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Jia\ i"' 



HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FROM THB Fimo OP 

CHARLES MINOT 

CLASS OPiSiS 



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ARCHIVIO 



STORICO ITALIAN<0 



NUOVA SERIE 



TOMO PRIMO 

Parte"!? 



^FIRENZE 

PRESSO (i. P. VIEUSSEUX EDITORE 

1855 



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-n-L. ^ \imiM COLLEGE UMàlY 






'/ 



co TIPI DI M. CBLLIIfl E C. 
ALLA CAULF.IAMA 



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PROGRAMMA 



Colla dispensa XLV dell' Archwio Storico ItaUanoj ora da me data 
alla luce , che compie il IX volmne deiT Appendice, vìea chiusa quella 
collezione di monumenti, principalmente destinata a raccogliere e 
illustrare le memorie patrie del medio evo ; rìserbandomi soltanto, 
rispetto ai presenti Associati, di dar loro quanto più presto si possa, 
oltre all'indice generale, geografico, cronologico ed alfabetico di 
tutta la collezione ( al quale indice pochi altri fogli precederanno , 
per allogarvi alcune cose da trovarsi necessariamente nella prima 
Serie ), il compimento delle Storie Pisane, cioè le Famiglie ed i jR^ 
gesta dei Diplomi, già promesso dal chiarissimo Bonaini, e sin qui 
ritardati per cagioni non dipendenti dalla sua né dalla mia volontà. 

La determinazione ch'io prendo di por termine alla raccolta 
suddetta , non devesi ad altro attribuire, fuorché alla inevitabile dif- 
ficoltà del perseverare nel disegno sin qui seguito, trattandosi di 
un' intrapresa che i tempi rendono assai gravosa quanto alle sue 
condizioni economiche. Un'opera di tal fatta , a cui non die vita lo 
spirito di speculazione, ma l'amore della scienza soltanto, e il de- 
siderio di far cosa utile e decorosa alla Toscana ed al rimanente 
della nazione , avrebbe d uopo , come ognun vede, a prosperamente 
continuare, che potesse tra noi ravvivarsi l'amore dei forti studjy 
ora pur troppo tanto trascurati , e che tuttavia negli anni addietro 



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IV PROGRAMMA 

fece accogliere con tanta avidità , e in modo cofe^ soddisfacente pei 
valorosi Compilatori, i primi volumi da me pubblicati. 

Ma se le odierne preoccupazioni degli spiriti, e le non prospe- 
revoli qualità de' tempi, distolgono i più dagli studj storici propria- 
mente detti, e dallo spendere per procurarsi non piccoli volumi 
come i già dati in luce dal 4842 in poi, oso tuttavia promettermi 
che ciò non debba avvenire quanto ad una nuova serie; la quale, 
e per la sua forma , e per la varietà degli argomenti trattati , e 
per la minor lunghezza dei documenti stessi o altri antichi scritti 
da contenervisi , e per non limitarsi in modo quasi esclusivo, co- 
me la precedente , alle memorie del medio evo , riuscirà di più ge- 
nerale importanza, e servirà, mentre stiamo in aspettazione di 
giorni migliori, a mantener vivo Tamore della scienza. 

Mi sarebbe stato, d'altra parte, troppo doloroso lo interrom- 
pere affatto quelle relazioni costantemente amichevoli che ho avuto 
da tanti anni cogli egregi Compilatori deW Archivio Storico Italiano , 
e con gli altri benevoli Cooperatori e Corrispondenti di esso. 

Incoraggiato, adunque, dalle premure di molti rispettabili amici 
ed Associati , e dalla buona volontà di quelli fra i Compilatori pre- 
detti che hanno il tempo di dedicarsi ad un siffatto genere di fa- 
tiche , e di altri nostri Cooperatori e Corrispondenti , i cui nomi non 
sono ignoti ai lettori deW Archivio; facendo altre^ capitale della be- 
nevol^iza di quegli Associati che rimasero fermi nel primo propo- 
sito, e ai quali rinnovo i miei sinceri ringraziamenti, sperando an- 
che di vederne accresciuto il numero, quando non si tratti fuorché 
di una spesa ben tenue e determinata; sono venuto nella risolu- 
zione di dar principio ad una Nuova serie dell'Archivio Storico 
Italiano, la quale dal primo trimestre del 4855 in poi verrà pub- 
blicata alle condizioni che seguono. 

4.* L'associazione non sarà obbligatoria che per due volumi, 
da pubblicarsi in quattro dispense, ciascuna di pag. 240 circa , e 
possibflmente trimestrali, nel sesto, carta e caratteri del presente 
programma. 

8."^ Il prezzo dell'associazione sarà di paoli 36 (fr. 20) pei due 
volumi, da pagarsi soltanto alla consegna di ogni dispensa, cioè 
paoli 9 (fr. 5), e nulla anticipato. 

3.^ Chi alla comparsa della terza dispensa non avrà disdetta l'as- 
sociazione,, s'intenderà confermato in essa anche pel IH.** e IV." vo- 
lume; e così di séguito. 



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PROGRAAiMA V 

4."^ Il sileuzio dei presenli Associati 9Ìi^ Archivio sarà conside- 
ralo siccome adesione alla mia nuova proposta. 

L^attento esame dei volumi della prima Serie che compongono 
la così detta Appendice, dimostra bastantemente come i Compila- 
tori, seguitando ed ampliando anche il metodo che essi avevano 
adottato per essa Appendice, potranno continuare una rassegna di 
ciò che in Italia e fuori sarà capace di destare Tattenzione dei cul^ 
tori delle scienze storiche. 

Laonde io credo di poter con certezza promettere le cose se- 
guenti. 

Ogni dispensa si comporrà dì quattro parti: 

I. Documenti stcnrici inediti, o divenuti rarissimi, risguardanti 
la storia specialmente d'Italia. 

n. Memorie originali , dissertazioni ec. sopra argomenti illustra- 
tivi, o, come che sia, relativi ad essa storia. 

ni. Rassegna di opere italiane, e di quelle d^oltremonte , rela- 
tive all'Italia per le scienze storiche e geografiche. 

lY. Necrologie, corrispondenze, annunzj bibliografici ec. 

Rinnuovo fin d'ora agli autori ed s^li editori di cose storiche 
la pr^ìiera di farmi pervenire sollecitamente almeno il program- 
ma delle loro pubblicazioni. 



Tra le cose che mancano ancora all'Italia, si è certamente un 
bnlletUno bibliografico delle opere che in essa si stampano: a noi 
però giova sperare, che per quanto spetta alle scienze storiche, la 
nuova Serie che si annunzia potrà competentemente supplirvi. Per- 
ciò vogliamo dar nuova certezza che quegli autori o editori, i quali 
manderanno un esemplare delle cose da loro messe in pubblico , 
ne vedranno nella nostra collezione reso conto assai sollecitamente. 

Ecco intanto i nomi cU que'miei amici , già nella maggior parte 
Compilatorì della prima Serie deW Archivio Storico, dell'amorevole 
cooperazione dei quali potrò giovarmi ancora per l'avvenire, e 
che assumono più specialmente la cura della compilazione della 
nuova Serie. 



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VI PROGRAMMA 

Arcangeli, Prof. Ab. Giuseppe. 

BoNAiNi , Prof. Cav. Francesco , Soprintendente dell'Archivio di Stato. 

Canestrini Giuseppe. 

Capei, Prof. Cav. Consigliere Pietro. 

Capponi, Marchese Gino. 

Guasti Cesare, addetto all'Archivio di Stato. 

Milanesi Carlo, Ispettore dell'Accademia di Belle Arti. 

Passerini, Cav. Luigi, addetto air Archivio di Stato. 

PoLiDORi Filippo-Luigi. 

Reumont (De), Barone Alfredo. 

Tabarbini, Avvocato Marco. 



Firenze, Novembre 1854. 



G. P. ViEUSSEUX , Direttore-EcUtore, 



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Elenco dette cUtre Persone oltre i CompikUari ordinarii, le quali ofUh 
vano già ^Archivio Storico Italiano coi loro lavori , o od promet- 
tere la loro cooperassione. 



liiT« 



BiGAZZi (Pietro). — Firenze. 

Ckntopanti (Prof. Silvestro). — Pisa. 

Galeoth (Aw. Leopoldo). — Firenze. 

Gennarelli (Aw. Achille). — Firenze. 

Milanesi (Doti. Gaetano). — Siena. 

MiNUTOLi (Carlo). — Lucca. 

MoisÈ ( Cav. Filippo ). Addetto all'Archivio di Stato. — Firenze. 

MoNZAKi (Cirillo). — Firenze. 

Pauebiio (Cav. Francesco). Bibliotecario della I. e R. Palatina. • 

Firenze. 
Salvagnoli ( Aw. Vincenzo ). — Firenze. 
Vajckucci (Prof. Atto). — Firenze. 
ViLLARi (Pasquale). — Firenze. 

Amari (Michele). — Parigi. 
BoGCARDO (Prof. Girolamo). — Genova. 
Buffa (Domenico). — Genova. 
Cantù (Cav. Cesare). — ■ Milano. 
CiBRARio (Cav. Luigi). — Torino. 
CoccHETTi (Carlo). — Rovate. 



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vui 

GONESTABiLE (Prof. Conte Giovan Carlo). — Perugia. 

Cornei (Enrico). — Vienna, 

D'Arco (Conte Carlo). — Mantova, 

Fabretti (Prof. Ariodante). — Torino, 

Gar (Tommaso). — Trento. 

Lazari (Dott. Vincenzo). Direttore del Museo Correr. — Venezia, 

Odorici (Federico). — Brescia. 

Pantaleoni ( Dott. Diomede ). — Roma. 

Probhs (Prof. Carlo). — Torifw. 

Ricotti (Prof. Cav. Ercole). — Torino. 

RoMANiN (Samuele). — Venezia. 

Rosa ( Gabriele ). — Bergamo. 

Sagredo (Conte Agostino). — Venezia, 

Scarabelli (Prof. Luciano). — Genova. 

SCLOPis (Conte Federico). — Torino. 

Tommaseo (Niccolò). — Torino. 

Zambelli (Prof. Andrea). — Paivia. 



Nelle successive dispense , a mano a mano che potrò esser certo 
della cooperazione d'altri distinti cultori delle scienze storiche e 
loro affini , i nomi di essi verranno registrati e presentati al pub- 
blico. Fin d'ora spero poterne accennare più d'uno; ma nessuno 
mi biasimerà se indugio sino a tanto che le mie speranze non sa- 
ranno state adempiute. 



ViELSSEUX. 



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ORDINAMENTA lUSTITIAE 

GOMMUNIS ET POPULI FLORENTIAD 

ANNI MCCLXXXXIII 

BXirSOSCBBDIO 

QUOD IN R. TABULARIO FLORENTINO ADSERVATIR 

A FRANCISCO BONAINIO 

EIUSDEM TÀBULARII PRAEFECTO 
NaVITER EDITA 



GLI 

ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA 

DEL COMUNE E POPOLO DI FIRENZE 

COMPILATI NEL 1293 

B NUUTAHKNTB PUBBLICATI 

DA FRANCESCO BONAINI 

SOPRINTENDENTE AL R. ARCHIVIO DI STATO 

SOPRA l'abbozzo 

CHE 81 CONSERVA NEL MEDESIMO ARCHIVIO 



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PROEMIO 



H^ieM- 



Molli certamente maraviglieranno che il massimo nostro annalista 
Lodovico Antonio Muratori y il quale mostra ad ogni incontro dili- 
genza cotanto squisita nel narrare qualunque più minuto fatto na- 
zionale, abbia passato sotto silenzio il maggiore rivolgimento cui 
mai soggiacesse la città di Firenze , ragguagliate tra loro tutte Teth 
della sua splendida storia. Perchè, mentre nei molto umili o, meglio 
dicasi , molto oscuri suoi esordi , niente ofire nella forma del reggi- 
mento che distinguer la faccia dai rimanenti Municipi che più ser- 
barono di tradizioni latine; col progredir dell'eth , tanto per questa 
parte viene ad assumere d'individuale e di proprio, da doversi dire 
essere in lei pervenute (se lice usare questa espressione) all'apogeo 
della loro grandezza le forme popolari dì governo : nella guisa che 
a Venezia potè alla perfine , più che in qualunque altra citth , me- 
nare ogni vanto sul popolo la più severa e ristretta aristocrazia. 
Come portano talora le vicende umane , avvi singolare e molto os- 
servabile contemporaneità nell'una e nell'altra rivoluzione: che se 
i Veneti cronicisti riferiscono al i296 la chiusura del maggior con- 
siglio nella loro repubblica ; al 4293 (1), antecedente di poco, il Com- 
pagni , il maf^ore dei Villani ( mi passo degli altri storici ) , concor- 

(4) Il febbraio 4S92 in cut i Cronisti pongono questa riforma popolare , come 
il gennaio in cui furono compilati i presenti Ordinamenti , tornano nello stile 
comune al 4293 ; poiché l'anno pe' Fiorentini mutava a' S5 di marzo. Giova no- 
tarlo , perchè i Documenti da noi allegati seguono l'antica maniera di computar 
Vanno ; mentre nel nostro discorso si segue l'odierno stile. 



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4 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

(lemenle assegnano il più essenziale mutamento per cui in Firenze 
s'ebbe il secotido popolo. Narrare cotal novità , una mutazione di 
stato memorabile sovra ogni altra , cagione di molte e diverse sequele 
in male e in bene [\) , niuno certo mai si attenterebbe dopo che 
ne scrisse il Compagni , storico maraviglioso , e più che testimone 
di veduta ; ond'è che , a raffigurarcela al pensiero come meglio fa- 
rebbe duopo , consigliatamente qui ne vogliamo riferite le sue 
slesse parole. « Ritornati i cittadini in Firenze, si resse il popolo 
« alquanti anni in grande e potente stato. Ma i nobili e grandi 
« cittadini insuperbiti faceano molte ingiurie a' popolani , con bat- 
« terli e con altre villanie. Onde molti buoni cittadini popolani e 
«mercatanti; tra' quali fu un grande e potente cittadino, savio, 
« valente e buon uomo , chiamato Giano Della Bella , assai ani- 
« moso e di buona stirpe , a cui dispiaceano queste ingiurie , se ne 
« fé capo e guida , e con l'aiuto del popolo , essendo nuovamente 
a eletto de'signori che entrarono a'd^ 15 di febbraio 1292, e co' suoi 
« compagni; afforzarono il popolo: e ai loro uficio de' priori ag- 
(( giunsono uno colla medesima balia che gli altri , il quale chiama- 
« reno Gonfaloniere di giustizia (e fu Baldo Ruffoli, per sesto di 
x( porta di Duomo), a cui fusse dato un gonfalone dell'arme del 
« popolo , che è la croce rossa nel campo bianco , e mille fanti tutti 
a armati colla detta insegna o arme, che avessono a essere presti 
« a ogni richiesta del detto gonfaloniere in piazza, o dove biso- 
« gnasse. E fecesi leggi , che si chiamarono Ordini della giustizia , 
« contro a'potenti che face.ssono oltraggi a^ popolani : e che l'uno con- 
« sorto fusse tenuto per l'altro , e che i malifìcii si potessono pro- 
ci vare per due testimoni di pubblica voce e fama. £ deliberarono 
« che qualunque famiglia avesse avuti cavalieri tra loro, tutti si 
« intendessono esser grandi ; e che non potessono essere de'signori , 
« né gonfaloniere di giustizia , né de' loro collegi : e furono in tutto 
« le dette famiglie trentatrè » (2). 

Chi dicesse che gli Ordinamenti di giustizia, dei quali qui sopra 
scriveva il nostro Dino, furono pei Fiorentini ciò che dura ad essere 
da tanti secoli per gì' Inglesi la Magna-Carta , più estorta che con- 
ceduta dalle mani di re Giovanni, porrebbe un paragone fecondo, 
per chi sappia ben addentro vedervi , di molto utili considerazioni. 

(4) Gio. ViLLARi , Cronica , VUI , ^. 

{%) Istoria Fiorentina; Firenze, Manni,<728; pag. 40 e 14. 



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PROEMIO 5 

A noi per altro si addice , a non dilungarci di troppo dal téma pre- 
fissoci , l'osservare più veramente come il popolo di Firenze (diverso 
in questo dal Veneziano, che rese perpetua la stessa legge dapprima 
temp(»*aria sul gran Consiglio (1)) questo abbia avuto di proprio: 
che sebbene quant^altri geloso dell'autorità conquistata su i grandi 
nel 93, pure mai non ebbe posa in quella sua forma di governo, 
o perchè non mettesse temperanza bastevole neiruso della vittoria , 
o perchè volendo esso vivere giusta le leggi , e i potenti a quelle 
comandare , non era possibile che capissero insieme (2). 

Del testo degli Ordinamenti di giustizia, qual si ebbe nel 93, oltre 
alle cose dettene sparsamente nella sua cronaca dal Compagni, ne 
ha offerta una sommaria idea Giovanni Villani (3) ; tantoché la dili- 
genza dei posteriori eruditi era molto vivamente invitata a spiarne la 
fortuna. E il padre Ildefonso da San Luigi credè avere rinvenuta la 
prima compilazione del 1293 (4), che sarebbe l'originale dettatura 
di Donato d'Alberto Ristori , di Ubertino dello Strozza e di Baldo 
Aguglioni, giureconsulti, i quali, secondo la notizia portane da 
Dino (5) , si adoperarono in siffatta bisogna. Anzi , il paziente eru- 
dito s'augurò ben meritare degli studi, mentrechè altri (siccome 
scrisse ) attendeva a prepararne splendida edizione dottamente an- 
notata, ponendone in pubblico, a corredo dell'Istoria fiorentina 
di Marchionne di Coppo Stefani (il cui terzo volume stampavasi 
nel 4777), non pochi capitoli che ricavò dall'autentico di Santa Maria 

(4) Leo, Storia degli Stali italiani , traduz. Loewe e Alberi ; Firenze, 48431 ; 
toiii.1, pag. 444. 

(2) Machuvelli , Ist, Fiot\ , Ub. II. 

(3) GlO. VlLLARI , loc. cit. 

(4) Delizie degli eruditi toscani , tomo IX , pag. 305. 

(5) Ut, Fior,, pag. 4 4.— Di Donato di Alberto Ristori , delle sue arroganze e 
Tìllà d'animo , infine del supplizio cui soggiaceva , scrive il Compagni [hU Fior, , 
pag. 49, 45, 52}. Lo stesso Cronista (loc. cit. , pag. 58 e 59) , menziona anche Ul)6r- 
lino dello Strozza come uno dei sindaci eletti nel 4304 per la parte de'cittadinl in- 
trìnseci a riamicarli coi fuorusciti. Ma il più frequentemente nominato , anzi reso 
infime come falsario e distruttor di Firenze , in quella stessa Cronaca , è Baldo 
d'Aguglione , il Vilkm d'Aguglione di Dante. Tuttavolta Dino stesso ne confessò 
la perizia nelle leggi , qualificandolo giudice sagacissimo. Benvenuto da Imola poi 
ha su tal soggetto questo luogo notevole ( Comment. in Dantis Comoed. Farad. , 
XVI . 56) : « Iste , quem vocat rusticum , fuit quidam iurista , nomine Hubal- 
< dus de Aguglione , villa comitatus Florentiae , qui fuit magnus canis. Dicebat 
« se optime nosse Guelphos et Gibellinos ; et fecit Lìbrum de tam detestanda 
« materia , quem diu Fiorentini sequuti sunt ». 



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6 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

Novella e da altro testo a penna delle Riformagioni (1). Se bene o 
male ei s'apponesse nel giudicare dell'età delle due compilazioni 
che gli erano in pronto , non vuole qui chiedersi ; e molto meno 
occorre il dire dell' altro t^sto degli Ordinamenti di giustizia venuto 
a luce nel 4778, come parte integrale del fiorentino Statuto che 
chiamano del Castrense (S). La ricerca letteraria intorno a cui or ci 
aggiriamo, chiede più veramente che non si passi sotto silenzio la 
seguente fatica del padre Vincenzio Fineschi domenicano in Santa 
Maria Novella , che solleticato dall'amore del suo elogiato ed antico 
confratello fra Remigio Girolami (3), rilento il lavoro concepito, con- 



(4) Daiùte degli eruditi toscani, loc.cit. 

(2) Staiuta Populi et Commtinit Florentiae publica aucioritate colkcta, casti- 
gata et praeposita anno salutis MCCCCXV: Friburgì (Florentiae), 4778-84; voi. 3. 
Il primo volume , che contiene da pag. 407 a pag. 646 gli Ordinamenti di giu- 
stizia , manca veramente della data ; ma il lioreni nella sua Bibliogralki non 
dubitò di assegnare ai due primi volumi l'anno 4778. 

(3) Secondo il padre Fineschi ( Metn. istor, citate nella nota seguente , 
pag. 468-69 ) , questo fra Remigio , di parie popolare , avrebbe esortati i citta- 
dini a ibr pace con un pubblico sermone , dove mostrava magnos et populafes 
unum esse. Non consuona peraltro quello che dice il Fineschi medesimo , che 
fra Remigio inculcasse come necessario , « per rimuovere ogni ingiustizia , ser- 
ie virsi de' nuovi Statuti della cittA » , con le parole , Et ideo omnis iniustitia ffi- 
tiìùvenda est a Statutis civitatis ; mentre è certo che i nuovi ordinamenti , ponen- 
do il popolo sopra i magnati , non c4>nferivano alla quiete pubblica. Le parole 
poi riferite dal Fineschi si trovano veramente in uno de' sermoni compresine! 
Codice già di S. Maria Novella , segnato li, B , tt , ed ora nella Hagliabechiana , 
che ha esternamente per titolo : Fr, BenUgH Fiorentini , Ord. Praed., Sermones de 
tempore , Proìogi super totam Bibliam , et aUa, Ma ò da osservare , che questo 
sermone porta il numero 3 , e conseguentemente viene appresso a quello di 
numero 4, dinanzi al quale è la comune rubrica iid Priores Civitatis. Or è indu- 
bitato che il sermone di numero 4 fu detto fra il dicembre e il febbraio 4293 
(stile fiorentino) ; poiché confortando alla pace e intercedendo (come pare) nuovi 
soccorsi dal Comune per la costruzione di Santa Maria Novella, eoa ridico- 
losamente si noverano dall'oratore il gonfaloniere ed i priori di quel bimestre : 
« linde bene vezilUfer iustitie vocatur Lapus de Pace. Rogamus autem quod , 
« sicut statutum est per arbitros Communis , ita mandetur executioni , et super 
<« hoc oonsilium habeatur. Venimus autem specialiter ad istud officium , quia 
« specialiter de vobis confidimus ; ut ser Stephanus , idest norma , adiuvet regu- 
« latos , et lohannes fiiciat gratiam, et lacobus lanbuUarius apponat bullam , et 
(* ser Pinus flrmet pice , et Lapus Talenti acceptet , et Fantinus Silimanni etiam 
« super hoc loquatur et non sileat, et Lapus de Pace omnia in pace deducat ». 
Vien naturale la considerazione, che se questo sermone fu detto un anno dopo 
la compilazione degli Ordinamenti , non si può ragionevolmente supporre che il 



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PROEMIO 7 

forme dicevamo , dal padre Udefonso , coll'esibìrne a stampa quel 
codice per intiero (1), che potè consultare nei plutei della Biblioteca 
del suo convento , e che di }»*esente , dopo assai singolare fortuna , 
trovasi nella Magliabecfaiana (S). E' sembra però, che meglio che a 
soddisfare, valesse ad accendere la curiosità dei posteriori letterati ; 
dacché l'Emiliani Giudici , ad adornarne la sua Storia politica dei 
Municipi italiani (3), ora appunto stampata, stimava opportuno dar 
fuori il volgarizzamento degli Ordinamenti di giustizia fatto nel 
secolo decimoquarto ; bel testo a penna del nostro Archivio di 
Stato. Il quale, come ricco tesoro di documenti non abbastanza 
esplorati , ci ha potuto , non ha guarì , far lieti del rìtrovamento 
dello stesso primitivo abbozzo deg^i Ordinamenti di giustizia del 93; 
che tale ce lo mostrano la scrittura del tempo , le molte rettifica- 
zioni , e le postille e le cancellature che da esso quasi riboccano. 

sermone collocato per terzo fosse preoedeatemenle re<toto. Meglio è ritenere che 
venisse detto in occasione di persuadere a* popolari di mitigare l'asprezza delle 
leggi fatte contro a'grandi ; « ed allora sonerebbero opportune le parole : Et id^ 
omnis miustitia removenda est a Statutis cwitcUis ; e le altre singolarmente , ma^ 
gnos et populares unum esse, E questa considerazione torrebbe fede alla poco au- 
torevole asserzione dello stesso Fineschi , là ove dice cbe gii Ordinamenti di 
giustizia « faroix) emanati non senza consiglio del nostro Remigio , nel tempo 
« che risedeva de' Priori Monpuccio di Salvi di Chiaro Girolami suo nipote ». 
Ma basti di ciò. 

( 4) FnrESCHi , Memorie istoriche che possono servire aUe vite degli uomini tir- 
lustri M Convento di Santa Maria Nfwella ài Firenze dall'anno 4tt4 aM 320 , ar- 
ricchiie di monumenti e illustrate con note. Tomo I ( ed unico ). Firenze , Cam- 
biagi, 4790. 

iti n Codice ò in foglio , membranaceo , rubricato , di carte scrìtte 33. In 
fine , di mano del presente bibliotecario della Magliabechiana , signor abate Tom- 
maso Celli , è questo ricordo : « Publicae Bibliothecae Malliabechianae ex legato 
« Aloisii de Poirot, Offic. Monet. Fior, praepositi, qui omnes suos Codd. Mss. 
m Mem Biblioth. legavit kal. decembr. MIXICCXXIV. — Ad Bibliothecam per- 
« tioens a 4 non. decembr. MDCCCXXV, quo traditus fui! cum aliis Codd. ». 
Di questo Codice mostrò aver notizia anche Lorenzo Mebus , trovandosene un 
breve ricordo a pag. clxv della sua Vita di Ambrogio Camaldolense , premessa 
all'opera , Àmbrosii TraversarH aliorumque ad ipsum et ad alios de eodem Am- 
ìaraio IoUhm Epiitoloe ; Florentiae , 4769 ; in fol. 

(3) EMiLUKi-Gromci . Storia politica dei Municipi italiani ; Poligrafia italia- 
na , 4853 ; io 8vo. — Gli Ordinamenti di giustizia del Popolo e Comune di Firenze 
dal 4292 al 4324 stanno nell'Appendice , dalla pag. 303 alla 426. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1^93 



Prima compilazione . del getmaio 1293. 

E' pare che questi Ordinamenti di giustizia fermati , come recano 
memorie autentiche , ai 48 gennaio 4293 (4) , fossero da prima scritti 
a modo di provvisione ; o , a più chiaramente significare il concettor 
nostro , che la deliberazione cui venne data in origine sì fatta forma 
cancelleresca , venisse dai tre dottori poco dianzi nominati ripresa 
in esame per foggiarla a modo di statuto , il quale richiedeva che 
le varie materie fossero contraddistinte da speciali rubriche. Né questa 
è gratuita conghiettura nostra , ma verità palpabile , che si dimo- 
stra per le varie lezioni prima fermate , poi poste da banda ; e che 
tuttavia, a non scemare del suo maggior pregio questa pubblica- 
zione dell^abbozzo primitivo degli Ordinamenti di giustizia, vo- 
lemmo esibite ai luoghi debiti. Anzi , a porre i presenti come in 
cospetto dei tre giuristi , e fare che potessero quasi assistere a quelle 
loro conferenze, nelle quali dovettero porre a tortura gF ingegni 
sottilissimi per avvalorare col più squisito genere di cautele legali 
il recente e grandioso conquisto de'popolari sopra i magnati , sti- 
manuno acconcio introdurre nel testo medesimo, a far accorti i 
lettori delle postille o addizioni inseritevi, quegli asterischi che a 
tal uopo sogliono usarsi. 11 che viene a dire con quanto di fedeltà 
e di studio siasi per noi procurato di metterlo in luce -, cosa che 
tanto ci è parsa essenziale , da prenderci appena la licenza di ag- 
giungere , pel maggior comodo degli studiosi , le note numerali a 
ciascuna delle venti rubriche che ne difettavano, e che nel loro 
insieme compongono lo statuto. E ciò tuttavia venne eseguito sk 
cautamente, da togliere ogni occasione airerrore; perchè questa 
parte supplita, va distinta pei consueti segni delle parentesi unciali. 
Tutto il disteso dello statuto non oltrepassa 34 faccia ; ed il codice 
è bambagino, in formato di piccolo foglio. La lettera è chiara (piasi 



(4) L'abbozzo da noi pubblicato non ci dà che il mese di gennaio, nella parte 
poi rifiutata ; ma che gli Ordinamenti siano del 48 di quel mese si ricava dalle 
susseguenti compilazioni , e da una memoria che si trova nel Libro di Consi- 
gli , da noi riferita in Appendice fra i Documenti di lettera B. 



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PRO EMIO 9 

costantemente, cioè a dire. anche laddove intermette dì notare il 
principale scrittore, e vi subentra (per poco) altro in sussidio, con- 
forme fummo cauti di avvisare ogni volta. Quello che sembra fuori 
d'ogni dubbiezza si è , che le rubriche fossero aggiunte quando già 
la scrittura era stata compiutamente diste^. 11 testo lascia vedere 
inoltì^ c^rti spazi tra Tun capitolo e l'altro ; che sono i ricorrenti 
dopo il terzo, il settimo, il quindicesimo, il diciannovesimo; uno 
de' quali si estende ad una faccia intiera. Bene è a dolere , che il 
manoscritto sia mutilo nel capo ùltimo , con cui ponevasi suggello 
a questa fnma e celebratissima compilazione degli Ordinamenti di 
giustizia del 4293 ; sebbene da qaeWe dei posteriori tempi facile sia 
il ricavare in che si sostanziasse quel poco che andò perduto. 

Per meglio poi intendere questo prezioso Statuto, ci è parso bene 
l'andare ricercando studiosamente le consulte o consigli che in quel 
tempo furono resi dai cittadini chiamati a parte delle deliberazioni 
de' Priori. E il fnitto delle nostre indagini vogliamo offerirlo, a modo 
di appendice, persuasi che sia per riuscire utile non meno che cu- 
rioso sentire quasi la stessa parola di uomini il cui nome venne con- 
sacrato dalla storia, e sojx^attutto quella del sommo Alighieri (1). 



II. 

Aff(9rsamento agli Ordinamenti, deW aprile 4 3193. 

« I maladetti giudici (scrive Dino Compagni) cominciarono a 

interpetrare quelle leggi ; e diceano che dove il malificio si 

dovea punire con effetto, lo distendevano in danno dell'avversa- 
rio-, e impaurivano i rettori. E se l'offeso era ghibellino, e il 
giudice era ghibeUino : e per lo simile faceano i guelfi. Gli uo- 
mini delle famiglie non accusavano i loro consorti, per non ca- 
dere nelle pene. Pochi malificii si nascondevano , che dagli av- 
versari non fussono ritrovati: molti ne furono puniti secondo 
la l^ge. E i primi che vi caddono, furono i Galigai : che alcuno 
di loro fé uno malificio in Francia in due figliuoli d'uno nominato 



M) Le Consulte si conservano nell'Archivio centrale di Stato , sezione delle 
RiformagioDÌ. ^I luoghi per noi riportati riguardano le rubriche lU, IV e XHI 
degli Ordinamenti , e stanno sotto le lettere G , D , E. 

AicB. St. It. , Ntuwa Serie. t 



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10 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1293 

a mercatante che avea nome Ugolino Benivieni; ohe v^uiono a pa- 
« role insieme, per le quali Tuno de^ detti fratelli fa ferito da qudlo 
« de' Caligai, che ne morì. E io Dino Compagni , ritrovandomi gon- 
« faloniere di giustìzia nel 1293, andai alle loro case e decloro 
(( consorti , e quelle feci disfare secondo le leggi. Questo principio 
<r seguitò agli altri gonfalonieri uno male uso: perchè, se disfaceano 
« secondo le leggi, il popob dicea che erano crudeli, e che erano 
« vili se non disfaceano bene affatto. E molti sformavano la giustizia 
(( per tema del popolo. E intervenne che uno 6glìuolo di messer 
« Buondelmonte avea commesso un maUGcio di morte, gli furono 
tf disfatte le case, per modo che dipoi ne fu ristorato. 

« Molto montò il rigoglio de' rei uomini, perocché i grandi ca- 
« dendo nelle pene erano puniti : perocché i rettori temeano le 
« leggi, le quali voleano che con effetto punissono. Questo effetto 
(( si distendea tanto, che dubitavano, se Tuomo accusato non fusse 
a punito, che il rettore non avesse difensione né scusa: il perchè 
« ninno accusato rimanea impunito. Onde i grandi fortemente si 
« doleano delle leggi, e agli esecutori di esse diceano: Un cavai corre, 
(( e dà della coda nel viso a uno popolano; o in una calca uno darei 
a di petto sanza malizia a un altro; o più fanciulli di piccola età 
« verranno a quistione; gli uomini gli accuseranno: debbono però 
« costoro per s\ piccole cose essere disfatti? 

« Giano della Bella sopraddetto, uomo virile e di grande animo, 
(( era tanto ardito, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, 
« e parlava quelle che altri taceva , e tutto in favore della giustìzia 
« contro a^ colpevoli : e tanto era temuto da' rettori, che torneano 
(( di nascondere i malifìcii. I grandi cominciarono a parlare contro 
<i a lui, minacciandolo che non per giustizia, ma per fare morire i 
« suoi nemici il facea , abbominando lui e le leggi ; e dove si tro- 
« vavano, minacciavano squartare i popolani che reggeano: onde 
u alcuni , che gli udirono, il rapportarono a' popolani ; i quali co- 
'( minciarono a inacerbire , e per paura e sdegno innasprirono le 
a leggi , sì che ciascuno stava in gelosia. Erano i principali del pe- 
ce polo i Magalotti, perocché sempre erano stati aiutatori del popolo: 
« ed avcano gran seguito; e intorno a loro aveano molte schiatte 
« che con loro si raunavano d^uno animo, e più artefici minuti con 
« loro si ritraevano (1) ». 

(4) hi. Fior., pag. 4« , 11 



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PROEMIO 11 

Che il Compagni sia in queste cose narratore esattissimo , ben 
soccorrono a rendercelo manifesto documenti autentici serbati nei 
patrii Archivi, dei quali cade adesso il far parola. Di questi sono, 
anzi tutto, le consulte tenute ai 10 di aprile nel Consiglio dei Cento, 
neiraltro speciale del Capitano e delle Capitudini delle dodici Arti 
maggiori, e finalmente in quello generale e speciale del Capitano 
sonnominato e di quelle Capitudini stesse, per invigorire e far più 
saldi i recenli Ordini di giustizia (1). Che pù? la nostra buona 
ventura ha voluto farci come racquistare il fin qui sconosciuto ab- 
bozzo originale della deliberazione vinta in coiai circostanza, onde 
resulta perspicuamente, che la relativa proposta degli ordini no- 
vali, sancita ai 10 d'aprile, mosse dall'ufìcio dei Priori e del Gon^ 
faioniere dì giustizia nell'antecedente dì nove. La parte dispositiva 
dì colai documento potrà per avventura non riuscir nuova, leg- 
gendosi referita nella compilazione degli Ordinamenti di giustizia 
fatta, conforme dimostreremo, nel 1295, e eh' è già a stampa ; ma 
non pertanto è lecito augurarci , che la nostra scoperta sia per 
essere feconda di qualche utilità, valendo essa a togliere ogni dub- 
biezza sul tempo finora ignorato di questa addizione agli Ordini di 
giustizia, riferita male a proposito presso il padre lldefonso al 1295 (2). 
A noi certo sonride il pensiero d'aver potuto tórre di mezzo cotale 
errore, e che ci sortfese farlo con quella chiarezza di dimostrazione 
die troppo di rado in cose di tanta antichità è dato raggiungere. 
Del resto, perché tacciano di modificazioni o addizioni fatte agli Or- 
dini di giustizia cronicisli ed istorici fino al luglio del 1295, non per 
questo vorrà argomentarsi dal costoro silenzio che le cose rimanes- 
sero ferme dall'aprile dell'antecedente 93 fino a quel tempo ultimo, 
perchè dalle memorie che abbiamo ne resultano prove troppo con- 
trarie. Le quali consistono nelle deliberazioni prese ne' soliti consigli 
a^ 11 ma^o, agli 11 e 12 agosto, e nell'11 settembre 1293, 
aB* intento di porre nuove conferme, o, se meglio piaccia, più sta- 
bili affi^rzamenti ai ridetti Ordini di giustizia (3). 

(4) Vedi i Documenti sotto la lettera B. 

(9) I capitoli che formano l'addizione dell'aprile 49&Z si possono vedere sal- 
tnarìamente nelle Deitste degli entditi toscani , voi. IX , pagine 353 , 354 , 343 , 
343-45. 354. 354-65. 

(3) Vedi i Documenti sotto la lettera B. 



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12 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

IH. 

Seconda compilazione, del luglio 1295. 

Bene è da riflettere come di qui appunto discendessero effetti 
contrarii ai gih sperati e voluti. Perchè, rinvigorire e far più severi 
gli Ordinamenti dì giustizia fin da principio improntati di così esem- 
plare acerbezza, valeva lo stesso quanto incitare i magnati a tutto 
osare per annullarli. Né invero trapassò molto tempo che nuovi moti 
cittadineschi furono visti, de' quali in Giovanni Villani trovasi questa 
viva e fedel dipintura , che noi rechiamo nella sua integrità, per es- 
sere insieme parte di storia niente dubbia delle vicende incontrate 
nella Repubblica fiorentina dagli Ordini di giustizia. « A dì 6 del 
a mese di luglio Tanno 1295, i grandi e possenti della città di Fi- 
« renze veggendosi forte gravati di nuovi Ordini della giustizia fatti 
« per lo popolo, e massimamente di quello ordine che dice, che 
« l'uno consorto sia tenuto per l'altro, e che la prova della piuvica 
« fama fosse per due testimoni; e avendo in sul priorato di loro amici, 
« sì procacciarono di rompere gli Ordini del popolo. E prima si si 
a pacificarono insieme di grandi nimistà tra loro, spezialmente tra 
« gli Àdimari e'Tosinghi, e tra' Mozzi e' Bardi: e ciò fatto, feciono 
a a certo dì ordinato rannata di gente, e richiesono i priori 
tf eh' e' detti capitoli fossono corretti -, onde nella città di Firenze fu 
a tutta gente a remore e all'arme, i grandi per sé a cavalli coverti, e 
« con loro seguito di contadini e d'altri masnadieri a pie in grande 
« quantità ; e schierarsi parte di loro nella piazza di Santo Gio- 
« vanni, ond'ebbe la 'nsegna reale messer Forese degli Adimari; 
« parte di loro alla piazza a ponte, ond'ebbe la 'nsegna messer 
« Vanni Mozzi; e parte in Mercato Nuovo, ond'ebbe la 'nsegna me&- 
« ser Geri Spini; per volere correre la terra. I popolani s'armarono 
(c tutti co' loro ordini e insegne e bandiere, e furono in grande nu- 
« mero; e asserragliarono le vie della città in più parti, perché i 
« cavalieri non potessono correre la terra; e raunarsi al palagio 
a della Podestà, e a casa de' priori , che stavano allora nella casa 
« de' Cerchi dietro a San Brocolo: e trovossi il popolo sì possente 
€ e ordinati di forza e d'arme e di gente; e diedono compagnia 
a a' priori , perch'erano sospetti , de' maggiori e de' più possenti e 



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PROEMIO 43 

a savi e popolani di Firenze, uno per sesto. Per la qual cosa i 
« grandi non ebbono ninna forza né podere contra loro, ma il pò- 
a polo avrebbe potuto vincere i grandi ; ma per Io migliore, e per 
« non fare battaglia cittadinesca , avendo alcuno mezzo di frati di 
e buona gente dall'una parto all'altra, ciascuna parte si disarmò; 
a e la cittade si racquetò, sanza altra novità, rimagnendo il po- 
c polo in suo stato e signoria : salvo che , dove la prova della pin- 
ce vica fama era per due testimoni , si mise fossono per tre : e ciò 
« feciono i {nriori contra volontà de' popolani ; ma poco appresso si 
tf rivocò, e tornò al primo stato. Ma pur questa novitate fu la ra- 
te dice e cominciamento dello sconcio e male stato della città di Fi- 
« renze che ne seguì appresso; che da indi innanzi i grandi mai 
« non finarono di cercare modo d'abbattere il popolo a loro podere; 
« e' caporali del popolo cercarono ogni via di fortificare il popolo e 
« d'abbassare i grandi fortificando gli Ordini della giustizia ; e fe- 
ce ciono tórre a' grandi le loro balestra grosse , e comperale per lo 
« Comune ; e molti casati che non erano tiranni e di non grande 
« podere , trassono del numero de' grandi, e misono nel popolo, per 
< iscemare il podere de' grandi , e crescere quello del popolo. E 
« (piando i detti priori uscirono dello uficio , fur loro picchiate le 
s caviglie dietro e gittati de' sassi, perch'erano stati consenzienti a 
« favorare i grandi : e per questo romore e novitadi si mutò nuovo 
e stato di popolo in Firenze ; onde furono capo Mancini e Maga- 
a lotti, Altoviti , Peruzzi, Acciaioli e Cerretani, e più altri (4) ». 

Egual narrazione, sebbene di gran lunga meno splendida, ne 
porge Marchionne di Coppo Stefani ; il quale lasciava scrìtto a che i 
« grandi s'armarono per voler levare gli Ordini della iustizia 9 , e che 
essi medesimi n non si videro seguire come credettero , e mezzani 
a furono, e corressesi in piccola parte li statuti della iustizia » (2). 
Né il tempo o i successivi civili rivolgimenti fecero andar perduta 
la compilazione che allora dovette rinnovarsi , sendochè molto av- 
venturosamente la si possieda nell'originale suo proprio, qual è il 
codice membranaceo già di S. Maria Novella, ora della nostra Maglia- 
bechiana ; e che stampato prima solamente in parte dal padre llde- 
fonso (3), in seguito onninamente dal Fineschi (4), così si conchìude : 

(4) Gio. ViLLAKi, Cron,, VUI, it. 
p) /*tor. Fior., HI, «08. 

(3) DeUxÌ0 d^U «ruditi toscani , tomo IX , pag. 305, 330, 3iS, 354, 353, 357. 

(4) Memorie, ec., pag.486*lttS0. 



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14 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

« Explìcit liber Ordinamentoniin iuslitie secundum hoc novum vo- 
te lumen compilatus, cum suìs additionìbos, declaratìonibus et novis 
« ordinamentis et capitulis reformatus , prò tranquillo et felici statu 
«t Populi et Gomunis Florentie, ac etiam prò vera et insta execulione 
a et observanlia secundum ethìmologiam nominis ipsonim Ordina* 
« mentonim iustitiae effectui mancipanda , sub anno Domini mille- 
« Simo ducentesimo nonagesìmo quinto, indictione octava, die VI 
« mensis iulii. Feliciter, Deo gratias amen ». Io non ignoro che il 
Fineschi attenendosi a questo stesso Codice, ha potuto produr- 
re altresì una successiva addizione fatta a' precitati Ordinamenti 
nel 4297 ; ma questa appare condotta visibihnente da mano diversa 
da quella che trascriveva in origine s\ fatto Codice (1). 

Esistono pure i nttovi ordini, i quali (secondo le citate parole 
del Villani) dettero occasione all'inasprimento de' grandi che se ne 
sentiron gradati. Sono essi del 3 agosto 4294 e del 34 marzo 4295, 
e stanno come parte degli Ordinamenti rinnovati dopo il 4324 (2), 
e in quelH posteriori del 4343 (3). 



IV. 

Nuovi affbrzamenti , fino al 4324 , che ci danno 
una Terza compilazione. 

Né sia chi accagioni dì soverchia minutezza questi nostri ac^ 
cenni , dacché voglionsi dire oltremodo essenziali a tor via possi- 
bilmente qualsivoglia ambiguità su questa primissima fonte del gius 
municipale fiorentino , principal fondamento al tempo stesso ad una 
critica istoria, tanto desiderata, della costituzione in tema di Firenze. 
Nella quale come non posavano , secondochè avvertimmo di sopra , 
ire e passioni terribili nel 4297 ; così si facean più feroci nel 98 im- 
mediatamente seguente , a talché i priori (rappresentanza del po- 
li) L'addizione del 24 marzo 4^7 sta nel Fineschi , op.ct^ , da pag.250 a 253. 
Si ha pure nella compilazione posteriore al 4324 (stampa Emiliani Giudici), dalla 
rubrica 82 alla 85 inclusive; e nell'altra compilazione del 4343, dalla rubrìca 92 
alla 94 inclusive. 

(2) L'addizione del 3 agosto 4294 è sotto la rubrica 80 ; l'altra sta fra la 63 
e la 79 inclusive. 

(3) Sta la prima sotto le rubriche 87 e 88 ; e l'altra, fra le rubriche 70 e 86 
inclusive. 



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PROEMIO 45 

polo) veggeodo^ mal sicuri nelle antiche case de' Cerchi a San Pro- 
eob, vcdevan fondato, quasi ròcca inespugnabile, il superbo palaz- 
so , poi di lor residenza , presso il terreno occupato altra volta dalle 
distrutte dinxnre de^ liberti (i). Piccolo e ineflScace rimedio in 
qudl' incredibile divampar di passioni tra popolari e magnati , e che 
crediamo inacerbite via via dall'opinione mal conceputa , che la pace 
netta città potesse addursi quando col rincrudire i già posti Ordina- 
menti , quando per lo contrario col ritenerli nella loro sostanza , ri- 
messa solo alcuna parte di rigore. Dolorosa e compassionevole scena, 
ree» infame per gli esigli e pel sangue , e su cui non veggiamo appa- 
rire che solo un'immagine consolatrice, quella altamente venerata di 
Dante. Il quale vien qui rammentato perc^ le nostre ricerche fu- 
rono così felici, da fruttarci il ritrovamento insperato di una consulta 
originale, onde appare manifesto che ai 13 di settembre 4301 TAli- 
gbieri sciava per consultare sul da farsi , a fin dì conservare in 
vigore ^ Ordini di giustizia già posti , e gli Statuti del popolo. 
Che se il notaio mal diligente non serbò memoria del parere d'un 
tanto intelletto, cotal silenzio non ci toglie la possibilità di con- 
chìudeme che Dante, sebben magnate di origine, pur nullameno 
in queDa repubblica conturbatiasima stimasse prudente il cedere 
alla comune necessità , la quale portava a favorire la conservazione , 
comunque si fosse , dello stato popolare (2). E che conformi pensieri 
si avessero in questa medesima età i migliori e i più prudenti fra 
i cittadini , quanto a noi , ne porgono indizio concludentissimo le 
consulte dei 30 maggio e primo giugno 4303, tintesi appunto per 
apfNToyare alcuni cajntoli aggiunti agli Ordinamenti menzionati le 
tante volle , e nelle quali il numero dei dissenzienti è piccolissimo, 
grande per lo contrario quello degli approvatori. Vero è che, per la 
guisa stessa che Tela presente più volte vide tornar vane le deli- 
berazioni meglio unanimi dei parlamenti, quando fossero insidiati 
da tumulti di plebe o da congiure di perduti uomini ; così in questo 
pmodo della fiorentina storia intravenne che i rafiforzati Ordini di 
giustizia riuscissero a nulla, o peggio tornassero perniciosi alla 
quiete pubblica, tantoché da essi appunto traesse la propria ori- 
gine queJla grande novità e battaglia cittadinesca che cadde nel 
febbraio del 4304, e di cui le cagioni egli effetti si narrano ma- 
ravigliosamente in queste parole di Giovanni Villani. 

{i} G. ViLLAW , Vili, 26. 

(2) Vedi i Documenti sotto la lettera B. 



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46 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1293 

« Nel detto anno 1303, del mese di febbraio, i Fiorentini tra 
« loro furono in grande discordia, per cagione che messer Corso 
(( Donati non gli parca essere cosi grande in comune come yolea 
« e gli pareva esser degno ; e gli altri grandi e popolani possenti 
« di sua parte nera , aveano presa più signoria in comune che a 
« lui non parca : e già preso isdegno con loro , o per superbia o 
a per invidia o per volere essere signore , si fece di nuovo una 
(t sua setta , accostandosi co^ Cavalcanti , che i più di loro erano 
« bianchi , dicendo che voleva si rivedessono le ragioni del Comu- 
« ne , di coloro che aveano avuto gli ufici e la moneta del Comune 
« ad amministrare : e feciono capo di loro messer Lottieri vescovo 
(( di Firenze , ch'era dei figliuoli della Tosa del lato bianco , con 
« certi grandi centra i priori e il popolo ; e combattèsi la città in 
(( più parte e più d\ , e armarsi più torri e fortezze della città al 
« modo antico , per gittarsi e saettarsi insieme : e in su la torre 
« del vescovado si rizzò una manganella, gittando a' suoi contradii 
(( vicini. I priori s'afforzarono di gente e d'arme , di città e di con- 
te tado , e difesono francamente il palagio , che più assalti e bat- 
te taglie furono loro date ; e col popolo tennero la casa de' Gherar- 
(( dini con grande seguito dì loro amici di contado , e la casa 
a de' Pazzi, e quella degli Spini , e messer Tegghia Frescobaldi col 
« suo lato , e furono uno grande soccorso al popolo : e morinne me&- 
(( ser Lotterìngo de' Gherardini d'uno quadrello a una battaglia 
(( ch'era in Porte Sante Marie. Altra casa de' grandi non tenne col 
<( popolo ; ma chi era col vescovo e con messer Corso , e clù non 
(c gli amava si stava di mezzo. Per la qual dissensione e battaglia 
« cittadina molto male si commise in città e contado di micidii e 
(( d'arsioni e ruberie , siccome in città sciolta e rotta , sanza ninno 
a ordine di signorìa , se non chi più potea far male l'uno all'altro ; 
« ed era la città tutta piena di sbanditi e di forestierì e conta- 
(f dini , ciascuna casa colla sua rannata. Ed era la terra per gua- 
de starsi al tutto , se non fossono i Lucchesi che vennero a Firenze 
« a rìchiesta del Comune, con grande genie di popolo e cavalieri , 
« e voUono in mano la questione e la guardia della città : e cosi 
« fu loro data per necessità balia generale , sicché sedici dì signo- 
« reggiarono Uberamente la terra , mandando il bando da loro 
« parte. E andando il bando per la città da parte del Comune di 
« Lucca , a molti Fiorentini ne parve male , e grande oltraggio e 
« soperchio : onde uno Ponciardo de' Ponci di Vacchereccia , diede 



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PROEMIO i7 

« d^una spada nel volto al banditore di Lucca quando bandiva; 
<c onde poi non feciono più bandire da loro parte , ma adoperarono 
« s\ . che alla fine racquetaro il remore , e ciascuna parte feciono 
«r disarmare , e misono in quieto la terra , chiamando nuovi priori 
a di concordia , rimanendo il popolo in suo stato e libertade , senza 
4 far nulla punizione de^ misfatti commessi , se non chi ebbe il male 
« s'ebbe il danno » (4). 

Fin qui il Villani. Dino Compagni poi scrìve per questa guisa. 

« 1 Lucchesi, che erano venuti in Firenze per metter pace, 
« ebbono gran balìa dal Comune. E molto si scopersono i grandi, 
a e voleand si rompessono le leggi centra i grandi. Raddoppiossi il 
«t numero de'signorì. E nondimeno la parte de'grandi rìmase in 
« gran superbia e baldanza. Accadde in quei d\ , che il Testa Tor- 
« naquinci e un figliuolo di Bingen suo consorto, in Mercato vec- 
« chic, ferirono e per morto lasciarono un popolano loro vicino ; e 
« niuno ardia a soccorrerlo per tema di loro. Ma il popolo rassicu- 
(( rato si crucciò , e coir insegna della giustizia armati andarono a 
« casa i Tornaquinci , e misono fuoco nel palagio, e arsono e disfe- 
ce cionlo per la loro baldanza (S) ». 

Ben chiarirebbero , a giudizio nostro, queste sole parole di Dino, 
che Tabbattimento de'gràndi si rimase per parte dei popolari ad una 
mera speranza. Né giova poi conturbare il pensiero colla rìcordanza 
della scandalosa novità degli Adimari, del 5 agosto 4304 (3). Perchè 
a comprendere T inefficacia degli Ordini di giustizia, e a farci in- 
tendere altresì la vera ragione dell'ulteriore e quasi estremo tenta- 
tivo fatto per rafforzarli nel dicembre del 4306 , meglio che le pa- 
role di cronisti ancorché diligenti , varrà il testo medesimo dello 
Statuto dell'Esecutore degli Ordinamenti di giustiz^ia; magistrato fo- 
restiero che allora appunto s'istituì, perchè la legge contro i ma- 
gnati fosse immanchevole. 

« Però che poco sarebbe a fare le ragioni , se non fessone li ofi- 
« ciali i quali quelle difendessono , per lo difetto de'quali li Ordi- 
« namenti de la iustizia del populo di Firenze per lungo tempo 
« quasi infermi sono giaciuti ; e ancora per le diverse tempestadì 
« di guerre , le quali da quinci a dietro ha sostenuto il populo di 



(4) Gvr. ViLLim , Vili , 68. 
(«) hUFior., pag. 58. 
(3) G. ViLLAwi , Vili , 74. 

AiCH. St. 1t. , Nuova S^ric, 



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18 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1S93 

<t Firenze , per le quali è convenuto a la giustizia essere sotto alta 
« iniqui tade ; iroperciò , per riformagione e fortezza de'detti Ordina- 
« menti de la iustizia, e per conservare la libertade del populo di 
« Firenze, ed a rompere la soperbia de V iniqui , la quale tanto è 
(( cresciuta , che più oltre , con occhi riguardando , non si puote 
« passare; per questa provveduta costituzione , provveduto è che 
(( i segnori Priori e '1 Gonfaloniere de la giustizia, i quali sono al 
« presente nell'officio , possano e a loro sia lecito , sieno tenuti e 
(T debbiano , il più tosto che potranno ele^ere uno buono , valente 
(i ed esperto uomo forestiere in Executore degli Ordinamenti de 
« la giustizia del populo di Firenze, di quello luogo e parte de la 
<t quale vorranno, ma non di Toscana; Toficio del quale duri dal 
« die della accettagione a le calendi d'aprile proxime seguenti. Il 
« quale abbia uno giudice di legge, due notai, e venti masnadieri 

« overo berrovieri forestieri , sìcome è detto E 

*< giuri il detto Executore , e la detta sua famiglia , quello die nel 
(( (fuale verrae a la cittk di Firenze , nella chiesa di Sampiero Sche- 
« raggio , overo ne la piazza de' Sonori Priori e del Gonfaloniere 
(( de la giustizia, osservare e fare osservare tutti gli Ordinamenti de 
« la giustizia , e conservare e mantenere in libertade il populo dì 
u Firenze , e difendere le persone miserabili e impotenti dalle 'ngiu- 
(( rie de'grandi e potenti , e tutte e ciascune cose fore , e con ef- 

c( fetto osservare , le quali spettano al suo oficio 

i< 11 quale Executore con ogni sollecitudine e studio sia tenuto e 
« debbia procurare e con effetto fare, che per h segnori Podestà 
« e Capitano del Comune di Firenze , e per loro indici e famiglia, 
(i li Ordinamenti de la iustizia sieno osservati e a compimento 
« mandati , in tutte e per tutte cose , sicome giacciono in ciascuna 
'( parte di quelli , e li ordinamenti de le Compagnie de la città di 
« Firenze , e li ordinamenti e provisioni de le leghe del contado 
'< e distretto di quello osservare e fare osservare. E se avenisse 
« .alcuna execuzione doversi fare con tra e averso alcuno overo al*- 
« cuni grandi de la cittade , contado overo distretto di Firenze , 
u per cagione d'alcuno excesso , overo maleficio , il quale si com- 
'< mettesse in persona overo cose d'alcuno popolare de la citta- 
K de , contado overo distretto di quello , ne' beni o de' beni di 
H quello grande ; allora il detto Executore chiami i preposti delle 
' Compagnie , i quali fossono per Io tempo , e a loro proponga 
'. V con loro deliberi quali Compagnie debbiano andare a quella exe- 



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PROEMIO 19 

« cuzione fare col detto Esecutore ; e quelle le quali deliberato sarae 
« per lo detto Executore e per li proposti , una o più overo tutte 
<r o la maggior parte dì quelle dovere andare a quella execuzione , 
« incontanente il detto Executore sia tenuto di fare richiedere per 
« banditore overo per messo , a suono di campana del populo , che 
« a casa del detto Executore vadano e traggano armati tutti di quelle 
« Compagnie , e in simi^iante modo vadano e traggano i predetti 
t preposti co le loro Compagnie. E che neuna Compagnia del sesto 
«r nel quale si dovrae fare la execuzione, allora sia richiesta overo 
« chiamata, né vada a quella execuzione se non per quello caso per 
« io quale fossono chiamate overo andassono tutte le Compagnie a la 
« execuzione ; e quelle chiamate e ragunate, il detto Executore co 
« la sua famiglia e co le dette Compagnie debbia andare personal- 
« mente al luogo dove si dovrà fare la execuzione nella città di 
« Firenze , borghi overo soborghi ; e quindi non si parta dMnfino a 
« tanto che la execuzione de la condannagione per la quale ande- 
a rae , fosse fatta e compiuta in tutte e per tutte cose , secondo 
<r H Ordinamenti de la giustizia (4) y>. 

Noi portiamo opinione che , a somiglianza di ogni altra legge fio- 
rentina di questo tempo, lo Statuto dell' Esecutore degli Ordinamenti 
di giustizia fosse dapprima latinamente composto ; ma per quanto 
si sappia, non conservasi di tale Statuto copia più antica (S) di que- 
sta che sta nel testo volgarizzato degli Ordinamenti di giustizia , 
stampato in molta parte dall'Emiliani Giudici (3). E che esso ci offra 
questa celebre compilazione qual'era dopo il 1324, e così che tutto 
il volgarizzamento non possa essere anteriore a questo tempo , già 
gli eruditi poteron conoscerìo da quanto ne fu stampato , ove la ru- 
brica 92 reca un ordinamento delFS di agosto di quelFanno (4). 

(4) Emù ARI Giudici, Storia politica dei Municipi tfaltam, ec. , Appmdice; 
pag.40S e seg. 

(8) La plt antica copia del testo latino l'abbiamo nei Codici che recano la com- 
pilazione degli Ordinamenti fatta nel 4343. 

(3) Giace fra la rubrica 93 e la 445 inclusive. 

(4} Stimiamo opportuno dare alcune notizie bibliografiche sulla parte tuttavia 
inedita di questo Codice che ha servito alla pubblicazione deli' Emiliani Giudici. La 
stampa comprende le prime 48 carte, e il Codice si compone di 75. 

a) Cap. 446. « Riformagione et àprovagione d'ordinamenti di giustitia et adi> 
« tione nuovamente fatti , ec. • (44 d'agosto 4307, ind. 5. } 

b) Cap.447. Addizione del 28 maggio 4309, ind. 7. 

e) Cap. 448. « Di pilgliare i grandi isbandili e condannati , avuta prima la li- 
«r cenza » Mutilo. 



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20 OnDlNAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

V. 

Quarta compilazione, del 4344. 

Nel parlare di quella che noi abbiamo chiamata terza raccol- 
ta o compilazione degli Ordinamenti di giustizia , toccammo pure 
letà (an. 4308) in cui ebbe luogo la congiura e la morte succes- 
siva di quel Corso Donati, che vide gran parte dei grandi seguitarlo 
nell'impresa audacissima; « perocché odiavano i popolani pe^ forti 
(( Ordinamenti della giustizia fatti contro a loro , i quali promettea 
(( annullare (4) )>. E così sempre usarono fare in Firenze, città Ono 
ab antico si discordevole , quanti adocchiavano insignorirsene; per 
cui non fa maraviglia vedere il popolo che di tratto in tratto non 

d) « Qui si cominciaoo certi Statuti et ordioamenti che apertengono istretta- 
« mente all'officio de' Segnori Priori de l'Arti et al Gonfaloniere della giustitia ad 
« osservargli et fargli osservare a vicario , podestà , capitano et Executore d'ordi- 
«( namenti di giustitia ; i quali facendoli observare , è grande honore delle persone 
« de' detti Segnori Priori et del Gonfaloniere, et sì all'anìoìa et sì al corpo, et stato 
« del€omune et del popolo di Firenze. Ne' quali Statati sì si dà forma ragionevole 
« proveduta con grande deliberatione : et lo tenore di questi cotali Statuti et OrdL- 
« namenti si è questo. In che modo gli uomini sbanditi et condannati si debiano 
«( trarre et cancellarsi de' bandi etcondannagioni. Come i pregioni si debbiano of- 
« ferere. Che lo Executore ritruovi le ragioni del Comune di Firenze. Che lo Exe- 
« cutore costringa et faccia ristituire alle vedove et pupilli et alli impotenti |K>»- 
< sessioni et loro beni occupati per certi potenti et spetialmente grandi. Che li 
« Segnori Priori et Gonfoloniere sieno contenti del loro salario et honestamente si 
« portino nel loro officio , senza altrui presentare overo essere presentati. In che 
N feste gli Segnori Priori et Gonfaloniere debbiano ofTerere. Et partendosi da la 
« forma de' detti Statuti et Ordinamenti , allora li muove volontade et spetialitade 
« più tosto che ragione et bene di Comune. Et acciò che neuno de' detti Priori et 
« Gonfaloniere in de le predecte cose possa opporre et iscusarsi per ignoranza , il 
« religioso et honesto uomo frate Lorenzo , converso della Badia di Settimo , ca- 
« marlingo della Camera dell'Arme del Palagio del popolo di Firenze , si gli à fatti 
« recare in volgare , si come di sotto si contiene : de' quali Statuti queste sono le 
« Rubriche ». Segue il rubricarlo. 1 capitoli sarebbero dieci ; ma poc'oltre il prin- 
cipio dell'ottavo lo Statuto rimane mutilo. 

e) Statuto come il precedente, ma con la data del marzo 4349. È assai più largo, 
come lo mostra l'esser diviso in trentuno capitoli. Il primo si avvolge intomo 
all'officio de' Priori e del Gonfaloniere della Giustizia. È intiero]; ma il rubricario 
è mutilo del principio. 

(4) Dino CoMPAGm, Ist.Pior., pag.73. 



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PROEMIO ii 

solo vuol mantenuti in vigore gii ordini antichi , ma di nuove cau- 
tele gli afforza (4). Ma ninno ci presenta la storia, fra quei lusinga- 
tori dei grandi, né più audace né più sleale del Duca d'Atene (2). 
Bene è noto com' ei fosse dapprima incitato a romper gU Ordini della 
giustizia per sodducimento e conforto quasi di tutti i grandi di Fi- 
renze, spezialmente di quelli delle possenti case de' Bardi, Rossi, 
Frescobaldi, Cavalcanti, Bondelmonti, Adimari, Cavicciuli, Donati, 
Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi (3); e come ad essi s'accostassero, 
tra i popolari, i Peruzzi, gli Acciaioli, i Bonaccorsi, gli Antellesi e 
i loro seguaci, a per cagione e male stato delle loro compagnie, per- 
« che il Duca gli sostenesse in istato , non lasciandogli rompere, né 
« stringere a pagare i loro creditori (4) ». Ma Gualtieri, nella sera 
dei 7 settembre 4342, « saramentò in sul messale, che conserve- 
« rebbe in sua libertà il popolo e l'uficio de' Priori, e gli Ordini della 
« giustizia (5) )) : inutile promessa , perciocché gridato sign<»*e a vita 
nella mattina seguente , a fu tolto per certi grandi il Gonfalone e il 
« Kbro degli Ordinamenti della giustizia sopra i grandi (6) ». Così que- 
sta fondamenta! legge della Repubblica fiorentina cadeva, senza che 
tornasse a rivivere dopo la cacciata dell'abbominevole tiranno , per la 
ragione manifesti^ima , che essendosi il felice evento operato per 
l'accordo di tutti gli ordini che seco addusse in principio l'accomu- 
namento degli uffici , non poteva esser nella parte popolare tanto di 
vigoria da riprendere in un subito l'antica preponderanza. Se non 
che la concordia tra popolari e magnati non andò guari che si mutò 
in nimistà e dissensioni cotanto manifeste, da trascorrere gli uni e 
gli altri ad ostilità ; le quali come riuscirono alla perfine alla vitto- 
ria del popolo, cosi, per necessaria conseguenza,, fecer rivivere gli 
Ordini della giustìzia, non. senza però che lievemente fossero cor- 
retti Di questo mutamento fece ricordo Giovanni Villani, che lo 
narrava con queste espresse parole. 

(4) Dino Compaghi , hi. Fior. , pag. 73. 
(2)' Gio. ViLLAKi , Cron, , Xll , 1. 3. 
(3) Ivi, Cron., Xll , 3. 

(4} Ivi , loc. cit. 

(5) Ivi , loc. cit. 

(6) Ivi, loc. cit. ~ Marchionne di Coppo Stefani ; hior, Fior.y Vili, 556) 
così s'esprìme ; « Fatte le predette cose , subito i Prìori , che solieoo sedere nel 
m luogo loro preminente del Palagio , furono messi neU' infimo luogo , cioè nella 
« Camera dell'Arme ; e preso il Gonfalone della giustizia , e l'Ordine d'esso ufi- 
« ciò , e stracciato , e guasto ogni ordine ». Il Machiavelli dice chiaramente , che 
fu stracciato il Gonfalone. 



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22 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL i293 

« Riferma la città di Firenze a signorìa del popolo , come detto 
M avemo, volendo il popolo rifare gli Ordini della giustizia centra i 
« grandi, i quali aveva annullati il Duca, e poi Tuficio de' qua t- 
» tordici, com'è detto addietro; gli ambasciadori di Siena e quegli 
« di Perugia e 1 conte Simone , che a ogni nostra fortuna e ferì- 
(( colo ci aveano soccorsi e difesi, e col loro buono consiglio rifor- 
(( mata la città a signoria del popolo , per amore e grazia decloro 
» Comuni e di loro medesimi , e per bene e pacìfico stato del pe- 
ce polo e comune, e contentamento in alcuna parte de' grandi che 
(( voleano bene vivere, addomandarono al popolo due petizicmi: Tuua, 
« che i capitoli degli Ordini della giustizia , dov'era la rigida cru- 
(( deità, che i buoni uomini grandi consorti de' malfattori portassono 
<^ la pena de' loro malificìi , sì corrodesse : l'altra, che certe schiatte 
c( di grandi meno possenti e non malefichi si recassono ad essere 
u del popolo. Le quali petizioni furono esaudite in parte, come 
« diremo appresso , e fermate per li consigli dì 25 d'ottobre i 343. 
<c Prima, dove diceva l'Ordine della giustizia, che dove il malfattore 
<r de' grandi facesse malificio contro la persona d'uno popolano, 
(( oltre alla sua pena, tutta la casa e schiatta pagasse al Comune 
a lire tremila ; si corresse , che non toccasse se non a' suoi pressi- 
« mani propinqui, se non infino nel terzo grado per diritta linea; 
ce e dove mancasse il terzo grado , toccasse al quarto; con patto, che 
« dove e quando rendessono preso il malfattore, o l'uccidessono , 
« riavessono dal Comune le lire tremila ch'avessono pagato. Tutti 
« gli altri Ordini della giustizia rimasene nel primo loro stato (4) n. 
Delle cose narrate in questo luogo dal Cronista rimangono gli 
autentici documenti, ond'ebbe qualche sentore il padre lldefonso (2): 
e a noi avvenne di trovarli (con la provvisione stessa dei 25 ot- 
tobre 4343, per cui gli Ordinamenti di giustizia eran chiamati a 
rivivere) in due codici membranacei, da capo a fondo esemplati 
forse contemporaneamente. Ed uno di essi è quel medesimo che al 
padre lldefonso parve recare il testo della primitiva compilazione 
degli Ordinamenti del i293 (3). Di questa che chiameremo compila- 
li) G. Villani, Cron,, XII, 23. 

(2) DeUzie degli eruditi toscani , XIII , 489 , 305. 

(3) Egli lo cita sotto il n.<» 42 nel l'Archi vio delle Riformagioni ; e veramente 
trovavasi nel volume '42 de' Capitoli, donde oggi è stato tolto per riporlo nella 
ser4e degli Statuti , dandogli per compagno l'altro già segnato di n.® 4 nella clas- 
se II , distinzione I. 



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PROEMIO - 23 

ztone quarta , a darne V idea più compiuta che si possa , stimiamo 
prezzo delUopera di qui soggiungere il rubricano. 



I [An. 4293, 48 di gennaio.) De sotietote, unioDO et promissione et 

iuramento Artium infrascrìpto ordinamento expressarum. 

II. Quod promissiones, conventiones et posture, monopolia, obliga- 

tiones et iuramenta per Artes non fiant nec observentur. 

lu. De electione et ofitio dominonim Priorum Artium. 

iiu. De electione et offitio Vexilliferi iustitie et mille peditum. 

▼. De pena tractantinm seu preces porrigentium super electione Pote- 

stà tis , Capitanei, Priorum seu Vexilliferi iustitie. 

VI. De penis imposi tis et ordinatis contra magnates ofifondentes popu- 

lares. 

▼0. De pena magnatis capientis aliquem popnlarem. 

riu. De puniendo magnatem qui ceperit aliquem popularem contra suam 

voluntatem. 

Tmi. De pena magnatis rapientis aliquam mulierem. 

X. Quod Ordinamenta iustitie non habeant locum in oflensionibus popu- 

larìnm se inmiscentium in rìxis magnatum. 

XI. Quod Ordinamenta iustitie non babeant locum in oCfensis factis per 

doralnum vel dominam magnatem in famulum vel famulam. 

XII. De penis magnatum inferentium violentiam , turbationem vel iniu- 

rìam in domibus vel terris vel possessionibus popularium. 

xiu. De pena magnatis rem inmobilem in qua popularis fiierit consors 

ementis vel acquirentls. 

xun. De iuribus non acx[uirendis per magnates in bonis inmobilibus po- 

pularium occasione fideiussionis , nisi certa solempnitate servata. 

xT. De pena popularis per magnatem offensi vel iniuriatl non denuntian- 

tis iniuriam vel offensam. 

IVI. De modo procedendi super falsis et calumpniosis accusationibus et 

denuntiationibus et falsis testibus. 

xvD. De arbitrio Potestatis et Gapitanei contra magnates verba iniuriosa 

dicentes. 

xvm. Quod magnates non accedant ad consilium domini Gapitanei. 

xvioi. De accapto non faciendo per aliquem magnatem condempnatum. 

XX. De satisdationibus magnatum civitatis et comitatus Florentie. 

XXI. De satìsdatione magnatum infra certum tempus facienda. 

ixii. Quod prò magnatibus se excusantibus vel defendentibus a sodamen- 

tis , vel non sodantibus , cogantur eorum proximiores satisdare. 
ixiu. Quomodo magnates qui offenderent vel offendi fàcerent Priores vel 

Vexilliferum iustitie vel eorum notarium puniantur. 
xxmi. De exbannitis vel condempnatis non rebanniendis nisi certo modo. 
XIV. De magnatibus qui condempnabuntur vel exbannientur prò offensis 

popularium non rebanniendis. 
iiTf. De occupantibus possessiones et bona roonasteriorum , clericorum 

vel hospilalium. 



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24 



ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 



XXVIII. 
XXYIIll. 



XIX. 

XXXI 

XXXIl. 

XXXllI. 

XXXIlll. 

XXXV 

XXXVI 

XXXVII. 

XXXTUI. 
XXXVIIII. 

XL. 

XLl. 

XLIl. 
XLIII. 



XLV. 
XLVI. 
XLVll. 
XLVIII. 
XLV 1111 



Lll. 
LUI. 



Lini. 



Quod illi qui condempnabuntur prò baracteria quam conmicterent 

contra Commuoe Florentie de cetero non pòssint habere offitium 

a CommuDi Florentie. 
De alienigenis Don admicleDdis ad advocationes. 
Quod contra processus et senlenlias qui et que fierent auctorìtate 

prediclorum Ordinamentorum , non possit appeliari vel de nul- 
li tate, opponi. 
Quod magnates teneantur prò coniunctis eorum condempnatis. 
De deveto ofiilialium forensium. 

De sindicatu Priorum et Vexilliferi iustitie ac scribe ipsorum. 
De compensatione non facienda alicuius condempnatioDis, et probibi- 

tione facta Prioribus et Vexillifero iustitie. 
De generali conclusione et observatione predictorum Ordinamen- 
torum. 
De iuramento per Potestatem , Capitaneum , Priores et Vexiìliferum 

super observatione Ordinamentorum iustitie prestando. 
{An. 4293, iO d'aprile,) Ordinamenta Iustitie ad fortificationem alio- 

rum Ordinamentorum iustitie. 
De restitutione vel emendatione non facienda de rebus et bonis de- 

vastatis per Executorem Ordinamentorum iustitie. 
De privilegio , benefitio et immunitate Vexilliferi iustitie. 
De electione mille peditum , magistrorum et picconariorum et ban- 

derariorum, et de aliis ad predicta facientibus. 
Quod populares non vadant vel morentur , tempore alicuius nimoris , 

ad domum magnatum. 
Quod magnates non sint de aliquo Consilio domini Gapitanei vel de 

Capitudinibus. 
De consiliariis Vexilliferi iustitie eligendis et babendis. 
I>e famìlia domini Potestatis vel Gapitanei habenda, prò distingaendis 

peditibus iustitie. 
Quod inermes se non inmisceant cum peditibus Iustitie armatis , 

tempore rumoris. 
Quod signa sextuum apponantur in banderiis peditum Iustitie. 
De quingentis peditibus eligendis in quinque plebatibus comitatus. 
Quod mille pediles per sexlum eligantur. 
De salario et remuneratione peditum comitatus. 
Quod ultra numerum duorum milium peditum Iustitie alii duo milia 

pedites ex popolaribus tantum civitatis Florentie eligantur. 
Quod arcatores et balistarii habeant eorum insigna. 
Quod insigne sextuum dissimilentur. 
Quod numerus peditum defuntorum restauretur. 
Quod apothece civitatis firmate teneantur die qua Vexillifer iustitie 

ibit ad aliquem locum prò suo olBtio exercendo. 
Quod magnates die qua Vexillifer iustitie ibit ad aliquem locum prò 

suo offitio exercendo , non vadant ad locum in quo erit dictus 

Vexillifer. 
De deveto Priorum et Vexilliferi iustitie et arbitrorum. 



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PROEMIO 



S5 



LVL De pena teetìum per populares oontra magnates Inductoram. 

ITU. De traugttia per populares magnatibus prestandis. 

Lvni. Quod capitula et ordinamcnta dantia et concedentia prìvilegium et 

immunitatem Prioribus et VezilUfero et eorum notariis , obeer- 

yentur cum effectu. 
LTDO. Qaod exbanaiti a quocumque et quomodocumque impime possint 

offendi* 
Lx. De pena oonmiclentium falàtatem Yel prodìtioDem seti frauden io 

custodia castrorum seu in offitiis Gomnmnis Florentie. 
Lxi. De terris et possesaionibus et bonis comitum positia In comitatu 

Florentie allibrandis. 
De licteiia Tel nunptiis non mictendis ad inimioos Cooinnmia Flo- 
rentie. 
De pace cum inimicia Communia Florentie sine TOluntate Commiinis 

non tractanda. 
Quod flant sindici populorum dTitatia et plebatus comitatus , baben» 

tes plenum mandatum ad infrascripta. 
LXT. Quod omnes popularet a xnn annis sapra et a lzx infra ikciant se 

scribi in sindicatilms populorum , ezceptis magnatibus. 
Lxn. Quod sindici populorum et plebatuum requisiti a populari oflbnso 

Tel alia persona , cum bominibus populi seu plebatus quos se- 

cum Toluerint , teneantur eos iuTare coram Potestate et Gapita- 

neo , ita quod ofltensus remaneat et ofTensor puniatur. 
LZTii. Quod sindici populorum et plebatuum sint de melioribus et poten- 

tioribtts popularibus. 
LXTni. De obsenratione quanmdam proTisionnm, declarationum et additio- 

num noTlter super Ordinamentis iustitie editarum , et de pena 

imposita centra non obserrantes eas, 
Lxrnu. De generali conclusione et obserTatione predictorum Ordinamento- 
rum. 
ULX. ( Jn. 4295 , uMmo de mano. ) Incipimit Qrdinamenta iustitie edita 

circa ea que obserrari et fieri debent per Vexillilèrum iustitie 

et pedites iustiUe. 
Lsxu De modo et forma quem et quam obserrare debent in eundo, stando 

et redeundo Veziìlifer et banderarii et pedites iustitie. 
Lxxu. De biis qui debent esse circa Vexillilèrum iustitie » et qui precedere 

debent. 
Lxxm. De ordine sextuum in eundo et redeundo prò executione flenda. 
Lxxiui. Quomodo balistarii et gialdonerii et paTesarii debeant precedere ban- 

derias. 
LzxT. De ordine qui obserrari debet per banderarios. 
LXXTi. Qualiter debeant consìgnari per banderarios peditea sue banderie , 

et negligentes punirL 
Lxxvn. De modo obserTando per pedites Iustitie in commedende et bibendo. 
ucxrm. Quod peditea unius sextus non Tadant ad postam alterlus sextus. 
LxxTmi. Quod nuUus qui non sit de peditibus Iustitie se immisoeat ipsis pedi- 

tibus. 

Amen. St. It. . Nucpa Serie. 4 



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26 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

Lxxx. Quod in qualibet banderia sit unum soudettum de armls baDderarii. 
Lxxxi. Quod Vexillifer iustitie examinet primo , quantum debeat destrai 

de bonis malefàctorìs. 
Lxxxiu Quod iudìces causarum civilium die ezecutionis non sedeant ad iura 

reddenda , set intersint ezecutioni predicte. 
Lzxxiu. Quod milites Potestatis solicitent et curam babeant circa pedìtes Iusti- 
tie et destrutionem bonorum malefactoris. 
Lxxxuii. Quod Vezillifer iustitie possit imponere penam peditibus eidem non 

obtemperantibus. 
Lxxzv. Quod VezUlifer iustitie babeat baliam tenendi secum prudentes Tiros 

in executione predicta. 
Lxxzvi. Quod quilibet banderarius babeat secum duos consiliarios et duca re- 

stringitores, 
Lzzxvii. (ili». 4894» 3 agosto») Incipiunt reformationes et provisiones contra 

magnates. 
LzzzTiii. Quod consortes magnaturii in certo gradu solvant condempnationem 

certo termino. 
Lxzxviiu. {Àn, 4300 , 40 novembre.) De eadem materia. 
Lxxxx. (An, 4306 , 40 mano.) Quod coniuncti magnatis condempnati cogan- 

tur solvere condempnationem , et inde condempnari et ezban- 

nìri debeant. 
Lzzxxi Quod magnates non ferant arma probibita , nis! certo modo. 
Lxzxxu. {An, 4297 , 24 mano,) Quod infrascripta sint Ordinamenta iustitie , 

* nec possint tolli vel interpetrari. 
Lxxxxiii. Qualiter magnates teneantur ad solvendum unus prò alio. 
Lxzxxuii. Qiiod privilegia Priorum sint firma ubicumque scripta reperiantur in 

statutis vel reformationibus. 
Lxxxxv. (in. 4304 , 30 maggio.) De non reflrmandis offlUalibus vel eligendis 

infra decennium. 
Lxzxxvi. Quod statuta loquentia de sindicatu regiminum observentur. 
Lxxxxvii. De renovando eztimum de quadriennio in quadriennium. 
Lxxxxviii. (ili». 4306, 23 dicembre.) Provisiones circa electionem et offltium 

Executoris Ordinamentorum iustitie. 
Lxxzxviui.De elecUone , offitio et salario et familia et sindicatu dicti Ezecutoris. 
e Quod Executor faciat ezecutioni mandare condempnationes latas con- 

tra magnates. 
CI. Quod Potestas et Capitaneus teneantur recipere accusationes et denun- 

tiationes contra magnates clam et palam , et de modo et forma 

procedendi in eiadem. 
cu. Quod ea que dudum pertinebant ad Vexilliferum iustitie , pertineant 

ad Ezecutorem. 
CUI. De pena peditum et gon&loneriorum qui non fuerint reperti in loco 

ezecutionis. 
cuti. Quod Ezecutor teneatur consignari et scribi fiicere Potestati etCapi- 

taneo et eorum iudicibus famìliam et equos et stipendiarìos, et 

punire defectus. 
ev. De pena Executoris permictentis magnates ingredidomum suam, et 

pena ipsius magnatis. 



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PROEMIO 



27 



CTI. Qnod Executbr debeat sindicare Potestatem et Capitaneum et alios 

offitiales. 
crii. Quod Executor possit cognoscere de baracterìis^ fraudibas et folsi- 

tatibus. 
arm. De pena eligentis aliquem de sua stirpe ad aliquod offitium. 

CTiiu. Qaod Executor possit et debeat cognoscere de illicite acceptis ab 

offitialibus, et [de] modo cognoscendi. 
ex. Qaod Potestas teneatur. dlrui facere domos in quibtis fuerìt congre- 

gatio armatorum, et de pena conmictentis predicta. 
cu. Quod Executor denuntiet Potestati et Capitaneo ad pelitionem cuius- 

cumque , quod obseryent statuta, ordinamenta , provislones et 

reformationes, et quod magnates non intrent palatium Potestatls. 
cxn. De pena exclamantis in Consilio vel parlamento seu coadunatione , 

et facientis tractatiun sine Hcentia Communis. 
cxni. De Consilio generali fiendo quolibet mense in domo Executoris. 

cxnif. De pena popularis qui interfuerit ubi tractaretur aliquid cantra pò- 

pulum Florentinum. 
ex?. De pena popularis sotiantis magnatem ad malleficium conmictendum. 

CITI. Quod predicta statuta vendicent sibi locum tantum ad futura. 

cxm. Conclusio general is , quod predicta sint Ordinamenta iustitie. 
cxTtn. Un- 4307, 24 mano.) De deveto o^tialium forensium. 
Gxnui. (iifi. 4340, 23 éUcenUfre,) Alia reformatio continens 
exx. Quod opposilio contra magnates qui non satisdederint tempore re- 

troacto , non admictatur si satisdederint tempore contento in 

dieta reformatione. 
cxxi. (An. 1345 , 9 dicembre,) De eodem. 

cxm. Quod nulla exceptio admictatur contra processimi qui fieret contra 

magnatem ofTendentem popularem. 
cxxm. (iln. 4349, 49 gennaio,) De deveto magnatum condempnalorum per 

Ordinamenta iustitie. 
cxxmi. Qualiter Executor procedat super instrumentis productis ad defen- 

sionem bonorum magnatum. 
cxxv. (An, 4323, 42 aprile,) Qualiter procedatur contra consortes magna- 
tum declinantium iurisdictionem Communis Florentie. 
cxxTi. (iln. 4330, hk giugno.) Provisiones contra ferentes arma ofifensibilia. 
cxxru. [An. 4323, ultimo di settembre.) Contra oiTendentes Prìores et Vexil- 

liferum et gonfalonerios , et eorum privìllegium armorum. 
cxxna. De pena magnatis facientis congregationem. 
cxxTim. De non admictendis exceptionibus magnatum contra testes populares. 
cxxx. Quod condempnationes magnatum non possint eximi nìsi per solutio- 

nem condempnationis. 
cxxxi. Conclosio. 
CTTm {An. 4334 , 40 maggio,) De deveto offitialium et pena eorum qui pro- 

curant refirmari vel eligi ad idem vel aliud olficium. 
cxxxm. (An, 4344, 8 d^ ottobre.) Contra lùagnates recipientes potestariam vel 

offitium vel stipendium extra districtum Florentie (4). 

(i) Qattto capitolo fa pubblicato dal padre lldefonso , Delizie degli eruditi totea- 
mi, xni, 9g5-3oo. 



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28 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

cxxiiiii. De pena magnttis inmictentis ignem in res popularis, Tel res per yìo- 
lentiam derobantis (4). 

cxxxT. Gorrectio statuti seo ordinamenti positi sub rubrica : « Quod prò ma- 
gnatibus se excusantibus vel defendentibus a sodamentis, etc. » (2). 

cxxxvi. Incipit provisio per quam cassa sunt omnia et singula fàcta et edita 
per fratrem Angelum episcopum florentinum, et etiam per Ducem 
Athenarum , contra Ordinamenta iustitìe ; et continet refortifica- 
tiones Ordinamentorum iustitie , et quod ordinatur circa dictam 
materiam. Die xxv mensis octubris mgccxlui , ind. xii , in Con- 
silio domini Capitanei et populi , etc. , firmate fuerunt provitio- 
nes infrascripte , etc. ; quarum tenor talis est (3). 



VI. 

Quinta compilazione, del 1378. 

1 lettori avranno senza meno appreso per le cose finora espresse, 
come sia lungi da ogni nostro divisamente il presumere di trattare 
degli Ordini di giustizia à modo di storia, e come invece tutte le 
nostre sollecitudini siano circoscritte a commettere alle carte tal 
notizia bibliografica qual riuscir possa la più compiuta ed esatta pos- 
sibilmente. Lo che portiamo fiducia varrà ad iscusarci appresso loro 
se ne richiamiamo Fattenzione ad un manoscritto (4), mutilo sì, ma 
pur ragguardevole , avvegnaché ci esibisca una miscellanea di prov- 
visioni fermate contro i magnati in vari tempi. Ben è vero, che molto 
di buon grado ci rimarremmo dal far parola dì qualunque di esse si 
trovi in questo numero e che porti scritta data anteriore al 4343, 
anzi di quelle stesse divulgate in cotale anno ; bastando all'assunto 
presente il non tacere delle rimanenti, che vennero via via ad af- 
forzare i primitivi Ordini di giustizia, e che spettano ai 13 agosto 
e agli 8 d'ottobre 4344, agli 14 e 12 giugno 4349, e finahnente 
ai 17 agosto 1354. Delle provvidenze su cui versa ciascuna di 
esse non gioverebbe far ricordanza speciale, tanto più che molto 
ci stringe U bisogno di venire ad una materia di maggior momento 

(4) Pubblicato come il precedente, locdU, pag. 300-4. 

(2) Anche questo pubblicato, loccit, pag. 302-5. 

(3) Come i precedenti, Ioc.d(.,pag. 289-95. 

(4) E un grosso Zibaldone che contiene provvisioni e frammenti di provvi- 
sioni dal 4S74 aH465 ; e conservasi nell'Archivio Centrale di Stato , fra le carte 
della Repubblica. 



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PROEMIO 29 

per il tema ohe ci occupa. Perciocché, sia pure che la potensa dei 
grand] nel 43 provasse crollo fierìssimo, e rimanesse come estinta; 
con questo ancora, che gli statuti che alle loro soverchierie e oltra* 
cotanze si opponevano avessero col seguitare de' tempi riferme sem- 
pre nuove : non pertanto vuol ritenersi che, nel 4354 seguente, l'or-* 
dine magnatizio si rivendicasse in autorità grandissima (4) , e ohe 
nel 1358 dì poco discosto fosse d'uopo ad infinenario por mano a 
(piella provvisione molto decisa , ondfe si aggiunsero due di popolo ai 
capitani di parte guelfa , e si volle il voto concorde di tre popolari 
a vino»^ qualsiasi deliberazione (2). Ma non fet questo lo stato 
ebbe riposo; perocché invece ogni dì più, per gli umori interni e 
corrotti , le cose precipitavano a rovina estrema , tantoché non sem- 
brava a qualunque prudente uomo nel 4378 vi fosse possibil rime- 
dio ad addur sicurezza nella città , quando Salvestro d'Alamanno 
de' Medici , cui forte gravavano le inique ammonizioni della parte, 
propose quasi tentativo estremo e disperato, nell'assemblea pubblica 
ai 48 giugno, si richiamassero in vigore gii Ordini di giustizia (3). 
E il nostro manpscritto ha la domanda che venne porta nel d\ se- 
guente dai popolari ed artefici a questo stesso intento, e che riuscì 
ad una restituzione degli Ordinamenti solo per un anno (4) : ma la 
rivoluzione cominciata una volta , e che si chiuse coUa sommossa 
de' Ciompi (20 luglio), procedeva bene a gran passi, tantoché solo 
cinque giorni appresso era vinta una congenere deliberazione, dataci 
pur c(uesta dal manoscritto che togliemmo ad esame; la quale sta- 
tuiva che per il ventennio intiero che seguiterebbe, tornerebbero a 
rivivere e ad aver osservanza i predetti Ordini della giustizia, in 
qndla stessa interezza che avevano nel 4354. 



VII. 

Compilazioni dd^ secolo XV, 

Noi confessiamo che le ricerche fin ora fatte negli Archivi che 
ci sono conunessi, nulla ci fruttarono di nuove provvisioni attinenti 

(4) MiLiciaoiniB di Coppo Stefani, bt. Fior, , IX , 665. 

(5) M. ViLLAai , Cr<mka , VIU , 32. 

(3) Marchiohiib di Coppo Stepahi, Iti, Fior*, X, 789.-* Givo C apposi, Tmt 
mmUù M Ciampi; in Mueat., H.LS., XVUl, 4405. 

(4) Vedasi su di ciò , MarcbIoriie di Coppo Stefani , UU Fior,^ X 1 190. 



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30 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 

agli Ordinamenti di giustizia per tutto il tempo seguente, che sta tra 
il ricordato anno 1 378 ed il 4 400. Tuttavolta non par da tacere di 
due Statuti manoscritti del nostro Archivio di stato, senza dei quali 
riuscirebbe a gran lunga imperfetta ogni ulteriore trattazione isto- 
rica deirargomento prefìssoci, anzi la sua stessa disquisizione biblio- 
grafica; osservandosi come Funo e Taltro porgano bella ed opportuna 
materia a parlare degli Ordinamenti di giustizia durante il secolo XV. 
Certo non hanno i due manoscritti onde si parla pari importanza; 
ma checché sia di ciò, pensiamo possa riuscir utile il riconoscere 
nel più moderno pel tempo, che quei medesimi Ordinamenti di giu- 
stizia che Bartolommeo Volpi e Paolo da Castro modificavano ed inse- 
rivano nel generale Statuto di Firenze datoci per loro latinamente 
nel 4445, abbiansi fatti volgari, al modo stesso di tutto lo Statuto, 
circa quella medesima età. Che se tale avvertenza potesse mai tor- 
nar meglio gradita a filologi che a storici e giurisperiti, ben ci. af- 
fidiamo che a' secondi riuscirà più profittevole il conoscere non essere 
stati il Volpi ed U Castrense cobro pe' quali primamente gli Ordini 
di giustizia vennero a formar parte dello Statuto generale del Co- 
mune. O fosse volere espresso di chi reggeva , od altrimenti indivi- 
duale giudizio di Giovanni da Montegranaro; fatto è, che questo giu- 
reconsulto eletto nel 4408 a rivedere ed assettare lo Statuto della 
nostra Firenze , assegnò luogo nell^ultima parte di esso agli Ordma- 
menti di giustizia. Che se di questo non trovasi ricordo presso co- 
loro che presero a scrivere, sia di proposito sia incidentemente, de41a 
giurisprudenza fiorentina , vuoisene chiamare' in colpa il medesimo 
antico giurista ; avvegnaché per aver tratto nella compilazione com- 
messagli il troppo ed il vano, e per avere usato nello scrivere oscu- 
rità di parole niente comportabile, fece sì che quel suo Statuto in- 
credibilmente voluminoso rimanesse senza pubblica sanzione, e per- 
ciò giacesse come ignorato nei nostri Archivi (4). Ed è perciò che non 
può sembrar vano il farlo conoscere, almeno in quella parte che at- 
tiene agli Ordini di giustizia , potendo (se non altro) ciò riuscire ad 

(4) Vedasi intorDO allo Statuto del Montegranaro il Salvetti , Antiquitates 
Plormlinae iurisprudenUam Elruriae iUustrantes iuxta SUUitti ordwem digestae 
(Florentiae , 4777) ; pag.53 e 54. Errò peraltro il Salvetti chiamando Bartolom- 
meo il nostro giurista. — 11 codice poi originale , in fol. , membranaceo , scritto a 
due colonne , di carte 442 , si conserva fra gli Statuti del Comune di Firenze , 
nell'Archivio Centrale di Stato , e porta in fine le sottoscrizioni dei due notati 
che ne furono gli amanuensi , e queUa dello stesso Giovanni del fu Giorgio Maro» 
chino da Montegranaro . 



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PROEMIO 34 

una vera curiosità bibliografica : al che gioverà il soggiungere a 
questo luogo, quali si hanno testualmente, il breve proemio e l'in- 
tiero rubricano. 



INCIPIT VORA COLLATIO DB OftDIRAIIBRTIS lOSHCIE. 



Ad laudem et reverentiam omnipoteDtis Dei et beate et gloriose virginia Ma- 
rie, beatonim appoatolorum PetrietPauli, et beatorum lohannis Baptiste , Ze- 
Dobii, Victoris, ^rnabe, et sancte Riparate, protectorum et*gQberDatorum Com- 
munis et populi Fiorentini , et tocius celestis curie triumphantis ; amen. Et ad 
honorem et gloriam sacrosancte romane Ecclesie , et sanctissimi in Chriato patria 
et domini , domini Alemindri divina providentia pape Quinti, Pisis creati, anno 
primo , et tocius collegii cardinalium : et ad exaltationem , gubemationem et 
manutentionem et augmentum Gommunis et populi Fiorentini et totius provintie 
fiorentine , et civium et popularium eiusdem. Et ad honorem et exaltationem 
et manutentionem et augmentum status popularis et Guelfi , et omnium civium • 
popularium et guelfonim civitatis predicte. Et ad honorem , trìumphum et exal- 
tationem et augmentum sacrosancte , victoriosissime et inconvincibilis Partis 
Guelfe civitatis predicte et totius eìus teritorii. Ordinamenta , statuta et provisio- 
Bes ioÀtitie incipiunt, quorum observantia et executio Executori Ordinamene 
tonim iustitie et aliis rectoribus forensibus et aliis quibuscumque civitatis pre- 
dicte prìncipaliter pertinet et spectat , prout in eis et quolibet eorum singula- 
riter disponetur. 



De offitio , potestate et balia Executoris Ordinamentorum iusticie. . 

De modo tenendo quando gravaretur alìquis offlcialis Communis Florentie ab ail- 

quo etiam superiore non electo a Communi Florentie. 
De ofBtip domini Executoris super ohservandis statutis De devetis domini Po- 

testatis et Gapitanei. 
De inveniendis iuribas et iurisditionibus Gommunis Florentie, et balia Executoris 

super predictis. 
Quod Executor Ordinamentorum iustitie non apponat clausulam Propter quod etc., 

nisi ut sequitur. 
Quod vacante oifitio Potestatis , Executor exercehat olScia, et sibi presententur 

bapniti et delinquentes. 
Quod raagnas de civitate Florentie vel eius comitatu , civis civitatis Yulterrane 

offendens popularem Vulteranum, puniatur per Executorem Ordinamentorum 

iustitie. 
Quod ambaxiatores Communis iurent et promictant coram Executore. 
Quod rectores forenses inquirant si offlciales eorum exeroent officium ut debent. 
De fiindicatu officialium comitatus et distr ictus Florentie. 
Vacante olStio iudicis gabelle Communis Florentie , Executor possit recare 

satisdationes et promissiones ofiBcialium dicti Communis. 
Quod Executor debeat sindicare Potestatem, Capitaneum populi , et alios offlcia- 
les Communifl Florentie. 



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32 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 

Vacante officio Execatorìs, Potestas sindicare debeat officiales tbrenses etchres 

qui debérent per Executorem sindicari , et alia facere que incomberent 

oflBcio dicti Executoris. 
Quod dominus Executor sindicare debeat Dominos Priores et Velisiferum iusti- 

tie , et eorum notarium. 
Quod Domini Priores et Velisifer iustilie, Potestas, Gapitaneus et Executor iurent 

observare Ordinamenta iustitle. 
Quod Executor fieri faciat executìones sententiarum latarum centra magnates. 
Quod Executor possìt oognoacere de baratariis , fraudibus et fiilsitatibua. 
Quod Executor debeat cognoscere de illicite acceptia ab offlcialibus et contr» 

recìpientea oifitia Gommunis indebite , et de modo oogno8cendì« 
Quod Executor denuntiet Potestati et Gapitaneo observantiam Ordinamento- 
rum. 
Quod ea que pertinebant ad Velisiferum iustitie circa certas executìones, perti- 

neant ad Executorem. 
De Consilio fiendo quolibet mense in domo Executoris. 
De arbitrio Executoris centra populares qui interfùerlnt ubi tractaretur aliquid 

centra populum Florentinum. 
Quod Velisifer iustitie làciat observari Ordinamenta iustitie. 
De societate , unione et promissione et iuramento Artium et artiflcum aeptem 

maiorum Artium , et scioperatonim , et quatuordecim minorum. 
Quod fiant sindici populorum civitatia et plebatuum comltatus ad promicten- 

dum infrascrìpla. 
Sindici predicti/ requisiti a populari oflfenso vel alio, teneantur eùm luTare co- 

ram Potestate yel Gapitaneo. 
Quod conventiones, posture et monopolia non fiant per Artes. 
Qui intelligantur magnates. 

Quod comites Guidones, comitea Alberti et libertini tracteninr ut magnates. 
De modo tenendo per Dominos Priores et Velisiferum iustitie quando eia expo- 

neretur querela per aliquem offensum. 
De causis propter quas populares possnnt fieri magnates -, de modo tenendo, et 

etiam de magnate faciendo supra magnatem * qualiter procedi debeat. 
Quod diete petictiones possint dari notarlo Dominonim vel colaterali Potostatis. 
De modo et forma feciendi magnates coniunctos illorum qui bomicidium conn 

misserint in platea Dominorum vel Mercato noTO. 
Quando et qualiter et propter quod fiant magnates consanguinei oomitatinl oc- 

ddentis civem. 
Quod popularis commitatinus, adherens se brigbe alterius , poasit fieri magnaa. 
Quod offandentes Dominos et GoUegia sint magnates. 
Existentea in consorteria in comitatu a sex supra oifendentea cives, efflciuntur 

magnates omnes , nisi etc. 
Quomodo et qualiter descendentes oCfendentis aliquem de GoUegiis poaslnt fieri 

magnates. 
Quomodo coniunti eorum qui fuerint condempnati quod fecerint centra statum 

et non servaverint confinia , possint fieri magnates. 
Licet quia fuerit factus magnaa , dieta deliberatio non fecit indiciom ad crimen. 
Qualiter et propter quod magnates iniuriam facientea popularìbua fiant supra 

magnates. 



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PROEMIO 33 

lofrascripte fiunt domus nobilium et potentum qui debeat securare prò ma- 

gaalibus et nobilibus sicut alii magnates , ut infra proximo capitulo De se- 

curìtatibus ab eis prestandis cootinetor. 
De securitatibus prestandis a mag;Datibu8. 
Licet noa ftierit servata forma supra tradita in satlsdatioDìbus prestandis per 

magnates , tamen sic intelligatur fàcta prout supra dicitur. 
De pena magnatom reducentium prò magnate aliquem de aliqua domo de qua 

non censeatur. 
Quod omnes magnates /licet non reperiantur supra descripti , tamen teneantur 

satisdare ; et prò eis teneantur eius coniuncti. 
Quod oppositio contra magnates quod non satisdederint tempore debito quando 

admitatnr; et de satiadatiooe infra eertum tempus tunc fienda , et de ma- 

gnatibus ideo condempnatis. 
Quod prò magnatibus se ezcusantibus vel defendentibus a sodamentis vel non 

sodantibus , cogantur eorum proximiores satisdare. 
De conservando indempnes fideiussores magnatum. 
Domini Priores et Velisifer possint eligere approbatores fldeiussorum. 
Magnates nii solvant prò sodamentis vel aprobationibus , et fideiusores eorum 

habeantur prò idoneis. 
Quod hii qui fueront ad oflBtium prioratus aut scribatus eorum aut velisiffera- 

tns societatom, et non satisdederint ut magnates, sint populares. 
De non fsciendo magnates populares, nisi obtineatur per tres partes Collegio- 
rum. 
Quod magnates fectt populares mutent arma. 
Quod magnates teneantur prò domicellis et masnaderìis eorum armatis ac si 

satisdedissent prò eis de armis. 
Quod magnates non ferant testimonium contra populares , stne consensu Domi- 

norum Prìorum. 
Quod magnates die quo Velisiffer iustitie ibit ad aliquem locum prò suo oJQfitio 

ezercendo, non vadaat ad locum in quo ^it dictus Velisiffer. 
Quod magnates et prohibiti esse de societala , tempore rumoris non seperent se 

ab eorum domibus. 
Quod tempore rumoris nullus popularis sit vel vadat ad domum magnatum. 
Quod tempore rumorum nullus de magnatibus vadat vel sit ad domura alterius 

magnatis. 
Quod magnates cum masnaderìis armatis non vadant extra populum eonimad 

exequias mortaorum. 
Quod magnates de diversis domibus non conTeniant ad mallellcia conmittenda. 
Quod magnates infk'ascrìpta malleflcia conmittentes non stent in quarterie eo- 
rum consortum. 
Quod nuignates non aoquirant prope aliquem pontem per centum quinquaginta 

brachia. 
Quod nullus magnas posait acquirere in castro Gelli. 
Quod magnates possint intrare palatia. 
Quod nullus de magnatibus civitatia , comitatus vel dlstrictus Fiorentie , emat 

▼el alio titulò querat partem rei inmobilis alterius, inrequisito consorte. 
De magnatibus et aliis occupantibus possessiones et bona monasteriorum et 

similium. 

A.R(;ii. St, It, . \uora S'-rif. 5 



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34 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

Qtiod comites et magnates qui occupaverunt possessiones aliquomm a secando 
exitu Guelforum compellantar ad resUtaendum. 

De iuribus non acquirendis per magnates in bonis inmobilibus popularìum 
occasione fideiussionum , nisi certa solempnilate servata. 

Quod magnates babentes previlegium subeant onera prò bonis acquisitis post 
privileglum. 

De treuguis per populares magnatibus prestandis. 

Quod magnates teneantur prò coniunctis eonim condempnatis. 

Quod consortes magnatis in certo gradu solvant condempnationem certo termino. 

Qualiter intelligantur coniuncti magnatum, ut unus teneatur prò altero. 

Qualiter magnates teneantur ad solvendum unus prò alio. 

Qualiter procedatur contra consortes magnatum declinantium iurisditionem Com- 
munis Florentie. 

De accusationibus non flendis a magnatibus. 

Quod Potestas et Capitaneus teneantur recipere accusationes et denuntiationes 
contra magnates clam et palam , et de modo et fbrma procedendi in eisdem. 

Contra processus et sententias contra magnates vigore Ordinamentorum iustitie 
non possit appellari vel de nullitate opponi. 

Quod nulla exceptio admittatur contra processum qui fleret contra magnatem 
offendentem popularem. 

De non admittendis exceptionibus magnatum contra testes populares. 

Quod Ordinamenta iustitie non babeant locum in ofifénsionibus popularìum se 
inmiscentium in rixis magnatum. 

Quod Ordinamenta iustitie non babeant locum in ofifensiooibus fiictis per do- 
minum vel dominam in famulum vel famulam. 

De pena popularis per magnatem offensi vel iniuriati non denundantis iniurìam 
vel offènsam. 

De modo procedendi super fòlsis et calumpniosis accusis , denuntiationibus et 
falsis testibus. 

Quomodo magnates qui oflbnderent vel offèndi fiicerent Prìores et Velisiff'erum 
iustitie vel eorum notar ios , puniantur. 

Contra offéndentes Priores et Velisifferum et Gon&lonerìos et eorum privile- 
glum armorum. 

De destruendis domibua ecclesiarum et aliorum in quibus fierent congregatio- 
nes , et de puniendis eas Cicìentibus. 

De pena magnatis facientis congregationem vel conspirationem contra statum. 

De pena exclamantis in Consilio vel parlamento, et facientis tractatum. 

De pena magnatis capientis popularem causa redimi fociendi. 

De pena magnatis tenentis popularem in privato carcere. 

De pena magnatis rapientis aliquam mulierem. 

De penis impositis contra magnates offéndentes populares occidendo vel vulne- 
rando , et de modo procedendi. 

De pena magnatis babentis inimicilias euntis ad invitatam sine licentìa Domi- 
norum. 

De pena magnatis iniuriantis verbis Dominos vel offitiales , et de pena dìcentis 
verba iniurìosa alieni in aliquo Consilio. 

De pena magnatis mictentis ignem in rem popularis, et derobantis res popu- 
larìum. 



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PROEMIO 35 

De pena popularis sociantis magnatem ad malefitium comnictendum. 

De pena magDatis recìpientis oiBtium vel stipendium extra dìstrictum Florentie. 

UaffìsAes non ferant arma defensibilia , nisi satisdederìnt. 

De pena impedientis Executorem Ordinamentorum iustitie, seu pedites societa- 

tom tempore alicuius rumoris , et de pena fecientis congregationem contra 

popalum Florentinum. 
De emendatione non fecienda de bonis devastatis prò executione Ordinamentc^- 

rum iustìtie. 
Quód condempnationes magnatum non possint toUi , nisi per solutionem con- 

dempnationis. 
De magnatibus exbampnitis non rebampniendis. 
De accapto non fedendo per aliquem magnatem condempnatum. 
De pena sociantis magnatem et exbampnitum vigore Ordinamentorum iustitìe. 
Quod exbampniti a quocumque et quomódocumque possint impune offendi. 
De exbampnitis non rebandiendis , et magnatibus non offerendis. 
Qualiter Execator procedat super instrumentis productis ad defensionem ma- 
gnatum. 
Quod nobiles comitatus sint sub iurisditione illius offlcialis in cuius territorio 

habitant quo ad quedam. 
Quod magnates non accedant ad consilium domini Capitanei. 
Quod magnates non sint de Consilio aliquo domini Capitanei vel de Gapitudi- 

nibos. 
De dereto officii Prìonim et Velisifferi iustitie et arbitrorum. 
De deveto magnatum condempnatorum per Ordinamenta iustitie. 
Quod Ali qui condempnabuntur prò barataria quam conmitterent contra Com- 

mune Florentie non possint habere officium a Communi Florentie. 
De certis officiis prohibitis magnatibus. 
loftascrìpta sunt officia ad que possunt assununi et etiam pròhibentur magna- 

les- 
De dereto magnatum ab offitiis ad que possunt assummi. 
De tamburo fiendo et ponendo in dome Executoris , in quo mittantur cedule 

continentes offensiones fkcte per magnates contra populares. 
Contra popidares intamburatos non procedatur , nisi occasione officii in quo 

fuerit. 
In offitiis exterioribus ad que admittuntur magnates non concurrant plures 

eodem tempore. 
De deveto offltialium forensium, et pena eorum qui procurant refirmari vel eligi 

ad idem vel aliud offitium durante deveto. 
Qood privilegia Priorum sint firma , ubicumque scripta reperiantur in statutis 

vel reformationibus. 
De compensatione non facienda alicuius condempnationls et prohibitione fecta 

Prìorìbus et Velisiffero iustitie. 
De observatione Ordinamentorum iustitie , et quod ceteris prevaleant. 
De accusationibus non fiendis a magnatibus. 

Qualiter procedatur contra magnaies et alios iniuriantes possessiones alterius. 
De modo procedendi contra magnates. 



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36 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 - >RQEin0^r 



VII. 

Queste notizie , sebbene aride in apparenza , avranno se non 
altro il pregio d'essere improntate di quella modestia e diffidenza 
di noi medesimi, onde debbe distinguersi qualunque ardisca pro- 
porre, anche in parte, cose non più dette -, e quegli poi, che voglia 
per istituto scrìvere alcuna cosa de' fatti istcnrici di Firenze. Perchè 
avendo avuto questa città sulle altre italiane la sorte invidiabile di 
possedere storici solennissimi e scrittori politici maravigliosi e forse 
unici , è prudente evitare con essi qualunque più lontano confronto. 
Ed i secondi di tali scrittori vengono principalmente nominati , per- 
chè poco brigandosi di astratte speculazioni diffìcilmente comi»rovate 
dagli eventi successivi, amarono meglio applicare i severi pensamenti 
a curare le strane ferite della patria ; primo di tutti , seppure non 
erriamo, per questo genere di nobilissima carità, Donato Giannotti. 
Il cui nome non è qui fortuitamente ripetuto, ma perchè è nostra 
opinione che a compiere ciò che sarebbe a narrarsi sulle ulteriori 
vicende degli Ordini di giustizia niente meglio profittar possa, quanto 
il ridurci in memoria tutto il suo mirabil capitolo quarto del libro 
primo della Repubblica di Firenze (4), che giudicheremmo degnis- 
simo nel presente argomento di venir ricopiato parola a parola , non 
conoscendosi per noi né più vero né più eloquente comj^endio delle 
cagioni e dei fatti pei quali accadde che questa nostra Repubblica 
di Firenze nel secolo XY cessasse di essere aUa perfine conturbata 
dalle gare antiche tra popolari e magnati. 

(4) DovATo GuiiHOTTi , Opere poUttche e letterarie , coUationate sui manoscritti 
e annotate da F.-L. Polidori , ec. ; Firenze , 4850 ; tom. I , pag. 80-98. 



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ORDINAMENTA lUSTITIAE 
COMMUNIS ET POPULI FLORENTIAE 

ANNI BICCLXXXX.1II (i) 



Sancti Spiritus nobis adsit gratu. Amen. 



Ad honorem, laudem et reverentìam domìni nostri lesuChrìsti, 
et beatissime Yìrginis Marie matrìs sue, et beati lohannis Battiste , 
et sancte Reparate , et beati Zenobii , sub quorum vocabulo et pa- 
trocinio fiorentina Civitas gubematur; et alìorum Sanctorum et 
Sanctarum Dei : et ad honorem, * exaltationem * (2) , fortificationem 
et augmentum regimimim domini Potestatis , et domini Defensorìs , 
et Capitanei , et offitii dominorum Priorum Artium et Yexilliferi 
iustitie; nec non ad veram et perpetuam concordiam et unionem, 
ooDservationem et augmentum pacifici et tranquilli status Artificum 
et Artium, et omnium popularìum, et etiam totius Communis et ci- 
vitatis et distrìctus Florentie (3). 

;4) Il mamo9erUto tum porta vertm Utoh. 

[tj Le paro<0 racchiute dagli asteri$chi sono per U> più d'altra mano , scritte 
negf itUerUmei o n^ margini, 

(3) Legione rifiutata: concordiam et untonem Artificum et Artium et omnium 
popolarian cnrìtatis Florentie ; et ad conseryatiODem et augmentum boni et pa- 
cifici et tranquilli status ipsonim Artificum et Artium , et omnium et singulorum 
popularium , et totios Communis Florentie. 



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38 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 

lafrascripta sunt ordinamenta que , merito et non sìne causa , 
Ordinamenta lusTiTiE de cetero nuncupentur (4). 

De socieUUe, unione, promissione et iuramentìs Artium 
in infrascripto Ordinamento expressis. Rubrica [I]. 

Quum illud perfectìssimum approbatur quod conàstit ex omni- 
bus suis partìbus (2) , et omnium iudicio comprobatur ; ideo per 
predictos dominos Potestatem , Defensorem et Capitaneum , Priores 
Artium , et Sapientes ; auctwìtate , bailia et vigore iamdictis ; ordi- 
natum et provisum est, quod xij Maiores Artes, videlicet: 

Ars iudicum et notarionim; 

Ars mercatorum Callismale; 

Ars campsorum: 

Ars lane; 

Ars mercatorum porle S. Marie ; 

Ars medicorum et spetiarìorum ; 

Ars pellipariorum ; 

Ars becchariorum ; 

Ars calzolariorum ; 

Ars fabrorum ; 

Ars magistrorum lapidum et Hgnaminum *, 

Ars rìgatteriorum , et omnes alie ìnfirascrìpte Artes civitatis 
Florentie , que sunt hec , scilicet : 

Ars vinateriorum ; 

Ars albergatorum maiorum; 

Ars vendentium (3) salem , oleum et caseum ; 



(4) I. r. : Infrascripta sunt provisìones et ordinameota que, merito et non 
sine causa , Obdiraiibhta Iustitie de cetero nuncupentur ; cum debita et so* 
lempni provision^et deliberatone , et prò evidenti Reipublice utilitate , et ne- 
cessaria causa , ^r dominos Priores Artium , et sapientes et bonos viros ad hec 
habitos , sub felici nomine , edite et edita ; et , secundum quod infra in ipsonmi 
Ordinamentorum fine patet aperte , aoceptata , approbata et solempniter confir- 
mata : tempore regiminis nobilium virorum , domini Tebaldi de Bruxa^is de Brixia 
Potestatis , et domini Conradi de Soricina Defensoris Artificum et Artium , Capi- 
tanai et Conservatoris pacis civitatis et Communis Florentie : sub annis Domini 
millesimo ducentesimo nonagesimo secando , inditione sexta , de mense ianuarii. 
{%) L. r. : in omnibus partibus. 
(3) L. r. : illorum qui vendunt. 



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ORDINAMENTI. DI GIUSTIZIA DEL 1293 39 

Ars galligarioram grossorum ; 

Ars coraczarìorum et spadarìonim ; 

Ars clavaiuoloram et ferraiuolorum novonim et vetenim ; 

Ars coregiariorum et tayolaciarìorum et scudariorum ; 

Ars lìgnaiolorum grossorum , et 

Ars fornariorum; 
que vexilla habent (4) et habere solent * a Commum Fiorenti© a 
quìnqae annìs citra * ; et artifices ipsarum Artium , quarum et 
quorum presidio certum est civitatem et Coromune Florentie defen- 
sari -, debeant et teneantur, sindicos ydoneos et sufficìentes , instru- 
cios ad omnia et singula infrascripta constìtuere legiptime , infra 
tempos rectorìbns sive consulibus cuiuslibet ipsarum Artium per 
dominum * Defensorem et * Capitaneum (2) prefigendum : * quod 
Tacere teneantur de presenti mense ianuario in quo sumus * : si- 
lìcet , quelibet ipsarum Artium unum de Arte sua. Qui sindici , 
cum pieno et sufficienti mandato, compareant et comparere debeant 
coram domino Capitaneo et Defensore civitatis Florentie, cum 
eorum sindìcatibus penes ipsum dominum Defensorem et Capita- 
neum remansuris ; et curent , libro corporaliter tacto , prout dictus 
dominus Capitaneus eisdem sindicìs et cuilibet eorum deferre vo- 
luerit sacramentum : et etiam dicti sindici sibl ad invicem promi- 
clant facere et curare , quod Artes , quarum sunt et erunt sindici , 
et bomìnes ipsarum Artium , facient et observabunt aliis Artibus 
* predìctis * et hominibus Artium ipsarum , bonam , puram et 
fidelem sotietatem et compagniam ; et quod simul ad invicem erunt 
unanimes et concordòs circa honorem et defensionem et exaltatio- 
nem et pacificum et tranquillum statum dominorum Potestatis, 
Capitanei et Defensoris (3) , et offitii dominorum Priorum et Vexil- 
liléri iustitie, et Artium et artificum civitatis et comitatus Florentie, 
et totìus Populi fiorentini : et (4) iurabunt etiam et promictent dicti 
sìndici siW ad invicem facere et curare ita et taliter, quod Artes , 
quarum erunt siudici , et homines ipsarum Artium , obedient do- 
rainis (5) Potestati , Capitaneo , Prioribus et Vexillifero iustitie in 

(4) L.r. : DiOfK) de mense ianuarii, cominciava: Statutum et provisnro est, quod 
onmes et slogale infrascrìpte Artes civitatis Florentie » que yexilla habent , etc. 
(2) L, r. : Capitaneum et dominos Priores Artium. 
(3} L. r. : Defensoris Artium. 

(4) L. r. : et quod. 

(5) L. r, : dictis dominis. 



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40 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

omnibus et per omnia que ad honorem predictorum dominonim, 
et exaltationem et defensionem et bonum et pacificum statum 
Communis, Populi et Artium et artificum diete Civita tis pertine- 
bunt et spectabunt (4). Et quod (2) etiam prebebunt diete Àrtes 
et * vexiUiferi et * homines ipsarum Artium , et dabunt consilium , 
auxilium , adiutorium et favorem dominis (3) Poipstati , Capitaneo , 
Prioribus et Vexillifero iustitie, quotiens et quando expediens fiierit, 
vel requisiti fuerint a predictis , parìendo et obediendo , cum armis 
et sine armis , eisdem et cuilibet eorum , prò eorum (4) offitiis libe- 
raliter , viriliter et favorabiliter exequendis , et prò infrascrìptis 
Ordinamentis , et eis que continentur in eis , et quolibet ipsorum , 
inviolabiliter observahdis et eifectualiter adimplendis. Qui etiam 
iurent et promictant in ter se ad invicem , ut est dictum , quod 
diete Artes et homines ipsarum Artium se ad invicem defendent 
et iuvabunt prò manutenendis et defendendis ipsorum iustitia et 
iure, ita et tali ter, quod ab aliquo vel aliquibus non graventur 
vel opprimantur indebite. Et quod si quis magnas vel potens eivi- 
tatis vel comitatus Florentie sive districtus gravaret vel molestaret 
aliquam ex dictis Artibus, vel aliquem ex artifìcibus ipsarum Artium 
in persona vel rebus.; rectores sive ccmsules Artis de qua fuerit 
talis gravatus, teneantur et debeant ad requisì tionem et voluntatem 
talis gravati vel iniuriati , seu alterìus prò eo predìcta petentis et 
requirentis ; et etiam , si expedierit , rectores et consules omnium 
ipsarum Artium ; accedere quando et quotiens opus fuerit ad pre- 
sentiam dominonim Potestatis, Capitanei ^ Priorum Artium et Vexil- 
Meri iustitie, * et cuiuslibet eorum *, vel alterìus cuiuslibet offi- 
cialis Communis Florentie ; et exponere gravamen sive iniurìam vel 
offensam tali artifici illatam , et potere et supplicare et effectualiter 
procurare , quod ipsa regimiua et * quodlibet eorum et quilibet * 
ofBciales cum effectu et celerìtate provideant et faciant , quod tale 



(i) L. r. : diete civitatis viderint convenire. 

(2) Lezione commciata a scrivere , e poi cancellata , nel margine inferiore dalla 
mano stessa che supplisce nel testo le parole da noi racchiuse fra asterischi: Et 
quod voxiUiferì suarum Artium , cum hominibus ipsarum Artium , comìtativam 
et sequimentum facient et parabunt, cum armis vel sine armis, ad mandatum 
dominorum Potestatis , Capitanei , Priorum et VexiUiferi iustilie , vel alterìus 
eorum. . . . 

(3) L. r. : ipsis dominis. 

(4) L. »*. : a predictis dominis , vel aliquo eorundem , prò eorum , otc. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU D£L 4293 44 

gravameli et inìurìa cesset et sibi non fiat , et quod in suo iure et 
lìbertate servetur, et quod realiter et personaliter puniatur secun- 
dum excessus quatitatem talis magnas seu potens qui predictum 
gravamen, ofTensam vel iniuriam intulisset aut inferri fecisset; sai- 
vis semper in omnibus suprascriptis et infraacrìptis, honore et re- 
verenda dominorum (4) Potestatis, Capitanei, Prìorum Àrtium 
et YexìUiferi iustitie , et Gonununis Florentie. Qui etiam siodici 
expresse renuntient omnibus et siugulis sotietatibus et compagniis , 
coniurationibus , promissionibus et obligationibus et sacramentis , 
quas et que actenus diete Artes , vel earum alìque , seu ipsarum 
vel alicuius earum sindici , quandocumque vel qualitercumque inter 
se ad invicem et vicissim fecissent , {H*omisissent vel inyvissent 
quocumque modo vel causa. Et promictant inter se ad invicem 
solempniter, nullas coniurationes , promissiones , obligationes vel 
posturas, vel conventiones aut iuramenta facere vel servare inter 
se ; nisi * hanc pres^item * sotietatem et compagniam , sacramen- 
tmn et unionem universalem inter omnes ipsas Artes , ut predici- 
tur, inyendam. Et quod predicta onuiia et singula promictant dicti 
sindici et qxdiibet eorum prò sua Arte , cuius erit sindicus , atten- 
dere et observare et attendi et observari facere ab hominibus sue 
ArUs cum effectu; ad penam et sub pena librarum mille floreno- 
rum parvorum: que pena totiens commictatur et exigi possit et 
debeat per dominum Defensorem et Capitaneum prò Communi 
Florentìe quotiens centra predicta vel aliquod predictorum fieret , 
vel predicta omnia et singula e&ectualiter, ut dictum est, non 
fuerint observata. Et quod in predictis et de predictis omnibus 
dominus Defensor et Gapitaneus possit et teneatur inquirere, et 
culpabiles repertos punire eo modo quo sibi vìdebitur; ita quod 
predicta omnia et singula sortiantur effectum et inviolabili ter obser- 
ventur. * Que omnia scilicet iuramenta, promissiones et obliga- 
tiones fiant per predìctos sindìcos in omnibus et per omnia, modo 
predicto, in Consilio generali et speciali domini Defensoris et Capi- 
tanei et Gapitudinum xij Maiorum Artium *. 

(4) L. r. : dictorum dominorum. 



AB€H. St. 1t, , Niuwa Serie. 



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42 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

Qmd promàsionei , convenUones , poetare et tmmopoHa , obUgationes 
etnnvmenktperArtetfumfkmtvelobeerveiU^ Rubrica [II]. 

hem ordinatum et provìsum est , quod omnes i»romi8Ì(me6 et 
ooDventiones , posture et raonopolia et pacta et oblìgationes * et * 
ìuramenta, que facta et facte eeseiit actenus per aliquam Artem seu 
aUquas Artes civitatis Florentie , sea sindicos , consoles vel rectores 
aut homìnes ìpsarom Artium (2) vel aHcuios eomm , cum scrìptura 
vel sine scriptura , et mstromenta inde oonfecta , sint cassa et 
vana et nuUìus valoris. Et qtHxl quelìbet ìpsarum Artìom, et sin- 
dici et rectores et homines earum , ab ipsis talibus paotis , prò- 
missionibus , conventionibus , posturìs , monoppliìs , obU^tionibiis 
et ìurameotis sint et esse debeant penitns ahsolntì. Et quod de- 
cetero aiiqua ìpsarum Artium (3), vel sindicus , rector seu oonsules 
vel homìnes ìpsarum Artium , vel aHcuius earum, non audeant vel 
presummant aiiqua pacta , {HXMnissiones vel posturas vel monopoKa 
aut Ìuramenta facere, ìnyre vel exeroere publice vel secreto , cum 
scrìptura vel sino scriptttra , aiiqua de causa que dici vel excop- 
tari posset , cum aiiqua vel aliquibus ex ipsis Artìbus (4) vel sin- 
dicìs seu rectoribus earum , ^ vel alicuius earum * ; nisi ut supra 
dictum est in proxime precedenti ordinamenta Et qui centra ta- 
ceret vel facere actentaret , condempnetur et puniatur per domi- 
nimi Capitaneum et Defensorem : Ars que contra faceret , in librìs 
mille florenorum parvorum : et quelibet persona que sindicum vel 
procuratorem faceret vel constitueret ad predìcta , in librìs l flo- 
renorum parvorum : et sindicus seu procurator qui sindicatum vel 
procurationem ad pre<£cta acceptaret vel aliqualìter exerceret ; et 
etiam quilibet alius qui tanquam capitaneus seu dominus, sub quo- 
cumque vocabulo diceretur, in predictis se immisceret; pena ca- 
pitis puniatur , ita quod morìatur : et notarìus qui de [H^ctis con- 
Gceret instrumentum, puniatur in librìs quingentis florenorum 
parvorum (5) : et reqtores seu consules facientes consulatus vel 

(4) L. r. : observentur ; et quod casse et cassa siat ille et iUa , vel 

[% L. r,: homÌDes dictarum Artium. 

(3) L. r.: aiiqua dictarum Artium. 

(4) I. r. : ex predictis Artibus. 

(5) L. r. : parvorum ; quam condempoationem si infra decem dies a die con- 
dempnationis non solveret , manus amputetur eìdenu 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEI. 4893 43 

rectorìo nomine contra predìcia vel alìqnod predìctomni, vel etiam 
procurantes , et qniHbei eonun , condeinpnetiir in libris qningenftis 
florenorum parvonim , et quotiens. Et qnod dominus Defensor et 
Capitanens in predìctis et quolibet predictonim habeat arbitrinm 
inquirendi et investigandi * et procedendi secreto et palam * contra 
omnes qui contra predicta vel afiquod predictorum faoerent vel fa- 
cere modo aliqao attentarent secreto Tel palam , ut sibì videbitur; 
et condempnandi et poniendi quos inyenerìt eulpabìks in penis 
predìctis , et plus et minns , considerata qualitate Àrtis et perso- 
narom et delieti ; et ipsas condemimationes cum effectn exigendL 
Et quod dominus Gapitaneus presens , post approbationem et pu- 
bhcationem horom ordinamenloram, * infra xv dies * ; et quilibet 
aiius Gapitaneus et Defensor qui prò tempore fuerit, infra quinde- 
cim dies ab introita sui regiminis; precise teneatur et debeat in 
generali Consilio eiusdem domini Defensoris corporaliter ad sancta 
Dei evangdia facere iurare consules sire rectores ipsarum Àrtium , 
quod predictum cnrdinamentum in qualibet sui parte inviolabiliter 
observabunt , et contra ipsum nullo modo facere attentabunt , sed 
contra facientes .denuntiabunt domino Gapitaneo supradicto. 

De eketione et offUio dommortan Prionmt Artitan. 
Rubrìca [HI]. 

Item voientes in electione et offitio et circa electionem et offitimn 
dominorum Prìorum Àrtium , prò artificibus, Àrtibva et popularì- 
bus , ac etiam prò republica utiliter providere ; provisum et ordi- 
natum est , considerata f<»ina capituli Gonslituti domini Gapìtanei 
de electione Prìorum loquentis , * quod futurorum Prìorum Àrtium 
electio modo et forma infrascrìptis de cetero celebretur : videlicet *, 
quod dominus Defensor et Gapitaneus civitatis Florentie , cum con- 
scientia et voluntate dominorum Prìorum Àrtium , in loco quo ipsis 
Priorìbus videbitur j per unam diem ante exitum Prìorum qui prò 
tempore fuerìnt , * vel prìus.si^dominis Prìoribus videbitur *, convo- 
carì faciat Gapitudìnes duodecim Maiorum Àrtium, et illos sapien- 
tes et bonos viros * arlifices *, quos et quot ipsi domini Prìores 
Àrtium ad hoc elìgere voluerint et habere. Et in presentia ipsorum 
dominorum Prìorum , predictus dominus Defensor et Gapitaneus , 
coram ipsis Gapitudinìbus et sapientibus proponat et consilium pe-^ 
tat , quo modo et qua forma electio futurorum Prìorum Àrtium; quii 



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44 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4S93 

/ siili et esse debeant sex numero , unus videlicet de quolibet sextu, 
prò duobus mensibus lune fuluris ; fieri et celebrari debeat prò 
Communi predìcto. Et secundum modum et formam a dictis Capi- 
tudinibus et sapientibus ibidem ordìnandam , ipsorum fùturorum 
Prìonim electio , ante quam ipse Capitudìnes et sapientes de ipso 
loco secedant , in presentia dominorum Capitanei et Priorum , sub 
felici nomine celebretur et fiat, llli igitur sex qui secundum mo- 
dum et formam , ut predicitur , provìdendam tunc eligentur , sint 
et esse debeant prò Communi Florentie Pri(»res Artium et artificum 
cìvitatis predio te per duos menses tunc futuros (4), initiandos die xv 
mensis quo celebrabitur et fìet electio antedicta. Sicque quolibet 
anno, singulis duobus mensibus, predicto tempore, super electione 
Priorum facienda , proponendo semper quo modo et forma in ipsa 
electione procedendum sit , de cetero observetur et fiat (2). Primo , 
j in qualibet electione ipsorum fùturorum Priorum , ante quam su- 
j per ea ailìquid proponatur vel fìat , sorte dìrempto et terminato in 
/ quo sextu primo , et in quo sextu secundo;, et sic de ccteris sexti- 
:' bus , ipsa electio debeat celebrari ; et subsequenter per predìctas 
Capitudines et sapientes corporali iuramento prestito de bona et 
utili forma et modo ipsius electionis Priorum consulenda et ordi- 
nanda , nec non de bona et utili electione Priorum facienda prò 
Àrtibus, artificibus et popularibus et etiam prò Communi Floren- 
tie , secundum formam super ipsa electione tradìtam , de illis so- 
himmodo personis quas cognoverint et putaverint foro magis ydo- 
neas et sufficientes ad huiusmodi prioratus offitium exercendum ; 
) et de non nominando vel eligendo seu vocem dando alieni qui 
/ preces porrexerit vel porrigi fecerit ut in ipso prioratus officio 
/ eUgatur , nisi verisimiliter (3) presummeretur quod tales preces 
porrecte et facto fuerint fictitie , eo quod talis nollet eligi in Prio- 
rem (4). llli (5) autem qui nominabunt seu in scriptis dabunt illos 
quos voluerint in PricMres eligi, teneantur et debeant * nominare 
et in scriptis dare de prudentiorìbus , melioribus et legallioribus 

(4) £. r. : prò daobus mensibus tunc futuris , etc. 

(2) Vadami i DocmnmU rifmriU 9otio la lettera C. 

(3) L. r. : verisimile. 

(4) L, r, : eo quod nollet aliquis eligi in priorem. 

(5) Scrisse : llli autem qui nominati fuerint et in scriptis dabuntur ut Prie- 
res eligantur ; e poi^ cancellate le parole nominati, etc. , seguitò a scrivere , no- 
minabunt seu, etc. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 45 

V 

aitificibus civitatis Florentie continue artem exerceiìtibus , dum- 
modo non sìnt mìliies ; et debeant etiam * declarare et exprimere " 
prò qua Arte ipsos et quemlibet eoruro nominabunt et dabunt , et l 
ipsos et quemlibet eorum prò ea Arte quam vere exercuerint ^ no- ^ 
minare et dare solunmiodo teneantur. Et si contigerìt aliquem vel 
aliquQS nominali et in scriptis darì * per dictos electores * prò ar- 
tifice duarum vel plurìum Artium (4); tunc, antequam in ipsa 
dectione procedatur, in diete Consilio provideatur et terminetur ^ 
prò qua Arte talìs vel tales reducti prò pluribus Artibus debeant 
reman»^ Et ut in electionibus ipsorum futurorum Priorum , de- 
bita convenientia et condecens equalitas observetur , aliquis (2) ex 
capÉtudìnibus duodecim Maiorum Artium vel ex sapientibus ad hoc 
vDcatis , vel aliquis qui sit de domo sive casato alicuius qui ipsius 
eiectionis tempore fuerit in prioratus offitio , vel aliquis qui quo- ^ 
modocamque fuisset in ipsius prioratus offitio infra tempus duoruro 
annonim tunc proxime preteritorum , vel aliquis qui continue 
Aiiem non exerceat , vel aliquis miles , non possit uec debeat modo 
aliquo eligi vel esse in diete offitio prioratus , nec etiam possint 
eodem tempore eligi vel esse duo vel plures Priores de una (3) et 
eadem Arte. Et si centra predicta ipsorum Priorum vel alicuius 
eorum fieret electio , non valeat nec teneat ; immo dominus (4) 
Defensor et Capitaneus eam revocare et revocari facere proprio 
iuramento omnimode teneatur : et onmia ordinamenta et capitula 
que huic provisioni et ordinamento quomodolibet contradicerent vel 
obstarent , sint cassa et irrita in quantum in hiis contradicerent 
vel obstarent. Facta autem dieta electione predicto modo, domi- 
nus (5) Defensor et Capitaneus , prima die introitus offitii ipsorum 
Prìomm , summo mane (6) , in Consilio sive contiene ubi vexillum 
lustitie daUtur , ante ipsius vexilli dationem , iurare faciat Priores 
noviter electos eorum offitium soUcite legaliter ac fideliter exercere , 
secundum quod eis dictum computari fecerit iuramentum. Et nullus 
ex Pri<»ibus qui secundum dictam formam electus fuerit , renun tiare 

(4) L. r. : prò pluribus Artibus. 
(tj L. r. : nuIIus. 

(3j X. r. : nec etiam possint in uno prioratus offitio esse vel eligi duo vel 
plures Priores ex sex Prioribus de una , etc. 
dì L, r. : dictua dominus. 
(5j X. r. : dictus dominus. 
(6; L. r. : et Capitaneus die sequenti , summo mane , etc. 



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46 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

I posai vel debeat of&tio iamdìcto , modo aUquo seu causa. Quioquid 
auiem per ìpsos sex Priores et Yexìllìferuin iustitie , vcl saltem per 
quinque ex eis , in ipso prìoratus o£Bcio provisum , deliberatum et 
firmatum fuerit, valeat et teneat ac si factum et provissum esset 
per omnes predictos Priores et YexiUifenun. Et ipsi Priores omnes 
cum Vexillifero Iustitie insimul morarì , stare , dormire et coame- 
dere debeant in una domo ubi voluerint , et quam viderìnt abilio- 
rem prò eorum offitio commodius exercendo. Et nuUus ex civitate 
vel comitatu Florentie possit vel audeat cum dictis Prìorìbus vel 
Vexillìfero iustitie , vel altero eorum , loqui ; nisi solum quando 
dicti Priores cum Yexillifero omnes , vel maior pars eorum , starent 
et sederent in publica audiencia (4). Et in omnibus et singuBs circa 
eorum offltium fideliter, continue, honeste et hon<nrabiliter exercen- 
dum , formam capitulorum Gonstituti domini Cajntanei , de eorum 
offitio et observantia eorum offitii locpientium, proprio iuramento 
et inviolabiliter debeant observare. Electionem quoque eorum no^ 
tarii et scrìbe et sex nuntiorum , iamdicti domini Priores Àrtium et 
Vexillifer Iustitie faciant et lacere possint * de illis personìs et * 
prout et secundum quod eisdem dominis Prioribus et Yexillifero 
videbitur convenire et utile fere prò Communi , ac etiam prò eorum 
offitio utiliter exercendo: qui notarìus et scriba dominorum Priorum 
* et Yexilliferi * solummodo devetum habeat in diete offitio per 
unum annum; non obstantibus in predictis, vel aliquo prédictorum, 
aliquibus statutis seu ordinamentis , vel consiliorum reformationibus* 
in predictis vel aliquo prédictorum quomodolibet contradicentibus 
vel obstantibus quoquomodo. 

De electione et offitio VexUUferi iustitie, et miUe peditum. 
Rubrica [lYJ. 

Item provisum est , quod decetero ea die qua eligentur domini 
Priores Artium , dominus Defensor et Gapitaneus , et domini Priores 
qui prò tempore fuerint , convocent coram se capitudines duode- 
cim Maiorum Artium in loco quo predicti domini Priores voluerint, 
et etiam duos probos viros prò quolibet sextu per ipsos dominos 



(4) Da Et ipsi Priores fin qui, il testo è scritto da mmo d/ktorsa, oomepure 
k seguenti parole , poi cancellate : ad audiendum omnes qai sua negotia velleot 
eisdem exponere. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 17 

Prìores eligendofi-, qui post iurainentam ab eis prestìtum de infra- 
scrìpta electioiie legaUter facìenda , eUgant et uominent ad brevia 
sextum de quo esse ddbeat Yexìllifer infrasoriptus (4) : quo sextu 
uominato , elìgant sex probos viros populares * artifioes * de sextu 
predìcto , et demum de ipsis sex fiat per eos secretum scrutinium; 
* dummodo capitudines et sai»entes electi , qui fuerint de sextu iq 
quo ipsius VexìUiferi dectio fieri debebit , non iutersiut scrupti)0Ìo 
predicto, aec .in eo vooem habeant * : et qui plures voces babuerit,] 
sit Vexiliifer iustitie prò duobus mensibus , incipiendis ea die qua 
no^i Priores suum initiabunt offitìum. Et sit talis Vexiliifer de maio* 
rìbus popularibus artificibus civitatis Florentie , et qui pacificum 
et tranquillum statura dilìgat puro corde , et qui non sit de ma- 
gnatibus (8) civitatis predicte. Et habeat dictus Vexiliifer offitium 
et vocem inter Prìores sìcut unus ex Prìorìbus , et cum eis more- 
tur et oomedat et dornuat prout et sicut Prìores morantur et fa- 
dunt; et valeat et teneat id quod fiet per quinque ex eis, com- 
putata persona VexiUiferi inter Prìores predictos: et non possit esse 
talis YexiOifer éb aliqua domo vel casato unde esset aliquis ex Prie- 
rìbus cum quibus mwarì debet, vel unde esset aliquis ex Prìorì- 
bus qui tempore ipsius electionis fuerint in offitio prìoratus. Qui 
VexiQìfer , una cum Prìorìbus, possit et debeat visitare dominos Po- 
testatem et Gapitaneum , et eos induoere debeat et ortarì quod 
omnibus iustitiam reddant , et malefactores puniant prout delìcti 
quaHtassnadebit : dd[)eat etiam ipsos ortarì et inducere , quod ipso* 
rum r^jinùna exerceant solicite et attente , ita et taUter quod pa- 
cificus et U'anquìIIus status civitatis Florentie conservetur. Cuius 
offitium duret duobus mensibus: quibus finitis, alterìus VexiUiferi 
de alio sextu fiat dectio, suprsidicto modo et forma ; qui moretur 
cum dictis dominis Prìorìbus , ut dictum est , et idem offitium 
habeat ; et duobus mensibus duret eius offitium. Et sic de singuUs 
duobus mensibus deinceps in perpetuum observetur et fiat ; ita 
tamen quod in qudibet anno ipsius VexiUiferì electio in quolìbet 
sextu semel celebretur et fiat, donec omnium sextuum numerus 
compleatur. Qui Vexiliifer divietum habeat per unum annum a die 
depositionis sui offitii. Et debeat habere dictus Vexiliifer , et secum 
tenere in domo ^ominorum Prìorum, quoddam magnum vexillum 



(4j L. r.i VexiUifer iustitie. 

(J2) L, r. : magnatibus et potsntibus. 



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48 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 

de bono et solido zendado albo , cum una Cnice magna rubea in 
medio per totum vexiUum extensa (4) : qui VexiUifer habeat et ha- 
bere debeat a Communi Florentie , prò suo salario et omnibus suis 
expensis duorum mensium , quolibet die solidos x florenorum parvo- 
rum tantum , * comunicandos cum salario dominorum Priorum *. 
Quod vexillum darì debeat per dominum Capitaneum in pnblica 
conlione , in presentia dominorum Priorum (2) veterum et novorum, 
* sub felici nomine, dicto Vexillifero , ea die qua dicti domini novi 
Priores eorum initiabunt offitium * , in loco quem domini Prìores 
elegerint ; convocatis etiam illis quos ipsi domini Priores voluerint. 
Quod vexillum portetur ad domum Priorum (3) Artium , et ibidem 
teneatur , ut dictum est. * Duo autem vexilla magna , que appel- 
lari solent Vexilla iustitie , penitus deinceps sint cassa ; et mm etiam 
pedites qui deputati erant ad sequendum dieta duo vexilla, etiam 
sint cassi deinceps *. Vexilla vero Artium civitatis Florentie non 
sint cassa , sed dari debeant prorsus artificibus civitatis Florentie, 
tempore et modo consueto (4). Qui Vexillifer * iustitie * habeat , 
expensis Communis Florentie , et teneat in domo dominorum Prio- 
rum prò Communi dictum vexillum , centum pavenses seu scutos 
vel targias, et centum elmos seu cappellos de ferro pictos de insignis 
vexilli Iustitie , * et centum lanceas * , et vigintiquinque [balistas 
cum quadrellis et aliis fomimentis necessariis (5) : quod vexillum 
et que arma custodire teneatur et debeat , et ipsa integre consignare 
successori suo per publìcum istrumentum. Et quod quolibet anno, 
dicto mense februarii (6) , domini Capitaneus , Priores et Vexillifer 
predicti, quam citius poterunt , eligant seu eligi faciant, * per quem- 
cumque modum viderint convenire *, m pedites * ex popularibus 
seu artificibus * civitatis Florentie , qui sint amatores pacifici et 
tranquilli status civitatis Florentie : qui sic electi , iurent trahere 
ad domum dominorum Priorum et dicti Vexilliferi , tempore cuius- 
libet rumoris , et etiam quotienscumque fuerint requisiti per nun- 
tium vel sonum campane , vel bannum ; et sequi Vexilliferum qui 
tunc in oflStio erit, et stare et morari cum eo, et omnia alia et 

[\) Vedasi il Documento sotto ìa lettera D. 

(2) L. r. : domfDorum Potestatis et Priorum , etc. 

(3) L. r. : dominorum Priorum. 

(4) L. r.: tempore quo dari debent vexilla Societatum. 

(5) Vedati il Documento sotto la lettera D. 

(6) L. r. : Et quod de dicto mense februarii , etc. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1293 49 

singula effectualiter observare que prò honore et defeusione ac 
etiam exaltatione Communis et populì Fiorentini mandabuntur 
eisdem per dominos Potestatem , Gapitaneum , vel per dominos 
Priores et Yexilliferum supradictos. Et debeant trahere et venire 
ad dictum palatium * sive domum * muniti omnibus armis, et 
etiam sine armis, prout precipielur eisdem. Qui mille pedites ha- 
beant et habere debeant pavesem , targiam sive scutum siguatum 
signo vexilli lustitìe; et oum aliis armis opportunis trahere (1) et 
sequi , ut dictum est j ad defensionem et statum padfìoum et tran- 
quillum Communis et populi Fiorentini; * sub pena librarum xxv 
flor^iorum parvorum prò quolibet eorum et qualibet vice, et plus 
et mìnus ad voluntatem domini Capitanei *. 

De penis mpositis et ordinatis cantra magruUes 
offendentes populares. Rubrica [Yj. 

OrdinaUun est etiam et provisum , quod si aliquis de magna- 
tibus (2) civitatis vel dìstrictus Flcnreatie ^ quomodocumque * in- 
ttf6oeret vel interfici taceret , seu vuhieraret vel vulnerari faceret 
s^quem popularem civitatis vel comitatus Florentie , ita quod de 
ipòs vulneribus seu vulnere mors sequeretur; domtnus Potestas 
ipsum ialem magnatem (3) fadentem seu fiori iacientem tale male- 
fidum, et quemlibet eorum tam focientem quam fieri facientem , 
coodempoet in capte; et capud ei et eis fadat amputari, ita 
quod moriatur , si in fortiam Communis Florentie pervenerit : et 
nihìJominus eorum et cuiusque ipsorum bona omnia debeat et te- 
neatur tacere devastari et destrui ; et eis destructis et devastatis, 
puUìcenlur Communi Florentie , et ad Commune Florentie feciat 
pervenire. Si vero in fortiam Communis Florentie tales malefacto- 
resnon pervenerint, nihilominus pena capitis condempneutur ; ita 
quod si aliquo tempore pervenerint in fortiam Communis Florentie, 
capud amputetur ei vel eis , ita quod moriantur^: et omnia eorum 
bcma devastentur et destruantur; et eis devastatis, perveniant in 
Communi Florentie. Et nihilominus fideiussores talis magnatis et 
malelactofìs, qui prò ipsis malefactoribus fideiussissent apud Com- 

(4) £. r. : babere debeant arma omnia signata signo lustitio ; et cum eis 
mbere , etc. 

^ L, r. : magoatibus vel potentibus. 
s3) L r. : magnatem seu potentem. 

Abch.St.It., If uova Serie, 7 



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50 ORDINAMENTI DI GIDSTIZU DEL 4293 

mune Fl(NrenUe , compellantur et compelli dd)eaiìi per dominum Po- 
testatem solvere Communi Floreniie iUam quantitatem pecunie prò 
qua (ìdeìuflsissent prò ipsis magnate et maiefactore , vel altero eo- 
rum ; et quod talis ficteiussor prò ipsa quantitale pecunie qnam 
solverete habeat regressum in bonis talis malefactorìs devastatìset 
deslructis, facta diligenti extimatione (1) de talibus bonis; et illud 
quod superfuerit de talibus bonis perveniat in Communi FlorenUe. 
Si vero aliquis magnas vulneraret seu vulnerari fac^^et , cum 
aliquo genere ferramenti seu armorum, alìquem popularem civitatis 
vel comitatus Florentie in vultu ita quod sanguis exiret de ipso 
vulnere , vel in aliquo membro ita quod de ipso membro debili- 
tatus remaneret ; si in fortiam Communis Florentie perveuerit tam 
facieus quam fieri faciens, per Potestatem condempnetur in librisMM 
florenorum parvorum (2). Quam condempnationem si non solveret 
infra decem dies * a^die conderofmationis *, amputetur ei inatmis 
dextra ita quod separetur a brachio. Si vero non venerit in fortiam 
Communis , per dietimi dominum Potestatem in libris duobus millibus 
condempnetur : et si aliquo tempore in fortiam Communis Florentie 
pervenerit , et infra decem dies ipsam condempnationem non sol- 
verit , amputetur ei manus ita quod a brachio separetur omnino. In 
quo casu, scilicet si non venerit in fortiam Communis, bona omnia 
ipsius talis magnatis non venientis destruantur et devastentur , et 
devastata deveniant (3) in Communi : et nichilinninus fideiussores 
illius qui non pervenerit in fortiam Communis , compdlantur ei 
compelli debeant per dominum Potestatem solvere Communi Flo- 
rentie illam quantitatem pecunie prò qua fideiussissent prò eis apud 
Commune Florentie ; habituri regressum in bonis sic devastatis prò 
quantitate quam solverit , facta tamen extimatione dictorum ìxmo- 
rum , ut dictum est ; et residuum bonorum remaneat apud Com- 
mune Florentie. Salvo quod si fideiussores talis condempnati sd- 
verint infra decem dies a die condempnationis computandos, * in- 
tegre * dictam condempnationem. Bona talis condempnati * exi- 
stentia extra civitatem , burgos et suburgos civitatis Florentie * non 
devastentur vel publicentur ; et regressum habeant dicti fideiusso- 

(1) I r.: examinatione. 

i2) Furono qui aggiunte in margine le seguenti parole i infra x dies a die con- 
missi maleficii, quando ad dicti domini Potestatis noUciam pervenerit computan- 
dos. Ma poi vennero cancellate. 

(3) t. r.: destruantur, et devastata deveniant, etc 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 M 

res , ut dictam est solventes , in bonis talis condempnatì ; et nichiL 
amplius tales fideìussores , ratione sue fideiussionis, solvere compd- 
lantur * ipsa de causa , scìlicet si solverìnt dicto Communi int^ 
gram quantitatém prò qua fideìussissent , ut dictam est *. 

Si vero aliquìs magnas civìtatis vel comitatus Florentie vuln^ 
raret • vel percuteret * , vel vulnerari * vel perenti • faceret ali- 
qnem pop«ilarem civìtatis vel comitatus Florentie cum alìquo genere 
armorum , ita quod sanguis exiret e^ vulnero , nec mors fuerit se- 
cata, nec etiam vulnus fuerit illatum in vuUu, nee membri debi- 
lìtatio inde fuerit sobsecuta ; in hoc casu condempnetur "* per do- 
minum Potestatem * in librìs mille florenonim parvorum prò 
quoiibet vuinere * seu percussione * : et si sanguis non exiret , in 
Hbris qaingentis florenorum parvorum , tam faciens quam fieri fa- 
ciens. Et si vacuis manibus percuteret vel perenti faceret ipsum 
poputarem, oondempneUir in libris trecentis florenonmi parvo- 
rum, si in fortiam Gommunis Florentie pervenerif; et si non per^ 
venerit in fortiam Gommunis, condempnari debeat in dictis quan- 
tìtatibas , ut dictum est ; et eorum bona debeant devastar! , et 
eis devastatis perveniant in Gommune : et nichilorhinus eorum fS^ 
deiassores qui prò eis vel aiiquo eorum fideiusserìnt Communi 
Florentie , compellantur solvere Communi Florentie usque in di- 
ctas quantìlates , si prò tanta quantitate fideiussores extitissent ; 
et sì non fideìusserint prò tanta , prò ea quantitate prò qua fideiu»' 
emnX solvere compellantur : habituri regressum in bonis eius prò 
qoo 8(^erìnt, osque in Wam quantitatém quam solverìnt/ Salvo 
quod si fideiussores talis eonderopnatì condempnatìonem factam sol- 
verint infra decem dies , bona talis condempnatì non devastentur 
vd pubfioentur, sed regressum habeat talis fideìussor adversus 
t^m condempnatum et bona eius usque in quantitatém quam sol- 
verit prò eodem. Et in omnibus predictìs casibus non prosit aliqua 
pax qae redderetur ab aliquo dicto tali offendenti * v^ offendi 
£acienti *, vel condempnato vel alteri prò eo recipienti quandocum- 
que. Et sufBciat probatio in predictìs omnibus , et quoRbet pre- 
dictorum, centra ìpsos magnates facìentes et fieri facientes, et quem- 
libet eorum , maleficia supradicta vel aliquod eorum, per testes pro- 
bantes de publìca fama , et per sacramentum offensì si viveret : et 
si non viveret , per sacramentum filii vel filiorum suorum , si filium 
vel filìos haberet ; et si filium vel filios non haberet , vel si ha- 
beret filium vel filios, et essent minores quatuordecim annis, per 



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52 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4ÌI93 

sacramentum patrìs vel firatrìs oflensi , vel alterìus proximìorìs in 
gradu , si pairem vel fratrem non haberet. Et quod talis magnas 
etiam si solverei condempnationem de eo factam, nichilominus in- 
fra quìnquennium non habeat aliquod offitium vel bene6ciuin vel 
honorem a Communi vel prò Communi Florentie. 

Et in predictis omnibus et singulìs dominus Potestas babeat li- 
berum arbitrìum inquirendi et investìgandì et cognoscendi , et te- 
neatur et debeat ipsa malleficia et quodlibet eonun investigare , et 
condempnare centra facientes ut dictum est, infira cpiintam diem 
post conmissum malleficium et postquam denuntiatum ei fuerit 
vel ad eìus notitiam pervenerit ; scilicet male6cia mortis et vulne- 
ris in vultu et debilitationis membri : quod si non iaoeret , cadat 
et prìvatus sit a regimine sue potestarie. Alia vero makficia supra 
specificata teneatur inquirere et punire infira octo dies postquam 
eì denuntiatum esset vel ad eius notitiam pervenisset : quod si non 
faceret, perdat de suo salario libras quingentas florenorum parvo- 
rum (1). Et si infira dieta tempora dominus Potestas predicta exe- 
cutioni non mandaverit , ut est dictum ; post ipsos terminos , do- 
minus Defensor et Capìtaneus ipsa malleficia teneatur inquirere et 
punire, postquam ei denuntiatum esset vel ad eius notitiam per- 
venisset, modo predicto, infira alios quincjue dies; scilicet malle- 
ficia mortis et vulneris vultus et. debilitationis membri Alia vero 
malleficia predicta infira octo dies, ut dictum est: quod si non 
faceret et negligens fuerit , in predictis tribus casibus , scilicet 
mortis, vulneris vultus et debilitationis membri, sit prìvatus 
sua iurisditione et offitio capitanie ; et in aliis casibus perdat de 
suo salano libras quingentas florenorum parvorum. Et si dieta 
malleficia punita non fuerìnt per dominum Potestaiem , ut dictum 
est , apotece omnes artificum civitatis Florentie stare et tenerì de- 
beant clause et firmate per omnes artìfices civitatis Florentie. Et 
quod interim nuUum laborerìum fiat , sed ipsi artifices armati et 
muniti stent et permaneant donec predicta omnia effectui deman- 
dentur, ut supra dictum est; sub pena librarum xxv florenorum 



(4) Giunta scritta nel margine ^ e poi costata , per traslocarla più sotto. Salvo 
quod domiDo Tebaldo nunc Potestatì Florentie , tote tempore sue potestarie , si 
ea infra tempora et terminos suprascriptos investigare et cognoscere et punire 
non potuerìt , liccat etiam post dictos terminos in predictis malleflciis procedere , 
et ea punire modo predicto et intestlgare. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 53 

parvoram , aufferenda per dominum Capitaneum contrafacientì : et 
coQtra omnes et singulos artifices predieta non servantes, dominus 
Gapitanens habeat merum et pnruin arbitrìum in ìnquirendo , co- 
gnosceudo et panìendo. Et VeidUìfer iustitie teneatur et debeat cum 
effectu lacere et procurare qnod predieta et quodlibet predictorum 
effectui demandentor infra tempus et tempora su]»*ascripta , sub 
pena Mbrarum dueentarum florenonim parvoram eidem VexiUifero 
auferenda per dominom Capitaneum. * Hoc tamen salvo et specia- 
liter addito , quod domino Tebaldo de Bruxatis nunc Potestati Flo- 
rentìe (4), si predieta malleficia investigare et inquirere non pò- 
tuerit , et magnates ea conmictentes seu oonmicti facientes non 
ponierit infra predictos terminos , ut dictum est ; lìceat (2) post 
dictos terminos de predictis inquirere , investigare et punire , ut 
dictum est : dummodo predieta effectui mandet infra tempora sibi 
per Statuta Communis assignata (3) ; ita quod idem dominus Te- 
baidus presens Potestas in aliquam penam non incida t predicto- 
rum , si predieta fecerit infra terminum in Statutis contentum *: 
Et ut temeraria audatia iUorum qui talia conmictere non for- 
midant sicut expedit refrenetur, * et prò honore regiminis domini 
Potestatis (4) , et prò liberiate et bono statu popularium conser- 
vando * ; provisum et ordinatum est , quod si contigerit aliquem 
ex magnatibus civitatis ve! comitatus Florentie conmictere vel 
conmicti lacere aHquod maleficium in personam alicuius popularìs 
civitatis vel comitatus Florentie , ex quo maUefìcio mors sequatur , 
vei faciei vituperatio ex enormi vulnero , seu membri abscissio , ita 
quod ìpsum membrum a reUquo corpore separetur; * deminus 
Potestas (5) civitatis Florentie teneatur et debeat proprio sacra- 
mento incontinenti sine dilatione aiiqua , cum ad ipsius notitiam 
pervenerit dictum maleficium foro conmissum, de conscientia Vexil- 
Uferi iustitie , facere pulsare ad martellum campanam suam , et 
bannirì facere pubiice per civitatem , quod dicti m pedites electi , 
armati concurrant, et' ire sine mora festinent ad domum dicti 
Vexilliferi. Et incontinenti ipso VexìUifer iustitie, una cum predictis 



(4) L.r,: tote tempore sui regiminis. 
(Sj L. r, : liceat impune etiam , etc. 

(3) £«r.: in casibus antedictis. 

(4) I.r. : Capitanei. 

(5j L. r. : Defensor et Gapitaneus Artium et artificiun. 



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H4 ORDINAMENTI. DI GIUSTIZIA DEL 4S93 

pedìtibus , armatus , et cum vexillo lustitie , ad domum sive pa- 
lacium domini Poiestatis (\) vadat. Et tunc dictus dominus Pote- 
stas (S) mictat et mietere teneatur et debeat, omni ecceptione et 
dìlatione remotis (3) , unum vel plures ex iudicibus seu militibus 
suis , cum illis ex suìs familiarìbus quos voluerit , cum dictis vexìl- 
Kfero et pedìtibus * , virìliter (4) et potenter ad demos et bona talis 
magnatis conmicteniis vel conmicti facientis malieficium aliquod 
ex proxime predictis ; et ipsas domos et bona in civitate, burgìs et 
subburgis Florentie existentia funditus et radicitus d^truere et 
devastare , seu destrui et devastari totaliter tacere , antequam a 
loco discedant ubi erunt posita dieta bona. In atiis vero ceteris 
malleficiis suprascriptis per magnates in populares ut predicitur 
conmissis , ex quibus mors seu membri a refiquo corpore separatio 
vel faciei ex enormi vulnere vituperatio * non sequeretur * , prò 
quibus bona dictorum magnatum (5) iamdicta malleficia conmicten- 
tium vel conmicti facientium destrui et devastali deberent secun- 
dum modum prescrìptum , illud idem observetur et fiat per dictos 
* dominum Potestatem (6) et Vexilliferum et pedites et familiam 
Potestatis post decem dies elapsos a die condempnationis focte de 
tali malefactore magnate ipsa maleficia vel eorum aliquod conmi* 
ctente vel conmicti faciente; nisi infira decem dies predictos dieta 
condempnatio fuerit Communi Florentie integraliter exsoluta *. Et 
semper cum dictus VexiUifa* (7) ibit cum dictis familia Potestatis (8) 
et peditibus ad dieta bona destruenda, ut dictum est; vexittiferi 
omnium sujNrascrìptarum Àrtium , cum hominibus suarum Artium, 
esse et stare debeant armati et parati ad accedendum ad domi- 



ti) I.r.: Capitanei. 
i^) I.r.: Gapitaneus. 

(3) L.r.: et debeat, sine aliqua dilatione. 

(4) L,r.: Et at temeraria audatia eie. refrenetur; diciu& Vezillifer iustitie, 
si contigerit aliquem ex magnatibus etc. , ita quod ipsum membrum a reliquo 
corpore separetur; teneatur et debeat iDContinenti, sine dilatione, armatus, cum 
vexillo lustitie et cum dictis mille peditibus armatis , et ipsi pedites cum eo 
sequi , et cum aliquo vel aliquibus ex femiliaribus domini Potestatis, ire viri* 
li ter, etc. 

(5) L, r. : malefactorum magnatum. 

(6) L, r,; dominum Capitaneum et Potestatem et eius iudicem. 
;7; L. r.: dictus dominus Capitaneus. 

(8) L. r. : cum dictis Vexillifero , familia Potestatis , etc. 



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ORDINÀHENTI DI GIUSTIZU DKL 4293 55 

Dum (4) Capìtaneum virìliter et potenter, et ad ipsius mandata in 
omnibus obediendum , sicut de ipsius domini Gapitanei voluntate 
ac mandato processerit *. 

De pem magnatum inferentìum violentiamo turbationem vel immam 
fh dondbm, terris vel pos$es8Ìmibus popularium. Rubrica [VI]. 

Item provisum et deliberatum est , quod si aliquis de magna- 
tibus civitatis vel oomitatus Florentie per violentiam demos, terras 
vel possessiones alicuius popularis civitatis vel oomitatus Florentie 
occuparet sen invaderei , puniatur et condemimetur per dominum 
Defenaorem et Capìtaneum in libris mìUe florenonim parvorum , et 
quotiens; et demos et terras et possessiones sic occupatas seu in* 
vasas faciat restitui , cum fructibus inde perceptis et qui percipi 
potuerunt, infira decem dies postquam hoc ad notitiam domini 
Gapitanei pervenerìt. Si vero talis magnas turbaret, mdestaret seu 
iniuriaret, seu turbari, molestarì vel iniuriari faceret quocumque 
modo domos, terras vel possessiones alicuius popularis civitatis vel 
dìstrietus Florentie , vel interdiceret inquilinis seu colonis vel labo- 
ratoribus huiusmodi popularium ne habitarent vel colerent ipsas 
demos, terras vel possessiones ; infra decem dies post quam hoc ad 
notitiam die ti domini Defensoris et Gapitanei pervenerit , condem- 
pnetur per dictum dominum Defensorem et Cafàtaneum Communi 
Florentie * in libris D florenorum parvorum *, et quotiens. Et quod 
talis magnas a tali molestia, turbatione et ìniuria omnino desistat, 
et nìchOomìnus ad restitutionem dampnorum tali iniuriato et mo- 
lestato condempnetur. Et credatur et stetur in quolibet predictorum 
casuum sacramento inìuriati seu molestati , et sui laboratorìs seu 
inquilini sive coloni , vel sacramento ipsius iniuriati vel mole- 
stati, cum duobus testibus probantibus de publica fama. In 
quibus onmìbus casìbus dictus dominus Defensor et Capitaneus 
habeat purum et hberum et merum arbitrium investigandi , inqui- 
r^ìdi , cognoscendì et procedendi centra tales magnates invasores , 
occupatores, violatores seu iniuriantes, et puniendiet condempnan- 
di ut dictum est , cum accusa et sine accusa , sicut eidem domino 
Gapitaneo placuerit et visum faerit (i). 



(4) X.. r. : ad ipsum dominum. 

(2) DàUe parole seu inquilìDi /Ino a qui t è scritto da qu$Ua stessa matìo che 
continuò a scrivere aUra voUa , come abbiamo opportunamente notato. 



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56 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

De pena magnatis rem inmobilem in qtsa pupularis fuerit cmsors, 
ementìs vel acquirentìs. Rubrìca [VII]. 

Item provisum et ordinatum est quod capituhim Gonstitutì do- 
mini Defensorìs et Gapitanei , quod est sub Rubrìca : Quod nullus 
de magnatibus emat vel alio titulo acquirat partem rei inmobilis 
alterìus , inrequisito consorte ; et incipit : Statutum et ordinatum 
est , quod nullus de magndtibus , etc. ; per dominum Potestatem et 
per dominum Gapitaneum et quemlibet eorum effectualìter et to- 
taliter debeat observarì. Et si contigerìt quod de cetero alìquis ex 
magnatibus fecerìt vel fiorì fecerìt quomodoUbet centra formam 
ipsius Gapituli centra aliquem popularem, seu in re vel parte rei 
immobilis alicuius popularis civitatis vel comitatus Floréntie ; con- 
dempnetur talis magnas centra predicta faciens per dominum Po- 
testatem vel Gapitaneum , in librìs d floren(H*um parvorum , * et 
quotiens * ; et nichilominus cogatur ipsam rem inmobilem acqui- 
sitam vel emptam seu conductaùi centra formam dicti Gapituli , et 
eius possessionem restituere popularì predicto, et renuntiare iurì 
acquisito , et celerà omnia facere secundum quod in ipso Gapitulo 
plenius continetur. 

De pena popularis per magruUem offensi vel iniurioH, non denunciantis 
iniuriam vel offensam. Rubrìca [Vili].' 

Item provisum et ordinatum est, quod in omnibus et singulìs 
supradictiscasibus, quilibet qui offenderetur, teneatur et debeat de- 
nuntiare domino Potestati ea que ad ipsius ofBcium spectant , et 
domino Defensorì ea que ad suum officium pertinent; videlicet, filius 
vel filli mortui seu occisi, si maior vel maiores fuerìnt xiiii (4) 
annis; vel si minores essent, eorum tutores; et si tutores non ha- 
berent, eorum iratres; et si fratres non haberent, eorum propin- 
qui; infra tertiam diem post conmissum maleficium in civitate 
Floréntie; si vero conmissum fuerìt in comitatu, infira decem (2) 
diés: sub pena librarum centum florenorum parvorum, per domi- 
num Potestatem vel Gapitaneum auferenda ei qui centra fecerìt. 
Et sì viveret vulneratus vel offensus in persona, teneatur denun- 

(4) £.r. : duodecim. 
(2j L,r.: quindecim. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 57 

tiare seu denuntiari facere Poiestati imuriam sibi faetam in tertiam 
(liem , 4 offensus vel vulaeraius fuerit in civitate, burgis vel sub- 
bnrgis civ'tatis Florentie; si v^ro in oomitatu, infra deoem dies: 
sub pena lilH'arum L florenonun parvorum, eidem per dominum Po- 
testatem auferenda , et quotiens. Uli vero quibug iniurìa , vioientia 
aeu molestia illate essent in possessionibus, domibus seu terris , seu 
eorum laboratorìbus , inquilinis seu oolonis, teneatur denuntiare 
domino Defensori infra xv dies post talem iniurìam et violentiam 
et molestiani faetam sive iUatam ; sub pena librarum l florenorum 
parvonun , eidem qui centra feeerìt per dominum Gapitaneum au- 
fervuta. Et nichilominus predicta omnia et singula malefìcia pre- 
dicti domini Potestas et Capitaneus teneantur inquirere et investi- 
gare et punire eorum arbitrio, ut predictum est. 

De accapto non faciendo per aUquem magncUem condempnatttm. 
Rubrica [IX]. 

item provisum et firmatum est, quod nuUus de magnatibus civi- 
tatìs vel comitatus Florentie, qui condempnatus esset vel condempna- 
retar deinceps, poesit vel debeat, occasione condempnationis de 
ipso fiacte vel fluide , potere vel peti facere ab aliquo cive vel co* 
mitatino Florentie aliquam pecuniam vel aiiquod accattum, vel ali- 
quid aliud accipere in pecunia vel rebus prò ipsa condempnatione 
de ipso beta, vel occasione ipsius condempnationis: et talis ma- 
goas qui centra feeerìt , puniatur per dominum Potestatem vel Ga- 
pitaneum in libris d ilorenorum parvorum ; et qui prò eo iret prò 
ipso aocattu, et prò eo reciperet seu peteret, vel qui diete ma- 
gnati vel alii prò eo dieta de causa aliquid dedent vel miserìt , 
condempnetur in libris e prò quolibet et quotiens. Et in predictis 
et centra predictos sufficiat probatio per pubUcam famam. Et dicti 
dominus Potestas et Capitaneus , et cpUlibet eorum , teneantur et 
debeant quandocumque condempnaverìnt aliquem ex magnatibus , 
inquirere et investigare quocumque modo voluerìnt de predictis; et 
centra predictos et super hiis debeant ponere et habere explora- 
tores sive denuntiatores secretos, qui explorent et inquirant et de- 
oontient , eo nK>do quo viderint convenire , omnes illos qui fece- 
rìnt contra predicta vel aiiquod predictorum. Et fiant duo tambura, 
quorutu unum stet in palatio domini Potestatis, sub loggia novi ter 
lacta ; et aliud tamburum , in palatio domini Defensorìs, in loco 

Aich.St.It. , Muopa SerÙT. 8 



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58 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

publico et aperto: in quìbus tamburìs sit licitum cuilibet mietere 
cedulam continentem iUos tàles (4) qui fecerunt centra predicta vel 
aliquod predictomm * in presenti ordinamento contenctorum *. Et 
dorainus Potestas et Defensor, et quilibet eorura, centra tales ma- 
gnates dantes et recipientes^ sive dari et recìpi facientes, habeant 
libeinim arbitrium investigandi et inquirendi predicta, et puniendi 
centra facientes ut dictum est. Et si alio cedule de aliis factis in 
dictis tamburìs micterentur, prò nichilo habeantur. 

De aHenigenis non admictendis ad advoccUwnes faciendas. 
Rubrica [X]. 

Itera statutum et ordina tum est , ad hoc ut domini Potestas et 
Gapitaneus possint liberius et absque suspitione, reprènsione vel 
corruptione ipsorum, offitia exercere; et ne quibusdam Artibus ci- 
vitatis Florentie immisceantur alienigene vel homines male fame; 
quod omnes et singuli qui diffamati sunt, vel qui publica laborant 
infamia de baratteriis, vel qui baratterias faciunt vel conmictunt 
seu conmicti faciunt, amoveantur et repellantur procul a palatiis 
dominorum Potestatis et Gapitanei, aliorumque officiaiium Gom- 
munis Florentie ; et quod coram eis comparere non possint vel de- 
beant , vel coram eis morari vel stare ; et quod etiam possint con- 
finari, prout placuerit eisdem dominis vel alteri eorum, et eos con- 
dempnare ad eorum libitum et voluntatem. Et quia alienigene et 
qui non sunt oriundi de civitate vel districtu seu comitatu Flo- 
rentie tales baratterias et corruttelas frequenter conmictunt et con- 
mictere consueverunt , ac etiam corrumpere ofBciales Communis 
Florentie, ut iam didicimus ab experto ; que omnia redundant in 
dampnum et detrimentum popularium et artificum Gommunis Flo- 
rentie, et in vituperium et dedecus et abbominationem regiminis 
Gommunis Florentie , et etiam bonorum et honorabilium hominum 
Artium civitatis Florentie , quarum Artium tales alienigene se esse fa- 
tentur : provistim et ordina tum est, quod uullus alienigena, vel qui 
non sit oriundus de civitate vel comitatu Florentie, possìt offici um 
advocationis exercere in civitate Florentie, aliqua ratione vel causa, 
vel conmissionem recipere per se vel per interpositam personam, 
vel Consilia reddere super aliqua questione vel causa, vel ministe- 

{\) L,r.: illos tales magnates. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DSL 1293 59 

rìum (4) alìquod^ vel patrocìnium vel officìum prebere vel exer* 
cere coram aliquo ofScìali Communìs Florentie in aliqua causa vel 
questione. Et quod dictus dominus Potestas et Capitaneus, et qui- 
libet eonim, et ipsorum iudices et officiales, et celeri officiales 
Communis Florentie, non patiantur tales alienigenas coram se advo- 
care vel postulare, nec eisdem possint sive debeant aliqua Con- 
silia, seu aliis prò eis recipientibus, conmictere vel conmicti fa* 
cere. Et si conmissa fuerint, non -valeant, et sint cassa et vana 
omnia et singula capitula Sta.tutorum Conununis vel populi Fk>* 
rentier que in aliquo predicto ordinamento contradicerent vel quo- 
modoiibet obviarent in aliqua sui parte. * Salvo tamen et reser- 
vaio, quod hoc presens ordinamentum in aliqua sui parte non 
preiudicet nec locum habeat in aliquo vel aliquibus notariis, seu 
centra aiiquem vel aliquos notarios, cui vel quibus lìactenus per 
Consilia (2) dicti Communis concessum vel ordinatum esset ipsum 
vel ìpsos. posse exercitium et artem notane et alia facere et exer- 
cere in civitate seu comitatu Flbrentie, secundum ipsorum censi- 
lionim tenorem et formam (3) : cui concessioni vel ordinamento in 
favorem dictorum notariorum factis , per predicta non intelligatur 
in aliquo derogatum * (4). 



Quod illi qui condemncAuntur prò barcUeria quam connrictereiU con- 
ira Commune Florentie, de cetero non possint offitiwn habere a 
Communi. Rubrica [XI|. 

Item, quod quicumque deinceps fuerit condempnatus prò aliqua 
baratteria quam conmicteret vel faoeret centra Gommune Florentie 
in aliquo offitio Communis Florentie, vel occasione custodie alicuius 
castri seu casteUanie, de cetero non habeat vel habere possit ali- 
quod beneficium vel offitium a Communi vel prò Communi Fioren- 



ti) Dalia metà di questa parola fino alltermme del Capitolo rkompax'isce qwlìa 
steaa mano che abbiamo altra volta notata. 
(t) L, r. : solempnia Consilia. 

(3) L. r. : consiliorum contiDentiam et tenorem. 

(4) Lesione variante , poi canceUata : Salvo et reservato quod predictum or- 
dinamentum non preiudicet alicui notano , quantum ad suum officium notarii , 
cui per solempnia Consilia Communis Florentie actenus concessum fùit posse of- 
flciom notane exercere , et alia que eidem acténus fuerint concessa per dieta 
Consilia. 



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60 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

tie; * de (1) quo offitio vel benefftìo possit alìquod salarìum vel 
utilità lem sive premium oonsequi vel habere *. 

De magnatibus qui condempnaòuntur vel exbanmentur prò offmtiz 
popularhm, non rebanniendis. Rubrica [Xll]. 

Item , ad hoc ut malefactores , de quibus supra facia est men- 
tio , cum effectu penis debitis comprimantur ; provisum et ordina- 
tum est, quod nullus de magnatibus qui aliqua ex causis supra- 
scriptis * in predìctis ordinamenti^ vel aliquo eorum contentis, de 
ceptero * fuerit condempnatus vel exbannitus, possit * vel debeat * 
eximi vel cancellari de banno vel condempnatione Communis Fio- 
rentie pretextu ♦ alicuius * pacis, vel aliqua alia ratione, beneficio, 
privilegio vel iure vel causa, nlsi integraliter solverit condempna- 
tionem * seu condempnatìones * de eo factas; et pretextu * vel 
occasione * pacis vel privilegii vel beneficii vel aliqua alia ratione , 
iure vel causa , * condempnatio séu * condempnationes de eo facte 
differri , retardari vel impediri non possint quominus executioni 
mandentur in persona et rebus ipsius exbanniti sive condempnati. 
Hoc etiam expresse addito , cpiod si quis * magnas * fiierìt con- 
dempnatus in amputatione capitis propter aliquod malleficium quod 
conmiserit in personam alicuius popularis , ex quo secundum lòr- 
mam predictorum ordinamentorum * vel alicuius eorum * caput 
sibi debeat amputar! , non possit redimi per aliquam pecuniam vel 
aliquem alium modum quin capud amputetur eidem (2). 

De exbanmtis vel condempnatis non rebanniendU, 
nìBi certo modo. Rubrica |XI11]. 

Item provisum et ordinatum est , quod nuUus exbannìius vel 
condempnatus in persona vel rebus (3) possit eximi de bannis vel 
condempnationibus Communis Floreutie , vel de ipsis cancellari , pre- 
textu, causa vel ratione alicuius privilegii sive beneficii , vel aliqua 



(1/ DaUa parola de sino aUa fkM , è deUfaUra soUla numo, 

(S) Stcomlo la Immnm prima , qui conlémiava il scgumle Capitolo con te panie : 

Et quod nullus baimitus , etc. » iew'aioere parlkolairt rubrica, 

(3) L. r, : prò aliquo ex diotis oMlleflciis ia persona alicuius popularis 

conmisso. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1S93 61 

alia raticme vel causa, nisi in casibus specialiter et nomina tim 
expressìs in capitalo Constituii Gommunis Florentie, quod est sub 
Rubrica : De exbannitis rebanniendìs ; et incipit : Quicumque, etc; 
vel in casibus expressis et speci6catis in capitulo Statuti domini De- 
ienaorìs, quod est sub Rubrìca: De exbannitis rebanniendìs, etc.*, 
et quod in alìis casibus omnibus qui nóminatim et specialiter in di- 
ctis capitulis non continentur, domini Potestas et Capitaneus, et 
ip6onun et utrìusque ipsorum iudices et officiales (1), nuUam pe- 
iitioDon recipìant vel conmictant, nec aliquos exbannitos vel con- 
dempoatos cancellarì faciant vel permictant de bannis et condemna- 
iionibus ìpsomm, nisi in casibus qui in dictis Capitulis specialiter 
exprimuntur: ad penam librarum quingentarum florenorum par- 
vomm prò quolibet qui centra fecerìt, et quotiens. In qua pena 
quicumque conmiserìt tales petitiones condempnarì debeat per sin- 
dicos qui sindicabunt eosdem. Salvo (2) tamen et expresso, quod ni- 
chiloniinus illi omnes et singuli qui actenus per Commune Florentie 
oblati et a carcerìbus per viam oblationis relaxati fuerìnt, ac etiam 
omnes e% singuli qui per ipsum Commune de cetero offerentur et per 
viam oUationis a carcerìbus relaxabuntur , licite et impune possint 
ei debeant eximi et cancellarì de bannis et condempnationibus de 
quibus et prò quìbus oblati et, ut dictum est, relaxati a carcerì- 
bus fuerunt vel fuerìnt in futurum; non obstantibus antedictis vel 
aUquo prédictorum: et hoc si constìterìt (3) oblationes huiusmodì 
factas vel facìendas, factas esse legiptime secundum formam capi- 
tuloram Constituti vel reformationum soiempnium consiliorum Com- 
munìs et domini Defensorìs. Hoc etiam in hiìs addito et expresse 
provìso, cpiod nuUus de magnatìbus civitatis vel comìtatus Florentie, 
* qui de cetero per Commune Florentie condempnatus vel exban- 
nitos fiierit prò aiiquo maleficio vel offensa fecto vel facta in persona 
vel rebus alicuius popularis *, possit vel debeat quomodolibet offerrì 
seu a carcarìbus dicti Gommunis per viam oblationis relaxarì, sta- 
totonun vel reformationum alicuius consìliì beneficio vel favore (4). 

(4 ) L. r. : officiales , et etiam domini Priores qui prò tempore fuerint. 

0B) Così vei^oa pur anninciato qunto periodo : Salvo tameo quod predicta 
que cootineotiir et scripta sunt in hoc presentì ordinamento, non vendicent sibi 
locum nec extendantur.... 

(3) L. r. : et hoc si secundum formam huiusmodì oblationis iam facte vel 
flende constìterìt , etc. 

(4) 1» ordine alle obìaxUmi di cui parla il presente Capitolo , si vedcmo i Do- 
t sotU> la lettera E. 



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02 * ORDINAMENTI DI 6IUSTIZU DEL 1293 

Qtu)d magncUes non accedant ad consilium domini 
Capitanet. Rubrica [XIV]. 

Item * ordinatum est et provisum *^ quod aliquìs ex magna- 
tibus civitatìs Florentie non possit vel debeat aliqua de causa 
ire seu accedere ad consilium domini Capitanei, postquam dominus 
Gapitaneus fuerit in loco in quo consilium celebrari debebit , absque 
expressa licentia vel mandato domini Capitane! vel offitii domino- 
rum Priorum Àrtium ; et ad penam librarum xxv florenorum par- 
vorum prò quolibet eorum , et qualibet vice , ipsi magnati per 
dominum Capitaneum prò Communi Florentie auferenda. 

De arbitrio Potestaiis et Capitanei contra magnates 
verba iniuriosa dicentes. Rubrica [XV]. 

Item , quod si quis ex magnatibus civitatis vel comitatus Flo- 
rentie presumpserit dicere vel proferre aliqua verba iniuriosa seu 
continentia superbiam et arrogantiam contra dominos Potestatem , 
Capitaneum, Priores Àrtiiun et Vexilliferum lustitie, vel aliquem 
seu aliquos ex eisdem, et in eorum vel alicuius eorum (1) presentia 
et conspectu ; que verba redundare videantur in detractionem et 
dedecus regiminis et offitii predictorum vel aliquorum sive alicuius 
eorum ; possit dominus Potestas vel dominus Capitaneus Halem ma- 
gnatem ad coufinia mietere et tenere extra civitatem * et cpmicta- 
tum * Florentie , ubi et jmto tempore quo sibi placuerit, et ipsum 
punire et condempnare ipsorum arbitrio et voluntate ; inspecta 
persone, verborum et superbie qualitate. Et iUud idem fecero pos- 
sint de quocunque qui in aliquo Consilio, quod fieret per dominum 
Potestatem vel per dominum Capitaneum aut per dominos Priores 
Artium et Vexilliferum iustitie , verba iniuriosa et turpia dixmt 
contra aliquem in dictis consiliis vel eorum aliquo existentem. 

(4) L.r. : vel alicuius seu aliquorum. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4^3 63 

De iuribus fwn acquirendis per magnates in bonis immobilibus popur 
larhan occasione fideiusstonis , nisi certa solempnitate servata. 
Rubrica [XVlj. 

Item provìsum et ordìnatum est , ad hoc ut magnates bona 
popularium indebite non rapiant vel usurpent , quod si aliquis 
magnas civitatis vel comitatus Florentie sit vel fuerit in posterum 
obligatus, prò aliquo populari * civitatis vel comitatus Florentie *, 
Communi Florentie, vel alieni universitati, vel etiam alieni singularì 
persone, prò aliqua fideiussione vel promissione vel quocumque 
alio oUigationis nomine ; et oportuerit talem magna tem solvere, et 
solverit diete Communi vel universitati aut singulari persone ali- 
quam pecunie quantitatem prò diete populari prò quo fideiussori t, 
vel se alio modo ut dictum est obligaverit : non possit vel debeat 
deinceps talìs magnas qui solverit prò diete populari, ut dictum 
est, ratione aHcuìus iuris vel actionis quod vel quam acquireret 
centra talem popularem vel eius bona ratione talis solutionis, 
accipere vel adipisci per se vel alium auctoritate propria, vel ali- 
cuius rectoris , iudicis vel officialis Communis et civitatis Florentie , 
aBquam tenutam seu possessionem in bonis et super bonis immobili- 
bus quibuscumque dicti talis popularis , nisi serva tis modis et ordine 
ittfirascrìptis ; videlicet : quod postquam solverit talis magnas prò 
tali populari, ut dictum est, infra decem dies a die solutionis 
huiusmodi computandos, teneatur et debeat ipse magnas diete po- 
pulari prò quo solverit denuntiare et ei notum facere sive fieri et 
dennntiari facere in persona per publicum instrumentum (1), qua- 
liter pto eo solverit totam quantitatem pecunie, et quod sibi de- 
beat saiisfacere, de pecunia quam prò eo solverit, et etiam de 
expensis legitimis , necessariis et oportunis quas (S) fecerit occasione 
solutionis predicte. Et si dictus popularis personaliter inventus 
non foerit, possit fieri talis denuntiatio et notificatio publice et 
palam domui, ecclesie et vicinis, et tribus ad minus ex proximio- 
ribus consanguineis vel consortibus popularis predicti. Et si dictus 
popularis vel alter prò eo dictam quantitatem * pecunie * prò eo 
sic solutam cum expensis legitimis et necessariis , ut dicium est , 



li; L.r, : et publice et palam. 
[i] L. r, : quas prò eo. 



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64 O^lNAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

dicto magnati vel alii prò eo recipienti solverit et restituerit vel 
solvi et restituì fecerit , sive depositum apud aliquem mercatorem 
legalem prò solvenda dieta pecunia fecerit vel fieri fecerit infira 
X dies a die huiusmodi denuntiationis computandos ; teneatur (4) et 
debeat dictus magnas per se vel aliura dicto tali populari vel alii 
prò eo recipienti reddere omnia instrumenta, iura et actiones que 
vel quas habuerit centra eundera popularem vel bona et in bonis 
huiusmodi popularis, et ei * vel alteri prò eo * finem facere * vel 
fieri facere * solemphem de omni eo quod adversus dictum popu- 
larem et super bonis dicti popularis petere vel exigere posset ra- 
tione talis solutionis , fideiussionis , iuris et actionis. 

Et dictus magnas , si sibi non fiierit satisfactum ut dictum est 
infra predictos x dies , possit et sibi liceat impune et libere uti 
omni suo iure super bonis et in bonis talis popularis, secundmn 
formam iuris et Statutonim Communis et populi Florentie. Et si 
contigerit talem magnatem post ipsos decem dies in bonis et super 
bonis talis popularis aliquam tenutam vel possessionem acquirere 
vel habere , vel ipsa bona emere a quocumque occasione predicta; 
teneatur et debeat ipse ma^as predicta bona et tenutam sive 
possessionem et iura dictorum bonorum reddere et restituere libere 
et expedite eidem populari vel eius propinquioribus sive consorti- 
bus, si infìra unum mensem initiandum a die ultima predictomm 
decem dierum dicto magnati restituere voluerint et integraliter 
solverint ipsi vel aliquis eorum pecuniam quam * dictus magnas * 
prò dicto populari solvisset, cum expensis legHimis, ut est dictum; 
* vel etiam depositum fecerint vel fieri fecerint, de dieta pecunia 
et expensis restituendis dicto tali magnati , apud sufficientem mer- 
catorem *. 

Et si aliquis ex predictis magnatibus centra predicta vel aliquod 
predictomm fecerit vel fieri fecerit, puniatur et condempuetur per 
dominum Potestatem vel dominum Capitaneum in libris D floreno- 
rum parvorum prò quali^>et vice (2). Et nichilominus teneatur et de 
facto et eflEectualiter compellatur talis magnas per predictos dominos 
Potestatem vel Capitaneum predicta bona et tenutam et possessio- 
nem predictomm bonorum dicto populari , vel alii prò eo recipienti^ 
reddere, dimictere et restituere, et omni iuri renuntiare quod 



(I) L.r.: solveril et restituerit infra x dies predictos, teneatur, etc. 
^2j L.r,: prò quolibet eorum et qualìbet vice. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 42^3 65 

aoquìfflvisset in bonis et super boni^ dicti popuiarìs , ut dictum 
est; sub pena superìus denotata, eidem magnati per dominum 
Potestatem vel Capitaneum auferenda. 

De rebus itmobilibus popularitm a Communi tum emendis 
per magnates. Rubrica [XVII]. 

Ordinatum est etiam et provisum , quod nulius ex magnatibus 
civitatis vel comitatus Florentie possit vel debeat emere * vel emi 
facere, vel aliquo alio modo adquirere vel aquiri facere * a Com- 
muni Florentie aliquam rem inmobilem, * vel alìquod ius super 
ea * , alicuius popuiarìs , ratione vel occasione alicuius condempna- 
tionis facte * vel fiende * de ipso popularì per aliquod regimen 
civitatis Florentie (4), nisi secundum formam traditam in prece- 
denti ordinamento (2). Salvis tamen capitulis Constituti in eo casu 
quo conceditur et licitum est consortibus alicuius condempnati 
partem talis condempnati redìmere. 

De satìsdaHonibus magnatum civitatis et comitatus Florentie. 
Rubrica fXVIU]. 

Item, prò multis fraudibus evitandis que per quamplures ma- 
gnates et nobiles civitatis et comitatus Florentie conmictuntur co- 
fi } La fNima compilazione àUa parola Florentie continuava come appresso: 
nisi primo talis magnas requisiyerit yel requiri feoerit pablice et palam consor> 
tes talis condempnati t si con^ortes habaerit; et si consortes non habuerit, duos 
vel tres de proximioribus consanguineis ipsius popularis ex parte patris ; et eis 
notificayerit qaod possessiones talis popularis condempnati velit emere a Com- 
muni , si predicti consortes vel consanguinei eas emere noluerlnt : et si dicti con- 
sortes vel consanguinei dictas possessiones dixerint se velie emere a Communi 
prò tosto pretio , non possit talis magnas talee possessiones infra xv dies emer^ , 
a diedenuntiaUonis huiosmodi computandos. Et si dicti consortes vel consangui- 
nei quìbus dicttts magnas denuntiaverit, ut est dictum , dictas possessiones non 
emerint a Communi ut dictum est , tunc dictus magnas possit impune et libere 
emere possessiones huiusmodi prò insto pretio a Communi , et cum omni iure ac- 
quifere et babere et libere posaidere. Et si aliquìs ex magnatibus centra pre- 
dieta fecerit vel aliquod prédictorum , possit et debeat condempnari per dominum 
Potestatem vel Capitaneum in libris ce florenorum parvorum; et nicbilominus 
teneatur tales possessiones emptas centra predictam formam restituere , et expe- 
ditas dimtttere tali populari vel consortibus suis vel consanguineis supradictis. 
(8) L,r.i ordinamento ; nisi dictus magnas fuerit consors talis condempnati. 

Aigh.St.1t., Nuova Serie. g 



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66 OUDINAMENTl DI GIUSTIZIA DEL 4293 

lidie circa satisdationes efc sodamenta que per eos fiunt et fieri de- 
bent per formam et secundum formam Capituli Gonstituti Commur 
uis Florentie positi sub Rubrìca, De securìtatibus prestaudis a ma- 
gnatibus civitatis Florentie ; et incipit : Ut in efiBrenata precipue 
magnatum, etc. ; provisum et (urdinatum est, quod omnes et sin- 
guli * legittimi et naturales, sive naturales tantum, sive qui vulgo 
bastardi appellantur * , de domibus et casatis scriptis et expressis 
in dicto capitulo Gonstituti, a w annis supra et a lxx infra, omni- 
no teneantur et debeant et per dominum Potestatem eSèctoaliter 
conpellantur ad promictendum , sodandum et ciun li^onìs et suffi- 
cientibus fideiussorìbus satisdandum Communi Florentie , seu alioui 
officiali dicti Communis prò ipso Communi , de quantitate et onuù- 
bus et singulis in dicto Capitulo contentis, et secundum ipsius Ca- 
pituli continentiam et tenorem : non obstante quod ipà vel aliqiùs 
corum de dictis domibus et casatis , vel aliquo eorum , sint artifi- 
ces seu artem vel mercantiam exax^eant vel ex^rcuerìnL Salvo 
tamen et expresse proviso, quod si reperiretur aliqua ex dictìs 
domibus et casatis de quibus supra dicitur, de qua seu quo omnes 
et singuli de ipsa domo seu casato a quinque annjs proxime preteri- 
tis ci tra , et per dictum tempus v aimorum, quomodocumque et 
quacumque de causa se excusaverint seu exenti vel liberi seu im- 
munes fuerint ab huiusmodi sodamente et satisdatione , * vel non 
compulsi fiierint infra predictum tempus satisdare *, secundum 
formam dicti capituli Constituti, seu fuerint et steterint absque di- 
cto sodamente et satisdatione faciendis per tempus iam dictum ; 
ipsi omnes (4) de huiusmodi domo et casato, vel aliquis eorum, ad 
predictam satisdationem et sodamentum predictum fociendum s^i 
prestandum deinceps aliquo tempore nullo modo teneantur , vd 
quomodolibet conpellantur seu conpelli possìnt vel debeant per 
aliquod regimen vel officialem dicti Communis, non obstante quod 
talis domus et casatum scriptum sit in dicto capitulo Constituti 
Communis : et insuper ipsi omnes et singuli de huiusmodi domo et 
casato in omnibus et singulis et quoad omnia et singula habeantur, 
teneantur et tractentur solummodo prò popularibus , nec prò ma- 
gna tibus in aliquo habeantur, teneantur vel tractentur modo aliquo 
seu causa ; non (Stante Capitulo Constituti domini Cafntanei, posito 



(4) L. r. : secundum formam dicti Capituli fociendis , ipsi omnes et 
guli , etc. 



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ORDINAÌfENTt DI GIUSTIZIA DEL 4293 67 

sub Rubrìca , Qui debeant appellarì et intelligantur uobQes et ma- 
gnates ; et iucipit : Item , ut de poteutìbus , etc. ; vel aliquo alio 
statato vel ordinamento guomodolibet contradicente : reservato 
etìam et proviso, quod si videbitur offitio dominorum Priorum 
Artium qui prò tempore fuerint, quod aliquis seu aliqui ex do- 
nùbus et casatis que , ut predicitur , sodare et satìsdare tenentur 
et ddjent, essent iusufficientes et impotentes propter paupertatem 
ad securandum et satisdaudum de quantitate in dicto Capitulo 
cooteata; ipsi domini Prìores, non obstantibus antedictis, possint 
«sque liceat providere et determinare et deliberare quantitatem 
et super quantitate de qua huiusmodi qui eisdem dominis Priori- 
bus iusufficientes et impotentes ut dictum est videbuntur, sodare 
et satìsdare teneantur et debeant Communi iamdicto: possint etiam 
ipsi domini Prìores , eisque liceat , pìrovidere et deliberare super 
promissionibus quas facere teneantur iUi qui dìctas promissiones 
satisdationes et sodamenta fecerint , secundum quod eisdem domi- 
nis Prìorìbas videbitur convenire. Quicquid autem per ipsos dominos 
Prìores Artium super hìis ut predicitur sìbi conmìssis provisum , 
determinatum et delibera tum fiièrìt, valeat et teneat et effectualiter 
dìservetur; non obstantibus aliquibus capitulis Constìtuti domini 
Gapitanei vel Communis Florentie , seu aliquibus ordinamentis in 
predictis vel aliquo predictorum aliqualiter contradicentibus vel 
eisdem repugnantibus quoquomodo. * Salvo quod supra dicitur de 
bominibas et personis domorum sive casatorum que satìsdare non 
debeant ut dictum est , locum non habeat in hominibus et personis 
qui óve que sunt vel fuerint rebeHes Communis Florentie a dìctis 
y annis citra *. 

De occiqfcmtibus possessiones et bona monasteriorum , 
eccksiarwn vel kospitaliim. Rubrica [XIX]. 

ftem , cum occasione ecclesiarum et possesdonum ad ecclesias 
pertinentium multa scandala oriantur et in preteritum orta fue- 
rint , ex quibus maxime ratione magnatum posset dissensionis nasci 
materia ; idcirco provida deliberatione provisum et ordinatum est, 
quod si aliquis et maxime ex magnatibus alìquas possessiones vel 
bona vel etiam res pertìnentes ad aliqua monasteria, ecclesias vel 
hospitalia occupaverit seu detinuerit indebite et iniuste, et maxi- 
me exisCentibos questionibus de dictis ecclesiis, monasterìis vel 



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68 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

hospitalìbus ìnter aliquos clerìcos qui dicant se ius habere in dìctìs 
ecclesiis , monasterìis vel hospitalìbus , vel de bonis dictarum eccle- 
sìarum aliquem contractum fecerìnt vel receperint in preiudicium 
dictarum ecclesiarum; dominus Capitaneus habeat et habere debeat 
plenum arbitrìum et potestatem inquirendi et procedendi centra 
tales occupatores seu detentores talìum bonorum vel rerum, et 
etiam conpellendi tales occupatores vel detentores ad restitutionem 
faciendam talium bonorum et rerum dictis ecclesiis vel possesso- 
ribus dictarum ecclesiarum , dummodo de voluntate sui episcopi 
diete ecclesie possesso vel quasi possesso fuerint per illos qui repe- 
riantur dictas ecclesias possidere ; et etiam punire possit quoslibet 
tales occupatores vel detentores bonorum et rerum , nisi ad suum 
mandatum restituerint ea et eas possessoribus supradictis ; et talia 
instrumenta inde confecta cassare et revocare , prout ei secundum 
iustitiam videbìtur convenire. 

De pena tractantìum seu preces porrigentiian super electìonem Po- 
testatis . Capitanei , Prionm seu Vexilliferi iusHtie. Rubri- 
ca [XX]. 

Item provìsum et ordinatum est , quod nulla Ars nuUique con- 
sules vel rectores alicuius Artis, aut aliqui alii cuiuscumque con- 
ditionis existant , audeant vel presumant de cetero in aliquo loco 
convenire vel se invicèm congregare ad tractandum seu procuran- 
dum vel {Mroyidendum de habendo , eligendo seu eligi procurando 
aliquem vel aliquos in Potestatem vel Capitaneum seu Prìores Ar- 
tium aut Yexilliferum insti tie civitatis Florentie, nec preces super 
hiis porrìgere vel porrigi facere prò aliquo vel aliquibus occasione 
predicta. Possint tamen illi qui ad predictos rectores seu ofBciales 
eligendos debito modo et ordine electi seu vocati fùerìnt, die et 
loco quo convenerìnt prò huiusmodi electionibus vel aliqua earum 
faciendis , debita provisione et solempni deliberatione ordinare et 
firmare de huiusmodi electionibus et qualibet earum faciendis et 
ad utilitatem dicti Communis salubri ter celebrandis, iuxta formam 
Statuti domini Capitanei seu Communis Florentie, vel reformatio- 
num solempnium Consiliorum super hiis edendarum. Si quis autem 
aliter vel centra formam predictam super predictis vel aliquo pre- 
-dictonim tractatum seu ordina tionem fecerit aut procura verit, vel 
preces porrexerit vel porrigi fecerit , in libris e florenorum pai^ 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DSL 4293 69 

voram prò quolibet contrafaciente et quotiens Communi Florentie 
per dominum Potestatem vel Capitaneum condempoetur ; et in 
qualibet iH*edictarum electionum huiusmodi electores corporaliter 
ad sancta Dei Evangelia iufare teneantur de bona et utili electione 
prò Communi Florentie facienda , remotis odio , amore , pretio et pre- 
cibus et qualibet humana gratia. 

Qìiod cantra processus et sententias qui et que fieni auctoritate prer 
dictomm Ordinamentorum non passit appellari yel de nuUitate 
opponi. Rubrica [XXI]. 

Item, ne in juredictis excessibus vei aliquo predictorum in inqui- 
rendo, investigando, procedendo, precipiendo, condempnando et pu- 
niendo, alicuiu3exceptionis(4) sìve protelationis obstaculum valeat 
interponi-, ordinatum est, quod si per dominos Potestatem vel 
Capitaneum aliquis processus , inquisitio aut preceptum sive con- 
dempnatio facta fuerit centra aliquem vel alieni vel de alic[uo ex 
predictis conmictente vel conmicti faciente centra predicta vel ali- 
quod predictorum, non possit a tali inquisiiione , processu, sen- 
lentia vel precepto , puniménto sive condempnatione appellari, sive 
de nullitate opponi vel quomodolibet contradìci; set taUs processus, 
inquisitio, preceptum sive condempnatio valeat, teneat et plenam 
obtineat firmitatem : non obstante quod in predictis vel aliquo pre- 
dictorum iuris vel Statutorum solempnitas non fuerit observata ; 
set executioni mandentur et mandarì debeant per predictos (SI) , 
nec etiam possit vel debéat per dominum Potestatem vel Capita- 
neum vel aliquem ex suis officialibus fieri aliqua conmissio de pre*- 
diciis ; et si fieret , non valeat : non obstante aliquo capitulo Con- 
stituti Gommunis vel domini Capitanei (3) , quod loqueretur quod 
{x^cti officiales vel alter eorum deberent conmictere (4) ad peti- 
tionem alicuius aliquas questiones. 

M) L.r. : cavillàtionis. 

(2) Questo Capitolo ^ scritto fn qui da quella solita mano che talvolta ha sup- 
plito Valira che gencrcilmente scrisse i presenti Ordinamenti. 

(3) L. r. : CoDstituti domini Potestatis, Communis vel popuU Florentie. 
(i) I. r. : facere et conmictere. 



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70 ORDINAMENTI Di GIUSTIZIA DEL 1293 

De generali conclusione et observatione predictorum 
Ordinamemomm lusHtie. Rubrìca [XXII]. 

Provìsum etiam et ordinatum est, quod omnia et singuia pre* 
dieta Ordinamenta et provisìones debeant observarì et prevaleant 
et prevalere debeant omnibus aliis statutis, ordinamentìs, reforma- 
tionibus et provisionibus hactenus factis yel fiendis deinceps per 
Gommune Florentie vel per Consilia Gommunis vel Popoli Floren- 
tie; et quod non possint tolli vel removerì vel absolvì vel |xx>ro- 
garì vel diminuì aliquo modo , ratione vel causa ; nec possit teneri 
consilium publicum vel oocultum, nec deliberarì per dominos Prìo- 
res Artium et YexilliferUm iustitie , quod sit utile teneri consilium 
super absolutione vel prorogatone, suspensione sive diminutione 
predìctorum Qrdinamentorum vel alicuìus eonim. Et quod dominus 
Potestas et dominus Gapitaneus, vel aliquiseorum, non possit vel 
debeat tenere aliqua Consilia propter que predicta Ordinamenta vel 
aliquod eorum toUantur, suspendantur, corrìgantur vel prorogentur 
seu diminuantur. Et si centra fieret per ipsos Dominos vel alìquem 
eorum, perdat de suo salario, Potestas vel Gapitaneus qui contrffifece- 
rìt, libras m florenorum parv(Miun, quas camerarii qui prò tempore 
fuerìnt ek retinere de predicto suo salano teueantur, et ei non sol- 
vere ullo modo; et nihilominus talis Potestas vel Gapitaneus centra 
faciens, a suo regimine et o£Bcio sit prìvatus. Et Prìores et Yexil- 
Ufer qui centra facerent, et quilibet Gonsiliarìus qui contra predicta 
arengaverìt (4), condempoentur in libris quingentis florenorum par- 
vorum. Et quilibet alius qui contra faceret , in libris tu'* floreno- 
rum parvorum ; et ex nuno * prout ex tunc * prò condempnaiis 
habeantur , et insuper sint infames. * Et cpiod omnia capitula Gon- 
stìiuti Gommunis Florentie et domini Defensorìs, et omnia alia 
capitula et ordinamenta facta et fionda , que essent contraria pre- 
dictis , sint cassa in quantum obstarent vel contradicerent predictis 
Ordinamentis vel alieni eorumdem *. Salvo quod capitula Gonstituti 
Gommunis et domini Gapitanei de predictis vel aliquo predìctorum 
loquentia , in eo quod non contradicunt predictis provisionibus et 
ordinamentis, in sua inlesa permaneant firmitate. Hoc specialiter 

(4j L,rr, et quilibet alius qui contra predicta yel aliquod predictorum face- 
ret vel arengaret. 



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ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 4293 74 

eipresso et etìam intellecto, quod si in ipsis capitulis Constituti 
Communis vel domini Defensoris conmicientibus predictos excessus 
vel aliqaem eorum maior seu gravior pena esset importa (1) , quam 
in prescrìptis provìsionibus et ordinamentis contineatur , seu (8) . . 



(4) jUr.: apposita, quam in predicUs ordinamentis et proyisionibus seu bre. . 
(t) Qm fmitn ti fwtfro ìkmoscrilto. 



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DOCUMENTI 



«»«Mi- 



(A) 



AfforxamerUo agli Ordinamenti di giustizia, dell* aprile 1t93 (4). 

In Dei nomine, amen. Ad honorem, laudem et reverentiam domini 
nostri Ihesu Christi et beate Virginis Marie matris sue , et beati lohan- 
nis Batiste , et beate Reparate ; sub quorum patrocinio Fiorentina civi- 
tas gubernatur ; et aliorum Sanctorum et Sanctarum Dei ; et ad hono- 
rem et exaltationem regiminum (2) dominorum Potestatis , Capitanai et 
Defensoris , Priorum Artium et Vexilliferi iustitie ; et ad pacificum et 
tranquillum statum Populi et totius Communis Florentie ; et ad fortifi- 
cationem ^t augmentum felieium Ordinamentorum iustitie prò tranquil- 
litate Populi et Communis Florentie editorum. Sub anilis Incamationis 
Domini nostri Ihesu Christi M. n*". Ixxxxiii , indictione vi, die x* intrante 
mense aprilis. 

Per consilium e virorum Communis Florentie , mandato nobiiis viri 
domini Corradi de Sorricina de Medioiano , Defensoris artificum et Ar- 
tium , Capitanei et conservatorìs pacis civitatis Florentie, * precona con- 
vocatione *, in ecclesia Sancti Petri Scradii more solito congregatum ; 
et subsequenter per Consilia speciale et generale domini Defensoris et 
Capitanei et Capitudìnum duodecim Maìorum Artium civitatis Floren- 
tie, die prescripta, mandato eiusdem domini Defensoris et Capitanei, 
* ut predicitur * in dieta ecclesia congregata : et postmodum in eisdem 
anno et indictione, die xi* eiusdem mensis aprilis, per Consilium ge- 
nerale nio et speciale lxxxx* virorum et Capitudinum Artium predicta- 
rum, precona voce et campane sonitu, mandato nobiiis viri domini Te- 

H) Vedasi il Proemio, §. II. 

(2) L.r. : et ad honorem et fortificationem et augmentum regiminum , eie. 



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DOCUMENTI 73 

baldi de Broxiatis. de Brìxìa, civitatis et Gommunis Florentie Potestatis, 
in ipdus Gommunis palatio more solito congregatum : factis propositìoni- 
bus et reformationibos in iam dictis Gonsiliis, et ipsis consiliis celebra- 
tis, * super infrascrìptìs *, debito modo et ordine , post debitam provisio- 
uem et deliberationem super infrascrìptìs per dominos Priores Artium et 
Vexilliferum iustitie solempniter factam; provisum, obtentum et firma- 
tom fuit : quod infrascrìpta ordinamenta et provisiones per offitium do* 
mlDorum Prìorum Artium et Yeulliferì iustitie edita et edite ad augmen- 
tom et prò augmento. et fortificatione Ordinamentorum iustitie, et prò 
boDO et pacifico statu Populi et Gommunis Florentie, plenissimam aucto- 
rìtatem et firmitatem obtineant, predictonim Gonsiliorum auctorìtate et 
vigore; et quod in hiìs omnibus et singulis procedatur et effectualiter 
observetur et fiat in omnibus et per omnia, * absolutis et correctis sta- 
tutis et ordioamentis in hiis quomoddibet oontradicentibus *, prout et 
secundum quod in * predictorum consiiiorum reformatione, in actis 
ipsorum coikàliorum publice scrìptis per Bonsignorem olim Gueczi dicto- 
rum coDiùiiorum scrìbam, et etiam in * ipsis infrascrìptis ordinamentis 
et provisionibus plenius et latius est expressum. Quorum ordinamento- 
rum et provisionum tener talis est. 

Die Villi mentis aprUis, 

In Dei nomine amen. Per dominos Priores Artium et Vexilliferum 
iustìtie, solempniter celebrato inter eos scrutineo, etc., prò evidenti Rei- 
publice utilitate, infrascrìpta omnia et singula provisa, deliberata et or- 
dinata fuerunt ; providentes et deliberantes, etiam utile fere prò Gom- 
muni Florentie super biis omnibus et singulis infrascriptis tenerì et fieri 
omnia Consilia oportuna, ac etiam super absolutione et correctione 
omnium Statutorum et Ordinamentorum domini Gapitanei et Gommu- 
nis Florentie in biis vel aliquo eorum quomodolibet contradìcentium; et 
boc cum manifeste pateat, ea omnia fore utilia prò Gommuni predicto. 
Quorum ordinamentorum et provisionum tener talis est. 

In primis, quia popularìter credi debet et sine aliqua dubitatione 
taierì, quod omnes et singuli processus et executiones iacti et facte acte- 
mis, ^ de oetero fiondi et fiende per Vexilliferos iustitie vel aliquem 
eorum , seu eorum vel alicuius eorum mandato , vel ipso Vexillifero exi* 
stente in aliquo loco cum vexillo Iustitie prò executione Ordinamento- 
rum iustitie , vel alicuius ^eorum, facienda iusta et recta intentione, prò 
bone, pacifico et tranquillo statu populi et Gommunis Florentie^ facta et 
facte sunt et fient in futurum, ad hoc ut populares civitatis Florentie in 
eorum iustitia et tranquilli tate conserventur et crescant, et in ea aiiqua- 
tenus non ledantur; quod quidem ad commune bonum (otius civitatis 
Dosdtur pertinere : et ideo provisum et ordinatum est, quod a Communi 

Aicb.St.1t., Nuoea Serie, io 



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74 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 4293 

Fiorentie, seu ab aliquo regimine seu offitio * vel ofStiali * civitatis Fio- 
rentie, vel a Vexilllfero iustìtie qui fuit vel prò tempore ftierit, seu ab 
aliqua alia persona, nullo iure , modo vel causa petatur aut peti possii 
vel debeat aliqua emendatio vel restitutio prò aliquo dampno dato vel 
facto, dando vel fiendo (4) in aliquibus seu de aliquibus domibus, edi- 
fitiis, bonis et rebus quomodocumque destructis et vastatisseu deterio- 
ratis, aut destruendis, vastandis veljdeteriorandis modo et tempore pre- 
dicto. Et quod regimina et offitia Gommunis Florentie non Ipossint vel 
debeant aliquam personam audire que peteret aliquam emendationem 
vel resti tutionem sibi fieri de predictìs vel predictorum occasione,' vel 
aliquam petitionem * super bis * admictere vel deliberare : et si centra 
fieret, non valeat ipso iure. 

Item provisum et ordinatum est, quod Vexillifer iustitie qui nunc est, 
et qui fuerint in dìcto offitio in futurum, habeant et babere debeant a 
Communi et populo et prò Communi et populo Florentie omne privile- 
gium , benefitium et immunitatem quod et quam per formam et!secun- 
dum formam statutorum et ordinamentorum domini Capitanei et Gom- 
munis Florentie babent Priores Artium civitatis Florentie, ita quod 
Vexilliferi et Priores vicissim simili privilegio, immunitate et benefltio de- 
corentur ; salvo et excepto quod que in Ordinamento iustitie loquente de 
electione Vexilliferi (2) continentur circa devetum et tempus deveti ipsius 
Vexilliferi , * et circa alia omnia in ipso Ordinamento descripta *, in sua 
permaneant firmitate. 

Item, ad fortificationem, augmentum et conservationem felicium Ordi- 
namentorum iustitie actenus editorum, provisum et ordinatum est, quod 
ultra numerum mille peditum, de quorum electione in dictis Ordina- 
mentis iustitie mentio babetur (3), alii mille pedites boni et probi, et e l 
magistri de lapide et lignamine, et l piconarii fortes et robusti cum 
bonis pìcconibus, habeantur et sint, * et per illos quos domini Priores 
Artium et Vexillifer iustitie ad hoc babere voluerint, eligantur *. Qui 
omnes quando et quotiens, pfer nuntios vel per banmira, preceptum vel 
bannitum fiierit, seu ad sonum campane vel alio quocumque modo vo- 
cati fuerint, ire et traere debeant ad Vexilliferum iustitie cum armis et 
sine armis, secundum quod preceptum fuerit vel bannitum ; et omnia 
et singula fecere et observare teneantur et debeant, ad que observanda 
et facienda tenentur alii mille pedites de quibus supra dicitur (4) : sub 



(4) I. r. : dampno seu vasto datis vel factìs , dandis vel fiendis. 

(2) L. r.: Vexilliferi iustitie et aliorum. 

(3) L. r. : mille peditum qui eligi et baberi debent secuodum formam ipso* 
rum Ordinamentorum. 

(4) L. r. : mille pedites qui secundum formam Ordinamentorum iustitie , ut 
predicitur , debent eligi et ha]»eri. 



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DOCUMENTI 75 

pena Ubraram xxv florenorum parvorum, et plus vai minus arbitrio 
domini Capitanei, cuilibet contraiacienti auferenda et Communi Fio- 
rentie appiicanda. £t ut predìctorum omnium peditum electio et cerna 
per universam civitatem sicut convenit sortiatur et fiat, ex ipsis ii<* 
peditibus y in sestu Ultrami in*, et in sestu Sancti Petrì Scradii ali! inf , 
et in quolibet aliorum sestuum ni^ eiigantur et habeantur : quorum 
omnium peditum, * magistrorum et picconariorum * electio fiat tem- 
pcrre quo (4) fieri debet electio dictorum m peditum eligendorum et 
habendorum secundum formam Ordinamentorum iustitie actenus edito- 
rum. Et ut predicti n" pedites et e l magistri et l picconaHi, ut 
supra didtur eligendi et habendi , quotiens fuerit oportunum, * melius 
convenire valeant et * ad VexiUiferum iustitie ferventius traere et acce- 
dere debeant , prò quibuslibet e peditibus in quolibet sestuum detur et 
prò Communi assignetur una banderia * coloris albi cum cruce yer- 
milia *, uni videlicet ex biis peditibus cui videbitur, et secundum quod 
videbitur dominìs Prioribus Artium ex Yexiliifero iustitie qui prò tem- 
pore fìierint. Predictis insuper e l magistris et l picconariis detur et 
assignetur prò Communi una banderia , sub qua et- cum qua dicti ma- 
gistri et picconarii convenire et trahere debeant cum securibus, picco- 
nibus et aliis {%) instrumentis ad predìcta necessariis (3). Ipsi autem 
omnes (4) banderarii * bene muniti, et quilibet eorum *, cum peditibus, 
* magistris et picconariis * qui sunt vel erunt deputati ad conveniendum 
et traendum cum talìbus banderiis (5) , accedere et traere * teneantur 
et * debeant quotiens et quando oportunum fuerit et quomodocumque 
vocati fuerint cum ipsis banderiis viriliter et potenter ad Yexilliferum 
iustitie iamdictum , et dlcto Yexiliifero in omnibus obedire. Et quotiens 
fiet electio (6) predictorum peditum, * magistrorum et picconariorum *, 
fiat electio dictorum banderariorum per dominos Priores Artium et 
Yexilliferum iustHie. Et etiam * tunc * sub qualibet banderia deputentur 
illi e pedites, quos ipsi domini Priores et Yèxillifer iustitie cum sapien- 

(4) L,r,i fiat modo et forma et tempore quibus, etc. 

(5) L. r. : cum qua similiter ire et traere debeant cum securibus, manariis et 
pioconibns et aliis , etc. 

(3) U periodo che comincia con Predictis , e qui termma^ nella prima compila- 
zione era collocato dopo le parole che ora compiono U paragrafo ; e dopo le parole 
ad predicta uecessariis, coereniemenie alla lezione espunta, continuaoa: ad di- 
ctum similiter ire et traere debeant ; quindi cancellate le suddette parole, rtscH- 
veva e continuaoa : dicti magistri et picconarii convenire et trahere debeant ad 
Yexilliferum antedictùm , sub pena lamdicta cuilibet contrafacientr per dominum 
Capitaneum auferenda. Quorum magistrorum et picconariorum banderarius per 
Priores et Yexillilbrum iustitie eligatur. 

(4) L» r. : Qui omnes. 

(5) £• r. : tali banderia. 

(6} L. r. : Et tempore electìonis. 



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76 ORDINAMENTI Dt GIUSTIZIA DEL 4293 

tibiis (4), si quos ad hec habere voluerint, credìderiiit et congnoveriiit 
melìus et &cilius posse cum ip6a banderìa convenire et trahere (t). 

Si vero contìogerìt aiiquem dictonim banderatiorum modo predicto 
non ire et trahere ad Yexilliferum antedictinn , talis banderarius per 
dominum Gapitaneum Communi Florentie in libris iif florenorum par- 
vorum, et plus ve! mìnus suo arbitrio, condempnetur ; quam con- 
dempnationem idem dominus Gapitaneus faoere teneatur omnino , et eam 
effectualiter exigere prò Gommuni. Salvo tamen quod si aliquando do- 
mino Potestati et Yexillifero iustitie videbitur, quod omnes predicti pe- 
dites, magistri et picconarii non deberent traere et accedere ad dictum 
Yexiliiferum , possint providere super convocanda minori quantitate pe- 
ditum, magistrorum et picconariorum , secundum quod considerata qua> 
litate negotìi viderint convenire , dummodo ad minus h pedites , sine 
magistris et picconariis, * quacumque de causa contingerit ipsos debere 
congregarì *, faciant convocari secundum formam Ordinamentorum 
iustitie. Et quando congregalo predictorum quacumque de causa fieret, 
dominus Defensor et Gapitaneus teneatur et debeat mietere tres * ad 
minus * ex notariis suis cum Vexiilifero ianfdicto ad consignandum illos 
pedites, magistros et picconarios qui vocati fuerint ad predicta. Et ex iiiis 
peditibus, magistris et picconariis qui in dieta consignatione tunc inventi 
non fuerint , dominus Defensor et Gapitaneus teneatur et debeat , omnì 
occasione et dilatione cessante , facere condempnationes modo predicto, 
infra X dies proximos post consignationem predictam , nìsi legittima et 
suffidens.de^nsio * infra dictos decem dies * focta fùerìt per eosdem. 
Que quidem defensio solummodo per familiam domini Gapitanei reci- 
piatur, et non per alios. Magistris vero et picconariis iamdictìs qui * va> 
cati fuerint et * traxerint, ut dictum est, provideatur et satisfiat de 
avere Gommunis prò eorum laboris et exBrcitii remuneratione , secun- 
dum ipsorum dominorum Priorum et Vexilliferi provisionem et delibe- 
rationem, quam omnino * super hoc * facere teneantur. 

Item , prò liberiate et tranquillitale boni et pacifici status Populi , 
provisum et ordinatùm est , ea die vel nocte quo vel qua , quod absìt , 
aliqua briga , rixa , rumor vel tumultus esset in civitate Florentie , vel 
quando Vexillifer iustitie iret vel traeret ad aiiquem locum prò suo oiBtio 
exequendo , nullus popularis civitatis vel comictatus Florentie , aliquo 
modo vel causa , audeat vel presummat ire vel traere , esse vel stare 
cum armis vel sine armis ad domum alicuius nobilis vel magnatis civi- 
tatis Florentie vel districtus. Et qui centra fecerit , in libris ii° floreno- 
rum parvorum per dominum Gapitaneum (3) , prò qualìbet vice , Gom- 
muni Florentie condempnetur. * Quam condempnationem omnino facere 

(4) £. r. : illis sapìentibus. 

{% I. r. : et ftcilius convenire. 

(3} L. r,: per Potestatem vèl CapiUneum. 



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DOCUMENTI 77 

teneatur idem dominus Capitaneus , et eam cum effeclu exigere , omni 
occasione et dilatione cessante. 

Item, cum respul^ca et populus (1) tunc recte gubernetur et iuste, 
quando ab illis Consilia recipit qui statum tranquillum et pacificum po- 
puli et Communis diligunt et afifectant , provisum et ordinatum est , quod 
aliquis de nobilibus seu magnatibus civìtatis * vel comitatus * Florentie, 
nullo modo vel causa poesit vel debeat eligi vel esse de Consilio speciali 
vel generali domini Gapitanei, vel de Consilio e virorum, nec etiam 
elìgi vel esse possit consul , capitudo vel rector alicuius Artìs civìtatis 
Florentie: et si quis reperìretur esse electus ad predicta vel aliquod 
predictorum coatra lòrmam predictam , removeatur et cassetur de pre- 
dictis omnino: et si iuraverit vel receperit electionem , seu se inmiscuerìt 
in predictìs vei aliquo predictorum , Communi Florentie in libris xxv 
per domìnum Capitaneum condemnetur. Ars vero que oontra formam 
predictam aliquem in consulem , capitudinem vel rectorem elegerit , in 
iibris u*" florenorum parvorum per dominum Capitaneum Communi Fio- 
roatie condempnetur , et deinde ad duos annos talis Ars omni consulato, 
caiMtudìne et rectoria careat et privetur. 

De generali eondusione et observatwne predictorum 
Ordinamentcrum. Rubrica. 

Item , quod predicta omnia Ordìnamenta * in qualibet eorum parte * 
habeantur, teneantur et observentur tanquam Ordinamenta iustitie , et 
in libro Ordinamentorum iustitie conscribantur , * et licite et inpune 
poni et scribi possint et debeant *: et (2) quod omnia et singula que in 
Ordinamentis iustitie loquuntur de observatione et super observatione 
ipeorum Ordinamentorum , et de ipsis Ordinamentis observandis et exe- 
quendls et non mutandis vel absolven^ys , et de inquirendo et proce- 
dendo contra conmictentes vel fecientes contra ipsa Ordinamenta , in 
(Hnnibus et per onmia in predictis presentibus Ordinamentis locum ha- 
beani et inviolabiliter observentur : hoc tamen expresse intellecto et di- 
ete , quod per hec Ordinamenta non intelligatur nec sit in aliquo Or- 
dinamentis iustitie derogatum, detractum vel diminutum; set dieta 
Ordinamenta iustitie sint et intelligantur per hec Ordinamenta fortificata 
* magis * et augmentata omni robore et vigore. 

(4) L. r.: ciYÌtas. 

[t) L. r. : Et quod omnia et singula que in Ordinamentis iustitie loquuntur 
de observatione ipsorum Ordinamentorum , et de ipsis Ordinamentis non mutan- 
dis vel absolvendis , in omnibus et per omnia locum habeant et observentur in 
predictis Ordinamentis ; salvo quod per predicta Ordinamenta non intelligatur Or- 
dinamentis iustitie fòro derogatum in aliquo vel detractum ; set dieta Ordinamenta 
iustitie sint , etc. 



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78 ORDINAMENTI 01 GIUSTIZIA DBL 1^93 



(B) 



{Lib. di Cons, dal 1292 al 1298, a e. 2.) 

» 
Jhe x^ mensis ianuarii (4293). 

In Consilio G virorum proposuìt dominus Capitaneos» si videtur 

Consilio utile foro teneri Consilia opportuna super bailia, licentia et 

auctoritate danda et concedenda domino Potestati , Capitaneo et Prìo- 
ribus presentibus, et sapientibus quos habere voluerìnt, providendi 
super Artibus et artificibus uniendis , et super provisionìbus et ordina- 
mentis faciendis, et super omnibus et singulis que eisdem videbuntur 
ad fortificationem et roborationem et bonum statum Artium et artificum 
et Populi et Communis Florentie pertinere quomodolibet et spectare : et 
quicquid providerint et fecerint in predictis et circa predicta , valeat et 
teneat et firmum sit ac si factum fuìsset per omnia Consilia opportuna. 
Presentibus testibus , etc. 

Manectus Tinioczi consuluit secundum propositionem predictam. 

Neri Attiliantis consuluit idem, salvo quod non possit providerì alicpiid 
quod sit in favorem illorum qui fuerunt et steterunt Pisis vel Aretii ad 
faciendum guerram Communì Florentie. 

Al£amus Ianni consuluit secundum dictum primi sapientis. 

Brandallia de Acciaiuolis consuluit idem , quo ad pacificationem Ar- 
tium in aliquibus aliis non possit providerì sine voluntate et aprobatione 
facìenda in omnibus Consiliìs de ordinamentis in aliis fociendis ; que or- 
dinamenta prìus legi debeant. 

Arrìghus Paradisi consuluit secundum dictum predicti prìmi sapientis. 

Facto partito per dominum Capitaneum ad pissides et balloctas, se- 
cundum formam Ordinamentorum canonizatorum, placuit Ixxy secundum 
propositionem predictam ; nolentes fuerunt ij® solum. 

{Lib. di Cons, dal 1292 al 1298, a e. 7. ) 

In MJ^ CC.^ Ixxooxiij/' tnrf. vj,» die af^ mensis aprilis. 

In Consilio centum vironim proposuit dominus Capitaneus, presen- 
tibus et volentibus dominìs Priorìbus Artium et Vexillifero iustilie , si 
videtur dicto Consilio providere super fortifìcatione Populi Florentie. 



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DOCUMENTI 79 

Item, de xxy* libris expendendis ad provisionem Priorum de presenti 
mense aprìlìs, de summa lìbranun cenUim. 

Fresentibus testibus, etc. 

Ser Uguiccione Rugerocti notarius consuluit secundum propositiones 
predictas. 

Ser Macchone notarius consuluit secundum propositiones. 

Benci Amati consuluit secundum dictum ser Uguiccionis. 

Factis partitis particularìter super predìctis supra propositis per do> 
minum Capiianeum: primo, super propositione facta de xxv* libris 
expendendis ad provisionem Priorum, placuit Ixxvj secundum propo- 
sitionem predictam ; nolentes fuerunt ij^. Item , super alia propositione 
super €aicto Ordinamentorum iustitie, placuit Ixxvj secundum proposi- 
tionem predictam; nolentes fuenmt ij^ 

McdxxxxUj,^ inditione vj,* die a?^ mensis aprilis. 

In Consilio speciali domini Capitanei et Capitudinum xij^" Maiorum 
Artium proposuit dominus Capitaneus, presentibus Prioribus et Yexilli- 
fero iustitie, de providendo super fortificatione Ordinamentorum [Com- 
munis] et Populi Florentie, secundum quòd firmatum est per Consi- 
lium Centum virorum. 

Dominus Gherardus de Vicedominis index consuluit secundum prò- 
positionem ; salvo quod de Capitulo quod ioquitur de Magnatibus, quod 
non poasìnt esse de Consilio domini Capitanei vel Capitudinum, nec de 
Consilio Centum : in quo consuluit, quod in dicto Capitulo non proce- 
datur, nec iocum habeat. 

Bandinus de Falchonerìis consuluit secundum propositionem pre- 
dictam. 

Dominus Tadeus de Bosticiis index consuluit secundum dictum do^ 
mini Gherardl. Item, quod prìmum ordinameiltum- lochum non babeat, 
nec in ipso procedatur. 

Lapus Gualterocti consuluit secundum dictum domini Tadei. 

Ser Medicns Aliocti notarius consuluit secundum dictum domini Ghe- 
rardi. 

Ser Rogerìus Ughonis Albiczi notarius consuluit quod sapientes ba- 
beantur super primo ordinamento, et etiam super alio ordinamento in 
quo Gontinetur quod Magnates non possint esse de Consilio domini Ca- 
pitanei vel Capitudinum, nec de Consilio Centum virorum. In aliìs con- 
suluit secundum propositionem predictam. 

Factis partitis particularìter super predictìs suprapropositis per do> 
minum Capitaneum, prìmo ad sedendum et levandum, et postmodum 



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80 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1293 

ad pissides et balloctas, placuitxlig secundum propositionem prediciam; 
nolentes fuerunt xx^\ 

Presentìbus testibus, etc. 

Eodem die. 

In Consilio generali et speciali domini Capitanei et Gapitudinum xij 
Maiorum Artium proposita fuerunt predicta. 

Ser Clone BagUonìs notarius consuluit secundum propositionem pre- 
dictam. 

Facto partito ad sedendum et levandum per dominum Capitaneum, 
placuit quatuor partibus et ultra iandicti Consilii secundum dictum dicti 
ser Cionis. 



{Ub, di Cons. dal 1292 al 1298, a e. 16.) 
Die xp mensis augusti (1293). 

In Consilio Geptum virorum proposuit dominus lohannes milites (stc) 
domini Capitanei, presentibus dominis Prioribus et Vexillifero iustitie, si 
videtur dicto Consilio 

Omissis, 

Item super aprobatione quorundam ordinamentorum additorum Or- 
dinamentis iustitie. Presentibus testibus, etc. 

Ser Gianni Siminecti notarius consuluit secundum propositiones 
predictas. 

Facto partito ad pissides et balloctas super predlctis, per predictum 
dominum lohannem, placuit Ixviij secundum propositiones; nolentes fue- 
runt vj.' 

Die xij^ mensis augusti. 

In Consilio speciali domini Defensoris et Gapitudinum xy^'** Maio- 
rum Artium proposuit dominus lohannes milites (sic) domini Capitanei, 
presentibus Prioribus et Vexillifero iustitie, omnia que firmata fuerunt 
in Consilio Centum virorum, die xj^ dicti mensis augusti. Presentibus 
testibus, etc. 

Ghinus Curradi consuluit secundum propositiones predictas. 

Factis partitis particulariter super predictis, per predictum dominum 
lohannem, primo ad sedendum et levandum, et postmodum ad pissi- 
des et balloctas, placuit omnibus numero Iv secundum propositiones. 



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DOCUMENTI 81 



Eodem die. 



In Consilio generali et speciali domini Defensoris et Capitudinum xij'^''" 
Maiorum Artium proposita fuerunt predicta per predictum dominum 
lohannem. 

Ser Rogerìus Ugonìs Àlbiczi notarius consuluit secundum proposi- 
tiones predictas. 

Facto partito super predictis ad sedendum et levandum, placuit 
quasi omoibos secundum dlctum predicti ser Rogeri. 

(Ltb. di C7ons/dal 4292 al 1298, a e. 17 l. e 18.) 
Die a»^ mentis septembris (1293). 

In Consilio Centum virorum proposuit dominus Capitaneus omnia 
infrascrìpta, presentibus Prioribus et Vexillifero ìustitie. 

Omissis, 

Ilem, si placet dicto Consilio quod domini Priores et Vexillifer iusti- 
lie, cum Consilio sapientum virorum quos habere voluerint, possint pro- 
videre super fortificatione et augmentatione Ordinamentorum iustitie. 

Omissis. 

Dominus Bardus Angiollerii index consuluit secundum propositiones 
predictas. 

Facto partito super predictis per dominum Capitaneum ad pissides 
et balloctas, placuit Ixx** secundum propositiones predictas; nolentes fue- 
runt il Presentibus testibus, etc. 

( Segue rapprovasione fatta il suddetto giorno nel Consiglio speciale del 
Capitano e delle dodici Arti Maggiori ; e nel Consiglio generale e speciale 
del Capitano e delle Capitudini delle dodici Arti Maggiori. ) 

(Lib, di Cons. dal 1292 al .1298, a e. 48 t. ) 

Die xi^ mensis maii (1294). 

in Consilio generali Communis proposuit dominus Potestas, presen- 
tibus Prioribus et Vexillifero iustitie, quid videlur dicto Consilio provi- 
dere super aprobatione Ordinamentorum iustitie noviter editorum et 
firmatorum die viij^ eiusdem mensis ; excepto Ordinamento quod lo- 
quiiur, quod bona deslructa non rehedificentur, et quod depositum fiat 
de v« librìs. Presentibus testibus, etc. 

Amcb^Si, ÌT.. Nuopa Sewi'e, ' u 



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82 ORDlNAÌfENTl DI GIUSTIZIA DEL 1293 

Domìnus Bardus de Amìratìs consuluit secandom propositiònem. Pla- 
cuit quasi omnibus secondum propositiònem. 

(i4 e. 61) -- Die xu!^ mengis mtgusU (4S94). 

In Consilio generali Communis proposuit dominos Potestas, presen- 
tibos Priorìbus et Vexillifero iustitie de approbatione Ordinamentorum 
iustìtìe secundum qnod ordinatum est per Consilia domini Gapitanei et 
Consilii Gentum. Presentibos testikos, etc. 

Ser Bene de Ya^a notarios consoluit secondum propoaitionem pre- 
dictam. 

Neri Atigliantis consuluit quod non procedatur in predìctis. 

Dominus Bonitisegna de Becchinugiis iudex consuluit secundum 
dictum suprascrìpti ser Benis. 

Dinus Pecora consuluit idem. 

Facto partito super predictis ad sedendum et levandum per domi- 
num Potestatem, placuit quasi omnibus secundum propositiònem. 

{Lib, di Cons. dal 4300 al 4303, a e. 43 t. ) 
Die xUf mensis septemMs (4304). 

In Consiliis Gentum, generali et speciali domini Gapitanei, et in Con- 
silio generali Communis et Capitudinum xxj Artium et aliorum bono- 
rum Virorum, congregatis in pallatio domini Poteatatis, ooram Potestate 
et Capitaneo, Prioribus et Yexillìfero ; proposuit domìnus Potestas, quid 
sit providendum et faciendum super conservatione Ordinamentorum iu- 
stitie et Statutorum Populi. 

Dante Alagheru consuluit 

Dominus Guidoctus Gorbiczi consuluit, quod predicta omnia rema- 
neant in Potestate, Capitaneó, Prioribus et Veidllifero, cum ilio Consilio 
quod habere voluerint. 

{A e. òt.) ^ Die penuUimo maìi (4303). 

In Consilia Gentum virorum proposuit dominus Gapitaneus, presen- 
tibus domìnis Prioribus et Vexillifero. 

Primo, super approbatione quorumdam Ordinamentorum iustitie 
edictorum de novo. 

Omissis. 

Ser Ruzerius Ughonis Albizi consuluit secundum propositiones. 

Factis partitis per predictum dominum Capitaneum ; 



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DOCUMENTI 83 

Primo, super Ordinamentis iustitie, placuit Ixxviiij secundum propo- 
sitionem ; nolentes fuerunt j. 



Eodem diey et testibus suprascripHs. 

In Consilio speciali et Gapitudinum proposuit dominus GapitaneQS 
suprascripta. 

Ser Ugho del Plano consuloit secundum propositiones. 

Factis partitis per predictum dominum Capitaneum ; 

Primo, super Ordinamentis iustitie, placuit Ixj; nolentes fuerunt ij. 

Eodem die, et testibus suprascriptis. 

In Consilio generali et speciali et Gapitudinum proposuit dominus 
Gapitaneus omnia suprascripta. 

Valore lacobi consuluit secundum propositiones. 

Factis partitis per predictum dominum Capitaneum, particulariter, ad 
sedendum et levandum ; 

Placuit quasi omnibus secundum propositiones suprascrìptas. 

[A e. 53 t.) — Eodem die prmo imU (4303). 

In Consilio generali ccc^<"" et Ixxxx^ virorum dominus Potestas [ci- 
vitatis ] et Communis Florentie, et Gapitudinum 70} Maiorum Artium , 
presentibus dominis Prioribus et Yexillifero, proposuit dominus Franci- 
scus vicbarius domini Potestatis. 

Primo, super approbatione quorumdam Ordinamentorum iustiiie, etc. 

MigUacdus Salvi consuluit secundum propositiones. 

Presentibus testibus, etc. 

Factis partitis per predictum dominum Franciscum vicharium do- 
mini Potestatis ad sedendum et levandum, particulariter ; 

Placuit quasi omnibus secundum propositiones predictas. 



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84 -ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 



(C) 



RUBR. III. 

{Lib. di Cons. dal 1292 al 1298, a e. 5 t.) 
Die flctti;° mensis februarii (1293). 

In Consilio Capitudinum xij^^" Maiorum Artiuin el alionira sapientum 
congregatorum coram Capitaneo et Prioribus in ecclesia Sancii Pelri 
Scradii , proposuit dominus Capitaneus quod electio futurorum Priorum 
fieri debeat seguendo formam Ordìnamentorum iustitie. Prese ntibus 
testibus, etc. 

Ser Ninus de Gantoribus consuluit quod quiUbet Capitudinum no- 
mìnet unum prò sextu , et ante quam procedatur ad electionem aliorum 
sextuum, fiat scruptinium de illis qui nominati fuerint in absentia Capitu- 
dinum et sapientum illius sextus. 

Pacinus Peruczi consuluit illud idem ; hoc addito , quod sapientes 
electi sint cum consulibus suarum Artium. 

Rossus Strocze consuluit quod Capitaneus et Priores presenles eli- 
gant tres vel quatuor per sextum , et postea fiat scruptineum ; et qui 
plures voces habuerit , sit prior in ilio sextu : salvo quod Capitudines et 
sapientes illius sextus in quo fiet scruptinium non sint presentes. 

Migliaccius pelliparìus consuluit quod solito modo nominatio fiat per 
Capitudines ; et postea scruptinium fiat , ut dictum est. 

Lapus Gualterocti consuluit quod electio Priorum fiat per Priores et 
sapientes ad hoc vocatos, et valeat quicquìd fecerint. 

Ser Rogerius Ughonis Albiczi consuluit quod Capitaneus , Priores et 
Capitudines et sapientes cuìuslibet sextus eligant tres prò sextu ; et po- 
stea fiat scruptinium inter Priores et alios omnes de presenti Consilio ; 
exceptis illis qui essent de sextu in quo fiet scruptinium. 

Dinus Pecora consuluit quod Capitaneus et Priores nominent usque 
sex prò sextu ; et postea fiat scruptinium , ut dictum est. 

Dominus Lapus Saltarelli consuluit quod Capitaneus et Priores iiaciant 
electionem Priorum ; vel quod Capitaneus et Priores eligant duos per 
sextum ex Capitudinìbus , ita quod de qualibet Gapitudine sint, (1) et 

(1) Così ci pare che legga il Codice. Pone va supplito : qui duo et unus, etc. 



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DOCUMENTI 85 

uniis ex sapientibus prò sextu eligant tres vel quatuor quibus dentur 
voces : et posteac fìat scniptinium , ut dictum est. 

Placoìt quasi omnibus secundum dictum Rossi predicti. 

Die predicta. 

Id Consilio CapitudiQum et duorum sapientum per sextum proposuit 
domìnus Gapitaneus quod eligantur sex boni homines , quorum unus sit 
Yexìllifer. 

Ser Ninus de Cantoribus consuluìt quod Priores ipsos eligant. 

Nicti Caccialuori consuluìt quod quilibet sextus eligat untun in sextu 
Porte Domus, et non possit esse aliquis qui sit de presenti Consilio. 

Ser Guido de Lucho consuluit secundum dictum ser Nini y absque 
deTeto aliquo. 

Ser Rogerius Hughi Albìczi consuluit secundum dictum ser Nini, cum 
dereto quod aliquis qui sit de hoc Consilio non possit eligi. 

Placuit quasi omnibus secundum dictum ser Nini predicti. 

{Lib. di Cons. dai 4292 al 4298, a e' 7 t. e 8.) 
Die Qciij^ mensis aprilis (4293). 

In Consilio Capitudinum xij^"* Maiorum Artium et aliorum sapientum 
ad hoc per Priores et VexiUiferum ìustitie electorum , proposuit dominus 
Gapitaneus quo modo et qua forma sit procedendum in electione Priorum 
liitororam. 

Borgfans Renaldi consuluit quod Capitudines et sapientes cuìuslibet 
sextus eligant duos per quemlibet sextum ; et postea fiat scruptinium de 
flils duobos in quinque sextibus ; et qui plures voces habuerit , sit Prior. 

Nicti Cacciatori consuluit idem ; hoc salvo , quod aliquis qui fuisset 
Prior a X**" annìs 

Pela Gualducci consuluit quod sex per sextum eligantur per illos de 
suo sextu; et postea fiat scruptineum, ut dictum est. 

Ser Rogerius Hugonis Àlbiczi 

Padnus Peruczi consuluìt quod omnes artifìces unius Artìs sint simul, 
et eligant tres per sextum in quolìbet sextu ; et postea qui plures voces 
habuerit, sit Prior in scruptinio faciendo, ut dictum est. 

Dominus Lapus Saltarelli consuluit secundum dictum Pele predicti. 

Dìnus Peccora consuluìt secundum dictum Pacini predicti. 

Gherardinos del Velluto consuluit secundum dictum Pele predicti. 

Dominus Tadeus de Bosticis consuluit quod nominatio fiat per Capitudi- 
nes, sdiicet sex^de quolìbet sextu; et postea fìat scruptinium solito modo. 
Clarììs Salvi del Chiaro consuluit secundum dictum Pacini predicti. 



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86 ORDINAMENTI DI GIUSTIZU DEL 1293 

Facto partito per dominum Gapitaneum, placuit quatuor partibas 
secundum dictum predicti Pele. 
Presentibus testibus, età 

Eadem die. 

Proposuit Gapitaneus in Gonsilio Gapitudinum et duorum per sextum, 
quod elìgantur sex boni viri in sextu porte Sancti Petri , quibus dentur 
voces prò VexiUifero. 

Nicti Gacciaiìiorì consuluit quod Priores elìgant predictas personas. 
Placuit quasi omnibus secundum dictum predicti saplentis. 
Electi sunt Bandinus de Falcboneriis. 
Veczus Yeczosi. 
Daviczinus Daviczini. 
Faccius de Micciolis. 
Meliore Guadagni (4). 
Neri Guidinghi. 

Die xv^ aprUis, 
Electus fuit ser Benincasa notarius Priorum. 

{Ub. di Cms, dal 4S9S al 4S98, a e. 41) 

Die oMf mensis tunu (4S93). 

In Gonsilio Gapitudinum x^«*" Maiorum Artium et aliorum sapientum 
per dominos Priores Artium eiectorum, proposuit dominus Gapitaneus 
quomodo electio futurorum Priorum fieri debeat, lecto Ordinamento 
iustitie de hoc loquente. Presentibus testibus , etc. 

Bandinus de Falcboneriis consuluit quod quilibet Prior cum Gapitu- 
dinibus et sapientibus sui sextus eligant sex artifices , inter quos sit unus 
de Minorìbus Artibus ; et postea fiat scruptinium more solito. 

Neri Rustichi consuluit quod sex per sextum eligantur hoc modo : 
scilicet , illi de sextu Ultrami eligant in sextu Porte Domus ; illi de sextu 
Sancti Petri Scradii eligant in sextu Sancti Pancratii ; illi de sextu Porte 
Sancti Petri eligant in sextu Burgi , et e converso. 

Ser Ninus de Gantorìbus consuluit secundum dictum Bandini , salvo 
quod Priores non intersint diete electìoni. 

Ser Tancredi notarius consuluit quod illi de quinque sextibus eligant 
quinque bonos viros in alio sextu. 

Migliaccius Salvi consuluit secundum dictum ser Nini , salvo quod 
electi sint octo. 

(4) Que$U ri/moMe e\»tu> Gonfalomere. 



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DOCUMENTI 87 

Nicti Cacciafiiorì consaluit quod quilìbet Gapitudo eligat unum per 
sexium, et poetea fiat scruptiniuiu more solito. 

Dominus Teghia de Giprìanis consuluit 

Dinus Pechora consuluit quod quilibet Gapitudo nominet unum per 
sextum, et sapientes cuiuslibet sextus eligant unum per sextum. 

Pacìnus Peruczi consuluit quod sapientes se conveniant cum consu- 
libus sue Artis, et eligant unum per sextum. Postea fiat scruptìnium 
more solito. 

Facto partito per dominum Gapitaneum super predictis ad seden- 
dum et levandum, placuit quatuor partibus et ultra dicti Gonsilii se- 
cundum dictum Pacini suprascripti. 

Die wìif mmm turni. 

Presentibus testibus, etc. 

In Gonsilio Gapitudinum et duonun per sextum proposuit Capita- 
neus, qnomodo electìo sex bonorum virornm sextus Burgi prò electìone 
VexiUiferi fieri debeat. 

Dinus Peocora consuluit quod Priores eligant dictos sex , et postea 
fiat scruptinium. 

Placuit omnibus secundum dictum predicti sapientis. 

(Lib, di Cons, dai 4292 al 4298, a e. 46.) 
Die amf tnensis augusti (4293). 

In Gonsilio Gapitudinum xij^*"' Maiorum Artium et aliorum sapientum 
per dominos Priores Artium electorum, proposuit dominus Gapitaneus, 
quomodo electio futurorum Prìorum fieri debeat; lecto Ordinamento iu- 
stitie de hoc loquente. Presentibus testibus^ etc. 

Nofiìis Guidi consuluit quod Gapitudines et sapientes cuiuslibet sextus 
eligant sex homines in qudibet sextu, et sit ad minus unus ex Minori- 
bus Artibus ; et si contingerit quod in quinque sextibus non esset aliquis 
ex Minorìbus Artibus, quod in alio sextu esse debeat de Minoribus Arti- 
bus et non de Maioribus. 

Dominus lohannes Rustichelli index consuluit, quod Gapitudines 
cuiuslibet Artis eligant sex Priores, prò quolibet sextu unum, et postea 
vadant ad scruptinium ; et qui plures voces habuerit, sit Prior. 

Dinus Pecora consuluit quod sapientes conveniant cum Gapitudinibus 
sue Artis, et eligant sex bonos viros ; et postea vadant ad scruptinium ; el 
qui plures voces habuerit, sit Prior. 

Girolamus Salvi consuluit secundum dictum Dini predicti. 



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88 ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 1293 

Facto partito super predictis per dominam Gapitaneum ad sedendum 
et levandum, placuit quasi omnibus secundum dictum dicti NoflQ. 

(Lib. di Cons. dal 1^92 al 1298, a e. tO.) 

Die xiiif mcnsis octohris {1i93). 

In Consilio Capitudinum xij^'"* Maiorum Artium et aliorum quamplu- 
rium sapientum per dominos Priores et Vexilliferum electorum , propo- 
suit dominus Capitaneus , quoinodo electìo futurorum Prìorum fieri de- 
beat. Presentibus testibus, etc. 

Dinus Compangni consuluit y quod quilibet Gapitudo eligat unum per 
sextum , et sapìentes de qualibet Arte dent unum per sextum 

Pacinus Peruczi consuluit quod Gapìtudines et sapientes cuiuslibet 
sextus eligant tres per sextum ; et postea fiat scruptinium de eis. 

Girolamus Salvi consuluit quod quelibet Gapitudo cum sapientes {^ ) 
sue Artis eligant unum per sextum . et postea fiat scruptinium more 
solito. 

Noffus Guidi consuluit secundum dictum dicti Girolami ; hoc addito , 
quod quelibet Gapitudo det in scriptis solummodo de illis de Arte sua ; 
et postea fiat scruptinium modo solito. 

Meglore Guadangni consuluit secundum dictum Pacini Peruczi. 

Pela Gualducci consuluit 

Chiarus Salvi consuluit secundum dictum Noffi Guidi. 

Dominus Palmerius AUoviti index consuluit secundum dictum Pacdni 
Peruczi. 

Ceflus de Becchinugiis consuluit secutkdum dictum Dini Compangni. 

Dominus Johannes Rustichelli index consuluit secundum dictum Gi- 
rolami. 

Alexius Rinaldi consuluit quod quelibet Gapitudo cum sapientìbus sui 
sextus eligant sex per sextum ; dummodo illi de sextu Ultrarni eligant 
in sextu Sancii Petri Scradii, et sic de aliis. 

Dinus Pecora consuluit quod quelibet Gapitudo det unum per sextum, 
et sapientes cuiusUbet sextus unum alium per sextum ; et postea fiat 
scruptinium. 

Dominus Aldobrandus de Gerreto index consuluit quod Gapitudines 
et sapientes cuiuslibet sextus eligant sex per sextum ; et legantur bis in 
presenti Gonsilio. 

Landus Albiczi consuluit secundum dictum Girolami. 

Facto partito per dominum Gapitaneum ad sedendum et levandum , 
Vlacuit malori parti dicti Gonsiliì secundum dictum Noffi suprascripti. 

(4) Con il Codice 



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DOCUMENTI. 89 



Eadem die y et test&ms. 

III Consilio Capitudinum xij'*" Maiorum Artium ^et aliorum sapien- 
tum proposuit dominus Gapitaneus quomodo electio Vexilliferi iustitie 
Gerì debeai. 

Dinus Pecora consaluit quod quìlibet sextus eligat unum in diete 
sextu Sancii Petri Scradiì, et vadant ad scruptinium. 

Pacimis Peruczi consuluit quod Priores et Vexillifer ebgant sex bonos 
viros in sextu Sancti Petri Scradii, quibus dentur voces prò Vexillifero. 

Placuìt quasi omnibus secundum dictum Pacini. 

(A e. «6 t.) — Die xiUf mensis decembris (4293). 

In Gonsitio Capitudinum xij<^" Maiorum Artium et aliorum sapientum 
electonun per officium dominorum Priorum Artium et Yexiliiferi iustitie, 
proposuit dominus Capitaneus , quomodo electio fùturorum Priorum fieri 
debeat. Presentibus testibus, etc. 

Dante Rinaldi consuluit quod electio futurorum Priorum fieri debeat, 
quod Priores et Vexillifer presentes eligant duos vel quatuor per sextum, 
quibus per omnes in dicto Consilio existentes dentur voces; et illi sex, 
silicet unus per sextum, qui plures voces habuerint, sint Priores prò 
duobus mensibus venturis. 

DÌDQ6 Pecora consuluit quod quelibet Capitudo det unum per sextum in 
scriptis, et sapientes cuiuslibet sextus dent unum per sextum; et postea 
fiat scruptinium more solito. Hoc addito, quod si aliquis deretur in scrìptis 
qui non videretur Prioribus et Vexillfero esse sufiiciens, possint per ipsos 
Priores et Vexiliferum removere, et alium sufficientem poni facere (1). 

Vanni UgboUni consuluit quod Capitudines cum sapientibus cuiuslibet 
sextus eligant duos per sextum, et postea fiat scruptinium de eis. 

Noflus Guidi consuluit quod Priores et Vexillifer eligant duos, tres vel 
quatuor ex illis qui sunt in presenti Consilio, et cum eis eligant illos 
quibus voces dari debeant ut sint Priores ; et postea fiat scruptinium , 
secundum dictum Dantis. 

Ceifns de Beccbinugiis consuluit secundum dictum Dantis; hoc addito 
et mutato, quod illi qui nominabuntur tegantur in presenti Consilio ; et 
quod scruptinio non intersìnt illi de ilio sextu in quo electio fiet. 

Dominus lobannes Rustiohelli index consuluit quod Capitudines, cum 
hominibus sue Artis, eligant unum per sextum; et postea fiat scruptinium 
more solito. 

fij Cosi ha il Codice. 

Arch. St. It. . Nuopa Seri*T, i a 



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90 ORDlNAM£jSTl DI GIUSTIZU DEL 1293 « 

Mannus Actaviani consuluìt secundum dictum Dini Pecore, et quod 
partita fiant ad pìssides et balloctas. 

Facto partito per dominum Gapitaneum super tpredictis ad sedendum 
et levandum, piacuìt maìorì partì dicti Consilìi secundum dictum Dantis 
suprascripti. 

Eadem die, et testibus. 

In Consilio Capitudinum xìj^" Maiorum Artium et duorum sapientum 
per sextum proposuit dominus Gapitaneus quomodo electio Yexiliferi 
iustitie fieri debeat. 

Lapus Tramontani consuluit quod Priores et Vexillifer eligant sex 
bonos viros de sextu Ultrarni , et postea fiat scruptinium ; et qui plures 
voces habuerit , sit VexiMifer. 

Facto partito, placuit quasi omnibus secundum dictum dicti sapientis. 

(Lib, di Cons. dal 4300 al 4303, a e. 4 t.) 
Die ocUip mensis aprelis (4301). 

In Consilio Capitudinum xy<^"> Maiorum Artium et aliorum sapientum 
proposuit dominus Gapitaneus , presentibus Prioribus et Vexillifero, quo- 
modo electio futurorum Priorum fieri debeat prò Communi. Presentibus 
testibus, etc. 

Ser Bindus ser Guicciardi notarius consuluit quod Capitudines et sa- 
pientes cuiuslibet sextus , simul congregati , nominent quatuor in quo- 
libet sextu ; et postea fiat scruptinium secundum morem solitum. 

Guido Ubaldini de Signa consuluit quod Capitudines cuiuslibet Artis 
nominent duo in quolibet sextu. 

Dante Alagherh consuluit secundum dictum primi sapientis. 

Facto partito ad sedendum et levandum , placuit quasi omnibus se- 
cundum dictum primi sapientis. 

(A e. 6.) — Eadem die xiiif aprilis, et testibus. 

In Consilio Capitudinum x\j<^" Maiorum Artium et duorum sapientum 
prò sextu , proposuit dominus Gapitaneus quomodo eligantur sex boni 
viri in sextu Burgi qui vadant ad scruptinium prò eleclione Vexilliferi. 

Dante Alagherh consuluit quod Capitudines et sapientes cuiuslibet 
sextus nominent unum in dicto sextu. 

Facto partito ad sedendum et levandum , placuit omnibus secundum 
dictum dicti sapientis. 



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DOCUKENU 91 



(D) 

RUBR. IV. 

( Lib. di Cons, dal 1292 al 1298, a e. 2 t. ) 
xoc^ mensis ianuarii (1293). 

In Consilio Gentum virorum proposuit dominus Gapitaneus. 

Omissis, 

Item, de ccc^ librìs expendendis per camerarìos occasione emendi et 
fieri £iciendi Texìllom Insti tie, centum targias et pavenses, centum elmos, 
centam lancìas, xxv balistas, sagittamentum, et alias res necessarias prò 
ipsis balistis. 

Item, qnod camerarii Gommunis Florentie presentes et futuri possint 
espeodere, et dare et solvere teneantur et debeant, Vexillifero iustitie qui 
prò tempore fiierìt in dicto offitio, prò ipsius expensis, salarium in Ordì- 
namentis contentum ; videlicet, soldos decem florenorum parvorum per 
diem. Presentibus testibus, etc. 

Facto partito super predictis per dominum Capitaneum ad pissides et 
balloctas, placuit Ixvi secundum proposiiiones; nolentes fuerunt v. 

{Lib. di Cons, dal 1292 al 1298, a e. 3.) 
Die axcif^ mensis ianuarii (1293). 

In Consilio speciali domini Capitane! et Gapitudinum xij^" Maiorum 
ArUum proposuit dominus Gapitaneus omnia que beri firmata fuerunt in 
Consilio Centum virorum, etc. 

Factis partitis particulariter super predictis per dominum Capitaneum, 
primo ad sedendum et levandum, et postmodum ad pissides et balloctas , 
placuit Iviiij secundum propositiones ; nolentes fuerunt j. 



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92 OHDINAMKNTI DI tìlLSTlZIA DEL 1293 



(E) 



RlBR. XIII. 

(Ltò. di Cons. dal 4292 ai 429B, a e. 43.) 
Die axciiij^ iunii (4293). 

In Consilio Centum virorum proposuit dominus Capiianeus omnia in- 
frascripta, presentìbus Prìoribus et Vexillifero iustitie; videlicet, de obla- 
tìone facienda, et in quanta quantitate. 

{Qui è uno spazio lasciato in bianco, probabilmente per iscriverci i nomi 
de^ carcerati da offerirsi). 

Ser Macchone notarìus consuluit secundum proposi tionem, et quod 
obferendi sint quinqiiaginta; et quod illi qui debebunt obferrì, legantur 
in Consilio domini Capitanei, et cause quare obferrì debent: et etiam le- 
gantur illi qui in carcerìbus remanebunt. 

Dominus Guidoctus de Canigianis consuluit de Ixxv* carceratis obfe- 
rendis. 

Ser Donosdeus Dati consuluit de xxv« carceratis obferendis. 

Factis partitis particulariter super predictis per dominum Capitaneum 
ad pissides et balloctas, super oblatione facienda; piacuit omnibus nume- 
ro Ixxiiy^ secundum propositionem. 

Item> piacuit Ixxiij de Ixxv* Carceratis obferendis. Nolentes fuerunt j. 

Item piacuit Ixx, quod dicti Tura Boccbaccii et Cloni Riccardini sint 
de dicto numero; non obstante quod assìgnati fuerìnt in carcerìbus ad 
kaliendas mail citra. Nolentes fuerunt 10]^, 

Presentibus testibus, etc. 

Eadem die. 

In Consilio speciali domini Defensoris et Capitudinum xij<^" Maiorum 
Artium proposuit dominus Capitaneus ea que hodie firmata fuerunt in 
Consilio Centimi virorum. 

Item, etc. 

Presentibus testibus, etc. 

Migliaccius Salvi consuluit secundum propositiones predictas. 



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DOCUMENTI 93 

Factis partitìs particulariter super predictis per dominum Capita- 
neum, primo ad sedendum et levandum, et pbstmodum ad pissides et 
balloctas, placuit omnibus numero Ivij secundum propositìones. 

{Lib. di Cùns. dal 4292 al 4298, a e. 420.) 

Die secundo iunii (4298). 

In Consilio Centum virorum proposuit dominus Gapitaneus infra- 
scripta, presentibus Prioribus et Vexillifero. 

Omissis. 

iiij. Item, super provisione facta de offerendo Magnates cpii con- 
dempnati seu exbannìti sunt ante Ordìnamenta iustitìe prò sodamenlis 
non factis, solvendo certam quantitatem in ipsa previsione contentam, 
usque ad kallendas octobris. 

( Ordinamenta iustitie edita fuerunt in millesimo ce." Ixxxxij.® 
inditione vj« die xvi\j« ianuarii. ) 

Factis partitìs ad pissides et palloctas, etc. 

Item, super quarta propositione, placuit Ixx secundum propositionem ; 
nolentes fuerunt ij. 

(A e" 424.) -^ Die tertìo iunii. 

In Consilio generali Communis proposuit Fatìus de Micciole camera- 
rius Communis Florentie, prò se et sociis suis, infrascnpta; presenti- 
bus Prioribus et Vexillifero. 

Omissis. 

iij. Item, super provisione facta de offerendo Magnates qui con- 
dempnati seu exbanniti sunt ante Ordinamenta iustitie prò sodamentìs 
non factis; secundimi quod firmatum est per Consilia Populi factis (4) 
die secundo presentis mensis iunii. 

Factis partitis ad pissides et palloctas, etc. 

Item, super tertìa propositione, placuit cccij secundum propositio- 
nem ; nolentes fuerunt xxx. 

(4) Cosi legge U Codice. 



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SOPRA GLI STUDI STORICI 



LE PDBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 

' CHE DBBBORO SUSSIDIARLI 
CONSIDERAZIONI 

DI NICCOLÒ TOMMASEO 



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SOPRA GLI STUDI STORICI 



LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 



CHB DEBBONO «USSirUBLI (I) 



Se l'arte e la scienza del raccogliere i fatti ordinandoli sotto 
an'idea generale, dell'esporli con vìve particolarità, e con la 
stessa esposizione a norma di moralità giudicarli, è in non 
pochi degli Storici Italiani, e tin degli eruditi minori, una 
specie d'istinto; questo, non che materia di vanti oziosi, 
dev'essere stimolo a continuare la splendida eredità ed am- 
pliarla. Se tutti omai veggono che la storia, secondo lorigine 
stessa del vocabolo, è cognizione salda per eccellenza; che 
tutte le verità importanti alla vita nella storia rinchiudonsi, 
e furono in prima per modo storico annunziate, e possonsi 
di bel nuovo storicamente illustrare ; che questa è la via per 
la quale il vero entra più agevole nelle menti adolescenti e 
del popolo, e più profondo si stampa; che la memoria (non 
la £EUK>ltà che pur ritiene le imagini, ma quella che con la 
riflessione s'appropria le idee e le feconda) è vita all'intelli* 
genza e dell'uomo singolo e delle nazioni ; che quelle nazioni 



(1) Questo articolo già composto a fine di preludere ad altra pubblicazione 
del geoere della nostra, e tuttora inedito , ci è parso sì consentaneo ai nostri 
iDtendinicnti, che, avendone notizia, lo abbiamo chiesto e ottenuto dairamici- 
zia dell'Autore, per essere allogato in questa prima Distribuzione. 

L'Editore. 

Abcu. St. It. , Nuova Serie. 1 5 



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98 SOPRA GLI STUDI STORICI 

più sentono e spiegano il proprio vigore, alle quali le antiche 
memorie sono più famigliari e più care ; che que' governi du- 
rano più forti e più venerati , che meglio il sacro fuoco delle 
memorie alimentano ; non accade dimostrazione lunga a pro- 
vare che tra' più benemeriti della civiltà sono da contare gli 
autori che esse memorie disperse radunano, discernono confuse, 
incerte o falsate appurano, sopite riscuotono ; sterili agli usi 
del vivere, fanno preziose applicando. 

Non senza ragione è queir impulso , più ancora che delle 
menti, degli animi, il qual porta a salire la corrente de' secoli 
per insino alle prime sorgenti della umana generazione, a fin 
di conoscere come la nazione propria si rechi alle comuni ori- 
gini della intera umanità : non è senza ragione lo stesso fa- 
voleggiare che intorno a ciò i popoli fanno, e il principio che 
tante cronache prendono dalla infanzia del mondo per venire 
alla storia di un paese, di sola una terra. Non è questo il 
semplice istinto umano del recare gli effetti alle cause; molto 
meno è boria vana (ancorché poi codesto vizio ci si immischi 
col degenerare de' tempi ) : ma è quel desiderio d'unità che nel 
cammino intellettuale conduce sempre i pensieri dell' uomo ; 
quel sentimento di comune fraternità che accompagna le na- 
zioni , quai>tunque divise per intervallo di spazii e di tempi , 
quantunque da odj rei lacerate. Le cronache italiane, to- 
gliendo le mosse dalla creazione , e passando da Troja per ar- 
rivare a Roma, e poi più giù al porto e al seno di tale o 
tale città ; non errano tanto quanto a' più leggieri parrebbe , 
dacché con gli errori loro stessi accennano e alla comune di- 
scendenza dall'alto Oriente, e a quelle oscure si, ma non ne- 
gabili, mistioni di schiatte che fecersi poi dell'Occidente popo- 
lato coirOriente non invecchiato ancora, alle quali ascende col 
suo canto Virgilio, potente non solo d'arte morale e affettuosa 
di stile, ma di filologica e storica sapienza. Questo della ricon- 
giunzione e mistione delle schiatte che Erodoto non solo intrav- 
vede, ma ci fa in certi luoghi quasi toccare con mano, che il 
Thierry tratlò da erudito e l'Edwards da fisiologo, è soggetto 
che lo studio delle tradizioni ))opoIari e de frammenti poetici, 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 99 

c degli accenni e quasi confessioni che sfuggono a'cronachi- 
sti e agli storici , tanto più autorevoli quanto meno ambiziosi 
dì novità , r incremento delle scienze geologica e geografica , 
fisiologica e filologica , debbono rischiarare , e molto più che 
fin qui non facessero meditarci. E siccome la induzione del 
Cuvier da un frammento di spoglia d'animale che corse la 
terra non anche impressa dal piede degli uomini , restituì in* 
tiera una specie d'animali, e infuse vita nel masso, spirito 
nella polve; così la storia, divinatrice arditamente prudente 
del passato, farà in qualche parte, speriamo, degli avanzi della 
povera famiglia umana sminuzzati , confusi , dispersi, sepolti. 
Ed é d'alta moralità tale studio /che ci dimostra la grandezza 
insieme e la picciolezza delluomo ; e additandoci come non 
solo lorigine prima sia comune a popoli tutti, ma come la 
grande cittadinanza del mondo sia mista di schiatte diverse, 
che la provvida necessità della sventura ha riannodate con 
parentela tremenda , tempera gli odìi, raffrena gli orgogli, rag- 
guaglia e affratella. 

Ha innanzi che il poco che resta delle schiatte americane 
sia sperso dalla civiltà usurpatrice e corrompitrice, che ado* 
pra il lento veleno del vizio , timida e vergognosa del farsi 
via addirittura col ferro; innanzi che i grandi serbatoi delle tra- 
dizioni custoditi per secoli nelle tribù e nelle solitudini del- 
l'Asia, deir Affrica e delFOceania siano seccati dall'alito euro- 
peo ; innanzi che il predominare di un comune linguaggio in 
ciascheduna gente e in più genti ; linguaggio astratto e spa- 
rato e , com'era dicono , logico , sottragga la vita e la 
persona a' dialetti , che sono non pure autorevoli documenti 
di storia , ma proprio monumenti ; preme che agli studj 
di queste cose si volgano con sollecitudine scienziati e eru- 
diti. E per non toccare che de'dialetti , non il corpo soltanto 
delle locuzioni e de' vocaboli , ma la pronunzia stessa , in 
quel ch'eirha di più sottile e di meno disegnabile in carta, o 
descrittibile per giro di parole , è documento di storia , in 
quanto, attestando l'origine eia cognazione de'suoni, arguisce 
la cognazione delle schiatte : anzi questa è la parte più sto** 



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100 SOPRA GLI STUDI STORICI 

fica , perchè negli accenti della voce, e negli spiriti è Tono- 
matopea del linguaggio, il quale in sul primo era tutto una 
musica dipintrice, una Biosofia che per menomi segni sensi- 
bili rappresentava e le esterne qualità e la ragione intima 
delle cose. Cosi ricercando nelle profferenze delle lingue e dei 
dialetti asiatici tuttavia viventi le analogie con l'ebraico , ne 
verrebbe luce nuova alla intelligenza dell unico libro nel quale 
ogni verbo ed ogni apice è rilevante non solo alla fede, ma alla 
storia altresì ed alla scienza ; e dove non pure la ispirazione 
che lo anima , ma la sua stessa antichità , non può che non 
dia a ciascheduno elemento della parola gran varietà di si- 
gnificati raccolti in feconda unità. Quell'arcana forza che in- 
vade ad ora ad ora il tuttavia giovane , e pur caduco, Oc- 
cidente , e lo sospinge a cozzare armato contro la verde e gi- 
gante vecchiezza del misterioso Oriente, è un impulso , che , 
fuor di nostra voglia e saputa , dee tornare profittevole e alla 
civiltà e alla scienza : ma se taluno di noi , conscio di quei 
movimenti che i più fanno, inesplicati ed involontari!, quasi 
catapulte avventate contro le mura nemiche, li volgerà a fin 
di bene , e della guerra stessa farà occasione ad indagini con- 
ciliatrici di carità, costui entrerà partecipe ne' disegni della 
sapiente, e non in tutto imperscrutabile, Provvidenza. 

Importa porre per principio inconcusso, questo che in- 
travvide tutta la dotta antichità, che il Vico dichiarò con la 
splendida oscurità delle menti profonde: che le lingue son 
parte della storia civile , una delle più intime parti ; che la 
filologia, secondo il senso che il Vico le dà, è la meditazione 
della parola in quanto ellesprime il pensiero de' popoli , ed è 
interpetrata da' fatti, anziché interpetrarli : imperfettamente 
assai volte interpetrata ; giacché il fatto umano non può con- 
seguire laltezza e la pienezza e la velocità del pensiero. Nelle 
radici pertanto delle parole cerchinsi le radici e lo svolgersi 
delle cose. E a questo nuovo e arduo edifizio sono addentel- 
lato de' più sicuri i nomi proprj degli uomini e segnatamente 
de' luoghi , i quali nomi , rimanendo , più ch'altri , incommu- 
tati per secoli , e non si cambiando se non per istraordinaria 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 401 

potenza di casi , fanno testimonianza credibile o della comune 
cognazione de' popoli che li adoprano o della loro mistione 
ne' tempi. Lo studio comparato di tutti i nomi, non tanto di 
città o di regioni , quanto d'acque e di monti , sarebbe , più 
che erudizione curiosa , alta scienza; e alla scienza potreb- 
bero , ben condotte , appartenere anco le indagini de' nomi 
dati e mutati a' poderi , alle contrade urbane , a' casati* Su- 
perfluo notare come i piccoli tèmi vengano dall' idea ringran- 
diti ; e come non solamente la vita di tale o tal ordine so- 
ciale delia città , di tale o tale istituzione o mestiere o scuola, 
od anche accademia o stamperia , ma e le raccolte di pro- 
verbi, di motti, di traslati e di forme grammaticali più 
proprie all'una che allaltra favella , possano ciascheduna for- 
nire materia a trattato del pari profondo che ameno. 

Tutti ormai sanno che ricca fonte di storia sia la mito- 
logia, quanto ricca possano essere le leggende. Ma gioverebbe 
che diventasse una norma di critica il ricercare testimonianze 
storiche ne' libri che non sono di proposito storici ; come 
non solo i viaggi e le memorie d'uomini che nelle faccende 
pubbliche non ebbero diretta parte, ma, e le lettere fami- 
liari , e le opere scientifiche , e i libri de' conti , e i versi di 
probi poeti. Non già che non abbiano gran valore i docu* 
menti politici specialmente che non erano destinati alla pub- 
blica luce , quali le relazioni de' Veneti ; tesoro e di storia e 
di senno civile , che con gli errori stessi ammaestrano , e ci 
dimostrano come quella ch'ora è chiamata statistica, fosse ai 
nostri maggiori , meglio che mostra e mestiere, consuetudine e 
istinto : la quale statistica gli storici antichi infondevano nella 
narrazione stessa , e le minute notizie e le grandi, e i giudizi 
morali e le generali dottrine , di comune vita animavano ; o 
da un indizio principale facevano dedurre gì' indizj minori , e 
in tutto tendevano a quella unità, la quale non lascia il vero, 
pe' numeri arabici che sminuzzano i romani e per le lettere 
dell'alfabeto che sminuzzano gli arabici , discorrere e rista- 
gnare , com'acqua che , non raccolta in canali che le diano 
dirittura e impeto , si perde e impaluda. Ma dico che la verità 



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102 SOPRA GL! STUDI STORICI 

riguardante lo stato delle nazioni , quando sia còlta di bocca 
a chi di tutt altro parlava, acquista fede più piena, purché 
dal fatto particolare alla conseguenza che se ne trae V indù* 
zione sia retta : e dico che in questo è preziosa lautorilà dei 
poeti grandi, i quali , e per necessità dell'arte loro e con 
pensato intendimento , ritraggono i tempi in quelle partico- 
larità che la storia o non cura o non può ne' confini alla sua 
narrazione dall'uso segnati comprendere. 

Delle storie speciali da farsi di nuovo , ognun vede essere 
non solo la letteraria , della ^uale in Italia fu meschina l'ese- 
cuzione, perchè meschino il concetto ; non solo quelle di pres- 
soché tutte le scienze e di tutti i mestieri ; ma la storia stessa 
delle arti belle , alla quale ci fecero lume ( e perché, non lo 
confessare con gratitudine?) gli stranieri. Perché non sog- 
giungere che que' Francesi , i quali tanto leggermente tra noi 
spacciansi per leggieri tutti , hanno offerto lavori , se non di 
storia, d'erudizione, da poterli qualsiasi nazione più soda 
rammentare con vanto? Il suo a ciascheduno. Bastano bene 
all'Italia i suoi grandi storici, e que' raccoglitori di documenti 
e di monumenti che non prepararono semplicemente materia 
alle storie da fare, ma ne adombrarono il disegno in pensiero: 
tant'è la sapienza che mostrano nella scelta e nella illustrazione 
di quelli. Basta all' Italia il suo Vico, che noi diremmo il Galileo 
della storia. Se non che il Galileo trovava ben più preparato 
il terreno, trovava e tradizioni ed esempi e scoperte fatte, 
ch'erano ben più che presagi; laddove nel Vico/j' ingegno é, 
se non più effettualmente inventore , più creatore e vatici- 
nante , perchè non altro egli aveva dietro e innanzi a sé, che 
dissoluzione piuttosto che ricomposizioni di genti e d' idee ; 
non aveva per traccia alle laboriosamente audaci sue vmda- 
gini che taluni di quelli detti da lui passi doro d'autori vec- 
chi , i quali leggere com'egli li lesse , era anziché ajulo a 
scoperte , una prima scoperta , dacché intenderli a quella ma- 
niera non poteva se non quella mente, la quale avesse in sé 
stessa già il lume dell' idea irradialrice. Il Machiavelli e il 
Campanella che possonsi stimare come predecessori di lui , 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 403 

nOD mirarono né si alto né sì ampio né si profondo , fon- 
sbanco in pena dell'aver fatto servire quella loro intelligenza 
potente di cospicue generalità a 6ni gretti , e dalla civiltà mo- 
rale aborrenti. Più da riprendere in ciò il Campanella, perchè 
nato più tardi , e in secolo ed in paese , checché ne paja , 
meno contaminati, e riprensore delle macchiavellerie, e, non 
senza volontario errore, sedotto a far dipendere la grandezza 
d'Italia dalla grandezza di Spagna, e la grandezza di Spagna 
procurabile con tremende arti d' inaudita tirannide, dalla cor- 
ruzione di tutto il mondo fin li conosciuto. Il Vico alle sue 
leggi ideali pone per centro di luce la religiosa e civile mo- 
ralità : il che noi non diremmo se credessimo allaccusa da ta- 
luni avventatagli , ch'egli neghi il progresso dell'umanità , 
nello svolgersi suo pe' tempi. Non é già negarlo il porre a 
codesto svolgersi leggi costanti, le quali nella grandezza delle 
applicazioni, e nella moltiplicità delie deduzioni e nel nuovo 
congegno e di queste e di quelle, si possono e debbono sem- 
pre via via, per infino agli ultimi termini delluniverso e alla 
consumazione de' secoli , venire ampliando. Quella l^gge per 
cui a un pezzetto d'ambra s'attaccano saltellando minuzzoli , è 
la medesima legge dietro a cui l'uomo trovò di poter involare 
alle nubi la folgore, e sciorre gli elementi de' corpi a ogni 
forza umana restii in altri elementi, e far correre la parola e 
il pensiero attraverso a monti e ad oceani con più rapidità , 
che di certi uomini non cammini lo stesso pensiero. Che se da 
poche notizie di pochi autori e di poche storie e di poche lin- 
gue indusse il Vico leggi cosi universali, supplendo la scienza o 
insufficiente od errata con la poderosa rettitudine della mente 
guidata dalla rettitudine severa dell'animo; or che non avrebbe 
egli fatto vivendo in questa presente copia di cognizioni e 
di documenti? Alle scienze de'corpi, per oi*dinare la tanta ma- 
teria ammontata , ingombro alla memoria , anzi inciampo al 
ragionamento, si desidera un Galileo: alla scienza della storia 
e della civiltà, per mettere a profitto tanta mole di fatti anti- 
chi , o scoperti , o in nuova luce apparenti , e tanta costosa 
dovizia d'esperienze dolorosissime, si desidera un Vico. 



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104 SOPRA GLI STUDI STORICI 

Basterebbe intanto , ad onore di molti ingegni o a discarico 
di questa età boriosa e affaticatamente agiata , che i concetti 
del Vico , quali pur sono , fossero in tutta la loro distesa 
veduti , e con le cognizioni novelle dichiarati » temperati , 
applicati più ampiamente ; basterebbe che quelle sentenze che 
paiono sfuggire a lui inavvertite , e cascano quasi digressione 
importuna , o si frammettono come parentesi [ed erano lo stil- 
lato di lunghe meditazioni , messe lì o per difetto di spazio 
che alla povertà sua mancava , o per difetto di quell'ordine 
materiale che nuoce sovente all' ideale , conciliantesi e richie- 
dente impeti quasi lirici] , cpielle sentenze si togliessero a téma 
di speciali lavori : e non poche ce n'è , che ciascuna darebbe 
un volume senza amplificazioni rettoriche o stiracchiature filo- 
sofiche arzigogoli filologici o borra di citazioni. Quanto al 
porre le leggi storiche della intera umanità , e dalla vita pas- 
sata di lei arguire la vita che resta ; a codesto i tempi sono 
tuttavia giovani e le menti acerbe; e troppo c'è da scoprire 
ancora delVantico , troppo del nuovo da sperimentare e sof- 
frendo e operando. 

Ma il debito più stringente all'età nostra e men difficile a 
soddisfare , egli è , nella storia de' fatti vedere ed esporre la 
verità qual'ella è; non la alterare neanco per amore del 
meglio; non ci mescolare non dico pregiudizj o passioni, ma 
neanco idee o affetti dal téma alieni. Abbiamo storici retori 
che ignorano quel che lodano e quello a che maledicono; che 
anco compendiando amplificano , e fanno dell'opera loro qui 
scheletro che mostra le ossa , là carnosità che leva in tumori. 
Abbiamo storici avvocati che pigliano l'assunto quasi come 
una lite da trattare , e lo guardano da un solo lato , e alle 
testimonianze contrarie chiudono gli occhi, il giudizio altrui, 
non che aiutare , turbando. La Grecia che il satirico chiamava 
mendace , e Roma che faceva sé imperatrice dell'universo per 
diritto divino , non osarono mai nelle storie tanto quanto si 
osa oggidì : che ora l'umanità si scinde , quasi polipo / in vite 
diverse » e la specie si fa in più parti della terra nascere dalle 
roveri e dal tjaso e dal crepuscolo; ora, la civiltà tutta quanta 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 495 

SI fa derivare da •una nazione sola, le cui memorie e la favella 
evidentemente appariscono essere di seconda mano , e la boria 
di patria usurpa laltrui con la penna; ch'è troppo o troppo 
poco nella bilancia di Giove e di Brienno. Voi sentite Tedeschi 
fere i loro avi, possenti d'alabarda e di fame, rinnovatori della 
schiatta Italiana non solo ne^uscoii ma nell'anima , donatori 
di libertà e di scienza e di mansuetudine e di galanteria : voi 
sentite Italiani farsi Pelasghi , senza ben dire che cosa i Pe- 
lasghi fossero , e con questo titolo attribuire a sé nel secolo 
che viviamo agonizzando , il principato e il sacerdozio delle 
genti : sentite il Cristianesimo storicamente provato essere dot- 
trina ora di schiavitù irrepugnabile , ora di quella libertà che 
ragguaglia distruggendo e battezza la fratellanza nel sangue : 
sentite i benefizj del Cristianesimo a forza di citazioncelle ne- 
gati , e i meriti suoi arrogati agli adoratori di Vulcano e di 
Maometto. 

C'è la storia che narra semplicemente per narrare , non 
al modo che voleva il Barante, senz'assunto, cioè senza scopo, 
ma narra per istinto a memoria dei passati e degli avvenire, 
senza pensatamente mirare all'utilità , ma appunto con questo 
serbandosi più sincera, e più varie utilità conseguendo. C'è 
la storia che narra per dimostrare o un'idea o una serie di 
fotti che voglionsi collegati a un principio, o un fatto solo 
che vuoisi principio ; o sivvero per insinuare un senso d odio 
o d amore , o di quell'orgoglio che nel misto dell'odio è 
dell'amore ha la sua scusa insieme e la sua reità. C'è la storia 
che tende alla propria dimostrazione o modestamente o astu- 
tamente, senza far le viste di dimostrare , astenendosi fin dalle 
sentenze e dalle osservazioni di suo: c'è la storia che, anche 
narrando , sentenzia , ora giudice e ora commentatrice , ora 
satellite de'cortigiani, or vicaria del boia. C'è la storia che in 
lutte le nazioni non vede che una nazione sola , in tutta sorta 
fatti non legge che sola una moralità ; giacché la negazione 
stessa della moralità è un tributo reso a'morali principj : c'è 
la storia che dal particolare si slancia d'un salto a non pre- 
parate e dubbie generalità. C'è la storia ctie segue passo passo 

ÀRcn. St. I T. Nuoea S^rir . i \ 



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406 SOPRA GLI STUDI STORICI 

l'andare decast e de'tempt: c'è quella che ordina i fatti per 
sommi capi , e ora aiuta cosi a meglio comprenderli e rite- 
nerli, ora disordina con lordine stesso. C'è la storia che di- 
pinge e scolpisce ; c'è quella che descrivendo per le lunghe, 
toglie a' fatti la vita, alle persone il carattere della faccia. 
C'è la storia che compendia o allarga le storie bell'e stampate, 
senza curare de'documenlì e delle tradizioni antiche e recenti, 
e spregiando dall'alto della sua nuvola dt cartone dipinto gii 
spillaiori d'Archivi: c'è quella che i documenti essenziali 
al conoscimento del vero relega nelle note e nelle appendici ; 
che alla narrazione stessa li intarsia malamente ; quella che 
cita sempre e fuor di proposito e autorità sospette confuse 
alle sincere , e autorità d'autorità come se fossero di fonte 
viva ; c'è quella che non cita mai , o per imitazione degli 
antichi (i quali pure citavano), o per pigrizia o per arroganza. 
Non già che gli antichi , e de'più meritamente celebrati , 
non cadano mai in que'difetti che no.tansi ne'modemi ; ma 
eglino ci usavano o più arte o meno artifizio , e però i lor 
difetti offendono sovente meno ; e meno offendono anche per 
questo, che i tempi richieggono oramai nello storico un più 
pieno sentimento dell'alto uffizio ch'egli assume , e hanno fatta 
più viva fin ne' letterati la voce della morale e della politica 
coscienza. Anco nelle antiche storie discernesi assai volte chiaro 
l'intendimento di non giustamente o lodare o biasimare o 
scusare un popolo od una parte, o un fatto o un uomo: anco 
in loro le sentenze o espresse o sottintese , non sempre retta* 
mente deduconsi dalla cosa narrata ; e le parlate rettoriche 
(dalle quali Cesare, maestro e in rettorica ed in politica, 
scaltramente si guarda) tengono vece delle sentenze e mas- 
sime de'moderni. Anco gli antichi hanno nella storia il ro* 
manzo : se non che Erodoto , il più accusato di tutti , ne 
ha meno , non solo perchè osservatore laborioso e docile ed 
assennato , ma perchè le tradizioni meno appurate distingue 
dal vero certo con una parola, con una reticenza; reticenza, 
dico, di che i grandi autori e di scritti e d'opere sono potenti. 
Avevano gli antichi il romanzo storico: e Senofonte è, se 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 407 

la cronaca non tsbaglia, più vecchio del Barthélemy ; del 
dolto Barthélemy, il cui esempio può essere più fruttuo- 
samente che fin qui non si fece emulato. Se non che le me- 
morie che gli uomini singoli oggidì scrivono di sé stessi o 
d'altrui , troppo più sono romanzesche che non comporti la 
moderna credulità e pazienza ; e la storia stessa , per ìsmania 
o d'allettare o anco d'ammaestrare , è troppo più romanzo che 
non vorrebbe , senza le qualità che il romanzo fanno piace- 
vole a molti. Piacevole ed utile , se trattato con alti intendi- 
menti , se dalle regioni dèlia prosa levato a poesia , se liberato 
da quella maniera di poco men che perpetua facezia e fami- 
gliarità quasi affettata , che nello Scott ristucca meno perchè 
propria sua, ma apparisce imitazione soverchio fedele ne'molti 
seguaci. Or non è maraviglia che la poesia stessa , e la tra- 
gedia segtìatamente , falsifichi peggio che romanzo la storia 
non solo neirestrinseco de' fatti ma e nell'intima loro moralità; 
che sia una catena d'allusioni. spropositate , e quasi un apologo 
stiracchiato; quando veggiamo la storia inzepparsi di cosiffatte 
allusioni , e ne' tempi passati voler di forza veder i presenti, 
e con le recenti idee giudicare i tempi antichi , e con le an- 
tiche i recenti. Cosi la storia falsifica la poesia ; e la poesia, 
dico la drammatica, che sola può tuttavia qualche cosa sulla 
pubblica opinione , falsifica sempre peggio , e rende imìnorale 
la storia. Ma questo è pregio cospicuo di molti poeti antichi , 
che il verso loro è sovente citabile come storico documento. 
Ora a quel modo che la verità d'un principio è confermata dalla 
sua frequente e varia applicabilità, cosi (mi sia lecita questa 
parola) dalla citabilità d'un poeta la sua potenza dimostrasi 
e la sua autorità. Né solo i poeti ma e gli oratori e gran 
parte degli scrittori moderni , anco di storia , son poco sto- 
rici e poco citabili agli avvenire, come testimoni de' tempi, 
non che come maestri alla vita. 

La storia almeno dovrebb'essere moralmente storica sem- 
pre , e citabile come di moralità documento. Dico moralmente 
storica nel raccogliere i fatti , tutti i fatti, anco quelli che non 
piacerebbe vedere , o perchè si ama il bene, o perchè si ama 



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108 SOPRA GLI STUDI STORICI 

la palria , o perchè si ama il soggetto preso a trattare e le 
opinioni proprie; moralmente storica nel non nascondere quello 
che fa conlr'essa opinione , e nel discernere autorità da auto- 
rità, certezza erudita da sicurezza morale, realità estrinseca 
e quasi materiale da intima verità ; quella verità che e* in- 
segna , anzi ci obbliga a dar peso maggiore a un indizio , a 
un silenzio , che ha documenti legali e ha prolissi parlari di 
coetanei , i quali ingannano , o s' ingannano per affetto , per 
odio , per paura , e dalla one sta compassione verso i dolori 
de'deboli sono tentati talvolta a calunniare, oltre al credibile 
e oltre al bisogno, i potenti. Poi dicevamo la storia aver a 
essere documento di moralità , non perchè sia da sperare che 
gli uomini e i popoli apprendano da' libri prudenza e pietà 
verso gli altri .e sé stessi , ma perchè i sentimenti istillati 
negli animi dalle tradizioni comunemente diffuse per la na- 
zione . se buoni , sono com'acque che , condotte per rivi e ca- 
nali , vengono ad irrigare ogni angolo deirassetata campagna; 
e gr insegnamenti che derivano dalle tradizioni , appunto per- 
chè men- diretti e incarnati nel fatto , riescono meno sterili 
de'precetti generali. Il senso morale della storia non viene né 
al narratore né all'uditore dalla intelligenza tanto quanto 
dall'anima ; e in mente torta o in cuore corrotto la verità si 
smaltisce in menzogna, in malizia la bontà, la semplicità 
limpida in astuzia cupa; e interpretando avvelenano. Ma la 
rettitudine del -sentire dona al discemere e al dire un'amabile 
serenità : di che , senza rammentare gì' ingenui cronachisti , 
sia esempio' il Muratori , che in narrazioni aride e disadorne 
diffonde si dolce uno spirito di probità da rendere il gran- 
d'uomo più ammirabile a chi si compiace di riconoscerci 
il galantuomo. 

Questo senso morale preme applicarlo alla vita de* più; e, 
nella storia considerando non soli i ree i governanti de' re, non 
soli i dittatori e i consoli e i presidenti , ma la nazione , 
dalla vita pubblica dedurre luce alla privata , nella famiglia 
civile cercare la domestica , nelle consuetudini e nelle leggi i 
costumi , nel grandeggiare e nel decadere degli Stati le cause 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 409 

riposte che si nascondoDO ùelle virtù e ne' vizj de' singoli cit* 
tadioi. Cosi condotta la storia potrebbe diventar popolare non 
di nome ma d'uso , non nelle forme del dire ma nell' intrin- 
seco significato : al che gioverebbero i libri , non più di quel 
che giovi al viaggiatore una Guida stampata, ma richiedereb- 
besi la vivente parola e l'aspetto de'patrii monumenti dalla 
tradizione illustrati , che adesso son quasi enimmi , anzi sfingi. 

Per i giovanetti poi , non diremo già che vogliansi libri ap- 
posta , dacché i troppi cattivi, che di questa fatta abbiamo, 
dimostrano, se non l'impossibilità, la difficoltà dell'assunto. 
E , se a ciascun grado d' intelligenza avessesi a serbare un 
linguaggio distinto e un volume proprio , ci farebbero di biso- 
gno tanti libri di storia puerile quanti sono gli anni della pue- 
rizia e della adolescenza ; anzi tanti quanti sono i bambini e 
i ragazzi , perchè tale a dodici anni è più uomo che non tale 
a venti ; e cotesta distinzione arimmetica delle intelligenze 
dividerebbe male dalVun lato , e male dall'altro ragguagliereb^ 
be; ragguaglierebbe schiacciando. Non sarebb'egli cosa più 
spedita , e più piacevole a' giovanetti , trascegliere dalle storie 
e dalle vite già scritte non bambinescamente , que tratti dove 
gli esempj del bene sono più accomodati alle condizioni della 
vita privata da cui s'informa la pubblica , e meglio imitabili 
a ogni ordine di persone e più luminosi ? E que fatti che sono 
meritevoli di notizia e damore , e che non ebbero narratore 
degno , quelli esporre in maniera che non solo i fanciulli ed 
il popolo , ma le età e gli uomini tutti n'abbiano ammaestra- 
mento e conforto? Dicevamo gli esempi del bene; perchè le 
più delle storie , appunto per essersi arrestate alla domina- 
zione d'una famiglia o d'un popolo , e alle rumorose ruine 
che ne furono pena od ammenda , pajono , più ch'altro, ar- 
chivi d' iniquità , spedali di sozze malattie , collezioni di crani 
coronati , o mucchi d'ossa senza nome insepolti. 

Se non che a scrivere storia vera , segnatamente di nazio- 
ne eh' è un viluppo di popoli , e che ciascuna delle sue città 
ha fondate sopra suoli di generazioni diverse , che sono altret- 
tante storie cadauna , i documenti abbondano in modo da s^o- 



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440 SOPRA GLI STUDI STORICI 

mentare chi voglia ordinarli , giudicarli , animarli della lor 
propria vita ; e scarseggiano con lutto ciò i documenti. I quali 
a raccòrrò , a salvare dalle tignuole che li rodono in nobili ca- 
se , e da mani nobili che li vendono per dar che rodere al ser- 
vitorame nemico , a fare prò di tanta ricchezza, ad agevolare 
il lavoro allo storico dipintore e architetto; bisogna , e preme 
presto, che tutte le accademie di tutti i municipj concorrano , 
trasformate tutte in società storiche , storiche a doppio titolo, 
perchè collettrici di storia vecchia, e di nuova, migliore assai, 
tacitrici. Di qui verrebbe agi' ingegni, anco minori, benemerenza 
e decoro; alle terre, anco meno illustri , cooperazione efficace 
alla comune dignità. Giaschedun paese, provvedendo alla stam- 
pa de*proprj docuipenti , con ispesa non grave, se partita in 
proporzione tra molti ; e ciascheduno mettendosi in consorzio 
intellettuale (senza che punto di politica vi si immischi ) co' pae- 
si vicini e con quegli altri a cui la sua storia più s'annoda ; e 
trascegliendo con affetto severo le cose più rilevanti , e tutte le 
ripetizioni tarpando ; e porgendo la lezione delle carte e de co- 
dici quale sta e giace , senza quegli arbitrj moderni per cui la 
falsa scienza invidia al passato e all'avvenire tanti preziosi in- 
dizj filologici , altamente storici anch'essi , e per emendare 
sproposita; renderebbe alla civiltà benefizio memorando. 

Quel molto che nel secolo passato operarono pochi eruditi 
e pochi ricchi alla stampa di grandi e costosi volumi , potreb- 
b'essere, se non superato, imitato, dalle forze raccolte di tutte le 
società letterarie e de municipj tutti, massime se le biblioteche 
tutte d'Italia si consociassero all'acquisto di tali raccolte, se i co- 
muni più agiati si facessero ciascheduno la sua , se i coUeg} pub- 
blici, quando i privati non possano, avessero biblioteca. Ma 
certamente neanco le biblioteche pubbliche basterebbero a tanto, 
so la scelta de' libri da acquistare di nuovo abbandonasi a uno 
a pochi , i quali prescelgono le materie più ac-cette a loro , 
o si caricano di costose superfluità : quando air incontro essa 
scelta dovrebbe dipendere da un consiglio ; e i professori o gli 
studiosi che sono nel luogo ^ dovrebbero poter proporre in pro- 
porzione determinata un numero d'opere , ciascheduno della 



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E LE PUBBLICAZIONI DEI MONUMENTI 444 

propria disciplina. Se a questo non si provvede , l'arte e degli 
stampatori e de' libraj , già fiorente in Italia , e quindi un ramo 
notabile di commercio, che può diventare ancora più notabile 
se vogliamo (e parlo di commercio , lasciando stare Toner 
delle lettere e della patria , perchè quello è argomento a 
troppi più calzante], ne patirà irreparabile nocumento. Quando 
patrizie prelati , leggessero o no, facevano della biblioteca un 
necessario arnese di lusso , vidersi quelle solide e splendide 
edizioni , che dimostravano anch'esse il rispetto al pensiero e 
la cura de' posteri ; dove adesso la carta e l'inchiostro che ado- 
priamo alle stampe , affatica gli occhi , ed è quasi prima strac- 
ciata che usata , segno e confessione di parole e d'idee sbiadite 
e fugaci. Vero è che Tenore di quelle stampe compravasi da edi- 
tori e da autori sovente con dediche, le quali non sono testimo- 
nianza di storia se non forse in quel che non dicono o in senso 
contrario di quello che dicono: ma crediamo noi che nel secolo 
nostro le dediche , se non nella fronte , non siano nel corpo 
dell'opera, sottintese, e talvolta con tanta più sfrontatezza, 
quanto più si mantellano di libertà superbamente iraconda ? 
E non è forse vendetta della spregiata memoria de' mecenati 
e degli adulatori loro la peste degli associatori., che pregano 
e minacciano » che palpano e perseguitano* che arringano e 
ingannano ? Se municipi sono la cui vita s'attenga per secoli 
alla vita universale dell'umanità, i più di questi sono in Italia; 
alla quale troppo resta da fare tuttavia non dirò per augumen- 
tare la grave eredità, ma per non ne lasciare sperdere i do- 
cumenti , e fin le ricordanze abolire 



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IL SEGOLO XVm 



RBLLA VITA 



DI NICCOLO FRAGIANNI 



NAPOLETANO 



FRANCESCO PALERMO 



A.RCH. ST. 1t. , Nuofa Serie. 1 5 



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IL SECOLO xvin 



VITA DI NICCOLO FRAGIANNI 



La Gootemplaiione de'tempi andati, pare invaghisca più in quei 
periodi , come il nostro, che la pertezwae , il bello sociale vedesi fug- 
gir d'innanzi , e quasi impossitnle a conseguire. Onde il connaturai 
desidmo , piace illudere almeno , con rifuggire in etk lontane, a va- 
gheggiar in iflmiagine il bene che ci fallisce. 

Se non che, come avviene di tutte le passioni, che, pon rego- 
late dall'anima, traviano al nostro danno; anche questa va^zsa 
dell'intelletto, abbandonata a sé stessa,- riesce sterile, se non 
peggio , di nessun firulto. La qual cosa avverrebbe in tutto diver- 
samente, laddove al passato ci rivolgessimo, non abbandonando già 
la Uzza, penosa e continua, dd dovere; ch'è pur la parte assegna- 
taci dal sommo Dio su questa terra ; ma perchè giungessimo a 
discoprir l'orìgine delle odierne condizioni, la via o non presa o 
smarrìta del nostro bene» 

Al qual fine, pratico' e sociale, nulla così provvede come lo stu- 
dio de' documenti, ordinati, secondo scienza, intorno a' punti che 
accade chiarificare; e oltre a ciò, non distaccando le cose dalle 
persone cbe pensarono ed operarono : che in questo sol modo pos- 
siamo non perdere la realtà, e abbracciar supposti in luogo del 
vero. Dappoidìè, comunque mirabile sìa la scienza che, dagli eventi 
di ogni luogo e di ogni tempo , s' innalza fino alla legge, a cui co- 
stantemente obbedisce il cammin delle nazioni, dell'umanità nel 
suo insieme; questo purtuttavìa, quasi luce altissima dell'intellet- 
to, poco scende a illuminar la regola delle azioni Così che il Vico, 



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446 IL SEGOLO xvin 

fondatore quasi di detta scienza, e però da esso chiamata Nuova, 
ha medesimamente, circa il bene m<»*ale e pratico, lasciato scritto, 
che a se la storia ha parte alcuna , capace di utilità sulle altre , 
quella sia certamente, che manifesta le vite de' grandi uomiiii a^ 
avvenire (4) ». 

E la storia biologica, col soccorso de' documenti, è necessaria 
anche oggidì per altra grave ragione. Gonciossia che assalto più fiero 
e inconsiderato non crediamo innanzi sia stato fatto , a quegli uo- 
mini beneficenti, i quali cercarono vendicare la dignità del nostro 
essere, cristiano non che civile. Gos\ l'Alighieri, sostenitore maravi- 
glioso del dritto, dell'autorità sovrana, dell'apostolica e cattolica re- 
ligione , non è a questi giorni fatuamente oltraggiato co' nomi di 
eretico, e rivoluzionario e socialista? E per dire de' tempi vicini a 
noi, i quali propriamente sono del nostro assunto, il Filangierì, 
Pietro Leopoldo, fra tanti altri, questi che la corruzion de' costu- 
mi, il reggimento disordinato, intollerabili più alla lunga, presero 
o con la scienza o con le opere a sanificare, non son e^ino in- 
degnamente confusi con gli empi filosofanti dell'età loro? 

Opinioni cieche, se non disonesti artifizi, capaci solo di accre- 
scere lo scompigliò intellettuale, e di appacecchiar nuovi frutti con- 
venienti alla lor natura. Ma se, come fu detto bene, a vincere il falso 
nulla è così efficace, che presentargli in faccia la verità ; noi cre^ 
diamo la storia possa abbattere questi errori, laddove cerchi dilu- 
cidare, prima, co' documenti ne' fatti pubblici, la condizione sodale 
•del decimottavo secolo, se fosse o no incancrenita, e però se ef^ 
era debito, cristiano e civile, di adoperarsi alla sua salute? Seccmdo, 
co' documenti nelle biologie, se quei che levaronsi risoluti, a scri- 
vere ed operare, abbian avuto innanzi il dovere, o fosse in tutti 
vanità filantropica, irreligione, come suonan le accuse ed i vi- 
tuperi? Ultimo, co' documenti privati e pubblici, se le rivoluzioni 
che seguitarono, e che tuttavia minacciano irrefrenate, nascesser 
dal fatto di tali uomini, o sieno invece le ultime conseguenze de'veo- 
chi mali, riuscito inefficace il rimedio, e perchè tardo, e soprat- 
tutto perchè non accompagnato, e seguito, col medesimo zelo, da 
altri necessarii provvedimenti? 

Laonde, siccome saggio di quel che la storia manifesti , intomo 
a' tre punti suddivisati, abbiamo preso ad esporre i fatti del mar- 
chese Niccolò Fragianni, napoletano. Il quale, dagli ultimi anni del 

(4) In rua Caraphae. 



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NBLU VITA DI NICCOLÒ FRAGUNNI 447 

viceregno, per tutto il governo di Carlo III, inmno al 4763, venne 
al sommo de'ma^rati, e mostrò senno operoso e forte ne'consi^ 
della corona. E ci siamo fatti al Regno di Napoli, perciocché quivi, 
essendo in principio maggiore il male, più fiero, anche per Tindole 
degli abitanti, è stato U combattere, più infelici le conseguenze; 
e dove però la calunnia maggiormente ha ofiuscato il giudizio e la 
verità. Abbiamo scelto il Fragianni poi, conciossia che ignoto presso 
che nelle storie, e così non tocco generalmente da lode o da bia** 
Simo, le sue azioni, degne quanto altre mai di essere conosciute, 
possono comparire tali quali esse furono, non ritrovando gli animi 
preoccupati. 

IL 

Nell^anno 4770, Stefano Patrizio, del Supremo Censito Napo- 
letano, rimise a luce due sue Consulte giuridizionali, messe a stampa 
già prima, con applauso di tutta Italia (4). Dichiarate anche queste 
Consulte, con dotto preambolo e note , dal teologo non meno insir 
gne Andrea Serrao, portano innanzi una lunga dedica dell'autore, 
alla memoria dì Niccdò Fragianni: dedica, che niuno mai pense- 
rebbe essere la rassegna delle principali cose operate da esso Fra- 
gianni, e delle quali il Patrizio fu testimonio. E ora è propriamente 
questa scrittura, che abbiamo rifatto in italiano; e, meno la forma, 
senza nuUa aggiungervi o variare. 

Dappoiché, essendo il Patrìzio statò presente a' fatti, siccome 
afErarma; la sua narrazione ha le due parti insieme, che ponemmo 
essere necessarie, la storia, cioè, e il documento; e però volea essere 
conservata con fedeltà. Né le sue attestazioni son meno certe di 
qualunque altro documento materiale : non diciamo, perchè la fama 
dell^ ottimo magistrato acquisti loro una piena fede; ma conciossia 
che ^ela riconfermi il riscontro del suo discorso co' fatti, in altro 
modo verificati. Il che bisognando pruovare innanzi ad ogni altra 
cosa, definiamo in principio quai mali il Fragianni intendesse prin- 
cialmente a combattere e allontanare. E questi erano , le aggres- 
sioni al principio della sovranità , e insieme alle leggi immutabili 
del diritto, che reggon l'ordine sociale. Aggressioni ohe, come ve- 

(4) Siephani PatrUii, regH coiuiUarH, in Suprmo Regni NeapoUtani Con* 
tUio, Con9uUaiUm08 sacri et regH juris , cum adnolationibw Andreae Serrai pre* 
sbyteti. NeapoU, 4770. La prima edizione ha questo titolo: De recto dothm 
mtmasUearum ratkme i/mnàa. Tom. 1 , 4766; Tom il, 4767. 



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M8 a SECOLO XVIII 

dremo, egli, per obbligo del siio ufficio, doyea pur contrastare; e 
le quali erano tanto più funeste e pericolose, in quanto che ^i ag- 
gressori, conseguenza di vecdiie alterazioni, osteggiavano oon l'inse- 
gna onorabile d^a Chiesa. 

E ben è da separare e dividere Vuna cosa dall'altra: la Chiesa, 
cioè, e le passioni degli uomini^ accampate profanamente sotto il 
suo nome: -passioni, che troviamo simboleggiate da' venditori nel 
tempio , contro i quali apparve l'unica volta e divampò lo sdegno 
nel Redentora Dappoiché, appunto con questa indegna confusione, 
quelli che, come il Fragianni , fecero giustamente , vorrebbonsi dan* 
nati in fascio con gli uomini piti perduti. Il principio della sovranità, 
il proprio de' cittadini , eh' è quanto dire, la giustizia privala e pub- 
blica, chi non conosce dalla Chiesa essere comandata? E dunque, in 
che modo avrebbero potuto avversar la Chiesa coloro, i quali, re- 
staurando il diritto, si trovavano invece concordi co' suoi precetti ? 

Conciossia che unico il sommo Iddìo stabilisse le leggi all'ordine 
sociale , senza cui è impossibile l'umanità, e- la Chiesa, a santificare 
l'umanità. Armonica provvidenza, dispòsta alla doppia qualità del 
soggetto , temporale nel corpo , e immortale. E però , necessari»* 
mente, come ninna cosa può avere l'ordine sociale che impedii 
sca il termine della Chiesa ; nùUa eguahnente può essere ndla Ghie* 
sa, che arrechi impaccio all'ordine sociale. Sagrilego abuso quindi, 
non esercizio di politica, è l'impugnare i principii deDa Chiesa; 
abuso umano, non esercizio di ecclesiastico ministero, qualunque 
cosa che, con offendo^ il dritto, conturbi l'ordine sociale. Aberra- 
zioni amendue, che posson procedere, chiudendo gli occhi a' due SoK, 
come Dante gli nominò, al doppio provvedimento, naturale e rive- 
lato, del Creatore. E così cominciando l'una , si appalesa subito col 
disordine nell' altra parte ; il quale U»*na di rimbalzo in sé stessa. 
Fatto maraviglioso, che riconferma una la origine, come dicemmo, 
e armonica la differenza delle due cose. 

Noi non intendiamo scoprir nuovi veri, ragionando in siibtto 
modo; ma distinguere e separare l'abuso umano; e porre cosi in 
evidenza, che odoro i quali l'han combattuto, è tanto erroneo a 
dire che avesser combattuto la Chiesa, in quanto essa è che con- 
danna principalmente e l'abuso e le passioni. Cosicché, in riguar- 
dare ì fatti, non vediamo aver quelli impugnato diverse armi, che 
la dottrina stessa de' Santi. 

Dappoiché, primamente, l'indipendenza sovrana, ne' confini 
del diritto sociale, negata da quella corrotta e barbara giurispru- 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRAGIANNI U9 

denza, che, estranea alla Chiesa, come la zizzania nel seminato, 
ci si appigliò via via, e prese a soCfocarla per ogni parte; Findi^ 
pendenza sovrana noi troviamo rivendicata, non con argomenti 
politici o filosofali, ma con le parole esplìcite dd Redentore, e 
dell'Apostolo Paolo, e de' Padri tutti. Così leggiamo arrecato in mezzo 
Agostino, il quale limpidamente insegnava , i diritti, onde si ha 
il proprio di ciascheduno , e senza i quali è disfatto il vivere in 
compagnia, non uscir d'altra fonte, che dalla sovranità. « Iddio, 
c^ scrive, volle assegnati questi diritti al genere umano, mediante 
la potestà secolare: allontanisi questa un momento solo, e chi po- 
trebbe pia dire, è mia la tal villa, è mia la tal casa » (4)? Né gli 
altri Padri diversamente , come dìcenmio : soprattutto il Crisosto- 
mo, in quelle stupende sue orazioni agli Antiocheni* 

Evidente assioma di dritto è , che gli obblighi , i pesi, a cui il 
sapremo imperante assoggetta la proprietà delle cose materiali , 
essendo condizione attaccata alle cose stesse, obblighi in tutto 
dùunqoe sia il' possessore. Ma T impudenza medesima de' legisti, 
oltraggiando il diritto, tirò il privilegio e l'immunità de' beni, 
da' feudali, anche ne'possessorì che appartenessero, in qualunque 
modo, alla Chiesa. Quindi, fra le altre pessime conseguenze , ^i 
aggrava esentati dal privilegio , sopraccresciutì a' beni de'rimanen* 
ti; e coA questi , resi incsqpaei di alimentar la fatica ; e indigenza 
per tutto, e oorrazione. A^edito in siffatto modo il principio della 
sovranità, scomposto l'ordine sociale , in una pareva , violata la legge 
dd Creatore, si ribellò dunque alla Chiesa chi impugnava cotanti 
eccessi , i cpiaK erano dalla Chiesa medesima condannati ? Impe» 
rocche noi troviamo , anche in questo , continuamente invocata la 
dottrina de' Santi ; come di Girolamo, il spiale gridava agli ecclesia* 
stici : « Se non volete esser soggetti a Gesaro , non vo|^ate posse- 
dnie di quelle cose le quali appartengono al mondo » (2). 

Se non die, quelli i quaU dedaman odio e ribellione alla Chiesa, 
o sì passano degli abusi ora delti, o chiamando ialsa la storia, 
negano che fosser tali. Onde noi , restando sempre nel Regno , 
addurremo la stessa opera del Patrizio, in lucido documento. Im- 
ferùoAè queste GonsiUte, essendo, come accennammo, intomo a 
giuridiziòne, coUegansi con mdite cause agitate ne' tribunali ; e 
singolarmente con una celebre , in cui la comunità di Lecce, avendo 
a compagne tutte le altve principali del Kegno , chiedeva fosse pò- 

(4) Ad. cap, l , Ioa. TVact. VI. 
{%) in Maih. , Gap. XVH. 



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480 i;. SEGOLO xvut 

sto UQ confine all'incorporazione continua de* possessi, che facean 
gli ecclesiastici. E notiamo: antiche cause ne' tribunali, e di nume- 
rose comunità; non consigli di alcun ministro, non atti di alcun 
sovrano , soffiati dall'empietà de' filosofi , nel secolo decimottavo. Oltre 
a che il Patrizio scrive : « Sap{Hano i posteri, che, in ogni tempo , 
sempre nel Regno si è levata la voce contro questo deplorabile 
male ». E difatti, nel vecchio Codice, detto Practicae farensiSy par- 
landosi della esorbitanza de' beni venuti in mano agli ecclesiastici, 
è scrìtto: <r Son arrivati oggidì ad annichilare il mondo, a distrug- 
ger lo stato dell'imperio, e de'cittadini » (4).. 

Ma gli ecclesiastici sconfinavano, conciossiachè si dicesse di abbi- 
sognare i beni a sovvenire la povertà ; laddove col prendere, come 
vedemmo , moltiplicava la povertà. E che cosa la Chiesa ci guada- 
gnasse , udiamolo da'suoi scrittori ; come, fra ^ altri, dal Cardinal 
Commendone , il quale, molti anni innanzi , scriveva : « Una certa 
sensualità , per dir co^ , ha prodotto nella Chiesa molti difetti ; 
ond' è venuta nel male stato nel quale si trova , sì che non può 
fare l'ufficio suo » (S). E nel Regno particolarmente , Tommaso 
de Rosa , vescovo di PoUcastro , in un trattato intomo a' beneficii 
sagri, scriveva: <r L'infame sete dell'oro, infelicemente non rispar- 
mia gli ecclesiastici ; noi che ben uscinuno del mondo , allorché 
ci vestimmo di Cristo ». E poi , confutando la sfrontatezza di qud 
legisti , come U Moles e il Sanchez , i quali .dicevano che fl vescovo 
di nobil sangue avesse dovuto avere maggiori entrate , e sp^idere 
sfarzosamente, egli, acceso di santo zelo, risponde : t Non è la vita 
del vescovo in famiglie, in carrozze, in cavalli, in tappeti. Consideri 
dove sia nato Cristo, come si ricoverse, di quai cibi si alimentò; 
e se lasciato ha in esempio a tutti la vita sua, maggiormente a nxÀ 
vescovi, che siamo pastori in sua vece ». 

Ma compossessi, sottratte aQe leggi medesime le parsone ^ quali 
effetti anche in questo ne seguitassero, lo mostran nel R^^o i 
documenti stessi de' tribunali. Onde nel seodo XVII, Giuseppe de 
Rosa, ne'suoi Preludi feudali , raccoglieva questa lacrimevol certez- 
za, che nel Regno gli ecclesiastici, assicurati dalla immunità, ab- 
biano avuto fra loro i più rotti a' misfatti atroci. E l'immunità 
esigendo una giurisdizion nello stato , indipendente dalla sovranità , 
e dall'ordine sociale, riusciva a tal' enormezza , che ne^ stessi 
dominii della Chiesa non era possibile mantenerla. E sono i doou» 

(4) g. Ex iw> corpon. 
[%) Discorso MS. 



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NELLA VITA W NICCOLÒ ERAGIANNl 484 

mentì di ciò, nella Congregazione delle immunità ecclesiastiche, a 
Roma. In un discorso del Patriarca Altoviti , segretario di essa 
Congregazione nel secolo XVII, leggiamo: « Una massima de' mi- 
nistri temporali pontificii, posta pur troppo in pratica, è, che il 
papa possa derogare alla immunità. Domandano i i»ìncipi : perchè 
il papa usi ne' suoi dominii di c[uesto potere ? Ed essendo lor ri- 
sposto, che lo fa per ragioni di buon governo ; hanno occasione di 
pretendere , che, per questa istessa cagione , debbono essi pure es- 
sere dispensati ». 

III. 

Non è dunque falsa la storia , evidenti troppo sono gli abusi , che 
nd secolo XVIII , funestando in prima la Chiesa , non erano tol- 
leralÀli {hù lungamente. E pwò, in che modo si può accusare quei 
che presero ad impugnarli? Soprattutto, avendone essi il dovere, 
attesa la potestà legittima ch'esercitavano ; e avendo usato mezzi , 
anche {hù legittimi del diritto, c[uali erano, come vedemmo, la 
dottrina medesima della Chiesa. 

Ed ecco l'ultima questione,, che proponemmo: in che modo, 
cioè , se veramente fu distruzione di abusi quella che adoperossi , 
conseguirono , e perastono tuttavia scmivolgimenti e calamità ? E 
ora , qudli «he attribuiscono al primo fatto i seguenti mali , non 
potendo negar la corruzione, onde e la Chiesa e lo stato male 
adempivano al loro fine ; hanno a dire assolutamente , che il la- 
sciarla correre, e accrescere in conseguenza, che questo avrebbe 
giovato e all'ordine sociale e alla Fede : imperocché , senza folleg- 
giare in siffatto modo, come potrebbe reggere l'assertiva ? Ma si ri- 
pete : di quindi in poi , l' autorità decadde , fino a essere arrove- 
sdata. Ma l'autorità non è l'uomo : soprannaturale o politica , ri- 
qdende nell'uomo, fintanto ch'e^ è con Dio : trasandate le leggi 
eterne, l'autmtà illanguidisce; traviandone in tutto, si spegne. 
Se dunque nel secolo XVIII , come vedemmo , già da gran tempo 
si fuorviava, l'autorità dovea perdere ogni giorno della sua forza. 
E però, la sua ultima caduta al suolo, dove fu agevole vituperarla, a 
dn sarà da imputare? a quelli che , combattendo gli abusi , sarebbero 
riusciti invece a risollevarla , o imputabile veramente agli abusatorì ? 

Dappoiché gli oltraggi alla Fede , i delirii dell'ateismo , che fu- 
nestaron la fine del secolo XVUl ', il culto della materia , che, dal 

AjtCfi, St. 1t. , Nuota Sevie, lO 



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42!2 IL SEGOLO xvni 

corporeo f ha per tutto mondato e sommerso Tuomo, nel secol no* 
stro ; onde , mm le leggi del Creatore , ma il popolo , sorgente di 
autorità ; e non giustizia , ma godimento ; e le oscenità della forza, 
intesa a distruggere le ragioni : queste spaventose e sozze mine , 
sono state dunque principiate da quelli , i quali appunto cercavano 
di allontanarle, liberando i prìncipii della Fede, della sovranità, 
del diritto ? E cercavano di allontanarle , conciossiachè prevedessero 
bene j che il precipizio , aperto da lunga pezza , vi oonduoeva. E 
però il Genovesi, neiranno 4766 , parlava al Principe in sifitatto 
modo , degno di ricordanza : « A voi solo convien raddirizzare i 
disordini, che il tempo, la debolezza dell^umana natura può avere 
introdotto in qualunque parte sia dello stato. Quando certi mali 
del corpo politico son giunti all'estremo , ferve in tutti il bisogno di 
ripararci. Ma in voi è solamente il diritto ; e col diritto, il dovere, 
a cui non si può , senza grave colpa , mancare. Imperocché quelli 
i quali avrebbero a essere riformati , è impossibil che prendano 
a farlo da sé medesimi : e allora non rimane che il popolo, il quale 
non ha mai riformato , che a via di spiantare e distruggere ; me- 
dicina pessima di gran lunga sopra qualun€[ue male ». 

E però cade qui la ricerca , se oltre gli abusi giuridizionali, si 
fosse inteso , col medesimo zelo , a^ altri disordini sociali e gover- 
nativi , e soprattutto poi se, purgato il terreno, si fosse disposto a 
€[uella coltura, che in ogni modo si richiedeva. E ora, infelicemente 
noi troviamo, che poco o punto si fece di queste cose; e non 
perché , difficili , avessero sgomfotato , ma perché , non sapendosi , 
non si volle. Di che nell'Archivio del Regno un documento é nota- 
bile , fra tanti altri ; il quale ci manifesta le massime generali, ohe 
il Tanucci assegnò come regola alla monarchia. Massime che ridu- 
censi a due sommi capi , Tuno^del fine, l'altro de' mezzi. Il primo : 
« calma , pace, non ambìzion d'ingrandire » ; fine ottimo , eerta- 
mente. E i mezzi? eccoli, distinti in due parti; l'una : t' non in- 
dustrie, non commercio, non armi d ; l'altra : «non rimuover ponto 
le leggi e i costumi ». Tutto ciò in una lettera del marchese Ca- 
racciolo; il quale, ambasciatore napoletano a Parigi, nel febbraio 
dell'anno 4776, scriveva in risposta al Tanucci stesso, mostrando- 
gli, con animo eguale al senno , ^ amari frutti , che , invece del 
fine proposto , sarebbero derivati da questi mezzi. « La calma , ei 
rispondeva , fomenta il lusso , e però , senza industrie e commer- 
cio , la nazione soggiace alle industrie de' forestieri. Bella la pace 
per sé medesima, meno che a conservarla , si dev'essere rispettati ; 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRAGIANNI M3 

e ciò seni 'armi, non è possìbile: oltre a che lo spirito nmano, si- 
mile al fuoco, abbisogna ria mantenuto vivo con resercixitt. Le leggi 
e i costumi nel Regno, opera degli Spagnuoli ; di quo' medesimi vi- 
ceré e mìnistrì, distruggitori del lor paese. Le leggi, piaghe di 
barbara corruzione, i costumi, disprezzo d*ognì sapere, odio contro 
qualunque buono istituto , contro qualunque utile novitèi. E ne* no- 
bili, per sovrappiù, le fantasie del sangue, lo schifo al lavoro, 
Fozio in sommo pregio. Siffatte leggi e costumi adunque , ei con- 
chiudeva, onde la social vita nel Regno è poco meno ch'estinta, sa- 
ranno da rispettare ? » 

Questa lettera, che grandemente onora il Caracciolo , addimostra, 
come dicemmo, che oltre alle tenzoni giuridizionali, se vi si ag- 
giunga l'ultimo giogo imposto alle marce insolenze del feudalismo, 
nel rimanente nulla tentato fu, che avesse potuto soccorrer dav- 
vero la nazione. Il concordato con Renedetto XIY, può indicar la 
destrezza di Tanucci giureconsulto -, ma nella lettera del Caracciolo, 
è la condanna di Tanucci politico e moderatore. Anzi egli oscurava 
i suoi trionfi medesimi, quando, liberata la man del principe a 
trattar lo scettro, la dirigeva in modo tanto alieno dalla ragione. 
Con gli occhi serrati a' fatti, ei non che cedere, procedeva: intanto 
che, non pur dal Caracciolo segretamente, le vmtà stesse, e tante 
altre simili, gli pullulavano intomo pubblicamente, ne' libri degli 
84»ittori napoletani. 

Nel 1754, il famoso Rroggia, in una sua Memoria intorno al 
m^o economico del paese, stampava in Napoli le seguenti parole: 
« L'occasicme più b^a , onde possa un buon cittadino contribuire al 
bene della sua patria, è di certo questa, avere un ottimo prin- 
cipe che la governi. Carlo III vuole che ognuno dica liberamente 
la verità. Ma dodici anni son ormai, che nulla si è fatto, o peg- 
gio. Io veggo beni che sommamente abbisognano, trascurati; e se 
punto ad alcuna cosa si pone mano , questo è con tanti difetti , 
che sarebbe meglio non fare ». E il Genovesi, in quel tempo istes- 
so : t Ci desteremo noi, per raccogliere il vero firutto de' nostri 
studi , o saremo sempre ^ ultimi dell' Europa ? Nulla forse è da 
imprendere qui nell'agricoltura, nelle meccaniche, nelle industrie, 
nd commercio ? aspettiamo che la natura , come ci ha messo nel 
seno dell'abbondanza , così c'imbocchi, senza nhina nostra fatica, 
i suoi doni » ? E U marchese Palmieri, in quella sua preziosa ope- 
retta intomo alla felicità del Regno dì Napoli, rìciso e praticò, con- 
venientemente a un pubblico amministratore, quai egli era, niun 



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484 IL SECOLO XVIU 

capo lasciò da parte, ch^ abbisognasse alla salute del Regno: « Noi 
non abbiamo scuole, egli scrive, dì agricoltura, industrie, com- 
mercio; e gridiamo poi, che tanto numero si arrovescia a corrom- 
pere il fòro, la medicina , la chiesa ? Né T insegnamento giova , senza 
leggi che rendan utile la fatica : e V utile cresce , come più cresce 
il consumo, e dentro e di fuori; e T accrescimento non è possi- 
sibile, senza agevolezza e libertà nel commercio. Ma neppur con- 
chiude la scienza, ei soggiunge, se i costumi la contraddicono. La 
fatica, necessaria alla sanità della mente e del corpo, e nell'uomo e 
nella nazione, eh' è un aggregato di uomini, non è presso noi vili- 
pesa da vituperevoli fantasie? Il cangiar opinioni e costumi è dif- 
ficile, ma non impossibile: massimamente nel principato, in cui 
il sovrano, con adoperare e premiar quelli che più si avvicinino 
a' suoi costumi convenienti, può trasformare il paese ». E prìncipii 
di simil fatta apparvero in abbondanza, e più luminosi, nell'opera 
del Filangieri ; ma tutto in vano. 11 proposito del Tanuccì gli re- 
spingeva; e la nazione camminava a gran passi ai nefandi tempi 
che seguitarono. 

Nella vita dell'uomo, ogni dì mena seco alcuna sollecitudine; 
e medesimamente, ogni periodo nella vita di un popolo, dee 
avere i suoi mali : questa è condizione del transitorio e del 
finito. Laonde , se da una parte è a lagrimar la stoltezza che 
agogna aggiungere sulla terra, con la politica, il paradiso & Mao- 
metto; non è men da compiangere la credenza che immagina 
non sarebbe turbato il mondo, se non fosse quella filosofia, quella 
empietà , quella ambizione. Gli scandali avverranno sempre ; è il 
Verbo infallibile che così dice, ma però soggiungendo: Guai a quelli 
per cui avvengono. La parte nostra su questa terra è il dovere, 
la pugna : conoscere e adempier le leggi proposte alla volontà , 
non cedendo a ninna cosa che lo impe^Usca. E ci splende innanzi 
il creato, eloquente esempio, in cui tutto è regola, e tutto 
è maraviglioso. Come nell'ordine rivelato, cosi nel politico e sociale, 
occasione agli scandali è sempre l'offender l'eterne leggi , invece di 
seguitarle. E però, gridare accanitamente alle passioni, maledire 
agli uomini, questo sarà capace di ricondurre il mondo nelle sue 
vie? o non piuttosto, l'aflEeiticarci unauimamente alla conoscenza, 
al rispetto degli ordini stabiliti? 

Ma cominciamo oramai la divisata narrazione. 



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VITA 



NICCOLO FRAGIANNI 



CATATA DAL LATIIIO 



DI STEFANO PATRIZIO 



I DIfPOStA IN ITAIIAMO 



lo cercherò disegnar la vita del marchese Niccolò Fragiaoni ; e 
molto fratto mi penso ne debban raccogliere gli avvenire. Dappoi- 
ché movendosi gli uomini più^ facilmente agli esempii che alle pa- 
olo, vedranno in essa stupendi fatti, sì pubblici e sì privati, i 
oali ci, s'offrono monumenti di rara natura, e di scienza. £ non 
3rà, spero, alcuno che dubiti al darmi fede; poiché ninna cosa 
ainsi ne' detti altrui, ma io stesso fui testimonio di quello che 
n^rerò. 

. E già la presenza , le sue maniere, aveano un certo che di no- 
tai^ e singolare. Personcina benfatta, comecché dilìcata ; di poco 
cibo di poco sonno, ma continuamente operoso-, malinconico, e 
puriacevole, e talvolta vivace; ritirato, ma conversevole; natu- 
rale ^franco, e nondimeno gentile; grave, da far ritenuti sino i 
più iirìnseci, e intanto era forza amarlo. Di mente poi vigorosa, 
oltre irni credere; di sguardo acutissimo, a legger negli animi 
altrui ^lìce ne' suoi argomenti, a giovarsi delle più l<mtane cose, 
e dive^ ; robusto ragionatore, schivo degli artificii; chiaro, evi- 
dente, Qza vanità di parole; facondo, anche ne' discorsi dome- 
stici, eion mai riboccante. Semplice, quanto fermo, ne' suoi 
giudizii ;rdinato così nel dire, come costantemente nell'operare. 



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126 \U SECOLO XVIIl 

Tania felicità di natura e di mente, non era dubbio che non 
avesse un giorno a spandere la sua luce nella civil comunanza. 
Ed egli, fin dalla prima sua giovinezza, manifestò quanto sopra- 
stesse a' giovani suoi compagni-, avendosi meritata la stima e Vaf- 
fetto dell'uomo più grande, che mai avesse avuto il Regno ne' pub- 
blici gradi. Vo' dire il preside Gaetano d'Argento. E ciò con un 
suo discorso, intorno all'elezion degl' imperadorì , non sottoposta al 
pontefice. Discorso pieno così di dottrina e giudizio, che destò ma- 
raviglia in tutti , come avesse potuto scriverlo un giovinetto. E il 
d'Argento lo spedì subito a Vienna, a' fianchi di un magistrato 
napoletano, eletto quivi reggente del Consiglio d'Italia; però che 
questi uomo era di pratica, non di scienza. E in quel Consiglio, 
comunque non avesse il Fragianni divisa pubblica, cominciaron 
tuttavia ad andar le cose a giudizio suo : il che più volte ho udito 
ripetere da Pietro Contegna; U quale, con Alessandro Riccardi, oravi 
anche reggente. 

E in queste occupazioni , gravi e continue , egli trovava il tempo 
agli studi! suoi geniali. E appunto in Vienna die mano a un'opera 
filosofica, di lunga lena; con la quale si proponeva combatter 
alcune baldanzose e pessime opinioni, che allora sboccavan d'Ir 
ghilterra, e di Francia, sulla potenza sterminata della ragione; ono 
invece restava essa ragione schernita e ridotta al nulla. Ed efi 
avea disegnato scrìvere venti Meditazioni intomo atte forze dell'a- 
telletto ; a dimostrare , come le verità sieno circondate da erti 
limiti, di là de' quali non va la mente, senza precipitare, o Mbfio- 
cìar nebbia e menzogne. E infervoravalo a seguitare quel mipco- 
leso Leibnizio, il quale tante opere ha scrìtto, e così diverse da 
far incredibile alla posterìtà, che appartengano a un uomcolo: 
come gli antichi già non sapevano attribuire a un sol Ercole^nte 
ammirevoH imprese. Se non fosse che Daniele Huezio , - aveio in 
quel tempo messo alla luce un libro, sulla debolezza spunto 
deir intelletto, il Fragianni, che sedici Meditazioni compiuf avea, 
letto un tal libro, smesse di andare innanzi, e lasciò d^>arte il 
lavoro. Testimonio questo della sua modestia : tanta davv€^ ui lui, 
che mai non gK uscì di bocca parola, la quale avesse 9^nnato, 
pur di lontano, a lode di sé medesimo. 

Dopo cinque anni , rìtomò volentierì in patrìa , insie^ col reg- 
gente che avea assistito. E laddove quegli fu eletto proibente della 
Sommaria, il Fragianni, ingiustizia detta fortuna, a^n^i potè 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRAGIANNI 427 

Ottenere il posto di avvocato fiscale in Lucerà. Nel qual uffizio , 
ch'era d'invigilare acciocché i colpevoli fosser perseguitati e pu- 
niti, egli coA diritto e UHiano si comportò, che tutti nella provincia 
lo avean caro, come proprio concittadino. Onde, al contrario degli 
altri magistrati provindali, che d'anno in anno cambiavano di 
residensa, e^ per otto anni continui vi dimorò. £ sempre con tutti 
eguale, e indefesso sempre. E le ore poi di riposo dava, come in- 
nanxi, a'suoi studii, crìtici singc^rmente, de' quali molto addive- 
nuto era vago. £ attese in ispecie al Bayle, il cui dizionario, a 
quei tempi , nel Regno appena pochi Io avean veduto. £d egli mi 
dimostrò, ohe , volendo leggere il Bayle con costrutto , n<m si avessero 
avuto a scorrer ^ articoli spiccicrfati; ma la dottrina, sparsa qua 
e Ik, andar prìma raccolta e disposta sotto altrettanti capi: e in 
questa forma studiarla con cautela , per non dar nella rete di al- 
cuni errorì, che v'ha nascosti. E vidi i sommarìi delle diverse ma- 
terie, ch'egli avea già* compilato , succosi, evidenti: a' quali altro 
non era a desiderare , se non che vedesser la luce pubUica. E allora 
io ben mi convinsi, che la crìtica, maneggiata con senno, grande 
utilità sar^be per arrecare e alla Religi<me e allo Stato. 

il. Ma il nome che gli cresceva , a nulla valse perchè fosse chiar 
mate a maggiori ufficii ; e il caso in questo fu più efficace della 
virtù. Dappoiché il tribunal di Lucerà , del quale egli partecipava , 
essendo stato accusato, a cagione di un matrìmonio clandestino, i 
giudici elesser lui acciocché andasse ad esporre le lor ragioni alla 
presenza del viceré. Era Federico Althann viceré in quella stagione, 
per r Austria: il quale fu così tocco alla limpidezza, alla grazia, 
con che il Fragianni gli mostrò l'indole del matrimonio clandestino, 
e le le^ su di esso, e patrie e degli altri paesi \ e parlò italiano, 
non già tedesco, come dissero alcuni), che deliberò innalzarlo a più 
convenevole grado. 

E dopo non mdto spazio, lo nominò segretario del Consiglio 
collaterale: Consiglio che, attera, essendo lontano il principe, at- 
tendeva col viceré al governo del Regno. Così il Fragianni vide ia- 
nanzi a sé aperto un campo, dove avrebbe potuto adoiH*are appieno 
il valore della sua mente. Alla novella, si destò un'allegrezza pub- 
blica ; e dicevan tutti , che oggimai egli avrebbe sostenuto il collate- 
rale. E i reggenti presero tosto ad amarlo; però che assiduo egli 
era nella fatica, e modesto sempre. Secondo il costume, fece per nove 



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128 IL SECOLO XVIII 

anni il registro, o giornale, di ciò che traiiavasì nd Consiglio; e ne 
son rimaste dodici filze. Che sapere, che diligenza vi si ritrova, che 
«enno, che semplicità, che eleganza ! E soprattutto, eoa qual esat- 
tezza è compendiato l'avviso d'ogni reggente ! Non par di leggere , ma 
udir la voce, veder l'aspetto, i movimenti de'consiglierì. E co^ dob- 
biamo a lui le immagini de'principali uomini che fossero allora nel 
Regno. Gaetano d'Argento, con eloquenza di ricca vena, che prende 
da' primi capi le sue ragioni, senza perdere mai il filo , per tutto il 
séguito del discorso. Tommaso Mazzaccara^ aggiustato, proprio, di 
una naturai facondia, come quella di Lisia ; valentissimo giurecon- 
sulto. Francesco Ventura, grave, avvisato, sentenzioso; provvido 
di consigli e di esempii ; fatto p^ accordare insieme le opinioni 
discordi. Di grande ingegno Gio. Battista Pisacane, ma un po' in- 
fingardo. Andrea Giovine , severo d'indole , facile a spacciar gli 
affari. Adriano Ulloa, badato, dubitativo ne' suoi discorsi, previ- 
dente i pericoli dell'afiBrettarsi. £ un dotto uomo suo amico, secondo 
mi riferi, volea da questi registri caivar la storia del tempo; ma gli 
cadde Tanimo, in vedere che non poteva esser tocca una sola 
parola, senza turbar la schiettezza natia e il mirabil giudìzio che 
vi risplende. E aggiunse parere a lui , che, come a Cesare avvenne, 
avesse il Fragìanni avuto l'intenzione di raccoglier fatti agli storici; 
ed essergli riuscita invece una storia, bella e compiuta. 

E delle nostre prammatiche, parecchie ve n'ha , distese da lui 
su questi medesimi anni: nelle quali non saprebbe l'uomo che più 
ammirare, o la bontà de' pensieri, o la bellezza della parola. Ma 
che dirò delle sue numerose consulte? Le quali sono altrettanti 
specchiati esempj, negli affari politici e governativi; e un gran 
bene sarebbe al certo, se fossero raccolte insieme, e date aUa luce. 
Quanta maraviglia non fece per l'Europa, quella, fra le altre, con 
cui dimostrò , i diritti della sovranità nel Regno essere indipendenti 
da qualunque potere eistemo? Dappoiché, avendo Benedetto XllI 
ordinato che alcune lezioni sulla vita di San Gregorio VII, le quali 
erano state proprie, fin allora solo de' monaci Benedettini, si reci- 
tassero in tutta la Chiesa, il giorno del Santo; furon perciò queste 
lezioni ristampale in Napoli ; e contenevano, fra le altre cose, che 
Papa Gregorio VII coraggiosamente s'oppose all'ìmperadore Enrico, 
e scommunicollo , e privò del regno, sciogliendo i Regnicoli dall'ob- 
bligo di fedeltà che ^i avean giurata. Quali parole il Collaterale 
giudicò offensive a' diritti della corona, e le proibì. E il Fragianni 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRAGIANNl 429 

scrìsse, e mise a stampa un discorso, nel quale, con dignità e mo- 
deraxiooe, secondo rìchiedeva il caso, provò che se pur il fatto ac- 
cennato avesse in antico potuto mostrarsi conveniente , oggimaì 
appariva troppo contrario al fìne di ogni civil consorzio, eh' è la 
pnbbHca pace; e però sconvenevole a rammentarsi ira le lodi di 
un santo. E questo discorso, disarmando le opinioni, conseguì 
pieno effetto. Ed ebbe applauso ne' parlamenti francesi; ì quali 
imitarono^ co' loro editti, il decreto d^ Collaterale napoletano. 

III. P^ tanti suoi menti , nel 4753 , fu eletto consigliere del Sagro 
Regio Consiglio, detto di Santa Chiara. Ed io' m'avvidi che, in sul 
principio, questa nuova carica lo conturbò: condossiachè giudicasse 
quanto avreM)e avuto bisogno del diritto positivo, romano e patrio, 
e di sve^atezsa, fra tante cose diverse, e di pratica consumata 
nel fòro. E avvegnaché molta fosse la sua dottrina, non si credeva 
pertanto al caso; anche perchè, vagissimo del meditare, avea 
paco o ponto trasporto per l'azione. Ma in questa vereconda sua 
diffidenza, portò la ventura che si abbattesse a un famoso avvo- 
cato di qneH'etk (che poi sedè magistrato de'prìmì), Domenico 
Caraviia ; ed egli si aprì con lui , ed espose i suoi dubbi , e richie- 
seta £ eonsigHo/E il Garavita, come in seguito mi raccontò, con 
podù detti gli soddisfece. Dappoiché, meglio non potersi ammini- 
strar la giustizia, ei disse, che con la scienza onde il Fragianni 
abbondava, quefla,'cioè, deH'universal diritto: il quale mena all'one- 
sto insieme, e all'utile comune de' cittadini; e che non sorge se 
non daOe prime fonti della sapienza. Questo parlare gli die co^ 
raggio ; onde poi , di d) in A\ , sempre meglio si spratichiva. Ed 
io gfi udii spesso ripetere quel detto di Cicerone, ch'é nel primo 
delle sue Leggi: la scienza, cioè, del diritto, non aversi a pren- 
dere dall'Editto pretoriale, come molti facevano, né daUe dodici 
Tavole, come fu già costumato, ma ne' repostigli di essa filosofia. 

Ed era il suo modo di giudicare, quanto conciso, all^ttanto lu- 
cido; senza frastagliar con preamboli e luoghi comuni; insegnando 
eofli come un giudice non debba sciupare il suo tempo in ciance. 
Ed anche alieno era, anzi nimico dello interpretare e dedurre; 
onde nascon solo parerì languidi, non fermi e sentiti giudizi. Per 
che egli, nelle convenzioni, s'atteneva al significato proprio delle 
parole: e solo qualche rara volta, quando inevitabile fosse stato, di 
mala voglia se ne allargava: tanto solenni avea egli i patti de'con- 

Abch. St.It. Nuowa Serie, 17 



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430 IL SECOLO xvm 

traenti. E stimava poi le quistioni private doversi sciogliere, avendo 
rocchio alla ragion pubblica, più che a quella particolare. Né tolle- 
rava nei difensori T importuna loquacità; e il parlar dialettico pre- 
feriva all'orazione. In quelle ore poi che gli avanzavano del tribu- 
nale (e non mai si lamentò che gli fosse mancatoli tempo), dava 
ordine nelle sue carte a quanto avesse pur meditato intomo al 
diritto; ponendo insieme così, via via, una giuridica biblioteca. 
Dappoiché i forensi, come autori senza discorso, aveagli in poco 
conto ; meno Giovan Battista de Luca. Ma nel supremo Censito 
restò appena un anno ; che se oltre vi fosse stato , una nuova ma- 
niera si sarebbe presa nel giudicare, più convenevole ed efficace. 

IV. Dappoiché , venuta la sovranità del Regno in Cario Borbone 
di Spagna , questo buon re subito si volse a lui , e lo spedì Consultore 
in Sicilia (4734); a soprintendere, cioè, alla giustizia, e insieme 
alle cose di più rilievo. Ed egli, non appena giuntovi, fece palese 
in che modo debbano i reggitori seguir il giusto , senza incorrere nd 
disumano. Imperocché era in Sicilia un nuovo Copione Crispino 
(questore di Marcello in Bitinia, secondo Tacito), il quale, co' suoi 
ingegni, fattosi necessario e caro a' ministri, vendeva a man salva 
i favori a' miseri cittadini. Ed egli subito lo rifrenò, e chius^ 
qualunque via. E così di continuo cercava ricondurre gli erranti 
sul buon cammino , senza streiMti di persecuzioni e di pene. Onde 
divenne Tamor del popolo: ed egli operativo sempre, quasi avesse 
cambiato la sua natura. Due viceré, il marchese di Grazia Reale, 
e il principe Corsini, l'uno esperto nelle armi, l'.altro del gover- 
nare, l'ebbero in sommo pregio ed onore. I forensi, nelle pastoie 
com'erano di una scienza peggiore che l'ignoranza, cominciarono 
attoniti a riguardarlo ; come a colui che aveva in odio le sottigliezze , 
cercando l'equità in ogni cosa, e le leggi dell'ordine naturale. Gli 
ecclesiastici, abbenché inesorabile ei fòsse contro qualunque super- 
stizione , lo rispettavano. Fra' nobili e i grandi era mostrato a dito , 
com'esempio di temp^anza e di umanità.' E a lui é dovuto l'av- 
viamento migliore che presero quivi le scienze; conciossiacbé , nelle 
conversazioni principalmente, ei cercasse disporre gli animi, e 
accenderli a più degno sapere. In che fu secondato, fra gli altri, 
da Domenico Landolina, Carlo di Napoli, Antonio Spinello, Ales- 
sandro Testa: i quali molto han meritato della Sicilia, però che i 
primi furono che cominciassero a trattar le cause con pulizia e 
convenienza. 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRA6IANN1 431 

E in quei grado , avendo neUe mani quasi il governo intero deUa 
Sicilia , mostrò come si fosse detto il vero di hii , alle cose grandi 
essere non istruito, ma nato. Ma dopo cinque anni , ebbe a tornare 
in Napoli per riaversi di una gran malattia, cagionatagli dalla morte 
immatura di suo fratello. Il quale teneramente amava, e credeva 
dovess' essere rinnovatore del suo casato; non avendo egli avuto 
maschi della sua donna, sposata da gioventù. E rinfrancatosi della 
salute, s'apparecchiava a ritornare in Sicilia, quando fu richiamato 
nel Sagro Regio Consiglio; e cplindi ad alcuni mesi, elettovi presi- 
dente. Dignità ch'egli ripetea doverla a Bernardo Tanucci, primo 
ministro del Re; uomo, il quale in tanti anni che fu al governo, 
moltissimi beneficò, non nocque a nessuno; e quanto era prodigo 
nel far il bene, altrettanto dimentico de'beneficii conferiti. 

Tenne la presidenza ventitré anni. Né i consiglieri dissentivano 
mai da lui nelle cause de' privati; e gli si affidavano in tutto ne- 
gli affari ^di ragion pubblica, o quando il caso avesse richiesto 
profonda dottrina. E di queste cose (le quali, comecché possan 
sembrare incredibili , han testimoni molti ) io non farei già parola , 
se non giudicassi che il conoscer tanta virtù, tante degne opere, 
può non poco giovare a chi sia ne' pubblici gradi. 

E in questi medesimi anni fu soprintendente anche alla Grascia. 
Precedeva un tal magistrato al tribunale detto di San Lorenzo, 
pareg^ando il suo vóto quelli di tutti gli altri che intervenivano; 
cioè gli Eletti de' cinque Seggi de' nobili, e l'Eletto del popolo. 
Dorava il costoro ufficio un solo anno. Ed egli, con tanti che si 
successero, nel lungo spazio che presiedè, ebbe sempre l'arbitrio 
in ogni cosa ; e insegnò come le volontà diverse degU uomini vanno 
accordate insieme al bene di tutti, unificandole in sé medesimo, 
con porgersi esempio dì giustizia, dì virtù, dì sapienza. Non si 
confà afi' indole dì questa scrittura il rassegnare quel che di più 
notabile ei fece: basterà solo a dire, che in questi anni pareva ga- 
reg^assero fin le stagioni nel secondarlo. E ciò che sorprende anco- 
ra , i mercadanti si addimostravano meno ingordi , e i corpi delle 
Arti non uscivano da' propri loro confini. 

V. E unitaimente egli avea anche l'altra soprintendenza , detta 
della regia giuridizione; eh' è nel guardare i diritti della sovranità, 
e il culto religioso, e a impedire insieme fra queste due cose la 
discordanza. Ed egli, in tutti i ventitré anni, con tanto senno e pru- 
denza fece, e dirò anche felicità, che dove nuU'altro operato avesse, 



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432 IL SEGOLO XVlii 

basterebbe ciò solo a render^ il nome imni<Nrtale. CoDciossiachè ben 
egli passasse innanzi a quanti mai nel Regno tennero lo stesso uffi- 
cio, in ogni tempo affidato a' più valenti giureconsulti. E già sotto 
Ferdinando primo di Aragona, troviamo CammiUo de Scoreiatis 
spedito a Roma da esso Prìncipe, per aggiustar quelle acerbe con- 
tese giurìdiaionalì con Papa Innocenzio Vili ; ed ^;li, acciocché il 
Re di Francia , mediatore, avesse potuto conoscere in che fosse la 
cosa, die a luce una succinta scrìttura, e mostrò dìiaramente che 
la sovranità del Regno fosse intera nel principe, e come ogni di- 
versa pretensione oflendesse il dirìtto, e la libertà cristiana. Ed eUse 
avversano il Felino, il quale, come anche il Baluiìo scrive, poco 
intendendo la quistione, prese a sostener l'assunto con falsi argo- 
menti e stomachevoli fnszi. Stimato molto fu dopo, Giovanni An- 
tonio Lanarìo; del quale abbiamo un Repertorio di gius canonico: 
Francesco Antonio Villano, che dichiarò alla distesa que^capitdi del 
Concìlio Tridentino i quali riguardano la riforma : Giovan France- 
sco da Ponte , autore della pratica giurìdiskmale , e ddle decisioiìi 
sulla stessa materia: CammiUo de Curte, che molto in questo argo- 
mento ha lasciato scrìtto : Fulvio dì Costanzo, del cui sapere soa 
pieni ì registrì del Consiglio Collaterale , e che qudla stupenda ora- 
zione dettò al Pontefice Paolo V , sulla necessità dì annullar la bolla 
di Gregcttio XIV intomo all' immunità delle chiese. Vien dopo co- 
storo Fabio Capece Galeota , il quale, fira le altre opere sul diritto del 
Regno, pubblicò una guida, o principii da seguitar ne' trattati con 
la corte Romana. Né sì vuol tralasciare il Cala , che un nobìl libro 
compose sulla indipendenza del Regno. Successero a luì due altri , 
Anton Giovanni Centella, presidente dopo ddla Sommaria, e Felice 
Ulloa , presidente del Sacro Regio Consiglio : e amendue scrissero 
sulla libertà assoluta del Regno; e del primo anche un libretto ab- 
biamo sul diritto sovrano a conoscer le cause ecclesiastiche, dette 
quoad vhn. Dì molti altri mi passerò; ì quali sebbene non avessero 
avuto, simili a questi, l'uffizio della regia giuridizione, celebri son 
nonpertanto per loro splendide ambascerie appresso il pontefice. 
Cos), Marcello Marciano, Ottavio Rammacaro, Antonio Gaeta, Pietro 
Fusco, Tommaso Mazzaccara. Se non che, uopo è confessare che 
tutti questi, in trattar della Chiesa e lo stato, quanto vi attesero con 
diligenza, altrettanto inceppati e corti sì dimostrarono nel ragio- 
nare. Il che, a mio giudizio, è da attribuire alla rozzezza de't^npi : 
conciossiachè i diritti della sovranità non sapessero derivare se 
non dalle decretali , e daUe chiose de' canonisti ; sprovveduti de' lumi 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ PRAGIANNI 133 

die son mestiere a cosa di tanta altezza. Ed io rammento avei^ 
udito speaso ripetere, che questi nostri maggiori degni sieno d'imi- 
tazione e di lode, per io zelo e insieme per la costanza neU'ope- 
rare: ma che in loro la scienza non debba essere ricercata; pràchè 
niente altro essa era che cieca osservanza di preconcetti. Colpa, 
ripeto, della servile e infelice condizione di loro età. Onde apparisce 
quanto debba la nazione a Gaetano d'Argento : il quale , in suUo scor- 
cio del secolo XVII , educato alla scuola celebre Cosentina, si levò, 
quasi sole nel Regno, a principe de' giureconsulti, e die vita a un 
nuovo sapere; avendosi associato, e a' disegni e agli studii, due 
egregi upmini: Domenico Àulisio l'uno, e l'altro Pietro Giannone, 
famoso troppo a cagion delie sue sventure. E il d'Argento, chiamato 
aQa regia giuridizione, prese con tale ardore a coltivar questa parte 
notabite del diritto, che sparse subito intomo una chiara luce; 
discacciando il falso e le opinioni, e innalzando la ragion pubblica 
del Reame alla propria sua dignità. E così a tanta fama egli venne , 
che giudioavasi non solo aver avanzato tutti gli antecessori, ma 
che non avrebbe avuto eguale nell'avvenire. 11 qual giudizio mag- 
giormente riconfermossi, come veduti furono i molti e gravi volumi 
di sue consulte intorno a questo soggetto. 

A tale eran le cose quando il Fragianni gli succedeva. Il quale 
tanta virtù, tanta maravighosa dottrina cominciò quivi a manifesta- 
re, che tutti a una voce affermarono, aversi di lungo spazio ognun 
altro lasciato indietro. Le forestiere ordinanze, che in gran parte 
avean forza ancora uel Regno, ei volle sottomesse tutte egual- 
mente all'approvazione del principe. Vedemmo rispettate da *lui , 
e fatte eseguir come sante, le prime leggi , anche remote , di ogni 
fondazione; e i patronati ecclesiastici resi alla immunità antica, 
e all'unica loro natura. La disciplina sagra assiduamente cercata 
purificare; soprattutto rivendicando a' vescovi la propria lor pote- 
stà; e i chierici e i frati richiamando a coltivarla mistica vigna, 
nel consorzio sociale, giusta la tradizione Apostolica e i canoni 
della Chiesa. E per non avere a dir tutto in particolare, i diritti 
sovrani, vilipesi già indegnamente, rialzati e sostenuti da lui; e 
con tanto senno e prudenza, da non sommover punta opposizione. 
Imperocché questo voler sostenere i diritti della sovranità, ogni 
volta che innanzi fu necessario, destò sempre schiamazzi e mi- 
nacce ; e si temùnava al più con averli in luogo di facoltà ecce- 
zionale: e intanto, senza ninno strepito, a diritti non che ordi- 
nari!, indipendenti, si composero nelle sue mani. La qual maniera 



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134 IL SECOLO XVIll 

risaluta e prudente nelle azioni, non è chi non riconosca essere 
dovuta a luì : virtù difficile , che destreggiandosi a mezzo le dif- 
ficoltà degli uomini e ^elle cose, e con rivestir la fermezza di 
agevole e costringente persuasiva, riesce in ultimo a trionfare; e 
non si dilegua , quasi bugiarda stella , dopo una vana ammirazione. 
Ed egli lodava spesso Pietro de Marca, il quale anche in questo è 
degno di ricordanza ; ma non però che alcuna cosa non trapassasse il 
conveniente. Sembrargli, ei diceva, avesse il de Marca fuso insieme 
i canoni sagri, e formatone un campanello di suono a^;radevole 
ad ogni orecchio. 

VI. Ma perchè meglio si sappia quanto ei meritasse la fama che 
conseguì, è bene dare un'occhiata alle sue Consulte di regia giu- 
ridizione ; le quali lasciò manoscritte in quindici filze , dal di 5 Lu- 
glio 4742, al 26 Marzo 4763, cioè fino all'ultimo giorno della sua 
vita. Scritture piene di consumata sapienza , nelle quali i suoi ret- 
tissimi sentimenti pare vengano dalla stessa natura, dalla Religio- 
ne, dal dritto. Leggi senza cavilli; ragione in tutto, e in accordo 
con essa gU avvisi de' più sapienti; giudizii sani, verità limpide, 
un disputar lontano d'ogni ostentazione. E quello che memora- 
bile è soprattutto, egU con un suo modo nel dissertare, bello e 
conveniente, it medesimo conseguì dì cui mena gloria Cicerone; 
di avere, cioè, aperto una vasta arringa alle quistipni, dal par- 
ticolare innalzandole a maestosi capi di scienza. In breve, le sue 
Consulte mostran quasi l'immagine della sua mente; così ohe di 
lui sì confà bene il detto : a Quale l'uomo, tale il discorso i>. E non 
fu città in Italia, dove più o meno non fossero conosciute: anzi 
anche di là de' monti sappiamo ne facessero capitale; proposte in 
esempio a quelli che aveano a batter la stessa via. 

Un libro che pone in gran luce i diritti del principato, è 
senza meno l'Apologeticp, sulla storia del Concìlio Tridentino. E 
or questo libro, dovuto a un dotto giureconsulto napoletano, fu 
con rumore, dalla Congregazione romana dell'Indice , in NapoU proi- 
bito; e proibito insieme il Catechismo di Filippo Mesange, intanto 
che se ne stampava anche in Napoli la versione, fatta elegante- 
mente da monsignor Giovanni BottarL A che il Fragianni opponen- 
dosi, dimostrò come questo nuovo modo d'interdir le dottrine in 
cose estranee alla Fede , e senza prima intendere la difesa degli 
autori, non si accordasse con l'equità de' Canoni né co' diritti della 
propria sovranità; che le pecche, possibili in un trattato, avreb- 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ FRAGIANNI 435 

bero disiruiio seco anche le parti sane ; e che , sopra d'ogni altra 
cosa, in sifiTatto modo sarebbe rimasta libera la calunnia, il livore 
di poch), a danno dell'intero popdo cristiano. 

E tentavasi iutrodur nel Regno, l'opera di fira Giovanni Anto^ 
nìo Bianchi e qndla di monsignor Giovanni Trìa ; intese , l' una « 
l'altra, a confatare il Giannone; e riproducendo i vecchi e brutti 
argomenti contro l'autorità sovrana. Ma il tentativo restò deluso; 
e libri tali furono, con decreto, proscritti. 

Se non che, meno severo egli non si mostrava con quelli i 
quali, passato il segno, avrebber cercato invadere ciò che appar- 
tiene solo alla Chiesa. Come avvenne di un avvocato Napoletano, 
il quale, abusando la vivacità dell'ingegno, uscì a dire contro la 
vita monastica , per sé stessa. Egli iacea fronte iall' ingiuria , da 
qualunque banda si fosse pur affacciata. E così, all'opposto, at- 
terrò l'impudenza di un tale, che, andato a Roma, e cercando 
quivi di avvantaggiarsi con indegne adulazioni, mise il dente nel 
libro detto il Quipù, colmo di squisito sapere e di saporosissime 
all^orie; frutto di un indgne napoletano, il cpiale all'antichità del 
sangue univa rara dottrina , e costumi purissimi e aistiani. Quegli 
dunque , arzigogolando e facendola da indovino , mise fuori di esser 
nel libro non so che arcani; e scontorse in cattivo senso i concetti 
dell'autore. Anzi, quante empietà sono al mondo, tante e^i affermò 
nascondersi sotto le allegorie. E, calunniando anche il titolo, s'affa- 
ticò a dire che contenesse i nodi' peruviani ; quelli che, nello scri- 
ver gli annali al Perù, si trovano adoperati. Laonde il Fragianni 
fece toccar con mano, come il giudicar le opere in simil guisa 
fosse in tutto contrario non solo alla carità cristiana , ma sibbene 
aUa naturai giustizia, la quale onerata è fin dalle nazioni sel- 
vagge. Le leggi divine né quelle umane permettere che l'uomo 
sia condannato sul fondamento di sogni e d'illusioni: la Divina 
bontà aver concesso a noi la favella perchè fosse l'immagine 
de' pensieri ; ninno che non sia scellerato , potersi quindi far lecito 
di cambiare a sua voglia il proprio senso delle parole. 

VII. Né poi egli era di quelli che a voce si ostentano ammira- 
tori de' primi secoli della Chiesa: però che lodava questi beati secdi, 
e ben di cuore lodavali; ma ]hù di tutto ingegnavasi nel ritirare la 
disciplina, quanto possibil fosse, alla regola dell'antica. E non lasciò 
inai occasione che non si adoperasse a riconquistare a' vescovi la 
potestà divinamente affidata loro: in nulla mettendo però le mani, 



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436 * IL SECOLO XVIU 

ma sob con cessar le mutazioni introdoUe abuàvamente. Cosi resti- 
tuiia, tra le altre cose, a'vescovi la collazione de^beneficii ecdesiar 
sticì : imperocché, essendo nette chiese costituiti primi pallori, ad 
essi più che ad ogni altro appartiene il dirigere, e provvedere abbi- 
sogni delle lor gr^gi. Le spoglie de'benefizii vacanti, non permise più 
lungamente che fosser bottino , non della romana caneellma, ma dì 
un esercito che divorava in nome di lei. La immunità delle diiese 
e di altri ecclesiastici luoghi, ricondotta, secondo i csmoni, ne' giu- 
sti confini. Bandita la profanazione de'titoU ecdesiastki', e cosà Fin- 
decenza, per non (fir peggio, delle aspettative, com'eran ebiamate, 
e delle coadìutorie ; cagioni <li molti mali e di assurdità. I pri- 
vilegi delle persone ecclesiastiche, ridotti sì bene a ciò' die bisogna 
che sieno , da non lasciar luogo a trascorsi. 1 diritti padronrii 
nelle sagre fondazioni, religiosamente osservati. I possessori de'be- 
ne6zii ecclesiastici poi, come qudli che hanno in deposito le so- 
stanze de' poveri, obbligati a soccorrere i bisognosi, secondo im- 
poi^no i canoni della Chiesa. Ed egli, custode zelante de' beni 
e deUa pace de'cittacfini, voUe costantemente che avessero ^ 
ecclesiastici a sottoporre le lor cause d'interesse a' magistrati ordi- 
narii, dispensa tori della giustizia a tutta la nazione: e co^ anideniali 
i raggiri, e quella brutta selva di formole^ onde ^ ecclesiastici 
ogni causa in cui avessero partecipato, tiravano in fine dinanzi 
al vescovo. E soprattutto vietò l'orribil modo di giudicare ex m- 
formata conscientìa. La proibizione di conferir beneficii a' forestieri , 
applicò a' vescovadi ancora e alle propositure monastiche. Concio»- 
siachè il fatto in ogni altro modo , non potendo esser che abuso , 
questo, incapace di trasformarsi in legittimo, non avesse più oltre 
a occupare il luogo del dritto. 

Vili. All'utile poi , e al decoro intrinseco delle famiglie , accioc- 
ché i figliuoti, acciecati da passione, non corressero a nozze poco 
convenienti, giudicò non abbastevole il gius romaboo; come quello 
che tutta la potestà conferisce al padre ; ed egli voUe intervenisse 
anche la madre ad acconsentire. E in lor mancanza, i curatori 
o tutori; e i parenti, i (piah sono altrettante parti dell'intera fami- 
^ia. Ma poiché il dissenso de' genitori avrebbe taluna volta potuto 
allontanarsi dalla giustizia , egli stabilì un termine all'età de' figliuoli , 
differente ne' due sessi, oltre il quale l'assenso, ingiustamente ne- 
gato, ricevessero dal tribunale. E inoltre, mediante i premii e le 
pene nelle successioni, provvide che la santità del matrimonio. 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ PRAGIANNI 437 

e in coniràra e seguentemente, fosse con religione osservata; e 
anche oos) i figliuoli fossero ritenuti nel lor dovere. Dappoiché 
nulla stimava egli essere nello stato di tanto peso, come d'indi- 
rizzar le leggi del matrimonio al bene pubblico insieme e delle fa- 
miglie. E la sapienza de' suoi trovati sin in Olanda ebbe vigor 
di legge, quando, ne) Gennajo del 4754, si volle quivi acccM*dar 
le nozze fra' cattolici e i protestanti. 

E allora nel Regno, anche abusivamente, erano talvolta im- 
poste agli sposi, prima del matrimonio, certe pubbliche penitenze; 
le quali a nuU'altro potevano riuscire , che o a troppo mortificare 
il pudore, o ad ofienderlo. Ed egli non tollerò che fossero conti- 
nuate; la Chiesa essendo aliena da qualsiasi violenza; né giovar 
questi esempii agli altri, anzi alimentare il ludibrio ne' luoghi sagri. 
E in egual modo distrusse quella, non che barbara, atroce con- 
suetudine , di sparare il ventre alla madre viva (in ispecie se non 
legittima moglie) , a cavarne il feto il quale non avrebbe potuto 
diversamente venir a luce: concìossia che procedesse questa inu- 
mana usanza da superstizione pessima e cieca. E proibì a'par- 
rochi , come anche per abuso sì praticava , di costringere le fami- 
glie a spender molto ne' funerali ; essendo cosa del tutto indegna 
che sì dovesse cavar guadagno dal pianto altrui. Onde libero il 
testatore , o l'erede che fosse, di assegnare a'mortorii ciò che aves- 
ser creduto conveniente. E queste Consulte, e così moltissime al- 
tre ( che troppo sarebbe a volerle rammentar tutte ) , perciocché 
intendevano al bene del Regno, ebbero dal Sovrano la sanzione, e 
pres^t) il nome di leggi. 

IX. Grandi cose certo son queste da lui operate; ma ben altro 
v'ha di maggiore. Dappoiché la sua consulta del di 47 Dicem- 
bre 4746 (la quale sarebbe colpa di tralasciare), veramente é da 
avere nel conto che merita la vita stessa di tutta la nazione : dap- 
))oiché con essa spenta nel Regno fu quella fiamma che, desta in 
miserabili e diversi tempi , minacciò distruggere la libertk , cristiana 
e civile, per ogni dove. E ben egli, custode e. vindice del diritto, 
apparve quel d\ in mezzo a noi come disceso dal cielo. Imperoc^ 
che, comunque non una volta sola , né senza gravi pericoli, avesse 
divampato nel Regno siffatto fuoco; nulladiraeno, per non essersi 
mai riuscito a condurlo celatamente, non fu difficile di comprimerlo 
<» deviare. Ma nel 1746, cosi cheto sotterra avea serpeggiato, che a 

Ancu. Si. 11. . Nuova S^rìc. iH 



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138 IL SEGOLO XVlil 

a niun altro, per avveduto che fosse, ne traspirò il sentore; meno 
che a luì, istancabile, vigilante. Egli sentì T insidia, e in un al^ 
timo levò la voce; e tutti, quasi desti dal sonno, videro scoperto 
il macchinamento di un tribunale : tribunale straordinario sulle 
coscienze , d^ indole nimica in tutto alia mansuetudine della reli- 
gione di Gesù Cristo, alla santità della Chiesa, alla umanità, alla 
natura. Il quale fu da' nostri maggiori temuto in guisa , che ladr 
dove nelle altre bisogne pubbliche, spesso discordarono fra di loro, 
in questo apparve spontaneo sempre il consenso e maraviglioso ; 
e tutti unanimi , nobili e cittadini e plebei, e buoni e cattivi , e 
secolari e chierici e frati, e giovani e vecchi, il c[ual sentimento, 
trasmesso col sangue, vivissimo allora si ridestò; e il Fragianni 
d'innanzi a tutti: simile a cittadino dell'ammirevole antichità, che, 
a liberar la patria , corresse incontro a terribile invasione. Fino a 
che con decreto del Principe , solenne sopra qualunque altro , si 
videro sanzionati i proprìi suoi consigli e provvedimenti; e, giusta 
il suo avviso, il decreto communicato a' vescovi tutti nel Regno, 
scolpito in marmo, e allogato innanzi alla grande scala de' Tribu- 
nali : monumento , del quale ninno più vero fu mai inalzato alla 
pubblica sicurezza. 

X. Né, dopo tanti travagli, si die a cercare di alcun riposo ; ma 
sempre desto e in guardia contro nuovi possibili tentativi. E così, 
venuto di Roma un ragguardevol Legato, egli con tanta dignitosa 
destrezza si comportò, da evitare qualunque convegno, qualunque 
discorso famigliare. E furono procurate anche istanze del re di 
Spagna, ma riuscirono solo a dare più splendidezza al fatto. On- 
de dal Regno si sparse la maraviglia per l'Europa: così nel Gior- 
nal di Londra, il Marzo del 1747, egli ebbe lodi d'uomo di rara 
scienza, e, nello stato, di senno straordinario. Due egregi! cardi- 
nali, Angelo Quirino e Domenico Passioneo, la dottrina e virtù 
de^ quali non è necessario di ricordare, mossi alla fama della sua 
grandezza di animo e probità, spontanei chieser la sua amicizia; 
e dipoi tennero insieme contìnuamente carteggio. Ed esso Rene- 
detto XIV, pontefice massimo, padre de' cristiani, la cui immortai 
sapienza non sarà che non desti sempre ammirazione, tocco an- 
ch' egli alla fama, non era volta che avesse alla sua presenza na- 
poletani, che subito affettuoso non entrasse a discorrere del Fra- 
gianni ; annoverando con gran giudizio una per una le sue opere , 
fatto prudentemente, diceva, e da cristiano. E nel tempo stesso vo- 



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NELLA VITA DI NICCOLÒ PRAGIANNl 439 

lea sapere ogni cosa di lui, fino il modo di vivere nella casa; ap- 
punto come de'sommi uomini diletta conoscere fino i più minuti 
particolari. 

XI. Ed e^ avea tanto T animo al comun bene, che se talvolta 
non gli era possibile sottrar la vista alla gloria de' propri fatti , cpiesto 
serviva solo a più accenderlo in desiderare che molti altri Taves- 
sero partecipata. Ed io sovente, ne' nostri discorsi familiari, udii 
lamentarlo, come, fra tanti ingegni, niuno vedesse accinto ad en- 
trar nell' arringo medesimo; soprattutto a scrivere fondatamente 
un'opera sulla indipendenza del Regno. E pure, ei diceva, negli 
ultimi tempi, quanti nostri valenti uomini T hanno impreso, e 
senza ninna taccia di violata Religione 1 Così il finto Leandro Fi- 
lopoli, e Niccolò Caravita, e Serafino Biscardi, e Niccolò Capasse, 
e Costantino Grimaldi. Queste cose ei diceva. E ora chi mai cre- 
derebbe che, aggravato com'egli era d'immense cure, negli anni 
catenesi della vecchiezza, non sazio dell'aver salvato i presenti, 
in beneficio anche degli avvenire, si sobbarcasse all'opera deside- 
rata? Imperocché, senza che a niuno, anche de' suoi più intrin- 
seci, l'avesse mai confidato, l'abbozzo se ne rinvenne fra le sue 
carte. Un manoscritto voluminoso, distinto in due parti: tratta 
nell'una, in bella ed acconcia forma, de'varii casi e degli arcani 
della materia. Nell'altra parte, una quantità grande di cose: come, 
cioè, sul principio procedeva la Chiesa ne'giudizii di fede; sull'ori-* 
gine delle caiise mediante inquisizione e denunzia ; intorno agli 
straordinarii giudizii e di denunzia e inquisitorii ; della disciplina 
e del modo che tenne l'antica Chiesa nel prendere le denunzie; 
sulla iniquità della giurìdica inquisizione; della denunzia giurìdica 
comandata da Innocenzio III; su' difetti della denunzia giurìdica, 
e della sua orìgine; intomo al quarto canone del Concilio Latera-* 
nense, sotto Innocenzio III; dell'obbligo imposto dopo a denun- 
ziare , e delle pene che con quest' obbligo son minacciate , e anche 
se possa essere scomunicato chi vi rìpugni ; de'monitorìi perchè 
fossero manifestati i furti segreti e le cose perdute ; dell'abuso 
fatto dì ciò, e della consuetudine del Reame. Questo il sonimarìo 
generale de' capi. Ne' quali, benché manchi ancora air ultimo com- 
pimento, tanta è la squisita scienza, e l'acume con la chiarezza, 
e la dignitosa moderazione, ch'egli supera di lungo spazio qualun- 
que abbia trattato il soggetto stesso ; e resta luce ed esempio a chi 
voglia rìmettersi in una stona si rìlevante. 



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4 40 IL SEGOLO XVllI NELLA VITA DI PRAGIANNI 

XII. Con egual dignità e diligenza, presiedè nel tempo medesimo 
a non meno c(ie quattordici altre Commissioni straordinarie. E ta- 
luni yedeano di mal occhio questo essergli di continuo aggiunte at- 
tribuzioni: ma chi avrebbe' intanto potuto dire, che però, dov'egli 
valeva, non fosse subito rinvigorita la disciplina, e la giustizia in 
bel modo rivendicata? Il deposito, detto Banca o Monte de' poveri, 
e quello detto della Pietà, ne' quali era una mala corruzione, fu- 
rou da lui in pochi dì rinnovati, discacciandone e l'indolenza 
e le frodi. E alla sua vigilanza commessa la nuova fabbrica di 
reale grandezza , disposta a raccogliere e alimentare ì poveri tutti 
del Regno. Ma che dirò di quel concordato conchiuso con Bene- 
detto XIV? Imperocché , comunc[ue dal Principe fosse spedito a 
Roma Celestino Galiani, arcivescovo di Tessalpnica , uomo di grave 
dottrina, a pacificar le contese gìuridizionali; nuUadimeno le istru- 
zioni, e quanti mai lumi fosser richiesti a condur degnamente il 
negoziato, tutto si ritrovò ne' suoi fogli, di suo carattere, in un 
lungo memoriale. 

XIII. Ed essendo dato in siflGattto modo alle cose pubbliche , da 
non parere potesse fuor di ciò intendere a nulla ; egli si dimO" 
strava nel tempo stesso attento cosi alla regola della famiglia , che 
nella casa, specchio di ordine, rifioriva la commodità insieme e 
la temperanza. E da questo mi penso che procedesse l'essere stato 
egli caro non solo a' dotti, ma ad ogni condizione di cittadini. Il 
che principalmente fii manifesto nello spandersi l'annunzio della 
sua morte: però che, in uno istante, Napoli si fu oscurata; e poi 
a calca le genti, e con lagrime, seguitarono il funerale. 11 suo nome 
rimase in bocca a tutti nella città : e come oltre la fama , conti* 
nuamente officioso era egli stato con quanti l'avessero conosciuto ; 
avvenne ohe si diffuse tosto il rammarico e nel Reame, e nel ri- 
manente d'ItaUa, e al di là per l'Europa. E niuno fu che non con- 
venisse nel rammentare d'esser egli stato uomo ottimo veramente, 
e cittadino utilissimo, e cristiano. 



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RASSEGNA DI LIBRI 



Regesto Pùntìfhum Rùmanorum ab condita Ecclesia, ad annwn post Chri- 
stum natwn MCXCVIII. Edidit Philippus Jaffé. Berolini, Veit et 
soehts, MDCCCLL Voi. in 4to gr. , dì pag. xxiii e 950 (4). 



Una storia della Chiesa, quale i tempi progrediti han dritto di chie> 
deria e di sperarla, è ancora un vóto , un desiderio. È di fatto una 
impresa cosi stermihata , circondata di tali difficoltà, da non destar m,e- 
raviglia che 1 maggiori intelletti se ne siano spaventati, per lasciare 
agli annalisti , ai cronisti , ai raccoglitori di documenti un campo non 
ancora abbastanza arricchito di fatti, sui quali la parola della storia possa 
con ia immensità delle sue vedute discorrere , per abbracciare in tutte 
le sue parti la lunga età di lotta , di elaborazione e di trionfo che segna 
la caduta dell'antico é la difiusione del nuovo incivilimento. Se , per 
vero dire , ci volgiamo ai tempi traversati dal cristianesimo , alle gene- 
razioni che ha incontrato , ai popoli che ha mansuefatto , a tutto ciò che 
ha edificato , distrutto o modificato , al nuovo impulso dato alla società , 
non possiamo noii esser compresi di profondo stupore innanzi al pre- 
valere della virtù sulla forza, e alla potenza espansiva di un principio 
che finisce per trionfeire delle abitudini, delle tradizioni , delle credenze 
di tanti secoli , di tante genti diverse 1 La genesi di avvenimenti che 
hanno trasformato il mondo e l'hanno improntato di una nuova fiso- 
nomia , è la più grande , la più straordinaria , la più sublime , la più 
nuova meditasione che mai s'offrisse aDe speculazioni delia sapienza. 
Ma questo svc^mento di una dottrina provvidenziale , che risponde cosi 
da Vienne ai bisogni della travagliata umanità e la conquista , è come 
delineato in una successione di fatti , gran parte dei quali si nasconde 

(4) In Firenze , al Gabinetto SclentiAco-Letterario. 



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U2 RASSEGNA DI LIBRI 

in secoli tenebrosi , che hanno fatto sfregio ed allargato Topera dìstrag- 
gitrìce alle memorìe delle età precedenti. È dunque mestieri internarsi 
in quelle tenebre per illuminarle ; fa d'uopo raccòrrò e riunire i firam- 
menti delle disperse memorie , conviene riordinar^ con i monumenti i 
successi per ridonare ai tempi una vita , ed a mille e mille avvenimenti 
quella integrità , senza la quale non si può riuscire ad altri risulta- 
menti che ad incertezze. Noi vedremo se l'opera che imprendiamo ad 
esaminare siasi proposta questa mèta, e se l'abbia raggiunta. 

Io so che , a voler parlare propriamente , la storia del papato non è 
la storia della Chiesa ; ma so del pari che il papato è stato ed é centro 
della Chiesa , e , come tale , ne rappresenta direttamente o indiretta- 
mente la storia , perfino negli scismi ; perché la storia di una lotta deve 
contenere in sé le ragioni della sua origine, e manifestare le cause 
che la fecero riuscire ad un fine. Quindi é che io stimo che nella storia 
del papato sia svolta , per naturale necessità , la parte più vitale della 
storia della Chiesa; che in questa sia, direi quasi, trasfusa Fesplicazione 
della causa prima del rinnovamento sociale ; che gli Atti di una società 
qualunque, specialmente se fondata sopra un concetto di aUargamento 
continuato, siano la migliore manifestazione della sua vita progressiva; 
e che quindi la riunione degli atti del papato , ignorati, mal conosciuti 
o dispersi , sia il più potente soccorso che possa toccare alla storia 
dell'umanità. 

È certo che quando la dottrina di Cristo si annunziava agli uomini, 
il dispotismo romano aveva colmato la misura delle iniquità sociali : è 
indubitato che quella dottrina , anche astrazion fetta dalla sua origine 
soprannaturale , fondata su principii di giustizia , di uguaglianza , di 
mutua carità fra gli uomini , doveva trovare, come trovò, l'umanità dis- 
posta a riceverla , come quella che veniva a soccorrerla nei suoi ter- 
ribili bisogni. Ma doveva altresì toccare una poderosissima resistenza 
negli ordinamenti , nelle abitudini , nelle religioni dominanti sebbene 
assurde ; e la toccò senza sgomentarsene , come chi é in precedenza 
sicuro del proprio trionfo. I primi secoli dunque dell'era novella sono 
secoli di lotta fra la forza materiale e feroce , e la dottrina del vero, fra 
la spada e la parola. Il rinnovamento sociale dunque incomincia da que- 
sta parola , che deve esser la base del nuovo edificio. 

Ma questa parola , pronunciata primamente in una lontana provincia 
di quel colossale impero che aveva soggiogato il mondo, a fruttificare 
più largamente, aveva bisogno di più vasto campo ; e scelse la capitale 
dell'Impero stesso, quasi presaga che la metropoli del mondo civile si 
muterebbe in metropoli del cristianesimo , e che l'autorità morale dei 
Pontefici-Cesari , sarebbe quasi un nulla , paragonata a quella che i Pon- 
tefici non imperatori otterrebbero sopra un mondo tre e quattro volte 
maggiore dell'antico , senza legioni, senza colonie , senza minacce ; nella 



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RASSEGNA DI LIBRI U3 

certezza che dalle latebre delle catacombe uscirebbe all'aprico, vigorosa 
di potentissima vita. 

Noi Siam persuasi che niuno debba pensare che alle nostre parole 
possa in qualunque maniera applicarsi un concetto religioso. La storia 
dell'influenza religiosa nella società, specialmente dal punto di vista da 
cui moviamo , è parte precipua della storia sociale ; e da quest'ultimo 
punto noi ci CaK^iamo a riguardare la più straordinaria catastrofe , il feno- 
meno più maraviglioso che abbia mai offerto o possa mai offrire il genere 
umano. In fatti, qual più stupendo, qual più singolare spettacolo del vedere 
entrare in Roma imperiale poveri uomini , sconosciuti a tutti e talmente 
da ncMD poter richiamare neppure la derisione sopra di sé ; e di là, in 
nome di un Dio annunziato da essi , ma sconosciuto a tutti , parlando di 
soppiatto e a bassa voce prima , e quindi altamente, ed allargando i pro- 
seliti e l'apostolato a tutto l'orbe , conquistare in pochi secoli una potenza 
ed un'autorità da umiliare i monarchi? Quale avvenimento più degno 
di meditazione della Roma imperiale surrogata dalla Roma papale? quale 
più inaspettato, di un impero fondato senz'armi , sopra una dottrina, so- 
pra un principio , e che da secoli tiene riverenti e sommesse quasi tutte 
le potenze succedute alla romana? Come ciò avvenne ? Dove si legge la 
storia non compilata e sottoposta a passioni , ma parlante e in azione di 
tanta caduta, di tanta rinnovazione ? È ciò che vedremo fra poco in pro- 
posito del volume che abbiamo ad esaminare. 

Ma la parola del vero eterno che incominciava a pronunziarsi a 
sollievo dell'afflitta umanità , non ritardava naturalmente altri eventi coi 
quali doveva in progresso camminare d'uno stesso moto ; perché la 
Provvidenza , che preparava vie nuove per rialzare gli uomini alla loro 
naturale dignità , non arrestava l' impulso impresso ab eterno alle sue 
fiitlure. Una grande rivoluzione sociale progrediva naturalmente neDe 
idee quando le dottrine del cristianesimo si sussurravano appena. Un 
dispotismo insopportabile , le antiche virtù neppur ricordate , la corru- 
zione estesa dai, sommi ai minimi , l'elezione dell'imperatore in balia dei 
soldati , il popolo oppresso , le provincie manomesse dai prefetti : la so- 
cietà si divideva in pochi oppressori ed infiniti oppressi, in pochi 
godenti ed infiniti soffrenti, n grande impero doveva disfarsi per inter 
na cancrena : ciò era nella irresistibile natura delle cose. Un imperatore 
pensò che l'impero si potesse salvare a Bisanzio, e vi trasferi la sua sede : 
tutto invano. Le provincie incominciarono ad emanciparsi; i barbari 
violarono gli inviolati confini dell'impero ; l'immoralità fece agevolezza 
al trionfo del disordine , la ferocia della barbarie oppresse la forza sner- 
vata deUe legioni che sparirono con l'impero, per far luogo alla vittoria 
piena ed intera della forza e dell'ignoranza brutale. 

Il disordine etemo , l'eterna barbarie sono fatti impossibili nell'uma- 
Dìtà , per la quale doveva pure suonare l'ora del risorgimento^ per cui. 



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444 RASSEGNA DI LIBRI 

ricuperando lo splendore perduto , si mostrerebbe rifatta , ritemprata , 
rinnovata : ed é ciò che precisamente avvenne. Ma come ? E dove andre- 
mo a studiare la genesi, il maturarsi progressivo dì tanti avvenimenti ? 

Mentre il gigafatesco impero si andava disfacendo per finire assorbito 
nella barbarie , mentre questa, trionfante, compieva il naturale suo eorso, 
mentre le razze vinte ed oppresse venivano elaborando l'opera della ri- 
vincita , quando i primi ordinamenti e* la prima luce del nuovo incivi- 
limento veniva spuntando , quando associazioni nuove sì istituivano , le 
dottrine del cristianesimo quale opera prestavano all'umanità, come 
erano venute allargandosi, come si erano impadronite della società, quali 
modificazioni avevano portato nelle idee? Fra le lotte deirincìvìUmento 
e della barbarie, fra i Conquistatori e i vassalli, in mezzo alle sciagure 
della tremenda catastrofe , quale fu il luogo che presero ^ apostoli del 
cristianesimo, qual parte rappresenta questo nella storia dell'umanità? 

Corsero cosi terribili varii de'secoli ne' quali si venne elaborando il 
nuovo sviluppamento sociale, da potersi credere che le memorie delle età 
precedenti fossero perite tutte, e che trionfante la barbarie e morta 
ogni tradizione , mancherebbero gli elementi e le forze per risorgere. 
Se non che, per quella provvidenziale disposizione che aveva serbalo 
il genere umano a migliori destini , i frammenti , per dir cosi , delle 
disperse civiltà erano premurosamente raccolti dalla Chiesa; la quale da 
una parte diflbndeva i principii coi quali mirava a divenire universale: 
dall'altra faceva opera con tutte le sue forze ad immedesimarsi nella so- 
cietà per dirigerla, per governarla. E le venne fatto d'incarnare il suo 
concetto così, da dovere arrivare un tempo nel quale, rotto ogni cen- 
tro di governo e divenuta indipendente ogni città, il Vescovo ne sarebbe 
piuttosto il padrone che il capo, e i ministri della religione potrebbero 
essere come il contrapposto dei signori della conquista, e farsi scudo 
alla debolezza contro la preponderanza deHa forza, non d'altro armati che 
d'umiltà e dì ragione. 

Credo che sarebbe inutile qui il mettere nuovamente a vedere quale 
fosse la Chiesa in sé stessa nei varii periodi, e come ne' suoi ministri 
fosse in non pòche età tocca dalla umana fralezza, deviando per questa 
forma dalla sua divina missione, per tutto qudlo che agli affari mondani 
si riferiva. Tornerebbe vano ripetere come, per i tempi nei quali la Chiesa 
è incarnata nella società, la storia della prima è altresì la storia dell'ai- 
tra. È noto a chiunque abbia vólto anche per poco la meditazione al 
passato, come per alcuni secoli manchino gli scrittori e la storia sin- 
crona; e come, ad esempio, Gregorio di Tours sia il solo cronista che 
abbiamo per lo spazio di non poche generazioni. Non è mestieri di dire 
come nei terribili tempi di prova, d'invasione, di lotta, di sovversione 
sociale y erano tanti i principii che si combattevano, erano tante le genti 
che s'aflbllavano entro tutte le provincie romane, erano cosi svariati ì 



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RASSEGNA DI LIBRI U5 

risaltamenti della catastrofe, erano cosi mutabili gli eventi, da dovere 
desiderare che gli scrittori fossero infiniti, e che ci fossero tramandate 
tutte le notizie che valessero una storia, la quale sarebbe stata come il 
fondamento su cui poggerebbero gli eterni principii della storia umana. 
Ma e' doveva avvenire ciò che veramente avvenne: nei primi secoli d'in- 
vasione non mancano scrittori che gemano sui mali della patria, che con- 
servino il patrimonio dì intelligenza che posseggono già. Ma è ben naturale 
che, preponderando il principio brutale, le, generazioni vinte e diven- 
tate serve abbiano a degradarsi ed a cedere sotto il peso della sventura, 
fino a perdere ogni eredità del fissato, ogni memoria di ciò che furono. 
Infatti, a noi non mancano anzi abbondano scrittori di ogni genere dei 
primi secoli ; ma verso l'ottavo tutto tace, ed il mondo pare ritornato 
all'infanzia; con questo di peggioramento, che l'ignoranza intera s'accoppia 
non con l'innocenza ma con la ferocia. Finalmente, l'ordine impresso da 
Dio alle cose umane naturalmente dispone che dalla lunghezza, che dalla 
intensità dei mali diventati insopportabili la società debba a grado a grado 
riaversi , e dal culmine della sciagura ricominciare un nuovo cammino , 
che finisce con una civiltà più completa e composta di nuovi, di più ar- 
monici elementi. 

Nella deficienza degli scrittori, il quadro, il prospetto veridico di 
questa genesi, che è la più grande scuola alla quale possa attingere l'uma- 
no sapere, non può riceFcarsi che nei monumenti. Ma questi, ingenerale, 
son troppo pochi , e non contengono in sé stessi l'armonia del tutto ; 
quell'armonia che può sola ricomporre la storia dì una gente, di una ge- 
nerazione. Quest'armonia, questa moltiplicUà di fatti che disegni la vita 
di una o di più età, non potrebbe trovarsi che nei monumenti di una 
grande società ; di una società che , espansiva per istituzione , avesse 
sempre mirato ad allargarsi alla grandezza di tutto che il mondo com- 
prende : é questo ciò che si avvera nella Chiesa ; la quale scegliendo 
Roma per centro d'azione, e volendo da Roma dominar tutto il resto con 
dottrine e con uomini, e di tutte le chiese subalterne afforzandosi, ave- 
va innanzi a sé come in prospetto lo stato sociale dell'umanità; e le sue 
modificazioni nei varii tempi. Ed ò ben chiaro che la condizione del 
mondo era tale, che solo ad una società come la Chiesa poteva toccare 
di vedere il mondo qual era, per essere come una condizione di sua esi- 
stenza il modificarsi nelle forme per camminare d'un passo con la so- 
cietà umana che dovea conquistare. I monumenti dunque di questa 
grande società che fu la Chiesa , per le ragioni dette di sopra, debbono 
naturalmente rappresentare la condizione del genere umano nei diversi 
periodi della sua esistenza ; debbono , per dir cosi, accompagnarlo nello 
svariato suo svolgersi. Non v'ha dunque storia , non v'ha cronaca , e 
tutte quelle che esistono , unite insieme, si riducono al nulla , in para- 
^«nie dei documenti ai quali accenniamo. 

Arch.St.It. Nuora Si'rìc, ig 



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446 RASSEGNA DI LIBRI 

Noi abbiamo già detto che Chiesa e Papato non sono la stessa idea : 
gli atti dell'episcopato, ad esempio, non sono atti del Papato, e appar- 
tengono alla stona della Chiesa; ma i fatti dell'episcopato sono come 
nella storia civile quelli dei Manicipii , mentre quelli dei Pontefici equi- 
varrebbero a quelli dell'Impero ; con questo di differenza , che mentre 
i Municipii avevano ordinamenti spesse volte diametralmente opposti 
fra loro , gli Episcopati sì reggevano sopra una stessa dottrina. Ciascuno 
vede che debbono avere non poca importanza i monumenti delle chiese 
particolari , poiché sta in essi la parola dei vescovi che dettano i decreti, 
che parlano ai popoli sottoposti alla loro giurisdizione : e chi pensi alle 
diverse origini di questi medesimi popoli , alle svariatissime forme che 
assunsero , specialmente nell'universale rivolgimento che ebbe il suo più 
potente impulso dalle nordiche invasioni , vedrà come gb* antichi rege- 
sti episcopali sarebbero parte precipua della storia delle provincie go- 
vernate da véscovi , e cosi quasi la delineazione di tutto lo stato sociale. 4 
Chi ha percorso anche superficialmente i più antichi Sinodi, sa se io 
m'apponga al vero. Gli atti de' Pontefici però hanno ben altra impor- 
tanza per la storia del genere umano. Essi sono , innanzi tutto, la storia 
vera e parlante del papato, e deUa sua successiva potenza; in essi i 
Papi parlano ai monarchi , ai vescovi del cristianesimo , ai governi , ai 
potenti , ai popoli , alle città , alle borgate , ai monasteri , agli eserciti , 
alle società , a tutti. Ninna cosa può dirsi straniera al loro intervento. 
Un pensiero domina tutti gli altri nei loro atti : far prevalere la loro 
fondamentale dottrina , allargare l'autorità agli ultimi termini della terra. 
Noi li troviamo giudici fra monarchi e monarchi , fra popoli e popoli ; 
li vediamo arbitri invitati , intervenire spontanei in tutte le dissen- 
sioni a determinare tutti i diritti ; li vediamo scrivere la parola del con- 
siglio e del comando , parlare in nome di Dio , minacciare , combattere , 
valersi di tutti i mezzi a toccare lo scopo , aggiungere il potere tem- 
porale alio spirituale ; erigersi in giudici supremi di tutto ciò che v'ha 
di umano ; imporre la propria volontà a tutto ciò che v'ha di più ele- 
vato nel mondo, e dichiaratisi centro di autorità, trasferirla in altrui. 
Gli vediamo altresì ( e ì più venerandi scrittori eoclesiastici sono in ciò 
d'accordo con noi ) deviare talune volte dal sentiero loro indicato da 
Dio , fino al quale fanno risalire l'origine e l'altezza del morale impero 
che esercitano , per imbrattarsi fra le turpitudini della terra ; e la sto- 
ria della Chiesa può dirsi vestita a lutto quando ricorda le malvagità dei 
conti Tusculani sollevati alla tiara , quando racconta tante lotte sangui- 
nose delle quali non pochi pontefici si resero colpevoli : quasi in contrap- 
posto di altri tempi , di altri avvenimenti, di altre rivoluzioni , di altre 
battaglie, in mezzo alle quali offersero sé stessi in (docausto per l'altrui 
salute , predicarono la mansuetudine , cacciarono dai tempii odoro che 
si erano intrisi nel sangue umano, respinsero le armate, si posero op- 



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RASSEGNA DI LIBRI 147 

ponlorì coraggiosi fra la tirannia e gli impotenti , rialxarono i caduti , 
amiliarono 1 superbi, e diedero a divedere quanto la foraa morale della 
virtù a quella del braccio e del fèrro sovrasti. Quindi i loro monumenti , 
oltre essere , come notammo , la rappresentanza del loro avanzare suc- 
cessivo , sono altresì , in certo modo , l'espressione e la genesi di tutti 
^i eventi , di tutte le modificazioni^ di tutte le sovversioni sociali. Lo 
abbiamo detto e ripetuto , ma non crediamo di averlo detto abbastanza. 
Mettiamo innanzi un esempio. Un Papa lancia una bolla di anatema 
contro un Barone cbe , erede del retaggio dei suoi antenati , sì ricusa 
fieramente ad obbedirgli , e lo combatte con le armi. La bolla inco- 
mincia a fare la rivista retrospettiva delle supposte colpe di quella fa- 
miglia per tutti i tempi nei quali ebbe dominio; passa quindi a nar- 
rare le imprese tentate o eseguite dall'uomo cbe colpisce, e quindi 
nella membrana di un anatema consegna periodi di storia che sareb- 
bero andati perduti , e che comprendono spesso le più preziose notizie 
di diritti, di costumi, di abitudini, di derivazioni, e d'altro. Chiunque 
ha assaggiato per poco la storia, sa per quanti secoli si prolungassero 
le lotte fra il popolo Romano e i Pontefici ; sa come i Pontefici , in nome 
della religione , volessero che ogni autorità emanasse da loro ; e che il 
popolo Romano d'altra parte, erede dell'Impero, centro dell'autorità uni- 
versale, respingesse fieramente come illegittima ogni dominazione che 
non s'originasse da Roma. Cosi l'elezione dei Pontefici era nel popolo; 
cosi , a Roma dovevano recarsi ad essere incoronati gli Imperatori e i Re; 
cosi, mentre tutta Italia, anche emancipandosi dal' dominio reale, rico- 
nosceva gii alti diritti dell'Impero, Roma credeva intruso ogni Impe- 
ratore non riconosciuto da lei. La celebre citazione di Gola di Rienzo 
all'Imperatore e agli elettori dell'Impero per giustificare innanzi al po- 
polo Romano i loro titoli , ed altri simiglianti, erano tentativi si di menti 
inferme , ma erano pure la conseguenza di opinioni cosi radicate negli 
eredi degli antichi Romani , da non potere togliersi facilmente dai loro 
pensieri. Cosi , tutti i combattimenti fra i Romani e i partigiani dei Pon- 
tefici eletti,. specialmente quando questi erano scelti dagli Imperatori, 
avevano per causa o per pretesto i diritti violati del popolo. Il quale ha 
tumultuato in tutte le eledoni pontificali , accampando o diritti antichi 
o pretensioni nuove pressoché in tutti i secoli, fino quasi agli ultimi 
tempi (4). 



(4) In proposito di ciò , non dispiacerà al nostri lettori che , declinando per 
un momento dalla nostra strada , diciamo come anche ai giorni nostri' qualche 
cosa rimanga che riflette in quel tempi, in quei diritti. Quando un Pontefice 
muore , la campana dei Campidoglio chiama a parlamento il popolo romano per 
deliberare , e tutti i cittadini romani hanno diritto di intervenire a quel Consi- 
glio. Ciò ò generalmente Ignoto in Roma stessa , e quella campana ha perduto 



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U8 RASSEGNA DI LIBRI 

Ora, questi fatti continuamente ripetuti, delle rivoluzioni romane, 
dove sono meglio rivelati, che negli atti dei Pontefici che le condannano, 
che le fulminano ? Da quali monumenti può meglio apparire con quanta 

la sua efficacia ; ma pure ▼* ha sempre qualche cittadioo nel quale per antica 
tradizione di famiglia passò la notizia , il quale si presenta ed assiste alle deli- 
herazionl. Ma il fatto dura ancora , più che nella realtà , nella fonnola notarile , 
la quale ci piace qui riportare': 

m Die secunda febniarii anni 4769. 

« Hora quarta circiter noctis praecedentis , repentino morbo correptus , 
« SS.D.N. Clemens P. XIII , ex hoc saeculo ad vitam evolavit aetemam , anno 
« sui Pontiflcatus XI, quinque minus mensibus et tribus diebus. 

Sede Apostolica vacante. 

4. Consilium publicum dimissis schedulis , ac pulsata campana , apud Capìto- 
« lium convocatum , sexto idus februarii , anni 4769 , ad quod venere infrascripti 
« Domini , nempe Ulmi. et Excmi. DD. 

« Comes Horatius Marescotti • 

« Marchio Jo. Paulus Muti | Cors. 

« Wolphaogus Anoibal Planca Incoronati ) 
Capita rbgiokum 
( Sequuntur nomina* ) 

« Et alii QDAMPLUiiBS ; quibus considentibus , Illmus. et Excmns. D. Comes 
« Horatius Marescotti primus Conservator , de consenso ejusCoUegarumlllus.Jo. 
« Pauli Muti et Wolphangi Planca Incoronati , vulgari sermone loquendo , Patrì- 
« bus exposuit ». 

a II passaggio da questa all'eterna vita del nostro sommo Pontefice Clemente 
terzo decimo ne ba fotte convocare in questo giorno le Sigg. Vostre , perchè , do- 
vendosi da noi, per ragione di ufficio, nelle circostanze presenti di Sede vacante 
provvedere in ogni miglior modo alla quiete e tranquillità di questa città , du- 
rante la medesima, si compiaccino darne i loro sentimenti; ed intanto gli focciamo 
noto , che per Colonnello o sia Capitano della nuova leva , e della soldatesca del 
Popolo Romano, solita unirsi in tali emergenti, abbiamo prescelto il sig.cav. Bar- 
tolomeo Marescotti , in cui abbiamo riconosciuto concorrere tutto il merito , e re- 
quisiti necessari per sostenere con tutto impegno tal carica : non dubitiamo per- 
ciò che le Sigg. VV. non sieno per concorrere coi loro voti nella detta elezione, 
quale da noi sarà partecipata secondo il solito agl'Eminmi. e Revmi. Sigg, Card. Capi 
d'Ordine , o a chi si appartiene ». 

4x Quibus auditis , ex S. C. viva voce , et nemme prorsus discrepante , electus 
« et nominatus fuit prò duce seu Columnello Ducentorum et sexdecim militum , 
« una cum subaltemis offlcialibus ipsius pedestris militiae incliti Populi Romani , 
« praesente Vacatione durante, Nobilis vir Eques Bartbolomeua Marescotti ; et de- 
m cretum fult eleclionem praefatam insmuandam esse Ezcmis.et Revmis.S.R.E. 
« Gardinàlibus in Ordine Prioribus, seu Rev. Commissario Generali Armorum, vel 



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RASSEGNA DI LIBRI U9 

perseveranza il Papato combattesse nel Municìpio romano l'antica tradi- 
zione di supremazia universale ? E, sia che i Pontefici colpiscano con la 
loro parola i monarchi, sia che colpiscano i popoli, sia che rispondano alle 

« cui opus fuerìt, prout moris est. Actum in Palatio apud Capitòlium residentiae 
« Excmi. Romani Magistralus , die et anno quìbus aupra. Ita est ». 

« Consilium publicum ad sonum campanae convocatum idibus februarii 4769, 
« dimissis etiam schedulis per mandatarios publioos , ad quod venere 

Capita Regionum {Sequmttur nomina). 
Cancellarii ( Sequuntur nomina ut supra ). 
Consiliarii ( Sequuntur nomina ). 
« Et ALn QOAMPLUREs, quìbus considentibus, lUmus. et Excmus. D.Comes Ho- 
«t ratius Marescotti primus Gonservator, de consensu 111. et Ezcmorum. DD. Jo. 
« Pauli Muti et Wolpbangi Planca Incoronati ejus coJleganun , nec non Mar- 
« chlonis Morioni Lombardi Capitum Regionis Prioris , vulgari sermone loquendo , 
m Patrìbus exposuit ». 

« Le SIgg. VV. sappiano , che in seguito di quanto fu detto e risoluto nel* 
rantecedente Consiglio , abbiamo partecipato a cbi si apparteneva la Deputazione 
da noi fatta di Capitano ossia Colonnello della nuova leva del Popolo Romano in 
grazia del N.C.Sig.Cav. Bartolomeo Marescotti, e ce ne ò stata approvata l'ele- 
zione. Si degnino intanto di sentir leggere dal sig. Scriba del nostro Senato non 
meno li nomi e cognomi dei cinquanta sigg. Nobili Romani , secondo il solito 
nominati, ed eletti in numero dì dieci dall'Emiumo. e Revmo. sig. Card. Camerlengo 
e dieci da ciascuno di noi, e dal sig. Priore de' Caporioni , affinchè ne consi- 
glino in tutte le circostanze che ci si possano presentare in questa occasione ; 
e si comptoommiK) te Sigg. VV. dame la conferma, e sentiranno ancora leggere 
dal medesimo sig. Scriba ii nomi degli Sigg. Nobili Surrogati ai Conscritti defunti 
nell'anno 4758 sino al presente , come pure delli Sigg. Surrogati alle famiglie 
estinte dei Sigg. Conscritti , a tenore della nota Costituzione della Sacr. mem. di 
Benedetto Papa XIV, siccome altri Sigg. Reintegrati della Nobiltà Romana , ed 
altri nuovamente ammessi alla medesima dal suddetto anno 4758 a tutto il pre- 
sente giorno. E Analmente sentiranno leggere da esso sig. Scriba li nomi di tutti 
i Sigg. forestieri aggregati alla cittadinanza romana nel sopradetto tempo. Ai quali 
tutti similmente potranno degnarsi dare la conferma ». 

« In cujus executìone fùerunt per me Sacri S.P.Q. R. Scribam lectaé infra- 
lì scrìptae schedulae ab ipsts Exc. DD. mihi tradilae , dictarum nominationum ut 
m infra, videlicet etc. 

« Eguali consigli fiirono tenuti nella sede vacante di Clemente XIV r uno cioè 
Prid. Cai. oct, 4724, e l'altro HI Non. octob, detto anno ». 

< In detto Conclave fii creato sommo Pontefice Pio VI di S.M. ; ed essendo 
Roma occupata in quel tempo dalle truppe francesi , fu tenuto un Conclave a Ve- 
nezia in cui fu eletto PP. Pio VII , per cui in questa occasione non si tennero i 
Consigli ». 

« Nelb Sede vacante di Pio VII , si tennero in Campidoglio li due Consigli 
in tutto , come sopra , cioè III Cai. sept. 4883, e li 9 settembre detto anno ». 

« In detto Conclave fu eletto Papa Leone XIl , e nella Sede vacapte di questo 
si tennero li due Consigli in Campidoglio , uno A7// Cai. Marta 4829 , e l'al- 



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450 RASSEGNA DI LIBRI 

dimande loro indirizzate, sia che parlino comunque; la loro parola, suoni 
giustizia o riveli iniquità, cerca sempre di mantellarsi della veste della 
ragione, e rivelando le cause dalle quali è mossa, porta sempre da sé 
stessa, una storia. 

Per la storia del genere umano, dal princìpio del cristianesimo in poi, 
non v'ha dunque nulla che in importanza equivalga agli atti del Pontifi- 
cato Romano, sia perché comprendono 18 secoli successivi, sia perché con- 
tengono non la storia scritta, ma la storia rivelante sé stessa a grado a 
grado, sia perché s'estendono a tutte le parti delle quali la società si com- 
pone. Ma come il sapiente potrebbe usare a beneficio del mondo questi 
monumenti? E dove sono i registri dei Romani Pontefici? Erano i Regesti, 
é ciò ben noto, i volumi nei quali i tabellioni della Chiesa romana regi- 
stravano gli esemplari delle lettere pontificie ; e se tutti questi registri 
esistessero, avremmo in essi un tesoro di storia, pel quale la storia di 
tante età non sarebbe un desiderio. I Regesti che esistono nell'Archivio 
Vaticano, e che comprendono duemila e sedici volumi, non incomin- 
ciano che con Innocenzo III, cioè coiranno 1198, per giungere senza 
interruzioni fino a Pio V. Per i tempi precedenti , la curia Romana non 
ha Regesti ; che i compilati da vari secoli innanzi subirono la sorte di 
tante cose umane, e furono avvolti nella distruzione : cosa poco sor- 
prendente in Roma, dove tumulti e sommosse, e lotte di partiti risor- 
genti ad ogni istante, riconducevano T anarchia e distruggevano ogni 
autorità. E piuttosto maraviglìoso che abbiano durato i duemila e sedici 
volumi ai quali abbiamo accennato. Questi volumi sono chiusi a tutti ^ 
è vero , ma esistono ! Alla perdita dei precedenti , a gran pezza più 
importanti, che abbracciano i secoli più tenebrosi , si potrà egli in qual- 
che modo riparare ? I Regesti , lo abbiam fatto comprendere , erano 
come il minutario del Pontificato , ma i monumenti originali si trasmet- 
tevano a quelli a cui erano indirizzati : erano dunque sparsi su tutta la 
terra; e negli Archivi! che non sono rimasti preda degli incendii o 
della barbarie umana , ne dovrebbero esister non pochi , ed i raccog^- 
tori dei Documenti patrìi ne avranno naturalmente messi alla stampa 
moltissimi , sia nelle memorie ecclesiastiche , sia nelle civili. Il ricercar, 
dunque, quali abbiano sopravvissuto ai tempi o nelle opere degli scrit- 

tre VII Jforf. dello anno. In detto Gonclave fu eietto PP. Pio Vili, e nella Sede 
vacante di questo furono similmente tenuti li due Consigli , uno IV. id. Dó- 
cemb. 1830, e l'altro id, Decemb, deito anno, in cui fu eletto PP. Gregorio XVI ». 
« Nella Sede vacante di Gregorio XVI, si tenne un sol Consiglio , stante la 
sollecita elezione del nuovo Pontefice Pio IX. Principiando dalla Sede vacante di 
Pio VII ed in tutte le altre sedi vacanti non furono chiamati i Sigg. Presidenti 
Regionari di Polizia a fare le veci e le funzioni di Capo-Rioni , restando il si- 
gnor Priore de' Capo-Rioni pel Rione MonU ». Armotammto faoorilomi dal Mar^ 
rhese Clemente Della Fargna Contervalore di Roma, 



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RASSK6NA DI LIBRI 454 

tori, negli ardùyìi prhmii e pabblici , e indicaiii agli studiosi che 
cercano fare Ìor prò dei documenti deDa storia , sarebbe uno dei più 
importanti tentativi die a progresso delle oognizi<mi umane potrebbe 
&rsi ; e questo felice pensiero , che compie un desiderio tanto lunga- 
mente inesaudito , fu tradotto in fette dal prof. Filippo Jafiè di Berlino 
nell'opera della quale abbiamo scritto il titolo in testa di queste osser- 
vazioni , e nella quale si propose di notare tutto quello che resta ancora , 
edito o inedito, degli atti dei Papi da S. Pietro ad Innocenzo III. 

11 più antico e più completo Regesto del quale si possa rallegrare la 
storia, è quello di S. Gregorio primo, &tto di pubblica ragione dai dotti 
e benemeriti Benedettini. È inutile il dire che questo grande Pontefice 
tenne il seggio pontificale dal 590 al 604, e che le sue lettere sono una 
miniera preziosa a tutti quelli che nelle memorie di quei tempi vogliono 
portare le loro investigazioni. Se i Regesti di tutti i Papi fossero ricchi 
di monumenti , o, a dir più giusto, se si fossero conservati come questo del 
Magno Gregorio fino a noi, noi non avremmo a deplorare tesori di notizie 
smarriti. Chi voglia sapere che cosa abbia perduto la storia nei Regesti 
Pontificii, basterà che apra questo del Magno Gregorio. Ma se esso è il 
più pieno, se é il più importante di quelli che giunsero fino a noi ed il 
più antico, non è però che i Regesti non rimontino a tempi di gran 
hmga più vetusti della età del Divo Gregorio : perché, se altre prove 
mancassero , abbiamo una epistola di S. Bonifecio I ( che si assise sul 
seggio di S. Pietro dal 418 al tì!t dell'era nostra), nella quale, scrivendo ad 
un Rufo vescovo di Tessalonioa, Curatore delle Chiese della Macedonia e 
deU'Àcaja, mentova apertamente gli scrigni, cioè gli Archivii della Santa 
Sede (ut scrinii nostri monumenta demonstrant). Né mancano indizii 
che i Pontefici Romani , non solo nel quinto , ma anche nel quarto se- 
colo conservassero i propri atti negli scrigni della Sede Apostdica 
{Constant, Ep.Jiom, Pont., p, XLVI); ma non é egualmente certo che 
Leone I ed altri Pontefici antecessori di S. Gregorio si adoperassero ad 
ordinare una raccolta completa delle proprie lettere. Il che però avvenne 
bend di molti de'suoi successori , che compilarono i loro Regesti; ed il 
Pertz ( Archiv, ¥. 28 e 87 ) , bene a proposito ricorda che il Cardinale 
Deusdedit neDa collezione dei Canoni notò come in essi per caso si ai- 
tano non solo i Regesti di Gregorio I , ma altresì quelli di Onorio I , , 
di Gregorio III, di Zaccaria, di Giovanni Vili, di Stefano VI, di 
Alessandro II e di Gregorio VII; dtre quelli di Pasquale II, di Gelar- 
sio II , di Lucio II, di Euge;tìio III, di Anastasio IV, di Alessandro III , che 
sono ricordati nei Regesti di Onorio III e di Gregorio IX. (Vedi Jaffè, sotto 
i numen 4558, 4575-4580, 4678, 4679, 4680, 4746, 4760-4765, 4782, 4842, 
4846, 74 5«, 7453, 7577, 7578). 

Ma é veramente da deplorare che di tanti, di cosi illustri monumenti 
di sei secoli non ci rimangano che il Regesto di Gregorio I, ed un fram- 



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452 RASSEGNA DI LIBRI 

mento di quelli che furono scritti sotto Gioyaimi Vili, oltre una compila- 
zione che non può dirsi l'antica , ma un estratto del Regesto di Gre- 
gorio VII. Tutto il resto andò miseramente disperso fino ad Innoc^izo III. 
Dopo di che, ci dice Fautore, non mi sarà mestieri spiegare da quale 
cagione fui mosso ad imprendere questo lavoro , e perchè io m'arresti 
alla morte di Celestino III. Espone altresì in poche paròle, come il suo 
libro abbia in mira di soccorrere alla memoria degli uomini per la 
sciagura dei tempi mancata, e che col progredire degli anni viene man- 
cando ognor più. « Licei enim, soggiunge , componendis regestis ccnHnuam 
rerum gestarum off erre narrationem non fuerit nobis propositum necdehuerit 
esse, principaiium tamen , ideoque verissimorum monumentorum praebenda 
collecHo eroi , in qutbus omnis disciplina historica radices agit firmissimas 
oc saluberrima nutrimenta reperii ; epistolarum inquam , decreUrrum, alic^- 
rum ejusdem generis literarum , quae quia sunt inter ipsas rerum vicissi- 
tudines natae, earum fidissimam atque integerrimam proponunt ef/igiem, 
Cum, praeterea literas opporteat eo majoris momenti esse , quo insigni/ore is 
qui eas composuit auctoritate pollet , facillime patebit , scripta a Pontifi- 
cibus Romanis per prima- saecula duodecim dimissa , quanti sint non tantum 
modo ad memoriam ecclesiasticam cum jure canonico illustrandam, verum 
etiam ad cognoscendam tantam partem historiae , tum rerxtm omnium , tum 
singuhrum Europae regnorum. Accedit quod , quae ex naufragUs praeteriti 
temporis reficere , quoad licuit, studuimus , ipsa summorum Pontifieum re- 
gesta magnam partem quondam revera extiterant, ut ideo quoque labor 
noster dici restitutio queat ». Ed è veramente questa una restituzione ^ 
per la quale fin dove il potere umano il comporta , é rialzato gran parte 
di questo colossale edifìcio della storia. 

Volendo dagli sparsi frammenti ricomporre il codice diplomatico 
pontificio, la prima questione che si presentava . era se si avessero da 
mettere in luce i monumenti nella loro integrità , ovvero se di ciascuno 
di essi s'avesse a dare il sommario, indicando l'opera ove fosse stam- 
pato ovvero l'archivio ove fosse conservato, il pontificato al quale appar- 
tenesse, e l'anno di cui andasse distinto. Quest'ultimo partito parve il 
migliore, e di sola possibile esecuzione ; poiché il pubblicar tutto sarebbe 
stato pressoché ineseguibile, trattandosi di oltre quindicimila monumenti, 
dei quali non pochi sono di tale natura da occupare volumi. Ed il con- 
cetto fu messo in atto con una precisione , con -una diligenza, con una 
fedeltà, con una lucidezza per le quali mancano elogi adeguati. In testa 
alla pagina si legge il nome del Pontefice, e gli anni nei quali occupò 
il seggio di S. Pietro : in una piccola colonna verticale distinta da una 
linea é scritto il mese nel quale fu segnato il monumento ; in una se- 
conda, la città nella quale dimorava il Pontefice quando lo sottoscrisse; 
e finalmente, nella pagina orizzontale è scritto il sommario , con in cima 
in caratteri maggiori l'anno al quale rimonta, ed un secondo numero 



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RASSEONA DI LIBRI 



453 



Mar. -16. 



Romae 
iD Basii. 
B. Petri. 



die é il numero progressivo d'ordine dal principio al §ne di ogni mo- 
nnmenlo , eoa la citazione a piò di pagina del luogo dove si conserva o 
delle opere nelle quali è registrato, e delle prime parole con le quali 
l'atto pontifido incomincia. Ne forniremo un esempio ai lettori preso 
alla pag. 95 dell'opera. 

S. GREGORIUS I. 590-604 

591 

(740) Petriim subdiaconum moDet, ut « capitulare » 
quod , in Siciliam profìBCturus, acceperit, so- 
quatur; videatque ne Episcopi « in causis 
secularibus misceantur ji. Possessioncs ser- 
vosque, bis decem annis in potestatero Ec- 
cìeaiae Romanae iniuste redactos, lis quibus 
adempti sint restitui iubet. iliimiHter, non 
superbe eum cum laicis agore vuU. Episoopos 
die ordinationis saae more antiquo, ad se ve- 
nire vetat; « sed » inquit « si eos convenire 
necesse est , in B. Petri natalem ( 4 August. ) 
conveniant ». (L. I. ep- 36). Baluzil Misceli. Il, 
44, B. II, 6«5. G. VII . 48, Mansi IX, 4056. 
« Per geo ti ttbi ». 

li diligente collettore non si è ristato a questo , ma dove gli antichi 
pubblicatori sono andati in qualche modo lontani dal vero , lo ha in 
brevi parole notato. E nel riferire i monumenti non si è limitato a 
quelli che esistono , ma dove in qualche scrittore Steno rimasti gli argo- 
menti di taluni che eono andati perduti , eg^i riporta gli argomenti stessi 
e con un * indica che il monumento non esiste più. Intorno all'ordine 
col quale i monumenti dovevano coUocarsi, Fautore non esitò molto, e 
scelse l'ordine di tempo. Con la più lodevole brevità ( non mai scom- 
pagnata da chiarezza ) , da epistolografi ; da scrittori , da cataloghi , da 
iscrizioni , e da monumenti di ogni genere prende il destro di illustrare 
la cronologia , di determinare con esattezza il tempo preciso nel quale i 
Pontefici incominciarono ad amministrare la Chiesa , di illustrare i loro 
viaggi , i concilii e i decreti che vi promulgarono, e l'età nella quale 
mancarono di vita. Nel che, per esser giusti, dobbiamo dire che il col- 
lettore non risparmiò fatica per apprender quello che il tema imperiósa- 
mente richiedeva, e che, in poche parole, e con tutta la graviti, procede 
con una severità di crìtica che altamente l'onora, e con uno spirito che 
non è mai spirito di partito, ma che fo luogo a quella indipendenza e a 
quella giustizia che deve esser sempre il fondamento della storia. 

Intorno agli studii durati per discemere I monumenti veri dai falsi , 
e per designare gli anni ai quali rimontano e le diverse cronologie. usate, 

AHf.ii.ST.lT. . Nu oca Serie. 20 



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154 RASSEGNA DI LIBRI 

non possiamo far di meglio che riportarci alle sue parole (pag. vi-ix). 
Tantae autem lUer<urum multUudini componendae , ut et vera a fatsis dùcer- 
neremus ety id quod cum hoc discrimine cohaeret, aetatem earwn cognùscere- 
mu8, adhibitam artem criticam esse, nihU ^t quod affirmetw. Quae quidem 
necesse erat tura communibus censurae criticae niteretur praepeptif , tum ma- 
xime dipl(ymaticas, quas dicunty leges sequeretur pontificiis tabulis insitas, Nec 
vero istctó leges offendimìis sic eaxultas ab alOs et conformatas, ut tritam viam 
ingredi placide possemus. Imo ipsis tabulis excutiendis inter seque comparanr- 
dis praesidia maccimam partem parienda nobis erant, quibus carentes kaud 
paiica monumenta verane an fida essent et ad quod temporis spatium 
referenda dubii fueramus. Praedpue igitur debuit animus adverti, qwbus 
modis per tempora diversa in tabulis pontificiis et fides earum confirmata et 
anni indicati sint; quae indida ob id ipsum, quod variàbant cum tempo- 
ribus ncque tamen constantia quadam carebant, oc praeterea, quamvis licei 
putoiveris leves eas esse, haud raro necessitudinem sedis apostolicae atque 
imperii quam fideHssime adumbrant, certissima veritatis iabularum papalium 
obrussa iudicanda sunt. Quapropter in singulorum pontificum regestis, guati- 
tum quidem disci ex eorum tcibulis potuit, partim annontm numeris eas 
apposuimus notas, quibus anni in ipsis literis significante; partim praefati 
paucis verbis sumus , quibiAS signis chronieis, quibus sententiiSy quibus testir- 
bus, quibus notariis pontifices usi sint. His auxilOs collatis non modo eam, 
quae pontifidas ad tabulas refertur, rei dipUmuUicae partem arbitror quum 
universe tum singulatim illustratum et certiorem redditum in, sed aliis etiam 
quaestionibus historids nonnunquam responsum nec opinatum óbventurum 
esse, Hic suffieiat breviter strictimque attingere, de annorum notatione quae 
observationes praedpue apparuerint, 

Annorum igitur designandarum in papalibus tabulis inveniuntur genera 
tria, Nam habes primum annos administrationis eorum, qui summae aut 
imperii a^t rerum sacrarum praefuerunt; tum indictiones; postremo annos 
incamationis Christi. At primi generis indida sunt quadripartita, Leguntur 
enim in tabulis : 

4 ) Gonsulum nomina ab a, 385 ad a, 546 (a Siricio ad Vigitium). 

t) Imperatorum Graecorum anni aò a. 550 (u2 a. 11% (a Vigilio ad 
Hadrianum I), 

3) Imperatorum occidentalium anni ab a. 803 oda, 4047 [a Leo- 
ne III ad Clementem II) — et anno 4444. 

4) Ipsorum pontifìcum anni sub Hadriano I, quum a Graecis se 
averterei, anno 784 primum ascripii sunt. Quos Leo III cum Caroli magni 
regis annis coniuncdt usque ad a. 800. Deinde Ioannis Vili bullae et anno 875 
et ab a, 877 ad a. 884 , quum vacaret imperium, annos poniificatus, posteaque 
nonnullae eosdem una et imperatoris contineni, Marinus I (a. 883) et Stepha- 
nus VI (a. 887, 890, 894) modo soIììas imperatoris, modo solius poniificatus 
mentioncm facicbant. Rursum vacante imperio Benedictus IV a. 900 poniifi- 
catus sui annos apposuit, parque usus valebat ad a. 905 ad a. 946, atque ah 



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RASSEGNA DI LIBRI 455 

a. 924 ad a, 96t. Tum langum tempus, ab a. 96t ad d. 4047, partim solius 
poniifieis partim ponHfids atqtte imperatoris anni eoniunetim notantur, Exin 
vero ab a. 4049 continenter (eaxepto anno 4444) ro^io unius pontificatus 
habetur. 

Indictiones, qmbus in tempore notando ù»m Felix HI quidem usus a. 490 
erat, quae tamen inde a Peloffio II demum (ab a. 584) assidue vigebant, in 
pontifictim tabulis triplices reperimus. Ex quibus: 

4 ) Indictìo Gonstantinopolitana , cuius initium erat dies 4 m. 
Septembri6y sola-valet ab a. 584 ad a. 4087 (o Pelagio II ad Victorem III); 

2) Indictìo Caesarea sive Gonstantiniana autem, quae die 25 m. 
Septembris ine^batf atque 

3) Indictìo Pontificia sea Romana, qucmi inchoabant die h m, la- 
nuarU, cum ea, quam super memoravimuSy ConstanUnopolitana inde ab an^ 
no ^0%^ perpetuo ooneertant, ut inter Vrbanum II et Coelestinum Illsint^ 
pontificesy qui nunc unam nunc alteram adhibeant. 

Anni incarnationìB dominicae primum in Ioannis XIII tabulis (a. 968, 
969, 970) comparent. Quae enim Honorii I tabulae d. 44 m. lunii a, 634 
apposita verba sunt: « id est anno dominicae incamatùmis sexcentesimo 
tricesimo quarto », ea sine dubio, ut iam Mabittonius censuit^ explanationis 
causa addidit Beda. Horwn cmnorum nec frequens usus usque ad Nicolai II 
fontìficatumeratj nec idem semper adhibebatur genus. Namque reperiuntur: 

4) Anni incarnationis vnlgares, quos die 25 m. DecembriSy 

2) Anni incarnationis Fiorentini, quos tribus mensibus post nativi- 
totem Ckristi, 

3) Aoni incarnaUonis Pisani, quos novem mensibus ante Christi 
naiivitatem auspicati sunt. 

Et a Ioanne XIII ad Urbanum II, ab a, 968 ad a. 4088, videntur anni 
vnlgares usitati ponHfidbus Romanis fuisse, praeter Nicolaum II, qui aU- 
quoties Plorentinqs apposuit. Ab Urbano II ad Ludum II, ab a. 4088 ad 
a. 4445, tria illa annorum incamationis genera permixte adhibentur, Sed 
inde ab Eugenio III, ad a, 4445^ pHmas partes plerumque sustinent anni 
Fforentini. 

IHoersas Ulas annorum deseriptùmes in iis quidem paparum literis, quae 
bnliae dicuntur, cumulari solitas esse, irder omnes constat. De epistolis vero 
est notatu dignum, post Gregorium VII, a Victore III ad Calixtum II ( ab 
a. 4086 ad a. 4445 ) annos in ns non esse nisi rarissime designatos; easque 
ab Honorio II ad Urbanum III {ad a. 4424 od a. 4487) omnino armorum 
indicOs nudatas esse, ut si epistolas, quae his pontifidbus assignantur, 
instruc^as indictUme seu alia anni nota inveneris, necesse sit, eas aut esse 
piane simulatas, aut ad alios pertinere papas, aut saltem chronicum signum 
addUicium esse iudices. Anno 4487 demum indictio epistolis reddita a Gre- 
gorio Vili est Quem usum quum continuasset usque ad medium mensem 
Pébruariwm a. 4488 Clemenh III, repente prò indictionibus annos pontificatus 
mbstituit: id quod iimtari successores eius assueverunt. 



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456 RASSEGNA DI LIBRI 

Non è così facile riunire tanta economia di parole congi^ngendole 
con tanta sostanziale ricchezza di fotti , con tanta opportuna crìtica ed 
erudizione, quanta se ne trova in questo libro, del quale non Vba altro 
più coscienziosamente scritto, e con maggiorì sforzi per riuscir nello 
scopo. Ci narra l'autore come i sommarli gli costino cinque anni di 
laboriosa e non interrotta occupazione ; e noi gliel crediamo fodlmente, 
e gli avremmo aggiustato fede se avesse asserito che vi aveva speso in- 
torno un tempo doppio : tanto sono essi T espressione e Fimmagine dei 
monumenti. Non solo poi in questo libro si trovano indicate le fonti 
alle quali ha attinto l'autore, ma in brevi parole e senza arroganza e^i 
nota le mende e i falsi giudizi! nei quali sono incorsi i precedenti pub- 
bKcatori, rimette la verità al luogo suo , e fra le dissonanze degli scrit- 
tori , egli pronunzia quasi sempre il giudizio più retto. 

L'iUustre filologo alemanno chiude, come dicemmo, il suo lavoro 
dove incominciano i regesti conservati nei celebri archivi del Vatica- 
no : egli ha profittato di tutte le pubblicazioni , di tutte le notìzie che 
gli son pervenute intorno a monumenti inediti ; ma io credo che un al- 
tra sorgente di nuovi documenti avrebbe di molto aumentato la prexiesa 
raccolta che egli ci ha dato; cioè gli atti posteriori dei Pontefici, i quali 
nelle loro bolle solevano riferire per intero le deliberazioni dei loro pre- 
decessori che in qualche maniera avevano relazione alle cose trattale. 
Nei bollarti dunque, o, a meglio dire, negli atti dei successori di Cele- 
stino III si sarebbe trovato e si troverebbe da accrescere la ricca messe ; 
e i primi tra i regesti esistenti nel Vaticano ne fornirebbero himinoBift- 
sima prova , come la forniscono non pochi documenti che sono di pub- 
blica ragione. E come è mai che l'autore non facesse suo prò di tante 
opere che illustrano la storia monumentale der Pontificato? 

L'infaticabile autore ha messo innanzi al suo lavoro l'indice di UiMi 
i libri a stampa dei quali si prevalse per aver copia di tutti i mono^ 
menti indicati agli studiosi , siano essi epistole , àeno bolle , concilii , 
collezioni di canoni , sieno codici diplomatici di città , di vescovati , di 
ordini, di chiese, di monasteri; e ciò specialmente per non for durare 
una fatica inutile a quelli che volessero metter l'opera loro a comple- 
tare quella dell'illustre Tedesco. Passa quindi a ringraziare i beneme% 
riti filologi che gli furono cortesi dei monumenti inediti che ebbero 
alle mani , cioè il Pertz , lo StSilin , il Giesebrecht , il Wattembach , Lu- 
dovico Bethmann , il Sudendorf , il FriedlStfider, il Richter ; e subito poi 
a dar ragione di quei che ha latto. 

Io ho preso a leggere il novero delle opere che egli dice di avere 
avuto alle mani per comporre il volume; ma |B;uardando intomo a me, mi 
sono in pochi istanti assicurato che troppe lacune rimanevano ancora da 
empire nell' annunciata fatica. Possessore, come io sono; di quattromila 
diverse opere sulla storia delle città italiane , era ben naturale die 
mi dovesse recare sorpresa che tanto poche ne fossero siate consultate 



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RASSEGNA DI LIBRI 157 

dall*Rutore ; sorpresa che se per una parte decresceva net sapere che 
la dimora di esso era Boriino , per altra parte non si sapeTa &r ragione 
di una specie di noncuranza nella quale lo scrittore aveva tenuto Tltalia. 
Io posso assicurare il valente Alemanno, che avrebbe trovato tutta la 
cortesia die avesse mai saputo desiderare in quanti in Italia coltivano 
gji studii ; che le nostre biblioteche gli sarebbero state aperte , e che i 
risultamoìti delle nostre fatiche avrebbero forse di non poco cresciuto 
la mole delle sue scoperte. Noi crediamo che coloro che coltivano i gravi 
studii , appartengano tutti ad una patria , e che abbiano per missione 
ugualmente di allargare , di meglio stabilire i fondaqienti deirumano sa- 
pere. Fra i dotti Tedeschi ai quali l'autore esprime la sua gratitudine , io 
leggo il nome di un egregio mio amico, che è il prof. Bethmànn. Egli poteva 
essere testimonio come in Itaha la cortesia non sia lettera morta , perchè 
viaggiando per adunare i diplomi imperiali che la società per la pubblica* 
zione degli scrittori delle cose Germaniche si propone di mettere in luce , 
ebbe in ogni parte e da tutti ciò che esisteva sull'argomento. Cosi noi 
avremmo diritto di chiedere come mai non prese ad esaminare l'opera , 
ad esempio, del Dionysio sulle grotte Vaticane, quella del Sarti (Emilia- 
no } , quella del Settele ? Come fu che si passò degli egregii lavori del 
Piazza, e di quelli eruditi e moltei^ci del Severano? Sebbene non sia 
questo.il luogo dove io mi proponga di mostrare quali miglioramenti 
meriterebbe la bella iktica , mi {Hace però di non lasciare senza con- 
adorazione un latto. L'autore ha avuto ricorso ai libri a stampa , ed ha 
dtato ì monumenti che vi si trovano. Ma i libri a stampa non sono 
sempre l' immagine fedele dei monumenti che vi si leggono ; e quindi 
converrà che la critica vada assai a rilento nell'accettare puramente e 
semplicemente tutto quello che trovasi pubblicato , specialmente se le 
fonti dalle quali derivano le edizioni sono sospette. Io mi trovo posses- 
sore di sette edizioni delle ConstituHones Aegidianae per la Marca An- 
conitana / incominciando da quelle dì Iesi del 4473 { cosi rara, da aversi 
notìzia solamente di sei o sette esemplari) e di Perugia del U83, più 
rara ancora della precedente. Avendole prese ad esame, io mi sono po- 
tuto convincere che nel giro di un secolo molti dei monumenti in quel 
volume compresi , e quel volume stesso avevano subito bene strane tras- 
formazioni. Decurtati e snaturati con cambiamenti gli atti autentici ivi 
citati , poi soppressi , poi sostituiti , poi applicati a fotti e a prìncipii as^ 
sohitamente diversi.... , nelie varie edizioni di quel libro è come messo 
io prospetto il progressivo avanzamento della dominazione papale in 
quella provincia , a pregiudizio delle libertà e delle autonomie munici- 
pe^. Giù non avesse il potere , l'occasione di far quei confronti , potrebbe 
stranamente , ma in tutta buona fede , ingannarsi , conformando il giudi- 
zio alle prove che gli fossero offerte dal libro che avesse innanzi. Io sono 
ben lontano dall'accennare qui ad un concetto politico ; ma , parlando sto- 
ricamente, è troppo vero che il pontificato romano avendo mirato da tanti 



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458 RASSEGNA DI LIBRI 

secoli a puntellar^ ed estendere la sua autorità morale col temporale 
dominio , ha percorso, per giungervi , le vie che percorrono le istituzioni 
umane. A volta a volta ha acquistato* terreno ; talora ricevendo dona- 
zioni, tal'aUra combattendo e deponendo piccoli baroni , altre volte dando 
investiture , concedendo^ diritti , che giunsero al loro culmine sotto Ude> 
brando , né erano sicuramente scaduti quando, regnante Alessandro VI, 
scoperta l'America, i decreti di Roma la distribuirono fra i monarchi che 
chiesero a Roma la legittimazione delle loro conquiste. Cosi per queste o 
per altre cause conveniva stabilire precedenti, crear ragioni, e mettersi 
in attitudine da legittimare i nuovi possessi propri, e i diritti di far pos- 
sedere ad altri. Da che la necessità di tor di mezzo antichi documenti , 
di mutarli , di acconciarli alla forma della nuova situazione. 

Io so che non poteva pretendersi , in una fatica quale è quella del 
sig. Jaffè , tante dilucidazioni. Ma siccome io credo che una rivista critica, 
per non essere cosa oziosa , non debba restringersi a nude lodi o ad 
acerbi rimproveri , cosi ho pensato che queste modeste considerazioni 
potrebbero eccitare l'attenzione del sapiente fiblogo, per dedicarvi qualr 
che cura in una nuova edizione , per la quale certamente non gli man- 
cheranno materiali che facciano il suo lavoro più dovizioso. 

Noi ci siamo riservati di tornare ancora su questo libro per notare 
ciò che ci parve meritare osservazione, ciò che ci parve mancare od 
essere sfuggito alle indagini del filologo prussiano. Con ciò che abbiamo 
scritto , ci proponemmo di mettere a vedere lo spirito e T importanza 
di questo lavoro ai lettori dell' Archivio. Ai quali', dopo quanto diceoomAO, 
non sarà mestieri di aggiungere, come non abbia mai veduto la luce 
opera che più di questa concorra ad illustrare quel diritto che, chia- 
mato Canonico, modificò la legislazione di quasi tutta l'Europa, lottò 
col diritto scritto e tradizionale, e mise l'uno innanzi all'altro due po- 
teri sovrani , aspiranti a sopraffarsi ; e quindi è parte importante della 
storia umana. Sarebbe , io penso , in certo modo inutile aggiungere , 
come gli stessi antichi collettori di Canoni non avessero alla mano la 
dovizia che ofi're. il volume presentato agli studiosi dall'illustre filologo. 
Poiché sappiamo bene come tanti monumenti che 1 raccoglitori del dritto 
studiarono e consultarono, non giunsero fino a noi ; ma. sappiamo del 
pari che, per la ferocia dei tempi, per le calamità che oppressero gli 
uomini, era impossibile che tanti documenti sparsi, perduti, ignorati, 
potessero giungere a notizia dei formulatori del novello diritto. Quanta 
illustrazione dunque su questo soggetto ricada, é chiaro di per sé a 
chi sappia che in questo libro sta la parola dei Pontefici indirizzata a 
tutto il mondo, in tutti i secoli , e che quella parola é sempre il cardine 
di un principio, la rivelazione di una storia. 

Achille Gbnnarblli. 



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RASSEGNA DI LIBRI 159 



Storia documentata di Venezia, di Samuele Romanin. Venezia, Pietro 
NartUcvich, tipografo editore. Tomo I, in 8vo, di pag. 408; Tomo II j 
di pag, Ì6S. 

Articolo I. 

Fin d'allora che fu divulgato il Programma di quest'opera sotto il 
di ti luglio del 4 852 (4), nacque negF Italiani speranza, che le patrie 
lettere avrebbero alfine posseduta un'istoria della veneziana Repubblica 
degnamente scritta da penna nazionale. A ciò pensare ci confortavano, 
non che la saviezza dei concetti esposti nella sua promessa dal sìg. Ro- 
manin , ma quella tranquillità d'animo e imparzialità di giudizio di 
ch'egli fa mostra nel sopra indicato Manifesto. Se tale espettazione sia 
stata o sia per essere soddisfatta, né noi né altri potrebbe sin qui af- 
fermarlo; staiiteché la narrazione del novello istorico non oltrepassi 
ancora Tanno dell'era volgare 4X97, né compia - pertanto il secolo nono 
di quella Repubblica che potè durame presso a quattordici : con la qual 
parte dell'opera se l'autore potè darci prove dell'acume indagati vo e 
crìtico insieme ond' egli seppe vincere le difiìcoltà oppostegli dalla 
scarsezza delle legittime fonti storìche e dalla sovrabbondanza delle fa- 
vole e delle leggende gratisdate , non ha per anco affrontato le più peri- 
colose tra quelle che dall'affetto possono rìdondargU. Gontuttociò ci é caro 
il poter dire, che in quanto ancora ne abbiamo al presente sotto gli occhi, 
grandi sono le testimonianze ch'eli ne ha date della sua morale assen- 
natezza : onde può reputarsi con fondamento, che i deciderli e le speranze 
d'Italia, ancora per questo lato , non saranno per rimanere inadempiti. 
E se la prima parola che , nel dar principio a questa rassegna , noi diriz- 
ziamo al benemerito scrittore veneziano, sarà di rallegramento e di 
conforto insieme a proseguire senza mai stancarsi né scoraggirsi nella 
benaugurata impresa, vogliamo che ciò non ad altro si attribuisca se 
non se a verace e ribadita persuasione dell'utilità grande che dal suo 
libro potrà derivare agli studi storici italiani. 

Essendo noi stati in addietro siccome invaghiti dì un tal soggetto , 
eh' è certo il più bello di quanti a penna italiana mai possano proporsi ; 
né avendo tuttavia avuto comodità di continuare gli studi che. intorno 
ad esso avevamo incominciati ; parleremo della presente Storia in tal 
guisa da non potere in tutto nascondere l'amore che ne provammo, ma in 
pari tempo senz* alcuna presunzione di voler insegnare altrui com'essa 

(4) Riprodotto anche né\V Appendice aìT Archivio Storico Italiano ^ Tom. TlII , 
pag. 644-647. 



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460 RASSEGNA DI LIBRI 

andrebbe ordita o tessuta né con quali documenti dimostrata, benché non 
tacendo quelle considerazioni a cui la lettura di questi due volumi ci ha 
naturalmente condotti , e che serviranno , se non altro , a fiir cono- 
scere la scarsezza dei soccorsi che T odierno istorìco dì Veneoa trovò a 
sé apparecchiati ; a far sentire vie meglio la necessità dei molli e vera- 
mente forti lavori di erudizione i quali dovranno precedere ad una più 
piena e positiva e lucida esposizione in ispecie dei primi sette secoli 
della veneta Repubblica. Il signor Romanin protesta, nel suo proemio 
( I^* v), di avere speso ben sei anni nelle indagini di tal natura; ma 
sei anni ( sia detto con pace di tutti quanti ) sono ben pochi a strigar 
tutti i viluppi , a cohnar tutte le lacune d'una materia si vasta ; e un 
sol uomo che fosse inteso a tal bisogna , troverebbesi prima spossato e 
già vecchio , che potesse accingersi con lena bastevole alla vag^ieggiata 
narrazione. Gontuttociò merita plauso e approvazione eziandio Tantore 
di cui parliamo, se chiamato dal cuore a scriver l'istoria della sua patria , 
si pose a farlo dopo aver tranquillato nel ml^or modo ch'ei seppe la sua 
coscienza : la quale si i|cqueta non solo colla certezza d'aver operato 
tutto ciò che sarebbe stato da forsi , ma oon queUa altresì di aver fatto 
ogni oosa che a noi era possibile di operare. 

I due primi capitoli del libro primo si aggirano sulla origine dei 
primi abitatori della Venezia , stando l'autore per gli Eneti della Palla- 
gonia , anziché pei Veneti delle Gallio o pei Vendi della Sarmazia ; sulle 
condizioni fisiche delle sue terre e paludi; sulle invasioni celtiche da coi 
fu minacciata , e delle greco-«partane che la colpirono ; sulla protezione 
di Roma prima forse implorata qual benefizio, e quindi mutatasi in 
signoria ; sul diritto di cittadinanza fecilmente ottenuto da quei popoli 
che non l'avean chiesto con l'armi alla mano al tempo della guerra 
italica ; sulla fedeltà dei Veneti a Cesare , e sulla mutazione da essi fiitta 
dopo la sua morte , col dichiararsi partigiani della libertà , onde sono 
acerbamente puniti dai vincitori ; sul riordinamento d'Italia , ove le 
città venete prendono il luogo della decima provincia di essa ; sulle irru- 
zioni germaniche cominciate sin dal tempo dell'imperatore Marco Aure- 
lio ; infine sulla conversione di Costantino e sulla traslazione dell'impero 
in Risanzio, sotto il quale l'anzidetta provincia prende il tìtolo di con- 
solare, cominciando a dipendere da un correttore o conte della Venezia 
e dell'Istria. Qualcuno forse passandosi più brevemente delle più remote 
origini dei Veneziani , avrebbe dato principio a quésto ragguaglio sul- 
l'antico essere dalla territoriale costituzione del gigantesco imperio di 
Roma : ma confessiamo che un tal metodo sarebbesi meglio convenuto 
ad un compendio , di quello che ad una storia completa e documentata, 
siccome questa di cui trattiamo. Ci reca bensi maraviglia il veder Fau- 
tore trascorrere si leggermente su quello stesso periodo imperiale ro- 
mano . saltando da Marco il filosofo a Massimino il ciclope , e da questo 



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RASSEGNA DI LIBRI 464 

a colui che , abbandonandoLa , fece serva l'Italia, solo perché l'Italia mai 
non seppe abbastanza dimenticarsi di coloro che l'avevano abbandonata. 
E si, che non poche e svariate e assai notabili condizioni si offrivano 
da segnalarsi quanto alle più illustri fira le cinquanta città di che allora 
oomponevasi la Venezia : ira le quali , per tacere di ogni altra , basti 
mentovare Aquileja , mercatante insieme e guerriera , città chiusa, nel 
giro di dodici miglia, favorita de' Cesari , emporio e chiave d'Italia , so- 
stenitrice di uno dei più celebri assedii che le storie raccontino, ferita 
al cuore dagli Ostrogoti prima d' essere distrutta dagli Unni, lungamente 
onorata del soprannome fastoso di Roma seconda. 

Contiene il capitolo terzo i ricordi troppo necessarii delle inculcate 
battaglie portate dai barbari quasi che ad ogni parte della romana domi- 
nazione , del ribellamento dei Goti sotto Adrianopoli , e dei danni i>atiti 
in ciascuna di sU&Xie commozioni dalla Venezia ; infine la descrizione 
della decantata deformità e ferocia degli Unni, e del furioso re loro,. Attila 
distruggitore di. Aquileja, sovvertitore di Concordia, di Opitergio, di 
Padova , d'Asolo , di Ceneda e di Belluno. A noi questa parte della nar- 
razione è sembrata un po' troppo frettolosa , trattandosi in ispecie di quel 
cataclismo da cui molti fanno dipendere il popolamento delle venete 
lagune e il principio della Repubblica : ma l'autore pensa che questa 
prima immigrazione dei vicini popoli fosse realmente passeggiera ; stan- 
tediè « l'amore del luogo natio , gl'interessi , gli agi , le abitudini chia- 
€ mavano di nuovo una gran parte de' profughi alla patria , tostochè 
« pareva avessékt) a sorgere per queéta giorni più sereni » ( pag. 30 ). 
Ond'egli passa, quasi novella preparazione, a rappresentarci le condizioni 
fisiche ed etnografiche della laguna oggi detta di Venezia, distesa per 
circa trenta miglia dall'antico alveo del Piave insino a Brondolo : nella 
qual descrizione però non troviamo abbastanza espresso quello che ci ac- 
cade di leggere in un recente artìcolo del sig. Gabriele Rosa, come risul- 
tamento degli studi novellamente &tti sulle origini veneziane ; cioè a 
dire, e che alcune isolette dell'Estuario erano popolate già molto prima 
ff dell'impero romano ». Giudichiamo tuttavolta lodevoli e molto abil- 
mente dettate codeste pagine, nelle quali è compendiata l'istoria delle 
già celebri città di Grado, Caorle, Eraclea, Squilio , Torcello, Burano, 
Murano, Metamauco, Pelestrina; di Chioggia ancora superstite, di Rialto e 
delle adiacenti « contrade », dalla cui « consociazione » surse poi la 
città e Repubblica di Venezia. Né d'altra natura che soltanto preparatoria 
è il seguente capitolo quarto, in cui si discorre la fine vituperosa dell'im- 
perio di Roma in Occidente ; la venuta di Odoacre in Italia ( principio 
più logico e più vero d'ogni altro all'istoria novella dì nostra nazione ) ; 
la sconfitta di lui operata da Teodorico ; il saggio e benefico governo di 
questo re barbaro, mal conosciuto dagl'Italiani ; l^ambizioso.piuttostochè 
forte regnare di Giustiniano; la spedizione di Belisario, e quella che 

Ancu. St. 1t, , J^iio/ra Serie, 9 1 



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162 RASSEGNA DI LIBRI 

questi fé' di Vitalio Rella Venezia ; la venuta di Narsete, che a penetrare 
nella centrale Italia si fé' ponte delle barche de'Venezianì ; La mala fama 
dì costui, e del suo successore Longino ; l'invasione dei Longobardi , che 
ogni cosa potevano e dovevano in certa guisa mutare tra noi, lìngua, 
costumi, proprietà fondiaria, e fin la tempra de' corpi medesima, se agli 
avanzi dell'antica civiltà pagana , a^ elementi della nuova e cristiana , 
quella loro inflessibile durezza avesse potuto acconciarsi. Se non che il 
signor Romanin fa du)endere quell'augumento di fuggitivi che popolò le 
Lagune , dalla guerra portata dà Belisario ai (joti, che tanti disastri e ro- 
vine arrecarono alle città stesse d'Italia : del qual suo concetto potrebbero 
tuttavia desiderarsi prove minori, o almeno più convergenti allo scopo 
di farci credere non formata l'agglomerazione dei popcHi dell'Estuario, o 
non consolidatasi se non allora che la patria nostra. era disertata dalia 
barbarie e insanguinata dalle crudeltà dei seguaci d'Alboino. 

Gol capitolo quinto può dirsi che abbia veramente principio l' istoria 
di Venezia ; quando cioè coloro che nelle venete isole avevano dapprima 
cercato un asilo, veduto a che nel continente più non era a operarsi pace 
(c né libertà, tramutarono il precario soggiorno in durevole sede, e nuove 
« terre furono assodate e nuove case costrutte » (p. 59). Cosi avendoci 
F Autore dichiarata la sua persuasione, non dovea parergli intempestivo il 
trattare delle varie condizioni di quei primi abitatori, da potersi fin d'aUora 
distinguere in patroni e clienti ; delle arti e delle industrie da essi eser- 
citate ; della perizia architettonica congiunta all' idraulica ; della pittura , 
dell'artifizio de' pozzi , dei molìnì , delle saline ; e finanche della lingua , 
del a tipo » dell'abitudine corporea, e dei vestimenti. Dal che rampollava 
assai naturalmente la controversia della primitiva indipendenza di quel 
popolo , si spesso impugnata e difesa : alla quale l'autore si fa strada col 
riferire la famosa lettera di Gassiodoro , scritta d'ordine del re goto Vi- 
tige , ai Tribuni Marittimi ; la cui allegazione potrà sembrar fors'anche 
serotina a chi voglia riguardarla piuttosto come documento della esistenza 
dei novelli Veneti , che della loro politica condizione. La quale non ri- 
traendosi con bastante chiarezza né anco da questa lettera , il nostro 
isterico supplisce al difetto per via di argutissime congetture, indagando 
con somma diligenza ogni fatto che possa recar luce in tale materia, e 
particolarmente esaminando la natura ed i limiti dell'autorità che in al- 
lora fu detta tribunizia. Fra le testimonianze che a tal proposito si pro- 
ducono , ebbe semt)re la maggior forza sull'animo nostro quella del greco 
imperatore Costantino Porfirogenito , il quale narrando nella sua nota 
opera De (idministrando imperio , come i Veneti si eleggessero un duca 
e trasferissero da una ad altra isola la sede del loro governo , non ag- 
giunge parola alcuna allusiva a far credere esso duca come delegato 
dell' impero , né accenna a permissione o conferma dai Veneziani chiesta 
od ottenuta , nò di quel fatto muove lamento , né fa minacce e né an- 



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RASSEGNA DI LIBRI 463 

che ricordo di diritti da doversi un giorno o potersi rivendicare. Onde 
noi pure scenderemo di buon grado in quelle modeste e verisimili con- 
clusioni del sig. Romanin ; che , cioè : «e Le isole furono a principio di- 
te pendenti dalla Venezia terrestre , alla quale erano annesse ; che nella 
« confusione derivata dalle invasioni barbariche, esse, trovandosi stac- 
e cate dalla madre patria , dovettero provvedere a sé e nominare i prò- 
« prii magistrati, cioè i Tribuni, che probaibilmentè prima da quella 
e ricevevano ; che riconobbero il dominio gotico , dal quale non ebbero 
<r molestia , e furono, lasciate in possesso del proprio governo municipa- 
« le ; che infine , ai tempi longobardici la loro costituzione prese forma 
« stabile, e le loro prime relazioni coi re d'Italia e cogli imperatori fu- 
« rono quali possono meglio corrispondere ad un protettorato che ad una 
« vera sudditanza » (p. 86). 

Dichiariame di aver qui seguita e ricopiate, per ciò che spetta all'orì- 
gine di Venezia, la narrazione e le opinioni deir Autore ; perchè, quanto 
al credere nostro proprio , non sapremmo giammai dimenticarci né far 
lieve conto di quest'altro passo , non meno osservabile e fededegno, del 
precitato istorìco imperatore , che così suona voltato in nostra lingua : 
« Erano, già tempo, le Venezie un cotal luogo incolto, disabitato e palu- 
« stre : e coloro che oggi si domandano Veneti , erano Franchi da Aqui- 
« legia e d'altri luoghi della Francia - (Gallia cisalpina o transpadana) -, 
a insieme abitanti quelle terre le quali costituiscono la regione delle Ve- 
« nezie. Essendo però venuto Attila re degli Avarì , e avendo messa a 
« sacco e a perdizione Y intera Francia , i Franchi tutti quanti comincia- 
« rono a lasciare Aquilegia , in un colle altre città della Francia , e se 
a ne vennero alle isole delle Venezie vuote di abitatorì , e quivi si fabbrì- 
a carono tugurii , per lo spavento ch'essi avevano di re Attila. Quando 
« poi questo re Attila , consumato il devastamento di quella terra , e con- 
« dettosi sino a Roma e nella Calabria , s'ebbe da lungi lasciato indietro 
a le Venezie , coloro che in queir isole eransi rifuggiti avendovi trovata si- 
c curtà , e come liberi dalla paura , concordemente risolsero di far in esse 
a dimora, e sino al di d'oggi vi sono dimorati ». Giacché non pare in verun 
modo da supporsi che nella reggia bizantina s' ignorassero le circostanze, 
anzi è dat credere che negli archivi di essa si conservassero le prove di un 
fktto , avvenuto in paese cotanto vicino , e stato già per lo innanzi sotto la 
sua immediata soggezione; di un fatto che sebbene dapprima inosservato , 
diventò ben presto assai famoso ; e non ostante il quale , non poterono 
estinguersi per lungo tempo nei Veneti stessi quei sentimenti di deferenza 
e di filiale ossequio che succeduti . erano alla memoria dell'antica suddi- 
tanza. In quanto poi alla volgare opinione , e dai più tra i cronisti ripetuta, 
che assegna alla fondazione di Venezia l'anno 424 , lodiamo bensì l'Autore 
che non abbia' fatto alcun segno di volerla sostenere ; ma più ancora lo 
avremmo stimato da commendarsi, se invece di toccare alla sfuggita del 



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464 RASSEGNA DI LIBRI 

sopposto documento padovano, nel quale si dicono da questa dlià spediti 
in quell'anno tre consoli a fabbricare Rialto , si fosse invece arrestato a 
dimostrare la (alsitè^ che risulta evidentissima da tutte le sue condizioni 
tanto estrinseche quanto intrinseche, e che valsero al Dani il rabbufiTo 
datogli dal signor Leo , per averlo egli pure accdto nella sua Storia. Ma 
il signor Romanin , come già venne avvertito , non tesse veramente in 
questo capitolo la storia crondo^ca di Venezia, e solo va dissertando cri- 
ticamente intomo alla libertà dei novelli abitatori delle Lagune. 

Quella specie di calamità che da più secoli a£Qiggeva V Italia , costrinse 
ben presto i Veneti a ripulsare con Tarmi proprie le ingiurìe d^^ Slavi , 
scesi pel Danubio nella Dalmazia; il qual &tto è insieme esercizio e con- 
fermamento di autonomia. Né venivano lasciati in pace dai Longobardi 
occupatori de' luoghi limitrofi , che piuttosto per la naturale fierezza e ava- 
rizia di prede , che per orgoglio di dominazione , assai spesso li molesta- 
vano : onde fu ai nostri necessario di meglio apprendere gli artifizii deDe 
militari fortificazioni, munendo di ripari i porti e le foci de' fiumi, e le più 
esposte tra le isole di castelli e di torri. Ma intanto le gare ambiziose e le 
discordie si erano insinuate tra i varii tribuni preposti al governo di quel- 
le ; e coloro che in ciò scorgevano un impedimento alla futura prosperità 
ed una cagione di soprastanti pericoli alla federazione , dovevano natural- 
mente inchinare il pensiero e le voglie alla creazione di un capo unico e 
comune, che ponesse fine a quei dissidii, introducesse nel governo l'unità, 
e rilevasse altresì, nel cospetto de' vicini, collo splendore del titolo , la di- 
gnità dello Stato. Di questo concetto e di questi desiderii sembra che si fa- 
cesse interprete al popolo il patriarca stesso di Grado ; onde nel generale 
Arengo , o adunanza di tutto il popolo tenutasi in Eraclea , fii risoluto di 
eleggere sopra tutta la novella Venezia un duce o duca , che nel volgare 
dialetto si profierì poi doge o Dose, La scelta cadde sopra un PauUcio o 
Paulieione o Paduccio , o (secondo altri) Pado Lucio y soprannominato 
Anafesto , abitatore di Eraclea , e della stirpe dei Faledri o Falieri , che i 
cronisti dicono venuta da Fano ( p. 401 , no. 3 ). Ma in qual anno questa 
si grave deliberazione avesse luogo , né l'autore il determina , né tenie- 
remo noi stessi di farlo , 'non avendo affrontata una tale difficoltà nem- 
meno il Filiasi ed il Balbo. Stando contuttociò alle parole della più antica 
e più autorevde tra le cronache veneziane , ove ìeggesi che questo av- 
venimento seguisse temporibus,,., imperatoris Ànastam et Uutprandi Lon- 
gobardorwn regis , non potrà esso reputarsi anteriore alFannq 7h^, come 
né anco posteriore al 746. Come che però siesi, belle sono le indagini 
e le congettura dell'Autore per iscoprire e darci a conoscere la vera 
natura di quel primitivo reggimento ducale, che non portò seco l'abo- 
lizione dei tribuni, ma soltanto la restrizione della loro autorità ; che non 
soggettò il popolo alla servitù , ma lasdòllo signore ed arbitro, non che 
della scelta del principe , ma eziandio delle deliberazioni più importanti 



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RASSEGNA DI LIBRI 465 

all'unii^rsale , deirapproTazione delle leggi , e finaiico delle sentenze nei 
giudiziì. Nulladimeno, un tal governo é con ragione detto « incompo- 
sto » , peroccbè tale il dimostrano le molte guerre intestine mosse dal- 
l'ambizione de'maggiori cittadini , e quel tumultuare cosi frequente delle 
plebi , cbe sì spesso occasionarono, la deposizione o la morte di quei 
principi medesimi. Ci parve bensì peccante di curiosità e certo di anti- 
cipazione quello che qui ragionasi intorno a taluni diritti di esso doge , 
fondandosi sopra una carta del 996 ; e più ancora quanto risguarda il 
suo modo di vivere nell'esercizio della sua carica , le vesti ed i fregi 
de'quali adornavasi , la benedizione che soleva da lui darsi al popolo , e 
persino la forma dei funerali soliti a farsi nella sua morte. Sono queste 
le materie trattate nel cap. sesto , col quale ha fine il primo libro del- 
l'opera che andiamo esaminando , siccome colla introduzione dell'ele- 
mento monarchico nella veneta Repubblica , ha giustamente fine la pri- 
ma epoca dell' istoria di essa. 

La più importante tra le azioni di Paoluccio , oltre al sapere , com'egli 
fé', destreggiarsi tra la potenza dei Greci che punir volevano la ribellione 
dei Ravennati , e quella di Liutprando restauratore della monarchia lon- 
gobarda , fu certamente il trattato da lui conchiuso con esso re ; trattato 
cb& quantunque ristretto a sole concessioni di legnicidìo e di pascolo di 
bestiami , dimostra nondimeno la non ignobile estensione e l'autonomia 
delia Republ^ca. Della sincerità di questo documento dubitò già il tede- 
sco autore della Storia degli Stati Italiani ; a torto però , com'altrì vor- 
rebbe, poich'esso trovasi rammentato in altro atto simile, stipulatosi con 
Federigo Barbarossa nel 44*77. E qui ci accade considerare , come l' isto- 
ria di Venezia non potrà mai pianamente né credibilmente scriversi , e 
né anco rettamente giudicarsi , fintantoché non si producano a luce e in 
un sol corpo si riuniscano i documenti tuttora superstiti che la riguar- 
dano (4) ; giacché non tutti i già conosciuti per istaccate e saltuarie cita- 
zioni vennero sino a qui pubblicati; né gli stampati qua o là furono con 
sufficiente critica cerniti o discussi: talché tu cerchi Invano o trovi sol- 
tanto con fatica estrema di che rinfiancare o chiarire le incerte e con- 
fase testimonianze dei cronisti ; dei quali nessuno , come universalmente 
deplorasi , visse contempc^aneo ai fatti anteriormente al seo<^o decimo. 
Né tutte vennero sino a qui esplorate le sorgenti da cui siffatte memorie 
autentidìe potrebbero attingersi ; e non é in verun modo credibile che 
assaissime tuttora tìgr si nascondano negli archivi stessi . di Venezia , di 

(4) Abbiamo indizio che a questo attendano presentemente i sigg. Thomas e 
Tafel, proponentisi'di pubblicare una raccolta simile col titola di Fontes rerum 
vmekarum. Noi facciamo fin d'ora plauso alla loro impresa , confortandoli a vo- 
lerai così rendere benemeriti quant'altri mal , non delia veneziana soltanto « ma 
della generale istoria di nostra nazione. 



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466 RASSEGNA DI LIBRI 

cui decantasi la prodigiosa ricchezza , ed oggi anche in quelli dì Vienna ; 
com'è tra i dotti fondata opinione, che altre non poche abbiano, chi a ciò 
volga Tanimo, da rinvenirsi in altri luoghi d'Italia, anzi d'Europa. Di 
che possono esserci come caparra i monumenti novelli prodotti o citati 
nell'opera stessa del sig. Romanin , e quelli altresì che per diligenza dì 
veneti e di venetofìli vennero pubblicati nella prima serie dell'Archivio 
Storico Italiano. È questo il lavoro che ad ogni altro dovrebbe prece- 
dere ; è questo il benefizio che soprattutto aspettano dagli eruditi vene- 
ziani gli studiosi di codesta istoria, princìpalissima tra le istorie per dir 
così regionarie della terra nostra : quello, diciamo, di un unico e copioso 
codice diplomatico di quell'istoria medesima, compilato de^ atti già editi 
ma sin qui troppo sparpagliati , e degl' inediti noti solo per Daima per 
frantumi di citazioni ; con tutti gh altri die un ben diretto amore di 
patria condurrà senza meno a discoprire. Senza di che, per quanto 
ostiche e rincrescevoli debbano a noi sembrare le sentenze del Leo e 
d'altri critici sulla poco credibilità dei racconti invalsi, in ispecie riguardo 
ai primi secoli della veneta Repubblica , saranno esse non che scusabili, 
ma giuste eziandìo. Ma tornando a quel primo doge , dal quale ci avea 
dilungati questa forse necessaria digressione , s'eg^ cadde vittima dei 
tumulti eccitati dalle « famiglie più cospicue, che non sapeano sì di 
a leggieri piegarsi alla sommissione », ciò sta a confermare notalnlmente 
quello che l'autore già prima avea detto (p. 70, no. 2) intomo alla supposta 
felicità di que'tempi : « Parlare d'un governo patriarcale e d'un vivere 
a innocente e beato in una società non primitiva , ma trasportata , dirò 
« così , dal di fuori , e che conosceva tutti i raffina^nenti , i bisogni e le 
a corruttele della civiltà romana , è fare un idillio , non una storia ». 
Al che, quanto a'giomi di Paoluccio, potrebbe aggiungersi la già inne- 
stata barbarie dei nordici; innesto del quale, a parer nostro, si sent(»io 
anc'oggi in più d'un luogo gli effetti. 

Marcello Tegaliano tenne per nove anni il dogado, senz'altro brighe 
che quelle che gli furon date dal patriarca Sereno di Aquileja , incoraggiato 
dai Longob ardi ad invadere il territorio e le giurisdizioni della gradense 
diocesi. Al successore Orso toccò di far fronte alla gravissima tempesta 
suscitata dall'editto assai celebre di Leone l'iconoclasta, che fu rovina 
quasi che estrema del dominio dei Greci in Italia, siccome ancora il prin- 
cipio della potenza ecclesiastica : nella qual confusione degli animi e deUe 
coscienze, essendosi persino gli stessi Longobardi ariani dichiarati a prò 
dei pontefice, non fu altrimenti possibile al doge di mantenere la sua 
neutralità ; onde, per fini politici, come quelli dal loro canto avean £aitto, 
abbracciò la parte imperiale. Ma non fra le guerre , o nel racquisto di 
Ravenna invano difesa dal 4uca di Vicenza, trovò egli la morte ; bensì 
nelle battaglie combattute nel suo proprio dominio tra gli abitanti 
d'Equilio e di Eraclea : e colla morte, anche una disapprovazione mxAio 



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RASSEGNA DI LIBRI 467 

solenne de*suoi portamenti , stantechè non si volle dopo di lui conferita 
a verun altro la ducale dignità ( cap. secondo del Jib. II ). Crediamo in 
ciò al Caitto, molto per sé eloquente ; non alle parole, troppo rettorìche e 
destituite d'appoggio , di Bernardo Criustinìani, che qui all'Autore piacque 
di allegare. Ma nemmeno il magistrato al tutto soldatesco del maestro dei 
mìliti y o generalissimo degli armati, potè tranquillare quella ancora fero- 
ce popolazione ; perché dopo cinque anni, e cinque elezioni di tal sorta, 
l'ultimo di essi eletti, Giovanni Fabriciaco, fu a forza deposto ed accecato. 
Congettura il sig. Ronìanin, che la nomina del nuovo doge Deodato non 
avesse luogo senza novelle guarentigie per la libertà dei cittadini : del 
che, però, confessa non esserci pervenuta memoria. A noi pure ciò sembra 
molto verisimile ; ma tanto più avremo a dolerci per quella scarsezza di 
documenti che poco innanzi deploravamo. E perchè nostro assunto non è 
di raccontare, come che siasi, la storia di Venezia, ma solo di profilare i 
contorni della narrazione che ne abbiamo tra mani ; perciò loderemo la 
breve pittura che qui l'autore frammette dei casi per verità gravissimi dì 
Francia e d'Italia , per cui la prima fu salva dall'invasione dei Maometta- 
ni, e l'altra mutò gl'indìrozzati e tra sé discordi Longobardi in nuovi e più 
formidabili invasori. Ciò eraglì necessario per condursi a dire di Ravenna, 
che riguadagnata poco innanzi dall'armi venete al greco imperio, veniva 
adesso conservata al papa per lo spionaggio esercitato da taluni Veneziani 
in Levante : sicché^ tra per questo e per la federazione stretta di poi 
dalla Repubblica ( nel 768 ) col ravennate arcivescovo , ognuno crederà 
di leggieri quello che il nostro istorico ne inferisce , che il decadimento 
di Ravenna tornò a vantaggio dì Venezia. Frattanto la ducal sede era 
stata occupata da un usurpatore ( Galla Gaulo ) ; e il successóre di co- 
stui , benché regolarmente eletto , e nonostante l'aggiunta fattagli di due 
tribuni che ne moderassero il potere , e però^ anche i perìcoli, fini sban- 
dito dall'isola in allora capitale, e pnvato degli occhi. Intorno a che 
FÀutore toma lodevolmente a fare le seguenti considerazioni, che servir 
potranno altresì come saggio dello stile più generalmente adoperato nel 
suo libro : a E questa invero un'epoca assai dolorosa della stona vene- 
ti zìana per le tante discordie e guerre civili che tennero agitatissime le 
e isole , e delle quaU non pertanto assai scarse ed oscure notizie ci sono 
• pervenute. Solo il tempo , il convivere , i reciproci bisogni potevano 
« commescere quei diversi elementi , e formare un solo popolo , uno 
e stato forte e ben compatto. Ma codeste agitazioni appunto presentano 
e il vero della stona : esse ci mostrano quegli abitanti non già viventi in 
e un'arcadica beatitudine e con patriarcali virtù , ma quali dovevano 
« essere per la ragione naturale delle cose : vi erano tra loro gli ambi- 
« zi06i , gli orgogliosi , i violenti ; un'iòola vantava più antichità, un'altra 
« più nobili e ricche famiglie ; vi erano partiti diversamente interessati 
« agli avvenimenti d'half^ , ai quali le Isole e per la postura e pei com- 



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168 RASSEGNA DI LIBRI 

« mereiai! rapporti non potevano rimanere estranjBe : e da tutto questo 
« veniva quella vita tumultuosa e di violenze che Siam venuti fia qui 
« designando ». ^ 

Lodasi la prudenza del settimo doge Maurizio Galbsjo (cap. terzo) nd 
saper comporre le vecchie inimicizie tra Eracleani e Gesolani , come 
altresì nel « promuovere la prosperità delle isole colla pace , col com- 
« mercio e coll'industria ». E qui l'ordine de' tempi conduceva a raccon- 
tare ì rivolgimenti d' Italia per la venuta di Carlo , poi Carlomagno , in 
Lombardia , la distruzione del regno dei Longobardi , e il rinnovamento 
dell' impero occidentale : nel che noi non seguiteremo l'Autore , trattan- 
dosi di vicende ad ogni italica istoria comuni. In quanto ai Veneziani , 
la loro politica fu in mezzo a que'casì tergiversatrice , forse inclinante 
alla parte de' più forti , cioè a quella dei Franchi e del papa ^ e sempre 
facendo suo primo intento il libero i^ivio e il più vantaggioso smercio 
delle proprie mercatanzie. E però hei\e argomenta il signor Romanin , 
che sendo essi quasi per natura e pei* antico costume affezionati de'Gre- 
ci , non potessero entrar mai molto innanzi nelle grazie di Carlo , né 
della Chiesa medesima pel vietato tra£Sco che da loro esercitavasi degji 
schiavi. Ma questa novella divisione della maestà imperiale tra potentati 
orientali ed occidentali , doveva ancora in Venezia for nascere il morbo 
dèlie polìtiche fazioni ; e questo morbo fu di tale e intensità e durata , 
che occasionò molte morti ed esilii di nobilissimi personaggi, e bastò 
per più di trent'anni. Aveva il doge Maurizio , come assai vecchio , asso^ 
ciato a sé nelVulBcio il suo figliuolo Giovanni , secondo una perniciosa 
consuetudine della corte bizantina , che in una repubblica riuscir do- 
veva ben maggiormente perniciosa. Costui , a parte greca più che in- 
clinato y gli fu come inevitabile successore nel 787 , mentre in Grado 
sedea patriarca un altro Giovanni , amico dei Franchi dichiaratissimo. 
Non sono fuorché scarsamente note le circostanze che condussero alla 
violenza e al misfatto , di che tutti allora provarono orrore ( indizio di 
privata anziché di pubblica vendetta ) ; cioè , che avendo il doge ordi- 
nato una guerresca spedizione contro il preiato, questi nel combatti- 
mento rimase ferito e prigione, e fu quindi precipitato « da un'altissima 
torre del suo palazzo ». U patriarca novello non poteva alcerto dimen- 
ticare una tanta ingiuria ; ma vollero i destini che a tal grado venisse 
assunto un uomo , quanto implacabile , altrettanto astuto e dissimula- 
tore. I nomi di Fortunato , di Obelerio e di Beato , suonano per la 
repubblica veneta non che civile discordia , ma un gravissimo e conti- 
nuato pericolo di cadere sotto la servitù dei Franchi. Se ciò non ac- 
cadde , è lecito inferirne come , non ostante la corruzione del clero e 
degli aristocrati , trovasse quel popolo nell'amor della patria e della li- 
bertà la forza che eragli necessaria a mantenere illesa la sua indipen- 
denza. Il momento di vendicare l'ucciso patriarca , o piuttosto il capo 



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RASSEGNA DI LIBRI 469 

di parte , non era certamente qaeUo in cui le città venete erano state 
comprese, siccome stato minore ed amico, in un trattato oonchiuso 
tra i due imperatori Cario e Niceforo ; e' forse anche troppo dovè affret- 
tarsi r infignevole Fortunato , stanteché la congiura ordita da lui con- 
tro i dogi (Giovanni anzidetto e il suo figlio Maurizio) fu discoperta, 
ed egli costretto a ricoverarsi co'suoi complici in Treviso. Ma essendosi 
poi di là recato in Francia , tanto seppe maneggiarsi con Carlo , e i 
suoi compagni tanto adoperarsi dalla terraferma coi loro partigiani , 
che i dogi stessi furono alla perfine costretti alla fuga. Ed ecco salire al 
primo fastigio della Repubblica quell' Obelerio, prima tribuno di Maia- 
mocco, che stato era principalissimo di tale congiura; e seco trarvi anche 
il suo fratello Beato : menò tuttavia per allora malefici dell' irrequieto pa- 
triarca , cui non osarono di richiamare alla sua sede ; benefici in que- 
sto , di avere con vigorosi espedienti posto fine alia lunga contesa tra lo- 
• solo ed Eraclea, allora dilatatasi tra quelli d'Equilio e del Pinete ; onde 
nacque Vabbandono di taluni fra que' luoghi , e Taccrescimento di Mala- 
moooo. Accenniamo a codesti fatti secondo l'ordine adottato dai medesimo 
Autore , il quale seguita sensatamente le tracce del Dandolo , senza ba- 
dare alle replicazioni ed agli spostamenti tra cui trovasi avviluppato chi 
voglia in ciò tener d'occhio in ispede la Cronaca Altinate. 

Ma non andò guari che ancora codesti dogi veduti furono nella reggia 
dell'occidentale monarca (cap. quarto) , comperavi innanzi stato quel Mau- 
rizio, che fu l'uno dei loro sbanditi antecessori. Crede il sig. Romanin , 
esser questo il tempo in cui coloro che parteggiavano pei Franchi otte- 
nessero nelle isole una decisa preponderanza : e noi pure ciò crediamo ri- 
spetto ai potenti cittadini, ma non già rispetto alle classi inferiori, e a quel 
che oggi dicesi la massa del popolo. Se ciò fòsse stato, come avrebbe potu- 
to la Venezia preservarsi, in ispede quando Pipino (secondochè vedremo 
tra poco) ne tentò con l'armi la conquista? Il cronografo Eginardo afferma 
espressamente , che Obelerio e Beato fecero verso Carlo « atto di sommis- 
c fione, e acconsentirono a ricevere il ducato, come allora costumavasi, 
« quale investitura imperiale » : ma vegliavano intanto nella stessa Ve- 
nezia i custodi gelosi dell'antica autonomia , dai quali mandavansi notizie 
delle ordite trame a Costantinopoli ; né tardava a giungere di colà buo(i 
numero di navigli per sottomettere la ribelle Dalmazia , e crescer animo 
agli abitatori stessi delle Lagune. ADora i due dogi si furono talmente mu- 
tati di aflètto , che l'uno ottenne dall' imperiai logoteta il titolo di spata- 
rio , l'altro in Bisanzio stessa quello d' ipato ; e i franchi delusi nella loro 
espettazione, si apparecchiarono a domare colla forza un popolo che la 
viltà de'suoi capi non era bastata a corrompere. Sopiiglia , piuttosto che 
a storia , a romanzo il racconto che ordinariamente si fa dell'assalto dato 
da Pipino alle città venete, dell'assedio lungamente durato delle più forti 
tra esse ; né poco è qui da commendarsi il nostro Autore per averlo spo- 

Akch.St.It., Nuova Serie. ti 



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470 RASSEGNA DI LIBRI 

giiaio di tutte le non verisimili circostanze , riducendolo soUmente a ciò 
che di più probabile può raccogliersi paragonando le cronache veneziane 
con le francesi, e ricorrendo aDe fonti greche, le quali erano state finora 
un po' troppo trascurate : onde a noi parve di ravvisare in queste pagine 
uno dei più succosi e meglio descritti brani di questo libro secondo. U 
quale si compie colla cacciata del versipelle Obelerio , e col finale stabili- 
mento della sede governativa in Rialto , antico nudeo e ancheggi visibile, 
intorno a cui venne poscia a formarsi la città di Venezia. 

Chiamossi Agnello Partecipazio (Lib. Ili, cap. primo) il nuovo principe, 
chiamato a sanar le piaghe inferite alla vergine Repubblica dall'ambizione 
dei Franchi. Egli diede le [hù acconce disposizioni al ripopolamento di 
Chioggia, di Brondolo, di Pelestrina e d'Albiola; e volle altresì che fosse ri- 
fabbricata Eraclea , la quale da indi in poi prese il nome di Gittanova. In 
quanto alle relazìoiìi cogli esterni potentati , fu buona ventura pei Veneti 
il nuovo accordò allora seguito fra i rivali imperatori Carlo e Michele , e 
confermato poi con Leone ; laonde il Francese , secondo una frase del 
Dandolo che volentieri vedremmo autenticata o chiarita da qualche docu- 
mento , novam Venetiam a se abdicavit, Contuttociò , non alla Francia né 
ad altro luogo illustrato dalle vittorie del Magno Carlo , ma solo alla ricca 
e oziosa e lussureggiante Costantinopoli erano volte le simpatie degli iso- 
lani e del loro doge medesimo, che si mostrò sempre d'animo non diverso 
da quello dell'affidatagli popolazione. Né sofferto avrebbe la vergogna jdi 
vedere un suo figliuolo farsi raccomandato de'Francbi, senza la sua co^ 
pevole debolezza verso costui e verso il suo maggiore fratello , chiamati 
Tun dopo Taltro a sedere compagni nel dogado , col discaooiamento del 
primo eletto a fine di far hiogo al secondo. Questa vigliaccheria di un 
figliuolo dì doge e stato doge egli stesso , di aver cioè ricorso a coloro 
che fatto avevano alla sua patria una guerra mortale , ridesiar doveva il 
torbido genio e le malvage speranze del patriarca Fortunato : ma queste 
andarono deluse per la vigilanza de'due dogi , che avendo scoperte le sue 
macchinazioni , il deposero , a nuova fuga il costrìnsero ed a morirsi in 
esilio. Non parleremo dei doni quasiché innumerevoli quanto inapprezza- 
bili da costui fatti alle chiese , ai monasteri , né d'sdtre sue stupende 
magnificenze : perchè male a Dio serve , male adorna il natio paese colui 
che ne medita in cuore la servitù. Né ci fermeremo a dire delle pie fon- 
dazioni degli stessi dogi , a taluna delle quali contrìbul lo stesso impera- 
tore bizantino; essendo queste azioni in allora comuni a tutti i popoli, e 
quanto ai Veneziani , da studiarsi solo particolarmente per ciò che spetta 
alle Arti. D'imprese militari compite sotto il governo dei sopraddetti , due 
sole se ne rammentjano , quando cioè i nostrì si fecero ausiliarii de'Greci 
nel difendere la Sicilia dagl'invadenti Saraceni : imprese però che, come 
dice laconicamente l'ottimo dei cronisti , fiii^no « senza trionfo ». Restò 
solo e già vecchio al reggimento dello stato Giustiniano Partecipazio 



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RASSEGNA DI LIBRI 471 

nell'Sf 7 , circa il qual tempo ebbe luogo la famigerata traslazione del 
corpo dell'evangelista San Marco dall' Egitto in Venezia : su di che l'au- 
tore non trovò narrazione o &vola migliore da regalarci di quella gi^ da 
tutti ripetuta ; ma fu invece diligentissimo nell'additarci il luogo ove fu 
eretta la prima chiesa dedicata a quel Santo. A Giustiniano succedette il 
suo fratello e già competitore Giovanni , che sino all'ultimo de'suoi giorni 
fu bersaglio dell'avversa fortuna , ma nondimeno die prova di risolutezza 
e coraggio contro Tancor vivente Obelerio , il quale tentava di sottrarre 
alla Repubblica', in prò delFambizione sua propria, i luoghi di Vigilia, 
di Malamocco e di Pelestrina. « Il doge si recò tosto coH'armata a stringer 
a Vigilia d'assedio, ma i Malamocchini che l'accompagnavano, ad un tratto 
« tumultuando, si sottomisero ad Obelerio. Allora Giovanni , a dare terri- 
« bile esempio , si volse prontamente a Malamocco , portandovi la strage 
« e gl'incendii ; poi tornato a Vigilia, pervenne ad impadronirsene; e preso 
a lo stesso Obelerio', lo fece decapitare e piantarne la testa sul margine 
e di Campalto, vidDo a Mestre, sul territorio appartenente a Lotario, 
« che avea forse favorito il tentativo » (pag. 470). Ma quest'atto di vigorìa 
non potè impedire l'usurpazione di Garoso , tribuno, come sembra, di Ma- 
lamocco ; onde la fuga del doge, che dovè rifuggirsi presso Lodovico di 
Francia : strana cosa, a dir vero, quando non si giustifichi per la poca con- 
eordia die sempre fu tra re Lotario e suo padre imperatore. Poco durò 
l'usurpatore in istato, ma poco eziandio rimase il vero doge nel seggio 
ov'era stato riposto ; perocché sopraffiitto da una congiura orditagli con- 
tro dai Mastalici, e a viva forza tonsurato, fini i suoi giorni in un chiostro. 
È chiaro come gli amici delia famiglia Paftecipazia non s'avessero il 
sopravvento nella nuova elezione, giacché vediamo promuoversi alla 
ducal dignità un Pietro Tradonioo, originario di Pola (cap. secondo). 
Costui , dopo essersi associato il figliuolo Giovanni , si volse a reprimere, 
e non sempre con buon esito , le piraterie de' Croati ; e' strinse col mo- 
narca bizantino un nuovo patto, per quale obbligavasi ad assisterlo con 
sessanta navigli contro i Saraceni di Taranto : impresa che fu , più an- 
cora delle sopra mentovate , d' infelice successo. E qui ci é dato di avvi- 
sare alle vere e proprie relazioni che allora passavano tra la veneta 
Repubblica e il regno d' Italia , leggendo un diploma dato in Pavia , 
Fanno 840 , dal re e associato imperatore Lotario I , a petizione del glo- 
rkmUrifno doge Tradonico ; « documento importantissimo , siccome il più 
« antico , fino a noi pervenuto , della diplomazia veneziana » ; e che il 
nostro isterico ben fece a riferire integralmente nelle pag. 356-61 del suo 
primo volume , dopo averlo difeso dalla taccia che altri avevagli data di 
supposizione. Noi vorremmo qui riportarne il sunto che ne dk l'A. me- 
desimo (pag. 475-76) ; ma per servire alla brevità , ci restringeremo ai 
più notabili corollari! che da una tal carta possono ricavarsi ; cioè : per la 
politica , la compiuta indipendenza della Repubblica da quei regno, e lo 



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472 RASSEGNA DI LIBRI 

Stato di guerra in che quella trovavasi coi vicini Slavi ; pei costumi , 
oltre a quello del fare schiavi i cristiani presi come che sia , anche la 
crudeltà detta insolita del mutilarli , della quale a dii si renda colpevole 
e non vaglia a redimersi , si assegna la pena del taglione ; pel commer- 
cio , tutte quelle facilità e sicurezze che tra ben vicinanti si usano , salvo 
dall'una e dall'altra parte il diritto del ripatico, ossia di esigere il quaran- 
tesimo sul valore di ciascuna merce , ch'è quanto a dire il due e mezzo 
per cento. Ci basti accennare alla discussione che qui pur segue intomo 
al tempo più verisimile di un altro diploma del medesimo Lotario, che il 
Muratori attribuisce all'anno 842. Intanto i Saraceni , mal teniiU a freno 
dai Greci , incoraggiati ancora dalle discordie dei duchi longobardi (la 
conquista ancora del Magno Carlo non fu completa, e quindi pur una fra 
le tante cause della divisione d' Italia), erano dalle Calabrie e dalla Puglia 
penetrati fin nel Quarnero e neir Istria. Né i Veneziani fecero gran prova 
del loro marittimo valore nel volerli respingere; onde ancora gli Slavi 
tornarono ad assaltare i perdenti. Per il che fu d'uopo alla Repubblica 
immaginare e costruire un genere novello di navigli, le galandrìe o 
falandrie , superiori per grandezza ad ogni forma sino allora praticala ; 
col mezzo de'quali le lagune vennero difese e allontanati i nemici. A que- 
sti racconti guerresdii frammettesi quello della venuta, in Venezia di Lo- 
dovico II imperatore , delle sontuose accoglienze fittegli, della maraviglia 
da lui provala per le costruzioni e l'operosità dei Veneziani; sebbene leg- 
gasi nella miglior cronaca (e il sig. Romam'n lo avverte saggiamente) che 
quegli venne soltanto sino a Brondolo, vi stette colla moglie tre giorni, 
tenendovi a battesimo un fanciullo del giovin doge : dopo di che Lodovico 
tornossi in Italia , e i dogi al loro palazzo. Mentreché l' Europa già debole 
per gì' intestini dissidi e pel feudale sminuzzamento , provava il flagello 
degi' idolatri e audacissimi Normanni , né anco Venezia sapeva comporre 
sé stessa a ordinato e tranquillo reggimento ; che anzi ben sei diverse 
famiglie dividevansi in due contrarie &zioni; si combattevano e trucida- 
vano a vicenda ; esiliate tornavano , per la intercessione dei Franchi ; e 
da tali disposizioni , nasceva in fine una congiura contro lo stesso doge, 
per la quale egli era ucciso , lasciato cosi morto sulla pubblica strada , e 
sepolto notte tempo , per mera pietà , dalle monache di San Zaccaria. 
Non ci fermeremo coli' A. a discutere se papa Benedetto IH andasse o non 
andasse a Venezia , né di qual forma o pregio si fosse in allora la xqja o 
berretto ducale , perchè la storia anche senza tali divagamenti può sta- 
re : bensì vorremmo veder comprovato da prove non repugnabill quello 
che dai cronisti raccontasi circa un soccorso che nei giorni del Trado- 
(( nico i Veneziani prestato avrebbero ai Veronesi contro gli abitatori del 
« Lago di Garda » ; perciocché un tal fatto ci scoprirebbe come la libera 
azione dei nostri comuni sia più antica di quello che ordinariamente si 
crede : ond'esso è da molti negato , e il sig. Romanin , che mostra di 



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RASSEGNA DI LIBRI 473 

aggiustarvi fede , ne immaginò la seguente ingegnosa spiegazione : « Ad 
r< ogni modo, è da ritenere che tale assistenza nulla avesse di ostile 
a contro r imperatore, col quale vigeva il trattato conchiuso neU'845 ». 
La guerra mossa popolarmente e le punizioni inflitte agli uccisori del 
Tradonioo , danno abbastanza a conoscere ch'egli non era odioso all'uni- 
versale , come da tahmifu scritto : contuttociò veggiamo gli animi ricon- 
dursi , nell'elezione novella , alla sopreminente famiglia dei Partecrpazii , 
dalla quale un Orso fu preso a doge nell'S64 (cap. terzo). Combattè costui, 
con migliori successi , contro gli Slavi e contro i Saraceni , allora padroni 
di Bari , e che osarono spingersi coi loro navigli per insino a Grado; ma 
furono ributtati e messi in fuga da Giovanni figliuolo di esso principe , 
che meritò per questo dì essere dal padre associato al governo. Dissipò il 
doge Orso grandissima parte del suo tempo e delle sue forze , volendo 
spuntare la renitenza di due gradensi patriarchi al consacrar vescovo di 
Torcello un sacerdote patrizio , giudicato da tutti immeritevole ; ma sem- 
bra che l'operosità sua a molte cose bastasse, poiché il vediamo combat- 
tere con trenta navi personalmente e trionfare degli Slavi , convocare un 
sinodo per novamente reprimere il traffico degli schiavi , rifornire di abi- 
tatori r isola di Dorsoduro , ridurre senza guerra a tranquillità il patriar- 
ca d'Aquileja, adagiare tutti quanti i suoi figli , dell'un sesso e dell'altro, 
in onorata e felicissima condizione. Tra i quali, il già poUega, che gli suc- 
cesse , fa ancora il primo (se non andiamo errati) che pensasse a invader 
parte degli altrui possessi nella prossima terra-ferma ; ma nbn si apprese 
per tale effetto alla via delle armi, si a quella delle indirette negozia- 
zioni, facendo chiedere al pontefice il governo di Gomaechio pel suo 
fratello Badoario. Aveva quella città , protetta dall' imperatore , suscitato 
la gelosia dei Veneziani , che intendevano a sottometterla ; e trovavasi 
a qne'giorni infeudata dal secondo Lodovico ad un marchese Otto d'Este, 
che vi teneva come vicario un suo fidinolo. La pretensione del doge 
parve agli Estensi cotanto insolente, che fecero assalire e prendere, nel 
suo viaggio verso Roma , lo stesso Badoario , il quale nell'assalto restò 
malconcio , e mori poi delle ferite. Per la vendetta de' Veneti, Gomaechio 
ne andò a ferro ed a fuoco ; ma i vantaggi con ciò da essi ottenuti, non 
presero qualità di conquista. Regnava allora sull'occidente Garlo sopran- 
nominato il Grosso , del quale è notissima l'oscitanza e la debolezza; onde 
non vediamo farsi da lui risentimento alcuno d'atto si temerario , ma 
invece stringere colla Repubblica trattati novelli , in cui l'autorità impe- 
riale costitnivasi quasi mallevadrìce della potestà e della vita stessa del 
dege. IP Partecipazio, dopo avere assunto al dogado quasi tutti i suoi fra- 
telli, deponevaio, per infermità , spontaneamente ; ed eragli dato a suc- 
cessore Pietro I di 6asa Candiano, il quale non visse in quello per cinque 
mesi 9 se non per morire da valoroso in una infelice spedizione contro i 
pirati di Narento (cap. quarto). Cosi la potestà suprema venne ad essere 
depositata nelle mani di Pietro Tribuno. 



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474 RASSEGNA DI LIBRI 

Grandi erano frattanto i seguiti rivolgimenti , o da dover segoire di 
necessità, nelF imperiale monarchia ; tali per ogni rispetto , che se V Italia 
stata fosse disposta ad accoglierli prudentemente e fortemente secondarli, 
potuto avrebbe senz'alcun dubbio acquistarne queli*unità che sopra ogni 
cosa erale necessaria, ed una durevole indipendenza. Ma la storia d' Italia 
d'un giorno è pure l' istoria di tutt'i secoli sin qui decorsi dacché la sua 
compagine esiste solo fisicamente ) dacché i nativi di essa, distratti e divisi 
tra due lontani imperi e a lei del pari nemici, tra la chiesa ed i governatori 
o signori delle sue varie provincie, tra le libidini della libertà e gii affetti 
del municipio , impararono a sconoscere ohe solo un regime , solo un in- 
tento e un amore, sola una sorte in somma, buona o rea, conferir possono 
alla conservazione e alla potenza di un popolo parlante una stessa lingua ed 
abitante una terra medesima. Invano, adunque, Carlo veniva sbalzato dal 
trono ; invano prendeva in mano le redini della Penisola un marchese del 
Friuli, combattuto ed anche sconfitto da un duca di Spoleto ; invauo V im- 
periai corona venia più volte a posarsi sopra teste almen franco-italiche , 
che dopo appena otto anni tornava di nuovo a cinger le tempie d^ bar- 
baro Arnolfo. Invece dell'emancipazione e della gloria sperata , toccarono 
air Italia le calamità e la vergogna di una nvasione novella e di una rotta 
sanguinosissima da parte degli Ungheri (ann. 900) , provoqata dall' impru- 
denza di re Berengario , e dalle discordie che regnavano tra le sue schie- 
re. E qui la potenza veneta die il primo saggio di ciò che in appresso , e 
molte volte, avrebbe poi potuto operare a difesa d'Italia contro g^i stranieri 
die venivano del Levante ; poiché avendo resistito (crediamo in questo ai 
veneto Giovanni Diacono , che volgarmente é detto Sagomino , e noi di- 
cemmo più volte il più autorevole dei veneti cronisti) per un intero 
anno alle scorrerie, ai sacche^, agli incendi di quella gente ferocissima, 
li sconfisse pienamente e mise per sempre in volta per entro ai porto di 
Albiola. Fors' é una frangia e un parergp dei narratori panegiristi quel 
dire, che Berengario scrivesse al doge congratulandosi delUottenuto trion- 
fo , chiamandolo « conservatore della puU>lica libertà ed espulsore dei 
e barbari » ,, e che Leone imperatore gli conferisse per ciò il titolo di fHro- 
tospatario : ma il fatto é per sé meritevole di molta attenzione , e sta vali- 
damente a mostrar vero l'asserto del Diacono prelodato, che Pietro Tribu- 
no fu non ucciso dal popolo, ma pianto nella sua morte da tutto il popolo. 
Qui l'Autore tramette una critica discussione sopra un ducal diploma o 
privilegio conceduto ai Chioggiotti , segnato dell'anno ottavo dell' impera- 
tore Costantino (Porfirogenito) e dal nome di un Domenico Tribuno, che 
tra i dogi mai non venne annoverato. Noi noi seguiteremo in questo non 
breve episodio e che non poco rallenta il corso della narrazione : ma già 
la storia dei vecchi secoli delia veneta Repubblica non può scriversi in 
altro modo che criticamente; ed é questo l'ostacolo per ora insormontabile 
a chi intendesse di ferne un rapido, non interrotto e sempre attrattivo 
racconto. Gioverebbe contuttociò .saper costringere in note e in appendici 



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RASSEGNA DI LIBRI 475 

le dispate intorno a (aiti non capitali, né troppo fecondi di conseguenze. 
Saluteremo anche appena cortesemente queir Orso Partecipazio II, che 
cinse il ducal berretto nel ^2 , e fu pacifico , limosiniero , prudente a 
reggersi di fronte ai re Borgognoni e Provenzali >che allora signoreg- 
giarono la patria nostra , die forse principio o incremento ad una pro- 
pria zecca yeneziana, e pose termine al suo governo con una spontanea 
abdicazicme. Più segnalato sembra essere stato quello del successore Pie- 
tro Gandiano II , per Talleanza contratta con gì' Istriani al dispetto di 
quel marchese che ayoTali in guardia pel re Ugo di Provenza , « che sen- 
z'altr'armi che quelle del blocco, o de' vietati e impediti commerci, fu 
bentosto ridotto alla pece; inoltre, per la guerra, comecché ingenerosa, 
novellamente portata a Gomacchio. Il sig. Romanin non omette di ricor- 
dare a questo luogo, come avea fatto anche altrove, i disordini e i mali 
gravissima che ì' Italia, anzi gran parte dell' Europa ebbero in quei tempi 
a sopportare ; né dimentica i nomi delle tre regali prostitute, Ermengar- 
da, Teodora e Marocia, che tanto uocquero non che alla riverenza del 
trono , ma persino a quella della religione. E in verità , fu si grande il 
morale decadimento , tale l' ignavia, la confiisione , l'obblio di ogni au- 
torità , diritto ed obbligazione , da rendere in alcuna guisa giustificato 
quel concetto d' ignoranza profondissima e di tante altre vergog;ne e scia- 
gure , col quale comunemente accompagnasi la memoria del seodko de- 
cimo. Mentre, adunque , re Ugo tiranneggiava e scandalizzava la su- 
periore e la media Italia , al sopraddetto doge veniva surrogato Pietro 
Partecipazio, che dopo soli tre anni cedeva il luogo a Pietro Gandiano III. 
Coincide un tal dogado , né sotto certi rispetti fu men di quello ii>- 
felice, col regno del secondo Berengario, segreto istigatore, come sem- 
bra , delle veneziane discordie. L' impresa guerresca che il primo so- 
gnala , sarebbe l'aver di nuovo ridotti i Narentini a tranquillità inofien- 
siva verso le Isole : dove con ragione querelasi il sig. Romanin di non 
saper riconoscere se sia questa la vittoria, di cui parla il cronista Mar- 
co , ottenuta contro il pirata Gajolo , e se a questi tempi debba o possa 
riferirsi il famoso rapimento delle spose veneziane ; onde la festa tradi- 
zionale, e durata sino al 4379 , la quale fu detta delle Marie, Passandoci 
di siffatte erudìzioni , non senza far notare la comfMacenza talvolta sover- 
chia dei veneti istoriografi nel parlarci delle loro feste e de' loro spetta- 
facoli ; né facendo, per brevità, riflessioni sulla fatai bellezza di Adelaide 
che allettò a venire in Italia il primo Ottone di Germania; ci arresteremo 
sul nuovo scisma politico suscitato in Venezia da un altro Pietro Gan- 
diano, figliuolo e collega dello stesso doge , ma troppo da lui diverso , 
non che per le altre qualità , per quelle in ispecie del cuore. Quivi al- 
lora si videro cose , come l'Autore scrive, e senza esempio ». Un figlio 
snaturato e violento , ordir congiura contro del padre, combattere ar- 
mata mano contro i fedeh di lui ; e vinto, e salvato da morte alle pr^ 



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476 RASSEGNA DI LIBRI 

ghiere del padre medesimo, andarne condannato in esilio. Il popolp allo- 
ra, presieduto e consigliato dal clero, pronunziar giuramento strenne, che 
mai, né vivo né morto il buon vecchio , accetterebbero quel fellone per 
doge. Costui condursi a re Guido, figliuolo non men tristo del pessimo 
Berengario , e ottenere da esso navigli^ coi quali mettesi a corseggiare 
contro la patria : e il misero doge , aggiungendosi questff ad altre pubbliche 
calamite^, morirne di dolore. Novamente i Veneti assembratisi, e dimen- 
tichi, con maraviglia di tutte le generazioni, del testé fatto giuramento, 
assumersi a guidatore e soprapporsi quell'uomo stesso che avea pocanzi 
minacciato del capo, e maledetto ed espulso. Aggiungono al pernicioso 
errore le pompe, quasi a velarne la bruttezza ; e il doge novello, Pietro 
Gandiano lY, non manca di coprire i suoi vizii colla ipocrisia. Un sinodo 
dà lui fatto radunare in San Marco, proibisce di nuovo il traffico degli 
schiavi; ambasciatori spediti a Roma rassodano vie più i diritti della 
chiesa di Grado ; il commercio stesso coi Saraceni viene ristretto a quelle 
sole materie che ai Cristiani recar potessero minor danno : ma in pari 
tempo , la costui moglie veniva rejetta , e ascritta per forza tra mona- 
che, come un loro figliuolo tra preti ; era messa a parte del suo letto una 
sorella del marchese di Toscana, ricca di danari e di terre sul continente; 
il fausto regio , le guerre per interesse non comune ma privato, gli armati 
stranieri, attristavano e indispettivano i sospettosi e semplici repubbli- 
cani. Ai quali furono tuttavia per anni di freno le straniere guardie di 
che il despota tenevasi stipato nel suo palazzo; ma Tira della moltitudine 
non potendo più contenersi, questo venne assalito, e com'erano la dilesa 
gagliarda, una voce gridò al fuocoy e venne tosto obbedita. Convien dire 
che rempietà del Gandiano fosse veramente giunta all'estremo , se un 
santo (come credesi comunemente) potè farsi autore d'un si crudele oon^ 
stglio. Arse cosi la ducal sede, divenuta già rócca della tirannide; morì 
trafitto il doge, con un suo lattante pargoletto; perirono soflfooati i suoi sa- 
telliti : ma insieme trecento case, gran numero di fondachi, e la duesa 
stessa di San Marco restaron preda delle fiamme. Dopo un cotal diluvio 
di mali, nulla meglio sarebbesi convenuto al successore che di adoperarsi 
a ripararli colla religione, colla giustizia, colla benignità , e sino con l'ido- 
neità e mitezza delle imposte. Né mancò l'uomo abile a tal fatta di cose , 
essendo stato promosso al governo quel Pietro Orseolo che sopra dice- 
vamo , primo di tal nome , e che fu dopo morte innalzato* all'onor degli 
altari. Se non che ai Santi non mancò mai la coscienza delle proprie ob- 
bligazioni ; é questa avvertiva V Orseolo, già molto renitente ad accettare 
il malagevole officio, ch'egli non era nato per le gravi cure mondane : 
sicché, dopo soli venticinque mesi , nei quali die opera alla riedificazione 
di San Marco , alla fabbrica di spedali e a più altre sontuose e pie opere, 
con una segretezza ed un modo che alquanto odorano di leggenda, se ne 
fuggi da Rialto per rendersi monaco nell'Aquitania. Governò dopo lui bre- 



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RASSEGNA DI LIBtt 477 

vemente la Repul^lica Vitale Gandiano , fratello dell'uccìso ; quindi Tri- 
buno Memo (an. 979)> congiunto a quelli di aflSnità : sotto il quale , tali 
turbolenze e misfatti ebber luogo , da renderne disonorata , secondo una 
frase notabile dell'ottimo cronicista, XoMrea Venesia, Due potenti fami- 
glie , i Galoprini e i Morosini , vennero fra loro a discordia e a guer- 
ra apertissima , tanto che l'uno insidiava e uccideva l'altro , come in 
Firenze al tempo delle parti, d' infame e lagrimevole memoria. Ne pro- 
cedettero i soliti sbandimenti , le solite arsioni delle case, i soliti ricorsi a 
potentati stranieri ; le seduzioni e le ribellioni de' paesi vicini e dipen- 
denti ; il discredito dell'autorità , il pericolo universale. Che fosse quello 
un periodo di declinazione si per le fòrze e si per la £aima dei Venezia- 
ni, può bene inferirsi dalle superbe parole di un diploma imperiale tede- 
sco , spedito ne' giorni di Vitale Gandiano : « N^e dissensioni insorte tra 
f noi ed i Veneti , noi, mossi dalla divina pietà , e mitigati dalle interces- 
« sìoni della nostra signora.... madre.... e della nostra diletta mog^e...., pla- 
« cati alfine dalle preghiere di quella povera gente, abbiamo accondisceso 
a alla pace e ai trattati » (pag. 258). E Ottone secondo voUe altresì profit- 
tare di quelle deiyorevoli congiunture per muover guerra alle Isole ; e 
ordinato prima contro di esse il blocco , sopraweduto dagli stessi Galo- 
prini , disponeva già le sue navi per assaltarle. « Più grave assai era il 
« perìodo (scrive il sig. Romanin) , che non ai tempi di Pipino e degli 
a Unglberì , poiché Veneziani stessi erano coloro che le operazioni del 
< nemico dirìgevano » : ma nel dicembre del 983 segui la morte di esso 
Ottone , e i Veneziani respirarono, vedendosi Uberati da un si tremendo 
awersarìo. D doge fii debole al segno di perdonare la meritata pena ai 
ribelli Galoprini , ad intercessicme della imperatrice Adelaide, e di con- 
ceder anche loro il ritomo alla patrìa ; onde poi le véndette private 
usurparono il luogo che dovevasi alla pubblica : e se da colpa sifiiatta fu 
cagionata la sua violenta deposizione, la sventura di lui sarà ancora tra' po- 
steri senza compianto. 

Fortunatamente per Venezia, quando un uomo le bisognava capace 
di rìstorame le inteme condizioni e l'esteriore dignità , potè questo tro- 
varsi in Pietro Orseolo li, eletto doge l'anno 994 (Uh. IV, cap. primo). Della 
sua politica destrezza sono prova gli accresciuti privilegi da parte dei 
greci imperatori , gli ottenuti novellamente dalla lontana corte germa- 
nica, i molti trattati coi principi e governatori d'Italia, divenuti pressoché 
indipeidenti, e persino coi Saraceni. Frenò puranche le voglie ambiziose 
ed avare dei vescovi di Belluno, di Treviso e di Geneda. Le molte lacune 
che si spesso interrompono l' istoria di que' secdi, non ci lasciano veder 
chiaro il perché dell'improvvisa tenerezza suscitatasi nel terzo Ottone, 
quand'eri, scendendo in Italia e incontrando fra le gole dell'Alpi i veneti 
ambasciadori, mandò per essi a dire al doge d' inviargli il giovinetto suo 
figlio , del quale bramava di farsi padrino nel sagramento della cresima : 

Arch.St.It.. Niwifa Serie, 2.5 



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178 {USS£GNA DI LIBRI 

ma è facile il coDgetturare , che essendo fin d'allora cominciata in Italia 
l'anarchia dei feudatani , dei conti mitrati e fors'anco quella delie eman- 
cipatesi comunità, sembrasse ai prudenti miglior consiglio lo stringersi 
intorno al trono imperiale ; e che fra t^i disposizioni, paresse ad Ottone 
di gran prò il guadagnarsi Taffetto di un popolo com'era quel di Vene- 
zia , e di un uomo qual già mostrava d'essere TOrseolo. In quanto alla 
quiete domestica , s' immaginò allora di provvedervi mediante un giura- 
mento , fatto rendere nella general concione, di non suscitare tumulti né 
far uso delle armi nel ducale palazzo, né alla presenza del doge. Qui co- 
minciano le militari imprese di questo principe, detto, non forse a torto, 
» grande in pace ed in guerra » (pag. 264) ; alle quali fu motivo e insieme 
oggetto assai legittimo la piratesca audacia dei Narentani. Impariamo 
adesso per la prima volta, che, a liberarsi dalle costoro molestie , erano 
gì' insulari accondiscesi a pagare un annuo tributo ; ma il nobile animo di 
Pietro Orseolo non potendo una tal vergogna sopportare , ne avea sospeso 
gli effetti, e represso le nuove insolenze di quei ladroni con apposita spe- 
dizione , che produsse lo spopolamento e la rovina di Lissa. I Narentani , 
affratellatisi ai Croati , si diedero a sfogare la loro rabbia sulla Dalmazia ; 
e gli abitatori di questa si volsero per soccorso a Venezia, offerendo di co- 
stituirsi raccomandati della medesima. Né Venezia fu lenta ad abbracciare 
una siffatta opportunità ; e nel giorno dell'Ascensione del 988, il doge stes- 
so , dopo molte e pompose cerimonie , veleggiava alla volta di Zara. Quivi 
lo raggiunsero i deputati che venivano a sottomettergli anche le isole di 
Veglia e di Arbe. « Codesta sommissione però (osserva il sig. Romanin), 
<' a quanto sembra e può desumersi dai fatti posteriori, non è a prendersi 
« in un senso assoluto , ma a considerarsi soltanto come un atto per cui 
» quelle popolazioni si mettevano sotto la protezione veneziana , entrando 
« tutt'al più in una condizione di vassallaggio e pagando , come vedremo, 
« un tributo ». Da quelle acque furono spedite dieci navi a combattere 
i Narentani che tornavano dalla Puglia : nel che pure la fortuna fu ai 
Veneti favorevole. Allora anche Spalato fece atto di devozione ; i pirati 
chiesero pace ; ottenutala , infransero i patti , e ne furono puniti colla 
presa di Curzola , infine colla distruzione di Lagosta. I Veneziani « già 
« vi cominciavano orrenda strage, quando, a comando del doge, ristette- 

« ro dal sangue ; ma gli abitanti furono condotti prigionieri » ; né più 

si legge che i « Narentani , almeno con questo nome , recassero molestia 
« alla Repubblica » (pag. 279). L'Orseolo, nel suo trionfale ritomo a Rialto, 
fu salutato e unanimemente acclamato duca di Dalmazia ; la quale con- 
tuttociò prosegui a reggersi co' suoi particolari statuti , e , com'è più ve- 
risimile, anche co'suoi proprii magistrati. 

L'A. si fa qui strada a parlare della celebre festa dell'^^^ensa , fin 
d'allora istituita in Venezia , e nota poi anche col titolo di Sposalizio 
del mare: di che noi ci passeremo, come di cosa in molti altri libri 



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RASSEGNA DI LIBRI 479 

già descritta. Ci arresteremo invece a considerare quel quasi ribolli- 
mento d'amore , che , sul compiersi del millesimo , segui nell'animo del 
terzo Ottone verso!il veneto doge , onde quegli non potè a meno di non 
recarsi alle Isole per conoscervi personalmente cotesto suo carissimo 
compare. Le circostanze di un tal viaggio e della dimora fatta per più 
giomi nella città , con arcano a tutti visibile e da tutti impenetrato , 
parrebbero favolose , se non fossero molto ingenuamente raccontate da 
quel medesimo che fu deputato dal d(^e a ricevere e accompagnare 
r imperatore ; il diacono e cronografo veneto che già più volte ci accadde 
di raensdonare. Soggiungesi, che a memoria e come prò di un tal fatto, 
rOrseolo non altro per sé chiedesse , oltre a un secondo comparatico , se 
non < piena e sicura tutela ai possedimenti delle chiese e de'suoi sud- 
« diti in terraferma »; e che Ottone non altri doni accettasse, fuorché 
una sedia d'avorio , una pccola tazza della stessa materia ed un vaso 
di squisito lavoro; retribuiti dall'una parte, rinnovati dall'altra con due 
imperiali paludamenti di mirabil fattura , e con un trono coperto di ta- 
volette d'avorio scolpite a basso rilievo. Tuttociò per gli esageratori 
dell' ignoranza dell'uman genere nel sempre flagellato secolo di cui co- 
deste memorie non molto , per verità , disonorano la fine. Toccheremo 
soltanto di volò le magnifiche opere che si attribuiscono a questo d(^e ; 
Grado restaurata, con buone difese ; la chiesa di San Marco continuata ; 
il palazzo ducale compiuto , aggiungendovi l'ornamento d'una cappella , 
« ricca di marmi e d'oro, con un organo di lavoro maraviglioso ». Ve- 
nendo ai fini politici di quel viaggio, il signor Romanin inclina a vederli 
nel disegno che l' imperatore andava allora tra sé meditando , « di far 
« risorgere l'impero romano, e di stabilire egli stesso la propria sede 
e in Roma » : il che quando potesse certificarsi , il doge Orseolo, coll'as- 
secondarlo, sarebbe stato il primo inventore e maestro a Dante di 
quella foggia di ghibellinesimo , che il sommo ingegno ebbe poscia in 
sé stesso maturata. Ma dalle consolazioni non sono mai quaggiù troppo 
distanti le angosce. Ottone III mori, com'è fama , immolato da femmi- 
nfle ferocia ; e al doge Pietro , sebbene altre vittorie toccassero avute 
a Rari contro i Saraceni , con onori novelli venutigli dalla corte bizan- 
tina, e con una imperiale fanciulla data a sposa del figliuol suo, era 
tuttavia serbato il dolore di veder desolata la sua città dalla pestilenza 
e dalla feme ; di assistere ai funerali del giovane si nobilmente ammo- 
gliato e della nuora ; e forse più altri che dovea cagionargli la condi- 
zione allora assai confusa e dappertutto tumultuante d' Italia , sempre 
più assai sollecita delle locali libertà , che della comune indipendenza. 
Così , non avendo ancora compiuto il decimo lustro , diedesi a vivere 
nel ducal palagio una vita in tutto monacile ; e mori , senz'avere per ciò 
deposte le cure della cosa pubblica, nel 4008. 

Non breve , ma né glorioso né a gran pezza felice fu il governo del 
«uo già collega e successore Ottone Orseolo (cap. secondo) , che s'ebbe 



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480 RASSEGNA DI LIBRI 

in (>arle dì suo retaggio anche le gelosie , compresse un tempo ed ora 
più scapestrate che mai contro la soperchiante potenza di sua famiglia. 
Invano hi da lui domata V insolenza del yescovo d'Adria , invaaore di 
due veneti territorii; invano furono di nuovo battuti e ricondotti ad 
amicizia i Croati : che i nemici di lui, facendo capo al patriarca Poppone, 
un tedesco male annidato nella sede di Aquileja, e movendogli contro 
le costui armi , occasionarono la fuga imprudente di esso doge , e di 
un fratello di luì che tenea la diocesi di Grado. Le ruberie e gli altri 
misfatti di Poppone apersero gli occhi ai Veneziani , che Ottone richia- 
marono . e guidati da luì racquistarono l'occupata Grado : ma non per- 
ciò si ristavano gì' invidiosi maggiorenti , in ispecie i Gradenigo e i Fla- 
bìanici , per opera dei quali fu alfine il doge manomesso, e mandato a 
confine in Bisanzio. De'casi d' Italia in quegli anni , casi memorandis- 
simi , e forse i maggiori che seguiti fossero dall' 888 o seguissero dappoi 
sino alla lega lombarda ; i più deplorabili ancora per la perduta occa- 
sione di renderci veramente liberi, per la confermata e stolta polìtica 
di separazione e d' isolamento che giunse persino a distruggere ogni sen- 
timento di nazionalità, finché questo non venne a risorgere- nei versi 
dei poeti : di re Ardoino ( che volentieri chiamar vorremmo il Carlo 
Alberto del medio evo ) , del valor suo , delle sue vicende e sventure , 
non sarà qui fatta menzione se non per segnalare ai lettori la nessuna 
partecipanza della veneta Repubbhca a tutte queste italiche commozio- 
ni , e la verisimile indifierenza di essa tra il marchese d' Ivrea e i ma- 
gnati chìamatori di un re straniero; tuttoché l'audacia di Poppone, 
della quale di sopra si é detto, possa ragionevolmente far supporre 
ancora in Venezia una ben dichiarata propensione verso la germa- 
nica signoria. Ma più ancora nefasti che quelli di Ottone, furono gli 
anni di Domenico Centranico, creato doge nel 40S6. Sedente lui, si 
provarono tutt' insieme gli efTetti più consueti delle intestine discordie : 
emanciparsi di città sottoposte ; incursioni di vicini potenti e violenti ; 
la conferma dei privilegii negata dal monarca d'Occidente; le sollecita- 
zioni , e peggio forse , dì quello d'Oriente affinché venisse riposto in 
seggio lo scacciato doge , a lui di parentela conghinto. Non può pertanto 
recar maraviglia se il Centranico ebbe sorte non diversa da chi avevalo 
preceduto, e se tra lui e Domenico Flabianico (eietto nel 4032) si tra- 
mise benanche un usurpatore. Qui vediamo come risveg^arsi o me- 
glio forsi palese la si decantata prudenza dei Veneziani: poiché, dopo 
aver decretato una perpetua incapacità contro la famiglia degU Orseoli 
(divenuta , convìen confessarlo , pericolosa dopo l'esìlio di Ottone) , fu 
altresì vietata per legge ai futuri d(^i ogni assunzione di colleghi , e 
imposto ancora ad essi dì chiamare nelle gravi faccende a consulta 
« i più ragguardevoli ed assennati tra i cittadini » ; nel che il sig. Ro- 
manin scorge il principio di quel Consiglio che fa poi detto dei Pregadi , 
e prese consistenza nel 1%%9. Ma di gravi faccende appunto dì questo 



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RASSEGNA DI LIBRI 484 

doge, quanto almeno all'esterno, nessuna ci è dagli storici tramandata ; 
talché a volerlo come sorprendere in atti , ci é forza cercarlo in mezzo 
a un concilio provinciale di vescovi ^ dove sono sancite diverse reg(rfe 
da osservarsi intomo alla disciplina ed al culto , all'età conveniente per 
la consecrazione dei sacerdoti e dei diaconi , ed al raddrizzamento dei 
trasandati costumi. Vien dopo ai due prenominati un altro Domenico, 
di casa Contarini , che poco anch'egli diede ai cronisti da scrivere. Parrà 
maravig^a a chi la natura di que' tempi non abbia ben conosciuta o com- 
presa, che continuassero tuttavia le molestie di Poppone d'Aguileja contro 
la città di Grado ; che costui resistesse fìnanco alle papaU intimazioni, e 
morisse impenitente ; che da tal gara nascesse la rovina non reparabile 
di Grado stessa, e il tramukamento di quella sede in Rialto. Oltre all'aqui- 
lejese, il doge fe'guerra anche ai Croati, invasori della Dahnazia ; riprese 
loro Zara ; ottenne dal terzo Enrico la conferma dei soliti privilegi, ed ebbe 
dal fiisantino onorificenze di titoli , forse per aver soccorse le provincie 
italiane di quell'imperio contro i Normanni. Ma noi vediamo poi pren- 
dere alcuna attiva parte nelle battaglie contra costoro combattute nella 
bassa Italia e capitanate dallo stesso pontefice. Cosi, né ai progressi di 
questa gente novella che. dovea di tanto modificare le sorti della Penìso- 
la, né a quel fiero dissidio che tanto la sconvolse per le clericali investi- 
ture ( i benefizii ecclesiastici avean preso natura di feudi , e da ciò dovea 
sorgere naturalmente una siffatta questione) , non troviamo che i Vene- 
ziani poco o mfÀìo si risentissero, contenti alia libertà del mercanteg- 
giare e bisognosi , come pur sembra , d' interno riposo. 

Al Contarini successe, nel 1074, Domenico Selve; e il sig. Romanin 
si diffonde a narrarci il modo praticato in codesta elezione , secondo il 
racconto lasciatone da un Domenico Tino contemporaneo , il quale noi 
consigliamo di leggere a chi voglia accertarsi ch'essa non era per anco 
sfuggita dalle mani del popolo. A prò del Selve fu forse trovato in corte 
di Costantinopoli il nome di proiopedro imperiale ; e del lusso della costui 
moglie, discendente d' imperatori, si raccontano cose in ogni tempo inau- 
dite : tra le altre , che facesse ogni di raccogliere le rugiade del cielo per 
lavarsene e , come credea , rimbellirsene il volto. Ma non fii vile cotesto 
doge ; che i Normanni minacciando Spalatro , e avendo cinta d'assedio 
Durazzo, egli vi accorse con un' « armata formidabile », in qualità d'amico 
e di sussidiario del greco imperatore ; e dopo un combattimento , che gli 
storici ci rappresentano come pieno di maestrìa e di valore marittimo, riu- 
sci a penetrare nella città. Ma essendo poi stati vinti in battaglia campale 
gli stessi Greci, e i Veneziani rimasti presso che soli alla difesa di quella 
terra, furono dalle forze ognora crescenti e dall'ostinazione di Roberto Gui- 
scardo costretti a capitolare. A tutti é noto che l'ambizione del Normanno 
venne a quei di fomentata e a dismisura accresciuta pel ricorso che a 
lui fece il settimo Gregorio, costituendolo quasi campione della Chiesa 



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482 RASSEGNA DI LIBRI 

e di sé) nelle implacabili nimicizie esercitate contro Arrigo IV. Quel se- 
vero e gagliardissimo pontefice valevasi pe'suoi fini anche della veneta 
potenza ; ma il sig. Romanin fa osservare come , non contento della 
nuova dotazione ottenuta per la chiesa di Grado y si lamentasse colla Re> 
pubblica per ciò che, ingrata e seguendo le vie del peccato, trattasse 
con gli scomunicati e desse loro ricetto ; onde a mandava il diacono wé- 
« goria- ad eccitare i suoi cittadini alla penitenza, e ad assolvere* gli 
d^t^hbedienti » ( pag. 322 ). Non andò molto che i veneti navigli dove- 
rono di nuovo affrontarsi coi Normanni nelle acque della Grecia ; e 
Tdue primi scontri tanto furono ai primi favorevoli, ch'essi stimarono 
poter rimandare gran parte dei legni leggieri alle native isole : per il 
che i nemici , pronti a cogliere Toccasione , e in ciò ajutati da un Pietro 
Gontarini , transfuga e traditore de' suoi , assalsero i rimanenti , troppo 
pel loro peso difficili al muoversi , e vi fecero strage orrenda d'uomini 
e un numero assai grande di prigionieri. Questa dolorosa sconfitta ca- 
gionò la sforzata abdicazione del Selvo ; il quale se fu forse poco esperto 
della guerra , non sembra che per altro meritato avesse una tale igno- 
minia. A quella sventura diffatti si aggiunsero , a detta dello stesso Dan- 
dolo, le seducenti promesse e i donativi, seminati tra il popolo, di Vitale 
Falìer, che aspirava a succedergli, siccome avvennegli realmente nel 1085. 
Portò costui , per concessione della stessa Bisanzio , il titolo di duca della 
Dalmazia ; noii però quello ancora di Croazia , assunto da lui medesimo 
verso il fine del viver suo. Previo l'allestimento di un'armata novella 
e più numerosa della precedente , ebbe piena vittoria delle navi nor- 
manne tra Gorcira e Butrinto, a ristorando cosi l'onor veneziano in quei 
« medesimi luoghi ov'era stato oscurato «. Nuovi privilegi ed onori ven- 
nero da Gostantinopoli alla Repubblica per un tale benefizio j e persino 
a quelle chiese cattoliche volle mostrarsi munifico l'eterodosso monarca. 
Qui TAutore volge opportunamente uno sguardo alle altre città marit- 
time d'Italia , già prima potenti , o la cui potenza cominciava allora a 
maniCBStarsi : Amalfi, Pisa e Genova; accenna ai primi Statuti pisani 
nel 4075 (4), ai primi Gonsoli genovesi creati nel 4088. Tornando poi a 
Venezia , vi scorge i segni dell'amicizia di Arrigo verso la Repubblica 
nella facile conferma delle antiche imperiali concessioni , e più nel de- 
siderio dato a conoscere di recarsi a visitare quella città. « Erasi ap- 



(1) Vuoisi qui intendere di quelle Consuetudini che i Pisani ebbero intorno 
alle cose marittime , e che taluni pensarono essere state poi trasfuse nel troppo 
famoso Consolato del mare. Quanto agli Statuti propriamente detti della città di 
Pisa , è in oggi da riportarsene a ciò che ne scrive 11 dotto collettore e illustra- 
tore dei medesimi nel proemio al primo volume , che ha per titolo : Statuti 
mediti della città di. Pisa , dal secolo XII al XIV, raccoUi ed iikatrati per cura 
del Prof. F. Bonaini; Firenze, presso Gio. Pietro Viéusseux , 4854. 



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RASSEGNA DI LIBRI 483 

n punto allora (8 ottobre 4094) rinvenuto il deposito del corpo di 
a San Marco » , del quale « dopo l'incendio della chiesa nella rivolta pò- 
et polare contro Pietro Candiano IV, erasi smarrita ogni traccia, con gran 
« dolore dei Veneziani , che quelle reliquie veneravano come palladio 
« della loro Repubblica ». Colse, dunque, Arrigo una tale occasione ; 
ebbe dagr isolani condegne accoglienze , e retribuì Fospitalità ricevuta 
colle lodi prodigate alle naturali e materiali bellezze, e alFordìnamento 
politico dei Veneziani. Abbiamo qui voluto tradurre o piuttosto parafra- 
sare una concisa e molto significativa locuzione di Andrea Dandolo, sUum 
et pditiam insignUer commendavit ; sebbene ci sembrino un po' troppo fre- 
quenti e quasi sistematiche cotesto lodi dai cronisti attribuite ai monar- 
chi stranieri intomo al governo di Venezia. Dopo le feste fette per l'in- 
venzione del sacro deposito sovrindìcato , e le onoranze rese all'impe- 
ratore , e il restauramento di un importante castello posto ai confini dello 
stato, il d(^e Vitale fu colpito ne' suoi governati di tre molto gravi cala- 
mità ; carestia , bufere e tremuoti : ondechè a la sua morte ( avvenuta 
« nel 4096) non lasciò grande rammarico nel popolo , il quale attribuiva 
a la mancanza dei viveri alla poca sua previdenza ». Il signor Romanin, 
che ciò scrive , fa insieme osservare in una nota , come il sepolcro di 
questo primo Faliero in San Marco sia forse il più antico monumento 
operato da architetti veneziani. 

n cap. 3.' ed ultimo di questo libro IV contiene , com'è usanza dei 
più fra gli scrittori d'istoria , una sintetica e non lunga rassegna deDe 
condizioni intellettuali e morali , economiche e industriali , militari e 
legislative de' popoli delle Isole venete nei primi sei secoli della loro 
consociazione. Qua! fondamento della prosperità di Venezia , assegnasi , 
com'è ragione, il commercio che dicesi di cabottaggio, che fu prin- 
cipio e guida alla navigazione di lungo corso , alla singoiar perìzia e 
quindi alla potenza nelle cose marittime. Questa operosità contribuiva 
al lieto umore ; e il lieto umore , naturale in gran parte , di quegli abi- 
tanti ne accresceva l'alacrità e , come sempre avviene , le forze. Quindi 
que'tanti festivi ragunamenti e spettacoli , sacri e profani , e più spesso 
dell'un genere e dell'altro partecipanti , che meritarono si facessero in- 
tomo a quelli appositi libri , né mancò certo materia da compilarli. La 
musica . il nostro Autore ravvisa coltivata insino dal IX.® secolo, percioc- 
ché un prete Giorgio venne allora chiamato in Aquisgrana per costruirvi 
un organo idraulico. Di scienze e lettere non fa motto, saviamente al 
creder nostro; ma sibbene della giurisprudenza tanto civile quanto 
eziandio criminale, che dovè quivi assai meglio che altrove seguitar le 
vestigio e mantener le forme romane , tenendosi lungi per lo più dalle 

barbariche dei Longobardi e dei Franchi. « Nelle isole veneziane 

<r non erano potenti signori che si arrogassero un violento dominio 
« su' vassalli ; né relazioni feudali tra signori e principe , tra signori e 



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484 RASSEGNA DI LIBRI 

« soggetti ; né leggi arbitrarie e differenti per ciascun popolo , ma re- 
« goiare amministrazione della giustizia per giudici , senza differenza di 
<( condizione. *- I giudizii rendevansi in pubblico ; i giudici e probi uo- 
« mini esaminavano le carte , ascoltavano i testimonii , ordinavano veri- 
te fìcazioni del fatto o dei confini , deferivano per ultimo il giuramento, 
« e rilasciavano atto formale della sentenza a perenne documento della 

« decisione per essi pronunziata Nessuna traccia dunque si riscontra 

in Venezia di giudisii di Dio e di duelli giudisiarU ; nessuna esenzione 
« del clero dal fòro secolare pei delitti comuni. Esso .... interveniva 
a col resto della popolazione ai giudizii ed alle concioni; occupava im- 
« pieghi politici; traevansi dal suo corpo notai ed ambasciatori. Citta- 
« dino al paro degli altri cittadini, era come questi soggetto alle pubbli- 
te che gravezze , e nelle sue nomine ^an parte avea il poter secolare » 
( pag. 338 , 340-344 ). Dopo queste che diremo non sol ragionevoli ma 
eziandio modeste considerazioni , per non essersi allentate le redini , 
come molti fanno , alla fantasia , viene il signor Romanin a far giusto 
lamento di quegli storici , i quali unicamente solleciti di raccogliere 
ciò che risguarda ai governanti ed ai fatti della politica estema e delle 
guerre , mettono come in disparte e a non calere lo stesso popolo ; e 
spezialmente un popolo come quel di Venezia, che serbava il diritto di 
adunarsi in pubblico arengo o parlamento ; di deliberare in esso drca le 
alleanze , le nimistà , la pace ; di eleggervi , non che il suo principe , 
ma gli altri magistrati ancora , e fino i vescovi e i pievani : un popolo , 
in somma ( in ciò simile , e forse esempio agli altri popoli delle italiane 
repubbliche ) , che ripartito in fraglie , o scóle , o corporazioni delle Arti, 
doveva e poteva accorrere a schiere ed armato a guarentire in ogni pe- 
ricolo la tranquillità o la sicurezza della patria. E volesse il cielo che da 
questa fortunata e sapiente istituzione, cosi Venezia come le altre città 
sorelle della Penisola avessero saputo già trarre tutte le conseguenze , e 
fame tutte le razionali e le pratiche applicazioni ond'é sempre e dap- 
pertutto capace codest'unico fondamento di vera polizia e di vera forza 
politica 1 Con che noi pure chiuderemo il presente articolo , siccome 
TAutore ponendo fine al suo primo tomo, sembra aver voluto racco- 
gliere in esso tutta la materia che precede alla grand' epoca delle Cro- 
ciate ; serbandoci a dire dei Documenti aggiunti a questa istoria, quando 
pel maggior numero che ne saranno stati prodotti, potremo pur farci 
della loro novità ed importanza un più adeguato concetto. 

F. POLIDORI. 



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RASSEGNA DI LIBRI 485 



MBMORIB IHTOIHO ALLA VITA I AGLI SCRITTI DI PlITRO GIORDANI , COmpUaU 

da Antohio Gvssallì. ( Sono pjremesae alV Epistolario del Giordani, di 
cui tono pubblieaH i volumi). Milano » Bortoni e ScotH , 4854-Ò5 , in 4e.* 



Nella storia letteraria de' nostri tempi il nome del Giordani va oon- 
giunto naturalmente a tpiello del Monti , perchè il Giordani fece per ia 
prosa qneUo che il Monti per la poesia. Direi che fece anche di più; 
perchè la poesia era stata risvegliata sulla fine del secolo dalla voce 
potente di Panni e d'Alfieri ; meptre la prosa invano richiamata a no- 
vella vita dal Baretti e dal €rozzi, era rimasta colla sua veste semi-francese 
nd gabinetto del Roberti e del Bettinelli. Ed è notevole che in due Ac- 
cademie si facesse asccdtare la prima prosa e la prima poesia che doveva 
screditare le ciance accademiche. Nell'Arcadia di Roma leggeva il. Monti 
il suo Canto La BeUetM deW Vnwerso ; nell'Accademia di Bologna il suo 
primo discorso il Giordani ; e quella poesia e quella prosa furono un'elo- 
quente protesta del nuovo stile contro la vecchia maniera de'Retori 
incipriati e degli Arcadi. Si dirà che il Cesari ebbe pure gran parte a 
questo risorgimento del buono stile : ma il Cesari rimettendo in onore 
^ antidù , rimase nel pensiero e^ nella forma antico anche troppo ; 
mentre il Giordani prendendo dai grandi scrittori non pur del trecento, 
ma del cinquecento e del secento il suo schietto e vivace linguaggio , 
seppe rivestire di forme antiche il pensiero moderno : ond'è che piacque 
ai dotti filologi y che dietro le orme del Cesari si dettero a rimettere in 
onore gli studi di nostra lingua ; e piacque oltre modo ai giovani , che 
i loro stessi afietti e pensieri sentivano espressi in modo tanto diverso 
da quello insegnato loro nelle scuole. Piaceva loro quel dire franco e 
ardito , nudo quasi del tutto di figure rettorìche y pieno di sentenze , 
anzi die disseminate , profuse per tutto il discorso : piaceva quel bia- 
simo continuo del passato ; quello scontento del presente ; quell'aspirare 
fantastico ad un avvenire più bello, più lieto, più grande; quell' invo- 
care ad ogni momento la gran madre l'Italia, spesso chiamandola fan- 
ciullescamente la mamma. Il fatto è che il Giordani addivenne lo scrittore 
prediletto de' giovani , i quali lasciate dà parte le poesie, messe tutte in 
un fescio in ridicolo , si dettero a scriver prose gìordaneggiando ne' pen- 
sieri, nello stile , e persino, quando occorreva loro di leggere, nel modo 
concitato di declamare. E questo amore de'giovani non venne meno al 
Giordani anche quando le esagerazioni romantiche lo costrinsero a de- 
clamare contro le novità della scuola. Qualunque prosa mettesse fuori , 
fosse articolo di giornale, lettera, elogio , illustrazione , era cercata ed avi- 

Aiigh.St.It., Nuova Serie, t4 



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486 RASSEGNA DI LIBRI 

(lamente letta ed anche copiata , quando le censure ne avessero impedito 
o del tutto od in parte la stampa. Chi non ricorda con quanto furore si 
leggessero, e per tutti i giornali si ripetessero e si commentassero le poche 
parole che il panegirista di Napoleone e di Pio VII scrìsse di Pio IX? 
Anche allora , come sempre , espresse le idee che nel momento piace- 
vano , e riuscì parlatore gradito , perchè parlatore opportuno. Ed ora che 
il Gussalli promette di pubblicare tante scritture inedite , non è a dire 
quanto sia Tespettazione del pubblico. 

Le cose che a mano a mano saran date fuori dal diligente editore, 
potrann.0 a ciò^ corrispondere? Se si riguardi air ingegno dello scrittore 
ed alla dottrina , non vi è dubbio che tutto quanto è uscito da quella 
mente e scritto da quella mano non sia degno d'esser conosciuto e 
studiato; ma considerando l'indole sua e le condizioni particolari della 
sua vita , espresse nella lettera a Gino Capponi ed altrove , non possia- 
mo aspettarci che abbia lasciato cose degne di stare accanto a quelle 
date fuori da lui medesimo. Ben si può dir di lui quello che egli mede- 
simo scrisse di Luigi Palcani pubblicandone i pochi scritti : volle dimo- 
strare di poter moltissimo scrivendo poco. Uno scrittore non tiene nello 
scrigno a stagionare i lavori suoi se non quel tempo che basti all'incon- 
tentabile lima : passato il quale , egli medesimo gli mette fuori , cercando 
da'nuovi scritti nuova gloria e guadagno. Raramente avvenne che gli 
scritti postumi aggiungessero qualche cosa alla fama degli autori; e prova 
ne sieno per tanti altri gli scritti di Parini e d'Alfieri, inferiori tutti senza 
eccezione a quelli che avevano essi medesimi pubblicato vivendo^ 

Non vogliam fore degli scritti inediti del Giordani lo stesso giudizio. 
Prima di giudicarli, bisogna pur leggerli e meditarìi ; ma, a giudizio d'uo- 
mini gravi ed ammiratori sinceri dello scrittor piacentino , il Gussalli 
non ha provvisto alla foma del suo autore cominciando a pubblicarne le 
lettere. Le quali, prima di tutto, son troppe; sono gittate suUa carta 
senza intenzione di pubblicarle ; sono poco o nulla importanti , la mag- 
gior parte , per l'argomento ; trascurate assai nello stile , macchiate non 
dì rado dì turpiloquio ; tali insomma da esser riprovate per la stampa 
dal Giordani medesimo, che consigliava una scelta perfino nelle lettere del 
Tasso ,' sebbene le riputasse le migliori dopo quelle di Cicerone. Fino dal 
secolo XVI gì' Italiani ebbero la smania di pubblicare le lettere. Lo ave- 
va notato il Montaigne , non senza rimproverar gli scrittori di vanità 
puerile. Che avrebbe detto egli mai , se avesse letto non pur le migliaja 
di lettere , ma le memorie , le impressioni , le confidenze , che la va- 
nità di certe celebrità contemporanee ci regala ogni giorno ? E le let- 
tere del secolo XVI erano per lo più documenti di storia ; toccavano 
fatti gravissimi , a' quali gli scrittori delle lettere stesse parteciparono ; 
erano elegantissime nel dettato, perchè destinale, come sappiamo di 



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RASSEGNA DI LIBRI 487 

qaeUe del Caro , ad esser messe sotto gli occhi dei pubblico (4). Non cosi 
dì certe lettere stampate modernamente : sono scritte la maggior parte da 
uomini vissuti lontani dalle faccende pubbliche : tranne quelle che trattano 
di lettere e d'arti, nulla puoi dall'altre ricavare di veramente solido e 
d' istruttivo , se non metti in conto d' istruzione alcuna grazia di stile e 
le fuggevoli arguzie del conversare elegante. Dicono che dalle lettere si 
ricava il ritratto più vero dello scrittore. Piuttosto che dello scrittore , 
direi che le lettere danno il ritratto più vero dell'uomo, che è spesso la 
parte men bella di lui. Né intendo di separare l'una cosa dall'altra , ma 
solamente vedere nello scrittore la parte più bella dell'uomo , la quale 
non si manifesta nell'espressione confidenziale e fuggevole d'una lettera 
e d'un biglietto, ma nelle pagine meditate e scritte con lungo amore 
ad ammaestramento e diletto degli uomini. In tali pagine é da cer- 
carsi la sua immagine , perché egli vi ritrasse sé stesso nel momento 
più bello ; non già nelle carte destinate a perire co' sentimenti umili 
troppo e spesso non buoni che le dettarono. In quelle si ha lo scrit- 
tore quale vuol mostrarsi al giudizio de' posteri , quale lo ritrarrebbe 
nella sua forma corporea un abile artista : in queste si ha l'uomo 
comune nelTatteggiamento più abbandonato e volgare , quale lo ritrar- 
rebbe un pittore senza niente e senz'occhi , il fotografo . o il dagher- 
rotipo. Uno scrittore francese disse che per il cameriere non esistono 
eroi , intendendo che nessun uomo , sia pur grandissimo , si mostra 
eguale a sé stesso in tutte le ore del giorno. Leggendo gli eptstolarii 
di certi uomini celebri de' nostri tempi , siamo obbligati a sentenziare 
allo stesso modo, non esservì più uomini grandi per chi ne legge le let- 
tere. Osservò Enrico Bindi in un articolo sensatissimo (i) la macchia che 
impresse al carattere di Giacomo Leopardi la pubbUcazione d'alcune lette- 
re, e ne diede il biasimo meritato alla sbadata indiscretezza di chi, racco- 
ghendole d'ogni parte, guardò più presto a £air d'ogni erba faiscio, che d'ogni 
fiore ghirlanda. Anche dall' Epistolario del Foscolo ( lo dirò francamente 
a^ eccellenti editori ) si potrebbero toglier via alcune lettere , senza 
menomare il pregio di quella raccolta , la più bella fira quante ne sieno 
state fette fin qui. Tanto più francamente dirò dunque al Gus^i , che 
le lettere del Giordani da lui raccolte son troppe , anche quando ter- 
minassero al quarto volume già pubblicato ; che la metà basterebbero 
a contentare la curiosità de' lettori che nei libri cercano un passatempo; 
meno della metà , per dare veri ed utili insegnamenti in fatto di eru- 

(4) Tali SODO pur anche le lettere di Monsignor Guidiccioni da Lucca , recen- 
temente pubblicate dal Can. Telesforo Bini, benemerito de' buoni studj per altre 
pubblicazioni importanti. 

(9) È nell'anno I del Giornale lo Statuto^ ed è citato nell'Appendice del Co- 
sUhakmaie , Anno II , N.» 541 



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488 RASSEGNA DI LIBRI 

dizione , di crìtica artistica e letterarìa. Vorrei perciò che molte se ne 
conservassero di quelle scrìtte al Cicognara, al Canova e ad altrì uomini 
che nelle lettere e nelle arti esercitarono il nobile ingegno : ma le altre 
che a cose puramente domestiche, a vanità, a pettegolezzi cittadineschi si 
rìferiscono , tutte , poche eccezioni fatte , rìmanessero oscure per la ra- 
gione sopra accennata, che in quelle non mostrasi la parte divina dello 
scrittore , ma piuttosto le debolezze e i difetti che quegli uomini supe- 
riori ebbero comuni col volgo. Quando il Giordani pubblicò il ringra- 
ziamento de* Parmigiani all'esimia cantante Carolina Ungher che gli avea 
deliziati cantando nel maggior teatro della città , vi fu tale che rimase 
scandalizzato che il panegirista di Napoleone e dì Canova si lasciasse 
andare ad espressióni degne delle Efemeridi teatrali , dove gli entusia- 
smi , i furori , i fanatismi per le cantanti , anche inferiori di molto a 
quella rarissima , si trovano tanto bene e tanto di frequente , quanto 
vi è rara la buona critica ed il buon senso. Mettendo a confronto colle pa- 
role laudative deir Ungher quelle già scritte pel divino Canova , ne trasse 
fuori tali contradizioni , che dovettero saper d'amaro e ridestare le ire 
facilmente infiammabili del Giordani. E questo confronto era fette tra 
cose già approvate e da lui medesimo date a stampa : consideriamo quali 
contradizioni emergerebbero dal confronto delle lettere colle cose di già 
stampate , e delle lettere stesse fra loro. Anche senza aspettare che sieno 
pubblicate tutte , bastano le pubblicate fin qui per hr giudicare il 
Giordani altro uomo da quello che si mostrò nelVopere date a stampa 
da lui medesimo. Nelle quali slam d'accordo col Gussalli , che sia tale 
abbondanza di sentenze e d'ammaestramenti utili per la vita , che un 
eccellente padre di famiglia ne abbia potuto formare un volume non 
piccolo per metterlo nelle mani del suo figliuolo. Infatti, lasciando andare 
le sentenze più pellegrine sugli uomini e sugli avvenimenti del tempo , 
molte sono le massime egregie che al vivere onestamente e beatamente 
sì riferiscono , tolte con maestrìa dagli antichi filosofi , coi quali si era 
il Giordani maravigliosamente addomesticato ; espresse poi con quel suo 
linguaggio tutto spiriti e nervi, che tanto serve ad imprimerle profonda- 
mente nell'animo. Spesso egli predica , come un antico , la forza divina 
dell'animo contro V ira stolta degli uomini e della fortuna , il forte amore 
per la povertà, il dispregio dell'insolente ricchezza, fomentatrice d'ozj 
lascivi , di stolte superine , di schiavitù. Ora queste pagine , nelle quali 
il Giordani espresse veramente la più nobile parte di sé , quanto scapi- 
tano di valore confrontandole con alcune delle sue lettere 1 Egli si lamenta 
della povertà , chiamandosi miserabile anche quando il suo ufficio di 
Segretario gli dava dugento franchi al mese di provvisione , e pare che 
a nessuna cosa aspiri più ardentemente, che a prender possesso della 
paterna fortuna, per cui addiverrà più agiato, più indipendente, e, se 
credi alle sue parole , più stimabile e più stimato dagli uomini. Lascio 



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RASSEGNA DI LIBRI 489 

ì pettegolezzi , le Tanità , le stizze contro i nemici , le interminabiii te- 
nerezze verso gli amici, tutti cari, tatti adorabili ed incomparabili, degni 
insomma di tutti que' titoli che ha inventato il sentimentalismo decla- 
matorio dell'età nostra : lascio le fàcili lodi ed i biasimi , spesso contra- 
dittoij , esagerati sempre. Lascio queste osservazioni a chi vorrà &rle , 
quando saran pubblicate tutte le lettere : né mancherà pur troppo chi 
le fiirà. Solamente ripeto che queste pubblicazioni non prowedon per 
nuUa alla fama di lui ; che il Gussalli doveva studiare queste lettere per 
ricavarne le notizie più vere e opportune della vita dell'autore , ma non 
già metterle sotto gli occhi del pubblico, perchè il pubblico , com'egli 
dice, asedtasse il Giordani parlare dì sé medesimo. £ certo il modo più 
acconcio di fiir conoscere il bene e il male , e di mostrare un uomo nella 
sua nudità. Ma non tutto quello che è nudo , per sé medesimo è bello. 
Lo sanno gli artisti , e lo dovrebber sapere gli scrittori , massimamente i 
biografi , onde guardarsi dal ritrarre le brutture morali del loro soggetto, 
nel modo appunto che i pittori , e gli scultori si guardano dal disegnare 
nel corpo umano le schianze e i bernoccoli. E non sono schianze morali 
e bernoccoli le passioncelle fugaci che di tratto in tratto deturpano i più 
nobili spiriti ? Perchè studiarsi di mostrarle e di comentarìe ? Perchè 
non imitare il figlio di Noè , che {ho e magnanimo ne ricopri la nudità 
indecorosa t Tutto non devesi leggere di quelli uomini che per altezza 
d' ingegno e per l'arte della parola son destinati a raccomandare e &r 
amare la virtù , perchè tutti non furono e non potevano essere eroi. E 
degli eroi e de'numi soltanto i divini greci ritrassero intere le forme ; de- 
gli ahri uomini meno perfetti soltanto il volto. Il Gussalli intese questa 
verità mettendo innanzi alle lettere la biografia del Giordani. Egli solo 
poteva ircela quale dagli amici del piacentino scrittore si richiedeva, 
perla lunga consuetudine che ebbe con lui, massime negli ultimi tem- 
pi , e per Fesame accurato che ebbe tutto l'agio di fere d'ogni più mi- 
nuta scrittura. Ma fisso oramai nel pensiero che la miglior biografia del 
Giordani fosse la più copiosa raccolta delle sue lettere , non curò di fare 
quel lavoro nel modo che avrebbe saputo e potuto. Volle che ciascuno 
dalla lettura di quelle lettere prendesse il concetto che gli riuscisse di 
prendere di per sé non tanto dello scrittore quanto dell'uomo. Quindi è 
che nel lavoro biografico che messe in testa al primo volume del copiosis- 
simo Epistolario nulla più si propose di fare che un indice bibliografico 
delle composizioni che anno per anno il Giordani diede alla luce , ripor- 
tando volta per volta i passi più splendidi di sentenze o di stile. Piuttosto 
che scrivere una biografia , raccolse i materiali per chi la volesse com- 
porre , contentandosi nell'ultima parte del suo lavoro (che a parer no- 
stro è la migliore) di ritrame la vita più intima, e di mostrare quanto egli 
amasse e profondamente stimasse l' illustre suo amico. Egli infatti ne 
ritrae Y indole benevola , la costanza nelle amicizie , gli sdegni pronti a 



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490 RASSEGNA DI LIBRI 

desiarsi , più pronti ancora a quelarsi , il facile eloquio condito di molta 
e opportuna dottrina , di sentenze inaspettate j di piacevoli motti ; tutte 
insomma le qualità che lo fecero accetto a moltissimi nel domestico con- 
versare. Ma del filosofo , del letterato , del critico , del giornalista poco 
nulla accennò nelle dugento e più pagine del biografico suo lavoro. 
Non si alzò a considerazioni generali sulla condizione delle lettere, intrec- 
ciando alla vita deU'autore gli avvenimenti famosi, de*quali fu testimone, 
e la conversazione degli uomini più cospicui , co'quali fu per vario modo 
legato ; il Monti ,' il Foscolo , il Perticarì , il Canova , il Cicognara ed 
altri non pochi. Non ricavò dal complesso de' suoi discorsi quanta parte 
ci avessero le passioni e gli interessi del tempo; quaH fossero le sue 
vedute politiche, componendo a ragione d'esempio il panegirico di Na- 
poleone,, i discorsi sulla restituzione delle Legazioni al Pontefice, la fa- 
mosa lettera gratulatoria a Monsignor Loschi , lodata a cielo da alcuni , 
biasimata aspramente da altri , cagione del suo esilio dagli stati parmensi. 

Bella occasione si ofieriva al Gussalli di parlare del giornalismo let- 
terario che nei primi anni della /Jesfawraxùme cominciò a risvegliare l'at- 
tività dei letterati e i sospetti dei governi d'Italia: Il Giordani prendeva 
parte con l'Acerbi e col Monti alla Biblioteca Italiana che si stampava a 
Milano, protetta dal conte di Saurau governatore di Lombardia, sussidiata 
ancora dal Groverno. Lo spirito di quel giornale non poteva piacere al 
Giordani ; meno gli piacquero i modi acerbissimi dell'Acerbi : ond'ò che 
dopo un anno o poco più se ne lavava le mani per quelle ragioni , dice il 
Gussalli (1), che egli medesimo in varii scritti espone distesamente. 
Perchè non esporre in succinto queste ragioni ? Se non voleva riandare 
le più intime , non poteva tacere di quella che non fu ultima certamente; 
vale a dire il disgusto che gli cagionarono le questioni di lingua sollevate 
incautamente dal Monti contro la Crusca ; questioni che si rimettono in 
campo (come anche ultimamente si è visto) qualunque volta si tocchi 
della nazionalità italiana (2). Per quanta stima ed afiìetto avesse il Giordani 
pel Monti , non mancò di manifestargli con garbo l'opinion sua. 

L'opuscolo dato a stampa recentemente , // Monti e la Crusca (3) , dice 
chiaro come egli sentisse su questo punto importante. Più chiaro ancora 



(4) Memorie ec. , pag. 57. 

(2) La storia di tal controversia è con poche parole narrata a pag. 70 della 
Memoria della vita e degli scritti di Giuseppe Montani , stampata a Capolago 
nel 4843. 11 Manzoni , in una lettera a Giacinto Carena , pubblicata nel 4850 con 
altre sue scritture sul Romanzo storico e sull'Invenzione, sostiene le dottrine 
toscane in fatto di lingua , nuovamente impugnate dal Crepuscolo , che riporta 
dalla sua parte gli antichi argomenti del Monti e del Perticarì. 

(3) Il Monti e la Crusca , discorso inedito di Pietro Giordani tratto dall'an- 
tografo. Pioc^ffsa, Tipi dì Domenico Tagliafeiri , 485*. 



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RASSEGNA DI LIBRI 494 

lo dice la lettera che scrisse nel 4831 air Ab. Becchi, rispondendo a quel 
benemerito segretario dell'Accademia della Crusca , che lo pregava a 
scrìvere la vita del Monti. Questo amore per la Toscana e per la sua 
bellissima lingua ebbe luogo di dimostrarlo fin da quando si riparava in 
Firenze e prendeva parte alla compilazione deW Antologia (4) in compagnia 
del Montani suo amicissimo, del Tommaseo , e d'altrì illustri scrìttorì che 
la rìvc^uzione del ventuno aveva cacciati da'lor paesi e riparati in questa 
terra ospitale. L'Antologia nella controversia sostenne con dignità la parte 
toscana , mettendo avanti i suoi scrittorì , a' quali fecero eco generoso il 
Grassi , il Biamonti ed il Botta. Noto singolarmente questi tre piemontesi , 
perchè nel Piemonte questo amore per la lingua toscana è antico e profon- 
do , quanto ne' suoi prìncipi il sentimento nazionale italiano (2). Abbiamo 
letto recentemente che il Balbo venuto in Firenze nel 4808 impiegato per 
i Francesi , accostavasi ai migliorì de'nostri, e tentava di riordinare un'ac- 
cademia che rìmettesse in* onore la lingua di Dante , allora più che mai 
contaminata dalla dominazione straniera (3). Cosi un giovane piemontese 
pensava a restaurare l'antica Crusca due anni prìn^a che Napoleone effet- 
tivamente la rìchiamasse a novella vita. 

Alle cose stampate sulle controversie di lingua dal Resini, dal Capponi, 
dalPfìccolini, dal Lucchesini e altri, sono da aggiungersi quelle che ne\Y An- 
tologia (4) scrìveva il Montani, le quali posson dirsi scritte dal Giordani me- 
deàmo: tanta era la concordia nelle opinioni letterarie, ed in questa singo- 
larmente, fra loro. Ma il Gussalli nulla dice di ciò, e appena parla dell'unto- 
logia medesima, che facendosi erede del Conciliatore j fu la vera conciliatrice 
col suo sapiente ecletticismo fra i classicisti e i romantici ; fra quelli cioè 
che volevano conservare alle nostre lettere la loro antica sembianza greco- 
latina ; e quelli che volevano rìngiovanirle , mettendole più in armonia 
co'costumi , co' bisogni , colle speranze de' tempi. E che altro vollero mai 
TAlfierì, il Parìni ed il Foscolo, il Monti stesso e il Giordani ? Ma l'autorìtà 
de' classici fu chiamata dagli uni tirannide ; l'onesta libertà fu chiamata 
da^ altrì licenza. Cosi si combattè senza intendersi , e per queste lotte 
infelici le lettere furono a poco a poco condotte allo stato miserabile in 
cui le vediamo al presente. Non vi è dubbio che il Giordani non si te- 
nesse più dalla parte de' classici , e che le nuove tendenze letterarìe del 

(4) Come nascesse questo Giornale , come crescesse in reputazione per tutti 
Italia , quale spinto l' informasse , meglio d'ogni altro , l'accennò l'autore delle 
Memorie del Montani sopra citate, a pag« 47 e seguenti. 

{% V. il discorso di G. Canestrini Delfine e dei me%%i della politica piemon- 
tese, premesso alle Filippiche contro li SpagnuoH di Alessandro Tassoni , da lui 
ristampate con varìanti e con note. Firenze 4^. 

(3; V* il bell'articolo dell' Avv. L. Galeotti nello Spettatore , nuovo Giornale 
Fiorentino. N.« 8. 

(4) Antologia, Voi. XV, pag. 474. 



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492 RASSEGNA DI LIBRI 

Conciliatore non fossero da lui , come dal Foscolo , tenute t>enoolo6e 
pe' giovani (4). Ma con certi giudizi avventati non poco contrìboi a dar 
voga alle novità che in fondo non ^ aggradivano. Ecco .alcuni di questi 
giudizi , che egli pure soleva ripigliare acerbamente negli altri : gì' Ita- 
liani non hanno lirica : il Machiavelli deve la sua Cuna più che a^ 
scritti, alle persecuzioni politiche: il Paruta non è minor pensatore e 
scrittore di lui : i cinquecentisti miserabili nell'eloquenza : l'apologia di 
Lorenzino de' Medici è un miracolo fra loro : essi al più sono graziosi e 
fecondi : il Bartoli solo fu un terribile ingegno : l'educazione e V istruzi<me 
data da' vecchi capace dì mortificare , anzi d'abbrutire g}' ingegni. Questi 
ed altri giudizi doveano esser presi in esame; temprarne l'acerbità para- 
gonandoci con altri da'quali venissero modificati : ridurre , insomma , al 
giusto loro valore i sentimenti dell'autore sparsi per le sue opere, per 
formarsene un giusto concetto. 

Il tempo di sua dimora in Firenze (u ,. a sua confessione , il più 
sfdendido e più felice della sua vita; né sappiamo perchè il GussaUise 
ne sia passato si di leggeri y e non abbia piuttosto afierrata questa oc- 
casione per fare un quadro delle lettere in tempo in cui Firenze ono- 
randosi y per le cagioni di sopra accennate , della presenza de'più illustri 
letterati della Penisola , faceva ricordare il suo titolo glorioso d'Atene 
italica. La casa di Giovan Pietro Vieusseux, l'ufizio óeH' Antologia era 
il convegno, degli scrittori più illustri , fra' quali si distingueva il Colletta. 
Balestrato egli pure dall' esiho in Toscana , erasi dato a scrivere gli 
avvenimenti famosi de' quali era stato gran parte , e ne aveva abboz- 
zata una storia , che in compagnia di quella del Botta , uscita alla luce 
in. quel tempo , assicurava agli Italiani l'antico vanto di narratori eccel- 
lenti. Ma se il Napoletano poteva gareggiare col Piemontese per tutti 
quei pregi che costituiscono il buon istorico , non cosi poteva venire al 
paragone di lui nello stile. Pur tutta volta tanto gli valse lo studio dei 
nostri migliori , e l'uso quotidiano del parlare toscanamente , che in poco 
tempo potè aggiungere alle sue scritture anche questo aroma coQserva- 
tore dell'opere dell'ingegno , voglio dire quell'odore d'eleganza , quella 
forza , quella dignità che trovasi nelle pagine degli antichi. Ad acqui- 
stare questi pregi, non meno dello studio gli valse il consiglio e l'sguio 
efficacissimo degli amici. Il Gussalli, toccando di ciò, riporta alcune parole 
del breve discorso premesso nella storia del Colletta, e soggiunge che 
in quella non è tutto il vero. A questo proposito , mi è caro di poter 
riportare una lettera del Marchese Gino Capponi a Giovan Pietro Vieus- 
seux, in data del 40 ottobre passato. 

(4) Qoando pubblicavasi il Programma del ConcUiatore , il Giordani scriveva 
ad UD amico, che quel giornale era compilato dai così detti Bomantici; e ben 
si ricava dalle sue parole , che non se ne aspettava quello che altri. 



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RASSEGNA DI LIBRI 493 

a Mio caro Vieusseux, 

« Nella Vita di Pietro Giordani premessa alla mdito Tasta rac- 
colta delle sue lettere , mi avvenne d'udire alcune parole, le quali 
sembrano in contradizione con talune delle mìe, intorno agli 
officu d'amichevole censura e di magistrale revisione prestati da 
quell'insigne scrittore alle Istorie del Colletta. Io dissi allora tutta 
la verità , ma la dissi brevemente , secondo i termini molto angusti 
d'un cenno biografico ; uè ho da fare altro se non ripetere un poco 
meglio specfficate le cose medesime, sperando vi piaccia che io 
^bscorra con voi d'amici comuni , e vi rammemori altri tempi , i 
quali oggi ne appariscono migliori d'assai e più felici di questi , 
tra le altre cose perchè si era e voi ed io di molto più giovani. 

e Scrisse il Colletta delle Istorie sue , appena giunto in Firenze, 
prima d'ogni altro l'ottavo hbro ; e avendo già stretto amicizia col 
Giordani e poi bentosto col Niccolini , lo diede a leggere a que'due 
vatenti : non si fidava egli da {»rincipio che solamente di raccontare 
cpiei fatti, de' quali fu egli parte o testimone. Ma il Giordani ben 
s'era accorto come in lui fosse potenza di grande scrìttinre e mente 
d'ìstorìco, e il NiccoUni presto conobbe quello essere stile da raccon-* 
ciare con podù colpi ; e come colui che ha buono l'animo quanto è 
l' ingegno maravi^^oso, si offerse pronto a rivedere assieme al Gior- 
dani tutto quell'ottavo libro. Cotesta opera di revisione durata^ più 
giomi , fu sempre fatta in casa mia ; il Niccolini teneva la penna , ed 
io consolo gelosamente il manoscritto, nel quale sono le correzioni 
di mano sua. D'allora in poi ebbe il Colletta più sicurezza di sé me- 
desimo; scrìsse correndo all' indietro gli estremi periodi dell'Istoria 
Napoletana ; prima i dieci anni di Ferdinando che gli avanzarono 
dopo la riDtegrasione, quindi i due regni napoleonici ; e così avendo 
alla spezzata compito gli ultimi cinque libri , distese poi con mag- 
gior Iena seguitamente i primi cinque. Ed ogni libro volta per volta 
sdeva leggere agB amici suoi ; itf quanto alla lingua ed all'arte 
dello scrivere, giovandosi molto per tutti quegli anni dell'assidua 
e<mvérsazione ch'egli aveva col Giordani, solenne maestro di quelle 
cose. Ma se non fosse pel nono libro , il quale appartiene come 
l'ottavo ai primi tempi , non fu il lavoro di revisione continua ri- 
preso poi altro che da ultimo ; e dirò adesso in qual modo , nar- 
rando a voi cose in parte note. 

AMr.ii. St. It. , Pfiwra Stiriti. 25 



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494 RASSEGNA DI LIBRI 

« Composta ch'ebbe tutta T Istoria e poi corretta e ricopiata di 
mano sua , pensò il Colletta alla pubbticazione ; ma prima voleva 
che avesse V ultima finitura coir ajuto del Giordani. Il quale andava 
come a suo gioco a questa sorta d'esercizi , dove egli poteva age- 
volmente s^iza inciampi spiegare tutta la forza sua ; e del Colletta 
era amantissimo ; e di quel libro aveva fatto , già sin da quando 
Tebbe veduto nascere , quello che poi fu comun giudizio. Nella 
villa di Yarramista convenivano a tempi dati que'due ingegni tanto 
diversi ; durava il leggere e il discutere Finterò giorno , e si disten- 
deva su molta parte deUa serata: mi pare l'esame d'ogni libro 
delle istorie pigliasse quasi una settimana. Il Giordani lumeggiava 
ad ogni tratto la materia di motti piacevoli e di racconti e di cita- 
zioni ; per ogni avvertenza aveva in pronto una dottrina , e d'ogni 
parola sapeva tessere un'istoria : di queste cose era inesauribile. 
Soleva dire che lo scrittore è un pover uomo quando non abbia un 
pozzo aperto in casa sua , dal quale attingere incessantemente le voci 
e i modi che gli abbisogùano : e bene aveva egli questo pozzo copioso 
e ricco dì buona vena quanto dai libri sì può raccogUcme ; ma era 
solito ad usarne con parsimonia giudiziosa. Anche diceva come egli 
avrebbe d'assai buon grado patteggiato col censore : tenesse pur que- 
sti l'arbitrio de'verbi e de'nomi sostantivi , quando lasciasse lui pa- 
drone degli aggettivi e degli avverbi. Diceva essergli avvenuto spesso 
di fabbricare i componimenti suoi attorno attorno ad una pareva 
che n'era stata comq il germe ; a quella guisa che il filugello sopra 
alla punta d'una bavetta ravvolge e chiude tutto il bozzolo. I quali 
detti, come altri molti uditi spesso da lui, stanno a mostrare come 
il Giordani in tutta l'opera dello scrivere , avanti ogni cosa ponesse 
l'oflBrire esemplari di quell'arte, che veramente era l'arte sua. E cosk 
ancora viene a spiegarsi come egli amasse in brevi scritture trat- 
tare spesso tenui argomenti , dove le idee accessorie soverchiassero 
le principali ; studioso piuttosto d' adombrarle che d'esprimerle , e 
mal piacendosi de' ragionamenti lunghi. Stando egli in mezzo a'con- 
trari estremi , troppo comuni al tempo suo , della scorretta licenza 
e della gretta servilità, niun altro diede migliori esempi quanto 
all'uso della lingua e all'artifizio dei costrutti ; ma in quel suo stile 
è pure qualcosa di soverchiamente rattenuto e sto per dire di rac- 
corciato , quasi che libera non vi corra né franca l'onda della pa- 
rola , troppo guardinga di sé medesima. Scorreva bensì abbondante 
vivacissima in quelle conversazioni letterarie che si tenevano 
giornalraonto in casa vostra o del Colletta. Ricordale voi come gli 



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RASSEGNA DI tlBRI 495 

aveste voi suggerito il pensiero di quella scelta di prosatori , nella 
quale da principio si era egli tanto incalorito ? Ed egli esponeva a 
noi la materia de'varii discorsi , nei quali voleva chiamare a ras- 
segna gli scrittori d'ogni secolo : e solamente a porre in carta quel 
che egli diceva, festivo e arguto nei concetti e con parole molto 
accese , sarebbe stata (come pareva a tutti noi che lo ascoltavamo) 
la più efficace delle sue prose. Oggi alle lettere non rimane tanto 
luogo nella vita da trame argomento a quell'animato conversare , 
che si faceva a proposito della vostra Antologia, o della scelta dei 
prosatori divisata dal Giordani , o delle Istorie del Colletta. 

« La revisione però non andò innanzi oltre i primi libri, né oggi 
mi toma bene a memoria se il terzo fosse di già intrapreso, quando 
il lavoro finiva in tronco; imperocché nel Novembre del 4830 era 
il Giordani costretto a partirsi di Firenze , e un anno dopo nel mese 
stesso cessò di vivere il Colletta. Ma benché l'opera del Giordani 
molto versasse intorno a quelle ultime e sottili velature che stanno 
bene quando non appariscono , potrel:d)e un occhio esercitato di- 
scemerò dove giungessero ì ritocchi : i quali però non é che fossero 
accettati indistintamente dall'autore , molto geloso di quella forma 
che era sua propria ed originale, e cauto assai di non alterarla. 
Curava da sé e correggeva le Istorie infino al termine della vita, 
di questa fidandosi lasciare un nobile monumento : e a voi parrà 
che l'intrattenersi d'un tal uomo e d'un tal libro non disconvenga 
all'Archivio vostro. Credetemi sempre 

« Firenze j 40 Ottobre 1854. Vostro Amico 

G. Capponi ». 

Questa lettera , che ci rechiamo a gran ventura di pubblicare , fritta 
da chi tanto conobbe il Giordani , meglia che molte pagine , ritrae la 
natura dello scrittore. La quale ( lo ripetiamo) si rivela ne' brevi e ben 
torniti discorsi da lui medesimo pubblicati , e dal Gussalli notati dili- 
gentemente per ordine cronologico nelle annunziate Memorie; non già 
in questa farraggine di lettere , scritte la maggior parte fugacemente , 
non degne per conseguenza d'esser messe in un mazzo sotto gli occhi 
del pubblico. Gli uomini discreti sanno , è vero , negli scrittori come il 
Giordani, compatire le debolezze , né per queste diminuire la stima che 
per tanti titoli é lor dovuta : ma i discreti son pochi ; meno assai de'ma- 
tigni e degli ipocriti tristi, a' quali non par vero d'attaccare la reputa- 
zione de' filosofi e de' letterati, avvolgendo nel vitupero le lettere stesse e 
la filosofia professata da quei chiari intelletti. 

Giuseppe Arcangeli. 



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196 RASSEGNA IH LIBRI 



Memoirs of the Dukes of Urbino , Ulustrating the arms , arts , and literon 
ture of Italy, from 4440 to 4630. By James Dennistoun , of Dennistoun. 
( Memorìe dei Duchi d' Urbino , illustranti le armi y arti e lettere 
d'Italia, dal 4440 al 4630). Londra, 4854 ; 3 volumi di XLViil e 448, 
xxiii e 470 , xa e 472 pagg. , 8vo gr. , con molte tavole genealogidie 
ed incisioni di ritratti , medaglie, vedute, stemmi, fiicsimili ec. ec. (*). 



Tra Romagna e Toscana , tra V Umbria e le Marche , si stende l'an- 
tico Ducato d'Urbino sulla costa settentrionale della maggior catena 
dell'Appennino , cui valica in un sol luogo , per non molte miglia dihin- 

(*) L'autore dSlla Storia dei Duchi d'Urbino morì il di 48 Febbraio 4865, 
mentre davasi alla stampa la presente rivista del suo libro.— Gucomo DnmiTOini, 
di Dennistoun e Colgrain in Scozia , oriundo di &mig1ia antica e distinta , nacque 
nel 4803« Educato per la professione legale, egli nel 4824 fu ammesso come 
avvocato ; ma gli studj suoi prediletti furono la storia e l'antiquaria , soprat- 
tutto del suo paese : dimodoché divenne uno dei membri piti attivi delle due 
Società storico-antiquarie note coi nomi di BamHmtyne e di Maitktnd CMn. Anni 
fa venne in Italia , dove iéce lunga dimora , trattenendosi in varie espilali, e 
percorrendo molti tratti di paese raramente visitati dagli stranieri. Nel 4846 scrisse 
pel Quartm'ìy Reoieto una Memoria critica sugli Stuart , destinata sopra tutto a ribat- 
tere le pretensioni mosse da due fratelli ( autori di una cosi detta storia « Me- 
moirs afa Centwry » , - cioò dalla spedixione di Carlo Odoardo in Scozia sin al 4845 -, 
e di un libro su i Clan , ripieno di false allegazioni ) , i quali dicevansi e diconsi 
discendenti legittimi del Conte d'Albany e della Principessa Stolberg. Il Denni- 
stoun avendo sposata una nipote del celebre incisore Roberto Strange, già parti- 
giano ardentissimo degli Stuardi , molte cose arcane di questa famiglia gli erano 
note. Quanto fossero luoghi ed assidui gli study suoi intorno la storia Urbinate e 
del Montefeltro, risulta dalla presente rivista critica, la quale, non sempre con- 
corde coH'autore in dò che spetta alla forma e all' estensioBe soverchia dell'op^ 
ra , si è higegnata di rendere giustizia e all'amore dato a divedere verso il paese, 
e alle intenzioni , . e alla esecuzione cosoienzieaa. Ultima opera del Dennistoun , 
pubblicata pochi giorni dopo la sua morte , furono le Memorie di Roberto Stran- 
ge, congiunte a quelle di Andrea Lumisden suo cognato e segretario dei prìncipi 
Stuardi ( Londra , 4855 , 2 voi. in 8vo). A giudicare dalla rìvista di questo libro 
data dal giornale 7^ Aihenaewn , di non lieve importanza ne è il contenuto , non 
meramente per la storta dell'arte, in cui lo Strange si segnalò cosi maravigliosa- 
mente da esser riputato anche in oggi uno dei maggiori incisori, ma anche per la 
storia e la cognizione dei costumi delle famiglie Scozzesi al tempo dell'ultima som- 
mossa Oiacobita , e della piccola Corte Stuarda , raminga per Francia e Italia , 
ma per lo più dimorante hi Roma in Piaiza SS. Apostoli ; Corte die superò molte 
maggiori nelle discordie e negli intrighi fi^hò visse il « Cavaliere di San Gior- 
gio », ora sepolto in S. Pietro insieme coi « Regiae Stirpis Stwtrdiae poslremU ». 



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RASSEGNA DI UBAI 497 

gandosi verso meaogionio. Questo domìnio , al quaie nei tempi posteriori 
soltanto venne aggiunta quella parte che ira Ancona e Rimini tocca 
FAdriatioo , conta circa miglia cinquanta dì lunghezza laddove più spa- 
ziano ì suoi confini , mentre di larghezza ne ha quasi altrettanti. Mon- 
tuoso , ad eccezione dì fertile ma non lai^a striscia lungo la marina , ha 
rìgido il clima quale lo comporta la natura alpestre , ed all' infuori delle 
valli dei non grossi fiumi ^ nella maggior parte scarso è il prodotto del 
snolo. Di non grande importanza sono le città e le castella , se si eccoti 
tttino la capitale , e ì luoghi su cui nel cinquecento venne ad estendersi 
il dominio , come Pesaro e Sinìgaglia. Al di d'oggi tre strade maestre per- 
corrono queste contrade. Prima si è quella dell'Umbria^ la quale, median- 
te il fiunoao taglio del Furio, mette in comunicazione una metà d'Italia con 
l'altra. Segue la via di Romagna, tenendosi vicina al mare da Ancona sino 
a Rimini , per andar pm rettilinea ad incontrare le molte città dell'Emilia 
prima di giungere alla grande Bologna. Ultima e più moderna è la strada 
detta d' Urhino, la quale, seguiti i meandri della valle del Metauro e vali- 
cata l'Alpe , scende nella Valle Tiberina presso Borgo San Sepolcro, rac- 
corciando la via tra Toscana e le Marche, tra Livorno e il maggior porto 
delia costa pontificia dell'Adriatico. Gli abitanti di queste contrade, oggidì 
presso a poco in numero di dugentomila , un quarto meno negli ultimi 
tempi dei Duchi , al pari del comune deUa gente dì montagna sono labo- 
riosi del pari che poveri. La coltivazione del sudo richiede arduo lavoro, 
se n'eccettui le pendici verso il mare, rallegrate da più mite natura. Nel- 
l'estate i monti servono di pascoli , venendo abbandonati nella stagione 
invernale dalle greggio che vanno a cercare la temperatura moderata 
delle meridionali pianure. Estesi boschi coprono parte delle alture, ricchi 
di legna da ardere e d'alberi da costruzione, quali li prestano non meno 
beOi i monti vicini dell' Umbria e della Toscana. Da oltre due secoli que- 
sto paese di montagna è provìncia pontificia , mentre anticamente, al dire 
di un ambasciatore Veneto, era posto quasi in grembo allo Stato della 
(Suesa. La moderna ripartizione amministrativa di questo Stato gli tolse 
i Cardinali-<Legati , che d'estate risiedevano in Urbino , a Pesaro d' in- 
verno, come solevan fere gli antichi sovrani. Eran essi colà , come nel- 
r Estense Ferrara , come a Ravenna già capoluogo della Romagna infe- 
riore , ultimo quantunque non ricco compenso dì svanito splendore. Più 
che per i doni di cui suol esser larga la natura, la parte d' Italia di cui 
si tratta si é resa degna di attenzione nel mondo polìtico e morale. Nella 
stmria politica del medio evo, essa occupa un posto distinto per essersi, 
in mezzo a tanti comuni e signorie mai sempre irrequiete e soggiacenti 
a repentine mutazioni, mantenuta a devozione di una famiglia, la quaie, 
da un sol caso in fuori, si conservò immune da quegli orrori, per cui 
negli annali di molte tra le case principesche d' Italia si leggono pagine 
pur troppo sanguinose. Accanto poi alle Corti italiane più potenti, più 
ricche, più s[dendide, quella di Urbino si segnalò per l'amore dato a co- 



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498 RASSEGNA DI LIBRI 

noscere verso le scienze, le lettere, le arti. Essa prosegui di cura amo- 
revole e di favore operoso tutto ciò che rende più bella la vita dell' intel^ 
letto , non meno nel perìodo dei grandi progressi degli stucy classici nel 
Quattrocento, che nella seguente epoca florìdissima dell'epopea roman- 
tica e del maggior splendore della prosa storica e filosofica. Essa parte- 
cipò a quel maravig^oso sviluppo dell'arte moderna da Masaccio e dal- 
l'Angelico sino a Raffaello, in cui Urbino e Gubbio ebbero la loro parte, 
degna di essere commemorata nella storìa artistica, quand'anche la sorte 
non avesse concesso alla prima di queste città la fortuna di dare al 
mondo il più maraviglioso dei pittori. 

Con siffatta indole , sotto il punto di vista storìco-politico , con tale 
avvicendamento sempre vivo e ferace tra ciò che spetta alla vita {H^tica 
e all' intellettuale , si spiega e si giustifica quella parzialità che in ogni 
tempo dovè provarsi verso i Duchi di Urbino, e l'essersi ai medesimi 
dedicato un libro di non lieve mole da uno Scozzese a cui sono fami- 
liari le cose italiane. La mole di questo libro è tale da mettere spavento 
fuori d'Italia a qualunque anche più caldo amatore di questa nazione; 
e il signor Dennistoun, il quale non ha scritto pei soli eruditi ma pel 
pubblico colto in generale , avrebbe per più conti fatto miglior consiglio 
assegnando limiti meno larghi al suo lavoro. Ma col rannodare l'argo- 
mento suo particolare a tutto quello che in qualche modo gli si accosta 
nella storìa generale della Penisola siccome in quella dell'incivilimento , 
egli ha cercato di supplire alla troppo scarsa importanza di esso sotto 
il solo punto di vista politico. Né in ciò si è egli ingannato. Mi pare qui 
luogo opportuno per notare, come nell'Inghilterra, dove in paragone dei 
lavorì fatti in Germania ed anche in Francia, si é scrìtto poco intorno 
alla storia generale d' Italia , varie parti della storia dell' incivilimento 
abbiano trovati espositori di gran vaglia. Le vite di Lorenzo il Magnifico 
e di Leone X del Roscoe , nelle quali è tanto debole tutto ciò che spetta 
a materìa di stato e alle cose di religione, oltre all' importanza che a loro 
tempo ebbero col destare in modo non comune l'attenzione delle nazioni 
straniere , avranno sempre pregio non volgare per gli studj di storìa 
letterarìa , quantunque possano giudicarsi mancanti di quella specie 
di acume critico che dà ad uomini ed opere il loro giusto e deter- 
minato valore. Lo Shepherd , calcando le orme di Roscoe, nella vita di 
Poggio Bracciolini ha delineato un quadro pieno di movimento, benché 
nei particolari non sempre corretto, del tempo del rinascere degli 
stu4j classici. Il sagjgio sul Petrarca di Lord Woodhouselee (A. Fraser 
Tytler) , la vita del Tasso del Black , il saggio sugli amorì del mede^mo 
scrìtto da H. R. Wylde americano (4), sono monografie pregevolissime ; a 

(4) Dei libri del Roscoe , dello Shepherd , del Black e del Fraser-Tytler non 
fa bisogno di parlare , essendo i medesimi qoal più qual meno noti , e in parte 
anche tradotti , in Italia. Dell'opera del Wylde si trattò nella necrologia di lui 
nell'Arch. Stor. Ita). , Append. Voi. VI, pag. 454. 



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RASSEGNA DI LIBRI 499 

cui conviene aggiungere le eleganti biografie dei poeti italiani di H. Steb- 
bing, il libro del Simpson sulla letteratura italiana sino alla morte del 
Boccaccio , quello del Taylor sopra Michelangelo come poeta, var) lavori 
che riguardano rAlighierì e il suo tempo, e finalmente Topera del Madden 
sopra Fra Girolamo Savonarola (1). Nel novero di tali scrittori è da nomi- 
narsi anche il sig. Dennistoun, il quale, abbracciando tutto ciò che nella 
storia delle lettere e delle arti ha in qualsiasi modo relazione vicina o 
lontana coUa storia dei Duchi d' Urbino , si è ingegnato di mantener viva 
rattenzi<»ie , che pur troppo era pericolo gli venisse meno presso gli 
stranieri leggitori , laddove si tratta di una estensione sproporzionata 
alla vera importanza dell'argomento. 

Di fatti, dalle cose già esposte risulta tra quali angusti limiti fosse 
circoscritto il campo dell'attività dei Duchi d'Urbino nella loro qualità 
di sovrani. E a paese cosi piccolo essi non riuscirono ad assegnare quei 
limiti se non negli anni in cui già moveva verso l'occaso la politica in- 
dipendenza d' Italia. La ^miglia loro da Federigo I Imperatore ebbe qual 
feudo il Montefeltro , che formò la parte rivolta a maestro del Ducato 
formatosi nei secoli posteriori. Nel primo decennio del Dugento i Conti 
di Montefeltro presero fermo luogo in Urbino, la cui sovranità spettava 
ai Papi ; sicché divennero feudatari ad un tempo imperiali e pontificj , 
come erano ancora gli Estensi ed altri — posizione mista, a cui poco si 
badò nel momento dell'estinzione della casa Feltro-Roveresca e della 
devoluzione del Ducato alla Santa Sede. Non prima della seconda metà 
del Trecento ì Conti di Montefeltro e d'Urbino allargarono il loro terri- 
torio dalla parte dell'Umbria, mediante l'acquisto di Cagli e di Gubbio ; 
nel seguente secolo essi rafforza^nsi col possesso di varie piccole si- 
gnorìe nella superior valle del Metauro , ma non giunsero alle sponde 
Adriatiche, mercè la riunione delle cospicue città di Sinigaglia e di 
Pesaro, se non allorquando da mezzo secolo avevano già titolo di Duchi. 
In quel tempo l'antica stirpe per mezzo di donne soltanto era conti- 
nuata, trovandosi chiamata all'eredità una novella famiglia papale. 
Buonconte nel 4246 venne riconosciuto da Federigo II Imperatore e da 
Onorio III Sommo Pontefice come vicario e feudatario nel' possesso di 

(4) Lives of the ItalUm poeU, by tke Rw. H. Stebbing. II ediz. Londra 4832, 
3 voi. (da Dante ad Ugo Foscolo). — The Literaltare of Italy, from the origin of 
the ItàUm ìanguage io the death of Boccaccio. A hislorical sketch by Léonard 
Francis Suipsoii. Londra 4854. — Michael Angelo considered as a phiìosophic poet. 
Wìth translations. By John Edward Taylor. II ediz. Londra , 4862. — Savona- 
rola and his times , by R. R. Maddbn. Londra , 4863, 2 voi. — La vita di Dante, di 
Cesare Balbo, venne tradotta da C. J. Bunbubt , Londra 4862. Le versioni della 
Divina Commedia negli ultimi anni in Inghilterra del pari che in Francia sono 
andate crescendo straordinariamente di numero, in modo da superare ora quello 
delle traduzioni tedesche. Dopo la versione più accreditata e spesso ristampata 
del Cabt , SODO venute quelle del WnifiST , Datuah , Catlby , Polloch e altre. 



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800 RASSEGNA M LIBRI 

Urbino. Guido figlio di lui fa quello che ai nome da Peltrii procac- 
ciò felina molto al di sopra della loro possanza quali signori territo- 
riali, militando qual condottiero rinomato nelle gnerre eteme dei Co- 
muni toscani dì parte guelfo e ghibelfina, e col dare nella contesa tra 
Bonifezio YIII e i Golonnesi il troppo famoso consìglio che dScesi ayer 
aperte le porte Prenestine. Ma il nome ancora di lui poco in oggi vì- 
vrebbe air infuori delle pagine delle cronache e delle municipali storie , 
se in uno dei canti più segnalati e per verità morale e per azione sto- 
rica , Tautore della Divina Commedia non ci avesse mostralo il figlio 
« de'monti là intra Urbino — e'I giogo di che Tever sì disserra » , come 
da uomo d'arme lattosi cordigliero, e seguitando tuttavia in quelle 
opere che « non furon leonine ma di volpe » , somministrasse al Papa 
il mal conforto che tutti ricordano in quelle parole : « Lunga promessa 
« con l'attender corto — Ti Darà trionfer nell'alto seggio ». Fa maravi- 
glia che il signor Dennistoun , il quale muove dubbio sulla verità della 
tradizione, non abbia conosciuta o almeno non valutata la difésa del 
più modano apologista di Bonifazio , del Cassinese Luigi Tosti ( Storia 
di P. Bonifezio Vili. L 16« , II. 48 , 268-281). Quello però che più dovrà 
farci maravigliare, sì è il non trovarsi in opera cosi estesa menzione 
veruna dell'altro Buonconte, figlio dì Guido, il quale trovò la morte 
nella battaglia di Campaldìno — « forato neUà gola — Fuggendo a piede 
e sanguinando '1 piano » , sintantoché andò a finire nel nome dì Mma , 
nell' a acqua eh' ha nome l'Archiano — che sovra Y Ermo nasce in 
Appennino » ; argomento di una delle più belle e più commoventi nar- 
razioni deDa Divina Commedia , il cui autore da giovane trovossi presente 
al sanguinoso conflitto , terminato il quale non venne ritrovata la salma 
del Feltrìo. 

Secondo il mìo parere, l'Autore ha ben fette di non troppo diffon- 
dersi nei dubbj e nelle contradìzionì dei genealogisti. Quand'anche gli 
fosse riuscito di chiarirli , pochi forse gliene avrebbero saputo grado , 
trattandosi per lo più di cose minute, e di nessun valore storico. Non 
sono di maggior peso delle genealogiche minuzie i particolari delle con- 
tese coi vicini , coi Malatesti Riminosi , coi Brancaleoni padroni dì gran 
parte della valle superiore del Metauro e della selvosa Massa Trabaria. 
In proporzione che si vien dando maggiore importanza a quelle parti 
della storia che ci palesano la vita intima e individuale dei popoli y 
e ciò che nello sviluppo dei medesimi e degli Stati ha del proprio ; 
meno si bada a tutte quelle guerricciuole colla cui descrizione troppo 
spesso viene a stancarci il Sismondi, e più di tutti il Napier, nella sua , 
per quanto pregevole , di soverchio minuta storia Fiorentina , la quale 
non ci fa grazia né anche della più lieve zuffa con Pisani o Aretini. Non 
prima della seconda metà del Quattrocento , la storia d'Urbino comincia 
ad occupare un posto più rilevante nella storia generale d' Italia. Ma an- 
cora in quel periodo trattasi assai meno del paese che dell'uomo il quale 



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RASSEGNA DI LIBRI 204 

tra i eapitani o principi della Penisola, ed insieme tra ì inutori di scienze 
ed arti, fece cospicua figura. Federigo di Montefeltro, secondo l'opinione 
più acconsentita, figlio naturale di Guid* Antonio Conte d'Urbino, nell'estate 
del 4444 succedette al fratello Odd'Antonio (f), unico della casa, la cui vita 
yenne troncata dal ferro di congiurati. DelFordine poco osservato in allora 
nel diritto di successione, e della conAisione tra discendenti legìttimi e na- 
turali, fonno fede le storie di molte tra le case sovrane d'Italia : per esem- 
pio, intomo a quel medesimo tempo, la storia deg^i Estensi Lionello e 
Borso. La vita di Federigo d'Urbino fu piena di gloria. In tutte le intra- 
prese sue egli si die a conoscer magnanimo e grande. Qual uomo d'arme, 
egli brillò fra i primi nel secolo degli Sforza e dei Piccinini ; e quantunque 
nel raax)nto delle cose che precedettero ^ seguirono la « ordinata zuffa » 
alla Moli nella, la quale durò una mezza giornata senza che vi morisse 
alcuno , egli non isfùgga allo scherno del Machiavelli {t}, nemico impla- 
cabile dei condottieri e del loro modo di guerreggiare , anche dal Ma- 
chiavello viene tenuto eccellentissimo nel mestiere delle armi ; a nobi- 
Utar il quale egli phi di qualunque altro degli emuli contribuì , non 
escluso r istesso Francesco Sforza. In o^ ancora la Biblioteca Vaticana 
può prestare onorevolissima t^timonianza del gusto purgato , con cui 
egli , pari a Niccolò V sommo pontefice , ad Alfonso d'Aragona , a Cosi- 
mo de' Medici , a Palla Strozzi , adunò nella sua capitale una ricca colle- 
zione di libri ; quand'anche non ne parlassero le pagine ingenue quanto 
evidenti dello scrittore ch'egli moltissimo adoperò nel comprare e nel far 
trascrivere Codici , cioè di Vespasiano libraio fiorentino. E mentre più di 
trentamila ducati egli spendeva per quella libreria, i cui tesori ai dì nostri 
sono del numero dei non meno preziosi che si conservano nella quasi 
interminabile fila di sale che dalla dimora dei papi mettono nell'antico 
Casino dell'ottavo Innocenzo, il celeberrimo Belvedere; non veniva 
meno la generosa protezione di hii verso i dotti. « Da papa Nicola e il re 
Alfonso in qua ( cosi leggiamo nella vita scritta da Vespasiano (3) j , lo 
stodio delle lettere e gli uomini singohiri non hanno avuto ignuno che 
gii abbia più onorati e premiati deUe loro fatiche, che ha fatto il Duca 
d' Urbino per mantenergli , e non ha perdonato a spesa ignuna ». Famoso 
al pari della libreria divenne il palazzo in cui la collocò , già celebrato ol- 



(4) Del conte Odd'Antonio parla Poggio Bracciolini nelle Historiae de varietà te 
fortvmae , 1. III. (Ed. Parigi, 4723, pajg. 444) , facendo un quadro tremendo 
delle sue scelleratezze : « Dignus viUie finis , si ciiius insaniae poeaas dedisset ». 
Anche Poggio fa menzione dell'antichità della famiglia : « Comitvm Montis Fe- 
retri p&rvetuMtwn est genus ». 

{%) « Ciascono con maravigliosa viltà si governava ». Storia Fior. , 1. Vii. 

(3) Vita CHI viromm iUustriwn auetore Vespasiano Fiorentino. ( Ed. da An- 
«SLO Mai, nello « Spicilegiwn Romanum ».) Roma , 4839, pag. 423. 

Amcs.StAj,. Nu/tva Serie. sA\ 



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202 BASSEGNA DI LIBRI 

tre il merito come il più bello d'Italia, ma ai nostri di ancora memorando 
e singolare , e per le difficoltà nel suolo vinte, e pel pregio delTarchitet- 
tura. Luciano Lauranna Dalmata ne fu l'autore , aiutato e , come pare , 
succeduto dal fiorentino Baccio Pontelli , il quale ornò Roma di parecchie 
delle sue pi\i belle chiese , mentre Francesco di Giorgio e il suo collega 
nell'architettura militare , Roberto Valturìo , contribuirono ad accrescerlo 
d'ornati. Nel mentre che Vespasiano letterato encomiò la « perizia delle 
lettere » di Federigo , a la grandissima cognizione non solo della isto- 
ria e dei libri della scrittura santa, ma.... la grandissima notizia di 
filosofìa »; Giovanni Santi, pittore non ispregevole, quantunque dalla 
fama del figlio come a dire obliterato, ne levò al cielo l'intelligenza nd 
fatto delle Arti, ragionando della costruzione del palazzo urbinate (4): 

« E l'architetto a tutti gli altri sopra 

Fu Xucian Lauranna , uomo eccellente , 

Che per nome vive , benché morte il cuopra ; 

« Qual coir ingegno altissimo e possente 
Guidava l'opera col parer del Conte , 
Che a ciò il parere aveva alto e lucente 

« Quanto altro signor mai , e le voglie pronte ». 

Il secondo duca d'Urbino gareggiò col padre nel favore accordato 
alle opere della vita intellettuale : gli fu però dissimile e nel talento e 
nei successi guerreschi. Ma posto ancora che diversa indole avess' egli 
sortita, non sarebbe tuttavia stato sufficiente a porre un argine a quella 
fiumana che al tempo del suo regno straripò nell' Italia. Guidubaldo di 
Montefeltro , non più che di dieci anni (MSt) cominciò a regnare : egli 
ne contava ventidue , allorché la spedizione di Carlo Vili rovesciò per 
semfNre il sistema politico su cui allora riposavasi la Penisola. In mezzo 
alLi confusione nata colle guerre pel possesso di Napoli e di Milano, Ce- 
sare Borgia determinò di fondare una signorìa indipendente, prendendo 
le mosse dalla Romagna e dalle vicine contrade delle Marche, frastagliate 
in un grandissimo numero di piccole signorìe. Dei mezzi posti in opera 
per conseguire il suo intento, trattano gH storìci contemporanei e molti 



(4) Cronaca in terza rima delle azioni di Federrgo , Bibl. Vaticana, Codd. 01- 
toboniani , N.^ 4305. Se ne stamparono varj frammenti risguardantì il palazzo 
d'Orbino , dal Gate , Kunstblatt 4836 , N.<» 86 , e i medesimi con altri diversi dal 
Pabsavaiit nella « Vita di Raffaello d'Urbino » ; Lipsia, 4839, voi. I, pag. 444^76. 
Vedi DRNRiSTOuir , voi. I , pag. vi (Prefaz.) , e in varj luoghi , voi. U , pagi- 
ne 449-460. Per ciò che spetta al titolo di « Conte • dato a Federigo , si av- 
verte che esso non prima del 4474 da papa Sisto IV ebbe quello di Duca , già 
concesso ad Odd'Antonio suo fratello. 



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RASSEGNA DI LIBRI 203 

de* posteriori , e coi) maggiore efficacia di tutti il Machiavelli , che nel 
figlio del Papa vedeva il principio di cose nuove e grandi. Nel giugno 
del 4502 il Borgia sorprese Urbino, il cui sovrano ricoverò a Venezia, 
tornò, fuggi di nuovo, e non riebbe, gli aviti Stati se non nelFaprile 
dell'anno susseguente alla morte di Alessandro VI , avendo questa tratta 
seco la rovina di Cesare. Fatto da non passarsi sotto silenzio nella storia 
dell'architettura militare , si è Taver Guidobaldo , dopo il suo ritomo , 
ordinato che si smantellassero la più parte delle ròcche da suo padre e 
da lui medesimo edificate, avendone provato danno più che vantaggio 
nella guèrra , per la difficoltà di munire un si vasto numero di piccole 
fortezze, che poco capaci erano dì opporre efficace resistenza (4 ). 

Guidubaldo fu Tultimo dei maschi della stirpe Feltrana. Allorché egli, 
nella fresca età di trentas^i anni, mori nel 4508, ebbe a successore il 
figlio della sorella, Francesco Maria della Rovere, già da sette anni, 
quando cioè non ne contava oltre undici , signore di Sinigaglia. Tre 
principi della casa Roveresca regnarono in Urbino dal 4508 al 4624, 
anno in cui Francesco Maria II, privo di prole, rinunziò nelle mani 
del Papa , signore sovrano del fjpudo. Al pari di Federigo pel decimo 
quinto secolo , nel susseguente Francesco Maria fece suonar alto il nome 
d*UrbiDO. Al pari di Guidobaldo egli , già in gioventù cacciato da Siniga- 
glia, due volte dovè abbandonare lo Stato, espulso, come già quello, da un 
pontificio nipote. Ma più ancora di Federigo e di Guidubaldo egli trovossi 
tra i lacci della non più italiana politica. Il ritratto di Francesco Maria, 
dipinto dal Vecellio e dall'ultima tra i suoi discendenti portato a Firenze, 
ci mette innanzi un uomo d'arme , coperto d'acciaio , di statura non alta, 
di tratti severi , di espressione non buona , scuro di capelli e di carna- 
gione , di attitudine imperiosa. Tale egli si dimostrò nelle continue 
guerre sotto i pontefici Giulio II , Leone X , Clemente VII , e nei servigi 
prestati alla Veneta Repubblica, con cui varie avevano le relazioni i duchi 
d'Urbino; e che , se non l'ebbe onorato di monumento pari a tanti altri 
capitani suoi, permise al nipote di erigergU statua ed iscrizione nel 
cortile del ducale palazzo, come al Colleoni aere suo pose la statua 
equestre accanto a S. Giovanni e Paolo. Ma né le guerre da lui combat- 
tute, né le azioni sue- violente, .tra le quali l'assassinio del Cardinal Ali-. 
dosi in pubblica piagnM)be' pressoché a costargli la pejrdlAr dello stato, 
né l'attività dimostrM^ nel regnare, avrebbero reso cosi j^to il nome 
di Francesco Maria ,fMre non si congiungesse con quef'nome la memo- 
ria di uno degli avveìÉKenti più tremendi e fetali della storia moderna 
d'Italia. Tale avvenimento si è il sacco di Roma del 4527. 

(4) C- PftOMis , « Vita di Francesco di Giorgio Martini », nel « Trattato di 
Architettura » del medesimo ^ Torino 4844 , voi. I , pag. 92. (Vedi MachiaveUi. 
n principe cap. XX. Quasi le medesime parole vengono ripetute nei Discorsi , 
l. U , cap. XXIV.) Il signor Densistouw non rammenta questa circoslanza. 



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204 RASSEGNA DI LIBRI 

Non v'è d'uopo di riandare i fatti, che sono già troppo noti. Fran- 
cesco Maria era capitano generale delle armi della Lega che dove- 
vano^difendere Roma e il Papa contro all'esercito Cesareo. Egli seguiva 
lento ma costantemente il nemico: a dove gli Imperiali pranzano, essi 
cenano » ; cosi l'ambasciatore di Arrigo Vili scriveva della marcia dei 
confederati (1). Nel di 3 Maggio, tre giorni prima dell'assalto dato alla 
capitale del mondo Cristiano, il Duca d'Urbino lasciava Firenze, avendo 
mandato innanzi Guido Rangone con cavalleggierì e coi fanti dei Fio- 
rentini. Francesco Guicciardini ci fa testimonianza , che la celerità del 
Borbone , e le piccole provvisioni di Roma pervertirono tutti i disegni. 
Poche ore dopo la presa del Borgo , il Kangone giunse al ponte Salaro , 
che non più di due miglia dista da Roma; — il di 9 soltanto l'avviso del 
tremendo infortunio trovò il Duca al ponte Granaiuolo su quello d'Or- 
vieto. Anche in quel momento sarebbe stato possibUe di strappar la 
preda dalle mani delle bande feroci prive del loro capo , nella gran città 
sparpagliate, più che alle armi intente a lussuria , crudeltà e rapina — : 
sarebbe stato possibile almeno dì salvare il pontefice, coprendone la fuga 
dall'assediato Castello. Da parecchi di coloro che col Papa stavano rin- 
chiusi , tra gli altri da Benvenuto Celliài e da Rafiaello da Montelupo (2) , 
si sa còme lunga pezza si tenne ferma la speranza del prossimo soccorso. 
Il duca d'Urbino non lo tentò, giacché la spedizione di Federigo da Boz- 
zolo e di Ugo Pepolì , che giunsero nelle vicinanze di Roma , venne con- 
dotta con fiacchezza tale, da non aver altro risultato che" di far viepiù 
star gr Imperiali sulle difese , mentre Francesco Maria consumava il 
tempo col saccheggiare Castel della Pieve e col cacciare Gentile Baglione 
da Perugia (.3) ! Quasi tutti gli storici dei tempo più o meno apertamente 
hanno biasimato la costui inazione. Opinione più divulgata si è, che 
Francesco Maria fosse mosso da ignobile desiderio di vendetta contro 
i Medici, i quali gli avean fatta si aspra guerra quando Leone regnava 
e il cardinal Giulio, ora Papa, governava o era creduto governar le cose 
della sua paU*ia. U signor Dennistoun s'ingegna di ribattere le accuse 
scagliate contro a Francése^ Maria, col dare il giusto valore alle asserzioni 
degli scrittori al medesimo contrarj, e coli' esporre le condizioni dell'eser- 
cito, e i riguardi che impedivano l'azione libera del capitano generale. Senza 
però voler giungere al segno di dare al duca d' UHiÙK) la taccia dì tradi- 
mento, non si può far a meno di ascrivere la colpa maggiore di un si gran 
danno alla sua tattica e al sistema da lui adottato. £gli non mancava né 
di coraggio personale né delle doti dì buon capitano. Ma il sistema suo 

(i) J. Russell ad Enrico Vili, State papers, Voi. VI, N.o 454 (Vedi « Il Cardi- 
nale Wolsey e la Santa Sede » , in Arch. Stor. Ita!., Append. Vol.IX, pag.457). 

(2) Nel frammento dell'Autobiografla stampato dal Gate , « Carteggio inedito 
dArtisti » , Voi. ni. 

(3) GuicciARDim , 1. XVin , cap. 3. 



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RASSEGNA DI LIBRI 205 

era Tesagerazione di quello che a Fabio Massimo diede il sopraiìDome 
• con cui è noto nelle storie. £gli credeva poter frustrare i disegni del 
nemico colle marcie e colle evoluzioni , sottraendosi al cimento di una 
battaglia campale. La condizione in cui trovavansi allora gli eserciti ita- 
liani, era di fatti tale da spiegare e quasi legittimare codesto benché 
in sé stesso erroneo procedere. Le guerre franco-«pagnuole avevano 
sbaragliato Tordine delle condotte originate nel quattordicesimo secolo , 
e nel seguente perfezionate. La tattica dei Bracceschi e Sforzeschi non 
era bastata a resistere all'impeto e al macello senza misericordia fotto 
dagli stranieri. L'arte moderna della guerra nasceva allora. Gli eser- 
citi si componevano di elementi poco concordi. In Italia essi venivano 
formati parte coi rimasùgli delle antiche condotte e compagnie, par> 
zialmente riformati secondo i nuovi bisogni, e a forma dei nuovi esempj, 
parte colle prime leve di milizie nazionali , che più forse alle disgraziate 
condizioni politiche dei tempi nascenti di quello che non a* difetti inge- 
niti delia loro costituzione, debbono attribuire lo sviluppo non corrispon- 
dente airespettativa né ai nomi di parecchi tra i loro istitutori e maestri. 
Colpa principale ebbe in ciò il bisogno di un organamento più condi- 
cevole alle cambiate circostanze , reso viepiù stringente in quell'epoca di 
trent'anni di guerre e di cambiamenti troppo incalzanti per o«)ncedere 
il tempo assolutamente necessario a poter trarre buon profitlD da due 
sistemi , uno dei quali già invecchiato e che trovavasi alle prese con altro 
non ancora dall'esperienza convalidato. Prendendo in esame siffatte cir- 
costanze , non si dura fatica a credere che le truppe raccolte nell'eser- 
cito della lega di Clemente VII nel 1527, non potessero infondere né 
energia né fiducia né prontezza a un capitano già per sé agli arditi con- 
sigli avverso , freddo ed irresoluto qual era Francesco Maria della Ro- 
vere , quand'anche non si fosse trovato vincolato dall'indole del governo 
Veneto a cui serviva , dai limitati poteri, e dal vedersi a fronte un eser- 
cito come quello del Borbone, vittorioso in Lombardia, ammutinato per 
le mancanti paghe, avido di battaglia, di sangue, di preda, e che tra- 
scinava dietro a sé ristesse malaugurato duca. 

A cominciare dalla morte di Francesco Maria , cioè dal 4 538, la storia 
(Kditica d'Urbino e de' duchi suoi perde affatto importanza. Guidubaldo II 
non riusci a far valere i diritti che sul ducato di Camerino spettavano 
alla prima moglie Giulia Varano. Egli si alienò da papa Paolo III e dai Far- 
nesi per accostarsi, come il padre avea fatto , alla Veneta Repubblica : 
voltando poi le spalle a Venezia, awicìnossi nuovamente alla Santa Sede 
e a Spagna , e per mantenere la sua posizione abbisognò di straniero da- 
naro, che non gli venne rifiutato. Contuttociò anche lo straniero danaro a 
Guidubaldo non bastò per le crescenti spese e per le forme delia corte 
ampliate secondo il modello spagnuolo ; dimodoché negli ultimi suoi anni 
una sollevazione turbò la usata tranquillità: sollevazione, a dire del legato 



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206 RASSEGNA DI LIBRI 

Veneto Matteo Zane, cagionata dall' istesso Duca, « il quale non per di- 
fendere lo Stato né per occasioni imperiose , ma piuttosto per ispendere 
in cose poco necessarie , metteva ogni studio , ogni pensiero in trovar 
nuove forme di imposizioni , le quali sono da stimarsi molto più in quel 
paese che in ogni altro , perocché , levata Tagricpltura , non vi resta in- 
dustria di sorte alcuna ». Sotto Francesco Maria II che gli successe, spari- 
rono a poco a poco le ultime traccie delPantica grandezza. Allorché nella 
tribuna della Galleria fiorentina sì osserva il bellissimo ritratto di questo 
principe , nel fiore degli anni da Federigo Baroccio dipinto , i tratti no- 
bili, l'occhio vivace, l'espressione gentile, il petto coperto da una di 
quelle magnifiche corazze che sogliono darsi per opera di Benvenuto 
Gellìni, e certo degne di essere per tali reputate ; furano e ingrato rie- 
sce il figurarselo negli anni cadenti. Maritato da giovane, e non consen- 
ziente, colla Lucrezia d'Este, sorella del secondo Alfonso, che tredici anni 
più di lui contava , dopo lungo quanto infelice ed infecondo matrimonio, 
divenuto padre in età provetta di figlio nato^ da seconde nozze, egli vide 
morire l'unico erede, vìttima di disordini giovanili, nel momento in cui 
la nuora Medicea dava alla luce una figlia ; e stanco e malaticcio, facendo ' 
vita più di claustrale che di principe, rinunziò al governo sette anni 
prima di chiudere gli occhi alla luce. Un quarto di secolo dopo il caso di 
Ferrara, Urbino divenne provincia dello stato della Chiesa ; ultima delle 
molte signorie di Romagna, d'Umbria e delle Marche, che tante volte 
avevano sfidato il potere dei pontefici. L'ultima dei Rovereschi, Vittoria, 
fu data a Ferdinando II dei Medici. Di sovente s'incontra in Firenze il ri- 
tratto di lei, più spesso in età di matrona, siccome era quando per lo più 
dimorava nel conservatorio della Quiete vicino alla toscana capitale ; ri- 
tratto con forme oltremodo a pinguedine tendenti , con espressione tra la 
noia e il malumore , indole confermata dalle storie di casa Medici , e che 
cogli allodj soli dei Della Rovere formò il retaggio di Cosimo III suo figlio 
maggiore, dissimile al padre. Se al momento della devoluzione d'Urbino, 
la Toscana fosse stata retta da ferma e forte mano , essa non avrebbe 
alcerto rinunziato ai vantaggi che le competevano, e segnatamente ai 
non invalidi diritti sulla contea Feltria , appartenutale per breve tempo 
ai giorni di papa Leone. 

Tali furono , nella storia politica d'Italia, i duchi d'Urbino. È facile il 
comprendere che qui non si trova materia da riempiere tre volumi, quan- 
d'anche si voglia essere generosi verso Federigo e Francesco Maria I. 
L'operosità nelle scienze e nelle arti dà maggior rilievo a questi si- 
gnori di piccolo paese. Sino dai tempi antichi, le gentili discipline e gli 
studj trovarono grata accoglienza qella corte Feltria. Di già si accennò 
all'amore ad essi posto da Federigo. Al tempo di lui , roggie e . repub- 
bliche disputavansi questo pacifico alloro. Nel numero degli uomini 
che nella corte di Guidubaldo I , affabile e dotto , e per infermità di gotta 



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RÀSS£«NA DI LIBRI 207 

sin dagli anni giovanili a vita casalinga predisposto , e di Elisabetta 
Gonzaga, gentile quanto istruita consorte di lui, brillavano e per ispi- 
rito e forse più per pregiò di forma negli scritti, due sono da nomi- 
narsi . per la gloria che diffusero su questa corte, Baldassar Castiglione 
e Pietro Bembo. Il primo, stato per varj anni al servigio dei Duchi 
di Urbino prima di passare a quello dei pontefici , nel suo libro del 
Cortigiano, di cui mun altro forse nel Cinquecento ebbe maggior fa- 
vore e copia di ristampe, non solo ritrasse il perfetto cavaliere in ciò 
che spetta a morale e a bel costume , ma nella prospera come nell'av- 
versa fortuna ingegnossi a persdnificarìo. Di Urbino e del suo palazzo, 
della corte e della vita piacevole, istruttiva insieme ed elegante che 
in essa fecevasi , egli ci ha tramandate descrizioni vìvaci non meno che 
dilettevoli , pagando nel tempo medesimo ai Feltrii tributo di lode e di 
gratitudine. D Bembo passò nella corte Urbinate parecchi anni della vita 
sua agitata ; vita che difficilmente lo avrebbe condotto alla dignità cardi- 
nalizia in tempi diversi da quelli di Giulio e di Leone. E mentre la poesia 
e le lettere vennero cosi incoraggite nella Feltrana reggia , accolte ed 
esercitate, anche dalle donne della famiglia e da prossime aderenti , tro^ 
viamo pressoi successori Rovereschi uguali propensioni, quantunque non 
sempre con ugual successo praticate. I due maggiori epici d'Italia fecero 
più breve o più lunga dimora in Urbino; il Tasso allettatovi e trattenuto 
dalla Estense Lucrezia , in cui si é voluto ravvisare la rivale della sorella. 
Già il padre di Torquato era stato bene accolto presso il secondo Guido- 
baldo , di cui reca testimonianza nelFÀmadigi. Ed Annibal Caro troviamo 
qui , e il Guarini , per tacere di molti altri. Tra gli Urbinati poi nel cin- 
quecento sono da nominarsi Bernardino Baldi , lo storiografo dei Feltrii 2, 
e quella Laura Battiferri , a cui spetta posto onorato accanto a Vittoria 
Colonna. 

Del pari che le lettere , anche le arti erano da prendersi in conside- 
razione. La connessione della scuola pittorica dell'Umbria con- quella 
delle Marche e delle adiacenti montagne non ha potuto sfuggire allo 
sguardo dell'autore. Fra Angelico da Fiesole e (rentile da Fabriano (erro- 
neamente detto a pag. 183 del II voi. « Francesco di Gentile » , nome 
del figlio di lui) hanno da ogni parte estesa nell' Italia centrale la loro 
influenza. Ottaviano Nelli fondò una scuola a Gubbio, dove una Madonna 
di lui maravigliosamente colpisce mediante il tipo della sua non comune 
bellezza. Pietro deUa Francesca, nato in Borgo San Sepolcro, ma spesso 
in Urbino adoperato, e ritrattista, quasi oltre il debito fedelissimo, di Fede- 
rigo e di Batista Sforza sua consorte, è da nominarsi in primo luogo dopo 
Masaccio per aver ricondotta l'arte all' imitazione della natura. Giovanni 
Santi , che il sentimento dell' Umbra scuola tentava di unire all'elemento 
naturalìstico , ai giorni nostri solamente ha avuto il posto dovutogli tra i 
Quattrocentisti. Di Raffaello suo figlio non occorre parlare. Nemmeno di 



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208 RASSEGNA DI LIBRI 

Bramante, nato in Urbino, ma che per le opere maggiormente appar- 
tiene a Lombardia ed a Roma. Tra i coetanei del Sanzio ci si fa innanzi 
Timoteo della Vite, il pittore della dolcissima Maddalena della Pinacoteca 
Bolognese. Passando ora ai Principi della seconda stirpe, li troviamo in 
relazione coi più rinomati fra gli artisti italiani. Per ciò che spetta al 
Buonarroti , sifiatte relazioni sventuratamente riduconsi alla non bella 
guerra mossagli pel sepolcro di Papa Giulio; guerra che gli amareggiò pfù 
d'un anno della sua vita. Di Tiziano rimangono i celeberrimi ritratti di 
Francesco Maria e della sua consorte Eleonora, il cui figlio Guidubaldo volle 
anch'esso delle pitture di lui, siccome lo dimostrano le lettere dal Gay e e 
da Z. Bicchierai pubblicate (4). I fratelli Zuccari nacquero nel Ducato, 
ma essi per lo più altrove lavorarono : per Urbino scarsa perdita, almeno 
in ciò che riguarda il giuniore. Con Federigo Baroccio giungiamo al Se- 
cento. Di tutti questi pittori, e di altri di minor nome, l'autore espone le 
qualità artistiche e spesso anche gli avvenimenti della loro vita. Nemmeno 
vengono dimenticati gli architetti militari, quantunque si desideriuo rag- 
guagli sufficienti dei medesimi e delle opere loro, eccettuati forse quelli 
della famiglia Della Genga. Ciò sorprende, stanteché Urbino ebbe parte 
priDcipalissima nella storia dell'architettura militare sin dai tempi del 
Duca Federigo e di Francesco di Giorgio architetto Senese, mentre parec- 
chi dei principi davano ed opera e segnalati favorì a siffatti studj. Accanto 
ad altri rami dell'arte, richiama l'attenzione nostra anche la pittura sulla 
porcellana, quella delle famose maioliche, le quali stanno in istretta rela- 
zione con Raffaello e colla sua scuola ; mentre l'arte delle terre invetriate 
secondo l'uso dei Della Robbia, contava artefici come quel Giorgio An- 
dreoli Pavese fattosi Eugubino, di cui rese celebre il nome anche all'estero 
il bellissimo altare ora nel Museo di Francofòrte sul Meno. Pesaro, Ur- 
bino , Castel Durante (Urbania) e Gubbio, al pan di Faenza, furono le 
sedi di questa artistica industria, la quale per breve tempo ricominciò a 
fiorire anche dopo l'estinzione dei Rovereschi, e di cui ai giorni nostri si 
è ritrovato il metodo , talché le opere moderne , dovute a nobile indu- 
stria fiorentina, non cedono a quelle del Cinquecento , di cui fedelmente 
ripetono i tipi giustamente ammirati (2). 

La storia del decimoquinto e decimosesto secolo citar può, nelle case 
principesche italiane, molte donne di valore, di cui anche Urbino non 
iscarseggia. Batista Sforza, moglie di Federigo, e la sua nuora Elisabetta 

(4) Nel « Carteggio inedito d'Artisti », voi. HI; e nelle a Lettere d'illustri Ita- 
liani non mai stampate » , Fir. 4854 

(9) Le bellissime imitazioni di maioliche del cinquecento , prodotte nella ma- 
nifattura di porcellana del Marchese Lorenzo Ginori . con direzione del signor 
Giovanni Frappa , formarono uno degli ornamenti deiruUima Esposizione indu- 
strialo toscana (4854). 



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RASSEGNA DI LIBRI 209 

-Gonzaga, in tempi che nel sesso muliebre videro non meno prudenza 
e forza di carattere che dottrina e gusto purgato e severo, nelFuna 
come nell'altra cosa meritarono &ma non volgare. La nipote d'Elisabetta, 
Eleonora Cronzaga, anche in giorni agitati e tristi , non andò scevra di 
lode. Comunque poi si giudichi di Lucrezia da Este, nessuno vorrà 
negare doti non comuni alla protettrice del povero Torquato; a lei che 
gi' ispirò la descrizione dei giardini d'Armida, trattenendolo nel soggiorno 
favorito dei Rovereschi nella valle del Metauro, Castel Durante, luogo 
inoggi |A)co dilettevole, quantunque non privo di naturali bellezze e alla 
maggior qualifica di città promosso. Accanto a queste duchesse d'Ur- 
bino, altre donne sono da nominarsi oriunde di Feltria stirpe: — Batista 
figlia del Conte Antonio e maritata nel 4404 in casa Malatesta, nelle 
teologiche discipline dottissima; Giovanna, figlia di Federigo e madre di 
Francesco Maria, protettrice del giovine Raffaello, cui raccomandò a 
Pier Sederini ; se pure si debba prestar fede alla lettera attribuitale 
del 4504 (voi. Il pag. !K48, vedi Passavant, 1. e. voi. I pag. St), della quale 
confesso parermi dubbiosa l'autenticità. Vittoria Colonna , la più esimia 
fra le poetesse d'Italia, era nipote dì Federigo per la Agnesina sua 
figlia minore. Per ciò che spetta alla dottrina di varie donne di quei 
secoli, e segnatamente alla loro cognizione delle lingue e letterature 
antiche, è da valutarsi il giudizio dal Macaulay profferito in un con- 
fronto tra le donne del secolo Elisabettiano e quelle del nostro (nel Sag- 
gio sopra Bacone, Criiical and historical Essays, voi. Il), riconoscendosi 
però ndl'epoca più seria e grave una direzione più seria degli studj, e per 
l'indole delle lingue che diconsi morte, e per quelle degli argomenti 
su cui versavano. 

Ogni parte della vita e della attività dei Ihichi d'Urbino, sia che si con- 
sideri la parte politica, militare , letteraria od artistica, e tutto ciò che ha 
connessione colla medesima, trovasi illustrato copiosamente nel libro del 
signor Dennistoun. Se di qualche cosa dovessimo lagnarci, sarebbe della 
soverchia copia di particolarità, stantechè l'autore non pose ben mente 
né al grado dell'importanza relativa riguardo all'argomento da lui tratta- 
to, né alla proporzione tra siffatto argomento e la storia generale d'Italia. 
n libro per ogni titolo sarebbe riuscito migliore, col trattare il subietto 
in modo più conciso. Il lettore ignaro o mediocre conoscitore delle Sto- 
rie italiane, si stanca , siccome sopraffaitto dalle minuzie che agli occhi 
suoi sono di niun valore ; — al lettore istruito in queste Storie riesce 
soverchia la quantità del già noto. So benissimo quanto sia arduo il 
tenere in ciò la via di mezzo. L'autore però ha troppo messo in non cale 
la vera proporzione , in cui le figure di un quadro, a fin di produrre il 
necessario effetto, hanno da stare col fondo e cogli accessoij: mancando il 
rilievo, queste figure, come dai pittori suol dirsi, non {staccano, e l'oc- 
chio si stanca. La parte che racconta gli avvenimenti da Federigo sino 

Aiici.St.1t., Nuova Serie, 97 



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240 RASSEGNA DI LIBRI 

alla morie di Fraocesoo Maria , e quella ch^ tratta (toUa letteratura 
del Seicento, sono prolisse all'eccesso, e con grave danno dell'opera. 
Al signor Dennistoun non avrebbe dovuto sfuggire che cento opere, 
contemporanee e posteriori e moderne, trattano qual più qual meno 
bene di siffatte cose. Non è ciò il solo danno di tale prolissità. Mentre la 
narrazione, per non essere circoscritta nei veri limiti, straripando quasi 
per ogni lato, procede fiacca, mentre la forma è mancante di concisione, 
i caratteri sono debolmente delineati, e difettano di quei tocchi sicuri e 
precisi, i quali soli riescono a dar vita ed originalità ai ritratti. La forma 
è sbagliata ancora per questo, che l'esame critico dei fotti non è separato 
a dovere dai suoi risultati, recando cosi incaglio al procedere del rao- 
conto. Forse l'esempio del Roscoe ha insegnato un tal metodo. Ma non 
bisogna dimenticare che il Roscoe ebbe scritto sessanf anni Ibi ; tempo in 
cui la letteratura della Storia Italiana era ben lungi dall'essere e nota e 
riboccante quanto lo è inoggi ; mentreché poi l'argomento era d' impor- 
tanza molto maggiore e per la politica e per le lettere e per le arti. 
Inoltre il Roscoe, malgrado la crìtica spesso mancante e i giudiq su- 
perficialissimi e sull'altrui fede ripetuti , diletta maggiormente per la 
vivacità dello stile. L'autore della Storia Urbinate i stato assai dilì- 
gente e coscienzioso. Ma per tutta quella parte del suo tèma a cui 
danno maggior rilievo i tre prindpi Federigo , Guidubaldo , Francesco 
Maria, non incontriamo una sda idea nuova, né originalità éì riflesàom, 
le quali quasi sempre sono prese dagli scrittori italiani, in modo da &re 
sparire pressoché ogni traccia di nazionalità straniera , che pur si ama 
ravvisare in un libro di straniero scrittore. Per lo più i giudizi sopra per- 
sone e fotti non penetrano sotto la superficie, avendo per base una piutto- 
sto pedestre filosofia morale, la quale è ben lungi dal potere stare a con- 
fronto coll'elevatezza, colla convinzione e colla forza intuitiva della filoso- 
fia cristiana, che per fortuna ravvisiamo presso più d'uno dei moderni 
scrittori italiani. A for questa osservazione mi spinge soprattutto la difiu- 
sissima illustrazione delia politica e degli afiari pontìficj da Sisto IV a Cle- 
mente VII, in cui ci tocca sentire per la centunesima volta le solite quanto 
ormai noiose accuse contro Alessandro VI e la Lucrezia e Cesare Borgia, 
mentre non sarebbe stato tanto difficile di for vedere il Valentino e i di- 
segni suoi sotto un più elevato punto di vista politico, senza tentar già di 
lavarlo dalle macchie pur troppo manifeste. Ma del ritratto che il Machia- 
vello ci lasciò di quest'uomo perverso ma non comune, generalmente non 
si mette innanzi se non il solo lato della morale indifferenza, che stima 
leciti i mezzi tutti che condur possono aUo scopo ; indifferenza che nel 
giudizio di chi legge toma a carico dello scrittore come del condottiero. Le 
colpe di quel tempo, col loro tremendo mescuglio di viaj e di scelleratezse 
italiane e straniere, colpe di principi e di popoli viziati di folsa politica, 
di falsa morale, quasi direi di falsa religione in mezzo al rinato pagane- 



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RASSEGNA Di LIBRI S44 

Simo, meglio da una pagina di Cesare Balbo si ritraggono, che da cento 
del signor Dennistoan. 

Mentre la parte 8torìeo--pralica dei libro ci offire cosi poca origina- 
lità di riflessioni e di giudizi, non altrimenti accade della parte letteraria. 
Come in ogni parte di esso , anche in questa i particolarì vennero in- 
dagati con lodevole diligenoui : manca però la forza d'infonder loro e vita 
e moto. I poeti , gli oratori , gli storici i quali ebbero più o meno relazioni 
colla corte Urbinate , ci passano in lunga linea sotto gii occhi : ma ove 
pochissimi dei meno importanti se ne eccettuino, come. per esempio 
Giovanni Santi , a cui avvertirono il Pungiieoni , il Gaye , il Passavant 
(daUa cui Gnmaca nondimeno si è qui per la prima volta cavato m<^to 
frutto per la storia contemporanea) ; e cosi nell'ultima parto alcuni DH 
fmnorum genHwn ; non troviamo altro su tal proposito se non quel die 
dicono gli storici della letteratura Italiana. Intanto essi occupano uno spa- 
zio fuori d'ogni proporzione ; principalmento i Cinquecentisti , l'Ariosto , 
FAretine, Bernardo e Torquato Tasso ed altri , ai quali si dedica un'ot- 
tantina di pagine per ripetere cose già dette e ridetto. Nel giudicare delle 
belle Arti prevalgono quei prindjij » ai quali il Rio e il Ifontalembert in 
Francia , Lord Lindsay in Inghilterra , e vaij e critici ed artisti in Ger^ 
mania, con più o meno, prospero successo hanno tentoto di aprire la via : 
principj che ben riposano sopra fondamento saldo e buono , ma die nello 
sviluppo delle conseguenze loro troppo esclusive ihcilmento conducono 
a sconoscere la vera natura ed insieme la vera missione dell'epoca Ra^ 
laéUo-Michelangiolesca. Ciò è toccato andie al nostro autore , malgrado 
i modi circospetti con cui manifesta le sue opinioni. Mi ha fatto sempre 
maraviglia , come i propugnatori dell'arte che specificamente chiamano 
cristiana , al cospetto della Madonna Sistina , della Trasfigurazione e della 
volta neOa cappella di papa Sisto IV, die è la più bella , la più subli- 
me , la più poetica epopea pittorica di tutti i scodi , non ai sieno avveduti 
ddla frJsità, non dico delie loro massime fondamentali, ma bensi dett'appii- 
cazione delle medesime. 

La diligenza, con cui il sig. Dennistoun durante parecdii anni ha dato 
opera a questo lavoro, paragonando le storte e le cronache contemporanee 
e quelle di date più moderna, frugando bibliotedie ed archivj, la Vatica- 
na ed altre di Roma, V Oliveriana di Pesaro, l'Archivio d' Urbino , il Medi*- 
ceo in cui passò tanta copia di documenti Urbinati , quella della Galleria 
degli Uffizj, la Mag^tabechiana ea, perìustrando poi i hioghi già dai Feltre- 
sebi e Rovereschi dominati, onde aggiungere colla descrizione e ed odore 
locate pregio maggiore ed efficacia alla narrazione ; questa diligenza non 
comune e degnissima di lode, appare in ogni parte dd libro. Scorgesi 
questa ancora nelle Appendici, le quali contengono tra documenti ed illu- 
siraoùoni buon numero di cose più o meno importanti o curiose. Tra le 
medesime , nel I.^ volume , osserviamo l'inventario della roba di Sueva di 



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242 RASSEGNA DI LIBRI 

Montefeltro figlia del conte Guid'Antonio, che nel 4460 ritirossi in un con- 
vento; la costituzione ossia i capitoli concertati nel 4444 tra la città 
d' Urbino e il cónte Federigo, che e' inségna qual contrappeso all'autorità 
sovrana opponessero le libertà municipali , di cui nel presente caso ri- 
chiedevansi le guarentigie a cagione del viver tirannico dell'ucciso signore 
Odd' Antonio, siccome avvenne in caso simile da parte degli Stati del Mon- 
ferrato dopo l'uccisione del marchese Secondotto nel 4379 (4) ; l' illustra- 
zione delle imprese adottate dai signori d'Urbino ; quella dei Manoscritti 
miniati dell'antica biblioteca ducale ora aggiunta alla Vaticana, illu- 
strazione contro al solito troppo succinta ed incompleta ; il carteggio di 
Federigo cavaliere della giarrettiera con Odoa^do IV d'Inghilterra; la nar- 
razione delle nozze estensi di Lucrezia Borgia scrìtta da Mann Sanudo , 
desunta , senza indicazione del luogo', dai Ragguagli di Rawdon Brown , 
voi. Il, pag. 597 segg. Nel volume II.** troviamo i documenti intorno alla 
giarrettiera conferita a Guidubaldo , invece della qual distinzione i duchi 
posteriori ambirono ed ebbero quella del Tosone ; oltre copiose notizie 
del poema più volte menzionato di Gio. Santi. Nell'ultimo volume , quella 
parte per la quale l'autore si è prevalso maggiormente di documenti 
manoscritti , si è la storia di Francesco Maria II. Non è colpa di lui ma 
dell'argomento , se il ricavato non riusci di particolare importanza. Le 
memorie e il diario lasciati da questo Duca sono per lo più aridi (l'au- 
tore si lagna a pag. 493 « {^this most disappoinUng MS, »), consistendo 
in ragguagli poco importanti e di cose di famiglia , e di feste di chiesa , 
e di frequentissime caccio nella Valle del Metauro , e di arrivi di 
stranieri. Una notizia di quest'ultimo genere non manca d'interesse. 
Nel di 9 Giugno 4648, il duca d'Urbino indica l'arrivo a Pesaro del Ga- 
lileo, reduce dalle Marche per Firenze. « Arrivò il Galileo, che veniva da 
Loreto di ritomo a Fiorenza ». Della gita del grande filo6<^ alla Santa 
Casa non è memoria presso i suoi biografi, secondo l'avvertenza che Eu- 
genio Alberi (Opere di G. G. , voi. Vili , pag. 409) tà a una lettera di 
Giulio Gerini , il quale si rallegra del felice ritomo. Confesso però di 
non trovar motivo da ammettere, coU'edìtore delle opere Galileiane, che 
tale viaggio sia stato determinato dal desiderio di mantenersi in grazia 
di persone pie , e tenuto ad arte segreto agli amici. I sentimenti reli- 
giosi di Galileo mi sembrano spiegare abbastanza il devoto pellegrinaggio, 
di cui , per ciò che spetta agli amici , pare che fosse informato Federigo 
Cesi, il quale in quest' incontro l'aspettava nel suo castello d'Acquasparta. 
Le surriferite carte contengono d'altronde antichi ragguagli degli stuc^ 
fatti da Francesco Maria, in ciò non degenere dagli avi , il quale aumen- 
tando i tesori letterari della sua reggia , leggeva la Bibbia e i classici anti- 

(4) Sglopib; Degli Steti generali e d'altre istituzioni politiche del Piemonte e 
della Savoia. Torino » 4854 , pag. 45. 



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RASSEGNA DI LIBRI 843 

cbi ; tra cui per ben quìndici anni le opere di Arislolile furono l'oggetto 
più fiivorìto delle sue dotte investigazioni , aiutate da Cesare Benedetti 
pesarese. « È studioso e letterato assai (cosi scrive di cfuesto principe 
nel 4575 Messer Matteo Zane ambasciatore veneto già nominato, nelle 
Relazioni Venete, 11^ u, 338); nella sua corte vi è sempre qualche per- 
sona segnalata in arme e in lettere, e vi si fo professione di una esqui- 
sita buona creanza e di essere cortigiani perfetti : il che è uso antico di 
quella corte ». Col mezzo frattanto di queste memorie e del numeroso 
carteggio, l'autore ha illustrato assai bene quest'ultimo periodo della sto- 
ria d'Urbino. L'Appendice a questo volume , il quale (a pag. 382-404) 
termina con una breve ma pregevole storia delle Maioliche, contiene fra 
le altre cose varj documenti intomo a Francesco Maria I ; ragguagli 
statistici sui tempi Rovereschì (a pag. 431 viene citato erroneamente 
l'Archivio Storico Italiano invece delle Relazioni Venete , che ci porgono 
il Bilancio dello stato d',Urbino) e varie particolarità sugli oggetti d'Arte 
colla successione d'Urbino passati a Firenze, e ora solo in parte conser- 
vati o noti. 

In opera cosi voluminosa sarebbe ingiusto il ikr caso di ogni omissione 
o inesattezza di poco momento : anzi torna a lode dell'autore la scarsezza 
del numero delle cose trascurate o sbagliate. Si potrebbe chiedere per 
qual ragione, nel ragguaglio delle cose di Romagna alla fine del Dugento, 
manchi la descrizione bella quanto storicamente fedele della Divina Com- 
media ( « R<miagna tua non è, e non fu mai » Inf. XXVII, 37 segg. ) ; come 
Inscrizione per lo meno dubbiosa della caccia Ubaldinesca del tempo di 
Federigo I possa darsi (I. 45) qual àocumento autentico e di lingua e dì 
storia ; perchè nella genealogia deg^i Sforza (1. 75) si ometta intieramente 
la linea di Bosio ; perchè ì signori di Camerino si chiamino sempre « Va- 
rani »; con che diritto Iacopo Piccinino ( 1. 474 ) vien detto sovrano di 
Sulmona {Sovereign of S>), il che è afflitto contrario alle videe e alle 
condizioni del tempo ; perchè Vittoria Colonna è chiamata donna mal- 
maritata ( UlmaUd ioife ) del marchese di Pescara , parole che si pre- 
stano a falsa interpretazione (4) ; come mai la regina Giovanna II viene 
onorata (I. 340) dell'epiteto di bella (ò^otif^), troppo contradetto 
dalla statua lei regnante scolpita. Per non entrare in troppe di siffatte 
minuzie, osservo qui solamente di volo, che ( I. i%t ) l'immacolata Con- 
cezione è cambiata coll'Annunziazione. Di soverchio mi dilun^erei , se 
volessi toccare delle cose attenenti alla storia artistica. Non posso però 
passare in silenzio, chlD l'autore ha torto credendo e volendo provar vera 

(4) A pag. 447 del voi. Ili si dice , Lavinia figlia di Guidnbaldo li essere 
staU maritata ad Alfonso Felice d'Avalos del Vasto ■ figlio dalla celebre Vittoria 
Goìonoa ». Vittoria non aveva figli (il famoso marchese dal Vasto, Alfonso 
d'Avalofl , era suo nipote ) , e l'anacronismo è patente. 



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244 RASSEGNA DI LIBRI 

l'iscrizione di un ritrattino sebben graziosissimo, che si volle spacciare 
per quello di Raffaello ( <r Rafaelh Sansi d Anm sei nato U d: 6 Apr. 4483. 
San%i padre dipinse » ). In altro luogo io mostrai di ritenerla come apo- 
crifo : il signor Dennistoun ribatte Taccusa ; ma la sua difesa non ha 
valore. I caratteri sono moderni ; Giovanni Santi, per quanto io sappia, 
non si è mai chiamato Sanzi ; nel Quattrocento non si usavano poi i 
nomi di famiglia in quel modo. L'insieme tutto quanto ne accusa la 
teiaìik (4). 

Quantunque l'opera del sig. Dennistoun soggiaccia a varie censure ; 
quantunque essa, se fra più giusti limiti circoscritta, avrebbe me^o cor- 
risposto al suo scopo ; abbiamo da ravvisare nella medesima un'aggiunta 
pregevole alla letteratura della Storia Italiana. L'autore merita poi cor- 
dialissimi ringraziamenti per l'amore da lui posto a siffiitto argomento; 
per la straordinaria diligenza con cui in opera si splendida non che 
bella , lo ha esaminato ed illustrato in tutte le sue parti ; ed anche per 
avere, in tempi tanto egoistici e turbati, volto lo sguardo a regioni mezzo 
dimenticate , e a popolo da tante magagne afflitto, regioni e popolo che 
ek^ro precedenti assai più lieti. Chi ai nostri di consideri l'antico e il 
moderno stato dell'antico Ihicato d'Urbino , ormai da oltre due secoli pro- 
vincia pontificia , non potrà non compiangere la sorte che inarìdi copiose 
sorgenti di benessere, che annientò l'avita gloria, che scambiò le condi- 
zioni dalla natura e dalle abitudini sanzionate con altre nuove e moleste. 
Nel presente luogo ci troviamo come di fronte l'antico dilemma dei van- 
taggi o svantaggi dello sparire dei piccoli Stati , del cessare di quelle 
forme particolari che si oppongono alla decantata unità. Ferrara e Ur- 
bino sono prove manifeste contro all'opinione di coloro i quali ,. negando 
alla Storia i suoi diritti, condannano a priori gli Stati pioodi , dichiaran- 
doli una disgrazia pei popoli. Si paragoni nel caso di cui trattasi il 
presente col passato. Facendo tutte le concessioni possibili alla consueta 
obbiezione, che accanto a corte magnifica vi può essere, ed ò stato di 
sovente, un popolo miserabile, non si può a meno di non restare colpiti 
dal cambiamento che fecesi in pe^o. Ferrara, colle strade larghe in 
cui cresce l'erba (a thy wide and grassgroum streets » Ghilde-Harokl) , 
trova una lugubre compagna neUa solitudine di Urbino; città che, merco 
la grande strada della valle del Hetauro, non rimane già esclusa dalle 
comunicazioni maggiori , ma noti ne gode. L'autore delle Memorie dei 
Duchi d' Urbino cita una relazione del Seicento , in cui si descrive la de- 
cadenza del paese non molto dopo che era sceso nella tomba l'ultimo dei 

(4) Il cav. Doti. Enrico Guglielmo Schdlz, direttore dei Musei di Dresda, 
di cui in questo momento ci aocuora r immatura morte , accaduta il d\ U Aprile, 
riconosce anch'esso la falsità dell'iscrizione nel suo pregevolissimo Saggio sulla 
vita e le opere del Barone di Rumohr; Lipsia 4844. 



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RASSEGNA DI LIBRI 845 

principi , i quali univano nel loro stemma Taquila dei Feltri! alla quercia 
dei RoYerescbi , cui incontriamo ad ogni passo in Roma nelle £aibbri> 
ohe e nei monumenti d'arte di Sisto lY, di Giulio II , di Alessandro VII. 
« Il paese ( cosi affermavasi verso la fine di quel secolo) è spopolato ed 
incolto, rovinato dalle estorsioni e privo di qualunque industria ». 

N<m volendo peccare d' ingiustizia, bisogna però senza pregiudizi consi- 
derare il passato ; — convien chiedere se, negli ultimi tempi dell'esistenza 
autonomica, le condizioni di quei ducati fossero da invidiarsi. Emiliano 
MaiioleflBO, nella relazione di Ferrara, le cui strade parevano deserte anche 
al Montaigne , parla dello scarso amore dei sudditi verso Alfonso II , e 
delle esazioni del fisco, delle alte gabelle e dei monopoQ che impedivano 
la libera vendita fin anche degli oggetti più necessari alla vita. Gli abi- 
lanii non già riguardavano qual disgrazia la venuta del Cardinal Legato 
Pietro Aldobrandini ; ma il procedere del nuovo governo troppo presto, 
benché ad un tempo troppo tardi, riaccese l'antica affezione portata a casa 
d'Iste. Come poi Urbino , sotto i due ultimi Duchi , decadesse ognor più, 
crescendo gli oneri mentre diminuivano i proventi, risulta anche dal 
libro del sig. Dennistoun. Guidubaldo II colle nuove gabelle raddoppiò 
la rendita , e quantunque il successore levasse parecchi dei pesi per 
e sgravare i sudditi del peso insopportabile delle gravezze , e ridurli in 
stato che possano passare la vita consolata » (cosi lo Zane), contuttociò i 
redditi non più corrispondevano alle esigenze. Il paese era in decadenza : 
qualche rara festa , come a mo' d'esempio quelle che celebrarono la na- 
scita dell' infehoe Principe Federigo (il cui ritratto, in ricche &sce, vedesi 
tra i quadri del palazzo Pitti ), erano quasi fUochi di Bengala in mezzo ad 
oscurità crescente. L'ultimo Duca d' Urbino , degno alcerto d'esser anno- 
verato farà i sovrani migliorì di quel tempo, i quali però per lo più a fair il 
bene erano pressoché impotenti per le disgraziate condizioni politiche 
della maggior parte d' Itadla , merita insieme di essere ricordato ancora 
per le disposizioni prese pel caso di minorità del figlio. Prescrìsse nel 4606 
V istituzione di una Reggenza di otto persone , di cui si riserbo la no- 
mina sopra i ruoli da presentarglisi dalle città e dai municipj dello Stato. 
A questi Otto sarebbe appartenuto di rappresentare V intero Stato, go- 
dendo l'istessa assoluta autorità del principe, e dedicando l' intera loro 
attenzione al bene del paese e del pupillo (4). Le misura allora prose non 
solo chiaramente dimostrano come le istituzioni municipali fossero sem- 
pre vive ed efficaci, ma fanno intravedere un fondamento di governo co- 
stituzionale mediante i deputati delle città , il parlamento della contea 
di Montefeltro , il consiglio di San Leo , ai quali il Duca dichiarava d'ab- 

' (4) Di questi consigli tratta ancora il eh. Filippo Ugoliri nelle sue memorie 
« Dei Duchi d'Urbino », cui , nel terminare la st<impa della presente rivista» 
incontriamo nello « Spettatore » , giornale florent. , N.<> 44 , 4SL 



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S46 RASSEGNA Di LIBRI 

bandonare^ e per lungo tratto di tempo abbandonò gran parte dei pub- 
blici affari. Francesco Maria II , più agii studj e a ritiratezza inclinato 
che non a cose di governo , forse da siffatto motivo venne spinto a riat- 
tivare rantica partecipazione dei sudditi al governo da lui sempre detto 
assoluto : Cosimo III , vedendo la vicina estinzione della casa e an- 
noiato dai pretendenti alla successione , allorché temeva gli si forzasse 
la mano , volle rivendicare ai Fiorentini quella libertà , a distruggere la 
quale la sua famiglia era stata principalissimo strumento. Cosi per motivi 
diversi , in diverse epoche , rinascono in Italia le reminiscenze di condi- 
zioni e diritti antichi che più che altrove conservano forza vitale; mentre 
ai di no^ri ancora , per corrispondere agli onesti desideij , non avrebbero 
bisogno che del savio e successivo e maturo svolgimento di ciò che nelle 
loro massime fondamentali per ogni tempo e ogni stato rimane di saldo 
e di buono. 

Firenze j aprile 4855. 

Alfredo REtmoNt. 



Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese, esisUnH nella 
R, Università Ligure, indicate ed illustrate per Agostino Olivieri. Gè- 
nova, Tip. de* SordùmuH, i855, 8vo. 

Annunziamo con vero piacere questo libro di 250 pagine, che mani- 
festa al pubblico quanto resta di utili carte in prò della storia di una 
delie più illustri provincie d'Italia. Molti scrittori ebbe Genova ; i primi 
per ordine pubblico , gli altri per conto proprio e propria opinione : 
cosiché poco è a sapersi di nuovo , se già non é della parte economica 
del governo millenario, di che né le mire degli antichi cronisti -né gli 
studii de'nuovi ebbero a muover pensiero. Tuttavia molto ancor resta 
a scrìvere, ove per rettificare e ove per ampliare della materia già 
trattata sui generali ; in ispeciale è a far la storia dell'amministrazione, 
della zecca e della marina , di che appena si hanno indizi nelle leggi 
sparse e per poco tocche dai cronisti. Parve che a certe spedaUtà pen- 
sasse Michele Canale (1); ma, oltreché la sua opera rimase in tronco 
dopo la pubblicazione, nel 4849, della 4.* disp. del VoL V (anno;43a4 ), 
dimostrò il sig. Buffa in questo Archivio (%) , quanto era lontano dal 
corrispondere airaspettazione universale. Il Muratori desiderò stampare 
il Caffaro , e noi diede mezzo ; quello che diede é anche molto guasto, 

(4) V. Storia cMk , eommerciale e leUeraria dei GeiMveH, dalie origmi al- 
l'anno 4787. 

(2) Appendice delVArch. Si. Ilak , T. Ili , p. 939. 



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BAS8EGNA DI LIBRI 247 

e del resto che vide poco è di decoroso ai Cronovesi. Del Caffaro comin- 
cia a parlare questo libro dell' Olivieri , e dopo descrittone i codici che 
stanno all'Università, uno- dei quali tutti dicono due vdte collazionato 
coll'originafo che é a Parigi, ed era agli Archivi della Repubblica, stampa 
una lettera del prof. Scarabelli, che afferma nessuno esemplare di Caffaro 
essere genuino; i creduti pieni essere interpolati; i monchi, disfòrmi 
fra loro ; quello stesso che sembra originale a Parigi non essere l'ori* 
ginale , avere ne' margini postille d'altre mani , essere di età non vicina 
all'ultimo continuatore. Sembra' dalla lettera che per ragioni di confronti 
e di esami lo Scarabelli sia riuscito a sceverare il genm'no dal postillato, 
e prossimo o non lontano al darci egli un Caffaro vero. Il Muratori diede 
le ultime parti c(ella Leggenda di Iacopo da Varagine , perchè le prime 
sono piene di favole; ma l'Olivieri avverte con saggi scelti, che tuttavia 
una importante parte dar si potrebbe, che è degli avvertimenti ^1 bene 
governare. Rimangono inedite il Januenstum Monumenta di Cristoforo 
Ciprico, dal 4099 al 1436; la Storia (o gli appunti storici) del Rocca- 
tagliata; i fotti del 4927 di Poggi Vescovo di Brugnate ; l'originale al la- 
tino delle Gesta genovesi dal 4529 al 4544 del Partenopeo, noto alle 
stampe in traduzione italiana del Bacigalupo; la Congiura di Piesco del 
Cappellone, copiata da un manoscritto dato dall'illustre Pezzana al prof. Sca- 
rabelli ; le storie Genùvesi e degli uomini illustri della Repubblica di 
Cibo Recco dal 4460 al 4528 , e dal 4550 al 4570 ; le Discordie del 4575 
del Lereari; i Successi dal 4584 al 4607 del Roccatagliata ] la guerra 
del 4625 del Costa e del Cigola, e gli Avvenimenti dal 4612 al 4628 di 
RafiTaele dalla Torre ; la storia di Corsica del Comica nel 4556, compendio 
o sformatura d'uno scritto del Giustiniani , e l'altra deìVAcinelli dal 900 
al 4740; i libri storici ed artistici del Federici e del Porrata; le Memorie 
d'ogni genere deWArgiroffo, e le varie distinzioni de'Maestrati diversi: 
tutte le quali cose sono descritte in una prima categoria che ha per 
titolo c( Storia Civile e Liguri illustri , Città e dipendenze , Magistrati go- 
vernatori » , e vedono un corso dall'anno circa 900 al 4 81 5. 

La seconda categoria « Opere politiche ed economiche, documenti d'offi- 
do relativi allo stato » , comproide varie Relazioni delia condizione morale 
ed economica della Repubbhca, e specialmente nelle epoche delle Rifor- 
me 1527, 4547, 4575; e nel 4597, nel quale Genova contava 61,131 abi- 
tanti, dì cui 2349 poveri soccorsi dalla pietà pubblica, 589 preti e frati, 
4278moiiache, 28,740 soldati, oltre la milizia forestiera, colla rendita di 
lire 428,264, e le spese di lire 383,472 del bilancio di stato, lire 32,000 di 
quello del Comune, 464,873 dell'altro delle galere, di Corsica 198,595 ec. ec, 
secondo quella di Matteo Senarega, che fu Doge e che ne dovea sapere. 
Lor seguono carte de'go verni delle coionie e de' trattati stranieri, e il Liber 
jurium , che ora ha stampato la. Deputazione di Storia patria , sventura- 
niente non senza errori, dei quali l'Oiivieri dà un saggio. E tra ((ueste, 

Arcu.St.It.. a Nora .V'vvV. 38 



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848 RASSEGNA DI LIBRI 

altre carte sono, le quali, note al Desacy e alGràberg d'HemsÒ, diedero oc- 
casione all'Olivieri di fare parecchie rettificazioni e spiegazioni; siccome di 
fame al Marsand e ad altri e altri che di cose genovesi discorsero o non 
rettamente o spropositatamente. E a proposito del Desacy, corregge un 
documento di lingua genovese da lui pubblicato i e perocché da ciò che 
stampò V Archivio Storico , e poi un altro Olivieri (Giuseppe) innanzi a un 
Vocabolario del dialetto, si prepararono saggi di tal parlare ne'diversi tem- 
pi , in questa categorìa avverti quali altri documenti si serbino all'uopo. 
Fra i curiosi ed importanti documenti di pubblica economia quivi stesso 
registrati , é notabile quello della tassa dell'un per cento imposto ai pos- 
sedimenti della nobiltà genovese l'anno 1636, perchè a un per uno sono 
scrìtti i tassati colle facoltà loro, sendovene quattordici che avevano 
fra 4,042,777 lire e le 3^928,333, somme per que' tempi importanti ed enor- 
mi. Anche questa Categorìa conta documenti per ogni anno sino al 4834 , 
ma non comincia sopra il secolo XIII, e di gravi sono che mancano al 
Libérjurium testé nominato. 

Di grande utilità agli studii economici e agli antiquarìi é la Categoria 
terza « Della Zecca e dei valori delle monete » , conciossiaché della Zecca 
di Genova pochissimo si raccoglie di sparso , e poco e più per gli storici 
scrisse il Gandolfo. E quivi l'Olivieri si difiFuse eziandio ne' saggi, stuzzi- 
cando cosi la curìosità , e insieme dando alimento a chi abbia bisogno 
di conoscere qualche cosa de'valorì commerciali delle monete in Genova 
ne' tempi di mutazioni del commercio. E avvegnaché il prefato Gandolfo, 
accettato alla cieca un atto segnato 4409, in cui era parìato di denari 
genovesi f stampato in prìma dal Padre Spotomo, per vincerla per quelli 
che non ammettevano moneta genovese innanzi al prìvilegìo di Corrado 
del 4438, non potuto porre quell'atto in questa Categorìa, ma in fine della 
settima, dove mostrò rincalzando le più vecchie ragioni dell'abate Rag^o 
che l'alto appartiene al 4479, quivi indicò i precedenti e i conseguenti, 
fermando con critici additamenti la varìetà , e i vari decreti per le mo- 
nete , i pesi e le bontà , si che senza uscire dai termini di un catalogo , 
rendesse servizio istantaneamente agli archeologi e agli economisti, senza 
che siano costretti per tutto affatto andare all'Università a frugare per 
quelle carte ; e d'anno in anno scendendo arrìva nientemeno che al 4792. 

La quarta Categoria ha le Leggi e % decreti della Repubblica , e gli Sta- 
tuti delle arti dal 4413 al 4 84 4 , indicato dove altrì rìnvenir ne possa lo 
studioso di questa importante parte della storìa economico-politica degli 
Stati. La quinta ha gli « Statuti Municipali e i Privilegi dei Comuni » d'Al- 
benga, di Sarzana, Nicolla ed Ortonuovo, di S. Remo, Novi, Montobbio, 
Chiavari , Savona , Castelnuovo di Magra , Albipola , Yaragine e Celle, di 
Spezia, Porto Venere e Carpena. La Sesta riguarda le « Famiglie », e l'Oli- 
vieri le nominò ad una ad una , indicando poi quel che sia per esse, o 
storico genesiaco, o di fasti , o di genealogie , o di alti di vendite, e ma- 



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RASSEGNA DI LIBRI 249 

trìmoniì , e mutui ec., buono alla cognizione delle trasmissioni degli umori 
di parte nelle diverse famiglie , e delle facoltà di ciascuna , e delle incli- 
nazioni e delle mutazioni delle forze economiche del paese nella fortuna 
privata e nella pubblica. Chi volesse scrivere delle famiglie Genovesi , 
potrebbene più che non feceto Deza , Federici , Battilana e Litta. 

La settima ed ultima Categoria riguarda 1* « Ecclesiastico ». Sono volu- 
mi di Memorie , Raccolte dì estratti , Atti autentici e varii di antichità di- 
stinta; bolle, brevi, donazioni, statuti, instituzioni, sentenze, inventari!, 
cronache, documenti ec. ec.; a cui si a^ungono 38 pergamene della stessa 
natura, ed altre 9 che star dovevano alla Categoria seconda : cose tutte 
che quando si vorrà conoscere la influenza che ha avuto la Chiesa 
nella prosperità civile , saranno esaminate con tanta premura, con quanta 
si fo studio degli atti del laicato; conciossiachè è assurdo volere fare storia 
civile senza tener conto delFecclesiastico , e fare storia ecclesiastica senza 
tirarvi dentro la civile , e volere a ogni modo che s' intendano e chiara- 
mente si conoscano i tempi quali furono , e per quali cagioni scendemmo 
noi al grado in che siamo. 

Chiude il volume un Elenco dei codici e delle carte per la storia ge- 
novese che si trovano nelle altre librerie pubbliche della città, e man- 
cano all'universitaria ; e una nota dei MSS. che il Federici storico donò 
alla Repubblica e Hurono poi trasportati a Torino , e un'altra delle Leggi 
che sono stampate. Sarebbe stato bel compimento se TOlivierì avesse 
potuto, senza violare i termini imposti alla finanza del suo Volume, porvi 
Vindice di tutto quello di storico genovese che fa stampato in patria 'e 
fuori, come sappiamo che ne aveva intensione. Il sig. Olivieri fu per due 
anni officiale della Biblioteca universitaria , e oltre alle incumbenze di 
sua resdenza compilò questo Volume : nella prefazione accenna a tribo- 
iaùom e molestie d^ogrd maniera che gli si recarono da chi primamente 
eotal lavoro gli aveva ordinato ; la persecuzione per gelosia o invidia 
crebbe a tanto, che fu colpito da dimissione d'ufficio. Ma come la calunnia 
ha corte gambe , il governo conosciuto Terrore lo emendò, e collocò TOli- 
▼ieri più degnamente; e T Olivieri conversando com'ei dice di questi 
slndii col prof. Scarabelli , ampliò il primo concetto ch'era più semplice 
e non corredato di saggi, e ora il dà fuori, onorando sé stesso, il governo 
e suo paese; perocché se onore è da consentirsi, è senza fallo colà dove 
si la luce degli argomenti del bene viver civile. 



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220 RASSEGNA DI LIBKI 



Di un sepolcreto etrusco scoperto presso Bologna. Relazione del conte 
Giovanni Gozzadini. Bologna 4855 - in i.tocon tavole. 



Delle tante scoperte di antichi monumenti , che tratto tratto si son 
fatte in Italia , non mi ricordo di aver letta una relazione più accurata 
e meglio condotta di quella che pocanzi pubblicava il conte Giovanni Goz- 
zadini, per mettere in bella mostra il prodotto de^ scavi da lui operati 
nel territorio di Bologna. E' seppe tener conto delle avvertenze racco- 
mandate dagli archeologi nel conservar memoria di tutte quelle parti- 
colarità che accompagnano il ritrovamento di antichi oggetti , le quali 
soventi volte , e il più delle volte , trascurate o dimenticate chiusero 
agl'illustratori le vie del vero o li fuorviarono nelle congetture ; e fermo 
nella continuazione dell'intrapreso scavo gjunse a buon fine, ponendo 
ogni cura nel ristauro dei vasi spezzati , e molta sagacia nella illustra- 
zione degli oggetti rinvenuti. Le otto tavole aggiunte all'erudita relazione 
contengono il meglio delle cose dissotterrate e le più singolari , e fanno 
fede dell'amore che il Gozzadini nutre per la scienza e per le ^orie 
dell'Italia antica. 

Sì tratta di una necropoli scoperta in un tenimento dello stesso 
sig. Gozzadini, a Yìllanova, (( nella pianura che si stende all'oriente di 
Bologna , lunge da questa otto chilometri , al disotto della via Emilia poco 
più di un chilometro , e un ottanta metri lontano dall'Idice ». Compren- 
deva ben centoventidue sepolture, non foggiate alla maniera che general- 
mente osservasi nell'Etruria propria , dal Tevere alla Macra : non erano 
stanze o celle praticabili e chiuse da un'imposta di travertino , ma pic- 
cole fòsse vestite di ciottoli e coperte di pietre che bastassero a nascon- 
dere i vasi cinerari che là tengano il luogo di quelle urne di marmo, di tra- 
vertino e di terracotta, che abbondano ne' musei dell'Italia media. Taluna 
di siffatte tombe , isolate dalla terra circostante, presentavano la forma 
d'una éàssa, tutta di ciottoli ben grandi, lunga metri 2, 67, alta I, 40, con 
en trovi le ceneri dei trapassati e vasi di argilla; mentre dì un ossuario 
e di figuline erano pieni gli altri avelli, rozzi di forma, ora composti di 
ciottoli, ora di pietra calcare. Tra i molti sepolcri che contenevano ossa 
bruciate , il chiar. Gozzadini trovò quattro scheletri incombusti , oppor- 
tunamente avvisando che la differenza del rito non importa differenza 
di origine e di tempo ; ed io ricordo una grande cassa , composta di dieci 
pezzi di travertino ben connessi tra loro, scoperta dappresso alla tomba 
dei Volumni ( 24 Novembre 1846 ) , che conteneva avanzi di umane ossa 
e tre teschi. Tali scheletri , avverte il relatore , prospettavano l'oriente , 



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RASSEGNA DI LIBRI 224 

« forse per rito riiérentesi alle regioni iHid'e^si tenevano Forigioe ». Il che 
può essere; ma tale giacitura dei cadaveri non é costante, e gli scheletri 
della succitata cassa perugina^ volgevano piuttosto ai nord. Né F ingresso 
dei sepolcri , anche in una stessa necropoli , è volto sempre alla mede- 
sima direzione; e quella osservazione deU'autore sulla postura degli 
etruschi ipogei al nord della cittèi cui spettavano, soffre molte eccezioni, 
é non è sufficiente di per sé a togliere all'antica Felsina il sepolcro di 
Vilianova per concederle a qualche vico poco conosciuto. 

Le figuline di questo sepolcreto , rosse e nere, non sono fregiale di 
pitture , ma ornate di meandri , di rabeschi graffiti con un istromento a 
diverse punte , di piramìdette , di serpentelli , dì cerchiolini , di concavi 
dischetti e^di una a cotal foggia di bizzarro meandro, che sembra essere 
rilevato anziché impresso ». Anche in cotesti vasi, destinati ad ornamento 
delle tombe, s'incontrano quelle sigle e cifre inesplicate, e forse ine- 
splicabili, che si veggono riprodotte nel Catalogo del principe di Canino, 
tra le leggende etrusche del museo di Leida pubblicate da lanssen e in 
talune tavole del Museo etrusco vaticano. Accanto a questi vasi, di forme 
diverse né tutte conosciute, giacevano vari utensili di bronzo, taluni rico- 
nosciuti d'uso rurale, altri d'uso ignoto ; poi armille, anella, aghi crinali, 
fibule ec. ; e finalmente nove pezzetti di aes rude , come tali giudicati 
dagTintelligenti bolognesi. Curioso in tra gli altri bronzi é un istromento 
nuovissimo per la forma ( Tav. V, 4 ) e d'uso incerto o difficile a deter- 
minare,, quantunque ne uscissero quattro dagli scavi di Vilianova, e 
sempre accompagnati « da un cilindro di lamina ( Tav. Y , 7 ) che finisce 
in due pallottole , di lamina anch'esse » , simigliante ad una mazzuola ; 
né tacerò che all'egregio relatore sembrò di vedervi yn istromento mu- 
sicale, una spede di timpano, che percosso da quel cilindro rendesse un 
suono qualunque. 

Peccato ohe da tanti sepolcri non sia uscito un sasso , un ossuario , 
un vasellino con qualche iscrizione che venisse ad aumentare le reliquie 
dell'oscuro linguaggio etrusco ; ma questa mancanza assoluta di leggende 
panni argomento dell'alta antichità del sepolcreto di Vilianova, e soccorre 
alla congettura del Crozzadini, cioè che quella generazione di uomini colà 
sepolta vivesse nei primi secoli di Roma, ed appartenesse a quella età 
in cui limitata era la cultura e rara la conoscenza dello scrivere; e forse 
innanzi alla conquista dei Galli sull'Etruria circumpadana. Intanto si sa 
che il territorio di Bologna (e l'illustre Schiassi ben s'apponeva) nascon- 
de etruschi monumenti ; e non vi vuol altro che uomini generosi ed amici 
delle patrie memorie, che li ritornino alla luce, e faccianli argomento 
nuovo di ricerche e di studi. Anche per questo riguardo sarà degna- 
mente apprezzata l'opera assidua del Gozzadini, che inanimato dai primi 
tentativi, continua con solerte cura ad esplorare una parte della campa- 



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S22 RASSEGNA DI LIBRI 

gna bolognese (1). £ Bologna avrai un museo etrasce, ricco di oggetti 
cavati dalle sue terre , non acquistati da diverse parti d'Italia , se altri 
seguirà lo splendido e liberale esempio. I tentativi sempre coronati di 
buon successo, quando gì' intelligenti dirigono le escavazioni, dovr^bero 
invogliar molti ad arricchire il patrimonio delle glorie antiche ; ed io 
non so come nell'Etruria propria , che é gran parte della Toscana e de^ 
Stati romani , sia cosi fiacco il desiderio di ricercare i vetusti monu- 
menti , che agli scopritori danno fama e onore, e agli ardieologi procu- 
rano la sodisfozione d'investigare le ragioni che resero fomosi i primi 
e potenti abitatori d'Italia. Da molti anni in qua, solo per casosi arric- 
chisce la scienza di qualche scoperta nel centro della Penisola , mentre 
da nessuno s'ignora che l'unione di poche volontà e di pochi mezzi 
basterebbe a promuovere e mantenere vivissimi gli studi delle anti- 
chità scritte e figurate. 

AnioDANTE Fabrbtti. 



Storia civile della Toscana, dal 1737 al 4^48, di Antonio Zobi. 
Firenze, presso Luigi Molini, 1850-53. In 8vo. 

La Toscana tanto ricca di storici, cosi nell'epoca repubblicana come 
sotto il principato Mediceo, non ha storie che narrino i fatti accaduti 
dalla metà del secolo scorso fino ai di nostri , quantunque in questi cento 
anni si operasse un rinnovamento civile ed economico, degno di essere 
narrato ai posteri al pari delle discordie sanguinose e degli ozj pacifici 
ed anche codardi dei secoli precedenti. Dacché Rigucdo Galluzzi sulla 
tomba di Giovan Gastone scriveva gli Annali principeschi di Gasa Medici, 
le cose toscane non fornivano materia di storie altro che a pochi com- 
pendiatori di memorie patrie. La dinastia di Lorena, che per gli accordi 
di Francia ed Austria ebbe l'eredità del Granducato Mediceo , mancò fin 
qui di storici , i quali , raccolte le ancor fresche e belle tradizioni , ne 

(1) A rendere compiuta in tutte le sue parti la relazione degli scavi di Vil- 
lanova, l'autore ha pubblicato una lettera del prof. L. Calori intomo a due sche^ 
ìetri umani colà scopp.rti, e particolarmente sul teschio d'tmo di essi, giudicati 
di razza caucasica ; alcune constderaziont del prof. cav. Sgarzi , tratte da un suo 
rapporto intorno ad alcuni quesiti fattili sul coloramento delle figuline dello stesso 
sepolcreto , e le relative analisi chimiche , raffirontate con quelle del Salvetat , 
del Buisson e del Valeri ; alquanti sigilli di figuline romane trovate a poca di- 
stanza da Villanova, dichiarati dal chiar. prof. Rocchi ; e finalmente una eru- 
ditissima lettera dello stesso sig. Rocchi intomo V antichità deW uso di 
la barba. 



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RASSEGNA DI LIBRI 223 

^cessero sincera narrazione. Aldobrando Paolini, economista e giurecon- 
soICo toscano, avea posto mano ad un'opera storica che disegnava inti- 
tolare : « H secolo di Pietro Leopoldo / » ; ma , o la morte gli togliesse di 
condurla a compimento , o aUe sue carte sia toccata mala ventura, fatto 
é che il lilMro non vide la luce , ed appena è rimasta memoria del titolo 
e delle intenzioni del suo autore (1). 

A questa mancanza di storie patrie intese di riparare il sig. Antonio 
Zobi pubblicando in Firenze , dal 4850 al 53 , una Storia civile della Jo- 
9oanay la quale movendo dai primordj della dinastia Granducale Austro- 
Lorenese, scende fino alFanno 4 848. Di quest'opera , a quanto sappiamo, 
n<m ta reso conto finora da nessun Giornale Toscano , quantunque l'ar- 
gomento dovesse in Toscana meglio che altrove destare l'attenzione della 
crìtica letteraria. Non sarà adunque fuor di proposito il dame una som- 
maria relazione in questo primo volume della seconda serie dell'Archivio 
Storico Italiano, perchè almeno non ci venga ftitto rimprovero di trascu- 
rare le cose domestiche , mentre con diligenza ci studiamo di notare gli 
avanzamenti degli studj storici nelle altre parti d' Italia. 

Quella indipendenza di giudizj che l'Autore più d'una volta rivendica 
a sé stesso nel corso dell'opera, noi la invochiamo modestamente per 
conto nostro sul bel principio di quest'ariicolo , dovendo per necessità 
toccare di principi e di fatti sui quali oggi più che mai vanno divise le 
opinioni degli uomini. Però né l'Autore s'abbia a male né i lettori ci 
diano biasimo se ci troveranno dissenzienti da loro; ed ove siamo in con- 
cordia, argomentino dal poco che è detto quel molto che pur resterebbe a 
dire, e la loro acutezza sia complemento necessario ai nostri concetti. 

La Storia dello Zobi va divisa in XIII Libri per ciò che tiene alla nar- 
razione, in 5 Tomi per ciò che si riferisce alla materiale distribuzione 
dell'opera. A ciascun Tornò fanno corredo i documenti illustrativi, i quali 
in tutti sonunano a itt; e mentre stanno a comprovare le cose narrate , 
dimostrano altreà come all'Autore, lungi dall'esser mancati quei soccorsi 
die spesso fecero difetto ai più solerti scrittori di storie, vennero aperte le 
dovizie dei più riposti Archivj. Rara fortuna ella è questa, raramente toc- 
cata agli storia, ma che pure aggrava le esigenze della critica ; la quale 
non ha ragione di menar buona la sterilità del racconto, quando manca la 
scusa della contesa notizia dei fotti. Quanto aUe proporzioni dell'opera, se 
ad alcuno sembrasse che per soli cent'undici anni di storia di un paese 
stretto in angusti confini e senza importanza politica, i tredici lunghissimi 
Libri fossero di soverchio; non sapremmo contradirgli. E questo no- 
tiamo non per farla da pedanti, ma perchè in ogni cosa esiste veramente 
una certa contemperanza di forme, la quale rende immagine di quel giu- 
sto valore che l'intelletto attribuisce a ciò che prende ad esaminare. 

^1) Lo Zobi ricorda il lavoro del Paolini nel Tomo II , pag. 7, in nota. 



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2S4 RASSEGNA DI LIBRI 

n titolo di Storia cwile dimostra per sé stesso che è più storia d'idee 
che di fatti; più esposizione di leggi, d' istituzioni e di costumi, che nar- 
razione passionata di avvenimenti. Le difficoltà peraltro dì questa spe- 
cie di storie, sono a nostro avviso gravissime, perchè richiedes! mente 
nutrita di studj svadati e profondi, giudizio retto e sicuro di fatti che 
non colpiscono l'immaginazione, ma hanno bisogno di essere accura- 
tamente esaminati nelle loro cause e nei loro effetti. Di storie si fatte 
diede esempio in Italia Pietro Giannone , ed a questo esemplare sem- 
bra che lo Zobi abbia tenuto d'occhio nello scrivere la sua. Se non che 
il Giannone dettava la Storia del Reame di Napoli, quando le dottrine del 
secolo XVIIi erano in pieno vigore, anzi quando più ardevano le passioni 
e le lotte che allora dividevano i pubblicisti e le moltitudini. A questo pe- 
raltro non ci sembra che abbia posto mente gran fatto il nostro autore, il 
quale ha dato al suo lavoro il carattere e lo stile dei tempi ai quali si rife- 
risce il suo l'acconto. In tutta quella parte che tocca alle cose deg^ ultimi 
cinquantanni del secolo scorso, lo Zobi sembra uno scrittore contempo- 
raneo; tanto egli ha potuto far sue le idee, e diremo anche le passioni dei 
nostri avi. 

Ma, per non anticipare giudizj, e per seguire l'Autore nell'ordioe dato 
alla sua Storia, noteremo come il primo Libro sia consacrato ad un epilogo 
della storia del Principato Mediceo, dalle orìgini di questa fortunata fami- 
glia nei tumulti della democrazia fiorentina, fino agli ultimi sospiri che 
mandò in una reggia deserta. I giudizj dell'Autore in questa specie di 
proemio alla sua opera, sono presto ridétti. Non vi è parola di esecrazione 
che lo storico abbia risparmiato a questi Prìncipi sepolti nelle tombe di 
S. Lorenzo, che non hanno più Bargelli né Fiscali al loro comando. Si 
unisca insieme quanto di più fiero fu scrìtto in prosa e in verso contro i 
Medici, e si avrà la misura delle accuse che loro son date in questa 
Storìa : si versino sopra un paese le sette piaghe d* Egitto, e si avrà il 
quadro che l'Autore fa della Toscana sotto il loro dominio. È questa vo- 
rìtà e giustizia storica? Noi non crediamo. E ci vuole un certo coraggio 
per parte nostra ad esprìmere questa opinione, dopo aver letto nell'opera 
che esaminiamo queste parole: « E questi sono quei Medici, che pur tat- 
« tavia non manca svergognata gente che con la massima impudenza osa 
« decantare splendidi e munifici 1 » Meno male che tutto questo è detto, 
perchè i Medici non pagavano imposte, òome non le pagava nessun Prin- 
cipe d'allora! Ma sia che vuoisi, noi non possiamo sottoscrivere in questa 
parte ai giudizj dell'Autore. 

Singolare destino fu quello dei Principi di Casa Medici I Anche i pes- 
simi fra essi furono odiati più morti che vivi, perchè spesso i posteri 
sì infervorarono nell'odio per esercitazione rettorìca. Quando passò la 
mania della tirannide classica, greca e romana, si scese alla tirannide 
Medicea: e non bastandola severità della storia, la fantasia dei roman- 



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RASSEGNA DI LIBRI 



S25 



zieri aggìunserd alle colpe vere tutte le accuse che potevano infornare 
quella schiatta. Nor abbiamo sempre creduto , e se credemmo male, ce 
lo perdoni l'Autore e quanti pensano come lui , che una volta assicurato in 
Italia il predominio Spagnuolo per le vittorie di Carlo V, Fultima ora per le 
Repubbliche democratiche dell'Italia centrale fosse veramente suonata. In 
questa pditica necessità dei tempi, senza toglier nulla alla riverenza ed 
anche all'entusiasmo che ci ispirano gli ultimi difensori della libertà 
fiorentina, riteniamo che l'essersi trovata in caso la famiglia Medici di 
porsi in capo una corona ducale, quando le discordie civili e la prepon- 
deranza straniera avean resa impossibile la Repubblica (1), fosse quel 



(4j Se il non aver saputo ordinare la libertà e costituire governi che fossero 
tatela di tutti e non già predominio di fazioni , fu vìzio comune a tutte le Re- 
pubbliche Italiane , eccetto Venezia , nella Repubblica Fiorentina questa deplo- 
rabile mancanza di polìlioo avvedimento si manifesta anche più che altrove. 
Tutta la sua istoria ò un continuo avvicendarsi di discordie e di agitazioni , ^ 
in quello stato di cose la U berta doveva riuscire impossibile* Ffrò anche primA 
che i Medici avessero signoria , T insofferenza delle fazioni prodotta dal bisa- 
gno imperioso d'un vivere più ordinato , era sentita anche in quelle classi oYe 
non è supponibile che allignassero più alte ambizioni. In prova di ciò riportia- 
mo le seguenti parole estratte dalla Cronaca inedita di Piero VagliemH , che si 
conserva nella MagÙabechiana , e che sarebbe venuta In luce nell'Archivio Sto- 
rico se la fortuna avesse continuato ad arridere a quella pubblicazione. Il Fo- 
glienti era uomo del popolo , come si conoscerà anche dal suo dettato , e scri- 
veva ai tempi della calata di Carlo Vili. 

« tuttociò per questo conto dico , perchò alle cose che si fanno per il 

Cornane di Firenze non vi è da porre molta speranza ; perchò quello fenno oggi 
disfonoo domani , in modo che v' ò poca fermezza ; e certamente Dante disse 
il vero ec Certanaente si vede che questa fu sempre loro usanza , il per- 
chè in loro non si può porre alcuna speranza , nò fare alcun fondamento so- 
pra di loro. E io prima giudicherei piuttosto il governo di un solo signore 
che a questo modo ; chò almanco quando ti fusse fatto un' ingiuria o un torto 
.tu sapresti a chi ti dolere ; ma qui l'uomo non sa a chi s'abbi a capitare. Se 
tu vai alla Signorìa , e' sono nove e molte volte di differenziati pareri ; e chi 
per amicizia , e chi per una cosa e chi per un'altra , tu non puoi venire a capo 
d'un f^tto. Se vai alli Otto , e la parte opposta v'abbi un amico o due , o per 
mezzo di presenti , tu non hai mai cosa che tu voglia. Se tu fei un' opera in 
beneficio della terra, di ohe tu n'abbi a essere rimuneralo, tu n' hai a fiar 
capace tutto il popolo , in modo che ò una pazzia adoperarsi in beneficio di 
esso Comune in cosa che ne vada la vita , fuora del suo tenitoro per alcuna 
via e noodo. Se servi ad uno signore , ha' a far capace quello solo signore , e 
lui ti può Remunerare senza domandare alcun consiglio ad altri : e però giu- 
dico assai meglio il dominio d'un solo signore che d'una comunità , e massime 
quando il signore ò buono , piuttosto che stare in questa maniera : perchè 
uno signore è uno solo , e a questo modo sempre a Firenze n' è un centinaio ; 
e chi la tira a un modo e chi a un altro ec. » 



Arch.St. 1t. . ÌSmna Serir. 



29 



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3186 RASSEGNA DI LIBRI 

meo di male che potè allora accadere alla Toscana e all' Italia. Che doves- 
sero aspettarsi le provincie italiane cadute sotto il dominio assoluto degli 
Spagnuoli, Napoli e Milano k> dicono anch'oggi colle dure conseguenze di 
quel funesto servaggio. Coi Mèdici, la Toscana ebbe un principato citta- 
dino che ne conservò Tautonomia ed i costumi; e, per ciò che spetta 
all' Italia , non sappiamo vedere che prò le sarebbe venuto da una mag- 
giore estensione del dominio straniero ; come non sappiamo chiamare be- 
nefizio l'essersi spente le dinastie nostrali dei Principi Medicei, Estensi, 
Gonzaghi e Farnesi, appunto quando si apparecchiava una nuova vita al 
principato, ed il mondo presentiva ì suoi nuovi destini. 

Si fa gran dire dall'autore e da altri , che il principato Mediceo cor- 
ruppe astutamente i costumi ed il carattere dei Toscani , né di tfuesta 
accusa vogliamo noi per certamente assolverlo ; solo crediamo che per 
rimanere nella verità , si debba osservare come la corruzione fu più 
aulica e cittadinesca che nazionale. Né poteva essere altrimenti , perchè 
i governi d'allora non possedevano tutti quegli strumenti che &nno la 
ibrza dei governi d'oggi : allora non usava questa macchina amministrativa 
che fa sentire in ogni parte del territorio l'azione del potere centrale ; al- 
lora, accanto ai sommi arbitij esistevano larghe libertà , le quali sebbene 
non avessero questo nome , pure lasciavano all'individuo una certa tal 
quale indipendenza , in cui ciascuno rispettando ciò che era ormai con- 
venuto di rispettare , dava al suo carattere ed alla sua vita quella forma 
che meglio gli talentava. Però la corruzione era nelle alte regioni, nei 
potenti e nei favoriti, negli ambiziosi di potenza e di favore; ma le 
Provincie ove l'azione del governo poco più poco meno non si sentiva al 
dì là dei balzelli e degli innumerabili legami fiscali , si mantenevano 
immuni dalla lebbra che aveva invaso la reggia e la capitale. 

Il principato feudale , come era in sostanza quello dei Medici a mal- 
grado della sua orìgine cittadina , se era impotente a fare il bene , lo 
era anche in certa guisa a fare il male ; quel male cioè che discendendo 
dalle alte regioni , si sparge adagio adagio e disfà corrompendola un'in- 
tiera nazione. Inoltre bisogna sempre rammentarsi, che, quando si parla 
di Principato Mediceo, si abbracciano due secoli di stona, né si può con 
generali sentenze condannare tutto egualmente. Non si può confondere 
Cosimo I con Cosimo III, né Ferdinando I con Giangastone. Or questa 
distinzione di uomini e di tempi non ci sembra che sia stata fatta come 
si conveniva dal nostro autore, che scaglia contro tutta l'epoca Medi- 
cea il medesimo anatema; e gli sembra, troppo parziale il Galluzzi che 
chiama escusatore dei difetti medicei ; e appena lo contenta l'acre sdegno 
del Litla , il quale vorremmo veder citato come genealogista , ma non 
f;i«^ come storico. 

Scrivendo tanto severamente del governo dei Princìpi di Casa Me- 
dici, era pur mestieri il paragonarlo con quello che erano allora i go> 



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RASSEGNA DI LIBRI 227 

veniì degli altri Principati Italiani ed anche con quelli di Francia e di 
Spagna, che avevano allora azione -potentissiina sulla Penisola. Da questo 
raffronto che la giustizia insieme alla verità reclamavano , sarebbe ap- 
parso manifesto che molte accuse ai Medici sono accuse ai tempi , 
perchè dovunque s'incontra presso a poco la stessa ignoranza nei con- 
cetti amministrativi, la stessa vendetta nelle leggi , la stessa scioperatag- 
gine nel costume. Lo storico non può certamente ignorare come il seco* 
k) XYII segni il principio di una nuova vita civile delle nazioni Europee. 
Però noi vediamo in quel secolo gli avanzi di tutte le crudeltà e di tutte 
le ignoranze dell'età di mezzo , senza nessuna di quelle virtù che vi fa- 
cevano contrasto ; vediamo le asinrazioni incerte alla vita nuova , senza 
^eà&ce sorgere le forze che Tavrebbero animata in appresso. Epoche 
come questa che segnano il trapasso' da una condizione sociale ad 
un'altra , sono necessariamente epoche di decadenza. Le generazioni che 
passano sentono che l'avvenire non è per loro , e si rassegnano all'impo- 
tenza; a quelle che sorgono manca ravviamento per procedere animose 
nel novello arringo. Giangastone libertino, scettico, filosofo e quasi 
frammassone , è il simbolo di quei tempi poco studiati e perciò appunto 
poco intesi. Egli forse dal suo letto di morte sentiva Teco dei primi 
colpì che la filosofia crìtica cominciava a dare al grande edifizio delle 
monardire feudali , nelle quali le mani stesse dei monarchi , per sbaraz- 
zarsi della feudalità , avevano fette la prima breccia. Ed è in questo 
senso che può dirsi , gli Enciclopedisti aver continuato l'opera di Luigi XI 
e di Richeheu. 

Di queste avvertenze indispensabili ad assegnare il vero carattere 
d'un'epoca , non ci sembra che Io Zobi siasi giovato gran fatto per pe- 
netrsùre ed giudizio storico oltre la forma esterna degli avvenimenti. Che 
anzi , lungi dal lare paragoni fra la Toscana ed altri governi Italiani e 
stranieri , lungi dal ricercare nelle cause generali la ragione dei fatti 
speciali , tanto lo vince la sua passione contro i Medici , da malignare 
anche sugli atti ove sarebbe meno contestabile ;la lode. Cosi, a mo'd'esem- 
pio, non va, senza censura anche la coraggiosa carità di Ferdinando II 
nel contagio del 4633, che é pure una delle azioni più belle di quel 
Principe ( Uh. t, pag. 40i ). 

Stringendo in poche parole questa prima parte della nostra relazione, 
concludiamo , esservi a nostro avviso un sentimento di convenienza , 
anzi di alta moralità storica, che deve guidare gli scrittori di cose pa- 
trie nel giudizio dei tempi trascorsi. Questo sentimento, lungi dal togliere 
alla storia la sua severità , la rende anzi più venerata , e diremo anche 
più terribile ; e se impedisce qneUe sentenze avventate che condannano 
senza appello tutta un'epoca e tutta una gente , non fa altro che salvare 
le ragioni della verità e della giustizia. Le nazioni sono come le tkmiglie , 
dice un moderno scrittore francese : i figliuoli non debbono mai dispre- 



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228 RASSEGNA DI LIBRI 

giare i padri , perchè sempre hanno qualche rassomiglianza con loro ; i 
padri non debbono accusare i figliuoli, perché sono responsabili della loro 
educazione. E noi figliuoli delle generazioni che vissero dugento anni solto 
il reggimento Mediceo, diciamo con veritò, che i Principi di quella Casa, 
in mezzo a molte scelleratezze , a molte corruzioni ad a molte ignoranze, 
diedero alla Toscana quell'unità e personalità di stato che i tempi consen- 
tivano ; e lasciarono il paese povero e disastrato nella fortuna, disordinato 
nelle pubbliche amministrazioni , ma con le sue forze morali ancor vive, 
sebbene latenti sotto il marasmo d'uno scoraggimeoto derivato da man- 
canza d' impulsi. 

ff La Provvidenza nei suoi'reeonditi segreti aveva prestabilito che 
« l'Etnische contrade cessassero finalmente d'essere oppresse dal sangue 
« mediceo ». Con queste alte parole l'autore , finito il prologo antime- 
diceo, dà principio alla sua storia , e da queste cominceremo anche noi 
l'esame della parte più sostanziale dell'opera sua. E veramente , fu beni- 
gnità di cielo che al trono toscano fatto vacante, e del quale erasi disposto 
in congressi dove né Toscana né Italia potevano aver voce , succedesse 
una stirpe bramosa d'illustrarsi con fiatti egregi sopra un teatro più vasto 
che la Lorena non fosse ; dove altro non aveva potuto fare, che ritardare 
quanto era possibile l'unione di quel Ducato alla Francia, osteggiando 
con armi e con astuzie le antiche e sempre più vive cupidità dei Re e 
dei Ministri Francesi. E fu anche somma ventura che l'Imperatore Gran- 
duca Francesco I non dimenticasse il novello stato dato in retaggio 
alla sua famiglia , quando, per la sua unione a Maria Teresa imperatrice, 
si vide chiamato a rinverdire il ceppo della casa degli Ausburghi. 

Nei bisogni moltiplici ed urgenti del nuovo stato trovò il nuovo Gran- 
duca di die soddisfare i suoi benefici intendimenti, ed una Reggenza 
composta in gran parte di Toscani ed aiutata da pubblicisti e Magistrati 
dottissimi , cominciò l'opera animosa delle riforme civili. Ed è veramente 
da maravigliare che ili questa Toscana , che l'autore ha rappresentato 
disfatta e corrotta dal servaggio Medìceo , dove, a suo avviso, l'aristo- 
crazia era caduta in uno stupido avvilimento, dove il Clero versava in 
una vergognosa ignoranza, dove i cittadini altro non sapevan fare che 
pagare e sofirire, la nuova dinastia trovasse in un subito, non solo coope- 
razione singolare, ma ben anche eccitamento a compiere quella trasfor- 
mazione civile dello Stato , che era nei voti del secolo. Quando vediamo 
in questi tempi rappresentato il Clero da Monsignor Francesco Incontri 
pio e dottissimo, e dall'Arcidiacono Randini profeta della scienza econo- 
mica; l'aristocrazia dal marchese Carlo Ginorì coraggioso innovatore 
d'industrie e di agricoltura , dal Rertolini amico e traduttore di Mon- 
tesquieu , da Pompeo Neri , dal Ta vanti e dal Rucellai, senza parlare 
di altri moltissimi che avevano bella fama nelle lettere e nelle scienze, 
sedevano con onore nei primi seggi della magistratura ; e pensiamo che 



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RASSEGNA DI LIBRI S29 

tutta questa eletta schiera aveva compiuta la sua educazione nell'epoca 
più infelice del reggimento Mediceo , in mezzo alle in&mie d'una Corte 
depravata ; si ha piena conferma di quanto è avvertito di sopra, che cioè 
le forze morali del paese non eransi per nulla perdute in quell'aulica 
corruzione. Se l'autore non avesse abbracciato con passione il concetto 
opposto , la sua storia avrebbe più chiaramente reso manifesta la parte 
nobilissima che via Toscana ebbe nella riforma civile ed economica dello 
Stato. La quale cooperazione, mentre nulla toglie al merito del Principe , 
pone nella sua vera luce la condizione morale del paese. 

La Reggenza , che governò quasi trent'anni in nome dell'Imperator 
Granduca, pose tosto la mano all'opera riformatrfce, e la prosegui con 
prudente coraggio e con ferma perseveranza. La legge sui fidecommessi, 
la riforma feudale, la legge sulle manimorte cosi laiche come ecclesia- 
stiche, furono opera sua; e queste sole bastarono a mutare tutta l'interna 
costituzione della Toscana. Il nostro storico non lo dissimula , sebbene a 
nostro avviso non ne faccia alla Reggenza tutto quel merito che le era 
debito, poco garbandogli forse la misurata lentezza di procedimento che 
i Reggenti adoperarono (4) , e troppo restando offeso dagli errori eco- 
nomici dai quali non seppero francarsi. 

La repentina morte dell'Imperatore Francesco, avvenuta in mezzo ai 
festeggiamenti delle nozze dell'Arciduca PieU*o Leopolo con una Princi- 
pessa^ dei Reali di Spagna , figlia di Carlo III , condusse in Toscana 
nel 4766 il giovane Granduca. Riebbe cosi la Toscana anco le forme della 
propria autonomia , già garantitale dai trattati e dai patti di famiglia, co- 
me con molta chiarezza ed acume qui ed altrove dimostra l'autore. 

Pochi esempi offre la storia di Principi giovani che andati al go- 
verno di stati nuovi , di subito si mostrassero conoscenti degli uomini 
e deUe cose tanto da mutare in breve corso d'anni la faccia d'un paese. 

(4) Tanto piace airaiitore la foga del manomettere e dell' innovare , che 
appena lo contenta l' infaticabile operosità del Granduca Pietro Leopoldo, il 
quale in questo applicò veramente l'antico adagio del nulla dies Hne Unea. L'au- 
tore peraltro non ci sembra che ponga mente quanto si conviene agli ostacoli che 
nei popoli di antica civiltà si oppongono alle pfecipitate inh ovazioni. Di que- 
sti ostacoli non pochi vengono dai diritti già acquisiti , ai quali è giusto, usare 
quei riguardi che possono conciliarsi colla necessità dell' innovare. A questa 
giustizia rautore rare volte riguarda , anzi talora sembra mostrar visi avverso. 
Così , ad esempio , censura la legge Leopoldina sui fìdecommessi , perchè ri- 
spettò i diritti dei chiamati , nati e nascituri da matrimoni già contratti all'epo- 
ca della promulgazione della legge ; e di questo riserbo , a suo dire , poco libe- 
rale, accagiona la scienza economica poco avanzata. ( Tomo //, pag. 475. ) Ma 
qui non è questione né di libertà né di economia , le quali se si offendessero 
del rispetto usato nelle leggi ai diritti acquisiti , Dio sa 'dove oggi sarebbe il 
mondo I 



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230 RASSEGNA DI LIBRI 

Udo dì questi esempi peraltro si ha Dei Granduca Leopoldo .1^ il quale 
appena Ub^x) dalla soggezione del Botta e del Rosembergh , formò un 
Ministero composto degli uomini più cospicui che avesse allora la Tosca- 
na , e con un ardore ed una energia che qualche volta ha F apparenza 
d' una smania febbrile , insofferente di ostacoli e di riposi , prosegui 
r opera riformatrìce della Reggenza. A vedere tanto maravigliosa ed 
istancabile operosità , che non appena compiuta una riinrma , già ne 
concepisce e matura un'altra più grave , sembra quasi che il genio della 
monarchia agitasse lo spirito del giovane Principe per dargli l'onore di 
quelle conquiste civili che già la rivoluzione agognava. 

Al regno di Leopoldo I non mancarono le lodi dei contemporanei , 
non mancò la riconoscenza dei posteri. Mancò fin qui una storia giusta 
ed imparziale che tutto pesasse in equa bilancia, e senza passioni e 
senza rettorica servisse alla verità e non ai pregiudizj dei tempi e delle 
finzioni. Oggi che quasi un secolo è trascorso dal regno di Pietro Leo- 
poldo , e che delle sue riforme si son potuti considerare pacatamente 
gli efletti , sembrebbe che al desiderio di una storia si fatta potesse sod- 
disfeirsi dagli scrittori. Se a ciò sia riuscito il nostro autore , esamine- 
remo brevemente. 

Nella grande opera Leopoldina conviene distinguere dò che era un 
portato naturale delle idee del secolo , da ciò che si deve al genio del 
Principe e dei suoi consiglieri e cooperatori. Con la scorta di questo 
criterìo riandiamo sommariamente alcune delle principali riforme Leo- 
poldine. 

Massima di tutte è, a nostro avviso, la riforma economica. Questo stu- 
pendo edificio inalzato sulle rovine dell' ignoranza e dei grossolani erro- 
ri dell'epoca Medicea , quanto (nù si contempla cosi nel suo insieme 
come nelle singole sue parti , e tanto meglio apparisce opera di genio 
sapiente e benefico. Tutto in esso è coordinato, tutto si completa e si 
aiuta in modo singolare. Presa l'attività umana nel suo più largo signi- 
ficato , le è aperta innanzi liberissima quell'ampia sfera d'azione che la 
Provvidenza stessa le assegnava , coi soli confini delle leggi morali e 
delle necessità ineluttabili della convivenza. Presi tutti i subietti sui 
quali questa attività può esercitarsi , che è quanto dire la proprietà in 
tutte le sue diverse forme , non vi è ostacolo o vincolo il quale impe- 
disca o renda incerto il frutto del lavoro , che non sia remosso o allar- 
gato. Una sapiente armonia governa tutto questo sistema ammirabile, 
che la Toscana fu prima ad instaurare nelle leggi , e che le altre na- 
zioni le hanno invidiato per tanti anni. La scienza economica era presso 
al suo nascimento , e Pietro Leopoldo foceva si che le leggi riformatrici 
precedessero la scienza, anzi colle leggi stesse la insegnava e la com- 
mentava. Nessuna logica conseguenza dei principii abbracciati venne 
rifiutata, nessuna applicazione anche lontana di quei principii fu trascu- 



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RASSEGNA DI LIBRI * S34 

rata o creduta inutile. Non conoeciamo nella stona civile degli Stati 
moderni riforma legislativa più sapientemente pensata e più coraggio- 
samente condotta. Tutto qu^o che fece in questa materia la Costituente 
in Francia , che parve pur tanto , non ragguaglia di lunga mano a 
quanto erasi operato in Toscana trentanni avanti. Il sistema economico 
di Pietro Leopoldo riusci insieme un sistema di governo; e quando nei 
tempi trascorsi si diceva die in Toscana tutto si reggeva colla libertà 
del oommercio , si credeva di pungere coU'epigramma, senza accorgersi 
che si pronunziava un dettato di verità. Questa è la vera gloria di Leo- 
poldo I , questa è la parte originale e grandiosa delle sue riforme , che 
¥a innanzi ai tempi , che fonda una scuola di dottrina dall'Arcidiacono 
Bandini a Gino Capponi > che felicita la Toscana di una pro^perità eco> 
nomica per V innanzi sconosciuta. 

Nella Storia dello Zobi certo che non è trascurata nessuna legge o 
circolare che si riferisca a riforme economiche , né sono risparmiate lodi 
al legislatore. Ci è sembrato soltanto che manchi una idea complessiva 
la quale spieghi lucidamente il principio generatore e i legami secon- 
darli di questa grande opera , e , direm cosi , una generale veduta del 
quadro di cui sono accennati con diligenza , ma sparsamente , tutti i 
particolari. In questo non ci pare che Fautore abbia tratto partito quanto 
potevasi dal Saggio Storico che precede Topera celebratissima sui livelli 
dell'auditore Girolamo Poggi , la quale sebbene più d'una volta citata , 
pure poteva forse esserlo più fruttuosamente. Né con questa si deeam^ 
pava dalla storia per entrare nel dominio della economia e della giu- 
risprudenza , perchè una storia civile non può a meno di non giovarsi 
dei sussidii crìtici di tutte le scienze le quali attengona al governo de- 
gli Stati. 

Connessa intimamente con la riforma economica tu la riforma della 
finanza , sulla quale poco aveva potuto innovare la Reggenza perchè 
non seppe trarsi dalla rete degli appalti , i quali non lasciando al go- 
verno libertà di azione , perpetuavano gli antichi abusi. Pietro Leopoldo 
liberatosi da quelle pastoie , diede alla finanza ordinamento nuovo, loda- 
hìle soprattutto per maravigliosa semplicità. Lo Zobi ha saputo condurre 
questa parte deUa sua Stona con tutta rami[nezza e lucidità desiderabile, 
e la molta rìcchezza di cifre raccolte nei documenti autentici , gli ha 
dato modo di esporre quasi compiutamente le condizioni lagrìmevoli hi 
Ciri Leopoldo I trovò la finanza Toscana e quelle in cui la lasciò. Il fa- 
oioso Rendiconto che questo Prìncipe , con esemi^o rarìssimo anzi unico 
a quei tempi , volle fare ai Toscani della sua amministrazione , trova in 
questa Storìa un commento di fotti e di cifre che lo completa e lo il- 
lustra. Se un desiderio potessimo anche in questo accennare , sarebbe 
di una ma^'or chiarezza nell'esposizione del sistema proposto dal se- 
nator Gianni, e dal Granduca dopo molte consulte abbracciato, per il 



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832 ' RASSEGNA DI LIBRI 

proscioglimento del debito pubblico, che tutto era stato riunito al 
Monte Comune. 

Levata a cielo dai contemporanei e giustamente ammirata dai po- 
steri , fu la riforma delle leggi criminali , che dalla barbara crudeltà 
del medio evo ci condusse di salto alla mansuetudine della nuova filo- 
sofia. Anche questa riforma se non precesse la scienza , le fu per certo 
contemporanea ; perchè di poco erano divulgate le dottrine , o meglio 
le pietose ispirazioni di Cesare Beccaria , che già in Toscana si tradu- 
cevano in leggi. E in questo veramente Pietro Leopoldo fece un passo 
arditissimo ; perchè con quelle leggi non solo mutò il sistema penale , ma 
accettò implicitamente una dottrina che rovesciava da capo a fondo quei 
dogmi politici i quali , desunti dal gius imperatorio dei Romani , costi- 
tuivano allora la teorica monarchica di quasi tutti i pubMicisti della vec- 
chia Europa. Non è precisamente in questo concetto che il nostro sto- 
rico considera la riforma criminale Leopoldina ; la quale quand'anche si 
esamini , come egli fa , di fronte soltanto alla ragion penale , non si può 
trascurare di indicarla in un doppio aspetto, che risponde al duplice scopo 
che hanno le leggi criminali ; le quali debbono insieme provvedere aUa 
giustizia ed umanità deUe pene , ed alla difesa sociale. E come alla ri- 
forma Leopoldina fu data gran lode di avere adempiuto al primo scopo 
colla mitezza delle pene e colle garanzie della giusta loro applicazione, 
cosi fu mosso il dubbio che non tutelassero quanto era necessario la 
sicurezza sociale. Or questo dubbio, qualunque ne possa essere il me- 
rito , era pur mestieri che dallo storioo si esaminasse , quando non solo 
i criminalisti lo mossero, ma le stesse mutazioni avvenute in Toscana 
anche vivente Leopoldo nella legislazione criminale , sembrano avergli 
dato un valore. 

Neirordinamento dei tribunali civili , molte ed importanti novità fu- 
ron fatte da Pietro Leopoldo , mantenendo peraltro il sistema delle 
Rutìte , il quale aveva pregi non pochi ed era una istituzione tutta Ita- 
liana. Al nostro isterico non garba gran fatto perchè appunto di origine 
Romana e Pontificia ; ma questo tiene ad un suo Sistema , del quale avre- 
mo occasione di parlare fra breve. Riforma vera e cardinale fu Taboli- 
zione di tutte le giurisdizioni privilegiate che allora erano nello Stato, 
perchè condusse a quella universale eguaglianza di tutti innanzi alla 
legge, da cui il Granduca non volle neppur francato sé stesso, non 
che le pubbliche amministrazioni. Nel discorrere dì cose giudiziarie, 
Tautor^ deplora che non si fermasse il principio molto più moderno 
della inamovibilità dei giudici , del quale peraltro non sappiamo che la 
Magistratura Toscana abbia dato occasione di far sentire il desiderio. Era , 
inoltre, parlando degli ordini giudiziarii e deUe Magistrature, che l'Autore 
dovea far (M)noscere lo svolgimento sapiente che i tribunali Toscani sep- 
pero dare a tutte le riforme Leopoldine, commentandole con quella 



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RASSEGNA DI LIBRI 233 

ampiezza di clottriaa che distingue la coltissiina noeira giurisprudeiiza 
di quei tempi. I veri pubblicisti dell'epoca di Leopoldo I sono i Neri-Badia, 
i Bizzarrini, i Meoli, i Vernaccini, i quali nelle loro decisioni magistrali 
seppero fare le tecM-ìche dei principii sanzionati dalle nuove leggi , e così 
supplirono a quella filosofia civile che né dalle cattedre né dagli scrittori 
s* insegnava , eccetto poche ripetizioni delle dottrine filosofiche francesi , 
allora in gran voga. 

Quanto alla costituzione dei poteri di Polizia, o come aUora si diceva 
della Potestà economica , che fu parte principalissima del nuovo ordina- 
mento dello Stato, non spenderemo molte parole, concordi coU'autorc 
nel riconoscerne i danni e i pericoli, e la insufficienza per la tutela dell'or- 
dine pubblico. Solo avvertiremo npn sembrarci che lo storico abbia pene- 
trato molto addentro nello spirito di quel sistema , il quale non moveva 
soltanto da una sterile e puerile curiosità; ma avrebbe dovuto rappre- 
sentare una specie di magistratura censoria dei costumi : concetto che 
in parte teneva alla natura dei Principati d'aUora, diffidenti del Clero e 
viziosi di tutto lare ed a tutto provvedere ; ed in parte ad un' idea esa- 
gerata deirazione governativa sugli atti della vita privata , che non sa- 
rebber caduti sotto l'azione punitiva della legge. Ed era questa veramente 
una strana contradizione col genio dei tempi ; perchè, mentre con solenni 
parole di riprovazione si aboliva il Sant'Uflfizio , si instaurava un potere il 
quale, oltk*e alla vigilanza preventiva dei delitti ed alla ricerca dei rei , 
doveri essenzialissimi dell'autorità politica in ogni ben regolato governo, 
doveva farsi custode anche della morale privata , usando di mezzi spesso 
per necessità immoralissimi. Cosi il potere civile volle prendere per sé 
una parte che era naturale attributo del ministerio sacerdotale , il quale 
solo, quando bene intenda e voglia, ha virtù e missione di penetrare dove 
non può giunger la legge , di voltare al bene le volontà traviate , di 
riparare agli scandali senza vessazioni e senza arbitrii. 

La stessa sobrietà di osservazioni useremo in quanto alla milizia , la 
quale sventuratamente sotto il regime di Pietro Leopoldo, non solo de- 
cadde peggio che sotto gli ultimi Medici non /osse stato , ma fu quasi del 
tutto abolita. Generosa era senza dubbio l' idea del Principe di porre in 
luogo del presidio delle armi , la fiducia e l'afiétto del popolo ; ma, come 
questi sentimenti sono mutabili e lo Stato abbisogna di sicura e perma- 
nente difesa , cosi era facile a prevedersi che alla prima occorrenza si 
sarebbe riconosciuta, sebbene troppo tardi, V insufficienza di quella ideale 
tutela. Inoltre si rinunziava per tal modo ad uno dei più larghi modi di 
educazione pubblica degli adulti che abbia un Governo; perché negli 
istituti militari bene ordinati é^Ie potenza educativa, da mutare l'indole 
di un popolo. E r indole dei Toscani ammollita da un reggimento inerte 
e svogliato , aveva bisogno di ritemperarsi a fortezza , e di imparare nella 
disciplina militare le virtù del comandare e dell'obbedire ; due cose che 

Argii. St, iT. , Niiuiru Serie. 5o 



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234 RASSEGNA DI LIBRI 

rare volte si sono sapute fare in Toscana così negli antichi còme nei mo- 
derni t«mpi. Non dissentiamo adunque dalle ripetute censure , che in 
questo proposito fa il nostro storico alle riforme Leopoldine; e soltanto 
aggiungiamo, come nell'aborrimento delle milizie, il Principe non tanto 
seguisse un suo naturale istinto, ma vi fosse anche confortato dalla scuola 
economica allora dominante , la quale per certo suo arcadico sentimento 
ripugnava da ogni immagine guerresca , e considerando la Toscana come 
un oasis in mezzo al deserto , la voleva popolata unicamente di contadini 
e di pastori. 

Più lungo discorso richiederebbero da noi le riforme Leopoldine che 
toccano le materie ecclesiastiche , se in questi tempi fosse possibile una 
discussione calma e ragionata sopra tale argomento; se fosse possibile 
sperare lettori pacati che dassero alle nostre parole quel senso che noi 
intendiamo. Ma oggi che si sono riaccese querele sopite da cinquant'uini , 
e si agitano questioni sulle quali , con maggior dottrina sicuramente ma 
con eguale accanimento, si esercitarono gì' ingegni degli avi nostri , mal 
si può sperare che la professione di alcune idee proprie di un partito , 
non faccia supporre un pieno e largo consenso in tutte le altre che a 
quello appartengono. Condizione dolorosa per lo scrittore , che può con- 
vertirsi talvolta in tentazione di mancare ai propri convincimenti , quando 
il timore d'esser franteso o mal giudicato gli signoreggi la mente. Ma per 
render completa la nostra relazione bisogna pur affrontare questo pe- 
ricolo , e cercare nell'amore del vero questo coraggio. Ad abbreviare 
peraltro le nostre considerazioni, ci faremo studio di prender di mira 
piuttosto i giudizi dell'autore sulV insieme dei fatti narrati , che non i 
fatti medesimi considerati in sé stessi e nel loro valore storico. 

Quattro distinti elementi storici ci sembra che debbano aversi a mente 
per ben determinare il senso delle riforme che in materia ecclesiastica 
furono compiute in quasi tutte le monarchie europee nel secolo XVIII. 
In primo luogo, la necessità di rendere compiutamente laico lo Stato, col 
cessare delle ragioni per le quaU la costituzione ecclesiastica che storica- 
mente precede quella di tutti gli Stati moderni , s'era trovata a tenere 
il luogo della costituzione civile. Secondariamente , lo spirito delle monar- 
chie europee, inteso a distruggere ogni avanzo di consorterìa, a fine di 
concentrare il potere in una sola mano; per cui, dopo avere abbattuto 
il feudalismo nel secolo precedente, si volgeva ora alla corporazione eccle- 
siastica. In terzo luogo, la tendenza economica allora dominante, che 
cercava di rompere tutti i vincoli imposti alla proprietà e di abolire tulli 
i privilegi. Finalmente, gli eccitamenti deUa filosofìa irreligiosa, che adu- 
lando i Principi col proclamarne l'onnipotenza , li spingeva ad abbattere 
l'ultimo potere rivale che rimanesse. 

Tutti questi elementi entrarono in diverse proporzioni nelle riforme 
ecclesiastiche di Carlo III , di Giuseppe II e di Leopoldo I : e come alcuni 



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RASSKGNA DI LlBBl S35 

di quei prìncipii erano retti , ed altri mescolali di errori e di pregiudizi 
cosi non è da maravigliare se quell'opera riuscisse in parte savia ed in 
parte sfrenata; e se in alcuni casi segnò veramente limiti più precisi 
nella sfera d'azione del potere laico e del potere ecclesiastico , mentre in 
altri non fece cbe maggiormente confondere le relazioni delle due potestà, 
o attribuire al potere civile diritti che non potevano né utilmente né 
giustamente competergli. Infatti , quando si cercava di rendere al potere 
civile tutta la sua libertà di azione ìiel governo dello Stato , si obbediva 
ad una giusta necessità dei tempi : lo stesso dicasi quando si reg(^va il 
diritto di proprietà nella manomorta ; quando si abolivano gli odiosi pri- 
vilegi del Foro civile e le immunità d'ogni specie. Non così quando il 
potere laico si intrometteva nella disciplina ecclesiastica, e voleva ar- 
rogarsi &coltà di statuire sull' insegnamento , sulle pene canoniche , sul 
colto esteriore, e perfino sul catechismo. 

Non è peraltro con queste distinzioni e con questi criterii storici che 
procede il nostro autore. Egli considera come giuste rivendicazioni del 
potere civile quasi tutte le leggi Mìe sulle materie giurisdizionali, e come 
conquiste di libertà tutte le focili vittorie che da esso si riportarono. Noi 
non possiamo accettare senza grandi limitazioni questi giudizi; perchè 
se in alcune riforme giurisdizionali ravvisiamo altrettante rettificazioni 
di competenze e definizioni di prìncipii , per cui il diritto pubblico in- 
temo delle monarchie civili si dìfierenzia da quello delle monarchie se- 
mibarbare del medio evo ; in altre poi che si riferiscono più particolar- 
mente a ciò che l'autore chiama Polixia Ecolmastiea, non sappiamo 
vedere se non infelici conquiste d' un potere che non voleva rivali. 
E quanto alla libertà che si asserisce conquistata , essa fu veramente 
devoluta a chi se la prendeva ; ma per ciò che riguarda l' universale , 
mal sappiamo dire quanta gliene venisse. Sia peraltro che vuoisi di 
questo nostro modo di considerare un si grave argomento , quello che 
più ci ofiende nel nostro isterico è la passione che spesso traspare nel 
suo racconto. Egli ha sposato tutte le idee dei puU)licisti del secolo 
scorso, tutti i loro sdegni, e diremo anche tutte le loro pedanterie, 
che pure ne ebbero molte , come tutti gh uomini votati ad un sistema. 
Le opposizioni della Curia Romana, comunque molto naturali, lo irri- 
tano; il temporeggiare lo corruccia; i contrasti interni lo impazien- 
tano. Anzi non vi è parola acerba che sia risparmiata agli oppositori , 
né mancano lodi ai più facili ed ossequenti. L'Arcivescovo Incontri è 
uomo poco conoscente degli uomini e delle cose , sebbene chi ha letto 
la sua opera degli AtU umani possa dubitarne. Dell'Arcivescovo Martini 
è poeta in' dubbio anche la virtù del bell'atto di coraggio cristiano col 
quale salvò gli Ebrei di Firenze nei deplorabili tumulti del 4790. In queste 
resistenze, quando non vengono da ignoranza oda cieco fanatismo, c'è 
sempre un valore morale che lo storico imparziale deve rispettare. Ogni 



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336 RASSEGNA DI LfSHI 

demòlizioDe anche salutare , che si compie nell' indifferenza universale, 
è sempre segno di tempi senza convinzioni e senza affetti, e di popolo 
disotto. E le resistenze non furono tra noi né tutte fonatidbe né tutte 
tumultuose. In Toscana le condizioni del Clero al dirimpetto del potere 
civile erano ben diverse da quelle di Francia. NeUa Monarchia Francese 
accanto al Gallicanismo civile che dai Capitolari di S. Luigi discende fino 
alle Ordinanze di Luigi XIV, esisteva il Gallicanismo ecclesiastico profes- 
sato dalla maggior parte del Clero. Per convincersene , basta rammentare 
che le quattro famose Proposizioni furono dettate da Bossuet , il gran di- 
fensore del Cattolicismo. In Toscana non erano queste tradizioni, ed il 
potere civile dovè combattere dentro e fuori le opposizioni , le quali non 
venivano tutte, come par che creda l'autore, dai ìnfxoochi, santooci e 
lavaceci , ma venivano anche daUa gente savia e toiorata , che vdeva 
laico lo Stato come intendeva la vecchia scuola italiana, e non già lo 
Stato teologo e sagrestano , come intendeva la scuola Bizantina del basso 
Impero e la moderna Anglo^^rmanica. Alle quali esorbitanze neppure 
il nostro storico ia buon viso , anzi alcune liberamente ne censura; seb- 
bene ritenga che il potere civile vi fosse condotto per arte sottile dei 
suoi awersarii, che non potendolo osteggiare a viso aperto, lo condussero 
astutamente in un laberinto, ove avvisarono che si sarebbe inevitalùl- 
mente perduto. La qual sentenza non ci pare che consuoni col vero, 
per chi vada oltre le apparenze ; giacché nel succedersi dei fotti vi è una 
logica inesorabile che conduce a conseguenze spesso neppur pensate da 
chi vagheggiò quei principii dai quali in progresso derivarono. Cosi 
procedo la bisogna negli avvenimenti che ora esaminiamo : volendosi 
ampliare le giurisdizioni vescovili e rendere indipendente da Roma il 
Clero dello Stato , la costituzione delle Chiese nazionali era una logica 
necessità; e la circolare del Ministro Serristorì per la oonvocazione del 
Sinodo di Firenze, ne fa piena testimonianza. 

Bastino queste poche idee per indicare i punti di divergenza nei giu- 
dizi che abbiamo col nostro autore sopra questo argomento, giaochè il 
venire all'esame particolare dei fotti e' impegnerebbe in una polemica 
minuta, che è fuori dei nostri propositi. 

Un'altra ragione di scostarci dalle opiirfoni deUo storico, la troviamo 
nel giudizio da luì fotte della riforma municipale ordinata dal Granduca 
Pietro Leopoldo , sia colla legge del 4774, sia coi parziali regolamenti che 
costituirono i singoli municipii. Ritiene lo Zobi , facendo eco ad una opi- 
nione assai diffusa in Toscana ed accettata senza esame anche da molti 
scrittori, che la riforma Municipale Leopoldina rendesse ai municipii 
quella <mUmomia e libertà che erano state manomesse al solito dalla ti- 
rannide Medicea l Nulla di più contrario nel fotto a queste parole magni- 
fiche ; perchè quanto all'autonomia , si deve dire che colla riforma per- 
dettero anche quell'avanzo che loro era rimasto ; e quanto alla libertà, se 



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RASSEGNA DI LIBRI 237 

non he scapitarono , certamente non ne fecero largo acquisto. Ed inlkUi , 
i munidpìi toecam sotto i Medici rai^resentavano città o terre che 
avevano avuta signoria di sé , e die o per accomandigie o per conquiste 
erano venute a far parte deUe varie Repubbliche toscane , che in seguito 
formarono il [Hrinclpato Mediceo. Patti di dedizione e di accomandigia , 
condizioni di conquista , tutto conservarono i Medici di quanto era com- 
patibile col loro supremo ed assoluto dominio ; il quale ove fosse salvo 
e pieno nelle sue essenziali attribuzioni , poco si curavano che si esten- 
d^se a regolare ogni atto ed ogni moto dei loro soggetti. Però ogni 
municipio conservò i suoi particolari Statuti , che erano altrettante leggi 
territoriali ; conservò le antidie apparenze del suo intemo reggimento. 
Questa antJcagUa disformo non poteva peraltro coesistere coi nuovo as- 
setto che il Principe intendeva di dare allo Stato ; ed egli la tolise via , 
ordinando t municipii come consorterie d' interessati , come una rappre- 
sentanza che ne dirigesse l'azienda nei termini della pura amministra* 
zìone. Adunque , lungi dal restituirsi Tautonomia municipale , in questo 
modo ne furono cancellati anche gli avanzi , e venne costituita una sem- 
plice amministrazione patrimoniale. Qual fòsse poi la misura di libertà 
che anche nell'amministrare avessero nel nuovo sistema le rappresen- 
tanze comunali , lo dice chiaramente la legge : esse potevano libera- 
mente hre tutte le spese ordinarie , le quali erano in sostanza le spese 
necessarie tassativamente spedflcate dalla legge stessa ; per ogni di più 
dovevasi riferire al Principe ed attendere le sue risoluzioni. Che auto- 
nomia e libertà fosse questa, non domanderemo già al Legislatore il quale 
non intese a questo , ma drananderemo allo storico , ed a quanti insieme 
con lui vollero trovarle nella legge. Al Legislatore del 4774 non poteva 
cadere in mente di rendere Fautonomia ai municipii , essendo questo 
un avanzo del medio evo» che volevasi appunto distruggere , perchè con- 
tradiceva all'unità dello Stato a cui allora con ogni sforzo si mirava , ed 
alla uniformità amministrativa sotto la dipendenza del potere centrale , 
che doveva essere TespUcazione di quel primo concetto. Non volle conce- 
dere neppure larghe libertà, perchè gl'intendimenti di questa come di altre 
riforme, non eran quelli di creare poteri rivali, ma bensì di allargare 
la sfera dell'unico potere il quale volevasi forte e indipendente , tanto 
che da lui movesse ogni iniziativa di quanto nello Stato era fotte. 
Chiunque esamini le disposizioni di quella legge e le istruzioni ai can- 
cellieri che le fanno corredo, si persuaderà di leggieri di quanto diciamo. 
Noi abbiamo lodato e lodiamo la riforma municipale Leopoldina per quello 
che è , non per quello che si vorrebbe che fosse ; per gì' intendimenti 
che ebbe , non per quelli che le si prestano , con manifesta contradizione 
alle parole stesse della legge. 

E qui toma in acconcio il notare quanto male a proposito gli storici 
sogliano vantare la liberalità delle riforme civili del secolo XVIII; fe- 



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238 RASSEGNA DI LIBRI 

conde in gran parte di ottimi effetti, ma non punto dirette, almeno' nelle 
intenzioni , ad allargare le pubbliche libertà , nel senso ohe ora s' inten- 
derebbe. Nelle monarchie del medio evo , le libertà si erano fette sanzio- 
nare nei privilegi delle città , del clero , della nobiltà , delle consorterie 
delle arti e dei mercanti. Ciascuno godeva la franchigia della propria 
corporazione , nella quale adempiendo i doveri imposti dagli Statuii , tro- 
vava sempre protezione e difesa. Quando questa libertà collettiva e que- 
ste protezioni di corpo vennero a noia , e sorse il desiderio delle libertà 
individuali , il potere regio potè distruggere tutto quel congegno com- 
plicato di corporazioni privilegiate , perpetuo impaccio alla sua azione , 
ed agli uomini parve di esser divenuti liberi nella universale egua^an- 
za. Ma chi si liberava veramente era il potere supremo , ai quale si de- 
volvevano i diritti e le forze delle artificiali aggregazioni distrutte. D'al- 
lora in poi il potere supremo non trovò più davanti a sé la consorteria, 
ma l'uomo singolo ; il quale ebbe intiera la protezione (klle leggi uni- 
versali che piacque emanare all'unico potere legislativo e tutelare che 
fosse rimasto sulle rovine di tutti gli altri. 

Questi princìpii ci sembrano di generale applicazione a tutte le ri- 
forme del secolo XYIII , le quali produssero l'eguaglianza civile e l'uniià 
amministrativa in quasi tutti gli stati d' Europa , mercé TassorlMmento 
in un solo potere di tutti i poteri subalterni che esistevano nella vec- 
chia società. Quest'opera fu iniziata dalle monarchie Europee e prose- 
guita per tre secoli con maravigUosa costanza. Si cominciò cdl'abbat- 
tere l'aristocrazia feudale , poi i privilegi delle città e del clero , e final- 
mente tutte le corporazioni , rìducendo cosi gli svariatissimi elementi 
che componevano le antiche costituzioni de^ Stati alla loro più sem- 
plice espressione, che può tradursi nella formula: « lo stato ed i singoli 
cittadini ». Sarebbe qui fuor di luogo il disputare quale misura di beni 
o di mali portasse con sé questa sostanziale trasformazione della socie- 
tà ; riteniamo peraltro siccome vero il criterio storico che ne deriva , e 
ci sa male di vederlo alterato dando ai fotti una significazione che non 
hanno , e prestando intenzioni di liberalità ove non erano né potevano 
essere. Se non che, parlando del Granduca Leopoldo I , l'autore con molti 
argomenti desunti dagli scritti del Senator Gianni , ritiene che nel con- 
cetto del Principe il definitivo ordinamento dello Stato avrebbe dovuto 
avere un carattere ben diverso da quello ohe abbiamo assegnato alle 
sue riforme, ed a quelle in generale dei prìncipi suoi contemporanei. 
Ma di ciò che egli non fece , contrarìato dai tempi o da altro che sia , 
non vogliamo portare temerarìo giudizii» : diciamo solo che lo spinto ani- 
matore delle sue riforme non ci sembrerebbe preordinato a quel fine ; il 
quale era forse nella mente dei pubblicisti , mossi dal bisogno di riparare 
con qualche nuova istituzione alla gran distruzione che si era fatta di 
tutte le antiche. 



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RASSEGNA DI LIBRI 239 

VentiquaUro anni durò H regno di Leopoldo I in Toscana , e furono 
anni di operosità incessante, nei quali tutta la vecchia macchina del 
principato Toscano fu disfatta , e posti in suo luogo ordinamenti di ma- 
ravigliosa virtù , ma nulla più che ordinamenti. Del resto, non Aristocra- 
zia, iMm Clero, non Milizia fortemente costituita ; non vincoli di clientele 
nella cittadinanza e nel popolo ; ma interetei privati liberamente svolti 
all'ombra di savissime leggi, senza solidarietà e senza nessi ohe ne for- 
massero il cemento. 

Gli ultimi anni peraltro di quest'epoca memorabile offrono uno spet- 
tacolo penoso. Finita la forte generazione nata all'uggia della servitù Me- 
dicea, si comincia a sentire il difetto d'ingegni nutriti di studii severi , 
di volontà ardenti di operare. Le dottrine dei nuovi statisti non hanno 
fatto scuola , il paese non ajuta più Topera riformatrice: comincia un'altra 
specie di prostrazione d'animi. Il nostro storico avverte a questa subita 
sterilità, quando dice, parlando di Pompeo Neri e del Tavanti: a discende- 
« vano essi da una scuola venuta meno con loro ; laonde non è da mera- 
« vigliare che dappoi vi sia stata penuria d'uomini » ( Tomo 2, pag. 9 ) ; 
ed a questa mancata cooperazione là dove dice : « il Granduca ed il Gianni 
'< erano rimasti isolati , non solo rispetto alle cose di polizia ecclesiastica , 
" ma in quelle altresì coìicernenti le civili rifbrme » ( Tomo t, pag. 445 ). 
Le intime ragioni peraltro di questo isolamento del potere , di questa 
infecondità delia scuola statuale , l'autore non le dice , e noi crediamo 
che stiano tutte nel carattere vero che ebbero quelle riforme ; sulle quali 
condudoìdo in una formula generale , al modo stesso che abbiamo usato 
nel giudicare dell'epoca Medicea, diremo che Leopoldo I lasciò la Toscana 
nel 4790 costituita ad unità amministrativa , ed economicamente ricca ed 
ordinata , non solo senza termini di confronto con i tempi precedenti , 
ma forse meglio che nessuno Stato del continente allora fosse. Si potrebbe 
peraltro dubitare se le forze morali del paese, al pari delle economiche , 
si vantaggiassero dell'opera riformatrice , o se , sfruttate in poco d'ora , 
restassero senza alimento. La gloria massima del Principato Leopoldìno , 
è adunque a nostro avviso principalmente economica ed amministrativa , 
e la prosperità invidiata di questo paese ne fu la felice conseguenza. 
Questo è pensiero originale toscano, dal Principe trasfuso largamente nelle 
leggi anche prima che fosse esattamente formulato dalla scienza. Nelle 
altre riforme , alle quali non manca chi vorrebbe dare la preferenza , 
egli seguì lo spirito del tempo, con tutto ciò che v'era di bene e di male, 
di vero e di pregiudicato. 

La Reggenza e il breve regno di Ferdinando III prima dell'invasione 
francese , offrono argomento ai nostro storico di arrovellarsi contro la 
reazione che sulnto si levò per paralizzare e distruggere , se avesse po- 
tuto , tutta l'opera di Leopoldo ; giacché in questa Toscana sembra pur 
troppo, che la sentenza scagliata dall'Alighieri contro i sottili provvedimenti 



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240 RASSEGNA DI LIBRI 

della sua Firenze , fosse insieme un rimprovero ed un vaticinio fatale. 
Noi consentiamo in gran parte a quelle censure , quantunque la reazione 
sia sempre naturale quando nelle cose civili si passano oerti segni , e 
quando manca la difesa delle dottrine rimaste solitarie nelle leggi. No- 
tiamo peraltro, come nei giudizi relativi a questo periodo j non ci sembri 
fatta ragione quanta si conveniva all'influenza grandissima che dovevano 
allora esercitare sugli uomini di Stato gli avvenimenti di Francia. Quella 
terribile rivoluzione, che già mostrava di volere mutare la faccia del 
mondo, fino dal suo primo apparire doveva naturalmente sconvolgere 
tutte le idee , alterare i giudizi sul passato e sull'avvenire. Ventura fu 
che in quell'agitarsì di passioni diplomatiche e popolari , in queg^ ondeg- 
giamenti della pubblica opinione, la dirittura dell'animo del Granduca 
Ferdinando aiutata dai consigli del Manfredini , valesse a mantenere ri- 
putazione al governo e pace al paese. Ed anche allora si vide manifesto 
come di tutte le nuove idee seminate da Leopddo I, le sole veramente 
feconde fossero le economiche , giacché la savia politica esterna abbrac- 
ciata dalla Toscana con un coraggio che parve uno scandalo , ebbe per 
fondamento ragioni tutte economiche , dinanzi alle quali piegarMM) anche 
le più alte c<mvenienze politiche. 

All'appressarsi dell'invasione Francese, deplora l'autore che 1 Principi 
d'Italia non sapessero unirsi in lega, per far argine alla prepotenza della 
conquista in nome degli interessi nazionali. Deploriamo anche noi , che 
aUora come sempre mancassero gli accordi efficaci e le ardite risoluzioni; 
ma ci desta maraviglia il vedere che l'autore, il quale fino a questo punto 
della sua istoria ha considerato la Toscana come isolata , e senza altre 
relazioni tranne le dinastiche coli' Alemagna , si levi ad un tratto a questa 
più larga comprensione degli interessi Toscani, e scriva dopo molti lamenti 
la severa sentenza che si legge a pag. 42 del libro VII. Se egli avesse 
considerate le cose anche sotto quest'aspetto fino da principio , non sa- 
rebbe stato cosi assoluto nel condannare tutta la domestica eredità delle 
storiche tradizioni. 

Lasceremo senza commenti l'effimero governo repubbUcano, il quale 
in mezzo alle servili imitazioni francesi , altro non seppe fore di meglio 
che glorificare Leopoldo I, e risuscitare l'Accademia del Cimento, che fu 
opera Medicea. Semplicità duramente espiate nella reazione del 4799 , 
che , assente Ferdinando III, contristò la Toscana a nome del Senato fio- 
rentino, quasi per gettare nella polvere anche questo avanzo di istituzioni 
antiche, scampato alla distruzione riformatrice degli anni precedenti. No- 
teremo soltanto a lode dell'Autore, come la narrazione delle insurgenze 
Aretine sia condotta con evidenza di racconto e ricchezza di ùkiìì parti- 
colari; qualità che si fiainno spesso desiderare nel complesso dell'opera. 

Sulle due dominazioni che riempiono il periodo della soggezione della 
Toscana alla Francia , non sappiamo dissentire dal giudizio che ne £a il 



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RASSEGNA DI LIMI S44 

nostro storico. KeUa' dominazio&e Borbonica egli ravvisa maggiore la 
somma del nuiQ che non quella dei beni ; mentre il criterio inverao gli 
sembra convenire alla dominazioiie imperiale. Non si ferma pwaltro ad 
esaminai^ se le idee francesi nate colla rivoluzione e portale fra noi con 
la conquista , aiutarono o contrariarono i progressi civili iniziati dai 
Principato. Questo prcMema die tutti i nostri storici e statisti propongono, 
è affetto trascurato daUo Ziri^i. Noi senza attentarci- a risolverlo, diremo 
soltanto die la rivoinziooe di Francia e le sue dottrine , sviarono affatto 
il pensiero italiano dalle sue tradizioni , e trasportarono l'azione civile 
in una strada die md sappiamo se d conduca a salvamento o a ruina. 
Le imitazioni francesi tanto ndle idee conservativi come nelle distrug- 
gitrid , non trovarono finora tra noi terreno utilmente fecondo ,- e la 
nostra maggior decadenza morale data dal tempo in cui sacrificammo 
il genio nazionale al genio francese ; perchè appunto da qud tempo per- 
demmo i costumi e gli studi nostri , e le. arti civili che pure erano nostro 
patrimonio. Non è adunque da maravigliare se il dominio francese fosse 
sterile di bene per la Toscana. Quando il dominio francese s'insediò fra 
noi Cd manto imperatorio, ^i eflbtti politid della rivohizione eran» 
spariti andie in Francia ; e quanto agli efietti civili , le leggi di Pietro 
Leopddo avean preceduto le conquiste ddl' Assemblea Costituente e della 
Legidatfva. 

Giunti con la nostra rdazlone ai restaurati ordini pdttid della To- 
scana per le pad del 4S44 e 4845, |MUttosto die procedere innanzi od 
nostro storico , ci soflfermeremo per non entrare in una via anche più 
malagevde di quella che abbiamo -finora percorsa. I tempi storici dd 
periodo di Leopoldo I ci sembrano arrivati, essendo oramai sepdta tutta 
qfM^lla generazione ohe lo ajutò o lo contrariò ndla sua grande opera. 
Per l'epoca successiva al 4846, la storia non può peranche avere indi- 
pendenza di gindizii ; e noi, senza dar biasimo all'autore di aver condotta 
la sua narrazione fino d 4848, ci asterremo dal feme perda, tanto più 
che anche in questo periodo , le ragioni del dissentire da lui non sa- 
rebbero nò infrequenti né lievi. E come il dissenso sulle idee induce 
necessariamente diverdtb ■ di giudizi sugli uomini che le rappresenta- 
no , cosi per ogni rispetto ci sembra miglior partito il silenzio. 

Vogliamo peraltro conchiudere questo nostro studio storico col get- 
tare uno sguardo generde sull'opera che esaminiamo , affinché la nostra 
crìtica non si risolva in una polemica sopra alcuni speciali giudizi storici. 

Lo spirito ed quale ò scritta la Storia dello Zobi abbiamo già notato 
esser quello dei pubblicisti dd decorso secolo. Le loro dottrine , i Ioto 
sdegni ed anco la loro retlorìca , danno al Ubro un' impronta che non 
è di questi tempi. Non gioverebbe qui esaminare quanto di vero e di 
giusto , e quanto d'erroneo e di pregiudicato fosse in qxtdla facile filo- 
sofia , che seppe farsi accettare ovunque , condita colle grazie dell' ia- 
Arch. 8t. 1t. , Nnoifa Serie» 5 1 m 



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242 RASSEGNA DI LIBRI 

gegno fraocese. Vuoisi soltanto notare, come oggi un più pacato studio 
abbia dimostrato la fallacia di alcune di quelle dottrinp , considerate 
sia come metodo scientifico , sia come spiegazione -dei "fatti- so<Mti. Uno 
storico cbe.non si giovi di questa e di altre trasformazioni M^ giudizi 
umani , ci sembra cbe rinunzi al benefizio del tempo ; e piuttosto che 
contemplare i fatti da quella giusta distanza che gli sarebbe consen- 
tita dalla sua condizione di postero , ami di farla da contemporaneo, 
senza peraltro poter guadagnare i pregi della vera contemporaneità. 
Ed infatti, nel modo di considerare gli avvenimenti prescelto dal no* 
stro storico , s' incontra spesso una confusione di critorii diversi , che 
appellano a diversi e qualche volta contrarìi ordini d'idee. Cosi, men- 
tre nelle materie giurisdizionali signoreggiano i principii del Sarpi e 
del Giannone , nelle statuali si accolgono le teoriche costituzionali (4) , 
giudicandosi con esse fin anco il governo di Cosimo I. Però Fautore, men^ 
tre per un lato sì mostra pretto discepolo del secolo XYIII , per Tallro 
^manifesta le tendenze del secolo XIX. In ogni storia che non sia contem- 
poranea vi sono due categorie di giudizi : gli speciali sui fatti , e questi 
debbono riferirsi alle idee dei tempi nei quali quei fotti si consnmaro^ 
no ; i generali sugli uomini e sulle cose di un'epoca , e questi debbono 
informarsi delle idee proprie dei tempi dello scrittore. Senza avvertire 
a questa duplice ragione di giudizi storici , si frantende spesso la vera si- 
gnificazione degli avvenimenti , si commettono errori ed ingiustizie non 
poche : cosi nel secolo XYIII si condannò il medio evo in nome di una 
filosofia che non poteva intenderlo né spiegarlo, come oggi colle dottrine 
redivive del medio evo si vuol condannare tutto il secolo XYIII. E se 
questo è di tutte le storie , lo è anche maggiormente delle storie civili , 
alle quali le leggi, i provvedimenti economici ed amministrativi danno 



(4) Questa dottrma costitaztonale che ricorre qua e la neiropera , come cri- 
terio principale nelle ultime parti ,' quasi come interpolazione nelle prime , non 
ci sembra adoperata convenientemente nei diversi giudizi stòrici ohe ne sono in- 
formati. Inoltre Taotore sembra confondere i prineipii del governo rappresenta- 
tivo che ò d'origine antica , con quelle del governo costituzionale d'origine tutta 
moderna. Questa confusione lo conduce ad anacronismi incomprensibili. Cosi , 
ad esempio , considera costituzionale il governo di Cosimo I per riguardo ai 
patii del 4532; e dapprima deplora la fidanza di coloro che fecero quelle ordi- 
nazioni , perchè crederono di poter conservare la BepubbUca con un Principe h-- 
reiponsabile alla lesta ( Tomo I , pag, 34 ) ; poi dice mancato quel patto nei suoi 
effetti , perchè non vi era sanciU la respùnsabiUtà dH mèUstri ( Tom. ti, p. 49). 
Sembra inoltre che in questa materia lo ZobI dia valore pih ai nomi che alla 
realtà delle coee ; perchè , mentre oenaara i Francesi che nel 4808 soppressero 
rantico Senato Fiorentino, soggiunge che gli avrebbe scusati per gli ordina-^^ 
menti costituzionali allora vigenti neir Impero , se anche questi non fosaero poi 
stati aboliti I ( Tom. TX , pag, 669). 



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RASSEGNA PI LIBRI 243 

precipua viaterta di narrazione. Le rìfornìe interne degli' Slati mentre 
▼ogliono ess^ Intese e spiegate con le idee che ebbero coloro che le 
attaaroho , ci semfera che debbano esser poi giudicate nei loro effetti 
con quetyi^ di sapere che venne ai posteri , e da più lunga medita- 
zione su (}ueUe cose e da più lunga esperienza fattane; la quale in 
fondo è la pietra di paragone delle istituzioni , che rade volte sono buone 
o cattive per virtù o vizio che intrinsecamente abbiano , ma più spesso 
per essere bene o male contemperate al carattere dei tempi y ai bisogni 
morali di un popolo ed alle sue tradizioni. 

Questo stesso carattere di storia civile se portava seco la necessità 
di far tenere il campo della narrazione all'esame di leggi e di riforme , 
non doveva peraltro escludere i fatti particolari , le notizie su^i uomini 
e sui costumi, come sembra avere usato Tautore, per soverchio studio 
(M certa grandiosità austera , che pompeggia quasi sempre nella fórma 
esteriore del suo racconto. Avvezzi come siamo ad imparare sovente 
più da un fotto minuto che da cento ragionamenti , questo disprezzo 
sdegnoso dei particolari ci è parso un difetto notabile nella Storia dello 
Zobi , la quale tutta piena com' è di generalità e di polemiche cento 
volte ripetute , non ha virtù di attrarre Tanimo del lettore , e di fargli 
all' immaginazione una rappresentazione fedele dei tempi che di mano 
in mano si illustrano. Vero è che l'autore ha relegato nelle note copiose, 
.apposte quasi ad ogni pagina , quello che non gli parve dicevole alla 
storica gravità di porre nel tedio ; ma anche con questo supplimento 
non ci sembra riparato al bisogno. Ed è appunto per la mancanza di 
particolari , che in questa storia la parte che avrebbe dovuto essere la 
più originale /quella cioè che comprende l'epoca Leopoldina, è la meno 
allniente, perchè non vi è trama di racconto drammatico, e le figure 
dei principali personaggi passano sbiadite come ombre a traverso la 
poca trasparenza delle cartapecore delle leggi. Quello studio che l'au- 
tore ha fatto sui documenti pubblici » avremmo desiderato che Io avesse 
esleso anche ai documenti privati ; ed ì ricordi , i carteggi , le memo- 
rie , ^ avrebbero fornito materia non già per impinguare la sua già 
ricca Appendice diplomatica e legislativa , ma per rapi^resentare al vivo 
quella mutazione sostanziale che allora si fece in Toscana d' idee, di co- 
slumi e dì affetti , in tulle le classi dì cittadini. Quanto poi alle consi- 
derazioni generali che l'autore sembra prediligere, siamo ben lungi dal 
volerle escluse dalla storia ; che anzi crediamo che per loro virtù s' il- 
lustrino- e si giudichino i fatti particolari , e la storia s' iimalzi sopra la 
nuda semplicità della cronaca. Ha le generalità del nostro autore non 
sempre sono ricavate da una larga e sicura intelligenza dei falli , e sem- 
brano piuttosto esercitazioni rettorìche sui diversi argomenti che forni- 
sce il succedersi della narrazione. Le dichiarazioni che precedono ordi- 
nariamente le diverse riforme legislative , le- polemiche che le seguono, 



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214 RASSEGNA DI LIBRI 

sebbene dommaticbe anche soverchianente nella forma , restio speflio 
nel vago delle dottrine usuali , e nulla aggiungono a quelle idee che può 
aTore in mente chiunque non sia afibtto straniero «tte questioni giuri- 
diche ed economiche che agitarono il secolo XVUL Or questa perpetua 
ripetizione di luoghi comuni , aflfotica senza prò il lettore , e toglie al 
racconto quell'evidenza di colorito che forma il pregio delle storie più 
riputate. . 

Né a riparare a questo difetto di peregrinità nei concetti soccorre la 
Torma , che qualche volta assicura un merito letterario a storie per al- 
tri riguardi af^na de^e di menzione. Lo stile dello Zobi ci sembra 
spesso trascurato nella elocuzione , ampolloso nelle frasi ; le descrizioni 
riescono fredde e mal precisate , i paragoni non son sempre felici , 
come a modo d'esempio quello stranissimo delle società segrete colle 
resipole, che si legge a p. 5311 del Lib. IX. Né basta per rispondere a 
queste critiche d'ogni più discreto lettore , il protestare , come la l'ai»- 
tore sul bel principio dell'opera , che egli ha cura più dei pensieri che 
delle parole ; giacché se lo scrittore può trascurare l'eleganza , non può 
con eguale disprezzo sacrificare la proprietà del linguaggio , molto più 
quando si pone mano ad opere st<Nriche siccome é questa , delle quali , 
vogliasi no , il pregio letterario assicura in gran parte il suoceeso. 

Ora che della Storia civile della Toscafna abbiamo notato i difetti , e 
spiegato il perché , a nostro avviso , questo 1ì1m*o non ci sembra che 
riempia compiutamente la depilata mancanza di storie patrie dopo 
l'epoca Medicea , ragion vuole che sia dia allo Zobi il merito di essere 
entrato il primo in questo arringo , e di avervi speso con lodevole 
perseveranza studi e ricerche non comuni. E questo ai teiiq>i <^e 
corrono non é merito che possa retribuirsi di poca lode, quando 
vediamo l'ignavia degl'ingegni sempre più diffondersi, e il gusto dei li- 
bri improvvisati prendere, il luogo delle laboriose compilazioni. D'ora 
in poi non si potrà parlare dei fatti toscani avvenuti dalla metà del 
secolo scorso fino al presente senza citare l'opera dello Zobi , il quale 
quand'anche non avesse fatto altro che a^iiparecchiare i materiali neces- 
sari per questo periodo di storie domestiche, avrebbe pur meritate la 
riconoscenza dei contemporanei e dei poeteri* E ben si può dire che dopo 
la pubblicazione di questa Stona , i materiali non possen far difetto ai 
futuri scrittori , non tanto per la narrazione dei fatti di che sì compone 
il corpo dell'opera , quanto , ed anche maggiormente , per la copia dei 
documenti che le fanno appendice. Questi docum^oti , selene non tolti 
in egual modo importanti e reconditi , pure costituiscono di per sé soli 
una raccolta di illustrazioni autentiche e pregevolissime delle rìfenne 
Leopoldine , non che degH atti più gravi del Governo Granducale in 
quest'ultimo secolo di storia. Se crolla scorta di questi documenti , eoa 
singoiar fortuna raccolti , lo Zobi avesse tessuto una p^^kletta narrazione 



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RAftSCGNA DI LIBRI 245 

dei latti in forma <li aauli , lasoiando a imiie le polemidie panionate , 
le postume recriminazioni e i fieri sdegni , forse il suo lavoro sarebbe 
riuscito più utile air universale , ed avrebbe avuto un maggior numero 
di lettori. Ma egli volle oolorìre più vasto disegno , né di questo vor- 
remmo dargli biasimo; anzi di buon grado gli saremmo stati liberali di 
maggior lode , ove al grandiose intento fosse stata pari la riuscita , e la 
Toscana potesse menar vanto di avere finalm^rate nell'opera clie al*- 
biamo esaminata una Storia Civile degna dell' antico sapere , e degna 
dell'epoca cbe prese ad illustrare. 



Sopra aicwd documenti e codici manoscritH di co$e subaipine od italiane y 
conservati negli Archivi e nelle pubbliche Biblioteche della Fronda me- 
ridionale, con tal cenno delk principali antichità di queUa contrada. 
Relazione di 6. B. Adriahi, ec. — Torino, Stamperìa dell'Unione tipo- 

^ grafico-editrice, 4855; in 8vo, di pag. 78. ( Estratto dtS^Appendiee sto* 
rico-^taUstica al Calendario generale del Begnoj per Vanno 4855. ) 

Gli uomini deputati dal re Carlo Alberto a raccoglile e pubblicare i 
documenti più insigni della storia patria , vollero che il loro socia e se- 
gretario Costanzo Gazzera visitasse nel 4837 le Biblioteche del mezzodì 
della Francia , mentre ad altri affidavano il perlustrare gli archivi della 
Francia, della Svizzera e della Germania. Di quella peregrinazione scrisse 
il Gazzera una preziosa NoHaiaf nella quale non trascurò le romane 
memorie di quella contrada , e assai ragionò de'manoscritti di cose ita- 
liane quasi ignoli all'Italia. Ma nel 5^, la Deputazione Reale inviava 
l'Adriani a ripercorrere le provincie meridionali dell'Imparo ; ed egli in 
cinquanta giorm, tra l'ottobre e il novembre di quell'anno, vedeva e 
notava quanto forma subietto ddla presento RelaMione» Anche l'Adrìani 
amò alle indagini del biWografo accoppiare quelle delF erudito, e le 
seritle menKHrie e i superstiti monumenti interrogò sulle vicende del 
paese che veniva percorrendo. Noi però seguiremo i passi del bihtiografo, 
lasciando la erudizione ai lettori di questo libretto. 

L'archivio solo del dipartimento delle Bocche del Rodano in Marsiglia, 
gli offeri ricchezza di documenti insperata , per cui fatto un Sommario di 
oltre cinquanto pergamene , quasi tutto del secolo XIII ( e di questo 
Simimario vien corredata la RdasMne ), si contontò l'Adriani di additarne 
molto altre, che concernono le corrispondenze ira i conti di Provenza e 
le città d'Italia. « Negli Archivi del Dipartimento (scrive l'Adriani} ta- 
tt rono raccolto le carte di quasi tutta la Provenza. Conservasi quivi il 



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246 RASSEGNA DI LIBRI 

« celebre cartolario della badia di S. Vittore di Marsiglia, ed il Libro nero 
a d'Arles, ne' quali abbondano i documenti anteriori al mille; e si dee 
« notare , ebe le carte marsigliesi illustrano non pur la storta di I^roven- 
et za , ma quella di Genova , di Pisa , d'Aragona e di Sardegna ». Nulla 
gli giovarono gli archivi di Aix , « perchè in molta confusione , e senza 
a pure un impiegato specialmente deputato ad ordinarli e custodirli ». 
Ma nella biblioteca di quella città, arricchita nel 4786 per legato del mar- 
chese di M^'anes, trovò l'Adriani da contentare i suoi desideri! ; e oltre 
ad alcune fonti per la storia del suo paese, vi rinvenne due codici del Boc- 
caccio, la Teseide copiata da un Rossi nel 4394, e il Corbaccio scritto 
nel 4458 nella egregia città di Siena; un codice membranaceo del se- 
colo XIY, contenente la cronaca di Ezzelino da Romano per il Rolandino, 
e l'altra de novitatibtis Paduae et Lomhardiae di Guglielmo Gortusio, am- 
bedue pubblicate dal Muratori, con un'operetta storica d'anonimo, e forse 
inedita, intitolata Castra Veronae; nella quale, sotto il 5 d'aprile 4432, 
si legge : Comes Carmagnole conductus fuU in carcere Venecis ; decapitatus 
ad colonas cum veste venuty et freno in ore^ die v maii in tt oris, maoAma 
affluentia populi. Assai ad Arles e a Nìmes , più assai trovò d'italiano a 
Montpellier, a Da nessuna biblioteca (dice l'Adriani ) è superata quella 
« della Facoltà di medicina delia città di Montpellier, cui molte preziosità 
a rendono commendevole ; e debb'essere soprattutto cara ad un italiano 
e per gl'importantissimi manoscritti che vi sono conservati di opere uscite 
« dalla mente feconda di molti illustri figli di questa patria ». In quella 
biUioteca, per opera del dottor Prunelle, furono raccolte le reliquie delle 
librerie di San Grermano , de' domenicani di Auxèrre, di San Pietro di 
Troyes , delle abazie di Pontigny e di Ghiaravalle , e molte preziosità di 
arti e di letteratura , che la troppo ricca Italia suol troppo facilmente 
concedere agli stranieri. La quadreria di Saverio Fabro, e i libri suoi, che 
furon quelli ne'quaU studiò e postillò Vittorio Alfieri ; molti disegni d'ar- 
tisti italiani messi insieme dall'Atger ; occupano le stanze annesse alla 
biblioteca di Montpellier , dove pur si trovano alcuni manoscritti di casa 
Albani , preziosi soprattutto per gli autografi che raochiudon del Tasso. 
Negli archivi poi di Montpellier trovò l'Adriani gran copia di documenti 
che illustrano le relazioni commerciali di Nizza , di Yentimiglìa, e massi- 
me di Genova, con la Francia nel secolo XIII. 

La perlustrazione dell'Adriani si compie in Avignone , dove, forse più 
degli archivi , si mostra occupato delle memorie del Petrarca e di Laura : 
forse, perchè non gli fu concesso di studiare con agio in archivi e ancora 
da riordinare nella massima parte ». 

A noi piace conchiudere questo ragguaglio col mettere in vista i car- 
teggi che all'Adriani venne fatto di osservare nel suo erudito viaggio ; 
perchè crediamo che il sapere dove giacciono le corrispondenze degli 
uomini &mosi sia^di grande e opportuno soccorso a chi cerca le fonti sin- 



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RASSEGNA DI LIBRI 847 

cere della storia letteraria e civile; la quale se non ha bisogno d'esser fatta 
da capo, ha certo grand' uopo d'essere in molte parti corretta. Noterò poi 
( e questo è debito di giustìzia ) che le cose osservate dall' Adriani nelle 
biblioteche francesi furono quasi tutte osservate dal Gazzera; i cui giudizi!, 
e spesso spesso le stesse parole, vengono dall'Adriani accettati. Perché poi 
non l'abbia mai avvertito al leggitore, né siasi pur degnato di ricordare 
la bella NùHsia del Gazzera , edita fin dal 38 col Trattato della dignità ed 
altri inediti ecritH di Torquato Tasso, non sta a noi l'indagarlo, 

Aix , Biblioteca Méjane», 

Carte^o intiero del Peiresc ( m. ti giugno 4637 ). Copia fotta in 45 vo- 
lumi in fol. sugli originali di Garpentras e di altre biblioteche , per 
ordine del marchese di Méjofnes , ch'ebbe in animo di pubblicarlo. - Vi 
son lettere del Galileo. 

Nìmis, Biblioteca pubblica. 

Carteggio originale del Séguier , amico e compagno ne' viaggi a Scipione 
Maifei ( m. 4784 ). - Fra gl'italiani , vi son lettere del Muratori. 

Vi sono pure de'libri postillati dal Maffei; e fra questi, un Grutero. 

MoifmLLKR , Biblioteca della Facoltà di medicina. 

Carteggia originale della regina Cristina di Svezia ( m. 49 aprile 4689 ) ; 
quindici volumi in 4to. 

Lettere originali scritte a Cassiano dal Pozzo di Biella (m. %t ottobre 4658); 
due volumi , uno di illustri italiani e uno di stranieri. 

Lettere originali scrìtte a Paolo Manuzio e ad Aldo il giovane, un volu< 
me. Ve ne sono del Granduca di Toscana, del Goselini , del Mureto, del 
Porzio, del cardinal Borromeo, de! Sirleto, del Sigonìo , del Tasso, 
del Sansovino, ec. 

Lettere originali, di pittori quasi tutte , a Ferrante de Carlis , scrittore 
e disegnatore bolognese. Ve ne sono del Caracci, del Lanfranchi, 
del Barbieri , del Procaccino , del cavalier Marino , ec. Se ne giovò il 
Bottari per le sue Pittoriche, 

Lettere originali del Peiresc ; due volumi. 

Questi carteggi provengono dalla biblioteca Albani di Roma. 

Avignone, Biblioteca fondata dal dottor Calvet, morto nel 4840. 

Lettere di San Vincenzio de'Paoli; copia, in un volume. 

Lettere originali di celebri uomini , per la maggior parte italiani: Ve ne 
sono dei Maffei, del Muratori, del Gori, del Forteguerri, del Corsini ,ec. 

G. 



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248 RASSEGNA DI LIBRI 



QuaUro kUere medUe di Gvìdo Panciroli, preoeduté da akuni appwUi alla 
vUa e alle opere del medesimo, — In Reggio , «piiresso Torre^^ni 
e C, 4^854; in 8to, di pag. 46. 

Di Guido Panetroti fece ii più compiuto elogio Girolamo Tiraboechi 
scrìvendo, che « parre volesse raooogliere e unire in sé stesso tutto il 
« sapere che ne'più illustri professori delle Università italiane era sparso 
ff e diviso ». n Turri, pubblicando poche lettere dellMUustre giureconsulto 
reggiano , non ha potuto aggiunger niente a quella lode , ma ha ben 
saputo raccogliere « alcuni minuti particolari sfuggiti ai btografi » del 
Pancirolo ; fira i quali si contano il Niceron e V Heinecdo. Della frequenza 
con che accorrevano alle lezioni di quel dottissimo gli studenti di Padova; 
degli scolari insignì ch'egli vi ebbe (basti rammentare Torquato Tasso, 
Francesco di Sales, Gregorio XIV e Clemente Vili pontefici) ; di un in* 
Vito che gli fu f^tto nel 455S di trasferirsi a Pisa; dei titoli di alcune 
sue opere, e di alcuni suoi manoscritti, ragiona il Turri molto bene; 
e finalmente rassegna le lettere di Guido che si conoscono a slampa , e 
che non aggiungono a dieci. DeUe quattro che ora per la prima volte 
si pubblicano, non possiamo dire che sia molte l'importanza: ma due 
cose confermano , che grandemente onorano il Pancirolo ; Taffetto p^ i 
suoi discepoli , a'quah non dubiteva d'aprire la propria casa , e la pietà 
che vemie in lui encomiate non meno della dottrina. G. 



Quattro Lettere inedite di Girolamo Tiraboschi a Michele AfOonioH di Cor- 
reggio. -^ In Reggio , appresso Torreggianì e compagno, 4854; in 8vo, 
di pag. 8 senza numerare. 

Più celebre che noto é il nome dello scrittore di queste lettere, quasi 
ignoto é l'uomo a cui sono indirizzate. Nativo di Correggio , e vago deUe 
memorie del suo paese , si pose l'Antonioli dattorno all'Allegri ; né poco 
delle sue erudite indagini potè giovare al Lanzi per la Storia pittorica. 
D Tiraboschi , che pur si apparecchiava a scrivere del Correggio nell'ul- 
timo volume della Biblioteca Modenese, avrebbe desiderato che l'Antonidi 
mettesse in luce il suo lavoro, pel quale si sarebbe conosciute meglio 
la vite di un Artefice , che alcuni (e tra questi il Vasari) vollero vissuto 
in misera condizione ; misera tento, da risentirne l'animo e l' ingegno di 
una certe timidezza e gretteria. Con la prima lettera (4 ottobre 47891) 
accompagna il Tiraboschi airAntonioli la copia di un ritratto del Correggio 



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RASSEGNA 01 LIBRI S49 

che sì conservava in una villa de' Reali di Sardegna (4). Si maraviglta 
nella seconda (24 febbraio 478i} che non sussistano le due mogli avute 
dall'Allegri , mentre i libri battesimali di Parma notavano sotto il 45t4 
una Girolama, e una lacopina nel ventisette. Tocca nella terza della cre- 
duta povertà dell'Allegri , e domanda se in Correggio esista più la sua 
casa , e sia di fatto sk rmseralnle. Riporta nella quarta (9 feblnraio 4784), 
dopo averne neUa seconda parlato , di certe riflessiùni dell'abate Mazza 
sulla Vita del Correggio complata dal Ratti , e di certe Memorie intorno 
al medesimo raccolte da un Alfonso Tedeschi ; cosa di poco momento , 
e pur gelosamente custodita da un e drago peggior di quello che custo- 
diva le Esperidi ». Due volte solamente il Tìraboschi esce dall'argomento 
del Correggio; ed è nella lettera seconda , per ringraziare l'Antonioli del 
testamento del Corso , e della promessa di alcune riflessioni che accer- 
tino sempre più la patria di Marcello Donati : argomento che al padre 
Pungileoni forni la occasione per varie Lettere pubblicate nel 4848 per 
le stampe ducali di Parma. 

Poche note potevano opportunamente seguitare alle Lettere del Tira- 
boschi ; e il signor Turri , che per occasione di nozze le volle pubblicate, 
avrebbe sempre più meritato la nostra riconoscenza. G. 



XXIIl Lettere di personaggi Ukutri a momgfwr Zaccaria Brictto haseanese^ 
già arcweeeoixt di Udine. — Bassano , tipografia Baseggio, 4854 ; in 8vo, 
di pag. 3t. 

Dopo aver pubblicato V Elogio di monsignor Bricito , il professore 
Iacopo Ferrazzi pubblicava alcune Lettere indirizzate a quel prelato da 
personaggi chiari per iscienza o per cMgnità. Ottimo pensiero, perché 
parmi modo efficacissimo a comprovare la bontà e la dottrina d'un uomo, 
il mostrare come fosse ai dotti e ai buoni legato per istima ed affetto. 
Il vescovo di Parma, il canonico Giovanni Antonio de' Rossi , il conte An- 
drea Cittadella Vigodarzere, monsignor Giuseppe Novello, lodano la 
eloquenza del Bricito. Il Villardi lo conforta a continuar negli studi 
dell'oratoria , e a « insigiiorirsi ben della lingua » , per bene esercitare 
il « ministero difficilissimo , massime in questi tempi di gusto si depra- 
« vato , che le più volte più piace chi predica più alla scapestrata , cioè 
« alla romantica ». I vescovi d'Adria, di Belluno, di Treviso, di Ceneda, 
d'Asti , e il patriarca di Venezia , si rallegrano col nuovo arcivescovo 
d' Udine , e l'animo smarrito pel novello incarico ne riCQnfortano. Giu- 

(4) Questa lettera però fu pubblicata dal Pungileoni , Mem. istor, di Correggio, 
lli,t43. 

AacH. Si, IT. I Nuova Serie. 5a 



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850 RASSEGNA DI LIBRI 

seppe Barbieri (del quale sono tre lettere) loda nel 43 un'orazione fù- 
nebre del Brìcito , belHssma di fòrte e subita eioqumsM; e dice in altra 
lettera , che si leccherebbe le dita se avesse potuto far tanto : espressiiNoe 
cosi lambiccata , che renderebbe sospetta la lode , se non si sapesse €ibe 
il Barbieri medesimo scriveva bene di quella onoione anche ad altri. 
Poi nel novembre del 47 si congratula del nuovo stato a cui il Brìcito 
veniva promosso, e promette a stagion nuova di porsi in viaggio per 
andar fino a Udine ad abbracciarlo. « Sarà questa (dice il Barbierì) alla 
(( tarda età mia una quasi benedizione di congedo per Taltro viaggio, 
« a cui è mestieri che io m'apparecchi. Perciò fidato nelfesimia vostra 
« bontà , vi prego intanto a mani giunte , e vi supplico che vogliate ndle 
ff vostre potenti orazioni raccomandarmi caldamente al Padre delle mi- 
« serìcordie e del perdono , acciò mi conceda la grazia di un santo ap- 
e parecchio ». 6. 



Della Tipografia Bresciana nel secolo XV, per Luigi Lbchi. 
Brescia , Venturini , 4854. 

L'autore di questa dotta memoria sulla Tipografia Bresciana del se- 
colo XV , dominando dall'alto il suo soggetto , prese le mosse dalle in- 
venzioni concomitanti la stampa, e penetrando nello spirito della di lei 
orìgine e dei di lei efietti sociali, disse che essa t venne a fare della 
scienza ciò che la polvere avea fatto della forza ; la accomunò ; onde 
forza e scienza non furono più retaggio di nobili e di preti, e il popolo 
usci di gregge ». 

Vedi mirabile correlazione di fatti : la stampa fu inventata in Europa 
nell'anno stesso in cui nacque Ckdombo ( 4436 ) , e cacciata di Magonxa 
dalle armi del di lei Vescovo che ne rapiva la libertà , rìparò in Italia 
dove aUettavanla il fn^vore degli studii e l'alta coltura , e frìittificò prìm»- 
mente a Subiaco del 4465, a Roma del 4467, a Venezia e Milano del 4469, 
a Brescia del 4470; e però questa città illustre per le tradizioni romane, 
per l'indipendenza della mente perscmificata in Arnaldo, e pel valore 
del cuore e della mano brillato negli assedii di Federico II, di Arrigo VII 
e del Piccinino , fu la quinta nell'Europa ad accogliere ed usare l'in- 
venzione diventala il palladio della civiltà moderna. Perché a Parigi s'in- 
cominciò a stampare del 4470, a Bologna del 4474, a Firenze del 447t, a 
Buda del 4473, a Torino del 4474, a Barcellona del 4475, a Lione del 4476, 
a Londra del 4477, a Praga del 4478, a Vienna, in Prussia, in Baviera 
del 44811, a Lisbona del 449S. 

I Bresciani , dice il Lechi , furono fra'solleciti a procacciarsi codici , 
a correggerii , a cementarli , a pubblicarli col mezzo dell'arte novdla ; 
e la fama di che godettero e il Galfurnio , e il Moreto , e il Britannico , 
e il Taverio, e il Pontico, e tant'altri, basta ad attestare le condizioni 



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RASSEGNA DI LIBRI 254 

letterarie dei nostro paese ». Noi non seguiremo il dilìgente scrittore 
Delle vicende della stampa in Brescia ne'snoi primodii , né nelle nozioni 
biografiche degli stampatori ; Hia accenneremo soltanto quello che alla 
storia generale dello spirito umano imù direttamente si riferisce. Nel 4 478 
la slampa si diffuse anche a Toscolano sul lago di Garda, nel 1489 si 
stamparono gli Statuti della Riviera a Portese , ed in complesso dal 4470 
al 4500, nella bresciana si fecero oltre duecento edizioni, le quali, in 
generale tono eseguite con caraUere mUmdo sopra earta bellissima, probabil- 
mente delle cartiere di Toseokmo. 

È utile seguire l'autore nella giudiziosa rassegna delle varie opere 
die a stamparono , che palesa le direzioni de^ studii e della storia , 
giaediè le idee sono correlative ai fatti. Di quelle 200 edizioni, 55 sono 
refigiose e teologiche, 60 scientifiche, quelle stampate dal 4470 al 4480 
SODO quasi tutte di classici , e ù*a loro l'Acerba di Cecco d'Ascoli , ed il 
Baldo di Merìin Ck)Ccaio ; e progredendo prevalgono* gji studii religiosi , 
quindi i legali ; e fra le edizioni si distingue la Commedia di Dante con 
tavole , dell'87, e sette libri ebraici, fra i quali la riputatissima Bibbia che 
servi di testo alla versione di Lutero. 

I bibliofili , che pur sono molti , e fra loro alcuni uomini gravi e bene- 
meriti, oome il Lechl, troveranno saporite e peregrine notizie nel cata- 
logo cronologico delie edizioni bresciane, e nelle notizie bibliografidie che 
fiinno parte di queste memorie, stampate nitidamente ed a pochi esem- 
plari, che corto non bastano a soddisfare le ricerche delle biblioteche e 
dei privati amanti di tali ricerche. L'amore e la sdlecitudine colla quale 
il nostro autore dettò questo catalogo, forse fu vantaggiato dalle cure che 
pose a racco^iere quanto gli venne fatto trovare di queste edizioni, onde 
Brescia gli sarà grata di un monumento prezioso delle sue glorie più 
pure. L'opera si compie con diligenti tavole di fec-simili delle varie 
stampe , e delle imprese o stemmi degh stampatori , e delle marche delle 
carte; cose tutte care ed utili ai bibliofili, ed in parte nuove fra noi. 
Né ultimo onore verrà allo scrittore dalle forme elette di lingua, che 
serbò pure nello spinalo di materie si aride e faticose ; forme che ricor- 
dano buoni e lunghi studii sui classici, e che ne fecero celebrata la tradu-^ 
zione di Diogene Laerzio. Gabriele Rosa. 



De antiquUatis sdentia in veteri Lyceo magno Pisano illustrata , provectà , 
Orazio habita III idus novembris an. 4853 m Academià PisaiM a Michae- 
LE Fbrroccio etc. Pisis, ex officina Nistriana, 4855 ; di pag. xxxii in 8.* 
( Estratto dal Tomo III de§^ AmuM Universitari Toscani ). 

Non è solo un bel tessuto di latine eleganze il libretto che qui si 
annunzia , di quelle eleganze die il femigerato professore e biblioleea- 



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S52 RASSEGNA DI LIBRI 

rio M. Ferracci sa , non che dispensare , profondere ; né anche nn rac- 
colto di quelle generalità tanto solite nei discorsi accademici e persino 
nelle scolastiche prolusioni : ma piuttosto una monografia diligente in- 
torno ai dotti uomini, che tenendo cattedra nello Studio di Pisa , inse- 
gnarono o in altra guisa ajutarono e promossero la scienza e lo stu- 
dio dell'antichità. Quanti si resero per tal conto henemeriti , vengono 
dal Ferracci passati in rassegna nella sua inaugurale orazione : primo 
nel tempo Valerio Ghimentelli , un discepolo del Galileo , che applicò 
air Archeologia i metodi trovati per la fisica dal suo maestro ; succes- 
sori di quello per circa due secoli , Iacopo Gronovio , Benedetto Ave- 
rani , Enrico Noris , Virginio Valsecchi , Alessandro Politi , Eduardo 
Corsini , Carlo Antognoli , Guido Grandi , Giuseppe Averanì , Leopoldo 
Guadagni , Antonio Cocchi , Tommaso Perelli , Luca Antonio Pagnini ; 
ultimi come nostri coetanei , Sebastiano Ciampi , Ippolito Rosellini e il 
vivente Gaetano Fantoni. Di quasi tutti l'autore ricorda le opere prin- 
cipali concernenti a cotesto ramo del sapere isterico ; e di taluni , ac- 
cenna altresì quelle circostanze della loro vita che agli studii pro- 
fessati più strettamente si riferiscono. Alia pag. xxiv è una digres- 
sione , che nessuno dirà poco opportuna , intorno a quell' Iacopo Tazzi 
Biancani , ehe presiedendo al Museo dell' Istituto Marsigii in Bologna , 
fa prima cagione che l'Antiquaria venisse insegnata pubblicamente in 
quella città nel 4784. Del che l'autore avea fette cenno anche nella de- 
dicatoria di questo opuscolo , da lui donata all'amico suo Liborio Veg- 
getti , bibliotecario dello Studio bolognese. Per le cose sin qui dette 
siamo più che mai condotti a desiderare che il prof. Ferracci voglia 
fiirsi continuatore della celebre Istoria dell' Università Pisana di An- 
gelo f abroni ; od anche accingersi ad assai maggiore impresa , della 
quale egli stesso fece negli amici suoi nascere la Speranza : io dico 
r istoria della Latinità in Italia dal risorgimento delle lettere per insino 
ai nostri giorni. IT. 



Elogio funebre del conte Domenico Paoli di Pesaro , per Alessandro Sbr- 
PiVRi />. S. P., professore di Fisica in Urbino. Pesaro, Nobili, 4856, 
di pag, 60 in 8.* ( Ha in fronte il disegno del catafalco eretto nelle 
esequie rinnovate al defunto , d' invenzione dello scenografo Rota). 

Il femigerato chimico e naturalista Domenico Paoli mori settantenne 
in Pesaro il di 46 Novembre del 4853. Oltre alle doti dell'ingegno, ed 
alla perseverante anzi ostinata applicazione , colla quale riparò agli in- 
convenienti del suo abituale soggiorao in città di provincia , fti uomo 
di egregie qualità morali , che il fecero amabile o rispettato anche a 
quelli che la differenza ddle opinioni avrebbe potuto rendergli nemici. 



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RASSEGNA DI LIBRI SS3 

Ebbe non pocbi onori sdentifici; e quando lo Stato Ecclesiastico , nel 4848^ 
potè godere di uno Statuto , fii e§^ dalla volontà del Pontefice cbiamato 
a sedere nella prima Camera legislativa , cui erasi dato il nome di Alto 
Consiglio. Compose fino ad ottanta tra opere e operette diverse, delle quali 
il già citato elogista riporta in nota Felenco , e tra cui queste sono le 
principali : Ricerche mi moto molecolare dei solidi; Pesaro 48S5, riprodotto 
in Firenze 4844 ; — Saggio di una monografia delle sostanze gommose; 
Firenze 4828 ; — Saggio storico^critùso intomo al calore animale ed alla 
re$piraxione ; Pesaro 4847. Gli ultimi studi del Paoli, che si rese ancora 
benemerito delle scienze sanitarie e delle agronomiche , versavano sul 
motmtento secolare delle condizioni termiche di ogni stagione per effetto 
della precessione degli equinozi ; i quali studi non tanto si rimasero in- 
terrotti daUa morte , quanto senza profitto del pubblico per V estrema 
delicatezza dell'autore ; che proponendosi , come il Serpierì ci fa noto , 
« di combattere con « un vasto piano di severe discussioni le conse- 
« guenze troppo leggermente derivate dal lamoso teorema di Lambert » , 
avrebbe vduto prima convincere l'amico sopra ciascun punto di questo 
suo lavoro, e quasi « dividere con esso lui il merito e l'onore » delle 
sue proprie speculazioni. (Elogio ec. , pag. 34 ). n. 



Per le faustissime nozze Bbrchet e Londonio; Venezia 1855, 
Tip. Naratov^ich. Opuscolo di facce 41 ; 8vo. 

Il nobile dottore Niccolò Barozzi pubblicò due documenti spettanti 
ad Antonio Foscarini, tratti dal Museo Correr, nella occasione delle nozze 
dello illustre Giovanni Berchet colla donzella Cecilia Londonio. 

n Foscarini ambasciatore di Venezia in Francia e Inghilterra, per 
lungo tempo amico del Sarpi , ottenne da quelle corti le onorificenze 
concedute ai legati veneti che lasciavano buon nome di sé stessi appo 
g^i stranieri. Il re di Francia lo armò cavaliere , e aggiunse allo stem- 
ma gentilizio dei Foscarini i tre fiordalisi di Borbone ; quello d' Inghil- 
terra ne decorò il cimiero col leone rampante. Questi due documenti 
traggono la importanza dallo essere spettanti ad uomo fornito di chiaro 
ingegno; di fama però dubbia, oche prestò argomento alle immaginazioni 
dei poeti , che non sono storici , e non di rado foggiano la storia a modo 
loro. Giunto ai primi onori della Repubblica , fti accusato di maestà, e 
dopo regolare processo, dannato nel capo. La memoria di lui qualche 
anno appresso fu assoluta, e fb proclamato che era stato vittima di 
quelle sottili calunnie che in ogni tempo sfuggono al più acuto e severo 
squittinlo deUa umana giustizia , la quale può essere ingannata dai mal- 
vagi. La storia però ha argomenti che la rendono incerta se possa con- 



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254 RASSEGNA DI LIBRI 

fermare la seconda sentenza , e la condurrebbero a credere che fosse 
tenuto come necessità e ragione di stato il tórre una nota d'infiimia da 
una gente patrìzia compartecipe della sovranità , rìocbissima , beneme* 
rita della patria. s. 



Per le auspieaHsHtne nozze Gombllo-Michibl. Vicenza 4854, 
Tip. Longo. Opìueolo di facce 29; 8vo. 

Dopo la dedica fatta da Angelo Pavan alla madre della sposa , e un 
vale alla sposa, viene una lettera inedita di Giuseppe Sozio Vicentino, cbe 
viaggiò in Oriente nel secolo passato , inedita e tratta dalla Bliblloteca 
pubblica di Vicenza. Discorre della sua partenza da Gerusalemme , e di 
una visita al Monte Carmelo. Scrìtta con molta disinvoltura , e forse un 
pochino soverchia, pubblicandola per nozze, si legge assai volentieri per 
i curiosi aneddoti storici narrati , come per la franca pittura dei luoghi 
visitati. Il Sozio deve essere stato un giovialone , osservatore acuto , 
come è non inelegante scrittore. i. 



Scritture inedite del Doge Marco Fosgarwi e di Luigi Arduino, pubblicate 
al compiere i suoi studU chimico-farmaceutici Girolamo Dion. Vene- 
zia 4854, Tip. Gasparì. Oputcoio di facce 44 non numerate. Edizione di 
soli LX esemplari. 

Agostino Sagredo dedica ai suo amico Antonio Dion, chimico-farmaci- 
sta^ due scritture, tratte dal Museo Correr, di due uomini illustri del se- 
colo passato, onore della Venezia. U celebre Foscarini rìngrazia i deputati 
della Università di Padova dello avere spontaneamente voluto oomplire 
con lui , levato al trono ducale. La nobile allocuzione viene a convali- 
dare una verìtà, cioè Tamplissima protezione agli studii largita dall'antica 
Repubblica , anche negli ultimi cinquantanni. La scrittura dell' insigne 
naturalista veronese ricorda i benemerìti di lui , largamente premiato 
dai Veneziani. Tratta del sale delle saline venete. Basterebbero due nomi 
come questi a confutare per una parte, quella degli studii, le sciocchezze 
dette in un libro , non ha guarì tempo , dato alla stampa. 

2. 



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RASSEGNA DI LIBRI S55 



Monumenti di Fermo e suoi ditUomi, delVAvv. Gaetano Db Minicis. In 8vo. 

E il fascicolo Vili, col quale si chiude la 4.* Parte. Esso contiene la 
descrizione di una tela di Lorenzo Lotto , rappresentante Cristo in croce 
con le Marie. Questo dipinto orna il maggiore altare della chiesa di 
Santa Maria della Pietà nella terra di Sangiusto , a un dieci miglia da 
Fermo. Per molto tempo rimase ignoto l'autore di questo quadro ; quando, 
pochi anni fa (4831), cercata diligentemente la tela, e nettatane la 
parte inferiore ,. apparve in un cartello arrotolato , con lettere appena 
leggìbili, la scritta: L.... Lotti 4534. Fu commesso a Lorenzo Lotto da 
Niccolò Bonafede, vescovo di Chiusi ( f gennaio 4534), per la detta chiesa 
di S. Maria della Pietà , di ginspadronato della nobile famiglia dei conti 
Bonafede^ A pie del quadro , in compagnia colle altre figure , è ritratto 
inginoccbione il vescovo Buonafede. M. 



Del perchè la porta orientale di Verona si chiami del Vescovo , e d'altre 
notizie spettanti alla stessa porta. Dissertazione del sacerdote Cesare 
Cavattoni , Bibliotecario municipale, pubblicata nel dì in cui V IlL e Re- 
verenda Monsig. Benedetto Riccahona entra solennemente a questo ve- 
scovato. Verona, nelle case de' Vicentini e Franchi, x settembre 4854. 
In 8vo gr. , di pag. 2t. 

I perchè assegnati dagU scrittori o dalla volgar voce al nome di porta 
del Vescovo alla orientale di Verona donde si va a Venezia, sono i seguen- 
ti : 4.* Perchè il vescovo Giovanni uscendo da questa porta per visitare i 
propri possessi posti in Val Pantena , il popolo , che lo vedeva passar di 
frequente di là , iolsele il primitivo nome di San Sepolcro , e la comin> 
dò a chiamare del Vescovo : S.* Perchè da questa porta si va alla villa 
di Monteforte , dove il vescovato veronese ha grosso tenimento di terre : 
3.^ Perchè la ristorazione delle mura che sono vicino ad essa porta , 
fa fiitta a spese del vescovo e del suo clero : 4.® Perchè alloraquando 
Verona reggevasi a popolo, quella porta era presidiata a nome del ve- 
scovo, capo della repubblica: 5.^ Perché sotto la dominazione veneta, 
il vescovo , ch'era sempre un patrizio veneto , entrava in città da quella 
porta: 6.® Perchè il vescovo ritraeva dalla porta orientale una gabella. 
Esaminate una ad una queste sei opinioni , Tautore rigetta le prime 
cinque , e ritiene per probabile solo l'ultima , la quale fa derivare la 
denominazione di porta del Vescovo alla orientale di Verona dal censo 



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S56 RASSEGNA DI LIBRI 

che il vescovo ricavava da quella: e perchè questo esame é fondato sulla 
storia e crilicamenle condotto / noi conveniamo nella sua opinione , la 
quale se non è inoontrovertibiimente dimostrata , è la più ragionevol- 
mente provata. M. 



Di Ugo da Carpi e dei Conti da Panico, Memorie e noU di MiCHBLANGBto 
Gualandi , 9ocio di varie Accademie, Bologna , Società Tip. Bolognese e 
ditta Sassi, 4854. In 8vo, di pag. 39. 

Panico , forte castello nel Bolognese , oggi quasi distrutto , dette ori- 
gine a quei conti che da quel feudo presero il nome. Da questa Mani- 
glia, trapiantata di Parma a Carpi, venne il celebre Ugo da Carpi. Il Gua- 
landi dà un esteso albero genealogico di questa gente , con notizie di 
ciascuno individuo , cavate da documenti e da memorie sicure. Di Ugo 
poi , che fu quegli donde venne la maggior fama alla sua &migUa , per 
la sua invenzione d' intagliare stampe in legno a più tavole , egli dà im- 
portanti e nuovi ragguagli , raccolti con fatiche e cure indefesse ; ag- 
giuntovi un esattissimo catalogo delle stampe di lui o a lui attribuite , 
e la nota dei pittori dalle cui opere Ugo trasse i suoi intagli. 

M. 



Vite inedite di quattro nomini illustri di casa Strozzi , cioè : Alessandro di 
Iacopo, detto frate Alesso, domenicano; Marcello di Strozzo, Bene- 
detto di Peraccione , Matteo di Simone ; scritte da Lorenzo Strozzi , con 
annotazioni di Pietro Bigazzi. Firenze , coi Tipi dei fratelli Martini , 
1854. In 8vo, di pag. 3S. 

È il N.^ 4 della Miscellanea storica e letteraria, edita con note per cura 
di P, B,, pubUicato per le nozze Borgheri-Antinori. Pubblicazione fatta con 
quell'amore e con quella diligenza che sono proprie del Bigazzi, e in- 
fiorata di notìzie tratte o da libri poco noti o da manoscritti che egli 
possiede in grande e preziosa copia. Ma di due cose ci lascia desiderio 
questo opuscolo : che una volta sia pubblicato tutto questo raccolto bio- 
grafico strozziano , e il Bigazzi potrebb'essere Tuomo da ciò ; e che egli 
non sminuzzi le sue tante cognizioni , e i preziosi materiali che egli pos- 
siede in libercoli di si piccola mole e in lavori spezzati. M. 



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RASSEGNA DI LIBRI 257 

Disoofso sulU Finan%e dello Stato Pontificio , dal secolo 46.^ al principio 
del I9.^ letto da Antonio Coppi nelV Accademia Tiberina il dì ti Di- 
cembre 4851 Roma, Tip. Salvìaccii 4855; in 8yo, di pag. 44. 

Il benemerito Ab. Coppi, che negli anni 4843 e 4847 avea trattato 
dinanzi all'Accademia Romana di Archeologia di alcune tasse ed opern^ 
zioni finanziane degli antichi Romani e delle Finanze della città di Roma 
nel medio evo , continna la incominciata materia prendendo a discor- 
rere nell'Accademia Tiberina intomo alle Finanze pontificie dal princi- 
|M0 del secolo 46.^ per insino ai nostri giorni. Nella parte sin qui pubbli- 
cata dì questa continuazione , ci è parso di trovare molte utilissime no- 
zioni che , bene studiate , condurrebbero a meglio comprendere Tìstoria, 
generalmente mal nota , di quello Stato tanto per più rispetti singolare. 
Giulio II fu sollecito de' risparmi per aver di che spendere nelle guerre ; 
Leone X dissipatore die principio alla venalità degli officii , che furono 
poi detti vi/uxibili. Clemente VII fii V inventore dei mmH , foggiati a si- 
militudine di quelli di Firenze ; espediente del quale dovè abusarsi per 
riparare ai danni dell'esecrabile sacco di Roma , e che poi vennero prati- 
cati da tutti i susseguenti pontefici sino a Gregorio XIII. Un libro di 
conti ancora superstite ci fa conoscere l'entrate e le spese del tempo di 
Sisto V, e l'Autore potè darci il contenuto di questo prezioso documento, 
n Foretti non ta avaro a' suoi sudditi di gravezze novelle , e riusci ad 
accumulare in Castel S. Angelo la somma per quei tempi maravigliosa 
di scudi 4,459>543 , severamente vietandone la estrazione. Ma quel divieto 
non venne osservato da quelli che poi tennero il suo luogo , e in ispe- 
cie da Gregorio XIV, costretto a ciò dalla carestia e dalla pestilenza che 
allora afflissero lo Stato. Clemente Vili ne' suoi principi! volle far dell'eco- 
nomo y ma presto venne ad involgersi nelle grandi spese pel desiderio 
dt aggrandire il patrimonio della Chiesa ; onde comprò terre apparte- 
nenti ad antichi feudatari! , e cacciò Cesare d' Este da Ferrara. Da con- 
simili ed altre passioni lasciandosi dominare anche V Vili Urbano , la 
Camera apostolica trovavasi già gravata, circa il 4644, da un debito 
di 8,000,000 d'oro. Di qui Taccrescimento dei cosi detti luoghi di monte , 
die seguitò eziandio sotto Innocenzo X , e sempre di poi sotto i suc- 
cessori di esso sino a Benedetto XIV ; tanto che quel debito si fu fin 
d'allora elevato alla ingente cifra di milioni 45. Fra le più gravi spese so- 
stenute in ogni tempo dai pontefici, sono da riporre i soccorsi sommini- 
strati ai potentati cattolici nelle gravi occorrenze della religione, troppo 
spesso confuse con quelle del monarcato; soccorsi che dal 4542 al 4746 
erano già stati calcolati a milioni circa 40 e mezzo , e più tardi fin presso^ 
a )0. Sedendo Benedetto XIII , si tentò di porre un argine agli abusi , 
e di parificare gli esiti agli introiti , comecché quelli eccedessero di soli 

Arch.S7Ai., liuofaSerìe, 53 



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258 RASSEGNA DI LIBRI 

scudi 420,000. Le tasse imposte sulla rendita, cominciate neN 708, 
moltiplicarono nel 4743; e in questo stesso periodo, o poco più tardi, 
ebbero principio la carta bollata, la privativa del tabacco ec. Per la 
carestìa del 4764 fu necessario distrarre un altro mezzo milione dal te- 
soro di Sisto V; del quale, contuttociò, nel 4767 sussistevano ancora 
scudi 4,043,423. Pio VI, amministratore sollecito se non felice, zela- 
(•re deir industria e della prosperità de' popoli , trovò a' suoi disegni il 
peggiore degli ostacoli ; prima le aggressioni e quindi V invasione dei 
Francesi: laonde , e il deposito di Sisto dovè compiutamente esaurirsi, 
e il debito dello Stato , comput^dovi i 44 milioni dì cedole, o carta 
monetata , a cui fu d'uopo dar corso , arrivò alla somma enorme di mi- 
lioni 72, e 256,494 scudi. Non procederemo altrimenti in cotesta analisi , 
perciocché le cose che seguono sono generalmente più note , e possono 
in gran parte leggersi anche negli AnncUi d* Italia continuati da quelli 
del Muratori sino all'anno 4845. Il sig. Coppi protrasse questo suo terzo 
Discorso fino all'anno 4840; quando cioè Napoleone, dopo avere ag- 
gregato le Marche al Regno Italico e Roma con le altre Provincie all' Im- 
pero , ordinò la corrispondente divisione e la liquidazione del debito 
che già gravava la monarchia pontificia. La statistica economica, sic- 
come ogni altra di quello Stato, sono tuttora da crearsi; e chi sarà per 
accingersi a questa impresa, di grande alcerto e affatto insolita diffi- 
coltà , sentirà pure i vantaggi che dalla paziente e commendevole dili- 
genza dell'egregio autore gli vennero procacciati. n. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Le Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato , durante il secolo decimose- 
sto , edite da EuGEmo Albébi. — Fireme, Società ediUrice fiorentina ^ 4855. 
In 8vo , di pag. xx e 444. 

Questo volume , nono della Raccolta , è il terzo della Serie delle Re- 
lazioni degli Stati Ottomani , col quale essa Serie rimane compiuta. 

Le istorie italiane di FEaouiAHDO Rahalli , dal 4846 al 4855. — Firenxe , 71- 
pogra/ia di E, TorelU , 4855. Vol.I e U. In 48mo. Il terzo è sotto il torchio. 
Saranno quattro. 

Storia d'Italia, dalla conquista Longobardica sino ai tempi attuali , di Gin- 
SBPPB La Farina. — Firenze, Poligrafia Italiana, 4854. In 8vo. Dispensa 
42 , compimento del VII ed ultimo volume. 



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ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 859 



Sc^Bo I«opBlMur4o*VeBeto* 

Storie Bresciane dai primi tempi sino all'età nostra , narrate da Fbdìkigo Ooo- 
ua. — Brescia , Gilbwti , 4853. In 8vo gr. Sono pubblicati i voi. l e 11 , 
e tre foscicoli del voi. III. 

L'abate Perini e la Lombardia nel secolo passato , Studi storici di Cesari Cam- 
Tù. — Milano, Libreria Gnocchi , 4854. 

La Lombardia nel secolo XVII , Ragionamento di Cbsabb Cartù. — Milano , 
Volpato e C. , 4854. In 8vo di pag. 345. 

Memorie spettanti alla storia ed al governo della città e campagna di Milano , 
del eonte Gioacio Grouii , con note ed aggiunte di Mabsiho Fabi. — Mi- 
lano ^ 4854. In 8vo. Voi. I di pag. 702, con 23 tavole incise. 

Documenti inediti risguardanti la storia della Yalsóssina e delle terre limitrofe , 
raccolti , annotati e pubblicati dall'ingegnere Giuseppe ÀRiiGOin. — Milano, 
Virola , 4855. 

Quest'opera servirà di appendice alle Soiiiie etoricho delle suddette 
regioni , pubblicate dal medesimo autore , e comprenderà le VdUi Sestina , 
Avorara e folleggio , e la Riviera di Lecco, — L'opera si pubblicherà in 
sei od otto fSascicoli in 8vo , di circa cinque fogli di stampa ciascuno , al 
prezzo di austr. cent. SO al foggio. 

Antichità cristiane di Brescia , illustrate da Federico Odorici , in appendice al 
Museo Bresciano. — Brescia, T^. Vesc. àbl Pio Istituto in S. Barnaba , 4845. 
In fol. di pag. 88 a due colonne , con sette tavole incise in rame. 

Steli tardi. 

Storia della Legislazione in Italia , dalla fondazione di Roma sino ai nostri 
tempi, e in particolare nella Monarchia di Savoia, sommariamente espo- 
sta da P. A. Albiiii , avv. e prof, del Diritto nella R. Università di To- 
rino. ^ Vigevano, 7%>. d'Antonio SpargeUa e Comp., 4854. Seconda edi- 
zione migliorata ed accresciuta. — Parte Prima , Legiskaione Romana, 

Breve Storia d' Europa « e specialmente d' Italia , di E. Ricora , prof, di Storia 
moderna nella R. Università di Torino. -^ Torino, dalla Stamperia Reale , 
4854. In timo Parte terza, dall'anno 4789 al 4845. 

Della Storia d' Italia dal 4844 al 4854, in continuazione del Sommario di Cesare 
Balbo , per Riccardo Moll , tradotta dal tedesco. ~ Torino , cugini Pomba 
e C. Editori, 4852. In 46.mo , di pag. 443. 

Ezelino da Romano , per Cesare Cahtù. — Torino, Ferrera e Franco, 4852. 
In 8.V0 gr. , di pag. 321 

Storia degli Italiani, per Cesare Cahtù, — Torino, cugini Pomba e C. edi- 
tori , 4854. In 8.V0 gr. — Saranno sei volumi, composti di 42 a 45 fa- 
scicoli ciascuno, a Ln. 4. 20 il fescicolo. È uscita la Dispensa 43* del 
tomo IV. 

Storia Militare del Piemonte in continuazione di quella del Sai uzzo , cioè dalla 
pace d'Aquisgrana sino ai di nostri, con carte e piani ; di Ferd. A. Pirelli, 
maggiore in ritiro. — Torino, De Giorgis , 4854. Voi. 2 in 4 6mo. Saranno tre. 



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260 ANNUNZI B1BLK)GRAF1G1 

•^ Volume primo di pag. 7U : Epoca prima , daH7^ al 4796. — Volume 
secondo, di pag. 7^*: Epoc% secooda , dal 1796 al 4834. 
Origine e progresso delle instiluzioni della Monarchia di Savoia , di Luigi Ci- 
BRAMO. — Ti^rtno , Stan^^eria Beale , 4854. Pane 4/ voi. L^ — Id^vo » di 
pag. 444. 

Bmgmm dtt NmpmU. 

Diario di FiuiiciAk) Gafkcblitio contenente la storia delle cose avvenute nel 
Regno di Napoli negli anni 4647-4650. Ora per la prima vòlta messo a stampa 
sul MS. originale , con l'aggiunta di vari documenti per la i^ù parte inediti , 
ed annotazioni dal March. Ahgblo Granilo Principe di Belmonte , atprinten- 
dente generale degli Archivi del Regno. Nàpoìi^ Tip. di G. Nobile 4850-54. 
— Voi. 3 in -Svo. 

Notizia d'un saggio intomo alla storia della Nobiltà , di Fbdirico Buriotti. — 
NapoU , Stamperia dèi Vaglio, 4855. In 8vo, di pag. 8. 

È come il programma di un lavoro su questo argomento , il quale 
si conterrà in due volumi. Non è un, accozzamento di nomi di famiglie il- 
lustri , nò la storia loro ; sono ragionamenti sulla nobiltà , in preparazione 
di un'altra grand'opera , la cui materia l'A. ha quasi in pronto. 

Prospetto filosoflcx) -della Storia del mondo umano, di Cbsarb dilla Valli 
Duca di Ventignano. NapoU, Detken 4854.. 8vo di pag.400. 



Statf 

La Santa Casa di Nazareth , e la città di Loreto , descritte storicamente e di- 
segnate da Gaitaro Firri , ed incise da valenti Artisti dell'Accademia di 
Belle Arti di Bologna ; divisa in tre parU. — Maceraia , coi Upi dà GHi- 
seppe Cortesi , 4854. In 4to. — È uscita la Prima Parte. 

1 piombi antichi raccolti dall'Em. Card. Ludovico Altkri , ordinati e deecritti 
da Raffaili Garucu D. C. di 6. , con rami. — Roma , 4865. 

Memorie per la storia di Ferrara , di Aitorio Frizzi , con note e appendice di 
Camillo Ladbrchi, aggiuntovi un album Estense con disegni originali dk 
6. Coen , Gran-Didier , M. Doyen. Sono pubblicati 44 fascicoli. 



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ARCHIVIO 



STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO PRIMO 

Partk 2.' 



FIRENZE 

PRESSO G. P. VIEUSSEUX EDITOBK 

185S 



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co TIPI DI M. CELLINI B C. 
ALLA GALILBIAHA 



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DI DUE TAVOLE IN BRONZO 



COHTBlIRIfTI 

• 



PARTE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

• * DATE 

DA DOMIZIANO IMPERiWORE 
A SALPENSA E MALAGA 

CITTÀ LATIIfR DBLLA.SPAGIIA HKLLA BETICA 

NOTIIU COMUNICATA 

DAL PROF. P\pTRÒ CAPEI 



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SULLE TAVOLE MUNICIPALI 

DI SAIPENSA E MALAGA 



( Tanta e si grande è la importanza istorica delle due Tavole spa- 
gnoole indicate nel titolo, che quantunque siano state già pubblicate dal 
nostro collaboratore Prof. Pietro C4pei, coi brevi cenni che le precedono, 
negli Armali della Università Tosa^nay abbiamo reputato dover dart opera 
a sempre più divulgarle ; per comodità , non fosse altro , degli eruditi 
nostri lettori )., La Direzione. 



Sul cadere del mese di Ottobre 4854 , fuori ^bUb citth di Malaga , 
nel sito prossimo che sì domanda Barrancade los T^ares^ a cinque 
piedi di profondi^ del suolo apparvero queste dtte tavole, collocate 
sopra antichissimo strato laterizio ( coheadas sobre ladrilloi de fecìta 
antiqmima) , e coperte, come pareva, 'nella loro faccia da panno- 
tino, di che tuttavia serbavaiKd poQhi avanzi attaccati alla «uperficie. 
11 peso di quelle tavole si rilevò essere, tra arabedi^, di 264 libbre 
Castiglìane; e che mentre la tavola di Salpensa era distinta in due 
colonne di scrittura , Fakra di Malaga lo era in cinque; di entrambe 
poi la scrittura istessii si dimostra chiara , intelli^ile , corretta e 
ben conservata. Abbiamo queste notizie dal Dott. Don Manuel Ro- 
driguei de Berlanga, il quale correndo il mese di Febbrajo 4853 
mandò in luce quelle due tavole , non senza spendervi sopra le sue 
cure e i suoi studii (4). Un esemplate di quesito opera del Berlanga 
venne comunicato dalla Accademia dì Vienna alla R. Società Sas- 
sone delle Scienze, e il celebre Prof. Dott. Teodoro Mommsen mem- 
bro di quella Società, perchè la dotta Germania si giovasse di tan ta 

» 
(4 ) Estudios sobre los dos broneea enoontrados en Malaga à fines de Octu- 
bre de 4854. Por el Doctor Don Manuel Rodriguez de Berlanga , abogado del 
ìlustre cotegio de està ciudad. Malaga, impunta del avisador Malagueno, Calle 
del Marques N.« 42 , l«53- - ( alla fine ; Febrepo de 4863 j in 4 • 23 pagg. non 
oamerate , ed una tavola in Litografia. 

Come possessore attuale delle due tavole in bronzo nomina egli Don lorge 
Loring. 



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G SULLE TAVOLE MUNICIPALI 

scoperta , tornò a pubblicare il testo di quelle due tavole , non solo in 
quella stessa, dirò così, diplomatica fórma in che avealo pubblicato 
il Bertanga , ma in una nuòva altresì sua propria , e più comoda pei 
lettóri , raddrizzando cioè , o adempiendo , laddove occorre (salva la 
ortografìa), il testo medesimo, non senza però denotare sitTatte emen- 
de per la collocazione loro tra due stanghette di questa fatta [ ]; ed 
iscioglieudo le sigle che vi s'incontrano, usato, per indicarlo, il solito 
segno ( ). Né di ciò tennesi contento il Mommsen ; conciossiachè il 
test» delle due tavole sia stato per esso illustrato di uno splendido • 
Gòmmontario, il quale sempre più ne aumenta la' bella fama che 
procacciò con i suoi studii di lingua Osca, con le Iscrizioni Napo- 
litane, con la sua Storia Romana (Voi. 1.*) e con molto altre 
egregie fatiche (4). Ricevuto appena nel dì 23 del mese di Feb- 
brajo pr. pass. , per xiortesia dell'amico mio Cav. Carlo Witte Pro- 
fessore di Diritto in Halle , il lavoro egregio del Mommsen , mi surse 
tosto nell'animo il desiderio che della nuova scoperta fosse data 
pronta notizia nel ii^zo dei nostri Annali. Ma il dì SI4 era mandato 
in luce quel volume, onde fu giuocoforza tardarla al <|iiarto; 
nel quale parve llastante consegnare la recensione Mommseniana 
come più comoda per ogni genere di lettori; mentre i più ciotti 
potranno facilmente rilevare anche la forma di quella diplomatica , 
solo che -attendano ai segni apposti dal Mommsen per indicare 
quando egli.coij^egge errori e adempie lacune, o solamente discio- 
glie sigle; massimo che le annotazioni per lui sottoposte, e qui 
riferite , recano le varianti del testo qual fn pubblicato in Ispagna. 
' Di quale e guanto rilievo sia poi per la storia del gius privato 
e pubblico dei Romani il rinvenimento di quelle due tavole di 
bronzo, mi farò lecito appena accennarlo. È noto* come del gius 
del Lazio antico, e sì di quello accordato ai Latini colonarìi in 
Italia fiorendo la Repubblica, otrae finalmente di quello che caduta 
la Repubblica fu comunicato dagli Imperatori, e sempre sotto il 
nome dì gius del Lazio,' a molte e molte città straniere, ed anzi 
a intiere province^ avevansi fin qui molto scarse- e incerte notizie. 
Ora chi muova dal concetto, cui lon sapremmo contraddire, del 
Mommsen ; che salvo leggiere differenze comandate dai casi e dai 
luoghi , uno solo fosse lo schema del gius del Lazio diffuso per gl'Im- 

(4) Die Stadtrechte der latinischcn gemeinden Salpensa und ìlalaca in der 
Provinz Baelica ( Voi. HI. delle Dissertazioni. del la R. Società Sai^wne delle Scienze, 
da pagg. 363 a 488). Leipzig, bei S. Hlrzel. 4855, in 4.*» 



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DI SALPENSA E MALAGA 7 

peratorì nelle Province; che lo schema istesso derivasse dal gius 
che già vegliava tra i Latini colonarii , il quale poi in molta parte 
almeno dovè essere quei|| medesimo che già fioriva nell'antico 
Lazio , dalli cui cittadini , come altresì dai Romani , traevansi quei 
coloni ; ne avrà come necessaria conseguenza , che dai ragguardevoli 
avanzi di quelle due tavole si attingeranno preziose notizie , non 
solo pel gius del Lazio dì Salpensa e Malaga , ma di quello pur 
anco che regnando gl'Imperatori fioriva nelle Province, e di quello 
infine che già custodivasi tra i Colonarii, e persino nel Lazio antico. 
Può insomma tenersi per fermo, che rispetto al gius del Lazio le 
due tavole ^ bronzo meritano quello stesso grado , che rispetto al 
gius della romana cittadinanza comunicata a tutti i Comuni d'Italia 
tengono la Legge Rubria per la Gallia Cisalpina della tavola Vellejate, 
e la Legge "Giulia municipale che sta dentro alla tavola d'Eraclea, 
custodite in Parma ed in Napoli. Né senza molta ammirazione qui 
vedranno i nostri lettori sìa per mera tradizione , o un po' per so- 
verchia estensione, dato il nome dì Munidipii a questa ultima sorta 
di Comuni Latini, e dì Municipi ai loro cittadini; e come a città 
straniere si comunicassero per quella vìa magistrature proprie e 
fino a un certo segno almeno indipendenti dal Preside della pro- 
vincia, che non è tampoco nominato negli avanzi di queste due 
Leggi; e la distribuzione del Popolo per Cime a fine dì rendere i suf- 
firagiì ; e i diritti di famìglia che già parevano sì propri del cittadino 
romano: manus, potestas, mancipium: diritti è vero che per la co- 
munanza della stirpe non può recare molta meravìglia, altresì 
spettassero agli antichi Latini, ed ai Colonarii ; onde a mìo credere 
sempre più confermasi, e sì dimostra legìttima la induzione del 
Mommsen, che il gius del Lazio, dagli Imperatori dato, siccome 
pare , alle città provinciali per accostarne la condizione a quella dei 
cittadini romani , fesse per la più paf te almeno c[uello medesimo che 
già godevasi e dai Latini antichi e dai Colonarii. Il che avvertito , ed 
è purtroppo meschina cosa di. fronte a quanto ci recano di nuovo, 
ecco la recensione Mommseniana dì quelle due Leggi, che voglìonsi 
collocare tra l'anno 82 e l'anno 84 dell'Era nostra (1). 

Firenze il 5 dì Marzo 1855. 

[i) Al cominciare dell'anno 84 Domiziano assunse il litolo di Germanico ^ uè 
più lo dismesse. Quindi , e accortamente, il Mommsen ne derivò cagione per de- 
lerminare il tempo delle Leggi medesime. 



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LEGIS 

MUNICIPII FLAVII SALPENSANI 

PARS. 



[Rubrìca. Ut magistratus civitaiem Romanam c<Hisequaatur. ] 

[XXI] [Qui Ilvìr aedìlis quaestor ex hac lege factus erìi^. cives 

Romani sunto, cum post annum magistraiu] abierìat, cum paren* 
iìbus coniugibusque [a]c liberì[s] , qui legitumis nuptis quaesiti in 
poleslatem parentium fuer[i]nt, item nepoiibus ac neptibus filio 
natfis natabujs, qui quaeque in potelìtate parentium fiierìni; dum 
ne plures c(iyes) R(omani) sint, qua^m] quod ex h(ac) l(ege) magi- 
stratus creare oportet. 

R(ubrìca). Ut qui civital(em) Roman(am) consequantur, maneantiu 
eorundem m(ancipi)o m(anu) potestate. 
XXli. Qui quaeve ex h(ac) l(ege) [exve] edicto imp(6rat(»is) Gaesaris 
Aug(usti) Vespasiani imp(eratorìs) ve Titi Gaesaris Aug(ustì) aut 
imp(eratons) Gaesaris Aug(u8tì) DMnitiani p(alrìs) p(atrìae) Civita- 
tem Roman(am) consecutus coibenta erìt , is ea in eius , qui c(ivis) 
R(omanus) h(ac) l(ege) factus erit, poltcstate manu mancipio, cuius 
esse deberet, si [civitate] mutatus mutata non esset, esto idque ius^ 



4 hac liberi 5 fuerunt 6 natalts 7 qua H exve ex edicto \k Si attende' 
vebbe est , erit ; ina le parole exve edìclo sino a p. p. tembrano wia più tarda 
(jiunia 4G civitate Boniana mutatus. 



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LEGGI MUNICIPALI DI SALPERÀ fi MALAGA ' 9 

tutorìs optandi habeto , quod haberei , si a cWe Romano ortut 
orla Qeq(ue) civìtale-mutatus mutata esset. 

B(ubrica). Ut qui c(ÌYÌtatem] R(omaiiam) consequentur, tura liber- 
lonim retineant. 20 

Qui quaeve h(ac) 1(ege) exve edicto imp(eratoris) Gaes(aris) 
Vesp(asiani) Aug(usti) imp(eratorì8)ve Titi Gaes(aris) Vespasìan(i) 
Au(gusti) aut imp(eratorìs) Gaes(arìs) Domitianì Aug(usti) c(ivita- 
tem) R(omanam) consecutus consecuta erìt, is in libertos liber- 
tasve suos suas paternos paternas, qui quae in c(ÌYÌtatem) R(o- io 

manam) [n]on venerìt, deque bonis eonim earum et is, quae 
Hbertatis causa inpoàta sunt , idem ius eademque condicio esto , 
quae esset, si civitate mutat[u]s mutat[a] non esset. 

R(ubricd). De praefecto imp(eratorìs) Caesaris Domitiani 
Aug(ustì). 30 

Si eius municipi decuriones conscrìptive municipesve imp(eratorì) 
Gaesar[i]- Domilian[o] Aug(usto) p(atri) p(atriae) Ilviratum com- 
muni nomine municipum eius municipi detulerfijnt , imp(era- 
tor)[q]ue Domitian[us] Gaesa[r] Aug(ustus) p(ater) p(atriae) eum 
Ilvifatum receperit et loco suo praefectum quem esse iusserit, 35 

ìs praefectus eo iure [loco] ve esto, quo esset, si eum Ilvir(um) 
i(ure] d(icundo) ex h(ac) l(ege) solum crearì oportuisset isque 
ex h(ac) l{ege) solus Ilvir i(ure) d(icundo) creatus esset. 

R(ubrìca). De iure praef(ecti) qui a IIvir(o) relictus sit. 
Ex Ilviris qui in eo municipio i(ure) d(icundo) p(raeerit), uter 40 

postea ex eo municipio proficiscetur ncque eo die in id muni- 
cipfijum esse se rediturum arbitrabitur, quem praefectum muni- 
cipi non minorem quam annorum XXXV ex decurìonibus con- 
scriptisque relinquere volet, facito ut is iuret per lovem et 
divom Aug(ustum) et dium Glaudium et divom yesp(asianura) 45 

Aug(ustum) et divom Titum Aug(ustum) et genium imp(cratoris) 



S6 cooTeDerit SS mutatis matatae 391 Caesaris Domitiani 33 f, detolerant 
imp.ve DomiUani Caesaris 36 loco manca , il Berìanga scioglie vo m verum 
ciiam 411 municipum {^sià* Beri,), 

ÀMiia, St. 1t. , Nttopa Serie, s 



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40 - TAVOLE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

£aesaris Domitiam Aug(usti) deósque Penaies, quae Unr[o6] qui 
i(ure) d(ic\mdo) p(raeest) * h(ac) l(6ge) faoere oporteat , se , dnm 
praefectus erit, d(um) [t](axat) quae eo tempore fieri possint, 
facturuin iieque adversus ea [fjactnrum scienfcem d(olo) m(ak>) ; 
et cum ita iuraverit , praefectum eum eius municipi retinquiio. 
E[i] qm ita praefectus relictus erit , donec in id municipium aker- 
uter ex Ilviris adierìt , in omnibus rebus id ios eaque poiestas 
esto praeterquam de praefecto relinquendo et de o(ivitate) Bi(o- 
maqa) consequ^ada , quod ius quaeqae potestas h(ac) l(ege) Uvi- 
ri[s qui] iure dieundo praeerunt datur. Isque dum praefectus 
erit quotiensque municipium egressus erit , ne plus quam òngnlis 
didNis abesto. 

R(ubrìca). De iureiurando IIvir(um) et aedi](ium) et q(iiae- 
storum). 
XXVI. Duovir(i) qui in eo municipio i(ure) d(icundo) p(raesunt), ilem 
aediles [qui] in eo municipio sunt , itera quaestores qui in ^ 
municipio sunt, eorum quisque in diebus quiflq(uey proxuffiis 
post h(anc) l(egem) datam; quiqud Ilyir(i) aediles quaestoresve 
postea ex h(ac) l(ege) creati enmt , eorum quisque in diebus 
quinque proxumis ex quo Ilvir aedilis quaestor esse ceeperit, 
priusquam decurìones conscriptive habeantur, iuranto prò con- 
tione per lovem et dium Ajug(ustum) et divom Claudium et di- 
vom Yespasianum Aug(ustum) et divora Titum Àug(ustum) et 
genium Domitiani Aug(usti) deosque Penates : se , quodqu[o]mque 
ex h(ac) l(ege) exqu[e] re communi m(unicipum) m(unicipi) 
Flavi Salpensani censeat , recto esse fecturum , ne[q]u£ adversus 
h(anc) l(egem) rerave communem municipum eius municipi fect^ 
rum scientem d(oIo) m(alo) , quosque prohibere possit prohibitur 
rum; neque se aUter consiiium habiturum neq(ue) aliter daturum 
ncque sententiam dicturum quam [ut ex] h(ac) l6(ge) exqu[e] re 
communi municipum eius municipi censeat fere. Qui ita non 

47 Ilviri * Così per errore di stampa; ma la p del testo parrebbe qui do- 
veri sctogliere in praesunt. ( P. C. ) 49 erit de quae 50 acturum SS et qui 
56 Ilyiri in iure 62 qui manca 70 quod quomque ; aUeraiUme detta forma or* 
eaàoa oprata da tm estetuore che ooikgiimgeoa quemqiie • fecturum. Gf. Un» 94 . 
li ei quod re 7S neciie 76 quam «ehi; feree è abbreoiatwfm: ù(%) e(x) ex 
qua re. 



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DI SALraNSA E MALAGA 44 

iuraverii , is (sestertium X milìa) monioipibus eius municìpi d(are) 
d(amna8) esto eìusque pecuoiae deque ea pecunia municipum 
eins miinìcipi [q]ui volel cuique per hanc legem licebii , actio 80 

petìUo persecutio està 

R(iibrìcd). De intercessione IIvir[um) et aedil(ium) [et] q(nae- 
storum). 
XXVII. Qui llvir(i) aut aediles ani qnaeslores eius municipi erunt , bis 

IlYÌr(is) inter se [e]t cnm aliquis altemtrnm eorum aut utrumque g5 

ab aedile aediBbus aut qnaestor[e] qnaesUnribus appeUabit ; item 
aeditibus inter se; [item quaestoribus inter se] intercedendi , in 
triduo proxmno quam appc^tio facta erit pot6ritqa[e] intercedi , 
quod eius adversns h(anc) l(^m) non fiat , et dum ne amplius 
quam seme[l] quisque eorum in eadem re appeUetur, ius potè- 90 

slasque esto , neve quis adversus ea qui[d] , qu[o}m intercessum 
erit, tacito. 

R{ubrica). De servis apud IIyir(um) manumittendis. 
XXVm. Sì qols municeps municipi Flavi Salpensani , qui Latinus erit , 

aput IIvìr(os) , qui iure dìcundo praeerunt eius municipi , servom 95 

suom servamve suam ex servitute in lìbertate[m] manumìsserit 
lìbenun liberamve esse iusserit, dum ne quis pupillus neve quae 
virgo mqlierve siae tutore auctore quem quamve manumiltat 
liberum Hberamvo esse iubeat: qui ita manumissus liberve esse 
iufisus erit, liber esto, quaeque ita manumissa liberavo [esse] '400 
iussa erit , libera esto , uti qui optum[o] iure Latm[i] libertini 
liberi sunt erunt; [d]um is qui minor XX annorum erit ita ma- 
numittat, si causam manumittendi iusta[m] esse is numerus de- 
curìonum , per quem decreta [facta h(ac) l(ege)] rata sunt , cen- 
suerit. 405 



78 BS X 80 cui S2 et monca 83 i. t. (Beri, spiega 'intra tm^pus') 86 quae- 
stores 87 item quaestoribus inter se manca 88 poterìtqui 90 semet 94 quic- 
quam , aUera^ione deVarcako quidquom ; Cf. Un. 70. 96 liberiate 400 esse 
404 optuine iure Latine 402 tum 403 iusta 404 h. 1. facta. 



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12 TAVOLE DELLE LEGGI BfUNlCIPALl 

R(ubrica). De iutorum datìone. 
XXIX. Cui tutor non erit incertusve crii , si is e r(e) e{sse) y(idebitur) ; 
e[t] municeps municipi Flavi Salpensani erit; et pupilli pupil- 
laeve non enint; et ab llviris, qui i(ure) d(icundo) p(raeerunt) 
eius municipi, postulaverìt , uti sibi tutorem det; [et] eum, quem Ui) 

dare volet , nominaverìt : [t]um is , a quo postulatum erit , sive 
unum sive plures collegas habebìt, e[x] onmium collegarum 
sententia, qui tum in eo municipio intrave fines municipi eius 
erit, causa cognita, si ei v[i]deb[i]tur, eum qui nominatus erit 
tutorem dato. Sive is cave, cuius nomine ita postulatum erit, 115 
pupil(Ius) pupillave erit , sive is , a quo postulatum erit , non ha- 
bebit collegam [collegav]e eius in eo municipio intrave fines 
eius municipi nomo erit: [t]um is, a quo ita postulatum erit, 
causa cognita, in diebus X proxumis, ex decreto decurionum, 
quod cum duae partes decurionum non minus adfuerint factum 1 ^0 
erit, eum, qui nominatus erit, quo ne ab insto tutore tutela 
[a]beat, e[i] tutorem dato. Qui tutor h(ac) l(ege) datus erit, is 
e[i] , cui datus erit , quo ne ab insto tutore tutela [a]beat , tam 
iustus tutor esto, quam si is c(ivis} R(omanus) et adgnatus prò- 
xumus c(ivis) R(omanus) tutor esset. 125 



408 e municeps NB. AUd linee 40T 408 <( Mùmmsen sciogUe le sigle e r e v e 
che swxedono a si is « precedmo municeps, nel modo che si vede ivi riferito. Ma 
dietro una nuova sokaione proposta daU'Husckké e accolta dal Mommsen neHF er- 
rata-corrige^ tutto quel passo vuole più sempUcemente essere letto coH : si is e[a]ve 
municeps. 440 et manca 444 dum 448 et 444 ut debetur 447 coìiegamque 
eius 448 cum 422 tiabeat et 423 et habe^t. 



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DI SALPENSA E MALAGA 13 



LEGIS 

MUNICIPII FLAVII MALACITANI 

PARS. 



[Rubrìca. De nominatione candìdatorum.] 
LI'. [Si ad quem diem professìo] fieri oportebit , nullius nomine aut 
paucionim , quam tot quod creali oportebit , professio lacta erit ; 
sive ex bis, quorum nomine professio lacta erit, pauciores erunt, 
quorum h(ac) l(ege) comitiis rationem habere oporteat, quam tot 5 

[quot] crearì oportebit: tum is qui comitia habere debelnt pro- 
scribito ita u(t) de p(lano) r(ecte) l(egi) p(ossint) tot nomina 
erarum , quibus per h(anc) l(egem) eum honorem potere licebit , 
quod derunt ad eum num^nim , ad quem crearì ex h(ac) l(ege) 
oportebit. Qui ita proscrìpti erunt , ii , si volent , aput eum , qui ^0 

ea comitia habiturus erìt, siuguli singulos eiiusdem condi[c]ion[i]s 
nominato ique item, qm tum ab is nominati erunt, si volent, 
singuli singulos aput eundem e[a]demque condi[c]ione nomi- 
nato ; isqne , aput quem ea nominatio facta erìt , eorum omnium 
nomina proponito ita [ut] d(e) p(lano) r(ecte) I(egi) p(ossint), 15 

deqne is omnibus item comitia habeto perinde ac si eorum 
quoque nomine ex h(ac) l(ege) de potendo honore professio 
Dacta esset intra praestitutum diem petereque eum honorem sua 
sponte c[o]epissent ncque eo proposito destitissent. 

li(ubrìca). De comitiis habendis. SIO 

Lll. Ex Ilvirìs, qui nunc sunt^ item ex is, qui deinceps in eo muni- 
cipio llvirì erunt , uter maior natu erìt , aut , si ei causa quae in- 



6 quel manca 41 conditiones 43 eandemque condiUone 45 ita. ut. u. de 
49 oepissent. 



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44 TAVOLE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

ciderit q(uo) m(inus) comitia habere posai, tum alter- ex bis, 
comitia IIvìr(is) , item aedìlibus , item quaestoribus rogandis sub- 
rogandìs h(ac) l(ege) habeto , utique ea distrìbutione curiarum , 
de qua supra comprehensuro est , sufifragìa ferri debebunt , ita 
per tabellam ferantur facito. Quìque ita creati erunt, ii annum 
unum aut , si in alterìus locum creati erunt , reliqua parte eiius 
anni in eo honore sunto, quem suffragis erunt consecuti. 

R(ubrica). In qua curia incolae suffragia | ferant. 
LUI. Quicumque in eo municipio comitia IIviris| , item aedilibus, item 
quaestoribus roganjdis habebit , ex curiis sorte ducito unam , | in 
qua incolae, qui cives R(omani) Latinive cives | erunt, suffragi [a] 
ferant, eisque in ea curia suffragi latio esto. 

R(ubrica). Quorum comitis rationem habere oporteat. 
Llin. Qui comitia habere debebit , is primum llvir(os) qui iure dicundo 
praesit ex eo genere ingenuorum hominum , de quo h(ac) l(ege) 
cautum conprehensumque est , deinde proximo quoque tempore 
aediles , item quaestores ex eo genere ingenuorum hominum , de 
quo h(ac) l(ege) cautum conprehensumque est, creando[s] cu- 
rato; dum ne cuiius comitis rationem habeat, qui Ilyiratum 
pet[et], qui minor annorum XXV erit quive intra quinc[iieimìum 
in eo honore fuerint; item qui aedilitatem quaesturam^ petet, 
qui minor quam annor(um) XXV erit , quive in earum qua causa 
erit, propter quam, si c(iyis) R(omanus) esset, in numero decu- 
rionum conscriptorumve eum esse non lìc«ret. 

R(ubrica). De suffragio ferendo. 
LV. Qui comitia ex h(ac) l(ege) habebit, is municipes curìatim ad 
suffragium ferendum vooato ita , ut uno vocatu omnes ourias in 
sufifragium vocet, eaeque singuiae in singulis consaeptis sufifra- 
gium per tabellam ferant. Itemque curato, ut ad cistam cuiius- 
que curìae ex municipibus eiius municipi temi sint , qui dius 
curiae non sint, qui suffragia custodiaot, diribeant, et uti ante 



30-34 di queste linee U BerUmga ha dato il facsimile , riprodotto dal 
mem 34 Quicunque ootàil BerUmga 33 suffragio, stampa e fac^simUe 40 crean- 
do 42 petet et qui. 



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70 



DI SALPENSA E MALAGA 45 

quam id faciant qnisque eorum iurent , se ratioBam suflragionim 
fide bona haUtunun relaUxnimque. Neve prohitnto q(iio) in(ìoiia) ^^ 

et qui honorem petent singulos cnstodes ad singnlas oistas pò- 
nant. lique custodes ab éo qm eomitìa habebit , item ab bis po- 
siti qui honorem petent, in ea curia quisque eorum sufifragi[nm] 
ferto, ad cuiius curiae cistam custos positus erit, eorumcpie suf- 
fragia perìnde iuata rataqoe sunto ac si in sua quisque curia ^^ 

suffiragium iulisset. 

R(nbrìea). Quid de his fieri oporteat, qui suffiragiorum numero 
pares emnt. 

Is qui ea eomitia habebit , uti quisque curiae cuiius plura quam 
aMi sufBragia habuerit, ita priorem ceteris eom prò ea curia 65 

factum creatumque esse renuntiato, donec is numerus, ad quem 
crearì oportebit, expletus sit. Qu[a] in curia totidem sufiragia 
duo pluresve habuerint , marìtum quive maritorum numero erit 
caelibi liberos non habenti , qui maritorum numero non erit ; 
fad)eDtem liberos non habenti; ptaires fiberos habenlem iwucio- 
res habent[i] praeferto prioremque nun[t]iato ita^ ut bini liberi 
post nomen impositum aut singulì puberes amissi v[i]riyepoten- 
les amissae prò sìnguiis 8osp[i]tibus numerentur. Si duo plu- 
resve UMem siifl[r]agìa habebunt et eiiusdem oondi[c]ìonis 
emnt , namina eorum in sortem coicito , et uti cidiusque nome[n] 75 

«>rte ductum erit, ita eum priorem alis renuntìatlo]. 

R(ubrìca). De sortitione curiamm et is, qui curiarum numero 
par[e]s erunt. 

Qui comitk h(ac) l(ege) habe[b]it, ts relatis omnium curiarum 
tabulis nomina curiarum in sortem eoicito singularumque curia- SO 

rum nomina sorte dudto, et ut cuiiusque curiae nomen sorte 
exierit, quod ea curia fec[e]rit, pro[nun]tiari iubeto; et uti quis- 
que prior maiorem partem numeri curiarum conf[e]cerit, eum, 
cum h(ac) l(ege) iuraverit caveritque de pecunia communi, factum 



68 suffragio S7quam 74 habente 74 nimciato, fn^Ko renuntiato 7S utrìve 
polenies 73 sospetibus 74 suffogia conditionis 75 nomen 76 renuntiat 
78 partes 97 haberìt SS fècierit promutiari 83 conftcerit. 



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16 TAVOLE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

creatumque renuntiato, donec tot magistratus sint quod h(ac] 
l(ege) crearì oportebit. Si totidem curias duo pluresve habe- 
bunt , uti supra €onprehensum est de is qui su[f]firagioruiD nu- 
mero pares essent , ita de is qui totidem curìas habebunt facito , 
eademque ratione prìorem quemque creatum esse renuntiato. 

R(ubrìca). Ne quìt fìat , quo minus comitia habeantur. 
LVlll. Ne quis intercedito neve quit aliut facito, quo minus in eo mu- 
nicipio b(ac) l(ege) comitia habeantur perficiantur. Qui aliter 
adversus ea fecerit sciens d(olo) m(alo), is in res àngulas 
(sestertium decem milia) raunìcipibus municipii Flavi Malacitani 
d(are) d(amnas) e(sto) [eijiusque pecuniae deque ea pecun(ia) 
municipi eiìus municipii, qui volet cuique per h(anc) l(egem) 
licebit, actio petitio persecutio esto. 

R(ubrica). De iure iurando eorum , qui maiorem partem numeri 
curiarum eipleverit. 
LIX. Qui ea comitia habebit, uti quisque eorum, qui llviratum aedilì- 
tatem quaesturamve petet, maiiorem partem numeri curiarum 
expleverìt , prìusquam eum factum creatumque renuntiet , iu»- 
iurandum adì[g]ito in contionem palam per lovem et divom Au- 
gustum et divom Claudium et divom Vespasianum Aug(ustum) 
et divom Titum Aug(ustum) et genium imp(eratoris] Caesaris 
D(omitia)ni Aug(usti) deosque Pen[a]tes, [e]um qu[a]e ex h(ac) 
l(ege) facere oportebit facturum ncque adversus h(anc) l(^m) 
fecisse aut facturum esse scientem d(olo) m(alo). 

R(ubrica]. Ut de pecunia communi municipum caveatur ab is, 
qui llviratum quaesturamve petet. 
LX- Qui in eo municipio llviratum quaesturamve petent quique pro- 
pterea , quod pauciorum nomine quam oportet professio facta 



87 sufragiorum 94 bs x 95 iliiisque 403 adicito 406 D ni. Qvà, 

dice il Berìanga fol. 4 , hawi lacuna nel testo , che solo permette leggere chiara- 
mente una D in principio , e NI alla fine , e con bastante fatica gli ultimi tratti 
delle lettere che formano il nome DOMlTlÀNl 406 peoaotes se eamque , dooe 
se è una falsa geminazione. 



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DI SALPENSA E MALAGA 4^7 

esset, nominatim in eam condicionem redìguutor, ut de his quo- 
que suffiragiuiu ex h(ac) l(ege) ferri oporteat, quisque eorum, 
quo die comìtia habebuntur , ante quam sufiragium feratur, arbi- 445 
tratu eius qui ea comitia habebit , praedes in commune munici- 
pum dato pecuniam communem eorum, quam* in honore suo 
tractaverìt, salvam is fere. Si d(e) e(à) r(e) is praedibus minu[s] 
ca[u]tum esse videbitur j praedia subsigaato arbitratu eiiusdem. 
Isque ab iis praedes praediaqùe sino d(olo) m(alo) accipito , 4 20 

quoad recto cautum sit , uti quod recte factum esse volét. Per 
quem eorum, de quibus Ilyirorum quaestorumve conùtiis sufira- 
gium ferri oportebit, steterit, q(uo) m(inus) recte caveatur, eius 
qu[i] comitia habebit ratìonem ne habeto: 

R(ubrica). De patrono cooptando. 425 

Ne quis patronum publice municii»bus mu[n]icipii Flavi Malaci- 
tani cooptato patr[o]ciniumve cui deferto, nisi ex maioris partis 
. decurionum decreto , quod decrètum factu/n erìt , cum duae par- 
tes non minus adfoerint et iurati per tabellam seutentiam tuie- 
rint. Qui alìter adversus ea patronum publice municipibus m[u]- 430 
nìcipìi Flavi Maladtani cooptaverìt patrociniumve cui detulerit, 
is (sestertium XV milia) in publicum municipibus municipii Flavi 
Malacitani d(are) d(amnas) e(sto), e[t] is qui adversus h(anc) 
l(egem) patronus cooptatus cui[ve] patrocinium delatum erìt , ne 
magìs ob eam rem patronus municipum municipii Flavi Malaci- 435 
[tanij esto. 

R(ubrìca). Ne quis aedificia, quae restituturus non erìt , destniat. 
Ne quis in oppido municipii Flavi Malacitani quaeque ei oppido 
continentia aedificia erunt , aedificium detegito destruito demo- 
liendumve curato nisi decurìonu[m] conscrìptorumve sententia, 410 
cum maior pars eorum adfuerìt , quod restitu[tu]rus intra proxi- 



443 megUo parrebbe redigentur , e mvece di his, is 448-449 minu cantum 
424 que 428 mumicipii 427 patriciniomve 430 minicipii 432 m xv 433 eis 
434 cuiius patrociDium 435-436 Malacitani tanti esto , forse per falsa gemano- 
sione 440 decurionum; meglio de decurionum 444 restitorus (*stc' Beri); Cf. 
Giornale per ìa GiwrisprudenmM slorica, XV, 327. 

AliCD« St. 1t. , JVuopa Serie, 3 



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48 TAVOLE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

mum annum non erìt. Qui adversus ea fecerii , is quanti e(a) 
r(es) e(rìt) , t(antam) p(ecuniam) municipibus municipi Flavi Ma- 
lacitanì d(are) d(amnas) e(sto) , eiusque pecuniae deque ea pe- 
cunia municipi eius municipii, qui volet cuique per h(anc)l(^emj 
licebit, actio peti tic persecutio esto. 

R(ubrica). De locationibus legibusque locationum proponendis et in 
tabuias municipi referendis. 
LXIIl. Qui Ilvir i(ure) d(icundo) p(raeerit) , vectigalia ultroque tributa sive 
quid aliut communi nomine municipum eiius municipi locari 
oportebit , locato. Quasque locationes fecerìt quasque leges di- 
xerit, quanti quìt locatum sit et praedes aceepti sint quaeque 
praedia subdita subsignata obligatave sint quique praediorum 
cognitores aceepti sint, in tabuias communes municipum eius 
municipi referantur Tacito et proposita habeto per omne reli- 
quom tempus honoris sui , ita ut d(e) p(lano) r(ecte) l(egi) p(os- 
sint) , quo loco ' decui^ones conscriptive proponenda esse cen- 
sucrìnt. 

R(ubrica). De obligatione praedum praediorum cognitorumque. 
LXllII. Quìcumque in municipio Flavio Malacitauo in commune muni- 
cipum eiius municipi praedes facti sunt erunt, quaeque praedia 
accepta sunt erunt , quique eorum praediorum cognitores facti 
sunt erunt: ii omnes et quae cuiiusque eorum tum [fuerunt] 
erunt , cum praees cognitorve factus est erit , quaeque postea 
esse, cum ii obligati esse coeper[u]nt, c[o]eperint, cpii eorum 
soluti liberatique non sunt non erunt aut non sine d(olo) m(alo) 
sunt erunt, eaque omnia, [quae] eorum soluta liberatacele non 
sunt non erunt aut non sine d(olo) m(alo) sunt erunt, in com- 
mune municipum eiius municipii item obligati obligat[a]que 
sunto , uti ii e[a]ve p(opulo) R(omano) obligati obligatave essent , 
si aput eos, qui Romae aerano praessent ii praedes i[i]que 
cognitores facti eaque praedia subdita subsignata obligatave 
essent. Eosque praedes eaque praedia eosque cognitores, si 



463 fuerunt manca 465 coeperiìDt ceperint 467 omnia quaeque eorum 
469 obligataeque 470 eaere 474 inque ^ikf Beri}» 



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DI SALPENSA E MALAGA 49 

quìi eorum , ìa quae cogniiores fecti erunt , ita non erìt , qui 
quaeve soluti liberati soluta lìberataque non sunt non erunt aut 475 
non sine d(olo) m(alo) sunt erunt , Ilviris , qui ibi i(ure) d(ìcundo) 
praerunt, ambobus alter[i]ye eorum ex decurìonum conscripto- 
rumque decreto, quod decretum cum eorum partes tertiae non 
minus quam duae adessent factum erìt , vendere legemque bis 
vendundis dioere ius potestasque osto; dum ea[m] legem is 480 
rebus vendundis dicant, quam legem eos, qui Romae aerano 
praeerunt , e lege praediatorìa praedibus praedìsque vendundis 
dicere oporteret, aut, si lege praediatorìa emptorem non inve* 
niet, quam legem in vacuom vendendis dicere oporteret; et 
dum ita legem dicant , utì pecunia minfore municipi Flavi Mala* 485 
titani referatur luatur solvatur. Quaeque lex ita dieta [e]rìt , 
insta rataque osto. 

R(ubrìca). Ut ius dicatur e lege dieta praedibus et praedis ven- 
dundis. 

Quos praedes quaeque praedia quosque cognitores Uvirì muni* 490 
dpiì Flavi Malacitani h(ac) l(ege) vendiderìnt, de iis quìcumque 
i(ure) d(icundo) p(raeerìt), ad quem de ea re in ius aditum erìt, 
ita ius dicito iudiciaque dato, ut ei, qui eos praedes cognitores 
ea praedia mercati erunt, {M^aedes socii heredesque eorum 
[i]que, ad quos ea res pertinebit, de is rebus agore easque res 495 
petere persequi recto possit. 

R(ubrìca). De multa quae dieta erìt. 

Multas in eo municipio ab Hviris praefectove dictas, item ab 

aedilibus , quas aediles dixisse se aput Uviros ambo alterve ex 

is professi erunt, Ilvir cpii ì(ure) d(icundo) p(raeerìt) in tabulas 200 

communes municipum eiius municipi referrì iubeto. Si cui ea 

multa dieta erìt aut nomine eiius alius postulabit, ut de ea ad 

decurìones conscrìptosve referatur, de ea decurìonum conscrì- 

pUNTumve iudicium esto. Quaeque multae non erunt iniustae 



477 alteriusve 480 ea 485 varrebbe il costrutto che in luogo deUo sconcio 
MINFOBE qui si leggesse o in commime o in publicum o in rem [Qui scorgerei coT" 
ratio VarcaUco in popl(icuiD). P. C] 486 dictarìt 493 ti altmdtrsbbe ut ti; M- 
rosmaHimmte l'arcaico utei elei fu stortamente interpretato ddUo estonsore 496 isque. 



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20 TAVOLE DELLE LEGGI MUNICIPALI 

a decurìonibus conscrìptisve iudìcatae , eas multas Ilviri in pu- ^05 
blicum niunicip[u]m eiius municipii redigunto. 

R(ubrica). De pecunia communi municipum deque rationibus 
eorundem. 
LXVII. Ad quem pecunia communis municipum eiius municipi perve- 

nerit heresve eiius isve ad quem ea res perlinebit, in diebus 2^0 
XXX proximis, quibus ea pecunia ad eum pervenerit, in publi- 
cum municipum eiius municipi eam referto. Quique rationes 
communes negotiumve quod commun[e] municipimi eius muci- 
cipi [g] esseri t tractaverit, is heresve eiius [isve] ad quem ea res 
p^tinebit in diebus XXX proximis, quibus ea negotia easve ratio- 245 
nes gerere tractare desierit , quibusque decuriones conscriptic[ue 
habebuntur, rationes edito redditoque decurìonibus conscrìplisve 
cuive de bis accipiendis cognoscendis ex decreto decurionum 
conscrìptorumve , quod decretum factum erit , cum eonim partes 
non minus quam duae tertiae adessent , negotium datum erìt. 220 
Per quem steterit , q(uo) m(inus) ita pecunia redigeretur refer- 
retur quove minus ita rationes redderentur, is, per quem stete- 
rìt q(uo) m(inus) rationes redde[r]entur quove minus pecunia 
redigeretur referret[ur] heresque eius isque ad cpiem ea res 
qua de agitur pertinebit, q(uantì) e(a) r(es) erìt,. tantum et alte- 22o 

rum tantum municipibus eiius municipi d(are) d(amnas) e(sto]. 
Eiusque pecuniae deque ea pecunia municipum municipii Flavi 
Malacitani qui volet cuique per h(anc) l(egem) licebit actio peti- 
tio persecutio esto. 

R(ubrìca). De constituendis patronis causae, cum rationes red- 230 
dentur. 
LXVin. Cum ita rationes reddentur, Ilvir, qui decurìones conscriptosve 
habebìt, ad decurìones conscrìptosve [rjeferto, quos placeat pu- 
blicam causam agore, iique decurìones conscrìptive per tabel- 
lam iurati d(e) e(a) r(e) decernunto, tum cum eorum partes non 



206 municipium 243 communi 244 cesserit; isve manca 223 reddenrentur 
224 referret 228 4k(ro Malacitani vim rip$luto eius ea pecunia municipum 
municipii Flavi Malacitani 233 ceférto. 



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DI SALPENSA E MALAGA Sl4 

mìnus quam duae tertiae aderunt , ita ut tres , quos plurimi per 235 
tabellam legerìnt, causam publìcam agant, iìque qui ita lecti 
erunt tempus a decurìonibus conscriptisve , quo causam cogno- 
scant actionemque suam ordinent , postulante , eoque tempore 
quod is datum erit transacto eam causam uti quod recte factum 
esse'volet agunto. 240 

R(ubrica). De iudicio pecuniae communis. 

Quod m(uiìicipum) m(unicipii) Flavi Halacitani nomine petetur 

ab eo, qui eìus municipi munic[ep]s incolave erit, quodve cum 

eo agetur quod plurìs (sestertios) oo sit neque tanti sit ut 

[de . ea . re . proconsulem ius dicere iudiciaque dare ex 245 

hac lege oporteat, de ea re llvir praefectusve , qui iure dicundo 

praeerit eius municipii, ad qaem de ea re in ius aditum erit, ius 

dìcito iudiciaque dato] 



%43 municipes 244 hs. 

NB. Gli eruditi Lettori si saranno accorti , come il Mommsen nella sua recm- 
skme di queste tavole abbia scrupolosamente rispettata la ortografia deWoriginale ; 
ooe derunt , praerunt , praessent , praest , é scritUì m luogo di deerunt , praee- 
runt , praeessent , praeest ; praees m luogo di praes {garante) ; cuìius , eiius , 
maìiorem , ìin;oece di cuius , eius , maiorem ; municipi , comitìs per municipii . 
oomitils ; quot eie. in luogo di quod etc. ; ique , is invece di iique , iis etc. Si 
saranno parimente accorti di non poche insoUte forme e costruzioni grammaticaU ; 
come àUre^ d/eOo spesseggiare in queste tavole la voce Commune in signi/icato pros- 
simo a queUo che la voce istessa pigliò dipoi nel medio evo e nelle moderne favelle. 



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ANONYMI AUCTORIS 

BREVE CHRONIGON MANTUANUM 



AB AN. MXCV AD AN. MCCXCIX 



CRONICHETTA DI MANTOVA 

DI AUTORE ANONIMO 

DAL 4095 AL 1299 

PUBBLICATA B ARIfOTATA 



DI CARLO D'ARCO 



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... J 



\ • 



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AVVERTIMENTO. 



Questa Cronaca fu trascritta da un Codice cartaceo in foglio a 
due colonne, con titoli ed iniziali tinti di rosso, custodito nella 
biblioteca Marciana in Venezia, ove è segnato del numero CCLXXXiV, 
classe rx degli Italiani j fra quelli appartenenti al secolo XV; nel 
quale codice si contengono: — 4.^ Dalla pagina 1 alla 36, quella 
parte dì Cronaca poetica detta VAliprandina, già stata pubblicata 
dal Muratori nel tomo V Antiq. ItaL med, oev., la quale termina 
al capitolo CXV ed alFanno H14, tre anni prima, cioè, che mo- 
risse Bonamente Aliprandi *, — 2."^ Dalla pagina 37 alla 45 , la Cro- 
naca latina che noi riferiamo, manoscritta con caratteri simili a 
quelli usati nella antecedente , ma meno intelligibili e di forma più 
pìccola; — 3.° Dalla pagina 45 tergo alla 425 tergo, i capitoli se- 
gnati del numero CXVI a CCII in continuazione alla Aliprandina ; 
— 4.^ Dalla pagina 426 alla 4S8 tergo, una nuova continuazione 
delle istorie Aliprandine, dall'anno 4494 al 4504 , scrittavi da altra 
mano. 

Un attento esame del detto Codice ci persuade che al secolo XV 
il compilatore di quello vi avesse pur entro trascritto il documento 
di cui qui parliamo , il quale era stato composto al principiare del 
secolo XIV ; e la cui minuziosità usata nel descrivere i fatti acca- 
duti dall'anno 4268 al 4299, recano indizio che il narratore dovesse 
esserne stato testimonio contemporaneo, ed avesse potuto esaminare 

Arch. St. It. , Ntwpa Seria. 4 



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86 AVVERTIMENTO 

ì registri ed i pubblici atti del nostro Comune. Che se non andiamo 
errati , questa pagina storica che riferiamo , deve reputarsi di non 
lieve importanza , perchè chiaramente ci most(a il modo con cui 
Mantova, come molte altre città Lombarde, rinunziando al governo 
dì repubblica assunto concordemente all'anno 4445, si sottomettesse 
alla soggezione di un solo, onde sottrarsi alla prepotenza ed all'im- 
pero di molti intemperanti di smodata ambizione. 



Carlo d'Argo. 



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BREVE CHRONICON MANTUANUM 



-m^sih 



In anno 4095 fuit fames valida in universo. 

In anno 4404 Marchio Bonifatius, pater Comitisse Matilde, obuit. 

In anno 4445 Comitissa Matilda obuit. 

In anno 4447 fuit terremotus magnus (4). 

In anno 4435 episcqpus Bernardus de Verona obuit, et Marchio 
Albertus obuit (2). 

In anno 4442 Comes Malregulatus obuit (3). 

In anno 4446 amputati fuerunt nasi Veronensibus a Teutonicis 
saprà lapidem batisterii , ut maior esset memoria (4). Et in ipso 
anno interfectus iuit Henricus Morbius imperator. 

In anno 4449 combusta fuit porta Sancti Zenonis, et captum 
foìt castrum Sancti Petri de Verona. 

In anno 4454 hedificatum fuit castrum Hostilie a Veronensibus. 

In anno 4452 lata iuit sententia dicti castri HostiUe contra 
Mantuanos. 

In anno 4454 imperator Friderichus Rubens primo intravit 
YtaMam. 

In anno 4456 Mons Ameus (sic) fuit combustus. 

In anno 4462 dictus imperator destruxit Mediolanum. 



(4) Per si£btta cagione crollò allora un'oto dell'anfiteatro Romano esistente 
in Verona , detto V Arena. 

(2) Forse Engelberto marchese di Verona. 

(3) Marco Regolo conte di San Bonifoccio. 

(4) Questa storia poco credibile così fu narrata anche dall'Aliprandi. 



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28 CRONICHETTA MANTOVANA 

In anno 1164 Pilius, cum x alìis milìtìbus, inierfectus fuil 
supra carcerera (1). 

In anno 1465 dìctus iinperaior fuit Vocaldie, et ArMuole fuit 
capta. 

In anno 1 1 70 Bonifacius comes (2) , fìlius comitis Malregulati , 
obuit ìb Antiochia. 

in anno 1172 combusta fuit civitas Verone a Vicentinis (3). 

In anno 1176 supradictus imperator fuit de Vicentia exptdsus 
a Lombardis, et obuit. 

In anno 1178 papa Alexander fuit Venetiis Fenraria. 

Supradicta millessima non sunt continuata , et magis pertinent 
ad Veronenses. Et ista inferiora continuata pertinent ad Mantuanos; 
et orunt descrìpla millessima et consules regnantes (4). 

In anno 14^ omsu) maior eiiviiatì& Hantue domiouA ZachoDus 
de Grossolanis. Et eo tempore interflecH» fuit deminus UgoUnus 
de Oldrevandis (5). 

In 4184 eè 4485 eè 1486 efìsoofm Giraserì|YÌmi& (6) f«ii pote- 
stas Mantue; et in primo anno papa Lucius venift Veronann (7); el 
in secunda potestarta émhià& papa obiiA; et ia ta&rlia faeUis fuit 
coBeordnus Lusavie, ei ibi mortuus (S) et sepultus. esl. 

in 4i87 et l«88 et 1 4*8» donumus Atto Pagani de Pevgwno Mi 
potestas Mantue (9); et ia ip0D aiNM oaptu fuit Fraela (i^) a Veror 

(1) Fillio Nichesota falto morire per aver Ivaiml» di éare V«rovt ia mano 
r\U' imperatore Fe<terk)o. 

(% Sanboniraccio. 

(3j Varie iscrizioni ìdcìm nel marmo esistenti in Verona ricordano pur oggi 
questo sventurato avvenimento. 

(4} Questa annotaaione- oi conferma nal pensiero , ohe lo 8orrtlo«e> di ^esto 
codice avesse dovuto desumere f ||fascrivere da varii documenti scritti a di* 
verse epoche le cconacbe di cui ibtese a copipome uaa coUeziQne compiuta 
dairannol1095 al 1504. ! 

(6) Fino dall'anno 1426 si ha memoria in Mantova di alcuni magistrati no- 
minati consoli, a cui era affidato il reggimento della citte e dello stato. 

(6) Grassedonio , vescovo di Mantova. 

(7) Dove vi tenne nn concilio. 

(8) Grassedonio. 

(9) Questo è il primo fra coloro non cittadini , il quale venne incaricato del 
governo di Mantova. 

(40ì 1) cafftello della Fratta. 



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dall'anno 4095 al 4299 29 

uensibus, et muti» Ferarìenses capti faemnl et docti Verone; et 
ededicata [sic) est ecclesìa maior Verone a papa Urbano. Et capta fuit 
terra de ultra marìi {sic) a Saladino; et in secando anno Mantuani 
inceperunt facere pontem Molendinorum (4); et in tertio annoGcnes^ 
sotus interfeetas fiiit, et nobUes de Ripalta Ineeperuat ponlem 
sopraserlptum. 

In 1490 eonsol MaWecii Ottibonus (2) , emn socns suis: et eo 
tempore Frìderìclnis imperator dniit (3). 

In 4494 cansules Mautuaai Aoevbus Gatanetis ei Conradus de 
Bnssis: et fuit suo tempore sconfit» Cremonenskim a BrixìensìbuA 
in flnniine Lotti (4)1, que vooata est Giveda: et fneruni nundine 
Mantue incepte (5). 

In 4499 damìnua GnaffoS' de Padna fuit potestà» Mantue. 

In 4193 doMìnus Lorenxonns Guardotus et Boso Avocatus fue- 
mnt oousale» Mantue, c« fuernnt expubi de regimine ante tempus 
completum (6). 

In 4494 dominus Lantelmua de Laiidrìano de Milano fuit potè- 
stas MMitue. Et eo tempore Saiadinas rex ultramari obiit. 

In tt95 eplscopus Heniicus fuit potestas Mantue. 

In 4496 dominnsClMizanimidhus de BoMoniafuilipeliestas Mantue. 

In 4497 coASules Maintne domìni Loremcmus GÙalfredua et 
Gvifredinus eomites ; et imperator Heniricus obiit (7). 

In t498 lacobuir Bernardi de Bononìa fiat pateslas Manine : et 
ipso* tempore Bregentkìi et Ferrarenses derictif foerunt a Mantua- 
nis, et (tecti Mantuam in oareeribuB. 

In 4499 Stefanus de Turbiago de Brixia fuit potestas Mantue. 
Et in suo tempore, die sancti lohanis Baptiste, desconfiti fuerunt 



(4) Si diede mano a cfuesfo pont*; subito dopo aver oompiuCa la magnifica 
impresa della costruzione del lago intorno alla città , valendosi delle acque del 
Mincio ; onde Mantova si rese allora , e tutto dì si mantiene , quasi invincibile 
dagli assalti nemici, 

a^) Ottobuono Malvezzi. 

(3) Federico Barbarossa , che mori in Armeota . 

(4) Oglio. 

(5) Beco l'epoca in cui si introdusse in Mantova l'uso delle pubbliche fiere 
a bvorire il commercio. 

(6) Da ciò si rileva che l'azione di magistrati affidala ai consoli dai governi 
a comune , era circoscritta ad un termine prefisso. 

(7) Cioè Arrigo, che morì in Sicilia. 



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30 CRONICHETTA MANTOVANA 

Mantuani a VeroDeasibus et sociis in terra Zupate (4): et rex 
Henricus fuit incoronatus Rome. 

In 4200 consules Mantue domini Otto Ugozonis et Guilianus 
Vioedominus. 

In 4204 Comes GueUùs de Saucto Martino fuit potestas Mantue; 
et in ipso regimine idem potestas interfectus fuit in territorio No> 
garolarum iuxta (lumen Revengate; et Mutinenses capti fnerunt 
per Mantuanos et Reginos apud Sormenaonum (2). 

In 4202 Comes Bonifatìus eius filius (3); et eo tempore Bruzella 
de Brixìa fuit desconfita et capta. 

In 4203 dominus comites Albertus de Casalodo et Azio de 
Mosio (4). 

In 4205 consules Albertus de Fribulis et Oldebertus de Agnelis. 
Et die Pentecoste devastata fuit terra Sancti Bonifacii de Verona (5). 

In 4206 Poncius Amatus de Cremona fuit potestas Mantue; et 
suo tempore magnum prelium fuit intra partem comitis et Mon- 
ticulorum in Verona; et magnus ignis fuit in dieta civitate (6). Et 
tunc marchio Azzo (7) firater fuit potestas Verone; et tunc Mantuani 
in servitio partis comitis ìverunt cum charotio ad burghum Sancti 
Zenonis, et ipsum cooibusserunt. Et hoc fuit de maiio. 

In 4207 et 4208 dominus Azzo marchio Estensis fuit potestas 
Mantue. Et in ipso anno incepta fuit guerra Poltronorum et Galo- 
rosorum (8), et espulsa fuit pars Monticulorum de Verona, et 
captum fuit castrum Verone a parte comitis de mense septembris. 
Et in secundo anno rex Pilipus interfectus fuit a Lantigrado de 
Diuraga (9). 



(4) Cipada. 

(% Presso Formigine. 

(3) Figlio del detto Guelfo , e podestà di Mantova. 

(4) Consoli di Uaotova. 

(6) Dai Montiooli, nemici ai Sanbonifoccio. 

(6) Per essere stato appiccato il fuoco alle case di quelli dalla Carcere e da 
Lendinara. 

(7) Da Este. 

(8) Al 4S07 pare, dunque , che gli odii celati e le ambizioni nascoste delle pre- 
potenti famiglie nominate dei Poltroni e dei Calorosi si risolvessero ad aperta 
guerra cittadina ; onde poi mano mano il governo a comune si ridusse a quello 
di signoria. 

(9) Ucciso in Bambergq da Ottone conte di Witelspach. 



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dall'anno 4095 al 4299 H 

In 4209 dommus episcopus Enrichus fuit potesias Man tue (4); 
et eo tempore rex Otto ÌTÌt Romam (i), ad se incoronari facienduin; 
et Bertolotus Galorosos iuterfedt Bulsinum de Poltronibus. 

In 4240 et 4244 supradictus dominus Àzzo marchio fuit pote- 
stas Mantue. 

In 4242 et 4243 marchio Oldrevandinus eius filius fuit potestas 
Mantue. Sed tamen dominus lacobus de Marastengha fecit secun- 
dam potestarìam prò ipso domino Oldrevandino. Et in prima pote- 
staria Azzo mardùo secundus et comes Bonifatius (3) obierunt de 
mense novembris: et in secunda potestaria captum fuit carociuro 
Mediolanensium a Cremonensibus in terratorio Castro Leonìs ; et 
capta fuit turris Pultronorum a Calorosis Mantue. 

In 4244 dominus Geraldus de Salis de Brìxia fuit potestas Man- 
tue. Et suo tempore combusta fuit turris Belforti sive Belvesini de 
Cavachato. Et captum fuit castrum Sancti Leii per dominum Gar- 
laxarum de Lethebelano, et tratitum in manu ìuimicorum (4). 

In 4245 et 4246 dominus Lambertinus de Bivialdo (5) de Bo- 
nonia fuit potestas Miuitue , et in primo anno factum fuit Burgum 
fortem (6), et Padus congelavit. Et in secundo anno papa Inno- 
ceutius obuìt die xvi exeunte iulio (7). Et regina Àppulie venit 
in Lambardiam (8) , et intravit Veronam de mense octobris (9). Et 
rex Otto fuit incoronatus. 

In 4247 comes Bonifatius de Sancto Martino fuit potestas Mantue. 
In 4248 Hinghiramus de Macreta (40) ; et ilio tempore filli Octatii 



(4) Questo fiitto eoolprma cbe anche al secolo Xlll i vescovi godevano nelle 
città libere di Lombardia di grandissima autorità , cosi che nei gravi casi di pa- 
tria veniva a confidarsi al vescovo di sopravvedore alla pubblica cosa ed al governo 
dello stato. 

{%) Ottone IV re dei Romani. 

(3) Azzo VI Estense e Bonifaccio suo zio. 

(4) Tutto ciò avvenne allora in cui i Mantovani erano andati in ajuto ai 
Cremonesi. 

(6) Lamberto da Buvalello. 

(6) Castello posto sulle ripe del Po presso Mantova. 

(7) Innocenzo IH morto a Perugia. 

(8) Forse Costanza moglie a Federico li , che , venuta da Palermo , attra- 
versò allora la Lombardia per ritornare in Germania. 

(9) Ciò è taciuto dagli storici. 
(40) Pu podestà. 



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3S CRONICHETTA MANTOVANA 

fueruut suspensi ; et imperator Octo obuit (4) ; ei oorobostum fiiii 
palatium Verone, et expalsa potestaria Verone. 

In 4249 Ragazanus de Biixia (2) ftùt potestas Maniue. 

In 4220 Cfaazanimìchus de Bononia fnii potestas Blantue ; el 
eo tempore imperalor Federicus secundus fuìt iacoronatus Rome. 
Et fuit obscesk) facta circha Gonzaga per Cremonenses, Parmenses 
et Reginos. Et captum fuit Bondenum Ardeiinii per Mantuanos et 
Veronenses (3). 

In 4224 dominus Salinguerra de F6raria(4) foìt polettaa Man- 
tue. Et eo tempore amìssit Feirarìam, et ipsam reouperabit ^5). . 

In 4222 Leo de Garcerìbus de Verona fùit potestas Mantue. Et 
suo tempore, in fine anni, sive sui regiminis, in nativiiaCis Do- 
mini liesu Ghristi , in quo incipiebat curerò. 

In 4223 fuit terremotus magnus universalis per totum mun- 
dum , ita quod infinite domus , turres et montes cecidenint (6). Et 
Raiimundus de Ugonibus de Brixìa fuit potestas Mantue; et suo 
tempore destructum fuit Razolum (7) et stractum , et omnes capti. 

In 4224 Ghazanimichus de Bononia fuit^ potestas Mantue; et 
suo tempore fuit obscessum castrum Bonitum de Burana (8) per 
Mantuanos et Veronenses, et facta fuit tregua inter Mantuanos et 
Reginos (9). 

In 4225 Rizzardus comes de Verona (40) potestas Mantue; et 
tunc fuit Comes expulsus de Verona cum sua parte, et factus fuit 
Leo de Garceribus potestas Verone. 

In 4 226 et 4 228 et 4 229 dominus Laudarengius de Martilengo (4 4 ] 
fuit potestas Mantue ; et in secundum annum inceptum fuit pala- 



(4) Ottone IV, morto io Hartzburg. 

(2) Regazzone Confatonieri. 

(3) Cl)e lo tolsero ai Reggiani. 

(4) Salinguerra Torelli. 

(6) 11 6 per V : recuperabit invece di recuper<wiU Difìitti l! Torelli, stalo espulso 
dal dominio di Ferrara per opera degli Estensi, riuscì dipoi a riconquistarlo. 

(6) Questo triste avvenimento da varii storici si nota accaduto al 25 dicem^ 
bre dell'anno avanti. 

(7) Cioè Reggiolo , conquistato dai Mantovani. 

(8) Presso al Bondeno. 

(9; Pattuita al 40 di aprile. 
(40) Sanbonifòccìo. 
(44} Marlinenghi da Brescia. 



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DALL^NNO 1095 AL 1299 33 

iìam cum turrì (4), et domini Ugo Pizonis, lohaois de Crema et 
Cerutus de Ripa fuenint superestes ad faciendum fieri. Et ia ter- 
tic anno cavatum fuit castrum Castioni Mantuanii (2). 

In 4229 dominus Guielmus de Lendinara fuit potestas Man tue; 
et suo tempore (acta fuerunt fulla et moletidina, et cavata sancti 
Blaxii ; et incepta fuit salegatia stratarum et Broleti (3). Et mor- 
tuus foit Reschatius in nondinis Mantue ab Àvocatis (4). 

In '4230 et 4234 secundus Laudrengìus (5) fuit potestas Man- 
ine; et in primo anno completus fuit pontem molendinorum et fui- 
lonun. Et comes Rizardus de Sancto Bonifatio captus fuit a parte 
MouticuUorum, et detentus in carceribus per magnum tempus. Et 
eodem anno capta fuit Collata per Mantuanos. 

In 4232 Comes Balidiinus de' Casalolto (6) fuit potestas Man- 
tue. Et eo tempore episcopus Guidotus (7) primo venit Mantuam; 
et cavatum fuit castrum Seravali (8) , et destructum fuit dome (sic) 
in Broleto. 

In 4233. episcopus Guidotus fuit potestas Mantue (9). Et in suo 
tempore facta fuit congregatio Mantuanorum, Brixiensium, Yero- 
nensium, Paduanorum, Vicentinorum , Trivixinorum, cum caro- 
cììs suis, ad Panquaram supra Adexium (40), per fratrem lohanem 
ordìnis Predìcatorum (44), ad pacem faciendam in ter partem comi* 
tis (42) et partem Monticullorum, et in ter Mantuanos etVeronen- 
ses, et inter omnes qui ibi erant. 

In 4234 Aiimerichus de Arpinello de Bononia fuit potestas Man- 



(4) Cioè il palazzo oggi detto della Ragione. 

(2) Terra posta al oonfiDe col Veronese. 

(3) Si ediflcarono cioè quegli artiflcii pei quali si la voi a vano le lane e si ma- 
cioavauo i grani , e si selciarono ( forse per la prima volta ) le vie e la piazza 
principale della città. 

(4j Avvocati od Avogadri. 

(5) Il Martinengo per la seconda volta. 

(6) Baldovino Gasaloldì. 
il) Guido da Coreggio. 

(8j Castello atterrato allora dalle genti di Eccelino. 

(9) Questi è l'ultimo dei vescovi, a cui si ricorda avere i Mantovani conce- 
duta la suprema autorità di comando ed il titolo di podestà. 
(40) Adige. 

(44jf Giovanni da Schio detto da Vicenza. 
(42j Sanbonifacxio. 

\ncìi,ST,ÌT. j Nttopa Serie, 5 



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34 CRONICHETTA MANTOVANA 

tue; el in suo tempore fuit exercitus Zenenolte (4), et propulati 
fuerunt Agli (sic) qui congregati erant in Mantua per partem Advo- 
catorum, qui fuerunt bampniti in perpetuo et expulsi. Et facta 
fuit pax inter comites de Casalolto et Galorlosos coram dicto potè- 
state in Broleto comunis Mantue. 

In 4235 lacobus de Melato de Mediolano fuit potestas Mantue. 
Et suo tempore, de madie, una die lune quando vadunt tanìe, 
mortuus fuit episcopus Guidotus ab Avocatis in monasterìo sanati 
Andree insta hostium capituli monachorum ; et ipsi Advocatì 
expulsi fueirunt , et destructi fuerunt omnino, et monasterium totum 
expoliatum fuit. Et in feste sancti Galli fuerunt devicti et expula 
Poltroni, Galorosii et de Pagani vicecomites et vicedomtni, et Ra- 
vasii, et omnes de parte Advocatorum. Et dominus potestas fuit 
expulsus de regimine. Et domini Zanerichius de Ripa, Ubaldus de 
Ripalta,'Paganus de Saviola et Guelfus Pizonus fuerunt (2). 

In 4236 Albertus de Zolzano de Vicentia fuit potestas Mantue. 
Et suo tempore impera tor Fedrichus cum magno exercitu , tem- 
pore vindimiarum , venit obsessum Mantue ad portam Acqu»- 
druzii (3) , et ibi stetit per tres dies ; et in adventu suo rapuit 
castrum Marcharìgie (4) a Mantuanis in vigilia nativitatis Domini 
Mantuani viriliter insnrgerunt, et iverunt Marcharìe et eam per 
vim ceperunt. Et capti fuerunt trecenti Cremonenses, et imperaior 
cepit Vicentiam et eam corabussit. 

In 4 237 Rizardus comes de sancto Bonifacio fuit potestas Man- 
tue; et suo tempore factum fuit concordium inter Mantuanos et 
imperatorem (5) , et capta Padua cum tota Marchia ab imperatore. 

In 4238 Bernardus Roland! Rubei fuit potestas Mantue; et suo 
tempore Calorosi intraverunt Sermidum , et Mantuani obsiderunt 
eos et ceperunt castrum et homines. Et tunc fuit obsessa Brixia 
ab imperatore, et Mediolanenses desconfiti et capti cum tote caro- 
ciò ad Gortonovam ab imperatore Fedricho supradicto. 

in 4 239 Guido de Corigia fuit potestas Mantue ; et suo tempore 



(4 ) Zenevolta , ove i Milanesi posero in fuga que' di Cremona. 
{% Appartenenti tutti a famiglie mantovane potenti e facinorose. 

(3) Oggi detU della Pradella. 

(4) Posto sul fiume Oglio. 

(5) Confermando loro tutti gli antichi privilegi goduti , con diploma spedito 
al 4.0 giorno di ottobre. 



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dall'anno 1095 AL 1299 35 

fuìt ecHpsis soUs in una die veneris de mense iunii circha medium 
diem (4). 

In 4240 Ubaldus de Suzarìa fuit potestas Manine; et suo tem- 
pore obssessa fuit Feraria per Mantuanos, Bononienses et Venetos, 
et eam ceperunt cum domino Salinguera, qui ductus fuit Yenetiis et 
ibi carceratus. Et in eodem anno milites Mantuani Aieniut deseon- 
fiti , una die sabati tercio intrante novembre , apud Trevenzolium (2) 
a Veronensibus; et ipse potestas et dominus Manganus eius assessor 
et multi alii mortui fuerunt, et multi milites Mantuani circha e 
fuerunt capti et ducti Veronam , inter quos erat dominus Girardus 
de Rangono de Mutina , qui debebat esse potestas fùturus ciyitatis 
Mantue, et ibi fuerunt incarcerati. Et facta fuit porta Fuilorum (3). 

In 4244 et 4242 Guido de Gorigia fuit potestas Manine. Et in 
primo anno, una die iovis crasse, advenienie nocte, cumbussit 
palatium cum baialia turris (4); et in refeciione ipsius palatium 
fuit knerlatum. Et fuit facta baronia militum Maniuanorum bene ce, 
qui homines habebant arma alba et banderias albas. 

In 4243 et 4244 dominus Sermonus Lupus; Marchio de Soranea, 
fiiit potestas Manine. Et in primo anno capta fuerunt plura castra 
Veronensium a Mantuanis; scilHcet Valigium, Gazium, Vilimpenta 
et Triumzolium: et in secunda potesiarìa papa Inoceniius ivit 
Leonum (5) cum cardinalibus suis. Et captum fuit casirum Hosti- 
lie (6) die xiv iannuarii, et homines qui erant in dicto castro 
circha ccc homines, et eos incarceraverunt in carceribus Mantue, 
et destruxerunt casirum peniius. 

In 4245 Àxandrus de Rivolis fuit potestas Manine: tamen pro- 
pler iuventutem expulsus fuit ante tempus, et dominus Guido de 
Coregia vocatus fuit potestas Manine; qui venii et obuit in dieta 
potesiarìa, et dominus Matheus eius frater complevit dictum regi- 



(4) Gli storici la notano avvenuta al terzo giorno di quel mese. 

(2) Trevenzolo , terra del Veronese. 

(3) Da questo racconto rileviamo che il podestà di Mantova allora rimasto 
morto , fu Ubaldo da Suzzara , e non Gherardo Raogoni , come scrissero il Za- 
gatta , il Muratori ed il Volta , ingannati forse dall'essere il Rangooi già stato 
eletto a futuro podestà di Mantova. 

(4) Quello cui si era data mano a fabbricare all'anno 4227. 

(5j Innocenzo IV andò a Lione in Francia per isfuggire alle armi dell impe- 
ratore Federico. 

(6) Tolto ai Veronesi. 



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36 CRONICHETTA MANTOVANA 

men. Et eo tempore Rìzardus de Ripalta expulsus fuit de Man tua, 
et tunc papa excomunicavit imperatorem et eum deposuit. Et fiacta 
fuit obsessio Mediolani per imperatorem super Lambrum. 

In 4246 Raiinerius Zingoius de Tusia fuit potestas Mantue, et 
expulsus fuit ante tempus; et comes Rizardus (4) comiJevit pote- 
starìam prò eo. Et fuit rex Gonradus desconfìtus ab Altegrado in 
Alemauea (2). 

In 4847 dominus Henrìcus de Rivolis de Pergamo fuit potestas 
Mantue , et dominus Azze (3) complevit tempus suum. Et in die 
martis sancii factum fuit cambium carceratorum Maptue qui capti 
fuerunt Trevinzolì, cum carceratis Verone qui capti fuerunt in 
Hostiliam (4). Et eo tempore factum fuit prelium Levate inter Man- 
tuanos et Ycellinum et Yeronenses apud Gazoldum (5) ; et Parma 
fuit obsessa per imperatorem et Gremonenses (6). 

In 4248 et 4249 dominus Pax de Bucha (7) de Brixia fuit 
potestas Mantue. Et in primo anno fuit exercitus in Pado versus 
Gremonam, et captum fuit Gasale maius per Mantuanos, et com- 
busta fuit Zupata (8) a Yeronensibus; et capti multi Mantuani in 
dieta terra. Et in secundo anno fiiit exercitus versus Taiate (9), 
et capta fuit Victoria a Parmensibus, et captum carocium Gremo- 
nensium ab ipsis Parmensibus die martis exeunte febrarii. 

In 4250 dominus Gruamons de Bononia (40) fuit potestas Man- 
tue; et suo tempore rex Henrìcus captus fuit a Bononienses (sic), 
cum multis militibus de Gremona et de Man tua et aliis, qui ducti 
fuerunt Bonouie et ibi incarcerati (44). Et captus fuit pons Tezo- 
larum et castrum Mosii per Mantuanos et Brixienses; in quo castro 
captus fuit Rizardus de Ripalta (42) , qui mortuus fiiit per Mantuanos 



(4) Sanbonifaccio. 

(2) Corrado figlio a Federico imperatore , aspramente battuto presso Franco- 
forte dalle anni di Arrigo langravio di Turingia. 

(3) Da Este. 

(4) Si vHgga agli anni 4240 e 42U. 

(5) Ove Eccetino patì gravissimi danni. 

(6) L'assedio si mantenne fino al febbrajo del 4248. 

(7) Pace Beccaci. 

(8) Cipata , posta alle ripe del Mincio. 

(9) Andando i Mantovani in soccorso a quei di Parma. 
(40) Gruamonte dei Caccianemici. 

(44) Questo avvenimento dal Muratori si disse accaduto al 26 maggio del 4249. 
(42) Fuoruscito Mantovano. 



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dall'anno 1095 AL 4299 37 

ciim pluribus aliis. Et imperator Fedrichus obuit in festum sancte 
Lucie (1); et factum fuit palatium novum supra Broleto (2). 

Iq 4854 dominus Bonifatius de Canossa de Regio fuit potestas 
Mantue; et suo tempore Ubaldinus de Gampitello et comes Prìnci- 
valus et Ratbolus comes, cum multis aliis proditorìbus et Gremo- 
nensibus, furtive rapuerunt Marchariam, et capìtaneum Girche 
occiderunt. Unde Mantuani centra eos viriliter processerunt , 
capientes dictam teiram Gremonensem: occiderunt et Ratbolum 
comitem. Et Gampitellum combustum fuit a Yeronensibus (3); et 
papa Inocentius venit Mantue in die sancti Michaelis. 

In 4252 Tomaxinus de Pontevicho (4) fuit potestas Mantue; et 
suo tempore comes Rizardus obuit de Sancto Bonifacio in Brixia, 
et Lodoyicus eius filius datus fuit in manibus potestatis Gomunis 
Mantue. Et die anni novi preteriti obuit princeps Raiinaldus, filius 
roarchionis Estensis, qui erat detemtu$ in carceribus in Apulea, 
in fortia imperatoris. 

In 4253 dominus Azzo Estensis marchio fuit potestas Mantue; et 
suo tempore factus fuit pons Burghifortis super Padum in columpnis. 

In 4254 et 4255 dominus Gruamons de Bononia fuit potestas 
Mantue. Et in primo anno papa Singhibaldus Inocentius (5) obuit 
de mense dezembris: et capti fuerunt Ferarienses extrìnsici (6), 
cum multis Cremonensibus , circha ce, in Burghoforti aMantuanis, 
qui ipsum burgum ceperunt malo modo. Et in secundo anno facte 
fuerunt motte centra Tezolis; et dominus don Martinus episcopus 
Mantue confirmatus fuit legatus a papa Alexandre quarto per 
Lombardiam*, Romagnolam, Patrìarchatum , Alemaneam, Yinetias, 
ad predicandum crucem centra perfìdum Ycellinum (7) et suos 
sequaces. 

In 4256 dominus Rolaudus Lupus fuit potestas Mantue, et ipse 
obuit in dieta potestaria, et dominus Ugolinus eius nepos compievi t 



(4) Essendo nelle Puglie. 

(2) Cioè, compiuto il palazzo che era stalo cominciato a murare di nuovo 
nel 4fM. 

(3) Di questi fotti non si trova fetta parola dagli storici , se non dell'incendio 
appiccato dai Veronesi al luogo di Gampitello. 

(4) Tommaso Ponzoni. 

(5) Sinibaldo Fieschi, detto Innocenzo IV. 

(6) Fuorusciti. 

(7) Eccelino.da Romano. 



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38 CRONICHETTA MANTOVANA 

potestarìam vice sui. Et eo tempore fuit obeessa civHas Mantue 
per Ycellinum de Romano, et Veronenses, Paduanos, Vicentinos, 
Trivixanos, et per marchionem Palavixinum (4), cum Cremonensi- 
bus , Placentinis et multis aliiis (2). Et ante quam YcelUnus rediret 
de exercitu , accipit Paduam per legatura , et ipse Ycellinus in carce- 
ravit XI milia Paduanorum. 

In 4S57 dominus Nordìus de Ymola (3) fait potestas Mantue; 
et suo tempore facta fuit pax in ter Mantuanos et Cremonenses; 
et suo tempore facta fuit moneta parva et etiam grossa ad modum 
Venetonim (4). 

In 4258 dominus Simon de Bonifatio (5) fuit potestas Mantue. 
Et eo tempore militia Mantuanorum et Brixìensium prò Comuni 
fuerunt desconfitti in loco Gambare (6) per dominum Ycellinum et 
Cremonenses, et capti fuerunt multi Mantuani, et ligati et deducti 
Veronam incarcerati; et illi Mantuani qui capti fuerunt a Cre- 
monensibus, omnes fuerunt dimisi, quia erant secum in pace. Et 
iterum ipso anno Brixia capta fuit ab ipso Ycellino. 

In 4259 dominus Catelanus de Bononia (7) fuit potestas Man- 
tue. Et eo tempore comes Lodovichus (8) rediit cum sua parte in 
Verona ; et quando rediret factus fuit exercitus supra Adam per 
Mantuanos et Cremonenses centra Ycellinum ; ita quod die quarto 
exeunte septembri (9) dictus. Ycellinus desconfìtus et captus et 
percussus fuit super terratorium Mediolani in campanea Blance- 
nade (40), cum multis et infinitis militibus; et ductus fuit Son- 



(4) Uberto Pelavicioo. 

(2) Durò l'assedio quasi per due mesi. 

(3) Nordìo dei Nordj. 

(4) Infatti , dagli statuti del nostro Comune rileviamo , essersi decretato 
al 4257 , che : Dominus potestas infra duos menses regiminis , cum constUo domèni 
Episcopi ( al quale perciò sembra aversi voluto concedere ancora un'apparenza 
di autorità nel governo dello stato ) et sapientium , ordinet de bona moneta prò 
communi ManltMe fecienda , si videbitur, 

(5) Simone figlio a Bonifacio Fogliani da Reggio. 

(6) Terra Bresciana. 

(7) Cattalano da Ostia , uno fra i primi associatosi airordine dei frati Gau- 
denti , e ricordato da Dante. * 

(8) Sanbonifaccio. 

(9) Galvano Fiamma ed altri scrittori lo dicono didatti avvenuto nel S7 set- 
tembre. 

(40) Presso Cassano. 



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BALL* ANNO 4095 AL 4899 39 

Zino , et ibi iacet inortaas. Et die dominioo penultimo exeunte no^ 
vembri , iurata fuit pax inter Mantuanos et Yeronenses supra pa- 
latio novo Comunis Mantue , et in pieno Consilio. 

In 4260 Simon de Bonifatio fuil potestas Mantue. Et comes Lo- 
dovichus eo tempore espulsus fuit de Verona eum parte sua (4 ) ; 
et facta fuit quedam comunantia in civitate Mantue per ilios de 
parte illorum de Ripa et Saviola y que destruxit privilegia marchio- 
nis et comitis qui habebant in Mantua (2). Et dominus Àlbericus de 
Romano (3) fuit captus in castro Sancti Zenonis de episcopatu Tre^ 
vixii , cum tota sua familia et famiUa (9ic) , a Yicentinis, Paduanis 
et Trìvixanis, et mortuus cum uxore et familia. Et scova (sic) $ive 
liberatio incepta fuit in civitate Mantue in feste sancti Martini ; et 
sconfiti fiierunt Fiorentini et capti a comite Zordano (4) et abaliis 
de Sena. 

In 4264 Nicolaus Querinus de Venetiis fuit potestas Mantue; et 
suo tempore magnum prelium fuit inter GafiTaros et illos de Ripa 
supra pontem Monticulorum (5). 

In 4262 Tirigellus de Galacisio de Senis fuit potestas Mantue-, 
et eo tempore, die dominicho panis ordina tum, pars illorum de 
Ripa et de Saviola fuit devicta et expulsa a parte Gaffarorum (6). 

In 4263 lacopinus Rubens de Parma fuit potestas Mantue; et 
eo tempore capta fuit Suzarìa per partem illorum de Ripa et Sa- 
viola, et eam tenerunt centra Mantuanos, et in vigilia sancti An- 
dree ceperunt eam. 

In 4264 Albertus Chazanimichus de Bononia fuit potestas Man- 
tue. Et eo tempore marchio Azze Estensis obuit in medio februario 



(4) Come narra il Zagata , ciò avvenne al 43 settembre del 4263. 

(2) Importante, e non avvertita dai nostri cronachisti, ci pare questa notizia 
di avere volato i Mantovani levarsi d' addosso l'autorità dei capitani del popolo 
per lo avanti conceduta al marchese da Este ed al conte Sanbonifaccio, la quale 
loro riusciva gravissima. Vero è però che codesto buon proposito poco dipoi si 
mantenne ; perchè lacerati i cittadini da intestine discordie e da opposte fazioni , 
trovarono necessario di confidare di nuovo largo potere ad alcuni creduti capaci 
a difendere la plebe dagli arbitrii e soprusi esercitali da pochi prepotenti ed 
ambiziosi magnali. 

(3) Fratello ad Eccelino. 

(4) Giordano da Anglone , conte di San Severino. 
i^ì Oggi <letto di San Giacomo. 

(6) Tutti questi dei Riva, dei Saviola , dei Caffarì, appartenevano a diverse 
famiglie mantovane facinorose e potenti. 



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40 CRONICHETTA MANTOVANA 

in civitate Ferarie ; et combusta fuit circha Suzaiie per Mautua- 
nos, et exptOsa fuit pars iUorum de Gorzano de Mutina. 

In 4265 dominus Albertus suprascriptus fuit potestas Mantue 
per unum meusero , et postea comes Lodovichus (4) per septem 
menses. Postea, in calendis septembris, venit dominus Goradìus de 
Concorezo de Mediolano prò vicario domini Paganellii a Turre, qui 
fuit electus in potestatem per dominum Raiinaldum a Turre episco- 
pum Comarum , qui debebat dare potestatem Mantuanis et Ferrar 
riensibus per v annos prò quadam socìetate facta inter Comune 
Medìolani et Comune Mantue et Ferarie (2). Et eo tempore expulsa 
fuit pars regiia , et illi de Soxoo (3) , intraverunt Razolum (4). Et 
in ipso anno rex Karolus (5) ivit per mare Romam, et fuit el- 
lectus senator Rome per papam et cardinales; et datum fuit re- 
gnum Apulie, Cicilie, Calabrie, si possit conquistare, per papam 
et suos sequaces ; quod regnum tenebatur per regem (6) Manfire- 
dotum , filium Fedrìci imperatoris condam. Unde dictus dominus 
rex Rarolus maxiroam turbam militum , peditum , balistrarìorum 
assoldavit , et venerunt per Lombardiam , non timentes Pelayicinum 
marchionem (7) , qui dominus erat Cremone , Brixìe , Placentie et 
multorum militum de Alemania qui assoldati erant per ipsum mar- 
chesium de avere ipsius regis Manfredoti , qui erant cum carociis 
suìs obviam supradictis militibus, peditibus, balesteriis de Francia, 
Pichardia , Provenza , et aliis locis subiectis ipsi regi Karulo et regi 
suo fratri Francie. Et fuerunt ad castrum Garpoli in episcopatu 
Brixie , et ipsum ceperunt per vim , et omnes occiderunt , traus- 
euntes per pontem Calepii; et ceperunt Monteclarum. Et in Mantua 
erat c[uidem (sic) legatus qui predicaverat crucem per Romagnolaro 
et in Bononia, qui habebat secum maximam multitudinem militum 
et peditum et balesteriorum de partibus illis; et etìam ce milites 
erant secum de GeliHs de Florentia , qui venerunt in servitio isto- 
rum de Francia. Et cum fuerunt Mantue hospitati , et mortuus 
fuit per quosdam latrones , inter burgum Sancti Georgiì et Sanctam 



H) Sanbonifaocio. 

(8) Erasi stipulata questa lega affine di combattere la fazione dei Ghibel lini. 

(3) Forse dei Sessi. 

(4) Beggiolo. 

(5) Carlo conte d'Angiò. 

(6) Il testo ha scorrettamente Kegem. 

(7) Oberto Pelavicino. 



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dall'anno 4095 al 4299 44 

Mariam de Gredarìa , quidam nobilissiiiHis miles . uomine lohaues 
de Bares de Francia , et iveruat Romam posimodum. Et in ipso 
tempore domìnus Napalion de Tuiti , qui dominus ^at Mediolani , 
Laudi, Cremarum, Pergaoù et Novarie, cum chai'ociis suis supra 
dìctanim civitatum obssessum castrum Palazoli ^ et ipsum cep^runt 
per vim : et hoc totum fuit de mense dezembrìs. Et erant Gremot- 
nenses et Piacentini , cum aUis suis amicis , cum carociis in campo 
obviam ipso d(Hnino Napalioip, et non fuerunt ausi aliquid oontra 
eos (4). 

In 4266 dominus Pagan^us de Turri Mt potestas Mantue per 
supradictum episcopum Raiimuudum (2); et supradictus dominus 
Gonradus de Gonooregìo sieiii per vicario ipsius domini Paganelli 
usque quo dominus Ganievalus (3) fuit electus potestas ab ipso 
domino episcopo Raiimundo : et hoc fuit per totum mensem ian- 
nuarii. Qui potestas (4) , antecpiam veneretur , interfectus fuit in 
cavitate VerceUarum per partem cattauiorum, vavassorum et Pa- 
piensium (5). Unde propìt^ mortem ipsius domini Paganelli , mor- 
tai fuerunt Lmi milites de vavasoribus et cataneis, qui erant in 
carcerìbus Mediolani in fortia ìllorum de Turri. Et dominus epi- 
soopus, cum fratre Taiioni de Botaciis, tntravit Brixie cum parte 
extrinseca (6) Brixiensium in cMicordia civibus Brixie : et comes 
Lodovictts de Ambaxis Mantue fuarunt quando concordium factum 
fiiit de mense februarii : et tunc Gremonenses desstuxerunt castra 
Brìxiensium , Gavedum , Ponteviguum , Quinzanum , Isoreium , 
Ostianum (7) , et multa alia castra supra ripam Oleii. Postea dictus 
episoopus elexit dominum Garnevalem de Turri in 'potestate a 
febraro in antea. Et eo tempore Karolus pugnavit cum rege Man* 
fredo una die Okartis in camis levamine de mense marcii , et ipsum 
regem Manfredum deiecit et interfecit cum maiori parte su^ militie. 
Et societas Lombardorum feeit ex^citum supra Gremonenses cum 
carociis', in quo exercitu fuerunt cum carociis suis Mediolanenses 



(4} Della fortuna del Dalla Torre alcuni ne diedero cagione a secretc intel- 
ligenze tenute con Buoso da Dovara. 

(H) Che prima per errore è nominato Rainaldo. 

(3) Dalla Torre. 

(4) Paganello. 

(5) Per opera cioè di Ghibellini ftiorusciti. 

(6) Coi fuorusciti. 

(7) Orci e Ustiano. 

AhcilSt.It., Nuova Serie. t» 



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42 CRONICHETTA MANTOVANA 

et Mantuano [sic) , Brìxienses et Pergamenses , et marchio Estensis 
cum multa mìlicia Ferarìensinm et Paduanorum ad Sonzinum; et 
ibi captus fuit domìnus Pinamons de Bonacolsis, et deductns ad 
Sonzinum ; et destructum fuit castrum Covi. 

In 4267 dominus Carnevalus de Turri fuit potestas Mantue de 
mense februarii. Et eo tempore pars estrinsicha Gremonensium 
intravit Gremouam , per concordiam quam posuerunt duo legati 
transmissi ab eclexia. Et postea propulsus fiiit Boso de Dovarìa 
cum parte sua , et fiiìt obssessus in rocha sua a Cremonensibus 
intrìnsicis. Et Mantuani obsiderunt castrum Tezolarum (4), et ipsum 
castrum ceperunt cum igne ; et multi fuerunt mortui gladiis , et 
multi capti et ducti Mantua in carcerìbus. Et rex Karolus obsidiavit 
castrum Pozibonici de Tusia (2). Et Gorradinus Novellus (3) venit 
Veronam cum magna milìtia (4), et fuit exchomuniohatus ab archi- 
episcopo Ravenne , qui tunc erat legatus in Mantua. Et excomu- 
nichavit Veronam , Papiam , et Pelavicinum et suos sequaces (5). 

In 4268 dominus Muscha de Turri fuit potestas Mantue, et in- 
cepit regimen suum in kalendis marcii. Et suo tempore Coradìnus 
Novellus separavit se a Verona , et ivit Papiam , et a Papia ivit 
Pisis , et postea ivit Romam ; et in ipso itinere preliavit cum ma- 
reschalcho regis Raroli, qui erat in Tusia cum multis militibus, et 
ipsum devicit , et int^fecit eum quasi cum omnibus suis militibus. 
Et cum fuit in civitate Rome , paravit se cum sua milicia, que 
erat circa octo milia inter Lombardos, Teotonichos, Tuscos etRo- 
manos. Et dominus don Henricus, fra ter regis Castole (6), similiter 
se paravit cum sua militia , et iverunt in Apulegia (7) , et ipsi pre- 
liaverunt cum ipso rege Rarulo et sua gente de mense augusti : 
qui Goradìnus et don Henricus cum sua societate fuerunt desconfiti 
ab ipso rege Karulo, et quasi omnes mortui , preter dictos domi- 
nos Goradinum et dominum Henricum , cum c^mite Gerardo de 
Pisis et comite Galvano (8) , et filius duci Uosterici , qui evaserunt 



(4) Tezoli , presso a Mosio. 

(2) PoggìbODzi , terra di Toscana. 

(3; Figlio del re Corrado. 

(4) Dal Zagatta si dice airanno 4268. 

(5) Circostanza non ricordata dagli storici. 
(%) Arrigo di Castiglia. 

(7) In Aquila. 

(8) l .conti Gherardo e Galvano da Donoratico , di Pisa. 



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dall'anno 4095 al 4S99 43 

a prelio in quodam castro Frangepanoram supra mare. Et cum ibi 
fùerunt, quidam prodi tores (1) eos tradierunt in mari in manibus 
ipàus regis KaruU , et ducti fuerunt Neapullas ; et dominus Karo- 
lus , per sententiam datam per iudices suos , fecit amputare capita 
omnibus supradictis , preter quam domino don Henrìco , quem fecit 
detineri in carceribus. Et in die x augusti Mantuani fuenint inter 
se ad arma, et expuki fuerunt RoflBnus de Zanichalis, et Gaffarì 
cum sua parte , de Mantua a comitibus de Gasalolto et domino Pir 
namonte de Bonacolsis, cum sua parte: et tunc dominus Muscha 
potestas separavit se a regimine , dimitens dominum Àrdichum eius 
iudicem prò silo vicario quousque rediret ; qui dominus Muscha re- 
diit infra xv dies ad regimen suum. Et eo tempore in 4 269 , de mense 
fdi)marii , marchio et comes (2) erant in Mantua , et fecerunt ve- 
nire Roffinum a Ferraria Mantue per pontem Mulendinorum, ita quod 
(Uctus pons fractus fuit , et non intravit per portam : uude omnes 
iterum fuerunt ad arma , et detentus fuit dominus Roffinus in pa- 
latio , et se percussit cum cultello corpore (3) , et in nocte transmis- 
sus fuit Ferrariam ad confines (4) : et dominus Muscha penitus 
se a dicto regimine , cum tota sua societate , separavit. Et dicti 
marchio et comes ascenderunt palatium, et loco potestatis domi- 
nus Matheus de Coregia et lacopinus Rangonus regebant terram 
voluutate dìctorum dominorum : et hi fuerunt forte per xv dies , 
usque ad kalendas marcii ; ad quas kalendas dictus dominus Ma- 
theus fuit eUectus potestas Mantue , et dominus Albertus de Cha- 
zanìmico fuit electus capitaneus populi , qui recusavit venire. 

In 4269 dominus Matheus de Coregia fuit electus potestas Man- 
tue, et incepit regimen suum in kalendis marcii. Et in suo tem- 
pore, in ipso martio, Gaffarì sive Zanichalis redierunt in Civita te 
Mantue, amore et rogamine marchionis Mantue, sive de Savia (5)', 
et propter imam parentellam quam fecerunt cum comitibus de Ga- 
salolto. Et ipsis stantibus in Mantua , fecerunt comparationem inter 
partem intrìnsecham , et corumpernnt quamplures magnates de 
parte illa ; videlicet comitem Obizium , Tomasium de Lombardo , 

(4) Giovanni dei Frangipani, signore di quel castello. 

(2) Obizzo da Este e Lodovico conte di Sanbonifaccio. 

(3) Forse venne qui omesso in. 

(4) Dopo essere stato tolto , per opera de' suoi partigiani , alle mani defr sol- 
dati che lo custodivano. 

(6) Ed ancora quelli della famiglia da Saviola. 



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44 CRONICHETTA MANTOVANA 

Montemagnum de Stancìalilms ei fratres , Trìmanìum de Vavasore 
et iDultos alio6, prò avere marchionis Mantue, volentes facere di* 
ctum marchionem (4) , sìne comite Lodovicho: unde fecemnt ve- 
nire marchionem predìctum' Mantue quasi furtive, cum magna 
quanti tate militum et peditum Ferarensium, et veoit cum ocuilo 
ligato : et tunc comes Lodovichus , qui erat in terra Liniachi, cum 
scivit. de aventu marchionis, timuit de terra sive civìtatis: incon- 
tinenti die et nocte non cessavit equitare , donec fuit in dvitate 
Mantue. Et die una mercurìi xiv maii , fuerunt omnes de civitate 
ad arma , quare domìnus marchio cum sua parte volebai tutia poa 
(sic) , que non poterat habere a parte contraria ; et fecit pulsare ad 
suum tintinnabulum ad martellum, volens congregare suam par- 
tem ad se. Et tunc dominus Matheus potestas fecit pùlsari ad 
suum tìntinnabuhim , et congregata fuit maxima multitudo gen- 
tium in Broleto de parte comitum Ludovichum (sic) et domini Pi- 
nanìontis (8); et marchio non fuit ausus venire in {Jateam cum 
sua gente. Et tunc comites de Casololto preliaverunt cum Gaffaris 
et Stancialibus, facon tes ponere ignem in domìbus Gezorum, et 
tum ita quod demos et turrim combusserunt , et postea venerunt 
ad pia team. Potestas vero misit ad Gaffaros ut veuirent ad sua 
precepta , et venerunt et Tomasius de Lombardo et Montemagnus 
de Stancialibus et fratres, et plures alii; de quìbus circha xn fue- 
runt incarcerati , et quosdam dimi (sic) , sicut fuerunt Ga£Em , 
quos marchio conduxit secum Ferrariam cum sua gente. Die se- 
quenti dominus Obizzo comes factus fuit in Francolino propt^ ti- 
morem , et Tomasius de Lombardo dimisus fuit propter parentel- 
lam comitum (3) ; et dominus Grossena de Lendinara fuit percus- 
sus in fronte , ita quod obuit supra guasto iUorum de Ripa , cum 
veniebat cum domino Lodovicho ad Broletum (4). Et tunc Paduani 

(4) Da Este. 

(5) Bonacolsì. 

(3) Dei Casaloldi. 

(4) Questa minuta narrazione ci chiarisce come i nobili Mantovani, divisi fra 
loro in varie fazioni , non potendo gli uni prevalere sopra gli altri, tramassero di 
dare la città e lo stato a servitù , chi di Obizzo da Este , chi di Lodovico San- 
bonifoccio ; e come il Bonacolsi avesse saputo impedire tali mene , serbando gli 
ordini antichi della repubblica , onde apparisce ragionevole come questi avutosi 
il ftivor popolare , fosse stalo dipoi eletto a capitano del popolo. Le cpiali lotte 
cittadine, come in Mantova , così pur troppo avveraronsi allora in quasi tutte le 
città nostre Lombarde. 



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dall'anno 4095 al 4899 45 

eKgenint sapradìctQin dominum Matheum per saum potestaiem ad 
kalendas ràlii ; qui ivit et dimìsit dominnm Goidonein sunm fra- 
trem loco sui in potestarìa Manlue. Et die festi onmiiiin Sancio- 
rum illi de Ripa et de Saviola , cum sua parte , recepti fnerunt 
ad precepta Comunis Mantue , et intraveruut civitatem. Et domi- 
nus don Bonacolsa , abas Sancii Andree , obuit in Mantua , et 
dominus don Albertus factus fuit abas dicti monasterii [^), 

In 4270 supradictus dominus Matheus fuit potestas Mantue, et 
incepit sua potestarìa in kallendis marcii. Et suo tempore civitas 
Brìxie data foit per cives ipsius terre sub dominio regia Raruli (8). 

In 4S74 dominus Guido (3) fuit potestas Mantue a kalendis 
aprilis, et in antea. Comes Lodovichus fuit capitaneus populì. 

In 487S supradictus dominus Guido fuit potestas Mantue, et 
incepit regimen suum a kalendis aprìlis in antea : et facta com* 
paratione inter ipsum potestatem , comitem Lodovichum de Verona 
et comites de Casalolto, cum suis amicis , ex una parte, et dominos 
Fedrìcum comitem de Marcharìgia (4) , et Pinamontem de Bonaoolsis, 
cum suis amicis, ex alia parte, die iovis quarto exeunte iuUii , 
expulsus fuit dictus potestas de regimine civitatis Mantue. Et do» 
mini Comes Fedrìchus et Pinamons ascenderunt palatium , facientes 
regimen civitatis cum quibusdam iudicibus de Mantua ; et regerunt 
terram duobus mensibus et iv diebus. Et lune vocaverunt dominos 
per potestatem ; silicet dominus Francischus de Foiiano de Regio a 
kalendis octobrìs usque ad kalendas aprìlis , et dominum Lugarum 
de Summo de Cremona a kalendis aprìlis usque ad kalendas octo- 
brìs; et excomìaverunt dictum comitem Lodovichum, qui ivit 
Brìxie ad standum. Et deguastatum fuit belfredum ubi erat tinti- 
uabulum populi, quod erat supra domo merlata ubi morabatur 
dictus Comes. Et comites de Casalolto exierunt Mantue et iverunt 
Gonzagam -, et facta fuit pax cum Veronenses (5) eodem tempore 
s. dominorum comitis Fedrìcii et Pinamontis. Eo tempore regiminis 
su[»^scrìptorum dominorum, redierunt Roffinus de Zanichalis, 
Gaffarì et omnes de parte sua in civitatem Mantue ad precepta 

(4) Alberto Riva , che i Destri storici dissero eletto abaie al 4276. 
(8) A cagione della guerra agitatasi tra il popolo ed i Dobili fuorusciti di 
quella città. 

(3) Da Correggio. 

(4) Da Marcaria. 

(6} Stipulata al 5 di settembre. 



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46 GRONICHETTA MANTOVANA 

ei Gomunis et dictorum dominoram. Et domiaus Pranciscbus pre- 
dictus venit Mantuam ad regimen faciendum eodem milessinio ìd 
kalendis octobris, et duravit regimen suum usque ad kalendas 
octobris venturi (4873). Et dominus Lugarus de Summo de Cremona 
foit potestas Manine , et incepit regimen suum in kalendis aprilìs; 
et suo tempore fuit dictus Fraucischus factus capitan^us popuU , 
et duravit per medium annum. Et in suo tempore , propter disoor- 
diam natam inter dominum Fedrichum comitem de Marcharia et 
dominum Pinamontem , de mense iulii , propter unam paréntellam 
quam dictus comes cum marchione Obizo Estensis (sic) fecerat , et 
propter unum matrìmonium de se quod fecerat dominus Rofiinus 
de Zanichalis, et etiam propter feudum (4) quod susciperat a mar- 
chione predicto circa dandi civitatem Mantue cum hominibus sub 
servi tute marchionis predicti, fuerunt ad arma quodam die mar- 
tis xini exeunte iulii de sero; et tunc espulsi fuerunt predicti 
domini de civitate Fedrichus RofBnus et Gaffari, cum tota sua parte, 
et intraverunt Marchariam; et Ottonellus de Zanichallis intravit 
Voltam. Et tunc dominus Francischus de Foiiano, qui eratcapita- 
neus populi , stetit prò rectore usque ad adventum domini Pagani 
de Terzago de Mediolano. Venit Mantuam ad potestariam faciendam, 
et rexit usque ad kalendas aprìlis proximi venturi, currente 4874; 
et suo tempore de mense octobris recuperavit Voltam (8). Et in 
ilio tempore marchio Obizo Estensis , cum Mantuanis extrinsicis 
et Ferarensibus , intravit terram Mantuanorum , et fregit eis pacem 
capiendo et comburendo episcopatum Mantue supra Padum ab 
utraque parte ; et propter hoc Mantuani non diviserunt se a dicto 
castro donec ceperunt. Et iterum suo tempore destructa fuerunt 
castra insuprascrìpta a Mantuanis intrinsicis; scilicetcastrum Volte, 
Gaprìane, Gerexariis, Godìi : et mioratum (3) fuit castrum Seravali, 
et turris ScorzaroU fuit dissipata, et castrum Sancii Leii destru- 
ctum penitus, excepla una turri supra pontem Zarie (4). Et eo tem- 
pore combusta fuit Melaria a Veronensibus : multi capti et ducti 
Veronam in carceribus. Et morluus fuit Ubaldinus de Fontana, in- 
terfectus gladio (5) ; et omnes de Fontana fugierunt, preter unum 

(4) Nel senso forse di promessa di premio. 
{%) Terra mantoTana. 

(3) Nel senso di migliorato o restaurato. 

(4) Fatti taciuti dai nostri storici. 

(6) In Ferrara mentre egli tentava di uccidere Ohizzo da Este. 



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dall'anno 4095 al 4899 47 

fiiinm dicti Ubaldini et unum fratrem domini Nicolai, qui fuerunt 
incarcerati a marchione. 

In 4274 dominus Àlbertinns de Fontana de Peraria fuit potè- 
stas Mantue, et incepit regimen suum ih kalendis aprìMs. et te- 
nuit per unum annum : et in iUo tempore erat dictus dommus AI- 
bertinus expulsus de Ferarìa et marchione , cum domino Guielmo de 
Fontana ; unde concordes fiierunt cum Mantuanos (sic), et fregerunt 
confines , et factus fuit potestas Mantue. Et suo tempore, de mense 
iulii, expulsa fuit pars Lambertatiorum de Bononia a Zeremichi- 
co (4) , et rverunt Faentiam et Florinum. Et suo tempore, de mense 
februàrìi ab introitu usque ad finem ipsius mensis , fuit tam ma- 
gnum firigidumet tam magne nives venerunt, quod fere omnes 
vince ve) prò maiore parte fuerunt sice, et etiam ficcos quasi 
omnes. Et in suo tempore , in feste pentecostes , fuit concilium 
pape, cardinalium et omnium prelatorum ecclesie romane, et etiam 
Grecorum et Tartarorum, Lugdimi (S); et in ipso concìlio electus 
fuit Comes RoduUus de Osburgho de Alemania rex Romanorum ab 
ipsa ecclesia Romana : et multa alia que non scrìbuntur hic. 

In 4S75 dominus Albertus de la Schala de Verona fuit potestas 
Mantue, et incipit suum regimen in kalendis aprilìs. Et suo tem- 
pore, die sancti Georgii, desconfiti fuerunt Bononienses intrinsici 
a Lambertaziis et societate sua in episcopatu Faventie iuxta pon- 
tem sancti Proculi; et ibi capti fuerunt circha dggg milites, et 
mortni circha ce. Et postea, forte transacto uno mense et dimi- 
dio , desconfiti fuerunt iterum cavalchatores ipsorum Bononiensium 
intrinsiconim ab ipsis Lambertaciis, qui cavalcatores mittebantur 
Gesenam ; et fuerunt capti circha ce ; inter quos erant Parmen- 
ses et Muttinenses, et etiam Franclgini et Provinciales; qui omnes 
fuerunt expediti gladiis, vel quasi omnes fuerunt. Et iterum, die 
iovìs xni iunii , Bononienses et Ymolenses prò comuni , et cum talia 
milìtum et balestrìorum Parmensium , Reginorum, Mutinensium et 
Ferarìensium', iverunt iuxta Faventiam , et transierunt flumen quod 
vocatur Sanicum ; et ibi Lambertacii , et comes Guido de Monte- 
feltro (3) cum sua militia , et Faventinos et Forlienses omnes co- 
muniter et viriiiter Faventiam exierunt cum armis, et fuerunt 

(4) Dai Geremei di parte guelfa , e così allora accadeva in Modena tra i Ran- 
goni ed i Boschetti. 

(2) Concilio tenuto a Lione affine di riunire i Greci alla cliiesa Latina. 

(3) Prescelto dai Faentini a loro capitano. 



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48 GRONIGHETTA BIANTOVANA 

preliati cnm supradìctis : in quo prelio desconfiii fuarunt Bono- 
nienses cum sua socieiate tota , et ibi nuHTtui fuerunt duo milia 
inter pedites et milites , et capti fuerunt bene circha v milia inter 
pedites et milites, et etiam plures servi, quod fertuv. Et eodem 
anno recuperatum fuit castrum Harcharìe per Mantuanos intrinsi- 
chos a comite Cinello, qui ipsum castrum habebat in fortia et po- 
tentia.sua, per libras novem millium et ducentis parvonim (4): et 
hoc fuit die iovis v septembris (2). Et suo tempore , de mense mar- 
cii, devastatum fuit supradictum castrum. 

In 4S76 dominus Marzagalia de Adelardis de Verona fiiit potè- 
stas Mantue , et incepit regìmen suum in kalendis aprìlis. Et suo 
tempore in quatuor mensibus mortui sunt tres pape ; videlicet papa 
qui fuit de Placentia, magister Petrus (3) de cardine Predicatorum; 
et dominus Ottobonus de Flescho de Yanua-, et dominus Petrus de 
Yspania » qui erat cardinalis , factus fuit papa de mense septem- 
bris (4). Et suo tempore Mantuani et Veronenses fecerunt concor- 
diam cum domino Bonifatio archiepiscopo Ravene de mense ia- 
nuarii 4S77, centra dominum Obizzonem Estensem; et posuit dìctus 
dominus archìepiscopus domino^ Àlbertinum , Guietanum et Nico- 
laum de Fontana , cum suis amìcis , in Àrzenta ad destructionem 
dicti marchionis et Perareiisium intrinsichorum. Item^ die iovis xi 
oxeunte diete ianuarìo , et in eodem mUessimo , et fuit in festo 
sancte Agnesis vìrgìnis, illi de la Turre fuerunt desconfiti cum 
Mediolanensibus intrinsicis a domino Ottono de Vicedominis archìe^ 
piscopo Mediolani. Et a Mediolanensibus extrinsicis, sdlicet cata- 
neis et vavasoribus et a suis amicis , in terra que. vocatur De- 
cem (5) , que est prope Medìolanum per brachia x (6), et ibi fuerunt 
mortui domiui Francischus et Àndotus de la Turre ; et Pontius de 
Amatis de Cremona , qui tunc erat potestas Mediolani , fuit inter- 
fectus quasi cum tota sua familia *, et etiam multi alii , et quasi 
sine numero , fuerunt interfecti. Et dominus Napolionus , qui erat 

(4 ) Cioè a prezzo di grossa somma di danaro che , fatto calcolo al valore 
imposto alla moneta a quei tempi, può ragguagliarsi a poco oltre di franchi 7S00O. 

(2) In uno statuto mantovano scritto allora si legge che Marcarla , come gU 
altri beni stati posseduti dai fuorusciti , venivano aggiudicati di proprietà della 
Comune. 

(3i Pietro da Tarantaglia. 

(4) I quali tre si dissero Innocenzio V , Adriano V e Giovanni XX!. 

(5) Desio. 

(fì) Forse dieci miglia. 



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dall'anno 4095 AL 4299 49 

domìnus cìvitatis Mediolani , cum Muscha eius fiUo et Carnevale 
eius fratre , et Ytechìo eius consanguineo , et filio domini Franci- 
sci , et filio domini Filipi de la Tiure, fuit captus et ductus cum 
predictis ad civitatem Comarum , et ibi incarcerati cum ccc militi- 
bus de civitate Mediolani de meliorìbus amicis illorum de la Turre. 
Et dìctus dominus «arcbiepiscopus , cum suprascriptis suis amicis , 
intravìt civitatem Mediolani , et ibi fecit duos potestates ; videlicet 
Comitem Rizardum de Languscbo potestas ipsius Givitatis , et do- 
minum Limonem de Locamo potestas populi; et domini Guìelmus 
de la Pusterla et Conradus de Castionio capita partis. Et tunc 
asbìcte (4) fuerunt omnes domus et palatia illorum. Et suo tem- 
pore , de mense novembris , captum fuit Sermionum , sive reditum 
fuit ecdexìe. Et capti fuerunt circha gl patarinis centra fidem , 
inter masculos et feminas ; qui omnes ducti fuerunt Veronam , et 
ibi incarcerati et prò malori parte combusti. 

In 4277 dominus Albertus de la Schala fiiit potestas Man tue , 
et incepit regimen suum in kalendis aprilis. Et suo tempore, die ve- 
neris xi exeunte madium', papa lohanis, qui fuit Spagnolus (2), raor- 
tuus est, quia cecidit ei de (3) una domus super se; et suo tempore, 
de mense iunii factus fuit dominus Gaiietanus de Roma (4) papa 
a cardinalibus. Et suo tempore , de mense octobrìs , una die mar- 
tis VI exeunte martius , fuit dominus Mastiuus de la Schala de Ve- 
rona a quatuor rusticis de terra Pigocii, qui erant fratres domini 
Antonii de Nogarolis , mortuus fuit ibi ciun diete domino Mastino 
sub lobia sua; et altera die sequenti mortui fuerunt in contiene 
Verone domini Ysnardi de Scaramelis et Gubertus de Bechariis , 
qui tractaverunt mortem domini Mastini et domini Antonii , cum 
multis alìis de Verona , et cum Pusinella et dominus Albertus de 
Soabo abbate Sancti Zenonis : et tunc erat potestas Verone domi- 
nus Zaninus , filius domini Pinamontis de Bonacolsis. Et die domi- 
nicho ultimo octobrìs Scharamella frater dìcti Ysnardi (5) , cum 
tribus aliis , fuerunt mortui in contiene Verone , ita quod capita 
eorum fuerunt amputata : et die martis secundo novembris domi- 
nus castelanus lohanes Reversi et Bonmaserius de Nigrellis fratres 

(4) Forse : destrtècle. 
it) Giovanni XXI , ricordato di sopra. 
(3) Forse da correggersi : cecidii eidem. 
^4) Gaetano Orsini , detto Niccolò 111. 
t5} Cognominato dei Scaramelli. 

Ahcm. St. 1t. , Nuora Sa-ic. 7 



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50 CRONICHETTA MANTOVANA 

de Planchanis fueruni mortui in contione Verone occasione mortis 
domini Mastini. Et die mercurìi x.** novembris , propter prodi tio- 
nem quam facere volu^runt Arieti et Ugolinus Pinzonis cym fratre, 
et aliis Grossolanis (4), de domino Finamente capitaneo populi Man- 
tue , capti faerunt dicti Arieti , videlicet domìni Nicholaus et Com- 
pagnonus eius frater et Fedrìchus , et mnlti alii ; qui Nicolaus con- 
fessus fiiit se velie facere interficere dominum Pinamontem de 
Bonacolsis : unde die iovìs sequente , qui erat dies sancti Martini , 
fuit amputatum caput diete domino Nicholao in publica contione, 
et alii fuerunt incarcerati. Et Ugo Pizonis, cum fratre et quibus- 
dam aliis , fuerunt confinati in alia die veneris sequenti ; et post- 
modum , die dominicho sequenti , fuit reversus Mantua ; et pò- 
stea , alia die dominicho , fuit amputatum caput similiter in contione 
Mantue , et multis aliis ; et sic etiam cuiusdain qui vocabatur fra- 
ter Zolus Am. ... US (2) de Agnello , et Puluc Arzentus de Pen- 
seriis (3). 

In 4278 dominus Obizo de Zachariis de Verona fuit potestas 
Mantue , et incepit regimen suum in kalendis ianuarii. Et suo tem- 
pore, de mense madii, uno die io vis xiii exeunte madie, capta 
fuit Gonzaga a Mantuanis intrinsicis , que tenebant comites de Ga- 
salolto centra Mantuanos intrinsichos. Et suo tempore, de mense 
madìi , incepta fuit guerra inter Mantuanos , Veronenses ex una 
parte, et Brìxienses ex altera parte: et suo tempore, de mense 
novembris , incepta fuit guerra inler Veronenses et Paduanos et 
Vicentinos, qui venerunt ad obsiendum (sic) Golognam et eam 
ceperunt. 

In 1279 dominus Guielmus de Pisterla de Mediolano ftiit po- 
testas Mantue, et incepit regimen suum in kalendis ianuarii, et 
duravit regimen suum medium annum solomodo. In eodem milles- 
simo dominus Maurìnus Strambechinus de domo Gornali (4) de Ve- 
netiis fuit potestas Mantue , et incepit regimen suum in kalendis 
iunii : et in suo tempore , de mense octubrio , facta fuit pax inter 
Brixienses ex una parte , Mantuanos et Veronenses ex altera parte. 
Et suo tempore papa Nicolaus, qui lohanes Gaiietanus de Roma 



(1) Gli Arloli, i Pizzoni, i Grossolani, tutti da Bltntova. 

(2) Amìdasio. 

(3) Poiar/ento dei Pensieri. 

(4) Marino Strarobecchi-Cornaro. 



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DALL' ANNO 1095 AL 1299 51 

nuncupabaiur, fecit feri {sic) concordìam inler partes Lambertacio- 
rum et Zermionim de mense septembris , ita quod quilibet banitus 
confinatus potuìt Bononie redire. Et etiam quilibet de Romagna 
siiniliter ad invicem pacem fecerunt, et posìtus ftiit quidam Bertol- 
dus (1) per potestatem in civitate Bononie, cum multis militìbus 
assoldatis. Et suo tempore , de mense dezembris, una die iovis, in 
qua die fuit festum sancti Tome , supradicte partes Bononienses 
ftierunt ad arma (S) , et expulsa fuit pars Lambertatiorum extra 
diciam civitatem secunda vice. 

In 1280 dominus Petrus de Carbonensibus de Bononia fuit po- 
testas Mantue, et incepit officium suum in kalendis ianuarii. Et 
suo tempore , de mense augusti , Yeronenses fecerunt pacem cum 
Paduaois et Yicentinibus, Ferarensibus, et dominus marchio Esten- 
sis et Girardo de Camino (3), absque Mantuanìs. Et suo tempore, 
de mense augusti , mortuus est papa Nicolaus (4) , qui lohanes 
Gaiietanus de Roma vero nomine nominabatur : et suo tempore , 
de mense novembrìs, circha festum sancti Martini, fuit diluvium 
maximum aquarum per totum , ita quod quasi medìetas civitatìs 
ManUie foit aSundata. 

In 1281 dictus dominus Petrus de Carbonibus (5) fuit potestas 
Mantue. Et suo tempore , die dominicho vn exeunte madiium , iili 
de la Turre, cum Laudensibus et cum domino Raiimondo (6) patrìar- 
cha Àquìleiensi, cum magna mìlitia de Acpiileia, et cum assoldatis de 
Cremona et cum multis aliis , desconfiti fuerunt a Mediolanensibus 
et ab illis qui erant in sua societate inter Gorgonzollam et Vavrium ; 
ita quod, inter captos et mortuos et suffocatos in aqua, perierunt 
circha duo milUa : et dominus Caxqpus de la Turre fuit mortuus 
in prelìo, et dominus Schurta de la Porta (7) , qui erat potestas 
civitatis Laudi. Et suo tempore illi de Ripa fuerunt expulsi de ci- 
vitate Mantue secunda vice; sed quidam ipsorum fuerunt confi- 



(4) Bertoldo Orsini , fratello al papa. 

(2; Come scrisse il Muratori : « Per quel maledetto veleno che infettaya 
allora universalmente il cuore degli Italiani ». 

(3) Signore di Trevigi. 

(4) Al 22 agosto , trovandosi nella terra di Soriano presso Viterbo. 

(5) Lo stesso già detto de Carìxmmsibus, 

(6) Dalla Torre. 

(7j Scurta dalla Porta, parmigiano. 



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58 CRONICHETTA MANTOVANA 

nati , et quidam carcerati ^ et quidam bampniti : et fuit in domi- 
nico gloto (1). 

In 1282 dominus Suzius Choiion (ì) de Pergamo fuit potestas 
Mantue; et incepit regimen suum in kalendis ianuarii, et duravit 
per medium anuum. Et suo tempore , una die veneris primo maii, 
quidam lohanes de Epa francigina (3) , qui dicebatur *esse comes 
Romagne a papa , intravit quondam burghum ciyitatis Forlini (4) , qui 
vocatur Sclavania , cum maxima turba militum et peditum, et ibi se 
attendaverat. Unde dominus Guido de Montefeltro (5) videns hoc , 
fuit ad arma cum omnibus de civitate suprascripta, et cum Bo- 
noniensis (sic) extrinsicis, et cum aliis suis amicis: incepit pre- 
lium cum supradictis , et dominus lohanes de Epa fiiit devìctus , 
cum tota sua societate , a sujnradicto domino Guidino ; ita quod cir- 
cha tria miilia inter miHtes et pedites fuerunt mortui et sepulti in 
foveis diete ciyitatis Forlini , inter quos fuerunt circha mille milites 
ultramuntani ; et habuenint tentoria , plaustra , boves et equos et 
omnia que portaverunt ad exercitum ; et quasi omnes magnatos de 
parte extrinsicha remanserunt mortui. Et in ipso milessimo supra- 
dicto dominus Petrus de Carbonibus prenominatus fuit potestas 
Mantue , et incepit regimen suum in kalendis iuliì. 

In 4S83 dominus Gerardus de Castellis fuit potestas Mantue, 
et incepit suum offitium in kalendis ianuarii. In eodem milessimo 
dominus Àntonius de Carta fuit potestas Mantue , et incepit ofB- 
tium suum in kalendis iulii. 

In 4S84 dominus Petrus de Carbonibus fiiit potestas Mantue, 
et incepit officium suum in kalendis ianuarii. Et suo tempore prin- 
ceps Apulie (6), filius regis Renili, captus fuit per mare et des- 
confitus a filio regis Ragonensis, et ductus cum militis magna tibus 
de Francia , qui erant secum , in Ciciliam (7). Et in eodem miles* 
Simo dominus Cufifredius de Becharia (8) de Papia fuit potestas Man- 
tue a kalendis augusti usque ad kalendas ianuarii sequentis. Et 



(4) Dltima di carnevale. 

(2) ColleoDi. 

;3) Giovanni d' Eppa o d'Appia. 

(4) Speditovi dal papa. 

(5) Capitano dei Forlivesi. 

(6) Carlo principe di Salerno. 

(7) E chiuso nel castello di Mattagriffbne. 

(8) Manfireddo Beccaria. 



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dalCanno 4095 al 4899 53 

suo tempore illi de la Tuire relaxaii fuerunt de castro Baracfaii (4), 
ubi erant incarcerati; et facta fuit concordia inter ipsos et mar- 
chionem de Monferato et comune Comarense (2). 

In 4285 dominus Petrus de Garbonibus fuit potestas Mantue, 
et incepit regimen suum in kalendìs ianuarii. Et suo tempore rex 
Karolus, in vigilia ephifhanie domini Yhesu Christi mortuus fuit, 
secundum quod ferebatur, et sepultus in civitate Foze (3). Et 
eodem tempore , de mense ianuarii , facta fuit concordia inter Pa- 
duanos et Mantuanos (4) et Vicentinos : et eodem tempore mortuus 
est , de martio circha finem iv exeunte , papa Martinus, et Simon 
de Turre de Francia vocabatur in civitate Parisiis (5) : sepultus 
fuit eo die lune secundo aprìlis. Dominus lacobus Sabellus de Ro- 
ma (6) factus fuit papa per cardinales. Et eo anno quidam David 
lohanes rex Tarsiis et Tartarum et gentis incluse , intravit Hon- 
gariam, et eam destruxerunt prò maiorì parte. Et eodem milessi- 
mo rex Filipus Francie fecit exercitum Francie super Petrum re- 
gem Ragone, et multas civitates et terras eius (7) destruxit; et in 
reditu ab exercitu predictus rex Francorum mortuus est; et in pro- 
cessu temporis parvo rex Petrus Ragone mortus est similiter ad 
suam mortem (8). 

4286 dominus Rolandinus de Yeglis (9) de Lucha fuit potestas 
Mantue , et incepit regipen suum in kalendis ianuarii, et duravit 
per unum annum. 

4287 dominus Henrìcus de Corto fuit potestas Mantue, et in- 
cepit offitium suum in kalendis ianuarii , et duravit per unum an- 
num. Et suo tempore, die iovis lu mensis a^nrilis, mortuus est su- 
pradictus papa dominus lacobus Sabellus de Roma. 

In 4288 dominus Francischus de Trinzavallis (40) de Lucha fuit 
potestas Mantue, et incepit regimen i suum in kalendis ianuarii, et 

(4) Dalie carceri di monte Bardelle. 

{% Tra Guglielmo marchese di Monferrato ed il comune di Como. 

(3) Foggia. 

(4) Stipulata al 23 di gennaio. 

(5) Simone da Tours , detto Martino IV. 

(6) Iacopo Savelli , detto Onorio IV. 

(7) In Catalogna. 

(8) Filippo morì in Perpignano al sei di ottobre , Pietro alV undici di no- 
vembre. 

(9) De Vei. 

(40) Da Trenoavallo. 



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54 CRONICHETTA MANTOVANA 

stetit per unum annum. Et suo tempore, de martk>, factus fuit 
quidam firater minor papa, qui erat cardinalis, qui vocabatur Gè- 
ronimus de civitate Gobii (1). 

In 1289 dominus Petrus de Carbonibus full potestas Mantue, 
et tenuit regimen suum a kalendìs ianuarii usque ad unum an- 
num. Et in ipso tempore, de mense iulii, die martis xn intrantìs, 
facta fuit concordia inter Mantuanos et Veronenses , et illos de 
Scressa (ì) , cum sua parte ex una parte , et Regianos ex altra 
parte. Et in ipso tempore factum fuit matrimonium domini mar- 
chionis Estensis cum una filia (3) domini Alberti de la Schaia , et 
die mercurìi xni iulii fuit desponsata per procuratorem. Et eodem 
tempore marchio Monferati , de mense iulii , vocatus et factus fuit 
dominus generalis civitatis Papié et episcopus (4). Et suo tempore, 
de mense iunii xn intrante , fuit prelium inter regem Ragone ex 
una parte, cum sua gente, et comitem de Àrtesio (5) ex altera 
parte, cum sua gente, in Calabria. Dictus comes fuit desoonfitus 
a dicto rege. 

In iS90 dominus Raul de Cesena (6) fuit potestas Mantue, et 
duravit per unum annum. Et suo tempore marchio de Monferrato 
fuit redemptus ab Alexandrinis et incarceratus (7). 

In 4294 supradictus dominus Raul de Cesena fuit potestas 
Mantue , et fuit ellectus per medium annum , sihcet a kalendis 
ianuarii usque per totimi iunium. Et suo tempore , die iovis x.** 
maii , fuit preconizata pax universaliter per totam civitatem Man- 
tue inter dominum marchionem Estensem et Pinamontem de Bo- 
nacolsis , et inter Comunem Mantue et Comunem Ferrane (8). Et 
post regimen ipsius domini Rauli, silicet in kalendis iulii , in eodem 
anno , fuit dominus Petrus de Carbonibus ellectus (9) potestas 
Mantue usque ad ianuarium futurum. Et in ipso tempore , die 
sancti Michaelis, fuit discordia magna inter dominos Taginum (40) 

(4) Girolamo da Ascoli , detto Niccolò IV. 

(2) Forse dei Sessi. 

(3) Il matrimonio di Obizzo d' Este con Costanza della Scala. 

(4) Leggasi : et episcopati. 

(5) D'Artois. 

(6) Raule de' Mazzoline 

(7) E chiuso in una gabbia di fèrro, vi morì all'anno 4SI93. 
N (8) Stipulata poi al fSi di agosto. 

(9) Nel BIS. è replicato fuit, 
(10) Tommaso detto Tagino. 



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dall'anno 4095 al 4899 55 

et Bardalonum cum nepotibus suis , quia domìnus Pìnamons pater 
dictorum fratrum lusserai domino Bardelono deberet ire Formi- 
gosam (4) ad standum usque ad suam vduotatem, qtiia dominus 
Tagniuus debebat ire Yeronam coutra uxorem Bartolameii de la 
Schala , que venerai ad maritum. Unde dictus dominus Bardelonus, 
nolens attendere precepta patris, cepit arma cum suis amicis, et 
venit in platea Broleti , et faabuit civìtatem totam ad suum domi- 
nium j et abstulit potestatem de palatio cum tota sua familia , et 
ascendit palatium faciendo duos rectores, silicei dominos Guidonem 
de Turri et Ycelinum de Cremaschis , qui steterunt per aliquos dies : 
post modum dominus Botexella (2) foctus fiiit potestas Mantue, 
et dominus Tagninus fuit incarceratus supra palatio veterì, cum 
Filipìno eius fiKo ; et multi ex suis amicis fuerunt confinati et 
incarcerati in carceribus palatii veterìs. 

In 429S dominus Nicolaus de la Schala fuit potestas Mantue, 
et incepit regimen suum in kalendis ianuarii, et duravit per me- 
dium annum. Et in eodem milessimo dominus Ziliolus de Macha- 
lustis (3) de Padua fuit potestas Mantue , et incepit regimen suum 
in kalendis iulii , et duravit per unum annum : et suo tempore , 
in 1293 die sabati xxi iebruarii , mortuus est dominus Obizo mar- 
chio Estensis (4). 

In 4293 dominus Girardus de Castdlis fuit potestas Mantue , et 
incepit regimen suum in kalendis ianuarii. Et suo tempore , die 
roartis vi , intrante iulio , dominus Bardelonus suprascriptus et do- 
minus generalis civitatìs Mantue (5) fecit xii ancianos de bonis et 
de raaioribus civibus de populo Mantuano ; et fuerunt hii de quai^ 
lerio civitatis veteris et Sancii Stefani , Paganus Codeniaza , Hora- 
boDUs de Casali , Flordebonus de Panzeria ; et de quarterie Sancii 
Martini , dominus Lanzalolus de Cazadraghis , Frugerius de Fru- 
geriis et de la Cona Draperius ; de quarterie maiori , Petrus Berlus 
index de Bussis , Vivaldus de Monleclaro , Bonagurus de Mazario ; 
de quarterie Sancii lacobi , dominus Vivaldus de Belcalzario , Ber- 
lolacius de Archatoribus et Marlinus de Us^rola. Et prediclos con- 



(4) Terra mantoyana. 

(2) Guido Bonacolsi detto Botticella. 

(3) Egidiolo dei Maccaruffi. 

(4) 11 Ifuratorì nota la morte di Obizzo aH3 di febbrajo. 

(5) A cui PinamoDte aveva ceduta la podestà del governo. 



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56 CRONICHETTA MANTOVANA 

stituit et ordinavit in Consilio maiori (4). Item, in eod^n mense 
die iovis intrante , factum fuìt unum untillium (sic), guper quo fuit 
posila statua sancti Petrì , et fuit alba ; et iste nominatum fuìt 
vcxillum iustitie. Et predicti anziani dederunt ipsum vexillum in 
Consilio in manibus domini capitanei , ad hoc ut ipse securiter 
possit et debeat manutenere quemlibet civem civitatis et episcopa- 
tum Mantue in bona iustitia et in bona ratione. Item , in suo 
tempore , de mense octubrìo et novembrìo, fuit Padus ita magnus, 
quod nuUus arzenus potuit ipsum retinere quam iret super soleam 
in omni parte (i) , ita etiam quod bene tertia pars civitatis Man- 
tue fuit a£Fundata. Et eodem tempore, xv iuUi, una die iovis, 
dominus Tagninus, cum Filipino eius filio, fuit extractus de car- 
cerìbus , et die sabati adveniente fuit confinatus in BigareUo (3). 
Item suo tempore , dictus capitaneus cum ancianis fecerunt horoines 
armatos ce ad arma supradicta Sancti Petrì de populo meliorì 
civitatis Mantue. 

(4) In 4294 dominus de Mandelio (5) fuit polestas 

Mantue , et incepit regimen in kalendìs . . . . , et duravit 
per mecUum annum : et suo tempore , die mercurii vii octobris , 
dominus Pinamons de Bonacolsis de hoc seculo transmigravit. 

In 1295 dominus Albertus Ruscha de civitate Gomarum fuit po- 
testas Mantue , et incepit regimen suum in kalendis ianuarii , et 
duravit per unum annum a die sancti Tomeii. Piacuit domino Bar- 
detono capitaneo , sua bonitate et miserìcordia , in Consilio gene- 
rali recipere ad mandata sua et Comunis Mantue omnes banitos , 
exceptis de casalibus Arlotorum et Grossolanorum ; et multos hiis 



(4) Questo nuovo concito detto il maggiore ci offre l' indizio del come il Bo- 
nacolsi avesse tramutato il governo a repubblica in quello di reggimento costitu- 
zionale , arrogando a sé la elezione de'cittadini prescelti a comporre una specie 
di senato, onde dar peso alle proprie determinazioni intomo agli affari più impor- 
tanti dello stato , ed infermando così l'autorità del consigUo minore composto di 
uomini nominati col suffìragio universale del popolo , ossia quello che oggi si chia- 
ma la camera dei comuni, 

(2) Lo che prova che il Po era compiutamente contenuto dagli argini. Si ve- 
dano intorno a questo argomento i nostri studU pubblicati , nel 4864, nella Ga:^^ 
setta di Mantova. 

(3) Terra del Mantovano. 

(4) Si noti che questo paragrafo o brano incompiuto di scrittura si legge nel 
nostro codice aggiunto nel margine tra Tanno 4292 ed il 4293. 

(5) Ottolino da Mandelio. 



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dall'anno 1095 AL 1299 57 

diebus in publìco Consilio recepii , et voluit eos venluros cum per^ 
sonis et avere in civitate ; et alìis confinos designavi t. 

In 1296 dominus Lappus de Farìnatis de Florentia (1) fuit pò- 
testas Mantne , et incepit regìmen suum in kalendis ianuarìi. 

In 1297 tempore dicti domini Lapi qui fuit potestas, relevatum 
fuit castrum Hostilie per Veronenses (2). 

In 1298 dominus Andreazeno (3) de Yenetiis fuit potestas Man- 
tne, et incepit regimen suum in kalendis ianuarìi. Et suo tem- 
pore , in feste ascensionis , inceperunt miracula Sanguinis Christi 
in eclesia sancti Andree de Mantua ; in qua die primo liberatus 
fuit fraler Albertus , qui fuit de Tridente (4) , qui erat ingotatus 
et asidratus ita quod ire non poterai sine ferlas (5), et cum ipsis 
male ibat. Et postmodum , sequentibus diebus , multi et multe asi- 
drati , zopì , ceci , muti , gobi , virtute et gratia preciosi Sanguinis 
Christi , liberati fuerunl ab eodem infirmitatibus et langoribus (6). 

In 1299 dominus Lapus de Ubertis de Florentia fuit potestas 
Manine: et suo tempore constitutus fuit dominus Taguinus capi- 
taneus Manine post decessum domini Bardeloni (7) per ipsum domi- 
Dum Bardelonum in Consilio generali (8). Et elapsis paucis diebus , 
videlicet uno die sepluagisime (sic) ^ qui fidi vni mensis februarii, 



(4 ) Ossia degli Uberti , il quale però troviamo nominato dai documenti per 
Ghino. 

(2J Infatti , a quell'anno fu murata la torre che era posta entro al castello di 
Ostìglia per comandamento di Alberto Scaligero. 

(3) Andrea Zen. 

(4) Alberto vescovo di Trento , il quale si era rifuggito in Mantova per sot- 
trarsi alle persecuzioni procurategli dal duca di Garinzìa. 

(5) Gottoso ed assiderato, talché non poteva camminare senza grucce. 

(6) Di questo straordinario avvenimento scrissero l'Aliprandì, il Platina, il 
Donesmondi , rAgnelli ed altri. 

(7) Morto all'anno 1300. 

(8) Tutti questi avvenimenti furono taciuti dagli storici , onde Tagino non fu 
nominato da loro fra quelli che tennero l'autorità di capitano in Mantova ; lo che 
si rileva dalla narrazione fetta dal nostro cronachista essere accaduto al princi- 
piare dell'anno 4299. Bene sappiamo che al % luglio del detto anno Tagino venne 
dal Comune di Mantova con speciale statuto dichiarato ribelle alla patria; onde 
rifuggitosi a Ferrara , vi morì all'anno 1302 : e che allo stesso giorno 2 luglio 
Bardellone rinunciò a Guido, detto Botticella, Bonacolsi, suo nipote, il diritto di 
intitolarsi capitano del popolo, il quale di subito , congregato generali consiUo, 
statuii et firmavit quod egregius dominus Guido de Bonacolsis sit et esse debeat per- 
petuo cctpitaneus generalis civitatis et dislriclus Mantuc, 

Krch.StAt., Niwra Sert>. 8 



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58 CRONICHETTA MANTOVANA DAL 1096 AL 1299 * 

bora prima inmediale, domìnus Albertus de la Schala misit ma- 
gnani milìliam Veronensìum in auxilio dominorum Bardeloni et Ta- 
gnini , lune oapitaneus Mantue ; et ipsa hofa confinati fuerunt in 
terrìs Nogarie et Valegìi generali ter omnesjde la Turre , exoepto 
domino Gonzalerìo et filiis eius ; et domini de Àbbatis , et multi 
alii de magna tibus et popularibus civitatis Mantue. Et deìnde dìoti 
confinati missi fuerunt ad terram Bassani Vicentini dìocesis. Item , 
in diete milessimo , supradictus dominus Albertus de la Schala , 
tunc dominus cìvìiatis Verone, secreto parenteUam contraxit oum 
domino Botexella quondam domini lohanis de Bonacdsis (1), dando 
unam suam filiam (2) uxorem qudanì mae (3); et post mortem 
ipsius Botexella , Passarinus de Bonacolsis fuit dominus Mantue (4). 



(4) Cioè figlio al fu Giovanni , morto già all'anno 4888* 

(2) Costanza della Scala , vedova di Obizzo da Este. 

(3) Queste confuse abbreviazioni del Codicettó sembrano potersi spiegare : 
quondam marchionis Estensis, 

(4) Guido dei Bonacolsi morì al 1309, e gli successe neir incarico di capi- 
tano del popolo di Mantova Rinaldo detto Passerino suo fratello, quegli che fa 
ucciso per opera dei Gonzaga all'anno 43128. Il quale Rinaldo , assieme al fratello 
Bonaventura detto Butirone , essendo vicari del capitano , raccolsero all' an- 
no 4303 ed ordinarono le antiche leggi della repubblica Mantovana , ed altre ne 
aggiunsero, componendone una collezione intitolata : Statuta dominorum Aaiinaldi, 
Botironiy frairum de Boncicolsis, di cui tuttora si conserva copia presso la bi- 
blioteca del pubblico in Mantova. 



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LETTERE INEDITE 

DI 

CARLO BOTTA 

A 

GIORGIO WASHINGTON GREENE 

CONSOLE GENERALE DEGLI STATI-UNITI D^AMERIGA 

PRESSO LA SAIfTA SEDE 

CON ALCUNI CENNI BIOGRAFICI INTORNO AL BOTTA 

SCRITTI DAL GRRBIfE MB DESINO 



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AVVERTIMENTO. 



Avemmo queste lettere inedite di Carlo Botta da Emrico Ga- 
streca Bronetti, giovane benemerito così clell^arte salutare come 
degli studi eruditi, ai quali una morte acerba tolsegli di poter 
giovare maggiormente (4). 

(I) Giuseppe Angelioi dettò una biografia del Brunetti , stampata netT; CXXl 
del Giornale Arcadico , la sostanza della quale è questa : 

Nacque Enrico Castreca Brunetti ai 9 di gennaio del 4845 , in Fabriano, da 
Girolamo Luca , e da Maria Nicolai Bonomi. Ebbe a maestro di lettere, amoroso 
e benefico , Camillo Ramelli. Studiò poi medicina sotto il dottor Clemente Nisi. 
Fu mandato dai genitori a Roma nel 4834. Nel 4837 assistè in Roma i colerici 
con suo grande onore , e fu medico sostituto nell' Ospedale delle Carceri nuoTe. 
Gli fu perciò coniata una medaglia , incisa dal Cerbara. Pensò e adoperò a rac- 
cogliere notìzie degli illustri uomini del Piceno , e a continuare le Iscrizioni pi- 
cene raccolte dcU Galletti y la Biblioteca degli scrittori piceni rirnsLsU alla lettera L, 
e'ropera del PanneUi , ttii medici piceni. Illustrò la raccolta di avorii posseduti in 
Fabriano dal conte Girolamo Possenti. Raccolse libri ed opuscoli rari, che mandò 
io deposito alla sua patria presso il Professor Ramelli. Fece l'estratto di un opu- 
scolo di Elisabetta Fiorini-Mazzanli, intitolato : Specimen briologiae romanae.Com' 
pilo un'Aggiunta alla Biblioteca femminile italiana di Leopoldo Ferri (di Padova). 
Ebbe doni di oggetti etruschi dalla vedova di Luciano Bonaparte , per avere as- 
sistito nella sua lunga infermità la figliuola di lei principessa Gablanoska.Nel 4840 
fu ascritto tra 1 collaboratori del Giornale Arcadico, Fece per esso V indice ge- 
nerale dei primi 85 tomi ( divisi in volumi 225 ). Fece pure molti articoli, di cui 
non possono qui darsi i titoli. Pare uno dei piti notabili : Intorno Giambatista da 
Manie e la medicina itaHana del secolo XVI ^ operetta del dottor Giuseppe Cervello 
di Verona, Ebbe inquietezze per avere con libertà fatto un estratto dei Cenni 
economici statisHei sullo Stato Pontificio , e Discorso suU'Agro Bomano di Angelo 



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62 AVVERTIMENTO 

Giorgio Washington Greene, al quale sono scritte esse lettere, 
nipote del generale Greene, ricordato dal Botta con gemale pernia 
nella Storia della guerra americana (i), è nato in Previdenza, cittJì 
e porto dell'America , non molto lungi da Nova lorca. La sua ve- 
nuta e dimora in Italia , dove stette console per la sua nazione 
presso la Santa Sede , lo fecero caldamente studioso della storia e 
della letteratura italiana. E nel particolare nostro, noi ricorderemo 
sempre con affettuosa riconoscenza quanto alacremente ei s'adoprasse 
in ser\igio deWArchivo Storico Italiano^ non appena ebbe principio, 
carteggiando con uno dei Compilatori intorno a ciò che di più 
importante al fine di queir impresa veuivagli fatto di trovarp nelle 
Biblioteche di Roma : ancoraché il frutto deUe sue indagini fosse 
ben scarso , non per difetto di volontà e di sagacità in lui , ma sì 
per gli ostacoli con arte non nuova posti in mezzo dagli avari o 
paurosi custodi di quei tesori. E dalle lettere del Greene a quel 
Compilatore medesimo , e da queste del Botta , l'affetto all'Italia 
appare in lui vivo e sincero; non quella tenerezza di taluni stra- 
nieri , che sa quasi dì commiserazione o d'oltraggio. Sempre con 
l'intento di giovare agli studi storici, U Greene entrò in quella 
società romana, composta di quattro animosi ed esperti zelatori 
della patria istoria , che furono il Greene stesso , il dottor Diomede 
Pantaleoni , l'avvocato Achille Gennarelli e Paolo Mazio ; i quali 
ultimi due fondarono poi U Saggiatore ^ giornale inteso principal- 
mente a illustrare quella parte della storia del loro paese, di cui 
meno si sa e più si desidera conoscere; vogliamo dire la storia 
civile della Roma medioevale. In questa periodica pubblicazione, 
che ebbe operosa ed utile vita dal 1844 al 1846 , stampò U Greene 
una molto importante Memoria sulla vita e sulle navigazioni <U 
Giovanni Verrazzano (2). Tornato a Previdenza , il governo ameri- 

GatU , e per una Statistica { da lui , come pare , delìDeata ) suU'Arcitpedal» di 
Santo Spirito, Pubblicò un volume di Lettere inedite d' illustri italiani , sopra 
autografi avuti dal Muzzarelli. Fu marito ad Albina Ceas » amato da lei , e dalla 
famiglia di lei. Nei primi tempi di Pio IX , fu col Beiti eletto a censore sulla 
stampa ; e poi uno dei compilatori della Gai%etla di Roma* Avea lavorato non 
poco, e gratuitamente, per la BihUoteca classica sacra intrapresa da Ottavio Gigli. 
Il Castreca morì in Arsoli , il dì 8 novembre del 1849. La moglie fece porre sol 
suo sepolcro una bella iscrizione latina. Lasciò moHi manoscritti , materiali di 
opere da lui meditate , e prova di una laboriosità veramente non ordinaria. 

(4) Vedasi la quinta di queste Lettere. 

{t) È nel Tomo I , pag. 244 e seg., pag 254 e seg. 



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AVVERTIMENTO 63 

cano , conosciuto quanta fosse nel Greene la cogniiione ddla storia 
e della letteratura italiana , lo elesse a professore insegnante di 
quelle discipline. Ma quel che egli abbia scritto e dato alle stampe 
( anche recentemente , secondo si dice ) nel nativo idioma intorno 
a cose italiane , ci duole di non saperlo additare ; e nemmeno se 
quel Saggio intomo al Petrarca , di cui è cenno nella prima dì queste 
lettere , abbia mai veduto la luce. 

Compartecipi del Greene a questo amore vivo e riverente verso 
ritaUa, furono gli altri due americani nominati nelle presenti lette- 
re: Riccardo Enrico Wilde e Orazio Greenough. Del primo de'quah, 
e de' suoi benemeriti verso T Italia, massime per i suoi studi dan- 
teschi, ci dispensiamo dal parlare dopo che il cavaliere Alfredo 
Reumont ne fece piena commemorazione nell'Appendice all'Archivio 
Storico Italiano (1). Diremo piuttosto del Greenough quel tantoché 
ne sappiamo (S). Professando egli le arti belle , mostrò , se non con 
^i scritti, dì volere per sé reso omaggio singolare all'Italia venendo 
a studiarne i capolavori d'arte, e ad ispirarsi da' suoi monumenti. 
Orazio Greenough nacque a Boston di poco agiata ma molto ono- 
rata famiglia. Egli si dette all'arte; ma pervenuto cogli studi a 
quel punto nel quale l'artista deve provare che cosa sappia e possa 
col suo ingegno produrre del proprio , la povertà vennegli incontro 
ad impedirgli il cammino. Ed egli vivea sconsolato e pigro; quando 
una mano beneficente e generosa venne a ravvivare il suo spirito 
e ridestarlo all'arte. Del qual caso della sua vita , voUe il Greenough , 
in memoria di gratitudine , far subietto di un basaorilievo , dove 
rappresentò un giovane curvato dall'infortunio, e sonnacchioso, 
nell'atto di condurre il modello di una femmina inginocchione col 
capo chino , figurata per la Riconoscenza , e da una parte una lu- 
cerna vicina a spegnersi per mancanza d'alimento , e una mano 
pietosa che dall'alto con un'ampolla infonde olio in essa. Questo 
bass<»rilievo fu solamente gettato di gesso e non mai condotto in 
marmo. Dei molti anni che il Greenough dimorò in Italia , gli ul- 
timi e non pochi li passò attendendo all'arte sua in Firenze: e qui 
fece il modello della statua colossale di Giorgio Washinghton , allo- 
gatagli dal governo degli Stati-Uniti d'America , per la principale 

(4) Tomo VI, pag. 454-457. 

(2) Dobbiamo ringraziare di queste notizie la cortesia del signor Orazio 
BateUi architetto, che fu amico inlimo del Greenough 



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64 AVVERTHIENTO 

piazza dì Boston, dove, condotta che l'ebbe di marmo, quell'opera 
fu mandata nel 484S. E già due anni innanzi aveva scolpito con 
viva e nobile somiglianza il ritratto del marchese Gino Capponi; 
'il quale lavoro meritò al Greenough il titolo di professore onorario 
della fiorentina Accademia delle Belle Arti (4). Rammenteremo ezian- 
dio quello del poeta Giuseppe Giusti , e perchè cara e lacrimata 
memoria di un singolare ingegno acerbamente rapito al lustro della 
Toscana , e perchè un più parlante ritratto di lui non abbiamo 
mai veduto (2). Né è da omettere l'altro ritratto , bellissimo di ve- 
rità e di natura , del generale Adam. Lasciò anco condotto in 
marmo un bassorilievo ovato con Castore e Polluce a cavallo , figu- 
rati per il segno de' Gemini, dove mostrò grande e ben inteso stu- 
dio dell'antico, e sopra tutto delle immortali sculture fidiache del 
Partenone. Nel 1848, trasse dai casi d'Italia il soggetto d'un bas- 
sorilievo allegorico , nel quale espresse il Genio d' Italia bendato e 
tenuto stretto in catene dal dispotismo religioso e politico (3). Ma 
l'opera maggiore , e a cui più durevolmente si raccomanda il nome 
del Greenough, è il gruppo colossale allogatogli da' suoi connazionali 
per ornare la gradinata esterna del palazzo dei Deputati a Washing- 
ton. Il pensiero di questo gruppo è : la Civiltà inglese che colla forza 
e colle leggi vuol signoreggiare la forza brutale e senza legge dell'uo- 
mo nomade e selvaggio. La personificazione di questo concetto è cosi 
espressa. Un inglese dell'America, vestito da cacciatore, sta nell'atto 
di sorprendere ed aflFerrare per le nerborute braccia un feroce sel- 
vaggio, nel momento istesso ch'egli è per vibrare un micidial colpo 
di scure sur una donna abbracciata a un piccolo suo figliuoletto. 
Condotto che ebbe a fine questo colossale gruppo , il Greenough partì 
di Firenze per alla volta di America nel giugno del 1851 , non tanto 
per trovarsi presente ed assistente alla collocazione di quel colosso , 
quanto ancora per provvedere di una educazione anglo-americana 
le due femmine e il maschio suoi figliuoli. Giunse a Boston nell'ot- 
tobre ; e là fugli dato a ultimare il monumento del celebre roman- 
ziere americano Cooper ; e si vuole pure , che il governo lo avesse 



(4) Dopo la morte dello scultore , la moglie sua, sigoora Elisa Greenough , 
fece dono di questo busto all'Accademia stessa. 

(2) È in gesso, e lo possiede il prelodato signor Orazio Batelli. 

(3) Ne abbiamo veduto un primo pensiero schizzalo di penna presso il signor 
Balelli medesimo. 



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AYVBRTIMBNTO 65 

nominaio maestro di soultura neUa patria scuola. Ma sul finire 
del mese di novembre del 485% , una congesUone di sangue al 
cervello , in breve spazio e nell'ancor vigorosa età di quarantacin- 
que anni, lo tolse di vita. 

Dopo aver reso, nel modo che migliore per noi si poteva, un 
tributo di rìconosoente memoria a questi tre italofìli americani, 
torniamo alle presenti lettere del Botta. Saranno esse un'aggiunta 
buona a quelle che Prospero Yiani mise alla luce nel 4844 (4) , dalle 
quali il Tommaseo trasse qualche aiuto a discorrere i detti e i fatti 
del più insigne storico italiano de'nosUn tempi, a giudicare dell'uomo 
e dello scrittore con severità benevola ed affettuosa, ammirando 
i pregi e notando i difetti delle sue storie con imparziale giusti- 
zia (2). Anche in queste il Botta tale si mostra sempre quale è, non 
mendace, non ipocrita : impetuoso fin anco nella dimostrazione del- 
l'affetto e della benevolenza ; e quei getti di bile alti e sonori , si 
vede che sgorgano da un cuore candido e generoso ; e nei pre- 
giudizi stessi (ch'egli pur n'ebbe) appare ognora la lealtà del suo 
animo naturalmente buono e virtuoso. L'odio agli oppressori della 
giustizia , della ragione e della libertà', gli fu fonte sempre viva e 
abbondante di eloquenza terribile : l'amore alla nazionalità della 
lingua e delle lettere italiane lo rese fieramente avverso degli spre- 
giatori o negligenti di questo inestimabile patrimonio : l'amore del 
vero e del positivo gli armò la lingua e la penna a combattere , da 
qualunque lato venissero, quelle novità nemiche e pestifere, le 
quali , diceva egli , come hanno perduto la greca e latina libertà , 
cosi perderanno e l'europea. 

C'è parso bene di porre innanzi a queste lettere alcuni cenni 
intomo al Botta messi insieme e distesi dal Greene , i quali , per- 
chè letti ed emendati dal Botta medesimo, sono da considerare come 
scrìtti da lui proprìo ; né si disdirebbero a quel volumetto di auto- 
biografie d'Ulustrì italiani di questo secolo, che raccolte dal conte 
Carlo Emanuele Muzzarelli, pubblicò colle stampe D. DiamiUo 



(4) In Torino, pei torchi del Maniaghi, in un volumetto di p* 492 in 46mo. 

(2) Il lavoro del Tommaseo, l>el saggio di arguta ed ingegnosa analisi, è stam- 
pato nel Tomo Vili (4844) della Biografia degV Italiani illustri nelle scienze ^ 
nelle lettere e nelle arti, del secolo XV III e dei contemporanei , raccolte e pubbli- 
cate dal prof, Emilio de Tipaldo , in Venezia. 

Amch,Sj,It,, Nuopa Serie, 



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66 AVVERTIMENTO 

MiUler nel 4853 (4); nel quale raccolto manca Vautobiografia del 
Botta , ed èwi solo quella lettera, già stampata dal Yìani (2), dove 
irride appunto il vano costume di scrìvere di sé, maggiormente in- 
valso ne'nostri tempi. 

Carlo Iùlanesi. 



(4) In Torino, pei torchi dei cugini Pomba e compagni, di p.407, in46mo. 
(2) A pag. 96 del libretto sopracitato. 



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CENNI BIOGRAFICI 



IRTORHO 



A CARLO BOTTA 



G. W. GREENB (*) 



Botta Carlo Giuseppe Gaglielmo nacque in San Giorgio in Pie- 
monte il 6 novembre 4766. I suoi genitori furono Ignazio Botta me- 
dico, e Delfina Boggio sua moglie (4). Ivi ricevette i primi ammaestra- 
menti; ai 4S anni ebbe a maestro di rettorica il Tenivelli. Studiò 
medioina nell'Università di Torino, e fu aggregato al Collegio di 
medicina, U suo maestro di botanica fu Ignazio Holìnerì ( V. Scorta 
dltalia, voi. VI, pag. 304). 

Falsamente accusato di delitti politici, fu messo in {nrigione 
nel 479S, e tenutovi circa due anni. Il suo accusatore fu con- 
dannato cU carcere perpetuo; ma il Botta, essendo nel 4804 presir 
dente della commissione esecutiuaj per generosità (fanimo gliperdonò 
e lo fece mettere in libertà; egli stesso segnò, come presidente, il de- 
creto di liberaxione. Riconosciuta la sua innocenza, il Botta fu messo 
in libertà , e per mettersi al sicuro per l'avvenire da simili accuse 
si ritirò in Francia. Là fu subito impiegato come medico nell'armata 
delle Alpi, e poi in quella d' Italia. Qui scrisse un piano di go- 
verno per la Lombardia. 

{*) « Questi cenni sulla vita del Botta ponno stimarsi esattìesimi , essendo 
• stati da lui medesimo riveduti e corretti in quelle parti dove difettosi o scor- 
« retti erano ; come si vede dalle aggiunte postevi col proprio pugno. Le fece, 
« ridiiestone da me , nel mese d'ottobre 4835, abitando egli nella sua casa nella 
« via di Vemeuil N.» 30, in Parigi ». G.W.Gbebne. 

(4) Le parole da noi poste in corsivo sono di mano dello stesso Botta. 



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68 CENNI BIOGRÀFICI 

Negli ultimi mesi dell^amio 4796 fu mandato con una divisione 
dell'armata francese nell' Isole Veneziane del levante. Fu allora che 
scrìsse la sua opera sull'isola di Corfù. 

NelFanno VII fu nominato da Joubert membro del governo prov- 
visorio del Piemonte. All'invasione austrìaco-Hiissa si ritirò in 
Francia. Stando allora a Chambery , ebbe a compagno d' esilio il 
Monti, che in quel tempo componeva la sua tragedia di Gaio 
Gracco. Bernadotte , ail&ra ministro della guerra, lo nominò da 
capo medico dell'armata delle Alpi. 

Dopo la battaglia di Marengo fu nominato membro della con- 
sulta del Piemonte. 

Nel prìncipio del 4804 fu m^fnbro della commissione esecutiva, 
poi del consiglio dell'amministrazione generale della 27."" divisione 
militare. Fu uno della deputazione mandata a Parigi nel 4803 per 
ringraziare il governo della rìunione definitiva del Piemonte. Diede 
allora alle stampe il suo Precis historique de la maison de Savoie 
et de Piemont, 

Dopo la riunione, fo eletto membro del corpo legislativo pel dì- 
partim^to della Dora, ai 40, agosto 4804 ; 4808, ai S8 d'ottobre ne 
fu nominato presidente, e poi rieletto nel 4809; e nel dicembre 
di quell'anno fu proposto come candidato per la questura. Ma l'im- 
peratore ne vietò l'elezione , a cagione di alcune eritìche da lui 
fatte al governo imperiale. Gli accordò però l'ordine della Unione. 

Ai tre di gennajo fu membro della deputcaùme ohe presentò a 
Napoleone , in nome ddl' Accademia delle Scienze di Torino , i due 
ultimi volumi delle Memorie di detta Accademia. 

Aderì, alli 3 aprile 484 4, alla rinunzia di Napdeooe. Li 8 accettò 
l'atto oostitozions^ pel ritorno de'BcnrbonL Si ritirò allora dal corpo 
le^slativo , per essere il suo dipartimento divenuto straniero Ma 
Francia, 

Duranti i Cento giorni fu fatto rettore dell'Accademia di Nancy; 
aUa ristorazione perde l'impiego. Nel 47 fu fatto rettore dell' Aoca- 
demia di Breme, e vi continuò sino aUa fine del 4822, essendo 
stato in tal tempo privato dell' impiego dal ministro dell' istruzione 
pubblica ab. Frayssinous. 

A Roano scrisse la sua Storia d'Italia dal 4789 al 4844, opera 
di cui avea da molto tempo concepita V idea. Fu stampata la pri- 
ma volta in 4 volumi in 4to^ a Parigi nel 4824. Le spese di questa 
stampa furono fatte da un certo Poggi di Parma, amico del Botta , 



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INTORNO A C. BOTTA 69 

al quale mancarono i mezzi di farla stampare da sé in Francia 
pe' denari, in Italia per la censura. Molinì di Firenze e Resini di 
Pisa furono i soli tra i molti italiani che ristamparono quest'opera , i 
quali se ne mostrarono riconoscenti verso Fautore , par^cipandogli i 
loro guadagni : Molini con un bel regalo delle sue edizioni di classici 
italiani e latini; Resini, con un certo numero di esemplari della sua 
edizione per vendersi o donarsi a grado e profitto dell'autore. 

4800. Memorie sulla dottrina medica di Brown. Grenoble. 

4804. Traduzione italiana dell'opera di Bourk intitolata la Monor 

oologia. Torino. 
Memoria sulla natura dei toni e dei suoni, letta air Accademia di 

Torino , ed inserita nel volume primo della Biblioteca italiana. 
Storia della guerra d'America. Parigi, 4809, 4 voi 
n Camillo. Parigi, 4845, 4 voi. 
Histoire des peiples d! Italie, 3 voi, 4 825. Scritta in tre mesi, 

standogli sempre il libraio co' pungoli al fianco. 
Diversi articoli per la Biographie umverseUe. 
Storia cP Italia in continuazione di quella del Guicciardini, dal 4534 

al 4789, 40 voi in 8vo, Parigi. 
Lettera al Sismondì sopra l'Alfieri. Mem. sulle rime. Mémoires de 

VAcademie de Rouen, 4822. 



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LETTERE INEDITE 
DI CARLO BOT T A 

6. W. 6BBBNE 



Al Cau. Giorgio Greene. 

Providence. Parigi ^ 45 ottobre 4834. 

Place SL Sulpice, N.^ 8. 
Pregiatissimo signor Greene. 

La graziosa sua dei S5 agosto recatami, per sua cortesia, dal 
signor Grinnel, il quale anche mi consegnò i libri menzionati nella 
lettera, mi trovò infermo d'una ritenzione d'orina, che mi tiene 
in camera già da circa due mesi, ma che però ora si volta in me- 
glio. La memoria che ella conserva di me, e di cui fa testimonianza 
con sì gentili espressioni, mi furono e sono di dolce medicina e 
conforto in questo sinistro di mia salute. Io ne ta ringrazio quanto 
so e posso. 

Godo sommamente ch'ella pensi alla letteratura italiana là 
sull'altra riva dell'Atlantico. Vedrò con gran piacere il suo Saggio 
sopra il Petrarca, se me lo vorrà favorire. Sarà certamente cosa 
degna di quel grande poeta, poiché è l'opera di un *cuor dolce e 
buono come è il suo. 

Ella desidera sapere la mia vita e miracoli per fame cenno 
quando parlerà delle mie opere. Ella troverà in questo proposito 
suprema capita in un volume della traduzione inglese della mia 
Storia d'America fatta dal signor Alessandro Ortis, e nella Biogror 
phie dei corUemporaim, Sobmente bisognerà aggiungere le opere 



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72 LETTERE DI C BOTTA 

che io Stampai dopo: ciò sono le mie due Storie d'Italia scritte in 
italiano, e la mìa Storia dei popoli d'Italia scritta in francese; e 
che io foi rettore per cinque anni, cioè dal 4817 al 4822, dell'Ac- 
cademia di Roano ( Rouen ]. Ella dee sapere ancora , che il re di 
Sardegna nel 1834 mi nominò cavaliere delPordine del merito ci- 
vile dì Savoia, e che il re dei Francesi nel 4834 mi nominò ca- 
valiere dell'ordine della legion d'onore. Entrare in maggiori parti- 
colarità, il farei volentieri per lei, se potessi; ma la mia mente 
stanca e la mano indebolita non me lo permettono. Dai caratteri 
stessi con cui è vergata la presente mia, ella potrà giudicare dello 
stato in cui sono. 

Le mando qui annesse due copie del mìo Camillo, di due 
edizioni differenti, una torinese, l'altra veneziana; ambedue molto 
scorrette, com'ella vedrà dalle correzioni fattevi di mio pugno. La 
torinese ha qualche pregio di più dell'altra, perchè contiene alcune 
mie lettere, e non poche mìe annotazioni. La prego di accettarle di 
buon grado, e come segno di quell'amorevolezza e gratitudine che le 
professo. Se la signora Greene, alla quale la prego dì far riverenza 
per me , avrà la pazienza dì leggere questo mio poema , vedrà co- 
me ho cantato le glorie de' suoi maggiori, e forse vi troverà qual- 
che episodio che la intenerirà sino alle lagrime. La prego di darmi 
avviso della ricevuta di questi libri subito che le saranno capitati 
alle mani. Ciò dico perchè quasi tutti i miei invìi di libri agii 
Stati-4Jnìtì sono stati infortunati. 

Molto mi rincresce dì non poterle oflSrire la mìa nuova Storia 
d'Italia in dieci volumi, perchè non me ne rimane nessuna co{Ma 
dì cui possa disporre. Ella la potrà avere facìhnente da Baudry 
libraio Rue du coq St, Honoré N.* 9 , a Parigi , che ne è il proprie- 
tario. In questo proposito ella saprà che il detto libraio ha fatto 
stampare nella medesima forma, carta e caratteri , coi dieci volumi 
della mìa Storia , sei volumi contenenti la Storia d' Italia del Guic- 
ciardini , e quattro volumi che comprendono la mia Storia d'Italia 
dal 4789 al 4844; ond'ella vede che ì detti venti volumi compon- 
gono la storia d'Italia dal 4494 al 4844. L'edizione in 8vo è tutta 
bella, corretta, e con caratteri e carta bellissimi. Avverta poi, che 
in capo del primo volume di questa edizione del Guicciardini e' è 
una mia prefazione , in cui formo il carattere di ciascuno dei gran- 
dì storici italiani, compresi anche i latini; lavoro che mi pare ab- 
bia del nuovo, ed è stimato di molto peso in Italia. 



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A G. W. GHEENE 73 

Quacto alia mia Storia iialuraie e medica dell' isola di Corfii ed 
alia dissertazione sopra la dottrina di Brown, sono almeno tren- 
t'anni che non ne ho nuova. 

Io le auguro ogni bene , caro il mio signor Greene , e sappia 
che per me è un gran bene ch^ella si ricordi di me. 

Suo aff. Servitore 
Carlo Botta. 

PS. Veramente molti miei amici mi stanno continuamente coi 
pungoli al fianco affinchè io scrìva le roemorìe della mia vita^ 
come a dire le mie confessioni. Ma io vi ripugno grandemente né 
mi ci posso risolvere. In primo luogo, mi pare un ramo d'imper- 
tinenza quel dire da sé stesso al pubblico : Signori miei . io sono 
U Ud dei tali, ed ho fatti i tali e tedi miracoli. Poi , non mi credo 
da tanto , che la platea prenda piacere in vedere che viso io mi 
abbia; che io non sono né un Rousseau né un Alfieri né un S. Ago- 
stino. Finalmente, sono stanco di mente e di corpo, e la campana 
dei 69 anni mi suona alle spalle. £ meglio tacere , che far ridere 
le brigate di sé. Insomma , sono sfruttato, e nulla o poco posso afir 
giungere alle mie opere. 

Questa volta al certo il mio plico arriverà al suo destino, poi- 
ché il sig. Livingiton, ministro plenipotenziario, mi fa la finezza 
di fario partire egli stesso. 



Al Medesimo 

Promdence. Parigi, 20 mairzo 1835. 



Caro e pregiato signor mio. 



Phce St. Sw//nc6^N.* 8. 



Da pochi giorni solamente mi pervenne la gratissima sua dei 
18 dicembre ultimo varcato. La ringrazio così della buona memoria, 
come delle gentili ed amichevoli espressioni , con cui le piacque , 
a rispetto mio, di condire la sua araabii lettera , preziosissimo fhitto 
delle mie letterarie fatiche. Vivo e vissi sempre solitario, e quasi 
anche selvatico, e perciò preziosissimi mi sono i segni di benevo- 
lenza che a me vengono da fuori: certamente quelli che mi arri- 

Arch.St.It. Nuota Sf riti. io 



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74 LETTERE DI C. BOTTA 

vano da Provvidenza d'America mi sono preziosi ed accetti ; e 
quanto più frequenti saranno, tanto maggiore contentezza mi 
daranno. 

Ho sommamente caro che le piaccia il mio Camillo; io ci versai 
dentro tutta l'anima mia. Spero che esso mi dark qpme, se non 
d'eccellente poeta , almeno di uomo dabbene e dì generoso cittadino. 
Se poi la signora Greene si sentirà sgorgare alcuna lagrima dagli 
occhi leggendo le sventure e la funesta sorte della mia povera Ve- 
nilia, sarà la più bella testimonianza che Dio abbia messo nel mio 
cuore qualche fonte di tenerezza. Io volli fare una Ines del Ca- 
moens ed una Isabella dell' Ariosto : certamente mi rimasi troppo 
lontano da tanta attezza , ma certo è bene che io non posso leggere 
quell'episodio senza lagrime. 

Spero che le sarà pervenuta la mia seconda Storia d'Italia, cioè 
quella in continuazione del Guicciardini sino al 4783. Se le piacerà, 
sarà anche questa una gran fortuna mia. Non tocca a me il giu- 
dicarne; ma in Italia, massime a Torino, si diceva, e tuttavia sì 
dice, che io scrìssi la prima (cioè quella del 1789 al 4844] a ses- 
sant'anni, e la seconda (cioè la continuazione del Guicciardini) ai 
venticinque, ancorché quella sia stata da me scrìtta più di dieci 
anni prìma di questa. In proposito di quella parte di mia prefa- 
zione ch'ella lesse nell'opera del sig. Artaud, badi bene, di grazia, 
ch'essa prefazione non sta già in fronte dell'edizione in 8.^ della 
mia Stona, ma bensì in fronte della Stona del Guicciardini fatta 
stampare nella medesima forma dal libraio Baudry , e che fa corpo 
colla mia, anzi colle mie due. 

Io sono vecchio e molto stanco , e però non mi sento più né 
l'animo né la forza per iscrìvere la mia vita e miracoli , o qualaisìa 
altra cosa. Ma forse i miei fìgliuoli, che sono tenerissimi di me, ed 
i miei amici, che mi sono amantissimi, suppliranno, dopo la mia 
morte, alla mia insufficienza, toccando di me ciò che sanno, e 
tutto sanno o quasi tutto. 

Ella desidera sapere a qual'epoca della mia vita io abbia avuto 
il Tenivelli a mio maestro (4 ). Ciò fu agli undici o dodici anni miei , 

{^ ) Il Botta chiama Carlo Tenivelli « dottp , ed autore elegante di storie pie- 
montesi » ( Storia d'Italia dai 4789 aH 844, lib. XI ). Il Vallauri , nella sua Storia 
della poesia in Piemonte (tomo II, pag. 235), dice : « le sue Decadi sono scritte con 
molta diligenza e con singolare erudizione. Pregievoli sono eziandio le sue rime 
per una cotale facilità di natura , e per un certo candore di pensieri , che ri- 



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A G. W. GREENE 75 

quando udiva da lui la umanità e la reltorica. Forse le sarà caro, 
signor mio, l'intendere il sonetto che T infelice mio maestro com- 
pose un quarto d'ora prima d'andare a morte , e perciò glielo mando 
trascritto alla pagina seguente. 

Sonetto di Carlo Teniyelli , da hd composto un quarto (fora 
prima di essere condotto a morte: 

D'un imbelle tiranno al cenno altero, 
Desto dall'ira di feroce corte, 
Dell'ingrata mia patria il popol fero 
Trassèmi iniquamente a cruda morte. 

Gran Dio, tu che hai dell'orbe ampio l'impero 
Per dritto eterno, e non per cieca sorte, 
Ascolta le mie voci, e al mondo intero 
Mostrati ora, qual sei, vindice e forte. 

Appresi a detestar dal buon Samuele 
11 rio servaggio, e alla primiera pace 
Volli l'uom ricondur, ma a te fedele. 

E se de' regi all'apparir fallace 
Porgesti ad Israel le tue querele, 
Vendica de' miei dì l'estinta face. 

Fui vicino , ma non presente a molte battaglie del 96 in Italia. 
Bene raccolsi da testimoni veridiói , che le videro di presenza , i 
più importanti particolari; né mi contentai di udire una sola parte, 
ma tutte le interrogai e da tutte cavai , come quintessenza, quanto 
ho scritto. 

Ella mi domanda come mi venne voglia di scrivere la Storia 
delIMndìpendenza americana. Era verso il 4806 a Parigi madama 

vela la bontà deiranima del poeta. E nei componimenti bernieschi , che si con- 
servano manoscritti dal Cav. Costanzo Cazzerà , si riscontrano principalmente 
queste virtù ; che egli ebbe comuni col suo amico Angelo Penoncelli ». Ed alla 
pagina 460 dello stesso volume pone Telenco di tredici sue produzioni poetiche. 
( Nota del Caslreca Bnmeiti ). — Accusato d'essersi fatto capo e guida della sol- 
levazione di Monca! ieri nel 4797 contro la potestà regia , fu condannato a morte 
dalla giunta militare. Condotto sulla piazza di Moncalieri , gli fu rotto l' inteme- 
rato petto dalle palle soldatesche. Così il Botta , il quale consacra all'amato mae- 
stro alcune pagine della sua Storia y spiranti affetto pietosissimo e tenerezza più 
che di discepolo, di figliuolo. ( C. M. ) 



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76 LETTERE 'di C. BOTTA 

Beccarìa , figliuola del celebre marchese Beccaria , autore di quel libro 
tanto stimato dei delitti e delle pene, e madre del sig. Alessandro 
Manzoni . il cui nome è salito in tanto grido per le sue opere in 
versi ed in prosa : era già' quella sin d'allora madama Manzoni , ma 
la chiamavamo col nome di madama Beccaria , per indicare il glo- 
rioso sangue da cui era uscita. Ora io frequentava la sua casa la 
sera con molti altri , a cui piaceva la conversazione di una donna 
bella , virtuosa e spiritosa. Ed ecco trattarvisi una sera la questione : 
qual tèma moderno potesse riuscire soggetto atto a poema eroico. 
Chi ne disse una e chi un'altra ; finalmente si accomodavano tutti 
nel concludere , che un solo dei casi moderni poteva servire all'uopo, 
e questo era il fatto dello sforzo americano , che condusse gli Stati 
Uniti all'indipendenza. Tornandomi io di là a casa , a traverso della 
piazza che allora si chiamava della Rivoluzione , ed ora della Con- 
cordia , andava fra me stesso ruminando così : Ma se quel fatto può 
esser soggetto conveniente di poema ^ perchè non sarà di storia? Par- 
vemi , come è veramente , di sì ; e così io , che mi sentiva tirare 
da natura all'opera della storia , e già mi era fermato nell'animo 
di scriverne una , qualunque fosse , feci allora il proposito di scri- 
vere quella dell'indipendenza dell'America. Frugai in tutti i canti, 
razzolai in tutti i ripostigli per raccòr materia ; poi scrissi , ed in 
tale modo nacque la mia Storia d'America. Fu felicissimo il mio 
pensiero , poiché piacque a colóro oltre l'Atlantico , di cui scrìssi 1 
gloriosi fatti ; e di più , fruttò carezze a Lima al mio figliuolo Paolo 
Emilio da parte degli ufficiali di una nave americana che in quel 

porto del Perù stanziava. Credo che fosse qudla detta la 

se non m'inganno; è quella stessa che aveva ricondotto in Europa 
il generale La Fayette. Ciò succedeva nel mese di febbraio del 1828. 
Mio figliuolo era allora medico sopra una nave mercantile francese 
per nome lelHero, 

Molto mi vanno a grado i suoi pensieri sulla vita e sui tempi 
del Petrarca. A parer mio, il carattere morale di questo grande 
poeta è assai da anteporsi a quello di Dante, sommo poeta an- 
ch'esso. In Petrarca, tutto è dolcezza, tutto generosità, tutto gran- 
dezza d'animo, ogni pensiero vòlto alla grandezza dell'Italia; mentre 
Dante fu un partigiano rabbioso, che prima guelfo, poi, per di- 
segni personali, divenuto ghibellino, mise in inferno i suoi avver- 
sari , fra i quali alcuni ancora viveano : finalmente chiamò parec- 
chie volte i forestieri , cioè i tedeschi , gente allora efferatissima , 



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A ti. w. Creene 77 

ai danni di Firenze sua patria; della qual cosa nissuna è più 
rea né più abbominevole. Vedrò con molto piacere i suoi nobili 
lay(»*i sul nobilissimo Petrarca, se me gli vuol favorire ; e lo stesso 
dico , se però il mio desiderio non è eccessivo e troppo audace , 
dì quei dodici volumi delle cose del Washington : sarò obbligatis- 
simo alla sua cortesia dì tanto favore. Io adoro Washington , di cui 
tanto in quest' Europacoia parlano, e cui pochi imitano. Mi pare 
di essere galantuomo , poiché con tanto ardore io amo quel grande 
americano ; ei morì all'aratro , e non cinguettava su per le panche 
p^ far parlare il mondo dì sé. 

La mia malattia va meglio, ma non ancor bene ; perciocché , 
sebbene le orine cominciano ad uscire naturalmente , non vengono 
però ili tanta copia , che mi possano preservare dal catetere , di 
cui sono costretto dì far uso dì quando in quando. È quel che Dio 
vuole ; sarà quel che Dio vorrà , come diceva Castruccìo Castra- 
cani , che s'era fatto signore e principe di Lucca : parole cui por- 
tava scritte a ricamo sur una stola, da lui portata, per maniera 
abituale, a tracollo. Io poi , che non son principe, né ho avnto 
voglia dì farmi signore di nissuno , molto più le debbo dire quelle 
parole. 

La prego de' miei riverenti saluti alla gentilissima sua consorte , 
e di dirle da parte mia , che se io sono sicuro di vivere nella me- 
moria d'ambidue, la mia vita sarà raddoppiata. Loro auguro 
ogni bene. 

Servitore Affezionato 

Carlo Botta. 



IH. 



Al Medesimo 

Firenze. Parigi, W dicembre 1835. 



Huede Vemeuil, N.°30. 



Caro signor Greene. 



Lessi nella gratissima sua de' 26 novembre la sua odissea. Non 
ci mancò altro che Circe ; ma di questa avrebbe avuto paura , 
avendo con sé la buona e graziosa moglie, che l'ha trasformato 



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78 LETTERE Di C. BOTTA 

in angelo. Quanto dispiacere ho sentito delle sue Uribolazioni ! Ora, 
grazie al cielo, è ridotto in porto nel seno della bella Firenze. Se 
mai le ca[Htasse dì vedervi o il sig. cavaliere Airoldi o il signor 
marchese Gino Capponi , miei amici , la prego di salutarìi in mio 
nome ; anzi , se non le gravasse , la pregherei dì andarli a ve- 
dere da parte mia , e la presente le servirebbe d'introduzione. Ho 
caro di vivere, com'ella mi scrìve , nella memoria degF Italiani: hoc 
erat in votis, A questo proposito le voglio trascrivere qui sotto un 
sonetto chMo feci nel mese d'agosto ultimo, in risposta, e con le 
stesse rime , ad un altro indirizzatomi da un mìo amico di sessanta 
anni. Io correva allora il sessantesimonono anno , ed ora son entrato 
ancor io nel settanta : ecco dunque il mio sonetto. 

T'appressi, già, t'appressi, o molest'anno 
Che alla più vecchia etade schiudi il corso; 
Mi premi , si , mi premi e curvi il dorso , 
E i sensi agghiacci sin dove il fonte hanno. 

Né vale a riparar si grave danno 
d'Esculapìo o di Napée (1) soccorso; 
Che a rintuzzar del tempo edace il morso 
Impotente è natura, e i vecchi il sanno. 

Cosi si vive , e muore ; ma altra vita 
Provvida fama appresta all'oprar pio ; 
A tal'erta poggiar speme m'invita. 

Di Venilia cantai , fui fido a Clio ; 
Vivrò, se dopo l'ultima partita 
Chiaro suona in Ausonia il nome mio. 

Ebbi a suo tempo la sua del primo novembre data da Asti ; alla 
quale non risposi , aspettando altre nuove di lei per sapere il suo 
soggiorno. Mi piace sommamente che ella abbia conosciuto in To- 
rino il mio figliuolo Scipione , e sia stato contento del suo proce- 
dere: egli è veramente un buono ed onesto giovane. 

Qui a questi giorni abbiamo grandissimi stridori di freddo ; il 
fiume si prepara a menar ghiaccio. Pure non siamo ad Strimonis 

(4) a Qui Napee sta per campagna , perchè quell'amico col sonetto m' invitava 
ad andare e godere l'aria della campagna ad una sua villa , dicendomi che le sue 
Hapee avrebbero molto giovato alla mia » come giovavano alla sua salute. » [Nola 
del Botta). 



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A G. W. GREENE 79 

undam , e gli Orfei sono rochi , perchè il raffinare e' il sofisticare 
hanno guasto tutto. Quanto è vero quel proverbio italiano che 
dice : chi troppo s'assottiglia , si scavezza t 

La prego, amatissimo signor Greene, dì darmi sovente delle 
sue nuove , di tenermi sempre in grazia della sua buona moglie , e 
di credere ch^ io gli porto ambidue scolpiti nei mezzo del cuore. 

Aff. Amico 
Caulo Botta. 



IV. 

Parigi, 29 germcyo 4836. 
Carissimo signor Greene. 

La sua de^ 9 corrente mi giunse grata per ogni conto , e princi- 
palmente per le nuove testimonianze che ella mi recò della sua ami^ 
cizia. L'amorevolezza degli uomini qual ella è, dee riputarsi un 
fiore che rallegra questa pur troppo valle di lagrime. La mia 
salute non è né migliore né peggiore di quando ella mi vide ul- 
timamente a Parigi : poco spero di essere un giorno intieramente 
Ubero dal moltissimo male che ormai da diciotto mesi mi rende 
la vita poco lieta. Bisognerà uniformarsi al volere del cielo. 



Mi saluti il cavalier Airoldi ed il professor Resini , e m' ingerisca 
nella buona memoria del signor Niccolini; uomo che tanto amo e 
stimo, vero lume ed ornamento, non che di Toscana, d' Italia. Tutto 
mi piace in lui , ma più di tutto il vedere che egli é uomo che 
pensa da sé, e la sua mente è sempre feconda di pensieri nobili 
e profondi. A monte i vili servi altrui , quando penso al signor 
Niccolini. 

Il signor Greenough mi onora di troppo volendo fare il mio ri- 
tratto: pure volentieri seconderò il suo pensiere, per quanto con-, 
sentirà il mio incomodo di salute. Se poi egli ha fatto cattiva 
elezione nel voler ritrarre questo mio viso da poco, ci pensi egli, 
e ciò lascio sulla sua coscienza (1). 

(4) Per quanto sappiamo, il Greenough non fece mai il ritratto al BoUa- 



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80 LETTERE DI C. BOTTA . 

Mi par df toccare la sogtia del paradiso , quando intendo che 
ella e la sua graziosa moglie fanno spesso commemorazione di me : 
e giacché questa cortese ed amabil donna conserva con tanta ge- 
losia il mio calamajo, le mando i seguenti versi , predandola di scri- 
verli dì sua mano sur una cartella o piastrella da affiggersi sul 
calamajo medesimo : mi farà somma grazia e ne sarò contentissimo. 
« Qui scrisse un uom di libertade amico; 
« Qui scrisse un uom che a Washington fu tromba; 
(( Qui scrisse un uom che a Jefferson fu caro, 
« Qui scrisse un uom che di Venilia pianse ; 
« Qui scrisse un uom che della serva Italia 
a Pien di sdegno e dolor le sorti pianse ». 
Così il mio calamajo , adorno per le mani della signora Greene, 
avrà qualche pregio. 

f 

La mia povera mano non regge più al lungo scrìvere ed è or- 
mai stanca; e però la prego di scusarmi se non continuo più 
oltre , come desidererei , a conversare con lei. Per la qual cosa fo 
fine , pregando Iddio che conceda agli sposi Oreene , tanto amici 
carì miei, giorni per sempre tranquilli e giocondi. 

Carlo Botta. 



Al Medesimo 
Firenze, Po,rigi, 4 aprile 4836. 



RuedeVemeuil.K'' 30. 



Signor Greene, amico carissimo. 



lo era svogliato, e, per dirla con Ànnibal Caro, accapacciato, e 
pieno di lasciami stare; insomma la mattana mi assassinava, 
quando mi giunse la gratissima sua dei 45 marzo. La lessi con 
ardore, e subito mi sentii divenuto tutt'altro da quel ch'io era 
prima. Tanta contezza mi prese di sì dolce testimonianza della sua 
verso di me amicizia! Provvidenza il produsse, e provvidenza fu 
per me. Beati i lidi d'America che sì buono e verso di me sì amo- 
revole giovane generarono; e s'io scrissi con geniale penna del 
generale Greene, il suo nipote con geniale affetto mi rimerita. Sia 



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A G. W. GREENE 81 

ringraziato Iddìo, che in quesW mondo non vi sono sohimente spine, 
ma nascono anche 6ori. 

Mi piace che ella studii nella poesia italiana *, è campo amenis* 
Simo, e ne còrrà dolci firutti. Del resto, io non intesi di far crìtica 
dì quel suo sonetto; solo ho voluto farla avvertita di alcune cose 
che facilmente sfuggono ai forestieri : la parola critica è pregna di 
un non so che d*amaro, e certamente non risponde bene al mio 
pensiero. 

Ella mi domanda quai libri io leggessi durante la mia carce- 
razione in Torino. I miei diletti compagni furono Guicciardini 
(donde principalmente il mio gusto per la storia), ed il Tristam 
Shandy di Sterne; poi , per gettarmi fuora dal mondo perverso, mi 
internava a più potere nelle lezioni di matematica del Lacaille , 
commentate dal Marie: io ne pruovava un grandissimo sollievo, 
perchè soprattutto m'allettano il vero ed il positivo , e sono nemi- 
cissimo delle chimere. 

Ella desidera di sapere da me quali sono gli scrittori italiani, o 
poeti prosatori , eh* io leggo con più piacere. Mano a servirla; ma per 
ciò fare è necessario un po' di preambolo. Sappia dunque, che, se- 
condo me , e giudicando dall'impressione cui sempre fa sulUanimo 
mio, il più grande di tutti coloro, i quali maneggiarono o lo stile o 
la penna, è Virgilio: io lo antepongo a Omero, lo antepongo a Ci- 
cerone , k) antepongo a Dante ed al Tasso ; brevemente , ad ognu- 
no: e ciò sia detto con pace del Barlow, autore della Colombiade 
americana. Virgilio per me è più dio che uomo. L'armonia dei / 
suoi versi, il suo dolce, il suo patetico, il suo affettuoso, l'altezza 
anzi della sua ragione e la verità de' suoi pensieri in nessun altro 
si trovano che in lui; e se si trovano in altri, vi sì trovano sola- 
mente per brani qua e là, non sempre come in Virgilio. Qual poeta 
può mai paragonarsi a quello che fece i seguenti versi , con tanti 
altri che io ometto per amore di brevità ? 

Non ignara mali miseris succurrere disco. 

Quaesivit coelo lucem . ingemuitque reperta. 

Oh fortunati quorum jam moenia surgunt ! 

passi graviora , dabit Deus his (péoque finem. 

Ak<:h. St. 1t. , Nuofia Storie, 1 1 



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82 LETTERE DI C. BOTTA 

Vivite feUces , quibus est fortuna peracta 
Jam sua. 

Con quel che segue, che certamente nulla si può immaginare 
di più tenero, di più affettuoso, dì più patetico e nel medesimo 
tempo dì più vero in sentimento. Che dirò dì tutta la fàvola del 
Pastor Aristeus fugiens Pernia Tempe etc. , favola dal principio fino 
al fine piena del più vero, del più profondo affetto? 

Vuorella adesso giustezza dì ragione? 

Mens agitat molem, et magno se corpore miscet. 

Ella vedrà in (piesto verso spiegato in brevi e sublimi parole 
tutti i sistemi religiosi, tutti i sistemi filosofici antichi e moderai, 
sin quello dello Spinoza. Desidera ella altezza e fcurza di pensieri ? 
Senta questi versi divini: 

PeUx qui potuit rerum cognoscere causas, 
Atque metus omnes et inexorabUe fatum 
Subjedt pedibus , strepitumque Acherontis avari 

In una parola , lo scrittore più perfetto per ogni parte è, a mio 
credere , fra tutte le nazioni , e di tutti i tempi , Virgilio. Esso è 
la mia norma, il mio regolo per giudicare degli scritti altrui ; più 
al suo fare si avvicinano , più gli pregio ed amo ; più se ne aUoor 
tanano , e meno gli pregio ed amo. Amo Dante quando somi^a 
Virgilio ; il che gli accade non di rado , e ninno il somiglia con più 
profondità di sentimento (anzi in non pochi luoghi Tuguaglia), che 
il grande fiorentino poeta : ma Virgilio è sempre Virgilio, mentre 
Dante non è sempre Dante. Petrarca è quasi sempre virgiliano, 
ma non con uguale profondità di sentimento. 11 Tasso ha sovente 
il pensiero del poeta latino , e nissuno più di Torquato a lui si 
avvicina per affettuosità d^animo *, ma guasta spesso quel sublime 
patetico con concetti ricercati. 

Da tutto ciò che sino a questo punto scrissi , ella può fare 
stima , signor Greeue carissimo , del mio parere intorno agli scrittori 
italiani , e dello stomaco e sdegno che mi fanno coloro che , vili 
servi della scuola di madama di Stàel, sciorinano sentimenti spre- 
muti a forza di lambicco. La presente nostra non è età di senti- 



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A 6. W. GREENE 83 

menti né di affetti veri , ma di lambicchi , di furori , e sto per 
dire di un inesorabile acciaio. Alfieri solo si alza sopra il duro ed 
insensibil volgo degli scritteri , e si alza perchè per verità e per 
profondità dì sentimenti imita ed emola Virgilio. 

Ora , signor mio , i generi dello scrivere italiano sono tanti e sì 
diversi , che se volessi stendermi a parlare lungamente dì ciascun 
di loro , non la finirei così presto ; e già mi sento stanco dallo scri- 
vere. Le dirò solamente che per la storia , così pe' pensieri come 
per lo stile , antepongo a tutti Machiavelli; e Segni pei pensieri e 
Guicciardini; pel didascalico Galileo e Redi; per le novelle ornate 
il Boccaccio ; per le familiari quelle dì Franco Sacchetti , con le 
commedie del Machiavello e del Firenzuola , e con la vita ancora 
di Benvenuto Cellini. Là è tutto l'atticismo , il vero fiorentinismo delia 
lingua italiana , cui certi Lombardi , parte per invidia e gelosia , 
parte per ignoranza , han preso a schifo ed a screditare : dare ad- 
dosso al fiorentinismo è un distruggere la lingua italiana. Per la 
satira mi garba più d^ognuno il Menzini , pei drammi per musica 
Metastasio ec. ec. 

Ho cercato ma non trovato quel mio scritto sulle opinioni del 
sig. Sismondi intorno ad Alfieri : andai da' librai Rey e Gravier , 
che ne avevano fin dal principio molte copie : mi dissero che lo 
cercheranno , e se lo trovano , me lo manderanno. Se mi capita , 
sarà pel mio signor Greene , ed il suo signor suocero potrà por- 
targliene. 

Mi saluti , di grazia , il sig. Niccolìni , Capponi ed Airoldì , e 
dica bene loro quanto mi stimi fortunato di vivere con buon concetto 
neila memoria loro. 

Non conosco di persona ma per carteggio un gentil signore, 
che abita Firenze , per nome Giuseppe Pellegrini , avvocato. Gli 
sono grato per alcune sue opere da lui cortesemente mandatemi , 
e tra le altre cose su Girolamo Segato, scopritore di un artificio atto 
a rendere le materie animali di durezza lapidea. Se mai le acca- 
desse di vedere c[uesto signor Pellegrini, la pregherei di salutarlo 
io mio nome. 

Resta che io mi raccomandi nella buona grazia della signora 
Greene , e di nuovo dica ^d ambedue quanto io sia loro affezio- 
nato e pronto ad obbedire ad ogni loro comandamento. ^ 

Carlo Botta. 



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84 LKTTERK DI C. BOTTA 

VI. 

Al Medesimo. 



Parigi, 40 giugno 4836. 
Rue de Vemeuil, N.* 47. 



Signor Greene carissimo. 



Godo sommamente che ella abbia a grado i miei pensieri intomo 
agii scrittori italiani. Così pure fosse conosciuto da tutti quel can- 
dore del fare italiano ! ma non è; molti lo bruttano per impotenza, 
molti più per ambizione e per farsi scorgere. Quanto a me, io 
sempre ho creduto , e vieppiù credo , dappoiché vedo i mostri die 
vanno attorno , che i veri rappresentanti del fare italiano siano 
Virgilio in ogni sua cosa ; Dante , quando non è teologo lambiccato 
partigiano feroce ; Petrarca , quando non è provenzale -, Tasso , 
quando non è ricercato; Sanazzaro quasi sempre ; Raffaello d^rbino 
in ogni sua opera ; Paisiello pure in ogni sua opera. Perfezione di 
disegno , grazia , eleganza , verità nobile dMmitazione degli atti e 
passioni umane, tutto in loro si ritrova; e chi da essi si scosta, 
guasta e disnatura il tipo italiano. In proposito di Paisiello, varrommi, 
anche in cospetto di un'americano, di un testimonio americano. 
Quel grande compositore , il quale è Tanima più musicale che mai 
si sia spiccata dal grembo di Dio per venire in questo mondo , aveva 
mandato, essendone richiesto , a Carlo Coxe , americano, scritti di 
proprio pugno gli spartiti dei Giuochi di Agrigento , della Serva pa- 
drona , deUa Bidone e della Fedra. Coxe ^ rispose le seguenti 
parole in francese, da Napoli, ai 25 d'ottobre del 4815. 

« Tai eu Thonneur et la grande satisfaction de recevoir , il y a 
« deux jours, votre chére lettre avec les diverses pièces de musique 
« originale de votre composition ; j'ai voulu vous en temoigner mes 
a sincères remercimens sur le champ , mais une forte indisposition , 
« qui «me tenoit au Ut , m'a empéché de remj^r mon devoir. 11 
<( sera avec un vérìtable plaisir , que je presenterai aux yeux de 
« mes compatriotes du nouveau monde ces pièces precìeuses . écrites 



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A G. W. GREENE 85 

« par les mains mémes du grand homme , la renommeé du quel 
« a été si justement repandue dans tous les pays civilisés ». 

Tali erano i sentimenti del sig. Cose , i quali credo fossero a 
quel tempo graditi in America. Adesso poi non so, perchè anche 
dì là son venute di moda , così in letteratura come in musica , le 
cose ispide. Ella troverà la lettera del Coxe in un libro stampato 
a ìfilano nel 1833 , opera del conte Folchino Schizzi, ed intitolato 
Della vita e degli studi di Giovanni PaisieUo, Ella potrà leggere , e 
forse leggerà per l'importanza che dà alle mie baie , una lettera 
che, per conmiissione ed in nome della gioventù torinese, io distesi 
nel mese di febbraio del 4794 per essere indirizzata, come vera- 
mente fu , a Paisiello. lo la scrissi e sottoscrissi , e molti altri giovani 
e donne di Torino, amatori della divina musica del tarantino Ànfione, 
la sottoscrìssero, com'ella potrà vedere nel suddetto libro stampato. 
Ella s'accorgerà leggendola , che a quel tempo il mio stile era an- 
cora mal fermo, e quasi sto per dire balbettante; ma pure ci 
ravviserà, credo, già un'ombra, un germe del mio fare. Quanto 
scrissi allora il trovo ancor vero , anzi più vero oggidì ; e pure or 
fa più di quarant'anni che lo scrissi. Ciò vuol dire che morrò 
nell'impenitenza finale; e perchè l'impenitenza sia più piena, vo- 
glio che al mio punto di morte si recitino i versi del postar Ari- 
stetis di Vii^Uo , e mi si suonino alcuni pezzi della Pazza d'amore 
di Paisiello : saranno gli uni e gU altrì per me anticorrìeri delle 
melodie celesti. Chi non m'intende non è degno di esser uomo, non 
che italiano, e beva puj*e all'onde della barbarie. 

Ella desidera che io gli additi le cose stampate nei giornali o 
altrove sulle mie opere. Per verità, furono date in luce non poche 
chiacchiere su questo proposito , massime quando comparve la mia 
Stona d'America , che levò un gran rumore : poi quelle buone 
anime dì Modena stamparono un grosso zibaldone di scritti sulle 
mie Storie d'Italia, ma io non me he ricordo, né so dove adesso 
siano. 

Ho caro che ella applichi l'animo alla traduzione della mia Sto- 
ria dei Popoli d'Italia. L'awertisco non pertanto, che questa è 
opera fatta in moltissima fretta , e che non ha avuto né potuto 
avere la lima. Bastarà dirle che fu da me scritta in tre mesi , cioè 
un volume al mese, e fu stampata sulla brutta copia, per modo 
che non le feci altre correzioni, che alcune pochissime sulle pro- 



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86 LETTERE DI C. BOTTA 

prìe bozze delle stampe. Cosi volevano allora i tempi molto tristi 
per me , e il bisogno mi fé trottare , come fa trottar la vecchia. 
Badi bene a tradurre sull'edizione dì Parigi ^ perocché le traduzioni 
italiane sono state sconciamente cincischiate dalla censura. Avverta 
finalmente, che il re Vittorio Amedeo II di Sardegna non mori già 
nel castello di Rivoli , come dice lo scritto , ma bensì nel castello 
di Moncalieri. Io dimenticai le condizioni della pace di Costanza, 
che terminò la guerra tra la lega lombarda e Timperador Federi- 
go : sarebbe bene che ella le intromettesse nella sua traduzione. 
Ella molto mi onora col volervi aggiungere una dedicatoria per 
me. Sarebbe buttar via a posta gioie preziose , se non Faccettassi : 
ma la faccia da assennato Americano , voglio dire senza lanciar 
campanili : parli della nostra amicizia caldamente , delle mie opere 
modestamente. 

Fare un* edizione compita di tutte le mìe opere, com'ella ac- 
cenna, mi par che senta non poco dì millanteria : quell'opera ùmnia 
mi spaventa. Pure la farei piuttosto per rispetto de'miei figliuoli , 
che per altro; ma ella sa se si può trovare uno stampatore che 
stampi , ed un librajo che faccia stampare opere italiane , se l'au- 
tore non dà mano alla borsa e non ci rimette del suo : eh' io poi 
ci metta l'unguento e le pezze, sarebbe cosa pur troppo soverchia, 
se mi dà l'animo di tentarla. 

Intendo con sommo piacere della scoperta di alcune composi- 
zioni inedite del Tasso. Bisognerà guardar bene all'autenticità; che 
mi sembra un gran fatto che siano state ignote sinora. Che non 
siano gli amori del Tasso del Compagnoni , i quali a Ginevra fu- 
rono bevuti come autentici. Eppure la bella prima lettera dataci 
come del Tasso , cominciava per questa parola brucio , come dire 
ardo (Tamore ; il che avrebbe dovuto avvertire ognuno , che quella 
lettera , come tutte le altre , non erano opera dì quel sublime ed 
infeUce poeta : ma in Ginevra , ed anche in Italia a quei tempi ed 
anche ai nostri, si beveva e sì beve assai grosso in materia di lin- 
gua. Evviva la maccheronèa ! 

Caro signor Greene, scusi il cinguettio; mi raccomandi alla 
moglie , mi saluti i signori Capponi , Airoldì e Nicoolini , con quel 
taciturno Resini , se le capita di vederlo ; e mi voglia sempre di 
quel suo ben benone assai. 

Carlo Botta. 



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A G. W. GREENE 87 

Quando mi favorire di sue lettere, faccia la soprascrìtta alla 
Rue de Vemeuil, N.* 47 , essendo venuto abitare dal N.** 30 al N.* 47 
della medesima contrada. 

L^egregio scultore americano (\) mi favorì d'una visita, or è più 
d^un mese ; poi non Tho più veduto. 



VH. 



Al Medesimo 
Firenze. Parigi 5 agosto 1836. 

Rue de VemeuU, N." 47. 
Caro signor Greetie. 

Io bo mutato casa non già per caprìccio né per amor di no- 
vità , ma per maledetta necessità. Al N.^ 30 stava sopra di me un 
veccluo cattivo, e, credo, mezzo paszo, ma della più maligna 
spezie di pazzia , il quale si dilettava di non farmi dormire con 
fare tutta la notte un romore immenso. Se tutte le streghe del 
mondo per far le loro tresche e ballare i loro balli si fossero adu- 
nate sopra il mio capo , non vi avrebbero fatto maggior frastuono. 
Adunque per fuggire quel Belzebù , mi fu forala scasare , e me ne 
venni al N.^ 47 ; dove sta meglio , ma non però cos^ bene , come 
in casa gesuitica. 

Pur troppo ei ben s'appone , caro signor Greene. La trascen- 
denterìà s'è accompagnala ia Italia colla romanticerìa ; caso che 
mi fa gran maraviglia nella patrìa del Machiavello. Spero che non 
durerà, e che il ohimerizzare verrà fHresto in fastidio agl'Italiani. 
Dico della trascendenterìa ciò che disse Monti della romanticerìa. 
Interrogato che cosa pensasse della romanticerìa , dopo breve pausa 
rispose: La romantìceria non è già epidemia^ ma bensX epizoozia. 
Certamente la trascendenterìa è un'asinaggine compagna della ro- 
manticerìa^ e giorno verrà che sfumerà con lei. Intanto questi 
dottor sottili sono , come tutte le sètte , superbi ed intolleranti , e 
credo che ci arderebbero col fuoco , se potessero. Questo poi so 
di certo, che le lance spezzate del signor Manzoni a Milano an- 
darono coi bastoni ( son persuaso senza alcuna sua istigazione ) con- 

(4) Orazio Greenough. 



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88 LETTERE DI C. BOTTA 

tro il signor Romani, perchè credevano ch'ei non facesse delle 
opere del loro corifèo quella stima in cui le avevano essi. Eppure 
il signor Romani è fuor di dubbio il primo poeta lirico dei nostri 
tempi, ed io lo metto col Filicaia e col Guidi. Ella si procuri, signor 
Greene, certe canzoni del Romani stampate a Genova, e vedrà 
eh' io dico la verità ; legga specialmente , ancorché tutte siano belle, 
quella in occasione dell' incendio dello studio dello scultore Mar- 
chesi in Milano, e sentirà maraviglia di tanta sublimità. Godo som- 
mamente ch'ella si accordi con me circa la romanticeria e la quin- 
tessenzeria. Quanto a me, è peccato vecchio e morirò nell'impe- 
nitenza finale. Sono più di vent'anni che ne muovo querele, 
ed ella ne potrà leggere uno sfogo in una mia lettera diretta da 
Parigi al signor Lodovico di Breme ai 49 settembre del 4846, e 
stampata nell'Antologia di Firenze, in qual numero di lei non so; 
ma il signor Vieusseux, cui la prego di salutare in mio nome, glielo 
potrà dire. In Francia i giovani hanno stabilito tre gradi di scem- 
piaggine in ragione dell'età, cui chiamano parrucca, mv/mmia sfos- 
sile. Secondo costoro, l'uomo è già scempio a trent'anni, e lo chia- 
mano parrucca; a quaranta è mummia ; a cinquanta fossile. Io pri- 
mieramente sono tre volte parrucca ^ perocché ne porto una , ed 
ho più di due volte trent'anni , sono mummia avendo più di qua- 
rant'anni , anzi fossile per averne molto più di cinquanta. Odo poi 
che presentemente si tratta di abbassar l'età per ciascun grado , 
per modo che l'uom sarà parrucca a 25 anni, e così sia propor- 
zionatamente per gli altri gradi. Onde, se ella mi vuol propagginar 
per mummia e sotterrar per fossile , lo faccia pure , che è tempo. 
Quanto alla parrucca , dico alla posticcia, che ho, mi dà piacere, 
perchè non morrò come Assalonne. Se la portava Gook, la posso 
ben portare ancor' io -, e mi ricordo di aver letto ne' suoi Viaggi , 
che ninna cosa muoveva più a maraviglia gl'isolani del mar Paci- 
fico scoperti da lui , che il vedere che quando ei si levava la par- 
rucca , ei portava via tutta la sua capellatura , essendo persuasi 
che quella fosse cosa naturale, e che gli Eiuropei avessero per na- 
tura la capellatura mobile. Ma se gli Europei non hanno la capel- 
latura mobile, hanno bene i cervelli mobiU. 

Ella dee sapere che il re di Svezia mi mandò, per grazia sua, 
il suo ordine della stella polare. Or sì, che fra Linneo che portò 
quelFordine, e Berzelio che lo porta , sono un bel bigatto ! Intanto 
se costì sono, come qui , caldi smisurati , io le manderò parte delle 



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A G. W. GREENE 8$ 

mie brine per rinfrescarla , posoiachè la prefata stella me ne portò 
buon dato dall'orsa, che tanto la vagheggia. 

Mi saluti la buona mogUe, ed il signor Niccolini, ed il marchese 
Gino , quando lo vedrà. Il vivere nella loro memoria è uno dei 
mìei m votìf de' più ardenti. Sono tutto suo, secondo il solito, o 
mi farà sommo piacere ogni qual volta mi scriverà. 

Carlo Botta. 



Vili. 

Al Medesimo 
Firenze. Parigi, 5 ottobre 4836. 

Rm de Verneuil^ N»** 47. 
Caro signor Greene. 

Rispondo un poUardi alla gratissima sua del 44 scorso; perchè 
a cagione dei tempacci che fa, fui assalito da una febbre^ che 
durò parecchi giorni : ora mi ha lasciato, ma molto conquassato e 
debole, e tuttavia le scrivo dal letto. Quanto peraltro alla mia ve- 
scica , ella è sempre in poco buono stato. In somma , sarà quel che 
Dio vorrà. 

La persona che scrìsse quella mìa difesa è il signor Aurelio 
BianchMSiovini , direttore della stamperìa di Capolago. lo non lo 
conosco personalmente, ma per bontà sua prese ad amarmi , ed 
era molto amico d'un mio antichissimo e caro amico, che morì in 
esìlio, due anni sono, a Roveredo nei Grigioni. Se l'opera dì cui ella 
mi parla è antica , io l'ho *, se moderna, no 

La carica di rettore in Francia non è già impiego letterario , 
ma bensì di soprawigilanza sopra tutte le facoltà , collegi e scuole 
dell'Accademia; e sono tante accademie quante le corti reali, e 
tutte sono rette coi medesimi ordini. Oltre a ciò, il rettore , che è il 
capo di tutta l'Accademia, ha il carico di far pagare i diritti uni- 
versitari imposti per legge agli studenti , ed ai direttori delle pen- 
sioni particc^ari. 11 termine di università signìflca il complesso dì 
tutte le accademie: gli statuti sono stampati, ed ognuno se gli può 
procurare. \ 

Arch. St. It. , Niuffu Serie. i a 



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90 LETTERE DI C. BOTTA 

La mìa memoria sulle commedie del Goldoni è già un po' vec- 
chia e logora. Nondimeno le (Uro che, per quanto mi posso rìcor^ 
dare, La bottega del caffè, Il bugiardo, La vedova scaltra , D ma- 
trimonio per accidente, Le tre Pamele, principalmente la prima, 
tre quattro in versi di cui non mi sovviene il nome , scritte in 
dialetto veneziano ,^ Il Tederò brontolon ed i Pettegolezzi delle 
donne mi sembrano di tutta bellezza. Ve ne sono certamente delle 
altre, ma mi manca la memoria. 

La mia risposta a Paradisi e Lucchesini, credo che sia stata 
fatta stampare dal nostro Resini, il cui silenzio verso di me (si- 
lenzio che non comprendo) mi addolora. 

Faccia, di grazia, le mie salutazioni a quei dotti e cortesi uo- 
mini che si ricordano di me. Mi raccomandi alla memoria delia 
buona moglie, e m^abbia sempre pel suo 

Carlo Botta. 

P, S. Ieri ebbi nuove del mio figliuòlo Paolo Emilio, il quale 
nel mese di luglio era al Cairo, occupato in far le sue casse pel 
museo di storia naturale. Ora è a Dijdda in Arabia. 



IX. 



Al Medesimo 
Firenze. Parigi , 6 ruwembre 4836. 



Mio caro signor Greene. 



Ruede Vemeuil, N.' 47. 



Ella mi ha tutto consolato col dirmi che mi terrà credenza 
sulle cose da me di me dettele o scrittele. Tanto m'aspettava ap- 
punto dalla sua cortesìa e buona amicizia per me. Fra le esorbi- 
tanze moderne , nissuna io detesto più che quella delle biografìe dei 
viventi. Questa peste è nata principalmente in Inghilterra, poi ve- 
nuta e cresciuta a dismisura in Francia. Ewi in questi paesi gente 
che vende il nome degli uomini celebri per empiere il borsetto: traf- 
fico infame ! Grande maestra di queste impudenze è quella femmina 
da di lady Morgan. Ne' suoi libracci, intitolati Tuno Francia^ l'al- 
tro Italia, scrisse a dilungo tante insolenti ciancianfere sugli uomini 



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A G. W. GREENE ^ 91 

privati e sulle famiglie , che sarebbe stato bene di farle portar la 
raitera sulla piazza. Parlò delle calte , della fante , delle scarpe 
delle famìglie che cortesemente l'avevano accolta in casa ; tanto 
poi farneticò sulla interiore economia della casa del celebre Gre- 
goire, che Tavea ammessa a tutta famigliarità e trattata con tutta 
amorevolezza , che fu forza andare dal ministro della polizia , il 
quale era allora il signor de Gager , affinchè quell* ingiurioso passo 
non venisse stampato nella traduzione francese. Queste sono le pro- 
dezze dei biografi dei viventi. 

Io non conosco la recente opera del signor Guerrazzi (4). Cer- 
tamente il soggetto è non poco geloso ; e se ci ha messo i fiocchi , 
sark gelosissimo. Pertanto non mi fa maraviglia se ha fatto arric* 
ciare il naso al governo. 

Sono lìbero della febbre e della soccorrenza che mi tormenta- 
rono per tutto ottobre, ma rimango con molta debolezza. M'alzo, 
passeggio per la camera , ma non esco ancora di casa , così per 
detta debolezza , come pei tempi sinistri. Mi saluti , di grazia , il 
marchese Gino ed il signor Niccolini , ai quali quanto più penso, tanto 
più mi onoro di avergli pir amici. Metta poi su, se fìa possibile, 
un grand'aflTetto di più, e con tale soprappiù mi saluti la genti- 
lissima sua moglie. Sono il suo , al solito , di tutto cuore. 

Sw> buon servitore ed amico 
Carlo Botta. 



X. 



Al Medesimo. 

Firenze. Parigi ^ 6 febbrajo 1837. 

RuedeVemeuil.ì^.'' k7. 
Caro il mio signor Greene. 

Sommamente mi dispiacque il sentire che due così bei lumi 
siano stati oscurati da una flussione. Ora, la Dio grazia, si sono 
rasserenati; e perchè non perdano di nuovo il loro splendore, gli 
faccia baciare sovente dalla signora Greene , che sarà la più bella 

{A) V Assedio di Firmae. 



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92 tETTERE DI C. BOTTA 

e più proficua medicina che possa farsi; oltre che non bisognerà 
tanto logorarsi nel leggere i libracci. 

Se il tempo imperversa in Firenze, la fa da matto anche di 
più in Parigi. 11 perchè più di mezzo Parigi ha la cocchina, che 
qui chiamano grippe. ÀnchMo Tho'in questo momento, ma molto 
benigno e senza febbre; mangio, bevo, passeggio fuori di casa 
secondo il solito. Solamente tosso e sputo farfalloni , come la vecchia 
del Boccaccio. 

Mi maraviglio che alcuno abbia potuto credere in lUifia, che 
io scrivessi nel giornale che si stampava in Parigi sotto fl titolo 
dUtcdiano, Mi pare che quello non sia né il mio modo dì pensare 
né il mio modo di scrivere. Oltre di questa enorme discrepanza, 
mi fu fatto torto credendo ch'io potessi aver parte in un giornale, 
che scrìsse di Monti le seguenti parole : M(mH, cui il disprezzo solo 
scUva dalX infamia. Io non sono uomo dì risse né di rabbia né di 
furore, e, credo, neppure d^nciviltà. Del resto, mi si dice che quel 
giornale é andato a monte, e non continua più. Anzi mi venne 
assicurato che gli autori si sono rotti fra dì loro , accusandosi vi- 
cendevolmente di spia; il che, pm, nott so se sia vero. 

Mi saluti con ogni più intenso affetto il Capponi ed il Niccolini. 
Godo intiiAamente nell' intendere che presto vedremo qualche parto 
dei loro nobili ingegni, lo ne sono contentissimo, perchè mi aspetto 
da loro cose nuove e positive, non scimiate ed entelechie. Sono 
uomini che pensano da sé , e non prendono le imbeccate d^oltre- 
monti : cosa rarissima e quasi incredibile ai tempi nostri in Italia; 
perchè se il Dio Stercuzio vi andasse d'oltrementi, vi si adorerebbe, 
credo, il Dio Stercuzio. 

Il mio buon Scipione sta di casa a Torino , stradale del re, casa 
Sacivere, ed é graveur. 

Va bene che la signora Greene si ricordi di me ; io mi ricordo 
dì lei, e sempre alzo le mani al cielo pregando Dio che la faccia 
felicissima come merita. 

Buon servitore ed amico 

Carlo Botta, 



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A G. W. GREENE 93 



XI. 



Al Medesimo 

Firenze. Parigi ^ 27 morzo 4837. 

Rue de Verfieuil , N.* 47. 

Signor Greene, carìssimo amico. 

Poche e poco liete parole rispondo airaccettissima sua dei se- 
dici febbraio. La coccolina , che sulle prime parve volere scherzarmi 
intorno , mi assalse poscia con tanta forza , che mi cagionò una 
febbre grave , con tutti i malanni che con sé tira la febbre. Ora 
però va meglio ; m'alzo di letto , ma non esco ancora di casa. La 
tosse tuttavia mi tambussa, ma un po' meno. 

Non ho veduti ancora i documenti pubblicati dal Motini. 

La prego di ringraziare in mio nome il signor Wilde del buon 
concetto che ha di me ; io me ne reputo felicissimo. I suoi versi 
sono bellissimi e pieni di spirito poetico. Se poi siano in tutto con- 
formi alla verità nelle lodi che mi danno , il mondo lo potrà 
giudicare. 

Mi saluti di grazia tutti coloro che costì mi amano , e special- 
mente la gentilissima sua moglie. Viva felice ; il cielo la preservi 
dalla coccolina , e mi abbia sempre nel numero di coloro che più 
la stimano ed amano. 

Carlo Botta. 



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DEI SOCI ESTERI 

DELLA 

ACCADEMIA DELLA CRUSCA 

LEZIONE 

DETTA NEL DÌ hh APRILE 1855 

DAL SOCIO CORRI SPOIfDBNTK 

ALFREDO REUMONT 

ni AQUISttBANA 



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DEI SOCI ESTERI. 



ACCADEMIA DELLA CRUSCA 



All<H*chè, correndo Tanno 4582, cinque letterati ascritti all'Ac- 
cademia Fiorentina da Cosimo I , più forse che non per fini letterarj , 
per politici istituita , diedero principio a quella Società , che non 
molto tempo di pm prese il titolo della Crusca ; nulla appariva ne* 
gV istituti della medesima che facesse travedere quell'indole speciale 
che presto la distinse dai consessi letterarj d' Italia, i quali di mano 
in mano andavano perdendo quegli spiriti che da' Consigli dei Co- 
muni e dalle antiche logge e dalle pubbliche piazze in quelli sì erano 
come rifugiati. Allorquando poi, con incremento anziché rapido me- 
raviglioso , nove anni appresso la sua prima fondazione , codesta 
Società si accinse ad una delle più ardue imprese che si conoscano 
nella stcnria delle lettere , cioè a raccogliere il tesoro della lingua 
nazionale-, le divenne altresì necessario di assumere quella forma 
che nel seguente secolo si tolse ad imitare in Francia. L'Accademia 
Francese , da ministro onnipotente favorita , mettendo a profitto 
quelle tendenze di centralizzamento e di autorità che allora co- 
minciavano a prevalere , se ne valse a prò delle lettere , scansando 
fra breve quei gravi contrasti e le rivalità delle quali anche in oggi 
si scorgono le tracce in Italia. Se quest'Accademia riuscì in tal 
guisa a radunare i figli di Francia da ogni parte di quel vasto 
regno , i socj della Crusca furono , e dovettero essere , per lo più 
Toscani. Quando però accanto ai fondatori , e tra i primi arciconsoli 

A»CH. St. 1t. , Nuova Serie. 1 5 



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98 DEI SOCI ESTERI 

della medesima , vediamo assidersi il Guarini , a cui seguì d' ap- 
presso il Tassoni , è facile il chiarirsi come sin da principio ne fosse 
rimasto estraneo quel gretto spii'ito municipale , di cui sì spesso , 
e spesso ingiustamente, vuol darsi ai Toscani la taccia, enellelet- 
tere e nelle scienze e nelle arti. 

Trent'anni sono ormai scorsi da che Domenico Moreni pubbli- 
cava il ruolo degli antichi e moderni Accademici della Crusca (i). 
Novecento e cinque nomi si trovano in quello descritti ; e a questi 
aggiungendone pel tempo posteriore altri sessantotto , ne segue che 
la Crusca in dugentosessantatrè anni di vita, numerò novecentoset- 
tanta e tre socj di ogni nazione. Quanta parte di gloria delle lettere 
italiane risplende in questa illustre Società ! Ricchissimo di chiari 
nomi è il Secento ; nomi i quali e nelle scienze e nelle lettere 
suonano altamente, segnando delle prime i nuovi sentieri, delle altre 
mantenendo lo splendore anche frammezzo alle peggiorate polìtiche 
condizioni. 11 Galileo ci si fa innanzi, co' suoi discepoli Torricelli e 
Viviani, rigeneratori della fìlosofia naturale -, a cui prestarono validi 
aiuti, e colla dottrina e col patrocinio, Leopoldo de' Medici, Ascanio 
Piccolomini arcivescovo Sanese , Giovan Batista Rinuccini arcivescovo 
Fermano e, in tempi anche più del solito torbidi, nunzio in Irlanda. 
Numerosi siedono nell'Accademia, nel Secento come nel Settecento, 
i principi della Chiesa. Mentre ci fa maraviglia di non trovare con 
questi il Noris , salutiamo Sforza Pallavicino , tra i membri della 
Società dì Gesù insigne per dottrina e per pietà ; quale storico del 
Tridentino Concilio, più veritiero e meno pregiudicato del celebre 
Servita, a cui fecesi antagonista; nell'Arte della perfezione cristiana, 
da Pietro Giordani giudicato di profonda saviezza, di fìlosofia cristia- 
na, e di nobiltà di stile purga tissimo : quindi Ascanio Filomarino, tra 
gli arcivescovi di Napoli lodatissimo, e nella tremenda sommossa 
che dal Masaniello si nomina, unico potere che di subito non crollasi 
se; e, sul finire del secolo, Cornelio Benti voglio volgarizzatore della 
Tebaide. Non doveva mancare Paolo Segneri ; né si fanno desiderare 
i nomi di Curzio Picchena , primo tra gli uomini di stato beneme- 
riti delle lettere ; di Lorenzo Magalotti , di Carlo Dati , di Filippo 
Baldinucci , accanto al quale , unico tra i professori del disegno , 
siede Lodovico Cardi da Cigoli; di Vincenzo da Filicaia, di Carlo 



{i) Ruolo dogli anlichi e moderni Accademici della Crusca - aggiunto alle 
Lollerc di Francesco Redi. Fir. 48?B. 



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DELL^ACCADEMIA DELLA CRUSCA 99 

Strozzi , di Benedetto Buonmattei , di Michelangelo il giovine e di 
Filip]jp Buonarroti, di Francesco RondinelU, di Cosimo della Rena, 
di Francesco Redi , di Alessandro Marchetti , di Anton Maria Salvini , 
di Benedetto Menzitii ; il quale neir Accademia non ebbe ad incon- 
trare r uomo contro cui sputò tanto veleno , Antonio Magliabechi , 
il cui mancare reca qualche sorpresa, quantunque tra gli scrittori 
sia egli appena da annoverarsi. Manca il Marini, il quale collo splen- 
dido ingegno accompagnato a licenziosa immaginazione tanto nocque 
alla poesia del suo paese e degli altri ; ma al pari di lui mancano 
il Ghiabrera ed il Testi. 

11 Settecento, secolo anche in Italia dUmmeusa quanto varia at- 
tività, di movimento degli spiriti non meno grande dei politici cam- 
biamenti che in esso seguirono, secolo in cui venne meno alla To- 
scana quella protezione di cui la casa dominante mai non fu parca 
anche nei tempi men felici agli studj d^ogni genere ; — il Sette- 
cento negli annali della Crusca fa bella mostra di sé, sia che ai 
nomi toscani si guardi, sia che quelli si adocchino ond^ hanno il 
vanto altre parti d' Italia. Dei primi troviamo Niccolò Forteguerri , 
Giovanni Bottari, Salvino Salvini, Antonio Cocchi, Giovanni Lami, 
Francesco Vettori, Bernardo Tanucci, Giuseppe Agostino Orsi , An- 
tonio Martini , Scipione de' Ricci , il Padre Ildefonso di San Luigi , 
Domenico Maria Mannì , Angelo Fabroni , Angelo Maria Bandini , 
Giovanni Targioni-Tozzetti , Lorenzo Guazzosi , Marco Lastri, senza 
contare il Gigli , causa pur troppo di scandali ; — $i quali nomi , 
benché di valore diversi , sarebbe presunzione lo aggiungere epiteti 
ragionando ad un consesso di Toscani. Le altre italiane provincie 
poi somministrarono il Maffei , il Muratori , il Metastasio, il Fonta- 
nini , lo Zeno , i cardinali Annibale Albani , Passionei , Quirini e 
Gerdil, il doge Foscarini, il Varano, il Grandi, il Frugoni, il Maz- 
zuchelli, il Paciaudi , il Manfredi , Raimondo di Sangro San Severo, 
Gastone della Torre Rezzonico , il Lampredi , il Lanzi , il Denina. 
Il non trovarsi il nome di Vittorio Alfieri tra i componenti una 
Società contro la cui soppressione per opera di un sovrano e socio , 
egli inveì con si eloquenti parole ; soppressione né dalla scemata 
operosità né dalle mutate tendenze del secolo giustificafta (4), anzi 
per quest' ultimo rispetto di vie peggiore consiglio , più necessaria 

(4) G. B. Zarrori, Breve storia dell'Accademia della Crusca (AIU dell'AC- 
cademia , Voi. I , pag. xvii ). 



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100 DEI SOCI ESTERI 

essendo TAccademia , quanto più disadorno e meno italiano , più 
quasi per ostentazione che per effetto di trascuratezza , face^asi lo 
scrivere ; — il non trovarsi , ripeto , il nome dell'Alfieri , è colpa 
deir immatura morte che non gli permise di assistere al rinasci- 
mento di questa conservatrice dell^ « idioma gentil, sonante e puro ». 
Se poi non incontriamo tra i socj né il Vico, né il Giannone , né il Gol- 
doni, né il Beccaria, né il Filangieri, né il Parini, né Gaetano Marini , 
né il Tiraboschi , né Gaspero Gozzi , né TAlgarotti , è facile , quanto 
ad alcuni di essi , il ravvisarne le ragioni , mezzo tra letterarie e 
personali ; laddove poi altri non sarebbero a desiderarsi nella Crusca 
rinata, che più dell'antica ha indole d' universalità , in ciò ch'ella 
raccoglie le glorie letterarie d' Italia , quand' anche né volesse né 
potesse ammetterne o legittimarne le massime o la pratica nelle cose 
della lingua o dello stile. 

Una tale modificazione si fa di subito manifesta a chi passi a 
rassegna i socj inscritti dopo il 4809. Nel registro de^ illustri defunti, 
non troppi si cercano invano tra i bei nomi del nostro secolo, che 
vennero scelti con molto accorgimento nelle varie regioni del cam- 
po vastissimo della scienza. Incontriamo finanche degli antesignani 
d' opinioni non sempre coli' operare dell'Accademia concordi. Tra i 
poeti e gli scrittori di letteratura e di filosofia , troviamo il Monti 
e il Pindemonte , il Giordani e il Gioberti , il Bagnòli e lo Strocchi, 
il Leopardi e il Giusti ; tra i filologi e storici , il Cesari e il Colombo, 
il Galeani Napione e il Grassi , il Puoti e il Fiacchi, il Follini e Cesare 
Lucchesini , il Rosmini e il Baldelli , il Botta e il Balbo , il Mai e 
il Mezzofanli ; tra ^ antiquari , il Visconti e il Zannoni , il Sestinì 
e l'Avellino , il Micali e il De' Rossi ; tra i bibUografi , il Morelli e 
il Moreni ; tra gli scrittori di matematiche, d' astronomia , d' idrau- 
lica , d' economia , Giovanni Inghirami , il Fossombroni , il Pagnini 
e il Mengotti : ai quali , tra gli uomini di stato benemeriti e dì culto 
ingegno, conviene aggiungere Francesco Melzi d'Eril, Neri Corsini, 
Leonardo Frullani. Dei viventi mi é forza tacere. Ma non posso già 
passare in silenzio l'attiva cooperazione mai sempre aUa Crusca ve- 
nuta dalle nobili famiglie fiorentine; cooperazione che, quand'anche 
vogliasi fare la dovuta parte all'antico vezzo de' titoli accademici, 
non può non tornare in somma lode delle medesime, per essersi 
mostrale sì tenere dell'avita lode di cultura della Toscana nobiltà. 
Senza contare la casa già regnante , la quale nei Cardinali Carlo e 
Leopoldo, in Cosimo III col fratello e co'suoi due coltissimi figliuoli, 



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dell'accademia della crusca 401 

e in altri del suo sangue mandò sedici socj all'Accademia; annove- 
riamo diciotto dei Capponi , quattordici dei Bardi , tredici degli 
Strozzi , dodici dei Rinuccini , undici degli Albizzi e dei Corsini , 
dieci dei Salviati , degli Antìnorì e dei Guadagni. Non mancano i 
D'Elei, Gondi, Della Gherardesca , Panciatichi , Rucellai , Pucci, 
Segni, Della Stufa, Cerchi, Magalotti, Giraldi, Ricci, Corsi, 
Ricasdi, Ginori, Niccolini, Canigiani ed altri. I Corsini diedero 
all'Accademia l'unico pontefice, Clemènte XII, che alla medesima 
abbia appartenuto , e i due Cardinali Neri il vecchio e il juniore , 
benemeriti della Chiesa , dello stato e delle lettere. 

È agevole il figurarsi che pochi dovevan essere ^ stranieri insi- 
gniti del titolo di Accademici della Crusca , vietandone ai più l'accesso 
si lo scopo della medesima, come le moderne costituzioni. Contutto- 
ciò, l'Accademia ebbe a cuore di emulare la nobile ospitalità che è 
antico retaggio della Toscana. Dal 1 582 in qua , sessantanove forestieri 
ebbero siffatta distinzione. Tra questi, una buona meth, vale a dire 
trentasette, appartengono alla Francia, sedici alla Germania, sei 
all'Inghilterra, quattro ai regni Scandinavi, due alla Polonia e ai Paesi 
Bassi , uno allrf Spagna ed un altro alla Grecia. Da tutte le Accade- 
mie , qualunque si fossero , vennero fatte nomine per complimento : 
riguardo agli esteri però non ravvisiamo nell'antica Crusca quest'uso 
se non se in rari casi , essendo per lo più l'elezione legittimata per 
i servigi resi agli studj anche dai non letterati. La nomina , neH661 , 
dell'Arciduca Ferdinando d'Austria conte del Tirolo , onorava il fra- 
tello uterino della Granduchessa Vittoria, sposo di una delle figliuole 
di Cosimo H. Nel 4 737 , appena estinti i Medici , la Crusca fu so- 
verchiamente larga di diplomi ai nuovi padroni. Non solo accolse 
il Principe di Craon , Marco di Beauvau , capo della reggenza un 
mese dopo la morte di Gian Gastone^ cui giovane il Leibnitz chia- 
mò principum decus (1) ; ma anche al figlio di lui , Carlo Giusto di 
Beauvau , decretò gli onori della nomina ; e nel giorno medesimo , 
quasi non bastasse, elesse quel generale Barone di Wachtendonk, 
che con le armi tedesche occupava Livorno pel nuovo regnante , 
e di cui la storia della Corsica, insorta contro a' suoi oppressori, 
non racconta eroici fatti. Nel 1749 troviamo il nome di Emanuele 
di Richecourt, conte Lorenese. Già membro il più capace, poi sin da 



(4) Leibnitz al Magliabechi , In Clarorum Germanorum ad A. Magliabechium 
Eptstolae. Fir. 1745. 



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402 DEI SOCI ESTERI 

quell'anno preside della reggenza , egli fu uomo di vana fama per 
le innovazioni tentale ed in parte eseguite , che vuoisi considerare 
come preparatore di quel tramutamento degli ordini amministra- 
tivi ed economici della Toscana, che fu poi condotto a compimento, 
con liberale assolutismo, dal figliuolo del suo signore. Anche al 
ministro e maggiordomo di Pietro Leopoldo, Francesco Conte di 
Rosenberg Orsini , la Crusca diede accoglienza nel 4 767 , siccome 
quattr'anni di poi ammise il conte Antonio di Thurn e Yalsasàna , 
Tenente-Maresciallo Austriaco e Colonnello d'un reggimento Tosca- 
no , il cui fratello maggiore aveva avuto ufficio di maggiordomo det- 
r Imperatore-Granduca. Mentre così aprironsi le porte a tre mini- 
stri di estere nazioni , esse rimasero chiuse ad un loro collega Ita- 
liano , il quale tra il Richecourt ed il Rosenberg tenne le redini 
dell'amministrazione nel Granducato. Né di ciò vorremo dolerci, 
pensando ai fatti di Genova, dove il maresciallo Antonio Botta- 
Adorno colse ben altro che allori', e al mal governo che egli fece 
della Toscana : la quale verso la metà del secolo non viveva giorni 
felici, stante Tassenza del sovrano ^ la popolazione all'estremo sce- 
mata , le angustie derivanti anche dalle guerre di tìermania , alle 
quaU partecipava in modo men libero che non allora che i prin- 
cipi Medicei combattevano nelle aspre battaglie della guerra dei 
trent'anni. 

Se tra gU Accademici troviamo nel 4670 il Cardinale de Retz, 
nel 4706 il Cardinale d'Estrées, nel 4749 il Cardinale Fleury , 
nel 4727 il Cardinale de Polignac, nel- 4772 il Cardinale de Ber- 
nis , oltre a quell'alta dignità , vuoisi aver l'occhio anche ai meriti 
alle pretensioni letterarie dei medesimi , i quah , eccettuatone il 
primo che ne sarebbe stato ben degno , appartennero ancora all'Ac- 
cademia Francese. Di fatti , non poco splendore del Cardinalato 
Francese , se non nelle cose della Chiesa , almeno negli affari di 
politica , è come concentrato in quei nomi. 11 terzo dei Gondi che 
occuparono la sede arcivescovile di Parigi , in Italia ben noto per 
aver assistito a tre conclavi ; il partigiano irrequieto della così detta 
Fronda , ambizioso , intrigante , volubile , petulante , spiritoso ; av- 
vedutosi pur troppo in vecchiezza della vanità a cui tanto aveva 
sagrificato , compose quelle memorie che sono il ritratto così vivo 
dell'uomo: memorie che il Voltaire diceva scritte con un'aria di 
grandezza , con una impetuosità di genio e una mancanza d'armo- 
nia , che sono l' immagine della vita menata dall'autore. Cesare 



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dell'accademia della crusca 103 

d'EstréeSj.cui Clemente X innalzò alla porpora, durante il suo 
lungo soggiorno in Roma ebbe negoziati rilevanti quanto spinosi , 
de' quali lasciò scrìtta la storia. Se nei disgusti di Luigi XIV con 
Innocenzo XI , per le contese nate dalle franchigie diplomatiche , 
egli si mostrò francese più che non piacesse a Roma , a Roma non 
mancò di giusta lode per lo zelo nel promuovere il bene della Chie- 
sa, e per la dottrina, la facondia, la grazia nel ragionare e nello scrì- 
vere, che nella Francese Accademia fruttarongli Felogio del D'Alem- 
bert. Non parlo della lunga vita politica di Andrea Ercole di Fleury , 
giacché questa s' immedesima coi primi vent'anni del regno di 
Luigi XV. Della vita letteraria di lui non trovasi che dire , perchè 
il precettore del giovine re , vescovo e cardinale , membro delle tre 
maggiori Accademie di Francia , non lasciò veruna scrittura. Non 
così avvenne di Melchiorre di Polignac , in quel tempo splendidis- 
simo ambasciatore a Roma , dove la grande scalinata della Trinità 
de' Monti ricorda il suo nome a chi sale a godere la meravigliosa 
veduta del Pincio. Oratore eloquente nel latino idioma come nel 
suo materno , autore dell' Antilucrezio , a cui , molti anni dopo la 
sua morte , toccò l'onore di un volgarizzamento italiano , egli fu 
mecenate ricolmo d'onori letterari ed erede del seggio accademico 
di prelato maggiore di lui , di Giacomo Renigno Bossuet. Ultimo tra 
i Cardinali Francesi incontriamo Francesco Gioacchino di Bernis , 
le cui galanti poesie , ammirate da Madama di Pompadour , non 
semltt'aVa dovessero spianargli la via alla romana porpora; della 
quale , per ciò che spetta a letteratura , si sforzò di mostrarsi non 
indegno col poema , oggi dimenticato , della Religione. Bersaglio di 
strani contrasti della vita, anche in vecchiaia il Remis provò l'in- 
costanza della fortuna. Spogliato dalla rivoluzione d'ogni suo avere, 
egli scese nella tomba in quella chiesa di San Luigi de' Francesi , 
dove tante volte era comparso nella duplice grandezza di cardi- 
nale e di ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, la quale 
un d\ lo scorse affaccendatissimo nella guerra dalle Corti Borbo- 
niche mossa alla Società di Gesù. 

Non metterei tra gli Accademici esteri il nipote di Mazzarino, 
Filippo Giuliano Mancini Duca di Nevers , se egli , nato a Roma , 
pel genere di coltura e per gli scritti, lodati da Voltaire, non fosse 
da (on tarsi tra i Francesi. Moltissime relazioni però egli ebbe in 
Roma , dì cui abbellì la strada maggiore per quel palazzo detto in 
séguito dell'Accademia di Francia , e dove viveva la sorella ; quella 



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104 DEI SOCI ESTERI 

Maria MaocÌDi, moglie dei conestabile Lorenzo Coionna, troppo nota 
per le sue bizzarrie ed avventure. Altro duca francese ci si fa in- 
nanzi , Luigi Francesco di Richelieu , prode e fortunato guerriero , 
abile diplomatico , cortigiano ammirato ai tempi di Luigi XV, e ai 
nostri ancora eroe di drammi e di romanzi non troppo informati di 
buon costume. Allorché nel 4 748 questo , come il Muratori lo chia- 
ma (4) , « personaggio dì rara attività e di mente vivace ì> , dopo 
di aver a consolato Tafflitto popolo Genovese » , venne eletto a mem- 
bro deir Accademia Toscana , egli già da diciott'anni apparteneva 
aQa Francese , ed era stato ascritto a quella delle Iscrizioni , quan- 
tunque , come si diceva , altro non avesse composto se non dei 
biUetS'doux. È questo il solo Maresciallo di Francia die incon- 
triamo nel nostro ruolo , dopo il troppo famoso Maresciallo d^Ancre, 
Concino Concini , già fin dai prìmordj , cioè nel 4589 , Accademico 
col nome del a Molle i^j molti anni prima che la fortuna inganna- 
trice lo conducesse a grandezza non isperata e a subitanea rovina. 

A più di un estero venne concessa la doppia distinzione di 
rappresentare il proprio governo presso quello di Toscana , e di 
sedere tra i toscani Accademici. Così , senza contare varj diploma- 
tici italiani e nunzj apostolici , avvenne nel 4 71 di Arrigo Newton 
ministro della Regina Anna, nel 1720 del Marchese De la Bastie 
che rappresentava Luigi XV , nel 1 768 di Giorgio Nassau Clavering 
conte di Cowper, inviato di Giorgio IIL Se il Newton , col ristabi- 
lire la buona intelligenza tra il governo di Cosimo III e la corte dì 
San Giacomo ^S) acquistò meriti , se non coli' Accademia , certo col 
paese; il Cowper, del quale ancheggi ammirasi il bel ritratto, già 
presso i Rinuccini , di mano del Mengs , si segnalò per l'amore por- 
tato alla lettere italiane ; amore di cui die prova allorché , nel 1782, 
si principiò a Firenze la stampa della prima edizione alquanto 
completa delle opere di Niccolò Machiavelli ; e quando si pose mano 
al monumento che vedesi in Santa Croce , alla cui erezione egli 
porse validi aiuti. 

Passando ora ai letterati propriamente detti , incontriamo primo 
tra i Francesi Egidio Ménage. Questi , detto dal Bayle il Varrone 
del Secento , esposto dal Molière a ludibrio nella commedia delle 
donne erudite , non fu dal favore del Mazzarino guarentito contro 

(4) Annali d'IUlia, all'anno 4747. 

{%) Gallu»!, Storia del Granducato di Toscana^ L. VIK, Gap. 9. 



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dell'accademia della crusca 105 

gli assalii di coloro cui offése la sua malignità ; oolpa piuito6t4> di 
lingua troppo corriva , che del cuore. Un anno prima di venire 
ascrìtto alk Crusca, cioè nel 4663, il Ménage aveva date alla 
stampa le osservazioni suirAminta del Tasso, più volte con quella 
favola bosohereocia ristampate. Si mostrò poi degno dell*onorì6- 
censa concedutagli col farsi editore delle rime , da lui annotate , 
di Monsignor Giovanni della Casa , stampa riputata allora dal 
Dati la migliore (4); e col pubblicare quel libro, air Accademia 
della Crusca dedicato , sulle orìgini della lingua italiana (2). Un'altra 
opera di egual genere sulla lingua nativa non valse ad aprìre all'uo- 
mo che teneva carteggio coir intero mondo , le porte deirAccade- 
mia Francese. Al Molière , awersarìo di lui , esse rimasero chiuse 
sicoome a commediante : al Ménage , per effetto delie inimìeisie 
procacciategli dalla mordacità del suo dire. A siffatta esclusione 
pare che alluda un passo della prefezione al volume delle Origim 
sopracitato, a Per non parer indegno , così egli si esprime , a'noitri 
Accademici frùneesi d'essere stato ascritto nella famosa Accade- 
mia della Crusca, sommo tribunale dell'Italiana favella, feci dise- 
gno di comporre un Vocabolario etimologico di quella neUo stesso 
idioma ». 

Nd 4666 fu compagno al Ménage il dotto orientalista Bartolom- 
meo d^Herbelot, lungamente vissuto in Italia , ove lo tratteneva lo 
studio delle lingue semitiche , delle quali in patria si fece publ>lico 
professore. Un anno dopo troviamo Francesco Serafino Regnier 
Desmarets , Q a motuieur foibe Begnier » , immortalato nel Bacco 
in Toscana ; nelle cui note si dice, che egli e scrive prose e versi 
toscani con tanta proprietà , purità e finezza, che qualsiasi piti ocu- 
latissimo critico non potrà mai credero che egli non sia nato e 
nutrito nel cuore della Toscana (3) ». Il Regnier ebbe agio di stu- 
diarne la lingua , trovandosi addetto all'ambasciala romana del Duca 
di Créqui, il quale nel 4668 accese quella violenta discordia per 
le franchìgie , che fu causa di tanti dispiaceri al buon papa Ales^ 
Sandro VII , ed ebbe fine momentanea per quella pace di Pisa , di 
cui rimane monumento l' iscrizione postai in quella città alla fac- 
ciata di casa Scorzi in via del Borgo. La storia di queste trìstisr. 

M; Nel 1667. GAur.A , Testi di lingua (IV ediz. Ven. 4839), pag. 88 
[i) m Le origini della Lingua italiana >». Par. 46S9 , poi ninevra 4685. 
3) « Bacco in Toscana » (Fir. 4685;, \ì9g. 78. 

Arcii. St. 1t. , Ntiopa Serie. i i . 



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106 DEI SOCI ESTERI 

sime contese , che in verità non onorano un gran monarca, dimen- 
tico di ciò che devesi al governo pontifìcio , dimentico insieme dei 
perìcoli che rìsultano al potere temporale dalla conculcata auto- 
rìtk della Chiesa , venne pubblicata dal Regnier negli ultimi anni 
della sua vita ; vita spesa a profitto delle lettere, e particolarmente 
detr Accademia Francese , che lo voleva per suo segretario perpe- 
tuo, dopo la morte dello storico Mezerai successore di Valentino 
Conrart , il quale nella propria casa aveva veduto nascere , umile 
e modesta quanto la Crusca , quella Societk che era per riu- 
scire una delle glorie più belle , più invidiate e più durevoli della 
Francia. 

Non di rado durerebbesi fatica volendosi indagare le ragioni 
delFammissione air Accademia di tale o tal altro tra i socj esterni. 
Troviamo nomi interamente dimenticati ; ne troviamo di quelli che 
un dì goderono fama passeggiera , oggi conservata appena nelle pa- 
gine di qualche storia letteraria, di qualche dizionario biografico. 
Nel 1702 incontriamo il latinista Francesco Boutard di Troye«, pro- 
tetto da Bossuet , di cui rese latina lo storia delle variazioni del 
protestantesimo. Nel 1704 venne eletto Du Trousset deValincour, 
che mediante poesie mediocri e scritti storici di anche minor va- 
lore , era giunto ad occupare neir Accademia Francese il seggio di 
Bacine. Stefano Chamillard, gesuita di Bourges, neirantiquaria e 
nella filosofia esercitato , editore del Prudenzio , ebbe la sua nomina 
nel 1 705 ; nell^anno seguente , il dotto orientalista e teologo Euse- 
bio Renaudot , nipote al fondatore della Gazzetta di Francia , e suc- 
cessore al Quinault nell'Accademia delle Iscrizioni. L'ellenista Boi-^ 
vin de Villeneuve venne accolto nel 1712. L'anno 1746 ci mostra 
il nome di Voltaire , solo tra gli uomini celebri o famosi del tempo 
suo, e tanto per sé celebre e famoso, che il suo secolo fu chia-. 
mate il secolo di Voltaire. Se mancano i grandi nomi del secolo 
veramente grande , da lui se non sempre con storica verità , certo 
con arte splendida descritto, non manca quello che ad es» pose 
un monumento nel suo Parnaso francese, facendo coniare meda- 
glie in onore dei poeti e dei componitori del tempo di Luigi XIV , 
ai quaU , ad imitazione dell'arena ohmfùca , propose giuochi Lo- 
doisii; - il nome, cioè, di Everardo Titon du Tillet, eletto nel 1749. 
Un anno di poi troviamo Ledere de La-Bruère , assai ({ebole let- 
terato , segretario d'ambasciata in Roma del Duca di Nivernais , 
letterato egli stesso e di doti maggiori , cui ci rammenta quella 



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DELL AGCADEMU DELLA CRUSCA 107 

villa sul Gianicolo, tanto malmenata nell'asse4io del 1849, che 
dalla strana forma e dalla nazione dell^antico signore ebbe nome 
del Vascello dì Francia. DaUe lettere di Lorenzo Gauganelti , legato 
col La-Bruère d'amicizia, mentr'era semplice reggente del collegio 
di S. Bonaventura de'Minori Conventuali , raccogliamo come questi 
morto a Roma nel 1 754 , disegnasse di stendere gli annali del pon- 
tificato di Benedetto XIV (1). Il dottissimo investigatore del medio 
evo, Giovan Battista de la Curne de Sainte-Palaye, autore delle me* 
morie sulle istituzioni cavalleresche , congiunse nel 1758 il diploma 
della Crusca a quello delF Accademia Francese. Claudio Enrico Wa- 
telet deve la sua nomina , che è dell 764 , più forse che al poema 
sull'arte pittorica , alla fama procacciatasi colle ricerche sulle belle 
arti , di cui , oltre la teoria e la storia possedeva anche la pratica , 
siccome dimostrano le opere sue e di pennello e di bulino. Nel 1 773 
troviamo il grammatico N. d'À^arq; nel 1776, il marchese di Chastel- 
hix, la cui grande operosità lo spinse a combattere in Germania e in 
America , a farsi collaboratore nell'Enciclopedia , e a comporre opere 
di poesia e di milizia , di filosofia e di musica. Accanto a lui si assise 
altro gentiluomo francese, Camillo Francesco d'Albon, discendente 
dal Maresciallo Saint- André noto abbastanza per le storie della Lega , 
autore di scrìtti dimenticati sopra argomenti politici e Ietterai*]. 

Con questi nomi termina il ruolo dell'antica Crusca : prìmo nella 
nuova si fu, nel 18121, Pietro Luigi Ginguené. Nell'anno a questo 
precedente, quand'egli, tardi disingannato e senza prode cruccioso, 
abbandonò la vita pubblica per la quale era meno che adatto , aveva 
cominciato a dare in luce la stona letterarìa d' Italia , cercando di 
far così dimenticare , e , se ciò fosse possibile , di riparare coll'opera 
dello scrittore al male operato dell'uomo politico , stato ambascia- 
tore del funesto Direttorio presso Carlo Emanuele di Savoja. Co- 
munque ciò siasi e a malgrado dei difetti non lievi di quel libro , 
chi sa se l'Alfieri , in grazia di esso , non si fosse indotto a mi- 
tigare le sdegnose parole scagliate contro « un Ginguené , della 
« classe mestiere dei letterati di Parigi , il quale lavorava in Te- 
ff rino sordamente alla sublime impresa di rovesciare un re vinto e 
« disarmato (2) ». Il libro del Ginguené , ripeto , non va scevro di 
difetti , ai quali i connazionali dell'autore aggiungono il rimprovero 

(1) Lettere ec. di L. Gawgamkllì , ed. di C. Frediami , Fir. 1845, pag. 94. 
{% Vita , Ep. IV, cap. 16. 



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108 DEI SOCI ESTERI 

di uno stile disadorpo. Contultociò per quest^opera , in chi la scarsa 
orìginalith delie idee viene per lo più compensata dall'abbondansa 
dei fatti, è venuta agli stranieri più esatta cognizione delle vi- 
cende letterarie d* Italia , mentre il Sismondi narrava la storia po- 
litica con quella facondia e con quei sensi quasi direi patriottici, che 
fanno scomparire le parti deboli risultanti dall'imperfetta descrizione 
delle condizioni interne , troppo sopraffatte dai ridondanti partico- 
lari delle guerre e degli affari di poco momento. Nel 4824 la Cru- 
sca elesse a socio Carlo Pougens , che perseverò nelle sue ricerche 
fìlologico-r filosofiche comecché privo della vista , perduta per vaiolo 
a Roma' in mezzo ai lavori nella Vaticana. L'anno 4836 diede due 
socj francesi, Claudio Fauriel e Artaud.de Montor. Il Faurìel, a 
cui Alessandro Manzoni dedicò il Carmagnola « in attestato di cor- 
diale e riverente amicizia » , e che fecesi in Francia editore di 
questa lettera , a suo dire , abbondante di sottigliezza e di profon- 
dità d' idee , intorno alle unità del tempo e del luogo nella trage^ 
dia , non era inferiore ad alcuno nella cognizione della letteratura 
provenzale e dei primordj di quella d' Italia. Nelle lezioni dettate 
alla facoltà di lettere parigina , lezioni poco fa e non compiutamente 
uscite alla luce (4), egli mostrava le condizioni d'Italia al compa- 
rire dell'Alighieri ; e mentre spiegava le relazioni che questo poeta 
ha colla letteratura del Dugento , sentivasi vivamente spìnto a ri- 
salire alle sorgenti della medesima. Così di passo in passo, coU'es»- 
minare l'affinità dell' italica colla poesia provenzale , non solo re- 
trocedeva all'origine del volgare italiano, ma allargando il cam- 
po dell'indagine, anzitshè giudicare quest'orìgine qual fatto iso- 
lato ed assoluto in un dato tempo , giunse ad abbracciare la stona 
degli idiomi antichi dell' Italia centrale, ed in particolare quella del 
Latino , col quale scendeva poi ai bassi tempi. Non v'è dubbio che 
il Faurìel , ove gli fosse stato concesso di ordinare le sne lezioni a 
forma d'opera compiuta , siccome fece della storìa della poesia pro- 
venzale (2) , avrebbe scelto un andare ben diverso da questo , che 



'4i « Dante el les origwes de la Umgue et de la murature italietmes. Court 
fait à la [acuite des letlres de Paris , par M. Faobiel ». ( Pubbl. da Giulio Uobl. ] 
Parigi 4S54, 2 Voi. di 540 o 494 pagg. - La vita di Dante , cho forma le lezioni 1 
a VI , veime inseriu nella Rewte dee deux mondes , 4834 , voi. IV. ( Vedi Colomb 
DK Batinbs, Bibliografia Dantesca, voi. I, pagg. 388.) 

2? « Histoire de la littérature provenQale » Parigi 4846 . 3 voi. 



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dell'acgadbmia della crusca 409 

paò dirsi retrogrado, oonùnciaudo le predette lesioni dal tempo 
che invece segnava ii tarmine del suo assunto. Ma non perciò sì 
avranno in minore stima le dotte sue investigazioni. Quanto poi 
all'Afighieri , Terudito Francese afiroalava a viso aperto coloro i 
quali, spingendo all'estremo le allucinazioni dei sistemi e la pas- 
sione dei paradossi y non si accorgono di non far altro che rinno- 
vare gh anticati esempi del padre Hardouin , padre anche dei mo« 
demi^che pongono l'autore deUa Divina Commedia laddove « tra 
gli avelli fiamme erano sparte (4) ». 

L'Artaud, ai tempi della Francese repubblica, e sotto il gover- 
no Napcrieonico, e dopo la duplice restaurazione segretario d'amba- 
sciata a Roma , dedicò gli assidui suoi studj alle cose italiane. Altri 
giudichino , se dalla storia , ne' suoi cadenti anni composta , dei ro- 
mani pontefici , storia che aitro non è in gran parte ohe un arido 
estratto di quella dei Portoghese Novaes, sia tornato gran profitto; 
ovvero se la Vita di Dante , la quale fa séguito alla versione più volte 
ristampata della Divina Commedia , abl»a gettato nuova luce sul 
maggior poeta (2). Mentre però Tesame del genio e de^ errori dd Ma- 
chiavello vuoisi annoverare tra le scritture meglio ponderale sopra 
argomento sk contenzioso, non possiamo se non portargli gratitu- 
dine per la cura non ordinaria posta neir illustrare le vicende della 
Santa Sede nei primi trent'anni del nostro secolo. Se la sua storia 
di Pio VII è la narrazione dei contrasti del papato con Francia, piut^ 
tosto che un quadro completo del pontificio governo tanto ecclesia- 
stico quanto politico , non perciò essa è opera di lieve importanza , 
sondo questa ac(»*esciuta dalla cognizione che l'Artaud possedeva 
dei dii^matici negoziati , e dalla dimestichezza neUe cose romane 
acquistata col lungo sog^^omo in quella città. L' inrparzialità e Taf- 
fezione alFargomento , unite a' sentimenti religiosi , ci fanno met- 
tere in non cale la frequente prolissità del racconto ; prolissità che 



M) Inferno, IX, 4l8. 

(S) « HUIoire de Dante Alighieti ». Parigi 4844 . — Traduzione della Div. Comm., 
Parigi 4844-43 , poi 48S8-aO. L'Artaud è , per quanto io sappia , unico dei molti 
traduttori di Dante, che abbia cominciato dal Paradiso. — « Machiaoel , son pmie 
etseserreurs ». Parigi 4834. % voi. — La storia dei Sommi PonteSci, 4846-49, 
comprende otto volumi. - La storia di P.Pio VII fu stampata nel 48)9 e più volte 
in séguito; quelle di Leone XII e di Pio VITI/ nel 4843 e 44. — L'Artaud scrisse 
anche una Storia popolare d' Italia , che fti parte della collezione « V Univers » , 
pubblicala dai Dìdot. 



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410 DEI SOCI ESTERI 

riesce veramente noiosa nelle vite dei due successori di Pio , mal 
rispondendo a tanta ampiezza di forma la scemata importanza del 
subietto. Ultimo tra i socj francesi , immaturamente rapito e al 
mondo cui prometteva cose maggiori , e all'Accademia non appena 
che Tebbe accolto tra' suoi , fu Federigo Ozanam. Non dirò di lui , 
essendo ancora presenti alla memoria di ognuno, e gli scritti inge- 
nui quanto di bella forma , pii quanto eruditi , co' quali egli illu- 
strò la filosofia e la poesia connesse alle religiose credenze dal tempo 
del poverello d'Assisi fino a quello dell'Alighieri, e le commoventi pa- 
role pronunziate da labbro amico latesso la lagrimata sua tomba (1). 
Mentre il numero cospicuo dei socj francesi giova a dimostrare 
frequenti le corrispondenze tra i due paesi , poco più di un terzo 
se ne contano fra i Tedeschi , pochissimi essendo gli appartenenti 
ad altre nazioni. Sebastiano Zeh d'Augusta , di famiglia anc' oggi 
fiorente nella Franconia, nel 4593, non solo è il primo di na- 
zione Germanicd, ma ben anche il primo fra gli esteri rammen- 
tato negli annali dell'Accademia. Otto anni dopo, incontriamo Luigi 
principe di Anhalt, fondatore in patria di una Società letteraria, 
la quale prese ad imitare quella della Crusca e per lo scopo e nelle 
forme; Società della quale ebbi a ragionare allorché quest'illu- 
stre Accademia volle concedermi di esporre le relazioni passate tra 
la letteratura d'Italia e quella della Germania. In compagnia dell'isti- 
tutore della Società fruttifera venne eletto il suo compagno di 
viaggio , Alberto conte di Hanau , di nobilissima stirpe , i cui pos- 
sessi ora si trovano riuniti con quelli della casa elettorale di Assia (2). 
Di lui , morto nel 4635 , non incontrasi altra traccia negli Annali 
letterarj. AUorchè nel 1643 fu eletto Marco Welser, il nome del 
dotto filosofo e giureconsulto non veniva certamente nuovo all'Italia. 
Figlio di casa patrizia Augustana , resa più nota per la bellezza e 
virtù di Filippina Welser , sposa dell'Arciduca Ferdinando conte del 
Tirolo, e cognato di Francesco de' Medici , col quale menò vita felice 
nel castello d'Ambras presso Innsbruck , già famoso per opere d'arte 
e dì lettere ; Marco Welser sedeva da giovane in Roma tra gli sco- 
lari di Marc'Antonio Mureto , il quale all'ombra del soglio pontificio 

(4 ) J. J. Ampère . Notice biographiqt»e sur F. Ozanam. Parigi 4853. Trad. da 
P.Faxfani: I Poeti francescani in Italia. Prato 4854. 

(2) A. W. Imboff , Noiitia S. Rom. Jmpmi procerum. Stutlgard 4699, 
pag. 398 segg. 



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dell'accademia della crusca Ili 

cercò e trovò protezione contro alla fanatica persecuzione che nella 
sua patria francese erasi vantata di condannarlo al rogo siccome 
eretico convinto. Tcnrnato a casa , e divenuto senatore , poi console 
nella patria città imperiale , il Welser continuò in amichevole cor- 
rispondenza cogli eruditi e cogli uomini di stato italiani , recandone 
luminosa conferma il carteggio in tomo aUe apparenze lunari e alle 
macchie del sole col Galilei , del quale disse che tra gli umani in- 
telletti che fecero forza al cielo egli era stato il primo alla sca- 
lata, con riportarne la corona murale (1). La Crusca lo elesse a 
socio nel 4613 , Tanno precedente alla sua morte, che lo cdse non 
sessagenario ; un anno dopo la pubblicazione del troppo famoso 
« Squittirne della libertà Veneta », di cui non fu mai scoperto 
Tautore. Siccome avviene in simili casi , il dubbio ha fatto attri- 
buire il libro a parecchi , tutti d'altre nazioni : — al gesuita Antonio 
Possevino , dai ponte^ci in mille negozj politici adoperato , e a Nic- 
colò Peireso , consigliere al parlamento d'Aix e corrispondente an- 
ch^ egli di Galileo ; quindi al Marchese di Bedmar , il quale nella 
misteriosa congiura de^ Spagnuoli contro Venezia s'ingegnò di 
mettere co' fatti un termine a quella invisa libertà la quale avrebbe 
al Welser commesso di scalzare coll'erudizioue. Tutto ciò però resta 
in ^rado d' ipotesi , né v'ha ragione sufficiente a dare al pubblicista 
tedesco la taccia di quello scritto , che con armi non sempre leali 
combatte a favore della sovranità dell' Impero sopra Venezia ; scopo 
agli assalti di tanti contradittorì , fra i quali d'altronde si cercano 
invano uomini di quella profonda dottrina nel gius pubblico , dì cui 
Venezia , per antico e nobilissimo retaggio e quasi per tradizione 
non interrotta , non ebbe inopia nemmeno ne' tempi della sua de- 
cadenza (2). 

Luca Langermann d'Amburgo , dottore di legge e decano del Ca- 
pitolo di quella città, compagno di viaggio a Niccolò Heinsius, di cui 
dovremo a suo tempo parlare, al pari di lui nel 1652 fu eletto Acca- 
demico della Crusca. Dato agii studj antiquarj , e soprattutto a quelli 
di antichità greche, egli trovò nella Vaticana pascolo ubertoso per le 
sue ricerche, di cui die saggio in erudite scritture latine (3). Nel 4690, 



(4) Lettera al Galilei dei 6 gennaio 4642. Oper« di G.G., ed. di E. Alberi, 
voi. HI, pag. 374. 

(2) CicoGiiA, Bibliografia Veneziana. Venezia 4847 , pag. 428, 429, 454 

(3) WiTTE , Diarium; Zeolbr , Unwersal-Lexicon. 



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142 DEI SOCI ESTERI 

inooDtrìamo il uome di Federigo Cristiano Barone di Bodeuhamen 
Annoverese , ott'anni di pd morto a Firenze. Egli oontrìbuì aingo- 
larmeute a mantener vive ed efficaci le relazioni Ira V ItaUa e la 
Germania; relazioni allora frequentissime, deDe quali è prova ba- 
stante il solo carteggio del Magliabechi coi più dotti del iempo suo , 
col Menoken , ed Carpzow , col Maibom , col Conring ed altri, \e 
cui lettere , assieme a quelle del maggiore di tutti , del Leibnitz . 
che spesso rammenta il Bodenhausen , stanno nella raccolta procu- 
rata da Giovanni Targioni. Chiaro se non nelle lettere , cerio ndle 
cose amministrative , è il nome del Conte Wilczeck , eletto a sodo 
nel 4771. Egli fu successore al Conte Firmian , troj^ lodato e vi- 
lipeso troppo, nel governo della Lombardia Austriaca, a cui prestava 
nome TArciduca Ferdinando sposo dell*ultima Estense , in un'epoca 
la quale , quantunque ricchissima di contrasti tra il vecdiio e il 
nuovo , non direi foriera della vicina rivoluzione , perchè questa 
rivoluzione più che delle condizioni interne può ritenersi conse- 
guenza di cause straniere (1). 

L'In^ìlterra vide sei de'suoi figli fatti in Firenze Accademici. 
Nominammo già il Newton ed il Cowper diplomatici : letterati fu- 
rono gli altri. Nel 1651 troviamo Giovanni Price, insigne ellenista 
che lun^ studj dedicò al testo del nuovo Testamento ; professore 
a Pisa, dove prima di lui aveva insegnato Tommaso Dempstèr 
Scozzese , dotto autore , quantunque privo di critica , dell' J?frtim 
RegcUis. Venendo d'un tratto ai nostri tempi , incontriamo nel 4817 
Tommaso Giacomo Mathias , morto a Napoli nel 1885 , il quale spese 
la metà della sua vita a tornire versi italiani e far gustare alla 
patria adottiva , non so con quanto successo , il poema epico della 
Regina delle fate dì Edmondo Spenser (2). Guglielmo Roscoe venne 
eletto nel 18S4, un quarto di secolo dopo che il Mecherinì ebbe 
resa leggìbile agli Italiani la vita di Lorenzo il Magnifico (3) ; opera 
di cui i troppo manifesti difetti non potranno mai ofluscare le qua- 
lità lodevoHssime. Più della storia di Leone X , argomento che di 

(4) C. Cavtù , L'Abate Parini e la Lombardia neiruUimo seoolo. Milaso 4884, 
pag. 499, 800 

{% E SpSKSBRfU Cavaliere della Croce rossa ec. tradotto in ottava rima. 
Napoli , 482». 

(3; La prima edizione dell'opera « The Life ofL^irenzo de" Medi^ caUed the 
Magnificent w venne stampata a LiverfKMl nel 4795. La versione di Gaetano 
Mecbrrini è del 4799. 



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DELL^GGADEMIA DELLA CRUSCA 113 

troppo oltrepassava le forse dell^ inglese scrittore, quel primo librò 
acquistò il merito di aver contribuito sopra ogni altro a destare in 
paese straniero l'amore per lo studio della civiltà italiana nella se- 
conda metà del Quattrocento , e TafiTetto verso le cose fiorentine in 
un'epoca spesso dall'autore mal compresa per soverchia parzialità 
v^rso il suo eroe, e perciò con falsi colorì dipinta , ma pur sempre 
ricca di gloria non peritura. 

Pochi cenni basteranno intomo alle altre nazioni. 1 regni Scan- 
dinavi ci presentano quattro socj , cominciando, nel 1668, da 
Niccolò Stenone s Danese, la cui vita operosa quanto agitata, con- 
ducendolo dall'uno all'altro paese , da una ad un'altra condizione , 
fu speea nelle scoperte di medicina e di fisiologia , negli studj e 
nelle polemiche della teologia , e nell'educazione del granprincipe 
Ferdinando figlio di- Cosimo 111. Adolfo Murray, altro anatomista e 
professore a Upsala, venne eletto nel 1776; nel 1829 Iacopo GrA- 
berg da Hemsò, archivista instancabile nel campo delle scienze 
geografico-statistiche , il cui Saggio storico sugli Scaldi nel concorso 
del 1811 erasi giudicato degno dì onorevole menzione (1). Tra i 
Polacchi è da nominarsi il dottissimo vescovo di Kiew e gran-refe- 
rendario del Regno , Giuseppe Andrea Conte Zaluski. Non vi fu , 
tra ì connazionali di lui , bibliofilo più caldo né più esperto, a Non 
vi sark un libro in tutto il mondo 9 ^ cosi nel 1 755 scrivevagli 
Lorenzo Ganganelli , che lo aveva conosciuto in Roma dov'egli por- 
tossi due volte, « che non le debba un omaggio , e che possa occul- 
tarsi alle sue ricerche 9 (8). A dugentomila volumi sommò la biblio- 
teca dì cui quel benemerito prelato fece dono alla cittk di Varsavia ; 
Ublioteca , non meno dell' illustre fondatore , ravvolta negli infor- 
tuni d^Hsi Polonia , per essere questi morto poco dopo la prigionia 
toccatagli nella prima ripartizione del Regno , e quella trasferita a 
IHetroburgo dopo la presa dì Varsavia , non senza soggiacere nel 
viaggio impostole dalla forza a perdite gravissime. Le frequenti re- 
lazioni letterarie che sino dal Cinquecento passarono tra l' Italia e 
la Polonia , relazioni di cui dobbiamo amplissimi ragguagli a Seba- 
stiano Ciampi , pare che di rado trovassero un riverbero nella nostra 
Accademia Toscana. 



(4) Zariioiii , 1. e. pag. xxviu. 
[% Gangarilli , I. c. pag. 471. 

Abch.St.1t., Nuova Serie. 



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114 DEI SOCI ESTERI 

Due soli sono i Socj oriundi dei Paesi-Bassi ; ma questi degna- 
mente rappresentano la rara dottrina di quelle regioni. Nel 1652 la 
Crusca annoverò tra'suoi Niccolò Heinsius di Leida , figlio celebre 
di celebre padre , sommo filologo in un secolo che più forse di al- 
cun altro si segnalò nel coltivare i classici studj. Non più che 
trentenne , egli era salito in fama ben meritata, e nella sua patria 
e nei paesi esteri, da lui oltre allMtalia visitati. Nel 1683 venne 
eletto Gian Gualtiero Sluyse , della provincia di Liegi , segretario 
dei brevi di P. Innocenzo XI, che T innalzò alla sacra porpora in 
quella gran creazione di Cardinali del 1 686 ; creazione che ricorda 
e quasi raggiunge di numero la famosissima di Leone X dopo la 
congiura di Alfonso Petrucci (1). Lo Sluyse o Slusio non cedeva ad 
alcuno nella felicità della memoria e neiramore dello studio , che si 
dice avergli fatta breve la vita. Se , nel segnar il termine di que- 
sta lunga serie d'uomini in gran parte illustri , verrò citando i nomi 
dell'unico Spagnuolo e del solo Greco che furono ascritti ali* Acca- 
demia , non posso non aggiungere che pel lungo soggiorno e per le 
loro opere letterarie l'uno e l'altro di essi più all'Italia apparten- 
gono , di quello che alla naturale lor patria. Giovanni Andres di 
Valencia , se nella grande opera dell'Origine , progresso e stato di 
ogni letteratura troppo presunse delle sue forze volendo abbrac- 
ciare , investigandone la varia indole , le lettere delle varie nazioni , 
assunto del quale altri già prima e dopo provarono le insupera- 
bili difficoltà; non perciò è immeritevole di quella lode che non 
va disgiunta dalle generose imprese , quand'anche non ottengasi 
compiutamente l'intento propostosi. Recente è ancora nell'Accade- 
mia il desiderio di Mario Pieri Corcirese , il quale volle lasciare 
all'Italia, nella narrazione della sua vita (2), una schietta ed inge- 
nua testimonianza de'snoi sensi patriottici, ed insieme di affezione al 
paese che lo aveva accolto. Per viepiù innamorarci di tale lettura , 
non si desidera se non se una maggior larghezza di vedute in co- 
testo quadro , non privo di attualità né d'eleganza , delle condi- 
zioni letterarie e sociali dell' Italia superiore nell'epoca Napoleonica ; 
epoca por lo più giudicata con affetto di passioni troppo discordi 
e violente, e perciò con colori non veri rappresentata. 

(1 ) Erano 27 Cardinali. ( Novaes , Storia dei Sommi Pontefici , voi. XI , 
pag. 50 segg. ) Leone X nel 4.' luglio 4547 ne elesse 34 , « cosa non mai ve- 
duta per l'addietro, né anche dipoi ». (Novaes, l.c, VI, 479.) 

{«) Firenze 4854 , 2. voi. 



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dell'accademia della crusca 115 

Qui pongo fine al mio dire. Fra i titoli letterari , quello di Ac- 
cademico della Crusca è stato sempre dei meno comuni. Per le 
nuove Costituzioni , tale è più che mai. Se agli esteri non è con- 
cesso di contribuire alla grande opera ora per la quinta volta in- 
trapresa , ad essi rimane il mostrarsi non immeritevoli delPaccor- 
data distinzione , col promuovere , oltre i confini d^Italìa , lo studio 
dell'Italiana letteratura. Ciò fecero, chi più chi meno, coloro cui 
la Crusca rinata aperse il suo seno. Quanta parte, in siffatto stu- 
dio , spetti al maggior poeta italiano , lo dimostrano le opere di 
tre stranieri, inoggi ammessi nell'Accademia (1). 11 primo diede alla 
patria sua la versione più che altra fedele della Divina Commedia, 
corredandola di cemento, in cui viene arduo il decidere se più ri- 
salti r intrinsichezza collo spirito del poema , o la penetrazione di 
tutto ciò che appartiene alle scienze di cui il medesimo ci presenta 
come lo specchio , alla teologia e alla filosofia , alle dottrine fisiche 
e alle morali , risalendo alle fonti della sapienza del tempo di Dante, 
e svolgendone per intiero la connessione cogli scritti di lui , anzi- 
ché scegliere arbitrariamente tale o tal parte per farla servir di 



(4 ) S. M. Giovanni Ré di Sassonia — Giorgio Warren Lord Vernor — Carlo 
WiTiE. — Della versione tedesca della Divina Commedia (sotto il pseudonimo 
di Filalete), ì primi dieci canti dell'Inferno vennero stampati a Dresda neH833 , 
poi r Inferno compiuto nel 4839, il Purgatorio nel 4840, il Paradiso nel 4849. 
(Vedi L. G. Blarc , autore dell' utilissimo « Vocabolario Dantesco » , nel Gior- 
nale: AUgemeine Monatsckrifl fur Literatur, Hata 4850, voi. I, pag. 75 segg.) 
— Lord Veehon coU'opera di V, Narnccci diede alle stampe : Petri AUegherii 
Commmtarium, Fir. 4845; Chiose sopra Dante, Fir. 484^; Chiose attribuite a 
Iacopo AUighieri , Fir. 4848 ; Comento di autore anonimo alla Cantica dell' In- 
ferno, Fir. 4848 , e Dantis Alighieri Legatio prò Franci$chino Malaspina, Pi- 
sa 4847. •— I dotti lavori del Witte intorno a Dante principiarono colla centu- 
ria di correzioni al Convito, inserita nel Giornale Arcadico del 4825. Troppo 
vasto si è il numero delle dissertazioni e riviste critiche dal medesimo stampate 
perchè se ne possa dare nel presente luogo il catalogo. Nel 4827 pubblicò a 
Padova l'Epistolario ; nel 48S58 negli Annali di letteratura Viennesi varie poesìe 
di Dante, tratte da un Codice Ambrosiano ; nel 484S la II.* edizione della versione 
(fatta insieme con C. L. Karhegksser ) delle Poesie liriche, con ricchissimo co- 
mento ; nel 4847 la lettera a Seymour Kirkup « Quando e da chi sia composto 
r Ottimo Comento a Dante » ; nel 4853 le « Cento e più correzioni al testo 
delle opere minori », e nel 4854 la « Nuova Centuria di correzioni al Convito » : 
quelle proposte agli illustri Signori Accademici della Crusca , questa intitolata 
quale omaggio al Re Giovanni di Sassonia. Oltre a ciò, il Witte nel 4847 procurò 
la stampa della traduzione latina della Divina Commedia fetta dall' Abate Gae- 
tano Dalla Piazza Vicentino. 



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116 DEI SOCI ESTERI DELL' ACCA DE MIA DELLA CRUSCA 

base a qualche strano sistema. L'altro , rendendo di pobblica ra- 
gione varj de' piii antichi cementi , ha prestato aiuto non tieve 
all'intelligenza del poema, col divulgare l'interpretazione datasi ai 
tempi in cui era ancor viva la tradizione dantesca. Il terzo final- 
mente^ oltre all'aver procurata la prima raccolta dell'Epistolario e 
il coroento {mù compiuto alle poesie liriche , accintosi alla diffici- 
lissima parte critica , non si stancò nell'esame dei Godici , cui tentò 
distinguere in famigUe; ed accoppiò allo studio della Commedia 
quello delle opere minori , che non dovrebbe andarne disgiunto per 
chi non voglia come rimanersi a mezzo del cammino preso a per- 
correre. L'oncvre che fu reso dall'Accademia della Crusca ai due 
Alemanni e al Britanno , è cerio il maggior guiderdone di cui l' Ita- 
lia avesse potuto rimeritarìi. 



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TRAJANO BOCCALINI 

B 

IL SUO TEMPO 

MEMORIA STORICA 
DI LEOPOLDO GALEOTTI 



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TRAIANO BOCCALINI 



IL SUO TEMPO. 



È noto che il secolo XVII segna la età più dolorosa della isto- 
ria italiana; poiché non credo dopo le invasioni barbariche si ve- 
dessero mai congiunti insieme a danno nostro tanto avvicendarsi 
di pubbliche disgrazie , tanto avvilimento politico , tanta corruttela 
di costume. Ma V Italia mai del tutto imbastardita , nemmeno fra 
tante sventure smarrì la coscienza di sé stessa , né scordò- le sue 
tradizioni : alla splendida cultura sorta in pari tempo afl di Ik delle 
Alpi, la Italia del seicento contrappose il genio di Galileo: alle ma- 
ravi^e deU'arìtmetica ed alle squisitezze moderne potrebbe con- 
trapporre anche adesso maggiore energia di pensiero , e più lai^a 
vena di forze morali. Giacciono pur troppo sotto la polvere più che 
secolare di vecchi scaffali i libri italiani di quel tempo scampati 
aU'esterminio', e la scempiaggine di gran parte di lóro non voglio 
già dire che meritasse una sorte migliore. Ogni secolo però ha le 
scempiaggini sue : il diritto di giudicarle spetta sempre al secolo che 
vien dopo : e chi sa quale giudizio recheranno i posteri del nostro ! 
Dico bensì che non tutti gli scrittori del seicento mi sembrano me- 
ritevoli dello stesso oblio. Se non vi é libro che almeno non valga 
come documento di storia , fra i libri di quel tempo ve ne sono al- 
cuni la di cui sostanza vale più assai del frontespizio e della forma : 
ve ne sono altri che potrebbonsi leggere con maggior frutto che non 
certuni raccomandati dal lusso tipografico e dalle lodi delle gazzette. 
L'ostracismo che i così detti secentisti indistintamente colpisce, più 
che la infelicità di quel tempo , potrebbe forse accusare anche la 



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420 TRAJANO BOCCALINI 

trascuranza moderna. Fra gli scrittori del secolo XVll troppo odier- 
namente dimenticati , primeggia senza contrasto Trajano Boccalini. 
Dai libri del quale parmi possa ricavarsi un vantaggioso partito, 
sia per illustrare il tempo in cui visse , sia per la storia delle opi- 
nioni. 

1. Trajano Boccatini, oriundo di Carpi, nacque in Loreto il 455B 
figlio di Giovanni architetto. Ultimati gli studj neUa Università di 
Bologna, visse molti anni in Roma familiare d'illustri personaggi, fira 
i quali il Bentivoglio e il Gaetano^ cardinali di santa Chiesa, che gli 
procacciarono comodità di studj, agio di conoscere le pubbliche fac- 
cende, e facilità di onori. Ma la indole bizzarra dell' ingegno suo lo 
rendeva poco disposto alle funzioni di magistrato. Nella infelice riu- 
scita del simbolico Tacito nel Governo di Lesbo , allude probabilmente 
il Boccalini alla sua mala prova in quello di Benevento , che gli fruttò 
non lie\i disgusti , e la sequela di epigrammi , che è solito sfogo ai 
piii goffi quando Un uomo d'ingegno inciampa per via (4). Non credo 
però che i ricorsi dei Beneventani sarebbero bastali a troncare la 
sua carriera, se egli avesse voluto continuarla, o avesse saputo ae^ 
comodarsi agli umori ed agli usi cortigianeschi del tempo , che al*- 
lora come sempre valevano per riuscire. Dopo che Sisto Y , oùn qud 
suo testone fratesco introdusse l'uso di vendere le cariche (f2) , il go^ 
verno degli Stati della Chiesa venne sempre più peggiorando, e qaeì 
sudditi, troppo spesso doverono trovarsi sotto la mano di affiliali 
di ben altra e peggior natura che il Boccalini non fosse (3). Non può 
supporsi che solamente a riguardo suo dovesse esser fatta eccezione 
alla quotidiana tolleranza. Può dirsi invece che egli renunoiasse vo- 
lontariamente alle dignità ed a^ uffizj di quello Stato , in quanto 
che sebbene m^j3i3o Romaìw^ il suo umore k> rendeva aborrente dal 

(4) Nicius Ertthraids in Pioacoth. l, pag.Si72 : « Qmmobrem /Wòol «1 iocui 
« proverbio fieret^ quo dicitur tria esse hommum genera qui nHUl fere legibus quas 

« ipsi atiis imponunt utantur : nimirum iuris consultos , medicos oc theoìogos 

n Itaque qui iustitiàm , valetudinem et conscienUam ammittere satagunt , iuris 
« doctorum , tneàkorum » theoìogorumque amiciHas colant ». 

(8) Bilancia polUica, Parte III , Leti. I. 

(3) Osservazioni al Lib. I degli Annali di Tacito. « I sudditi dello 6Uio 
« pontiticio scuoterebbero ud giorno facilmente il giogo se il dominio pontificio 
« fosse solamente politico ; ma per essere il Papa rispettato da* principi come 
« vicario di Cristo , non si trova potentato che voglia applicarsi a ftr sollevare 
H i vassalli della Chiesa, alla quale sanno per esperienza che bisogna restituire 
« quanto se le toglie ». 



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E IL SUO TEMPO 424 

mestiere dell'adulare , e dello strisciarsi in livrea per le anticamere 
dei grandi (4). Erano passati quei tempi nei quali la fama di gran 
letterato costituiva titolo privilegiato al favore dei prìncipi , ed as- 
sicurava una vita onorata nelle corti , particolarmente in quella di 
Roma, ce Vivono al presente in Italia pochi letterati di grìdo grande , 
« e quei pochi appena si vedono , perchè il numero di quelli che si 
« stimano esser dotti , benché da tutti si sappia che non hanno dotr 
a trìna, è così grande, che impedisce la vista degli altrì: e siccome 
« le voci di molti asini soffocano quella del cigno , così lo strepito 
« degli ignoranti non lascia intendere quella del vero virtuoso. Sono 
« infatti i veri letterati in così poco conto nelle corti de'prìncipi, 
« e particolarmente in quella di Roma , che a guisa di Omero se 
« ne vivono aUa cieca : abbandonati da altrì , se ne stanno spen- 
de sierati da per loro , vergognandosi di cantare in concorrenza colle 
« cicale , e forse senza la speranza di rìcevere un soldo (5) ». Si 
rìtrasse adunque il Boccalini non solamente al vivere prìvato , ma 
quasi alla solitudine dell'eremita, trovando maggior sodisfazione di 
conversare con Tacito^ che di chiacchierare con certi cortigiani pro- 
pri a fare impazzare Catone (6) , o di aver brìghe con dei politici 
che parlano di Tacito senza intenderlo , discorrono del MachiaveUo 
senza leggerlo , e portano per testimonio il Cardano in cose che non 
ha mai scritte (7). Questo però non impediva che la fama del suo 
ingegno sì divulgasse , né che fosse tenuto d'occhio da coloro cui dà 
sempre ombra il credito che alcuno acquisti per potenza di mente 
e vastità di dottrina. Le lettere pubblicate dal Leti nella Bilancia 
PoUtìca sotto il nome del Boccalini , sono nella maggior parte o 
del figlio di altrì; né ci vuole gran forza di crìtica a rìmaner 
persuasi della leggerezza usata nel divulgarle. Ma ve ne sono alcu- 
ne , nelle quali anco il crìtico più severo non può a meno di rìco- 



(4) Bilancia politica , loc. cit. , Lett. I. « Il mio umore , benché mezzo ro- 
« mano , non mi ha portato all'esercizio di tal mestiero ( l'adulazione ) ; e però 
• posso dire di aver volontariamente renunciato a quelle dignità alle quali ella 
« pretende di andare <•• 

(5) mumcia poUiica , loc. cit., Parte III , Lett. X. E nella Lettera VII si 
leggono le seguenti parole , evidentemente del Boccalini : / Prineipi italiani 
hatmo riempite le corti di rondoni neri , c^ garriscono sen^k arte, 

(6J Op. cit. , loc. cit, Lett XI. 
(7) Op. cit , loc. cit. , Lett. X. 

AacH. St. It, , Nuova Serie. lO 



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422 TRAJANO BOCCALINI 

noscere lo stile del Boccalini ; e fra queste mi piace di notarne tre, 
in quanto che ci offrono qualche altra importante notizia intomo alia 
vita del nostro autore (8). Dalla lettera XI , che è del 22 novem- 
bre 1605 , si ricava che il Sarpi lo istigava a farsi mediatore nella 
vertenza tra Paolo V e la Repubblica di Venezia ; ma fl Boccalini 
risponde al veneto Consultore , che sebbene deplori il fatto, pure si 
trova sprovveduto di ogni mezzo per adoprarsi utilmente. La letr 
tera XVill è egualmente diretta a Fra Paolo ^ per confortarlo ad 
avere prudenza, giacché le sue scritture hanno grandemente indi- 
gnata la corte di Roma , uè manca chi trascenda fino a tacciarlo 
di eresiarca. La lettera XVI è indirizzata al marchese Malvezzi^ 
che da Madrid gli offriva in nome del governo spagnuok) la carica 
di considero e d^istoriografo della corona. E il Boccalini risponde : 
Io non sono Intono ad esser constgUero di tìtolo : ancorché noi aUri 
romani siamo molto ben costumati all'acquisto di qttesH onori tìtolor 
ri^ ho U cuore piit nobile della fronte^ né mai l'inclinazione m'ha 
portcUo a nudrirmi di fumo (9). 

Può arguirsi pertanto da questa lettera al Malvezzi , che gli 
Spagnuoh , i quali avevano per costume di non quetarsi mai fintanto 
che con pensioni, con carichi morati e con tuUi gli umani turti/icii 
^amorevoli dimostrazioni , non avesser fatto loro parziali tuttì quelU 
soggetti grandi che veggono alienatì dallo interesse loro , e dai qtéaU co- 
noscono potere alla giornata ricevere anco servizH^ temendo l'ingegno 
e la penna del Boccalini , tentarono prima d'ogni altra cosa di com- 
prarne il silenzio. Non riusciti a corromperìo , mutarono, come suol 
dirsi, registro, e si volsero a fargli paura. Egli stava allora faticando 
intomo a quello che egli considerava come suo lavoro principale, i 
Commentari sopra gli Annali e le Storie di Tacito , nei quali prende- 
va occasione per ragionare intorno ai fatti politici della età sua; e 
quasi per ricrearsi da questa maggiore fatica , spendeva il tempo che 

(8) Dalla prefazione si rileva che il Leti ebbe queste lettere , ma colla ar- 
vertenza , che ad eccezione di sette o otto , le altre non erano di Trajano Boc- 
calini, ma del figlio o di altri. Il LeU le stampò tutte con la firma di Trajano 
Boccalini. Ve ne ò una importantissima che narra le avventare di Marco into- 
rno d$^Domìnis, citala anco dal Tiraboschi. Tanto questa che quelle sulla vita e 
gli scritti di Dante » Boccaccio e Petrarca , sono probabilmente del figlio di Boc- 
calini , che per le ultime due si valse degli appuntì trovati fra le carte paterne. 
Potrebbero servire per completare la storia della cultura dantesca nel seicento. 

(9) Biìancia poUUca , loc cit. 



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E IL SUD TEMPO 123 

^It oomajMnx» nello scrivere i Ragguagli di Parnaso (40), che volta per 
volta sottoponeva alla amichevole censura del cardincUe Gaetano suo 
protettore (44). Nel 4614 ilBoocalini era tuttora in Roma : il desiderio 
di pubblicare i suoi libri , la persecuzione degli Spagnuolì , e forse 
gli stessi amici suoi lo consigliarono a ripararsi in Venezia (42); il solo 
paese d'Italia che ofinsse asilo e liberta a chi era in disgrazia ai do- 
minatori. Non sembra però che Venezia bastasse a tutelarìo , poi- 
ché la immatura sua morte, accaduta nel 4643, venne generalmen- 
te attribuita aDa insidiosa vendetta degli Spagnoli. Il Bentivoglio , 
infatti^ dopo di aver lodato il nostro autore, e suo maestro in 
geografia, come a gran politico , ma in particolare grande anatomiz- 
« zatore di Tacito, che ce ne ha trasfusa Tanima, per cosi dire , nel 
« suo finto re Apollo, e fattone correre la dottrina per tutto qud 
« suo gazzettante immaginario , e sì misteriosamente burlesco Pai^ 
« naso »] prosegue, rispetto atte voci corse in Italia circa la morte 
di lui : « benché a lui ancora quei misterii burleschi costassero 
« molto cari , per Topinione ricevuta comunemente ch^e^ per tal 
« rispetto mancasse in Venezia di morte eccitata più che di natu- 
<c rale (43) 9. Strane furono le voci accreditate allora in Italia intor- 
no al genere della sua morte ; e molti anni fu creduto che egli fosse 
stato aggredito a sacchetti di rena , modo dì aggressione prescelto in 
quella età perchè non lasciava traccia delle percosse (44). I docu- 
menti pubblicati dal dottissimo signor Cicogna nelle sue Iscrizioni 
Venete , commentando la Cronaca di S. Giorgio maggiore , hanno 
fatto cessare ogni dubbiezza. Il Boccalini morì il 26 novembre 4643 , 
e morì di veleno (45). 



(40; Lettera al Cardinale Borghese in dedica àe\\A Prima Cmturia, datata da 
Venezia il t\ settembre m%, 

(44) Lettera dedicatoria al cardinal Gaetano della Seconda Cmttiria ; Veneiia 
24 settembre 4643. Di qui nacque la voce che il Gaetano avesse messa la sua 
penna nei Bagguagìi di Parnaso, 

(48j II MoMucheUi pone la partenza da Roma nel 4648. Anche lo Stallio, 
introduci, inHist. Htlerar.^ a cart. 344, dice che si ritirò a Venezia per fuggire 
la persecuzione spagunola. 

(43) Bbntivoglio , Memorie , lib. I » cap. IX. 

(44) MAZZtCBEtLi, ScriUori Italiani, art. BoccaUni, nota 47. 

(45) CicoGRA , Iscrkiioni venete, Tom. IV , pag. 355, nota 284. Nei Registri 
necrologici di S. Maria Farmosa si legge : i di 26 ditlo ( novembre 4643 ). !l 
Sig* Trojan Boccalino romano d^anni 57 in e. amaialo già 4Ò giorni da dolori 
coUei et fibre , visUato dal medico Amaltei et Benedetti ». Fu sepolto , perchò 
amico del Prìncipe Grilo , in S. Giorgio maggiore. 



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184 TRAIANO BOCCALINI 

IL Coeva alla rìfonna protestante paò dirsi che fosse la censura 
preventiva dei libri. Fu questa precipuamente teologica , e diretta 
ad impedire che negli Stati cattolici le dottrine luterane si diffon- 
dessero : ma poiché nel tempo stesso per bizzarra coincidenza si fa- 
cevano più ristretti gli ordinamenti politici, la cautela della censura 
piacque ai governi , i quali mentre poterono facilmente intendersi 
coli' autorità ecclesiastica , ebbero agio ed opportunità dì sorvegliare 
direttamente la stampa coUa concessione dei privilegi. Anche Vene- 
zia ebbe censura e prìvilegj ; ma Venezia, mentre ebbe il vanto di 
conservare incontaminata la sua ortodossia, era oltremodo gelosa 
d'indipendenza; quindi nemmeno nella censura dei libri consentì 
l'immischiarsi d'dtra autorità fuori della sua. Così in Venezia si 
mantenne più larga che altrove la libertà dello stampare , e più che 
altrove furono copiosi i guadagni che da questo nuovo ramo dell'in- 
dustria umana raccoglieva il paese. Pare che i Ragguagli del Boc- 
calini circolassero manoscritti di mano in mano che gli componeva , 
ma che sul finire del 4640 ^ avesse in gran parte ultimati, e già 
in iNTonto per la stampa. Con lettera del 43 ottobre di quell'anno 
(che si conserva autografa nel nostro Archivio centrale dì Stato ) , 
egli chiedeva al duca di Urbino il privilegio (46). 

Sererrnsimo Signore, 

Perchè tra pochi mesi desidero mandar alla stampa alcune mie com- 
positioni politiche e morali, humilissimamente supplico Vostra Al- 
tezza farmi gratia del privilegio del quale le scrìverà il signor Emilio 
Emilii. L'essere io figlio di Giovanni Boccalini , già architetto di Loreto , 
il quale mentre vìsse fu tanto divoto e beneficato servitore dell' illustris- 
simo signore cardinale di Urbino di felice memoria , mi ha fatto ardito 
di chiederle questa gratia , e darle disturbo con questa mia lettera. Dio 
N. S. concede a V. A. ogni felicità, et con ogni sommissione le bacio la 
mano. 

Da Roma, li 43 ottobre 4640. 
Di V. A. Serenissima 

Perpetuo e Divotiss, servo 
Trajano Boccalini. 

Ignoro quale esito avesse questa domanda. Fatto è però, che i 
Ragguagli non furono stampati che in Venezia dallo stesso autore , 



m Archivio di Urbino, FUza CXXIX', ci. I, Div. G. Pabbl. da Z. Bicchierai 
nel 4864 per le nozze GaleoUi-Cardenas di Valeggio. 



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E IL SUO TEMPO 425 

la prima centuria nel 164S , con lettera dedicatoria del S4 settem- 
bre al cardinale Borasi ; la teconda centuria nel 4643, con lettera 
dedicatoria del S4 settembre al cardinale Gaetano. Nel nostro Ar- 
chìvio Centrale distato si trova pure autografa la seguente lettera 
colla quale il Boccalini presenta il suo libro al duca di Urbino (47). 

Serenimmo Signore. 

L'ultimo fine di chi manda gli scritti suoi alla stampa, senza dubbio 
alcuno è il far acquisto della pubblica lode , e co' suoi sudori comperar 
quella immortalità al nome suo , per la quale gli huomini di genio hono- 
rato, anco gli stenti più insopportabili stimano soavissimi riposi. Questa 
ambì tiene tanto è honesta, che mi rendo certo che niuno con buona ra- 
gione potrà tassarmi , eh' io huomo di cosi oscuro nome habbìa ardito 
di presentare ad un prìncipe della qualità che è Vostra Altezza questi 
mìei Ragguagli di Parnaso, perchè sotto metafora e scherzi piacevoli ra- 
gionandosi in essi dei più scelti precetti politici e morali che altrui ser- 
vino per ben governare i popoh, non ad altri più convenientemente do- 
vevo mostrarli, che a Vostra Altezza, per chiaro testimonio di ognuno, 
vero maestro di quest'arte. Perchè quando mi contentassi che solo fos- 
sero veduti da i miei pari, benissimo conosco che commetterei lo spro- 
posito di mostrar le pitture ai calzolai per haver da essi il giuditio sopra 
i colori. Mi è anco lecito sperare che Vostra Altezza non si recarà a 
sdegno, che in due luoghi di questi miei scritti , che le invio, io habbia 
cercato di render chiaro il nome ìnio con lo splendore delle sue segna- 
late virtudi , delle quali sopra modo ho goduto di far mentione; perchè 
è privilegio di chi scrive il poter a sua voglia lanciare , trinare e racca- 
mare la vii giubba delle proprie vigilie, con l'oro, con le perle e con le 
gioje delle gloriose viriudi degli Heroi grandi, simili a lei. Prosperi Iddio 
lungo tempo la persona di Vostra Altezza , alla quale facendo humilissi- 
ma riverenza, divotamente bacio la mano. 
Da Venetia, li XIX di ottobre MDCX IL 
Dì V. A. Serenìssima 

Humliss, e Devotiss. servo 
Trajano Boccalini. 

La terza parte, contenente soltanto XXXI Ragguagli, fu pub- 
blicata più tardi dopo la morte del Boccalini , col titolo di Pietra del 
Paragone, Ma la forma del libro , e lo stesso frontespìzio della prima 
scorrettissima edizione colla falsa data dì Cosmopoli del 4645, ci di- 

(47) Archivio di Urbino. Filza CXIX, ci. I , Div. G. Pubbl. come sopra. 



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126 TRAJANO BOCCALINI 

cono chiaramente non essere altro quella postama scrittura che la 
continuazione dei Ragguagli di Parnaso. La quale essendo un vero 
manifesto di guerra contro la Spagna , non deve far maraviglia se il 
Boccalini si astenne dal pubblicarla, e se, cresciuti i sospetti, il 
pericolo e la paura , volle consegnare il manoscritto al Rimuio 
Cini di Firenze, perchè nella propria biblioteca lo nascondesse (48). 
È notevolissima la lettera colla quale glielo accompagna , e dalla 
quale trascrivo il seguente frammento: « Gli Spagnuoli, che mi 
« tengono per male intenzionato verso la loro corona, havendo 
« inteso qualche barlume di questa compositione , si sono ingelositi 
« del titolo stesso, senza vedere Topera, quasiché al presente non 
« potesse un autore metter mano alla penna senza offendere la loro 
« nazione. Né di ciò fauno torto al loro giudizio , poiché le piaghe 
« di quella corona sono troppo visibili per essere trascurate: con* 
a verrebbe scrivere alla cieca per non vedere oggi gli errori che re- 
« guano oggidì nella nazione spagnuola , oppure passare ad altro 
« mestiere ; essendo impossibile di raccorrò istorie , massime politi* 
t che , senza mescolarvi le azioni dei ministri di Spagna, che fanno 
n professione di servirsi della politica sin nel gioco delle castagnette; 
« e, quel che è peggio, disprezzano tutto quello che nasce fuori del 
« loro senno, che vien seminato da altra mano che dalla loro (4 9) v. 
I Commentaij su Tacito rimasero inediti per più lungo tempo. Qual 
fosse lo scopo di essi Commentar] , ce lo dice lo stesso autore nella 
prefazione. « I Ragguagli del mio Parnaso passano per le mani di 
« tanti uomini di senno , che non m' é che superfluo il ricordare 
« qual frutto abbiano cagionato con la maschera sul volto , mentre 
« anche senza occhi, hanno fatto aprire gli occhi agli uomini che eie- 
« camente dormendo lasciavano guidarsi per il naso dall^autorità e 
oc dagli artificj non conosciuti o non osservati da Principi. Ma qual 
« frutto dovrebbero produrre queste mie presenti fatiche , che si 
« metteranno alla vista di tutti , e senza maschera d'alcuna sorte? 

(48) Sono incerto nel nome di questo Rinuccini , perchè nella lettera che sta 
in fronte alla edizione fatta alla macchia , trovasi scritto M. F. R. Nella lettera che 
è tra le raccolte dal LeU e di cui parlo nel testo , trovasi Giooan BaUtta Jtitiiiocmi. 

(49) Biìanda poUtUsaf Uh. III. epist. XXXI, dove racconto al Rinuccini un 
suo curioso dialogo con certo frate che gli ronzava intorno per scuoprir paese. Il 
Bayle riporta il seguente brano di Jouan Vilrian, nelle sue note a FiUppo Commes : 
a De nuestros tempos ser nolados par de genio critico y maldicente , Francisco 
a Btfmt centra los de su nacion italianos; Troijano Boc&ùéni discursista paradoio 
« contri toda la nacion espanola ». 



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E IL SUO TEMPO 427 

« Io 8on sicuro , che quel tanto ch'altrove accennai , qui vado 
« chiaramente deciferando, e che questa mia , che posso dire vì^ 
« tima fatica per Tetà aggravata e mal menata daU'indisposizionì , 
« dimostrerà meno JTervore di spiriti giovenili, ma più notizia e 
« più Inmi acquistati dalla maturità dett' esperienza , de' quali potrà 
<r valersi il mondo a suo benefizio, paragonando i fatti e l'inten- 
« zioni segrete de' principi passati a' casi ch'avrà per mano: per- 
ff che la prudenza politica si cava dall'esatta cognizione delle cose 
« presenti e delle trascorse. La mia penna prima ardisce ragio- 
« narti apertamente de' Principi, siccome fu la prima che osò par- 
« larti in zifra de' Prìncipi mededmi (20) ». 

Le notizie intomo alla prima edizione dei CommerUarj a Tacito^ 
e intorno al manoscritto che si trova nell^Archivio generale di Ve- 
nezia, qpa^ si ricavano dalle osservazioni e documenti del signor 
Cicogna nella sua opera superiormente rammentata, sono ottimo 
commento aUa vita del nostro autore ed alla storia veneta di quel 
tempo. Trajano Boccalini lasciò due figli , Rodolfo ed Aurelio. 11 pri- 
mo era prelato in corte di Roma , e so£Rrì prigionia nelle turbolenze 
accadute nel pontificato di Gregorio XY : il secondo era abate e 
viveva alla corte di Francia : entrambi erano al servizio della Re- 
pubblica di Venezia. Nel 1627 veniva da Parigi a Venezia l'abate 
Aurelio, ed ofirendo in nome suo e del fratello al Consiglio dei 
Dieci alcuni quinterni dei Commentar) su Tacito , chiedeva a quel 
C<»isiglio la licenza di pubblicarli ( starei quasi per dire ) in nome 
e conto deUa repubblica. Importantissima per la vita del Boccalini 
è la scrittura che per tale oggetto egli presentava al Consiglio dei 
Dieci. Narrava che il padre suo aveva composto e pubblicato ì Rag- 
guagli di Parnaso , lezione altrettanto seriosa quanto profittevole , e 
dotta qucUe i Prindipi grandi avranno potuto imparare a conoscere 
^astuta e portentosa saga^^tà spagnola j per l'unico fine di mostrare 
l'ossequiosa sua servitù verso la Repubblica : narrava che tale azio- 
ne, (come è noto a tutto il mondo) non solo gli accelerò con la 
VIOLENZA DE! VELENI il fine cUh sua vita, ma pose insieme con grò- 
vissimo danno della sua casa un non plus ultra alle fortune dei suoi 
figlioli; narrava che egli desiderava di stampare in Parigi, o dove 
piacesse al Consiglio dei Dieci , le fatiche fatte pure dal padre sopra 
Cornelio Tacito, con il solo et unico scopo di giovare a quei ch'in 

(SO) Biìanoia fioUHoa, Prefazione ai Commentarj. 



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128 TRAJANO BOCCALINI 

un governo di repjtbbìica desiderano, col saper ben comandare ad 
aUri et ben servire a sé stessi, sormontar ai primi onori, et eFillth 
minare insieme la cecità di molti Princ^, che acciecati da privati 
e momentanei interessi non^ scorgono la vicinanza di quei mali, nei 
optali se non da noi , almeno dai nostri nqpoH si vedranno essere in- 
corsi : conchiudeva che prima dì {nrocedere a tale pubblicazione è 
parato conveniente ai figliuoli di lui , il presentare i manoscritti al 
Consiglio dei Dieci , acciocché, se cosi pare alla loro singolarissima 
prudenzia, possine fargli vedere a chi più gli piace, per aggiungere o 
diminuire ove piti fosse stimato a proposito. 

n Consiglio dei Dieci, visto che restava comprobata la devozione 
del già Trajano Boccalini nobile romano, etjuris consulto y con suc- 
cessivi partiti commesse Tesarne dei manoscritti a Donato Morosini, 
Pax>lo Morosini, Vincenzo Gussoni e Girolamo Landò: concesse a 
Rodolfo ed Aurelio la facoltà di poter commutare la condanna di 
un confinato : e più stanziò una pensione di ducati dodeci il mese 
per cadauno di essi e in vita loro. 

Intanto i quattro Censori esaminarono il manoscritto, e con 
singolare parere ne riferirono al Consiglio dei Dieci. Concordi nel ri- 
tenere che per la lunga pratica avuta coll'autore, Phanno conosciuto 
pieno di affetto e di devozione verso la Repubblica; concordi nel ri- 
tenere che meno alcuni passi , nulla vi fosse in quei manoscritti che 
potesse recar pregiudizio alla Repubblica; sono concordi egualmente 
nel giudicare che per ragioni politiche non dovesse permettersene 
negli stati Veneti la pubblicazione. 



« U restante dell'opera ( diceva Dona Morosini ) è asperso di censura 
« et mordacità contra principi et loro governi , e specialmente contro 
« quello dello Stato Ecclesiastico e di Spagna ; berzagli dove principal- 
<( mente indirizza Fautore le saette della sua penna : sopra di che deve 
(c la pubblica sapienza far il dovuto riflesso; poiché essendo manifesto 
« a molti, et a chi presentò questi libri spezialmente , che da questo Su- 
a premo Magistrato siano stati fatti vedere a soggetti di molta estima- 
« zione, almeno in riguardo delli tre altri, oltre di me, ch'hanno avuto 
<c questo carico , il permetter che vadino alla stampa , ancorché ciò suc- 
« cedesse in paesi oltramontani, o vero oltramarini, senza precedente 
a corretione , potrebbe esser interpetrato per una specie di acconsentimentOj 
« per non dir gusto et sodisfattione che si ricevesse di veder censurati 
« et lacerati questi principi , che si devono honorar con il silenzio^ quando 
« non si possi con la lode : dovendosi, quando si parla de' principi, imitare 



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E IL SUO TEMPO 489 

* d il cane nella lingua , non nel dente : et sempre è stato giudicato pru- 
a dente consiglio , non discreditare , né assentire, quando si possi impe- 
dirlo , che siano discreditati que'governi , de' quali non si possi conse- 
« guir la mutatione. Non deve, per mio reverente parere, esser posto in 
<r ultima consideratone , quando anco la medicina paresse alquanto tar* 
a da, et il male ormai invecchiato et incallito, che la lettura di Cornelio 
« Tacito è perniciosissima, specialmente a' giovani destinati al governo di 
« Repubblica , come è questa nostra , fondata e cresciuta in religipne et 
« pietà : poiché essendo questo autore pieno di massime et precetti er- 
c ronei et tirannici , et per conseguenza destruttrici della libertà, anzi 
« indirizzati alla sola utilità et tirannide de chi regge , non può il corpo 
€ et anima della nostra Repubblica nutrirsi di questi veneni , non può la 
€ nostra gioventù, che dovrebbe addomesticarsi con la lettione de miglior 
e historici, non ricever nocumento da dottrina cosi erronea et pernitio- 
« sa : oltre di che gli difetti et vitii de' Grandi, pur troppo al vivo rappre- 
f sentati da questo historico, servono per scusa et incentivo al m^le : 
« onde non é maraviglia, che huomini approvati per sapientia et cogni- 
« tione d' historie habbino lasciato scritto, le difformità et vituperii di 
« quel secolo d'esser condennate alla sepoltura, che sollevate alla vita, do- 
t veriano non che esser scritte o lette, ma proibite come cose portentose 
f et dannose al genere humano et alla buona economia di esso, et che 
< meglio sarebbe stato per il mondo, che Tacito havesse sempre taciuto; 
« et perciò dovrebbe esser proibita o non favorita la lettura d'esso, per- 
« mettendo tanti discorsi o transcorsi che abbondano e formicano nella 
« nostra lingua sopra d'esso : dico nella nostra lingua, poiché nella la- 
« tina assai scabrosa dell'autore, non é di facile intelligenza : et con la tra- 
ce dottione et commentarii nella volgare diviene troppo volgare et esposto 
« all' intelligenza de' giovani , et animi deboli, i quali doveriano anzi esser 
« lontani da ogni scienza, che imbevuti di questa, quando che per ope- 
« nione di molti savii più giovi l'ignoranza de' vitii, che le cognitioni 
a deUe virtù : et veramente della dottrina di Cornelio Tacito é stato ram- 
pollo il Macchiavelli , et altri cattivi autori destruttori d'ogni politica 
t virtù , i quali da quest'autore, come nelle semenze é la cagione degli 
« arbori et delle piante, hanno havuta la sua origine et il nascimento : 
« in luoco di questo dovrebbero succeder Tito Livio, Polibio, historici 
<i de' tempi più floridi et virtuosi della Repubblica Romana, et Tucidide 
« scrittore di molte repubbliche greche , ch'hanno havulo aflFari molto 
« conformi a questa nostra; oltre queir historici che hanno scritto le at- 
« tieni di questa serenissima Repubblica ; Sabelico, Zustignan, Bembo, 
« Paruta, et Morosinì, degni di lettione et di molta comenda tione ; ri- 
« mettendo però il tutto alla prudenza di questo religioso et sapientis- 
« Simo Consiglio ». 

Arcu.St.1t., Niiopa Serie. 17 



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430 TRAJANO BOCCALINI 

Soggiungeva il Gvssori : « Nel resto, oo6Ì come il libro ooniiene doU 
« Irina politica molto cariosa , cosi noa saprei quanto fosse utile che ella 
« si spargesse per le mani de'.popoli : si percliè in essa si leggono quegli 
« aroani de' principi che molto meglio stanno custoditi nelle segrete, 
« che nelle botteghe veduti e venduti; come anco perchè si parla di di- 
« versi principi , et anco di sommi pontefici con modi , forme et attri* 
« buti a loro grandemente pregiuditiali et offensive ». B Girolamo Landò, 
finalmente : « Ho trovato l'opera , per mio debolissimo senso, curiosa et 
a digna di consideratione. ... ma ò fetica forse più degna di passare per 
« le mani di principi , et di signori di alta consideratione et di prudenza, 
« che propria per uscire all'occhio di tutti : non mancandovi delli con- 
« Getti da non seminare fra semplici, degli altri pregindiciali a'poten- 
« tati (Slj ». 

Dietro questi parerì, nei quali la sapienza abituale del governo 
Veneto mirabilmente si manifesta , il Consiglio dei}Dieci negò la im- 
plorata licenza : ma siccome è probabile non fosse stato estraneo 
afifatto alla composizione delle opere del Boccalini, volle ritenere il 
manoscritto in correspettività della accordata pensione. Allora i figli 
fecero nuove istanze per riaverlo, allegando gli impegni già contratti 
col re di Francia -, ma il Consiglio dei Dieci dette loro la scelta , o di 
tenersi la pensione lasciando il manoscritto , o di perderla se avve- 
nisse la restituzione. I figli volevano in sul primo ripigliarsi il ma- 
noscritto senza perdere la pensione , poiché dicevano : essendo stata 
concessa a lui et al fratello non per ricompensa dell* opera, che fu 
presentata solo a rivedere prima di mandarla alla luce, ma per la 
benemerenza de^ scritti stampati dal padre, e per servizii prestati in 
Roma dalV abaie medesimo , non sapeva egli vedere perchè dovesse 
cessar la pensione per la restituzione delT opera: ma poi mutato 
avviso, dichiararono che posponendo il vantaggio che gliene sarebbe 
venuto dalP impressione et dedicazione od re di Francia y avevano de- 
liberato di donare il manoscritto ai signori Dieci (2S). È questa la 
storia del famoso Manoscritto dell' Ardii vio generale di Venezia, che 
visitato prima dal Bossi , è stato più diligentemente esaminato dal 
signor Cicogna. 

Malgrado ciò , i Commentar] furono pubblicati prima in Ginevra 
nel 1667; poi in Cosmopoli, cioè Amsterdam, nel 1677; e poi dal 



(24) Cicogna , l$cri%ùm venete , Tom. IV , pag. 365 , 366 , 367. 
(22) Cicogna, loc. cit. 



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E IL SUO TEMPO 434 

cav. Lodovico du May, oolla data di CosMama e ool titolo di Bi- 
lancia politica y nel 4678. Ignorasi donde uscisse il manoscritto che 
fu stampato , se cioè dagli Àrchivii del Consìglio dei Dieci , o da 
altro ripostiglio. Fatto è però, che l'opera fu venduta a Venexia, e 
che il du May non fu fedele nel pubblicarla. Dice infatti roditore 
di Castellana : « E perchè in alcuni luoghi , usando il signor Trajano 
e della libertà del suo genio o dell'inclinazione che par nata con 
« tutti li signori Italiani , sparla spesso della riforma di Lutero , 
« di Calvino e d'altre , a cui la troppo gran autorità de' Papi, e la 
« dissolutezza degli altri ecclesiastici parve intollerabile , pregai il 
« fl cav. du May d'addolcire alquanto quel che poteva parer troppo 
tt acerbo a quelli ch'hanno diversi sentimenti di quelli del Bocca- 
« lini in materia di rehgione. Quel signore (che par nato solamente 
« per servire il pubblico ) accettò la mia domanda; e la sua corto- 
ff sia fu tale , che non solo si compiacque di ammonire li lettori 
« dì ciò che devono notare ove si tratta di religione , e d'alti*e oose 
« nelle quali bisogna andar colla brìgtia in mano , et in tutti gli 
« altri luoghi dove l'eccessiva libertà del Boccalini potrebbe oCfen* 
ff dere gli occhi di chi legge , ma anche altrove aggiunse quel che 
« li parve necessario per renderlo intelligibile a quei che meno 
a sanno delle pratiche del mondo (23) o. CosVil Signor du May e 
l'editore, per non offendere le orecchie dei jurotestanti, credevano 
cosa onesta il mutilare e alterare il pensiero dell' autore , e quindi 
la Bilancia politica fu messa all'indice dei libri proibiti (Si). 

(S3) Bikmeia poUUca. Prefaxione. 

{ti) Il manoscritto di Venezia, oltre al contenere i passi espurgati dal cavalier 
Da May , contiene anche molti altri brani che non sono nel libro stampato , e 
i Commentar] ai libri XI e XII tuttora inediti. Il manoscritto , che esiste nella 
Vaticana sembra anche piti copioso del Veneto. Questo manoscritto, che ò in VII 
Tomi , fa dedicato da Aurelio Boccalini ad Uladistao IV re di Polonia , e passò 
nella Vaticana coi libri della regina di Svezia. Il Mazzuchelli ed il Cicogna 
rammentano altri testi dell'opera stessa. Nella libreria del March. Gino Capponi 
esiste pure un bel codice manoscritto in due Tomi. 11 primo contiene i Commen- 
tari ai primi sei libri di Tacito. Il secondo i Commentar] al primo delle Storie , ed 
alla Vita di Agricola. Questo manoscritto diversifica dalla edizione Castellana , in 
quanto che oontìene i passi espurgati in quella dal cav. Du May. Sulla fine del 
sesto libro contiene pure il seguente epilogo , che manca nella edizione di Ca- 
stellana. « Qui termino le mie fatiche, o lettore , fatte sopra li sei libri degli An- 
« nali di Cornelio Tacito, e replico quello ch'ho detto di sopra , che questo ò 
« il primo abbozzo fatto con velocissima mano , e però sono uscite molte cose 
« dalla penna de'* principi e privati , le quali dovevano tacersi : ma perciò clie 



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432 TRAJANO BOCCALINI 

III. Potrebbe dirsi adunque con frase moderna , che Trajano Boc- 
calini fosse il pubblicista di quella opposizione cattolica a Spagna, 
che avendo la sua sede principale in Francia , si dilatava ormai fra 
gli Italiani sotto il patrocinio di Venezia , ed aveva le sue fila fine 
in corte di Roma e nel collegio dei cardinali. In tale aspetto con- 
siderati , intende ognuno quale importanza abbiano per la nostra 
istoria gli scrìtti del Boccalini. Né intendo io già dì anaUzzarli 
tutti: quindi non parlo dei Commentarj su Tacito, e molto meno 
di altri scrìtti inediti rammentati dal Mazzuchelli (25). Parlerò 
soltanto dei Ragguagli di Parnaso , ed astenendomi da ogni curìosa 
investigazione circa la parte allegorìca del libro, non meno che 
circa la storìa letterarìa del tempo , verrò limitando il mio discor- 
so a ciò che più proprìamente costituisce la dottrìna civile dello 
scrìttore (26). 

IV. I librì del Machiavello^ del GiannoUi^ del Parata^ del Bo- 
terò e del Sansovino^ avevano già divulgate tra i dotti e tra g|i 
uomini dì Stato le dottrine politiche che in quella età parvero le 
meglio intese a governare se non bene, se non morahnente, al- 
meno con utilità i destini delle repubUiche e dei prìncipati. Man- 
cava però chi avesse volgarizzata, per così dire, la scienza politica, 
ponendola al livello degh uomini di mondo , e facendone una letr 
tura piacevole per ogni condizione di persone , e per ogni specie 



« mi ò parsa cosa molto adeguata al proposito e convenevole al genio , perciò 
« bo voluto notar tutto quello mi è venuto alfa mente , con animo poi, se mai 
« questa mia fatica dovrà andar in luce e per le mani degli uomini , di acco- 
a modare il tutto , acciò clie vi sia la sodisfazione d'ogn'uno , non avendo io 
« altro intento in questi miei scritti clie giovare al lettore » dilettarlo con la va- 
« rietà de' discorsi , con Vomammto degli esempi i e con la notizia di quella ve- 
« rità che si cela ai gabinetti di coloro che governano il mondo ». Nel mano- 
scritto veneto . dopo le parole con l'ornamento degU esempi , prosegue e chiude 
nel modo seguente : sen%a offender (Ucuno, Ma sopra tutte le cose io sottopongo e 
me e queste mie fatiche alla censura della S, Madre Chiesa , non volendo in modo 
alcuno che in esse si legga cosa che non sia di somma soddisfasione alla S. Sede 
Apostolica, 

(25) Sulla vita e sulle opere del Boccalini , vedansi Tiraboschi , Tomo VUl , 
pag.274; Nicius Erttrhabos in Pinacoth. lib.UI, pag.823; Batlb, Dissert.criL; 
Mazzuchelli , Scrittori ttoXiatit. Tom. li , par. Ili , pag. 4375. 

(26j È incredibile a dirsi la voga che ebbero i RagguagH. Nel 4647 erano sutt 
ristampati in tutte le città d'Italia, e fino in Milano. Furono tradotti in francese, 
in tedesco , in inglese, ed anche in latino. Il Batlb rammenta una traduzione 
francese del 4645. 



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E IL SUO TEMPO 133 

d'intelletti, li Boccini si accinse, ma con fine più morale e più 
generoso, a questa impresa, a Delle cose (scrìve egli al cardinal 
a Gaetano) pditiche e morali seriamente hanno scrìtto molti begli 
« ingegni italiani, e bene; con gli scherzi e con le piacevolezze ninno 
« ch4o sappia. Questa piazza come vuota, questa materìa come 
« nuova , mi sono forzato di occupare e di trattare io , con quella 
« fdicità che dirà il mondo. È ben vero che T impresa altrettanto 
a mi è riuscita difficile , quanto i più saggi letterati , negocio se 
« .non impossibile , molto arduo almeno hanno sempre provato , 
« dilettare con le facezie il lettore , e non lo stomacare con le buf- 
« fonone ; trattare materie alte , e servirsi di concetti bassi : par- 
« lare di uno , e intendere un altro : scuoprirsi , e non volere esser 
« veduto ; dir dei sali , e non inciampare nelle insipidezze : pun- 
« gere con la satira, e non mordere colla maldicenza : scherzare, e 
« dir davvero : trattar cose poUtiche , e non offender chi domina : 
« nelle persone degli uomini morti riprendere i vizii dei vivi : 
« con modesto artificio nei tempi passati censurare le cornitele 
« del secolo {nresente: e in un medesimo soggetto far quella gran 
« forza dì ^rcofe , quell'ultima gagUardìa dell'ingegno umano, che 
a altrui acquista la vera corona della lode , di mischiare rutile col 
« dolce i>. 

Ma il nostro Boccalini viveva egli pure in tempi non troppo fa- 
vorevoli alla libertà dello scrivere. Sinceramente devoto alla fede dei 
padri suoi, non parte^ava nemmeno per quelle dottrine di libertà 
rdigiosa che il Bodino aveva giustificate e difese (27). Questo volevo 
notare non per biasimo o lode al mio autore, ma per cavarne 
la conseguenza , che da questo lato né aveva bisogno di libertà , né 
correva i pericoU del Garnesecchi. Ma la ortodossia religiosa più non 
bastava a render sicuri i poveri scrittori. 11 Boccalini cominciando 
già a scuotere l'autorità di Aristotile , credeva che il sottoporre gtinr 
gegni dei poeti al giogo della legge e delle regole, altro non fosse che 
restringer la grandezza e scemar la vaghezza de" parti loro, e 
grandemente invigliacchir gl'ingegni dei letterati: e per di più ( come 
e^ stesso lo dice) era cattolico e italiano. Una tal formula di fede 
non recava fortuna. Euclide battuto per aver detto che i pensieri 
dei principi convergono a cavare gentilmente i denari dalla borsa 



(S7) Il Boccalini combatte la dottrina del Bodino , particolarmente sotto il 
ponto di vista della politica. 



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U4 TRAJANO BOCCALINI 

altrui : Catone malveduto per avere aggiunta la paroU Ubera al 
motto pugna prò patria : Tacito incarcerato per avere fabbricato 
occhiali che impedivano il gettar ia polvere ne^ occhi : Aristotele 
tenuto a disdirsi per aver chiamato tiranni quei principi che più 
attendono alla propria che alla utilità dei sudditi: Machiavello 
in guai per aver tentato che vedessero lume quelle talpe le qua& , 
con grandissima circospectìone^ la madre natura aveva create cieche^ 
sono altrettante allusioni e aUa dura calamità dei tempi, nei quali 
a con severità grande essendo proibito il satirizzare , e i galantuo- 
« mini ognora vedendo cose meritevoli di essere strombettate, sono 
« costretti a vedere , tacere e poi crepare ». Per questo il Boccalini 
raccomanda ai poeti Vaccomodare il genio cJìo stato nel quale si 
trovano \ per questo conforta i letterati che lascino andare la rch 
gione di stcUo , della quale non è possibile parlare 8en%a correr peri- 
colo di entrar coi principi nei criminali (S8). 

E questa pare a me spiegazione adequata della forma bizzarra 
che il Boccalini immaginò per divulgare i suoi pensieri. Lo spirito 
umano ebbe sempre una forza sua propria essenziabnente espan- 
siva , né vi fu un'idea utile alla civiltà , che germo^iata una volta 
nella testa di un uomo, non abbia trovata la via per manifestarsi. 
I simboli , le allegorìe , il gergo , soccorrono sempre se ogni altra 
forma più semplice e schietta o venga impedita , o la si faccia peri- 
colosa. Cosi il Boccalini , parte per bisogno della propria tutela , 
parte per impulso di quel forte immaginare che noi moderni du* 
riamo fatica a comprendere, ponendo insieme le tradizioni del 
romano impero e le idee faUizie della così detta repubblica let^ 
terarìa , finge in Parnaso un mondo ideale popolato deg^ uomini 
più illustri di ogni tempo, e diviso in repubbliche, principati e 
governi , sotto Talta sovranità di Apdlo e delle Muse. Sono in Par- 
naso le stesse passioni di quaggiù , gli stessi abusi , le solite miserie , 
i consueti pettegolezzi, i medesimi guai: e al tribunale supremo 
di Apollo fanno capo i lamenti dei popoli , le contese dei principi, 
le gare dei letterati , quanti infine seggono essere i disturbi di que- 
sto misero mondo. Apollo ascolta, giudica, provvede , ora col parere 
dei sapienti , ora col buon senso ove sapienza non giunge , talora 
con serietà tacitesca , taV altra colle facezie di popolano. Il Boccalini, 



(28) Non voleodo moltiplicare all' infinito le citazioni, dichiaro di sopprimerle 
tutte , riportando in corsivo o virgolate le parole dello tscrittore. 



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E IL SUO TEMPO 



135 



sotto il nome di Menante, è il Ga%%ettiere Officiale di queir impero, 
e coi suoi Ragguagli tiene edificato il pubblico di quanto accade 
in Parnaso. 

Non sarà sgradito ai lettori che io trascriya due brevissimi Rag- 
guagli, come saggio della forma usata dallo scrittore. « Ieri (così il 
« Rag* XX della Cent. I), primo giorno di aprile, secondo l'antico 
a stile di questa corte, da^ illustrissimi poeti , in compagnia delle 
serenissime Muse, fu visitato il tempio maggiore dì Parnaso, e con 
grandissima divozione fu supplicata la divina Maestà a degnarsi 
per sua misericordia di preservare i suoi fedeli virtuosi dalle bu- 
gie di quelle persone , che di dentro essendo tutta malignità , 
appresso i principi nondimeno sono in concetto di compitissimi 
uomini da bene. — Ieri alle dicìott'ore (cosi il Rag. LUI d^a 
stessa Centuria), nel quartiere de' grammatici si toccò la campana 
all'armi, onde i virtuosi di Parnaso tutti corsero al rumore, e 
trovarono che i pedanti , ^ epistolarìi e i oommentatoH , in 
terzo, avevano attaccato così brutta baruffa , che {hù che molto 
si penò a spartirla. La questione che nacque tra essi fu per 
il disparere se la parola comsimiptwn si doveva scrìvere per P 
o vero per T. Questo disordine grandemente travagliò l'animo di 
Apollo , non solo per la viltà della cagione della rissa , ma per^ 
che Paolo Ma/nuvio ( che si crede che in quel rumore havesse le 
prime partì) con un sasso Romano nel quale coMumptum era 
scrìtto colla lettera P, diede nel volto al Lambino che ostinata- 
mente teneva la parte contrarìa , al quale fracassò tutto il naso. 
Apollo , che prìma del succìdume e dell'innezia de'pedantì gran- 
demente era stancato, per l'occasione di quel nuovo eccesso tal- 
mente si alt^^, che al pretore Urbano comandò che pur' aU' ora 
alla bruttissima razza de' pedahti desse lo sfratto da Parnaso : 
ma poi dalle preghiere di Cicerone , di Quintiliano e di altrì 
principali letterati di questa corte , che intercederono per quella 
gente rissosa , sua Maestà si lasciò placare , dicendo quelli , che 
non potevano gareggiare per materìe gravi que'pedanti che non 
altro sapevano che le cose leggiere ». Questa è la orditura, que- 
sta è la forma del libro; che è diviso in tre parti , cioè la Prima 
Seconcbx Centuria , e la così detta Pietra del Paragone. A questi 
brevi cenni intomo la vita e gli scrìtti del Boccalini, giovi l'aggiun- 
gere adesso poche parole sulla condizione politica dell'Italia sulla 
fine del cinquecento e il principiare del seicento. 



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136 TRAJANO BOCCALINI 

V. Era potentissima in Itatia ai tempi del Boccalini la mooar» 
chia spagnuola , la di cui stella cominciò a impallidire colla paoe 
dei Pirenei (29). Oggi è di moda una specie di storica idolatria per 
Carlo V ; la di cui memoria vuoisi rivendicare dalle accuse dei con- 
temporanei troppo tribolali per causa sua, e dai giudizj non troppo 
vantaggiosi dello Isterico Inglese (30). Né voglio io già dire per que- 
sto, che uomo straordinario non fosse il vincitore di Francesco I, o 
che nella sua stragrande fortuna non possa anche ammirarsi il com- 
pimento di un disegno provvidenziale. Dico bensì che fra tutti i 
conquistatori mi parve sempre il meno simpatico : e malgrado tutto 
quello che va oggi dicendosi deiravere egli impedito l'ascendente in 
Europa della mezza-luna, potrebbesi anche dubitare se fra tutte le 
ambizioni antiche e nuove ve ne sia stata alcuna giammai meno 
benefica della sua alla causa dell' incivilimento. Non intendo gran- 
dezza vera senza generosità , né mi soggioga il prestigio di eroe dove 
manda Taffetto. . Carlo Y mi rappresenta il genio del dispotismo. 
Mezzo soldato e mezzo frate , dovunque alitava un'aura di libertà, 
menò in giro la spada , e alli stracciati privilegj volle sostituire la 
quiete disciplinata del chiostro ; né tollerando nel mondo altra vo- 
lontà che la sua , alle nuove aspirazioni della umanità rispose col 
cannone , e lo spirito umano sillogizzante infrenò col cipiglio d'in- 
quisitore. Ogni vita dei popoli era troppo molesta a quell'anima 
taciturna e superba ! Caddero cosi l'una dopo l'altra, dovunque si 
recarono i passi di quel gigante , le guarentigie del Medio-evo , e 
potè fondarsi Tonnipotenza del principato. Furono visti più tardi 
i buoni frutti di quel sistema : toccò alla misera Italia sperimen- 
tarne la prima prova. 

Dopo la battaglia di Pavia , la dominazione spagnuola , comin- 
ciata in Italia col tradimento, non ebbe contrasto; e il bel reame 
di Napoli e il ricco ducato di Milano caddero preda dei viceré, che 
venivano di fuori con strane leggi e con più strani costumi per 
isfruttarli a benefìzio proprio e della corona di Spagna. Domina- 
vano la rimanente Italia non occupata dallo straniero , la Casa di 
Savoja^ ì Gonzaga di Mantova, i Farnese di Parma, gli Este, i 
Medici e il Papa ^ e dopo essi una turba di principotti , che non 
giova il rammentare. Al gran naufragio delle pubbliche libertà erano 



(29) Il trattalo dei Pirenei è de* 7 novembre 4659 

(30) Roberston , Storia di Carlo V. 



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E IL SUO TEMPO 437 

sopravvissute Lucca , Genova e Venezia, in continue gare di puntigli , 
di precedenze e di cupidigie, tutti cpiei principi sì schermivano o si 
soverchiavano a vicenda , barcamenandosi tra Spagna e Francia , ed 
accettando dall'una o dall'altra , talora anche da entrambe ma più 
spesso da Spagna, protezione , consigli e danari. Così divisi e sbat- 
tuti tra le ambagi di una politica indecorosa, non altro frutto trae- 
vano dal loro avvilimento , che la scemata potenza , la miseria dei 
sudditi e la servitù della nazione. Carlo Emraanuele duca di Savoja 
distinguevasi invero dagli altri principi italiani , per aver serbati 
ed accresciuti gli ordinamenti del padre, per la sua guerresca 
bravura , e per Faltezza delle sue ambizioni. Ma illaqueato tuttora 
nei lacci della politica spagnola , non sapeva voltarsi che al di là 
delle Alpi , e le sue imprese contro Ginevra e in Provenza , le sue 
mire al trono di Francia , gli intrighi cui troppo fidava , mentre 
nocevano alla sua fama, favorivano sempre i disegni della corona 
di Spagna. Lucca a nuiraltro badava che a starsi in pace coi 
Medici: Genova si era fatto mancipio di Spagna: sola rimaneva 
Venezia coU'antica reputazione a custodire gli ultimi avanzi della 
già tanto famosa libertà italiana. Imperocché , riavutasi appena 
dalle scosse patite quando ebbe contro le forze di mezza Europa , 
trovò Venezia neUe tradizioni della passata grandezza quanto ardi- 
mento occorreva per serbare il decoro antico. E mentre tutto 
piegava ai cenni dell' Escuriale, resistendo ai disegni dei principi 
devoti a Spagna , e sovvenendo a coloro che avessero pensieri e vo- 
glie di emanciparsi , dalle sue lagune fece testa essa sola alla pre- 
potenza spagnuola , e fra tante vergogne salvò Tenore della sua 
bandiera. Tale era la condizione politica d' Italia ai tempi del 
Boccalini. 

VI. Il quale può notarsi fra i politici di quel tempo per un 
raro senso di moralità, che lo rendeva più libero nei giudizi e più 
cristiano nelle dottrine. Così morde acremente lo storico Conti per 
aver chiamati gloriosi acquisti i furti che i principi fanno degli 
stati altrui : il Granvela per avere istigato Carlo V a ridurre in 
servaggio le repubbliche : V Ammirato per avere scusato un principe 
che scorticava i popoli colle angherìe : il Bonfadio per la sua ma- 
ledica temerità : V Alamanni perchè non sapeva cessare di essere 
spagnuolo senza farsi francese : e in generale tutti gU storici adula- 
tori. Cosi vitupera il Perez per aver divulgati i segreti del suo si- 

Abch. St. 1t. , JVuopa ò>rìe. i8 



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i38 TRAJANO BOCCALINI 

gnore ; il ConscUvo per le frodi contro re Federigo ; il conte di San 
Paolo , V Grange e il Guisa ^ perchè ai danni della patria V>ro dive- 
nuti strumento degli Spagnuoli ; i capitani di ventura per aver 
prestato il braccio alla conquista straniera ; il Pizzarro e il Cortes 
per le avare crudeltà usate nel nuovo mondo. Co^ più che mai 
inveisce contro quella politica anticristiana che vuoisi coonestare 
col nome di ragione di stato. 

La ragione di slato che fa reputare somma virtù ^atterrare V ini- 
mico anche a colpi di traditore; che consiglia d impoverire e distrug- 
gere le province conquistate per il solo fine di signoreggiarle senza 
gelosia; che persuade ai principi che i sorci sono stati creati per 
ingrassar i gaiti^ non deve andare confusa colla vera arte politica ^ 
che è cognizione di mezzi atti a fondare, mantenere ed antpUare lo 
staio: ma, secondo il parere degli uomini dotti più timorati di Dio 
che innamorati dei principi, vuol definirsi una legge del diavolo utile 
a chi Vadopra, ma in tutto contraria alle leggi divine ed umane. Im- 
peroche una sola è la morale, ed un solo il vangelo comune ai 
principi ed ai popoli. « Ed è cosa troppo strana chei infiniti teo- 
« logì si fossero affaticati a ragionare del minuto conto che i bot- 
(( tegari anco delle parole oziose dovevano render a Dio ; et ab- 
« biano poi ommesso il far menzione di quelli errori grandi&- 
« simi che commettono i principi grandi méttendo in confusione 
« il mondo, e mandando in ultima perdizione le cose sacre e le 
<i profane ». 

Maestra a tutti i princìpi italiani di questa politica anticristiana 
era la monarchia spagnola , a tutta gentilezza e tutta complimenti 
« nelle apparenze, ma a chi ben guardi tutta superbia, tutta ava- 
« rizia e tutta crudeltà. Le mani ha sproporzionatamente lunghe, 
(t le quali distende per tutto ove meglio gli toma conto, senza 
« discernere Tamico dal nemico, lo straniero dal parente. Atta a 
« dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi, non è 
« mai temibile tanto come allora che colla corona in mano tu la 
« vedi trattare negozj pieni di pretesti di religione e di santa 
« carità verso il dilettissimo prossimo ». Con tale sistema d'ipocrisia 
converti vasi la religione in strumento di politica; eccitavansi col /?re- 
testo della fede le guerre civili di Francia ; corrompevansi i sudditi 
degli altrui Stati ; nutrivansi le discordie dei popoli per averne 
occasione a spogliarli dei privilegi ; e , quasi la felicità del genere 
umano consistesse nella vanità di possedere più mondi grandi vuoti 



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E IL SUO TEMPO 139 

di abitatori , coi pessimi trattamenti fatti ai poveri Indiani spopo- 
lavasi il nuovo mondo (31). 

VII. Accade negli Stati come nelle famiglie. Raro è che dal capo 
i vizj non si distendano a chi sta sotto. La ipocrisia divenuta base 
della politica , trapassò rapidamente a corrompere la vita privata , 
in guisa che pareva che senza di un grano di essa nemmeno i galan- 
tuomini potessero salvarsi tra le perfidie dei tristi. « Ma lo scelle- 
« rato vizio della ipoc^sia somiglia quel morbo contagioso del quale 
« altri non può pigliar così poco che in un attimo non ne appesti 
« tutta la persona ». In tal modo « le persone schiette , gli ingegni 
a aperti , gli animi liberi , inimicissimi degli artifìcii e delle dop- 
a piezze degli uomini del presente secolo , in tanto non più sono 
« stimati, che la nobilissima virtù del ragionare con la verità in 
« bocca , la singoiar dote del proceder libero , non cose sante, non 
« virtù amabilissime, ma erano stimate scurrilità, vita rilassata, 
« proceder licenzioso , costumi scorretti ». In tal modo « ogni sin- 
<t cerità di costume era scomparsa , e il mondo in pochi giorni 
« ippocritilo , pieno di ostentazioni e di apparenze , era divenuto 
« una grandissima bottega, dove non è cosa sotto la luna che non 
« si compri e non si venda ». Via adunque gli ipocriti , è il grido 
di guerra del Boccalini. Ed ecco i connotati onde si riconoscevano 
gli ipocriti d^allora. a II molto scandalizzarsi di cose di poco mo- 
<t mento , lo spesso parlare di carità senza mai fare elemosine , 
« Tavere in dosso la toga spelata e possedere buona entrata : com- 
« parire in piazza povero , e in casa vivere deliziosamente : avere 
« una avarizia diabolica , e fare ostentazione di una devozione an- 
« gelica : cuoprire col disprezzo del mondo una esecranda ambi- 
tt zione di dominare T universo: parlare adagio e con la voce fioca, 
« e sotto colore di biasimare i vizj pubblici , atrocemente dfr male 
« de' priva ti : portare il collo torto pieno di umiltà , ed avere Tani- 
« mo superbo, e predicare ad altri quello che apertamente si vedeva 
« non operavano essi ». 

Ignoro qual personaggio del tempo sìa stato simboleggiato dal 
Boccalini sotto il nome di Seneòa. Fatto è che al povero Seneca 
tocca a rappresentare in Parnaso la parte deir ipocrita , perchè 

(34) Queste ed altre più gravi accuse che leggoDsi nel nostro autore , riguar- 
dano il governo spagnuolo come dominatore straniero in Italia , non la nazione 
spagnuola , della quale il Boccalini riconosce i pregj , e i titoli che ha al rispetto 
delV Europa. 



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440 TRAJANO BOCCALINI 

anche ìd quel moudo di virtuosi non s' intende come possano andare 
insieme l'accumulare milioni e il sentenziare di morale. E prima 
e' son motti pungenti , quindi vengono le diffamazioni sujssurrate a 
mezza bocca , poi si giunge perfino alle pubbliche contumelie. £ se 
il meschino implora la protezione delle léggi , Apollo risponde acci- 
gliato , che sempre sarebbe che le immense ricchezze da qualsivoglia 
acquistate in tempo breve , altrui apportassero poca reputazione , e 
che alla dolcezza di così ricchi tesori faceva Jbisogno che fosse con- 
giunto l'amaro delle pubbliche mormorazioni. Se a pareggiare i conti 
con Dio e cogli uomini , vuol dotare di pingue stipendio una cat- 
tedra di morale, Apollo rifiuta la offerta, che corromperebbe ad 
un tempo la scienza e il professore. Che farà Seneca adunque? 
Se egli vuole recuperare la perduta reputazione , deve togliere ogni 
pretesto al mormorare. E cos^ fa. Riservala per sé una modesta 
entrata, le sue immense ricchezze destina a quattro spedali; uno 
per gli alchimisti , Taltro per gli astrologi , il terzo per i cercatori 
di tesori , il quarto per quelli infelici che di facoltadi ridotti al verde^ 
con una superbia da facoltosi sempre si odono magnificare la nobiltà 
del casaro. 

Vili. Ma poiché molti saggi Principi stimavano] loro onore àw- 
tare la Spagna anco nei vizii , udiamo come la signorìa straniera 
avesse trasformato rapidamente in Italia il pubblico e il privato co- 
stume. Le corti dei principi, già splendido convegno dei cavalieri 
più gentili e dei letterati piii virtuosi , eransi bruttamente empiute 
di quelli spiriti maligni che studio maggiore pongono nello sconcer- 
tare i fatti altrui , che in bene accomodare i proprj : divenute tur- 
pissima scuola di abietti costumi , vedevansi i giullari e i ministri 
dei vizj , essi soli in alto e i soli onorati , favoriti , onnipotenti , 
tiranni ad un tempo del popolo e del principe : o i quali , affin- 
« che il Principe aprendo gli occhi non venisse in cognizione della 
<t propria sua balordaggine , la casa gli avevano empiuta di adula- 
« tori , i quali , colle infami persuasioni loro . sommo valore gli pre- 
« dicavano la sua inezia , sviscerato amore Podio universale , lodi 
« esagerate i pubblici biasimi, ottimo governo la confusione, ono- 
« rate fatiche Tozio e la vigliaccheria di affatto avere abbandonato 
« il governo dello Stato ». I nobili, dove abbandonata la vita 
guerresca dei campi , dove abbandonata come vii cosa la merca- 
tura , farneticavano sul serio di cerimonie , di blasoni , di genea- 
logie , quasi la vera nobiltà degli uomini stasse nelle vene, e non nel 



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E IL SUO TEMPO 44< 

cervello, o le ossa, i nervi, la carne, le budella delle persone non 
fosser tutte ad un modo. Alla rabbia delle fazioni erano succeduti 
il ridicolo dei puntigli e la smania dei duelli ; alla antica operetta , 
la sciaurataggine del gioco, per gettare il tempo, la reputazione e i 
quattrini \ alla ambizione onorata dei pubblici magistrati, la vanità 
dei diplomi di conte e di marchese, e la caccia ai ciondoli cavallere- 
schi, quasi credessero gli uomini, in grazia dei principi con schiettezza 
di mente e semplicità di cuore , di aggiungere in tal guisa alla pro- 
pria reputazione. La franca familiarità italiana aveva ceduto il posto 
al gergo fattizio del convenevole , che nel paese del tu , per colorì 
e per titoli classava i cittadini come le droghe degli speziali , 
fino le passioni riduceva a pedanteria , e trasmutava il sentimento 
del decoro nelle smorfie della etichetta. Infine, Tordine stesso delle 
fomite era stato turbato colla fondazione dei maggìoraschi, distrug- 
gendosi cosi quelle eguaglianze di facultadi tra i fratelli che di comune 
avevcmo il padre e la madre, e togliendosi quella sola lodevole primo- 
genitura che non i principi né i padri, ma i fratelli concordemente 
fondavano nelle case loro. 

Né la cultura letteraria , tanto fiorente pochi anni indietro , era 
rimasta immune dall'universale scompiglio. Le accademie sorte con 
prindpj nobilissimi , o erano deserte , o divenute palestra ignobile 
di pettegolezzi e di ciance : la filosofia era un guazzabuglio di parole 
scolastiche vuote di senso : la grande erudizione delle lingue anti- 
che quasi del tutto abbandonata: la poesia lussureggiante di fiori 
e di fronde^ ma senza virilità di pensiero: gF ingegni migliori im- 
pazziti nella vanità dell'astrologia e dell'alchimia, ovvero rivolti 
ai grossi guadagna della giurisprudenza e della medicina. L'Italia 
era minacciata dalla invasione di una seconda barbarie. 

A tanto miseranda mutazione di costumi , corrispondeva lo stato 
delle pubbliche faccende. Se indotte alla estrema desolazione erano 
le province dominate dagli Spagnuoli per li rubbamenti dei soldati^ per 
li latrocinii dei giudici , per li scorticamenti dei Baroni^ e per li sacchi 
generali che vi davano i Viceré che di Spagna vi erano mandati per 
ingrassarsi, non si creda che molto migliori le condizioni fossero delle 
altre province. Dovunque la stessa rapacità d' imposte nuove , e di 
estorsioni crudefi coonestate del nome di donativi e di monti di 
Pietà : dovunque il Governo dai consìgli dei magistrati erasi ri- 
stretto nelle mani dei favoriti : dovunque le immunità , le esenzio- 
ni , i privilegi egualmente manomessi : ogni pretesto più lieve ba- 



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442 TRAJANO BOCCALINI 

stava per rapire gli antichi : regolavasi dal capriccio la durata dei 
nuovi , che venivano equiparati a quelle ciliege che ai putti si dcamo 
per dcquetargli allora che piangono ^ le ywo/t si ritoglievano loro 
acquetati che si fossero. Intanto , mentre da un lato moltiplicav/ansi 
leggi air infinito come si moltiplicano gli archetti per prendere i bec- 
cafichi, scemava dall'altro, per le soverchierie dei potenti , per le in- 
solenze scheranesche , e per la corruttela dei rettori, la sicurezza 
dei cittadini. E come poteva andare diversamente quando dei pub- 
blici uffici, come di cose venali, era quotidiano mercato; quando 
il sangue sparso si redimeva a quattrini , ma col fisco ; quando le 
stesse pene erano scuola di feroci istinti ? (( A tal termine di con- 
<i fusione era poi ridotta Tamministrazione della giustizia, che ai 
oc giudici allegandosi più le opinioni comuni, più comuni, comu- 
« nissime e più che comunissimo dei privati dottori , che Vautorìtà 
« delle leggi stesse, le liti con tal dispendio eran divenute eteme; 
« che a quei che piativano miglior conto tornava di abbandonare 
« il patrimonio loro , che con mille disgusti di animo difenderlo in- 
c( nanzi a crudeli arpie ». Che più ? gU arzigogoli della rapace fisca- 
lità a tal segno eran giunti , che messa in dubbio Tantica sentenza 
UBI BONUM IBI PATRIA, Santissima cosa era reputata l'abitare in Ita- 
lia , ma avendo i beni al Giappone, Erano queste le conseguenze 
funeste della dominazione spagnuola sul nostro paese. 

IX. Solo fra gli Stati Italiani che facesse eccezione al disordine 
universale era , secondo il nostro autore , la repubblica di Venezia. 
Seguendo lo stile degli altri statisti italiani di quel tempo, considerava 
gli ordinamenti di quella Repubblica come il modello del perfetto go- 
verno. Venezia infatti, colla severa osservanza delle sue antiche leggi, 
yedeydiSÌ perpetuare nella florida libertà^ che era scomparsa dalle altre 
città italiane. Goncentravasi invero nelle mani della nobiltà il go- 
verno di essa ; ma Tamministrazione della giustizia era imparziale 
per tutti; ma la prepotenza dei grandi e le dissolutezze della 
gioventù patrizia costantemente represse ; ma la nobiltà singolare 
per severità di costume e per operosità di vita ; ma sempre esatta 
nel pagare le gravezze ; ma sempre la prima in porre la mano alla 
borsa innanzi di gravare i popoli con nuovi dazii. E quattro sono le 
cose che negli ordinamenti veneti si ammirano in special modo 
dal Boccalini ; cioè : V 11 serenissimo principe di sì famosa libertà^ 
che congiunge l'infinita vener astone colla limitala autorità^ e la lun- 
ghezza dell'imperio colla modestia , temperamenti stati ignorati alla 



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E IL SUO TEMPO U3 

prudemsa degli antichi. ÌV II senato di quella eccelsa repubblica, 
non in altro più studioso che alla pace , e non ad altro con vigi- 
lanza e assiduità maggiore attento, che a perpetuamente fare prepor 
ramentì da guerra ; talché la pace armata con tutte le sue squisitezze 
solo si vedeva neUa floridissima repubblica veneziana. IW II comi- 
glio dei Pregadi^ composto di 250 senatori , dai quaie erano delibe- 
rati tutti gli aflari più gravi , non ristretti così nelle mani di pochi, 
poiché a ben governare gli Stati, non tanto è necessaria la segre- 
tezza quanto il buon consiglio. IV.* GU Inquisitori di stalo ^ che con 
tre sole palle di tela, con facilità incredibile, seppellivano vivo qua- 
lunque Cesare e qualsiasi Pompeo che vedessero $cuoprirsi in quella 
bene ordinata repubblica. 

Frutto di tali ordinamenti era un miracolo non visto altrove. 
La nobiltà viziosa e ignorante faceva numero ma non comandava : 
la virtù , il valore , la bontà dell'animo , i soli mezzi per salire* in 
grado : la potenza familiare e la ricchezza dei cittadini inofifen- 
sive alla libertà ; perchè la vendetta delle ingiurie private sem- 
pre affidata al senato , perchè ninno poteva salire ai sommi onori , 
se non cominciando dai magistrati più bassi; perchè qualunque 
cittadino, finito l'uffizio, doveva tornare nella modestia del viver 
privato. Quindi madore che altrove la continenza nel maneggio 
delle pubbliche entrate , maggiore che altrove la fedeltà degli uf- 
ficiali , maggiore che altrove la sapienza pratica nel governare , 
maggiore che altrove la sicurezza dei cittadini. ViUorio Calergi , 
avendo lasciata una figlia unica colla ricca dote di un mezzo mi- 
lione di oro , la madre sua potè maritarla , come volle , a Vincenzo 
Grimani più prossimo parente. Questo accadeva in Venezia , men- 
tre in altri paesi , col manto della carità verso la giovine , avrebbono 
incarcerata la madre , rinchiusa la giovine in monastero , e tanta 
bruttezza solo a/verebbono commessa per giungere al desiderato fine 
di arricchire con quella immensa dote qualche briccone di favorito. 
Non era dunque maraviglia , se in Venezia nobili e plebei , ric- 
chi e poveri, tutti eguali in piazza, si vedessero con somma modestia 
vivere in pace , e se la pubblica libertà vi fosse egualmente cara 
alla nobiUà che comand(wa , ed alla cittadinanza ed alla plebe che 
obbediva. Risponda questo splendido encomio del Boccalini a certe 
accuse di moderno conio, nelle quali tu non sai se debba ammi- 
rarsi maggiormente la leggerezza del giudizio , o la servilità della 
adulazione. 



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444 TRAJANO BOCCALINI 

X. Mentre Venezia era fidente e sicura nei suoi ordinamenti, 
gli altri Stati italiani si agitavano nelle amare angosce della paiu^ , 
conseguenziali sempre di scioperato governo. Ogni legame di afifetto 
tra i prìncipi e i popoli era o infranto o indebolito : questi avevan 
perduta la fede nel principato , quelli temevano il contagio deUa idea 
repubblicana che vedevano dilatarsi in Alemagna. Così le monar- 
chie parevano come colpite da un languore , che non lasciava spe- 
ranza di salute : così universale era il bisogno di una qualche rì- 
f<Hina a tanto scompiglio. Ma quali speranze potevano aversi mai 
nella efficacia delle riforme? Se perìcolose giudioavansì esse negli 
Stati elettivi , e impossibili sempre nelle province governate dagli 
stranieri, apparivano anche difficilissime negli altri Stati. Capiva 
ognuno die il samare i disordini dei popoli ali* ora che la medicina 
offende gli interessi delle pubbliche gabelle , sono cure disperate e 
cancheri immedicabili: vedevasi ciascuno tanto esser pronto a 
plaudire la riforma altrui, quanto alieno ad accettare la pro- 
pria : sapevasi che le riforme toccavano quasi sempre i poveri e 
non i grandi , quasi che avessero questi VJus quesito di riformare 
senza essere riformati , o fosse legge di natura die i pesci grossi 
debban mangiare i piit piccoli : e recenti esperienze avevano anche 
mostrato che le riforme preconizzate con maggior chiasso, eran 
finite , secondo il solito , con sodisfazione della plebaglia , nel porre il 
prezzo ai cavoli , alle sardelle e alle cocozze. 

Non credasi però mancassero in quella età le aspirazioni verso 
un migliore ordinamento , o vi fosse inopia di progettisti Le stesse 
bizzarrie dello spirito umano porgono sempre argomento di medi- 
tare , perchè sono indizio della irrequietezza degli animi , o sono 
rivelazioni di mali ai quali si cerca rimedio. Vi erano adunque in 
discussione idee e progetti di riforma. Venivano in prima fila i 
Moralisti, i quali andando per le generali, o proponevano come piii 
presentaneo medicamento il necessitare gli uomini a vivere con schiet- 
tezza di animo e con semplicità di cuore; o volevano inserire nel petto 
del genere umano la carità e l'amore vicendevole, e quella santa dite- 
zione del Prossimo che è primo precetto di Dio ; o battevano sul 
bisogno di premiare i buoni e punire gli scellerati. Seguitavano 
poi i Politici puri: e questi o predicavano che a conseguire i premi 
onorati delle dignità supreme fosse necessario il merito e la virtit ; o 
suggerivano provvedimenti ad impedire le monarchie troppo grandi, 
e a contenere le ambizioni dei principi ; o insistevano perchè la 



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E IL SUO TEMPO 445 

riforma dei mali presenti fosse affidata ai pratici di ogni ^mestiere; 
concludevano che le cose del mondo sarebbonsi accomodate se 
il governo degl' imperi e delle repubbliche fosse affidato ai lette- 
rati. Scendevano in campo con sicurezza maggiore quei rif(M*matori 
che modernamente sarebbonsi detti Radicali o Socialisti. E costoro 
ricorrevano allora , come sempre , alle consuete ricette. Chi m la pi- 
giava colle donne, e avrebbe voluto abolire il sesso, non die il ma- 
trimonio; un altro proponeva recisamente un nuovo reparto di 
beni ; un terzo voleva sterminare dal mondo i due infami e scelle- 
rati metcUli deWoro e dell'argento ; un quarto tollerava l'oro e l'ai^ 
gento per inveire contro il ferro , mentre creato dalla natura per 
fabbricare vomeri e %appe^ la umana malizia l'adoprava per fame 
strumento di morte : non mancava finalmente chi^ per ridurre le na- 
zioni a vivere tranquillamente nelle stanze loro , proponeva che si 
rompessero i monti ^ si disfacessero le strade , s' impedisse il viag- 
giare , si proibissero le navigazioni. 

Chi voglia richiamare alla mente gli Anabattisti di Alemagna , la 
Utopia di Tommaso Moro , la Città del sole del Campanella, non tro- 
v^à strano che allora, come sempre, farneticassero i poveri cervelli 
umani intomo a queste ed altre tali idee, che potrebbero dirsi ri- 
dicole, se pure alla povera umanità non costassero quando a quando 
non lacrime sole, ma torrenti di sangue. 11 Boccalini però, che de- 
rìdeva tutti costoro che, con strani concetti e stravaganti novitadi, si 
danno a credere di voler da capo rifare il mondo chimerizzando cose 
ridicole; ed era dawiso che non tutto quello che gli uomini dotti 
co' bei concetti loro sanno dipingere nelle carte e provano c& fondar 
menti di buone ragioni, riesce poi tosto nelPatto pratico, simboleggia 
ì nformaton dell'età sua in una consulta dei savi dell'antichità , 
creata appunto in Parnaso per provvedere ai disordini del mondo. 
Ma quei sapienti , dopo aver sudato invano allo scioglimento di un 
problema impossibile , aderiscono unanimi alla sentenza del loro 
segretario Iacopo Mazzoni da Cesena (3S) ; il quale rappresentando 
il senno pratico degl' Italiani , conclude che in questo mondo si vive 
col manco male piti che col bene, e che la somma prudenza tmana 



(32) Iacopo Mazzoni di Cesena , il solo che tenessse testa al celebre Scozzese 
Giacomo CriUmo, fu professore di filosofia anclie a Pisa. Morì nel 4603 in età di 
50 anni. Abbiamo lui di varie opere, tra le quali La dàfesa di Dante; Methodus de 
UipUci hominmi vita ; In unioersam ÀristoteHs et Platmis phiìosophiam praetudta, 

AiCB. St, It. , Nuova Serie. ig 



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U6 TRAJANO BOGCALINI 

tuUa Sta posta neW avere ingegno di saper fiore la dif/i(nle risohaione 
di lasciare il mondo come si ha trovato. 

XI. n nostro autore prendeva, adunque, Vuomo e la società ci- 
vile come sono realmente , con quella mistura cioè di bene e dì 
male che non possiamo impedire. E pensando che in politica 
meno che in altre cose si può andare innanzi con teoriche gene- 
rali e con sistemi preconcepiti , cominciava da toglier via molte 
questioni scabrosissime , le quali pare tanto più sieno causa di 
scompiglio fra gli uomini , quanto più incerto è il guadagno che 
può cavarsene , e minore la speranza di facili transaziom. Quindi 
inutile la disputa intomo al migliore dei governi , poiché ogni go- 
verno può esser buono , eccetto che per coloro che intendono per- 
fetta libertà esser quella dove niitno obbedisce, tutti comandano ed 
ognuno fa a modo suo : odiosa la discussione , aHora in voga , se 
sia lecito Tuccidere il tiranno, perchè dagli esempj del secondo Bruto 
e di Lorenzino apparisce quanto poco proficua sia stata alla causa 
della libertà la uccisione dei tiranni : dannose a^ Stati le con- 
troversie religiose , perchè ad altro non conducono che a moltipli- 
care le parti , ed a dividere gli animi dei cittadini. Sgond>rata ce^ 
la strada da tali impedimenti , il Boccalini riduce la sua dottrina 
politica a regole di buon senso, ed a consigli di prudenza pratica, e 
direi quasi casalinga , accomodati ad ogni emergenza di casi e ad 
ogni ordine di persone. Tra i quali ho trascelti e compendiati quasi 
colle stesse parole dello scrittore quelli che per il senno e per 
Fargutezza mi sono appariti come più appropriati a dipingere e 
rappresentare l'ingegno dell'uomo, e il tempo in cui furono scrìtti. 

XII. Amico, come tutti gli statisti Italiani, del governo de^ ot» 
timati , poiché la sferxa piti crudele colla quale Dio può battere gK 
ttomini è Fàrricchire i villani , conforta il Boccalini i senatori déOe 
città libere a custodire gelosamente la libertà deHa patria loro. La 
libertà è amabilissimo e preziosissimo dono, che P immortale Iddio per 
singolare grazia solo concede c^suoi piti diletti: chi non la conosce è 
cieco , cfù non la stima pazzo , chi con tutto il cuore non la si prò- 
cura , crudele inimico di sé stesso. Ma essendo ormai scomparsa dalia 
più parte delle città italiane , la custodiscano i nobili inviolata al- 
meno in quelle poche ove è rimasta. L'esempio di Firenze, dove i 
nobili si volsero al principato in odio della licenza popolana , deve 
servire ad ammonirli , essere i tiranni nemici etemi della ndt>iltk , 
come che la conoscano troppo indisposta ad adagiarsi tranqmUor 



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E IL SUO TEMPO 447 

ffienie nelle catene delkt servitù. <r Le dignità grandi, i magistrati 
« supremi ddla patria libera , dagli onorati senatori col merito della 
t virtù si devono cercare di possedere, non colle private discordie 
« e ooQe sedixiem delle armi civili ; non altra più crudele e sceOe- 
« rata passìa trovandosi di quella di un senatore che, per la va- 
t na speranza di migliorare la condizione sua e lo stato deDa sua 
« casa nella pubblica servitù , aderisce al tiranno amico ». 

XIII. Sì guardino i popoli dalVofifendere i principi , che non scor- 
dando mai le patite ingiurie , trovano sempre modo a vendicarsi. 
E Dh liberi ogni popolo da quelle vendette cnuleli che i principi 
offesi in cose di stato , dopo lunga meditazione sogliono fare contro 
i popoH disleali. Al segno cui sono discese le misere condizioni 
d^ Italia , i popoli comunque abbiano gravi ragioni di risentirsi , de- 
vono maturamente considerare due cose: « I.^ che le sollevazioni 
a popolari per l'ordinario quasi tutte hanno fine infelicissimo: il 
« che accade non solo perchè a sangue caldo , neirardor dello sde- 
« gno, e allora che gli animi altrui da pazzo furor d'ira più sono 
€ ingombrati, si delibera di quel negozio importantissimo, che a 
« sangue freddo , con animo molto riposato maturamente dee esser 
« terminato; ma perchè in queste occasioni più sono ascoltati et 
« abbracciati i consigli precipitosi e teraerarii, che i maturi e 
« quieti, perocché presso a popolo sollevato quegli sempre più è 
« tenuto saggio, che più è temerario; e quegli più è chiamato 
« zelante della libertà della patria, che coise consiglia più precipitose. 
« IL* Che chi fa funesta ri^luzione di vestir, contro il suo prin- 
« cipe le armi della ribeUione , dee esser sicuro di aver da sé 
« forze sufficienti da poter resistere alla potenza di lui , o così 
« pronti e gagliardi gli ajuti di principe straniero , che l'assicurino 
« dal lìon mai poter essere oppresso : perchè pazza bestialità da 
« cavallo pare che sia , fortemente trovarsi legato al carretto, e con 
« bestiale osiinazione tirar de' calci nelle ruote, e cosi rovinarsi le 
n gambe d. Non si lascino abbattere però dalla apatia di una stolta 
rassegnazione , né presumano di vincere la prova acerba della tiran- 
nide standosi colle braccia a cintola. La umiltà degli oppressi ras- 
sicura e non ammollisce l'animo degli oppressori, e la sicurezza del 
non trovare impedimenti raddoppia l'ardire. Le pecore chiesero in- 
vano i denti e le corna ; e la pazienza degli asini fu sempre la ca- 
lamita delle bastonate. Quando anzi si lagnarono dei trattamenti 
usati loro dagli uomini, Giove non si astenne dal rinfacciare ad 



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U8 TRAIANO BOCCALINI 

essi il vizio della pigrizia. Imperocché , nel maggior numero dei casi , 
ogni popolo ha il governo che si merita ; e per giudicare rettamente^ 
non tanto bisogna aver riguardo al genio di colui che usa severitade^ 
quanto alla qualità dei costumi di chi si duole di essere maltrattato. 

XIV. Il citaredo insegna ai principi, che troppo tirando^ le corde 
si strappano. Tenere i popoU bassi non vuol dire farli poveri , ma 
non dar loro il pretesto di armare il capo di ambizione: imperocché 
le pecore vedonsi ubbidire ai pastori, ma hanno in orrore i macellari; 
e i cani , comunque fedelissimi , non sctwtono la coda a chi dà loro 
piii bastonate che bocconi di pane. Chi pensa che a contenere i popoli 
fatti audaci dall'eccesso della oppressione, bastino gli eserciti , e che 
a tutto provveda la onnipotenza deUa forza materiale , guardi cUla 
inutilità delle tragedie rappresentate dagli Spagnoli per quetare i po- 
poli dei Paesir-Bassi^ ostinati nel proposito di voler col prezzo del scofk- 
gue comprarsi la libertà , o morire. Più spesso che non si credono , 
possono i prìncipi aver bisogno anche dei popoli , e più spesso al- 
tresì possono desiderare che agisca in prò loro quell'amor di patria 
di cui senton sospetto. Ma l'amor di patrìa non si svolge ad un 
tratto nel cuore dei sudditi , quasi per virtù d'incanto , quando si 
vuole; « perché il genere umano che, per istinto di natura, arden- 
« tissimamente ama il terreno, quale si fosse, ove egli nasce, anche 
a facilmente lo disama , quando altri con le incomodità glielo rende 
« odioso ', essendo particolare istinto degli uomini di più tosto vo- 
a lere interìzzirsi di freddo , che stare a quel fuoco che empiendo 
« la stanza di fumo , faccia lagrìmar gli occhi ». 

Ed ecco i consigli di pratica prudenza che il Boccalini detta 
pei prìncipi, se vogliono schivare il contagio delle repubbliche, e 
viver sicurì nella pace e nella fede dei sudditi loro (33). « Del nome 
« di Dio non più si servano in' avvenire per strumento di cavar 
« danaro dalle mani de' popoli , o per aggirarli con le diverse sette. 
a Si contentino di mungere le pecore del loro ovile senza scorti- 
« care né intaccar loro la peDe, più volte essendoà veduto che 
« l'odio pubblico sa e può convertire le semplicissime pecore in vi- 
« ziosissimi muli, che a furor di calci avevan cacciato fuor dell'ovile 
« il pastor loro troppo indiscreto. Tenghino i popoli in freno, ma 



(33) Questo ed altri passi successivi , ooq si Irò vano tesi ual mente , e di se- 
guito nei libri del Boccalini : ma sono stati da me compendiati e riuniti usando 
le stesse parole dell'autore : e per questo sono virgolati. 



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E IL SUO TEMPO U9 

« noD con queUa bestialità d^ngegno capriccioso , che altrui spa- 
« ventev(^ fa parere la signoria d'un uomo solo. U pubblico da- 
«r naro essendo cavato dalle viscere de* sudditi , ogni principe è 
et strettisàmamente obbligato dar loro il contento di veder che vir- 
« tuosamente è speso , e giudiziosamente dispensato per beneficio 
a della pubblica pace. Si abolisca una volta Fuso osservato da 
« molti principi in Italia di vendere i pubblici proventi agli uomini 
« privati , e cessi il brutto esempio d' impegnar nella vita loro quei 
« proventi, che liberi come gli hanno essi.ricevuti dovevano tras- 
« mettere ai successori suoi. Con simili invenzioni non solamente 
« si apre la porta aUa rovina delli Stati , ma si spiana la strada 
t all'avarizia ed alla malignità dei Prìncipi : quindi si vedono nei 
« tempi presenti essere accresciuti in molti Stati li dazii, per aver 
« li principi nuovi ritrovate le pubbliche rendite dai loro predeces- 
« sori impegnate : quindi piti non potendo caricar li popoli di nuove 
a angario, alla fine saranno sforzati tirarsi la berretta sopra gli oc- 
« chi , e dare mano alle rendite impegnate , colorendo la rapacità 
« con il pretesto che dagli antecessori loro in prejudizio dello stato 
« e di chi doveva succedere in esso, con prodigalità et malignità 
« tanto dannosa , non potevano esser impegnate. Nella imposizione 
« dei pubblici dazii , meno che sia possibile aggravino le cose ne- 
« cessarie al vitto e al vestito di coloro che colla industria sosten- 
tf tane la vita. Usino diligenza acciò i pubblici proventi sieno esatti 
« con modestia , poiché ai popoli più spesso è odioso il modo della 
<r esazione , che la gravezza stessa. Facciano i principi la mirabile 
tt risoluzione di sottoporsi all'assolutissimo dominio dell'interesse 
« della pubblica utilità de' loro popoli , rinnegando la propria vo- 
or lontà del senso. Sieno pure assoluti nell'eseguire le deliberazioni 
« dei negoziì loro più importanti ; ma nel consultarle sieno capi di 
a una bene ordinata aristocrazia, sicuri che quattro sciocchi che si 
« consigliano insieme , migliori deliberazioni fanno sempre di qual- 
a sivoglia ingegno grande che opera solo. Il vero tesaurizzare sti- 
« mino essere il dar contento ai popoli ; poiché lo empire le arche 
« dì masse grandi di oro accumulate con l'esazione di dure gra- 
ie vezzo, è quello ingrassar la milza che tanto deteriora la salute di 
« un corpo sano. Dalla ignoranza ancorché molto grossa de' sudditi 
« loro, e dal vederli affatto disarmati et imbelli^ non insuperbi- 
« scano , né sopra i popoli loro piglino soverchio ardire ; perché la 
« disperazione entrata nei popoli ancorché disarmati , imbelli e igno- 



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150 TRAJANO BOCCALINI 

« ranti , fa trovare per ogni cantone armi , cuore e giudicio. Pon- 

<v gano ogni indostrìa nel pascere la nobiltà di gradi onorati , e la 

<( plebe di pane. Perciò i magistrati e le altre dignità conferiscano 

« aìp soggetti nobili degli Stati loro, guardandosi dal conferirli ai 

« forestieri , o dall'alzare a gradi sublimi i vili soggetti della plebe 

« ignorante \ e tra i loro sudditi lascino libero il conunercio del 

« vendere e del comprare i ft*utti e le rendite dei loro terreni , e 

a il guadagno dei loro traffichi. Negli editti si scorga il fine chiaro 

<t del pubblico bene , come si vede nelle le^ deUe repubbliche , 

« e non il fine del privato intereisse» Si guardino dal piatire coi 

a sudditi , e solamente quelle liti incomincino nelle quali , per opi- 

«( nióne di uomini nella professione delle leggi grandemente ver- 

« sati , è notoria la loro buona ragione. La persecusìone ddle pub- 

cr bliche offese e dei privati delitti sia fatta senza crudeltà, e mai 

« disgiuntamente dalla demenza ; ma si guardino bene dal costu- 

<r me di confondere il reo colla famiglia , o di trasformare la seve- 

« rìtà della giustizia in speculazione fiscale. Procurimo anzi tutto 

a di liberare i popoli dal morbo che tanto travaglia gli animi, al- 

<t fligge i corpi e consuma le facultadi altrui , della eternità dei li- 

a tigj-, e sopra ogni altra cosa, da disordine cosi brutto si guardino 

« di cavare utile di provento alcuno. Remuovano i ministri mal- 
te vagi , scaccino Tavarizia e la crudeltà , e dieno mano a stabilire 

« un buon governo che abbia le tre feMtadi che rendono con- 

« tento il genere umano , cioè la pcice , la giuitixia e Vabbondanr 

« jsa : ma con questa circospezione però , che la giustizia non serva 

« a render superbi i mascalzoni , la pace universale non faccia 

« codardi i popoli , e l'abbondanza i sudditi che jurima vivendo 

« delle loro fatiche erano industriosi, non gli renda oziosi e va- 

a gabondi ». 

XV. Né di minore importanza sono i consigli che T ex-preside 
di Benevento detta per il pubblico magistrato. « Nelle controversie 

« tra popolani , amministri strettissima giustizia senza accettazione 

«r di persone ; ma in quelle che nascono tra i nobili , col rigore della 

« giustizia mescoli la destrezza, ed abbia l'arte di cavare i denti 

c< fracidi non col ferro ^ ma colla bambagia: segua il precetto di 

« Tacito, omnia scire, non omnia exequi; perchè la Irriga di voler 
«-* dirizzare le gambe ai cani, è lo stesso che perdere il cervello 

a dietro un'alchimia da matti. Non si faccia conoscere avido di 

« quelle dispute , di quelle risse , delle quali gli uomini salati ne 



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E IL (Sto TEMPO 



451 



«[ danno quattordici por dozzina. In alcune occasiimi sappia ante- 
« porre la pubbHca pace a quei rigore di giustizia che insegnano ì 
« hbrì; fugga nei negozj gravi la ostentazione d'intrepido, ardito 
« e risoluto , e si diletti piuttosto di cavare il granchio con là 
« mano altrui. Fugga le province dove si trovano soggetti 'grandi, 
« il governo dei cpiali egli è un menare a pascere una mandra di 
« volpi cdrobMigo di ridurle tutte la sera all'ovile. Larga pratica 
« abbia con tutti, amicizia stretta con nessuno; e fugga non meno 
« la stiratura che reca altrui odio, che la domestichezza die ge- 
« nerft disprezzo. Nelle pui:rf)liohe udienze adoperi più gli orecchi 
« che la bocca , e fugga il disputare i punti di ragione cogK av- 
« vocati , perchè me^ sa la predica Pignorante che la dice, che 
« il dotto che Tascolta. Laudi i costumi odiosi e rozzi dei provis- 
« ciali, ma non gli segua. Tolleri con pazienza grande il fasto degli 
« avvocati e le impertinenze dei proouraton, ma correggexKlolì in 
« privato dei dif^i bro, in pubbMco li mantenga onorati. Infreni 
« con maggiore severità la casa propria, die le sedizioni della piaz- 
« za. Fu^ga le preste deliberazioni , e si conduca in modo che nelle 
« cose ardue più gii abbia a dolere di avere q^erato poco , che di 
t aver fatto tro{^. Freni sopra ogni altra cosa la inso>lenza degli 
« sbirri : in molti Iw)^ è ridotta al termitte di temerità tanto in- 
« sopportabile , che hanno rea odiosi gli Stati, dove a simile cana- 
« ^a solo impastata d'insolenza è stata lasciata la bri^ sul c(d)o; 
« che wmI si consiglia chi dà mdta autorità a chi non sa cosa sia 
« discreuone. Per non mostrarsi inetto al suo prindpe , non dia 
« conio deDe minuzie del ^uo governo ; ma per non venire in con- 
e cotto di dispreszarìo, non gli taccia le importanti Con sagace 
« piacevolezza si compiaccia di far conoscere di aver trovato nella 
e sua provincia sudditi buoni , perchè quelM che si millantano di 
« avere impiccato le eentinaja si gloriano ddla infamia loro. Non 
« dìmentidiì mai che gli ufflciaM governano uomini pieni di mille 
« imperfezioni , in infinito soggetti agli errori , e non angdl che 
« non possano peccare; e però nel sso governo affetti più la fama 
« di piacevole che di crudele ». 

Questa è la parte delle dottrine che riguarda il governo interno 
de^ Stati , e che il Boccalini tratta con tutti quei delicati riguardi 
verso i Principi d'Italia , che erano censitati non dal decoro sol- 
tanto , ma anche dalla prudenza , subito che nel ccmcorso di essi 
volevansi da lui fondare le speranze di un migliore avvenire. 



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452 TRAJANO BOCCALINI 

XVI. Non era U nostro autore di quei politicastri che , non 
spingendo il pensiero oltre il domani , né alzando gli occhi al di 
là del breve cerchio del paesello , trascinano giorno per giorno una 
vita ignobile e meschina , né sanno pigliarsi cura di altri inte- 
ressi che di quelli del campanile e della combriccola di cui 
fanno parte. Erano vive tuttora le tradizioni di quel largo consi- 
derare le faccende del mondo, che avea fruttato aj^ Italiani tanta 
reputazione di sa^nenza e tanta superiorità nei negoziati. E il 
nòstro autore apparteneva a quella scuola da cui uscirono quei 
celebri ambasciatori , di cui anmiiriamo la sapiente avvedutezza 
nei nostri archivi e nelle raccolte stampate. Non deve però recarci 
maraviglia che il Boccalini , parte per il senno proprio , parte per 
le notizie avute dagli amici , si fosse formata una chiara idoa di 
quella che direbbesi adesso politica generale dell'Eiu^opa. 

Carlo V non aveva potuto fondare la monarchia universale, ma 
aveva stabilita la preponderanza della Casa d'Austria, divisa nelle 
due famiglie di Germania e di Spagna. Ciò sconvolgeva sostanzial- 
mente Tantico diritto pubblico dell' Europa. « Imperocché il santo 
« Romano impero spogliato de' suoi antichi Stati, era ridotto in una 
« camera locanda con il miserabile salario di sette ducati al mese , 
<t il quale più sotto nome di recognizione et a elemosina , che per 
a debito tributo, gli danno solo acciò li bastino per pagar la doz- 
« Zina. Non rapacità di elettori , non infedeltà dei popoli d'Alema- 
« gna, ma somma prudenza di tutti li principi d' Europa era stata, 
a per benefìcio della pubblica pace , tagliar gli artigli e carpprir 
« le penne maestre delle ali a quell'aquila che sempre aveva fatto 
« professione di vivere di rapina , e che s'era data a credere che 
a i popoli tutti d'Europa, quasi piccioni domestici, fossero sua 
a preda. La dignità imperiale era adunque sostentata dalla Casa 
« d Austria con la grandezza d^suoi stati patrimomali; ma in tale 
<c rappresentanza non poteva contare né sugli ajuti d'Italia, nò su 
a qtìelu di Alemagna. Non sui primi , perchè i principi d' Italia som- 
« mamente gioivano di veder l' impero Romano ridotto al termine 
« di tanta infelicità , come quei che si ricordavano che negU avari 
a passaggi dell'imperatore in Italia, da esso mille volte erano stati 
« indegnamente trattati. Non sopra i secondi , sì perchè li popoli 
(( dell' Alemagna nati alla libertà, per assicurarsi dalla mostruosa p(h 
« tenza di tanta famiglia, erano risolutissimi di voler piuttosto perder 
« Vi&nna che acquistar Buda ; sì perchè la opposizione protestante 



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E IL SUO TEMPO 453 

a e la tracoiania spagauola avevano alienato da lei le simpatie po- 
« polari : sì perchè, finalmente, erano proverbiali gli ajuti deliberati 
« dalla Dieta, che per lo più son dati o dopoché èpciSScUo il bisogno, 
« airora che $i è ricevuto il danno ». La potenza ottomanna , 
che aveva fornito tanti pretesti aUa Spagna , non era piii cagione 
dì spavento , poiché ormai erano visibili i segni della sua decadenza. 
11 regno d^ Inghilterra era invero formidabile per la fortezza del 
stéo mirabile sito, perchè li perpetui monti che lo cingono tutto gU 
servono per m/uro , dalla stessa potente mano di Dio fatti in fortRa 
di baluardi, e l'Oceano perchè fosse molto profondo , lo fa tremendo 
per la comodità &ha di assalir altri, et per le insuperabiU difficul" 
tadi che trovano quei che vogliono afferrarlo. Ma Vapostasia di quel 
regno, tessere il re di naaione straniera, nuovo nel regno e non 
ancora ben fermalo in sella , aveva scemato la potenza inglese , e 
resala impotente ad immischiarsi nelle cose di Europa. Alla pre- 
ponderanza spagnuola non poteva adunque contrapporsi efficace- 
mente che Francia, la quale per copia di abitanti, per continuità 
di territorio , per la bravura dei nobili e per la ricchezza dei suoi 
prodotti , poteva dirsi il più forte reame della Cristianità. Ma due 
condizioni erano indispensabili a tale uopo ; cioè , che intorno al re 
di Francia si aggruppassero le Repubbliche di Svizzera e di Àie- 
magna , e gli Stati d' Italia; e che il duca di Savoja avesse saputo 
farsi stanga tra i Francesi e gli Spagnuoli di Milano , come il duca 
dì Lorena aveva saputo farsi stanga tra i Francesi e gli Spagnuoli 
di Fiandra. 

Questo era all' incirca il sistema di equilibrio europeo , col quale 
Enrico IV meditava di opporre una diga alle ambizioni di Spagna. 
Può censiurarsi invero nei suoi particolari il nuovo ordinamento di 
Stati, che secondo le idee generose di quel monarca doveva darsi 
all'Europa (34); ma in quel sistema racchiudevasi il principio della 
federazione degli Stati secondar] sotto il protettorato di Francia. Ed 
è noto che un tal principio sebbene mai effettuato, fu sonora però 
tra i disegni della diplomazia ; come è noto egualmente, che Enri- 
co IV per staccare il duca di Savoja dalla alleanza spagnuola , nel 
25 aprile ^640 (35) stipulava il trattato di Bruzzolo^ che assicurava 



(34) Canestrini. Discorso dèlia Politica PiemmteH nel Sec.XVII, 8$. Ili e IV. 

(35) Eorìco IV fu ucciso iH4 maggio 4640, cioè 49 giorni dopo il trattato di 
Bruzzolo , quando era per cominciare la campagna contro gli Spagnuoli. 

Arcii.St. It.. ISiLowa Scric. ao 



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454 TRAJANO BOCCALINI 

a Carlo EmmaDuele il ducato di Milano , e trasformava i duchi di 
Savoja in re de^Lombardi (36). Le pratiche a tale effetto tenute col 
papa e colla repubblica di Venezia , dovevano esser note al Bocca- 
Uni. Senza tale presupposto , potrebbe difficilmente raggiungersi il 
significato delle sue parole. 

XVll. Ed eccomi alla parte più importante ,. alla esposizione cioè 
delle idee che aveva il Boccalini intorno alla dominazione spagnuola. 
Egli era tra i pochi che, senza essere né spagnuolo né francese, fosse 
schiettamente italiano : aveva fede nel genio della sua nazione , per- 
chè gli scrittori oltramontani hanno il cervello nella schiena , mentre 
gV Italiani che f hanno in capo^ e sanno inventare cose nuove : reputava 
che in punto di moralità poco vi fosse da spartire tra gP Italiani e 
i forestieri , ma questi avessero meglio appreso la virtié di opprimere 
i veri sensi dell'animo^ e solo a voglia di altri parlare colia bocca conr 
cetti imparati a mente : sperava, infine, che la monarchia universaie 
tornar dovesse alla nobilissima nazione italiana , quando avesse dato 
bando alle discordie che l'hanno resa serva delle nazioni straniere. 
Ma non dissimulava né quella che egli chiamava ipoteca speciale 
che la spada dei principi potenti si era usurpata sopra gli Stali di 
chi meno può ; né che Spagna evidentemente agognasse alla domi- 
nazione di tutta Italia; uè che i più gravi disordini dipendessero 
appunto dalla signorìa straniera; uè che intanto i Prìncipi italiani 
null'altro curassero che di misurare di tempo in tempo quella ca- 
tena che da sé stess