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Full text of "Archivio storico italiano"

JtSteF 



ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 



FONDATO DA GK P. VIEUSSEUX 



e continuato a cura della 



R. DEPUTAZIONE TOSCANA DI STORIA PATRIA 



QUINTA SEEIE 



Tomo XLIII — Anno 1909 






IN FIRENZE 
PRESSO G. P. VIEUSSEUX 

TIPOGRAFIA GALILEIANA 

1909 



90/ 



STORIA ed EPOPEA 



h 



Non vivia m solo il presente. Meschini noi se all'at- 
timo che fugge inafferrabile fosse ridotta questa nostra 
esistenza; se non ci si stendesse davanti, oscuro, miste- 
rioso, il futuro; se non ci stesse dietro il passato. 

All'uno e all'altro volgiamo desiderosi gli sguardi. 
Ma la condizione nostra è quella di chi percorra una 
strada diritta, seduto immobilmente all' indietro sopra 
un carro veloce. Gli occhi corporei non posson vedere 
che il cammino fatto, più e più indistinto man mano 
clie si procede. Nella direzione opposta ci è dato uni- 
camente di spingere gli occhi della fantasia e della 
ragione. 

Questi, nell'ordine degli eventi umani, poco ci di- 
cono di non molte cose, nulla di altre infinite. Fatti 
consapevoli di ciò, veniam rassegnandoci a ignorare quel 
che d'altronde conosceremmo solo con danno, quando 
alla previsione non s'accompagnasse (ne mai si presunse) 
la facoltà dello stornare. Ma tale consapevolezza è il 



(*) Discorso letto a liei-lino il 1:2 del passato agosto, in una delle 
adunanze generali del Congresso internazionale « fur historische Wissen- 
schaften ». Il titolo ne richiamerà due di scritti di Jacob Grimm, coi quali 
nondimeno l'analogia non si estende più oltre: Gedankeit mie steli die 
sagen sur poesie und geschichte verhalfen (Kleine Schriften, I. 399403); 
Gedanken tìber mythos epos und geschichte (ib., IV, 74-8.")). 



4 PIO RAJNA 

portato eli una civiltà matura; essa manca alla maggior 
parte dei popoli, e fra noi medesimi non può dirsi ge- 
nerale ed è di data recente. Ben altra credenza regnò 
un tempo dovunque. Si pensava di poter strappare 
l' impenetrabile velame ; e come per i mali insanabili si 
spacciano, e trovano vogliosi compratori, innumerevoli 
rimedi, nessuna arte fu più multiforme della divinazione. 
L'avvenire si lesse nel cielo, si lesse in ogni sorta di 
manifestazioni terrene. Dove mai non si lesse ? 

Meno intenti al futuro, gli uomini si son dati con 
ardore mai più veduto a scrutare il passato. Che posto 
abbiano preso oggidì gli studi storici, dice eloquente- 
mente l'occasione stessa in cui parlo. E a me sembra 
vano, ancorché concepito da alti intelletti, il presagio 
di un non lontano intiepidimento. Perchè l'intiepidi- 
mento s'avesse, dovrebbero venir meno le cause da cui 
il fervore è stato prodotto ed è mantenuto ; bisognerebbe 
che la conoscenza del passato non fosse per l'umanità 
il migliore dei modi, e sotto certi rispetti l'unico, per 
conoscere se medesima e per rendersi conto de' suoi 
destini. Ne si desisterà per ragione di sfiducia. Sì certo: 
quanto più si approfondisce l'indagine, più s'è costretti 
a persuadersi che il resultato conseguibile è povera cosa 
ragguagliato ai desideri, nonostante che strumenti e me- 
todi si sieno andati meravigliosamente affinando. Una 
serie paurosa di generazioni si è dissolta senza lasciare 
alcuna traccia, all' infuori di quella, non discernibile, 
delle modificazioni trasmesse in eredità ai discendenti 
immediati ; di un'altra serie pure lunghissima le tracce 
discernibili son minime; ed anche delle generazioni pros- 
sime le voci ci giungono affievolite, interrotte dal vario 
spirar del vento, e sono voci di pochi individui tra tutta 
una moltitudine. Ma che per ciò? La considerazione del 
presente e di noi medesimi ci aiuta a convertir le parole 
staccate in discorso^; l'induzione ci fornisce le ali; e se 
i voli a cui ci avventuriamo sono rischiosi, se gl'inte- 



STORIA ED EPOPEA 5 

gl'amenti lasciano luogo a non so quante incertezze, 
tratto tratto i nostri piedi posano sul solido; fra le 
dubbiezze apparisce anche parecchio di sicuro; e sia 
poi quel che si voglia, tra l'ignoranza completa e la co- 
noscenza parziale a noi concessa, la distanza non è mi- 
nore che tra questa e una cognizione piena. 

Ho supposto il concetto di storia, e mi conviene 
segnarne i limiti precisi. Storia non è già per noi ogni 
rappresentazione del passato, bensì unicamente la rap- 
presentazione del passato conforme alla verità. Essa ri- 
chiede pertanto valide testimonianze, le quali ci son 
fornite per solito col mezzo della scrittura, ma che 
possono anche consistere in monumenti e documenti 
muti. A questi dà la parola l'opera dell'esegeta, indi- 
spensabile pur sempre anche cogli altri, sia per accer- 
tarne l'autenticità ed il valore, sia per stabilirne il si- 
gnificato esatto. Al fianco dello storico si mette dunque 
la critica, e tutta ne governa, o dovrebbe governarne 
l'azione. 

Figurarsene recente la nascita, sarebbe cosa affatto 
erronea. Di critica gli uomini fecero uso prima assai 
che la storia, quale da noi s'intende, apparisse. Saga- 
cissimi interpreti di semplici indizi si manifestano, am- 
maestrati da una consumata esperienza, molti tra coloro 
a cui diam nome di selvaggi; e a sforzarsi di discernere 
anche tra le affermazioni risolute un vero ed un falso 
si fu costretti nella pratica della vita da quando sulla 
terra s'ebbero la menzogna e l'inganno, ossia, temo 
assai, tino dai primordi della nostra razza. 

Per sua natura tuttavia l'uomo è credulo. È cre- 
dulo il selvaggio, supremamente credulo il bambino, 
sono credule pur troppo — ben lo sanno gli arruffoni 
— le moltitudini incolte, o poco colte. Limite alla cre- 
dulità è la credibilità, la quale è concepita in maniera 
diversissima a seconda degli intelletti. Al bambino, al 
selvaggio, nulla appare incredibile; per le moltitudini 



t> PIO RAJNA 

non è incredibile nulla che secondi le loro passioni. 
Così, se la critica sorge assai di buon'ora, l'uso ne ri- 
mane ristretto per un'interminabile sequela di secoli. 
Già dominava nei giudizi, in cui è da riconoscere uno 
dei campi dov'ebbe maggiormente a scaltrirsi, e alla 
considerazione del passato ancora non s'applicava me- 
nomamente. 

Però accadeva che si confondessero cose che a noi 
preme distinguere. Colla storia venne per lungo tempo 
a identificarsi la tradizione, vale a dire il racconto tra- 
smesso oralmente, e però con inquinamenti inevitabili, 
di generazione in generazione. E più discosto dal vero 
ci porta ciò che le lingue romanze, e dietro a loro l' in- 
glese, chiamano «leggenda», e che le favelle germani- 
che dicono più appropriatamente « Saga », « Sa gè ». 
Come mai un vocabolo che per se vale « cosa da leg- 
gersi » si sia ridotto a designare una narrazione in cui, 
nonché l'erroneo, abbia molta parte il favoloso, può 
parer strano a prima giunta, e riesce istruttivo quando 
ben si guardi. Leggende si dissero, in quanto letture 
raccomandate per edificazione delle anime, le vite dei 
santi; le quali, ripiene com'erano di miracoli sbalordi- 
to!, accolti ad occhi chiusi dai semplici, ma moderna- 
mente sospetti — e spesso più che sospetti — agli stessi 
scrittori di storia ecclesiastica, finirono per essere tenuti 
come il tipo di tutta quanta una specie copiosissima, 
profana del pari che sacra, e le fornirono la denomi- 
nazione. 

Ma accanto alla tradizione e alla leggenda è da far 
posto a un terzo modo di rappresentazione, che quelle 
supera d'assai per dignità, elevandosi in maniera tutta 
sua propria tino alle altezze raggiunte dalla storia : vo- 
glio dir l'epopea. Mi sento tentato di simboleggiarla 
nella meravigliosa piramide del Cervino, che così spic- 
catamente si contrappone, in atto di sfida, alla prossima 
poderosa massa del Monte Rosa. Una caratteristica 



STORIA ED EPOPEA / 

esterna — il verso — distingue nettamente l'epopea 
nella sua condizione originaria dalle forme sorelle. Si 
faccia che ci si presentino versificate tradizioni e leg- 
gende: ed esse, volere o no, si troveranno comprese 
nei domini dell'epopea. Ma il verso non basta; e, ver- 
seggiata, non diventa per ciò solo epopea la storia 
sci netta, pur ripetendo per un rispetto di colà l'esser 
suo. La diremo un ibrido; infelice per solito; ma an- 
che capace di insigne nobiltà, se nell'autore, insieme 
colla coscienza dello storico, v* è l'anima del poeta. 
Penso alla Canzone di Legnano del Carducci, alle Rap- 
sodie Garibaldine del Marradi, al Villa Gloria, del Pa- 
scarella (1). 

L'epopea non si differenzia già sola in sé stessa 
per il valore disparatissimo de' suoi prodotti, che alle 
sublimità cerviniane arrivano dalle bassure di una valle 
profonda. Essa ci viene innanzi con canti d'ogni dimen- 
sione. Quale sia la lunghezza minima, nessuno vorrà 
precisare; ci si può contener di sicuro nei confini di 
poche decine di versi. Quanto alla lunghezza massima, 
l'enormità veramente indiana del Mahàbhàrata non teme 
confronti. E alle dimensioni minori e maggiori fa riscon- 
tro, considerando le cose in modo generale, una mag- 
giore o minore semplicità e complessità dell'azione. Di- 
vergenze meno gravi si riscontrano nel tono, che ha di 
norma una tal quale compostezza, portata dal fatto 
stesso dell'essere l'epopea narrazione. Immaginiamo di 
veder sopraggiungere trafelato qualcuno, trovatosi poco 
innanzi testimonio di un orribile fatto, di cui siano state 
vittime persone a lui care. Egli piange, grida, parla scon- 
nesso, in maniera inintelligibile. Stimolato a dirci cosa 



(1) Ed ora che stampo questo mio discorso, Leggo, rileggo, le pa- 
role proemiali che il Carducci stesso scrisse per il Villa Gloria, e vedo 
die non saprei immaginare più opportuno commento per ciò che mi trovo 
aver detto. 



8 PIO RAJNA 

propriamente sia seguito, a poco a poco si ricompone; 
e quantunque sempre commosso, finisce per farci una 
esposizione relativamente tranquilla. Prima noi avevamo 
da lui ciò a cui nell'ordine letterario corrisponde la li- 
rica; ora abbiam l'epopea. Nondimeno, a quel modo che 
il passaggio è qui seguito gradatamente, tra la lirica e 
l'epopea i confini non sono esattamente segnabili e dal- 
l'una all'altra si passa per infinite sfumature. Da ciò il 
bisogno venutosi ad imporre di arricchire la terminolo- 
gia. Siamo dunque tratti a parlare, oltre che di epopea 
e di lirica, di canti epico-lirici, da collocarsi, a seconda 
del contenuto e del tono, più vicini all'una oppure al- 
l'altra. 

Pur resultando dall'associazione di elementi che 
non mancano mai tra gli uomini, narrazione fantasiosa 
e poesia, l'epopea non ci appare dappertutto. Già, essa 
nasce fra le tenebre della notte, cresce ai primi albori, 
Consegue il maggior rigoglio all'aurora e nelle ore mat- 
tutine: la luce meridiana le è fatale. E alla limitazione 
cronologica s'aggiunge l'etnografica. Non vediamo in 
modo positivo l'epopea che presso un certo numero di 
popoli. Non la troviamo, per esempio, nella Gina ; e 
quanto s" è detto con ciò ! non la troviamo, pur senten- 
done come il muover d'ala, nel Giappone. Privilegiata 
a nelle sotto questo rispetto è la razza indoeuropea; tra 
la quale nondimeno non la possiamo con prova posi- 
si ti va affermare universale. Ma che il privilegio non 
implichi un possesso esclusivo, mostrano le genti finni- 
che, anche dopo che del covone messo insieme dalla 
patriottica solerzia del Lonnrot furon sciolti i legami. 
Se il covone è sparito, restano gli steli con le spighe: 
e di quelle spighe una parte ragguardevole, insieme con 
altre assai che si son poi venute raccogliendo nei me- 
desimi campi, appartiene pur sempre all'epopea. 

Non è poi da dubitare, secondo me, che l'epopea 
esistette presso popoli nei quali a noi non si mostra. 



STORIA ED EPOPEA 9 

Quell'inaridimento che sul tardi è inevitabile pur dove 
fu più intensa e rigogliosa la vita, e che nondimeno lì 
oia mai non s'avverte perchè rimangono in parte i pro- 
dotti che il suolo più non saprebbe generare e nutrire, 
potè, date condizioni meno prospere, seguire di buon'ora 
e non lasciarsi dietro chiare testimonianze. Tracce, de- 
triti, ne resteranno molte volte ; ma non così patente- 
mente riconoscibili, che sulla loro natura non si disputi. 
Non immaginiamo pertanto cessate le discussioni intorno 
all'essersi avuti nella Roma dei primi secoli canti epici 
(che il Niebuhr abbia corso troppo, si riconosce unani- 
memente), quantunque insieme coi detriti ci sia perve- 
nuta qualche ben notevole attestazione. Ma si pensi 
comunque si voglia riguardo a casi singoli, è indubitato 
che. com'è variabilissimo negli individui, e può addi- 
rittura mancare, l'attitudine alla poesia in genere e a 
certi suoi atteggiamenti in ispecie, così è variabilissima 
nei popoli l'attitudine alla poesia. I complessi etnici 
lia uno ancor essi un carattere proprio, a quel modo che 
l'hanno le persone, con questa differenza, che in loro 
resulti da un numero ben maggiore di coefficienti. Ed 
alla variabilità delle disposizioni naturali viene ad ag- 
giungersi quella determinata dalle circostanze, dalle 
vicende, dalle spinte occasionali. Queste hanno disgra- 
ziatamente condotto a credersi e voler essere poeti, ro- 
manzieri, pittori, una turba infinita d'uomini che assai 
meglio si sarebber volti a tutt' altro ; ma viceversa nes- 
suno dubiterà ragionevolmente che doti artistiche me- 
ravigliose si siano spente senza aver avuto il modo di 
riuscire feconde. E siccome l'epopea esce dalla com- 
binazione di due elementi, che, a costo di attirarmi dei 
fulmini, mi permetterò pur sempre di chiamare materia 
e l'orma, ben è concepibile che i due coesistano, si tro- 
vino prossimi, e nondimeno rimangano distinti. Perchè 
una combinazione chimica si produca, la coesistenza e 
il contatto non bastano. 



10 PIO RAJNA 

Da qualcuno io mi sono forse già guadagnato un 
rimprovero col non aver ancora chiamato a dar conto 
delle cose chi da molti s'è considerato come fattore, 
nonché principalissimo, addirittura unico, quando ci si 
riporti alle origini, dell'epopea. Le azioni che questa ci 
presenta dovrebbero risolversi in miti, i personaggi che 
vi operano essere divinità benefiche o malefiche, della 
luce o delle tenebre; e si metterebbe poi capo, in ul- 
tima analisi, a rappresentazioni sensibili di fenomeni e 
forze della natura. Ciò posto, condizione indispensabile 
perchè si abbia l'epopea sarebbe la tendenza a dar con- 
cretezza, moto, vita, alle concezioni del pensiero reli- 
gioso; a raffigurarsele come persone operanti e svaria- 
tamente operanti. E di qui s'avrebbe a dedurre che il 
ravvicinare epopea e storia sia irragionevole, in quanto 
si vengano a mettere insieme cose apparentemente con- 
simili, sostanzialmente disparate affatto. 

Contro tali idee, ora di certo meno in voga che non 
fossero, ma pur sempre care a parecchi, a me accadde 
di parlar forte, preludendo alla trattazione delle origini 
dell'epopea francese. Che di una genesi mitica l'epopea 
non abbia alcuna coscienza, significherebbe meno che 
nulla: si può esser figliuoli di re, e credersi generati 
da un umile servo. Ma vale nell'ordine del ragionamento 
ciò che allora io dicevo e che mi si permetterà di ripe- 
tere ora : « Prima che il succedersi della notte e del 
« giorno, dell'inverno e della primavera, della siccità e 
« della pioggia si concepissero come una guerra, con- 
« vien bene che le guerre abbiano avuto una parte as- 
« sai considerevole nella vita umana. Né il sole, o il 
« dio solare, che dir si voglia, poteva concepirsi come 
« un prode, debellatore di eserciti, conquistatore di città. 
« liberatore di spose tenute prigioniere da odiosi ne- 
« mici, se prodi, debellatori di eserciti veri, conquista- 
le tori di vere città, liberatori di spose d'ossa e di polpe 
- tenute realmente in prigionia, no?) si fossero avuti 



STORIA ED EPOPEA 11 

« sulla terra » (1). C'era tutto questo, si ammirava, si ri- 
cordava. V'era dunque la materia, v'era la concezione 
epica, e v'erano degli eroi: uomini insigni, che la fan- 
tasia, con un processo necessario di cui anche le età 
civili offrono continui gli esempi (nominerò Napoleone 
e Garibaldi), aveva accresciuto e trasformato. Perchè 
l'epopea fosse suscitata, d'altro non ci fu dunque bi- 
sogno, se non che a questa materia fosse applicata la 
forma musicale; applicazione che non pare, come s'ac- 
cennava, essersi avuta dappertutto, ma che per se stessa 
era ovvia. Sarebbe rischioso l'asserire che la musica sia 
sorta col rito; e quand'anche fosse, di lì doveva espan- 
dersi rapidamente all'intorno. 

Queste e molte altre cose viene predicando la ra- 
gione; colia quale s'accorda la realtà positiva. Se di 
Achille, di Ulisse, di Rama, di Rustem, di Siegfried, 
di Gùchulainn, non possiamo accertar l'esistenza (e che 
siano esistiti oppur no, poco, in fondo, deve importare), 
storicamente inconcussi stanno Ermanrico, Teodorico, 
Art li, Carlo Magno, Orlando, il Gid, e tutto uno stuolo 
innumerevole. E di Troia si son rimestate le ceneri; 
dei potenti re Micenei si sono sfondati i sepolcri. Più 
s'approfondiscono le conoscenze del passato, e più ci 
si fa manifesto che, con un linguaggio suo proprio, esso 
ci parla dall'epopea. Bensì ammetteremo volenterosa- 
mente che alle voci umane si mescolino le divine. Che 
non si mescolassero, non potrebbe non essere. Da co- 
loro in mezzo ai quali l'epopea grandeggiò, tra le une 
e le altre non s'avverte nessuna dissonanza; mortali ed 
immortali, eroi umani ed eroi divini, amichevolmente 
si frammischiano; il passato resulta del pari dai fatti 
degli uni e degli altri. Si guardi un poco donde sogliano 
muovere nella loro esposizione e quante favole vengano 
ancora accumulando con candida ingenuità avanti di 

(I) Le origini dell'epopea francese, Firenze, ISSI. p. 9. 



12 PIO RÀJNÀ 

venir al sodo, i cronisti medievali. Ricorderò il principio 
dell'Orilo gentis langobardorum, che si riflette anche in 
Paolo Diacono. Vi si mettono in iscena (chi non lo ram- 
menta?) Wodan e Freia. E apriamo l'opera di un mer- 
cante fiorentino, mente se altra mai positiva. Attalante, 
che « partendosi dalla confusione della torre di Ba- 
hele » se ne viene in Toscana, avendo seco Apollino 
quale « astrologo e maestro » e che « per consiglio del 
detto Apollino », illuminato dalla sua arte, edifica la 
città di Fiesole (1. 1. e. 7), lasciandosi dietro i figliuoli 
Italo e Dardano (1. 1, e. 9), non ha per Giovanni Vil- 
lani motivo meno valido di figurale nella Cronaca fio- 
rentina che Guido Guerra, Farinata. Giano della Bella. 
Sicché epopea e storia sprofondano del pari le ra- 
dici nel terreno dei fatti umani e di lì ricevono alimento: 
se ne alimenta l'epopea anche in quanto sia mito, dacché 
gli stessi eroi divini non son già cantati in quanto sian 
dei, e meno che mai astri e fenomeni della natura, bensì 
in quanto paiano essere uomini. Epopea e storia adem- 
piono in condizioni diverse funzioni ben consimili. Al- 
lorché Tacito scrive che i « carmina » sono « unum me- 
moriae et annalium genus » presso i Germani, dice cosa 
da potersi ripetere per non so quanti popoli. Lo scopo 
che si persegue e consegue é il medesimo, e può es- 
sere riassunto nella forinola « estensione di vita ». L'ima 
e l'altra appagano quel desiderio per cui Achille ha 
preferito la morte precoce sotto Troia, al ritorno e ad 
una lunga ingloriosa vita (II., IX, 410-16). Facendo in- 
cidere in tre lingue sulla roccia di Bebistun il ricordo 
delle proprie imprese, Dario non agiva altrimenti che 
se avesse commesso (e chi ci dice che non commet- 
tesse?) ad un poeta di corte di celebrare con canti quegli 
eventi medesimi. Egli era mosso da un sentimento d'or- 
goglio; ed orgoglio, personale, gentilizio, nazionale, sono 
tra i massimi impulsi così della storia come dell'epo- 
pea. Insieme si mira a far molti partecipi dei senti- 



STORIA ED EPOPEA 13 

menti nostri, di amore e di odio, di ammirazione e di 
sdegno; si vuol procacciare fama ed infamia. Porgiamo 
orecchio a Gregorio di Tours, che vuol giustificare se 
stesso dall'avere, lui indòtto, osato prender la penna: 
« cura nonnulae res gererentur vel recte vel improbe..., 
« prò commemoratione praeteritorum, ut notitiam ad- 
« tingerint venientum, etsi incultu effatu nequivi tamen 
« obtegere vel certamina flagitiosorum, vel vitam recte 
« viventium.... » (Proemio). Non altrimenti che così l'epo- 
pea canta i z/ia dfcvSpwv e danna i malvagi al vitupero. 
« Male cancum ja eantee n'en seit », grida Orlando 
a* suoi per animarli ad affrontare imperterriti la disu- 
gnate battaglia. ColFandar del tempo la storia ha finito 
per atteggiarsi altrimenti; l'orgoglio ne esula, o si cela; 
insieme eolle cose grandi, essa prende a registrare e 
indagare anche le piccole e minime, e tutto si studia 
di esporre serenamente, senza lasciarsi vincere dalla 
passione: ma tale non nacque, ne visse davvero così 
una gran parte della sua esistenza. I medesimi criteri 
di scelta governarono lei e l'epopea; l'idea che fa di- 
chiarar Laura, insieme con poche compagne, « ben de- 
gna Di poema chiarissimo e d'istoria », non è per nulla 
affatto cosa propria di Francesco Petrarca (1); e sce- 
gliere argomenti alti, implica in pari tempo un'esalta- 
zione, alla quale il vitupero fa poco meno che inevi- 
tabilmente riscontro. 

Con animo caldo si compongono canti e narrazioni 
storiche; e gii animi si accendono nell'ascoltarli. Segue 
ciò che Q. Fabio Massimo, P. Scipione, ed altri insigni 
solevan dire di sé, stando a Sallustio: « cum maiorum 
« imagines intuerentur, vehementissume sibi animum ad 
« virtutem adcendi » (-2). Dove, a scopo di commento, 
lo scrittore soggiunge: « Scilicet non ceram illam lie- 



ti) Trionfo della Morte, v. 17-18 nel testo dell' Appel. 

(2) Do belìo Jugurthino, alla Une «lei discorso proemiale (4, 5). 



14 Pio RAJNA 

« que figurarti lantani vini in sese habere; set memoria 
« rerum gestarum eam flammam egregiis viris in pectore 
« crescere, neque prius sedari, quam virtus eorum fa- 
« mani atque gloriam adaequaverit ». Allo stimolo al 
bene, all'emulazione, s'accompagna nondimeno quale Ih 1 
cosa di diverso. Le narrazioni producon diletto. La- 
scierò che riparli quell'anima schietta del Villani e clic 
rilevi come il suo rifarsi da età remote, « a' nostri cit- 
tadini che sono e che saranno », al tempo stesso che 
« conforto in essere virtudiosi e di grande operazione », 
« fia dilettevole». Per tal modo entra in giuoco un fat- 
tore di straordinaria efficacia, pericolosissimo per la 
verità storica, Quell'effetto che dal racconto viene ad 
essere spontaneamente prodotto, il narratore si studia di 
ottenerlo viepiù; e perchè ciò sia, non si limita già a 
preferire i fatti che meglio riescano all'intento, ma così 
quelli come gli altri tutti prende a modificare. Contro 
tale tendenza, a cui deve per molta parte i suoi carat- 
teri la leggenda, la coscienza storica insorge, dacché il 
concetto che la storia sia, come abbiam detto, una rap- 
presentazione del passato conforme al vero, si va nello 
storico sempre più stenebrando; l'epopea per contro è 
sempre più tratta a cedere alla tentazione, a scivolar 
giù per la china : il diletto, di semplice concomitanza, 
si converte in mezzo, e poi in fine: di cliente divien 
patrono : e forse nessuna causa ha tanta parte nel fal- 
si che le due sorelle, così simili di costumi in origine, 
diventino l'una estranea all'altra. L'una si ritrae a con- 
durre vita severa, quasi vorrei dire claustrale; l'altra si 
abbandona al vivere gaio. A che si deve mai, se noi] a 
questa evoluzione, che il vocabolo « romanzo » si sia 
condotto a significare unicamente quel che vale per noi? 
E di qui riceve luce anche l'affermazione che il romanzo 
sia l'epopea dello stadio nostro di civiltà. 

Produttrice di diletto riesce la forma musicale, che 
nella sua espansione completa ci si presenta in triplice 



STOMA BD EPOPEA 15 

aspetto, eli verso, di canto, di suono: tre rami di cui il 
secondo ed il terzo si disseccano quando ancora il primo 
continua a vestirsi di foglie. Essa pure contribuisce po- 
tentemente a render diverse la storia e l'epopea, come 
< niella che dispone gli animi a vedere e rappresentare 
le cose altrimenti che secondo la pretta realtà. Ma qui 
pure la discrepanza si determina solo grado grado e 
grado grado s'avverte. Non avremo detto tutto quando, 
oltre a riconoscere, come s'è già riconosciuto, che l'epo- 
pea per molti popoli e in certe età occupò il posto 
della storia, si sia rilevato che in altri periodi — il me- 
dioevo ce lo dice fragorosamente e in svariati linguaggi 
— s'è potuto scrivere in versi con sentimento di storico e 
perfino d'umile cronista. Io penso che, se ci rifacciamo 
ai principi, al dissenso si veda sostituirsi un accordo. 
Se per un rispetto la forma musicale è funesta alla ve- 
rità, per un altro le è giovevole, ciacche costituisce per 
la memoria un aiuto di primissimo ordine. Quale enorme 
congerie di ricordi è possibile serbare inalterate grazie 
a lei! All'esemplificazione molteplice che viene dal di 
fuori può servire di conferma per ciascuno l'esperienza 
propria. In condizioni mnemoniche non punto felici, 
io ancora crederei di riuscire, con un lavoro di rinfre- 
sca mento, a mettermi in grado di ripetere testualmente 
l'Inferno e il Purgatorio dantesco; e non presumerei 
invece di saper esporre esattamente con parole mie 
tutta la tela. Però tra le spinte che portarono iniziai 
mente a dar veste musicale ai ricordi del passato, e per- 
tanto tra i coefficienti dell'epopea, potè essere molto bene 
il desiderio di una perpetuazione fedele. La forma poe- 
tica adempì per una lunga sequela di secoli l'ufficio che 
fu assunto poi dalla scrittura; e seguitò ad adempirlo 
anche dopo che questa, che io non dubito di chiamare 
la massima tra le invenzioni umane, apparve nel mondo. 
Ben si sa per quanto tempo l'uso della scrittura rima- 
nesse assai ristrette anche là dove l'invenzione era pe- 



16 PIO RAJNA 

netrata. In essa la storia era destinata a trovare il suo 
vero strumento; storia nel senso nostro cominciò ad 
aversi il giorno in cui un ricordo fu inciso; da quel 
"ionio storia ed epopea principiarono ad essere poten- 
zialmente diverse. Colla scrittura invece l'epopea, finché 
ha vita vera, non se la dice. Se ne sia valsa quanto mai 
si voglia, deve riconoscere in lei qualche cosa di re- 
pugnante alla sua natura; è il becchino che le scava 
la fossa. 

La virtù perpetuatrice insita nella forma musicale 
si trovò accresciuta e rinvigorita da un genere d' isti- 
tuzione determinato dalla natura delle cose, e che però 
si può presentare analoga a distanza di luoghi e di 
tempi senza che l'analogia importi di per se parentela 
diretta. Non diversamente dalle altre occupazioni che 
domandano attitudini speciali ed esercizio, e che non 
spettano al viver comune, il canto epico fu assunto 
quale professione da uomini più o meno numerosi. Al 
modo stesso come s'avevano sarti, lavoratori di pietra 
e di metalli, pittori, scultori, s'avevano cantori di me- 
stiere. Che essi venissero poi anche talora a formare 
una corporazione, è cosa affatto secondaria: ciò che 
nell'ordine generale importa è unicamente la profes- 
sionalità. Ed essa ci si mostra nel mondo ellenico, nel 
celtico, nel germanico, nel francese dell'età media, nello 
slavo, nell'indiano, nel persiano; e accanto agli aedi 
vengono a collocarsi i bardi ed i «file», gli « scop » e gli 
scaldi, i « kobzar » ed i « pivac », i « sùtas » e i « ma- 
ga dhas », e così via. La circostanza che la privazione 
della vista, nonché esser di ostacolo, riesca di vantag- 
gio, e qual rinvigoritrice della memoria e per ragione 
delle speciali disposizioni alla musica che ad essa si 
sogliono accompagnare, fa che tra i cantori abbondino 
i ciechi. Avrebbe torto nondimeno chi pretendesse ad- 
dirittura che professione di ciechi o da ciechi sia il 
canto. Ciechi, a buon conto, non potevano essere 4 i can- 



SK'KIA ED EPOPEA 17 

tot-i per uno degli uffici che nella storia dell'epopea 
maggiormente importano: quali eccitatori del coraggio 

dui-ante le guerre, in prossimità del cimento. Ed eccoli 
tra gì' Indiani, anziché ciechi, in funzione di guidatori 
del carro del principe, e però intenti a cosa da richie- 
dere, insieme colla destrezza del braccio, occhio vigile 
e acuto: colla quale occupazione ben s'accorda l'affer- 
mazione del codice di Manu che i «Sutas » — i cantori 
di maggior grado — uscissero dal connubio di uomini 
della casta guerriera con figliuole di brammani, mentre 
i « màgadhas » son fatti nascere da uomini del popolo 
e figlie di guerrieri (1). Se ne argomenti che per i primi 
ia guerra è altra cosa che mero oggetto di canto, quale 
vorrà stimarsi invece per i secondi. E qui ci occorrono 
al pensiero Taillefer, Volker. e lo stesso Achille. 

L'esistenza dei cantori di professione è condizione 
indispensabile perchè il canto epico raggiunga il suo 
pieno svolgimento. Non lo ha raggiunto nella Finlandia, 
che non si trova averli; e nondimeno anche lì ci si 
presenta uno stato di cose assai prossimo a quello 
offertoci dalle nazioni additate poco fa. Se tra i Fin- 
landesi nessuno è « làulaja » e uull'altro (2), non ogni 
Finlandese si pretende « làulaja » : e l'attitudine ad esser 
tali è negli uni maggiore, negli altri minore, e posse- 
duta in grado cospicuo, fa che la persona sia reputata 
e ricercata. Segue suppergiù quel medesimo che avviene 
rispetto alle fiabe, conosciute universalmente, e delle 
quali tuttavia taluni, e più forse tcUune } sono narratori 
e narratrici più particolarmente dotti ed esperti. Ciò 
sanno a meraviglia i raccoglitori. E che cantori di pro- 
fessione non s'abbiano, può talora dipendere da una 
partecipazione estesissima all'esercizio; ma sarà più 



(L) Winternitz, Gesehichte (ter indischen Literrtur, voi. I. Lipsia, 

1008, |». Uri. 

(-2) Comparetti, // Kalevala, Roma. I so i . pp. -2()-r>r>. 

Arch. Sior. It„ 5." Serie. — XI, III. 2 



18 PIO RAJNA 

spesso conseguenza di condizioni di vita molto sem- 
plici e povere, e tali che alla professione non consen- 
tano luogo adatto. Abbiamo ed abbondano i cronisti : 
mancano gli storici. 

Par fatale che quelle medesime cause che fino ad 
un certo segno riescon benefiche, racchiudano nel loro 
grembo anche germi funesti. L'esserci aedi, bardi, skaldi, 
rende possibile una trasmissione più regolare. Sennonché 
costoro, parte per il bisogno di dai- sfogo maggiore alle 
doti che in loro son divenute più intense, parte per 
desiderio di primeggiare tra i compagni e a scopò di 
fama e a scopo di lucro, sou tratti a rifare e a creare. 
Ed essi si affannano ad arricchire il proprio reper- 
torio, prendendo ciò che loro si offra, di qualsivoglia 
provenienza. Così appagano la sete di novità, innata in 
coloro che li stanno ad ascoltare. Va rilevato nondi- 
meno che la sete trova neh" intimo stesso degli ascol- 
tatori una tendenza che le fa contrasto. Assetati senza 
ritegno del nuovo sono soltanto pochi raffinati : sugli 
altri il vecchio esercita un fascino particolare. A quel 
modo che i bambini chiedono insistentemente alta 
mamma la storia che hanno sentito cento e cento volte, 
a quel modo che il popolino di Palermo s'affolla al- 
l' « opra de li pupi » ad ascoltare i medesimi sproloqui, 
a veder dare e ricevere i medesimi colpi, il pubblico 
dei cantori epici porge volenteroso l'orecchio a cose 
note. Soprattutto desidera intensamente che gli siano 
ricondotti innanzi gli stessi personaggi. A questi ha 
posto affetto ; questi gli toccano l'anima, come la toc- 
cano sempre con efficacia incomparabile melodie al di 
là di familiari, più che mai se in esse vien come a pai- 
lare la patria. Una conciliazione tra le opposte ten- 
denze s'ha quando i protagonisti rimangono, e mutano 
i fatti; e in ciò si scorge una delle forze che presiedono 
alla formazione dei cicli epici. Si è qui vista in pari 
tempo una tra le maggiori ragioni pei' cui l'epopea, in 



STORIA ED EPOPEA 19 

contrapposto colla storia, suol limitare sé stessa a pochi 
periodi della vita di un popolo e il resto lascia andare 
in dimenticanza. Una tra le maggiori, perchè altre se 
n'hanno: come a dire la capacità stessa mnemonica 
dei cantori, e 1" impossibilità del presente e di ciò che 
ci è vicino di gareggiar di splendore col lontano pas- 
sato quale la fantasia se lo raffigura. Prodezze quali 
si credevano di Orlando, di Siegfried, di Dia (1), nes- 
suno le avrebbe credute di generazioni prossime; Dio- 
mede palleggia e scaglia agevolmente un macigno 



ou ouo y ftvopÉ 

òv xo-oi eio[t] (2:: 



parole che troviam ripetute per dirci di Enea la piova 
medesima (3). 

1 cantori di professione noi dobbiamo immaginarli 
anzitutto nelle corti, che, badiam bene, nelle società 
primitive sono assai più numerose e necessariamente 
anche di assai minor conto che non diventino poi per 
effetto di un'azione agglomerati/ice. che sotto forma di 
conquista o di libera unione vediamo operare di con- 
tinuo. In corti troviamo Femia e Demodoco; in una 
corte l'innominato che canta di Siegmund, di Fitela. di 
Beowulf e d' altro ancora nel poema che da Beowulf 
prende nome. E gli esempi sono infiniti; e venendo ad 
altre età e ad altre condizioni, in corti visse fortuno- 
samente Firdusi, il grande rimaneggiatore della materia 
epica persiana. S' intende che. al servizio di principi, i 
cantori non si limitano a celebrare il passato; essi in- 
tesson le lodi, meritate o immeritate, di coloro di cui 
godono il favore. Ne resulta una poesia encomiastica. 



(1) Rambaud, La Russie ( : i>i<//i<>, Parigi, L876, p. 18, 

(2) Mode. V. :>><>:'>-'., 

(3) II... XX. 286-7, 



20 PIO RUNA 

che ha eoll'epica stretti Legami, e alla quale fa degno 
riscontro la storia cortigianesca. Ed anche in ira altro 
ufficio storico questi cantori ci appaiono. Essi sono non 
di rado conoscitori, veri o pretesi, ed espositori delle 
genealogie, alle quali il concetto che la gloria e l'infa- 
mia dei progenitori si riversino sui discendenti ed il 
vivo interesse di legittimare le usurpazioni, danno sin- 
golare importanza. 

Addetti a corti, i cantori avrebbero per solito sta- 
bilità, se non di dimora, di convivenza. Ma il favo reprin- 
cipesco, come si acquista, si perde : donde la necessità 
di cercar nuovi protettori. D'altronde il bisogno strin- 
gentìssimo di molto conoscere, per saper molto ridire, 
stimola quanto mai al viaggiare. E dalla stessa pe- 
rizia nella parola essi vengono ad essere designati 
come persone particolarmente adatte a prender parte 
ad ambascerie. A chi non torna alla memoria il « Vìd- 
sidh», l'Errante, così mirabilmente tipico e significativo? 
Il vagare diventa poi condizione consueta e inevitabile 
per i cantori di grado più umile, che i cantori di corte 
suscitano dovunque. E venga donde si voglia, Ferrare 
è fecondo di effetti. Per virtù sua specialmente segue 
la propagazione dei canti epici. (ìli eroi di una schiatta 
diventano così comuni a molte genti: si convertono in 
eroi nazionali e ben pih che nazionali. La divulgazione 
a cui in questo modo s'arriva è davvero meravigliosa. 
La storia non ne potè conseguire una da potersi met- 
tere a paragone fino all'invenzione della stampa. 

Le occasioni al canto sono di varia natura. Delta 
guerra m'è già accaduto di toccare. In pace si canta là 
dove suanno numerose accolte di persone: nelle feste 
di qualsivoglia specie, sacre e profane. L'indole loro 
peculiare agisce sulla materia; però in feste iniziali si 
canta volentieri di nozze avventurose: e di qui trae 
origine un tipo di poemi, che dopo il guerresco può dirsi 
pei- certi popoli il genere di maggiore rilievo. E il tempo 



STORIA ED EPOPEA 21 

fra tutti più adatto per la recitazione è quello in cui 
gli animi sono meglio disposti alla letizia. Si canta 
dunque nei banchetti, e dopo aver banchettato, mentre 
si seguita a bere e perdurano gli effetti del bere ante- 
cedente. Così potrà avvenire che la voce del cantore 
risuoni ancora nel cuor della notte. Ma nella notte ebbe 
a risuonare ancor più la voce di uno stretto consan- 
guineo e quasi oserei dir di un figliuolo. Sono nume- 
rosi i popoli nei quali, oltre ai « cantatori » od anche 
nella loro vece, abbiamo i « contatori ». o narratori 
in forma sciolta da ritmo, non associata a melodie, 
scompagnata dal suono. Questi, insieme coli* ufficio 
positivo del sollazzare, possono adempiere l'ufficio ne- 
gativo dello scacciare la noia. Sono dunque chiamati 
ed accorrono dove la noia suol maggiormente pene- 
trare e insediarsi. Come son lunghe le notti invernali! 
E lunghe anche nel mezzogiorno dell' Europa, sono 
più che mai lunghe nel settentrione, tanto che l'inverno 
vi si può oramai dire una notte interrotta da crepu- 
scoli. In quelle parti dunque è naturale che la razza 
dei contatori avesse speciale incremento. Si guardi al- 
l' Irlanda; e a determinare e precisare serva l'esempio 
del « veles » o « file » Forgoll. che dal 1° novembre al 
1° maggio, termini rituali dell'inverno celtico, doveva 
raccontare ogni sera una storia al re d'Ulster Moiigan 
moito nel 624 o 625(1). All'esposizione prosaica ben 
si frammettono sulle labbra del narratore irlandese 
versi e canto ; ma la prosa prevale senza confronto. E 
così furono esposte generalmente in forma prosaica, e 
qua! prosa furon messe per la massima parte in iscritto 
le «saghe» dell'Islanda, cioè di un'isola che ci pre- 
senta in grado ancor più elevato le condizioni dell' Ir- 
landa, e che però non ci meraviglieremo di veder per- 



ii) D'Ahbois de Jubainville, Cotirs de littératureceltiqtt#,YQÌ.V 
pp. 133-34. 



22 PIO RAJNA 

venuta ad occupare addirittura il primo posto fra le 
popolazioni germaniche in fatto di attitudini narrative 
e del loro esercizio. Bensì al di sotto della prosa sta 
in molta parte il canto; e insieme coi contatori vi sono 
i cantatori, gli skaldi, che d'altronde non si posson 
neppur dire una specie distinta. E gli skaldi islandesi 
percorrono le corti della penisola scandinava, e vi sono 
oltremodo graditi. 

Tra le «saghe» molte hanno carattere propriamente 
storico; e dalla storia all'epopea, dall'epopea alla storia 
a me è accaduto di passar di continuo. Le due piante, 
come ho detto, escono dalle medesime radici. E quanto 
spesso accade che intreccino i rami, e die neppure si 
riesca a discernere bene quali appartengano all' una e 
quali ali" altra! Qui, al termine inevitabile del mio di- 
scorso intorno ad un soggetto che ho a mala pena sfio- 
rato, mi torna opportuno di illustrare la condizione loro 
reciproca con dati fornitici da un paese e da un popolo 
affatto estranei, che non immagineremmo di poter in- 
terrogare con frutto. E a noi son trasmessi per bocca 
di tale, che colla stessa farraginosità e contradittorietà 
delle notizie dà prova di aver adempiuto unicamente, 
in modo più o meno accorto, l'ufficio di informatore, 
senza nulla rimaneggiare con intenzione. 

Narra Pedro de Gieza de Leon (1). passato quindi- 
cenne in America e vissuto a lungo tra i Peruviani, 



(I) Pagg. 34 sgg. del tomo V della Biblioteca Hispano-Ultr amar ina, 
Madrid, 1880: Segtmda parte de la Crònica de loa tncas Yupanguisy 
de sus grandes hechos ;/ gobemacion. Alla Biblioteca Reale di Berlino, 

oltre a questa edizione curata da Margos Jiméxez de la Espada, ne ebbi 
alla mano un'altra, che aveva allestito sette anni prima il peruviano 
dott. Manuel Gonza les. de la Rosa, e della quale l'esemplare berlinese 
(privo di frontespizio, verosimilmente non impresso mai) par essere l'unico 
superstite. Tale almeno lo credeva il libraio Triibnerdi Londra, che. in- 
viandolo in dono alla Biblioteca nell'aprile del 1888. diceva come gli alti- 1 
tutti fossero stati mandati al macero nel 1884 dal tipografo, non pagato dal 
De la Rosa. Qui la parte che c'interessa principia alla p. 36; e abbraccia 



STORIA ED EPOPEA 28 

che alla morte di ogni « Jnka ». come lì si chiamava il 
re, i più anziani del popolo giudicavano se il defunto 
t'osse meritevole di ricordo, oppur no. Se sì, facevano 
che i manipolatori e custodi di quei curiosi documenti 
che chiamavano « quipu », costituiti da cordicelle vario- 
pinte sparse di nodi insieme riunite, fornissero i dati 
necessari : e i maestri del parlare ne componevano 
«le* canti, paragonabili ai « Romances » e « Villancicos » 
spaglinoli, di nozze, di guerre e battaglie, da recitarsi, 
a seconda della materia, in feste nuziali e in altre riu- 
nioni, affinchè nell" udirli si eccitassero gli animi. E i 
conoscitori di questi canti ponevano grande cura nel- 
1" insegnarli ai figliuoli e a comprovinciali dotati delle 
opportune attitudini, sicché a questo modo s'era per- 
petuata e mantenuta fresca nel paese la conoscenza dei 
fatti seguiti da cinquecent'anni in qua(l). 



i capitoli Vili e IX. anziché XI e XII, coinè segue nell' ed. Jiménez, in 
quanto, essendo acefalo il codice dell'Escoriale che solo ci ha conservato 
L'opera, il De la Rosa, più stretto al manoscritto rispetto all'ortografia, 
soppresse un mozzicone del cap. 111. e chiamò * l » il capitolo che origi- 
nariamente era IV. e che IV è rimasto nell'altra edizione. 

(I) Si confronti ciò che dice un poco più tardi nella 1 Ustorio de 
log Tngas del Perù, parte IT. licenziata il 4 marzo del 157-2. il capitano 
Pedro Sarmento de Gamboa, che aveva accompagnato il Viceré Francisco 
de Toledo nell'inchiesta eseguita viaggiando per il paese nei due anni 
precedenti: «Para suplir la t'aita de letras tenian estos barbaros una 
*curiosidad muy buena y cierta. y era que unos a otros padres a bijos 
■ se yhan reflriendo las eosas antiguas pasadas basta sus tiempos ripi- 

- tiendoseles inuclias vezes conio quien tee lection en catedva haziendo 

- les repetir las talea lectiones historiales a los oyentes, hasta que se les 
« quedasen en la memoria fìxas. y asi cadauno a sus decendientes yba 
« comunicando sus annales por està orden dicha ». La seconda parte della 
llistoria del Sarmiehto, probabilmente la sola eseguita o almeno condotta 
a termine, è stata scovata nell'esemplare originale tra i codici di Gottinga 
da Guglielmo Meyer, che la fece oggetto di una dotta comunicazione, 
pubblicata nelle Nachricktm von der Kòniglwhen Gesellschafì der Wis- 
senschaften zn G/ittmgen, PhUol.-histor. Klasse, 1893. pp. 1-18. Di lì. 
p. 16, è preso il passo che ho riferito. E di ciò che conta il Cieza de 
Leon ebbi primamente notizia dallo scritto del Meyer. 



24 PIO BAJNA 

Ecco un'epopea-storica, nella quale due cose sono 
specialmente caratteristiche: il criterio morale, che solo 
ai re degni consentiva di sopravvivere nelle memorie dei 
posteri, limitandosi per gli altri, come l'autore soggiunge 
poco più oltre, a darne il nome o poco più, tanto die 
la successione non venisse ad essere difettosa; poi quel 
ricorrersi a documenti che possiate dire d'archivio, dai 
quali dovevano essere somministrati lo schema e una 
paitc d" indole positiva e statistica (i « quipu » avevano 
in origine, e continuarono ad avere soprattutto carat- 
tere aritmetico), di cui per solito 1' epopea non si dà 
punto pensiero. 

Narrando dei re i canti dovevano narrare anche di 
molti altri personaggi; si ricordi che Libro dei Re s'in- 
titola il gran poema di Firdusi; ed io penso d'altronde 
che. data l'abitudine alla poesia narrativa, canti narra- 
tivi dovessero aversi nel paese anche da altre fonti che 
da quelle descritte dal Gieza de Leon. Sta tuttavia 
che gl'Inkas ebbero a prendere rispetto all'epopea pe- 
ruviana un atteggiamento che nessun monarca si vede 
aver preso altrove. Essi la asserviscono. Quel giudizio 
pronunziato dagli anziani del popolo sull'essere, oppur 
no. il re defunto meritevole d'esser ricordato dai po- 
steri, sarà cosa di un tempo più o meno remoto. Se- 
guitando l'esposizione troviamo assegnarsi ai re la li- 
cenza e l'ordine delia composizione dei canti; e ciò non 
implica forse che loro sia stato anche il giudizio? E mal 
s'accorda con quanto intorno alle recitazioni era stato 
detto antecedentemente, il soggiungersi che esse fossero 
limitate a feste regie e si facessero rivolgendo al re stesso 
la parola. io m'inganno, o qui è venuta già ad infiltrarsi 
inconsciamente la rappresentazione di una condizione 
di cose sostituita, o voluta sostituire, tirannicamente al- 
l'altra, condizione che il Gieza de Leon espone di pro- 
posito nel capitolo successivo, senza rendersi e ren- 
derci conto dei rapporti con quanto aveva esposto prima. 



ST0RI1 ED EPOPEA 25 

Ivi si dice che ogni re sceglieva tre o quattro an- 
ziani ai quali era commesso di tenere memoria delle 
vicende, liete e tristi, che seguissero durante il loro re- 
gno e di comporrle dei canti. Questi canti non potevano 
essere lecitati che al cospetto del re; del quale era proi- 
bito ai poeti-storici di parlare comunque ad estranei. 
Lui morto, li recitavano poi in tono umile al succes- 
sore; e questi faceva chiamare altri anziani, die li im- 
parassero a mente e che ne componessero poi intorno 
ai fatti del regno suo proprio. E unicamente nei giorni 
di grande letizia o lutto di corte era permesso dire quei 
canti, esaltatoli della grandezza dei monarchi e della 
loro origine. Per chi contravvenisse eran gravi le pene. 

Si vede a che siamo riusciti? Movendo verosimil- 
mente da un'epopea storica esposta alla sorte consueta 
della deformazione della verità, ci siamo ridotti, attra- 
verso ad un'epopea curante dell'esattezza, ad un'epopea 
imbavagliata e sottomessa a severa censura da un po- 
tere tirannico. I riscóntri nel vecchio mondo sono of- 
ferti insieme dall'epopea e dalla storia, non venute mai 
a separarsi nel Perù, disgiuntesi di qua dall'Oceano, o 
pei- dir meglio nell'ambito della civiltà die mette capo 
al pensiero greco-latino. Qui l'evoluzione fu di tal na- 
tura, che L'epopea fu surrogata dalla storia. E ha finito 
per trovarsi surrogata dalla storia vera, o almeno dagli 
sforzi sinceri e tenaci per arrivare ad essa. Possiam 
dunque rallegrarci. Non deve rallegrarci il trionfo della 
verità? .Mentre questo ha da essere, non sarà illecito 
tuttavia a taluni accoglier nell'animo anche un rim- 
pianto. Coll'epopea è mancata una gran forza, che agiva 
stille volontà lien piìi efficacemente che non riesca di 
agire alla storia. E malinconico il dover rinunziare agli 
eroi e vedere rimpiccolirsi per solito, osservati da vi- 
cino, gli stessi uomini grandi. Ma la natura umana an- 
cora si ribella: a dispetto di tutto si abbandona all'im- 
maginazione, al sentimento; e dicano quel che vogliano 



2H PIO RAJNA, STORIA ED EPOPEA 

i documenti, esalta, ammira, si accende. D'altra parte 
la verità che la storia le mette innanzi, per affannosa- 
mente cercata che sia, è sempre una verità monca ; 
piuttosto che l'uomo tutto intero, ci dà lo scheletro. Però 
si capisce ottimamente che l'uomo e la vita si siano 
chiesti al romanzo storico, troppo severamente condan- 
nato dalla fredda, ragione. E così si chiedono a romanzi 
prettamente tìnti; e da personaggi che sappiamo figli 
della fantasia noi ci sentiamo attratti e dominati, come 
non riescono ad attrarci e dominarci gli nomini che 
vissero effettivamente, quali al lume della critica essi ci 
appaiono. No: intendere, sapere non ci basta; ci è ne- 
cessario sentire, volere. 

Firenze. Pio Rajxa. 



; >-;.-»-: <-. 



I DISPACCI DI CRISTOFORO DA PIACENZA 

PROCURATORE MANTOVANO ALLA CORTE PONTIFICIA 
(1371-1383) 



PREFAZIONE. 



Nel 1864 Luigi Osio pubblicò il primo volume dei suoi 
importanti Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, 
nel quale raccolse, fra P altro, un copioso carteggio di Ber- 
nabò e Galeazzo Visconti a Lodovico II Gonzaga, signore 
di Mantova, ed una lettera di Cristoforo da Piacenza, procu- 
ratore di Lodovico e di Francesco I Gonzaga nella corte 
pontificia, scritta il 16 luglio 1370 da Avignone (1). La 
provenienza dei documenti P editore asserì sempre essere 
P archivio di S. Fedele di Milano (ora Archivio di Stato), 
dov'egli avrebbe ritrovato le carte in originale, ed il 
pubblico credette alP esattezza della notizia, senza tenere 
conto, che, trattandosi di lettere indirizzate a signori di 
Mantova, P ubicazione degli originali doveva in via ordi- 
naria essere P archivio dei Gonzaga, così ricco di materiali 
storici, e che ora fa parte dell'Archivio di Stato mantovano. 
La tede nella provenienza indicata dalPOsio non venne 
scossa neppure in un dotto storico tedesco, Luigi Pastor, 
il quale, ricercando nel carteggio degli ambasciatori man- 
tovani a Roma, conservato a Mantova, rinvenne e diede alla 



(1) Milano. Bernardoni, 1864, p. 183. 



28 ARTURO SEGRE 

lnce quattro lettere di Cristoforo ed un periodo d'una 
quinta (1 ). 

Da alcuni anni era in me sorta la diffidenza, che s'ac- 
crebbe, quando, ricercando io pure tra i dispacci degli ora- 
tori mantovani a Roma, rinvenni, oltre a quelle edite dal 
L'ast or, altro 22 lettere di Cristoforo dalla curia pontificia, 
degne del massimo conto (2). Volli allora rintracciare possi- 
bilmente anche il dispaccio da Avignone, trovato dalFOsio, 
e la fortuna mi secondò. Scorrendo il carteggio degli ora- 
tori mantovani dalla Fi-ancia ebbi la soddisfazione di in- 
contrare un fascicolo di ben l'I dispacci del nostro procu- 
ratore da Avignone, tutti originali ed autografi, e fra essi 
(lucilo edito dall' Osio. L'ottimo e dotto cav. Da vari mi in- 
formò poi che POsio fu a Mantova tra il 1.S55 ed il 1868 e 
fece colà trascrivere molti documenti del sec. XIV, quelli 
appunto ch'esso pubblicò nella sua raccolta. Perchè l'Osio 
scientemente alterò e modificò la provenienza dei mede- 
simi I II movente resta oscuro, salvo il caso, non impossi- 
bile, ma anche non dimostrabile con prove sicure, che qui si 
tratti di una debolezza del ricercatore, il quale scorgendo, tra 
gli altri, i21 dispacci da Avignone, come appare dalle traccie 
di matita o di penna lasciate sulle carte, e non riuscendo 
a determinare subito di molti la data certa, abbia voluto 
nascondere pel momento l'esistenza del prezioso materiale 
storico, colP intenzione forse di riprenderne in migliori cir- 
costanze lo studio. Dopo POsio nessuno, per quanto mi 
consta, ebbe conoscenza di tali lettere avignonesi. Di esse. 
del carteggio romano e d'una lettera di Cristoforo stesso 
al marchese d'Este, Niccolò TI. signore di Ferrara, che si 



(1) Pastobj Gesohiéhte der Pàpste seti dem Ausgang dee MittelaUers, 

voi. I (ediz. 3* e 4 a ), Freiburg i. B., Herder, 1901, pp. 780-S9, mi. 10-12, e 
voi. II, p. 754. n. 11*; Io.. Ungedruckte AJcten air Gesohiéhte do- Pàpste 
vomehmlioh ini XV, XVI nnd XVII Jahrhundert, voi. I (1376-14(14), Frei- 
burg i. B.. Herder, 1904. pp. 1-4. n. 1. 

(2) È singolare che tale importanza sia sfuggita al PA8TOR; ved. 
d cscìù elite. I, 789, n. 1 : « Woitere historiscli wielitige Briefe von Chri- 
stophorus von Piacenza jinden xicJt leider in doni Mantuaner Ardi ivo 
ni ehi ». 



CRISTOFORO DA ri.VCENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 29 

conserva nell'Archivio di Stato di Modena (1) (restituita a 
tutti la datazione annua mancante), godo di offrire la pri- 
mizia M'Archivio .storico italiano. Cristoforo ci trasporta fra 
le lotte della S. Sede e dei Visconti, narra il ritorno di Gre- 
gorio XI a Roma nei suoi particolari più minuti, la guerra 
degli Otto Santi, l'origine dello scisma d'occidente, la rovina 
di Giovanna I d'Anjou, regina di Sieilia, la spedizione di 
Luigi I d'Anjou e di Amedeo VI di Savoia nell'Italia meri- 
dionale, non senza ragguagli sulla guerra dei cento anni 
tra Trancia ed Inghilterra: tatti ed avvenimenti dunque che 
interessano grandemente le signorie italiane tutte di quel 
tempo. 

Torino. Arturo Segre. 

I primi 14 documenti qui pubblicati abbracciano, fra 

gli altri episodi storici, anche, ed in particolare, la guerra 
della Chiesa contro i Visconti. Dai tempi di Giovanni XXII 
la S. Sede era in lotta costante coi Visconti, dei quali te- 
meva la potenza e la sete di conquiste (2). Invano Gio- 
vanni stesso, Innocenzo VI ed Orbano V eransi adoperati 
alla rovina dei forti signori : il velenoso biscione, sempre 
più audace, ergeva l'odiato capo in perenne atteggiamento 
di sfida e di minaccia. Sfiduciato dagli insuccessi. Urbano V 
aveva finito per ricercare la pace, ed il 10 novembre lo7(> 
il card. Anglico Grimoard, suo legato a Bologna, erasi ac- 
cordato coi rappresentanti di Bernabò Visconti, signore di 
Milano, in una tregua che si sperava duratura (3). Ma fu 
illusione. Troppi elementi di conflitto sussistevano, e non 
trascorsero molti mesi, che Bernabò trovò modo di ripren- 



1 La segnatura attualo dei dispacci da Avignone e: /•; (■■sterni. 
X. XV, ». 2, busta <;20 (1871-1503): di ,,1,0111 da Roma: E esterni, X. XXV, 
». .v. busta 839(1366-99). La lotterà al marchese à' Este si conserva nella 
busta 1 •■ del Carteggio degli ambasciatori estolsi da Roma nell'Archivio di 
Srato di Modena. 

(2) Romano. La guerra Ira i Visconti <■ la Chiesa (1360-76J % Pavia. 
Fusi. 1903. 

(3) Osio. I, 111», n. LXXXI1; Minor, La politigue pontificale et le 
retour (hi Saint-Siège à Home en 1376, Paris. Boiiillon. 1899, i». 19. 



80 ARTURO SEGRE 

dere le armi. Aveva il marchese d'Este, Niccolò II, aperto 
le ostilità contro i signori di Sassuolo, a Ini ribelli. Costoro 
si rivolsero a Bernabò, il quale, senza tenere conto della 
confederazione che univa il marchese alla S. Sede, assalì 
Niccolò ed il 21 maggio 1371 a prezzo d'oro gli ritolse la 
città ed il castello di Reggio, comperando questo da Fel- 
trino Gonzaga, signore del luogo, in quei giorni spossessato 
dal marchese, e la prima dal conte Lucio di Landau, ven- 
turiero tedesco, clic aveva la occupata per conto di Niccolò 
e clic non ebbe scrupolo a tradire il signore dal (piale ri- 
ceveva stipendio (1). Il nuovo pontefice, Gregorio XI, non 
volle abbandonare il sno alleato, e, quando s'accorse clic 
vane riuscivano le proteste e le opere per distogliere Ber- 
nabò dalla guerra, fece soccorrere il marchese dal sno legato 
a Bologna ed iniziò trattative diplomatiche colle potenze 
italiane per ricostituire l'antica tega contro i Visconti (2) e. 
fra l'altro, il 17 luglio 1372 strinse lega triennale con Ame- 
deo VI. conte di Savoia> (3). 

Il doc. I ci apprende clic furono tre gli ambasciatori 
mandati allora dal papa in Italia, Giovanni da Siena. Ge- 
rardo du Pny, abate di Marmontiers. e Gomez Albornoz, ni- 
pote del celebre card. Egidio. Giovanni da Siena va anno- 
verato fra i personaggi più notevoli di quel tempo, seb- 
bene le notizie biografiche che di Ini abbiamo siano molto 
scarse, (ria professore di leggi, Giovanni era passato al 
servizio della Chiesa ed aveva servito in Romagna il card. 
Egidio Albornoz durante la seconda legazione del celebre 
porporato negli Stati pontifici. Ivi nel 1359, per sua opera, 



(1) Chronieon Estense, in Muratori, Ber. Ital. Script.. XV. 494-96; 
Cronache di Xcri di Donato da Siena, ibid., col. 223: DE MussiS, Chro- 
nioon Plaeentinwm, ibid.,XVI, 511; .Innate* Mediolanenses, ibid., col. 743-44; 

Mattko dkt Giukfoni. Memoriale historicnm. ediz. Fi:.\ ri eSORBKLLi (Città 
di Castello. Lapi, 1902), i>. 69; Osro, I, 150-51. 

(2) Minor, p. 20-21. 

(3) SCAEABELLI, l'arali pomoii di storia piemontese dall'anno Ì285 al 
1617 . in .ìrchirio storico italiano. XIII (1X17), p. 00. Nella lega i'u compreso 
il vescovo di Vercelli. Giov. Fieschi (id., pag. 89 <■ Ardi, di Stato di To- 
rino, Materie ecclesiastiche, cui. 11. ni. t" da ordin.. Gregorio XI ad Ame- 
deo VI. Villeneii ve - les - A-Vignon, 26 agosto 1372), 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 31 

alla città di Imola era stato sospeso V interdetto (1) che 
l'aveva colpita: ivi più tardi, nel 1362, ebbe con Niccolò 
Spinelli, il celebre ministro della regina Giovanna I di Xa- 
poli. missione di trattare a Ferrara cògli inviati degli Sca- 
ligeri, degli Estensi e di Francesco il Vecchio da Carrara 
la mutazione della lega difensiva che esisteva fra quei si- 
gnori e la S. Sede in offensiva contro Bernabò Visconti (2). 
Nel 1371 invece, quando Gregorio XI lo incaricò d ? nn 7 am- 
basciata colPabate e colPAlbornoz presso il signore di Man- 
tova, Lodovico Gonzaga (3), secondo afferma Cristoforo, egli 
risiedeva quasi certamente ad Avignone, dove aveva forse 
accompagnato Urbano V nel suo ritorno da Roma (4). 
L'abate, del quale Cristoforo non ricorda il nome, dev'essere 
Gerardo du Puy, abate di Marmoutiers, futuro cardinale, che 
un documento vaticano, citato dal Mirot, dice inviato eol- 
l'Albornoz a Genova nel 1371 appunto, per attirare quella 
città nella lega contro i Visconti (5), tanto più quando si 
consideri che un mese dopo la lettera di Cristoforo, Gio. 
da Siena, il Marni outiers e PAlbornoz uniti appaiono in 
missione a Firenze (6). Essi non riuscirono ad attirare nella 
lega contro i Visconti il signore mantovano, com'era cer- 
tamente loro stato ingiunto. Il Gonzaga ebbe V abilità di 



(1) Filippini, La seconda legazione del card, Albomoz in Italia ( 1358-67 J, 
in Studi .storici. XII (1903), p. 278. doo. 2. 

(2) Romano, Niccolò Spinelli da Giovinazzo, Napoli 1902. p. 207: Ci- 
polla. La storia scaligera secondo i documenti degli Archivi di Modena e di 
Reggio Umilia, Venezia, 1903 (estr. dalla Miscellanea edira dalla li. Depu- 
tazione veneta di storia patria), pp. 97*98 (doe. XXIV), 103. 106. 

(3) Su Lodovico li Gonzaga, ved. Luta, Famiglie celebri italiane. 
voi. 111. don zaffa, tav. III. 

(4) E nominato dal card. Anglico Gtrimóard conio a Bologna ancora 
il o marzo [1370] : ved. 1'i:ki>klm. / libri oommemoriali della repubblica di 
Venezia (editi dalla R. Dep. vcn. di st. patr.), Ili (Venezia. 18S3). p. 00, 
1 1 . 5o 1 . 

(5) MlKOT, p. 22. n. 1. 

(6) Fumi, /.'. Archi rio di stato di Lucca. Regesti, voi. II: Carteggio de- 
gli Anziani (1333 al 1400), parte II, Lucca, Marchi, 1903. p. 11. Lucca. 
14 agosto 1371, lettera dc»;li Anziani agli ambasciatori mandati a Firenze 
per stringere lega contro i Visconti. — Il 29 dicembre Giovanni era a 
Bologna «li ritorno: ved. Pbedklli, HI. p. 101, n. 649. 



' 2 ARTURO SEGRE 

conservare l'amicizia <li Bernabò (1), senza provocare a suo 
danno le ostilità della S. Sede e degli alleati, in ispecie 
del Conte Verde (2), come bene dimostrano la permanenza di 
Cristoforo ad Avignone ed il contenuto dei dispacci dal 
medesimo inviati al suo principe. 



DOG UM IvX TI 



I. [1371] 20 Luglio, Avi-nono. 

Cristoforo i>a Piacenza a Lodovico Gonzaga (8). // papa, 
dopo molti indugi, ha concesso V approvazione e la firma alla mag- 
gior p<irt<> delle suppliche presentate da lui Cristoforo. Solo tre ven- 
nero respinte*, (/nelle di fra Ufiecoìò Mariano, del clero e degli abati 
di Manioca. CoW aiuto dell'oratore estense. Antonio Massoni, spera 
di vincere anche queste difficoltà, per (pianto siano (/rari. Egli non 
manca di messi pecuniari e li impiegherà. Il papa da nn mese e messo 
sopperisce ai bisogni di 32 mila pareri, ma ora ha dato ordine di 
licensiarli. Presto giungeranno a Mantova, incinti dal papa, (iioranni 
da Siena, nn aitate (4) e Come? Albomos, ed il papa scrive a Lo- 
docico sulle questioni che i medesimi debbono trattare. La spedizione 
delle lettere apostoliche per Sagramoso Gonsaga nan è (incora fatta, 
cansa. tra l'altro. V indisposizione di Francesco Bruni. 



(1) No è prova il copioso epistolario di Bernabò co] Gonzaga ed. dal- 
l' Osiò, voi. eit. 11 MlBOT, p. 22. ricorda pur osso elio il signore manto- 
vano non adori alla lega. — Con Amedeo VI poi lo relazioni furono in 
generale amichevoli, comò vedremo più innanzi. 

(2) Durante la spedizione di Lombardia Amedeo Vi fu in continui 
rapporti eoi Gonzaga. Gli scrisse il 1S giugno 1373 dalle vicinanze di 
Mantova per raccomandargli un nobile del suo seguito della nobile fa- 
miglia Provana, caduto infermo e il 8 luglio da Casto] S. Giovanni per 
raccomandargli altri due nobili informi, e Guglielmo di Gràndson porcile 
avesse libero passò. 11 di 8 settembre da Modena gli annunziava la pro- 
pria guarigione. Arch. star. Gonzaga, busta 72ìt. 

(3) Dei negoziati, ai quali Cristoforo accenna, offre pure notizia, più 
succinta tuttavia, l'oratore estense ad Avignone, Antonio Mazzoni («de 
Mazonis »). Ved. Alien. STORICO GONZAGA, loc. cit., Antonio Mazzoni a 
Lodovici. Il Gonzaga. Avignone, 22 luglio [1371]. 
i .crardo du l'uv. abate di Marmoutiers. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 33 

Magnifice domine, mi. Nuper recepì litteras vestras continentes, 
sicut dominue Oddolinus vicarius Tester michi dimiserat in recesu 
suo aliqua expedienda etc. Quibus respondeo, qnod, postquam po- 
resit rotnlnm in recesu suo. fui quasi omni die ad palacium a<l d. P. 
Flandini (1) et Jo. de Baro prò signacione dicti rotoli, Bubsequen- 
terad Pontem Sorge (2 . qui remotua est Avineone per dnas ieuchas, 
ubi dominus papa tunc residebat. Nichil potui tacere propter varias 
oeeupatioues negotiOrum Italie. Sed in reversione domini pape d. 
P. Flandini dixit michi: « Des alinm rotulum. Paciam expediri ». 
Ego alium «ledi rotulum. quem minime expeditum habere potuit, 
quia papa non signavit propter festam Regie (3). Dum equitaret ad 
Villani Novam(4), que est prope Avinione per unum miliare, iterato 
alium feci rotulum. Dum papa vellit signare, d. Petrus Flandini, 
qui mine cardinali* est. presentavi t rotulum vestrum. rotulum Mar- 
chionis (5) una eum multis allijs rotulis et supplicati onibus et papa 
respondit: « Volumus quod rotuli Marchionis et d. Mantuani prece- 
dant allios, quoniam bene meruerunt ». Fuerunt primi. Tota die con- 
tinue quaxi signavit. Brevi loquendo totus rotulus vester est signa- 
tas, preter tres supplicationes, quarum una est t'ratris Nichelai de 
Mariano, quani canzelavit. Tamen d. Anthonius Mazonus, qui prò 
certo, domine mi. vos diligit, infestabit j usta posse quod signetur. 
Ego seenni ero: spero quod habebit intentimi, quoniam vivente do- 
mino Urbano (6) simillem huius primaribus easum optinui clini difi- 
ciiltate. Six dixi d. Antlionio iterato possem ostendere copia in gratie. 
Alie vero due, scilicet illa cleri .Mantuani et illoriim abbatuiim, 
sigliate non sunt. nec alliquid eie respondit. Forte non ita faciliter 
otinerentur, quoniam taiigunt factum alienimi, nec propter lioc fuit 



(1) Pietro Flandrin, della diocesi di Yiviers, rete ronda rio del papa, 
cardinale diacono del titolo di s. Eustachio (promozione del 30 maggio 
1371). morto ad Avignone il 23 gennaio 1381; ved. EUBBL, Hierarcltia catto- 
lica medii acri, voi. I. p. 21. Miinster. Regensberg. 1898. — Nel conclave 
del 137*. che ebbe termine colTelezione di Urbano VI. il Flandrin fu 
^ulle prime il candidato preferito dei francesi. Ved. Yalois. La Frauoe 
et le grand schivine (Pocoident, voi. 1. p. 21. Parigi, Picard et tils. 1896. 
Sorgues, dipart. Vauclnse. 

(3) Trattasi del compleanno del re di Francia. Carlo V ì In tal caso 
si accennerebbe al 21 gennaio: v. Ferki-Mancini, Manuale di genealogia 
pei- la storia del medio ero e moderna. Osinio. (^nercetti. 187»). p. 26. 

(1) Yillenenve-les-Avignon. dip. Vanclnse. 

(5) Niccolò II. marchese d' Este. 

(6) Urbano V. 

Akch. 8tob. Ir.. Sirie 5." — XLIII. 3 



34 ARTURO SEGRE 

necesae quod requirerem d. Sabiniensem (li, quoniam ante quam por- 
rìgerem sibi illas duas litteras quas Magnifìcentia vestra sibi ema- 
nabat, dietus rotulus erat per unain diem signatus. Continebatur 
etiam, domine mi, in litteris vestris, quod, in casa quo dictus rotu- 
lus esset signatus. vellem tacere expediri litteras. espandere quic- 
quid esset neoesse, quoniam babebo illud qnod expendidero. In casa 
ubi non liaberem pecnniam, quod rescribam et dabitur«ordo de pe- 
cuniia. sic dico quod per dei gratia[m], domine mi, Bum habillis 
ad faciendum istam expensam. ita quod faciam dietimi rotulum 
expediri. Litteris babitis deatinabo eaa Magnificentie vestre. Tunc 
notitìcabo illud quod expendidero. Retinuissem Pastelinum latorem 
presentium, ned nimia stetisset. quoniam eanzelaria est ita opreaaa 
cttm istis litteris paiiperum, quod non ita cito poaaunt alie littore 
de gratia expedirj. Dominua papa manda vit quod isti pauperea 
expediantur. Vero nonduni est manaia cunt dimidio ex (pio triginta 
«luo millia istorum pauperorum fuerunt ad pagnotam pape Ita 
audivi ab ilio fratre qui pagnotam dat. De facto pecunie etc. do- 
minila noster imposuit domino Johannj de Senis, qui cito erit ad 
vos una eum ilio abbate et d. Gomecio. Quod statini habeatur in- 
tentum, scribit dominationi vestre imam litteram tangentem dietimi 
negotium. Cioiua mandasem Pastelinum, niai quod volebam ipsani 
dictam litteram dominationi vestre apresentare. Steti bène quinque 
diebus ante quam possem habere expeditionem. Tamen dominua 
Antlionius de Mazonis dominationi vestre circa hoc latina scribit. 
Litteram fratria Jacobi de Godio, litteras solutaa abbatia sancii 
Andree mito expeditas. Littera Sagramoxij (2 jam diu fuit groaata. 
Dominua Fraiiciscus Bruni duabus vicibus portavit ipaam pape 
prò mitendo ipsam ad bulam. ita quod credidi ipaam fore expo- 
ditani. Prima vice papa occupatila erat, secuuda vice bulator non 
fuit ibi repertus esse. In reversione, quam ditus d. Franciscus fa- 
ciebat de Ponte Sorge Advineone. infirmatile est ad mortem, ita et 



(1) Filippo Cabassole, patriarca di Gerusalemme, cardinale del titolo 
dei SS. Marcellino e Pietro (elezione 22 settembre 1368), poi (dal 31 mag- 
gio 1370) vescovo di Sabina, mori a Perugia il 27 agosto 1372. Eubel, I, 20. 

(2) Sagramoso Gonzaga, del quale è incerta la origine. Il Luta (Fa- 
miglie celebri italiane, III, Gonzaga, tav. II), ritiene die il vescovo di 
Mantova, Sagramoso Gonzaga, elevato alla cattedra episcopale nel 1386, 
derivi da Gentile Gonzaga, fratello di Luigi o Lodovico I, nonno del 
signore di Mantova, al quale Cristoforo indirizzava i suoi dispacci. Il 
Sagramoso di Cristoforo è forse il futuro vescovo. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 35 

taliter, quod medici de ipsius salute non sperabant (1), Bed per dei 
grati am redutus est a<l convalescenti am. In prima vice in qua equi- 
tabit ad dominimi papam, dieta littera erit expedita. Mandano ipsam 
per Anthoniura de Mazonis, qui ad partee de presenti est ventimi*. 
Littere vero abbati» saneti Benediti non sunt expedite. nisi una, 
BcHicet collegij : altera camerarij non fuit. expedita proptei mor- 
tem dieti camerarij, qui una cubi notario suo diem smini clansit 
extremum. Din vacavit illud officinm propter importunitatee peten- 
tium. Sed postquam impernine buiusmodi alium camerarinm ipsas 
una eum littera Sagramosij destinano. D. noster Sabiniensis somme 
vos diligit, Volebat tanien quod Pastelinus in domo sua continue 
staret. Recomendo me doniinationi vestre. Si qua possimi, Domi- 
natio vestra mandare dignetur tanquam servitori. Altissimus do- 
minationem vestram feliciter conservet. 

Servitor vester Cristoforus Data Avineone xx Jullìj. 

de Pia centi a proeurator in euria. 

a tenjo: Magnificilo et potenti domino 
domino Ludovicho de Gon- 
zaga Civitatis 
Mantue Imperiali vi- 
cario domino suo. 



II. [ 1 371 1 26 settembre, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico Gonzaga. Si scusa di non avere spe- 
dito ancora le bolle pontificie, non essendo queste ancora compiute. 
Antonio Mazzoni le porterà costi. Ha parlato ed agito unitamente al 
Mazzoni in favore di fra Petretino, ma non si potrà ottenere pel 
frate che un ponto in curia. Debbono fare ingresso in Avignone Ma- 



ranoesoo Bruni, segretario «lolla curia apostolica, già lettore nello 
Studio di Firenze, fu tra i primi umanisti della seconda metà del secolo 
XIV. amico del Petrarca e di Colneeio Salutati: ved. Voigt, Il risorgi- 
mento dell'antichità classica ovvero il primo secolo dell' umanesimo (trad. Val- 
BDSA), 1 (Firenze, Sansoni. 1888), 114. 218, n. 1, 340, II, 8, III (trad. Zipl'ki.. 
1897), 13; Novali, Epistolario di ('oluccio Salutati, voi. I (Roma, Forzani, 
1891), pp. 12, 45, 46, 53, 188, 263, 312; ved. anche Sbguk, Alcuni elementi 
storici del sec. XIV nell'epistolario di ('oluccio Salutati, Torino, Baglione, 
1904. pp. 9 e segg. 



<JÒ ARTURO SEC4RE 

Intesta Unghero, Signore di Tlimini (1). e Beeehino da Marano (2). 
Quanto alla Francia, il ré Carlo V ha fatto lega col conte di Fiandra, 

clic il re <V Inghilterra ha ora assalito per mare e per terra, pren- 
dendo inoltre una grande fortezza nel durato d" Anjou. TI re di 
Francia è stato sconfitto anche in battaglia, ed il regno è tutto corso 
dagli Inglesi senza che avvenga resistenza alcuna. Il re d' Inghil- 
terra, Edoardo 17 f, non ha permesso ancora ad un legato pontificio, 
mandato a lui per trattare la pace, di entrare nel suo stato, sicuro 
tenendosi d'una vittoria. La guerra franco-inglese si dice essere causo 
prineipalissima del ritorno di Gregario XI a Roma. 

Magnifico domine mi. Recepì Litteras vestras per Pastelinum. 
Inter eetera continentui factum litterarum, necnon fratrie Petre- 
tinj efcc. Quibus respondeo quod in adventu dominj Anthonij, qui 
brevissimus erit, dictas litteras mandabo expeditas, nec cesso, nec 
oessabo, quousque eas habebo extra cànzelariam, et parcat michi Ma- 
gnitictmtia vestra, si sic cito non expedrvj eas. quod non fuit prop- 
ter negligentiam mei, 8ed propter occupaciories que fuerunt et sunt 
in oanzelaria, sed, qnicquid sit. eas de presentì habebo expeditas 
t'elici expedicione. Subsequenter dominus Ànthonius et ego presen- 
tavimus literas vestras domino generali!, [pse respondit quod admi- 
serat reversionem dicti fratis Petretinj et jam scripserat ei hoc, 
ex quo generallis multimi oondoluit, tanquam dominus qui mul- 
timi dilligit dominationem vestram et vobis libenter serviret, et 
etiam quia fratrem Petretinum summe dilligit. Bene Bit quod Don 
maluit deponi ab officio. Subsequenter presenta vimus litteras d. Sa- 
biniensi, qui eas gratantei recepit et ei exposuimns vorba gener 
rallis, dicendo quod eramus contenti ut alloqueretur dominimi pa- 
paia. Ipse respondit papam remiteret nos ad generallem et jam 
sublata est generallis potestas propter revocationem adinissorum, 
ita quod nescio videro modum. Unum dico, quod si fratres ellige- 
rent euni, non dubito quod generallis eum confìrmaret. Generallis, 
tanquam persona que Magnificentie vestre libenter compiacerei 

(1) Malatesta Qnghero «lei Malatesta era tìglio di Malatesta II, si- 
gnore di Rimini. Succedette al padre col fratello Pandolfo II uel 13t>4. 
e governò con esso e collo zio Galeotto. Servì Luigi d'Angiò, re d'Un- 
gheria, nel 1347 e di qui il nomignolo VUnghero. Ved. Zanetti, Memorie 
storiche di Iìimini e e/e' suoi signori, Bologna, 1789, pp. 212-14 ; ved. anche 
Muratori, Delle antichità estensi, parte II (Modena, 1740), p. 138. 

(2) Becchino da Marano era capitano al servizio della Chiesa. Nel 
dicembre 1373, minacciata dalle genti dì Corrado Wettinger e di Gio. degli 
Opizi, Lucca lo chiamò ai suoi stipendi cerne capitano generale di sue 
genti; Fimi, parte II. pp. 55-5H. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALEA CORTE PONTIFICIA 37 

semel li a bui t me dicendo: « Vi dea s. neseio modino compiacenti] 
« ere. Sed si vult esse in curia, ordinis procuratorum credo posse 
« facere ». Et certe, domine mi, si aniicuB vester tendit ad dignita- 
bes, citius promoveretur stando in curia et cnm anxilio vostro, quam 
stando ibi, propter qnod. si lioc videtnr vobis, habetis michi Beri- 
bere. Ego cum dicto generallijuxta posse exencioni mandare procu- 
rato et ista res ridere meo satis est fatibilis. Dominus vero Sabinien- 
sis dominacioni vestre scripsisset, sed occupationibus ad reeessum 
Buum, <ini est in penultima die huius mensis. non potuit, et jam 
fecit componi sarcinolas snas. Galea est in portu preparata. Do- 
minus Anthonius de Mazonis scripsiset supra ista materia Domi- 
nacioni vestre, sed graviter fuit infìrmatus, propter quod scribere 
non valuit, et mine reducitur ad convalescentiam bonam. Hodie in 
bora cene intrabunt Avineone in vesperis dominj Malatesta Un- 
garus et BechinuB de Marano. Nova de regno Francie sunt ista. 
Nam pridie comes Fiandre fecerat eonfederationem cnm rege Fran- 
cie (1). Res Anglie sentiens hoc dedit ei magnimi connictuni in 
terra et in niarj. Xuper elicti Anglici liabuerunt unum magnimi castrimi 
in ducatu Andegavensi, quod castroni totuni regnimi quaxi Francie 
di scuriti Ultra hoc dederunt dicto regi Francie magnimi conrlictum. 
Discurunt regnimi Francie bine inde, nullam resi atenei am inve- 
niunt. Dieitur quod ista erit una de principalioribus causis que 
ducet curiam ad partes Ytallie. Res Anglie adirne non permisit, 
neque pennitit transire unum legatimi, quem papa mitebat ad 
ipsum prò pace tratanda (2), tanquam homo qui paceni non apetit, 
credens inimicum Buum superare. Allia ad presens nova non sunt 
hic. Si (pia possimi, dignetur mandare michi Dominatio vostra, tan- 
quam fedelissimo servitori semper preparato. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avinione xxvi septem- 

Placentia proenrator in Curia. bris. 

a tergo come sopra : singolarissimo. 



1 | Luigi de Macie conte di Fiandra, era stato ostile alla Francia. 
L'abile politica del re Carlo V lo indusse a dare V unica riglia Mar- 
gherita in isposa a Filippo l'Ardito, fratello del re e duca di Borgogna. Il 
contratto ebbe luògo a (land, il 12 aprile 1369, e da allora il conte di 
Fiandra si trovo legato alla politica francese ; ved. particolari special- 
mente in Vebnibr, Philippe le fiordi , due de Jìourgogve, wn mariage aree. 
Marguerite de Fiandre, in Bulletin de la Commission historique dn dépariement 
du Nord, 1899, ed in Layissk. FHxfoire de Fravee, IV, parte I (Paris. 
Hacliette et C. 1902), pp. 231-33. 

(2) Ciò appare anche da un documento vaticano; MlROT, p. 56, n. 6. 



38 ARTURO SEGRE 



III. [1372] 9 aprile. Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. È giunto ad Avignone il 
card, rescovo di Albano, Anglico Grimoard (1). Prima del suo ar- 
rivo Cristoforo ha parlato col cardinale di S. Pietro. Francesco Te- 
baldeschi, malato ora di podagra (2), ma col quale, non appena sia 
convalescente, s J intratterrà di nuovo e terminerà i negoziati. Il card. 
Guido di Boulogne va in Ispagna per mettere fine alle guerre tra 
il re di fastigi ia. Enrico II, ed il duca di Lancastre, Giovanni (3). 
Carlo il Malvagio, re di Navarro, ha fatto pace col re di Francia, 
che gli ha ceduto Montpellier (4). 

Magnifico domine mi. Nuper venit dominile Albanensis in curia 

et ante eius a ventimi fui loeutus cuni domino sancii Petrj, qnì hijs 



(1) Anglico Grimoard, fratello di Urbano V, da lui creato cardinale 
nella prima promozione, il 18 settembre 1366, vescovo di Avignone. Ebbe 
titolo di S. Pietro in Vincoli, poi, col 17 settembre 1367, il vescovato di 
Albano. Fu legato a Bologna ed ebbe parte attiva nelle guerre contro i 
Visconti tino al 1372, nel quale anno, in gennaio, venne a sostituirlo il 
card. Pietro di Bourges. (Yed. Matteo dei GRIFFONI, Memoriale histo- 
rieum de rebus bononienHutn cit., p. 69). Morì ad Avignone, il 16 aprile 1388, 
fedele all'antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra). EtJBEl>, I, 20. 

(2) Priore della basilica di 8. Pietro in Roma, cardinale del titolo di 
s. Sabina, detto di S. Pietro, dal 22 settembre 1368. La podagra lo afflisse 
sempre maggiormente negli anni successivi, ed esso morì a Roma nel set- 
tembre 1378 (EriJEL, I, 20), unico dei cardinali rimasto fedele ad Ur- 
bano VI negli inizi del grande scisma. Valois, I, 78. ecc. 

(3) Guido di Boulogne, cardinale del titolo di 8 # Cecilia ed arcive- 
scovo di Lione (Eubel, I, 17), stette a lungo in Ispagna, che Giovanni, 
puca di Lancastre, secondogenito del re d'Inghilterra, Edoardo III, ma- 
rito della figlia maggiore ed erede del già re D. Pedro di Cartiglia, vo- 
leva impadronirsi di questo regno. Sulla missione del cardinale e su 
tali eventi vedi la Prima vita Greaorii XI, in MURATORI, P. I. 8. Ili, 
parte II, col. 646, Schikrmacher, Gesehichte ron Spanien, voi. VI (Gotha, 
Perthes, 1893), p. 19. 

(4) Nel 1370 Carlo il Malvagio, sempre avido di mene politiche, di 
delitti e di tumulti, erasi recato in Inghilterra e là aveva stretto alleanza 
con Edoardo III (Lavisse, op. cit., p. 26). Per disarmarlo, Carlo V, re 
di Francia, gli fece cessione di Montpellier (Prima vita Greqorii XI, 
col. 647), ma invano. Nel 1378 si scoprirono poi tentativi di avvelena- 
mento di Carlo V perpetrati dal Malvagio, che venne allora spogliato 
dei suoi feudi in Francia, e tra gli altri di Montpellier stessa. La VISSE, 
op. cit.. p. 247. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 39 

diebus est infirmatile malo podagre et otulit, statini oum erit re- 
dutus ad convalesentiani, negotium vestruni expedire et hoc erit 
de presenti, cimi jam erat seni liberatus. Et hoc fato niitam do- 
minationi vostre bulas papale», sicut allias dominile papa promiti t. 
Allia ad presene nova non sunt hic, nisi qnod dominus cardinali s 
Bononiensis vadit ad parfes Yspanie cnm piene Legationis omtio ad 
sedandas gneras istas que vigent inter regem Yspanie et dncam Len- 
ohanstrie proptof choronam illius regnj. Dominile res Navarie fe- 
oit paoem cimi rege Franchorum et prò pace manutenenda habnit 
a prefato rogo Franchorum Montem Pesulanum. 

Sorvitor vester Cristoforus de Placentia Data Avinione die 
in curia procurator. viiij* aprilig. 

a tergo conte sopra : ....domino suo. 

IV. [1372] 9 maggio. Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il papa, su preghiera di 
Antonio Mazzoni, ha scritto a Gerardo du Puy ì abate di Marmou- 
tiers, legato a Perugia, per la concessione richiesta ed il card, di 
Albano (Anglico Grimoard) riconosce che Lodovico Gonzaga non 
è stato soddisfatto nei suoi erediti e mostra simpatia a suo riguardo. 
Gli Inglesi hanno dato una grande sconfitta ai Francesi. Il card. 
Guido di Boulogne va legato in Ispagna. Il papa ha fissato una 
decima di tre (nini per la guerra contro i Visconti. Feltrino Gon- 
zaga, già signore di Reggio, viene ad Avignone per lagnarsi del 
marchese d 1 Fste, e si è fatto precedere da due oratori, uno giu- 
dice di Reggio, l'altro mantovano : pare esiga dal marchese una 
retribuzione di òOOO fiorini. Gio. de Laguelo è a Genova e leva 
genti; ivi pure si trovava Feltrino. 1/ accordo tra Venezia e Fran- 
cesco da Carrara, signore di Padova, ha fatto ottima impressione. 
Il papa in concistoro pubblico ha dichiarato che intende far presto 
ritorno a Roma ed ha respinto, senza accordare udienza, Penato Mal- 
becco, oratore di Galeazzo Visconti. 

Magnitìce domine mi. Xuper recepì literas vestras continente** 
factum illius Petrinj ^ e. una cum tribus litteris, quarum una di- 
rigebatur domino nostro pape, allia domino Albanensi, allia do- 
mino sancti Petri. Quas literas una cum domino Anthonio de Ma- 
zonis, ambax re dominj marchionis, presentavi et sin© auxillio dominj 
Albanensis dominus Anthonius predictus otinuit a domino nostro 
papa, qui prò certo maximam erga vos affetionem gerit, quod scri- 
beret domino abbati Mai ori s Monasteri]', et scribit sibi per moduni, 



40 ARTURO SEGRE 

quod non dubito quoti statini habebitui predietam quantitatem. 
Ynio plus dicit dominus papa quod nedum istam quantitatem del>i- 
tam vobis, ned de sua propria ipse deberet vobis (li. Fuinius do- 
minus Antlionius et ego in magno dubio, utrum deberemus pre- 
sentare litteram domino Albanensi, ex eo quod dominus prefatus 
in adventu suo dixerat domino pape, quod omnibus creditoribus 
ecclesie satisfecerat. Qua de causa presentavinius primo suam do- 
mino pape et comisis litteris que diriguntur domino abbati, pre- 
sentavimus suam domino Albanensi. qui retulit predieta domino 
pape esse vera et exousavit se. dicendo quod non erat memor de 
debito vostro, nisi redusisemus ad memoriam. Dominus vero sancii 
l'erri redùsit ad memoriam domino pape factum vestrum et michi 
dicit quod soribere debeam vobis. quod intendit esse totus vester 
et. si qua potest, vellitis ei mandare et ipse operabit. Et vere, pel- 
ea (pie video, ipse magnani gerit erga vos affetionem. Nova sunt 
hic quod liijs diebus res Ànglie magnum dedit conflietum regi 
Fraucliorum. Dominus Boloniensis recedit de Avineone, transfert 
se ;id partes Vspanie cum piene legationis oftitio. Dominus noster 
papa imposuit deciinani trienallem clericis prò mitendo ad partes 
Lombardie propter gueram ad quam est valde animosus. Dominus 
Feljbrinus venit ad ouriam causa exponendi querelam corani domino 
papa de domino marcinone et misit duos suos familiares ultra, qui 
nuper hic ad curiam apulerunt, quorum unus est judex Reginus. 
alter est Mautuanus. Sed dominus Antlionius et ego siimus ita avi- 
sati et per tale nioduin inforniavimus cardinales quod circlia pre- 
dieta videre meo parimi proderit ei eventus suus. Audio quod 
vult potere v millia norenorum a prefacto domino marcinone vi- 
gore cuiusdam pene quam aserit ipsum incursise. Dominus Johan- 
nes de Daglielo est Janue. et il)i. ut dicitur, facit gentes et audio 
quod ipse una cum domino Feltrino fuerunt Janue simul et semel 
in liospicio Falclionis in magnis conscilijs. Magnum gaudium iuit 
hic de arenga facta inter Venetos et dominum Paduaniim (2). Nova 



(1) Il medesimo, due giorni prima, aveva scritto al Gonzaga Antonio 
Mazzoni. Ved. Archivio e loc. cit., Avignone, maggio [1372], 

(2) Nel 1371 erasi aperta la guerra tra Francesco il Vecchio da Car- 
rara ed i Veneziani, ma nel 1372 si fece una momentanea tregua, presto 
rotta. (Cipolla, storia delle Signorie italiane dal 1313 al 1330, Milano, 
Vallardi, 1881, p. 173). Ora nell'aprile 1372 par l'appunto il Carrarese 
pareva disposto alla pace, e la trattò colla mediazione del card, di Bonrg 's, 
del marchese d' Este, di Firenze e di Pisa. Ved. Andhka De Redusiis, 
Chronica, in Muratori, XIX. 74.vp>; Raffaino Caresini, Chronieon, in 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 41 

quotidie pululant de mota curie ad partes Italie.... 1 domimi* |)a|)a 
in publioo dixit consistono qnod sue intentionis erat intrare Yta- 
liam et ini brevi. Hodie venit unuB ainbax. domini Galleaz qui vó- 
catur Renatus Malbecho, et dum acederet ad dominum papam. ipse 
vituperose euni recepit et ipsum noluit audire et feeit eum licen- 
ciarj de euria, dicendo ipsi : «Scio quod tunc non venisti bue, nisi 
pio explorando ea que f neri ut ». Allia nova non sunt ad preaens. 
Si que allia possum, semper sum paratus. 

Servitor vester Cristoforus de Pla'centia Data Avineone <lie 
in Curia procurator. vìiij* Madij. 

a tergo come nella precedente, salvo l'aggettivo finale karissimo. 



V. [1372] 25 dicembre. Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il papa non volerà ri- 
cerere gli inviati di Galeazzo Visconti, testé giunti, ina essi con una 
lettera di reclamo lo persuasero a lasciarli abitare per tre giorni in 
Avignone. lùgli però ha dichiarato che bandirà presto la crociata con- 
tro Galeazzo e Bernabò, li condannerà come eretici e farà invio di 
iOOO lande ai loro danni. Predicano la crociata per la Francia inaiti 
teologi e 300 lande scendono a Bologna. Il re d'Inghilterra per gravi 
tempeste marine non potè sbarcare in Francia colla flotta di .776' navi 
che conduceva 6 dovette fare ritorno sui suoi passi. Gio. da Siena 
è di ritorno dall'ambasciata presso il conte di Saroia. Amedeo VI, 
Sono pure in Avignone Luchino ed Antonio Visconti: questi fu 
oltraggiato nella consorte da Galeazzo. Probabilmente Luchino nulla 
otterrà (2). 



id. XII, 433-34, ed un doc. ed. dal Predelli, / libri eommemoriali ecc., 
voi. III. p. l<>2, n. 658. A quel momento di resipiscenza accenna Cri- 
stoforo. 

(1) Illeggibile mia parola sbiadita. 

(2) Originale, guasto qua e là. I puntini sostituiscono le lettere o 
sillabo mancanti. — Nella primavera del 1872 Amedeo VI, il conti Verde, 
ed il Pontefici Gregorio XI erano alla vigilia d'una aperta rottura con 
Galeazzo, signore di Pavia e cognato di Amedeo, sia per le ostilità del 
Visconti contro il Monferrato, dov'era morto nel marzo il marcii. Gio- 
vanni II Paleologo, sia per l'aiuto che Galeazzo porgeva al march, di Sc- 
hizzo, Federico II, nemico acerrimo del conti di Savoia. Il 7 luglio infatti, 
un mese e mezzo dopo la lettera di Cristoforo, il papa, 1' imperatore 
Carlo IV, la regina Giovanna di Napoli, il eonte Amedeo, il Monferrato 
ed i membri dell'antica lega rivolta ai danni della Vipera, cioè Ferrara, 



42 ARTURO SEGRE 

Magnifica domine mi. Postquani Boripseram Tobia per quondam 
euraorem nomine Album, venerunt ad cnriam ambaxiatores dominj 
Gralleaz, quorum imus vocatur d. Amicus, vicarine dominj Galleaz, 
alius est quidam canzelariua suus nomine Georgms de Verzelia, al- 
lius est quidam nomine Bennata*, qui nullo modo potuerunt En- 
trare curiam, niai in vigillia nativitatis dominj. Qui scripaerunt 
quandam litteram domino pape, quod si eaaent ambax 16 * aoldanj 
Babilonie, bìc sunt d. Galleaz, ipse eie non deberet denegare adi- 
tum et cet. Papa conceaait eia quod possent stare per fcres dies in 
caria et Bubsequenter vecavit dominimi Anthonium de Mazonia et 
multos allios et dixit eie: «Ad tinem ut aliquis nullo modo possct 
« escogitare, quod vellem paoem cani eia, volo intimare vobis, quod 
« in primo consistono post festivitatem, quo erit die vij Jan., no- 
« «tre est intencionis, et infalibiliter, predicare croaatam contra Ga- 
« leaz et Beriiabovein et eoe condensare de hereaim (sic) et prò exe- 
« cucione sentencie mandabimua contra ipsos mille lancia»». Et 
alliqui volunt (licere quod viccconics Taurène, frater suus (1). ve- 
niet cum dictis gentibus. Ktiani ordinatimi est quod multi magi- 
atri in sacra pagina ibunt ali qui in regno Francie et per totani 
mondimi predicando crosatam contra ipsos, et cani citius poterò 
hàbere copiam diotorum processuum mitam dominati oni veatre de 
presenti. Et iam d. papa mitit eco laneeas Bononiam. Jachelinus 
est relasatus de earceribus ob contemplationem dominj pape. Pri- 
die rex Anglie omnes gentes quas potuerat habere cuniulaverat, 
et erant bene ceclxxvj nave* et ipsemet una cum uxore et omni- 
bus tìllijs et nepotibua suis. excepto fillio principia Galearum (2), 
faciebat transitimi ad regnimi Francie, sed nullo modo potuit 
fa cere transitum propter tempestate* magnas quaa in inarj paaaua 
est, et adeo erant ita magne, quod fere ipse una cum gentibus 
fuit sufocatus. Unde videns hoc vovit se intrare portimi primum, 
(liiem possit atingere, et stando per mediani diem aplicuit quon- 
dam suum portimi et ibi omnes gentes sue et ipse statini iverant 



Padova e Firenze, si unirono in stretta confederazione ed Amedeo VI ebbe 
il capitanato generale degli eserciti di detta lega; ved. per tutti MULETTI, 

Memorie storico-diplom di Saluzzo, IV (Saluzzo, Lobetti-Bodoni, 1830), 

pp. 112-14 ; Cibrario, Storia della monarchia di Savoia, 111 (Torino, Fon- 
tana, 1841), pp, 224-25; Gabotto, L'età del eonte Verde in Piemonte se- 
condo nuovi documenti, in Miscellanea di storia italiana, serie III, voi. II 
(1898), pp. 20 e 36. 

(1) Guglielmo Roget, visconte di Tuteline. 

(2) Probabilmente Riccardo, il futuro Riccardo II, re d'Inghilterra, 
figlio del principe di Galles, Edoardo, detto il Principe Xero. 



CRISTOFORO DÀ PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 43 

ad fcerrani et ibi fecit magna solacia et dixit quod nullo modo cre- 
didiset unquam potuisse cumulare tot pulcras gente» (1). Hodie erit 
hic d. Jo. de Seni*, qui venir a oomite Sabaudie. Allia ad presene 
nova hic non sunt, nisi quod dominus Lucliinus Novelas et quidam 
d. Anthonius Vicecomes, cui d. Galeaz nuper astulit uxorem (2), 
sunt in curia. Credo quod d. Lucliinus nichil otinebit. Altisimus 
dominationem vestrani feliciter per longa tempora conservet. 

Servitor vester Cristoforus de Placentia Data Avineone 

in curia procuràtor. xxv decembris. 

a tergo come sopra. 



VI. [1373] 22 febbraio. Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il papa ha pubblicato tre 
processi contro Bernabò e Galeazzo Visconti, ma non pronuncia ancora, 
la condanna per eresia e concede tempo ai medesimi fino al 21 marco 
di comparire per discolparsi. Ha imposto collette carie agli ecclesiastici 
per le spese di guerra: in tutto si ritrarranno piti di X milioni e 450 m. 
franchi. Mentre alcuni cardinali si occupano della questione finanzia- 
ria, altri, Niccolò di Osimo, Niccolò Spinelli da (riovinazzo, sini- 
scalco di Provenza, ed un cameriere del papa, trattano delle cose mili- 
tari contro i Visconti. Giovanni da Siena raggiungerà il conte di 
Savoia, Amedeo VI, al quale sarà compagno finché durerà la guerra. 
Luchino ed Antonio Visconti con 50 lande sono partiti verso il 
teatro delle operazioni, dopo avere giurato fedeltà al papa. Il 21 
marzo sarà pubblicata la crociata contro i Visconti ed in Lombardia 



(1) È il famoso fortunale ricordato dal Fkoissakt (Chroniqucx, ed. Luce, 
VII. 93-96) che obbligò Edoardo III, partito il 31 agosto 1372 da Sand- 
wich con 376 navi (il Froissart dice 400), per accorrere nel Poitou, con- 
ci instato dai francesi coadiuvati dalla flotta castigliana, dopo nove setti- 
mane a far ritorno donde era salpato. De la Roxcikiu:, H Moire de la 
marine francato, voi. II, p. 21, Paris, Plon, 1900. 

(2) Luchino Novello Visconti era figlio dell'omonimo signore di Mi- 
lano, e quindi cugino germano di Bernabò e Galeazzo, che nulla gli ac- 
cordarono delPerjdità paterna. Di qui Podio e la separazione. (Luta, 
Famiglie ec. Visconti, tav. III). Luchino fu compagno di Amedeo VI nel- 
V invasione della Lombardia durante il 1373. (Annate» Mediolanevse*, in 
MURATORI, /•'. /. 8., XVI, 753 e doc. 6). — Antonio Visconti discendeva 
da Ruggiero, bisavolo di Bernabò e di Galeazzo. Accompagnò nel 1376 
a Roma Gregorio XI. Mi noi', p. 152. 



44 ARTURO SEGRE 

agirà un nuovo esercito sotto il visconte di Turarne ed il vescovo di 
Vercelli, Gio. Fieschi. Il IO febbraio il papa ha ottenuto nuovi sus- 
sidi pecuniari da prelati doviziosi ed agli ufficiali tutti della curia 
ha imposto la ritenuta di tre mesi sullo stipendio. È tornato di Ger- 
mania il patriarca d'Alessandria, Gio. di ('ardailliac. con lettere del- 
l' imperatore e di altri principi. Il papa minaccia a quanti si reche- 
ranno al servizio dei Visconti la confisca dei beni. I duchi d'Austria, 
Leopoldo ìli ed Alberto 111. offrono di servire la Chiesa contro i 
Visconti. Il re dì Cipro, Pietro II di Lusignano, prega il papa di 
riconciliarlo coi Genovesi e Gregorio manda a Genova l'arcivescovo 
di Narbonne, Gio. Roger, ma sarà opera vana, che i Genovesi vo- 
glixmo agire e vendicarsi del re. Gola già si trova il generale dei frati 
minori, ora patriarca di Grado. Tommaso da Frignano, per unire i 
Genovesi alla S. Sede. Il re di Castiglia s'è riconciliato con (lucilo 
di Portogallo e vuole con (/rande flotta invadere /' Inghilterra. 

Magniiice domine mi. Ad finem ne negotia curie penes vos.... 
in presenti pagina, duxi ipsa seriatim enarare. Nani die vy men- 
sis.... li in quodam meo brevi per quendam cursorem. qui veniebat 
ad.... dominus noster papa publicavit procesue suos centra d. Berna- 
bovem et Galleaz.... (2) dominationj vostre transmito per latorem pre- 
sentirmi et omnes oredebant.... eos eondempnare de heresi, sed ipse 
dominus papa, dum esset in consistono publico, dixit quod volebat 
contra eos mature procedere (3) et eis assignatus est terminus ad com- 
pa rendimi pre ale (4) et respondendum super articulis fìdei ad diem 
vìgesimam septimam marcij, prout in dictis processibus latius con- 
tinetur, qui sunt tres. Subsequenter ipse imposuit unam colle tam 
dominis cardinalibus. que assendit ad quantitatem ci millia tran 



(1) Il testo è molto danneggiato sul lato destro delle due carte dir- 
lo contengono ; sostituisco le lacune con puntini. 

(2) Il papa era indeciso se accogliere o no le profferte dei due Vi- 
sconti, Ne scrisse ad Amedeo VI (Scarahelli, Paralipomeni di storia 
piemontese dall'anno 1285 al 1617, in Archivio storico italiano, XIII, 1S47, 
p. 93), il quale sembra abbia dato la sua approvazione, poiché i due Vi- 
sconti scesero nella penisola ; ved. doc. VI. 

(3) I processi portano la data 7 gennaio ; Rinaldi, VI, 235-37. 

(4) Gregorio, nel dare notizia della citazione al comune di Lucca, av- 
vertì che il salvacondotto concesso ai Visconti, perchè si recassero in 
persona o mandassero ambasciatori ed Avignone, non includeva punto 
Incolta di trattare poi alla corte pontificia pace o tregua. Ved. Fimi. 
II, 29. Avignone. 23 febbraio [13731. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 45 

chorom et jam soluta libenter est. Nani card. Guillelmus (1) solvit 
xx millia franchos, d. card. Pampilonensis (2) x millia, d. Albanen- 
sis v ;L, d. Penestrhius (4) x. et sic- successive oinnes solverunt. 
Ultra lice iniposuit in curia alliam colletani prelatis existentibus 
in dieta curia prò cortessanis. qoe assendit ad soniniani ccc niil- 
liorum franchorom. Nani quidam archiepiscopo» Nichosiensis (5), qui 
venerat ad curiani causa cardinalati solvit de dieta coleta xxv millia 
t'ranclioruni. abbas sancti Anthony Yiennensis solvit v millia fran- 
chorum et ofert se guera dorante soluturum v millia armati, scrip- 
tores dominj nostrj pape ij m franchorom et quidam alliue archiepi- 
scopos Nerbonensis (6) x 1 " et sic sucesive. Ultra hoc imposoit alliam 
colletam omnibus clerici 8 Allamanie et tocius mondi. Italia excepta, 
qoeasendit ad sommam trium millionum franchorom, et ultra hoc 
ordinatimi est. quod, guera durante, omnes prelati qui sunt in casa. 
ultra numerimi mille Horenorum. solvant quartam partem fructuum 
anuatini guera durante, llli vero qoi sunt in casa citta numerimi 
mille tlorenoruni solvant anuatim secundum decima-m guera durante. 
Iste est modus per quem liabet pecunia* intinitas prò guera facienda. 
et certi colletores deputati sunt ad hoc, qui non faciunt nisi ne- 
gotia irta. Allij vero, scili cet d. cardinali* sancii Eustachi (7 . d. 
card. Sancti Angeli (8), d. Xicliolaus de Auxino (9 . senesclialchus 



(1) Guglielmo de la Sudrie, cardinale vescovo di Marsiglia (morto 
18 aprile 1373), Guglielmo Nocllet, referendario, o Guglielmo de Chanac, 
cardinale vescovo di Mende? Erma,. 1. 20-21. 

(2) Pietro di Monterne, cardinale del titolo di S. Anastasia, eletto di 
Pamplona. Erma,. I, 19. 

(3) Anglico Grimoard. 

(4) Raimondo de Canillac, cardinale vescovo di Preneste. Euukl, I. 18. 

(5) Raimondo de Pradeìla arcivescovo di Nieosia dal 1361 al 1376. 
Eubel, I, 3S2. 

(6) Gio. Roget. arcivescovo di Narbonne ; Gams, Serie* epieooporùm 
eooles%€te oatholioae. Katistbona, Manz, 1873, p. 584. 

(7) Pietro Elandrin. 

(8) Guglielmo Xoellet, cardinale diacono di S. Angelo; EUBEL, I. 25. 
vicolo dei Romani de Ausimi), come è detto più esattamente nelle 

carte pontificie, cioè di Osimo, fu protonotario e segretario dei papi Ur- 
bano V e Gregorio XI. Nel 1367 aveva compiuto P indice di parecchi vo- 
lumi di registri pontifici e curato il trasporto di molte pergamene a Roma 
durante il ritorno di Urbano in quella città. (KIRSCH, Die RueJckékr der 
Papaie Urbon V und Gregof XI von Avignon noek Iìom, in Quelle» und 
Forschungen mis de in Gebiete der Gesohichte, VI, Paderborn, Schoeningh, 1898, 
pag. 5 n. 5, e p. 63 n. 31). S'egli non ritornò forse nel 1370 con Urbano 



46 ARTURO SEGRE 

Provincie 1 . necnon camerari us dominj nostrj pape sunt circa 
negotia guere. D. Johanes de Senis vadit ad comitem Sabaudie et 
cuna eo stabit guera durante. Dominus Luchinus Viceoomes ivit 
ad exercitum cimi quodam d. Anthonio Vicecomite (2) et 1. lanceia 
de mandato dominj pape et ad eius stipendium. Et fecit juramen- 
tuni iidelitatis ditus d. Luchinus d. nostro pape per hunc modum. 
Nani ipse promitit stare ad servicia et stipendia ecclesie usque ad 
trienium.... domino nostro pape, et ultra hoc promitit esse legali* 
et bonus Romane ecclesie boto tempore.... Romanam eccleaiam eciam 
et dato quod non esset ad eius sti.... poset scire vel audire quod 
esset contra prefatam ecclesiali! stati Reve.... per se vel per fide- 
lem noncium, et in casu quo contrat'aceret. ex mine promitit, jura- 
vit.... obligavit se per solempne instrumentum in manibus carne 
rarij dominj pape portare armam.... volutam et si propter hoc 



ad Avignone (Novati, Epistolario di ('alticcio Salutati, 1, p. 92, n. 1. ed 
ivi l'epistola del Salutati a Niccolò) e nel 1372 abitò la patria sua. Osimo, 
tuttavia nel 1373 ricomparve di nuovo ad Avignone, secondo avverte 
Cristoforo, ed ivi rimase tino alla partenza definitiva «li Gregorio XI 
nel 1376. Gregorio anche lo menzionò in una bolla indirizzata al dono 
veneto Andrea Contarmi (Minor, p. 70, n. 15). — Gli storici della bi- 
blioteca pontifìcia di Avignone non rammentano Niccolò, per (pianto 
al medesimo spetti, come vedemmo, un indice di lettere pontificie. (Fkan- 
CON, La libra irle des pape? d'Avignon. Sa formation, sa composition, ses ca- 
talogne* (1316-1420), in Bibl. des e'eolcs franca ises d'Atltcncs et de Rome, fase. 43, 
Paris, Thorin, 1886, voi. I, pp. 62, 93 e segg. ; Eubbl, Historia biblioteche 
romanorunt pontificum tum Bonifatianae, tum Avenionenxis, voi. I, ed. in 
Biblioteca dell' Accademia storico-giuridica, voi. VII, Romae, typis Vaticani», 
1890. Niccolò venne poi a morte nell'autunno 1377; ved. doc. XXVI. 

(1) Niccolò Spinelli da Giovinazzo o da Napoli. 

(2) I due Visconti furono compagni di Amedeo VI nell'invasione di 
Lombardia ed è probabilmente in questa occasione che il conte Verde 
s'indebitò con Antonio Visconti. Ancora un decennio piò tardi Antonio 
Visconti era creditore verso il conte, già defunto, di 1500 ducati. (Ved. 
Ardi, di Stato di Torino, Sezione camerale, Conto dei tesorieri generali di 
Savoia, reg. 35 (1382-85), e. 72. Vengono pagati 500 ducati d'oro a « domino 
« Anthonio ex Vicecomitibus Mediolanj militi in esonerationem mille et 
« quingentorum dncatornni auri, in quibus inclite reeordationis princeps 
« illustris dominus Aniedeus Sabaudie comes, quondam genitor domini, 
« tenebatur prò remanencia maioris qnantitatis, in qua dictus genitor 
« domini quondam i>rius tenebatur certis ex oaufiia ». Chanibéry, 2!» giu- 
gno 1383. — Una lettera trovo scritta da Amedeo VI nell'aprile 1377 ad 
Avignono « par le fait moss. Anthonio Visconte de Milano ». Id. ro- 
tolo 33, o. XXXVI). 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 4/ 

apelaretur, constritus est preliare cuna ipso aversario.... et ipso in- 
lierine, et in casu quod a versa ri us vellet ponere aliquem prelian- 
fcem loco sui. Bit licitura ei hoc tacere, et licet d. Lucliinus tenea- 
tur cimi eo preliarj ad ipsius requixicionem et in quoeunque loco 
aversarius voluerit. Subsequenter audio quod, publicata croxiata 
contra istos. que publieabitur die xxvij marcij proximj venturi», 
d. papa habebit in tenie eorum novum campus eum erueiferis, et 
dicitur qnod vioecomes Taurene (1) et episcopio Verzelarum erunt 
capitanci. et scio a quodani intrinseclio familiari episcopi Verze- 
larum, qui liic sua t'acit t'acta. quod pridie. dum dictus episcopua 
scripsiset domino pape quod ipse vellet mandare corniti Sabaudie, 
quod ad requixitioneni dicti episcopi vellet sibi subvenire genti- 
bus, d. papa respondidit: « Xolimus. Xam est nostre intencionis 
« mitere dituni episcopum caini norie gentibus allibi ad danihean- 



1 1 Ancora noi mese di giugno 1373, come appare dal dooum. Ali, ohe 
seguo. Guglielmo Roger, visconte di Turenne, fratello di Gregorio XI. 
trovavasi nel contado avignoneso in procinto di scoudore nella penisola 
nostra. Il tiglio suo, Raimondo Luigi, ed il fratello, signore di Limeuil, 
già con Amedeo VI militavano in Lombardia ai danni di Bernabò (Chro- 
nique de Savoye, in Mon. h istorine putride : Scriptores I, 311). e non doveva 
assoro facile al visconte raggiungerò il Conto Verde, trincerato allora 
siili* Adda. Inclinerei quindi a ritenere clie il Turenne non partecipasse 
neppure alle ultime fasi della campagna. Senonchè, mentre le autorevoli 
Chroniques de Savoye (col. 315) dichiarano recisamente che Raimondo Luigi 
ed il Limeuil partirono dal seguito di Amedeo nell'estate del 1373, quando 
il valoroso conte giaceva infermo a Modena, due documenti lucchesi as- 
severano che nell'ingresso di Amedeo a Pisa, il 18 gennaio 1374. trova- 
vasi insieme al conte un fratello del papa. (FUMI, parte II, p. 59, Gli 
anziani di Lucca ai priori di Firenze ed al papa, Lucca, 18 gennaio 1374). 
Tale fratello non può essere che il Turenne. salvo il caso che ritenessimo 
erronea l'affermazione delle Chroniques intorno la partenza del Limeuil. 
Ma l'esattezza in genere delle notizie tramandateci dalle Chroniques negli 
anni dei quali ci occupiamo, non mi permette senza prove sicure di tac- 
ciar^ di errore lo scrupoloso cronista. Né si può dubitare d'un errore 
della signoria lucchese, essendo stata la spedizione di Amedeo VI in To- 
scana una conseguenza delle domande di soccorso fatte da Lucca alla 
S. Sede per timore di Corrado Wettinger e di Gio. degli Opizi, fuoru- 
scito lucchese, ed essendo anche una delle lettere citate indirizzata allo 
stesso Gregorio XI. (Intorno alle domande di soccorso fatte dalla signoria 
lucchese, ved. Mirot, ■ pp. 32-33; FUMI, parte seconda, pp. 28-59). Ignoro 
tuttavia se altri fratelli del pontefice, oltre quelli ricordati, siano discesi 
in Italia. 



48 ARTURO SEGRE 

«diini inimico*» 1 . Nuper imposuit, videlicet die x februarij, unum 

subsidium cliaritativuni aliquibus prelati* babentibus pecuniain, 
de quorum ninnerò fuit archiepiscopHS Nichosiensis, qui ultra pri- 

inain sumniam solvit de novo lx millia florenorum. Omnes seripto- 
res pape, qui sunt conterai ninnerò, solverunt oentum franchos prò 
quolibet. Omnibus oftioialibiis dominj nostri fecit vetinerj pagas 
snas de tributi niensibus. qui assendent numero xx millia tlore- 
nornm t2 . Archiepisoopua Nerbonensis, qui est zermanus pape et 
pecnniosns. solvit ultra primani soinma.ni rlorenos xl millia. Ar- 
chiepiscopus Ivotoniagensis (3 rlorenos xl millia et camera recolegit 
totani istam pecuniam in viij diebns. Subsequenter ante (inani do- 
minus noster pubiicaret procesus eontra illos de Mediolano perduos 
dies ante venit patriarcha Allesandrinns. qui iverat in Allanianiam 
ad Imperatorem et ad publioanduni procesus primerios fatos eontra 



(1) Gregorio intatti mirava alla conquista di Vercelli, intorno alla 
quale vedi il doe. VII. 

(2) Lo spose intatti sopportato dalla Chiosa nella guerra orano gra- 
vissime. Trovo (dio ad Amedeo VI furono nel Inolio 1872 pagati 4000 fio- 
rini di piocol peso, 4500 di buon peso, poi altri 1110 di buon poso, noi 
settembre dolio stosso anno 6000 di buon poso e 1461 franchi in oro. il 
2 novembre 23280 fiorini od in seguito altri 1000 fiorini di Firenze. Noi 
gennaio 1373 a Rivoli il tesoriera sabaudo, Pietro Gerbaix, incassò 2914 
fiorini di buon poso di oaniora e 12000 franchi d'oro oltre a 10000 fiorini 
di piccolo poso, il 13 aprilo altri 22000 fiorini di Firenze, il 16 dicembre 
1100 franchi d'oro od ancora il 27 marzo 1374, quando già Amedeo VI 
aveva terminato 1" impresa e ricercava pace coi Visconti, il Gorbaix ri- 
cevette 4000 franchi d'oro, sogniti da 8000 fiorini di buon poso fiorentini 
donati dal papa sopra lo decimo, e altri 8000 fiorini da Bartolomeo Mi- 
cino!, mercanto veneziano, a nomo di Gregorio. Di soli 4000 tran- 
elli d'oro promessi por stipendiare alcune genti d' armo fu impossibile 
al tesoriere Tesa/dono durante il 1374, ma non disperava il Gerbaix di 
incassarli in futuro. (« Sed ipsos recuperare instahit et proourabit cum 
« effeetu, quibus reenperatis compntabit de ipsis in computo suo sequenti ». 
(Arche, camerale, cit.. Conto tesorieri generati di Savoia, n. 31 (rotolo). 25 
luglio 1371-15 febbraio 1376, e. 1 ix. « Recente facto a personis infra- 
« scriptis de hijs que dominus papa donabat domino prò guerra faoienda 
« eontra dominos Mcdiolani »). 

s'aggiunga che durante la campagna del 1373 il card, di Bourges 
ebbe a prestare ad Amedeo ben 200000 ducati, come e prova una dichia- 
razione del conte firmata a Pisa il 20 gennaio 1374. (ÀBCH. CAMERAUB 
eit.. rot. 33, e. xxxiv). 

(3) Filippo d'Alen^on, arcivescovo <ii Rouen, cardinale e patriarca 
«li Gerusalemme. Gams, p. 614 : Erma,, I, 23. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 49 

ipsos et aportavit literas [mperatoris, literas marchionis de Me- 
sena il), literas Marchionis Brandibnrgensis (2). Bicnt mandabant 
domino nostro quod.... permiteret ire gentes ad iUofi de Mediolane. 
E ti ani dixit d. papa in consistono omnibus audire volentibus: <^ Ego 
«ordino ita et taliter, quod, omnium illorum qui sunt ad stipendia 
«eoram, si non repatriabunt. bona eoruni connseabiintur » v 

Xnper. videlicet die vy febr.. venit de partibns Allamanie.... 

ad duces Austrie (3), causa publicandi processns publicaret in 

presentia ipsoruin. Pubblicatis proeesibus fuit.... anulum valoris 1. 
ttorenorum, gener dominj Bernabovis, et ultra hoc... unum amba- 
xiatorum dictorum ducum, qui ambasciator petit.... ducimi eonflr- 
niatione ducatus Tirali (Tirolo) a papa et jam papa otriavit et ipsi.... 
domino pape nonquam dare susidium illis de Mediolano per dire- 
fcum vel indiretnm, et si dominns papa vnlt quod veninnt pre ale 
in servitio ecclesie, sunt parati et in casu «pio d. papa- velet habere 
obsides ab eis, Leopoldns. ([ili est gener dominj Bernabovis 4). of- 
t'ert se ventnrnm et illnd idem Albertus, qui est gener Imperatoria (5 . 
Àmbasciatores regia Ciprij nuper venerunt ad curiam et petunt a 
domino papa quod ipse reconcilliet eoe cum Januensibus, propter 
quod d. papa mitit ad eos episcopum Xarboniensem. sed, ut audio, 
panini prodiderit, quod Jannenses apetnnt nltionem et jam fece- 
riint qnaxi arniatam. Generalis niinornni. qui nnne est patriarcha 
Gr adensi a (6), est Janue prò coniugando Jannenses cum ecclesia. Di- 

(1) Probabilmente Federico III il Forte, langravio di T mangia, mar- 
obese di Misnia (1349-81). poiché portavano uguali titoli i fratelli suoi 
Baldassarre (1349-1106) e Guglielmo (1349-1407). 

(2) Ottone IV di Wittelsbaoh, duca di Baviera e marchese di Bran- 
deburgo (1366-73). 

(3) Leopoldo III ed Alberto III d'Ahsburgo, duchi d'Austria. 

(4) Leopoldo aveva nel 1365 sposato Verde, figlia di Bernabò. Morì 
il 9 luglio 1386 nella battaglia di Sempach, Huber, GeBchiehte Oesterreiohs, 
II (Gotha. Perthes, 1885), pp. 287, 314-15. 

(5) Alberto III erasi unito nel 1366 ad Elisabetta, figlia dell' impe- 
ratore Carlo IV. Urina:, II, 290. 

(6) Tommaso di Frignano, cardinale nel 1378. Gams. p. 792: Eubel, 
I. 22. — La rottura tra Pietro II di'Lusignano, re di Cipro, e Genova 
trasse origine dal tumulto e dalle uccisioni di Genovesi accadute du- 
rante la cerimonia par F incoronazione di Pietro a re di Gerusalemme 
nella città di Famagosta. (Di: Mas-Latrie, li Moire de Vile de Chypre, 
voi. II, Paris, Impr. nationale, 1x52. pp. 353-56). L'intromissione del 
papa, che si rivolse anche alla regina Giovanna di Sicilia (CERASOLI, 
Gregorio XI e Giovanna I di Napoli, in Arch. storico per leprov. Napoletane, 
XXIV, 1899, p. 307, doc. CI. Avignone. 10 giugno 1373), non valse a di- 

Akch. Stok. It„ 5.' Serie. — XLITI. 



60 ARTURO SKGRE 

citur quod pax est facta intei regem Yspanie et regem Porfcugalie (1). 
propter quod ditus ree preparavit jam navigia sua in magna copia 
et posi pascli,! intendit invadere regnimi Ànglie. Rea Francie pre- 
parat se per teram et dicitur quod intendit regnum illud invadere. 
Rea Ànglie preparai se mirabiliter. Ambaxiatores etiam regia 
Yspanie hic smit. I). papa misit duos de la Ture, qui vadant pu- 
blicando proceaus illoraui de Mediolano per mondimi et unus est 
arcniepiacopua de Nova Patria (2). allius nomen ingnoro. Etiam multi 
allij vadlint. Allia nova ad presene hic non sunt. et. cum erunt. 
ourabo per fidimi nonciam intimare dominationj vostre, et, si qua 
poaaum prò dominatione vostra, dìgneminj mandare tànquam fide- 
lisimo servitori, et ex parte dominj pape habeo significare, si qua 
p[otest| prò vobis. libenter faciet, et (piando vellem loqui domino 
pape prò factia vestris bene habeo aditimi ad cimi oris debitis. Altisi- 
uius doiniiiationom vestram telici ter et longeve conservare dignetiir. 

Servitor veater Criatoforua Data Avineone xxij febru. 

de Placentia procurator in curia. 

a tergo come «opra. 



VII. 1 1373] 5 giugno, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Gioia per la vittoria d4 
Monfeehiari (3), II visconte di Tu renne è a 5 leghe da Avignone con 



sai-mare i Genovesi, uè Pietro ottenne soccorsi pronti dai Veneziani, ai 
quali s' era pure rivolto (De Mas Latrie, II, 359. Risposta del senato 
veneto all'ambasciatore di Cipro, 21 maggio 1373: ved. anche lORGA, 
Philippe de Mezières, 13 ?7 -1405 et la eroimdc a ti XVI riccie. Paris, Bouil- 
lon, 1*96. pp. 406-10 (in Bibì. de V Éeole dea haute* etudes, fase. 110). 

(1) La pace ira la Castiglia ed il Portogallo venne firmata il 2* 
marzo 1373; Rinaldi. VII, 212. L'opera del card. Guido di Boulogne tu 
a tale scopo molto attiva ; Schikrmachkk, VI, 19. 

(2) L'Eur.KL. 1. 379. dà come Arcivescovo di Xaupatto (« Xovae pa- 
triae ») in Grecia, tra il 13(59 ed il 1376, un «Francesco dell'ordine dei 
Minori ». Era un Francesco della Torre ! 

(3) Nel febbraio 1373 Amedeo VI, capitano generale della lega contro 
i Visconti, invase la Lombardia, dopo la neutralità promessagli dal fo- 
gliato Galeazzo Visconti, e penetrò fin soli' Adda. Un altro esercito, man- 
datogli incontro dal legato card, di Hourges. risalì dal Ferrarese per 
raggiungerlo. Volle Bernabò impedire l'unione e con genti fornitegli da 
Galeazzo, guidate dal conte di Virtù, il futuro Gian Galeazzo Visconti, 
diede battaglia il 7 maggio 1378 all'esercito del legato, ohe guidavano 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 51 

600 lande, diretto alla volta della Lombardia (1). Trovasi in Pie- 
monte con 400 lande Giovanni Orsini, genero del siniscalco di Pro- 
venza (2 . Giov. da Siena ed il vescovo di Vercelli danno il guasto al 
Vercellese. Salvo Calai* e Bordeaux, ha il re di Francia ricuperato 
tutto il regno migli Inglesi, e per sua istigazione il re di Castiglia 
si appresta all' invasione dell' Inghilterra. TI papa ha cacciato, senza 
concedere udienza, gli ambasciatori di Bernabò e Galeazzo, venuti ad 
implorare pace, ed anche i Milanesi residenti ad Avignone. Vengono 
ma ìi da ti per ogni dove collettori a raccogliere danari. 

Magnifico domine mi. Recepì literaa vestras per magistrum Pe- 
tricerium, quas presentavi domino nostro pape, et similliter presen- 
tavi suas senesohalco Provincie, et per Francisenm allias recepì, 
supra qui bus omnibus dominile noster scribit dominationj vostre 
per prefatum Francisohum et summe fuit contentus de novis con- 



Giovanni Hawkwood, Enguerrand VII, signore di Coucy, ed altri capitani. 
La battaglia, molto sanguinosa, ebbe termine eolla piena sconfitta dei Vi- 
sconti. Chronioon Estense, in Muratosi, XV. 497, Chvonioon Placcntinum. in 
Muratosi, XVI, 518. Annate* Mediolanenses, in id. col. 755. Chroniques de 
Saroye. in Mon. h istorine patriae. Seriptores, I, 343; Temple-Leader e Mar- 
ci » i ir. Giovanni Acuto fSir John HawkwoodJ, Firenze, Barbèra, 1889, pp. (50-61; 
Gabotto, L'età del conte Verde in Piemonte con nuovi documenti, in Miscel- 
lanea di storia italiana, serie III, II (1895), 217. 

Enguerrand VII, s. re di Coucy, ebbe relazioni con Amedeo VI, al 
quale già nell'estate 1371 aveva offerto i suoi servigi. (Arch. camerale 
di TORINO, Castella ni a di J ri (/liana, n. 62, m. 9 (registro), e. 199). Il 19 
giugno 1371 Ybleto di Cballant. capitano di Piemonte e castellano di 
Avigliana, mandò avviso ad Amedeo « quod dominile Conciaci volebat in 
« auxilium dominj cum e lanceis venire ». Nel dicembre poi del 1372, ebbe 
il. comando supremo delle genti che il card. Pietro Flandrin, vicario 
generale nei possedimenti temporali della Chiesa, avviava contro Ber- 
nabò e Galeazzo Visconti, quelle che combatterono a Montechiari. (La- 
caille. Enguerrand de Conci/ au sere ice de Grégoire XI (137 '2-7 4); Nogent 
le Rotron, Impr. de Danpelay-Gonvernénr, 1896, estr. diìlYJnnuaire-Jiul- 
letin de la soeiété de Vhistoire de France). Rimase celebre pel colpo di mano 
so Arezzo noi 1384 (Durrieu, La prue d'Arezzo par Enguerrand l'Il.sire de 
C<ntci/. e» 1384, in Hibl. de V Éeole dea Chartes. XLI (1880), 172 e seg.) e 
morì più tardi prigioniero dei Turchi a Brussa il 18 febbraio 1397 dopo 
il famoso disastro dei cristiani a Nicopoli. (Lacailee. La vente de lo ha- 
ronnie de Couey, in /Ubi. de V Éeole dea Chartes. LV(1894), p. 573). 

(1) Guglielmo Roger, visconte di Tnrenne. 

(2) Avfva sposato Bartolomea, primogenita di Niccolo Spinelli. Ro- 
mano, pp. 73 e 91. 



■il ARTURO SEGRE 

ti ictus dati gentibue inimichoruio et fecit in dui ditum Franciscnm 
et largirj florenos xxv prò bono novo, licet inulti dominj et Chanis 
Signorine hoc soripserit (1). Ultra hoc senesohalchus noster iuipo- 
soit in reoesn suo qnod debereni vobis intimare, quod, qui habet 
tempus, non expetet teiupus. quoniam res compresantur. *vd in dies 
non reiterahtur. Sic sunt nova quod vicecomes Taurene, frater pape, 
est peites Avineone v lenchas ouni quingentis lanzeis et est de 
[n'esenti iturus ao 7 terra* illoruin de Mediolano. Sèneschalchus Pro- 
vincie habet generimi suum in campi s oum qnadringentis lanceis in 
Pedemontium et ibi dant guastimi. Epieeopus Verzelarum et d. Jo- 
hannes de Senis sunt in campis prope Véreelas oum eoe lanzeis èi 
ibi dant guastum (2). Prooesus formati oontra d. B(ernabovem) et 
Galleaz mito dominationj vostre per latorem presentium. Res Fran- 
ohorum recuperavit totani suam patriam exceptie duabus civitatibus, 
scilicet Cales et Burdelam, quas de presenti, ut audio, est habitu- 
rus (:ì). lìcs Castele ad instantìam regie Francie preparavit se cum 
maxima navigiorum copia et est iturus Angli'am (4), Allia ad pre- 



(1) Cansignorio della Scala, signore di Verona e Vicenza (1351-75). 
Litta, Famiglie, ecc.. Scali (ieri, tav. 3. 

(2) Le operazioni contro Vercelli furono dunque iniziate nella pri- 
mavera del 1373 da Giovanni da Siena e da Giovanni Fieschi, vescovo 
di Vercelli. Com' è noto, Niccolò Spinelli, assunto poi il coniando dal- 
l'esercito, espugnò e saccheggiò la città nella notte dal Iti al 17 ottobre, 
GrIOFFBSDO DELLA CHIESA, Cronaca di SaluzZO, in Moìi . hist. patria*, Serip- 
tores. III, 1021 (Romano, p. 203). .limale* Mediolanenses, col. 752. Minor, 
p. 24 (attribuisce il fatto al 1371). 

(3) Durante il 1373 infatti le genti di Carlo V, re di Francia, il quale 
aveva rotto nel 1369 il trattato di Calais coli' Inghilterra, conquistarono, 
sotto la guida del eonestabile Bertrand du Guesclin, la maggior parte 
della Bretagna, il cui duca Giovanni IV era alleato degli inglesi. A 
nulla valse la cavalcata fatta dal duca di Lancastre tra il mese di 
agosto e la line dell'anno nelP intemo della Champagne e della Borgo- 
gna. Privi dei loro migliori capitani, essendo il prìncipe di Galles in 
fin di vita, ed il captai di Bucli prigioniero, gp inglesi perdettero quasi 
tutte le città che ancora possedevano, salvo Calais, Bordeaux e poche 
altre. Ved. D'Acssy, Campatine* de I)n (incielili e» l'oitou et cu Saintonge, in 
llcnic de Saintonge, X (1890); La visse. HMoive de Franee. IV, parte I. 
pp. 238-42. 

(4) Nel 1372 la dotta inglese, comandata dal conte di Pembroke. fu 
distrutta ed il suo ammiraglio catturato dalla flotta castigliana. Allora 
il gallese Owen, fuggiasco in Ispagna, istigò il re di Cartiglia ad uno 
sbarco nel paese di Galles. Non vollero i Castiglianì tentare L'impresa: 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 53 

scus non siinf ìiic nova, nisi quod ambàx 768 d. B[ernabovÌB] et Gal- 
lia/. <[iii huc venerant pio pace liabenda (1 , fueriiit espulsi mallo 
modo. Etiam Mediolanenses, qui hic habitant, paulatim de curia 
expeluntur, tamquàm canee, et enm allia erunt nova dominationj 
restre significare procurano. Etiam collettore* mituntnr per po- 
pulum christianum prò pecuniia habendis a cleriois et erit ne- 
cesse quod episeopus Mantuanus et abbas sancti Benedicti solvant 
partem sunni. Altissimus dominationem vestram fellicitei conser- 
vare dignetur. Scripsisem latin*, sed t'rater Petrucius de presenti 
illuc est acesurus, qui dominationem vestram piene informai)] t. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avineone die v Jun- 

Placentia in curia procura tov. nj. 

a tergo come nella precedente. 



Vili. [1374] 4 febbraio, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Niccolò Spinelli è tornato 
in questi giorni da Vercelli e -spera che presto cada anche la citta- 
della di quella città. Il papa ha respinto (/li ultimi ambasciatori 
mandati da Bernabò senza accordare loro udienza. Il 24 dicembre il 
duca d'Anjou è entrato ad Avignone e sotto colore di pace tra Francia 
ed Inghilterra, calla mediazione pontificia, ha tentato di indurre (ìre- 
aorio (dia pace con Galeazzo. Bel che il papa l'ha rimproverato. Un 
lini io naturale di Galeazzo. Cesare Visconti, è stato catturato a Xiz:a. 
Il papa mal fare ritorno in Italia, ma prima conculcare i Visconti. 
Cavalcata del dura di Lancastre per Francia e disegni del medesimo 
contro il re di Castiglia. Il re a Inghilterra si appresta ad in radere 
la Francia. 

Magnifico domine mi. De ocurentibns in Curia in presenti pagina 
dnxi narandum. Et primo noverit Magnificentia vestra quod Sene- 



poro nella line del luglio 1372 una flotta nuova castigliana cooperò col- 
l'esercito francese alla riconquista del Poitou. (De la Eonci^re, Histotre 
de hi marine francaise, voi. II. Paris. Plon. 1900, pp. 19 e 20). 

il) La -con tilt a di Monteebiari indusse a profferte di pace vane i 
Visconti; ved. anche RINALDI, VII, 237. — Bernabò poco dopo in una 
sua al signore di Mantova, dicendo degli sforzi suoi per mettere paci- 
fra la S. Sodo o(\ il connine di Perugia, accennò vagamente agli in- 
successi delle sue profferte pacifiche : « eredamns quod erimns ita 

«meritati de isto servitio sicnt de aliis que l'eeinms ecclesie predicte». 
OSIO, I. ltir.. n. CU, 17 Inoli,, 1373. 



54 ARTURO SEGRE 

sclialchus Provincie (1) bis diebus venit de civitate Verzelarum et per 
ea <(ue dicuntur sperat cito habere citadelam. Tamen, quicquid sit, 
dominus papa ordinai mittere illuc de presenti gentes et pecunias, et 
jam misit pecunias. Ambaxiatores doniinj Bernabovis, qui huc circa 
test uni nativitatis fuerunt, nonquam potuerunt videre papam et fue- 
runtmalo modo licentiati de curia. Nuperest hic captus quidam cur- 
sor, qui litteras dominj Bernabovis d. pape portabat, ortantes papam 
ad pacem et, per ea que hic possunt viderj, nullo modo sperandum est 
de pace vivente isto papa. Pridie post festum nativitatis, dum do- 
minus Andegavensis, frater regia Franchorum et malus homo (2), 
venisset ad curiam, sub velamine falso, ex eo quod volebat tratare 
pacem inter d. Galleaz et eocleeiam, et fingebat velie petere quod 
papa miteret legatos ad partes Anglie prò pace tratanda inter reges 
illos, papa respondidit dicto duci ita et taliter quod, ut audio, 
nonquam curabit tratare pacem illorum de Mediolano, dicens do- 
minus: « Nos facimus i liuti quod tu deberes facere, si esses talis qua- 
lis deberes esse». Quidam tìllius naturalis d. Galleaz, nomine Cesar (3), 
veniens ad curiam captus est in Nizia. Multimi raciocinatur de mota 
eurie ad partes ytalie et videtur pape quod nonquam erit dare Imeni 
illis de Mediolano, nisi faeiat transitimi ad ytaliam. Dominus Len- 
clianstrie, lìllius regia Anglie, qui se apelat regem Y spanie, discurit 
totani regnum Francie cum xvi millia arma torma (4) et, ut dicitur, 
in vere isto venturo vult intrare regnum Castole (5). Onde ree Ca- 
stole, videns boc, fecit coronarj rillium smini (6) et venit oviam ei 
bene cum viij millia (sic) lanceis et maxima multitudiiie arcieriorum 
et peditum et clioadunabit se cum gentibus regie franeornm et or- 



(1) Niccolò Spinelli, presa Vercelli col castello, aveva nel dicem- 
bre 1373 fatto ritorno in Provenza (Romano, p. 206). Un documento va- 
ticano, citato dal Romano (p. 207), lo dà presente ad Avignone il 1 marzo. 
Il nostro documento ci assicura della presenza di Niccolò nella curia 
pontificia già ai primi di febbraio. 

(2) Luigi I, duca d'Anjou, fratello del re Carlo V. 

(3) È il Cesare Visconti, del quale i beni nel 14 luglio 1414 vennero 
donati a Sperono di Villafranca 1 Ved. Romano, Contributi alla storia della 
ricostituzione del ducato milanese sotto Filippo Maria Visconti (1412-1421), in 
Archivio storico lombardo, serie III, VI (1896), 284. 

(4) È la celebre cavalcata del turbolento figlio di Edoardo III, (Gio- 
vanni, duca di Lancastre, che finì colla rovina della medesima nel l' A u- 
vergne e nel Limosino. Lavisse, IV, parte I, pp. 243-44. 

(5) Il Lancastre ebbe dal padre il capitanato generale in Francia ed 
in Aquitania, SCHIRBMACHER, VI, 21. 

(6) Non vedo quest' incoronazione ricordata dagli storici. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 55 

<lin;itum est inter eoa quod in mediate posi otavam pasce resure- 
« iom's belabunt (1). Hoc erit in regno Francie. Onde rea Anglie, 
sentiefn]a hoc, ordina vit gentea infinita* pedites et eqnitea et di- 
gponit 8e una cum omnibus tillijs et nepotibua buìb, excepto Thonia, 
<|ui minor est(2), ad tranaeundum mare et ibi intrabit regnum Fran- 
cie causa belandi, et speratur eoniuniter quod nunc erit finis istius 
guere, que belo dirimet. ILic allia ad preaena non annt, et, cum 
ocnreret, dominationi vostre intimare carabo. Altissimùs voa feli- 
citer et longeve conservet, cuius sum aérvitor intimna. Dominila 
legatna novua cito habebitur im partibua, quibonam habet aKecio- 
nt'iii ad gueram iatam. 

Servitor veater Criatoforua de Data Avinione quarto IV- 

Placentia in Curia procurator. bruarij. 

a tergo come nella precedente. 



IX. [1374 1 6 settembre, A vi -none (3). 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il cardinale, al quale ha 
esposto le giustificazioni del Gonzaga, non dà ad esse calore: dice 
che Bernabò Visconti desidera tanto la pace. che. ore il papa ad 
essa acconsentisse, inai non la riolerebbe ed anche in questo caso nel 
trattato verrebbero prese tali garanzie da assicurare alla Chiesa la 
preponderanza delle forre, che quindi voglia il Gonzaga mutar con- 
tegno ed attenersi alle condizióni dell'antica lega. Il papa tornerà a 
L'orna nella veniente prima/vera ed in ottobre dichiarerà la cosa in con- 
cistoro. Il motivo del viaggio sta nelle relazioni fredde col re Carlo \\ 
nel desiderio di sorvegliare il reame di Sicilia, sul quale ha brame 
a ut ielie il redi Ungheria, Luigi d'Aujou. e nella ■■speranza di abbat- 
tere meglio i Visconti, gli ambasciatori dei quali sollecitano pace, il 
capitano di Piemonte, Vblet de Chalfaut, e due fra gli oratori sud- 
detti. Antonio d'Oria e Odoardo Corrado, ranno ora a Milano. 



(1) I/Ayala (Crònica del rey hon Enrique II. oap.6, in Schirrmachkk, 
VI. 23) dice l'esercito casigliano di 7000 lancie, 1000 oavalleggeri (gineti) 
e 5000 fanti. I vincoli colla Francia conservò Enrico II molto saldi, e 
nel testamento del 29 maggio 1374 esso lasciò raccomandazione al figlio 
(.io vanni I di conservare amicizia perpetua col re Carlo A' e col «luca 
d'Aujou, Luigi I: Schirrmachejì, Yì, 31. 

i2) Tommaso di Woodstook, duca di Glooester, 6° figlio di Edoardo IV. 

<3) Sul documento l'Osio scrisse In data 1376, ma il contenuto del 
dispaccio non mi lascia dubbi circa Fauno 1374. 



56 Ali TURO SEGRE 

mentre gli altri due. Tommaso OroppeU* e Vassallino Bossi, atten- 
deranno (fili <jli erotti. I commissari per la paee sono i cardinali 
di Te rotta une e di 8, Eustachio. Si è stretto matrimonio tra il se- 
eondogenito del re di Frauda e la primogenita del re d'Ungheria, 
Bernabò ha offerto ad Ottone di Brunsirick la mano di Caterina 
Viscontij figlia del defunto suo fratello Matteo II, ma Ottone ha ri- 
fiutato, addiicendo a pretesto la scomunica pontificia esistente contro 
Bernabò, 

Magnifica domine mi. Nuper recepì literas vestras responsivi!* 
meis allias dominationi vostre scriptis in Vigono (?), quas ostendidi 
illi domino cardinali, dum prins eas vidissem et legissem. Et ille 
doininus stati m eas legit, quibus letis michi dixit: « Vadas et rever- 
taris ;id me in mane et dabo tibi literam tuam et loqnar tecum ». 
Ad veniente die sequenti sum iocutus rum ipso. Ipse michi respondidit 
sic: « Christofore. Vidi rationee et excusationeg fui dóminj Man- 
« tuanj (ine frivole sunt et dico tibi sic. Dominila aoster, quocien- 
« scunque voler, ad libitum suum potest habere pacem valde ho- 
« norabilem et utillem prò se et colligatis suis. qui in presenti 
« guera se inmiscuerunt, nec dubitai quod Bemabos violaret un- 
« quam pacem, et in casu quo violaret. pus erit ita fata, quod ec- 
<< desia continue habebit abenas in eius manibus. Dominns tuus 
« Mantuanus dicit quod si baberef ab ecclesia illud quod posse! 
«tacere, facerot omnia que ecclesia vellet. Et ego vellem quoti fa- 
«. cerei secundum pata lige antique. Si faceret hoc, bene faceret »(1). 
Ista, domine mi. sunt omnia que habere potili ab ilio domino et 
sic facio lineili verbis istis. Nova ocurentia in curia sunt ista. Nani, 
ut sentio, dominns noster papa disponit se ad faciéndum transitami 
in isto vere ad partes Ytalie (2). Ilio est publica vos et fama. Do- 
minns vero cardinali» «aneti Eustachj (3) me presente corani al- 
liquibus habuit dicere quod, ante quam ellabatur mensis octubris 
proxinij venturis. dominns papa in publico conscistorio declarabit 
voluntatem suam de mota suo ad partes Ytalie ettempus: quod si 
sic erit. de presenti que fient circa predicta domi nati onj vestre si- 



(1) Il signore di Mantova, Lodovico II Gonzaga, aveva tenuto a bada 
il pontefice durante la guerra, e, timoroso certamente delle forze di Ber- 
nabò, aveva preferito neutralità benevola verso il nemico della Chiesa 
(MlROT, p. 22). Infatti la sua corrispondenza con Bernabò in quegli anni 
i'\i copiosa, a giudicare dai documenti pubblicati in Osio, voi. I. 

(2) Il 29 luglio 1374 aveva Gregorio detto all'oratore senese che vo- 
leva prima del maggio 1375 scendere in Italia. Minor, p. "><). 

(3) Pietro Flandrin. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 5/ 

gnificabo. Temptavi enim serre, quod melina scivi, causani sue mo- 
t-ioni*, et causa est. ut posimi sentire, duplex (1). Prima est quod 
quia dominus noster pessime stat cum rege Franchorum. Nani rex 
vellet imposibilia. Seounda est propter regem Ungarie. Nani rex 
Ungarie nmltum afficit regno Seioillie et regina libere post eius 
morteni dìsponit regnimi in nianibus ecclesie (2). Allia eausa po- 
test esse forte propter destrutionem illoruni de Mediolano. Quic- 
(piid sentiani de motu vobis signitìcabo. Vollui scire quod otulerunt 
isti ambaxiatores domini Bernabovis. qui liic sunt domino pape, et 
breviter sentio quod totis virilms anelant ad paceni et Ime usque 
dixerunt gener allia. Nunc est ordinatum. quod eapitanius Pede- 
montiuni (3) vadit Mediolanum rum duobus ex i]»sis. quòrum iinus est 



(1) Tra l'altro l'orso per il conflitto sorto fra il re e l'arcivescovo di 
Rouen. Filippo d'Alencon. Mirot et Déprez, Un oonjtiet de jurisdietion sous 
Charles V\ le proci'* de Philippe d'Alencon, arche réfi ne de Eouen, in Moyen 
Age. 1X97, maggio-giugno. 

Gregorio tutelò sempre gli interessi della regina Giovanna. Ad 
Amedeo VI nella guerra contro i Visconti aveva raccomandato di nulla 
occupare che appartenesse ;i Giovanna ed. ove le sue milizie di qualche 
luogo appartenente alla regina si fossero impadroniti, ne facesse resti- 
tuzione. (Aiau. di Staio di TORINO, Materie ecclesiastiche, eat. 44, m. I. da 
ord. Bolle da Avignone 14 ottobre 1372 e 13 gennaio 1373, la prima pub- 
blicata in parte dallo SCARABEIXI, p. DI). Intorno alle relazioni di Gre- 
gorio e Giovanna, ve<L Cerasoli, Gregorio XI e Giovanna I. regina di 
Napoli, in Archivio storico per le provinoié napoletane, XXJII-1Y (1898-1899). 

Ylilet di Ghallant. il celebre ministro di Amedeo VI e capitano 
generale in Piemonte. Amedeo VI nel 1373 dopo la battaglia di Monte- 
chiari era disceso a Modena, dove erasi trattenuto, infermo, lunghi mesi. 
finché nella seconda metà di ottobre, ristabilito, apparve a Faenza (AR- 
CHIVIO camerale Di Torino, Conto tesorieri di Savoia, rot. n. 32 (conto di 
Pietro Gerbaix), e s-. ordine di Amedeo da Faenza, 23 ottobre 1373) e poi, 
secondo già ricordammo, discese tino a Pisa nel gennaio 1374. Tornato in 
Piemonte, stanco della guerra, raffreddatosi con Ottone di Brunswick, tu- 
tore del march ise di Monferrato. Secondotto Paleologo, e sollecitato dalla 
sorella. Bianca di Savoia, consorte di Galeazzo Visconti, si fece media- 
tore di un accordo tra la 8. Sede ed i Visconti. Promettevagli Galeazzo 
di abbandonare alla sua sorte l'odiato marchese di Saluzzo, Federico, e 
Bernabò pure anelava la pace. Galeazzo il !» marzo diede al tiglio, conte 
di Virtù, pieni poteri per oonohiudere pace ed alleanza col rispettivi» 
cognato e zio (SCARABELLI, p. 95; GabOttO, p. 218). ed allora Amedeo, 
non pago dell'opera di un suo ministro residente ad Avignone. Stefano 
Reymondj curato di Kossillion, andò in persona alla corte pontificia nella 
seconda metà di aprile (ARCHIVIO cit.. e. i e p. ordini da Villenéuve-les- 



58 ARTURO SEGRÈ 

d. Anthoniua de A uria, alter est d. Adoardus de Churadis. Allij 
duo. videlicet d. Thomas de Gropelo et Vasalinus de Hnsis (1). re- 
manent in curia et expetabimt eventum sociorum et in eorum evento 
Hentiani quod poterò et dominationi vostre tane intimabo. Nani 
uiius secretarins dominornm cardinalinm, cui facta pacis sunt co- 
misa, promisi! michi ostendere capitala spetialia. que tunc sentire 
poterit. Comisarij vero diete pacis sunt dominj cardinale* Mori- 



Avignon, 24 aprile 1374). e Gregorio, sebbene animato da intenzioni poco 

benevole verso Bernabò e Galeazzo, lo svincolò dagli impegni che eoo 
Ini aveva, dichiarando solennemente che esso a suo riguardo e la S. Sode 
dal canto suo verso il conte avevano adempiuto agli impegni reciproci. 
(Theixek. Codex diplomaticns dominU temporali» S.Sedte, tomo II (1336-89), 
Roma, 1K62, pp. 564-56, n. DLX, Villeneuve-les-Avignon, 30 aprile 1371. 
L'originale di questo documento, vedi in Anni, di Stato di TORINO, Ma- 
terie ecclesiastiche, cat. 44. m. I, da ord.). Giunto in Piemonte, il 6 giugno, 
Amedeo strinse pace ed alleanza col conte di Virtù, che agiva in nome del 
padre, e s' impelino a chiudere i valichi alpini alle genti pontificie, che. 
spirato il termine della lega triennale la quale avvinceva lui ed il papa, 
l'ossero discesi contro la Lombardia (SCARABELLI, pp. 96-9* : GrÀBOTTO, 
p. 220). Gregorio XI allora, il 30 luglio, diede pieni poteri ad Amedeo ed al 
legato Gio. Albergotti, vescovo d'Arezzo, di l'are una tregua con Galeazzo 
Visconti a nome della 8. Sede (Thkixkk, II, 559. doc. DLX1I). Ambascia- 
tori sabaudi e viscontei si succedettero alla corte di Avignone e. da 
Avignone a Pavia. (Aiìch. c.uieuale. loo. citi, e. 1. Girardo signore 
d'Estrés e Micheletto de Cros dal 9 giugno al dì 11 agosto 1374 andarono 
« de Thaurino Avinionem ibi stando et inde redeundo, ubi destinati fue- 
runt per dominum prò tractatn trengarnin inhiendarum inter Romanam 
enriam et dominos Mediolani ». carta i. Eserevent de la Banme, Pietro Bo- 
nars. Richard Musard, il signore di Eromentes, Domenico Boero e Pietro 
Gerbaix con 24 lancie, cioè 80 cavalli, dal 15 maggio al 9 giugno 1374 
andarono « de Chambery à Pavia, et retornans en Piemont »). Tra gli altri 
inviati trovasi ad Avignone Ybleto di Challant. 

(1) Antonio D'Oria, Odoardo Corrado, Tommaso da Cropello o Gro- 
pello e Vassallino Bossi erano inviati di Bernabò alla curia avignonese. 
Di Antonio D'Oria non ho notizie. Odoardo Corrado invece appare nel 
1357 in una vertenza fra il vescovo di Lodi e Bernabò, come difensore 
degli interessi di Bernabò (Agnelli. Vertenze dei risconti colla mensa 
rc.scocile di Lodi ed altre memorie sulla dominazione viscontea nel I.odiaiano. 
in Arali, storico lombardo, serie III, XVI (1901). pp. 267-0*)- — Tommaso da 
Gropello, giureconsulto da Sondrio, appare defunto già nel 13S2. lasciando 
vari tigli (Bonklli, A proposito dei beni di Beatrice della Scala nella Cai* 
ciana, in Arch. storico lombardo, s. 3*, XIX (1903). 144). — Vassallino Bossi 
era figlio del celebre giureconsulto Giacomino, che compilò gli statuti 
milanesi (Di Saxt'Amhuikìio. hi una lapide milanese recentemente renata 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALI, A CORTE PONTIFICIA 59 

nensis et sancii Eustackij (1). Parentela facta est inter seounduui 
tìlium regie Franchorum et primogenitam regia rugane (2). Dominns 
Bernabò» temptavit dare in uxorem quandam ollìm filiam domini 
Maphei nomine diatermani cimi niagnis promisionibus domino 
Otonj de Brusvich. Idem Ooto respondidit quod non poterat, quo- 
niam in eadem danipnatione erat. in qua ipse d. B. est vigore pro- 
cessiram (3). Deus felicitei et per longa tempora dominaeionem ve- 
stram conservare dignetur. Mortalità* in Avinione cessavit ex toto. 

Servitor vester Cristoforus Data Avinione vi Septembris. 

de Placentia procurator in curia. 

a tergo: civitatis Mantue 

imperiali vicario domino suo. 



X. [1374] 7 novembre. Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il ò novembre sono giunti 

mi Avignone inviati del Conte Verde, i (piali offrono pace fra la 
Chiesa e Bernabò. Questi è di^jjosto a ceder» 1 tutta la Lunigiana alla 



in luce, in Avvìi, storico lombardo, s. III. XX (1903), p. 241). Yassallino col 
Groppello e cogli altri, che troveremo «li nuovo ad Avignone, tirino poi 
a Bologna il 4 giugno 1375 la tregua di un anno tra Bernabò e la Chiesa. 
(SCARABELM, pp. 94-95; OSIO, I, 172. doe. CXYIII). Xel 1381 fu a To- 
rino, rappresentante di Bernabò, nella celebre pace fra Genova e Venezia. 
(Ved. la credenziale in Segre, belle relazioni tra Savoia e Venezia da Ame- 
deo VI a Carlo II (III) (1366-1553). Torino, Clausen, 1899, p. 5. estratto 
dalle Memorie della I!. Accad. delle Scienze di Torino). 

(1) Gilles Aycelin de Montaigu, cardinale dal 1356, vescovo di Te- 
ronanne (Morinewm). Eubel, I. 19. — Pietro Flandrin, cardinale del ti- 
tolo di S. Eustachio. 

(2) Trattasi del matrimonio fra Caterina figlia di Luigi d'Anjou. re 
di Ungheria, e Luigi I di Touraine, poi duca d'Orléans, secondogeniti» 
del re di Francia Carlo V: ved. doe, XI, n. 1. 

(3) Il senso di questo passo è ambiguo. Potrebbe*! intendere che Ot- 
tone duca di Brunswik fosse anch'esso scomunicato. In realtà ci è noto 
che in quegli anni Ottone era in ottime relazioni colla 8. Sede, tanto 
(die Gregorio XI soleva unirlo dapprima in matrimonio eolla regina 
d'Armenia (Minor, p. 15) e poi lo consigliò in isposo all'attempata re- 
gina «li Sicilia, Giovanna d'Anjou. — Bernabò era scomunicato dal 23 set- 
tembre 1372: Lunig, Cedex Italiae diplomatici!*, voi. I (Francoforte e 
Lipsia, 1725). pp. 411-1*. 



60 ARTURO SEGRE 

S. Sede, il castello di Carpi ai signori del luogo, la fortezza eretta 
nel Modenese al marchese Niccolò II d'Uste, nonché un castello tenuto 
dai signori di Sassuolo, e fors 1 anche Beggio. Bernabò offre inoltre al 
papa 10(10 lande pagate per i bisogni della Chiesa, anche contro le 
compagni*' di ventura. Il duca d'Anjou è pur esso ad Avignone, dal 
30 ottobre: si dice aspiri alla corona di re di Lombardia e che cerchi 
d' impedire il ritorno del papa a Boma. La compagnia brettone 8'è 
accordata col papa a prezzo d'oro. È conchiuso il matrimonio tra il 
secondogenito del re dì Francia e la primogenita del re d' Ungheria. 

Magnifico domine mi, recomandacione premissa. Noveriti* quod 
die quinta presenti* melisi* novembris venerant ad curiam Petrus 
Grerbasij, texaurarius corniti» Sabaudie ti), una cum ambaxiatoribus 
dominj Galleaz et quidam dominile Albertus, capitaneria Pedemon- 
tium (2), una cuna illis d. Bernabovis el videre meo per ea qne 
possimi sentire, multuni anelant ad paoem et multa dicunt ac of- 
ferunt. Vollui Bcire particularitates et, in quantum sire potui a quo- 
dàm magno domino, ambaxiatores dominj Bernabovis prò parte sua 
oferunt se dimisurum totani Lunesanain libere in manibus Ecclesie, 
sed vult quod Episcopus Lunensis (3) transferatùr ad alliam ecele- 
siam, ofert se dimisurum castrimi Carpì illis de Carpo, bastitam 
quam tenet in teritorio Mutinensi, necnon quodam alliud eastrum, 
quod tenetur occupatum pei illos de Sasolo, dimitere domino Mar- 
ehionj. Adirne quod sententia mie usquenichil alliud otulerunt, non 
potui seire. Ulterius, quoniam adirne sunt ambiax," 8 novi, sed ille do- 
minus meus bene niiohi dieit : «Scio unum, quod etiam dimiteret 
libenter civitatem Reginam, ante quam pas remaneret». De oblatio- 
nibus quas otulerint ambax res dominj Galleaz non possunt adirne 
bene scirj, quoniam nieliil exposuerunt adirne. Sed ille domimi* 
bene dieit mielii: « Scio tibi dicere. Unum credo quod pas non net, 
« nisi primo et ante omnia eivitas Piacentina renianeat Ciberà 
«et expedita in manibus ecclesie » (4). Etiam ambax"* dominj B. 



(1) Pietro Gerbaix. tesoriere generale di Savoia. già ricordato, elio 
Amedeo Vi impiegava di continuo in molte legazioni. (Ved. Alien, c.v- 
MKRAXE m Touixo. Conto te*, eh. (rotolo) e. 2. B, 35, 37 ecc.). 

(2) Yldeto di Challant. Ved. doc. IX. — A Savigliano esistette una fa- 
miglia «le Albreto (Trui.ETTi, Storia (li Savigliano corredata da documenti, 
voi. I. p. 22. Savigliano, Bressan, 1879), ma non v'ha dubbio trattarsi 
qui del Challant. 

(3) Giacomo Campana; Gams. op. cit., pp. 8,17. 

(4) Galeazzo Visconti invece era ben deciso a conservare Piacenza. Nel 
dicembre Ì373 infatti, con molto rincrescimento degli alleati, vi aveva ini- 
ziato la cittadella di Fodeflta,C%ronic<mP/aot9«W»M»w,inMuRATOBi,XVI, 520. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 61 

oferunt mille Lanzeas domino pape ad faciendum gueram contra 
omnem hominem et companeas. Cuna alterine dèditur novis Ben- 
fcentiam dominationj destre intimare carabo. Hie venit, hodie sunt 
viij dies, dominns Andegavensis, fra ter regis Franehorum, et stetit 
in magnis tratatibus (1). Quid faciat, vel facient adirne non possunt 
seirj, sed audio piane niurniurare quod proeurat ooronarj in regerp 
Lombardorum. Nam tempore ooronationis istius pape temptavit, 
sed forte materia non erat ita disposita siculi mine. Serri ab 
uno domino cardinali qui ytalieus est, quod etiani prefatus dus 
temptavit impedire motum pape ad partes Ytallie, sed ille car- 
dinalis michi dixit quod reperijt dominimi papam magia firmum 
(piani unquam(2). Bertones qui erant in partibus istis sunt eoneordes 
ciim papa et recipient al» ipso certam pecnniam. Quo ibont igno- 
ratili-. Audii a (juodam qui fuit in dieta eompanea, quod sunt bene 
numero mille lanzee et duo habent capitaneos. quorum imus vo- 
cator dominus Oliverius, alter vocatur.... (3). Parentela inter secun- 



(1) IT duca d'Anjou fu nel 1374 di continuo ad Avignone (Devic et 
Yaissette, Risioire generale de Languedoe, voi. IX (Toulouse, Privat, 1885). 
p. 815; Minor, p. 67, n. 1); e, data la sua nota ambizione, le voci più 
disparate corsero intorno al motivo dei troppo frequenti viaggi. Non 
trovo però mai ricordo di aspirazioni del detto principe sulla Lombardia. 
Invece è possibile clic esso alla corte pontificia ritentasse (pianto nel 1368 
aveva già meditato, l'occupazione della Provenza ai danni della regina 
di Sicilia. Giovanna I (Prou, BelaHons politiquea du pape Urbain /" aree 
Ics rois de Franoe Jean IL et Charles /". in Bibl. de VÉoole deshautes études, 
fase. 76. Paris. 1888, ]>. 69 ; FÒURNIER, Le royaume d'Arles et de Vienne, 
Paris, Picard. 1891. p. 393). Egli desiderava anche distogliere Gregorio 
dal ritorno a Roma, oltreché nel 1375 rivolgeva le mire al regno di Ma- 
iorca. (Legoy de la Marche, Lee relation* politiques de la France atee le 
royaume de Majorque, voi. II (Paris. 1892). pp. 196-202; ved. anche Ri- 
naldi, voi. VII. p. 287). 

(2) Le insistenze delPAnjou sono note anche al MlROT, p. 67. 

(3) 1 puntini sostituiscono il bianco del testo. — Le milizie brettoni 
nella Provenza e nella Lhignadoca infestavano da anni le terre dipen- 
denti dalla s. Sede, <•<. m'era avvenuto ai tempi di Urbano VI (Prof. op. 
cit., pp. 5X-H2). Dopo averle scomunicate invano. Gregorio cercò di furie 
partire con Poro, e tratto eoi capi Oliviero dn Gnesclin, fratello del 
conestabile, Silvestro Budes e Jone] Rollant. Il nostro documento ri- 
corda il primo dei fere duci e probabilmente il bianco del testo dovrebbe 
essere ricoperto dal nome del Budes. L' accordo, al (piale si accenna, 
andò in lungo, per quanto il 30 dicembre 1374 il papa sborsasse danari. 
Solo il 11 marzo 137."). per opera del duca (PAiijou. i Brettoni s' impe- 



62 ARTURO SEGRE 

dogenitum regie Franchoram et primogenitam regig Ungarie est 
contralta (1). Hic ad presene non sunt allia nova et cum ocurent 
dominationj ventre intimare carabo. 

Servito* vester Cristoforus de Data Avinione vij novem- 

Placentiain curia procurator. bris. 

a tergo come sopra colV aggiunta: 

domino suo sin un la rissimo. 



XI. [1374] 14 dicembre, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Ha eseguito gli uffici im- 
postigli coi cardinali di Albano {Anglico Grimoard) e Bituricense 
(Pietro d'Estaing). Gli oratori dei Visconti e del conte di Savoia ri- 
cercano tregua per un biennio, o almeno per 14 mesi. Pietro Gerbai:>\ 
tesoriere del conte, in particolare si agita ed il papa ha nominato 
allo scopo una commissione di cardinali. Le offerte dei Visconti sono 
molte; tra l'altro, Bernabò si dice pronto a consegnare la Lunigiana. 
ZI papa ha con molta accortezza preso visione della corrispondenza 
che giunge agli oratori viscontei e così ha potuto scoprire le intenzioni 
reali di Bernabò e di Galeotto e quali siano i fautori dei medesimi 
nel/a corte avignonese. Il 24 novembre poi Ita tenuto concistoro e con 
abilità spinto i cardinali inchinevoli all'accordo a palesarsi. Egli 
pare deciso a non concedere né pace, né tregua. Il duca d' Anjou 
trovasi ad Avignone: a con quale scopo non si sa. Il re d'Aragona 
cerca di ricuperare Maiorca coli' aiuto del re di Castiglia. la com- 
pagnia dei Brettoni che si trova nel contado venosino si è sollevata 



gnarono a non varcare il Rodano, né a recar danno ad Avignone ; Mi- 
nor. Silvestre Budes et ìe% Bretoni e» Italie, in Bibl. de VÉeole des chartes, 
voi. LVIII, 1897, pp. 588-90. 

(1) Il 10 agosto 1371 al Louvre in Parigi venne firmato il contratto 
di matrimonio tra Caterina, primogenita di Luigi I. re <l" Ungheria, e 
Luigi, duca d'Orléans, secondogenito di Carlo V, nato il 13 marzo 1H72. 
Agli sposi si prometteva la successione nel reame di Sicilia e dipendenze, 
cioè nei contadi di Provenza, Foivalquier e Piemonte. Il 19 dicembre 
dello stesso anno a linda il contratto riceveva la sanzione del re un- 
gherese. Ovaky, Negoziati tra il re d'Ungheria e il re di Francia per la 
successione di Giovanna I d'Angiò (1374-76), in Arch. storico per le provinole 
napoletane, voi. II (1877), pp. 107-57: .).\i:i:v, La rie poi iti qm- de Louis de 
Fra lice, due d'Orléans, i :t7 1>-1407 . Paris-Orleans, l'icavd-1 levluison. ISSI», 
pp. 7-9. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 68 

ed ha tentato di penetrare nello Provenza, ma il siniscalco, Niccolò 
Spinelli, le ha inflitto una grave sconfitta. Ora trovasi a tre teglie da 
Avignone; il suo capo, entrato nella città, venne catturato. Corre 
faci che la compagnia voglia raggiungere l'altra che combatte in Ara- 
gona. Ad Avignone e'è grande carestia di grano. Il papa farà ritorno 
à Roma; la regina di Sicilia, ilredi Trinacria. i genovesi ed il gran 
maestro dell'ospedale di 8. Giovanni di Gerusalemme gli offrono ed 
armano galere Molti cardinali hanno mandato a riattare le case a 
Roma e si dice che la partenza avrà luogo prima dell'epoca fissata e 
forse per la ria di ferra. Il duca d'Anjou cerca di accompagnare il 
papa in Italia ed assumere il citrico della guerra contro i Visconti. 
Gli ambasciatori viscontei sono stati licenziati (1). 

Magnifica domine mi, recomendacione premissa. Xuper recepì 
breve vestrum scriptum die quinta mensis novembri* continens de 
recomendatione fienda domini* Albanensi et Bituricensi, qui mine 
l'actus est cardinali* Ostiensi* et siliqua allia et cet. Cui respondeo 
quod die primo mensis decembris in qua recepì dietimi breve visi- 
tavi prefatos dominos et vos eis recomendavi. Qui gratiose mea rece- 
perunt verba et uterque ipsorum se otulit michi dicendo si alliqua 
poterant prò vobis et interogando de persona et stato vestro etc, et 
si »sset necesse. aut erit, quod requirerent Magnitìcentiam vestram 
prò me vel amicis. ita requirerem et requiram vos tanquam spc- 
ciallissimum dominum menni, quem vos gamme reputo. Est veruni 
quod pridie scripsi vobis unum breve in quo seriose intimabam do- 
minationj vestre de aventi! istorimi ambasiatorum etc, nunc in pre- 
senti litteram Bcribere disposili seriosius que per ipsos gesta sunt etc. 
Nani, sicut scripsi vobis. Magnifico domine mi, Ine est Petrus Ger- 
basij. texaurarius comitis Sabaudie, una cum domino Albereto, ca- 
pitanio Pedeniontium (Yblètodi Challant),iiee non dominusTomasde 
Gropello, Adoardo de Clmradis legum doctoribus, Vasalino de Bus- 
bis (2) procuratore, et isti tres sunt prò domino Bernabove. Postea 
sunt doniinj Liidoviclius de .Montebelo de Valentia. Amicinusde !><»- 
zoris. legum dotores (8) et clericus de Loniazo (4). qui totis viribus 



(1) Il dispaccio è danneggiato molto, causa l'asportazione della parte 
inferiore del documento. I pontini sostituiscono le parole mancanti. 

(2) Y<-d. di <|itesti personaggi notizia nel doc. IX. 

\ micino Bozzoli nel 1371 era vicario di Galeazzo Visconti ed ap- 
pare in un documento come tale. Motta. Notai Milanesi del trecento, in 
A veh. storico lombardo, serie III. IV (1895). p. 345. 
1) Lonigo in provincia di Vicenza? 



64 ARTURO SEGRE 

procurabant treugam usque ad bieniuni, vel saltem usque ad xnu m 
mensis, et videro meo, ac per ea que sentile possum, comes Sabaudie 
fcotie viribus anelai ad treugam (1) et iste Petrus Gerbasij dieetnoc- 
tuque vadit per terranei faciendo taìlia. Assignati faerunt eie per d. 

papaia quatuor comissarij, de numero quorum fueruntcard. Morinen- 
sis (2), card, sancii Marciala (3), card. Mimatensis (4) et card, sancti 
Knstacliij .">). qui eos audiebant. Illi vero dominj Bernabóvie vole- 
bantponere in manibus domini sancti Angeli omnia loca etfortillicia 
que tenet in territorio Lunesane et multa allia oferebant pape, llli 
vero dominj Galleaz multa offerebant, dominus papa, tanquam 
sapiens dominus. qui bene sit tenere secreta in arcliario sue mentis 
fecit eos andirj. nulla eis prò parte ecclesie facta oblatione. et 
tenuit quatuor novos et ooultos modos. Primus fuit talis. Xam 
scivit caute ordinare ita et taliter. quod anibax res nonquam po- 
tuerunt reoipere alliquas literas a domini 8 eorum, nec a comite, 
que non devenirent prius ad manus dominj pape, et fuit reperta 
quedam litera que dirigebatur uni domino etc., sicut rogabant et 
replicabant ipsi, ut faceret ita et taliter quod treuga fieret et il la 
quantitas pecunie promissa ci et prò dando alljis socijs erat pa- 
rata in loco ordinato. Propter quod papa eognovit claudicante^ et 
siius modus fuit quod ipse voluit quod omnes qui velent dare ra- 
tiones in scriptis, propter <|iias treuga erat ceiosie dampnosa. babe- 
rent aditimi ad ipsum pre ale. Propter quod multi multa dederunt, 
ymo plus modici sunt dominj aut comunitates fcerrarum Ytalie. qui 
non miseriat alliquem aut liabeant ad impediendium ne....[tre]uga 
fiat, taineii bene tingunt esse in curia allia de causa. ..[in]strucionem 
illorum, quod eclesia contra ipsos procedat istmi.... quod liane alli- 
quem bonum amiconi procurantent.... papa die xxiiij mensis novem- 

bris proxime [cardinjales ad consistorium, qui numero sunt.... 

Isti ambasiatores treugam petebant, fingens cameram app i:,; " ni- 
mis depauperatali! propter istas gueras. ad 1inem ut posset elare 
videre claudicaiites et multa allia. Quibus ditis dominus Morì- 
nensis, qui est antiquior in ordine de amicis illorum una cimi 
domino sancti Mareialis ceperunt ortarj dominum papam ad paeem. 



(1) Ybléte di Challant lasciò presto Avignone e nel gennaio loir» recosai 
con Guglielmo di Grandson a Milano e a Pavia (ARCH. camerale, loó. 
cit., Conto n. 32, e V.). 

(2) Gilles Aycelin de Montaigu. 

(3) Ignoro a quale porporato accenni Cristoforo. 

(4) Guglielmo de Canac. vescovo di Mende (Mimatenrté). 

(5) Pietro Flandriii. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 05 

Subsequenter d. Gebennensis 1) illnd idem. Quibus ditis dominj 
Sabiniensis (2) et Bituricensis, qui mine fatue est card. Hostie (3), 
ecperunt diccrc contrarium et allegare quod treuga aut pax erat 
ecclesie destrucio et augmentacio status illorum dominorum. Vero 
Florentinus(4) et sancti Petrj (5 illud idem subiungendo omnia malia 
que suis anrecesores fecerant. et qualiter avus. pater et omnes allij de 
domo ipsorum justo judicio dei de lieresi fuerunt condempnati et 
qualiter erant in destrucione, et si pax, aut trenta fieret adirne reasu- 
merent vires. Postea omnes allij cardinale* una voce illud idem 
seriatini aprobarunt et quilibet ipsorum seriatim suas causas et ra- 
tiones allegabant excepto card, sancti Eustacbij, qui tamquam clau- 
dicane, nihil dixit. Ultimus fecit quod misit prò episcopo Aretino 6), 
qui erat Yerzelas. et ipse solus multa fecit ad impedieudum treugam, 
et per ea que possimi sentire, prò ista vice non erit pax, neque 
treuga, nisi papa nientiatur. ymo plus non faceret, neò de expresso 
consensu domine regine Sicillie. dominj mareliionis Fstensis et al- 
liorum colligatorum (7). Ita quod isti ambax res vacui venerunt et 
vacui recedent, magnis expensis fatis. Sentio quod unùs dominus 
subditus eclesie et sapiens, qui lue est ad presene, consuluit pape 
quod si volebat expendere viij millia norenoruni in mense usque 
ad viij menses, ultra illos quos expedit, quod haberet pacem ad 



(1) Roberto di Ginevra, card, del titolo della basilica dei XII Apo- 
stoli, vescovo di Cambrai ; Eubkl, voi. I, 21. 

(2) Cardinali vescovi di Sabina in questi anni furono Filippo Cabas- 
sole, patriarca di Gerusalemme (ni. a Perugia, 27 agosto 1372) e Pietro di 
Sortendo, vescovo di Viviers, cardinale nel 1376 del tit. di S. Lorenzo. 
piti tardi solo vescovo di .Sabina ; Eubkl, voi. I, pp. 20-21. 

(3) Pietro d'Estaing, arcivescovo di Bourges (Bituricensis), cardinale 
del titolo di S. Maria in Trastevere. 

(4) Pietro Corsini, vescovo di Firenze, cardinale del titolo di S. Lo- 
renzo in Daniaso, poi col 1371 vescovo di Porto ; Eubkl, voi. I, p. 20. 

(5) Francesco Tebaldesehi, priore della basilica di S. Pietro a Roma. 
cardinale del titolo di S. Sabina; EUBEL, voi. I, p. 21. 

(H) Gio. Albcrgotti, vescovo d'Arezzo. 

(7) Gregorio intatti ricercò ed ebbe il parere e l'assenso dei collegati 
(Minor. <>]». cit., p. 37) ed a Cristoforo ed agli ambasciatori della lega 
lascio credere di essere contrario alla pace, mentre nella realtà era di 
questa desideroso, come appare da una bolla sua ai Fiorentini del di X 
dicembre 1371, nella quale sollecitava 1' invio di plenipotenziari nel 9 
febbraio ad Avignone: Gherardi, La guerra dei Fiorentini con pupa Gre- 
gorio XI ecc.. in Avvìi, storico italiano, serie III, voi. VI. parte I (1868), 
pp. 208-9, doc I. 

\i..n. Stoh. ir., 5." Serie. — XLIII. 5 



Ot> ARTURO SEGRE 

suam voluinptatem, et conscilium fuit falle. quod dictam pecuniam 
darci de mense in niensem d. Conrado Vitinger (1) et allijs socijs 
et ipsos faceret transire Ti sin uni una cum Ànglicis et ibi starent 
super comitati! Mediolanj a mense februarij proxime venturo usque 
ad niensem septenibris proxime ventnrnm inclusive, et centra d. 
papa liaberet pacem ad smini libitum. Quod erit Buper liijs ignoro, 
sed postea fuerunt ad invicem in consillijs solus papa cuna dominis 
camerario sue Nicholao de Ausino, uecnon thesaurario et episcopo 
Arrotino, solum prò pecunijs h abendi s. Ad queni imeni faciant, 
nullus scire adirne potest. Hic est due Andegavensis, fra ter regia 
Francie. Quid.... bene Boirj potest, Disi per conieturas. Jam mensis 
est. ex quo fuit et.... papa. Unum bene scio, quod in fatis illorum 

de Mediolano se.... multum anelat ad provinoiam est prope 

Lombardiam. Elenfans.... [marchjiehis Montisferati sunt in regno 

Arago magna inferunt dampna ac procurai recuperare regnum 

Maioricaruni cum susidio regie Yspanie. Britonum allia societas 
insuresit supra comitati! Yonesinj distritus eclesie prope Avinione 
per V nel \ ij leuclias. cum qnibus dominus papa habuit concor- 
diam. Duni rellent intrare provinciale, seneselialcbus Provincie se 
oposuit ita et tali ter quod illi Britones magnum dampnum et vi- 
tuperium receperunl (2) et sunt reversi prope Avinionem per tres 
leuchas, propter quod fuit raptus capitaneus eorum, qui a casu 
venerai in Avinione et detèmptus per maresclialcbuni pape (?>). sed 
audio quod recedunt et vadunt ad illas societates que sunt in regno 
Aragonum (4). Magna penuria biadi Ine est. Nam salmata fru- 
menti, que ponderat circa ccclxxij libras, valet x florenos, buta 
seu veges viiij. capas vj. corbjum bononiense valet fior, xvj vel 



(1) Quello stesso elio aveva minacciato Lucca, l'uggendo all'arrivo di 
Amedeo VI a Pisa; Fumi, op. cit., parte II, pag. 59, lett. cit. 

(2) Il 1° ottobre 1374 ad Aix Passemblea dei tre Stati di Provenza 
aveva messo a disposizione di Niccolò Spinelli uomini e danari per fre- 
nare i Brettoni (Romano, o}>. cit., pp. 210-215). Il nostro documento ac- 
cenna ad un vero conflitto, armato eolla peggio dei Brettoni: episodio 
ignoto. 

(3) Forse Goffredo Budes ; ved. Minor. Silvestre Bude* ecc.. p. 590. 

(4) Trattasi del tentativo di conquista di Giacomo II. redi Maiorca, 
terzo marito della regina di Sicilia. Giovanna I, contro L'Aragona, ten- 
tativo ch'ebbe termine colla morte di Giacomo nel 1376. Luigi d'Anjou 
ebbe dalla sorella ed erede del defunto, Isabella, marchesa di Monferrato, 
cessione dei diritti sull'Aragona ed a questa aspiro. DBTIC et Yaisskttk. 
op. cit.. voi. IX. p. 852. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 67 

xiiij". currus Lignorum valet fior. ij. Bonum forum carmini liabenms, 
Aier hic est sanissima*. Mota* pape est firmissimus (1) et regina 
Jerusalem et Sicilie ac rea Trinachie otulerunt ei xij galleas, quas 
gratantei aceptavit (2). Januenses illud idem fecerunt, x facit 
magister h ospitali e (3) arraarj in regno Aragonum, quo sociabunt 
papa in et postea navigabunt ad iusulani Rodi. Multi vero cardi- 
nale* jain niiserunt Romani ad faciendum reparari eorum domo* 
et quotidie mitunt, vino plus dicitur quod reoedet ante tempii* 
per ipsuni ordinatum et tune forte veuiat per terram, et, si casus 
contigerit me venire per terram, visitabo dominacionem vestram. 
Allia ad presene nova digna relatu non sUnt et, cum ocurent, do- 
minationi vostre intimare procurabo. Deus feliciter et longeve do- 
mi naeioneni vestram conservare dignetur. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avinione die xiiij a decem- 
Placentia in Curia procurator. bris. 

Postquam prins literam scripseram sensi quod dus Àndega- 
vensis proeurat venire in Italiani cum papa vel istud bonus guere 
assumere. Tamen, quicquid Bit, credo quod non est intencionis d. 
pape quod istud nego ti uni remaneat ita indiscusum. Ainbax re " de 
Mediolano iicentiati Bunt de curia. 

a tergo come sopra. 



XII. [1375] 11 febbraio, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Partiti gli oratori viscon- 
tei il papa ha mandato al card, di S. Angelo (Guglielmo Koellet) Pie- 
tro de Murles ed ha avvertito i fiorentini di inviare ambasciatori per 
trattare la pace. Il vescovo di Arezzo ha ricevuto danari per pagare 
le compagnie di ventura assoldate e poi è ritornato a Vercelli. Seni- 



li Anello uri doc. IX si legge la decisione ferma di Gregorio elio il 
suo ritorno a Roma fosse prossimo. Un documento senese attribuisce la 
decisione all'ostato del 1374; ved. Minor, op. cit., p. 59. n. 2. 

_' Sei galere Infatti offrirono la regina di Sicilia. Giovanna I, od il 
re Federico di Trinacria separatamente ed il papa li ringraziò; Minor, 
o]>. cit.. ]». HI, u. 3 e 4. 

(3) Roberto di Julliac, gran maestro dell'ordine di s. Giovanni di Ge- 
rusalemme, eletto noi 1373 dopo la morte di Ruggiero Bérengier. BOSIO, 
Dell'istoria della sacra religione et ili.» 1 » militia di S. (Uova uni Gierosolimi- 
tiino. parto I. Roma, 1594, p. 79. 



68 ARTURO SEGRE 

bra che il papa abbia dichiarato che, ove non gli riesca di fare la 
pace alle condizioni da lui desiderate, persisterà nella guerra può 
alla morte. Il 2 gennaio il papa tenne a pranzo maestro Daniele da 
Piacenza, dottore in utroque, Alessandro de Alitila, dottore ed avvo- 
cato in caria, e vari cittadini avignonesi . e f comunicando di avere 
deliberato la partenza pel mese di settembre, espresse il desiderio di 
mostrare ad Avignone il suo buon animo con qualche concessione 
grata alla città. Uno degli avignonesi presenti lo supplicò allora di 
non partire lasciando addolorata la patria sua. Gregorio rispose 
che la sua decisione era irrevocabile, che nell'anno trascorso era ca- 
duto infermo quasi a morte, e ciò per non avere fatto ritorno nello 
città eterna. E diede ordine che tutti in curia si preparassero alla par- 
tenza. Già è partito alla volta di làmia un maggiordomo per mettere 
in assetto il palazzo apostolico ed un chierico di camera gli tiene ora 
dietro. I Veneziani ìi a ìi no offerto al papa 5 galere pagate ed i Pisani 
due. Il papa ha accettato. Il duca d'Aujou s'è fermato in Avignone 
più giorni; voleva partire il 7 corr., ma prima tenne lungo discorso 
in concistoro intorno ai motivi che sconsigliavano il ritorno del papa 
a Roma. Gli rispose il card. Giacomo Orsini con molta vivacità .- 
essere gli Stati della Chiesa essenzialmente in Italia e che in essi im- 
peravano le divisioni per l'assenza del papa. La meraviglia per la 
fermezza del papa è grande. Il 20 corr. saranno ad Avignone alcuni 
ambasciatori viscontei (1). 

Magnifico domine mi. De mense decembris proximi preteriti 
per.... cursorem dominationi vestre soripsi quandam literam conti- 
nentem de novi» currentibus. Ut michi refert, predictam literam 
dedit in Bononia ouìdam familiari dominj Ludolinj, qui eam vo- 
cis debnit aportasse continentem de novi* curie. Postea recepì ouod- 
dam breve vestram continens ut de novis in curia ocurenfcibus, si 
qua digna erant relatu, vellem doni inac ioni vestre intimare et multa 
alia ete., de quo summe fui letus. Est veruni, domine mi, quod post 
recesum ambaxiatorum de Mediolano, dominus papa misit quon- 
dam, nomine Petrum de Mario (2), ad dominum card, sancti An- 



(1) Sostituisco con puntini parole o sillabe mancanti od illeggibili, 
essendo guasto il testo nelle parti superiore ed inferiore delle carte. 

(2) Pietro de Mnrles nel 1371 era stato capitano di Fabriano (MlKOT, 
La politique ecc., p. 38, n. 6) e nel 1373 aveva fatto ritorno ad Avignone 
(Templk-Lkadkk e Margotti, op. cit., pp. 61-62). Dottore e cavaliere, fu 
presente nel 1378 all'elezione di Urbano VI a Roma e, come inviato del 
novello pontefice, portò la notizia dell'avvenimento a Parigi (Valois, 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 69 

geli (1) ad intimandum que circa, istum tratatum pacis facta sunt 
et senti o. et sic et verità», quori prò parte prefati dominj nostrj 
est intimatum Fiorentini», ut debcant mitere anibax rPS suos prò 
pace ista ad curiam, cimi illi de Mediolano die viij februarij erunt, 
et ita intimatur omnibus et iste Petrus de Murlo fuit ille qui in- 
timavit Fiorentini» quodque auxilium non dederint. Audio quod hoc 
fit ad cautelarti cum Florentinis. Si pax erit, nescio, sed videre meo 
nichil net et post recesum dictorum ambasciatorum multa innovata 
sunt et credo quod durante isto tratatu pacis allia innovabuntur etc. 
Episcopus Arétinus fuit hic visus libenter a papa et recepit pecu- 
nia* a camera prò solucione stipendiariorum illuc existentium et 
a in odo. nisi pax fìat, eis satisfìet de mense in mensem. Dominj Con- 
radus Vitinger(2) et Bertoldus Monaci (3) receperunt flrmam a pre- 
fato episcopo usque ad certuni tempus nomine eclesie. Qui recesit 
de curia, die xij Januarij et reversus est Verzelas. Audio a fratre 
Jaeobo Busulario, de quo papa multum confidit, et a quodam al- 
lio domino, quod pridie, dum essent in suo conspetu, habuit uti 
isti* verbi»: « NesciO quod erit adirne de pace, sed in casu quod 
« non possum liabere ipsam ad nutum meum, faciam juxta quoddam 
« proverbimi! antiquorum o capeleto o merchadante, et tunc de duo- 
« bug erit unus : aut ego destruam eos ita et taliter quod aliquis 
« ipsorum non reperietur, aut ipsi destruent eclesiam dei, quod non 
« credo, ita et taliter quod non reperietur unus clericus». Pridie do- 



op. eit., I, 92-93). In seguito passò alla fede dell'antipapa Clemente VII 
e segui la fortuna di Luigi I e Luigi II d'Anjou (Moranvillé, Journal 
de Jean le Févre, évèque de Ckartree, càaneelier des rois de Sioile Louis I etll 
d'Anjou, Paris, 1887, voi. I, pp. 29, 33, 36, 97-98, 149 e 154; Vai.ois, op. 
cit.. voi. I, pp. 188, 198, 265; voi. II, pp. 81, 93, 123-24). 

(1) Guglielmo Noellet, cardinale diacono del titolo di 8. Angelo 
(Eubkl, op. cit., p. 21), legato pontificio a Bologna, dove trattava pace 
coi Visconti. Era giunto a Bologna il 15 marzo 1374; ved. Matthei DE 
GRIFFONIBU8, ]>. 70. 

(2) Corrado Wittinger Bell'autunno 1374 penetrò tìn nelT interno del 
Monferrato, dove il vescovo di Arezzo seppe probabilmente volgerlo dalla 
parte viscontea al servizio della Chiesa. La sua presenza in Piemonte 
appare dai conti delPArch. camerale di Torino; Cibrario, or», cit., vo- 
lume HI. p. 230. Il Ricotti (Storia delle compagnie di ventura in Italia, 
Torino. Pomba, 1845, voi. II, p. 117) lo identifica con Corrado Landò o 
di Landau, vicario di fra Moriale, che nel 1354 cominciò a far parlare 
di so nelle operazioni della lega ai danni dei Visconti. 

(3) Bertoldo Miinich, condottiero di 150 lancio al servizio di Bernabò, 
il quale aveva abbandonato il signore milanese fino dall'estate 1373: Oflio, 
op. cit., voi. I, p. 166, doc. CIV e CV. Milano, 24 e 25 agosto 1373. 



70 ARTURO SEGRE 

annue Galleaz, quaxi in reoesu ambaxiatorum, misit imam literam 
fratrj Jacobo Busulario. Vollui liabero oopiam ab ipso. Non potili, 
quoniam alliqua continentur in dita litera, qne nullus potuit adirne 
scire preter papam, sed Imius copia responsioni e (lieti.... domino 
fialleaz. ouius copiam vobis presentem mito inter.... de adulatione 
quali faeit fratrj.... Delfìnatu ad ouius instanti am dicitai quod.... 
non irò ad stipendiimi.... ij mensifl Januarij dominile papa fecit 
comitarj seenni in prandio magistros Danielem de Piacenti a utrius- 
que juris. Alexandrum de Alitila docretorum doctores, et in cu- 
ria advocatos, oecnon quosdam cives Avinionenses et immediato, 
gumpto prandio, cepit alloqui erga cives Avinionenses, sic dicens 
quod ipsi erant iideles. sed non curabanl alliquid habere, nisi 
secundum quod poterani vivere anuatini, nec erant avisati, sieut 
sunt Lombardi, et multa allia. que dominationi vostre sine Longa 
serie recitare inni possem. Quibus ditis subsequeiiter eis dixit si vo- 
lebant potere alliqua privilegia inmunitates prò ci vitate, quod 
disponerent se. cuna sue intenoiones erat de mense septenibris 
yel forte ante esse in Urbe. Quibus ditis uniis. nomine Johannes 
de Cario, de illis oivibus cepit ei respondere et assignare mul- 
tas rationes. licet frivolas. propter quas non debebat acedere ad 
Vralie partes, et ultra quod dignaretur S. Sua conmitere sibi et al- 
liquibus oivibus illius oivitatis quod deberént deliberare super 
motu suo. Et tunc papa, taniquam semieomotus. cepit dicere quod 
huo intencionis erat firmiter esse in Urbe et credi di t mori in anno 
preterito et credit quod sola Illa intirmitas venit ei solimi quod 
non residebat ibi et liabuit alliqua propter que mot-US suus rema- 
nere non poteet, et amodo sillentium perpetuiim imponebat eis er 
omnibus allijs super impedimento motus. Poatea vocavit illos duos 
avocatos, scilioet d. Danielem et Alexandrum. et eis dixit quod de- 
berént parare se et dicere omnibus avocatis et procuratoribus quod 
disponerent se ad motiini et ultra hoc si vòlebant alliquas ininiu- 
nitates ot gratias quod peterent audater. In mane sequenti circa 
horam vespertinam emanatum fuit qùoddam preconium per civi- 
tateni, quod omnes cortexanj deberént fulcire se biado usque per 
totani monsoni madij proximj venturi, et non ultra. Subsequenter 
xv Januarij misit magistrum hospicij ad Romani pio faoiendo pro- 
vixionom hospicij et unum ad roginam Sicilìie. Nunc vero mitet 
unum cleri eum camere sue nomine Joliannem Eoseti prò dando or- 
dine in palatio suo (1). Veneti nuper otulerunt ei eorum proprijs 



(1) Gio. Rossetti, notaio della camera apostolica, loco poi ritorno ad 
Avignone e curò nel 1376 il trasporto a Roma dei libri della cancelleria 
e della tesoreria pontifìcia ; Mirot, op. cit., p. 125. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 71 

SUinptibus v galleas. Pisana communitas duas.... tantum èas acep- 
feavit. Hic allia ad presene nova fógna relatu non sunt [.... Inane- 
lliate post pascha resurrecionis dominus papa, ut audio alliqua 

loca or facta visitatione revertetur.... intrandi mare. Deus.... 

Magnifico domine mi. Postquam soripseram primam et princi- 
paleni literam de occurrentibus in caria quam plnribus diebus nai- 
sisem. nisi quod non li abili propter inalimi tempus noncium Mele, 
recepì literas vestras per quondam cursorem marehionis, facientes 
mentionem de literis meis receptis et nr vellem tacere transitum 
in recesu pape per partes illas etc. Apulit ad curiam dua Ande- 
gavensis 1 et «Inni stetisset hic plnribus diebus et velet recedere 
die mercnrij septima mensis presentii febrùarij circa horam media- 
rum terciarum intravir consistorium privatum, papa et cardinali- 
bus assistenribus. et ibi in eoruni conspetu cepit tacere minili aren- 
gam in qua aducebat X rationes ad impediendum niotum pape, ne 
iret ad partes Ytalie. Quibus ditis dominus Jac. card, de Ursinis (2) 
suresir et cepit inultum alte respondere verbis duci 8, qui est t'rater 
regis Francie et inducere rationes quas fecerat dominus per se. 
sic dicens: «Domine dux. Xam dicitur quod dominus noster papa 
debet considerare patriam et gentem istam et debet considerare pa- 
triam ad quam vadit et quod patria illa est lacerata et non unita. 
Est veruni, domine dux. quod dominus noster bene debet conside- 
rale patriam istam et gentos, quouiam ad patriam istam nicliil liabet 
agore, ymo plus non liabet imam minimani spaiisam terre. Ini pa- 
tria vero ytalica liabet provincias multas et fotuni patrimoni Uin 
eclesie dei. quod smini est. ita quod bene debet hoc considerare. 
Ktiam dicitur quod dominus noster debet considerare patriam (pie 
unita non est. Veruni est quod unita non est et lioc solum propter 
Longam absentiam Romanorum pontincum. Nonquam vidi alliquem 
regnimi bene retimi et gubernatum in absencia principis, et certe, si 
ics Franehorum absentaret se a regno suo et iret in (iretiam. non- 
quam bene gubernaretur regnum saum, ita quod nesio videro unde 
processit invincionem patrie, nisi quod papa non fecit residenti am 
in sede sua ». Et sic respondidit gradatiin et singulariter omnibus 
suis rationibus. que omnia sine lunga serie dominationi vostre re- 



(1) Ne è segnalata la presenza in Devio et Vaisskttk, op. cit., voi. JX, 
845-46; ved. anche MlBOT, op. cit., p. 67. 

(2) Giacomo Orsini, cardinale diacono del titolo di S. Giorgio ad l'elam 
aureum, (eletto 30 maggio 1371). Morì presso Tagliaeozzo il 13 o 15 agosto 
1379; EUBKL, op. cit., voi. I, p. 21. — Ricorda l'elezione, tra gli altri. 
Matteo Griffoni. Ved. Memoriale historieum cit.. p. 69. 



72 ARTURO SEGRE 

citare non possem. Quibus ditis dominus papa cepit loqui, multa 
dicens, et finaliter eoiiclusit quod erat neeesse ut iret ad seden 1 
suam.... Omnes cortezanj stupefati sunt et precipue Lombardi. 
Nescio quod erit.... potencior dyabolo. In sequenti die dominus 
pa[pa].... attulerant galeas quod dignarentur ordi.... septembris pro- 
xime venturi*.... Ambasciatore» illorum de Mediolano veniunt et 
per ea que sentio erunt in curia die xx februarij (1). Multum mui- 
muratur de pace et credo quod motus pape multum emn induco!. 
Hic allia ad presens digna relatu non sunt. 

Servitor vester Cristot'orus de Data Avinione xj februarij. 

Placentia in curia procura tor. 

(i tergo eivitatis Mantue 

Imperiali vicario. 



XIII. i 1375 j 17 aprile, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Vanno a Bologna gli amba- 
sciatori viscontei che ora trovanti ad Avignone, ed anche si recano 
colà inviati del papa. Ivi si tratterà la pace, ma, a parere di Cri- 
stoforo, nulla verrà conchiuso. A Malines si sono abboccati il duca 
di Borgogna ed il duca di Lancastre colla mediazione di 4 legati pon- 
tifici per mettere termine alla guerra tra Francia ed Inghilterra 
ed è opinione che si avrà la pace desiderata. Nel mese di giugno V im- 
peratore Carlo IV e suo figlio visiteranno il papa, che poi andrà a 
Sorgues, quindi a Nizza, dove il 1° settembre salperà alla volta di 
Roma. Ad Avignone manca il grano. 

Magnifico domine mi, recomendacione premissa. Est veruni quod 
divi alliquas literas de statu curie dominationj vestre minime seri- 
bere potili dupcide causa: prima, quia steti pluribus diebus alli- 
quantulum gravatile, sed per dei 'gratinili sanatus sum et in bono 
statu : secunda fuit quia noncium non habebam ydoneum. Nam hic 
fuerunt ambax ''^ de Mediolano et tratatum fuit de treuga inter 
606 et nichil factum est. Sed dominus noster misit Bononiam epi- 
ftcopum Pensaurinum (2) et Petrum de Murlo (8) ad dominimi car- 



(1) Gli ambasciatori viscontei giunsero ad Avignone probabilmente 
entro il dì 20 febbraio ; com'era stabilito. Ved. doc. XIII. 

(2) Angelo Feducci; Gams, op. cit., p. 715; Eubel, op. cit., voi. I, p. 414. 

(3) Pietro de Murles si fermò con altri inviati pontifici a Milano per 
alcuni giorni ; Osio, op. cit., voi. I, p. 174, doc. CXVI. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 73 

dinalem (1 et audio quod etiam (lieti Ainbax 1 ^ vadunt (2) et vi- 
dero meo nicliil net. Nam d. papa onuii die angihètat pata et credo 
quod eis verba dabit finali ter. Nova etiara bic sunt de pace fionda 
Inter domino» reges Francie et Anglie, et speratili- fìrmiter quod 
pax erit fìrmiter inter ipsos. Nam dns Bnrgundie frater regie Fran- 
cie et dux Lenchanstrie fìllius regie Anglie sint in quodara loco 
vocato Maliniexe (3) in parlamento una cura quatuor ambaxiatoribus 
dominj pape, qui totis vi ri bus anelai ad paeem istani et eredi tur 
quod, ante quara renioveatur se de loco ilio, pax fìrmabitur (4). De 
mense junni babebinius dominimi Imperatorein in Avinione una 
cuni fillio et erunt in parlamento cura domino papa (5). Quo facto 
dominile noster recedet de Avinione et ibit ad Pontem Sorge, et 



(1) Guglielmo Nòellet, cardinale di S. Angelo. 

(2) Infatti nel maggio gli ambasciatori Tommaso Gropello, Odoardo 
Corrado, Vassallino Bossi e Ruggiero Cane, erano a Bologna ed ivi il 4 
giugno firmavano a nomo di Bernabò (Osio. op. cit., voi. I, pp. 174-75, 
doee. CXVII e CXVIII) eolia Chiesa e coi collegati, che erano rappresen- 
tati dal cardinale di S. Angelo, Guglielmo Noellet, e da Antonio Mazzoni, 
tregua per un anno, da prolungarsi anche indefinitamente. Galeazzo Vi- 
sconti fu sostituito nell'atto da Lodovico Bomhelli di Valenza ed Anto- 
niolo Lucini, suoi inviati. (Ved. il testo della tregua in LiixiG, Codex 
indiar dipìomatk'us, voi. Ili, pp. 257-74. F. ancoforte e Lipsia, 1732). — 
Pochi mesi dopo, nell'agosto, Galeazzo e Bernabò rinviavano presso Ame- 
deo VI. il primo. Giacomo dal Verme e Anichino, di Bongarten, il secondo. 
Vassallino (il documento dice Vereeìlin) Bossi e Tommaso Groppello, 
(Aneli. CAMERALE cit., Conio tee. gen. di Saroia, rotolo n. 22, e. xxi), pro- 
babilmente per avere la restituzione delle terre che il conte teneva oc- 
cupate e che nel 1377 (20 novembre) e nel 1378 (11 gennaio) ancora Gre- 
gorio XI pregava restituisse; Scarabelli, op. cit., p. 100. Le bolle ved. 
in Akcii. di Stato di TOBINÒ, Materie eeelexiastiehc, cat. 44; mazzo da ord. 

(3) Non trovo assolutamente che il duca di Borgogna, Filippo I, l'Ar- 
diti», fratello del re Carlo V, siasi abboccato a Malines col Lancastre e 
neppure che abbia risieduto, anche per pochi giorni, in detta città. Ved. 
PETIT, Itineraire* de Philippe le Hardt et de Jean Sons Peur, due* de Bour- 
gogne (1303-1419), Paris, Impr. Xationale. 1X88, pp. 110-17 (in CoUectiov des 
documenta inèdite *ur l'histoire de Frunoe). 

(4) L'abboccamento, che ebbe luogo a Bruges, terminò colla stipula- 
zione duna tregua per un anno il 17 giugno 1375. La visse, op. cit., p. 245. 

(5) La voce non era infondata. Documenti francesi e senesi confer- 
mano che anche il re di Francia e il duca di Lancastre oltre al papa 
dovevano incontrarsi coli' imperatore Carlo IV, il quale compiè il viag- 
gio solo nel 1377-78, quando già Gregorio aveva fatto ritorno a Roma; 
ftflROT, Op. cit.. p. 09. 



(A ARTURO SEGRE 

ibi stabit per totum mensem jullij, quo funoto, de mense augusti) 
ibit Niciam et ibi stabit per totum monsoni augusti et in prima 
die septembris intrabit maro et ibit infalibiliter ad urbem, nisi 
more ipsum impediat. Allia nova digna relatu hic ad presene non 
sunt, nisi de penuria biadi, que hic est. Deus teli ci tei- et longeve 
dominationem vestram conservare dignetur. 

Sorvitor dominationis destre Cristoforus Data Avinione die 

de Plaoentia in curia procurator. xvy aprilis. 

a tergo coinè netta penultima. 



XIV. [1875] 30 aprile, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Pace di Aìmazan e sue 
condizioni. Soddisfazione del papa. lì re Enrieo II di Gasiiglia scrive 
a Gregorio offrendo genti contro i Visconti. Il papa ha risposto di non 
averne bisogno in questi giorni, esortandolo alla conquista del regno 

di Granata. Si dice essere imminente la pace tra Francia ed Inghil- 
terra. Al re inglese il papa cederà alcuni redditi die ha in Inghil- 
terra e ne arra in cambio le città tutte che detto re conserra in Francia. 
11 re francese dal canto suo cederà alla Chiesa il Delfinaio di Vienne 
e ne ri ce cera le città consegnate dal re inglese alla medesima. La 
guerra contro i Visconti Ita impedito al papa di agire cantra gli 
infedeli. Filtro maggio Carlo IV sarà ad Avignone. 

Magnifico domine mi. Postquam scripsi vobis unum breve per 
quondam oursorem dominj Marchionis eontinens de novis curie efc 
de fatis treuge etc, dominus noster papa reoepit nova et literas a 
rege Castole, sieut pax et parentela erat inita inter ipsum et re- 
gem Aragonum. Nani primogeni tus clienti regis liabuit in uxorem uni- 
citni genitam regis Aragonum (1). Primogenitus regis Xavarie ha- 
buit etiam in uxorem filliam regis Castole (2). Frater regis Castole 



(1) Nella x>ace di Almazan, firmata il 12 aprile 1375, fu pattuito il ma- 
trimonio dell' infante D. Juan, figlio del re Enrico II di Castiglia, colla 
unica figlia di Pietro IV, re d'Aragona, Dona Leonor, e fissata dote di 200 
mila fiorini ; ScitÌRRMACHEB, op. cit., voi. VI, p. 24. 

(2) 1). Carlos infante di Navarra, figlio del re Carlo il Malvagio, sposo 
poi il 27 maggio Dona Leonor. figlia del re Enrico II; SCHIRRMACHER, 
op. citi, voi. VI, p. 25. 



CRISTOFORO in PIACENZAALLA CORTE PONTIFICIA (Ò 

habuit in uxoreni filliani regie Poftugaiie (1), ita quod aiuodo non 
eurat, lice habet fcimere regem Anglie* Ex qua pace dominus papa 
t'uit gamme Ictus. Scripsit etiara ditus rex quod siebat eoclesiam 
habere guerram oontra illosde Mediolano et. si volebat gente», quod 
scriberet. Et audio quod papa scripsit quod ad presene non egebat 
gentibue prò illa guera, sed rogabat et excitabatur ipfcum quod de- 
beret extendere viree suas ad aquirendum regnimi Granade confron- 
tatum ciim regno Castole, Dicitur quod pax tìet ini brevi inter reges 
Prancorum et Ànglicorum pei istum raodum. Nani papa dar cer- 
tuni censura quod habet in regno Anglie dicto regi et ditus res dat 
pape omnes eivitates et loca que fcenet oitra mare. Rex vero Francie 
dat Dalnnatura Viane ecclesie et ecclesia dat regi Francie omnes 
res quas habuit a rege Anglie. Pridie dura loquerer unj inagno do- 
mino ipse cepit alloqui : « Malledicantur isti de Mediolano. Xisi 
esset guera ita. dominus papa habet multa et raagnas intentioneè 
in terris Soldanj et in raultis allijs locis ibidem astantibus (2). Sed 
quicquid erit, sit. [ntencio dominj pape est quod primo et ante 
omnia istud terminetur ». Hic non sunt allia relatu digna, nisi quod 
per totuni mensem raadij erit dominus Imperator in Curia. 

Servitor vester Gristoforus Data Avinione ultimo aprili*, 
de Placentia in curia procurator. 

a tergo come sopra. 



XV. [1875] 4 agosto, Avignone. 

Cristoforo a Niccolò II marchese d'Este. // papa Ita riman- 
dato il viaggio a Roma fino al termine della prossima Pasqua di ri- 



(1) La pace tra Cartiglia e Portogallo risaliva al 28 marzo 1373. Cri- 
stoforo non è bene informato circa le nozze pattuite in detto trattato. 
Ivi fu stabilito che D. Sancho, fratello del re Enrico II di Cartiglia, spo- 
sasse Doiìa Beatriz figlia del re di Portogallo; Ferdinando, mentre il figlio 
di Enrico, D. Alfonso, conte di GHjon, venne unito a Dona Isahel. figlia 
naturale di Ferdinando ; SCHIBRMACHKK, op. cit., voi. VI, p. 19. 

(2) L'espansione di Murad I nelle terre del 1' impero greco aveva in- 
cuorato Gregorio XI a riprendere V idea della crociata, tanto più che Gio- 
vanni V Paleologo, imperatore, supplicava aiuti. 11 dì * dicembre 1375 
ancora il papa scriveva a Luigi d'Angiò, re d'Ungheria, esortandolo al- 
l' impresa ; RINALDI, op, cit., voi. Vii, pp. 261-85; Minor, op. cit., 
pp. 15-17. — Sulle ragioni politiche del sostegno (die il papa dava al- 
l' impero greco vcd. NORDEN, Dos Pàpsttm inni Byzanz, Berlin, Behr, 1903 
e l'articolo del PERNICE, iu questo Archivio, serie V, voi. XL1I (1908). 



76 ARTURO SEGRE 

surrezione. V'ha chi dice essere il ritardo dovuto alla malattia del- 
l'imperatore, mentre altri adducono diverso motivo. Nel luglio trascorro 
a Villeneuve-les-Avignon Raimondo, avvocato del marchese di Salterò. 
ha esposto in presenza del duca d'Anjou le malvagità commesse dal 
conte di Savoia, Amedeo VI. contro il marchese stesso e contro altri, com- 
presa la morte del principe d'Acaia, Filippo II di Savoia, ed il rac- 
conto ha fatto impressione profonda. L'Anjou ha imposto al conte di 
sospendere ogni ostilità ai danni del marchese, rinviando dopo la 
Pasqua prossima la sentenza regia. Sono giunti il H covr. ambascia- 
tori viscontei. \Arch. di Stato di Modena. Dispacci da Roma b. l a | 

[llustris et magnifica domine mi, recommendatione premissa. 
Dominile noster papa die seconda mensis angusti in bora vesper- 
tina fecit convocar j omnes cardinale» et ibi fuit tratatuni de mòta 
sin» ad partes Itallie. Finaliter conclusimi est quod diferat motum 
usque post Pascila resurretionis. Causas adirne scire non potili, 
sed per Padoanelum, qnem de presenti unitam, scribam oansam retar- 
dationis, quamvis alliqni dicant quod fuit propter infirmitatem Im- 
peratori*, qui fuit infirmile in itinere usane ad mortem, sed radu- 
ta* ad convalesentiam (1). Super facto comitis Sabaudie est veruni, 
domine mi, quod de mense jullij dus Andegavensis fuit in sede 
regali, et ibi d. Raymondus, avocato* marcliionis Saluciarum. ee- 
pit dicere fationem marcliionis (2) et credo quod omnia malia et 



(1) Il ritardo dovevasi all'eterna tenzone franco-inglese. Essendo de- 
ciso un abboccamento dei plenipotenziari per la pace a Bruges nel set- 
tembre, i legati pontifici, mediatori, persuasero Gregorio a rinviare la 
partenza : Rinaldi, op. cit.. voi. VII, p. 271 : Minor, op. cit., pp. 70-72. 

(2) Il 2 aprile 1374 era spirata la tregua di sei mesi firmata il 1° ot- 
tobre 1373 tra Saluzzo e Savoia. Amedeo VI aveva ripreso le armi ed 
espulso dalle sue terre tutti i saluzzesi, quando il marchese Federico 
offrì al re Carlo V. come principe delfino, il suo vassallaggio. Avuto il 
consenso, il dì 11 aprile 1375 Federico prestò omaggio a Carlo di Bouville. 
governatore del Delfinato. rappresentante del re. Il Bouville invitò il 
conte ad astenersi da ogni ostilità, e come Amedeo VI erasi recato ol- 
tr*Alpe, il re diede incarico al duca d'Anjou, suo fratello, di pronun- 
ciare sentenza nelle questioni tra il conte ed il marchese. I cronisti di- 
cono che il marchese fu in persona col conte a Villeneuve-les-Avignon 
alla presenza dell' Anjou e che ricevette ed accettò una disfida (Chi-oniqne* 
He Savoye, col. 347-48, Gioffredo della Chiesa, op. cit., col. 1022; Mr- 
lktti, op. cit., voi. IV, pp. 122-30; Gabotto, op. cit., pp. 224-25) ed i 
documenti confermano il viaggio (Arch. camerale, loc. cit., rotolo n. 32 
e. 9. Le spese fatte dal Gerbaix e da alcuni altri « apud Avinionem de 
« mense augusti anno MCCCLXXV post reeexxum domini» sono rimborsate). 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA I { 

mieeriae quas unquam fecit conies fuerunt ibi recitata omnibus 
preeentibue usque ad mortem principia (1), et ibi recepit tantam 
verecondiam et ignommiam, quod ego, qui Bum vilis persona re- 
spetu tanti domini", nollein recepisse prò toto mondo. In seconda 
die mensis presentifi adirne due Andegaveneie venit ad sedendum in 
ìnaiesrate regali 2) et linaliter senteiitiavit interloquendo quod co- 
rnea Sabaudie millam deberet tacere novitatem super tenie mar- 
chionis Salutiarum, sul> pena indignationis corone Francie et quod 
immediate post pascha deberet comparere legitime in conspetn re- 
gie Francie auditurus et recepturus justitie eomplementum (3). Heri 
tarda bora venerunt nuper ambaxiatores illorum de Mediolano, 
videlicet dominue Jacobue de Vernio (4) et Antboniolus de Lu- 



La lite eoi marchese andò in lungo e nell'autunno 1376 Amedeo VI andò 
a sostenere le sue ragioni a Parigi (id. rotolo n. 33, e. 31, ordine di Ame- 
deo VI da Parigi, 13 novembre 1376), per le quali si agitò a lungo (id. 
registro n. 34. earte 70 t, 1377, 28 novembre. Pagamento di un messag- 
giero di Parigi « li quelx ha voit appourté eertanes eseriptures touchaiis 
« mons et le dauphin sur le fait de Phomage du marquis de Saluces tramis 
« par le proeureur nious. en parlemaut a Paris au conseil mone.' »). 

(1) È nota la fine oscura ad Avigliana del principe d'Acaia, Filippo II 
di Savoia (Gioffredo della Chiesa, op. eit., col. 1015; Cibrabio, op. 
cit., voi. Ili, p. 219 ; Gaboito, op. eit., pp. 174-75). Ma è d'interesse grande 
il notare come anche le Chroiùques de Savope ricordino 1' accenno alla 
morte di Filippo gettato in viso al conte (col. 348 « et plusieurs, autres 
« paroles iniurieuses luy dist touehan* le fait de mearire Pldlipphe de So- 
voye.... »). Ciò ribadisce e conferma 1' importanza e l'autorità grande delle 
medesime. 

(2) Anche in Dkvìc et Vaissette. Miai, gm. de Languedoc, voi. IX. 
84647, è ricordata la presenza dell' Anjou ad Avignone e nel contado fino 
al luglio del 1375. 

(3) Ved. anche Ckroniques, ecc., GlOFFREDO della Chiesa, ecc.. loc. 
eit. Il parlamento di Parigi ebbe incarico di esaminare la questione del 
conte col marchese, e questi si recò in persona a Parigi, dove il 9 mag- 
gio 1376 il re impegnossi a non trasferire in altri che nei suoi successori 
il feudo ed omaggio del marchesato. Quanto alla causa contro Savoia, 
questa si trascinò per lunghi anni, fino al 1390. Ved. GlÒFFBEDO della 
Chiesa, op. eit., col. 1022-23; Muletti, op. eit.. voi. IV. pp. 131-32. 

(4) È certo Giacomo dal Verme, che dal 1373, lasciati gli stipendi 
degli Scaligeri, serviva Galeazzo II Visconti ; Li li a. Famiglie, ecc. hai 
l'erme, tav. 2. Di questa ambasciata ad Avignone del celebre duce non 
trovo notizia in alcuno storico. Il Dal Verme non si trattenne ad Avi- 
gnone che pochi giorni. Il 24 agosto già era a Torino con un Anichino 

di Bongarteu i) e s' intratteneva ivi a spese di Amedeo VI fino al pò- 



(ti ARTURO SEGRE 

eino(l)pro <1. Galleaz, <1. Thomas de Gropelo et Vasalinus de Bu- 
si* (2). sed propter novum eorum eventura scire non potili quod 
vadant faeiendo, sed per Padovane] uni. quera de presenti mitam, 

omnia scribara ad complementuni. Deus felieiter et longeve donnina* 
tioneni vestram conservet. 

Servitor vester Cristoforus de Datimi Avinione 

Placentia in curia procurator. quarto augusti. 

a tergo: Illustri et magnifico domino 
suo domino Nicholao 
estensi Marcliion j 



XVI. [1375] 2.") settembre, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico li Gonzaga. Si scusa di non scrivere 

da lungo tempo, impressionato da manomissioni avvenute nella sua 
corrispondenza, delia guai cosa anche il papa è turbato. Il duca 
d'Anjou è andato a negoziare pace cogli Inglesi. Il papa è deciso 
a tornare in Italia e nel concistoro tenuto a Sorgues ha detto ai 
cardinali di fare provvisioni in Avignone solo fino alla rottura Pa- 
squa. Ha deciso di richiamare presto da Perugia l'abate di Murmou- 
tiers e di sostituirlo con altro legato. Perora ha mandato al suo po- 
sto fino all'arrivo del nuora legato un chierico di camera. Elia de 
Yodrio. Si farà pace coi Visconti, ore questi la desiderino, ma a con- 
dizioni ben chiare e la S. Sede per ora trattiene le sue milizie merce- 
narie. È giunto fra Sagramoso Gonzaga. Il papa approva il parentado 
di Niccolò II d'Uste con Francesco il Vecchio da Carrara, signore 
di Padova, (Archi rio storico Gonzaga loc, cit.). 

Magniti ce domine mi. Scio quod miratili- dominacio vostra cur 
fui ita lentus in scribendo, neo niiretur prefata dominatio, euni 

meriggio del 27. Alan, di Stato di Torino, Sezione camerale, Conte 

tesorieri generali di Savoia, rotolo n. 33 (conto di Andrea Belletruclie dal 
1" settembre 1375 al 8 agosto 1377). e. xxi. Ved. doc. XIII. 

(1) Antoniolo Lucini, reduce ila Bologna (doc. XIII loc. cit.). poi 
nel dicembre 1378 in Sicilia, vedeva confermato da Aliale d'AIagona. gran 
giustiziere del regno, il contratto matrimoniale fra Gian Galeazzo Vi- 
sconti e Maria d'AIagona. regina di Trinacria : Colilo. Storia di Milano, 
voi. II, ]». 85; Romano. / Visconti e la Sicilia, in Ardi, storico lombardo, 
serie II], voi. V, 1896, l>]>. 12-15. 

(2) Tommaso Groppello e Vassallino Bossi, inviati di Bernabò, reduci 
anch'essi da Bologna. Doc. XIII, Q. 2. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 79 

nesiebam videre bene modura seribendi, quando litere devenissent 
prius ad nuiniis alienas. E ti ani dominus noster papa fuit et est 
turbatus etc. Tamen, quicquid Bit, alliqua de novis curie disposili 
significare. Est vcnim. quod dus Andegavensis re ce si t et hit ad di- 
sponendum de pace inter reges Prancorum et Anglicorum, et quic- 
quid debebit esse de «lieta pace soietui per totum raensem octubris, 
Doniinus papa di stuli t motum, uti soire potest, asque ad pascila 
resnrecionis et tunc, secundum quod dicit flrmiter, nisi mors ipsum 
impediat, firraiter ibit et in consistono quod pridie t'ecit in Fonte 
Sorge dixit cardinalibus quod non facerent provisiones in Avinione, 
nisi usque ad pascila. Et in dicto consistono, uti sentire potui, 
tratatum fuit de revooatione abbatis de Perusio (1), qui cito revo- 
catila erit. et in primo consistono quod erit prononciabitur novus 
legatus, qui de presenti ibit Perusium (2). Et ultra hoc papa jam 
niisit immilli clericum <le camera, nomine d. Elliam de Yodrio. qui 
stabit in Perusio usque ad aventum uovi Legati. Tratatum fuit 



■ Ciardo du Puy, abate di Marmoutiers, vicario a Perugia dal VST2 
(Fabrbtti, Bonainj e Polidori, Cronaca della città di Perugia dal 1309 
al 1491, nota co! nome di Diario del Oraziani, in Ardi, storico italiano, 
voi. XVI. parte I. 1*50. p. 217). aveva trattato la città con particolare 
asprezza (id. p]>. 218-20; Minor, op, oit., pp. 43-44) e, se non in ogni cir- 
costanza (GheràIUM, Di un trattato per far ribellare al oomtine di Firenze 
la terra di Prato, nell'anno 1375, in Arcìi. storico italiano. Serie III, 
voi. X. ]>. I. 1869, pp. 3-26), certo in varie occasioni evasi immischiato 
con t'azioni e intrighi politici, tonte di sospetti contro di lui e contro la 
s. Sede a Firenze. Il rifiuto poi di una tratta di grano a questa città, 
che soffriva carestia, accrebbe Pira dell'interessata. Il richiamo che 
Gregorio fece dell'odioso legato giunse troppo tardi per disarmare Fi- 
renze, (die affilava le armi (Giiekai:i>i, La guerra dei Fiorentini, ecc.. 
pp. M) e sgg.; Mi noi. La queeUon dee blés dona la rupture entre Florence et 
le Saint-Siège en 7.77.7. in Mélange» d'archeologie et d' kistoire, voi. XVI, 
1896, p. 185 e id., La poUtique, ecc.. pp. 13-44), ed i Perugini, che, il 7 
dicembre sollevatisi, costrinsero l'abate a riparare nella cittadella. Gre- 
gorio compensò il Marmoutiers col capitello cardinalizio, il 20 dicem- 
bre 1375 (ElTBEL, op. cit.. voi. I, ]). 21). e (dò non contribuì certo a fre- 
nare lo sdegno dei sollevati. Il 1" gennaio poi del 1H77 il neo cardinale 
dovette capitolare e lasciare anche la cittadella ai Perugini. (Ved. per 
questi fatti Fabretti, ecc.. op. oit., pp. 220-24 ; Gkkrardi, Diario d'ano- 
nimo fiorentino dall'anno 1358 al 1389, in Documenti di storia italiana, od. 
dalla R. depnf. di storia patria per le provinole di Toscana. Umbria e 
Marche, voi. VI. 1*76. pp. 304-305). 

(2) Il nuovo legato fu i! cardinale del litolodi 8. Eustachio. Pietro 
Flandrin. Minor, La poUtique, p. 14, n. :-!. Vai. anche doc. XVII, 



80 ARTURO SEGRE 

etiam de pace inter eclesiam et domino* de Mediolano et, per ea 
modica que sentire possimi, si volent pacem habere, non dene.ua- 
bitur ei», sed non babebunt ad eorum libitum. Tameii qui equi d si t, 
uti sentire possimi, eelesia non propter boc dimitet stipendiano* 
suos. Ilic apulit frater Sagramorue: nesio si licentiabitur de curia. 
Hic alila digna relata non sunt, nisi quod dominile papa gomme 
t'uit contentus, quando presentavi ei literas de parentela centrata 
per Marcbionem cimi domino Paduano (1), et, si petijssem, ab eo 
bonam gratiam indubie otinuisem. et, cimi erunt, dominationj vo- 
stre intimare eurabo juxta posse, et, si casus ocurerit de niotu pape, 
sicuti credo, indubie dominatioiiem vestram visitabo. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avinione xxv s[eptem- 

Placentia in curia procurator. bris]. 

a tergo come nella precedente. 



XVII. [1375] 22 novembre, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonza». a. Si fratta e si spera pace tra 
Francia ed Inghilterra. Fu decisa una spedizione contro i Turchi per 
la liberazione dell'impero greco, che promette al papa Salonicco ed 
altre città, ora in mano ai rara/ieri dell' ordine di S. Giovanni di 
Gerusalemme. Il card, di S. Eustachio, Pietro Flandrin, è stato 
eletto vicario apostolico net Patrimonio di S. Pietro, e partirà presto. 
Niccolò Spinelli va a Firenze per riconciliare quella città colla Santa 
Sede, poi a Poma, dove metterà in ordine le cose pel ritorno del papa 
colà. Il 1" maggio 1376 il papa vuol essere in viaggio. Si registrano i 
libri ed i diritti di camera. Buona accoglienza del papa al figlio del 
doge di Genova in missione alla corte di Francia (2). 

Magnifico domine mi. Recepì tenoreni breviter. Respondeo 

quod circa expedicionem suani.... ad quod potius predi età expeditio 
otinenda sicut feci. Xo[va].... ad presene sunt in curia sunt ista. 
Pax tratatur continue inter reges Franeborum et Angliconmi et 



(1) Il 20 agosto 1375 in stabilito matrimonio fra Taddea d'Este, figlia 
;li Niccoli» II, e Francesco Novello da Carrara (v. il doo. in CIPOLLA, La 
storia scaligera, ecc., pp. 159-62. doc. X.LI). Esso venne consumato poi nel 
1377 (Muratori, Antichità estensi, voi. II, p. 150, dal Ckronioon Estense, 
col. 501). 

(2) Alcune parole illeggibili nella parte superiore della carta. Le ul- 
time della prima riga furono asportate. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 81 

speratili quod bonum linoni habebit. Ultra hoc ordinatur pasagium 
eontra Turchos prò liberationè partium Grecie et Imperator Con- 
stantinopo-litanus promitit dare domino pape oivitatem Salonichi et 
([iiandani alliara quas tenebunt fratres Jerosolimitani et in eie re- 
sidebunt (1). Dominus eardinalis Sanoti Eustachij factus est vica- 
rine app CU8 in patrimonio beati Petri et ini brevi est recesnrns 
de curia ante festino. Volili scire ab ipso, si tacerei transitimi per 
partes Lombardie et rerriroria Marcliionis Ferrarie ad tinelli ut 
possem intimare motum smini domino Marchioni. Ipse michi re- 
spondit, quod adirne nesciebat, sed ante recesnm smini bene im- 
poneret michi de transita suo et illud quod volebat quod scriberem 
domino Marchioni prò parte sua. Seneschalus Provincie recedit et 
vadit Florentiam de mandato doniinj pape et de coscientia Flo- 
rentinornm et ibi stabit per nonnullos dies prò reconciliando ec- 
olesiam et ipsos (2). Postea ibit ad urbem prò ordinando de adventu 
pape et illam patriam una cimi domino Sancti Eustachij reforma- 
bit (3). Dominus papa dicit publice quod in prima die mensis 
madij erit in itinere prò eundo ad partes Ytalie et ita omnibus 
firmiter hoc dicit. Sed nescio quid loquar, quoniani non video al- 
liquem preparamentum adirne fìerj in palatio, quod tendat ad mo- 
limi, nisi quod libri et j lira camere regestrantur in magna frequentia 
et quaxi regestrati sunt. Et ultra hoc iiunt multa matura eia. Cimi 
autem sentiam modiim cerciorem, dominationi vostre signilichabo. 
Hic sunt ambax res Venetoruni. Quid facient, adhuc scire non 
potai propter eoram noviim eventum. Amb&x* 68 dominornm de 
Medi olani in curia expetantur. Pilline ducis Janue, qui ibat ad re- 
gem Francie fuit pridie in curia et visus fuit libenter (4) a papa 



(1) Giovanni Paleologo, oppresso dai Turchi e dal sultano loro Murad 1, 
snpplioò aiuti dal] 'occidente e dal pontefice tra il 1371 ed il 1371. ed in- 
fine, disperato, s'umiliò con un tributo a Murad. Allora Gregorio inca- 
ricò i cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme di riprendere la lotta coi 
nemici della cristianità. Ved. Rinaldi, VII, 223-49; MiROT, La politique ee., 
pp. 15-17. 

(2) Vedi sulF invio dello Spinelli a Pisa ed a Firenze: Giikkakih. 
La guerra, ecc., p. 72; id., Diario, p. 306; Romano, Niccolò, ecc., pp. 225, 
230-35. 

(3) L'incarico di riordinare lo stato ecclesiastico, in piena decompo- 
sizione nella fine del 1375, era dunque affidato allo Spinelli prima che 
questi lasciasse Avignone. 

(1) Era doge di Genova Giacomo di Campofregoso. Erano gli anni, 
nei quali la Francia, approfittando delle discordie intestine di Genova, 
Arch. Stor. It., Serie 5. a . — XLIII. 6 



82 ARTURO SEGRE 

et somme Uonoratus ab ipso et a cardinalibùs. Hic allia ad pre- 
scns digna relata in curia non sunt et, eum erunt, dominationi vo- 
stre intimare curabo. 

Servito]? vester Cristoforus de Data Avinionexxij novembri». 
Placentia in curia proourator. 

a tergo come sopra. 



XVIII. [1375] 31 dicembre, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Dolore del papa per le 
sollevazioni di Viterbo e di Perugia. Per tre giorni continui Gre- 
gorio ha tenuto concistoro. Partenza del card, di S. Eustachio (Flan- 
drin) e dello Spinelli, il primo diretto a Perugia, il secondo a 
Firenze. Fnguerra >td . signore di Coucu, e le compagnie che erano in 
Germania hanno offerto i loro servizi per due anni al papa a patto 
di assoluzione dalla scomunica e di 100 mila fiorini 'ed il papa tratta 
con essi. Oggi gli oratori del comune di Roma visiteranno il papa. 
Trattano qui pace colla S. Sede, ma lentamente, gli ambasciatori 
di Galeazzo Visconti e del Monferrato. Il papa ha accordato agli 
oratori di Verona quanto venne a lui domandato. Il 24corr.il papa 
ha ricevuto lettere della regina Giovanna, nelle quali è sollecitato a 
fare ritorno in Italia, causa V agitazione delle terre del Patrimonio, 
con offerta di Napoli e dei castelli per abitazione sita. Il papa ha 
risposto essere desideroso da tempo di visitare Napoli. 

Magnifico domine mi, per latorem presentium disposili signi- 
ficare in presenti litera de novis curie. Et primo circa facta pa- 
triinonij beati Petrij, que ad presene videre meo sunt in magna 
revolutione, sic loquor. Nani his diebus domimi» papa liabuit nova 
de ci vitate Viterbiense et subsequenter de Perugina, que multino 
aflixèrunt annimum suum (1), et, dum recepisset Literam, ter cepit 



preparava la futura occupazione della città. Ved. Jarby, Lea origine» 
de la domi n ut ioti francale à Génes (1392-1402), Paris, Picard et tils. 1896, 
p. 27 e segg. 

(1) Alle sollevazioni di Città di Castello, di Viterbo e di Perugia, 
sobbillate dai fiorentini, tennero dietro quelle di quasi tutte le città dello 
Stato pontificio. GHERARDI, Areh. stor. ita!., serie III, V, p. 11 (1866), 
pp. 59 e segg. ; Minor, p. 83; Pastor, Gesohichte ecc. I, 102. Circa Fazione 
dei fiorentini nella sollevazione di Perugia, ved. gli interessanti docu- 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 83 

traspirare, dicendo: «Vada! quocumque velit, si non remanet nisi 
« una minima spansa tene. Intendo esse tempore veris ad partes 
« Ytallie. Nonquam reperij qui michi diceret voritatcm. nisi Lom- 
« bardos». Quod erit neseio. Duodecim snnt liore diei. Subsequenter 
tribus diebus sucesive papa fecit convocar] omnes cardinale^ et 
ruerunt in consilliis circa facta Italie. Sucesive ordinatum est 
quod dominus cardinalis saneti Eustachij equitat de presenti versus 
Peviisiiun. Dominus seneschalus Provincie misùs est Florenciàm 
per d. papam. Ille societates que erant in partibus Alamanie enin 
domino de Chusiacho Bcripserunt et miserunt noncios speciales ad 
papam oferendb ei quod prò oentum niillil)iis florenorum volunt 
servire sihi duobus annis Inibita assolutione ab ipso. Papa Aero 
misi! unum de eieri eie camere ad ipsos. Hodie ambax 1 * 8 Roma- 
norum erunt in curia et audio quod veniunt prò motu pape. Am- 
bax 1 * 8 dominij Galea/ et Marchionis Montisferati snnt in curia 
et tratatur de pace multimi lento pasu (1). Ambax"* deminorum 
de Verona snnt in curia et visi libenter a domino papa, qui oti- 
nuerunt totnm illnd quod voluerunt. In vigilila nativitatis do- 
minus papa recepit literas regine Sicillie, in qnibns continebatiir 
sicut siebat patrimonium beati Petrj in malia dispositioni propter 
i]»siiis absentiam et bì esset sue intencionis se transfere ad partes 
Italie, ipsa oferebat sibi chitatem Xeopolitanam cimi omnibus suis 
fortillicijs et ipsa iret moratum ad allia loca, que 8. sua assignaret 
et de hoc instantissime eum ortabatur prò bono statu ecclesie et 
tocius cliristianitatis. Papa respondidit quod semper liabuit volum- 
ptatem visitandi illam civitatem et retinuit noncium, cui adhuc 



menti editi in Degli A/.zi VlT&LLBSCHl, Le relazioni tra la repubblica di 
Firenze t l'Umbria nel sec. XII' secondo i documenti del II. Archivio di Stato 
di Firenze, voi. I. Perugia, Unione tip. Cooper., 1904 (Append. al X voi. 
del Boll, delia II. Dep. di storia patria per l'Umbria), pp. 121-26, docc. 410-25. 
Per la sollevazione stessa, le cause e le enormità commesse dall'abate di 
Marinoni ieis. ved. Fabrettt, Bon.wm e Polidohi, Cronache cit. pp. 217-20. 
La cittadella di Perugia si arrese il 1° gennaio 1376 ; ibid., pag. 223-2!. 
Per Bologna V. VANCTNI, La rivolta dei Bolognesi al governo dei ricari della 
chiesa ( 1376-77) : l'origine dei tribuni della plebe. Bologna. Zanichelli, 1906, 
(in Bibl. storica bolognese, n. 11). Id., Bologna nella chiesa (1360-76), in Atti 
meni, della II. Deput. di storia patria per le prov. di Romagna, serie 3», XXIV. 
il Essendo imminente la rottura delle ostilità pontificie contro Fi- 
renze, Galeazzo Visconti e Bernabò volevano approfittarne per conchiu- 
dere una pace vanta gii' iosa colla 8. y-etìo. Galeazzo in [specie a questo 
mirava per ricuperare Vercelli e le terre perdute nella guerra. 



84 ARTURO SEGRE 

nullum est factum responsum. Hic allia digna relatu non sunt et 
oum erarit dominationì vostre intimare carabo. 

Servitor vestei\Cristoforus de Data Avinione ultimo decem- 

Placcntia in curia procurator. hris. 

a tergo:.,, Gronzagha civitatis Mantue 
domino genera lis. 



XIX. [1376] 1" gennaio. Avignone 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. I Fiorentini qui residenti 

Si sono lagnati col papa di una taglia loro imposta di 30 mila franchi 
da pagarsi entro tre giorni. Il papa ha risposto con viva eccitazione 
che il contegno di Firenze lo arerà a ciò deciso, vedendo ch'essa fa- 
ceva guerra alla Chiesa coi denari guadagnati ad Avignone. Due 
e le colpe fondamentali dei Fiorentini. V usura e la fomentata sol- 
levazione nello Stato della chiesa.- nessuna riduzione dell'imposta 
coler concedere. E 20 mila franchi furono si, arsati il giorno dopo. 
Il card, di S. Eustachio e (piello di Bourges sono di partenza. Il 
jjapa ha danari. I Brettoni trattano. Gregorio scrive agli amici della 
S. Sede per aiuti. E probabile la confisca dei beni ai Fiorentini. 

Magnifico domine mi, recomendatione premissa. Pridic per 
quondam cursorem dominj Marchionis, nomine Petratti de Cremona, 
scripsi dominationì vestre de occorentibus in curia et siout eanie- 
rarius dominj nostrj pape fecerat convocar] omnes fiorentino* in 
curia commorantes et quod multimi dubita vant, a-veniente sero, 
in ocasu solis, dominus Alexander de Lantilo advocatus in curia (1) 
una cum certis mercatoribus de Florentia presentava corani do- 
mino papa una cum illis exponendo ei, sieut per dominnm canie- 
rarium erat eis inquisita tallia xxx millia franchorum et illuni 
debuisent sol visse infra tres dies et quod ista tallia esset intole- 
rabilis eis et cet. et quod nulli allij erat impositum alliquid nisi 



(1) Alessandro dell' A molla, che comparve poi il 31 marzo 1376 in- 
sieme a Donato Barbadoro e ad un altro ambasciatore, venuti da Firenze, 
secondo la citazione pontificia, ad intendere i processi fatti contro la 
sua patria. ch*ogli invano cercò di difendere. V. (ìiii:i:ai:di, Diario cir. 
p. 306. — Id. La guerra ecc., in Areh. storico italiano, serie III, V, parte II, 
pp. 73-77. — Le lettere di Gregorio, le citazioni ed i processi contro 
Firenze, ved. in Rinaldi. VII, 267-69, 278-79; PUMI, p. 82. n. 532. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 85 

ipsis. Dominus vero papa multimi inflamatux cepit eia reapondere 
in hunc modum: « Est verum quod mandavi imponj talleam iatam 
<v vobia tantum ex eo quod Florentinj fàciunt michi gueram cimi 
« pecuniia quaa fenerantui in curia (li et allibi, et credo quod in toto 
« mondo non regnant duo peoata magia abominabilia quam in Flo- 
« rentinis. Primnm eat de usuris et inndelitatibua ipsorum, aecnndnm 
« est ita aboeminabille, quod non audeo exprimere, et mee inten- 
« cionia est omnino notificare omnibus principìbua illud quod fece- 
« runt et faeiunt contra ecleaiam, net- credatur quod sit mee inten- 
de cionia pertransire ita sicho pede, nec perniitele ita vinditam istam 
« indiscusam. Nani faciam processila meos ordinate, postea cum 
«. brachio secularj ipaoa execucioni mandabo. Et finalis et ultima 
<< una ooncluaio est quod istam pecuniam de presenti aolvatur ». Qui- 
bus ditÌ8 receait turbato animo de catedra et in sequenti die sol- 
verunt xx mille franchorum. Subsequenter dominue sancti Eusta - 
ohij (2) erit de presenti in itinere et jam fuisset motus, nisi fuisent 
iste novitates. Audio quod dominus Bituricensis (3) de proximo 
ibit ad urbem. Ita dicitur. Dominus papa tendit et procurat con- 
gregare pecuniam et jam bonam partem congregavi^ Xontij istarum 
soci ctatum Britonum sunt in curia et oferunt se velie ire ad qua - 
cumque loca Italie que volet. Pluribus vicibus fuit in conxillio 
Buper fatia patrimonij et pridie et in vigillia Epifanie fuit con- 
clusum de modis tenendis. Motus dominj pape quotidie magia 
firmatili-. Hic allia non sunt digna relatu. nisi quod audio quod 
dominus papa disponit se ad scribendiim amicis ecleaie et ad invo- 
candum aubaidium et ad allia ad presens non tendit. Credo etiaiii 
quod tinaliter. uti audivi, bona ipsorum oocupantur, per terra s 
concedentur et illud idem faciet Imperator. Super pace proceditur 
lentia paaibua. 

Servitor veater Cristoforua Data Avinione x Jannarij. 

de Placentia in curia procurator. 

a tento come sopra. 



\ ll'annunzio (Iella sollevazione di Perugia tosto i Fiorentini ave- 
vano mandato in soccorso ai ribelli uomini d'arme sotto Corrado Wit- 
tinger, che essi nel 1375 avevano preso ai loro stipendi (Gher ardi; Diario, 
p. 305). (Osi fecero pili tardi con Bologna, quando anche questa città 
ebbe preso le armi contro il legato pontificio (Id., p. 307; Griffoni, p. 72). 

Pietro Flandrin. 

Pietro d'Estaing, arcivescovo di Bourges. 



86 ARTURO SEGRE 



XX. . [1376] 15 maggio, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico II Gonzaga. Il papa ha mandato a 

Parigi il card, di Limoges e si dice abbia infeudato il contado Veno- 
si no ed Avignone al re di Francia per grossa somma di denaro. Egli 
ricerca con bolla apposita i primi redditi di tutti i benefizi ecclesia- 
li in'. Presto scenderà ano in Italia i Brettoni. Trovasi ad Avignone 
G as par e Ub aldini con molti altri. Il card, di Bourges (d'Estaing) scende 
in Italia e la tregua coi Visconti è prorogata di sei mesi. Il papa è 'Ir- 
riso a restituire la S. Sede in Roma, nonostante le pressioni in con- 
trario fattegli da ogni parte. Manda Cristoforo il processo fatto contro 
i Fiorentini, che vengono espulsi ignominiosamente da A vignane. 

Magnifica domine mi. Ad preseli* alliqua ocurentia in curia 
dominationi vostre significare disposili. Est veruni quod dominus 
Qoster papamisit, pluribus diebus elapsis, d. card. Lemovicensem (1) 
Parisiìis et, uti sentire potui, Kegi Franchorum infeudavit comi- 
fa tum Venasinj et civitatem Avinionensem prò magna quantitate 
pecuniarum et quotidie expetatur eventum dicti cardinalis. Ultra 
hoc facta est quedam buia, in qua vult habere primos reditos om- 
nium beneficiorum que conferantur vel auctoritate ordinaria, vel 
appostolica. Hic est magna gens Britonum, qui, uti fertur, siint 
mille quinginte lanzee et octo millia armigeroruin, et de presenti 
erunt in partibus Itallie (2), in partibus Tuscie. Gaspar de Ubal- 
dinis bic est et multi alij qui venturi sunt cum eis. Credo quod 
dominus cardinalis Bituricensis veniet ad partes Italie. Treuga, uti 
siri potest, prorogata est usque ad vj menses. Dominus noster ad 
partes Italie est de presenti venturus, uti vox publica est in curia, 
licet multa ostacula et rogaria de oposito habeat. Adhuc parantur 
in futurum maiora in partes Italie. Deus ieliciter domina eioneni 
vestram conservare dignetur. Etiam archipresbiter et vicarius Epi- 
seopi Veronensis (3), lator presentium, amicus incus, de ocurentibus 
in curia dominazioni vostre aliqua narare poterit. Prooessus contra 



(1) Giovanni de Cros, vescovo di Limoges, cardinale del titolo dei 
SS. Nereo ed Achille, vescovo di Preneste ; EUBEL, I, 21, 

(2) Partirono i Brettoni da quel d'Avignone il 20 maggio ; ved. Mikot, 
Syltestrt Hudes et les Bretons en Italie, oit. p. 599. 

(3) L'arciprete vicario è Bertolino da Piacenza (ved. doo. XXI); il 
vescovo di Verona è Pietro della Scala: GaMS, p, 807; Eubbl, [,554. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 87 

fiorenti no* taluni per ditum latorem dominationi vostre mito et 
dicti Fiorentini tamquam canee de partibus istis expeluntur (1). 

Servito! vester Christoforus de Data. Avinione xv madij. 

Plaoentia in curia procurator. 

PS. Postquam scripseram presene breve sensi tirniiter quod d. 
papa facit fabricarj bonam quantitatem florenorum die notuque. 

Cristoforus. 
a tergo .... de Gonzaga, domino Mantue. 



XXL. [1376] 17 luglio, Avignone. 

Cristoforo a Lodovico il Gonzaga, Il papa Ita citato i Fio- 
rentini a comparire in sua presenza il 1° ottobre, giorno nei quale 
fuhiii urrà nuora scomunica ed interdetto contro essi. Sono ad Avi- 
gnone alcuni oratori fiorentini, che supplicano pace, aiutati da am- 
basciatori pisani e lucchesi. Questi in particolare si sono adoperati, 
ma il papa, se usò buone parole all'indirizzo di Lucca, respinse le 
proposte pacifiche. Il card, di Limoges (de Cros), mandato a Parigi per 
l' 'applicazione delle sentenze pontificie contro i Fiorentini, e per avere 
<1auari dal re, è tornato e porta notizia che i Fiorentini sono espulsi 
dal regno ed hanno i beni confiscati. Il medesimo è avvenuto negli 
altri Stati europei. Sono giunti nuovi ambasciatori fiorentini, ma il 
papa non li lia rolliti ancora ricevere. Notizie varie. È pur giunto 
Giovanni da legnano e tratta accordo fra il papa e Bologna. Fu 

ricevuto, data la stima ch'egli gode. (ed. dall'Oslo, I, 181-83). 

Magnifico domine mi, recommendatione premissa. Noverit Ma- 
gni ficentia -vostra, quodpluribus [diebus] (Vt)elapsis, scilicet de mense 
madij preterito, scripsi vobis alluma (/>) de bis que [illius] e) tem- 
pori* in curia ocurebant per quondam presbitorum Bertholinum de 
Placentia, vicarium domini episcopi Veronensis, a quo responsum 
liabui qùod prefatam imam literam dominationi vostro misit. Xune 

(a) o (Osio) diebus. — (6) aliqua. — (e) [illius] O. tuno. 



(1) Il 31 marzo 1376 Gregorio XI in concistoro, presenti il Barhadoro 
e, PAntella ohe invano si sforzarono di giustificare il contegno della 
patria loro, fulminò la scomunica e V interdetto contro Firenze, revocò 
i privilegi e dichiarò confiscati i beni dei Fiorentini; Gherardi, La 
guerra ecc.: pp. 76-78; Minor, pp. 87 e segg. 



58 ARTURO SEGRE 

vero disposai particularia (a) enarare dominationi vostre de ocuren- 
tibus ad presene, que dìgna erunt relatu. Et primo circa factum 
Florentinoruni, est veruni quod de mense junij proximi preteriti 
dominue papa fecit alios processile contra Fiorentino*, quorum 
copia, quam citius aderit micbi possibilitas. dominationi vestre de- 
stinare procurabo, sicut feci allios, per illuni archipreebiterum de 
Placentia, qui ad presene in Verona residet. Ultra hoc citati sunt. 
ut prima die mensis octubrìe proxime venturie corani apposto- 
lieo oonspetni se representent, primo ad videndum anatamarj (/>) se 
ipsos. secundo ad videndum poni popolani illuni eclesiastico inter- 
dirlo, tercio ad mandandum omnibus clericie quod civitatem illam 
exiant. quarto ad videndum privarj civitatem illam episcopatu 
et nomine civitatis, quinto ad dicendùm causanti quare non de- 
beat predicar] contra ipsos vorbum crucis per orbem, tamquam su- 
Bpétos(c) de fide, sesto ad videndum darj illam maledicionem quam 
dedit Natan (d) tillijs Buie. Demum post predicta venerimi ad cu- 
riam alliqui Pisanorum ambasciatoree querentee pacem prò rlo- 
rentinie, de quorum numero (1) t'uit dominue Benedirli» de &am- 

((t) partieulariter. — (b) O anatemari. — (e) O suspeetos. — (d) O 
Natam. 



(1) Avuta il comune di Pisa notizia da un frate, poi da lettera pon- 
tificia, della scomunica e dell'interdetto che colpivano Firenze, delegò 
un'ambasciata ad Avignone per mitigare l'animo del papa verso Firenze 
(Cronico di Pisa, in MURATORI, XV, 1071) e giustificare il comune, che 
il 12 marzo 1376. insieme a Lucca, erasi collegato coi Fiorentini; Ghk- 
KARDI, La guerra, p. 52 e Diario eit., p. 306. Uno degli ambasciatori 
era Benedetto Gambacorti, figlio primogenito di Pietro, capitano a 
Pisa. Benedetto era macina pars nelP amministrazione della sua patria : 
il 19 marzo 1375 aveva abbattuto a Piombino il partito dei Raspanti ed 
il 11 aprile era stato designato alla successione del padre nel capitanato 
{Cronica di Pisa. col. 1066). Al ritorno da Avignone, il 2 luglio 1376. vi- 
sitò la signoria fiorentina (GhbraBDI, Diario, p. 309) e nel 1377 continuò 
coi membri di sua casa gli uffici di pace tra Firenze e la Chiesa. Pietro 
Gami lacerti infatti nel marzo 1377 si recò pur esso in persona a Firenze 
offrendo la sua mediazione (GHERARDI, JJiario. p. 330) e volle cogli am- 
basciatori fiorentini andasse a Poma il tìglio Andrea (Id., La guerra, 
p. 107). Triste fine riserbava V avvenire a Pietro ed alla sua famiglia. 
Quando il 21 ottobre 1392 scoppiarono a Pisa i tumulti preparati dal- 
l'odioso ed ipocrita Giacomo d'Appiano, Pietro Gambacorta venne ucciso, 
ed i suoi figli. Benedetto e Lorenzo, imprigionati dall' Appiano, Unirono 
di morte misteriosa, doloroso epilogo di una vita agitata e ricca d'im- 
portanza nella storia di quell'età. (Cronica di Pisa, col. 1067 ; SOZOMBNO, 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 89 

bagurtj et duo allij cives Pisanj ([ili modica circa factum pacfs 
reportaverunt (a) Secundo venerunt duo anibax res eivitatis Luchane 
multimi honorifice pacem similliter tratantes (b) (1), et duni expo- 
nerent eoruin ambasciatane corani domino nostro papa et cardi- 
nalcs presene crani et ipsorum verba audivi sic exponentes: «In 
« csrum (? (o pater beatissime, ex parte vestre comitati* Luchane, 
« que nos ad pedes vestre Santitatis (d) niitit, liabenius recommen- 
« dare cives et civitatem ad pedes vestre Santitatis. Secundo, pater 
«beatissime, habemus ex parte illius vestre comunitatis supplicare, 
« ut diguetur pretata Santitas inclinare se ad faciendum i)acem 
« cum Florcntinis et bene triplici de causa tacere debet. Prima quia, 
« tanquam Cliristi vicarius, estis in terris. qui pacem in testamento 
« disripulis suis admisit. Secundo, concordia parve res crescunt. 
« Tercio eclesia gremium redeuntibus non claudit » et tune papa 
totus rubicundus est efetus, « et tercio et ultimo, audivimus de 
« niotu vestro ad partes Ytallie. Ex parte comunitatis vestre habe- 
« nius offere civitatem illam, cives et omnia ipsorum bona ad 
« servicia S. vestre. Nam, pater sancte, nondum est oblila illa ci- 
« vitas quod per eclesiam exstrata (e) fuit de manibus faraonicis ». 
Quibus sic ditis papa respondere cepit eis in liunc modum. « Vos 
« bene venitis (/'). Ambasciata vestra tres liabet partes. Ad priniam 
« sic dico quod multum dilligo illam civitatem et cives et vere 
« habemus ipsam recomendatam et secundam super facto pacis sic 
« dico, quod nullo modo scirem videre modum quod pax alliqua 
« potest esse inter eclesiam et Florentinos, quoniam potestatem non 
« habent de restituendo terras et loca que sublata sunt eclesie. nec 
« de resarciendo dampna gravissima eclesie illata, nec deteriora - 
<< oionem terrarum, et quodque (</) sum Christi vicarius in terris, qui 
<> sempèr pacem dilexit. ego similiter pacem apetere debeo cum illis 

(a) reportarunt. — (h) fcractantes. — (e) O in efectu. — (d) O 
Sanctitatis. — (e) extracta. — (/) O veneritis. — (</) O quamquam. 



Ch roincoi>. in MURATORI, XVI, 1152-53; SerCAMM, Croniche ecc. Bongi, 
Roma (Lucca), 1892, voi. I, p. 288). Manetto Ciacchcri bollò, come tra- 
ditore ch'esso era. L'Appiano, rimpiangendo V immeritata fine di Pietro 
Gambacorti (Eambaldi, Una canzone di Manetto Ciacchcri, Padova, Gal- 
lina. 1894). Ved. anche sulla cupa tragedia la lettera del Salatati all'Ap- 
piano in Novati, Epistolario di e. S., IL 400-403. 

(1) Alderioo e fra Raffaele da Lucca, inviali della signoria lucchese 
ad Avignone; ved. la loro istruzione e la benigna risposta del pontefice 
in Fimi, parte IL pp. 83, *7. un. 544 e 558. L'ufficio dei due inviati 



90 ARTURO SEGRE 

« qui contriti sunt corde, non cum alijs(a), et quodque eolesia non de- 
« beat claudere gremiumredeuntibus et omnibus parcere fateor. duni- 
« modo restituantur malie ablata, allias nicliil tacere possimi. Ymo si 
« faoerem contrarium, esset dare modum pecatoribus, ut pecarent. 
« Ad ultimain sic respondemus. quod super facto oblationis civi- 
« tatis etc. quod reputamus civitatcm cives sante Matrjs eclesie et 
« ipsos recomissos liabere intendimus, et quod allias fecerint (b) 
« ligam cum Fiorentini», scimus quod fecisent (e) tanquam coati (rZ), 
« licet simus certi quod centra nos alliquid malli nunquam t'ace- 
« ritis ». Quibus sic ditis, tunc ambax res ad secundam partem, super 
faoti paois, ceperunt replicare in liunc modum : « Beatissime pater. 
« quotiescumque Santità* vestirà vcìlet coudescendere ad pacem et 
<■< rccipere Florentinos ad misericordiain. invenietur modus per 
« quem vestrum habebitur intentimi et pax ista erit cum magno 
« lionore et utilitate eclesie ». Et tun<- papa respondidit eis: « Cras 
« eritis nobiscum in prandio». Snbsequenter dominus card. Lemo- 
vicensis. qui missus t'uit de mense marcij preterito Parisius ad rinem 
ut processus factus (e) contra Florentinos obser\ aretur (/) et etiam 
ut cclesia hàberet ;i rege pecuniam, reversus est super et breviter 
loquendo ordo talis est datus, quod unus minimus Florentinus 
ausus non est stare in regno et omnia ipsorum bona confiscata sunt 
et siniiliter servatili- in regni s Anglie. Yspanie. Schocie, Aragonum, 
Portugalie, Navarie et in comitati! Planàrie et super executionem 
dictorùm Florentinorum et honorum ipsorum deputati sunt tres 
officiales, quorum unus est dominus Petrus de Cutios (g) de Medio- 
Lino, alter magister Bonus de Cavalio. reliquue quidam prelatus (h) 
nomine Bartliolomeus et est uecesse quod omues episcopi terrarum 
et officiales regimi redant et respondeant istis offitialibus et scio 
quod, dum liijs diebus misisem quondam menni famìliarem, qui de 
Faventia est. ad Monteni Pesulanum (1), ipse fuit captus et incarcera- 
tila, dicendo quod Florentinus erat (2 . adeo quodme oportuit tacere 

(a) O alliis. — (b) fccistis. — (e) O fecistis. — (d) coacti. — 
(e) O faoti. - (/) O observarentur. — (fi) O Cutieis. — (A) O Placentie. 



ebbe luogo nell'aprile 1316. Il complesso dei documenti mostra ohe Lucca. 
solo a malincuore e per evitare mali peggiori, aveva aderito alla lega 
fiorentina. 

(1) Montpellier. 

(2) Nonostante gli argomenti speciosi del Salulati (ved. l'epistola a 
fra Niccolò Casueclii in Xovati, Epist. 1. 215 e ss., n. XXIII) ed alcuni 
precedenti che giustificano il contegno dei Fiorentini, questi avevano 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 91 

fidem,sicuterat Faventinus, allias habuisset malluni anum <t . Sentio 

tinnirei- quod iste card, bonas pecunias aportavit. Ambasciatores 
Florentie, tres numero, venenuit ad ouriam enm salvo concinni (fr) et 
multimi anelant ad pacem (1). Non tamen potnerunt ridere papam, 
sed visitant oardinales. Credo quod eia dabuntur andientiam in 

t'orma. Hic nova sunt sicut princes (e) Galearum primogenitus regie 
A u glie] hijs diebus decessit, ex qua morte speratili' quod pax erit 
in ter reges [Anjglicornni et Franchorum. (2) De gentibus missisper 
dominum papam una enm domino card. Gebennensi nichil dico, 
quoniam melimi deberetur sentire nova, quam ego (3), qui snm ita 
remotus. Hic est domines Joìiannes de Lagnano, qui tratat con- 
cordiam inter eclesiam et Bononiam et vissns lil)enter a papa non 
tamquam A[m]basciator, sed tamquam Johannes de Lignano. et uti 
scurire possimi, credo quod civitas illa deveniret ad obedientiam 
eclesie, et in casa quo civiras illa non revertatnr de presenti, 
credo quod adirne videbitur novas gentes in partibus illis (4). Scio 
qnod intenrionis pape non est dimitere istud negotiuni impuiiitum 
er scio quod modi inventi sunt ad pecunias recipiendas prò dura- 
to) O amium. — (b) O conduetn. — (e) O prineeps. 



procurato realmente danni infiniti alla Chiesa ed eccitata e favorita la 
sollevazione di quasi tutte le città pontificie, da Perugia e Viterbo a Bo- 
logna: Gherardi, La guerra, pp. 56 e sgg. ; Pastou, Geschichte ecc., 
loc. cit., ecc. Anche su Roma si estese l'azione tìorentina ; Minor. La 
politique, ecc.. pp. 83 e sgg.; Gkkgokovius. Storia della città di Roma nei 
medio evo, Roma. 8oc. ed. naz., 1901, III. 506 e sgg. 

(1) Il Barbadoro e Domenico Silvestri furono di ritorno a Firenze il 
5 maggio 1376. 

(2) Edoardo, principe di Galles, il temuto vincirore di Poitiers, era 
spirato a Westniinstor il dì 8 giugno 1376; Lavissk. op. cit., p. 245. 

(3) Gregorio XI. per opprimere le città ribelli e Firenze, come puro 
mosso dal desiderio di liberare il contado Venosino e quello Avignoiiese 
d;ii Brettoni, temuti venturieri, aveva mandato costoro in Italia col card. 
Roberto di Ginevra. Frano partiti i terribili mercenari dalle terre ponti- 
ficie il 20 maggio 1376, e (piando Cristoforo scriveva, nel luglio, già inon- 
davano con mille arti di barbarie il Bolognese : Minor, Sylveetre Bude» ecc., 
pp. 599-606. 11 Vancini, p. 31. ignorando i lavori del Mirot, attribuì al 
27 maggio la partenza dei Brettoni dal contado avignoncso. 

(4) Bolo-uà. dopo un primo tumulto nel Natale del 1375 (GRIFFONI, 
p. 71). erasi il 20 marzo sollevata contro la dominazione pontificia ed aveva 
chiesto ed ottennio aiuti su Firenze (id. p. 72. GHERARDI, Diario, ecc., 
p. 306-7). La calala dei Bretoni sparse il terrore ed il penriinento 



92 ARTURO SEGRE 

mento guere. Ambax rCB regie Unga rie fuerimt ad papani et subito 
reversi sunt. Hic dicitur quoti rex Eomanorum nuper elletus (a) 
se preparat etc. Nova de motu pape ad partes Ytallie sunt ista. 
Veruni quod inisit ad preparandum palacium Urbis. Subsequenter 
tasatores domorum receserunt. Quidam dominus Johannes de Ca- 
prospino die nona presenti* mensis recesit cimi capela pape, va- 
dens (b) ad Urbem (1). Demum dominus Franciscus de Ursinis (2) die 
xi presentis mensis recesit et vadit ad Urbem ad confortandum Ro- 
mano* et ad intimandum Romanis motum pape et omnibus baio- 
nibus regnj Scicillie et allijs obedientibus sibi, ut die vigesima 
septémbris debeant esse ad quondam portum prope Romani per 
xij niilliaria, ubi papa desendet ad exibendum ci debitam reve- 
rentiani. Niohilominus magna ostacola habent ad motum smini. Nani 
onines cardinale* de lingua ista sunt repugnantes, patres et fratres 
illud idem, et audio quod dux Andegavensis venit ad impediendum 
motum, si poterit (3). Nescio <juid loquar. Multa, signacula ad motum 
tendentia video. Nani dominus Octo venit jam eum septem galeis 
et vu naviliis que jam sunt in Marsillia. Ipse vero ivit usque ad 
civitatera Astonsein et expetatur de presenti in curia. Audio quod 

(a) O elleetus. - (&) O et vadit. 



nella città ribelle, e Giovanni da Legnano. V illustro professore dello 
Studio bolognese, uomo di fama universale, già ambasciatore nel 1370 
presso Urbano V a Roma ed a Montefìascone (Bosdaiu, Giovanni da 
Legnano canonista ed uomo ■politico del 1300, in Atti e memorie della B. Dep. 
di storia patria per le provineie di Romagna, serie III, XIX, 1901, p. 28). 
fu inviato ad Avignone per rabbonire lo sdegnato pontefice. Ebbe il 
«lotto professore accoglienza degna, secondo c'informa Cristoforo, e, se 
non noi primi giorni, in seguito ottenne che il pontefice mandasse or- 
dine al card, di Ginevra ed ai Brettoni di sgombrare il territorio di Bo- 
logna, facendogli .questa solenne promessa di sottomissione, quando le 
temute armi si fossero allontanate; Bosdaiu, pp. 39-41. dal quale Van- 
cini, p. 36. 

(1) Sul trasporto della cappella fatta, in parte solamente da Gio- 
vanni di Cabrespine, ved. Minor, La politique ecc., p. 126. 

(2) Francesco Orsini era tìglio di Giordano Orsini, nemico dei da Vico. 
11 nostro doc. ce ne assicura l'esistenza ancora nell'estate 1376. Di Fran- 
cesco ved. notizie in Savio, Le tre famiglie Orsini <H Monterotondo, di Mo- 
rivo e di Mauppello e BBNUCCI, Ancora (ili Orsini, in Bollettino della Società 
Umbra di storia patria, II (Perugia, 1896), 104-.".. 547-48. 

(3) Giunse nell'agosto. Dkvic et Vaissbtte, Htet. gén. de Langnedoo, 
IX, 852 ed il doe. senese in MiROT, La politique, ecc. p. 99, a. 1. 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 93 

galea comunis Anchone, super qua papa est iturus, de presenti erit 
in Marsillia (1). Deus felicitar et Longeve dominationem vestram 
conservare dignetur per lunga tempora. Audivi etiani quod dominus 
Odo cum magna gentium copia est in cavitate Astensi. Seneschalus 
Provincie debet sucurisse civitatem Esculanani, quo facto credo 
quod cum bona gentium copia intràbit terras eclesie et allia loca (2). 
Comes Squilacij est amiratns dictarum galearum. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avinione xvij Jullij. 

Placentia in curia procurato!-. 

a tergo .... eivitatis Mantue domino generallj. 



XXII. [1376] 7 settembre, Avignone. 

Cristoforo da Piacenza a Lodovico Gonzaga. Sarà diffìcile 
ottenere che il papa esaudisca ora la supplica di Sagramoso, nono- 
stante la buona volontà del cardinale Guglielmo Noellet del titolo di 
S. Angelo, referendario. La curia è tutta occupata nei preparatici 
di riaggio per Roma e nessun altro affare viene sbrigato. Così pure 
è riuscita rana, la pratica per V abbazia di Venezia a favore dell'abate 
di Cesena, per quanto il papa abbia dato buone parole. Sabato, 13 
corr., il papa andrà a Marsiglia, dove lo attendono 25 galere e molte 
altre navi, e salperà verso Roma. Sarebbe partito nella corrente set- 
timana, se non fosse stato trattenuto dalle cerimonie di canonizza- 
zione del duca di Bretagna, Giovanili III, che avverranno fra il 10 
ed il 12 corr. I fratelli del re di Francia e molti altri personaggi hanno 
fatto il possibile per impedire il ritorno della S. Sede a Roma, ma 
invano. Cristoforo partirà alla volta di Roma il 15 corr. per la via 
di mare e colà giunto monderà notizie. 

Magnifico domine mi, recomendacione prentiesa. Xoverit Ma- 
gnilicentia vostra, quod tam a Philipo, quam ab abbate sancti Lau- 
rentij de Cesena sucesive duas recepi litéras mentionem facientes 



(1) .Sulla flotta ohe trasportò il papa in Italia, yed. MlBOT, pp. 133 
e sgg., Kibsch, Die RUokkekr der Pàpste Urba/n v und Gregor XI van Avi- 
gnon naoh Kom, Paderborn, Sohoeningh, 1898, p. 202. 

(2) Gli Ascolani, ribelli alla 8. Sede, stringevano la rocca, coadiu- 
vati dai Fiorentini ; difendeva la fortezza Gomez Albornoz ; Ghepardi, 
La guerra ecc., doe. n. 296, ripnbbl. in Degli Azzi, Le relazioni, ecc., 
p. 139, n. 4S7 ; vc<l. anche pp. 134 e 111, n. 467 e 494. Sul pratico aiuto 
dello Spinelli alla rocca di Ascoli, ved. Romano, p. 237. 



94 ARTURO SEGRE 

de dispensatone Sagramosij cimi forma suplicacionis interclusa. 
Ad quarum tenorem breviter respondeo, quod prò expedicione diete 
suplicationis Bum locutus cum domino card. Santi Angeli, qui niichi 
respondit, quod circa expedicionem diete suplicacionis ob vestrj 
contemplacionem erat paratus laborare penes dominum nostrum 
papam prò expedicione diete suplicacionis juxta posse suum, sed 
dubitabat quod dominile noster non expediret ipsam, quod nimis 
generallis erat. Et ego respondidi : « Pater rever., Dominus meus 
« Mantuanus aesit stilum curie. Ego formabo suplicacionem juxta 
«stillimi curie et ipsam tradam vobis ». Et ipse michi respondit: 
« Hoc mihi placet et ego ipsam. expediam ». In sequenti die por- 
tavi suplicacionem sibi. Ipse gratiose respondidit michi et promisi t 
ipsam expedire et ita credo quod faoiet et sic ipsum solicitabo, 
quosque ipsam expeditam habuero. In fatis vero abbatis de Cesena 
suplicati ad abbatiam illam de Venecijs etc, dieta abbatia jam 
comissa erat prò duobus allijs, sed dominus noster satis dedit 
bonuni responsuum domino N. de Ausino, qui prò ipso loquebatur. 
Sed dubito quod nichil net, quousque erit in Urbe, et adeo propter 
istum motum papa et omnes sunt ita impediti, quod nichil lit 
amplius iu curia. Et ad ftnem ut dominatio vestra siat de mota 
(juicquid potest scirj, quod ordinatimi est in presenti pagina scribo. 
Est verum quod die sabati xiiij presentis mensis rìrmiter papa fe- 
cedit (1) et accipit iter versus Marselliam, ubi suntxxv gallee prò 
ipso et multe allie naves (2) et ibi intrabit mare cum curia et ibit 
ad Urbem et de presenti edomada recesiset, nisi quod in die mer- 
curij, qui erit x presentis mensis, ducem Britanie qui, liti audio, 
fuit iustus dominus, canonizat et in die jovis celebravit misam ca- 
nonizationis in sancto Dominico, in die Amneris duodecima pre- 
sentis mensis faciet publicum consistorium et ibi recipiet licentiam 
ab omnibus et dabit benedicionem omnibus cortesanis et pronun- 
ciabit, sicut transfert curiani de civitate Avinionense ad Urbem (3). 
quot ostacula liabuit et ab istis fratribus regis Francie (4) et a 

(1) Così avvenne infatti; ved. PibtkO Amelio, in MURATORI, HI, 
p. II, col. 690. 

(2) Erano in tutto 26 le galere e 426 barche ; Minor, pp. lo3-42. 

(3) È così ampiamente esposto il motivo che trattenne il papa oltre 
il giorno dapprima stabilito per il viaggio. 8setterobre, intorno al quale 
ved. Minor, p. 156, n. 2. 

(4) Cioè il duca di Borgogna, Filippo V Ardito, giunto ad Avignone 
il 25 agosto (Petit. lUncrairc-s ecc.. p. 130) ed il duca d'Anjon. clic vi 
era pervenuto due giorni dopo (Deyic et Y.wssetth. IX. 252; Minor, 
p. 99, n. 1). 



CRISTOFORO DA PIACENZA ALLA CORTE PONTIFICIA 95 

multi s alljis. qui impedire volnernnt mot imi. si potnissent! Sed 
non placuit deo. Ambasciatores Florentie hic fuerunt et Bteterunt 
bene Ix diebus, sed papa noluit audire eos. Tamen, quicquid Bit, 
latius et particulariter, quando ero in Urbe, ad quam die xv pre- 
senti* mcnsis aripio iter per mare, de oourentiis, et allijs et istis 
dominationi vostre scribam. Deus felicifcer et longeve dominatio- 
nciu vestram conservare dignètur. 

Servitor vester Cristoforus de Data Avinionè vi.j septem- 

Placentia in curia proourator. bris. 

a tergo:.... civitatis Mantue 
domino suo general li. 

(continua) 



--ì -K-j*5grCÌ>o- 



Per una raccolta delle iscrizioni medievali italiane 



r 



L'argomento, su cui vorrei richiamare Y attenzione degli 
Studiosi, non è cosa nuova. L' idea di riunire tutto il nostro pa- 
trimonio epigrafico medievale in un Corpus, che prosegua in 
parte la gigantesca impresa dell'Accademia di Berlino, era 
già nella mente di parecchi (1), quando il V illari la propose 
nella seduta del 15 giugno 1902 all'Accademia dei Lincei (2) ; 
quasi un anno dopo, il 3 aprile 1903, la riprese e la svolse, colla 
dottrina che gli è solita, il Novati al Congresso internazio- 
nale di scienze storiche di Roma (3), e da ultimo vi tornò su il 
Casini, pubblicando nelle Memorie dell'Accademia di scienze 
lettere ed arti di Modena del 1905 il testo di una sua comu- 



(*) Tema di discussione presentato alla Sezione XIX (Glottologia e 
Filologia) del II Congresso della Società italiana per il Progresso delle 
scienze tenutosi in Firenze e letto il 21 ottobre 1908. 

(1) Traessi merita speciale menzione il prof. C. Lupi, direttore dell'Ar- 
chivio di Stato di Pisa, che in seno a questa R. Deputazione a lungo pro- 
pugnò una raccolta di iscrizioni medievali toscane, esortando a mettersi 
in relazione con altre Società storiche, che avevano manifestato lo stesso 
intendimento, « per accordarsi intorno ai criteri generali da seguirsi in tale 
lavoro » : cfr. questo Archivio, ser. V, to. XXI (1898), p. x, e to. XXIX 
(1902), p. lxx. 

(2) Ved. i Rendiconti della CI. di se. mor. stor. e tìlol.. ser. \\ 
voi. XI (1902), p. 347. 

(3) La sua relazione Per la pubblicazione del < Corpus inscriptio- 
kuiii italìcarum medii aeri* uscì dapprima neWArch. stor. lombardo, 
ser. Ili, fase. XXXVIII (1903), pp. 505-511, poi negliJJ^' del Congresso, 
voi. Ili, pp. 3-9: Roma, Tip. della R. Accad. dei Lincei, 1906. 



PER UNA RACCOLTA DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 91 

nicazione datata dal 12 aprile 1902 (1), in cui ribatte con 
nazioni non trascurabili alcuni dei criteri messi innanzi 
dal Novati. Anzi fece di più e, perchè alle parole si accom- 
pagnasse l'esempio, dava contemporaneamente alla luce le iscri- 
zioni medievali sarde (2), poi quelle di Pesaro (3), annunciando 
prossime le altre dell'Esarcato e dell'Emilia e già compiuto 
il lavoro anche per Amalfi, Salerno e l'antico principato sa- 
lernitano (4). Tuttavia, questi suoi frettolosi contributi non val- 
gono se non a mostrare che l'attuazione di un tale disegno 
non può essere merito di un solo (5). 

1 testi epigrafici tramandati dal medio evo sono assai 
copiosi e nello stato presente degli studi sfuggono ad una va- 
lutazione esatta. Ciò che ne venne divulgato a stampa è an- 
cora lontano dal poter fornire un" idea adeguata della loro 
quantità e della loro importanza. Intanto il tempo continua 
sempre più alacremente il suo lavoro demolitore ed i restauri 
spesso non fanno che concorrere all'opera di rovina; laonde 
quello che ne vediamo nei musei, nelle chiese e su pei muri si 
deve considerare solo come l'avanzo di un ampio materiale, 
che va man mano scomparendo. Il De Rossi calcolava che 
per Roma, il maggior centro epigrafico d'Italia, gli originali, 
delle iscrizioni, spettanti ai primi sei od otto secoli si ridu- 
cano a meno del venti per cento. Ben più larga ricchezza 
ci palesano invece le antiche sillogi manoscritte, le quali esi- 
stono in numero stragrande nelle biblioteche italiane e stra- 



ti) Contributo ni « Corpus inscriptiovtum italicarum meditatevi - 

nelle Meni, cit., ser. Ili, voi. V, pp. xli-xiv. 

(2) TSelVArch. stor. sardo (Cagliari), voi. I (1905), pp. 808-80. 

(8) Nelle Memorie della R. Acc. di *c. leti, ed arti in Modena 
ser. III. voi. VI (1906), Sez. di arti. pp. 8-84. 

(4) Meni, cit., voi. cit.. pp. xxvm e xxxv. 

(5) Un" iniziativa, che sarà certo di prezioso aiuto alla compilazione 
del Corpu8 t è quella assunta dal prof. Federici, di riprodurre cioè nel 
voi. V dell'Archivio paleografico italiano grappi di epigrafi, che rappre- 
aentino Io svolgimento della scrittura lapidaria delle varie regioni attra- 
verso l'età di mezzo (Per una raccolta di facsimili di iscrizioni me- 
dioevali, in Bull, (iella Hoc. filol. romana, n. VII, 1905, pp. 14-19) : non 
possiamo che augurarci di vederne al più presto avviata l'esecuzione. 

Abcb. Stor. It., Serie 5.' 1 — XLIII. 7 



98 AUGUSTO BECCARIA 

niere: ne abbiamo di ogni epoca dall'inizio del medio evo in 
poi e quasi per tutte le città; però, se il desiderio di radunare 
le memorie incise nella pietra e nei metalli fu forse più sen- 
tito addietro che non ora, in quelle raccolte, pure così pre- 
ziose, T immensa eredità giace come cosa morta. 

L'epigrafia medievale è nata soltanto dal giorno, in cui il 
De Rossi ci insegnò a penetrare nella selva di quei vecchi 
zibaldoni, a vagliare il lavoro di quei lontani eruditi e a trarre 
coi raffronti luce dall' opera nostra. Le iscrizioni parlano un 
linguaggio assai diverso dalle altre fonti, più saltuario e con- 
ciso delle cronache, più vivo e vario dei documenti, e gran 
parte della nostra storia e cultura di quell'età è chiusa nella 
forma delle loro lettere, nelle particolarità della loro lingua, 
negli atteggiamenti del loro stile e nelle allusioni del loro 
contenuto. Una rassomiglianza paleografica può additarci una 
scuola lapidaria, un fenomeno glottologico ne apre la via a 
questioni etniche, un ritmo un po' meno barbaro ci scopre a 
volte la mano di un dotto. Il De Rossi in un marmo del portico 
di S. Pietro in Vaticano segnalò un carme di Alenino (1), e 
quante cose non disse a Pio Rajna l'epigrafe murata nell'atrio 
della cattedrale di Nepi ? (2) Dalle origini del Cristianesimo 
al Rinascimento esse ci guidano ininterrottamente attraverso 
l'oscuro labirinto dei tempi e non v'è momento della vita 
d'allora, che non trovi in esse la sua espressione immediata 
e caratteristica. 

Riunire adunque, ordinare, illustrare questa dispersa con- 
gerie di testimonianze in un tutto organico, che ne renda Fuso 
agevole e proficuo, è uno dei maggiori contributi, che gli 
studiosi possano portare alla storia del nostro medio evo, e si' 
le cose saranno disposte in modo che da ogni regione d' Italia 
sia concesso ai volenterosi, i quali v'hanno attitudine e dot- 
trina, di recare il loro aiuto, sia pure modesto, al compimento 
di un siffatto disegno, si avrà una spinta non lieve verso 



(1) L'inscriptiondu tombeau d'Hadrien /ecc.. in Mélange* d'ardi, 
et d'hist., a. Vili (1888), pp. 478-501. 

(2) Uri iscrizione nepesina dei 1131, in questo Archino, ser. IV, 
t<». XVIII (1S86), pp. 329-54. e to. XIX (1887). pp. 23-54. 



PER DNA RACCOLTI DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 99 

la sua attuazione. A tal uopo occorre stabilire un piano di la- 
voro semplice e razionale e fissare dei criteri chiari e precisi, 
clic, pur lasciando ai collaboratori una certa libertà d'azione, 
diano all'opera l'uniformità di linee e di metodo necessaria a 
raggiungere l'intento, e appunto su questo vorrei che noi discu- 
tessimo. Quando, or è poco più di un anno, Pasquale Villari pro- 
pose alla Facoltà di lettere di questo Istituto (1) di destinare 
la somma largitale da un munifico donatore, il comm. Er- 
nesto Modigliani, a preparare e pubblicare una raccolta delle 
iscrizioni medievali fiorentine e me ne affidarono l'esecuzione, 
iu vagheggiai l'idea di ricollegarla al disegno più ampio del 
Corpus inscriptionum italica min medii aevi, preconizzato dal 
Villari stesso, dal Novali e dal Casini, e man mano, mentre 
tacevo tesoro di studi e d'esperienza, essa si venne lentamente 
elaborando e concretando, sì che quel progetto riappare ora 
in una forma nuova, che presento al vostro giudizio. 



Cominciamo anzitutto a porre dei confini. Secondo il No- 
vati la raccolta dovrebbe estendersi dall'inizio del sec. VII 
alla fine del XIV, per il Casini invece dalla metà circa del 

V a tutto il quattrocento. A me pare dal canto mio, 
ed una breve esperienza basta a confermarlo, che in un lavoro 
di questo genere non si possano assegnare dei limiti crono- 
logici rigidi e perentori. D'altronde, se noi vogliamo che l'opera 
nostra sia la naturale continuazione del Corpus inscriptionum 
lut mura m. non bisogna dimenticare che quest'ultimo si spinge, 
è vero, fino al cadere del sec. VI, ma, specialmente per Roma, 
lascia in disparte le epigrafi del culto e degli edifici religiosi 
cristiani (2), le quali dopo la morte del De Rossi attendono 



(1) Il H. Istituto (li Studi superiori iu Firenze. 

(2) Cfr. ('. 1. L., voi. VI, parte 1(1876), p. v, dove è anche riportato 
il criterio di distinzione, che tra le epigrafi cristiane e le pagane istituisce 
il Di: Rossi nel voi. I. p. xxxvn* delle sné Inserìpt. christ. urbis Uomae 



100 AUGUSTO BECCARIA 

ancora un'edizione definitiva ; quindi è meglio rifarci più ad- 
dietro, giacché il Cristianesimo apre ed anima l'intera età po- 
steriore, e tracciare fin dalle origini una linea di separazione 
tra la nuova civiltà e l'antica (1). Per il punto d'arrivo ò 
necessario concedere ai compilatori una larghezza forse mag- 
giore. Il Rinascimento non s'inizia nello stesso tempo per tutte 
le terre italiane, ed ognuno dovrà decidere luogo per luogo, 
e per le iscrizioni non datate anche caso per caso, dove sia 
opportuno arrestarsi di fronte all'apparire delle forme classi- 
che risorgenti. 

Quanto ai limiti di spazio, l'Italia geografica: l'includervi, 
eome il Casini suggerisce, anche le epigrafi ricordanti l'atti- 
vità degli Italiani all'estero nei vari paesi d' Europa e nelle 
colonie mediterranee sarebbe per ora pretender troppo. 

Sul principio informatore del nuovo Corpus non v'ha 
dubbio che dev'essere un ordinamento topografico e schiet- 
tamente e solamente tale, lasciando a speciali elenchi ed agli 
indici di soddisfare ogni altra esigenza dello studioso (2) : ma 
quale sarà, per definirla col Nevati, quella « ripartizione geo- 
« grafica maturamente escogitata, che dalle provincie, determi- 
« nate in base a criteri storici e geografici, si stenderà alle città 
« ed ai luoghi minori »? Ecco la domanda, innanzi alla quale 
sono rimasto anch' io lungamente in forse ed a cui voglio qui 



septimo saec. antiquiore8;~Romae.~Ex olì", libr. pontificia. Ab a. MDCCCLYII 
ad MDCCCLXI. 

(1) Il prof. Rajna mi fa notare, e con ragione, che le iscrizioni cri- 
stiane di Roma dei primi sei secoli dell'era nostra hanno caratteri, per cui 
potrebbero benissimo stare a sé, e di questa opinione era già il Dk Rossi 
(Inser. dir. u. R., voi. I, p. xxxvm*); tuttavia non mi pare sia motivo 
sufficiente per escluderle dalla nostra raccolta, di cui formerebbero in certa 
guisa le Inscriptiones antiqui&simae. A continuare l'opera del sommo 
archeologo attende da ormai lunghi anni G. Gatti, ma ignoro con quale 
intendimento. 

(2) Su questo punto ogni discussione è, a mio giudizio, ormai chiusa 
da un pezzo; ciò nonostante, veda chi vuole quello che ne dice il Dk Rossi 
nella Roma sotterranea cristiana, to. I, pp. 7S-79 ; Roma, Cromo-lit. pon- 
tifìcia, 1864, e più di proposito nello scritto sulla Utilità del metodo <jro- 
(jrafico nello studio delle iscrizioni crist.. in Ballettino archeologico 
napolitano. Nuova Serio, a. VI (1851-68), pp. 9-16 segg. 



PER UNA RACCOLTA DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 1<>1 

tentare una risposta; tuttavia non è male che vi giungiamo 
assieme ragionando. 

Il Grisar, elie sulle orme del De Rossi cercò di delineare 
lo stato epigrafico di Roma cristiana nei primordi dell'età di 
mezzo (1), dispone il materiale in tre grandi classi: iscrizioni 
delle basiliche, degli edifici profani e dei cimiteri; ma nel 
complesso del nostro patrimonio medievale quest'ultime sono 
senza confronto le più numerose. All' epigrafista quel tempo 
di fede e di violenza parla in gran parte dalle tombe nell'im- 
mobilità della morte. Pochi titoli, tratti dai sotterranei più 
antichi, ci dicono in modo ancora incerto ed oscuro che là 
dormono i primi seguaci della nuova religione; ben tosto si 
moltiplicano, si vestono di simboli e formule loro proprie e 
popolano le catacombe. Sul principio del sec. IV v'erano in 
Roma 25 sedi parrocchiali coi rispettivi compartimenti, ed 
ognuna di esse aveva nel suburbio il suo cimitero (2). Dopoché 
( Costantino diede ai cristiani la pace, le iscrizioni acquistano 
uno slancio insolito nello stile, nelP ampiezza, nella copia e 
varietà degli argomenti: si fanno solenni epitaffi ai martiri e fe- 
dediche alle chiese; sugli ipogei s'innalzano le basiliche, 
e i sepolcreti a poco a poco escono di sotterra, si addossano ai 
muri, invadono l'atrio ed i portici. Le leggi romane vietavano 
di seppellire in città, i canoni dei concilii e i decreti pontifici 
escludevano i cadaveri dalle chiese; ma in pratica si trascurò 
ben presto questa doppia prescrizione. Col sec. VI l'ima cessò 
interamente di aver effetto di fronte alle devastazioni dei bar- 
bari, die rendevano il suburbio deserto e malsicuro (3), e l'altra 



(1) Le iscrizioni cristiane (h Roma sugli inizi del medio evo, in 
Analecta "Romana; voi. I, pp. 67-194; Roma. Desclée Lefebure e C. 1899. 
Qnesta dissertazione, meno le due ultime parti, era già apparsa in te- 
desco nella Zeitschr. far kathol. Theologic di Innsbruck, to. XIII (i- 

pp. 0" a 

(2] Cfr. Db Rossi. Homo sotterranea cristiana, to. I. pp. 204-206, 
to. Ili il>77). pp. 518-22 e il Liber Pontifìcalis, ed. Duchesnk, to. I, 
pp. 164 e 165 n. 5. 6 e 7 : Paris, E. Thorin, 1886 ; ved. anche Grisar, Storia 
di Roma e dei papi uri medio evo, trad. dal ted., voi. I. parte I. 
pp. 251* seg£. : Roma, Deselée Lefebure e C, 1899. 

Db Rossi, Roma sotterranea crist.. to. I. p. 218; Grisar, St. di 
Soma <■ dei papi nel in. ero. voi. I. parte II. pp. 494 segg. 



102 AUGUSTO BECCARIA 

si protrasse ancora in voci sempre più rade ed inascoltate, 
mentre già da tempo erano incominciate le eccezioni pei ve- 
scovi, i principi, i santi, e il privilegio man mano si estese 
agli abati, ai preti, ai fanciulli, ai laici pii, sinché si fece 
diritto di tutti (1). Così le chiese si preparavano a divenire 
i musei del medio evo. Col volgere del tempo le epigrafi copri- 
vano il pavimento, si ergevano lungo i muri e su per gli al- 
tari e non erano soltanto sepolcrali, dedicatorie, votive, ma 
atti pubblici, bolle papali e col sorgere dei Comuni anche 
tatti e glorie della vita cittadina. Ragioni morali e giuridiche 
legavano 1* edificio alle memorie in esso conservate. Il po- 
polo chiedeva al santo patrono la tutela delle istituzioni ed 
aiuto nelle sue imprese, i fedeli una migliore certezza della 
loro salvazione, e vincoli di vario genere univano a volte una 
famiglia ad una chiesa o ad un convento; ma all' infuori di 
questi tutta una serie di disposizioni canoniche ben determi- 
nate regolava il luogo della sepoltura (2), qualora l'interes- 
sato non avesse creduto di esimersene, dichiarando in modo 
esplicito la sede da lui preferita (3). Noi siamo cioè dinanzi 
ad una vera e propria giurisdizione, stabilita nei limiti di 



(1) G. Moroni, Dizionario di erudiz. storico-ecclesiastica, voi. LXIV, 
pp. 156-59 ; In Venezia, Tip. Emiliana, MDCCCLIII. 

(2) Ved. ad esempio 8. Medici, Tractatus de Sepulturis & Opuscula 
septem ; Florentiae, Apud Bartholomaeum Sermartellinm, MDLXXX ; 
pp. 14-31. 

(3) Per le norme, a cui era subordinata la scelta, vedi Medici, op. 
cit., pp. 31-43. In linea generale, egli osserva, ognuno è libero di desi- 
gnare la propria sepoltura e il diritto canonico non lo vieta, perchè « est 
« enim ipsa electio sepultnrae pars ultimate voluntatis.... ciiius libertas tolli 
« non potest > (pp. 32-33) ; ma siccome è fatta in « praeindicio Ecclesiae, in 
« qua sepeliretur, si non elegisset, debet probari vel in testamento voi in 
« codicillis.... vel per scripturam manu propria recognitam per testes ». 
(p. 39). Naturalmente il luogo, che il testante addita, deve avere la facoltà 
di seppellire e a questo proposito nota che, mentre la chiesa parrocchiale 
« eo ipso quod erigitur » ne viene « ex iure » munita, ogni altro non può 
averlo che < ex privilegio » dato dal vescovo o dal papa (pp. 43-44). Al- 
trove aggiunge : « Privilegium concessimi alieni loco pio ut ibi sepeliri pos- 
« sit.... non per hoc ibi sepelientur, si alibi sepulturam habeant. sed tantum 
« quando ibi sepoliri ologerint »: in caso contrario « sepelientur in sepul- 



PER DNA RACCOLTA DELLE [SCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 103 

un ordinamento territoriale, e non potremmo quindi adottare 
come base del nostro lavoro questo ordinamento stesso? 

Esso ha per noi altri notevoli vantaggi. Anzitutto ci offre 
un punto di contatto immediato coll'antichità, perchè le prin- 
cipali divisioni ecclesiastiche sorsero nell'ambito delle circo- 
scrizioni amministrative in uso nella costituzione imperiale 



« tura parocbiae, nani privilegimi] satis hoc operatili-, ut ibi sepeliatur, ubi 
« alias minime posset, et privilegia non sunt multiplicanda, praesertim in 
« praeiudicio parocbiae » (pp. 30-31). A Firenze tali disposizioni le ve- 
diamo già affermate nelle Costituzioni sinodali, emanate nel 1327 dal ve- 
scovo Francesco da Cingoli, e. X, De sepuìturis, nei Capìtoli del Co- 
mune di Fir., to. II, pp. 26-27 e 48; In Firenze, Coi tipi di M. Cellini 
MDCCCXCIII. Chi ha pratica di carte dell' ultimo medio evo ne tro- 
verà facilmente la riprova sia nei privilegi dei monasteri, sia nelle clau- 
sole dei testamenti o in quegli atti, che col nome appunto di « electio 
sepulture > ricorrono talvolta nei nostri antichi protocolli. Ne cito a modo 
di esempio alcuni, che ci riportano ad un'epoca anteriore a quella del do- 
cumento ora accennato, traendoli dai registri di Uguccione Bondoni (Arch. 
<li Stato di Fir., Notarile, B. 2126-29): 

[1303] « Die tertio mensis iunii. Actum Florentie, presentibus testibus 
« Andrea olim Neri, Niccholo filius Naddi Bonacose et Lotto dui Ceffi de 
« Alleis. Dominicus olim Bindi de Alleis elegit sibi sepulturam et sepeliri 

< voluit, dum diem clauserit extremum, apud ecclesiam seu locum fratrum 
« minorimi de Florentia » (voi. I, e. HOv). 

Nella stessa guisa nel voi. IV, e. 80 v, vediamo sotto la data 1 gen- 
naio 1321 (comp. fior.) che « dna Pera f. condam dni "Raynerii Bondoni de 
pop. sancte Marie Maioris * si sceglie sepoltura « apud ecclesiam 8. Marie 
Novelle de Florentia ». Più caratteristica è la « electio sepulture Lapi », 
ehe si legge nel voi. Ili, e. 20v. Questi nel suo testamento in data 18 giu- 
gno 1316, ivi inserito a ce. 18v-20v, aveva dichiarato di voler essere sepolto 
nel cimitero della sua parrocchia « apud ecclesiam sancti Stephani ad pon- 
tem »: ma pochi giorni dopo eccolo un'altra volta dinanzi al notaio, ehe 
prende atto d'una sua nuova deliberazione: 

< Die vigesimo secundo mensis iunii. Actum Florentie, presentibus t<- 
« stibus Salvino Manieri populi sancte Felicitatis, Piero Duccii Parigiidicti 
« pop., Perozzo Pranzetti pop. S. Georgii et Piero magistri Vinenze pop. 

Marie Maioris. Lapus filius condam Ugonis Bonacolti de pop. 8. Ste- 

< phani ad pontem, qui mine habitat in pop. S. Felicitatis Floren.. elegit 
« sibi sepulturam et sepeliri voluit, quando eum migrare contigerit, apud 
« ecclesiam Sancte Crucis cum habitu fratrum minorimi, revoeans electionem 

< euiuslibet alterius sepulture ». 



104 AUGUSTO BECCARIA 

romana (1), e sebbene la necessità di provvedere ai bisogni 
religiosi, sviluppantisi di giorno in giorno, abbia loro dato ca- 
ratteri propri, pure ne ritennero sempre spiccatamente l'im- 
pronta. Noi avremmo dunque anche per questo riguardo una 
continuità di disegno tra il Corpus latino e la nuova rac- 
colta. La corrispondenza fra l'antica organizzazione civile e 
la cristiana s' impernia nella diocesi. Il vescovo ci appare fin 
dai primi secoli come il capo della comunità entro i con- 
fini della civitas e l'unità politica servì di modello alla 
formazione dell'unità ecclesiastica (2). Coli' espandersi della 
i'vdc e col crescere del numero dei seguaci nei vari cen- 
tri 1' autorità vescovile passa a poco a poco dalle città 
maggiori alle minori e si stabilisce talvolta anche là, dove 
l'amministrazione dello Stato ammetteva solo una partizione 
inferiore. La costituzione delle diocesi precede generalmente 
per l'Italia la caduta dell'impero; ma non avvenne dap- 
pertutto in modo uniforme: così, mentre nella parte setten- 
trionale, corrispondente alle regioni Vili, IX, X e XI di Au- 
gusto, non s'avevano, secondo il Duchesne (3), anteriormente 
all'invasione longobarda, se non una cinquantina di vesco- 
vadi, compresi i 4 dell'Istria, il rimanente della penisola 
(regg. I-VII) ne enumerava oltre 180 e tale sproporzione si 
mantenne quasi inalterata nel medio evo. Anche l'elemento 
regionale sopravvisse qua e là nelle metropoli e, quando la 
compagine degli ordinamenti romani si disgregò, le nuove 
Provincie continuarono in parte la tradizione delle antiche. 
Ma nel tempo stesso, col diffondersi del Cristianesimo nelle 
campagne, il governo della diocesi si svolse in una serie di 



(1) Ved. J. Jung, Organisationen Italiens von Angustus bis auf Karl 
d. Gr., nelle Mittheilungen des Inst. filr oesterreich. Geschichtsforsch. 
(Innshruck), Erganzungsband V, Heft 1 (1896), pp. 20 e 31. 

(2) Ved. i raffronti che ha istituito a questo proposito il Baudi di 
Vksme, L'origine romana dei comitato longobardo e franco, negli Atti 
del Congr. internai, di se. stor. di Roma (1-9 aprile 1903), voi. TX, 
pp. 306 308 (n. 122) ; Roma, Tip. della R. Acc. dei Lincei, 1904. 

(3) Les évéchés d'Italie et Vinvasion lombarde, negli Atti eitati 
del Congresso, voi. Ili, pp. 80-81 ; cfr. la risposta del Crivellici negli 
Studi storici, voi. XIII (1904), pp. 319-21. 



PER UNA RACCOLTA DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 1<>5 

unità minori, rette da preti eon privilegi speciali, che ammi- 
nistravano in luogo del vescovo i sacramenti e particolar- 
mente il battesimo nelle comunità del contado. Vari concilii 
del sec VI cominciano a regolarne la condizione giuridica 
e nel periodo carolingio esse si affermano largamente come 
elemento essenziale della costituzione religiosa (1). Le ee- 
clesiae baptismales o plebes restano a lungo nell'età succes- 
siva come una t'orma di partizione diocesana sotto T imme- 
diata dipendenza del vescovo, che alla sua volta affida al 
plebanus <> archipresbyter la cura delle parrocchie rurali. 
Una suddivisione analoga s'ebbe a partire, sembra, dal sec. XI 
pure nelle città (2). Il risveglio e l'incremento dei centri ve- 
scovili, che allora principiava a manifestarsi, rendeva la cat- 
tedrale insufficiente alle necessità del culto e dei fedeli e fa- 
voriva il sorgere di altre fondazioni religiose entro la cerchia 
delle mura cittadine, sicché all'apparire del Comune ci si af- 
facciano in seno ad esso anche le parrocchie urbane, ciascuna 
delle quali raccoglie gli abitanti di una determinata zona in 
una specie di associazione con vincoli spirituali e tempo- 
rali, tra cui è appunto il diritto di sepoltura. La parrocchia 
è in ordine gerarchico l'ultima delle unità territoriali, su 
cui si fonda 1' organizzazione ecclesiastica medievale e mo- 
derna 3 . 



(1) Hergenrother-Kirsch. Storia universale della Chiesa, traci, it. di 
E. Rosa, voi. II, p. 451 e n. 3; Firenze, Libr. ed. fior., 1904; ved. inoltre 
gli esempi citati dal Du Cange, Gloss. mediate et infnnae lat., to. VI, 
pp. 363-64 (Plebes): Niort. L. Favre. 1886. 

ci) Ved. per tutti Hergenrother-Kirsch. op. cit., voi. Ili (1905), p. 384, 
e Friedberg-Ruffim. Trattato del dir. e e ci e s. cattolico ed evangelico; To- 
rino. Bocca, 1893; pp. 294-95 e n. 2. 

(3) Accanto alla costituzione del clero secolare, ma indipendentemente 
e spesso anzi in lotta, colle prerogative dei suoi rappresentanti, si svolse 
quella degli ordini monastici, dapprima nelle grandi abbazie dell* età 
longobarda <• carolingia, poi nei monasteri dei riformati, Cliiniacensi. Ci- 
stercensi. Camaldolesi, Vallombrosani ecc., e infine nei conventi dei mendi- 
canti, Domenicani e Francescani, ed anch'essi ebbero in determinate circo- 
stanze la facoltà di seppellire nei loro chiostri e nelle chiese annesse, ma. 
coinè abbiamo visto, dietro speciale autorizzazione del pontefice e solo poi- 
colo™, che ne avessero fatta legale istanza. Il papa [argiva di solito tale 



106 AUGUSTO BECCARIA 

La Chiesa adunque compieva lo sviluppo della sua costi- 
tuzione, quando i nuovi organismi politici accennavano ap- 
pena ad affermare la propria, e, come già era avvenuto nel 
trapasso del mondo antico dalle forme pagane alle cristiane, 
l'ordinamento nascente si adattò da principio su quello già 
invalso nell'uso. Così in Firenze, ad esempio, durante il primo 
periodo della vita comunale le parrocchie o populi erano ad 
un tempo circoscrizioni religiose e civili, e sulla loro base 
sorse all' inizio del sec. XIII la partizione della città in se- 
stieri (1), finche nel 1343 dalla fusione di questi si forma- 
rono i quartieri (2). Anche le divisioni territoriali, che via 
via si delineano intorno ai centri urbani, non furono senza 
influsso delle corrispondenti divisioni ecclesiastiche. Nell'alto 
medio evo V affinità tra i due ordinamenti si concreta nelle 
relazioni tra la diocesi e la judiciaria o il comitatus, che 
nelT età longobarda e franca sin oltre il mille continuano la 
tradizione dell'agro municipale romano (3); in uguali condi- 
zioni troviamo pure talvolta districtus. Così allato alle plebes, 
trasformazione cristiana dei pagi, vediamo, a un dipresso nella 
medesima epoca, le villae e le ciuies, enti che vivono entro 
i confini di una città come le pievi nella diocesi (4). Il Bar- 
barossa risolleva le unità feudali per incatenare l'azione dei 
Comuni nel loro estendersi sui territori circostanti; ma essi 
seguivano anche in ciò l'esempio dell'autorità episcopale, che 
esercitava già da tempo la giurisdizione spirituale sul con- 
tado, esempio reso più efficace dal ricordo del potere poli- 
tico dei vescovi, di cui la città riguardavasi erede e si valeva 



privilegio all'ordine per le sue varie comunità, quindi la loro azione sfugge 
ad una precisa delimitazione territoriale. Concessioni simili, ma con va- 
lore più ristretto, furono conferite talvolta alle confraternite od agli ospe- 
dali e pure di esse converrà tener conto. 

(1) P. Santini, Studi sull'antica costituzione del cornane di Fir., 
in questo Arcliirio, ser. V, to. XXXI (1903), pp. 310-11, 312 e 332. 

(2) I Capitoli del Comune di Fir., to. cit., p. 57. 

(3) Baudi di Vesme, op. cit., pp. 255-57. 

(4) Baudi di Vesme, op. cit.. pp. 288-89 (n. 58), e P. S. Leicht. La cur- 
tis e il feudo nelV It. superiore fino al sec. XIII: Verona- Padova, 
Drucker. 190:?; pp. 6S-69. 



TER UNA RACCOLTA DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 107 

per rafforzare i suoi diritti e le sue pretese (1). Questi pochi 
cenni basteranno a mostrare che non v'è tra la costituzione 
ecclesiastica e le varie divisioni civili dell'età di mezzo quel- 
l'antagonismo, che a tutta prima qualcuno può pensare, per 
quanto la loro corrispondenza non sia certamente in tutto 
piena e completa. 

D'altronde, quella presenta nel suo svolgimento un carat- 
tere di continuità e di stabilità, che siamo ben lontani dal poter 
chiedere a quest'ultime, sebbene anch'essa, a chi la scruta da 
vicino, riveli nella sua compagine le risultanti storiche, le quali 

ano il succedersi degli eventi. Così, quando il suo ordi- 
namento viene a trovarsi in urto con l' ordinamento civile, 
cerca tosto un adattamento, che ristabilisca l'accordo, e i com- 
pilatori dei suoi libri provinciali, come ha chiarito il Fabro 
nelle note alla sua edizione del Libcr censuum di Cencio 
Camerario (2), si ispirano spesso nelle loro distinzioni ad un 
concetto politico. Noi abbiamo quindi nelle nostre stesse fonti 
già in parte attuato quel contemperamento, che a molti parrà 
desiderabile, perche, se l'organizzazione ecclesiastica può es- 
sere un' utile guida nel disporre le linee generali del lavoro, 
non ne dobbiamo poi essere schiavi. Sovente, quando la pieve 
è costituita da una città, le sue antiche ripartizioni ammini- 
strative forniscono dei criteri pratici di divisione, che doman- 
deremmo invano alle circoscrizioni religiose : a Firenze ne 
abbiamo un esempio appunto nei quartieri. Adunque l'ordina- 
mento ecclesiastico opportunamente riavvicinato e comple- 
tato con l'ordinamento civile è il solo, a mio parere, che ri- 
sponda alle esigenze della nuova raccolta e le porga un piano 
d'attuazione logico e chiaro, e dalla provincia alla diocesi, 
dalla diocesi alla pieve noi possiamo scindere il nostro lavoro 
in innumerevoli parti, senza che l'idea fondamentale ne resti 
minimamente alterata, ed ottenere per tal guisa quel « sano 
decentramento », quella più ampia collaborazione, che già il 



(1) Santini, op. cir.. in questo Archivio, Ber. V. r<>. XXV (1900), 
pp. 27-28. 

(2) Ved. particolarmente to. I, pp. 5 h n. 1, 14 1, n. 2; Par», A. Fon- 
temoing, 1905. La pubblicazione è ora continuata dal Ducheshx. 



108 AUGUSTO BECCARIA 

Casini si augurava e che in un'opera come questa è senza 
dubbio una delle migliori garanzie di riuscita. 



L'epigrafìa medievale conta oggi nelle varie regioni d' Ita- 
lia un numero di cultori tutt' altro che spregevole e taluni 
anche di un vero valore: a tutti costoro non può che arridere 
il pensiero di vedere aperta alla propria attività una via, che 
raccolga ed elevi la produzione individuale in un' impresa 
grande e duratura. D'altra parte, chi saprebbe meglio di que- 
sti studiosi locali addentrarsi nel labirinto di nomi e di que- 
stioni, che ivi ricorrono ad ogni pie sospinto ? La loro coo- 
perazione è preziosa e bisogna sollecitarla. Ma nel tempo 
stesso, perchè l'uniformità e la serietà del lavoro siano tute- 
late, è necessario un centro direttivo, un ufficio stabile di re- 
visione, che designi i collaboratori, esamini l'opera loro e ne 
autorizzi la stampa. È stato proposto di affidare il progetto ad 
un ente costituito, p. es. l'Accademia dei Lincei, il quale per 
mezzo di altri enti minori, le Deputazioni di storia patria e 
le Società storiche, provveda alla sua esecuzione e le parole 
furon molte; ma chi per una causa, chi per un'altra e i più 
per motivi affatto estranei al puro e semplice problema scien- 
tifico preferirono di non farne nulla. Ciò nonostante, come 
tutte le idee che hanno una ragione d'esistere, essa non deve 
rimanere inattuata. Firenze per iniziativa propria è ora in 
grado di porre la prima pietra di questo grandioso edificio, 
ma il compito da noi assunto ha dei limiti ben determinati, 
e se il nostro tentativo sarà accolto benevolmente dagli stu- 
diosi, se qualcuno sorgerà, che ne secondi l'esempio, potremo 
almeno pensare che tempo, fatica, denari non furono buttati 
indarno. 

Molto avrei ancora da dire e sul metodo tenuto nelle ri- 
cerche e su quello che si terrà, non appena superate le ultime 
difficoltà degli studi preparatori, nella pubblicazione del la- 
voro ; ma dell'uno daranno conto ampiamente le relazioni, che 
a partire dall'anno in corso verranno in luce in questo Ar- 
chivio, dell'altro si giudicherà forse meglio ad opera coni- 



TER UNA RACCOLTA DELLE ISCRIZIONI MEDIEVALI ITALIANE 109 

pinta. Tuttavia, perchè si abbia sin d' ora un'idea concreta 
della rosa, accennerò per sonimi capi qual'è la nostra linea 
d'azione. Dopo una scorsa al materiale a stampa, che per Fi- 
renze è ben poco e sparso in libri di carattere diversissimo, 
s'iniziò uno spoglio accurato di tutti i numerosi fondi mano- 
scritti delle nostre biblioteche pubbliche, traendone in un op- 
portuno schedario quanto poteva direttamente o indirettamente 
tornar utile all'impresa, e questa indagine è oggidì a buon 
punto: ma sarà estesa alle biblioteche private, ove la libera- 
lità dei possessori ne conceda l'accesso, ed a quelle colle- 
zioni italiane e straniere, in cui si conservano elementi per la 
storia fiorentina. Una ricerca analoga fu da noi intrapresa 
negli archivi; ma con lo scopo piuttosto di acquistare un 
concetto preciso delle risorse, che ci potrebbero all'uopo for- 
nire, per illustrare il materiale raccolto. Quindi s'incomincia- 
rono a schedare le iscrizioni dei musei, che ritorneranno, per 
quanto ò possibile, alla loro provenienza antica, giacche, e non 
è male l'avvertirlo, l'ordinamento dianzi accennato porta come 
sua immediata e naturale conseguenza la ricostituzione dei 
fondi primitivi. Ora la nostra attenzione è volta allo studio della 
topografia medievale della città e di quella parte del con- 
tado, che è compresa nel piviere di S. Giovanni, limite geo- 
grafico, per ora, del lavoro. Come limite di tempo fu scelto in 
massima il 1400, salvo una certa larghezza per le epigrafi non 
datate. La distribuzione sarà per quartieri secondo la loro 
circoscrizione agli inizi del sec. XV e precederà quello di 
s. Giovanni colla Cattedrale, il Battistero, e la collegiata di 
S. Lorenzo. Ad ogni edificio andranno innanzi alcuni cenni 
sulle sue vicende e l' indicazione delle fonti epigrafiche usu- 
fruite. Il materiale sarà disposto con un criterio essenzial- 
mente topografico, ma non in guisa da escludere le modifica- 
zioni, che caso per caso si mostreranno opportune. L'ordine 
cronologico sarà dato da uno speciale prospetto e solo pei ti- 
toli con elementi sicuri di datazione. Si abbonderà in facsi- 
mile ma senza eccedere, secondo che ragioni paleografiche od 
artistiche parranno richiederlo. Alle iscrizioni perdute sup- 
plirà la ricostruzione critica del testo in base alle copie più 
autorevoli. Ciascuna epigrafe sarà accompagnata da notizie, 
che ne accertino 1' età, ne illustrino il contenuto e ne met- 



110 AUGUSTO BECCARIA, PER UNA RACCOLTA EC. 

tano in rilievo quanto essa offre di notevole, ma limitandosi 
ai dati di fatto ed ai raffronti col materiale di altre località 
e procurando sempre di dar molto in breve. 

Tale, nelle sue linee più larghe, è il nostro programma. 
Se qualcosa in esso sembra men buona, io attendo luce 
e consigli per modificarla, ma per ciò che di meglio con- 
tiene va data lode ai miei due insigni maestri, Carlo Ci- 
polla e Pio Rajna, che con amore e con impegno mi furono 
guida a vincere le difficoltà del lavoro. Molto debbo anelli 1 
al prof. Roberto Davidsohn, la cui cortesia fu per me pari 
solo alla sua dottrina, ed egli pure abbia la mia riconoscenza. 
All'uomo illustre, che ideò Y impresa e con instancabile fer- 
mezza ne avviò l'esecuzione, vada oggi il plauso unanime di 
tutti coloro, che amano la grandezza della patria comune. Il 
suo nome in fronte al nostro tentativo non può essere che un 
ottimo augurio per il suo esito felice. 

Firenze. Augusto Beccaria. 



-H-^sS€?31^ *^ 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 



(•) 



Assumendo in ampio esame un mio recente lavoro, il 
prof. Ferdinando Gfabotto ha avuto la cortesia di scriverne, 
in questo stesso Archivio^ parole di «plauso sincero», con- 
chiudendo con l'osservare che « venti o venticinque osserva- 
« zioni su 4<)ii pagine non potevano detrarre al suo merito. 
« cui anzi Tessere occasione di discussioni feconde era prova 
« sicura della bontà della tempra » (1). 

Io non potrei che chiamarmi molto lieto del giudizio be- 
nevolo: né certo crederei di avere ragione a rispondere — ove 
non fosse per ringraziare l'egregio professore e maestro — se 
non mi movesse il desiderio, trascendente la mia persona, di 
meglio ehiarire alcuni punti, che mi son parsi da Lui non 
colti nella loro interezza, e di accompagnarli con alcune os- 
servazioni aggiuntive, di cui le stesse sue pagine mi sono ve- 
nute mostrando il bisogno. 

Intanto, però, da poi che Gli rispondo, il prof. Gabotto vorrà 
anche permettere che mi scagioni insieme di alcuni addebiti 
che Egli mi ha mossi, e che io ho l'animo di non meritare. 
Egli stesso, a ragione veduta, potrà esserne giudice. 

I. -- Premetto che lo studio del G., per quanto scritto, 
per sua stossa dichiarazione. « a proposito » del mio lavoro, 



In risposta allo studio, di uguale titolo, pubblicato dal prof. Feu- 
di xahdo Gabotto in questo stesso Archivio, ".".serie, voi. XLII, disp. 4 :l dei- 
l'a. 1908, pp. 441 segg., a proposito del mio recente lavoro: Stato e Chiesa 
da Berengario I ad Arduino, Torino, Bocca. 1908. 

(1) Nel voi. citato dell' Archivio, p. 460. — si indicheranno sempre 
le pagine dolio studio del Gabotto secondo la loro numerazione néWArchi* 
rio. non secondo l'estratto. 



112 SILVIO PIYAXO 

sembra tuttavia rivolto, assai più che non a me, al dr. Hof- 
meister, e all'opera di lui sopra i Marchesi e Marchesati in 
Italia <la Carlo Magno a Ottóne Magno (1). Ond'è avvenuto 
che del mio lavoro il G. facesse esame, quasi esclusivamente, 
della prima parte, abbracciaste il periodo di tempo dall'Hof- 
meister trattato [capp. I-III], lasciando invece pressoché af- 
fatto in ombra le parti seguenti [capp. IV- VII], sino a comple- 
tamente pretermettere quei §§ 1 e 3 del cap. VI, in cui io 
avevo cercato di disciplinare, in rigorosa linea giuridica, i dati 
storici, che in precedenza ero venuto mano a mano assommando. 

Ora io comprendo benissimo che i vivaci attacchi mossi dal- 
l' ilofmeister ad alcuni allievi del G., e quelli che il G. stesso ha 
chiamati « boriosi e vani disdegni » di lui. a suo riguardo, po- 
tessero provocare, da sua parte, una reazione altrettanto vivace. 
Non comprendo, invece, come il G. abbia voluto farlo, direi, per 
interposta persona, tanto che il mio lavoro dovesse finire, in 
realtà, con l'andarne di mezzo. Non sembri quindi soverchio 
che io chieda qui che il mio libro, qualunque ne sia il valore, 
sia giudicato nella sua integrità, in modo che le varie parti 
mutuamente possano compiersi in quell'ampio quadro dei rap- 
porti fra lo Stato e la Chiesa, nel secolo X, a cui io ho cer- 
cato guardare. 

IT. — Mi ha il G. mosso addebito di essere stato qual- 
che volta manchevole nelle citazioni. Delle opere tedesche 
avrei trascurato, per l'imperatrice Adelaide, il Bentzixger, 
e per Rodolfo I e li dell'Alta Borgogna, il Trog; delle ita- 
liane avrei omesse, per la seconda calata di Ludovico III, le 
Note Berengariàne del Segre, e per gli Ungheri, le sue Ri- 
cerche intorno à&V invasione degli Ungheri a Vercelli. 

Osserverò, a risposta, che se veramente, con l'indicazione 
del Bentzinger e del Trog, il G. ha creduto di compiere il 
quadro della bibliografia storica tedesca per il secolo X, 
potrei prendermi assai facile rivincita, rinviandolo anche sol- 
tanto alla fondamentale opera dell' Hauck, Deutschlands K<>- 
chengeschickte, nei cui volumi II e IV [Lipsia, 1900 e 1903], 



(1) Markgrafen u. Markgrafschaften im Italie». Konigreich in <ìer 
Zeit von Karl dem Grossen bis auf Otto den Grosscn. nello Mtttheiì. 
d. Inst. f. ósterr. GeschichUf., VII. Ergi».. Innsbruck. 1906. 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 113 

appendice o [Litteraturttbersicht, rispettivamente alle pp. 811- 

819, 984-997], il (i. potrà trovare l'indicazione di ben più 
lavori, ehe io non abbia citati, riguardanti, in varia misura, 
il sec X. E questo a tacere dei molti altri scritti, che il G. 
potrebbe vedere indicati, anche a una semplice scorsa, nel 
Dummler e nelP Uhlirz, per limitarmi ai loro celebrati « Jahr- 
biicher ». che ho qui sotto mano (1). 

Ma non seguirò questa via, che sarebbe scortese. Prete- 
risco invece rilevare l'addebito, per trarne motivo a dichia- 
rare in qual modo io intenda si debba fare indicazione della bi- 
bliografia intorno a un dato argomento, sopratutto quando 
questo abbracci più di un secolo di storia, in modo che quella, 
ad essere completa, terrebbe, da sola, un volume. 

Non contesto, e anzi consento benissimo, che il lavoro a 
brevi contini debba, anche nei riguardi del riferimento bi- 
bliografico, essere impeccabilmente preciso. Non lo credo in- 
vece per i lavori di ampia ed organica trama, dove la di- 
scussione dei punti minori, e più ancora dei minimi, deve 
necessariamente cedere di fronte alle contestazioni maggiori ; 
e dove, di conseguenza, il rinvio che si faccia al lavoro mo- 
nografico, fondamentale in materia, in cui le precedenti par- 
ticolari ricerche siano state disciplinate e discusse, può, da 
s<»ln. bastare, e dispensare quindi da un riferimento minuto 
delle ricerche medesime. Molti esempi, guardando al mio li- 
bro, mi potrebbero dare conforto. Si vedano, fra gli altri. 
tinelli di Berengario I e di Guido e Lamberto [p. 38 segg.], 
dove le Ricerche storico-diplomatiche dello Schiaparelli (2), 
universalmente riconosciute per decisive, mi hanno per ciò 
-onerato dalla citazione di alcuni, anche pregevoli, 
fra gli studi anteriori. E ugualmente si veda, più innanzi, di 
Ottone II, dove pure gli « Jahrbiicher » dell' Uhlirz, in cui la 
bibliografia è accurata e precisa, hanno grandemente facili- 
tato il mio compito. In altre parti, invece, per le quali la- 
vori precedenti, di questa fattura, tuttavia mancavano, non 
ho limitate ricerche per essere, anche per la bibliografia, 



(1) Dummlkk, Kaiser Otto der Grosse, Leipzig, 1876; Uhlirz. Jahrb. 
d. <l. Ti. unter Otto 11 u. Otto III, I Bd.. Leipzig, 1902. 

(2) Nel Bulìett. dell' Ist. Stor. Unì., n. 2:5, pp. 1-167, e n. 26, pp. 7-104. 

ÙtcH. S;.,k. li.. .",/• Serie. — XLIII 8 



114 SILVIO PIVANO 

quanto potevo, completo; come ad esempio per il periodo di 
Ottone III, nei cui riguardi gli « Jahrbueher » dell' Uhlirz, 
da tempo annunziati e promessi, sembrano ancora di là da 
venire. 

Ora va da sé che quando, per la data della morte di 
Guido [novembre, e non dicembre 894J, o per quella della 
battaglia al Garigliano [agosto 915, e non 916], o per altro 
caso somigliante, io ho fatto, rispettivamente, rinvio al Ga- 
botto stesso, o al Fedele [pp. 47, n. 4, 72, n. 5], o ad altro 
attendibile A., io ho inteso, al tempo stesso, di riferirmi an- 
che a tutte le discussioni esegetiche e a tutte le argomentazioni 
scientifiche, con cui Essi avevano cercato dar conforto alle 
loro conclusioni. Le quali, dietro esame, accettando, non era 
più bisogno che, con facile spoglio, assommassi citazioni per 
ogni diversa od opposta opinione. 

E il G. è persona troppo intelligente, perchè io debba, 
di questo, fare maggiori parole. 

III. — Mi affretto, invece, a venire al terreno di discussione, 
dove il G. sicuramente mi attende: voglio dire alla questione 
dei « conti ». E lo faccio tanto più volentieri, in quanto an- 
che da altre parti, pure fra mezzo a giudizi grandemente be- 
nevoli, si sono, per questo punto, fatte riserve. Io dubito molto 
che. al riguardo, non bene si sia interpretata ed intesa quella 
che si è voluta presentare come mia improponibile teoria, 
certo per la mia manchevolezza a rendere, con l'evidenza che 
avrei voluto, il mio pensiero. In ogni modo accetterò la cor- 
tese battaglia, che il G. mi ha dato, senza cercar riparo dietro 
vani schermagli. 

Intanto dirò subito che potrei sentirmi lusingato nel ve- 
dermi fatto iniziatore di un indirizzo di studi, che, in realtà, 
attinge invece ben oltre la mia persona. Io avrei dato vita a 
un modo d'intendere la storia dei conti, nel secolo X, affatto 
in contrasto con l'opinione comunemente ricevuta, tanto da 
ordinarne le linee di sviluppo entro un nuovo particolare di- 
segno, a cui mancherebbe ogni rispondenza di termini con gli 
studi e le ricerche anteriori. Ma, a dir vero, di questa novità 
assoluta di linee non so rendermi conto. Occorrerà quindi 
che il G. mi perdoni, se mi toccherà di pregarlo di sostare 
insieme un momento. 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 115 

Il G. non può, di fatti, non aver presente come, fin dal- 
l'anno 1889, il Cipolla abbia dato principio a una lodatissinia 
scric di monografie per Asti, nel secolo X, ampiamente trat- 
tando del vescovo Audace (1). Seguirono, a breve distanza di 
anni, nel 1890, idi studi intorno al vescovo Brunengo (2), e 
nel 1892, quelli intorno al vescovo Rozone (3). Taccio di al- 
tri studi minori. Orbene, io porto convincimento fermissimo, 
che solo che il G. avesse richiamati al pensiero questi scritti 
del Cipolla, e la loro ampia sfera di comprensione, di gran 
lunga trascendente la vita dei tre vescovi, Egli avrebbe di su- 
bito anche avvertito come la teoria, che vorrebbe mia e nuo- 
vissima, fosse già interamente posta in evidenza, per Asti, 
dallo storico illustre, contro il quale nessuno, che io sappia, 
vorrà certo avanzare quei dubbi di preordinato disegno, o di 
atfrettatezza nel conchiudere, per impeto di età confidente, 
che all'accoglimento delle mie pagine hanno invece attraver- 
sato la via. E il G. vorrà anche riconoscere che non è certo 
novità questa che scrivo del Cipolla, poiché, in tutta la 
prima parte del mio lavoro, io non ho fatto che continua- 
mente richiamarmi agli studi del Cipolla, sopra ricordati, 
tanto che la citazione ne è riuscita così frequente, da com- 
parire pressoché in ogni pagina. Direi, quasi, che ho finito, 
nella somma, col far procedere innanzi, parallelamente, le 
ricerche astesi del Cipolla con le mie, allargate alla maggior 
parte dei vescovati e comitati dell'Italia superiore e centrale, 
ad ogni passo traendo, dal raffronto costante, elementi sicuri 
di conforto per la mia esposizione. 

Può tuttavia essere qui opportuno, sia pure ad abbon- 
danza, che di questo raffronto meglio si dichiarino i termini 
e le rispondenze. Basteranno, del resto, assai brevi parole. 
Con l'avvento di Guido al regno d' Italia [febbraio 889], e del 



(1) Di Audace rescoro d'Asti e di due documenti inediti die lòri- 
guardano, nella Miscellaneo di storia italiana, voi. XXVII, Torino. 1SS9. 

(2) Di Brunengo vescovo d'Asti e di tre documenti inediti che lo 
riguardano, nella stessa Miscellanea, voi. XXVIII, Torino, 1890. 

(3) Di Rosone vescovo d'Asti e di aldini documenti inediti chi- lo 
riguardano, nelle Memorie della R. Accad. delie Se. di Tonno. 
tomo XLII. 1892. 



116 SILVIO PIVANO 

fedele di lui, Anscario, alla marca d'Ivrea, venne a perdersi, 
in Piemonte, il potere dei Supponidi. Il Cipolla ha documen- 
tato la cosa, in modo sicuro, per Asti, dove al « Batericus 
vicecomes », sedente in giudizio Tanno 880 « in vice Supponi 
inluster comes », si vede sostituito un Oberto o Autberto « vice 
comes astensis », noto per documenti degli anni 902, 905 e 
910 (1). Più tardi, con il regno di Ugo, Asti fu sede, non più 
di un visconte, ma di un conte. Si ha, difatti, notizia di un 
« Ubertus comes civitatis astensis », sedente in giudìzio 
Fanno 940, insieme con un suo « vicecomes » Bernardo (2). 
Nell'intervallo, FOberto o Autberto precedente sappiamo essere 
morto, monaco della Novalesa, sin dall'anno 936 (3); e il nuovo 
conte « Ubertus », per concorde opinione del Bresslau e del 
Cipolla (4), dovette essere istituito in Asti da Ugo, nel pe- 
riodo delle sue più vive ostilità e diffidenze contro i mar- 
chesi d'Ivrea, tali da consigliargli di sottrarre loro il comi- 
tato astigiano. Poi, conti mancano in Asti completamente ; nò 
il Cipolla, uè altri dopo di lui, hanno creduto supporne anche 
le tracce. Avanzò invece il potere dei vescovi, che le prece- 
denti concessioni larghissime del primo Berengario [15 lu- 
glio 904J, di Ugo [12 novembre 926, 23 luglio 938], e di Be- 
rengario II [23 maggio 954] (5), videro compiersi con i diplomi 
di Ottone [25 settembre 962, 20 maggio 969] (6). E fu da prima 
la concessione del distretto e di ogni pubblica funzione entro 
il giro di due miglia, poi entro il giro di quattro; e fu, più 
ancora, il riconoscimento della piena giurisdizione sopra ogni 
incola, colono od abitatore, i quali soltanto alla presenza del 
vescovo, o del suo messo, avrebbero dovuto, quindi innanzi, 
chieder giustizia. Vero è che nell'ultimo diploma di Ottone, 
ora ricordato [20 maggio 969], si legge fatto espresso divieto 



(1) Cipolla, Di Audace, pp. 219 segg., 229 segg.: mio Stato e Chi <>*<<. 
p. 131. 

(2) M. H. P. Chart., I, n. LXXXVIII. 14 marzo 940 [Gabotto, Le 
pili antiche carte deìVarch. capii. d'Asti, Pinerolo, 1904, doc. n. LV, 
p. 96]. 

(8) Cipolla, Di Audace, pp. 231 segg.: mio Stato e Chiesa t pp. 132-88. 

(4) Nei luoghi indicati nel mio Stato e Chiesa, pp. 132 n. 4 e 138 n. 3. 

(5) Mio Stato e Chiesa, pp. 71 n. 1, 83, 90, 105. 

(6) Mio Stato e Chiesa, pp. 110, 136, 162-63, 182-84. 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 117 

di ogni opposizione di marchete o di conte: ma la forinola 
è amplissima, e senza ragione di riferimento particolare, tanto 
che il Cipolla ha in suo riguardo osservato non doversi ve- 
dere in essa se non il ricordo dell'autorità comitale, sem- 
plicemente con/ e vigente in di ritto, e non come ri gente in 
atto (1). 

Queste le conclusioni del Cipolla, da nessuna parte im- 
pugnate (2); e le stesse ho esattamente riferite, e ripro- 
dotte anzi, virgolate, nel testo. Ora io domando se in esse 
non sia, come sopra ho detto, l'enunciazione precisa di quella 
clie è parsa invece mia teoria improponibile su l'avanzare 
del potere vescovile, in corrispondenza al cedere di quello 
comitale. In realtà i conti, ad Asti, seguirono le vicende 
fortunose della prima metà del secolo X: ora presenti, ora 
mancanti: prima supponidi. poi anscarici, infine fedeli di 
Ugo. sino a scomparire completamente intorno la metà di quel 
secolo. E volta a volta che i loro poteri arretrarono, nuove 
concessioni vennero fatte alla chiesa astigiana, insino all'acqui- 
starsi ad essa dei maggiori diritti e poteri. 

( erto con tutto questo non è detto, e io non 1' ho detto 
mai. che il processo di acquisizione dei poteri alle chiese ab- 
bia dovuto essere unico e generale per tutto il secolo X. e. 
menu ancora, assoluta ed uguale. Soltanto ne dissi paral- 
lelo lo svolgimento «in quelle città» in cui «il potere dei 
conti » ebbe più facilmente a soffrire interruzioni e a meno- 
marsi. Ma studiatamente parlai di « quelle città ». non di 
-ni città» [p. 150]; — e come questo di preferenza accadde 
nella prima metà del sec. X, e più largamente da Berengario I 
ad Ottone Magno, in alcuni luoghi con periodi di interruzione 
più lunga nel governo comitale — « ridotti quasi i comitati 



ili Cipolla, Di Rosone, p. 12; mio Stato e Chiesa, pp. 135-36. 

Il Gtabotto stesso, che eon tanta studiosa cura ebbe ad occuparsi 
di Asti, mostrò di accedere a queste conelusioni del Cipolla. Le Bue ricer- 
che e lo sue pubblicazioni di documenti hanno certo migliorate ed accre- 
sciuti' le notizie astesi del sec. X [io stesso ho avuto opportunità di ricor- 
dare alcune sue correzioni di nomi — ad es. a p. 133 n. 2 — e a largamente 
usare delle Carie dell'ardi, capii, per gli advocati e vicedomini della 
chiesa astigiana, pp. 327-334]; ma le linee fondamentali della esposizione 
del Cipolla ne sono tuttavia rimaste immutate. 



118 SILVIO PIVÀNO 

a nome vano e senza soggetto » [p. 67] — in altri, non di 
rado, anche con ri mutamenti improvvisi, compagno sempre lo 
sconvolgimento delle violente invasioni, così fu appunto in 
quelle rovinose contingenze di luoghi e di tempi, che i ve- 
scovi poterono più rapidamente avanzare, con il « farsi rap- 
« presentanti dei cives, per chiedere al debole governo regio 
« il diritto di scavare fossi e di costruire torri e bastioni a 
« difesa », e con il conseguente « slargarsi dell'immunità ca- 
« rolingia nella conquista dei pubblici poteri ». e il « ricono- 
« scersi alle chiese del diritto di giustizia, non solo sui dipen- 
« denti, ma su tutti gli habitatores entro i contini dei loro 
« domini ». [p. 150]. 

Se non che, — e il G. l'ha ben voluto cortesemente 
riconoscere — come mi parve fondamentale T avvertimento 
della grande varietà di sviluppo del complesso fenomeno, sia 
pure nell'uniformità delle linee, dove esso ebbe a prodursi, 
così anche credetti indispensabile, a una sua esatta conoscenza 
e misura, un rigoroso processo espositivo, di comitato in co- 
mitato, a fine di porre in evidenza, con documentazione assi- 
dua [pp. 113-49], come le città, che furono poi vescovili. 
apparissero precisamente quelle che avevano prima veduto un 
affievolirsi, per ragioni molteplici, dei poteri comitali, sia che 
questo fosse avvenuto nella più violenta forma che a Tortona. 
dove la rabida malorum direptio mandò ogni cosa sovvertita, 
e la chiesa stessa « atrocemente lacerata e lungo tempo ve- 
dovata del suo rettore » (1), sia che nella più attenuata, e an- 
che più frequente, forma che ad Asti, ed altrove. Ma intanto 
ogni palmo di terreno, in tal modo perduto per il potere dei 
conti, era per ciò stesso acquistato al potere dei vescovi; mo- 
strandosi, per converso, inattendibile che il potere vescovile 
avesse potuto ripeter l'origine da un comportamento di prin- 
cipe che, temendo della prepotenza dei conti, o non fidando 
in essi, ne avesse sospinti i poteri « alla campagna ». ai ve- 
scovi commettendo il governo delle cose cittadine. 

IV. — Mi approssimo al punto. 



ili Dal diploma di Ottone II al vescovo GerbertO, 5 novembre 979, 
Sicrti,, Diplom. 0. IL, n.206,p. 288; mio Stato e Chiesa, pp. 14::. 192-98. 



DA BERENGARIO 1 Al» ARDUINO UH 

Dichiarato in queste linee il processo di acquisto dei po- 
teri alle chiese, credetti si potessero, di conseguenza, e in 
certo modo, chiamare « nuovi » i conti ottomani, sopratutto 
per il rilievo della loro « non dipendenza di poteri » dai conti 
ereati dagli ultimi carolingi [pp. 113-15]. Ma qui ho visto le- 
varmisi contro la più vivace battaglia. Occorrerà quindi che. 
innanzi, esattamente mi spieghi; e poi proponga, bisognando, le 
mie difese. 

Osserverò anzitutto come il O. stesso non abbia potuto 
non ammettere la « novità ». da me avvertita, di parecchie 
famiglie comitali del periodo ottomano. Ila detto anzi « na- 
turalissimo > che le « molte rimozioni e sostituzioni di conti » 
causassero tali rimutamenti, a segno da essere « piuttosto a 
« meravigliare che alcune famiglie si siano mantenute anziché 
« scomparire tutte » [p. 4471. 

L'ammissione del G. è molto significativa; tanto più che, 
in realtà, le cose procedettero in modo anche più grave. Tutto 
quelPavvicendarsi, intatti, di famiglie, venute, con i succes- 
sivi rivolgimenti di regno, d'oltre le Alpi; quei condottieri di 
armati di Provenza e Borgogna — conti o non conti che 
prima, e altrove, fossero stati — che, discesi in aiuto di Guido 
e di Ugo, ne ebbero largo favore, con «largizione » delle di- 
gnità tolte agli « Italici» (1); quei militi che dai loro «ste- 
rili monti » attrasse il desiderio di fortune maggiori (2); tutto 
quel premere, insomma, e qnell' incontrarsi di eventi, che durò 
mezzo secolo, fra mezzo a ogni maniera di incontenute vio- 
lenze, non dovette soltanto portare a « mutamenti di persone», 
come il G. vorrebbe [p. 447 1. ma dovette anche rompere la 



(1) È (inauro sappiamo, per Ugo e i Borgognoni, da Liutprahdo, Anta- 

podosis, V, e. 18 [p. 109 dell'ediz. * in nsnin scholarum », Hahnoverae, 1*77 1 : 

... cam.... et Bnrgundionibas sit dignitates largita», nec ullns invernatili' 

[talicns, qui ant espulsila ant non di gni tati bus omnibus sit privatila ». Certo 

il linguaggio di Liutprando devo ritenersi iperbolico: ma se ne deve pure far 
conto in giusta misura. Il Gabotto, invece, si è limitato a vedervi dentro 
«la nota malignità del vescovo di Cremona, di cui la tedescheria anti- 
romana trova pure oggidì i suoi riscontri » [p. 4.>)]. A me non pare che basti. 
c2) Così il Chronicon della Novalesa, per i fratelli Rogerio ed Arduino 
[V, 8, ed. Cipolla, pp. 249-60]; mio Stato e Chiesa, pp. 134-35. 



120 SILVIO PIVANO 

« continuità » del governo dei conti, come io ho cercato di 
ampiamente mostrare (1). 

Guardiamo, difatti, d'attorno. A Tortona, come poc'anzi 
vedemmo, la « rabida malorum direptio » rovinò ogni cosa ; 
ad Alba le condizioni della città e della campagna si ridus- 
sero così disastrose, che ancora dopo la restaurazione otto- 
mana, il vescovo, per i bisogni della vita, doveva lavorare la 
terra di sua propria mano (2), tanto da venirsi a partito che 
la sede vescovile dovesse essere soppressa, e aggregata Alba 
alla diocesi d'Asti (3); di Vercelli e Sant'Agata [Santhià] non 
abbiamo notizie — forse gli Anscarici, e poi gli Arduinici, 
vi tennero propri visconti (4) — ; di Gavello sappiamo che, 
di comitato, si ridusse a massa del comitato di Monselice, e 
Monselice a sua volta divenne dipendenza del comitato di 
Padova (5): pressoché dovunque, in una parola, furono scon- 
volgimenti e interruzioni nei governi comitali, ora di lunga. 
ora anche di breve durata, ma in ogni modo sempre baste- 
voli perchè i poteri dei vescovi potessero prender terreno, 
più ancora che in carte e diplomi di principi, in quella ra- 
gione stessa di « necessità imminente », che ebbe a provocarne 
il largo incremento, nell'assenza di ogni altro potere (6). 

Presento che il G. vorrà, in contrario, resistermi, oppo- 
nendo che, per alcuni comitati, le serie comitali si conoscono, 
invece, per intiero continue. Ed io sono pronto a dargliene 
fede, ricordando anzi di avere io stesso indicata una di tali 
serie per la « minutissima » città di Verona [pp. 126-27]. Ma 
osserverò anche subito, che furono quelli appunto i comi- 



(1) Pagg. 113 149; riassunte le conclusioni alle pp. 149-51. 

(2) Mio Stato e Chiesa, pp. 136, 184-85. 

(3) 1 relativi documenti, scoperti dal Cipolla, Di Hozone, pp. 35 
segg., sono stati pubblicati, su la sua traccia, anche dal Sigsel, Diplom. 
0., Nachtràge [voi. II]. nn. 374" e 380 a , pp. 879-80. 

(4) Mio Stato e Chiesa, p. 136. 

(5) Mio Stato e Chiesa, p. 145. 

(6) La « necessità imminente » è linguaggio delle fonti. Si veda ad 
es. il diploma di Berengario I alla chiesa di Bergamo, a preghiera del ve- 
scovo e dei concives, 23 giugno 904: «.... ut prò imminenti necessitate et 
Paganorum incursu etc. » [ed. Schiaparelli, n. XLVII, pp. 134 segg. — Le 
parole citate, a p. 137, lin. 22 segg.]. 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 121 

tati in cui i poteri vescovili, nel secolo X, ebbero meno ad 
avanzare, e in alcuni casi anche a mancare completamente. 
Ritorna, al riguardo, il fondamentale concetto della difformità 
del fenomeno, su cui io ho ripetutamente insistito [anche a 
p. 275], e che ho trovato, invece, nel G. mancante, almeno 
nella misura che sarebbe stato bisogno; concetto che vale, più 
di ogni altro, a spiegare il diverso svolgimento del potere dei 
vescovi, non solo nel confronto fra l' Italia superiore e la cen- 
trale, ma anche fra vescovato e vescovato, a seconda delle 
vicende particolari di ciascuno. 

V. — Ed eccomi al punto. 

Quando Ottone, « Italiani ordinaturus », discese le Alpi, la 
via dovette mostrargli, in ogni parte, i segni del periodo di 
violenza innanzi attraversato, e una quantità grande di rap- 
porti apparirgli mancante di definizione sicura e di norma. 
Per quel che a noi interessa, avevano i vescovi acquistato, in 
parecchie città, il distretto e ogni pubblica funzione: e per- 
ciò, di contro ad essi, occorreva dare disciplina ai poteri delle 
nuove famiglie comitali sopra accennate — parecchie anche 
di fedeli di Ugo e Berengario II, inchinanti il nuovo signore 
- a fine di evitare il prorompere di maggiori contrasti e con- 
flitti. Ricondurre la vita delle chiese agli altari, e i loro di- 
ritti all' immunità carolingia, non sarebbe stato possibile, per 
i cinquanta anni vissuti insieme coi cives, a difesa comune. 
Altro provvedimento non dovette quindi mostrarsi fattivo, 
se non quello di darre sanzione ai loro « ornai acquistati di- 
ritti », i poteri dei conti ordinando « con il riconoscimento 
« dei diritti dei vescovi entro le città [in cui ne avevano 
« fatto l'acquisto] e per alcune miglia all'intorno » [pp. 151-52]. 

E questa fu appunto l'opera di Ottone: perciò, e in ([in- 
sto senso, io ho parlato di ordinamenti, e anche di conti, ot- 
tomani, in confronto di ordinamenti e di conti carolingi ; e 
fra i molti ho ricordato, tipico esempio, quell'Adalberto « in- 
clitus eomes regensis sive motinensis », interveniente nel di- 
ploma di Ottone I al vescovo Ermenaldo di Reggio [20 aprile 962], 
per la concessione al vescovo della città e del distretto di 
quattro miglia (1). E ho domandato come fosse altrimenti spie- 



(1) Sickbl, Diplom. 0. I.. H. -2A2. p. 843. 



122 SILVIO PIVANO 

gabile, se non con le linee da me tracciate, che proprio il 
conte di Reggio intervenisse [« interventu ac peticione Adal- 
berti comitis etc. »], perchè al vescovo della città fosse con- 
ceduta ogni pubblica funzione « cum teloneo et stratatico et 
niuris in circuiti! et fossato et alveum aque etc. ». Le mie 
pagine vi davano, invece, precisa spiegazione [pp. 163-65], 

Ma di tutto questo, purtroppo, come in genere di tutta 
l'opera di Ottone, da me ampiamente studiata [pp. 152-1*1], 
mm soltanto in Italia, ma anche, per quel che riguardai po- 
téri dei vescovi, nel confronto fra l'Italia e la Germania 
[pp. 154-56], il G. non ha creduto di dover fare alcun conto, 
anzi alcuna parola; mentre soltanto la considerazione esatta 
di tutto l'insieme avrebbe potuto dargli quella giusta misura 
delle mie osservazioni e conclusioni, che Gli è, di conseguenza, 
mancata. Ha creduto doversi invece, e soltanto, restringere 
allo studio delle famiglie comitali,; dove la relativa esiguità 
delle notizie, lasciando maggior campo alla ricostruzione dot- 
trinale, poteva, così alla mia, come alla sua opinione, dare 
materia, se non fondamento. 

Tuttavia, anche guardando a quest'unica parte, come il 
G. ha fatto, presa separatamente dal tutto, ugualmente non 
credo che le sue critiche possano avere accoglimento. In ve- 
rità, la discussione si riduce ad essere, al riguardo, fonda- 
mentalmente esegetica; e il G. non vorrà non riconoscere che 
le indagini dirette sulle fonti, soltanto si possono mostrare 
inattendibili, quando delle fonti stesse si provi o la non ge- 
nuinità o la cattiva interpretazione. E io, a mia volta. Gli 
renderò volentieri pubblica dichiarazione che, quando, nel 
principio dell'estate scorsa, ebbi notizia che Egli avrebbe 
fatto esame del mio lavoro, sentii veramente, in quél punto, 
che le mie ricerche andavano a passare, per sua mano, 
la prova del fuoco. Amici ed avversari, difatti, Gli ricono- 
scono una conoscenza diretta delle fonti storiche, sopratutto 
per il periodo da me studiato, che certo non ha chi lo su- 
peri, e un'acutezza di penetrazione dei complessi rapporti-, tale 
da coglierne i lati più oscuri e riposti. Donde però, e per con- 
verso, ne veniva che tanto maggiore sarebbe stato il conforto 
alla mia esposizione, quanto più largo fosse per essere il con- 
senso del Gr. su l'autenticità delle fonti da me usate e sul 



DA BERENGARIO I AD ARDUINO 123 

loro valore. Ora dalla sua critica appare come una volta 
soltanto, fra i moltissimi punti esaminati e discussi, il G. mi 
abbia sorpreso in errore: e precisamente alla pag. 130, in fine 
della nota 2 a — l'esame, come si vede, non avrebbe potuto 
essere più minuto e preciso — , là dove io avevo lasciato ca- 
der dubbio su la sicurezza dell'opinione del Di Vesme, faciente 
Anscario IT padre di Amedeo di Mosezzo. In realtà un do- 
cumento, che non avrei dovuto ignorare, incontestabilmente 
lo prova. E io riconosco il mio torto. Ma per ciò stesso, come 
ho detto, le altre parti, passate al suo vaglio, ne acqui- 
stano tanto maggior sicurezza. E io debbo sapergliene grado. 
- Nò il semplice dissenso di opinione o di veduta sopra 
punti singoli può sostanzialmente menomare la portata delle 
mie conclusioni. Il G. continua, ad esempio, a credere il mar- 
chese Aleramo figlio di quel Guglielmo, che i Gesta Be- 
rengariì ricordano [p. 448]. Io 'mantengo i miei dubbi (1). 
Altrove ammette con me che il marchese Oberto non debba 
t'arsi discendere dai marchesi di Toscana (2), ma lo vuole 
« discendente da un fratello dei re longobardi Astolfo e Ra- 
chi. come sarà altrove dimostrato» |p 454]. Io faccio le più 
ampie riserve. Ma anche ciò fosse, la « novità » di famiglia, 
nel senso da me inteso, pur sempre rimarrebbe. Il G. stesso, 
del resto, come sopra ho detto, non ha contestato la « no- 
vità di famiglie e di persone », da me posta innanzi in più 
luoghi [p. 448], 

VI. -- Appare dunque, con progressiva limitazione del 
campo, che il vero e fondamentale dissenso fra il G. e 
me finisce col ridursi a un unico, per (pianto decisivo, di- 
battito; ed è quando, a spiegazione del formarsi del potere 
delle chiese, il G. ha raccolto il suo pensiero nell' affermare 
che, nelle sconvolte vicende della prima metà del secolo X, 
« i cittadini si strinsero di preferenza (?) ai vescovi », ai quali 
i conti, «che pure vi erano da per tatto», non poterono op- 
porre la resistenza « che forse avrebbero opposta in condi- 
zioni diverse » [p. 449], Óra è appunto a queste conclusioni 
che io non potrò inni accedere. Anche a prescindere dai coll- 
ii) Mio Stufo e Chiesa, pp. 187-38. 
(2) .Mio Stato e Chiesa, pp, 189-41. 



124 SILVIO PIVANO 

trarì risultati, sopra riassunti, io non giungo, in verità, nem- 
meno ad intendere come dei conti, presenti « da per tutto », 
come il G. scrive, e in ogni luogo continui, avrebbero assi- 
stito all'invadenza dei vescovi, senza che di una qualunque 
loro opposizione ci fosse, per tutta quella prima metà del se- 
colo X, conservata la traccia: come mai essi, continui e pre- 
sentii avrebbero lasciato ai vescovi la costruzione e il governo 
delle mura e delle torri, delle porte e dei ponti, e ogni pub- 
blica funzione dentro e fuori le città, e la stessa giustizia : 
è ancora come mai di essi tacerebbero completamente i di- 
plomi alle chiese, in cui non è fatta parola se non di vescovi 
e di cives, sollecitanti il consentimento del principe per prov- 
vedere alle più vitali difese, di fronte alle « necessità immi- 
nenti ». 

La mia esposizione ha mostrato invece — consenta il Gk 
che lo ripeta — come i periodi di interruzione e discon- 
tinuità nell'esercizio dei poteri comitali, spinti talvolta sino 
al loro disperdimento completo, abbiano dato naturale nasci- 
mento ai poteri vescovili, appunto in quelle città in cui quelle 
interruzioni furono più calamitose e frequenti : poteri vesco- 
vili che, come avevano avuto riconoscimento dai due Beren- 
gari, da Rodolfo e da Ugo, così lo ebbero dagli Ottoni; onde 
il potere dei conti, ritornati continui, venne ad essere ordi- 
nato, di fronte a quello dei vescovi, con esenzione delle città 
e del giro di miglia passate nel loro dominio (1). 

Il G. ha negato un « mutamento di istituzioni » [p. 447]. 
Per mia parte, io non l'ho mai affermato. Io ho parlato sem- 
pre, e soltanto, di alterazioni e limitazioni nei « poteri comi- 
tali », non nei « comitati » (2), anche quando i comitati dissi 
in molti luoghi ridotti a « nomi vani, e senza soggetto » [p. 67], 



(1) Si vedano anche, nel mio Stato e Chiesa, le pp. 165-66. 

(2) Si vedano, fra le altre, le pp. 86 : «.... se gli anteriori ordinamenti 
« di tal maniera avessero mantenuto il vigore, da lasciare non tocchi i po- 
« teri comitali »: 67: «.... se i poteri dei conti non fossero, in detti luoghi, 
«venuti meno»; 113: «.... doversi concludere, per le città poi passato nel 
* dominio dei vescovi, a un venir meno del potere dei conti » : 150: «.... i 
« vescovi divennero signori in quelle città, dove il potere dei conti ora ve- 
« nuto meno ». 



UÀ BERENGARIO I AD ARDUINO 125 

Ora queste alterazioni e limitazioni il G. non vorrà certo con- 
testare. Come potrebbe altrimenti Egli intendere che il potere 
dei conti carolingi fosse a dirsi un medesimo con quello di 
molti conti al tempo di Ottone, quando questi vedevano ar- 
restati i loro diritti di fronte alle città, dove e distretto e 
teloneo e fin la stessa giustizia erano ai vescovi? 

Se il G. avesse meglio guardato — e già mi dolsi che non 
l'abbia fatto — ai miei ultimi paragrafi su l'acquisto e la misura 
della giustizia alle chiese nel secolo X [pp. 342-59], non 
avrebbe forse più negata, così facilmente, una tale « altera- 
zione di ordinamenti ». che non vuol dire del resto « muta- 
mento di istituzioni », come Egli è sembrato confondere 
[pp. 447-49]; e molto meno avrebbe parlato di travisamenti 
del passato « per intendimenti dell'ora che volge » (?), o di 
altre singolarità somiglianti [p. 442], di cui non ho saputo, e 
non voglio, rendermi conto. 

VII. — E vengo alle ultime osservazioni. 

Per i vicedomini il G. è convenuto nella mia opinione, op- 
portunamente chiarendo il valore di alcuni passi dei suoi la- 
vori, che davano luogo a incertezza. Soltanto ha fatto riserve 
per « l'identità originaria dei visdomini civili e dei visconti » 
[p. 460]. Credo che avrebbe forse più esattamente dovuto di- 
stinguere, tenendo presente quanto ebbi a scrivere, nel mio 
libro, alle pp. 338-39, specialmente in relazione agli studi del 
Sohm, del Sexx e del Sickel (1). Certo « l'originaria iden- 
tità », in forma assoluta, è da escludersi; né io penso che al- 
cuno inai l'abbia proposta. « Vicedominus » originariamente 
era definizione generale di un qualsiasi « advicem » di per- 
sona potenziore » (2); e a nessuno può essere venuto in mente 
che siffatti visdomini fossero, in genere, identici ,con i viceco- 



(1) Di Wilhklm 8icpc£L sopratutto. Il suo lavoro Der frankische Vice- 
comi t<i.t. 1907, mi è apparso, anche a nuovo esame, per altre ricerche, vera- 
mente decisivo : e ancora una volta sono grato all'A., che col donarne un 
esemplare alla Hildioteca di Camerino [l'edizione di soli cento esemplari 
è fuori commercio], mi ha dato mezzo di poterne usare con tutta l'am- 
piezza di cui mi era bisogno. 

c_'i Ad es. ne\Y Editto di Teodorico, e. 155: «.... si t'orsitan persona 
potentini-, aut eiuà procurator. voi vicedominus ipsius etc. ». [M. G. II. 
L'i/.. V. p. 168, lin. 14]. 



126 SILVIO FI VANO 

mites. La questione riguarda invece, e soltanto, i visdomini 
civili, nei luoghi in cui « dominus » era un « comes » ; e per 
tale fattispecie io mantengo l'avviso, su le orme del Sohm e 
del Sickel, e contro il Semi, che i « vicedomini » finissero 
con Tessere un medesimo con i « vicecomites ». 

Quanto alla questione delle origini comunali, non è certo 
possibile che io qui dovutamente ne parli. Essa trascende- 
rebbe di troppo i limiti di una risposta. Del resto, per quel 
che riguarda la riaffermata teoria del G. su l'origine signo- 
rile dei comuni [pp. 458-59], essa fu già ampiamente discussa, 
in questo medesimo Archivio fra il G. stesso e il Volpe (1); 
ne io posso certo avere presunzione di volermi, fra mezzo, as- 
sidere arbitro. 

Per mia parte mi sono strettamente limitato a conte- 
nere le mie conclusioni entro i confini dei risultati ottenuti, 
e quasi a tracciare, di preferenza, la via Verso ì Con) uni 
[donde il titolo del capitolo ultimo], meglio che non a pene- 
trare dentro le ragioni ultime del complesso fenomeno comu- 
nale. Le due espressioni di Adalboido e di Leone vescovo 
ho ricordate (2), non perchè esse suffragassero una determi- 
nata opinione o teoria, a prevalenza o ad esclusione di altra 
qualsiasi, ma perchè in esse, pur con diversa voce, erano 
« evidenti i segni di quella nuova vita, che già l'età ottomana 
aveva sentito agitarsi e fremere » [p. 359], e che d'ogni lato 
apparve prorompere, in Italia, dopo il mille. Solo dirò che. 
quando si legge in Leone vescovo che Olderico Manfredi, oc- 
cupata Ivrea, si fece giurare « communiter » fede dai citta- 
dini, è singolare che il G. non voglia riconoscere tutta l'im- 
portanza dell' espressione, e negare che essa « abbia a che 
fare con il comune nel senso storico e giuridico della pa- 



li) Volpk, Una nuova teoria sulle origini del comune, in questo Ar- 
chivio, a. 1904, pp. 870-391. — La risposta del Gabotto. Intorno alle vere 
origini comunali, nel voi. successivo, a. 1905, pp. 65-81. 

(2) Adalboldi, Vita Heinrici Imp.. e. 41, nei M. G. //., Scriptores, 
IV, p. 693. lin. 48-5<> : «.... dettate* ad quas rex nondum venerai, obsides 
altro transmittuat, fidemque datam per sacramenia promittuat » ; Leonb 
rescovo, in Bloch, Beitràge z. Gesch. ci. Bischofs Leo voti Vendi i 
[Neues Archiv, XXII], p. 17 : Olderico Manfredi « pervasi! Iporeiam et 
communiter ciré* sibì tarare fedi ». 



DA BERENGARIO I AI» ARDUINO 127 

rola » |p. 459]. Forse, con il « comune ». quale il G. insi- 
sti' ad intendere, esclusivamente studiato « nelle famiglie 
procuratorie ed esattoriali » [stessa p. 459], può darsi che 
l'espressione non abbia a che tare; ma quando invece il G. 
parla di « comune » nel « senso storico e giuridico della pa- 
rola ». consenta che Gli dica che è ben altro il discorso. 
Storicamente e giuridicamente, ditatti, il « comune » non può 
ridursi, su la sua traccia, alla semplice ramificazione di una 
o due famiglie, per ogni singolo luogo, compagna con il conse- 
guimento dell'ereditarietà degli uffici : esso va invece riguar- 
dato a ben più vasto orizzonte, in tutto quel moto largo e 
molteplice, die lo ebbe a produrre, e che io ho cercato de- 
scrivere [particolarmente alle pp. 360-67], animantesi di quel 
fondamentale principio di autonomia, che il Soun ha giusta- 
mente segnato come essenzialissimo a caratterizzare quell'età, 
che « non sotto l'aspetto accentratore dello Stato antico o nio- 
« derno, né sotto le forme rigide, ma semplici, dello Stato 
« barbarico o feudale » doveva presentarsi, ma poggiare tutta 
sopra « un doppio elemento costitutivo, l'uno espresso nel- 
l'idea della libertà e della spontaneità di formazione e svi- 
luppo; l'altro rappresentato da un principio di concessione 
« e di limite, derivante da un'autorità superiore » (1). Questo, 
del Solmi, è linguaggio giuridico, ed è insieme definizione 
storica del « comune »; e il G., tenendone presenti le linee, 
da me riprodotte [p. 365], avrebbe di subito anche compresa 
tutta l'importanza dei cives d'Ivrea giuranti «communiter» 
fede a Oklerico Manfredi, non certo arrestandosi alla consi- 
derazione dell'uso che Leone in tal modo faceva della voce 
« communiter », che nessuno mai, nei primi del mille, ha po- 
tuto riguardare usata come tecnica, o con riferimento qual- 
siasi con il « commune », non per anche formato: ma studiando 
invece la particolare posizione di quei cives, i quali intanto 
piegavano al vincitore, in quanto, tutti insieme, glie ne da- 
vano con giuramento la fede. 



Il) Soi. mi. Sfurio del diritta italiano, Milano. L908, [)\). 425-26. Lo 
stesso concetto di « autonomia » già nel Tamassia. Chiesa e "Popolo^ Note 
per hi storni dell'Italia preeomunale, in Arch. (ìiiirid., voi. LXVI. 1901, 
1). 301. 



128 SILVIO PIVANO, DA BERENGARIO I AD ARDUINO 

Di più ho detto nel mio libro, né qui posso ripetermi. E 
nemmeno posso, mentre pure vorrei, allargare l'indagine a 
molti altri punti. Perciò mi arresto al compito ultimo, che 
è anche il più lieto, di ancora ringraziare l'egregio Mae- 
stro, di avermi dato mezzo di meglio chiarire quelle parti del 
mio lavoro, che potevano far luogo a incertezza, e di rendere 
insieme, in più precisa forma, intorno ad esse, il mio pensiero. 

Il G. si è compiaciuto anche di ricordare il suo primo 
avviarmi a questi studi, ora sono dieci anni; ed io ho legato nel- 
l'animo quel ricordo con il sentimento della gratitudine più ri- 
spettosa e sincera. Se non mi sono tenuto al solco, Egli non 
deve dolersene. Io penso che Egli abbia inteso formare uno stu- 
dioso, più che un seguace; e se studioso vuol dire amante 
di queste nostre discipline, non credo, per l'indipendenza 
della discussione e del consiglio, di avere disertata la via. 

Camerino. Silvio Pivàno. 



Aneddoti e Varietà 



Sulla cronologia 
di alcune novelle di Franco Sacchetti, 



Era opinione comunemente accolta che Franco Sacchetti co- 
minciasse il suo libro di novelle nel 1392 nella potesteria di San 
Miniato; ed accettando, come gli altri, questa data, tre anni fa io 
fermai la mia attenzione sul modo con cui l'arguto fiorentino aveva 
messo insieme la sua raccolta (1). L'argomento non era nuovo; ma 
non era stato svolto largamente da nessuno ; si era affermato, senza 
sufficiente dimostrazione, che il Sacchetti dopo scritte le novelle 
doveva aver dato ad esse un ordinamento diverso dal cronologico 
e aver aggiunto intanto i preamboli e le conclusioni morali. Io 
m' indugiai a esporre le difficoltà che vedevo per ammettere questa 
aggiunta delle parti accessorie, e quindi conclusi che, se i miei dubbi 
in proposito erano giusti, ne veniva di conseguenza non solo che 
le novelle fossero uscite dalla penna del Sacchetti in quella forma 
che hanno ora, ma che non ci fosse stato nemmeno un riordina- 
mento. Rivolgendomi in fine del mio articolo all'amico Morpurgo, 
che sapevo di parere contrario, lo invitavo a dirmi se avessi bat- 
tuto una falsa strada, con la speranza che s'inducesse a mettere 
finalmente alla luce qualche cosa su un argomento che ha studiato 
da par suo lungamente ; ma invece del Morpurgo ha risposto il prof. 
Letterio Di Francia nel Giornale storico della letteratura italiana (2). 



(i) Su la composizione e V ordinamento delle novelle di Franco Sac- 
chetti, nella Rassegna Nazionale del 16 aprileitjoó. 

(2) Voi. LI, 1908, p. 216 (Per una questioncella sacchettiana). Il Di 
Francia è autore di un volume intitolato Franco Sacchetti novelliere, Pisa, 
1902, che occorrerà citare. 

Arch. Stor. It., 5." Serio. — XLITI. 9 



130 GUGLIELMO VOLPI 

I miei ragionamenti presupponevano come sicura la cronologia 
dell'opera sacchettiana, quale era stata determinata e stabilita dal 
Gaspary e aal Di Francia stesso ; quand' ecco che un amico del 
Di Francia gli addita quel che si può dire un fatto nuovo rispetto 
alla cronologia predetta, per cui le conclusioni già accettate an- 
deranno un po' modificate, e l'ipotesi mia, in quella forma in cui 
l'espressi, non si può più reggere. Antonio Pucci, ricordato come 
vivente nella nov. 175, morì nell'ottobre del 1388 (ecco il fatto 
mwvo)\ e perciò la novella 175 è anteriore a questa data (1); ma 
poiché non poche novelle precedenti sono posteriori al 1388, ne 
viene che l' ordine cronologico non è osservato, contrariamente 
a quanto io avevo supposto. Il Di Francia muove dall' indica- 
zione favoritagli amichevolmente per darmi l'assalto, e intorno a 
questo principale argomento aggruppa anche un fascetto di no- 
tizie cronologiche relative alle novelle, con le quali parrebbe che 
si volesse raggiunger meglio lo scopo di confutarmi. Ora, mentre 
si aspetta il documento della morire di Antonio Pucci, è bene pren- 
dere in esame queste notizie; perchè ridurre le questioni più sem- 
plici che sia possibile e spazzare il terreno dagP ingombri è sempre 
utile per il raggiungimento della verità, e anche perchè il deter- 
minare la data delle novelle del Sacchetti è di per sé cosa di una 
certa importanza. 

II Di Francia prende in considerazione l'ipotesi, non nuova, 
ma che altri potrebbe rinnovare, che il principio del libro di 
Franco s'abbia a porre nel 1386, al tempo della potesteria di Bib- 
biena; ipotesi, la quale permetterebbe di collocare la nov. 175 tra 
questa data e la morte del Pucci (1388) e lascerebbe in piedi 
qualche parte delle mie congetture; ma poi l'esclude, perchè, secondo 
lui, « 12 novelle fra le prime 76, 26 fra 174 e 36 in tutta la rac- 
colta sarebbero quasi sicuramente posteriori al 1386 e 1388 » (2). 



(1) Avrei da fare qualche riserva circa l' importanza di questa sco- 
perta in rapporto alle novelle del Sacchetti ; ma sperando che il sig. Laz- 
zeri, autore di essa scoperta, pubblichi presto il resultato dei suoi studi sul 
Pucci, rimetto ad altra volta le mie osservazioni. 

(2) Invece di 26 fra 174 doveva dire 24 fra 174. L'espressione poste- 
riori al 13S6 e 1388 non è felice, perchè parrebbe che non fosse di per sé 
evidente che un fatto posteriore al 1388 è per forza posteriore al 1386. Forse 
l'autore voleva dire che alcune novelle sono posteriori al 1386 e altre al 1388. 



CRONOLOGIA DI ALCUNE NOVELLE DI FRANCO SACCHETTI 131 

A siffatta conclusione egli arriva dopo aver ragionato assai sbri- 
gativamente, in una specie d' elenco, di alcune novelle che più 
si prestavano al caso; e su questa parte voglio ora indugiarmi 
un p 

Prima di tutto il Di Francia mette in questo gruppo « tutte 
le novelle riguardanti Bernabò Visconti », che egli dice « ricordato 
come morto da un pezzo », (cioè le nov. 59, 74, 82, 152, 188), 
citando come soli argomenti del suo giudizio la data della morte 
di Bernabò (dicembre 1385) e questa frase della nov. 4 : « Questo 

ire ne suoi tempi fu molto ridottato ». Intanto giova osservare 
che nelle altre cinque novelle, nelle quali entra il bizzarro ti- 
ranno lombardo, non vi è nessuna espressione che ci faccia sup- 
porre esser egli morto, e tanto meno morto da un pezzo, quando 
il Sacchetti scriveva. Anzi in una, nella 59, non si nomina affatto 
Bernabò, ma si parla indeterminatamente di un « signore mila- 
nese » e in un'altra, nella 74, si dice cosa del tutto contraria alla 
tesi del Di Francia: « Egli è poco tempo che, essendo messer Bel- 
trando degli iUidosi signore d'Imola, mandò un notaio per amba- 
sciadore a messer Bernabò signore di Melano ». La nov. 188 rac- 
conta di un gentiluomo milanese, « il quale ne' tempi che regnava 
messer Bernabò.... si pensò di logorarsi il suo », e perciò apparisce 
scritta, quando Bernabò non regnava più ; ma se non regnava, ciò 
non vuol dire ch'egli fosse morto. Si sa che nel maggio del 1385 fu 
spodestato e imprigionato dal nipote Gian Galeazzo; per cui il 
termmus a quo della detta novella è proprio questa data. Né di- 
versamente si può stabilire per la nov. 4, che sola ha dato al Di 
Francia un indizio (« ne 3 suoi tempi fu ridottato »), perchè la frase 
usata dal Sacchetti non significa già necessariamente che Bernabò 
fosse morto. Così, per esempio, di una donna vecchia vivente posso 
ben dire: ai suoi tempi fu molto ammirata, per intendere: quando 
era nel fiore della gioventù e della bellezza. Anche il Sacchetti 
può aver voluto dire: quando Bernabò era potente. E l'espressione 
in tal caso sarebbe più precisa, perchè, quando languiva in pri- 
gione, Bernabò era vivo; ma non si può dire che fosse ridottato; 
anzi diventò agli occhi dei contemporanei (e i poeti ce ne fan 
fede) un solenne esempio delle ingiurie della fortuna e un am- 
maestramento terribile ai potenti della terra. Dunque, a voler es- 
sere prudenti, non v'è ragione per collocare nessuna delle cinque 
novelle di Bernabò dopo il 1388 e nemmeno dopo il 1386. Le 



132 GUGLIELMO VOLPI 

nov. 4 e 188 sono posteriori al maggio del 1385 e delle altre 
tre non si può dir niente. 

Dopo il Visconti ecco Rodolfo da Camerino con otto novelle 
(7> 38, 39> 4°> 4 X > 9°> io 4> 182). H Di Francia lo crede morto 
« poco prima del 1392 » e cita un passo della nov. 41, che dice: 
« e' fu filosofo naturale »; onde se ne inferisce che era morto, 
quando il Sacchetti scriveva ; ma, al solito, il Di Francia estende 
il valore di questo argomento anche alle altre sette novelle. Di 
dove egli abbia tratto la notizia relativa alla morte di Rodolfo 
nell'articolo in questione non si dice; ma dal suo libro sul Sac- 
chetti si ricava che è una sua congettura (1). Di congetture non 
c'è bisogno, perchè Rodolfo morì nel novembre del 1384 in To- 
lentino (2) e la nov. 41 potrebbe essere stata scritta nel 1385. 
Le nov. 38, 39 e 40 per chi crede che i preamboli nascessero 
insieme coi racconti si rivelano dettate contemporaneamente alla 
nov. 41 o poco prima, e la nov. 90 dopo di essa. Ma chi non 
ammette questa comunanza di origine non può dire né di queste, 
né delle altre, eccettuata la 41, se furono scritte in vita o in morte 
del protagonista. Dunque il più che si può sapere è che cinque 
delle novelle di Rodolfo da Camerino hanno come terminus a 
quo il 1384. 

Il Di Francia ricorda nel suo elenco sette novelle che per un 
verso o per un altro ci riportano all'anno 1381 (53, 70, 124, 130, 
I 33> : 39 e 1 94) j ma perchè si abbiano a ritenere «quasi sicura- 
mente posteriori al 1386 e 1388 » non si dice e nemmeno s'in- 
dovina (3). Oltre di che sarebbe da notare, quanto alle nov. 139 
e 194, che è dubbio se il documento del 138 1, ove si nomina 



(1) Franco Sacchetti novelliere, p, 123. 

(2) LlTTA, Fain. Varano, tav. II ; Cronache della Città di Fermo 
(voi. IV dei Documenti di Storia italiana pubblic. a cura della r. Deputa*. 
sugli studi di Storia patria per le prov. di Toscana, dell'Umbria e delle 
Marche), p. 13. 

(3) Di Berto Folchi, che comparisce nelle nov. 53 e 130, il Di Francia, 
che ha trovato il suo nome in un documento del 1° febbraio 138 1 [Delizie 
degli eruditi toscani, XVI, 138^, dice che e certamente morì dopo di quel- 
l'anno ». Ma di dove si trae questa certezza? Piuttosto è da riflettere che 
il 1381 dovrà diventare 1382, se, come credo, il documento è secondo lo 
stile fiorentino. 



CRONOLOGIA DI ALCUNE NOVELLE DI FRANCO SACCHETTI 133 

Matteo degli Albizzi, sia da riferirsi al personaggio di questo nome 
ili cui il Sacchetti racconta le strane piacevolezze (i). 

Così, se nella nov. 65 si ricorda come passata la signoria di 
Lodovico Gonzaga, morto nel 1382, che altro ne potremo dedurre 
se non che l'autore scriveva dopo questa morte? Un simile ragio- 
namento si dovrà fare per la nov. 213, che narra un'avventura del 

1382. E la nov. 177. che fu narrata al Sacchetti a Portovenere nel 

1383, è semplicemente posteriore a quest'anno. E se nella nov. 137 si 
legge : « egli non è gran tempo che io scrittore essendo de' priori ec. », 
quella frase non è gran tempo invece di allontanarcene ci spinge 
verso il 1384, data del priorato di Franco. A quest'anno ci riporta 
anche la nov. 204. 

La nov. 166 apparisce scritta, mentr'era in vita il suo prota- 
gonista, Alessandro di Ser Lamberto. Il Di Francia osserva che 
questo Alessandro «morì almeno nel 1395 »; ma la notizia non 
serve che a stabilire il terminus ad quem, e quindi non sappiamo 
se la novella fu stesa prima o dopo gli anni 1386 e 1388. 

Il Di Francia, dopo aver ricorso alla cronologia per confu- 
tare l' ipotesi che le novelle ci sian pervenute in queir ordine in 
cui furono scritte, cerca anche di dimostrare con ragionamenti che 
i proemietti e le moralità doverono essere composte posteriormente 
ai racconti. Ora non s'accorge di contradire a se stesso nel caso 
della nov. 181 e della nov. 193. Nella prima, dopo aver narrato 
l'arguta risposta data a due frati da Giovanni Aguto, il Sacchetti 
comincia così le sue considerazioni morali : « E per certo e' fu 
quell'uomo che più durò in arme in Italia che altro durasse mai, 
che durò anni sessanta ». Onde si vede che, quando il Sacchetti 
scriveva queste parole, il celebre condottiero era già morto, e 
quindi, essendo avvenuta la sua morte nel marzo del 1394, chi 
ammette l'unità di composizione potrà dire che la nov. 181 è po- 
steriore a questa data ; ma chi crede, come il Di Francia, che le 
riflessioni finali siano state aggiunte dopo deve necessariamente 
concludere che della novella in parola non si sa se fu scritta prima 



Si veda l'opuscolo intitolato Rime di Ser Matteo di Landozzo degli 
Albizzi a cura di T\ Papa, Firenze, 1895. Già quando feci la recensione 
del voi. cit. su Franco Sacchetti del Di Francia (Rass. bibiiogr. d. letter. 
Hai.. XI, 91) indicai quest'opuscolo; ma inutilmente, a quanto pare. 



134 (tUitLielmo volpi 

o dopo il marzo del 1394. E non solo il Di Francia la mette nel- 
l'elenco già ricordato ; ma ne tocca anche separatamente la dove 
parla del gruppo delle nov. 175-183, e dice così: « almeno tre 
novelle.... sembrano posteriori alla loro compagna scritta avanti al 
1388, anzi la i8i a le è posteriore sicuramente e di molto, perchè 
ricorda come trascorsa da un pezzo la morte del condottiere Gio- 
vanni Acuto, avvenuta nel 1394 ». Né io mi dorrò di questa con- 
tradizione. 

Un'osservazione simile si deve fare per la nov. 193, dove si 
narra una specie di battibecco avvenuto tra Valore de' Buondel- 
monti e Piero degli Albizzi, a proposito della fortuna che quest'ul- 
timo aveva avuto fino ad allora favorevole. Che tentazione forte 
era questa della rota della fortuna per un moralista come Franco! 
Il quale infatti non tralascia di fare una delle solite filastrocche 
di uomini felici e potenti caduti in basso stato o uccisi a tradi- 
mento. Così ha occasione di ricordare la morte di Pietro Gamba- 
corti, signore di Pisa, avvenuta il 21 ottobre (non il 12, come dice 
il Di Francia) del 1392. La moralità dunque, non il racconto, do 
vrebb'esbere per il Di Francia posteriore a questa data; ma egli, come 
già nell'altra novella, si dimentica del principio da lui propugnato. 

Ed ora eccoci alla nov. 34, che deliberatamente ho lasciata 
in fine. Essa appartiene a quel gruppo costituito dalle prime 76, 
o, se si vuole, JJ novelle, che alcuni, compresi il Di Francia e me. 
credevano composte nella potesteria di S. Miniato. Il Di Francia 
si è specialmente servito di questa novella per respingere l'ipotesi 
che il gruppo a cui appartiene fosse composto nella potesteria di 
Bibbiena, perchè essa appunto ci trasporta qualche tempo dopo il 
1390. Dice l'autore: «....essendo il cardinale del Fiesco per la 
« Chiesa in Todi ed avendo condotti soldati, fu tra questi uno che 
« avea nome Ferrantino degli Argenti da Spuleto, il quale io scrit- 
« tore e molti altri vidoìio esecutore di Firenze nel ijgo circa >>. Questo 
Ferrantino è certamente la stessa persona che quel Ferrantinus Mos- 
sali sive Mossoli de comitibus de Campello de Spoleto, stato esecutore in 
Firenze nel 1389 per sei mesi, a cominciare dal i° di aprile, secondo 
che si ricava dalla nota degli esecutori di Giustizia compilata da 
Carlo Strozzi (1). Resta poi confermata la verità dell'espressione del 



(1) Arch. DI Stato DI Firenze, Carte Strozzi Uguccion/, n. 4 1)is . a 
p. 90. La nomina di Ferrantino a esecutore dette luogo a questioni e a 



CRONOLOGIA DI ALCUNE NOVELLE DI FRANCO SACCHETTI 135 

Sacchetti (nel 13Q0 circa), della cui esattezza qualcuno aveva dubi- 
tato (i), perchè ho cercato inutilmente per una lunga serie di anni 
un altro esecutore che corrisponda alle indicazioni del Sacchetti. Par- 
rebbe dunque che la novella fosse stata scritta dopo il 1389, e anche 
non poco tempo dopo, se il Sacchetti con le parole 1390 circa 
mostrava di non ricordarsi bene se fosse il 1390 o uno degli anni 
vicini. Però il Morpurgo e il Di Francia, che ammettono tante 
appiccicature e rappezzature nell'opera del Sacchetti, credo che 
potrebbero menarne buona una anche a me. La notizia che Fer- 
rantino fu a Firenze esecutore di giustizia è data in una propo- 
sizione relativa che interrompe il racconto : chi sa che questa non sia 
una nota marginale, aggiunta dopo compiuto il libro ed entrata, 
nelle copie, a far corpo nel testo! Si legga il principio della no- 
vella, saltando il passo scritto in corsivo, e si vedrà che il senso 
corre benissimo : 

Altro ^istigamento diede Ferrantino degli Argenti da Spuleto a uno 
calonaco di Todi ; perocché, essendo il cardinale del Fiesco per la Chiesa 
in Todi, ed avendo condotti soldati, fu tra questi uno che aveva nome Fer- 
rantino degli Argenti da Spuleto [il quale io scrittore e molti altri ridono 
esecutore di Firenze nel 1390 o circa, per tal segnale che cavalcava uno ca- 
vallo con un paio di posole di sì smisurata forma, che le loro coregge erano 
molto bene un quarto di braccio larghe^. Essendo stato tolto un castello nel 
Todino da uno gentiluomo di Todi, convenne che tutti li soldati vi ca- 
valcammo, fra' quali fu questo Ferrantino ; e fatto intorno al castello quel 
danno che poterono sanza riaverlo, tornandosi verso Todi, venne grandissima 
piova, di che tutti si bagnarono, e fra gli altri si bagnò Ferrantino più che 
nessuno, perchè li suoi panni pareano di sadirlanda, tanto erano rasi. 



diverse lettere della repubblica fiorentina. Ved. G. Degli Azzi Vitelleschi, 
Le relazioni tra la repubblica di Firenze e V Umbria nel secolo XIV ec, 
voi. I, Perugia, 1904, pp. 189 e 190. Ferrantino è ricordato anche da 
A. SANTI (Storia del comune di Spoleto dal sec. XII al XVII, parte I, 
p. 264; e da P. Campello della Spina (Il castello di Campetto , p. 93), 
anzi quest'ultimo scrittore dice, non so perchè, che egli fu esecutore a Fi- 
renze nel 1391. Un parente di Ferrantino, Paolo Campello, era stato po- 
testà a Firenze nel 1366 e un altro, Senzo Campello, v'era stato capitano 
del popolo nel 1388. Ved. Degli Azzi, op. cit., pp. 113 e 184. 

(l) Il Bottari, nella sua edizione delle novelle del Sacchetti, aveva 
supposto che fosse da leggere 1340 anziché 1390. 



136 GUGLIELMO VOLPI, CRONOLOGIA EC. 

Certo l'idea che Ferrantino stesso, quando fu esecutore in Fi- 
renze, raccontasse le sue prodezze, è piuttosto seducente ; ma si 
badi che il Sacchetti dice : « vidono esecutore », dove il verbo ve- 
dere male può torcersi al senso di conoscere personalmente, e l'au- 
tore si mostra occupato dal pensiero di far notare un curioso par- 
ticolare per cui si distingueva la bardatura del cavallo del suo 
personaggio (i). 

Così, concludendo, le 36 novelle « quasi sicuramente posteriori 
al 138Ó e 1388 » si riducono a ó sole. Di nuovo e d'importante 
nello scritto del Di Francia non resta, rispetto alla cronologia delle 
novelle sacchettiane, che 1' annunzio della scoperta fatta dal sig. 
Ghino Lazzeri, secondo la quale Antonio Pucci sarebbe morto nel- 
l'ottobre del 1388. Questa e' impedisce di ammettere un ordine 
cronologico rigoroso, almeno in una parte del libro del Sacchetti. 
Ma il desiderio di Antonio Pucci di esser fatto argomento di 
novella fa supporre che il suo amico Franco avesse già composto 
e lasciato leggere almeno ad alcuni dei suoi conoscenti un certo 
numero di racconti. Potrebbe darsi che questo primo nucleo com- 
prendesse le prime 76 novelle, che non vi è ragione seria per non 
ritenere tutte composte in una delle potesterie di Franco, forse in 
quella di Bibbiena (2). In seguito poi si sarebbero aggiunti altri 
gruppi ; ma di ciò basti 1' avervi accennato. 

Firenze. Guglielmo Volpi. 



(1) Il Di Fr. non ricorda in questo articolo la nov. 157, dove figura 
Francesco da Casale signore di Cortona, della quale discorre nel suo vo- 
lume cit. a pag. 89. Egli non conosce altro personaggio di questo nome che 
uno salito al potere nel 1400 e naturalmente non si attenta a vedere in lui 
quello di cui racconta l'aneddoto il Sacchetti, perchè il 1400 sarebbe una 
data troppo tarda. Si deve piuttosto riconoscere nel personaggio del Sacchetti 
Francesco di Bartolommeo da Casale, proclamato signore di Cortona il 14 
luglio 1364 e morto nell'agosto del 1375 (v. Litta, Fam. Casali di Cortona, 
tav. II e MANCINI, Cortona nel Medio Evo, pp. 218 e 221). La nov. 154 
si rivela scritta dopo la morte del detto Francesco. 

(2) Dico forse, perchè chi finalmente ricomporrà la vita di Franco 
Sacchetti, attingendo anche a' documenti d'archivio, potrebbe trovare qualche 
altra potesteria, tenuta da Franco prima di quella di Bibbiena e da prendere 
in considerazione riguardo alle novelle. 



FERDINANDO RE DI NAPOLI E BATTISTA PANDOLFINI 137 

Ferdinando Re di Napoli 
e Battista Pandolfini di Firenze. 

Mi venne dato in questi ultimi giorni di trovare presso un lega- 
tore di libri di Firenze un documento originale del Re Ferdinando 
d'Aragona di Napoli in data del 20 Settembre 1481, munito della 
firma autografa e relativo sigillo. Esso riguarda non solo Napoli, ma 
anche Firenze, mostrando le amichevoli relazioni tra il suddetto So- 
vrano e il mercante danaroso Battista Pandolfini di Firenze, finora 
ignorate. Avendo potuto trarne copia, mi pare utile di darlo alla 
luce, premettendovi brevi cenni biografici intorno al protagonista. 

Battista Pandolfini nacque di Pandolfo e di Costanza 
Guicciardini, il 15 Maggio 1454. Datosi al commercio, avendo pro- 
pizia la sorte, passò la sua gioventù in Napoli, dove seppe catti- 
varsi l'amicizia (per quanto si può permettere ad un privato) di 
Re Ferdinando, e di tutti gli Aragonesi, dai quali giunse a otte- 
nere molti benefìzi per se e per i suoi fratelli e nipoti. 

Tornato in patria nel 1490, fu mandato nel 1491 ambascia- 
tore a Ferrara, per assistere alle nozze del duca Don Alfonso. 

Nel 1492 fu uno degli Otto, e nell'anno seguente uno dei 
pochi che Pietro dei Medici fece scegliere tra i più benevoli della 
sua Casa, affinchè dei loro nomi soltanto fossero riempite le borse 
dalle quali dovea trarsi il Gonfaloniere di Giustizia. In quello stesso 
anno fece pure parte della Magistratura dei 12 Buonomini, e nel 1494, 
essendo stato Pietro dei Medici cacciato di città, Battista Pandolfini 
rimase alcun tempo escluso dalle pubbliche cariche, per essere uno 
dei cittadini troppo notoriamente affezionato ai Medici. 

Tuttavia, nel 1497 lo troviamo nominato Priore, e nel 1499 
console della Zecca, quindi Commissario di guerra a Buti contro 
i Pisani. Morì il 25 Maggio 15.1i- 

Il suo nome trovasi meritamente legato alla Badia fiorentina 
dei Benedettini, per avervi costruita l'artistica porta maggiore della 
Chiesa, e l'atrio maestoso che ad essa conduce, e più ancora la 
bellissima Cappella dedicata a Santo Stefano, opera di Benedetto 
da Rovezzano (1). 

La Badia fiorentina annovera pure tra i suoi figli illustri per san- 
tità e dottrina due fratelli Pandolfini figli di Agnolo, cioè Pigello e Ber- 



138 D. AMBROGIO M. AMELLI 

Ampliò pure, per opera del medesimo architetto, la villa dei 
suoi antenati presso il castello di Signa, e la rese degna di ospi- 
tare Re Carlo Vili di Francia nel 1496. 

Ecco dunque la trascrizione del documento : 

Xos Ferdinandus Dei gratia Rex Siciliae Hierusalem etc. cimi, die de- 
cimonono mensis tannarti proxime elapsi, Baptista Pandolfini mercator flo- 
rentinus nobis mutuo tradidisset ducatos triginta octo mille, et ut sibi sa- 
tisfaceremus de dieta sumrna nonnnllas consignationes sibi fecissemus : prò 
eius tamen securitate et cautela nonnulla pignora ei consignare et tradì ius- 
simus cura nonnullis pactis et condictionibus, in quodam nostro alberrano 
eodem die expedito, expressis et declaratis. Et cuna idem Baptista nobis 
mutuo tradiderit vicesimo quinto iunii proxime elapsi ducatos duos mille, et 
tricesimo iulii proxime elapsi ducatos ducentos, et primo eiusdem mensis 
iulii ducatos mille quingentos, et decimoseptimo praesentis mensis septembris, 
et quintodecimo ejusdem ducatos decem mille,, et vigesimo sexto ejusdem 
mensis septembris ducatos quinque mille, et prò priso panno ?) diversorum 
pannorum de (priso?) quos nobis consignaturus est per totum mensem decem- 
bris, primo fatemur nos eidem debitores sumus in ducatis quinque millibus, 
de quibus quidem partitabus nonnnllas sibi consignationes fecimus. Et volentes 
eumdem Baptistam cautiorem reddere, tenore praesentis nostri albarrani, de- 
claramus, decernimus, et iubemus (quod. prò) idem Baptista pignora ipsa iam 
sibi assignata, et in eius posse sustenua (sic) tenere possit et valeat prò se- 
curitate pecuniarum omnium praedictarum sibi per nos debitarum donec et 
quamdiu iam de dictis ducatis triginta octo millibus quod de aliis partiratibus 
superbis declaratis eidem debitis sibi fuerit plenarie satisfactum | nec pi- 



nardo. Il primo col nome di Clemente professò il dì 8 Dicembre 1506. Visse 
vita austerissima e morì in concetto di santità a Venezia nel Monastero di 
S. Giorgio nel 1556, avendo per umiltà ricusato il Vescovado di Troja, of- 
fertogli dallo zio Giannozzo. Prima di entrare in religione scrisse un'operetta 
intitolata il Fioramoue, che trovasi manoscritto nella Biblioteca Palatina oggi 
Nazionale. 

Il secondo professò il dì 8 Ottobre 15 14 chiamandosi Mauro. Dotato 
di straordinaria pietà e umiltà, rinunziò egli pure al Vescovado di Troja, 
dal medesimo suo zio offertogli. Fu dotto espositore della S. Scrittura 
avendo scritto un'opera intitolata : L' Armonìa dei quattro sensi della S. Scrit- 
tura, divisa in 4 libri, che trovasi tra i libri mss. di Badia. Parimente 
scrisse ben quattro volumi di Sermoni, che si conservano pure manoscritti tra 
i Codici della Biblioteca Alessandrina a Roma. Morì nel Monastero di Bug- 
iano in odore di santità il 2 Aprile 1574. 



FERDINANDO RE DI NAPOLI E BATTISTA PANDOLFINI 139 

gnora ipsa in totura vel in partem restituere teneatur aut debeat, nisi prius 
satisfacto sibi integre de omnibus partitatibus antedictis: quae pignora tenere 
habeat et de ipsis disponere et facere cum illis condictionibus facultatibus 
et auctoritatibus, in iamdicto albarano expressatis et declaratis. In cuius 
rei fidem praesens albaranum fieri iussimus nostris sigillo et subscriptione 
propriae manus munitimi. Datum intra terra nostra Foggiae die XXVI mensis 
septembris MCCCCLXXX primo. 

1. sigilli 
p. guilou. Rex Ferdinandus. 

f. a secret, et f. 

>^ in albaranorum pecuniarum m° kjn 

Come ben si vede, Ferdinando d'Aragona dichiara in questo 
albarano d'aver ricevuto dal mercante fiorentino Battista Pandol- 
fini, in data del 19 Gennaio 148 1, la somma di ducati 38,000 e 
d'avergli rilasciato a sua garanzia alcuni pegni secondo patti e 
condizioni espresse in apposito albarano con la data suddetta. Enu- 
mera poi altre somme ricevute dal medesimo in quell'anno, cioè: 

ducati 2000 il 25 Giugno 

» 1500 il 30 Luglio 

» 10000 il 15 Settembre 

» 5000 il 2Ó Settembre 



e il valore di 5000 in panno da consegnarsi a tutto dicembre. In- 
fine l'autorizza a ritenere i pegni di cauzione rilasciatigli fino al 
pieno saldo del prestito fattogli, con facoltà al medesimo di po- 
terne disporre secondo le condizioni pattuite nel predetto albarano. 

In fede di che si sottoscrive di mano propria Re Ferdinando, 
apponendovi il suo sigillo. Il documento è datato da Foggia e 
controfirmato da P. Guilou segretario. 

Ora poi chi fosse vago di sapere, o almeno di congetturare, 
quale potesse essere la ragione di questo prestito, di leggieri 
la troverebbe nei grandi preparativi che in quell' anno appunto 
(1481) si facevano da Re Ferdinando di Napoli unitamente a 
Papa Sisto V, per togliere dalle mani dei Turchi l'infelice ma 
gloriosa Otranto, che vanta i suoi eroici martiri della religione 
e della patria. 



140 D. AMBROGIO M. ANELLI, FERDINANDO RE DI NAPOLI EC. 

E pur degno di speciale riflessione il notabile cambiamenti) 
delle antiche famiglie fiorentine già dedite al traffico commerciale 
e all'industria, ed oggidì generalmente piuttosto aliene. 

Ad ogni modo il documento che qui presentiamo ci sembra 
una nuova conferma della stretta relazione di questo insigne e be- 
nemerito patrizio fiorentino, di cui precipuamente si onora la Badia 
fiorentina co' suoi pochi superstiti benedettini. 

Firenze. D. Ambrogio M. Amklli O.S.B. 



La censura sulla stampa e una questione giurisdizio- 
nale fra Stato e Chiesa in Firenze alla fine del 
secolo XVI. 

Nel primo secolo dalla sua invenzione, forse perchè fu più 
facile intenderne i benefici che prevederne gli abusi, la stampa 
trovò nei principi e nella Chiesa protettori efficaci. 

In generale gli stampatori videro assicurata, con speciali pri- 
vilegi, l'opera loro dalla concorrenza cittadina e forestiera, e ri- 
conosciuto il diritto di proprietà perfino nella forma dei caratteri 
che dovevano servire all' impressione. 

Tutto ciò contribuì, ad un tempo, all' incremento della nuova 
arte e alla rapida diffusione di idee e di dottrine che prepararono 
il terreno al grande movimento religioso del secolo XVI. Però la 
Chiesa previde il pericolo e, usando di quella forza che allora il 
principio di sudditanza dello Stato le consentiva, cominciò ad eser- 
citare una censura mite e limitata dapprima, ma tanto più grave di 
minacce spirituali e temporali di poi, quanto più la nube della ri- 
forma protestante si faceva tempestosa ed oscura. E nel giugno 1501 
Alessandro VI ordinava che non si stampassero libri senza l'appro- 
vazione dell'Ordinario; nel maggio 15 15, forse perchè il desiderio del 
predecessore era rimasto inascoltato, Leone X emanava, annuente il 
concilio Lateranense, una bolla che minacciava la scomunica a a >- 
loro che si fossero sottratti all'osservanza di tale disposizione (1). 



(1) « . . . . per episcopum vel alium habentem peritiam scientiae libri seu 
scripturae huiusmodi imprimendae ab eodem episcopo ad id deputandum, ac 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DEL SEC. NYI 141 

Lo Stato, in questa prima fase, continua quasi sempre a spie- 
gare la sua azione protettrice e abbandona in favore della Chiesa, 
come quella che per allora più direttamente era colpita, la facoltà 
di reprimere gli abusi della stampa. Una prima eccezione, in ordine 
di tempo (i), si ha in Firenze, dove, con deliberazione del ó set- 
tembre 1507, i priori e i gonfalonieri ordinano che qualunque 
scriptor seu stampato?' literarnm in forma non possa in nessun modo 
scribere sai stampare in forma cosa alcuna senza licenza di Mar- 
cello Adriani, primo cancelliere dei Signori, sotto pena di fiorini 
25 larghi d'oro in oro, di dieci tratti di fune e della relegazione 
per 5 anni nelle carceri delle Stinche per ciascuna volta che man- 
chi (2). Da quale fatto questo provvedimento fu consigliato si 
ignora; certo esso costituisce per noi uno dei più antichi esempi, 
se non pure il primo, di un diretto intervento dello Stato in sif- 
fatte questioni. 



inquisitorem haereticae pravitatis civitatis sive dioecesis, in quibus librorum 
impressio huiusmodi fieret, diligenter examinentur et per eorum marni propria 
subscriptionem, sub excommunicationis sententia, gratis et sine dilatione impo- 
nendam approbentur.... ». Raynaldi, Annales ecclesiastici, Lucca, Ventu- 
rini, 1755, voi. XII, pp. 98-99. 

(1) In Venezia la censura incominciò solamente nel 15 16 per le sole 
opere di immanità, che dovevano esser riviste, prima della stampa, da Andrea 
Xavagero; ma il provvedimento fu provocato dal fatto che « le piui incorrecte 
stampe vadino per el mondo, sono quelle escono de qui, non senza infamia 
de la cita ». La legge che istituì una vera e propria censura riservata ai 
capi del Consiglio dei Dieci è del 29 gennaio 1527 (R. FULIN, Documenti 
per servire alla storia della tipografia veneziana, in Archivio Veneto, 
toni. XXIII, pp. 95-97). A Napoli, con prammatica del 30 novembre 1550, 
il viceré ordinò che non si potesse stampare né vendere qualsivoglia libro 
senza licenza del viceré (Cfr. GlANNONE, Istoria civile del Regno di Na- 
poli, lib. XXVII, cap. IV). A Milano soltanto nell'ottobre 1586 fu proi- 
bita l'impressione dei libri senza permesso del governatore e fu dato incarico 
ad un senatore di rivedere coll'aiuto di un segretario le scritture da stam- 
pare. (Cfr. Documenti inediti rari delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa 
in Italia, pubblicati per cura del Ministero di Grazia e Giustizia e dei 
Culti, Roma 188 1, voi. I. p. Xiu). 

(2 Gh[erardiì, Censura per li stampa, in Miscellanea fiorentina dì 
erudizione e storia, voi. II, n. u 14, p. 32. 



142 ANTONIO PAN ELLA 

Né qiiest' intervento, a quel che sembra, fu soltanto precario. 
La repubblica fiorentina sempre gelosa in questa materia della sua 
libertà — n'è prova il contegno energico assunto di fronte alla 
minaccia di scomunica papale fatta nel 15 14, ad istanza di Aido 
Manuzio il vecchio, contro coloro che avessero stampato in scrit- 
tura corsiva cancelleresca minuta (1) — rinnovò, con un'altra de- 
liberazione del 17 giugno 1527, l'ordine di non stampare « aliquem 
« librum novum nec aliquam aliam novam operam alicuius ma- 
« therie sine licentia et partito dictorum excelsorum dominorum 
« sub pena eorum indignationis et arbitrii » (2). Tale provvedi- 
mento era preso a pochi mesi di distanza da un consimile partito 
del Consiglio dei Dieci di Venezia, al quale è lecito supporre che 
la Signoria fiorentina si fosse ispirata. Se non che, mentre il go- 
verno veneto mantenne e fece osservare a lungo la presa delibe- 
razione, pur modificandola e adattandola ai tempi, a Firenze, 
invece, tra i rivolgimenti politici probabilmente fu dimenticata ; e 
in luogo della censura laica andò acquistando sempre maggior 
vigore quella ecclesiastica. 

Già fin dal 15 17 il primo sinodo provinciale di Firenze (arci- 
vescovo Giulio de' Medici), rammentando l'estravagante di Leone X, 
la volle ripetuta integralmente nelle sue costituzioni sotto la ru- 
brica « Contra impressores librorum » e rinnovò la minaccia della 
scomunica (3). 

Instaurato il nuovo regime, la Chiesa, se dovè cedere, sotto 
Cosimo I, in parecchie questioni giurisdizionali, fu quasi sempre 
libera e spesso anche aiutata dall'autorità laica nella repressione 
della stampa non ortodossa. Così, il principe, mentre da un lato 
fomentava l'incremento dell'arte tipografica fino a permettere il 
cambiamento della data a libri che, per il lungo lasso di tempo 
trascorso dalla stampa, difficilmente potevano essere venduti (4) e 



(1) Cfr. Marzi, Una questione libraria fra i Giunti e Aldo Manuzio il 
vecchio, Milano, 1896. 

(2) Archivio di Stato di Firenze. Signori e Collegi. Deliberazioni, 
reg. 129 (ad ali.). 

(3) Vedi Fr. Ildefonso da s. Luigi, Etruria Sacra, Firenze, 1782, 
voi. I, p. 91. 

(4) I. D[el] B[adia], Libri con falsa data di stampa, in Miscellanea 
fiorentina di emdizione e storia, voi. I, n.° I, p. 15. 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DEL SEC. XVI 143 

cercava di salvaguardare dai rigori della censura le opere di buoni 
serittori come il Boccaecio (i), d'altra parte, seguendo l'esempio 
di Carlo V, comminava pene severe contro gli stampatori infetti 
di eresia, permetteva la pubblicazione dell'editto degli inquisitori 
di Roma contro i libri degli ebrei (2), accettava, con qualche li- 
mitazione, l'Indice di Paolo IV (3). 

Si andava così ogni dì più riaffermando coi fatti il concetto 
che spettasse alla Chiesa, come a suprema moderatrice del pen- 

. permettere o proibire la pubblicazione delle opere dell' hv 
no. E il secondo sinodo provinciale del 1573 (arcivescovo An- 
tonio Altoviti), « iuxta novissimi Lateranensis et Tridentini concilii 
« decretimi », ordina di non stampare cosa alcuna, « quod episcopi 
« aut inquisitoris accuratam discussionem et probationem .... non 
« habuerit », sotto minaccia della scomunica, della perdita dei libri 
e della pena di cento ducati d'oro (4). Il principato di Francesco I 
non portò innovazioni, anzi confermò all'autorità ecclesiastica il 
diritto di censura, sottoponendo alla revisione dell'arcivescovo le 
opere drammatiche quando si recitassero in certi locali (5). E a 
ben più gravi concessioni verso la Chiesa il principe avrebbe forse 
consentito, con danno non lieve dell'arte tipografica, se non vi si 
fosse opposto un consigliere illuminato quale fu Lelio Torelli (6). 

Al tempo di Ferdinando I, eh' è reputato principe più pronto 
a vedere i mali che a porvi riparo quando si tratta di affrontare 



(r Galluzzi, Storia del Granducato dì Toscana, Livorno, 1781, to. Ili, 
PP- 137-138. 

2 Galluzzi, op. cit., to. II, p. 165 ; Scaduto, Stato e Chiesa sotto 
Leopoldo I di' Toscana, Firenze 1885, p. 142. 

(3) Galluzzi, op. cit., to. II, pp. 167-168; Scaduto, op. cit., p. 142. 

(4 Fr. Ildefonso da s. Luigi, Etrtiria Sacra, p. 132. 
5) Scaduto, op. cit., p. 151. Di questa legge, non riportata dal Can- 
tini nella sua Legislazione toscana e che lo Scaduto dice di aver trovata in 
copia a stampa, in una raccolta del British Museion, si conservano delle 
copie anche nell'Archivio di Stato di Firenze. 

(6) La storia di questo tentativo dell' inquisitore di ottenere dal prin- 
cipe nuovi « precetti conformi a l' Indice et alla niente di Sua Santità » è 
narrata, sebbene non compiutamente, dal Galluzzi, op. cit., to. Ili, pp. 134- 
235 ; e ne pubblicò i documenti I. Del Badia ne L'Arte della Sta?npa, 1878, 
anno Vili, serie 2. a , pp. 106-108. 



144 ANTONIO PINELLA 

l'autorità del papa e del clero, una debole acquiescenza e una 
perniciosa tolleranza, come dice il Galluzzi, aprirono agli accorti 
ecclesiastici la strada per attentare contro i diritti del principe (i). 
Ma forse sarebbe più giusto, anziché di dannoso consentimento 
all'invadente autorità della Chiesa, incolpare Ferdinando di scarsa 
e non sempre assidua opposizione a quell'invadenza. Ad ogni modo y 
egli, primo e unico dei granduchi medicei, seppe in una contro- 
versia coli' inquisitore rivendicare allo Stato il diritto di precedenza 
nella censura sulla stampa, invocando l'esempio di Venezia. 

L' origine della contesa fu la seguente. Francesco Bocchi, 
autore d'un libro intitolato Le bellezze della città di Firenze, nel 
novembre 1591, chiedeva il privilegio di potere lui solo stam- 
pare e vendere il suo libro in tutto il granducato di Toscana. 
Jacopo Dani, auditore delle Riformagioni, presentando la sup- 
plica al granduca, notava che il libro, già completamente stam- 
pato, portava in principio la formula « con privilegio », cosicché 
la domanda appariva ed era superflua; l'autore aveva affermato 
il suo diritto prima di conseguirlo. Il granduca il 9 novembre re- 
scrisse: « Di questo non altro: ne l'avenire si dia ordine che non 
« si possa stampare alcuno libro che prima messer Jacopo Dani 
« non lo veda » (2). E in conformità di questo rescritto fu ema- 
nato il io novembre dello stesso anno un ordine, di cui fu data 
comunicazione a tutti gli stampatori (3). 

Mentre pertanto la censura era stata per l' addietro esercitata 
in Toscana dall'autorità ecclesiastica e lo Stato, concedendo pri- 
vilegi ad persona-m, si era limitato a tutelare la proprietà letteraria 
delle opere stampate, dal novembre 1591 non bastò più la sem- 
plice revisione dell'ordinario e dell' inquisitore, ma occorse anche 
quella dell' auditore delle Riformagioni, il quale, dando per ul- 
timo il benestare, sanzionava in certo modo l'operato del censore 
ecclesiastico. Di questo larvato sopravvento dell'autorità secolare 
l' inquisitore mostrò di avvedersi soltanto tre anni dopo e pretese 
che la revisione si facesse dall' auditore delle Riformagioni prima 



(1) Galluzzi, op. cit., to. V, p. 120. 

(2) Archivio DI Stato DI Firenze, Auditore delle Riformagioni, 
5, e. 817. 

3 Appendice, doc. I. 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DHL SEC. XVI 145 

che da lui. Il Dani tuttavia non credè di poter consentire « per 
non variare, per ordine massime dell'inquisitore », senza esserne 
autorizzato dal granduca. Questi, il 19 aprile 1594, al rapporto del 
Dani rescriveva con efficace brevità: « La visita dell'inquisitore 
« non ha che fare con quella che ha dare il Dani », facendo così 
intendere che la revisione ecclesiastica doveva limitarsi alle cose 
attinenti alla religione e che per nessun motivo l'inquisitore po- 
teva pretendere per sé l'esame ultimo e definitivo dei libri (1). 

Il 21 aprile il rescritto granducale fu notificato a voce al- 
l'inquisitore, il quale, più che mai persuaso che intenzione del 
principe fosse quella di invadere un campo di cui fino allora la 
Chiesa era stata assoluta padrona, non se ne accontentò e fece 
nascere un aperto conflitto. 

Chi. tra i tipografi, risentì per primo i gravi danni della con- 
troversia fu Filippo Giunti che, avendo « impiegato di presente di 
molte dozzine di scudi in un libro di discorsi sopra Cornelio Ta- 
cito fatti dal signor Scipione Ammirato », aveva dovuto arrestare 
il lavoro, perchè « nasce differenza fra il reverendo padre inqui- 
« sitore e il magnifico segrettario Dani di chi ha da esser l'ultimo a 
« soscrivere questo libro ». Così il Giunti stesso esprime vasi nel luglio 
1 594 in una supplica al granduca, nella quale, dopo aver mostrato i 
danni che sarebbero derivati all' industria e alla dogana dal prolun- 
garsi di questo dissidio, implorava con bonaria semplicità che gli si 
concedesse per quella volta di presentare una metà dell'opera all'in- 
quisitore e una metà al segretario e, quando ambedue avessero fir- 
mato, di passare la parte dell'uno all'altro. In questo modo egli 
sperava che, avendo ciascuno sottoscritto per ultimo, fosse finita la 
cagione del contendere. Ma acutamente il Dani, nel rapporto del 
12 luglio al granduca, chiamava il palliativo del Giunti una vanità, 
poiché era ben più grave d'una semplice questione di forma la 
« differenza » tra segretario e inquisitore. E il granduca, che evi- 
dentemente rifuggiva, in quest'affare, dai mezzi termini ed amava 
una soluzione definitiva, ordinò al Dani che si informasse dell'uso 
da Venezia seguito e a quello si attenesse (2). 

Per ben comprendere la gravità della determinazione granducale 
basterà rammentare come lo Stato Veneto fosse quello che più lun- 



(1) Appendice, doc. 2. 
2 Appendice, doc. 3. 
Arch. Stok. It., 5. a Seri-. — XLIII. 10 



146 ANTONIO PINELLA 

gamente e con maggior tenacia e indipendenza dalla Chiesa eserci- 
tava la censura secolare (i); come in quel tempo le relazioni sue con 
la Corte di Roma, perdurando il ricordo della recente controversia 
per l'arruolamento dei banditi del territorio pontificio, fossero molto 
tese e tali da far prevedere non lontano il conflitto, che poi venne, 
tra la Chiesa e San Marco (2). Né sarà inutile rammentare anche che 
questa prerogativa dello Stato, più tardi, nel 1596, quando Cle- 
mente Vili volle, contro tutte le leggi laiche allora vigenti, avocare 
completamente alla Chiesa il compito della revisione delle stampe, 
fu sostenuta e difesa energicamente dallo Stato Veneto, cosicché 
questo ottenne per uno speciale concordato di poter esercitare la 
sua azione parallelamente a quella dell'autorità ecclesiastica (3). 

Il Dani, ossequente ai voleri del principe, chiese informazioni 
a Venezia e da tre dei principali stampatori gli fu dichiarato che 
i libri erano rivisti successivamente dall' inquisitore per le cose di 
religione, da un lettore pubblico per i buoni costumi, da un se- 
gretario del Consiglio de' Pregadi per l'interesse de' principi (4). 
Comunicò allora (8 agosto) queste informazioni al granduca e questi 
rescrisse semplicemente : « Il medesimo si osservi qua » (5). 

Quest'ordine non fu applicato alla lettera, né si ebbe a Fi- 
renze una triplice revisione come a Venezia. Esso però dette la 
suprema sanzione all'ordinanza del 16 novembre 1591, la quale, 
per la causa che V aveva mossa, poteva apparire un provvedimento 
preso per ovviare agli abusi dei tipografi più che per tutelare gli 
interessi dello Stato e affermare un diritto di censura indipendente 
da quello della Chiesa. 

L'inquisitore, come si apprende da un rapporto del 12 agosto 



(1) R. Fulin, Documenti per servire, ecc. cit., p. 84. 

(2) Cfr. A. ROSSI, Una controversia fra la repubblica di Venezia e 
Cle??iente Vili, in Archivio Ve7ieto, N. S., torti. XXXVII, pp. 259-283. 

(3) Cfr. VETTOR Sandi, Principii di storia civile della Repubblica di 
Venezia dalla stia fondazione sino all' anno i'joo, Venezia, Coleti, 1756, 
par. Ili, lib. X, pp. 533-536. 

(4) Appendice, doc. 4. Questo sistema di revisione era in vigore a Ve- 
nezia per un' ordinanza dei Riformatori dello Studio di Padova fin dal 
19 marzo 1562 (Cfr. Brown H. F., The venetian printing press, Londra, 
1901, p. 213). 

(5) Appendice, doc. 5. 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DEL SEC XYI. . 147 

dello stesso Dani al granduca a proposito dei noti discorsi del- 
l' Ammirato sopra Cornelio Tacito mancanti ancora della licenza 
necessaria alla loro pubblicazione, « ha vendo inteso il modo che si 
« osserva a Venetia in sottoscrivere i libri nuovi che si mandano 
« alla stampa et la volontà di V. Altezza, si è finalmente quie- 
« tato et seguita di soscrivere come faceva prima ». Poi aggiunge 
(e in ciò è tutta l' importanza delle nuove disposizioni) : « Onde 
« l' Ammirato mi ha mandato sette libri de' suoi discorsi sopra 
« Cornelio Tacito visitati et sottoscritti dall' inquisitore, ne' quali, 
« per quel che si vede da quelli che ho letto fin qui, no?i pare 
« che babbi passato i termini della modestia, uè che vi sia cosa che possa 
« pregiudicare a queste cose pubbliche ». Trova tuttavia da osservare 
alcunché intorno ad accenni sulle gabelle e sulla successione del 
duca Alessandro e il granduca rescrive : « Tutte queste cose si le- 
vino » (i). Così il conflitto fu chiuso e si stabilì in Firenze una cen- 
sura di Stato esercitata dal segretario delle Riformagioni, il quale 
riuniva in sé le mansioni affidate in Venezia al lettore pubblico 
e al segretario del Consiglio de' Pregadi. 

Non v'ha dubbio che Ferdinando, così fermo difensore dei 
suoi diritti di principe in tale materia, abbia continuato a soste- 
nerli anche quando nel 1596, come si è accennato, il pontefice volle 
sopprimere ogni prerogativa laica. In mezzo a così vari e discor- 
danti ordini emanati ora dalla Chiesa ora dal principe, gli stam- 
patori evidentemente avevano dimostrato di dimenticare i loro ob- 
blighi, e il granduca, con la minaccia di maggiori pene, li richiamò 
al dovere, per mezzo di un'ordinanza dell'auditore fiscale del 19 
maggio 1606 (2). 

Vero è che la vittoria dello Stato dovette essere di breve du- 
rata, poiché, mentre si faceva più gagliardo lo spirito invadente 
dell'autorità ecclesiastica, sempre più deboli e inetti apparivano gli 
ultimi granduchi medicei nella difesa dei loro diritti giurisdizionali. 
Tuttavia questa controversia, tanto semplice in sé da non esser nep- 
pure accennata da alcuno degli storici, fu ed è di non lieve impor- 
tanza per la storia delle relazioni fra Stato e Chiesa in Toscana, 



(1) Archivio di Stato di Firenze. Auditore delle Riformagioni, filza 
e 39 2 - 

2) Archivio cit. Camera fiscale. Deliberazioni, filza 47, ce. 127 1 ' -128. 



U8 ANTONIO PINELLA 

e ben si comprese un secolo e mezzo dopo, quando fu rievocata nel 
Consiglio di Reggenza Lorenese per poter sostenere, contro le even- 
tuali proteste ecclesiastiche, le disposizioni più contrastabili del noto 
editto sulla stampa, di cui era allora imminente la promulgazione ( i ). 

Firenze. Antonio Panella. 



appendice. 

1. 1 591, novembre 16. 

[R. Archivio ili Stato di Firenze. Auditore delle Riformagioni, fi'za 5, e. 818]. 

A dì 16 di novembre 1 59 1. 

Per parte et mandato del molto magnifico et eccellente messer Jacopo 
Dani, Secretarlo et Auditore di S. Altezza Ser. ma , et per ordine espresso di 
quella, si proibisce, et comanda a tutti li stampatori di Firenze che per l'av- 
venire non ardischino, né presumalo in modo alcuno di stampar libri di 
qualsivoglia sorte, se prima non saranno stati veduti et ottenutone licentia 
di poterli stampare da S. S. ria sotto pena, contrafacendo, della perdita di 
essi libri. 

Fu notificato detto comandamento a dì detto per me Lorenzo Muzii 
coadiutore di S. S. ria 

a Filippo di Bernardo Giunti 

a Antonio di Francesco Padovano 

a Francesco di Jacopo Tosi 

a Giorgio Mariscotti 

a Bartolomeo Sermartelli. 



2. T 594> aprile 12-21. 

[Ivi, filza 7, e. 193]. 

Ser. mo Gran Duca, 

L'anno 1591 a pie' d'una suplica informata da me di Francesco Bocchi, 
che domandava privilegio di stampare un suo libro, il quale haveva mandato 



1) Archivio di Stato di Firenze. Reggenza Lorenese, filza 624, n. 
int. 4. Lettera del consigliere Ginori del 27 marzo 1743 al consigliere abate 
Gio. Antonio Tornaquinci. 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DEL SEC. XVI 149 

fuora più giorni innanzi, senz'altra licentia, V. Altezza però rescrisse alli 9 di 
:mbre: Di questo non altro, iteli' avvenire si dia ordine, che non si possa 
stampare aleuti libro, che prima Jacopo Dani non lo veda. In esecutione del 
qual rescritto io feci precetto a tutti li stampatori di Fiorenza, che non 
mettessino alla stampa alcun libro, se prima non me lo mandavano a vedere; 
il che si è esequito infino a qui, che vedendo io che fussino prima purgati 
dall'Inquisitore, per andare più cauto, io li vedevo et, non trovando cosa 
che meritassi correzzione, concedevo la licenza : et così le cose son passate 
quietamente da quel tempo in qua. Se non che ultimamente l'Inquisitore ha 
cominciato et fa difficultà in volere purgare quei libri, volendo che io li 
. prima et li soscriva. Il che non ho voluto fare per non variare, per 
ordine massime dell'Inquisitore, senza commissione di V. Altezza. 

ella comanderà quello che io debba fare, che non mancherò di 
obbedire, et humilmente li bacio la mano. Di Fiorenza alli XII di Aprile 1594. 

Di Y. Altezza Ser.<™ 

riunì." 1 » et oblig. mo servo 
Jacopo Dani. 

. La visita dell'Inquisitore non ha che fare con quella che ha da 
fare il Dani. 

Gio. Ba. Con[cinoj 19 di aprile 94. 

A dì 21 di Aprile 94. 

Notificato in voce all'Inquisitore. 

3. J 594> higlio, 12-17. 

[Ivi. ce. 352 v. e 354]. 

Ser. mo Gran Duca, 

Filippo Giunti servo di V. A. S. con ogni debita reverenda li espone 
come, havendo lui impiegato di presente di molte dozzine di scudi in un 
libro di discorsi sopra Cornelio Tacito fatti dal S. or Scipion Ammirato, non 
lo può seguitar e finire perchè nasce differenza fra il ~RA° Padre Inquisitore 
e il Mag.c° Segretario Dani, di chi ha da esser l'ultimo a soscrivere questo 
libro, e così seguirà in avenire di tutti li altri libri nuovi che occorra darsi 
alla stampa con molto danno di detto esponente, e di tutti quelli che vorran 
far stampar libri in questo felicissimo Stato. Et molti saranno di quelli che 
per queste difficultà andranno a stamparli altrove et con danno della dogana 
e per l'entrata e per l'uscita. 

Per tanto detto esponente la suplica si vogli degnare di comettere il 
modo che si ha da tenere in avenire, sendo sin qui seguito, che prima lo 



150 ANTONIO PANELLA 

ha soscritto Mons. Vicario, poi lo Inquisitore e per ultimo, per ordine di 
V. A., da poco tempo in qua dal Segrettario Dani. E perchè potrebbe forse 
tal resolutione andare in lungo, desidera che V. A. S. li facci questa grazia 
per questa volta, che mezzo questo resto di libro che resta a stampare, si 
dia la metà al detto Reverendo Inquisitore, e l'altra metà al detto Mag. ct> 
Dani, e ciascuno d' essi lo soscriva ora e sia el primo. E di poi le mede- 
sime due parti soscritte si dieno all'uno quella dell'altro, che così verrà cia- 
scuno ad essere 1' ultimo per questa volta, sino a che V. A. S. comandi 
come si ha da guidare questo negocio in avenire. E detto suplicante potrà 
dar fuori detto libro in tempo opportuno, che, passando certe occasione, 
e' libri periscono, come spesso accade. Di che ne terrà perpetuo obligo a V. 
A. S., la quale Iddio feliciti. 

[Informazione alla supplica del Guattì] Per informatone. Questo me- 
desimo stampatore dice havere alle mani i discorsi dell' Ammirato sopra 
Cornelio Tacito et di già ne sono stampati xn libri sottoscritti, secondo il 
solito, prima dall' Inquisitore et poi da Jacopo Dani, ma gì' altri XII libri 
che restano non gli poter finire di stampare, atteso la difficultà che fa 
l'Inquisitore di conceder la licentia prima, volendo che il Vicario prima 
et poi il Dani sottoscrivino, et l'ultimo lui. Et per non havere a patir 
esso supplicante et gl'altri, domanda che V. Altezza ci rimedi. 

Intorno a che non mi occorre dir altro che quello dissi nell'inclusa 
relatione sopra questa materia de' 12 d'aprile passato, alla quale V. Altezza 
rescrisse come si vede. 

Et quanto all' alternativa et modo medio che si propone di soscrivere 
questo resto in una parte, l'uno prima et l'altro poi, facendosi, parrebbe una 
vanità. Però V. Altezza comanderà quel che io debba fare. Et humilmente li 
bacio la mano. Di casa alli xu di luglio 1594. 

Di V. A. S. 

Hum. mo et obblig.mu servo 
Jacopo Dani. 

[Rescritto']. Intendasi quello s' usa in Venetia et il medesimo facci messer 
Jacopo che si facci qua. 

Gio. Ba. Con[cino] 17 di luglio 94. 

Ferdinando. 

4. 1594» foglio 30-agosto 5. 

[Ivi, e. 353]. 

Al nome di Dio. A dì 30 di luglio 1594 in Venetia. Noi redo di 
Tommaso Giunti per la presente facciamo fede qualmente nella città di Ve- 



LA CENSURA SULLA STAMPA, ECC. ALLA FINE DEL SEC. NYI 151 

netia si osserva lo appresso ordine sopra lo stampar libri nuovi non più 
stampati. 

Principalmente si danno le copie in mano del R. P. Inquisitore, di più 
: .n mano di un Lettore pubblico, et di più a un Secretano dell'Exc. rao Con- 
siglio de'Pregadi et ciascuno di questi tre fanno una fede in scritto, che il libro 
sia degno di stampa, il primo l'Inquisitore che non ci sia cosa contro la 
fede, il 2.° il Lettore per i buoni costumi et il 3. il Secretarlo per 1' in- 
teresse dt' Principi che non si stampi cosa contro di loro, et in fede di ciò 
ci sottoscriveremo. 

Rede di Thommaso Giunti 

Io Damiano Zenaro affermo come di sopra in materia di stampe. 

Io Giovanmaria Grandi marchio sesta affermo quanto di sopra ditto. 

Io Francesco di Frane* affermo a quanto di sopra si contiene. 

Et io Lorenzo Mutii fo fede bavere copiato il soprascritto da una fede 
et attestatione originale fatta da' soprascritti questo dì 5 di agosto 1594 et 
in fede mi son soscritto di propria mano. 



5. 1594, agosto 5. 

[Ivi, ce. 352 v e 357]. 

Per obbedire al rescritto di V. Altezza ho fatto diligentia d' intendere quel 
che si usi in Venetia intorno alle soscrittioni de' libri che si stampano di 
nuovo, et questo giorno ne ho havuto ragguaglio per una fede che ne hanno 
fatta 3 principali stampatori di Venetia soscritta di lor mano, dicendo in- 
somma che prima si manda il libro a quello Inquisitore acciò lo visiti quanto 
alle cose della religione, 2.° a un Lettore publico acciò lo visiti intorno 
a' buoni costumi, 3.0 et ultimo si manda a un Secretarlo del Consiglio de'Pre- 
gadi, acciò lo visiti quanto alle cose di Stato, se vi fussi cosa contro di loro ; 
et ciascuno di questi col medesimo ordine lo soscrive, et così si è osservato 
et osserva di presente. Tutto per notitia di V. Altezza, alla quale humilmente 
bacio la mano. Di casa alli 5 di Agosto 1594. 



Di V. Altezza Ser.'"^ 



[Rescritto]. Il medesimo si osservi qua. 



Hum.'iw et obligjno servo 
Jacopo Dani. 



Gio. Ba. Con[cino] 8 d'agosto 04. 
Ferdinando. 



Rassegna Bibliografica 



Scritti di storia, di filologia e d'arte. « Nozze Fedele-De Fabritiis ». 
— Napoli, Ricciardi (Roma, Forzani), 1908; pp. 380, con tavole. 

Una eletta schiera di amici dedicò a Pietro Fedele, prof, di storia 
moderna all'Università di Torino, in occasione delle sue nozze, una 
Miscellanea di monografie storiche, filologiche, e artistiche, che dav- 
vero costituiscono un volume scientificamente prezioso. Non credo che 
molte potrebbero competere con essa, anche fra le migliori raccolte 
messe insieme in questi ultimi anni. Gli scrittori sono uomini di va- 
lore, e per la maggior parte i loro nomi sono notissimi a quanti si 
occupano di erudizione nei vari campi dei nostri studi. Nella lieta 
occasione essi trascelsero con spirito arguto di opportunità l'argo- 
mento, e questo ci presentarono nella maniera più attraente. La Mi- 
scellanea non presenta un carattere uniforme in tutti gli anelli 
che la compongono; il che contribuisce, in ragione diretta della va- 
rietà, ad accrescerne l'interesse e il valore. 

Scrivendo sopra una Rivista di cose storiche sorvolerò rapida- 
mente su quegli articoli, che non hanno colla storia relazione diretta, 
fermandomi alquanto di più su gli altri. Li ricorderò secondo l'or- 
dine cronologico degli argomenti in ciascuno di essi trattati. 

Le antichità cristiane sono rappresentate da due monografie, le 
quali hanno per autori Filippo Ermini e W. de Gruneisen. Indaga l'Er- 
niini i centoni omerici e V imitazione dai latino (p. 167), cioè i cen- 
toni di argomento cristiano. Tratta il Gruneisen degli influssi elleni- 
stici nella formazione del tipo cristiano dell' angelo annunziànte 
(p. 25), tentando di scoprire in esso un tipo immediatamente prove- 
niente dalla classicità, ne cerca le affinità colla Nike di Sa mo trac e, 
specialmente nella forma presentataci dai tetradrammi di Demetrio 
Poliorcete. Pubblica anzi un frammento di pittura esistente al Louvre, 
e se ne serve per rinsaldare l'anello, che lega insieme l'angelo ba- 
bilonese del palazzo di Azurnazirpals coli' angelo dei testi Siriaci. 



SCRITTI DI STI »R[.\, DI FILOLOGIA E D'ARTE 153 

11 <i. segue la scuola dello Strzygowski, la cui caratteristica con- 
siste, com'è noto, nell'ammettere l' immediata relazione di dipen- 
denza dell' arte occidentale dalle sorgenti asiatiche. Il frammento 
parigino proviene da scavi orientali, ed è attribuito al sec. III-IV 
di Cr.. ma il fatto che è tutt'altro che certo il suo significato, così 
che non si possa affermare eh' esso rappresenti un angelo, getta 
qualche incertezza sulla deduzione del dotto illustratore. 

Sul terreno della legislazione di Roma imperiale ci trasporta 
Vincenzo Arangio-Ruiz, trattando delle azioni confessorie e negatone 
[p. 117). Cotali azioni stabiliscono l'esistenza o meno di diritti limi- 
tanti la libertà dell'agire altrui rispetto alla cosa sua propria, e 
più ancora riguardo al godimento di cosa altrui. 

F. Tonetti, Una strana carta del XI secolo (p. 291), stampa un 
documento tolto dalle carte di Veroli, del 12 die. 1060, nel quale 
egli sospetta sottintesa una storia oscura e crudele. Certo Rusco vi 
ottiene l'esonero dalla dipendenza verso Stefano di Alatri, in con- 
seguenza di avere offeso Leone padre di Formosa, col violentarne 
la figlia. Il T. sospetta che Rusco abbia reso un truce servizio a 
Stefano, operando per lui una ignobile vendetta. Egli tuttavia non 
si dice sicuro di tale interpretazione. 

Il sunto del documento è presto detto. Stefano « vir magnificus 
et indes » rinuncia Rusco figlio di Arnolfo in causa dei maltratta- 
menti da lui fatti a Leone, nella persona di sua figlia Formosa, che 
fu da lui violata, il qual Leone « modo in conbenia benit », e si 
obbliga a non richiamare più sotto il suo dominio né lui, né i suoi 
erodi, imponendosi una pena. 

L'atto è giuridicamente una rinuncia, il che è due volte ripe- 
tuto, prima nel formulario, poi nella sottoscrizione di Stefano. Panni 
che la chiave per interpretare il documento dovrebbe trovarsi nel 
rapporto che la rinuncia ha colla azione attribuita all'offeso, di 
cui è detto che « modo in conbenia benit » (1). Su questa frase 
1' editore sorpassa con poche parole, ma bisognerebbe esaminare a 
quale atto giuridico, fatto da Leone, si accenni con essa. Potremmo 
chiederci se non forse la rinuncia fatta da Stefano per rispetto a 
Rusco fosse tutt'altro che un beneficio a suo riguardo; corrispon- 
desse invece all'abbandono definitivo e legale, in cui egli lasciava 
quel suo dipendente di fronte a chi aveva diritto a chiederne la 



(1] Nel Ghssarium del Du Gange, ed. Favre, to. II, pp. 544-45, trovasi 
con venire nel scuso di chiamare in giudizio, e con veni uni nel significato 
di convenzione : ma per ambedue questi vocaboli si adducono testimonianze 
molto tardive in confronto del presente documento. 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

punizione. Non so se questa o simile interpretazione possa venire 
accettata; essa ha almeno il vantaggio eli escludere un patto « per 
cause vili », che con esempio piuttosto unico che raro sarebbe stato 
qui affidato al magistero del notaio; il che dal Tonetti veniva du- 
bitativamente e timidamente proposto, non potendosi una cosa si- 
mile confortare con raffronti. 

P. F. Kehr, col lavoro Zwei faìsche Priirilegien Paschals II (p. 1) 
apre degnamente la serie delle congratulazioni erudite al prof. Fe- 
dele, dimostrandoci false due bolle (JL. 6555-6), che di quel papa si 
adducono, recanti ambedue la data del 20 aprile 1117. Una di queste 
bolle era già stata, sospetta a qualche vecchio erudito, ma ora il 
Kehr, piuttosto colla disamina del loro contenuto che con quella 
del formulario, generalmente corretto, ne mette in piena luce la fal- 
sità. Ma per buona sorte, mentre abbatte con una mano, edifica col- 
l'altra, poiché pubblica la bolla genuina, finora ignota, che reca 
l'istessa data e che riguarda la celebre abbazia di S. Vincenzo al 
Volturno ; questa bolla egli la trovò fra le schede del card. Ga- 
rampi (1), ed è una bolla non priva di importanza anche rispetto 
al diritto canonico ed alla sua storia. Verso il tempo di Pasquale II, 
in Italia e fuori d'Italia, le esenzioni dei monasteri benedettini si 
trovavano spesso in conflitto coi diritti giurisdizionali dei vescovi. 
Bernardo Monod, nel suo scritto postumo Essai des rapports de Va- 
gellai II avec Philippe I (1099-110S) Paris, 1907, ebbe occasione di 
parlare di questo argomento rispetto alla Francia, ed è bene tener 
conto di ogni fatto che ad esso si riferisce fra noi, poiché la posi- 
zione reciproca dei vescovadi e dei monasteri e la relazione degli 
uni e degli altri verso la Santa Sede ebbero pure non piccola impor- 
tanza nelle fasi attraversate dalla grande lotta per le Investiture. 
(Cfr. B. Messing, Papst Gregors VII Verhàltniss eu clen Klóstern. 
Diss. Greifswald, 1907). 

Veniamo al sec. XIII. E. Monaci, Elementi francesi nella pi ì< an- 
tica lirica italiana (p. 237), riprende un argomento dottamente trat- 
tato da G. Bertoni, e ne sviluppa e convalida i risultati, accostando 
vieppiù la nostra lirica delle origini e la poesia siciliana alle fonti 
francesi. Dove di consueto eravamo soliti ammettere V influsso pro- 
venzale, ora invece dovremo pensare a derivazione francese. — Pure 
nel campo letterario ci trattiene F. Scandone, Schiavò di Bari israe- 



(1) Intorno alle quali una informazione fu data testé nella rivista russa 
Russia e Italia, fase. I, p. 108 (Pietroburgo, 1907). Il primo fascicolo di questa 
nuova rivista, destinata a studiare le fonti italiane per la storia russa, e 
tutta dedicata alla descrizione dell* Archivio Vaticano. 



155 

ìita? (p. 297), il quale, ricordate lo ricerche del Rajna e del Torraca 
intorno all'enigmatico «Sciavo de Bar», pubblica un documento 
del 1271, che ricorda Sciavo ebreo figlio di Moisè Caputo di Bari. 
L'epoca, il nome, il luogo favoriscono l'identificazione, alla quale 
peraltro manca l'appoggio di un indizio letterario positivo qualsiasi. 
Tuttavia essa presenta una certa quale probabilità. 

F. Camobreco, II matrimonio del duca d'Atene con Beatrice prin- 
cipessa di Taranto (p. 303), chiarisce la data del matrimonio di Gual- 
tieri VI di Brienne, e il nome della sposa. Egli impalmò nel 1322 
Beatrice figlia di Filippo di Taranto. Ciò risulta da un documento 
finora ignoto, con cui si chiariscono le notizie incerte e si comple- 
tano le lacune, che fino ad oggi avevamo su questi fatti. 

Buono è il documento del 1347 pubblicato da L. Schiaparelli, 
Un nuovo documento di Cola di liienzo (p. 135). In esso Cola di 
Rienzo concede ai Canonici di S. Pietro in Vaticano il diritto di 
estrarre dal Trastevere e portare alla basilica certe determinate 
misure di sale. Si sa che lo Sch., negli anni trascorsi, molte inda- 
gini avea fatto nell'Archivio di S. Pietro, pubblicandone una serie 
di documenti neWArchivio della Società Romana di storia patria. 
Dai suoi fogli, lo Sch. estrae anche altri documenti (1385-1555) in- 
torno alle saline e ai diritti, che sulle medesime avevano i cano- 
nici di S. Pietro, e li aggiunge ad illustrazione del documento di 
Cola. Io mi fermo a considerare i titoli, che in questo assume il 
tribuno: « Candidatus Spiritus Sancti, milex.... liberator Urbis, ze- 
lator Ytalie », e ritorno col pensiero a quanto altrove (Giorn. stor. 
lett. ita!., 1906, XLVII, 263) scrissi sulla corrispondenza fra essi e il 
saluto, che dal Petrarca viene fatto al suo Spirto gentil, cui egli 
appella « un Cavalier che Italia tutta onora ». 

P. Egidi, Per la vita di Francesco Baroncelli primo Console e 
secondo Tribuno dei Romani (p. 363), ebbe la fortuna di rinvenire 
un lungo e complesso documento, colle date 18 nov. 1353, 10 febbr. e 
1 aprile 1354. Alle prime due è segnato il nome del Baroncelli; coll'ul- 
tiina si associa quello del suo successore, che lo ricorda come ancor vivo 
non aggiungendosi il «quondam» usuale pei morti e dicendolo solo 
« dudum » tribuno, ne riconosce gli atti e prosegue un affare da lui 
cominciato. Mi pare che l'Egidi usufruisca assai bene questo docu- 
mento, che basta da solo a gettare a terra l'edificio della vita del Ba- 
roncelli. quale correva fra gli storici, e non fra i minori. Il Baroncelli 
dunque non si spense nel 1353, non cadde morto colla perdita del potere, 
non fu mai riguardato come un ribelle, né mentre era al potere (poiché, 
come l'atto esplicitamente dice, lo esercitava in nome del papa), ne 
dopo. E perciò ritorna in onore il suo epitaffio, che si riteneva apo- 



156 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

crifo, mentre segna al 30 aprile 1354 la data della sua morte. È 
questa una pagina di storia romana interamente rifatta. Sarebbe 
bene che il documento, conservato fra le Carte Farnesiane all'Ardi. 
di Stato di Napoli, venisse dall' Egidi pubblicato per intero, quando, 
come promette, ritornerà sopra questo argomento. 

Di Urbano VI e della sua venuta, su navi genovesi, da Bari a 
Messina discorrono alcune note greche, che A. Mancini, Dai codici 
greci del Salvatore di Messina (p. 101), rinvenne in alcuni mss. del- 
l'antico e celebre monastero, i quali passarono alla Biblioteca uni- 
versitaria Messinese. I codici di S. Salvatore sono stati molto stu- 
diati in questi ultimi anni, ma senza dubbio essi conservano ancora 
molti preziosi segreti per gli studiosi. 

Alla fine del sec. XIV e alle compagnie dei Bianchi ci indiriz- 
zano alcuni documenti pubblicati da V. Federici, Il miracolo del 
Crocifisso della Compagnia dei Bianchi a Sutri (p. 107). Un docu- 
mento di Sutri ci narra il miracolo di un Crocifisso, dalle cui piaghe 
uscì sangue, e il Fed. lo raffronta con altri consimili e contemporanei, 
e lo collega con la storia dei Bianchi e delle loro pietose peregri- 
nazioni, dirette a predicare la pace e a frenare gli odi, opportuna- 
mente rimandando alle notissime informazioni date dal Sercambi, Ma 
alcuni mettevano in dubbio il miracolo di Sutri, dove invece si recò 
con animo reverente il conte Niccolò dell'Anguillara ; e di qui, se- 
condo il Federici, avvenne che il papa, fino allora diffidente verso gli 
strani pellegrinaggi, si decidesse ad ammetterli in Roma. 

Il Faraglia aveva provato che G. Caracciolo ricevette da Gio- 
vanna II il titolo di conte di Venosa, ma non si sapeva ancora 
in quale anno ciò fosse avvenuto. L'atto di investitura è del 1425, 
come apprendiamo da G. Fortunato, Ser Gianni Caracciolo, duca di 
Venosa nel 1425 (p. 87), che ne estrasse il documento relativo da 
un Archivio privato di Velletri. 

Pietro Toesca, Lo scultore del monumento di Frane. Spinola 
(p. 173), ricorda il valore dimostrato nel 1434 dallo Spinola, quando 
difese Gaeta contro Alfonso il Magnanimo; in segno di riconoscenza 
gli abitanti di quella città gli regalarono un frammento di scultura 
classica, che poi fu incastonato nel suo monumento, allorché mori 
nel 1444. Il monumento sepolcrale andò disfatto, e le parti ne 
furono disperse, ma non distrutte. Il Toesca, valente cultore della 
storia artistica nostrana, trova affinità di forma e di pensiero fra 
il sepolcro dello Spinola e quello del card. Branda a Castiglione di 
Rocca presso Varese. 

La tanto oscura storia delle origini dei Monti di Pietà si av- 
vantaggerà assai da una cronaca di M. Polidoro usufruita da F. 



SCRITTI DI STORIA, DI FILOLOGIA E D'ARTE 157 

Guerri, L'origine del Monte di Pietà di Gorneto Tarquinia (p. 209), 
dalla quale apparisce che fino dal 1446 fra Jacopo da Rieti, pre- 
dicando in Corneto, propose l'istituzione del Monte, al fine di libe- 
rare la città dal l'usura. I cittadini aveano fatta deliberazione di non 
accettare più ebrei dediti all'usura, ma il Monte non fu istituito, 
e il bisogno dei prestiti urgeva. Chiesero al papa più volte il per- 
messo di riammettere alcuni ebrei alla spicciolata.' Finalmente il 
seme gettato da fra Jacopo fruttificò e nel 1514, coll'opera di altri 
Francescani, il Monte venne alla fine fondato. Nella storia dei Monti 
di Pietà 1' anno 1446 è davvero una data vetusta, e perciò questa 
monografia merita molta considerazione. 

Nel 1474 nel piccolo comune di Pieve a Pavera nelle Marche si 
diede principio a notare in volgare le spese del Comune, e si con- 
tinuò cosi sino al 1620. Francesco Egidi, Lo livero della Comonitade 
delia Pieve .de 7 Faveti (p. 271), ne trascrisse l' inizio (anni 1474-80) 
e pubblicandolo, con note filologiche, recò un contributo alla lingui- 
stica, come pure alla storia economica. 

Pietro Balan nella sua Storia d'Italia per primo richiamò l'at- 
tenzione degli studiosi sopra il Diario romano di Antonio De Vasco, 
assai notevole per gli anni 1484-86. Da questo Diario, che presto 
vedrà la luce, estrae G. Monticolo, Un corredo nuziale del 1474 (p. 81), 
il corredo che Letizia Sinibaldi, moglie del cronista, seco recava nel 
giorno delle sue nozze: stampandolo, il Monticolo ne interpreta 
le parole difficili. Il corredo offre non lieve interesse anche perchè, 
circostanza rara, vi si indica il prezzo degli oggetti. 

Addi 5 gemi. 1474 morì il card. Pietro Riario. Intorno ai suoi ul- 
timi giorni, all'addio da lui dato morente ai suoi clienti, e mentre in 
sé stesso mostrava loro la vanità delle cose umane, curiose e note- 
voli informazioni ci presenta una lunghissima lettera dell'umanista 
Ottavio Cleofilo da Fano, che appunto fu presso al cardinale du- 
rante la sua malattia. Una parte di questa lettera pubblicò, con 
buone illustrazioni, G. Zippel, Un'apologia dimenticata di Pietro 
Riario. (p. 329), informandoci che anche il seguito della lettera è do- 
vizioso di notizie degne d'essere messe in luce. Speriamo che lo Z. 
pubblichi presto la lettera per intero. 

Nel 1505, per commissione di Isabella Gonzaga, il Perugino eseguì 
un quadro di argomento mitologico: non era affare suo, poiché il campo 
dove spiccava davvero smagliante il suo valore artistico, era invece la 
pittura sacra. Tuttavia anche altri dipinti di tema mitologico si attri- 
buiscono, con maggiore o minore probabilità, al Perugino, ed uno di 
essi viene pubblicato da A. Bertini-Calosso, L'« Orfeo c.l Euridice » 
attribuito al Perugina, (jià nella Collezione Raraisson-ì[ollien ( p. 22 . ). 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Nel 1686 il monastero Olivetano di S* Maria del Monte in No- 
cera dei Pagani vendette a Gasparo de Haro un quadro attribuito 
a Raffaello, del quale alcuna notizia si ha pure del 1623. Non sap- 
piamo dove ora questo quadro si trovi, e men che mai siamo sicuri 
di così alta attribuzione, Questa interessante notizia recaci il p. P. 
Lugano, Intorno ad un quadro attribuito a Raffaello (p. 127), stu- 
diosissimo della storia del suo Ordine e benemerito direttore della 
Rivista storica Benedettina. 

Epigrafista vediamo essere il Machiavelli, che le sue prose ci 
mostrano più volte fiero nella satira. 0. Tommasini, Un epigramma 
inedito di Niccolò Machiavelli (p. 39), nelle ricerche larghe cui at- 
tese per preparare la vita del Segretario fiorentino, s'imbattè in un 
epigramma, dal Machiavelli scritto in occasione del trattato di Madrid, 
col quale Carlo V liberò il suo emulo, fatto prigioniero nella bat- 
taglia di Mirabello presso Pavia. L'epigramma, considerato dal punto 
di vista filologico, non mi riuscì molto chiaro : vi si parla di Argo, 
che non è Argo, ma che ha occhi da vedere per ogni dove, mentre 
per non aver occhi Carlo V e il Viceré aveano lasciato andar libero 
il francese. Il Tommasini vede in Argo papa Clemente VII, ma non mi 
pare che l' indovinello sia sciolto in questo senso con tanta chia- 
rezza da troncare ogni dubitazione. Ma ciò ha poca importanza : 
interessa sopratutto il vedere il sicuro giudizio del Machiavelli a 
proposito di un fatto, che si prestava a giudizi disparati, la libe- 
razione di Francesco I e la futura politica di questo. Il Tom- 
masini, che padroneggia questa materia, vi ricama sopra molte os- 
servazioni, specialmente a chiarire la correlazione che l'epigramma 
da lui posto in luce ha con altri scritti del Machiavelli medesimo, 
e qui meglio che nell'epigramma (il cui valore letterario è povero) 
sta l' interesse della monografia. 

A Benedetto Croce, Lettere inedite di G. G. Trissino e di P. Giovio 
(p. 75), dobbiamo una lettera del Trissino, del 1543, ed una del Giovio, 
del 1537. La lettera del Trissino si riferisce alle relazioni fra Paolo III 
e la Germania, e ai mezzi da adoperarsi per pacificare questo 
paese. Il Giovio dà informazione intorno alla politica europea in 
quel momento, occupandosi anche dei Turchi e delle imprese da essi 
progettate. 

Giacomo Siciliano è un pittore del sec. XVI, che, trasmutata la 
sua abitazione nell'Italia media, vi eseguì in breve lavori di merito ab- 
bastanza buono. Ma la biografia di questo artista era poco conosciuta. 
Ora E. Brunelli, Documenti inediti sul pittore Giacomo Siciliano 
(p. 309), pubblica il suo testamento, 29 die. 1543, oltre ad un atto 
che lo ricorda siccome già morto, 8 genn. 1544. — Pure alla storia 



SCRITTI DI STORIA, DI FILOLOGIA E D'ARTE 159 

dell'arte si riferisce un bell'articolo di F. llermanin, Due incisioni 
di Angiolo Falconetto e di Niccolò Boldrini (p. 285). Il Boldrini è Vi- 
centino, e il Falconetto è forse nipote del celebre architetto vero- 
nese cinquecentista Giovanni Antonio Falconetto. Riproduce un'ac- 
quaforte di Angelo Falconetto, che rappresenta Tobiolo e l'Arcangelo 
e che è firmata « Angiolo Falconetto R. f. » coli' a. 1556. Le due 
ultime sigle l'editore interpreta: « R(overetano) f(ece)»; anzi sog- 
giunge: «Le case cogli alti comignoli, colle facciate a scaletta, la 
« forma dei tetti, le torri rotonde e più d'ogni altra cosa il campanile 
« della cattedrale ci fanno pensare a paesi italiani di confine, alle valli 
« trentine, di cui le popolazioni hanno sempre avuto tante relazioni 
« d'arte col vicino Tirolo ». Io ci vedrei non il Trentino, ma il Tirolo 
vero e proprio. Tutti ricordiamo il famoso e sarcastico sonetto di 
dementino Vanetti, il quale segnava, per un satirico, le note che 
ne distinguono il Trentino (Tirolo italiano) dal Tirolo (tedesco), in- 
dicando in quest'ultimo: « aguzzi i tetti e tonde le persone ». Nulla 
vieta di pensare che un veronese, diventato trentino, prendesse pia- 
cere ritraendo nei suoi disegni il villaggio tirolese, che è davvero 
bellissimo. Si deve poi riconoscere ch'egli riusci nel suo intento stu- 
pendamente. 

Lungo la riva del mare nella Campagna Romana sorgevano nu- 
merose torri a difesa, che furono a seconda del bisogno restaurate 
o rifatte nel sec. XVI. Un documento del 1567 tratta « delle torri 
che si hanno da fare» e questo pubblica quell'egregio conoscitore 
della topografia romana che è G. Tomassetti, Le torri della spiaggia 
Romana nelVa. 1567 (p. 255). 

Da un ras. Vaticano estrasse E. Carusi quattro sonetti inediti di 
Annibal Caro (p. 119). Sono versi amorosi indirizzati a Tullia della 
Valle, d'altronde ignota. Tutto quanto viene dalla penna del Caro 
merita attenzione. 

Un poemetto, tolto da un ras. dell'Ambrosiana, pubblicò V. de 
Bartholomaeis, Cantari giullareschi sulla leggenda di 8. Lorenzo (p. 347). 
L'editore lo attribuisce alla Toscana meridionale, ma difficile è de- 
terminarne l'età. Nel poemetto la parte più curiosa e più strana è la 
prima, che parla della giovinezza del Santo ; pare derivata da leg- 
genda spagnuola, poiché, essendo sconosciuta alle biografie ordinarie 
di S. Lorenzo, viene accennata da uno scrittore spagnuolo del Ri- 
nascimento. 

Un poeta nato ad Eboli (Salerno) nel 1703 studiò brevemente 
E. Perito, Gherardo de Angelis (p. 249). Era dell'Ordine dei Minori; 
invitato a Vienna come poeta cesareo, rinunciò, e in sua vece andovvi 
il Metastasio. 



1(50 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

A sviluppo dì un giusto rilievo fatto dal Croce (1) e a comple- 
mento di un proprio lavoro sui contatti intellettuali fra il Vico ed 
il Cuoco, pubblica M. Romano, Una pagina inedita di Vincenzo 
Cuoco su G. B. Vico (p. 181), un brano inedito estratto da un corso 
frammentario del Cuoco in materia di legislazione comparata : lo 
scritto è del 1800. 

Sono ora frequenti i lavori intorno ai Promessi Sposi del Man- 
zoni, che si mettono in confronto colla loro prima redazione secondo 
i Brani inediti pubblicati da G. Sforza. Quali sono le diversità? E quali 
sono i motivi che indussero il Manzoni a rifare ciò che aveva scritto 
e che ora pare pur a noi tanto bello? Il Momigliano (La rivelazione del 
voto di Lucia, in Giorn. stor. letter. itaì. del 1907, voi. L, pp. 116 segg.), si 
trovò dinanzi al problema dell'amore, in cui consiste uno dei più gravi 
motivi delle mutazioni e riaecazioni introdotte dal Manzoni nell'opera 
sua. Il Manzoni aveva dinanzi a sé il problema etico, e temeva sem- 
pre di scrivere parola che fosse, pur di lontano, censurabile sotto il 
punto di vista morale. Una controversia di simil fatta è studiata, 
in modo simpaticamente elegante, da B. Zumbini, L'episodio delia 
monaca di Monza nella prima minuta dei Promessi Sposi (p. 261). 
Il Manzoni nella prima redazione aveva inserito alcune descrizioni 
di amore a proposito di Egidio e di Geltrude, che più tardi giudicò 
eticamente sconvenienti, e che perciò senza alcuna indulgenza 
soppresse. 

Menziono qui alla fine due monografìe, che si riferiscono alla 
letteratura dialettale. Giovanni Crocioni si occupa di Giovanni Pa- 
radisi poeta dialettale (p. Ì93), buon poeta in vernacolo reggiano, 
e ne stampa alcuni componimenti. 

Schietti di semplicità graziosa e attraenti. sono alcuni canti popo- 
lari greci che G. Gigli, Canti popolari greci in Terra d'Otranto ( p. 227), 
amorosamente raccolse nella punta meridionale della penisola, dove 
vivono tuttora le ultime reliquie della grecità un dì fiorentissima. 
Alla pubblicazione aggiunse la versione e il commento. La storia 
medievale della Puglia è tutta piena dell'eco delle azioni compiute 
dai greci in Italia. I suoi monumenti, le sue chiese, nell'architettura, 
negli ornamenti, riflettono la civiltà bizantina. Certo ormai anche 
colà la grecità è appena un ricordo. E mentre nel l' Italia superiore 



(1) Il Romano si riferisce alla Bibliografìa Vicliiana che il Croce pub- 
blicò nel 1904. Ma in appresso il Croce pubblicò un Supplemento alla me- 
desima, Atti Accad. Pontaniana, Napoli, 1907, XXXVII, n. 10, parlando 
nuovamente di Vincenzo Cuoco. 



SCRITTI DI STORIA, FILOLOGIA E D'ARTE 1(51 

muoiono rapidamente le parlate tedesche, colà va, ma con assai 
maggiore lentezza, affievolendosi la voce del popolo greco. 

La Miscellanea è bellissima. Ogni articolo ha la sua importanza 
Bpeciale: alcune monografie trasformano giudizi storici generalmente 
accettati, o colmano lacune finora lamentate da tutti. Questa 
Miscellanea è quindi una corona nuziale, che non si disperderà mai. 

Firenze. C. Cipolla. 



Hermann Fitting, Alter u. Fohje d. Sehriften llómisclier Juristen 
con Hadrian bis Alexander. Zweite, vòlìig neue Bearbeitnng. — 
Halle a. S., Xiemeyer, 1908 ; pp. xn-130. 

È sorprendente, che il chiar. Prof. Fitting, dopo avere spesa la 
sua vita nelle cure dell'insegnamento, ed in una feconda operosità 
scientifica, lasciando larga orma di sé nel campo romanistico, nella 
letteratura procedurale, e negli studi sopra la letteratura giuridica 
del Medioevo, e dopo avere assistito ai festeggiamenti del suo 75° 
anniversario, cui han concorso giuristi d'ogni parte d'Europa e d'Ame- 
rica, ed appena affievolito 1' eco di tali festeggiamenti, con vigore 
giovanile e con forte iniziativa riprenda gli studi incominciati nei 
suoi anni giovanili, e dia subito alla luce un'opera notevolissima 
come la presente. Il tema propostosi dall'A. richiedeva vigore di 
pensiero, straodinaria forza di resistenza, infinita diligenza di ri- 
cerca; e l'A. ha giovanilmente corrisposto a tutti questi requisiti. 
Anzi se vi è un' opera che abbia avuta larga preparazione, è pre- 
cisamente questa. 

La prima edizione di questo lavoro apparve nel 1860 come scritto 
d'occasione per la festa del 4° centenario dell'Università di Basilea, 
dove il Fitting incominciò il suo professorato. Nel noto suo Pecu- 
lium castrense (Halle, 1871) completò alcune ricerche ; ed intanto le 
opere del Mommsen e del Lenel aprivano la via ad approfondire 
sempre più le indagini ; allora il chiar. A. si accinse ad una ardua 
impresa, quella cioè di raccogliere nel Digesto per ogni opera di 
ciascun giureconsulto classico tutte le citazioni imperiali, e della 
letteratura giuridica, e per ogni scrittore, un prospetto dei luoghi 
nei quali esso è citato. Da questi prospetti agevolmente si scoprono 
i rapporti fra i vari giuristi, e la trasmissione della eredità intel- 
lettuale; è un lavoro grandioso e di grande utilità, come ha potuto 
convincersi lo scrivente esaminandolo presso l'A. per sua cortese 
concessione. Questa raccolta si estende a tutti i giureconsulti Ro- 
mani, e l'A. generosamente l'ha posta a disposizione degli studiosi, 

Arch. Stor. It., 5. a Serie. — XLIII 11 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

clonandola alla Biblioteca Universitaria di Halle, dopo di essersene 
servito soltanto per la parte riflettente il presente libro (1). 

Questo, pur rimanendo fisso ai termini cronologici del suo primo 
programma, da Giuliano a Modestino, ha allargata la ricerca, oltre 
che all'età degli scritti degli antichi giureconsulti, ed alla succes- 
sione loro per ciascun giureconsulto, anche ad illuminare il più pos- 
sibile i rapporti di ciascuno di questi scritti colla letteratura giu- 
ridica esistente. Ricerca pur questa feconda di resultati, la quale 
serve a rintracciare il processo di filiazione nelle varie scuole, ed 
a dare un' idea sintetica dello svolgimento letterario del diritto. 

Alle indagini relative ai singoli giureconsulti l'A. fa precedere 
un importante capitolo, nel quale spiega i criteri direttivi delle in- 
dagini stesse. Nella ricerca sopra l'età e la distribuzione cronolo- 
gica degli scritti degli antichi giuristi, oltre le notizie che possono 
essere fornite dalle fonti storiche e letterarie, dalla epigrafia, e dalla 
papirologia, vi sono due elementi di fondamentale importanza, cioè 
le citazioni che s'incontrano negli scritti giuridici dai testi impe- 
riali, o dalla letteratura giuridica. L'uno e l'altro elemento possono 
condurre a conclusioni errate; e quindi VA. discute con lucidità e 
con profondità di dottrina, quando le citazioni sieno allusive ad 
un imperatore o no vivente, e come debba valutarsi il rapporto fra 
due scritture, quanto alla dipendenza diretta o indiretta dell' una 
dall'altra. Queste indagini sono condotte con quella grande sicurezza, 
che solo può avere chi, come l'A., è largamente sperimentato nella 
critica storica. 

A questa introduzione fanno seguito le ricerche sui giurecon- 
sulti da Giuliano a Modestino. Basta fare un rapido confronto fra 
il primitivo studio e l'opera presente, per accorgersi di quanto si è 
arricchito il lavoro in questa seconda edizione. I capitoli su Salvio 
Giuliano, su Saturnino, su Gaio, su Papiniano, su Paolo, e su ri- 
piano sono trattazioni rinnuovate. Per i giureconsulti di secondo 
ordine ricordiamo i capitoli su Sesto Cecilio Affricano, su Alburnio 
Valente, e su Meciano. Tale maggiore copia di notizie, oltre che dai 
sussidi delle altre scienze, trae l'A. specialmente dalla raccolta delle 
citazioni della letteratura giuridica estratta dal Digesto, e della quale 
abbiamo parlato poco sopra. Difficilmente questa ricchezza di no- 
tizie potrà essere superata, se non per effetto di nuove scoperte. 



(1) Un nuovo importante saggio di studi, desunto da tale schedario, è 
stato pubblicato in questi giorni dallo stesso A. col modesto titolo : Jiechts- 
g escili cidi i che Kleinigheiten, nella Zeitschr. d. Savigny-SUftung filr 
Rechtsgesch., voi. XXIX, Rom. Abt., 1908. 



FITTING, SC RITO DI GIURISTI ROMANI 163 

In conclusione questa opera segna un grande progresso nella 
conoscenza della antica letteratura giuridica; è un'opera d 1 inte- 
resse generale, e che non può restare d'esclusivo patrimonio dei giu- 
risti. Quindi la scienza deve essere grata all'A. di questo suo libro 
e della sua feconda e continua produttività, che è veramente mi- 
rabile. Il libro è dedicato all'Università di Montpellier; nobile e de- 
gno contraccambio dell'onore fatto all'illustre dotto Tedesco da 
tiuella Università, col promuovere la celebrazione del 75° anniver- 
sario di questo valoroso storico del diritto. 

Pitto ia. Luigi Chiappelli. 



Codice paleografico Lombardo. Riproduzione in eliotipia e trascri- 
zione diplomatica di tutti i documenti anteriori al 1000 esi- 
stenti in Lombardia. Secolo Vili. A cura di Giuseppe Bonelli 
dell'Archivio di Stato. — Milano, Ulrico Hoepli editore, 1908. 

Possiamo ben ripetere, anche nel nostro caso, che non sempre 
tutto il male viene per nuocere, poiché senza il gravissimo incendio 
della Biblioteca Nazionale di Torino probabilmente non possederemmo 
oggi una pubblicazione che ha per scopo principale di assicurare, 
col mezzo di buoni facsimili eliotipici, la conservazione delle più 
antiche carte originali degli archivi di Lombardia. Questa iniziativa 
merita la più ampia lode. Auguriamoci che abbia pieno successo, 
che possa proseguire sollecitamente ed allargare il suo campo. Si 
tratta di un'opera di gran pregio, che per sua natura deve assurgere 
ad un interesse nazionale. Bello e confortante quest'esempio di un 
giovane archivista, che si accinge ad un' impresa tanto ardua e di 
esclusivo vantaggio pubblico, di un fotografo, che per solo interesse 
morale presta l'opera sua, di un editore, che ha voluto acquistare 
una nuova benemerenza mandando ad effetto colle sole sue forze e 
con signorilità di mezzi un' iniziativa costosa e di esito non sicuro. 

Non si può misurare tutta l' importanza della pubblicazione ora 
principiata, come non si può dire a quanti studi potrà servire. Alla 
scienza vengono garantiti, contro tutti i pericoli che mali di vario 
genere e il tempo e la natura esercitano, i documenti più antichi 
e, per certo aspetto, più preziosi -, allo studioso è dato agio di poter 
esaminare nelle biblioteche come sul suo tavolino di lavoro, nella 
loro fedele immagine, i documenti dispersi in lontani archivi : da 
questo deriveranno vantaggi grandi e vari. Principalissimo sarà 
certo il valore paleografico, come si può fin d'ora constatare dal 
primo fascicolo pubblicato, sebbene contenga anche parecchie tavole 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

già note per altre riproduzioni in facsiinili. Ma non è qui il caso 
di rilevare la importanza varia, evidente di per sé, del lavoro : 
accostiamoci invece ad esso, e vediamo con quali criteri l'A. ce lo 
presenti (1). 

Il Codice paleograftco Lombardo dovrà raccogliere in facsimili 
eliotipici e trascrizioni diplomatiche tutti i documenti originali 
anteriori al 1000 (2), che si trovano negli archivi di Lombardia. « Il 
« presente volume comprende i documenti stati scritti nel secolo Vili. 
« che ancora si conservano in Lombardia. Essi sono quasi tutti origi- 
« nali e sommano a ventidue ; cinque si trovano a Bergamo e i ri- 
« manenti diciassette a Milano ». Sarebbero però state dimenticate, 
da quanto pare, due carte dell'epoca longobarda, le quali riguar- 
dano il monastero di S. Giulia di Brescia e che si devono conser- 
vare in originale a Cremona, nell'archivio dell'Ospedale Maggiore (3). 

L'A. ha seguito, per la raccolta, più il criterio archivistico che 
quello paleografico, ha cioè riprodotto tutti i documenti (originali e 
copie) del secolo Vili degli archivi di Lombardia, anche se scritti in 
altro territorio ; la prima tavola, ad esempio, è di una carta Piacen- 
tina. Dato questo principio, non sarebbe stato forse meglio incomin- 
ciare colla riproduzione dei pochi documenti su papiro, più preziosi 
per il materiale scrittorio e la cui conservazione richiede maggiori 
attenzioni? Riguardo alle copie, il Bonelli parte dal criterio paleo- 
grafico: le colloca nel secolo cui appartiene la loro scrittura. Que- 
sto principio, per quanto porti con sé inevitabili pericoli, mi pare 
giusto e da seguirsi in generale ; dico in generale, poiché talora, 
come nelle copie imitative, può tornare più utile allo studioso il 
trovare le copie accanto agli originali dell'epoca. Ad esempio, il 
documento della tav. 15, sebbene io lo ritenga copia del sec. X 
anziché dell' Vili, come opina il Bonelli, l'avrei collocato in quel 
medesimo posto. 



(1) Cfr. le recensioni di H. Bkessi.au nel Ifeues Archir, XXXIV. 309 
e di A. Ratti ne\Y Arclt. st. Lomb.. XXXV. 281. 

(2) Veramente l'A. parla di « documenti notarili »; ma il primo voi. 
contiene anche un diploma. 

(3) Sarebbero le carte 759 settembre 17 (Troya, n. 736 ; Bethmann- 
Holder-Hegger, n. 300) e 769 marzo 29 (Troya, ri. 899 ; Bethmanx-Holder- 
Egger, n. 434; facsimile nel Codex dipìom. Lang., tav. I), già possedute 
da Ippolito Cereda. Cfr. Odorici, Codice diplomatico Bresciano, voi. I, p. 65; 
L. Astegiano, Codex dipìom. Cremonae, voi. I, p. 25 n. 2, p. 26 n. 5; Kehr, 
Papsturkunden in Lombarde!, nelle Nadir ichten der K. Geselhchaft 
der Wissenscliafteìi zu Gottingen, 1902, p. 143. 



li "NELLI, CODICE PALEOGRAFICO LOMBARDO 165 

serva il Bonelli : «Siccome, poi, la pubblicazione ha pure, 
« per natura sua i stessa, carattere «li lavoro storico, così, pur di- 
« spensandoci da ogni commento illustrativo dei testi, per renderla 
« accessibile anche a coloro che, per l'indole degli studi fatti, hanno 
« poca o nessuna famigliarità colle antiche scritture, diamo anche 
€ le trascrizioni di tutti i documenti ». Forse l'A. è andato un tan- 
tino oltre la misura. Egli dà la trascrizione nuda, soltanto prece- 
duta dalla data dell'atto e da un breve regesto; per sapere dove il 
documento è conservato bisogna ricorrere alle tavole, che portano 
in calce il nome dell'archivio in cui si conservano le pergamene: 
non una notizia bibliografica, nessuna descrizione del materiale 

rorio. nulla dei regesti e dei segni o delle note archivistiche 
che si possono trovare sul verso. Queste note sul tergo (non parlo 
delle vere notitiae dorsali, che FA. non solo non trascura ma ri- 
produce in facsimile), dato appunto il carattere della pubblicazione, 
non sarebbero state un fuor di luogo, poiché la loro sorte è colle- 
gata a lineila della scrittura sul recto, ed hanno quasi sempre un 
certo valore per la storia del documento. 

« Neppure si è creduto opportuno di sottosegnare o altrimenti 
« indicare con diverso carattere le lettere e sillabe non scritte, ma 
resse coi segni abbreviativi ». Dall' aver esteso un po' troppo 
questo criterio ne è derivato, che alcune abbreviature, specie di 
troncamento, non sempre sono state sciolte con criterio uniforme e 
con tutta precisione (1): sarebbe stato conveniente, almeno nei casi 
dubbi, conservar.' l'abbreviatura o racchiudere tra parentesi o se- 
gnare in qualche modo le lettere dello scioglimento, il che avrebbe 
inoltre molto giovato a coloro i quali, come dice l'A. stesso, hanno 
poca o nessuna familiarità colle antiche scritture. 

Il Bonelli designa la scrittura di queste carte col titolo di «lon- 
gobarda », e rappresenta il chrismon colle sigle « s. m. n. » = 
« signum manus notarii » : non direi che questo esempio sia da imitare. 
Invece di premettere alle sottoscrizioni le sigle « s. e. » = « signum 
crucis», sarebbe stato più semplice e più chiaro eseguire senz'altro 
la cn 

Molta cura egli ha messo nelle trascrizioni, riuscendo a supe- 
rare non lievi difficoltà paleografiche. E poiché ho collazionato, colle 



il) Cito mi sulu rscinpio : nel doc. n. si ha (al rigo 8) « auri solidos 
uno » e subito dopo (al rigo 4-5) « prò (Tttibus un[o] solido >, mentre l'orig. 
ha nei due casi V abbreviatura per troncamento « sol ». Il compendio 
« Tid » è sciolto del Bonelli « air discretus » ed eccezionalmente (come nei 
un. 5, 14) * air (lenoni- - : egli scioglie sempre « Tir » in « uir religiosus ». 



1GG RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nitide tavole, le trascrizioni dei primi 14 documenti, noto, o meglio 
propongo, le seguenti varianti (1): 

Tav. I, rigo 2 madiar(um); 7 Sigirad (« s » è su rasura di «te»); 
8 loc(um) (2); 22 conponat ; 29 cartul(e) ; 29Ms ienitore ; 30 ac- 
cepto-, 31 Heldo. 

Tav. II, r. 3 notar(ius) regi p(resenti) (3) hoc dogomentum : 7 Sa- 
trelaiio; 8 nationem Gallia ; 13 reg(no) ; 20 ►£< Antoninus. 

Tav. Ili, r. 4 conmanente-, 5 costas it, prisentia; 8 sortire; 10 con- 
puna ; 12 st(i)p(ulatione); 13 fiaere ; 14 Petrnnis de Blixmii; 16 
pus tradì da. 

Tav. IV, r. 1 indigaltuu(m)(?); 8 contineuat cot cesseret; 13 paruet; 14 
e 15 feceret ; 23 inponere; 27 Peperanzo, Gamipert. 

Tav. V (4), r. 4 repromittemus ; 4, 17, 25 Dazo; 11 pec[u]lias; 12 per- 
tenente 5 14 nost[ra ujice ; 17 qui a no[s] ; 19 tementes ; 20 co 
s(upra) ; 22-23 Borgolino | chons[o]br[i]no (?) ipsas causas; 24 con- 
ponamus ; 25-26 pena nomine [s]o)(idos) ducentus (?) | et ; 27 per- 
tenit; 30 Dazoni ; 31 A[l jbrichis ; 32 quem ipsi singuli (?) rolgave- 
runt) (5) testis; 33 Maurentius, promissione rocatus ad Agelmu 
ad Dazoné me teste subscrisi ; 35 pos tradì da conpleui. 



(1) Per alcuni casi dubiti occorrerà esaminare gli originali. 

(2) Il Bonelli ha « loci > ; ma è forse questa la lettura meno probabile, 
poiché il tratto ondulato in appendice alla e è un segno di abbreviatura, 
non 1 ; T osservazione vale anche per altri casi simili. 

(3) Cioè « presenti die », secondo l'antica formula (Cfr. Marini, I Pa- 
piri diplomatici, mi. XCII, XCV, XCIX, CXI). Il Fumagalli, Codice di- 
pìom. Sant'Amor, p. 12 (= Trota, n. 453) e il Porro Lambertekghi, nel Cod. 
dipìom Lang. col. 16, lessero «notarius receptor » : il BicKtt t Mon. graphica 
Mcdii aeri, Text, p. 3, ha « notarius regius » (cfr. Chroust, Untcrsuchuìi- 
gen iiber die lang* Kónigs-und ìfersogsurìèunden, p. 4S nota 1); il 
Bonelli, «notarius screptor ». La legatura e l'abbreviazione «regip » si 
trovano pure nella più antica pergamena dell'Archivio di Stato di Firenze, 
720-727 (Trota, n. 415; Bethmann-Holder-Egger, n. 86); il Paoli lesse e 
interpretò « reg. p(ro) » (cfr. Archivio st. iteti., ser. 3, to. XVII, 235 nota 4). 
Non è necessario supporre la i mancante ; si può scorgere nel tratto che 
lega la g alla p. 

(4) Il testo del B. è molto migliore di quello lacunoso del Liti. Codex 
dipìom. Berg. I, p. 385 (= Trota, n. 528) e del Finazzi, Cod. dipìom. Lang., 
col. 23; la pergamena è alquanto corrosa. 

(5) L'orig. ha « ro » senza segno abbreviativo. 



BONELLI, CODICE PALEOGRAFICO LOMBARDO 167 

Tav. VI, r. 1 die q[...]to (1); 2 Consta me; 11 ccmpliuero ; 12 con- 
puna; 13 Trebauno (2); 16 han cautiouis ; 17 pos tradita. 

Tav. VII, r. 1 rex. Basilice; 5 quae tane ; 12 concidimus ac; lo qua- 
tinus ab h(odierna) d(ie) (3); 17 cess(um) (4) preceptum. 

Tav. VITI, r. 18 rogauet, fecet ; 19 Agelmumd(ns) in liane cartola ; 
24 Gautpert. 

Tav. IX, r. 13 prefato (5) ; 25 Gaidoal.l -, 27 conpl(eni). 

Tav. X. r. 3 amitane sua ; 5 Alfrit. 

Tav. XI. r. 3 mens(is) nouembrii ; 4 Zenoni -, 10 e segg. oliuetallo; 
15, 19 praesenti; 16 praesentem; 17 aduiexero; 21 canocae (6), 
praeuiderit ; 28 ancella ; 28*>is consentiae fui ; 30 Gaidoald ; 31 
Otoni ; 33 conpl(eui). 

Tav. XIII, r. 4 accepio; 5 Theutodoin aldio (7); 10 kaleclas-, 19 pos 

tradita. 

Tav. XIV. r. 1 exccell(entissimis) ; 2 magi[.., ind...] ; 4 accepissimns ; 
5-6 prò sorore [. .projereador eius quod in uenter baiolant ; 
7 nulla superinpositas ; 8 possant ; 11 defensor rex piessimus 



(1) Il IL ha « q[uar]to », e per errore di stampa alla carta è assegnato 
il giorno « 9 aprile »\ si potrebbe restituire anche < q[uin]to », anzi, a giu- 
dicare dallo spazio, parrebbe da preferirsi questa restituzione (la a corsiva 
occupa lo spazio di in). Il Fumagalli, op. cit., p. 25 ha « quinta » (=TROYA r 
il. 619), il Porro Lambertenghi, op. cit., col. 29, ha « quarto». 

Leggerei « Trebuano » e non « Trebuano ». 
(8) Tutti gli editori di questo documento, che è il ben noto diploma 
di Astolfo del 755 luglio 20. da alcuni ritenuto originale e da altri co- 
pia del sec. VIII, hanno sciolto quest' abbreviatura « h d » in « here- 
dibus », come il Lupi, op. cit. I, 438 (=Troya, n. 693), il Chroust, op. cit., 
p. 212, il Cipolla. Mon. paleogr. sacra, tav. XII e lo Steffens, Lateinische 
'Paleogr. Suppl., tav. 18 (ed. francaise. tav. 39); oppure in «herede », come 
il I5o.nei.li ; il Porro, op. cit., col. 38, conserva nel testo l'abbreviatura. Àia 
non vi può essere dubbio che nel presente caso si debba leggere « ab 
In odierna) o ab h(ac) d(ie) ». 

Nel rigo precedente si ha « cessimi » scritto per disteso. 

I/ovig. ha « prfto » con segno abbreviativo. 

(6) Così l'orig. per < canonicae ». 

(7) Il B. ha col Fumagalli, p. 44 (r Trova, n. 937, Mon. Germ. Ht8t. 
LL. IV, 659, n. Ili) e col Porro, col. 79, « Theutdo in aldio»: Il Mu- 
ratori, Ani. It. I, 875 e il Sickel, op. cit., p. 4, hanno «Theutodo in aldio »; 
la prima è incerta, stando alla tavola parrebbe soltanto sbiadita e non 
già rasa. 



168 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

uel i(?) [...]; 14-15 conp(onamu)s t[i]b[i...J j re nostra accepi- 
musue prò creaclo eius omnia; 16 uico ; 17 u(ir) u(enerabilis) ; 
18 atq(ue) (1), subcrisi (2); 22 Vetorinus (?) ; 24 ad suprascriptas 
omnia ; 25 pos tradirla. 

Di quest' ultima interessante carta di mundio, dell'a. 773 mag- 
gio 8 (Trota, n. 979; Bethmann-Holder-Egger, n. 504), pervenutaci 
in cattivo stato, non sarà del tutto inopportuno dare una nuova trascri- 
zione del testo, che ora si presenta in una veste meno a brandelli. 

« Consta nos Agepert cl(ericus) seo et Gaifrit germanis habida- 
« doris in uico Castel|lis] | et mundiadoris accepissimus et in pre- 
« sentia testibus accepiinns ad te Ans[. ..] (3) | filio b(one) m(emorie) 
«. Albinoni et mundiadore nostro auri tremissis duos prò sorore |no- 
« stra et prò] (4) | creador eius quod in uenter baiolant, ut tibi uel 
« ad heredibus [tuis nel ad proheretibus de] (4) | iustitia sua in 
« omnibus, ut nulla superinpositas in ea nec in agnitio [eius uel 
« in eius heretis] (4) | uel proheretis inponere non possant nisi ad 
« auri tremisse uno, sicut suberius l[egitur.J | Et si aliquis de tuis 
« heretis uel tu ipso uel tuis hered(is) uel proheretis aliqua (su- 
« perinpositas] (4) | ad eius agnitio superinponere uoluaerit, mala 
« rationem reddat, in diae iudie[ii iu] dicatur et in ipsa paginam ; 
« sed prò misericordia defensor rex piessimus uel i[ustus e] rit (5), 
« quia prò merci de ampli us, sicut lex est, mundio non tollemus (6) nisi 
« auri tre[misse...] j Spondemus nos suprascriptis germanis mundia- 
« toris seo et nostris heretis uel proheretis no[ stris it] J a (5), ut (7) 
« ab uniquemque hominem meni me defensare potuaeremus, tunc 
« conp(onamu)s t[i]b[i prò soro] | re (4) nostra accepimusue prò creado 
« eius omnia in dublo uel prò agnitio ei[us. Act. in] | uico Castellis, 
« ad casas ipsorum Agepert cl(erici) seo et (8) Gaifri germanis ». 

Firenze. L. Schiaparelli. 



(1) La t è incerta ; pare in legatura colla a e colla q, fors' anche è 
stata omessa ; si intenda, secondo la forinola intiera, « in hac cartola de 
accepto mundio [a me facta] atque dictata ». 

(2) Il B. legge « suberpisi », ma la r è corretta su p. 

(3) Si dovrà forse restituire < Ansoaldo » ?; pare si scorga la prima o, 
e della l si vedrebbe il tratto superiore. 

(4) Probabile restituzione, in conformità dello spazio. 

(5) Restituzione incerta, ma proporzionata allo spazio. 

(6) La t è corretta su 1. 

(7) Si intenda « ut si >. 

(8) « et » è scritto nell'interlineo. 



LOEW, I PIÙ ANTICHI CALENDARI DI MONTECASSINO 169 

E. A. LoEW, Die altesten Kalendanen aus Monte Cassino. (I più an- 
tichi Calendari di Montecassino). — Monaco, Beck, 1908. 

La giovane e importante pubblicazione « Quellen und Unter- 
suchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters », fondata dal 
dr. Lodovico Traube di cara memoria ai filologi, si è in questi giorni 
arricchita d' un nuovo interessante fascicolo per cura del giovanissimo 
dr. E. A. Loew americano, prediletto discepolo dello stesso Traube. 

Con questa prima pubblicazione l'A. si rivela valente filologo 
e paleografo distinto, quale abbiamo avuto occasione di conoscerlo 
personalmente a Montecassino. 

Naturalmente non si pretende fin d'ora in lui quella maturità 
di giudizio e sicurezza propria di un provetto, e che solo si può 
acquistare col lungo uso, mediante un completo corredo di cognizioni. 
Nessuna meraviglia quindi se in questa erudita pubblicazione egli 
sia incorso in qualche inesattezza nell' identificare alcuni Santi, come 
p. e. S. Colomba, S. Cristina, S.Tecla. Così pure egli prende un ab- 
baglio nel credere una sola le tre ben distinte chiese di Montecas- 
sino, la cui dedicazione trovasi segnata nei Calendari Cassinesi. 

Anche nell'apparato critico da lui adoperato si nota qualche 
lacuna meno perdonabile, quale sarebbe l'omissione d'un antico Ca- 
lendario della Biblioteca Ambrosiana (Il 150 Inf.) del secolo IX, di 
origine parimente cassinese, che trovasi già pubblicato dal Muratori 
nel to. XI, parte III delle Opere, p. 111. — Non meno utile gli sa- 
rebbe stato anche il Calendario metrico da noi pubblicato nello Spi- 
cilegium Casinense, to. I, p. 401, che qui ci piace dichiarare doversi 
attribuire al celebre storico cassinese Erchemperto, come ci riser- 
viamo di dimostrare in altra occasione. Al qual proposito ci sia per- 
messo altresì di supporre che la Depositio Bodeìgardi nel Calendario 
JR, per errore di copista, si debba leggere Bepositio Badelgarii. 
In tal caso noi vi troveremmo registrato ben a proposito il nome 
d'un Principe Beneventano, e, quel che più importa, il padre del già 
menzionato Erchemperto. Di Radelgario poi trovasi registrata la 
morte nel Cod. Yat. 4928 (f. 1). già di S. Sofia in Benevento, all'anno 
DCCCLIIII Indictione II obiti Badelgarius princeps. Altri due an- 
tichi codici di S. Sofia gli avrebbero potuto giovare: l'uno del 
British Museum, Cod. 23:776, sec. XII, l'altro della Bibl. Naz. di 
Napoli, VI. E. 43, sec. XII, entrambi ricchi di note storiche. 

Con tutto questo noi ci congratuliamo di cuore coli' esordiente 
critico pel prezioso contributo recato alla agiografia e storia cassi- 
nese, conie ci auguriamo di veder presto alla luce altri suoi impor- 
tanti contributi alla paleografia beneventano-cassinese. 

Firenze. Ab. D. Ambkogio Amelli. 



170 . RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

P. Bonaventura Egger. Geschichte der Climiazenser-Klòster in der 

Westschiveiz bis zum Auftreten der Cisterzienser. — Freiburg, 
Verlag der Universitàts-Buchhandlung, 1907. 

Dopo una breve prefazione sulla Regola dì S. Benedetto e sulla 
fondazione del monastero di Cluny, l'A. racconta in qua! modo e 
in qual tempo i cliiniacensi si stabilirono nella Svizzera occiden- 
tale. Il primo monastero da essi fondato nella regione fu quello di 
Romainmòtier, essendo abate di Cluny Odilo; e rimase sotto la di- 
pendenza diretta della casa madre, con la quale la filiale formò, si 
può dire, un tutto unico. Si ebbe, nel 962, la fondazione di un se- 
condo convento in Peter! ingen, dovuta alla pietà di Berta, vedova 
del re di Borgogna Rodolfo II; e nel 998 ne sorse un terzo a Be- 
vaix per opera di un nobile di quella terra, a nome Rodolfo. Poco 
dopo anche la chiesa di S. Vittore di Ginevra si converti in fonda- 
zione cliiniacense. Per qualche tempo l'Ordine non ebbe nuovi sta- 
bilimenti nella Svizzera occidentale; ma nella seconda metà del 
sec. XI, vivente a Cluny l' abate Ugo, i suoi monaci ripresero ad 
estendersi in questa regióne. Un Ulrico, parente di Enrico III, fondò 
il primo convento in territorio tedesco a Rilgginsberg. Nel 1088 i 
nobili fratelli Giraldo e Rodolfo di Vilar donarono all'abate Ugo un 
allodio ed una chiesa in questa città, ove poi sorse un monastero, 
che nel 1173 aveva un priore a nome Cono. Anche nella seconda 
metà del sec. XI i cliiniacensi si stabilirono a Rougmont, mercè la ge- 
nerosità del conte Guglielmo e della sua famiglia. Nel 1092 un altro 
nobiluomo, chiamato Umberto, donava loro la chiesa di Corcelles. 
Il priorato di Hettiswil fu fondato da un prete Enrico ; e verosi- 
milmente i monaci si stabilirono in questa nuova casa nel 1107. In- 
torno all'istesso tempo una nuova famiglia di questi monaci pren- 
deva stanza in Petersinsel, per largizione del conte Guglielmo III 
di Borgogna. Congregazioni di ordini affini si stabilivano allora nelle 
vicinanze ; ad es., quella dei Benedettini tedeschi, quella di Savi- 
gny, quella dei cistercensi. Verso il Ì140 Bertoldo di Twan e altri 
nobili fondavano l'ospedale di Fons Bargiae. Conosciamo la esistenza 
di altre filiali di Cluny; ma la loro origine è oscura: tali sono quelle 
di Baulmes, di Perroy e di Leuzingen. 

Studiate le origini delle varie filiali, l'A. passa ad esaminare le 
loro relazioni con la casa madre. 

In genere le congregazioni dell'ordine cliiniacense godevano di 
una certa indipendenza da Cluny e avevano il diritto di libera scelta 
dell'abate ; ma non così fu nei primi tempi nella Svizzera occiden- 
tale. A Romainmòtier in special modo il legame con Cluny, come 



171 

abbiami detto, fu strettissimo: le due case formavano una sola fa- 
miglia di monaci ; e per la rinnovazione dell' abate i monaci di 
({nel luogo dovevano accordarsi con quelli della casa madre. Tale 
stretta dipendenza si manifestò soprattutto a tempo degli abati Ma- 
jolus e Odilo, che governarono direttamente non solo Cluny, ma an- 
che gli altri conventi di Peterlingen, Bevaix e Ginevra. Ugo invece 
non fu più abate delle filiali, pur conservando, come generale del- 
l' Ordine, la supremazia sui monasteri dipendenti ; e mantenendosi 
ferma la centralizzazione, ciascuna casa filiale ebbe un capo locale, 
il priore. 

Le consuetudini cliiniacensi furono sempre col maggior rigore 
osservate in tutti i conventi dell'Ordine: l'influsso di Cluny si eser- 
citò specialmente nella nomina dei priori, che era fatta dall'abate 
cliiniacense; inoltre tutti i novizi, entrando nell'Ordine, dovevano 
fare la loro professione di fede nelle mani dell'abate. 

Fin dalle origini l'Ordine cliiniacense ebbe vincoli stretti con 
la Curia romana. Un tempo i fondatori dei monasteri solevano piut- 
tosto mettersi sotto la protezione dei re; dal sec. IX in poi s'in- 
trodusse invece l'uso di accaparrarsi la protezione del papa mediante 
il pagamento di un tributo annuo. In verità gli abati Odo, Majo- 
1 us e Odilo accettarono regie fondazioni, senza chiedere che le lar- 
gizioni fossero offerte a S. Pietro ; ma tutte le volte che poterono 
non tralasciarono di seguir l'esempio dei loro predecessori. Il mo- 
nastero di Roinainmòtier, ad es., ebbe la special protezione di Ste- 
fano III. Non si deve peraltro identificare la sottomissione al papa 
con la esenzione, che è di tempo più tardo, quando i monasteri fu- 
rono generalmente liberati dall'intervento dei vescovi nelle loro 
faccende. Un altro segno della dipendenza da Roma fu nella scelta 
del patrono: quasi tutte le filiali ebbero, come Cluny, per santo pro- 
tettore S. Pietro. I primi privilegi dei papi ai cliiniacensi della Sviz- 
zera occidentale risalgono alla seconda metà del secolo XI ; se ne 
conservano poi non pochi del secolo seguente. 

Fin dal tempo dell'abate Odilo cessò ogni giurisdizione dei ve- 
scovi entro le mura dei priorati cliiniacensi, in forza delle esenzioni 
concesse da Gregorio V e Giovanni XIX : ciò nondimeno, non poteva 
mancare una certa relazione tra la sede vescovile e i monasteri: e 
l'opera dei vescovi fu talvolta a vantaggio, talvolta a danno di essi. 
Perciò il nostro A. esamina i rapporti dei cliiniacensi svizzeri coi 
vescovi di Losanna in tutto il periodo di tempo che è oggetto del 
suo studio ; e poi quelli dei monaci col clero secolare. 

Un altro capitolo del libro tratta delle relazioni delle case filiali 
della Svizzera occidentale coi principi regnanti in quel territorio, 



172 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

incominciando dal regno di Rodolfo II di Borgogna e terminando 
col dominio dell'imperatore Enrico V di Sassonia: quindi dei rapporti 
dei monaci con la nobiltà locale, e particolarmente con le case di 
Grandson e di Jonx. 

Nel quinto capitolo son prese in esame le condizioni economiche 
dei suddetti conventi. Questa parte del libro concerne le dotazioni, 
le donazioni, l'esercizio di prestiti, del cambio e d'altre operazioni 
pecuniarie; gli acquisti, le occupazioni, i conferimenti di precarie: 
le relazioni economiche dei monaci coi lor soggetti, sia che fossero 
di condizione servile, sia che fossero uomini liberi o censitali ; i pos- 
sessi di mandrie di cavalli e di saline e infine i diritti di tutela. 

Il capitolo seguente studia l'organizzazione dei singoli priorati. 
Sono presi in esame gli uffici del priore, camerario, elimosiniere, 
hospitarius, cellario, infirmarius, sacrista, praecentor o armarius. 
Erano coi monaci gli oblati, novizi e conversi ; i famuli e i fami- 
liari. Le occupazioni dei cliiniacensi consistevano nel servizio di- 
vino, nella lettura e nel lavoro manuale. La regola benedettina fu 
diversamente interpretata dai cistercensi e dai cliiniacensi. Non mancò 
nei conventi di questi ultimi anche l'operosità scientifica. L'A. de- 
scrive nell'ultimo capitolo la forma architettonica dei vari mona- 
steri; e in appendice offre le liste dei priori, fa un esame critico di 
alcuni documenti di Peterlingen e riferisce il cerimoniale per l'am- 
missioni di novizi nell' ordine cliiniacense. 

Concludendo, possiamo affermare che il diligente studio del 
Padre Egger è un nuovo e prezioso contributo per la storia degli 
Ordini religiosi nel Medio Evo. 

Fi r e n & e . Pietro Santini. 



Leon Gauthier, Les Lombarde dans les Deux-Boìirgogncs. (Bibìio- 
thèque de VÉcoìe des Hautes Études, fase 156). — Paris. 1906, 
pp. xiv-400. 

Il volume consta di due parti: uno studio diviso in sette capi- 
toli, con parecchie appendici: e centosettantadue documenti, con un 
indice dei nomi propri. Argomento promettente, materiale copioso. 
La dichiarazione, premessa al volume, che il lavoro ha ricevuta l'ap- 
provazione di G. Monod, Y. Roy ed A. Longnon, darebbe affidamento 
di serietà e di precisione. Esaminiamolo adunque partitainente. 

Ferma anzitutto la nostra attenzione l'elenco delle opere con- 
sultate : chi ricordi le strettissime relazioni tra la Svizzera e la 
Franca-Contea, rimane subito colpito di non trovarvi menzionato il 



173 

noto lavoro dell'Amiet(l), vecchio ma sempre capitale sul commercio 
bancario degli Astigiani in quella regione. Si potrebbe pensare che 
l'Autore l'avesse trascurato perchè largamente spogliato nello studio 
del Sella e del Vayra sul Codex Astensis (2), ma, con grande sor- 
presa, né il Codex né il lavoro Sella-Vayra figurano nella tavola 
delle fonti manoscritte o stampate del volume, né vengono in alcun 
modo citati od usati nel corpo di esso. 

Anzi in detta tavola, all' infuori di due volumi del Bianchi sugli 
Archivi piemontesi, di libri italiani non trovano luogo che le Storie 
di Chieri del Cibrario, e la Storia di Asti del Grassi, della quale 
opera si cita solo il 1° voi. della seconda ediz., che pure avrebbe 
dovuto fornire al sig. G. almeno il materiale bibliografico fino 
al 1890. Dopo di ciò, non sorprende che il diploma di Ottone III 
sui negociatores astigiani sia citato solo dal Cibrario, anziché dai 
Monumenta Germaniae Historica, e il diploma di Corrado del 1037 
da un registro dell'Ardi, reale (sic) di Torino, come se fosse ine- 
dito, mentre, per non parlare dell'edizione Assandria (3), troppo re- 
cente perchè il G. potesse conoscerla, era già stato pubblicato dal- 
l'Ughelli (IV, 354) e nei Mon. Hist. Patriae (Ch. I, 513). Ma anche i 
Monumenta Historiae Patriae sono sconosciuti all'Autore. 

Questi dice Asti « tout près de Chieri, son alliée ficlèle » : la- 
sciamo stare la fedeltà di Chieri ad Asti, che potrebbe essere di- 
scussa; ma il tout près farebbe pensare a qualcosa come Versailles 
e Parigi, mentre la distanza è per lo meno doppia. 

Ma, senza insistere su queste, che potrebbero parere inezie, è 
impossibile non rilevare certi errori veramente gravi. A p. 7 il G. 
dice che nel 1335 morì il principe di Acaia lasciando come erede 
(Ti'acomo di Savoia « qui devint seigneur d'Asti », ma che i sudditi, 
presto stanchi di un tal Signore, per essere meglio governati e difesi, 
si sottomisero nel 1342 a Luchino Visconti, donde sopravvennero 
discordie fra questo ed i Sabaudi, regolate solo da un trattato di 
pace del 29 aprile 1348. Ora, Giacomo di Savoia non fu mai signore 
di Asti; gli Astigiani, quindi, non si sollevarono contro il malgo- 
verno di lui, bensì contro quello di un principe di sangue francese, 



(1) Die franzòsischen nix! lamhardischen Geldwucherer des Mittel- 
alters nàmlieh in der Schivei,?, in Jahrbuch filr schive ineriscile Ge- 
schichte, voli. I e II. 

(2) Del Codice di Asti, pp. oefcxin e se^g., Roma, Accademia dei 
Lincei, 1887. 

(3) In JJhro Verde della Chiesa di Asti, II, 196, n. 311, in Bibh 
Soc. Stor. Sub., voi. XXXIV, Pinerolo, 1907. 



174 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Roberto di Angiò, il «re dei preti»; e le questioni tra il Visconti 
ed i Sabaudi non furono per la dedizione di Asti a Luchino, ma 
per tutt'altre ragioni ben note agli studiosi di storia piemontese (1). 
Così è una genealogia che non si troverà certo nel Litta ne in alcun 
altro storico milanese, quella di Galeazzo Visconti fatto figliuolo di 
Luchino e marito di Bona (2). 

Proseguendo un riassunto della storia di Asti sulle magre in- 
dicazioni dei doc. dell'Ardi, di St. di Torino pubblicati dal Bianchi, 
senza alcuna conoscenza de' più recenti lavori in materia, dal Gor- 
rini al Gabotto, il G., dopo aver narrato che nel 1372 Asti sostenne 
assedio e guerra contro il Visconti, afferma che egli fu « secréto 
« ment secourue par Amedée VI de Savoie, défendue par le marquis 
« de Montferrat son vassal ». 

Giovanni II Paleologo, marchese di Monferrato, anziché vassallo, 
era in quel momento il Signore di Asti, e Amedeo VI soccorse 
questa tanto segretamente, che vi andò in persona, con un esercito : 
e l'ultima chanson de g est e che le vecchie cronache di Savoia ripor- 
tano in una prosa, da cui è facile ristabilire gli antichi versi, è 
appunto quella della difesa di Asti da parte del Conte Verde. 

Ameremmo sapere chi sia il Guglielmo di Monferrato vivente 
nel 1394 che fece in tale anno una lega con Luigi di Orléans (3). 
Ma non ci possiamo meravigliare della imprecisione dell'Autore 
in materia di storia italiana, quando lo vediamo ignorare persino 
la circostanza in cui Carlo di Orléans, figlio di Luigi, fu fatto pri- 
gioniero dagli Inglesi, o se tale circostanza gli è nota, portar la 
data delia battaglia di Azincourt al 1422 ! (p. 9). 

Dopo il. riassunto della storia politica astigiana (che costituisce 
il paragrafo primo del 1° capitolo) l'autore passa a trattare special- 



(1) L* errore è tanto più grave in uno scrittore di storia economica, 
perchè la causa della rivolta di Asti a Roberto fu, più che altro, la rivalità 
di due gruppi bancari, cioè dei Roeri e dei Pelletta contro i Solari. Cfr. 
Gabotto, Storia del Piemonte nella prima metà del secolo XVI, p. 184, 
Torino, 1894. e Gabotto e Gabiani, Gli atti della Società del Popolo dì 
Asti, in Bill. Soc. Stor. Sub., voi. XXXIII, p. 416, Pincrolo, 1906. 

(2) Superfluo rettificare che Galeazzo Visconti era figliuolo di Stefano e 
nipote di Luchino e sposò non Bona ma Bianca di Savoia. 

(3) I lavori del Camus sulle nozze di Luigi d 1 Orléans con Valentina 
Visconti e la relativa polemica col Romano non sono naturalmente cono- 
sciuti dal G.: ma che dire non vedendo noti a lui neppure i libri francesi 
del Faucon, del De-Circourt, del Yarry, del Valois, e dato come una no- 
vità archivistica il contratto nuziale tra Valentina e Luigi ed il giura- 
mento di fedeltà di Asti a quest'ultimo, suo nuovo Signore V 



GÀUTHIER, I LOMBARDI NELLE DUE BORGOGNE 175 

mente del commercio degli Astigiani, e pone l'inizio della loro « pe- 
netrazione » in Francia al 1226 e l'« invasione» verso il 1250. Qui 
bisogna dire che egli non abbia saputo adoperare neppure i libri 
che cita, perchè anche solo dal noto studio del Bourquelot sulle fiere 
di Sciampagna avrebbe veduto come il commercio degli Astigiani, 
ed in genere dei Lombardi, al di là dei monti sia molto più antico. 

Negli atti notarili dell'Ardi, di Genova, che si vanno pubbli- 
cando dal Ferretto (1), numerosi documenti ci mostrano Albesi, Asti- 
giani ed altri Lombardi in Francia già sulla fine del secolo XII e ci 
lasciano intendere facilmente che questa non era una novità, sì la 
continuazione di un uso inveterato. 

Il 1220, come ho accennato in un mio recente scritto (2), segna 
soltanto un periodo di maggiore attività di Asti in concorrenza con 
altre città lombarde. La tardità dei documenti su cui si fonda il G. 
per constatare in modo sicuro la presenza de' Lombardi prima nella 
contea poi nel ducato di Borgogna, deriva da due ragioni abbastanza 
semplici, cui egli non ha pensato, cioè la qualità delle fonti da lui 
consultate, e la tardità vera dell' istituzione ufficiale delle casane. 
Il G. sembra ignorare che il commercio bancario fu dapprima libero, 
e soltanto nella seconda metà del secolo XIII venne regolato e, in 
certo qual modo, monopolizzato dall'autorità pubblica col sistema 
delle concessioni e degli appalti di casane. A questo proposito la 
preparazione dell'A. in materia di storia economica è, in strana guisa, 
insufficiente. 

Il paragrafo 3° del capo 1° discorre delle famiglie astigiane che 
praticarono il grande commercio. A parte alcune sviste, corrette dal- 
l'A. stesso nell'errata-corrige, ed il non encomiabile sisiema di voler 
tradurre i nomi dal latino in francese, per cui, anche i meglio tradotti 



(1) Documenti sulle relazioni fra Alba e Genova, in Bibl. Soc. Stor. 
Sub., voi XXIII, pp. 3 segg., Pinerolo, 1906, e V altro volume in corso di 
stampa: Relazioni fra Asti e Genova, nella stessa Biblioteca. Non si fa 
carico, si capisce, al G. di non aver conosciuto doc. non ancora pubblicati 
quando egli scriveva il suo libro, ma poiché egli si vanta di « aver rico- 
« stituito per mezzo degli Archivi di Torino e di Asti le grandi linee degli 
« annali di questa città », è giusto osservargli che avrebbe potuto andare 
anche a Genova, dove in queir Arch. di Stato sono molti prontuari ma- 
noscritti per risparmiare anclie la consultazione diretta di minutari notarili, 
come informano con lodevole sincerità scientifica il Caro ed il Sieveking, 
di cui il G. avrebbe pur dovuto consultare le opere a proposito di ban- 
chieri lombardi in Francia. 

(2) Le vie del Commercio fra V Italia e la Francia nel medio-evo, 
Asti, Brignolo, 1906. 



176 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

riescono press'a poco irriconoscibili (1), alcuni storpiamenti passano 
ogni segno: i Cacherano si sdoppiano in Kacquin e Taquerant e, 
appena nell'indice, PA. comincia ad accorgersi che quest'ultimo 
deve essere una svista in luogo del vero nome; i Baudracchi 
sono convertiti in Badra, e Baldraccone de Curia diventa Bondragon 
de Coire, come se invece di essere un Astigiano fosse del canton 
Grigioni. Nei Sacqua, ad un pratico di storia astese sarà possibile in- 
dovinare i Bevacqua (Beaqua), ma nei Pateni solo un grande sforzo 
può far riconoscere i Pentenati e nei Narre i celebri Natta. Così i 
Guttuari diventano qualche volta Guattari, la società dei Becclrin 
cenere è presentata nella forma Bacchi nei nere e Mombercelli in 
Momberalli, Frinco in Prineo etc. Il G. nota che parecchie di que- 
ste famiglie erano di nobile origine e già signore di feudi prima 
dell'apogeo della loro fortuna di banchieri; non si può pretendere 
che egli sappia come parecchie di esse si riconnettano ai più anti- 
chi stipiti di case comitali e signorili dell'alto medio-evo, e che la 
loro ricchezza in numerario risponde ad un determinato momento 
dell'evoluzione capitalistica dell'Italia subalpina da terriera in com- 
merciale e poi, da capo, in terriera, mentre per una parte rappre- 
senta il prodotto di una antica concentrazione della moneta al tempo 
in cui i progenitori di dette famiglie occupavano le cariche fiscali 
dello Stato nelle città (procuratores o exactores e vicedomini). 

Per altro sarebbe desiderabile che non si trovassero nel libro 
del G. affermazioni di questa specie: per esempio che i Turchi de- 
rivarono dai Castelli, come gli Isnardi ed i Guttuari, mentre è ben 
noto che i Turchi, gli Isnardi ed i Guttuari, tre famiglie di provenienza 
diversa, si unirono a formare l'ospizio dei De Castello solo verso 
la metà del Ducento per ragioni politiche e forse bancarie, senza 
vincoli originari di sangue. E così non si vorrebbe leggere che i 
Solari ebbero in Asti per un mezzo secolo una azione analoga a 
quella de' Visconti, degli Scaligeri e de' Medici e che, se fosse sorto 
tra loro qualche personaggio del tipo di « Galeazzo Visconti, Cane 
della Scala o Lorenzo il Magnifico », sarebbe pervenuto al pari di 
loro al potere supremo. L'A. dimentica completamente che du- 
rante tutto il periodo a cui egli si riferisce nessun Soraro si trovò 
nelle condizioni, non diciamo di Galeazzo Visconti, di Cane della 
Scala o di Lorenzo de' Medici, che non furono punto i fondatori della 



(1) I Bocca diventano Bouche : i Bolla diventano Boule ; i De Curia 
diventano La Cour ecc. Altrove poi, pp. 30 e 75, gli Alfieri sono trasfor- 
mati in Alfeit. 



GAUTHIER, I LOMBARDI NELLE DUE BORGOGNE 17/ 

potenza delle loro Case ma soltanto gli eredi ed i continuatori ri- 
spettivamente di Matteo Visconti, Alberto della Scala e Cosimo 
de' Medici: ma neppur di questi ultimi, essendoché Asti era sotto 
la signoria del re Roberto che vi teneva buone truppe sotto il si- 
niscalco di Piemonte, e, di fronte alla nobiltà scema di forze per 
l'esilio della parte ghibellina e per la rivalità de' Solari e di altre 
tra le famiglie rimaste, stava compatto e organizzato il Popolo con 
ordinamenti formidabili, come quelli di « Giustizia » a Firenze un 
secolo e mezzo prima di Cosimo il Vecchio. 

È, insomma, sempre la stessa inesattezza di concetto, la stessa 
imprecisione di forma, la stessa impreparazione di storia subalpina 
e relativa bibliografia, che abbiamo già incontrata nei paragrafi pre- 
cedenti. 

A questo riguardo il giudizio deve essere ancora più severo per 
il quarto paragrafo che in tre paginette vorrebbe studiare le rela- 
zioni di Casa Savoia colle compagnie lombardo-genovesi e colle 
loro banche. 

Anzitutto l'A. avrebbe dovuto considerare sotto un aspetto molto 
diverso dal consueto le relazioni di Asti coi conti di Savoia nella 
prima metà del Ducento, su cui egli sorvola affatto, senza nep- 
pure il pensiero che nella politica di espansione territoriale di Asti 
potesse dominare il movente economico di padroneggiare le strade 
e di monopolizzare a suo vantaggio il grande commercio tra l'Italia 
e la Francia (1). Se non che, una volta messo per la via non di « trac- 
ciare la storia finanziaria di Casa Savoia nei secoli XII e XIII », che 
non era veramente compito dell'A., ma di accennare le relazioni coi 
« Lombardi e colle loro banche », avrebbe dovuto il G. utilizzare al- 
meno le fonti a stampa sull'argomento, là dove invece la consueta 
trascuranza di tutto ciò che fu scritto al riguardo in Italia e special- 
mente in Piemonte lo porta più che mai a offrirci unicamente magri 
sunti, tratti dal Bianchi ; e documenti editi da gran tempo nelle 
maggiori raccolte di storia subalpina e persino nella nota opera del 
Wustemberg su Pietro di Savoia. 

I sei capitoli successivi esaminano separatamente i Lombardi 
nella contea di Borgogna, le loro relazioni coi conti ed il loro al- 
lontanamento dalla regione; i consiglieri lombardi di Ottone IV; i 
Lombardi nel ducato fino alla loro cacciata; lo stato sociale e le 
associazioni di Lombardi nelle due Borgogne; le operazioni finan- 
ziarie e. finalmente, il commercio. 



(1) Le vie del Commercio cit. 

àkch, Stok. It., Serie 5.a - XLIII. 12 



178 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Questa parte condotta sui documenti francesi appare infinita- 
mente migliore della precedente. La trattazione procede serrata e 
sobria, densa di fatti, ricca di particolari interessanti e curiosi ; 
ma è anche la parte che sfugge più facilmente al controllo di un 
recensente italiano. Il G. afferma ad un certo punto che gli Asinari, 
i Guttuari, gli Isnardi, insomma i banchieri astigiani della corte 
di Ottone IV di Borgogna, operavano piuttosto per conto de' Bardi, 
degli Scali, dei Peruzzi e degli Scaglia di Firenze che per conto 
proprio. Ora noi non possiamo accettare, senza beneficio di inven- 
tario, questo giudizio, in verità troppo generico, anche perchè dagli 
stessi documenti che il G. cita in nota e pubblica nella seconda 
parte del volume, risulta chiaramente che gli Scaglia (1) non sono 
Astigiani ma Fiorentini (cfr. doc. XX, p. 121), cioè lo stesso che gli 
Scali. E messo bene in rilievo che il momento aureo dei banchieri 
Lombardi nella Franca Contea coincide col fortunoso reggimento 
di Ottone IV, da cui il paese passa poi, perdendo l' indipendenza, 
nella Casa di Francia, e che i cronisti del tempo accusano di essere 
stato rovinato dalla ingorda speculazione de' Lombardi. 

Intorno a quel conte stavano infatti molti consiglieri e corti- 
giani nati di qua delle Alpi, così Piemontesi, come Toscani ; fra i 
primi vanno ricordati Ardizzone di Ivrea, Domenico e Reginone 
Asinari ; fra i secondi i famosi Mosciatto e Biccio-Guidi, Arcangelo 
Buonaguisa, Giacomo Scaglia, sopratutto quest'ultimo, e Landuccio 
Morelli, de' quali ultimi due il G. reca le epigrafi, l'una in caratteri 
romani, in caratteri gotici l'altra, soffermandosi a lungo, specialmente 
sul processo di eresia intentato allo Scaglia dall'inquisitore di To- 
scana frate Mino di San Quirico. 

Secondo il G. i Lombardi sarebbero passati nel ducato di Bor- 
gogna dalla Franca-Contea, dove ebbero in appalto la maggior parte 
delle casane, largheggiando in prestiti verso i duchi che ora li fa- 
vorivano ora li perseguitavano, mossi in entrambi i casi da speciali 
ragioni di interesse e di sfruttamento. Si comprendono le esplosioni 
di odio delle popolazioni borgognone contro i Lombardi, al pari che 
contro gli Ebrei, perchè i banchieri si ripagavano sui piccoli di quanto 
dovevano perdere coi grandi. La varia vicenda dei Lombardi è qui 
dal G. largamente documentata, tanto con le fonti a stampa quanto 
col nuovo materiale edito in appendice. 

Diversamente dagli Ebrei però, i Lombardi non si trovavano 
mai al bando della società perchè tali. Appartenenti nei loro paesi 



(1) Una famiglia Scalia biellese esisteva già nel 200, ma non sembra 
aver avuto nulla a che fare colle due Borgogne. 



GAUTHIER, I LOMBARDI NELLE DUE BORGOGXE 179 

«li origine a famiglie di cospicua nobiltà, ottenevano regolarmente 
la « borghesia » nelle terre delle due Borgogne in cui si stabilivano, 
e non mancarono di quelle che vi acquistarono terre e persino feudi. 
Un'altra loro diversità dagli Ebrei è inoltre caratteristica: mentre 
l'Ebreo in materia bancaria opera isolatamente, i Lombardi si co- 
stituiscono in associazioni e formano « compagnie », potenti non 
meno per l'estensione territoriale delle operazioni, che per l'entità 
dei capitali a disposizione di ciascuna di esse e per il reciproco 
aiuto materiale e morale, economico e civile che essi si davano l'un 
l'altro, sopratutto nei momenti in cui infieriva la bufera in qualche 
luogo e li risparmiava in qualche altro. 

Le principali operazioni finanziarie de' Lombardi consistevano 
in prestiti e cauzioni su cedole, su pegni e su ipoteche; consegna 
o trasmissione di denari e pagamenti a distanza: ricuperi e paga- 
menti per clienti in conto corrente ; imprese di regia finanziaria per 
il principe e pei signori: acquisti e locazioni di terre prese in pa- 
gamento; locazione di animali e di mobili. Alcune di queste erano 
operazioni secondarie derivanti dalle principali della banca. Per 
ciascuno di questi tipi di relazione il G. reca esempi ben documen- 
tati. Inoltre i Lombardi si occupavano del commercio delle stoffe e 
di altri generi, come pelliccie, mercerie, armi ecc. Sotto questo 
punto di vista è veramente interessante e prezioso un documento 
del 1345, di cui il G. ci dà il fac-simile, che contiene il conto dei 
pedaggi di Saint Jean-de-Lome col segno proprio di ciascun mer- 
cante accanto al nome del medesimo. È un bello e raro esemplare 
di marche di commercio così antiche. 

Resta a dire qualcosa dei documenti e del loro modo di pub- 
blicazione. Trattandosi di atti tardi, dal 1265 al 1476, è lodevole il 
sistema seguito dall'A. di usare la grafia e la punteggiatura mo- 
derna. I nomi propri invece anche qui sono troppo spesso errati, 
talvolta per sviste evidenti di lettura; e neanche sono sempre esatte 
le note di identificazione geografica. Per esempio, una carta di Ame- 
deo V di Savoia del 1° febbraio 1301, p. 137, data « apud sanctum 
Georgium », lascia incerto il G. se si tratti di S. Giorgio canavese 
o di S. Giorgio Scarampi, senza che l'A. sappia o gli venga in mente 
che vi è un S. George in Savoia. 

Ad ogni modo è una raccolta preziosa che può essere utilmente 
adoperata anche per altri studi e dalla quale si potrà trarre, per la 
stessa storia economica, maggior partito che non abbia saputo fare 
il G., in quanto vi si contengono numerose indicazioni e notizie (che 
• ■gli ha trascurate), non solo per chiarire punti particolari, ma sì an- 
cora per fissare concetti e vedute generali. 



180 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

L'impressione di questo resoconto può riuscire forse più grave 
di quanto sia intenzione del recensente, il quale, se ha creduto di 
dover rilevare le deficenze, le sviste e gli errori, non pochi, né di 
poca importanza, che si incontrano in questo libro, specialmente per 
l'etichetta che esso porta, è però ben lontano dal disconoscere che 
la pubblicazione è utile agli studi, sia come indicazione, sia come 
avviamento ad ulteriori ricerche. Neil' insieme vi si desidera, con 
una maggiore preparazione storica, un'attitudine più spiccata alla 
trattazione di problemi economici. 

Torino. G. Barelli. 



P. Giacinto Picconi da Cantalupo, dei Frati Minori. Serie Cronolo- 
gico-biografìca dei Ministri e Vicari Provinciali della Minor itica 
Provincia di Bologna, con Vaggiunta di storiche notizie concer- 
nenti V Ordine e segnatamente la Provincia. — Parma, Tip. della 
SS. Nunziata, 1908 ; 8°, pp. 519. 

Pubblicati di già dal p. Giacinto da Cantalupo, Cronologo della 
Provincia dei Frati Minori di Bologna, gli Atti Capitolari di essa 
Provincia, dal 1458 al 1710 (de' quali fu detto in questo Archivio 
Storico, Serie V, Tom. XXXII, Dispensa 8 a del 1903), eccoti venir fuori, 
esso Padre, coli' altro bello e buon volume di sopra enunciato. 

Il p. Giacinto, narrati sommariamente l'origine ed i progressi 
della Provincia sua, e datanti dal 1209, dà principio alla serie dei 
Ministri Provinciali, che dal 1217 col nome di p. Giovanni da Strac- 
chia arriva al 1907 col p. Giacinto, compilatore del volume, e che 
ascendono al bel numeno di 195. 

Nel 1899 avea luogo la fusione delle due Provincie già degli 
Osservanti e dei Riformati di Bologna; e qui comincia una nuova 
serie col p. Serafino da Fresonara, eletto nel 1899 e prosegue fino 
al 1902 col nome del p. Salvatore Spada da Longiano, tuttora in 
carica, che sono quattro; i quali, uniti ai 195 di già indicati, for- 
mano il numero di 199. Tutti i nomi dei singoli Provinciali sono 
corredati di cenni biografici; e frammiste si trovano indicazioni di 
fatti salienti relativi all'Ordine, e segnatamente ai tempi in che 
avvennero lungo ogni Provincialato. 

Seguono due Appendici : una reca la Serie Cronologica dei Vi- 
cari Provinciali della Minoritica Osservante Provincia di Bologna. 
la quale comincia col 1444 col nome del notissimo p. Marco Fan- 
tuzzi da Bologna e vien fino al 1897 col p. Desiderio Cortese. Ascen- 



181 

dono in tutti al numero di 80. Anche frammezzo a questa lunga serie 
non mancano notizie opportune sulle persone e sugli uffici da essi 
itati nell 1 Ordine. 
Segue quindi una lista di Religiosi viventi dell'Ordine, innalzati 

a dignità ecclesiastiche, e che sono quattro. 

Opportuna viene poscia la discussione, che il p. Giacinto in- 
traprende con V Ardii via Storico Francescano per sostenere che la 
Provincia di Bologna fu madre della Milanese, e non viceversa. Gli 
argomenti addotti dal p. Giacinto sembravano ai più favorevoli a lui. 
Ma a dargli piena ragione è venuto un documento del 1291, del quale 
egli mi ha data comunicazione, e che è del tenore seguente: « Anno 
« D.ni 1291, die 24 iunii D.na Agnesina filia q.m Alberti de Mala- 
« voltis et uxor D.ni Galeotti de Lambarttinis ellegit suam sepulturam 
« apud ecclesiam S. Francisci in Bononia.... et dari voluit fr. Addam 
« Ministro Orci. FF. MM. in Provincia Romandiole sive Lombardie 
« 10 lib. bon. ». 

Indici copiosi e ben fatti rendono agevole allo studioso il ricer- 
care notizie all'uopo opportune, e richiamare a giusto ordine le me- 
morie assai varie sparse per entro il volume. 

Questa serie pertanto unita agli Atti Capitolari di sopra ricor- 
dati, ai Cenni Biografici degli uomini illustri della Francescana Pro- 
vincia di Bologna compilati dal p. Picconi, dei quali non è uscito 
che il I Volume alla Series Praelatorum da esso pure edita, non che 
al Centone, ossia Miscellanea di Memorie diverse concernenti la Mi- 
noritica Provincia in discorso, del quale è pure uscito un solo vo- 
lume, sono pubblicazioni pregevoli dovute alla penna ed alla eru- 
dizione del p. Giacinto. Ad esse voglionsi aggiungere la Storia ed 
Arte in S. Maria dì Campagna (Piacenza) del p. Andrea Corna, Ber- 
gamo. Istituto di Arti Grafiche, 1908, e VOrigine del Monte di Pietà 
in Imola del p. Serafino Gaddoni (in Miscellanea di erudizione e belle 
Arti del prof. Bavagli, Carpi, Fase. X-XII, 1907). 

Tutte queste Memorie sono belli e buoni elementi per rifare la 
storia della Provincia Minoritica detta di Bologna, da quasi un se- 
colo e mezzo ormai trascurata, seguendo sempre, secondo l'esigenza 
de 7 tempi nuovi, l'ordine logico e molto ben scelto del p. Flaminio 
da Parma, religioso di fino criterio, dotato di varia e vasta erudi- 
zione, e di tanto buon senso storico pe' tempi suoi, che è il tutto 
in opere di tal genere. 

Mirandola. F. Ceretti. 



182 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Torquato Cutuki, Di alcuni Statuti delle Corporazioni delie Arti nel 
Comune di Gubbio (estratto dal Bollettino della li. Deputazione 
Umbra di Storia Patria, voi. XIII, 1908: pp. 253-396). — Pe- 
" rugia, Unione tip. Coop., 1908. 

I Brevi statutari studiati dal C, e che sono i soli rimastici, 
appartengono alle arti de' Falegnami, de' Ferrai, de' Calzolari e Con- 
ciapelli, degli Speziali e dei Merciai; ed alla illustrazione di essi 
l'editore prepone un breve studio sulle disposizioni degli statuti 
generali del Comune eugubino relative all'esercizio delle arti e dei 
mestieri e all' ingerenza del potere politico centrale sui minori nuclei 
sociali e sulla loro facoltà regolamentare: ingerenza che fu sempre, 
e anche negli altri luoghi dell' Umbria, più forte e continua che 
l'egregio A. non creda, come all'evidenza dimostrano le compilazioni 
statutarie della stessa dominante, Perugia. Ed era, d'altronde, feno- 
meno naturalissimo questo, poiché in fondo tanto il maggiore aggre- 
gato politico quanto i minori aggregati sociali erano prodotti spon- 
tanei delle stesse energie, delle stesse necessità politiche, o — a 
meglio dire — le risultanti delle stesse cause determinatrici. Né 
diverse erano le persone che costituivano e reggevano quello e questi, 
il Comune cioè e le Corporazioni, e quindi è facile spiegare come 
quelli stessi che avevano date, nell'interesse di nuclei parziali e 
ristretti, norme alle esplicazioni delle individuali o collettive atti- 
vità, legiferando poi ne' Consigli del Comune s'inducessero agevol- 
mente in vista d'un interesse più generale, più largamente sociale. 
a far sacrificio di parte di queir autonomia, di quella libertà d'azione 
che le singole arti avrebber voluto egoisticamente arrogarsi. Non 
dunque speciali condizioni di fatto, ne la minore importanza delle 
corporazioni artigiane in Gubbio, in confronto d'altrove, produssero 
là una minore influenza politica di quelle: ma pensiamo piuttosto 
che ivi, come nelle altre città dell'Umbria e di fuori, la sfera della 
loro azione politica fosse proporzionata alla somma degl'interessi 
che quelle rappresentavano così per quantità numerica de' loro 
componenti, come pel valore morale e materiale che realmente 
avevano in confronto delle altre classi sociali e dell'intero organismo 
del Comune stesso. 

Certo la persistenza tenace in quel territorio di una forte casta 
aristocratica, d'origine feudale, poggiata sulla proprietà terriera, potè 
là rendere men vigoroso e rapido lo sviluppo della borghesia arti- 
giana, ma non per questo è lecito supporre che gl'interessi di quelli 
e la sua afférmazione politica potessero rimaner sopraffatti o vilipesi 



CUTURI, STATUTI DELLE ARTI IN GUBBIO 183 

nel nuovo ordinamento democratico del Comune, la cui caratteristica 

rale e costante è appunto il savio equilibrio de' diritti e dei 
pesi, il giusto temperamento delle molteplici e talor colludenti ma- 
nifestazioni de' bisogni, dei desideri e delle pretese de' vari nuclei 
sociali. 

Così pure avremmo voluto che l'origine e l'esplicazione pratica 
della vitalità di aggregazioni corporative artigiane fossero riportate 
più indietro di quel che il dotto A. non fa, poiché per quanto egli 
non ne abbia trovato o non esistano (il che è da revocarsi forte- 
mente in dubbio) memorie positive anteriori alla seconda metà del 
secolo XIII, è però certo che l'azione di quei minori nuclei sociali si 
svolse anche in epoca assai più remota e però anzi, tacitamente ma 
con assidua e determinatrice influenza, nella formazione dell'aggre- 
gato maggiore, il Comune. 

Ma prescindendo pure dalla più complessa questione circa la 
parte che spetta alle Corporazioni artigiane nella costituzione delle 
nostre democrazie medievali, questione su cui si è tanto e talora 
anche oziosamente discusso, è indubitato che la storia più antica di 
quegli enti è tuttora involuta nell'ombra per la scarsezza dei docu- 
menti più vetusti, e per la soffocazione violenta che di alcuni di quei 
potenti organismi fu determinata dalle nuove condizioni politiche e 
dai rivolgimenti sociali avvenuti in appresso. Cosi della maggior 
parte di quelli eugubini scomparvero anche le costituzioni e le ma- 
tricole, e d'altri pochi restarono per lo più frammentarie o incomplete. 

E di queste egregiamente il C. ritesse le vicende, coordinan- 
dole col succedersi degli avvenimenti cittadini, seguendone lo svi- 
luppo durante il periodo della dominazione ducale e poi di quella 
papale, e accompagnandole nella narrazione della loro vita, durata 
sino agli inizi del secolo XIX, con nuovi e bene scelti documenti. 
Sobrie considerazioni giuridiche illustrano le peculiarità più note- 
voli di queste legislazioni statutarie particolari, e recano un ot- 
timo contributo allo studio critico della organizzazione del Comune 
ne' centri minori. 

Di alcuni Brevi statutari più importanti il C. pubblica anche 
molti brani testualmente o ne dà soltanto le rubriche con succosi 

-ti : un accurato indice alfabetico correda l' interessante pub- 
blicazione. 

Firenze. G. Degli Azzi. 



184 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Lisetta Ci accio. Il Cardinal legato Bertrando Del Poggetto in Bo- 
logna (1327-1334). — Bologna, Zanichelli, 1906. 

L'accurato studio della Ciaccio incomincia con brevi notizie 
sulla vita di Bertrando, entra poi a trattare della legazione poli- 
tica di lui in Italia, affidatagli da Giovanni XXII, e della lotta, 
ch'egli iniziò da Asti, sua prima sede in Italia, contro i Visconti, 
dapprima mal riuscita mediante le armi di Filippo di Valois, ma pro- 
seguita poi accanitamente con le armi spirituali, e ripresa con ugual 
vigore contro Galeazzo, dopo la morte di Matteo Visconti. I guelfi 
ebbero allora qualche successo. Pure le sorti della guerra presto 
mutarono, a cagione dell'intervento di Ludovico il Bavaro in favore 
dei Visconti. 

Stava sopratutto a cuore del papa e di Bertrando la presa di 
Bologna; a tale intento si inviò un secondo legato, Giovanni Orsini, 
per sostenere le pretensioni della Chiesa nell' Italia centrale. L'arte 
diplomatica del Poggetto trionfò con la dedizione di Parma e di 
Reggio, cui seguì, nel 1318. quella di Bologna, quando i Lamber- 
tazzi, ghibellini, furono cacciati dalla città, e i Geremei, guelfi, tro- 
varono utile, per sostenersi, di porsi sotto la protezione del papa. 
Ciò nondimeno, 1' ordinamento interno del Comune rimase immutato, 
ma per breve tempo: che le lotte intestine e la sfortunata guerra 
contro Passerino Buonaccolsi constrinsero nel 1327 i Bolognesi a 
darsi del tutto nelle mani di Bertrando. Questi entrò trionfalmente 
nella città il ò febbraio dell'anno seguente; e poco dopo i magistrati 
e i consigli cittadini rinunziarono di fatto alle libere istituzioni, 
sotto l'egida delle quali Bologna aveva per lunga età prosperato. 
Le riforme introdotte dal Poggetto negli ordinamenti cittadini tol- 
sero quasi ogni potere agli antichi magistrati, alcuni dei quali fu- 
rono addirittura aboliti, altri ebbero diminuite e completamente 
trasformate le loro incombenze. Cessò di esistere anche il Consiglio 
del Popolo; e si iniziò così la signoria assoluta del legato pontificio. 
In luogo del Potestà, fu istituito un Rettore: rimasero in vita il 
vicecapitano e 12 anziani, ma scelti ad arbitrio del legato e docili 
{strumenti della sua volontà. Furono conservati, con poteri limi- 
tatissimi, i Consigli degli 800 per le sentenze e dei 4000 per l'ele- 
zione degli ufficiali inferiori. Per inquisire tutti gli ufficiali fu creato 
il jwaepositus offìciorum. 

A scopo di pacificazione largheggiò in amnistie e richiamò i 
fuorusciti. Riformò gravezze e monopoli e impose collette straordi- 
narie. Corresse e riordinò gli statuti, specie in materia criminale e 



GIACCIO, IL CARDINALE DEL POGGETTO IN BOLOGNA 185 

pose un argino alle ingiustizie e corruttele, diminuendo il numero 
degli impiegati. Esercitò la sua influenza anche sulle società delle 
arti e delle armi. Se mantenne queste ultime, allargò però l'uso 
delle milizie mercenarie. Pur non limitando troppo la libertà dei 
privati cittadini, non abolì le leggi contro i nobili, ne quelle sun- 
tuarie. Si mostrò specialmente severo contro le riunioni, armate o 
senza armi, e contro i provocatori di tumulti. Non trascurò la po- 
lizia cittadina, e dette prova talvolta di sentimenti umanitari. Come 
dignitario ecclesiastico, favorì i suoi parenti e connazionali, ma come 
governatore della città concesse i maggiori uffici soltanto ad italiani. 
Così, protesse il clero, ma lo volle soggetto alla sua autorità. Curò 
lo Studio bolognese, la costruzione delle mura e del castello, il rior- 
dinamento stradale e fluviale. 

Poco si sa del carattere morale di Bertrando. Odiò in Dante l'au- 
tore del De Monarchia. Pure inclinando generalmente alla clemenza, 
fu violento e inesorabile coi nemici. Sfortunato nelle guerre e stra- 
niero di nascita, gli mancò l'affetto della popolazione. 

Fu tra i principali intenti del Poggetto quello di estendere il suo 
dominio sulle altre città della Romagna. Acquistò Faenza, ma per 
breve tempo. Imola, Modena, S. Donnino e altri luoghi minori cad- 
dero in suo potere. Migliorò le relazioni di Bologna con gli Estensi 
e gli Scaligeri e trattò di pace con Venezia. Quanto alle città di 
lunga data amiche, i rapporti con Bologna si fecero più intimi. Non 
seppe impedire per le terre del suo dominio il passaggio di Ludo- 
vico il Bavaro, e se ne giustificò presso i guelfi accampando la man- 
canza di danaro. 

Frattanto i Pepoli congiurarono contro il legato e il governo 
della Chiesa; ma la trama andò a vuoto. Le guerre minute s'erano 
riprese: alfine Faenza si sottomise e gli Estensi si pacificarono. Ciò 
nondimeno la fortuna di Bertrando cominciava a declinare. In Bo- 
logna e nel contado serpeggiava il malcontento contro il suo go- 
verno; e Reggio e Parma si ribellarono. Non potè negare il suo 
contingente alle città guelfe di Toscana contro il Bavaro e contro 
Castruccio; e alla sua volta ei dovette rivolgersi per aiuti alla lega 
guelfa quando Bologna fu minacciata dall' imperatore. 

Alle città ribelli si aggiunse nel 1329 anche Modena e poi Faenza. 
Furono risottomesse, ma più di nome che di fatto. La poca sicurezza 
dei possessi di Romagna e la guerra in Lombardia aggravavano la 
posizione politica di Bertrando. 

Nell'estate del 1329 venne a Bologna Bernardo de' Rossi di 
Parma per trattare la pace co' fuorusciti parmensi, ch'erano in quella 
città. Il legato lo fece imprigionare con alcuni dei fuorusciti, e ciò 



186 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

portò per conseguenza la rottura della pace e l'alleanza di Parma, 
Reggio e Modena con Ludovico il Bavaro e l'entrata di questo in 
Parma. Bologna corse allora serio pericolo, aumentato da una con- 
giura ghibellina contro il legato e dalla ribellione di alcuni castelli 
del contado. E mentre nei cittadini maggiori cresceva l'odio contro il 
governo di uno straniero, il popolo minuto era inasprito dai disagi 
della carestia; il che spiega la vastità della congiura, andata a vuoto 
per questa stessa ragione. Il legato non osò prender vendette prima 
che non giungessero da Firenze milizie ausiliarie per tenere a freno 
la città. Alcuni dei congiurati, e fra questi Alberghettino Manfredi, 
già signore di Faenza, e più volte ribelle alla Chiesa, furono giu- 
stiziati, altri incarcerati, altri riuscirono a fuggire. 

Apparecchiatasi Bologna a difesa contro il Bavaro, questi non 
osò allora, con le poche forze che aveva, muovere contro la città: 
e non potè farlo più tardi, perchè le cose di Germania lo richiama- 
rono oltralpe; né tornò più in Italia. Frattanto Azzone Visconti si 
professava amico della Chiesa; e la guerra di Romagna, dannosa 
più a Bertrando che ai ribelli, continuava in piccole fazioni, fra la 
stanchezza generale e senza alcun costrutto. 

Un nuovo fatto complicò le faccende politiche dell'alta Italia : 
la venuta di Giovanni di Boemia che, dichiaratosi già amico del- 
l'Impero, mutò ad un tratto condotta alleandosi con la Chiesa. Per- 
venuto con singolare fortuna ad avere in dedizione gran parte del- 
l'Italia superiore e centrale, in un colloquio a Castel Franco (ove 
convennero tutti i rappresentanti dei guelfi) con Bertrando, stipulò 
un trattato col papa, in forza del quale ricevette in feudo Parma, 
Reggio, Modena e quant'altro fosse riuscito ad occupare in Italia. Il 
patto fu conchiuso con la persuasione che giovasse al papa, perchè 
egli avrebbe conseguita la suprema autorità in un forte Stato laico 
in Lombardia e nel centro d'Italia; e giovasse al Lussemburghese, 
perchè questi senza la protezione della Chiesa non sperava potersi 
sostenere a lungo nei nuovi possessi. Invece fu dannoso ad ambe- 
due, insospettendo l'uno l'animo dei guelfi, alienandosi l'altro l'animo 
dei ghibellini. 

Vi fu un momento in cui parve risorgere la fortuna del Pog- 
getto, avendo combattuto con successo contro Forlì ed avendo nel 
1332 segnata la concordia con Venezia ed ottenuta la dedizione per- 
petua di Bologna. Fu allora nominato conte di Romagna e si trattò 
sul serio (il Villani a torto dice questa un'impostura) di trasferire 
a Bologna la sede pontificia. La ragione, per cui il disegno non fu 
mandato ad effetto, fu probabilmente la peggiorata posizione di Ber- 
trando nella città. 



CUCCIO, IL CARDINALE DEL POGGETTO IN BOLOGNA 187 

Il nuovo conto visitava intanto Faenza, riacquistava Forlì e si 
disponeva a percorrere il resto delle Romagne e le Marche: ma fu 
trattenuto a Bologna, quando ebbe sentore della coalizione guelfo- 
ghibellina, che si preparava contro il re di Boemia e il legato pon- 
tificio. Le imprese guerresche incominciarono con le spedizioni degli 
Estensi contro Modena e di Azzo Visconti contro Crema e Pavia. 
Bertrando si trovò quindi impigliato subito in guerra contro la casa 
d'Este. sostenuta dagli alleati. Sul Po presso Ferrara le milizie di 
Bologna e del Boemo toccarono una memorabile sconfitta; ed un'altra 
ne patì il legato presso Argenta. In Lombardia fu segnata una tregua, 
Giovanni di Boemia andò più volte a Bologna per concertarsi col 
legato: ma nel settembre del '33 ripassò le Alpi, lasciando il solo 
Bertrando alle prese coi collegati, mentre la Romagna gii si rivol- 
tava contro. Gli Estensi continuavano alacremente la lotta, ed Ar- 
genta si arrendeva loro nel marzo del 1334. Allora il papa mandò 
un nunzio in Italia per venire a patti coi collegati. Già le trattative 
erano a buon punto, quando vennero ad interromperle gravi novità 
in Bologna. 

Il malumore contro Bertrando del Poggetto non si era mai spento 
nella città. Ne fanno prova parecchie congiure, orditesi entro le mura 
e nel contado fra il 1330 e il '33, preparate anche dai guelfi e se- 
guite dall' incarceramento di molti fra i più eminenti cittadini, che, 
per timore del fermento popolare, dovettero essere poi rilasciati liberi. 
Caduta Argenta, e andate sempre più a male le cose della guerra 
estense, il malcontento si convertì in aperta insurrezione. Fu inti- 
mato a Bertrando di partirsene da Bologna. Assediato nel castello, 
fu costretto ad arrendersi, e si allontanò scortato da 300 cavalieri 
fiorentini. Ospitato onorevolmente in Firenze, mosse di là a Pisa. 
d'onde si imbarcò per Avignone. Bologna ripristinò i liberi ordi- 
namenti del Comune. Così d' un sol colpo cadeva il vasto disegno 
di Bertrando del Poggetto, ch'era di ripristinare in Italia la supre- 
mazia pontifìcia, allo scopo di preparare il ritorno dei papi nel no- 
stro paese : disegno ripreso poi con miglior successo dal cardinale 
Albornoz. 

A questo accurato studio l'Autrice fa seguire una copiosa rac- 
colta di documenti inediti, tratti dagli Archivi di Bologna, Venezia 
e Firenze, e dalla Biblioteca universitaria bolognese. 

Firenze. Pietro Santini. 



188 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Nunzio Federico Fakaglia, Storia delia lotta tra Alfonso V (V Aragona 
e Renato cVAngiò. — Lanciano, Carabba, 1908 ; 8°, pp. xv-446. 

Questo nuovo lavoro del Faraglia è la continuazione di quello pub- 
blicato nel 1904, ossia della Storia della regina Giovanna II d'Angiò. 

In omaggio ai suggerimenti ed alle esortazioni del compianto 
Bartolomeo Capasso, ammiratore dell'infelice Renato, del re buono 
e cavalleresco, del re poeta e pittore, l'A. dichiara essersi accinto 
allo studio dell'importante soggetto; ma di mala voglia, con una 
specie di prevenzione contraria ad Alfonso e tutta favorevole a 
Renato. Man mano tuttavia che il lavoro procedeva innanzi, quella 
prevenzione, continua l'A., veniva attenuandosi. Nella scena di quel- 
V importante episodio della lotta fra i due personaggi che decidono 
delle sorti del regno, Alfonso d'Aragona avea fatto il suo ingresso 
sotto auspici niente lusinghieri: Re straniero, chiamato ad invadere 
il regno di Napoli, insidia la regina Giovanna che lo aveva adottato 
e fa ardere e saccheggiare Napoli. Con l'incalzare degli avvenimenti, 
questa figura così esosa ed ostile da principio si viene quasi riabi- 
litando, si trasforma ed appare di tutt'altro uomo. Alfonso diventa 
«operoso, non avvilito da mala ventura, costante, magnanimo»; 
insomma egli ingigantisce, mentre Renato perde. 

Quei pregi da cui trae tutto l'essere suo, reale, obiettivo, senza 
preconcetto o esagerazione, non vanno confusi con le virtù eroiche 
derivate dall'ambiente falso in cui lo situarono i suoi panegiristi, 
come il Panormita, i quali, celandone i gravi difetti, ne magnificarono 
soltanto l'apparente grandezza e ne fecero come un eroe romano. 

In questo, dunque, consiste il maggior inerito del Faraglia : 
nell'avere rimessa a posto la figura d'Alfonso, principe saggio, pro- 
tettore delle arti e delle lettere, le cui virtù grandi non erano offu- 
scate dal contrasto di non meno grandi difetti. 

L'impresa di Alfonso da principio non avea che un fine: quello 
di corquistare il regno, e conquistatolo, ottener gli onori del trionfo. 

Si ritorna così ad un periodo classico, prodotto dal Rinasci- 
mento, alla glorificazione delle virtù eroiche mercè la pompa del 
trionfo, concetto derivato dall'ammirazione dell'antichità che in Al- 
fonso non era poca. Egli, ancor prima di salire sul trono di Napoli, 
avea mostrato trasporto pel classicismo pagano, come ne attesta la 
presenza fra i suoi cortigiani di Guiniforte Barsizza, istoriografo di 
Corte, e del cancelliere Dalmazio de Muro, ch'era in gran voce di 
fautore ed amico dei letterati (Poggius, Epist. IV, 14; IX, 19). 

E quella solennità del trionfo, tanto ostentata dai panegiristi 
d'Alfonso ed eternata in un'estesa descrizione, non era, come osserva 



FARAGLIA, ALFONSO V D'ARAGONA E RENATO d'ANGIÒ 189 



il Geiger, uno sfoggio superbo di forza di un usurpatore straniero, 
ina l'omaggio che un principe non italiano rendeva allo spirito del- 
l'antichità ed alla passione per le allegorie allora prevalente in Italia. 
Quella graduale riabilitazione che al Faraglia, critico arguto, si va 
facendo strada col procedere innanzi del racconto, documentato in 
ogni parte, non è che la consacrazione d'un fatto già noto, che cioè 
Alfonso, non appena fu principe, non fu più riguardato come stra- 
niero: egli anzi fu considerato, nonché come iniziato, come coo- 
peratore attivo e stimato negli affari d'Italia. La sua Corte di- 
venne subito il centro da cui uscirono gli uomini più altolocati, 
come Papa Callisto III, che poscia gli si mostrò ingrato ; e tutto 
ciò. ad onta che Alfonso non fosse un letterato, come Federico d'Ur- 
bino, ma semplicemente amatore di discipline letterarie, che seppe 
congiungere all'ammirazione dei poeti pagani quella dei Padri della 
Chiesa, senza essere bigotto e senza farsi ingannare dalle devote 
ipocrisie del clero. Sul conto anzi dei preti era solito esclamare 
« essere più salutari le battiture che non le preghiere » (Geiger, 
Rinascivi, e Umanesimo, p. 319;. 

Del resto, come bene osserva il Faraglia, egli « non amava con- 
« fondere la religione con la politica; sosteneva con le armi le sue 
« ragioni sul regno e mandava eserciti contro il Papa ». 

La conquista del reame di Napoli per parte d'Alfonso non fu 
facile. Avea nemici da ogni parte. Infatti Eugenio IV, per tradizioni 
della Curia romana, favoriva Renato, francese, e temeva la vicinanza 
d'Alfonso, potente ed audace; ma soprat,utto voleva serbare il su- 
premo diritto della Chiesa sopra il regno. Alfonso lo ebbe sempre 
contrario, ma pur senza far calcolo della dura tenacità di lui, gl'in- 
vase da principio Terracina, che faceva parte del Patrimonio di San 
Pietro. I propositi ostili dei Padri del Concilio di Basilea, in cui 
tanto sopravvento prese il clero francese, e l'intenzione che questo 
ebbe a mostrare di non inimicarsi re Carlo VII, avevano, più di ogni 
altra circostanza, indotto il Papa a dare l'investitura del regno a 
Renato. Ammaestrato, tuttavia, dalla perdita di Terracina e dai ru- 
mori dei ribelli di Roma, Eugenio IV aveva capito che non bastava 
con verbali proteste sostenere il diritto di patronato della Chiesa 
sul regno, ma occorreva difendere con le armi Roma ed il Patri- 
monio. Di qui, l'ordine al patriarca Vitelleschi di mettere in assetto 
l'esercito. Iniziate le ostilità, l'A. ci fa assistere allo svolgimento 
minuto dei fatti che costituirono i principali e più importanti 
episodi di quella guerra. Riassumendo le grandi linee del lavoro, 
si avvertono sempre più le difficoltà contro cui Alfonso doveva 
lottare 



190 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

I Genovesi gli erano avversi per gelosia dei catalani, potenti del 
mare. Non gli era favorevole il Duca di Milano, che dominava Genova. 
Siffatte contrarietà ebbero per epilogo la famosa battaglia di Ponza, 
combattuta nel 1435 dai genovesi con arte meravigliosa, rimasta la più 
memorabile di quante furono fatte sul mare nel secolo decimoquinto. 
Il Papa, i fiorentini ed i veneziani ne rimasero assai soddisfatti, 
ma ne rimasero puranco impressionati, perchè, sebbene nemici d'Al- 
fonso, temettero che, dopo quella battaglia, le sorti d'Italia fossero 
interamente passate all'arbitrio del Duca di Milano. Ma fatto libero 
Alfonso, dopo la dura prigionia scontata a cagione della sconfitta, 
diede nuovo e più vigoroso impulso alla guerra. Era allora appro- 
data a Napoli Isabella, moglie di Renato, e la più parte del regno 
aveva innalzate le bandiere angioine. 

Molti baroni favorivano Alfonso e, fra i principali, il Duca di 
Sessa e il Principe di Taranto; ma essi, più che per le qualità per- 
sonali, insuperbivano ed insolentivano per la grandezza del nome, 
la vastità delle loro signorie e le grandi ricchezze. Gli erano più 
specialmente avversi i baroni della Calabria e dell'Abruzzo e, fra 
questi ultimi, il grande Iacopo Caldora, la cui figura emerge fra 
quelle dei più celebri capitani di quel tempo ed è studiata nei suoi 
più esatti particolari storici dal Faraglia (vedi cap. Vili, lib. III 
pp. 185 sgg.). E in Abruzzo appunto, sotto la difesa del Caldora, 
avvennero alcuni dei fatti d'arme più importanti. 

Seguire tutte le fasi di quella guerra che allora sconvolse tutto 
il regno, non è dato a questo punto per la molteplicità e ricchezza 
degli episodi raccolti dal Faraglia. E così, fra l'alternarsi di vicende 
or liete or tristi, fra il succedersi di vittorie e di sconfitte, si giunge 
all'assedio di Napoli, all'entrata che vi fece vittorioso il re Alfonso, 
alle ultime imprese sostenute, dopo l'istallamento sul trono, per cac- 
ciare dal regno gli ultimi ribelli partigiani dell'Angioino, al Par- 
lamento di Benevento e finalmente al trionfo dell'Aragonese. 

Del resto, la minuta rassegna dei fatti che costituiscono il rac- 
conto di questa lotta colossale, trova esatto riscontro negl'itinerari 
tanto di Renato (1435-1443) quanto d'Alfonso (1438-1442), i quali sono 
stati minutamente ricostruiti dall'A. in base ai molteplici documenti 
che ha avuti a sua disposizione. 

Quegl' itinerari ci fanno assistere allo svolgimento particolareg- 
giato della lotta, al processo quasi giornaliero dell'azione spiegata 
dai due principi contendenti. 

Le fonti a cui il F. attinge in questa importante e geniale ri- 
costruzione d'un periodo storico, sebbene noto, pure assai confuso, 
sono molte e svariate. Oltre dei documenti vaticani, degli archivi 



FA LAG LIA. ALFONSO V D ? ARAGONA E MENATO D'aNGIÒ 191 

di Genova, Milano, Firenze, Siena, Napoli, egli si è valso più spe- 
cialmente delle cedole della Tesoreria Aragonese, conservate nel- 
l'Archivio di Stato di Napoli, fonti precipue di storia, alle quali 
FA., nonostante alcune sommarie spigolature del Minieri-Riccio. 
aveva dedicato molti anni di studi. 

Uno dei migliori capitoli, che eccita anche la curiosità, è il 
càp. I del lib. V, in cui la figura del re Alfonso è studiata e rico- 
struita nei più interessanti particolari della vita privata e militare. 
Vi si descrivono gli accampamenti, e, con minuti ragguagli, quello 
del re. le consuetudini semplici e modeste di costui, le vesti, le 
abitudini, il sentimento religioso, il carattere e quant'altro è scatu- 
rito dalla ricerca particolare, esatta e obiettiva, senza divagamenti 
o esagerazioni e, sopratutto, senza preconcetti sul conto della figura 
principale, ossia d'Alfonso, attorno a cui, come ho detto, per com- 
piacenza del rinascente classicismo, ovvero per calcolo cortigiano, si 
era creata una specie di leggenda eroica. 

Anche il cap. V del lib. Ili è inteso a lumeggiare la persona e i 
sentimenti di Renato, che gli ammiratori del tempo pure dipinsero 
come un eroe da romanzo. È certo che i cronisti, più intenti a notare 
i fatti d'Alfonso che quelli di Renato, poche notizie ci hanno tra- 
mandate sul conto di questo principe sventurato, il quale fu emulo 
e forse superò lo stesso Alfonso nel gusto delle arti belle, come fa 
fede il prezioso inventario de'suoi cammei e delle gemme artistiche 
da lui raccolte (Lecoy de La Marche, Le voi Bene, II, 119, 121, 124) 
e la protezione spiegata in favore di Colantonio del Fiore, cui lo 
stesso re dette l'avviamento alla pratica del colorire ad olio. 

Dopo vari lavori parziali e non sempre esatti sulle lotte dina- 
stiche fra Alfonso e Renato, questo del Faraglia, vivace nell'espo- 
sizione, felice per sobrietà e compiutezza nelle analisi, severo nei 
giudizi, reca l'impronta migliore di serietà e di coscienza critica. Ma 
il pregio più saliente in esso fa parte la fedeltà storica ed il criterio 
della misura) è quello di veder contemperato allo spirito d'indagine 
acuta, la potenza d'una sintesi vigorosa ed efficace. 

Sulmona. Giovanni Pansa. 



P. CIRILLO Mussini, Archivista Provinciale Cappuccino. Memorie Sto- 
riche sui Cappuccini Emiliani (1525-1629), Volume 1°. Parma, 
Tip. Vescovile, Ditta Fiaccadori,' 1908 ; 8°, pp. 208. 

Anche gli umili padri Cappuccini hanno sentito il bisogno di 
continuare la storia del loro Ordine, i cui Annali scritti dal Boverio 
sono ormai troppo lontani. È vero che nel frattempo sono stati pub- 



192 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

blicati lavori parziali ; ma questi sono troppo sparsi, ed aspettano 
chi li riduca in uno, e dia loro vita. 

Frattanto, come i Superiori hanno dato incarico al p. Camillo 
da Crespellano per la Provincia di Romagna, così per 1' Emiliana 
hanno scelto il p. Mussili i, il quale si è subito accinto al lavoro, e 
ne ha dato in luce il tom. I di sopra enunciato. 

Alcune pagine di Prefazione danno conto dell' opera, la quale 
è divisa in nove capitoli. Nel primo, che va dal 1525 al 1568, fra 
l'altre, sono notevoli le Memorie su Matteo da Bassio iniziatore della 
riforma dei Cappuccini, sulla fondazione del primo loro ospizio nel- 
l'Emilia ecc. Il secondo (1568-1574) ricorda la fondazione dei con- 
venti di Piacenza e di Parma, discorre dei Cappuccini e dell'Arte. 
Nel terzo (1574-1576), dato uno sguardo allo stato civile e morale 
dell' Italia nella seconda metà del secolo XVI, si parla delle fon- 
dazioni dei Conventi di Reggio-Emilia, di Modena, di Sabbioneta, 
di Casalmaggiore, del Finale Emilia. Nel quarto (1576-1590) si ricor- 
dano fra 1' altre cose i Conventi sorti in Bozzolo, in Borgo S. Don- 
nino, in Carpi, in Sassuolo ed in Busseto. Notevoli gli articoli : 
Leggi e legislatori e lo Stato civile e religioso dei Cappuccini alla 
fine del secolo XVI. Il quinto capitolo (1590-1597) ricorda la fonda- 
zione dei Conventi di Guastalla e di Viadana. Il sesto (1600-1606) 
narra di nuovi Conventi edificati in Correggio, in Novellara, in 
Fonteviva. Nel settimo (1606-1619) sono menzionate le fondazioni dei 
Conventi di S. Secondo e di S. Martino in Rio, e si narra come 
V Ordine e la Provincia venissero tolti dalla dipendenza dei PP. Con- 
ventuali. L'ottavo (1619-1626) racconta come sorgessero i Conventi 
di Firenzuola, di Castel S. Giovanni e di Scandiano. Il nono final- 
mente (1627-1636) dà ragguaglio del p. Renato da Modena, già Rab- 
bino Ebreo, e del duca Alfonso III d' Este fattisi cappuccini. 

Tutti i singoli capitoli hanno notizie sui Ministri Provinciali, 
e sui Capitoli pure della Provincia tenuti in varie epoche. Abbon- 
dano poi di cenni biografici sui Religiosi venuti in alta stima per 
sapere, per virtù e per altri titoli. Ne mancano i ricordi di quei 
molti, appartenenti a famiglie grandi, i quali dato un addio al 
mondo vollero vestire le prime lane dei Cappuccini. Ne sono di- 
menticate le Missioni affidate all'Ordine. 

Segue Vìndice Cronologico dei pp. Vicari e Ministri Provinciali, 
Quella dei Vicari comincia col p. Benedetto da Siena fondatore della 
Provincia, 1533, e termina col p. Giovanni da Ravenna, 1617: sono 
in tutti 35. I Ministri Prbvincictli hanno cominciamento col p. Ga- 
briele da Bologna, 1618, e termina col p. Feliciano da Piacenza, 1627: 
sono in tutti numero 4. 



MUSSINI, I CAPPUCCINI EMILIANI 103 

Vien poi Vindice Cronologico dei Capitoli Provinciali. Il primo 
ebbe luògo in Ferrara nel 1564, l'ultimo, che è il XXVII, fu tenuto 
in Bologna nel 1632. 

Chiude il volume la lista degli Autori citati o consultati per la 
compilazione del volume : dal che si vede che il p. Mussini non ha 
risparmiato cure e diligenze, per condurre a buon line il ricordato 
volume, al quale auguriamo che presto abbia a succederne il com- 
pi mento. 

Mirandola. . F. Ceretti. 



Niccohi Nicolini e gli studi giuridici nella prima metà del se- 
colo XIX. Scritti e lettere raccolti ed illustrati da Fausto Ni- 
colini. (A spese del Comitato per le onoranze a Carlo Fadda). 

— Napoli, tip. Giannini, 1907 ; pp. CX.WIH-4G6. 

Del Nicolini giureconsulto rimangono ad attestare l'operosità e 
il valore i nove volumi della Procedura penale del Regno delle Bue 
Sicili e (Napoli, 1828-32), e numerosissimi discorsi, conclusioni e altri 
scritti legali, per la maggior parte raccolti nei sei volumi delle 
Quistioni di diritto (Napoli, 1835-41). 

Il volume che ha pubblicato il nipote di lui, Fausto Nicolini, 
è una raccolta di scritti minori e di lettere, sopratutto di lettere 
— del Nicolini e al Nicolini —, preceduta da un'ampia introduzione 
biografica, con sommarie notizie sulle opere ; e riesce un monu- 
mento di ricordi, destinato — nella mente dell'Autore — a rappre- 
sentare il N. nella sua varia attività e nei suoi rapporti scientifici 
con giuristi, letterati ed eruditi del suo tempo. 

E in realtà, poiché gli scritti dottrinari raccolti nel volume 
sono brevi e di lieve importanza, è da dire che piuttosto la figura 
del N. qui ci si sia voluta rappresentare : figura che nel mondo 
giuridico napoletano della prima metà dell'ottocento giganteggiò 
per immensa attività d'avvocato, di magistrato, di maestro, di scrit- 
tore ; se pur non ebbe gran rilievo di carattere e di vicende. 

Il primo nucleo di scritti del X". qui raccolto è un Saggio delle 
Lesioni di diritto panale da lui dettate nell' Università di Xapoli : 
quivi egli professò dal 1831, portando fino agli estremi giorni della 
vita un affetto al suo ufficio pari alla fama e al successo che ve 
lo circondava; egli adorava i giovani, e il pensiero di potere in- 
culcare in essi quel profondo sentimento di giustizia, di cui la na- 
tura l'aveva sì largamente dotato, era una delle poche cose che po- 

Arch. Stor. It., 5.* .Serir. — XLIII. 13 



194 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tessero commuoverlo a vero entusiasmo. Cinque volte la settimana, 
malgrado le gravi cure di altre cariche, si recava tra i suoi diletti 
giovani, in mezzo ai quali talvolta s'assideva qualche illustre stra- 
niero di passaggio per Napoli, e parlava loro per circa due ore : e 
la lezione seguitava in istrada, e le fermate eran lunghe e frequenti. 
Cinque sono le lezioni, o meglio gli appunti di lezioni pubblicati, 
e appartengono all'anno scolastico 1837-38. Vi si discorre in modo 
generale del diritto e de' suoi principi, e delle sue condizioni es- 
senziali ; si dà la partizione del corso, la definizione di cosa e la 
definizione di legge. Chi le pubblicò vide l' importanza loro nel rap- 
presentare un documento della fortuna del Vico a Napoli. E in realtà 
qui — come nella parte filosofico-filologica della Procedura penale 
— chiaro apparisce l' intendimento del N. di riattaccare la cultura 
giuridica all'opera di G. B. Vico: il che lo pone fondatore d'una 
scuola, i cui ultimi rappresentanti furono Francesco Pepere e Luigi 
Miraglia. e la quale — come osserva il Croce — a torto è stata 
« screditata e messa in burletta negli ultimi anni da storicisti e 
pratici privi di ogni lume ideale ». Al N. scriveva il Mamiani (lett. 
civ, p. 309) che felicemente vedeva « in lui seguitata la scuola 
« magnifica di giurisprudenza del Vico, in cui la filosofia e la meta- 
« fisica, la storia e il diritto, gli studi del fóro e la scienza civile 
« fanno una sola dottrina, cui risponde a capello quella tanto am- 
« biziosa definizione del giure, di essere, cioè, la notizia delle umane 
« e divine cose ». Questa definizione pare fosse nel sentimento del 
N., e l'avesse per direttiva nelle sue lezioni e ne' suoi scritti di 
dottrina. 

Subito ne colpisce l'inclinazione all'indagine filosofica, e al- 
l'uso della filologia: non c'è voce di diritto di cui egli non tessa 
etimologicamente la storia ideale. E se si pensa agli scarsi mezzi 
di cui ai suoi giorni si disponeva, spesso desta ammirazione la per- 
spicacia da cui è guidato. Fatta ragione degli errori frequenti, e 
della fragilità di certe costruzioni, e sopratutto delle proporzioni 
esagerate in cui tale indagine è condotta, sì da nuocere all'econo- 
mia del lavoro, questi conati del N. non dovrebbero restare senza 
virtù d'esempio per chi si occupa storicamente del diritto : a me 
pare che il fattore filosofico — eh' è quanto dire l'efficenza dei pro- 
cedimenti generali del pensiero — non possa trascurarsi nell'inda- 
gine giuridica ; e che molto all' indagine filosofica retrospettiva con- 
tribuisca una fine indagine filologica, la quale appunto nel patrimonio 
linguistico permette di rintracciare il patrimonio delle idee e la evo- 
luzione loro ; si che infine, a mio giudizio, il metodo storico, il filo- 
sofico ed il filologico non sono che una reciproca integrazione ; e 



NICOLINI, NICCOLI XICOLIXI 195 

estrinsecamente può parlarsi d'una loro separazione, ed erro- 
neamente d'un loro antagonismo. 

te nel volume la Relazione del N. a Ferdinando II di Bor- 
itone sulle condizioni del Regno di Napoli alla fine del 1847. Era in 
quei giorni la fermentazione nel Regno giunta a tal punto, che per- 
fino Ferdinando capi che bisognava mutar rotta: nominò allora, alla 
fine del novembre, nel Consiglio di Stato, una Commissione incari- 
cata tli suggerire i rimedi più adatti. Relatore fu il N., già dal '41 
ministro di Stato. Nelle sue pagine la questione storica, guardata 
dall'alto, è trattata con vivo senso della realtà e con profondo sen- 
timento di giustizia: e de' tanti guai che affliggevano il mezzo- 
giorno d'Italia a causa del mal governo amministrativo, è fatta 
una descrizione limpida e vibrata, e nello stesso tempo spassionata 

-na. Vi vedi più lo studioso del Vico nel!' indagine del fatto 
storico, e l'antico avvocato generale nell'accertamento delle respon- 
sabilità, che il talento e i metodi del politico nell'apprezzare i fatti 
e nel suggerire i rimedi. Del resto uomo politico il N. non fu mai: 
uomo di studi, amante per natura di pace e di quiete, s'aggiungeva 
in lui un certo scetticismo politico, diventato naturalmente più pro- 
fondo con gli anni e dopo i disastri del 1821 e le delusioni del 1831. 
Tuttavia nella Relazione osservi la dirittura della sua mente 
che, fra tanti ribollimenti politici, gli fa tener salda fede nelle isti- 
tuzioni del suo paese : quivi egli apparisce, qiial'era, uomo d'ordine 
e pur liberale coraggioso : murattiano borbonizzato, ci avverte il 
biografo, rappresentava per cosi dire l'anello di congiunzione fra i 
murattiani e i liberali. Come i primi voleva « milizia forte, ammi- 
« nistrazione estrinsecamente ordinata, egualità civile, leggi più ac- 
« comodate al tempo, rapido movimento della ricchezza nazionale »: 
coi secondi desiderava e proponeva stampa semi-libera e libera com- 
pletamente la discussione degli atti governativi; governo mite e 
alieno da repressioni sanguinarie ; processi politici rari e guerra 
spietata allo spionaggio ; ministri pienamente responsabili e funzio- 
nari pubblici scelti, senza distinzione di partito, fra i più intelli- 
genti ed onesti; «sfogo legale ai malumori del popolo, e principal- 
« mente contro gli agenti del governo, senza distinzione di grado e 
«. di persone ». e simili. 

Il maggior nucleo della pubblicazione è formato, come già di- 
cemmo, dalle Lettere: alternate quelle del N. e quelle al N.; ricco 
sopratutto il carteggio col Carmignani e col Salvagnoli, e poi del 
Mittermaier, del Savigny, di Celso Marzucchi ; notevoli lettere al- 
l'Ortolan, a Pellegrino Rossi, e del Filangeri, del Giordani, del Ma- 
miani, del Resini. Hanno particolare interesse la lettera IV al Car- 



196 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ìmgnani, donde è dato rilevare l'influenza che la recensione di 
questo Bull* Antologia de' primi due volumi della Procedura penale 
ebbe sullo svolgimento successivo dell'opera: e la lettera XXXIII 
allo stesso, ove si discorre dell'influenza ch'abbia a spiegare nel 
giudizio penale l'istruttoria scritta e segreta. Dantesca è la lungi 
lettera LXI pure al Carmignani, in cui il X. fa adesione alla nota 
interpretazione che il giureconsulto pisano aveva dato del verso : 
Poscia j)ià che 7 dolor potè 7 digiuno. Istruttivo pel tesoro d'osser- 
vazioni è l'esame eh' è fatto nella lettera LIX al Salvagnoli del 
Motuproprio 2 agosto 1838 di Leopoldo II, che tanto miglioramento 
portava nelle istituzioni giudiziarie di Toscana. È piacevolissima la 
lettera CXXV, in cui all'Ortolan, che di lui aveva dettato una bio- 
grafia tra i Criminaliste* italiens, dà un supplemento di notizie sulla 
sua gioventù. 

In realtà, fatta eccezione di quelle notate e di altre poche, le 
lettere del N. hanno un interesse che direi esclusivamente biografico : 
sempre vi campeggia l'uomo preoccupato de' suoi lavori, tenero 
pe' suoi amici, tenerissimo di se, compreso delle altrui lodi e degli 
onori raggiunti. E vi trovi a volta a volta la corrispondenza con 
([liei ritratto eh' egli dettò di sé. e la sua piena conferma : « Xul, 
« au milieu de si grandes agitations européennes, n'i mene une vie 
«plus uniforme, plus tranquille que celle que j'ai menée : jeune 
« homme, j'ai fait le jeune homme ; avocat, l'avocat ; magi 8t rat, le 
« magistrat ; Donne sauté, serenité constante, et paix doraestique, 
« voilà tonte ma biographie ». Biografia eh' è anche lumeggiata dai 
scssantaquattro sonetti della sua Musa di famiglia, dove se ammiri 
il verseggiatore facile, talora anche vivace ed elegante, sei tuttavia 
tratto a pensare coli' Ulloa che «il n'avait pas recu de la nature 
le don d'une tròs rare sensibilité ». 

Un'altra cosa si osserva nell'epistolario Xicoliniano: come egli, 
studioso d'innegabile profondità e capace di forti convinzioni, non 
dimostri gran levatura d' ingegno nelle relazioni ordinarie della vita 
di società. È un fatto che ricorre non di rado, questo contrasto fra 
la profondità del pensiero e la poca svegliatezza della mente: forse 
è la meno rapida associazione mentale di cui son capaci tali uo- 
mini. Quand' è cosi, essi dissimulano nelle relazioni sociali con un 
ponderoso manto di cortesia la mancante agilità del loro spirito. È 
proprio il caso del Xicolini; nelle sue lettere, fatta pur ragione 
dello stile caudato ch'era nel costume de' tempi, si rivela addirittura 
un rirtuoso delle cerimònie. 

Un'importanza, e notevole, — giunge il momento di dichiararlo 
— le lettere e tutti gli altri scritti del volume assumono per l'ampio 



NICOLINI, NICCOLA NICOLIXI 197 

apparato di note apprestato per l'edizione da Fausto Nicolini. Il 
quale eerto non risparmiò larga preparazione, e minuta ricerca, e 

ienzioso apprezzamento de 1 bisogni e del desiderio del lettore, 
per lumeggiare ogni fatto, ogni persona, di cui è discorso o accenno 
negli scritti pubblicati. 

Sicché un immenso materiale, sopratutto bio-bibliografico, è rac- 
colto nelle fitte note del volume: e basta un'occhiata all'indice 
de* nomi posto in fondo per valutare l'estensione e l'importanza 
del contributo eh' è portato alla conoscenza degli uomini che furon 
contemporanei del X.. e tanta parte della storia della penisola nella 
prima metà dell'ottocento, nelle lettere, nella scienza, nella po- 
litica. 

Da uno studioso che tanta ampiezza di preparazione e coscien- 
ziosità di ricerche ha già dimostrato è bello attendere qualche sag- 
gio che in forma monografica ci ricostruisca figure o fatti del pe- 
riodo, per noi così interessante e suggestivo, a cui pur Nicola Ni- 
colini appartenne. 

Firenze. Filippo E. Vassalli. 



Barbarie e Trionfi, ossia le Vittime illustri del Scian-Sì in Cina nella 
"ite del 1900. — Parma, Tip. Egidio Ferrari, 1908; 8°, 
pp. 552. 

È risaputo come nel 1900 nella città di Tai-iuen-fu. capitale 
del Sansì in Cina, venissero imprigionati in odio alla fede i Mis- 
sionari Italiani, fra i quali i monsignori Gregorio Grassi vescovo 
di Ortosia, nato in Caste! lazzo Bormida. e Francesco Fogolla di Mon- 
tereggio, Diocesi di Pontremoli, vescovo titolare di Bagi e coadiutore 
del (Trassi, e con essi il p. Elia Facchini di Reno Centese, pure dei 
Minori, con altri componenti la Missione dei Padri Francescani nel 
Sansi. Tutti poi furono barbaramente trucidati il 9 luglio dell'anno 
predetto 1900. 

Queste cose si conoscevano per le generali: ma mancava una 
scrittura la quale desse conto particolareggiato dei grandi patimenti, 
e delle sofferenze senza fine sostenute da quegli uomini di Dio, an- 
dati colà per dilatare la fede cattolica e recare la luce del Van- 
gelo in quelle barbare e sì lontane terre. 

A cotale mancanza ha provveduto il libro di sopra enunciato, 
la cui compilazione, tutta a base di sicuri e preziosi documenti, è 
dovuta alla penna dei chiari Francescani, tutti de' Minori, i pp. Già- 



198 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cinto Picconi da Cantalupo, cronologo della Provincia, Giovanni 
Ricci, e Barnaba da Colonna. Le fatiche sostenute, le "persecuzioni 
sofferte da quei Missionari sono bellamente descritte in quelle pagine, 
e per esse s'impara quanto florida e promettente fosse di già la 
Missione ad essi affidata. 

Se non che, mentre si attendevano frutti ognora più ubertosi, 
eccoti scoppiare la grande persecuzione che ho di sopra ricordata. 
Alle pagine di conforto ne succedono quindi delle raccapriccianti. 
Le prigionie, le carneficine immani, brutali, consumate dai Boxers 
su quelle vittime se destano orrore, confortano però nell' ammirare 
la costanza di quei martiri, e la loro rassegnazione nel dare la vita 
per la causa di Dio, cui l'avevano consacrata. 

Per entro al volume, che interessa tanto la storia Italiana, sono 
notizie sui costumi e sugli usi della Cina, tramandate dalle lettere 
dei Missionari, ed abbonda di vignette coi ritratti dei martiri, e di 
tutto ciò che si riferisce alla storia di quella Missione. 

L'opera ben fatta si raccomanda da se, anche per lo scopo clic si 
prefigge, che è quello di consacrare gli introiti ricavati dall' esito del 
libro a vantaggio di una Missione, destinata a propagare il cristia- 
nesimo e con esso la civiltà negli estremi angoli della Cina. 

Mirandola. F. Ceretti 



IL (Imelin, Uéber den Uiftfang des koniglichen Verprdnungsrechts und 
das Recht sur Verhàngung des Belagerungszustandes in Italien, 

— Karlsruhe i. B., Bramiseli, 1907; p. xvi-211. 

L'argomento del diritto d'ordinanza in genere e dello stato d'as- 
sedio in ispecie — che per la difficile valutazione e costruzione di 
tanti elementi consuetudinari e politici è fra i più gravi e delicati 
di tutto il diritto pubblico — è stato già ampiamente studiato nella 
dottrina italiana. Questo libro del dottor Gnielin si propone anzi 
tutto il compito di coordinare ed esporre la pratica costituzionale 
nostra ed i risultati della elaborazione teorica, ampia ed assai varia, 
che ne han fatto i nostri scrittori. E, da questo punto di vista, l'opera 
riesce non priva d'interesse anche per noi, che di una tale sintesi 
mancavamo finora. Tanto più che la sintesi è diligentissima, e sono 
raccolti ed esposti con sottile accorgimento tutti quei dati che val- 
gono a far intendere e valutare la pratica costituzionale in questa 
materia. 

La diligenza dello scrittore è stata anzi, da qualche punto di 
vista, anche troppa. Nò sembri strano l'appunto. Anche alla dottrina 



GMELIN, DIRITTO D'ORDINANZA E STATO I)' ASSEDIO 199 

nostra è capitato — ed in epoca non remota — quando ci volgemmo 
al mirabile esempio della sistematica tedesca, che il desiderio spie- 
gabile di seguire ogni più minuto svolgimento ci facesse ricercare 
con ugnale interesse anche quegli scritti che forse tanto ardore non 
meritavano: e che la foga dell'ammirazione facesse velo alla critica. 
Certo, questa valutazione dell'importanza e, diciamolo pure, del- 
Vautorità dei singoli scrittori è oltremodo ardua, né è strano che 
riesca a farla imperfettamente uno studioso straniero, se pure, come 
il G., egli appaia ricercatore diligentissimo. Ma non è men vero che 
va fatta, perchè riesca intimamente precisa l'esposizione di una 
dottrina nazionale. E se il G. ha avuto buon gioco nel rilevare le 
inconcludenti argomentazioni — il tema si presta! — di qualche 
scrittore, bisognava pure ricordare che nella formazione del pensiero 
scientifico italiano non tutti quelli che scrivono e stampano possono 
avere V influenza decisiva che hanno — a ino' d' esempio — 1' Or- 
lando, il Kanelletti. il Cammeo, il Romano, per tacere di altri in- 
gegni non meno vigorosi e profondi. 

A parte questa lieve menda, che deriva dalla diligenza impec- 
cabile del G., l'esposizione della dottrina italiana può dirsi eccel- 
lente. Non altrettanto felice sembra invece nel compito critico che, 
sebbene in linea secondaria, egli si è proposto. Egli vuol dimostrare 
che la distinzione tra regolamenti amministrativi e regolamenti gitt- 
ri dici, cara alla dottrina tedesca, ha un valore che trascende quel 
diritto positivo, e può utilmente applicarsi in Italia, dove finora 
non è stata accolta. Ma la dimostrazione, che del resto è breve e 
quasi incidentale, non sembra persuasiva. E, dato pure che fossero 
attaccabili, come sembra al G., gli argomenti contrari di qualche 
nostro scrittore, questo non sarebbe decisivo. Occorrerebbe dimo- 
strare che la distinzione vagheggiata abbia qualche riflesso pratico 
nel nostro diritto positivo: senza di che essa appare, presso di noi, 
non soltanto una pura teoria, che non sarebbe gran male, ma una 
teoria infondata, che è male grandissimo. 

Un altro punto teorico che non sembra felice è la classifica- 
zione dei pareri dei corpi consultivi tra i « controlli » preventivi 
dell'attività di governo (p. 15). Non si tratta, come è chiaro, di 
pura terminologia, che può essere anche convenzionale. Si era detto 
fin qui che i « pareri » anelassero considerati come un momento 
del processo di formazione della volontà amministrativa ; mentre 
d'altro canto l'espressione « controllo » ha assunto nella tecnica giu- 
ridica un significato più conforme all'accezione comune, e la si ri- 
ferisce di solito ad un riesame di una volontà già formata, se pure 
non esecutoria. Vero è che il G. qualifica poi nel sommario (p. vii) 



200 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

questi controlli come « impropri »; ma l'aggettivo annulla il sostan- 
tivo, ed è la migliore riprova di quanto or ora si è detto. 

Infine un altro appunto, del pari assai lieve, va mosso all'A. 
La sua esposizione dell'ordinamento italiano, anche in quelle parti 
che possono essere non familiari ad un lettore straniero, è sempre 
assai felice e crediamo debba riuscire altrettanto chiara. Soltanto è 
dubbio che la nostra « Giunta provinciale amministrativa » possa 
efficacemente indicarsi con l'espressione « Provinzialrat » (p. 26). 
Anche se l'A. può, malgrado l'omonimia che ne deriva, tener pre- 
sente che si tratta di un organo ben diverso dal Consiglio provin- 
ciale, non sarebbe poi colpa del lettore straniero se la stessa distin- 
zione gli riuscisse assai malagevole, o gli sfuggisse a dirittura, 

Firenze. Ugo Forti. 



Robert W. Cardex, The city of Genoa ; with twelve illustrations in 
colour by William Parkinson and twenty other illustrations. — 
London, Methuen, 1908; 8°, pp. XVI, 287. 

Le continue rivoluzioni, che sconvolsero le repubbliche e i co- 
muni italiani del medio evo, ne resero la storia astrusa per il gran 
pubblico, avvezzo a raccogliere i fatti storici intorno alla figura di 
un personaggio o intorno ad una dinastia. Tale difficoltà non è, 
però, insuperabile: poiché, anche per quelle repubbliche, si trovano 
facilmente dei punti, diciamo così, di richiamo, che giovano all'in- 
telligenza e al ricordo degli eventi. E in vero: data la ristrettezza 
dell'ambiente, nel quale si svolsero o si ripercossero i principali avve- 
nimenti della storia dei nostri gloriosi comuni, riesce di lieve fatica 
raccogliere, insieme col ricordo delle vicende di tempi, di palazzi, 
di strade o di altre località, la memoria degli eventi, che vi furono 
preparati, svolti o discussi. Questo raggruppamento di fatti e di 
luoghi agevola la conoscenza della storia e presenta inoltre il van- 
taggio di servire in qualche maniera come di guida della città, che. 
per quanto naturalmente incompleta, non è meno utile ed interes- 
sante per le persone colte. 

Seguendo tale concetto pratico, l'editore Methuen di Londra ha 
dato alla luce una collezione storica; nella quale occupa degnamente 
il suo posto il volume del sig. Carden, che annunziamo, sopra Ge- 
nova. L'A. non scrive per gli eruditi, ma pei suoi connazionali vo- 
gliosi di conoscere per sommi capi le vicende dell'affaccendatissimo 
porto marittimo, col quale sono in continue relazioni commerciali, 



CARDEX, GENOVA 201 

uè ^i dilunga, pertanto, in disquisizioni accademiche. Conosce le prin- 
cipali questioni relative alla storia di Genova; è familiare colle di- 
ioni, alle quali diedero luogo; colla bibliografia, che produssero; 
ma procede spedito al proprio assunto, esponendo, dapprima, in un 
quadro generale la storia più antica della città, dalle origini all'anno 
1339, vale a dire all'elezione del primo doge nella persona di Simone 
Boccanegra: quindi, le continue agitazioni, che sconvolsero il dogato 
sino alla riforma di Andrea d'Oria, nel 1528: e, finalmente, la vita 
più quieta, ma meno gloriosa, della Repubblica sino alla caduta o 
trasformazione democratica del 1797. 

Tale riassunto è assai diligente e, nel suo genere, completo, 
-'ina osservazione sarebbe dunque da muovere, se. pur troppo, 
due inavvertenze di poca importanza non richiamassero la nostra 
attenzione e non c'inducessero a ricordare all'egregio A. che il re 
Roberto d'Angiò non fu sovrano della Sicilia (p. 22-23), perchè tale 
titolo spettò a Federico III d'Aragona: e, ancora, che il primo duca 
di Savoia fu creato nel 1416 in persona di Amedeo Vili, e non nel 
1405, in quella di Amedeo IX. 

La chiesa di San Siro e l'annessa piazzetta danno modo al Carden 
di ricordare i primordi del cristianesimo in Genova e gli antichis- 
simi vescovi della diocesi, non meno che i numerosi eventi che si 
svolsero in quelle località; fra i quali notevole è la fine di Opizzino 
«l'Alzate, governatore milanese della città (1436). Così il palazzo di 
San Giorgio gli offre l'occasione di ricordare la potenza commer- 
ciale della Repubblica, i luoghi e le compere dei debiti della mede- 
sima, nonché le fiorentissime colonie in Oriente, e segnatamente a 
Cipro, a* Pera, a Galata e a Gaffa. 

Nel 985, la vetusta chiesa di S. Lorenzo divenne cattedrale e 
soppiantò l'antico San Siro. La descrizione della facciata e dell'in- 
terno colla celebre cappella delle catene del Precursore, apre la via 
a continuare la storia ecclesiastica della città, e a ricordare come 
in questo tempio sia conservato il Sacro Catino, conquistato in Ce- 
sarea da Guglielmo Embriaco, e sorgesse la curiosa controversia di 
preminenza del doge coll'arcivescovo. 

Il porto attrae, quindi, l'attenzione dell' A., il quale ne ma- 
gnifica il movimento e ne traccia la storia, dai tempi più remoti, 
ricordando le vittorie e le gesta delle navi partite da quel lido, de- 
scrivendo la famosa Lanterna, che nel 1512 fu l'ultimo baluardo 
tenuto dai francesi, e il bombardamento del 1684, ordinato dalla 
prepotenza di Luigi XIV. 

Il palazzo ducale, colla sua immensità, rammenta nel suo svol- 
gimento la costituzione e i consigli della Repubblica genovese; come 



202 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

il palazzo Bianco permette di tesserne tutta la storia artistica, non 
meno che la chiesa dell'Annunziata, ricchissima di opere d'arte. 

La chiesa di San Matteo, colla sua vetusta facciata ricoperta 
d'iscrizioni, e l'annessa piazzetta, sulla quale sorgono tutti i pa- 
lazzi dei D'Oria, fa rivivere agli occhi del visitatore le balde figure 
di Lamba, Oberto, Pietro e Pagano e altri D'Oria, tutti illustri per 
vittorie conseguite alla Mei ori a (1284;, a Porto Pisano (1290), a Cur- 
zola (1298), a Costantinopoli (1352), alla Sapienza (1354), a Pola 
(1379), a Salerno (1528); e insieme colla descrizione del palazzo 
D'Oria Panfili a Fassuolo, colla vita di Andrea D'Oria, offre i ca- 
pisaldi della storia della illustre casata del Padre della Patria, che 
offuscò la gloria di tutte le altre famiglie, sì da provocare la con- 
giura di Gianluigi Fieschi. 

Un'appendice coll'elenco delle opere d'arte, conservate in Ge- 
nova, e alcune tavole di ragguaglio delle battaglie navali della 
Repubblica, secondo i vari scrittori, nonché un utile indice alfabe- 
tico, chiudono l'interessante pubblicazione. Mentre riconosciamo il 
merito dell'egregio Autore, che la compilò, non sappiamo trattenerci 
dall'osservare come a rendere più completo il quadro storico, da 
lui tracciato con mano sicura, avrebbero ancora assai giovato un ri- 
cordo della storia letteraria di Genova e un accenno alla vita e agli 
usi genovesi dei tempi trascorsi. E, quindi, facciamo voto che queste 
parti importanti e notevoli dello svolgimento della civiltà nella Su- 
perba trovino posto nella seconda edizione, che auguriamo prossima. 

Napoli, E. Casanova. 



The Story of Miìan by Ella Notes, lllustrated by Dora Noyes. 
(The Medioeval Town Series). London, Dent & C. 1908. 

Questa storia di Milano nel Medio Evo non solamente è ben 
fatta, ma è scritta con amore. Nei capitoli dedicati alle invasioni 
del Barbarossa, alle gesta della Lega Lombarda, alla dominazione 
dei Visconti e degli Sforza FA. narra gli avvenimenti principali con 
molto vigore e sovente con periodi di vera eloquenza. Poi, coll'aiuto 
di numerose citazioni da cronisti contemporanei, ha saputo farci ve- 
dere l'atmosfera ed il colorito dei tempi descritti. Peccato che i li- 
miti ristretti del volumetto le abbiano impedito di scrivere una sto- 
ria completa della grande città! 

Invece, si comincia con Sant'Ambrogio e si finisce colla morte 
di S. Carlo Borromeo, accennando rapidissimamente ai tempi poste- 



203 

riori ed ai giorni gloriosi io cui i discendenti dell'antica Lega Lom- 
barda diedero il loro sangue per la liberazione della patria e po- 
la prima pietra air edilizio dell'Italia unita ed indipendente. 
ondo il programma di questa collezione di Storie delle Città, 
la quarta parte del volumetto deve servire come una guida artistica 
per lo studio dei monumenti locali. Ed anche questa parte è fatta 
benissimo. Il capitolo sulla evoluzione del Duomo di Milano dal- 
l' umile chiesetta originale — un soggetto piuttosto difficile — è 
molto vivace, molto interessante. L'A. possiede il dono della sintesi 
e dimostra di avere completamente assimilate le abbondanti notizie 
cavate da fonti antiche e moderne. Quindi, il suo libro ha una spon- 
taneità di stile che lo rende singolarmente piacevole. 

Firenze. Linda Villari. 



-^<> 



Necrologia 



DOMENICO ZANICHELLI, 



Domenico Zanichelli, professore di diritto costi- 
tuzionale nella R. Università di Pisa e nel R. Istituto 
di Scienze Sociali « Cesare Alfieri » di Firenze, è spi- 
rato improvvisamente, appena cinquantenne, il giorno 
30 Luglio del 1908 a Vidiciaticp, ove aveva invano spe- 
rato di passar le vacanze in mezzo ai suoi cari. Gli 
amici, gli scolari, i cultori degli studi storici e giuridici, 
dolorosamente colpiti dall'improvvisa, ferale notizia, ap- 
pena oggi si rendono conto della immatura fine del va- 
loroso scienziato, e ne piangono la perdita, come di 
Colui che ha lasciato un gran vuoto, specialmente nel 
campo del diritto costituzionale. 

Domenico Zanichelli aveva, infatti, nello studio 
della sua disciplina un metodo, che può dirsi originale. 
Era quindi utilissimo ascoltarne le lezioni, e utile è 
oggi consultarne le opere. Chi a Lui si rivolgesse per 
schiarimenti e consigli su punti controversi della sua 
disciplina era sempre affabilmente accolto dal Mae- 
stro, che quegli schiarimenti e quei consigli soleva dare 
con didattica signorilità, quasi si trovasse sulla cattedra 
a compiere l'ufficio suo di insegnante. Se si dovesse 
ora dire a quale elei due odierni indirizzi del diritto co- 
stituzionale lo Zanichelli appartenesse, se alla scuola 
dei giuristi od a quella dei politici, non sarebbe facile 
di dare una categorica risposta. In Lui vari ordini di 



NECROLOGÌA ' '205 

cultura si sovrapponevano: quello storico al sociale, 
tinello politico al giuridico. Dal jus Egli traeva sapien- 
temente i principi, ma ad essi non si attaccava in modo 
assoluto, quando doveva tener conto dell'elemento po- 
litico. E pur collegando il contenuto della disciplina 
giuridica costituzionale alla funzione storica delle co- 
stituzioni. Egli volgeva acuto lo sguardo alla loro evo- 
luzione sociale. Certo aveva una predilezione speciale 
per gli studi storici e politici del nostro Risorgimento, 
che seppe illustrare con mano maestra; ma nello stesso 
tempo, per ciò che riguarda le esigenze dottrinali, Egli 
le voleva rispettate, perchè della sua disciplina non fos- 
sero mutate le basi, ne falsata la natura. Così Egli si 
adoperava ad evitare che, per un insano ed artificioso 
mutamento della scienza giuridica costituzionale, la di- 
sciplina che Egli coltivava si trovasse poi al punto di 
non poter più oltre poggiare sulla scienza. 

Qui sta appunto lo scopo cui mirava lo Zanichelli: 
avvicinare la scienza alla vita, senza che questa da quella 
esulasse. E in verità la politica, quando non sia guidata 
dalla scienza, si confonde coli' empirismo, il reale di- 
venta empirico, il giuridico diventa solo ciò che empi- 
ricamente si manifesta. Ora, chi abbia attentamente se- 
guito le lezioni del compianto Maestro può attestare che 
a siffatti criteri fu costantemente informato il suo me- 
todo, quale risulta altresì dalla mèsse copiosa di scritti 
che Egli ci ha lasciati, tanto su argomenti giuridici (1), 



(1) Questioni di diritto costituzionale e di politica: Voi. I, In- 
dennità 'ii I)<>i>ut<iti, Bologna 1887; — Voi. II. Le incompatibilità 
parlamentari; — Voi. 111. Monarchia e papato in Italia. Bologna, 
: Del governo 'ti gabinetto, Bologna, issi). Abolizione 'letta scru- 
ti aia di lista <• ritorno al Collegio uninominale, in Ili rista di birillo 
pubblico, anno I. fase. I. — L'Art. 5 dotto Statuto e i trattati internar- 
.rionali, loc. cit., anno II, fase. 5. — Questioni inforno all'Art. ài 
ilclla statuto, loc. cit.. anno JI. fase. '.». — Sull'applicabilità ni card inali 
denti art. 724. 7'JÒ C, l'. I'.. loc <'il.. anno III, fase. 7-8. — ha riforma 
della legge elettorale' e politica, loc cit., anno 111. fase. 10-11-1-2. A 



206 DOMENICO ZANICHELLI 

quanto su argomenti di ordine politico e storico ( 1 ). 
Profondo ed intimo conoscitore della storia inglese, Do- 
menico Zanichelli aveva un vero culto per l'Inghil- 
terra. Ne conosceva, per lungo studio, gii scrittori, e se un 
confronto è lecito, si può dire che dal Macaulay abbia 
tratto l'indipendenza dei giudizi, la larghezza di vedute, 
la scorrevolezza, se non l'eleganza, dello stile. Ovunque 
se ne presentasse l'occasione, il Suo pensiero correva 
all'esemplificazione inglese. Così la rivoluzione toscana 
del 1859 Egli voleva paragonare a quella inglese del 1GSS. 
e le condizioni presenti d'Italia al periodo inglese del Re- 
gno di Elisabetta. Nei suoi scritti insistè volentieri nel con- 
cetto che la storia dell'Inghilterra è la storia del popolo 
inglese; e tra gli autori suoi prediletti fu il Green, il 
quale appunto traccia la storia inglese dal punto di 



proposito della legge conni naie e provinciale, Bologna, 1887. — Le 

istituzioni locati nel governo rappresentati co, Bologna. 1889. Estratto 
dalla Sassegna di Scienze sodati e politiche, fase. 122. — Intorno al- 
l'art. 4ò <lello Statuto, in Studi Senesi, voi. XX, fase. 3-4. — Sono 
questi gli scritti, per indole giuridica, più importanti, ma altri sono 
spaisi negli Studi Senesi e nella lìerue de droit public. 

(1) Studi politici e storici. Bologna. 1893. — Studi di storia co- 
stituzionale e politica del llisorgimento italiano, Bologna, 1900. — Po- 
litica e storia. Bologna, 1903. — Studioso delle fonti della storia del 
nostro Risorgimento, Egli raccolse Gli scritti del Conte di Cavour, Bo- 
logna, 1892. e Le lettere politiche di licitino lìicasoli. Ubaldino Permei, 
Neri Corsini. Cosimo Ridolfo, Bologna, 1898 (a cura di S. Morpurgo e 
D. Zanichelli). Aggiunse un pregevole studio agli Scritti rari di Mirco 
Minghetti, raccolti e pubblicati da Alherto Dallolio, Bologna, 1896. 
Pubblicò a Roma, nel 1898: Lo Statuto di Carlo Alberto secondo i rer- 
hali del Consiglio di Conferenza dal 3 febbraio al 4 marzo 1848, 
Sciisse un'esauriente monografia su Carour, Eirenze, 1905, e preparava 
un nuovo lavoro su Caro/ir agricoltore, quando la morte lo incolse. E 
sarebbe desiderabile che uno studioso di competenza raccogliesse gli ap- 
punti e riordinasse le pagine già scritte per pubblicare un lavoro a 
maggior gloria del gran Conte e ad onore del compianto Maestro. Di Lui 
ci restano inoltre vari pregevoli studi di politica nella Nuova Antologia. 
nella Suora I/assegna, nella Herue Internationale, negli Studi Senesi, 
nella Riforma Sociale, Assai pregevole è pure la sua conferenza su Bet- 
tino Ridaseli e l'azioni' politica unitaria, ora pubblicata nel voi. La To- 
scana alla fine del Crai/ducato. Firenze, Barbèra, 1909. 



NECROLOGIA 207 

vista del suo popolo. Ma tale concetto democratico della 
storia inglese non esagerò mai, poiché riconosceva nel- 
l'aristocrazia inglese un elemento efficace di libertà; quel- 
l'aristocrazia, che. unita al popolo, ([nasi ]o conduceva 
ed insieme con esso si opponeva alla baldanza e ai so- 
prusi della Corona, senza che poi la comunanza delle 
lotte, delle sofferenze e delle speranze, e le vittorie in- 
sieme conseguite, degenerassero in future discordie. Da 
questa storica armonia tra popolo e aristocrazia è de- 
rivato l'equilibrio dell'interna politica inglese, di cui 
lo Zanichelli si rende esatto conto quando descrive 
l'azione dei partiti inglesi, che si manifesta nella le- 
galità, onde si può dire classica la politica dell' In- 
ghilterra. Secondo lo Zanichelli i partiti non pos- 
sono esistere uè agire se non nei limiti della legalità, 
seguendo in questo concetto le orme di Marco Min- 
ghetti. E tra coloro che hanno udito il compianto Mae- 
stro nel discorso inaugurale del 1904. nel R. Istituto di 
Scienze Sociali in Firenze, non è chi non ricordi con 
quali commoventi parole, con quale elevato sentimento 
di patria, Egli alludesse al difetto di sincerità in coloro 
che. per entrar in Parlamento, credono onesto di dichia- 
rare il giuramento una vana formalità non vincolante la 
coscienza. Ed anche in questa occasione opportunamente 
ricordava altri tempi, ben diverso sistema seguito nel 
Pai-lamento inglese, quando, sotto la vecchia formula 
del giuramento, le elezioni di quei rappresentanti alla cui 
coscienza una tale formula ripugnava erano annullate, 
e nessuno protestava se non nel modo legale, procu- 
rando nuove elezioni. 

Ma per mostrare come lo Zanichelli non fosse del- 
l'Inghilterra ammiratore unilaterale, basterà riferire al- 
cune sue parole con le quali Egli combatte il falso 
concetto che in Italia sieno state trapiantate le istitu- 
zioni rappresentative dall' estero, senza che vi fosse 
adeguata preparazione politica. «L'Italia era matura alle 



208 DOMENICO ZANICHELLI 

« istituzioni rappresentative. Egli dice, e la prova se ne 
« ha nel fatto che in ogni parte della nazione esse erano 
« non solo volute, ma capite in un modo, sostanziai- 
« mente, simile.... La paura che nella rivoluzione re- 
« pubhlicana-unitaria naufragasse la libertà, ordinata e 
« temperata nelle istituzioni rappresentative, ricondusse 
« gli Italiani all' idea unitaria, temperata nella monar- 
« chia » (1). È questa una giusta osservazione, donde 
chiaro risulta che il sistema rappresentativo non era 
per l'Italia una pianta di serra, sibbene una pianta nata 
sul suolo italico, che doveva estendere le proprie ra- 
dici e fiorire quando le varie regioni d'Italia avessero 
saputo condensare le loro energie democratiche e vivi- 
ficare quelle nazionali. Così, fedele al concetto di un 
giusto indirizzo storico che considera gii istituti politici 
e le personalità non quali emanazioni artificiali, ma 
prodotti naturali del tempo e dell'ambiente, Domenico 
Zanichelli critica coloro che nel conte di Cavour (di cui 
ha meravigliosamente scritto la storia in un libro che 
è la gemma della Raccolta Barbèra delle vite di illustri 
italiani e stranieri) vedono un fenomeno a se, distac- 
cato dall'ambiente del suo tempo, mentre che il sommo 
statista italiano era un prodotto personale della società 
e della politica piemontese. Non per questo lo Zanichelli 
si esime dal rendergli onore, come al fattore preci- 
puo dell'unità d'Italia, allo statista superiore a molti 
altri stranieri, che con ben altri mezzi, di quelli di cui 
il Cavour potesse disporre, non hanno ottenuto, in re- 
lazione degli eventi, ciò che il Cavour ha ottenuto al- 
l'Italia. 

Intimo indagatore e conoscitore profondo dello varie 
fasi storiche del Risorgimento nazionale, Domenico Za- 
nichelli guardava al Piemonte come al faro di nostra 



(1) Vedi Studi di storia costituzionale e politica del Risorgimento 
italiano, Bologna, 1900, p. 77. 



NECROLOGIA 209 

redenzione. Non fa quindi meraviglia che nel Liberalismo 
piemontese Egli vedesse l'opera efficace della vecchia 
nobiltà e che gli fossero sacri i nomi di un Santorre 
Santarosa, di un San Marzano, di un Provana di Gol- 
legno, dei due D'Azeglio, dello Sclopis, del Balbo, del 
Villamarina, del marchese Alfieri e di tanti altri che 
promossero, prepararono colla propaganda, cogli scritti, 
coi consigli dati al Re, coi cambiamenti legislativi, lo 
Statuto del 1848. 

Ma ne l'ammirazione che lo Zanichelli aveva per 
l'aristocrazia piemontese ne la riconoscenza che Egli, 
da vero Italiano, sentiva per la casa di Savoia, gli ve- 
lavano la netta visione della storia, per modo che Egli 
non tralascia eli far risaltare l'inettitudine eli regno del 
Re Carlo Felice, e la suprema e perenne indecisione di 
erno, e quasi lo scetticismo politico, eli Carlo Al- 
berto. Rileva tuttavia lo spirito di sacrifìcio che animò 
il primo nel cingere la Corona, e l'onestà e la lealtà 
del secondo, che nel concedere lo Statuto, contro sua 
volontà (1), mostrò la propria devozione allo Stato, e nel 
rinunziare alla Corona, andando a finir la vita nel mar- 
tirio, meritò la gloria di Magnanimo Re. 

Non furono dunque nel giusto coloro che nelle ne- 
crologie comparse subito dopo la Sua morte, chiama- 
rono il prof. Zanichelli un conservatore. Se con questa 
espressione si intende che Egli fosse conservatore per 
dogmatismo, essa è da respingere senz'altro ; che Egli 
fu ammiratore sincero delle istituzioni democratiche in 
Svizzera, come attesta un suo studio sul Referendiiat 
pubblicato nella Nuova Antologia del 1892. Certo Egli 



(1) « Carlo Alberto, dice lo Zaxichklli nei suoi Studi di storia co* 
- Stitìizionale (p. 94), non avrebbe inai dato lo Statuto, se non gli si fosse 
••'dimandato; certamente poi nonio avrebbe spontaneamente concesso in 

* quei primi mesi del 1848 quando si vedeva imminente la rivoluzione 
« in Lombardia e nella Venezia, che avrebbe inevitabilmente condotto 

* alla guerra ». 

Arch. Stor. It., 5.* Serie. — XLIII. 14 



210 DOMENICO ZANICHELLI 

fu conservatore per convinzione in certi momenti della 
vita pubblica italiana, in cui le piazze si mostravano 
turbolente, agitate com'erano da irresponsabili mesta- 
tori politici. In tali occasioni lo Zanichelli mostra vasi 
patriotta, meglio che conservatore, nei suoi lucidi arti- 
coli di fondo che erano un vanto della Nazione di 
Firenze. Una cosa pertanto può affermarsi sicuramente: 
che Egli era soprattutto Italiano. 

Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi furono per 
Lui i due armonizzatori e conciliatori che unirono le 
due grandi correnti e le diressero al fine ultimo : 
l'unità della patria. Queste due grandi correnti, la ri- 
formista e la rivoluzionaria, la prima personificata nel 
Cavour, attraverso la dottrina giobertiana, la seconda 
nel Mazzini, attraverso la sua stessa dottrina morale e 
filosofica, misero capo ugualmente all'azione del pro- 
gramma unitario, che segna il motto: Italia e Vittorio 
Emanuele. 

Fra gli eroi del prof. Zanichelli (notino ciò coloro 
che lo hanno detto conservatore!) c'è anche il Mazzini. 
« E ricordo, Egli scrive (1), di essermi sentito dire che 
« a me, modesto gregario della scuola cavouriana, mal 
« si addiceva il culto riverente per la dottrina e l'opera 
* di colui che fu del gran Conte l'avversario più forte 
« ed implacabile ». Gli è che lo Zanichelli sentiva entro 
di se l'amor della patria; che il suo temperamento era 
di equilibrio ; che lo studio indefesso e perspicace della 
storia costituzionale di tutti i paesi, e particolarmente del 
nostro, lo aveva reso avverso alle malfide attrazioni del 
dogma. Della scienza Egli subiva così i benefici influssi. 

Intimo amico e schietto estimatore di Ernesto Masi, 
lo Zanichelli aveva comune con lui l'indirizzo storico: 



(!) Vedi Le lettere di Giuseppe Mazzini, in Politica e Storia, Bo- 
logna. 1903, e Giuseppe Mazzini e Vincenzo Gioberti^ in Nuova Anto- 
logia, 1 Luglio 1905. 



NECROLOGIA, DOMENICO ZANICHELLI 211 

il destino volle che questi due grandi illustratori del 
nostro Risorgimento, si seguissero nella tomba a pochi 

mesi di distanza. Ma troppo presto si è spento il caro 
Maestro, che, per l'età ancor verde, non aveva potuto 
svolgere tutta quella attività scientifica e politica che 
l'Italia da Lui si riprometteva. 

Antonio Ferrarciu. salendo a Siena nel 1906 la cat- 
tedra di diritto costituzionale, dal prof. Zanichelli la- 
sciata allora vacante, diceva: «Su questa cattedra leg- 
msi scolpite a caratteri d'oro le tradizioni fulgide di 
« cultura storica, giuridica e politica lasciatevi da Do- 
« inenico Zanichelli » (1). Oggi, coincidenza dolorosa, 
a due anni di distanza, noi dobbiamo valerci per ciò 
die ritlette le cattedre occupate dal compianto Maestro, 
di queste stesse parole, per rimpiangere la fine prema- 
tura di Lui. per additarlo come fulgido esempio agli 
scolari ed ai cittadini d'Italia ! 

Firenze. G. B. Klein. 



(I) Il prof. Ferracciu, dell* Università di Siena, ha recentemente de- 
lincato molto bene, in una necrologia (Domenico Zanichelli e la sita 
opera scientifica, Torino, 1908. Estr. dagli Studi senesi, Voi. XXV, fase. 5). 
la figura del prof, Zanichelli quale scienziato. 



NOTIZIE 



Storia generale e studi sussidiari. 

— Bullettino dell' 'Archìvio paleografico italiano diretto da V. 
Federici. - Num. I. Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1008. — 
Il prof. E. Monaci, direttore dell'Archivio paleografico italiano, ha 
affidato alle cure del prof. V. Federici la pubblicazione di un pe- 
riodico, già precedentemente annunziato, il quale dovrà contenere 
le illustrazioni e le trascrizioni dei facsimili riprodotti nel suo 
Archivio. 

Il Federici con questo Bullettino attua la promessa del mae- 
stro ; si propone inoltre di dare tutte quelle comunicazioni che gli 
perverranno entro il dominio della paleografia, della diplomatica 
e della paleografia epigrafica medievale, e aggiungerà notizia delle 
pubblicazioni contemporanee intorno a queste discipline. La prima 
parte del Num. I del Bullettino contiene le Descrizioni e Trascri- 
zioni dei facsimili dell' Archivio^ voi. I, tavv. 1-42 ; nella seconda 
parte, quella delle Comunicazioni, si leggono i seguenti studi: Piombi 
scritti del basso impero e del primo medioevo di E. Paribeni: No- 
mina sacra (del Traube) di G. Staderini; Del falso diploma di En- 
rico VI a favore degli Ubaldini di P. Egidi; Il S. Ilario della 
Capitolare di S. Pietro ed altri codici dei secoli V-VIII di V. Fe- 
derici. Seguono le Notizie bibliografiche, raccolte in tre gruppi : 
paleografia, diplomatica, paleografia epigrafica. 

I migliori auguri alla bella iniziativa, destinata a far progre- 
dire e a divulgare gli studi paleografici e diplomatici anche nel 
nostro Paese. L. Se. 

J. F. Bóhmer. Begesta Imperli. I. Vie Begesten des Kaiser rei eli* 
unter den Karolingern 751-918 nach Johann Friedrich Bóhmer neu 
bearbeitet von Engelbert Muhlbacher. - Zweite Auflage. Erster 
Band. Ili Abteilung besorgt von Johann Lechner. Innsbruck, Yerlag 
der Wagner'chen Universitàt-Buchhandlung, 1908. — L'opera insigne 



NOTIZIE 213 

del Muhlbacher ha avuto finalmente il suo compimento. La terza 
e ultima dispensa contiene l' introduzione alla 2* ed. (sono ripro- 
dotti dalla 1 : ed. il Sommario storico e, con poche modificazioni e 

giunte, i capitoli sulle formule dei documenti e sulla cancelleria), 
e il seguito dei regesti di Corrado I: indi tien dietro il lavoro degli 
indici, dovuto quasi esclusivamente al Lechner. Abbiamo anzitutto 
un elenco, con preziose notizie, dei diplomi perduti — ne sono regi- 
strati ben 614 — e seguono un indice dei documenti per destina- 
tari, un registro delle fonti edite citate nel voi., una tavola col 
raffronto dei numeri dei regesti di questa nuova ed. e quelli del 
BòHMER, del SlCKEL per i primi Carolingi, del Muhlbachek nella 

• !. e i numeri dei diplomi pubblicati nei Mon. Germ. liist. DI). 
Karolinorum 1: in ultimo si hanno correzioni e copiose aggiunte. 
Questi indici, fatti con molta diligenza, rendono un vero servigio 
agli studiosi. L. Se. 

— È uscito dell'opera del prof. P. Kehr, Regesta Pontifcum Ro- 
manorum. Italia pontifìcia, il voi. Ili (Berolini, apud Weidmannos, 

: un magnifico voi. che contiene 1501 regesti di documenti pon- 
tifici «di cui soli 754 annotati nei Regesta (2 a ed.) del JaffÉ) riguar- 
danti Y Etruria. Data l'importanza speciale che questo voi. ha per la 
storia della Toscana. V Archivio se ne occuperà ampiamente in una pros- 
sima recensione. L. Se. 

— Richard Salomon. Studien zur Normannisch-Italischen Diplo- 
mati!:. - Te i 1 I. Kap. IV, 1. Die lìerzogsurkunden fiir Bari. Inaugu- 
ral-Dissertation, Leipzig. Robert Xoske, 1907. — Il Dr. Salomon, che 
attende ad un ampio lavoro sulla diplomatica dei duchi di Apulia 
(1060-1127), dei principi di Gaeta (1057-1135) e dei marchesi di Si- 
cilia, pubblica ora la prima parte del cap. IV del suo volume in 
preparazione, nella quale tratta dell'autenticità dei documenti per 
Bari. È una difesa di questi documenti (dodici di numero) con- 
tro l'ipercritica degli editori del Codice diplom. Barese. Il S., con 
una critica chiara e convincente, condotta con metodo, giunge a 
questi risultati: dei dodici documenti rigettati come interamente 
spuri, sei sono autentici (Cod. diplom. Bar. : Voi. I, pp. 56 n. 30, 

. 31. Voi. II. pp. 22 n. 11, 27 n. 1-1. 28 nota. Ili n. 64); i rima- 
nenti sono falsi, ma ebbero per base documenti autentici. La fal- 
sificazione del diploma del 1082 {Cod. diplom. Bar. Voi. I, p. 53 
n. 29 A.) è anteriore al 1195, quella degli altri, fatta eccezione del 
documento 1086 maggio (Cod. diplom. Bar. Voi. I, p. 57 nota), di 
cui l'epoca sarebbe incerta, cade nel sec. XIII. In appendice sono 
pubblicati, dai loro originali, due diplomi di Ruggero I: uno del 



214 NOTIZIE 

1" agosto 10 Q ii per il monastero di S. Trinità della Cava, l'altro del 
maggio 1087 per il monastero di S. Angelo di Mileto. Questa bella 
dissertazione di laurea è uscita dalla scuola del prof. Tangl di 
Berlino. L. Se. 

— Paul Maria Baumgabten, Aus Kanzlei und Kammer. Eròrte- 
rungen sur Kurialen Hof-und Verwaltungsgeschichte ini XIII. XIV 
iiìui XV Jàhrhundert. - Bullàtorés, Tàxatores, Domorum Cubsoees. 

- Freiburg im Breisgau, Herdersche Verlagshandlung, 1907. — Que- 
sto volume consta di 13 capitoli: I. Liste der Siegelbeamten in 1-1 
und 15 Jàhrhundert; II. Das Kuriale Wohnungswesen und das Sie- 
gelamt; III. Die Fami li e der Bullatoren ; IV. Die Ernennung und 

Vereidigung der Bullatoren ; V. Die Ausstattung des Siegelamtes : 
VI. Die Stempelschneider ; VII. Die Vernichtung des Namenstempels 

nach deni Tode des Papstes; VIII. Der Gebrauch der Bulla defec- 
ava vor der KrÒnung eines I'apstes-, IX. Die Besiegelung der Ur- 
kunden ; X. Die Auslieferung der Urkunden und die Cursores : 
XI. Die Geldangelegenheiten des Siegelamtes : XII. Ausseurgewohnli- 
che Tatigkeit der Bullatoren : XIII. Privilegien der Siegelbeamten. 
È tutta una serie di dati e di notizie particolari, che ci mo- 
strano come venissero preparati e spediti i documenti pontifici, che 
ci dipingono la vita giornaliera della curia e de' suoi ufficiali. Sono 
numerose cognizioni che vengono acquisite alla diplomatica e danno 
un contributo prezioso alla storia dell'amministrazione pontificia nei 
secoli XIII, XIV e XV. Il tutto è basato su documenti desunti dal- 
l'Archivio Vaticano (in particolare dai Registri e dagli Introitus et 
exitus Camerac), riferiti ad ogni passo nel testo e in parte pubbli- 
cati in appendice. La consultazione del volume, denso di notizie 
variamente distribuite, è resa più facile da un indice cronologico 
dei documenti citati (vanno dal 970 al 1819), da un indice alfabe- 
tico dei nomi propri, nonché da un catalogo dei papi, dei cardinali 
e di tutti gli ufficiali della Curia. L. Se. 

— Un quadro efficace e interessante della vita e dell'azione e 
delle fortune dei banchieri fiorentini in Francia nel Dugento dà il 
prof. GEORGES RENARD, in un orticolo estratto dalla Berne écono- 
mique intemationale (novembre 1908). Ivi si discorre del sorgere 
della banca fiorentina dalla mercatura, delle difficoltà in cui urtava 
il prestito ad interesse pel divieto dell'usura, e de' modi per elu- 
derlo: del fiorire de' banchieri fiorentini in Francia, e poi degli 
editti regi per la loro espulsione, e la compra dell* immunità; la 
loro influenza sulla Chiesa, e la loro importanza nella trasforma- 
zione della monarchia francese da feudale in amministrativa; il loro 



NOTIZIE 215 

agenti regi, che c'è mostrato con le notizie sui fratelli 
Franzesi. La storia di costoro vale a illuminare la carriera di quegli 
intriganti d'alto volo, che coltivavano con successo l'arte d' intro- 
dursi nella corte e nel favore dei grandi; mostra anche quel che 
c'era di fragile nella loro prosperità, come nello splendore della 
banca fiorentina, che doveva imparare a sue spese quanto i re fos- 
sero clienti pericolosi. La loro storia privata — come ben rileva il 
Renard — getta una luce preziosa sulla storia generale dell'epoca. 

— Agostino Zanelli, Pietro Del Monte, Milano, Cogliati, 1907 : 
8.°, pp. loti. - Monografia pregevolissima. Mercè uno studio accurato 
delle fonti (gli scritti, le lettere, e numerosi documenti inediti) 
l'egregio A. è riuscito a darci non solo la compiuta biografia di 

Pietro Del Monte, che fu nel secolo XV questore in Inghilterra, 
legato pontificio in Francia, vescovo di Brescia, governatore di Pe- 
rugia, fervido studioso dell'antichità classica e apprezzato cultore 
delle discipline giuridiche ed ecclesiastiche, ma un quadro, interes- 
sante, dell'età sua. e delle grandi questioni ecclesiastiche, politiche 
e civili alle quali egli prese parte. 

— Nella grossa brochure Hondnriana (« El arbitrale entre Hon- 
duras y Nicaragua — Tegucicalpa, Honduras. 1908), a cui l'epi- 
grafe « por la justicia y por la verdad », in combinazione col sotto 
titolo « rectificacion documentada », dà più che un poco il sapore 
polemico di una comparsa conclusionale, diremo così, postuma, sono 
notevoli le riproduzioni di molti documenti riguardanti quei con- 
tini, dal XVI secolo in poi; e alcune riproduzioni di carte e mappe 
che come carte sono interessanti, come riproduzioni lasciano alquanto.... 
a rettificare. A. A. B. 

— Can. Bernardino Ricci, Le ambascerie estensi di Gaspare 
Silingardi, vescovo di Modena, alle corti, di Filippo II e di Cle- 
mente Vili (Estratto dalla Rivista di scienze storiche, Pavia, 19<»7). — 
Gaspare Silingardi, il dotto vescovo modenese, ebbe già nel sec. XVII 
e XVIII amorevoli illustratori nell'Ughelli, nel Vedriani, nel Forci- 
roli e in particolar modo nel Tiraboschi. il quale molte notizie nuove 
potè aggiungere a quelle dei precedenti biografi. Il chiarissimo mons. 
Bernardino Ricci prosegue, con questo lavoro, nella illustrazione del 
celebre vescovo, del quale fa conoscere uno dei lati più interessanti 
e meno studiati, le ambascerie che ebbe a sostenere per incarico di 
Alfonso II. duca di Ferrara. 

Era il Silingardi già da cinque anni vescovo di Ripatransone 
quando nel 1587 fu da Alfonso mandato suo ambasciatore alla Corte 
di Spagna. Ricche, minute, piene di preziosi particolari, interessali- 



216 NOTIZIE 

tissime sono le lettere che invia al suo sovrano il Silingardi da Madrid, 
e che il Ricci in parte riassume e in parte trascrive integralmente. 
Le relazioni dell' ambasciatore non si limitano a trattare gli inte- 
ressi del Duca di Ferrara, ma sono spesso un quadro fedele della 
politica europea del sec. XVI, che si riconnetteva tutta al taciturno 
Filippo II. I fatti di Germania, le sommosse di Francia, le vicende 
■della Invincibìe armada hanno qui utili particolari e talvolta lati 
nuovi. 

Nel 1593 il Silingardi fu nominato vescovo di Modena, com- 
piendosi così il vivo desiderio del prelato; ina non fu lasciato per 
lungo tempo alla sua città, perchè il duca si giovò ancora dell'opera 
di lui, inviandolo Oratore alla corte pontificia e rimandandolo più 
tardi in Ispagna. dove restò sino al 1598, nel qual anno assistette 
alla morte del figlio di Carlo V. Sappiamo che è intenzione del dotto 
Autore di dar notizia delle altre molte e notevoli ambascerie, che si 
conservano nell'Archivio di Stato di Modena. Mentre l'incitiamo ad 
un tale utilissimo lavoro, lo vorremmo anche pregare di dare per 
intero le importanti relazioni, ricorrendo il meno che sia possibile 
ai riassunti, che rendono troppo monca e sbiadita l' immagine del 
documento. A. S. 

— Can. Bernardino Ricci, Lettere inedite di lìaimondo Monte- 

cliccali ai dottori Pietro e Carlo Micci. Modena, tip. del Commercio, 
1907. — Dopo le opere del Paradisi, del Foscolo, del Gregori, del 
Polidori, del Casoli, del Chiossi e in particolare del Campori, pareva 
che nuli' altro o ben poco sarebbe rimasto a dire del grande Mon- 
tecuccoli: ina questo elegante e ben pensato opuscolo reca nuovi 
lumi e dà un nuovo aspetto del generale italiano. 

Gli argomenti trattati in questo bel manipolo di lettere inedite 
non hanno grande importanza per la storia generale, versando, per 
lo più, sopra affari di famiglia e su cose particolari, ben di rado, 
o quasi di sfuggita, accennando a fatti d'arme o compiuti o che il 
generale aveva in animo di compiere ; ma è bene che siano state 
pubblicate, non soltanto perchè degli uomini illustri è desiderato e 
ha importanza il benché minimo cenno, ma ancora perchè esse hanno 
il merito di farci conoscere mirabilmente l'indole, l'affabilità, il ca- 
rattere, i famigliari e schietti e semplici costumi del grande Capi- 
tano. In esse il Montecuccoli, in mezzo ai pericoli e alle battaglie o 
ai duri travagli del campo o nel trionfo della vittoria, si riposa alla 
dolce visione del suo lontano castello avito, de' poveri villici di esso, 
ch'egli manda spesso a salutare, del suo amato Frignano, di cui ri- 
corda le selve, i canti, gli affetti. 

Diciotto sono le lettere dirette al dottor Pietro Pieci e sei quelle 



NOTIZIE 217 

inviate al dottor Carlo, riprodotte accuratamente sugli originali che 
cqnservansi nella Biblioteca Estense, alla quale pervennero per dono 
del Manzieri. Precede una larga ed erudita notizia sui destinatari 
che erano legati di parentela ai Montecuccoli, e seguono abbondanti 
note illustrative, nelle quali il dotto Autore ha raccolto un tesoro di 
notizie e di cultura. A. S. 

— Nel fascicolo X-XI del 1008 (anno III, pp. 276-308) della Rivista 
Benedettina il p. Silvio Vismaka, spigolando dall'Epistolario del 
p. Luigi Tosti col senatore Gabrio Casati, testé edito da Ferruccio 
Quintavalle, tratteggia abilmente la figura di questo monaco patriota, 
che profondamente sentì l'amor di patria e quello di religione, e questi 
due affetti seppe in se stesso congiungere in modo fortissimo, dedi- 
cando i suoi giorni a questo duplice culto, senza urti e senza basse 
dedizioni, in tempi assai perigliosi per le coscienze. Ne le disillusioni 
frequenti e amarissime dell'esperienza, nò gli ammaestramenti della 
storia valsero in lui storico a dileguare il bel sogno che aveva conce- 
pito d'una possibile conciliazione tra Chiesa e Stato pel loro comune 
indivisibile bene. Anima pura e semplice, idealista impenitente, egli 
non vide gl'intrighi tortuosi della politica e le frodi della diplomazia 
che rendevano sempre più difficile e complicata la già arruffata ma- 
tassa della questione romana, e ingenuamente pensò che il suo ideale 
di conciliazione avrebbe potuto facilmente raggiungersi, salvando 
cosi gli Ordini religiosi dalla guerra di soppressione che contro di 
loro s'era iniziata. Ma se per quest'ultimo aspetto vide in parte rea- 
lizzato il bel sogno, poiché il suo Montecassino fu preservato da un 
completo sfacelo della sua essenza monastica, in tutto il resto vide 
andare in frantumi quel progetto che avea vagheggiato con tanto 
amore d'una Italia per metà regia e per metà pontificia, con Roma 
pel Papa e il resto degli Stati romani al Sabaudo, fatto Vicario della 
Santa Sede all'interno, ma in compenso più che semplice Re d'Italia, 
quasi Imperatore del Sacro Romano Impero all'esterno. 

E neanche l'ultimo grandioso episodio del 1870 bastò a far ri- 
credere il candido e dotto sognatore dalle sue rosee illusioni, poiché 
se in quell'estremo pure aprì gli occhi, li aprì per volgerli al cielo, 
non per vedere quello che fatalmente, per la fortuna della civiltà e 
dell'Italia, si compieva quaggiù sulla terra. G. D. A. 

— Serafino Ricci, L'opera numismatica di Solone Ambrosoli. 
Commemorazione. — Milano, Cogliati, 1908. — Il primo centenario 
del Gabinetto Numismatico di Milano non poteva davvero essere fe- 
gato in modo più solenne: il dieci maggio [1908] dinanzi ad 

un pubblico scelto di pochi invitati il direttore, Prof. Serafino 
Ricci, dopo un breve discorso, scoprì un riuscitissimo busto del suo 



218 NOTIZIE 

predecessore Solone Ambrosoli, defunto Panno prima fra il rimpianto 
di tutti i cultori della Numismatica. 

Solone Ambrosoli ebbe veramente nella sua disciplina meriti 
insigni e di vario genere : basta considerare che il progresso fatto 
in Italia in questo ultimo quarto di secolo è dovuto in gran parte al- 
l'opera sua, per convincersi che gli onori della cerimonia a Brera 
gli erano pienamente dovuti. Mente eletta e colta, conoscitore anche 
di varie lingue straniere, giunse alla direzione di Brera, come egli 
stesso confessò ripetutamente, impreparato: eppure riuscì in breve 
tempo non solo a mettersi in grado di occupare degnamente la ca- 
rica, ma anche ad acquistarsi un nome in Italia e all'estero, tanto 
nella Numismatica classica, quanto nella medioevale e moderna. 
Certo nella prima non eccelse quanto nella seconda, ma se si riflette 
che egli non avrebbe potuto competere cogli stranieri in una scienza 
in cui la dovizia dei gabinetti è tutto, si deve essere ben lieti che 
l'energia dello studioso si sia dedicata con tanta passione agli studi 
delle monete italiane, così trascurate fuori d'Italia. 

Opere grandi non scrisse, ma tutta la sua attività dedicò a for- 
nire aiuti agli studiosi, a compilare monografie, veri modelli nel 
loro genere, per l'illustrazione di singole monete, medaglie, o tesori 
monetari, ma sopratutto a rendere popolare la sua scienza con as- 
sidue corrispondenze, col dirigere successivamente due riviste, col 
compilare manuali ottimi, come quello Iloepli, di cui quattro edi- 
zioni furono esaurite. Questo della divulgazione è uno dei ineriti 
principali dell' Ambrosoli, il quale ebbe grave torto nei suoi ultimi 
giorni di stigmatizzare l'opera propria come causa principale del 
dilettantismo eccessivo; non dimentichiamo che se oggi i dilettanti 
sono troppi, e troppo superficiali spesso le loro monografie, è anche 
vero che la ricerca continua di questi molti ha portato alla sco- 
perta d'importanti pezzi inediti, e ha fatto ritornare in patria mo- 
nete che ne erano esulate, spesso di grande importanza storica: e 
che da questo dilettantismo da lui criticato sorsero autori come i 
fratelli Gnocchi, il sen. Papadopoli, il Ruggero, il Perini, il Dessi, 
e molti altri valenti. A. F. 

— Nella Commemorazione del Vice Presidente della Società Sici- 
liana per la storia patria — barone Raffaele Starrabba — letta nella 
tornata del 12 maggio 1907 da Socrate Ciiiakamoxte ed edita a Pa- 
lermo (Scuola tip. Boccone del Povero, 1007) notevole e interessante 
la bibliografia delle opere ed opuscoli del venerando e illustre uomo, 
la cui effigie « frammezzante in certo qual modo tra il diplomatico 
e il marinaro del vecchio stampo » adorna la decorosa pubblicazione. 

A. A. 15. 



.VOTI ZI E 



219 



Storia Regionale. 

axa. — Giovanni Mazzei, Stemmi ed insegne pistoiesi, con 
note e notiate, storiche. — Pistoia, Fedi, 1907. — È una pubblica- 
zione di lusso, su carta a mano, in gran folio, destinata a diven- 
tare fra non molto una pregevole rarità bibliografica, essendone 
stati tirati soli 150 esemplari. Ben disse la Bivista Araldica (a. VI, 
aprile 1908, p. 256) clic questo lavoro del dott. G. M. « è una delle 
più belle pubblicazioni araldiche fatte in Italia ». 

Ognuno sa di quanto aiuto sia nelle ricerche storiche ed archeo- 
logiche il poter esattamente stabilire dalla conoscenza precisa degli 
stemmi, emblemi e simboli, l'epoca, la ragione e l'ubicazione di mo- 
numenti insigni. Perciò la pubblicazione del sig. M. può essere a 
molti assai utile, come è per tutti interessantissima. 

Essa consta di una parte storica e di una parte araldica. Nella 
prima si parla degli stemmi, emblemi e sigilli del Comune di Pi- 
toia, delle XII Compagnie del Popolo e dei loro gonfaloni, dell'ori- 
gine di molti cognomi pistoiesi, delle famiglie magnatizie e di tutte 
le principali famiglie pistoiesi, distinguendole in quattro classi, se- 
condochè la loro cittadinanza o nobiltà è anteriore al 1200, al 1300, 
al 1400, o posteriori al 1400. Dopo lunghe e pazienti ricerche, l'A. 
ha potuto darci una buona monografia storica, fornendoci molte no- 
tizie nuove e correggendo alcuni e talora grossolani errori, come là 
dove, servendosi dello Statuto del 1830, ha potuto esattamente de- 
scriverci i gonfaloni delle XII Compagnie del Popolo, che sono stati 
cosi erroneamente interpretati e dipinti sulle pareti del cortile del 
Palazzo Pretorio di Pistoia. La parte araldica, che contiene dise- 
gnati quasi 5<)0 stemmi, è di una tale esattezza, finezza e precisione, 
che davvero non si potrebbe desiderare di meglio. Del che va data 
lode anche al benemerito editore-litografo sig. Bindo Fedi, 

Alla nitidezza delle insisioni ha contribuito anche la bella carta a 
mano, appositamente fabbricata. L'interesse della pubblicazione è 
poi accresciuto dal fatto che molte delle famiglie illustrate dal dott. 
M. sotto l'aspetto storico ed araldico ebbero nelle vicende di Pistoia 
e della Toscana un'importanza notevolissima: tali i Cancellieri, i 
Panciatichi, i Bracciolini, i Baldinotti, i Vergiolesi, i Sinibuldi, i 
Forteguerri, i Taviani, i Tedici, i Rospigliosi. L'opera si raccomanda 
dunque ad ogni categoria di studiosi, segnatamente della nostra 
storia medievale. Quinto Sàntoli. 



— Nei la bella Necrologia del padre domenicano Vincenzo Mar- 
chese — il benemerito storico d'Antonino, dell'Angelico e del Sa- 



220 NOTIZIE 

vonarola — , che Ermenegildo Pistelli pubblicò in questo Archi rio 
(Disp. 2 a del 1891), si accenna ad un episodio della vita di lui: il 
bando da San Marco e da Firenze, dove il untissimo domenicano 
aveva abitato e lavorato per dieci anni (1841-51). Ora, di quell'epi- 
sodio, rimasto fin qui un po' oscuro, ma « degno di ricordo e di 
studio », il Pistelli stesso ci dà la vera spiegazione in un breve opu- 
scolo, interessante e persuasivo (Ermenegildo Pistelli, II bando del 
Padre Marchese da Firenze. Da documenti d'Archivio inediti, 1851. 
Estr. dal Marzocco del 20 settembre 1908. - Firenze, Civetti, 1908; 
pp. 18). Con la scorta dei documenti, egli dimostra che la colpa 
dell' ingiusto sfratto non fu, o almeno non fu tutta dell'Autorità 
politica, come s'era creduto fin qui. Il Governo era stato indotto a 
quel passo dalle nascoste denunzie di qualche confratello del padre 
Marchese, anzi precisamente del suo superiore: il padre Giuseppe 
Bini, Vicario Generale dei Conventi della Congregazione di S. Marco. 
Infatti le Autorità politiche appena furono meglio informate, fra gli 
altri da Francesco Bonaini, dentro tre giorni richiamarono il Mar- 
chese ; il quale però non volle o non potè tornare e così restò inter- 
rotta la sua Storia di San Marco. 

— Ermenegildo Pistelli, Il Carducci e il Governo Toscano. Da 
documenti d'Archivio inediti, 1856-58. (Estr. dal Marzocco del 6 set- 
tembre 1908). - Firenze, Civelli, 1908; pp. 29. Questi documenti, egre- 
giamente illustrati e commentati dal Pistelli, concernono tre momenti 
importanti nella vita del Carducci: il suo soggiorno a San Miniato 
al Tedesco nell'anno scolastico 1856-57. e il processo che fu allora 
avviato contro di lui, non propriamente per accusa d'empietà, come 
fu detto e ripetuto, ma piuttosto per certi atti e motti di « giovanile 
baldanza » ; il concorso alla cattedra d'Arezzo, e la guerra sleale 
mossa al Carducci da Pietro Fanfani; la supplica scritta dal Car- 
ducci il 16 agosto 1858 alla Comunità di Santa Maria a Monte (dove 
il padre era stato chirurgo condotto), per chiedere un sussidio a fa- 
vore delia famiglia, rimasta priva di risorse. Questa supplica, ora 
pubblicata per la prima volta, è davvero una bella pagina, dove 
« si accordano assai bene la compostezza classica e la schiettezza 
« del sentimento, e che onora insieme il dottor Michele e il figliuol 
« suo glorioso ». 

Lombardia. — Buono e ben documentato e provvisto di note 
soddisfacenti ed opportune, nonché di una esauriente bibliografia, lo 
studio di Ettore Galli sopra « un ruotino di soldati spagnuoli in 
Italia e la vendita d'una giurisdizione nel '500» (Pavia. Fusi. 1907). 

Come avverte il sottotitolo, sono « ricerche e documenti » 



NOTIZIE 221 

che han valore di contributo alla politica finanziaria della monarchia 
di Carlo V e in particolare della conoscenza de' suoi effetti sul do- 
minio milanese. I documenti sono molti e interessanti. 

A. A. B. 

Veneto. — L'Accademia d'Agricoltura, Scienze, Lettere, Arti e 
Commercio di Verona bandì, già da più anni, un concorso, proponendo 
al vincitore ij premio di 2000 lire, per una guida di Verona e del Ve- 
ronese che fosse degna dell'importanza storica e artistica di quella 
città e provincia. Il concorso si chiuse il 31 dicembre 1907, e la 
Commissione incaricata di esaminare i lavori dei concorrenti pre- 
sentò la sua relazione nella seduta accademica del 20 settembre p.p., 

aliando il cospicuo premio ad un'opera contrassegnata dal motto: 

Un di coloro 

Che corrono a Verona il drappo verde. 

della quale, aperta la relativa scheda, apparve autore il prof. Luigi 
Simeoni, del Liceo Ginnasio di Verona Scipione Maffei, noto ormai 
favorevolmente agli studiosi per numerose e importanti monografie 
storiche d'argomento veronese, e testé risultato primo altresì tra i 
concorrenti alle cattedre di Storia nei Licei dello Stato. 

Siamo lieti di annunciare che è già incominciata la pubblica- 
zione del lavoro premiato, del quale la Commissione, composta dei 
prof. Carlo Cipolla, Flaminio Pellegrini, Giorgio Bolognini, Giulio 
Pontedera e Floreste Malfer, riferi in questi termini : 

« La Guida Un di coloro.... raccoglie e coordina quanto di meglio 
« è stato acquisito fino ai tempi nostri intorno alla storia civile ed 
« artistica di Verona, ed è frutto di ricerche fatte in parte sopra 
« documenti inediti di grande importanza e di osservazioni personali, 
« diligentissime ed esatte, desunte in maniera diretta dai monumenti. 

« L' opera è veramente degna dell' importanza che ha Verona 
«nostra nella storia e nell'arte, e perciò la Commissione concorde 
« ritiene ch'essa meriti la sua approvazione e il premio stabilito dal 
« concorso ». 

Il libro porterà il titolo Verona. Guida storico-artistica della 
Città e Provincia, e all'importanza dell'opera risponderà l'eleganza 
ed il pregio dell'edizione, che fu assunta dalla Libreria editrice C. 
A. Baroni e C. di Verona. L'editore si propone di illustrare la Guida 
con la riproduzione dei più notevoli monumenti e opere d'arte, cor- 
redando il volume di cinquanta tavole in eliotipia, fuori testo, della 
pianta della città e della carta della provincia, e di farne una pub- 
blicazione di lusso, della quale sono uscite finora sei puntate. Fa 



222 NOTIZIE 

parte di una collezione, iniziata da quell'editore, che ha per iscopo 

di illustrare i tesori d'arte di Verona col sussidio di tutti i mezzi 
die offrono i più recenti progressi tecnici, e della quale è già uscito 
un volume, dovuto a Ernesto Giani, che ri sguarda il Teatro romano 
di Verona, ed è pronto un altro volume : La Basilica di S. Zeno 
in Verona, ricerche e nuoci documenti, dello stesso professor Simeoni. 

Umberto Marchesini. 

— Come introduzione ad un suo più ampio lavoro che uscirà 
tra breve, Roberto Cessi pubblica una nota Per la storia delie corpo- 
razioni dei mercanti di panni e della lana in Padova nei secoli XIII 
e XIV (estr. dagli Atti del E. Istituto Veneto, tom. LXVII. par. 2. a , 
Venezia. 1908), mostrando il graduale sviluppo di quelle due corpo- 
razioni e le loro vicende, che seguono da vicino i progressi del- 
l' industrie: dapprima l'arte dei mercanti esercitava un forte pre- 
dominio, ma dopo, specialmente quando, insieme collo sviluppo 
industriale, i dissensi economici e politici interni concorsero ad 
indebolirla, essa cominciò a decadere : dall'altro lato invece, la cor- 
porazione della lana, sotto l'impulso dell'incremento dell'industria, 
diventò sempre più fiorente, specie dopo che i mercanti si trasforma- 
rono in industriali e portarono nell'arte nuovi capitali e nuovi cri- 
teri nella produzione e negli scambi, per cui non più il forestiero, 
ma i suoi prodotti vennero colpiti dal protezionismo, il quale, cosi 
inteso, aiutava potentemente il progresso dell' industria locale. 

Q. Se. 

— Roberto Cessi in una nota sopra II malgoverno di Francesco 
il Vecchio. Signore di Padova (estr. dagli Atti del E Istituto Veneto. 
tom. LXVI, par. 2. a , Venezia, 1907) analizza le cause ed il significato 
della rivolta padovana del 1388 contro i signori Carraresi, ed os- 
serva come nessun concetto politico antisignorile possa riscontrarsi 
in un movimento che aveva per fine di trasferire il dominio della 
città ad un altro Signore, il conte di Virtù, ma che quella rivolta 
ha piuttosto un carattere di lotta antidinastica, contro la schiatta 
dei Carraresi, la quale aveva instaurato e mantenuto negli ultimi 
tempi un metodo di governo troppo esclusivamente fondato sull'ar- 
bitrio, sulla violenza e sulla frode, perchè più a lungo fosse sop- 
portato dai cittadini padovani ; e ben a ragione quindi essi, uniti 
tutti nell'unico scopo della comune e reciproca difesa, si liberarono 
a forza dai Carraresi, domandando ad un altro Signore quella pace 
interna che essi, rinunziando al governo ed alla libertà, avevan 
voluto. Q. Se. 



NOTIZIE 223 

Marche. — Con una nota sui Prezzi e Salari nel secolo XIII 
(estr. da Le Marche, a. VII) Gino LuzzATTO ha voluto portare un con- 
tri liuto e dare un impulso allo studio di un problema, la cui soluzione 
sarebbe della massima importanza per la storia economica del medio 
evo: qual fosse, cioè, e come possa determinarsi il valore delle mo- 
nete medievali in rapporto con quelle moderne. L'A., osservando 
giustamente che alla soluzione del problema bisogna avviarsi non 
prendendo come base di confronto i prezzi di una sola merce, bensì 
raccogliendo il massimo numero di prezzi di ogni merce e dei salari 
Iter trarne il costo medio della vita e i salari medi, inizia l'opera 
pubblicando molti prezzi vigenti a Matelica alla fine del '200, e cosi, 
dopo aver desunte dal confronto tra i singoli prezzi medi di quel 
tempo e quelli del sec. XIX il rapporto del valore tra le monete me- 
dievali e quelle moderne, può giungere alla conclusione che la mo- 
neta a Matelica sulla fine del '200 aveva un potere d'acquisto nove 
volte maggiore di quello attuale. Q. Se. 

— Il prof. Gino Luzzatto ha pubblicato alcune notizie e docu- 
menti suite arti della lana e della seta in Urbino (estr. da Le Marche. 
a. VII, voi. II, fase. 3), mostrandone la breve e misera vita nella città 
feltresca, dove non valse l'interessamento dei duchi a far fiorire le 
industrie, le quali avrebbero richiesto nella popolazione un'attività 
ed attitudini speciali, che sempre le mancarono. Nonostante, e solo 
per la solerzia del duca Guidobaldo II, l'arte della lana potè essere 
organizzata in Urbino nella seconda metà del sec. XV ed ebbe vita, 
più o meno fiorente, fino alla caduta del ducato avvenuta nel 1630. 

Q. Se. 

Napoli. — Il dott. Enrico Buonocore, Mastogiorgio [Giorgio Cat- 
taneo] nella storia della cura della pazzia. - Napoli, Cromotipo- 
grafica, 1907; 8", pp. xxviij, continua con fortuna le sue ricerche sui 
motti napoletani: e studia l'origine e la ragione del nome di Mastogior- 
gio, che si dà a Napoli a chiunque sia preposto alla cura e alla cu- 
stodia dei pazzi. L'incendio dell'Archivio dell'ospedale degli Incu- 
rabili nel 1594, la deficienza assoluta di notizie precise, eppure la 
frequentissima ripetizione di quel nome, che nella letteratura dia- 
lettale e nella viva voce del popolo ritorna anche oggi, hanno in- 
nalzato difficoltà che sarebbero state insormontabili senza la tenacia 
e la dottrina del B. Risalendo sino alla fondazione dell'ospedale 
predetto (1519), egli studia il metodo di cura dei pazzi in Napoli e 
rileva come Masto Giorgio sia esistito veramente e rimasto tradizio- 
nale fra gli aggressori o medici curanti dell'ospedale, sia per l'eccel- 
lenza sua. sia per il metodo che meglio che di un medico appariva 



224 NOTIZIE 

opera di un educatore, di un correttore e schematicamente consi- 
steva nel far girare la ruota di un pozzo, quando trattatasi di ec- 
cesso di forza nei centri nervosi ; nel far mangiare cento uova, nel 
caso di debolezza per mala nutrizione dei medesimi centri ; e nel 
sottoporre alle battiture i furiosi. Certo è ch'egli ottenne risultati 
tali da colpire la fantasia del popolo attraverso i secoli-, senza, pur 
troppo, lasciar traccia di sé, se non nel dialetto. E il B. avrebbe 
dovuto con rincrescimento chiudere le sue interessanti e lodevoli 
indagini senza precisare l'età dell'esistenza di lui se, proprio all'ul- 
timo, i suoi occhi non fossero caduti sopra un codice della Nazio- 
nale di Napoli che gliene scopri il nome e gli permise di stabilire 
che masto Giorgio Cattaneo viveva a metà del secolo XVII. E. C. 

— Per dimostrare l'impossibilità nella quale è il comune di 
Napoli di provvedere coi mezzi de' quali attualmente dispone a tutte 
le esigenze della civiltà, e le cagioni di tale deficienza, il dott. Ma- 
rino Rodino di BUGLIONE espone la Storia finanziaria del comune 
di Napoli nel secolo XIX (Napoli, Pierro, 1908; 8°, pp. 344), pub- 
blicando e raffrontando fra loro i consuntivi degli anni 1811, '31, '51, 
'62, '81 e 1903 : i quali lo portano a consigliare una revisione del 
sistema tributario. Ma prima di entrare in tale esame e di giungere 
a queste conclusioni, egli riassume in modo preciso e chiaro la sto- 
ria dell'ordinamento amministrativo del Comune dal secolo XII al 
1860; il che accresce importanza e interesse al suo lavoro. E. C. 



Storia artistica e letteraria. 

Convegno scientifico all'Istituto di Storia dell'Arte. 

Il 19 Dicembre u. s. all'Istituto di Storia dell'arte si tenne 
una solenne adunanza, alla quale intervennero molti illustri profes- 
sori di Istituti fiorentini, fra i quali anche il senatore Pasquale 
Villari. 

Il Direttore dell'Ufficio Regionale per la conservazione dei mo- 
numenti della Toscana, cav. Socini, con piante e vedute dimostrò 
la necessità di restauri alla tribuna ed all'abside della Cattedrale 
di Pienza. Essendo tutta la parte posteriore di questa chiesa costruita 
su terreno mobile, e avendo constatato su quella parte un abbassa- 
mento di livello di 90 centimetri, egli giudicò indispensabile la de- 
molizione e la ricostruzione coli' antico materiale. 

Il dr. Peleo Bacci, Ispettore de' monumenti della Toscana, 
parlò dell'ultimo lavoro di Domenico Ghirlandaio, un magnifico mo- 



NOTIZIE 



9.9.ri 



saico, fatte» pochi mesi prima della sua morte, per il Duomo di Pistoia, 
come si prova con nuovi inediti documenti. 

Il prof. Alessandro Chi appelli presentò la riproduzione di un fre- 
sco della seconda metà del'300 esistente in un tabernacolo d'Oltrarno 
sul canto fra Via del Leone e Via della Chiesa, finora inedito, e che 
egli, facendo parte di una Commissione per il riordinamento dei taber- 
nacoli di Firenze, aveva procurato fosse riaperto. Questo fresco rap- 
presenta una Madonna con angeli e santi e si chiamava la Madonna 
della Sagra o del Morbo: per analogia stilistica il Chiappelli attri- 
buì il bel dipinto a Giotto di Maestro Stefano. 

Il dr. 0. H. Giglioli s'intrattenne su di un ritratto di Baccio 
Valori della Galleria di Pitti, dipinto da Sebastiano del Piombo, 
concludendo essere il famoso quadro identico a « uno ritratto di 
Baccio Valori in su pietra, alto braccia uno e mezzo », ricordato 
in una notizia registrata nell'inventario del Guardaroba Mediceo, 
compilato nel 1553. 

Su Federigo Barocci e un suo scolaro sconosciuto a Perugia co- 
municò nuove ricerche il dr. Walter Bombe. Illustrò con documenti 
inediti la famosa Deposizione della Croce del Duomo di Perugia e 
l'altare che racchiudeva il quadro del Barocci. Presentò un disegno fin 
qui ignoto, trovato nell'Archivio della Mercanzia a Perugia, che ripro- 
duce il sontuoso altare con undici figure di Vincenzo Danti, distrutte 
verso la fine del '700. Di un'altra opera di Federigo Barocci, rappre- 
sentante un riposo in Egitto, il Bombe offrì notizie interessanti, 
congetturando che il quadro, già nella sagrestia dei Gesuiti di Pe- 
rugia, sia ancora nascosto in qualche sala del Palazzo Vaticano. Un 
dipinto baroccesco assai curioso, conservato fino all'epoca della inva- 
sione francese nella Chiesa di S. Agostino di. Perugia e rappresen- 
tante la Vergine, S. Lucia e S. Antonio Abate, venne con sicurezza 
identificato dal Bombe con una grande tela conservata al Louvre, 
sotto il nome di Federigo Barocci, mentre — secondo notizie del 
'600 — deve essere opera di un baroccesco finora sconosciuto, cioè 
di Francesco Barocci, nipote di Federigo. Una fonte del '600 assegna 
a Francesco Barocci un altro quadro rappresentante l'adorazione 
dei pastori, già in S. Maria del Popolo a Perugia, dal medesimo 
dr. Bombe ritrovato nell'Oratorio di S. Bernardino ed ora conservato, 
dietro le sue insistenti premure, nella prima sala della Pinacoteca 
Vaimucci. Questo quadro si mostra stilisticamente molto differente 
da quello del Louvre e deve essere di un altro valente scolaro di 
Federigo Barocci. 

Il prof. Brockhaus mostrò una veduta di Roma che si conserva 
a Mantova nel Museo Patrio e che fu pubblicata da G. B. De Rossi. 

Aucn. 8toh. It., Serie 5. a — XLIII. 15 



226 NOTIZIE 

Il punto di partenza delle ricerche del benemerito Direttore dell'Isti- 
tuto fu un inventario fiorentino del 1528 trovato da Gaetano Mila- 
nesi e pubblicato da Iodoco Del Badia nel 1891 nella « Miscellanea 
Fiorentina » : secondo le notizie ivi registrate, nel 1525 era morto Ales- 
sandro di Francesco Rosselli, mereiaio e stampatore, nella cui ere- 
dità si trovano notate le seguenti piante: Roma, in tre pezzi e dodici 
fogli, e Firenze, in sei fogli reali. Vi erano dunque due vedute: una 
grandissima di Roma ed una grande di Firenze. Il Brockhaue riuscì 
non solo ad identificare le due piante che tuttora esistono, ma anche 
a trovarne il disegnatore nella persona di Francesco, fratello di Co- 
simo Rosselli. Nato nel 1445-47 aveva 25-35 anni, quando si dise- 
gnarono le nostre vedute. Pare che la veduta di Firenze sia quella 
stampa (conservata ora nel Gabinetto delle Stampe a Berlino) che, 
riprodotta a colori, si vede nel Palazzo della Signoria accanto alla 
Sala dei Duegento. È probabile che sia stata disegnata da Francesco 
Rosselli fratello di Cosimo; è da sperare che di queste importanti 
vedute di Roma e di Firenze si trovino ancora delle copie in qualche 
antica villa o casa. 

— Aìlgemeines Lexikon der bildenden Kilnstler con der AntiJce 
bis zur Gegenwart: Unter Mitwirkung von 320 Fachgelehrten des 

In-und Auslandes herausgegeben von dr. Ulrich Thieme und dr. Fe- 
lix Becker. Zweiter Band: Antonio da Monza — Bassax. Leipzig. 
Verlag von Wilhelm Engelmann, 1908. — Nei fase. I dell'Archivio 
Storico Italiano 1908 avemmo occasioneXdi parlare del I voi. di que- 
sta grande Enciclopedia dell'Arte: siamo lieti di poter annunziare 
oggi, dopo così breve spazio di tempo, la pubblicazione del II voi. 
Questa sorprendente celerità e sollecitudine jion sarebbe forse stata 
possibile se i due valorosi Direttori, coadiuvati da un grande nu- 
mero di altri scienziati e studiosi di cose d'Arte, non avessero im- 
piegato 20 anni di assiduo minuzioso e accurato lavoro preparatorio, 
consultando e sfogliando non solo tutti i libri e periodici d'Arte, ma 
anche quelli di Letteratura, come pure numerosissime guide. Cata- 
loghi di Musei pubblici, di collezioni private e di vendite all'asta. 

L'opera acquista maggior pregio ancora, poiché tiene conto 
non solo di tutto ciò che venne pubblicato, ma anche di quello che 
manoscritto giace spesso nascosto in Biblioteche ed Archivi, come 
abbiamo avuto campo di dire nella recensione del I voi. Questo 
lavoro di spoglio è diretto con vera competenza dal dott. Wal- 
ter Bombe, il quale esprime il desiderio che tutti i Direttori di 
Biblioteche e Archivi d'Italia vogliano agevolare più che iter il pas- 
sato queste ricerche di un'utilità indiscutibile. 

I due Direttori Thieme e Becker meritano il più vivo encomio 



NOTIZIE 227 

per l'organizzazione che non avrebbe potuto raggiungere completa- 
mente lo scopo, data la immensità della materia, se intorno a loro 
non avessero adunato volenterosi specialisti, i quali, assumendosi le 
responsabilità delia redazione, organizzarono i lavori nelle varie na- 
zioni. Così fu redatta la Sezione di Arte Antica dal prof. Sauer del- 
l'Università di Giessen, quella dell'America del Nord da E. von Mach, 
quella di Artisti boemi dal prof. H. Schmerber, di Artisti danesi dal 
dott. A. Roeder, diversi gruppi di Artisti italiani dal dott. Walter 
Bombe, di Artisti olandesi da W. Moes. di Artisti polacchi da L. Lepszy. 
di Artisti portoghesi dal prof. Hanpt, di Artisti svedesi dal dott. 0. Si- 
ren, e infine di Artisti tirolesi dal prof, von Sem per. Tra queste 
speciali sezioni occupa un posto cospicuo quella dell'Arte del- 
l' Estremo Oriente che, per quanto sappiamo, ora per la prima 
volta, in lingua Europea, ci informa sulla vita artistica in quelle 
lontane regioni. La scelta degli Artisti giapponesi e cinesi pare che 
sia stata fatta tra quelli che veramente meritano di figurare accanto 
ai nostri europei e non fra tutte quelle migliaia di nomi di artefici 
spesso umili, che i nostri collezionisti avrebbero interesse di trovare 
indicati. Una difficoltà straordinaria nella classificazione dei giap- 
ponesi si offrì certamente dal noto fatto che questi quasi ogni anno 
cambiano i loro nomi. 

Tra gli articoli che si occupano di cose italiane desterà un po' di 
sensazione quello di Cari Frey su Arnolfo di Cambio. L'egregio 
prof. dell'Università di Berlino ha tentato una nuova soluzione della 
questione tanto dibattuta, se il grande Architetto sia stato anche 
l'iniziatore dello stile nuovo nella tornitura fiorentina. Dopo un mi- 
nuzioso esame di documenti il Frey viene a concludere: che abbiamo 
solo due notizie sicure sulla vita di Arnolfo, essendo la nota iscri- 
zione in faccia al Campanile fiorentino, secondo la scrittura e il testo, 
fatta non prima del 400 e perciò senza valore; e che le notizie forni- 
teci dal Vasari sono fantastiche e favolose, da non doversene tener 
conto. Di più il sullodato critico riduce a due solamente le opere del- 
l'Artista : l'Architettura di S. Croce e quella del Duomo di Firenze. 
Arnolfo do Firenze, lo scultore e scolare di Nicola Pisano è, sempre 
secondo il Frey, una persona diversa da Arnolfo di Cambio, a cui 
egli attribuisce le seguenti opere: 1) La tomba del Cardinale de 
Braye a s. Domenico di Orvieto, 2) il Tabernacolo di s. Paolo fuori 
a Roma, 3) quello di s. Cecilia in Trastevere, 4) il Presepio a s. Maria 
Maggiore, 5) La Tomba di Bonifacio Vili. Esclude poi tutte le opere 
che ad Arnolfo furono attribuite dal Venturi e dallo Swarzenski. 
Aspettiamo a vedere come i critici d'Arte giudicheranno l'ardita 
ipotesi. Di altri contributi importanti segnaliamo: le Biografie di 



228 NOTIZIE 

Attavante (autore: Paolo D'Ancona, che si occupò in special modo 
di miniaturisti), di Baccio d'Agnolo Baglioni (W. Limburger), di Bal- 
dassarre Estense (Adolfo Venturi), di Alessio Baldovinetti (W. Weis- 
bach), di Hans Baldung (Friedlaender), di Baccio Bandinelli (0. 
Fischel), di Jacopo dei Barbari (Kristeller), di Giovan Antonio Minelli 
dei Bardi ^Moschetti), di Barnaba da Modena (Adolfo Venturi), di Fra 
Bartolomeo (Knapp), di Francesco Bartolozzi (Kristeller). 

Ed ora ci auguriamo, come i due Direttori ci promettono, che 
la pubblicazione sia compiuta entro 10 anni, fiduciosi nella energia, 
volontà e operosità del Thieme e del Becker, a cui non vorrà mai 
mancare l'opera dei numerosi coadiutori. 

— Come appendice all'altro maggior lavoro già pubblicato 
nel 1905 su Fra Giovanni da Verona e la sua scuola, il p. P. Lu- 
gano dà nel fase, x-xi del 1908 (anno III, pp. 255-264) della Rivista 
Storica Benedettina interessanti notizie su le tarsie eseguite dal 
Maestro alla Camera della Segnatura nel Palazzo Vaticano: notizie 
che costituiscono come un primo saggio dell'opera più completa che 
il L. promette di pubblicare sull'argomento. Da queste ricaviamo 
intanto che l'intagliatore veronese operò tra il 1511 e il 1513 per 
ordine di Giulio II le spalliere, gli usci e i dorsali di quella superba 
Camera; e che in luogo di questi lavori Perin del Vaga pose più 
tardi, per volere di Paolo III, una decorazione pittorica. Qualunque 
sia stata la causa di tale sostituzione — il sacco del 1527 o l'adat- 
tamento del camino nella Camera della Segnatura — pare indubi- 
tato che al tempo di Paolo III le tarsie del Veronese fossero andate 
in rovina o tolte per una nuova sistemazione della parte inferiore 
di quell'ambiente. 

Ma delle perdute opere di Fra Giovanni il L. rintraccia acuta- 
mente i ricordi nelle superstiti decorazioni di Perin del Vaga che 
riproducono altrettante tavole intarsiate e accennano certamente, 
sia per l'argomento, sia per la maniera di svolgerlo, all'intenzione 
del pittore di voler riprodurre un lavoro preesistente, che il L. di- 
mostra non poter essere se non quello del frate. Restano così feli- 
cemente conciliati fra loro alcuni passi del Vasari nelle vite di 
Fra Giovanni, di Fra Giocondo e Liberale, di Perin del Vaga e di 
Raffaello da Urbino circa i lavori del Veronese: passi che appari- 
scono a prima vista contraddittori, ma che si spiegano e si accor- 
dano agevolmente precisando il tempo in cui le singole biografie 
furono redatte e l'ordine della loro successione cronologica. 

G. D. A. 

— Erminda Tordi, Agnesina ili Moniefeltro madre di Vittoria 
Colonna Marchesa di Pescara. Appunti storici: 2 a ed, annotata. 



NOTIZIE 229 

Firenze, Materassi. 1908; 8°, pp. 20. — Modeste, come il titolo, 
queste pagine, ma non prive di pregio: che in forma garbata nar- 
rano la vita, fin qui poco conosciuta, e delineano la figura singo- 
lare e simpatica di Agnesina, madre della poetessa Vittoria Colonna 
All'erudito cav. Domenico Tordi spetta il merito di aver rac- 
colto, con pazienti indagini, le notizie storico-biografiche; alla gen- 
tile e colta sua signora quello di aver saputo trarne fuori un opu- 
scolo cosi piacevole e interessante. 

— Le ottime pagine di Orazio Bacci su Giosuè Carducci e gli 
Amici Pedanti (Cappelli, Rocca S. Casciano, 1908 — estr. dalla Bas- 
segna contemporanea, a. I, n. 6) si aprono con un accenno « al rac- 
conto » che di quegli uomini e di que' giorni fece il Chiarini, « unico 
superstite ad multos annosi degli Amici pedanti.... »: e ora il Chia- 
rini non è più. Del lavoro del Bacci egli stesso ci dà la misura e 
la definizione nelle poche righe proemiali : « tentare un po' di com- 
« mento e dare un po' di contorno a quei fatti, e, fra la congerie e 
« la minutaglia di particolari che si conoscono, cercarne la intima 
« significazione ». Né miglior lode all'egregio A. si potrebbe dare 
né potrebbe, credo, egli stesso desiderare, che notando com'egli nel 
suo bello intento sia pienamente riuscito; e riuscito anche a farsi 
leggere volentieri. A. A. B. 

Storia giuridica. 

— Max Conrat (Cohn) espone alcune osservazioni critiche sul 
testo del Breviario Alariciano contenuto nel Cod. Vat. Lat. Reg. 1050; 
ed illustra e discute un testo, contenuto nel codice stesso, e che 
accede a un trattato già dal Bluhme designato come « Synonimorum 
collectio ex Isidoro Augustino aliisque », e dal Merkel « Vocabula- 
rium synonimorum ex libris SS. Patrum desumptum » ; esso porta 
la intestazione « decurio de gradibus », e l'A. lo pubblica (dandone 
anche un testo emendato) come un trattato sulla costituzione degli 
urtici pubblici nelP età merovingia (Ein Traktat iiber romanisch- 
frànkisehes Amterwesen. Weimar, Bòhlaus, 1908). F. E. V. 

— Giannino Ferrari, col titolo Contributo alla storia del diritto 
romano volgare (Padova 1908, estr. dagli Atti e Memorie della R. 
Accademia di Padova, vol.XXIV, 3), presenta alcuni casi d'analogia tra 
istituti del diritto medievale dell'Occidente e istituti del diritto bi- 
zantino, per trarne la conclusione che non sempre uè unicamente le 
deviazioni dal diritto romano classico che s'incontrano in Occidente 
vadano attribuite ad influenze germaniche, ma piuttosto si debba 



230 NOTIZIE 

ritenere che nelle regioni componenti l'antico impero romano si sia 
venuto costituendo un diritto romano volgare comune. Gli esempi, 
che sono tratti dal sistema penale, dalle cause di scioglimento di 
matrimonio, dal patto successorio, dalla vendita della propria per- 
sona in schiavitù, potrebbero essere con profitto più minutamente 
studiati, e accresciuti di numero. 

Lo stesso A. (Il diritto penale nelle Novelle eli Leone il filosofo, 
estr. dalla Bivista penale, LXVII 4, Torino, 1908) dà una breve e in- 
teressante esposizione storico-dottrinale delle novelle di contenuto 
penale di Leone VI il filosofo, che sono in discreto numero nella 
Silloge che di lui possediamo (887-891). Si esaminano le teoriche ge- 
nerali^ del diritto, il sistema delle pene, come queste venissero ap- 
plicate ai singoli reati, raggruppati per famiglie, e infine quei pochi 
principi e regole di procedura, che le costituzioni di Leone ci con- 
servano. È noto come la legislazione di Leone abbia un'importanza 
specialmente nei riguardi della storia del diritto italiano, del quale si 
posson considerare fonte immediata, essendo state l'Apulia e la Ca- 
labria soggette a queir imperatore bizantino. F. E. V. 

— Una nuova tesi sull'Arimannia, di cui tanto s'è discusso tra 
gli storici del diritto, espone il dott. Aldo Checchini (I fondi mi- 
litari romano-bizantini considerati in relazione con VArimannia. Roma 
1907, estr. dall'J.rc7i. Giuridico, voi. LXXVIII, 3), il quale s'è pro- 
posto di dimostrare che l'organizzazione delle Arimannie, considerate 
non nell'epoca posteriore, quando sotto l'influsso di circostanze di- 
verse e specialmente della feudalità hanno degenerato dalla loro ra- 
gion d'essere originaria, così da giustificare sotto questo punto di 
vista l'opinione degli scrittori che ne hanno rilevati caratteri molto 
disparati, ma considerate nella loro costituzione primitiva, riproduce 
esattamente l'organizzazione dei fondi militari di confine. Di questa, 
nell'epoca bizantina in Italia, l'A. fa uno studio davvero ampio e 
accurato, e con larga conoscenza delle fonti e della letteratura sul- 
l'Arimannia fa buon apprezzamento critico; sì che, approfondita di 
quest' istituto l'organizzazione non solo ma la ragione fondamentale, 
apparisce abbastanza fondato il suo assunto: manifestarsi nell'Ari- 
mannia un caso di queir infiltrazione, che necessariamente dev'essere 
avvenuta, dei principi del diritto pubblico bizantino in quello lon- 
gobardo. F. E. V. 

— Sotto il titolo I beni comuni di diritto pubblico nel loro svol- 
gimento storico e specialmente nella legislazione statutaria (Città di 
Castello, tip. Lapi, 1908) si è fatto da Andrea Finocchiaro-Sar- 
torio un excursus sulla condizione giuridica dei beni delle città 



NOTIZIE 231 

dall'epoca romana all'epoca dei Comuni, volendosi in specie da lui 
dimostrare come nell'età longobarda, per la quale è sorto contrasto, 
essi non abbiali cessato di esistere. I Longobardi, sostituendo la 
curii* alla curia, s'impadronirono quasi completamente dei beni 
delle città: ma la scomparsa personalità giuridica delle città l'A. 
rivede nella personalità dell' orcio civium, dal quale i beni comuni 
trarrebbero il loro carattere pubblico. È seguito il passaggio di 
questi beni dai vescovi ai Comuni, ricercandone le cause, e ricon- 
nettendo il risveglio dei beni di diritto pubblico col sorgere del 
governo autonomo dei cittadini. Affermatosi il Comune come una 
istituzione avente persona giuridica propria, si fece questo il sog- 
getto dei beni di carattere pubblico; e negli statuti s'ebbe un com- 
plesso organico di norme le quali, se non furono sempre nella pratica 
di reale efficacia, mirarono principalmente a garantirne la conser- 
vazione. La legislazione statutaria è abbastanza diffusamente esposta 
dal Finocchiaro. 

L'argomento meriterebbe d'esser ripreso, approfondendo mag- 
giormente l'indagine storica e con più sicuro senso giuridico. 

F. E. V. 

— Antonio Battistella fa oggetto di particolare studio le vi- 
cende e le condizioni dei servi di masnada (meno propriamente in- 
titola il suo studio La servitù di masnada in Friuli [Venezia 1908, 
estr. dal Nuovo Archivio Veneto]) nel Friuli, dal più lontano medio 
evo fino agi' inizi dell'età moderna, sempre con la guida e sul fon- 
damento dei moltissimi documenti, che — com'egli s'esprime — il 
tempo, la pazienza, la buona fortuna e l'aiuto del compianto dott. 
Vincenzo Joppi gli concessero di raccogliere. Servi di masnada, con 
denominazione generica, sono tutti i non liberi, qualunque sia l'es- 
senza e la forma della loro condizione servile; solitamente masnada 
designa un complesso di servi rustici. 

Delle loro condizioni di diritto e di fatto discorre ampiamente 
e simpaticamente l'A., portando notevole luce su un istituto che, 
germanico nella sua origine, s'è per affinità innestato sul tronco ro- 
mano del colonato. 

Le fonti raccolte ed esaminate dal Battistella son riportate in 
ordine cronologico in fine del volume, e ne occupano oltre 70 pagine. 

F. E. V. 

— Nino Tamassia, Lanfranco Arcivescovo di Canterbury (Estr. 
dalle Mélange» Fitting). - Montpellier, Imprimerie Generale du 
Midi, 1908; pp. 13. — Sottoponendo a un minuto e accurato esame 
analitico le opere teologico-dogmatiehe dell'arcivescovo Lanfranco 



232 NOTIZIE 

(li Canterbury, il T. si propone di dimostrare con nuovi argomenti 
che questi è il ben noto Lanfranco giureconsulto della Scuola Pa- 
vese, ricordato nella Expositio ad librum papiensem fra gli inter- 
preti del diritto longobardo. Certamente le riminiscenze scolastiche 
e forensi; le tracce di una non volgare cultura giuridica; e soprat- 
tutto vari accenni speciali alle leggi longobarde confortano la resi 
del dotto Autore. 

— Pitzorno B., Il Liber romanae legis degli judicia a probis 
judicibus promulgata (estr. dalla Eie. it. per le scienze giur. XLIY. 
fase. Ili), Torino, 1908. — L'A. si è proposto di fare alcune ricerche 
per stabilire l'identità del Liber romanae legis, una fonte assai miste- 
riosa, cui attingono vari testi giuridici veneti ; e cosi, dopo avere 
studiato questa fonte nella Ratio de lege romana (v. liiv. it. per le se. 
giur. voi. XLIII, fase. 1-2J, ne analizza ora l'essenza negli Judicia a 
probis judicibus promulgata. Dicemmo già (v. Ardi. stor. it , disp. 1." 
del 1908, pp. 255-56) come nella prima nota l'A. non abbia raggiunto 
il suo scopo, perchè, dopo aver creduto di poter affermare la deriva- 
zione diretta o almeno indiretta del Liber romanae legis dalla Summa 
legum di Ricardo pisano, si è trovato costretto a smentirsi, a negare 
la propria affermazione, di fronte all'evidenza che gli mostrava come 
la Summa ricardiana debba essere posteriore al Liber romanae legis. 
Invero in questa seconda nota l'A. non va molto innanzi nelle sue 
ricerche: dovendo ormai escludere ogni rapporto di discendenza di 
questa misteriosa fonte dalla Summa legum. dovendo pure negare 
la sua derivazione dal testo provenzale della Summa codicis di 
Irnerio, egli è costretto a concludere che il Liber romanae legis è un 
testo latino del e. d. Codi, indipendente dalla redazione provenzale 
e dalla redazione latina di Ricardo pisano. È una conclusione, se 
si vuole, un po' magra e, forse, un po' dubbia, ma è d' altra parte 
l'unica che possa portarsi come soluzione di un problema così 
difficile. Q. Se. 

— Nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei (voi. XVI) A. Fi- 
nocchiaro-Sartorio dà notizia di alcuni frammenti giuridici di an- 
tiche pergamene rinvenute a Sutri (estr. Roma, Tipogr. dei Lincei, 
1907, pp. 55). Si tratta principalmente di frammenti della Lombarda. 
vale a dire della collezione sistematica delle leggi longobarde, fatta 
nel basso medioevo per uso del fòro. Pur non trattandosi della forma 
più antica, quale può leggersi nel primo codice Cassinese (328), sì 
bene della posteriore, alla quale venne dato il nome di Lombarda 
vulgata, il nuovo ms. presenta talune diversità, che toglie diretta- 
mente dalla Lombarda Casinensis: ciò non soltanto in ordine alla 



notizie 2:« 

disposizione dei capitoli, ma anche alle rubriche. Altro argomento 
per la vetustà del codice di Sntri è che. nei riguardi lessigrafici e 
grammaticali, il testo è dei meno scorretti. 

Non ha che pochissime glosse. Il codice contiene varie aggiunte, 
quali aforismi sul diritto longobardo di successione legittima e re- 
gole giuridiche longobarde, franche e romane, evidentemente fatte 
copiare da chi doveva servirsi del codice per avere sotto mano un 
prospetto generale di leggi destinate ad integrare quelle contenute 
nella Lombarda. 

Il testo completo dei frammenti sutrini è pubblicato dal signor 
Finocchiaro-Sartorio. Egli li ritiene di poco posteriori alla colle- 
zione attribuita a Pietro Diacono, appartenenti probabilmente ai 
primordi del XII secolo. F. È. V. 

— AUGUSTO GAUDENZI, L'età del Decreto di Graziano e l'anti- 
chissimo ms. cassinese di esso (estr. dal voi. I degli Studi e memorie 
per la storia dell'Università di Bologna. Bologna, Azzoguidi 1907; 
pp. 32) ha sottoposto a nuova disamina la questione della data della 
pubblicazione del Decreto di Graziano. La divergenza eh 1 è tra le 
varie fonti, la Glossa ordinaria di Giovanni il Teutonico e la cro- 
naca Bolognetti — inedita, opportunamente richiamata dall'A. — che 
danno la data del 1150, da un lato, e dall'altro lato Roberto di To- 
rigny, Stefano di Rouen e l'abate Uspergense, che hanno il 1130, 
sembra al Gaudenzi possa spiegarsi con l'alterazione casuale di copi- 
sti che avrebbero mutato là MCXL in MCL, qua MCXXXX in MCXXX; 
e quindi riporterebbe tutte le affermazioni degli autori ad una origi- 
naria, la quale espressamente avrebbe detto che il Decreto sorse nel 
IMO. Come questa data s'accorda con quella che risulta dalle for- 
mule aggiunte al canone Post appellationem (C. II q. VI. 31), dove 
irià i primi interpreti videro il più sicuro indizio dell'età del De- 
creto? La data primitiva, scritta da Graziano, sarebbe stata « pridie 
« kal. Martias, feria quinta, anno incarnationis Domini MCXL » : 
«lata nella quale l'arcivescovo di Ravenna Gualtiero, per affermare 
solennemente i suoi diritti metropolitani, si trovava a Reggio a ren- 
dere sentenze. Una lunga e accesa controversia che in quegli anni 
si ventilò circa le prerogative del metropolita varrebbe a spiegare 
come l'amanuense che trascriveva il Decreto il 30 aprile 1141, e perciò 
tre soli giorni dopo che Gualtiero aveva in Savignano pronunziata 
sentenza contraria ai Bolognesi, e dalla quale si era già appellato 
<> si vedeva appellare, ponesse quella come data tipica di un ap- 
pello; e come più tardi, volendosi negare la competenza dell'arci- 
vescovo Ravennate a giudicare, si trasportassero addirittura al 115<> 



234 NOTIZIE 

tutti gli appelli dei vescovi dell' Emilia contro l'arcivescovo di 
Ravenna. 

La citazione di Exceptiones decretorum Gratiani, notata dal Pa- 
tetta in un codice delle Exceptiones Petri, mostrerebbe che fra gli 
anni 1143-1144 il Decreto era già conosciuto da un certo tempo anche 
in Francia. Ma il Gaudenzi avrebbe inoltre trovata una prova della 
sua esistenza avanti il pontificato di Lucio II, in alcuni curiosi versi, 
che sono in un codice vaticano della Lombarda, diretti a Gerardo, 
— il cardinale Gerardo dei Caccianemici. Questi, salito al papato 
col nome di Lucio IL avrebbe forse contribuito alla rapida diffusione 
del Decreto ; e forse da un ras. del Decreto portato a Roma, se non 
da lui, da qualche bolognese addetto alla sua curia, derivò il cas- 
sinese 64, ritenuto dall' A. il più antico a noi pervenuto, forse tra- 
scritto a Montecassino nel 1146, e del quale il Gaudenzi dà una dif- 
fusa notizia. F. E. V. 

— Enrico Besta, Intorno alfa formazione delle consuetudini di 
Messina (estr. dal VArch. Storico per la Sicilia Orientale, voi. YI, Cata- 
nia, 1908), fa un'indagine critica accurata ed elegante del testo an- 
tico delle consuetudini di Messina, quale fu fissato dal La Mantia, 
per cercar di determinare il tempo e l'ordine secondo cui esse trova- 
rono la loro formulazione scritta: concludendo che i più dei capitoli 
messinesi sono anteriori al 1232, se non anche al 1200. 

F. E. V. 

— Il prof. Augusto Zonghi — JEJgidianae Constitutiones Marchiae 

Anconitanae (Fabriano, 1907) — dà l'esatta descrizione di un esem- 
plare delle costituzioni del card. Albornoz, edite in Perugia nel 1481, 
posseduto della Biblioteca comunale di Fabriano, che ha qualche 
carattere bibliografico che lo distingue dai pochi che sono a noi per- 
venuti di quella pregevole edizione. F. E. V. 

— Giuseppe Barelli, Il libro degli Statuti di Ormea, Pinerolo, 
1907. — Dopo aver curato la edizione del Libro della Catena di 
(iaressio il B. pubblica ora gli Statuti di Ormea, cui farà seguire 
quelli della Caste llania Montegrosso, per poter poi affrontare una 
classificazione degli Statuti del Marchesato di Ceva. Rispettando la 
gelosa cura con cui l'A. vuol riserbare, e non a torto, a sé l'illustra- 
zione dei materiali raccolti con si grande amore e con si mirabile 
diligenza, io non mi addentrerò nello studio di questi Statuti : ma 
poiché non mi son potuto trattenere dal dare una scorsa al conte- 
nuto del prezioso codice che ora vede la luce, mi sia permesso di 
accennare che si tratta di un complesso di capitoli, ove le norme 
di diritto penale e costituzionale si alternano con quelle di diritto 



NOTIZIE 235 

civile e processuale senza un ordine preciso. Con questa pubblica- 
zione, cui è aggiunta in appendice la Valutazione delle monete ri- 
portata da nna traduzione del codice fatta nel '600, l'A. ha compiuto 
un'opera che non è senza importanza per la storia del Diritto e per 
l'Economia Politica; e di ciò gli va data la meritata lode. 

Q. Se. 

— In nna breve, ma interessante, monografia sopra i Privilegi 
forensi degli Ebrei in Ferrara (estr. dagli Atti della H. Accademia 
dell di Padova, voi. XXIII, disp. II, Padova, 1007) Mel- 

OHIORBE Kor.ERTi tratta delle vicende che subì la giurisdizione degli 
Ebrei in Ferrara : originariamente essa era divisa, secondo la natura 
delle liti, tra vari magistrati, ciò che portava spesso questioni di 
competenza, le quali rendevano difficile e lunga la soluzione delle 
controversie. Per ovviare a tali inconvenienti verso la metà del 

XV, la Comunità ottenne dal duca Borso d' Este che tutte le 
cause civili e penali degli Ebrei venissero discusse dinanzi al Giu- 
dice dei Savi. 

Nella seconda metà del sec. XVII gli Ebrei ferraresi ebbero dal 
legato pontificio, cardinale Chigi, il privilegio che le cause inferiori 
alle cinque lire fossero commesse ai rabbini ; così venne organizzato 
il tribunale rabbinico, che poteva giudicare solo le controversie tra 
persone appartenenti alla Comunità e le cui sentenze erano tra- 
scritte in un apposito registro da uno scrivano eletto dalla Comu- 
nità stessa, che aveva i medesimi diritti di un pubblico notaio. 
Questo tribunale non durò che fino al 1707, perchè la corporazione 
dei notai, impensierita dalla concorrenza che faceva loro lo scrivano 
dei rabbini, mosse contro di esso un'aspra guerra, per terminare la 
quale il legato pontificio, cardinale Casoni, con un provvedimento ra- 
dicale, soppresse addirittura il tribunale rabbinico. Q. Se. 

— A cura di G. Des Makez, che attualmente ne è il Segretario. 
è stata pubblicata la relazione dei lavori della Commission royale 
des anciennes lois et ordonnances de Belgique (Bruxelles, 1907) dalla 
sua istituzione, avvenuta nel 1846, fino ad oggi. La Commissione ha 
lo scopo importantissimo di pubblicare le ordinanze, le consuetudini 
e i trattati che ebbero valore di leggi nelle regioni dell'attuale 
regno del Belgio. Si tratta, come ognuno vede, di un'opera poderosa, 
al cui compimento non è bastata l'attività indefessa di molti scien- 
ziati illustri per più di sessanta anni. La Commissione ha diviso il 
suo lavoro in tre parti, secondo le tre varie fonti di diritto : or- 
dinanze, consuetudini e trattati. L'A. dà notizia quasi esclusiva- 
mente delle prime due. Quanto alle ordinanze, quelle pertinenti 



230 NOTIZIE 

al principato di Liegi vennero divise da quelle relative agli an- 
tichi Paesi Bassi austriaci, e queste ultime furono suddivise in 
tre serie, ponendo nella prima le ordinanze anteriori all' avvento 
al trono di Carlo V (1506), nella seconda quelle emanate dal 1506 
al lino e nella terza quelle comprese tra il 1700 e la riunione del 
Belgio alla Francia. Per le consuetudini invece la Commissione ha 
stabilito di fare una divisione non cronologica, ma territoriale, 
secondo cui la pubblicazione ha progredito in questa parte assai 
più che nella prima. È da augurarsi, nell'interesse degli studi sto- 
rico-giuridici, che questa immensa raccolta di fonti di diritto me- 
dievale e moderno sia al più presto completa, perchè porterà cer- 
tamente un utile contributo alla Storia del Diritto. Q. Se. 

— Il prof. Andrea Galante espone nelle linee principali la 
teoria delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa secondo Riccardo Hoolcer 
(Faenza, 1908). Essa è la più saliente ricostruzione teorica di quel 
sistema di concentramento dei poteri ecclesiastici e civili nel capo 
dello Stato, attuato in Inghilterra durante il regno di Elisabetta, e 
che prese poi il nome di « Erastianismo », dal medico svizzero To- 
maso Erasto. L'opera del celebre teologo e filosofo inglese « The 
late* of the ecclesiastical Polita » ebbe origine dalla sua controversia 
col puritano Travers, e appunto polemizzando con lui, l'Hooker tratta 
nell'ottavo libro l'ultima delle questioni controverse, quella cioè re- 
lativa al potere di suprema giurisdizione, che egli dice potere di 
dominio ecclesiastico {Power of Ecclesiastical Dominion^. 

F. E. V. 
Concorsi. 

— È stato riaperto il Concorso, indetto dal Comune di Venezia, 
per la pubblicazione di una Storia documentata della rivoluzione e 
della difesa di Venezia negli anni 184S-4D. Al Concorso sono ammessi 
tutti gli scrittori italiani. I lavori dovranno essere presentati prima 
del 31 maggio 1911. Il premio sarà di L. 8000. La Commissione esa- 
minatrice verrà composta di cinque membri, nominati rispettivamente 
dalla Giunta municipale di Venezia, dalla Deputazione veneta di 
storia patria, dal Consiglio accademico dell'Ateneo veneto, e dalla 
E. Scuola superiore di Commercio di Venezia. 



(i. P, YieuNsciix responsabile. 



Sulla età del De Monarchia 



La questione cronologica relativa al Le Man ardi la 
è indubbiamente più viva, che non su qualunque altra 
opera dantesca. 

La causa di ciò è da ricercarsi nella grande impor- 
tanza che ha la piena conoscenza dello svolgimento del 
pensiero politico nel sommo poeta, poiché essa serve alla 
più sicura intelligenza delle sue opere. Difatti questo 
trattato da un lato si ricollega intimamente al Convivio 
e ad alcune Epistolae dantesche, e dall'altro al poema 
sacro, e quindi il quesito particolare giova ad illustrare 
la cronologia di tutte le opere del grande pensatore. 

Lasciando da parte i giudizi cronologici meno ve- 
rosimili, e quindi meno accolti, basti qui ricordare, che 
da alcuni è fatto risalire il trattato dantesco circa al 
principio del secolo XIV, sia avanti, sia dopo la pubbli- 
cazione della bolla Unam sànctam ; da altri è attribuito 
al tempo della discesa in Italia di Arrigo da Lussem- 
burgo ; taluno lo riferisce al momento nel quale Cle- 
mente V si palesò ostile ad Arrigo; altri infine crede 
che sia un'opera appartenente agli ultimi anni dell'esule 
poeta. E alcuni notevoli avvenimenti verificatisi in cotali 
periodi possono spiegare l'apparizione di una simile scrit- 
tura: la pubblicazione della bolla di Bonifazio Vili; V in- 
coronazione del Lussemburghese, fieramente ostacolata dai 
Guelfi, e così vivamente desiderata dai Ghibellini; la com- 

Abch. Sion. Ir., Serie 5." — XLIII. 16 



238 LUIGI CHI APPELLI 

parsa della bolla clementina Pastoralis cura; infine le 
ardenti lotte fra papato e impero sotto Giovanni XXII 
ed il Bavaro. 

Abbiamo accennato fugacemente ai punti più vitali 
della controversia, perchè non intendiamo ne riassumere, 
ne discutere criticamente le opinioni espresse dal Witte, 
dal Wegele, dal Grauert, dal Davidsohn, dal Cipolla, dal 
Del Lungo, dal Parodi, dal Tocco, dal Kraus e da tanti 
altri dantisti. Nostro intendimento è piuttosto di porre 
in vista un elemento che ci sembra utile per avvicinare 
la controversia a una risoluzione attendibile, e che non 
(•lediamo sia stato da altri illustrato. 

In un precedente studio (1) cercammo di mostrare 
quanto alto fosse il livello della cultura giuridica di 
Dante, e come egli discutesse nel De Monarchia que- 
stioni largamente trattate dai legisti, combattendo le loro 
affermazioni e le loro opere. In quel nostro studio accen- 
nammo pure, che Dante dovette conoscere e prendere di 
mira in modo speciale una scrittura dettata da abili giu- 
risti, la quale come protesta diplomatica, o meglio, come 
istruzione ai propri ambasciatori presso il papa in Avi- 
gnone, fu mandata dal re Roberto di Napoli, onde essi 
dissuadessero il pontefice dal riconoscere come valida 
V incoronazione di Arrigo da Lussemburgo compiuta in 
S. Giovanni in Laterano da tre cardinali. 

Un esame accurato di quel documento ci ha condotti 
a ritenere, che un nesso intimo collega il trattato dan- 
tesco con questa lettera delP Angioino ; che Dante, senza 
voler dettare un vero e proprio scritto polemico, ed anzi 
allargando la questione ed indagando i principi della 
Monarchia universale, ha composto un trattato, il quale 
indirettamente mira a distruggere le argomentazioni dei 



(1) L. Chiappelli, Dante in rapporto alle foriti fi ci diritto ed (dia 
letteratura giuridica del suo tempo, in questo Arch. Star. Ital., Serie V, 
to. XLI, fase. 1, a. 1908. 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 239 

legisti del re Roberto, e direttamente tende a dare una 
base morale e giuridica alla dominazione universale del 
sacro romano impero. Ed al re Roberto allude, secondo 
noi, in più luoghi del De Monarchia, e con tale abbon- 
danza di particolari, da dover concludere che il trattato 
stesso è di poco posteriore al documento angioino. 

Questi due punti, che ci sembra possano diffon- 
dere un poco di luce sulla vessata questione, intendiamo 
illustrare in breve nelle pagine seguenti, riserbandoci, 
quando ne sia il caso, di tornarvi sopra più largamente. 

* 

La lettera del re Roberto è senza data(l); il Bo- 
llai ni l'attribuisce al 7-15 agosto 1312 (2), mentre il 
Gregorovius la riferisce all'anno 1313 (3). Essa è scritta 
certamente dopo che Arrigo fu incoronato nella basilica 
Lateranense il 29 giugno 1312 per mandato del papa dai 
cardinali il vescovo di Ostia cardinale da Prato, Luca 
del Fiesco, e Arnaldo Guasconi, non ostante le loro pro- 
teste 4); contro tale incoronazione appunto insorge l'An- 
gioino, perchè sia dichiarata invalida. Non può essere 
scritta dopo il 26 aprile 1313, perchè della condanna 
pronunziata dal tribunale imperiale ^contro il re Roberto 
non è fatta menzione nella lettera, mentre vi è ricordata 
la censura papale contro Arrigo, del 27 gennaio 1313 (5). 
Per ciò questo documento è posteriore al 27 gennaio 1313, 
ed anteriore al 26 aprile dello stesso anno (6). 



(1) Arch. di Stato di Siena, perg. 1887. 

(2) Bonum. Ada Henriei VII. Firenze. 1877, pp. 233 segg. 

i3i Gregorovius, Storia della ritta di Roma nel M. E., trad. Man/aio. 
Venezia, L875. Voi. VI, pp. 4G. B2, 

(4) Villani. Cronica, lil>. IX. e. 43. Cfr. Die Metzer Cronikd. Iaique 
J)e:r. ] e. VI II (in Quelle)) r. lothringischen Gesch. Metz. 1906, v. IV, p. 16). 

!òi Bonaini, Acta Henriei, p. 286. 

(6) Non è inverosimile il pensare, che alla redazione di questa let- 
tera abbia avuta larga partecipazione il legista bolognese Iacopo da Bel" 



24<> LUIGI CHIAPPELLI 

I/epistola del re comincia col mettere in guardia il 
pontefice dal confermare l'incoronazione di Arrigo, po- 
nendo in luce i mali, gli scandali, le tribolazioni, le an- 
gustie, le devastazioni che colpirono Y Italia, e le perse- 
cuzioni, e le sventure che lacerarono la Chiesa per opera 
degli imperatori. E difatti se si guardi all' inizio dell' im- 
pero, prosegue il testo delP Angioino, 

a insl al, quod ipsum ini peri l'in fuit acquisitum 
viribus et occupacìone, in qua occupazione regnum 
Yspanienon transivit, quoddefenditse ab occupacìone 
predicta, et se imperio non subiecii : ut notai LXIII 
Disi.. Can, Adrianus ; et tangit scriptura apocrtpha 
Cronicarum, Salustius edam dici! quod imperium 
hiis artibus retinetur quibus ab micio partum est ; 
et ille a rlcs su,,! rii-cs. sicut declarant precedendo 
et subsequenda testus eiusdem. Quod igitur mol'en- 



vìao, uno dei più reputati legisti dell'epoca, e da lungo tempo a servizio 
della casa d'Angiò. Fino dal 1297 era ad Aix nella Corte di re Carlo II 
di Napoli: dopo lo troviamo in Napoli, come consigliere e giudice della 
Corte. Il Baldo (Comm. in Cod. lib. V, de dotis promissione, v. Frustra), 
conferma questa notizia nel passo seguente : 

et saepe vidi de hoc allegar i in Curia Regis, secundum lac. de 
Bel(viso), sed ipse la. de Bel. loquitur de curia Regis Roberti, 
apud cuius mai e stai e m iste Doctor fuit. 

Dal 1311 al 1312 il Savigny non ne ha notizia, e però non è infon- 
dato il supporre che in quel tempo fosse in mezzo ai maneggi- del re Ro- 
berto contro Arrigo da Lussemburgo. Il seguente passo della sua Practica 
iudiciaria (De sententiis criminal, modo et guai, pronunt. iudicium, 
Lugd., 1526), che sembra scritta in Francia, mostra quanto gli stesse a cuore 
l'integrità dell'impero: 

* Barones tamen nostri temporis de facto aut de consuetudine prò 
libito voluntatis faciunt proat sepissime intellexi quod forte facere 
aut possunt aut debent cum hodie scissum sit imperium et talia 
iura imperiatici sint divisa in barones comites et alios ». 

Era di carattere turbolento, tanto che quando insegnò in Siena procurò il 
bande del suo collega Oldrado da Ponte (Savignv, Sto. del 1). R. nel M. 
E., farad. Bolliti, voi. II, p. 592). 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 241 

" ter quesitum est non est durabile, negue permanens, 
quia est coritra naturam. Violenturn enim est que- 
dam excisio, sire casus ab eo quod est secundum 
naturam, ut dicit Porphirius in libro de celo. Ni- 
■mirimi igitur si imperium ipsum violenter quesi- 
tum, -sic est deminutum, mutilatum, laceratwm et 
occupatum a pluribus et diversis principibus, uni- 
versitatibus et singularibus persorus mundi, redeun- 
Ubus rebus ad antiquam natura/i' sua/// quam ha- 
buerunt a in re naturali et iure gencium,,,. 

Quindi passa ad enumerare i mali che l'Italia e la 
Chiesa subirono per opera degli imperatori romani, di 
Ottone di Sassonia, di Federigo II, e dello stesso Ar- 
rigo VII. La causa di ciò è che 

,/i'lla palesi a s re II ha bere eausorlem (1).... linde 
ceni ii/iperator dicatur pei- alicjuas scripturas (2) 
quod ipse est super omnes reges et habet sub se 
n,,i /ics naciones et regimen Bo inane Ecclesie..., 

sale subito in superbia appena coronato, e crede di es- 
sere superiore anche al pontefice. 

A nuovi mali si anderà incontro colla promozione 
del re di Alemagna: vorrà togliere le terre ritenute im- 
periali al re di Francia, ed il regno di Sicilia al re Ro- 



ti) Ciò corrisponde al principio adottato dal diritto canonico — par 
in parem non habet imperium — , accolto anche da Dante (De Mon., I, e. 10). 

Questo principio risale al diritto romano (3 § 3 e fr. 4. Dig. IV, 8), e fu 
elaborato nelle scuole medioevali. Nella introduzione ad un libro di Isti- 
tuzioni, contenuto in un Ms. del sec. XII (Fitting, lurist. Sdir. d. fruii. 
Mìttelulters, p. 149. $ 24), ha la forma — par non potest imperare puri 
legitime — ; la glossa Accnrsiana (fr. 4. Big. IV, 8. v. imperio, Pa- 
rigi, 1513) ha invece — pur purem cogere non potest — . Il diritto cano- 
nico fissò la forma letterale del principio. 

12) A «inali scritture alludesse non è chiaro: ma non è inverosimile 
che avesse in mira V Epistola di Dante ad Arrigo (v. 53 e 139, ed. Moore, 
Oxford, 19o4). che corrisponde alle espressioni del testo che andiamo esa- 
minando. 



242 LUIGI CHIAPPE LLI 

berto. I domini dei regni variano col procedere del 
tempo a seconda degli avvenimenti. 

Quis sani capitis dubitai, aut quis aperte non videt 
quod regnorum dominia et quorumlibet tempora- 
fin m. exlonga varietate temporum sunt mutatacon- 
tinue et successivis eventibus immutantur? Ubinam 
est (ìdnii ni a m nacionis Caldee; ubi dominacio lingue 
Perse; ubi presidencia gentis Egyptie et Ebree ; ubi 
potentatus et sapiencia gentis 'Grecie; ubi vigor 
et potencia Troianorum : ubi Romanorum singu- 
laris et precipua monarchia, que fere de tocius 
mundi dominio ad brevissimum terrarum subiecta- 
r uni si/ti un, neri' in est reductaì Multa igitur scrip- 
turarum antiquitas memorai que. per nature cur- 
sum immutantem, continue sunt novata.... 

Per ciò il riconoscimento della coronazione impe- 
riale non è solo a scandalo e pericolo dei regni di Fran- 
cia e di Sicilia, e a rivolgimento di tutta Italia; ma a 
scandalo e dissidio di tutti i principi della terra 

qui su, il in piena et pacifica libertate dominii 
et potestatis eorum, ree in aliquo subsunt aut obe- 
diunt imperatori prefato, esccepto rege Boemie (1). 

xVcceso questo incendio, dice il re Roberto, divam- 
perebbe in grande fiamma sterminatrice, inestinguibile. 

Confutata Fobiezione che avrebbe potuto elevarsi dal 
papa, che cioè, eletto il re di Alemagna, non poteva si 
negare la consacrazione e la coronazione, la lettera con- 
tinua dimostrando come nella contesa fra Arrigo di Lus- 
semburgo e Roberto di Napoli tutto il torto sia da 
parte del primo, e come il regno di Sicilia spetti legit- 
timamente alla casa di Angiò, essendo un feudo della 



il) È noto che il re di Boemia era ano «lei grandi elettori del 
1" impero. 



STI. LA ETÀ DEI « DE MONARCHIA » 243 

Chiesa e non dell'impero, e quindi il re Roberto ha 
agito legalmente e lealmente, perchè iuris e. recido non 
habet iniuriam ut []'. de iniuriis /. iniuriarum § primo. 

La lettera termina colla dimostrazione, che la so- 
lennità della incoronazione compiuta per mandato del 
papa da alcuni cardinali a ciò delegati era soggetta ad 
una condizione; e questa condizione era che Arrigo do- 
veva giurare di non invadere il regno di Sicilia, perchè 
ciò sarebbe stato un offendere la Chiesa, ed il re Ale- 
manno si era rifiutato a prestare quel giuramento. Quindi 
mancava la condizione espressa dal papa, e per ciò la 
incoronazione era invalida. Che Arrigo poi dovesse -pre- 
stare quel giuramento imposto dal pontefice è conforme 
al diritto, perchè 

dominus paini habet confirmare imperatorem... ; 
item potest ipsum ex sui§ demeritis deponere...; et 
potest transferre imperium ile "no nacione in 
aliam...; et vacante imperio, dominus papa habet 
ìurisdictionem imperii in temporalibus.... 

nell'esame del documento angioino si prescinde 
da tutto quello che era questione particolare fra Arrigo 
e Roberto di Napoli, e si risale ai principi generali che 
vi sono formulati, si scorge facilmente che il I)c Monar- 
chia ha una colleganza intima col documento qui rias- 
sunto. 

Alla descrizione dei danni che all'Italia ed alla 
Chiesa derivarono dall'Impero, colla quale Roberto pre- 
India alle sue istruzioni rivolte agli ambasciatori corri- 
si )onde il libro 1° del trattato dantesco, il quale, par- 
tendo da principi generali desunti dal campo speculativo, 
fa una larga esposizione dei vantaggi che possono derivare 
dalia monarchia universale agli uomini. Solo Yimperator 
<■>!,-, ilo, - orbis può far conseguire air umanità il suo 
fine universale; egli che può mantenere la pace, Tor- 
dine, la giustizia, e la libertà. Dante anzi, quasi ribat- 



244 LUIGI CHIAPPIGLI 

tendo l'affermazione del re Roberto, che cioè F impero 
abbia sempre prodotti gravi danni alla società, conclude 
il libro P mostrando come sotto l'Impero si è già avuto 
l'esempio di una simile epoca di pace e di tranquillità : 
experienUà memorabilis attestatur (l);cioè sotto Fini- 
pero del divo Augusto, celebrato dagli storici e dai poeti : 
epoca detta da S. Paolo plenitudo temporis, come prepa- 
razione alla venuta di Gesù Cristo. 

Alle accuse di violenza e di prepotenza ripetute con- 
tro il popolo romano dal re di Napoli; alla asserzione che 
F impero romano fosse fondato solo per forza di armi ; 
alla affermazione che tutte le grandi monarchie erano 
cadute, senza dare un assetto durevole al mondo, corri- 
sponde il libro IP del De Monarchia, dove Dante in- 
tende dimostrare che il popolo romano colla clemenza, 
e colla nobiltà conquistò il dominio del mondo, e che 
appunto essendo stato il popolo nobilissimo della terra, 
de iure e per un giudizio di Dio potè assicurarsi la do- 
minazione universale (2). 

All'ultima parte della lettera angioina, là dove si 
tende a dimostrare che il papa non doveva confermare 
l'elezione e V incoronazione dell' imperatore, sembra ri- 
spondere Dante portando la questione sopra un terreno più 
ampio ; cercando di provare come l'autorità imperiale de- 
rivi direttamente da Dio, e concludendo solus digit De"*. 
sólus ipse eohfirmat, quum superiorem non habeat (3). 



(1) De Mon., lib. Le. alt. 

(2) Esattamente afferma Dante, che le questioni propostesi nel De 
Monarchia erano vive al sno tempo (Maxime autem de hoc (Monarchia) 

tria dubitata quaeruntur. — De Mon., I, e. 2). Difatti questa questione 
della dominazione universale era risoluta variamente: mentre Dante ricono- 
sce nei Romani il diritto a tale dominazione, il re Roberto invece afferma che 
tutte le monarchie succedutesi si sono spente senza lasciare orma durevole 
di loro. Engelberto di Admont (1868?) riteneva che V impero fosse passato da- 
gli Assiri ai Caldei, e quindi ai Medi e Persiani, ai Greci, e per ultimo ai 
Romani. 

(8) Ih Mon., lib. III. e. alt. in f. 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 245 

L'Alighieri omette di parlare di tutto ciò che era 
questione personale fra i due contendenti, perchè egli 
si proponeva un obietto generale di trattazione: quello 
cioè di dare notizia temporalis Monarchiae quam dicurit 
ImpeHum, unicus Princìpatus, ci sufici- in tempore, rei 
in iis ci super iis quae tempore mensurantur (1), dalla 
quale tutti i regni particolari debbon dipendere. Per 
questo egli cerca non il fine di una questione partico- 
lare, ma il finis totius humanae eiviUtatis (2). 

Anche da ima esposizione succinta come la presente 
ci sembra apparire, che un nesso intimo collega le due 
scritture. Interessa ora vedere più da vicino in quale 
rapporto stieno fra loro il trattato dantesco ed il documento 
angioino. * 






Se la lettela del re Roberto fosse stata posteriore al 
De Monarchia, qualche allusione al trattato dantesco o 
per lo meno qualche traccia di esso sarebbe stata inevi- 
tabile. Quando la lettera parla dei danni provenienti 
dalP impero, non sarebbe stato il caso di ribattere le ar- 
gomentazioni dantesche? Quando tratta delle successive 
dominazioni dei Caldei, dei Persiani, degli Egizi, degli 
Ebrei, dei Greci, e dei Romani, perchè non combattere 
il diritto espresso da Dante della dominazione universale 
da parte dei Romani? I compilatori della lettera non 
avrebbero confutato infine il principio della designazione 
divina dell'imperato re ? Tutto ciò sarebbe stato verosimile ; 
ma nella lettera angioina nulla di tutto questo si trova. 

Si trovano invece nel De Monarchia molte allusioni 
al re Roberto ed alla ricordata lettera, sebbene non sieno 
state poste fino a qui in rilievo. 



-1) De .I/o//.. I. e. 2. 
(2] De Mon., I. e. 8. 



240 LUIGI CHIAPPELL1 

Queste mancano affatto nel 1° libro, od almeno non 
abbiamo potuto scoprirle; invece il libro II comincia 
con un motto, che sembra esservi stato apposto come 
una intestazione del libro stesso. 

Adstiterunt reges terrete, et prènci pes convenerunt 
in unum adversus Dominum, et adversus Christum 
eius. 

Sono dunque i re ed i principi che specialmente 
Dante prende di mira; i re che insorsero contro il loro 
signore. E poco dopo, ma sempre nello stesso primo ca- 
pitolo, trattando delle accuse contro V antico popolo ro- 
mano, di nuovo ai re si rivolge, ed in un modo vera- 
mente allusivo al re angioino colle frasi seguenti : 

quum insuper doleam, Reges et Principes in hoc 
l'ilio concordantes, ut adversentur Domino suo. et 

unico SUO Romano principi.... 

ad dirumpendum rincula ignorantiae Regum atque 

Principe ni idi in ni. 

Nam per hoc, quod Romanum imperiwm de iure 
f'uissc monstrabitur, non solum ab oculis Regum et 
Principum, qui gubernacula publica sibi usurpant, 
hoc ipsum de Romano populo mendaciter eocistiman- 
tes, ignorantiae nebula eluetur.... 

Ci sembra questi passi mostrino, che Dante al- 
ludeva ad un re, il quale aveva avversato l'imperatore; 
che questo re doveva avere con qualche atto o documento 
pubblico rivelata la sua ignoranza nel giudicare degli 
antichi Romani; che questo re, secondo la mente di 
Dante, doveva avere usurpato un regno, e cioè una parte 
dell'impero. Ora tutti questi estremi si ravvisano ap- 
punto nel re Roberto d'Angiò, ed in lui soltanto (1); 

(1) Anche il re di Francia possedeva delle terre imperiali al di là 
della Saona; certo non era favorevole ad Arrigo da Lussemburgo, perchè 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 247 

lui unico principe che avversò palesemente Arrigo da 
Lussemburgo nella sua discesa in Italia e nella sua in- 
coronazione; che per mezzo dei suoi attaccò l'esercito im- 
periale nel cuore stesso di Roma, e che impedì T inco- 
ronazione avvenisse in S. Pietro. E questo re stesso, colla 
lettera ora esaminata, che per combattere l'imperatore 
combatte Y impero nella sua genesi storica, vituperando 
gli antichi Romani ; ed il regno usurpato secondo il con- 
cetto dantesco non poteva essere che quello di Roberto, 
ritenuto dai Guelfi feudo della Chiesa (1), e dai Ghibel- 
lini quale dipendenza dell' Impero. 

Queste allusioni si fanno più chiare ancora, e più 
significative nel resto del De Monarchia. Alla fine del 
libro IP si legge : 

Desinant igitur imperium eooprobrare Romanum, 
qui se filios Ecclesiae fingunt.... 

felicem populum, <> Ausoniam tegloriosam, si rei 
numquam in /ir mal or il le ini perii lui natus fuisset, 
rei numquam sua pia intentio ipsum fefellisset. 

Naturalmente questo passo si collega col principio 
del libro stesso, dove si parla di re che vituperano il 
nome romano, e che combatton Y impero. Dunque anche 
questo luogo si riferisce ad un re che ha pronunziate 
tali offese, e che si finge figlio della Chiesa. La men- 
zione della Ausonia è allusione esplicita ad un re ita- 
liano, e questo non poteva essere che il re Roberto. Ne 
a questa interpretazione può fare difficoltà l'estrema apo- 
strofe del libro relativa a Costantino, perchè lo Stato 



anzi aveva tentato che 1" impero dalla Germania passasse alla Francia, e 
nelle mani del suo fratello Carlo (Villani, Cronica, lib. Vili, e. 101); ma 
rimase estraneo al vivo conflitto fra Roberto ed Arrigo; e quindi Dante 
min può alludere a lui. 

(1) Roberto aveva nel 1300 ricevuta dal papa l'investitura del reame 
(Grkgobovius, op. cit., voi. VI. i». 21). 



248 LUIGI CHIÀPPELU 

retto da Roberto era ritenuto come feudo della Chiesa, 
e quindi anch' egli, secondo Dante, era un infirmator 
imperli. 

Anche il libro III del De Monarchia esordisce con 
un motto, che sembra apposto quasi ad intestazione del 
libro stesso, e cioè col motto di Daniele 

conclusit oro leonum, eì non nocuerunt mihi. 

Questo luogo acquista un chiaro significato posto in 
rapporto col Paradiso, VI, 108, 

E non l'abbatta esto Carlo novello 
Coi Guelfi suoi, ma tema degli artigli 

Che a più alto leon trasser lo vello, 

dove tutti i commentatori riconoscono una allusione alla 
casa di Angiò(l); quindi probabilmente il passo del De 
Monarchia è pure allusivo a tale casa regnante. 

Ma in questo libro III si hanno ancora delle allu- 
sioni più evidenti e personali al re Roberto. Qui Dante,' 
assumendo l'alto magistero di giudice, che più largamente 
spiegherà nelP Inferno, intende stigmatizzare la condotta 
morale delF Angioino. 

Difatti nel cap. 3 del libro 111° dove tratta la que- 
stione se l'autorità imperiale dipende da Dio o dal papa, 
Dante distingue tre sorta di avversari: il pontefice che 
è mosso da zelo per la Chiesa, i decretalisti i quali non 
vedono più in là delle decretali, ed una terza classe che 
descrive nel passo seguente: 

Quidam vero filli. quoi >um obstinata cupiditas 
lumen rationis eoptinan't, ci. dum ex patre diabolo 

snnt, Ecclesiae se filios esse il leu ni. non si tinnì In ime 

quaestione litigium moreni . sai sacratissimi Princi- 



(1) Kraus, Dante, p. 6S. r >. — Carlo d'Angiò è pure chiamato « leone 
invitto * dal re Roberto, quando feee protesta contro gli editti di Arrigo 
(Dohwigbs, Acta Iliinrici. II, p. 286; Grkgohovius. op. cit.. voi. VI. p. 98). 



SULLA ETÀ DEL « UE MONARCHIA » 249 

patus vocaòulum abhorrentes, superiorum quaestio- 
num et huius principia impudenter negarent.... 

Il sommo poeta, accettando la discussione cogli uo- 
mini di buona fede, quei cotali esclude dal dibattito colle 
parole: 

excludendi sunt aiti, qui, corvorum plumis operti, 
oves albas in grege Domini se iactant. Hi su ni im- 
pietatis filiij Qui, ut flagitia sua exequi possint, 
matrem prostituunt, fratres repellunt, et denique 
ivMcem habere nolunt. Nam cur ad eos 'ratio quae- 
reretur, quum sua cupiditate detenti principia non 
riilerc ni ? 

Certamente non intendiamo che questi due passi 
danteschi si riferiscano esclusivamente al re di Napoli, 
dovendosi naturalmente supporre che Dante alluda a tutti 
coloro che per interesse materiale seguono i curialisti nel 
dibattito; ma il pensiero di Dante doveva principalmente 
essere rivolto al re Angioino, come ce ne fanno testi- 
monianza i molti particolari che a lui solo si adattano. 

I/ostinata cupiditas sembra alludere ai diritti che 
Roberto vantava sulla Sicilia, sui quali appunto molto 
insiste egli nella lettera agli ambasciatori. A lui pure 
bene si attaglia Pespressione Ecclesiae filios esse dicunt. 
Né basta; continua Dante a dire in hac questione liti- 
(/inni movent, forse alludendo alla ricordata lettera di 
Roberto. E che si alluda ad una scrittura sembra confer- 
mato dalle parole superiorum quaestionum et huius prin- 
cipia impudenter negarent. Non si tratta quindi di un 
contrasto di partiti politici, ma di una quaestio, nella 
([naie sono controversi i principi direttivi, cioè di una 
discussione dottrinale. 

È intuitiva Fallusione a Roberto, il capo dei Neri, 
nella espressione corvorum plumis operti ; e non meno 
chiara è l'allusione nella frase mal reni prostituunt, fra- 



25<> LUIGI CHIAPPELLI 

tres expellunt, et deniqée iudicem habere nolunt. Qui 

Dante accenna a tre fatti distinti e determinati. 

Il prostituere matrem riguarda i rapporti fra il re 
Angioino e la Chiesa. L'Angioino non lasciava sfuggire 
occasione per tentare di piegare la Chiesa al proprio 
volere: di che è significativa testimonianza anche il 
contenuto della lettera regia da noi sopra esaminala. 
Inoltre in quella espressione è il rimpianto dell' ab- 
bandono della sede di Roma da parte del papato; qui. 
oome altrove (1), Dante si unisce al lamento dei suoi 
contemporanei. Clemente V si era stabilito in Avignone, 
proprio nelle terre del re Roberto, che possedeva la con- 
tea di Provenza (2). • Roberto per di più era parente di 
Filippo il Bello, e quindi la Chiesa era quasi schiava 
del re di Francia. 

L/espressione fratres expellunt può avere una signi- 
ficazione generale relativa ai continui maneggi ed intri- 
ghi del re Roberto allo scopo di abbattere i Ghibellini (3). 
Ma noi pensiamo che probabilmente ha un valore più 
speciale e determinato. E qui il luogo di ricordare, come. 
avvenuta in Napoli la morte di Cai-Io Martello primo- 
genito di Carlo II re di Napoli, il quale si era mosso 
dall' Ungheria, suo reame, per cingere anche la corona 
del regno di Napoli, fu sospettato che la morte fosse 
prodotta da avvelenamento, e che autore del delitto fosse 
il fratello Roberto d' Angiò per succedere al padre nel 
regno (4). 

Roberto poi escluse dal trono anche il figlio del fra- 
tello morto, cioè Carlo Uberto, il quale fu re d'Unghe- 
ria, essendo stato lasciato erede del trono per il testa- 



ti) Purgatorio, VI, 112-114. 

(2) Villani, Cronica, lib. Vili. e. 91. 

(3) Villani. Cronica, lib. IX, e. 18. 

(4) Muratori, Annali. 1763. voi. Vili, p. 3. Vedi ivi citate le anti- 
che fonti. 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 251 

mento del padre (1). Ma anche questa successione porse 
occasione a larghe dispute nelle scuole del diritto, e 
quindi non fu da tutti riconosciuta come un fatto inec- 
cezionabile. Un altro fratello maggiore del re Roberto, 
cioè Lodovico cFAngiò, poi canonizzato dalla Chiesa, si 
ritirò a vita religiosa, rinunziando al regno (2). A tanta 
distanza di tempo non possiamo più sapere, se sul te- 
stamento del padre e sulla renunzia di Lodovico na- 
cquero altri sospetti a carico di Roberto, oltre quello 
dell'avvelenamento del fratello primogenito; e quindi 
non può forse essere più inteso il pieno significato della 
espressione dantesca. Peraltro ciò che abbiamo esposto 
ci sembra sufficiente a spiegare la frase dantesca, e a far 
ritenere con grande verosimiglianza che Dante parli pro- 
prio di Roberto di Napoli. 

Veramente caratteristica è poi P ultima frase iudi- 
cem habere nolunt. Questo è proprio il caso di Roberto 
d'Angiò, citato da Arrigo da Lussemburgo davanti al tri- 
bunale imperiale in Pisa nel 12 settembre 1312 (3), e poi 
condannato nel 26 aprile 1313 come traditore dell'im- 
pero alla perdita del reame di Puglia e della contea di 
Provenza. È noto che Roberto si rifiutò di comparire al 
tribunale imperiale, e per ciò nella lettera sopra esami- 
nata si diffonde largamente a giustificare la sua con- 
dotta. Questo rifiuto dell'Angioino fu un avvenimento 
clamoroso in queir epoca, e quindi niente di più vero- 
simile che Dante vi abbia alluso. Per lungo tempo fu la 
questione vivamente agitata e discussa nelle scuole dei 
legisti (4), e fu celebre una disputa in proposito che tenne 



il) Lkibnitz, Cod. jur. gent., I, doc. 81. — De Afflictis, Decisiones. 

Ven.. 1657, doc. 119. n. :>. — Costanzo, Storia del reame di Napoli, lib. IV 
in fine e lil>. V prin. — L. Chiappelli. Vita e opere giuridiche di Cina 
da Pistoia, issi, p. 127. 

(2) Villani. Cronica, lib. IX. e. 23. 

(3) Villani. Cronica, lib. IX, e. 50. 

(4) Cino da Pistoia, Lect. in Dig. 1. extra ferri torinm. Dia. de ne- 
ri '.*d. OHI I'. i)KÌ. 



252 LUIGI CHIAPPELLI 

Cirio nello Studio di Siena. È così significativa, a nostro 
modo di vedere, questa frase del De Monarci ti a. che 
quando anche non fosse riconosciuto il nesso fra la let- 
tera del re Roberto e il trattato di Dante, ci sembra si 
dovrebbe ritenere il De Monarchia posteriore alla con- 
danna in contumacia pronunziata dal tribunale delP im- 
pero contro l'Angioino. Non sappiamo vedere quale altra 
interpretazione possa darsi al passo citato ;*una signifi- 
cazione vaga e generica come quella attribuitagli dal 
Kraus (1) non è rispondente al linguaggio dantesco, il 
quale è sempre così preciso e comprensivo come una for- 
mula geometrica. 

Che il De Monarchia stia in rapporto col re Roberto 
di Napoli, ne dà un indizio anche Tunica citazione che 
fa Bartolo da Sassoferrato del trattato dantesco. Non ci 
sembra senza significato che quella appunto si trovi nel 
passo ove Bartolo, riferendosi alla bolla clementina Pa- 
storalis cura, tratta la questione se il re Roberto era 
citato legalmente da Arrigo da Lussemburgo al tribunale 
delP impero in Pisa (2). 

Forse a questa avversione palese di Dante contro il 
re Angioino, confermata nella pubblicazione recente del 
De Monarchia con allusioni che al suo tempo dovettero 
apparire manifeste e audaci, il re Roberto rispose, prima 
colla conferma della condanna di Dante del 6 novem- 
bre 1315, e poi colla amnistia del 1316 concessa dal suo 
vicario in Toscana, il conte Guido da Battifolle, agli esi- 
liati fiorentini, dalla quale erano espressamente esclusi 
gli esuli condannati dal potestà conte de ? Gabrielli ; fra 
gli esclusi era Dante (3). 

Dal fin qui detto ci sembra di poter concludere, che 
iJ De Moiiarcììi a. mentre è una esposizione dottrinale 



il) Kraus, op, eit., p. 275 e 724 seg. 

(2) Bartolo, Comm. in l)i<j. I. prctesides. Dig. Nov. <lc requii 

(3) Toynbkk. Dante Alighieri, Torino, 1908. p. J21. 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 253 

delle teorie delP impero universale fondata su principi 
filosofici, su prove storiche, e sul diritto romano, nello 
stesso tempo contrasta il terreno alle argomentazioni con- 
tenute nel documento angioino, ed alle scuole dei giu- 
risti, che sostenevano la supremazia del papato sulF im- 
pero, o che non difendevano F impero nella sua integrità» 
E qui specialmente contrastava il campo ai giuristi 
francesi del tempo, che volevano distaccate la Francia e 
la Spagna dall' impero. Quanto all'età nella quale il trat- 
tato fu composto bisogna tener conto, che è posteriore 
alla lettera del re Roberto; che deve essere posteriore 
alla sentenza colla quale fu condannato il re dal tribu- 
nale imperiale (26 aprile 1313); che nel De Monarchia 
non vi è alcuna traccia della bolla Pastorali s cura 
(14 marzo 1314). Riteniamo pertanto che il trattato dan- 
tesco dovesse uscire alla luce nella seconda metà del 1313 
o sul principio del 1314. 

* * 

Questa conclusione spiega molti fatti, donde essa 
trae nuove conferme (1). 



(1) Ammettiamo pure che le parole in Paradiso comedie, che è la 
lezione di vari mss. autorevoli, sieno una glossa inserita poi nel testo del 
De Mon., e. 12, lib. I. Ciò non ostante ci sembra che il passo alluda al Pa- 
radiso V, 19. Le parole sicut dixi non si riferiscono, come vuole il Witte (De 
Mon.. p. 23, nota 26), alla frase principium Iwc totius lìbertatis nostrae, 
che pur si trova poco avanti nello stesso capitolo, ma all'altra frase, cui 
sono congiunte, libertas.... est maximum donum humanae naturae a Dee 
coììatum, corrispondente al citato luogo del Paradiso : 

Lo maggior don, che Dio per sua larghezza 
Fesse creando 



Fu della volontà la liberiate. 



E ciò è tanto vero, che le citazioni fatte da Danto di altre parti del De 
Monarchia hanno una forma ben differente, allusive veramente al trat- 
tato stesso, come le seguenti: utiam tactum est (De Mon., ediz. cit., p. 24) 
— ut super in s est ostensum (p. 26) — ut iam dietimi est (p. 52) — ut 
*"j><rius dicebatur (p. 58). 

Akch. Stor. It., 5.* Serie. — XLIII. 17 



254 LUIGI CHIAPPELLI 

Spiega la totale assenza di allusioni al De Monar- 
chia nel Convivio (1), che sembra composto fra il 1307 
ed il 1308. E ciò è naturale, perchè dal confronto del 
contenuto dei due trattati apparisce verosimile la prio- 
rità del Convivio. Il De Mona velila ne è una deriva- 
zione, o meglio lo svolgimento di una parte di quel trat- 
tato, perchè è l'applicazione della filosofia morale alla 
ragione dello Stato (2). 

Spiega come il Boccaccio ritenesse composto il libro 
dantesco nella rem la di Arrigo VII, e non anterior- 
mente. D'altronde se Dante lo avesse dato alla luce molto 
innanzi, non avrebbe tardato fino al 1327 il Vernani (3) 
od altri, a contrapporgli un'altra scrittura, dato il pe- 
riodo eli lotte violente, cui facevano eco scritti polemici 
delle due parti contendenti. 

Aggiungiamo inoltre che ci sembra significativo, che 
Cino da Pistoia non accenni mai al De Monarchia, e 
che al contrario Dante non alluda mai alla Lectura in 
Codicem di Cino, la quale pure era l'opera giuridica più 
insigne del tempo, dove appunto Famico suo discuteva 
simili questioni. Eppure Dante conosceva la letteratura 
giuridica, ed anche opere meno importanti, come quelle 
dell' Ostiense e di altri legisti di secondo ordine (4). Ciò 
si spiega pensando che sieno due opere contemporanee. 
E l'opera di Cino difatti dovette uscire alla luce presso 
a poco nel medesimo tempo, perchè egli ricorda in un 
luogo di aver seduto nel Senato romano con Lodovico 
di Savoia, ed in un altro il bellu/n ho stile quocl facit 
Imperator Henricus Florentinis et eorum complicibus (o). 



(1) Tocco, Polemiche Dantesche (Riv. d'Italia, Luglio, 1901, p. 418). 

(2) Carducci, L'opera di Dante (in Prose, 1907, p. 1144). 

(3) Vernani, De reprobatane Monarchiae, Bonon. 1746. 

(4) Chiappelli, Dante in rapporto alle fonti del diritto (loc. eit., 
pp. 27 e 39). 

(5) Cino, Lect. in Codicem, l. Consuetudinis. Cod. Quae sit longa 
consuet. n. 4 — l. et nomen. Cod. De caducis tollcndi*. n. 4. 



SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 255 

Quindi è naturale che la prima citazione del De Monar- 
chia in scritture giurìdiche si trovi in Bartolo, l'imme- 
diato successore e discepolo di Cino. 

Alberico da Rosciate, parlando di coloro che avevano 
trattato delle due potestà, ricorda innanzi Giovanni da 
Parigi, e poi nomina Dante (1). 

Se la nostra ipotesi sulla età del trattato dantesco 
sarà ritenuta fondata, sarà acquisito un importante dato 
cronologico per la storia del pensiero di Dante. Il suo 
trattato sarebbe apparso o poco avanti, o poco dopo la 
morte di Arrigo da Lussemburgo. 

Anche nel primo caso l'opera sarebbe stata composta 
quando non vi era più speranza che l' impero potesse essere 
rinsaldato dal Lussemburghese, e quindi non può essere 
considerata come uno scritto di occasione. Per ciò il trat- 
tato parla in generale dell'impero, non di un impera- 
tore nel quale l'autore avesse riposte le sue speranze. 

La dottrina sull'impero, non ancora delineata con 
contorni precisi e sicuri nel Convivio, e che via via va 
sempre più determinandosi nelle epistole del 1310-11 ai 
principi d'Italia ed ai Fiorentini, fino a giungere al- 
l'epistola diretta ad Arrigo da Lussemburgo (2), riceve 
da Dante la forma definitiva in questo trattato De Mo- 
narchia. In esso realmente si intuisce una mente non 
più giovanile, ma matura, già esperta della letteratura 
giuridica, ed avvezza al ragionamento sillogistico, ed alla 
robusta argomentazione; una mente matura, che astrae 
da tutto ciò che vi è di personale, e tiene a fondare una 
dottrina obbiettiva (3). Il canto XXX poi del Paradiso 
ci mostra, che la fede nell'impero è ancora viva nel- 



(1) Alberico da Rosciate, Dictionarium iurìs. Venezia, 1573, v. cla- 
■ eclesiae. 

(2) Parodi, Recensione (in Bull. d. Soc. I)ant. Hai., Marzo 1908, 
pp. 13 e 23). 

(8) Kraus, Dante, p. 687. 



256 LUIGI CHIAPPELLI, SULLA ETÀ DEL « DE MONARCHIA » 



l'animo di Dante, ancorché F Italia non fosse disposta 
ad essere indirizzata dall'alto Arrigo (1). L' ideale del- 
l' impero riempie di sé il Paradiso (2) ; nei più alti giri 
di esso è la sua apoteosi. 

Beatrice e 1' impero sono due ideali che non tramon- 
tarono mai per il grande poeta; Beatrice conduceva lui 
al regno della beatitudine celeste, e Y impero doveva gui- 
dare al regno della beatitudine terrena, al regno della 
libertà, della giustizia, della pace, ed alla nuova gran- 
dezza del popolo romano. Quindi la morte di Arrigo non 
chiuse nel suo sepolcro le estreme speranze dell'esule 
fiorentino, né spezzò nel cuore di Dante l'ultima fidanza 
di questo mondo (3). Perchè Dante non è come un de- 
bole uomo che rimane fiaccato dalle continue avversità 
della vita ; è un'anima grande che resiste, che non muove 
collo, né piega costa alle disillusioni, ma conserva alta, 
integra e viva la fede nei suoi antichi ed immutati 
ideali. Dante non è soltanto un forte pensatore, il grande 
dotto del Medioevo, l'altissimo poeta; è anche un valore 
morale male commensurabile, che dal secolo XIV in poi 
domina il mondo. 

Pistoia. Luigi Chiappelli. 



(1) Paradiso, XXX, 137. 

(2) Parodi, op. cit., loc. cit., p. 50. 

(3) Carducci, L'opera di Dante, in Prose, p. 1161. Gregorovius, op. 
cit., voi. VI, pp. 105 seg. 



>.■&-<>< 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 



Il nuovo libro sui Martiri di Belfiore. 



Dalla prefazione al primo libro di Alessandro Luzio su i 
Martiri di Belfiore e il loro processo alla lettera di dedica, 
che di prefazione tien luogo nel secondo (1) 4 corrono appena 
due anni. 

Un grande successo (solo l'Autore può, per modestia, 
dirlo « fortuna »), cui senza dubbio contribuì il fascino del 
soggetto, ma che- ridonda dalla virtù propria del libro. E esso 
sopra tutto commovente; e il Luzio dovrebbe, tra gli altri suoi, 
amarlo a preferenza, poi che verun altro dà così giusta e 
piena la misura del suo nobile ingegno e della sua anima 
generosa. 

Libro commovente, sì. Ormai c'è da peritarsi a dirlo, 
perchè siamo in tempi di spiriti forti; ma io più volte non 
potei continuare la lettura, sì grande affanno m'opprimeva 
il cuore, e gli occhi mi si velavano di lacrime. 

È un libro scritto con arte? — Non lo vorrei dire, che 
un lettore un po' esperto vi nota certe manchevolezze, come 
talora poco studio di proporzione, o talaltra difetto d'ordine ; 
spiss.» s'affaccia l'apparenza di malferma struttura, la quale 
invece si palesa, a un più minuto esame, salda e composta. 



(li Con il medesimo titolo. Milano, Codiati, 1908. in-8" di pp. xm-526 
con 60 ili. e 2 grandi facsimili. 



258 P. L. RAMBALDI 

Ma bene affermerò che è esso un libro scritto con can- 
dore, ossia con ingenua cura di dire onestamente la verità, 
quella che scaturisce dai documenti ed è per tanto sicura 
voce della storia, né induzione sottile ne artificiosa com- 
binazione; di dirla tal quale, senza badare agli effetti; di 
dirla anche con semplicità, che sembra qualche volta paura 
della retorica. Candore e semplicità descrivono già gran tratto 
di ciò che diciamo arte, e forse il migliore. 

Dopo il primo libro è stato detto: — oltre quattrocento 
pagine di documenti, un altro volume di quattrocento pagine 
di narrazione analitica minuta, diligente, paziente: sta bene, 
per gli storici ve n'ha abbastanza, adesso venga, dal Luzio 
o da altri, « un volume più sintetico, oggettivo, popolare, nel 
quale rivivano ambiente ed uomini di quell'eroica ripresa di 
speranze e di attività per la causa nazionale » (1). Ora il 
Luzio medesimo si augura che il secondo libro possa pene- 
trare largamente tra il popolo ad ammaestramento del rispetto 
che merita la libertà, potendosi vedere nello specchio di una 
grande prova da quale virtù di sacrificio essa libertà sia sca- 
turita per noi. 

Anch'io lo auguro, perchè credo che vi sia tanto bisogno 
di una più illuminata e attiva educazione del sentimento na- 
zionale; ma non direi che dal nuovo libro il primo voto sia 
appieno esaudito, pur ritenendo che questi Martiri non do- 
vrebbero mancare in nessuna biblioteca mantenuta per la 
educazione della gioventù o del popolo. Libro sintetico e 
popolare vuol dire maneggevole e svelto; disegno semplice, 
linee decise, luci ed ombre a macchia netta e franca : prepa- 
rato solo per far sentire la intera profonda verità del dramma 
e non anche per convincere della severità della indagine e 
dell'onestà della ricostruzione. 

Quanto all' obbiettività, non occorreva far voti. Al Luzio 
ha finito per nuocere appunto lo studio di essere obbiettivo 
e di farlo toccare con mano passo passo ; studio che si muta 
spesso in iscrupolo, che diventa talora assillo. Eppure egli 
aveva fatto abbastanza per pretendere di esser ascoltato con 



(1) Cfr. Emporium, Decembre 1905, p. 444. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 259 

fiducia anche da un lettore malevolo, se al mondo pare 
necessario che non ne manchi mai qualcuno; e, per dissi- 
pare persino le ombre più sottili, rinunciò alla efficacia di una 
sintesi rapida e robusta, la quale, con la semplicità e col 
candore, avrebbe dato tutti gli elementi a codesta bella opera 
di storia per essere ad un tempo opera d'arte. Chi dubitasse 
delle mie parole legga, verso la fine del X capitolo, le magni- 
fiche pagine su la Nemesi vendicatrice del pianto e del sangue 
nostro. 

Non ho detto, poi. prima e seconda edizione, ma primo 
e secondo libro, perchè un'edizione davvero «.interamente 
rifusa », e a questo modo, diventa appunto un libro nuovo. Ed 
è, non solo per la scoperta di un documento gravissimo, che fu 
fatta intanto dal Luzio e importava la necessità di rimutare, 
come dirò poi, la parte centrale dell'opera, recando la prova 
alla certezza nauseante dove prima s'affaticava l'industria ge- 
nerosa della congettura circospetta; non solo per questo nuovo, 
bensì, inoltre, per la assidua cura di migliorare, qua togliendo il 
superfluo o il meno acconcio, là aggiungendo utili particolari 
o il rincalzo di più stringenti argomentazioni o anche pregio 
di ignorati documenti d'archivio (vanno segnalati i due riguar- 
danti Giuseppe Grioli e il gruppo di notizie su P. F. Calvi 
e la verità circa la famosa sua Protesta), qualche volta ri- 
parando a lievi mende, più spesso correggendo la forma del 
dettato e rimaneggiando il testo con pazienti ed avvedute 
trasposizioni e ricomposizioni, che lo rendono molto più ser- 
rato e vivace. 

Il quale lavorio, tanto più ammirevole in un autore che 
avrebbe potuto risparmiarsene la lunga pena, a buon diritto 
cullandosi nel successo, è riescito tuttavia solo ad attenuare 
il sostanziale difetto di costruzione, che ebbe a rilevare lo 
Zanichelli in una autorevole rassegna del primo libro (1), ma 
pur gli mantenne ed anzi gli accrebbe il lodato compenso di 
una fresca vivezza, perchè « i fatti parlano, le memorie, gli 
«oggetti acquistano un'eloquenza che rapisce e commuove, 
«producono un effetto straordinario». E a me sembra gran 



11) In questo Arch. Stor. lt., 19<>7, disp. 3, p. 188. 



260 P. L. RAMBALDI 

eosa che, dopo aver letti con affanno crescente i dieci capi- 
toli di questo libro del Luzio, rileggendo le lettere del Taz- 
zoli. del Poma, dello Speri, la concitata prosa di Giuseppe 
Finzi, le serene Memorie del Pastro e l'angelico Confortato- 
rio di mons. Martini, non si abbia poi una impressione ne mag- 
giore ne diversa della grandezza dei Martiri o dei loro degni 
compagni, e della orribile vergogna di chi li ha immolati. Ond' io 
penso che, allorquando in un libro rivive a tal segno il passato, 
è esso, come anche prima affermai, opera di storia, della più 
alta e bella. 

Eppure, ragionando un giorno con un uomo di molti studi 
sui processi di Mantova e sul lavoro del Luzio, ebbi a sentirne 
un contrario avviso. Tutta la prospettiva, diceva egli, è sba- 
gliata; quale è il fatto storico essenziale? — la resistenza di- 
sperata delle popolazioni lombardo-venete al Governo austriaco, 
ogni giorno più odioso per militaresca oltracotanza; che cosa 
fa il Luzio? — tratteggia dei caratteri tra un eccessivo on- 
deggiar di congetture. E continuava in giudizi eh' io potrei 
riassumere, per il libro in discorso, nel paragone di un gruppo 
di frammenti di un dramma perduto, buoni a mostrare come 
vi parlassero i precipui personaggi, ma insufficenti a consen- 
tirne la ricostruzione, oppure di un grandioso paesaggio im- 
merso nella nebbia superata solo da poche cime diritte ed 
ardite, che si levano al bacio del sole fulgente. 

Sbagliato è invece, a parer mio, codesto modo di giudi- 
care ; e mal si apporrebbe il lettore che pensasse di sorpren- 
dere il Luzio medesimo quasi in punto di confessione là dove 
dice di aver raccolti tutti i rivoli della tradizione cittadina ; 
o dove dice l'ambiente mantovano, che per lunga dimora è il 
suo proprio, suggestivo sin quasi alla ossessione. Circostanze 
esteriori, utili solo a spiegare come i Processi del '52 abbiano 
nel Luzio trovato il loro storico. 

Senza dubbio dobbiamo nella resistenza all'Austria rico- 
noscere il fatto essenziale, il grande fatto che dà alla storia 
del nostro Risorgimento la solenne maestà dell'epica. È essa 
l'armonia sottile dell' umile virtù oscura, del minuto sacrifìcio, 
dell'affanno diuturno, delle trepidazioni incessanti, del pianto 
muto di tutte le case, degli sdegni significativi e dei piccoli 
ardimenti quotidiani, per cui il sogno diviene pensiero, il solo 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 261 

che sia sentito nobile e virile, diviene azione, la sola rite- 
nuta degna e necessaria fino alle ingenue insofferenze ed ai 
magnanimi obli. Essa si diffonde come l'eco della coscienza 
nazionale, che si va formando ognor più sicura, e noi la sa- 
lutiamo commossi nel sublime impeto delle rivolte e nel tetro 
lutto della oppressione, inacerbita dopo i disinganni delle 
guerre, nello squillare delle trombe garibaldine e nella fosca 
angoscia dei processi, intenta alla visione sinistra delle forche. 
Sublime armonia, che proclama il diritto sacrosanto di una 
libera Italia, che avrà forse un dì il suo poeta, ma, perchè è 
voce e sospiro di mille e mille voci e sospiri, non potrà esser 
mai tutta quanta distintamente scritta in un libro di storia. 

D'altronde non dimentichiamo quale essa sia stata all'ori- 
gine: opera di pochi intellettuali magnanimi, promossa e in- 
citata e sorretta dalla tetragona fede e dalla sovrumana per- 
severanza del primo e maggiore Padre della patria. Azione 
mazziniana, insomma. Ond'è che, alla fine, lo storico si sente 
richiamato, più che al minuto studio degli effetti, alla disa- 
mina delle energie motrici e delle forze operanti, e ritrova 
quindi un'altra volta il campo circoscritto al suo lavoro. 

Allora, il suo lavoro si riduce a un genere tutt' affatto 
particolare, che in vermi altro caso mai, forse, come in que- 
sto importa la difficoltà di comporre in giusto equilibrio 
gli elementi del fatto generale e il dato biografico. V'ha di 
più. Se la difficoltà fosse solo di struttura, sarebbe ancora 
meno male; ma scende più in fondo, alla provvista dei ma- 
teriali. 

I libri, salvo poche eccezioni, voglion essere adoperati con 
cautela, e ricercati, ad uno ad uno, a parte a parte, quale e 
quanta meritino attenzione o fiducia, raccolgano essi memo- 
rie, o vi si dibattano polemiche, o anche apprestino narra- 
zioni, bene spesso agitate dall'ardore della passione. Gli ar- 
chivi di Stato nel migliore dei casi non possono dare che 
moderati sussidi e consentire poco più che una veduta di 
scorto, oppure sono in gran parte ancora vincolati di segreto 
per disposto di legge o per non sempre male inteso prolungar 
di riguardi, sia pure attenuati qualche volta entro i limiti di 
discrezione; talora certe serie di carte furono bruciate prima 
che esse bruciassero veli pietosi o trame di ricordanze co- 



262 P. L. RAMBALDI 

munque accomodate; talora anche distrutte per incalzar di ac- 
cidenti, o per incredibile incuria, o per ignoranza ancora più 
incredibile. 

Bisogna adunque rintracciare il « documento » sopratutto 
nei carteggi ; del documento, quale occorre, hanno il duplice 
carattere di stabilire la reale figura del fatto in un dato mo- 
mento o relativamente ad esso, e insieme di rispecchiare il pen- 
siero e lo stato d'animo di coloro, che studiamo partecipanti 
all'azione. Ma occorre dire la enorme dispersione di codesto 
precipuo strumento del lavoro? la quasi fatale frammentarietà 
di esso, e la difficoltà troppo spesso disperata di procurarlo? 
E taccio di altre non lievi difficoltà intrinseche, che presen- 
tano le lettere, come materiali per la narrazione storica. 
Osserverò, invece, che, allorquando Y indagine si restringe 
all'azione individuale, necessariamente appoggiandosi a docu- 
menti quali sono gli epistolari, è essa indagine assai presto 
ricondotta a scrutare i secreti delle anime per adempiere al 
compito di stabilire l'intima verità dei fatti. Ond'è che il 
problema storico diventa bene spesso problema psicologico. 

Si capisce anche, per tanto, come il Luzio abbia potuto 
lasciarsi prender la mano, scrivendo il libro, dall' incanto del 
soggetto, e come abbia potuto, qualche volta, tener dietro più 
alle persone che al complesso svolgimento delle inquisizioni; 
ma si tenga pur fermo che egli si è tracciato con senno il 
preciso confine del suo lavoro, e che non lo ha perduto di 
vista. Il pericolo poteva essere appunto di intendere i Pro- 
cessi di Mantova ristrettamente, come un episodio della re- 
sistenza del Lombardo- Veneto all'Austria, e di confondere così 
ogni figura nella folla e ricercare per più larga via tutti i 
modi delle azioni e reazioni e, prima ancora, le giustifica- 
zioni di siffatta resistenza. Ma era possibile, ma sarebbe stato 
conveniente cominciar, per esempio, dal rifare con apparato 
di documenti il battagliero opuscolo di Cesare Correnti su 
l'Austria e la Lombardia, e continuare luogo per luogo, comi- 
tato per comitato, tentativo per tentativo e poi crollo per 
crollo, angoscia per angoscia? 

I Processi di Mantova stanno più in alto nella storia 
nostra, e costituiscono uno dei più drammatici episodi del Ri- 
sorgimento nazionale. Se rivelano, con la preparazione della 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 263 

congiura mazziniana, la resistenza contro il governo degli 
stranieri barbaramente tirannico, valgono sopra tutto a signifi- 
care a quali altezze avesse ormai potuto sollevare gli animi 
il sentimento patriottico, e quali energie possenti fossero deste 
a voler meritare la terza Italia, ciò che la umana pietà fece 
sentire a quell'ufficiale austriaco, il quale in conspetto alle 
forche di Belfiore, mormorava commosso: « gli Italiani sanno 
morire ». 

Xel « supremo saluto d'amore » una voce solenne di cielo 
in terra ripeteva le parole che don Enrico Tazzoli aveva 
scritte con fermo cuore: «l'Italia non è un sogno; ho fede, 
fede viva che un dì o l'altro sarà grande e felice»; e tutto 
il popolo d'Italia rispondeva fremente: «non vinceremo in 
in un giorno, ma vinceremo ». La turpe ferocia dell'Austria 
aveva cercato di confondere nella oscura fossa di Belfiore i 
campioni di ogni ceto; e i cittadini di ogni ceto, con rinno- 
vato e più profondo sentimento di solidarietà, si stringevano 
alla fulgente ara dei Martiri giurando a sé stessi : o libertà 
o morte, l'abbiezione del servaggio non più. Già risuonava 
nei cuori l'inno fatidico del Mercantini. 

Sì alta significazione di anime è in piena luce nel libro 
del Luzio. Xel quale tuttavia manca, veramente, buona parte 
della storia intima dei processi, e ne pur tutte le figure dei 
Martiri sono in eguale misura ritratte. Anzi si può dire che 
potenti splendori vi illuminino, sopra tutte, le grandi anime e 
le austere coscienze di don Enrico Tazzoli, di Carlo Poma, 
di Tito Speri, del conte Montanari; minor rilievo, e vario, è 
dato a quelle dell'arciprete Grazioli e di Pietro Frattini, di 
Domenico Fernelli e di Luigi Pastro, di Giovanni Pezzotti e 
di Antonio Lazzati; minore ancora, e forse minore che non 
fosse stato possibile, a quella di Giuseppe Finzi, o è abbaglio 
della mia commossa venerazione per quest'uomo: — egli non 
meno grande del Pastro, indomiti cuori di leone entrambi, 
che (la balda fierezza dello Speri sostenendo della socratica 
serenità del Montanari) non vacillarono nò per feline arti o per 
infami insidie di aguzzini, né per orrore di carceri immonde o 
per languore di malattie. Don Giovanni Grioli e P. F. Calvi 
restano come fuori del quadro, e non appariscono che sotto 
qualche punto di vista. Infine, se di altri molti sembreranno 



264 P. L. RÀMBA.LDI 

proporzionati o sufficenti gli accenni, è pur vero che di alcuni 
vorremmo sapere o almeno intravedere molto più: di Giovanni 
Nuvolari, per dirne uno; e prima, e specialmente, dei tre 
martiri che Venezia diede al dolente pegno di Belfiore, Scar- 
sellini Zambelli Canal. 

Non nascondo che qualche stilla ancora il Luzio avrebbe 
potuto spremere dai documenti che ha avuto alla mano, ma si 
può esser sicuri che egli ne ha raccolti quanti più potè 
con indefessa e sagace attività, aiutata da autorità personale 
e da larghissime preziose aderenze. È noto, d'altronde, che 
se codesto libro sui Martiri può parere frammentario, non è 
dato averne un altro diverso. 

Per farlo, bisognerebbe ricorrere alla serie dei costituti e 
di tutti gli atti correlativi. Ora, essi non esistono più. Dalla 
nuova reazione al '54 i processi furono arrìdati alla Corte 
marziale, e per ciò i documenti furono poi depositati nell'Ar- 
chivio competente, l'Archivio di Guerra a Vienna: più tardi 
furono oggetto di uno « scarto ». Almeno si dice questo, e, 
rincalzata dall'esempio di qualche altro consimile vandalismo, 
una spiegazione è che essi, come documenti giudiziari, abbiano 
potuto parere materiale ingombrante in un archivio militare (lj. 

È vero che tenaci resistenze ed anche irremovibili di- 
nieghi furono opposti dal Kraus e, più su, dal Comando di 
Verona alla richiesta di alcuni di quei documenti, fatta dalla 
magistratura civile non meno dipendente dall'i, r. Governo: 
è vero che il Kraus ha, in un grave momento, affermato clic 



(1) Ho notizia di un articolo insolente della Ikinzer's Armee Zeitung, 
comparso il 7 decembre 1905 (si noti la cura di sceglier quel dì per inveire 
contro 1" evocazione della gloria dei Martiri!) in seguito al primo libro del 
Luzio. ove si riafferma la distruzione degli Atti dei processi del : 52. È la 
sola notizia importante che il detto libro abbia richiamato. Tutto il resto 
è apprezzamento esteriore nei periodici nostrali — a parte il poco distin- 
tamente rilevato — e negli austriaci volgare insulto. Per la D. A. Zeitung 
la bastonatura è una « questione piccina >, P. F. Calvi uno spergiuro (le 
vecchie idee rimasero cristallizzate!), come per la Wiener Zeitung la con- 
danna fu giusta, e magnanima la grazia sovrana concessa a tanti delin- 
quenti. Discordare, poi, da questi giudizi è, naturalmente, « irredentismo » : 
infatti il titolo dell'articolo della 1). A. Zeitung è « Im Banne der Irre- 
denta » ! Le malignità passano, i documenti restano, e, ripeto, non basta 
distruggere quelli che si hanno tra mano. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 265 

in fondo alle inquisizioni del '52 è un segreto che neppure 
Y Imperatore avrebbe potuto strappargli e sarebbe sceso con lui 
nella tomba, e quindi è naturale che sorga in noi il sospetto che 
zelanti devoti dell'Austria abbiano avuta la insana illusione di 
toglier via dalla storia del loro paese una delle pagine più 
obbrobriose sopprimendo gli inserti sinistramente eloquenti ; 
ma, per l'effetto, ad onta anche di qualche loro sottile punto 
oscuro, dobbiamo passar per buone le dichiarazioni officiali. 

Fu un nuovo supplizio — disse a ragione il Luzio — inflitto 
ai Martiri di Belfiore, ancor più lagrimevole del primo, « poi 
che distruggeva le supreme effusioni dell'anima loro sublime ». 
E stolto, possiamo soggiungere, se ha avuto Y unico risultato 
di lasciare alla storia qualche tormentoso problema, senza che 
un solo velo rimanesse a celare la estrema vergogna del- 
l'Austria. La verità ha una terribile voce, che veruna forza al 
mondo può soffocare; e poi l'abbiezione è un'acqua putrida, 
che non va per il maggiore rivo soltanto, ma insozza tutto il 
terreno d'attorno e s' insinua per fetidi rivoletti, i quali prima o 
dopo ricompaiono alla superficie, come quella corrispondenza 
delle spie al barone Culoz, che la liberalità del Fantoni as- 
sicurò al vicentino Museo del Risorgimento (1). 

Ma intanto i costituti sono come perduti; ne giova al 
Luzio, esperto com'è, intuire che nell'Archivio di Guerra do- 
vrebbero almeno trovarsi -i rapporti, sul progresso delle inqui- 
sizioni (li voleva, e minuti, la grafomane burocrazia austriaca!), 
del Governatore della fortezza di Mantova al Radetzky e di 
costui al Governo centrale, e che altre analoghe relazioni, più o 
meno sommarie, dovrebbero custodire gli Archivi dei Ministeri 
degli Interni e degli Esteri; anche questo, poi che il conte 
Buoi dovè pur richiamare informazioni sufficenti per rispondere 
qualche cosa alla indignazione dagli eccidi di Belfiore suscitata, 
nell'opinione pubblica delle grandi nazioni liberali, tant'alta 
da superare le fredde convenienze del riserbo diplomatico. 

Ciò che al Luzio rimase accessibile di parte austriaca 
furono gli atti della Prefettura (andrebbe detto i. r. Delega- 
zione) di Mantova, rintanati nell'Archivio della Luogotenenza 



(1) Cfr. Cataloga della Raccolta Fantoni nel Museo Civico di 17 
cenza, ecc. ; A'iccnza. 1893, p. 105. 



266 P. L. RAMBALDI 

di Innsbruck, e le notizie con somma pazienza racimolate nei 
giornali officiali del tempo. Ne trasse allegazioni di qualche 
importanza, ma pur sempre indirette o secondarie rispetto ai 
quesiti fondamentali proposti dal soggetto. Ond'è che la base 
vera del libro è nel gruppo dei documenti privati pervenuti 
al Museo mantovano, e nelle « comunicazioni ricevute da su- 
« perstiti dei processi, da congiunti dei Martiri e da altre fa- 
« miglie mantovane insigni per tradizioni patriottiche ». 

Documenti anche codesti, per altro rispetto, indiretti e 
secondari, oltre ad essere frammentari, oltre a restringersi ad 
alcune soltanto delle persone del dramma. Ognuno intende 
che io non perdo proporzione; ognuno riconosce quanto in 
siffatto argomento occorra essere severi nel valutare le fonti, 
severi, direi quasi, fino alla soglia dell' irragionevole. 

Poi che ridotto il problema storico, per ciò che venni mo- 
strando, da prammatico a psicologico, e questo, come fu bene 
osservato, per la propria natura dei fatti e per il seguito delle 
circostanze, assorto a tale importanza da apparire superiore 
ad ogni altro, il compito dello scrittore è, sì, di delineare le 
superbe altezze della magnanimità, ma anche di descriver 
fondo alla china delle debolezze e al baratro della viltà. Un 
nome ricorre subito alla mente del lettore. Basterebbe esso 
solo a far sentire quanto l'officio dello scrittore sia per tanto 
delicato e penoso, com'egli non possa essere accusato mai di 
smarrirsi nelle minuzie o di errare nella sottigliezza, se va ri- 
cercando con industria lenta o magari affannosa tutti, tutti 
quanti i capi della oscura trama e ove li riannodi, tra le in- 
certezze e le lacune del complesso dei documenti, più ardue 
dopo lo strazio di una polemica ardente e furiosa. 

II. 

Io non so come si possa dire (fu detto e non detto prima, 
ma ora apertamente da C. Segrè nel Fanfulla della Dome- 
nica, 1908, n. 13) che, essendo « scopo precipuo del libro la 
glorificazione dei martiri forse più solenni e puri che van- 
tino i fatti del Risorgimento », non gli si addica per ciò 
l'esame — non insistenza, si badi bene, non pesar la mano, 
come fuori di verità assevera il Segrè — l'esame dell' « epi- 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 267 

sodi»» di priminosa debolezza », che dà il risalto di un tetro 
sfondo alla gloria di Belfiore, e non so come poi si parli di 
storia. 

La storia non è né apologia ne requisitoria; né io com- 
prendo una storia, che rinunci, non solo a giudicare ove trovi 
vi sia stato contrasto (ciò che è pure uno dei suoi più alti 
doveri), ma anche a ristabilire la verità delle cose, e s'appaghi 
dell' accomodante, ma indegno ripiego di rimettere Y ardua 
sentenza ai posteri, quando ogni onesta e delicata coscienza 
riconosce senza esitare esservi ormai, per sentenziare, sufti- 
centi elementi di fatto. 

Primo nostro dovere è la sincerità. La « questione Ca- 
stellazzo », che di essa si tratta, è fardello che lo storico dei 
Processi del '52 non può togliersi di dosso a piacer suo; e 
ne pure è — ho sentito anche questa — la fantasima susci- 
tata dalla suggestione dell'ambiente mantovano; disse bene 
ehi all'articolo dell' Emporium sottoscrisse G (assai facilmente 
vi riconosco l'amico mio A. Ghisleri), che essa si presenta in 
realtà « come uno dei più oscuri misteri giudiziari, e ad un 
« tempo come una singolare tragedia domestica e collettiva ». 

Potrebbe essere più semplice, ne convengo, ossia meno 
inquietante; lo sarebbe, se lo spirito di parte e la devozione 
inspirata da un sentimento di solidarietà, che dobbiamo co- 
munque rispettare, non la avessero inacerbita, trascinandola 
dalla discreta penombra di un contrasto, che attendeva dal 
tempo il sereno e anche pietoso appello della storia, al clamore 
della polemica che travolge con passione cose e persone, e 
irrigidisce ogni linea, fino a toccar l'ingiustizia. Ma non si 
agita una polemica di tal fatta, strettamente legata alle sacre 
memorie di una prova sublime di eroico sacrificio per la re- 
denzione della patria, senza che poi ne resti traccia, e sia 
più tardi allo storico vietato di passar via indifferente al ri- 
cordo di essa, non foss'altro per ciò che ne seguì rispetto ai 
documenti e alle testimonianze. 

In quella polemica, del 1884, il Luzio, giornalista, scese 
in campo e combattè, come sapeva e saprebbe, in prima linea. 
Ventanni dopo, dimentico del male che la coraggiosa sua ga- 
gliardia gli aveva ridondato, tornò alla memoria dei Martiri 
con tutt'altro animo, e nella sua diritta coscienza ritrovò tanta 



268 P. L. RAMBALDI 

serenità da « sentire tutta la inanità e 1' ingiustizia delle irose 
lotte politiche », sino a cedere ad un moto di reazione contro 
la esagerazione delle vecchie accuse, e a lasciarsi indurre, al 
di là del più scrupoloso studio di imparzialità, ad accogliere 
il dubbio angoscioso di un errore giudiziario non impossibile, 
e ad orientarvi ogni investigazione. 

Fu un esempio tanto bello e raro di equanimità e di spi- 
rito di giustizia, che a non pochi degli amici parve eccesso 
di criticismo, agli avversari di un tempo onesta ritrattazione, 
a molt'altri nuovo, per quanto nobile, atteggiamento di ingegno 
paradossale e amante di correr sempre a ritroso della co- 
mune opinione, e che solo lo Zanichelli mostrò intendere 
quanto valga. 

Il senso critico richiamava, del resto, il Luzio a quella 
misura, che per il giusto giudizio riconoscevano e volevano le 
vittime maggiori e incontaminate delle orrende inquisizioni 
del '52. Non abbiamo il diritto di essere più severi noi, che 
sappiamo solo di su i libri lo strazio di quelle prove tre- 
mende; anzi abbiamo il dovere di ricordare che tutti quei 
magnanimi, anche i pochi vittoriosi di ogni insidia e di ogni 
sevizie, non pure compatirono i deboli e i colpevoli, ma ca- 
ritatevolmente invocano, dalle loro ultime lettere o dalle me- 
morie, indulgenza e pietà. 

« A resistere sotto questa procedura non è sufficiente 
— scriveva il Leoncello di Brescia a Tarquinia Massarani 
(p. 484) — «essere galantuomo e d'animo forte; è mestieri 
« essere segnalati eroi per trionfare delle arti e dei mezzi 
« forniti a dovizia da un governo militare onnipossente per 
« barbarie e malizia. Quelli dunque che censurassero senza nri- 
« sericordia, nell'ozio delle dilette ore domestiche (riflettiamo 
noi su queste parole, scritte dal carcere sette giorni prima 
di salire il patibolo), « la condotta di codesti processati, pen- 
« sino bene alla ragione anzidetta, e li rimetto alla loro co- 
« scienza per sapere se si ha il diritto di pretendere che tutti 
« quelli che amano il loro paese e fanno qualche cosa pel suo 
« bene, debbano essere tutti quanti segnalati eroi ». La corri- 
spondenza del Poma, un esempio per tutti, mostra come fos- 
sero accolti gli arrestati per disporli alla 'confessione (p. 394). 
« L'origine del nostro male — scriveva pure lo Speri poco 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 269 

oltre — « non fo la viltà, ma piuttosto la buona fede di al- 
« cimi che prestarono credenza alle lusinghe del governo, per- 
« suasi che non fosse possibile supporre in esso un grado di 
« malizia e di infamia del quale non si ebbe mai esempio 
« nella storia dei tempi moderni ». E il Pastro. anche al 
ricordo del primo confronto subito, la prima amara delusione 
sulla fermezza de' suoi compagni, peggiore per quel grande 
cuore di ogni patimento della lunga prigionia, serenamente 
scrisse dello sciagurato giovine a noi ignoto: « in lui forse la 
«bontà dominava P intelligenza, sarebbe stato capace di qua- 
« lunque sacrificio, né fu certamente il timore di essere impic- 
« eato, che lo indusse alla confessione, ma il raggiro, la sedu- 
« zione e sovratutto la falsa assicurazione che tutti noi avessimo 
« confessato lo avean soprafatto »; convinto il Pastro che « egli 
« ormai affranto aspirasse unicamente a finir quella impossi- 
« bile vita, quasi unico mezzo per sottrarsi al cumulo di do- 
« lori ond'era tormentato » (1). 

Ricordiamo adunque gli augusti ammonimenti di « es- 
« sere più prudenti e più cauti nel dare giudizio sopra queste 
« vittime » dell' « arbitrio, della prepotenza, dell' ingiustizia, 
« della frode e del fanatismo militare » (2) di un'Austria, che 
è anch'essa scomparsa per decoro della civiltà; ricordiamo 
che il Pastro, la tempra adamantina, egli stesso attraversò 
momenti desolati, e per ritrovare P indomita energia, la pro- 
pria dignità, com'egli dice, doveva quasi in « esaltamento rin- 
« novare i sacri giuramenti, là nella sua cella, solo, ma come 
avesse innanzi a sé tutto il mondo a testimonio » (3), E che il 
conte Montanari con la sua fierezza sublime (4) per se me- 
desimo aveva scritto in una parete della lurida tana alla Mai-: 
nolda: « Montanari non accusa nessuno » (p. 379; e preciso 
commento è nel riscontro del Pastro) ; ricordiamo che Giovanni 
Pezzotti, dopo minor prova, aveva detto: «le arti degli iti- 



ti) Dott. L. Pastro, Ricordi di Prigione, Milano. Cogititi. 1907; p. 94-5. 

(2) Speri, pp. 496 e 484. 

(3) In Meni, p. 62, ma cfr. pp. 155, 194 ecc. 

i4) Sul conto Montanari si veda un bollissimo ed esauriente discorso 
di (t. Kiadf.go, La figura di Cario Montanari, con documenti inediti ecc., 
Milano, Cogliati, 1908. 

Arch. Stor. It., 5.* Serie. — XLIII. 18 



27<> P. L. RAMBALDI 

« quirenti austriaci ne' processi politici son tante e così cru- 
« deli e diaboliche, che nessun uomo per quanto forte, per 
« quanto virtuoso e fermo, può risponder di se » (p. 120), e il 
Pezzotti appena arrestato nel o2 s'impiccò: che il dottor Kos- 
setti per il medesimo orrore tentò con fredda circospezione 
di riescire a una simile fine miseranda (p. 145) ; che due man- 
tovani impazzirono; che «altri sette o otto infermarono per 
« convulsioni e travasamene biliari » (1) ; e infine, perdio 
l'opera dello storico sia giusta dispensiere di lodi e di Ina- 
sinii, teniamo anche presente l'arguta osservazione del Fernelli 
che converrebbe un po', nei nostri libri, occuparci de "modesti 
galantuomini e degli umili semplicemente buoni e non solo 
« degli illustri birbanti », dei quali, « a forza di voltarli per 
« tutti i versi » facciamo « magari de' mezzi galantuomini o 
«delle simpatiche canaglie» (p. 183). 

E sta bene: ricordiamo tutto ciò, giudichiamo con cau- 
tela e prudenza; eroi da poltrona, vediamo di non fare i Ca- 
toni in punta di piedi: carità, indulgenza, insomma, ma anche 
giustizia. E giustizia non vuol dire: Dominus vobiscum, man- 
diamoli tutti assolti ; vuol dire facciamo la sua parte a cia- 
scuno, dagli eroi ai vili, attraverso tutte le maglie della ca- 
tena, dall'un capo all'altro. 

Perchè poi. si badi bene, sarebbe un far onta alla memoria 
e alla reverenza che dobbiamo serbare ai generosi, strozzati 
a Belfiore o tratti in catene alle casematte di Boemia, se si 
consentisse all'indolenza morale che lascia foglie di lauro sulla 
fronte di chi non ha ceduto per debolezza, ma ha trasmodato 
nella confessione, dimentico o non curante del pericolo altrui 
per la propria salvezza; di chi, non importa se prima o poi. 
ha accettato il patto di comprar la vita con confessioni, con 
« sinceri pentimenti », i quali, quando passano i confini della 
responsabilità personale o della circostanza non necessaria, di- 
ventano delazioni vere e proprie, e, di vergogna in vergogna. 
nella libidine dell'egoismo, non la vita si assicura, ma la cle- 
menza, ma la libertà. 

Oh, grande anima del Tazzoli, che freme al pensiero di 



(lì Spbm, p. 49:5. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 271 

« un'indulgenza che Lo facesse vergognoso a sé stesso » (p. 336), 
e si riposa nella speranza di una sentenza severa; del Poma. 
che implora «Mamma, non inoltri più istanze; conserviamo 
«la nostra dignità; le nostre lacrime versiamole in famiglia » 
(p. 421); dello Speri, che vieta anch'egli a sua madre di muo- 
vere istanze qualunque destino lo sovrasti, e rugge : « la 
« prigione non mi ha peranco infiacchito l'anima, sicché ella 
« pensi di mercanteggiare la sua dignità » (p. 468j; dell'inge- 
gnere Montanari, che minaccia la madre di non comparirle più 
innanzi « giacche non pretende né chiede alcuna grazia dai 
«suoi oppressori» (p. 227); del Cavalletto, che alla sorella 
« rinnova l'ingiunzione » di non far pratiche presso chi che 
sia per tema che la povera donna si lasci « vincere dall' insi- 
nuazione di « gente debole e poco curante l'onore » (p. 508 : 
del Finzi. che il sentimento umano domina con sì superba fie- 
rezza nel Pro memoria per Vienna ! E chi sa quant'altri se- 
gni di grandezza nell'ombra! 

Giustizia, poi, che è anche storia; quella degna. Trista 
storia è invece quella, che sotto il vano pretesto di una in- 
sussisteflte immaturità, si dà contegno di contemplatrice, ma 
si tiene indietro e para gli occhi con la mano per timor della 
luce. Così si umiliano i grandi, non si glorificano: e a me par 
di vedere frementi dall'ara di Belfiore levarsi le ombre dei 
Martiri a pretendere il loro sacro diritto, e sopra le altre 
l'ombra del Tazzoli in nuovo strazio, acuto come quello che 
gli suscitò la voluttà di correre incontro alla morte. Lasciamo 
al Segrè il gusto di trovar « piena di buon senso » la affer- 
mazione del Kraus, che sarebbe più savio per tutti « non ri- 
mesci tiare le vecchie ceneri ». 

No, no. Se saviezza vuol dire paura, bene sia. Che il 
Kraus, egli (1), volesse che si dia pace alle vecchie ceneri 
comprendo benissimo, ma non che da alcuno di noi si vo- 
glia : perchè sotto a quelle ' ceneri nessuna audacia potò im- 
pedire che non covassero faville, donde sprizza la bieca luce 



ili Nel correggere le bozze devo ricordare che il Kraus è morto 
l'ultimo di febbraio 1909. 



272 P. L. RAMBALDI 

dell'infamia. Non deve importare a noi la rovina di qualche 
nome: occorresse magari rinnovarla — e, se Dio vuole, non c'è 
pericolo — , la storia del Risorgimento dev'essere immune 
sempre non solo da ogni menzogna, ma anche da ogni arti- 
ficio o reticenza, che sia transazione con la verità. 

Fin che dura l'incertezza è umano che ciascun ingegno, 
all'atto di sentenziare, si disponga secondo le naturali sim- 
patie e congegni il probabile in figura, quanto può, a suo 
modo ; ma non è più giusto mutar faccia alle cose, con nuovo 
gioco di luci e di ombre, quando un documento positivo in- 
cide intorno a fatti ed argomenti tali linee che non si can- 
cellano, uè si rifiutano senza abbandonare ogni comune norma 
di ragionamento. 

Egli e per ciò che io non trovavo nulla a ridire, par non 
essendo persuaso, pur affacciandomisi facili le obbiezioni 
quasi ad ogni punto, quando, dopo il primo libro del Luzio, 
il Ghisleri scrisse l'articolo già ricordato, e con molta abilità, 
riaccostando date e testimonianze, si studiò di muovere nei 
lettori il proprio convincimento di una colpevolezza, né mag- 
giore che ad altri molti non s'indulga, né priva di circostanze 
attenuanti che la purghi dalla gran macchia di una viltà 
rivoltante. Ma allora il Luzio adduceva tormentose argomen- 
tazioni, le quali conchiudevano, curialescamente, nei riguardi 
di Luigi Castellazzo, per un'assolutoria quanto a la prima 
fase del processo (ossia sino agli arresti del 17 giugno» e 
allo stato degli atti; e perfino escogitavano «nuove vie da 
« battere, se non per ottenere una completa rivendicazione, per 
« ridurre almeno ad un mininum tollerabile » la colpevolezza. 

Il Ghisleri, nel vivo dell'articolo suo più caritatevole che 
interamente critico, si domanda : — avrà il Castellazzo dal 
tempo quella buona fama che gli fu tanto contesa in vita? e, 
prendendo tutto il braccio dove il Luzio allungava solo un 
dito, risponde: — un primo atto di giustizia gli è reso con 
questa pubblicazione; ina poi non dimentica le « debolezze » 
che il Castellazzo medesimo aveva riconosciute e non sa ri- 
schiararle a sollievo di un cumulo di indizi stringenti, né dis- 
simula le gravissime conseguenze di alcun fatto, che non è 
possibile supporre estraneo alla tremenda responsabilità del- 
l'uomo fatale. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 273 

Trovo invece deplorevole (non strano, né inesplicabile tut- 
tavia) che ora, dopo il secondo libro, si pretenda tentare il 
salvataggio della memoria del Castellazzo; deplorevole perchè 
questi, che si danno ora a vedere scrupoli di prudenza e di 
generosità e di suprema giustizia, sono inganni veri e propri 
tesi alla buona fede del lettore per insinuargli la disposizione 
a un giudizio, che è offesa alla verità. 

Se mi si dicesse ehe a certi articoli non si deve poi attri- 
buire importanza, ne converrei ; benché non sieno anch'essi così 
senza effetto, quanto alcuno erede, e sieno significativi. Nella 
Provincia di Eretti a del 16 marzo, 0. Ondei, rimettendo a 
galla le solite attenuazioni e chiudendo gli occhi di proposito, 
si studia di rivendicare la buona fama del Castellazzo, pur 
terminando con la concessione in sordina ehe la meritata 
condanna sia per lui, come per altri compagni « eroi non se- 
gnalati ». temperata da un pietoso sentimento. Il libro del 
Lazio vi è ancora rispettato ; ma poco dopo il Segrè fa tra 
] tasso innanzi, e nel giulebbe della commozione, da uomo colto 
che non se ne intende « del particolar ramo », sa così bene 
trovar la « forza d'elevarsi ad una larga e chiara visione del- 
l'insieme» ehe arriva tanto in alto, donde non si può più 
vedere tutto ciò ehe non fa comodo; e, tra le nebbie dell'im- 
preciso e della contradizione, spunta invece la temerità (questa 
è temerità davvero) di cominciare a dire che il Lazio d'im- 
parzialità ha voluto averne fin « troppa ». e che le sue « os- 
servazioni, analisi, deduzioni appaiono non sempre giuste ed 
opportune ». Si capisce proprio che è di un altro ramo! Ma 
intanto piano piano il dado è tratto, e siffatte insidie non stri- 
sciano mai per nulla. 



III. 



Se non ehe ormai la verità è sciaguratamente tutt' altra. 
Il mistero in ehe ancora si celava una parte della penosa 
questione, non dalla mente superiore scrutatrice e integra- 
trice che il Ohisleri s'attendeva, veniva svelato, ma da un 
documento d'archivio, con una terribilità di evidenza vera- 
mente michelangiolesca : uno di quei documenti che avvili- 



274 P. L. RAMBALDI 

scono il comune senso di decoro civile ed umano, e ogni anima 
bennata vorrebbe non potessero mai aver motivo di essere. 

Il Luzio lo ha trovato a Venezia tra gli inserti dell'ar- 
chivio della Corte speciale di Giustizia succeduta alla Corte 
Marziale nel '54, ed è uno degli atti richiamati dalla prece- 
dente giurisdizione. Lo dirò anch'io, per brevità, il documento 
Sartena. Agghiaccia il sangue. E il processo verbale o costi- 
tuto di una deposizione assunta per viste di alta polizia, e 
fatta dal Castellazzo in relazione alle istruzioni impartitegli 
dall'auditore Kraus: parole testuali nell'intitolazione dell'atto 
che non hanno bisogno di commento. Pur troppo! 

L'atto — sia detto subito — è in tutto e per tutto indub- 
biamente autentico, né vale qui proporre il riscontro di certe 
vergognose trovate del Kraus. Dunque non è più ne pure il 
cosidetto « sincero pentimento » che dilaga; è l'ultima abie- 
zione del detenuto politico, che si fa arnese di polizia, di 
« alta polizia », ossia di quella tenuta nascosta per pudore, e 
si lascia impartire istruzioni, le quali sono di entrare nel car- 
cere di un magnanimo traviato dalla generosa follia di ven- 
dicare nel Radetzky il primo eccidio di Belfiore (1), di fare 
la commedia del patriottismo, di ingannare il nuovo amico 
per carpirgli il geloso secreto che tenacemente aveva rifiutato 
alla inquisizione perversa, di trascinarlo al laccio della prova 
materiale; e a codesta impresa gloriosa dà compimento, e poi 
cinicamente ridice tutto tutto per disteso e fa rilevare il me- 
rito del bel servizio: sissignori, anzi, peggio che cinicamente, 
senza che occorresse, neanche ai fini dell'alta polizia, per 
sempre pia convalidare la sincerità delia sua confidenza (pa- 
role autentiche!) rievoca il nome di un morto, che quello 
sciagurato avrebbe dovuto sentirsi pesare sulla coscienza se 
gliene fosse rimasta dramma; e poi firma, senza che la mano 
gli tremi, la propria infamia, « previa dichiarazione di esser 
pronto ad ogni confronto », disposizione che il codice austriaco 
gli avrebbe permesso di risparmiarsi (art. 391; p. 158 . Ah, 
non manca nulla, no! 



(1) È lo stato d'animo della gioventù animosa : Cfr. Gaetano Sacelli a 
(;. Acerbi, 13 decembre 1852-, I Ed., voi. II, p. 269. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 275 

Era il 20 decembre 1852 quel tristo giorno, ma non si co- 
mincia così dal basso. Il Castellazzo fa arrestato il 22 aprile; 
dalla prima alla seconda sentenza, vale a dire dal 7 dicembre 
al 3 marzo del '53, le inquisizioni ristagnano: ormai le grandi 
linee ed alcune notevoli delle minori erano assodate; non ri- 
maneva che di chiarire qualche particolare, sopra tutto di 
vincere la pervicace resistenza degli ultimi ostinati denegatori 
per dare al signor Auditore « la soddisfazione di compiere 
questo processo colla confessione di tutti gli imputati » 1 . 
infine di scegliere le vittime per la vendetta; e intanto si 
facevano preparare i patiboli in abbondanza I Ed., voi. IL 
p. 273). Ad affrettarla, è noto, vennero le « ribalderie » mila- 
nesi del 6 febbraio (2); già il Kraus, urlando al Lazzati là 
pagherete! (p. 219), prometteva la furibonda ferocia, che tre 
forche ancora faceva rizzare a Belfiore. 

Il fosco dramma avrà un'ultima scena tragicamente spa- 
ventosa; ma si restringe, adunque, in sostanza, dal maggio alla 
fine del decembre del '52, e dal documento Sartena divampa 
un'orrida luce, che tutto sinistramente lo rischiara. 

Ed ecco le accuse irrigidirsi in una irreparabile con- 
danna. Ciò che ieri la pietà poteva ancora disconoscere, oggi 
la evidenza pretende, e ad una ad una ci ripete le colpe, 
« (i nelle colpe che non han perdono ». 

Igino Sartena, come il fratello suo arrestato subito dopo, 
dovette la vita allo smarrimento che lo incolse al sentirsi di- 
scoperto : ond' uscì quasi di senno, e tanto rimase malato al- 
l'Ospedale militare da ritrovarsi poi, e fu sua gran ventura, di 
fronte ai magistrati della Corte speciale, che rifiutarono fede 
alla confidenza del Castellazzo per la mostruosità della sua 
ignominia istessa. Né era un covo di liberali, ma soltanto un 
eonsesso di uomini, quella Corte speciale, che, poco dopo, 
sia pure a maggioranza e per zelo del devotissimo i. r. pre- 
sidente Visentini, abbandonerà iniquamente al boia la giovine 
vita gloriosa di P. F. Calvi. Con Igino Sartena il Castellazzo 



(1) Pastro, Meni., p. 113. 

(2) Già in principio di gennaio si prestava fede alla voce che in Man- 
tova si fossero fatte preparare quindici forche. Cfr. Lett. G. Sacchi. S gen- 
naio *63; I Ed., voi. II. p. 273. 



276 P. L. RVMBALDI 

non fece che ripetere — e forse meno vergognosamente — 
l'opera abbominevole di seduzione, che aveva spiegata con 
Attilio Mori. 

Se si avesse anche questo costituto vi si troverebbero 
un'altra volta le viste d'alta polizia, le impartite istruzioni: 
nessun dubbio ormai, perchè l'Austria (non temendo, cieca 
nella sua rabbiosa ferocia, di provocare la sacra solidarietà del 
martirio) voleva, dissi già, atterrire a Belfiore tutti i ceti : 
e aveva il prete, aveva il nobile, aveva il borghese di pro- 
fessione liberale e di maggiore e di minore stato, aveva il 
popolano, ma non riesciva a ghermir l'ebreo, e il Kraus l'anima 
avrebbe dannata per ottenere anche questa « soddisfazione ». 
egli che si sentiva la preda a portata di mano. 

V'era alla Mainolda Giuseppe Fin/i, soggetto, ad onor 
suo, tra i più esaltati e pericolosi (p. 164 n.), congiurato, capo 
circolo, latore di una lettera del Comitato, e di somma rile- 
vanza, al Mazzini e della risposta del Mazzini al Comitato, 
consegnatario di proclami rivoluzionari. Abbastanza per im- 
piccarlo dieci volte (colore di una bella frase d'incoraggia- 
mento abituale al Kraus nell'inizio degli interrogatori); ma 
tra il Finzi e la forca era ancora un'irriducibile fierezza, e 
l'articolo 430 del Codice penale austriaco non consentiva la 
pena di morte per chi avesse sempre negato, e anche per 
mandarlo ai Carpazi vent'anni incatenato occorreva, sempre 
in virtù del detto articolo, la prova della deposizione dei 
complici: per il Finzi ancora il « concorso delle circostanze » 
non era sufficente. 

L'ingegnere Attilio Mori sopra ogni altro avrebbe potuto 
perderlo, il solo dei congiurati tra i più « robusti d'animo e 
anche, se vuoisi, di corpo » (I Ed., voi. II, p. 364) col quale 
il Finzi. sapendolo un forte, per istintiva prudenza e semiala 
riflessione, aveva voluto avere personali comunicazioni. Ma 
egli per quasi un anno aveva tutto sopportato della prigionia 
e della barbara inquisizione senza rispondere più di un « non 
so niente », ripetuto con tanta fermezza da far dire al Gover- 
natore Culoz sembrargli « impossibile vi siano al mondo carat- 
teri così indomabili e stimabili » (1). 

il) Lett. G. Sacchi. I Ed., voi. II. pag. 271. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 277 

Ecco il Castellazzo, clic invano, già aveva cercato ade- 
scare il Finzi, come più altri aveva adescato (p. 163), scri- 
vendogli « in un biglietto a caratteri a stampa a foggia delle 
corrispondenze di Mazzini » (biglietto che solo per buona vo- 
lontà del Kraus poteva penetrare nella Mainolda!) le parole 
bugiarde: « è stato detto tutto genuinamente, non vale il conto 
di tacere », ma ricevendo la risposta tagliente: « deploro che la 
« religione del silenzio sia stata vinta dalla eresia della ge- 
« nuinità » (I Ed., voi. II, p. 359) ; ecco il Castellazzo entrar 
nel carcere del Mori e tentarlo, con inganni e menzogne, a 
confessare promettendo salva la vita, che anch' egli aveva 
fatto abbastanza per esser impiccato un paio di volte; a con- 
fessare, ossia d'un colpo a smuovere due rovine : della propria 
adamantina coscienza, e della salvezza del Finzi. Più vergo- 
gnoso sì in qnesto caso dell' ing. Mori, perchè il Castellazzo 
perseverò poco meno d'un mese (lì nelle persuasioni nefaste: e. 
siccome aveva da lottare con un cuor di leone, aguzzò l'in- 
gegno a ritrovar le arti della volpe e, l'esperienza dell'amicizia 
mettendo a servigio della frode, assalì il magnanimo nella sua 
debolezza nativa e con l'ironia lo ridusse. 

Non avrei mai creduto che tu avessi la vanità di voler 
morire da martire — gli disse (I Ed., voi. II, p. 368), e non 
sentiva d'insultare alla memoria di Tazzoli e di Poma, che 
in quei giorni istessi si erano cinti dell'aureola di quella santa 
vanità: non sentiva di insultare la memoria di se medesimo 
quand'era ancora buono ed onesto, quando dal carcere aveva 
proprio al Poma scritta la promessa (e col suo sangue la 
aveva scritta !) : « saprò morire piuttosto che rivelare ! ». Oh, 
non sapeva reggere egli all'idea della morte; ma avesse ri- 
velato soltanto, avesse almeno saputo rispettare chi alla morte 
si abbandonava « come alle braccia di arridente sposa » ! 

Tutto ciò si dice, ahimè!, fare la spia; e non è in- 
degno di fronte a codesti turpi ricordi adoperare le parole 
abbiette. Obi vorrà ostinarsi a non credere che, dopo quel suo 
lagrimevole deeembre del '52. il Castellazzo abbia potuto 
servire l'alta polizia per procurare al tiranno la orrenda an- 
titesi alla Victor Hugo, come la chiama il Finzi, del 19 marzo? 

(1) Pastbo, Miuì., p. 14G. 



278 P. L. RAMBALDI 

Vale a dire che abbia avuto cuore di denunciare il povero 
Frattini, semplice anima gentile, che nel Confortatorio ha solo 
desiderio di legger la Divino Commedia per la prima volta; 
di denunciarlo, convincerlo di reità in un confronto, così a. 
tamburo battente, perchè premeva impiccare un patriota an- 
cora mentre si incollavano su le cantonate i proclami dell'am- 
nistia? Chi vorrà dirla congettura? 

Chi oserà dubitare della parola del Finzi, che narra aver 
appreso da Attilio Mori, inorridito, come dopo la ferale de- 
nuncia il Castellazzo rientrasse nel carcere « ebbro di gioia 
« incontinente pel piacere auspicato della intera impunità », 
e tutto confessasse al compagno, tutto narrasse «e con vanto, 
come avesse effettivamente commesso un omicidio »? (1). 

Inorriditi restiamo anche noi, e non sappiamo come il 
Castellazzo ritrovasse l'audacia, pari nell'incoscienza solo alla 
vergogna, di insistere nel '66, pochi giorni dopo la consegna 
di Mantova al Governo italiano, perchè si ricercassero negli 
archivi gli atti del processo e rinvenuti se ne pubblicasse 
almeno « tutta quella parte che riguardava personalmente ini 
stesso » fi Ediz., voi. II, p. 357). Sapeva egli che anche la 
nuova impunità era sicura: che nessun documento poteva 
venir fuori a ribadire le insistenti accuse, e queste avrebbe 
invece senz'altro timore confuse, intorbidandole nella pole- 
mica con male addotta ira di parte e fraternità settaria? 

Meglio sarebbe stato che una negligenza austriaca avesse 
lasciato subito discoprire la verità: subito tutto si sarebbe illu- 
minato in luce di certezza come ora; ma ora troppo tardi 
perchè sia risparmiato alla storia il penosissimo dovere di 
precisare i contesi confini di tanta viltà. La maggior parte, e 
la più grave, degli atti del processo lo riguardava personal- 
mente: pur troppo per gli altri e per lui! 

« Se null'altro Castellazzi avesse contro il suo procedere 
— scrisse il Peretti Rossi (I Ed., voi. II, p. 265) — « basterebbe 
« per aversi meritoriamente la maledizione di tutti i buoni » 
la denuncia, ch'egli fece, del complotto preparato per attentare 
alla vita del Rossi, commissario di polizia. Un'altra orribile 
pena! L'avvocato veronese Giulio Faccioli, fingendo di dor- 



ili 1 Ed., voi. II, }). 870 e cfr. Pastro, Mem., pp. 146- 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 279 

mire, aveva potuto sentir lo Speri confidare al Cavalletto la 
speranza di evitare il capestro, perchè nell'esame sostenuto 
nella giornata non gli era stato fatto cenno di ciò che mag- 
giormente lo avrebbe potuto far temere, « e all' indomani si 
«era affrettato a mettere il Kraus sull'avviso dell' importante 
« filone, tuttora inesplorato » (I Ed., voi. II, p.363). Ma come 
discoprirlo ? 

Era vero. Nell'eccitamento crescente, a mano a mano che 
alla famiglia del Tazzoli arrivavano le pezzuole insanguinate 
'pietoso mezzo di clandestina corrispondenza) con le notizie di 
atroci torture fattegli patire, si era pensato, anzi che a seguire 
il mite consiglio di don Enrico di promuovere un reclamo dal 
Vescovo e dal Municipio (p. 65), a trarne vendetta sul com- 
missario Rossi, primo autore del processo. Erano stati il Ca- 
stellazzo e l'Acerbi (1) a pensare e volere il colpo per una sera 
del carnevale tra la confusione della gente che vien fuori di 
teatro; e il Castellazzo, ricordando che, nel '51, aveva applaudito 
all'assassinio del dottor Vandoni ed eccitati gli amici a toglier 
via al medesimo modo il direttore de La Sferza (il rinnegato 
giornale bresciano ribaldamente provocante), ordinò allo Speri 
di prepararsi e condurre sicari capaci, fece che si desse mano 
a pugnali provveduti già da Giuseppe Grioli, che il Frattini 
offrisse ricetto ai sicari nella sua casa, consigliata dalla op- 
portunità del sito, che il Poma, costretto con repugnanza da 
misteriosi obblighi d'obbedienza (2) accettasse di dare il se- 
gnale, ed altri impiegò che non occorre rammentare. 

Il colpo invece mancò: lo Speri e il Poma, al punto di 
trascendere dalla teoria di una aberrazione politica all'atto 
umanamente orrendo, sentirono soltanto l'impulso verace della 
loro coscienza di galantuomini e lasciarono venir meno l'oc- 
casione; il Poma anzi, non si dimentichi, quasi dubbioso di 

r trascinato da una volontà più dura, aveva voluto che 



11) Il Luzio non mantiene ora la iniziativa del Castellazzo (p. 66). 
clic prima (p. 80-2) gli attribuiva senza esitare; ma la lettera 24 febbraio 1853 
di T. Speri a T. Massarani (p. 49o) darebbe ragione alla prima opinione 
del Lazio. 

(2) Cfr. Mona. Martini, Confortatorio, voi. I. p. 370. 



280 P. L. RAMBALDI 

un fidato amico suo. ignaro del pauroso impegno, non idi si 
scostasse, per tutta la sera, un momento. 

Ecco ancora il Castellazzo, messo alle strette, confessare : 
adesso un altro documento nuovo (trovato dal Luzio negli atti 
della Corte speciale di Giustizia) lo dice chiaro (p. 132). Ma 
non solo confessare, narrare ogni cosa « con tanta diffusione 
delle circostanze e pienezza delle prove.... a carico dei com- 
promessi » da far « inorridire », e inorridì lo Speri quando gli 
fu dato da leggere il costituto infame (1) ritrovandovi perfino il 
ricordo del disegno, subito abbandonato, contro il Mazzoldi, 
il direttore della Sferza (p. 103); e non solo ancora narrare 
di ciascuno, compreso Giuseppe Orioli, che non seppe mai 
nulla, (\\ buon Peppe, che nell"84 si poneva in prima linea a 
sostenere il « carissimo Bigio » nei « sacrifici ammirandi per 
la rivendicazione della sua buona fama » (I Ed., voi. II, p. 376 i, 
e poi nel 1905 ripeteva con calore le parole del compatimento 
generoso quale un dovere per tutti) ; non solo narrare, dico, con 
diffusione di circostanze e pienezza di prove, ma deporre inoltre 
circostanze assolutamente false (non egli poteva avere impre- 
cisa conoscenza dell'attentato), come della consapevolezza del 
Tazzoli (2) o come il fatto che il Rossi nelPuscir di teatro 
fosse < in compagnia d'altre persone » (p. 132). Gravissima 
inesattezza quest'ultima, la quale, togliendo alla intenzione 
del Poma e dello Speri il inerito, ed era tutto loro, del man- 
cato misfatto, li abbandonava all'Auditore con la responsa- 
bilità intera di un delitto comune evitato per sola fortuna. 

Il Pastro, ingenuo anch'egli, si struggeva tra gli orrori 
della Mainolda che le debolezze, le semplici debolezze de'coni- 
pagni suoi, potessero formar nel Kraus un falso concetto « della 
portata del carattere morale degli Italiani » (Mem., p. 139), 
Oh, il Kraus si inebbriava di migliori e non più difficili con- 
quiste: e i due grandi, dei quali aveva conosciuta la mirabile 
tempra, poteva insultare beffardo, apostrofandoli : « altro che 
«detenuti politici, voi siete de' volgari assassini!» (p. 137. e 
I Ed., voi. II, p. 264). 



Il) Lett. ad Acerbi, p. 479. 

(2) Lett. del Tazzoli ali" Acerbi, p. LOS. 



LUCI EU OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 281 

Come il Poma tornasse in carcere, dopo l'interrogatorio, 

irriconoscibile, « di tra colore cadaverico e contraffatto tutto 
in sé stesso » (I Ed., voi. II, p. 264), racconta il Peretti Rossi, 
compagno suo di camera; e il Giacomelli, compagno dello 
Speri, racconta (p. 137) come questi tornasse anch'egli « quasi 
«irriconoscibile, tanto era depresso nel portamento; non alzò 
« ne pur gli occhi su di noi; si diresse al suo letto senza 
« profferire parola, e vi si distese ansante e coprendosi il volto 
« colle mani ». Non ebbero conforto che nel pianto. Ma nelle 
lacrime dei due magnanimi era, al disopra dello strazio per 
la morte sicura, la amarezza infinita di potere esser dati al 
boia con nome di assassini, angoscia dell'angoscia delle loro 
povere mamme ; era anche il disgusto della irrefrenata infamia 
di chi li aveva « rovinati ». Non piansero essi nell'ascoltare la 
ferale sentenza, ne piansero avviandosi al patibolo: il Poma, 
che, nella serena calma di chi attende, al di là del gran mi- 
stero, « una vita novella », non temeva di assistere all'agonia 
di quattro compagni; lo Speri, che una sola grazia domandò 
al Kraus, quella di essere impiccato ultimo, perchè suo fosse 
il dolore non di una, ma di tre morti. 

Il pianto disperato di quelle anime eroiche doveva più 
tardi risuonare tremendo come urlo di furie implacate nel- 
l'anima del Castellazzo, e non farne minore scempio della spa- 
ventosa visione dei due corpi pendenti dalle forche di Bel- 
fiore, sinistra imagine della sua colpa. 

Frattini, Sartena, xVttilio Mori e Giuseppe Finzi, Poma e 
Speri e Giuseppe Grioli: un cumulo di rovine; ma non basta. 
Senza aggiungervi le altre minori, senza mettervi su quelle che 
si intravedono, il tristo mucchio delle colpe cresce ancora. 
« Non so se nel prossimo consiglio sarà condannato un certo 
« Semenza, ma se egli lo è, io posso assicurarle che egli è 
« condannato per la deposizione giurata, ma di un testimonio 
« indiretto, cioè Castellazzi per un fatto che Castellazzi ebbe 
« per racconto puramente da Acerbi; le cito quésto caso perchè 
« lo conosco ex-professo, e potrei giurarne la letterale veri- 
dicità ». Così Tito Speri alla Massarani (p. 489): Semenza 
fu condannato a cinque anni di ferri a Theresienstadt senza 
commutazione di pena. Il reato era grave agli occhi dell'Au- 
stria, di quelli da « pagar » col capestro: contrabbando d'armi 



282 P. L RAMBALDI 

« a scopo rivoluzionario »; e se il Semenza conservò la testa 
sul collo lo dovette ai suoi ostinati dinieghi e alla fermezza 
di qualche compagno, a cominciar dallo Speri, e se trascinò 
le catene in Boemia lo dovette al Faccioli e al Castellazzo, 
a quest'ultimo particolarmente che rivelò ogni cosa «da capo 
a fondo » (p. 460) con quel lusso di particolari e di prove die 
vedemmo per V « affare Rossi » (p. 479). 

E col Semenza, per la medesima via. andò incontro alla 
sventura sua il dottor Rossetti da Lodi; il quale, fallitogli il 
tentativo di suicidio, si ebbe « per somma grazia » solo quin- 
dici anni di ferri ; « pei vaghi indizi dati dal Castellazzo » 
{}). 478) l'avvocato bresciano Savoldi (non altro che per te- 
nuità di colpa fu poi amnistiato) conobbe le ansie e i pati- 
menti delle carceri mantovane durante cinque mesi; fu arre- 
stato Pezzetti, che compì da sé la vendetta dei tiranni; fu 
arrestato Lazzati. beneficiato a suo tempo di quindici anni da 
dolorare a Josephstadt, e beneficiato non « per la migliorata 
sua condotta politica in questi ultimi tempi », come è detto 
nella sentenza (equivoca giustificazione messa là tanto per 
metterne una . ma perchè una donna gentile ebbe ventura di 
far ricordare una solenne promessa al generoso Wratislaw, e 
questi domandò ai mastini di Verona la vita del Lazzati o 
avrebbe spezzata per sempre la sua spada. 11 Castellazzo 
aveva sostenuto col forte Milanese un confronto « brevissimo ». 
ma suiricente a stabilire il concorso di circostanze, a dispetto 
di ogni più tenace resistenza : per convincerlo dell'accusa del 
preteso attentato all'Imperatore, quella che costò la vita allo 
Scarsellini ; dopo del Lazzati, a Milano non si arrestò più al- 
cuno: tanto basta a dire dell'uno e dell'altro. Non pesa meno, tut- 
tavia, una morte ancora sulla coscienza del Castellazzo; perchè 
l'Austria non rinunziò a una forca preparata e fu del Grazioli, 
il candido arciprete di Revere. Chi altri ancora, se non il Ca- 
stellazzo. ha referiti « i più minuti dettagli relativi alle visite 
« delle due fortezze, Mantova e Verona », fatte dall'ingegnere 
Montanari, e lo ha in un confronto trascinato a confessare la 
verità di una colpa, la quale al giudice militare, in un paese a 
stento mantenuto con la violenza delle armi, doveva apparire 
sopra le altre degnissima di morte? 

E quando, dopo ciò. pensiamo agli arresti che seguirono 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 283 

al « primo sincero pentimento » e al patire oscuro di tant'al- 
tri miseri e alle loro medesime debolezze, che non seppero, 
nei patimenti, superare; e pensiamo air inviperire dell' inqui- 
sizione dall'agosto al settembre, e agli altri tormenti, angoscia 
dei tormentati, desolazione di tante case oppresse da uno 
spettro di morte, l'animo nostro è scosso, alfine, dopo l'affanno 
di troppo lungo disgusto, da un moto di ribellione. Ma sia 
subito vinto, perchè non con questi impeti — per umani che 
sieno — si t'a la storia, né va dimenticato d'altronde che le 
ultime parole dai martiri furono di perdono e di carità. E la 
carità ci taccia più tosto ripetere, con significato solo di scusa. 
la fiera nota del Peretti Rossi che « la mostruosa delazione 
« del Castellazzo si può dire abbia avuto un carattere di vero 
« delirio » (I Ed., voi. II, p. 248). 



IV 



Rifatto, dal documento Sartena, il cammino a ritroso, noi 
vediamo subito come dal punto di vista della storia sia tolta 
ormai gran parte della importanza al primo passo di tanta 
vergogna. Ciò che si voleva negare, nel nome medesimo della 
enormità delle accuse, è ormai Registrato dalla storia nel no- 
vero dei fatti: non resta che il problema psicologico. Come 
potè ottenebrarsi la coscienza dello sciagurato e da quali forze 
fu egli attratto nella voragine della colpa ? 

Il quesito ci richiama alla troppo nota e vessata questione 
del cifrario svelato, alla quale finora tutti, dal più al meno. 
si restrinsero: ma non occorre più portarla cosi innanzi nel 
primo piano, e ben fece il Lazio nel nuovo libro a darle rilievo 
assai minore. 

E molto noto: il complesso congegno della vendita delle 
cartelle mazziniane aveva come il pernio in don Enrico Taz- 
zoli. e non solo per il Comitato e la provincia di Mantova. 
ma anche per i Comitati e le provincie di Brescia. Verona. 
Venezia. Erano necessarie molte spese ; affluivano somme con- 
spicue: la delicatezza del Tazzoli, in uno al consiglio del- 
l'amara esperienza altrui, lo indusse a tenere conto esatto di 



284 P. L. RAMBALDI 

tutto, la cautela solo arrivando a metter in cifra nomi e ri- 
cordi, a ciascun nome relativi, per danaro riscosso e versato. 

Nulla di più pericoloso, senza dubbio: era un preparar 
all'Austria i capi d'accusa a taglio netto. Ma quelle erano 
anime candide; e poi a quegli anni si mettevano nelle con- 
giure — e quasi sempre vi rimanevano, a rischio magari del 
collo — con un'ingenuità, che era la forza medesima della 
fede e l'incanto dell'idea; e poi, se facciam bene l'esame di 
coscienza, anche noi, con tutto il nostro senno del poi, deplo- 
riamo sì la funesta delicatezza, che sa d'imprudenza 'lasciamo 
stare i piccoli cuori che trovano per essa anche parole di rim- 
provero), ma ci faremmo scrupolo di non usarne altrettanta. 
D'altronde la cifra non era un gran miracolo di astuzia, oh 
no, ma si vide poi che non era ne pure un sipario di carta 
velina; e sì che i cagnotti della polizia austriaca dopo tanto 
star sulle peste de' mazziniani avevan fatto buon fiuto (le di 
più era molto variata, correva su un piede piuttosto lungo, 
dopo l'arresto del prete Bosio, per le insistenze del Peretti 
Rossi, fu rimutata (I Ed., voi. II, p. 240), e se il Bosio messo 
al quia non vi capì nulla (p. 241) bisogna dire che il rifaci- 
mento giunse almeno bene innanzi nella nuova forma; infine 
tre soli dei congiurati avrebbero saputo leggere il registro: 
'razzoli, Acerbi, Castellazzo: è il Tazzoli che lo dice (p. 31). 

Tazzoli negativo e irreducibile, Acerbi fuggito: chi se non 
rastellazzo a rivelare? — Ma non questa accusa, formulata 
così, gli va data. La cifra fu riconosciuta a Vienna dai crit- 
tografi del Ministero dell'Interno: il gabinetto nero dell'Austria 
era già una vecchia istituzione non senza fasti (p. 64). Che 
sia stata riconosciuta così fu detto subito, e, benché gli pai 
a volte quasi incredibile, anche il Tazzoli lo ripetè (2) come 
lo asseverò il Kraus a chi, per incarico del Luzio, lo inter- 
rogava recentemente sui processi di Mantova (p. 81); inoltre 
una notizia sola potè avere il Luzio dagli archivi di Vienna, 
ed è che la spiegazione del cifrario venne spedita dal Governo 



(1) Cfr. T esempio del Rossi, p. 87. 

(2) Cfr. p. 31 e anche la ben nota lettera all'Acerbi, ma qui entrambi 
i giudizi a riscontro, p. 104. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 285 

centrale al Comando di Verona il 24 maggio (p. 87): ne ab- 
biamo dunque anche la riprova. 

Fu un errore di insistere sull'accusa del cifrario, for- 
mulata, ripeto, a quel modo ; ed è strano che il Caggese in un 
suo vaporoso articolo, comparso sul Marzocco (del 12 aprile), 
proprio a questa s'appigli, come se non avesse letto il libro, 
che loda e, nel giudizio, seconda. Errore, perchè, toccando 
quello che fu il punto di partenza della più larga inquisi- 
zione funesta, fu mantenuto come punto centrale del di- 
battito; e, costringendo esso ad aggirar la polemica intorno 
ad un asserto non vero, diede buon giuoco al Castellazzo di 
correre tutto il campo con baldanza e di trar l'ardire di so- 
lenni giuramenti da abili restrizioni mentali. Ingegno e au- 
dacia ne aveva a dovizia per non lasciarsi sfuggire la fortuna 
dell' equivoco offertogli dagli avversari medesimi : ond' egli 
con l'ardore di giusta difesa, tutti gli strali drizzando sul 
solo lato vulnerabile, poteva poi far passare anche il resto 
tanto per adoperar le note parole del Cavallotti) quali « ac- 
cuse gratuite e improntitudini di detrattori ». 

Xon si corra troppo oltre, tuttavia. Il Luzio ha con molto 
acume scrutata anche la più sottile verità di codesto primo 
momento della colpa. L'accusa, dissi testò, formulata a quel 
modo era ingiusta: occorre non far tutt'uno della forma 
e della sostanza. La verità gioca sempre qualche brutto tiro 
anche alla più abile delle reticenze ; così fece intoppare il 
Kraus, che una volta rispose, con giuramento, le chiavi del 
famoso registro non esser state rivelate da alcuno degli in- 
quisiti, ma bensì diètro indizi da lui stesso potuti raccogliere; 
un'altra volta non aver nessuno degli inquisiti rivelata la. 
cifra o dato a lui il bandolo per farla spiegare, e fece inten- 
dere esser qui, in codesto bandolo, il suo « maggior me- 
rito » e la sua « maggior fatica » insieme, e il gran segreto 
dei processi del '52 che scenderà nella tomba con lui (p. 82-3). 
Poco prima, a insistenti domande sul Castellazzo, aveva ri- 
posto che le sue memorie gli presentavano piuttosto la figura 
del padre che del figlio. 

Xon abbiamo qui la evidenza del documento Sartena, è 
vero; abbiamo, tuttavia, per le induzioni, i termini sufficenti 
ad ogni più scrupolosa coscienza. Da un lato il Kraus, smo- 

Arch. Stor. It., 5. a Serie. — XLIII. 19 



286 P. L. RAMBALDI 

vendo a malincuore le vecchie ceneri, non poteva dissociare la 
figura del padre da quella del figlio; il padre Castellazzo, 
anzi, aveva nelle sue memorie maggiore posto: segno che nel- 
l'ordine dei fatti non ebbe parte secondaria. Dall'altro lato 
egli distingueva, rispetto alla spiegazione del registro, due 
elementi: gli indizi e la rivelazione delle chiavi, ossia il ban- 
dolo per arrivarvi e la spiegazione; e stabiliva che la spiega- 
zione fu opera dell'ufficio viennese, che il bandolo o gli in- 
dizi non pervennero da alcuno degli inquisiti, ossia degli 
incriminati in istato di arresto. 

Sta il fatto che il registro fu sequestrato nella perquisi- 
zione seguita immediatamente all'arresto del Tazzoli (27 gen- 
naio), che nel febbraio, venuti a Mantova il barone Culoz a 
comandante della fortezza e il Kraus, con funzioni di auditore, 
il registro medesimo non tardò ad essere spedito all'ufficio di 
Vienna, e che esso appena il 24 maggio potè essere rimandato 
a Verona. Dunque era bene un duro enigma quella cifra, che 
per più di tre mesi affaticò i più esperti! 

E sta anche il fatto che, non per guadagnar tempo, se 
l'opera dei crittografi fosse stata ritenuta sicura e facile, il 
Kraus fece patire — come avvertivano le commoventi pez- 
zuole insanguinate — « atroci minaccie » e « tortura » al Taz- 
zoli, « sofisticando su vecchi conti dei quali non poteva ricor- 
dare il valore » (p. 64-5) (intendi proprio le note relative 
alle cartelle mazziniane); che si fecero disperati tentativi igno- 
miniosi d'ogni specie per penetrare il segreto di quei numeri ; 
che dal 9 marzo al 22 aprile, ossia dal tradimento del secon- 
dino Tirelli all'arresto del Castellazzo, è tutto un ansioso an- 
naspare sempre intorno alla cifra; infine, che dopo il 22 aprile 
come si continuò a tormentare il Tazzoli, così si tormentò il 
Castellazzo e ancora e sempre intorno al medesimo intento. 

Il Qastellazzo venne sottoposto a interrogatori quasi gior- 
nalieri (1), « persistendo a negar tutto — parole tolte a un 
rapporto del Culoz — e mostrando anche in carcere molta 
arroganza » (p. 81), e trovò modo di dar via via notizie agli 
amici e di incuorarli con i proponimenti che conosciamo. Se 



(1) Pkretti Kossi, I Ed. voi. II, p. 248. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 287 

non che, dopo circa quaranta giorni, le notizie cessarono a un 
tratto « tra la generale costernazione » (1). Si toccherebbero così 
i primi di giugno, i giorni nei quali per certo il cifrario svelato 
era da Vienna arrivato a Verona e da Verona a Mantova. Si 
sentiva ormai il Castellazzo indegno di avvisare gli amici 
trepidanti? 

Dal principio di giugno al grosso degli arresti, il primo 
lutto, cioè all'alba del 17, corrono circa due settimane. Un 
altro documento nuovo trovato dal Luzio a Venezia, documento 
giudiziario austriaco di men che due anni posteriore, attesta 
che è del 19 giugno il costituto in cui il Castellazzo, « dopo 
« aver confessata la sua colpa rispetto al Comitato di Mantova, 
« depose quanto alle connessioni di questo Comitato con l'altro 
« di Milano » (p. 91). Fuggiti gli altri, il primo arrestato dei 
cospiratori milanesi fu il Pezzotti, che il Castellazzo, sappiamo, 
non rabbrividiva a ricordare nel costituto Sartena essere stato 
da lui « nominato » al Kraus, e il barone Culoz domandan- 
done la cattura avvertiva esser citato, ma tra vaghi indizi, dalla 
« confessione recentemente ottenuta d'uno dei capi mantovani 
del Convitato democratico » (p. 118). Il Lazzati non fu arre- 
stato che un mese più tardi; ma già con quella « deposizione », 
che vien dopo la « confessione » della propria colpa e avvia 
gli inquisitori austriaci alla sospirata preda sulla quarantot- 
tarda Milano, il Castellazzo si lasciava addietro i confini del 
pentimento e della debolezza. 



Era il 19 giugno per la prima volta? Si direbbe di sì. 
Comunque, giova intanto osservare che, tra la designazione 
dei rei di alto tradimento e la domanda di cattura, si la- 
sciarono passare cinque giorni, e che codesti cinque giorni 
possono bene far riscontro alle due settimane, all' incirca, 
lasciate passare dapprima, dopo aver ricevuto il registro deci- 
frato. Indugio, che sarà da ascrivere a ragioni d'ordine giu- 
ridico, in quanto alla procedura, o d'ordine pratico, per par- 



li) Peretti Rossi, I Ed. voi. II, p. 248. 



288 P- L. RAMBALDI 

ticolari necessità degli offici di polizia ; ma ci dà a vedere 
che non è necessario, e forse né pure sta nel probabile, sup- 
porre, come fa il Luzio, che, decifrato il registro, si avesse 
solo una « selva di nomi e pseudonimi », che occorressero « più 
positive informazioni » per trarre il Kraus dall' « imbroglio » 
di non « orientarsi in quel dedalo », e che appunto in ciò sia 
il bandolo trovato poi dal signor Auditore con tanta gloria 
da farne un impenetrabile segreto. Secondo il Luzio l'opera 
del Castellazzo, come che sia prestata, sarebbe da riportare a 
questo punto. 

A me non pare tuttavia. La ipotesi del Luzio non ha ra- 
dici più profonde del ritardo frapposto agli arresti, e di ciò 
vedemmo or ora. D'altronde per mettere in prigione un certo 
numero di cittadini in qualità di incriminati giudicabili, il 
registro decifrato costituiva un titolo più che legittimo: si 
sapeva che cosa fosse il registro, si sapeva che il tale aveva 
dato o ricevuto tanto per uno scopo rivoluzionario; bastava. 
Forse che la Camilla Marchi fu arrestata con più larghe 
riserve giuridiche? i «vaghi indizi», sui quali fu richie- 
sta la cattura di Cairoli, De Luigi, Pezzotti, valevano per la 
procedura molto più? il possesso di una cartella mazzi- 
niana, delitto da più d' uno scontato con qualche mese di car- 
cere, offriva maggior prova di reato d'alto tradimento ? 

Ne vale l'obbiezione che la Gazzetta d'Augusta, gazzetta 
officiosa, riferisca aver « le confessioni d' un arrestato con- 
« cretato per la più parte degli inquisiti il crimine di alto 
« tradimento » (p. 116), poi che la notizia è posteriore al 19 
giugno, ossia comparsa a « valanga formata » ; nò vale l'altra 
obbiezione che non tutti gli arrestati del 17 giugno apparten- 
gano alla serie dei nomi apertamente scritti nel registro, poi 
che il 27 giugno, quando si presentò il « registro interpretato » 
al Tazzoli, questi potè aver l'« ardire di pretendere che gli si 
« promettesse che non si molesterebbero quelli sotto essi (nomi 
« in forma enigmatica) indicati » (p. 103) : i pseudonimi, adun- 
que, non si conoscevano ancora, che il Kraus avrebbe tenuto, 
nella sua sarcastica e irruente brutalità, ben altro contegno 
con don Enrico, se lo avesse considerato inutile ormai, o presso 
a poco, ai fini della più larga inquisizione. 

Più verosimile la letterale e stretta interpretazione delle 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 289 

parole del Kraus, vale a dire l'ipotesi che il bandolo, oppure 
gruppo degli indizi da lui stesso potuti raccogliere per trovar 
le chiavi del registro, preceda la decifrazione tecnica, e anzi 
sia stato quasi la chiave della chiave (1). Di più il Kraus affermò 
che gli indizi furon dati da persona estranea agii inquisiti. 
Da chi mai ? 

Il Luzio raccoglie un cumulo di circostanze e addita nel 
padre medesimo del Castellazzo la misteriosa figura che s'aggira 
nell'ombra del processo. 

Il padre Castellazzo aveva officio, e non dei bassi, nella 
polizia : « un vero Commissario della polizia austriaca, e di 
lui è detto abbastanza e tutto », scrive con repugnanza il 
Peretti Rossi (I Ed., voi. II, p. 247), benché in Mantova, ove 
risiedeva da quasi cinque lustri, godesse larghe simpatie che 
rendono iniquo l'artifìcio del figlio suo di atteggiarsi più tardi 
a vittima, dell'odio attirato sulla propria casa dall'impiego 
paterno (2); una piccola anima, in fondo, che si moveva solo 
per due grandi affetti: la tenace devozione all'Austria, de- 
vozione che lo mantenne fermo anche ai colpi di vento libe- 
ralesco del '48, quando « le fedi vacillavano » ; e il sommo 
amore per il figliuolo, unico e di promettente ingegno. 

Ma quei due grandi affetti si trovarono troppo presto in 
contrasto, mettendo il pover' uomo alla più dura prova. Mentre 
l'aquila d'Absburgo pareva che fosse stata spennata in un 
beli' impeto di rivolta, e poi essa, allungati un'altra volta gli 
artigli, straziava, col becco grifagno, la vecchia preda nel vivo, 
il giovane Castellazzo si faceva espellere dal Collegio Ghisleri 
per diffusione di stampe sovversive, accorreva ad arruolarsi 
nella legione Manara, si sosteneva alla difesa di Roma, tor- 
nava a Mantova, nel tabernacolo della reazione !, con pose alla 



(1) Nella famosa lettera del Tazzoli all'Acerbi (pag. 104), proprio 
nella parte che il Cavallotti non lesse alla Camera, è detto: «L'Auditore 
a me disse che il Castellazzi confessò il registro esser scritto sul Pater : 
la cosa è anche vera [ossia, che fosse scritto sul Pater]. Castellazzi con- 
ferò dopo avere avuto lettura delle deposizioni di tanti contro di lui ». 
Che estensione dava il Kraus alla parola « confessare > V Per intendere poi 
appieno le ultime parole citate, si noti anche quanto dico più avanti a p. 292. 

(2) I Ed., voi. II, p. 857; cfr. Pinzi, p. 373. 



290 P. L. RAMBALDI 

Emani e con ostentazione, si direbbe, di spirito di fronda, che 
se non fosse stato di quella famiglia lo avrebbero mandato su 
in Castello un paio d'anni avanti. 

Chissà le ansie, le umiliazioni, le fatiche del misero babbo 
Commissario per allontanare i pericoli ; il figliuolo, invece, con 
una facilità, che non può anche non metter radici in un fondo 
di leggerezza, a persuadersi a mano a mano quasi dell' im- 
punità e ad inspirare soverchia sicurezza agli amici, tutta 
gente che il babbo, in grazia dell' impiego, avrebbe dovuto 
chiamare « pessimi soggetti ». Non sapeva nulla egli della vita 
del figlio? Certo egli aveva la cecità di uno sviscerato amore 
paterno ; e sembra avesse, di più, nella domestica « intrinsi- 
chezza senza pari», l'imprudenza di ricordar troppo in casa 
le faccende dell'officio, per cui già si apriva la porta del- 
l'equivoco, ma rendeva particolarmente prezioso il giovane 
Castellazzo nelle conventicole dei patriotti, ond' uscì poi il 
Comitato e l'azione della congiura, che ebbero proprio quel 
giovane a segretario (I Ed., voi. II, p. 127) (1). 

Nel tempo medesimo si innalzava alle superiori autorità 
la domanda di promozione dal padre Castellazzo, come di 
rito, presentata fino dal 26 febbraio del '51, con quel tanto di 
onesta apologia, anch'essa di rito, che poteva secondo verità 
ricordare i servizi di poco meno che quarant'anni, fedeli sino 
al « pericolo della vita ». Se non che l'arresto del figliuolo, e 
con quel carico di incriminazioni, veniva a un tratto, quat- 
tordici mesi dopo, non solo a tarpar le ali al piccolo volo spe- 
rato dal devotissimo Commissario, ma a fargli sentire eziandio 
un pericolo, cui non aveva mai pensato per suo conto. 

Nei giorni dell'arresto (il 22 aprile, come sappiamo) il 
pover' uomo era in congedo per malattia ; benché affranto, si 
affretta a rientrare in servizio e vuol mostrarsi zelante; il 
1° maggio il Governatore di Milano domanda informazioni per 
un provvedimento, e il 14 dello stesso mese il barone Culoz 



(I) L" ing. Luigi Poma, fratello di Carlo, ricordava anche nel ls^4 di 
aver sempre esortati a diffidare del Castellazzo perchè « conoscendo/o fin 
« dalla fanciullezza non aveva mai riposto in lui fiducia, né poteva poi 
« capacitarsi che la meritasse ehi mancando al dovere di tìglio rendeva pa- 
« lesi gli atti riserbati ([' ufficio al proprio Padre ». 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 291 

(il Luzio fa bene osservare che né era della consuetudine dar 
codesto genere di risposte tanto in ritardo, ne il darla era di 
competenza del Comandante la fortezza) risponde scusando, 
in sostanza, il vecchio funzionario ad onta dell'arrogante 
« sfacciataggine » del figlio « iniziato ne' maneggi sovversivi e 
nella cifra del Tazzoli » ma ostinato a denegare, e raccoman- 
dando di usargli ogni riguardo sino a lasciargli raggiungere 
in pace, col quarantesimo anno di servizio, non lontano tut- 
tavia, il massimo della pensione — un bel raggio dì sole in 
cambio della ben temuta gragnuola; il lo' maggio pare che 
tutto sia per finire in un semplice trasferimento, « sacrificio 
gravosissimo » temuto nell' istanza del '51 nonostante il bene- 
fizio dell'avanzamento, ma una manna del buon Dio dopo la 
burrasca ; il 2 luglio la manna è piovuta in tanta abbondanza 
che il Commissario è già in Mantova gratificato di pensione 
intera, con « sodisfazione di S. E. », il feldmaresciallo Radetzky, 
sì piena da non far caso dell'abbaco e contar per quaranta, 
senz'altro, gli anni di « utili servigi ». E quattordici mesi non 
erano bastati prima della burrasca per far ponzare sulla istanza 
di avanzamento di classe! 

Ma quel sole del giugno 1852 doveva scaldare assai la 
benevolenza del Comando di Verona, perchè anche il Casati, 
dai Martiri poi riconosciuto « sbirrescamente astuto, immorale 
e corrotto fino all' ultimo grado, il gerente fanatico » o « la 
sirena » del processo, il « bargello matricolato dell' austriaca 
corona », Casati (1), era promosso il 23 giugno da guardiano 
delle prigioni del Castello a « ispettore di tutte le carceri 
« politiche di Mantova in cui erano custoditi inquisiti per de- 
« litto di Stato », sempre con plauso di S. E. Radetzky ; e 
F8 luglio, di seguito, venne anche da S. M. I. R. A. la croce 
d'argento pel merito (tutt'altro che volgare onorificenza), me- 
rito di « fedeli ed eccellenti servizi », si sa, da passar sopra 
a uno scandaloso passato, sul quale di certo per più di otto 
mesi il pudore officiale non era riescito a far passare la pro- 
proposta dello Schulzig, Governatore della città prima del 
Culoz. 



(1) Cfr. Speri, p. i ( .Y> ; Pastro, Jlem., p. 146; Peretti Rossi, I Ed. 
ol. II. i). 253. 



292 P. L. RAMBALDI 

Al Commissario Rossi, al benemerito della prima scoperta 
della congiura, non si era dato che promozione e cinquanta 
fiorini di mancia: chiaroscuro utilissimo codesto a mostrar 
bene il rilievo delle due altre i. r. risoluzioni, giti aiutato dal 
raffronto delle date, e di più aiutato da due altre non tra- 
scurabili circostanze. Delle quali la prima è nel ricordo che 
fa il Peretti Rossi della « solerte cura insinuante del padre, 
che andava visitando il figlio giornalmente » (I Ed., voi. II, 
p. 243), concessione stranissima, diciamola pure stranissima, e 
in ogni modo ingiustificata e affatto irregolare ; la seconda è 
nel ricordo del Castellazzo medesimo, ripetuto sempre nelle 
sue difese e apologie, che egli si indusse a confessare dopo es- 
sere stato bastonato tre giorni consecutivi, il 19, 20, 21 giugno, 
quando già la cifra era stata rivelata da 15 giorni e gli ar- 
resti eseguiti, per aver visto « essere ormai tutto palese » ed 
anche « per salvare il vecchio suo padre dal carcere che ve- 
« nivagli minacciato dal Giudice militare in base ad alcune 
« imprudenti rivelazioni de' suoi coaccusati » (I Ed., voi. II. 
pp. 351 e 356). 

In tutto ciò che il Castellazzo disse di questo sciagurato, 
ma decisivo episodio della sua vita è di continuo la verità 
tirata a strisciare tra le parole bugiarde : — sì, la confessione 
diretta dopo la spiegazion del registro e dopo fatti gli arre- 
sti; — bastonatura no, che bastonato non -fu che il Cervieri 
e se mai un altro ancora, ne occorre citare la somma di in- 
dizi concordi contro l'asserto del Castellazzo, ma si bene in 
qualche momento m inaccie brutali di bastonate come a quasi 
tutti, come perfino al Tazzoli prete, e fors'anco minaccie tanto 
spinte da condurlo alla panca, come fu fatto con Giuseppe 
Grioli (p. 150), orribili minaccie cui non era da molti rispon- 
dere col disprezzo magnifico dello Scarsellini; — sì, confes- 
sione, quella del 19 giugno, fatta quando già qualche cosa 
era palese, ma « tutto » no (oh, ce ne voleva assai ancora !) 
e quando già, è doveroso soggiungere, alcuno aveva comin- 
ciato a rispondere: « andate dal Castellazzo che sa tutto » 
(I Ed., voi. II, p. 146), come poi troppi si tolsero di mano al 
Kraus a codesto modo ; — sì. infine, anche per la pietà del 
padre minacciato, qualunque sia stata la minaccia. 

È intorno a questo punto che si raccoglie ogni altro in- 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 293 

dizio. e ne ridonda luce sul turpe segreto del Kraus. Costui. 
ed egli per tutti i suoi superiori, visto lo zelo e l'angoscia del 
vecchio Commissario all'atto dell' arresto del figliuolo, lasciò 
prima alla persuasione paterna di smuovere un « sincero pen- 
timento » ; ed ecco la concessione delle visite quotidiane. Poi 
vista la insolente resistenza del giovane, a lui fece sentire 
quanto pesasse o, più ancora, potesse pesare la mano dell'Au- 
stria, e intanto al padre dimostrò una benevolenza, che aveva 
taccia di salvezza e strettamente obbligava; ed ecco i riguardi 
domandati dal Culoz. Inutili anche questi tentativi, tutta la cor- 
rusca storia dei processi ci induce a supporre che lo spettro 
dell'austriaca vendetta si fosse fatto apparire al figlio e al 
padre insieme, e che in questo momento sia intervenuto il 
Casati: il Casati a disarmare il figliuolo nella commozione del- 
l'affetto di fronte all'assalto delle insinuazioni paterne, intente, 
con l'accorto sussidio dei domestici ricordi, a carpire qual- 
che cosa almeno del segreto, che è anche il fulcro della in- 
quisizione. 



VI. 



È una fosca tragedia, in cui sono scatenati a combattersi 
fino alla mina i sentimenti più sacri e più alti. L'anima nostra 
si sente un'altra volta tutta commossa allo spettacolo di questa 
terribile lotta ; lotta suprema, che tutte consuma le forze di un 
uomo e non vuole che vittoria completa o completa disfatta. 

La vittoria fu del padre, lo sappiamo, e gli fu pagata; 
ma non sappiamo, quanta precisamente sia stata, ossia quanto 
l'abilità professionale del padre abbia sorpreso l'ingegno più 
forte del figlio e quanto costui abbia resistito, e piuttosto 
sentiamo la vanità di ricercare se al giovane Castellazzo sia 
stato estorto solo il primo segreto del cifrario o anche qual- 
che altro particolare essenziale della congiura ; ciò che tut- 
tavia mi sembra probabile, pensando ai cento sdruccioli pei 
quali il padre poteva agevolmente avviare i colloqui dietro alle 
memorie della domestica intrinsichezza. 

Ma io amo credere che il Castellazzo nella grande battaglia 
del proprio onore abbia conteso palmo a palmo il terreno 



294 P. L. KAMBALDI 

ad ogni assalto del padre e del Casati prima, e quindi del- 
l'Auditore. E mi par vedere qualche segno del disperato tra- 
monto livido di quella coscienza nella subitanea interruzione 
della corrispondenza con gli amici, che può essere ancor prova 
di rimorso disdegnoso di parole bugiarde ; poi negli indizi 
vaghi che, il 19 giugno, dava del Comitato milanese, egli che 
era bene in grado di precisare almeno i nomi, alla polizia 
risparmiando così le incertezze, per le quali fu possibile e 
la fuga di ricercati e F imbarazzo di arrestare tutti gli uomini 
di una casa pur di metter le mani sul solo colpevole. 

Non saprei dimostrarlo, ma sento che non fu una rovina 
improvvisa: in quell'anima si fece penetrare un veleno sottile 
di persuasioni nefande e di inganni, che a poco a poco illan- 
guidisse la nativa fierezza e rabbuiasse la coscienza: poi fu 
dato il grande urto violento per il primo crollo, fu dato dal- 
l' angoscia della pietà filiale commossa, degli atroci insulti, 
delle esasperanti minacele, del rigido dilemma della morte 
infame e della vita piena di lusinghe insieme promesse; e il 
veleno continuò la paurosa azione dissolvitriee, di più mante- 
nendo quell' angoscia per rinnovare F urto violento quando 
ancora alcun resto dell'antica onestà resistesse, sin che il pen- 
siero della morte divenne insostenibile spavento, divenne ane- 
lito di vita, e su e su, sospiro di gioia, irresistibile bisogno di 
libertà, febbre ardente di azione. 

È il demone dell' egoismo che lo trascina in delirio fin 
dove culmina la vergogna, pur che il trionfo non manchi: gli 
toglie il 19 giugno il ribrezzo della prima delazione, facen- 
dolo confessare più che non occorra alla propria difesa pur tra 
reticenze e impressioni ; e, via via, gli fa dire in seguito con 
maggiore ampiezza delle colpe altrui ; per non perder merito, 
gli fa svelare l'attentato Rossi e il contrabbando delle armi ; 
per acquistare merito più grande, gli fa tentare la persuasione 
del Finzi, e lo fa entrare nel carcere di Attilio Mori, e lo fa vil- 
mente assistere a interrogatori e sostenere confronti ; per gua- 
dagnar diritto a « riguardi » (p. 97), gli fa accettare la parte 
ignominiosa di agente provocatore col Sartena; per conquistare 
la impunità, gli strappa quanto rimaneva di cuore e di cervello, 
e gli permette di immolare il Frattini. 

« L'amore della vita potè tanto in lui, da tarlo divenire 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 295 

« infame» — scriveva all'Acerbi imo dei carcerati (il Poma?); 
a sua volta, dice il Pastro (Mem., p. 126) che le sofferenze 
del carcere o «esaltano il prigioniero fino all'entusiasmo, o 
« lo abbrutiscono nella vigliacca disperazione ». Il Poma vi 
ritrovò il cuore (p. 438); spiriti forti, come il Tazzoli, lo Speri, 
il Cavalletto, si sentirono « rafforzati e depurati » ; per il Ca- 
stellazzo invece il carcere si popolò di macabre fantasime con 
le scarne braccia protese nell'avidità di un amplesso orrendo, 
suscitate ad ogni sinistro rimbombo della porta richiudentesi 
pesante sulla desolata solitudine, e la accesa imaginazione 
non sostenne la visione paurosa e gli oscurò ogni lume di 
pensieri e di affetti. 

Era una paura ignota che lo aggrediva, mentre l'audacia 
della verde età gli dava la illusione della forza. Nella nostra 
piccola vita di ogni dì è possibile la mediocre energia dei 
prudenti bilanciamenti; in un tempo, come quello, periglioso, 
io credo che sia invece possibile solo o « l'animo del coniglio 
o l'orgoglio del forte » (1), e a venticinque anni, sotto l'as- 
sillo della paura, non vi è transazione tra la vita o la morte. 
Paura! Angoscia grande che l'amore della vita e la viltà deb- 
bano essere una cosa ! Al Castellazzo non restò altro amore. 

Tanto è egli da compiangere, che il primo moto del nostro 
sentimento umano è di pretendere per lui la carità dell'oblio. 
Perchè la sua non è figura che si possa senza peccato con- 
fondere nel branco abbietto dei delatori ; né per altro venne 
alla storia il lungo affanno intorno al suo nome. L'opera di 
lui è stata nefanda: la commozione non ci travii, ma ne pure 
si dimentichi che egli non assunse mai la iniziativa dei fatti 
— lo voglio dire con le parole medesime dell'anonimo suo 
accusatore all'Acerbi — , bensì la dilucidazione dei medesimi, 
e gli schiarimenti più particolareggiati e più estesi. 

Ahimè, ciò che la misera virtù degli anni primi aveva 
ancora serbato, la paura disperdeva. Vergogna sua è l'abbon- 
danza, esauriente delle rivelazioni, l' infamia nelle ferali con- 
seguenze, che non poteva illudersi non fossero per derivarne. 
Qualunque cenno il Kraus avesse colto dall'altrui debolezza 



(1) Pastro, Mem., p. 126. 



296 P. h. RAMBA.LDI 

o leggerezza o colpa, dal Castellazzo era ampliato in figura 
di fatto concreto, con sicurezza che nulla avrebbe perduto 
F inquisizione alla prova degli esami e dei confronti. Ond'egli 
dell' inquisizione divenne, per ripetere le incisive parole del 
Luzio, «il caposaldo, e l'Auditore se ne serviva come di 
« catapulta per spezzare ogni resistenza » (p. 136). « E quel 
« che è ancora peggio — prosegue il corrispondente dell'Acerbi 
« — quel che è ancora peggio, senza pudore, ma anzi pro- 
« vando una compiacenza da farsi merito coir Auditore pro- 
« cessante (ahimè, le lunghe radici del cinismo del documento 
Sartena, della insana ebbrezza dopo il confronto col povero 
« Frattini !) e trincerarsi così la vita che gli fruttò infamia 
« perchè da lui troppo amata » (p. 111). 

« Quanto ho scritto è la verità — concludeva amara- 
« mente quel biglietto — e per quanto possa essere dispia- 
« cente al caro Giovanni pure è tale e non può cambiarsi ». 
All'Acerbi recò, sì, assai cruda doglia, ma non ne perdette 
egli la memoria : e, quando, nel '61, il Finzi negli uffizi del 
Commissariato di guerra in Napoli ricusava la sua offerta di 
fargli vedere il Castellazzo, gli rispondeva: « è un bravo gio- 
« vane, ma ti dò ragione di non volerlo conoscere », e antici- 
pava il giudizio della storia. 



VII. 



Ma intanto il perdono non cancella il peccato, né può 
la generosità per lo sciagurato soffocare la voce degli eroi : 
uno per tutti Tito Speri da una lettera, che era come voce 
dalla tomba, lo bollava di « vigliacco delatore furibondo » 
(p. 485). Non lui solo è vero: lui e il Faccioli sopratutto. 
Negre ombre tra fulgide luci dobbiamo vedere con ribrezzo 
in questa storia pietosa dei processi del '52. 

Se anche tante altre colpe non gli avessero fatto toccare 
il fondo della vergogna (era appena arrivato a Mantova, il 20 
giugno, e poteva già « sperare un vicino rimpatrio » !, p. 109), 
basterebbe, per la perpetua infamia del Faccioli, la turpe de- 
lazione del segreto pericoloso confidato dallo Speri al Caval- 
letto : basterebbe, per il Bosio, quel suo confessare per impeto 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 297 

di vendetta e primi compromettere i giovani, gli scolari suoi, 
che egli stoltamente aveva attratti (e qui starebbe bene dire 
sedotti), o quella sua inatta caparbietà che trasse il Tazzoli a 
sputargli in viso in un santo impeto di rivolta (p. 62, e I Ed., 
voi. II, p. 241); basterebbe, per l'Ottonelli, un prete!, la pronta 
denuncia della corrispondenza del Poma con la madre; per il 
Cesconi, la rapidità delle informazioni irrefrenate, angoscia di 
due città ; e abbandoniamo alla divina Giustizia altri nomi, 
altre larve d'obbrobrio, ma non lasciamo che la macchia fosca 
tanto si spanda da confondere le colpe con le debolezze, ossia, 
per essere ancora più chiari, le coscienti delazioni con la im- 
prudenza delle confessioni. 

Un taglio netto recida anche codesto comodissimo arti- 
ficio, e solo per tutt'altro intento sia lecito dire che, su più di 
centoventi inquisiti, non più di quattro seppero tacere e, su 
quaranta condannati, trentacinque erano confessi. Alle perfide 
lusinghe e ai sottili inganni del Casati, alla violenta efferata 
tortura morale del Kraus, nella estenuazione del corpo e dello 
spirito, procurata con studio crudele, non era possibile resi- 
stere. Vi furono persino innocenti che inventarono qualche 
leggera colpa pur di farla finita (p. 161) ; e poi abbiam visto 
che ne dicesse lo Speri, tempra d'acciaio. Anch'egli è de' con- 
fessi ; anche lo Scarsellini, figura tipica di cospiratore che 
« si sentiva chiamato al sacrificio », come attestava il Mazzini 
1». 254), negli interrogatori astuto da soverchiare l'Auditore, 
violento da dovergli tenere bene a ridosso delle guardie per 
guarentigia di incolumità e da non poter continuare gli esami. 

Troppi miseri erano stati tratti in quelle prigioni perchè 
molti eroi vi si potessero trovare : dai « suggestivi discorsi » 
del Casati ai falsi costituti del Kraus era tutta una fitta rete, 
in che dovevano fatalmente cadere deboli e forti, pur che al 
tempo si fosse lasciato fare il gioco perverso della paura e 
della pietà de' parenti su i deboli, e su i forti della fierezza 
magnanima e della istintiva lealtà. — Negar sempre, non 
lasciarsi vincere dal sentimento, insisteva il Pastro {Meni., 
p. 84) al conte Montanari ; ma questi, con la sicurezza del 
capestro e l'anima in rivolta contro gli accusatori suoi, rispon- 
deva che si sentiva la forza di morire (e come morì!) non 
quella di svergognare gli amici. 



298 P. L. RAMBALDI 

È veramente singolare che, in tanto pericolo di congiure 
e in tanto studio di svariatissimi accorgimenti, pur preve- 
dendo il facile caso dell'arresto e tracciando il piano delle 
difese nei processi, non si sia pensato mai di leggere bene il 
Codice e di trarne ammaestramento, per non affidare la sal- 
vezza solo all'eroismo, che non è da tutti. 

Non credo tuttavia che sarebbe bastato. La felina abilità 
dell'inquisizione, dispregiatrice di ogni legge — della grande 
legge morale, cui nessun uomo d'onore può sottrarsi, né pure 
per il bene del proprio Governo, anche se questo si voglia con- 
fondere con la patria, e della legge scritta, che segna il preciso 
confine all'azione di ogni giudice, non sordo alle voci oneste 
della coscienza; — quella felina abilità, dico, avrebbe ancora 
trionfato, i deboli cuori abbattendo con la violenza dell'as- 
salto, le piccole menti sorprendendo senza scrupoli con la sa- 
gacia delle sottili insinuazioni e delle domande inattese, le 
anime nobili e illuminate vincendo con una qualsiasi ferita 
fatta alla ingenua sensibilità della loro austera rettitudine e 
con la evidenza delle prove, o effettivamente acquisite o arti- 
ficiosamente ricomposte o perfidamente costruite. 

« La evidenza non si nega », scriveva il Tazzoli (p. 103); 
e le parole del Montanari e del Tazzoli ci aprono la mente 
ed il cuore di quei magnanimi. Era, come al disopra del- 
l'amore della vita, un sublime amore della umana dignità e 
della verità: eroismo non minore della irreducibile resistenza di 
altre anime, più forti nella distretta della tortura, ma più forti 
forse perchè più semplici. Comunque, anche senza l'aureola d'el 
martirio il Montanari vale il Pastro, lo Speri o il Tazzoli val- 
gono il Semenza ed il Finzi, ed i loro sacri nomi non devono 
patir l'offesa di esser evocati per indurre alla misericordia dei 
vili. Vi sono colpe che non hanno, no, perdono; e sono quelle 
contro le quali insorgono i primi affetti nostri istintivamente. 

Per ciò sono sacri all' infamia, e prima di ogni altro, i 
nomi di Cesconi, di Bosio, di Ottonelli, di Castellazzo. Quando 
il Pastro tornò a Treviso — « nessuno di noi si allontanò 
« perchè sicuro di te; il trovarci qui costituisce il tuo miglior 
« elogio », gli susurrarono gli amici suoi (1) (l'aquila nefasta 



(1) Pastro, Meni., p. 233. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 299 

era ancora appollaiata sul nostro verde ramo), e quelle parole 
mormorate valevano più di una corona d'oro; Brescia e Milano 
non conobbero angoscia, né vestiron altra grarnaglia, perchè 
de' lor figli l'Austria non ebbe che Speri e Lazzati ; Mantova 
e Verona furono salve fin che Attilio Mori e il Tazzoli rima- 
sero soli a difendere il segreto dal giudice militare. 

Così brillano le luci sullo sfondo tetro delle ombre, e il 
segno oscuro di queste ancor più s' affonda. Sì, ma poi una è 
più nera, una ancora più s'affonda : « vi sono purtroppo nomi 
« funesti — parole di Speri (p. 479) — ma quello di Castel- 
« lazzi li supera nel disonore con cui si stamperà a perpetuo 
« nel cuore della nazione ». E se, a ribadire codeste penosissime 
parole, non fosse tutto l'orrore che sappiamo, perchè dalle co- 
piose confessioni passò alle rivelazioni e ai servigi d'alta 
polizia, v'ha di più la impunità che egli ha goduto. Non si 
ripeta che l'amnistia, di cui fu beneficiato, è stata un riguardo 
per il padre. Chi era, alla fine, questo Commissario Castel- 
lazzo, povera foglia ingiallita nella servitù, che, senza amore, 
senza che giovasse il nobile ricordo della fedeltà del Qua- 
rantotto, era per portarsela via il piccolo vento della diffi- 
denza ; chi era, per meritarsi la carità del Governo di Vienna, 
del Governo che negò ai puri martiri, anche qualche anno dopo 
il «martirio, persino il conforto della sepoltura onorata ? Bastò 
forse il nome di Antonio Salvotti, del giudice dei Carbonari, 
a salvargli il figlio, ben giovane anch'esso, dalla condanna di 
dieci anni di catene a Theresienstadt ? A quel giovane non 
era stato chiesto che un componimento per una festa della 
famiglia imperiale, speranza non fallace « di libertà al figlio, 
di un gran conforto al padre»; Scipione Salvotti sorrise, 
scosse le catene, e le mantenne (1). 

Dice il Pastro, con amabile semplicità, che nel duro car- 
cere i prigionieri serbano al disopra d'ogni altro sentimento 
quello del loro decoro, « che lì specialmente rappresenta la 
propria dignità » ; e il decoro è fatto dei ricordi del pro- 
cesso e del titolo della condanna, sanzione di gagiiardìa di 
carattere (Meni., p. 222). Il decoro del Castellazzo ha invece 



(1) Pastro, Mem., pp. 255-56. 



300 P. L. RAMBALDI 

un ben tristo diploma nel rapporto del barone Culoz alla 
Corte speciale, rapporto in cui è detto « giovane di moltissima 
capacità intellettuale e di carattere quieto », e vi si aggiunge 
che, dopo la grazia sovrana del '53, « non ha dato mai motivo 
« a lagnanze di sorta » (p. 97). Altro che gli innocui fremiti 
dell'84! Disonore! 

Disonore più grande di tutti, perchè, alla fine, il Cesconi, 
nonostante il « mostrato sincero pentimento », si ebbe dodici 
anni, dalla clemenza sovrana poco dopo ridotti solo della metà, 
e fu mandato a Josephstadt, donde non lo trasse che il re- 
scritto imperiale del 2 decembre 1856 ; perchè, nonostante il 
« grande pentimento », tal quale era stata la sorte del Fac- 
cioli, e, pur tenutogli conto dei meriti, anche quella del Bosio, 
a parte il condono di mezza la pena, dal seguito degli avve- 
nimenti reso inutile; perchè se Y Ottonelli fu dopo tre mesi 
interamente graziato, quattr'anni glieli avevano pur dati! 

E poi, quand'essi uscirono dal carcere, conobbero una tor- 
tura peggiore assai della tortura che li aveva fatti vili, l'uni- 
versale e insuperabile disprezzo dei concittadini; di contro al 
quale invano dalla scuola della sventura il Faceioli traeva 
inspirazione per le sue romanticherie, a mio giudizio, arida- 
mente verbose in verso e in prosa; invano il Bosio cercava 
rifugio nello zelo di un nuovo ministero e nella tenerezza 
della famiglia, due volte sperata, per soffocare il grido del 
« terribile giudizio umano » (p. 87), che lo inseguiva ad ora 
ad ora. 

Condanna e disprezzo per essi: il Castellazzo non ebbe 
Tuna e tutto fece per restar immune anche dell'altro. Per ciò 
il sentimento della giustizia si è ribellato, e si ribella e pre- 
tende sua parte. Prima, nelF impeto dello sdegno prorompente 
con implacata fierezza da una coscienza onesta, potè sembrar 
« rancore cristallizzato nelF errore inveterato cogli anni », ini- 
quo traviamento di un puro moto di nobile cuore (1), ma ora 
è la morale medesima della storia che, di fronte alla sciagu- 
rata evidenza dei documenti, con infinito affanno domanda si 
dicano le colpe, e solo concede carità. Ora anche la storia 



1) Disc, del Cavallotti, riferito anche in I Ed., voi. II. p. 891 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 301 

vorrebbe rispettare discreta i sacri silenzi della tomba, se il 
Castellazzo medesimo non avesse protervo tenacemente offesa 
la verità, infine tutta la Nazione chiamando a giudice e in- 
tanto insultando a chi lo accusava per il decoro della patria. 

Eppure il « terribile giudizio umano » anche dal fondo 
dell'anima sua gridava infamia col grido disperato di una 
madre fremente (1); ma la grande sua colpa vi aveva fatta 
tale rovina da toglier ogni vigore air ingenuo sentimento 
d'onestà, risollevatosi solo nel languore delle ferite mortali 
dopo la giornata vissuta da bravo al ponte S. Angelo (1 ot- 
tobre 1860). — « Nemmeno oggi la palla liberatrice », furono 
le prime parole mormorate dopo molte ore di svenimento (I Ed., 
voi. II, p. 409) : avrebbe potuto essere il principio della rigene- 
razione; ma con la vita lo riprese il demone maligno, e rimase 
la rovina, che se non fu vista dai giudici di Storo (compagni 
d'armi troppo generosi per saperne scrutare le traccie pro- 
fonde) è evidente anch'essa agli occhi nostri nella ostinazione 
medesima, fatta di cinismo e di audacia, con cui il Castellazzo 
volle forzare il giudizio degli uomini. 

Ciò che a nessuno è concesso, né vale il trionfo di un 
momento a conculcare la verità, non mai tradita dal tempo. 
D'altronde, noi torniamo a rimescolare queste vecchie ceneri 
non « per istinto di curiosità crudele », ma per affannato bi- 
sogno di giustizia e per amore delle sacre memorie della pa- 
tria ; e con tristezza infinita vi ritroviamo le corrusche faville 
della colpa, in che si consuma tutta una ardente vita di pensiero 
e di azione. Perchè « vi hanno colpe — come disse il Caval- 
lotti nel suo magnifico discorso (I Ed., voi. II, p. 391), — 
« che una vita posteriore può render degne di compianto, ma 
« che non può cancellare » : quale negra macchia deturpi la 
coscienza del Castellazzo è noto ; non si voglia cancellare che 
non si può, ma si ricordi non meno che di compianto è degnis- 
sima. All' infuori del processo di Mantova e delle caparbie 
difese, la vita del Castellazzo fu la vita di un eroe che la 
gloria bacia in fronte : dal '48 al 71, quante furono guerre per 



(1) La madre di Carlo Poma che scriveva in un'epigrafe per memoria 
del figlio suo : < Imprecheranno i posteri a chi lo tradiva — benediranno a 
lui che perdonava > (p, 140). 

Arch. Stor. It., 5. a Serie. — XLIII 20 



302 P. L. RAMBALDI 

l'Italia e per la libertà, tante volte egli fu visto « strano, pro- 
« digioso cercatore della morte » (ahimè! è proprio vero ciò 
che il Cavallotti affermava credendo di toccare altro segno, è 
proprio vero che codesta stranezza di gloria è per lui la più 
tremenda delle accuse !) ; e non solo egli da Saglionze ai Vosgi 
ha combattuto con l'ardore che gli meritò a Vinzaglio e a San 
Martino due menzioni onorevoli e la medaglia al valor militare 
in Francia, e su le balze trentine la croce militare di Savoia, 
ma tutto anche dice che si è sostenuto con onore quando in 
Roma, « organizzando nel 1867 la riscossa, arrischiò ogni 
« giorno la vita, finche caduto in mano alla sbirraglia ponti- 
« ficia salvò col silenzio imperterrito i compagni » (altri in- 
vece, che han nome di forti, non ebbero ritegno nelle confes- 
sioni), e, dopo quattordici mesi di segreta, condannato alla 
galera in vita, trascinò le catene con dignità fin che non giun- 
sero le armi liberatrici da Porta Pia (1). 

Di quali terribili fantasime non dovè popolarsi un'altra 
volta il suo carcere, non più ombre mosse dal tetro mistero 
della morte, da lui ormai invocata generosa confortatrice 
di eterno riposo, ma spettri molto più spaventevoli, urlanti, 
con tutto F impeto della vita in tempesta, la esecrazione del 
rimorso ! È tanto intenso di commozione angosciosa il dramma 
di quell'anima, che un sentimento di pietà profonda tutti gli 
altri avanza e solo ha pace nella fiducia che, divelte le barbe 
della improntitudine proterva e fati parte alla giustizia, la 
figura del Castellazzo si confonda nella grigia schiera dei 
naufraghi di un'età fortunosa, « moderno Edipo colpito dalla 
collera dei Numi », odiato e pianto. 

E mentre nella speranza mite la figura dolorosa si dilegua 
verso il silenzio, un pensiero ancora attraversa la nostra mente : 
come potè un uomo toccare il fondo della vergogna e i fastigi 
del valore ? — Nel Castellazzo l'animo non fu pari all'ingegno: 
all'animo mancarono le supreme energie della inflessibile re- 
sistenza e solo fu concesso il vigore degli impulsi; l'ingegno 
fu dominato da una facoltà, sopra tutto, quella della imma- 
ginazione, né fu per lui altra vita più vera. Impulsivo e imma- 



0) Cfr. disc. Cavallotti, I Ed., voi. II, p. 3S8. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 303 

ginoso, ebbe la illusione della forza e scambiò per fermezza 
di proposito l'incanto di un ideale generoso. Nell'ardore del 
sogno bello non distinse le voci che gli risuonavano intorno, 
e le credette voci della propria coscienza; non s'indugiò a 
scrutare il fondo oscuro del cuore e della mente, e passò via 
leggero e sicuro, pieno di baldanza, come lo portava l'impeto 
dei giovani anni. Così l'anima sua rimase aperta alle impres- 
sioni della vita vicina, e, troppo spesso inconscia, vi andò in- 
contro spavalda, avida di azione: così ritrovò la gloria e la 
colpa. 

Neil' aria bassa della domestica fedeltà al Governo au- 
striaco, la mente di lui non si era nutrita che di classiche 
memorie e di romantiche fantasie: queste, tra il fervore pa- 
triottico della scolaresca pavese, divamparono in un gran fuoco 
d'amore per l'Italia e per la libertà, che gli suscitò, tra fre- 
miti di passione, un veemente desiderio di lotta: ed eccolo 
subito imprudente agitatore prima della rivoluzione; soldato 
in quattro battaglie e nella difesa di Roma nella primavera 
sacra della patria ; cospiratore appena tornata la servitù. 
Guerra o congiura, era sempre la lotta: ma se la mente si 
manteneva ferma nel primo amore, l'animo era tratto a ben 
diversa prova. Altro era la lotta bella, aperta, gloriosa in 
faccia al nemico, tra il fragore del combattimento, sotto il 
gran cielo azzurro, sereno testimone di tutti i pericoli e di 
tutti gli ardimenti ; altro il sacrificio muto nella cupa penombra 
inerte della prigione, sotto l'assillo della persuasione perversa, 
sagace, assidua, sottile, in conspetto alla visione repugnante 
della atroce tortura e del supplizio infame. 

Il pensiero della morte è bene un orribile pensiero, ma 
quello di una vita di angosce oscure, senza conforto e senza 
fine, può essere ancora più orribile e non vi reggono che gli 
spiriti forti. Il Castellazzo cedette. La paura non gli fece so- 
spirare che la libertà, e l'ebbe. Ma fuori del carcere non era 
più la vita, per la quale tutto aveva sacrificato; tra lui e il 
mondo si era levato il disprezzo di chi ' sapeva ', e più tre- 
mendo si era levato il rimorso. Ond'egli, rimirando nel nuovo 
sole, con affanno disperato, le immagini generose del tempo 
buono, sentì che dopo la fatale rovina gli restava solo o di 
consumarsi nell'infamia o di vivere un'altra vita. Meglio vi- 



304 P. L. RAMBALDI 

vere; e visse, e allora solo — ahimè, troppo tardi! — comprese 
che vi può essere una prova più difficile ed aspra dell' in- 
contrare la morte. Visse, e conobbe tutta la pena del nuovo 
sacrifìcio, e, come si illudeva di far tacere così il rimorso, 
credeva anche di poter pretendere il perdono degli uomini. 
Invece una sorda voce implacabile gli ripeteva ad ogni ci- 
mento : — non vale ; ed egli invocò la palla liberatrice. 

La morte non lo volle, ed egli affrontò un'altra volta, ma 
non più sorretto da forze giovanili, il pericolo delle cospira- 
zioni, la solitudine del carcere, il tormento delle inquisizioni: 
stette fermo, trascinò le catene. Era passato per la medesima 
prova, la aveva superata: era venuta la redenzione alfine? — 
No, rispondevano tutti gli onesti pensando alle forche di Bel- 
fiore : no. vi sono colpe che non si cancellano. — No, non 
vale, rispondeva ancora dal profondo della sua coscienza la 
voce sorda, implacabile; e la vita un'altra volta lo abbando- 
nava senza concedergli il grande riposo. Perchè dunque il 
lungo sacrifìcio? Il Castellazzo si ribellò: la fortuna gli era 
stata iniqua ; egli non volle più esser giusto, né generoso ; 
adunò quante forze ritrovò in sé medesimo, quante ne potè 
avere amiche comunque, e diede l'ultimo assalto al giudizio 
degli uomini credendo di conquistare quello della storia : non 
suscitò che polemiche iraconde e tolse al compianto il supremo 
conforto dell'oblio. Quanta pena che così sia la verità ! 



Vili. 



Oltrepassata codesta penosissima verità, la storia dei pro- 
cessi di Mantova ritrova semplici linee e può esser compresa 
in breve volume: ancora più semplice e breve per l'insana- 
bile difetto di documenti fondamentali, quali i costituti, e per la 
frammentarietà degli altri secondari, di carattere personale e 
privato. Ma di ciò ho detto da principio ; e né pur giova ripetere 
l'alto significato di questa pagina gloriosa della storia del no- 
stro Risorgimento nazionale, oppure la natura e l'importanza 
dei fatti, dei quali i processi del '52 non sono che la dram- 
matica risoluzione. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 305 

Quei processi soffocarono un incendio, che uvea divam- 
pato per tutto il Lombardo-Veneto; e vollero essere per tutte 
le classi e gli ordini sociali una terribile dimostrazione della 
forza e della volontà del Governo straniero, che la fortuna 
delle armi, e più ancora il favore dei casi, pareva avesse le- 
gittimato, come lo aveva ribadito dopo una prova, per qualche 
rispetto più gloriosa che savia. L'impeto stupendo di due 
anni di magnanima disperata resistenza non poteva cessare 
nò per violenza di tirannide né per fatale durezza di circo- 
stanze contingenti, e continuava, nel profondo dei cuori, ane- 
lito di riscossa e volontà di azione. 

Onde, mentre da un lato o si imprecava alla spada d' Italia 
ringuainata senza onore nel '48, e nel '49 infranta senza gloria, 
o si proclamava fallita la guerra regia macchiata di tradimento. 
e dall' altro o si incuorava all' attesa nella fede serbata alla 
monarchia di Savoia, che aveva con lealtà annodato i suoi 
nastri azzurri al tricolore del popolo italiano, o si voleva 
avanti a tutto la rigenerazione morale e intellettuale (ragione 
e forza di meglio misurati ardimenti e di più proficui sacri- 
fici), senza nulla concedere intanto allo straniero, ma anche 
senza legami con qualsiasi programma di azione immediata, 
nello smarrimento degli animi e nel cozzo iroso dei partiti, 
dalla sventura più che mai fatti ingiusti e dimentichi degli 
errori di tutti, tra tutti i giovani ardenti, soldati della guerra 
santa, gli spiriti forti sprezzanti di ogni difficoltà, i generosi 
impazienti, i patriotti intolleranti della oppressione barbara- 
mente iniqua, si levò ancora una voce e parve sopra le altre 
persuasiva. 

Era quella che, esaltando il miracolo di virtù guerriera 
e di sacrificio, compiuto in un fremito di patria comune sotto 
la grand'ombra di una bandiera che portava il nome d' Italia, 
affermava severa che « l' ultima codarda illusione che aveva 
« affascinato il popolo a credere possibili fondatori di libertà 
« nazionale un papa ed un re, si era logorata per sempre in 
« un esperimento », che aveva lasciato solo eredità di scon- 
forto e di lutti, e richiamava alla fede nella guerra del po- 
polo ridesto, che in due anni aveva imparato non solo a mo- 
rire, ma anche a vincere. Era la grande voce del Mazzini: 
risuonava tanto solenne e ferma nell'ora triste della disfatta. 



306 P. L. RAMBALDI 

da parer la voce istessa della Patria ; e per l'ultima volta si 
trasse dietro i più. Ed era ancora la magnanima illusione che 
bastasse una fede incrollabile, la volontà decisa dei migliori, 
l'ardimento di pochi, perchè Fazione, vigorosamente iniziata 
in un punto, divenisse impresa di tutta la nazione : « quel dì 
« sorgeranno ad un sol cenno come da terra i nuclei di pa- 
« trioti », affermava l'Apostolo, quasi l'esperienza non contasse 
per nulla, e stimolava ad apprestare intanto la « direzione 
energica ed intelligente » e il danaro, nerbo della guerra 
(pp. 22-23). 

Così si diffusero le cedole del Prestito nazionale italiano 
diretto unicamente ad affrettare V indipendenza e la libertà 
d'Italia, con le parole d'ordine « Dio e Popolo-Italia e Roma »; 
e pareva una gran prova di forza e arra di vittoria, il fatto 
di un prestito « promosso da pochi esuli e accettato in Italia 
sotto gli occhi d'Argo delle polizie ». Così si cominciarono le 
pratiche secrete per la formazione di Comitati, che avevano 
per fine la riscossa, affidata alle sole forze del popolo « che 
non tradisce »; opera dunque di rivoluzione e pensiero repub- 
blicano senza, tuttavia, in genere, intransigenze « per non ur- 
tare colla opinione di molti buoni » : e ne dà documento, uno 
per tutti, il programma dal Tazzoli redatto per il Comitato 
di Mantova. 

In su la fine del 1850 i Comitati erano già formati, e già 
spiegavano un'audace attività di propaganda e stringevano tra 
loro relazioni ed accordi. A Venezia, sin dal decembre del '49, 
lo Scarsellini aveva preparate le fila, con le quali in pochi 
mesi si poteva metter su un ordito sì largo da comprendere 
tutto il Veneto ; nel '50 a Milano, dopo incertezze e dispareri, 
intorno al De Luigi si stendevano altre fila, che presto s'al- 
lungavano per buona parte della Lombardia ; a Mantova, nel 
tempo medesimo, si era messo all'opera l'ingegnere Angelini, 
un vecchio mazziniano che il Maestro, già da un decennio, 
aveva annotato tra i « buoni », e nel novembre del '50, in una 
romantica riunione, nel sotterraneo del palazzo Benintendi, 
auspice Attilio Mori, e nume tutelare « la figura di Giovanni 
Arrivatale, impiccato in effige per i moti del 1821 », si rac- 
coglieva il primo nucleo di quella, che poteva in brev' ora 
esser detta « forte e compatta associazione democratica ». 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 307 

A Mantova erano ferventi patrioti, e con essi una ani- 
mosa gioventù, da Governolo a Roma serratasi intorno alla 
bandiera/ che aveva sorriso al valore di Goffredo Mameli e 
alle prime glorie di Nino Bixio e dei Bronzetti; e li urgeva 
l'affanno della trista fama che alla cara città aveva procurata 
la inerzia del '48, fatta sopra tutto di ingenuità e di impre- 
parazione (1). Alimentare la fiamma della grande idea libe- 
rale e nazionale, incitare gli animi a un fermo proposito di 
riscossa, procurarne i mezzi, là nel cuore del Lombardo- Ve- 
neto e nella fortezza che l'Austria pareva tenesse come la 
ròcca del suo dominio, il più brutale governo di stranieri op- 
pressori fidenti nel terrore della soldatesca bnrbanza: ecco il 
grande sogno di quei generosi, e, prima di tutti e per tutti, di 
don Enrico Tazzoli, ben conscio come la sua qualità di prete 
significasse e fosse per essere un sacro segno di patriottica 
solidarietà tra « i signori e i poveri », che l'austriaca perfidia 
tentava dividere per conculcare, e di più infondesse fede che 
liberta e indipendenza della Patria dovessero ritenersi con 
fermo cuore il più puro sospiro di ogni buono. 

Il Tazzoli era già stato arrestato nel novembre del '48 per 
una predica in Duomo, che dalla storia del 1630 aveva tratto 
la morale del dolore dei suoi dì : e quelle parole di vaticinio, 
dette in quel luogo, tra le parole di Dio, risuonarono quale 
una sfida al Governo austriaco audace tanto, che parve ed è 
maraviglia potessero costare solo qualche giorno di prigione 
e una intemerata del signor Governatore. Già fin da allora nel 
Tazzoli si annunziava il martire, che noi veneriamo per la 
grandezza dell'ultima tragica prova: non volle evitare il car- 
cere; non volle portar via i pericolosi documenti del suo pen- 
siero politico; non volle distruggere l'opera iniziata; volle 
dare — sono parole di lui — « al suo paese un esempio di 
« coraggio civile e insieme tentare di riabilitare i suoi con- 
« cittadini, al cospetto d'Italia forse ingiustamente screditati »; 
in carcere pensava ai « Santi Martiri » dello Spielberg, sospi- 
roso di non poterli emulare ; liberato, si compiaceva dell' uni- 



ci) Vedi anche l'articolo del Luzio. Mantova nel Quarantotto, in Pro- 
fili biografici, ecc., Milano, Cogliati, 1906, pp. Ilo segg. 



308 P- L. RAMBALDI 

versale commovente dimostrazione di simpatia sentendosi « glo- 
rioso.... d'una gloria che è più del suo paese che stia» 
(p. 17-18 n.). 

Non è più l'uomo, è l'idea in atto; ed è in quella idea 
una irresistibile forza che ha in pugno la vittoria, perchè la 
vittoria non può mancare quando l'eroismo, anzi che moto di 
sentimento è lucida volontà, e pacato calcolo di sacrificio. 
« La causa dei popoli è come la causa della religione : non 
« trionfa che per la virtù dei Martiri ». Le parole sono ancora 
del Tazzoli (nelle Lettere a Maria, p. 250), ma il pensiero 
è di lui e di tutti i Martiri; lo sentiamo aleggiare in tutte 
le loro parole delle ore estreme. « Giovani — continuava — 
« che vi rammaricate dei nostri patimenti, la compassione non 
« vi soffermi sulla vostra via, ma, come suolsi nelle ossidioni 
« delle terre murate, la caduta di quei che vi precedettero 
«accresca indignazione ai vostri cuori: poi montate animosi 
« sui corpi dei caduti per esser meglio alla portata di salire 
« la breccia e conquistare la contrastata rocca : voi vincerete, 
« e se di tanto ci basterà la vita, nella vostra vittoria ci con- 
« soleremo delle membra calpeste » (1). 

Quei generosi si fecero giganti perchè gli animosi, chia- 
mati a raccolta con voce tanto solenne, raggiungessero più 
presto il sommo della ròcca; e così, così solo per la virtù im- 
mensa dei Martiri il pensiero e Fazione di pochi divenne pen- 



(1) In un'altra lettera a Maria il Tazzoli, riaffermando la sua fede 
su l'irresistibile virtù di ogni generoso concetto, scriveva : « Fu alcun bene 
« meramente ideato, senza che mai se ne tentasse la pratica ? Basta la sua 
« bellezza per destare magnanimi effetti; i sacrifici che fossero posti vana- 
« mente a conseguirlo, ispirano l'ardimento di rinnovarli; e le pene dei 
« maggiori si riscontrano non inutili dai nepoti, edificati per esso a quella 
« fortezza che a lungo andare e per reiterate prove, vince gli ostacoli e 
« anzi pure perfino gli errori che mandarono a male un progetto illuminano 
« a cansarli nell'avvenire >. Cfr. Due foglietti di Don Enrico Tazzoli. 
p. 28 nell'opuscolo di A. A. Michieli, Ballo Spielberg a Mantova, Mi- 
lano, Cogliati, 1907. Noto qui che in quest' opuscolo (che riproduce nella 
massima parte notizie pubblicate prima nel Bollettino Ufficiale del I Con- 
gresso Storico del Risorgimento italiano, 1906, f. 3 e 8) si legge anche 
una lettera di Alberto Cavalletto, dal carcere, pochi giorni dopo la morte 
di Tito Speri e in memoria di lui, un appunto biografico su l'ing. Mon- 
tanari, e un commovente aneddoto sulla vita di prigione del '52, 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 309 

siero ed azione di popolo: mirabile effetto della indomita fede 
di mi Uomo, che del proprio spirito aveva fatto la energia e 
la fede di quanti, votandosi al sacrificio, fondarono il diritto 
della terza Italia. 

Con questa lucida volontà fu ordinato il Comitato man- 
tovano, e non per gusto romantico si chiamò Società della 
morte (p. 26). Del Comitato anima e centro il Tazzoli, subito 
nominato Direttore; e col Tazzoli Giovanni Acerbi, che gli 
die V impeto del suo carattere ardente e la sicura energia del 
suo spirito d'azione: un solo torto ebbe l'Acerbi, di volere il 
Castellazzo, diletto compagno di studi, prescelto a segretario. 
Subito furono intenti a raccoglier armi e danaro, e a organiz- 
zare la congiura, secondo il disegno prestabilito dal Mazzini, 
per la insurrezione sperata non lontana, e gli accordi fissati 
da poi col Mazzini medesimo a mezzo di Giuseppe Finzi, il 
quale, con la scusa di visitare la Esposizione al Palazzo di 
Cristallo, si recò a Londra nel '51 e scambiò le « lettere di 
somma rilevanza », dai giudici ricordate più tardi principal 
titolo di accusa e di colpa. Ne il Finzi fece questo viaggio 
soltanto. 

Non mancò da principio, per vari motivi, qualche incer- 
tezza tra le persone; alcuni anzi si ritrassero. Non mancarono 
nemmeno gelosie e opposizioni da parte, donde non avrebbe do- 
vuto venir che aiuto, presto superate tuttavia dall'autorità 
morale del Tazzoli. Dalla città l'opera di rivoluzione si estese 
alla provincia, e alle città e alle provincie finitime, e più lon- 
tano, fin nello Stato pontificio, specie a Ferrara e a Bologna. 
Tra i vari Comitati erano mantenute relazioni per mezzo di 
un unico incaricato, prudenza che i fatti dovevano poi mostrare 
quanto salutare : Mantova, e per il luogo e per la qualità delle 
persone e per la segnalata attività dei capi, divenne come il 
centro del grande movimento. 

Infatti, quando in sul principio del decembre 1851, de- 
lusi dal colpo di stato in Francia, ed esasperati dalla ferocia 
del Governo militare, i patrioti erano stati presi da un'im- 
pazienza sì grande da consigliare ai più audaci propositi folli, 
e tutti pur pensavano di far qualche cosa, proprio in Man- 
tova, in casa Tazzoli si radunarono i capi dei Comitati del 
Lombardo-Veneto (15 decembre). Forse il risultato più im- 



310 P. L. RAMBALDI 

portante di quella adunanza fu di abbandonare il disegno 
dello Scarsellini e dei compagni di Venezia, per cui si sarebbe 
voluto catturare con un colpo di mano niente meno che F Im- 
peratore, appena fosse venuto a Venezia, per condurlo in 
luogo sicuro e porgli il dilemma: o cedere il Lombardo-Ve- 
neto o saltare in aria con coloro che lo ritenevano, ed erano 
decisi a farsi seppellire sotto le macerie piuttosto che ar- 
rendersi. 

Disegno, codesto, che nella estrema audacia, inconscia più 
che sprezzante di ogni pericolosissima difficoltà, basta a mo- 
strare lo stato degli animi e le energie che si venivano ac- 
cumulando quando più l'Austria credeva di disperderle con 
la violenza. Alla violenza della tirannide si opponeva quella 
della resistenza ; la coscienza del buon diritto faceva sognare 
r ira del popolo oppresso come F ira del Cielo, ed era in ogni 
cuore un anelito di riscossa da prorompere subito furiosamente, 
come il turbine che schianta anche le annose quercie. 

Il Tazzoli « progettò allo scopo rivoluzionario l'effettua- 
tosi imprestito provinciale lombardo-veneto » — parole della 
sentenza — , il Bono patriottico, nei nomi anch'esso di Italia 
e Roma, Dio e Popolo, e col motto « non vincerete in un 
giorno, ma vincerete » ; Bono, che poi cedette al Prestito na- 
zionale italiano del Mazzini, come si volle per non intralciare 
F una impresa con l'altra. Le cartelle, dai corrispondenti maz- 
ziniani di Genova, erano portate in piccoli luoghi presso a 
Pavia; di qui a Milano o a Cremona; donde a sua volta a 
Mantova, e da Mantova erano diffuse come sappiamo. Acerbi, 
Chiassi, i Cairoli, Cadolini, Castellazzo, Cesare Alfieri, Giu- 
seppe Grioli, il Fernelli, il Faccioli, Lisiade Pedroni erano i 
più infervorati nel pericoloso scambio; il Tazzoli ne racco- 
glieva le rendite e regolava le spese, e sentì il funesto bisogno 
di tenerne diligente nota nel registro famoso : anche questo 
abbiam visto. 

E con questo danaro e con Faltro, proveniente da versa- 
menti mensili di volontarie contribuzioni, i proclami, gli opu- 
scoli, i libri, i foglietti satirici; e, quasi non bastassero i 
numerosi e voluminosi pacchi di stampati, che giungevano di 
continuo per l'acquiescenza di qualche doganiere e l'audacia 
di qualche patriotta, come Gaetano Sacchi, nuovi stampati si 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 311 

apprestarono a Mantova, con un vecchio torchio, acquistato 
dallo Speri a Milano e passato attraverso le più romantiche 
vicende da un timore all'altro di sospetti e di perquisizioni. 

E col danaro e con le stampe, la preparazione militare : 
acquisto di armi, addestramento nell'uso di esse, ricognizioni 
di fortezze, « seduzioni », tanto per adoperar la parola che 
divenne capo d'accusa, seduzioni di sottufficiali e soldati un- 
gheresi, generalmente simpatizzanti con gli Italiani. 

Ma se quest'ultima azione ebbe qualche effetto, delle altre 
il rischio fu senza confronto superiore al risultato ; e la grande 
opera della congiura fu sopra tutto di mantener viva la fiamma 
dell' idea nazionale, e di stringere sempre più il patto d'amore 
tra i vari ordini sociali in un vivo sentimento di solidarietà, 
per cui solo, dice bene il Luzio, l'Italia poteva sollevarsi a 
dignità di nazione (p. 36). Felicemente sagace fu a questo 
proposito la ferma persuasione del Tazzoli, che si dovessero 
volgere al popolo più minuto cure in particolar modo amo- 
rose; onde, e la diffusione delle piccole stampe apprestate 
appunto per dissipare gli effetti funesti delle corruttrici in- 
sinuazioni dell'Austria, e i soccorsi ai miseri, quanto più larghi 
fosse possibile. 

L'opera del Comitato, sciaguratamente presto riconosciuta 
e troncata, non potè aver gli effetti che erano da attendersi, 
sì che agli occhi nostri difficilmente apparisce la pericolosa 
grandezza di quel lavorio oscuro. Ma ben affermava Tito 
Speri, che i più giusti a valutare l' importanza della congiura 
furono gli Austriaci medesimi, « poiché dovettero dichiarare, 
« forzati dall'esame dei fatti e dalla buona logica, che il ten- 
« tativo di questa cospirazione poggiava su fondamenti assai 
« saviamente costruiti, e che qualora gli avvenimenti ultra- 
« montani non ci avessero arrestati e non fossimo stati co- 
« stretti a fare troppe operazioni pei bisogni finanziari, il 
« nostro tentativo avrebbe recato agli interessi del trono un 
« formidabile colpo » (Lett. 24 febbraio '53, p. 482) ; e aggiun- 
geva la fine avvertenza, che non si credesse l'Austria interes- 
sata a « giudicare così il fatto per sanzionare o legittimare 
«le misure di rigore che ha adottato: il vero interesse del- 
« l'Austria è di mostrare un principio di pazzia in qual- 
« siasi congiura per non allettare le popolazioni a prestare 



312 P. L. RAMBALDI 

«appoggio ai cospiratori, e l'Austria sa bene che l'accredi- 
« tare in qualsiasi maniera la cospirazione, è un porsi conti- 
« imamente in grande pericolo presso questi nostri popoli, che 
« già da tempo conosce forzati a servire, e non interessati ad 
« obbedire. I nostri avversari quindi fecero una confessione 
« spontanea e involontaria, quasi accecati dalla gioia del gran 
« pericolo che avevano scansato » (Ibid., pp. 482-3). 

Ebbene, è singolare l'imprudenza di quei congiuratala 
imprudenza nella facilità di accogliere le persone senza lo 
« studio dei pericoli che riguardano tutti e sovratutto di 
quelli che riguardano lo scopo », studio severo e pacato, al- 
trove riconosciuto necessario per fortuna di tante famiglie (1) : 
la imprudenza con cui, solo obbedendo all' impeto dell' entu- 
siasmo, si faceva la propaganda e si offrivano le cedole del 
prestito, si faceva, come fu detto, temerario « commercio di 
sentenze di morte », quasi si volesse rendere al Mazzini il 
più pericoloso, degli omaggi, ostentando sotto gli occhi d'Argo 
della polizia, col fatto medesimo del prestito, la fermissima 
risoluzione di vincere. 

Ma non poteva durare. Già nel novembre, per la denuncia 
di certi fantaccini boemi, era stato arrestato don Giovanni 
Grioli, fratello di Giuseppe, sotto la grave imputazione di 
« aver con parole e denari tentato di sedurre alcuni soldati 
alla diserzione ». Era stato arrestato : fatta la perquisizione 
nella sua casa, vi si trovarono diciotto copie di un piccolo 
manifesto, con la data del settembre, incitante a rifiutare il 
pagamento delle imposte e scritti in cifra del Mazzini, quasi 
subito riconosciuti per abilità del Commissario Rossi (p. 87: 
anche questo è ora un elemento nuovo procuratoci dal Luzio) ; 
stretto dalle domande e dalle minaccie, aveva resistito fiera- 
mente; tentato dalle promesse e dalle lusinghe, era rimasto 
fermo ancora ; a Belfiore, in conspetto del drappello che doveva 
eseguire la sentenza di fucilazione, gli era stato detto un'altra 
volta : — parlate e sarete libero — ed egli senza esitare aveva 
risposto: — non ho altro da dire, faccia Ella ciò che vuole la 
legge : — e il piombo austriaco gli aveva spenta la voce, che 



(1) Pastro, Meni., p. 29. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 313 

affidava a Dio, in umiltà, lo spirito eroico. Veramente eroico, 
perchè il Orioli non era il povero prete, che si credette, 
senz'altro colpa che il sentimento di italianità, vittima di un 
atto caritatevole malignamente giudicato, ma era del tutto 
glorioso della colpa per cui l'Austria lo immolava, e nella 
congiura aveva avuto posto di capo-circolo. 

Era morto senza dir parola: — così si muore, dissero pian- 
gendo e venerando i compagni, e alimentarono una funesta 
illusione, motivo di soverchia confidenza. La sventura non era 
paga, invece, di un solo martire. 

Una satira della festa per la inaugurazione della ferrovia 
Verona-S. Antonio (la stazione di Mantova, allora, tenuta di 
qua dai forti), satira grossolana fuor del suo momento, ma 
tremenda nella vivacità delle sue medesime goffaggini e nella 
perfetta rispondenza con lo spirito pubblico, eccitò tanto la 
polizia da metterla in moto come fosse stato messo in peri- 
colo il Governo, e il 14 decembre del '51, il domani dell'adu- 
nanza in casa Tazzoli, ecco arrestato Attilio Mori. 

Fu una disperazione; ma non bastò ad ammonire. Il pe- 
ricolo non fu visto nella sua precisa figura; non vi si oppo- 
sero i ragionevoli ripari ; si fidò ancora nell'eroismo di ciascuno; 
si credette che la polizia avrebbe avuto assai malagevole il 
cammino per raggiungere i rei. Funesta illusione! Così — come 
scrisse tanto bene Paride Suzzava Verdi — « gli arresti comin- 
« ciaron radi, come i primi goccioloni di una pioggia estiva, 
« la quale poi si fa spessa e spessa insin che all'ultimo la si 
« rovescia a secchi. Per disgrazia coloro, che più dovevano 
« aspettarsela quella tal pioggia così dirotta, non rimisero, o ben 
« poco dell'usata fidanza, lasciando campo ai bracchi sguinza- 
« gliati dalla polizia di ormare il segreto e alla polizia me- 
« desima di scovarlo » (p. 53). 

La pioggia cominciò proprio col primo giorno del '52, e 
divenne presto gragnuola. Il capo d'anno 1852 dal Commis- 
sario Rossi, in moto per altra inquisizione, veniva segnalata 
una cartella mazziniana presso l'esattore Pesci di Castiglione: 
questi « in poche ore » si rese confesso di aver acquistata la 
cartella dal prete Bosio, il quale a sua volta, subito arre- 
stato, fu trovato in possesso di un cifrario, di un bollettino maz- 
ziniano e di qualche lettera sospetta. 



314 P. L. RAMBALDI 



IX. 



A questo punto cominciano veramente quelli che diciamo 
i processi di Mantova, e cominciò subito la barbarie a oltrag- 
giare ogni umano sentimento e ogni legale riserva per costrin- 
gere i carcerati a confessarsi rei e ad accusare i compagni. 
Parole sinistre, minacele, suggestioni perverse, digiuni o cibi 
repugnanti, ridussero in ventiquattro giorni il Bosio a passar 
sopra la propria coscienza e a metterla in rovina (2-26 gen- 
naio): era la prima vittima della troppo larga illusione di 
gagliardìa di carattere, e con quel crollo si smuoveva la spa- 
ventosa valanga. 

Il 27 gennaio ecco arrestato anche il Tazzoli, e in casa 
di lui trovarglisi « una quantità di lettere provenienti da 
Parigi e da Londra e molti scritti in segni convenzionali », 
tra i quali è da riconoscere il fatale registro. Non gli erano 
mancati avvisi e avrebbe potuto fuggire: aveva pur accompa- 
gnato pochi giorni innanzi l'Acerbi al confine modenese 
(l'Acerbi tornò tuttavia a Mantova per poco) ; ma egli aveva 
voluto rimanere, persuaso che la fuga potesse significare di- 
mostrazione della congiura e pericolo di molti, il proprio sa- 
crificio, invece, « guadagnare simpatia alla causa ». È la estrema 
delicatezza, la estrema sensibilità morale, che condusse lo Speri 
e il conte Montanari al martirio e alla gloria insieme. 

Il Bosio e il Tazzoli si trovarono subito a fronte come 
se il destino avesse voluto mostrare nei due primi arrestati 
il doloroso contrasto dell'eroismo e della viltà, donde venne 
alla storia dei processi sì tragico risalto di luci e di ombre. 
Molte cose il Bosio non sapeva, e la cifra del registro, come 
fu detto, era stata rimutata, e per ciò il pericolo non era 
grande ancora; ma «pur troppo non vi sono limiti alla de- 
bolezza », scrisse poi il Tazzoli accorato, e il Bosio denunciò 
persino i giovani che egli medesimo aveva con incredibile 
leggerezza (1) aggregati alla congiura, e dalla magnanima re- 



fi) Basti r esempio del Guerzoni; cfr. p. 57. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 315 

sistenza di don Enrico non fu mosso che ad irritazione, si 
direbbe, avida di vendetta. 

Intanto la fortuna sinistra, con una folata improvvisa di 
vento (rancore forse per un po' di misericordia, più appa- 
rente, io credo, che verace, dimostrata dal governatore Schulzig 
e dall'auditore Pionieri, allontanava costoro da Mantova, e vi 
conduceva il Culoz e il Kraus. Un felino ardore fu subito 
portato nella inquisizione. 

Inquisizione che ho già avuto occasione di dire quanto 
sia stata vergognosamente inferiore ad ogni umano rispetto, 
e che non si può ricordare senza fremiti ; di essa resta sempre 
il più vivo e lacrimevole documento nelle due lettere giusta- 
mente famose di Tito Speri a Tarquinia Massarani (1) anche 
dopo il libro del Luzio, che in gran parte si può anzi dire 
ne sia la sapiente e industre riprova. 

Il Kraus comprese che la grande verità si celava nei « molti 
scritti in segni convenzionali », e dalla viltà del Bosio deve 
aver subito saputo che in essi dovevano trovarsi le note dei 
conti della congiura. Per ciò, con la sua brutale violenza, diede 
l'assalto all'indomita fierezza del Tazzoli, e noi leggiamo nelle 
pezzuole insanguinate l'orrore e il pianto di quel furioso 
duello : « atroci minaccie se non parlo.... — Vescovo e Mu- 
nicipio reclamino contro la tortura anche al trono.... — la 
tortura mal raggiunge il vero.... — Si sofisticò su vecchi conti 
dei quali io non posso ricordare il valore.... — i miei cari mi 
conoscono incapace di azioni che disonorano « (pp. 64-65). 

Gli amici non seppero che pensare ad una insana ven- 
detta, l'attentato al Rossi ; il Kraus, esasperato, cercò ancora 
di smuovere il Tazzoli in un confronto col Bosio (2), con- 
fronto che ebbe solo l'effetto di crescere nello sciagurato la 
irritazione, e di mettere tra gli artigli dell'Austria un altro 
prete, il Bozzetti, per fortuna innocente delle accuse imputa- 



ci) Del 24 e 26 febbraio 1853, n. XII e XIII, pp. 481 e 490. 

(1) Che il confronto in cui il Bosio alle vivaci smentite del Tazzoli 
rispose : — dica che sono mi vile non mi cai miniatore — sia di questo mo- 
mento è dubbio. Scrisse il Tazzoli al Dobelli che il Bosio sdegnatissimo 
« per effetto di irritazione denunciò il Bozzetti » (p. 61). Ora il Bozzetti 
entrò nelle prigioni <li Mantova il 23 febbraio. 



31(5 P. L. RAMBALDI 

tegli. Riuscito vano anche codesto tentativo, in su la fine di 
febbraio le carte in cifra furono mandate ai crittografi del- 
l'ufficio centrale di Vienna ; e intanto minaccie ancora e torture 
per ridurre il Tazzoli, e un'affannata ricerca di ogni mezzo, 
dai più sottili ai più umilianti, dal mettergli in carcere un 
agente provocatore al tentativo di sedurre la serva di casa, 
pur di sorprendere, comunque, magari l'ombra di un indizio, 
tanto da cominciare la inquisizione per una qualche via non 
fallace. 

Inutile vergogna. Meglio fortunato, o più avveduto, il bar- 
gello Casati, ordinando al secondino Tirelli, un abbietto lu- 
singatore, di inspirar confidenza al Tazzoli. Il candido prete 
non sospettò lo spergiuro, e gli affidò un biglietto in cifra per 
il fratello Silvio. Non occorreva di più. 

Subito sorpreso, tratto in arresto anch'egli, Silvio, minac- 
ciato di morte, non si ebbe da lui, e dopo più di un mese 
(dal 9 marzo a circa il 17 aprile), che l'accenno per cui fu 
rinchiusa in carcere anche la confidente di don Enrico, la 
Camilla Marchi (18 aprile) ; e da costei, a sua volta, si ebbe 
la notizia che i biglietti del Tazzoli erano ricevuti dall'Acerbi 
e dal Castellazzo: già in salvo ormai l'Acerbi, fu arrestato 
senz'altro il Castellazzo (22 aprile), che, stranamente sicuro 
di se stesso o della sua fortuna, se non fors'anche trattenuto 
da altri pensieri, aveva con ostinazione respinto i consigli di 
fuga, ripetutigli da più parti e prima dal Poma (p. 77) (1). 
E per lui la valanga precipitò, sappiamo sino a quale rovina ! 

Ond'è che, tenuto conto e della insuperabile difficoltà, 
per la fermezza magnifica di don Enrico, incontrata in sul 
principio dal Kraus, e del seguito degli avvenimenti, non si 



(1) In una lettera del Poma all'Acerbi è detto che dopo l'arresto 
della Marchi < Bigio (cioè Luigi C.) ritornò alla propria casa e combinò 
vi dovesse rimanere ad onta eh 1 io fossi di contrario parere ». Il Luzio 
(p. 77 cit.) domanda: « Combinò con chi? Probabilmente col padre ». Non 
è credibile tuttavia. Il verbo « combinare » è altre volte usato nella let- 
tera medesima e con indeterminatezza di significato. Può stare benissimo 
per « decidere ». e mettendo in quel passo un < decise » risulta chiara la 
ostinazione, semplicemente, del C. A intendere così incoraggia anche il va- 
lore dialettale del verbo « combinare ». 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 317 

può non riconoscere in Silvio Tazzoli e in Camilla Marchi 
una ben grave responsabilità, pur ricordando che non è 
essa maggiore della semplice misura che le ho data, e ogni 
altra accusa è infondata calunnia. Di Silvio, don Enrico ebbe 
a dire esser egli uomo di cuore, esser « suo fratello », ma 
soggiungendo: « posso dire che è mio fratello minore; io solo 
ereditai la ferrea tempra paterna » (p. 333). Di Camilla Mar- 
chi è noto che, appena liberata, « affranta nel fisico e nel 
morale », obbedì alle persuasioni del Poma, e, chiamata a 
nuove esame, cercò di ritrattare le prime deposizioni « come 
dette fuori di mente », tanto che si credette, un momento, 
prossima la liberazione anche del Castellazzo. Senza dubbio 
e l'uno e l'altra, brava gente ma non stoffa di eroi, furono 
sorpresi dalla felina abilità del Kraus, e fu sventura che la 
loro imprudenza dovesse avere le tragiche conseguenze di 
una colpa. 

Lo sforzo dell'inquisizione, rimanendo il Tazzoli inespu- 
gnabile, fu rivolto allora al Castellazzo, e noi conosciamo 
ormai questa storia dolente. Durò essa sin circa alla metà di 
giugno, sino al principio dell'angoscia grande. Prima di allora 
pochissimi erano stati gli arresti e di poca importanza, com- 
presi anche i diciotto, quasi tutti di Castelgoffredo, la retata 
che a mezzo il marzo aveva data nuova fama di « destrezza 
ed energia » al Commissario Rossi, facilmente conquistata su 
la debolezza del Bosio e lo spavento di qualche altro carce- 
rato. Nella seconda metà di giugno fu fatta la preda grossa, 
e si intravide tutta la importanza e la estensione del peri- 
colo scongiurato, tanto che il Radetzky giudicò che in Mantova 
si concentrasse, con unità di indirizzo, la inquisizione di tutti 
i processi del Lombardo- Veneto. 

Ecco ora subito condurvi lo Speri, e, pochi giorni dopo, 
i Martiri veneziani, seguiti in breve lasso di tempo da alcuni 
dei loro compagni (il Pastro arrivò il 22 luglio), e ordinando 
egual sorte per il Pezzotti. La cospirazione fu subito ricono- 
sciuta nelle grandi linee con sufficente sicurezza: dopo che dal 
Bosio, con gli altri minori (non trascurabile tra costoro lo 
Zanucchi, capo-circolo), era venuta luce dal Castellazzo; e 
FOttonelli al primo interrogatorio non aveva esitato a dichia- 
rarne il fine : « il fine eh' io mi sappia era quello di ottenere 

Akch. Stok. It., Serie 6.a - XLIII. 21 



318 P. L. RAMBALDI 

« un governo più mite, più benefico, più libero, infine una 
« costituzione » (p. 109) ; il Faccioli, capo del Comitato vero- 
nese, si trovò in tale stato d'animo, come ebbi già ad accen- 
nare, da sperar prossima la liberazione il giorno medesimo in 
cui entrava nelle prigioni di Mantova! 

Decifrato il registro, adunate testimonianze, preparato 
l'artifizio di prove fondamentali, fu un'altra volta tentato il 
Tazzoli, e tra quelle strette, il 26 e il 27 giugno, ebbero luogo 
gli esami, che finirono, come è noto, nella confessione. Furono 
esse due grandi giornate del lacrimevole dramma, ma di esse 
troppo poco sappiamo. 

Sappiamo tuttavia che il Kraus, bene giudicando esser 
quello momento di battaglia campale, adoperò tutte le armi 
della sua diabolica sagacia. Cominciò il Casati a mettere lo 
sgomento in quella candida anima, per primo saluto del do- 
loroso mattino, beffardo canticchiando su certa sua arietta la 
terzina Per me si va...., e bestemmiandogli Pater noster qui 
es in coelo — le chiavi del registro. — Et fiat voìuntas tue. 
rispose don Enrico con un angoscioso sospiro, come avesse 
raccomandato a Dio, non lo spirito suo, ma quello dei suoi 
compagni, che l'annunzio infame gli faceva capire perduti con 
lui. Dunque cinque mesi di tortura e di lotta erano stati inu- 
tili ? dunque si sapeva tutto? dunque vi erano stati dei tra- 
ditori (cfr. p. 102)? E con l'anima in tempesta fu tratto in- 
nanzi all'Auditore, che « gli pronunciò la chiave del registro » 
il primo giorno, e il secondo glielo « presentò interpretato », 
gli insinuò « la certezza che undici complici avevano confessato 
e le loro disposizioni stavano a suo carico ». « Il negare ciò 
che era fatto evidente sarebbe stata stoltezza », disse il Taz- 
zoli a se medesimo, e confessò la parte da lui avuta nella 
congiura, fieramente riducendosi solo « ad indicare l'organiz- 
zazione della Società senza che ne venisse nocumento a per- 
sona », « addossandosi piuttosto colpe per alleviarne altri, non 
potendo negare la evidenza dei nomi trascritti nel registro, 
ma, poiché vi erano notati dei pseudonimi, essendo tanto ar- 
dito di rifiutarsi a spiegarli, se non gli si dava promessa, che 
fu mantenuta, che non si arresterebbero quelli i cui nomi non 
si era saputo interpretare ». 

Tutto ciò è detto con le parole medesime di don Enrico, 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 319 

tolte da due documenti ben noti: la dichiarazione Chiunque 
tu sia, angoscioso grido di protesta contro le infami calunnie, 
che più tardi tentarono macchiare il suo nome intemerato ; e 
la lettera, del 24 novembre, a Giovanni Acerbi. Mancano i 
costituti, e senza di essi, vale a dire senza i documenti 
veri e propri, non si può tare la storia del processo, rigi- 
damente obbiettiva. Per la verità noi non possiamo dimen- 
ticare che l'ingegnere Montanari scrisse essere stati suoi ac- 
cusatori, « il registro, Castellazzi, Faccioli, Nuvolari, Tazzoli », 
ma, a differenza degli altri, senza citar più che il nome del 
Tazzoli (p. 228 e 226). Intendeva il Montanari accennare alla 
conferma pura e semplice che il Tazzoli avrebbe fatto di ciò 
che risultava già evidente, per esempio dal registro e dalle 
confessioni degli altri? Così ritiene il Luzio e pare anche a 
me credibile; comunque resta sempre un tormentoso quesito : 
quanto, nei due giorni di ineffabile angoscia, seppe l'alta mente 
del Tazzoli dominare il sentimento troppo delicato e fiero per 
giocar d'astuzia col freddo e cinico spirito inquisitore del 
Kraus? Non disse anch'egli di aver perduta talvolta la testa, 
ma non il cuore? — Di fronte alla ' evidenza che non si 
nega ' non ebbe che un pensiero : immolarsi per salvare tutti 
gli altri. 

Fu un errore il credere che l'Austria si contentasse di 
una vittima sola per quanto grande, e un errore anche il cre- 
dere che il sacrificio valesse più del silenzio, ostinato sino al- 
l'irragionevole. Ma, come il Mazzini aveva riconosciuto nello 
Scarsellini, come abbiamo visto del conte Montanari, e sia pur 
detto di questi soltanto, il Tazzoli si sentiva chiamato al sa- 
crificio e non ebbe altro pensiero. Anche lo Speri giudicò 
subito che fu un generoso errore quello di dichiararsi « autore 
« e reo egli stesso, anzi egli unicamente di un progetto a cui 
« forzò con inganno e con arte le altrui volontà, ed invocare 
« sopra di sé solo il rigore delle leggi » (p. 484-5) (1). Intanto 



(1) Nella seconda Memoria sul contegno politico del Clero lombardo 
il Tazzoli cosi si volge al Culoz : « Io sento di dover qua rinnovare alla 
« E. V. la preghiera che feci quando m'indussi a confessare la mia reità. 
* che cioè sopra di me anziché sui miei confratelli, sieno essi preti o laici, 



3'20 P. L. RAMBALDI 

non dava egli modo ai giudici, clic avrebbero potuto separare, 
con facile malizia, gli elementi di fatto dall'eroica volontà di 
nuocere a se medesimo, di ricercare nelle sue parole la ri- 
prova di ciò che per altra via la inquisizione aveva assodato 
od era per assodare ? Non ripetè insomma il Tazzoli il gene- 
roso errore del Gonfalonieri ? Sino a qual segno ? E qualche 
indizio non ne potremmo forse scorgere in fondo alle calunnie 
medesime, che nella estate strisciarono intorno alla sua figura 
candida ? 

Non poterono, talune almeno, essere state anche accuse 
in buona fede da parte ÒV alcuno, che si sentì confermar la 
colpa con Y autorità del nome del Tazzoli ? Si ricordi che 
quasi sempre si accennava ai costituti d'altri imputati, ed era 
facile pertanto dare ad un accenno ampiezza ed aspetto di- 
verso dal vero, e si ricordi che, di fronte al bisogno di mo- 
strare un costituto, non si esitava a fabbricarlo falso, come, 
su la delazione del Castellazzo, si fece con lo Speri e col 
Poma nella inquisizione dell'attentato Rossi. Se non che, e 
codesti e altri problemi debbono per difetto di documenti ri- 
manere insoluti, e noi sentiamo che a questo punto si spezza 
il filo della storia dei processi. 

Disegnato il grande quadro della congiura; conosciuti il 
fine, i mezzi, l'opera, le connessioni del Comitato mantovano 
con gli altri della Lombardia e del Veneto; fissate le linee 
precipue con le confessioni di quasi tutti i maggiori e i mi- 
nori, non restava che di colorire, ossia precisare le responsa- 
bilità personali. Ond'è, che se anche i documenti ci fossero 
stati conservati, e il filo della storia dolente continuasse, noi 
avremmo a questo punto, d'altronde, più che altro il dato bio- 
grafico o l'aneddoto personale, ciò che in questo studio, già 
troppo ampio, non può trovar posto né pure di scorto, e anche 
nel libro del Luzio è offerto in modo disuguale e limitato a 
non molte figure, così essendo inevitabile per necessità delle 
fonti private cui solo si attinge. 



< venga lanciata la pena come la colpa è troppo più a me che ad essi im- 
« putabile ; mentre i più d'essi sapevano soltanto di fare offerta alla causa 
« liberale, senza suspicarne la via > (p. 188). 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 321 



X 



Il processo nel luglio si può dire ristretto a ricercare, 
o convincere di reità, i capi della cospirazione (l'elenco degli 
arrestati basta a mostrare la disposizione d'animo dei giudici) : 
nell'agosto avrebbe dovuto chiudersi, come tutti pensavano 
a cominciare dal Culoz, e pare anzi si fosse chiuso davvero (1), 
se la Gazzetta Universale del 5 settembre, in data 26 agosto, 
annunziava che le sentenze erano state pronunciate (osservo 
che non avevano avuto luogo, tuttavia, i consigli di guerra, tosse 
pur questa una formalità) e rassegnate al Eadetzky per la 
conferma e clausola di esecuzione (p. 131). Esso fu invece, in 
quei giorni medesimi, improvvisamente riaperto per impreve- 
dibili rivelazioni, e subito ebbe un carattere tragico, che prima, 
ad onta di qualche sinistra voce divulgata, non aveva avuto. 

È il momento delle delazioni del Faccioli e del Castel- 
lazzo, e poi del Gesconi e poi di altri dietro a costoro nel 
precipitar della valanga: la delazione sull'attentato Rossi, sul 
contrabbando delle armi, su gli studi dei piani delle fortezze, 
sulle intelligenze con gli Honweds. Anche questa volta l'elenco 
degli arrestati dal 14 settembre all' 11 novembre è caratteri- 
stico. Senza la viltà nefanda del Castellazzo e del Faccioli 
— nota giustamente il Lazio — « si sarebbero probabilmente 
« consegnate al carnefice due sole vittime, Tazzoli e Scarsel- 
« lini, ma con le nuove rivelazioni se ne immolarono nove », 
primi il Poma e lo Speri. 

Forse fra tutte le rivelazioni nessuna potè tanto sull'animo 
dei giudici, quanto quella del pericolo corso dal Commissario 
Rossi: parve come una minaccia da toglier pace a ciascuno 
dei servitori della tirannide. Potò tanto, spaventò tanto, da 
non far sentir la irriverenza di dar maggior peso all'abortito 
misfatto contro al Rossi che al disegno « regicida » dello 
Scarsellini; e dileguò anche l'ombra della clemenza, e si re- 
clamò a gran voce un esempio, e si diffusero dicerie di esa- 



li i Così anche era nella persuasione dei carcerati: cfr. Speri, p. 479. 



322 P. L. RAMBALDI 

gerato pericolo dello Stato (1), per preparare la opinione pub- 
blica alla meditata carneficina; e si lasciò ripetere, persino, 
che « una commissione conforme a quella d'Este pei malfattori 
(malfattori autentici, lo sappiamo e ci sentiamo ribollire lo sde- 
gno per l'odioso confronto) « sradicherebbe il liberalismo » (2). 

Folle illusione sanguinaria ! Ma intanto la tragedia si av- 
viava alla catastrofe. Nell'angoscia mortale di quest'ultimo 
tempo, sulle altre, avanzano le radiose figure dello Speri e del 
Poma, e una volta di più si affaccia alla nostra commossa 
fantasia la grande anima eroica del Tazzoli, che tutto doveva 
patire lo strazio prima di passare al di là del mistero: l'or- 
rore della calunnia e l'estremo supplizio peggiore della morte, 
la sconsacrazione. 

Della calunnia « ebbe sentore » nella seconda metà d'ot- 
tobre (3) ; e valse a fargli cercare il martirio con una misu- 
rata fermezza da parer follia, se non si conoscesse la fiera 
sensibilità di quel magnanimo. Egli che, dal Governatore sol- 
lecitato di rispondere ai due quesiti posti dal Radetzky per 
scrutare le ragioni intime dell'attività politica del Clero lom- 
bardo, e del liberalismo e dell'avversione di esso per il Go- 
verno austriaco, aveva già presentata una Memoria sul primo, 
e ben coraggiosa, appena seppe la offesa atroce — vada todos, 
esclamò, come nei momenti di supremo abbandono alla neces- 
sità del destino, e preparò la seconda Memoria, « scritto ar- 
« dimentoso mandato al Generale [Culoz] per irritarlo, onde 
« la gravezza della pena che gli si infliggerebbe togliesse il 
« sospetto che egli con viltà avesse implorato venia » — e il 
tutto andò. 

Tanto sentiva il ribrezzo della viltà, che pur l'ombra del 
sospetto gii pareva insostenibile oltraggio e macchia da la val- 
solo col sacrificio della vita (p. 346 e 341). Questo è « saper 



(1) Cfr. la lettera di G. Sacchi, I Ed., voi. II, p. 270. 

(2) Ibid. 

(3) Nella dichiarazione Chiunque tu sia il Tazzoli disse di aver sa- 
puto della calunnia quando già aveva presentata la prima Memoria. Nei 
ricordi di Teresa Arrivacene, la Gege, è detto che le due Memorie sono 
una « dell'ottobre », l'altra del 9 novembre (p. 361). La cronologia è 
dunque sicura. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 323 

morire»! Ma la sua nobile figura rifulge ormai in alto, nel 
più puro azzurro, lontano da ogni confronto e anche da ogni 
ricordo penoso. Alla morte andò incontro sereno, ma l'animo 
suo non resse all' « ingiuria » della sconsacrazione e della de- 
gradazione, cui lo aveva abbandonato, lui e gli altri preti 
condannati per alto tradimento, con rivoltante cinismo e in- 
qualificabile inerzia, il « venerato oracolo del S. Padre » senza 
riguardo delle canoniche opposizioni, e dell'autorità di pre- 
cedenti esempì, ultimo quello del Grioli, e del pericolo mede- 
simo di scuotere spiriti di ribellione contro la Chiesa (1). 

Se l'angelica dolcezza del canonico Martini, la vigilia di 
quel triste giorno 24 novembre, non lo avesse piegato; se la 
afflizione del suo Vescovo Corti non fosse stata sì grande da 
far compassione a lui medesimo, del pio Vescovo che tutti, 
anche i grandi mezzi, aveva adoperato per salvare i suoi sa- 
cerdoti; se non lo avesse anche sorretto la fierezza di se e 
la coscienza della indegnità dell'umiliazione inflittagli, il Taz- 
zoli non si sarebbe tenuto dal dire, come aveva divisato, « le 
famose parole di Galileo: eppure la terra va », per auspicare 
con un ricordo, terribile in quell'ora, il fatale trionfo della 
libertà. E se egli si contenne e seppe misurare anche la pro- 
testa da mandare al Vescovo, una volta ancora non per sé 
parlando ma per gli altri preti, e se offrendo all'ultima vo- 
lontà della Giustizia, non gli turbinò meno furiosa la tem- 
pesta nel profondo dell'animo, furiosa tanto che la sua Gege, 
a sentirne l'eco fremente, trepidò per la fede religiosa di lui 
(cfr. p. 343) ; e, anche domato il primo impeto del santo 
sdegno, egli sentì così ingiusta la offesa, da metter la propria 
altera coscienza in faccia alla Chiesa: « La ritengo io pure » 
— scriveva il 5 decembre ! — « la possibilità di una ricon- 



(1) Disse benissimo il Tazzoli : « Oh non sanno essi quale scossa hanno 
« dato con ciò a certe anime non bene ferme nella religione, a certe anime 
« che confondono quello che v'ha in essa di divino con ciò che v'importa 
« la misera anima umana. Esse non si limitano a disapprovare un errore, 
« a biasimare un'ingiustizia; procedono a odiarne il ministro, e terminano 
« coli' insultare al ministero. Esse hanno torto e Dio loro perdoni: ma 
« hanno torto anche coloro che non riguardarono alla costoro debolezza : e 
« Dio perdoni ad essi pure * (p. 344). 



324 P. L. RAMBALDI 

« dilazione colla Chiesa che non offesi, e fin d'ora ti dico che 
« se mi si renda alla libertà io desidererò d'essere ripristi- 
« nato nei toltimi uffici sacerdotali ; però io non farò mai un 
« passo a tal fine » (p. 344). 

Ma alla libertà non poteva più credere di esser reso. Già 
il 13 novembre aveva avuto luogo il primo Consiglio di guerra, 
il tribunale, che la folle cecità del partito militare, avido di 
vendetta, abusando dello spirito di disciplina, aveva ridotto 
— come Tito Speri ne dà lugubre testimonianza (p. 496) — 
« una ridicola formalità, un sanguinoso insulto alla sventura. 
« un delitto inespiabile umanamente parlando per tutti coloro 
« che in qualità di graduati vi facevano parte », e furono se- 
gnate sentenze di morte. « Rassegnata la sentenza » al Rade- 
tzky, questi «trovò di confermarla pienamente in via di diritto» 
e ordinò la esecuzione di cinque su dieci condannati ; pubbli- 
cata il 4, il 7 decembre fu eseguita e sull'ara di Belfiore fu- 
rono immolate due vittime del Comitato mantovano, Tazzoli 
e Poma, e i tre capi del Comitato veneziano, Scalpellini, Zam- 
belli, De Canal. 

In quel giorno medesimo il Governo doveva segnalare ' la 
simpatia palesantesi per la eausa dei fanatici ' anche da parte 
del popolo minuto, che ancora pochi mesi avanti aveva assi- 
stito agli arresti e all'angoscia dei patrioti senza « alcun in- 
teresse pe' cospiratori »; e un capitano tedesco accoglieva il 
Kraus con coraggiosa violenza apostrofandolo: — « voi siete 
« bene i carnefici dell' impero, impiccando cinque nemici ne 
« fate sorgere cinquanta ». Il Governo austriaco si isolava da sé. 

Ha già notato il Lazio che nelle sentenze dei processi 
del 52 è evidente la completa assenza d'ogni criterio di giu- 
stizia : solo vi si agita un impaziente spirito di ferocia, che 
non cura, o non sa, o non vuole metter grado alle colpe e 
commisurarvi le condanne, e solo cerca, seguendo « l'estem- 
poraneo capriccio dei giudici », di sparger terrore. , 

Così fu anche in seguito. Il secondo Consiglio di guerra 
ebbe luogo il 14 febbraio : ventisette giudicati, ventitre con- 
dannati a morte, Finzi e Pastro a diciottenni, solo perchè 
era il Codice a non permettere di consacrarli alla forca, Do- 
natelli a otto, Semenza a cinque ; e la sentenza, ancora « con- 
fermata pienamente in via di diritto », fu pubblicata il 28 feb- 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 325 

braio ed eseguita il 3 marzo, le altre condanne di morte es- 
sendo variamente commutate, nelle persone di Tito Speri, del 
conte Montanari e del povero arciprete Grazioli, il quale, sap- 
piamo, iniquamente pagava con la vita la grazia strappata dal 
generale Wratislaw per il Lazzati. Era la vendetta del 6 feb- 
braio, eccitata ancor più dall'attentato del Libeny contro l'Im- 
peratore. 

Poi, quando la mal repressa indignazione dei popoli, che 
già cominciava a trovar eco nella commozione dell' Europa 
civile, inspirò più miti consigli, si sottoscrisse il 16 marzo la 
sentenza che condannava a morte il Frattini ; il 19, nella festa 
dell' Imperatore, dando ad intendere che il decreto di amnistia 
fosse sciaguratamente arrivato in ritardo, lo si impiccò, tanto 
che non mancasse ancora un monito di sangue, e due ore 
dopo fu diffuso il proclama, in cui S. E. il Feld maresciallo 
conte Radetzky non capiva quanto fosse imprudente confes- 
sare che la sovrana clemenza sopprimeva « questo processò 
« d'alto tradimento.... considerato che una ulteriore prosecu- 
« zione.... minaccia di precipitare in gravi disgrazie ancora 
« molte famiglie a motivo del gran numero di coloro che fu- 
« rono sedotti dalla delittuosa attività dei più compromessi ». 

Tutta la popolazione commossa, fremente, anelante la li- 
berazione, disperatamente convinta che nessun patto ormai 
fosse possibile col barbaro tiranno, aveva l'Austria contro di 

ed essa lo sentiva e cominciava ad aver paura di andare 
in fondo di quell'opera di repressione, che ancora pochi giorni 
prima il Radetzky invocava con rabbia belluina in una let- 
tera alla figlia: tanto, valeva meglio confessare in un impeto 
di sincerità, e restituire al Governo il sentimento dell'umano 
decoro e del rispetto civile. 

Il 4 luglio 1855 impiccavano a S. Giorgio P. F. Calvi e 
parve egli « quasi raccogliere in se con più ferma e serena 
luce lo splendore di tutti gli eroismi ». ond'ò sacro il nome 
di Belfiore. 

XI. 

Nessuno disse meglio di Mons. Martini, che li assistè tutti 
nell'ora suprema, con quanta eroica fermezza ciascuno di quei 
forti abbia reso l'anima a Dio. Guido Mazzoni, preparando, 



326 P. L. RAMBALLI 

con ottimo consiglio, per l'educazione della gioventù e del po- 
polo, una scelta delle pagine dell'aureo e candido Conforta- 
torio, vi ricorda innanzi, pensando all'Austria condannatrice 
dei Martiri di Belfiore, le parole che nell'Apologia di Socrate 
Platone fa dire al Maestro condannato a morte: « Affermo, o 
« cittadini, i quali avete ucciso me, che subito dopo la mia 
« morte vi verrà sopra una vendetta assai più aspra, affò di 
« Giove, che non è quella che vi avete presa di me, ucciden- 
« domi; poiché ora avete fatto questo, reputando di liberarvi 
« dal render ragione della vita vostra ed invece vi riuscirà 
« molto al contrario, secondo affermo io. Diverranno molti i 
« sindacatori, i quali io rattenevo ora, e voi non ve ne accor- 
« gevate; e saranno di tanto più aspri di quanto sono più gio- 
« vani e voi vi avrete maggiore rincrescimento. Poiché se 
« credete, coll'uccidere gli uomini, di trattenere alcuno dal 
« biasimarvi, che non vivete rettamente, non pensate retta- 
« mente ». 

In siffatte parole, suggello, nella maestà di un solenne 
pensiero antico, della morale di questa pagina della nostra 
storia nazionale, che, dopo quella dei processi dell' Unità ita- 
liana e dell'abbiezione borbonica (chi non ha vive in cuore 
le Ricordanze di Luigi Settembrini?), è certo la più ango- 
sciata, noi sentiamo un'altra volta come ciò, che di essa sopra 
tutto ci prende l'anima, è il problema psicologico. Inquisitori 
e inquisiti stanno a fronte ; una vecchia devozione e una idea 
nuova si combattono in duello disperato : chi ha il diritto di 
vincere? chi pensava, chi viveva rettamente? 

In una larga azione di popolo, si sa, è umano che non 
possa esser luce senz'ombra ; ma per un'ombra che ne attri- 
sti, dieci luci sfolgorano purissime ; e come brilla dietro alle 
figure, dagli avvenimenti e dalla propria virtù portate avanti 
nel primo piano del gran quadro glorioso, come brilla sulla 
folla la luce di tutti i cuori, virtù di tutta quanta la Nazione 
educata ormai nel sentimento italiano, e preparata ad ogni 
cimento ! Con i processi di Mantova l'Austria, stoltamente osti- 
nata nella sua cecità feroce, volle metter su un gran conto di 
dare e avere, provocando una superiore giustizia umana e se 
non vi si ha fede, non si regge al peso del vivere) più forte 
della forza. 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 327 

Che cosa era il governo austriaco? — « Non basta al- 
« l'Austria il trascinare il corpo al patibolo? » — domandava 
P. F. Calvi nella Protesta, che oppose sdegnoso alla mala bur- 
banza dei suoi giudici (quella autentica, ora ritrovata dal La- 
zio, e tanto più grande dell'altra, retoricamente accomodata e 
famosa). E continuava : « — Vorrebbe insozzare, avvilire, de- 
« nigrare prima le sue vittime ? Io so esser nemico, ma ne- 
« mico leale ed una tale condotta non so assolutamente com- 
« prendere: uccidete, ma rispettate chi fu sempre rispettato » 
pp. 273-4). E il Calvi si trovò di fronte ai magistrati della 
Corte speciale, non al repugnante conspetto del Casati e del 
Kraus! 

Già nel '51 il Governo austriaco aveva meritato che per 
il passaggio dell' Imperatore si preparasse sotto i portici di 
Mantova un principio di decorazione di carte da giuoco col 
Re di bastoni ; ma poi precipitò di vergogna in vergogna e, 
anche alla satira venne meno l'estro in tanto affanno. 

Un Governo, che si sostiene con un rabbioso e immondo 
spionaggio, aiuto di ogni momento, anzi metodo di dominazione; 
che riconosce e legittima e corona i mezzi abbietti del Casati e 
del Kraus, del Casati così malvagio da dire al Salis, nel rinchiu- 
derlo in cella, « Ecco, signor Conte il suo letto da sposo », e così 
vile da ammanettare prima e poi sputare in viso allo Stoppani 
perchè irremo vibile nel diniego, del Kraus così barbaro (senza 
ripetere gli inganni, i falsi, le violenze, lo studio raffinato di 
tortura fisica e morale), da far fucilare a Parma, legato sulla 
barella non potendo egli reggersi sur una gamba in cancrena, 
un disgraziato dai medici considerato moribondo, e così felina- 
mente cinico da non temere di far documento dell'opera sua 
più obbrobriosa ; che per difendersi non sa altro modo al- 
l' infuori della sevizie e sostituisce alla legge l'arbitrio : tutto 
un processo, e gravissimo come questo del '52, facendo in con- 
tinua contradizione alla lettera ed allo spirito del Codice, o 
maliziosamente defraudando la lettera del Codice quando, pur 
nel dispregio della legge, l'amore delle apparenze consiglia 
di cercare almeno le tinte scialbe della legalità ; che non ha 
ritegno di chiudere nel carcere delle baldracche una vene- 
randa gentildonna, e tanto pervertisce le coscienze dei suoi 
fidi da poterci dare ad un tempo lo spettacolo miserando di 



328 P. L. RAMBALDI 

un padre, il quale per devozione e per paura trascina il figliuol 
suo all'abbiezione, e di un altro padre che nell'eroismo del 
figlio (F eroismo di P. F. Calvi !) non vede che disonore, e 
non lo vuol più vedere il figlio suo glorioso, e lo lascia salire 
il patibolo senza più una parola d'affetto e rifiuta come pesti- 
fera lue i suoi indumenti (sacre reliquie per tutt' altro cuore pa- 
terno!, che dal Comando di Mantova gli erano stati mandati, 
solo perchè si sentiva mugghiar la tempesta ogni dì più, e 
l'asta avrebbe potuto « dar occasione a qualche dimostrazione 
antipolitica») (p. 282 e 281); che sapendo di aver prigioni 
oscure « dove si muore », e calcolandovi per smorzare col lan- 
guore del corpo la gagliardia dell'animo, non consente poi ai 
medici di prestare agli ammalati le cure necessarie; che nega 
pietà ai moribondi (è orribile il caso di Giuseppe Maggi) ; 
che non toglie le catene ai condannati, sia pure ai piedi della 
forca, e muove guerra ai cadaveri, e non sente l'orrore (ahimè, 
questa infamia non è ancora perduta!), non sente l'orrore di 
mandar a una madre il conto del boia che le ha strozzato il 
figlio ; un governo simile perde ogni diritto, anche quello bru- 
tale della forza. 

Se il Gladstone aveva il diritto di definire il governo bor- 
bonico « la negazione di Dio eretta a sistema di governo », il 
Palmerston aveva non meno il diritto di chiamare gli Austriaci 
« veramente i maggiori bruti che mai si siano arrogati il nome 
« immeritato di uomini civili ». 

Xè è a dire che una cieca devozione tradisca, con la fa- 
cile esagerazione delle piccole anime da servi, l'alta volontà 
di chi ha meglio il diritto di rappresentare un governo. Dal 
birro, che il 3 marzo del '53 entrava in un caffè di Verona e 
sghignazzando agitava un ramoscello di cipresso bestemmiando 
' ecco il tricolore che il Conte Montanari lega ai suoi con- 
cittadini ' (oh, non trovò chi gli ricacciasse le empie parole 
nella bocca sozza?), all' Imperatore che trovò all'interposizione 
del Vescovo Corti solo una risposta « secca e negativa » (ag- 
gettivi officiosi della Gazzetta Universale), era tutto uno spi- 
rito e un pensiero, non si dubiti. 

Gli avvenimenti del novembre 1852 sono caratteristici. Il 
Kraus indusse il Consiglio di Guerra a dar sentenza di morte. 
assicurando che non sarebbe mancata di poi la grazia ; e il 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 829 

Luzio ha ragione di ritenere il Kraus questa volta sincere, e 
ei persuade (p. 205 segg.) che il primo lutto di Belfiore è do- 
vuto al eonte Grilline, primo aiutante e capo della Cancelleria 
militare, e all' Arciduchessa madre, implacati odiatori di ogni 
idea liberale e in quel momento onnipossenti siili' Imperatore, 
il quale (a detta del Bismarck, osservatore non poco penetrante), 
come « uomo di assai corta veduta », per difetto di educa- 
zione e povertà di cultura, si trovava « alla mercè dell'altrui 
giudizio » (p. 215). 

Ma se da Vienna venne l'ordine della severità crudele, 
non apparisce meno odioso il contegno del Eadetzky, che, 
per lo meno, accettò e fece eseguire, impassibile, disposi- 
zioni — lo si può dire, ricordando certi spunti del suo car- 
teggio domestico — a lui certo non repugnanti o sgradite; per 
cui non ci meraviglia più che recitasse, in conspetto del Ve- 
scovo Corti e del canonico Martini, con glaciale cortesia, la 
parte di Ponzio Pilato, non volesse nò pur ricevere le dame 
mantovane recatesi a Verona a implorar clemenza, e, al veder 
la madre del Poma e le parenti del Tazzoli gettategli ai 
piedi, all'uscita della Chiesa di S. Anastasia, solo sentisse, nel- 
l'egoistico tumulto del suo bigottismo senile, la superstiziosa 
paura, che lo fece gridare Jesus Maria, Jcsìis Maria, come 
fuori di se, e più tardi, alla deputazione dei Bresciani sup- 
plicante per la vita di Tito Speri, non tremasse di ricordare 
il vicino giudizio di Dio per dare ad intendere che « fin dove 
« la clemenza poteva giungere era arrivata », tuttavia ricono- 
scendo, senza avvedersene, che al supremo giudizio egli si 
sarebbe presentato « colle mani macchiate di sangue ». Ne 
di lui è migliore, a mio parere, il Benedek, solo più avveduto 
nella forma, ond'io non so come il Luzio, fermo sulle memorie 
del 'S6, creda di poterlo nobilitare in questo momento di do- 
lore (p. 251-2), che mette in sussulto il nostro cuore di Italiani. 



XII. 



Per l'Austria era irreparabilmente finita. Carlotta Bono- 
ris, la soave giovinetta che, protetta solo dalla nebbia del mat- 
tino dell' 8 decembre 1852, ha l' ingenuo ardimento di portare 
su gli spalti di Belfiore una corona e un nastro con trapunte 



330 P. L. RAMBALDI 

le parole: «sia pace alle anime patriottiche di Tazzoli e dei 
suoi eroici compagni », in quell'ora mesta e gentile racchiude 
nella sua l'anima di tutta Y Italia dolente e sperante. 

Il grido di dolore aveva ringagliardito le speranze e pre- 
parava la unione dei cuori. Non è senza significato che tutti 
i Martiri, entrati in carcere con i più ardenti spiriti mazzi- 
niani, riconoscessero poi l'inutile errore delle congiure e rac- 
comandassero di « non sprecare le forze » da « serbare a 
tempi migliori » (1), di non cospirare, « mezzo chimerico per 
« fabbricare la liberazione di un popolo e molte volte mezzo 
« anche immorale », e incitassero invece alla « franca op- 
« posizione al tristissimo governo, opposizione dignitosa che 
« farà impallidire seriamente questi monturati sicari del trono, 
« che darà coraggio al popolo sempre pronto a secondare le 
« misure dignitose, morali e degne di lui, della sua ispira- 
« zione e delle sue sventure ». 

Tito Speri, scrivendo queste, che furono tra le sue ultime 
parole (p. 491), domandava, forse pensando alle Mie prigioni 
e all'opuscolo di Cesare Correnti, che si scrivesse la storia, 
semplice ed onesta, dell'Austria degli ultimi anni: « il quadro 
« sarà abbastanza ributtante per muovere il ribrezzo univer- 
« sale e provocare un atto di provvidenza a favore di questo 
« popolo infelice ». 

Né è senza importanza il ricordo della commozione susci- 
tata, nei generosi sottratti alla forca, dalla prima notizia della 
nuova politica del Piemonte, la gloria di Cavour che avviava 
F Italia alla redenzione : « Quando leggemmo la protesta di 
« Cavour contro i sequestri dei beni degli esuli lombardi or- 
« dinati dall'Austria, brindammo a Cavour, al Piemonte e alla 
« rivincita delle armi italiane, e da allora fummo devoti alla 
« Monarchia di Savoia, che riprendeva coraggiosamente la di- 
« fesa d' Italia » (p. 510). Così attesta il Cavalletto (2), e il 
Pastro racconta la gioia, più tardi, e l'orgoglio dei condan- 
nati a Theresienstadt, quando penetrò la novella che il Pie- 



ci) Tazzoli, p. 15 n. e p. 352. 

(2) Così il Poma disse nel Confortatorio parergli che la Provvidenza 
avesse « resuscitato in Re Vittorio Emanuele il nostro Ciro ». (Mons. Martini. 
Confort., voi. I, p. 365). 



LUCI ED OMBRE NEI PROCESSI DI MANTOVA 331 

monte aveva preso parte alla spedizione di Crimea, e che «la 
« piccola armata e per disciplina e per tolleranza e per auda- 
« eia veniva encomiata, e sotto vari aspetti proposta quasi a 
« modello » (Mem., p. 217 '). — Quando, quando la virtù ri- 
fiorente delle armi nostre, delle armi « regie » si sarebbe mo- 
strata anche sotto il bel cielo d'Italia, tra lo zaffiro del Garda 
e la linea fulva del Pc^ non per vendicare la lunga angoscia, 
ma per sostenere il sacro diritto ? 

Da queste voci di provati mazziniani ancora in austriaci 
ceppi sentiamo come si venisse preparando la Società nazio- 
nale : come nei cuori si venissero associando con segno di 
vittoria le fatidiche parole : Italia e Vittorio Emanuele. Altre 
lagrime ancora si dovevano piangere ed altri errori scontare, 
ma 1" Italia era fatta. 

Ed ora è grande e prosperosa e forte, se pur ancora non 
può senza sospiri ripensare al di là dei suoi monti e del suo 
mare. Iddio la guardi; la guardi piuttosto dalle irriflessive 
intemperanze dei suoi figli, che da esterno pericolo che ne 
sovrasti. Contro ai pericoli, se ve ne fossero, prepariamoci noi 
sopra tutto con una sana e gagliarda educazione civile, che 
ci inspiri la saviezza delle opere feconde nel misurato silen- 
zio e la serena disposizione al sacrificio, comunque e in qua- 
lunque ora sia per esserci richiesto. 

La storia siala prima consigliera; e deve esserlo, essa, che 
con voce tranquilla e persuasiva, parla e ci rammemora quanto 
sangue e quante lacrime costi questa nostra libertà e indipen- 
denza, perchè la sappiamo mantenere con fierezza e dignità, 
fonte perenne di progresso e di elevazione; ma vuol dirci sopra 
tutto che tra le sue pagine non è ormai lecito, né pure per male 
intesa carità di patria, ricercare la sementa iniqua dell'odio. 

Il Lazio, mettendo fine al libro che gli fa tanto onore, 
ripete come suggello e ammonimento della gloriosa storia dei 
Martiri di Belfiore il motto magnanimo della nostra rivolu- 
zione : Passate le Alpi e torneremo fratelli. 

Fratelli noi siamo; si rispetti il diritto di tutti, che è sa- 
cro; potremo anche amarci. La civiltà ha ancora innanzi a se 
ben lungo cammino, e solo può darle forza amore. 

Venezia. 11 giugno 1908. P. L. Rambaldi. 



Atti diplomatiti riguardanti le relazioni tra Venezia e Firenze 

al principio del secolo XIV 



Nell'Archivio di Stato di Firenze, fra gli innumere- 
voli atti, registri e documenti, che concernono l'età re- 
pubblicana, una parte precipua tengono i carteggi della 
Signoria colle terre del dominio, coi Signori e colle città 
amiche. La serie s'inizia col registro cartaceo, regalato 
air Archivio dal marchese Gino Capponi, che contiene le 
lettere degli anni 1308-1310, non ancora sufficientemente 
conosciute, ancorché non sia stato dagli eruditi dimen- 
ticato. Trovandomi, quasi senza volerlo, condotto a met- 
ter Focchio su questo Registro, non trascurai l'occasione 
di raffrontarlo con quegli scarsi documenti che dello stesso 
genere offre un'altra repubblica, non meno famosa della 
fiorentina, cioè quella di Venezia, non senza il desiderio 
di ritrovare qualche traccia delle relazioni che le due il- 
lustri città ebbero fra loro nelP indicato periodo di tempo. 

Presso a poco al medesimo tempo si riferisce il primo 
volume del carteggio della Signoria di Venezia, comu- 
nemente conosciuto sotto il nome di Lettere dì Collegio 
1308-1310, che si conserva nell' Archivio di Stato di 
quest'ultima città. Nel registro veneziano c'è qualche 
documento intorno alle relazioni della repubblica di San 
Marco con Firenze, mentre nel volume fiorentino, or ora 
citato, nulla trovai che avesse attinenza alle relazioni di 
Firenze con Venezia. 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 333 

Il volume veneziano è in pergamena, legato moder- 
namente con coperture lignee. I fogli sono 96 e misu- 
rano ce. 39 X w 29. La numerazione antica abbraccia i 
ff. 1-86, mentre i ff. 87-96 hanno numerazione moderna. 
I fogli di risguardo iniziale e finale hanno parecchie an- 
notazioni di varie mani del sec. XIV. Tra l'altre noto 
questa: « Petrus Gradonico 1308. Liber decimus nonus 
« litterarum ». Sulla faccia esterna del foglio finale di 
risguardo pure si legge: « Liber nonus decimus literarum ». 
Ripetesi in carattere minuto: « Liber nonus decimus lit- 
« terarum »; e ancora, in direzione inversa: « litterarum 
« liber decimus nonus ». Di qui si deduce che altri 18 
registri doveano esistere, coi quali probabilmente si ri- 
saliva fin verso il 1260 incirca. La perdita di questi an- 
tichi documenti è da lamentarsi come una grave iattura. 
Al prof. Giovanni Monticolo, maestro nella storia vene- 
ziana, non erano sfuggite tali notizie offerte dalle citate 
annotazioni ed egli ne fece infatti menzione (1). 

Al margine superiore della faccia recto del primo 
foglio si legge : « Millesimo trecentesimo octavo, die ve- 
« neris mensis septembris, vu e ind. ». Così segue im- 
mediatamente, d'altra mano: « Petrus Gradonico etc. 
« nobili et sapienti viro Guidoni de Cavalis de suo man- 
« dato duche Crete et nobilibus viris consiliariis suis ». 
Tale documento porta la data : « Dat. xvj septembris, vu 
« indie. ». 

Le lettere in questo registro si seguono secondo l'or- 
dine cronologico delle loro date, ancorché questf ordine 
non sempre sia osservato con assoluto rigore. Così, p. e., 



(1) I Capitolari 'ielle Arti Veneziane, Roma, 1896 (Istituto storico 
italiano, Fonti, n. 26, p. xlviii). Avverte che il volume, che noi ab- 
biamo ora alla mano, contiene atti dal 16 sett. 1308 al 1310, mentre gli 
altri registri sono perduti fino al 1330. Da questa ultima avvertenza forse 
saremmo indotti a supporre che coli' a. 1330 la serie si riprendesse, ma 
questo non è il pensiero del Monticolo: quell'anno sta lì soltanto, perchè 
si coordina allo scopo del Monticolo nel suo citato volume. 

Arch. Stor. It., .">." Serio. — XLIII. -l'I 



334 CARLO CIPOLLA 

al f. 2 r troviamo al primo posto una lettera del 22 seti 
(1308), ind. vu, che precede altra del 20 settembre. Più 
innanzi, f. 3r, ne incontriamo una del 22 di detto mese, 
e più avanti ancora (f. 3 r, 4 r) un'altra del giorno 2 1 . 
Quindi (f. 4r) una del 19 ed una del 20; e più tardi 
ancora (f. 4 v) e' imbattiamo in alcune lettere del 22. Ven- 
gono poi altri atti del 5 die, 6 ind. (f. 5 r), per ripren- 
dere l'ordine cronologico al f. 6r e v con lettera del 23 
settembre. L'ultimo posto (f. 96 r) è tenuto da una let- 
tera del 16 luglio (1310), ind. viij. 

Le lettere sono scritte da parecchie mani, giacche 
della trascrizione occuparonsi vari notai, che si succe- 
dettero secondo i tempi e gli affari, così che talvolta 
qualcuno riprese la penna dopo di averla ad altri ceduta. 
Non è facile tuttavia distinguere mano da mano. Né è 
da meravigliarsene, giacché chiunque abbia pratica di 
vecchi documenti sa che la distinzione delle diverse mani 
è tutt'altro che facile impresa. Le incertezze sono giusti- 
ficate dal fatto che in sostanza, in registri di tal natura, 
si ha sempre da fare collegllale tipo di carattere can- 
celleresco, comune a tutti i notai di una tale età, e le 
differenze che a tutta prima crediamo di trovare fra le 
varie pagine dipendono da circostanze casuali, dalla va- 
rietà dell'inchiostro, dal lasso di tempo che un notaio 
lasciò trascorrere fra l'ima e l'altra pagina, ecc. 

Uno dei notai ai quali si deve la compilazione del 
nostro Registro ci si fa conoscere da una lettera patente 
(f. 35 r) del doge Pietro Gradenigo, che si riferisce al 
conte Ugo di Braganza, e che comincia : « per presenti s 
« instrumenti paginam universis volumus fore notimi ». 

Ho parlato finora di lettere, come se nessun' altra 
specie di carte si contenesse in questo volume. Ma ora, 
volendo entrare in maggiori particolari, debbo avvertire 
che a rigore non si tratta proprio sempre di lettere. La 
diversità dell'atto trae seco anche qualche differenza di- 
plomatica. Così, p. e., mentre nelle lettere la data sta 



RELAZIONI TEA VENEZIA. E FIRENZE NEL SEC. XIV 335 

alla fine, in qualche raro caso la si trova nel principio. 
La data è all'inizio, p. e., ai ff. 51 r, 52 r, ò2v; mentre 
nei primi casi si tratta di atti compinti da persone in- 
caricate di qualche affare, e nell'ultimo caso abbiamo una 
testificati®. 

Di massima nelle date i numeri sono espressi o con 
lettere o con cifre arabiche. Così al f. 25 r leggiamo: 
« Dat. 15 novembr. V indie. ». E ancora: « 19 novembr. 
7 indie. ». Al f. 15 r abbiamo invece : « Dat. die xx. a 
novembr. septime indie. », e al f. 16 r: « Dat. die xxj 
novembr. vu a indie. ». Talvolta la data manca affatto ; cf. 
f. 16/-. 

L'indizione clevesi ritenere esposta in genitivo an- 
che dove ciò non risulta in modo espresso, poiché sono 
numerose e chiare le prove di quest'uso cancelleresco. 
Ne ho dato ora qualche esempio, ed altri esempi potrei 
addurre ben facilmente. Uno mi viene offerto dalla lettera 
(f. 87 r) a Ugnino da Sesso podestà, ad Alboino della 
Scala e Cangrande capitani, ecc., con questa data: « Dat. 
« die ilj.° iunij, viu indicionis » (1310). 

Molto spesso la nota cronologica è preceduta dalla 
parola abbreviata : « Dat. », che vuoisi interpretare per 
« Data », giacché essa leggesi scritta per disteso in f. 4#, 
5r. IO,-, 23 r, 25 r, 26 r, 27 r, 28/', 32 r, 33 r, 38 r, 38 r, 
56r, 86 r, 89 r, 94 r, 95 r. Talvolta, ma il caso non è 
molto frequente, le note cronologiche si trovano isolate 
e non sono precedute ne da Dat. ne da Data. 

Anche nel Registro fiorentino, di cui ho parlato pre- 
cedentemente, l'indizione è in genitivo, e non in ablativo. 

Svolgendo le pagine di questo antichissimo Registro 
delle Lei la -e di Collegio si rimane sorpresi dalla molti- 
plicata delle relazioni della repubblica di S. Marco. Mol- 
tissime lettere si riferiscono ai possessi e alle colonie, 
laonde s'incontrano i nomi di Grado, Capodistria, Chiog- 
gia, Zara, Negroponte, Cipro, Creta, e di altre terre del 
Levante. Ma ben con maggiore frequenza c'imbattiamo 



336 CARLO CIPOLLA 

nei nomi di città e di principi, che verso Venezia non 
avevano dipendenza veruna. Così troviamo il patriarca 
d'Aquileja, Rimini e i Polentani, i Caminesi, gli Scaligeri, 
i Malatesta, i Bonacolsi, gli Estensi, i Signori Lombardi, 
Cervia, Forlì, Cesena, Treviso, Belluno, Bologna, Fer- 
rara, l'Apulia, la Sicilia, ecc. Ci passano sott' occhio il 
Papa, Federico III re di Trinacria, Ottone duca di Ca- 
rinzia, Enrico re di Boemia, il re di Serbia, il re di Ar- 
menia, Gualtieri duca d'Atene, il vescovo di Frisinga, gli 
Ospitalieri. Ci vengono innanzi gli oratori delP Impera- 
tore dei Romani (Enrico VII). Le relazioni strettamente 
politiche di Firenze coi signori e colle terre estere non 
erano ancora al principio del sec. XIV così complicate 
né di così alto rilievo. Era quello il momento in cui Fi- 
renze si avviava a diventare una vera potenza interna- 
zionale, ma per il momento non lo era ancora. 

Fino alla lontana Maiorica si espande l'ambito dei 
documenti raccolti nel Registro veneziano, i quali perciò 
ci danno per la storia generale un contributo di un va- 
lore ben superiore a quello cui possono pretendere i do- 
cumenti fiorentini nel Registro corrispondente. Firenze 
comincia soltanto allora a far sentire anche nel campo 
politico quella importanza a cui si era ormai sollevata 
nelle cose del commercio e del cambio (1). 

I documenti che nel Registro di Venezia si riferi- 
scono a Firenze sono pochi assai, cioè quattro soltanto. 
Dal confronto dei caratteri apparisce che essi proven- 
gono tutti dalla mano del not. Boninsegna de Ghesiis. 
Li trascrivo, secondo 1' ordine cronologico, nella prima 
Appendice alla presente nota. 

D'altro genere, ma egualmente importante, è un'al- 
tra differenza fra il Registro fiorentino e il veneziano. 



(1) Dei documenti trascritti nel Begistro Veneziano esiste un reg 
di mano dell'egregio archivista Cav. G. Giorno, il quale lo pose gentil- 
mente a min disposizione, perchè mene giovassi nelle mie indagini. Gliene 
rendo vive grazie. 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 337 

In quello i documenti sono tutti in latino, mentre in que- 
sto alcuni sono in volgare. Nei Registri della Cancelleria 
Fiorentina compariranno solo più tardi i testi in volgare. 

Trattasi, nel volume veneziano,di tre documenti vol- 
gari del 30 nov. (1310), due dei quali furono pubblicati 
dall'Ascoli, cui li comunicò B. Cecchetti, allora direttore 
dell'Archivio di Venezia; sono tre documenti di carat- 
tere officiale, che escono dalla cancelleria. Non so poi 
congetturare l» ragione per cui l'ultimo dei tre sia stato 
omesso nella pubblicazione. Qualunque essa sia, panni 
conveniente rimediare qui alla deficienza, e mettere in 
luce il pezzo inedito insieme ai due già stampati, coi 
quali forma una cosa sola, per l'argomento e per la forma. 
Veggasi nell'Appendice IL Nella riproduzione di questi 
testi volgari, ho tenuto conto di un particolare dal Cec- 
chetti trascurato. Avviene, non solo nei testi volgari, ma 
anche nei latini, che i nostri antichi legassero parole che 
noi invece manteniamo divise. In alcune altre i lega- 
menti antichi furono anche da noi accettati. Alludo alle 
particelle, agli articoli, alle congiunzioni. Qui rispetto 
Fuso antico, distinguendo bensì le parole, che per l'uso 
moderno necessita eli mantenere separate, ma unendole 
per mezzo di lineette, di guisa che sia evidente la con- 
dizione del testo nel manoscritto. 

La prima di queste lettere volgari leggesi stampata 
dall'Ascoli in Ardi, gì ni Ini. italiano, 1876, II, 410, ed è 
citata presso E. Bertanza e V. Lazzarini, II dialetto vene- 
ziano fino alla morie <li Dante Alighieri. Venezia, 1891, 
p. 30, n. 105. La seconda di dette lettere sta presso l'Ascoli 
al luogo allegato, ed è ricordata dal Bertanza e dal Laz- 
zarini, p. 30, n. 106. 

Dopo questo Registro antichissimo, la serie delle 
Lettere di Collegio rimane interrotta da una larghis- 
sima lacuna, che ci rimanda al volume riguardante gli 
anni 1366-72. Quindi abbiamo di nuovo un'altra grave 
lacuna, sicché la serie riprendesi solo col sec. XV. 



338 CARLO CIPOLLA 

Non si sa bene a quale magistrato spetti il volume 
cartaceo dal titolo « Registrum » , con note e deliberazioni 
che vanno dal febbraio (1289) al gennaio (1290); vi è ag- 
giunto peraltro alla fine anche un atto del doge Pietro 
Gradenigo del 28 agosto 1291, ind. iv, con alcune anno- 
tazioni del medesimo giorno. Anche al f. 12 r leggiamo : 
« die v marcij 1291 », ma quanto troviamo al f. 169 v si 
riferisce invece a tempi anteriori, cioè alla morte di Gio- 
vanni Dandolo: « Millesimo ducentesimo octuagesimo Vili 
« die iu novembris per mortem incliti domini Johannis 
« Dandulo ducis Veneciarum hec ordinata fuerunt in 
« Maiori Consilio ». 

In questo volume nulla si trova che chiarisca le re- 
lazioni fra Venezia e Firenze. 

Niente potei ricavare a illustrazione del mio argo- 
mento dal Notatorio di Collegio, grosso volume in per- 
gamena, che comincia : 

« Consulta per dominum et consiliarios 1327. Die 
« tercio marcij declaratum consulte per Consiliarios quocl 
« quando — ». 

Il terzo consulto, sulla stessa pagina, è datato : 
« 1327, iilj febr. », cioè 4 febb. 1328 nello stile co- 
mune. Quindi gli anni si seguono rapidamente, tut- 
t ; altro che ricchi di note, sicché il volume (f. 101 /•) 
giunge rapidamente al 1383. 

Esiste anche un estratto di documenti fatto da Leo- 
nardo di Marino Sanudo col titolo Notabili" in Notatorio 
Rosato. Questo volumetto esisteva in originale nell'Ar- 
chivio di Stato di Venezia, ma nel 1890 venne trasmesso 
alla biblioteca Marciana e sostituito con una copia. Per 
noi non presenta importanza alcuna, giacché trattasi 
unicamente di documenti e notizie desunte dal Notato- 
rio tuttora esistente, e di cui ho fatto cenno testé. 

Le deliberazioni del Collegio per gli inizi del se- 
colo XIV non si sono conservate. Infatti la serie princi- 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 339 

pia molto tardi. Il I volume, cartaceo, dei Secreta Collegii 
comincia al 30 dicembre 1355. Leggesi al fol. 2r : 

« In isto Quaterno notate et registrate sunt scrip- 
« ture secrete Collegii Sapientum. 

« Instrumentum compromissi — » 

« In Christi nomine amen. Anno nativitatis eiusdem 
« millesimo trecentesimo quinquagesimo quinto, indic- 
« tione octava, die martis penultimo decembris — ». Il 
volume arriva al lo agosto 1364. 

Ben scarso profitto ricaviamo da quel poco che ci 
rimane delle deliberazioni del Senato. E noto che dei 
primi 14 volumi, se il testo è perduto quasi elei tutto, 
ci rimane almeno l'indice. Dell'originale abbiamo ap- 
pena un frammento con deliberazioni che vanno dal 
dicembre 1300 al 23 febbr. 1303 (= 1304). I documenti 
sono brevi e numerosi, ma tra essi non ce n } è uno che 
si riferisca a Firenze. 

Gli indici, ai quali alludeva, furono pubblicati da 
G. Giorno (1), insieme coi regesti del citato frammento. 
Da tali indici emerge che al periodo corrispondente al 
Registro fiorentino si riferiva il voi. III. I documenti di 
questo volume parlano di Enrico VII, del regno di Si- 
cilia e di re Roberto, trattano della difesa delle colonie di 
Levante, di Creta, di Cipro, di Siria, di Negroponte. del- 
l' Armenia, dell' Egitto, dell' Ordine Gerosolimitano, di 
Maiolica, ecc.; senza dire che anche le terre occidentali 
vi sono ricordate, proprio così come nel volume anti- 
chissimo delle Lette re di Collegio. Infatti ci incontriamo 
nei nomi di Ancona, di Zara, di Mantova, di Ferrara, 
del Polesine, di Parma, di Como. 

Ma per riguardo a Firenze dobbiamo starcene pa- 
ghi a questa semplice indicazione (2), che sta sotto la 



(1) 1 < Misti* del Senato delia Repubblica Veneta 1293-1331 tra- 
scrizione dell'indice ecc.. Venezia, Visentini, 1887 (estr. dalle annate 1879-86 
dall'Archivio Veneto). 

(2) Ed. Giorno, p. 216. 



340 CARLO CIPOLLA 

rubrica « Imperator Romanorum et Alamannia » e che 
si riferisce appunto al voi. Ili: 

« Super facto Tuscorum respondeatur quod tenebi- 
« mus talem viam de qua dominus imperator habebit 
« rationabiliter contentari, 127 » (1). 

Nulla dunque che interessi direttamente P argo- 
mento, che abbiamo fra mano. 

Il compianto prof. R. Predelli (2), dando principio 
ai regesti dei documenti copiati nella preziosa serie dei 
Commemoriali, parlò eruditamente del modo con cui la 
Cancelleria Veneziana usava trascrivere nei suoi Registri 
gli atti di interesse pubblico, occupandosi egli in parti- 
colar maniera dei Commemoriali. Mentre le altre serie 
ci danno lettere, deliberazioni, notizie di varia specie, 
nei Commemoriali troviamo invece i documenti vitali 
della politica Veneziana, cioè i trattati diplomatici e le 
basi sulle quali poggiava la politica estera della grande 
Repubblica. Non senza frutto possiamo ricorrere ai Com- 
memoriali per illustrare le relazioni con Firenze al prin- 
cipio del Trecento. Qualche documento poi è di carattere 
affatto privato. 

Ricordo qui la concessione di cittadinanza interna 
ed esterna, in data 10 maggio 1301, fatta a Maineto dei 
Pulci da Firenze e ai suoi dipendenti, per benemerenze 
verso Venezia (3). Qui abbiamo dunque l'esempio di un 
fiorentino stabilito a Venezia, che diventa cittadino della 
nuova città. 



(1) Questa cifra rimandava al f. 127 del volume perduto. 

(2) 1 Libri Commemoriali della Repubblica di Venezia, Regesti, 
Venezia 1876, voi. I. pag. v. — Quando io scriveva questa Nota l'ottimo 
prof. Predelli che, come per l'addietro, così anche nella presente occa- 
sione era stato con me largo di cortesie e di aiuto, era ancora vivo e sano. 
La notte del 2 marzo 1909 inopinatamente moriva, lasciando nell'Archìvio 
di Stato di Venezia un vuoto deploratissimo. Alla memoria dell'uomo il- 
lustre, cui legavami una sincera amicizia di più che 35 anni, vada da queste 
pagine un saluto reverente. 

(3) Predelli, voi. I, p. 15 (Comm. I, n. 51). 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 341 

Ad interessi privati ci richiama anche un atto del 
10 dicembre 1303 (1), che è la malleveria data da Riz- 
zardo da Paganella da Firenze domiciliato a Venezia e 
da Siccardo del fu Radigo da Venzone per ottenere la 
liberazione di Nigrino di Giovanni da Firenze, che si 
trovava imprigionato per truffa a Verona. Al 1306 si 
riferiscono probabilmente due documenti che parlano, 
il primo di Rabacino (?) maestro di grammatica, di Fi- 
renze, che dimorava da 21 anno a Venezia (2) ; e il se- 
condo di Ser Ventura de Raynaldo da Firenze, abitante 
nella contrada di S. Giovanni Decollato, il quale ottenne 
la cittadinanza per avere dimorato per 15 anni in Vene- 
zia. (3) Invece di Rabacino si leggerà Corbacino, siccome 
diremo in appresso. 

Per via indiretta rientra nel medesimo giro di do- 
cumenti anche il privilegio di cittadinanza interna ed 
esterna concesso nel febbr. 1309 (= 1310) al nob. Ber- 
nardo degli Ervari di Verona, figlio del fu Rainuccio 
degli Ervari da Firenze (4). 

Ad argomento di politica e di guerra ci guida un 
documento del 22 die. 1304 (5), che contiene la risposta 
data dal Comune di Bologna agli ambasciatori vene- 
ziani, quando questi proposero la mediazione della loro 
repubblica nella contesa vertente fra Bologna e il mar- 
chese d'Este. Nel documento si fa cenno della antece- 
dente guerra fra Bologna e l'Estense, alla quale erasi 
imposto termine mercè i buoni unici di Venezia, di Fi- 
renze e del papa (Bonifacio Vili). A quali guerre e a 
quali offici di concordia e di pace il documento si rife- 
risce è facile vederlo : ma è anche altrettanto ovvio che 



(1) Predelli, voi. I, p. 32 (Comm. I, n. 136). 

(2) Predelli, voi. I, p. 67 (Comm. I, n. 294). 

(3) Predelli, voi. I, p. 68 (Comm. I, n. 300). 

(4) Predelli, voi. I, p. 98 (Comm. I, n. 423). — Cicogna, Iscrizioni 
Veneziane, voi. VI, p. 380. 

(5) Predelli, voi. I, pp. 45-6 (Comm. I, n. 211). 



342 CARLO CIPOLLA 

non posso inoltrarmi su questa strada senza perder di 
vista il soggetto impreso a studiare (1). 

Allo scopo mio si riferisce invece un altro docu- 
mento, che peraltro, essendo degli ultimi mesi del 1307, 
è anteriore di qualche poco alPetà del più antico fra i 
documenti del citato Registro fiorentino. È la risposta 
data dal doge ad una ambasceria fiorentina., che leg- 
giamo al fi 119t< del voi. I dei Commemoriali (2), ed è 
abbastanza interessante perchè possa trovar posto nel- 
l'Appendice III. 

Non pongo termine a questa Nota senza ricordare 
che tra i fiorentini i quali, per vari motivi, fissarono a 
Venezia la loro dimora, alcuni erano maestri di scuola. 
Ne abbiamo le prove nella utilissima raccolta documen- 
taria dovuta alle cure del compianto E. Bertanza e di 
G. Dalla Santa (3). Molte volte si fa quivi memoria di 
certo « magister Corbacinus lector gramatiee florentinus», 
che abitò prima nella contrada di S. Paolo e poscia in 
quella di S. Stefano. Lo si ricorda digià addì 4 settem- 
bre 1305 (4), e poi se ne trova traccia abbastanza di so- 
vente fino al 16 ottobre 1345 (5), quando il Maggior 
Consiglio, considerandolo come inabile in causa della 
vecchiaia, e sapendolo povero, gli concesse un regalo. 
Nel 1312 (6) viene appellato « doctor gramatiee ». Tra gli 
anni 1313-1316 (7) più volte in questi documenti corn- 
ei) Rimando alla buona monografia di Alma Gorreta, La lotta fra 
il Comune Bolognese e la Signoria Estense, 1293-1303, Bologna, Zani- 
chelli, 1906. Un cenno bibliografico di questa monografia inserii nel Bull, 
della Società Dantesca, 1907, p. 153. 

(2) Predelli, voi. I, p. 37 (Comm. I. n. 337). 

(3) Documenti per la storia della cultura di Venezia, voi. I. « Mae- 
stri, scuole e scolari in Venezia sino al 1500 », Venezia, 1907. Il volume 
uscì per cura della r. Deputazione di storia patria di Venezia. — Cf. V. 
Rossi, Maestri e scuole a Ven., Bend. Ist. Lomb., 1907, S. II. voi. 40; 
V. Cian, Ardi. St. Ital., 1908, voi. 42, pp. 172 sgg. 

(4) Bertanza-Dalla Santa, p. 2. 

(5) Ivi, p. 39. 

(6) Ivi, p. 5. 

(7) Ivi, pp. 5, 7, 8. 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 343 

parisce un altro maestro fiorentino detto « Corsus » o 
« Cursus », e appellato « magister scolarum », « peritus 
gramatice ». Quando Dante recava fuori della patria la 
luce degli studii non era isolato, e quando visitò YAr- 
zenà de'Viniziani potè in riva air Adriatico incontrarsi 
con alcuni suoi concittadini non imperiti di lettere. 

Firenze. CAELO CIPOLLA. 



APPENDICE I. 
1. 

[Lettere di Collegio, fol. 16?-.]. 

Il documento è privo di data. L'atto precedente è del 22 no- 
vembre (1308), ind. settima, e fu scritto dalla stessa mano, che il 
presente, ma non al medesimo momento. Il documento che segue, pure 
dovuto alla mano stessa, spetta al 12 die, settima indizione, e si uni- 
sce per argomento così intimamente a questo, che ad ambedue ascri- 
veremo la stessa data. 

(1308, dicembre 12). 

Si ordina a Nicolò da Pola e a Marcolino di Coninsegna di ri- 
mettere al nunzio di Giovanni Avanzi certo vestito a lui e alla sua 
società spettante, ancorché esso sia richiesto da Cozzo Vedalotti da 
Firenze. 

Nicolao da Pola et Marcolino de Bonensegna tìdelibus suis. 

Ad nostrani accedens presenciam providus vir Johannes de 
Avanco, fidelis vester, nobis exposuit, quod cuni quidam nomine Coqì 
Vedalotti de Florensia condam factor suus, quemdam faldonum elicti 
Johannis et sue societatis, quam apud vos dimisit ratione (1) CocJ 
nomine dicti Johannis, fore suum per suas litteras vobis scripsit et 
quod de ipso nemini respondeatis nisi sibi, vos videmini in respon- 
dendo de ipso eidem Johanni propterea dubitare, quod cedit in 
danni um non modicum dicti nostri fidelis et societatis sue verorum 
dominorum diete rei, nani de ipso non possunt facere ut de re propria 
velie suum, unde cura, ut dicit dictus Johannes, vos ipsi sciatis pre- 
dictum faldonum ad dietimi CocJ non pertinere, set (2) fore dicti 



(1) roe. 

(2) si. 



344 CARLO CIPOLLA 

Johannis et societatis ipsius, quorum tunc gerebat negocia, absur- 
dum videtur prò solis verbis et litteris ipsius, velie dictum faldonum 
retinere taliter impeditimi, eo maxime quod dictus Johannes se 
offert per procuratorem suum instrumento publico se obligaturum 
vobis, sub pena, quod nullus umquam vos propterea molestabit. 
Quapropter vobis scribimus per nos et nostrum Consilium, vobis pre- 
cipiendo (1) mandantes quatenus dictum faldonum assignare debeatis 
Johanni de Bonensegna nuntio dicti Johanni de Avanzo presentium 
portitori, faciente ipso vobis instrumentum publicum prò vos indem- 
nes ut predicitur, conservando. 



[Lettere di Collegio, fol. 16 /•.] 

(1308), dicembre 12. 

[La croce al margine sinistro indica l'approvazione ottenuta]. 

Pietro Gradenigo doge di Venezia scrive ad Enrico re di Boe- 
mia (2), affinchè faccia così che non abbia a trovar difficoltà Giovanni 
di Boninsegna, latore delle presenti, ad ottenere da Nicolò da Pola 
e da Marcolino di Boninsegna, sudditi veneziani abitanti nel regno 
di Boemia, un vestito spettante a Giovanni Avanzi, e che viene ingiu- 
stamente richiesto da Cozzo Vedalotti fiorentino, il quale lo aveva 
a quelle parti recato. 

Serenissimo et potentissimo domino Hanrico Dei gratia Boemie 
regi illustri plurimum honorando, Petrus Gradonico eadem gratia et e. 
salutem et votive felicitatis et glorie incrementimi. 

-f- Expositione providi viri Johannis de Avanco nostri fidelis 
nuper habuimus quod duna idem Johannes suo et societatis sue no- 
mine per quemdam negotiorum suorum gestorem nomine Coci Vida- 
lotti de Florentia ad partes regni vestri de Boemia, quemdam fal- 
donum magni valoris dudum misisset, quo faldono ibidem dimisso 
penes Nicholaum de Pola et Marcolinum de Bonensegna nostros fìdeles 
degentes in partibus supradictis. Idem Coej ad has partes reversus 
et postmodum discordans ab eodem Johanne. ad ablationem dicti 
fai don is dicitur aspirare, ipsum licet mendaciter asserens esse suum. 
Unde licet credamus fìrmiter eiusdem Cecj te meri tate m predictam, 
in hoc prefato Johanni de Avanzo et sue societati, quorum est idem 
faldonus, minime nociturum, tamen ad cautelasi serenitatem regiam 
attente rogamus quatenus, si quod impedimentum contigeret fieri 
occasione predicta, Johanni de Bonensegna fideli nostro exhibitorem 



(1) pcip. 

(2) Enrico di Carinzia, 1206-30. 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 345 

presentami et min tic (lieti nostri fidelis illue accedenti nuperime 
prò accipiendo faldonum eundem nomine predicti Johannis et sue 
societatis verorum dominorum ipsius. dignetur maiestas regia impe- 
dimentum quodlibet tacere removeri, ita quod dictus faldonus in 
Johannis ipsius potestate libere (1) dimittatur, cum idem Johannes 
de Avanzo se offe rat, per eumdem suum nanchini se obligando, de 
conservando indemnes prefatos Nicolaum et Marcolinum depositarios 
diete rei de ornili molestia que eis fietur prò exhibitione ipsius clicto 
Johanni fieiida, cum tamen se certum reddat quod penitus nulla fiet. 

XIJ. decembris, sept. indie. 

3. 

[Lettere di Collegio, fol. 39 r.-iQ ?•.] 
(1309), maggio 20. 

Al Podestà, al Capitano, agli Anziani e al Comune di Mantova. 
Siccome i destinatari, dopo aver in marzo fermato a Borgoforte 
quattro vascelli d'olio che si asserivano spettanti a Pietro Bona- 
mico veneziano, ma che si sospettavano invece di Guido Avicini 
fiorentino soggiornante a Venezia, avevano richiesto alla Signoria Ve- 
neziana di fare in proposito le inchieste opportune, così, fatte le 
convenienti indagini, risultò che l'olio è veramente del Bonamici 
il quale lo acquistò in febbraio da un Cremonese; perciò vengono i 
destinatari pregati a far consegnare integralmente la detta quantità 
di olio al nunzio del Bonamici, latore delle presenti lettere. 

Potestati, Capitaneo, Ancianis et Comuni Mantue. Dudum vos 
recollimus requisivisse et amicabiliter rogasse quod Petro de Bona- 
mico nostro Veneto vaxelos quatuor olei de mense marcii proxime 
preteriti per vestros daciarios apud Burgumfortem existentes, no- 
lentes fidem adhibere litteris nostrorum vicedominorum arrìrmantibus 
dictum oleum fore dicti nostri Veneti, arrestatos, velletis restituì 
facere, ac tal iter dictis vestris onicialibus mandare, quod adhibita 
ride litteris nostrorum vicedominoruui de nostris Venetis, ut hactenus 
fieri consuevit, deinceps nostris fidelibus non inferrent (2) novitatem 
similem vel gravameli, vos vero ad petita per nostras litteras, ve- 
stris. nobis inter cetera litteris respondistis quod habita insinuatione 
veridica plurimorum, oleum ipsum quod dictus Petrus in fraudem 
daciorum vestrorum asserebat suum esse, revera cuiusdam nomine 



(1) Il ms. ha: libera. 

(2) inferrent, con un segno della mancanza di t sopra le due « rr >. 



346 CARLO CIPOLLA 

Guidonis Avicini de Fiorencia, Veneciis commorantis. foro et euidam 
alii Fiorentino nomine Lippo Raynerij civitatis Creinone habitatori 
transmitti, quibus constat non est Veneti, set(l) Tuscorum, nos ro- 
gantes, quod ad investigati onera et indaginem veritatis per vestros 
otìiciales a predicto nostrate deceptos intervenirent partes nostre. 
Qnaquidem vestra responsione percepta, cnpientes obviare malicia(2) 
elicti nostri veneti, si quam conraisset(3) in fraudem daciorum vestro- 
rum et nostrorum, nobilibus viris Provisoribns nostri Comnnis ipsum 
factum examinandum deligenter et solJempniter commisimus, qui per 
sacramentum prestitum dicto Petro Bonamici nostro Veneto, ha- 
buerunt ab eo quod emit de mense februarij nuper elapsi IIIJ 
vaxella olei de lino a Petropaulo de Canareglo, quod mittebat in 
Lombardia, expeditum secundum ordinem terre, ad tabulas nostro- 
rum vicedominorum Lombardo rum et maris; habuerunt etiam per 
sacramentum a dicto Petropaulo venditore, quod vendidit ipsum 
oleum dicto Petro Bonamici, et quod recepit solutionem a dicto Petro. 
et nescit quod aliquis alius habuisset partem in ipso. Itera ha- 
buerunt a sagumatore qui sagumavit dictum oleum, quod ipsum 
Bagumavit vice et nomine dicti Petri Bonamici. Itera habuerunt 
per sacramentum a Guidone de Avicino, de quo vestre littore fa- 
ciebant mencionem, quod nichil habuit agere in dicto oleo. Pre- 
terea habuerunt a nostris vicedominis Lombardo rum et maris et 
per quaternos eorum quod dictus Petrus de Bonamico extrassit dictum 
oleum secundum ordinem terre. Unde cum satis clareat, dictum 
oleum fuisse et esse dicti nostri Veneti, et ipsum aliquid in frau- 
dem daciorum vestrorum et nostrorum non commisisse et dictus Pe- 
trus Bonamici noster Venetus dicat se habuisse nova, quod de oleo 
dictorum quatuor vasorum est in bona quantitate consumptum non 
sine dampno ipius, nobilitatem et amiciciam vestram attente requi- 
rimus et rogaraus, quatenus vobis placeat mandare dictis vestris 
daciariis quod dictum oleum cum integritate restituant latori pre- 
sencium, nuncio dicti Petri Bonamici ipsumque abire permittant, 
ita quod dictus Petrus indempnis persistat, mandantes si placet 
dictis vestris officialibus, quod litteris nostrorum vicedominorum 
de nostris Venetis fìdein prestent et deinceps nostris. Venetis novita- 
tem non inferant vel gravameli. 

Dat. XIJ madij, vij indicionis. . 



(1) s-[. 

(2) Da correggersi in « malici»'». 

(3) S'intenderà « eonmisisset ». 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIV 347 

4. 

[Lettere 'li Collegio, fol. 79,-.] 
La croce al margine sinistro significa l'ottenuta approvazione del Collegio]. 

(1310), maggio 5. 

A Cortonese da Cortona officiale della Università dei Mercanti 
di Firenze e all'Università atessa. Siccome'i destinatari, ad evitar 
scandali, avevano chiesto che lo scrivente s' interponesse per cessare 
le rappresaglie che Lapo di Donati Velluti, cittadino fiorentino, avea 
diritto di prendersi contro i Veneziani per la somma di 545 lire e 
soldi 4 di denari provenzali, rispondesi che la concessione di tali 
rappresaglie desta meraviglia, mentre i Veneziani sono sempre di- 
sposti a render altrui ragione, tanto più che non si manifesta nep- 
pure la causa della concessione data: aggiungesi che i destinari 
pongano termine a tali rappresaglie, e, quando abbiano qualche di- 
ritto, lo facciano valere chiedendo al Comume e ai suoi fedeli ciò 
cui pretendono. 

Cortonensi de Cortona officiali Universitatis Mercatorum civitatis 
Florentie vel eius consiliariis (1) ac ipsorum Mercatorum Univer- 
sitati. 

~+- Litteras vestras recepimus et intelleximus diligenter inter 
cetera continentes, quod habentes respectum quod concessiones repre- 
saliarum et usus inter amicos aliquociens consueverunt inducere 
scandala et mercatorum commoda perturbare, ad extirpacionem 
earum intendebatis vestre sollicitudinis studium excitare, subscri- 
bentes qualiter represaliis quas reperistis habere Lapum Donati de 
Velutis honorabilem ci veni vestrum contra nostrates in quantitate 
quingentaruni quadraginta quinque libra rum et solidorum. nu. ho- 
norum proviginorum, impedimentum prestatis, volentes quod ipse 
represalie per viam amicabilis concordie componantur ; et sic nos 
rogastis quod circa composicionem ipsarum dignaremur interponere 
preces nostras, vel saltem deffensiones nostras vobis mittere infra 
mensem: ad quarum significata sapientie vestre rescribimus quod de 
concessione represaliarum ipsarum non modicum admiramur, cura 
nunquam dieta societas vel aliquis de eadem pecierit aliquid contra 
comune vel singulares personas nobis subiectas, quod sciamus et re- 
cordari possimus, nani nos, quod iuris fuisset fieri fecissemus integre, 
et vestre predicte littere nichil in speciale tale quid exprimunt, ad 
quod respondere possimus-, quapropter amiciciam vestram attente 
requivimus et rogamus. quatenus placeat vobis taliter operari et 



(i i v. eius conciliar 



348 CARLO CIPOLLA 

facere quod diete represali e cassentur et annullentur, dicendo dictis 
sociis civibus vestris, quod si habent aliquid petere Comuni nostro 
aut aliquibus nostris fidelibus, quod veniant aut raittant ad nos, nani 
nos eis faciemus plenitudiaem rationis. 

Dat. die. V. inadii, Vili. ind. 



APPENDICE IL 

[Lettere di Collegio, fol. 64 r] 

[La croce al margine sinistro ci accerta che le lettere ottennero 
l'approvazione del Collegio], 

L1310], novembre 30. 

(Il Collegio) commette a Giovanni Varino di recarsi a Capo- 
distria, e, preso seco Nicolò Trevisan, recarsi a Modone, dove leg- 
gerà la lettera coll'indirizzo di ambedue. 

Segue detta lettera. I due destinatari, giunti a Modone, dovranno 
consegnare ai capitani le lettere dirette ad essi e a Negroponte, 
rifornendoli di corazze, treccie, balestre. Quindi il detto Trevisan 
andrà alla Canea e al rettore di colà consegnerà le lettere dirette 
a lui e al duca di Creta, e a lui darà ancora altre armi. 

A Nicolò Trevisano si ordina che vada in Romania, insieme 
con Giovanni Varino, e gli si mandano soldati: giunto (a Modone) 
insieme col Varino, leggerà la lettera indirizzata ad ambedue. 

+ Nu doxe cuna lo nostro conseio conietemo a-ti discreto homo 
Can de Varin che cura quanta sollicitudine tu pos, tu vadi a Cavo 
d'Istria, e-la toras lo discreto homo Nicolò Trivisan, e-de-la in- 
trambi ensembre ande cura toto lo maor studio clic vii pore enehia 
Modhon. E-quando vii sere la debie avrir la-letera nostra la qual 
conten en man de vii entrambi e-fare quello che se conten en ese. 
Dat. ultimo novembris, viu indicionis. 

Johanni de Varino et Nicolao Trivisano. 

-f- Ecoti a-vu comandemo per nu e-per lo nostro conseio, che 
Biando vu conti a Modon tu Cane debis remagnir ad Modon et'eser 
a-li nostri castellani a-la guardia de Mothon, si corno eli te orde- 
nera, ali-qual vu dare le nostre letere le-qual nu li-mandemo e 
quelle che nu mandemo a Negropo. e-dareli curale, lxxx. furnide 
da colari e-vanti. milliara (1) VJ. de quarelli usadi. e-ballestre. l. 



(1) milliar; Cecchetti : vi. 



RELAZIONI TRA VENEZIA E FIRENZE NEL SEC. XIY 349 

e-libr. xv. de spago da ballestra. e-fato qo tu Nicolo Trivi san va 
via<;a mentre a-la Chania (1) et (2) presentate alo rector, a-lo qual 
tu daras le nostre letere che nu mandemo si ad elio che alo ducha 
nostro de Crede, e-daras a-lo dito rector lo remagnante dele arme. 
goe curage. C. furnide. de colari et de vanti, ballestre. l. et libr. 
xv. de spago da ballestre. falsadori milliara (3). vj. et milliara (3> 
vj. de quarelli usadi. e-debis attendai- a-lo dito rector a-la vardia 
de-la Chania et star si co-elio te ordinerà. 

Dat. die ultimo novembris. 

Nicolao Travisano. 
-f- Cum co sia che per certi (4) nostri fati ebia besogno che tu vadis 
in Romania, cum Can de Varin. e-perco nui te mandemo omeni cum 
Mafeo Bon per furnir te atergalo, mandemo te (5) comandando che 
tu debis tor li diti homeni e furnirte et cum lo dito Cane de Varin 
ensembre ande viacamentre enchia (6), e-la avri la letera nostra 
che conten in man d'entrambi, e-fa quello ch-ella conten. la paga 
nu de mandemo per li toi homeni per inguaiarte ad aver paga per 
IJ. mesi, si comò questo che ven de qua. 
Dat. quo supra. 



APPENDICE III. 

[Copia del see. XIV in Commemoriali I, f. 119©: cf. Predelli, 
Commemoriali, I, 37 (sunto) j. 

Il documento precedente, scritto d'altra mano, è dell'ottobre 1307. 
Segue poi (f. 120 r), scritto invece della stessa mano e nel tempo 
medesimo, un altro atto, che si riferisce ad una questione di rap- 
presaglia. Riguarda esso la Toscana, ma non Firenze, sibbene il 
comune di Pisa che a tal fine avea mandato a Venezia quale suo am- 
basciatore il notaio Giovanni de Sassetto. Il documento riflettente 



(1) Chan. 

(2) Qui e in seguito la congiunzione « et » viene espressa dal solito 
segno simile alla cifra 7. 

(3) milliar. 

(4) Così la parola fu di prima mano corretta da « certe ». 

(5) Con « te > comincia un rigo e quindi non si può decidere se si debba 
leggere: < mandemo-ta » o * mandemo te ». 

(6) Seguiva la parola « Mothon » cancellata di prima mano. Eppure 
essa è richiesta dal senso e viene suggerita da un passo consimile, che sta 
nel I documento. 

Arch. Stor. It., 5.* Serie. — XLIII. 28 



350 CARLO CIPOLLA, RELAZIONI TRA VENEZIA ECC. 

Pisa è preceduto da questa data : «die xvj noverabris sexte indicionis ». 
Vien poi (f. 120 r) un nuovo documento, che parimente si riferisce 
al notaio Sassetti, e che reca in testa la data: « die xu decembris 
facta etc. »; esso è bensì scritto dalla stessa persona, cui si devono 
i due documenti precedenti, ma in altro momento, siccome appa- 
risce dalle differenze tacili a notarsi nell'andamento della scrittura. 
Da queste considerazioni si può dedurre che il documento sull'am- 
basceria fiorentina fu scritto probabilmente il 16 novembre ; se una 
differenza di tempo ci fosse stata fra esso e il primo dei documenti 
pisani, essa si sarebbe riflessa in qualche varietà nel carattere. 

(1307 ; nov. 16). All'ambasciata porta da Arnaldo di Enrico am- 
basciatore del Popolo e del Comune di Firenze circa le rappresaglie 
concesse dal Doge e dal Comune di Venezia contro i beni dei Fio- 
rentini, riguardo ad un contratto fatto tra i Veneziani e certe società 
di mercanti fiorentini, rispose il Doge che le rappresaglie concesse 
non si possono revocare, e che a lui non consta l'esistenza di alcun 
contratto stipulato tra i Veneziani e le Società mercantili Fiorentine 
in opposizione a dette rappresaglie. Se le società fiorentine chie- 
dono di poter esercitare i loro diritti, il doge è pronto a render loro 
ragione. 

Ad ambaxatam factam illustri domino duci Veneciarum per sa- 
pientem virum dominami Arnoldum Henrici ambaxatorem Populi et 
Comunis Florencie super facto represaliarum coneessarum per ipsum 
dominimi Ducem et Comune Veneciarum quibusdam civibus Vene- 
ciarum contra bona nominimi Florencie et super quoddam con- 
tractum factum inter cives Veneticos et quasdam societates mercan- 
torum Florencie. 

Respondet supradictus dominus Dux quod represalie que conce- 
duntur per Comune Veneciarum, conceduntur cum magna solepnitate 
et per strictos modos et vias quos et quas revocari vel mutari non 
possunt. Et si dicti cives Veneti cum ipsis societatibus Florencie 
aliquem contractum vel aliquam convencionem fecerunt contra li- 
cenciam represaliarum predictarum sibi coneessarum de hoc, dominus 
Dux nichil scivit, nec Comune Veneciarum, nec de sua consciencia 
factus fuit inde contractus aliquis vel questio vel convencio, linde 
intendit dominus Dux quod si dicti cives sui intendunt exequi re- 
presalias predictas, ipsi exaquantur illas tantum supra illos contra 
quos sunt concesse, scilicet non exceptatis aliquibus ; si autem contra 
ipsos cives nostros vel alios intenderent diete societates exequi iura 
sua, paratus est dominus Dux sibi fieri facere plenariam rationem. 



Aneddoti e Varietà 



soggiorno di Lorenzo e Leon Battista Alberti 
a Padova. 



Ancora prima del 14 io aveano stabile dimora in Padova Al- 
berto di Giovanni di Cipriano, Carrocio q. Ducio, i quali abita- 
vano in via S. Lorenzo, Benedetto e Ricciardo, il qual ultimo 
abitava in via dei Forzate (1). Alberto è ricordato come iurisperitus, 
ma nessuna notizia è giunta che egli esercitasse in Padova tale 
professione ; certo però per questa sua qualità ebbe agio di cono- 
scere il Barzizza. Carrocio invece fu mercante di lana ed esercitò 
quest' arte in Padova, sebbene non comparisca nella matricola. 
In vari documenti del 1411 apparisce come vero e proprio fab- 
bricante: così il 4 giugno è chiamato in giudizio davanti al ret- 
tore dell'arte della lana da certo Bonagrazia lanaiuolo, perchè 
avea dato ad laborandum de arte lane in una botega cuidam Ancelino 
tedescho scartaxerio quem ipse Bonagratìa habet ad librimi laborantium 
diete artis Padue ; ma Carrocio opponeva che detto Angelino aveva 
terminimi et pactum a dicto Bonagratia de solvendo dietimi debitum 
dicto Bonagratia in racione soldorum decem prò septimana usque ad 
completam solutionem dicti debiti (2). Teneva dunque Carrocio bottega 
di maestro dell'arte, ove avea raccolto più scardassieri per l'eser- 
cizio diretto di quei lavori che competevano direttamente ai mae- 



1 Cfr. in questo Archivio, S. V, to. XL, disp. 4*, a. 1907, il mio la- 
voro : Gli Alberti di Firenze in Padova, doc. I, p. 261. 

2 Archivio del Museo Civico di Padova, Lanificio, Atti civili, 
.to. Ili, e. 380. 



352 ROBERTO CESSI 

stri (i). Ma egli era anche mercante nel vero senso e lo troviamo 
perciò in relazione con la società degli Alberti di Venezia, costi- 
tuita da Ricciardo e Lorenzo e soci. L'importanza acquistata dal- 
l'arte della lana in Padova nella prima metà del '400 avea attirato 
molti mercanti forestieri ed è perciò probabile che Ricciardo fosse 
venuto a Padova per dirigervi personalmente i traffici della com- 
pagnia, mentre Lorenzo continuava a restare a Venezia. E non 
è senza importanza il fatto che i due fratelli ed il nipote conven- 
gano a Padova per stipulare l'atto di divisione dei loro beni nello 
studio del famoso professore Raffaele Fulgosio : non credo che 
possa essere un mero caso, ma si deve attribuire piuttosto al fatto 
che gli Alberti più che a Venezia aveano fissato la loro dimora 
a Padova. La presenza di Lorenzo però a Padova nel 14 io è tem- 
poranea (2). Infatti l'anno appresso è Ricciardo solo che perso- 
nalmente, a nome della società degli Alberti, adisce il foro della 
garzeria per esser soddisfatto di alcuni crediti per vendite di lana 
a mercanti Padovani (3). Si noti che Ricciardo e Lorenzo non erano 



(1) Così in un documento del 24 luglio ivi, e. 415) il rettore dell'arte 
della lana condanna Filippo q. Ambrogio di Monza, scardassiere, 3 dare 
Corrodo de Albertis de Florentia lanario presenti et petenti, libr. 16, d. 6, 
causa denarzorum concessorum sibi per dietimi Carrocium prò [adorando vi- 
delicet scorticando lanam. Come ho detto altrove, queste anticipazioni ai la- 
voranti erano frequenti, fatte collo scopo di obbligare a sé il lavorante, 
allorché la mano d'opera era scarsa : gli statuti dell'arte della lana infatti 
obbligavano i lavoranti, che aveano ricevute queste anticipazioni, a non ab- 
bandonare il proprio padrone fino a lavoro compiuto e vietava ai maestri di 
accogliere, come si rileva anche dal documento precedentemente citato, la- 
voranti obbligati ad altri mercanti. Dello stesso anno si incontrano altri due 
documenti riferentisi a Carrocio : l'uno riguarda l'obbligazione di Iacobo 
Bonifacio scardassiere per 1. II, d. io concessigli causa Iaborandi ivi, III, 
473-1411, 16 settembre;,* l'altro l'obbligazione dello stesso Carrocio verso 
Tebaldo da Trento tessitore per 1. 4, s. io prò tessitura 1 mi us panni alti. 

2 Cfr. doc. cit. Lo ritroviamo nuovamente a Padova nel 141 1, 27 
novembre, nel qual giorno nomina suo procuratore il fratello Ricciardo, che 
abitava a S. Fermo, ibi presente, ita et taliter quod dieta procura non possit 
habere vim elapsis duabus annis etc. et quod non possit substituere etc. Arch. 
Notar, di Padova. - Instr. di Niccolò Cavedon, voi. I, p. 256 . 

(3) Arch. Mus. Civ., Lanificio, Atti civili, voi. Ili, ce. 382 v, 383 v„ 
433, 505 v. 



LORENZO E LEON BATTISTA ALBERTI A PADOVA 353 

fabbricanti, bensì solo mercanti, i quali importavano lane e panni 
forestieri, il cui ingresso in Padova non era vietato (i) ; perciò il loro 
commercio era molto più profìcuo e più esteso di quello esercitato 
dagli altri della famiglia. 

Comunque, gli è certo che Lorenzo non fu a Padova che per 
brevi momenti e alla sua fugace visita credo alluda il Barzizza nella 
sua prima lettera indirizzata a Lorenzo, laddove dice etsi alias eum 
et necessarium tnum et virum in omnibus accuratissimum ?ion cognovis- 
se?n (2). Il Barzizza parla di Alberto, che gli aveva vivamente rac- 
comandato Leon Battista: ma queH'^/« alias fa pensare ad un pre- 
cedente incontro fra il Barzizza e gli Alberti, nel quale il primo 
non avea conosciuto troppo intimamente Alberto. Conviene notare 
alcune coincidenze che non possono essere meramente casuali : la 
convenzione di divisione di beni del 1410 in casa di Raffaele Ful- 
gosio e la presenza a quell'atto di Alberto Alberti. Le relazioni 
che doveano intercedere fra il Fulgosio e il Barzizza, ambedue 
insegnanti dello Studio (3), fece sì che quest'ultimo entrasse in 
dimestichezza cogli Alberti in tale occasione. L'esser poi Alberto 
dottore di leggi rese più intimi i rapporti fra lui ed il Barzizza. A 
quale anno però si riferiscono la citata lettera del Barzizza e l'altra 
sullo stesso argomento? 

Non senza qualche incertezza avevo accennato alla possibilità 
che fossero anteriori al 1410, dissentendo dal Mancini, che le 
avea assegnate al 14 14 o al 14 io (4) : nuove ricerche e nuovi do- 
cumenti m'hanno dato ragione di ricredermi della prima conget- 
tura e di stabilire la data con maggior probabilità. La constatazione 
precedentemente fatta intanto permette di riportare la data della 
lettera dopo il 1410. Nei due anni seguenti, nel 141 1 enei 1412, 
durante un burrascoso periodo anche per lo Studio, il Barzizza fu 
assente da Padova (5) ; nel 1413 lo ritroviamo nuovamente a Pa- 



1 I citati documenti parlano solo di panni e lane francesche, la cui 
importazione era eccezionalmente concessa dagli statuti dell'arte della lana. 

2 G. MANCINI, Nuovi documénti e notizie sulla vita e stigli scritti 
di L. B. Alberti, estr. dall' Arck. Stor. Ital, S. IV, to. XIX, p. 21. 

3 Cfr. Gloria, Monumenti dell' Università, Padova, 1888, nn. 189, 
811, il 18; e le mie Spigolature Barzizziane, Padova, 1907, pp. 13 sg. 

4 Cfr. Gli Alberti di Firenze in Padova cit., p. 244, e Mancini, 
op. cit., p. 25. 

5 Spigolature cit., 1. e. 



354 ROBERTO CESSI 

dova, maestro e scolaro ad un tempo (i); ma poi nel 1414, forse 
aspirando a cose maggiori, è lontano da Pàdova (2). Dal '15 al 
'21 egli dimora a Padova ed è probabile che in questo periodo 
fossero scritte le due lettere all'Alberti. L'una non è in relazione cro- 
nologica con l'altra; la prima fu scritta dal Barzizza a Lorenzo 
Alberti, quando accolse alla sua scuola Battista, l'altra invece ac- 
cenna all'infierire della peste in Venezia. Come già notai, questa 
sola circostanza non sarebbe sufficiente per assegnare senz'altro al 
1416 questa lettera. Però vi sono altre ragioni che rendono pro- 
babile siffatta congettura. 

Se, come è certo, Leon Battista nacque nel 1404, riuscirebbe 
verosimile che nel 141 5 venisse alla scuola del Barzizza e vi ri- 
manesse qualche anno per passare poi a Bologna, ove si trovava 
nel '21 studente in leggi, allorché morì il padre suo. L'insegna- 
mento del Barzizza si riferiva alla grammatica ed alla rettorica: 
infatti egli scrive nella lettera a Lorenzo : et ego curalo, ne illud 
meuin offichim in hoc tuo /ìlio bonis artibus ornando desidcres, non di- 
versamente da quello che si legge in qualche documento dell'epoca 
riferentesi al Barzizza, il quale si obbligava de orniti docendo in 
grammatica (3) : si trattava più che altro di preparazione a studi 
superiori. 

Nella seconda lettera il Barzizza, invitando presso di sé Lo- 
renzo Alberti colle solite retoriche frasi e citazioni classiche, lo 
prega di liberare tutti i suoi famigliari dalla penosa angoscia 
prodotta dalla notizia dell' improvvisa morte di un suo agente 
per peste. Non potes solus naufragium facere; omnia tua eadem in 
navi posita suiti, liberi, tixor, familiares, amici, quorum tu cum sis 
patronus, turpe esset si, videns ac sciens cum possis statini portum 
tuum petere, malles inter fluctus et procellas cursum pericolosissimum 
tenere. 

Da ciò si arguisce che Lorenzo dovea esser solo a Venezia: 
il fratello Ricciardo, il nipote Benedetto ed i cugini Leonardo e 
Alberto si trovavano già a Padova ; la moglie molto probabilmente 



.1 Ivi, p. 14. 

(2) Cfr. le mie Notìzie su Ognibene Scala, umanista del sec. XV, in 
Arch. Stor. Lomb., 1909. 

(3) Arch. Notar., Tabularti, VI, 363-1423, 14 Dicembre. 



LORENZO E LEON BATTISTA ALBERTI A PADOVA 355 

dimorava a Firenze (i): Battista e forse anche Carlo (2) stavano 
a Padova. Lo pregava perciò di abbandonare tosto Venezia e di 
anteporre la salute ad ogni altra cosa, poiché essa era troppo cara 
alla famiglia. Habes, continua il buon maestro, ubi possis apud vie 
et filios tuos frugì ac honcsto hospitìo uti. Mancava nella sua casa 
ogni splendore e magnificenza, non tamen animus deest amplissimus 
ac deditissimus tibi plurimisque rebus aliis non in postremis habendis 
abundans. a quibus magnopere te, rum per tuas occupationes licei, de- 
lectari scis. Noi ben conosciamo la modesta casa ove il Barzizza 
teneva il suo collegio in contrada del pozzo del Campion presso 
quello Pratense, collegio che fu man mano allargato, come possiamo 
arguire dai successivi acquisti del Barzizza di case adiacenti alla 
sua (3). Qui il Barzizza avea raccolto i suoi libri e, se dobbiamo 
credere alle sue parole, doveano essere piuttosto numerosi. Egli 
scrivea a Lorenzo: Nec librorum copia aberit, quibus quasi reteribus 
amicis nostris sepc nos oblectemur. 

Venne Lorenzo a Padova allettato dal cortese invito del buon 
umanista? e venne egli a trovar sollievo fra i libri del maestro 
bergamasco? Noi non lo sappiamo, ma gli è certo che più vivi 
furono i rapporti fra gli Alberti ed il Barzizza negli anni seguenti 
ed è curioso vedere che, allorquando questi partì da Padova, lasciò 
libri suoi, di cui avea fatto, come accennai, generosa offerta a Lo- 
renzo, presso il nipote di questo, Benedetto. Nella lettera scritta dal 
Barzizza nei primi anni del 1422 al figlio Niccolò, rimasto a Pa- 
dova, nella quale accenna al suo recente trasloco a Milano, ricorda 
anche i libri, qui sunt apud Benedi' tum Albertum (4) ; presso di lui 



(1 Gli Alberti cit., p. 251. 

2 In verità tanto la prima lettera quanto la seconda accennano sol- 
tanto a L. Battista. Però le parole: Habes libi possis apud me et filios tuos 
frugi ac honesto hospitio idi, lasciano supporre che anche Carlo fosse a 

Padova presso il Barzizza. 

3 Spigolature cit., p. il. 

(4) R. Sabbadint, Lettere ed orazioni edite ed inedite di G. Barzizza, in 
Arch. Stor. Lomb., voi. XIII (1886), p. 377. La lettera è scritta da Milano nei 
primi di aprile del 1422. Come altrove dissi, il Barzizza non abbandonò defi- 
nitivamente Padova che il 27 ott. 142 1 : nel 1420, 13 maggio, Gasparino non 
era a Padova, bensì a Bergamo, donde istituì procuratore il nipote Cristoforo, 
che allora studiava a Padova Arch. Civ., Uffici Giudiziari, Volpe, to. XXXIII, 



356 ROBERTO CESSI 

forse erari rimasti quei libri che il maestro non avea mancato di 
offrire ai suoi amici, allorché, prima ancor che egli partisse da Pa- 
dova, quivi era morto Lorenzo. 

Fra il '16 ed il '21 si deve porre la stabile dimora di Lorenzo 
in Padova, quando cioè il figlio Battista se ne allontanava per 
proseguire gli studi a Bologna e sottrarsi alle noie dei dissidi, 
che scoppiavano fra i diversi congiunti troppo numerosi e troppo 
strettamente uniti qui a Padova. 

Già nel mio precedente studio ho accennato alla questione 
dell'erezione della tomba di Lorenzo nella chiesa del Santo, al- 
lorché morì nel 1421 (1). Un altro documento rinvenuto posterior- 
mente porta nuova luce sulla questione. È fuor di dubbio che 
nel '21 Benedetto si accordava coi frati del Santo per l'erezione 
del sepolcro dello zio in choro sancii Antonii confessoris ante altare 
magnum ipsius ecclesie, monumento che era stato eretto nonostante 
le murmurati&nes della cittadinanza ; poi, nel '23, per effetto di 
un nuovo accordo coi frati, otteneva di poter erigere imam sepul- 
turam parvam, prò filia et pueris ac heredibus ipsius Benedirti (2), 
che dovea sorgere in capite chori ipsius conventi in introytu ipsius 
chori, vale a dire dalla parte opposta del precedente. Iniziato il 
lavoro nel '24 il consiglio del comune deliberava, il 30 maggio, di 
inviare al governo di Venezia due ambasciatori a chiedere che 
non solo si impedisse la prosecuzione del lavoro incominciato, ma 



della filza 1-3, f. 9, e. 13); il 29 dello stesso mese però è nuovamente a 
Padova, dove lo incontriamo fra i promotori, come si rileva dal seguente 
documento (Arch. Ant. dell'Università di Padova, voi. 307, e. 27): 

Examen et conventus artium magistri Iohannis de Calderiis de Veneciis. 
MIlII c XX, die mercurei XXVIIII mensis madii, magister Iohannes de Cal- 
deriis de Veneciis fuit licenciatus et conventuatus in artibus sub famosissimis 
doctoribus artium et medicine magistris Antonio Cermisoni et Galeacio de 
Sancta Sophia, magistro Paulo de Veneciis sacre theologie doctori profondis- 
simo nec non monarca et magistro Gtcasparino Pergamensi artium doctori 
et in orbe eloquentie profundis simo. 

(1) Ne avea accennato brevemente anche il Mancini a p. 296 della 
Opera inedita, Firenze, Sansoni, 1890: errata però era la citazione del docu- 
mento, che io pubblicai, poiché non si trova fra le Carte dell'Arca del 
Santo del Museo Civico di Padova, come dice il Mancini, ma nel reg. C-D. 
delle Ducali. 

2) Cfr. il documento che pubblico in fine della presente nota. 



LORENZO E LEON BATTISTA ALBERTI A PADOVA 357 

anche si demolisse l'altro già eretto. A questa deliberazione con- 
sigliare il capitolo dei frati del Santo faceva opposizione, ricon- 
fermando il 2 giugno le sue precedenti deliberazioni e riconoscendo 
a Benedetto il diritto di erigere il sepolcro (i). Nel citato docu- 
mento non si accenna per niente all' atteggiamento tenuto dal 
comune per la conservazione del monumento cittadino riguardo 
alle tentate deturpazioni : ma l'opposizione fra le due parti risulta 
evidente dal legame cronologico delle due deliberazioni : mentre 
nella deliberazione consigliare si fa osservare come ts focus sit excel- 
lens et nulli persone, quamvis nobilis, concedendus e che l'Alberti fa- 
ceva costruire unum aliud sepulcrum ab altero capite dicti chori animo 
appropriando sibi totum chorum, ciò che riusciva ad deturpationem ipsius 
chori, nella deliberazione del capitolo dei frati invece si attenua la 
gravità del fatto facendo apparire che si trattava di una sepultura 
parva. Le ragioni della città ebbero però maggior valore presso il 
governo veneto e furono da questo accolte, evitandosi così una 
mostruosità d'arte là dove pochi anni più tardi fu eretto l'altare 
donatellesco. 

Padova. Roberto Cessi. 



APPENDICE. 

[Archivio Notarile di Padova. Liber II zustruvi. Iacobi de Sancto Firmo, c. 307]. 

In Christi nomine, amen. Anno eiusdem nativitatis millesimo quadringen- 
tesimo vigesimo quarto, indictione secunda, die veneris secundo mensis Iunii, 
Padue, in capitalo conventus fratrum minorum de Padua ecclesie santi An- 
tonii confessoris, presentibus nobili viro domino Secundo Zanchani quondam 
domini***, domino Terraboiano quondam m. Bertholomei de contrata Crusarie 
et m. Antonio quondam Francisci Falarosi marangono testibus ad hoc specia- 
liter habitis, vocatis et rogatis. In pieno et generali capitulo conventus ordinis 
fratrum minorum ecclesie sancti Antonii confessoris de Padua ad sonum 
campane loco et more solito congregato, in quo capitulo presentialiter inter- 



1 Documento sopra citato e qui pubblicato. Il testo però è scorretto 
e non credo conveniente correggerlo, tanto più che si tratta di una minuta 
notarile. 



358 ROBERTO CESSI 

fuerunt venerabilis vir dominus frater Lambertus de Montagnana vicari US 
dicti conventus ad presens absens, guardianus, reverendi viri domini m. 

Henyeschas, m , m. Iohannes de sancto Matheo et m. Galassius de Xeapoli 

sacre pagine magister, frater Ipolitus de.... licentiatus, frater Antoniolus de 
Padua, frater Bertholomeus de Montessilice, frater Petrus scientia (sic) de Za- 
barellis, frater Bertholomeus de Plebe sacrista, frater Marsilius de Padua, 
frater Iohannes de Montessilice, frater Aluisius de Pontembrente, frater Ber- 
tholomeus de Mediolano, frater Iohannes de Rodigio, frater Albertus de 
Montagnana, frater Raphaele (sic) de Spinolis de lamia, frater Gerardus de Va- 
lentia, frater Antonius de Sicilia, frater Nicolaus de Raduro, frater Andreas de 
Asisio, frater Iohannes de Costantia, frater Henricus de Magontia, frater Iohan- 
nes de Magontia magister puerorum et frater Iohannes de Mediolano, qui omnes 
sunt plus quam due partes fratrum dicti conventus representantes totum dictum 
capitulum. Cum iam tribus annis proxime elapsis per capitulum dicti conventus 
in pieno et generali suo capitulo, in quo interfuerunt, concessa et data fuerit et sit 
spectabili et nobili viro Benedicto de Albertis de Florentia, ad presens 
habitatori Padue in contrata sancti Firmi, una sepultura seu datus et con- 
cessus fuit locus, in quo nunc est constructa una sepultura, in choro ecclesie 
sancti Antonii confessoris ante altare magnimi ipsius ecclesie per reverendos 
viros dominimi fratrem Aluisium de Pirano, tunc vicari um provincie, fratrem 
Bertholomeum de Plebe tunc custodem, fratrem Lambertum de Montagnana 
tunc guardianum, fratrem Marsilium de Padua, fratrem magistrum Laurentium 
Caprelum et m. Delesmaninum sacre pagine professores, fratrem Paulum de 
Padua, fratrem Antoniolum Nigrum de Padua, fratrem Iacometum de Padua 
tunc procuratorem conventus predicti, fratrem Petrum scientia (sic de Zaba- 
rellis, fratrem Nicolaum de Consilve magistrum puerorum et alios ibi tunc 
existentes et anno proxime elapso eidem Benedicto concessus fuit et sit unus 
locus in capite chori ipsius conventus in introytu ipsius chori, in quo loco 
posset construi facere imam sepulturam parvam prò filia et pueris ac here- 
dibus ipsius Benedicti in pieno et generali capitulo in quo interfuerunt 
m. Laurentium et m. Dalismaninum et fratrem Bertholomeum de Plebe vi- 
carium conventus, fratrem Bertholomeum de Montessilice, fratrem Nicolaum 
de Consilve, fratrem Petrum scientiam, fratrem Marsilium de Padua tunc 
guardianum et multos alios hic in capitulo existentes et habens ipse Be- 
nedictus possessionem diete prime sepulture in sepulcro faciendo.... suorum 
defunctorum, ut dicti fratres existentes de presenti in capitulo et dominus 
Benedictus sic asseruerunt fuisse et esse presente ipso Benedicto ; ideircho 
omnes suprascripti dicti fratres existentes in capitulo, ut supra, unanimiter 
nemine eorum discrepante, omni via, iure, modo et forma quibus melius potue- 
runt et possunt, laudaverunt, ratificaverunt, approbaverunt et contìrmaverunt 
ac laudant, ratiiìcant, approbant et confirmant ipsi Benedicto presenti sti- 
pulanti et recipienti prò se et heredibus suis dictas dationes et concessiones 



LORENZO E LEON BATTISTA ALBERTI A PADOVA 359 

sepulture et elicti loci et dederunt licentiam potestatem et bayliam ipsi Be- 
nedicto stipulanti et recipienti ut supra habendi, tenendi, imictendi et in- 
vestendi suos in ipsis sepulchris et loco huiusmodi informandi et sepeliendi 
seu humari in factum sepulchri ad omnem beneplacitum ipsius Benedicti 
et suorum heredum. Quam laudationem etc. 



Due umanisti bolognesi alla Corte ducale di Milano. 

I. 

Tommaso Tebaldi (Ergotele). 

La famiglia Tebaldi, di fazione Geremea, ebbe dal sec. XIII 
al XV, Ambasciatori, Dottori (i), Anziani, Cavalieri aurati e 
Capitani. 

Baciliero o Bazaliero di Tommaso, detto anche Masino Te- 
baldi, fu creato notaro nel 1392. e nel 143 1 era uno de' Correttori 
e Proconsoli (2). Il 26 aprile dello stesso anno fu uno dei sei eletti 
dal Consiglio di Bologna per ricevere il nuovo governatore della 
città (3). Il 29 dicembre 1440 andò in esilio, e con esso, secondo 
il Ghirardacci, partirono anche Giovanni dottore e Tommaso stu- 
dente suoi figli, che allora erano in officio a Milano. Questa no- 
tizia meriterebbe una conferma; ma più certa sembra quella del 
testamento di Bazalerio Tebaldi, rogato il 15 settembre 1449 dal 
notaio Duzio di Zano de' Zani (4), lasciando eredi i due figli Ma- 
sino e Tommaso. Quest'ultimo fu immatricolato notaro il 29 di- 
cembre 1428 e dall'Alidosi (5) è nominato fra i Dottori bolognesi 



(1 Giovannino e Giannino Tebaldi sono ricordati dal Sarti quali ce 
lebri Lettori di diritto civile, il primo nel sec. XII, l'altro nella prima 
metà del XIII. 

(2 Ved. Ghiselli, Memorie ani. mss. di Bologna, voi. VI, p. 477. 

(3) Ved. Ghirardacci, Hìst. di Bologna, to. Ili, ms. 

(4) Archivio di Stato di Bologna, Me?noriali di Dino di France- 
sco Dal Porto. 

5 Dottori bolognesi, p. 217. 



360 LODOVICO FRATI 

all'anno 1430, forse confondendolo col fratello Masino, che ebbe 
per moglie Bartolomea di Floriano Griffoni. 

Antonio Beccadelli detto il Panormita, che, secondo le ricerche 
del prof. Remigio Sabbadini (1), fu a Bologna dalla fine del 1425 
alla prima metà del 1427, ebbe una singolare predilezione pel 
giovinetto Tommaso, e lo condusse seco allorché recossi a Roma, 
ove, rinnovando l'antico costume greco di rallegrare coi canti le 
mense, nei festevoli ritrovi co 'suoi amici soleva fare cantar versi 
per mercede al vezzoso giovinetto, che d'allora in poi ebbe sempre 
dal Panormita il soprannome di Ergotele (2). Per questo motivo il 
Beccadelli, a giudizio del Valla, sarebbe stato nientemeno che un 
mercanteggiatore di fanciulli : puerorum mango ; e il Decembrio, 
rincarando la dose, così scrive: 

Ergotulo itaque musisque comitatus in foro, in amphiteatro, in 
celeberrima denìquc Romae vicis et compitis, praecinente pnero, vulgo 
stipem por rigente, facetissimos versus Ivra modulai 'us es. 

Sebbene esagerate, le parole del Decembrio sembrano tuttavia 
al prof. Sabbadini abbastanza conformi al vero ; poiché sono con- 
fermate e rettificate da una testimonianza più attendibile, quella 
di un Abate di Subiaco per nome Giacomo, secondo il quale Er- 
gotele non cantava versi sulla lira in pubblico, bensì in privato, 
per rallegrare le società e i circoli nei quali convenivano il Pa- 
normita e i suoi amici. Ciò rilevasi dal seguente passo di una let- 
tera al detto monaco: 

Venti nunc scribenti mini in memoriam Miniatis Lucani Ititerati 
bonique viri nostri Romae per id temporis libéralissimi et familiaris 
et hospitis ; atquc item Ergotilis illius tui adolescentuli , qui non minori 
ingenti nobilitate, quam forma corporis eroi ornatus, quo versus poeticos 
ad mensam intcr prandendum blande suavitcrque cantante, persaepe ipse 
totus pendens ab eius ore e.xtiti comedendi prope oblitus. Sed horum duum 
?iobis alterimi acerba mors, alter wn junior em absentia dura abstulit (3). 

Da Roma Ergotele passò a Milano verso il 1433 o 1434, ove 
presto ottenne i favori di Filippo Maria Visconti, e nel 1439 è 



1 1 Barozzi e Sabbadini, Studi sul Panormita e std Valla, Firenze, 
1891, p. 15. 

2) Ad Ergotele vincitore dei giuochi Olimpici è dedicata la XII ode 
di Pindaro. 

(3) Misceli. Tioli, voi. XXIX, p. 250. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 361 

nominato qual suo familiare (i). Pare che nel 1440 divenisse suo 
segretario, col qual titolo lo troviamo indicato in un documento 
del maggio 1442 (2), eilFilelfo in una sua lettera* del 12 ottobre 1440 
rallegrava si con lui, che per le sue singolari virtù ed i suoi meriti 
era stato prescelto e designato ad un ufficio sì eccelso ed illustre, 
augurando che si verificasse in lui la sentenza di Biante: Magi- 
stratus virum demonstrat, e che la sua probità e integrità rispondesse 
all'aspettazione sua e di tutti gli amici; perchè niuno dubitava 
che di giorno in giorno avrebbe acquistato autorità e favore presso 
il Duca (3). 

Anche il Panormita in una lettera senza data, che leggesi nel 
codice Barberiniano 1478, si rallegra dei vantaggi che egli ha ot- 
tenuti alla corte milanese; ma nello stesso tempo lo ammonisce di 
non fidarsene ciecamente, perchè egli aveva veduto molti a quella 
corte venire in auge, ma pochi rimanervi. Per cui consigi iavalo a 
conservare gelosamente le sue virtù, e non dare ascolto all'invidia 
e alla maldicenza, fidandosi solo di quegli amici che aveva prima 
di salire in prospero stato. 

Il 17 ottobre 1446 Filippo Maria Visconti inviò a Carlo VII, 
Re di Francia, Tommaso Tebaldi quale suo ambasciatore e man- 
datario (4) per chiedergli aiuto nella guerra contro i Veneziani, 
promettendogli in compenso la cessione di Asti, della qual città 
era governatore il Tebaldi. Le istruzioni che ricevette per questa 
ambasceria si trovano nelle carte dell'archivio Sforzesco presso la 
Biblioteca Nazionale di Parigi (5). 

Andò nuovamente il Tebaldi al Re di Francia il 15 gen- 
naio 1447, come rilevasi dal codice 1583 (fol. 96 e 101) presso 
la stessa Biblioteca di Parigi. In un documento del io aprile 1447 
troviamo il Tebaldi ricordato quale superiore Magistro de la corte (ò), 
ed ottenne dai Duchi di Milano i titoli di Cavaliere aurato e di 
Senatore Ducale. 



(1) Ved. Osio, Documenti diplomatici, Milano, 1877, voi. Ili, p. 187 

(2) Osio, op. cit., p. 270. 

(3) Franc Philelphi, Epistolae, Venezia, 1487. 

(4) Ved. Osio, op. cit., pp. 454-457. 

(5) Ved. Archivio stor. Lombardo, voi. X, p. 231. 

(6) Ved. Osio, op. cit. 



362 LODOVICO FRATI 

Secondo il Fantuzzi(i) egli andò pure ambasciatore a Napoli 
e fu governatore anche di Cremona e nel 1449 di Piacenza, se 
vogliamo prestar fede all'Alidosi (2). 

Nell'agosto del 1452 il Tebaldi. era luogotenente generale a 
Como (3), e il 4 luglio dello stesso anno scriveva da Cuneo al 
Duca di Milano (4). 

Non mi fu possibile di trovare per quali interessi del Tebaldi 
fosse inviato dal Comune di Bologna oratore al Re di Francia 
Giorgio Paselli il 20 aprile 1457(5). Neil' inviarlo a questa amba- 
sceria il Comune raccomandava caldamente a Sua Maestà che a 
Messer Tommaso fosse resa giustizia, « la quale mostra esser chiara 
« e manifesta per multi consigli de valentissimi nomini se sono 
« sopra ciò veduti. Et in ciò usarete omne debito e conveniente 
« parlare, quale comprenderete abbia a giovare al facto del dicto 
« M. Thomaxe, mostrandoli quanto esso per le sue virtù è grato 
« a questa Magnifica Comunità ». 

Nel 1459 a S n ' 8 di marzo il Tebaldi intervenne al battesimo 
dello storico milanese Bernardino Corio, col Co. Galeazzo, con Ro- 
berto da San Severino, col Co. Gasparo da Vimercato, Pietro da 
Pusterla, Cicco Simonetta e Antonio Guidobono. 

Il 15 dicembre 1460 il Tebaldi lasciò la corte ducale mila- 
nese dopo aver ottenuto da Francesco Sforza una lettera patente, 
o salvacondotto assai lusinghiero e favorevole, che fu pubblicato 
dal Fantuzzi (6) e che dovette servirgli per ottenere un ufficio ono- 
revole presso Borso d'Este. In cotesto documento dicesi che il Te- 
baldi fu dilettissimo a Filippo Maria Visconti per la sua modestia, 
onestà, continenza, magnanimità ed altre virtù, come pure per la 
sua costante fedeltà e per i servizi resi a quella corte ducale fino 
dai più teneri anni. 

Il Filelfo in una sua lettera del 26 febbraio 1461 rallegravasi 
ch'egli avesse raggiunto un posto così quieto e tranquillo ; ma nello 



(1) Fantuzzi, Scrittori Bolognesi, voi. Ili, p. 42. 

(2) Li Bolognesi che sono stati ?ie' governi dall' anno ago al 16 18, 
presso PArch. di Stato di Bologna. 

(3) Arch. stor. Lombardo, voi. XII, p. 680. 

(4) Ivi. voi. X, p. 252. 

(5) Ved. Libri partito rum (145 7-1459/,, presso l'Ardi, di Stato di 
•Bologna, sotto la data del i° aprile 1457. 

(6 Op. cit, voi. IX, p. 77. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 363 

stesso tempo dolevasi d'avere perduto un amico così caro. Com- 
piacevasi tuttavia ch'egli si fosse recato presso un principe di tanta 
virtù, quale era Borso d'Este, degno di essere ammirato, non solo 
da tutta l'Italia, ma dall'Europa (i). 

Quanto tempo rimanesse il Tebaldi presso Borso d'Este non 
so precisamente. Nel registro dei memoriali del 1461, che conser- 
vasi nell'Archivio di Stato di Modena, è ricordato spessissimo un 
« Thomaso da Milano camarlengo de lo Ill.mo S. N. », che po- 
trebbe essere il Tebaldi. Da Reggio egli scrisse sei lettere a Borso 
d'Este dal 14 luglio 1462 al settembre 1465 (2). 

Dalla prima di queste rilevasi che egli desiderava passare 
ai servigi del re di Francia e faceva istanze presso il Duca 
Borso perchè lo raccomandasse caldamente, non potendo rima- 
nere più a lungo come allora trovavasi « senza gran danno e ver- 
gogna ». Ma sembra che egli non ottenesse quanto desiderava : 
poiché scriveva al duca Francesco Sforza da Sulmona 1' 11 e 
28 giugno e il 4 e 8 agosto 1464 (3). Inoltre lo troviamo nomi- 
nato quale consigliere segreto del duca Galeazzo Maria Sforza 
ed abitante in Milano il 3 gennaio 1474 (4), e l'Alidosi (5) al- 
l' anno 1483 lo ricorda quale Cavaliere aurato e Capitano Ducale 
di giustizia. 

Presso l'Archivio di Stato di Milano (6) vi è un decreto di 
Bona e Gio. Galeazzo Sforza del 1469, col quale, « ob aliquam 
« remunerationem laborum, quibus assidue opprimebatur spetialis 
« miles d. Thomas de Thebaldis de Bononia ex consiliariis suis 
« in gerendis legationibus et aliis magistratibus adimplendis, quibus 
« degnissime ab ipso principe preficiebatur », assegnavangli le ren- 
dite, i dazi, e le entrate delle terre di Mandello e Vallassina. 
Questa concessione, rinnovata poi nel 1470 e 1471, poteva anche 



1 Veci. Fraxc. Philelphi, Epistolae, Venetiis, 1487. 

21 Archivio di Stato di Modena, nella serie: Particolari (1462- 
1465 . Ringrazio vivamente il mio ottimo amico cav. A. G. Spinelli della 
notizia e degli estratti che gentilmente me ne comunicò. 

(3 Ved. Arch. stor. Lo?nbardo, voi. X, pp. 291, 292, 294. 

4) Rog. di Lodovico Panzacchi trascritto dal Tioli, Misceli., voi. XXVIII, 
p. 1519. 

5) Op. ms. citata. 

6) Nell'incarto: Vicende dei Conumi Mandello). 



364 LODOVICO FRATI 

trasmettersi, dopo la morte del Tebaldi, ai suoi figli legittimi (i). 
Né questo fu il solo beneficio che egli ottenne dal Duca di Mi- 
lano; poiché da una minuta di decreto, senza data, di Francesco 
Maria Visconti risulta che Tommaso Tebaldi segretario ducale e i 
suoi discendenti furono nominati cittadini milanesi (2). Il rogito di 
Lodovico Panzacchi del 3 gennaio 1474, sopra accennato, si riferisce 
ad una casa che Tommaso Tebaldi aveva in Bologna, sulla piaz- 
zetta di S. Stefano, confinante colla via Miola e con Nicolò Aldro- 
vandi, ed anteriormente con via S. Stefano. Vi abitava allora il 
nobile Filippo di Gaspare Lupari bolognese, cognato del Tebaldi 
e procuratore de'suoi interessi che aveva in Bologna (3). Ora noi 
sappiamo che il Tebaldi non ebbe sorelle; poiché nel testamento 
del padre suo Bazaliero sono nominati solo due figli: Masino e 
Tommaso. 

Sembrerebbe dunque che quest'ultimo sposasse una sorella di 
Filippo Lupari, mentre il Tioli (4) afferma che prese in moglie 
nel 1437 Felicia di Alberto Battagliuzzi, famiglia antica e ragguar- 
devole di Bologna, senza dire d'onde abbia tratta questa notizia. 
Ad ogni modo o dalla Lupari, o dalla Battagliuzzi sappiamo che 
il Tebaldi ebbe una figlia per nome Dorotea, che divenne moglie 
di Giovanni Campeggi, celebre lettore di leggi a Pavia e a Pa- 
dova. Non so precisamente quando avvenne questo matrimonio, 
ma il primogenito del Campeggi nacque a Milano nel 1474, ebbe 
nome Lorenzo e fu poscia Cardinale. 

Ignoto è pure l'anno della morte di Tommaso Tebaldi, ed 
inutilmente feci ricerca di sue opere manoscritte o a stampa. In- 
vece se ne conoscono alcune a lui dedicate. Il dialogo del Filelfo: 
Conviviorum libri duo, che si crede composto nel 1443, avendo la 
data del 28 gennaio di quest'anno, fu dedicato al Tebaldi, che 



(1) Queste notizie mi furono cortesemente comunicate dal Direttore del- 
l'Archivio di Stato di Milano. 

(2) Arch. di Stato di Milano, Sezione storica — famiglie — Tebaldi. 

(3) Ved. presso l'Archivio notarile di Bologna i rogiti di Albice Du- 
glioli (1459, filza 2, n° 47) e di Bartolomeo Panzacchi (1461, filza I, n° 368) 
relativi a una questione che il Tebaldi ebbe coi Poveri di Cristo per l'ere- 
dità di Elena di Bartolomeo Avaldini, che il 24 aprile 1449 avealo nomi- 
nato suo erede usufruttuario. 

(4) Miscellanee, voi. XXVIII, p. 1638. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 365 

vi è introdotto quale interlocutore. Rilevasi pure da cotesta opera 
che Ergotele fu a Firenze, probabilmente col Panormita, o quando 
vi passò per andare a Roma, o quando vi si trattenne qualche 
tempo prima d'andare a Genova e a Pavia. Dice pure il Tebaldi 
in altro luogo dello stesso Convivio di essere stato a Venezia, 
quando era assai più giovane e d'avervi conosciuti Francesco Bar- 
baro e Leonardo Giustiniani. 

Finge il Filelfo che il primo convito abbia avuto luogo nel 
mese di giugno, e che Gio. Antonio Rambaldi vi invitasse lo stesso 
Tebaldi, Innico ed Alfonso Davaio, Antonio Metello, Domenico 
Ferrusino e Francesco Landriani. Nella dedica al Tebaldi gli dice: 
« quantum voluerim, tu, qui non minus apud omnes ingenii prae- 
« stantia et judicandi gravitate vales, quam et auctoritate et gratia 
« apud Philippum Mariam Anglum et regum omnium et principum 
« decus ac lumen facile judicabis ». 

Il Filelfo immagina che il secondo convito sia stato preparato 
nell'orto di Erasmo Trivulzi. Convitati, o sia interlocutori del dia- 
logo sono nove senatori: il Tebaldi, Luigi Crotto, Guido Torelli, 
Biagio Axereto, Franchino e Guarnerio Castiglione, Nicolò Terzi, 
[Maffeo Muzzano e lo stesso Trivulzi. Nella dedica il Filelfo si 
rallegra col Tebaldi, che, tra le altre sue fortune, abbia avuto 
quella di essersi trovato a Milano quando s'introdussero tali cene, 
alle quali egli interveniva con somma sua lode. Soggiunge poscia 
che, essendosi già radunati nove senatori, sopraggiunse il Tebaldi, 
mandato dal Duca a riferire qualche segreto e importante affare. 
Quando egli disponevasi a partire, il Trivulzio e gli altri a forza 
lo trattennero, e sebbene egli si scusasse perchè era aspettato dal 
Duca, finalmente dovette cedere e restar con loro. Fra i versi re- 
citati per invitare il Tebaldi a sedersi alla mensa, si leggono i 
seguenti: 

« Junior annorum Thoma Thebalde rotatu, 

« Sed probitate senex, qua te super alta locavit 
« Sydera laudis honos, epulis accumbe, tuisque 
« Ingeniis, salibus mensam dictisque serena. 

Un'altra opera fu dedicata al Tebaldi da Piattino de' Piatti 
patrizio e poeta milanese, che fu paggio di Galeazzo Maria Sforza; 
ma incorse nella disgrazia del suo principe e fu per quindici mesi 
prigioniero nel castello di Monza. Allorché fu liberato nel 1470 

Akch. Stok. It., Serie 6.a — XLIII. 24 



366 -LODOVICO FRATI 

scrisse un'operetta in versi dedicandola al Tebaldi, che lo avea 
molto aiutato presso il Duca per ottenergli la libertà, ed ha il se- 
guente titolo: Platini Piati Mediolancnsis ad Magnificimi Thomam 
Thebaldum Bononiensem Equitcm auratttm ac Ducalem Senatorem da- 
rissimum libellus de carce?-e{\). 

Il Panormita, quando il Tebaldi era in età giovanile, gli in- 
dirizzò il seguente epigramma, che leggesi nel cod. Barberiniano, 
n. 1478(2): 

Cura nequeat nummos, mittit tibi carmina vates ; 
Tu tamen argento carmina pluris habe, 
Eripiunt quemvis a mortis dente Camoenae, 
Carmine vivit Itis, Carmine vivit Flylas. 
Fortunate puer, quem dilexere poetae, 
Grate puer vati, non moriere puer. 
Et te sanctus amat vates, ut teque perennet 
Conatur : modo tu cur amet il le stude. 
Ergo vale, Ergoteles, cari spes una parentis, 
Spes patriae, hercle, puer, sed gravitate senex. 

Ricorderò pure come nella Biblioteca Vaticana, fra i codici 
provenienti dalla Regina di Svezia, quello segnato col n, 2 no 
contiene : Consulta/io Gasparis de Angleria de donatione regia in gra- 
tiam Thomasi Theobaldi consiliarii (3). 

Fra le epistole del Panormita ve ne sono tre, senza data, di- 
rette ad Ergotele (4), del quale il codice Vaticano 3372 (e. 83 e 84) 
contiene quattro lettere tuttora inedite ad Antonio Beccadelli. La 
prima è scritta da Bologna il 4 novembre, senza indicazione del- 
l'anno. Si scusa d'avergli inviato un cavallino assai macilento, che 
serviva per trasporto di libri e valigie. Chiede che gli mandi per 
lettera di cambio alcuni fìlippi che doveva avere e gli trasmette 
una nota di alcuni libri : « Hoc est et librorum nomina et episto- 
« larum initio. In Servio ilio scio sextum deficere; sed eo pacto 
« ad meas manus pervenit. Servius autem ille alter apud foenera- 
« torem est. Hodie illuni vidi, pulcher est, in papyro usque : ibi 



(1) Ved. Hain, Repertor. bibliogr., n° 1 3070-13073. 
2 Ved. Tioli, Misceli., voi. XXVIII, p. 622. 

(3) Ved. Montfaucon, Bibliotheca Bibliothecarum, voi. I, p. 61. 

(4) Ved. l'ediz. di Venezia, 1553, ce. 98, 1022'. e 103. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 367 

« oceanum rata serpens aurora. Reliquum et etiam ultra per quinque 
« cartas. Papias, egregius liber. Isydorus: Ethimol., Genealogiae 
« Deorum ; similiter Johannes Boccatius, Quintilianus. Tu prò eis 
« pecunias mitte, si placet; nani durare amplius nequeo. De Servio 
« ilio antiquo nihil scribis, neque de Virgilio. Marrasio scribas ut 
«.mini Priscianum mittet ». E termina dicendo: «Ego te dies 
« noctesque observabo tamquam numen et Deum meum ». 

Le altre tre lettere sono scritte da Milano, mancano egual- 
mente di data; ma forse furono scritte verso il 1430, come altre 
dello stesso codice. Nell'ultima di esse il Tebaldi scriveva al Pa- 
normita di aver saputo da un domestico del Duca di Milano che 
questi avealo molto nella sua grazia ; della qual cosa il Beccadelli 
assai si rallegrava, e davagli opportuni consigli per conservarsi il 
favore del suo principe. 

Ricorderò per ultima un'epistola di Minato Lucano ad Ergo- 
tele Bolognese nel codice n. 3420 (e. 108 v. t 109) della Biblioteca 
Palatina di Vienna. 



IL 

Cambio Zambeccari. 



Con Tommaso Tebaldi e più ancora col Panormita ebbe in- 
tima amicizia Cambio Zambeccari, del quale il Fantuzzi non dà 
alcuna notizia. 

Egli nacque da Carlo di Cambio Zambeccari, che fu celebre 
lettore di diritto civile e canonico nello Studio bolognese dal 1384 
al 1399. Nel 1398 fu incaricato di riformare gli statuti della città 
e sostenne altre cariche e ambascerie, per le quali venne in tanto 
credito e in tale autorità, da potere ambire il comando della città, 
opponendosi con l'armi e colle insidie a Nanne Gozzadini e a Gio- 
vanni I Bentivoglio. Nel 1399, allorché infieriva a Bologna la pe- 
stilenza, Carlo Zambeccari si rifugiò nel convento di S. Michele 
in Bosco, ove restò vittima di quel morbo il 19 ottobre di detto 
anno, e gli furono fatti solenni funerali. 

Cambio di Carlo Zambeccari nel 1409 era a Cento, per fug- 
gire la pestilenza che infieriva in Bologna, e invitò colà Matteo 
Mattesillani suo cognato, perchè vi tenesse scuola di legge, come 



368 LODOVICO FRATI 

fece in quell'anno (i). Nel 141 1 era dottore di leggi; e nel 1412 
Tribuno della plebe e Consigliere del card. Lodovico Fieschi ge- 
novese Legato di Bologna (2). Secondo il Ghiselli (3) nello stesso 
anno 141 2 era « uno delli dodici del Consiglio » e uno dei sedici 
Riformatori; fu dato in ostaggio a Braccio da Montone, e prese 
in moglie Adola di Pietro Lodovisi, andando ad abitare in Roma. 

Nel 14 io fu pacificata una sanguinosa discordia, che durava 
da più anni, fra quei di Ceula, di Pradalbino, di S. Lorenzo in 
Collina e di altre terre circostanti. Non furono ricercati a far parte 
di questo trattato di pace né Cambio Zambeccari, né Matteo Pa- 
pazzoni, né Andrea degli Albertuzzi, i quali per ciò indignati an- 
darono in piazza con molti armati e incominciarono una zuffa 
accanita col popolo che vi si trovava. Tra gli altri vi fu un gio- 
vinetto per nome Bartolomeo, ehe combattè a lungo collo Zam- 
beccari, ma non fu offeso, perchè si difese valorosamente. Ritornò 
Cambio nel pomeriggio, più di prima sdegnato, accompagnato da 
molti suoi amici e seguaci, e rinnovata la pugna, Bartolomeo fu 
tagliato a pezzi. Matteo Papazzoni ,fu preso e menato a casa di 
Battista Bentivoglio, ed Andrea suo fratello si salvò nel castello 
di Galliera; Bernardino e Nicolò Zambeccari si rifugiarono nella 
chiesa di S. Francesco; Cambio Zambeccari presso l'Abate di 
S. Paolo suo fratello. 

Finito questo tumulto, Cambio fu ricercato e il Senato di Bo- 
logna pubblicò un bando pel quale prima delle ore 24 di quel 
giorno dovea comparire avanti ad esso, assicurandolo che non sa- 
rebbe offeso in cosa alcuna, altrimenti sarebbe stato bandito in 
pena capitale. Gli altri fuggirono a Cento, favoriti da un nipote 
di Baldassarre Costa, e Cambio Zambeccari, non essendosi pre- 
sentato, fu bandito. 

Rifugiossi a Castel San Pietro, ove tenne pratiche con Braccio 
Fortebracci, che occupava il castello di Galliera, perchè introdu- 
cesse in Bologna i soldati che aveva a Castel San Pietro e saccheg- 
giasse la città. I Bolognesi poi vennero ad un accordo con Braccio, 
che, a certi patti, promise di non muovere più a loro danno. 



(1) Cfr. Fantuzzi, Scrittori bolognesi, voi. V, p. 365. 

(2) Ved. Matteo Griffoni, Memoriale hist., Città di Castello, 1902, 
p. 105, e Ghirardacci, Hist. di Bologna, voi. II, p. 592. 

(3) Memorie antiche mss. di Bologna, voi. V, p. 565. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 369 

Quando nel 1420 Anton Galeazzo Bentivoglio pensò di farsi 
signore della città fece ritornare segretamente a Bologna, in casa 
propria, Cambio Zambeccari e Bartolomeo suo fratello, abate di 
S. Procolo, con molti altri fuorusciti pronti a sostenerlo e a difen- 
derlo. Quanto tempo rimanesse a Bologna non sappiamo con cer- 
tezza; ma probabilmente più non eravi nel 1425, verso la fine del 
qual anno vennevi il Panormita, col quale Cambio strinse poscia 
affettuosa amicizia, per mezzo del Lamola (come crede il Sabba- 
dini (1)), che nel 1426 fece chiedere al Beccadelli una copia del- 
l' Ermafrodito. 

Cambio Zambeccari passò quindi a Milano, ove ottenne l'uf- 
ficio di questore presso la corte ducale ; ma poi ne fu esonerato, 
e il Panormita in una sua lettera (2) rallegravasene, perchè era 
un ufficio indegno di lui, che poteva aspirare a maggiori onori: 

« Quod exemuerit ac liberaverit te Princeps noster a Quaestura 
« primum tibi gratulor, quia ea molestia cariturus sis et officio, te 
« non digno, deinde Principi gratias ago, qui, nisi vates male va- 
« ticinor, eo te evecturus est, ubi tuam illam incredibilem animi 
« fortitudinem queas exercere et tibi et illi gloriam parturire 
« sempiternam ». 

Cambio Zambeccari divenne presto una persona molto in- 
fluente a corte; fu capitano di soldati e prefetto dell'erario (3), ed 
inoltre si trovò a Milano in un centro di dotti molto insigne, coi 
quali strinse amichevoli relazioni, mostrandosi appassionato racco- 
glitore di opere morali antiche e delle vite di Plutarco (4). Fu 
amico del Lamola, dell'xAurispa (5), del Panormita, del Guarino, 
del Decembrio e di Maffeo Vegio, che compose due epigrammi in 
sua morte, come dirò in appresso. 

Antonio Beccadelli per i suoi studi ebbe relazione con molte 
persone dedite alle lettere ed influenti alla corte di Filippo Maria 



(1 Barozzi e Sabbadini, op. cit., p. 27. 

(2) ANT. Beccadelli, Epistolaruni libri V, Venetiis, 1553, e. 54^. 

(3) Veci. MANCINI, Vita di Lorenzo Valla, Firenze, 1891, p. 27. Ciò 
rilevasi anche dall'epitafio del Vegio qui pubblicato. 

(4) Ved. R. Sabbadini, Della biblioteca di Giov. Corvini, nel Museo 
ital. d'ani, class., voi. IT, p. 90. 

(5) Ved. Sabbadini, Biografa docum. di Gio. Aurispa, Noto, 1891, 
pp. 43, 46, 47. 



370 LODOVICO FRATI 

Visconti, fra le quali eravi pure Cambio Zambeccari. « L' influenza 
« di questi personaggi alla corte viscontea (come scrive il Ramo- 
« rino (i)), e l'andazzo de' tempi è probabile che abbiano fatto na- 
« scere presto nell'animo del Beccadelli il desiderio d'entrare nelle 
« grazie del Duca di Milano e ottenere l'ambita carica di poeta 
« aulico ». 

Intanto si raccomandava a tutti i suoi amici, e Cambio Zam- 
beccari consigliavalo ad aver pazienza e a star tranquillo, e scri- 
vevagli che fosse un po' più filosofo e confidasse in se stesso più 
che negli altri. 

Finalmente giunse il i° dicembre 1429 la tanto attesa risposta 
del principe, che accettava il Panormita in luogo non di servo, 
ma di figlio, e si riprometteva di poter vedere le sue gesta cele- 
brate in versi da lui. Ad ottenere tale favore certo non fu estraneo 
lo Zambeccari, e il Beccadelli gliene serbò poi perenne gratitudine. 
In una lettera a Francesco Piccinino (2) egli difendevasi dall'ac- 
cusa di essere immemore di Cambio ed ingrato, soggiungendo : 
«Amavi jam Cambium, id et tu scis et vere omnes intelligunt; 
« amo nunc Cambium aliquando etiam ardentius, id pace tua 
« dixerim, neque tu scis, neque alii intelligunt. Cambius hoc unus 
« scit et intelligit; mecumque est Cambius, non est mortuus, vìvit 
« apud me Cambius, loquitur, suaviter philosophatur, item lectitat, 
« pransitat, dormit, ego velut Numa, ille Egeria ». 

L'amicizia fra il Panormita e lo Zambeccari si fece sempre più 
intima e viva, di guisa che il Beccadelli riceveva fino a due, o tre 
ed anche quattro lettere al giorno dall'amico suo. 

Il codice Vaticano 3371 contiene (a e. 4-87) diciannove lettere 
del Panormita a Cambio Zambeccari, e non poche altre sono nei 
codici della Biblioteca Ambrosiana H, 48 e 49. Di queste, ventitre 
sono pubblicate nei cinque libri di epistole editi a Venezia nel 1553 
(e. 47-60) e nel libro terzo delle Epistolae Gallicae; le altre sono 
inedite. 

Tredici lettere di Cambio al Panormita si trovano nel codice Va- 
ticano 3372 (ce. 56-73) e sembrano essere state scritte negli anni 1429 
e 1430, sebbene alcune manchino della data. 



(i) Arch. storico Siciliano, N. S., 1883, p. 257. 
(2) Lib. II, Epist. X. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 371 

Nella prima di queste Cambio dice al Panormita che non 
sempre risponde, perchè egli lo supera nel numero delle lettere, 
e spesso lo previene. Soggiunge però che il numero delle sue epi- 
stole è eguale a quello dei giorni della sua lontananza. In un'altra 
lettera, scritta da Milano il 12 giugno 1430, si lagna della malizia 
dei corrieri, che non gli portavano le sue lettere e gliene invia 
alcuna da correggere. Lo ringraziava pure dell'epitafio composto 
in morte del padre suo, pregandolo d'inviargli un Tibullo, le ora- 
zioni del Guarino, le epistole del Decembrio ed altri libri. 

Con una lettera del 5 dicembre 1429 accompagnava al Pa- 
normita una lettera del Duca di Milano, che doveva recargli 
somma soddisfazione, soggiungendo questo elogio del suo principe: 
« Dominus noster tardus ad amplectendum est, quamquam ratus, 
« postquam amplexus est, non minor animo et perseverantia est 
« in amando et benefaciendo, quam in odiendo et ulciscendo ». 

Anteriore a questa lettera è un'altra del 9 agosto 1429, scritta 
pure da Milano, nella quale diceva di non potere inviargli un co- 
dice di Plauto, che aveva chiesto l'amico suo, perchè non lo pos- 
sedeva, e lo pregava di farne copiare uno a Pavia a proprie spese. 

Nel gennaio 1430 fu chiamato a Milano, dal Duca, Tommaso 
Zambeccari, fratello di Cambio, che ne dava notizia al Panormita 
con sua lettera dell' 1 1 di detto anno, e in pari tempo chiedevagli 
un Cornelio Celso, e lodava la sua invettiva contro Antonio da Rho. 

Fra le lettere scritte dal Panormita a Cambio Zambeccari è 
singolarmente notevole la prima del libro terzo (1), per le notizie 
che contiene della famiglia Beccadelli e della sua origine bolognese. 

Anche col Decembrio ebbe Cambio fin dalla prima giovinezza 
vincoli d'affettuosa amicizia. In una lettera, senza data, che leggesi 
nel codice 2387 della Biblioteca Universitaria di Bologna (e. 46 v.) 
il Decembrio così ricordava con piacere allo Zambeccari i bei 
tempi passati : 

« Nulla fere dies transit, vir magnifice, nulla elabitur hora 
« quin tui continuo memor sim, quin potius tecum colloqui aut 
« aliquid meditari familiari et assueto ilio sermone concipiam. Sic 
« est elapsi temporis plerumque jucunda recordatio, nec, ut apud 
« tragicum legimus, quod fuit meminisse gratius est ». 



(1 Ed. Veneta del 1553, e. 47. 



372 LODOVICO FRATI 

« O temporum incredibilem fugami O solatia nunquam redi- 
« tura! Quis annorum nostrorum blanditias, peregrinationes, jucun- 
« ditatem, mellifluorum voluptatem studiorum, assiduas curarum 
« dulcium meditationes calamo posset amplecti, quae ommia jam 
« pene occiderunt ? ». 

Con altra lettera il Decembrio inviava allo Zambeccari una 
sua commedia intitolata : Afrodisia, desiderando che la esaminasse 
e gli riferisse il suo parere. 

Pare che Cambio sia autore d'un poema, ora smarrito, inti- 
tolato : Aeneas, o piuttosto di una copia de\V Eneide di Virgilio, ri- 
veduta e corretta dal Panormita e da Maffeo Vegio. Ma in questo 
ultimo caso parmi che il Panormita nell'epistola terza del libro 
terzo avrebbe detto: Virgilium tuwn, e non: Aeneam timm; inoltre, 
se ne aveva esaminati già otto libri, e gliene restavano ancora 
quattro, avrebbe scritto che lo aveva corretto per la massima parte? 

L'epistola incomincia così : 

« Aeneam tuum mea opera recognitum atque recorrectum ad 
« Christi Dei optimi natalitia tibi restituam ; majore quidem ex 
« parte jam emendatus est, cras enim octavum librum absolvam. 
« Habui adjuctorem Maphaeum Vegium poetam haud reijciendum, 
« interdum Catonem jurisconsultum, nec a poetis abhorrentem » (i). 

Fra le elegie di Roberto Orsi Riminese havvene una a Cambio 
Zambeccari (2), nella quale si scusa di non potere andare da lui 
come soleva, ed incomincia : 

Cambion, Aonides ad Zambeccarion ite, 
Cum mihi nunc solitimi non reseretur iter. 

Nella raccolta di T. Bonaventuri intitolata: Carmina illustrium 
poetarum italorum (Firenze, 1719-26), a p. 387 del tomo I leggesi 
un'elegia latina di ventotto versi a Cambio Zambeccari, scritta da 
Ardizzo da Carrara, che incomincia : 

Quod scribam teneros, Cambi, miraris amore. 

Quando venisse a morte lo Zambeccari non so precisamente; 
ma certo prima del 1437; poiché il 12 luglio di quest'anno Adola 



(i) Ed. Veneta, 1553, e. 49. 
2 Trovasi nel cod. Vat. lat. 2862, cart., in 4 , del sec. XV. 



DUE UMANISTI BOLOGNESI ALLA CORTE DUCALE DI MILANO 373 

del fu Pietro Lodovisi, vedova del nobile Cambio di Carlo Zam- 
beccari dottore di leggi, volendo visitare la chiesa di S. Francesco 
d'Assisi, fece prima testamento (i), lasciando a Scipione suo figlio 
lire 500 di bolognini nel caso che egli non potesse ottenere il be- 
neficio od oratorio di S. Pellegrino fuori di porta S. Mamolo; al- 
trimenti gli lasciava solo 100 lire. 

A sua figlia Lucrezia, moglie di Lodovico dalla Ringhiera, la- 
sciava lire 500 ed inoltre un anello d'oro con diamanti. A sua 
sorella Zanna, vedova di Giovanni Zambeccari, l'usufrutto della 
metà d'una casa sotto la parrocchia de' SS. Pietro e Marcellino. 
Adola Lodovisi Zambeccari ebbe pure una figlia di nome Panta- 
silea, che si maritò con Gaspare Canetoli ed ebbe una figlia Cas- 
sandra, alla quale la testatrice lasciava 200 lire. Di tutti gli altri 
suoi beni mobili ed immobili Adola nominava erede il figlio Jacopo, 
e voleva essere sepolta nella chiesa di S. Francesco, nella tomba 
di sua famiglia. 

Un altro testamento fece la vedova di Cambio Zambeccari 
il 28 aprile 1441 (2), allorché abitava sotto la parrocchia di S. Bar- 
baziano. Dopo vari lasciti a chiese e conventi della città, ne ven- 
gono altri di 50 lire per x un servo di Cambio e per una schiava 
libera, di nome Nastasia di Russia, alla quale Adola Zambeccari 
donava 200 lire per la sua dote. 

Alle due nipoti Cassandra e Pantasilea (figlia quest'ultima di 
Lodovico dalla Ringhiera e di Lucrezia), al figlio Scipione, stu- 
dente di leggi, e a Marcantonio suo nipote, figlio di Jacopo Zam- 
beccari, lasciava prò indiviso tutti i banchi e le stazioni ad uso di 
beccarla e pescheria, che aveva in Bologna, ereditati da Giovanna, 
moglie di Pietro Lodovisi e in seconde nozze di Lambertino da 
Canetolo. 

Terminerò ricordando alcuni epigrammi latini composti in 
morte di Cambio Zambeccari. Due sono di Maffeo Vegio e così 
si leggono in due codici Laurenziani (3) : 



(1 Arch. notarile di Bologna. Rog. di Pietro Bruni, filza 8, n 1 47 e 48. 

(2) Ivi, Rog. di Pietro Bruni, filza 13, n° 36. 

3 Cod. plut. XXXIV, 53 (e. 1067/j e 55 (e. 107 r). La copia mi fu 
cortesemente favorita dal dott. Curzio Mazzi, al quale rinnovo cordiali rin- 
graziamenti. 



374 LODOVICO FRATI, DUE UMANISTI BOLOGNESI ECC. 



Efii. Cambii Zambeccarii. 

Cambius hic pariter sua Zambeccarius ossa 

Hic cura Zanino jussit humanda suo, 
Ut quos viventis animos coniunxerat idem 

Defunctos eadem j ungerei urna duos. 
Alagnus justitia, magnus pietate fideque 

Inter erat priscos connumerandos avos , 
Fletè virum quicumque ilio superestis adempto 

Gaudete ob civem diique deeque novum. 



Efii. eius dem. 

Cambius ille sui qui Zambeccarius aevi 

Lux fuit hic cineres jussit inesse (i) suos ; 
Vir summi ingenii, legum doctissimus, idem 

Ductor miliciae, junxerat arma togae. 
Is coluit sanctos mira pietate poetas, 

Is coluit mira religione deos. 
Tristantur divae nigra sub veste sorores 

Ipse etiam posita tristis Apollo lyra. 

Anche del Panormita ci resta un epitafio latino in morte di 
Cambio Zambeccari ; leggesi nel codice di Lione n.° C (f. 245) (2) 
ed incomincia: 

Kambìus hoc tegz'tur, stirfis Zambeccharia, busto. 

Bolo gii a. Lodovico Frati. 



(1) Il cod. legge: esse; altra mano aggiunse nell'interlinea un in. 

(2) Ved. F. NOVATI e G. LAFAYE, Uanthologie d'un luimaniste ital., 
in Mélanges d'archéol. et d'histoire, voi. XII, p. 169. 



Rassegna Bibliografica 



Arrigo Solmi, Storia del diritto italiano, Milano, Società edi- 
trice libraria, 1908. Voi. 15 della Piccola biblioteca scientìfica^ 
pp. xxn-916. 

Alla serie eletta dei Manuali di storia del diritto italiano dello 

Schupfer, del Salvioli, del Calisse e del Ciccaglione, sorti sulle orme 
della grande opera del Pertile — che rimane tuttora la base fon- 
damentale della storia del diritto italiano — si è aggiunto ora il 
Manuale del Solmi, nel piccolo ma elegante formato della Piccola 
biblioteca scientifica della Società editrice libraria. 

Pei ristretti limiti di spazio concessi in questa raccolta, note- 
vole per la forma e pel contenuto dei volumi già pubblicati, non 
poche e non lievi erano le difficoltà di concentrare in un'esposizione 
concisa e stringata, di poco più di novecento pagine in sedicesimo, 
la vasta materia della evoluzione storica del diritto italiano. 

Il Solmi si è accinto all'arduo arringo con un vasto corredo di 
studi storico-giuridici, di cui fanno prova le diverse, notevoli sue 
monografìe su vari punti della storia del diritto italiano, e, non 
ostante la giovane età, con una larga esperienza di insegnante, riu- 
scendo, come vedremo, a darci un manuale, in cui la originalità 
della ricerca, la profondità dell'erudizione e l'acutezza giuridica 
vanno congiunte alla luminosità e al valore didattico e sistematico 
dell'esposizione. 

Il diritto italiano, così vasto nelle sue fonti, cosi diverso nello 
svolgimento delle varie parti e nelle varie regioni, così molteplice per 
gli elementi, che determinarono la sua evoluzione, è stato oggetto 
negli ultimi decenni di estese e pazienti ricerche. Ma la letteratura 
monografica, per quanto vasta, non solo non ha toccate ancora tutte 
le parti dell'immenso campo, ma è stata, come giustamente osserva 
l'A. nella prefazione, piuttosto di demolizione, che non di ricostru- 
zione. Antiche, radicate teorie furono scalzate, e ad esse si so- 



376 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

stituirono nuove ipotesi, non sempre generalmente accolte e scien- 
tificamente sicure. Da ciò deriva la grande difficoltà di segnare in 
un manuale le linee generali più attendibili e i punti salienti della 
trasformazione di istituti ancora controversi nella dottrina, senza 
entrare nella minuta disamina delle varie ipotesi ed opinioni, non 
consentanea all'indole stessa di un lavoro del genere. 

Già nella introduzione, in cui l'A. delinea la natura e la fun- 
zione del diritto italiano, si dimostra quella vasta concezione della 
materia, che è una delle principali caratteristiche'dell'opera. La vita 
del diritto è messa in rapporto con ogni altra manifestazione sociale, 
coll'arte, colla lingua, colla letteratura, col pensiero, col costume, 
e con quegli elementi che alimentarono la vita e la cultura italiana 
nel ' suo sviluppo, cioè l'elemento romano, l'elemento germanico, 
l'elemento ecclesiastico e quell'elemento volgare o indigeno, schiet- 
tamente italiano, che forse non aveva sempre avuta, nella valuta- 
zione degli istituti giuridici, una considerazione adeguata alla sua 
importanza. 

Nella trattazione, invece del metodo cronologico seguito dalle 
vecchie storie regionali, ed ormai quasi completamente abbandonato, 
e di quello sistematico, a cui si attengono col Fertile, i manuali del 
Salvioli e del Calisse, l'A. ha adottato il metodo sincronistico, per 
cui la materia viene ripartita in grandi periodi ed in questi viene 
esposta paratamente la storia dei singoli gruppi di istituti giuri- 
dici. In tal modo la evoluzione storica dei singoli periodi appare 
più chiara e più precisa, e meglio risaltano i vincoli, che uniscono 
fra di loro le varie branche del diritto nella medesima fase storica. 

Assai opportunamente nella ripartizione della materia l'A. ha 
distinto le età, che corrispondono ai più ampi e profondi mutamenti 
nelle condizioni storiche e giuridiche, suddividendole poi a loro 
volta in periodi, nei quali vengono poste in luce le diverse modifi- 
cazioni, che si compiono nell'orbita delle singole età. 

Così entro il vasto campo del diritto italiano, che va dalla caduta 
dell' Impero d'Occidente alla fine del potere temporale dei Ponte- 
fici (476-1870), l'A. fissa le tre grandi epoche designate come età 
romano-barbarica (476-1100), età del risorgimento (1100-1748), età mo- 
derna (1748-1870), e questa nuova ripartizione corrisponde, a nostro 
avviso, assai più di quella tradizionale, allo svolgimento storico 
delle istituzioni giuridiche italiane. Poiché se per una parte del 
sec. XIII sorge sul suolo italico una nuova società, determinata 
dallo sfasciarsi del sistema barbarico-feudale e col rinascere del di- 
ritto romano si afferma la vigorosa vita dei comuni e del nuovo 
mondo mercantile italiano, dall'altra i limiti di questi nuovi aggre- 



-OLMI. STORIA DEL DIRITTO ITALIANO 377 

gati sociali si estendono concettualmente al di là del termine tra- 
dizionale del Medioevo (1492) e la loro influenza continua, sotto 
varia forma, sino alla pace di Aquisgrana, quando in tutta l'Italia 
si fanno sentire quei moti riformatori, che precipitati dalla Rivo- 
luzione francese dovevano determinare in seguito le più salienti ca- 
ratteristiche dell'epoca moderna. 

Con chiara e sicura visione dei fenomeni storico-giuridici l'A. 
ha proceduto quindi alla suddivisione dei periodi nelle tre grandi 
età sopra accennate. L'epoca romano-barbarica viene a sua volta 
ripartita in tre periodi. Nel periodo bizantino (476-751), si compie il 
passaggio dal diritto romano a quello barbarico, la cui prevalenza 
è contrassegnata esteriormente dalla caduta di Ravenna sotto il do- 
minio longobardo; nel periodo barbarico (568-888), per la conquista 
longobarda prevalgono quegli elementi germanici, che continuano 
anche nel periodo franco e si mantengono fino alla dissoluzione del- 
l' Impero carolingio, e da ultimo nel periodo feudale (888-1100), col 
disgregarsi degli Stati germanici, col prevalere del sistema feudale, 
in cui si fondono elementi romani e barbarici, si preparano le grandi 
mutazioni e il rinnovellamento delle varie forme sociali della se- 
guente epoca comunale. 

Nell'età del risorgimento l'A. distingue due grandi periodi : il 
periodo dell'autonomia (1100-1492), in cui nella vita autonoma dei 
Comuni si rispecchiano le nuove correnti giuridiche della risorta 
società italiana, e il periodo delle preponderanze straniere (1492-1748), 
in cui si vengono formando ed ordinando i vari Stati particolari ita- 
liani, dopo il termine del Medioevo, e si consolidano e perfezionano 
le istituzioni giuridiche create nella precedente epoca comunale. 

L'ultima età che comincia dalla pace di Aquisgrana è essenzial- 
mente determinata dalla Rivoluzione francese e dalla attuazione 
dei suoi principi, colla formazione degli Stati moderni e colle grandi 
opere di codificazione. Essa si presenta come un tutto unico, ri- 
guardo allo svolgimento giuridico, per cui l'A. ha rinunciato ad una 
ulteriore suddivisione di essa in periodi. 

Con questa distinzione di età e di periodi l'A. ha posto solida- 
mente le basi della sua trattazione e preparata, con vasto disegno, 
la tela, che viene svolta nei vari capitoli del libro, dando ad essa 
un mirabile carattere di unità di concetto e di pensiero. E al piano 
così precisamente e pensatamente ordito, corrisponde il metodo se- 
guito dall'A. nella sua esecuzione, determinata da novità e profon- 
dità di concetti. 

In un' introduzione premessa ai singoli periodi vengono pas- 
sati in rassegna i fattori storici e politici delle singole epoche, e 



378 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ad essa seguo la descrizione delle fonti e la esposizione del diritto 
pubblico (con speciale riguardo ai rapporti fra lo Stato e la Chiesa) 
e del diritto penale e processuale, divisa per singoli periodi. Per 
contro la esposizione del diritto privato viene compresa in una 
trattazione unica per ogni età, perchè più lento fu lo svolgersi 
delle istituzioni del diritto privato, e per tal modo si ottiene una 
più complessiva veduta d'assieme della sua evoluzione, evitandosi 
un eccessivo frazionamento ed inutili ripetizioni nella trattazione 
dei diversi istituti. 

La omissione della esposizione ex professo del diritto germa- 
nico, che tradizionalmente andava congiunta a quella del diritto 
italiano, presenta un notevole vantaggio, tanto sotto l'aspetto di- 
dattico che sistematico. La storia del diritto germanico non rientra 
direttamente nel campo del diritto italiano, come non ne fanno 
parte la storia del diritto romano, del diritto canonico e del di- 
ritto bizantino : essa costituiva per i principianti un gravoso in- 
gombro, atto a turbare, piuttosto che a chiarire, la giusta valuta- 
zione degli elementi che contribuirono a formare il diritto italiano. 
D'altronde, gli ottimi trattati del Brunner, dello Schróder, dell'Amira 
e dell' Heusler, che a ragione l'A. vorrebbe veder tradotti in ita- 
liano, a cui si aggiunsero recentemente la grande opera dello Schupfer 
sul diritto privato germanico e il trattato di storia del diritto pub- 
blico germanico del compianto Sartori-Montecroce (Trento, 1908), 
offrono modo a chi intenda approfondire il diritto germanico di 
mettersi agevolmente al corrente degli studi in proposito. 

Così già nella esposizione della materia l'opera del Solmi segna 
un progresso nella esposizione della storia del diritto italiano, a 
cui sta al pari la bontà e la sicurezza del metodo della tratta- 
zione. 

Se anche per i limiti di spazio imposti dall' indole e dal for- 
mato della Piccala biblioteca scientifica, l'A. ha dovuto rinunciare a 
un vasto apparato di fonti e di citazioni bibliografiche, alle fonti 
ed alla letteratura egli ha attinto quei criteri di soda e profonda 
dottrina storica e giuridica, che si rivelano in tutte le parti del 
volume. Attraverso ad una critica severa e giudiziosa l'A. ha va- 
gliati i risultati degli studi più recenti nel vasto campo del diritto 
italiano, fondendoli con unità di concetti, scegliendo fra le varie 
ipotesi, quelle che sono a ritenersi più sicure e presentano la vasta 
materia come un tutto vivo e organico. 

E appunto questa unità concettuale del libro, frutto di lunghi 
studi, di una completa padronanza della materia, e di una perfetta 
assimilazione, sembra a noi uno dei pregi precipui del lavoro del 



SOLMI, STORIA DEL DIRITTO ITALIANO 379 

Solmi. Esso ci presenta i vincoli e le divergenze che collegano e 
separano le varie epoche ed i singoli periodi con grande chiarezza 
e con mirabile semplicità. Dei vari istituti, delle molteplici mani- 
festazioni della vita giuridica italiana nel lungo corso della sua 
storia egli rileva i diversi elementi, il vario addentellato, la genesi 
dell'evoluzione, per cui lo svolgimento appare come una naturale 
conseguenza delle condizioni politiche, sociali ed ecclesiastiche, de- 
lineate con mano maestra, al principio di ogni periodo, in quelle 
introduzioni, informate a sani principi storici e sociologici, che 
sono forse fra le parti più notevoli del volume. 

Ai pregi del libro, che fa veramente onore alla giovane scuola 
del diritto italiano, si devono aggiungere quelli della forma, bril- 
lante, tersa, nitida, egualmente lontana dall'astruso tecnicismo, come 
dalla facile superficialità, che rende la lettura del volume veramente 
piacevole ed attraente. 

Allo scopo didattico l'A. ha provveduto aggiungendo ai singoli 
capitoli una breve nota bibliografica, veramente scelta, atta a gui- 
dare i giovani ad ulteriori studi, e ponendo al § 4 una bella biblio- 
grafia sulla letteratura generale e sulle discipline ausiliarie, che fa 
seguito a una breve ma succosa esposizione della storia della scienza 
dal Sigonio, dal Diplovataccio e dal Panciroli, fino alle più recenti 
ricerche scientifiche, basate sull'opera magistrale di Antonio Pertile. 
Assai utile potrà essere, nelle future edizioni, che certo non dovreb- 
bero mancare, l'aggiunta di un indice analitico. 

Per queste doti di contenuto e di forma, il piccolo ina prezioso 
volume del Solini ci sembra destinato in particolar modo a diffon- 
dere, non solo fra i giuristi, ma anche fra gli storici, quelle no- 
zioni di storia del diritto italiano, che sono indispensabili per 
ben comprendere lo svolgimento della nostra storia politica e ci- 
vile. Il fatto che nell'ordinamento degli studi delle Università 
italiane (eccetto che all'Istituto superiore di Firenze) l'insegnamento 
della storia del diritto è limitato agli studenti di giurisprudenza, 
e affatto separato da quello della storia propriamente detta nelle 
Facoltà di lettere, riesce per una parte di danno agli studi storici, 
in cui la storia giuridica delle istituzioni pubbliche e private non 
ha la adeguata importanza che le spetta, e d'altra parte sottrae alle 
ricerche di storia del diritto la collaborazione, che potrebbe essere 
preziosa, di giovani educati a studi storici, letterari e filosofici. 

E appunto in attesa che l'insegnamento storico venga nelle 
Università coordinato in modo più rispondente alla organica unità 
dei vari rami delle ricerche storiche, questo libro del Solmi, che al 
valore storico e giuridico congiunge anche una forma letterariamente 



380 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

eletta, ci pare il più adatto a stabilire fra le indagini puramente 
storiche e le storico-giuridiche quel vincolo e quello scambio in- 
tellettuale, che non potrà che essere di grande giovamento alle 
varie discipline, le quali, come branche diverse, discendono dal 
grande cespite comune della evoluzione storica della vita italiana. 

Innsb r u e k . Andrea Galante. 



Hartmann Grisar, Die Ròmìsclie Kapelle Sancta Sanctorum und ilir 
Scliatz. — Freiburg im Breisgau, Herder, 1908. 

La presente dottissima pubblicazione dell'illustre storiografo di 
Roma e del Papato nel medioevo, serve in modo evidente a dimo- 
strare come nel nostro fortunato paese, non solo alla zappa e al pic- 
cone di chi fruga le viscere del sottosuolo sieno riserbate le più gradite 
e inaspettate sorprese, ma veri e propri tesori giacciano tuttavia 
ignorati a fior di terra, presso agli sguardi di tutti, talora solo na- 
scosti dalla polvere secolare o da qualche arrugginito cancello. Questa 
volta proprio alla solidità di una grata ferrea, che fu più forte delle 
cupide brame delle orde mercenarie all'epoca del Sacco di Roma, 
noi dobbiamo l'odierno rinvenimento di tutta una ricchissima supel- 
lettile chiesastica, di straordinaria importanza per lo studio della 
nostra arte cristiana primitiva, e resa più veneranda dalla mistica 
trama della tradizione sacra. 

Questo tesoro del Sancta Sanctorum, di cui da alcuni si sospet- 
tava, ma non si osava affermare l'esistenza, venne or non è molto 
reso alla luce, quando l'illuminata liberalità dell'attuale Pontefice 
valse a vincere gli' ostacoli di ogni sorta frapposti da troppo rigidi 
custodi. E il padre Grisar, che subito della scoperta aveva dato suc- 
cinta notizia in vari articoli della Civiltà Cattolica (anno 1907), 
dopo aver fatto tesoro di quanto Filippo Laner ebbe a scrivere nella 
Revue de l'art ancien et moderne del 1906 sopra il medesimo argo- 
mento, ci offre adesso questa completa monografia, nella quale la 
critica storica e la critica artistica vengono mirabilmente a inte- 
grarsi. 

Egli dapprima considera i più antichi ricordi di questa veneranda 
Cappella, posta nel limite estremo dell'antica dimora papale, presso 
alla Scala Santa, e non lungi dallo Scrinium Lateranense, ove era 
la Biblioteca e l'Archivio. Di essa, che venne in origine dedicata a 



GRISAR, LA CAPPELLA ROMANA E IL SUO TESORO 381 

S. Lorenzo martire, trovasi già menzione nel lÀber Pontificala sotto 
Stefano III (768-772), con Gregorio IV era divenuta la cappella privata 
della Residenza, quella cioè che più tardi al Vaticano sarà la Si- 
stina, e al tempo del terzo Leone accoglieva le più insigni reliquie 
delle chiese di Roma, che solo nelle feste o nelle occasioni solenni 
di qui si traevano per portarle a processione attorno per la città. 

Senza seguire il padre Grisar nell'accurato studio topografico 
del monumento, ci basti osservare come esso sia rimasto uno de' più 
intatti e conservati dell'alto medioevo, avendolo insieme la fede e 
la pietà preservato dalla mania rinnovatrice che s'ebbe in Roma al- 
l'epoca del Rinascimento. I papi si contentarono di abbellire qualche 
parte, di fare di quando in quando al sacrario cospicue donazioni, 
ma in generale vollero rispettata la più antica architettura e deco- 
razione pittorica di esso. 

Fra la sacra supellettile del Scinda Sanctorum occupa il primo 
posto VAcheropita, ossia l'immagine del Salvatore, una delle più 
antiche e venerate di Roma. Nondimeno dacché l'immagine venne 
rivestita, forse per preservarla, da Innocenzo III (1198-1216), quasi 
per intero, di una copertura d'argento dorato, ben poco si potè saper 
di essa, e quasi impossibile fu sino ad oggi farsene una adeguata 
idea, e dalla forma e dalla tecnica rilevarne il tempo e l'origine. 
Monsignor Wilpert (cfr. VArte del 1907), che, dopo tanti secoli, fu 
il primo a esaminar da vicino l'antichissima tavola, non esita a rav- 
visarvi l'opera di un artista romano della metà del V o del VI se- 
colo. Ma più che il dipinto, oggi semicancellato, attirò l'attenzione 
sua e quella del Grisar il finissimo involucro metallico a disegni 
ornamentali e a figure a sbalzo fatto eseguire da Innocenzo III, e 
poi restaurato e abbellito dai successori di lui, con traccie di ogni 
tempo, dalla decadenza al Rinascimento e al Barocco. Ma anche 
prescindendo da ogni suo valore artistico, questa immagine cosi in- 
timamente collegata colle vicende di Roma e del Papato, rievoca 
a noi or liete or tristi memorie, da quando essa appare la prima 
volta nella storia in una grande angustia della città minacciata da 
Astolfo, a quella terribile e universale sventura che fu il Sacco del 
secolo XVI. 

Dopo essersi a lungo intrattenuto su questa sacra immagine, 
VA. dedica vari speciali capitoli allo studio degli altri preziosi og- 
getti del tesoro, racchiusi tutti in una specie di cassaforte, posta 
sotto l'altare. Di alcuni di essi già si fa menzione nei più antichi 
inventari lateranensi, fin dall' XI secolo, ove se ne esalta la ric- 
chezza e la magnificenza, mentre di altri, pervenuti forse più tardi, 
non ricorre accenno alcuno. Certo è che mentre le descrizioni an- 

Aech. Stor. It., 5. a Serie. — XLIII. 25 



382 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tiche sono abbastanza esatte e compiute, in quelle moderne abbon- 
dano invece le inesattezze, perchè compilate sulla fede della tradi- 
zione, quando gli oggetti da secoli eran sepolti nel buio. Si giunse 
così da alcuni sino a sospettare, e non senza un qualche fondamento, 
che il mitico tesoro non esistesse ormai più che negli scritti degli 
antichi storiografi! 

I fatti hanno smentito per fortuna il sinistro sospetto, e quando 
recentemente furono riaperti i secolari cancelli, nessuno si aspettava 
di trovarsi dinanzi a una supellettile così rara: fra i cimeli più 
importanti si rinvennero due croci, racchiuse entro ricchissimi astucci, 
l'ima smaltata del VI o del VII secolo, l'altra tutta cosparsa di gemme 
forse del secolo V, vari reliquiari, fra cui due cassette argentee con- 
tenenti le teste di S. Agnese e di S. Prassede, che il Grisar respet- 
tivamente attribuisce al XIII e al X secolo, e quindi altre capselle 
di varia foggia dipinte o smaltate, pissidi de' più antichi tempi cri- 
stiani, e, per tacer d'altro, magnifici frammenti di stoffe, documenti 
preziosi dell'arte tessile medievale. 

Di ognuno di questi cimeli il padre Grisar tratta con compiu- 
tezza di indagini, riuscendo le più volte a stabilirne con esattezza 
la storia e l'età, e il lettore si trova sempre in grado di seguire e 
controllare le sue affermazioni, affidandosi alle belle tavole illustra- 
tive che accompagnano il testo, alcune delle quali finamente rese a 
colori. E adesso che in Italia si abbonda di vacue pubblicazioni ar- 
tistiche, che non già alla bontà del testo, ma solo si raccomandano 
alla bellezza delle illustrazioni, non è male venga segnalato questo 
esempio, che ci viene di fuori, di una perfetta contemperanza fra la 
veste esterna e il suo contenuto. 

Milano. Paolo D'Ancona. 



Augusto Gaudenzi, Lo svolgimento parallelo del diritto Longobardo 
e del diritto Romano a Ravenna. — Bologna, 1908, pp. 106 (estr. 
dalle Memorie della R. Accademia di Scienze dell'Istituto di Bo- 
logna, S. I., to. I, 1906-07). 

Il riferire su questa memoria è un compito assai difficile, per- 
chè d'indole molto complessa. Tante sono le tesi svolte dall'A., le 
quali s'incalzano e si collegano fra loro, e tutte di singolare im- 
portanza, che molto facilmente il recensente può dimenticare alcune 
delle fila, onde è costituita la trama del lavoro. Trama del lavoro, 



GAUDENZI, DIRITTO LONGOBARDO E ROMANO A RAVENNA 383 

che non è una nuda esposizione delle idee dell'A., ma un tessuto 
reso ricco ed ornato da una ingente copia di materiale storico nuovo 
che egli porta nell'indagine. 

Pochi anni indietro un valoroso storico del diritto, il Conrat, 
aveva dichiarato, che era campata in aria l'idea della esistenza di 
una scuola del diritto a Ravenna, e quindi l'antica tradizione con- 
servatasi anche nella scuola di Bologna, e consacrata dalla narra- 
zione odofrediana, sembrava per molti destinata a sparire. Il nuovo 
lavoro del Gaudenzi tende invece a dimostrare che il racconto odo- 
frediano è nelle sue linee generali rispondente alla realtà, e che Ra- 
venna ha data la vita ad un'importante scuola, la quale sarebbe 
anzi la principale fra le sorgive che concorsero a formare l'ampia 
corrente dello Studio bolognese. 

Riassumendo in breve dire, la trama generale del lavoro in esame 
è questa. Sotto Carlo il Grosso l'Esarcato fu incorporato al regno 
italico, e per ciò in pari tempo sorse la scuola di Ravenna, dalla 
cui attività l'intero svolgimento del diritto in Italia trasse origine, 
fino a tanto che essa alla fine del secolo XI, a causa dello scisma, 
dovette cedere il campo alla scuola di Bologna. In Ravenna non 
semplicemente sarebbe stato insegnato il diritto Romano, ma anche 
il Longobardo; ciò che è reso verosimile dal fatto, che Ravenna fu 
la capitale o una delle capitali del regno italico, e nel secolo XI fu 
il centro dell'Emilia longobarda ; anzi la Lombarda sarebbe stata 
ivi redatta per impulso dell'arcivescovo, e poi antipapa, Giliberto. 
La scuola stessa avrebbe avuto un periodo di decadenza dopo il 
primo fiorire, per risorgere più vigorosamente sotto gli Ottoni. Al 
primo periodo della scuola, secondo l'A., apparterrebbero le prime 
collezioni ad uso del clero, nelle quali sono frammisti i testi del 
diritto romano ai canoni, come la collezione Vallicelliana, gli Ex- 
cerpta Bobiensia, la Lex Romana canonice compia, la Collectio An- 
selmo dedicata, ed altri testi. Dopo la morte di Lamberto la scuola 
di Ravenna decade; vi ottiene crescente favore il diritto longobardo; 
ma sotto gli Ottoni si produce una reazione romanistica, che porta 
ad un rifiorimento la scuola. Da essa deriverebbe presso a poco tutto 
quello che conosciamo della letteratura giuridica dell'alto Medioevo, 
e in specie il Codice epitomato pistoiese, il nucleo delle glosse di 
Val causa alle Istituzioni, la prima delle false costituzioni giusti- 
nianee, il Vocabulista di Papia, le Exceptiones Vetri, il Brachylogus, 
V Epitome exactis regibus, e le scritture pubblicate dal Fittingnei suoi 
Juristische Schriften d. fruii. Mittelalters. Sotto l'arcivescovo Gui- 
berto apparisce la Lombarda (av. il 1080), la quale colla approva- 
zione imperiale sostituì la Valcausina, che divenne sinonimo di legge 



384 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

invalida. La Lombarda unita alle Istituzioni ed ali 1 Epitome Juliani 
forma il Volumen, che passò a Bologna, dove All'Epitome venne so- 
stituito VAuthenticum, ed alla Lombarda i Libri feudorum. La pre- 
sentazione della Lombarda all'imperatore e la sua approvazione 
danno adito all'A. di parlare della rappresentazione del tempio della 
Giustizia, che si ha in MSS. della scuola ravennate. Questa rappre- 
sentazione è in stretto rapporto con quella che Guarniero ha data 
nelle Questiones de iuris subtilitatibus, e che deriva, secondo l'A.. 
da una miniatura di un MS. della Lombarda. La concezione è ra- 
vennate, ma Guarniero la trasforma in modo che risponda al con- 
cetto giuridico del comune italiano (1). 

Il lavoro scientifico sui testi di questa scuola ravennate fu con- 
trassegnato dai segni I o Y, significanti interpretatio ; questo termine 
anche in epoche più recenti continuò ad essere adoprato nel senso 
tecnico di glossa. La sigla ravennate nella scuola bolognese, la quale 
tendeva a collegare a sé tutta l'elaborazione scientifica del diritto, ed 
a soppiantare affatto Ravenna, fu col tempo attribuita a Guarniero ; 
di qui derivò la deformazione del nome in Irnerius e Yrnerius. Lo 
Studio bolognese poi, secondo l'A., sarebbe sorto probabilmente nel 
1118 sotto Enrico Y, conforme alla testimonianza di Riccobaldo: men- 
tre forse l'insegnamento di Guarniero cominciò nel 1106. 

Questo il tessuto principale del lavoro in esame, il quale con- 
tiene molte vedute originali: è una ricostruzione ingegnosa, che 
spiega molte cose, che si raccomanda da se per la sua grande ve- 
rosimiglianza, trovando valido appoggio nelle tradizioni odofrediane. 
L'A. ha arricchita quest' opera di ampio materiale storico e di prove 
storiche di molto valore ; pure pensiamo che alcune parti ancora ri- 
chiedano nuove indagini e nuove conferme. Un' opera come questa 
che apre nuovi orizzonti, non può esaurire in tutto e per tutto il 
tema; ma i nuovi studi non possono che rinsaldare la tesi del dotto 
A. Ad es. molto fruttuoso sarebbe uno studio, che egli così compe- 
tente in materia può darci, sopra le caratteristiche dei MSS. prove- 
nienti dalla scuola ravennate. E crediamo che un'altra serie di in- 
dagini dovrebbe confermare le vedute dell'A., cioè uno studio speciale 
sopra la storia delle fonti giustinianee nel Medioevo (2). Ad es. la rico- 



(1) Su questo argomento l'A. è tornato con una importante monografia 
contenuta nel voi. 2 delle Mélange» Fitting, Montpellier, 1908. 

(2) L'opera, pur pregevolissima del Conrat (Gesch. d. Quell. u. Liter. 
d. ròm. Rechts ini frali. Mittelalt. I., 1889-91), non ha potuto esaurire na- 
turalmente l'ampio tema. Lo studio dei MSS. delle fonti può dare resul- 
tati inattesi. 



GAUDENZI, DIRITTO LONGOBARDO E ROMANO A RAVENNA 385 

Btituzione del Codice epitomato, la quale è una elaborazione scolastica 
precedente allo Studio bolognese, e che deve indubbiamente prove- 
nire da un grande centro di studi, ricco di MSS., ed in rapporto con 
quello bolognese, probabilmente attesterà l'antichità ed il rigoglio 
della scuola ravennate. Simili ricerche possono condurre a resultati 
definitivi. 

Ciò quanto alla tesi principale. Notiamo anche che non rimarrà 
senza discussione la larga attribuzione, che alla scuola ravennate 
viene fatta di quasi tutti gli scritti giuridici dell'alto Medioevo. La 
scuola di Ravenna, la quale deve avere avuta una importanza somma 
nello svolgimento della cultura giuridica, non deve far perdere di 
vista altre scuole italiane dell'epoca, nelle quali pure il diritto era 
insegnato. Ne siamo persuasi che le scritture dall'A. riferite a Ra- 
venna, abbiano tali caratteristiche da poter avere tutte un comune 
luogo di origine. Anche questo punto richiede nuove indagini. 

Quanto al primo sorgere dello Studio bolognese, ci sembra più 
rispondente alla realtà storica il ricondurlo agli ultimi del secolo XI. 
Ne sono indizio gli studi compiuti in Bologna da S. Brunone (1), e 
da S. Guido d'Asti, e l'insegnamento di Pepo, chiamato chiaro lume 
dei Bolognesi già nell'ultimo terzo del secolo XI. Per imparzialità di 
critico notiamo anche una piccola menda sfuggita al eh. A.: il nome 
del Brachyìogus, non essendo il titolo originario del trattato, non può 
dare un punto d'appoggio per argomentarne l'origine ravennate, seb- 
bene riteniamo giusta questa attribuzione -del testo. 

Concludendo, l'opera esaminata segna un notevole, anzi decisivo 
passo in avanti nelle indagini sulla storia del diritto nel Medioevo. 
È uno di quei lavori che sono destinati a risvegliare nuova attività 
in questo campo di studi, e a dare impulso a nuove indagini, per- 
chè apre nuove vie alla ricerca storica ; il che è per la scienza un 
grande guadagno. Quindi è un' opera, la quale fa grande onore 
a ITA. ed al nostro paese. 

Pistoia. Luigi Chiappelli. 



(1) Ci riserbiamo di mostrare in un breve studio, come le opere di S. Bru- 
none attestino cultura giuridica, probabilmente acquisita in Bologna. 



386 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Lionello Venturi, Le origini delia pittura veneziana. 1300-1500. — 
Venezia, Istituto Veneto d'arti grafiche, 1907. 

Laudedeo Testi, Storia della pittura veneziana. Parte prima: Le ori- 
gini. — Bergamo, Istituto Italiano d'arti grafiche, 1909. 

Fu ottima l'idea del R. Istituto Veneto di bandire un concorso 
per un'opera che degnamente illustrasse le origini della pittura ve- 
neziana, rimaste ancora assai oscure, in parte perchè il materiale 
più importante — i quadri — è disperso, in parte perchè i molti e 
molti studi, fatti dal tempo dello Zanetti in poi, non erano, come 
si doveva, riuniti. L'opera più vasta che abbiamo e che consultiamo 
sempre, quella del Crowe e del Cavalcasene, fu scritta quarantanni 
or sono; e per far comprendere quanta ricca mèsse di documenti da 
quell'epoca fino ai nostri giorni è stata raccolta, basta ricordare i 
nomi benemeriti di Bartolomeo Cecchetti, di Pompeo Molmenti, di 
Pietro Paoletti e di Gustav Ludwig. 

Si poteva e si doveva fare il tentativo di scrivere la storia della 
pittura veneziana sulla base di queste pazienti ricerche. Furono due 
gli Autori che coraggiosamente affrontarono il grave lavoro, ed è dei 
loro due libri che mi accingo a parlare diffusamente. 

Essendo uscito primo e da molto tempo il libro di Lionello Ven- 
turi, voglio principiare da questo. 



In un volume di quattrocento pagine circa il V. ha trattato il 
vasto materiale, dividendo il libro in sei capitoli. Il primo è dedi- 
cato alla pittura del Trecento ; il secondo conduce dal 1400 alla 
morte di Iacopo Bellini ; il terzo parla degli Squarcioneschi, di quei 
di Venezia specialmente. Di Antonello da Messina e dei suoi seguaci 
tratta il quarto capitolo ; il quinto, di Vittore Carpaccio e affini ; 
mentre l'ultimo è dedicato ai gloriosi fratelli, Gentile e Giovanni 
Bellini. 

Nel primo periodo della pittura veneziana prevale il carattere 
gotico-bizantineggiante: fu questo suo carattere, ieratico piuttosto 
che artistico, che non le permise uno sviluppo simile a quello della 
pittura toscana. Confrontando le due scuole nei loro prodotti, i quadri 
veneziani del Trecento paiono assai inferiori e privi di quella forte 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 387 

nota personale che è il pregio degli artisti fiorentini. Neppure la 
venuta del Gnariento padovano a Venezia non vi portò un cambia- 
mento fondamentale, perchè l'arte sua era tutt'altro che imbevuta 
delle idee nuove: «anche imitando Giotto rimane continuatore dei- 
Parte tradizionale ». 

Varie correnti artistiche si notano al principio del Quattrocento. 
Mentre nel pittore Niccolò di Pietro (opere sue datate dal 1394 al 1409) 
rimane visibile l'influenza del Guariento, Gentile da Fabriano ed il 
Pisanello Veronese, chiamati a dipingere nella Sala del Consiglio 
Maggiore, portarono agli artisti Veneziani gli elementi di un'arte 
piena di grazia l'uno, e di quella cortigiana l'altro, basandosi però 
tutt'e due sopra un intimo studio della natura. Non si conosce la data 
esatta della loro dimora a Venezia, che (per il Fabrianese almeno) 
deve fissarsi prima del luglio 1419, epoca nella quale il Consiglio 
Maggiore cominciò le sue adunanze nella Sala nova. Per Gentile 
da Fabriano la data è con tutta probabilità da portarsi alquanto in- 
dietro, perchè da un documento, sfuggito al Venturi, sappiamo che 
già nel 1408 era a Venezia e vi fece un'ancona per un certo Fran- 
cesco Amadi (il documento fu pubblicato da Michele Caffi, Arte e 
Storia, t. V, 1886, p. 171 ; cfr. Paoletti, L'architettura ecc., t. II, p. 205, 
n. 8). Quanto all'epoca in cui il Pisanello dipinse nella Sala, siamo 
adesso più che mai incerti, perchè dalle ultime ed importantissime 
ricerche del Biadego {Atti del R. Istituto Veneto, 1907-8, t. LXV1I, 
p. e II, p. 837) si ricava che il pittore Veronese, nato nel 1397, certo 
nel secondo decennio del Quattrocento non poteva aver un grido 
tale, da esser ricercato come pittore dalla Signoria di Venezia. 
La sua influenza sugli artisti Veneti dal 1430 incirca resta però in- 
negabile. 

A questo punto l'Autore fa seguire una breve ed interessante 
digressione. Accanto all'influenza di Gentile da Fabriano, che si nota 
specialmente nell'arte di Antonio Vivarini e di Iacopo Bellini, trova 
in maestri, quale Niccolò di Pietro, Iacobello, Giambono, delle co- 
noscenze tecniche non derivanti né dall'antica arte pittorica vene- 
ziana, né da una delle correnti già studiate: per spiegarla ricorre 
ad un' influenza dell'arte veronese su quella veneziana. Ma l'arte ve- 
ronese non era più quella che era stata ai tempi dell'Altichiero; vi 
si nota un gran cambiamento, dipingendosi « in piccole dimensioni 
con accuratezza tutta nuova ». Questa nuova corrente, in pari tempo 
naturalistica, ha suo rappresentante più grande il Pisanello; ma men- 
tre questo fenomeno si potrebbe storicamente spiegare come il pro- 
dotto di una corrente d'arte cortigiana, non è così per altri artisti 
Veronesi, quali Stefano da Zevio, il così detto Baili, e il maestro 



388 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che affrescò la cappella delle campane di S. Maria della Scala (1). 
Notando le straordinarie affinità che si scorgono tra Parte di Ste- 
fano e quella di Maestro Wilhelm di Colonia, il V. crede che la 
nuova corrente nella pittura veronese si debba attribuire ad « un 
salutare insegnamento da parte dei maestri colonesi ». Se non che 
questa ipotesi del V. (pp. 70 sgg.), basata su un certo che di oltra- 
montano, intraveduto già da altri nei quadri specialmente di Stefano, 
pare assai azzardata, massime dove l'Autore entra nei particolari ; 
e devo confessare francamente che, avendo confrontato con atten- 
zione la Madonna fra le rose di Stefano (Pinacoteca di Verona) colla 
celebre Madonna di Maestro Wilhelm a Colonia (credo che l'Autore 
voglia indicare la parte centrale del trittico, n. 13 della Galleria 
renana ), ho trovato altrettante differenze stilistiche, quante il Nostro 
ha trovato di identità. Ma un' influenza nordica par che si debba 
ammettere in certe opere veronesi di quell'epoca ; non credo però che 
per ora possa dirsi, se sia arrivata direttamente da Colonia, ovvero 
per via di altri centri pittorici. 

Un' influenza di quella scuola veronese trasformata troveremo 
in taluni maestri veneti, Niccolò di Pietro e Michele Giambono. Ia- 
cobello del Fiore, maestro certo di importanza ai suoi tempi, perchè 
lo troviamo agli stipendi della Repubblica con la somma rilevante 
di cento ducati annui, probabilmente in collaborazione con Gentile, 
ne ebbe a sentire l'influenza. A lui, l'autore della « Giustizia» così 
altamente decorativa, che si ammira nella prima Sala dell'Accademia 
Veneziana, il V. attribuisce anche il tanto discusso San Crisogono 
nella chiesa dei SS. Gervasio e Protasio, seguendo in ciò il Canta- 
lamessa, mentre altri vi vollero vedere la mano di Iacopo Bellini — 
io son fermamente convinto che questi abbiano ragione, — altri an- 
cora quella del Giambono. 

Il Giambono è assai conosciuto come l'autore del polittico del- 
l'Accademia, che difatti nel modo di far le pieghe e nelle figure molli 
rammenta l'arte di Stefano, e dei mosaici della cappella dei Mascoli 
a S. Marco; e se ne conservano altre opere o firmate o autenticate 
per mezzo di documenti. Aggiunge il V. a questa lista V impressio- 
nante figura dell' «Ecce Homo» nella Galleria di Padova; ma pai- 
che non abbia conosciuto lo splendido San Michele Arcangelo, già 
del dott. Richter di Londra ed ora presso il signor Berenson. Forse 



(1) Questi veramente non è che il pittore Giovanni Badile, come ebbe 
a provare il Siheoni. Vedi N. Ardi. Veneto, N. 8., t. XIII, parte 1, 
pp. 152 sgg., del 1907, cioè dopo la pubblicazione del libro del Venturi. 



VENTURI E TESTI. LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 389 

questa tavola, il capolavoro del Giambono, appartiene all'ancona di 
San Daniele, ordinata nel 1441. 

Avvicinandosi ai grandi maestri veneti, Antonio Vivarini e Ia- 
copo Bellini, il V. dedica poche pagine (pp. 94 sgg.) a due artisti 
interessanti, conosciuti V uno e V altro per un solo quadro, Fran- 
cesco de 1 Franceschi e Antonio da Negroponte. Del primo abbiamo 
un polittico nella Galleria di Padova (del 1447); del secondo la 
magnifica Madonna in trono di San Francesco della Vigna a Ve- 
nezia. Ma mentre il V. prende il Negroponte come « precursore della 
decorazione squarcionesca », a me per contrario sembra non dubbio, 
che sia uno dei tanti che hanno subito l'influenza del capo-scuola 
padovano, un ritardatario, piuttosto che un portavoce di idee artistiche 
nuove. E che anche il V. non si senta sicuro del suo giudizio, si vede 
da una frase affatto contradittoria, che leggiamo più oltre (p. 114). 

Del più anziano della famiglia Vivarini, Antonio, le notizie si- 
cure vanno dal 1446 al 1476; ma la sua carriera artistica certo co- 
minciò assai prima ed il suo primo quadro firmato porta la data 
del 1440. Lo troviamo ancora tutto imbevuto delle idee pittoriche 
del Fabrianese, quando dipinge quella splendida Adorazione de' Magi, 
che verso l'anno 1835 dalla Galleria Craglietto di Venezia pervenne 
al Museo di Berlino, ricchissima di figure rosee, tutta sfolgorante 
d'oro: è come una variante veneziana della tavola di Gentile, già 
della Cappella Strozzi a Santa Trinità, ed ora uno dei più grandi 
tesori dell'Accademia di Firenze. Ma, come nota bene il V., vi sono 
anche punti di contatto coll'arte del Pisanello. Di questo primo pe- 
riodo del Vivarini poc' altro ci rimane; troviamo già tutte le sue 
caratteristiche sviluppate nel polittico del Duomo di Parenzo, di- 
pinto nel 1440, prima della collaborazione sua col cognato Giovanni 
d'Allemagna. Eppure, se confrontiamo questo colle opere posteriori 
di Antonio, quale l'Incoronazione di S. Pantaleone, i polittici di 
S. Zaccaria ecc., ci persuadiamo che basterebbe il naturale sviluppo 
d'un artista per spiegarne le differenze. Rimane bensì stabilito, da 
documenti e dalle opere firmate, il fatto che dal 1441 fino alla morte 
di Giovanni (1450) i due artisti lavorarono continuamente insieme. 
Il V. cerca di circoscrivere la personalità artistica di Giovanni, ma 
la sua affermazione (p. 107) che egli abbia aggiunto i caratteri del- 
l'arte di Stefan Lochner di Colonia alle forme di Antonio, mi pare 
assolutamente infondata. Di Giovanni non sappiamo nulla fuori del- 
l'anno della sua morte; e soltanto il più minuto studio delle varie 
opere firmate da lui insieme col cognato, ci potrà forse dare un'idea 
della sua personalità. Non mi convince affatto quel che il V. ne 
scrive a p. 110. 



390 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

La grande importanza di Antonio consiste in questo, che, se non 
crea addirittura il tipo del polittico veneziano, esistente già nel 
Trecento, dà il massimo sviluppo decorativo a questa forma del 
quadro d'altare, continuata poi dalla scuola di Murano. Ne è uno 
splendido esemplare la grande pala, dipinta da Antonio in collabo- 
razione col fratello Bartolommeo e destinata da Niccolò V alla chiesa 
della Certosa di Bologna. 

Se la scuola di Murano è uno dei rami che si svilupparono sotto 
l'influsso dell'arte di Gentile da Fabriano, l'altro principia con Ia- 
copo Bellini, padre dei due figli celebri e il vero antenato della 
grande pittura veneta. Grazie alle ricerche moderne conosciamo una 
gran parte della sua carriera artistica -, ma tutte le sue opere im- 
portanti sparirono e soltanto tre, autenticate dalla firma dell'autore, 
sono rimaste fino ai nostri giorni: un Cristo alla Croce e due Ma- 
donne. La critica moderna poi ha potuto aggiungervi qualche altro 
lavoro. Primeggia fra tutti la Madonna, di cui Corrado Ricci seppe 
arricchire gli Uffizi e che subito raccolse l'unanimità dei 'voti della 
critica competente. 

Visto questo materiale così scarso, è facile intendere che varie 
attribuzioni moderne non abbiano convinto tutti. La Madonna del 
Louvre, per es., che viene accettata dal V., come del resto da quasi 
tutti i critici, offre molte differenze stilistiche, sì da farmi sempre 
dubitare che sia veramente opera di Iacopo. Un altro punto oscuro 
rimane : come si potrà spiegare il fatto che la Madonna di Lovere, 
che generalmente, ed anche dal V. stesso, viene portata ad un'epoca 
relativamente tarda di Iacopo, si avvicina più alla maniera del mae- 
stro di Fabriano (e il confronto che il V. fa colle Madonne di que- 
st'ultimo a Orvieto e New Haven, ne è la prova) che non quella di 
Venezia, opera giovanile di Iacopo? Francamente non saprei dare 
una spiegazione a questo fenomeno incontrastabile. 

Avrei voluto che il V. ci avesse detto la sua opinione sulla bella 
Madonna in trono presso il signor Guido Cagnola a Milano, ritenuta 
da molti — ed io sono d'accordo con loro — come l'opera meno 
evoluta che ci sia rimasta di Iacopo. 

Dopo aver discusso le pitture di Iacopo, il Nostro si volge ai 
due suoi libri di disegni, che per un caso straordinario ci sono con- 
servati, tali da chiarirci la personalità di Iacopo Bellini, e da rive- 
larcelo come un indefesso ricercatore del vero. Questi disegni non sono 
schizzi preparatori, ma composizioni finite, dove, circondate da pom- 
posi edifizi o da paesaggi, molte figure agiscono contemporaneamente, 
cosicché talvolta riesce difficile assai trovarne il soggetto biblico. 
Dopo aver dato una caratteristica generale del contenuto, l'Autore 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 391 

dà l'indice di tutti i fogli dei due volumi: cosa che era assai utile 
prima della pubblicazione che n' è stata fatta adesso dal Ricci e dal 
Golubew. Non posso però seguire l'Autore, dove crede di poter sta- 
bilire un maggior perfezionamento tecnico nel volume di Parigi 
(p. 132). Le differenze fra i due libri sono in parte spiegabili con la 
conservazione assai men buona dei disegni di Londra. 

Intorno all'anno 1450 la scuola squarcionesca si trasporta a Ve- 
nezia, trovandosi fra gli artisti vari seguaci notevoli, sebbene infe- 
riori alla giovane scuola bellinesca. Si può notare passo a passo 
nell'arte di Bartolomeo Vivarini, come questa nuova tendenza lo at- 
tiri, come il colorito diventi sempre più vivace, le forme, le pieghe 
più metalliche. La sua natura un po' rozza (il Venturi lo chiama con 
espressione forse troppo dura « barcarolo », « villano ») doveva av- 
vicinarlo allo Squarcione ed ai suoi scolari. Ma in un momento felice 
è capace di creare un quadro così delizioso ed armonico, quale è la 
Madonna in trono con quattro Santi, del 1469, nel Museo di Napoli. 
È un'eccezione fra le opere di Bartolomeo: il polittico vi è piena- 
mente abbandonato, ma l'artista quasi subito torna a questa forma 
preferita dai muranesi, e la parte più importante dei propri lavori, 
come di quelli della sua bottega, sono per l'appunto tavole isolate, 
incastrate in una splendida cornice intagliata. 

La carriera artistica di Bartolomeo è in generale ben disegnata 
dal Venturi, che cerca anche di distinguere fra le opere del maestro 
e quelle della sua bottega (pp. 180 sgg.); ma egli esagera qua e là per 
voler provar troppo. Certo, dove mette in confronto il bambino dor- 
miente nei quadri di Bologna e di Venezia (p. 173), proprio il contrario 
della sua affermazione sarebbe giusto: il bambino nel polittico di Bo- 
logna è contorto in un modo del tutto inverosimile. 

Dopo aver accennato all'attività dei maestri secondari Quiricio 
ed Andrea da Murano, il V. dedica molte pagine a quell'artista me- 
raviglioso, quantunque ritardatario, che è Carlo Crivelli. Lasciando 
Venezia fra il 1457 ed il 1468, questi si trasferì nelle Marche, dove 
passò tutta la sua vita, e donde con ogni probabilità non tornò mai 
in patria. La sua arte rimase così non influita dalle nuove correnti 
artistiche; crea in forme veneto-squarcionesche i più sontuosi polittici, 
di colori così brillanti da poter paragonarli a smalti, e di una tecnica 
cosi solida, che si sono serbati fino ad oggi in tutto il loro fulgore 
originale. La sua carriera posteriore non offre gravi problemi allo 
studioso, avendo l'artista avuto quasi sempre la cura di firmare e 
di datare le sue opere ; ma la genesi artistica del Crivelli può dar 
adito a qualche discussione. Accanto all'influenza squarcionesca, tra- 
smessa al Crivelli per mezzo di Gregorio Schiavone, sarebbe, secondo 



392 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

il Venturi, Antonio da Negroponte da considerarsi il primo suo mae- 
stro. Ma io credo, come già accennai più sopra, che il V. si sia formato 
un'idea troppo elevata di Antonio come artista originale e indi- 
pendente. D'altronde, è difficile parlarne, non conoscendosi che una 
sola opera sua, e non è possibile dire in che epoca precisa fu dipinta. 
A me sembra un artista che muove dall'arte de' Vivarini, quale si 
palesa per la prima volta nel polittico di Bologna: contemporaneo e 
forse compagno di bottega piuttosto che maestro del Crivelli. Assai 
più convincente di tutto quello che dice il V. per corroborare la sua 
tesi, è il modo, col quale le aureole sono messe nel primo quadro cono- 
sciuto del Crivelli (nella Galleria di Verona), con visibile ricerca di 
verità prospettiva. Si confronti questo dettaglio col quadro del Ne- 
groponte e colla Madonna dello Schiavone a Torino, per convincersi 
dove il Crivelli abbia piuttosto attinto l'arte sua. Studiò a collo 
Squarcione o con un suo scolare diretto, ma studiò pure le opere 
di Antonio Vivarini (più di quelle di Bartolomeo); ed è notevole come 
ancora nella sua produzione posteriore si trovino dei tipi di vecchi 
che rassomigliano straordinariamente a quelli ben noti del Muranese 
(cfr. il S. Silvestro del polittico di Massa Fermana e la figura di 
S. Pietro nei quadri della Galleria Nazionale di Londra e di Brera). 

Il Venturi, a sostegno della sua tesi, parla di una Madonna del 
Crivelli nella collezione de Stuers a Parigi, ma non la riproduce, come 
pur sarebbe stato necessario, trattandosi di un quadro sconosciuto 
ai più, e, a quanto io sappia, mai riprodotto. Quanto alla Madonna 
del prof. Bracht, sfuggi al Venturi la riproduzione, data nell'opera 
sull'esposizione del Rinascimento a Berlino (Berlino, 1899, tav. XII). 

L'ultimo influsso, portato a Venezia, fu quello di Antonello da 
Messina, che vi introdusse la pittura a olio o un nuovo metodo del 
dipingere a olio, destinato a condurre la pittura veneta ai suoi più 
grandi trionfi. Sappiamo ora, grazie alle dotte ricerche del La Corte 
Cailler, che Antonello stette a Venezia soltanto nel 1475 e 1476; ma 
questo breve soggiorno bastò per lasciarvi profonda impressione. 
Purtroppo la celebre pala che il Messinese dipinse a San Casciano 
andò smarrita: perdita questa delle più deplorabili, perchè certa- 
mente il quadro avrebbe rivelato molti nessi fra Antonello e gli 
artisti del Veneto. 

Dopo aver parlato lungamente e bene del Siciliano, il Venturi 
si volge all'artista che « rese lo spirito dell'arte antonelliana vene- 
ziano », Alvise Vivarini, il quale ne' suoi ritratti imitò Antonello in 
modo da far scambiare talvolta l'uno coli' altro. La figura di questo 
vigoroso artista fu circoscritta dal Berenson così bene, che i resul- 
tati del suo libro (Lorenzo Lotto, pubblicato per la prima volta nel 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 393 

1895) sono oggigiorno generalmente accettati ; e così anche il Venturi 
parla di Alvise sulla base di quel libro. Un problema ancora da 
risolvere è il rapporto fra quest'artista e Lazzaro Bastiani, che forse 
ebbe qualche parte nel rinnovamento artistico del Vivarini molto 
notevole, per chi confronta il polittico di Montefiorentino del 1475 
e la Madonna con Santi del 1480 nell'Accademia di Venezia. Per ora 
non si può far altro che constatare questi rapporti, senza essere in grado 
di stabilire chi ebbe la parte del ricevente, perchè non conosciamo la 
data della grande pala del Bastiani a Vienna. Molto notevole l'ul- 
timo periodo della pittura alvisiana; e ha ragione il Venturi di par- 
lare d'un presentimento dell'era pittorica che sta per sorgere col- 
l' inizio del Cinquecento. Fra i molti discepoli diretti o indiretti che 
ebbe, sono più trascurabili Iacopo da Valenza, pittore affatto secon- 
dario, e Marco Basaiti, che solo nelle opere dell'ultima epoca ha 
un'evoluzione verso i nuovi ideali; importantissimi invece Bartolo- 
meo Montagna, il forte capo della scuola Vicentina, e il Cima da 
Conegliano, il più simpatico e in un certo modo il più dotato fra 
tutti i seguaci quattrocenteschi di Alvise. Come già altri fecero, il 
Venturi è propenso a credere ad una dimora prolungata del Cima 
a Vicenza, il che spiegherebbe l'assimilazione così completa delle 
forme montagnesche. Analizza poi brevemente Giovanni Buoncon- 
sigli ed il Veronese Francesco Buonsignori, anche questi formatisi 
sotto l'influenza del Vivarini. 

Accanto alle due grandi correnti artistiche che si notano nella 
pittura veneziana del Quattrocento, corre una terza assai meno note- 
vole, ma importante tuttavia per uno degli aderenti. Ne è capo Lazzaro 
Bastiani; i suoi seguaci furono Benedetto Diana e Vittore Carpaccio. 
Oscura per molto tempo rimase la vita del Bastiani, erroneamente 
chiamato dal Vasari scolaro del Carpaccio; e furono le felici ricer- 
che del Ludwig e del Molmenti che lo rimisero al posto che stori- 
camente gli spetta. Già menzionato come pittore nel 1449, deve aver 
molto dipinto prima della lunetta a San Donato di Murano, del 1484, 
il più antico dei suoi quadri firmati. Vi s'intravede chiaramente l'im- 
pressione dell'arte squarcionesca, che il Bastiani, con ogni probabi- 
lità, conobbe per mezzo di Bartolomeo Vivarini. Da quel tempo in 
poi la sua arte cambia d'aspetto; è molto caratteristica l'innaturale 
sveltezza delle sue figure. Nelle composizioni tratte dalla vita di 
San Girolamo (Vienna e Milano) si rivela precursore del Carpaccio. 

Sono d'accordo col Venturi, quando toglie dalle opere attribuite 
al Bastiani dai sunnominati autori la Madonna col Doge Giovanni 
Mocenigo di Londra (che non si può per altro portare «quasi al 1500», 
come scrive il V.) e la Madonna dai begli occhi, certo della maniera 



394 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di Giovanni Bellini. Ma non lo posso invece seguire dove attribuisce 
il quadro enimmatico di San Salvatore al Diana, e devo confessare 
francamente che non sono punto sicuro, se la Madonna con Santi e 
donatori al Palazzo Reale di Venezia non sia piuttosto del maestro, 
anziché dello scolaro. 

Parlare o scrivere del Carpaccio è sempre piacevole: si vede 
che il Venturi ha scritto le pagine, dedicate alle sue opere, con intima 
compiacenza. Benché varie questioni stilistiche anche qui vengano di- 
scusse, in generale il carattere descrittivo corre ininterrotto. Non é, 
con tutta l'ammirazione che ha per il Carpaccio, cieco per i difetti 
della sua arte; li nota sempre imparzialmente. Quel che rende dif- 
ficile lo studio delle opere del Carpaccio, è la forte disuguaglianza 
di opere della medesima epoca: si confronti la splendida pala della 
« Presentazione al Tempio » dell'Accademia (1510) coi quadri d'al- 
tare di Stoccarda e di Ferrara, dipinti nel 1507 e 1508. Rimane 
quattrocentista il Carpaccio fin all'ultimo, benché nei quadri di 
S. Stefano, consacrato diacono e disputante coi dottori, qualche leg- 
giero influsso dell'arte nuova si faccia sentire. 

Edora coli' ultimo capitolo siamo davanti ai due grandi fratelli, 
gloria dell'arte veneziana del Quattrocento, Gentile e Giovanni Bel- 
lini. Più duro, meno simpatico del fratello, certo il primo; la lode che 
il V. gli tributa, asserendo che « eccelle per potentissimo ingegno », 
mi pare eccessiva; innegabile però la sua grande forza di osservatore 
e di descrittore di uomini, quale lo rivelano, meglio dei pochi ritratti 
rimastici — sono due soli gli autentici ed indiscutibili — , le centi- 
naia di ritratti nelle tele dell'Accademia. Non è mai tipico, ma sa 
individualizzare fortemente. Queste sue qualità il V. descrive molto 
bene; in tutto il libro non si trovano pagine più attraenti di quelle 
dove egli parla del grande quadro della « Processione » (p. 336 e segg.). 
E pure egli stesso, così entusiasta del pittore, deve confessare: «l'opera 
di Gentile più che artistica è civile e sociale ». 

Non posso seguire il V., dove considera la Madonna Mond come 
opera giovanile; il che mi par escluso — tralasciando la gamma pit- 
torica — per il paesaggio. È altresì troppo rigoroso, quando non vuol 
accettare come autentico che un solo disegno di Gentile; e quanto a 
questo — il ritratto di un vecchio, e credo sia l'autoritratto del pit- 
tore — avrebbe potuto notare, che ha servito per una testa a man si- 
nistra nel quadro della « Processione », come ebbi a indicare dieci 
anni or sono, nel sunnominato libro sull'esposizione del Rinasci- 
mento a Berlino. Fino allora il disegno era attribuito a Melozzo da 
Forlì. I due disegni, del British Museum di Londra, attribuitigli dal 
Morelli sono autenticati da ragioni esteriori e stilistiche; ed un 



VENTURI E TESTI. LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 395 

forte appoggio viene dato loro dalla bellissima miniatura di Gen- 
tile, rappresentante un giovane in abito turco e in atto di studiare, 
che fu scoperta poco tempo fa a Costantinopoli e varie volte ripro- 
dotta. Sono copie invece di disegni originali del Bellini, quelli del 
Louvre e di Francoforte, che Adolfo Venturi, con strano errore, volle 
attribuire al Pinturicchio. 

La difficoltà maggiore nel tracciare la carriera artistica di Gio- 
vanni Bellini, che gloriosamente chiude la pittura veneta del Quat- 
trocento, consiste nel fatto che di lui abbiamo opere giovanili in gran 
numero, ma non conosciamo opere datate prima del 1488-, e che a po- 
chissime si può assegnare una data, nemmeno approssimativa. L'unico 
criterio da esserci guida in queste difficoltà è l'influsso mantegnesco, 
che predomina nel primo periodo della sua attività artistica, di- 
venta poi più debole e finalmente si perde affatto. Seguendo questa 
più forte qualità stilistica delle opere primitive del maestro, il Ven- 
turi discute quasi tutte le conosciute; e, benché di opinione diversa 
su taluna sua affermazione, credo che in generale non sia caduto in 
gravi errori. Negli ultimi decenni del Quattrocento si seguono i ca- 
polavori di Giovanni, il quale alla fine della sua carriera sa ancora 
trarre profitto dalla nuova corrente artistica. 

Avrei da fare qua e là degli appunti, ma molte volte si tratta 
di cose che avrebbero bisogno di esser lungamente discusse e chiarite 
coll'appoggio di un grande materiale illustrativo. Voglio però breve- 
mente notare che il bellissimo quadro a Santa Corona di Vicenza è dei 
primi anni del Cinquecento, come provò Dora. Bortolan nella sua opera 
sulla chiesa Vicentina (Vicenza, 1889, a pag. 263). Su un quadro del 
Bellini il Venturi si diffonde più del solito: sulla «Resurrezione», 
già in casa Roncalli a Bergamo ed ora nel Museo di Berlino. Ne 
dice tutto il male possibile (pp. 392-393); ma avrebbe davvero fatto 
altrettanto se da anni non esistesse un certo articolo di Adolfo 
Venturi, nel quale questi l'attribuisce a Bartolommeo Veneto? A 
malincuore deve ammettere che è una copia del quadro che Giani- 
bellino dipinse verso o nel 1479 per San Michele di Murano. Perchè, 
allora, a p. 374 dice: «dell'ottavo decennio non abbiamo opera da- 
tata », benché esista la Resurrezione, la quale, copia o originale che 
sia, come composizione certo ha un grandissimo valore per la ricostru- 
zione della carriera artistica del Bellini? E perchè non menzionala 
copia di Filippo Mazzola nella Galleria di Strasburgo, che oltre il 
nome del pittore porta la data del 1497, copia riprodotta dal Ludwig 
nel suo articolo, citato dal Venturi? Nel medesimo tempo questa ta- 
voletta gli avrebbe offerto una data sicura del soggiorno del Mazzola 
a Venezia (cfr. p. 402). 



396 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Assai brevemente parla il Venturi degli scolari di Giovanni Bel- 
lini, e non sempre bene. Stupisce che inetta fra questi l'alvisesco 
Iacopo di Barbari; nel gruppo dei suoi quadri indiscutibili niente 
di bellinesco; ma si confronti il Cristo di Dresda col Salvatore di 
Alvise, firmato, della Galleria di Brera (n° 155). E io ritengo cime- 
sco il Pasqualino, checché ne dica il Venturi; tale ce lo rivela la 
Madonna con Santi della Galleria Novak di Praga (si veda special- 
mente la Maddalena), forse non senza l'influsso del Boccaccino. 

Con poche parole sulla seconda generazione dei Bellineschi, quelli 
che già subirono il fascino dell'arte giorgionesca, chiude il Ven- 
turi il suo libro, essendosi proposto come termine del suo lavoro 
l'anno 1500. 

Avendo così cercato di dare un'idea generale della composi- 
zione dell'opera, di ogni capitolo e del copioso materiale che vi è di- 
scusso, forse non sarà inutile aggiungere qualche osservazione sul 
metodo dell'Autore e sull'impressione che, a lettura finita, rimane 
del libro. 

L'autore è giovane: anche non sapendolo si sentirebbe; e da 
questa sua qualità si spiegano i pregi del libro ed i suoi difetti. Il 
Venturi ha visto molto ed ha visto abbastanza bene, almeno in ge- 
nerale; il suo giudizio, se non è infallibile, — e chi potrebbe preten- 
dervi? -- è sobrio e attesta l'ottima indole dello scrittore. Scrive 
bene; la parola gli obbedisce e molte volte, dove il carattere del 
soggetto lo permette, corre spedita ed alata, da rendere la lettura del 
libro per lo più assai piacevole. La sua tendenza va coraggiosamente 
versola sintesi; non vede sempre tutte le difficoltà, perchè, veden- 
dole, talvolta forse gli sarebbe mancato il coraggio di sintetizzare. 

Ma dall'altra parte egli non impiegò tutto il tempo che sarebbe 
stato necessario per studiare intimamente cosi vasta materia. Ho avuto 
l'impressione -che egli si sia fatto specialista della pittura veneta al- 
l'annunzio del concorso bandito. Non poteva avere — e non ha — una 
conoscenza compiuta e profonda della materia; e sono convinto che, 
fra non molti anni, l'autore stesso cambierà parecchi dei giudizi emessi 
ora nel suo libro. Ho già indicato, qualche volta, dove non posso 
essere d'accordo col Venturi rispetto alle singole attribuzioni; avrei 
potuto farlo assai più spesso, ma, per ragioni che facilmente si com- 
prendono, non ho voluto. Non posso a meno bensì di notare che con- 
seguenza della troppa fretta, colla quale fu preparato il libro, è la 
motivazione talvolta insufficiente delle sue asserzioni, e che egli non 
è troppo corretto nelle indicazioni di date e di fatti. Citerò pochi 
esempi, per non dilungarmi oltre la convenienza. A p. 163, parlando 
dell'influsso che Iacopo Bellini avrebbe avuto sul Mantegna, dice; 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 397 

« si riscontra.... nell'Adorazione dei Magi agli Uffizi » ; e ne trova il mo- 
dello in uno dei disegni del Louvre. Vorrei che ogni studioso che legge 
queste parole, mettesse accanto al disegno bellinesco (riprodotto dal 
Venturi) la fotografia del quadro del Mantegna, per convincersi, come 
l'affermazione del Venturi sia destituita di qualunque fondamento. 
Difficilmente due composizioni, create nel medesimo ambiente ed a 
non troppa distanza di tempo, potrebbero essere più differenti. — 
A p. 325, parlando del testamento di Anna, moglie di Iacopo Bel- 
lini, fatto nel 1429, prima della nascita d'un bambino, probabil- 
mente ha ragione di supporre che si tratti del primonato (almeno 
lo credo: non conosco però che la parte del documento edita dal Pao- 
letti). È probabile che questo sia stato Gentile; ma bisognava dire che 
non è se non una semplice probabilità, certamente non, come afferma 
il Venturi: «Gentile dunque è il primogenito di Iac. Bellini ». E per- 
chè no la figlia Niccolosia, alla quale forse come primogenita fu 
dato il nome del nonno? Per ora dunque si arriva ad un non li- 
quet. — A p. 378 si legge quanto segue : « La pala di S. Giobbe (di Gio- 
vanni Bellini) fu accennata dal Sabellico, come significante una li- 
berazione dell'artista dalle forme giovanili, in un libretto composto 
prima del 1489 ». Veramente un documento contemporaneo che ci desse 
un'indicazione stilistica di questo genere, sarebbe dei più preziosi; 
purtroppo nell'opera del Sabellico non vi è parola di quel che dice 
il Venturi. Ecco quanto scrive il detto autore: visitur in parte aedis 
(S. Giobbe) ioannis bellini tabula intigni* quam ille inter prima snae 
artis rudimento, in apertimi rettulit : cioè era una delle prime opere 
del Bellini, esposte al pubblico. 

Vengo adesso all'altro punto, indicato più sopra: all'inesattezza 
del Venturi quanto alle date. Egli ha voluto aggiungere sempre alle 
notizie biografiche dei maggiori artisti il prospetto cronologico, cosa 
certo utilissima se assolutamente completa e corretta. Ma non lo è. 
Nel prospetto della vita di Iacopo manca la data 1452, 13 aprile, pubbli- 
cata dal Cecchetti (Saggio di cognomi ed autografi di artisti in 1 r en 
in Ardi. Veneto, to. XXXIII, serie II, p. e II, 1887, pp. 397 e segg.). — 
Insufficienti sono le notizie su Sebastiano Zuccato a p. 321 (cfr. Cec- 
chetti, 1. e). — Nel prospetto di Gentile Bellini (p. 329) è da leggere 
« 1503, 1 febbraio » invece di 1502 (il Ludwig, che pubblicò il docu- 
mento, non mancò di indicare che era 1502 m. v.), ed il testamento 
del pittore non fu fatto nel 1506, ma nel 1507 (anche qui il testo del 
Ludwig non lascia adito a dubbi). — Nel prospetto di Iacopo Bellini 
(p. 121) si legge sotto 1' anno 1439 : « di quest'anno è il testamento di 
Iacobello del Fiore che lascia al Bellini una tavola intarsiata». Il 
documento relativo fu pubblicato dal Paoletti (nel fase, primo della 

Arch. Stor. It., 5. a Serie. — XLTII. 26 



398 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Raccolta di documenti, a p. 6): «1439, 8 Novembre: Primo incanto 
de robe vendute de ser Iacomel de Fior ». Fra gli acquirenti vi fu 
il Bellini : « bave maistro Iacomo bellin una tavella intarsisela.... 
L 1 s. 8 ». Come si vede, si tratta di tutt'altro che di eredità. — A p. 80, 
nelle date di Iacobello del Fiore: «nel 1404 aveva per moglie una 
Cateruzza». Il documento, pubblicato dallo stesso Paoletti, dice chia- 
ramente: « Catheruzza uxor Nicolai fior pictoris » etc. — Da correg- 
gere è anche la data della morte del pittore (p. 81), il quale il di 8 no- 
vembre 1439, quando si fece l' incanto, certo era già morto. — E non si 
può dire, come fa il Venturi (p. 43), che Guariento « mori poco prima 
del 1370 » ; 1' unica cosa che sappiamo è che è morto « prima del 
22 Settembre 1370 ». 

Questi pochi esempi basteranno per confermare quanto ho detto 
sulla insufficiente preparazione, colla quale il libro fu scritto. 



II. 



Aspettato con impazienza, al principio di quest' anno uscì il 
primo volume dell' opera di Laudedeo Testi, contenente « Le ori- 
gini ». E certo il lungo lavoro fattovi sopra dall'Autore, il quale, 
seguendo i suggerimenti della Commissione giudicatrice del con- 
corso, aggiunse un capitolo primo sull' ambiente storico veneziano 
medievale, non potè non essere utile alla sua opera, la quale non 
si potrà meglio caratterizzare di quanto faccia lo stesso Autore : 
« sincera e scrupolosamente onesta ». 

Ma prima di esporre sommariamente il contenuto del libro, ne 
debbo dare un' idea generale. Questo primo volume, trattando lar- 
gamente dei mosaici (quelli Veneti specialmente, s'intende) e delle 
vere origini della pittura Veneta, non passa oltre il principio del 
Quattrocento ; ma una parte del capitolo settimo è dedicata alla 
Scuola Padovana dello Squarcione ed al Grande che ne fu ed è la 
gloria massima: Andrea Mantegna. Siffatto materiale relativamente 
scarso — in confronto con la pittura Veneta del Quattrocento, da 
Antonio Vivarini e Iacopo Bellini fino alla morte di Giovanni Bel- 
lini — viene studiato in più di cinquecento pagine ed è corredato 
da centinaia di illustrazioni. 

Il metodo dell'Autore è in ogni parte il più scrupoloso, e riesce 
tanto più utile, in quanto la distribuzione della materia è semplicissima 
e atta a render l'uso del libro facile, anche allo studioso che voglia 
consultarlo per una data opera o per un fatto isolato. Parlando di 
una'personalità artistica, l'Autore principia sempre, quando si tratta 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 399 

d'artista importante, con una caratteristica generale, per stabilire il 
posto che storicamente gii spetta ; fa seguire poi le notizie, serba- 
teci nei documenti e dalle iscrizioni, discutendole, se danno luogo 
a dubbi, e chiude questa parte col prospetto cronologico, utilissimo 
per chi vuole informarsi senza perdita di tempo. In terza linea viene 
l'elenco delle opere sicure, ad ognuna delle quali l'Autore dedica una 
particolareggiata descrizione, esatta, indicante i più minuti dettagli 
stilistici e tecnici. Non meno diligentemente parla delle opere per- 
dute, citando le antiche descrizioni, se ve ne sono, che potrebbero 
servire al loro ritrovamento, e discute le opere attribuite. Un rias- 
sunto dei giudizi di vari autori sul valore comparativo dell'artista 
vien generalmente chiuso col giudizio proprio del Testi. 

Non ho voluto tralasciare siffatti particolari della parte costrut- 
tiva del libro, perchè questo metodo, cosi ben ponderato, mi pare il 
frutto di uno spirito eminentemente educativo; e vorrei che fosse se- 
guito in molti libri di storia dell'arte, magari a spese di giudizi este- 
tici o di caratteristiche generali, sul cui valore si può tanto discutere. 
È vero che il libro, in tal guisa, diventa in gran parte analitico, ma 
la sintesi certo non vi manca, benché sia ristretta quasi sempre 
alle poche frasi che l'Autore dedica al valore comparativo. E a chi 
desiderasse una estensione più grande della parte sintetica, si potrebbe 
rispondere che una scienza così giovane, come la storia dell' arte, 
così soggetta al giudizio personale, tante volte mal fondata, prima 
di tutto ha bisogno di onesti lavoratori, che mettano insieme i fatti 
sicuri, traggano dai documenti ogni più minuto particolare che possa 
illuminarci, e discutano le opere artistiche senza preconcetto di par- 
tito o di scuola, pronti sempre a riandare sui propri giudizi. La sintesi 
ha. almeno per una scienza che fa i primi passi, un valore assai li- 
mitato; e soltanto al genio, che d'intuizione intravede i fatti prima 
ancora che questi storicamente si possano provare, dovrebbe esser 
lecito di usarne largamente. 

Ed ora cerchiamo di fare il cronista del libro. Nel primo capitolo, 
che s'intitola « Venezia nel medio evo », l'Autore parla rapidamente, 
basandosi però sempre su dati storici e su documenti, delle condi- 
zioni esteriori che influirono notevolmente sull'arte veneta; dello stra- 
ordinario sviluppo della città e de' suoi rapporti coli' Oriente. La 
grande ricchezza necessariamente dovè condurre i cittadini al lusso; 
ne fu l'espressione più notevole la chiesa di San Marco e la sua deco- 
razione musiva. In tutte le manifestazioni della vita, nelle feste come 
nelle pompe funebri, questa tendenza al lusso si palesa ugualmente. 
L'arte dell'Oriente, cosi avvicinata alla città delle lagune per il tra- 
mite del commercio, corrispondeva meravigliosamente a quella ten- 



400 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

denza sfarzosa che i Veneziani ebbero, come la ebbero del resto tutti 
i Comuni pervenuti ad uno sviluppo così sfolgorante e di tanta ric- 
chezza, guadagnata in un periodo relativamente breve. 

L'espressione più durevole di questa tendenza fu la decorazione 
di San Marco. Ci mancano affatto i documenti dell'epoca primitiva, 
per poter stabilire quali ne furono i maestri. Ma ciò che uno studio 
accurato di quel ciclo così importante (e se non fosse per altra ra- 
gione, per la sua estensione) ci rivela, è il fatto che, se vi sono « nu- 
merose e visibili le tracce d'arte greca della prima e della seconda 
età d'oro, appariscono ancora più abbondanti le influenze classico- 
cristiane nella storia di Mosè, di Abramo, di Giuseppe e della Creatio 
mundi ». Se ancora nel 1204 il Doge Dandolo portò da Costantino- 
poli «molto musaico» per la chiesa di S. Marco, ne possiamo con- 
cludere che In quell'epoca il materiale non si trovava a Venezia. Vi 
era però una scuola indigena di mosaico tenuta da maestri bizantini, 
perchè già quasi nei medesimi tempi ne vennero ricercati da Papa 
Onorio III per i lavori di San Paolo a Roma (lettera al Doge, del- 
l' anno 1218), come un secolo più tardi l'Arte di Calimala a Firenze 
delibera di far venire per l'opera di San Giovanni maestri adatti da 
Venezia. 

Dopo aver studiato i mosaici di San Marco, il Testi dà un elenco, 
con descrizione accurata, di altre opere musive nei dintorni di Ve- 
nezia (Murano, Torcello — dove esiste un vastissimo mosaico, rap- 
presentante il Giudizio universale — , San Giusto di Trieste, ecc.). 

Abbiamo del sec. XIII vari nomi di pittori ; la prima notizia su 
un'opera pittorica è del 1268. Il primo statuto dei pittori data già 
dal 1271, prova questa che erano tanto numerosi a Venezia, da po- 
tersi unire in corporazione. Ma l'esame delle poche opere della prima 
metà del sec. XIV ci rivela, quasi senz' eccezione, artisti di scarso 
valore. « Fino al 1333 (l'anno in cui fu dipinta l'ancona di maestro 
Paolo), conclude il Testi, la pittura veneta risulta molto inferiore 
al mosaico contemporaneo ». 

Fa seguire a questo capitolo tre appendici: la prima è dedicata 
a una polemica con Adolfo Venturi e contro certe sue affermazioni 
contenute nel quinto volume della «Storia dell'arte italiana», che 
il Testi ritiene erronee; nella seconda parla dottamente dei testa- 
menti degli artisti, correggendo vari errori, commessi da altri : e nella 
terza esamina gli statuti dei pittori, i più antichi che ci siano serbati. 

Nel capitolo che segue il Testi dà un catalogo ragionato di tutti 
i quadri del XIII e XIV secolo, non appartenenti ad artisti di spic- 
cata personalità, anonimi in massima parte, vari con firma apocrifa 
(i falsari di quadri veneti primitivi furono attivissimi nel principio 



VENTURI E TESTI. LE ORIGINI DELLA PITTERÀ VENEZIANA 401 

del secolo passato ed hanno posto gravi impedimenti agli storici del- 
l'arte veneta). Non soltanto discute ogni opera conservata, ma parla 
anche con vera dottrina di tutte quelle che perirono, ma lasciarono 
qualche traccia di se negli scritti dei vecchi autori. Ed anche qui 
il Nostro corregge parecchi e non lievi errori, che si trovano persino 
nei libri più autorevoli della critica d'arte. 

Dalla massa degli anonimi spiccano in quel periodo del Trecento 
vari maestri, dei quali s'occupa il capitolo quarto. C'è Maestro Paolo, 
che dipinge nel 1333 l'ancona, ora nella Galleria di Vicenza, e che 
lavora nel seguente decennio per la Chiesa di San Marco e per il pa- 
lazzo ducale; prova questa di una posizione non insignificante del- 
l'artista in patria. Abbiamo di un'epoca ancora meno remota (del 
1358) un'Incoronazione ed un quadro della leggenda di Augusto e 
della Sibilla (1), nelle Gallerie di Sigmaringen e di Stoccarda. In 
Maestro Paolo si nota « un debole movimento ascensionale e una 
lenta evoluzione che tende a liberarsi dal giogo del bizantinismo »; 
e troviamo questo movimento continuato ed intensificato in Lorenzo 
Veneziano, di cui le notizie sicure vanno fino al 1372. Opere sue, auten- 
ticate dalla firma del maestro, si trovano nelle Gallerie di Venezia 
e di Padova, nonché nel Duomo di Vicenza; ed a questa lista il 
Testi ha potuto aggiungere una Madonna, smarrita dall' epoca del 
Cavalcasene (2), ma ritrovata per il merito del Nostro nei magaz- 
zini del Louvre. Questa tavola, che è l'ultima opera conosciuta del 
maestro, è certo la creazione migliore di lui ; interamente gotica e 
di una grazia così fina, che si potrebbe paragonare alle soavi Ma- 
donne francesi del Trecento. Del carattere bizantino quasi niente 
vi è rimasto. 

Contemporaneo di Lorenzo è Caterino, che insieme con Maestro 
Donato firma la fulgente « Incoronazione », assai bizantineggiante, 
della raccolta Querini-Stampaglia, se l'iscrizione è da considerarsi 
autentica. Di carattere molto diverso sono le altre sue opere, piut- 
tosto rozze, ma con qualche leggero indizio che l'artista ha dedi- 
cato dello studio alla riproduzione del vero. 

Per comprendere meglio lo sviluppo della pittura veneziana dalla 
maniera bizantina allo stile giottesco-gotico bisogna studiare Pin- 



ti) Sono notevolmente differenti fra di loro, così che non par superflua 
la domanda, se possano esser fatte nello stesso anno. 

(2) La notizia su questo quadro si trova in quasi identica forma già 
nell'edizione tedesca dell'opera del Cavalcasene (voi. II, p. 424), edita nel 
1869: e da quella fu ricopiata nell'edizione italiana del 1887. Nell'edizione 
originale inglese del 1864 si legge una versione alquanto differente. 



402 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fluenza che vari artisti forestieri possono avere esercitata : ed a questi 
l'autore dedica il capitolo quinto. Fra essi, Tommaso da Modena, 
che lavorò per un tempo non bene determinato — almeno per quasi 
un decennio — a Treviso, non ha nulla a che fare eoll'arte Veneta ; 
però le sue opere impressionarono artisti veneti ed il suo ciclo di 
affreschi nella Chiesa di Santa Margherita (ora nel Museo Civico di 
Treviso) offre tante rassomiglianze col celebre ciclo di Sant'Orsola 
del Carpaccio, che bisogna considerare Tommaso « un vero precur- 
sore » del grande pittore. 

Più importante per la pittura Veneta fu il Guariento, il quale, 
dopo aver dipinto a Padova nella Cappella del Capitanio ed agli 
Eremitani, nel 1365 fu chiamato a Venezia, dove, in testa della 
Sala del Maggior Consiglio, dipinse quella famosa Incoronazione 
della Vergine, della quale gli avanzi ricomparvero pochi anni fa 
sotto la tela del Tintoretto. Bizantineggiante assai nelle opere pri- 
mitive, si sviluppa con lo studio degli affreschi di Giotto a Padova 
ed « ascende — per usare le parole stesse del Testi — meglio d'ogni 
« altro artista veneto e padovano del XIV secolo, all'ammirazione e 
« comprensione giottesca ». Il suo contributo al progresso della pit- 
tura veneta ha perciò un certa importanza. 

Veneto di nome, ma non d'educazione, fu Antonio Veneziano, 
che lavorò a Siena e nel Camposanto di Pisa. Se si vuol credere al 
Vasari, sarebbe andato a Venezia, dove dipinse nella Sala del Consi- 
glio; ma l'invidia degli artisti veneti fu cagione che questa sua opera 
non venne continuata. Se non che, studiando bene gli elementi del- 
l'arte sua, bisogna mettere in dubbio il racconto dell'Aretino. Nessun 
documento finora ci ha rivelato la presenza di Antonio di Francesco 
a Venezia, e non si può stabilire, se forse già da bambino non si 
trasferì in Toscana, o se l'epiteto « da Venezia » dei documenti non 
voglia indicare altro se non il luogo di nascita del padre. Comun- 
que sia, certo non ebbe nessun' influenza sugli artisti Veneti. 

Giovanni da Bologna, le cui uniche opere conosciute furono ese- 
guite a Venezia, s'avvicina all'arte di Caterino (ed anche in questo 
siamo d'accordo col Testi): artista debole, ebbe forse il merito di 
« estendere qualche poco l'amore per la natura ». 

L'influenza del Guariento sugli artisti veneti — della quale 
parla il capitolo sesto — fu piuttosto debole. La notiamo nella Ver- 
gine della rosa nel Museo Correr, attribuito al pittore Stefano Pievan 
di Sant'Agnese in base ad un' iscrizione più che sospetta, come è 
falsa la firma dell'Incoronazione nell'Accademia. Così bisogna con- 
fessare che di questo pittore non conosciamo opera sicura. Assai 
più notevole del Maestro, che dipinse quella Madonna, è Nicoletto 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 403 

St-mitecolo, del quale si serbano nella Biblioteca Capitolare di Pa- 
dova sei tavolette, dipinte nel 1307. Ha studiato intimamente le 
opere di Giotto e quelle del Guariento; forse di quest'ultimo fu sco- 
laro diretto. Queste tavolette, rappresentanti scene della vita di San 
Sebastiano, la Trinità e la Madonna, sono le opere più forti, più 
espressive che in quell'epoca si siano create da artista Veneto. Dei 
vari artisti col nome di Iacobello il più importante è Iacobello di 
Bonomo, di cui Tunica opera firmata, dell'anno 1385, passò poco 
tempo fa dal Municipio di Sant'Arcangelo di Romagna all'Accademia 
di Venezia. L'artista vi si rivela seguace diretto di Lorenzo. Impor- 
tantissima la splendida e ricca forma gotica dell'ancona, prototipo 
di quei polittici, quali una cinquantina d'anni più tardi vengono 
creati dalla scuola dei Vivarini. D'artista differente è l'interessante, 
ancona di Torre di Palme. 

Siamo agli albori del Quattrocento. L'attività artistica di Nic- 
colò di Pietro, figlio e nipote di pittori, in parte già appartiene al 
nuovo secolo ; è però ancora trecentista nella forma e nella tecnica. 
L'opera sua migliore, la Madonna dell'Accademia (1394), riunisce in 
sé tutte le più brillanti qualità artistiche dell'epoca; sparita la tra- 
dizione bizantina, prevalente quella giottesca e del Guariento ; e già 
si sente una trasformazione, una bellezza nuova. Una Madonna più 
bella, meno arcaica di questa, dicerto non era stata dipinta a Ve- 
nezia : e non sarà inutile paragonarla a quella cosi fina e graziosa 
di Lorenzo al Louvre. Una distanza di soli ventidue anni separa 
l'una dall'altra, ma in cosi breve tratto di tempo quanto progresso 
verso la semplicità e la naturalezza ! Non si conoscono che altre due 
opere del maestro : l'una, una Croce a Verrucchio (1404), l'altra, la 
Madonna nella Chiesa dei Miracoli a Venezia, troppo ritoccata per 
poterne dare un giudizio. 

Dopo una lunga discussione contro la teoria di Lionello Venturi 
intorno all' influenza renana sulla scuola Veronese, il Testi passa a 
quel fatto memorabile, che fu l'entrata di nuove energie nel campo 
dell'arte veneta: di Gentile da Fabriano e di Antonio (già Vittore) 
Pisano, detto il Pisanello. Avendone già parlato più sopra, mi 
basta di indicare che l'A. dà un cenno accuratissimo della loro in- 
tera carriera artistica, e che fa comprendere con parole alate il loro 
merito imperituro. Il Testi ha potuto ancora, prima di pubblicare il 
suo libro, valersi delle ricerche del Biadego sulla vita del Pisa- 
nello, che possono dirsi fondamentali e che dopo ulteriori rilievi 
fatti da Adolfo Venturi (v. L'Arte, voi. XI, 1908, p. 467; paiono ir- 
refragabili. Peccato che il Testi non ne abbia tratto tutte le con- 
seguenze! Perchè oramai il Pisanello, nato nel 1397, non può aver 



404 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dipinto nella Sala del Maggior Consiglio insieme con Gentile da Fa- 
briano, dal 1409 in poi (v. p. 374). E non posso capire, perchè mai 
il Testi, dietro l'autorità del Vasari, abbia messo fra i regesti il 
soggiorno del Pisanello a Firenze e le opere sue nella vecchia chiesa 
del Tempio, cose certo da relegare fra le tante favole dell'Aretino. 
Del resto, non si poteva più felicemente descrivere, di quanto fa il 
Testi, la soave arte dell'Umbro e lo stupendo realismo del Veronese. 

Sotto l'influenza del maestro da Fabriano si trasformò Iaco- 
bello del Fiore, figlio di pittore anche lui, dopo aver subito prima 
quella veneto-padovana. È notevole, come la composizione della sua 
« Incoronazione della Vergine », nell'Accademia, ricordi l'opera ce- 
lebre del Guariento, mentre che nei tipi, specialmente nella Vergine, 
ben si scorge la tendenza nuova, che si rivela forte e unica nello 
splendido suo quadro della Giustizia. Seguace debole del Fabrianese 
è il bolognese Michele di Matteo Lambertini. Di al.'ro pittore con- 
temporaneo, Donato Veneto, non abbiamo che un'opera sicura, la 
quale non permette conclusioni sulle sue qualità artistiche: è il 
leone di San Marco nel Palazzo Ducale. 

Prima di parlare della pittura Veneta, come vien rappresentata 
dalle due grandi famiglie pittoriche, i Vivarini e i Bellini, il Testi 
giustamente ha dedicato un capitolo dei più importanti allo Squar- 
cione ed alla sua scuola, che ebbe ad influire in un modo così de- 
cisivo su tutta la pittura italiana del Nord. Parla prima dello stesso 
Squarcione, valendosi già delle mirabili ricerche del Lazzarini, che 
furono pubblicate dal Moschetti ne\V Archivio Veneto del 1908. Com- 
batte — ed ha ragione di farlo — l' idea recentemente esposta da 
altri, che vuol negare o ridurre al nulla l'attività artistica dello 
Squarcione, il quale, benché non fosse che un pittore mediocre, certo 
ebbe straordinaria qualità educatrice : e la sua fama riconosciuta 
come maestro viene corroborata dal fatto che molti pittori di grande 
talento ebbero da lui la loro educazione artistica e ne riportarono 
delle impressioni durevoli, o, come dice il Testi con parole felicis- 
sime : « chi bevve in qualsiasi modo alla fonte squarcionesca, ne 
portò per lo più il suggello per sempre, pur conservando la pro- 
pria individualità ». Accanto a molti è somma gloria della scuola 
squarcionesca Andrea Mantegna, formatosi probabilmente sotto l'in- 
flusso di Nicola Pìzolo, più anziano di lui d' una diecina d'anni, e 
mantegnesco prima dello stesso Mantegna, come lo prova la sua 
« Assunta » negli Eremitani di Padova. Studia ed impara poi dalle 
sculture che Donatello eseguì durante il suo soggiorno a Padova, 
ed arriva così a quella forma statuaria della pittura che era l'ideale 
di tutta la scuola. Se ne libera in parte con uno studio diretto del 



VENTURI E TESTI, LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 405 

vero, condottovi dal « sentimento della pittura più sviluppato » : 
ma nega il Testi — e le sue importanti deduzioni, esposte nella nota 
p. 456, mi convincono quasi sempre — un'influenza esercitata 
da Iacopo Bellini sul Mantegna, che più tardi divenne suo genero. 
La differenza dell' intenzione artistica, così notevole fra gli affreschi 
della vita di S. Giacomo e quelli del martirio di S. Cristoforo, 
mostra chiaramente questa trasformazione del pittore. Grandissimo 
nella prospettiva, egli « crea la scienza degli scorci, nella quale rie- 
sce perfettamente»; manchevole però la prospettiva aerea nelle sue 
opere. La sua influenza sull'arte in generale fu massima, oltrepassò 
la provincia, la patria, persino le Alpi. 

Colla grandiosa figura del Mantegna il Testi chiude difatti que- 
sta prima parte del suo libro. Fa seguire un breve capitolo sulla 
prospettiva, tracciandone sommariamente la storia fin alla metà del 
Quattrocento, ed un altro sui miniatori veneziani, accennandovi però 
in forma succinta alla storia della miniatura in generale dai tempi 
più antichi in qua. 

In una rapida e splendida sintesi l'A. riassume le idee generali, 
sparse qua e là nel suo libro e necessariamente interrotte dalle parti 
analitiche ; e chi vuol formarsi un' idea del libro, farà forse bene a 
leggere questa parte brevissima, prima di entrare in uno studio di 
particolari. 

Considerando il vasto e sparso materiale studiato dal Testi, rie- 
sce assai diffìcile dare, dopo l'analisi delle singole parti del libro, 
un giudizio generale ; più difficile ancora per chi non può pretendere 
di possedere speciale autorità, basata su propri studi, per il periodo pri- 
mitivo dell'arte veneta, che quasi esclusivamente vien discusso in que- 
sto primo volume dal nostro A. Ma vista la coscienza colla quale egli 
entra nei più minuti particolari, siano storici o tecnici, e la dottrina di 
storico che trapela da ogni pagina, devo confessare che il libro del 
Testi è da considerarsi come un ottimo contributo alla storia del- 
l'arte non solo, ma come un modello del genere. E non esito a dire 
che l'arte veneta dopo i volumi del Crowe e Cavalcasene non ha 
avuto un contributo generale più notevole né più importante di 
questo. 

Degna dell'opera è la parte illustrativa, ricchissima, contenente 
un materiale poco conosciuto e talora inedito. Molte sono le tavole 
fuori testo, varie quelle in colori ; belle e degne d'ogni encomio le 
fotoincisioni. L'Istituto italiano d'arti grafiche di Bergamo, già me- 
ritamente conosciuto per molte e splendide edizioni, può esser orgo- 
glioso di questa ultima pubblicazione, che ne palesa le alte aspira- 
zioni bibliofile e artistiche. 



406 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Utilissimi allo studioso i tre indici che accompagnano il libro: 
indica il primo accuratamente il contenuto di ogni capitolo, il se- 
condo è l'indice dei nomi, il terzo delle illustrazioni. Sarebbe forse 
ancora più comodo per la consultazione, se nel secondo indice non 
ci fosse soltanto sommariamente nominata per esempio una Galleria 
con tante citazioni di pagine, ma fosse piuttosto specificato anche 
il materiale. Quanto all'indice delle illustrazioni avrei preferito un 
ordine sotto i nomi degli artisti o dei luoghi. 



Col più vivo piacere avrei chiuso qui, e non avrei altro che 
parole d'encomio per il libro del Testi. Ma l'Autore stesso ci costringe 
a continuare ; ci costringe per una parte del suo libro che è in 
piena contraddizione coll'alto senso scientifico che vi si palesa dovun- 
que. Ed è la critica che egli fa continuamente, inesorabilmente, al 
suo giovane avversario nel concorso, e molte volte anche ad Adolfo 
Venturi. Assolutamente estraneo ai fatti di carattere personale che 
possono dare, se non una scusa, almeno una spiegazione a questa 
polemica acerba (si legga la nota seconda a p. 473, e specialmente 
la 4 a a p. 474), devo confessare francamente che, fondata o no che 
essa sia, questa critica diventa assai noiosa (per dir poeoì al let- 
tore. Non bastano gli errori di fatto; vengono notati persino gli er- 
rori di stampa (p. 485, n. 8). 

L' illustre Autore mi permetta ancora di aggiungere qui poche 
notiziette di lievissime mende trovate nel suo libro ; non perchè esse 
abbiano una qualunque importanza, ma per mostrargli che tutti 
siamo mortali. 

Che la Madonna Quaratesi di Gentile non è quella di New 
Haven, come dice il Testi (p. 365, n. 2), ma invece quella conser- 
vata a Buckingham Palace di Londra, venne provato da H. Home 
nel Burlington Magazine, marzo 1905, p. 470 (cfr. Bivista d'arte, III, 
p. 174). Ed è da prendere in considerazione seria una breve nota 
del dott. Sirén, che credette di aver scoperto vari frammenti della 
predella nel Museo Cristiano del Vaticano (ved. L'Arte, IX, 332). 

L'A. dice, a mio avviso, più che non si può provare, quando, 
a p. 371, descrivendo le Madonne di Gentile e di Iacopo, parla degli 
occhi.... velati dalle lunghe ciglia: un dettaglio che non mi ricordo 
di aver mai notato in un quadro dell' epoca. 

Un punto dei più difficili da stabilire è il rapporto fra il Man- 
tegna e Iacopo Bellini. In che tempo vennero in contatto diretto? 



VENTURI E TESTI. LE ORIGINI DELLA PITTURA VENEZIANA 407 

A qual anno si deve ascrivere il libro dei disegni del Louvre? Per 
provar la sua tesi che almeno in parte sia posteriore al 1453, il 
Testi nota (p. 460 n. 2) con troppo sicuro accento la copia del ca- 
vallo del Gattamelata che si trova nel detto libro. Ma ne è vera- 
mente la copia ? Perchè allora il Bellini avrebbe dato al cavaliere 
una posa assolutamente differente? Non potrebbe forse aver veduto 
prima del 1453 — anno in cui il monumento fu messo al posto — 
il modello del Donatello? s'ispirò forse ai cavallini San Marco? 
Quanto alle iscrizioni antiche contenute nel medesimo libro, il Bellini 
certo le può aver copiate indirettamente; varie però son esattissime 
(v. p. es. quelle di « Metellia Prima », a « T. Pullio », di « T. Pompo- 
nenus », da confrontarsi con C. I. Lat. V, 4653, 2528 e 2669) ; è no- 
tevole che quella di T. Pomponenus è esatta fin nella parte orna- 
mentale. E non si deve tacere il fatto che una di quelle iscrizioni 
T. Pullio) fu adoperata anche dal Mantegna in uno de' suoi affreschi 
negli Eremitani di Padova. Certo l'ha potuta copiare indipenden- 
temente : ma rimane sempre possibile che la conoscesse per mezzo 
di Iacopo. Non si può dire dunque, come fa il Testi (1. e): «ad 
« ogni modo sembra provato ad esuberanza che i disegni del Bellini 
« sono posteriori ai freschi di Andrea ». Per ora non mi pare pro- 
vato affatto. 

Come semplici lapsus cedami noto al chiarissimo Autore a p. 416 
la frase : « anche il Bidolfi e Zanetti dicono le stesse cose ; proba- 
« bilmente derivavano tutti dal Boschini » (sic !) ; a p. 420 si legga 
nel prospetto cronologico: « 1419, 13 febbraio ». Nel prospetto crono- 
logico dello Squarcione (p. 430) manca all'anno 1441 la notizia che 
egli veniva chiamato arbitro nel giudizio di lavori fatti dal Pìzolo 
(menzionato nella pagina seguente con un errore di stampa) ; e a 
p. 470 n. 4 si corregga il nome di Verrocchio in quello del Pol- 
lajuolo. 

Un altro lieve errore si trova nella trascrizione che il Testi dà 
della firma del miniatore nell'antifonario di Santa Maria della Ca- 
rità (ved. p 506, n. 2 e la riproduzione a p. 507). Il Nostro legge la 
prima parola della seconda linea «nascere»; invece vi è scritto 
senza fallo « noscere » ; e così abbiamo un senso meno difficile di 
tutta la frase, che io interpreto così : « Qui cupis actorem huius 
« operis, origine venetum, et nomine noscere: Justinus fuit quondam 
« Ghirardini forliviensis magistri natus ». 

Vadano queste piccole correzioni all' egregio Autore come un 
segno dell'attenzione colla quale ho studiato il suo libro ; e vadano 
gli auguri che questo sia dappertutto apprezzato quanto merita. Son 
convinto che da ora in poi esso formerà la base più sicura per ogni 



408 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

studioso serio che s'occupi d'arte veneta ; esso occuperà ancora il 
suo posto elevato in un' epoca da noi lontana, che non capirà più 
nulla (e certo non vi s'interesserà più) della parte polemica (1). 

Firenze. G. Gronau. 



F. W. Maitland, The constitutional History of England. A Course 
of Lectures. — Cambridge, University Press, 1908. 

Il corso di lezioni del compianto prof. Maitland, che viene ora 
pubblicato da Mr. H. A. L. Fisher, il ben noto insegnante del New 
College di Oxford, autore del Medieval Empire e degli Stuclies in Na- 
poleonic Statesmanslu'p, oltre che di altre pregiate opere storiche. 
fu tenuto dal Maitland nel 1888. Esse presentano una speciale im- 
portanza, in quanto ci mostrano la genesi di concetti e teorie, che 
il Maitland venne svolgendo in seguito nella sua vasta e poderosa 
produzione scientifica e costituiscono, come giustamente osserva 
l'editore, un ottimo libro propedeutico per la storia delle istituzioni 
inglesi. Inoltre il Maitland espone in queste lezioni una serie di 
vedute originali su vari punti di storia e di giurisprudenza, su cui 
non ebbe agio di ritornare in seguito, onde questo corso ha una 
speciale importanza per la storia del pensiero del grande giurista 
inglese. 

Il Maitland ha ripartito il vasto campo della storia del diritto 
pubblico inglese in cinque periodi, con diverse suddivisioni, per cui 
vien facilitato al lettore lo studio e l'orientamento nella estesissima 
materia. 

Il primo periodo presenta un vasto quadro delle istituzioni pub 
bliche inglesi alla fine del regno di Edoardo I (1272-1307), la cui 
legislazione è così importante per il diritto inglese e forma ancora 
oggidì la base del sistema della proprietà fondiaria vigente in Inghil- 



(1) Nel momento di consegnare il manoscritto, viene a mia conoscenza 
la recensione del libro del Testi, fatta da Lionello Venturi (L'Arte, XII. 
1909, fase. I). Trovandomi, come già dissi, completamente estraneo alle 
questioni personali, non voglio che segnalarla, affinchè chi vi ha speciale 
interesse possa leggerla e ne giudichi il valore degli argomenti : deploro 
però che essa, principiando seriamente, finisca in una maniera che ne 
rende la lettura oltremodo penosa (20 marzo 1909). 



terra. È questa l'epoca, in cui l'influenza del diritto romano scom- 
pare in Inghilterra e si vien formando un diritto statutario su basi 
strettamente nazionali, che arresta lo sviluppo del diritto comune. 

Dopo aver dato un breve schizzo sul diritto inglese e sulle sue 
fonti, prima e dopo della conquista normanna, fino ad Edoardo I, 
l'A. si sofferma sulla proprietà fondiaria, nei suoi diversi rapporti 
col sistema feudale, esposti con mirabile semplicità e chiarezza, e 
tratta quindi della divisione del regno, del governo locale e centrale 
e della amministrazione della giustizia. In quest'ultima parte sono 
specialmente notevoli le osservazioni sulla storia della procedura e 
sulle origini della giuria. 

Il secondo periodo trasporta il lettore al sec. XVI, ma nella 
trattazione degli istituti parlamentari l'A. ricapitola le relazioni fra 
la corona e il parlamento, che formano la principale caratteristica 
del diritto pubblico inglese nel periodo che va da Edoardo I ad 
Enrico VII. Lo svolgimento delle istituzioni rappresentative, i pri- 
vilegi dell'aristocrazia, la competenza del parlamento per riguardo 
alle tasse ed alle leggi, sono ampiamente trattati; e in seguito l'A. 
espone la costituzione del Consiglio della corona, e le trasformazioni 
del sistema giudiziario determinate dalla decadenza delle corti 
feudali e dallo sviluppo delle attribuzioni giudiziarie del Parla- 
mento. 

Alle istituzioni parlamentari è dedicata anche gran parte del 
periodo terzo, che comincia colla morte di Giacomo I e colla ac- 
cessione di Carlo I, e di cui sono specialmente importanti le parti 
relative alla storia dei privilegi e della procedura parlamentare ed 
all'esercito. 

Gli effetti della rivoluzione di Cromwell e della successiva re- 
staurazione sulla teoria e sulla pratica del diritto costituzionale 
inglese, sono studiati nel quarto periodo, che comincia colla morte 
di Guglielmo III, nel 1702. Ampiamente trattata vi è la questione 
della sovranità, unitamente ai diversi atteggiamenti della dottrina 
dei sec. XVI e XVII a questo riguardo. 

L'ultimo periodo, che è uno dei più densi e più interessanti del 
volume, ci dà un disegno completo del diritto pubblico inglese sul 
finire del sec. XIX. Esso comincia con un' introduzione storica sul- 
l'annessione dell'Irlanda e della Scozia e sul loro rapporto costi- 
tuzionale, trattando estesamente della espansione coloniale e delle 
relazioni giuridiche e storiche delle colonie colla madrepatria. Am- 
piamente lumeggiato è il concetto della sovranità nella teoria e 
nelle sue applicazioni pratiche, e specialmente degna di nota è la 
storia della evoluzione dei diritti della corona dopo la rivoluzione 



410 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

inglese. Il sistema fiscale e militare, l'amministrazione della giustizia 
e della polizia, il governo locale e l'azione sociale dello Stato, ven- 
gono esposti con continui accenni storici allo sviluppo dei singoli 
istituti e il volume si chiude con un breve, ma profondo capitolo 
sulla Chiesa anglicana nei rapporti collo Stato, in cui vien ricapi- 
tolata l'evoluzione delle istituzioni ecclesiastiche inglesi dopo la 
Ki forma. 

Questa la trama dell'opera, in cui si ammirano ancora una volta 
quei pregi di contenuto e di forma, comuni a tutti i lavori del 
Maitland, e cioè una grande originalità e sottigliezza di ingegno, una 
vasta dottrina, un'esposizione chiara e brillante ed un'attitudine 
particolarmente felice nel ricollegare il passato alle istituzioni pre- 
senti. 

Il Fisher, che già altra volta aveva aiutato il Maitland nei suoi 
lavori scientifici, ha pubblicato il Corso in base agli appunti ori- 
ginali del Maestro, completandoli con appunti raccolti dagli scolari, 
e vi ha aggiunto una serie di note bibliografiche, utilissime allo stu- 
dioso, che rivelano la sua piena e profonda conoscenza della materia. 

Egli ha dato per tal modo alle Università inglesi un ottimo 
libro di testo, poiché, come è noto, ad Oxford e a Cambridge, dove 
la giurisprudenza non viene insegnata come scienza autonoma e solo 
esistono poche cattedre di diritto, la storia delle istituzioni giuri- 
diche, sotto il nome di Constitutionaì History, ha larga parte nel- 
l'insegnamento dei Colleges e negli esami, come materia essenziale 
di cultura generale. E questo esempio dell'Inghilterra, di un paese 
cioè dove predomina un empirismo pratico, e dove manca un vero 
e proprio insegnamento teorico legale, in quanto la preparazione dei 
giuristi si fa essenzialmente per mezzo della pratica e delle corpo- 
razioni dei pratici, dovrebbe essere meditato in Italia. Esso dimostra 
quale importanza l' Inghilterra attribuisca alla storia giuridica, men- 
tre pur troppo in Italia, non ostante il mirabile progresso scientifico 
e il fervore di studi dei cultori del diritto italiano, per un malinteso 
senso pratico che si vorrebbe introdurre nel nostro insegnamento giu- 
ridico, le discipline storico-giuridiche, negli ultimi tempi, hanno corso 
varie volte pericolo di venir ristrette o poste in seconda linea nei 
programmi universitari, con grande scapito, non solamente delle dot- 
trine giuridiche, ma altresì della cultura nazionale. 

Innsbruck. Andrea Galante. 



SIEVEKING, LE FINANZE GENOVESI DEL MEDIO EVO 411 



ENRICO Sieybking, Studi sulle finanze genovesi del medio evo e in 
particolare sulla Casa di S. Giorgio, voi. II (Atti della So- 
cietà ligure di storia patria, voi. XXXV, P. 2 a ). 

Del primo volume di quest'opera feci già la recensione nel no- 
stro Archivio (ser. V, to. XXXIX, pp. 133 e segg.), ed ora abbiamo 
il secondo volume, ugualmente tradotto dal sig. Soaedi e pubbli- 
cato dalla Società ligure di storia patria con sollecitudine vera- 
mente assai lodevole. 

Esso tratta della Casa di S. Giorgio, e non è meno importante 
del primo, sia per la copia dei documenti editi ed inediti esami- 
nati dall' A., sia per l'utile contributo da lui portato colle sue ri- 
cerche alla storia economica italiana: coli' aiuto delle carte origi- 
nali vi si danno notizie certe ed inoppugnabili intorno a quella 
grande istituzione, e si mette in piena luce il carattere particolare 
che essa seppe sempre conservare e che serve a farne ben compren- 
dere tutte le vicende, mentre i frequenti raffronti colle banche delle 
maggiori città italiane e d'alcune estere, quantunque troppo brevi 
e frammentari, provano la somiglianza delle condizioni storiche ed 
economiche, l'uguaglianza dei provvedimenti usati in luoghi diversi. 
Anche su questo volume si possono naturalmente ripetere le piccole 
osservazioni fatte pel precedente: le notizie non sono sempre collo- 
cate nell'ordine migliore, alcune avrebbero trovato posto più oppor- 
tuno nel primo volume perchè si riferiscono al sec. XIV, altre sono 
inutilmente ripetute : un punto, sul quale sarebbero desiderabili mag- 
giori spiegazioni, è il carattere delle scritture, relazioni e proposte 
di cui si citano passi assai di frequente, poiché non viene mai indicato 
se furono composte dai magistrati di S. Giorgio o da persone estranee, 
se dovevano presentarsi periodicamente ad intervalli od a volontà degli 
scriventi, se contengono ed espongono opinioni individuali o d'una 
maggioranza o se derivano dalle discussioni dei magistrati e consi- 
glieri di S. Giorgio. Sono però questi piccoli nei, che nulla tolgono 
alla grande importanza dell'opera per la storia originale, minuta, 
sicura dell'Istituzione, la quale finora mancava, e di cui dobbiamo 
essere assai riconoscenti all' illustre economista tedesco. 

Nel 1407 (1), poco dopo la conquista francese, il governatore di 
Genova affidò a quattro ufficiali super deminutione debitorum la cura 



(1) Credo sia un errore tipografico la data 1405 (p. 15), sia perchè tutti 
concordano nella data 1407 e il Sieveking non dà ragione della differenza, 
sia perchè tutte le altre date citate daini corrispondono a quest'ultima. 



412 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di provvedere alla conversione od estinzione del debito pubblico col 
nome di procuratori di S. Giorgio, più tardi se ne aggiunsero altri 
quattro e si nominarono poi ancora otto protettori di S. Giorgio per 
vigilare sulle entrate e spese esuli 1 amministrazione: nel 1412 nomi 
ed uffici si fondono in una magistratura unica, proevratores et pro- 
tectores comperarum S. Georgii. Anch' essi erano ripartiti, secondo le 
divisioni della popolazione, come tutti gli altri della città, prima 
del 1528, secondo le tre classi, nobili e popolo suddiviso in mercanti 
ed artefici, e i due colori, bianchi e neri, cioè guelfi e ghibellini — 
dopo la riforma fra gli aìberglii dei nobili e loro aderenti, cioè quei 
gruppi, parte famigliari parte ascrittizi, che comprendevano i nobili 
originari, le principali famiglie mercantesche incorporate in quel- 
l'anno e le poche accolte successivamente. La elezione dei procu- 
ratori e protettori e dei quattro sindacatori di tutti gli ufficiali si 
faceva da trentadue elettori in modo assai complicato: gli otto du- 
ravano un anno nell'ufficio loro ed un secondo anno come ufficio 
del precedente per vigilare sulle gabelle : nel 1568 si nominarono 
altri procuratori, ma durarono poco. È assai importante notare che 
dal 1425 cessò qualunque ingerenza del governo nella nomina dei 
magistrati ed ufficiali della Casa e che essi non avevano uè attri- 
buzioni né nomi diversi da quelli che esistevano nelle compere pre- 
cedenti, specialmente nella maggiore del capitolo (ved. mia recens. 
cit. sul voi. I, p. 139). Vi erano due consigli, il minore di 52 membri, 
scelti dai protettori fra i luogatari, e il consilium magnimi partici- 
pum : dopo la riforma del 1528 fu conservato solo quest'ultimo per 
le deliberazioni più gravi, con 460 membri, eletti metà a sorte, metà 
per votazione, oltre gli otto protettori dell' anno, gli otto anteriori 
e i quattro sindaci, ed erano necessari per la validità delle decisioni 
trecento presenti e una maggioranza di due terzi. I consiglieri do- 
vevano possedere almeno dieci luoghi delle compere per ciascuno, 
gli ufficiali quaranta, i protettori cento. Tutti gli ufficiali maggiori 
e minori formavano un insieme assai intricato per la varietà degli 
incarichi, specialmente perchè, essendo stati creati in tempi diversi a 
reprimere gli abusi man mano che venivano accertati, non ebbero 
sempre facoltà separate e distinte ; però l' ordinamento interno era 
regolato accuratamente e in modo ammirevole. 

L' ufficio principale della Casa di S. Giorgio, pel quale fu fon- 
data e che non venne mai perduto di vista, fu l'amministrazione del 
debito pubblico. Giova ricordare che questo andò crescendo da tre 
milioni circa di lire genovesi, qual era al tempo della fondazione, a 
quarantasette circa, limite raggiunto intorno al 1539 e non più su- 
perato nei secoli successivi. La Casa fu fondata colla consolidazione 



SIEYEKING, LE FINANZE GENOVESI NEL MEDIO EVO 413 

di molte compere nel modo che s' usa tuttora, cioè col dichiarare 
estinte le compere precedenti e convertite in compere di S. Giorgio, 
lasciando ai possessori per breve tempo la scelta tra il rimborso del 
capitale nominale e la sostituzione dei nuovi luoghi di S. Giorgio ad 
interesse minore: i vantaggi offerti a quei possessori, pei quali erano 
propensi alla conversione, erano la maggior sicurezza dell'interesse, 
quantunque ridotto, ed il mercato assai largo di cui godevano i luoghi 
stessi. A poco a poco la Casa assorbì anche le compere sfuggite alla 
prima conversione e quelle che vennero create nei primi decenni suc- 
cessivi per supplire ai nuovi bisogni, finché i hwghi di S. Giorgio ri- 
masero soli sul mercato. Anche alla Casa (cfr. recens. cit., p. 137) si 
assegnarono gabelle ed imposte determinate perchè pagasse gli inte- 
ressi delle compere; essa ne assumeva la riscossione e l'amministra- 
zione e ne accentrò gran parte nelle sue mani, mentre i suoi impiegati 
amministravano insieme con quelli del comune le gabelle il cui pro- 
dotto si dovesse dividere fra i due. Gli interessi vennero promessi in 
misura fissa del 7 " e ridotti nel 1419 al 5 i [ i per cento (col nome 
di versamento d'una rata trimestrale nel pubblico erario, non con 
quello esplicito di riduzione), in fatto erano variabili secondo il red- 
dito delle gabelle: si pagavano ogni tre mesi, furono più volte so- 
spesi, finché venne stabilita la regola che i magistrati ne fissassero 
bensì la misura ogni anno, ma non maturassero e non si pagassero 
se non dopo quatti - ' anni (1568, 1593). La Casa teneva due serie di 
registri o cartulari, quelli delle colonne per iscrivere i creditori ed 
i luoghi intestati a ciascuno di essi, e quelli delle paglie per regi- 
strare a nome di ognuno il suo credito per gli interessi che si ma- 
turavano. Si mutavano ogni anno e se ne avevano nove, uno per 
ciascuno degli otto quartieri della città ed uno per le opere pie. 

I luoghi continuarono ad esser commerciabili (ved. recens. cit., 
p. 139) ed il prezzo oscillava secondo il gettito delle imposte e la 
probabile misura dell'interesse e secondo le condizioni politiche e 
finanziarie che potevano operare su quello (1): chi voleva riscuotere 
anticipatamente paghe d' interessi non maturati, doveva venderle a 
perdita, con uno sconto proporzionale, ma non pare che la Casa le scon- 
tasse essa medesima ai privati. I luoghi di S. Giorgio furono oggetto 
di commercio attivissimo e di forte speculazione al rialzo od al ri- 
basso, con tracce d'affari differenziali e della diffusione di notizie 



(1) B. Bosco, giurecons. genov. morto nel 1437, ap. Sieyekixg, voi. II, p. 282 : 
« Pretia locorum variantur dietim, nani crescunt et decrescunt secundum 
« opiniones quas cives ex occurrentibus sibi assumunt de bono et malo statu 
- tT esse civitatis ». 

Arch. Stor. It., 5.» Serie. — XLIII. 27 



414 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

false, per ottenere variazioni di prezzo, come ai di nostri (ved. re- 
cens. cit., p. 138). Qualche volta si dichiarava inalienabile una parte 
dei loca, per formare col cumulo degli interessi e coli' investimento 
di questi in altri luoghi fruttiferi dei capitali maggiori, destinati 
all'estinzione d'alcuna compera o ad altri scopi d'utilità pubblica 
(ved. recens. cit., p. 139). Il sistema del moltiplico per mezzo degli 
interessi composti era assai apprezzato dai Genovesi e giovò più 
volte a formare in pochi anni somme assai rilevanti : anche Co- 
lombo aveva ordinato che un decimo delle sue rendite restasse nelle 
casse di S. Giorgio per moltiplicarsi e servire poi alla diminuzione 
delle tasse sulle vettovaglie, ma tale sua disposizione testamentaria 
non ebbe effetto (Harrisse, Cristoforo Colombo e il banco di S. Gior- 
gio, pp. 14 e segg., 33 e segg.). 

La Casa venne pure investita della piena giurisdizione in tutte 
le controversie relative a' luoghi ed ai loro possessori, alle imposte 
ed appalti, fra chi li assumeva, il comune e i contribuenti, per qual- 
siasi causa. Tale concessione giovò certamente a mantenere l'auto- 
rità della Casa, ma non bisogna esagerarne l'importanza (Harrisse, 
p. 105), perchè la separazione delle giurisdizioni speciali è frequente 
nell'evo medio e più nel moderno, naturale effetto delle idee preva- 
lenti intorno alla natura del potere giudiziario. 

Un secondo ufficio, a cui la Casa tentò provvedere senza buon 
esito, fu il miglioramento della circolazione monetaria. Pessime ne 
erano le condizioni a Genova, sia per la gran massa delle monete 
estere, di cui non poche provenivano certamente dalle vicine zecche 
d'alcuni signori piemontesi, che si procacciarono larga e triste fama 
colle estese falsificazioni, sia per la gran copia delle monete piccole 
d'argento assai deteriorabili in causa dell'impossibilità d'una fab- 
bricazione accurata e sempre più logorate dalla circolazione. Larga- 
mente applicavasi quindi la notissima legge economica che la moneta 
cattiva fa emigrare la buona, e nessuno spediente valse mai ad im- 
pedire che la sola moneta- piccola corresse, che soltanto ad essa si 
ragguagliassero tutte le altre, che si dovesse pagare un aggio per otte- 
nere il pagamento in moneta grossa, anziché nella minuta. Diversi ri- 
medi furono più volte sperimentati a Genova, come in altre città nostre 
e negli Stati stranieri : proibire la circolazione di monete tosate o 
guaste con pene ai contravventori, fissare per legge il prezzo della 
moneta buona, coniarne altra nuova senza togliere la cattiva dalla 
circolazione, imporre che i pagamenti per cambi si facessero tutti in 
oro e gli altri si potessero fare in moneta piccola per un terzo sol- 
tanto e non più, provvedere contro i banchi privati che si credevano 
autori degli inconvenienti deplorati per eccessiva avidità di lucro, 



SIEVEKING, LE FINANZE GENOVESI NEL MEDIO EVO 415 

mentre erano soltanto pronti a trarne profitto: la stessa concessione 
del banco di giro, di cui diremo più innanzi, fu data per togliere prave 
consuetudini e nella speranza che il nuovo banco se ne tenesse esente- 
Tutto fu invano, perchè mancò il rimedio principale, una circolazione 
buona e sicura, la fiducia che opera d'uomo non l'avrebbe mai alte- 
rata, la conoscenza delle leggi economiche e la certezza che non si 
violano impunemente. D' altra parte queste condizioni monetarie 
eccitavano grandi speculazioni, che furono assai fiorenti a Genova 
anche nei tempi in cui il commercio decadde, e la stessa Casa di 
S. Giorgio vi prese parte, quando ebbe facoltà di pagare i creditori 
con qualsiasi specie di moneta al valore indicato nella tariffa legale, 
cosicché poteva scegliere la specie più profittevole secondo il prezzo 
corrente. 

Il terzo ufficio fu quello di sovvenire ai bisogni dello Stato 
poiché il governo della repubblica genovese preferì sempre procu- 
rarsene i mezzi coi prestiti. Qualche volta esso si valeva dei banchi 
privati, i quali continuarono a prestargli anche dopo la fondazione 
della Casa di S. Giorgio, e i prestiti si dividevano tra quelli e questa 
nella proporzione di tre e due quinti rispettivamente: a poco a poco 
la Casa escluse tutti gli altri e divenne il sostegno necessario dello 
Stato, ma non potrebbe dirsi una banca di Stato, perchè non eser- 
citava tutte le altre funzioni bancarie. I prestiti erano a scadenza 
lunga o breve, in misura assai variabile: talora il danaro si versava 
direttamente nelle casse pubbliche, altre volte la Casa provvedeva 
da sé. per es. all'armamento delle navi, alla costruzione di opere pub- 
bliche (magazzini generali pel porto franco, panificio pubblico), ecc. 
La Casa v'impiegava i residui arretrati di dividendi non ancora pa- 
gati, o i danari destinati a dividendi non ancora scaduti, i pochi de- 
positi de' privati, ne' casi più gravi i redditi delle gabelle, riducendo 
allora contemporaneamente gli interessi dovuti ai luoghi: talvolta 
essa emetteva nuovi luoghi, che si commerciavano e che rappresen- 
tavano prestiti volontari fatti dagli acquirenti allo Stato. La cassa 
della Casa era in tal modo sempre aperta a quest'ultimo ed essa ne 
approfittava per chieder nuove conferme de' privilegi od aumento di 
■essi: ma per siffatta larghezza verso lo Stato la Casa si trovava ta- 
lora anche in qualche strettezza di fronte ai creditori che domanda- 
vano i rimborsi e non poteva soddisfarvi colla massima sollecitudine. 
Tuttavia essa seppe procedere con grande prudenza e mantenere alto 
il suo credito, e lo Stato d' altra parte accorreva pronto al riparo, 
concedendo nuove gabelle o l'aumento delle precedenti, e accordando 
talora alla Casa stessa la facoltà d'aumentarle, quando a lei paresse 
opportuno. 11 pericolo più grave fu corso nel 1746, allorché il co- 



416 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mime stremato dalle guerre non potè pagare il grave contributo im- 
posto dagli Austriaci vincitori e chiese alla Casa l'anticipazione di 
tre milioni : essa fu obbligata a sospendere i pagamenti, finché si 
cercò di riempiere le casse esauste con una nuova imposta, ma anche 
allora saviamente operando la Casa continuò sempre a pagare i cre- 
diti di piccole somme e procedette lentamente senza improvvise 
chiusure, cosicché i luoghi non subirono che un deprezzamento li- 
mitato. 

Strettamente collegata all'ufficio ora ricordato è l'amministra- 
zione delle colonie, perchè la Casa ne riscuoteva le rendite e prov- 
vedeva a tutte le spese, da sola o con un contributo della repubblica : 
Genova le considerò sempre soltanto dal punto di vista commerciale 
e finanziario, non sotto l'aspetto politico, come Venezia, e potè esser 
facilmente indotta a cederle, mentre Venezia le tenne tutte in mano 
dei capi dello Stato. La prima che la Casa di S. Giorgio assunse fu 
Famagosta nel 1447, nel 1453 la Corsica, di cui ottenne l'infeudazione 
dal Papa, la soggezione giurata da tutti i sudditi: talora gli abitanti 
stessi ne facevano richiesta, altre volte lo Stato propose e la Casa 
accettò, spesso per patriottismo allo scopo di cooperare alla difesa 
contro i Turchi minacciosi o dì sovvenire lo Stato, obbligato a gravi 
dispendi per le colonie. La Casa ne trasse poco guadagno per le 
spese assai forti ed errò talora nella scelta degli ufficiali mandativi, 
alcuni dei quali per le esose oppressioni lasciarono trista memoria 
di sé e di essa: p. es. nel 1419 le cambiali tratte dalla Casa sopra 
la colonia di Caffa per disporre dei redditi non furono onorate, per- 
chè i governatori di Caffa li avevano impiegati in lavori pubblici 
senza l'approvazione della Casa. Alcune delle colonie furono conqui- 
state dai Turchi, le altre furono rese al comune nel 1563 coli' ag- 
giunta d'una somma annua che la Casa si obbligò a pagare, come 
suo contributo alle spese coloniali. 

Queste varie attribuzioni possono considerarsi di natura pub- 
blica, perchè la Casa di S. Giorgio veniva con esse ad esercitare 
uffici spettanti allo Stato, e non giovarono all'industria ed al com- 
mercio se non indirettamente. Furono invece uffici privati le fun- 
zioni bancarie, a cui la Casa attese insieme coi banchieri privati, in 
numero notevole a Genova come nelle altre città italiane, ma essa 
si limitò a ricevere i depositi e girare le partite, mentre i banchieri 
ne esercitavano altre. Intorno a questi il Sievekixg raccolse molte 
notizie, ma non distinse chiaramente i banchieri commercianti dai 
banchi di prestito che esercitavano soltanto il mutuo su pegno e 
con usura: soprattutto egli non mise in piena luce che l'esistenza 
di quelli era un fenomeno comune a tutte le città italiane, regolato 



SIEVEKING, LE FINANZI-: GENOVESI NEL MEDIO EVO 417 

quasi dappertutto in modo uniforme (cfr. il £ 7. pp 198-234 del mio 
libro sul Dir. commere, nella legislaz. statut. ed il Goldschmidt, TJnì- 
versalgesch. des Handelsr., pp. 318-330) (1). Quanto al giro delle par- 
tite ed alla compensazione fra esse, è notissimo qual uso ne abbia 
fatto il commercio italiano per supplire alla scarsità di numerario 
che turbò sempre in ogni luogo le condizioni dell' economia mone- 
taria : tal modo di pagamento fu più volte sancito e riconosciuto 
dalie nostre leggi comunali, e i banchieri privati concedevano ai 
loro creditori facoltà libera di girare le partite iscritte sui loro re- 
gistri a nome di quelli, perchè in tal modo una parte dei capitali 
depositati presso di loro restava libera e poteva investirsi nei com- 
merci. Anzi più volte a Genova, come a Venezia ed altrove, i paga- 
menti per contanti facevano aggio su quelli per partita di banco, 
perchè i banchieri ricusavano di sborsare moneta sonante senza un 
compenso speciale. La Casa di S. Giorgio cominciò a ricever depo- 
siti nel 1408, piuttosto in via di fatto e senza concessione speciale, 
a cui non accennano a parer mioi testi citati dall'A. (pp. 45, 84) -.nel 1439 
per l'aumento degli affari fu istituito un secondo e un terzo banco 
(cioè altre due casse per depositi e giri di conti), ma cinque anni dopo 
il comune credette di poter fissare per legge il prezzo dei fiorini ed 
impose alla Casa d'accettarlo; essa preferì rinunciare all' ufficio di 
banca di giro e liquidare i conti pendenti, perchè il prezzo legale 
era inferiore al corso del mercato. Verso la fine del secolo XVI la 
Casa riprese l'accettazione dei depositi, prima in monete determi- 
nate, in scudi d'oro delle 5 stampe (1586), in scudi d'argento geno- 
vesi (1606), in reali di Spagna (1625), coll'obbligo di tenere per ogni 
specie un cartulario particolare e di restituire nella stessa specie : 
nel 1675 fu nuovamente ammesso il deposito di ogni qualità di mo- 



(1) I banchieri di Genova furono già ricordati insieme cogli altri ita- 
liani nelle opere succitate, secondo le norme degli statuti genovesi. Nelle 
Leges ianuenses recentemente pubblicate {Mon. historiae patriae, XVIII) 
si leggono alcuni capitoli ad essi relativi nelle Beguine comperarum capì- 
tuli del sec. XIII (cap. 186 e segg.), i quali sono probabilmente trascritti da 
altri statuti più antichi del comune, o da brevi giurati, perchè sono redatti 
in prima persona, e vennero poi riprodotti negli statuti civili del 1403-1407 
(col. 544 e seg., 554) con poche differenze sia di forma che di sostanza, col- 
l' aggiunta di qualche freno all'arbitraria apertura di banchi privati (appro- 
vazione d'idoneità da parte dell' ufficio di mercanzia e fideiussione da rinno- 
vare ogni anno), coll'addizione di nuove norme sui fallimenti (de mimpentibus, 
coli. 574, 658). Nessun essenziale divario tra le norme liguri e quelle di altre 
città d' Italia. 



418 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

lieta ed il rimborso poteva farsi dalla Casa in qualunque specie a 
tariffa legale. Contemporaneamente fino dal 1586 fu ammesso che i 
privati avessero facoltà di liberamente girare le loro partite ad altri 
a pagamento dei propri debiti e facessero annotare sui registri la 
trasmissione : nel 1675 fu anzi imposto che tutti i pagamenti per 
cambi e gli altri superiori a cento lire si dovessero fare per partita 
di banco e non in altro modo. Invece fu proibita sotto gravi pene 
ogni iscrizione senza il capitale corrispondente, ogni prestito allo 
scoperto anche su pegno, salvochè verso il governo, esclusa cioè qua- 
lunque funzione di banco di credito, e questo appunto, secondo il noto 
commercialista genovese Della Torre, de Turri, consolidò grandemente 
la fiducia nella Casa, mentre i banchieri privati acconsentivano spesso 
a tali concessioni pericolose. Neppur fu ammesso lo sconto delle cam- 
biali prima della scadenza, quantunque la Casa esercitasse largamente 
il commercio di cambio, emettendo lettere contro le somme rice- 
vute dai prenditori e valendosene per riscuotere i redditi di Pro- 
vincie lontane. E poiché chiamavansi cartulari tanto i registri in 
cui si iscrivevano i crediti delle persone per paghe d'interessi non 
maturate, quanto quelli ove si annotavano i crediti per danaro de- 
positato, biglietti di cartulario erano le dichiarazioni dei notai di 
S. Giorgio in forma di quietanza intorno all' importo delle partite 
iscritte ad alcuno per l'uno o per l'altro titolo, sempre nominative 
e girabili coli' obbligo di presentarle ad ogni trasmissione per le op- 
portune registrazioni, quindi a circolazione limitata e non parago- 
nabili ai checks odierni, a cui erano più prossime le cedole di car- 
tulario del Banco di S. Ambrogio in Milano. 

Quando poi fu istituito il portofranco (1595 pel frumento, 1623 
per tutte le merci), la Casa di S. Giorgio accettò anche depositi di 
merci da custodire ne' magazzini generali, dove non pagavano dazio 
tinche non ne uscivano pel commercio interno o pel consumo. 

Per tali uffici, per la gestione del debito pubblico, per la con- 
centrazione d'una gran parte delle gabelle, che si riscuotevano senza 
alcun controllo dello Stato, pei prestiti alla repubblica, la Casa di- 
venne potentissima, indispensabile allo svolgimento della vita pub- 
blica, all'evoluzione costituzionale ed al mantenimento dello Stato 
stesso. Sempre pronta a sovvenirlo per ottener aumento di conces- 
sioni, ebbe con esso relazioni che si chiudevano in un circolo vi- 
zioso : l'opera sua era tanto più necessaria quanto più largamente 
prestava, quanta maggior parte delle rendite assorbiva. Essa di- 
venne per la debolezza dello Stato così potente, da esercitare fun- 
zioni pubbliche, da essere una vera istituzione pubblica: i suoi re- 
golamenti si giuravano dai capi dello Stato e non potevano esser 



SIEVEKING, LE FINANZE GENOVESI NEL MEDIO EVO 419 

violati senza mancare a promesse solenni, i protettori ebbero talora 
poteri maggiori del doge e degli anziani : chi voleva uscire dal ter- 
ritorio della repubblica doveva ottenere non soltanto la licenza dei 
magistrati, ma anche la dichiarazione di non avere alcun debito 
verso la Casa di S. Giorgio. Ed appunto per conservare tanto po- 
tere essa resistette ad ogni tentativo durevole di estinguere il de- 
bito pubblico in larga misura, perchè troppo danno n'avrebbe avuto, 
non solo diminuzione d'interessi, ma riduzione delle imposte asse- 
gnatele, dei capitali necessari per aiutare lo Stato, del fondamento 
dell'autorità sua. D'altra parte giova riconoscere che l'intento prin- 
cipale di tutti i magistrati della Casa fu la buona amministrazione 
del debito pubblico a scopo patriottico, non l'aumento del prodotto 
delle imposte a beneficio dei luogatari o 1' esercizio di traffici colle 
somme giacenti, ma il sussidio pronto, largo, efficace ai bisogni dello 
Stato, senza riguardo al pericolo in cui si misero talora i creditori 
stessi della Casa. Luigi XII ebbe forse l' intenzione di sopprimerla 
dopo avocata allo Stato la riscossione delle imposte, ma probabilmente 
per aver ricevuto da essa alla sua volta copiosi aiuti vi rinunciò e 
le confermò tutti i suoi privilegi : la costituzione della repubblica 
ligure nel 1797 ebbe per effetto necessario 1' estinzione della Casa, 
perchè il monopolio della riscossione e dell' impiego delle imposte 
e la giurisdizione speciale erano contrari alle nuove idee e non po- 
tevano più tollerarsi. Da quel tempo i nuovi tentativi fatti sotto il 
governo francese e sotto il sardo per la ricostituzione della Casa 
non approdarono a buon risultato. 

La Casa presenta un fenomeno storico e psicologico che il Sie- 
VEKING non mise in sufficiente rilievo, mentre 1' Harrisse (Cristof. 
Colombo e il banco di S. Giorgio, pp. 110 e segg.) ne parla distesa- 
mente. Essa mantenne sempre una continuità di evoluzione politica 
mirabile, i suoi magistrati conservarono durante tutti i secoli una 
integrità amministrativa specchiatissima (salvo pochi esempi d' infe- 
deltà nei cassieri minori), i protettori furono sempre disinteressati, 
consci della loro responsabilità, ispirati dai sentimenti più patriot- 
tici, a qualunque classe della popolazione appartenessero, mentre 
il comune, ognora agitato dalle discordie di quelle classi, era in 
balia dell' arbitrio e della tirannide, così da far dubitare che sol- 
tanto sotto la dominazione straniera potesse trovare un po' di pace. 
Gli uomini erano gli stessi, non si può credere che una particolar 
selezione conservasse le persone oneste per la Casa di S. Giorgio 
sottraendole alla vita pubblica o strappasse dagli animi loro le 
qualità che le avrebbero rese uguali agli altri se avessero parteci- 
pato all'amministrazione dello Stato: i Genovesi, quanto appariscono 



420 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

incapaci di ordinare stabilmente e pacificamente il comune, altret- 
tanto si dimostrarono abili nel dare ottimo assetto ad un'istituzione 
finanziaria e politica tanto importante in seno del comune stesso e 
fuori di esso contemporaneamente. Il fatto fu osservato da tutti gli sto- 
rici, dal Machiavelli e dal Foglietta all'Harrisse: quest'ultimo pensa 
che si possa spiegarlo quasi con un criterio etnologico, poiché i Li- 
guri avrebbero, come gli Spagnuoli con cui hanno una antica comu- 
nanza d' origine, uno spirito poco disciplinabile ma profondamente 
patriottico, insieme con una singolare abilità commerciale e finan- 
ziaria. Ma in verità molti secoli passarono, la purezza d'un' origine 
antichissima svani da gran tempo, San Giorgio fu una repubblica vi- 
vente entro le mura dell'altra maggiore, governata dagli stessi uomini 
ed il fatto è sovra ogni altro singolarissimo. 

Anche per la Casa di S. Giorgio si presenta la stessa questione 
già trattata nel primo volume (ved. recens. cit., p. 142). Il Gold- 
schmidt ed il Lehmaxx la paragonarono ad una moderna società per 
azioni, per la divisione del capitale in parti uguali trasmissibili ad 
interesse variabile : il Sieveking con piena ragione lo nega ed am- 
mette solo che possa esser considerata fra le istituzioni preparatrici 
d'un' idea molto più recente e molto diversa. La Casa non sorge per 
volontaria partecipazione d'azionisti alla formazione del capitale, ma 
per forzato contributo a prestiti secondo le sostanze dei cittadini 
e per forzata conversione di prestiti anteriori: nella Casa i posses- 
sori e titolari dei luoghi partecipano all'elezione dei magistrati ed 
al gran consiglio, ma non hanno facoltà alcuna di deliberare intorno 
alla cessazione dell'istituzione: i profitti, che si dividono tra i luo- 
gatari in proporzione variabile, derivano solo dal reddito di gabelle 
assegnate dallo Stato, non dall'esercizio di commerci od industrie e 
non variano secondo l'abilità dei capi: i lucri, che si ottenessero al- 
trimenti coli' impiego dei depositi o di altre somme nei prestiti allo 
Stato o nei lavori pubblici, non si ripartivano fra i luogatari, ma 
s'impiegavano dai protettori a lor volontà per vantaggio delle com- 
pere stesse. [Un' altra differenza notevole può aggiungersi : i parteci- 
panti alla Casa non hanno alcuna responsabilità né i creditori di essa 
possono mai colpire i capitali delle compere od i fondi d'ammorta- 
mento per ottener soddisfazione, ma in caso di pericolo lo Stato ac- 
correva in aiuto di S. Giorgio, non solo per l'importanza della Casa 
ma per la sua natura stessa]. 

Un altro fatto economico di molto rilievo è il conflitto continuo 
tra i vari sistemi di provvedere ai bisogni dello Stato (ved. recens. 
cit., p. 140). L'imposta diretta col nome d' avaria fu sempre detestata 
da tutte le classi della popolazione, quella di cui sentiva più diret- 



-II. Vi: KING, LE FINANZE GENOVESI NEL MEDIO EVO 421 

temente e più gravemente il peso, forse perchè il metodo preferito 
dal comune di Genova non impediva le maggiori disuguaglianze del 
carico (ripartizione per contingenti fra le classi della popolazione, 
stime di pubblici stimatori e medie tra varie stime fatte da essi in 
modo indipendente e secreto (1), responsabilità de' contribuenti mag- 
giori per la parte spettante ai minori che non pagassero). L'imposta 
diretta fu sempre un mezzo straordinario per bisogni straordinari : 
quante volte si tentò d' introdurla in modo stabile, altrettante si do- 
vette abolirla, almeno per gli immobili in città, mantenuta l'imposta 
fondiaria solo per le cose mobili in città, per entrambe le specie di 
beni nel territorio. Le imposte indirette e i prestiti dai banchieri e 
dalla Casa di S. Giorgio furono sempre il mezzo ordinario per pro- 
curare al comune il danaro necessario e il sistema finanziario geno- 
non mutò e non si perfezionò mai, come in altre città italiane 
fu fatto. E veramente la popolazione non seppe mai convincersi come 
l' imposta fosse gravosa più ancora per la sostanza che per la forma, 
e sarebbe stata necessaria Puna forma e l'altra di ricavar danaro dai 
contribuenti pei forti dispendi a cui era soggetto lo Stato: quando 
il carico diventava eccessivo, i lamenti e le querele si rivolgevano 
contro la forma che era più direttamente sensibile, anziché contro 
le spese gravissime che ne erano la causa, ed il comune ricorreva 
alla Casa, per aver quelle somme che i cittadini direttamente non 
volevano sborsare. E fu certo singoiar ventura e gran merito tradi- 
zionale della Casa, se tanta facilità d' attingere alle sue casse per 
danaro non provocò alcuna di quelle tremende catastrofi finanziarie 
di cui altre città italiane offrono memorabili esempi. La tendenza a 
favore delle tasse indirette fu veramente comune a molte città nostre, 
ma apparisce più forte a Genova: anche in Inghilterra (2) lo Stuart 
Mill dichiara espressamente che il sentimento popolare antichis- 
simo è in opposizione alle tasse dirette, perchè l'inglese detesta so- 
pratutto la faccia dell'esattore, l'atto di pagare e l'ordine perentorio 
di farlo: quando nel 1816 fu abolita l'imposta sulla rendita il par- 
lamento fece distruggere tutti i documenti che avrebbero potuto age- 
volarne la nuova introduzione. 

Torino-Cagliari. Alessandro Lattes. 



(1) Ved. per qualche analogia nell'Arte fiorentina degli speziali. Rivista 
di diritto commerciale, 1908, voi. I, p. 353. 

(2) Leroy Bkaulieu. Trattato di scienza delie finanze, par. I, lib. II, 
tit. IV. 



422 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



I documenti pontifici riguardanti V Università di Pisa editi ed illu- 
strati da Carlo Fedeli. — Pisa, Mariotti, 1908, pp. xxiv-250, 
con 14 tavole. 

L'erudizione italiana del sec. XYIII arricchì anche la storia delle 
nostre Università, e il Fabbroni si occupò lodevolissimamente della 
Scuola di Pisa. Ma come avvenne per altri centri di dottrina, anche 
la Scuola Pisana meritava di essere illustrata colla scoperta e colla 
illustrazione di nuovi documenti. Quello che accadde per Bologna, 
per Padova, ecc., si effettuò anche per Pisa. 

11 eh. prof. Fedeli, che a Pisa riunisce insieme V insegnamento 
della scienza medica, e l'esposizione della storia di quella disciplina, 
ci ha dato una accuratissima e molto utile raccolta dei documenti pon- 
tifici riflettenti l'Università Pisana a partire dall'atto di fondazione 
dovuto a Clemente VI, fino al cadere del sec. XVI. Egli, che fino 
dal 1872- aveva divisata questa raccolta, trovò nel Card. P. Mani, 
arcivescovo di Pisa, un sapiente mecenate, il quale favorì il lavoro, 
procurandone la stampa, illustrata da un bel numero di ben riuscite 
tavole fototipiche, che riproducono i documenti più antichi e più ri- 
levanti, e gli edifici sacri nei quali si svolse buona parte dell'antica 
storia dell'ateneo pisano. 

La lettera dedicatoria, con cui il Fedeli offre al Card. Maffi la 
sua opera, ci spiega di questa l'origine e gì' intendimenti. Il diploma 
di fondazione, mancante all'Archivio universitario di Pisa, costituì 
la prima occasione della sua curiosità erudita. Le ricerche si estesero 
poscia ben al di là di Pisa e quivi anzi tutto nell'archivio arcive- 
scovile e nell'Universitario; né si arrestarono all'Archivio di Stato 
di Pisa, ma si allargarono all'Archivio di Stato di Firenze, a quello 
pure fiorentino di S. Maria Nuova e del Capitolo. Non pochi docu- 
menti vennero dall'Archivio Vaticano, Il Fedeli menziona le gentili 
persone che gli furono di soccorso in questa difficile e lunga ricerca. 

L'egregio raccoglitore nella introduzione discorre delle origini 
degli Studi generali e principalmente dello svolgersi degli studi in 
Pisa dall'alto medioevo in poi, come preparazione lontana o pros- 
sima alla fondazione della Università. Per la parte di interesse ge- 
nerale, molto egli si giova del noto volume del P. Denifle, rimasto 
pur troppo senza compagni. Così il Fedeli inette in luce quale e 
quanta sia stata l'azione benefica dei pontefici in quest'opera di civiltà. 

Forse alcuni suoi accenni (p. 39) sulle condizioni degli studi in 
Pisa dal sec. VI al sec. VIII avrebbero potuto venire meglio illu- 



FEDELI, DOCUMENTI PONTIFICI PER ^UNIVERSITÀ DI PISA 423 

strati ; ed egli stesso riconosce (p. 40) che qualcuna delle notizie, 
da lui raccolte, potrebbe venire sottoposta a più sottile esame. Pro- 
cedendo coi tempi, il Calisse dapprima ed ora il Fedeli hanno get- 
tato la luce sul difficile argomento. Anche quest'ultimo segue l'opi- 
nione che attribuisce alla seconda metà del sec. XI un documento, 
pervenutoci frammentario, dal quale risulta che allora vi fiorivano 
scuole di diritto. Si tratta di un insegnamento, che crebbe e si svolse 
prima e indipendentemente dall'Università attuale, ma che questa 
preparò. Il Fedeli parla anche di altre scuole pisane, ma intorno ad 
esse le notizie non sono abbondanti, tanto quanto intorno ad alcuni 
speciali studiosi. È a sperare che il materiale manoscritto, così ricco 
negli Archivi di Pisa, valga a riempire quelle lacune che, per tale 
riguardo, possiamo ancora lamentare. 

L'elenco delle bolle pontificie, che si riferiscono all'attuale Uni- 
versità, cominciano, siccome dicemmo, coll'atto di fondazione del 
3 settembre 1343, dovuto a Clemente VI. 11 seguito delle bolle narra 
in qualche modo la storia della istituzione, al tempo della indipen- 
denza del libero comune e nel periodo della dipendenza da Firenze. 
Paolo III nel 1534 annullò i privilegi dei suoi antecessori concessi 
all'Università di Pisa. Ritiene il Fedeli, che tale determinazione così 
severa e così in contraddizione cogli altri documenti, si debba in- 
terpretare considerando le tristi condizioni in cui l'istituzione tro- 
vavasi, per cui essa quasi apparisca più che altro come una consta- 
tazione di fatto. In generale peraltro il Fedeli, siccome apertamente 
dichiara, non mira a scrivere nella sua ampiezza la storia dell'Uni- 
versità, ma a raccogliere insieme una serie di documenti importanti, 
dai quali molto s' impara, ancorché non tutta la curiosità (com'era 
nella natura delle cose) rimanga sempre appagata pienamente. Egli 
poi mira più che ad altro alla rappresentazione oggettiva e impar- 
ziale di quanto gli avviene di ricordare. 

Come notai, le bolle che si riferiscono direttamente alla storia 
dell'Università, costituiscono la prima serie dei documenti messi in- 
sieme dal Fedeli : sono 24 e vanno dal 1343 al 1564, oltre ad un 
documento di appendice. Viene quindi la serie seconda, contenente 
alcune bolle ed altri documenti di carattere ecclesiastico: sono in 
tutto 9 atti dal 1363 al 1560. 

L'opera si chiude con alcune Appendici, nella prima delle quali 
si discorre di varie antiche e bellissime chiese, le quali si possono 
considerare come connesse all'Università. Più volte gli esami o il 
conferimento delle lauree avvenivano in queste chiese. Non in tutti 
i casi riesce al Fedeli di giungere a conseguenze sicure: qualche 
volta bisogna accontentarsi di tradizioni alquanto incerte o di no- 



424 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tizie documentarie imcomplete. Ma l'importanza dell'argomento rende 
gradite anche queste. 

Nella II Appendice il F. parla dell'ufficio di arcicancelliere, di cui 
era rivestito l'arcivescovo di Pisa. Non c'è a dubitare siili' arcicancel- 
lierato pontificio; invece molto oscuro è l'arcicancellierato imperiale, 
laonde per tale riguardo il Fedeli si mantiene molto circospetto. 

Alla fine il Fedeli offre un curioso Saggio di documenti circa 
al conferimento delle lauree in tre epoche diverse. Sono tre documenti 
di laurea, rispettivamente, dell'anno 1476, del 1624, e dell'età in cui 
era papa Pio VII e granduca Ferdinando III: manca l'anno preciso. 
Anche nel formulario ogni età manifesta sé stessa. 

Il bel volume, di cui volentieri ci occupiamo, è un nuovo e buon 
fondamento alla storia splendida della nostra cultura superiore. Anche 
la forma esteriore, nella eleganza tipografica, rende questo libro sim- 
patico al lettore. 

Firenze. C. Cipolla. 



Max Jaxsex, Die Anf cinge der Fugger (bis 1404) (Studien sur Fugger- 
gescliiclite, I). Leipzig, Duncker & Humblot, 1907. 

Da più anni l'attività degli storici tedeschi si rivolge con cura 
particolare alla ricca e potente casa dei Fugger di Augusta, che da 
principi umilissimi, attraverso uno svolgimento enorme nel campo 
commerciale, industriale e bancario, pervenne alla nobiltà feudale, al 
titolo comitale e principesco. Con questo volume si apre una nuova 
serie ordinata di studi, promossi dalla casa stessa per preparare una 
storia grandiosa e completa, i quali si pubblicheranno senza vincoli 
di tempo, d'ordine o d'argomento, colla sola condizione della com- 
piutezza di ciascuno: tale storia riuscirà certo molto interessante, sia 
dal punto di vista economico, sia da quello storico e politico, e la 
casa mise a disposizione degli scrittori il suo ricchissimo archivio 
senza limite nelle ricerche. Per questo primo fascicolo l' A. frugò 
specialmente negli archivi della città d'Augusta e in quelli del go- 
verno d'Innsbruck, traendone buona copia di carte, che usò nell'opera 
e nelle aggiunte (undici Beilagen) e pubblicò nell'appendice (48 docu- 
menti). 

Il periodo ivi considerato comincia dalle prime origini della fa- 
miglia, quando, secondo l'opinione prevalente e fondata, Hans Fugger 



JANSEN, Gì/ INIZI DEI FUGGER 425 

venne nel 1367 da Graben, villaggio nella vasta landa attorno ad 
Augusta, il Lechfeld, e si trasferi in questa città con un patrimonio 
imponibile di ventidue lire, beine veràchtliche Habe pei tempi e pei 
luoghi, allo scopo di vendervi la tela fabbricata in casa ed impian- 
tare un piccolo laboratorio di tessitura. Un fenomeno d'urbanismo 
dunque, legato ad una industria domestica cui non bastava più il 
piccolo villaggio, certo non raro, perchè la campagna produceva lino 
in gran copia ed il fiume serviva largamente a metter in moto i ru- 
stici telai. Il Fugger ebbe la fortuna, forse preveduta e cercata, d'ar- 
rivare poco prima che una rivoluzione interna chiamasse a parteci- 
pare al governo le corporazioni artigiane, rivoluzione provocata dalla 
borghesia fin allora dominante, colle sue pretese di ritrarre quasi esclu- 
sivamente le entrate necessarie al comune dalle tasse indirette e farle 
gravare in massima parte sulla popolazione inferiore. 

Per un secolo e più Hans e i suoi discendenti rimasero nella cor- 
porazione dei tessi