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Full text of "Archivio storico lombardo"

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ARCHIVIO STORICO LOMBARDO. 



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ARCHIVIO STORICO 

LOMBARDO. 



GIORNALE 



SOCIETÀ STORICA LOMBARDA, 



ANNO 1. 



498693 



MILANO, 

LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA. 
1874. 




La proprietà letteraria 
è riservata agli autori dei singoli scritti. 



A 7 



Milano, 1874. — Tipografia Beenaudoni, 



ARCHIVIO STORICO LOMBARDO 



PUBBLICATO A CUBA 



SOCIETÀ STORICA LOMBARDA. 



Un paese come la Lombardia, dove già grandemente fiorirono 
gli studi storici, pareva strano non secondasse il movimento che 
a questi fu dato così vivo negli ultimi tempi con Società, Depu- 
tazioni, pubblicazioni. 

A togliere questa mancanza, provide la Società Storica Lom- 
barda, testé costituitasi a Milano, a cui diedero favore e cooperazione 
i migliori ingegni. Ella intanto pubblicherà un Archivio Storico 
Lombardo nel quale, oltre le elucubrazioni originali e illustrazioni 
di documenti e cimelj, si seguiteranno i passi che, principalmente 
in Italia, si fanno in questo genere ora prediletto di ricerche e di 
meditazioni. 

La Ditta sottoscritta ambì l'onore di esserne editrice, e confida 
•di venire sostenuta da quanti hanno a cuore .le muse più severe 
e il decoro della patria comune. 

Milano, 20 febbrajo 1874. 

Ditta GrAETANO BrIGOLA. 



CONDIZIONI DELL'ASSOCIAZIONE. 



L'Archivio Storico Lombardo si pubblica a fascicoli trimestrali 
di 7 in 8 fogli, in 8°, talora con tavole illustrative. 

Il prezzo è di lire venti annue per V Italia da pagarsi anticipata- 
mente. 

Per l'Estero, comprese le spese postali, annui franchi venticinque. 



LE ASSOCIAZIONI SI RICEVONO|: 

in. Italia, presso i principali libra j ; 

Londra presso David Nutt, 270 Strand W. C. 

Parigi V Emile Gaiette, 12 rue Bonaparte. 

Berlino « R. Lesser, 27 Leipzigerstrasse. 

Vienna v F. 0. Sintenis, 5 Herrengasse. 

Lipsia ^ A. Twietmeyer, 30 Querstrasse. 

Pietroburgo ^ B. M. Wolf, 18, 19, 20 Gostinnoi Dwor. 

Madrid v H. Lemming, 4 Prado. 

Aja ' V Bellinfanterrères,LibrairieNationale etEtrangère. 

Ginevra w H. George 10 Corratene (case 78). 

Nuova- York v B. Westermann e C, 471 Broadway. 



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DEGLI STUDJ STORICI 



IN LOMBARDIA. 



Entrante il secolo passato, quando alle guerre dinastiche era 
succeduta una pace che dalla linea spagnuola trasferiva alla au- 
striaca il dominio della Lombardia, alcuni signori milanesi costi- 
tuirono una Società per pubblicare opere storiche ; mossi principal- 
mente da Carlo Archinti, che già in sua casa avea fondato una 
accademia di scienze naturali e matematiche, poco durata. I socj 
erano Donato Silva conte di Biandrate, cultore e fautore dei buoni 
studj; Alberico Archinti, che fu poi cardinale; Carlo Pertusati, pre- 
sidente del senato, la cui biblioteca ricca di 24 mila volumi divenne 
nucleo della Braidense; Girolamo Erba; Girolamo Pozzobonelli ; 
Giuseppe D'Adda, Antonio Crevenna, Gaetano Caccia, Giuseppe 
Croce, Antonio Reina, Teodoro Alessandro Trivulzio. 

Il governatore CoUoredo accolse favorevolmente la loro domanda 
di prendere la Società in protezione, e per la stampa concesse un 
posto nel palazzo ducale, donde prese il nome di Società Palatina, 
e le ottenne la dispensa dalla censura. 

Oltre 4000 scudi per ciascuno, posero insieme quel che di più 
opportuno aveano di libri, di codici, di variata erudizione, e taluno 
di essi vi fece lavori, massime Carlo Archinti e il Silva; tutti s'in- 
caricarono dell' amministrazione, della stampa , della ricerca, ma 
posero ceppi al ricoglitore (calamo compedes injecit) perchè non li 
nominasse nella grand' opera, solo mettendo in fronte che Medio- 
lanenses, felicitati saeculiplaudentes, la. dedicavano a Carlo VI jpa^n 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



patriae, optimo principi. Nel linguaggio d'allora poteasi adoperare 
galanteria anche coi regnanti. 

Non erano letterati, non pretendeano a storici ; erano patrizj che 
sapeano come la nobiltà imponga doveri; appartenevano a quella 
classe colta che allora avea sulla pubblica opinione l'importanza 
che dappoi usurparono i giornali ; onde voleva conoscere, esaminare, 
giudicare, ajutare, operare. 

Ma come nacque in essi tale concetto? 

L'abate Lodovico Muratori da Modena era stato invitato nel 1695 
come dottore della Biblioteca Ambrosiana; poi, richiamato nel 1700 
dal suo duca a riordinare l'Archivio e la Biblioteca Estense, por- 
tava colà la cognizione delle grandi ricchezze serbate nell'Ambro- 
siana. Già nel libro del Buon Gusto aveva desiderato che alcuno 
raccogliesse gli scrittori delle cose cittadine ; e gli rincresceva che 
" la gloria omai comune a nazioni viventi sotto cielo men clemente, 
di posseder gli scrittori delle loro vicende, raccolti in un sol corpo, 
mancasse all'Italia „, anzi fossero questi stampati altrove. 

Di fatto Massimiliano I aveva divisato raccogliere tutti gli scrit- 
tori di cose germaniche, al che poi si accinsero Giorgio Agricola 
per la Sassonia, Giovanni Aventino per la Baviera : poi il Frehero, 
il Pistorio, il Meibomio, l'Eicardo. Il Monfaucon aveva illustrato 
la storia francese: Lindebrogio, Baluzio, Goldast, Ermanno Co- 
ringio le legislazioni germaniche: Eineccio comparate quelle dei 
Franchi, Borgognoni, Visigoti, Longobardi, Alemanni, Bavari : Du- 
cange, adunato nel suo vocabolario una portentosa erudizione sul 
medioevo. 

Ed anche molte cronache e storie nostrali erano apparse in luce 
fuori d'Italia; gli Scriptores rerum Sicularum (Franefort, 1579), 
i Rerum Italicarum scriptores varii (Franefort, 1600) in Germania; 
Ugo Falcando a Parigi nel 1558; la cronaca di Andrea da Bergamo 
dal 568 al 875, data dal Mankenio negli scrittori di cose germa- 
niche; ad Augusta nel 1507 il Ligurinus di Guntero, narrante le 
imprese del Barbarossa; a Lione nel 1526 le Decisioni nuove di 
Bota fino al 1370, poi le antiche e le ultime, e (come pare) le 
Leges Longohardorum nel 1512, e nel 1660 la storia genealogica della 
casa di Savoja del Guichenon ; dallo Zurita in Ispagna la cronaca 
del Malaterra, quella di Guglielmo Apulo in Rouen nel 1582; altre 
nelle cose Brunsvichesi del Leibniz, negli Atti dei Santi dei Boi- 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



landisti, negli Ada del Rymer, pubblicati dal governo inglese, 
nel Thesaurus novissimiis di Pertz, nel Codice Diplomatico del 
Liinig, nelle raccolte del Martène, del Dumont; e allora appunto 
(1704) Grevio e Burmann cominciavano il Tesoro delle storie d'Ita- 
lia, la più parte posteriori al millecinquecento. 

Ma un' impresa come quella che il Muratori divisava , può 
difficilmente assumersela un privato; nò in Italia, ove s'eccettuino 
i papi, v'era alcun principe che inclinasse a favorirla; pure, a ta- 
cere il Quadrio e il Crescimbeni e il Bottari, Onofrio Panvino avea 
letto e fatto estratti di tutti i lavori antichi, raccolto ed illustrato 
tremila iscrizioni, trattato dei fasti consolari, dei giuochi secolari, 
dei trionfi, delle sepolture dei primi cristiani, sebbene morisse a 
39 anni; il Sigonio, uom portentoso pe' suoi tempi, con docu- 
menti accompagnava le vicende del Regno d^ Italia e dell' /;l^pero 
d'Occidente, ma senza aver avuto tempo di ricorrere a tutte le fonti, 
e alterandone il carattere colla classica esposizione: Camillo Pel- 
legrino raccoglieva le notizie dei Longobardi; il Bacchini le vite 
dei vescovi ravennati e della contessa Matilde; il Fabretti, il 
Bosio, l'Arringhi, il Boldetti aveano portato luce sulle antichità 
cristiane ; il Tesoro politico accoglieva relazioni di ambasciadori. 

Questi esempj toglievano il sonno al Muratori, e se ne doleva con 
Filippo Argelati, al quale pure rincresceva che la tipografia milanese, 
tanto lodevole ne' primordj, fosse così decaduta. Questi, chiamato a 
Milano da Carlo Archinti per ordinargli la biblioteca, rivelò a quel 
signore il concetto del Muratori e le difficoltà che incontrava. E quel 
signore vi arrise, fidando nella celebratissima Biblioteca e nella 
" abbondanza di eruditissimi uomini che sempre alimentò questa 
amplissima e ornatissima città „ ; comunicò il pensiero ad amici 
" nei quali invalse l'amor delle cose italiane „, e così ne venne la 
Società Palatina ; segretario di essa l'Argelati ; direttore della parte 
scientifica Giuseppantonio Sassi, prefetto dell'Ambrosiana, che, 
coadiuvato dal fratello canonico Francesco Girolamo, accudiva alla 
pubblicazione, illustrando anche alcuni autori. Il Muratori, stando 
a Modena, riceveva i lavori, li ordinava, li correggeva o cresceva, 
e raccomodava le dissensioni che facilmente nascono nella genia 
irritabile dei letterati. Egli mostrava somma riconoscenza a questa 
" inclita metropoli d'Insubria, diletta come una seconda patria, 
dove ancora durano gli aurei costumi da Ausonio lodati; che me 



8 DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



giovane accolse, amò, onorò, ed ora mi ajutò ad illustrare le anti- 
chità italiane. Ivi, principalmente adesso, molti nobili cittadini 
congiungono l'amor del casato e la perizia delle lettere „. 

Cosi giudicava il Muratori di quel Milano e di quell'età, che ci è 
dipinta come fiaccamente infingarda, di insulsa galanteria, di sdol- 
cinati amori, di pettegolezzi triviali, di insipide beffe, di frivola 
gajezza. 

L'opera, intitolata Berum Italicarum Scriptores, continuò fino 
al 1751, in XXV volumi, abbracciando dalla caduta dell'impero 
romano fino al 1500. Né vi accoglieva soltanto storie e cronache, 
ma e orazioni e poemi e concilj : e facea tesoro delle memorie de' 
monasteri, importantissime quando in essi era rifuggita tutta la 
civiltà, e i frati erano scorta ai prìncipi e alle repubbliche; troncò 
le favolose origini, per cui i narratori, come gli oratori della prima 
assemblea francese, rimontavano ad Adamo: e in sobrie prefazioni 
ponderava il merito degli autori, la condizione e lo spirito di essi. 
Fu ammirato dagli stranieri, come succede, prima che dai nostri; 
e il più diligente collettore di documenti tedeschi, A. H. Pertz, che 
nel 1826 cominciò a stampare i. Monumenta Germania Jiistorica^ 
che continuano ancora, non credette poter far meglio che attenersi 
al metodo del Muratori. Il quale così, preso l'esempio dai forestieri, 
divenne ad essi modello. 

Sicuramente dopo d'allora si trovarono codici migliori, si adot- 
tarono canoni più savj per le varie lezioni e per le cose da ac- 
cettare da ommettere; potrebbe desiderarsi che, invece di quei 
ritratti, di quei fregi e capilettere, vi fossero posti disegni di mo- 
numenti, /ac simile di scritture; ma ciò non toglie che quell'opera 
sia il fondamento della storia del medioevo, e non per l'Italia 
soltanto. Ed è dovuta a signori milanesi, quasi contemporanei al 
Giovin signore a cui il Parini si faceva " precettor d'amabil rito „ ; 
e che fabbricavano i palazzi Belgiojoso, Diotti, Pertusati, Mellerio, 
Greppi ancora insuperati, e cercavano la verità non negli opuscoli 
di Voltaire, ma negli in-folio del Muratori. 

Al tempo stesso la Società stampò il Regno d^ Italia del Sigonio, 
la Biblioteca degli scrittori milanesi dell'Argelati, una collezione di 



' Vanno dal 476 al 1500, distinti in storici, leggi, carte, diplomi. 



BEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



classici latini, altre opere di erudizione, e principalmente le An- 
tiquifates Medii JEoi dove il Muratori, profittando di tutti i pre- 
cedenti, e delle sue cognizioni, delineò sotto i varj aspetti quella 
lunga e procellosa età, mostrando che siamo figli, meno de' Greci 
e Romani, che della civiltà del medioevo, nel quale sono le radici 
della politica e morale costituzione odierna; e che l' Italia ebbe 
gloria e grandezza in que' secoli, che i filosofisti si dispensano di 
studiare col qualificarli di barbari. 

L'esempio valse sopra altri. Fecero seguito e compimento al Mu- 
ratori la Raccòlta dei più rinomati scrittori della storia di Napoli 
(1789) e delle cronache di essa città (1780); gli Italicoe historice 
scriptores dell'Assemani (Roma, 1751), ìBerum ifalicarum scripfores 
ex florentincB hihliothecce codicihus dal mille al milleseicento di G.M. 
Tartini (Firenze, 1740-70, 2 voi.), la Collectio anedoctorum me- 
dii (Bvi ex archivis pistoriensihus dello Zaccaria (Torino 1755), 
la rarissima del Mittarelli Ad scriptores rerum italicartmi accessio- 
nes historice faventince (Venezia, 1771, 2 voi.), il Codice diploma- 
tico toscano del Brunetti, poi le Memorie di Lucca, e infine i 3Io- 
numenta historice patrice di Torino, e le pubblicazioni odierne delle 
Deputazioni storiche. 

Quanto a Milano, a tacere le Memorie della città e della cam- 
X^agna di Giorgio Giulini, il Grazioli fece i Preclari edificj avanti 
la distruzione di JBarharossa (1735); il Sassi De stiidiis Medio- 
lanensium, con un catalogo dei libri qui editi dal 1465 al 1500, 
le Omelie di san Carlo, la serie degli arcivescovi di Milano; Bar- 
tolomeo Oltrocchi la Storia Ligustica della Chiesa milanese ; Giu- 
seppe Allegranza le Iscrizioni sepolcrali e gli antichi monumenti 
sacri di Milano; Serviliano Lattuada la Descrizione di Milano, 
Nicolò Sormani i Passeggi storico-topografico-critici della città e 
diocesi , Bombognini V Antiquario , Guido Ferrarlo le Lettere Loni' 
barde, Gabriele Verri VApparatus ad hisforiam juris mediolanensis 
antiqui et novi ; e alquanto più tardi il padre Angelo Fumagalli 
la guerra col Barbarossa, le AnticJiità longobardiche milanesi, le 
Istituzioni diplomatiche, il Codice diplomatico santambrosiano con 
135 documenti dal 721 al 897. 

Anche nel resto dell'alta Italia si compirono studj analoghi, e basti 
citare del canonico Lupo il Codice diplomatico bergamasco; del 
marchese Giuseppe Rovelli la Storia di Como e cosi Giovanni Ma- 



10 DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



ria Biemmi per Brescia, il Frisi per Monza, Giuseppe Maria Stampa 
per Gravedona, oltre i fasti consolari; l'Affò per Parma e Gua- 
stalla, l'Affiiroso per Reggio, Fontanini, Zeno, Bernardo de Rubeis, 
Francesco Beretta, Gennari, Filiasi, Corner, Liruti pel Veneto, dove 
pure il Verci fece il Codice Eceliniano, Scipione Maffei la Verona 
illustrata^ Gian Rinaldo Carli le Antichità italiane e le zecche di 
Italia^ Biancolini le Chiese veronesi. In altre parti della penisola, 
Sarti, Trombetti, Savioli illustrarono l'Università di Bologna, 
Colucci l'Agro Piceno; Durandi l'antico Piemonte, il Dalla Rena 
i Buchi ed i Marchesi di Toscana^ il Lami la Chiesa di Firenze^ 
il Dal Borgo la Storia Tisana, il Fiorentini la Contessa Matilde^ 
Anton Vitali e Vandettini i Senatori di Eoma, Manni i Sigilli 
antichi, Meo gli Annali diplomatici, il P. Ildefonso le Delizie degli 
eruditi toscani, il Giordano una Scelta di scrittori napoletani, il 
Mongitore la Chiesa di Sicilia, di cui il De Giovanni dava il Co- 
dex diplomaticus ; il Remondini quella di Nola, il Grassi quella di 
Monreale, il Gattola di Montecassino, il Gregorio le cose arabe 
di Sicilia € la Biblioteca degli scrittori siciliani sotto i re d'Ara- 
gona; e taciamo altri per mentovare la Leges JBarharorum del 
Canciani, i Papiri del Marini, la Baccolta dei Concilj del Manso, 
e i Monumenti Ravennati di Marco Fantuzzi con 865 fra docu- 
menti ed estratti. 

Tutto ciò ebbe, se non origine, impulso dall'esempio dei nostri 
milanesi. 

Non credasi però che allora soltanto nascesse in Milano l'amore 
per la patria storia. Vi fu essa in ogni tempo coltivata, e Galvano 
Fiamma, che scriveva nel 1325, nelle sue cronache stampate dal 
Muratori e dal dott. Antonio Ceruti, e nei lavori ancora inediti, 
cita una quantità di narratori sacri e profani. E sempre ci abbon- 
darono le cronache, dove la buona critica è troppo spesso a de- 
siderare; rimontano a Cristo, se pur non vanno ad Adamo, con 
particolarità futili e ridicole e stile rozzamente pretensioso, non 
meno di quello delle gazzette odierne, con sogni, che pur sono 
di anime patriotiche e religiose, vòlte alla carità e mosse dalla 
fede. 

La città nostra poi aveva un'istituzione, comune ad altre lom- 
barde, quella di uno storico municipale, che raccogliesse le notizie 
patrie e le pubblicasse a spese del Comune. Tale incarico fu dato, 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 1 1 



fra altri, ad Ottavio Ferrari, al canonico Ptipamonti, e più tardi 
al Giulini.^ 

Raccogliendosi qui il congresso scientifico nel 1844, la Città sta- 
bilì regalarlo d'una guida, la quale, pel rifiuto di altri più valenti, 
fu affidata a C. Cantù. Egli la divise in due volumi, Uomini e Cose ; 
e mediante l'interposizione del Municipio, potè raccogliere e pub- 
blicare notizie statistiche e amministrative che. gelosamente fin al- 
lora s'erano tenute arcane, e che divennero fonte ai molti opuscoli 
che dopo sorsero a combattere la causa nazionale e preparare le 
famose cinque giornate. 

Noi non dobbiamo qui lodarne se non la bella edizione e gli squisiti 
intagli: pure non vogliamo tacere che, 30 aniii dopo, il sig. Correnti 
(altra gloria patria), preludendo alla Italia Economica nel 1873, fra 
i henefi^j grandissimi portati dlV Italia dal congresso degli scien- 
ìsiati pose in primo luogo quello di aver provocato, e quasi forzato 
città e governi a scendere a pubblica confessione de^ falli loro; onde, 
in tempi iniqui ad ogni libertà di parola, si ebbe un primo avvia- 
mento alla statistica pubblica ed alla storia civile; e giudica che 
dei quattro libri , di cui il milanese fu il primo che non si limi- 
tasse a descrizione, non si spegnerà giammai la memoria, e reste- 
ranno come testimonj che gli improvvisi ardimenti del 1848 furono 
preparati e ispirati da studj severi e dalla sicura coscienza del 
diritto. 

È bello il veder riconoscere che la storia può sulle sorti nazio- 
nali : è consolante il sentirsi attestare quello che ora così ostinata- 
mente si nega, che anche noi, scrittori d'avanti il 48, siamo stati 
non inefficaci affatto sui grandiosi avvenimenti. 

In quell'occasione si era discusso di rinnovare il titolo e l'incarico 
di storico patrio, ma si tralasciò perchè troppi potevano aspirare 
a quell'onore. E di fatto la storia di Milano ebbe abbondantissimi 
cultori nel secolo nostro, e più dopo il 1820. Quella del Verri, 



2 Al Giulini si assegnava, il 5 febbrajo 1766, la pensione vitalizia di fiorini 400 « in 
sogno del benigno reale aggradimento per le Memorie: erudito travaglio che sparge 
molta luce nella più oscura parte della storia milanese ; che per essere vicina a' tempi 
correnti, è appunto la più interessante. L'imperatrice attende l'occasione di distinguere 
il cavaliere autore con qualche onorifico distintivo, a di lui consolazione e ad eccitamento 
della nobile gioventù ad applicarsi e segnalarsi alla coltura ed esercizio di studj no- 
bili ». Anche all'Argelati furono dati 300 scudi per la Bibl. Script, mediólanensium. 



12 DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 

restata invenduta al suo tempo, fu ristampata più volte, con con- 
tinuazioni del barone Custodi, del Lissoni, del De Magri; ristampata 
quella del Giulini a cura e con aggiunte di Massimo Fabi; V Anti- 
quario milanese riveduto dal canonico Kudoni e da Carlo Kedaelli ; 
così il Cerio e il Milano al tempo di JBarharossa del Fumagalli ; fu- 
rono tolti dall'oscurità il Prato, il Burigozzo, il Grumello, ed altre 
cronache. Intere sj^orie fecero il Campiglio, il Brambilla, il Cusani, il 
Cantù, il De Cristoforis, l'Olcesi, l'Imberti, oltre una estesa di Carlo 
Rosmini, ricca di documenti, e nello scopo di opporre al filosofismo 
del Verri le idee neoguelfe, allora venute di moda.^ 

Molti poi s'afi'aticarono ad illustrazioni speciali ; il Sonzogno sulle 
vie ; il Benvenuti sui costumi e sui cambiamenti locali p il Cafiì su 
molte chiese e artisti, al che s'adoprò anche Girolamo Calvi; Am- 
brogio Nava sul Duomo; Antonio Caimi sull'accademia delle belle 
arti; Giuseppe Mongeri sull'arte; Giuseppe Ferrarlo diede un'ampia 
statistica medica; Andrea Verga informò dell'Ospedale Maggiore, 
Felice Calvi del Monte di Pietà, Lodovico Melzi del Conservatorio 
di musica, Stefano Alocchio della Cassa di risparmio. Carlo Cat- 
teneo cominciò notizie naturali sulla Lombardia; Ambrogio Curti 
raccolse le tradizioni e leggende, al che pure faticò l'Imbriani; Tam- 
burini diede Bos^etti critici della nostra società. Predar! la bi- 
bliografia, Berlan gli statuti, Paladini e Annoni le vicende della 
Chiesa, Giulio Porro varie cronache e rarità, oltre aver avuto 
principale mano al Cartario Longobardo nei Monumenta historice 
patrice; il cav. Morbio il Codice visconteo; Cherubini e Banfi il 

Vocabolario milanese Aggiungiamo una successione di guide e 

ragguagli sulla popolazione, sulla beneficenza, sulle acque e strade. 



^ Carlo Rosmini nacque a Carpentari nel Trentino il 1758; dedicatosi di buon'ora alla pietà 
agli studj, ajutato da dementino Vannetti, al quale diresse i primi suoi Versi di Ero- 
tico a Cintone Doriano. Seguirono lettere sulla Ragion Poetica, tre dialoghi sull' Utilità 
degli studj, l'Arte del Parnaso, il Favorito delle belle. Considerazioni sopra due opuscoli 
del D'Alembert sulla poesia: un Ragionamento sugli scrittori trentini e roveretani: le 
vite di Ovidio, di Seneca, di Clemente Baroni, di Vittorino da Feltro, del Guarino, del 
Filelfo, del Magno Trivulzio, di Guidobaldo da Montefeltro. La sua storia di Milano 
doveva giungere fino al 1740, ma non la pubblicò se non fino al 1535, in tre volumi, 
oltre uno di preziosi documenti. Può considerarsi come una continua confutazione dello 
spirito filosofico del Verri. Per ciò una acerbissima critica ne fece Paride Zajotti nella 
Biblioteca Italiana, intaccandolo principalmente su punti politici, ove esso non po- 
teva difendersi. 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 13 

siccome è richiesto dalla presente pubblicità, e fra cui primeggiano 
le statistiche del Griffini. Varj momenti storici furono rischiarati, 
come dal Sickel e dal Peluso l' aurea repubblica ambrosiana, dal- 
l'Amati il risorgimento del nostro Comune, dallo Schupfer la so- 
cietà milanese al tempo di quel risorgimento, da C. Cantù i co- 
stumi e le leggi al tempo di Federico Borromeo, del Beccaria, 
del Parini, e le relazioni dei Lombardi coi Veneti. 

Eppure resta ancora a continuare fino ad oggi i lavori del Giu- 
lini e del Rosmini ; a rifare V Ateneo de' letterati milanesi del Pici- 
nelli e l'opera dell' Argelati; a compilare la storia della Chiesa 
nostra, delle arti, delle fabbriche, delle scuole, delle leggi, e quella 
de' varj Comuni di questo bel complesso di paese e d' uomini, che 
chiamiamo Lombardia, e che sorrideremo quando alcuno il predi- 
ligerla taccerà di municipalismo e d'amor di campanile. , 

E tutto possiamo sperare dal gusto della investigazione univer- 
sale, dall'incalorimento di studj in un'età, rivolta all'intuizione 
del passato in ciò che contiene di proprio e nelle sue diversità dal 
presente; riconoscendo che le differenti nazioni, e queste ne' 
differenti tempi hanno una coscienza propria, una guisa propria di 
intendere i rapporti concreti della vita, una meta propria alla 
quale dirigere l'attività. Laonde la favella, l'arte, la scienza, i co- 
stumi, il diritto, offrono un carattere distinto, in certa qual guisa 
necessario, essendo la manifestazione d'un principio interiore e 
vivente. 

La storia si mette ormai a capo di tutte le teorie ; né più si ac- 
contenta d'esser elaborazione d'avvocato o retorico racconto di fatti; 
ma come il chimico, il matematico, il botanico, il meteorologo si fan- 
no ajuti e prestiti a vicenda, così essa vuol giovarsi di tutti i trovati 
geografici, fisici, etnologici, statistici, fin geologici e antropologici, 
per ispingersi ne' tempi che la precedettero, e per ottenere l'unità e 
la vita ch'è necessaria onde elevarsi a concepire l'armonia generale. 
Bitter, colla geografia, volle mostrare la stretta connessione fra le 
vicende dei popoli e il carattere del loro paese ; né si può ben com- 
prendere la storia senza tener conto e della natura e dell'uomo, 
delle cause fisiche fatali e delle morali libere, non presentate solo 
curiosamente, ma con metodo naturale le une, le altre con quel 
concatenamento naturale, che non accetta innovazioni, eclampsi, 
sovversioni improvvise, bensì evoluzioni e continuità, 



14 DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



Perocché i fatti che si presentano sono differentissimi per na- 
tura, neppure connessi; la politica si spiega colle finanze ; i piaceri 
alterano gli affari; lettere e arti s'improntano della società, degli 
avvenimenti le idee. La storia è arte, per coordinarli e semplifi- 
carli: è filosofia per dar a conoscere quest'essere libero, intelli- 
gente, attivo, che indarno vuoisi abjettire alla natura delle bestie 
o al fatalismo della materia e delle secrezioni ; è scienza sociale per 
presentare l'uomo sotto uno degli aspetti essenziali, come citta- 
dino, cioè membro del sociale consorzio. 

V'è una storia militare, una amministrativa, una finanziaria o 
economica, una politica: e a ciascuna noi tributeremo soccorsi, fra 
la polvere degli Archivj cercando quel profumo di verità che esala 
dalle carte contemporanee : ma solo la storia universale porge il se- 
creto della sorte dei popoli, perchè mostra l'azione reciproca dei 
differenti fatti e delle varie forme della vita sociale. Essa considera 
il passato non solo come transitorio, ma come causa immanente 
del presente e contenuto in questo: vi intuisce ciò che ritiene di 
comune e connesso col secol nostro, e osserva il corso dei tempi 
come una tradizione non interrotta, un progresso di idee e di ap- 
plicazioni. 

Si è detto che ogni età, avendo esigenze proporzionate ai mezzi 
d'istruirsi e al bisogno di sapere, vuole che nel suo linguaggio le 
sieno narrati gli avvenimenti, esposte le dottrine. E di fatto erre- 
rebbe chi le. idee morali, religiose, politiche; il gusto, il genio, la 
fede, e le relazioni domestiche, giuridiche, governative del nostro 
tempo trasportasse a interpretare e valutare le passate; le galan- 
terie di cento anni fa, che a noi sanno di affettazione o ipocrisia, 
giudicasse colla rusticità che oggi qualifichiamo di franchezza ; la 
cordiale espansione delle lettere colle nostre cartoline e coi tele- 
grammi di 20 parole ; i giorni in cui si esaltava il primato civile 
e morale dell'Italia con quelli in cui la si rimprovera di degradazione 
a fronte degli stranieri.* Né meno errerebbe chi nei grandi avveni- 
menti, nelle generali istituzioni non riconoscesse che profonde 
macchinazioni e diuturni intenti. 



^ Al congresso degli scienziati del 1873, il presidente Mamiani diceva: «A noi toc- 
cano ora pur troppo gli ultimi seggi, ed è cosa tristaesser ridotti a far solamente capi- 
tale del passato. Che cosa siamo noi dì fronte alla Germania, alla Francia, all'Inghil- 
terra, alla Russia, all'America? » 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 15 

Tocca a una scienza più elevata, a quella che chiamano filoso- 
fia della storia, esaminare se questa connessione sia un accidente, 
una mera naturale concatenazione di cause ed effetti, di antece- 
denti e susseguenti, o se vengano regolati da una intelligenza vivente; 
e in conseguenza si deva rispetto a ciò che esiste, moderazione ne' 
cangiamenti, e i più essenziali aspettare da una potenza superiore 
alla singole attività. 

A chi questo ammette, si dà facilmente la taccia di santocchio, 
di fatalista, o di retrivo: ma riverir questa potenza non significa 
restringerla a certi tempi, a certe forme, alla monarchia, alla re- 
pubblica, all'evo medio o al romano; bensì credere carattere di 
essa r avvicinar continuamente alla perfezione per mezzo delle for- 
me nuove, quand'anche esse pajano repugnanti perchè urtano le 
passioni e le arbitudini nostre. La storia studia il passato, ma non 
vuol rimorchiarci a quello, bensì riconoscervi una forma, forse ne- 
cessaria, di questo continuo trasformarsi, quale l'odierna sembrerà 
ai nostri nipoti. 

Questa potenza non fa nulla a caso, ma con infallibile ragione ha 
disposto ogni cosa: e l'uomo " quest'essere che sa vedere innanzi 
e indietro „ (Shakspeare), che è attore e stromento, opera anch' e- 
gli con uno scopo perchè ragionevole, e i mezzi coordina a quei 
fini eccelsi, forse senza avvedersene, ma pur senza che la sua li- 
bertà sia incatenata, giacché la libertà non esclude l'ordine, non 
l'assenso al bello, al buono, al vero, che si trovano nel fondo de- 
gli atti umani, quand'anche falliscano negli accidenti. 

Questa legge qual è? lo ignoriamo; ignoriamo come i singoli 
e tutti cooperino ai disegni di Dio : e la storia si contenta di ri- 
conoscerlo nel passato, e in quello cercare i crepuscoli dell'avve- 
nire. E ben la storia nazionale punisce coloro che non la vogliono 
ascoltare, né accorgersi quanti. beni sociali, quanto aumento di 
forze fisiche e morali sia dovuto alla odierna restaurazione storica, 
e alla ricerca della natura e dei destini delle nazioni. 

Non ci si incolpi di elevarci a queste considerazioni proemiando 
a lavori che si limiteranno a ricerche parziali. È diventato pro- 
verbiale Vexcelsior d'un poeta moderno ; ma noi avevamo già letto 
nel vangelo, Amice, ascende super ius; e crederemo tutt' altro che 
difetto il voler avvezzare a pensare, a mettere dapertutto idee morali, 
politiche, sociali, a veder la connessione delle piccole parti, la forza 



16 DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



della volontà ove apparsolo raccidente; e come oggi si fa dai fisici, 
non credere a sussulti, a portenti , ma riconoscere la legge della 
continuità e del progressivo sviluppo. Può lo storico rimaner in- 
differente ai grandi interessi dell'umanità? 

Noi, in questi lavori, non faremo che preparar materiali per chi 
sarà poi fortunato di trovarne l'architettura e il cemento, di riani- 
mare artisticamente la polvere su cui soffiamo, e resuscitare le reli- 
quie che disepelliamo. Non siamo più ai tempi che si vogliano, come 
al Muratori, \ chiusi gli archi vj, rifiutati i documenti da persone che 
temono la luce, o che, inette al fare, non soffrono che altri faccia, 
e ormai vuoisi degli avvenimenti scorgere non solo l'aspetto che de- 
stinasi al pubblico, ma anche quello che se ne dissimula. Oltre valerci 
delle ricchezze raccolte, e agevolarne la ricerca a chi mostri voglia 
e capacità di usarne, in questi fogli stessi noi apriremo una serie 
di domande e risposte, che invoglino a farne. Chi sa che non ci 
vengano dischiusi anche archivj domestici, così da poter riscontrare 
quella vita interna de' nostri padri, che noi tacciamo di inerti 
perchè non aveano la febbre odierna; e che, se più formalisti e 
cerimoniosi, viveano anche più quieti, più sinceri, più affettuosi, 
con preoccupazioni meno egoistiche e materiali delle odierne? 

Noi esporremo la verità, senza cercare partigiani col poco one- 
sto lenocinio delle allusioni politiche. Vero è però che la storia è 
per sé stessa un'allusione, un panegirico, un raffaccio, onde la Sa- 
pienza ci dice: " Che cos'è quel che fu? È quel che sarà.,, 

Neppur ci proporremo di piacere a tutti : trista condizione di chi 
non ha convinzioni o non il coraggio di palesarle. Nelle critiche di 



* Nihil non egi per Uteras, nihil intentatum reliqui ut conquirerem mihi quotquot 
veterum Mstoricorum monumenta illic ( in Piemonte ) supersunt ... Verum, sive illic tem^ 
porum bellorumque rahies, acrius quam alibi, in veterum libros desaevierit, sive qtiod 
impervia fuerint loca, unde sperare messis aliqua p)oterat, spes tandem omnis inde 
aliquid consequendi miJd prcecisa est. Muratobi, Pref. alle cronache di Asti, nel voi. X 
dei R. I. S. 

E facendo istanza al re per ottenerle, diceva: « Ninna occulta intenzione, niun pen- 
' siero di servire agli interessi particolari di principe alcuno, ma solamente l'onor dell'Italia 
e il vantaggio delle lettere mi ha indotto a così grandiosa impresa. E siccome degli altri 
paesi non cerco se non la gloria, così ardentemente la desidero anche per la sua Real 
Casa e per li suoi felicissimi Stati. Conoscerà facilmente V. M. se fosse di credito o 
discredito il non trovare, in un'opera di tanto interesse per tutta l' Italia, neppure una 
riga spettante al Piemonte ». (Modena, 25 marzo 1723.) 



DEGLI STUDJ STORICI IN LOMBARDIA. 



17 



cui accompagneremo l'annunzio delle opere, saremo urbani e sin- 
ceri, e tali vorremo ci confessi anche chi ci incolperà d'ignoranti. 

Quell'atto così prezioso di patriotismo, che consiste nel badare 
ai passi che fa l'incivilimento in tutti gli altri paesi, e avvertirne 
il nostro affinchè ne profitti, noi l'applicheremo informando, per 
quanto sarà da noi, di tutto ciò che della nostra cara Italia si dica 
e stampi anche di fuori. Aggiungeremo un JBullettino Archeologico 
dove si illustrino le antichità della nostra regione, e s'annunziino 
le scoperte che vi si fanno, e le ricchezze che va acquistando il 
civico Museo. Fortunati se eguali cognizioni ci verranno sommini- 
strate dalle città sorelle. 

Vogliano i buoni secondarci: e quando la superbia straniera o 
la noncuranza indigena ci butteranno in faccia la consueta ingiuria : 
" Gli Italiani non istudiano „ , possa la patria nostra mostrare un 
drappello di " pochi e valenti „ , e rispondere : " Gli Italiani si sono 
rimessi a studiare „. 



Milano, marzo 1874, 



C. Cantù. 



,1/tA. S/or. Loiiib. — Ai 



CERIMONIE 

SEGUITE IL 27 E 28 OTTOBRE 1533 IN MARSIGLIA 

PEL MATRIMONIO DEL DUCA D'ORLÉANS 
CON CATERINA DE' MEDICI 



È noto come papa Clemente VII (Giulio, figlio naturale di Giuliano 
de' Medici), uomo ambizioso e debole, e perciò pieghevole e astuto, 
regolasse la sua condotta sugli avvenimenti, dichiarandosi ora al- 
leato dell'imperatore Carlo V, e ora zelante partigiano di Francia. 
L'inconseguenza di tale condotta fu causa del sacco di Roma e della 
rovina dell'italiana indipendenza. Non erano gl'interessi della Santa 
Sede, quelli che l'occupavano viepiù, ma l'ingrandimento della casa 
dalla quale usciva; edebbe l'insperata fortuna di soddisfare contem- 
poraneamente la sua ambizione e la sua vanità. 

Francesco I, re di Francia, ottenuta la liberazione dei proprj figli 
dati in ostaggio all'imperatore, e pentito dei sacrifizj ai quali era 
stato indotto dal prepotente amor paterno, si diede a suscitare tutte 
le Corti d'Europa acciocché si accordassero con lui a rintuzzare le 
forze ognor crescenti dell'emulo suo potente. Fra gli altri a cui si 
rivolse fu anche il papa, a cui fece domandare in isposa per Enrico 
duca d'Orléans, suo secondogenito, la Caterina figliuola di Lorenzo 
de' Medici, già duca d'Urbino e nipote del papa, la quale poteva 
apportare a suo marito delle pretensioni sopra alcune città e re- 
gioni d'Italia. 

Le negoziazioni per un tal matrimonia non trattennero il papa 
dall'entrare nella lega, nel medesimo tempo stipulata coll'imperatore, 
i duchi di Ferrara, di Milano, di Firenze, e altri prìncipi, e pubbli- 
cata solennemente in Bologna il 24 febbrajo 1533. E sì che questa 



MATRIMONIO DEL DUCA d'ORLÉANS CON CATERINA DE' MEDICI. 19 

lega, della quale fu dichiarato capitano generale Antonio da Leyva 
con residenza a Pavia, aveva innanzi tutto di mira la difesa della 
Lombardia e della repubblica di Genova contro la cupidigia delle 
potenze straniere. 

Accolta avidamente dall'ambizioso pontefice la proposta fattagli 
dal re francese, si scelse Marsiglia come luogo opportuno a cele- 
brare quelle nozze. 

Per non destare i sospetti e le diffidenze di Carlo V, erasi messa 
la condizione che, durante il tempo in cui si troverebbero colà in- 
sieme il re col pontefice, non si farebbe alcun trattato sopra affari 
politici, né il re domanderebbe al papa alcun cappello cardina- 
lizio. È però indubitabile che questa condizione fosse- simulata, 
giacché consta dal nostro carteggio diplomatico, che gli abbocca- 
menti fra quei due sovrani furono assai frequenti, secreti, e di tal 
natura da insospettire tutte le potenze; anzi, contrariamente a 
quanto erasi stabilito, dopo le cerimonie nuziali furono dal papa 
nominati quattro cardinali francesi. 

Comunque sia, il papa, partito da Pisa il giorno 4 ottobre, di- 
retto a Marsiglia per mare, condusse seco la sposa Caterina, una 
parte del Sacro Collegio, e tutto ciò che formava la Corte romana, 
sopra 18 galee e 6 vascelli, comandati dal duca d'Albania, zio 
della sposa per parte della moglie. 

La flotta entrava il giorno 1 1 nel porto di Marsiglia, e ivi sbar- 
cava il papa, che andò ad alloggiare nel palazzo fattogli preparare, 
dalla parte di S. 'Vittore,, da Anneo di Montmorency, gran maggior- 
domo di Francia. 

Le pompose feste fatte in quell'occasione trovansi diffusamente 
narrate dall'abate Papon nella Histoire generale de Provence. Tutto 
ciò che la magnificenza, il buon gusto e la galanteria potevano 
immaginare di più proprio ad abbellirle, fu allora spiegato, e il 
brillante corteggio di cui il re e la regina si circondarono, contri- 
buiva a dare agli Italiani un'alta idea della grandezza e della ma- 
gnificenza francese. Cosa strana però; mentre quello scrittore si 
diffonde a descrivere minutamente le cerimonie e le processioni 
succedutesi nei quattro giorni in cui avvennero le solenni entrate 
del re, del papa, della regina e della sposa, soltanto di volo ac- 
cenna la cerimonia del matrimonio, che ebbe luogo il 28 ottobre, e 
che pur doveva essere la più importante. Anzi, quasi vedesse di 



20 MATRIMONIO DEL DUCA d'oRLÉANS 



mal animo tali nozze, osserva che gli eventuali diritti della Francia, 
emergenti da siffatta unione, sopra alcune città e regioni d' Italia, 
erano " quelques raisons de plus pour la France de s'engager dans 
des guerres ruineuses, dont ses malheurs passés auraient dù la dé- 
goùter„. 

La lacuna lasciata dal Papon nella sua storia, a proposito di 
quest'ultima solennità, può essere riempita da un importante do- 
cumento, rinvenuto nel carteggio diplomatico del nostro Archivio 
di Stato. E la relazione, dettata da un milanese appartenente 
all'antica famiglia dei Sacco, di nome Antonio, che trovandosi di 
quei giorni in Marsiglia, sia per proprj affari o più probabilmente 
al seguito. della Corte papale, potè assistere a quelle feste regali, e 
darne una completa descrizione. La cerimonia è da lui descritta 
con sì fatti particolari e con tanta chiarezza, che chi la legge 
crede partecipare alle gioje di quella brillante società. E per ciò 
abbiamo pensato di farla conoscere ai lettori deìV Archivio Storico, 
persuasi di far cosa grata anche a quanti sono desiderosi di acqui- 
stare le cognizioni più esatte e precise degli usi e costumi princi- 
peschi di un tempo, che pur non aveva ancora smesse le fantasie 
cavalleresche del medioevo. 

Alla relazione crediamo conveniente far precedere la lettera 30 
ottobre 1533, con cui il Sacco l'accompagna alla moglie del presi- 
dente del senato milanese, Giacomo Filippo Sacco, il quale natu- 
ralmente si fece premura di comunicarla alla Cancelleria ducale, 
ove è rimasta. 

P. Ghinzoni. 



LETTERA ALLA MOGLIE DEL PRESIDENTE DEL SENATO. 

111.'"'' Sig.''" et patrona osservandissima. 

Per una mìa de 20 et 23 dil prisente avisai V. S. 111.'"' di tute il 
successo dele cosse di Marseglia : hora per questa intenderà il procedere 
dil matrimonio et parentado, facto tra N.° S.'' et il Ke di Franza ; et s'io 
ho manchato in alcuna cessa, Y. S. me perdoni, et la supplico me fazi 
gratìa de dire a messer Lionardo me mandi quella littera, se la ritrovata; 



CON CATERINA DE' MEDICI. 21 

ne altro al presente li dirò, se non che alla V. &. 111.'"* humilmente baxo 
le mani et me li recomando, et ancora al Signor suo consorte, pregan- 
dola come ne Paltra mia. Di Marseglia a li 30 di ottobre 1533. 

Di V. S. IlL™^ 

Perpetuo servitore 

Don Antonio Sacco. 

BELAZIONE AL PRESIDENTE DEL SENATO. 

A tergo: Al 111. Sig.'^ et patrune osser."'° il Sig. Jacobo Philippo 
Sacco presidente del Rev.*"** Senato in Milano. 

In fianco : (Luogo del sigillo.) 

In alto : Sachi cum novis Marsilio. 

Lunedì la sera alli 27 * dil presente. Nostro Signore ^ dote da cena 
al Rev.'"° di Borbon, ^ al Gran Mastro di Franza,'' alla duchessina sua 
nepote,^ alla duchessa di Camarino,^ a madona Maria ^ moglie che fu 
dil quondam Signor Jovanni de Medici, quale Signore sono ite a com- 
pagnare essa Duchessina. Dopoi cenati che fumo, il Re^ et la Regina^ 
andorno da Sua Santità insieme cum li tre figloli *° et la fìglola *^ ma- 
giore; et gionti che fumo, si fece il contracto del matrimonio, del che 
ne fu rogato il vosco di vasona*^ datario di Nostro Signore : et stipulato 
che fu esso contracto, tuti di compagnia si levorno da la stantia donde 
haveano cenati et andorno ne la salla dove sì fa il Concistorio, et gionti 
al luocho deputato, inanti che Sua Santità ne Sua Maestà sedesseno si 
fece il sponsalitio in questo modo. 



« 27 ottobre 1533. 

2 Clemente VII, papa. 

^ Lodovico di Borbone, croato cardinale da Leon« X il 26 giugno 1517, col titolo di 
S.* Sabina. 

^ Anneo di Montmorency, gran "maggiordomo. 

'' Caterina de' Medici, unica figlia legittima di Lorenzo, già duca d'Urbino. 

^ Giulia di Varano, figlia ed erede di Giovanni Maria duca di Camerino. Sposò Gui- 
dobaldo della Rovere duca d'Urbino. 

"^ Maria Salviati, vedova di Giovanni delle Bande Nere e madre di Cosimo I. 

^ Francesco I re di Francia. 

^ Eèeonora regina di Francia, sorella dell'imperatore Carlo V. 
*° Francesco, delfino premorto al padre nel 1536; Enrico duca d'Orléans secondo- 
genito, poscia re di Francia nel 1547 col nome di Enrico II; Carlo duca d'Angouléme, 
poi d'Orléans. 

*' Maddalena, che nel 1536 sposò Jacopo V ro di Scozia, 
•2 Vaison, città dell'antica Gallia Narbonese. 



22 MATRIMONIO DEL DUCA D'ORLÉANS 

Nostro Signore havea lancilo in mano et lo dote in mano dil Rev."'" 
di Borbon comò più proczimo parente dil Re; quale lo dete al Ducha 
di Orlians, et Sua Rev."'* Signoria disse le parolle et cossi publice la 
sposò et erano circha tre o quatro bore di notte : et sposata che Ihebe, 
Sua Santità et Sua Maestà et tuti li Signori et Signore quale ivi erano 
feceno una alegrìa et baia de cridare et sbatere di mano forte, chio non 
visti mai tal fogia. Dopo tuti quelli Signori quali potevano tiravano le 
orechie a esso sposo. Do poj facto questo^ il Ducha de Angoleme ultimo 
genito dil Re, quale he il più bello figlolo che sia in tuta la Franza, pigiò 
la sposa per la mano et incomenzò a danzare, et il simile il sposo et 
molti altri Signori danzorno; et finita la prima danza, esso sposo et suo 
fratello si spogliorno in gipone inanti a Sua Santità, et incomenzorno a 
baiare ala fogia de Italia ala gagliarda tanto bene chio no'n lo porrej 
dire : il sposo et la sposa erano vestiti di brocato d'argento richissima- 
mente. Del vestire dil Re et la Regina superbo et richo non li diro altro, 
salvo che le gioie che havevano ne le veste rechamate risplendeano che 
parivano lumi accesi. 

Danzato ch'ebeno forsi due bore. Sua Santità si levò et tolse licentia 
dal Re per andare verso le sue stantie, et comò fu alla prima porta si 
fermò acompagnato dal Rev.*"" di Lorena ^^ et Gran Maistro di Franza; 
et la Regina ancora lej se incomenzò aviare verso le sue : et quando fu 
a quella porta dove Sua Santità era fermata, si firmò a parlare cum lej; 
un poche di poj fateli riverentia se partì. Do poj seguivano la figliola 
dil Re et la sposa a pari, quale faceano un bel vedere, il simile feceno 
riverentia a Sua Santità. Do poj seguivano tute quelle altre Signore et 
baronesse, ale quale esso Nostro Signore dava ad ognuna di loro la sua, 
comò se fusse stato uno giovine de 20 anni. Do poj tute le dono seguiva 
il Re comò guardiano di quelo grege cum il Delphino, et quando fu 
dove era Sua Santità li disse: San pere, me fet hanvie avec notre dames, 
et Sua Santità che parla molto bene francese li rispose che sì, ma che 
Sua Maestà era tanto bone guardiano che non saria stato possibile a 
farne smarire una di esse dame : et cossi ridendo et burlando un pocho, 
tuti lieti ambi doj si feceno do poj riverentia quasi insino in terra et 
ciascun di loro andorno a soj alogiamenti. De le varie fogie de soni et 
musiche quale ivi erano lo lasiarò considerare a Vostra Signoria: il ve- 
stire di quelle baronesse et signore era molto superbo et vi erano di 
molte belle dame. 

Il martedì ^'^, che fu la matina di Santo Simeone et Juda, fu aparichiata 



*3 Giovanni di Lorena, figlio di Renato II re di Sicilia ecc., creato cardinale il 28 
maggio 1518 col titolo di S.* Onofrio. 
**28 ottobre 1533. 



CON CATERINA DE' MEDICI. 23 



la capella di N.^ S.® cum tanta sumptuosità et ornamenti di brocato 
doro, maxime l'altare, quale era quasi tuto caricho de imagine doro ma- 
sice et havea tre croce cum tante gioie che non si potè extimare il va- 
lore; in effecto una cessa superbissima: dove cossi alle 17 bore vigne 
Sua Santità cum tutti li Cardinali, et inanti a esso pontifico li erano 
tuti tre li figlioli dil Re molto richamente vestiti. Do poj vigne esso Re 
vestito superbissimamente, quale menava la sposa per mano destra tanto 
bene vestita alla francese et ornata de diamanti et altri baiasi cum una 
corona doro in testa, che maj fu visto la più richa et bella cessa : do poj 
li andava drieto una figlola dil Re sola. Do poj seguiva la Regina acom- 
pagnata a brazo da l'armiraglio ^^ et cossi do poj li venivano drieto 
tute quelle altre signore et baronesse a brazo cum quelli baroni et ca- 
valieri: et cossi ivi era uno arcivesco aparato, quale disse la messa bassa, 
et do poj la messa fu portato inanti a Sua Santità uno bacile doro dove 
li erano dentro duj anelli, uno doro^ laltro dargento tondo senza prede, 
quali Sua Santità li benedixi, et cossi una altra volta fece tornare a spo- 
sare essa duchessina cum quelli anelli. Do poj Sua Santità li benedixi 
tuti doj insieme cum quelle cerimonie etc, et cossi facto le sopradete 
cosse ognuno ritornò ut supra ali soj alogiamenti menando pur il Re 
essa sposa per la mano destra: do poj quando fumo entrati in caxa ti- 
rorno tanta artelaria che facea tremare tuta Marseglia. Certo la inco- 
ronatione de lo Imperatore fu molto bella et richa cessa de vedere; ma 
in effecto ognuno judica che questa non sia manche. Do poj la sera Sua 
Santità fece la cena de le noze in la medema salla dil Concistorio 
dove li erano aparichiate tre tavelle, in una de le quale era Sua San- 
tità, la Regina et la sposa; ne l'altra era il Re, il duca di Angoleme 
et lo sposo et li Rev.™' Salviati, et Ridolfi et Medici et altri cardinali. 
Ne l'altra era il Delphino, li Rev.™^ Borbon, Lorena et altri baroni di 
Franza. 

Dil procedere de le vivande lo lasarò considerare a V. S. In un altra 
salla li erano di molte tavole dove erano tuto il resto de le signore, 
baronesse, et damigelle et altri baroni et signori. Cenato che hebeno, 
danzorno un pezo ala galiarda sempre homini et dono : et li vigneno 
forsi 20 maschari, vestiti tanto ricchamente cum le veste doro et di arzente 
recamate, che non fu maj visto la più bella cessa : et questi diceano che 
era il Re et altri baroni. Dil procedere del baxare et di tochare quelle 
dono publicamente non durerò faticha a scriverlo perche penso che V. S. 
sia di ciò informatissima. Finito di danzare et ito ciascuno ali lor alo- 
giamenti, dicano che il Re volse luj proprio metere a lecto li sposi, et 



' ^ L'ammiraglio Chabot ' 



24 MATRIMONIO DEL DUCA d'ORLÉANS CON CATERINA DE' MEDICI. 



alcuni dicano chel volse vedere giostrare, perche dicano che ognuno 
di loro fu valente in essa giostra. 

L'altra sera vigne uno camarero di Sua Santità q^ale havea mandato 
da lo Imperatore et senti che disse ad uno altro camarero che era ve- 
nuto bene resoluto da sua Cesarea Maestà et tutto quello che era ito 
per fare che lo havea complito ad vota. 

Al più tardo a Santo Martino partirà Sua Santità per ritornare a 
Roma. 

Il contratto dil matrimonio, secondo me stato detto, he a questo modo; 
primo che Sua Santità et Sua Maestà sono contenti di confirmare li ca- 
pituli quali già sono stati fatti tra loro molti mexi fa: quali capituli non 
si sano quello che sia. Do poj esso pontifico dava a essa sposa trenta- 
milia ducati doro de la parte dil patre de le cosse di Fiorenzo. Do poi 
li dava il stato suo, cioè che era de la matre quale ha in Franza. Do 
poj li dava dil suo centomilia ducati doro. Do poi li dava tra il vestire 
suo et gioie ala somma di centomilia altri ducati doro quali si intende- 
vano in nome de la sua dota ogni volta che fusse necessario restituere 
essa dota ad essa sposa. Do poj promete al Re dì farli dare la figliola 
di lo Imperatore per moglie al Delphino secondo se dice: molti altri 
dicano che li ha promesso di dare il stato d'Urbino pigliato ale sue spese : 
questo se dice, io non lo dico: per adesso non li dirò altro se non che 
humilmente lì baxo le mano et me li ricomando. 

Di Marseglìa ali 30 di ottobre 1533. 

Sì dicano qua molte zìanze, fra le quali dicano che N.' S." privarà 
il Re de Inglitera*^ come heretico per bavere cazìato la prima moglie: 
et poi che lo Imperatore et il Re farano la exequtione. * 



'«Enrico Vili. 

* Altre cerimonie bizzarre ne' niatrimonj si daranno nel fascicolo seguente. 



LODOVICO MARIA SFORZA 

E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 

DOCUMENTI, DECRETI, IN VENTAR J, ECC. 



Beatrice bea, vivendo, il suo consorte, 
E lo lascia infelice alla sua morte. 

Abiosto, Ori. Fur., XLII,91. 



Come scrive Giovan Pietro Gagnola , " Ne lo principio del pre- 
sente anno (1497) la fortuna se mostrò alquanto calva a questo 
illustrissimo principe e signore Ludovico „. Sappiamo dai dispacci 
del residente veneto in Milano, riportati nei Diarj da Marin Sa- 
nudo e riprodotti da Rawdon Brown (Eagguagli ^ t. L, p. 57 e 
seg.), come la grave sventura che lo colpiva colla morte della gio- 
vine sposa, avesse risvegliato più cocenti i morsi della sua fosca 
coscienza, in particolare quando seppe che, poche ore prima della 
morte, la duchessa Beatrice, l'animo affranto da sinistri presenti- 
menti sul prossimo parto, era rimasta come assorta in preghiera, 
presso alla tomba di Bianca Sanseverino, figlia (ex péllice nata) ^ del 
marito, morta nel dicembre dell'anno precedente. 

" Datosi in preda alla più cupa tetraggine, trascinato dalle me- 
morie del passato, fra i terrori più superstiziosi, cessò dall'attendere 
alle cure di Stato ed a quelle della sua casa. Respingendo persino 
le consolazioni della tenerezza figliale, si chiuse solo per quindici 
giorni in una camera parata a lutto, infino a che il dolore, 1^,- 



• Così il Gagnola. 



26 LODOVICO MARIA SFORZA 



sciando luogo ^ad un ritorno di sentimenti religiosi, sin dalla prima 
giovinezza ispiratigli dalla madre, si diede a visitare assiduamente 
quei santuarj ch'erano stati per la povera Beatrice l'oggetto di 
maggior predilezione „ . I documenti diplomatici segnalarono tutti 
in allora un sì meraviglioso mutamento dell'animo suo, e quasi si 
sperò in un era nuova della sua vita pubblica e privata : " El duca 
era venuto religioso molto e devotissimo, diceva l'officio grande, 
desunava e viveva casto „. {Eagguagli^ p. 63, 66.) 

Furono primi a risentire i buoni effetti di questo nuovo stato dì 
cose i Domenicani di Santa Maria delle Grazie. '^ Essi lo videro al 
bagliore di cento cerei, prosternato dinanzi agli altari, ove cento 
messe erano giornalmente celebrate per un intiero mese, in suf- 
fragio dell'anima della duchessa „^ Moriva Beatrice il 2 gennajo 
dell'anno 1497, e col 4 dicembre dello stesso anno incomincia la 
serie dei decreti che pubblichiamo. 

Già da anni questo convento delle Grazie era stato fatto segno 
alle larghezze dei duchi, ed il nostro Archivio di Stato ha un do- 
cumento anteriore, che non è senza relazione con quelli che seguo- 



2 II dolore non av.eva però domato l'orgoglio di Lodovico, se sulla tomba del bam- 
bino Leone poneva quest'altiero epitafio : « Matri moriens vitam ademi ... In tam a,d- 
verso fato hoc solum mihi potest jucundum esse, quod divi parentes me, Ludovicus et 
Beatrix, Mediolanenses duces genuere ». Le manifeste contraddizioni del carattere di 
Lodovico in tutto ciò che ha tratto alla subdola e fatale sua politica, furono poste in 
sodo da tutti gli storici, e particolarmente dal Guicciardini {Bicordi), né ripeteremo 
cose notissime: diremo soltanto che questi atteggiamenti di dolore non si possono ac- 
cogliere per sinceri, se pochi mesi dopo la morte di Beatrice, e precisamente il giorno 
12 di luglio dello stesso anno 1497, egli emanava un decreto (controsegnato B. Calco, 
come nelle donazioni ai Domenicani delle Grazie), col quale largiva ad una sua amasia, 
Lucrezia Crivelli, alcune terre sui laghi di Como e Maggiore con, altre rendite. Nel 
codice visconteo-sforzesco, pubblicato da Carlo Morbio nel 1846, questo curiosissimo 
documento porta il N.» CCCXVI, e vi leggiamo le seguenti parole : « nam haec mulier 
praeterquam honestissima familia, et quae a nobis plurimum diligitur nata sit, miro 
ac peculiari quodam amoris vinculo nobis decuit omnem fidem, res animi aflfeotus 
nobis addixit atque dicavit, ita ut ex jocunda illius consuetudine ingentem saepe vo- 
luptatem senserimus et magnum curarum levamen nobis fuerit, etc. » E questo amore 
non era semplicemente platonico, se nello stesso documento si dice chiaramente che 
alcuni beni, rendite e diritti di dazio « ...". revertantur et reverti debeant ad dominum 
Johanem Paulum fìlium ex ea Lucretia nobis progenitum, etc. » 

Un ritratto della Lucrezia Crivelli ci fu trasmesso dal pennello di Leonardo da Vinci, 
ed è quello che, sotto al nome di Belle Feronnière si conserva nel Museo del Louvre 
(N.o 1019). Il P. Dan nel suo Trésor des Merveilles di Fontainebleau (1642), lo vor- 
rebbe ritratto di una principessa di Mantova, ed il Delécluae quello di Ginevra Benci, 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 27 

no. Vi si tratta di immunità concesse sin d'allora a q^uei religiosi ; 
porta la data del 1488, ed è firmato Gian Galeazzo Maria Sforza, 
con traccia di sigillo. 

Rileviamo questi documenti da un bel codicetto pergamene, di 
lettera elegantissima, vago per opere di minio, esalanti un pro- 
fumo tutto leonardesco, in particolare pel primo foglio ornato da 
intrecci di cordicelle crisografate ^, dalle quali pendono gli stemmi 
visconteo-sforzeschi e le imprese particolari del Moro. 

La prima di queste miniature ci presenta il duca Lodovico cinto 
di gramaglia, che, accompagnato da cortigiani, entra nel vestibolo 
del convento, ove è incontrato dal priore Baldelli di Castelnuovo, 
seguito da altri religiosi. Il duca porge al Baldelli un libro rico- 
perto di velluto e munito di sigillo pendente. La seconda ci mo- 
stra i frati in coro preseduti dal priore, mentre discutono sul modo 
più acconcio di degnamente corrispondere alla generosità ducale *. 



altri della bella di Francesco I; ma secondo gli storici più degni di fede, quest' ultima 
donna era forse già morta, ed in ogni caso non più giovine, quando Leonardo venne 
alla Corte dì Francia. Nel Codice Atlantico (p. 164) si leggono tre epigrammi latini di 

un anonimo su questo quadro, e vi si parla apertamente della Crivelli e di Leonardo : 

• 

HuJuSf quain cernis, nomen Lucretia, divi 

Omnia cui larga contribuere manu. 
Rara httic forma data est, pinxit Leonardus, amavit 

Mnurtis, pictorum primtis hic, ille ducum. 

L'Amoretti, che pel primo li citò, pensa che il Vinci conducesse quel ritratto dopo il 
1497, se è vero che Lodovico sol dopo la morte di Beatrice ebbe dalla Crivelli quel 
Gio. Paolo che fu poi lo stipite dei marchesi di Caravagio (e si appoggia all'autorità 
dell'Imoff, Est. Ital. et Ilisp. genealog. Tomo I, p. 245), ma questa opinione non è so- 
stenibile, se il Gio. Paolo era già nato nel 1497, e si trovava chiamato ad ereditare 
in date circostanze col citato documento. Caddero nello stesso errore anche i commen- 
tatori fiorentini del Vasari. 

' Ricordano uno stesso genci'e di decorazione sulla vòlta della sagrestia della chiesa 
delle Grazie. 

^ Oltre all'interesse che queste miniature presentano per se stesse, è degno dì nota 
il doppio ritratto che qui si ha di quel priore che, secondo molti scrittori, ed in par- 
ticolare il Gio. Batt. Giraldi nel suo discorso sopra i romanzi, e G. Vasari nelle sue Vite 
(1568,2* ediz.), avrebbe servito di modello a Leonardo per la testa del Giuda del Ce- 
nacolo; vendetta dell'artista importunamente sollecitato dal Baldelli a dar termine 
agli interrotti lavori del refettorio. Ora in questi minj nessuna rassomiglianza si ri- 
scontra fra la fisionomia del Baldelli e quella del Giuda, e questo fatto avvalora non 
poco gli argomenti già sufficientemente concludenti del padre Domenico Pino, esposti 
nella sua Storia genuina del Cenacolo, ecc. (Milano 1796.) Questo scrittore è il solo, 
ohe si sappia, a parlare del nostro codice j ne cita alcuni brani nelle Annotazioni., 



28 LODOVICO MARIA SFORZA 

E qui noteremo di passaggio come I'l di lvdovicvs, colla quale 
incomincia lo scritto, sia formata dal caduceo coi draghi: impresa 
riservata agli atti più importanti del suo principato. Il contratto 
di nozze colla Estense, stupenda pergamena esposta al pubblico 
nel Museo Britannico, tutta ridente per delicatissimi minj, coi 
ritratti di Lodovico e Beatrice, pennellegiati che si vogliono da 
Girolamo da Milano, ma che dovranno rendersi a frate Antonio 
da Monza, incomincia esso pure con questa impresa. Sul ferreo 
scrignetto damaschinato, di cui parla il testamento stesso di Lo- 
dovico, l'impresa del caduceo si trova unita all'altra (già di Ga- 
leazzo II Visconti signore di Milano), adottata da tutti i duchi, 
non esclusi quelli di casa Sforzesca: Il tizzo colle secchie pendenti, 
ed il motto: Humentia Siccis. 

1 documenti trascritti in questo codice, sono copie autentiche, 
munite però delle firme e tabellionati di molti notari, l' una in se- 
guito all'altra, in modo da comporne un volume. È rilegato in 
cuojo bruno (tannè, come dicevasi), ha fermagli sui tre lati ed 
impronte dorate sui cartoni. 

Col primo decreto (4 dicembre 1497, sottoscritto Ludovicus, 
e controsegnato da Bartolomeo Calco, senza traccia di sigillo) si 
concedono ai Domenicani di Santa Maria delle Grazie alcuni am- 
pliamenti del loro convento sui terreni vicini; si accordano diritti 
d'acqua per irrigazione dell'orto; si condonano imposizioni, e si 
vogliono immuni da altre gravezze. Si enumerano altresì ricchi og- 
getti di orificeria, arredi sacri a servizio del culto, addobbi di 
seta con ricami d'oro, ed arazzerie già prima donate coi libri co- 
rali alluminati e le campane.^ Le orificerie scomparvero poco 



^ I ricamatori in oro milanesi erano già da tempo venuti in gran fama. Il Brantóme 
nelle Dames Galantes così ne parla : « Le tout en broderie d'or et d'argent, ainsi que 
de tout temps les bons brodeurs de Milan ont sceu bien faire par dessus les autres, etc. » 
Gli arazzi poi, i patini di razza o di razzia, come disse l'Ariosto e prima Saba da Ca- 
stiglione, si tessevano, sin d'allora nel Ducato, di alto e basso liccio. Due scrittori 
poco noti, Bettino da Trezzo, nella sua Letilogia (Milano, 1486), e Lancino Curzio {Syl- 
varum, lib. decem, Med., apud Rochum et Ambrosium fratres de valle Fayot excud. 
MDXXI, in-f.o) ne discorrono assai chiaramente, in rozzi versi italiani il primo, in for- 
bitissimi esametri latini il secondo. Il Pungileoni ci assicura che ad Urbino sull'inizio 
del secolo XVI si trovava un ottimo arazzista di patria milanese, che il duca Francesco 
Maria della Rovere aveva riccamente ricompensato, nel tempo stesso di Raffaello. Fu da 
fi|Uesta fabbrica diretta da un milanese che uscirono assai probabilmente gli arazzi che 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 29 



tempo dopo, richieste dallo stesso duca Ludovico a mezzo di al- 
cuni gentiluomini, come quelle di tutte le altre chiese, in parte 
per le spese dell'imminente guerra, o più tardi per riscattarsi dalla 
prigionia/ Dovevano essere oggetti d'arte d'insigne bellezza, con 



vedevansi altre volte a Loreto. Non dimenticheremo poi che in Vigevano si lavorarono 
verso il 1503, per ordine di Gian Giacomo Trivulzio, da un Benedetto da Milano e Socj, che 
vi pose il suo nome e la data, 12 splendidissime tappezzerie d'arazzi, che ognuno potè 
vedere esposti al pubblico in Milano stesso, pochi anni sono. Vi sono trapunti i lavori 
campestri dei dodici mesi, alternati con allegorie, secondo l'uso di quel secolo, ed in- 
corniciati in un largo fregio di stemmi ed imprese. Un buon giudice, Giuseppe Mongeri, 
provò in un erudito suo articolo, pubblicato nel giornale La Perseveranza, che il di- 
segno di quelle composizioni è da attribuirsi a Bartolomeo Suardi detto il Bramantino. 
A noi poi sembra assai probabile siano questi gli stessi arazzi che decorarono sì son- 
tuosamente con altre tappezzerie le pubbliche feste offerte a Ludovico XII di Francia 
da Gian Giacomo Trivulzio nel 1507, e descritte minutamente dai nostri storici, ne di- 
menticate dal francese d'Anton, istoriografo di quel re, e che lo seguiva nelle sue spe- 
dizioni. Si rinvengono notizie su queste fabbriche di Vigevano néìV Appendice alia vita 
del Trivulzio, scritta dal Rosmini. In quel tempo, o poco prima o poco dopo, fiorivano 
in Milano altri polimitarii, cantati da Paolo Lomazzo nei suoi Grotteschi: Caterina 
Cantona, lo Schiavone e Scipione Delfinone : « Ch'in ricamar al del dispiega l'ali. » 
Milano aveva un collegio di arazzieri e ricamatori in oro ed argento, retti da statuti 
speciali, « Statuta universitatis et collegii Phrygionnm, ■» 1596 in-é». Med. e prima in 
italiano. Sulle manifatture di lana in Vigevano è da consultare la Storia di Vigevano 
di Simone dal Pozzo, la Cronaca di Vigevano del Nubilonio, ed un poemetto dedicato 
a Francesco II Sforza da Simon Colli: « Su l'orrendo sacco di Vigevano nel 1526» 
(Parma, 1527). Lazzaro Agostino Cotta nel Supplimento al suo Museo Novarese (mano- 
scritto autografo esistente nel museo Trivulzio), vi dettò le seguenti parole : « Ivi (Vi- 
gevano) nauti lo smembramento della diocesi di Novara, e dominandovi il feudatario 
Gio. Giacomo Trivulzio milanese, fu da questo introdotta la fabbrica degli arazzi e 
tapezzerie di Fiandra, ecc.. » Les tappiceries de Millan (sic) si trovano menzionate 
in un inventario del Castello di Blois, come appartenenti alla duchessa di Bretagna. 
« Les tappisseryes de Vhystoire de Bergame » erano apprezzate alla Corte di Francia, 
ma non erano ne ricamate, ne ordite in lana, bensì a disegni di rapporti di velluto sul 
raso. Carlo Vili condusse da Milano, col salario di 20 tornesi al mese, Pantaleone 
Corte « ouvreur en hrodeures », come sua moglie. Nella seconda libraria di Anton 
Francesco Doni, Venezia, Marcolini, 1551, troviamo nomato un Zaccaria milanese, che 
avrebbe scritto un libro : « dell'infinito modo del lavorare i panni-arazzi, tessendoli in 
quella maniera che si fanno i broccati a riccio ». Vedansi: Jubinal, Tapisseries hi' 
storiées. Lacroix, Moyen àge et renaissance — Arts somptuaires : Labarte, Arts in- 
dustriels: Leon de Laborde, Les ducs de Bourgogne, Renaissance des arts à la cour de 
France; ed in particolare: Francisque Michel, Histoire des étoffes de soie, or et ar- 
geni, etc. Sulla tintura delle sete e delle lane nell' Italia del secolo XVI è conosciuto 
un raro libro di Gioanventura Rossetti , Plichto de V arte di tentori. Venetia, Rampa- 
zeto, 1540 in-8o. Vedasi nel Cerio (Parte III delle Historie milanesi) VìnYQniaino diQg\\ 
ornamenti della cappella e da camera portati in Francia da Valentina Visconti. 

^ Poiché si è toccato qui della prigionia del Moro, non sarà inopportuno il ristabilire 
la verità, stranamente alterata da molti scrittori. Lodovico fu subito condotto in Fran- 



30 LODOVICO MARIA SFORZA 



incastonature di gemme, cammei, pietre incise, smalti, nielli, poi- 
ché non dimenticheremo che quella era pel ducato l' epoca più flo- 
rida in ogni arte : 

Godi Milan che drente alle tue mura 

De gli huomini excelienti hoggi hai gli honori, 



scrisse il Belincione; ed altrove: 



Venite, dico Athene hoggi Milano, 
Ove è il vostro Parnaso Ludovico. 



Per quanto risguarda l'arte dell'orafo nel Ducato, basterà ricor- 
dare Ambrogio Foppa detto il Car adesso, e Daniele Arcioni, meno 
noto ma di merito uguale, se non superiore al primo, nel fondere 
smalti translucidi sull'oro cesellato e nel niellare. Di questi due ec- 
cellenti orafi-scultori abbiamo notizie nel Cellini, nel libro di Am- 
brogio Leone:. De nobilitate rerum; nel Gaurico: De sculptura^ in 
Ambrogio Teseo Albonese ; nel Libro degli Ammaestramenti di Saba 
da Castiglione; nel Vasari, e nel poema inedito di Giovanni Santi 
padre di Raffaello ; e più vicino a noi negli scritti di Leopoldo Ci- 
cognara, dell'abate Zani e di Eugenio Piot. Quest'ultimo cita an- 
che un Paolo Arzago. 

In un codicetto pergameno che conservasi in una privata libreria 



eia, in prima a Pierre-Encise, poi trasferito nella torre Lys-Saint-Georges nel Berry, 
infine poi quattro anni dopo a Loches. In quest'ultimo castello egli passò il rimanente 
dei tristi suoi giorni, e non già rinchiuso in una gabbia di ferro, come vorrebbero Pao- 
lo Giovio ed il Mezerai, ma libero di uscire dalla sua cella non solo, ma anche dal recinto 
fortificato, accompagnato soltanto da qualche sentinella. L'infelice Lodovico ornò la sua 
prigione di pitture, in verità non troppo artistiche, ma che indicavano per altro un 
certo ingegno; di contro alla finestra ferrata che dava luce al suo appartamento, egli 
aveva costrutto un gnomone, destinato a contargli le lunghe ore della sua prigionia. 
Si leggevano sulle pareti alcuni versetti dei Salmi ed altre sentenze adatte alla sua 
posizione. Leggesi ancora chiaramente : dixisse me aliqnando 2)oenituit.... tacuisse mm- 
quam.... Al di sopra del caminetto egli si era disegnato in piedi, fra due cannoni, ri- 
vestito della sua armatura e colla visiera calata. In oggi ancora sì vedono quelle pit- 
ture, delle quali è ornato persino il soffitto; delle leggende scritte, poco e difficilmente 
può leggersi in oggi, ma alcuni anni sono, prima che l'umidità alterasse l'intonaco delle 
muraglie, erano ancora visibili, e noi ne abbiamo rimarcate le traccio, non senza com- 
mozione dell'animo, nell'anno 1845. Quelle animate muraglie spiravano al vivo le mi- 
serie delle corone in mezzo alle apparenti loro felicità. 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 31 



milanese: Matricola degli orefici milanesi^ incomincia col 1311 
e termina sullo scorcio del secolo passato: sotto gli anni che cor- 
rono dal 1494 al 1498 troviamo, oltre i precedenti, un Lazarino da 
Lonate, un Jacopo de Regnis, un Ambrogio pure da Lonate, Giro- 
lamo Sferoneri, un D. Gioldis, Filippo de Cornagiis, Francesco di 
Caseriis, Paolo di Marliano, Damiano Calvi, Giacomo da Milano, 
Gio. Tettavegio, Cristoforo dal Pozzo (di Puteo), Bernardo Lattuada, 
Leonardo Scaravagio, Gio. Batt. da Carcano, Bernardo da Senago, 
Gio. Pietro da Vicomercato, ed altri molti che sarebbe troppo 
lungo l'enumerare, bastando quanto abbiamo detto a provare lo 
sviluppo veramente singolare che avevano raggiunto in Milano 
queste arti minori^ ora dette, con espressione assai impropria, in- 
dustriali. 

Questo primo decreto esiste in originale su bella pergamena, 
tinta di minio e dorata, con stemmi, emblemi ed imprese (le sec- 
chie appese al tizzo), munito di firma autografa di Ludovico, con- 
trosegnata B. Calchus^ con traccia di sigillo, nel R. Archivio di 
Stato in Milano. Da una nota del fu cav. Osio si potrebbe indurre 
ne esista anche una copia a stampa, che a noi dopo molte e dili- 
genti ricerche non fu dato di rinvenire. Essa dunque, se esiste, 
deve essere rarissima, né vale a diminuire importanza alla nostra 
pubblicazione. 

Il secondo documento è un progetto di decreto di frate Vin- 
cenzo Baldelli o Bandelli di Castelnuovo, priore del convento delle 
Grazie. Con quest'atto s'intendeva di accettare le concessioni du- 
cali e le donazioni portate dal decreto precedente, e si disponevano 
i mezzi più acconci a dimostrare efficacemente la gratitudine del 
sodalizio per tanti beneficj, colla celebrazione in perpetuo di al- 
cuni anniversarj. 

Abbiamo scientemente detto progetto di decreto, perchè, man- 
cando questo documento di data, sottoscrizione e sigillo del con- 
vento, dobbiamo supporre che queste buone intenzioni rimanessero 
poi senza effetto, in causa dei torbidi sopravvenuti nello Stato, e 
della minaccia di imminenti fatti di guerra. Siamo tanto più ve- 
nuti in questa opinione pel fatto che all' Archivio . di Stato l'origi- 
nale non esiste, e soltanto vi abbiamo rinvenuto un breve sunto 
ed una noterella ove è citato il decreto senz'altro, dicendosene 
l'originale '^ in un libro pergameno rilegato in cuojo coli' immagine 



32 LODOVICO MARIA SFORZA E IL CONVENTO DI S. MARIA DELLE GRAZIE. 



di nostra Donna in oro impressa sui cartoni „. Ed è precisa- 
mente il nostro codice. Ma v'ha di più: dallo stile che tiene que- 
sto decreto nell'enumerare o ricordare i benefizj ducali di Ludo- 
vico, si vede il suo tenore assai coerente a quello del privilegio 
spedito dal predetto duca nell'anno precedente 1497, e si potrebbe 
da ciò argomentare che il priore Baldelli disponesse e preparasse 
questo documento o sullo scorcio del 1497, o sul principio del 
1498, perciò poco avanti la donazione della Sforzesca. Se poi si è 
conservato ed inserito nel volume manoscritto cogli altri atti, 
forse ciò fu in vista delle probabili difficoltà dell'avvenire, e per 
avventura potè più tardi giovare ai priori successori del Baldelli 
per accrescere qualche titolo alle ragioni del convento sulla Sfor- 
zesca, che, ripresa all'ingresso dei Francesi nello Stato di Milano 
nel 1500, e passata successivamente in diverse mani, fu vivamente 
contestata sino al 1551, nel quale anno per decreto di Carlo V 
(lo vedremo a suo luogo) ne fu restituito il pacifico possesso al 
convento stesso. 

Segue un inventario dettagliatissimo, oggetto per oggetto ed 
altare per altare, dei doni a servizio del culto già citati. Continua 
il codice con altro decreto, ed è l'Atto di donazione al convento 
stesso del latifondo " la Sforzesca „ presso Vigevano. L' originale 
sta all'Archivio di Stato. 

Seguono altri decreti di conferma delle anteriori donazioni, la 
cui descrizione allungherebbe di troppo questo cenno d'illustrazione ; 
e termina il manoscritto con due altri decreti^ sotto forma di let- 
tere-patenti, del 7 settembre 1540, sottoscritto Carlo V (in copia), in 
lingua spagnuola e latina, e 1551 (già sopra citato), relativi sem- 
pre al possesso anteriore, e ad una nuova investitura della Sfor- 
zesca, che si pubblicheranno in altro fascicolo. 

Nel suo insieme il codice consta di 43 fogli, compresi i bianchi. 

G. d'Adda. 



E IL CONVf:NTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 33 



DECRETO DI CONCESSIONI 

AI DOMENICANI DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 

Ludovicus Maria Sfortia Aiiglus, Dux Mediolani, Papié Anglerieque 
Comes ac Janue et Creinone Dominus. 

Postquam divina providentia, cuius nutu imperia, regna ac principatus 
disponuntur, ad tanti nos culmen regiminis ellegit et sublimavit , nihil 
adeo desideravìmus ac prosequuti sumiis prò viribus, quam divinum cul- 
tum, ut tenemur, exaltare et ampliare. Decet enim religiosum principem 
in primis eterni et immortalis dei gloriam extollere, a quo non vitam 
tantum, sed et super populum suum principatum tenet. Ideoque ut eius 
maiestati prò tantis perceptis beneficijs gratiarum partem exhiberemus, 
nostrum precipuum studium semper fuit in ecclesias, pia loca et dei cul- 
tores operam magnam impendere. Presertim vero religiosos viros omni 
reverentia ac devotione prosequimur, quos amplius deo famulari, prò 
nobis ac universo statu nostro dominum sanctis precibus orare^ verbis et 
exemplis populos edificare conspicimus, eisque prò viribus temporalia 
commoda et elemosìnarum subsidia elargimur, ut quietius deo vacare 
valeant, et nos eorum precibus adiuti divinam misericordiam ac pecca- 
torum nostrorum remissionem consequi mereamur, Inter coeteros vero 
propensiori studio et ampliori affectu complectimur ordinis predicatorum 
fratres de observantia, qui presertim degunt in conventu sanctse marise 
gratiarum extra portam vercellinam civitatis nostre mediolanensìs; ex- 
perimur enim eos iam a pluribus annis viros religione, sanctimonia, doc- 
trina, sinceritate, pace ac omni morum honestate polere; qui summo 
deo omni devotione in missarum celebratione, in divinis officiis ac sanctis 
cerimoniis, in assiduis orationibus, in studiis sacrarum litterarum, in ieiu- 
niis,vigiliis,paupertatis acpudicitiee amore sino querelladeserviunt,quorum 
supplicationibus, quas prò nobis ac universo domìnio nostro incessanter 
ad deum fundunt, confidimus plurimum adiuvari; civitatem vero nostram 
ac universum populum suis predicationibus, monitis, consiliis, confessio- 
num audentia et exemplis salutaribus mirabiliter sedificant. Qua propter 
hos peculiariter colìmus, cum bis assidue conversamur, illum sanctissi- 
mum locum precipue ob devotionem ad beatam virginem dei genitricem 
et sanctum Dominicum semper frequentamus. Defunctos filios nostros et 
dilectissimam consortem nostram illustrissimam Beatricem Estensem ibi 
condidimus, ubi et nos, cum deo placuerit, usque ad resurrectionis tem- 
pus requiescere cupimus. Et ut in predicto loco dei cultus, sacrae cerimo- 
nise, theologiaB ac omnium liberalium artium studium solemniter vigeant, 

Arch. Stor. Loinh. — An, I. 3 



34 LODOVICO MARIA SFORZA 

utque predicti fratres ultra centenarium numerum in eo monasterio com- 
mode ac pacifice degere possint, non cessamus continue larga manu prò vi- 
ribus illa conferre, que ad omnia predicta opportuna fore iudicamus. Me- 
morati nanque monasterii territorium ex nostro viridario et alii locis ac 
domibus circonstantibus ampliavimus, secclesiam cum capellis erreximus, 
quam et ampliare et in magnificam ac magis excellentem formam rein- 
tegrare intendimus. Capellam maiorem opus insigne, excelsum ac pre- 
clarum cum sacrastia et eius claustro adiacentibusque officinis multo 
sumptu a fundamentis construximus, ac predicta loca picturis sanctorum 
ac pulcherrimis tabulatis, choro et aliis tecis armariisque ad res sacras 
custodiendas ornavimus. Ad decorem quoque ecclesisB obtulimus ex ar- 
gento plura, ac donavimus prefato monasterio qu8B singillatim memorare 
oportunum ducimus, videlicet crucem magnam argenteam super monte 
argenteo sitam, cum imaginibus beatse virginis genitricis dei, evangelistse 
Johannis ac sanctee Maria? Magdalense. Tabernaculum argenteum ma- 
gnum prò sacro domini corpore deferendo. Octo candelabra argentea 
ad altare majoris capellae exornandum. Thurribulum magnum cum navi- 
cula et cocleari, omnia ex argento. Pacem solemnem argenteam. Bacillo 
cum duabus ampuUis argenteis. Situlam argenteam cum aspersorio. Tres 
calices, unum magnum, reliquos mediocres. Aliam quoque crucem argen- 
team cum quatuor aliis candelabris. Bacilla cum ampullis, pace et uno 
calice omnibus argenteis prò ornatu altaris beatissimse virginis MarisB 
in predicta ecclesia, ubi nos missam audire consuevimus. Tertiam etiam 
crucem argenteam in processionibus deferendam. Fecimus etiam fieri 
octo paramenta preciosa prò ministris altaris et capellse maioris prefatae^ 
que predicto monasterio donavimus, cum camisiis, stoUis ac aliis perti- 
nentibus ad singula paramenta. Primum paramentum est ex auro et 
serico nigro contextum in ricio cum columbinis argenteis, videlicet pal- 
lium altaris cum frontali, casula, cum dalmaticis ac piviali cum suis orna- 
mentis. Aliud est ex auro et serico rubeo ricio mirabili artificio cum duca- 
libus contextum, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum 
suis ornamentis. Tertium ex auro et albo plano cum leonibus contextum 
scilicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum ornamentis suis 
Quartum quoque ex auro et viridi contextum in ricio cum semper viva 
videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum ornamentis suis 
Sextum de voluto carmesino, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico 
piviale cum ornamentis suis. Septimus de voluto nigro plano, videlicet pal- 
lium altaris, casula, dalmatico, piviale cum ornamentis suis. Octavum de 
damasco nigro, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum 
ornamentis suis. Pro predictee etiam capellae apparatu dedimus spaleriam 
unam prò presbiterio cont^xt^m ex auro ricio et nigro cum ducalibus. 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 35 

Alìam etiam de veluto nigro plano cura ducalibus. Palliotum quoque prò 
pulpito parvo ex auro ricio et azuro contextum cum ducalibus. Aliud 
etiam palliotum prò eodem ex veluto nigro plano cum ducalibus, et aliud 
ex damaschino nigro; duos quoque tapetes magnos cum ducalibus, adden- 
tes aliud palliotum ex auro et albo contextum. Donavimus preterea eidem 
ecclesise unam casulam cum pallio altaris ex auro et cremesino rasio 
contexta. Singula nihilominus altaria predictee secclesiee ornavimus sin- 
gulis palliis siricis cum casulis siricis diversorum colorum prò missis par- 
vis in diversis solemnitatibus utendis ad honorem dei et prò salute animsB 
nostrse ac consortis dilectissima?. Contulimus preterea ad liberandum pre- 
dictum monasterium ab omni obligatione et onere, presertim quod habebat 
cum abbatia sancti Ambrosii in nostra urbe sita. Persolvimus etiam do- 
mum adiacentem capellee maiori et fundum prò magna parte, ubi fundata 
est sacristia, et partem orti quse protenditur usque ad finem dormitorii 
magni. Pro vidimus etiam satis habunde quantum predictorum fratrum mo- 
destia patitur et professio, unde post futuris temporibus et in presenti 
victum habeant et vestitum ac alia etiam vitse necessaria. Construxìmus 
duo ampia dormitoria et hospitium cum capitulo studentum, et aliis offi- 
cinis reparavimus. Ortum eiusdem monasterii prò magna parte cinximus. 
Suggerentibus etiam nobis, Illustrissimus quondam Johannes Galeaz dux 
Mediolani predecessor ac nepos noster donaverat partem vìridarii nostri 
predicto monasterio sitam inter barbacanos arcis, facientem angulum ab 
uno latore ad vineam que tenetur per Antonium de comite, et ab altero 
latore ad ortum predictorum fratrum versus occidentem, quee est longitu- 
dinis brachiorum quadringentorum et sexdecim vel circa. Idem quoque 
dux, suggerentibus nobis, donaverat predicto monasterio aliam partem 
viridarii versus occidentem, quae sita est post infirmariam predicti mona- 
sterii inter alveum novum et bona Ambrosii de Ferrariis ac fratrum eius, 
cuius partismensura est tabularum octo et perticarum sexdecim cum dimi- 
dia, de quibus extant litterae patentes eiusdem manu nostra subscriptse. 
Sed quia predicta non erant in potestate predicti Ducis, presertim quia 
precium non erat solutum bis qui primitus tales fundos possederant, ne 
prenominatis fratribus ac monasterio scrupulus, lis aut perturbatio orìan- 
tur occasione predictarum partium viridarii, nos qui plenam super bis po- 
testatem habemus, precipue qui de precio dominìs satisfecimus, predictas 
donationes prefato monasterio libere confirmamus, ac de novo predictas 
duas partes viridarii conferimus et donamus. Concessit etiam predictus 
dux Johannes Galeaz, nobis suggerentibus, fratribus ac monasterio pre- 
fatis facultatem utendi aquis viridarii nostri ad irrigandum ortum suum, 
ac licentiam deducendi per quoscunque rivos nostri viridarii quandam 
quantitatem aquse dicto monasterio ex testamento quondam domini Alo- 



36 LODOVICO MARIA SFORZA 

visii Càgnolse legatam; quarum aquarum facultatem ac licentiam prefato 
monasterio confirmamus, et de novo in perpetuum concedimus. Insuper 
partem aliam fundi perticarum trium et tabularura XXI, quam emimus 
a Francisco et fratribus de Ferrariis, qu8B sita est a parte occidentali 
orti dictorum fratrum inter alveum novum nostri viridarii a parte sep- 
temtrionali, et inter alia bona predictorum de Ferrariis a parte australi, 
et quse ab occidente habet prò termino alveum novum, per presentes in 
perpetuum dicto monasterio ac fratribus prò salute animse nostrae ellar- 
gimur. Predicta igitur omnia et singula prefato monasterio ac fratribus 
sanctsB Marise de gratiis obtulimus et offerimus, ac perpetuo dono sub 
elemosinae titulo in redemptionem animse ac peccatorum nostrorum et di- 
lectissimse Beatricis quondam consortis nostrse donavimus ac donamus, et 
per presentes damus ac concedimus, plura etiam facturi, dante et favente 
deo optimo et vita comite. Harum etiam serie ex certa scientia et ex no- 
strae plenitudine potestatis eiusdem monasterii priorem et fratres prò se 
ac bonis omnibus, et rebus ad usum, victum, vestitum et hedificiis eorum 
necessariis a quibuscumque datiis, pedagiis, gabellis, imbotaturis, fundis 
navium, et specialiter a datiis masinsB et cathena) ac navigiorum novo- 
rum, ceterisque oneribus ordinariis et extraordinariis, que quovis modo dici, 
exeogitari et in posterum imponi possent ubique locorum in toto nostri 
dominii territorio, immunes facimus ac liberos reddimus pariter et exemp- 
tos. Mandantes regulatoribus ac magistris reddituum et vectigalium no- 
strorum ordinariorum et extraordinariorum, et universis ac singulis offi- 
cialibus et subditis nostris, ad quos spectat et spectabit quomodolibet in 
futurum, quatinus has nostras immunitatum, exemptionum et concessionum 
ac donationum perpetuo ac firmiter valituras observent in omnibus ac per 
omnia, et faciant inviolabiliter observari sub indignationis nostrse pena. 
Supplemus etiam omni defectui solemnitatis, quse in bis presentibus do- 
nationibus et concessionibus nostris fuisset servanda, aliquibus decretis, 
statutis, ordinibus,legibus, provisionibus et aliis in contrarium facientibus 
non attentis, etiam si talia forent, quorum in individuo specialis ibi fa- 
cienda fuisset mentio, quibus omnibus in hac parte derogamus ac dero- 
gatum esse volumus. Tanta est insuper animi nostri devotio et singularis 
ad predictum raonasterium et fratres affectus, ut quoadusque vitam age- 
mus, ad omnia predicta longe malora superaddere disponamus. Rogamus 
autem dominum iesum christum omnium salvatorem, ut grata sit in eius 
servos devota voluntas nostra, et acceptabilis sibi fiat nostrarum elemosi- 
narum oblatio, digneturque merito sacrse passionis susb et intercessione 
immaculataB genitricis suae Mariee -ac sancti Dominici, sancti Petri mar- 
tiris, sancti Thomas de aquino, sancti Yincencii confessoris, sanctae Cathe- 
rinae senensis et omnium sanctorum nec non orationibus predicatorum 



E IL CONVENTO BI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 37 

fratrum culpas nobis remittere, augere merita, filios nostros conservare, 
donare pacem, concedere tranquillam dirrectionem et gubernationem do- 
mimi nostri ac populorum nobis subditorum, animas dilectissima? quondam 
consortis nostreo Illustrissimae Beatricis Estensis liberorumque ac paren- 
tum nostrorum in eternam requiem suscipere, et nos post hanc vitam in 
celis inter reges sanctos ac principes populi sui prò sua piotate collocare. 
Oramus etiam predictosfratres presentes et in posterum perpetuo futures, 
ut grata habeant hsec dona nostra, et missarum, orationum, ieiuniorum, 
abstinentiarum et aliorum sanctorum operum ac meritorum suorum nos 
habeant participes. Obsecramus denique et hortamur eos, qui in hoc 
dominio post nos disponente deo venturi sunt principes, ut exemplo no- 
stro pariter et intuitu predictum monasterium cum fratribus colant, di- 
ligant et omni favore prosequantur, permittantque libere eos omnia per 
nos concessa possidere, ac prò libito uti sìne ulla querella, et ad nostra 
munera sua etiam addere, scientes quia in iis qui principantur, nihil adeo 
ad culparum remissionem, ad cumulanda merita, ad statuum suorum tu- 
tellam ab omnibus adversis proficuum est, quam cum iusticia pietas in 
omnes, maxime in servos christi.In quorum omnium testimonium et robur 
presentes scribi fecimus, et nos propria manu subscripsimus, ac sigillo 
nostro Ducali pendente munivimus. Datum Mediolani die quarto decem- 
bri s Mcccclxxxxvij. 

Ludovicus M.^ subscripsit. B. Chalcus. 



(L. T.) Ego Ambrosius Spanzota fìlius quondam Azonis civitatis 
Mediolani porte Yercelline, parochie sancte Marie pedonis, publicus im- 
periali auctoritate notarius, suprascriptas litteras tenoris antescripti ab 
originali earum extractas cum infrascripto Aloisio de comite notarlo 
infrascripto, et originali earum manu propria prelibati Illustrissimi prin- 
cipis et B. Chalcus subscriptas, et eius ducali sigillo pendente in cera 
alba munitas examinavi, et quia addito tamen verbo videhcet nostris in 
gloxa posito cum ipso originali concordare inveni, ideo in premissorum 
omnium fìdem me subscripsi, signumque meum tabelionatus consuetum 
anteposui sub die octavo mensis julii 1499. 

(L. T.) Ego Aluisius de Comite fìlius domini Francisci civitatis Me- 
diolani porte ticinensis, parochie sancti Laurentii maioris foris, pubbli- 
cus imperiali auctoritate notarius, suprascriptas litteras, etc, etc. 

Omissis. 



38 LODOVICO MARIA SFORZA 



(L. T.) Ego Bonifortus Gira filius quondam domini Georgii porte ti- 
cinensis, parochie sancti Viti Mediolani, publicus imperiali auctoritate 
notarius, prefatas litteras, etc, etc. 

Omissis. 

Ego Franciscus de Burris filius quondam domini Rainaldi porte tici- 
nensis, parochie sancti Viti Mediolani, publicus imperiali auctoritate 
notarius, prefatas litteras, etc, etc. 

Omissis. 

(L. T.) Ego Franciscus de Regnis filius quondam domini Ambrosii 
porte ticinensis, parochie sancti Alexandri in Zebedia Mediolani, publi- 
cus imperiali auctoritate notarius, prefatas litteras, etc, etc. 

Omissis. 



(L. T.) Ego Kicolaus de Giris filius domini Boniforti porte ticinensis, 
parochie sancti Viti Mediolani, publicus imperiali auctoritate notarius, 
prefatas litteras, etc, etc. 

Omissis. 



PROGETTO DI DECRETO 

A FAVORE DEL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 

Frater Vincentius de Castronovo Ordinis Predicatorum humilis Sacrse 
Theologise professor, Conventus sancte Marie gratiarum in suburbani s 
mediolani extra portam Vercelinam Prior immeritus. Universis fratri- 
bus eiusdem ordinis presentibus et futuris has litteras inspecturis, sa- 
lutem et religionis ac observantie regularis incrementum. Omnipotens 
et clementissimus Deus universam ecclesiam suam, ac in ea precipue 
sue maiestatis servos viros religiosos spiritualibus semper fovet auxiliis, 
et temporalibus non desinit, quantum opus est, subsidiis adiuvare. Pri- 
mum credimus fieri per angelos bonos, quorum sancto ministerio illu- 
"minationes, consolationes ac tutelle spirituales peraguntur; aliud vero 
per homines ut plurimum, precipueque per religiosos principes domino 
inspirante confertur. Hi sepe numero ex devotione et spe consequendi 
orationum sufragia et spiritualia merita a viris sanctis divino servi- 



E Ih CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 3^ 

tio mancipatis favoribus suis, benevolentia, elemosinis ac aliis tempo- 
ralìbus auxiliis atque benefìciis religiosos ipsos defendunt ab omnibus 
perturbantibus, alunt facultatibus suis^ sacra studia colunt, monasteria 
et ecclesias fabricant et reparant, et omnibus ornamentis et iis que ad 
sacra rainisteria sunt necessaria, muniunt. Religionem nostram, preser- 
tim congregationem lombardie observantie regularis , a regibus, ducibus, 
principibus et comunitatibus italisB conservatam, adiutam, dilatatam et 
quodamodo nutritam novimus; sed inter omnes temporibus istis illu- 
strissimus ac excellentissimus dominus Dux Ludovicus Maria Sfortia 
anglus Dux inclitus medìolani huic nostre religioni et conventui veluti 
sol quidam effulsisse videtur, et tamquam angelus nobis de celo missus. 
Ipso enim veluti alter David ex omnibus fratribus legiptime ad ducatum 
divinitus electus et ab imperatore confirmatus, dedit confessionem lau- 
dis creatori et deo excelso in verbo glorie; amplificavit enim domum 
nostram, ortulos dilatavit, et ad eos irrigandos facultatem utendi aquis 
sui viridarii gratiose concessit; capellam maiorem opus insigne, excel- 
sum et preclarum cum reliqua parte templi mirabili, stupendo et orna- 
tissimo artificio construxit, sacrestiam et eius claustrum cum adiacen- 
tibus officinis magnifico sumptu a fundamentis errexit, fabricavit capitulum 
stupendum, et admirabile hospitium cum capitulo studentium reparavit; 
duo dormitoria ampia cum infirmarla et cameris hospitum aliisque of- 
ficinis hedificavit. Refectorium, sacrarium ac oratorium picturis pulcher- 
rimis decoravit, ac predicta loca magnificis tabulatis, choro et aliis tecis 
armariisque ad res sacras custodiendas perornavit, ceterasque partes 
monasteri! tanta compositione disposuit, ut non iam fratrum sed prin- 
cipum domus regia esse videatur. Dedit preterea in missarum et divi- 
norum ofiiciorum celebratione maximum decus, et larga manu centum 
fratribus clericis vite necessaria subministravit, statuens annis singulis 
duorum millium ducatorum elemosinam eis infalabiliter (sic) debere con- 
ferri, ut sacrse tlieologise ac omnium liberalium artium studiis incombant, 
cerimoniis observantie regularis invigilent, orationibus, meditationibus 
ac spiritualibus exercitiis vacent, et laudent in ecclesia nomen sanctum 
Domini, amplificentque die ac nocte, mane et vespere summi dei maie- 
statem. Ad decorem quoque ecclesie obtulit munifìcentia regia argentea 
vasa quam plurima prò altaris et capello ministerio, videlicet crucem 
magnam argenteam super monte argenteo sitam, cum crucifixo et ima- 
ginibus beatissime virginis genitricis dei, evangeliste Johannis ac sancte 
Marie magdalene; tabernaculum argenteum magnum prò sacro domi- 
nico corpore defferend5; octo candelabra argentea ad altare maioris 
capello exornandum. Thuribulum argenteum magnum cum navicula 
et cocleari, omnia ex argento. Pacem solemnem argenteam. Bacillo 



40 LODOVICO MARIA SFORZA 



cum duabus ampulis argenteis. Situlara argenteam cum aspersorio, 
tres calices argenteos, unum magnum, reliquos mediocres. Aliam quo- 
que crucem argenteam in processionibus defferendam. Tertiam etiam 
crucem parvam argenteam cum quatuor aliis candelabris, badila cum 
ampullis, pace et uno calice, omnibus argenteis, prò ornatu altaris 
beatissime virginis, ubi missam audire sua excellentia consuevit. Con- 
tulit etiam multa et varia preciosissima paramenta auro, argento seri- 
coque intexta, cum camixiis perornatis, manipolis, stolis ac aliis per- 
tinentibus ad singula paramenta; quibus in diversis festivitatibus et 
ministri omnes cum acollitis, thuribulario et crucif erario et altaria 
ornatissimo et faustissimo apparatu vestiuntur. Primum siquidem pa- 
ramentum ex auro et serico nigro contextum in ricio cum columbinis 
argenteis, videlicet pallium altaris cum frontali, casula cum dalmaticis 
ac piviali cum suis ornamentis. Aliud est ex auro et serico rubeo ricio 
mirabili artificio cum ducalibus contextum, videlicet pallium altaris, ca- 
sula, dalmatico, piviale cum suis ornamentis. Tertium ex argento et serico 
azuro in ricio cum moraliis contextum, videlicet pallium altaris, casula, 
dalmatico, piviale cum ornamentis suis. Quartum ex auro et serico viridi 
contextum in ritio cum semperviva, videlicet pallium altaris, casula, dal- 
matico, piviale cum suis ornamentis. Quintum ex auro et serico albo plano 
cum leonibus contextum, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, pi- 
viale cum suis ornamentis. Sextum ex aurea tella intextum loco eius, quod 
in honorem apostolorum facere disposuerat, videlicet pallium altaris, 
casula, dalmatico, piviale cum suis ornamentis. Septimum de voluto 
cremexino plano, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum 
ornamentis suis. Octavum de voluto nigro plano, videlicet pallium al- 
taris, casula, dalmatico, piviale cum suis ornamentis. Nonum de dama- 
sco nigro, videlicet pallium altaris, casula, dalmatico, piviale cum suis 
ornamentis. Pro predicte etiam capello apparatu donavit spaleram 
unam prò presbiterio, contextam ex auro et serico nigro ricio, ducalibus 
magnificis ornatam. Aliam etiam de voluto nigro plano pulcherrimis 
ducalibus ornatam. Palliotum quoque dedit prò pulpito parvo ex auro 
et serico ricio azuro contextum cum ducalibus. Aliud etiam palliotum 
ex auro et serico rubeo cum ducalibus contextum. Tertium etiam pal- 
liotum ex auro et serico albo plano contextum ducalibus ornatum. Quar- 
tum palliotum contulit ex voluto plano cremexino. Quintum quoque 
palliotum ex voluto nigro plano ducalibus ornatum dedit. Sextum vero 
palliotum ex damaschino nigro ducalibus ornatum. Contulit etiam prò 
ornatu altaris sancti Ludovici pallium unum pulcherrimum cum pianeta 
ex auro et serico morello in ricio cum fanalibus contextum. Dedit et 
prò ornatu altaris sancte Beatricis aliud pallium solemnissimum cum 



E IL COxWENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 41 

pianeta ex auro et serico rubeo in ricio cum buratis intextum. Tertium 
etiam pallium magnificum cum pianeta ex auro et serico morello in ricio 
cum serraturis intextum dedit prò ornatu altaris sacristie. Contulit etiam 
prò ornatu altaris beate virginis pallium unum pulchrum cum pianeta 
ex auro et serico rubeo plano intextum. Aliud etiam pallium cum pianeta 
veluti nigri cum ornamentìs panni auri cremexini in ricio, aliud etiam 
pallium cum pianeta damaschini nigri cum ornamentis brochati argenti 
cremexilis plani. Aliud etiam pallium cum pianeta ex auro et serico 
viridi plano intexta. Contulit etiam prò ornatu cadeletì funeralis pallium 
unum magnum in quatuor petiis ex auro et serico rubeo in ricio cum 
ducalibus intextum. Singula nihilominus aitarla predicte ecclesie ornavit 
singulis palliis sericis, cum casulis sericis diversorum colorum prò missis 
parvis in diversis solemnitatibus utendis ad honorem dei et genitricis 
eius, et prò salute anime sue ac dilectissime consortis; contulit preterea 
ad liberandum monasterium nostrum ab omni censu et obbligatione, quam 
habebat cum abatia sancti Ambrosi!. Persolvit etiam domum adiacen- 
tem capello malori et fundum prò magna parte, ubi fundata est sacristia, 
et partem orti que protenditur usque ad finem magni dormitori!. Tanta 
insuper devotione et dilectionis affectu nos complectitur, ut mirandi s 
operibus ostendat se de nobis tamquam de carissimis filiis continue 
cogitare; unde non solum per italiam, verum etiam apud principes et 
populos exterarum gentium cum ingenti admiratione tante relìgionis et 
pietatis sue erga nos gloria, honor et magnificentia percrebuit. Nam 
cum plurimi mediolanenses duces predecessores sui cum consortibus et 
liberis suis in domicilio huius urbis tumulari soleant, religiosus princeps 
iste, qui in omni corde suo semper laudavit deum, ut servos suos magni- 
ficaret et honoraret, primo liberos, deinde dilectissimam consortem Illu- 
strissimam Beatricem Extensem in maiori ecclesie nostre capella condi 
fecit, in qua magnifico preparato sepulcro ipso quoque, cum summo deo 
placuerit, requiescere usque ad resurectionis tempus disposuit. Tantus est 
preterea erga nos favor suus, ut quicquid in romana curia aut suo do- 
minio vel quocunque alio loco prò honore, prò conservatione, prò pace, 
prò augmento relìgionis nostre opportunum esse iudicaverit, non litteris, 
non laboribus, non impensis parcat, ut id cum effectu consequi valeamus. 
Tam dulci conversatione nobiscum degit, ut non dicam crebro, sed quasi 
semper nobiscum sit, nobiscum confabuletur^ de omnibus inferroget, om- 
nes specialiter agnoscat et diligat. Tanta insuper est erga nos sua fidu- 
tia, ut non vereatur in conventu nostro diutìus sepe numero non multa 
societate vallatus famihariter morari, et domestico nobiscum cibos capere 
et convivari. Crebro nobis et aliis retulit non posse satiari , sed sibi 
plurimum fore delectabile in monasterio nostro esse, nos inspicerC; de 



42 LODOVICO MARIA SFORZA 

nobis cogitare, et quomodo nobìs bona conferat et complaceat meditari. 
Laudes nostras summo gaudio audit, admiratur et extoUit, et aliis non 
solum Yerbis sed et litteris enuntiat. Nusquam legimus nec experti su- 
mus in alio principe tantam erga nos benivolentiam, fidem et pietatem, 
ut in isto augustissimo et nobilissimo duce in dies magis ac magis sen- 
timus, ut non iam dominus inter nos, sed quasi omnium nostrum parens 
ac pene unus ex nobis esse videatur. Et super bis omnibus excellentia 
sua religiosa ac deum ex toto corde diligens, non temporalem a nobis 
retributionem, non humanas laudes, non mundi glorìam inquirit, sed dei 
misericordiam et clementiam, quam intercessione beate virginis marie 
advocate nostre, sancti dominici patris nostri, ac orationum nostrarum 
suffragiis invenire confidit. Qua propter tam religiosissimi et" piissimi 
principis devotioni, dilectioni ac benefitiis volentes quales possumus 
habere gratias, et quales valemus vices rependere, ut etiam in perpe- 
tuum tante religionis et munificentie erga nos memoria derivetur ad po- 
steros nostros, convocatis patribus et fratribus huius conventus predicta 
omnia eis exposui, ac multo plura, que sigilatim (sic) exprimere litteris 
nequimus. Qui primo maxime et immortali deo et buie excellentissimo 
et humanissimo Duci tamquam parenti et domino prò tanta erga nos 
piotate ac largitate immensas gratias reddiderunt, demum non haben- 
tes quid tantis benefitiis dignum aliud rependerent, spontanea voluntate 
una mecum obtulerunt se prò sua excellentia ac eius illustrissima con- 
sorte suisque omnibus iuges et quas poterunt devotas ad Dominum om- 
nium redemptorem preces fundere, statueruntque una mecum prò ani- 
mabus ipsorum per fratres, qui nunc in hoc conventu sunt et qui in 
posterum erunt, in perpetuum infrascripta suffragia debere persolvi. 
Volumus igitur et ordinamus imprimis, quod perpetuis temporibus in 
singulis missis una comunis dicatur collecta prò felici statu sue excel- 
lentie et filiorum, et prò anima quondam Illustrissime Beatricis consortis 
sue ac animabus liberorum et parentum suorum et etiam ipsius, cum ex 
hac luce migraverit. Item quod singulis diebus perpetuis temporibus 
septem misse celebrentur prò anima prefate illustrissime Ducisse, et 
totidem prò sua Excellentia in vita pariter et in morte. Item quod sin- 
gulis septimanis feria tertia dicantur prò anima prefate Ducisse misse 
S. Gregorii, et per quatuor fratres totum officium mortuorum persolvatur. 
Item quod quolibet mense tertia die mensis celebretur unum solemne of- 
ficium cum toto officio mortuorum, et ea die quilibet conversus dicat 
quinquaginta pater noster et totidem ave maria. Semel etiam in anno 
celebretur unum solemnissimum anniversarium cum toto officio mortuo- 
rum, et per quemlibet conversum dicantur centum pater noster et toti- 
dem ave maria. Item quod singulis diebus, quando dicitur officium 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 43 



mortuorum prò fratribus et benefactoribus nostris, dicatur una collecta 
in ipso officio prò anima prefate ducisse, et post mortem ipsius ducis una 
comunis utrisque. Cum autem placuerit divine maiestati animam huius 
excellentissimi Ducis ad se vocarO; volumus imprimìs in omnibus et per 
omnia prò eius anima illa suffragia debere persolvi, que prò generali 
magisterio totius ordinis defuncto fieri solent, ut videlicet quousque eius 
corpus traditum fuerit sepulture, fratres psalterium legant et alia officia 
dicant, solemnem missam celebrent cum toto officio mortuorum. Demum 
quilibet sacerdos teneatur tres missas celebrare, et quilibet clericus to- 
tum psalterium legere, et quilibet conversus quingenta pater noster et 
totidem ave maria dicere. Postea conventus singulis diebus perpetuis 
temporibus, ut dictum est, prò eius anima septem missas celebrabit, et ea 
die qua ex hac luce migrabit, misse S. Gregorii dicentur, et per qua- 
tuor fratres totum officium mortuorum persolvetur. Singulo quoque mense 
unum solemne officium cum toto officio mortuorum per conventum ce- 
lebrabitur, et per quemlibet conversum quinquaginta pater noster et 
totidem ave maria dicentur, ac prostremo singulis annis solemnissimum 
anniversarium decantabitur cum toto mortuorum officio, et eadem die 
quilibet frater conversus centum pater noster et totidem ave maria dicet. 
Insuper et ego quoque autoritate, qua ratione prioratus huius monasterii 
funger, omnium patrum ac fratrum accedente consensu, prò tanto dile- 
ctionis affectu, prò tot elemosinis, prò tam amplis sue erga nos devotionis 
inditiis, primum excellentissimum ducem Ludovicum, cum Illustrissima 
quondam sua consorte Beatrice et liberis tam vivis quam defunctis, ac- 
cepto ad participationem omnium officiorum et divinarum laudum, devo- 
tarum orationum et meditationum, sanctorum studiorum etpredicationum, 
ieiuniorum et abstinentiarum, vigiliarum et peregrinationum, penitentia- 
rum et obedientiarum, mortificationum et disciplinarum ac omnium hono- 
rum, que in comuni vel particulari per omnes nos fratres, ac per eos qui 
in perpetuum post nos in eodem conventu futuri sunt, gratia redemptoris 
copiosissime fieri continget. Specialiter autem predictos omnes volumus 
esse participes illius excellentissimi sacrificii,per quodquottidie immola- 
mus deo patri illud sacratissimum corpus, quod dei filius traxit ex vir- 
gine, quod pependit in cruce, quod resurrexit ex mortuis, quod ascendit 
in celis, quod denique ad dexteram patris gloriosissime residet; illius 
inquam preciosissimi sacramenti volumus eos esse participes, per quod 
meritum passionis christi, quod infiniti non dubitamus esse valoris, in 
singulis missis eterno deo vivo et vero offertur prò satisfatione et re- 
demptione illarum animarum, quibus per intentionem offerentium appli- 
catur, hostiam siquidem puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, 
hostiam tam vìvorum quam mortuorum redemptionis efficacem, eorum 



44 LODOVICO MARIA SFORZA 



videlicet, quos altitudo divini consilii redimendos fore prescivit et pre- 
destinavit modis atque temporibus, quibus id fieri congruebat. Obsecra- 
mus autem divinam clementiam et eius immensam bonitatem, ut que erga 
prefatum excellentissimum Ducem et suos omnes unanimiter decrevimus 
et ordinavimus, ratum in conspecto suo habere et confirmare, et que pe- 
nurie et angustie meritis nostris desunt, sua dignetur bonitate supplere, 
ne votum et desiderium nostrum vacuum sit et inane. Oro insuper eius 
piissimam misericordiam, ut merito passionis et sanguinis unigeniti filii 
sui domini nostri iesu christi, et intercessione sanctissime dei genitricis 
marie ac beatissimi patris nostri dominici, sancti petri martiris, sancti 
thome de aquino^ sancti vincentii confessoris, sancte Catherine de senis 
et omnium sanctorum celestis curie, humilibusque supplicationibus nostris 
religioso et glorioso duci nostro remittat culpas, gratiam conferat, augeat 
merita, ab omni peccato custodiat, adiiciat vitse suee plurimos dies, ca- 
stimonia, iustitia, sapientia et piotate ad populos suos digne gubernan- 
dos impleat, pacem et tranquilitatem donet, eum in universa terra glo- 
riosum reddat, liberos incolumes conservet, ab omni adversitate custodiat, 
et post huius vite cursum plenum bonis et sanctis operibus in eternam 
beatitudinem suscipiat, et inter reges sanctos, inter principatus et domina- 
tiones eum perpetuo regnaturum coUocet; animas quoque Illustrissime 
quondam sue consortis Beatricis ac filiorum suorum defunctorum ac 
parentum in beatam paradisi requiem inter sanctos et electos suos be- 
nignissime recipiat. Precamur nihilominus omnes presentes et qui in 
hoc monasterio futuri sunt fratres, qui has litteras nostras inspecturi 
sunt, ut memoriam tanti principis eum omni laude et benedictione reco- 
lant, et prò anima ipsius ac animabus consortis, liberorum et parentum 
suorum orationes fundant, missas celebrent et divinam clementiam de- 
votissime implorent, quatenus de immenso pelago infiniti meriti passionis 
christi, quod per sacrificium omnium predictarum missarum intendimus 
ad liberationem prefatarum animarum applicare, considerata nostra pia 
intentione et tanti principis devota elemosinarum largiiione, tantum 
dignetur acceptare, quantum ad plenam earum satisfationem et redem- 
ptionem sua maiestas iudicaverit expedire, ut luce claritatis eterne 
perfrui et visionem perpetue felicitatis consequi celeriter mereantur. 
Prestante domino nostro iesu christo, qui eum deo patre vivit et regnat 
deus benedictus in secula. In quorum omnium fidem, robur et testimo- 
nium presentes ad perpetuam rei memoriam fieri fecimus, et sigilli no- 
stri sancte Marie gratiarum Mediolani impressione muniri. 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 45 



INVENTARIO. 

Inventarium argenteorum et paramentorum, quse donata sunt per II- 
lustrissimum et Excellentissimum Ludovicum Mariani Sfortiam Anglum 
Mediolani ducem ecclesie sancte Marie gratiarunx in suburbiis porte ver- 
celline mediolani. 

Pro altari maiori. 

Primo. Crux una magna argentea ciim pede ad instar unius mentis, 
in quo sunt tres figure, videlicet beate virginis Marie, sancte marie mag- 
dalene et sancti iohannis evangeliste, super crucera autem solus chri- 
stus cum quadam capseta in pede prò condendis reliquiis. Ponderis 
onc. Dxx, donar, xii. 

Item tabernaculum unum argenteum desuper aurafcum prò corpore 
Christi deferendo, in quo sunt tres figure, videlicet sancti Dominici et 
sancti petri martiris, et in summitate eius figura Christi resurgentis, et 
est onc. CLXYiiii, donar xv. 

Item calix unus magnus totus argenteus cum patena deauratus, cum 
quatuor figuris in pomo, videlicet evangelistarum, in pede vero quatuor 
niellos: in uno figura sancti petri martiris, in alio sancti vincentii, in 
tertio Ducale mediolani, in quarto Ducale Ferrarise, et est ponderis 
onc. Lxxxi, den. vi. 

Item alius calix argenteus cum patena deauratus cum liis litteris in 
pomo nielatis, videlicet lvdovicvs maria sfortia anglvs dvx mediolani ; 
in pede vero tres niellos: in uno christus cruci afiixus, in alio beata 
virgo cum filio, in tertio autem ducale duplicatus, ponderis onc. xxxviii, 
den. xiiii. 

Item alius calix argenteus cum patena deauratus, cum quatuor figuris 
in pomo, videlicet sancti Gregorii, sancti hieronimì, sancti Ambrosii et 
sancti Augustini; in pede vero liabet tres niellos; in primo est figura 
christi in cruce, in alio ducale mediolani, in tertio autem ducale fer- 
rarle, ponderis onc. xxii, den. xxii. 

Item candelabra octo argentea cum insignis ducalibus, ponderis onc. 
Dccxxii, den. ii. 

Item turribulum unum solemne argenteum cum ducalibus, ponderis 
onc. Lxxii, den. iv. 

Item navìcula una prò thure argentea, habens figuras beate virginis 
et angeli nuntiantis, cum ducalibus in pede et lateribus, cum uno cocleari 
argenteo, ponderis onc. xlviii, den. xvj, 



46 LODOVICO MARIA SFORZA 



Item pax una argentea deaurata cum tribus figuris in medio, videlicet 
christì per modum pietatis, beate virginis et sancti iohannis evangeliste, 
ponderis onc. xlix, den . . . 

Item situlam unam argenteam cum aspersorio cum ducalibus niellatis, 
ponderis onc. xxxv, den. yi. 

Item bacileta una argentea cum duabus ampullis, ponderis onc. xl , 
den. XII. 

Item nielli duo argentei, in quibus est figura beate virginis cum filio 
et litteris Beatrix estensis, et sunt prò pivialibus, ponderis onc. ix, 
den. xviii. 

Pro altari beate Virginis, 

Imprimis Crux una argentea deaurata, habens ab una parte Christum 
cruci affixum, ab altera figuram beate virginis cum pede argenteo non 
deaurato, cum uno ducali niellato, et est ponderis onc. xlix. 

Calix unus argenteus totus deauratus cum patena habens in pede tres 
figuras, videlicet pietatis, beate virginis et beati iohannis evangeliste, et 
in pomo sex seraphinos smaltatos, ponderis onc. xxii, den. xii. 

Candelabra quatuor argentea deaurata, ponderis onc. lxxxxvi. 

Bacileta una argentea cum ampullis, ponderis onc. xxvi, den. xii. 

Item pax una argentea cum ducali niellato, ponderis onc. xvii, den. xii, 

Paramenta ducalia prò altari maiori, 

Imprimis. Paramentum unum aureum semper rizium in serico nigro, 
cum columbinis argenteis contestum et ornamentis suis polimitis, videli- 
cet palium àltaris, pianeta, dalmatice et piviale, cum septem camisiis, 
videlicet unum prò sacerdote, unum prò diacono, unum prò subdiacono, 
duos prò accolitis et alios duos prò turribulo et cruciferario, cum omni- 
bus ornamentis sibi necessariis, cum coperta lectorini prò colectario 
aurea rizia in serico celestino cum brevibus contesta. 

Item aliud paramentum argenteum super rizium in serico azurino cum 
moraliis contestum, cum ornamentis suis polimitis, videlicet palium àlta- 
ris, pianeta, dalmatice et piviale, cum septem camisiis prout supra, cum 
omnibus ornamentis sibi necessariis. 

Item aliud paramentum aureum rizium in serico cremesino cum du- 
calibus contestum, cum ornamentis suis polimitis, videlicet palium altaris, 
pianeta, dalmatice et piviale et coperta prò lectorino coUectarii^ et septem 
camisiis eiusdem brocati, prout supra, cum omnibus ornamentis suis. 

Item aliud paramentum aureum super rizium in serico viridi cum 
g^mpervivis contestum, cum ornamentis suis polimitis, videlicet palium 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 47 

altaris, pianeta, dalmatice et pigiale, cum septem camisiis prò ut supra, 
cum ornamentis suis. 

Item aliud paramentum aureum planum in serico albo cum leonibus 
contestum, cum ornamentis suis rasii azuri, cum leonibus polimitis, vide- 
licet palium altaris, pianeta, dalmatice et piviale, cum septem camisiis 
prout supra, cura omnibus ornamentis suis. 

Item aliud paramentum voluti cremesini cum ducalibus in razio viridi 
polimitis, videlicet palium altaris, pianeta, dalmatica et piviale et coperta 
prò lectorino colectarii, et septem camisiis prout supra, cum rasio viridi 
polimitis cum omnibus ornamentis suis. 

Item aliud paramentum voluti nigri cum ornamentis panni aurei cre- 
mesini plani^ videlicet palium altaris, pianeta, dalmatice et piviale et . 
coperta lectorini prò colectario, et octo camisiis prout supra, salvo quod 
una est adiuncta prò eo qui defert aquam benedictara in processione, 
cum omnibus ornamentis suis. 

Item aliud paramentum damaschini nigri cum ornamentis suis voluti 
cremesini cum ducalibus polimiti, videlicet palium altaris, pianeta, dal- 
matice et piviale et coperta prò lectorino colectarii, et sex camisiis tan- 
tum cum omnibus ornamentis suis. 

Item spalerìa una aurea in rizio prò presbiterio in serico nigro cum 
armìs ducalibus polimitis. 

Item banchale unum voluti cremesini prò presbiterio cum franziis 
aureis. 

Item spaleria una voluti nigri simul cum banchali prò presbiterio, 
quando fit prò defunctis, cum armis ducalibus polimitis, 

Pro altari beate Virginis. 

Primo. Palium unum aureum planum in serico rubeo cum pianeta sua 
et camisia sua cum omnibus ornamentis sibi necessariis, prò missa parva 
tamen. 

Item aliud palium aureum planum in serico viridi cum pianeta sua et 
camisia cum ornamentis ut supra. 

Item aliud palium veluti nigri cum pianeta sua et ornamentis panni 
aurei cremesini in rizio, cum camisia et ornamentis ut supra. 

Item aliud palium damaschini nigri cum pianeta et ornamentis panni 
argentei plani cremesini, cum camisia sua et omnibus ornamentis ut supra. 

Pro altari sancii Ludovici, 

Palium unum aureum super rizium in serico morello cum fanalibus 
et argento contestum, cum pianeta sua et oamisia cum ornamentis suis» 



48 ' LODOVICO MARIA SFORZA 



Pro altari sancte Beatrids. 

Palium unum aureum super rizium in serico rubeo cuni buratis argen- 
teis contestum, cum pianeta sua et camisia cum omnibus ornamentis suis. 

Pro altari sancii Jacobi in sacrastia. 

Palium unum aureum rizium in serico morello cum seraturis conte- 
stum, cum pianeta sua et camisia, cum omnibus ornamentis suis. 

ALTRI DECRETI. 

Hoc est exemplum seu transumptum, sumptum seu transumptum per 
me Johannem lacobum Lazaronum publicum apostolica et imperiali ac 
curise archiepiscopalis mediolani auctoritatibus notarium ab infrascriptis 
originalibus litteris Illustrissimi Ducis Mediolani et instrumento. Quo- 
rum tenores tales sunt, videlìcet: 

Ludovicus Maria Sfortia Anglus Dux Mediolani, etc. Papié Angle- 
rieque comes ac Genue et Cremone dominus. Pecculiari affectione et 
observantia semper prosequuti sumus religionem fratrum sancti domi- 
nici observantie, et precipue monasterium ipsius ordinis extra hanc ur- 
bem nostram Mediolani sancte Marie gratiarum, tam ob respectum eius 
qui ipsius ordinis caput et princeps fuit, quam quod in eo ordine semper 
fuere viri et morum sanctimonia et doctrina apostolica insignes, qui vel 
dicendo vel exempio suo ceteros ad bene vivendum movere possint. Ac- 
cessit ad augendum nostram in ipsum ordinem benivolentiam, quod cum 
in predicto monasterio Illustrissime quondam Domine Beatricis Ducisse 
Mediolani consortis nostre charissime ossa requiescant, simulque Illustrium 
quondam filiorum nostrorum corpora, ad propitiandum eorum animabus 
deum continuis missarum et offitiorum suffragiis semper incumbunt, pa- 
riterque prò incolumitate et rebus nostris ac ad impetrandam nobis a deo 
optimo veniam assiduas preces fundunt, proque anima nostra, cum bine 
discesserimus, semper precaturi sunt. Iccirco ut in hoc sancto proposito 
quietius perseverare possint, si eorum victui commode provideatur, ut- 
que nos erga eos grati videamur, tenore presentium ex certa scientia 
motu proprio ac de nostrse potestatis plenitudine etiam absolute pre- 
nominato monasterio sancte Marie gratiarum in usum fratrum, qui in eo 
prò tempore fuerint, donamus et elargimur titulo pure, mere et irrevo- 
cabilis inter vivos donationis omnes et singulas possessiones et bona 
nostra Sfortiane, existentes inter territoria terrarum Viglevani, Grambolati 
etflumen ticini, salvo tamen errore coherentiarum, una cum pertinentiis, 
r^dditibus, ìurisdictione, aqueductibus, iuribus aquarum, molendinis, do* 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 49 

mibus, cassinis et navigiis suis et ceteris omnibus que in investitura Phi- 
lippi Guasconi et sotiorum presentium fictabilium nostrorum continentur, 
que omnia prò expressis hic haberi volumus: presente Keverendo Domino 
fratre Vincentio de Castro novo priore ipsius monasteri, acceptante pre- 
dictam donationem nomine ipsius monasteri], transfer entes in ipsum mo- 
nasterium et in prò eo agentes omnem actionem, potestatem et iura, 
que in ipsis possessionibus et bonis Sfortiane habemus, ponentes ipsum 
et ipsos in locum, ius et statum nostrum, ita ut deinceps de suprano- 
minatis possessionibus et bonis agore, disponere, gaudere, possidere et 
frui possint tanquam de re propria. Constituentes nos eas tenere nomine 
ipsius monasterii et prò eo agentium, donec possessionem et tenutam 
ipsarum possessionum et bonorum apprehenderint; et hec omnia omnibus 
et singulis legibus, decretis^ statutis, ordinibus, consuetudinibus et aliis 
quibuscumque in contrarium facientibus aut aliam formam dantibus non 
attentis, etiam si talia forent, de quibus spetialem et expressam fieri 
mentionem opporteret, maxime decreto nostro prohibente bona immobilia 
in non subditum eidem iurisdictioni posse transferri : quibus omnibus ex 
eadem certa scientia predicta et de nostre potestatis plenitudine deroga- 
mus et derogatum esse volumus, mandantes magistris intratarum nostra- 
rum et thesaurario generali, ac ceteris omnibus officialibus et subditis 
nostris presentibus et futuris, ut has donationis et mentis nostre litteras 
firmiter observent. In quorum testimonium presentes fieri iussimus ac 
registrari, nostroque sigillo muniri. Datum Mediolani die tertia decem- 
bris millesimo quadrigentesimo nonagesimo octavo. 

Ludovicus Maria. B. Chalcus. 

In nomine domini amen. Anno nativitatis eiusdem millesimo quadri- 
gentesimo nonagesimo nono, indictione secunda, die tertio septembris. 
Cum sit quod lUustrissimus dominus dominus noster Ludovicus Sfortia 
Anglus Dux Mediolani, etc, Papié Anglerieque comes ac Genue et Cre- 
mone dominus, qui maxima semper affectione est prosequutus mona- 
sterium et fratres sancte Marie gratiarum Mediolani ordinis predicato- 
rum de observantia, volens ibidem esse studium generale theologie et 
omnium artium cum residentia fratrum prò missis centum ad minus, et 
ob id eisdem multa donaverit, providerit etiam de victu et de aliis ne- 
cessariis per annuales et ordinarìas elemosinasi postremo autem firmius 
et in perpetuum eisdem providerit, dando et donando et in eos transfe- 
rendo possessionem suam et bona sua Sfortiana, ìacentia inter territoria 
Viglevani, Gambolati et flumen ticini et alios suos confines, ut de omni- 
bus et singulis prefatis latius dixit constare ex duobus privilegiis su- 

Arch. Stor: Lomh. — Ax. I. 4 



50 LODOVICO MARIA SFORZA 

perinde confectisin auctentica forma, ad quam se refert, et que habeantur 
hic.pro insertìs, quatenus tamen opus sit et expediat et non alìter, et 
primo quidem de anno domini millesimo quadrigentesimo nonagesimo 
septimo, die et mense in eo contentis; cumque etiam tenuerit et posse- 
derit prefata bona Sfortiana, nomine tamen dictorum fratrum et mona- 
steri!, et eisdem solverit in parte et prò parte fictum prò dictis bonis 
Sfortianis ; omnibus igitur bis sic, ut pref ertur, narratis veris existentibus, 
ut ambe partes asseruerunt et dixerunt; nunc sua excellentia motu 
proprio et certa scientia prefata privilegia et contenta et donata in eis 
confirmat et ratifìcat, et quatenus opus sit et expediat, de novo concedit 
et donat, et etiam prefatam possessionem et bona Sfortiana prefata re- 
stituit et reconsignat ; et hec omnia et singula egit et agit omni meliori 
modo, via, iure et forma, quibus melius et efficatius fieri potest et debet. 
Fructus etiam et redditus prò ficto sibi debito a Philippe guascone et 
sociis suis fictabilibus suis sic disponit et ordinat, quod videlicet usque 
ad illam summam, que dictis fratribus debetur per suam excellentiam 
prò ficto diete possessionis et bonorum non complete soluto, prò illa 
summa dat et solvit prò completa solutione dictorum bonorum et ficti; 
reliquos autem qui supersunt, nihilominus illos dat et donat eisdem fra- 
tribus prò elemosina et anime sue mercede. Et hec omnia et singula 
acta et gesta sunt presente ibidem reverendo patre domino fratre Vin- 
centio de Castronovo priore prefati monasteri et fratrum, acceptante et 
stipulante omnia et singula prefata bona nomine et vice prefati mona- 
sterii et fratrum, specialiter autem et maxime et in individuo et singu- 
lariter restitutionem et reconsignationem diete possessionis et bonorum 
sfortianorum, et etiam fructus et redditus prò ficto et pensione prò com- 
pleta solutione ficti. Qui prefatus lUustrissimus Dux dedit prefato do- 
mino priori "nomine quo supra omnem auctoritatem et omnem posses- 
sionem de prefatis bonis, quam ipsemet habuit ante dictam donationem 
et confìrmationem, posse in eis continuare et perseverare et ea gaudere 
et frui ut res propria ipsorum fratrum, et ea capere absque auctoritate 
iudicis alicuius et suamet auctoritate. Qui etiam prefatus lUustrissimus 
Dux motu proprio et certa scientia et de su8b potestatis plenitudine de- 
rogavit et derogare dixit omnibus et singulis legibus, decretis, statutis, 
ordinibus, consuetudinibus et aliis quibuscunque in contrarium facienti- 
bus aut etiam aliam formam dantibus, etiam si talia forent, de quibus 
spetialem et expressam et in individuo mentionem fieri opporteret, su- 
plens omnes et singulos defectus solemnitatum, que in huiusmodi requi- 
runtur, in finem et effectum, ut prefati fratres sint domini et possessores 
omnium et singulorum prefatorum bonorum ; dans etiam mihi notario 
infrascripto mediolanensi licentiam et auctoritatem posse hunc instru- 



E IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE. 51 

mentum tradere. Actum in camera existente in capite porticus versus 
viridarìum in domo episcopatus Comi, presentibus ibidem magnifico Do- 
mino Marchesino Stanga secretario, et domino Alexandro de Cremona 
seschalco, et domino Nicholao de nigrìs, et domino Andrea de Burgo 
cancellariis ducaiibus, et omnibus testibus notis et idoneis et ad pre- 
missa vocatis, habitis et rogatis. Ego Dionisius Confanonerius civis me- 
diolani porte nove, parochie sancti Eusebii, Ducalis cancellarius ac? Du- 
cati, etc, imperiali auctoritate notarius presens instrumentum aliena 
manu transcrìptum tradidi, et quia cum originali concordare inveni, me 
propria manu subscripsi, et signum meum tabellionatus apposui consue- 
tum in fidem et testimonium premissorum. 



In nomine domini amen. Anno nativitatis eiusdem millesimo quin- 
gentesimo decimo nono, indìctione septima, die martis decimo mensis 
maii. Pontificatus Sanctissimi in christo patris et domini domini nostri 
Leonis divina providentia pape decimi anno septimo. Premissum exem- 
plum seu transumptum sumptum seu transumptum a suprascriptis origi- 
nalibus litteris ducaiibus et instrumento per me iam dictum Joannem 
Jacobum Lazaronum notarium infrascriptum, ut premittitur, sumptum et 
transumptum fuit coram Reverendo domino Ruffino de belingeriis decre- 
torum doctore, archipresbitero ecclesie sanctorum Naboris et Felicis de 
pustino papiensis diocesis, Reverendissimi in christo patris et Illustrissimi 
domini domini Hippoliti miseratione divina sacrosante romane ecclesie ti- 
tuli sancte Lutie in scilice diaconi Cardinalis et sancte mediolanensis ec- 
clesie administratoris Vicario generali, prò tribunali sedente super quadam 
cathedra posita in eius domo habitationis sita in porta nova apud eccle- 
siam sancti Victoris et quadraginta martirum mediolani, ubi per eum 
iura redduntur, quem locum et quam cathedram prefatus dominus Vi- 
carius prò infrascriptis peragendis prò eius loco et tribunali idoneis 
prò infrascriptis peragendis elegit et eligit in hac parte, presentatum, 
intimatum, insinuatum et notificatum, et in eius domini Vicari! presentia 
lectum, coUationatum et auscultatum per me iam dictum Joannem Ja- 
cobum parpalionum et Joannem Angelum de Crodariis notarios infra- 
scriptos, et in presentia testium infrascriptorum : et quia prefatus Reve- 
rendissimus dominus Vicarius premissum exemplum seu transumptum 
cum ipsis originalibus et auctenticis litteris ducaiibus ac instrumentis 
de verbo ad verbum concordare invenit, idem Reverendus dominus Vi- 
carius prò tribunali sedens ut supra, instante et requirente venerabili 
domino fratre Mariano de novaria professo ordinis predicatorum ac 
sindico venerabilium dominorum prioris, fratrum et conventus mona- 



52 LODOVICO MARIA SFORZA 



sterii Domine sancte Marie gratiarum ordinis predicatorum extra muros 
Mediolani, predicta et infrascripta fieri petente et requirente, decrevit 
et decernit, ut ipsi exemplo seu transumpto sicut ipsìs originalibus lit- 
teris ducalibus et instrumento fides piena ubilibet adhibeatur in iudicio 
et extra; eidemque sumpto seu transumpto suam et prefati Reveren- 
dissimi et Illustrissimi domini domini Cardinalis et administratoris ec- 
clesie mediolanensis auctoritatem et decretura interposuit et interponit, 
mandantes prefatus dominus Vicarius et dictus dominus frater Ma- 
rianus atque rogantes per me Joannem Jacobum Lazaronum notarium 
infrascriptum publicum confici debere instrumentum. Actum in dictis do- 
mibus prefati domìni Vicarii sitis ut supra, presentibus ibidem domino 
Francisco de bossiis filio quondam domini Sigismondi porte nove, parrò - 
chie sancti Andree ad pusterlam novam mediolani , venerabili domino 
Jeanne Francisco de Cusano canonico prebendato ecclesie sancti Nazarii 
in brolio Mediolani, et domino presbitero Bernardo de samar ate filio quon- 
dam domini Laurentii habitator terre abiatis grassi mediolanensis dio- 
cesis, omnibus testibus notis et idoneis ad premissa vocatis spetialiter 
et rogatis. 

(L. T.) Ego Joannes Jacobus de Lazaronibus, filius quondam domini 
Christophori porte horientalis, parrocbie sancte Marie pasarele mediolani, 
publicus apostolica et imperiali ac curie archiepiscopalis mediolani auc- 
toritatibus notarius, premissum exemplum seu transumptum suprascri- 
ptorum instrumenti ac litterarum ducalium in cartha membrana sigillo 
ducali sigillatarum et subscriptarum Lvdovicvs Maria, B. Calcvs, et su- 
prascripti instrumenti subscripti et autenticati per prefatum dominum 
Dionisiumde Confanoneriis notarium et canzellarium ut supra fuit per me 
suprascriptum Jacobum Lazaronum notarium et infrascriptos Joannem 
Antonium palpalionum ac Joannem Angelum de Crodariis notarios in- 
frascriptos, coram prefato Reverendo domino Ruffino vicario antedicto 
prò tribunali sedente ut supra, cum dictis originalibus litteris ducalibus 
et instrumento fideliter et diligenter auscultatum, collationatum et exa- 
minatum, et quia illud de verbo ad verbum cum dictis originalibus lit- 
teris ducalibus et instrumento concordare inventum fuit , ideo rogatus 
instrumentum tradidi et subscripsi, signumque meum tabellionatua ap- 
posui consuetum in testimonium premissorum. 

(L. T.) Ego Joannes Antonius de parpalionibus, filius domìni Ber- 
nardini porte ticinensis, parrochie sancti Laurentii maioris foris me- 
diolani, publicus apostolica et imperiali ac curie archiepiscopalis me- 
diolani auctoritatibus notarius premissum exemplum, etc, etc. 

Omìssis. 



E IL CONVENTO DI S. MARIA DELLE GRAZIE. 53 

(L. T.) Ego Joannes Angelus de Crodariis, filius domini Simonis 
porte ticinensis, parrochie sancti Vincentii in Prato intus mediolani, 
publicus imperiali et curie archiepiscopalis mediolani auctoritatibus 
notarius premissum exemplum, etc, etc. 

Omissis. 



NOTA COMPLEMENTARE. 

Il cav. Osio ebbe ragione. All'ultima ora ci cade sott'occhio una 
pubblicazione del chiarissimo proposto D. Carlo Annoni, col titolo 
Documenti spettanti alla Chiesa Milanese^ ecc.; in 8% Como, Osti- 
nelli, senza data, ma del 1839, dove si legge il primo dei Diplomi, 
pubblicati qui sopra, seguito da buona parte deìV Inventario. 

Tuttora inediti (almeno così crediamo) sono tutti gli altri, com- 
presi quelli che si daranno nei numeri successivi deìV Archivio. 



PROPOSTA DI UN SOCIO, 



Alius enim alio plura invenire potest, nemo omnia . . 
AusoNiTJS, Symmacho S. 



La congregazione riformata dei Benedettini di San Mauro, fon- 
data nel 1621 col patrocinio del ministro cardinale di Kichelieu, 
si componeva di religiosi, convinti di questo, che lo studio delle 
scienze e delle lettere poteva camminare di conserva coi doveri del 
loro stato: e si posero al lavoro con queir intenso ardore che non 
poteva animare se non che uomini alieni da qualunque distrazione 
mondana; perseverandovi poi, diremmo quasi, colla costanza dei 
martiri e la fede dei confessori. I risultati furono superiori ad ogni 
aspettazione, e crediamo rimanere nei limiti del verosimile asse- 
rendo che, qualunque sia per essere il progresso presente e futuro 
delle storiche discipline, la Diplomatica^ VArte di verificare le date, 
la Gallia Cristiana, lo Spicilegio, la grande Collezione degli storici 
della Francia, V Antichità spiegata, le Storie di tante provincie e 
paesi, ed altre raccolte voluminose, resteranno monumenti imperi- 
turi dell' erudizione più estesa e la meglio digerita : congerie im- 
mensa di fatti e documenti, dove attinge largamente la scienza 
contemporanea, ed attingeranno le future generazioni senza peri- 
colo d'esaurimento. 

Tutto ciò è noto a sufficienza, da pochi discusso per prevenzioni 
d'altra natura, e, per mediocre che sia la sua coltura, da nessuno 
negato. Quello che è meno conosciuto si è lo spirito che informava 
quel potente organismo, l'ordine ed il sistema, mediante i quali fu 



PROPOSTA DI UN SOCIO. 55 



loro possibile intraprendere e condurre a buon termine quei lavori 
giganteschi. L'oggetto delle investigazioni di ciascheduno era noto 
a tutti, e ciò che nelle proprie ricerche si rinveniva dall'uno, di 
utile di peregrino relativo agli studj altrui, si deponeva in una 
bussola, espressamente praticata nella cella dell'altro: nulla così 
andava perduto, tutto anzi riusciva di profitto agli studj generali 
della comunità. Questo metodo, altrettanto facile quanto efficace, 
fu da alcuni Inglesi applicato modernamente ad un periodico che 
ebbe vita nell'anno 1849 col titolo. Notes and Queries.^ L'objet- 
tivo era di venire in ajuto agli uomini di lettere, alle persone 
studiose, risparmiando loro in molti casi penose ricerche nelle bi- 
blioteche pubbliche o private, la fatica e il dispendio di viaggi 
lontani. Il giornale è redatto dai suoi stessi associati, né accoglie 
nelle sue colonne altri scritti, se non che, nella prima parte, le 
domande, i quesiti, le proposte su qualunque materia d'erudizione ; 
le risposte o le soluzioni de' problemi antecedenti nella seconda ; il 
tutto poi confortato da utili comunicazioni relative a queste od 
a quelle. Vive tuttora vita prosperosissima, e fornito com'è da 
25 anni, e ad ogni semestre, di copiosi e ordinatissimi indici, sia 
metodici che alfabetici, è divenuto in oggi un repertorio ricchis- 
simo di notizie le più peregrine e varie, di soluzioni ingegnose di 
problemi storici, artistici ed archeologici, che invano si cerchereb- 
bero altrove. 

Trovò questa idea felicissima seguaci ed imitatori in America, 
in Ispagna e in Olanda col Navorscher di Amsterdam. A Parigi 
l'anno 1864 una Società di dotti, letterati, artisti, bibliofili, archeo- 
logi, genealogisti ed altri colti curiosi, com'essi dicono, fondava 
V Intermediare des chercheurs et curieux. Visse sfortunatamente po- 
chi anni, e cessò per motivi che nulla sentono del letterario. L'u- 
tilità di questo giornale era talmente preziosa che, a quanto ci 
vien detto, si pensa seriamente a richiamarlo alla luce. Né qui 
perderemo tempo a provare l'evidenza : corrispondenze che si scam- 
biano fra dotti e semplici raccoglitori, fra persone erudite e cer- 
catori speciali, con risparmio di fatica, di tempo e di denaro, che 
non esigono complimenti oziosi, né cerimoniose azioni di grazie, 



* A medium of Infer-Comimicafion for literary meri, artists, antiquaries, genealo- 
gists, etc. 



56 PROPOSTA DI UN SOCIO. 



talvolta importune, sembreranno, ne slam certi, a tutti come a noi, 
un ottimo e comodissimo trovato. 

Non citeremo fra i molti clie un solo esempio. Agostino Thierry, 
il fondatore in Francia della scuola storico-pittoresca, preoccupato 
sempre, nella sua Storia della conquista delV Inghilterra per i Nor- 
manni, dell'intento di ben distinguere la razza vittoriosa da quella 
dei vinti (preconcetto che talvolta lo fa cadere in qualche esage- 
razione), aveva personificato in Tommaso Becket lo spirito anglo- 
sassone, facendone il campione di questo contro i Normanni; il 
nono capitolo, considerato come la pietra fondamentale di questa 
istoria, non tratta che della lotta fra Enrico II e l'arcivescovo di 
Canterbery, difensore imperterrito della stirpe oppressa. Ebbene, il 
Thierry stava preparando una nuova edizione del suo libro, quando 
gli fu inviato da un amico di Scozia un numero del Notes and 
Queries, ove trovavasi il titolo ed un estratto di un'opera che 
aveva lo scopo di dare una copia fedele dei Mss. di Lambeth e 
Fitz-James. Questo unico avviso bastava a distruggere il quadro 
storico di tutta l'opera: Tommaso Becket scompariva, per dar 
luogo ad un Tommaso Béquet, normanno di nascita e di parenti. 
Pesò per anni questa dolorosa scoperta sulla mente del povero 
cieco (l'Omero della storia, come lo dissero), ma infine, più tenero 
della verità che di qualunque più grata e comoda teoria, corag- 
giosamente s'accingeva a rimodellare a fondo la sua storia, quando 
ne venne impedito dalla morte. 

Ora concludiamo. Perchè V Archivio Storico Lombardo non ser- 
berebbe una pagina, un intero foglio, se occorre, secondo la mag- 
giore minore abbondanza della materia, in coda ad ogni fasci- 
colo, ad uno scambio di idee così profìcuo a tutti, senza danno o 
molestia di chicchessia? I rapporti che cosi si stabilirebbero fra 
gli studiosi d' ogni parte d'Italia, e fra questi e la redazione del- 
l' J.rc/^mo, darebbero agio di stringere relazioni letterarie, ed anche 
vere amicizie assai simpatiche ed utili: passeggiere dapprima, ma 
che si farebbero durature, con gran soddisfazione dei temperamenti 
timidi e riservati d'indole modesta, che fra noi non son pochi, e 
che vi rinverrebbero il mezzo più acconcio di conoscere, oltre far 
meglio apprezzare, sé stessi. In Italia, assai più che altrove, ogni 
città, per quanto piccola, discosta dai grandi centri o dimenticata 
dalle ferrovie, conta studiosi assidui delle patrie cose, del proprio 



PROPOSTA DI UN SOCIO. 57 



municipio in particolare, raccoglitori appassionati di cimelj d'ogni 
maniera, ma quasi ignoti fuori della breve cerchia dei loro amici 
e conoscenti, dotti quanto modesti, oziosi nello studio, studiosi 
nell'ozio, come li direbbe il Tasso. 

Il progetto che raccomandiamo gioverebbe ottimamente a far 
convergere ad un solo centro il calore di questi sparsi focolari 
di sapere. Le semplici note che ogni studioso va prendendo sul 
suo taccuino (Singula quceque notando , come disse Orazio : 
When found tàke a note of^ come tra duceva il capitano Cuttle, 
facendone 1' epigrafe del Notes and Queries) potranno diluci- 
dare ardui problemi storici, bibliografici, artistici, e riuscire così 
di utile all' universale. Connattre seri heaucoup pour inventer 
(Mad. di Stael). Poiché, conviene pur confessarlo, col diffondersi 
fra noi dell'istruzione, si direbbero diminuiti d'intensità quei centri 
di coltura che già brillavano di tanta luce nei secoli scorsi. Uo- 
mini, veri coefficienti del loro tempo, della tempra dei Baronj, 
dei Muratori, degli Ughelli ed altri non pochi, non li troveremo 
sì- presto, e le poche ma illustri eccezioni che si potrebbero ci- 
tare ai giorni nostri, confermano piuttosto la regola generale; 
dall'altro lato quante fisicaggini e non comportabili ciarlatanerie 
di tali che richiesti negano il fuscello, trasandati ti donano il pa- 
gliaio, per dirla col Guerrazzi... 

Sinora i miracoli operati dallo spirito di associazione nel campo 
pratico del commercio, dell'industria e dell'agricoltura, non tro- 
vano riscontro in questo, non meno utile, e certamente più glo- 
rioso, delle indagini storiche ed archeologiche. La divisione del 
lavoro ci pare il mezzo più potente ad ottenere anche in questo or- 
dine di studj che oggi inauguriamo, quei risultati che in altri tempi si 
raggiunsero dal valore e dalla costanza di pochi solitarj. Il po- 
tere, persuadiamcelo, è piuttosto il sapere che il volere; il clero 
già ebbe la forza perchè ebbe la scienza, ed ora guai a chi si ferma! 

Quando il secolo è in cammino guidato da un pensiero, esso 
rassomiglia ad un'armata che si avanza nel deserto: arrestarsi è 
morire. Avanti dunque, avanti sempre ! ma non dimentichiamo che 
ogni tentativo de' nostri padri per diradare le tenebre del medio- 
evo, merita la nostra riconoscente attenzione, e che le preoccupa- 
zioni rannodanti il pensiero moderno alla gloriosa schiera delle 
attività intellettuali del passato, devono necessariamente entrare 
nel campo dei nostri studj. 



58 DOMANDE E RISPOSTE. 



Disse Plinio: Stultissimum credo ad imitandum non optima 
quaeque proponere, ma speriamo che questa sentenza non sia ap- 
plicabile a noi ed alla nostra proposta. 

G. D'A. 



Applaudendo a questa proposta, si comincia fin da oggi una 
serie di 

DOMANDE E RISPOSTE. 

Domanda, A Cesare Cantù, che già più d'una volta aveva sulle 
gazzette bresciane dato notizia di documenti da lui veduti in diversi 
Archivj d'Italia concernenti le provincie di Brescia, il sig, Gabriele 
Rosa domandò se nell'Archivio di Stato milanese vi fossero docu- 
menti storici bresciani. 

Bisposta. Di atti bresciani moderni questo Archivio ha una 
farragine, ma sapete che la vostra città ebbe a fare colb Stato 
di Milano solo ad intervalli. Possediamo però una grande ricchezza 
nelle carte recate qui per la soppressione delle. comunità religiose, 
e che costituiscono una bella parte del nostro Archivio col titolo 
di Fondo di religione. Da questo vennero estratte le 80 mila per- 
gamene, disposte entro cassette in una sala. Della loro quantità vi 
dia segno questo estratto, che riguarda la vostra provincia. 

Numero ' Numero 

delle cassette delle pergamene. 

17 Celestini 34 

„ S. Afra 147 

„ SS. Cosma e Damiano 474 

18 S. Faustino dal sec. XIII al XVI 430 

19 e dal sec. XIII al XVI 324 

5, SS. Giovanni e Marco, e scuola de' Disciplini 

(vedi cassetta 29). 

20 S. Giovanni Entro. 

„ S. Giovanni Evangelista, sec. XII a XV .... 426 

21 e sec. XVI a XVIII 258 

„ S. Salvatore (due grossi volumi). 

„ S. Giovanni Fuori 

22 S. Giovanni Fuori 404 



Da riportarsi^N. 2497 



DOMANDE E RISPOSTE. 59 



Numero Numero 

delie cassette delle pergamene 

Riporto N. 2497 

23 S. Giulia, sec. XIII 754 

24 e sec. XIV al XVI 690 

25 Vacanti 536 

26 „ 364 

27 Varie 270 

28 „ 736 

29 „ 655 

„ SS. Giovanni e Marco, e scuola de' Disciplini . 127 

211 Salò e sua riviera 489 



Totale N. 7118 



Voi conoscete abbastanza gli studj diplomatici per comprendere 
di quanta utilità possano venire anche le carte pagensi per illu- 
strare la civiltà d'un paese. Ora questa ricchezza giace inesplorata. 
Non vi indico le carte più antiche, anteriori cioè al mille, e che 
avrete vedute stampate, con insolita esattezza, dal Porro e dal 
Ceruti, nel volume ora pubblicato : Monumenta Historice Patrick. 

Aggiungo che abbiamo una lettera del Bighetti dell'anno IX repub- 
blicano, ricca di notizie della biblioteca vostra. Inoltre nella Corsini 
di Roma ho veduto molti autografi del cardinale Querini ai papi 
e cardinali, e il suo testamento; e alcune lettere relative alla tri- 
sta sua querela col Muratori. Alla quale si riferiscono altre lettere 
al Bottari, dal 1741 al 1764, di esso Muratori e del nipote Gian- 
francesco, quali autografe, quali in copia. Ivi pure son varie lettere 
del famoso P. Fortunato da Brescia al Bottari, dal 1744 al 1774. 

Quanta messe per chi voglia scrivere seriamente la storia di 
codesta città e di codesta provincia, piene di magnanimi fatti come 
di memorie benevole! 

Domanda. Potrebbesi da questo Archivio avere giudizio sopra i 
sentimenti e le opinioni di Cesare Balbo? 

Bisposta. L'Archivio può somministrare dei fatti, e non delle 
appreziazioni. 

Domanda. Il socio prof. Gilberto Govi, che va illustrando le me- 
morie e le opere di Leonardo da Vinci, ci fece varie richieste sulle 



co DOMANDE E RISPOSTE. 



persone che ebbero a fare con questo, e fra altre su Francesco 
Melzo. Quanto a quest'ultimo, risponde il socio F. M. 

Bisposta. La famiglia Melzi ci appare fino dal secolo decimo 
quarto distinta nei due grandi rami dei Lampergi e dei Malinge- 
gui, i cui discendenti si propagarono fino a noi. Questi ultimi van- 
tano alcuni insigni personaggi , fra i quali un cardinale Camillo 
Melzi ^ vissuto nel secolo decimosettimo, di cui leggesi a Roma 
l'epitafio. Ma non meno famoso è il ceppo dei I^ampergi, suddiviso 
in due rami, il primo dei quali discende da un Ambrogio, i cui 
pronipoti furono l'anno 1619 investiti da Filippo III del feudo 
comitale di Magenta; mentre il secondo viene dal fratello Rug- 
gero, che fu padre al celebre Giovanni,^ dall'imperatore Fede- 
rico creato conte palatino con tutti i suoi discendenti all' infinito 
nell'anno 1468. Questi riedificava dalle fondamenta la villa di 
Vaprio sulle rive dell'Adda, come attesta una bella iscrizione 
riportata nel supplemento alla Vita di Leonardo scritta dal Va- 
sari; ed ebbe parte non piccola nei politici rivolgimenti della 
repubblica ambrosiana. A lui successe Bartolomeo,^ che, morto nel 
fiore degli anni, lasciava diversi figli, fra cui Girolamo e Lanza- 
lotto. Dal primo ebbe i natali a Milano l'anno circa 1493 Fran- 
cesco Melzo, che venuto fin dagli anni suoi primi nella dime- 
stichezza del Vinci, apprese da lui la pittura. Bellissimo della 
persona, d'ingegno aperto e di cortesi maniere, nella soavità di 
un vivere più che agiato non fece del suo pennello che un og- 
getto di passatempo, preferendo il miniare, dove colse a quei 
giorni non piccola lode. Leonardo lo prediligeva sugli altri suoi 
discepoli, forse perchè vedeva nelle belle fattezze del giovinetto 
V immagine di un animo ugualmente gentile ; e Francesco ricam- 
biava l'amoroso e dotto vegliardo con una effusione di affetti ve- 
ramente filiali. Non faccia dunque meraviglia se, avendo il mae- 
stro divisato di trasferirsi a Roma sullo scorcio del settembre 
1513, si recasse ben a ventura l'accompagnarlo. Ebbero dapprima 
compagni di viaggio Giovanni Boltraffio, Andrea Salaino, e un certo 
Lorenzo soprannominato il Fanfoja; arrivati a Firenze vi si ag- 
giunse pure Giuliano de' Medici, fratello di Leon X, allora pontefice ; 



' Filippo Argelati; Scrittori Milanesi, tom. II, col. 916. 
s Id., col. 919. 3 Id., col. 915. 



DOMANDE E RISPOSTE. 61 



ciò che crebbe a Leonardo la speranza di trovare alla Corte di un 
principe pur esso fiorentino, un guiderdone a' suoi lunghi sudori. 
Quali sentimenti si risvegliarono a Francesco in cuore vedendo il 
teatro delle romane grandezze, e più d'ogni altro coloro che in 
quel punto ne tenevano il campo, Michelangelo e Raffaello, è su- 
perfluo indagare. La sua mente, educata alle classiche forme Vin- 
ciane, non poteva trovare che una sorgente d'ineffabili dolcezze in 
quella splendida metropoli della civiltà; senonchè dovette anche 
egli rattristarsi sul destino del maestro, che, deluso ne' suoi di- 
segni, non appena sentì romoreggiare lontana la fortuna delle 
armi francesi, subito (1515) faceva co' suoi cari ritorno in Lom- 
bardia. Fu bello allora vedere il prode e cavalleresco vincitore di 
Marignano ricevere con entusiasmo l'augusto vegliardo, invitandolo 
a recarsi con esso a Parigi. Egli non poteva che accogliere la propo- 
sta del principe, dal quale otteneva un decoroso appannaggio anche 
pel Melzi, che insieme col Salaino e col servidore Villani partiva 
con esso alla volta di Francia sullo scorcio del gennajo 1516. 

In una villa presso Amboise, oggi meglio nota sotto il titolo di 
Clos-Lucé, ebbero i nostri viaggiatori comoda e lieta dimora, fin- 
ché la mano del grande maestro si agghiacciava per sempre il 2 
maggio 1519. Un anno circa prima dell'ora fatale aveva egli steso 
un lungo testamento in favore del Melzi, lasciandogli tutti i suoi 
libri,* disegni e strumenti; e questi piangendo accoglieva il prezioso 
retaggio, che mai nessun artista potrebbe avere il somigliante. Le 
sue lacrime erano piene di affetto, e anche oggi possiamo averne 
una prova leggendo la letterina, allora da lui indirizzata ai fratelli 
dell'estinto. Ivi promette loro copia del testamento, colla prima e 
più sicura occasione, più probabilmente a mezzo d' uno zio, che do- 
veva, egli dice, recarsi a visitarlo. Costui sembra in fatti accor- 
resse a consolare il nipote ; ma è ben incerto se egli sia quel desso, 
come si vorrebbe da alcuni, in cui favore troviamo poco tempo 
dopo una procura, perchè questi è un Girolamo Melzi, che tutto 
ci conduce a riconoscere pel padre istesso di Francesco.^ 



* Veggasì, Leonardo da Vinci e la sua Libreria, Noto di un Bibliofilo. Milano, Ber- 
nardoni, 1873. 

^ Comparizione di Orazio Melzi davanti al Collegio dei Giurisperiti. Archivio di 
Stato in Milano. 



62 DOMANDE E RISPOSTE. 



Frattanto, lasciato il placido soggiorno di Clos-Lucé, Francesco 
recavasi ad annunziare l'infelice novella al re di Francia, che lo 
accolse benignamente alla propria Corte, creandolo suo famigliare 
con decreto 20 novembre 1520. Ritornato in patria, vi s'impa- 
rentava con Angela dei conti Landriani, dalla quale ebbe diversi 
figli, uno dei quali fu Orazio, i cui discendenti comprarono l'anno 
1650 il feudo di Mozzanica, e si estinsero poco dopo. 

Grande elogio si deve a Francesco per la venerazione in cui 
tenne le cose di Leonardo, come risulta da un carteggio di Al- 
berto Bendidio, residente pel duca di Ferrara nella nostra città, 
ove di lui si ragiona e dei manoscritti del Vinci, che il Bendidio 
avrebbe voluto torgli di mano, per offrirli in grato dono al duca 
Alfonso I, amatore di somiglianti curiosità. L'ambasciatore, dopo 
aver dato ragguaglio di una giostra cui prese parte un gentiluomo 
della famiglia di esso Melzi, prosegue in questi termini: 

" Et perchè ho fatto mentione della casa de' Melzi aviso a V. Ex. 
che un fratello di questo che ha giostrato fu creato de Leonardo 
da Vinci et herede, et ha molti de' suoi segreti et tutte le sue 
opinioni et dipinge molto bene per quanto intendo et nel suo 
ragionar mostra d'haver iuditio et è gentilissimo giovane. L'ho 
pregato assai ch'el venga a Ferrara promettendogli che V. S. il 
vederà con buona ciera, et dopo ch'io son venuto l'ho replicato 
ad un suo barba gentiluomo molto da bene et honorato, che a lui 
non ho potuto dirlo perchè sta in villa per la febre quartana.® 

„ Se piacerà a V. Ex. ne farò anch'io maggiore istantia. Credo 
ch'egli abbia quei libriccini di Leonardo de la notomia et de molte 
altre belle cose. 

„ Recordo a V. Ex. queste cosette perchè li infermi sogliono es- 
sere svogliati et desiderare varie cose. Et mi raccomando in sua 
buona gratia.'^ 

„ Di Milano alli 6 de marzo 1523. „ 

Si può accertare che il Melzi non compiacque al desiderio del 
Bendidio, e ch'egli non si separò finché visse da quelle care e ve- 
nerate memorie del suo grande maestro ed amico. 



® Abitavano costoro a Milano in una casa posta in faccia al Broletto nuovo, e sole- 
vano villeggiare a Vaprio e Canonica sulle rive dell'Adda. Non è inutile ricordare come 
vi ospitassero pure Leonardo da Vinci. 

' Atti della Deputazione Storica Modenese e Parmense. Voi. Ili, Memoria di G. Cam- 
POBi, 1865. 



DOMANDE E RISPOSTE. 63 



Ma de' suoi tardi anni e della sua fine, supposta nell'anno 1570, 
nulla ci è rimasto, salvo che egli fu bellissimo vecchio (ce lo dice 
il Vasari che il vide), come era stato avvenente e gentile in gio- 
ventù.^ 

Pochissime sono le opere d'arte che ancora gli si attribuiscono ; 
fra queste giova notare una Madonna, che dicono regalasse a 
Francesco I re di Francia, come si ricava dalla testimonianza del 
magnifico D. Baldassar Capra f. q. magnifici D. Jo. Petri, nella 
comparizione di Orazio Melzi davanti al Collegio dei giurisperiti 
l'anno 1645.' 

Da Lanzalotto discende il ramo di quei Melzi che nell'anno 1676 
furono investiti dal duca Amedeo di Savoja del marchesato della 
Torricella, e finivano sullo scorcio del secolo passato in due figlie; 
una delle quali, Anna Maria, entrava nell'altro ceppo dei Melzi, 
feudatarj di Magenta, sposa al conte Francesco Saverio. Un figlio 
di lui s' imparentava con la contessa d'Eril , erede di una celebre 
famiglia spagnuola, di cui ritennero poscia il nome. Da sì fortunato 
connubio nacque il vicepresidente Melzi, tanto benemerito delle 
pubbliche cose in Lombardia. A lui Buonaparte donava il titolo 
di duca di Lodi (1807), che rìmase in famiglia, ed è tuttavia por- 
tato dal duca Lodovico Melzi d'Eril. 

Un figlio di quell'Ambrogio, da cui viene la linea dei conti di 
Magenta, lasciava la patria Milano per stabilirsi a Rimini, dove è 
ancora la fama di una casata Melzi, estinta nel secolo scorso, 
molto illustre e doviziosa. 

Che il paese di Melzo, poco lungi da Milano, fosse la culla della 
famiglia, sono mere congetture. Da un vetusto castello dello stesso 
nome, nelle vicinanze di Udine, ora distrutto, si potrebbe, al dire 
del Palladio,^" ugualmente ripeterne l'origine. 



* Esistono di lui varj ritratti, uno dei quali all'Ambrosiana, dalle mani stesse del 
Vinci, ove lo rappresenta giovinetto quindicenne. 

^ « Il signor Gio. Francesco, padre del signor capitulante (Orazio), per sua dilettazione 
et virtù particolare si è deiettato della pittura, ma non andava a pinger ne pingeva 
per premio alcuno, ma solamente in casa per dimostrare la sua virtù, et esso signoro 
testimonio vidde una volta un quadro dove il detto signor Francesco haveva pinto 
la figura della Madonna, qual disse che voleva donare al Re di Franza ». Archivio di 
Stato in Milano. 

*" Storia del Friuli, di Giov. Frane. Palladio degli Olivi, 1660, pag. 150, P. L 



64 DOMANDE E RISPOSTE. 



Domanda. Alla Biblioteca Ambrosiana, ricca quanto ognun sa di 
manoscritti, ne furono, in questi ultimi anni, ricopiati colla fotografia 
colla litografia alcuni de' più preziosi. Vi si è anzi stabilita una 
fotolitografia, che si dedica principalmente a questi lavori. Il pre- 
fetto Antonio Ceriani, celebratissimo orientalista, riprodusse cosi 
alcuni codici di somma importanza, talvolta anche a spese di signori 
forestieri. Chiesto da noi sui lavori suoi presenti, rispose: 

Bisposta. Io sto ora terminando le note all'edizione fotolitogra- 
fica del codice siro-esaplare Ambrosiano. Oggetto delle note è di 
supplire a quanto non può indicare neppure la fotografia, come le 
rasure e la distinzione delle scritture posteriori; di dare la lezione 
del manoscritto, ove questa nella fotolitografia per le macchie non 
può essere chiara; di apporre le varianti, che per varie parti ho po- 
tuto raccogliere da manoscritti esteri o da citazioni di autori siriaci ; 
infine di additare le fonti greche stampate o^manoscritte di mol- 
tissimi scolj. Il manoscritto riprodotto contiene i Salmi, Giobbe, 
i tre libri di Salomone, la Sapienza, l'Ecclesiastico e tutti i Profeti, 
tradotti nel primo quarto del secolo VII dal testo dei Settanta, 
come fu stabilito da Origene nel III secolo, e copiato dall'ori- 
ginale per cura di Eusebio e Panfilo nel principio del secolo IV, 
con numerosi estratti delle altre antiche versioni greche ; ha inoltre 
molti estratti di Padri greci, e molte note filologiche. Il manoscritto 
è dell' Vili secolo, per la maggior parte unico e correttissimo, ed 
è per la prima volta riprodotto integralmente. 

Finita questa edizione per la metà di quest'anno, terminerò poi 
la stampa di un'antichissima traduzione siriaca del VI libro della 
guerra giudaica di Giuseppe Ebreo, presa da un manoscritto del 
VI secolo, e di molti frammenti di antiche versioni bibliche latine 
antegeronimiane, e comincierò la edizione fotolitografica di un ma- 
noscritto siriaco Ambrosiano del VI secolo, l'unico anteriore all'XI 
conosciuto, che contenga tutta l'antichissima versione Pescito del- 
l'Antico Testamento. Per quest'ultimo lavoro un mio conoscente 
inglese mi ha già mandato un. buon sussidio. Se non fosse per le 
occupazioni del mio ufiicio, in circa quattro anni potrei aver finito 
anche questo lavoro. 



ARCHIVI. 



a) ARCHIVIO DI STATO MILANESE. 

L'Archivio di Milano è antichissimo, e prima fu posto nel Ca- 
stello, credendolo il luogo più sicuro; mentre invece fu gravemente 
danneggiato appunto per ciò. Singolarmente alla morte di Filippo 
Maria, ultimo dei Visconti, il popolo credette aver di diritto re- 
cuperata la propria libertà, onde gridò Vaurea repubblica ambro- 
siana^, e demolì il Castello come stromento di servitù e minaccia. 
Perirono allora moltissime carte, lo perchè i documenti governa- 
tivi e pubblici anteriori a quel tempo sono scarsi in questa raccolta, 
essendo rimasti solo alquanti mazzi e varj registri. Lodovico Sforza, 
volendo rintegrare l'Archivio, mandò a ricopiar dai varj uffizj docu- 
menti in pergamena. Ma sopraggiunti i Francesi, questi, nel partire, 
ne portarono seco molti. 

Ora i Begistri ducali sono 574, e ne mancano alcuni, come s'in- 
duce dalla serie alfabetica. Le Missive, cioè ordini o decreti a di- 
versi incaricati e agenti ducali, formano 857 fasci. 

Nella dominazione austro-ispana , le varie magistrature ebbero 
cura di serbar le proprie carte : le principali erano ancora deposte 
nel Castello, ma in disordine , quali vi venivano portate al morire 
dei diversi segretarj, senza distinzione di tempo né di materia. 

A mezzo il secolo passato Ilario Corte fu incaricato di sistemarli, 
ed egli vi applicò il metodo col quale aveva già ordinati gli ar- 
chivj del Senato, dei Panigarola e degli statuti del Governo antico 



* Intorno a questa lavora il socio Giulio Porro, 
Arch. Stor. Lomb. — An, I. 



66 ARCHIVJ. 



e di quello dopo la venuta dell'arciduca : e furono collocati in quel 
che già era collegio de' Gesuiti presso San Fedele. In questo si 
raccolsero gli archi vj dei magistrati or dinar j e straor dinar j, creati 
nel 1550, poi unificati da Maria Teresa nel 1749: gli atti del supre- 
mo Consigho d'economia, del magistrato Camerale dell'Imperiale 
Kegio Consiglio di Governo, cui si aggiunsero poi quelli della Con- 
ferenza governativa e del magistrato politico Camerale, succedutisi 
dal 1766 al 96. Vi stavano pure, oltre le relazioni diplomatiche, 
il rinomato archivio Panigarola, gli atti relativi all'araldica, ai 
feudi, ai confini, alle potenze sovrane. 

Nuovi rischi corsero le carte alla venuta de' Francesi Giacobini ; 
ma presto fu destinato prefetto generale degli archivj il noto poli- 
store Luigi Bossi, che procurò fossero ben conservati, come si con- 
tinuò nel regno d'Italia. Del quale e delle repubbliche cisalpina e 
italiana vi sono accentrati i carteggi de' varj ministeri , e quello 
solo delle relazioni estere empie ben mille cartelle ; quel della guerra 
fu preso a organizzare solo nel 1812, e restò incompiuto. 

Tornati gli Austriaci, dapprima si pensò collocare l'Archivio, che 
dicevano Diplomatico, nel palazzo di Brera, poi fu posto nella ca- 
nonica di San Bartolomeo, e pregato l'abate, dappoi cardinale Maj 
a cooperare alla sistemazione di esso, al che egli annui con lettera 
del 16 maggio 1816; nel 1840 fu trasferito presso l'Archivio nota- 
rile in piazza de' Mercanti, e allora constava di 90,000 pergamene, 
comprese 4000 provenienti da Pavia, e 16,000 da Mantova; 900 spet- 
tanti al Novarese furono date al Piemonte. 

Alfine si conobbe improvida la distinzione della parte storica 
dalla amministrativa, e nel 1852 si concentrarono in un solo gli 
Archivj diplomatico, della guerra, del debito pubblico ; dappoi anche 
il giudiziario, infine il copiosissimo delle finanze e della contabilità. 

Allora vi fu assegnato il palazzo del già Collegio Elvetico, che 
nel regno franco-italico era stato sede del senato italiano, indi della 
contabilità: stabile nobilissimo, con due vasti cortili a duplice colon- 
nato, e dove una quantità incommensurabile di carte è assestata in 
quattro piani. In quel palazzo sta provisoriamente la Corte delle 
Assise: laonde si dovette ancora lasciare a San Fedele oltre un 
50,000 cartelle di varj riparti governativi, tutto l'archivio pro- 
vinciale, e il fondo di religione. 

Quest' ultimo , cioè le carte di atti ecclesiastici , atti civili di 



ARCHIVJ. 67 



» 



ordine pubblico, atti privati, che ci vennero dalla soppressione delle 
corporazioni religiose, dei capitoli, ecc., non solo di Lombardia, 
ma del Veneto e di parti del Modenese e delle Romagne, forma la 
dote più preziosa, come storia, delP Archivio milanese, compren- 
dendo le carte più antiche, conservate colla diligenza che solevano 
i monaci. Da questo vennero estratte circa 80,000 pergamene, che 
sono disposte in una sala entro cartelle portanti il nome dell'ente 
a cui appartennero, e distribuite per epoca. Quelle che sono ante- 
riori al mille costituiscono una preziosa raccolta, entro armadio a 
parte, e offrirono testé il maggior tributo di documenti al voi. XIII 
dei Monumenta Historice Patrice. 

Nel 1796 erano stati portati' a Vienna alcuni decreti ducali: il 
Governo austriaco del resto rispettò quella raccolta: solo nel 1831 
si domandarono per favore autografi di personaggi, e ne furono 
mandati 83 per ornare la biblioteca di Corte. Ma in quel tempo 
una deplorevolissima dissennatezza di scarti privò l'Archivio di mol- 
tissimi e preziosissimi documenti, di cui si formò la ricchezza di 
varie raccolte private, lasciando imperfette anche molte serie delle 
nostre. 

Pel trattato di Zurigo (art. 15) doveano cedersi dal Regno Sardo 
le carte e documenti che concernevano i paesi lombardi conservati 
all'Austria. Non se ne trovarono qui di assoluta proprietà austriaca, 
bensì molte promiscue, principalmente pel debito pubblico ; ma era 
difficihssimo, anzi impossibile lo smembrarle : pure alquante furono 
stralciate che concernevano privati interessi e fatti d'amministra- 
zione. Nel 1854, avendo la sezione filosofico-storica dell' Imp. Acca- 
demia di Vienna pubblicato il voi. I dei Monumenta Hahshurgica, 
e sapendo che i varj Archivj della monarchia contengono copiosi 
documenti, richiese le fossero trasmessi di tempo in tempo elenchi 
degli atti, da cui potesse dedurre se contenessero alcuna cosa op- 
portuna a tal suo lavoro. In obbedienza a quest'ordine si mandò 
copia di molti documenti, alcuni anche fotografati, e il transunto 
di altri, principalmente riguardanti la spedizione di Massimiliano I 
e cronache di quel tempo, esplorando all'uopo anche gli Archivj 
dipendenti. Nel 57 il dottore Sickel, incaricato specialmente da 
quell'Accademia, stette lungo tempo in quest'Archivio, liberamente 
cercando, e comandando la trascrizione di moltissimi documenti, 
in aggiunta a quelli mandati già in otto spedizioni. Nel 58 furono 
domandati cinque documenti originali. 



68 ARCHIYJ. 



Saputosi che, per la pace di Vienna del 1867, si dovevano re- 
stituire le carte asportate dagli Archi vj veneti, si domandò che 
nella convenzione venissero comprese quelle dell'Archivio mila- 
nese. In fatti si ottenne la restituzione di 12 fasci: poi il Governo 
Austriaco avendone trovati 12 altri, questi pure spontaneamente 
offrì. Sono saltuarj volumi delle predette serie, non ispecificati di- 
stintamente, e dei quali 21 spettano al secolo XV; 1 dal XIII al 
XV; uno dal principio del XV va al 1579; uno dal 1183 (anno 
della pace di Costanza) va al secolo XV, e per lo più sono copie 
di documenti politico-diplomatici, forse tutti conosciuti. 

Parimenti il comando generale militare austriaco restituì al 
ministero della guerra del Regno d'Italia le matricole e altri do- 
cumenti riguardanti l'antico esercito italiano, che formerebbero 
parte dell'Archivio del ministero della guerra Italo-Franco, al quale 
dovrebbero quindi unirsi nel nostro Archivio. 

Furono pure restituiti a questo i cinque documenti che il 18 set- 
tembre 1858 erano stati richiesti dalla luogotenenza, da spedire a 
Vienna pei Monumenta Hahshurgica : inoltre furono rese n. 1 2 casse, 
contenenti, in 250 buste, atti del Governo provvisorio di Lombardia. 

Ora l'Archivio di Stato ha un direttore, un capo sezione, un se- 
gretario di prima classe e tre di seconda; quattro sottosegretarj 
di prima classe, cinque di seconda, sei di terza; sei applicati di 
prima classe, tre di seconda; in tutto 30 impiegati, senza contare 
i custodi, uscieri e inservienti. 

ì^elV Archivio veneto e nella Perseveranza furono stampati i ren- 
diconti delle operazioni fattesi in esso nell'anno caduto. Le prin- 
cipali consistettero nel ricollocare molti documenti, che erano stati 
spostati per formare classi particolari, secondo l'idea infelice di 
costituire un Archivio storico, che finisse coli' indipendenza del du- 
cato, cioè al 1535. Si cercò, per quanto fu possibile, rintegrare i 
varj archivj e le classi: inoltre si lavorò da tutti a formare gli 
elenchi delle varie partite, in modo da potere poi compilare un in- 
ventario generale. Si continuò la distribuzione delle carte vecchie 
e di quelle che man mano arrivano. E copiosissimi furono i ver- 
samenti, fatti da diversi ufficj e magistrature, fra cui il tribunale 
civile e correzionale di Milano, l'ufiicio del contenzioso finanziario, 
la locale Intendenza delle finanze e l'Archivio di Torino ; sicché 
vennero, in questi ultimi mesi, circa 6000 cartelle, oltre una gran- 
dissima quantità di protocolli e registri. 



ARCHIVJ. 69 



Si preparò la continuazione dei Documenti diplomatici tratti dagli 
Archivj milanesi^ e cominciossi la stampa della parte II del terzo 
volume, dal 1441 alla morte di Filippo Maria. 

Ogni giovedì si tiene scuola pratica di paleografia, dandosi a leg- 
gere documenti di varie età e carattere, e accompagnandoli coi 
necessarj commenti. A meglio giovarla, alcuni impiegati adopera- 
ronsi a riprodurre documenti colla fotografia. 



h) ARCHIVIO CIVICO MILANESE. 

Milano, 23 febbrajo 1874. 

Onorevoliss. Sig. Cesare Cantù, 

Per 'soddisfare il desiderio da lei manifestato di avere alcune 
notizie intorno all'Archivio municipale, le trasmetto la presente, 
ringraziandola del servigio che renderà al nostro Comune col far 
conoscere i tesori posseduti dagli Archivj civici. 

Dipendono da questo Municipio un Archivio generale e non pochi 
Archivj speciali. 

Gli Archivj speciali, qualcuno dei quali è di non lieve entità, 
sono tenuti per cura di Ufficj o di Stabilimenti separati, che vi 
conservano gli atti d'immediato loro uso. Tali, gli archivietti 
della Kagioneria, dell'Ufficio Imposte e Tasse, della Commissione 
di beneficenza pel circondario esterno della città, del Corpo dei 
Pompieri, dell'Ufficio funerario, dei pedici, dei Dispensarj celtici, 
degl'Ingegneri (per le mappe ed altri disegni), dello Stato civile, 
dell'Anagrafe, degli Ufficj delle Elezioni, della Leva e dei Giudici 
Conciliatori, del Macello pubblico, dei Delegati di mandamento, 
del Corpo dei sorveglianti urbani, della Ricevitoria centrale del 
Dazio Consumo e delle Ricevitorie alle porte, dell'Ispettorato delle 
Guardie daziarie, del Collegio Calchi-Taeggi, del Museo di Storia 
naturale, del Convitto allieve maestre, della Scuola superiore fem- 
minile, delle Scuole elementari maschili e femminili, serali e festive, 
maggiori e minori, della Scuola popolare di musica, della Guardia 
nazionale e del suo Corpo di musica, dei teatri della Scala e della 



70 ARCHIYJ. 



Canobbiana, ecc.; i quali tutti sogliono versare di quando in 
quando le carte meno recenti, o quelle diventate superflue alla 
loro gestione, nell'Archivio generale. 

Finora non esiste alcuna ordinanza che determini una divisione 
dell'Archivio generale ; tuttavia io lo ritengo, quale risulta infatti, 
composto di tre sezioni, cioè: 

1.'' V amministrativa centrale, nel civico palazzo Marini, che 
contiene, in 5700 cartelle circa, gli atti occorrenti alla trattazione 
odierna degli affari di spettanza della Giunta e del Consiglio mu- 
nicipale ; 

2° V amministrativa di deposito, nell'ex chiesa di S. Carpoforo, 
per gli atti amministrativi dal 1802 in avanti raramente ricercati: 
consta di più che 8600 cartelle; 

3." la storica, in un bel locale attiguo alla predetta ex chiesa, 
costituita da oltre 5700 tra mazzi o cartelle, registri e libri già di 
compendio dell'antico Archivio civico o di altre vecchie raccolte, 
tutte di data anteriore al luglio dell'anno 1802. 

Sebbene quasi ogni carta conservata negli archivj sia destinata 
ad assumere col tempo un carattere storico, oggidì soltanto l'ultima 
sezione dell'Archivio generale, con piccola parte delle due prece- 
denti e degli archivj speciali, è quella che più propriamente interessa 
la storia: i più antichi documenti raccoltivi rimontano al secolo XIV, 
e riguardano non già la sola città di Milano, ma l'intero territorio 
dipendente da essa nei tempi trascorsi. 

Pochi scrittori di storia patria compulsarono finora l'Archiviò 
civico per is velar ne al pubblico le ricchezze ; e tutti o quasi tutti 
io gli avrò nominati se citerò il nome di Lei e quelli del Giulini, 
del Verri, del Salomoni, del Custodi, del Fabi, dell'Oslo, del Cusani 
e del Berlan. Il Litta-Biumi, com'Ella sa, ne stese un cènno nel- 
l'opera Milano e il suo territorio (a carte 186 e seg. del II tomo), 
che necessariamente non potè riuscire perfetto, perchè nel 1844 le 
antiche carte civiche non potevansi tutte conoscere, frammiste come 
erano a più altre di proprietà dello Stato. 

Il Governo restituì le carte civiche al Comune nel maggio dello 
scorso anno 1873, annuendo all'istanza presentatagli da questa 
Giunta municipale nel gennajo del 1870: alla delicata operazione di 
sceverarle dagli atti governativi e provinciali, operazione che costò 
quasi quattro anni d'intelligente lavoro, sovrintese una Commis- 



ARCHIVI. 71 



sione civica, della quale furono presidenti dapprima il prof. Pietro 
Molinelli, poi il conte Francesco Sebregondi assessori, e membri 
i signori conte Emilio Belgiojoso, professore Bernardino Biondelli, 
avv. Michele Caffi, nob. Felice Calvi, avv. Pompeo Castelli consi- 
gliere comunale, sac. dott. Antonio Ceruti, cav. Giuseppe Mongeri, 
conte Giulio Porro-Lambertenghi , e gli ora defunti dott. Giulio 
Borghi assessore, prof. Francesco Conti, Luigi Osio già direttore 
degli Archivj di Stato in Milano, e il conte Carlo Taverna. 

Le fortunose vicende cui andò soggetto l'antico Archivio comu- 
nale, lo stremarono e lo disordinarono non poco, importandovi una 
sistemazione che, a vero dire, non sarebbe la più adatta alla natura 
dei documenti ond'esso è costituito. Ciò nullameno la sua ricchezza 
è tuttora rilevante, e al difetto del metodo d'archiviazione suppli- 
scono copiosi regesta vecchi e recenti; tra cui vanno specialmente 
ricordati gli indici redatti dal Barcellino nel 1653 e 1654, gli elen- 
chi analitici stesi fra il 1770 e il 1796 per cura dello storico Giulini 
(che fu direttore dell'Archivio del Comune nell'ultimo decennio di 
sua vita), dell'archivista Lualdi e dell'aggiunto Pansecchi, e l'in- 
ventario attuale della sezione storica, redatto dal nob. signor Luigi 
Carcano, che dirigeva a S. Carpoforo il già R. Archivio di deposito 
civico-provinciale. 

Per più minute informazioni intorno a ciò che contiensi nella 
sezione storica dell'Archivio generale del Comune si può ricorrere 
alla testé citata monografia del Litta-Biumi ; io qui mi tengo pago 
d'indicare quelle categorie di atti e quegli altri oggetti meritevoli 
d' essere conosciuti, dei quali non venne per avventura fatto suffi- 
ciente cenno prima d'ora. 

La serie meglio completa è quella dei Registri delle ordinazioni 
del Tribunal di Provvisione, che va dal 1385 al 1796, salva appena 
qualche lacuna casuale qua e là, la quale però si può riempire mercè 
gli appuntamenti staccati; segue quella dal 1543 al 1796, delle or- 
dinazioni della Cameretta, col qual nome indicessi il Consiglio 
generale, ridotto a sessanta decurioni. Tacio delle lettere ducali, 
regie e governative, e dei relativi registri, perchè ne fu già parlato 
da altri. Dirò invece dei sette preziosissimi volumi in pergamena, 
contenenti le sentenze emanate dai nostri podestà nel periodo 1385- 
1428; e degli atti interessanti e poco noti (costituenti già altret- 
tanti archivietti separati) delle tre Congregazioni dello Stato, del 



72 ARCHIYJ. 



Ducato e del Patrimonio; del Banco civico di S. Ambrogio; delle tre 
Giudicature comunali per le acque e strade, per la legna e per le 
vettovaglie, e della Milizia urbana e forese, istituita verso il 1636, 
e rimodernata poi in Guardia nazionale nel 1796. Copiosa è la 
raccolta delle carte relative al turbinoso periodo 1796-1802, e 
quella delle gride (in fogli sciolti) di questi ultimi quattro secoli ^ ; 
piccole ma non dispregevoli quelle dei diplomi in pergamena degli 
autografi di personaggi illustri da Lodovico il Moro a Napoleone I, 
delle carte araldiche, delle incisioni, stampe e disegni vecchi, dei 
campioni di stoffe antiquate, e la libreria, contenente registri ma- 
noscritti e stampati, prospetti statistici, storie e statuti antichi, e 
qualche incunabolo. 

Questa sezione storica va continuamente arricchendosi, per la ri- 
vendicazione di carte e libri di spettanza civica; per doni e lasciti 
di privati, fra cui nomineremo quelli del canonico Marasca, del 
dott. Sormani, del senatore Taverna, di un Dell'Acqua e del se- 
gretario Manzoli; e per recenti acquisti fatti dal Municipio, il più 
cospicuo dei quali è la bella raccolta in dieci volumi, già di pro- 
prietà della ducale casa Litta (dalla quale li aveva rilevati l'editore 
Vallardi), contenente disegni autografici dei principali edifizj citta- 
dini; raccolta dovuta alle zelanti ricerche del sacerdote Bianconi. 

A mezzo l'anno 1872, essendo l'ex-chiesa di S. Carpoforo rimasta 
libera pel trasporto in via Sala^ del E,. Archivio provinciale, fu mia 
cura farvi raccogliere ordinatamente le molte carte che trovavansi 
ammucchiate e quasi perdute nei solaj del palazzo Marini e in altri 
locali civici: in tal modo si formò la sezione di deposito dell'Ar- 
chivio generale del Municipio, la quale deve riuscir utile per la 
storia della nostra città, riferibilmente alla prima metà del secolo 
corrente. 

L'ill."° sig."" senatore Belinzaghi sindaco della città, da cui diret- 
tamente dipende l'Archivio civico, dal cominciare del corrente anno 
ha voluto affidarne a me la soprintendenza. Il personale addetto 
all'Archivio generale si compone ora di nove impiegati, oltre ad 
un portiere, un custode pel locale di S. Carpoforo ed un inser- 



* Una delle operazioni più opportune che si stanno facendo all'Archivio di Stato è 
la formazione d'un gridario completo, riducendo in uno i varj, sparsi fra i diversi Ar- 
chivj in questo concentrati. Coi doppj si potranno completare le raccolte che siano di- 
fettive presso altri uffizj o musei. C. 



ARCHIV.T. 73 



viente provvisorio : capo d' ufficio ne è il nobile Francesco Aman 
de' Germani; sette altri tra applicati e diurnisti attendono al ser- 
vizio delle due sezioni amministrative. La sezione storica è special- 
mente affidata al prof. Gentile Pagani, il quale, essendo succeduto 
fino dal maggio del 1871 al defunto dott. Giuseppe Ganz nell' in- 
carico di coadjuvare gl'impiegati governativi a sceverar le carte 
civiche antiche dalle regie, ne potè prendere sufficiente cognizione. 

Agli amatori delle patrie memorie sarà presto facilitato e reso 
comodo l'esame dei preziosi cimelj storici ivi conservati; e appena 
approvate le nuove norme d'archivio che sto studiando, sarà mia 
premura, signor Presidente, fargliene tener copia, affinchè Ella si 
compiaccia informarne quei nostri socj che volessero approfittare 
pei loro studj dei documenti posseduti dal Comune. 

Coi sensi della più distinta considerazione per la S. V., ho l'o- 
nore di professarmi 

Stefano Labus, Assessore municip. 

e) ARCHIVIO DI VIGEVANO. 

Elenco dei Documenti nelV Archivio di Vigevano, 

Statuti di Vigevano: tre volumi in pergamena. 

1. Atti consolari o Consigli generali. . dal 1227 al 1874 

2. Trattati e alleanze colla Lega L., Milano, ecc. dal 1227 al rasente 

3. Dazj governativi e del Comune dal 1430 al 1474 

4. Atti del Tribunale di provisione in volumi. . . dal 1434 al 1774 

5. Ospedale di S. Matteo di Pavia dal 1449 al 1840 

6. Podesteria di Vigevano. Compet. giurisd., ecc. dal 1460 al 1771 

7. Diplomi imperiali e ducali di diritti e franchigie dal 1479 al 1 555 

8. Del Vasto marchese feudatario di Vigevano . . dal 1526 al 1530 

9. Atti della Banca civile di Vigevano dal 1528 al 1712 

10. Atti della milizia del Comune dal 1557 al 1802 

11. Atti dei Tribuni del popolo dal 1559 al 1738 

12. Lanificj dal 1556 al 1575 

13. Ambasciate (titoli) dal 1558 al 1702 

14. Sete dal 1579 al 1761 

15. Ospedale di Milano 1582 

16. Podesteria di Cassolo dal 1624 al 1625 

17. Guerre Gallo-Sarde contro l'Austria dal 1733 al 1859 

18. Guerre Gallo-Ispane contro Austria-Sardegna dal 1743 al 1749 



74 ARCHIVJ. 



Scrittori patrj. 

Estimo, Titoli, e Memorie di Simon Del Pozzo. 

Nubilonio. 

Vigevano illustrata, Sacchetti. 

Chiesa di Vigevano, Brambilla. 

Memorie storiche di Vigevano, Biffignandi. 

De Viglevano, Gianolio. 

Vigevano e suo territorio, Biffignandi. 

Opuscoli diversi. 

Sopra Vigevano moltissimi documenti possiede l'Archivio mila- 
nese, sia come Comune dell'antico ducato, sia come feudo. Sono 
curiose le opposizioni che quello faceva allorché lo Stato " per gra- 
vissimi bisogni „ vedeasi costretto a darlo in feudo. Nel 1648 il 
conte di Vimercado fu spedito dal governator di Milano " per la 
terza volta alla cita di Vigevano ad esplorare li voti di ciascun cit- 
tadino ad uno per uno ostiatim per assicurarsi se ognuno concor- 
resse spontaneamente et di buona voglia all'offerta del datio della 
carne in soccorso della maestà del re nostro signore, senza che 
fosse suggerito e persuaso da persona di maggior autorità nella 
cita per il desiderio di continuare a maneggiare le cose a loro vo- 
glia per altri fini... „ 

Il suffragio universale applicato a tasse e dazj darebbe difficil- 
mente il solito sì. 

V'è pure il giuramento di fedeltà che i rappresentanti* del Co- 
mune di Vigevano prestarono nel 1447 all'aurea repubblica am- 
brosiana, poi quello a Francesco Sforza, colla distinta delle persone. 

BOLDRINI. 
d) ARCHIVIO DELLA CITTÀ DI GENOVA. 

Una descrizione di esso fu fatta dal signor Giuseppe Gambaro, 
archivista civico, e inserita negli Atti del R. Istituto Veneto: poi 
riprodotta in edizione di Genova. Vi precede la storia del magi- 
strato cittadino, le sue attinenze col Governo repubblicano, e le 

vicende di esso fino al 1815. 

(Si continuerà.) 



NOTIZIE. 



¥ 



LA SOCIETÀ STORICA LOMBARDA. 



Quando la Lombardia fu aggregata al regno sardo, la Deputazione 
sopra gli studj di storia patria, eletta da Carlalberto nell'aprile 1833, 
estese la sua azione anche alle nuove provinole, aggregando socj 
lombardi a quelli che già appartenevano alla dotta compagnia. Non 
restarono quelli inoperosi, e alquanti lavori pubblicarono nella Mi- 
sceìlanea storica^ edita da quella, e principalmente tutto il voi. XIII 
dei Monumenta HistoricB Tatrice^ formato con documenti nostri an- 
teriori al Mille. Ivi ultimamente, per cura di Dozio, Finazzi, Odorici, 
Robolotti, e principalmente di Ceruti e Giulio Porro, si pubblica- 
rono alquante carte nuove e si ripubblicarono anche le conosciute, 
cominciando da una del 712, sia per avere insieme tutti i documenti 
dell'età più oscura, sia per dare più corrette e più complete quelle 
che già eransi pubblicate dal Muratori, dal Tiraboschi, dal Lupo, 
dal Fumagalli, dal Rovelli e da altri. 

L'amore per gli studj storici e l'importanza riconosciuta degli 
archi vj avea fatto istituire altre deputazioni storiche, ed oltre 
quelle governative di Bologna, di Parma, Piacenza e Modena, di 
Firenze, anche di particolari se n'erano fondate, come una a Mi- 
randola, una in Terra di Bari; e quella Ligure che diede già così 
preziosi frutti. Doleva che altrettanto non facesse la Lombardia, e 
già più volte erasi tentato costituirne qui pure una, che rinnovasse 
gli esempi gloriosi della Società Palatina. L'essere stato messo alla 
direzione dell'Archivio di Stato Cesare Cantù diede impulso all' im- 



76 



NOTIZIE. 



presa, e alcuni studiosi da lui raccolti nel suo ufficio posero le 
basi d'una Società Storica Lombarda. 

Arrise al paese quella istituzione, e ai 43 socj fondatori ben 
tosto se n'aggiunsero altri, che ora arrivano a 158: costituirono 
un uffizio di presidenza, uno statuto, e si proposero due pubblica- 
zioni. Una trimestrale di articoli, monografie, illustrazioni di docu- 
menti d'antichità, bibliografie, ed è la presente : l'altra più grave 
comporrà volumi d'una Biblioteca Storica, con cronache, biografie, 
documenti, statuti. 

Il municipio di Milano volle attestare il suo aggradimento col 
concedere stanza alla Società presso l'Archivio municipale, dove 
esso tiene le adunanze. 



PRESIDENZA 



CANTU CESARE, Presidente. 



PoBBO Giulio, Vicepresidente. 
Cebuti Antonio, Segretario. 



D'Adda Girolamo, Vicepresidente. 
Casati Carlo, Vicesegretario. 



Consiglieri : 

Massarani Tullo — Belqiojoso Emilio — Borromeo Giberto 
Calvi Felice. 



ELENCO DEI SOCJ. 



(I segnati con asterisco sono snrj fondatori.) 



Annoni conte Aldo. 

Annoni prevosto Carlo. 

Allocchio dott. Stefano. 

Arrivabene conte Giovanni. 

Ascoli prof. Graziadio Isaia. 

Belgiojoso conte Carlo. 
*Belgiojoso conte Emilio. 

Belgiojoso conte Giorgio. 
■-Belinzaghi comm. Giulio. 
•-••Benvenuti comm. conte Matteo. 
*Beretta conte Antonio. 

Bernardoni cav. Giuseppe. 

Bertini comm. Giuseppe. 



Besana Enrico. 

Besozzi dott. Paolo. 

Bottoni conte Francesco. 

Bianchi nob. Giulio. 
*Biondelli cav. Bernardino. 

Biraghi mons. Luigi. 

Bonfadini comm. Bomualdo. 

Borromeo contessa Elisa. 
* Borromeo conte Giberto. 

Brambilla cav. Camillo. 

Brasca avv. Alessandro. 

Brioschi avv. Giuseppe. 

CaflS dott. Michele. 



NOTIZIE. 



77 



Gagnola nob. Carlo. 

Gagnola nob. Giovanni Battista. 

Gaimì cav. Antonio. 

Galvi Gioogna nob. Fanny. 

* Gal vi nob. Felice. 
Gamperio cav. Manfredo. 
Gampori marchese Giuseppe. 

*Cantù oomm. Gesare. 
Gantù cav. Ignazio. 
Garcano comm. Giulio. 

* Gasati dott. Garlo. 
'■••Gasati conte Luigi Agostino. 

Gasati conto Rinaldo. 
Gastelbarco Albani P. Gesare. 
Gastelbarco conte Alessandro. 
Gastelli avv. Pompeo. 
Casella bar. Federico. 
Cernuschi Enrico. 

* Ceruti dott. Antonio. 
Cicogna conte Giampietro. 
Correnti comm. Gesare. 
Crivelli march. Luigi. 

* D'Adda march. Garlo. 

* D'Adda march. Girolamo. 
Da Ponte nob. Pietro. 
Delfinoni avv. Gotardo. 
Del Giudice prof. Pasquale. 
Fano dott. cav. Enrico. 
Ferraris prof. Giovanni. 
Finazzi can. Giovanni. 
Formentini rag. cav. Marco. 

*Fortis comm. Guglielmo. 
=! Foucard cav. Cesare. 

* Frasconi Giuseppe. 
Frizzi dott. Lazzaro. 
Galantine conte Francesco. 
Gallia prof. Giuseppe. 
Ghinzoni Pietro. 

Ghiron cav. Isaia. 
*Giovio conte Giovanni. 

Giulini conte Giorgio. 

Govi prof. Gilberto. 
•'•Greppi conte Alessandro. 
■•'■Greppi conte Giuseppe. 

Greppi nob. Lorenzo. 

Grossi prevosto Giuseppe. 

* Imperatori avv. Giov. Battista. 
-Jacini comm. Stefano. 

Kramer nob. Teresa. 
*Labus cav, Stefano, 



*Landriani Carlo. 

Lattea prof. Elia. 

Lissoni cav. Andrea. 
*Litta Modignani nob. Gerolamo. 

Litta Modignani nob. Giulio. 

Litta Modignani march. Lorenzo. 

Lochis conte Ottavio. 

Lossetti Mandelli nob. Gabrio. 

Mariani cav. Garlo. 
•*Massarani cav. Tulio. 

Melzi conte Alessandro. 

Melzi D'Eril conte Francesco. 

Melzi D'Eril duca Lodovico. 

Melzi nob. comm. Francesco. 
*■ Melzi nob. Giovanni. 

Melzi conte Lodovico. 

Minonzio dott. Carlo. 

Molina cav. Angelo. 

Mongeri cav. Giuseppe. 
*Morbio cav. Garlo. 

Morelli Giovanni senatore. 
•*Muoni cav. Damiano 

Mussi dott. Giuseppe. 

Negri dott. Gaetano. 

Negri Luigi. 

Negroni Prato nob. Giuseppina. 
-••Oldofredi conte Ercole. 

Olginati nob. Luigi. 

Ottino Giuseppe. 

Padulli nob. Gerolamo. 

Pallavicino march. Giorgio. 

Parravicini conte Carlo. 

Peluso cav. Francesco. 

Perozzi Cini contessa Rita. 

Pini dott. cav. Innocenzo. 

Poldi-Pezzoli nob. Giacomo. 

* Ponti Ettore. 

* Porro-Lambertenghi march. G. Angelo. 
*■ Porro-Lambertenghi conte Giulio. 

Portioli prof. Attilio. 

* Pezzuole prof. Lorenzo. 
Prina prof. Benedetto. 

-Prinetti comm. Carlo. 
■•••Pullé conte Leopoldo. 

Restelli avv. comm. Francesco. 

Robolotti cav. Francesco, 
-Romussi avv. Carlo. 

Rossi sac. Vitaliano. 

Sacchi cav. Giuseppe, 
•:'-Sada ing. Luigi, 



78 



NOTIZIE. 



Sala nob. Girolamo. 
«Sanseverino conte Faustino. 
*• Saporiti Della Rocca mare. Apollinare. 

Scaccabarozzi D'Adda nob. Laura. 
*Sebregondi conte Francesco. 

Seletti cav. Emilio. 

Servolini comm. Carlo. 
♦ Sola conte Andrea. 

Sommi-Picenardi conte Guido. 

Sormanì-Verri contessa Carolina. 

Sormani-Andreani conte Lorenzo. 

Speluzzi comm. Gaetano. 

Stampa di Soncino march. Massimiliano. 

Tatti ing. cav. Luigi. 

Taverna contessa Francesca. 
*■ Taverna conte Paolo. 



■•■Taverna conte Rinaldo. 

Testa ab. Carlo. 

Torelli comm. Luigi. 
*Trivulzio march. Giangiacomo. 

Trivulzio conte Giuseppe. 

* Trotti march. Lodovico. 
Vignati ab. Cesare. 
Vigoni nob. Giulio. 
Villa-Pernice comm. Angelo. 

*■ Visconti-Aimi nob. Giacomo. 
Visconti Ermes Carlo. 
Visconti di Modrone duca Raimondo. 
Visconti- Venosta nob. Emilio. 

* Visconti- Venosta nob. Giovanni. 
Viviani cav. Carlo. • 
Zanardelli Giuseppe. 



Nei Preussische JahrhUclier, Berlino 1874, fascicoli di gennajo e 
febbrajo, stanno due lunghi articoli, Alessandro Manzoni iind die 
italienische EomantiJc. L'autore si mostra ben informato delle no- 
stre condizioni letterarie; e a quella scuola e al suo capo rende 
la giustizia che vediamo negata da ipercritici petulanti, i quali 
credono il giudizio, l'intelligenza, il patriotismo cominciassero sol- 
tanto nel 1859. Il Tedesco riconosce che il romanticismo italiano 
aveva tre intenti: la riforma letteraria, il sentimento religioso, la 
redenzione patria. 

Lo storico Guizot ha 89 anni. Dalla sua campagna di Val Richer 
tornato a Parigi a passare l'inverno, rue Billot n. 10, diceva a un 
nostro e suo amico : " Sto bene : né gli occhi né le orecchie perdet- 
tero vigore. Se non che, quand' ho lavorato molto, sento qualche 
stanchezza. Quest'anno finirò la Storia di Francia ; l'anno venturo 
comincierò il Compendio della storia universale „ . 

Imparate, o giovani. 



È morto in fresca età Carlo Hopf (1833-73), che in Italia ebbe 
molti amici e fece molti studj, massime per illustrare la domi- 
nazione veneziana e genovese in Grecia: descrisse il ducato di 
Atene, le signorie di Karistos e Andros, e Santa Maura, oltre la 



NOTIZIE. 79 



vita di Carlo d'Anjou; e nella storia della Grecia dal principio 
del medioevo sino a noi, inserita nella grande Enciclopedia di 
Ersch e Grauber, riuscì faticosamente a dare la serie dei dinasti 
francesi e italiani, de' duchi di Candia, dei governatori e balii 
veneziani, de' Grimaldi, de' Giustiniani di Scio. Or preparava gli 
atti degli Zaccaria di Focea, dei Gattilusio di Lesbos, dei Crispi 
di Nasso, e d'altri dinasti italo-greci: al che miravano Les Chro- 
niques grecs-romaines inédites oupeu conmies, che pubblicò a Ber- 
lino l'anno passato. 



La Cronaca del padre Antonio Cambruzzi divenne celebre perchè 
vi si trova menzionato che, verso il 1456, fioriva in Feltre Panfilo 
Castaldi, dottore e poeta, " quale ritrovò l'inventione della stampa 
de' libri: dal quale havendola appresa Fausto Comesburgo, che 
abitava in Feltre nella di lui casa per imparare l'idioma italiano, 
la trasportò in Germania, ecc. „ Sebbene le cronache contempora- 
nee non facciano verun cenno di ciò, anzi tutte concordemente 
dicano quest'arte portataci dalla Germania, si volle ingloriarne il 
Feltrino, di modo che si taccierebbe di leso onor nazionale chi ne 
dubitasse. 

Che che ne sia, la storia del padre Cambruzzi, stimata e adope- 
rata dal Muratori e dal Verri, rimase inedita, finché ora il Munici- 
pio e i cittadini di Feltre risolsero stamparla, e la vollero dedicare 
a Ce'sare Cantù. 

Il E. Istituto Lombardo di scienze e lettere aveva posto a con- 
corso Studj critici e documentati sugli statuti dei Comuni e delle 
Corporazioni nélV Italia superiore e nelle regioni finitime. Il tempo 
^prefisso scadeva col febbrajo ora passato. Due elaborati furono pre- 
senta ti, che ora sono all'esame d'una Commissione. 

La R. Accademia delle Scienze di Torino ha messo a concorso 
[questa tema: 

Dato uno sguardo complessivo allo stato della Filosofìa in Italia 
lei tre primi decennj del corrente secolo, esporre ed esaminare la 
^losofia di Antonio Bosmini, considerandola nelle sue relazioni coi 
ìistemi deir antichità classica e del medioevo, e tenendo conto delle 
liscussioni a cui diede occasione fra i contemporanei. 



80 NOTIZIE. 



I lavori dovranno essere presentati non più tardi del 31 dicem- 
bre del 1875, in lingua italiana, latina o francese, manoscritti, 
senza nome d'autore. Al migliore L. 2000. 

La Commissione milanese pel premio Ravizza non trovò degne 
di premio le due memorie presentate : e ripropose il tema stesso, 
formolandolo più semplicemente così: 

Come si vengano svolgendo nello spirito umano il sentimento del 
hello e quello del buono. 

I lavori si presenteranno a tutto luglio 1875, e al migliore toc- 
cheranno L. 1500. 



m^ 



BIBLIOGRAFIA 



Frima Relazione Triennale della Direzione deW Archivio di Stato 
in Torino negli anni 1871-72-73. 

L'indirizzo dato allo studio della storia, poco più d'un secolo fa, dal 
luminoso esempio di Muratori, Giulini, Sassi, Oltrocchi, illuminò i 
dotti sulla vera natura e missione degli Archivj, i quali, anziché un af- 
fastellamento di carte neglette e talvolta deperenti, sono la fonte più 
ricca e la guida più sicura dell'investigazione del passato, nei quali 
ha propria sede la storia inedita del proprio paese. Sagge cure furono 
quindi volte a rendere quei depositi più conformi al loro vero scopo e 
più accessibili allo studio; a guarentirli contro l'abuso, e così eliminare 
il sospetto e la diffidenza d'un tempo fra archivisti e studiosi; ad ordi- 
narli in quel metodo scientifico e razionale, che agevoli le investigazioni 
già per se laboriose e difficili, senza che perciò essi desistano dall'essere 
in pari tempo un sussidio delle diverse amministrazioni dello Stato. A 
Torino, Napoli, Palermo, Firenze, Milano, Venezia^ ove conservansi 
inestimabili tesori, talvolta riputati incresciosi ingombri e sinanco ma- 
teria di traffico, non meno che nei minori centri provinciali, ferve questo 
studio ordinatore, e ne son prova le relazioni e i regesti di quando in 
quando pubblicati, che pongono in mano allo studioso le fila della sua 
tela. 

Notizie preziose sull'Archivio di Stato in Torino ci fornisce ora quel 
direttore capo, commendatore Nicomede Bianchi, a cui i gravi lavori 
d'ufficio non sono guari d'inciampo nell' arricchire l'Italia di pregiate 
pubblicazioni storiche, mercè la sua Prima Relazione Triennale, Quel- 
l'Archivio, nella massima parte dei documenti custoditi, distinti in cinque 
sezioni, rappresenta complessivamente l'Archivio generale del Regno 

Ardi. Star. Lonib. — An. I. ♦> 



82 BIBLIOGRAFIA. 



di Sardegna e della R. Casa di Savoja fin dal principio del VII se- 
colo, a cui negli ultimi tempi s'aggiunsero gli atti governativi del nuovo 
regno italiano, ed è costituito da nove archivj parziali, ^ dipendenti 
da un'unica direzione superiore. Nel suo ordinamento si conservò l'an- 
tico concetto e le tradizioni in corso, perchè le innovazioni inconsulte 
non fossero d'ostacolo al progresso dell'immenso lavoro, tanto più che 
per gli Archivj di Corte e di Stato della Casa di Savoja l'attenersi 
all'antico ordinamento era imperiosamente richiesto dalle condizioni 
particolari in cui essi furono costituiti, ed in cui continuarono la loro 
esistenza secolare , essendo esso determinato dal carattere delle sin- 
gole carte, classificate a norma del loro contenuto. Ogni sezione ha un 
capo speciale, che veglia e dirige le operazioni del campo a lui af- 
fidato , e rende conto bimestrale dell' avanzamento ivi avveratosi al 
direttore capo. Gran parte di quel vasto lavorio di ordinamento, clas- 
sificazione e redazione d'inventarj e registri, è inoltrata, e se non 
prossimo ne sarà il compimento, esso però grado a grado s'avvicina; 
ne farà ai dotti meraviglia, se un tale compito, intralciato dalle quo- 
tidiane richieste dei privati e delle pubbliche amministrazioni, e a cui 
non basta un'intera generazione, procede con una apparente lentezza, 
voluta dalla sua stessa natura, e dalle difficoltà che sovente incontransi 
nel classificare e porre in assetto: compito difficile e diuturno, con- 
dotto in mezzo ad un'immensa farragine di carte di carattere dispa- 
ratissimo e di classificazione sovente incerta e dubbiosa , che richiede 
non tanto la scienza storica e paleografica, quanto una cognizione non 
comune del ramo scientifico ed amministrativo, ^ di cui si maneggiano 
i documenti, sia nell'ordine finanziario ed economico, sia nel legislativo 
e nello storico. 

La Relazione c'informa altresì dell'istituzione della scuola di paleo- 
grafia ritentata nel 1871, e del Museo storico aperto nel novembre 1873, 
rappresentante per sommi gruppi dei documenti più celebri e rari per 
pregio, un intero archivio, che co' suoi atti pubblici, i manoscritti e gli 
autografi abbraccia il corso di otto secoli, e presenta la storia di Casa 
Savoja sotto varj aspetti e molteplici fasi, sotto cui essa si venne ma- 
nifestando: lo scopo di questa istituzione, secondo i savj intendimenti 



' Un desiderio nasce in chi percorre quell'interessante Relazione, quello cioè d'una 
più dettagliata indicazione dei varj elementi che costituiscono quell'Archivio, special- 
mente gli anteriori al secolo XIV. L'autore ci promette pel venturo 1875 una relazione 
sugli archivj subalpini, che darà, sembra, più larghe notizie dei loro riposti tesori. 

' L'Archivio ha una biblioteca propria, per uso e sussidio degli impiegati. Ogni opera 
nuova acquistata o donata, è fatta loro conoscere, depositandola per turno presso i di- 
rettori delle sezioni per alcuni giorni. Ottimo esempio a taluni bibliotccarj. 



n 



BIBLIOGRAFIA. 83 



del signor Bianchi, è di ricordare ai visitatori colti e studiosi molti 
fatti degni di nota e di meditazione, e mantenere nella dovuta ono- 
ranza il nome da antico tempo italianamente grande di Casa Savoja, sola 
superstite per senno e fortuna propria nella rovina di tante dinastie e 
tanti Stati. 

I cultori delle discipline storiche debbono saper sommo grado al si- 
gnor Bianchi per averci egli nel suo libro di breve mole ma fecondo 
di ottimi insegnamenti e di retti principj amministrativi schietta- 
mente professati, ^ fornito notizie, sul contenuto nell'Archivio di Stato 
torinese, e della via di savio ordinamento in cui questo s'è posto; e 
d'aver dato un prezioso manuale per gli archivisti, che tracci loro le 
regole più opportune nel disimpegno esatto del servizio a cui sono 
dedicati, tanto per ciò che riguarda la scienza, quanto l'Amministra- 
zione dello Stato. Al signor direttore N. Bianchi poi sia prezioso com- 
penso della sua illuminata attività il plauso dei dotti, e la stessa in- 
tima persuasione di rendere alla patria mercè di essa un servigio, che, 
compito nel segreto delle pareti d'ufficio, è tanto più commendevole 
quanto meno palese ed appariscente; a lui auguriamo, più che l'uffi- 
ciale, tutta la gratitudine (virtù rara) che gli deve la scienza; questa 
non manca mai al merito, quella è per lo più riserbata all'intrigo. 

A. C. 

Gargantini Giuseppe, Cronologia di Milano dalla sua fondazione 
fino ai nostri giorni. Milano, 1874; in-16, di pag. 360. 

Milano in questi ultimi tempi ebbe una quantità di storie generali o 
parziali, di cui già una parte annunziammo (pag. 5 e seg.). 

Or ecco una cronologia, dove, colla concisione dicevole a siffatti la- 
vori, sono disposti tutti gli avvenimenti, dai piti antichi tempi fino alla 
morte di Gabrio Casati, cioè, alla fine del 73. Non è dunque un libro 
da leggere ma da consultare, e libri tali traggono ogni loro merito 
dall'esattezza. Molte diligenze vi pose per certo l'autore: i severi po- 
tranno desiderarne di maggiori. Onde ajutarlo pel caso d'una ristampa, 
noi indicheremo che, nelle primissime pagine, si dà Milano fondata o 
ristaurata da Belloveso. Non è dunque questo il suo principio, e vor- 
rebbe sapersi da chi costrutta e come distrutta, se dopo fu restau- 



' Scelgo, a oagion d'esempio, fra cento : « Non è accettata la massima che tutto ciò 
che sta negli Archivj dì Stato debba essere pubblico, e per conseguenza di libero uso 
dei cittadini, sia per servire ai loro interessi personali, sia per essere adoperato a fini 
scientifici o letterarj... Circa l'uso delle carte di proprietà dello Stato vi sono limiti 
altamente reclamati dai superiori interessi del paese e da quella severa ed imparziale 
tutela, che il Governo ha il dovere di esercitare sulla universale comunanza dei <jit- 
tadini. » 



84 BIBLIOGRAFIA. 



rata. Dal 623 a. C. si salta al 222: quattro secoli muti: poi al 48, la- 
sciando via anche la pretura di Bruto. 

Se al 52 d. C. è accettato san Barnaba come fondatore della Clhiesa 
milanese, e i successori suoi, persino col nome di loro famiglia (come 
san Protaso Alciati, san Simpliciano Soresini, Dionigi Marliani), non si 
poteva poi mostrar dubbj sulle reliquie di sant'Ambrogio u. che si cre- 
dono deposte nella sua basilica, e si vogliono scoperte 1467 anni dopo «• 

Kon è esatto il dire che Attila a devastò Milano, per cui cessa per 
molti secoli d'esser sede d' imperatori w . Non fu mai più sede d'impe- 
ratori. È tanto meno esatto che a tra le leggi istituite da Carlomagno 
eranvi i giudizj di Dio v . 

Portando il libro la data del 1874, non si può dire che l'ospizio di 
Dateo fosse « nelle vicinanze dell'attuale teatro Re r, sebbene si sog- 
giunga tt che sta per essere demolito v. 

Al 605, invece di S. Maria al Cerchio s'ha forse a leggere Maddalena. 

Sono veramente del 1216 i primi statuti regolari della città e ter- 
ritorio ? 

Al 1179 tt sì dà principio allo scavo di un canale detto il Tesinello r. 
Bastano queste parole a indicare una delle più ardite e più utili im- 
prese de' nostri padri? 

Questa ricerca di piccoli sbagli, che potrebbe farsi massime nelle la- 
tine citazioni, frivola e nojosa per una critica, sarebbe utilissima se 
qualche amico la facesse ad uso dell'autore. 

Lavori simili sarebbero a compirsi specialmente in Archivj , dove 
abbonderebbero fatti, ignoti d'altronde. Prendo a caso l'anno 1493, e 
vi leggo solo un decreto che u die il primo esempio d'espropriazione 
forzata per- utilità w (non pubblica ma privata). 

E a proposito mi cade sott'occhio un lavoro di eguale pazienza, il Ca- 
lendario Storico Tipografico, dove Bernardo Centenari pose sotto cia- 
scun giorno dell'anno un fatto relativo all'arte tipografica. Si inorridisce 
leggendo, che nel 1628 le regie patenti a Torino proibivano di stam- 
pare senza licenza del gran cancelliere, e senza il. nome, cognome e 
patria dell'autore, sotto pena della^vita. Ma noi non vogliamo cercare 
le curiosità di questo libro, bensì additarlo al signor Gargantini come 
quello ove troverà altri fatti relativi alla storia milanese. Tali le edi- 
zioni del Zarotto, del Valdarfer, che aveva per correttore Lodovico 
Garbo, della società Vespolato, Paravicino, Marliano, che stampò an- 
che un Dante coi commenti; dello Scinzenzeler, e di tanti altri che fe- 
cero lavorare i torchi in questa città. Nel 1476 Dionigi da Paravisino 
stampò il primo libro in greco, che fu la grammatica di Costantino 
Lascaris, ristampata poi da Aldo nel 1494. 



BIBLIOGRAFIA. 85 



E all'uno e all'altro molti altri fatti avrebbero potuto offrire gli 
archi vj nostri. Stendo a caso la mano al volume 61 dei registri ducali 
col titolo di Immunità' Grazie^ e trascrivo : 

Dux Med. etc. Non possumus non vehementer eorum diligentiam 
et studium commendare, qui, cum sibi solum frugi esse possent, non con- 
tenti privato commodo tum maxime boni consuluisse sibi existimarunt 
si multos opera sua iuvaverint, et quod in paucorum notionem fuit, id ut 
omnibus innotescere possit effecerint. Nam inter omnes homines ij ma- 
xime bonitate prestare nobis videntur, mererique ut, sicuti in iuvandis 
alijs eorum studium versatur, ita a nobis ipsi quoque opem ferant, ne 
dum prodesse alijs cupiunt, sibi ipsi obsint. Itaque, cum nobis significa- 
verit presbiter Franciscus Tantius se librum quem de homine Galeo- 
tus Narniensis olim dictavit, cum quibusdam alijs Galeoti ipsius, et 
Georgij Morule, rarissime doctrine viri, annotationibus, imprimi ea ra- 
tione curasse, ut in publicum' dari cunctis possint, sed vereri ne idem 
ab alio, aut invidia, aut ledendi prava consuetudine, imprimatur; id 
quod ei, propter expensam factam , dispendiosum esset , petieritque 
propterea, ut per litteras id a nomine in dominio nostro imprimi per 
octo annos posse, nec alibi impressum in eo venumdari caveremus, dignum 
duximus cui morem gereremus. Per has igitur nostras decernimus non 
subditis tantum nostris, sed ne alienigenis quidem^ licere intra octavum 
annum ea volumina in dicione nostra imprimenda curare, aut alibi 
impressa in eum (sic) ferro ac venundare, sub poena duorum nummum 
aureorum prò quolibet volumirie quod reperiri contingerit, inter cameram 
nostram et ipsum presbiterum Franciscum et accusatorem dividendorum : 
mandantes quibuscumque officialibus et subditis nostris presentibus et 
futuris, ut presentes literas observent et faciant firmiter observari. 

Viglevani, 24 decembsis 1493. 

B. e. ^ 

Questo Galeotto Marzio era uno dei tanti ringhiosi letterati di allora : 
avendo pubblicato un libro De homine^ ove descrive il corpo umano, 
acerba censura ne fece Giorgio Morula, tacciandolo di non sapere 
ne il latino, ne l'anatomia, e d'essere un arrogante che voleva tentare 
ogni materia, che censurava il Filelfo come se Tersite provocasse 
Ettore. Il Galeotto gli rese pan per focaccia nella Befutatio objectorum. 

Poiché sono preziose tutte le memorie relative ai primordj della 
stampa nostra, dal volume stesso caviamo quest'altra carta: 

Dux Mediolani etc. Cum nonnunquam ea quo, dijs auctoribus, tem- 
porum benignitate et hominum industria buie seculo ad summam eius 



• Bartolomeo Cale 



86 BIBLIOGRAFIA. 



laudem et utilitatem comparata et concessa munera sunt, animadver- 
timus ac expendimus, nimium profecto nos, cum dijs primum, tum etiam 
ijs quorum studium in ea re versatum est, ut, alicuius rei repertores^ 
de se benemeritam etatem suam redderent, debere omnes putamus : 
quod, si equi verique fautores esse volumus, minime negare possumus^ 
et omnium fere rerum artes egregias, et liberalium disciplinarum studia^ 
librorumque greco latineque copiam, qua sino commode vacare bonis 
artibus non licet, ab ijs eo deductas ut, quemadmodum preterita tem- 
pora haud cum bis conferri queunt, ita futura cessura videantur, nos- 
que in primis ijs minime deesse prò virili nostra debere ducimus, ut 
que ad commune commodum excogitata sunt, feliciter cedant. Itaque 
cum in clarissima urbe nostra Mediolano, preter alia, grecarum lite- 
rarum studia maxime vigeant, quod, ut ab Grecis omnium fere scien- 
tiarum initia fuerunt, ita ad verara latine eruditionis consumationem 
absque earum cognitione accessum non patere videatur, ac huius rei 
gratia D. Demetrius Chalcondides, vir in ea scientia rarissimus, Bar- 
tholomeus Eozonus, Vincentius Aliprandus et Bartholomeus Squassus, 
scribe nostri, libros greco ac latine scriptos imprimendos curaverint, nc- 
qui fructus, e greca disciplina, penuria librorum desideraretur, sed ve- 
reantur ne aliquando id eis obesset, si ab alio id imprimi curaretur, 
non tam bene agendi quam eos offendendi, ut est hominum corrupta 
impudentia, cupidine, ac petierint a nobis, ut caverò per literas vellemus^ 
ne intra decennium in dominio nostro ea volumina, que ab eis impressa 
sunt, imprimi liceat : perhonestam eorum petitionem duximus, dignos- 
que existimavimus quibus facillime a nobis id concederetur. Itaque 
per has nostras edicimus, nomini licere in dominio nostro herotemata a 
D. Demetrio predicto et Moscopulo composita cum diversitate lingua- 
rum grecarum Tertuliani apologeticum imprimi facere, aut alibi im- 
presso (sic) in eum (sic) inferro, sub pena ducatorum decem prò singulo 
volumine, inter cameram nostram, et huius rei repertorem ac delatorem 
dividendorum, et voluminum que reperientur amissione. Mandantes pre- 
terea quibuscumque officialibus et subditis nostris, ut has nostras ob- 
servent et faciant inviolabiliter observari. 

Dat. Viglevani die 11 februarij, 1494. 

B. C. 

Chi dicesse che abbiamo voluto fare gratuito sfoggio di erudizione 
a proposito d'opera che non la comportava, gli daremo ragione, e non 
ci convertiremo. E diremo che al 1490 poteva annotarsi Girolamo Vi- 
sconti, di cui quell'anno si stampò postumo un libro de Lamiis: dove 
nella prima parte tratta se le streghe veramente e non fantasticamente 
in apparenza vadano alla tregenda: e sostiene esser meri prestigi 



BIBLIOGRAFIA. 87 



del demonio, che illudono la mente di esse; nella seconda, Se le stre- 
ghe ahhiansi a giudicare eretiche^ e ancor qui sta per il no: buon 
senso da valutarsi in queir universalità del pregiudizio ; e quando appunto 
Francesco Sforza faceva esaminare se le streghe, condannate dal Foro 
ecclesiastico, dovessero punirsi dai giudici secolari. A questo Visconti 
nel 1448 avevano assegnato la cattedra di logica i difensori dell'aurea 
libertà ambrosiana. 

Con diligenza e molte particolarità, sono divisati dal Gargantini, tempi 
dopo il 1796, e fino la pubblicazione dei Lombardi Crociati, dei Pro- 
messi Sposi, la morte di tanti illustri, le varie costruzioni, demolizioni, 
restaurazioni. Nel 1804, fra le glorie napoleoniche potea trovar luogo 
la fondazione del Pio Istituto Tipografico, che prospera ancora, scevro 
dalle ebbrezze che guastano le società operaje. 

Se nel 1833 è indicato l'arresto di C. Cantù, perchè non anche degli 
altri implicati in quel processo? Ben così ha fatto l'autore nell'arresto 
del 48. 

Meritava d'esser ricordata la stupenda eclissi del 42. 

Il Gargantini si rallegra che ora è a libero l'accesso agli Archivj, i 
tesori dei quali erano tenuti gelosamente nascosti dai Governi dispotici 
e nemici d'ogni sapere vi . 

Ma il Giulini, il Corio^ il Lattuada, il Torri, il Morigia, il Muratori, il 
Fumagalli, il Cantù, il Rosmini, che sono gli autori ai quali egli pro- 
fessa appoggiarsi , scrissero appunto sotto que' despoti nemici d'ogni 
sapere. 

Il liberalismo d'uno storico consiste nel voler dire la verità, e la sola 
verità. 

Corradi Alfonso, Beilo studio e déW insegnamento delV anatomia in 

Italia. Milano, 1873. 

Con buoni documenti il Corradi dimostra che l'anatomia in Italia 
praticavasi fin dal secolo XIII, giacche Federico II nel 1241 proi- 
biva d'ammettere alla pratica verun chirurgo se non dimostri d'avere 
studiato un anno anatomia sui corpi umani , et sit in ea parte medi- 
cince perfectus, sine qua nec incisiones saluhriter fieri potuerunt, nec factce 
curari. I nostri precorsero dunque di alcuni secoli nell'esercizio dell'a- 
natomia le straniere nazioni, e già questo basterebbe a smentire quel 
tanto ripetuto detto che la Chiesa lo proibisse. Tutti, fino"^ ai più mo- 
derni, lo van asserendo, eppure nessuno potè addurre alcun decreto ge- 
nerale: quello di Bonifazio Vili, quo scelestos excoquere et preparare 
vetavit, concerne l'uso che allora si aveva di cuocere i cadaveri, non 
sapendo altrimenti conservarli, e cosi averne le ossa spolpate. Fra gli 



88 . BIBLIOGRAFIA. 



arredi che portavano seco grimperatori di Germania quando venivano 
in Italia era una pentola appunto per tal uso, e quanti vi dovettero 
finire ! 

Ferrario Emilio, Memorie storiche di Fosdinovo. Sarzana, 1873. 

È una terra dai vescovi di Luni infeudata ai nobili di Erberia, da 
quali passò ai Malaspina, che la tennero fino al 1815. 

Giornale Ligustico di Archeologia^ Storia, Belle arti. 

La Società Ligure di storia patria^ benemerita per preziose pubbli- 
cazioni, ora vuole aver per organo questo giornale^ aggiungendovi no- 
tizia di quanto si fa nell'Archivio di Stato e dalla Consulta di belle 
arti. Nel primo fascicolo è importante la dissertazione sul Cristo, di- 
pinto da Guglielmo nel 1138, ed esistente nel duomo di Sarzana. 

Bernardi Jacopo, Sul quinto centenario della morte di F. Petrarca. 

Venezia, 1874. 

L'instancabile monsignor Jacopo Bernardi diresse questa lettera al 
Cantù, per incitarlo a scrivere una completa monografia del Petrarca, 
in occasione del suo centenario che si celebrerà ad Arezzo: 

tt È da lunghi anni che io vo' ripetendo che niun nome si presta 
cosi a raccogliere intorno a se la storia dei suoi tempi come quello di 
Francesco Petrarca, e la messe abbondantissima a farlo è data dal 
tesoro delle sue epistole, opera veramente monumentale, cui ha illustrato 
con lunga ed amorevole fatica, ben degna della riconoscenza dei po- 
steri, il chiarissimo Fracassetti. E voi che scriveste con tanta am- 
piezza di concetti e luce d'uomini e cose del Parini e dei tempi suoi, 
non potreste per tale solenne circostanza accingervi ad un lavoro d'in- 
dole somigliante per il Petrarca ? Mentre io vi parlo di tal guisa, la vostra 
mente fecondissima e le cognizioni infinite, di che l'arricchiste, vi spie- 
gano innanzi la gran tela e stupenda che a tessere vi si porgerebbe, 
pigliando, se mi concedete siffatta maniera di esprimermi, fra mani 
la vita di questo tenacissimo amico della sua patria, infaticabile scrit- 
tore, indefesso consigliere e operatore di concordia e di pace. Notate 
di più che le nostre condizioni presenti, paragonate a quelle in che 
fioriva il cantore di Laura, de' Colonna, e di Rierizi, vi porgerebbero 
pagine eloquentissime a dettare, tenendovi lontano da ogni irritazione 
di parte con quel senno che voi sapete v. 

Ma nel seguito della lettera viene a mostrare superflua la fatica del 
Cantù, ove pur l'assumesse, giacche si sta preparando un lavoro di molti 



^ X 



BIBLIOGRAFIA. * 89 



Italiani, ciascuno dei quali illustrerà alcuna parte della vita e delle opere 
dell'illustre Aretino. Per esempio, il Cantù vi tratterà dell' indipendenza 
italiana, com'essa fu veduta chiaramente dal poeta; della sua stirpe il 
Passerini, della Laura la Fusinato, dei Colonna suoi protettori Oreste 
Raggi, ecc. A quanto poi espone il chiarissimo Bernardi, aggiungiamo 
che il triestino signor Attilio Ortis lavora indefessamente ad un'edi- 
zione delle opere latine del Petrarca, paragonandole coi ipanoscritti , 
e con ciò prendendo occasione di emendare i moltissimi errori e supplire 
le molte lacune che si trovano nelle stampe, e che non furono cono- 
sciute neppure dal Fracassetti. 

Le acque del territorio di Milano e Bergamo. Memorie storiche del- 
l'avv. Giuseppe Maria Bonomi. 

Non è che un breve discorso, desunto, per la parte milanese, dal- 
l'importante opera del Bruschetti, mentre per la bergamasca dà buone 
notizie. 

Egli dice che della Lega lombarda u il primo giuramento seguì in 
Pontida il 7 aprile 1167 v. Noi non ci accostiamo all'opinione del Vi- 
gnati, che terrebbe ogni appoggio a quella tradizionale gloria di Pon- 
tida, ma è certo che accordi e giuramenti eransi fatti dapprima: e forse 
a Pontida avvenne il convegno finale de' collegati, e di là mossero a ri- 
fabbricare Milano, guidati da fra Jacobo, che forse era di quel con- 
vento. 

A Bergamo la principale roggia, come dicesi a Milano, o seriola, 
come dicesi nel Bergamasco, è del principio del secolo XIII, e forse 
della fine del XII; di prati irrigui nel Comune di Stozzano si parla 
in documenti del 1233: poi la Morlana contribuì tanto all'incremento 
dell'industria in città e ne' contorni. Oltre il Serio, si estrassero acque 
dal Brembo, altre dall' Oglio; altre si dedussero da alvei sotterranei, 
massime nel territorio di Morengo. 

Tuzzi GiovANNNi, Della battaglia diMelegnano 13 e 14 settembre 1515^ 
e del monumento di un prode bergamasco a S. Zeno in Venezia. 

È un articolo sulla Provincia, gazzetta di Bergamo, 27 settembre 1873, 
ove si prova che coi Francesi furono partecipi della vittoria i Veneziani. 
Cinquanta prodi veneti coU'Alviano fecero impeto contro gli Svizzeri; 
e fra essi Pellegrino Baselli Grilli, che è il prode bergamasco accennato 
nel titolo. 



90 ' BlBTJOGRAi^IÀi 



Tebaldo Brusato. Brano di storia del secolo XF, di Francesco 
Bettoni. Brescia, 1874; in-8, di pag. 400. 

Cesare Cantìi aveva tentato, n^W Ezelino da Romano^ di dare alla 
storia più esatta l'interesse di romanzo, mediante le particolarità che 
si trovano nei cronisti, e che gli storici, massime della scuola antica, 
negligono ; e quelle che si connettono agli attori del racconto, ai luoghi, 
ai costumi, alle persone del tempo. Pare a questo fine stesso dirigersi il 
signor Bettoni, che in Tebaldo Brusato ci presentò la situazione mo- 
rale e politica di Brescia alla morte del più famoso fra' suoi vescovi, 
Berardo Maggi. Vi pose per epigrafe un motto di esso Cantù: u Del 
medioevo nulla si ha a ribramare, nulla forse a imitare, ma molto 
ad imparare w. 

I fatti storici sono collegati da un romanzo di amori fra due di fa- 
zione opposta, come succedette in Romeo e Giulietta, in Imelda dei 
Lambertazzi, nel Buondelmonte, in tanti altri fatti o veri o finti. 

CoNESTABiLE GIANCARLO, Sovra due dischi di bronco antico italici, e 
sovra Varte ornamentale primitiva in Italia e in altre parti di 
Europa. Torino, 1874; in-4'', con tavole. 

Chiamo l'attenzione degli eruditi su questo lavoro, sebbene non affatto 
negli intenti di questo giornale, perchè (lasciando a parte la ricchissima 
e sicura erudizione dell'autore) vi trovo e fatti e autorità relative ai 
tempi che dicono antistorici, e precisamente all'età del rame, alla quale 
il Conestabile crede contemporaneo l'uso del ferro, che trova spessis- 
simo presente e mescolato all'altro metallo ne' lavori industriali e arti- 
stici : dal che deduce che il periodo del ferro cominciò nella penisola no- 
stra ben prima che nel Settentrione. Al qual proposito discute un cu- 
rioso passo di Aristotele, ove si asserisce che nell'isola d' Elba scavavasi 
dapprima il rame, e quello serviva a tutti gli usi ; sol dopo molto tempo 
vi cominciò la produzione del ferro. 

Inoltre l'autore coghe l'occasione di tornare sulla quistione, se Fenici 
Etruschi fossero quelli che le arti introdussero nella Scandinavia, 
e vi lasciarono tanti ornamenti e monete antichissime fin d'Egina, 
studio ora di «quei dotti: come di là trasportarono l'ambra; e quali 
vie fossero aperte nel continente europeo per tali comunicazioni. Ed 
erano probabilmente, riguardo all'Italia, l'una per le Alpi Pennino, 
l'Elvezia, il Reno^ l'Hannover, fin verso il Weser e l' imboccatura del- 
l'Elba; l'altra per la Stiria, Vienna, la Slesia, verso le bocche della Vi- 
stola il Brandeburgo riuscendo nella Pomerania a sinistra dell'Odor 
e a Rugen, ove dovea sboccare un'altra strada, che da Val di Po e 



BIBtlOGRA^lA. 91 



dall'Adige pel Brennero e la Baviera veniva da Halle. Qui nasce la di- 
sputa suir Eridano, che Erodoto pone verso il Baltico, e forse confonde 
col Po, dove non si raccoglieva già l'elettro, ma vi si deponeva quello 
recato dalla Vistola, dall' Eider o dal Jutland. 

Però l'ambra, su cui si fa principale appoggio alle congetture sulle 
comunicazioni, trovasi non solo in Sicilia, ma nella pineta di Ravenna, 
negli strati subapennini del Bolognese e nelle sabbie del Po, donde 
poteano esser tratti i pezzi che ora si scavano dalle tombe etrusche e 
dalle terramare, per quanto lo neghi il Virchow nel ragguaglio sul- 
l'italica craniologia ed etnologia. (Berlin-Gesellschaft filr Anthropologie ^ 
Etimologie und TJrgeschichte.) 

Il Conestabile tende, come in altri lavori, a diminuire l'importanza 
commerciale de' Fenici e crescer quella degli Etruschi, che, forse con- 
tinuando l'opera di Italioti più antichi, somministravano l'ambra alla 
Grecia, che in tanto pregio l'aveva. 

G. B. Cadorin, Bella guerra di Chioggia, tra Genovesi e Veneziani^ 
lettera d'un Genovese scritta in Budna adi 16 fevrer 1380. Vene- 
zia, 1874. 

Questi scudi ce ne fanno ricordare uno moderno e famoso. Nella 
celebre battaglia di Chioggia, l'agosto 1370, i Veneziani considerarono 
come bellissimo trofeo di loro vittoria lo scudo di Pietro Boria ^ e il 
doge Andrea Contarini ottenne fosse riposto nella sua casa. Era di 
cuojo effigiato, di centimetri 80 sopra 68,* e fu sempre tenuto in gran 
pregio. Nell'assassinio della repubblica di Venezia, fatto da quelli che 
allora si chiamavano democratici e liberali, fu gettato, con altri ricordi 
della conculcata patria, sulla soffitta della casa Contarini, e il ferra- 
vecchio che ne fece la stima lo valutò lire 4 venete. Uno dei Contarini, 
quando volle ricuperarlo, dovette sostenere una lite, per la quale pagò 
ai suoi avvocati una volta lire 1500, l'altra 800; alfine venne ad una 
transazione, per cui al pretendente sborsò lire 1200. 

Passò poi per eredità a una donna, che lo portò in casa del Piccoli, 
il quale esibì di venderlo al Municipio. 

a Dopo lunghe e ripetute pratiche, il signor Piccoli ritrovò finalmente 
nel conte Alessandro Marcello, in allora podestà di Venezia, l'uomo 
che, forte del patrio decoro, gli offri una somma in relazione al valore 
storico ed in uno artistico dello scudo. Senonchè il Marcello, lasciato 
di repente l'ufficio, l'affare venne posto di nuovo in dimenticatojo. Ne 
più lodevole risultato ottennero le pratiche riprese sotto il sindacato 
del principe Giovanelli e dell'attuale sindaco Fornoni, presso il quale 
lo scudo ebbesi anzi formale verdetto di recezione da parte del Co- 



92 BIBLIOGRAFIA. 



mune. Erano le cose in questo modo quando, giunto a Venezia M. De- 
lange di Parigi e udito a discorrere su tale soggetto, egli l'acquistava 
al primo vederlo , pagandone l' importo chiestogli dal proprietario di 
lire 3000. Lo scudo del Doria trasportato a Parigi venne non ha guari 
venduto per l'ingente somma di lire 25,000. Così Venezia perdeva un ri- 
cordo di una delle più grandi epoche della sua storia, gelosamente costu- 
dito in essa per quasi cinquecento anni. Cosi Venezia va tuttogiorno de- 
pauperandosi di quanto ha di migliore nelle testimonianze della sua 
passata grandezza, per spilorceria di chi dirige il nostro museo, per 
quella trascuratezza in cui sono tenute fra noi le memorie del pas- 
sato. Se ne fanno belli all' invece gli stranieri; perocché dicono certi 
attaccati alla greppia del denaro pubblico, che oggi, rotte le barriere, 
siamo tutti fratelli in Italia, e che certe memorie non monta il conser- 
varle. Fra tanti sacrificj imposti all'ora della guerra di Chioggia da 
Veneziani, agli ori, agli argenti donati alla patria , all'incessante vigi- 
lare armati alla sua custodia^ l'offrire se stessi e i proprj figliuoli, le 
proprie case, le proprie navi (sic) ; in pochi giorni furono versati nella 
pubblica cassa oltre sei milioni di lire, ingentissima somma relativa a 
quei tempi. E lo storico Bonifacio aggiunge, che alle donne non ri- 
mase dei loro ornamenti d'oro che la vet^a, simbolo del loro matrimonio. 
Tanti furono gli atti d'eroismo, tanta la annegazione dimostrata, che 
a premio condegno trenta famiglie furono aggregate a quella nobiltà, 
alla quale agognavano perfino di appartenere i monarchi più potenti r. 
Un altro storico ricorda che « addì 3 settembre vennero lettere a 
Venetia dalle quali s'intese che i pregioni venetiani licenziati da Ge- 
nova, s^approssimavano, onde la Signoria fece subito rilasciare il resto 
dei pregioni genovesi. Et quello stesso giorno i Genovesi fecero rila- 
sciare l' altra metà dei pregioni venetiani che erano nelle loro prigioni, 
e tutte le due parti tornarono a salvamento. Et fu in questa liberation 
usata una gran magnificentia e fatto un ufficio di molta pietà in Ve- 
nezia, che molte donne venetiane insieme unite fecero una grossa ri- 
colta di dinaro, e comperarono una grossa quantità di gonnelle, mantelli, 
capucce, scarpe, calze ed altri vestimenti, scompartendoli tra prigioni 
genovesi secondo il bisogno di ciascuno, dando anche dinari per spese 
a ciascuno che vi avevano una grande necessitade ^. 

Ciò leggiamo nelle copiose note all' opuscolo di cui riferimmo il ti- 
tolo, ed è uno dei tanti documenti, che, principalmente nel Veneto, 
si stampano per occasione, e che distribuiti solo agli amici, non gio- 
vano agli studiosi, e rimangono dimenticati. Almeno gli editori aves- 
sero cura di farli conoscere ai giornali che, come il nostro, n© ten- 
gono ricordo. 



BIBLIOGRAFIA. 93 



Alianelli Nicola, Delle consuetudini e degli statuti municipali 

nelle Provincie napoletane. Napoli, 1873. 

Sul punto cosi controverso dell'ordinamento marittimo di Trani> 
r Alianelli sostiene la data del 1063. A lui diriga una lettera G. B. Bel- 
trami (Barletta, 1873), accettando la data stessa, e che fossero vera- 
mente involgare, per quanto la forma venisse alterata nelle trascrizioni 
posteriori. 

Vedovi, Biografia dei martiri di San Giorgio e di Belfiore. 

E noto che, nel 1872, fu celebrata a Mantova la commemorazione 
e la traslazione degli appiccati dall'Austria. In quell'occasione fu ri- 
pubblicata la biografia di Enrico Tazzoli, fatta da Cesare Cantù, sulle 
lettere e sulle memorie autografe di questo, che egli possiede. 

Clemente Domenico, Napoli e San Tomaso d'Aquino. Napoli, 1873; 
in-16, di pag. 88. 

Lilla Vincenzo, La mente déW Aqiiinate e la filosofia moderna. Vo- 
lume 1. Torino, 1873; in-8, di pag. 358. 

Mentre sembra la scienza filosofica decadere più sempre nello scettici- 
smo, che spesso equivale a idiotismo, è bello veder ridestarsi il culto del 
maggior filosofo del medioevo. I due libri che annunziamo si comple- 
tano , perchè l' uno lascia da banda le dottrine , ed espone i fatti 
che concernono Tomaso d'Aquino, la sua vita, il suo culto, accu- 
mulando autorità, e lasciando desiderare correzione di lingua e di stampa. 
Egli ricorda che Ferdinando II aveva messo sotto il patronato del gran 
santo l'Università di Napoli , e postone l'effigie sulla medaglia dei pre- 
sidenti alla pubblica istruzione e dei professori; e si duole che, nel- 
l'odierno farnetico di monumenti, il busto di esso siasi confuso nell'U- 
niversità stessa con quelli di Giordano Bruno e Pier delle Vigne. 
L'altro più seriamente studia la mente dell' Aquinate, paragonandola 
coll'ontologia e 1' ideologia moderna, e cercando renderla intelligi- 
bile al secolo nostro collo spogliarla del gergo scolastico, che in parte 
era proprio dei tempi, in parte de' suoi settatori. Così compiesi l'opera 
già cominciata da Klengton, da Schelzer, dal Cornei di, dal Capecelatro 
e da altri, ^ per restaurare la scienza di qual grande Italiano, di cui 
si celebrò il centenario ai 7 marzo. 

C. C. 



' E ultimamente da Filippo DtJRSo, La ragione umana. Bologna, 1874. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

a) OPERE STORICHE PUBBLICATE IN ITALIA. 

Gennajo-marzo 1874. 



Aguglia (S.). Pippino da Montemag giove. Storia siciliana del se- 
colo XVIII, sotto il regno di Vittorio Amedeo II; in-8. Palermo. 
Altavilla (prof. R.). Il Regno d^ Italia. Dizionario geografico-stori- 
. co-statistico ad uso di tutti, ecc.; fase. I-II; in-8. Torino. 

L'opera si comporrà di circa 15 fascicoli. 

Antonini (P.). Del Friuli^ ed in particolare dei trattati da cui ebbe 
origine la dualità politica in questa regione. Note storiche ; in-8. Ve- 
nezia. 

Balan (prof. P.). Storia di Gregorio IX e dei suoi tempi; fase. XX- 
XXI; in-8. Modena. 

Balbiani (A.). Il convento dei Cappuccini a Pescarenico presso Lecco 
ed i Padri riformati. Documenti inediti per commento ai a Promessi 
Sposi » di Alessandro Manzoni; in-16. Milano. 

Battaglini (N.). Il Consiglio e lo Statuto di Torcello^ con appen- 
dice. Studj; in-8. Venezia. 

Bazzoni (A.). Un confidente degli inquisitori di Stato di Venezia. Me- 
morie e documenti; in-8. Firenze. 

Berizzi (Sac. P. G.). Storia di Giovanna d^ Arco detta la pulzella 
d'Orléans. Seconda edizione, riordinata ed annotata da Costantino 
Coda; in-16. Torino. 

Bertolini (prof. ¥.). Storia del medio evo fino alla seconda metà del 
secolo XV. Scritta ad uso delle scuole secondarie; in-16. Milano. 

Bettoni (F.). Tebaldo Brusato. Brano di storia del secolo XV; in-8. 
Brescia. 

Beverini (P. B.). Elogi di uomini illustri di casa Guinigi; in-8. Lucca. 

Bianchi (N.). Carlo Matteucci e V Italia del suo tempo. Narrazione cor- 
redata di documenti inediti; in-8. Torino. 

Brignardelli (G. B.). J Merletti di Chiavari; in-16. Firenze. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 95 

Calendario storico-tipografico. Notizie raccolte da Bernardo L. Cen- 
tenari; in-16. Roma. 

Cantù (Cesare). Della indipendenza italiana. Cronistoria divisa in tre 
periodi: Francese, Tedesco, Nazionale. Disp. 26, voi. II, fase. 12; in-8. 
Torino. 

— Italiani illustri ritratti. Fase. 30, voi. III. in-8: Milano. 

L'opera si comporrà di 33 fascicoli. 

Cavallini (avv. A.) Le vite di alcuni uomini illustri che negli anni 

1848 e 1849 sollevarono alla maggior altezza di gloria il nome di 

Roma. Voi. I, in-8. Roma. 
Cecconi (G-.). I due fratelli Lippaccio ed Andrea Guzzolini da Osimo. 

Notizie storiche, raccolte ed illustrate con documenti e note; in-4. 

Osimo. 
Cerei (D.). Innocenzo Papa VI^ dapprima detto Stefano Aliherti della 

famiglia degli Aliherti di SaluzzOj Piemonte; in-8. Torino. 
Chabas (F.). Memorie sopra il nome di Sardegna e degli antichi Sardi ^ 

in relazione coi monumenti dell'Egitto; con note di Gio. Spano ; in-8 . 

Cagliari. 
Claretta (Gf.). Sulle avventure di Luca Assarino e Gerolamo Brusoni, 

istoriografi ducali; in-8. Torino. 
Claretta (G-). Una pagina di storia subalpina negli anni 1799 e 1800; 

in-8. Firenze. 
CoNESTABiLE (G. C). Sovva due dischi in bronzo antico-italici del mu- 
seo di Perugia^ e sovra Varte ornamentale primitiva in Italia e in 

altre parti di Europa. Ricerche archeologiche comparative ; in-4. 

Torino. 
CoRAzziNi (prof. F.). I tempi preistorici o le antichissime tradizioni 

confrontate coi risultati della scienza moderna; in-16. Verona. 
Da Mula (P. A.). Relazione presentata il 10 settembre 1533 ; in-4. 

Padova. 
De Leva (prof. G.). Storia documentata di Carlo V, in correlazione 

alV Italia. Disp. 16, voi. Ili; in-8. Padova. 
Del Vecchio (N.). Introduzione allo studio della Storia Universale; 

in-8. Napoli. 
Deschamps du Makoir (J.). Nouveaux souvenir s d'Italie^ 1872, 1873 ; 

in-16. Florence. 
Dizionario universale di geografia e storia, compilato da una società di 

scienziati italiani sotto la direzione di Gustavo Strafforello e L. Gri- 
maldi-Casta. Serie VII; in-8. Milano. 

L'opera si comporrà di 30 a 35 serie. 

FoRMiCHiNi (C). Francesca da Rimini. Monografia storica; in-16. Li- 
vorno. 



96 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



Gargautini (G.). Cronologia di Milano dalla sua fondazione fino ai 
nostri giorni ; in-16. Milano. 

Garrdcci (P. R.). Storia delVarte cristiana nei primi otto secoli della 
Chiesa^ corredata della collezione di tutti i monumenti di pittura e 
scultura incisi in rame su cinquecento tavole ed illustrati. Fasci- 
colo XXVII, in-fol. Prato. 

L'opera si comporrà di 100 fascicoli. 

Gennari (Ab. G.). La repubblica francese a Padova^ 28 aprile 1797- 
20 gennajo 1798. Frammenti di una cronaca inedita ; in-4. Padova. 
GiODA (C). Machiavelli e le sue opere ^ in-16. Firenze. 

(Pag. 485-570, Machiavelli e i suoi tempi.) 

Giornale Ligustico di Archeologia y Storia e Belle Arti. Fondato e 
diretto da L. T. Belgrano ed A. Neri. Anno I, fase. I. Gennajo 1874. 
in-8. Genova. 

Se ne pubblica un fascicolo al mese. 

Grassi (L. J.). Serie di vescovi ed arcivescovi di Genova ; in-8. Genova. 

Guerra {della) di C Moggia tra Genovesi e Veneziani. Lettera d'un 
Zenoese, scritta in Budua a dì 16 fevrer 1380; pubblicata per cura 
di G. B. Cadorin e corredata di copiose annotazioni storiche; in-8. 
Venezia. 

GuroiciNi (G.)". Cose notabili della città di Bologna, ossia Storia cro- 
nologica de' suoi statuti sacri, pubblici e privati. 5 voi. in-4. Bologna, 
1870-74. 

Herculanensium voluminum giiw supersunt, collectio altera. Tom. Vili, 
fase. II. Complectens libros ignoti auctoris quorum titulus hunc su- 
perfuit; in-fol. Napoli. 

LiTTA. Famiglie celebri italiane. Disp. 172; in-fol. Milano. 

Contiene : 
Passeeini L. Marchesi di Salluzzo. Parte III. 
Manuale topografìco-archeologico delV Italia. Compilato a cura di di- 
versi cultori della scienza archeologica, e preceduto da un discorso 
intorno allo scopo del medesimo, di Luigi Torelli. Disp. IV (risguar- 
dante Mantova, Brescia e relativi territorj, e la Liguria); in-8. Ve- 
nezia. 
Miscellanea di Storia Italiana. Edita per cura della Regia Deputa- 
zione di Storia Patria. Tomo XIII; in-8. Torino. 

Contiene : 
pROMis C. L'oratorio del Sacramento in Torino. 
Promis D. Illustrazione di una medaglia di Claudio, di Set/sseL. 
Da Paullo a. Cronaca milanese dall'anno 1476 al 1515, edita da Antonio 

Ceruti. 
Antichi Calendarj della Chiesa di Bergamo, editi da Giovanni Finazzi. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 97 

Perbin a. De l'association des monnayeurs du Saint Empire Romain. 
Blondel. Memorie aneddotiche sulla Corte di Sardegna. Edite da V. Promis. 
Promis. D. Monete e medaglie italiane. 

Monumenti di Storia patria delle Provincie Modenesi, Cronaca Mode- 
nese di Tomasino de' Bianchi detto De' Lancellotti. Serie delle cro- 
nache. Tomo X, fase. Ili; in-4. Parma. 

Muzzi (prof. S.). Vocabolario geografico-storicostatistico delV Italia nei 
suoi limiti naturali. Dispense 1-6 (A. Novalesa); in-8. Bologna. 

Nardi Dei (aw. M.). Monografia storica e statistica del Comune eli 
MontespertoU ; in-8. Firenze. 

NiccoLiNi (Gr. B.). Opere edite e inedite^ raccolte e pubblicate da Cor- 
rado GargioUi. Disp. 115; Storia della Casa di Svezia in Italia, 
Disp. 15; in-8. Milano. 

Palmero (prof. G.). Cenni storici intorno a Corio e Rocca di Corio 
Canavese; in-16. Torino. 

Passerini (L.). Genealogia e storia della famiglia Guadagni; in-8. 
Firenze. 

Raynisco (prof. P.). Tommaso Rossi e Benedetto Spinoza. Saggio sto- 
rico-critico; in-8. Salerno. 

Renieri (M.). Tiberio Gracco ed i suoi amici Blossio e Diofane. Ri- 
cerche e congetture. Traduzioni (dal greco) di Costantino Triantg,- 
fillis; in-8. Venezia. 

Ricciardi (G.). Una pagina del 1848, ovvero Storia documentata della 
sollevazione delle Calabrie-., in-16. Napoli. 

Ricotti (II.), Breve storia della costituzione inglese. Seconda edizione; 
in-8. Torino. 

— Della rivoluzione protestante. Discorsi storici; in-8. Torino. 

RoHRBACHER (ab.). Storia universale della Chiesa cattolica dal prin- 
cipio del mondo fino ai dì nostri, aggiuntavi la continuazione fatta 
dal Chantrel. Quinta edizione. Voi. I; in-8. Torino. 

Rosa (C). Claudio Claudiano. Saggio critico-storico; in-8. Ancona. 

Spano (comm. G.). Scoperte archeologiche fattesi in Sardegna in tutto 
ranno 1873 -, in-8. Cagliari. 

Storia della Chiesa per un vecchio cattolico italiano. Disp. Ili; in-8. 
Milano. 

L'opera si comporrà di circa 15 dispense. 

Vannucci (A.). Storia dell'Italia antica. Illustrata coi monumenti. Di- 
spensa 37, voi. II; in-8. Milano. 

L'opera completa consterà di quattro volumi, illustrati da 600 incisioni. 

Zini (L.). Storia d'Italia dal 1850 al 1866., continuata da quella di 
Giuseppe La Farina. Disp. 130 (voi. I. Parte II. Disp. 43); in-8. 
Milano. 



98 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



6) OPERE RTSGUARDANTI L'ITALIA PUBBLICATE ALL'ESTERO. 
Gennai o-Giugno 1873. 

Arthur (W.). The Modem Jove: A Review of the Collected Speeches 
of Pio Nono'^ S. Hamilton. 

AuRÈs (A.). Du calendrier romain et ses variations siiccessives^ depuis 
les temps les plus reculés jusqti^à Vépoque actuelle.ìKémoÌYQ. 1/® par- 
tie. Depuis les temps les plus reculés jusqu'à la réforme de Jules Ce- 
sar. Nimes. 

Bastide-Stuart. Pio IX roi\ 8. Paris. 

Beaumont (Elie de). Éloge historique de Jean Plana^ Vim des huit as- 
sociés étrangers de VAcadémie. Lu dans la séance publique annuelle 
de l'Académie des sciences, le 25 novembre 1872. Institut de France 
4. Paris. 

Belot (E.). Histoire des chevaliers romains considérée dans ses rapports 
avec celle des différentes costitutions de Rome, depuis le temps des 
Graques jusqu'à la division de V empire romain (133 avant J. C. — 
395 aprls J. C.)\ 8. Paris. 

— T>e tribunis pleMs, de origine et vi, forma et modo tribunicce potestatis. 
* Hanc thesim facultati litterarum Parisiensi proponebat ibid. 

— Le dernier siede de la république romaine. Legon d'ouverture faite 
à la faculté des lettres de Lyon, le 18 avril 1872; 8. Lyon. 

Castan (E.). Histoire de la papauté. T. l.''®; 8. Moulins. 

Cayla (J. M.). La Fin du papisme. 1.^® ed.; 8. Lib. de la Bibliothè- 

que démocratique. Paris. 
Chantrel (J.). Le Pape Benoit XIII, 1724-1730-, 8. Tours. 
Choisy. Essai sur Vorganisation des classes ouvrilres chez les Romains; 

8. Paris. 
DoBBERT (E.). Ueher den Styl Niccolò Pisano's und dessen Ursprung; 

gr. 8. Mùnchen. 
Bowling (J.). The History of Romanism from the Earliest Corruptions 

of Christianity y with Chronological Tahle, Indexes, Glossary, and 

numerous Illustrative Engravings. A new edition with supplements, 

continuing the History from the Accession of Pope Plus IX, to hi s 

Proclamation of Papal Infallibility, and his Deposition as a Temporal 

Sovereign. A. D. 1870; 8. New York. 
Du-Prey (A. L-). Rome capitale-, 8. Saint-Omer. 
Falloux (Graf v.). Lehen des papstes Pius F. Aus dem Franzosischen 

ins Deutsche libersetzt; gr. 8. Regensburg. 
Ficker (J.). Forschungen zur Reichs- und Rechi sgeschichte Italiens, 

4 Bd. 1. Abth.; gr. 8. Innsbruck. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 99 

FoucHER (P.). Les Siéges heroì'ques, Orléans (1428), Beauvais (1472), 
Metz (1552), Leyde (1573), La Rochelle (1627), Vienne (1683), Pra- 
gue (1742), Lille (1792), Mayence (1793), Lyon (1793), Génes (1800), 
Saragosse (1808), Missolunghi (1824), Venise (1848), Strasbourg 
(1870); 18. Paris. 
Gasparin (le comte Ag. de). Innocent III. Le Siége apostoUque, Co- 

stantin; 8. Paris. 
Gazeau (le R. P. F.). Histoire romaine A. M. D. G.y revue, corrigée 

et complétée. 2® édition; 18. Paris. 
Gregor VII. Ein GeschichtsUld zur 800 jahr. Gedachtnissfeier von ei- 

nem Laien; gr. 8. Aachen. 
Gregorovius (F.) GescUchte der Stadi Rom in Mittelalter. Vom 5. bis 

zum 16. Jahrhundert. 2 durchgearb. Aufl. 7. Bd.; gr. 8. Stuttgart. 
HoEFLER (C). WaJil und Thronhesteigung des letzten deutschen Fapstes 

Adrian' s VI, 1552; lex.-8. Wien. 
HoLM (Ad.). Das alte Catania. 1 chromolit. Pian.; 4. Lubeck. 
HuEBNER (Bar.). The Life and Times of Sixtus the Fifth. Translated 

from the originai French by James F. Meline ; 12. New York. 
HuELSKAMP (F. P.). Papst Pius IX j in seinem Lehen und Wirken ; 

lex.-8. Miinster. 
Jaunez-Sponville (0.). Histoire de la revolution italienne; 8. Paris. 
LuBOJATZKY (F.). Der Papstspiegel^ oder das Lehen und Treihen der 

Pdpste bis auf unsere Zeit; gr. 8. Dresden. 
Maassen (F.). Fine Rede des Papstes Hadrian II, vom Jahre 869. Die 

erste umfassende Benutzung der falschen Decretalen zur Begriin- 

dung der Machtfiille des romischen Stuhles; lex.-8. Wien. 
Mahrenholtz. (R). Ueher die Relation des Nicolaus von Butrinto.. (Re- 

latio de itinere Italico Henrici VII.); 8. Halle. 
Malapert. Cicéron et Catilina, Fragment d' histoire; 16. Paris. 
Is'iebuhr (B. G.). Lectures on the Ristori/ of Rome. Edited by J).^ Leon- 
hard Schmitz 4.t^ ed. 1 voi.; 8. Lockwood. 
Pejacsevich (G. J. N.). Das Papstthum und der Rechtsstaat. Aus civili- 

sator. Gesichtspunkten beurtheilt. Pest. 
PoTTHAST (A.). Regesta pontificum romanorum inde ab a. post Christum 

natum 1198 ad a. 1304. Fase. I. Plagula 1 ad 20. ; 4. Berlin. 
Prétraille (La) romaine. Tableau historique du fanatisme et de la cor- 

ruption dans Véglise catholique romaine. Traduit de l'originai alle- 

mand de Corvin. 14 livraisons; 8. Berne. 
Punitions des persécuteurs du pape, depuis Hérode III jusqu'h Napo- 

leon III. V^ et 2® parties; 32. Toulouse. 
Reinlein (F. F.) Papst Innocenz III, nach seiner Stellung zur UnfeM- 

harkeitsfrage. Ein Beitrag zur Charakteristik des Papstes. Aus den 



100 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 



Quellen beschrieben. 2. Heft. Hundert Bemerkungen und Belegstel- 

len ; gr. 8. Eriangen. 
RoLLAND. Rome^ ses égliseSj ses monumentSy ses institutions. Lettres à 

un ami. 4.® édition, revue et augmentée ; 8. Toiirs. 
ScHiLLEK (H.). Geschichte des romischen Kaiser reicìis unter der Regie- 

rung des Nero; gr. 8. Berlin. 
ScHOEBER. Vorwùrfe und AnMagen gegen Gregor VII. Aus den Schrif- 

ten seiner Zeitgenossen. Nordhausen. 
ScHWARZKOPF (A. V.). Beitràge zur Geschichte der nationalokonomischen 

Studien in Italien im 17 und 18 JahrhunderU Nach Pietro Custodi's 

gr. 8. Strassburg. 
Scott (B.). The Contente and Teaching of Catacomhs at Rome ^^^ ed.; 

8. Longmans. 
Ségur (de). Le Souverain Pontife. 9® édition; 18. Paris. 
Sewel (E. M.). A Catechism of Roman History; 18. Longman. 
ScHMiTZ (Ju.). A History of Rome, fromthe Earliest Period to the Dcaih 

of Commodus, A. D. 192, New ed.; 8. Lockwood. 
SiMONiN (L.). Ultalie en 1872 y ses progrh et sa trans formation, 2.® ed.; 

8. Paris. 
Teste (L.). Notes sur Rome et V Italie ; 18 Paris. 
Thaner (F.). TJeher Entstehung und Bedeutumj der Formel: Salva 

sedis apostolicae auctoritate in den pdpstl. Privilegien ; lex.-8. Wien. 
Thierry (A.) Histoire d'Attila et de ses successeurs jusqu'h Vétahlis- 

sement des Hongrois en Europe. Suivie des légendes et traditions 4^ 

ed. 2 voi. 8. Paris. 
Thomas (G. M.). Die àltesten Verordnungen der Venezianer fur aus- 

uàrtige Angelegenheiten. Ein Beitrag zur Geschichte des volker- 

rechtlichen Verkehrs. Aus archival. Quellen; gr. 16. Miinchen. 
ViLLEMAiN. Histoire de Grégoire VII, précède d'un discours sur Vhi- 

stoire de la papauté jusqu'au IX siede. 2 voi.; 8. Paris. 
YoLKMAR (G.). Die romische Papstmythe, Akademischer Rathhausvor- 

trag; 8. Zlirig. 
^^'oLLSCHLAEGER (C. S.). Die Zeitreihe der Pàpste bis auf die Gegen- 

wart. Eine kurzgefasste chronologische Uebersicht der Geschichte 

der Pàpste als histor. Hulfsbuch zum Nachschlagen; gr. 8. Eisenach. 



. IL PATRIZIATO MILANESE. 

- I. 

DIRITTO DIVINO DI CONQUISTA — FEUDI — ARISTOCRAZIE ITALIANE 
VICENDE E TENDENZE DEI NOBILI MILANESI. 



Ora che le dottrine umanitarie e i rinnovati costumi eguagliarono 
le posizioni sociali, togliendone inveterate distinzioni, le quali, in 
altri tempi, favorivano una classe a detrimento delle altre; ora che 
in Italia non vi sono più, né vi ponno essere, se non cittadini dello 
Stato; svaniti nel tempo stesso rancori e pregiudizj, ci sia permesso 
prendere ad un esame imparziale e tranquillo le origini, il signi- 
ficato intrinseco, lo svolgersi e il decadimento finale del patriziato 
milanese, indagandone, per quanto è possibile, il pensiero diret- 
tivo, durante il tormentoso avvicendarsi di infiniti avvenimenti. 
Questo patriziato attirò, come tutti gli altri, le ire implacabili, 
inconsulte della folla, sempre pronta a denigrare ogni cosa; pure, 
non bisogna dimenticare che esso tenne per secoli il monopolio 
di tutte le iniziative, la missione di proteggere tutti gli interessi del 
nostro paese, compreso il benessere del nostro popolo. La sua 
azione è insomma un fatto, un elemento sì predominante nell'indi- 
rizzo della nostra storia municipale, che sarebbe follìa il discono- 
scere, imperdonabile trascuranza il non studiarla nelle sue fasi. 

Le idee moderne volgono con certa foga verso una perfetta 
democrazia, benché ai dì nostri fioriscano rigogliosamente tanto 
nazioni seguaci di questo principio, quanto altre attenentisi a si- 
stema misto, od opposto. Nello stesso modo che nel mondo morale 
i filosofi vanno in cerca di una scienza che loro sfugge, e battono, 
per lunghi anni, una via creduta la retta, finché i sorvegnenti, 

Arch. Star. Lonib. — An. I. 7 



102 IL PATRIZIATO MILANESE. 

persuasi che la non sia capace di condurre alla scoperta finale 
del vero — benché seminata di qualche briciola di verità — ten- 
tano differenti sistemi; così i popoli, che, sebbene inconsci, pure 
sono irreparabilmente dominati dalle massime filosofiche in voga 
— i cui riflessi infiltransi nei cervelli anche più ottusi — studiano 
di dar corpo, nel mondo dei fatti, a quelle teorie, imponen'dosi 
per fine un assoluto di felicità impossibile a conseguirsi. Inna- 
moransi di alcuni principj, quasi trascinati da forza arcana, ir- 
resistibile, e li spingono fino alle ultime conseguenze; ma poi, a 
misura che si inoltrano, scoprono, a loro malcosto, che anche là 
pullulano le disillusioni, e che quei principj non sono acconci ad 
attuare il sospirato ideale: allora non appajono più alle fantasie 
se non i difetti di quegli ordini stessi con tanto ardore abbrac- 
ciati, e se ne disconoscono perfino i vantaggi evidenti. Riuscendo 
col tempo, con fatiche improbe e con sanguinose rivoluzioni, ad 
impiantare costituzioni foggiate a norma delle nuove idee, dap- 
principio tutto sembra corrisponda alle rosee aspettative, poiché 
non scorgesi se non il lato eccellente; ma fatalmente un inesora- 
bile rovescio di medaglia turberà ben presto lo sperato trionfo. 
Questa altalena, presa in grande, traspare dalla storia di molti 
popoli. Qualche nazione, come la repubblica di Venezia, amò me- 
glio perire sfinita, anziché rinnegare il principio aristocratico a 
cui dovette la sua straordinaria fortuna. La Francia, all'incontro, 
si é assunta il compito, non invidiabile, di condensare in pochi anni 
quelle spasinodiche rivoluzioni, per compiere le quali altri popoli 
impiegarono secoli, godendo lunghissimi intervalli di una prospe- 
rità relativa, la sola possibile. 

In Europa, come ognuno sa, non si conobbero, in tempi storici, 
le caste sovrapposte le une sulle altre, che dividono ancora, con 
barriera insormontabile, le popolazioni di alcune fra le grandi mo- 
narchie dell'Oriente. La classe nobile, nella società europea ante- 
riore alle rivoluzioni della fine dello scorso secolo, supponevasi 
rappresentasse i conquistatori di un paese, viventi accanto ai con- 
quistati: si ammetteva che un popolo straniero, soggiogando colla 
forza delle armi un altro popolo ed occupandone il territorio, vi 
avesse organizzati ordini e privilegi intesi a conservare la propria 
supremazia per molte generazioni, quasi frutto legittimo della vit- 
toria. Questa teoria non potevasi veramente applicare nella nostra 



IL PATRIZIATO MILANESE. 10.^ 

Europa se non a pochissime nazioni; poiché nella più parte non 
avrebbe avuto da secoli nessun significato: in alcuni pochi appena 
si adombra, che il tempo gli avvenimenti e la superiorità morale 
dei popoli vinti mescolarono le schiatte , spesso col sopravvento 
di questi, principalmente nelle provincie popolate dalle stirpi la- 
tine, in modo siffatto che i soggiogati finirono per assimilarsi gli 
invasori, convertendoli alla romana civiltà e alla religione cristiana. 

In Turchia, per altro, tale separazione appare ancora in tutta 
la sua crudezza, tanto più difficile a vincersi, inquantochè i con- 
quistatori (i Turchi) appartengono alle razze turaniane o tartaro- 
finniche (nelle quali alcuni scienziati vedrebbero i discendenti di 
Caino), mentre i vinti, per la maggior parte greci, slavi, albanesi, 
armeni, discendono da popoli arii, ossia indo-europei.^ Lo stesso 
dicasi dell'Ungheria, dove i Magiari (l'aristocrazia), gente parimenti 
di origine turaniana, si sovrapposero violentemente agli Slavi (il 
popolo) ^ 

In Inghilterra, benché non esista antitesi di razza, è vivo ed 
evidente lo screzio fra i varj strati di popolazione; e le famiglie 
normanne, seguaci delle avventure di Guglielmo il Conquistatore, 
primeggiano tuttavia sui vinti Sassoni, i conquistatori più antichi 
degli autoctoni Brettoni. Quasi scomparsa è la tradizione che diffe- 
renziava i Franchi invasori della Gallia dai Celto-latini, il popolo 
uscito dalla conquista romana; quantunque alcuni storici sognino 
di scorgere nella grande rivoluzione francese la riscossa finale e le 
vendette degli antichi abitatori conquistati contro i vincitori di 
stirpe germanica, rappresentati dalla nobiltà e dal suo re di diritto 
divino ; e nelle gigantesche imprese del primo Napoleone, la rivin- 
cita dei Gallo-romani, col ripristino di un impero d' Occidente che 
rifacesse strepitosamente l'opera di Carlo Magno in senso inverso. 
Strano perciò è il vedere le riminiscenze di tali divisioni di razza, 
che in Francia sembravano oramai relegate fra le anticaglie ar- 
cheologiche, fare tuttora capolino nei cervelli esaltati di alòuni 



' In Constantinopoli vivono ancora le reliquie dell'antica aristocrazia bizantina, sotto 
il nome di Fanarioti. 

^ In Ungheria tutti i Magiari sono nobili : — la piccola nobiltà comprende anche gente 
poverissima che vive del lavoro delle proprie braccia. In certi distretti (i Kermans, i 
Jaziguez, gli Aiduchi), tutti quanti avevano diritto di rendersi all'assemblea come ap- 
partenenti alla razza conquistatrice. 



104 IL PATRIZIATO MILANESE. 



legittimisti; ed anzi, bollono nella infervorata immaginativa del 
pretendente Enrico V di Borbone; il quale, rivolgendosi, qualche 
mese fa, a'suoi fedeli, con un solenne documento, come avrebbe 
potuto fare un re della prima dinastia, assevera che la Francia 
non può perire, poiché: " Le Christ aime ancore ses Franosa „ In 
Italia poi la assimilazione dei popoli di diversa origine * fu in modo 
completa, da non lasciare traccia se non nella memoria degli eru- 
diti. In massima dunque fu più agevole la mischianza, quando 
vinti e vincitori erano diramazioni di una identica famiglia, gli 
Arii — i pronipoti di Jafet che, coi popoli procedenti da Sem e 
da Cam, formerebbero la razza caucasea, la più eletta della uma- 
nità, se pure la nostra superbia non fa velo al vero — dal cen- 
tro dell'Asia calati in Europa in tempi differenti, come è appunto il 
caso nelle regioni occidentali di questa, nelle quali non rimane 
evidentemente più vestigia delle popolazioni che l'abitavano nei 
periodi preistorici, fuorché nelle provincie basche della penisola 
iberica. 

Ammesso dunque che la conquista — e quindi i feudi, che ne 
furono uno dei modi — sia stata la base del diritto dell'aristo- 
crazia nobiliare, ne viene per immediata conseguenza la disparizione 
di essa, dacché la conquista nel senso del diritto divino, e i diritti 
feudali, vennero disconfessati da quasi tutte le nazioni moderne. 
Scalzata la base, l'edificio crollò, e delle idee di patriziato, di nobiltà, 
non rimasero che certe forme esteriori, di pura convenzione sociale, 
che non esercitano influenza alcuna sugli ordinamenti politici; pal- 
lido riflesso di istituzioni esaurite: ed alla aristocrazia baronale ne 
subentrava un'altra più civile, quella che si acquistava col servire 
la patria colla spada, colla penna, colle arti tutte, colla industria ; 
infine, col contribuire in qualsiasi modo alla prosperità delle popo- 
lazioni fra le quali uno vive. Al diritto di conquista succedeva il 
diritto popolare. 



'^Lettera del conte di Chamhord al signor Chesnelong, deputato dei Bassi Pirenei —^ 
colla data da Salisburgo 27 ottobre 1873; che, per la sua esorbitanza, rimandava, almeno 
per ora, alle calende greche la preparata ristaurazione. 

^ Sulla questione della fusione dei Longobardi coi Latini in un solo popolo vi è di- 
sparere fra gli storici. Alessandro Manzoni constaterebbe, con prove alla mano, che la 
loro separazione si prolungasse per lungo tempo (vedi il Discorso sopra alcuni punti 
della storia longobardica in Italia). 



IL PATRIZIATO MILANESE. 105 

La rivoluzione iniziata dagli Enciclopedisti, ed attuata con feroce 
intemperanza dal popolo francese, le idee che si impadronirono 
della società moderna in conseguenza di quell'enorme avvenimento, 
distrussero dalle fondamenta il sistema feudale, organizzato nel 
mondo latino qualche secolo dopo la caduta dell' impero romano 
di Occidente. Non è qui il caso di discutere quale sia stata l'origine 
dei feudi: se, come vorrebbe il Vico^ datino veramente dai tempi 
omerici ; se dagli imperatori romani, i quali, secondo il Giannone,**' 
per assicurare le frontiere dello Stato, minacciate continuamente 
dai Barbari, concedevano ai capitani ed ai soldati segnalatisi nelle 
guerre di conquista, alcune terre poste ai confini; se sieno stati 
importati nella Gallia dai Franchi quando soggiogarono i Celto-ro- 
mani (Gaulois), e in Italia dai Longobardi, o se prima dai Goti; 
infine se, come crede fermamente il Muratori,'' la parola feudo 
non sia comparsa prima del Mille, ritenendo apocrifi i documenti 
con data anteriore che la riportano. In ogni modo, quel singolare 
ordinamento, prevalso per tanti secoli, fu una delle basi, forse la 
principale, su cui erigevasi l'edificio europeo.^ Coli' inaudito sviluppo 
del meccanismo feudale andava viepiù allargandosi anche la ca- 
valleria, riscaldando le classi elevate con foga battagliera, inva- 
sandole di una smania di correre perigliose e strane avventure, 
allo scopo di raddrizzare torti, difendere il debole contro l'oppres- 



" Scienza nuova. 

^ Storia del reame di Napoli. 

' Dissertazioni sopra le antichità italiane. 

* È indubitato che la legge feudale venne introdotta in tutta Italia, per consuetudine 
dai Longobardi. Corrado il Salico imperatore fu il primo a fissare leggi feudali in iscritto: 
consuetudini e leggi che si estesero all'Italia tutta. In questa materia non correva dif- 
ferenza tra le famiglie viventi secondo legge longobardica o secondo altre leggi; tanto 
più che le romane tacevano su questo particolare. Ruggero di Sicilia, sottrattosi all'im- 
pero d'Occidente, introdusse ne'suoi Stati nuove leggi feudali, da'suoi successori ampliate; 
introdusse del pari i feudi secondo il diritto dei Franchi, pei quali non succedevano al 
padre, nel feudo, che i soli primogeniti, mentre i Longobardi ammettevano tutti ì fi- 
gliuoli maschi alla successione. 

Passava differenza fra benefizj e feudi. I primi, non obbligand» a servigi militari, 
potevano essere dati anche a femmine. 

Dei primi se ne fece un vero abuso. Tutti gli inservienti dell' arcivescovo di Milano, 
fornaj, fabbri, portinaj, cuochi, cantinieri, sartori, usufruttavano in proporzione del loro 
grado qualche feudo. Eguale costume prevaleva alla Corte della contessa Matilde (vedi 
GiANNONE, Storia del reame di Napoli, e Mubatobi, Dissertazioni, ecc.). 



106 IL PATRIZIATO MILANESE. 

sore, strappare celestiali zitelle dagli artigli di castellani prepo- 
tenti — quindi i cavalieri erranti, i paladini che combattono i 
Saraceni in guerre immaginarie — poi le, Crociate in Terrasanta, 
e tutta l'epopea cavalleresca, che comincia colla Tavola Rotonda di 
re Arturo; è cantata dai poeti in cento romanzi, idealizzata dal- 
l'Ariosto con arte divina; finché Cervantes, nell'insuperabile Bon 
Chisciotte^ risuscita per un momento, colla magìa del suo pen- 
nello, tutto questo mondo fittizio, riboccante di immaginose illusioni, 
e lo polverizza con irresistibile ironia. 

Il mestiero delle armi, e, possibilmente, il comandare eserciti, 
fu sempre la principale^ occupazione, non solo dell'aristocrazia feu- 
dale, ma di vescovi ed abati. Fino dai tempi anteriori alle Cro- 
ciate, negli Stati Europei, il servizio dell'infanteria fu lasciato alla 
plebe; la cavalleria all'incontro, divenuta il nerbo degli eserciti, 
si reclutò esclusivamente fra i gentiluomini, che, col nome di militi, 
furono investiti degli onori cavallereschi. Duchi e conti, usurpato 
il diritto di sovranità, suddividevano le provincie tra i fedeli baroni, 
i quali, alla loro volta, distribuivano ai vassalli minori qualcuno 
dei vantaggi della signorile giurisdizione. Tutti insieme compone- 
vano l'ordine equestre o dei nobili. Questi, dall'alto delle torri dei 
loro castelli, circuiti da fosse, coi ponti levatoj alzati e le saraci- 
nesche ben chiuse, guatavano con occhio altero la folla dei villici 
e dei borghigiani formicolanti nella sottoposta pianura, come gente 
di una razza inferiore, fatta apposta per ubbidire. Per conservare 
intatta la dignità della nascita, eransi imposta le legge di non im- 
palmare se non donzelle loro pari, sotto pena di degradazione, 
caso mai derogassero. Contuttociò accadeva spesso che un plebeo 
valoroso e avventurato si arricchisse e nobilitasse colla spada e, 
da agnello fattosi lupo, divenisse capostipite di nuova, orgogliosa 
famiglia, ben tosto dimentica della modesta sua origine: siccome 
fu segnatamente in Italia, in cui i capitani di ventura (Sforza, Car- 
magnola, Piccinino, Gattamelata, ecc.) portarono la democrazia al 
potere prima che in ogni altro paese di Europa.^ 

Ora, lasciando la tesi generale per scendere al nostro tema, è 



'Molti fra i capitani di ventura appartennero a grandi famiglie; quali sarebbero 
Bartolomeo Colleoni; Cavalcabò; Braccio da Montone; i Malatesta, signori- di Rimini; 
Guido da Montefeltro, signore di Pisa e di Urbino ; ed altri. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 107 

mia convinzione, corroborata da prove innegabili, come verrò espo- 
nente, che il patriziato milanese non abbiasi, per la sua massima 
parte, a ritenere di origine feudale o castellana, ma essenzialmente 
cittadina, quindi di gente latina; eccettuati pochi casi di provenienze 
di capi longobardi o franchi; dimodoché la sua importanza sto- 
rica stette sempre nel cognome, non preceduto da particella, non 
già nel nome dei feudi che potè per avventura aver acquistati od 
avuti per fatti relativamente recenti ; quindi, coerente all' indole 
sua, più che a sfoggiare nomi di terre, pensò ad aggiungere al co- 
gnome originario altri di casati apportanti in famiglia laute eredità, 
anche quando a nomi splendidi per gloriose gesta doveva accop- 
piarsene di insignificanti, imposti da vanagloriosi testatori. Osservo 
poi che i più illustri cognomi (come avviene in tutte le altre Pro- 
vincie d'Italia, dove non si usi il nome dei feudi) sono comuni 
anche nel popolo. Balzac, il celebre romanziere, soggiornando in 
Milano, non dissimula la sua sorpresa, in una delle sue novelle, 
nel leggere la mattina, al disopra delle botteghe, i nomi di famiglia 
dei blasonati anfitrioni dai quali, cred'io, veniva sontuosamente 
ospitato nei serali convegni. 

L'assenza assoluta del carattere feudale e territoriale si rimarca 
segnatamente nella superba aristocrazia di Venezia, nelle cui la- 
gune, alle prime scorrerie barbariche, ripararono gli avanzi del 
patriziato romano ; cosicché nobiltà e popolo discendono dalla me- 
desima stirpe. ^*^ — A Firenze, dove circa cencinquanta famiglie di 
ricchi mercanti di origine etrusca e di fazione guelfi (anni 1282 
e 93), schiacciata la parte ghibellina, nella quale era arruolata 
la vetusta aristocrazia latina che aveva dato Dante all'Italia, ^^ si 
resero arbitri della repubblica, escludendone la nobiltà per usur- 
parne i privilegi — vera oligarchia popolare (Medici, Strozzi, Al- 
dobrandini, Corsini, Capponi, Vettori, Acciajuoli, Guicciardini, 
Villani, Martelli, Borromeo di S. Miniato, Machiavelli, ecc.), susci- 
tando, solo molti anni più tardi, per reazione, la congiura che i 
Pazzi, famiglia delle più potenti fra le spodestate, d'accordo con 
Sisto IV, con Ferdinando re di Napoli e coli' arcivescovo Salviati, 



" Dante Alighieri era persuaso di discendere da famiglia romana ricoveratasi, come 
molte altre, in Fiesole al cadere dell'impero occidentale. 

* * I Griustinianì discenderebbero invece da Angelo Flavio imperatore d'Oriente. 



108 ■ IL PATRIZIATO MILANESE. 

ordirono contro Giuliano e Lorenzo de' Medici. Anche nelle altre 
parti della penisola, accanto ai rampolli delle prische famiglie che 
avevano conservato — legge romana ( Massimo, Santacroce , Cae- 
tani. Frangipane, Buondelmonte, Pazzi, Alighieri, Tornabuoni, Ali- 
dosio) ; alle meno antiche, derivate dai grandi feudatarj, le quali 
seguivano legge longobardica (d'Este,^^ Malaspina, Pallavicino, mar- 
chese di Massa, Pusterla, Pio di Carpi, Gherardesca, Carraresi, 
Manfredi, la famiglia di Matilde di Toscana, ecc.), — ripuaria 
(marchese di Toscana, Bourbon del Monte, ecc. ), — salica ( Gof- 
fredo di Toscana, marchese di Monferrato, Eccelini, Crivelli, Pico 
della Mirandola, benché di origine longobardica), a seconda del po- 
polo a cui erano originariamente appartenenti,^^ vediamo casati 
recenti, altamente benemeriti della nazione, straricchi di onorificen- 
ze cavalleresche, fattisi perfino principi di città e Stati- importanti, 
portare nomi già famosi nei fasti della democrazia (Fregoso, Adorno, 
Bentivoglio, Appiani, Concini, Sederini, Scaligeri, Gonzaga, Atten- 
dolo di Cotignola detti Sforza). In alcune regioni italiane, come 
sarebbero Napoli, Sicilia, Piemonte, il feudalismo medievale ebbe 
il sopravvento, ed inculcò l'abitudine nei baroni di fregiarsi di pre- 
ferenza del nome delle baronie, e dei titoli che le distinguevano; 
abitudine seguita, nelle provincie della bassa Italia, dalle famiglie 
che non sono veramente di origine castellana, e perfino dalle nuo- 
vissime. 

Molti Italiani di umile condizione, principalmente fiorentini. 



'2 Adalberto, che, da un documento del 1011^ sì rileva intitolarsi marchese, e che il 
Muratori suppone progenie degli antichi duchi e marchesi di Toscana, professava legge 
longobardica — però il Litta vorrebbe che quella famiglia, invece, professasse legge 
ripuaria. Dal figlio di Adalberto, Oberto Obizzo, si dipartono quattro fratelli, cioè Adal- 
berto Pallavicino capostipite della famiglia, che menò tanto rumore nelle storie italiane, 
— Alberto, capostipite dei marchesi di Massa, — Oberto Obizzo Malaspina (famiglia 
suddivisa in due diramazioni; cioè Malaspina dallo spino -fiorito e Malaspina dallo 
spino secco), — Oberto, padre di Alberto Azzo, che, sposando Adelaide, probabilmente 
di origine francese, giacché professava legge salica, diede principio alla casa d'Este, 
spenta in Italia, ma fiorente in Germania (case di Brunswick e di Annover): ed at- 
tualmente seduta sul trono dell'Impero Britannico. 

*^ Tutti i conquistatori barbari invasori del romano impero, nel mentre osservavano 
la propria legislazione, concedevano ai vinti di valersi di quella legge che loro meglio 
piacesse ; né tale libertà fu loro mai tolta per editto imperiale. Col tempo le leggi ro- 
mane prevalsero, mentre le longobardiche, e molto più le altre, vennero interamente 
dimenticate (Vedi Tisaboschi, Storia leti, ital,). 



IL PATRIZIATO MILANESE. 109 

lombardi e piemontesi, spingevansi in Francia e in Inghilterra, e, 
sotto il nome di banchieri, vi esercitavano l'usura. Arricchiti, torna- 
vano in patria col gruzzolo ; comperavano terre, e fondavano parec- 
chie famiglie, che si resero poi celebri negli annali della storia 
italiana. Altri, all'incontro, di famiglie già illustri, partiti dall'Ita- 
lia, riuscirono non solo ai più alti onori, ma a sedere su troni 
stranieri. Bonifacio, marchese di Monferrato, ebbe parte nella presa 
di Costantinopoli col doge Dandolo, ed è assunto a re di Macedo- 
nia. — Le case di Annover e di Brunswick sono diramazioni (vedi 
nota 12, pag. 108) della casa d'Este. — La famiglia di Stanislao 
Poniatowski re di Polonia ritiensi progenie dei Torelli, signori di 
Guastalla. — Concino Concini, di origine aretina, segue in Francia 
Maria de' Medici sposa ad Enrico IV, e diventa il celebre mare- 
sciallo d'Ancre. — Una diramazione dei Gonzaga passa in Francia, 
col titolo di duchi di Nevers, dove rappresenta una figura che si 
stacca dal comune. Né tacerò i grandi condottieri che comandarono 
quasi esclusivamente al di là delle Alpi, al servizio di monarchi 
forastieri, quali Emanuele Filiberto ed Eugenio di Savoja; Kai- 
mondo Montecucoli; Alessandro Farnese duca di Parma. Si nove- 
rano poi alcuni uomini di genio, venuti dai ranghi popolari, che 
si fecero arbitri di estere nazioni, come i cardinali Mazzarino ed 
Alberoni. 

Tornando alla nostra Lombardia, noteremo intanto di volo che 
nella costituzione del governo dei Longobardi — i conquistatori in 
maggiore numero e più solidamente accasati nel nostro paese — 
non vi era propriamente posto per una nobiltà da paragonarsi a 
quella sorta più tardi in pieno medio evo. Non esistevano privilegi 
ereditarj, e tutti gli uomini liberi er^no eguali in diritto; il merito 
personale, il coraggio, il numero dei clienti, il favore del principe 
mettevano solo differenza fra di loro. Come sempre, la gloria del 
padre rifletteva sul figlio, e la grandezza degli avi si prolungava 
sui discendenti; ma erano piuttosto riguardi consigliati dalla opi- 
nione, che non una istituzione politica.^* 

In quasi tutte le città italiane vi fu , tra la fine del duodecimo 
secolo ed il principio del decimoterzo, quasi una contemporanea 
sollevazione della plebe contro i nobili; vale a dire, del grosso della 



**BouiiiER, De la civilisation en Italie^ 



Ilo IL PATRIZIATO MILANESE. 

popolazione romano-antica contro le schiatte nordiche, discendenti 
dagli stranieri conquistatori. Tale sollevazione fu iniziata dai cit- 
tadini milanesi, fino dal secolo decimoprimo colla guerra della plebe 
guidata da Lanzone da Corte e da Alberico Settala, contro i ca- 
pitanei, i valvassori ^^ e i nobili che non possedevano beneficj, veri 
padroni della città, i quali, in seguito ad una fiera zuffa combat- 
tuta nelle vie e nelle piazze, furono da quella espulsi colle loro 
famiglie ; seguiti poco dopo dallo stesso arcivescovo Ariberto. Cele- 
bratasi la pace (1044), e rientrati i nobili in Milano, narra il Corio 
(Storia di Milano, capo IV), convocarono un generale concilio, nel 
quale sancirono due statuti ; il primo, che i da Corte non potessero 
più, in perpetuo, abitare nella città e nel contado di Milano ; il- 
secondo, che ciascun nobile potesse uccidere un plebeo, pagando 
per ammenda lire sette ed un soldo di terzuolo. La plebe, così 
crudelmente bistrattata, per difendersi dai primati elesse a suo 
capitano Erlembardo Cotta, un patrizio ! uno de' più fastosi, giac- 
ché è scritto di lui che coram populo in vestihus pretiosis ambu- 
lahat.^^ IlGiulini^^ trova, a ragione, inverosimile questo racconto, 
regalatoci anche dal Fiamma e dal Morigia con tutta serietà, per 
la ragione assai convincente che la moneta dei terzuoli fu inven- 
tata molto tempo dopo. Secondo il Fiamma però, Erlembardo sa- 
rebbe stato nominato capo della nobiltà, non della plebe. Il Mo- 
rigia ^^ sta col Corio, ed aggiunge che Erlembaldo " perchè era 
buono oltre alla nobiltà, anche di gran giudizio, „ fece cassare quella 
scellerata legge che rammentava troppo una fra le barbariche con- 
suetudini della gente longobarda. 

Da questa pace i nobili ne uscirono malconci, esautorati; e, 



• 5 II titolo di capitaneo (o valvassore o milite maggiore) , titolo meramente feudale, 
a cui aggiungevasi quello del luogo infeudato, comincia a comparire nell'agro milanese 
sul principio della seconda metà del decimo secolo. I valvassori o militi minori, detti 
anche valvassini , dipendevano per vassallaggio dai capitanei, e in Lombardia appella- 
vansi valvassori in modo assoluto. Il Muratori vorrebbe questi ultimi di origine esclu- 
sivamente italiana. Il Fiamma narra che l'arcivescovo di Milano Landolfo II aumentava 
il numero de'suoi militi o vassalli detti di S. Ambrogio, chiamando molti nobili milanesi 
a capo delle pievi, i quali perciò avrebbero preso il nome di capitanei, probabilmente 
colla approvazione dell'imperatore Ottone IL 

'^ Vita di S. Arialdo, cap. 17. 

' ^ Memorie della città e della campagna di Milano nei secoli bassi. 

*^ Jlistoria dell'antichità di Milano. 



IL PATRIZIATO MILANESE. Ili 

mentre l'autorità dei feudatarj, capitanei e valvassori, tutti, meno 
questi ultimi, di straniera origine, era confinata ne' loro castelli e 
circostante campagna; nel campo avverso sviluppavasi rigoglioso 
il Comune, opera capitale della borghesia latina, la quale, rinforzata 
dai lauti profitti del commercio, era cresciuta formidabile, esube- 
rante di vita espansiva. 

Molti fra i più potenti signori, succeduti ai conti ed ai marchesi, 
fino dalla seconda metà del secolo decimo, e, con maggior frequenza, 
al rassodarsi del Comune dopo il Mille, ora spontaneamente, allet- 
tati da promesse lusinghiere , ora costretti dalla forza, si sottomi- 
sero ai ricostituiti municipj. Abbandonarono le romite rocche, in 
cui tenevano la loro bellicosa Corte, per farsi pacifici cittadini 
delle rinascenti città lombarde, le più vicine alle loro signorie ^^, 
fino allora abitate solamente dalle infime classi, e promisero, in 
contraccambio dei privilegi ottenuti, di risiedere gran parte del- 
l'anno in quelle, piantarvi il principale domicilio, ^° fissando cosi 
una usanza viva tuttora in tutta Italia, la quale dà al nostro paese 
una fisonomia singolare, che lo distingue da altre contrade d'Eu- 
ropa; dalle germaniche, a cagion d'esempio, nelle quali le grandi 
famiglie sono accasate nelle residenze campestri, in mezzo a vasti 
tenimenti.^^ Infatti, vediamo che i palazzi nelle città italiche tengono 
il posto solenne che altrove i castelli della campagna — dipoi con- 
vertiti in ville ; ma che, in memoria della origine feudale, i Francesi 
si ostinarono a chiamare chateaux — e mentre i ricchi italiani 
non hanno nelle campagne, generalmente, se non d'elle ville, i 
francesi non possiedono che degli hòtéls nelle città. Che i palazzi 
cittadineschi sieno da noi quasi la sintesi della potenza storica di 
una famiglia, lo provano Siena, Firenze, Venezia, Genova, Roma, 
Palermo, ecc., le quali racchiudono in questo genere monumenti 



" Quando sul finire del decimo secolo ì nobili, che per lo più risiedevano nelle loro 
terre, portaronsi ad abitare le città, ritennero il nome dei posti d'onde erano partiti. 
Essendo venuti in uso sul cadere dello stesso secolo i cognoni, non pochi adottarono 
quei nomi. (Vedi Giulini.) 

2" Muratori, AntiquH. ital. 

^' Il ritorno in Milano dopo la villeggiatura cadendo, per lunga tradizione, nel novem- 
bre , fino al quarantotto si faceva, dalle grandi famiglie, con qualche apparato ; quasi 
gì trattasse di raantenere pubblicamente una antica e solenne costumanza, 



112 IL PATRIZIATO MILANESE. 

celebri, anche in linea d'arte, segnanti non solo le gesta degli eroi, 
ma tutte le fasi per cui passò la nostra architettura ; estrinsecando 
con linee, con sagome profondamente espressive, i costumi, le ten- 
denze, le idee, che improntarono carattere, moralità speciale ai 
varj periodi della patria storia — libro a lettere di marmo, sem- 
pre aperto alla curiosità dei dotti — dalla rozza e massiccia strut- 
tura dei primi secoli dopo il Mille, alla bizantina, alla longobardica, 
poi, coll'arco acuto, alla gotica, alla svariata venustà della rina- 
scenza che tutto concilia, tutto raffina; alla più castigata eleganza 
del Cinquecento ; alle fantasiose, eccessive contorsioni del barocco : 
— e i famigerati palazzi Doria in Genova, Strozzi in Firenze, 
Farnese in Roma, Estense in Ferrara, Gonzaga in Mantova, resero 
popolare , sotto molteplici aspetti , il nome di quelle famiglie in 
tutto il mondo civile. A. Firenze una legge municipale obbliga 
chi compera una casa a mantenere esposti gli stemmi degli an- 
tichi signori, permettendosi solo di trasportarli in altro posto 
della facciata — legge che appalesa un vero culto per le patrie 
memorie, foss'anche per un semplice simbolo. 

A Milano dunque, nella seconda metà del secolo decimoprimo, 
gli ordini della cittadinanza erano così divisi : i capitanei — poi i 
valvassori — indi gli altri nobili — i negozianti — per ultimo 
altri ranghi minori. Come in molte altre città, le famiglie potenti 
diedero il loro nome alle vie nelle quali sorgevano le loro abita- 
zioni, munite di torri e di ferrei cancelli a guisa di fortezze, atte a 
sostenere l'urto delle fazioni, e dinanzi a cui, in tempi meno remoti, 
formavano delle piazzette ed erigevano porticati dove stavano ad 
asolare coi famigliari, coi clienti. ^^ Avevano anche chiese di loro 
pertinenza (juspatronato), vicine alle loro magioni, le quali pren- 
devano il sopranome del casato. In altri casi, erano le famiglie che 
assumevano il nome del quartiere in cui abitavano, e su cui anti- 
camente ebbero qualche giurisdizione (Medici di porta Ticinese 



?* Le vie dei Visconti — degli Stampi — dei Bigli — dei Medici — degli Holocati — 
dei Grassi — dei Gambari — dei Resti^ — dei Clerici — dei Piatti — dei Bossi — dei 
Moroni — dei Meravigli — degli Amedei — dei Pusterla — dei Borromei — dei Cit- 
tadini — dei Basini — dei Settala — dei Morigi — dei Cusani — dei Cavenaghi 
r— della Sala — Belgiojoso — Burini, ecc. Ben pochi per altro di questi nomi rimon- 
tarne fino ai tempi di cui discorriamo. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 113 

— Crivelli di porta Comasina); costume rimasto nel famigliare 
discorso fino a giorni nostri. ^^ 

Così dalle guerre civili — nelle quali non di rado la plebe si 
trovava patrocinata da potenti famiglie magnatizie — succedeva 
un tal quale cambiamento nella relativa posizione politica delle 
classi sociali. Per farla finita bisognò che i nobili scendessero ad 
accordare una lauta parte nel governo dello Stato alla plebe. L'a- 
ristocrazia andò così scadendo di modo che, alla metà del secolo 
duodecimo, salvo i capitanei e i valvassori, tutti gli altri cittadini, 
quantunque nobili e doviziosi, venivano confusi col popolo e colla 
plebe (vedi Giidini). Epperò, in tali tempi, il ceto nobile suddivi- 
devasi in tre ordini : — i capitanei — i valvassori — i nobili che 
non avevano alcun titolo se non di cittadini. I consoli (1130) si 
prendevano da tutti e tre questi ordini. Fra i nobili cittadini in- 
sinuavansi talvolta alcuni plebei, ragguardevoli per censo, per sa- 
pere, per valor militare, e riuscivano ad innalzarsi perfino alla 
dignità consolare. Ma i plebei cosi avventurati da toccare quell'e- 
minente grado erano pochi; ne conseguì che la nobiltà, dopo la 
istituzione del magistrato consolare, andasse riguadagnando gran 
parte di quel predominio nella repubblica che aveva • totalmente 
perduto nel secolo antecedente. 

Senonchè, in seguito alla creazione della Credenza di S. Ambrogio, 
la fazione dei nobili si trovò un'altra volta stremata di forza , non 
essendo più seguita, come prima, dalla plebe, la quale finiva poi 
per unirsi alla Motta contro di essa. Cosa fosse la Motta^ ce lo spie- 
gano gli storici milanesi. Fino dal 1036 era scoppiata una fiera 
contesa fra capitanei e valvassori. Questi ultimi, annojati di star- 
sene soggetti ai primi, si ribellarono alla loro autorità. Molti poi 
fra i valvassori rinunziarono agli ottenuti feudi per rendersi inte- 
ramente padroni di sé, e collegaronsi con altre famiglie illustri per 
cariche e dignità, le quali, noncuranti di aver feudi, per la maggior 
parte attendevano alla mercatura, e costituirono così quella società 



2^ Le cappelle gentilizie erano un'altra manifestazione della grandezza delle famiglie. 
In Milano se ne veggono ancora alcune poche, resìstenti alla mano livellatrice che vor- 
rebbe tutto distruggere, gli archi di porta nuova come le costumanze dei nostri avi. 
Citerò quella degli Aresi in San Vittore — dei Cicogna alla Passione — dei Visconti 
e dei Brivii in S. Eustorgio — dei Trotti in San Marco — dei Trivulzi in San Nazzaro 
e a Santo Stefano — dei Griffi in San Pietro in Gessate. 



114 IL PATRIZIATO MILANESE. 



che si cliiamò della Motta. Per sedersi fra gli ottimati esse non 
aspettarono il beneplacito di regnanti, ma seppero per proprio 
impulso afferrare a tempo opportuno la civile supremazia, farsi 
numerosa e devota clientela, e talvolta acquistare importanza de- 
cisiva col gettarsi ora da una parte, ora dall'altra, a guisa di terzo 
partito. Così, verso la fine del secolo decimosecondo (1198), la città 
si trovava divisa in quattro fazioni — i nobili, capitanei e valvas- 
sori minori — la Motta — i mercanti, detti più propriamente 
Paratici — la nuova Credenza di S. Ambrogio, la quale raccoglieva 
la infima plebe, ed era, essa sola, più numerosa di tutte le altre 
insieme sommate. (Vedi Giulini.) 

Queste fazioni, ufficialmente riconosciute, vivevano tutt'altro che 
in pace. Fra i capitanei e i valvassori da unslato, la Motta, la 
Credenza di S. Ambrogio ed il popolo dall'altro, ferveva un indo- 
mabile antagonismo, il quale scoppiava in frequenti conflitti, che 
l'eccellente podestà Uberto da Vialta tentò con ogni mezzo di at- 
tutire, predicando concordia ai due partiti, convalidando i detti con 
un atto pubblico e solenne (1224) in cui, fra le altre cose, si stipulò 
un patto pel quale il Consiglio del Comune formerebbesi perpetua- 
mente con individui appartenenti alle due parti in numero eguale. 
Si viene ad accordi, si stringono le destre, ma le fazioni restano 
più che mai risolute a sostenere il proprio punto ; tanto è vero che, 
alcuni anni dopo, i nobili con alla testa un Ottone da Mandello, 
appoggiati dall'arcivescovo, sfidano di nuovo il popolo capitanato 
da un Ardigotto Marcellino, e non smettono se prima non hanno 
devastati campi, incendiati castelli. Per calmarli si dovette scendere 
a nuove transazioni, ed ammettere i popolari alle dignità ecclesia- 
stiche spettanti ai soli nobili, e viceversa — patti che si giurarono 
oggi per romperli domani. 

Verso l'anno 1258, secondo lo storico Giulini, veggonsi ancora 
in Milano molte famiglie potenti per ricchezze, da lungo tempo ce- 
lebri per avere sostenuto altissime cariche militari e politiche , 
annoverarsi tuttavia nella plebe ; poiché, o non avevano mai avuto 
feudo né beneficio alcuno, o avevanli spontaneamente abbandonati 
per tenersi più indipendenti, come avevano fatto i valvassori che 
entrarono nella Motta. La maggior parte attendevano ai traffici ed 
alle arti, senza punto curarsi di introdursi nei ranghi della nobiltà ; 
la quale aveva perduto assai dell'antico prestigio. Fatto che si 



IL PATRIZIATO MILANESE. 115 

ripete anche ai dì nostri da parecchie famiglie giA, cospicue per 
molti rispetti. 

Che lo spirito delle popolazioni italiane fosse fino d'allora tut- 
t'altro che aristocratico, e, come al dì d'oggi, contrastasse forte 
cogli andazzi dei paesi germanici, ce lo prova il racconto di Ottone 
da Frisinga, riportato da tutti gli storici, il quale; viaggiando per 
la nostra penisola, appunto nel secolo decimoterzo, fa le meraviglie 
nel vedere gli Italiani cingere del cingolo della milizia giovani di 
bassa condizione (inferioris conditionis) e perfino artigiani (etiam 
mecanicarum artium opifices). Ciò accadeva in quasi tutte le città 
d'Italia. Dopo seicento anni, ridivenuta la nostra patria libera da 
estranee pressioni, il fondo dei costumi non appare tanto mutato, 
quanto si potrebbe supporre ; però, anche in momenti in cui le idee 
aristocratiche nel senso baronale predominavano fra di noi, non si 
trovava nell'italiano idioma parola acconcia a tradurre l' apostrofe 
di disprezzo (roture) con cui la nobiltà francese stigmatizzava la 
borghesia. 

Colle lotte della società de' Gagliardi, composta di nobili, con- 
tro i popolari ; coi prolungati sanguinosi dissidj tra questi ultimi 
(Motta, Credenza, plebe), protetti da Pagano poi da Martino della 
Torre,^* ed i primi (capitanei, valvassori), assecondati dall'arci- 
vescovo Leone da Perego — guidati gli uni e gli altri da due po- 
destà, che entrambi i partiti eransi esclusivamente dati — a cui 
dopo un monotono avvicendarsi di avvisaglie, di scorrerie, di esi- 
gli, di tregue, ed una effimera pace di S. Ambrogio, tenne dietro 
una iliade di guerre fortunose, combattute fra Torriani e Visconti, 
si attizzarono più che mai ardenti quelle eterne rivalità di classi 
che funestarono, durante tanti secoli, la nostra città. 

Sconfitti i Torriani, i vincitori cacciarono da Milano la famiglia 
avversa, e si fecero acclamare alla loro volta. Allora le famiglie 
magnatizie che avevano seguite le sorti del loro energico capo, 
r arcivescovo Ottone Visconti, riguadagnata la nativa città, trion- 
fanti si assisero al seggio d' onore , di fronte al vinto partito po- 



2* Anche ì democratici della Torre non isdegnavano di accordare distinzioni caval- 
leresche alla plebe. Francesco della Torre crea, in Sant'Ambrogio, militi due signori 
^ milanesi di ricche ed antiche famiglie popolari. L'uso di creare militi in Sant'Ambrogio 

I fu poi seguito dai principi di Milano. (Giulini.) 



116 IL PATRIZIATO MILANESE. 

polare, che ebbe ancora un lampo di fortuna col momentaneo ri- 
torno dei Della Torre; i quali però, venuti ben presto in uggia 
alla stessa plebe, dovettero definitivamente cedere il posto a Mat- 
teo Visconti. Dopo tante stragi, dopo tante ansie angosciose, ecco 
i nobili in Campidoglio. Saranno essi soddisfatti pienamente? Il 
premio sarà stimato adeguato alle lunghe fatiche sostenute, con- 
degno di sì meravigliosa vittoria? 

I nobili, benché realmente col nuovo ordine di cose avessero 
buon giuoco, ed a loro spettasse in massima 1' amministrazione 
della città, si trovarono alquanto delusi nella loro aspettativa. 
Tenuti in freno dai signori e vicari imperiali, poi dai duchi, che 
per meglio dominarli li ruppero alle dissolutezze, spegnendo in essi 
ogni bellicoso ardore, furono a volte sì malmenati che, accostan- 
dosi alquanto alla plebe, a cui li legava comunanza di sventura, 
tramarono congiure, primamente ad istigazione di Francesco Pu- 
sterla, progenie di valvassori, ai danni di Luchino Visconti, il 
quale seppe sventarle, e se ne vendicò atrocemente col far deca- 
pitare il ribelle e la sposa di lui Margherita. Più tardi si consu- 
marono assassinj da cospiratori patrizj sulle persone dei duchi 
Giovanni Maria Visconti e Gian Galeazzo " Sforza. Per intermezzo 
ebbero perfino delle velleità repubblicane, allo estinguersi della 
linea ducale Visconti, tentando di fondare una Repubblica Am- 
brosiana, una specie d'oligarchia a loro profitto, la quale li libe- 
rasse dalla tirannide ducale, a loro insopportabile per quanto, di 
tratto in tratto, fosse rischiarata da qualche scintilla di politica su- 
blime. Si può dire i gentiluomini non trionfassero, in certo senso, 
completamente se non nel secolo decimosesto, allorquando Carlo V 
spiegava in Italia la sua politica di despotismo sulle rovine della 
libertà, appoggiandosi interamente sul ceto aristocratico, che lo 
accolse con gioja come nuovo . signore, sperando ricuperare quella 
importanza e quei privilegi che i duchi avevano loro, con arte 
finissima, che tacciavano di tradimento, negata o tolti. Per altro, 
quelle grandi famiglie che cotanto avevano figurato nella storia 
del medio evo, se crebbero nelle apparenze, divenute schive dei 
commerci, né potendo più parteggiare liberamente, perdettero 
il loro carattere peculiare, indipendente, battagliero, fieramente 
operoso, che aveale rendute celebrate e potenti, per uniformarsi 
servilmente al minuzioso, rigido, indigesto cerimoniale degli au- 



IL PATRIZIATO MILANESE. 117 

tocrati di Madrid, e riuscire ubbidienti esecutori della loro olim- 
pica volontà. E appunto in questo periodo fatale che i nobili, pur 
usando largamente dei vantaggi materiali prodigati da un governo 
parziale, contrassero quelle abitudini di altero fasto, di noncu- 
ranza per le sorti poco prospere della patria; cause determinanti 
della loro morale decadenza. Obbligati a militare sotto bandiere 
di potentati stranieri tiranneggianti la Lombardia, si divezzarono 
poco a poco dalle armi, poi dall'alta politica che si apprende col 
reggere lo Stato e col comandare gli eserciti; dalle intraprese ar- 
rischiate, atte a ritemprare le forze ; dai grandi affari che ne im- 
pinguavano i forzieri ; infine dal salutare incubo di star sempre 
sulla breccia contro le fazioni nemiche, per addormentarsi in una 
beata e snervante sicurezza, esercitandosi, tutt' al più, in studj 
tranquilli e nelle modeste cariche che offriva il governo del mu- 
nicipio. Perduta, col mutare dei tempi, anche quell' energia che 
impiegavano nello spadroneggiare, con bravi e cagnotti, i villani 
dei loro feudi, alcune famiglie divennero, a lungo andare, fin anco 
inette ad amministrare le proprie sostanze; quindi, ròse dal lusso 
e dall' ozio, sminuito il prestigio, caddero disastrosamente in ro- 
vina. Il periodo eroico, il periodo di formazione era dunque finito, 
e le famiglie che bramavano conquistare l'ambito serto, bisognava 
oramai, dal più al meno, ricorressero a finzioni, che, del resto, i 
governanti d'allora, pei loro fini, incoraggiavano con ogni studio. 
Così i gentiluomini milanesi, dalla castigliana albagìa piucche- 
mai ricolmi di privilegi, accarezzati con concessioni d'ogni fatta, 
investiti di feudi, decorati di sonanti titoli, educati in collegi ri- 
servati ai soli nobili, circondaronsi di infinite etichette, ed acqui- 
starono quella prevalenza, quella baldanza incontestata che, seb- 
bene scemasse alquanto sotto lo scettro degli imperatori di Ger- 
mania, non perdettero se non colla conquista francese del 1796. 
La preoccupazione più seria di quelli (cui studiavansi imitare quei 
popolani che acquistassero ricchezza e fama) era la conservazione 
della propria famiglia, del proprio nome; sarebbe stata quella di 
eternarlo, se possibile, di assicurare indefinitamente il continuato 
possesso ereditario dei monumenti di loro possanza ; mantenere in- 
tatte, insieme colla santa religione, le tradizioni, la memoria, direi le 
abitudini degli avi ; quindi le primogeniture, sotto tutte le forme, af- 
finchè i patrimonj non si disperdessero. L'ordine di Malta, la prela- 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. • .8 



118 IL PATRIZIATO MILANESE. 

tura, gli eserciti del re di Spagna e dell'Impero, erano destinati a 
ricevere i secondogeniti che facessero ombra alla futura prosperità 
del primo nato; monasteri in numero stragrande — in alcuni dei 
quali, per avere il diritto di seppellirvi una intera esistenza, biso- 
gnava provare la nobiltà del sangue ^^ — tenevano sempre spalan- 
cati i battenti ad accogliere le fanciulle a cui non si trovasse un 
marito pari alla grandezza del casato da cui uscivano. Questa dis- 
parità di trattamento, a tu!to vantaggio di quegli che il caso fa- 
ceva nascere primo, contro cui tanto si declamò, portava pure 
qualche buon risultato. Non pochi che, se fossero stati primoge- 
niti, od anche se avessero sperato una grossa parte della sostanza 
paterna, sarebbero, come il loro maggior fratello, poltriti in un ozio 
ignominioso, spronati dal bisogno, d'altronde ajutati da una gran 
posizione, allora indispensabile per riuscire, e, checché se ne dica, 
anche oggidì assai efficace, si fecero grandi, e procacciarono onori, 
celebrità e tesori ai nipoti, all'intera casa. In tesi generale, se si 
scorre l'istoria delle nostre famiglie, si rimarca che il più delle 
volte le loro capitali illustrazioni si trovano fra i cadetti, e, quasi 
sempre, fra quelli rimasti senza discendenza propria. 

Singolare era la cura di raccogliere i ritratti di famiglia, a ram- 
mentare ad ogni istante, non solo le alte cariche sostenute dagli 
antenati, ma le fattezze, il cipiglio, lo sguardo minaccioso ; ritratti 
che appendevansi alle pareti delle spaziose anticamere e delle sale 
dei palazzi, come già i Komani, che del pari avevano un culto spe- 
ciale per gli avi, conservavano negli atrj i loro penati. Mentre 
dunque, da un lato, non vi era privilegio, non eranvi onoranze a 
cui i patrizj non pretendessero con pertinace insistenza, dall'altro 
non eranvi abnegazioni di cui non fossero capaci, a cui non si 
sobbarcassero serenamente. La compagnia dei nobili della Conso- 
lazione di S. Giovanni decollato, la quale si prendeva la triste 
cura di preparare alla morte i condannati all'ultimo supplizio, al- 
lora spesseggianti; accompagnarli al patibolo; seppellirne pietosa- 
mente i cadaveri, ne era una prova : alterigia da grandi ed umiltà 
cristiana, a tutto si chinava il capo; tutto si accettava con santa 



25 II monastero delle Agostiniane in Santa Barbara era riservato alle sole nobili. Il 
popolo pretendeva che col suono delle campane le buone suore esprimessero assai chia- 
ramente le parole: « Semm tutt damtn, semm tutt damm. » 



IL PATRIZIATO MILANESE. 119 

rassegnazione; la spada intraprendente dell' idalgo e lo stiletto in- 
sidiatore del bravo — l'ascetismo democratico dei degeneri ma 
insinuanti discepoli dello stigmatizzato santo di Assisi, e l' inqui- 
sizione spietata dei Domenicani — tutto, fuorché l'indifferenza 
dissolvente, livellatrice, che intepidisce la società dei nostri tempi. 
Quei fieri baroni che vedemmo, dopo il Mille, sferrarsi dai mer- 
lati castelli, scendere nelle città, e affratellarsi coi figli del popolo 
innalzantisi a potenza; quegli ottimati di razza popolana che tro- 
vammo irrequieti, avidi di libertà, di moto, reggere la repubblica, 
lottare ora contro la plebe, ora contro gli imperatori; infine par- 
teggiare per una fazione, e, quando la biscia viscontea sventolò 
sulle torri di Milano, da prodi cavalieri correre giostre e tornei 
in onore della propria dama, chiusi in quelle mirabili armature 
delle cui fucine la loro città andava orgogliosa ; scorrazzare in stre- 
pitose cacce con falchi e sparvieri; da innamorati trovatori can- 
tare la provenzale sirventa in lode dell'alma donna: poi, quando 
si dirozzano i costumi e lo spiritualismo cristiano si concilia final- 
mente col classicismo greco, abbandonate le ardue fatiche della 
quintana per la loquace galanteria del Quattrocento ^^ allorché 
agli austeri militi a squame di acciajo, subentrano paggi libertini 
stretti nello snello farsetto di seta e di velluto — li vediamo farsi 
gentiluomini, dilettarsi di tutte le arti, i piaceri, le leggiadrie, che 
fanno bella la rinascenza, e mandarono famosa nelle storie la 
Corte degli Sforza — nello stesso tempo non isdegnare i traffici, 
fonte di ricchezza e di forza. Indi, all' ombra del governo di Ma- 
drid, ridivenuti burbanzosi feudatarj, non di rado innocui o bene- 
fici mazzasette in un paese immiserito dal più sconfortante avvili- 
mento, stabilirsi nei palazzotti della campagna per esercitarvi diritti 
e soprusi — disertando alquanto la metropoli, devastata da guerre, 
carestie, pestilenze; quindi spopolata, inselvatichita, uggiosa, ve- 
dovata dei grandi luminari della artistica scuola lombarda; degli 
scolari di Leonardo, che l'avevano cotanto illustrata. — Ai maschi 
certami colle lancio in resta, alle corti bandite, succedevano le 
processioni coi cerei accesi; al tintinnìo delle armi, alle disqui- 
sizioni di artisti e di eruditi, le monotone salmodie dei frati nei 
moltiplicantisi conventi, il rauco sermoneggiare dei predicatori; 
insomma, all'atticismo esilarante della Corte sforzesca subentra il 
torvo bigottismo di Filippo IL Assidui nel reggere esclusivamente, 



120 IL PATRIZIATO MILANESE. 

con saggia moderazione, l'azienda comunale di Milano, conservando 
intatto il privilegio di amministrare il patrimonio dei poveri, nei 
quali, per la loro stessa origine, non vedevano gregge da concul- 
care, ma amici meno fortunati da proteggere. Tutta questa ari- 
stocrazia, che era padrona assoluta del campo, come i Titani della 
favola; mentre alla borghesia non era lasciata aria per respirare, 
né spazio per muoversi ; — che aveva dignitosamente subite tante 
vicende; mutati tanti padro*ni; coli' ingentilirsi dei costumi, dopo 
la guerra di successione, deposta la cappa castìgliana per vestire 
l'abito francese, si trasforma in attillati cavalieri patri^j, si fog- 
gia ad abitudini socievoli, eleganti, inappuntabili. Erettosi uno 
sfarzoso teatro di Corte, sopra disegno di un allievo del Bibiena, 
appassionasi della musica melodrammatica, la quale, perfezionan- 
dosi nel suo secolo d'oro, coi gorgheggi di evirati cantori, fa deli- 
rare scienziati e cicisbei; e, per contrastò, nei casalinghi concerti, 
il classico quartetto trasportavali nelle regioni infinite di un puro 
idealismo. Mentre che dagli uni si gustano tutte le raffinatezze, 
direi quasi, le leziosaggini della vita civile, in smaglianti quartieri 
decorati in uno stile lussuoso, zeppi di quella fantastica suppel- 
lettile che eccita più che mai l'ammirazione de' miei contemporanei ; 
in un'atmosfera tutta pregna di polvere di cipria, satura di mitolo- 
giche sdolcinature, si intreccia il caratteristico minuetto da aggra- 
ziati cavalieri e da damine in guardinfante, picchiettate di nei ; fra 
una cornice di matrone un po' smorfiose e di cascanti abatini — si 
folleggia in balli in maschera — si tripudia con giuochi d'azzardo ^^ 
— si recitano arcadiche frasche da enfatici pastorelli; e da pit- 
tori in decadenza si coloriscono, con affettato manierismo, le la- 
scive nudità dell'olimpo greco. Intanto alcuni pochi cavalieri senza 
paura correvano il mondo militando, con qualche gloria, negli eser- 
citi imperiali, sotto le bandiere del loro supremo signore feudale. I 
primogeniti, aprendo i loro palazzi alla vita cittadinesca, non solo 
incoraggiano geniali ritrovi, ma danno ospitale ricetto a poeti e 
letterati; perfino ad accademie letterarie e scientifiche; ma ren- 
dono possibili pubblicazioni come quelle del Muratori. Entrano in 



"^ Alcuni nobili si facevano anche intraprenditori di singole banche di faraone nel 
ridotto del teatro ducale. La banca tenuta per conto del marchese Natta rimase pro- 
verbiale nel vernacolo milanese per la sua abbondanza di denaro. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 121 

tal modo con entusiasmo nelle vie della coltura e di un giudizioso 
progresso; sicché, ridire l'opera loro nella seconda metà del se- 
colo decimottavo, ci porterebbe a rifarne la storia. Così la loro 
provvidenziale missione è compiuta — il ciclo si chiude; la vasta 
epopea è finita: al dualismo succederà la finale conciliazione. Le 
orde francesi, scatenatesi dalle Alpi, invadono la Lombardia e pro- 
clamano l'èra della eguaglianza civile. Colla Kepubblica Cisalpina 
i patrizj, scompaginati, dovettero abdicare in favore di una bor- 
ghesia ricca ed istrutta, la quale, fattasi adulta dopo la caduta 
del governo spagnolesco, ed agglomeratasi accanto a loro, dap- 
prima tollerata, poi incoraggiata formalmente dalla equanimità di 
casa d'Austria — chiamata da lei a formar parte di Commissioni 
governative ed innalzata persino ai sommi gradi dell'esercito im- 
periale (generale Venini) — domandava di avere la sua parte 
nel nuovo impulso che si voleva imprimere alla società. Questa bor- 
ghesia, che già andava imparando le maniere signorili e la disinvol- 
tura della nobiltà, che da tempo, non a torto, si impennava, insof- 
ferente di sottostare ad irragionevoli monopolj, doveva natural- 
mente, mentre la bufera giacobina disperdeva i suoi più cocciuti 
avversarjV^ farsi innanzi e prendere quel posto che la Provvidenza 
le riservava nel nuovo ordinamento della moderna società, di cui 
essa doveva essere non solo F anima ed il nerbo, ma eziandio l' e- 
lemento moderatore fra le discrepanti forze dei partiti estremi. 

Al sopraggiungere degli Austro-Russi i patrizj eransi un mo- 
mento rannodati, lasciando esilj e residenze campestri — quindi, 
ritornati i Francesi con idee più miti a loro riguardo, e più tardi 
incensati dal nuovo padrone imperiale, ripresero una posizione ab- 
bastanza influente presso una Corte recente, la quale nulla tra- 
lasciava per attirare a sé ed affezionarsi i rappresentanti tutti 
delle antiche prosapie, ^^ per le quali aveva singolare predilezione. 



2^ Ricorderemo che l'ex-duca Serbelloni, con qualche altro, si erano ingolfati di santa 
ragione nella baraonda demagogica. 

2^ I Rappresentanti degli estimati nobili presso le Deputazioni Centrali della Lom- 
bardia e del Veneto; il Collegio per le Guardie nobili lombardo- venete in Vienna; il 
Casino in Milano, esclusivo ai nobili, furono le ultime espressioni legali della distin- 
zione delle classi durante la dominazione austriaca dal 1814 al 1848. Per essere poi 
ammessi alla Corte raddappiavano i requisiti, giacché richiedevansi i quattro quarti di 
nobiltà; rigori per -altro che si andarono sensibilmente raddolcendo nell'ultimo periodo.. 



I 



122 IL PATRIZIATO MILANESE. 

In questa bisogna era assai destro il principe Eugenio, viceré del 
nuovo regno d'Italia; ne è prova il modo cortese ed accorto con 
cui ammansò il principe di Belgiojoso. Il vecchio gentiluomo, 
odiando il nuovo ordine di cose, vegetava rinchiuso nel fondo del 
suo castello. Un bel mattino il giovane Beauharnais mosse con 
gran treno a visitarlo, come da pari a pari, e, nello stringergli 
amicamente la mano, lo chiamava ripetutamente ^ mon cousin. „ 
Lo stratagemma sortì pieno effetto. — Che l'aritocrazia si rimet- 
tesse alquanto dai danni della tremenda crisi è evidente; sicché 
Carlo Porta potè, guardandosi attorno, colpire ancora dei tipi, come 
donna Paola Travasa, la infatuata divota della Madonna di S. Celso p 
il Marcliesass^ ed altri. Frattanto però la borghesia tenne parola, 
guadagnandosi bravamente i proprj speroni : basterà citare in pro- 
posito il generale Pino; il ministro Prina, il quale, come tutti gli 
uomini che precorrono i loro contemporanei, cadde vittima delle 
proprie generose aspirazioni; Giuseppe Bossi, pittore, poeta ver- 
nacolo, scienziato, individualità d' alto sentire, di volontà irremo- 
vibile, a cui dobbiamo la pinacoteca di Brera ; Vincenzo Dandolo, 
reputato agronomo, provveditore generale in Dalmazia, indi se- 
natore. I Venino intanto, gareggiando con nuovo esempio colle 
grandi famiglie, innalzavano la principesca Villa Giulia sul lago 
di Lecco, e un Diotti murava uno dei più ampj palazzi di Milano 
(ora E. Prefettura). 

L'Austria, riconquistata che ebbe la Lombardia, rimetteva in 
piedi l'cinfica nobiltà; ma, ottemperando alla profonda trasforma- 
zione della società europea, organizzò il paese secondo i dettami 
di una quasi democrazia, per quanto smorzata da un resto di feu- 
dalismo. La riconciliazione delle classi si compiva mercé la ferrea 
volontà che sottometteva irremissibilmente tutta quanta la na- 
zione, senza riguardo a partiti; poiché tutti destavano egualmente 
i sospetti del dominatore. 

Un ritorno completo a forme di altri tempi parve si effettuasse 
quando Ferdinando I, imperatore d'Austria, facevasi incoronare 
nella cattedrale di Milano re del regno Lombardo-Veneto, ai 
piedi di quello stesso altare, dinanzi a cui Napoleone erasi fiera- 
mente posta in capo la corona ferrea dei re d' Italia. Quell'avve- 
nimento, che i versi sdegnosamente mordaci del Giusti resero fa- 
moso, segnò il punto culminante della dominazione austriaca in 



IL PATRIZIATO MILANESE. 123 

Italia nel secolo XIX. L'aristocrazia lombarda parve come affasci- 
nata da queir inusitato sfoggio di grandezze ; ed a Vienna si cre- 
dette un momento di avere trionfato della tenacità italiana. L'alta 
nobiltà fu, in questa occasione, insignita delle grandi cariche di 
Corte; numerosi furono i ciambellani; gli adolescenti si fecero 
paggi; mentre la nobiltà secondaria si dovette accontentare della 
carica alquanto più umile di scudiere. Una guardia del corpo isti- 
tuivasi per far scorta d' onore al monarca, nella quale generosa- 
mente si ammisero anche i nobili di fresca data. Vennero in tal 
modo rimesse in vita cerimonie dimenticate, in mezzo a grande sfog- 
gio di titoli, di quarti, di blasoni, di uniformi, di livree, di equi- 
paggi; fantasmagoria che doveva sparire quandochesia, come un 
palazzo fatato al colpo di bacchetta dell' incantatore. 

Il tentativo fatto in quel trentennio per galvanizzare, sia pure 
nel solo cerimoniale, istituzioni morte, andò fallito. Indarno il 
nuovo Giuliano comandava agli àuguri sagrificassero vittime agli 
antichi dèi; la fede era svanita; gli oracoli tacevano. La esclama- 
zione della vecchia e veneranda dama genuflessa innanzi al con- 
fessore: " Sono un verme, ma un verme Trivulzio „, è magnifica 
di semplicità, di concisione. Usci dalle viscere di una donnicciuola 
penitente, come poteva uscire dalla bocca di qualunque altro ac- 
cigliato suo pari in altezza di lignaggio; poiché quel concetto sì 
incisivo non nasceva allora nel suo capo, ma era stato pensato, 
ruminato, durante parecchi secoli, da una intera casta, riassumeva 
tutto un passato, e sfuggiva per caso, come un grido d' allarme, 
come una disperata protesta, dalle labbra di una delle più in- 
conscie sacerdotesse di un idolo che di giorno in giorno andava 
perdendo credenti e adoratori. I gravi eventi del quarantotto, il 
dies ircB di molte inveterate abitudini, che le rivoluzioni ante- 
riori non erano riuscite se non a sfiorare, iniziando il movimento 
verso la nazionale indipendenza, tolsero le ultime illusioni; e i ri- 
volgimenti che rimescolarono la intera penisola, cancellarono on- 
ninamente le traccio di idee e di costumi di tinta medievale, di 
importazione castigliana. 

Alcuni parvero temere che, cessata la forza esteriore, direi coer- 
citiva, che teneva compresse le popolazioni, e lasciate libere di 
sbizzarrire a posta loro, l' antico genio della razza non si risvegli, 
scattando come una molla, e ci ammanisca qualcuna di quelle de- 



124 IL PATRIZIATO MILANESE. 

solanti scene che rattristarono per secoli il nostro bel paese, e re- 
sero infelici i nostri padri. Ma il mondo ha progredito, ed ha fatto 
troppo senno per cadere in simili aberrazioni, e rendere possibile 
una nuova edizit)ne di Guelfi e Ghibellini. ^^ 



IL 



PATRIZIATO ROxAIANO. — COSA SIA OTTIMATE. 

Anche le grandi nazioni dell'antichità conobbero le aristocrazie, 
anzi in pressoché tutte furono queste la base più salda della com- 
pagine sociale. I Kusciti, quel popolo procace, miscredente, che un 
destino imperscrutabile dannò, cogli altri suoi confratelli prove- 
nienti da Cam, a scomparire tragicamente d'in fra le nazioni au- 
tonome — che, nella immensa epopea delle umane razze, rappre- 
senta la glorificazione del materialismo, mentre i Semiti rappre- 
sentano la fede inconcussa nel monoteismo, e gli Arii ondeggiano 
in un nebuloso idealismo panteistico — furono i primi a raccogliere 
quelle imponenti agglomerazioni di uomini civilizzati, le quali, nella 
arcana lontananza dei secoli, rifulgono di uno splendore che an- 
cora ci abbaglia colla sua luce. Ritiensi che il fondo della loro po- 
litica fosse il sistema delle caste, di cui parrebbero gli inventori; 
anzi da loro avrebberlo appreso gli Indiani, i quali, da tempo 
immemorabile, ne contano quattro. Le tre maggiori, formate dai 
conquistatori arii, tengono serva la quarta. Il dispotismo assiro, 
all'incontro, non permise né caste, né aristocrazia ereditaria, né 
distinzioni di classi. I Caldei in Babilonia, al dire di Diodoro Siculo, 
erano una classe di cittadini non dissimile dai sacerdoti egiziani. 



25 Oltre i Promessi Sposi, altre opere di invenzione dipingono con vivi colori i co- 
stumi dei nobili lombardi durante gli ultimi secoli. Fra queste citerò la novella: La 
Madonna d' Inibevera, di Cesare Cantù; il romanzo: Il Marchese Annibale Porrone, di 
Ignazio Cantù. Fra gli storici sono da leggersi il Cusani nella sua Storia di Milano, e 
Cesare Cantù nelle opere: La Lombardia nel secolo XVII, e Par ini e la Lombardia. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 125 

I Persiani avevano pure tre classi: i guerrieri, i coltivatori ed i 
pastori erranti. L' Egitto aveva pluralità di classi, e la sacerdotale 
primeggiava su tutte — aristocrazia strapotente, padrona della 
più gran parte del suolo, riuscì a tenere al secondo posto la classe 
dei guerrieri, compito difficilissimo. Nel regno di Saba esistevano 
cinque caste, e al disopra un feudalismo in piena regola, con veri 
baroni, che si chiamavano dal nome dei loro castelli. Tutte le po- 
polazioni arabe seguirono a un dipresso un tale organismo. — Non 
parlo della democrazia sui generis dei Chinesi ; non della feudalità 
giapponese e de' suoi Daimios, che troppo se n' è parlato in questi 
anni. 

I Fenicj, altro popolo di provenienza camitica, ebbero una classe 
patrizia, e vuoisi fossero appunto i nobili di Tiro quelli che, emi- 
grando dalla madre patria, fondarono la celebre colonia cartagi- 
nese, retta da una oligarchia di poche famiglie aristocrate.^° La re- 
pubblica di Solone non era dapprincipio una democrazia pura, e 
non lo divenne se non assai più tardi. — Gli Spartani, quando 
ebbero conquistata la Laconia, si pretesero tutti quanti pro- 
nipoti di Eraclide figlio di Zeus, e formarono il patriziato spar- 
tano, potentissimo in mezzo alla depressa plebe lacedemone. ^^ I Pe- 
riechi, per la maggior parte, discendevano dagli Achei, occupatori 
del paese prima della invasione dorica; erano mercatanti o pic- 
coli possidenti, insomma la borghesia. Dapprincipio non fu loro 
concesso alcun diritto politico e venivano interamente ammini- 
strati dai conquistatori ; ma, coll'andar del tempo, si guadagnarono 
tutte le libertà, rovesciando F autorità sconfinata di quelli ; to- 
gliendo perfino il nome di Sparta alla città capitale, per appellarla 
Lacedemone, dal nome collettivo della nazione. 

Pitagora, portatosi a Crotone, nel golfo di Taranto, vi stabilisce 
r aristocrazia, che per lui voleva dire il migliore dei governi, o, 
piuttosto, il governo dei migliori — aristocrazia che, come si espri- 
me Diogene, non era una tirannia pura, ma bensì un governo mo- 
derato, tendente alla forma aristocratica. In Occidente, i Galli, 
prima della conquista romana, si distinguevano in due classi. I no- 
bili, a differenza dei plebei, si radevano la barba, non conservando 



3°Hennebert, Hisfoire d'Annihal. 
3*FiLLEUL, Histoire da siede de Peridh. 



126 IL PATRIZIATO MILANESE. 

se non lunghi mustacchi. Druidi e cavalieri, gli uni coi sagrificj 
e coi misteri religiosi, gli altri colle armi, tenevansi il popolo sog- 
getto in una quasi schiavitù. Cesare ci insegna che i cavalieri galli, 
muovendo alla guerra, raccoglievano intorno a sé un certo numero 
di amòacti (schiavi) e di dienti, secondo la loro più o meno ec- 
celsa posizione. Gli storici moderni non sono d'accordo nel definire 
questi amhadi. Secondo gli uni, sarebbero giovani nobili; secondo 
altri, e sembra più ammissibile, sarebbero stati uomini liberi di 
origine, ma plebei, e ridotti a doversi sottomettere ad una specie 
di clientela somigliante a servitù. 

I Germani, tuttoché retti da ordini abbastanza democratici, se 
ignoravano le caste foggiate sullo stampo delle orientali, divide- 
vansi in classi, non impossibili da scavalcare dai più arditi. Ave- 
vano schiavi, 0, per meglio dire, servi della gleba — uomini li- 
beri — e nobili, ben distinti da coloro che eransi guadagnata una 
qualche illustrazione personale. Tacito in varie riprese rimarca 
tale differenza, affermando così l'esistenza di una vera aristocrazia 
ereditaria: " Beges ex nobilitate, duces ex virtute sumimt. „ 

La Repubblica romana, dominata, come era, dal patriziato, il 
più ostinatamente esclusivo che si conosca nelle storie, tenne per 
lungo tempo i matrimonj fra patrizj e plebei giuridicamente nulli- 
Si narra di una giovane patrizia, la quale, avendo data la mano 
di sposa ad un illustre plebeo, che nonpertanto aveva coperto le 
più alte cariche, venne, a cagione di tale matrimonio, dalle donne 
nobili espulsa non solo dal loro consorzio, ma anche dalla festa 
che celebravasi in onore della Castità ; dopo d'allora fuvvi in Roma 
una' dea della castità per le patrizie e un'altra per le plebee.^^ 

I patrizj stimavansi di stirpe divina, e sostenevano sarebbe stato 
dispregio ed ingiuria alla religione ed agli dèi il dare a tutti gli 
uomini eguaglianza di diritti. Niebuhr aveva visto pel primo che la 
nazione romana erasi formata di cittadini appartenenti a due classi 
differenti: il popolo della città (popidus), composto di razze pa- 
trizie e loro clienti, e il popolo della campagna (plebs)^ composto 
dei piccoli possidenti delle tribù rustiche. Guizot osserva che la 
lotta fra la plebe ed i patrizj, durante la Repubblica romana, non 
fu, come in Francia nel medio evo, il lavoro lento e difiicile di una 



33 MoMMSEN, Storia Romana. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 127 

classe lungamente depressa, che si rannoda poco a poco a sfidare 
la classe superiore ; ma la riguarda piuttosto siccome la continua- 
zione della guerra di conquista, siccome lo sforzo dell'aristocrazia 
delle città conquistate (Cavalieri) per partecipare ai diritti del- 
l'aristocrazia conquistatrice di Roma. Però, al dire di Tacito, da 
Giunio Bruto venendo giù fino alla dittatura di Cesare, sarebbe 
stato chiuso il libro d'oro dei patrizj. Lo stesso Bruto, prima di 
questo atto, ne avrebbe creato dei nuovi (Patres minorum gentium, 
o Patres cons cripti^ cioè aggiunti alla lista), racimolandoli fra i 
maggiorenti della plebe (Cavalieri), affine di completare il numero 
di trecento senatori.^' 

La creazione del tribunato, aprendo nuovi orizzonti all'attività 
ed all'ambizione della plebe, la distolse dal brigare gli onori del 
patriziato;^* così che nell'anno 493 avanti Cristo si poteva chiu- 
dere tranquillamente, senza scosse, l' elenco delle famiglie patrizie, 
come a Venezia, nel 1319 dell'era nostra, chiude vasi sotto il doge 
Sóranzo, il libro d'oro del patriziato veneziano. J. J. Ampère, bril- 
lante scrittore meglio che profondo storico, ^^ vorrebbe invece che 
il patriziato romano fosse tutto di origine sabina: donde il nome 
di Quirìtes che significa Sabini, e la formula Populus Bomanus Qui- 
ritiiim. I Sabini, egli dice, abitavano principalmente sul Quirinale; 
è quindi curiosa, osserva, 1' analogia della esistenza feudale delle 
famiglie sabine, con quella delle grandi famiglie romane del medio 
evo ; le abitazioni della gente Cornelia in Roma, nei tempi antichi, 
corrisponderebbero a quelle che tennero i Colonnesi molti secoli 
dopo. Il vicus Corneliorum non era lontano dal vico dei Colonnesi. 

Cicerone per altro spiegava nel seguente modo la formazione 
del Senato: cento senatori sarebbero stati nominati da Romolo; 
cinquanta senatori sabini sarebbero stati inscritti dopo l'arrivo di 
Tazio; cencinquanta sarebbero stati nominati da Tarquinio l'Anti- 
co. Tito Livio, invece, non ammette che la pace tra Romolo e Tazio 
abbia portato al Senato, né cento, né tampoco cinquanta senatori. 
Fa però entrare cento cittadini di Alba, al tempo di Tulio, ed 
altri cento al tempo di Tarquinio. Cosi compone il Senato di cento 



3 3 Tito Livio aflFerma che i patrizj furono i discendenti dei prischi senatori {Patres). 
^* Belot, Histoire des ChevaUers Romains. 
'^ Histoire Romaine à Rome. 



128 . I'^ PATRIZIATO MILANESE. 

senatori nominati da Komolo, cento di Alba, cento di nuove fami- 
glie introdotte da Tarquinio. In appresso, non solo Giunio Bruto, 
come vedemmo, ma anche Valerio Publicola riempie i vuoti del 
Senato; fatto che contribuiva non poco a riconciliare la plebe coi 
patrizj, ma non impediva ulteriori e più feroci antagonismi. 

Al tempo dei Gracchi l'antico patriziato del sangue andava scom- 
parendo, per lasciare il posto ai nobili, vale a dire ai plebei che 
si erano ingentiliti coli' entrare nella magistratura curule, ^® e col- 
l' assidersi in Senato; questi, una volta arrivati all'apice della for- 
tuna, opprimevano senza misericordia quella plebe che non aveva 
saputo, come loro, guadagnarsi gli onori, e per la quale non ave- 
vano che sijperbo disprezzo. Nello stesso tempo rendevansi potenti 
i Cavalieri, occupanti il posto della moderna borghesia: suddivi- 
devansi in due pa^rtiti, l'uno, formato da coloro che possedevano 
terre, camminava d'accordo col Senato; l'altro, tutto dedito ai 
traffici, eragli avverso. 

1 plebei arrivarono al consolato l'anno 366 avanti Cristo, al- 
l'augurato nel 300, al gran pontificato nel 250:"' ma la con- 
quista di tutti i diritti, compresi i religiosi, non procurò loro la 
posizione di patrizio. I consoli, i pretori, gli edili, gli àuguri, i cu- 
rioni, nati plebei, restavano plebei, formando piuttosto una nobiltà 
plebea, ben distinta dal patriziato, le cui gens^^ erano anticamente 
sedute nel Senato. In tal maniera il vetusto patriziato repubblicano 
ebbe sempre il disopra, finché, duce supremo Gneo Pompeo, fu da 
Giulio Cesare sbaragliato sul campo di Farsaglia, dove appunto si 
era data la posta il fiore dei legittimisti romani, in aspettazione 
di un colpo di fortuna che li rimettesse trionfanti in Roma. La vinta 



^♦'Beegek, Uistoire de Véloquence latine. 

2^ Colle vittorie della plebe, il Collegio Pontificale, il corpo che oppose più salda re- 
sistenza alla invasione plebea, e che prima era devoluto ai soli patrizj, si compose dì 
un numero eguale di patrizj e di plebei (vedi Buché-Lecleec, Les Pontifes de Van- 
cienne Some). 

^^ La, gens era una riunione di famiglie uscite dal medesimo ceppo, e quindi congiunte 
per legami di sangue. Talvolta una medesima gens poteva raccogliere famiglie patrizie 
e famiglie plebee insieme, come era il caso della gente Claudia. L'oligarchia romana 
odiava principalmente gli uomini di nascita indipendente ed onorevole, che si sentivano 
pari dei nobili. Per difendersi da questo minaccioso mezzo ceto, ella cercavasi alleati 
nel basso popolo, che poteva trattare come protetti. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 129 



Repubblica cedeva allora il posto al despotismo democratico degli 
imperatori che il patrizio Bruto tentò spezzare al suo nascere, a 
profitto dell'oligarchia repubblicana; dispotismo che doveva, ora 
imperversando nelle mani di scellerati autocrati, ora felicitando i 
popoli soggetti, assunto come era da filosofi ed eroi, reggersi per 
secoli, finché crollava con immenso scroscio sulle rovine del mondo 
pagano, abbattuto dai Barbari e dalla Chiesa. 

Fra le prerogative di semplice apparato a cui non vollero mai 
rinunziare i padroni del Campidoglio repubblicano, fu quella della 
sedia curule; prerogativa che, dopo tanti secoli e tante avventure, 
conservano ancora oggidì, come un diritto, alcune fra le più grandi 
famiglie romane, trasformata nella distinzione di tenere un seg- 
gio sormontato da un maestoso baldacchino a foggia di trono, 
nelle anticamere dei loro palagi (diritto al baldacchino). 

Nel settimo secolo dell'era volgare, la cittadinanza di Roma era 
costituita da tre grandi classi: clero, esercito, popolo. Questi tre 
ordini prendevano tutti parte all' elezione del papa. L' esercito rap- 
presentava la classe dei ricchi: i nobili militavano a cavallo, for- 
mando una specie di aristocrazia cavalleresca; i cittadini agiati 
servivano nella fanteria. Questi ottimati dell'esercito, insieme coi 
Judices, ossia giudici civili, costituivano la nobiltà romana. In quel 
torno spegnevansi molte antiche famiglie, ed ' al loro posto suben- 
travano le bisantine, accanto alle quali vivevano i pronipoti de' no- 
bili goti, oramai addestrati .a tutte le finezze delle costumanze la- 
tine. ^^ Da un placito romano del4febbrajo 901, in cui sono registrati 
i nomi de' più illustri primati di Roma, detti Judices ed onorati dei 
titoli sia di Consoìes, sia di Duces, si può dedurre nessuno di loro 
si appelli con nome germanico. Scorrevano pochi anni che un Al- 
berico, figlio della Marozia, ^*^ fortificatosi con alcune masnade nel 
mausoleo d'Augusto, impadronivasi insidiosamente del supremo po- 
tere, intitolandosi Princeps atque Senator omnium romanorum; ed 
impiantava una repubblica di nobili, primo sintomo di quella te- 
nace prevalenza che questi dovevano avere mai sempre sui destini 
dell'eterna città. 

I monarchi dispotici furono costantemente i più accerrimi ne- 



3^ Gregorovius, Storia della città di Rmna. 

*° Da questo Alberico vuoisi discenda la famiglia de' Colonna. 



130 IL PATRIZIATO MILANESE. 

mici di una aristocrazia indipendente e fiera. Senza dire degli im- 
peratori romani, che fiaccarono con crudele insistenza il patriziato 
repubblicano in Roma, citeremo Luigi XI di Francia e i suoi suc- 
cessori, i quali, come tutti sanno, seguendo la politica iniziata da 
Filippo Augusto e da san Luigi, fecero sforzi inauditi per depri- 
merla, a tutto benefizio della loro autorità illimitata. Richelieu, 
incoraggiando la nobiltà di toga, uscita dalla borghesia, riusciva 
a trasformare completamente indomiti baroni in compiacenti e 
briosi cortigiani da popolare lussureggianti roggie — tutto quel 
nugolo di gentiluomini che si aggiravano attorno all' idolo di Ver- 
sailles e costituivano la Corte — ripagandoli della loro condiscen- 
denza con donativi, e con titoli che, prodigati per graziosa con- 
cessione sovrana, perdono ogni significato. Il Vico ^^ sembra rim- 
piangere non vi fossero, a' suoi giorni, se non cinque Stati retti da 
aristocrazie pure: Venezia, Genova, Lucca, in Italia; Ragusa, in 
Dalmazia; Norimberga, in Germania; giacché, egli pensa, quella 
essere la forma ultima degli Stati civili. Jamblico afferma che il 
principio della politica del sublime Pitagora era il seguente: non 
essere per uno Stato peggiore malanno dell'anarchia, né per scon- 
giurarla trovarsi mezzo più acconcio del pendere verso una mo- 
derata aristocrazia. Anche lo Spinoza ^^ ebbe analoghe predile- 
zioni, ancor più accentuate. Vorrebbe una aristocrazia ereditaria^ 
conservante il potere nelle sue mani, patto però i patrizj non ot- 
tengano questo privilegio per legge espressa, ma quasi per tacita 
consuetudine^ e non siano esclusi gli altri cittadini, quando non 
esercitino professioni servili, né sieno venditori di vino e di birra. 
Ma il mondo camminò di molto sopra una via che non è quella 
intravveduta da quei sommi. Un filosofo vivente, il Vera,*^ le cui 
aspirazioni sono più all' unisono con quelle della maggioranza de- 
gli uomini del nostro tempo, pensa con Hegel, che la monarchia 
rappresentativa sia la forma di governo la più perfetta e la più 
razionale, giacché essa riunisce e concilia " nel suo seno i tre 
elementi: il monarchico, l'aristocratico e il democratico. „ Certo 
che in una società in cui, finita com'è la reazione, sono possibili, 



^ ' Scienza nuova, voi. IL 

^2 Trattato ^politico. 

^' Introduzione aVa Filosofia della Storia. 



# 



IL PATRIZIATO MILANESE. 131 



in tutte cose, le forme più disparate, lo opinioni le più opposte 
— in cui tutti sfringuellano di eguaglianza, ma tutti " come un 
sol uomo „ vanno a caccia di decorazioni — in cui domina un 
eclettismo non mai prima visto, in politica come in arte, si può 
ammettere che il patriziato, anche ridotto, com'è, ad una remi- 
niscenza, ad un'ombra, abbia un compito da adempiere. Il po- 
polo, sia pure il più francamente democratico, in date circostanze 
dimentica i vecchi lagni, e sente il bisogno di rivolgersi agli in- 
dividui di certe famiglie, identificate cogli interessi e col lustro 
della patria, ben note per proverbiale onestà; ai quali certe sfu- 
mature che non si imparano alla scuola, danno particolari attitu- 
dini; ed una educazione superiore farebbe supporre accarezzino 
un ideale più perfetto della umana società, a cui si sforzerebbero 
di conformare le proprie azioni, animandosi di aspirazioni costanti, 
feconde, al buono, al bello, all'utile. Lo splendore della posizione, 
le tradizioni gloriose, la innata cortesia del tratto e il dignitoso 
contegno, possono essere arra della fermezza, zelo, affabilità con 
cui serviranno ancora quel paese, dai loro maggiori già tante volte 
illustrato colla spada e colla toga. L'idea di affidare le proprie 
sorti a cittadini, i quali, oltre ai meriti dell'ingegno, porgano altre 
serie garanzie di affezione per la loro terra natale, è antichissima. 
Ad Atene non si diveniva generale od oratore senza essere pro- 
prietario capo di famiglia, ed il discendere da illustre prosapia 
esercitava tal fascino sulle moltitudini, che alcuni cittadini si fab- 
bricavano false genealogica^ Non parlo della moderna Inghilterra, 
in cui senza ricchezza uno non ha neppure la speranza di farsi 
ascoltare dal proprio simile. 

La maturità dei tempi eguagliò molte disparità, e l'ideale in- 
travveduto da alcuni fra i moderni pensatori sarà forse in parte 
attuato, almeno per quanto lo permetterà la umana natura, mae- 
stra incorreggibile nell' inventare distinzioni e gerarchie; però, ac- 
canto al democratico Alcibiade, si troverà sempre un aristocratico 
Socrate. Non giova dissimularlo, i popoli che amano vivere della 
vita avventurosa della libertà, ^potranno difficilmente schivare i 
Mario ed i Siila; solo la tirannide, a costo di bruciar Koma o Pa- 
rigi, vuole tutti inesorabilmente depressi al medesimo livello, si 
appelli essa Nerone o si intitoli la Comune. 



Scoliaste d' Aristofane. 



132 IL PATRIZIATO MILANESE. 



La parola ottimate, spogliata da ogni gingillo e ridotta al suo 
più intimo significato, indicherebbe quella persona che possegga 
una qualche importante estensione del suolo su cui un popolo vive, 
e, nei paesi molto inciviliti, chi raccoglie grandi capitali; in ul- 
tima analisi, chiunque stringa degnamente nelle mani una fra- 
zione di potere. Le famiglie che hanno vasti possessi territoriali 
e comandarono pel corso di lunghe generazioni, completando l'o- 
pera loro coir accettare coraggiosamente tutte le conseguenze di 
abnegazione e di sagrificio inerenti al loro eccelso destino, acqui- 
staronsi celebrità sì che, anche tramontando, conservano per un 
lasso di tempo come un riflesso della passata grandezza. D' altra 
parte, quegli che possiede o comanda per fatto recente, non ha 
ancora il prestigio che eleva un casato. Cogli anni gli ottimati, i 
quali non seppero rinnovare la propria fama con nuove gesta e 
rifare le esauste finanze, rientrarono poco a poco modestamente 
neir umile folla senza nome, o, al più, rimase loro una vana glo- 
riola, riassunta in un titolo, basata, se si vuole, sopra una pura 
immaginazione, ma che, se non altro, può ricordare ai presenti 
che salgono trionfanti la ruota della fortuna, 1' antico splendore 
dei caduti. Qualcuno potrebbe anche vedere nella nobiltà, o, per 
meglio dire, in quella specie di miraggio di cosa che fu, sempre 
fatta astrazione dagli arzigogoli araldici, una preclara posizione so- 
ciale ereditaria, libero a ciascheduno di guadagnarsela con virtù 
propria, nello stesso modo che si accumulano ricchezze. Colui che 
riceve dal padre un nome altamente stimato, e sa mantenerlo in- 
temerato riesce a viepiù illustrarlo, fa il lavoro di chi accresca 
l'avito patrimonio con saggia amministrazione. Nello stesso modo 
che il capitale è forza, sarebbe stoltezza il non riconoscere in un 
nome egregio un piedestallo che ti -innalza al disopra del basso fondo 
in cui si dibatte incompreso chi nulla ebbe dalla nascita. Il Pa- 
nni, in un acre dialogo sulla nobiltà^ non scevro di triviali luoghi 
comuni^ da cui traboccano le impazienze astiose tormentanti la cre- 
sciuta borghesia del secolo decimottavo, alla vigilia della rivolu- 
zione; impazienze suscitate dalla superiorità umiliante de'patrizj, 
la quale non aveva realmente più ragione di essere, esce nonper- 
tanto con queste parole: ^' Se la nobiltà è congiunta colla virtù, 
avviene di questa come dell' antiche medaglie, che, quantunque 
la loro patina non renda intrinsecamente più prezioso il metallo 



4 



IL PATRIZIATO MILANESE. 133 

onde sono composte, né migliore il disegno onde sono improntate; 
nondimeno, per una opinione di chi se ne diletta, riescono pur 
care e pregiate „. 

Quasi tutti i popoli primeggianti nelle storie immaginarono espe- 
dienti artificiali per conservare sempre nelle stesse mani l'autorità 
moderatrice. Eicorderemo a questo proposito una legge dell'antica 
Repubblica di Locri in Italia, la quale, per rendere le ricchezze 
permanenti nelle famiglie privilegiate, vietava ai cittadini di ven- 
dere i loro beni se non costretti da disastri domestici. Il popolo 
britanno continua felicemente la prova colla ^ua grande aristo- 
crazia politica e territoriale, invitando continuamente a rinvigorirla 
tutte le forze vive della nazione, senza affibbiare a nessuno la 
terribile parola di parvenu , che non registra nemmeno nel suo vo- 
cabolario; altri popoli, all'incontro, non riuscirono che a mezzo, 
od a scapito della loro prosperità. 

Senonchè, in una società definitivamente costituita, come è la 
nostra, la creazione di nuove gigantesche famiglie, pari a quelle 
che empirono di loro fama il mondo nei tempi andati, diviene fatto 
straordinariamente raro. La moderna civiltà sconsiglia con ogni 
sua possa quei rivolgimenti politici necessarj alla loro formazione, 
indispensabili ad un colossale sviluppo. L'ultima gran dinastia che 
sorgesse, quella dei Buonaparte (alla quale si possono aggiungere 
i satelliti che si aggiravano attorno all'astro maggiore : i Beauhar- 
nais di Leuchtenberg, i Murat, i Bernadette, i Berthier, ecc.), fu 
figlia della rivoluzione francese. Alla famiglia si sostituì l'indi- 
viduo co' suoi meriti e la sua forza personale ; alla flessuosa agilità 
patrizia fa concorrenza la tronfia presunzione borghese; né più si 
tiene conto di distinzioni sociali portate dalla nascita, non sem- 
pre equivalenti a intrinseca perfezione; ma piucché mai si stima 
anima nobilissima . quella di chi, scevro di mondana volgarità e 
dotato di genio sovrano, sappia, sollevandosi da questo nostro am- 
biente, tutto ingombro di fenomeni, far balenare agli occhi della 
attonita umanità un raggio del sempiterno vero, e rendersi degno 
dei semidei dell' idealismo : Platone, Dante, Raffaello, Michelangelo, 
Mozart ... 



Arch. Sfor. Lomb. — An. I. 



134 IL PATRIZIATO MILANESE. 



IH. 



ORIGINE DELLE FAMIGLIE MAGNATIZIE DI MILANO — CITTADINI PATRIZI 
CAVALIERI PATRIZI — MORE NOBILIUM. 

Non è facile lo stabilire le origini delle famiglie die pretende- 
vano al patriziato milanese, tanto la questione è complessa, in- 
tralciata; solo seguendo attentamente la storia del nostro paese 
si potrebbe scoprire un filo che ci guidi di mezzo alla incalzante 
molteplicità degli eventi, per fissare qualcosa che somigli ad una 
teoria. È però da ritenersi che esse, nella gran maggioranza, non 
rappresentavano il popolo conquistatore a fronte del conquistato. 
Il lavorio lento, incessante, pertinace delle famiglie uscite dalla 
plebe per guadagnare terreno, ed infiltrarsi mano mano ai fianchi 
dei vetusti casati del diritto divino, dividerne le sorti, apprenderne, 
per così dire, il genio ; infine , per collocarsi all' identico posto di 
quelle che eventualmente scomparivano dalla scena, confuse siffat- 
tamente gli svariati punti di partenza, che questi finirono per ca- 
dere in completo oblio, non rimanendo, in molti casi, se non tra- 
dizioni incerte, portentose leggende ed ampollose fiabe, spacciate 
dai genealogisti di professione dei secoli decimosettimo e decimo t- 
tavo, piaggiatori di ambizioni smodate; i quali non indietreggia- 
vano nemmeno dinanzi alle eventualità di far discendere i con- 
cittadini del Pecenna dagli eroi d'Omero. 

Alcune rare famiglie stimavansi, con qualche apparenza di ve- 
rità, avanzi del patriziato latino, usciti miracolosamente incolumi 
dagli eccidj longobardici, di cui la loro casta fu vittima predesti- 
nata, come lo dinoterebbe il cognome conservato traverso tante 
peripezie; altre provarono di procedere dai capi longobardi e 
franchi ^^^ dai grandi feudatarj, dipendenti direttamente da re 
imperatori (duchi, marchesi, conti, arcivescovi, vescovi, abati) 



* Carlomagno, sostituendo i conti ai duchi dei Longobardi, concesse loro delle terre 
(béneficj e feudi). Altre concessioni fece ai guerrieri che l'avevano accompagnato al di 
qua delle Alpi, ed ai Romani che avevano saputo guadagnarsi il suo favore. (Boulliee.) 



IL PATRIZIATO MILANESE. 135 

— dai capitanei, loro vassalli^ (i baroni) — dai valvassori, vas- 
salli dei secondi. Questi poi, non esclusi i più potenti, quando 
lasciarono i castelli signoreschi per farsi cittadini di Milano , ac- 
colsero nel loro consorzio la nobiltà popolana, formatasi in seno 
alla città colle magistrature, col commercio, colle industrie.^ Con 
mezzi analoghi, nei tempi successivi, gran numero di famiglie, de- 
rivanti dagli ordini popolareschi, crebbero a formidabile potenza, 
illustraronsi colle armi, ma specialmente colla scienza, colle arti, 
col coprire cariche comunali, con civili virtù; acquistarono feudi 
e titoli, fino a superare in splendore quelle di origine castellana. 
Schieransi per ultimo numerose famiglie, tanto cittadine che ve- 
nute dalla campagna, le quali ottennero lettere di nobiltà, per 
favore o con grossi sagrificj pecuniarj, dai tanti prìncipi che do- 
minarono la Lombardia, il più delle volte senza altro merito che 
i sùbiti guadagni ed una devozione cieca pel loro signore. Soventi 
avveniva che una famiglia ricca, comperando feudi e latifondi, a 
cui andavano annessi titoli nobiliari, ottenesse facilmente l'inve- 
stitura dal sovrano. Notiamo però che la massima parte di tai 
feudi furono concessi di seconda mano , dai duchi , vassalli del- 
l' imperatore , o da potentati esteri , nella loro qualità di duchi 
di Milano; pochissimi potevano vantarsi feudatarj imperiali. Fu 
principalmente nel corso del secolo decimosettimo che crebbe a 
dismisura la smania di possedere feudi , con tutte le antiquate 
prerogative di prepotenza; quasi si volesse rifare il medio-evo 
con insulsa parodia. Il governo animava tali tendenze per far 
quattrini, di cui provava estrema penuria, nonostante i crescenti 
balzelli. A ogni tratto mettevansi in vendita al Broletto nuovi te- 
nimenti feudali , con estesi diritti di giurisdizione , propria sol- 
datesca, proventi di dazj, e, per soprammercato, il vantaggio, 



2 Vivono ancora (o sono appena spente) le famiglie dei Capitanei d'Arzago, dei Capi- 
tanei di Settala, dei Capitanei di Landriano, dei Capitanei di Scalve, dei Capitanei di 
Vimercate, dei Capitanei di Arconate, ecc. 

' Il Giulini cita un Romedeo, vissuto nel 988, che, essendo giudice, dignità allora assai 
illustre, non isdegnava chiamarsi figliuolo di negozianti, ciò che prova, aggiunge lo sto- 
rico milanese, «quale stima allora si facesse de' negozianti di Milano. » Più tardi (1029^ 
lo stesso Giulini osserva, che personaggi preclari, e fra altri il padre dell'arcivescovo 
Ariberto, possessori di terre, esercitavano l'oreficeria, e rimarca eolla sua solita fran- 
chezza: « così pensavano quei nostri buoni vecchi, i quali non facevano consistere la 
nobiltà nell'avere bianche e morbide le mani. » (Voi. Ili, pag. 228.) 



136 IL PATRIZIATO MILANESE. 

allora assai ambito, di buscarsi di balzo un bravo titolo di mar- 
chese di conte. Qualcuno ricuperava feudi antichissimamente ap- 
partenuti alla propria famiglia ; i più, invece, gente senza passato, 
vedevano in tali contratti una scorciatoia spiccia per impancarsi 
addirittura, e con poca fatica, coli' alta nobiltà, vale a dire, con 
" quelli che hanno sempre ragione. „ 

A Milano non esisteva un libro d'oro, paragonabile a quelli delle 
oligarchie aristocratiche di Venezia, Genova,* Lucca; ma si aveva 
una matricola delle famiglie nobili milanesi (circa duecento), fatta 
compilare dall'arcivescovo Ottone Visconti, quando, in nome di 
quelle, strinse nelle sue mani i due poteri, il religioso ed il tem- 
porale ; matricola dalla quale, per 1' avvenire, ristorando antichi 
usi, dimenticati durante il governo popolare, non si doveva pre- 
scindere nella scelta dei canonici ordinarj della metropolitana 
(detti anche cardinali della Chiesa milanese). Il Giulini (par- 
te Vili, pag. 313) riporta quel documento; al qual proposito mi 
permetto di osservare, che avvi contraddizione quando affermasi 
che detta matricola sia stata rogata per ordine di Ottone Visconti 
il giorno 20 aprile 1377 dal notajo Marco de Ciochis (Matricula 
Nobilium Familiarum Mediolani rogata de anno 1377, sub die 
20 Aprilis per Dominum Marchum De Ciochis Mediolani Nota- 
rium, et Curise Archiepiscopalis Mediolani Cancellarium), mentre 
questo atto, come lo attesta la data, non poteva evidentemente 
essere steso se non cento anni dopo l'epoca di Ottone, ricopian- 
dosi probabilmente, con pochissime variazioni, l'elenco del famoso 



^ li' Albergo genovese aveva qualche analogia colla Gens romana. — La più antica 
lista dei nobili alberghi di Genova (riportata dallo storico Serra) è del secolo XV, e 
comprende trentacinque nomi : de Cattaneis — Venti — de Mari — de Serra — Cicala 
— Vivaldi — Ususmaris — Gentiles — de Eliseo (Fieschi) — de Stragum — de Sal- 
vagis — Lecaveli — di Carmandino — de Ritulario — de Auria (Boria che, colla 
eredità Panphily, si trasformarono in prìncipi romani) — Imperiales — Lomellini — 
de Nigro — Nigroni — Centurioni — de Campionibus — de Columnis — de Marinis 
(Tomaso si tramutò a Milano nel 1525, dove fece erigere il famoso palazzo detto Ma- 
rini) — Lercari — Italiani — Grimaldi — Pinelli — Marchiones — Pausani — de Cam- 
mina — Squarciafichi — Grilli — G alteri — de Spinulis — Calvi (l'unico ramo super- 
stite di questa famiglia trasportavasi in Milano nei primi anni del secolo XVIII, e porta 
l'antico stemma a scacchi argento-sabbia). 

I patrizj di Genova non perdono la qualità e le prerogative , ne per assenze , per 
quanto prolungate, ne per qualunque altro motivo che scemi la posizione sociale della 
famiglia. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 137 



arcivescovo. Tale conclusione risulterebbe anche da altri docu- 
menti deposti nell'Archivio civico; né saprei come spiegare le as- 
serzioni cronologicamente impossibili del celebre storico milanese. 
Non è a credersi però che feudi e pomposi titoli araldici, pro- 
digati precipuamente dalla Corte di Spagna, conferissero il diritto 
di venire ascritti fra i patrizj municipali di Milano, dai quali pren- 
de vansi i titolari alle cariche onorifiche della città. Il patriziato 
cittadino e gli onori nobiliari di carattere araldico, erano due con- 
dizioni di cose di natura tutta differente, per non dire opposta; 
poiché il primo fu sempre di competenza esclusivamente comunale, 
mentre i secondi rappresentavano diritti rilevanti o dall'Impero, 
0, più spesso, dai prìncipi suoi vassalli, che ci signoreggiarono con 
vario titolo; insomma era il Comune in faccia al Feudalismo. 

Per gli statuti di Milano del 1396 non ottenevasi cittadinanza 
milanése se non dopo trent'anni continui di dimora in città, e ne 
facevano duopo altri sessanta per poter essere assunti a civiche in- 
combenze (cittadini patrizj) — esagerata prudenza, da cui si passò 
all'eccesso contrario, sanzionandosi il controsenso di dare in mano i 
nostri più cari interessi, e i più esclusivi, a chi arrivava ieri e so ne 
partirà per avventura domani. La nobiltà dei natali non aveva qui 
per anco nulla a che fare. — Ora esaminiamo il processo , pel 
quale, gradi a gradi, i Cittadini patrizj si trasformarono in Cava- 
lieri patrisj^ e furono tenuti, prima a dare prove precise, attestanti 
qualche requisito in senso aristocratico ; da ultimo ad acconten- 
tare la pedanteria sempre più schizzinosa di un tribunale, di sua 
natura propenso alle esclusioni ed alle araldiche sofisticherie. 

Anteriormente all'anno 1583, le domande d'ammissione al pa- 
triziato milanese non si portavano al Consiglio Generale, ma veni- 
vano spedite dal Tribunale di Provvisione. Le famiglie limitavansi 
a presentare petizioni per essere ammesse, o per ottenere attesta- 
zioni di essere state ammesse, alle cariche ed onori della città di 
Milano; così fecero: 

Nel 1519 la famiglia Dugnani (di antica nobiltà). 

Nel 1567 le famiglie Rho o de Raude, Pozzobonelli e Se- 
regni (tutte di antica nobiltà). 

Nel 1569 la famiglia Mozzoni (di antica nobiltà). 

Nel 1572 le famiglie Ferrano, Perugia, Casati e Gallarati 
(di antica nobiltà). 



138 IL PATRIZIATO MILANESE. 

Nel 1574 la famiglia Landriani (di antica nobiltà). 

Nel 1576 la famiglia Fagnani (di antica nobiltà). 

Nel 1577 le famiglie Scotti, Bossi, Kainoldi, Pietrasanta 
(tutte di antica nobiltà). 

Nel 1578 le famiglie Pagani e Calchi (di antica nobiltà). 

Nel 1581 la famiglia Schiaffinati (di antica nobiltà). 

Nello stesso anno 1581 fu, addì 17 luglio, dal vicario e dai 
XII di provvisione, rilasciata patente di patriziato alla famiglia Lodi 
de Laude, famiglia che già, fino dal 1340, contava parecchi decu- 
rioni. (Esiste in atti una pergamena, con stemma gentilizio e si- 
gillo.) 

Il giorno 19 dicembre dell'anno 1583 fondavasi la Congrega- 
zione degli Ordini della Città, espressamente incaricata di mante- 
nere puro da ogni intruso il patriziato. Essa, d'accordo col vica- 
rio e coi XII di provvisione, doveva, fra le altre cose, esaminare i 
titoli di coloro che chiedevano di entrare nelle civiche cariche, e 
pronunciare sul loro rispettivo valore ; nel caso favorevole al can- 
didato , era implicito il battesimo di patrizio ; ma i tempi neregr 
gravano, e queste precauzioni non bastavano più. Un'ordinanza 
del Consiglio Generale, emanata il di 5 marzo 1652, prescriveva 
che si escludessero dalle cariche decurionali gì' investiti che man- 
cassero dei necessarj requisiti di nascita (nobiltà almeno negativa) 
e di cittadinanza, requisiti dichiarati, d' allora in poi, rigorosa- 
mente indispensabili, comprèndendo fra questi*anche la centenaria 
abitazione in. Milano o suo ducato. Tale ordinanza veniva con 
molta energia riconfermata, e raccomandata con calorose parole 
nella cameretta del giorno 30 dicembre 1672, in modo che diven- 
tava articolo di fede. 

Le petizioni più antiche per ottenere, in piena forma, il mila- 
nese patriziato, sono le seguenti: 

Della famiglia Menriquez o Menrichi — del 17 febbrajo 1651 
— accolta favorevolmente solo il 19 dicembre 1659. 

Di un Salvadorino — del 30 dicembre 1652 — respinta. 

Di Uberto dall'Orto — del 16 novembre 1654 — ammessa. 

Un decreto del Consiglio Generale, del 31 gennajo 1681, contempla 

la proposta dei signori Conservatori degli Ordini, di prendere per 

norma, nella scelta degli individui ai quali dovevansi affidare le 

cariche decurionali (il che equivaleva al conferimento del patri- 



IL PATRIZIATO MILANESE. 139 

ziato) la matricola di Ottone Visconti, riveduta nel 1377; ma pare 
trovasse una naturale opposizione da parte di coloro il cui nome 
non figurava in quell'elenco, e non venisse riprodotta che tren- 
tasette anni doJ)o, con alcune modificazioni. Da questi anni — ma 
con insistenza maggiore nel seguente secolo — chi si riputava for- 
nito di tutti gli estremi che lo spirito dei tempi andava sublimando 
— e innanzi tratto era in grado di certificare la centenaria abita- 
zione^ non mai interrotta da dieci anni consecutivi di assenza, nella 
città di Milano o suo ducato, — presentava istanza al Consiglio 
Generale, il quale trasmettevala ai Conservatori degli Ordini. Co- 
storo, assistiti dal regio luogotenente, sotto la presidenza del vi- 
cario di provvisione, riuniti a consiglio, avevano potere di am- 
mettere per scrutinio il postulante, quando fosse giudicato degno, 
agli onori, prerogative^ cariche competenti ai nobili patrizj di questa 
città di Milano,^ e ne registravano poi la famiglia nell'albo, che 
rincora si conserva nel civico Archivio — libro d'oro sempre aperto 
alle cospicue casate. 

Comprende duecentonovantaquattro famiglie,^ alle quali furono 



° Ecco la formola con cui fu ammesso al patriziato il marchese Giovanni Saverio 
Beccaria, padre del criminalista Cesare, formola che si ripete presso a poco per tutti 
gli altri casi consimili: 

« Milano 1759, 21 dicembre. 

« Congregati li S. S. conte don Francesco d'Adda, Vicario di Provvisione, marchese 
don Giovanni Giorgio Pio Pallavicino Trivulzio, marchese don Alberto Visconti, conte 
<ion Luigi Trotti, Conservatori degli Ordini della Ecc.ma Città di Milano. Coli' assistenza 
del signor Kegio Luogotenente don Alessandro Ottolino, il detto signor Regio Luogo- 
tenente riferì l' istanza fatta dal signor marchese don Gian Saverio Beccaria Bonesana 
per essere ammesso agli onori e cariche competenti ai Cavalieri Patrizj, rimessa alli 
detti signori Conservatori degli Ordini, dall' Eccellentisrimo Generale Consiglio, con de- 
creto 26 maggio 1756, qual è il seguente, etc. 

« Espose in seguito le risultanze dei ricapiti e scritture dal detto signor marchese 
don Gian Saverio Beccaria Bonesana esibite, ed annunziate nell'atto della sua compa- 
rizione. Ed esaminate maturamente dalli signori Congregati le preaccennate scritture, 
presi dal signor conte Vicario li voti; 

« Fu conosciuto essere pienamente giustificati li requisiti, e però determinato che si 
admetta il detto signor marchese don Giovanni Saverio Beccaria agli onori, posti, di- 
gnità e prerogative che sogliono godere le altre famiglie patrizie di questa metropoli. > 
{Arch. Civ.) 

•5 « Elenco delle attuali nobili famiglie patrizie milanesi, rassegnato dall' Ecc.™» Città 
di Milano all'Eccelso Tribunale araldico, in esecuzione dell'editto di Governo del dì 
20 novembre 1769, successivamente aumentato. » {Arch. Civ.) — In questo elenco man- 
cano i nomi di quelle famiglie che cessarono di appartenere al patriziato, sia per estin- 
zione, sia per essersene rese indegne. 



140 IL PATRIZIATO MILANESE. 

aggiunte altre quattro non inscritte nel documento ufficiale (Vi- 
smara da Legnano, Perabò, barone Giovanni Maria Visconti, e^ 
per ultimo, i conti Gambarana, accettati il 4 gennajo 1793). Della 
massima parte di esse, esistono nelle cartelle del detto Archivio 
(araldica) gli incartamenti colle domande documentate di ammis- 
sione, nonché i rispettivi decreti evasivi emanati dalla summen- 
zionata Congregazione. La premura con cui moltissime famiglie, 
fregiate di egregi titoli araldici e rinfiancate da numerosi quarti^ 
invocano di entrare nel patriziato, si spiega quando si considerino 
i molteplici vantaggi inerenti a quella posizione — principale quella 
di poter «ssere investiti dei così detti onori della città, — e ci 
prova insieme in quanta stima fosse tenuto quel corpo illustre 
dai proprj concittadini. 

Per comprendere veramente il senso intimo del milanese patri- 
ziato, il cui punto di partenza erano le dignità municipali, bisogna 
rimontare indietro, e compendiare in pochi tratti la storia del no- 
stro regime comunale. Anticamente, col popolare dominio, l'As- 
semblea sovrana della Repubblica, che in appresso si chiamò Con- 
siglio Generale, e in tempi a noi vicini, quando fu ridotta ad un 
potere puramente amministrativo. Consiglio Comunale — non co- 
nosceva restrizioni; qualunque individuo, senza eccezione, poteva 
prendere posto nel teatro ove radunavansi i cittadini per trattare 
degli affari del Comune, quando il suono delle campane e il clanger 
delle trombe li convocasse. Più tardi i membri furono portati a 
novecento, in ragione di centocinquanta per ciascuna delle sei 
porte o rioni della città, e potevano esser tolti da ogni ordine di 
persone, compresi gli esercenti un mestiere. In alcuni degli elenchi 
più antichi che si conservino nel civico Archivio, in quelli, cioè, 
dell'anno 1335 e degl'anno 1340, descrivonsi tutti i componenti il 
Consiglio, senza premetter loro il titolo di Dominus, segno di no- 
biltà. L'elenco del 1388, invece, antepone detto titolo ai nomi d{ 
tutte quante le persone inscritte. Un altro, d'anno incerto, ac- 
corda il Dominus a cinquantaquattro individui, dei quali quattro 
sono inoltre regalati del predicato di Miles; ventitré di Jurispe- 
ritus; ventisette di Magister, Diciannove hanno la qualifica della 
loro professione od arte — speziale — orefice — drappiere — 
pellicciajo — vairaro — pattare — sarto — barbiere — falegna- 
me — ferrajo — beccare, e simili. Fra i ventisette Magister, uno 



IL PATRIZIATO MILANESE. 141 

porta anche la qualifica di ferrarius; un secondo è detto Magister 
legnanimus; umili antenati di futuri boriosi patrizi. 

Negli statuti municipali di Milano, pubblicati d'ordine del duca 
Gian Galeazzo Visconti nell'anno 1396, sonvi due paragrafi riflet- 
tenti particolarmente il Consiglio Generale. L' uno dispone che i 
Consiglieri vengano eletti dai XII di Provvisione, i quali , a tale 
scopo, si aggregheranno quelle persone sapienti che ai medesimi 
parrà del caso. Il Consiglio si comporrà sempre di novecento cit- 
tadini, fra i migliori, i più ricchi e i più utili della città, purché 
oltrepassino l'età di venticinque anni, sieno soggetti alla giurisdi- 
zione del Comune di Milano, e vi sostengano il peso dei carichi; 
esclusi chierici e beneficiati. Seggano per la durata di un anno, ed 
anche per tempo più lungo, in altri termini, finché non si rinnovi 
il Consiglio. Il secondo paragrafo attribuisce ai giurisperiti del 
Collegio dei Giudici di Milano ed ai Militi Adobati il diritto di es- 
sere membri del Consiglio Generale, in aggiunta ai novecento di 
prammatica. 

L'anno 1408 il numero dei consiglieri diminuivasi fino ai set- 
tantadue, tutti eletti dal duca, in ragione di dodici per porta. 
Dopo l'assassinio di Giovanni Maria Visconti (16 maggio 1412), il 
suo successore Filippo Maria, con decreto 17 giugno di quello stesso 
anno, ordinava si rintegrasse il numero di novecento, i quali fos- 
sero nominati direttamente dal vicario e dai XII di provvisione, con- 
sultate in proposito alcune persone saggio di loro gradimento: il 
duca, quindi, ne sanzionava, senza altre formalità, l'elezione. Nel- 
l'anno 1518 avvennero altre novità; non solo i consiglieri furono 
ridotti a sessanta, col nome di decurioni, ma si iniziò la consue- 
tudine di osservare alcune norme in senso restrittivo nella loro 
scelta. Non credo però fossero ancora, a tutto rigore, richieste 
prove autentiche e regolari di nobiltà. Dalle lettere di nomina 
non risulta troppo chiaramente per quali titoli una data persona 
fosse designata per entrare in quell' eminente consesso ; siffatte let- 
tere — che non vanno più in là dell'anno 1535 — sono dette im- 
propriamente patenti, e consistono in semplici comunicazioni, senza 
preliminari corrispondenze di sorta, indirizzate al vicario di prov- 
visione, nelle quali esprimesi qualmente il re od il governatore 
abbiano eletto un tale personaggio " per le buone di lui qualità, 
per le eccellenti relazioni avutene sul di lui conto, per essergli stato 



142 IL PATRIZIATO MILANESE. 

raccomandato come capace da qualche persona autorevole ;;, e per 
altre consimili ragioni, senza accennare a distinzioni di casta. 

Coir andar del tempo, prevalendo sempre più il sistema spagnuo- 
lesco, l'aristocrazia stravinceva, ed arrogavasi non solo di fatto, 
ma di pieno diritto, l'indirizzo della società; essendo tutto in sua 
mano, Sedia arcivescoyile, Senato, Capitolo Maggiore della Metro- 
politana, Collegio dei Giureconsulti, non poteva permettere rima- 
nessero sciolte dalle araldiche pastoje le cariche decurionali. In 
conseguenza di che, 1' anno 1652, pur transigendo totalmente 
sulla questione delle provenienze, statuivasi, come vedemmo, pel 
decurionato fosse obbligatoria una nobiltà almeno negativa, nonché 
la prova della centenaria abitazione in Milano o suo ducato, in- 
somma la qualità di cavaliere patrizio. Da ciò si potrebbe inferire 
che decurione e patrizio fossero due termini che camminassero pa- 
ralleli e, direi quasi, si compenetrassero in un identico diritto. In 
ogni modo, gli estremi e i procedimenti per arrivare sia all'uno che 
all'altro punto erano analoghi, cioè basati, più ch'altro, sui servigi 
politico-amministrativi prestati al Comune ; quantunque, subendosi 
le tendenze del governo, andassero assumendo gradatamente un 
carattere aristocratico; carattere non solo mantenuto sempre più 
scrupolosamente, ma perfezionato con molta cura, affine di raffaz- 
zonare dei legittimi Cavalieri in cappa e spada. Infatti, alcuni 
zelanti Conservatori degli Ordini, nell'assumere la loro carica, pro- 
ponevano che certe norme capitali si dovessero per lo innanzi os- 
servare con inalterabile rigore nello accogliere nel grembo del 
patriziato quelle famiglie, le quali si ritenessero in possesso dei 
voluti requisiti; per la qual cosa il Consiglio Generale pubblicava 
una ordinanza, divisa in due parti: la prima, portante la data 
26 settembre 1716, dice che chiunque pretenda agli onori della 
città, debba avere ^ il suo maggior interesse in beni stabili censiti 
<;olla medesima città o suo ducato. „ La seconda parte — colla 
data 13 maggio 1718 — ammonisce: l.*' che si debba provare con 
pubblici documenti, escluse le fedi private, la centenaria abitazioue 
della famiglia in Milano, o suo ducato, di dieci in dieci anni; 
2.° che non basti il constatare la nobiltà generica della famiglia, 
se non si deduca che da quella ne derivi la specifica; S.'' che deb- 
basi provare non solo la nobiltà negativa, ma altresì la ptositiva. 
<^uesti capitoli, rafforzati da commenti arieggianti un vero rabbuffo, 



IL PATRIZIATO MILANESE. 143 



miravano apertamente a togliere qualche abuso, e rivolgevansi 
all'indirizzo di coloro i quali (così dice il rapporto degli Illustris- 
simi Conservatori) pretendevano arrivare al patriziato solo col 
produrre istrumenti portanti a loro favore il titolo di Signore^ senza 
giustificare, in modo plausibile, verun lustro della famiglia; poiché 
decisamente non poteva oramai più bastare che gli ascendenti non 
avessero esercitato " arte vile ; „ ma bisognava provarne positiva- 
mente la nobiltà (antichità, titoli, predicati d'onore, ecc.). 

Anche il governo di Vienna se ne immischiò nel medesimo senso 
restrittivo. Con decreto 12 dicembre 1768, ordina al Consiglio Ge- 
nerale e ai tre Conservatori degli Ordini " di usare tutto il rigore 
nell'esame delle cause promosse dai petenti il patriziato, affinchè 
nessuno lo ottenga il quale non meriti di essere descritto nel ruolo 
dei patrizj, mercè le prove autentiche di una vera e genuina no- 
Mtà. „ E la prima volta che l'autorità imperiale alluda al mila- 
nese libro d'oro. In forza dell'editto governativo 20 novembre 1769 
— contenente nuove regole per l'ammissione alla nobiltà — (ad 
esecuzione dei sovrani decreti 7 gennajo 1768 e 12 giugno 1769), 
nel quale veniva prescritto al Municipio di Milano la compilazione 
di un " catalogo di patrizj „ , fu questo compiuto prima del giu- 
gno 1770, e pubblicato in detto mese ; indi rifatto nell'agosto dello 
stesso anno, e definitivamente presentato al tribunale araldico nel 
successivo settembre (giorno 18). 

Perdevasi la qualità di patrizio se la famiglia per anni dieci con- 
secutivi avesse tenuto domicilio fuori di Milano o suo ducato ; quando 
" nel corso di tre età „ nessuno degli ascendenti avesse coperto 
" cariche di città, „ di quelle che richiedono appunto il rango di 
patrizio; quando qualche ascendente avesse esercitato impiego o 
mestiere non conveniente alla sua posizione; savj provvedimenti, 
che miravano ad impedire l' emigrazione e la neghittosa trascurag- 
gine : potevano però essere reintegrati mediante verdetto dei Con- 
servatori, come ve n'è esempio fra le carte del citato Archivio. 

Finalmente, ai 17 giugno del 1793, quando tutta Europa era 
scossa minacciata da una tremenda rivoluzione — proprio nel 
cuore del terrorismo — i nostri decurioni, impassibili sui loro 
scanni, fermi nelle loro convinzioni, maturavano e decretavano un 
nuovo regolamento, pel quale l' ammissione al nobile patriziato mi- 
lanese veniva riservato all'Eccellentissimo Consiglio Generale, e 



144 IL PATRIZIATO MILANESE. 



circondato da più stringenti difficoltà di procedura. ' Erano gli 
ultimi aneliti di un mondo che spirava ; né valevano a sorreggere il 
decrepito edificio le lambiccate formalità con cui si crede infondere 
forze alle istituzioni, a misura che si va perdendo la fede nella loro 
vitalità. 

In quei tempi tanta era la cura che i governi ponevano onde 
i cittadini dello Stato, senza gravi ragioni, non uscissero dal ceto 
in cui avevano sortito i natali — nella convinzione che, troncando 
addirittura speranze ingannatrici, ciascheduno più facilmente si 
accontentasse del posto toccatogli, e non turbasse l'ordine stabi- 
lito con ambizioni fuori di luogo , solo permesse a chi sappia 
guadagnarsi, innanzi tratto, i mezzi adeguati per sostenerne il peso 
— che perfino gli aspiranti a far parte del Collegio dei Causidici 
e Notaj dovevano provare la civile condizione della famiglia, una 
specie di semi-nobiltà. ^ Così pure, fino all'invasione francese del 
1796 non si accordavano concessioni per esercitare certe arti li- 
berali, senza che il candidato presentasse l'albero genealogico della 
propria famiglia, da cui risultasse una antica civiltà : sicché le qua- 
lifiche di Avvocato^ Dottore^ Ingegnere collegìàto, iniziative di no- 
biltà, non venivano mai pretermesse da chi era arrivato a posse- 
derle; al punto da impegnare a procacciarsele con molto studio 
anche chi, pel largo censo, si ritenesse dispensato dal praticare. 
Ne derivava che gli esercenti professioni liberali finivano per en- 
trare nella nobiltà secondaria. Il motto more nohilium^ esprimente 
una posizione sociale oggidì quasi indefinibile, ma un secolo fa in- 
dispensabile di far valere in mille circostanze della vita pratica; 
motto che farebbe sorridere i meno scettici fra i miei contempo- 
ranei,^ era allora l'espressione di un apprezzamento universal- 
mente acconsentito. Le ammirazioni per la plebe, oggi in gran 
rialzo, non erano allora sicuramente le più vivaci, e il già citato 



^ Regolamento per l' ammissione al nobile Patriziato milanese, approvato ed ordinato 
dall'Eccellentissimo Consiglio Generale dei Signori Sessanta Decurioni di Milano — fir- 
mato « Giuseppe Perabò, Segretario » — 17 giugno 1793. 

8 CusANi, Storia di Milano. 

' Ho visto un diploma dell' arcivescovo Filippo Visconti, accordante il permesso a di- 
stìnta famiglia borghese (1794) di far celebrare la messa nella cappella della propria 
casa in Milano — specie di privilegio a cui si annetteva qualche importanza — nel 
quale uno dei considerando, forse il principale, su cui si fonda il favorevole responso, 
gli è appunto l'essere provato che i richiedenti vivevano more nohilium. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 145 

Spinoza, il filosofo della ragione e del panteismo, professava la 
massima che il volgo deve tenersi in freno, se non si vuole la ro- 
vina dello Stato ; dando il nome di volgo a tutti coloro che non 
abbiano qualche levatura. 

L'imperatore Giuseppe II, inspirato da idee larghe, direi quasi 
liberalesche all'uso moderno, sopprimendo frettolosamente (decreto 
6 maggio 1784) le Congregazioni e i Capitoli esclusivi ai patrizj, 
che reggevano le Cause pie e Luoghi di carità della Lombardia, e 
surrogandovi delle amministrazioni sciolte da ogni restrizione di- 
pendente dalla nascita, ^° si metteva sulla via di abbattere le bar- 
riere che tenevano divise le popolazioni. Innovazione troppo re- 
pentinamente radicale, che provocò una forte reazione non appena 
lui morto. 

All'irrompere dei repubblicani francesi, si abolirono titoli, si 
cancellarono stemmi, si distrussero diplomi, con una rabbia che 
toccava il delirio ; ma in quella guisa che molte istituzioni, le quali 
si vogliono soffocare violentemente, risorgono più robuste di prima, 
così, salito Napoleone al trono, sulle rovine della polverizzata no- 
biltà antica, ne eresse una nuova, distribuendo titoli a destra ed 
a mancina : però, dicevano i partitanti della legittimità, se gli era 
facile creare dei prìncipi e dei duchi a piacimento, non avrebbe 
potuto creare neppure un patrizio. I titoli napoleonici erano gene- 
ralmente dall' imperatore accordati alla sola persona. Fra i nostri 
concittadini milanesi, parecchi vennero innalzati alla dignità di conte^ 
maggior numero di barone; non compre onorificenze, ma meritate ri- 
compense di servigi prestati, di eroismo a tutta prova. Titoli vennero 
dati anche a molti membri della vecchia aristocrazia accostantisi 
coU'azione al nuovo ordine di cose, quasi per indennizzarli di quelli 
di cui erano stati spogliati in nome di principj ormai sconfessati. 
Napoleone, inoltre, concedeva il titolo ereditario di duca al mar- 
chese Litta- Visconti- Arese, ed al marchese Visconti-Modrone, due 
fra i supremi rappresentanti del milanese patriziato ; patto eriges- 
sero sulle proprie terre lauti maggioraschi a perpetuo decoro della 
nuova posizione. Al vicepresidente della Repubblica Italiana, conte 
Francesco Melzi d' Eril, unitamente al titolo ereditario di duca di 



*° Lodovico il Moro, fondando nel 1496 il Sacro Monte di Pietà, volle che l'ammini- 
strazione ne fosse in perpetuo affidata a dodici gentiluomini, in ragione di due per porta 
della città. In appresso fu devoluta ai soli Cavalieri Patrizj. 



146 IL PATRIZIATO MILANESE. 

Lodi, assegnava *una vistosa dotazione, trasmissibile a' suoi eredi. 
Così il mondo si trasforma, ma non perde il vizio. 

Finito il dramma e ristabilite, colla restaurazione austriaca 
del 1814, le antiche distinzioni, restarono le une e le altre, seb- 
bene perdessero quasi ogni valore. Il governo di Vienna, che na- 
turalmente aveva preso nelle sue mani la quistione nobiliare, ri- 
maneggiò i titoli di molte famiglie, riducendoli a proporzioni più 
modeste. Non riconobbe quelli di chi non volle assoggettarsi a porli 
in discussione innanzi alla sua commissione araldica; riconfermò 
invece la nobiltà secondaria del secolo scorso, tenendo conto anche 
dei titoli napoleonici colle modalità con cui erano stati istituiti ; 
riconobbe del pari la nobiltà nei canonici e preposto della basilica 
di Sant'Ambrogio e nei dottori della Biblioteca Ambrosiana: indi 
aperse con parsimonia la porta della nobiltà deìV Imiterò Austriaco 
a quelle distinte famiglie borghesi che dimostravano qualche sim- 
patia pel nuovo ordine di cose, e, con larghezza maggiore, ai fidati 
esecutori della sua politica in Italia, permettendo loro anche di 
assumere un predicato, o il nome di un proprio tenimento, che 
rialzasse il modesto cognome. Compilava poi, e pubblicava per le 
stampe, negli anni 1828 e 1840, due elenchi ufficiali dei Nobili loìn- 
bardi, esclusa ogni ingerenza municipale, ritenuta la nobiltà, tranne 
in pochi casi, una semplice distinzione di Corte. ^^ Insieme con altre 
forme antiquate, l'istituzione del patriziato milanese fu abbando- 
nata al suo destino dagli Austriaci, diffidenti di quanto alludesse 
ad antiche franchigie. In massima metteva tutta l' importanza nella 
quistione direi di ordine, più che in quella di merito, anteponendo 
un minuzioso compito di quarti di nobiltà al valore storico del nome. 

I solenni avvenimenti, il turbinio che sconvolsero da capo a fondo 
la nostra società, spezzava siffattamente il filo delle tradizioni, che 
dell'albo dèi patrizj, non solo non se ne parlò più, ma se ne per- 
dette la memoria perfino dagli stessi interessati; nessuno storico 
né cronista contemporaneo, ch'io mi sappia, fa menzione di questa 
peculiare forma del patriziato municipale, o lo mette a fascio colla 
nobiltà araldica e feudale. 

La casa reale di Savoja, intronizzata nel 1859, si mostrò al- 
quanto più facile nel concedere titoli agli arricchiti di questi ul- 



* * Altro elenco era già pronto per essere stampato l' ultimo anno della dominazione 
austriaca. 



ir. PATRIZIATO MILANESE. 147 

timi anni (abolendo la istituzione della nobiltà semplice); dacché 
essi titoli vengono considerati onorificenze regie, senza alcuna im- 
portanza di sorta presso il governo civile. Una consulta araldica 
fu nominata con reale decreto 10 ottobre 1869, per dar parere al 
governo in materia di titoli gentilizj, stemmi ed altre pubbliche 
onorificenze. Ma in quel torno, aboliti gli ultimi maggioraschi che 
ancora rimanevano a sostegno del decoro di pochissime famiglie , 
abolite le reliquie di qualche fedecommesso, ogni forma che rammen- 
tasse le splendidezze di altri tempi fu condannata a cadere innanzi 
alla invadente moda, alla logica stringente e gretta dei moderni 
legislatori. Maggiore fortuna ebbero gli ordini cavallereschi. Ri- 
servati nel passato secolo a casi straor dinar j, al punto che vediamo 
il tenente maresciallo conte Barbiano di Belgiojoso d' Este , pro- 
prietario d'un reggimento imperiale, tornarsene dall'avere governate 
le Fiandre col petto spoglio di decorazioni; un po' più prodigati 
durante il primo regno d'Italia e dal nuovo governo austriaco; 
dopo le vicende del quarantotto cominciossi ad usarne come mezzo 
di seduzione per far proseliti nel campo della politica, mezzo che 
il governo nazionale italiano spinse fino alla esagerazione, versando 
una pioggia di croci, e dando cosi il pretesto, se non lo stretto 
diritto, ai decorati di assumere il titolo di cavaliere — una specie 
di nobiltà SLàpersonam che fece girare il capo a parecchie migliaja 
di Italiani, e creò una aristocrazia di nuovo conio, in cui è sempre 
l'individuo che si sostituisce alla famiglia. 

{Continua.) Felice Calvi. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE 

IN MILANO. 



Il Consiglio municipale di' Milano, nella sessione ordinaria autun- 
nale del 7 novembre 1873, deliberava di chiedere al Governo italiano 
la cessione della chiesa di s. Giovanni alle Case Botte, onde con- 
vertirla a sede di ufficj, essendo troppo angusto l'attiguo palazzo 
civico; ed autorizzava la Giunta alle relative pratiche d'acquisto. 
A questo proposito la Consulta del Museo Archeologico, in un suo 
rapporto, aveva anteriormente espresso il. desiderio, che l'atrio della 
chiesa stessa, avente un merito artistico, fosse conservato, ed il 
Municipio, accogliendo quel voto, lasciava impregiudicato sino a 
nuovo esame il quesito della conservazione o della demolizione di 
quella fronte. Ad ogni modo, l'acquisto della chiesa verrà accordato 
alla città, che in un tempo più o meno prossimo darà mano alla 
trasformazione di quest' edificio ; ^ forse ne sparirà ogni traccia 
eziandio esterna: è quindi dovere nostro il ricordarne le vicende, 
e tesserne, per così dire, l' orazione funebre. 

Il nome e l'ubicazione di quella chiesa richiamano alla mente 
tempi e fatti, che risalgono sin quasi al principio del secolo XIV. 



* Quando s'avesse a verificare questo fatto, è da sperare, che il Municipio, nell' inte- 
resse della storia dell'arte, abbia a far diligentemente rilevare i tipi di questa chie- 
sa, e conservarli per gli studiosi, insieme cogli altri disegni di pubblici edificj che 
più non esistono. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 149 

Narrano i cronisti, che propostosi Enrico VII di Lussemburgo di 
porsi in capo a Milano la corona ferrea dei re longobardi, ed a 
Roma quella degl'imperatori romani, giunto ad Asti, vi fu osse- 
quiato da Matteo Visconti, che, cacciato dalla signoria di Milano 
per la prevalenza de' guelfi Torriani, esulava a que' giorni a Brescia. 
Alla corte di Enrico convennero eziandio Gastone Torriano arci- 
vescovo della metropoli lombarda, e tutti i fuorusciti ghibellini 
milanesi, onde sollecitare vivamente il monarca alla sua venuta a 
Milano, sotto colore di attestargli la loro devozione, ma in realtà 
per ricuperare la loro influenza, e riguadagnare mercè di lui il 
perduto sopravvento nella cosa pubblica, spogliandone gli avver- 
sarj. Desideroso di pacificare l'Italia, divisa in tante fazioni ne- 
miche, avea tentato quel re con un trattato di riconciliarle; ma 
l'ire di parte erano trpppo acerbe e profonde, perchè tale tentativo 
potesse avere effetto. Passato il Po, ei venne a Vercelli, indi sof- 
fermatosi a Novara, vi rappattumò la fazione de' Tornielli coi 
Brusati ed i Cavallazzi, e giunse infine a Milano il 23 dicembre 1310, 
albergando nel palazzo arcivescovile, sinché Guido della Torre, 
signore della città, sgombrando a malincuore il palazzo del Comune, 
die agio all'ospite straniero di andare a prendervi stanza, rima- 
nendo tuttavia la regina nel primitivo albergo. Ricevuta solenne- 
mente la corona reale nella basilica ambrosiana il dì dell'Epifania, 
iilla presenza di. molti vescovi e d'altri illustri personaggi, rivolse 
il re il pensiero all'incoronazione imperiale a Roma; ma già in 
pochi giorni il popolo milanese eraglisi avversato, non tanto per 
incostanza di proposito o pei maneggi sovversivi del Torriani, ma 
per le ingenti somme ch'erano costate alla città la sua venuta e 
le feste a lui fatte, mentre essa medesima l'avea chiamato. ed ap- 
plaudito a dispetto de' Torriani, il cui capo Guido, sempre intol- 
lerante ed incapace di dissimulare gì' interni sentimenti dell'animo, 
vedeva dai nuovi avvenimenti rapirsi di mano il potere. 

Due fatti specialmente gettarono nella popolazione lo sdegno 
contro il mal capitato forastiero. Egli richiese alla città il dona- 
tivo consueto, che accompagnava l' incoronazione dei monarchi, e fé 
radunare il Consiglio generale, perchè esso lo determinasse. Quella 
proposta destò un profondo stupore, ma dovendosi pure ad ogni mo- 
do accondiscendere alla richiesta, dopo titubanze ed alterchi destati 
specialmente da Guido Torriano, il donativo al re ed alla regina 

Arch. Star. Loml. — An. I. 10 



150 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

fu determinato nella somma di centomila fiorini d'oro, somma che 
parve a tutti intollerabile e di conseguenze disastrose alla città; 
ma ad onta di tutte le rimostranze, essa dovette venir sborsata 
Dopo ciò Enrico stabili che cinquanta nobili personaggi, capi delle 
due fazioni, dovessero accompagnarlo a Koma, a spese della città. 
Se la partenza di lui e de' nobili, le cui rivalità l'avevano ridotto 
all'estrema miseria, empì di esultanza il popolo, dovevano di nuovo 
amareggiarlo le raddoppiate strettezze economiche cagionategli 
dalla partenza medesima, inasprite dall'estrema violenza che si 
usava per raccogliere le nuove imposte. Da quel punto hanno prin- 
cipio alcuni gravi avvenimenti, che funestarono la città, e furono 
diversamente apprezzati dagli storici. Opinano alcuni che Matteo 
Visconti partendo coli' imperatore, vedovasi sfuggita l'occasione 
di ripigliare la signoria della città contrastatagli dai Torriani, e 
forse ricacciato in esigilo ; pensò quindi coll'inganno di togliere ad 
essi l'amicizia di Cesare e l'ambito potere, e abboccatosi con Guido, 
e fingendosi ei pure malcontento di questo troppo grande e troppo 
costoso signore, lo indusse ad accordarsi seco per cacciar lui e i 
suoi colla forza dalla città. Fu quindi da que' ^ue determinato, che 
il 13 febbrajo susseguente il popolo verrebbe sollevato concorde- 
mente dalle due fazioni a tumulto, e coll'armi si riconquisterebbe 
l'antica indipendenza. Non era ancora spuntato il giorno prefisso, 
che Simone figlio di Guido (che fingevasi ammalato per esimersi 
dal corteggiare il re), assistito da' suoi aderenti, si trovò armata 
innanzi alle sue case, e mentre aspettava in buona fede il segnale 
de' Visconti per investire i Cesarei, fu da questi assalito, sicché ne 
segui una sanguinosa mischia, che fini colla disfatta de' Torriani 
e colla distruzione delle loro case. 

Altri storici, al contrario, son d'avviso, che veramente e lealmente 
i Visconti si fossero coalizzati coi rivali, e deposti gli odj vicen- 
devoli, mirassero colla loro macchinazione a rivendicare Milano a 
libertà. Ma Enrico, diffidente di tutti in un paese a lui straniero, 
assai circospetto e circondato di spie, dubitava della fedeltà de- 
gli stessi Visconti, essendogli stato riferito che Galeazzo Visconti 
e Francesco della Torre erano stati visti nei prati fuori di porta 
Ticinese, presso la Vettabbia, stringersi la mano e tenere fra loro 
stretto colloquio, onde era a temersi una prossima sollevazio- 
ne; pel che egli fece occupare tosto da' suoi Tedeschi il Broletto, 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 151 



sotto vista di assistere all' esecuzione capitale di alcuni rei, forse 
d'eresia, condannati alle fiamme, ed altri luoghi importanti della 
città. Allora i Visconti, e in ispecie l'astuto Matteo loro capo, 
trovandosi prevenuto nel suo segreto piano di sommossa, e veden- 
dolo sventato, giudicò necessario salvare se stesso e la famiglia, e 
lasciar nelle peste i Torriani, facendo sì che i suoi famigliari si 
ritraessero dal tumulto, come fecero. Enrico aveva mandato le sue 
truppe ad esplorare le case de' capifazione, e quando esse, giunte al 
palazzo de' Visconti, li trovarono tranquilli ed alieni in apparenza 
da ogni torbido, argomentandone la fedeltà, sorpresero all'incontro 
le dimore de' Torriani rigurgitanti d'armati in attitudine disor- 
dinata, che in luogo di prestar loro valido ajuto nel frangente, 
appiccarono una sanguinosa mischia, in cui sulle prime i Tedeschi 
ebbero la peggio, ma soccorsi da altri commilitoni sopravvenuti, 
tutto misero a sacco e a fuoco. Nulla valse ad impedire o frenare 
quello sterminio l'apparire di Pagano Della Torre, vescovo di Pa- 
dova, sulla porta del palazzo, vestito degli abiti pontificali, che, 
sebbene rispettato nella persona, dovette co' suoi fuggire, de' quali 
chi riparossi a Montorfano, chi nelle case de' loro aderenti, la- 
sciando quel luogo pieno di sangue e d'uccisi, e in preda alla più 
completa devastazione. Quelle infelici dimore ebbero allora il nome 
di Case Rotte, e ne rimane ancora memoria legata all'appellazione 
della vicina chiesa. Un decreto del Comune bandì per sempre dalla 
città i Torriani, e vietò che le loro case fossero in alcun tempo 
riedificate. Tuttavia il re, sedato il tumulto, e accertatosi della de- 
vozione dei Visconti, a' quali aderiva la maggior parte dei nobili, 
onde ristabilire più agevolmente la quiete nella città contristata 
dal saccheggio di sei giorni, col parere de' suoi famigliari, rilegò 
per pochi giorni Matteo in Asti, e Galeazzo di lui figlio a Tre- 
viso. Nel seguente luglio, Matteo, sborsati quaranta mila fiorini di 
oro, ottenne da Enrico il titolo di vicario imperiale della città e 
del contado di Milano. 

Le case dei Toj-riani, la cui dominazione, così miseramente ca- 
duta, avea avuto principio con Martino nel 1247, estendevansi per 
lungo tratto lungo la porta Nuova, occupando l'area ov'è ora il 
teatro della Scala, allato e lungo la via, comprendendo lo spazio 
su cui sorse poi la distrutta chiesa di s. Maria del Giardino de' Fran- 
cescani, ov'è orala via Romagnosi; i loro giardini giungevano sino 



152 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

a quella di s. Pietro di Cornaredo, del pari demolita, lorospiciente 
l'altra di s. Martino in Nosigia (ora casa Traversi), e dando l'an- 
tico nome a quella via, confinavano col celebre ed antichissimo 
monastero di s. Maria d'Aurona, che avea la sua fronte lungo le 
mura di Massimiano Erculeo, ed avea servito di primo rifugio a 
Guido Della Torre. Quella ricca e vasta dimora era solo interse- 
cata dalla via, allora angusta, che, dividendo il palazzo dagli orti, 
conduceva a s. Silvestro ed alla pusterla di Brera; ilMorigia^ però 
asserisce che lo spazio che portava il nome di Case Botte^ era oc- 
cupato dal luogo e. dal contorno della chiesa di s. Giovanni, da 
quella di s. Maria della Scala, dal palazzo dei marchesi Fiorenzi, 
poi casino de' Nobili, e dalla chiesa del Giardino, edifizj poste- 
riori. Il palazzo era al limite settentrionale del carrobbio o qua- 
drivio di porta Nuova, quadruUum (ove, dicono i cronisti, tenevasi 
mercato con quantità di carri), menzionato in una carta del 963, 
appartenente già all' archivio della collegiata di s. Giorgio, e con- 
termina vasi ad occidente dalla chiesa di s. Lorenzo in Turrigia e dal- 
l' ospitale de' ss. Cosma e Damiano, detto anche de' Romani (ora 
teatro de' Filodrammatici), amministrato dall'abate di s. Protaso 
ad monachos; a mezzodì dal monastero e dalla chiesa di s. Maria 
di Gisone, detta poi di s. Margherita. Non molto dopo, sull'area 
del palazzo torriano sorse una piccola chiesa o cappella, dedicata, 
secondo il Sormani^, a s. Veronica, che mutò in seguito il suo ti- 
tolo con quello di s. Maria alle case rotte, de caruptis, poi di 
s. Maria Nuova*, finché fu rifabbricata nel 1381 da Beatrice Re- 
gina della Scala, figlia di Martino della Scala signore di Verona, e 
moglie di Bernabò Visconti, e colle successive donazioni dei du- 
chi andò sempre acquistando lustro, ricchezza e potenza, restan- 
done il juspadronato ai signori e duchi di Milano, 

Dalla sua fronte partiva una via retta, che conduceva alla chiesa' 
di s. Fedele, detta già di s. Maria in Solanolo^, lungo la quale via 



2 Nobiltà di Milano, Lib. L, cap. 45. 

^ Descriz. sacra di Milano, p. 117. 

* Bassanini, Juspadronati dei duchi di Milano, p. 31. 

^ Si ricorda ancora negli statuti milanesi del 1396 il portico di quella chiesa e la sua 
piazza. Di quel cangiamento di nome si lia indizio per la prima volta in una bolla di 
Eugenio III, in data di Vercelli, 18 marzo' 1147, con cui conferma al monastero di 
s. Dionigi il possesso di quella cbiesa : « Confirmat ecclesiam s. Mariae in Solariolo, quae 
nunc s. Fidelis dicitur. » 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI xVLLE CASE ROTTE IN MILANO". 153 

correva parallelo un fossato, rammentato negli Statuti del 1396, 
(Rub. De a'quis et jur. molancì. et de stratis)^ oltre il quale la via 
stessa doveva essere in larghezza sei gittate^; ed ivi, a breve di- 
stanza dalla mentovata chiesa, a sinistra della via, erasi stabilita 
verso la metà del secolo XIV, o fors'anche prima, una confraternita 
di Disciplini, detti anche battuti o flagellanti o bianchi. Tale isti- 
tuzione era sorta in Italia poco dopo la caduta di Ezzelino da Ro- 
mano, ed in molte città avea concorso efficacemente a rappacificare 
i popoli e sedare le discordie civili, visitandole e dando in pubblico 
sulle piazze e nelle chiese lo spettacolo della flagellazione di se 
stessi, hatimentum; vestivano di sacco, donde furon detti 'bianchi, 
e camminavano a pie nudi. Su questo principio si fondarono a poco 
a poco in Italia le confraternite di penitenza, che radunandosi in 
giorni determinati in apposite chiese, presso cui avevano la loro 
sede, ed armate di flagelli, adempivano i doveri religiosi. A Padova 
stabilironsi nell'anno 1260, ma nel 1269 Opizzone marchese d'Este 
ed il popolo di Ferrara con uno speciale statuto proibirono que' 
Disciplini, scacciandoli dalla città, ed anche Manfredo re di Sicilia 
e di Puglia, ed il marchese Uberto Pallavicino signore di Brescia e 
di Cremona, con leggi severe li espulsei;o dai loro Stati. 

E incerto quando i Disciplini siensi stabiliti a Milano, tuttoché 
Galvano Fiamma nella sua cronaca Manipuìus Floriim, cap. 296, 
sotto l'anno 1260, con manifesta iperbole dica che durante la 



^ « Strata quse est a coperto s. Fidelis eundo per domos fractas usque ad stratam 
mastram, qua itur a porta nova versus brolletum, amplìetur et occupationes faetae tol- 
lantur, ita quod strata sit lata per sex zìchatas ad mìnus ultra fossatum, per quod 
aqua decurit eundo versus stratam portae horientalis, et hoc non obstante aliqua loca- 
tìone bine retro facta per offitium doininorum sex camerae vel aliquem alium, et quod 
de cetero nulla locatio fieri possit de praedictis. » Da questo statuto scorgesi come la 
via di s. Giovanni fosse fiancheggiata da un fossato, il quale nei secoli successivi fu 
coperto, e serviva di cloaca, di cui una bocca esisteva ancora in principio di questo 
secolo rimpetto al teatro. Un' altra disposizione statutaria concernente questa località, 
e quella che ha per titolo : « De putredine non portanda in caruptis nec in pasquario 
s. Ambrosii, » ed è la seguente : « Domini sex et offitiales stratarum et quilibet eorum 
teneantur et debeant curare, quod nullum lutum vel putredo vel animai mortuum con- 
ducatur, portetur vel deferatur in caruptis, pagquario s. Ambrosii, in brolio nec in 
alia parte infra civitatem, et quod nullum moltitium projitiatur in stratis publicis nec 
cimiteriis ecclesiarum, nec super ìpsis extendantur pelles de ipsis moltitiis extractae. » 
Queste prescrizioni preesistevano già nel 1346. La chiesa di s. Ambrogio qui citata era 
posta tra la piazza Mercanti (broletto) e la soppressa via di Pescheria Vecchia, presso 
la porta orientalo della piazza medesima, secondo si ha nel Fiamma. > 



154 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

signoria di Martino Della Torre " propter mortem Yzilini de Romano 
scuriati infiniti apparuerunt per totam Lombardiam, sed volenti- 
bus venire Mediolanum per Turrianos sexcenta) furcse parantur; 
quo viso recesserunt. „ È quindi assai credibile, che appena tor- 
nati al potere i Visconti nel 1311, i Disciplini abbiano fatto capo 
anche a Milano. Risulta però da molti documenti, ch'essi avevano 
già nel 1363 case proprie, e assai probabilmente anche la propria 
chiesa ad esse congiunta, col titolo di s. Maria della Morte, nel 
perimetro della parodila di s. Fedele e nella via delle Case Rotte. 
Da una deposizione o protesta fatta innanzi a notajo l'S ottobre 
di quell'anno, rilevasi che Giovannolo Broggi procuratore dei Di- 
sciplini, " sindicus ac etiam de consortio vapulatorum seu batutorum'^ 
portae novae Mediolani prò nomine ac etiam sindicario nomine dicto- 
rum consortiorum de batatoribus, intelligens ut dixit, quod prae- 
dictus presbyter (Franciscus de Ugona beneficialis ecclesia} s. Fi- 
delis) fecerat fieri instrumentum, ut intellexit, sicut dicti batatores 
seu ad eorum petitionem fecerunt pulzari ad duas campanelas, et 
dixit et protestatus fuit, et dicit et protestatur, quod ipse nec ipsi 
consortes dictorum scholariorum nec ad eorum petitionem pulza- 
tum fuit ad dictas campanelas, nec pulzatse sunt ad eorum petitio- 
nem: et negavit et negat suo et dicto nomine dictse campanelse 
fuisse pulzatas ad petitionem eorum batutorum nec eorum nec ali- 
cuius eorum vel per eos. „ Da quest'atto appare come fossero già sorti 
conflitti fra la confraternita ed il rettore parochiale di s. Fedele, di- 
pendentemente dalle ragioni delle due chiese, sopiti poi colla tran- 
sazione 31 luglio 1364, per la quale la Scuola dei Disciplini obbliga- 
vasi a pagare annualmente nella festa del Corpus Domini a quel 
rettore venti soldi e libbre tre di cera a titolo di oblazione, come 



'' La chiesa primitiva od oratorio nel 1368 si designa « in domo batutorum dominae 
s. Mariae de la morte super domibus fractis; » in alcune deduzioni testimoniali fatte nel 
1442 in una causa della Scuola contro un Filippo Pellizzoni si ricorda « rector scoUse 
ecclesiae decolationis s. Johannis Baptistae de caruptis scollae s. Maria) nuncupatae batu- 
torum de la morte; » in una carta del 1444 son nominati gli « scolares schollae consortii 
et universitatis s. Mariae nuncupatae verberatorum de la morte et s. Johannis Baptistas 
porte novaS; parochise s. Fidelis. » In un'altra dell'anno stesso essi son detti « scholares 
schollae seu consortii dom. s. Mariae de caruptis nuncupatae verberatorum de la morte 
Mediolani. » Talvolta portava la semplice denominazione di « s. Johannis de la morte »; 
e ia un documento dell'anno 1400 è nominata « schola et universitas batutorum de la 
morte super caruptas. » 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 155 

omaggio reso al paroco distrettuale, che come tale dovevasi rico- 
noscere; e di questo canone rimangono documenti a tutto il se- 
colo XV. Nel 1365, in un atto, in cui il consorzio restituisce 50 fio- 
rini d'oro prestatigli da Stefanolo da Sesto, dicesi che " universitas 
schollarium scholse verberatorum de la morte civitatis Mediolani 
habet habitaculum in contrata, ubi dicitur in domibus fractis portse 
novse Mediolani. „ Si ha una bolla del 6 dicembre 1363, data in 
Avignone da Guglielmo Pusterla, arcivescovo di Milano, con cui 
concede la facoltà " construendi altare in domo verberatorum de 
la morte, et super eo missas celebrari facere, et verbum Dei prae- 
dicari facere ac campanas pulsare, „ al quale oratorio l'arcivescovo 
Antonio da Saluzzo, con breve 30 maggio 1374, concedeva l' indul- 
genza di 40 giorni nel giorno del santo titolare, confermata poi 
da Urbano VI, Gregorio XII, Innocenzo XI e XII, Alessandro Vili, 
Clemente XI, e da alcuni arcivescovi milanesi. Da questi documenti 
rendesi evidente, che quella confraternita alla metà del secolo XIV 
ora già sì stabilita in Milano, da avere le sue case, la chiesa 
propria, le campane, che avevano fornito materia di contesa col 
rettore della vicina chiesa parochiale, e da essersi, anche nell'eser- 
cizio del culto e specialmente nei funerali dei confratelli defunti, 
incontrati già serj contrasti con esso rettore; errarono quindi 
quegli storici milanesi, che unanimemente stabilirono all'anno 1390 
la fondazione della chiesa " s. Marise verberatorum de la morte ^ „ 
A poco a poco quella Scuola ebbe dai cittadini legati e dona- 
zioni, e coi proprj fondi e con prestiti acquistò nuove case ed aree 
circostanti alla sua sede primitiva, e già il 20 gennajo 1373 essa 
pattuiva con Sirino Sara e sua moglie Caterina Biffi di conce- 
dere loro per abitazione vitalizia una camera terrena ed un'altra 



^ In Sicilia, e segnatamente a Palermo, evvi un culto speciale per l'armi (anime) di 
li corpi dicHÌlati, che vengono considerate come martiri ed esseri privilegiati dal cielo 
^ forniti di virtù taumaturga, cui i divoti invocano in circostanze specialmente di pe- 
ricolo, e ne chieggono grazie e difesa. A Palermo fu istituita nel 1541 la Compagnia 
de' Bianchi, il cui istituto era di confortare a ben morire i condannati, e sufiFragarne 
dopo giustiziati le anime, alla quale ascrivevansi nobili e cittadini egregi, e vi sorgeva 
la sua chiesa speciale o santuario, ove concentra vasi la venerazione popolare per que' 
genj tutelari; nell'anno seguente ebbe Messina la Congregazione degli Azoli, Catania 
nel 1543 quella di s. Giovanni Battista, Trapani l'altra pure de' Bianchi nel 1556 colla 
sua chiesa, aventi tutte lo stesso scopo caritatevole. Di questo singolare culto ci danno 
testimonianza molti canti popolari siciliani, pubblicati dal eh. G. Pitrè. 



156 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

superiore in una casa da sé posseduta in parochia di s. Fedele, con 
che essi alla loro morte cedessero alla Scuola quanto allora si tro- 
vassero avere di loro proprietà; con altro atto 20 novembre 1374 
la Scuola dichiara di ricevere da Marchetto Verri moggia 12 e 
staja 4 di mistura di segale e miglio in eguale proporzione, non 
che tre carri di vino, come annata di fitto dei beni in Caluzzano, 
di propria ragione, affittati ad esso Verri. Si hanno molti docu- 
menti del 1365 e successivi, comprovanti come molti benefattori 
di quella Società le abbandonavano alcuni loro crediti verso terze 
persone e verso lei medesima per intento di beneficenza; con testa- 
mento 5 aprile 1362, rogato Giacomino Cainarca, un Antonio da 
Carato faceva alla stessa un legato di due brente di vino. Nel 1364 
la Scuola pagava a maestro Pietro di Bologna lire cinque e soldi 
dieci per annuo canone livellano " super quodam sedimine jacente 
in porta nova, parochia s. Fidelis, quod dicti batuti et consors 
dictorum batutorum facere et praestare tenentur annuatim, „ sul 
quale sedime o spazio la Scuola aveva alzato alcuni edificj di sua 
proprietà. Allo stesso maestro Pietro e a' suoi fratelli pagavano i 
Disciplini altri censi per altre proprietà da loro acquistate, cioè 
soldi 55 imperiali per censo " super aliquibus bonis, seu super 
sedimine „ di quattro tavole tenute a pigione, a cui confinava a 
levante Galeazzo Visconte signore di Milano (1368 e 1384), da 
altro lato " fovea quse appellatur fovea domus fractarum, a monte 
dictse consortise batutorum s. Marise de la morte, „ il qual luogo 
in altra carta del 1391 dicesi ^^ situm in domo dictorum scolarium 
scolae disciplinatorum dom. s. Marise de la morte. „ Altro censo di 
lire 11 di terzole pagavasi con atto del 1381 " occasione certi 
fondi seu spatii terree iacentis in parochia sancti Fidelis in sedi- 
mine, quod appellatur dictse schollse, in et super quo seu qua sunt 
certa hediffitia per ipsos scholares, et de quo seu qua ipsi schola^ 
res seu alii vel alii eorum nomine investiti fuerunt „ dai fratelli 
Moradelli di Bologna. Nel 1365, in gennajo, il Consorzio si obbli- 
gava a restituire per la seguente Pasqua fiorini 1 6 d' oro ^ " boni 



^ In un atto del 28 ottobre 1437 di obbligazione dì lire 28 e soldi 18 fatto alla Scuola^ 
da Antonio Ceppi detto Pagino^ dicesi che questa somma «faciunt et sunt ad monetam 
longam seu veterem Mediolani libras triginta unam et soldos octo imperialium. » In 
quello stesso anno, a' 20 maggio, la rappresentanza del comune di Rho eleggeva tro 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 157 

— — ■ — ■ 1 I 

et justi ponderis, „ datigli a mutuo da Antonio da Vimercate, frate 
professo del monastero di Cominago; e tre anni dopo, il 26 no- 
vembre, " in porta nova in parodila s. Fidelis in domo batutorum 
s. Marise de la morte super domibus fractis, convocato et congrega- 
to capitulo schoUariorum consortii, universitatis et capituli schollse 
dom. s. Marise batutorum de la morte de mandato Antonioli de Bi- 
rago fil. q. doni. Ambrosi!, rectoris, Fedrigolli de Rivola, prioris 
ipsius schollse, „ ed altri ventisette scolari, promette di restituire 
a Vassallino Bossi fra sette anni trenta fiorini d'oro avuti a mutuo. 

Nel secolo seguente continuavano ancora ad assumersi per parte 
della Scuola tali mutui, ma altresì essa possedeva case, fondi e 
livelli assai ragguardevoli in Milano nelle parochie di s. Michele 
al Gallo, s. Galdino in porta Romana " in centrata zuponariorum, „ 
s. Nazaro in Brolio, s. Eusebio e s. Benedetto in porta Nova, ove 
aveva anche un brolo (a s. Fedele, oltre molti altri stabili, era in 
possesso " unius spatii terree, ubi est oratorium dictse schollse consor- 
tii et universitatis schollarium schollae verberatorum dom. s. Ma- 
rise et s. Johannis de Caruptis, „ ove era anche il suo cimitero, 
secondo una carta 21 gennajo 1439), e persino lungo il Redefosso, in 
parochia di s. Stefano in Broglio; a Birago, Camnago, Barlassina 
e Baruccana aveva latifondi dell'estensione di pertiche 171, avuti 
in legato testamentario da Giovanna da Birago. 

È singolare che le case della Confraternita servissero talvolta di 
residenza temporaria dei consoli di giustizia in luogo del Broletto, 
loro tribunale ordinario, poiché essi assai di rado e in casi straordi- 
narj esercitavano il loro ufficio fuori della residenza stabilita dagli 
Statuti; un istromento del 22 novembre 1405 reca che Raimon- 
dina Alamagna dichiara di ricevere lire 17 imperiali da Beltra- 
molo Bonomi in presenza di Francesco Della Croce " consule 



suoi governatori, onde effettuare l'annessione e l'incorporazione del luogo pio dì s. Maria 
de Pasquario presso quel borgo, colla scuola di s. Giovanni Decollato di Milano, « cu- 

pieiìtes loeura ipsum s. Marise taliter stabiliri, quod salùbriter gubernetur cogno- 

scentes eorum scholarium laudabilia opera, et quod locus ipse plus s. Mariae salubrius 
et utilius gubernabitur per illos, quam per unicum rectorem. » Questa annessione diede 
in seguito pretesto ad una controversia tra la Scuola e l'Ospitale Maggiore, che preten- 
deva spettare à se la proprietà dei beni del predetto luogo pio ed ospitale di Rho ; ma 
la vertenza venne definita il 10 settembre 1482 con sentenza dell'arbitro dottor Barto- 
lomeo Capra, che decise non spettare alcun diritto all' Ospitale Maggiore su quei beni,, 
passati in esclusiva proprietà della Scuola. 



158 LA CHIESA PI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

justitise Mediolani camerse civitatis et omnium fagiarum civitatis et 
ducatus Mediolani prò tribunali sedente in domibus schollariorum 
verberatorum s. Marise de la morte constructse super domus fractas 
P. N. Mediolani, ecc., quem locum et quod tribunal idem dom. consul 
ellegit ac per prsesens instrumentum elligit prò eius idoneo loco et 
suo tribunali. „ 

D'un'altra convocazione della Confraternita nel secolo XIV, oltre 
la già mentovata, ci dà notizia una carta del 21 marzo 1363, nella 
propria sua sede, cioè " in domibus, in quibus sunt et conversantur 
scholares batutorum dom. s. Marise de la morte, etc, ubi consue- 
verunt talia et consimilia fieri et explicari, et in quibus domibus 

soUent congregari ibidem congregata ipsa communitate eorum 

scbolariorum impositione, voluntate et consensu Yincentii de Ber- 
nadigio rectoris dicta3 communitatis, Federicus de Eivola, sub- 
prior dictse communitatis, „ e diciotto altri scolari, che erano 
" major et sanior pars et etiam duse partes dictse communitatis et 
plus^^ „ in quell'adunanza eleggono sei di loro quali sindaci e 
procuratori, per rappresentarli in tutti gli affari civili. 

Sembra che la casa ove si adunavano, fosse quella venduta il 
17 settembre 1353 da Antoniolo Mascaroni detto Paranzino a 
Pietro Menclozzi per 200 fiorini d' oro, passata poi in proprietà 
della Scuola, a sud-est della chiesa, tramutata poi dopo la sop- 
pressione a sede di pubblici dicasteri, consistente nella metà in- 
divisa " unius sediminis, qua3 medietas est a manu sinistra ad in- 
troytum dicti sediminis, a dimedio porta) eundo recta linea usque 
in fundo dicti sediminis de retro ; et est illa medietas cum duobus 
stazionis a platea, cum duobus balconibus et solariis superioribus, 
et una camera magna de vino post illas stazionas, et cum por- 
ticu ante illam cameram, et cum lobiis et solariis superioribus, et 
cum medietate accessii anditus porta3 dicti sediminis; cui sedimini 
cohseret a mane fovea magna quse recipit aquas pluvialles, a 
meridie tenet magister Petrus de Bollognia et in parte strata, 
a sero strata caruptarum, et cui medietati cohaeret a mane 
dieta fovea, a meridie altera medietas dicti sediminis, a sero 



*° Da carte posteriori risulta, che le adunanze degli scolari convocati per trattarci 
loro affari erano sovente più numerose, stante l'incremento della Confraternita, accor- 
rendovene talvolta persino trenta. 



LA. CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 159 

caruptarum. „ Su quella fossa insorsero più volte controversie nei 
1395 e 1401 tra la Scuola ed i fratelli Bologna Giacomo, Luigi ed 
Ambrogio per usurpazioni di essa, annessa com'era alla casa dei 
Battuti medesimi, e più tardi coll'incantatore ossia appaltatore della 
spazzatura della medesima, come appare da atti del 1459 e 1536, 
non che con altri coerenti, come risulta dall'atto di transazione 
12 marzo 1554, avvenuta innanzi il vicario dell' arcivescovo Gio- 
vanni Angelo Arcimboldi coi consorti Biverta, che aveano altresì 
arbitrariamente praticato un foro ed un arco nel muro comune 
coi beni della Scuola stessa. 

Fra le proprietà di questa comprendevasi anche un edifizio, di 
cui non è fuori dell'opera fare speciale ricordo per le gravi con- 
testazioni, a cui esso diede appiglio. Il 24 maggio 1441 la Scuola 
aveva dato a livello perpetuo a maestro Filippo Pellizzoni una casa 
in parodila di s. Benedetto, contigua a quelle di s. Fedele, s. Martino 
e s. Stefano in Nosigia, co' suoi annessi, ed un orto che stende- 
vasi " a dicto sedimine usque ad cantonatam unius muri venien- 
tis per rectam lineam usque ad foveam versus persicum veterem 
et unam brugniam novellam usque ad aliam partem infrascriptse 
fovese juxta murum lohannini dicti Sugli; „ non che una parte 
" unius fovese tantum quantum capiunt dieta bona locata ut supra, 
cui cohseret seu cohserere consuevit ab una parte hospitale s. Mar- 
tini in parte, et in parte dom. Caterinse de la Conca, et in parte 
lohannis de Florentia, et in parte sapientis viri Bartholomaei Mo- 
roni legum doctoris. „ Coi nominati Filippo Pellizzoni " artium et 
medicinse doctore, „ e Giovanni da Gorgonzola detto Sugio ebbe 
querela la Confraternita in occasione di confini tra le rispettive 
proprietà; quanto al primo, appare danna carta 5 dicembre 1442, 
che la Scuola aveva interposto appello da una sentenza pronun- 
ciata da Andreolo Bellisomi vicario del podestà, in una causa re- 
lativa a livello, richiamandosi al duca di Milano per un nuovo 
giudizio; e da altra del 2 giugno 1445, che la rappresentanza del 
Consorzio, in presenza di frate Simone Gisolfi preposto di s. Gio- 
vanni B. degli Umiliati in P. 0., dichiara di non accettare come 
giudice in causa vertente tra le parti Francesco Della Croce vi- 
cario generale arcivescovile, asserito delegato apostolico, perchè 
giudice sospetto, e gli sostituisce il nominato Gisolfi, mentre il 
Pellizzoni elegge Marco Benzoni prevosto della Scala, come giudici, 



160 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

commissarj ed arbitri; ma pochi giorni dopo (16 giugno) la Scuola 
elegge collo stesso mandato Antonio Brembato prevosto di s. Ste- 
fano in Brolio, in luogo del Gisolfi. La vertenza tra la Scuola ed 
il Sugio, procuratore dei deputati del Luogo Pio della Pietà dei 
poveri di Cristo, fu definita l'il gennajo 1430 con sentenza di Gu- 
glielmo Clerici di Lomazzo degli Umiliati, rettore della chiesa di 
s. Salvatore, vicina a s. Pietro all'Orto, e da Angelo d'Inzago, ani- 
hedtie ingegneri ed arbitri comuni, per la quale fu stabilito che 
un muro alto 4 braccia, interposto fra V orto della Scuola e la 
casa del Sugio doveva conservarsi inalterato dalle due parti, di 
cui nessuna poteva " facere nec fieri facere foramen aliquod in 
dicto muro, nec aliquid aliud in j)r8eiudicium ipsarum partium^ 
per quod tollatur nec accipiatur aer in prseiudicium servitudinis 
luminis ipsarum partium, nec alicujus earum, „ nella quale sen- 
tenza è applicata una disposizione contenuta nelle Consuetudini 
milanesi del 1216, al Cap. XXII, Kub. De Servii, et Aquoed., e 
concludesi tale sentenza con altre prescrizioni relative alle reci- 
proche servitù attive e passive, riguardante lo scolo delle acque 
pluviali. 

Una contesa consimile era avvenuta alcuni anni avanti tra la 
Scuola e Ambrogio Maroldelli di Bologna, terminata con sentenza 
arbitramentale del 26 luglio 1407 di Onofrio da Parma, dalla 
quale rilevasi* l' esistenza d' un palazzo appartenente alla Scuola 
(così sembra chiamata la casa di residenza di essa, fiancheggiante 
la chiesa, die venne poi all' epoca della soppressione richiamata 
all'Economato governativo, come già accennai, e divenne sede di 
ufiicj civili e militari), poiché vi si dice che un muro comune di 
frontispizio, ch'era l'oggetto della disputa, avente una fronte verso 
la strada maestra, l'altra verso l'orto di esso Ambrogio, " est a 
capite pallatii magni dictorum scholariorum deversus sedimen dicti 
Ambrosii „ . Fu forse in seguito alle molte contestazioni insorte fra 
il pio Consorzio ed i proprietarj ed utilisti delle case confinanti 
alle sue presso la chiesa, ove esso aveva esteso dominio, che con 
atto, 8 febbrajo 1454 la rappresentanza degli scolari in numera 
di 34 fratelli, a ciò adunata, dehberava che per l'avvenire non si 
avesse mai ad effettuare alcuna traslazione di dominio diretto né 
indiretto, nessuna locazione semplice né livellarla, donazione o ven- 
dita permuta de' suoi beni , posti nelle confinanti parochie di 



i 



LA. CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. IGl 

s. Fedele e s. Benedetto, a nessuna persona o corpo morale, sotto 
pena di nullità degli atti e contratti, che si facessero in opposizione 
a quella deliberazione. 

La Confraternita andò poco a poco prosperando, ed acquistò la 
benemerenza della città per essersi data alla pratica d'un' opera 
eminentemente pia, quale era quella di assistere e confortare i 
condannati a morte, porgendo loro i conforti caritatevoli della reli- 
gione, provvedendo altresì al loro vitto e ad altre necessità fino 
all' estremo momento ^\ e seppellendo poi a propria cura quegli 
infelici, che la società, ancor rozza e mal retta da leggi insufiicienti 
e poco civili, considerava come il proprio rifiuto, ed abbandonava 
crudamente senza alcuna difesa o tutela alle più dure conseguenze 
d'una pena frequentissima ed infamante, talvolta barbara e selvag- 
gia, che assumeva tutti i caratteri d'una vendetta contro il de- 
linquente, senza intimorire i malvagi, avvezzatisi allo spettacolo 
pubblico della crudeltà e del disonore. Gli Statuti milanesi delle 
Giurisdizioni del 1396, da me pubblicati per la prima volta, ram- 
mentano l'assistenza e la sepoltura data dalla Scuola dei Disci- 
plini ai condannati, ed a titolo di benemerenza e di compenso 
delle spese che avrebber dovuto spettare al Comune per seppellire 
i giustiziati, ma che erano sostenute dai Disciplini, Gian Galeazzo 
Visconti ordinò nel 1395, che ogni anno ai 29 d'agosto, festa della 
Decollazione del Battista, la città con tutte le sue rappresentanze^^ 
e tutti i paratici o collegi delle arti coi loro gonfaloni, si recasse 
in forma solenne e pubblica alla chiesa di quel pio Consorzio, che 



"Da due registri di giustiziati dal 1471 al 1783 esistenti nell'Ambrosiana, appare 
<;lie gli imputati milanesi mettevansi a morte sulla piazza del Duomo e nel Broletto, com- 
presi quelli condannati per eresia e stregoneria, che abbruciavansi. Tra gli altri, trovo 
che ai 27 luglio 1472 un Lorenzo di Barra « fu messo in cappia sopra il campanile del 
brevetto per giorni cinque, ed ivi morse». Molti giustiziavansi a Vigentino, Melegnano, 
Monza, taluni in bordello, altri nella corte del capitano di giustizia, al Carrobbio, alla 
Rocchetta di porta Vercellina, sulla piazza del Castello, di s. Stefano in brolio, alla Vetra 
de' cittadini, ed in altri luoghi in città e fuori, forse dove erasi commesso il delitto 
capitale. Aggiungevasi talora la barbara esacerbazione dello squartamento e dell'ustione, 
della mutilazione della membra, del tanagliamento. Il 25 aprile 1501 Benedetto da Ca- 
gliate fu trascinato a coda di cavallo in Broletto, ivi decapitato, e la di lui testa fu 
portata sulla strada di Monza. I soldati giustiziavansi nel Lazzaretto, e il luogo solito 
di esecuzione pei nobili era sul corso di porta Tosa, come avvenne pel conte Galeazzo 
Boselli bergamasco il 24 dicembre 1705. 

* ^ Il podestà, il vicario e i dodici di provvisione, il luogotenente referendario, ecc. 



162 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

cominciava ad appellarsi semplicemente di s. Giovanni decollato, 
onde farvi un'oblazione di lire 75; disposizione riniiovata poi dal 
duca Filippo Maria Visconti nel 27 agosto 1417, giacché, a quanto 
sembra, essa era caduta da qualche anno in dimenticanza, ed ebbe 
poi esecuzione per qualche tempo durante la di lui vita. A quel- 
l'oblazione s'aggiunse in seguito l'altra di lire 18, che facevasi an- 
nualmente dalla K. Tesoreria nella festa del Corpus Domini, come 
rilevasi da istanza 26 febbrajo 1627, essendo la prima da qualche 
tempo intermessa, e una seconda di lire 12 per parte del Tribu- 
nale di Provvisione. Nel 12gennajo 1445 la Scuola acquistava una 
casa in parochia di s. Eusebio per lire 370 e soldi 6 da Donato 
detto Morellino della Porta, coli' obbligo di distribuire nel giorno 
di s. Elisabetta alla Scuola delle quattro Marie ed ai poveri un 
moggio di pane e tre staja di ceci; e infatti da una nota del 2 
luglio 1442 appare, che tre suoi deputati alla porta della chiesa 
" dederunt et dant elimosinam unam de modio uno furmenti in 
pane cocto et stariis duobus cixerorum coctorum, computatis mi- 
chis centum datis ad parochiam s. Easebii P. N. Mediolani, et 
michis 40 datis carceratoribus Malestallse comunis Mediolani, 
quampluribus pauperibus Christi ibidem existentibus ex pauperi- 
bus Christi in Mediolano degentibus ad dictam portam dictse 
domus. „ 

Sembra che quei Disciplini, a nome e per l'interesse della 
Confraternita, si dessero al traffico speciale dei metalli preziosi, 
come gli Umiliati avevano abbracciato il lanii&cio, perchè fra 
molti altri documenti che attestano quel fatto, trovo un contratto 
del 28 marzo 1452, pel quale la Scuola si obbligava a pagare 
215 fiol'ini, di cui era debitrice, a Gabriele da Meda, " occasione 
et prò pretio et mercato auri et argenti in petiis per ipsum cre- 
ditorem ipsis debitoribus suis et dictis nominibus venditi, dati et 
traditi. „ 

Di pari passo colla Confraternita doveva prendere sviluppo 
anche la chiesa, divenuta per angustia insufficiente la primitiva ai 
bisogni, pel che a' 9 di ottobre 1420 la Scuola stipulava alcune 
convenzioni con Ambrogio Bellusco ed Andreolo Terzago ingegneri 
per la costruzione della cappella dell'altare maggiore, demolendo 
l'antica del 1363, e l'anno seguente a' 28 agosto Antonio Bernieri 
prevosto di Borgo s. Donnino, vicario generale dell' arcivescovo 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 163 

Guglielmo Pusterla, per decreto " actum in liabitatione eiusdem in 
domibus ecclesiìe s. Marise Secretse „ , concede altresì al Luogo Pio 
facoltà di costruire e consacrare il cimitero presso la chiesa per la 
sepoltura degli scolari e dei giustiziati, " iure parochialis ecclesise 
s. Fidelis et rectorum eiusdem ecclesiae ac cujuslibet eorum semper 
salvo „ ; e ciò in seguito ad istanza della Confraternita, i cui scolari 
" in eadem parochia s, Fidelis quamdam ecclesiam sub vocabulo 
s. lohannis Baptistse inchoari fecerunt, cupiuntque prope ipsam mec- 
clesiam noviter hedificandam habere cimiterium, in quo possint ca- 
davera mortuorum sepeliri, prsesertim decollatorum et decollando- 
rum ac suspensorum ac suspendendorum, et alias morte violenta et 
juditialiter mortuorum ac ipsorum scholarium, propter quse a prse- 
fato dom. Vicario cum instantia requisiverunt et requirunt, quatenus 
auctoritate dom. archiepiscopi sibi comissa dignetur ipsis schola- 
ribus cimiterium hujusmodi brachiorum 46 in longo et in traverso 
brachia 16 prope ipsam ecclesiam hedificandi concedere, ac cuicum- 
que antistiti gratiam et communionem apostolicge sedis habenti 
hujusmodi ecclesiam et cimiterium consecrandi et alia faciendi, 
qu8D in praemissis necessaria fuerint, licentiam concedere dignetur 
atque velit. „ 

Ma di nuovo nel 1569 gli scolari- avendo determinato " amplifi- 
cari et de novo reficere ecclesiam dictse scholse „ , addivennero alla 
convenzione 3 novembre di quell'anno, con cui i conjugi Kiverta 
ad essi concedettero alcune loro proprietà limitrofe, onde fosse 
ampliata la cappella ed il coro. Era la chiesa, colle avvenute ag- 
giunte, di laterizio ad arco acuto, col tetto coperto di tavole, di 
forma quadrata irregolare, misurando la sua altezza braccia 15 
milanesi, la lunghezza braccia 45, compreso lo spazio dell' altare 
maggiore, la sua larghezza anteriore braccia 30 circa, con due 
porte di diversa luce, e la posteriore la metà. Aveva ai fianchi due 
cappelle, l'una dedicata alla Vergine a destra, l'altra al santo tito- 
lare a manca, oltre l' aitar maggiore, secondo la pianta qui ap- 
presso delineata, quale rinvenni in un volume degli Atti di Visita 
Pastorale esistenti nell'Archivio Arcivescovile. 

Quantunque questa chiesa fosse soggetta fin dalla prima sua ori- 
gine alla parochiale di s. Fedele, come già dissi, tuttavia varie con- 
tese nacquero tosto fra la Scuola ed il paroco, e durarono sino al 
1543, circa i diritti funerarj accampati dal rettore, le quali furono 



164 LA CHIL3A DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

accomodate con ordinanza 27 febbrajo di quell'anno dall'autorità 
ecclesiastica, rappresentata dal vicario arcivescovile, determinante 













a) Sagristia 
b e) Ingressi. 

d) Porta di comunicazione colla casa. 
) Altari. 



'D 



die la cera dei funerali dei non giustiziati si dividesse per giusta 
metà fra le parti contendenti. Passata la dipendenza parochiale di 
s. Giovanni alla parochia di s. Stefano in Nosigia, in occasione della 
ricostruzione di s. Fedele nel 1566 sul disegno di Pellegrino Pelle- 
grini, e dell' introduzione in essa dei Gesuiti, si rinnovarono le con- 
troversie col nuovo paroco nel 1672, di nuovo sopite colla conven- 
zione 8 febbrajo 1748, mediante la quale il paroco Andrea Brenna 
rinunciava a' suoi diritti parochiali per funzioni nella chiesa da lui 
dipendente, e questa si obbligava per compenso a corrispondergli 
annue lire cento per conto della Scuola, corresponsione che con- 
tinuò al di là dell'esistenza del Pio Consorzio ^^ per parte del Eegio 
Economato. Questa Società però, composta di persone popolane, 
distinte in contribuenti e funerarie, senza impulsi e senza efficace 
protezione, in un secolo di estrema prostrazione morale e politica, 
male'reggevasi, sì che verso il 1550 i contribuenti erano ridotti a 



*^ Soppressa, come vedrassi in seguito, la Confraternita nel 1784, quella prestazione 
ebbe luogo sino al 1787, nel quale essendosi sospesa, il paroco Bosnati ne riclamò e 
ottenne nell'anno seguente la continuazione, come da rapporto della R. Amministrazione 
de' Vacanti alla R. Intendenza Politica Provinciale di Milano 2 aprile 1788. Il 5 gen- 
naio 1673 era già avvenuta tra le parti altra transazione, in forza dì cui pagavansi al 
paroco ad persoiiam lire 32 annue per le quattro solenni funzioni religiose, a cui egli 
interveniva nella chiesa del luogo pio, ed altre lire 18 nelle sepolture ossia esequie dei 
fratelli funerarj. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 165 

soli sedici; degli altri non conoscevasi il numero, essendo che, dice 
un documento manoscritto contemporaneo conservato nell'Archivio 
Arcivescovile, non ne intervenivano al Capitolo che due o tre. 

Il reddito annuo della chiesa era allora di sole lire cinquecento, 
non avendo alcuno dei tre altari cappellanie né dotazioni speciali, 
<^d un editto arcivescovile del 16 giugno 1576 relativo alla chiesa 
prescrive di levare i frontali di legno, e sostituirvi nei luoghi e 
modi opportuni colonne di pietra, di collocare la porta maggiore 
nel mezzo della fronte verso la via, e di farne altre due late- 
rali, di levar l'altare di M. V. dov'era, e di porlo in luogo ap- 
provato. 

L' anno 1566 è di lugubre memoria nei fasti milanesi. La città 
fu funestata** dalla esecuzione capitale d'un gran numero di mal- 
fattori, rei d' omicidj e d' altri delitti , pe' quali in que' tempi di 
ignoranza e di pregiudizj non v' era alcuna guarentigia né in una 
procedura razionale, umana ed equa, né nella intemerata imparzia- 
lità de' tribunali. S. Carlo si commosse a quella brutale carnificina, 
ed ideò di ampliare e dare maggior sviluppo alla Confraternita, 
rendendone più proficuo il caritatevole uffizio. Un documento di 
quell'anno é l'atto autentico ed originale, direi quasi l'abbozzo, 
di quella riforma, dal quale rilevasi che allora rimaneva quasi solo 
il nome di quel Pio Consorzio, " quando piacque alla bontà e mi- 
rabile providenza del Signore di rimediare, il quale vedendo che 
r anno medesimo dovea farsi la più rigorosa giustizia e più fre- 
quente che si facesse mai in questa città, ispirò alcuni gentiluo- 
mini a rinnovare quest' opra, altrettanto per far beneficio a sé 
stessi, ed acciò che coli' insegnare a morire ad altri imparassero 
essi a vivere, quanto per ajuto dei poveri condannati. E però, col 
consiglio e l' autorità dell' ili. card. Carlo Borromeo , arcivescovo 



** Il Morigìa {Santuar. di Mil.y p. 173) conferma che la cagione della riforma della 
Scuola de' Disciplini introdotta da s. Carlo fu « che nel contado di Milano si scoprisse 
una gran quantità di assassini, che facevano tutti quei sassinamenti, ribalderie ed am- 
mazzamenti, che sì possono imaginare, di modo che ninno era sicuro dalle loro mani 
né per le vie, ne in villa, né dentro della città, ne anco nelle proprie case, rubando, as- 
sassinando, ammazzando e levando l'onor vituperosamente ; laonde fu fatto tal diligenza 
con asprissimi bandi, che in pochi mesi fu liberata la città e tutto lo Stato da quei 
ribaldi. Laonde ogni settimana eran presi molti, e la giustizia ne faceva brutti spetta- 
coli, perchè alquanti furono impiccati, molti tanagliati ...» 

Ardi. Stor. Lomb. — An. I. 11 



166 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

. % 

di Milano, anzi alla presenza sua essendovi il numero di venti gen- 
tiluomini circa, si stabilì la Confraternita della Consolazione di 
s. Giovanni, aggregandovi i 14 o 16 che già vi appartenevano, 
e confermando questa chiesa per di lei sede^%,! Seguono indi le 
regole allora stabilite dal priore e da tre altri fratelli come rap- 
presentanti del Consorzio, ed eletti a questo scopo alla presenza 
dell'arcivescovo, non che alcuni " avvisi circa quelli che hanno a 
esser justitiati, a fin che condannati dal mondo, restino per divina 
misericordia justificati dal Signore, morendo in quella,,. In questa 
occasione il cardinale modificò anche l'abito di tela bianca della 
Scuola in altro azzurro coll'imagine della pietà di N. S. A propo- 
sito di questa riforma, il G lussano dice che s. Carlo persuase ai 
nobili e principali della città di abbracciare quella pia e santa 
opera, e però in poco spazio di tempo divenne essa numerosissima, 
e fu favorita persino da ministri regi e dallo stesso governatore 
di Milano, che vi si aggregò, e così quelli che prima se ne stavano 
oziosi nella città, ebbero occasione di occuparsi in opera di tanta 
pietà e misericordia, poiché, promulgata la sentenza di morte, il 
priore o due scolari designati da lui doveansi recare alla pri- 
gione del condannato per annunziargli ne' modi più convenienti la 
pena decretata, ed egli era collocato tosto nell' oratorio almeno 
due giorni prima del supplizio, ove era piamente esortato a pi- 
gliar con pazienza ed in pena delle proprie colpe quella dolorosa 
ed umiliante sorte. Dalla qual forma di regola, continua il Gius- 
sano, ne risultarono due grandi vantaggi : l'uno, cui i ministri regi 
hanno poi sempre osservato, che non fosse messo a morte alcuno 
nel giorno che avesse ricevuto i conforti della religione; l'altro, 
che s'introducesse il sacerdote della Compagnia od altro per di- 
sporre ed assistere il condannato agli ultimi momenti; soccorso ed 
assistenza dapprima inusati. 

Quanto alla sepoltura e alle esequie dei giustiziati, esistevano 
già opportune disposizioni, poiché un decreto del 7 settembre 1514 



*5 In una lettera del cardinale a Gio. Francesco Bonomi suo famigliare, poi vescovo 
di Vercelli (1572-1587), del 12 giugno di quell'anno, gli dà notizia di questa riforma, 
cui dice d* avere introdotta il giorno precedente. Le regole ch'ei diede a quel Con- 
sorzio le modellò su quelle che si fé' trasmettere da Roma, ove già esisteva un'Opera 
Pia avente l' istessa natura e scopo. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 167 



di Ruffino Bellingeri, dottore d'ambe le leggi, arciprete dei ss. Na- 
borre e Felice de pristino diocesi di Pavia, e vicario del cardinale 
Ippolito II d'Este arcivescovo di Milano, concedeva alla Scuola di 
s. Giovanni decollato la facoltà " eundi cura cereo, candelis ac- 
censis et aliis necessariis, prout vobis placuerit, ad locum de Vi- 
glentino^^ extra portam romanam, ubi conducuntur malefactores 
ad justitiam, et ibidem officia mortuorum et alia divina officia 
celebrandi semel et pluries in anno juxta vestrum solitum prò ani- 
mabus defunctorum ibidem jacentium, et sit in facultate vostra et 
cujuslibet vestrum postulandi illos sacerdotes, prout vobis malue- 
rit, de societate ad dieta officia celebrandum „. 

Sino all'anno 1589 perseverò nelle. forme e regole assegnate dal 
Borromeo quella pia Scuola, ma assunto allora al governo di Mi- 
lano D. Carlo d'Aragona, duca di Terranuova, capitano generale 
della città, che si annoverò in essa col castellano, il gran cancel- 
liere, i presidenti ed altri ministri reali, ei la rinnovò e riformò con 
nuovi ordini, ed operò che abbandonato, col consenso dei cavalieri 
scolari, il colore delle vesti assegnato nel 1566, si riassumesse la 
divisa primitiva, nella quale essi comparivano davanti ai delin- 
quenti, scrive il Torre ^^ in processione, vestiti d'abito candido di 
sottilissima tela piegato in onda, con mantelletto di lana fiam- 
minga esso pur bianco, reggendo sulla spalla sinistra tra nero vel- 
luto a ricami d'oro un crocifisso ^^, portando anco in testa cappello 
bianco con fiocchi di seta a pendio. Dal cordone bianco che ser- 
viva di cintura, pendeva il decenario o rosario. Dal .colore di tale 
divisa il Morigia chiama il Consorzio la Compagnia de' nobili della 
consolazione di s. Giovanni decollato in Case Rotte, detta dei 
Bianchi, e nelle sue stesse regole stampate nel 1590, 1654 e 1782 
ripetesi tale appellazione. Tali statuti erano distinti in 25 capi- 
toli, ed annoveravano qual protettore il monarca, avente per suo 
rappresentante il governatore di Milano, ed assegnavano gli spe- 
ciali ufficj del prefetto e de' suoi consiglieri, del maestro dei novizj, 



'^ Il Sitoni, citando il Bossi sotto l'anno 1416, ricorda le forche di Vigentino, ove fu 
giustiziato da Galeazzo Visconti un Picciardone Vassalli suo primo ministro, come ram- 
menta anche il Cerio sotto l'anno 1362. «Forche stabili di marmo, seguita il Sitoni, 
citando il Tor. a fol. 83, erano prima ov'è la crocetta del mercato di porta ticinese. » 

•^ Ritratto di Milano, pag. 285. 

*^ A' piedi della croce era effigiato il capo reciso del Battista. 



168 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

del visitatore degli infermi, del soprintendente alla sacristia, del 
tesoriere, del sindaco, o procuratore, dell'archivista^^, del rettore, 
del sacrista o cappellano, e de' portieri. Emerge altresì da essi, 
che dividevansi gli ascritti in fratelli nobili ed in funerarj, e di- 
stinguevansi i deputati alla fabbrica da quelli dell'archivio. Nel- 
l'edizione del 1664 leggesi l'elenco degli scolari, tra cui contavansi 
128 nobili, oltre il governatore, scelti fra le famiglie patrizie della 
città, insigniti delle più alte cariche civili e militari dello Stato, e 
trenta funerarj. Fra i deputati all'archivio annoveravasi Fran- 
cesco Maria Ricchino come scolare ed architetto, del quale sarà 
parola più innanzi. Il Sormani^° rammenta fra gli scolari il gene- 
rale Jacopo Boncompagni duca di Sora, il castellano D. Ferdinando 
de Sibla conte di Cifuente, il gran cancelliere Danese Filiodoni ed 
il presidente del Senato Jacopo Riccardi. Coli' andar dei tempi vi 
si aggregarono quasi tutti i governatori, sfoggiando pompe e sus- 
siego proprj dell' età e del carattere spagnuolo ; molti patrizj 
cittadini le diedero il loro nome per piaggiare i grandi, o per con- 
suetudine, per affettazione religiosa, e tra essi scorgevasi il conte 
di Vaudemont governatore e capitano generale di S. M. Cattolica 
nello Stato di Milano, accoltovi FU agosto 1698, e negli ultimi 
tempi si veggono mentovati ne' suoi registri il conte Pietro Verri 
nel 1747, il conte Gian Luca Parrà vicini, ministro plenipotenziario, 
il conte Colloredo e il conte di Traun, il conte Ponze de Leon ge- 
nerale nel 1760, il conte di Firmian, Giorgio Giulini, Venceslao 
Kaunitz di Rittberg, Filippo V e altri molti. Effettuavasi ancora 
nello scorso secolo l'oblazione della città e dei paratici a' 29 d'ago- 
sto, ordinata da G. Galeazzo Visconti nel 1395, e confermata poi 
con altro decreto 5 settembre 1619, dopo quello di Filippo Maria 
Visconti. 



*^ L'Archivio della Scuola fu sistemato e raccolto soltanto nel 1671 per ordine del 
prefetto marchese Cesare Visconti, e per opera di Carlo Antonio Menni, essendo ri- 
maste fino allora sparse e sperperate le carte ed i documenti in mano d' amici e di 
nemici, pel che molte di esse andarono guaste o perdute, e si smarrì la memoria di 
molti crediti. Questa dispersione e confusione durava tuttavia nel 1639. Nel 1671 si 
cominciò un repertorio sommario dei documenti ed atti superstiti dal predetto Menni, 
continuato poi dai successori. Questo archivista dovette essere fornito di non comune 
coltura, a giudicare dal suo lavoro che tuttavia rimane, e dalle prefazioni latine pre- 
poste al catalogo da lui avviato. 

2° Pasaeggiate, tom. Ili, pag. 189. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 169 

Rassodatasi così e ridotta a più regolare forma quella Confra- 
ternita, fu favorita dai monarchi di nuove grazie e privilegi. Il 
duca Francesco II Sforza aveva già ordinato, il 20 novembre 1533, 
che fossero rilasciati alla Scuola gli abiti e quanto apparteneva ai 
giustiziati, ordinanza sovente infranta dai bargelli e custodi delle 
carceri, a quanto consta da più d'un processo a loro carico, rinnovata 
poi ril dicembre 1536 dall'imperatore Carlo V, e il 4 marzo 1556 
da re Filippo IV di Spagna. Il Senato a' 3 gennajo 1579 autoriz- 
zava la Scuola a far convenire avanti il di lei prefetto qualsivoglia 
suo debitore per qualunque causa o titolo, secondo l'anteriore con- 
cessione ducale 1486 emanata pei Luoghi Pii di Milano, ed il ca- 
pitolo 493, voi. II, delle nuove Costituzioni; e Carlo II, tutelato 
dalla madre regina d'Austria, con diploma 8 gennajo 1675 le ac- 
cordava il privilegio di liberare ogni anno due condannati a morte 
di caso graziabile, privilegio effettivamente esercitato ^^ 

D'altra parte, il 1.° maggio 1567 Paolo PP. IV emanava sen- 
tenza di scomunica contro i debitori della Scuola, e Sisto V contro 
gli occultatori dei di lei beni, ed il 16 luglio 1619 l'arcivescovo 
Federico Borromeo acconsentì ad 'essa di portare processional- 
mente sulla pubblica via il SS. nell'ore pomeridiane nell'ottava del 
Corpus Domini, giorno particolarmente da essa festeggiato, e da- 
vale pur licenza di conservarlo in chiesa, purché vi risedesse sem- 
pre un sacerdote, e in osservanza delle sinodali prescrizioni vi 
fosse tutto quanto richiedesi alla custodia e venerazione di esso. 



" La petizione che facevasì dalla Scuola, della grazia della vita d' un condannato, 
piuttosto che da un criterio legale sulla graziabilità, era determinata dall' offerta di 
una somma di denaro esibita dal giustiziando. Ciò rilevasi da una domanda di grazia» 
senza data, ma posteriore al 1675, in favore di Giovanni Francesco Crivelli, detenuto 
nelle carceri pretorie e processato per detenzione d'armi, mentre il diploma di Carlo II 
concerneva pena di vita che' superasse la corporale. Nelle occasioni di grazia concessa 
ai condannati, un cerimoniale apposito era messo in pratica. La Scuola intera od una 
numerosa sua rappresentanza veniva invitata dal prefetto a recarsi in abito processio- 
nalmente e colla croce alle carceri del castello, se il graziato era militare, o alle altre, 
a levare il detenuto, e accompagnarlo a s. Giovanni decollato, onde render grazie a Dio. 
Due confratelli lo vestivano di bianco nella prigione, paravasi la chiesa a festa, ed alla 
processione intervenivano i tubatori cìvici ed i pompieri ed i musici, cantando deter- 
minate preci. In dato luogo lungo la via trovavasi il castellano, a cui il graziato 
porgeva grazie, indi il governatore altrove levavasi il cappello sorridendo. In chiesa, 
dopo alcune funzioni religiose stabilite per la circostanza, il graziato riceveva l'elemo- 
sina, che per lui durante il rito sacro veniva raccolta. 



170 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 



Da questa concessione ebbe forse principio la serie dei sacerdoti, 
che sotto nome di rettori provveduti ed alloggiati dalla Scuola at- 
tendevano all'esercizio del culto, come prescriveva l'art. XIII delle 
Costituzioni del 1654. Finalmente il cardinale arcivescovo Pozzo- 
bonelli concedeva il 24 marzo 1751 opportuna licenza alla chiesa 
per la celebrazione di messe un'ora avanti l'aurora ed un'ora 
dopo mezzodì, essendovi grandissima affluenza di celebranti e di 
popolo. 

Verso la metà del secolo XVII era la chiesa di nuovo insuffi- 
ciente e ristretta ai bisogni del culto ed al concorso dei devoti, o 
forse per vetustà non ispirava bastevole sicurezza. Ne fu quindi 
decretata la demolizione, e l'erezione di quella più vaga e mae- 
stosa, dice il Lattuada, ch'oggidì si vede, e la Scuola, con sua ordi- 
nanza presa nella congregazione 12 agosto 1645, deliberava il pronto 
incominciamento della fabbrica, secondo il capitolato a stampa da 
osservarsi dall'impresario, ed il disegno da essa approvato, del- 
l'architetto collegiato Francesco M. Ricchino, allora celebre, il 
quale per sopperire alla deficienza di mezzi occorrenti ad un edi- 
fizio dispendioso, con istromento 6 marzo 1654 dava a prestito 
gratuito per sei mesi a Giovanni Benedetto Bigarola, ei pure in- 
gegnere collegiato, come sindaco della Scuola, lire tremila da im- 
piegarsi nel compimento dell' edificio, colla condizione che pro- 
traendosi la restituzione del mutuo al di là del tempo pattuito, la 
Scuola gli avesse a corrispondere l'interesse del 6 per cento al- 
l' anno. Nel seguente 1662 l'edificio era ancora imperfetto, giacché 
sopra istanza 8 agosto di quell' anno del prefetto della Scuola, 
questa otteneva dall'autorità civile la facoltà di occupare per la 
fabbrica " un poco della strada, dovendosi seguire la linea retta 
della facciata della chiesa sino al cantone presso s. Fedele. „ Del 
Ricchini è pure la scala a chiocciola che st/i a sinistra dell' atrio 
d'ingresso, che mette all'oratorio, assai vasto un tempo, sopra- 
stante all'atrio medesimo e di forma quadrata, destinato all'uso pri- 
vato del Consorzio, che vi teneva le sue adunanze, ed adempiva 
in determinati giorni a pratiche religiose pi*escritte dalle Costitu- 
zioni. Morto il Ricchini, prestò l'opera sua il figlio Giovanni Do- 
menico, che specialmente adoperossi all'oratorio già detto. L'aitar 
maggiore di marmo, condotto lentamente per scarsezza di mezzi 
pecuniarj, fu compiuto più tardi, cioè' nel 1713 a' 12 giugno, da 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 171 

<jrio vanni Rosnati, secondo la convenzione 2 ottobre 1719, pel 
prezzo di lire 15,000. 

La chiesa cosi rifatta ebbe il 6 dicembre 1684 la visita pasto- 
rale dell'arcivescovo card. Federico Visconti, che vi fece alcuni 
decreti per la regolare tenuta del luogo sacro, e il 22 giugno 1702 
quella, festeggiata con pompa straordinaria e solenne cerimoniale, 
di re Filippo V di Spagna, venutovi per onorare la Scuola, seguito 
dai grandi dello Stato e dal suo cappellano maggiore. 

Nel 1704, essendo accesa la guerra di successione al trono di 
Spagna, e quindi allo Stato di Milano, tra l'imperatore ed i Gallo- 
Ispani, questi spogliarono il duca di Savoja, alleato dell'imperatore, 
di quasi tutto il suo Stato, e la sorte dell'armi venne ad agitarsi 
sui campi di Lombardia. A' 4 di marzo di quell'anno Galeazzo Vi- 
sconti d' Aragona, vicario di Provvisione, invitava la nobilissima 
Scuola ad intervenire ufficialmente coli' abito proprio e coi cerei 
ad una processione delle 4"0 ore alla chiesa de' Cappuccini in porta 
Orientale ^' per implorare la divina clemenza a favore di questa 
patria nelle presenti contingenze ^^ „ ed il 16 seguente il pre- 
fetto Giacomo Fagnano le comunicava l'invito; v'intervenne essa 
assai numerosa, essendovi 115 fratelli fra nobili e funerarj, con 
quattro cori di musica e trombe, scegliendo a ciò l'ultima ora 
per procurarsi maggior distinzione e solennità. Narra la relazione 
di quell'intervento, conservata nel volume delle ordinazioni della 
Scuola, che questa fu ricevuta all'ingresso dalle guardie svizzere, 
dagli alabardieri e da alcuni l'eligiosi; l'aitar maggiore era mu- 
tato in un sacro teatro, in cui rappresentavasi la predicazione di 
s. Giovanni Battista, e la processione, uscita di chiesa, " fu obbli- 
gata a girare dal ponte vicino a s. Rocco fino alla crocetta del 
dazio, marciando dalla parte di là del fosso, e ritornando dal- 
l' altra, stendendosi la Scuola dalla croce de' Cappuccini , posta 
rimpetto alla chiesa, sino alla detta crocetta. „ 

Il favore di che la Scuola, sempre appellata col titolo di nobi- 
lissima, godeva presso il pubblico e l' autorità , i suoi privilegi e 
gli ampliati suoi mezzi economici, invogliò altri Pii Consorzj aventi 



2- Anclie il cardinale arcivescovo Gr. Archinto, il 24 gennajo 1720, invitava la Scuola 
ad intervenire ad una processione per implorare « la felicità dell'augustissima casa », 
portandovisi la statua di s. Carlo. 



172 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

ristesso indirizzo, ad aggregarlesi, ond' essere partecipi di tante 
predilezioni ed utilità, ed infatti da' suoi atti appare che tale an^ 
nessione ottenne nel 1698 a' 6 agosto, essendone prefetto il conte 
Giulio Visconti Borromeo Arese, la Confraternita di s. Maria di 
Varese; nel febbrajo 1702 quella della Morte di Novi, diocesi di 
Tortona; nel 1744 l'altra di s. Giovanni B. decollato di Caravaggio 
in Gora d'Adda, e nove anni dopo quella del Confalone di s. Ber- 
nardino nella chiesa di s. Maurizio di Monza, accettandone tutte le 
regole ed ordinazioni imposte; più tardi, nel 1771, al 1° di giugno, 
vi si unì la Confraternita di s. Bernardino e del Rosario in Ab- 
biategrasso, avente lo stesso scopo di assistere anche ne' bisogni 
materiali i condannati a morte. 

L' abbellimento del nuovo santuario, mediante dipinti alle pa- 
reti e nella volta, cominciò non molto dopo ad essere nei voti dei 
divoti e più dei confratelli, e perciò, dopo 1' esame di non pochi 
progetti presentati da varj artisti, la congregazione generale te- 
nuta il 31 maggio 1723, stabilì doversi toglier dalla volta ed ot- 
turare il cupolino che vi era e sembrava pericoloso, e doversi in. 
essa esprimere in pittura " quel pensiero del carro, quale è stato 
considerato per il più plausibile all'opera che devesi fare, „ ed ap- 
provò il progetto che rappresentava un misto di figure ed archi- 
tettura, quale appunto venne eseguito. 

Il medaglione della sommità della volta, armonicamente com- 
partita in quadratura, dice il cav. Luigi Bossi ^^ rappresenta il Pre- 
cursore posto di mezzo fra l'antica e la nuova legge, con gerogli- 
fici e figure che concorrono a manifestarne l'idea, avendo l'artista 
distribuito alcune figaro di Padri e Profeti del Vecchio Testamento 
ne' vacui più alti, al di sopra della cornice, che gira intorno alla 
chiesa. 

A dipingere le figure erasi offerto Sebastiano Ricci, dimorante 
in Venezia, ma non fu accolta la sua proposta come troppo co- 
stosa, avendo egli chiesto il compenso di quattromila filippi, e non 
fu tenuto nemmeno conto della riduzione da lui offerta a soli 2500. 
Vi furono invece prescelti a prestar l'opera loro Giuseppe Antonia 
Castelli di Monza, detto Castellino, per l'architettura, e Pietro Gi- 
lardi per le figure, il quale ultimo avea richiesto il prezzo di due 



^^ Guida di Milano, pag. 242. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 173 

mila filippi, che poi ridusse a due mila scudi; col primo non erasi 
avviata alcuna trattativa sul prezzo dell' opera sua, ed egli non 
giunse che a condurre a termine le figure della volta, e il 28 lu- 
glio 1725, un anno dopo la sua morte, furono pagate a' suoi eredi 
Emmanuele e Giuseppe Castelli, zio e nipote ^\ lire 5400 in saldo 
di lire 9000, prezzo concordato da arbitri dei lavori del defunto; 
ed il 1.*' settembre di quell'anno Pietro Gilardi riceveva per la sua 
prestazione lire 11,400, secondo l' arbitramento del marchese ma- 
resciallo Visconti, prefetto della nobile Scuola. Giacomo Secco, de- 
putato a condurre a termine i dipinti delle pareti, terminati dopo 
il 1728, ebbe lire 4080; Francesco Belletti lavorò per lire 335 le 
stuccature, dorate poi in parte da Antonio Castine per lire 2900, 
che ne rilasciò ricevuta finale il 13 gennajo 1729. 

La chiesa, d'ordine jonico, conta tre cappelle. Le otto tribuna o 
coretti a balaustrate di pietra, che stanno a' lati, servivano a' ca- 
valieri della Confraternita n eli' assistere alle funzioni ecclesiasti- 
che. Quanto al merito architettonico del Ricchini, il Borsieri ^^ lo 
annovera fra gli architetti di gran nome del suo tempo (1619), 
con Giuseppe Meda, Martino Basso, Pietro Antonio Barca, Lelio 
Buzio, Antonio M. Corbetta, Aurelio Trezzo, e sembra che tale 
estimazione realmente lo onorasse, poiché egli prima di questa 
architettò le chiese di s. Giuseppe, s. Agostino in P. N., s. Ul- 
derico alle Cinque Vie , s. Eusebio, s. Lazaro e s. Nazaro alla Pie- 
trasanta. Aggiugne il citato scrittore, che " ciascuno de' nominati 
architetti segue la maniera del Pellegrino quanto maggiormente 
può, anzi pur quella eh' egli medesimo ha tratta dalle fabbriche 
fatte in Roma da' gentili, non avendo fra essi chi più cerchi le mi- 
nuzie degli Alemanni, né le spesse cornici dei Bramantini, ma più 
tosto la sodezza e la maestà degli antichi. „ Ora però, mutato il 
gusto artistico, ben diverso é il giudizio che fassi delle opere d'arte 
costrutte al tempo della decadenza; giacché, a tacere d'altre au- 
torità, sul merito artistico dell' architettura e dei dipinti, altre 



2^ Prestarono mano al Castellino nel condurre le pitture architettoniche il nominato 
Giuseppe suo nipote e il cugino Jacopo da Lecco. I quattro medaglioni a chiaroscuro 
e a finti cammei, de' quali uno è interrotto dal pulpito addossatovi, rappresentanti al- 
cuni episodj della vita del Precursore, sono di Giovanni B. Sassi, degno di somma lode, 
dice il Lattuada, per la singolare sua perizia in quest' arte. 

*•' SuppUm. della Nobiltà di Milano, pag. 61, 62. 



I 



174 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

Tolte celebrati, di questa chiesa, così si esprime un erudito scrit- 
tore d' arte, nostro concittadino, in una recente sua rivista arti- 
stica : " La data della riedificazione della chiesa e i nomi degli au- 
tori non sono fatti per raccomandare 1' opera all' artista. Nondi- 
meno vi è in essa qualche cosa di caratteristico, specialmente nella 
pittura decorativa interna, condottavi al principio del secolo suc- 
cessivo. L'esterno non ha aspetto di chiesa. Un triplice arco chiuso 
da inferriate a rami contorti a ricci lo chiude, e vi forma quasi 
un pronao. Lo stile del vecchio Eicchini s' intravvede nelle mac- 
chinose mensole delle serraglio, che loro stanno sopra. Più in alto 
la facciata tiene forma d'abitazione privata; le finestre corrispon- 
dono ad una sala capitolare od oratorio dell'antica Confraternita, 
e mancano affatto di quell'energia di modanature e di risalti, 
tanto da sembrare facile vedervi l'intervento del figlio. 

„ L' interno della chiesa tiene forma icnografica d' un' ellisse ri- 
tagliata ad ottagono, cui s' appicca, al lato di contro all' ingresso 
principale, uno spazio quadrangolare per collocarvi il maggior al- 
tare. I soliti pilastri in giro, secondo lo stile jonico del tempo, ne 
formano l' organismo principale. Fra essi si aprono i due altari, 
uno per ogni lato maggiore, con piccole cantorie a foggia di bal- 
coni, sui fianchi, e con altre maggiori nei lati brevi. È un miscu- 
glio di sacro e di profano. Tutto quanto, per altro, ha nesso colla 
parte edilizia, non lascia di portare ancora l' impronta del mi- 
gliore dei Ricchini. Gli altari e la generale decorazione pittorica 
della chiesa, invece, quella d' un mezzo secolo dopo, s' improntano 
d'un carattere senza nerbo e d'una grazia svenevole e sdilinquita. 
• „ Alla pittura a fresco, onde sono coperte le volte e le pareti, 
malgrado la mirabile disinvoltura e maestria di condotta, meglio 
s'addicono queste espressioni. La grande medaglia della volta 
maggiore di Pietro Gilardi, anche senza i guasti sofferti, è una 
macchia variopinta, luminosa, ma incomprensibile come soggetto. 
Così voleva il tempo, purché si aggiungesse 1' abbarbaglio d' un 
cielo aperto. La medagha sull'altar maggiore, di Giovanni Battista 
Sassi, di una mano meno agile, ma di un organo visivo meno vi- 
ziato agli effetti convenzionali, rappresenta almeno cosa che si 
comprende, una gloria d' angeli. Il resto della volta maggiore di- 
pinse di forme che vorrebbero essere architettoniche, Giuseppe 
Antonio Castelli di Monza. Al tempo suo, nei primi trent'anni del 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 175 

secolo XVIII, era contato fra i celebri, né alcuno s'attenterebbe 
oggi neppure di negargli un certo gusto della forma e del colore, 
una mano felice; ma come accettare cotesto finte costruzioni con- 
vulse, sospese, senza ragione alcuna di essere, e portanti figure e 
fiori, che vorrebbero averQ aspetto di realtà? Eppure accolsero 
l'applauso quasi d'un intero secolo. Le pareti verticali della chiesa 
sono dipinte secondo i medesimi principj,ma da artisti meno abili'*'„. 

Si contavano nella chiesa alcune buone tele, di cui si conservò 
la memoria. La tavola, ancora esistente, della cappella a sinistra, 
effigia la decollazione del Battista, di pennello di Francesco del 
Cairo; l'altra, rappresentante le anime del Purgatorio, fu dipinta 
da Salvatore Rosa, ma questa, nel 1796, presa dai commissarj 
francesi Tinet e Barthélemy che la credettero opera di Quercino 
da Cento, fu restituita, e trovasi oggi nella Pinacoteca di Brera. 
Ad essa. fu sostituita, e rimane tuttora, una Vergine col figlio in 
grembo, ed a' piedi in ginocchio, s. Francesco, tela buona, lumi- 
nosa, di Federico Bianchi. Altre quattro tavole ad olio fornite dal- 
l'Amministrazione del Fondo di Religione, che stavano appese alle 
pareti sotto le tribune, furono levate nel 1795; quella rafiigurante 
il Purgatorio era di Carlo Antonio Rossi, e tre altre che esprime- 
vano, dice il Torre, " misere azioni di sfortunati condotti all' or- 
chestra, già sofferto avendo il castigo „ , furono coloriti da' fratelli 
Santagostino. Il battesimo di Cristo, dietro l'aitar maggiore, era 
una copia di Cesare da Sesto, appartenente già al cardinale Cesare 
Monti, e donato alla chiesa dal conte Giulio Monti; l'originale 
era presso il marchese Carlo Gallarati, regio ministro. 

La cappella od oratorio superiore, assai vasto, ed avente un 
unico altare di fronte all'ingresso, avea forma quadrata, e com- 
prendeva esso pure buoni dipinti, raffiguranti per lo più episodj 
della vita del Precursore, appesi sotto le sue dieci finestre laterali, 
ed esposti nel 1673. Fece il battesimo amministrato dal Santo alle 
turbe, Filippo Abbiati ; Antonio Busca, il Santo innanzi ad Erode ; 
Federico Bianchi lo dipinse carcerato ;' Giovanni Battista del Sole 
fé Erodiade; Ercole Procaccini il martirio; Giuseppe Nuvolone la 
natività di Giovanni e la presentazione della sua testa ad Erode; 



26 MoNGERi, L'Arte in Milano, pag. 305. 



I 



176 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

Giovanni Battista Costa due tele raffiguranti la sepoltura del Bat- 
tista ed un sacrificio ; i fratelli Santagostino la visitazione a s. Eli- 
sabetta e la predicazione nel deserto; Stefano Montalto la sacra 
famiglia con s. Giovanni; Luigi Scaramuccia detto il Perugino, la 
predicazione del Santo; e Cesare Fiori il battesimo di Cristo. 
D'un' altra tavola di Carlo Sassi parla il Lattuada, la quale dice che 
coi tre altri dipinti, i quali stavano negli angoli, che pigliavano di 
mezzo le due cappelle, fu levata allorché fu dipinta tutta la chiesa. 

A sopperire a sì gravi dispendj, compreso quello per l'opere di 
muratura e* d' impalcatura, fornite dal capo-mastro Pietro De Ta- 
deis, la Scuola aveva nell'anno antecedente (1723) predisposte e 
raccolte oblazioni, che secondo un elenco del 24 marzo 1724, am- 
montavano a lire 13,164. 5, di cui 5616 rimanevano a riscuotersi; 
ma esse erano ben lungi dal bastare all'uopo, e 1' 8 marzo 1725 
la Giunta della Scuola avvisava al modo di raccogliere nuovo da- 
naro, e con atti 24 e 28 luglio assumeva a mutuo lire 9800 per 
dieci anni da G. B. Sabbione al tre e mezzo per cento all' anno ; 
ma non bastando neppure questa somma , la chiesa dovette nel 
1728 vendere la propria tappezzeria, consistente in braccia 2038 
di damasco cremisi, all'apparatore Zufiì. 

A poco a poco le finanze del Consorzio si riebbero mercè le col- 
lette e le oblazioni volontarie, che raccoglievansi in apposite cas- 
sette, sì che essa acquistò abbondevoli mezzi a raggiugnere lo 
scopo principale della sua istituzione. P. Morigia ^' dice che esso 
faceva celebrare per l'anima di ogni giustiziato sei messe, istituite 
da Antonio Busca con testamento 15 gennajo 1735, con quattro 
cerei intorno al feretro, e per tre dì avanti l'esecuzione capitale 
facevagli le spese di vitto nelle prigioni, e dopo il supplizio tumu- 
lavalo nell'antico cimitero della chiesa, posto in una cripta sotto 
l'aitar maggiore, ove racchiudevansi anche le salme dei fratelli 
funerarj, alla cui morte celebravansi 100 messe coli' ufficio funebre, 
giusta le norme stabilite nel 1708 ^^ Accadendo il caso d'una ese- 



*^ Tesoro prez. dei Miìan.y pag. 60. 

^^ Avvenne più d'una volta, che i giustiziandi legassero alla Scuola, che li assisteva 
e confortava con amore, alcune somme da erogarsi a proprio sollievo spirituale, come 
fece Tominetta Maria, detta la Zavattina, che il 6 settembre 1657 « per ordine di giu- 
stizia, così a Dio piacendo, dovea passare da questa a miglior vita; » rinchiusa nel- 
l'ufficio del podestà, lasciò alla Scuola lire 600, costituenti la sua dote, cogli interessi 
decorsi. Aveva essa ucciso suo marito. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 177 

cuzione capitale, il capitano di giustizia ne porgeva avviso al pre- 
fetto della Scuola, invitandolo a prestare al condannato la consueta 
caritatevole assistenza, e designando anche il giorno del supplizio; 
questi alla sua volta deputava alcuni de' confratelli al disimpegno 
del mesto ufficio di predisporre l'infelice a subire il suo destino, e 
procurargli opportuni conforti religiosi e materiali; e perchè non 
fosse egli distratto da visitatori estranei, il Senato avea decretato il 
10 giugno 1587 e il 15 giugno 1648 (ordinanze ripetute nel 1735 ^*), 
che non fosse mai lecito ai custodi carcerarj di introdurre al giu- 
stiziando alcuna persona estranea alla Scuola, che l'avea di ciò 
espressamente richiesto, e nel 1744 papa Benedetto XIV concesse 
r uso dell' altare portatile nei confortatorj dei condannati per la 
celebrazione dei riti religiosi. 

Il maggior lustro e l'età dell'oro della Scuola, se si bada alle 
apparenze ed all' esterna sua grandezza e magnificenza, criterio 
assai fallace per sentenziare della bontà e del vero vantaggio di 
una istituzione, si mostrò verso il mezzo del secolo scorso; era un 
frutto maturo, che giunto al suo punto culminante di sviluppo, 
dovea corrompersi e da sé cadere dall'albero. Ai redditi delle pro- 
prietà stabili da lei posseduti o presi a pigione, in gran parte cir- 
costanti alla chiesa, erasi aggiunta 1' esenzione dalle imposte da- 
ziarie delle mercanzie per 25 rubbi d'olio d'ulivo per le lampade 
e 50 rubbi di cera di Venezia, il reddito di 50 lire sul dazio delle 
pelli verdi accordatole dalla K. Camera, in sostituzione d' un ca- 
none livellarlo di lire 37, che ritraeva da una casa in parochia di 
s. Carpoforo, abbattuta dal governo spagnuolo per estendere le 
fortificazioni del castello: oltre alle abbondevoli oblazioni pubbli- 
che e private, l'attività impinguavasi colle corrisponsioni annuali 
dei confratelli nobili in lire 7 o in lire 70 per una sola volta, oltre 
ad altre lire 120 all'atto dell'ascrizione, e colle annualità dei 40 
funerarj ^\ coi molti censi , le offerte straordinarie, ed i legati pii 



*^ « Renovando ordines 15 iunii 1648, quibus sub poena suspensionis ab oflRcio arbi- 
traria Senatui sancituin est, ne custodes carcerum et baricelli introducant personas ad 
eorum libitum ad visitandum morte damnatos; datis ad hunc effectum litteris egregiìa 
capitaneo justitiae et praetori hujus urbis ac ceteris omnibus regiis jusdicentibus >. 

^° Essi versavano alla cassa consorziale dieci soldi ogni domenica, onde fornire il 
fondo della spesa della cera occorrente ai loro funerali. 



178 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE KOTTE IN MILANO. 

per le funzioni religiose. Cogli avanzi annuali depósitavansi nuovi 
cespiti di attività presso i banchi di s. Ambrogio e s. Teresa, ed il 
21 ottobre 1771 dava a mutuo lire 12,500 di grida a G. B. Cu- 
rioni detto Anglois, altre volte Rho, per tre anni al 3- 17. 6 per 
cento, cui egli rese nel 1774, e lire 12,000 all'Ospitale maggiore. 
Poteva pertanto adempire esuberantemente a' molti suoi obblighi, 
tra cui annoveravansi alcune doti per nubendo, taluna di 100 lire. 
A questi dispendj erasi col tempo aggiunto anche quello che il 
prefetto della nobilissima Scuola sosteneva a proprio carico nel 
giovedì santo d'ogni anno, in cui praticavasi la lavanda dei piedi, 
introdotta per ordinazione della Scuola presa il 15 aprile 1590, e 
rinnovata il 22 aprile 1700^^, a dodici ragazzi poveri della città, a 
cui facevansi poi donativi di abiti, danari e cibarie, ed in altre 
festività ecclesiastiche ordinarie e straordinarie, come nelle feste 
ai principi, tra cui è a ricordarsi quella celebrata nel 1741 nella 
nascita di Giuseppe arciduca d'Austria. Questi dispendj comincia- 
rono a sembrar gravi, ed un rapporto letto nella congregazione 
generale del 22 gennajo 1764 dà a vedere, che somma difficoltà 
incontravasi nel trovare chi entrasse nella Scuola, la quale andava 
diminuendo vieppiù in numero, " perchè ognuno ha il riflesso di schi- 
vare il caso di soggiacere un giorno alle gravi spese della prefet- 
tura, pel che l'impedire l'ascrizione di nuovi confratelli le toglie 
la fondamentale sorgente della sua rendita, anzi la incammina a 
distruggersi nella parte costitutiva dei fratelli cavalieri. „ Propo- 
nevasi quindi di diminuire le spese di quell' ufficio, nelle quali en- 
trava la precitata lavanda, i cui annessi donativi erano qualificati 
come " cose tutte arbitrarie, introdotte ed accresciute di tempo 
in tempo dal lusso e dall' emulazione , „ che aveano contribuito 
a rendere assai meno numeroso il Consorzio che non pel passato; 
e di continuare l'annuale lavacro a dodici poveri d'età provetta, 
e di dar loro, in luogo dei donativi, una lunga tunica di saglia 
bianca d'Alemagna con cinta e cappello d'eguale stoffa, come 
praticavasi nell'istessa funzione nell'Arcivescovado, con un'elemo- 
sina di lire 10 e soldi 10; il che importava la spesa complessiva 



2* Nella congregazione di Giunta del 13 maggio 1763 era stata proposta ed approvata 
l'abolizione di tale costume, ma questa determinazione non fu approvata nella seguente 
congregazione generale. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 179 

di lire 357, comprese le mance di tre filippi ai portieri, la quale 
si dovesse sostenere dalla Scuola anziché dal prefetto, il quale fu 
eziandio esonerato dal vestire i portieri stessi ; così furono del tutta 
aboliti i rinfreschi e le refezioni imbandite in talune circostanze 
solenni a carico della Scuola, del prefetto e del sindaco, che se ne 
lagnavano. 

Che lo stato finanziario della nobile Confraternita continuasse 
a mantenersi in fiore, lo provano i suoi bilanci. Nella congrega- 
zione generale ^^ tenuta il 22 gennajo 1751 si approvarono i conti 
dell'anno precedente, nei quali l'entrata figurava in lire 2 7,49 G. 3. 5, 
l'uscita in lire 24,227. 1. 5, coll'attività di lire 3269. 2, nel qual 
bilancio era stata compresa l'eccedenza attiva di lire 2137.«14. 1 
dell'esercizio 1749; nel 1760 l'entrata salì sino a lire 41,063. 2, 
con un avanzo di lire 8671. 11. 2 sulla spesa in lire 32,336. 10. 10. 
Nel rendiconto del quinquennio 1771-1776 merita rimarco nella 
attività la cifra di lire 24 a titolo di limosina date dalla R. Uni- 
versità di Pavia per la consegna d'un cadavere per l'insegnamento 
anatomico fattale dalla Scuola nel 1762^'. Altro costante cespite 
di reddito della Scuola degno d'osservazione, secondo il cenno dato 
dai rendiconti, erano le collette che raccoglie vansi in apposite bus- 
sole stabilite in città e nella diocesi, tenute da dodici ìmssólanti 
foresi e dieci della città, uno dei quali stava alla porta dell'Arci- 
vescovado, e gli altri a nove porte delle mura. Il reddito di tali 
oblazioni era appaltato a questa particolare classe d' industriali , 
che contribuivano annualmente al Consorzio lire 2160. Altra cas- 
setta stava alla Vetra dei Cittadini "*, una al Ponte Voterò, al 



^2 La congregazione generale tenevasi annualmente in gennajo, e oltre ad alcuno 
determinate pratiche e funzioni religiose, presenta vasi il rendiconto dell'anno precedente. 
Essa era preceduta di alcuni giorni dalla adunanza della Giunta. 

2^ Secondo gli Statuti milanesi del 1396, Stai. Civil. Extra ord., Rub. Deprivi!. Juris- 
per., il podestà non poteva concedere ai medici per lo studio, dell'anatomia che un solo 
cadavere all'anno, di un giustiziato, purché fosse individuo vilis et humilis conditionis^ 
alternando annualmente il cadavere d'un uomo e d'una donna. 

^* Una rivalità era insorta per questa bussola tra la Scuola e la Congregazione di 
s. Croce. Questa avea colà collocata una nuova cassetta, onde raccogliere elemosine de- 
stinate all' erezione della colonna che tuttora vi si vede, come emerge dalla dichiara- 
zione 28 agosto 1628, fatta dal prevosto di s. Lorenzo Gio. Andrea Bossi e da Barto- 
lomeo Fassi, priore generale della Compagnia di s. Croce in Milano: « Dichiarasi ch& 
la cassetta posta alla Vetra, posta alla croce nuovamente eretta presso al sito, dove 



180 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

teatro, sette nella chiesa di s. Giovanni decollato e sotto l'atrio, 
altra ne' confortatorj , nella guardina dell'ufficio del capitano di 
giustizia e nel castello. Quanto alla questua affidata a' barcaiuoli, 
trovasi un'ordinanza 11 luglio 1705 della Scuola, perchè si ripri- 
stini l'uso di raccogliere l'elemosina nelle barche dei due navigli, 
e si destinino le bussole a tale effetto. Queste non erano com- 
prese nell'appalto. Altra fonte di reddito erano le oblazioni per 
riti e funzioni religiose, per le quali nel 1753 esse salirono alla 
somma di lire 18,738. 

Col progredire degli anni però e colla rivoluzione delle idee por- 
tate dalla seconda metà del secolo XVIII anche da noi, segni assai 
visibili davano a vedere, che lo stato materiale e morale della ce- 
lebre Scuola andava decadendo. Sempre più scarsa facevasi la fre- 
quenza dei confratelli alla celebrazione dei divini ufficj nella 
chiesa, a cui accorrevano i frati del Giardino, i Cappuccini ed i 
Minori Osservanti; sempre più diminuiva di numero la Scuola, e 
ormai quasi nessuno del patriziato vi si ascriveva, od ascrivendosi 
non ne assumeva l'abito, né interveniva ai riti religiosi, per evitare 
ogni comparsa in pubblico. Ormai quell'istituzione avea deviato 
dal suo spirito primitivo, se non dal suo scopo principale; essa 
mirava ad arricchire; non lasciava sfuggire occasione alcuna, giunta 
all' apice della sua grandezza e prosperità materiale, di imporre 
tasse ai novizj, di grandeggiare in comparse pubbliche, in in- 
fluenze e sfoggio di opulenza, d'ostentata pietà, di emulazioni pri- 
vate, di cerimoniali fastosi e di esigenza di ossequj; efasi essa 
fatta una società di grandi patrizj , che traevano occasione da 
queir associazione per gareggiare in vuote pompe, che, ereditate 
dalla corrotta dominazione spagnuola, guastarono e lasciarono 
cadere la pia istituzione, che, grazie all'incivilimento progressivo, 
avea assai perduto della sua importanza ed utilità, mancandole il 
campo in cui esercitarsi e conseguire il suo scopo; era opera 
umana, quindi pur troppo corruttibile, e giunta all'apogeo della 
sua grandezza, decadeva rapidamente e precipitava al suo fine. 
Già nel 1731 ravvisavasi il fatto lamentato poi in molte congre- 
gazioni, che molte regole erano cadute in dissuetudine, tanto ri- 



si fa giustizia, sia stata posta per ricevere le elemosine per stabilire detta croce, 
quale finita, verrà levata ». Al 27 gennajo 1716 si ha altra dichiarazione, che la cas- 
setta vi rimaneva ancora con permissione della Scuola, dicendosi i rappresentanti della 
Compagnia pronti a levarla ad ogni richiesta della medesima. 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 181 

guardo all'opera pia vei^so i condannati vivi e defunti, quanto nel- 
r amministrazione della Scuola e nel governo della chiesa. Non 
bastava tuttavia il verme interno a quel frutto maturo per stac- 
carlo dall'albero; ci volle una scossa, che determinò la sua ca- 
duta; la scossa non tardò, e rinvenne guasto anche l'albero. 

Il primo lampo annunziatore della procella, che rumoreggiava 
davvicino su tutte le istituzioni religiose di Lombardia, per la 
Scuola di s. Giovanni decollato venne dal governo imperiale, che 
nel 1767 esigeva da essa i bilanci dettagliati del quinquennio pre- 
cedente, e domandava notizie sulla di lei origine, sul modo della 
sua amministrazione e conservazione, e sul numero dei bussolanti. 
Ben presto le impose anche la visita di delegati governativi, for- 
niti del mandato di procedere all'ispezione della cassa, degli ar- 
chivj, e di tutto quanto concerneva l'amministrazione. L'abolizione 
dei bussolanti e della questua gettò il più grave scompiglio nel 
Consorzio, privato come veniva d' un reddito annuo di presso a 
lire 3000; ebbe ben esso a fare infinite rimostranze, dirette a 
provare che la questua era indispensabile pel pareggio del bilancio, 
e per sostenere le molte spese di che esso era aggravato, ma a 
nulla valevano rimostranze né proteste. Il conte Kaunitz di Ritt- 
berg era stato assunto al supremo ministero della monarchia, e per 
suo impulso era stata intrapresa una serie di molteplici riforme 
di tutto quanto riferivasi al governo ecclesiastico ed al culto. Mi- 
nistro plenipotenziario della Lombardia era il conte di Firmian, 
che sebbene di carattere pusillanime e di scarsi talenti, pure sem- 
brò sufficiente a porre in esecuzione le disposizioni legislative e 
di buon governo procedenti dall' alto, ed a sostenere le funzioni 
di semplice referendario ed esecutore, come tutti gli altri ministri 
delle Provincie. Durante il suo ministero avvennero le più impor- 
tanti riforme nelle materie civili ed ecclesiastiche, che dopo la 
esperienza di sei anni, furono dall'Autorità sovrana definitiva- 
mente stabilite e confermate co' dispacci 31 marzo e 23 agosto 1768. 
Coir ultime reliquie delle immunità personali e reali del clero, 
furono abolite le carceri private delle comunità religiose, l'asilo 
sacro, istituzione incompatibile co' nuovi tempi, e per lo più scan- 
dalosa nella pratica, e il Sant' Ufficio dell' Inquisizione ; si pose un 
limite alla giurisdizione ecclesiastica e al diritto di acquistare alle 
mani morte, e si sottoposero le spedizioni di Roma alla cautela 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. 12 



182 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

del R. Exequatur, indispensabile per la loro esecuzione; per le 
materie ecclesiastiche miste fu delegata una Giunta, a cui fu poi 
sostituita una Giunta Economale con giurisdizione primitiva ed 
inappellabile; fu pure istituita una Giunta subalterna per la ri- 
forma dei Luoghi Pii e delle Parochie. Non poteva quindi la no- 
bile Scuola sfuggire a questa legge generale di rinnovamento, 
mentre ne sentiva essa medesima urgente bisogno. Non poterono 
perciò essere accolte le di lei eccezioni sul punto del divieto della 
questua, che solo venne accordata di volta in volta e in via prov- 
visoria per la città dal giorno dell'emanazione d'una sentenza di 
morte per parte del Senato sino a quello dell'esecuzione, purché 
essa fosse fatta non dai bussolanti, ma dai nobili confratelli stessi, 
i quali provaronsi qualche volta a subire questa umiliante pratica, 
ma con effetti troppo inferiori alla loro offesa dignità. Quella con- 
dizione rendeva quindi affatto impossibile la questua. In un dispaccio 
governativo del 1780 leggesi, che ^Wolendo S. M. riparare all'abuso 
di quelle pratiche superstiziose, che derivano dal ricorso che fanno 
i fedeli alle anime del Purgatorio, e specialmente a quelle dei pu- 
niti di morte dalla giustizia, ha ordinato che più oltre non si debbano 
seppellire i cadaveri de' malfattori giustiziati nelle chiese ed orato - 
rj, né che restino ivi esposte bussole per le elemosine in suffragio 
di essi. „ Era questo divieto un nuovo e violento colpo dato alla Con- 
fraternita, che nemmeno nel recinto della sua chiesa potea supplire 
alla deficienza della questua pubblica. Camminò essa viepiù zop- 
picando ed inceppata ne' suoi movimenti su un sentiero irto di dif- 
ficoltà, sinché ebbe il colpo di grazia coll'ordinanza di soppres- 
sione 24 agosto 1784, comunicata al di lei prefetto il successivo 
29, giorno sacro al santo titolare della chiesa. Seguì tosto 1' ap- 
prensione de' suoi beni per parte del R. Economato, che le asse- 
gnò quale amministratore interinale il ragioniere Francesco De 
Maestri, che produsse tosto il bilancio consorziale, quale emer- 
geva all' atto della soppressione, e fu incaricato di far continuare 
in via transitoria 1' ufficiatura della chiesa per mezzo dei tre sa- 
cerdoti ad essa addetti , sotto la dipendenza del paroco locale di 
s. Stefano in Nosigia; al quale effetto esso delegato fece consegna al 
rettore Giuseppe Annoni degli arredi sacri e dei mobili occorrenti 
all' esercizio del culto, pel valore peritale di lire 7602. 26, con 
inventario del 6 settembre 1784. L'inventario generale di tutti 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 183 

gli arredi e le suppellettili già appartenenti alla chiesa e Scuola 
offre la cifra della perizia in lire 28,687. 5, tra cui comprende- 
vansi lire 17,303. 5. 6, quale ricavo di once 2390. 8 d'argento 
liscio e dorato venduto alla Zecca, secondo lo speciale elenco 19 
ottobre 1782. Degli arredi sacri furono consegnati alcuni pochi 
dall'Economato alle chiese di s. Gemonio in Valcuvia e di Cantù, 
a titolo gratuito, per ordine del luogotenente del R. Economato 
generale mons. Gaetano Vismara. In mezzo a questa dispersione, il 
decreto 17 marzo 1785 della R. Giunta Economale ingiungeva al 
delegato De Maestri di rilasciare ai soppressi confratelli funerarj 
il denaro da essi depositato nella cassa funeraria, ammontante a 
lire 2508. 2. 3, il che veniva fatto il 15 ottobre 1785. 

All'atto della soppressione, secondo il bilancio redatto dall'am- 
ministratore, l'attivo ascendeva a lire 3802. 4 (non tenuto calcolo 
delle già dette lire 28,687. 5 per valore peritale di mobili, e per 
crediti da esigersi altre lire 4020. 81); nella passività le spese som- 
mavano a lire 4705. — . 9, con un disavanzo di lire 902. 16. 9, senza 
computare altro disavanzo di lire 4963. 9 per debiti plateali. Il 
deficit andò continuando negli anni successivi. 

Delle istituzioni erette a prò dei condannati altro non rimase, 
per qualche tempo, che l'adempimento d'un legato pei defunti, ma 
attese le gravi difficoltà che incontravansi nell' aver notizia delle 
condanne, e nell'adempiere con esattezza alle intenzioni del fonda- 
tore, anch'esso venne abolito nel settembre 1803, per composizione 
avvenuta tra il rettore della chiesa e la contessa Vincenza Melzi ve- 
dova Verri, coli' assegnare che questa fece come debitrice un lieve 
legato per suffragio cumulativo dei condannati. Diminuendosi enor- 
memente i redditi e in proporzione sempre crescente, con molta 
difficoltà e ad onta dell'espresso volere del governo potevasi tenere 
ufficiata la chiesa, e male provvedevasi al suo decoro, quantunque 
sin prima del 1793 fosse stata destinata all'insegnamento della 
dottrina cristiana ai Tedeschi, come prova il dispaccio 31 gen- 
naio 1794 del magistrato camerale. Quantunque avesse un'ammi- 
nistrazione distinta, pure fu qualificata come sussidiaria, in quanto 
fosse necessario per l'esercizio delle funzioni ecclesiastiche, della 
parochiale di s. Stefano in Nosigia ^% poi di s. Fedele, e dipen- 



35 Soppressa dal decreto 10 marzo 1808 del viceré d'Italia sulla sistemazione dello 
chiese. 



184 LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 

dente per le cose del culto dal nuovo paroco. Kimase così essa in 
cura dell'Amministrazione del Fondo di Religione, poi di quello 
dei Beni nazionali, indi del Demanio, sino all' istituzione del Mi- 
nistero del Culto, secondo le disposizioni dei Governi che si succe- 
dettero. In progresso di tempo, non potendo più sostenersi colle 
sole oblazioni dei fedeli, venne compresa, come oratorio regio, nel- 
r amministrazione della chiesa di s. Bernardino, i cui redditi at- 
tivi sopperiscono alle deficienze di quella, e di ambedue rende vansi, 
come attualmente, annualmente i conti alla superiore Autorità 
tutoria. 

Air atto della soppressione, richiamati al R. Economato i red- 
diti delle case appartenenti già alla Scuola, eransi lasciati alla 
chiesa tutti i locali necessarj all' esercizio del culto ed alla cu- 
stodia delle sue suppellettili, compreso 1' oratorio privato della 
Scuola soprastante all' atrio d' ingresso. La casa fiancheggiante la 
chiesa verso sud-est fu in seguito mutata in residenza di dicasteri 
governativi ; ed essendo visi dapprima installata la Cancelleria di 
Guerra, divenne, dopo la restaurazione, sede della R. Intendenza 
di Finanza. Nel 1832 agitavasi il progetto di alienarla sulla base 
del prezzo peritale di lire 150,000, ma l'Amministrazione riferiva 
al Governo, come da qualche tempo eransi man mano introdotte 
nei confini della chiesa servitù passive sconvenienti, coli' erezione 
di fabbricati ed occupazione di locali stati riservati alla chiesa 
stessa, comunicanti con essa o rientranti negli edifizj suoi, incon- 
venienti eh' era d' uopo levare nel caso che la progettata vendita 
a,vesse realmente luogo, onde non aggravare viepiù le condizioni 
del luogo sacro. Dopo lunghe trattative fra l'Amministrazione, 
l'Economato e l'Ufficio tecnico delle Pubbliche Costruzioni, ed 
assunti esami e perizie dall' architetto Bareggi , si deliberò do- 
versi avvisare quali locali si avessero ad eccettuare dalla vendi- 
ta, con opportune segregazioni dal caseggiato, principalmente in 
quanto venisse a perpetuarsi e cedersi in privato acquirente non in- 
comoda e sconveniente servitù indotta in luogo sacro per l'occupa- 
jzione di fatto, che riferivasi in ispecie ad ambienti sovrastanti alla 
chiesa e sue dipendenze, dai quali si dovea togliere ogni comunica- 
zione cogli ufficj, mentre l'Amministrazione ne chiedeva il ricupero 
6 l'aggregazione alla chiesa. L'8 febbrajo 1834 ammettevasi dal Con- 
siglio di Governo essere avvenuto solo per fatto e non per diritto, che 



LA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CASE ROTTE IN MILANO. 185 

rAmministrazione del Fondo di Religione concedesse ed occupasse 
ad uso d'ufficio quei locali che convenivano al servizio, ed imponesse 
alla chiesa servitù per comodo degli impiegati, senza che vi inter- 
venisse alcuna rappresentanza per le ragioni della parte danneg- 
giata, allora ritenuta come proprietà del Fondo stesso e da esso 
amministrata. Pel che il Governo inclinava a valutare le osserva- 
zioni del perito, appoggiate dalla cognizione degli atti della sop- 
pressione, e quelle proposte dall'Amministrazione dell'edificio tu- 
telato dallo stesso Governo, per non pregiudicare, nel supposto 
d'una vendita di locali contigui, la ragione naturale della chiesa 
colla vendita di luoghi e diritti, che la porrebbero in servitù inco- 
moda, sconveniente ed incompatibile. Il magistrato camerale, con 
nota 6 settembre 1834, non dissentiva che venissero segregati e 
restituiti alla chiesa i locali che le sovrastano, consistenti in due 
grandi stanze, costituenti insieme l'antico oratorio, in servizio de- 
gli ufficj di protocollo, archivio e registratura della 11. Intendenza 
di Finanza, e in tre tribune prospicienti nell'interno della chiesa, 
purché questa cedesse alla Finanza un locale, che le serviva di 
magazzino di panche. Nel caso di alienazione, doveano gli acqui- 
renti chiudere con muri pieni gli accessi ai luoghi da scorporarsi. 
Oltreciò il perito opinava, con nota 18 agosto 1834, che essendo 
quel magazzino indispensabile alla chiesa, l'acquirente, per togliere 
ogni promiscuità, avesse a costruire a proprio carico nel cortiletto 
della chiesa una camera, in sostituzione del detto magazzino. Ma 
le cose rimasero sinora in questo stato, e la casa dalla proprietà 
governativa passò alla municipale, che vi stabilì essa pure parte 
de' suoi ufficj, occupando tuttora i luoghi controversi. 

A. Ceruti. 



ORTO BOTANICO DI PAVIA. 



Fra i luoghi dove prima si posero Orti botanici, nelle storie delle 
scienze non troviamo indicata Pavia. Perciò crediamo opportuno 
recare questi documenti. 

lllr et Eccr Principe 

La Università delli sig. Artisti di Pavia desidera a comune be- 
nefitio et comodo far uno giardino de simplici in la cittadella di 
quella cita et già per v. ecc." se glie assegnato il luoco, ne si può 
comodamente effectuare questo se non si chiudo una strada, per 
la quale solo gli hanno accesso li R.' frati di S."" Agustino per una 
porta quale serve al lor giardino, et altre volte detti padri si ser- 
viano de uno altro accesso molto più comodo a tutto il monastero 
di quello si voria chiudere. Et havendo la detta Università havuto 
ricorso dalla cita per ottener quanto di sopra et fattosi per la cita 
electione de alcuni gentilhuomini quali hanno visitato il loco et 
tolto sopra quello informatione , la cita gli ha concesso che si 
possa obturare el detto loco, con conditione però che la detta Uni- 
versità a sue spese faccia aprire et accomodare l'accesso antiquo 
talmente che detti padri restino senza spesa et aggravio et come 
più largamente si contiene in le ordinationi che qui a v. ecc.* si 
esibiscono. Et perchè detti padri anchor non si aquietano et fano 



ORTO BOTANICO DI PAVIA. 187 



controversia alla detta magnifica Università, per tanto la detta 
Università et la cita insieme ricorrono a v. ecc.* humilmente 

Supplicandola voglia scrivere al Sig."" sindicatore di Pavia o a 
chi più piacerà a v. ecc.*, che, essendo vero quanto si espone a v. 
ecc." et molto maggior sia il beneficio publico che quello puoco de 
interesse pretendino li detti R.' frati, faccia obturare la detta strada 
et moderno accesso, facendo pero prima a spese di detta Università 
aprire l'antiquo accesso; et tutto si spera, poi che questo cede a 
decoro et beneficio publico et è soccorso alla indemnite de detti 
frati. 

A tergo: Memorial della città et Università delli Artisti di Pa- 
via, ecc., e in fine: 

Fiat, etiam ex voto 111.' Prsesidis Senatus. 

JUIJANUS. 

1562, die 5o Januarij. 

Keperitur ad Cancellariam Magnificse Communitatis Papiae in 
fillo Provisionum anni proximi prasteriti, inter cetera ad esse provi- 
sionem et ordinationem factam per magnificos D. Deputatos officio 
Provisionum tenoris huiusmodi; vid. 

1561. die ultima xmbris in tertijs Convocato Consilio, etc. 
Mag. D. Sindicator et prò Prsetor etc. 

Mag. D. Rolandus Curtius 
Aldigerius Cornazanus - 
Jo. Stefanus de Federicis 
Daniel de Ottonibus 
Leonardus Grassus 
Hieronimus Gualla 
Augustus Ultrana 
Franciscus Bireta 
Filippus de Tintoribus. 
Prsefati M.' dni etc, 
Primo, visa supp.^ Universitatis artistarum ac relatione magni- 
ficorum dominorum Rolandi Curtij abbatis, comitis Ludovici Bec- 
caria et Hieronimi de Ole vano ad id electorum, ibidem inscriptis 
prsesentatis tenoris infrascripti, vid. : 

Visitato il luogo et ben considerato il beneffìcio publico che ne 



188 ORTO BOTANICO DI PAVIA. 

nasce dal fare questo giardino de simplici a decoro della magnifica 
Citta et Università, et l'incomodo che ne . Laverebbe da sentire 
il Monastero de S. Agostino richiudendoli la porta et accesso loro, 
qual incomodo n' è parso di mancho rilievo di quello che concerne 
al publico beneficio, potendosi servire il Monasterio di altro accesso 
già antiquamente usato senza molto discomodo et danno, perciò 
siamo venuti in parere per quello che si vede e conosce che li Rev.' 
frati- se doveriano accontentare che si chiuda quella porta et si 
ritorni dove antiquamente era, lassando libero il sito a essa Uni- 
versità per tal uso solo. Et per quanto spetta alla magnifica Citta 
se dice essere nostro parere che, inherendo all'altra ordinatione 
sopra ciò fatta, che si possa concedere come in essa cedendo ogni 
sua autorità et facoltà che la tiene; et pregar essi Rev. Padri con- 
tentarsi di questo amicabilmente, perchè cosi ne pare che ricerca 
la publica autorità atteso che l' Università si è offerta a sue spese 
far richiudere essa porta et farle ogni spesa competente il neces- 
sario all' uso antiquo, in modo eh' 1 monasterio resti senza carico 
né agravio di spese per tal mutatione come è giusto et honesto. 
Subscriptis Rolandus Curtius Deputatus et Comes Ludovicus Bec- 
caria Deputatus et Hieronimus Olevanus Deputatus ut. s. Et ha- 
bitis superinde debitis consultationibus, consideratis considerandis^ 
factum est partitum an expediat vel ne vid. quod concedatur sup- 
plicantibus prout in relatione et quod exequatur et observetur 
in omnibus et per omnia prout in dieta relatione continetur et 
fit mentio. Et datis balotis sumptisque suffragijs, obtentum fuit 
partitum quod fiat prout supra. 

Firmat. Antonius Isimb. Mag.'" Civitatis Papiae Cancellarius. 



LA FAMIGLIA MORONI. 



È compito il terzo volume degli Italiani illustri^ ritraiti da 
Cesare Cantù.' 

Alcuni sono antichi, come Cesare, Cicerone, Ovidio, i Plinii; 
altri dei più insigni moderni. Dante, Cola di Renzo, Galileo, Marco 
Polo, Colombo, il Tasso, il Parini, il Paoli, Muratori, Tiraboschi, 
il Medeghino, l'Alberoni, i Giovio; molti di personaggi clie ebbero 
parte, od ostile o difensiva, nelle lotte ecclesiastiche, e massime al 
tempo della riforma; Gregorio VII, i due Borromei, i cardinali Mo- 
rene, Contarini, Sadoleto ; Vittoria Colonna, Ochino, Vergerlo, Gian 
Galeazzo Caracciolo, Cecco d'Ascoli, il Malacrida, la Renata di 
Ferrara, Campanella, il Bruno, Celio Curione, il Vermiglio, il Car- 
nesecchi, il Giannone, il Castelvetro, i Soccini, il Trissino, il Sa- 
vonarola, il Radicati, Scipione Ricci. 

I più importanti sono di contemporanei : Napoleone, Volta, Oriani, 
Grossi, De Cristoforis, Azeglio, Romagnosi, Monti, Rosmini, Taz- 
zoli, Pindemonte, Corvetto, il Prina; dove l'autore compare come 
testimonio oculare, e reca impressioni, ricordi, aneddoti suoi. 

Fra gli illustri Lombardi, di cui vi si fa il ritratto, è partico- 
larmente il cardinale Morene, vescovo di Modena e legato al Con- 
cilio di Trento; di cui primo il Cantù pubblicò il processo, tanto 
rilevante per la storia delle eresie in Italia. Di esso trovansi molte 
lettere nell'Archivio nostro di Stato, dirette al duca di Milano, 
concernenti però affari particolari, e per lo più domande di sussidj. 
Tale è questa che rechiamo ; ma d'importanza generale ci parve il 
diploma di Francesco II Sforza, perchè riguarda i servigi resi dal 
celebre grancancelliere Gerolamo Morone; in cui benemerenza egli 



* Tre volumi ìii-8''. Milano, Brigola, 1872-74. Si sta allestendo una nuova edizione. 



190 LA FAMIGLIA MORONI. 



assegna ai figli di esso il feudo di Pontecurone su quel di Tortona. 
<3uesto diploma non fu noto agli editori della vita e delle lettere 
di Gerolamo, nella Miscellanea storica di Torino. 

Illustrissimo et excellentissimo Senor mio, Senor osservandissimo, 
Questa mattina messer Ambrosio Segretario mi ha detto, in questa 
absentia di Nostro Signore bavere fatto bono officio per me per diver- 
tire Sua Santità dall'opinione di mandarmi al serenissimo Re de' Ro- 
mani, exponendoli et replicandoli tutte le ragioni addutte per me della 
casa e del vescovato mio, et supplicando Sua Santità non volesse esser 
manco modesto verso me di quello sia verso qualunque altro. Sua San- 
tità benignemente gli ha risposto che ho gran ragione, et che se potrà 
fare altrimenti non mi mandarà, sapendo certo che questo negotio mi 
sarebbe di spesa, della quale non ho bisogno, et d' incomodo et di dis- 
piacere: per tanto che dovesse pensare se vi era qualche soggetto al 
proposito, che mi sparmierebbe, usandomi forse in altro servitio, et che 
dimani mi conducesse a Sua Santità per che hoggi voleva espedire li 
reverendi Faenza et Fossombrone per Franza et per Spagna, quali 
domani partirebbono. Cosi sto in certa speranza di esser libero da que- 
sta andata con bona satisfactione di Sua Santità, del che ne bavero a 
ringraziare Dio infinitamente, perchè in vero ogni bora apparevano 
maggiori difficultà nel privato et nel pubblico. Mi sono stati in ciò fa- 
vorevoli il reverendissimo Palmero et il senor Bosio, il reverendo Ar- 
chiepiscopo di Capua et monsignor Verullano et messer Ambrosio; et 
magìster Thomaso medico come fu authore di nominarmi, cosi è stato 
gagliardo in extricarmi, havendo intese le ragioni mie. Domane andarò 
a Sua Santità et pigliarò licentia per ritornare a Vostra Illustrissima 
Excellentia, contentandomi assai bavere solum speso li danari et il tempo 
et la fatica del venir, doppo che di questo sarò uscito. 

Li doi Cardinali Nepoti di Soa Santità sono chiamati a Roma. Il 
senor Pierloys ^ ancora verrà, ma secretamente. Sua Santità attende ad 
accumular danari, dar benefitij alli Nepoti, maxime al Farnesio, et a- 
conservarsi con fare exercitio et fugire li fastidij ; et la Corte sta di mala 
voglia per la tardità ed irresolutione di Sua Beatitudine. Né altro oc- 
corre se non che in bona gratia di Yostra Illustrissima Excellentia hu- 
milmente baciandoli la mane mi raccomando. 

Da Roma a dì 26 di genaro 1535. 

De Yostra Illustrissima Excellentia 
Humilissimo Servitore 
Il Yescovo de Modena. 



* Il troppo noto Pier Luigi Farnese. Il papa era Paolo III. 



LA FAMIGLIA MORONI. 191 



Franciscus Secundus, etc. 

y 

Quod hactenus non fecìmus ut in filios magnifici q. D. Hieronimi 
Moroni re aliqua demonstraremus quantum memorato eorum parenti 
deberemus, id amplius sine parum gratae memorise nota existimavimus 
non posse differri. Nam cum luce clariora ea sint quse et domi, unde 
ob patefactum plurimis inditiis rerum nostrarum studium discedere 
coactus est, et foris exilio et fortunis omnibus multatus ab hostibus no- 
stris pertulit, queeque postea ob Gallorum ex Ducatu nostro Mediola- 
nensi expulsionem et defentionem saepissime ipse egit, nemo est qui nos 
excuset, nisi quod in parentem facere non licuit, in filios conferamus. 
Atque id quidem tum ad existimationem et dignitatem nostram pertinet 
tanta in nos merita aliqua liberalitate compensarì, tum etiam ad huma- 
nitatem non permittere ejus hominis filios, qui, dum rebus nostris et in 
pace et in bello consuluit propria commoda parvi faciens^ ita rem fami- 
liarem suam attenuavit, ut qui splendidissime semper vixerit, minusque 
mediocres opes coactus sit liberis relinquere, quos quidem asquissimum 
^sse existimamus ut fortunae nostrse qualiscumque partecipes sint, ut 
quando, prseter paternam gloriam, probitate et bonis moribus conspicui 
sunt, ita honestis facultatibus ad paternum vitsB splendorem proximi 
accedere possint. In quo, preeter quam quod plurimis satisfaciemus qui 
ex actionibus nostris in dies scrutantur quid nobis inserviendo sperare 
possint, satisfaciemus etiam nobis ipsis, qui non modo eos parentis causa 
diligiraus, sed etiam unum eorum reverendum S. D. Johannem Episcopum 
Mutinensem tanto amore prosequimur, ut pauci inter subditos nostros 
seque nobis cari sint. Nec immerito: ea enim humanitate, doctrina, in- 
genio, et vitse integritate prseditus est, ut ad reliquas partes, propter 
quas eundem diligere tenemus, multum iis animi dotibus amoris in eum 
adjici necesse sit. Quam ob rem ut Antonius et prsefatus reverendus 
D. Johannes, ac Sfortia, fìlij q. D. Hieronimi Moroni, prseter redditum 
pecuniarium quem iis donare decrevimus, aliquo etiam honesto titulo 
insignes sint, in primis oppidum Pontiscuroni cum ejus jurisdictione, 
redditibus, ac omnibus aliis ejus pertinentiis separavimus et separamus 
a civitate nostra Derthonse, ac a quacumque alia civitate, jurisdictione 
et loco, ita ut in omnibus ac per omnia segregatum sit et separatum 
ac penitus divisum ab omnibus civitatibus et locis, et unum corpus per 
se sit. Moxque etiam, ubi expediat, instituimus et creamus in Comi- 
tatum et ad veram Comitatus dignitatem erigimus et sublimamus, ita ut 
oppidum et locus Pontiscuroni cum territorio, jurisdictione et perti- 
nentiis suis de cetero usque in perpetuum sit et vocetur Comitatus, no- 



192 LA FAMIGLIA MORONI. 



menque et titulum ac dignitatem, effectum et prseheminentiam veri, recti, 
legitimique Comitatus habeat. Deindeque prsefatos Antonium et Sfor- 
tiam Moronos coram iiobis genibus flexis constitutos_, per ensis evagi- 
gìnatae traditionem, cum infinitis gratiarum actionibus, stipulantes et 
recipientes prò se suisque filiis ac descendentibus et descendentium de- 
scendentibus masculis et legitimis, ac ex legitimo matrimonio, lineaque 
masculina tantum natis et nascituris, creamus et instituimus veros, rectos^ 
legitìmos, naturales, solemnesque et indubitatos Comites dicti oppidi 
Pontiscuroni, cum territorio, juribus ac pertinentiis suis ut supra; dantes 
et concedentes eum oppidum in feudum honorificum, nobile et gentile; 
ita quod naturam sapiat bonorifici, nobilis et gentilis feudi ^ nec non 
eum mero, mixtoque imperio, gladii potestate ac omnimoda jurisdictione, 
datiis, gabellis, pedagiis, possessionibus, pratis, vineis, nemoribus, mo- 
lendinis, aquis, aquarum decursibus, fictis, redditibus, aliisque juribus, 
regaliis, lionorantiis et pertinentiis quibuscumque, ac exemptionibus, li- 
bertatibus, prseminentiisque, quas et quse talis feudi ac Comitatus dignitas 
exigit et requirit, et alii veri honorabiles et clari Comites ac Feuda- 
tarij habent, potiuntur et gaudent. Reservato tamen prò nobis et Ca- 
mera nostra jure superioritatis et homagij; ac exceptis etiam et reser- 
vatis taxis equorum, allogiamentis stipendiatorum nostrorum, cabella 
salis, a qua neminem exceptum esse volumus, et datiis mercantisB ac 
ferraritise et tracta gualdorum^ si qua sunt : et reservato etiam decreto 
de majori magistratu. Cedentes, dantes, et transferentes in eosdem 
Comites, stipulantes ert recipientes prò se suisque filiis et descenden- 
tibus ut supra, omnia jura, omnesque actiones utiles directas, reales 
et personales, ipotecharias et mixtas in et super ipso oppido terra 
et loco ac territorio, juribus, ac pertinentiis quomodolibet nobis spe- 
ctantibus et pertinentibus. Facientesque ac constituentes prsedictos do- 
minos Antonium et Sfortiam in et super ipsis bonis infeudatis ^t su- 
pra procuratores in rem nostram, ponentesque eos in locum, jus et sta- 
tura nostrum et Camerse nostrse, salvo semper jure superioritatis fide- 
litatisque praesentis. Dantes quoque, et concedentes eisdem Comitibus 
et descendentibus suis ut supra, licentiam ingrediendi et appreben- 
dendi propria auctoritate per se et quemlibet eorum nmicium, et pro- 
curatorem, possessionem et tenutam dicti oppidi, bonorum et jurium in- 
feudatorum ut supra, et apprehensam retinendi, ac de eis disponendi, 
et exigendi prout et quemadmodum veri Feudatarii faciunt, et facere 
consueverunt , secundum naturam et conditionem talis concessionis et 
feudi. Versaque vice dicti Antonina et Sfortia^ flexis genibus, in nostris 
manibus et coram nobis stipulantibus et recipientibus prò nobis, fìlij^ 
et successoribus nostris, manibus corporaliter tactis scripturis, super uno 



LA FAMIGLIA MORONI. 193 



missali specialiter et expresse promiserunt et jur.averunt, ac promittunt 
et jurant quod ab hodierna die in perpetuum ipsi ac filii et descen- 
dentes sui ut supra continue erunt fideles obedientes vassalli et feuda- 
tarii nostri, ac filiorum et nostrorum hsaredum ut supra : et quod dictum 
oppidum, terrarti et locum, ac bona et jura superius in feudum concessa 
regent et custodient ad honorem et commodum Status nostri, filiorum 
et successorura nostrorum ut supra, nec a nostro et nostrorum ut supra 
favore vel psersidio, ullo unquam tempore se retrahent vel abstinebunt 
ex aliqua causa nova, prsesenti vel futura qu88 dici aut excogitari posset, 
etiam si talis esset, quse velut gravis nimis in generali sermone non 
veniret: quin imo omnia omni tempore necessaria et utilia prò nobis, 
et successoribus nostris ut supra procurabunt, et ad omnium praedic- 
torum majorem corroborationem ullo unquam tempore, verbo, Consilio, 
facto, vel opere non agent aut facient centra honorem et Statum nostrum 
ut supra: et si ad notitiam eorum pervenerit quod aliquis in ^liquo 
ex prsedictis centra nos aut nostros ut supra faceret vel temptaret, vel fa- 
cere aut temptare, vellet , toto eorum posse, omnique industria impe- 
dient, resistent et prohibebunt: et si etiam prohibere non poterunt) 
illud tamen per se vel nuncium suum nobis aut nostris ut supra, quanto 
citius poterunt, propalabunt et manifestabunt, Statumque nostrum ac no- 
strorum, ut supra, ac dominium, honores, prseminentiasque nobis et no- 
stris ut supra spectantes prò toto eorum posse omnique industria et in- 
genio conservabunt et augebunt, et consilium quod ab eis petetur, secun- 
dum sibi datam ab seterno Deo prudentiam immaculatum et fidele pre- 
stabunt, et nostra nostrorumque ut supra facta sibi commissa et com- 
mittenda iiemini sino licentia manifestabunt, sed pure, sincere, realiter 
et personaliter, ac sine ulla exceptione vel excusatione favebunt et ser- 
vient, nec ob aliquam temporum conditionem sive diminutionem, aut 
Status varietatem, a favore vel sussidio, ullo unquam tempore nobis vel 
nostris prsestando se retrahent prout supra: et generaliter facient et 
observabunt omnia et singula ea, quse facere et servare debent de jure, 
et secundum naturam talis feudi, et formam utriusque fideHtatis, tam 
scilicet novae quam veteris, prout in ea forma continetur : jurantes de- 
nique et promittentes praefati Antonius et Sfprtia prò se et suis ut supra 
in manibus nostris omnia et singula suprascripta attendere et obser- 
vare, omni exceptione aut excusatione cessantibus, sub vinculo juramenti 
et perditionis feudi ejus : et item sub pcena refectionis et restitutionis 
omnium expensaruin ac interesse per nos et nostros ut supra sustinen- 
dorum et faciendorum prò prsedictis et eorum causa in lite et extra. 
Pro quibus omnibus et singulis ut promittitur attendendis, prsedicti An- 
tonius et Sfortia omnia bona prsesentia et futura nobis ac nostris obliga- 



194 LA FAMIGLIA MORONI. 



verunt et obligant; renunciantes vicissim exceptioni non factarum di- 
ctarum concessionis et obligationis, ac omnium et singulorum prsedicto- 
rum, non sic et taliter gestorum, et aliis exceptionibus quse in similibus 
apponi possent; supplentes omnid efectui quarumcumque solemnitatum, 
tam juris quam facti, et juris civilis quam municipalis', quse in hoc eve- 
nisse vel intercessisse posse dicerentur. 

La lettera formale^ contenente la investitura nei su nominati- 
fratelli Moroni del feudo di Pontecurone, il contemporaneo loro 
giuramento di fedeltà al duca Francesco II Sforza, e la donazione 
di questo ai medesimi dell'annua rendita di lire 2000 imperiali 
sul dazio della dogana della città di Milano, data il 22 di dicem- 
bre 1534, e si legge a carte 140-142 del Registro Ducale segnata 
N. 18, alias TT. del nostro Archivio. E non credemmo superfluo 
il qui esibire la formola dell'investimento feudale, come usavasi 
ancora nel secolo XVI. 



ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 



In tutti gli Archivj suole aversi un Museo, cioè una raccolta de*" 
documenti più preziosi o più curiosi. Né manca nel nostro. 

E primo citeremo il testamento di Lodovico il Moro, in origi- 
nale, con alcune linee in calce, ov'egli di proprio pugno autentica 
quella sua ultima volontà. 

Segue il diploma di Carlo V del 2 giugno 1530, in cui rinnova 
l'investitura data nel 1524 a Francesco II Sforza del ducato dì 
Milano, principato di Pavia, contado d'Angera; grande perga- 
mena con bei fregi e sigillo in bolla d'oro, attaccata con cordoni 
d' oro. 

Bolla solenne della nomina di Francesco Alciato in cardinale, 
colle firme di Pio IV e di molti cardinali, fra cui san Carlo e 
il futuro Sisto V. 

Il concordato fra Pio VII e la Repubblica Italiana del 16 set-^ 
tembre, ratificato il 29 ottobre 1803; originale in pergamena, colla 
firma di Pio VII e del cardinale Consalvi; ricca legatura in vel- 
luto e oro, e sigillo in bolla d'oro. Con lettera francese e italiana su 
pergamena, con firma autografa e gran sigillo, il 25 novembre Buo- 
naparte comunicava quel concordato alla Consulta di Stato, con- 
chiudendo: " È più facile prevedere le discussioni religiose, che 
sedarle quando il male è già fatto „\ 



' A proposito di questo Concordato; il ministro delle relazioni estere da Parigi il 21 
ottobre 1803 scriveva al cittadino Luigi Bossi, commissario straordinario della Repub-^ 
blica Italiana a Torino: 

« J'ai re§u vos dépèches, Citoyen^ jusque au N. 30, en date du 4 de ce mois. J'en- 



196 ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 

Atto di mediazione, fatto dal primo console della Repubblica 
Francese, tra i Cantoni svizzeri, il 30 piovoso anno XI (19 feb- 
brajo 1803), firmato da Buonaparte e dai ministri; volume stam- 
pato di 120 pagine in pergamena, con ricca legatura in velluto a 
ricami d'oro, con sigillo entro grande bolla di argento. Con let- 
tera francese e italiana del 21 febbrajo 1803, su pergamena col 
sigillo, Buonaparte dirige quell'atto alla Consulta di Stato italica; 
ringrazia questa delle cortesie fattegli, e " Tutto muore; la me- 
moria solo delle buone azioni non perisce giammai „. 

La Costituzione della Repubblica Italiana, data ai Comizj di 
Lione, in 128 articoli; con correzioni di pugno di Buonaparte, e la 
firma di lui, di Melzi, di Marescalchi. 

Convenzione del 6 messidoro anno XI (25 giugno 1803), fra il 
governo della Repubblica Batava e le Repubbliche Francese e 
Italiana, per mantenere un corpo di trlippe e di navi contro l' In- 
ghilterra: atto originale in pergamena alquanto guasta, con si- 
gillo entro grande bolla d'argento effigiata. 

Statuti costituzionali del Regno d'Italia: 

Il I del 17 marzo 1805, in pergamena, firmato alle Tuile- 
ries da Napoleone e dalla Consulta di Stato, con sigillo in bolla 
di latta. 

Il II del 29 marzo 1805, firmato da Napoleone e dai ministri, 
in pergamena, con sigillo in bolla di latta. 



trerai en quelques détails dans un autre moment. Je me borne aujourd'hui à vous an- 
noncer une nouvelle que vous apprendrez sans doute avec plaisir. C est que la grande 
affaire du Concordat, qui se négociait depuis long tems entro notre République et la 
Cour de Rome, est enfin heureusement terminée. 

« Cet important Traité, après avoir été mis sous les yeux du Premier Consul et Pré- 
sident, fut signé icì par moi et par M. le Cardinal Caprara le 16 du mois dernier. 
Aussitótje l'envoyai à Milan pour y étre soumis à l' examen de la Consulte d' Etat, 
et de son coté M. le Cardinal le fit passer à Rome pour qu'il fut presente à Sa Sain- 
teté. La Consulte n'hésita pas de donner son approbation, et bientót après le Pape 
consentit également de ratifier. C'est ce dònt j'ai été informe officiellement depuis deux 
jours; de sorte que, pour rendre ce Concordat entièrement public, il ne reste plus à 
attendre que d'avoir échangé les actes solennels de ratification, aux quels on travaille. 

« Les principales disposition sont que le Président nommera à tous les Archevéchés, 
et Evécbés de la République; que le Pape reconnait en lui les mémes droits et les 
mémes prérogatives qu'il reconnaissait dans la personne de TEmpereur, comme Due de 
Milan; que les Evéques nommeront aux Cures vacantes, dans tous les tems de l'année 
et sans qu'il soit plus question de mois de réserve; qu'enfin les aliénations des biens 



ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 197 

Il III del 6 giugno 1805, firmato da Napoleone, dai ministri, 
e dai consiglieri di Stato. 

Lettera di Buonaparte del 25 novembre 1803 al Corpo Legisla- 
tivo, in italiano e francese, con firma autografa, in pergamena e 
con sigillo. 

Altra simile del 9 termidoro anno X, al Corpo Legislativo. 

Il giuramento prestato da Napoleone dopo la 'coronazione a re 
d'Italia, la domenica 26 maggio 1805, in pergamena. 

Lettera su pergamena, del 28 marzo 1811, firmata da Napoleone, 
ove fa grazia a un Possudetti di Ampezzo; ed altra simile dello 
stesso giorno a favore di Giuseppe del Prato. 

Oltre a centinaja di firme di Buonaparte e di Napoleone, che 
sono agli atti amministrativi e nelle corrispondenze, delle quali 
molte furono comunicate per l'edizione che ne fece Napoleone III , 
abbiamo uniti in due cartelle molti atti suoi, varie patenti di li- 
bera navigazione durante il blocco continentale, un processo per 
una congiura del 1805 in Francia; in altre cartelle le cerimonie 
della sua coronazione, gl'indirizzi, gli elogi, i monumenti erettigli 
progettatigli, fra i quali la statua del Canova, ora a Brera. 

Seguono carte e firme della famiglia Buonaparte, e dei perso- 
naggi che figurarono sotto il Regno d' Italia ; autografi di per- 
sonaggi del tempo austriaco, e due eleganti volumi contenenti le 
modulo dei giuramenti d' uffizio, e i giuramenti prestati dagli im- 



ecclésìastiques qui ont été vendus sont déclarées légitimes, en sorte que les acquéreurs 
ne pourront jamais étre inquiétés. Quant aux autres articles, ils concernent des objets de 
discipline plus ou moins importants, et dans tous on a taché de concilier, autant qu'il 
se pouvaìt, les droìts et les prétentions respectives des puissances civile et ecclésia- 
stique. Mais ce qui resulterà surtout de ce Traité, et ce qu'on peut regarder, en quel- 
que manière, comme le plus grand avantage, c'est qu'il rassurera les consciences trop 
faciles à s'allarmer, c'est qu'il fera cesser tous les doutes que quelques esprits se for- 
maient encore sur la stabilite de l'ordre actuel des choses par rapport aux aneiennes Lé- 
gations ; e' est qu'il ótera aux fanatiques et aux malveillans tout moyen, tout prétexte 
de susciter des troubles; c'est qu'en consolidant la tranquillité intérieure de la Répu- 
blique, il contribuera encore à accróitre sa considération au dehors. 
« J'ai l'honneur de vous saluer. 

« Marescalchi. » 

Il carteggio del Bossi, durante la sua legazione a Torino, è dei più interessanti e vivi 
sopra gli avvenimenti del Piemonte e del Genovesato, dalla caduta dei regimi primitivi 
fino alla loro aggregazione all'impero francese e all'arrivo del principe Borghesi. 
ArcJi. Stor. Lonib. — An. I. 13 



198 ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 



piegati al Senato Camerale e alla Cancelleria Vicereale ; e le feste 
della coronazione di Ferdinando I. 

Nell'armadio stesso sono autografi di sovrani italiani e fore- 
stieri in 21 cartelle, distinti per paesi e famìglie. 

Tutto ciò si conserva nella sala del Direttore, dove in altro ar- 
madio stanno autografi di vescovi italiani (13 buste) e forestieri 
(4 buste), di arcivescovi, patriarchi, cardinali (buste 23); una di 
santi, altre di pontefici, d'alcuni dei quali si hanno documenti di 
tutto loro pugno. Sono distinti gli arcivescovi di Milano, comincian- 
do da Giordano de Clivio (1102), con più di 400 documenti, e molte 
carte riguardanti questa provincia ecclesiastica. V'ha pure auto- 
grafi di varj pretori, podestà, sindaci; e così dei capitani generali, 
castellani e governatori di Milano, e di guerrieri. 

In armadio speciale sono raccolti autografi di letterati e scien- 
ziati, distribuiti per alfabeto entro ventissette cartelle, e in altre 
venticinque di pittori, scultori, ingegneri, musicanti e varj artisti. 

In un altro armadio, col titolo di Produzioni Diverse, entro cin- 
quanta cartelle sono raccolti o lavori di scrittori, o atti che li con- 
cernono, distribuiti alfabeticamente. Si va procurando che queste 
due raccolte divengono più utili agli studiosi col radunare sotto il 
nome, almeno dei principali, tutto quanto si rinvenga intorno alla 
vita e alle opere loro. 

S'aggiungano molte carte geografiche e topografiche, tra cui la 
pianta del palazzo Ducale di Venezia, e i progetti delle costruzioni 
più importanti degli ultimi tempi. 

Nella sala stessa sono sospesi alcuni quadri; nell'uno dei quali il 
diploma con cui Massimiliano I imperatore, il 23 luglio 1497, con- 
cede al duca di Milano lo stemma, che in bella miniatura è effi- 
giato nel mezzo. V'è la firma dell'imperatore, manca il sigillo. 

In un altro, Carlo V, il 20 gennajo 1528, conferma tutti i pri- 
vilegi della Certosa di Pavia; bella pergamena, con elegantissimi 
fregi, e col ritratto di Giovan Galeazzo e la firma dell' imperatore. 

In un altro, Giovanni Francesco Marliani senatore, a cui com- 
petono certi dazj nel territorio di Pavia , ne dichiara esenti i mo- 
naci detti di S. Marino, il 1 ottobre 1511; con elegantissima mi- 
niatura, rappresentante un divoto con quattro frati ai piedi di 
san Gerolamo, e fregi, e lo stemma del leon d' oro rampante in 
campo d'oro con cimiero. 



ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 199 

In un altro, Francesco II Sforza, il 28 gennajo 1535, ai frati di 
San Domenico di Cremona concede l'esenzione per una certa quan- 
tità di sale; ha bellissimi fregi, e lo stemma ducale in mezzo a due 
stemmi monastici. 

Un quadro grande contiene autografi o firme di principi di Sa- 
voja, dal 1472 sino a Carlalberto. 

Si aggiungano un papiro egiziano e un papiro ravennate del 
secolo VI. 

Nel gabinetto attiguo, dove sta l'archivio segreto del Governo 
austriaco, serbansi due raccolte di pergamene con miniature di 
varj secoli, delle quali alcune poche sono capi d'arte; e qualche 
libriccino miniato, e qualche rarità calligrafica. Altre carte con 
disegni e miniature, anche di merito artistico, si hanno ne' dispacci 
e ne' registri. 

Nella sala attigua a quella del Direttore, un armadio a vetri 
contiene le carte più antiche dell'Archivio, cominciando da una 
del 716, e arrivando al 1100; sono 1196, e offersero la maggior 
messe al volume XIII dei Monumenta historios patrice^ or ora pub- 
blicato a Torino. In cinque volumi s« n' è fatto il registro. La 
maggior parte sono levate da una raccolta che abbiamo di ben 
80,000 pergamene, tolte dai depositi delle fraterie e congregazioni 
soppresse, e sono riposte in una vasta camera, entro cartelle por- 
tanti all'esterno il nome dell'ente a cui si riferiscono, e dentro di- 
stribuite cronologicamente. 

Nella sala succennata, un armadio contiene bolle o brevi papali 
dal XII secolo, cioè da Pasquale II fino a Pio IX, entro 105 car- 
telle; un altro in 33 cartelle contiene diplomi e dispacci sovrani, 
cominciando dal secolo XII, divisi per paese e per epoca. 



CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 



OPERAZIONI DEL SEMESTRE CADENTE. 

Fra i più importanti lavori in corso, dovuti all'iniziativa del 
nuovo Direttore, in questi Archivj di Stato è la compilazione degli 
inventarj delle singole parti componenti questo deposito, dei cata- 
loghi e degli elenchi relativi, sì da poterne pubblicare il prospetto. 
È scorso appena un anno dacché si diede mano a tale operazione, 
e tuttavia, mercè lo zelo e la diligenza di questi impiegati, già po- 
terono aversi compiuti quarantasette elenchi, cataloghi o inven- 
tarj parziali; cioè furono inventariati più di quattro quinti del- 
l'immenso nostro materiale. Per averne un'idea, basta il dire che 
a tutt'oggi risultarono annotate 211,235 cartelle o buste, filze o 
mazzi; 33,242 rubriche, registri o protocolli, e 10,699 volumi stam- 
pati. Resta ancora d'elencare diversi riparti di non indifferente 
consistenza. 

Anche la compilazione degli antichi e così interessanti registri 
dell'ufficio Panigarola procede alacremente, essendosi ormai for- 
mate 850 schede. 

Bei Documenti diplomatici tratti dagli Archivj milanesi, la stampa 
della parte II del terzo volume è arrivata all'anno 1445, e sono 
pronte le copie dei documenti da pubblicarsi sino alla morte di 
Filippo Maria. 

Siffatti lavori non impedirono quelli ordinarj delle sistemazioni 
e delle reintegrazioni, e tanto meno le giornaliere ricerche fatte in 
servizio delle pubbliche amministrazioni, dei Comuni e dei pri- 
vati. In fatto si rispose a numero 900 richieste amministrative o 



CRONACA DEGLI ARCHIVI. 201 

storiche, e furono eseguite moltissime copie di documenti antichi e 
moderni anche in lingue straniere. Le quali accennate richieste 
non debbono considerarsi come singole indagini, poiché per l' eva- 
sione di molte di esse, principalmente per le storiche, occorre il 
più delle volte di dover rovistare in molti riparti dell'Archivio, ed 
esaminare una quantità di cartelle e registri. Taluni studiosi fre- 
quentano già da anni l'Archivio, altri da mesi, chiedendo quoti- 
dianamente nuovi documenti e nuove notizie occorrenti ai loro 
studj. 

Si continuò la ricostituzione della classe Potense Estere, vale a 
dire di tutto il carteggio diplomatico visconteo-sforzesco. 

L' ordinamento del Gridario e del Bollettino delle leggi, rifon- 
dendosi in due sole e distinte serie bollettini e gride, avvisi, notifi- 
cazioni, proclami, ecc., che trovavansi sparsi nei diversi riparti 
dell'Archivio, può ormai dirsi ultimato. 

Si presero a maturo esame 1083 grossi mazzi di atti già da molto 
tempo predisposti per lo scarto, elencandoli e distribuendoli se- 
condo la loro natura. 

Si spostarono e trasportarono alcune classi d'Archivio per far 
posto ai nuovi versamenti, dove meritano speciale cenno le 5200 
cartelle del Tribunale di prima istanza di Milano, dall'anno 1818 
al 1862; e i 10 mila registri dello stato civile del regno franco- 
italico. 

Di molti altri importanti lavori d'ordinamento eseguiti sarebbe 
impossibile offrire qui una particolareggiata notizia, bastando accen- 
nare come, in tutte le parti dell'Archivio, si gareggiò nel disporre 
le carte in modo da rendere utile e facile il compito di chi sarà 
chiamato a soddisfare alle esigenze e ai desiderj dello Stato, della 
scienza e dei privati. 

Copiosissimi versamenti di carte e registri si fecero in questo 
deposito da diversi uffici e magistrature; fra gli altri dall'Archi- 
vio di Stato in Venezia si rimandarono quelle della Direzione delle 
Poste di Lombardia, dall'anno 1800 al 1849, come alla loro sede 
naturale ; dall'Ispettorato delle Gabelle del Circolo di Milano, quelle 
dal 1859 al 1869; dal Ministero della Guerra, le matricole e altre 
carte dell' antico esercito italo-franco, restituite dal Governo au- 
striaco. Si richiamarono infine da diversi ufficj molti atti e docu- 
menti che loro erano stati trasmessi nei passati anni, e non mai 
restituiti. 



202 CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 

Pel collocamento di tutto questo materiale e di altre carte che 
si aspettano, si fece costruire una quantità di scaffali, che impor- 
tarono la spesa di lire 6000. 
Di rimpatto si consegnarono: 

1.** All'Agenzia del Tesoro gli atti della Direzione Comparti- 
mentale delle Gabelle degli anni 1867, 1868 e 1869; 

2.** Alla Direzione dei Teatri, già regi, della Scala e della Ca- 
nobbiana, altri atti qui rimasti; 

3.** Al Ministero dell'Interno 50 copie dell'opera del tenente- 
maresciallo Camillo Vacani, intitolata: Storia delle campagne e 
degli assedj degli Italiani in Ispagna, dai 1808 al 1813. 

Dei 55 studiosi ammessi ad indagini, la maggior parte inter- 
venne personalmente ; altri inviarono incaricati, o chiesero per let- 
tere e ottennero notizie. 

Meritano speciale menzione i signori: 

Angelucci Angelo, maggiore: Documenti e notizie intorno alla 
battaglia del Taro, alla divisa del cardinale Ascanio Maria Sforza, 
ed agli armaiuoli milanesi. 

Baruffaldi sac. Agostino: Indagini intorno alle corporazioni re- 
ligiose e al Comune di Viadana. 

Coelli Giuseppe: Atti riferibili al Comune di Castelleone. 

Caffi cav. Michele : Ricerche e studj sui pittori, scultori e archi- 
tetti sino al secolo XVIII, negli atti delle corporazioni religiose 
soppresse. 

Casati dott. Carlo : Notizie genealogiche sulla sua famiglia ; sul- 
l'Ospitale dei Porci in Milano. 

Ceruti sacerdote Antonio: Documenti della Chiesa e Scuola di 
S. Giovanni alle Case Botte in Milano. 

Charavay Stefano : Atti relativi al matrimonio di Valentina Vi- 
sconti col duca di Turena, e al giuramento di fedeltà a lei pre- 
stato dalla città di Asti. 

Corio professor Lodovico : Notizie biografiche intorno ad uomini 
illustri nelle scienze, lettere ed arti, e indagini storiche sul contado 
del Seprio. 

Cusani marchese Francesco: Indagini sul monastero di Santa 
Chiara in Lodi; sui debiti di Zecca e Banco-giro di Venezia; 
sulla compilazione del Codice Civile Italiano. 



CRONACA DEGLI ARCHIVI. 203 

D'Adda marchese Gerolamo : Ricerche sulla Biblioteca Visconteo- 
Sforzesca di Pavia, e sugli architetti italiani in Russia. 

Ficker prof. Giulio: Carte pagensi del secolo XI. 

Fulin ab. Rinaldo: Ricerche sul titolo di Anglo, riassunto da 
Lodovico il Moro. 

Garavaglia avv. Giovanni: Documenti riguardanti i beni e le 
decime di Brenno Useria, pieve di Arcisate. 

Govi prof. Gilberto : Notizie storico-genealogiche intorno diverse 
famiglie lombarde, sui discendenti dello scultore Pompeo Leoni, e 
sulle dimensioni del Cenacolo alle Grazie. 

Guasti cav. Cesare : Atti relativi all' ambasceria mandata nel- 
l'anno 1362 da Bernabò e Galeazzo Visconti al papa Urbano V. 

Lombardini sac. Paolo: Documenti riguardanti la Confraternita 
di S. Giovanni Decollato in Cremona. 

Majocchi Domenico: Notizie sulla Certosa di Garegnano. 

Melzi nob. Francesco: Memorie storico- genealogiche della fami- 
glia Melzi. 

Mongeri cav. Giuseppe: Studj artistici relativi a Bartolomeo 
Suardi detto Bramantino. 

Oldofredi conte Ercole, senatore : Documenti storici sul Comune 
e lago d'Iseo, e sulla famiglia degli Isei. 

Porro conte Giulio: Registri ed atti relativi alla Repubblica 
Ambrosiana, e alle spese della Corte ducale del 1475. 

Pozzoli Lucilio : Ricerche intorno alla città e luoghi adiacenti di 
Gallarate. 

Rafaelli Filippo : Notizie sulla Biblioteca Visconti e sulla famiglia 
Lampugnani. 

Romussi avv. Carlo: Indagini sull'esecuzione capitale di Alberto 
Meraviglia. 

Rossi sac. Vitaliano: Sul Comune e sulla basilica di Arsago di 
Seprio, e sulla famiglia Giussani di Giussano. 

Rota ab. Gio. Batt.: Documenti storici relativi al Comune di 
Chiari. 

Rotondi, parroco di S. Giorgio: Notizie storiche sulla chiesa di 
S. Sebastiano. 

Rusconi marchese Alberto : Atti del secolo X, relativi alla fa- 
miglia dei Rusca, già signori di Como. 

Schum dott. Guglielmo: Diplomi imperiali del secolo XII. 



204 CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 

Silva Silvestro, colonnello: Notizie storico-genealogiche sulla 
famiglia Silva di Crevola. 

Tonti prof. Vito: Documenti e notizie riferibili all'abate Giu- 
seppe Parini. 

Trivulzi conte Giuseppe: Atti araldici e feudali, e notizie intorno 
alcune donne celebri. 

Volta avv. Zanino: Studj biografici sopra Alessandro Volta. 

La scuola pratica di Paleografia, che si tiene ogni giovedì, fu 
sempre frequentata da molti studiosi, tanto addetti che estranei 
^gli Archivj. L'insegnamento di quest'anno volge al suo termine, 
chiudendosi la scuola, a tenore del regolamento, verso la fine del 
prossimo luglio. 

Possano e la superiorità e il pubblico riconoscere che non si 
getta invano il -tempo. 

Si continuò l'appendice principale all'inventario della Biblioteca, 
col registrarvi le opere, sì acquistate come donate, dal N. 252 al 
N. 320. Si proseguirono l'iniziato catalogo di doppj e le schede 
pel nuovo Catàlogo generale alfabetico, e si attese alla compila- 
zione di un nuovo inventario estimativo per ordine del Ministero. 
A questo fu di recente trasmessa, per uso del Nuovo Consi- 
glio sopra gli Archivj , una copia di 24 stampati, riconosciuti di- 
sponibili 

Il Direttore donò all'Archivio molte ed importanti carte, oppor- 
tunissime ad illustrare la storia politica d' Italia , ed alla Biblio- 
teca alcuni suoi opuscoli e fascicoli d'opere in corso di stampa. 
Fra le prime nomineremo alcune carte risguardanti la Giovane 
Italia, fra cui i transunti di molti relativi processi, fatti dal pre- 
sidente d'Appello Mazzetti per uso dell'Imperatore; tre libretti di 
informazioni e annotazioni della Polizia di Milano; un'informazione 
sulla Società Guelfa, ecc., ecc., levati dal Cantù dal palazzo della 
Polizia nel 1848, con autorizzazione, che è pure unita. Altre carte 
riguardano la sollevazione del 1848, con alcuni manoscritti e bozze 
di stampa d'un lavoro ch'egli doveva pubblicare nel luglio di detto 
anno, narrando le cause e gli andamenti di quella rivoluzione* 
Evvi pure il giornale La Guardia Nazionale, che allora egli com- 
pilava; oltre 30 pergamene attinenti alla Diocesi di Como, e una 
quantità di Statuti dei paratici di diverse città di Lombardia. 



CRONACA DEGLI ARCHIVI. 205 

Anche il segretario cav. Muoni fece dono alla Biblioteca di alcuni 
suoi recenti opuscoli, fra i quali quello intitolato : Archivj di Stato 
in Milano: Prefetti o Direttori. — Dalla Deputazione di Storia 
Patria si ebbe il tomo XIII della Miscellanea di Storia Italiana; 
dal marchese Frahcesco Cusani il VI volume della sua Storia di 
Milano; dal cav. Giuseppe Mongeri: L'Arte in Milano; dal Mini- 
stero dell'Interno il VI volume della Bihliotheca mamcscripta ad 
S, Marci Venetianim, ecc. di Giuseppe Valentinelli. 

P. Ghinzoni, 
Sottosegretario d'Archivio. 

Il cav. Damiano Muoni pubblicò un lavoro affatto proprio ai 
nostri studj ; ed è il catalogo dei Prefetti degli Archivj di Stato di 
Milano^ con quell'occasione dando note sull'origine, formazione e 
concentramento loro (Milano, Molinari, 1874, in-8, di pag. 105), 
aggiungendovi la lunga lista delle opere sue, e un'informazione 
delle veramente invidiabili raccolte da lui compiute. 

Enumerati i varj direttori di questi Archivj,^ ebbe la saviezza di 
non lodare il presente se non dai lavori che vi si stanno operando 
per ispeciale suo impulso, " affinchè la preziosa suppellettile affida- 
tagli divenga sempre più agevole e comoda alle richieste storiche 
e amministrative. 



* Le dilìgenti ricerche del nostro socio cominciano con Giacomo da Perego. AI cenno 
ch'ei ne fa stimiamo bene aggiungere qualche particolarità, come d'un primo sbozzo di 
Archivio. Adunque il Perego, ai 12 giugno 1468, avvisa il segretario ducale Cicco Si- 
monetta, che, a norma degli ordini ricevuti per mezzo di Gio. Antonio suo genero e 
Michele suo fratello, ed uno da Dugnano, addetti alla Cancelleria ducale in Milano, ha 
dato da copiare «tutti i decreti delle confische e pubblicazioni dei beni devoluti alla 
Camera, ad altro quelli dei sfrosi delle biade, ad altri delle sfrosi del salej che assu- 
merà tre scrittori, uno per i decreti dei feudatarj e della Pace di Costanza, e per quali 
ragioni i feudi revertunt ad principem; uno pei decreti civili, e l'altro pei decreti de* 
Tesorieri, Amministratori, Sindacatori ed OflSciali condemnati ad Sindicatum. E così di 
materia in materia seguiterà uno volume onde il duca possa trovare, rinvenire ogni cosa 
di materia in materia senza troppo perditempo ». 

Insomma che farà di tutto onde soddisfare il desiderio del duca, sollecitando perchè 
l'opera sia compita anche in quanto ai registri Panigarola colle rispettive rubriche. 

Anche su questa famiglia Panigarola e sugli importantissimi Archivj che essa con- 
servava e che ora stanno in questo di Stato, si desiderano notizie nel lavoro del Muoni, 
che forse le serbò per la relazione generale che si prepara. 



206 CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 

„ Il compito, lasciato indefinito e sospeso dall' Oslo, addimostrò 
quanto sia arduo e pericoloso il recare in un vastissimo archivio 
tanti e radicali mutamenti a partizioni già accolte e sancite dal- 
l'uso ; e noi ne conveniamo appieno, persuasi che ogni ordinamento 
torni adeguato in simili depositi ogni qualvolta, rispondendo esso 
alla natura, età, copia e scaturigine delle carte, abbiasene chiaro 
il concetto, esatto il disegno. 

„ Si ristabilirono pertanto nelle originarie loro sedi i moltissimi 
documenti che per qualsivoglia motivo ne erano stati rimossi, man- 
tenendo solo, delle recenti classazioni, quelle che, già assai inol- 
trate, riusciva quasi impossibile il disfare. 

„ Avvisando poi che la migliore guarentigia di ogni possesso pub- 
blico o privato, è di accuratamente controllarne la conservazione 
o l'entità, venne commesso a tutti gli impiegati in genere la re- 
dazione di elenchi riassuntivi per cadauna materia rispettivamente 
loro assegnata; al bibliotecario, in ispecie, le necessarie appendici 
al novero de' libri, coli' estratto de' doppj. 

„ Mediante Paggregamento e l'assimilazione di carte sparse e di 
categorie appena concetto od abbozzate, s'introdussero nuove e 
proficue fonti per la storia, e segnatamente per quella de' Comuni, 
delle varie magistrature, de^ paratici o maestranze d'arti e me- 
stieri, e d'altri rinomati sodalizj, completandosi e migliorandosi 
altresì, con altri materiali scomposti, le collezioni degli autografi 
€ delle produzioni scientifiche e letterarie; di modo che ognuno può 
sin d' ora compiacersi nel mirare largamente rappresentati in esse, 
per opere tal fiata inedite, i nomi splendidi di Alessandro Volta 
(tre buste). Lazzaro Spallanzani, Barnaba Oriani, Antonio Scarpa, 
Pietro Moscati, Melchiorre Gioja, Giuseppe Parini, Ugo Foscolo, 
Carlo Botta, Pietro Tamburini, Luigi e Giuseppe Bossi, Andrea Ap- 
piani, Antonio Canova, ecc. ecc. 

„ Vegliando infine ad una più convenevole distribuzione delle 
classi nei diversi locali e scajffali, diedesi mano eziandio alla forma- 
zione interessantissima de' regesti, o sunti dei ducali e regj decreti, 
dei privilegi e delle loro interinazioni, delle investiture, dei trat- 
tati e delle missive, e con un' operosità sempre eccitata e mante- 
nuta, procedesi in tale assiduo e concorde lavorio, equamente e 
saviamente ripartito, che non dubitiamo promettitore di ottimi ri- 
sultati. „ 



CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 207 

Secondo il signor Muoni, " gli Archivj di: Stato riuniti in Mi- 
lano, posseggono almeno 80,000 pergamene e 286,712 volumi, che, 
in un prossimo generale inventario, arriveranno presumibilmente 
a 300,000 circa. „ 

Il commendatore Bartolomeo Cecchetti, descrivendo l'Archivio 
de' Frari (Venezia, P. Naratovich, 1866, in fol. e in 16), di cui ta- 
luno faceva ammontare a dieci milioni e mezzo (10,562,115) i vo- 
lumi ivi pervenuti da 2276 archivj, vi noverò 203,214 filze e re- 
gistri, e 52,878 pergamene, provenienti da 231 diversi istituti. " Se 
tali cifre costituiscono uno de' primissimi archivj d' Italia, chi vorrà 
asserire che quello di Milano, sia per copia, sia per importanza, 
possa dirsi ad altro secondo?^ A Venezia non sonvi atti originali 
che risalgano oltre il 954: a Milano il più antico rimonta al 716. 
Cade poi qui avvertire come non debbansi confondere le buste o 
cartelle degli Archivj di Milano coi volumi computati in altri Ar- 
chivj italiani, avvegnaché ciascuna di esse potrebbe equivalere a 
quattro almeno di quelli, racchiudendo talora più di 400 pezze, e 
tre il carteggio di un mese solo. „ 

Appartiene alla materia stessa il Progetto di legge e regolamento 
sopra gli Archivj di Stato, del Silvestri di Palermo. Egli crede 
che, col suo disegno, l'invocata unificazione del servizio dei pub- 
blici Archivj e della vigilanza governativa, non meno su di essi che 
su quelli degli enti morali, dei Comuni e delle Provincie, si conse- 
gua intera ed efficace mercè l'opera illuminata ed assidua del so- 
prantendente , senza far violenza ai dritti rispettivi, ma pur co- 
strir^endoli, per viste sacre d'interesse generale, a far conto e a 
mantenere inviolato quello che, più che privato, è patrimonio della 
civiltà nazionale. 

Similmente, il servizio interno dei grandi Archivj, avendo a base 
l'opera esperta d'un Direttore-Segretario, vien solidamente imper- 
nandosi negli incarichi attentamente e misuratamente distribuiti, 
e nei quali trovasi la ragione d'essere de'varj ordini gerarchici 



^ Ciò farà per avventura emendare una frase del signor Silvestri di Palermo, che dice 
che l'Archivio di Milano è rimasto a una certa distanza « da quello de' Frari : pur con- 
fessando che i Direttori di esso con ispeciali regolamenti seppero uscire dai limiti an- 
gusti della legge sugli Archivj ». 



208 CRONACA DEGLI ARCHIVJ. 



del personale, e della responsabilità rispettiva. I^e diverse attri- 
buzioni son poi siffattamente graduate, da potersi naturalmente 
raggruppare nelle mani del Soprantendente, cui resta la suprema 
direzione d'ogni parte del servizio, contemperata dai lumi del Con- 
siglio d'Amministrazione ; nel mentre l'autonomia della istituzione, 
posta sotto l'alto patrocinio del Parlamento, come praticasi, ben- 
ché in modo indiretto, nell' Inghilterra, rende libero ed efficace 
l'esercizio dell'arduo ufficio cui è chiamato il Soprantendente me- 
desimo nel provvedere alla conservazione delle carte tutte d' in- 
teresse nazionale. Intanto l'educazione scientifica è procurata dallo 
insegnamento di paleografia e critica diplomatica, dipendente, 
non già dalle basse sfere dell'empirismo òurocratico, ma dalle alte 
e pure regioni della scienza, ed ajutata dall'interesse che avranno 
i giovani ad abbracciare una si vasta e nobile carriera. Talché 
si potrà in pochi anni abbondare di quelle tali specialità, onde 
è sì vivamente sentito il bisogno, e le quali, se sono necessarie 
in ogni pubblica amministrazione, son per fermo indispensabili in 
quella degli Archivj. Al qual fine son anco dettate le norme riguar- 
danti la carriera, per cui, mirando sempre alla formazione delle 
dette specialità, non lasciasi d' allargare l'attuale sfera delle pro- 
mozioni, senza che però sia indotta alcuna violenza agli interessi 
ed agli affetti dei singoli impiegati. 



NOTIZIE. 



La Società Storica Lombarda tenne adunanza generale il 29 
aprile, nella quale vennero ammessi i nuovi socj: 



Alessandri prof. ab. Antonio, bibliotecario 

civico dì Bergamo. 
Bucchetti Giovanni. 
Casati avv. nob. Luigi. 
Cittadella Luigi Nap., bibliot. di Ferrara. 
Del Majno march. Norberto. 
Faustini Gr. B., parroco in Brescia. 
Ferrari prof. Paolo. 



Fortis Ernesto. 

Giustiniani Bandini princ. Raimondo. 

Guerrieri Gonzaga march. Carlo. 

Guicciardi sen. Enrico. 

Intra prof. G. B. 

Nazzari dott. Andrea, di Brescia. 

Piolti De Bianchi dep. Giuseppe. 

Savio prof. Enrico. 



Vi si proposero alcuni temi di studj storici, riguardanti la Lom- 
bardia e la sua metropoli, come una monografia dell' arcivescovo 
Eriberto d'Intimiano; Francesco Sforza I, sul quale molti docu- 
menti stanno nei nostri Archivj; la Credenza di S. Ambrogio; il 
Senato Milanese nelle sue attinenze politico-amministrative ed in- 
ternazionali; lo sviluppo ed il progresso del diritto penale nei du- 
cati di Milano e Mantova durante il secolo scorso, ecc. 

Furono comunicate alcune testimonianze di simpatia ed incorag- 
giamento alla Società stessa per parte di privati, ^ di giornali per- 



* Fra gli altri Gino Capponi, approvando che la nostra Società abbia scelto « come 
campo un gran paese che ha una grande storia. Per me sta bene che si faccia provin- 
cialmente, perchè la Storia d'Italia (non v'è rimedio) è a quel modo. E quando gli spi- 
riti provinciali della Chiesa dell' Arrengo furono saliti in cima ad un solitario campa- 
nile, non v'è più storia, o fu poverissima. La nuova nostra comincieremo a farla Tanno 
2000, sperando che allora vi sian buoni storici perchè vi sia bella materia di storia.» 



210 NOTIZIE. 



fino del nostro paese, di Istituti scientifici: tra queste il marchese 
D'Avezac dell'Istituto di Francia annunciava d'aver fatto conoscere 
V Archivio Storico Lomhardo e la Società da cui esso emana alla 
Accademia d'Iscrizioni e Belle lettere ed a quella di Scienze mo- 
rali e politiche, che l'accolsero con favore. 

Gli Archivj di Stato erano rimasti finora dipendenti, alcuni dal Mi- 
nistero dell' Interno, altri da quello della Istruzione Pubblica, come 
stavano ne' dominj precedenti. Visto lo sconcio di quella separazione 
di dipendenza e quindi di norme, lungamente si agitò a quale do- 
vessero di preferenza unirsi, finché prevalse il concetto di porli 
sotto al Ministero dell'Interno, come si è fatto con decreto reale 
del 5 marzo. Con altro decreto del 26 marzo fu istituito un Con- 
sigilo per gli Archivj, di persone estranee al personale di quelli ; ed 
un sovrantendente agli Archivj di ciascuna regione. Gli ufiìziali com- 
presi nel territorio di una sovrantendenza formano un ruolo di- 
stinto da quello d'ogni altra, né vengono traslocati fuor di quello. 
Sono distinti in due categorie, secondo gli studj che da essi ri- 
chieggonsi, e i servizj che devono rendere. 

In Francia fu istituita una commissione degli Archivj diplo- 
matici presso il Ministero degli Esteri; intendendo non della di- 
plomazia quale s'insegna e conserva da noi, ma del carteggio per 
gli affari internazionali. Or che l'indiscrezione é arrivata anche a 
compromettere persone viventi, interessi palpitanti, e fin le conve- 
nienze regie \ trovavasi strano che i documenti interessanti alla 
storia fossero sottratti allo studio, o piuttosto concessi o negati ca- 
pricciosamente. Furono dunque cangiati i regolamenti, e istituita 
una Commissione. Chi poco si fida delle Commissioni, proporrebbe 
di distinguere gli Archivj in sezione storica e sezione politica. Le 
carte di questa non dovrebbero vedersi che sopra ordine del Mi- 
nistero e nell'interesse pubblico. Naturalmente, col tempo anche 
le carte di questa sezione rientrano nella storica. Quest'ultima do- 
vrebbe avere impiegati esperti in tali materie, e restare aperta 



* Il 15 dicembre 1588 il conte Olivarez scrìveva a Filippo II: « Quanto al secreto, non 
bisogna pensarci nelle negoziazioni coi Francesi ». 
Coi Francesi soltanto? 



NOTIZIE. 211 



a tutti, colle solite cautele. Quel Ministero degli Affari esteri pen- 
serebbe pubblicare una serie di documenti inediti moderni; ma 
tali imprese richiedono eruditi speciali, esatta sorveglianza, pron- 
tezza unita coll'esattezza scientifica. 

La sezione storica servirebbe anche di scuola a futuri diploma- 
tici, acquistando, coU'amor della patria e coll'erudizione, la cono- 
scenza delle tradizioni e dei metodi migliori. 

Questa alleanza dei dotti coi diplomatici tornerebbe utile prin- 
cipalmente in Italia, dove ancora rimane a istituire qualche cosa 
di simile alla Scuola delle Carte. Eppure la diplomazia dei nostri 
padri, e massime di Venezia e di Roma, offrirebbe stupende le- 
zioni, un tirocinio utilissimo ai giovani avviati alla carriera diplo- 
matica, che poi, ne' paesi ove sono mandati, potrebbero cercare 
ciò che riguarda la storia nostra. 

In Inghilterra si formò una Società Paleografica di dodici dotti, 
preseduti dal custode dei manoscritti del Museo Britannico, per 
promuovere lo studio della paleografia mediante fac-simili dei co- 
dici più interessanti. Fu pubblicato il l."" fascicolo, che contiene un 
papiro greco del II secolo a. C, uno ravennate del 572, e varie 
pagine di lavori ecclesiastici. 

Il Governo inglese pubblicò in edizione splendidissima a Edim- 
burgo i fac-similes dei manoscritti nazionali di Scozia, tolti sia 
dagli Archi vj, sia da raccolte private, e riprodotti in zincografia: 
sono riferiti nel t^sto originale, poi con caratteri moderni nel loro 
linguaggio, tradotto quindi in inglese, e accompagnati di sobrie 
illustrazioni. Il signor Giacomo Gibson, fratello di lord Clerk che 
diresse questa pubblicazione, ne lasciò tre esemplari nella nostra 
città. L'importanza di quei documenti è ben minore di quella che 
potrebbero offrire i nostri: ed è desiderabile che l'esempio trovi 
imitatori. 

Altro esempio imitabile. Esso signor Giacomo Gibson-Craig, visi- 
tando la nostra Biblioteca Ambrosiana, ammira fra altri una storia 
evangelica manoscritta, in 80 fogli scritti a dritto e rovescio con 
caratteri quadrati in colonna e bellissime immagini: e commette 
al fotografo Angelo Della Croce di riprodurgliene una pagina. Que- 



212 NOTIZIE. 



sta gli piace tanto, che ordina la riproduzione dell'intero mano- 
scritto : e il prefetto Ceriani vi inette una prefazione in inglese, in- 
dicando le fonti di ciascun racconto. Questo è desunto dal vangelo 
di san Matteo e dai vangeli apocrifi, per formar un libro di devo- 
zione, illustrato da 80 quadretti, probabilmente disegnati in To- 
scana, e rappresentanti i fatti sacri, cominciando dalla gita di 
Maria e Giuseppe a Betlem fino alla morte della vergine madre: 
e innestandovi la morte di Pilato, varj miracoli di Cristo, la di- 
struzione di Gerusalemme e l'assunzione secondo la leggenda antica. 
Il signor Gibson ne fece tirare sole 100 copie, da donare ai bi- 
bliofili del suo paese; ma fortunatamente, per le sollecitudini di 
esso prefetto, una ne fu data all'Istituto Lombardo di scienze e 
lettere. 

Il 19 maggio è morto Francesco Trincherà, direttore generale 
degli Archivj di Napoli. Nato a Ostuni il 20 gennajo 1810, era 
stato prete: ha fatto un dizionario della lingua italiana: studiò 
economia, e testé avea pubblicato un primo volume di storia di 
questa scienza. 

Il signor Beulé, nato umilmente a Saumur il 1826, allievo della 
scuola normale, s'immortalò scoprendo i propilei dell'acropoli d'A- 
tene, col che ottenne fosse conservata la scuola francese, in quella 
città istituita da Salvandy, e derisa come infruttifera. La scala del 
gran santuario nazionale servì ad elevare il Beulé; subito fu nomi- 
nato professore d'archeologia alla Biblioteca imperiale di Parigi al 
posto di Carlo Lenormant, poi segretario perpetuo dell'Accademia 
di Belle Arti ; indagò le antichità di Cartagine, e scrisse molte cose 
anche relative all'Italia, fra cui Le drame du Vésuve, e nelle 
Causeries sur Vari, fouilles et découvertes: ajutò all'acquisto del 
museo Campana, e venuto in rotta con Napoleone III, scrisse il 
Processo dei Cesari. 

Solo dopo i disastri entrò nella carriera politica, come rappre- 
sentante all'Assemblea Nazionale ; al cadere di Thiers, divenne mi- 
nistro dell'interno, il qual portafoglio depose dopo il 19 novembre, 
e fu de' migliori sostenitori del partito conservatore. 

Mori improvvisamente, e si dubita per suicidio, il 4 aprile. 



NOTIZIE. 2 1 3 



i 



Il celebre Ortolan, che fu professore di legislazione penale a Parigi 
e tradusse il Beccaria, lasciò, fra altri scritti, Le penalità delV in- 
ferno di Dante, con uno studio su Brunetto Latini quasi suo mae* 
stro. Questo lavoro fu consegnato all'Istituto di Francia. 

Il marchese Carlo Torrigiani fiorentino, morendo nel 1865, la- 
sciava all'Archivio centrale toscano i manoscritti e le pergamene che 
la sua famiglia aveva ereditati da casa Ardinghelli ; volendo eccet- 
tuati alcuni autografi di cospicui personaggi storici, e ponendo l'ob- 
bligo agli ufìiciali di esso Archivio di darne, entro due anni, un'esatta 
informazione al pubblico. 

Anche il^ marchese Lorenzo Ginori deponeva in esso Archivio una 
raccolta di documenti. 

Stimiamo opportuno mettere questi esempj sottocchio ai nostri 
cittadini, qui dove anche ultimamente le interessanti raccolte del 
conte Archinto, di Pompeo Litta e dei marchesi Castiglioni anda- 
rono all'asta, e donde fu mandata all' incanto di Charavas a Parigi 
una raccolta di lettere, venduta L. 13,323: e fra queste una del 
Darini per lire 19: una del Beccaria per lire 27 e una per lire 50. 

Negli Atti dell'Istituto Veneto il prof. Matscheg pubblicava do- 
cumenti sulla storia d'Europa dalla fine del regno di Carlo VI al 
trattato di Aquisgrana: il signor Cecchetti, sugli stabilimenti poli- 
tici della repubblica veneta nell'Albania, dove molti documenti ri- 
guardano Skanderbeg, del quale l'Archivio milanese possiede lettere 
al re di Sicilia. 

Il prof. Bernardino Biondelli vi mandò una dissertazione sulle 
iintiehità di Milano e dell'alta Insuhria, pel manuale topografico- 
archeologico del Torelli. 

Giusto Grion discusse Chi fosse Madonna Laura, e malgrado le 
obiezioni recenti, massime di Salvatore Betti, sostiene ancora fosse 
una De Sade, sposa del barone di Toro. 

L. Geiger, presa occasione dal quinto centenario del Petrarca, 
pubblicò un'opera su questo poeta. ^ 



' Riceviamo or ora gli scritti inediti di F. Petrarca, pubblicati ed illustrati da 
Attilio Hobtis. Firenze 1874. Ne parleremo. 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. 14 



214 NOTIZIE. 



Degli Archivj s' è giovato un'altra volta il signor B. Cecchetti ^ 
per combattere l'andazzo, troppo ora esteso, di sparlar del nostro 
passato onde piaggiare il presente. Venezia era aristocratica, avea 
corruzione di costumi, crassa ignoranza de' patrizj, lusso invere- 
condo, leggi suntuarie inutili per frenarlo. Tutte queste accuse vuol 
cancellare o attenuare il Cecchetti, mostrando come il lavoro fosse 
la fonte della ricchezza veneta, e raifacciando ai moderni signori 
di non imitare i padri, di non ispendere a vantaggio del paese, 
ad animar l'industria e la marina, e così diminuire il numero de' 
questuanti. I quali, se nel 1776 su 137,240 abitanti erano 843, 
nel 1871 erano 36,200 su 129,000 abitanti. Le corporazioni costi- 
tuivano una tutela, conforme all'indole patriarcale del governo: le 
leggi suntuarie una cura dell' economia e della moralità, affinchè il 
lusso non sottraesse il denaro necessario ai fini più alti della so- 
cietà. Le particolarità di cui il Cecchetti appoggia questi concetti 
sono curiosissime. 

Di Filippo Casoni, storico del bombardamento di Genova, diede 
alcuni appunti storici nell'Accademia Ligustica il signor Achille 
Negri, donde parrebbe ch'egli provenga dai nostri Torriani di Val- 
sassina. Dopo le costoro disgrazie, un di essi, per nome Cassone, 
si collocò nel castello di Trebiano, e conservò il solo nome, che 
trasmise alla sua famiglia, la quale poi passò a Sarzana e a Ge- 
nova, dove il 1662 nacque Filippo. Pel ratto di Apollonia Aquarone 
fu condannato a 20 anni di torre, e per quanto adoprassero suo 
padre e i suoi amici, e malgrado che avesse compiti là dentro gli 
Annali del secolo XVI, non fu rimesso in libertà che nel 1696, 
donando mille scudi d'argento alla Camera. 

All'Accademia stessa fu fatta menzione di Francesco della Porta 
pittore, fratello dello scultore Gian Giacomo milanese ; e di Albertino 
da Lodi, che decorò il coro del duomo antico di Savona. 

L'Accademia delle scienze di Parigi continua la pubblicazione 
delle Opere di Bartolomeo Borghesi, ch'era stata fatta intraprendere 
da Napoleone IIL 



* Lavoro e Ricchezza nella repubblica veneta. Dalla Rivista Veneta, voi. IV, f. 5. 



NOTIZIE. 215 



All'Istituto Lombardo, ove sono troppo rare le disquisizioni sto- 
riche, il prof. Bertolini presentò una memoria Stilla signoria di 
Odoacre e la origine del medioevo. Con buon corredo d'erudizione 
mostra in inganno quegli storici antichi e moderni che di Odoacre 
fecero un re d'Italia; considerandolo piuttosto come uno dei tanti 
generali che usurpavano dominio sui deboli imperatori, e volendo 
che il medioevo non s'abbia a cominciare, come fanno tutti, alla 
conquista di Odoacre, ma solo all'invasione longobarda. 

Bisognerebbe spiegarsi che cosa s'intende per principio del me- 
dioevo. Il signor Bertolini riconosce che il Cantù accennò giusto 
alle relazioni di Odoacre coU'imperatore Zenone ; ma nel cap. LIX 
più esplicitamente esso Cantù scrive che : " Odoacre senz'altro che 
voltare contro gl'imperatori le armi da questi assoldate, dissipò 
quella scena... Da un pezzo l'impero veniva preseduto da barbari; 
anche soppresso il titolo supremo, non tralasciò di raccogliersi il 
senato, rappresentanza civile sotto a quella militare : si nomina van 
i consoli: nessun magistrato regio o municipale fu spostato: il pre- 
fetto del pretorio continuò co' suoi dipendenti ad amministrare l'Ita- 
lia (si noti bene, non la diocesi, come dice il Bertolini a pag. 440) e 
riscuoterne i tributi: Odoacre potea dirsi uno dei tanti che stra- 
nieri occuparono il trono di Koma: se non che né imperatore in- 
titolossi, ile forse re (e vedi la nota) : non pretese supremazia sugli 
altri regni: anzi lasciava qui proclamare le leggi emanate dall'im- 
peratore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di patrizio 
d'Italia, e rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo 
civile ; come uno di quei governi militari di cui neppure a' tempi 
più civili mancò la ruina „. 

Non parmi sia nulla a mutare a questa descrizione, a cui la 
dotta dissertazióne del Bertolini aggiunge l'appoggia di molte au- 
torità e di savie interpretazioni. 

L'Accademia delle scienze di Berlino onorò del premio istituita 
da Bopp per opere di filologia comparata i lavori dell'illustre 
nostro socio Ascoli sopra le lingue ladine. 

La Società pedagogica premiò con medaglia d'oro un'opera del 
nostro socio avvocato Komussi, dove si dà la storia di Milano per 
mezzo de' suoi monumenti. 



216 NOTIZIE. 



Il celebre Luigi Vulliemin di Lausanne, continuatore della Sto- 
ria Svizzera di G. Miiller, già ottuagenario, ci scrive : " Je le sens, 
mes jours s'abrègent, et vous voir ici aurait pour moi d'autant 
plus de prix. Je ne perds aucun des moments que je puis donner à 
mon Précis d'histoire de ma patrie; j'en suis à Sempach, et je vous 
quitte pour mettre une dernière fois en présence la ve;:sion autri- 
chienne et la version suisse de cette bataille. „ 

Noi mettiamo volentieri sottocchio alla nostra gioventù questi 
esempj dell'operosità senile: sappiamo che neppure le malattie, ag- 
gravatesi questi giorni, la tolsero a Guizot. 

L'Accademia Olimpica di Vicenza, per conferire il premio For- 
menton di L. 2000, propose a tema la " Storia municipale delle città 
venete al tempo della repubblica, con riguardo alla storia delle 
altre regioni d'Italia, e alle odierne quistioni di accentramento e 
discentramento amministrativo „ . Il tempo utile è a tutto dicembre 
1875: norme le consuete. 

La libreria antiquaria B. Schiepatti in Milano mandò fuori il 
suo catalogo di libri di seconda mano, contenente storia, archeo- 
logia, numismatica, belle arti, ecc. ecc. 

Charles Yriarte fece la vie d'un patricien de Venise au XVI 
siede. Parigi, Plon 1874. 

Il dott. Winckelmann, professore di Heidelberg, ripubblicava con 
molti miglioramenti l'opera di Pietro De Ebulo sopra la conquista 
del regno siculo-normanno per Enrico VI imperatore. 

R. S. Charnock, I Sette Comuni, nega l'origine cimbrica di quelle 
popolazioni, e fa studj sul loro linguaggio, che in fondo è tedesco. 
Vedasi Journal of the Anthropological Institute, aprile 1872. 

Huillard Bréholles, conosciutissimo pe' suoi lavori sull' età degli 
Svevi, or pubblica lo stato dell'Italia dalla pace di Costanza fino 
al 1355; Leotard una tesi de prcefectura urbana quarto post Chri- 
stum sceculo; Gachard una memoria sugli Archivj del Vaticano, 
informando per quanto è possibile di una raccolta, di cui non 
sono comunicati gli in ventar j. 



NOTIZIE. * 217 



Dopo i tanti documenti d'essi Archi vj, pubblicati da Hugo Laem- 
mer, dal padre Theiner, dal De l'Epinois, ecco adesso adesso M. 
Robert cavare di là la storia di Calisto II, Analeda jiiris pontificii. 

Il signor Giulio Zeller lesse all'Istituto di Francia una disserta- 
zione sopra la lotta del sacerdozio e délVimpero avanti Gregorio VII. 
La leggerezza di Voltaire e della sua scuola, che piccole gelosie, 
piccole personalità metteano al posto delle grandi idee, potè stupire 
che si facesse tanto rumore per una semplice cerimonia, qual era 
il consegnare l'anello e il pastorale: la storia seria conosce che vi 
si trattava degl'interessi più importanti all'umanità, la libertà 
della coscienza, la distinzione dei poteri politici dagli spirituali, i 
fondamenti della morale e della proprietà pubblica e privata. Che 
se la gran lite non è per anco risolta nel lume della presente ci- 
viltà e nella prevalenza odierna delle idee monarchiche nelle costi- 
tuzioni e nella letteratura, viepiù doveva agitar la società allora, 
quando tanto maggiore era l' indipendenza individuale, e agli ec- 
cessi di questa bisognava provvedessero i sacerdoti colla coscienza, 
gli imperatori colla forza. Le due potestà doveano venir a un 
conflitto lungo, drauimatico, dove entrambe scapiterebbero, e sfor- 
merebbero il loro carattere, e gli imperatori pretenderebbero do- 
minio su questa Italia, per la cui prevalenza era stato dai pon- 
tefici ridestato il sacro romano impero. 

A quel conflitto si mescolano gli avvenimenti di Eriberto arcive- 
scovo di Milano, ben degno d'una monografia, poiché, come dice la 
cronaca, omne regnum italicum ad suum disponehat nutum, e ognuna 
ricorda come la città nostra e la Lombardia tutta si commosse 
allorché l' imperatore Corrado osò farlo arrestare da' suoi Tedeschi ;. 
il sentimento nazionale venendo a soccorso dell' indipendenza della 
Chiesa. E in questo senso si combatterono le prime battaglie mu- 
nicipali. 

A conoscere quei tempi e quella lotta in modo ben diverso da 
ciò che divulgarono storici plebei e cesaristi, oltre le cronache, 
ajutano le storie della Chiesa, fatte in senso differente, dal Gfrorer, 
dal Giesebrecht, dal Sybel (die deutsche Nailon und die Kaiserreich), 
dal Gregorovius, dal Jaffé, ed é a dolere che non possiamo accop- 
piarvi qualche bel nome italiano. 



218 * NOTIZIE. 



Alla materia stessa appartiene il lavoro di G. Riezler, Deutscher 
Staat und ròmische Kirche im XIV Jalirhundert^ volendo farne 
parallelo colle lotte odierne, massime in Baviera. 

Augusto Pottliast continuò i Regesti Papali di Filippo Jaffè dal 
1198 ove questi j&nisce, sino al 1304, ma sebbene di questo tempo, 
tanto importante per la formazione delle moderne società e le- 
gislazioni, fossero abbondantissimi e ordinati i documenti dell' Ar- 
chivio Vaticano, egli non si valse che dei lavori stampati, neppur 
correggendone le inesattezze o. supplendone le lacune. L'Accademia 
di Berlino gliene concesse due medaglie d'oro e 2000 talleri, il 
mondo giornalistico lo applaudì, ma l'abate romano Pietro Pres- 
sutti pubblicò Osservazioni storico-critiche dove, nei soli primi 5 
fascicoli usciti pei pontificati di Innocenzo III e Onorio III, rivela 
moltissimi errori e maggiori mancanze, asserendo di poter aggiun- 
gere migliaja di documenti. Nel solo primo anno del pontificato di 
Onorio III egli trovò 400 documenti ignoti al Potthast, o errati 
o incompiuti. 

V'ha dunque anche in Italia buoni eruditi. 

L'illustre signor Giesebrecht lesse alla R. Accademia di Monaco 
una memoria sopra Arnaldo di Brescia.^ Disapprovando il signor 
Odorici di aver detto che Enrico Frank VlqW Arnold und scine Zeit 
(Zurigo, 1825) avesse dato un Arnaldo a modo suo, applica anzi que- 
sto giudizio alle due immagini che esso ne esibì. 

È noto che quanto conosciamo di Arnaldo ci viene dal vescovo 
Ottone di Frisinga nel racconto delle imprese di Federico Barba- 
rossa; ma, sebbene contemporaneo (avendo scritto nel 1158, circa 
3 anni dopo la morte di Arnaldo), molti sbagli in cui cade faceano 
desiderare nuovi materiali. E ce ne porge la Ristoria Fontificaìis, 
primamente stampata il 1868 nei Monumenta Germaniae liisto- 
rica^ scritta nel 1162 o 63. L'autore asserisce non avere esposto 
se non ciò che aveva visto o saputo con certezza: e pare fosse il 
noto Giovanni di Salisbury, scolaro di Abelardo, amico di papa Eu- 
genio III e di san Bernardo. Dovranno dunque servirsene quei che 



* Sitzunysherichte der philos.-philólog. und histor. Classe der k. Akademie der Wis- 
senschaften zu Miinchen, 1873, p. 122 e seg. 



NOTIZIE. 219 



novamente ordissero la storia del Bresciano. L'anno della sua nascita 
è incerto, ma cade sul principio del secolo XII. La Storia Ponti- 
ficale lo dà per prete : erat dignitate saeerdos, hahitu canonicus regu- 
?am, e ne presenta il carattere ben altrimenti dal vescovo diFrisinga, 
e come irrequieto, che, dovunque fosse, guastava la pace tra laici 
ed ecclesiastici; nelle scuole bresciane apprese che i sacerdoti non 
doveano avere possessi, non regalie i vescovi, non proprietà i mo- 
naci; tutto appartenendo all'imperatore. Ottone e san Bernardo 
gli rinfacciano pure idee false sulla eucaristia e sul battesimo dei 
bambini. Quelle dottrine sulla povertà evangelica erano in Italia 
divulgate dai Patarini, che molti seguaci aveano in Brescia, ove 
Innocenzo II dovette, nel 1132, fermarsi alcun tempo per deporre il 
vescovo Villano e surrogargli Manfredo. Arnaldo si oppose a questo, 
e incitò a respingerlo : onde fu processato, privato degli uffizj sa- 
cerdotali, e costretto uscire d'Italia. Fu allora che frequentò a Parigi 
la scuola di Abelardo," e malgrado il silenzio intimatogli dal papa, 
ne continuò l'insegnamento, anche dopo che il vecchio maestro si fu 
ritirato nel monastero di Cluny : finché si ottenne che il re cristia- 
nissimo lo cacciasse dal regno de' Fracchi. Anche a Zurigo lo per- 
seguitò san Bernardo. 

Il signor Giesebrecht accompagna diligentemente il Bresciano, 
e cerca notizie su lui da varie fonti : e chiarisce quel che gli storici 
asseriscono, che il papa intendesse spodestare il senato ; e quanto 
Ottone dice sulla rinnovazione dell'ordine senatorio, il che pare un 
sogno. Da papa Eugenio ottenne Arnaldo il perdono, e tornò in Roma, 
ma mentre spera vasi divenisse appoggio alla Chiesa, cominciò a pre- 
dicare errori, che furono denominati la Setta Lombarda: hominum 
sedani fecit^ qiice adirne dicitur haeresis Lomhardorum (Hist. Pont.); 
ma non par vera la parte che Ottone gli attribuisce nella 'rivolu- 
zione di Boma, non trovandosi cenno di Arnaldo nelle cronache che 
la riferiscono, né nella celebre lettera di san Bernardo ai cittadini 
romani. Il papa nel 1148 lo riprovava come scismatico, poi eum 
exeommunieavit Eeélesia romana et tamquam hceretieum prceeepit 
evitari. In fatti egli allora predicava non esser il papa un personag- 
gio apostolico e pastore delle anime, bensì uomo di sangue, che 
presta autorità a incendj e omicidj, tormentatore della Chiesa, 
concussore dell'innocenza; che al mondo non fece se non pascer 
la carne, empire la sua borsa e vuotare l'altrui, non imitando 



220 NOTIZIE. 



la dottrina apostolica, sicché non gli è dovuta riverenza, né de- 
vonsi obbedire uomini che voleano mettere in servitù Roma, sede 
dell'impero, fonte della libertà, e signora del mondo (Hist. Pontif. 
p. 538). 

Arnaldo trovava ascolto fra il popolo, che allora, rivoltato contro 
Eugenio, favoreggiava ai re normanni e all' imperatore Corrado. E 
quando Eugenio si pacificò e tornò, Arnaldo rimase in città, soste- 
nuto dal senato: mentre Eugenio dovette uscirne, rifuggendo in 
Campania, e aspettando ajuti dall' imperatore Federico Barbarossa. 
A questo davano spirito i Cesaristi e Arnaldo, osservando, che giu- 
sta il diritto giustinianeo, legge doveva essere qualunque volontà del- 
l'imperatore, nel quale il popolo aveva rimesso ogni impero e pode- 
stà. Ma Federico, malgrado le lusinghe degli Arnaldisti, volle che i 
Romani si sottomettessero al papa (23 marzo 1153). Anche il nuovo 
senato, nel giovedì santo del 1154 prestò omaggio al nuovo pontefice, 
domandando fossero espulsi dalla città Arnaldo e gli eretici lom- 
bardi, e il papa celebrò gran festa in Laterano. Arnaldo, abbando- 
nato dai maggiorenti, si rifuggì in un ospizio di Camaldolesi, e il 
cardinale Oddo, anch'esso bresciano, lo prese: ma lo salvarono i 
Visconti di Campagnatico, presso i quali esso era in onore di 
profeta. 

Alfine Arnaldo fu consegnato al prefetto della città, che lo fece 
bruciare, e gettarne le ceneri nel Tevere. Non pare che questo sup- 
plizio facesse alcun senso in Italia : negli Annali di Brescia non ne 
è fatto parola, benché vi si parli di un altro Arnaldo che avea fatto 
la stessa fine a Monte Rotondo; bensì è mentovato in cronache 
tedesche. 

Qual posto dare ad Arnaldo nella storia ? 

La 'grande lite del pastorale colla spada era stata decisa, per 
allora, da Gregorio VII; ma dei disordini della Chiesa son piene, 
non che le satire, le scritture di san Bernardo e di santa Ilde- 
garda, la quale gridava alla riforma, e che il papa badasse alle 
cose spirituali, anziché alle temporali. Arnaldo volle di più; nelle 
idee diffuse in Lombardia si confermò collo studio della Scrittura, 
dei Padri, del diritto romano: buona parvegli sola la povera 
Chiesa dei primi secoli, e traviata quella del suo tempo, dove 
non riconosceva veri sacerdoti, né veri vescovi. Per riformarla 
agitò Francia, Germania, Lombardia, finché potè sommuovere 



NOTIZIE. 221 



Roma stessa. Ma quali fossero le sue idee non bene consta, né 
forse le espose in libri; non da lui ebbero nome gli Arnaldisti, 
specie di Patarini, bensì da un Arnaldo che fu bruciato a Colonia il 
1168. Arnaldo era parola di spregio in molti luoghi: nello statuto 
della riviera d' Orta equivale a bandito o fuoroscito. Ottone ^[o- 
rena dice che, all'assedio di Crema per Federico Barbarossa, erat 
qucedam magna societas^ solummoclo pauperum et egenorum congre- 
gata^ qui derisorie Filii Arnaldi appellabunfur. 

Giesebrecht vuol mostrare che Arnaldo fu scismatico, non già 
eretico ; e che, come scrive Giovanni di Salisbury, dicehat quce cJiri- 
stianorum legi concordant plurimum, a vita quam plurimum disso- 
nant. Onde fu in urto colla Chiesa del suo tempo, ma non eretico. 

Veramente tal decisione non può venire autorevolmente proferita 
da uno storico particolare. 

Nella preziosa Revue des questions Jiistoriques, XXX livraison, del- 
l'aprile 1874, leggesi un eccellente articolo sulla politica di Sisto V. 
È noto come la storia di questo pontefice, tanto favoleggiata dietro 
ai racconti di Gregorio Leti, sia stata ampiamente svolta poc' anzi 
dal barone De Hiibner.^ Pure da nuovi documenti dell'Archivio Va- 
ticano il signor Enrico De i'Epinois, che illustrò il processo di Ga- 
lileo, trasse altre notizie sulla politica di quel pontefice negli affari 
di Francia al tempo di Enrico III, di Caterina de Medici e dei 
Guisa. Nella deplorabile scissura de' Cattolici fra loro, Sisto V, non 
che pescar nel torbido, come si ripete secondo una frase del Pi- 
sani, non cercava che riconciliare; ma le varie fazioni aveano in- 
tenti diversi, onde giocavasi di abilità, posponendo l'interesse della 
religione e della patria alle passioni. 

Quando avvenne l'emancipazione de' paesani in Russia (poiché 
tutte le libertà si dan mano) furono anche aperti gli Archivj, e così 
agevolato il ritessere la storia antica del grande impero sopra una 
farragine di materiali, adunati in quelli. Subito si formarono società, 
giornali, raccolte, come gli Archivj Russi del Bartenev, conser- 
vatore della biblioteca Tchertkov ; i Vecchi tempi russi di Sèmevski ; 
la Società storica delV annalista Nestore di Kiev; la Raccolta della 



* Sixte Quint par M. le Baron de Huebner. Parigi, 1870. 



222 NOTIZIE. 



Società storica di Pietroburgo , sotto il patronato del gran prin- 
cipe ereditario; altre società che in parte preesistevano, presero 
nuova vita. Lungo sarebbe, né appropriato al luogo il rammentare 
le tante istorie pubblicate in questi anni, cominciando dal veterano 
di quegli scrittori, Pogadine, tanto nemico de' Cattolici, da crederli 
dannosi all'impero più che un libero pensatore e un nichilista, e 
venendo al suo grand' avversario Kostamarov {Storia della Bussia 
considerata nella vita de* suoi principali rappresentanti)] sl Soloviev, 
che stampò il XXIII volume della Storia russa dai più antichi tempi, 
servendosi ampiamente de' documenti originali ; a Bestojev-Rumine, 
che ne cominciò una più compendiosa ; ad Arseniev, che stampò le 
Carte storiche (1872) e la Storia délV Accademia delle scienze; a 
monsignor Macaire, metropolita di Lituania, che fa una storia della 
Chiesa Russa (finora sette volumi, che arrivano al 1589); a Ikomikov 
nella Par^e della civiltà hisantina nella storia russa; a Choubinski 
che pubblica gli scrittori stranieri sulla Russia del XVIII secolo, 
legato col Catalogo degli scritti sulla Bussia in lingue straniere, 
pubblicato dai bibliotecarj di Pietroburgo. 

Ci piace annettervi il nome d'un nostro concittadino, il barna- 
bita P. Tondini, che, dopo altri lavori di polemica religiosa,^ ora 
stampò lo Statutum Canonicum^ o regolamento ecclesiastico di Pie- 
tro il Grande. 

C. C. 



* In questi The pope of Rome and the popes of the orientai Oì'thodox church, an 
essay on monarchi/ in the church, with special reference to Russia. London, 1871. 



DOMANDE E RISPOSTE. 



Domanda. L'Argelati, nell'articolo MDXCIX Sitonus Bartholo- 
MAEUS della Biblioteca degli Scrittori Milanesi, parla per incidenza 
anche del dotto giureconsulto ed avvocato Giovanni Sitoni, dicen- 
dolo: " virum in Patriae antiquitatibus versatissimum, cujus eruditio 
„ non parum auxilii in hac Bibliotheca texenda nobis attulit, ut 
„ facile agnoscet quicumque eam inspexerit . . . Quamvis alienum 
„ sit ab instituto nostro viventes laudare , placet doctos monere, 
„ praeter alia Opera tam edita, quam mss., ipsum cudisse Familia- 
„ rum hujus Metropolis geneses numero CCXXVI , e quibus LXX 
j, praelo donatae jam publicam viderunt lucem „ . (Voi. II, parte I, 
col. 1413.) 

Avvi in alcuna biblioteca od archivio, la raccolta completa di 
tali settanta genealogie a stampa di famiglie milanesi? o almeno, a 
quali famiglie si riferiscono le stampe tuttora conservate? È alle 
stampe qualche biografia dell'insigne erudito, la quale possa age- 
volare una risposta a tali quesiti? o resta a farsi? Per determi- 
nare i casati delle altre 166 genealogie sitoniane tuttavia inedite 
quando scriveva l'Argelati, cioè nell'anno 1745, è mestieri premet- 
tere questa indagine. 

Intanto avvertiamo che il Sitoni nel 1726 pubblicava i Monu- 
menta Genealogica Nohilium de Nava. In fine del Theatnim eque- 
stris nohilitatis secundae Bomae, seu Chronicon insignis collegii 
Jurisperitorum, ecc., dato in luce da esso Sitoni in Milano nel 1706, 
sono indicate quattro opere da lui scritte e destinate alla stampa, 
la quarta delle quali è Theatrum genealogicum familiarum illu- 



224 DOMANDE E RISPOSTE. 



strium, nohilium et civium incìytae urbis Mediólani a saeculo na- 
tàl. Christ. XII ad XVIII, agnità corporis morfalitate, concivibiis 
suis, auspicata nominis aeternitate, latino idiomate posteritati com- 
mendabat lohannes de Sitonis deScotia I. C. Nob. Medioìan. An. 
Virgin. Pari. MDCCV in fot. paginis 578 distinctum; ubi, inter 
alias, seqiientium familiarum genesis ex authenticis documentis 
excerpta recensetur. Le famiglie di cui segue l'indice alfabetico sono 
469, coir aggiunta delle iniziali B. C. D. F. M. e P. contraddi- 
stinguendo le più cospicue per Baronato, Contea, Ducato, Feudo, 
Marchesato e Principato. Per quanto è a mia cognizione, tal la- 
voro rimase inedito; e trovasi presso l'ingegnere milanese Cesare 
nob. Riva Finoli, con altri moltissimi mss. Sitoniani. 

Giuseppe Porro. 

Domanda. Esiste nell'Archivio di Stato di Milano un atto nota- 
rile originale in pergamena, con autenticazione dei notaj e del 
conservatore dei consoli di Bologna, dove si descrive l'ingresso di 
Giulio II in quella città l'il novembre 1506, dopo che avea ridotta: 
" nuperrime sub totali ditione sedis apostolicse ac sacrosanctse Ro- 
" manse Ecclesise civitatem et populum bononiensem, expulsis qui- 
" busdam ejus primatibus „. Scopo principale dell'atto era di con- 
statare l'ordine, con cui nell'accompagnamento furono disposte le 
varie corporazioni. 

Si bramerebbe sapere se questo atto sia edito. 

Domanda. L'illustre geologo cav. Michele Stefano de Rossi di 
Roma, editore d'un giornale sul Vulcanismo italiano, scrisse al 
Cantù, chiedendo se, nelle carte qui raccolte del Volta, di cui esso 
direttore diede contezza al R. Istituto Lombardo, s'incontrino no- 
tizie o descrizioni rimaste inedite di fenomeni sia meteorici, sia re- 
lativi alla fisica terrestre. L'avv. Zanino Volta, inteso da qualche 
tempo all'esame degli autografi del Volta e dei documenti a lui re- 
lativi che si conservano qui ed altrove, diede questa 

Bisposta. Con soddisfazione ho accettato l' incarico di rispondere 
alla sua del 6 marzo, cosi per affetto alla memoria dell'avo, quanto 
per secondare la nobile impresa che promuove nel campo della 
scienza la nuova pubblicazione. 

Il sommo fisico lombardo, sebbene amantissimo di tutte scienze 



DOMANDE E RISPOSTE. 225 



naturali, non si può dire siasi occupato ex professo delle forze 
endogene terrestri ; curò sempre bensì d'informarsi degli studj fatti 
in proposito da altri, né mancò d'interessarsi, ogniqualvolta gli si 
presentò l'occasione, di geologiche indagini. La meteorologia poi 
costantemente predilesse, così che portava sempre con sé termome- 
tri, barometri ed al trr strumenti all'uopo, facendo regolari osser- 
vazioni in date ore del giorno e perfino in vettura; delle quali 
annotava scrupolosamente i risultati, per procedere a confronti e de- 
duzioni scientifiche. Fu direttore d'osservatorj, ne promosse la mol- 
tiplicazione, suggerì metodi giudiziosi per esercitarli, studiò l'elet- 
tricità atmosferica, che seppe con apparati di propria invenzione 
misurare, ed emise una nuova teoria, appoggiata ad ingegnose spe- 
rienze, sulla formazione della grandine. Quantunque indiretta, una 
relazione intercede tra siffatti studj e quelli sul vulcanismo, che 
saviamente voglionsi accompagnati dalle osservazioni meteorologi- 
che ; vantaggioso pertanto riuscirà, quante volte sarà possibile, 
r effettuare oggi il connubio fra le ricerche delle due maniere che 
fatte avranno gli studiosi ne' tempi andati, e divisamente, e rivolte 
a disparate mire. Ma delle osservazioni e dei dati riguardanti la 
meteorologia, che risultano dagli scritti del Volta, una relazione 
completa dovrebbe riuscire alquanto estesa: confido per altro le 
saranno d'aggradimento alcune idee e brani sull'argomento delle 
montagne, che tolgo dalla relazione, scritta dal Volta per incarico 
del ministro conte di Firmian, di un viaggio scientifico nella Sviz- 
zera, nell'autunno 1777,^ coll'abate Francesco Venini, distinto na- 
turalista, e il conte Francesco Visconti, amante anch' egli delle 
scienze naturali, poi il letterato G. B. Giovio. Si procurarono 
essi due barometri portatili perfettissimi, fabbricati dal Saruggia 
di Milano, colla scala mobile e con adattati termometri di corre- 
zione, secondo il De-Luc ; un eudiometro di M. Landriani, un piccolo 
apparato per l'aria infiammabile, oltre diverse calamite, mercurio, 
acquaforte, ecc. In verità non si proponevano eglino studj di vulca- 
nismo, ma piuttosto mineralogici, geologici e di fisica speciale. Alle 
osservazioni sui minerali, colla sua abituale sincerità e modestia, 



' Relazione quasi sconosciuta, perchè stampata in soli settantasei esemplari per nozze 
or fa cinquant' anni, e eh' io intendo ripubblicare, unitamente a molti altri scritti suoi, 
poco noti o inediti. 



226 



DOMANDE E RISPOSTE. 



t dichiara il Volta d'essere quasi neppure iniziato : " le barometriche 
(scrive), furon quelle a cui ci applicammo colla più scrupolosa esat- 
tezza. Si cominciarono a Como il giorno 3 settembre 1777, e si 
proseguirono fino al lago di Lucerna il giorno 10. Si portarono 
i barometri con noi a cavallo, e si facea una stazione ogni tre ore 
circa, talvolta anche più spesso, per porli in esperienza. Questi ba- 
rometri non differivano mai di Vio ^^ linesb un dall'altro, posti 
nell'istesso luogo. Così verificata la bontà degli stromenti, proce- 
devamo con quest'ordine, che uno di noi con un barometro rima- 
nesse indietro una stazione, e quivi alla data ora facesse l'osser- 
vazione, notando esattamente sì l'altezza della colonna barome- 
trica, che i gradi di calore ne' termometri posti e al sole e al- 
l'ombra (ciò ad oggetto di poter fare, secondo insegna il signor 
De-Luc, le necessarie correzioni), mentre l'altro di noi, nell'ora 
medesima e con le medesime attenzioni, farebbe la sua osserva- 
zione col barometro compagno alla stazione avanzata. Per tal ma- 
niera si escludeva ogni scrupolo che le variazioni dell'atmosfera 
potessero aver parte nel portare il mercurio a diversa altezza ne* 
due barometri, e rimaneva quella qualunque fosse differenza notata 
in tali osservazioni contemporanee, da attribuirsi unicamente alla 
situazione più alta a cui si trovava uno dei due. Penso di non far 
cosa discara a V. E. trascrivendole qui il giornale di tali nostre 
osservazioni. 

« 3 settembre 1777. 
» A Como alla riva del Lago : 

ore 14. . ■ Bar. poli. 27, lìn. l.oTerm.gr.S*/^. 2.o Term. gr. 25. 

> A capo del Lago di Lugano : 5. Tempo sereno. 

circa 4 ore dopo Bar. poli. 27, lin. l.o Term. 13*/^. 2.» Term. 22.Ven- 

1 '/^. to gagliardo al- 

« 4 settembre: cune ore dopo. 

» A Lugano Bar. poli. 27, lin. 

17^. Ser. pla- 
cido. 

> Sulla cima del Monte Cenere: 

circa 3 ore dopo Bar. poli. 26, lin. l.« Term. 6. 2.o Term. léVj. 

4. 
» A Bellinzona: circa 3 ore dopo Bar. poli. 27, lin. 1.° Term. 7, 2.^ Term. 15. 



» 5 settembre : 
A Cresciano: ore 1472 • • • Bar. poli. 27, lin. 1.° Term. 5. 2.o Term. 7. 

67,. 
A Ossogna: ore 16 Bar. poli. 27, lin. l.o Term. 10. 2.o Term. 14 75 

5. 



DOMANDE E RISPOSTE. 227 



» A. Giornico: ore IQ'/j. * . . Bar. poli. 27, lin. l.o Terra. 12. 2.» Terna. 17. 

» A Faido: ore 23 72 Bar. poli. 26, lin. l.o Terra. 7. 2.o Terra. 9. 

2. 
» A Degio Dazio grande: ore 1 

sera Bar. poli. 25, lin. 1." Terra C'/j. 2.» Terra. -- 

5. • 

» 6 sertembre: 

» A Fiotta: ore 15 Bar. poll.25, lin. l.o Terra. I^j^. 2.o Terra. 9. 16. 

27,. 

» Ad Airolo: ore 17 Bar. poli.24, lin. l.oTerm. 9. 87j. 2.oTerra.9. 137.. 

10. 
« 7 settembre: 
» Sul monte di S. Gotardo al- 
l'ospizio de' Cappuccini :h. 17. Bar. poli. 22, lin. l.o Terra. 0. 2.o Terra. — 

» 8 ottobre : 
» Sulla cima meridion. dell'^?- 
pe di Fiendo, in alt. orizzont. 
molto superiore al piano del- 
la Ghiacciaja di Luzzendro, 
ma molto ancora inferiore alla 
sommità del monte che sovra- 
sta la stessa Ghiacciaja: h. 16 Bar. poli. 20, lin. l.o Terra. 0. 2. o Terra. 9. 10. 

7. 
« Circa all'ora stessa ad Airolo Bar.poll.24, lin. l.o Terra. 9. 9. 2.o Terra. 9. 20. 

93/,. 
« All'ospizio dei Cappuccini: • 

verso sera Bar. poli. 22, lin. l.o Terra. 0. 2.o Terra.— 

IV4. 
« A Orsera allo Spedale: due 

ore dopo Bar. poli. 23, lin. l.o Term. 4. 2.o Terra. — 

lOV,. 
« 9 settembre : 
« A Cassinotta Bar. poli. 24, lin. l.o Term. 6. 2.o Terra. 16. 

11'/.. 
« A Wasen: poche ore dopo . Bar. poli, 25, lin. l.o Term. 6. 2.o Term. 16. 

67,. 
« A Staeg.: mezzo giorno. . . Bar. poli. 26, lin. l.o Term. 10. 2.o Terra. 18. 

€ Ad Altorf: verso sera. . . . Bar. poli. 26, lin. l.o Term. 8. 2.o Terra. — 

« 10 settembre: 
« Ad Altorf: verso le h. 12 . Bar. poli. 26, lin. l.o Term. 6. 2.o Term. — 

11. 
< Alla riva del lago di Lucer- 
na: circa un'ora dopo. . . . Bar. poli. 27, lin. — — -^ 

„ Il tempo fu in tutti questi giorni sereno e tranquillo. 

„ Queste osservazioni barometriche con tanta esattezza furono 



228 DOMANDE E RISPOSTE. 



da noi fatte ad oggetto di determinare le diverse altezze a cui 
salivamo, seguendo le regole spiegate dal signor De-Luc, nella sua 
grande opera: Modifications de VAtmosphère. 

„ Il calcolo pertanto fatto dal signor Ab. Venini, che meco era, 
ci dà: 

„ Dalla cima dell'Alpe di Fiendo all'Ospizio de' Cappuccini di San 

Gotardo, tese 312. iS 

Da San Gottardo ad Orsera 371.753 



» 



„ Da Orsera a Cassinotta 200.779 

„ Da Cassinotta a Wasen » . . 87.776 

„ Da Wasen a Staeg 77. 533 

„ Da Staeg ad Altorf 39. 708 

„ Da Altorf al lago di Lucerna 23.466 

" Che sommando assieme fanno. . . 1114. 691 
„ Il signor De-Luc ha coll'istesso suo metodo cal- 
colato l'altezza del lago di Lucerna sopra il livello 

del mare, tese 220. — 

„ Sicché la più alta cima a cui siamo saliti, cioè 
quella dell'Alpe di Fiendo, è elevata sopra il mare, tese 1324. ì^. „ 

Questi risultati (che s'avvicinano moltissimo a quelli ottenuti 
dal De-Saussure e dal Jetzler) asserisce il Volta francamente, ri- 
guardando massime al metodo tenuto di osservare sempre contem- 
poraneamente a stazioni diverse due barometri perfettissimi ed 
egualissimi, ninno in esattezza averli superati. 

Ricca di dettagli e coi colori più vivi segue la descrizione delle 
montagne attraversate. Nel passaggio delle Alpi salendo la vai del 
Ticino fino al San Gotardo, e discendendo al di là la valle del Reuss 
fino ad Altorf, le altissime rupi, i massi che minacciano rovina, gli 
abissi e le cupe voragini della -valle, visibilmente scavata dalle 
acque che precipitano in fragorosi torrenti dai fianchi logori dei 
monti, sopraffanno i sensi ed offrono alla meditazione argomenti 
parlanti dell'estrema vetustà di questo nostro globo, circondandolo 
d'un' aria di decrepitezza che è impossibile non ravvisare. Così il 
nostro insigne fisico scorge negli screpoli, nelle frane, nello sfaci- 
mento continuo e generale di que' dorsi immani le traccio dell'a- 
^ione indeficiente e combinata degli elementi, che da una serie lun- 
ghissima e al nostro pensiero inarrivabile di secoli opera in mille 



DOMANDE E RISPOSTE. 229 



maniere, colle nevi, coi turbini, colle vicende d'umido e di secco, 
di ghiaccio e di sgeli. Recondite alcune forze ed ignote, altre este- 
riori visibili, esercitano un'influenza costante sulla materia ina- 
nimata e in apparenza inerte : cause violente, che agiscono ad in- 
tervalli, a scosse, e cause lente ma non meno efficaci siccome 
continue, concorrono a questo perenne modificarsi della crosta 
terrestre, che diresti sfacelo, ma è trasformazione. 

Innamorato della natura, il Volta si piace assai di richiamare 
al pensiero i luoghi più pittoreschi ammirati fra le montagne, e di 
condurvi quasi il lettore, discorrendo pur sempre delle cose per 
la scienza meglio interessanti. La mancanza di esatte osservazioni 
sull'altezza d'altri monti lo induce in errore rispetto al S. Gotardo, 
l'ospizio del quale egli ritiene l'abitazione più alta di tutta Europa. 
Ma assennatamente esterna poi sull' origine dei fiumi le sue idee 
positive in questa sentenza : " Si sono fatte tante quistioni sull'o- 
rigine de' fiumi, si sono fabbricate tante ipotesi; ma se, invece di 
disputare e di scrivere, di far sistemi e di combatterli, di calcolare 
con pochi tratti di penna la quantità de' vapori e delle pioggie, di 
creare a loro posta nell'interno de' monti e ricettacoli e filtri e 
limbicchi, si fossero per tempo avvisati i filosofi di sortire dai loro 
gabinetti per seguire il filo de' fiumi risalendo alle loro prime sor- 
genti nelle Alpi, veduto avrebbero come tutti i fiumi hanno la loro 
culla e l'alimento perenne dalle ghiacchiaje, le quali per istempe- 
rarsi e stillare che facciano sotto la sferza del sole, o per influsso 
di pioggie e di venti tepidi, non avviene però mai che si struggano 
del tutto e manchino. Son desse le ghiacciaje che visibilmente par- 
toriscono il Ticino ed il Eeuss. Io ne ho vedute le prime goccio 
stillanti da un muro di ghiaccio, e i primi *fili serpeggianti per il 
muschio, pei rottami e per le fessure de' sassi: questi fili riuniti 
in rivoli gli ho seguiti fino ai primi ricettacoli, che sono i laghetti^ 
del S. Gotardo, e di là finalmente ho visto scendere le acque 
più raccolte, e dar principio al vero fiume. L'estensione delle 
ghiacciaje è vasta dietro le nominate cime de' monti, e quindi 
hanno l'origine gli altri fiumi, il Rodano, l'Aar, il Reno; il primo 
dietro il monte Forca, il secondo dietro il Grimsel, e l'ultimo nel 
monte Adula, posto più ad oriente, nel paese de' Grigioni. Gli altri 
due gran fiumi d'Europa, il Danubio ed il Po, scendono dalla stessa 
catena delle Alpi, ma distanti, e un di qua, un di là del S. Gotar- 

Arch, Stor. Lomh. — An. I. 15 



230 ' DOMANDE E RISPOSTE. 



do ; e la loro origine va a perdersi sicuramente ne' grandi ammassi 
di ghiaccio che regnano tutt'al lungo dell'anzidetta catena. „ 

Gli eseguiti scandagli indussero Volta a ritenere di granito tutta 
la massa interiore de' monti alpini, i quali però debbono credersi 
Originarj, se di tali pur ve n'hanno coetanei alla prima formazione 
della terra, perocché non mancano argomenti di crederli essi pure 
figli deW acqua o del fuoco ^ partoriti in alcuna delle grandi convul- 
sioni che deve aver sofferto ne' primi rimotissimi tempi il nostro 
gloho. Od almeno si giudicheranno primarj, per essere le monta- 
gne secondarie costituite di pietra calcare, di arenaria, di breccia, 
portanti ben chiari indizj d'una formazione posteriore per sedi- 
mento delle acque, o per opera di queste che abbiano ammassati 
materiali, o scavato il terreno. Come il nucleo e 1' ossatura dei 
monti Elvetici, sono di granito le vette, i massi caduti nelle valli, 
i balzi e le rupi. A tale conclusione sono giunti anche gli altri 
più diligenti osservatori che attraversarono e studiarono le Alpi 
in diversi punti, specie il signor De-Saussure, il quale percorse 
più volte tutta la grande catena. Avverte il nostro autore qual- 
mente anche l'interno dei Pirenei risulti di pietra granitosa, secondo 
una bella memoria del signor D'Arcet, del 1775, e serbino quei 
monti una singolare somiglianza alle Alpi nelle creste e nei dirupi 
e sfasciamenti, colle stesse vestigia di vetustà e decrepitezza. Finisce 
pertanto col dire che, se anche nelle Cordilliere dell'America Me- 
ridionale si trova un nucleo simile, saremmo condotti a stabilire 
quasi con sicurezza, l'interna massa delle montagne primarie della 
terra essere di granito. 

A Lucerna il Volta fu compreso d'ammirazione al vedere il mo- 
dello in rilievo della Svizzera che stava costruendo il senatore Luigi 
Pfiffer, non compiuto poi per non bastare l'intera vita di un uomo 
a tanto lavoro. Presenta questo a un tratto, con giustezza e pro- 
porzione, monti e vallate e laghi e torrenti : vi riscontra il viag- 
giatore con compiacenza quel paese accidentato che ha percorso, 
che si dispone a percorrere ; né bosco manca o casolare, il tutto 
co' più veraci colori rappresentato. Ma il filosofo naturalista mag- 
giore soddisfazione risente contemplando ad agio l'estensione e i 
caratteri di una regione, alla storia naturale cosi interessante: e 
in queir esatta riproduzione del vero attuale " trova stabilito pei 
secoli avvenire un punto di paragone da cui misurare il successivo 



DOMANDE E RISPOSTE. 231 



cangiamento e la degradaMone che produrvi sapranno la rivoluzione 

de' tempi Certamente l'aspetto generale di quell'ammasso di 

monti, divisi dalle principali valli in lunghe catene, tre massime 
osservabili, tirate quasi per diritto dal principio alla fine del detto 
ammasso montuoso e per tutto quel tratto continue, se non in 
quanto vengono intersecate da altre valli e torrenti minori, aventi 
quella di mezzo la màssima altezza, e minore a proporzione le la- 
terali, e declinanti tutte gradatamente verso le due estremità: un 
tal aspetto, dissi, ne conduce naturalmente a pensare che tutt' in- 
sieme quella massa non fosse da principio che un sol monte, una 
elevazione di una parte della terra in forma di gobba, ossia un 
gran dorso convesso; e questo tutto quanto, o almeno l'interno 
nocciolo, di viva e soda pietra; che poi bersagliato dall'ingiurie 
del tempo e degli elementi, dalle pioggie, dai venti, dai geli intac- 
cato e sordamente minato (per nulla dire dei tremuoti e dei vul- 
cani che concorrer poterono colle loro tremende scosse, e fors'anche 
furono i primi a lacerarlo ed infrangerlo), cominciasse a dare scoppj 
e ad aprire fessure e condotti alle acque, le quali seguendo indi col 
rapido corso a tagliare e sprofondare que' primi letti, e con irru- 
zioni improvvise a scavarne de' nuovi, giunsero col lungo andare 
de' secoli a formare tutte quelle gran valli che veggiamo di presente. 
Tale è il sentimento dell'istesso signor Pfiffer; al quale ognuno di 
buon grado consente, qualor facciasi a considerare con attenzione 
il tutto e le parti di quel gran paese montuoso nel suo modello in 
rilievo. „ 

Dal distinto fisico Luigi Magrini fu reputata questa relazione del 
Volta uno scritto prezioso appunto per le copiose cognizioni che 
contiene di mineralogia e geologia, a quelV epoca pregievolissime ; 
pel saggio allora importantissimo di livellazione barometrica fatta 
dalle Alpi sul lago di Lucerna, e pei germi che racchiude di molte 
future di lui scoperte. 

Volentieri mi dilungherei nel riportare altri squarci degli scritti 
del grande avo, quando li trovassi in rapporto meno indiretto 
colla scienza del vulcanismo. Mi limito pel momento a questo poco; 
ma se m'accadrà di rinvenire fra le memorie che vado spogliando 
alcuna cosa meritevole di riguardo in rapporto agli studj ch'Ella, 
egregio professore, coltiva, sarà per me un grato dovere il darlene 
comunicazione, purché io speri d'incontrare il di Lei benevolo ag- 
gradimento. 



BIBLIOGRAFIA. 



T. Zeller, Les trihuns et les révólutions en Italie, in-16. Paris. 

Giovanni di Precida, rivoluzione nazionale: Arnaldo di Brescia, ri- 
voluzione mistica; Rienzi, rivoluzione classica: Michele di Landò, rivo- 
luzione sociale ; Masianello, rivoluzione popolare, sono le scene che lo 
Zeller staccò dalla storia d'Italia per offrircene episodj drammatici 
e istruirci che colla fantasia si sommuove, ma non si fonda nulla : per 
fondare ci vuol saviezza e ragione. 

Egli aveva già raccontata la storia del Savonarola nella Italie et 
la renaissance, 

A. Lecoy de la Marche, L^Académie de France à Home. Paris, 
Didier, 1874, un voi. di pag. 385. 

È la corrispondenza inedita dei direttori di quell'Accademia, comin- 
ciando da D. Errard nel 1669, e arrivando a Menageot, nel 1791. Di 
quest'ultimo riportiamo il giudizio che, dell'arte italiana, dava nel 1788. 
a Si cerca che la scuola di Francia superi l'Italia e l'altre nazioni: e 
finora ha questa preminenza, e spero non iscapiterà, avendo io cura 
di mantener 1' emulazione , 1' amore dello studio e della gloria. Non 
potete immaginare in quale stato sia oggi la scuola di pittura romana, 
Non c'è persona che meriti d' esser citata; salvo uno scultore venezia- 
no, chiamato Canova, che mostra vero talento, tutto il resto fa com- 
passione; non si trova pur l'ombra dell'antica scuola romana; e non si 
comprende come, in mezzo a tante belle cose, l'arte possa esser caduta 
in un gusto così meschino, così manierato, insomma cosi lontano dai 
grandi maestri e dalla natura «. 

Il Canova avea fatto nientemeno che il monumento di papa Cle- 



BIBLIOfìRAFJA 233 



mente XIV. E questo e gli altri giudizj sui nostri meriterebbero d'es- 
sere presi in esame, senza boria patriotica. Qualcuno potrebbe poi tes- 
sere la storia de' nostri Lombardi che furono mandati a studiare a Roma ; 
al che l'Archivio di Stato offrirebbe materiali, anche curiosi. 

LuciEN Du Bois, Lettres sur Vltaìie et ses musées. Bruxelles et 
Paris, 1874, un voi. di pag. 514. 

L' autore, nel visitare i musei di Kapoli, giacche a questi si limita 
il volume or pubblicato, discorre de' varj artisti, e ne giudica con idea- 
lità. Di Leonardo ripete la favola che abbia lasciata incompiuta u la 
figura del Cristo, disperando renderne la divina bellezza w. Sul Savo- 
narola accumula molte inesattezze a pag. 63, e massime sulla venera- 
zione che ne mostrarono molti pontefici : ma lo strano è l' udirgli dire : 
u Vuoisi che a Firenze esista un suo ritratto. Io non l'ho visto w. 

Naturalmente discorre della storia e dell'indole dei Napoletani, con 
mistura di vero e d'esagerato. Ci piace ove scrive: a Quasi tutti i viag- 
giatori s'accordano a rappresentarci i Napoletani come vigliacchi e in- 
fingardi. Trovo questo giudizio assolutamente falso, e fondato sopra os- 
servazioni superficiali e incomplete. Non v'è nel Mediterraneo marinaj 
più intrepidi dei pescatori napoletani » ; e ne descrive il coraggio e 
l'attitudine pittoresca, come di gente che si sente libera mediante il la- 
voro (pag. 31) : a Nulla che ne mostri bassezza o servilità, e non con- 
siglierei a nessuno di far loro ingiuria, o attaccar lite. Gli antichi lazza- 
roni or lavorano anch'essi con un coraggio e un'assiduità^ che un giorno 
saranno ricompensati. Bisogna tenersi in guardia contro le accuse dì 
viltà, lanciate a tutto un popolo. Se si rammentano i soldati napoletani 
che fuggivano al cominciare dell'attacco, e agli ufficiali che voleano te- 
nerli rispondevano , Ma e' è il cannone^ non bisogna dimenticare il reg- 
gimento napoletano che, nella ritirata di Russia, diede esempio d' in- 
trepidezza all'esercito francese, v 

Roux, Hist. de la littérature contemporaine en Italie soiis le re- 
gime unitaire. Paris. 

Sarebbe una prova come un certo pubblico si interessa delle opere 
leggiere, e ignora o trascura le gravi e serie. Troppo meschino giu- 
dizio avrebbe a proferirsi sull'Italia dal 1859 al 74 se avesse pro- 
dotto quel solo che ci è dato in questo libro, e l'avesse giudicato come 
in questo. Eppure molti vorranno attingere colà giudizj e stima, e 
tradurre e ripetere quelle valutazioni come oracoli: perchè ci vengono 
in lìngua straniera. Ecco l'indipendenza. 



234 BIBLIOGRAFIA 



DuMESNiL. Histoire de Jules 11^ sa vie et son pontificat. Paris, 
1874. 

Il grido di Fuori i Barbari! bastò perchè alcuni collocassero Giu- 
lio II fra i grandi pontefici, foggiati alla loro moda. Il principe che 
menò tante guerre per crescere i dominj temporali della Santa Sede, 
col sottrarli, è vero, alle violenze de' tirannelli ; che cangiò alleanze e 
nimicizie secondo il gusto; che osteggiò la più italiana delle potenze, 
Venezia, e contro di essa o mosse o secondò quella lega, che fu il primo 
delitto della politica moderna, e s' impegnò a procedere contro di quella 
anche colle armi spirituali, dichiarando di buona preda le navi loro, ci 
si fa, piuttosto che il successore di Pietro e dei Q-regorj, riconoscere il 
contemporaneo e il tipo di Machiavelli. Difatti il Dumesnil trova dete- 
stabile la politica di Luigi XII che consegna l' Italia e l' Europa alla 
preponderanza spagnuola; e perfida la condotta di Giulio II. Chi po- 
trebbe però dimenticare la sapienza di tanti suoi atti, il favore dato 
alle arti, e quella magnanimità di cui è improntata tutta la sua vita? 
Trista la biografia che si riduce a panegirico o a diatriba, a Chanterel 
o a Gregorio Leti! 

A. Dantier, Études sur V Italie. Parigi 1874, 2 voi. in-8. 

Dantier ha voluto studiar l' Italia u senza cercare ne l' effetto, ne lo 
scandalo, ma dicendo la verità qual risulta da un' indagine fatta con- 
tradittoriamente sui testimonj più diversi, ma fatta fuor delle passioni 
umane che amplificano il male e le cieche condiscendenze che lo negano 
o dissimulano ». Proposito ben raro e in casa nostra e fuori; e viepiù 
difficile qui, dove l'autore tocca ai punti più ardenti, la Chiesa, la Li- 
bertà, il Governo. Così toglie ad esaminare la trasformazione del mondo 
pagano nel moderno, riconoscendo^ senza esagerarla, l'influenza del cri- 
stianesimo, che scomponeva la società antica come il dente nuovo scuote 
e fa cadere quello di latte; e fra quei che vi vedono solo un'evoluzione 
regolare, e gli altri che divisano la trasfusione di sangue straniero, l' in- 
nesto delle razze tedesche, Dantier riconosce che vizj e ruine erano il 
retaggio della civiltà romana e della barbarie germanica; sopra i quali la 
Chiesa doveva edificar la società moderna, e consolidarla. Quello spet- 
tacolo del riformarsi d'un mondo intero non è più nuovo, dacché alcun 
di noi osò affrontare francamente i pregiudizj enciclopedisti e di quei che 
al passato imprestavano la loro ignoranza dei fatti e inintelligenza delle 
idee; e nel medioevo mostrò, non un tempo di barbarie o rozzezza, ma 
un inverno che ricopriva i semi che prospererebbero appena cessasse 
il rigore. 



BIBLIOGRAFIA. 235 



Quelli che afiFettano ignorare i lavori nostrali (heu rerum ohlita tua- 
rum!)y ne vedano almeno i risultati nell'erudita ed elegante opera d'uno 
straniero. 

Friedlaender, Civili^ nazione e costumi romani dal regno di Au- 
gusto alla fine degli Antonini. 

Quest'opera tedesca, in 4 volumi, andò migliorando nelle quattro edi- 
zioni che finora se ne fecero, e meriterebbe essere fatta conoscere al- 
l'Italia, come una delle più serie di archeologia e storia. 

The poems of Mary queen of Scots, edited by Julien Sharman. 
Londra, Dickerius. 

È uno di que' lacchezzi bibliografici di cui si piacciono alcuni signori 
inglesi, facendone tirare pochi esemplari. Maria Stuarda è contata fra 
i migliori scrittori del suo tempo, neppure eccettuati lord Bacon e Fi- 
lippo Sidney; circondata di poeti, avendo una scelta biblioteca, scri- 
veva in latino, in francese, oltre l'inglese e scozzese, ed anche in ita- 
liano. E appunto noi citiamo questa raccoltina per un sonetto italiano 
che v' è compreso, e che i curiosi cercheranno. * 

Cantù Cesare, BelV Indipendenza Italiana. Cronistoria. 

Sono pubblicati il primo volume che comprende l'epoca francese ; e la 
prima parte del II che presenta l'epoca austriaca. L'ultimo fascicolo 
uscito, che è il XXYIII, dà gli avvenimenti del 1848. 



* Maria Stuarda resta una delle più segnalate vittime dello spirito di partito, massime 
in fatto di religione. Riguardata come personificazione del cattolicismo in lotta colla 
Riforma, della legittimità colla rivoluzione, s'adoprarono contro di essa le arti più fine, 
e il peggior suo nemico non fu colei che la mandò al patibolo. 

Note sono le opere contro di lei degli Anglicani e degli Enciclopedisti, fin a quella 
così severamente calma del Mignet. Ma dopo questa, nessuna seria ne fu scritta, mentre 
molte a sua difesa, massime rivedendo negli ArcMvj le lettere, ad essa falsamente at- 
tribuite, e le deposizioni in processo de' suoi avversarj. 

Wiesener, Giulio Gauthier (premiato dall' Accademia Francese), Labaneff, Meline, Petit, 
Hosack, un anonimo inglese, miss Strickland, con documenti alla mano, e collocandosi 
ben di sopra dello spirito dì setta e delle opinioni politiche, ostinaronsi a chiarir la verità, 
e proclamarla contro i dotti pregiudizj. 

Per di^e d'un fatto solo, la più grave colpa che le si appone è d'aver voluto cambiar 
la religione del paese, sottoscrivendone il patto colla Lega Cattolica. Ora il nunzio del 
papa, in lettera del 16 marzo 1567 a Cosmo di Toscana, la incolpa precisamente di non 
aver mai voluto intendere di firmare essa Lega, e perciò essersi rovinata. E desiderabile 
che questi ultimi lavori sieno fatti conoscere all'Italia. 



236 BIBLIOGRAFIA. 



Vito La Mantia, Storia della Legislazione civile e criminale di 
Sicilia comparata con le leggi italiane e straniere, dai tempi 
antichi sino ai presenti. — Palermo, 1874, 2 volumi. 

Monsignor Paolo di Giovanni istituiva un premio di lire 5100,- che 
ogni quattro anni si desse a giovani siciliani, studiosi specialmente della 
storia sacra o della siciliana. L' ottennero dapprima il De Luca, or 
cardinale, poi il dotto archeologo Matragna, indi l'Ugdulena grecista 
ed ebraista celebre, che morì deputato; indi il La Mantia, che s'applica 
alla storia patria, principalmente dal lato legale. Quel premio o ecci- 
tamento fu sospeso, come tant' altre cose, dalle ultime vicende. 

Il La Mantia, nelle Consuetudini delle città di Sicilia^ edite ed ineditej 
svolte e comparate con gli articoli delle leggi civili (Palermo, 1862), 
dava il testo di tutte le consuetudini importanti in materia civile delle 
varie città siciliane; fra cui quelle di Castiglione sono in lingua volgare 
del XIV secolo. 

Poi continuò ad essere uno dei tanti Siciliani che adoperano l'inge- 
gno, la fantasia, l' erudizione ad illustrare l' isola natia. E l'affetto di 
questa traspare da ogni pagina dell'opera che annunziamo, e di cui 
il primo volume va dai tempi greco-siculi sino al 1409*; adesso com- 
parve il volume 11^ che porta dal 1409 al 1806 nella prima parte; 
nella seconda fino al 1874_, con ricco corredo di notizie legali e giu- 
ridiche, adoperate a mostrar quanta parte di buono contenessero le 
leggi e le consuetudini nazionali^ cioè siciliane, conservate attraverso 
alla dominazione , spagnuola , poi via via migliorate nella autonomia. 
Conchiudendo con una calda esortazione al popolo siciliano, dice fra 
il resto: 

. tt Le tradizioni giuridiche italiane, che in Sicilia e in ogni parte 
d'Italia derivarono dalle romane leggi, e si svolsero in leggi e statuti 
molteplici e nella pratica giurisprudenza, non sono ora del tutto inu- 
tili. È necessario studiarle, affinchè se ne conosca la parte incompati- 
bile colle nuove condizioni, si conoscano e non si riproducano con 
mutato nome antichi errori ed abusi, e si scelgano le norme di pru- 
denza civile e i molti utili esempj, di cui potrà ancora giovarsi la so- 
cietà moderna per migliorare le nuove istituzioni, riannodando, per 
quanto è possibile, le tradizioni nazionali al progresso, ispirato ai mi- 



' Fra i lavori che si pubblicano in Sicilia distingueremo la Biblioteca Storica del- 
l'ab. Gioachino Di Marzo, che ne' volumi XIII, XIV, XVI diede il Palermo d'oggigiorno 
del marchese di Villabianca; e nel XVII il Diario palermitano dello stesso. 

Molti materiali storici vengono indicati nel Ballettino della Bibliografìa comunale di 
Palermo, di cui abbiamo 3 numeri. 



BIBLIOGRAFIA. 237 



gliori esempj stranieri ed ai lumi crescenti delle scienze sociali, A 
questo nobile scopo mirano i varj lavori sulla civiltà e le leggi dei 
tempi scorsi. In ogni regione italica si conservano con grande cura 
antiche memorie patrie, come utili sempre ed onorevoli, e le glorie di 
ogni città e provincia formano la gloria dell' Italia intera. È antica e 
non sorge ora la civiltà d' Italia^ ma con estesa popolare istruzione, 
<;on opportune condizioni, ora a più libero svolgimento s' avvia. 

w Nell'età scorsa si faceano acerbi rimproveri contro ogni italico prin- 
cipato, e querele continue per le infelici condizioni italiane; ma quei 
lamenti non indicavano generale miseria, ignoranza, barbarie, corru- 
zione, ne erano note di degradazione e di ignominia per la patria; 
invece esprimevano gli errori ed abusi del Governo, ed additavano 
l'aspirazione ad un risorgimento politico, alla liberazione dal dominio 
straniero, e ad un maggiore progresso civile. Ninno infatti, malgrado 
quei grandi lamenti, rinnegherà giammai, che secondo le condizioni 
dei tempi sono onorevoli le tradizioni della civiltà e legislazione di 
Sicilia, e d'altre regioni colte d'Italia, quantunque i tempi difficili ne 
avessero gradatamente ritardato il progresso. Lodando pertanto i be- 
neficj delle nuove istituzioni, ed aspirando a maggiori riforme, i Sici- 
liani conserveranno pure le memorie e tradizioni patrie, come fa ogni 
popolo civile che sente affetto di patria ; affetto dalla natura ispirato, e 
superiore ad ogni umana politica, e sopravvivente a tutte le novità, 
sempre rinascenti nella serie dei secoli in tutte le nazioni. L'oblio di 
tradizioni sicule intese a conservare le gloriose memorie del luogo 
natio, sarebbe un doloroso sacrifizio^ riprovato dalla nostra mente, ab- 
borrito dal nostro cuore, sarebbe anzi un delitto; poiché ci rende- 
rebbe vili e spregiati, quasi popolo barbaro^ dalV altrui forza o bene- 
ficenza avviato a subita civiltà. Noi abbiamo troppo grande eredità 
d^ illustri memorie per dirci nuovi all' incivilimento ; e se fummo in 
varj tempi, per cagioni diverse, in condizioni infelici, però serbammo 
sempre nella miseria 1' altero nome siciliano. Non degeneri discendenti 
di generosi maggiori, i Siciliani sentono pure la misteriosa ed univer- 
sale brama di sociale riordinamento e progresso, che agita tutte le colte 
nazioni; ma intenti a nobili studj, ad ardite riforme, a grandi sacrifizj 
per la prosperità comune di tutta la nazione italiana, diranno pur 
sempre (anco nei secoli futuri e più civili del nostro) che a migliori 
destini e a grande progresso civile vennero ispirati dalle onorevoli me- 
morie dei loro maggiori, continuando con forme ed istituzioni novelle 
e comuni la grande opera dell'antica e gloriosa civiltà siciliana r». 



15» 



238 BIBLIOGRAFIA. 



Carrara Zanotti Luigi, Serina: studj ed osservamoni. Bergamo y 
1874, pag. 140. 

È desiderabile che ogni terra, ogni villaggio abbia a stampa la sua 
storia, la sua statistica. Oltre l'interesse che si prende alle cose piìi a 
noi vicine, queste descrizioni locali diventano stimolo e fondamento a 
studj più estesi, ad opportuni paragoni. 

Ma non è necessario che l'amor di patria porti alla vanità delle fa- 
volose origini, ne dei vanti inconsulti e ridicoli ; ne dovrebbe andare 
separato da quella critica che fa repudiare le asserzioni vulgari , e da 
quella esposizione, che è come l'abito civile, che ogni persona educata 
si mette per presentarsi al pubblico. 

Il dottor Carrara Zanotti accompagnò i suoi studj sopra il berga- 
masco villaggio di Serina con fotografie delle principali situazioni. 

G. B. Intra, V ultimo de' JBonaccolsi, romanzo storico, ^lilano 1874^ 
in-8 di pag. 322. 

Dopo la severa condanna del Manzoni, va a rinascere il romanzo sto- 
rico ? Non è questione da questo giornale ; ne noi accenneremmo il libro 
del signor Intra, se, come dicemmo del Brusato e à^W Ezelino ^ non fosse 
un tentativo di presentare la storia vera cogli allettamenti drammatici. 
Qui in fatto, dopo un capitolo I di forme romanzesche, entra la storia dei 
Bonaccolsi e di Mantova, che l'autore accompagna « per un'atmosfera 
di tirannie, di feudalismo, di doppiezze , di viltà w , intrecciandola a vi- 
cende d' amore e di guerra, fino al 1328, cioè al prevalere dei Gon- 
zaga, colle solite grida di Viva e Mori, e le solite promesse di libertà 
e repubblica, seguite dai soliti disinganni. Fra Jacopone che se n' era 
lusingato, muor di crepacuore quando Luigi Gonzaga è gridato capitano 
del popolo , sterminati orridamente i Bonaccolsi, ribenedetta la scomu^ 
nicata città. 

Ippolito De Kiso, Riscontri statistici sul già regno di Napoli e la 

Calabria tra il 1669 e 1869, Catanzaro, 1873. 

L'autore volle, da questo confronto, prender occasione a lodare e 
criticare il presente, con molta indipendenza e scienza sicura; e ve- 
nerando il supremo magistero del pontefice romano in materia di fede 
e di costumi, in faccia al materialismo e allo scetticismo^ autorevolmente e 
cattedraticamente predicati, crede che^ perduto il dominio temporale, la 
Chiesa deve rinvenire il suo più fermo fondamento nella vera libertà. 
Esamina poi se questa si abbia in Italia: e lo dimostra al ministro Min- 
ghetti. 



BIBLIOGRAFIA. 239 



BoNANNi Teodoro, La provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore^ con 
la sua descrizione fìsico-topografico-geologica. Aquila, 1873. 

La descrizione di provincie italiche fu fatta dal Pareto pel Genove- 
sato; dal Savi per la Toscana; dal Sìsmonda pel* Piemonte; dal La 
Marmerà per la Sardegna; dalle Notizie naturali e civili per la Lom- 
bardia ; da Spada, Orsini, Ponza, Luijji per la Romagna; da Giuseppe 
del Re per la provìncia di Molise, l'antico Samnium (1836), or ripigliato 
da Alfonso Perrella di Cantalupo. Yi si aggiunge questa del Bonanni, 
alla quale ne desideriamo simile una per tutte le provincie, sintanto 
che si compia la carta geologica dell'intero regno, alla quale lavorano 
primarj scienziati. 

Storia della denominazione di Basilicata^ per Homunculus. Roma, 
1874, opuscoli. 

L'Homunculus non è contento della smania odierna di mutar nome 
ai paesi e alle cose, e tanto meno di sopprimere i secoli per dar nomi 
antichi ai paesi nuovi. Cosi vuoisi denominare Lucania la Basilicata, 
quasi abolendo il medioevo e i vanti di Melfi, donde il regno di Pu- 
glia e di Napoli. E ciò tanto più nuoce, quando sì poco pregiasi V anti- 
chità che, chi possiede un archivio domestico, lo vende a peso di carta; 
chi trova una lapida, ne fa fuori un mortajo. 

Le etimologie del nome di Basilicata, date dall'Alberti, dal Pontano, 
dal Giannone, dal Lupoli, esso ripudia; traendolo dal basilico, magistrato 
greco, come Capitanata, Dogato, Esarcato; e con erudizione di buona 
lega mostra che esistette un tale magistrato, benché non se n'incontri 
menzione negli storici. Primamente trovasi quel nome in un documento 
del 1134; l'aveva nel secolo X introdotto il popolo, dal quale lo prese 
la podestà, restando il nome di Lucania alla regione intorno al fiume 
Alento. 

Come al principato di Salerno fu data per stemma la bussola amalfi- 
tana, all'Abruzzo il grugno del cinghiale, alla Capitanata l'arcangelo 
del Gargano^ alla Terra di Bari la mitra del vescovo di Mira, così alla 
Basilicata la mezza aquila coronata (paatXixv) asxoc), ma forse solo nel 
XVI secolo, quando venne la smania delle imprese. 

Ferraro Giuseppe, Statuti ed ordinazioni del Comune di Carpe- 
neto. Mondovì 1874, disp. 82. 

S'aggiunge quest'altro alla già copiosa raccolta di statuti che sono alla 



240 BIBLIOGEAFIA. ' 



stampa, e che aspettano ancora chi ne sappia cogliere la sintesi. Lo 
aveva sperato il R. Istituto Lombardo, ponendo appunto a concorso 
a Studj critici e documentati sugli statuti dei Comuni e delle Corpora- 
zioni dell'Italia superiore e delle regioni finitime w,ma non pare che al- 
cuno vi abbia sufficientemente risposto. Si dice che il Governo stesso 
raccolga gli statuti degli antichi Comuni italiani, forse in omaggio di 
chi pensa che buona e compiutfi storia d'Italia non potrà aversi fin- 
che non siano conosciuti e studiati i suoi mille statuti. E così è qualora 
s' intenda della storia civile, alla quale per avventura non attendono ab- 
bastanza le deputazioni storiche nostre. Anche dopo i discorsi del Rez- 
zonico, del Fortis, del Berlan, del Bonaini, resta ad esaminare in com- 
plesso quanta parte deducessero essi dal diritto romano, quanta dalle 
consuetudini germaniche; quanto garantissero la sicurezza personale e 
la proprietà; quanto servissero a frenare il diritto feudale; quanto vi 
potesse l'autorità domestica; come si progredisse nell'acquisto del jus 
wquum et honum^ infine ricavarne lo specchio della famiglia d'allora 
€ del Comune, che era un'ampliazione di quella. 

Sono anche a cercarvi le vestigia dei dialetti; e in questi di Carpeneto 
troviamo arhra per pioppo, i gurini, i ravun (mil. navon)^ guiem (legumi), 
gherhura (siepe), campavo; e strazetios., andeum^ clapa, che ancora di- 
consi stragli et j ande^ ciappa. 

Carpeneto nel 1305 professava fedeltà al duca Teodoro Paleologo, e 
nel 1589 al succedutogli duca Vincenzo Gonzaga; e gli atti ne sono 
recati dal Ferrare, oltre uno del principe Eugenio, che si firma, se- 
condo soleva^ in tre lingue Eugenio von Savoye. 

Anche in occasione delle nozze Pasolini Zànelli con Baroni Semite- 
colo si stampò a Bassano uno statuto agrario del 1056, a cui si fe- 
cero aggiunte fin nel XV secolo, siipra custodiam vignalium^ campa' 
nece et nemoris ca»tagnedi: ma è peccato che nessun commento indichi 
qual sia la parte antica, quale l'aggiunta. Nella forma presente non 
può appartenere che al XV secolo, parlandosi di comune, di savj, di 
guardiani, ecc.*^ 



• I cataloglii più estesi degli statuti sono quelli dell'avvocato Felice Amato Duboìn 
per gli Stati Sardi (Torino, 1831), del Berlan (Venezia, 1858), di Antonio Valsecchi 
(Padova), del Bonaini per la Toscana. Aggiungiamo Rosa Gabriele, Consuetudini feu- 
dali bresciane (Brescia, 1873) ; Sfokza Gio., Statuto volgare del Comune di Fagnano 
del 1391 (Bologna, 1872); Bothqi,* Bandi lucchesi; Polidori, Gli sfattiti senesi, e non 
pochi altri. 



BÌBLIOGRAFIA. 241 



Un episodio della storia del Piemonte nel secolo XIII, per Giu- 
seppe Manuel di San Giovanni. Torino, Stamperia Reale, 1874, 
in-8, di pag. 80. 

Sono sempre dei più curiosi punti della storia patria le vicende degli 
eretici. Principalmente attorno ai più antichi, i Valdesi, la verità fu 
offuscata dagli amici e dai nemici. Qualche luce pensò recarvi il signor 
Giuseppe Manuel di S. Giovanni, aggiungendo alcune cose a quanto ne 
dicemmo io ed altri. 

Bagnolo è nome comune a molte terre di Francia e Italia, dove prin- 
cipalmente son noti Bagnolo del Bresciano, e Bagnolo sul pendio orien- 
tale dei monti che riescono alla valle di Luserna, asilo, come ognun sa, 
dei Valdesi. Tra i più antichi eretici trovansi nominati i Concorezzj e i 
Bagnolesi. E come i primi si dubita da quale traessero nome dei varj 
Concorrezzi che si conoscono, altrettanto avviene degli altri. Che si 
tratti del Bagnolo piemontese è probabile per la vicinanza ai Valdesi; 
ma che ne esistessero in quel paese, non trovasi memoria, come nep- 
pure nel Bagnolo bresciano. 

Alla Madonna del Becetto,- nella valle di Varaita (soggetta allora al 
marchese di Saluzzo), i Vercellesi andavano in pellegrinaggio nel 1219, 
quando vennero assaliti e maltrattati dai signori, o piuttosto dagli abi- 
tanti di Bagnolo. In conseguenza i Vercellesi gli assalsero con potente 
esercito , ne presero sanguinosa vendetta , e imposero patti per 1' av- 
venire. 

Ciò basterebbe a indurre che a Bagnolo fossero prevalenti gli ere- 
tici ? l'autore non osa conchìuderlo ; ma ne prende occasione di dare la 
storia dei signori di Bagnolo. 

L'autore, recando per esteso la sentenza, da me data in parte, contro 
alcuni eretici di Chieri nel 1388, avverte come gli inquisitori stessi no- 
tino che tra le varie sètte vi era grande affinità. Ma questa è osserva- 
zione generale, solendo dirsi che tutte le eresie si teneano per la coda : 
e infatti l'assunto ad esse comune era il ripudiare l'autorità della 
Chiesa. 

Il documento più antico che menziona l'esistenza de' Valdesi in Pie- 
monte è di Ottone IV mentre stava in Italia, cioè fra il 1209 e il 1212. 
Accettato senza riserva dal Gioffredi, dal Semeria, da me, ora il signor 
di San Giovanni, riscontrandolo coll'originale che sta nell'Archivio Arci- 
vescovile di Torino, riconobbe che non è su gran foglio, come sempre 
gli atti imperiali, bensì su piccola pergamena, in carattere ordinario, 
senza sigillo; e nell'intestazione porta: Otto Dei gratta Bomanorum 
Imperafor semper Augustus ; mentre l'ordinaria è: Otto qiiartus Dei 
gratta Romanorum Imperator et semper Augustus. 



242 BIBLIOGRAFIA. 



Ma poiché il carattere è di quel tempo, l' autore non lo giudica spu- 
rio, bensì che sia uno schizzo, un breve recordationis, che il vescovo di 
Torino avesse fatto preparare per sottoporlo alla firma di Ottone: né 
quindi abbia ad essere rifiutato, come testimonio del tempo. 

Dopo di questo, la più antica menzione dei Valdesi è nel e. LXXXIV 
degli Statuti di Pinerolo, ove si minacciano 10 soldi di multa a chi al- 
loggi uomo o donna valdese in posse PineroU. Quegli Statuti comin- 
ciano nel- 1220, ma se ne aggiunsero, secondo il solito, fino alla revi- 
sione fattane nel 1280. 

Curiosità e ricerche di storia subalpina^ pubblicate da una società 

di studiosi di patrie memorie. Torino, Bocca, 1874, pag. 208 in-8. 

Salutiamo con gioja questo lavoro dei nostri fratelli piemontesi, tanto 
consono al nostro negli intenti, nelle forme, nella libera cooperazione; 
e si fa sempre più evidente il bisogno che, nell'odierna sete di luce e 
di verità, si aumenta di studiare l'Italia nelle sue parti, prima di po- 
terla narrare tutta insieme; opera lontana; come un grande vivente 
scriveva ad un nostro collaboratore. Dopo un proemio, dove Nicomede 
Bianchi spiega le intenzioni e le speranze di questa società di amici, 
viene un lavoro sulle osservazioni di Law con Vittorio Amedeo II; uno 
sopra un bizzarro bibliofilo; sulle streghe del Canavese; s'un falso 
inviato del duca di Savoja alla Corte di Vienna nel 1685; note auto- 
biografiche d'un veterano; rettificazioni alla storia piemontese. 

Nessun amatore degli studj storici s'accontenterà di questi pochi cenni 
che, negli estremi momenti della nostra Rivista, facciamo; ma si vorrà 
coli' attenzione crescere coraggio e lode ai benemeriti collaboratori. 
Noi vi leggemmo con particolare interesse le lettere di Silvio Pel- 
lico, quando, giovane ancora e u improvido d'un avvenir mal fido v , da 
Milano scriveva al Marchisio i suoi presentimenti sulle cose e sugli 
uomini. 

a La verità (scriveva il 14 marzo 1820) non viene a galla se non 
è agitata dalla discussione. Il solo torpore è un immenso male sociale, 
bisogna scuoterlo in tutto. Amo più uno stravagante che disputi se vi 
sono cinque o sei Dei, che non il silenzio di certi savj, i quali mi la- 
sciano credere che ve ne sono tre. Gli errori imbestialiscono i mortali, 
derivano meno dallo spirito paradossale che è in loro, che dallo spirito 
di pigrizia in loro ingenito, per il quale sfuggono l'esame di ogni cosa. 
Per Dio ! Se si esamisse un po' più, credilo, i cocciuti diminuirebbero 
di numero, e la ragione ci guadagnerebbe . . . Monti vive, ma muto : egli 
pranza una volta la settimana in casa Porro, ove io sono. Pranza, e 
non parla mai. Si scusa di questo suo demone taciturno, attribuendolo 



BIBLIOGRAFIA. 243 



alla sordità. Il pover'uomo è assai avvilito perchè i Governi più non lo 
accarezzano. Egli non ha mai saputo di valere qualche cosa per sé stesso, 
e ora che gli mancano i sorrisi dei potenti, si crede spogliato de' suoi 
più bei pregi. — Dice però che va avanti nel suo lavoro della Pro- 
sposta. Lo desidero, e desidererei ch'egli si ponesse a dirittura, con altri 
letterati e dotti, a fare un buon dizionario italiano. . . 

a Ij errata corrige di Monti è, a mio parere, un campo non degno 
di quel paladino... Egli trionfa sì, ma ti pare che quel traduttoraccio 
cahassino di Ovidio e Rigeli, fossero campioni da meritare più uno 
sguardo del Monti? — Ciò che mi sembra ottimo si è il quarto vo- 
lume della Proposta, v 

Come non idolatrava il Monti al tramonto, cosi liberamente giudi- 
cava il crescente Manzoni. 

8 febbraio 1820. 

a Tu desideri il mio parere su quella tragedia. Ciò che veramente 
mi rapisce, è il coro ; il resto ha molte bellezze ; ma in totale non pare 
neanche a me sufficientemente pieno di azione o di passione. Non so 
se reggerà alla recita. Nondimeno, per una nazione che non ha ancora 
un teatro tragico molto copioso, credo che il Carmagnola sia opera 
da valutarsi. Circa lo stile, tolto il verso che incomincia Tu hai ragione^ 
e pochissimi altri di quella forma arciprosaica, non proferirei condanna. 
Io son parziale di Alfieri, ma vedo che Italia non è concorde nel giu- 
dicare lo stile del nostro sommo, e sono di parere che varj sieno gli 
stili tragici che si possono tentare con eguale successo fra noi. Eccone 
il motivo. Non avendo il nostro endecasillabo uniformi (sic) copie l'ales- 
sandrino francese, esso ha poca misura di suono nella declamazione, e 
pare anzi sia comune opinione degli Italiani il dover nascondere nella 
declamazione ogni apparenza di metro. — Ora esso endecasillabo, tran- 
ne pel poeta che l'ha architettato, è bella e buona prosa. — Bada 
che quando i nostri comici recitano qualche dramma di Metastasio com- 
movente, essi riscuotono applausi infiniti, purché abbiano l'arte di ma- 
scherare siffattamente il metro, che le stesse ariette sembrino prosa.' 
Se, parlando dello stile adoperato da Manzoni, vogliamo intendere meno 
il verseggiare che i modi di lingua, dirò ancora che è molto arbitraria 
la classificazione dei modi tragici o no, poetici o no, in un paese come 
l'Italia, dove ogni grande scrittore ha fatto una scuola diversa dalle 
stabilite, e dove quindi il Montiano, il Cesarottiano, il Salviniano, il 
Metastasiano, e fino al Petrarchista e al Dantista, hanno una poetica 
ciascuno per se, ed un numero di seguaci, imponente. — Non volete 
mai concedere che la divisione politica in piccoli Stati, ha fatto di una 
penisola molti popoletti, e che non c'è fra loro universalità di gusto 



244 BIBLIOGRAFIA. 



in letteratura, più che non vi sia nelle diverse scuole di pittura? Io fo 
eco a Salvator Rosa che declama contro il genere di pittura chiamato 
fiammingo; abborro il ritratto degli ubbriachi e degli sguatteri; ma 
Salvator Rosa ed io abbiamo torto, se vogliamo che questa opinione 
sia universale. Ogni quadro dipinto con maestria, ò opera che dà fama. 
Cosi è delle opere di letteratura. Siate sordi alle critiche ; esse vogliono 
dire che non piacete a tutti ^ e nuU'altro; il piacere a molti basta; né 
questo successo dipende essenzialmente dallo stile. Dammi una trage- 
dia ben ideata e terribile in sommo grado, come V Oreste di Alfieri e 
simili, fantastica come Sanile ^ e taglia una sillaba ad ogni verso; 
resterà prosa, ma sarà applaudita egualmente su tutti i teatri del mon- 
do. Ninno applaude alla Maria Stuarda d'Alfieri, benché verseggiata 
benissimo. 

n Or, tornando al Carmagnola^ se manca di qualche cosa, parmi che 
non sia di stile, ma di anima e di splendore fantastico v. 

Adesso sulla tomba di Silvio, nel camposanto di Torino, si leggono 
parole, dettate dalla marchesa Giulia di Barolo: u Sotto il peso della 
croce imparò la via del cielo e la insegnò v . 

C. C. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

a) 0,PERE STORICHE PUBBLICATE IN ITALIA, 

Marzo-Giugno 1874. 



Archivio storico italiano, fondato da G. P. Vieusseux e continuato a 
cura della K. Deputaziene di storia patria per le provincie della To- 
scana, dell'Umbria e delle Marche. Serie III. Tomo XIX. 1^ di- 
spensa del 1874. N. 19 della collezione, in-8. Firenze. 

Pubblicazione bimestrale. 

Archivio Veneto. Pubblicazione periodica. Anno quarto. Fascicolo I; 
in-8. Venezia. 

Pubblicazione trimestrale. 

Ardizzone Scandurra (Carlo). Il blasone di JSiracusa: illustrSizìojìGÌn-é:, 
Siracusa. 

Balan (Prof. P.). Storia di Gregorio IX e de'' suoi tempi. Fase. XXII- 
XXI Y; in-8. Modena. 

Barozzi e Berchet. Relazioni degli ambasciatori e baili veneti a Co- 
stantinopoli, Parte II; in-8. Venezia. 

Beghelli (Giuseppe). La repubblica romana del 1849, con documenti 
inediti e illustrazioni. Voi, I; in-16. Lodi. 

Bertolini (Francesco). Storia romana dai pia antichi tempi fino allo 
scioglimento dell'Impero Occidentale, scritta ad uso della gioventù 
italiana. Terza edizione; in-16. Firenze. 

Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, ossia raccolta di opere ine- 
dite rare di scrittori siciliani dal secolo XVI al XIX, per cura di 
Gioacchino Di Marzo. Tomo XVI (V. della II serie) in-8. Palermo. 

Contiene : 
Il Palermo d'oggigiorno di Francesco M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca; 
Da' manoscritti della Biblioteca comunale di Palermo. 

Brambilla (Luigi). Varese e suo circondario. Notizie raccolte ed or- 
dinate. Voi. I; in-8. Varese. 

Bruzza (Ant. Luigi). Origine dei lazzaretti e dei magistrati di sanità; 
. in-16. Genova. 

Cambruzzi (P. M. Ant.). Storia di Feltre, con la introduzione di mons. 
D. Gio. Batt. Zandettini. Voi I. Fase. I e II; in-8. Feltre. 



246 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

Canale (comm. Michel Giuseppe). Storia della Bepuhhlica di Genova 

dalVanno 1528 al 1550, ossia le congiure di Gian Luigi Fiesco e 

Giulio Cibo, colla luce dei nuovi documenti, narrate ed illustrate; 

in-8. Genova. 
Cappelletti (cav. Giuseppe). Storia delle magistrature venete ; in-8. 

Venezia. 
Cara (G.) Illustrazione di un nuovo idolo scoperto in Sardegna nel 

1873; in-8. Cagliari. 
Carlini (Francesco). Cenni storici di Ovada. Parte I. Descrizione della 

Valle dell'Alba; in-16. Kovi-Ligure. 
Carrara Zanotti (dott. Luigi). Serina: studj ed osservazioni; in-8. 

Bergamo. 
Cenni storici sulla chiesa della Madonna delle Grazie, situata presso 

Dogliani nella regione denominata dallo stesso di lei titolo; in-16. 

Mondovi. 
Codex diplomaticus Cavensis, nunc primum in lucem editus curantibus 

DD. Michaele Morcaldi, Mauro Schiani, Sylvano De Stephano 0. 

S. B. Accedit appendix qua prsecipua bibliothecae ms. membranacea 

describuntur per D. Bernardum Caietano De Aragonia 0. S. B. 

Tomi I e II; in-4. Kapolt. » 

L'opera si comporrà di otto volumi che vedranno la luce di anno in anno. 

Codex Trivisianus (DCCCCXCVI-MCCCXVIII), chronologico ordine 
perregestus curante prof. S. Minotto. Pars I; in-8. Venezia. 

Cognetti (prof. Biagio). La storia d'Italia sacra j civile e letteraria 
dal nascimento di GesU Cristo fino «Z Ì574. Puntata I ; in-8. Napoli. 

L'opera sarà distribuita in trenta dispense. 

Curiosità e- ricerche di storia subalpina, pubblicate da una Società 
di studiosi di patrie memorie. Puntata I; in-8. Torino. 

Contiene : 
Law e Vittorio Amedeo II ^di Savoja. 
Il tesoretto di un bibliofilo piemontese. 
Le streghe nel Canavese. 

Uh falso inviato del Duca di Savoja nella Corte di Vienna (1685). 
Note autobiografiche d'un veterano dell'Esercito piemontése. 
Rettificazioni ed aggiunte alla Storia piemontese. I. Il trattato del 1° giugno 1639. 

II. La restituzione della cittadella di Torino. 
Cenni e lettere inedite di piemontesi illustri del secolo XIX: Silvio Pellico. 

D*Arco (Carlo). Studj intorno al Municipio di Mantova, dall'orìgine 
di questa fino all'anno 1863, ai quali fanno seguito documenti ine- 
diti rari. Tomo VII; in-8. Mantova. 

De Lorenzo (sac. Ant. M.). Memorie da servire alla storia sacra e ci- 
vile di Reggio e delle Calabrie. Fase. I; in-16. Reggio Calabro. 

Ferrari (Costanzo). Tiburga Oldofredi: scene storiche del secolo XIII; 
in-16. Milano. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 247 

Ferraro (prof. Giuseppe). Statuto ed ordinazioni del Comune di Car- 
peneto, alto Monferrato, pubblicati ed annotati; in-4. MondoYÌ. 

Fontana (nob. Gianjacopo). Storia popolare di Venezia dalV origine 
fino ai tempi nostri. Yol. II. Fase. XXVII: in-8. Venezia. 

Gregorovius (Ferdinando). Storia della città di Roma nel medioevo^ 
dal secolo V al XVI. Voi. V; in-16. Venezia. 

Homunculus. Storia della denominazione di Basilicata; in-8. Roma. 

Ne è autore il comm. Giacomo Racioppi. 

La Mantia (Vito). Storia della legislazione civile e criminale di Sicilia^ 

comparata con le leggi italiane e straniere dai tempi antichi sino a 

presenti. 3 voi.; in-8. Palermo. 
Lauria (Gius, Aurelio). Troja: studj; in-8. Napoli. 
LuxARDO (Girolamo Carlo). La diplomazia quale scienza' ed arte di 

Stato presso i Romani; in-8. Padova. 
Machiavelli (Niccolò). Le istorie fiorentine ridotte alla miglior lezione^ 

con le notizie della vita e delie opere dell'autore ; in-16. Milano. 
Machiavelli (Nicolò). Opere. Voi. II; in-16. Firenze. 

Contiene : 
I frammenti inediti e le Bozze delle storie^ e i Ricordi e gli Estratti delle lettere de 
Dieci ; coU'aggiunta della vita di Castruccio Castracani ; per cura di L. Passerin 
e G. Milanesi, 

Maggi (dott. Leopoldo). Archeologia preistorica Varesina. Cuspide di 
lancia in bronzo. Illustrazione; in-4. Varese. 

Mariani (Carlo). Letture di storia patria offerte alla gioventù; in-16, 
Milano. 

MuoNi (Damiano). Archivj di Stato in Milano. Prefetti o direttori (1468- 
1874). Note sull'origine, formazione e concentramento di questi ed 
altri simili istituti, con un cenno sulle particolari collezioni dell'au- 
tore; in-8. Milano. 

Muzzi (prof. S.). Vocabolario geografico-storico-statistico delVJtalia nei 
suoi limiti naturali. Dispensa VII (Novalesa-Potenza) ; in-8. Bo- 
logna. 

Persoglio (sac. Luigi). Memorie della parrocchia di Murta inr-Polce- 
vera, dal 1105 al 1873; in-16. Genova. 

Pio (Oscar). Storia popolare d'Italia dalla sua origine fino alVacquisto 
di Roma nell'anno 1870. Voi. V; ìn-8. Milano. 

'QuERiNi (Marco). Relazione inedita alla Repubblica ritornando da Prov- 
veditor estraordinario di Cattaro ed Albania, Venezia, 12 luglio 1742; 
in-8. Venezia. 

»AFFAELLi (march. Filippo). Illustrazione di un diploma del santo car- 
dinale Carlo Borromeo j e genealogia della famiglia Lampugnani di 
Milano e Lampugnani signori di Cerro; in-4. Rocca San Casciano. 



248 . BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

KiccA (cav. Erasmo). La nobiltà delle Due Sicilie. Fase. 49. Yol. IV; 
in-4. Napoli. 

L'opera si comporrà dì dieci volumi : ciascun volume di undici fascicoli circa. 

Rocco DA Cesinale (P.). Storia delle missioni dei Cappuccini. Tomo III 
(ultimo); in-8. Roma. 

Il I voi. fu pubblicato a Parigi nel 1867 ed il II in Roma nel 1872. 

RoHRBACHER (ab.). Storia universale della Chiesa cattolica dal prin- 
cipio del mondo fino ai dì nostri, aggiuntavi la continuazione fatta 
dal Chantrel. Quinta edizione. Voi. II; in-8. Torino. 

Rossi (G-. B.), Gagliaudo Alauri, le sue feste e la vittoria di san Gia- 
como: cenno; in-8. Alessandria. 

Rotondi (P.). S. Ambrogio nella Storia di Milano: narrazione; in-8. 
Milano. . 

Servanzi Collio (conte Severino). Sui recenti scavi presso Macerata. 
Relazione all'Istituto di corrispondenza archeologica in Roma ; in-8. 

-* Camerino. 

Storia armena (in lingua armena); in-16. Venezia. 

Taramelli (Torquato). Scavi di Concordia: lettere; in-16. Venezia. 

Tocco (Efisio Luigi). Delle naumachie e degli spettacoli naumachiani\ 
in-16. Roma. 

TuBARCHi (Filippo). Cenni storici del santuario e convento di Santa 
Maria di Concesa sulVAdda nella procincia di Milano ; in-8. Piacenza. 

TuRRio (Q-uglielmo). Trattatello di Storia italiana dall'origine dei Co- 
muni fino alla proclamazione del Regno d'Italia^ in-8. Brindisi. 

Venosta (Felice). Sanf Ambrogio, la sua basilica, la sepoltura e l'in- 
venzione del suo corpo: cenni storici con documenti inediti; in-32. 
Milano. 

Zalla (prof. Angelo). Il Medio Evo in Italia; in-8. Milano, 1874. 

Zanetti (Vincenzo). La basilica dei SS. Maria e Donato di Murano, 
illustrata nella storia e nell'arte. Fase. Ili; in-8. Venezia. 



•LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA, 

(1533) 



" Il tempo, patre de la verità, finalmente ne farrà chiaro te- 
stimonio. „ Con queste parole Francesco II Sforza chiudeva la 
lettera 20 agosto 1533 a messer Giorgio Andreasio suo ambascia- 
tore presso il papa, protestando contro l'accusa del re di Francia 
che avesse ingiustamente fatto uccidere, per mano del carnefice, 
Alberto Maraviglia. Lungi dal recare la luce invocata dallo sfor- 
tunato principe su quell'avvenimento, il tempo vi addensò at- 
torno più folte le tenebre: gli autori misero i piedi gli uni nelle 
orme degli altri, e si seguirono, annusandosi come le pecorelle di 
Dante, perchè invece di cercare la verità alla pura sorgente, cia- 
scuno s'accontentò di ricevere il verbo dagli altri. Così il Verri^ 
(Storia di Milano, cap. XXVI) narra il fatto del Maraviglia, av- 
venuto a Milano, colla falsariga degli autori francesi, e con essi 
deduce la infamia del duca: il Kosmini (voi. Ili) aggrava il dub- 
bio, sempre cogli stessi argomenti, pur confessando di non aver 
potuto accertare parecchie circostanze; e così, per bocca d'ita- 
liani, gli stranieri vengono a spiegarci le cose nostre a modo loro. 

Desiderio vivissimo di verità ci spinse ad investigare questo fatto, 
che ci si presenta senza certezza di causa: coll'animo scevro d'ogni 
preconcetta idea, abbiamo interrogato nell'Archivio di Stato le 
corrispondenze diplomatiche e le missive dell'epoca in cui successe 
l'avvenimento : e per far meglio conoscere il risultato delle nostre 
ricerche, esporremo brevemente in prima i racconti del Verri e 
del Rosmini; poi tesseremo la storia quale ci venne dato di rac- 
cogliere, confermandola cogli inediti documenti. 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. 16 



250 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 



L 



Il ducato di Milano era tenuto da Francesco II Sforza sotto 
l'alta protezione di Carlo V, che, allato al duca, aveva posto An- 
tonio De Leyva principe d'Ascoli. Il cancelliere ducale Francesco 
Taverna aveva proposto al re cristianissimo Francesco I di man- 
dare un ambasciatore francese a Milano, nell' interesse del duca e 
del re istesso. Venne scelto a tal uopo lo scudiero Alberto Mara- 
viglia, il quale era passato in Francia al seguito del grande scu- 
diero Galeazzo Sanseverino. Narrano i nostri storici, che il Mara- 
viglia, venne a Milano nel 1532 sotto pretesto di affari privati, ma 
in realtà con lettere segrete per il duca: che Carlo V, insospet- 
titosi del vero motivo della venuta del Maraviglia, se ne lagnò collo 
Sforza, e che questi promise all' imperatore di dargli una certa 
prova di sua fede. Pochi giorni dopo, un gentiluomo di casa Ca- 
stiglioni, del quale il Rosmini dichiara di ignorare il nome, insultò 
il Maraviglia con parole dette ad un costui servo; ed un altro 
servo avendo presa le difese del suo padrone, nacque un vivo 
diverbio. La notte il Castiglione si recò con alcuni bravi armati 
davanti al palazzo del Maraviglia, ed obbligò i costui servi a riti- 
rarsi. Il capitano di giustizia, pregato dal Maraviglia a fargli ra- 
gione, non si curò di tale reclamo, e la notte di poi (copio il 
Rosmini) " il Castiglione fatto più baldanzoso (fu universalmente 
creduto che ciò gli fosse ordinato), andò nuovamente ad assaltare 
il palazzo Maravigli „ : ma questa volta trovò i servi armati e 
pronti a riceverlo, e rimase morto egli stesso nella mischia. La 
mattina seguente, 4 luglio, il capitano di giustizia menava in pri- 
gione il Maraviglia coi servi: poneva questi ultimi alla tortura, e 
con sommario processo faceva decapitare il primo la notte del 7. 

Il re di Francia, appena venne informato della decapitazione 
del suo scudiero, ne fece altissime querele presso tutte le Corti 
d'Europa: disse essersi ucciso un suo ambasciatore con aperta vio- 
lazione del diritto delle genti, e per punire di tal misfatto lo Sforza 
prese le armi, mentre Carlo V si mostrava soddisfattissimo della 
fedeltà del duca, e gli dava in isposa la propria nipote Cristierna. 

Da questo racconto è messo in tristissima luce il carattere di 
Francesco II, che appare bruttato di doppia infamia : la prima, di 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 251 

avere ordinato al Castiglione d'uccidere il Maraviglia; la seconda, 
d'averlo fatto assassinare, col pretesto di giustizia, quando non 
aveva che difesa la propria vita minacciata. 

A quali fonti attinsero le lor notizie Verri e Rosmini? Essi stessi 
non ne fanno mistero: citano, per autenticare il racconto, il Me- 
zeray, il Martin du Bellay, il Gaillard, il Montaigne e il Robertson, 
vale a dire quattro francesi ed un inglese. E si noti che questi 
scrittori appartengono per la maggior parte a quell'epoca, in cui 
la politica italiana si diceva riassunta nei due nomi di Machia- 
velli e di Caterina de' Medici, ed era moda ripetere che questi 
nomi significavano doppiezza e crudeltà. 

Noi abbiamo letto quegli antichi autori ^ citati, e ci siamo ac- 
corti che i nostri milanesi approfittarono sopratutto dei Mémoi- 
res de m. Martin du Beìlay, che assai diffusamente ragiona del 
Maraviglia, consacrandovi otto fitte pagine in quarto: trovammo 
inoltre che il Du Bellay alla sua volta riferisce che quel racconto 
era stato recato in Francia da un nipote del Maraviglia, che si 
era presentato al re Francesco lamentandosi " de l'outrage et iniu- 
stice qu'il alleguoit estro apparente. „ ^ Non è inutile finalmente 
ricordare che il Burigozzo non discorre, neppure per incidenza, del 
caso del Maraviglia, lasciando supporre d'averlo ritenuto in tutto 
consentaneo" alla ragione delle cose; e il Grumello del pari non 
ne fa parola. 

Messe in sodo queste circostanze preliminari, veniamo al racconto 
del fatto, correggendo le varie versioni secondo i documenti del 
nostro Archivio di Stato. 

Giovanni Alberto Maraviglia, appartenente all'antica famiglia 
milanese che, al pari dei Visconti, dei Piatti, dei Moroni, dei Me- 
dici, dei Bossi e d'altre, lasciò il proprio nome alla via dove abi- 
tava, era infatti passato in Francia al servizio di quei re ^: e nel 1531 



* In quegli autori abbiamo notato parecchie inesattezze, che svelano quanto fossero 
poco sicuri di ciò che narravano. Così il Robertson fa morire il Maraviglia al 7 dicem- 
bre invece del 7 luglio! Eppure il Robertson è fra quelli che più francamente asseri- 
scono che « il Duca e i suoi famigliari procurarono a bella posta d' impegnare il Ma- 
raviglia in una contesa con un domestico del Duca. » 

2 Les Mémoires de m. Martin chi Bellay Seigneur de Langey. — Paris chez Thomas 
Brumen au clos Bruneau MDLXXXII, pag. 196 e seg. 

2 Parecchi documenti, esistenti all'Archivio di Stato di Milano, provano che il Ma- 
raviglia riceveva un assegno dal duca di Milano, probabilmente per sostenerne le parti 



252 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

venne per suoi affari particolari a Milano, ove il duca lo accolse 
con molta cortesia. Di lì a poco se n' andò in Francia ; ma sullo 
scorcio del 1532 tornò una seconda volta nella natia città. Scrive 
il Du Bellay, e sulla sua fede riferiscono Verri e Rosmini, che il 
Maraviglia avea seco due lettere: l'una, da mostrarsi a tutti, era 
una commendatizia di Francesco I allo Sforza, che raccomandava lo 
scudiero venuto a Milano pe' suoi affari, l'altra una lettera segreta 
che indicava lo stesso Maraviglia quale ambasciatore del cristianis- 
simo. La prima non esiste più nell'Archivio; ma essendone stata 
inviata copia a tutte le Corti, dopo la catastrofe, per giustifica- 
zione del duca, è facile comprendere che non doveva dare carat- 
tere alcuno d'ambasciatore al Maraviglia. Troviamo nel carteggio 
diplomatico da Venezia che il Capella, oratore ducale colà resi- 
dente, scrive al suo signore : avere la Signoria " ben considerato 
la copia per vostra excellentia mandata de la lettera del re, por- 
tata per il Maraviglia, et quelle parole dove dice — per alchuni 
suoi affari — gli pare che molto bene justifichi v.* ex."" che esso 
non fusse ambassatore. „ (Lett. 9 agosto 1533.) 

Della lettera segreta non rimane più traccia. Lo Sforza la nega 
risolutamente anche in contesto col re : questi sostiene d' averla 
scritta, ma non ne serbò neppure la copia. Quella che teneva il 
Maraviglia (ma il duca non l'avrà certamente saputo) era un'istru- 
zione, come si legge in parecchi documenti che sono più avanti 
pubblicati, scritta dal segretario del cristianissimo, nella quale il 
Maraviglia veniva incaricato di praticare molti gentiluomini mi- 
lanesi, e di guadagnarli alla Francia pel caso in cui lo Sforza ve- 
nisse a morte senza figli. 

Il Maraviglia giunse a Milano mentre il duca si trovava a Bo- 
logna per stringere la lega coli' imperatore, col papa, con Ferdi- 



alla Corte di Francia. Fra questi ci piace riportare una pergamena, firmata da Massi- 
miliano, ex-duca di Milano e fratello di Francesco Sforza, così concepita: 

« Io Massimiliano Sforza vesconte Confesso che della assignatione fatta per lo 111.» S. 
Duca de Milano mio fratello al M.^ Mss. alberto maraveglia quale è scosa per Antonio 
Carpano io ne resto satisfatto de libre disnove mille ducente sive lib. 19200. Et in questo 
non se gli comprende la cedula de milli A * d'oro dal sol facta a lucha Carpano. Et in 
fede de la presente ho fatto scrivere la presente et sotto scritta de mia propria mano 
et sigilatta del mio solito sigillo. A langres ali IIIJo febro MDXXX. » 

« Maximiliano Sfokza. » 

Luogo del sigillo. 

* A Segno equivalente a ducato. 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 253 

nando re dei Romani, coi duchi di Mantova, di Ferrara, di Savoja, 
e coi Sanesi, Lucchesi e Genovesi. Scopo della lega era precisa- 
mente di difendere Lombardia e Liguria dalla cupidigia delle po- 
tenze straniere. Come si vede, era male scelto il momento di com- 
plottare colla Francia, mentre si stabiliva una lega in tanta parte 
contro di lei: e Francesco II non poteva essere si poco destro da 
farlo. Ad ogni modo, quando il Maraviglia gli scrisse la lettera 
(ora smarrita) 12 dicembre 1532, annunziando la sua venuta, il 
duca gli rispose da Bologna, facendolo semplicemente libero di stare 
in Milano ed in altre parti dello Stato quanto gli piacesse.^ 

Uomo violento doveva di ©erto essere Alberto Maraviglia, poiché 
quando il duca fu accusato d'aver violato con quella morte il jus 
gentium, scrisse messer Giorgio Andreasio, ambasciatore milanese 
a Roma, che " lo prefato Maraviglia haveva ben lui violato Jus gen- 
tium, perchè in quello di Tode, terra di Sua Santità, in camera 
sua el fece amazar uno gentilhomo cremonese oratore de v. ex.* 
apresso al quondam marchese di Saluzzo, nauti eh' el andasse nel 
regno di Napoli. „ (Lett. 27 luglio 1533.) Non è senza importanza 
questa notizia finora ignota, perchè, secondo gli autori, il Ma- 
raviglia avrebbe sempre evangelicamente tollerate le ingiurie del 
Castiglione. 

Abbiamo trovato nell'Archivio parecchie lettere indirizzate al 
Maraviglia da Francia, ma tutte quante parlano d'affari privati 
e di nessuna importanza storica. Tali lettere furono intercette 
vivo il Maraviglia o, lui morto, confiscate? lo ignoriamo. Nella 



* Questa lettera, che viene citata più avanti in una lettera dello Sforza, manca pure 
all'Archivio. La trovò Giuseppe Molini a Parigi, e la pubblicò ne' suoi Documenti di 
Storia Italiana esistenti in Parigi (Firenze 1837), accompagnandola con una nota molto 
severa per il duca. Ecco la lettera: 

« Dux Mediolani etc. Specialis dilectissime noster. Havendo inteso quanto per le vo- 
stre de' XIJ del presente ci scrivete della gionta vostra costì et ordine teneti dal 
Crist.o il che ne è stato di somma satisfattione, essendo noi quello humile servitore de 
S. M. che siamo et intendiamo di essere, havendo caro che ne tengate in sua bona 
gratia. 

« Quanto al stare vostro in quella nostra città et stato vi diremo piacerne che ci 
state quanto vi piacerà, havendovi sempre di vedere vuluntieri per molti respetti et il 
primo per essere servitore de la V.» Maestà et dove vi potremo fare cosa grata lo 
faremo sempre di bona volontà. Dio vi conservi. Da Bologna alli XVIJ di dicembre 
MDXXXIJ. * 

. « Fkancesco. 

« Galeatius Capella. » 



254 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

lettera firmata Alexandre Zancha e scritta da Parigi il 2 7 giugno 
1533, dopo essersi dato notizia al Maraviglia d'una sua causa giu- 
diziaria e copia d'un arresto pel quale gli venivano aggiudicati 
"" duemilia franchi „ , io si avvisa esser atteso in Francia per altri 
affari. In fatti tutto ci annunzia che lo scudiero del re cristianis- 
simo è sulle mosse per partire: e lo rileviamo da due lettere del 
conte Massimiliano Stampa, castellano di Milano, e da una di Ip- 
polito Gonzaga. Lo Stampa risponde al Maraviglia circa alla do- 
manda che questi gli doveva aver fatta di laneri o lavoratori di 
lana, industria da secoli famosa in Milano. Non dobbiamo dimen- 
ticare che ritaha era in quell'epoca k dispensatrice di civiltà al 
mondo; come noi oggi domandiamo la moda letteraria alla Fran- 
cia, l'industria all'Inghilterra o al Belgio, alla Germania i filosofi, 
e da poco tempo in qua anche i politici e i maestri di musica, 
allora all'Italia si chiedevano umilmente Leonardo, Alamanni, Cel- 
lini, Vesallio, e tanti altri, che spargessero la luce dell'arte, della 
poesia, della scienza. Il Maraviglia doveva quindi aver avuto com- 
missione da Francesco I di condur seco nel ritorno alcuni laneri, 
che introducessero in Francia l'industria che aveva arricchito il 
Milanese. 

Meritano d'essere pubblicate le lettere dello Stampa, perchè mo- 
strano in quale considerazione fosse tenuto lo scudiero del Cristia- 
nissimo dai nobili lombardi che aveva incarico di corrompere. 

" Senor mio osservantissimo. Ho mandato, si comò ho dito a 
V. Sig.'"'*, in più loci per haver laneri, scriverò al s. Imbassator di 
Mantua et infino a s. Ex.* per haverne et in ogni altro locho scri- 
verò per servizio a V. S., in bona gratia de la qual me raccomando. 
Da Cusago, 27 giugno 1533. 

de V. S. Como fratello minor 

Maximiliano Stampa. „ 

" Senor Maravelia mio osservantissimo, la qui alligata al senor 
Inbassator per laneri non mi ha parso scrivere a sua Ex.", pa- 
rendomi bastar el scritto al senor Imbassator, no parendo a V. S. 
scriverò a sua Ex.* mandaro di novo per diversi altri loci et V. S. 
si assicura se dovesse spendere mile scuti et più, faro sopra el pos- 
sibile per servirla ; li miei cani, cavali et il resto del mio offerisco 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 255 

a V. piacere et servitio. In bona gratia de V. S. me raccomando 
da Cusago, 28 zugno 1533. 

de V. S. Como minor fratello 

Maximiliano Stampa. „ 



La lettera del Gonzaga serviva d'involto ad altre carte dell'Ar- 
chivio, e più chiaramente indica come il Maraviglia stesse per par- 
tire. Eccola: 

" Signor Capitano Maravelia mio come fratello honorando : Rin- 
grazio la S. V. di la sua amorevole lettera che mi scrive et in 
questo io ho conosciuto il buon animo suo verso di me comò e fu 
e sarà sempre il mio verso la V. S. in fargli servitio : dove de pre- 
sente non accade che quella piglia alchuna fatica per me, perchè 
in breve spero anchor io de esser in Franza et si goderemo inscieme 
facendo buona chiera, come è nostro solio et di cuore me gli rac- 
comando: di Bozulo alli 3 di luio 1533 et mi remetto al servitio 
di V. S. 

« di V. S. Como fratèllo 

Hyppolito de Gonzaga.* „ 

Lo sventurato scudiero non lesse mai questa lettera che gli era 
-diretta con festevole stile, poiché il 4 era fatto prigione, e quando 
la lettera giunse a Milano, egli aveva forse perduta la testa sul 
patibolo. 

Se il Maraviglia aveva già disposto ogni cosa per tornarsene in 
Francia, il duca di Milano doveva essere abbastanza contento di 
non vederselo più tra piedi, pe' suoi rapporti colla cesarea maestà, 
e non doveva aver bisogno di ricorrere ad un'infamia per liberar- 
sene. Ma v' ha di più : i documenti del nostro Archivio svelano 
un' ignota molla della catastrofe : una donna. — Il capitano di 
giustizia^ gli ambasciatori, e parecchie relazioni private che con- 



' Non devono stupirci le attestazioni d'affetto di queste lettere. Il come fratello era 
merce comunissima in quel secolo : ed appunto in questi giorni, nella dispensa CXXXII 
della Scélta di curiosità letterarie ristampate dal Romagnoli, troviamo che a Pietro 
Aretino scrivevano come fratello Francesco Maria duca d'Urbino, il Malatesta, il Vi- 
telli, ed altri: e firmavano come sorella all'Aretino stesso la Maria de' Medici, nata 
Salviati, la Giulia Pico della Mirandola, la Ludovica Sanseverino da Landriano. 



256 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA; 

fermarono quella del suddetto capitano (come vedremo più innanzi), 
son concordi nel riferire che tutto avvenne " per concorrentia che 
havevano in amor con una Gentildonna. „ Il nome di questa non 
ci fu dato saperlo: conosciamo invece quello, ignorato dagli altri, 
del Castiglione, che è Giovanni Battista. Questo gentiluomo era 
partigiano di Francia: par egli quindi possibile che il duca l'avesse 
scelto per un tranello, diretto in ultimo contro il re di Francia, 
e che il Castiglione avesse accettato l'incarico? 

Il Du Bellay scrive che un gentiluomo dei Castiglioni domandò 
a un idiota, servo del Maraviglia, chi era il suo padrone; ed 
avendo quegli risposto che era del Maraviglia di Francia, l'altro 
rimbeccò " Merueilles de la fourche. „ Di qui nacque la contesa. 
Nella lettera da Roma 27 luglio 1533, l'Andreasio espone presso 
a poco l'identico racconto, mettendo in bocca al Castiglione le 
parole caratteristiche : Gihett per vos et per el Maraviglia, ed avendo 
un altro servo preso le difese del padrone, il Castiglione negò di 
aver dette quelle parole. 

Dopo questa rissa, gli storici parlano di due altre: nella prima 
i servi del Maraviglia ebbero la peggio : nella seconda, avvenuta, 
come la prima, sulla soglia della casa dello scudiero, rimase uc- 
ciso il Castiglione. Ma aggiungono che mai il capitano di giustizia 
tentò frenare la insolenza di quest'ultimo, istigatore del Maraviglia. 

Invece il capitano di giustizia, ch'era messer Speciano, nella sua 
relazione che fu inviata in Francia all'ambasciatore ducale Gio- 
vanni Stefano Robio ed a tutte le Corti amiche, narra che egli 
s'interpose per far pace: che ottenne con gran fatica la fede dei 
due: che il Maraviglia radunò 20 uomini oltre a' suoi servi, non 
nella contrada e nella casa sua, ma nella contrada di Brera e in 
casa di un tal Marco da Besozzo, e quando passò il Castiglione, 
accompagnato da soli sei uomini, lo fece assassinare : che ad ag- 
gravare il fatto concorsero le due circostanze del trovarsi allora 
il duca in città' e della grande considerazione in cui era tenuta la 
famiglia Castiglione: e che dovette usare speditamente e far deca- 
pitare il Maraviglia per evitare una sedizione del popolo indignato : 
infine, avere il Maraviglia fatto testamento, e lasciate maggiori 
somme a quei servi ch'erano stati più feroci nell'uccidere il Casti- 
glione. E queste cose assicura note a tutti in Milano, ed invoca la 
testimonianza dei cittadini. Questa testimonianza per noi è fatta in 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 25T 

certo modo dalle parole di messer Giorgio Gallerato, ambasciatore 
del duca presso Carlo V, che ai 28 luglio scriveva da Almonia al 
suo signore, che " la justitia fatta del Maraviglia è stata scritta 
da molti mercanti nel proprio modo che el Spedano la scrisse : et 
è generalmente comendata. „ 

A mostrare sempre più che non vi fu provocazione da parte del 
Castiglione la sera in cui questi rimase morto, giova ancor me^ 
glio, perchè più minuta, un' altra relazione scritta dallo stesso Spe- 
ciano ai 17 d'agosto, che vedremo in seguito. Il Rosmini esprime 
quella provocazione colle parole : '^ Il Castiglione fatto più baldan- 
zoso (fu universalmente creduto che ciò gli fosse ordinato) andò 
nuovamente di notte ad assaltar il palazzo Meravigli; ma questa 
volta... rimase egli ucciso. „ Invece, proclamandosi notorio in Mi- 
lano che il Maraviglia aveva preparato un'imboscata, occupando 
due vie, per non lasciar scampo al Castiglione, e che " l'assalto 
occorse lontano dalla casa del Maraviglia per tre contrade „, cade- 
in un tempo e la provocazione e il supposto ordine del duca. 

Ecco ora la relazione 8 luglio nella sua integrità: 

Lettera del s.''*' Spedano Gap." de Justitia 
al MJ" Eolio in Franca. 

" Lo 111.™° S. Duca mi ha comisso che avisi V. S. della causa 
della giustitia fatta nel Maraviglia, et la causa della celerità onde 
per satisfar a quello me comisso V. S. sera avisata come tra '1 
p.° Maraviglia et uno m.'" Gio. Batta da Castione figliuolo de 
m."" Alessandro ch'era unico al Patre, qual è il più richo di quella 
casa; un altro figliuolo haveva che si domandava m.'" Gio. Aluy.*" 
et morse capit.° del Re X.""" et in servitio de sua M.** al tempo 
che vene Mons. di Lautrech, credo nel 1527, e questo similmente è 
stato sempre alli servitij della p.** M.** Questo dico acciò V. S. me- 
glio cognosca detto m.'' Gio. Batta, perchè in quella casa gli ne 
sono molti de par nome. Tra costui adunque e il Maraviglia era 
inimicitia antiqua, ma ranuovate de presente per alchune parolle 
dette per il Castiono, et per esser rivale al Maraviglia in lo amor 
d'una Gentildona, qual godeva prima esso Castiono, et bora si 
godeva per il Maraviglia: fra li servitori del Maraviglia quali fa- 
cevano la voluntate del patrone e il Castione intervennero al- 



258 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

chuni insulti et rixe per dette cause, pur senza effetto. Io me in- 
terposi ad voler assettar questa differentia, ma la difficultate era 
chel Castione voleva far pace col Maraviglia come principal della 
inimicitia et il Maraviglia se ne sdegnava, ma voleva che la facesse 
con suoi servitori: e perchè m'era necessario presi expediente di 
ha ver la fede de l'uno et l'altro de non offendersi, et così hauta 
la fede dal Castiono la dedi al Maraviglia che l'accettò, et fu in- 
contrato alle volte dal Castiono con molto maggior numero de 
gente che quello non haveva et sempre il Castiono gli dette il 
luocho quettamente. 

"Accadete che, stando la cosa cosi, vernadi passato de sera se 
fece dal canto del Maraviglia una unione de circha XX homini 
oltre li suoi servitori, et essendo ogni sera solito passar il Castione 
per la centrata di Brera, si posero costoro in insidie in più parte, 
della quale uno n'era in casa de Marcho de Besutio, il resto alli 
cantoni. Passato il Castiono il quale aveva secco sey homini e lui 
desarmato, salto il p.° uno figliuolo del Besutio predetto dretto esso 
Castiono, et un altro a canto qual gli dete una archebusata nel 
venir sotto il lato mancho et uscite dalla spalla destra, et li altri 
corsero con grande impeto et a loro satieta lo ferirno anchora poi 
ch'era morto. Questo caso parve a tutta la città di tanta mala 
natura che ognuno n'era turbatissimo. Questo ultimo non lo dicho 
solamente prò processo nel qual si contengono tutte le predette 
cose, ma V. S. interroghi a sorte quanti gli occorrerano de Mila- 
nesi d'altri che si siano trovati in la città al tempo del caso et 
siano senza passione, che non troverà alcuno discrepante. Li delin- 
quenti alchuni tornorno a casa del Maraviglia et deposte l'arme san- 
guinate se n'andorno via la mattina seguente. Io presi il Maraviglia 
et lo missi in prigione et gli feci il processo preditto. Et crescendo 
ognh ora più il mormoramento de tutta la città universalissimo 
contro di lui, essendo la indignita della cosa a tutti abominevole, 
e parendo un tradimento manifesto poi accettare la fede d'uno 
huomo ed amazzarlo et con modo tanto malo, cioè con unione de 
25 huomini, o circha posti in insidie et con Archibusi in quella 
città dove era lo 111.'"° s. duca et molte volte passava per quella 
contrada moderna et solicitando instantissimamente tutti li Ca- 
stioni, che V. S. scia quale et quanta la lor casa sia, desperatis- 
simi, parevami che mai m'accadesse caso qual da ogni canto ha- 



m 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 259 

vesse tutte le circostantie per le quali io dovessi usare de la 
auctorita de lo ufficio et qual è quello che solo dà, Terrore a' 
tristi : et rejetti quelli termini ordinarij et attaccandomi alla verità 
et essentia del fatto, parvemi non differir la Giusticia et così hoggi 
l'ho fatta far, che certo se non si facesse così, ma si servasseno 
quelli ordini e termini dilatorij statuarij in casi sì atroci et in 
tanto numero de tristi non seria il statto de S. Ex.'* cosi pacifico, 
et io in tutti li casi di simile attrocita havendo li rei in mano de 
puoco tempo poi il delitto, ho sempre così servato per smarir li 
altri per la exemplarità. Non tacerò che per lassar ben testato il 
Maraviglia il suo animo contro del Castiono^ essendo menato alla 
Giusticia ha procurato di lassar ben remunerato ciascuno de questi 
che r hanno amazato nominandoli particolarmente et dandone 
maggior numero a quelli gli pare habbono fatto peggio. 
" Datum Mediolani. VIIJ julij 1533. „ 

Il giorno dopo, 9 luglio, il duca così scriveva al suo ambascia- 
tore Robio: " Credemo sera venuto netta in quella Corte de la 
justitia fatta in la persona del Maraviglia: et a fin che sappiate 
come sia passata tale cosa et secondo il bisogno possiate darne 
conto, habbiamo ordinato al Capit.*" nostro de Justitia che ve ne 
scriva il tutto, secondo vedarete per l'alligata sua che vi mandiamo : 
de quale ve servirete occorrendo. E tutto per vostra intelligentia 
et aviso. Advertendovi, che oltra il delitto del homicidio non è 
stato ne esso Maraviglia ne alchuno de' suoi de altra cosa publica 
privata interrogato: et anchora che li altri servitori suoi quali 
erano in casa, fussero pregionati, si è advertito ad non lassare 
captivare uno suo segretario francese, accio se sapesse che non se 
immischiava a questo homicidio altra cosa. Dio vi conservi, etc. „ 

Per quanto sembri decorazione storica poco concludente, non 
vogliamo tacere, perchè spiega meglio il carattere dell'epocaj che 



* L'originale dello Speciano, qua e là segnato di cancellature, giunto a questo punto, 
prosegue così: «ha lassato nella sua ultima dispositione A 200 per cadauno dì quelli 
soi servitori che l'amazarono. » Queste parole furono poi cancellate e sostituite dalle 
riferite, colle quali si aggiunse una tinta più fosca al carattere del Meraviglia, mostrando 
come l'odio suo fosse sì potente fino negli ultimi istanti, da premiare maggiormente 
quelli che all'odio stesso meglio avevan servito. 



260 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

al Maraviglia non fu tolto, nell'arresto, un soldo. Lo sappiamo 
per un incidente curioso. Nel novembre successivo il duca scrisse 
al presidente Filippo Giacomo Sacco, che un gentiluomo Landriano 
si lagnava per essergli stato giustiziato il figliuolo, e prosegue die 
al dispiacere " anchor se li gionge che li fanti del Cap.° di Justitia 
gli devono havere tolto certa somma di danaro, che esso haveva 
indosso quando fu preso „. A questi lamenti del disinteressato 
genitore il capitano Spedano rispose che " secondo il stilo segui- 
tato fino ad bora, le armi, li vestimenti et li danari de li rei che 
si pigliano, delli quali si piglia l'ultimo supplicio, sono di quelli 
che li pigliano „ . Aggiungeva però ch'egli vigilava perchè si rispet- 
tassero le cose dei prigionieri : ^ Et comò anche feci del Maravi- 
glia al quale non volsi si pigliasse uno quattrino quantunque avesse 
addosso per D. 200. Et tutto fu perchè fui advisato subito, perchè 
comò sono partiti fra quelli gaglioffi, la tromba del judicio non li 
uniria „. 

Avendo poi nell'opera del signor Carlo Morbio Francia e Italia^ 
letta la relazione del manoscritto che porta per titolo: Registro 
dei giustiziati, assistiti dalla nobilissima Scuola di S. Gio. Decol- 
lato detto alle Case Rotte, dal Anno MCDLXXI al III aprile 
MDCCLXVl col Indice de' più rimarchevoli accadimenti, abbiamo 
chiesto al signor Morbio licenza d' esaminarlo. In fatti, sotto la 
data 7 luglio 1533 trovammo le seguenti parole: " Giustizia fatta 
in prigione, fu decapitato Alberto Maraviglia, detto il Scudiero 
Maraviglia, decapitato a ore quattro di notte, e portato in Bro- 
vetto, fu sepolto alle Grazie. Era Gentiluomo di Francia „ . 

Intanto il duca partecipava al Leyva l'accaduto con una lettera, 
i cui termini sembrano viepiù escludere la possibilità di un intrigo 
suscitato da Francesco II a danni dello scudiero del re cristia- 
nissimo. 

" Molto 111. et Ex. Senor come fratello honorando. Non havendo 
altra cosa degna de aviso doppo.le ultime nostre a V. S. che la 
receputa de le sue di iiij non saremo molto longhi, salvo de advi- 
sarla che essendo soccessa la morte d'un gentil' homo di casa Ca- 
stigliona in questa nostra città, assassinato Sabato proximo pas- 
sato da circa trenta homini armati con rotelle, spato di duamani 
et archibusi nel finir del giorno. Et questa tale scelerità comessa 
di ordine del Scudier Maraviglia non habbiamo possuto manchare 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 261 

per il debito et honor nostro che la giusticia non Labbia havuto 
il loco suo. Cosa veramente che m'è incresciuta per molti capi. 
Nondimeno lo excesso è stato tanto enorme che non si potea las- 
sare impunito se non con grandissimo vituperio et danno nostro 
et de tutto il Stato nostro. Et con questo facendo fine, a V. S. de 
cor s'ofi'eremo et raccomandamo. Da Milano alli vij di luglio 
MDXXXIIJ. 

Francesco. „ 

{A tergo). " Al Molto 111. et Ex. Senor come fratello honorando 
Il P. di Ascoli, Capitaneo de la Ces. Maestà et generale della Lega. „ 

Questa non è lettera d'un complice ad un altro, ma giustifica- 
zione d'un atto arbitrario che si teme possa procacciare rimpro- 
veri. Continuando le investigazioni, sempre nella speranza di tro- 
vare un documento che permettesse di pronunziare un sicuro giu- 
dizio, vedemmo la minuta d'una lettera indirizzata due giorni dopo 
l'avvenimento a Carlo V, con speciale raccomandazione che doveva 
riserbarla alle proprie mani del monarca. Se esisteva un intrigo 
da lunga mano preparato, ivi se ne doveva trovare il filo. Al con- 
trario, il fatto vien narrato con brevi parole e come cosa nuova; 
ma vi si parla di scritti in modo da far credere che questi al- 
tre volte abbiano formato soggetto di discussione. Ne giudichi il 
lettore : 

Milano, 9 Julii 1533. 

Caesari m. ppa. P. 

" Dopo humilissimamente basciate le mani di V. Ces. Maestà, 
essendo occorso fra il Maraviglia Gentilhomo Milanese servitore 
del Re X."''' et un altro nobile da Castione certa rixa per causa 
di dona, il prefato Maraviglia con unione di più di venticinque 
homini et con archibusi di giorno fece amazar dicto Castione in 
questa Città et io li era. Pel che essendo preso da justitia, è statto 
punito ne la vita, et dopo morto, fatto diligentia per ritrovar le 
sue scritture, si sono ritrovate le annexe quali mando a V. M. Non 
si è potuto bavere l'originale instructione : questa è la copia scritta 
di propria mano del segretario francese a luy deputato et l'origi- 
nale con copia delle lettere scritte da esso Maraviglia sono state 
disperse da esso segretario intesa la captura del patrone. A V. 



262 LA MORTE di' ALBERTO MARAVIGLIA. 

Maestà humilissimamente basciandole le mani, me li raccomando 
pregando N. S. Iddio feliciti et contenti V. Maestà come desidera. „ 

Di quella istruzione il duca non aveva fatto parola con alcuno 
degli ambasciatori ; ma avendola Carlo V mandata all'oratore suo 
in Koma perchè la mostrasse al papa, lo Sforza dovette scriverne 
all'Andrasio, e perchè ben comprendeva che non sarebbesi man- 
cato d'attribuire la decapitazione del Maraviglia a causa politica, 
ne scrive colla maggior segretezza. La minuta piena di cancella- 
ture porta in testa di mano del duca le parole, In cifra. Da questa 
lettera, che pubblichiamo integralmente per la sua importanza, ci 
pare confermata l'opinione che avevamo formato leggendo la let- 
tera a Cesare, cioè che Francesco II abbia approfittato del delitto 
del Maraviglia, in cui non aveva colpa, per sollecitamente condan- 
narlo ed impadronirsi delle sue carte. 

Milano, p.o settembre 1533. 

'^ Andrasio oratore nostro. In cifra. 

" Dopo la decapitatione del Maraviglia fu trovato una instru- 
ctione scrittali di propria mano del secretario Bertono presso il 
X."'^ ma non sottoscritta da Sua Maestà, di continentia ch'esso 
Maraviglia dovesse praticar gentilhomini milanesi per redurli a sua 
devotione per poter di loro disponere in caso che noi venessimo a 
morte : et per esser cosa de la importantia che voi intendete non 
volendo noi per modo alcuno mai mancar del debito nostro per 
la M.* Ces.* mandassimo secretamente detta instructione a S. M. 
per mano del Secretario Conos senza saputa del nostro Ambassa- 
tor residente presso detta Maestà, et pregassimo detto Conos con 
nostre lettere ad supplicar S. M. ad non lassar propalar detta 
instructione in alchuno loco poiché era più che sufficiente et justa 
la causa de la decapitazione del Maraviglia per lo excesso fatto 
cometter senza far mentione di detta instructione. Hora tenemo 
aviso dal detto nostro Ambassator che, avendo essa Maestà rece- 
vuto lettera da l'oratore suo residente presso il X.*"" sopra la do- 
glianza de la predetta decapitazione, essa Maestà Ces.* gli ha fatto 
responder gagliardemente in conformità de la justificatione de la 
qual già più volte ve ne habbiamo scritto et che la sapeva bene 
che dicto Maraviglia teneva instructione corno è sopra ditto tutta 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 263'- 

a deservitio de S. M. Ces.* Ma di più ne scrive esso Gallerato che 
Mons. Granuelle gli ha ditto che sua M. Ces.* ha mandato essa 
instructione all'oratore suo in Koma scrivendoli che la voglia tener 
presso di sé per sua instructione et advertendolo che, ancora che 
non la sia sottoscritta dal re di franza, appare però assai authen- 
tica, per essere scritta di man propria del secretarlo Bertono. È 
vero che tutto ciò che piace a sua M.* Ces.* anchora non ne con- 
sentiamo, ne potemo restar se non satisfatissimi d'ogni suo voler, 
nondimeno haveressimo desiderato che la cosa non fusse andata 
a notitia d'altri che di S. M. et Conos. Per il che dubitando noi 
che se ben S. M. ha scritto a l'oratore suo in Roma che voleva 
tener detta instructione presso di se per sua informatione l'abij 
forsi partecipata a N. S. . . . „ 

Segue una pagina e mezza cancellata di mano del duca, poi vi è 
aggiunta di pugno del duca stesso una chiusa che venne copiata 
in un foglio a parte in questo fedel modo, per metterlo poi in 
cifra e mandarlo all'Andreasio : 

" Vederete de intendere dal predetto oratore se ha fatto di 
tale cosa motto alchuno a Sua Santità, et quando comprendiate 
che sì, judicamo che sia bene che gli ne parlasi, porgendoli, se pur 
vi accade di parlarne, la cosa con tale destrezza et excusatione 
nostra presso S. S. perchè prima di bora non gli l'habbiamo fatto 
intendere che la resti bene satisfatta et libera da ogni diffidentia 
de noi et fra l'altre cose potrete dire a sua B.^ che, trattandosi 
in -questa cosa del interesse de sua M. Ces.^ come si faceva, a noi 
pareva convenientemente non dovere palesar questa cosa avanti 
che havessimo inteso la volontà de Sua M. Ces.*. Et perche sapemo 
che in voi non mancherà prudentìa de satisfare bene a questo 
nostro desiderio, se ne remettemo ad voi tenendo la cosa più se- 
creta che sia possibile. Et pigliando anche sopra di questo caso 
il parere dello suddetto oratore Ces.° con consulta et parere del 
quale tratterete questo negotio essendo per tutti li rispetti de 
molta importantia come anche voi per vostra prudentia possete 
bene comprendere, non lo havendo ditto non lo dite perchè non 
bisogna. A noi pare se debbo mostrar non sapere cosa alcuna di 
tale cosa havendo noi pur troppo [fin troppo?] justificatione che 
tale decapitatione sij per il delitto comesso et che lui non era 
oratore. „ 



^64 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

Non vuoisi tacere che di questa celerità di esecuzione e dell'ora 
e del luogo in cui fu fatta, il duca incolpa l'indignazione popolare, 
suscitata per la morte del Castiglione, che apparteneva a famiglia 
possente in Milano per ricchezze e aderenze. E siccome il re Fran- 
oesco I diceva che, prima d'uccidere il Maraviglia, sarebbesi do- 
vuto dargli avviso, il duca scriveva (Lettera vij augusti 1533. 
Oratori Cesareo in Curia Begis Crist.): "Né deve parer cosa stran- 
nia non bavere di ciò prima dato aviso a S. M. perchè l'attrocità 
del caso et la murmuratione de la città portava questa celerità di 
giusticia, non essendosi senza pericolo di seditione in la città 
quando si fosse differto „. 

IL 

Intanto Giovan Battista Taverna, nipote del Maraviglia, correva 
in Francia a narrare al re cristianissimo i fatti accaduti, facen- 
done quella versione che sola fino ad ora si conobbe e fu creduta 
verità. Il re montò in tanta ira che l' ambasciatore ducale Gio- 
vanni Stefano Robio, temendone lo scoppio, si affrettò a fuggire 
il 18 luglio, e come scrive il Eobio stesso (Relaz. 7 agosto) reputò, 
" manco mal dextramente ritornare. „ 

Il giorno 6 agosto Francesco I inviava allo Sforza un araldo 
colla lettera seguente, che si conserva al nostro Archivio fra gli 
autografi. Noi ne pubblichiamo la traduzione dal francese, e la 
facciamo seguire dalla risposta del duca: 

" Mio cugino mi fa sapere come in questi passati giorni, contro 
tutti i diritti antichi e lodevoli costumanze in ogni tempo conser- 
vate e osservate fra i prìncipi, abbiate fatto mozzare il capo al 
signor Maraviglia mio ambasciatore residente presso vostra Signo- 
ria, cosa che mi è tanto e sì gravemente dispiaciuta e dispiace 
per il grande oltraggio e l'ingiuria che questo misfatto mi ha ar- 
recato e che non è possibile maggiore, e di cui sono deliberato a 
risentirmene sempre, finché me ne sia data la dovuta riparazione. Io 
l'aveva inviato presso di voi, avendolo conosciuto di una condotta 
talmente onesta, che difficilmente posso persuadermi che abbia vo- 
luto far cosa meritevole di un tal supplizio. E ancorché avesse po- 
tuto meritarlo, voi comprendete che non dovevate dimenticare di 
non procedere ad una tale esecuzione senza avvertirmi precedente- 



LA. MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 265 

mente e inviarmi il suo processo, aspettando su di ciò la mia risposta 
che sarebbe stata sì giusta e ragionevole, da farvene soddisfatto. 
Questa avrebbe dovuto essere la vera e ragionevole via da seguirsi, 
come lo fu in ogni tempo, fin da' più antichi, in tale materia. E per- 
chè della pena che ha sofferto (il Maraviglia), l' ingiuria principale 
ricade su di me, ed io per niente al mondo sono deliberato di sof- 
frirla né di tollerarla, così vi avviso che è necessario pensiate a 
ripararla in modo che io ne sia soddisfatto come vuole ragione, 
altrimenti, in difetto di ciò, io vi significo che con tutti i mezzi 
di cui potrò disporre, procederò contro di voi — farò conoscere 
che indiscretamente, e senza avervene dato causa, m'avete fatto 
troppo grande ingiuria; della quale mi lagno in iscritto con tutti 
i principi cristiani miei amici, alleati e confederati, affinchè cono- 
scano e intendano che se io mi risento di tale ingiuria e oltraggio, 
e mi rivolgo a voi per farvelo sentire e conoscere, ne ho tutte le 
ragioni. 

" Scritto a Tolosa il sesto giorno di agosto 1533. 

Francesco Bochetet. „ 
A mio cugino il Duca Francesco Sforma. 

Resposta del llìr Sr Buca de Milano al Be Xr 

Ani 29 di Agosto MDXXXIIJ. 

" Ho riceputo con quella reverentia che al debito et servitù mia 
conviene la lettera di V. M., portata per lo Araldo suo, et visto 
quanto per quella gli è piaciuto di scrivermi. Io certo, essendoli 
quello humilissimo servo che gli sono, ho sentito infinito dispiacere 
de la mala satisfattione et opinione dimonstra di me, cosa pero che 
mai pensai, sì perchè non mi presupono haverli fatto offesa, come 
che di questo caso del Maraviglia subito scrissi al Kobio mio 
secretarlo 'residente presso V. M. con pienissima instruttione per 
darli conto di quanto era successo, rendendomi certo et sicuro che 
instrutto de la verità non solo haveria reputato bene quanto in 
ciò fusse fatto, ma l' haveria judicato necessario, benché esso 
Robio mosso da timor, come dice, non essendoli pervenute le 
mie lettere, non habbia havuto ardire di dimorare et venire al 
conspetto de V. M. non senza mia grandissima displicentia. Ho 
poi anchor scritto al s. oratore dell'Imperatore et mandato ca- 

Arch. Stor. Lonib. — An. I. 17 



266 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

vallare a posta per il medesimo effetto, con aggiunta di suplicar 
a V. M. che se dignasse admettere ch'io potessi mandarli homo 
a dar conto di me et satisfar a V. M. Il che comprendo non haver 
avuto effetto avanti la data de le lettere de V. M. Poiché aduncha 
per mio infortunio quanto di sopra è occorso, con la debita sum- 
raissione et reverentia dico a V. M. che mai pensai offenderla, ne 
reputo haverla offesa, et a questo fine supplico la si degni farmi 
gratia ch'io le mandi il Taverna mio cancelliere per informarla 
de la verità, quale forsi fino ad hora non gli è, come si deve, si- 
gnificata, et con questo mezo spero che tanta è la bontà et ju- 
stitia Sua, che di me rimovera ogni sinistra opinione. Ne so quando 
havessi errato contro la M. V. cosa che mai fu de animo mio, saria 
per detrattar alcuna debita reparatione o satisfattione, essendo così 
debito maxime alla grandezza et qualità de V. M. Però quanta 
più humilmente se possi di novo gli supplico exaudir mia richiesta 
et in bona gratia de V. M. humilmente me raccomando „. 

Nel frattempo, per consiglio, di papa Clemente VII, il duca 
aveva mandato il capitano di giustizia ad Alessandria, incontro 
al cardinale d' Agramente che, precedendo il pontefice, andava a 
Marsiglia ad assistere alle nozze di Caterina de' Medici col duca 
d'Orléans. Lo Spedano aveva l' incarico di persuadere il cardinale 
dell'innocenza di Francesco Sforza, affinchè potesse interporre i 
suoi amichevoli uffici presso il cristianissimo. Il colloquio ebbe 
luogo in presenza di messer Gaspare Mayno governatore d'Ales- 
sandria, e al cardinale fu consegnato il processo, che a noi non fu 
dato poter trovare nell'Archivio. La relazione che ne scrisse la 
Spedano al duca, svela nuove circostanze, come l'agguato del 
Maraviglia, la lontananza della costui casa dal luogo del fatto, e 
la confessione del Maraviglia d'aver ordito l'uccisione del Casti- 
glione, perchè questi, due dì prima, era passato armato davanti 
alla porta della sua casa; circostanze tutte che non permettona 
di credere alla premeditazione del delitto da parte del duca. 

Adì 17 Agosto. 

Biporto dil Spedano dal B."*" Agramonte. 

" Ho esposto a sua S.'** R.""", secondo la commissione da s. ex.% 
el dispiacere grandissimo nel quale essa si trova, havendo inteso 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLL4. 267 

esser ad essa M.** X.* molesta molto la morte dil Maraviglia come di 
suo oratore presso sua Ex.* La qual cosa se fosse stata vera, soa 
Ex.* confessa cke S. M. haverìa giusta causa de dolersi di lei et 
Laveria per inimico: ma sei fusse stato cossi, né Soa Ex.* è tanto 
imprudente che fusse incorsa in tale errore, ne l'osservanza et 
servitù et affectione di quella verso soa M. non l'haveria permesso 
ad errare. Ma sapeva certo che non era Ambassatore, perchè ne 
elio mai lo disse, ne mai tenne lo locho. Anzi, quando egli andava 
da soa Ex.* o ad accompagnarla, stava fra li gentilhomini et nel 
numero delli altri sempre come persona privata. Et li altri am- 
bassatori, dirò anche li minori, come di Mantoa sempre stavano 
presso soa Ex.* Perchè non fu mai Principe che più honorasse Am- 
bassatori di quello. Et per più chiarezza gli exibui la istessa lettera, 
quale esso Maraviglia portò quando prima venne ; da quale pare 
Tenesse per soi affari particolari non per publici et cossi trattava 
le cose private et de comprare beni et de pigliar moglie. Et sic- 
come tutti li altri oratori hanno le case dove abitano gratis da 
soa Ex.* egli ne haveva come privato una condutta ed insomma 
nullo segno teneva de segno publico et tutti de privato. Et perho 
come privato cittadino di Milano havendo in quella città deliquito 
non si potea salva la justitia far altro. 

" Soa S.''* Kev.""* mostrò molto grato el vedere de la lettera, et 
admise che per quella non si potea dir oratore de soa M. e ne fece 
pigliar copia, quale ha fatto portar seco. Et quantunche Soa S."* 
Rev.*^* dicesse che, non essendo el Maraviglia oratore, non accadea 
al X."^** Re cercare più oltra se jure o jniuria fosse decapitato: 
nondimeno per sapere parlare del tutto havea piacere a sapere 
tutto el processo. Et io dissi che sua Ex.* cossi mi havea special- 
mente commisso dovesse fare. Inteso per Soa S."^** Rev.""* ciò che 
narrai disse piacergli molto che cossi fusse, ma che tutto il con- 
trario era stato significato a soa M. Io gli dissi in nome de soa 
Ex.* che soa M. dovesse imaginarse el modo per el quale gli pia- 
cesse de venir in questa verità che soa Ex.* non desiderava altro 
se non di ben chiarirla et satisfarla; Et in ispecie li aricordai se 
volea el processo, o che un homo de soa Ex.* andasse de Sua M. 
ad justificar el caso, overo ella volesse mandar a Milano, soggion* 
giendoli che interrogando ciascuno che allora fusse in Milano, et 
non appassionato saperla il vero. Perche elio era notorio et perche^ 



268 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

soa S/''' E.""* me dissi tutto quello era stato detto al Re distinta- 
mente. Io come Gio. Batta impetrata la licentia de soa E,.""* S."^* 
di poter parlare fuori della mia commissione come privato, me 
astrinsi de volermi constituir in man de Soa M. et se non si trova 
che questo sia vero in fatto, voleva patir ogni pena, cioè che è 
stato per trattato et animo deliberatissimo la morte del Casti- 
glione. Che havevano preso due vie et lo havevano messo in mez- 
zo, prima si scoprissero, acciò non potesse fuggire; ch'ebbe le 
prime ferite d'archibusi; che erano circa de XX homini uniti a 
questo et che lui non havea se non sei, de quali dui non havevano 
arme; che elio era disarmato e che l'assalto occorse lontano dalla 
casa del Maraviglia per tre centrate. De le quali cose tutte era 
stato narrato al Re il contrario : et che colui ^ quale era stato il 
narratore, era tristo homo perchè haveva in tutto detto el falso et 
taciuto el vero; Che lui sapea chi era in effetto. Che lui era pre- 
sente quando io detenni il Maraviglia et riprendendolo che haveva 
fatto male a far assassinare quello Castiglione et max.^ sotto la 
fede. Mi rispose in queste parole: Parvi che io dovessi tollerare 
ch'el mi passasse sopra la porta de la casa armato et con gente 
armata, come haveva fatto de doi di avanti: le quali parole sole 
bastavano che lui eh' havea fatto fare senza il processo et confes- 
sione sua che poi seguita; similmente esso sapea ch'el Maraviglia 
r havea ricercato et instato lui ad assumer sopra di se questa que- 
stione per amor suo perche non voleva lui mostrarse; il tutto di- 
mostrò soa Rev."°^ Sig.'''* esserli grato et promise far sapere el 
tutto al suo Re et far ogni bono offitio per el s. Duca, dicendomi 
anchora che la santità de N. S. con grandissima instantia gli havea 
comisso che parlasse al Re^in nome de sua S. et pregarlo a non 
pigliare a petto questa cosa del Maraviglia troppo acerbamente, 
ne determinare cosa alcuna per causa de quella, ma reservar el 
tutto al aboccamento nel quale S. S. saria meglio stato instrutta 
del caso. „ 

In seguito a questa prima giustificazione, il duca scrisse addì 29 
agosto (la stessa data della risposta al re) quattro lettere, le cui 
minute sono conservate nell'Archivio: la prima è diretta al car- 



* La parola colui nell'originale dello Spedano era sostituita da Gio. Bapta Taverna ; 
nella copia mandata al duca, surrogata dal pronome. 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 269 

dinaie Agramente, pregandolo d'intercedere presso il cristianissimo 
affinchè gli sia concesso di mandare il gran cancelliere Francesco 
Taverna a giustificarsi appo il re: — la seconda all'ammiraglio 
di Francia, per lo stesso motivo, facendo conto su di lui, per sa- 
perlo " desideroso del, nostro bene „: — nella terza si rivolge al 
cancelliere del regno, facendo appello alla di lui integrità e pru- 
denza, perchè, dice, se conoscesse la verità, gli sarebbe favore- 
vole: — e finalmente con simiglianti parole prega il gran mae- 
stro Montmorency. Questi gli rispose da Marsiglia il 16 settembre 
una breve lettera in francese, partecipandogli che Francesco I ac- 
consentiva a ricevere un inviato del duca di Milano. 

La missione del Taverna è da lui medesimo narrata in tre 
lettere. 

Prima lettera, 20 ottobre: ai 15 d'ottobre arrivò a Marsiglia, ed 
andò tosto a riverire il papa ed a raccomandarsegli ; poi dall'ora- 
tore cesareo, quindi da mons. gran maestro, e dal cancelliere del cri- 
stianissimo per tentare il terreno, che capi subito molto avverso. 

Seconda lettera, 22 ottobre: merita d'essere riprodotta in parte, 
perchè dipinge al vivo l'altiero carattere di Francesco I. 

lìlr et Exr sig. S. mio Colenda 

" Hieri mi presentai al Chr.""" secondo l'ordine a me dato dal 
111.'"'' Monsig. Gran Maestro, alla messa, quale finita gli diedi le 
credenziali exponendoli secondo teneva in commissione et offe- 
rendo particolarmente declarare le justificationi de v. ex.* per el 
caso dil Maraviglia. Sua M. mi disse che non haveva voluto negare 
a V. ex. de intendere le justificationi sue, però che ordinaria al 
suo Consiglio che me intendesse et glie referisse tutto ; et perse- 
verando pur io in dolce parola, inviandose disse che farla suo do- 
vere; sua maestà non mi monstroe molto bona chiera, anzi come 

homo offeso et come adirato „ 

La terza lettera, 26 ottobre, pubblichiamo integralmente: 
^ Hieri fui al Consiglio del Chr." nel quale diffusamente se pro- 
pose et replicoe circa el caso del Maraviglia, venendosi a tanti 
particolari che non basterieno più fogli per scriverli, quali riferirò 
a boccha. Dal canto loro si monstrò mala opinione et molto sini- 
stramente si parloe. Io non mi sgovernai in cosa alcuna. Se risol- 



270 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

«ero che el tutto referirano al Chr.** et poi me responderiano. Io 
non mancho da ogni canto procurar adiutto al caso. „ 

Che cosa riferisse a bocca il Taverna, lo sappiamo dalla se- 
guente lettera scritta dal duca a' suoi ambasciatori: 

" Per continuar secondo il solito con la presente vi daremo av- 
viso del reporto del M.° Taberna nostro Cancellerò et di più 
quanto sia pervenuto a nostra notitia dopo le nostre dil XII. Il 
prefato Taberna è ritornato da noi et referisce non haver man- 
icato de far intendere diffusamente al Consiglio del X.°"' al qual 
era stato remisso tutte le justificationi nostre et risposto a tutte 
le cavillose jnventioni che si hanno potuto imaginar facendoli toc- 
car con mano eh' el Maraviglia non era oratore del X.""", et noi 
non haver potuto proibir la justitia centra la persona sua non 
habbia havuto loco, et vedendo li signori del dicto Consiglio che li 
fundamenti per loro adotti erano frivoli et debili se sono attaccati 
ad un altro fundamento de una lettera scritta per noi l'anno pas- 
sato da Bologna al dicto Maravelia, alla quale il prefato Taberna 
non ha mancato di far opportuna risposta, et benché para nel 
principio di detta lettera che noi consentiamo el Maravelia haver 
qualche comissione del X.""" questo non era altro che la prima 
comissione che teneva de dirne de le novelle de quelle bande, et 
cose generali, et che sia il vero quando che fusse statto oratore 
del X.""* non gli havriamo scritto alhora del tener scrissemo, cioè 
di contentarsi ch'el potesse star in Milano et in altre parti del 
stato quanto gli piacesse, essendo tutti li oratori liberi di poter 
star sempre et ovunque gli piace, tanto più quelli del prefato X.""* 
quali sopra tutti osserviamo dopo quelli de la Ces.* M. nostro su- 
premo S.*"* et per monstrarvi più chiara la verità vi mandiamo 
copia di dieta lettera per quale si può considerare li tituli et in- 
scriptione d'essa quale corno informato sapete explicar et dimon- 
strare se convengono alli Ambassatori o subditi nostri et al stilo 
del scriver nostro. Havemo con ogni diligentia fatto ricercar la 
lettera, quale dicto Maravelia ci scrisse perchè con quella se chia- 
rirla tutto, ma per non essersi tenuto conto, come de tali lettere 
non se sole, non si potemo valer se non de la lettera predicta. 
Mandiamo anchor copia de la lettera che ci scrisse il X.""" per el 
prefato Maravelia previa intelligentia, che confrontandoli si cogno- 
tsca la verità, certificandovi che dal canto del prefato Taberna et 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 271 

de ordine nostro non s'è mancato de andar con ogni summissione 
€t reverentia per placar l'animo del X.'"'' et levarli la querela che 
tiene contro noi, usando eziandio in questo del mezo de N. S. 
benché tutto habbia profittato poco, et non per altra causa che 
per l'ardentissimo animo de sua M. centra noi et alla occupatione 
del stato nostro, volendosi in ogni tempo servirse de questa falsa 
occasione contro ogni debito et ragione. La resoluzione loro è stata 
chel X.""" non obstante la nostra justifìcatione intende de bavere 
reparatione conveniente da noi per questa ingiuria et non haven- 
dola, in ogni occasione et tempo che li occorrerà se vorrà resentir, 
non specificando la qualità de la reparatione, quale anchora non 
appartenea ad esso Taberna ad adomandar per non presuponer 
errore in noi, come non è. Habbiamo del tutto datto avviso alla 
M. Ces."" oltra ch'el prefato Taberna giornalmente comunicasse il 
tutto con li s.'' oratori de Sua M. presso N. S. et il X.*"** acciò 
sua M. Ces.* in questo negotio possa far quelli uffici che per sua 
summa prudentia judicara expedienti. „ ^ 

Non possiamo tacere' che un'opinione più volte espressa nel car- 
teggio diplomatico che esaminammo, attribuisce la grand' ira del 
re cristianissimo, vantato, scrive il Planche, " siccome il fiore della 
cavalleria, mentre d'un cavaliere non aveva che la bravura „, alla 



* Verri e Rosmini citano, fra le altre fonti cui attinsero le notizie sul Maraviglia, il 
capitolo IX degli Essais di Montaigne: e quel capitolo è dedicato ai Menteurs! Il 
filosofo francese narra che il Taverna Francesco, Jiomme tresfameux en science de par- 
lerie, venne stretto dal re francese con tante objezioni e domande, da rimanere im- 
pacciato: e finalmente che, interrogato perchè l'esecuzione fu fatta di notte, rispose cho 
ciò avvenne per rispetto a sua Maestà, riconoscendo storditamente il Maraviglia quale 
ambasciatore. 

Questo aneddoto, che fa ben poco onore al tresfameux Taverna, ha tutto l'aspetto 
d'una spiritosa invenzione, messa su al doppio scopo di dar risalto alla perspicacia del 
re cavaliere, uno dei monarchi più adulati, e d'avvilire un italiano, del quale a 
bella posta si era esaltato l'ingegno. Le lettere del Taverna che abbiamo pubblicate 
sono troppo chiare per permettere d'indovinare qualche cosa fra le linee. Il giorno in 
cui re Francesco acconsentì di ricevere l'ambasciatore milanese, tenne un contegno 
altiero, e si mostrò lontano dallo scendere alla famigliarità di domande stringenti: 
d'altra parte, se il Taverna avesse allora scioccamente pronunziata quella parola, sa- 
rebbe stato inutile rimandarlo avanti al Consiglio. Quando si presentò a questo, non 
era presente il re, tanto che, dopo avere a lungo discusso, si concluse dì riferire ogni 
cosa al Cristianìssimo. Altre occasioni di parlare col re, non pare abbia avuto il Ta- 
verna, che si fermò pochi giorni in quella Corte, ove era mal gradito. Vedasi quindi 
quanta fede meritino le asserzioni di Montaigne, che colloca il nostro Taverna fra 1 più 
solenni bugiardi, e pretendo che il duca abbia teso l'agguato al Maraviglia. 



272 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

smania di vendicare la disfatta di Pavia. A questo si aggiunga la 
brama di opporsi alla lega di Bologna , e si troveranno non lontane 
dal vero le parole dell' Andreasio, che Francesco I " non havendo 
alcuna juxta causa de monstrar la sua iniqua volontà, exagera 
questo caso del Maraviglia monstrandone excessivo dispiacere et 
non gli recuperarla la vita con dui scuti se lo potesse far, el se '1 
potesse far et s'el non fusse morto ne pagaria 2 mila perchè mo- 
risse di quello modo ch'el è morto per bavere questa querela falsa 
contra v. ex. non ne possendo bavere alcuna juxta. „^ 

In una relazione delle querele del cristianissimo (27 luglio 1533} 
si dice che " il Duca de Milano bave va fatto tagliar la testa ad 
uno suo Ambasciator che gli teneva appresso piuttosto per sua sa- 
tisfatione et ricercato da lui per conto di certo Mariagio, che per- 
chè ne bavesse bisogno né voluntà „ Ma era ciò possibile, 

mentre nel convegno di Bologna si era già trattato il matrimonio 
del duca con Cristierna nipote di Carlo V? Di nozze dello Sforza 
con qualche donna della Casa di Francia s'era già parlato sette 
anni prima, secondo un documento trovato nell'Archivio, in data 
25 novembre 1526, intitolato " Instructione secreta di messer Gio. 
Francesco Taberna oratore nostro in Franza. „ Ivi è detto che 
" Occorrendo che il X.""" Re o Madonna Regente vi parlasse di 
maritarmi, secondo che la prefata Madama disse al egregio Nicolo 
Sfondrato, gli potrete exponere che per meglio dimostrare la devo- 
tione et fede mia verso di quelle M.^^ saremo contenti fare quanta 
circa questo, capo vorranno. „ 

Finalmente Verri e Rosmini, per un'ultima inesattezza in questa 
fatto, concludono dicendo che Carlo V fu tanto soddisfatto della 
morte del Maraviglia, che risolse di dar moglie allo Sforza, e scelse 
per ciò la propria nipote Cristierna. Nel nostro Archivio di Stato 
esistono invece le prove che il matrimonio era stato preparato ben 
prima della catastrofe : e Francesco Taverna, quel desso che andò 
poi in Francia, era stato spedito presso l'imperatore per istabilire 
definitivamente le nozze. Conclusa ogni cosa, tornò il Taverna a 



' Lettera da Roma, 2 settembre 1533."] — Noi siamo propensi a dar fede all' Andrea- 
sio, perchè le sue lettere al duca appajono schiette fino al pericolo. Per darne una 
prova, notiamo che nel luglio 1533 scriveva allo Sforza, a proposito d'una concessione 
di papa Clemente VII, essere « più difiìcile cavar danari dal Papa che un' anima dal- 
l'Inferno, se fusse possibile. > E devesi aggiungere che TAndreasio era prete. 



LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 273 

Milano nei primi di luglio 1533: ed il duca scriveva in data del 7 
a Tomaso Gallerato, ambasciatore alla Corte cesarea, che " essendo 
ritornato il Taverna cancelliere colla risposta dell'Imperatore pel 
matrimonio, si manderebbe il magnifico conte Max. Stampa nostro 
maestro di Camera et Castellano de la fortezza di Milano, in Fian- 
dra per lo sposalitio. „ La mano di Cristierna non fu quindi un 
premio al delitto, ma un fatto estraneo, indipendente dalla morte 
del Maraviglia. 

Scriveva umilmente il duca al superbo Leyva, nell'ottobre di 
quell'anno : " Se tempesta in qualche luogo, credo sempre la venghi 
a casa mia. „ ^ Questa frase caratterizza la costante sfortuna del- 
l'ultimo degli Sforza; sfortuna che non dovea cessare neppur colla 
vita. Storici coscienziosi e severi dovevano aggiungere alle sue 
sventure l'infamia. Lasciando indecisa la questione, se il Maravi- 
glia era o no ambasciatore segreto del Cristianissimo, abbiamo 
mostrato: Che il Maraviglia stesso stava per partire ai primi di 
luglio, ed era quindi inutile ricorrere ad un delitto per liberarsi 
di lui — che mancano documenti che facciano sospettare lagnanze, 
per la dimora del Maraviglia in Milano, da parte dell'imperatore 
del Leyva — che vi era nimicizia privata fra lui e G. B. Ca- 
stiglione, rinnovata per rivalità d' amore — che il Capitano di 
Giustizia volle la fede di pace d'entrambi, e chiama in testimonio 
il nipote G. B. Taverna che primo eccitò re Francesco alla ven- 
detta — che G. B. Castiglione non andò ad assalire il Maraviglia 
nella sua casa quando rimase morto, ma bensì lo scudiero si pose 
in agguato, tre contrade lontano dalla casa Maraviglia e con ar- 
mati — che il Maraviglia era di carattere violento, avendone dato 
prove con altri omicidj — che il matrimonio con Cristierna, as- 
serito come prova dell'infamia del duca, era stabilito lunga pezza 
prima del fatto — e quindi tutto ciò purga il duca dall'accusa dei 
nostri storici, troppo creduli ai francesi. 

lì siccome in noi non è alcuna preconcetta idea, ma solamente 
desiderio di verità, aggiungeremo il rovescio della medaglia: che 
la celerità colla quale fu fatto il processo ; il modo dell'esecuzione, 



*[ Nell'occasione che la Lombardia era occupata da soldatesche spagnuole, che il po- 
poU mormorava per doverle mantenere, e il duca ignorava la causa di tale invasione. 



274 LA MORTE DI ALBERTO MARAVIGLIA. 

e la lettera a Carlo V, nella quale confessa lo Sforza d'aver seque- 
strate le carte del Maraviglia, fanno credere che, avvenuta, senza 
nessuna colpa del duca, la morte del Castiglione, ne abbia il duca 
approfittato per mostrarsi pronto e severo, in pari tempo servendo 
a' suoi interessi ed alla giustizia. E crediamo che Verri e Rosmini 
non avrebbero rifiutato questo più mite giudizio, se, invece d'ap- 
poggiarsi ciecamente agli autori stranieri, avessero avuta la for- 
tunata nostra occasione di fare nell'Archivio queste ricerche, per 
le quali (giusta le parole dell'illustre Cesare Cantù) " la storia 
oltre la faccia che mostra scoperta ed imbellettata al pubblico, è 
costretta svelar anche l'altra, serbata agli studiosi cultori della 
verità, „ 



Milano, 15 aprile 1874. 

C. ROMUSSI. 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA, 



I Milanesi che desiderano sottrarsi per qualche tempo al fra- 
stuono della vita citta,dina, anelano alla Brianza come al paese 
prediletto per la bella vista e l'aria buona. Il solo suo nome basta 
a risvegliare nel loro cuore le più liete immagini di vita gaja e ri- 
posata. 

La Brianza è davvero degna della loro simpatia. Alla limpi- 
dezza del cielo, alla purità dell'aria, essa aggiunge le attrattive 
di una natura originale, e quelle d' una civiltà molto progredita. 
È celebre la fertilità del suo suolo, l'eleganza delle ville che co- 
ronano i suoi colli; lo straniero che per avventura la percorre, 
ne rimane piacevolmente sorpreso. In tutto il territorio che si di- 
stende tra l'Adda e il Lambro è un succedersi di pittoresche ve- 
dute ; i frequenti villaggi, la svariata coltura danno al paese aspetto 
di agiatezza e di allegria. Ma non basta: altri e più reconditi 
pregi l'abbelliscono eia fanno cara all'artista ed al curioso inda- 
gatore di patrie memorie. 

Percorrendo quelle ridenti colline, si trovano qua e là vestigia 
preziose dell'arte lombarda, ricordanze storiche e tradizioni dei 
secoli di mezzo. 

Avanzi di castelli, chiese pregevoli per antichità e per monu- 
menti, torri, che portano nomi famosi, tuttora sussistono e sem- 
brano attestare in faccia ai pacifici Brianzuoli d'oggidì di quali 
gloriose vicende fu un dì teatro la loro contrada. 

Fra le molteplici lotte intestine e le guerre con gli Stati limi- 
trofi, feconde pur troppo di stragi e di rovine, una ne ricorda la 



276 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

storia della Brianza di gran momento pel nome del capitano e per 
r esito che mutò faccia allo Stato. Questa fu la guerra intrapresa 
da Francesco Sforza per la conquista del ducato di Milano, le cui 
ultime battaglie accaddero appunto nella Brianza; il futuro duca 
percorse colle sue schiere le amene campagne tra l' Adda e il Lam- 
bro, piantò le tende e tenne fermo contro il nemico da quelle al- 
ture che oggi sono la meta di tante allegre passeggiate. 

Colla scorta dei cronisti del tempo noi possiamo tener dietro 
al famoso capitano nel suo giro in Brianza, studiarne le mosse 
abilissime ed i fini accorgimenti, mercè i quali riuscì nel volgere 
di pochi mesi padrone dello Stato. 

Questi fatti è vero furono già in parte narrati da precedenti 
scrittori, ma per poca cognizione della topografia locale, essi cad- 
dero in parecchie inesattezze. Il descriverli nuovamente, rifondendo 
le diverse relazioni, non è dunque fatica al tutto inutile, e noi ci 
siamo messi volentieri a questo lavoro, nella speranza di risve- 
gliare in qualcuno fra i visitatori della Brianza il desiderio di co- 
noscerla più intimamente. 

Il prestigio delle patrie ricordanze, come dà un maggior risalto 
alle bellezze dei luoghi, così conduce anche a stabilire degli utili 
confronti; e il villeggiante, avido di calma e di lieti svagamenti, 
risalendo col pensiero a dei tempi tanto diversi dai nostri, ap- 
prezzerà meglio tutta la soavità e la tranquilla allegria della 
Brianza d' oggidì. 

I. 

Al tempo di cui parliamo, l'Adda segnava il confine tra lo Stato 
di Milano e la Repubblica di Venezia. Dalla nostra parte la na- 
tura e l'arte concorrevano a proteggere il territorio. Il Monte 
Baro dirimpetto a Lecco, e il San Genesio cjbe pel tratto di circa 
cinque miglia si distende parallelo all'Adda, presentavano un'ec- 
cellente linea difensiva, resa più agguerrita da alcuni piccoli forti 
disposti sulla cresta dei monti. Le falde del San Genesio toccano 
l'Adda ad Olginate, ma da quel punto fino ad Air uno una catena 
di piccoli colli sorge tra il fiume e il monte, formando con que- 
st'ultimo la valle di Greghentino. Quei colli dalla parte del fiume 
sono erti, scoscesi, e l'ultimo che si alza vicino ad Airuno è il più 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 277 

<iirupato e a picco sull' Adda ; sulla cima ha una vecchia torre ed 
una chiesuola dedicata alla Vergine, e si chiama la Madonna della 
Rócca ; quella torre è l' unico avanzo di un castello importante nel 
medioevo. 

Dopo Airuno, l'Adda piega a Levante: la strada da Lecco a Mi- 
lano correva in quell' epoca presso a poco nella direzione attuale : 
fino ad Airuno, stretta fra il fiume ed il monte, poscia serpeg- 
giante per le sinuosità del terreno : si apriva quindi un varco tra 
le colline di Calco e di Morate, e le estreme falde di Monte vec- 
chia : colline tagliate da valli e burroni, in allora coperte di bo- 
schi, e difficili al viandante. 

Sul finire dell'anno 1449, alcune compagnie di fanti e d'uomini 
a cavallo, colle insegne di casa Sforza, occupavano le alture di 
Calco e dei villaggi all'intorno. Aveano l'ordine dal conte Fran- 
cesco di osservare i Veneziani accampati sulla sinistra dell'Adda, 
in faccia a Brivio ; attendevano questi alla costruzione di un ponte, 
per poi trasportare di qua del fiume un' abbondante provvigione 
di frumento, destinata ai Milanesi loro alleati. 

Milano in quell'epoca si reggeva a repubblica, da oltre due 
anni, dalla morte cioè, di Filippo Maria Visconti seguita nel 1447; 
ma per le discordie intestine e per l'abilità di Francesco Sforza, 
il quale come genero del defunto aspirava al ducato, la città era 
caduta in tristissime condizioni, ed ormai stretta dalla fame e 
dalle armi Sforzesche, avea messe tutte le speranze negli ajuti 
tante volte invocati della Repubblica di Venezia. 

Quale fosse la situazione dei Milanesi in quei giorni, meglio di 
qualsiasi testimonianza di scrittori contemporanei, lo dice una 
grida del dicembre 1449. La diamo qui per intiero, conforme al- 
l'originale che si conserva nell'Archivio Civico. 

" MCCCCXLVIIII die XI decembris. Expectando li nostri 111. et 
Ex\ Signori Capitani et defensori de la libertà essere avisati de 
dì in dì del passare de la gente de la 111.^ Signoria de Venetia de 
qua de Adda per aprire la via de la victualia, allargare il paese, 
liberare questa città, et questo populo de affanno et confondere 
in tutto il nostro inimico, acciocché mai più el non possa offen- 
dere : expectando etiandio intendere la zornata che la dieta gente 
et quella de la Comunità nostra insieme con il populo se debiano 
nnire et metere insieme per fare li dicti effecti, fanno fare Grida 



278 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

et bando che caduno de qualunche stato, grado et condizione se 
sia debia subito metterse et stare in puncto con la sua gerbatana, 
balestra tarchoni, lanze longbe gravelline et altre arma in quello 
migliore aparegiamento sia possibile aciocliè come gli sia facta 
notitia per ordinatione de li prefati signori senza dilatione alcuna 
siano in arma et possano uscire et andare e fare quanto sarà di 
bisogno ; avisando che a questa volta se cognoscerà quanto sia ca- 
duno amorevole de la patria, desideroso de la conservatione del 
stato de la libertà et de la confirmatione et grandezza d' esso Stato, 
affectionato al pubblico bene et volonteroso de vendicarse de la 
injuria et oltraggi ricevuti dal nostro capitale inimico, et de ritro- 
varse a tanta gloriosa Victoria quanta el nostro Signore Dio ha 
aparegiata per li meriti del nostre glorioso patrono Messere Ser 
Ambrogio. Et pertanto ogni uno se metta in puncto et facia come 
è dicto sforzando etiandio el potere suo, cieche poi obtenuta la 
Victoria et disfacto lo inimico possiamo tutti vivere in quiete et 
in pace restaurarsi de li danni passati et rendere laude et gratie 
al nostro Signore Dio che da poi li affanni ne habia redenti per 
clementia sua a stato quieto et reposato. 
" Paulus prior. Marcolinus. 

" Gridata ad scallas palatii et super platea Arenghi Mediolani, 
die Jovis undecime suprascripti mensis decembris per Bartolinum 
de Gorlivio tubatorem. 

^ Et per loca civitatis die Veneris XII suprascripti Mensis. „ 
I ripetuti eccitamenti, e le parole confortevoli degli ili.""' si- 
gnori capitani rivelano quanto fosse profondo l'abbattimento dei 
cittadini: per richiederli di uno sforzo supremo per la salvezza 
della patria, era necessario assicurarli prima di un pronto ajuto 
da parte della Repubblica di Venezia. 

La Signoria di Venezia, infatti, dopo avere seguita per lungo 
tempo una politica ambigua, pareva risoluta finalmente di soccor- 
rere i Milanesi. 

Gli ultimi avvenimenti aveano dimostrata tutta l' abilità e la po- 
tenza dello Sforza: premeva perciò moltissimo a quella Repubblica 
che uno Stato limitrofo importante non gli cadesse nelle mani. 
Le sue milizie erano radunate al confine, ed aspettavano soltanto 
un'occasione favorevole per varcare l'Adda ed avanzarsi fino alle 
porte di Milano. 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 279 

Il conte Francesco volle ad ogni costo impedire codesta spedi- 
zione. Con i fatti d'arme dei mesi precedenti egli era diventato 
padrone del basso Milanese, e da quella parte non potevano giun- 
gere soccorsi all'affamata città. Tutta la sua attenzione si portò 
dunque sulla linea di confine da Cassano al ponte di Lecco. A 
tale scopo avea mandato in Brianza, sotto gli ordini del fratella 
Giovanni, alcune compagnie di fanti, ed egli stesso col grosso del- 
l' esercito era venuto a stabilirsi a Cassano d'Adda. Scorsi pochi 
giorni, ebbe avviso del concentrarsi che facevano i Veneziani in 
faccia a Brivio, e prevedendo difficile una lunga resistenza da parte 
del fratello, decise di andare subito a quella volta. Nella sera levò 
il campo da Cassano, e senza indugi s'avviò coli' esercito verso 
Brivio. 

Nella notte, giunto vicino ad Usmate, vide molti fuochi accesi 
sul San Genesio che gli stava dirimpetto: credette fossero i sol- 
dati di suo fratello Giovanni, intenti a costruire nuovi ripari: ma 
arrivato a Calco sull' albeggiare, con gran sorpresa s'avvide che 
il monte era occupato dai Veneziani. Questi in buon numero nel 
giorno precedente, dopo tragittata l'Adda e dispersi senza diffi- 
coltà gli Sforzeschi, aveano inalberata la bandiera di Venezia sul 
San Genesio. 

Per lo Sforza era un colpo assai grave : le sorti della guerra, 
sino a quel giorno a lui oltremodo propizie, parevano ad un tratto 
cambiar piega : ormai i Veneziani erano padroni dell' alta Brianza, 
ed aveano aperta la strada per congiungersi coli' esercito della 
Repubblica sorella, stanziato a Monza ; rifornita di soldati e di vi- 
veri, Milano poteva prolungare a tempo indeterminato la sua re- 
sistenza. 

Sulle prime parve al conte una grave imprudenza il rimanere 
a Calco, ed impresa troppo difficile quella di contrastare ai Ve- 
neziani la Brianza. Tuttavia gli doleva di deporre cosi presto 
il pensiero da una spedizione, temeraria forse, ma anche piena di 
attrattive per un'indole guerriera come la sua. Contro il parere 
de' suoi capi di squadra, decise dunque di tenere fermo contro il 
nemico, e di confidare nella sua buona fortuna. 

Con molto accorgimento egli dispose le soldatesche in modo da 
impedire ai Veneziani ch'erano sul monte di scender al basso, ed 
a quelli di là dell'Adda di tragittarla. 



280 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

Ebbero luogo piccoli scontri, ma senza importanti risultati, dalle 
due parti. 

Un tentativo degli Sforzeschi di salire il San Genesio non ebbe 
fortuna; il nemico dall'alto, dietro solidi ripari, con sassi e con 
freccio seppe tenerli lontani. Ma con queste avvisaglie lo Sforza 
fece perdere ai Veneziani un tempo prezioso. Per Milano ogni 
giorno di più di quella crudele aspettativa voleva dire un nuovo 
e maggior numero di vittime della fame e degli stenti. Al popolo 
che tumultuava, i magistrati rispondevano mettendo a prezzo la 
testa di Francesco Sforza. Intanto nessuna notizia potevano dare 
dei soccorsi da lungo tempo promessi. 

Per sollecitarne la venuta, i capi della Repubblica fecero istanza 
al loro capitano generale Jacopo Piccinino di sortire da Monza 
dove stava coli' esercito, e di muovere incontro alle sospirate prov- 
vigioni. 

Allo stesso Piccinino furono larghi di promesse di ingrossargli 
le fila dei combattenti con quante persone atte alle armi avreb- 
bero potuto mandargli da Milano: e infatti non tralasciarono lu- 
singhe né minaccio per spingere i cittadini ad arrolarsi nell'eser- 
cito di Monza, come si rileva da una grida del 17 dicembre. 

« MCCCCXL Villi die XVII decembris. 

" Perchè intendano li 111.' Signori Capitanei et defensori de la li- 
bertate che si facia de li facti et tali che daranno grandissimo 
contentamento et conforto a qualunque vero amatore de la per- 
fecta libertate, fanno comandamento et crida che ciascheduno sia 
chi si voglia squadraro o homo d'arme o conestabile o fante de 
pedo che scripto sia al soldo de questa Ex. Comunità o che habia 
havuto el spaciamento suo secondo li ordini debia oggi per tutto 
il dì essere a Monza e consegnarse davanti el Magnifico Conte Ja- 
como Piccinino Capitano generale de la prefata Comunitate et 
fare quanto per lui gli sarà comandato sotto pena da quattro 
squassi de corda et de perdere le armi et cavalli se troveranno 
bavere, et oltre de questo de stare in presune uno mese de lungo 
e chi se lasserà trovare non essere andato e consignato come so- 
pra è dicto. 

" Petrus prior e G. Candidus. Gridata ad scallas, etc. „ 

Ma pare che la grida non sortisse tutto l'effetto desiderato, 
perchè pochi giorni dopo ripeterono l'appello con maggiore am- 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 281 

pollosità di frasi, e con promesse di una vittoria pronta e decisiva. 
È un curiuso documento, e un modello dello stile ufficiale di quei 
tempi, il quale merita di essere riprodotto. 
« MCCCCXLVIIII die XXIII decembris. 
Mirabile exemplo ha dimostrato questo magno et florentissimo 
populo de la sua sancta constantia et magnanimitate, dal prin- 
cipio de la reasumpta justissim^ente libertate fino al di presente 
et de la virtute et singulare probitate sua usata in non lassare 
essa libertate opprimere dà li sì crudelissimi inimici. Non solum 
tota Italia ne parla in sua grandissima laude ma lo universo mondo 
con stupore la esalta et accogliendo quanto ha facto esso 'populo 
per il tempo de la sua sancta libertate, le spese grandissime sup- 
portate li pericoli a li quali ha exprunta la propria persona per 
non lassarse mettere el terribile jugo de la perpetua servitute, 
degnamente se po' al popolo Komano comparare, ma l' ultima co- 
rona de la gloria nostra et de questa inclita città et del dicto po- 
pulo et aparegiata di presente che passando lo potente esercito 
de la 111.* Signoria de Venetia come de bora in bora se expecta 
et giungendo con esso le nostre gente d'arme et il dicto populo 
insieme ancora come è ordinato, tale Victoria se acquisterà et tale 
triumpho de lo perfido tiranno Conte Francesco nostro capitale 
inimico che sarà casone di perpetua felicitote de tutta questa pa- 
tria, et anche de tutta quanta l'Italia. Pertanto li IH.' Signori 
Capitani et defensori de la prefata libertate confortano qualunque 
vero amatore della libertate et devoto del glorioso S. Ambrosio 
patrono et protettore nostro che a questa volta chiaramente di- 
mostra la totale aifectione sua apparecchiandosi con soi forni- 
menti et arme per essere in puncto de andare domane con quanti 
porà menare con se e mandare dove li sarà ordinato et comandato 
per ritrovarse appresso al nostro Capitan generale et expectare 
r bora del passare de la gente de la prefata Signoria et ritrovarse 
presente a tanta Victoria certa et indubitata perchè o expectando 
non expectando il dicto inimico nostro, necessario è rimanga al 
tutto disfacto per non potere resistere a tanta potentia. Et questo 
si farà fra il spatio di dui di o tri al pitì, né più oltre può andare: 
siche ogni homo voglia ussire, et chi è da più e più pò, più pre- 
sto se mova el daga bono exemplo agli altri et se habia avisamento 
da farse condurre del pane cocto a sufficienza per quelli menarà 

Ardi. Stor. Lomh. — An. I. 18 



282 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

con sè per duy o tri dì come sopra è dicto, aciochè per manca- 
mento di pane non se stia, et se possa ritornare victoriosi et glo- 
riosi et de poi riposare et liberare tanti guai et affanni, godere del 
fructo de la prefata libertà et rendere la debita gratia a Dio onni- 
potente. El signo del movere ogni homo lo intende quando la 
campana del domo sonarà un poco da festa et lo loco dove si 
debia alora radunarse è a sancto^ionisio. Et ciaschuno habia ad- 
vertentia de mettere la banda che ha el segno de questa excelsa 
Comunità 

" Petrus prior., etc. „ 

Jacopo Piccinino assecondò il voto dei capi della repul)blica: 
una mattina degli ultimi di dicembre partì da Monza con le mi- 
gliori e più agguerrite fra le sue soldatesche, ed avviatosi per la 
strada di Peregallo, egli sperava di giungere l'indomani al San 
Genesio. 

I Milanesi erano circa quattromila uomini a piedi ed altret- 
tanti a cavallo, e bastavano per una spedizione, nella quale la ce- 
lerità era condizione principale del successo. La sera del mede- 
simo giorno r avanguardia raggiunse Montevecchia, ma il Piccinino 
col corpo principale si fermò al piccolo villaggio di Casate Vec- 
chio. Nella stessa giornata sull'imbrunire lo Sforza ebbe avviso 
del movimento del nemico. Con V avvedutezza che gli era propria, 
subito radunò i capi di squadra, e li avvertì del gran pericolo che 
correvano di essere forse l'indomani assaliti dai due eserciti al- 
leati; soggiunse di non vedere altro scampo che nel partire nella 
notte stessa da Calco, nell'andare incontro al Piccinino, e batterlo 
prima che avesse raggiunti i Veneziani. 

La proposta fu accettata, e senza indugi eseguita. A tre ore di 
notte gli Sforzeschi in buon ordine e silenziosi si avviarono lungo 
la valle di Rovagnate. Rimasero poche squadre a guardia del 
passo dell'Adda, più a dimostrazione di forza che a valida difesa. 
Se i Veneziani profittando della sua assenza tragittavano il fiume, 
il conte si lusingava. di retrocedere in tempo, da costringerli alla 
ritirata. 

Percorsa la valle e varcata la collina di Sìrtori, l'esercito si 
trovò vicino a Casate ch'era ancor notte. Le prime sentinelle fu- 
rono prese e disarmate, e di corsa gli Sforzeschi assalirono il campo 
dei Milanesi. Questi, cólti all' improvviso, diedero di piglio alle armi 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 285 

e giovandosi della posizione elevata, seppero per qualche ora re- 
sistere agli assalitori. Ai piedi del villaggio accadde una zuffa ac- 
canita : per due volte il conte Francesco fu abbandonato da' suoi, 
ma colle parole e con l'esempio li richiamò a' suoi fianchi, e con 
maggior animo ripresero il combattimento. 

Una vittoria completa fu il frutto della loro costanza: i Milanesi 
cominciarono a piegare sotto i replicati colpi degli Sforzeschi, ed 
alla fine cedettero il campo. Jacopo Piccinino, al quale pareva* 
di avere soddisfatto all'onore delle armi, senza tentare la rivin- 
cita, si ritirò coir avanzo dell'esercito sotto le mura di Monza. 

Nello stesso giorno il conte Francesco riparti da Casate, e piantò 
le tende la sera a Montevecchia. L'avanguardia milanese se n'era 
andata poche ore prima da quell' importante " posizione, appena 
udita la rotta del Piccinino ; e attraversata la valle di Rovagnate,. 
avea raggiunti i Veneziani sul San Genesio. 

Respinto il Piccinino e tolta ai Milanesi la voglia di cimentarsi 
con lui in aperta campagna, credette lo Sforza di avere davanti 
a sé qualche settimana di riposo. 

Il freddo intenso di quei giorni metteva un ostacolo alle fa- 
zioni di guerra: non era possibile lasciare le truppe all'aperto, 
e furono perciò distribuite nei villaggi, al riparo dal rigore della 
stagione. 

Ma fu per poco: quel gruppo di Veneziani e Milanesi raccolti 
sul San Genesio con frequenti scorrerie e rapine gettava, lo spa- 
vento negli abitanti della valle sottoposta ; parecchie famiglie, delle 
più cospicue della Brianza, come i d' Adda di Olginate, i Nava, gli 
Isacchi, famiglie un giorno potenti, adesso minacciate di rovina e 
di morte, accorsero a cercare rifugio e difesa presso lo Sforza, tut- 
tora accampato a Montevecchia. D'altra parte gli giunse l'avviso 
della costruzione di un nuovo ponte sull'Adda, di fronte ad Olgi- 
nate, pel quale i Veneziani da un giorno all'altro potevano rag- 
giungere la sponda lombarda. 

Per impedire loro il passaggio, o per lo meno l' inoltrarsi in 
Brianza, spedì truppe a Galbiate e sul monte Barro: egli stesso 
levò il campo da Montevecchia e, giunto a Calco, comprese la ne- 
cessità di liberare il San Genesio. Andato a vuoto il primo tenta- 
tivo di sgomberare il monte colle armi, risolvette di costringere 
colla fame i Veneziani ad arrendersi. 



284 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

Erano quasi quattromila uomini, compresi i Milanesi giunti 
lassù da Montevecchia , e vivevano delle razioni che il comandante 
dell'esercito veneto spediva loro giorno per giorno dalla sinistra 
sponda dell'Adda, attraverso infinite difficoltà, e appena riceveva- 
no di che sfamarsi. Bastava intercettare il passo tre giorni per 
ottenere l'intento desiderato dallo Sforza. Ma appunto per chiu- 
dere la via alle vettovaglie conveniva dapprima impadronirsi della 
Rócca d' Airuno. Posta su di un colle isolato, a guisa di sentinella 
avanzata del San Genesio verso l'Adda, essa era custodita dai 
Veneziani con molta cura, perchè alla medesima facevano capo i 
convogli diretti alle soldatesche sul monte. 

Francesco Sforza scelse le migliori tra le sue squadre di uomini 
a piedi, e le guidò all'assalto della Rócca. La presenza del grande 
capitano produsse il consueto effetto: le truppe attaccarono con 
impeto, e dopo una mezza giornata di combattimento, rimasero pa- 
drone della posizione. Fatti prigionieri i difensori e messo un pre- 
sidio a guardia del passo, non fu più possibile da parte dei Ve- 
neziani nessuna spedizione per quel giorno né per i seguenti: 

Le soldatesche, riunite sulla cima del San Genesio, perduta ogni 
speranza di soccorso, per non morire di fame, abbandonarono quei 
luoghi. I Veneziani discesero dal versante che guarda Olginate, e 
senza soffrirne danno, ripassarono l'Adda. I Milanesi invece pre- 
ferirono arrendersi allo Sforza, dal quale furono accolti con dol- 
cezza, e -confortati di cibo; concedette a tutti la libertà di andar- 
sene alle proprie case, e questa sua magnanimità fu anche un 
atto di buona politica: i Milanesi, lieti della loro salvezza, ritor- 
nati in patria, non ristarono dal decantare la bontà e clemenza 
del conte. 

Gli abitanti intorno al San Genesio, vedendo restituita la pace 
e la sicurezza alle loro terre, pieni di gratitudine, si dichiararono 
tutti devoti e partigiani del valente capitano, il quale avea sa- 
puto in cosi breve tempo liberare il paese. 

Sebbene ormai padrone della riva destra dell'Adda, lo Sforza 
volle premunirsi contro le sorprese dei Veneziani coli' aggiungere 
nuove difese alla Rocca d' Airuno ed alle alture contìgue. 

Dalla Rócca fin presso ad Olginate si distende una catena di 
piccole colline, le quali formano col San Genesio la valletta di 
Greghentino, e dal lato opposto lambiscono l'Adda. Su ciascun 



FRANCESCO SFORZA IN BRTANZA. 285 

rialzo fece costruire un riparo, detto bastìa^ con sacchi di terra 
e fascine, e negli intervalli fece aprire un fossato. I Veneziani tenta- 
rono invano di interrompere i lavori, ed una volta condotti a 
compimento, non si arrischiarono più di passare l'Adda, e nem- 
meno erano sicuri sull'opposta riva dal tiro degli schioppettieri 
sforzeschi, collocati dietro le bastìe. 

Questi fatti avvennero nei primi giorni dell'anno 1450. Allo 
Sforza parve alla fine di essere sicuro della vittoria. Infatti Ja- 
copo Piccinino dopo la sconfitta di Casate era andato a chiudersi 
in Milano, ed i Veneziani, respinti tutti sulla sinistra dell'Adda, 
non ispiravano più nessun timore. 

IL 

La notizia di questi avvenimenti gettò lo sgomento e la coster- 
nazione nei Milanesi. Pochi giorni prima s'aspettavano di vedere 
ritornare Jacopo Piccinino vittorioso, e seguito da un convoglio 
di farine. Ebbero invece il triste spettacolo delle soldatesche bat- 
tute a Casate, le quali alla spicciolata, lacere ed avvilite, vennero 
ad accrescere il numero degli affamati. I Veneziani erano più lon- 
tani di prima, e delle provvigioni nessuna speranza, perchè in- 
tercettata ogni via dalle truppe sforzesche. 

Con tutto ciò i capi della Repubblica Ambrosiana non piega- 
rono r animo, e più tenaci del potere che non addolorati dei mali 
della città, col mezzo dell'ambasciatore veneto I^orenzo Veniero 
replicarono le istanze alla Signoria di Venezia per ottenere ajuti 
d'uomini e di vettovaglie. 

La loro domanda ebbe favorevole accoglienza , e le -due repub- 
bliche vennero ad una nuova convenzione, come si rileva da una 
grida del 5 gennajo 1450, del seguente tenore: 

MCCCCL . . Die V Januarii. Havendo deliberato et concluso in- 
sieme la 111.* Signoria de Venetia et la Magnifica et excelsa Co- 
munitate nostra de attendere per ogni modo et via ut vincere el 
Conte Francesco Sforza comune inimico nostro per liberare questa 
inclita Città et populo suo de la oppressione sua ha posta questa 
conclusione et conventione con lo Magnifico Messere Leonardo 
Veniero ambassadore da la prefata IH.* Signoria il quale è in 
questa Ex.* Cita di Milano di levare da esso inimico fino a lanze 



286 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

duemilia, et così fanno pubblicare uno bando a Bergamo et un 
altro qui in Milano e li quali si darà a tutti quelli se partiranno 
dal dicto comune inimico per venire a prendere soldo et conducta 
de la prefata Signoria et de questa excelsa Comunitade a com- 
puto de ducati d'oro cinquanta Veneziani per lanza, cioè quindici 
ài presente et gli altri fin al complimento de cinquanta ducati a 
questa primavera che vene et seragli accresciuta la condotta se- 
condo la conditione et il merito de ciascuno. Et in questo mezzo 
tempo gli saranno dati alloggiamenti ne le terre de la prefata Si- 
gnoria a Padova o a Verona o dove più li piacerà. 

Pertanto li prefati Capitanei havuto tale conventione con el 
predicto ambassadore fanno notitia a ciascuna persona quale sia 
BÌ soldo del dicto comune inimico purché non sia rebello ne ban- 
dicto né confinato da questa Ex.* Comunità et voglia partirle de' 
esso nostro comune inimico et prender soldo de la prefata Signo- 
ria et de questa Ex." Comunità vada o dall' 111.'' signor Sigismondo 
o da li Commissari de la prefata Signoria di Venetia o a Bergamo 
da li ofiitiali o vegna qui a Milano da noi dove gli mette meglio. 
El quale venire qui a Milano per questa casone se gli concede 
per la presente crida; et seragli dato come è dicto di sopra ara- 
sene de' cinquanta ducati d' oro veneziani per cadauna lanza cioè 
quindici ducati come più tosto saranno qui a Milano o a Ber- 
gamo et gli altri fino al compimento deli cinquanta ducati a questa 
primavera. Ne gli sarà fatto. . . alcuno. Et in questo mezzo tempo 
haveranno allogiamento et stanze ne le terre de la prelibata Si- 
gnoria de Venetia come è dicto di sopra et oltre di questa gli 
saranno fatte altre comoditate et cortesie per la quale se potranno 
ben contentare avisando del suo venire et mandare de li suoi a 
Bergamo o qui per acconciarse et ad ogni sua posta dal dì de 
oggi innanzo et gli è lecito li liberamente venire. 

Gabriel prior Candidus. 

Ma per soccorrere in modo efficace i Milanesi dopo gli infelici 
tentativi del mese precedente, era necessario studiare un diverso 
piano di guerra, e trovare una strada più sicura. Una via tuttora 
inesplorata, la suggerì Bartolomeo Colleoni. Questo celebre capita- 
no era insieme con Sigismondo Malatesta al campo dei Veneziani 
sulla sinistra dell' Adda : personaggio influente, pratico della guerra, 
egli godeva di una grandissima autorità nell' esercito. 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. * 287 



In un consiglio tenuto da Sigismondo, Bartolomeo Colleoni pro- 
pose di andare al lago di Como, passando per la Valsassina, e di 
penetrare quindi dal lago in Brianza per la strada della Vallas- 
sina. Como essendo amica dei Milanesi, non vi erano da temere 
ostacoli nel tragitto di lago. 

Le difficoltà incominciavano soltanto nella Vallassina, dove la 
strada erta e scabrosa, dominata dai monti, poteva essere chiusa 
da un piccolo stuolo di combattenti; difficoltà queste non insupe- 
rabili. 

La proposta fu da tutti approvata, ed al Colleoni stesso ne af- 
fidarono l'esecuzione. La di lui abilità era troppo conosciuta per 
dubitare dell' esito felice, qualunque fossero gli ostacoli da vincere. 

La via più breve per giungere nella Valsassina era quella di 
risalire l'Adda fin quasi a Lecco, e di là penetrare nella valle: 
era tutto territorio amico, ma troppo esposto ai colpi dell'oppo- 
sta riva. Per evitare questi e tenere nascosta la sua andata. Col- 
leoni, come pratico dei monti, preferì di inoltrarsi colle sue squa- 
dre per la valle Imagna, dietro l' Albenza e il Resegone. Passò per 
Morterone, villaggio all'estremità del territorio di Bergamo, e va- 
licato il monte detto la Colmine^ dopo un viaggio di tre giorni 
-entrò in Valsassina, sopra Introbbio. Attraversò la valle, scese a 
Bellano, dove fu accolto con festa: quivi erano le navi dei Coma- 
schi, pronte per trasportarlo a Bellagio. Ma prima di avventurarsi 
sul lago, mandò due squadre ad occupare Varenna e Mandello, 
per avere sicuro il fianco contro una sorpresa del nemico. 

Le prime notizie di questa spedizione giunsero nel medesimo 
tempo a Milano ed al campo sforzesco. 

I Milanesi ne concepirono subito grandi speranze, ed a norma 
degli accordi colla Signoria di Venezia, i capi del Comune ordi- 
narono a Jacopo Piccinino di portarsi coli' esercito a Como. Di 
là, secondo le notizie del Colleoni, egli poteva entrare direttamente 
nella Brianza, ovvero spingersi avanti fino a Bellagio. 

Dal canto suo, lo Sforza, appena seppe che il Colleoni era a 
Bellano, indovinando il piano del nemico, spedi sollecitamente 
Oiovanni suo fratello ad Erba con buon numero di fanti : gli or- 
dinò di inoltrarsi nella Vallassina, e di distribuire le sue forze nei 
piccoli villaggi costeggianti la riva destra del lago di Lecco, met- 
tendone una parte ad Onno e un' altra a Limonta : e due squa- 



288 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

dre alla punta di Bellagio, dove esisteva una rócca a picco sul lago, 
per natura inespugnabile. 

Gli raccomandò di guardare ogni passo, ogni accesso dal lago 
alla Valle, e nel medesimo tempo di assicurarsi alle spalle col te- 
nere in obbedienza gli abitanti della pieve d' Incino e del piano 
d'Erba. 

Sul monte Barro mandò un presidio di duecento uomini, suffi- 
ciente a difendere quelle cime scabrose, e ad incutere rispetto nel 
paese all'intorno. 

Egli stesso il conte Francesco fece un giro nei monti costeg- 
gianti il lago di Lecco, e provvide alla difesa dei punti più minac- 
ciati. 

I Veneziani profittarono della sua assenza per tentare un colpo 
contro la ròcca di Airuno e le bastìe da lui erette poco tempo 
prima. 

Sul far del giorno passarono il fiume, e colle scale mossero al- 
l'assalto. Ma appunto nella notte precedente il conte avea fatto 
ritorno a Calco, e subito si portò dove fervea la battaglia: due 
bastie erano già cadute in mano del nemico, due altre correvano 
pericolo, ed i difensori col fumo facevano dei segnali di non po- 
tere resistere più a lungo. " Difendetevi, sono con voi ! „ gridò il 
conte : la sua presenza e le sue parole ricondussero la fiducia negli 
Sforzeschi. I Veneziani, appena lo riconobbero, sbigottiti si die- 
dero per vinti: quelli ch'eran già sugli argini e distruggevano i 
ripari, si gettarono nelle fosse : " alla vista dello Sforza „ , dice un 
cronista, " non che assalirlo, tocchi del suo ardimento, della fama 
di lui, si ritirarono salutandolo „. Intanto da Calco giunsero nuove 
milizie, ed agli assalitori non rimase altro scampo che di portarsi 
tutti sulla sinistra dell'Adda. 

Questi felici risultati erano in gran parte dovuti alla influenza 
personale del conte. Alla riputazione di generale abilissimo, egli 
aggiungeva delle qualità fisiche di una grande efiicacia sulle truppe. 
Di statura elevata, imperioso nel volto, fermo e risoluto nel co- 
mandare, impavido di fronte al nemico, la sua sola presenza ba- 
stava per risvegliare l' entusiasmo ne' suoi, e togliere ai nemici il 
coraggio. 

Le cose andavano diversamente quando egli era lontano. Gio- 
vanni suo fratello, colle truppe disseminate nella Vallassina, do- 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 289" 

ve va guardarsi dagli abitanti di Asso, che gli erano ostili, e men- 
tre badava a costoro, fu all'improvviso assalito, vicino ad Onno, 
dalla flotta comasca e dal Colleoni. 

Giovanni non ebbe tempo di radunare su un punto solo una 
forza sufficiente: minacciato da più lati, fu costretto a ritirarsi 
non solo da Onno, ma da tutta la Vallassina, ed a ripiegare nel 
Pian d' Erba. Le squadre eh' erano rimaste alla punta di Bellagio, 
vedendosi abbandonate in mezzo ai nemici, si arresero al Colleoni ; 
così in brevissimo tempo tutta la Vallassina dalle mani dello 
Sforza passò in quelle dei Veneziani. Condotti da un valente ca- 
pitano, questi potevano ormai invadere il Pian d'Erba, e disten- 
dersi nell'Alto Milanese. 

A questi fatti sfavorevoli si aggiunse a danno dello Sforza una 
vittoria di Jacopo Piccinino. 

Si teneva egli a Como coli' esercito, e da Milano gli spedivano 
di frequente nuove compagnie di fanti e di cavalieri. Il condottiero 
d'una di queste spedizioni, fece credere al Ventimiglia, castellano 
di Cantù e devoto allo Sforza, di essere pronto a passare dalla 
parte sua; bastava, soggiunse il condottiero, che il Ventimiglia 
mandasse, a un certo punto della via tra Barlassina e Como, al- 
cune delle sue squadre, ed egli avrebbe data in mano agli Sfor- 
zeschi la sua compagnia. 

Il Ventimiglia cadde nell'agguato, e andò colle truppe al sito 
indicato : ma quivi furono assalite dai condottieri che venivano da 
Milano, e dal Piccinino il quale, avvisato in tempo, capitò loro alle 
spalle. La resistenza era inutile, e cedettero le armi: con molto 
stento il Ventimiglia giunse a fuggire, e di nuovo si rinchiuse nel 
castello di Cantù. 

Da codesti avvenimenti i Milanesi pigliarono coraggio : era rotta 
la cerchia di ferro intorno alla città, e dalla strada comasina le 
vettovaglie potevano arrivare liberamente. 

I capi della repubblica si affrettarono infatti a farne ricerca, 
ma il contado per molte miglia all' ingiro era esausto e povero ; il 
pane raccolto bastò a saziare i Milanesi per pochissimi giorni. Fu 
un breve conforfo, e ben presto la città ricadde nello strazio di 
prima. < 

Francesco Sforza, appena informato dei progressi dei Veneziani 
nella Vallassina, mandò nel Pian d'Erba Carlo Gonzaga con al- 



290 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 



cune compagnie a piedi ed altre a cavallo, per impedire, o almeno 
per rallentare il passo al Colleoni. 

Ma qualunque ne fosse il motivo, o timore di cimentarsi collo 
Sforza in aperta campagna, od astuzia della Eepubblica di Vene- 
zia di ridurre i Milanesi agli estremi, per essere poi da loro chia- 
mata come padrona anziché alleata, il Colleoni con i suoi si fermò 
nella Vallassina, senza nemmeno tentare la occupazione della 
Brianza: dal canto suo il Piccinino, vista l'esitanza degli alleati, 
non volendo agire da solo, rimase fermo a Como coli' esercito. 

HI. 

Lo Sforza era tuttora padrone della riva destra dell'Adda : da Cal- 
co egli poteva in brevissimo tempo accorrere in quel punto qualsiasi 
della Brianza che per avventura fosse minacciato dal nemico. La 
sua posizione era dunque buona: tuttavia cominciò a temere di 
doverla abbandonare. Un nemico, più difficile a vincere dei Vene- 
ziani, lo veniva accerchiando e premendo da ogni parte; contro 
il quale l'unico scampo era la fuga. 

La carestìa, flagello dei Milanesi in quei giorni, venne a per- 
cuotere anche l'esercito sforzesco; da qualche settimana le truppe 
si nutrivano soltanto di rape e di castagne, ed al 27 di gennajo 
ne avevano appena per tre giorni. Per un tratto di dodici miglia 
all' ingiro, i campi devastati, i villaggi impoveriti non offrivano più 
nulla da mangiare, e non era permesso andare più lontano alla ri- 
cerca di cibo, senza attaccare battaglia con l'uno o con l'altro 
dei due eserciti alleati. 

Anche lo strame pei cavalli, dopo tante scorrerie di Veneziani 
e Sforzeschi, era interamente consumato, e di necessità bisognava 
trasportare l'esercito in un territorio meno esausto dell'alta 
Brianza. 

Nella perplessità d'una scelta, e col pensiero sempre rivolto al 
possesso di Milano, parve al conte di vedere uno scampo nell' im- 
padronirsi di Monza. Diede incarico a un tal Marliani di andarvi 
segretamente con un compagno intelligente ed ardito. Il primo 
dovea tentare la fede dei castellani di Monza, e vedere se fossero 
disposti a cedergli il forte: la missione dell'altro era invece di 
studiare il sito, per conoscere da qual parte fosse più agevole un 
attacco della città. 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 291 

4 . 

I due messi ritornarono dicendo che i castellani volevano rima- 
nere fedeli ai Milanesi, ma che la città si poteva assalire dal lato 
che guarda il Lambro, eh' è affatto aperto o senza difesa. Il fiume 
in un certo punto fa una cascata, e grazie al rumore di questa, 
nottetempo, era possibile una sorpresa. 

Allo Sforza piacque la proposta : una spedizione contro Monza 
gli sembrò un buonissimo pretesto per andarsene da Calco, senza 
che la sua partenza si potesse interpretare come una fuga. 

Carlo Gonzaga ebbe il comando delle truppe scelte per questa 
impresa, e da Calco per la via di Osnago s' avviarono verso Monza, 
accompagnate da buone guide. 

A breve distanza tenne loro dietro Francesco Sforza col pma- 
nente dell'esercito: abbandonò Calco la sera, e suU' albeggiare 
giunse a Vimercate, dove si fermò aspettando le notizie di Monza. 
Era il giorno l'' di febbrajo. 

Nella giornata arrivò un messo del Gonzaga colla infausta no- 
tizia che le truppe dirette a Monza aveano smarrita la via: dopo 
avere camminato tutta la notte, allo spuntar del giorno si trova- 
rono a Carate, lontano da Monza circa sei miglia. All' inaspettato 
annuncio lo Sforza dubitò subito di un tradimento. Ma gli con- 
venne dissimulare, ed affettando fiducia, mandò l' ordine al Gon- 
zaga di non muoversi da Carate. 

Egli stesso decise di rimanere fermo a Vimercate. 

In quel frangente non gli venne meno il vigore della mente, né 
quell'ascendente morale sopra i suoi dipendenti, ch'era in lui una 
singolare prerogativa. 

La notizia della spedizione fallita si diffuse tosto nel campo : i 
soldati sgomentati già si vedevano alle spalle i Veneziani, e co- 
minciavano a dubitare dell'abilità del loro capitano. 

Ma il conte li confortò, parlando a ciascuna squadra con animo 
tranquillo, come se avesse già provveduto alla difesa contro qua- 
lunque attacco. 

La sua parola pacata e autorevole ricondusse nei soldati una 
fiducia che egli stesso in quel momento non sentiva. Ma ai capi 
e condottieri delle diverse compagnie palesò tutto il pericolo della 
sua posizione. " Il comandante dei Veneziani, disse Io Sforza, può 
passare l'Adda da un momento all'altro, e congiungersi col Col- 
leoni e con Jacopo Piccinino, e tutti insieme ci assaliranno alle 



292 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

spalle: forse non sono lontani adesso più di 16 miglia: in faccia 
abbiamo Monza, difesa da soldatesche agguerrite, mentre l'esercita 
nostro è oggi diviso e indebolito. „ I capitani sforzeschi disputa- 
rono a lungo sul miglior partito da prendere, ed alla fine furono 
tutti d' accordo di abbandonare Vimercate, e di portarsi nel basso 
Milanese, mettendo una metà dell'esercito a Lodi e l'altra a Pa- 
via: così facendo otterrebbero di alimentare più facilmente le 
truppe, e di conservare fedeli allo Sforza due importanti città: e da 
quei due punti potrebbero molestare i Milanesi con frequenti scor- 
rerie, e costringerli a condizioni di pace, non quali le pretendeva 
lo Sforza, ma di certo onorevoli per lui. 

Il conte in apparenza accettò il loro pat-ere : lodò anzi una pro- 
posta cosi saggia, ma spiacendogli troppo di allontanarsi dal con- 
tado milanese, soggiunse che si poteva guadagnar tempo, e per 
qualche giorno non conveniva parlare di partenza. Voleva prima 
conoscere le mosse del nemico: a tale scopo mandò degli esplora- 
tori in Brianza, e gli venne riferito che i Veneziani aveano passata 
l'Adda a Brivio, e scorrazzavan nei villaggi limitrofi. Alcuni castelli 
lungo il fiume si erano arresi: ad Olginate il ponte era ristabilito, 
ed una squadra di Veneziani si era impadronita del villaggio e 
del territorio di Galbiate. Colleoni ed il Piccinino finalmente si 
erano data la mano, ed uniti insieme, tenevano in soggezione tutta 
l'alta Brianza. 

Il complesso delle notizie era di certo sfavorevole, ma non tanto 
da togliere . ogni speranza di rivincita. Ad ogni modo, vi era tempo 
di prepararsi alla resistenza, ed il conte Francesco non era uomo 
da contentarsi d'una pace qualunque, finché vedeva aperta una via 
a tentare di nuovo la fortuna delle armi. 

Due cose premevano anzitut^io allo Sforza : la prima, di impedire 
al nemico di scendere dall'alta Brianza nella pianura; l'altra, di 
chiudere ogni via all'ingresso dei viveri in Milano. 
• Per ottenere questo duplice scopo mandò delle squadre distac- 
cate in tutti i villaggi tra Vimercate ed il territorio occupato dai 
Veneziani, e profittò delle torri e dei campanili fortificati dagli 
stessi contadini, per convertirli in tanti punti di osservazione e di 
difesa." Collocò un maggior numero di soldati a Melzo, luogo im- 
portante tra l'Adda e Vimercate, e munito di un forte castello. 
Tutt* intorno all'accampamento di Vimercate fece scavare un 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 293 



doppio fossato. Il Gonzaga a Carato ebbe ordine di provvedere 
allo stesso modo alla propria difesa : a Seregno mandò Giovanni 
^uo fratello, coli' ordine di costruire argini e muri intorno al paese, 
per resistere a qualsiasi attacco. Il comandante di Seregno da un 
lato dovea appoggiarsi a Carato, dall'altro a Can tu : quest' ultimo, 
castello, rimasto fedele allo Sforza, era il punto più avanzato della 
linea degli Sforzeschi verso Como. 

Tutti i capitani aveano l' ordine di stare all' erta e ben infor- 
mati sempre dei movimenti del nemico, pronti a darsi la mano ed 
a chiamarsi l'un l'altro col fumo e colle bombarde, per accorrere 
e concentrarsi nel punto del maggior pericolo; opportuni provve- 
dimenti che lasciavano bensì facoltà ai due eserciti alleati di per- 
correre l'alta Brianza, ma chiudevano loro ogni via di soccorrere 
Milano. 

Intercettata dunque di nuovo la strada comasina, gli assediati 
non potevano sperare un sollievo, un tentativo almeno di ajuto da 
nessun' altra parte. Gli abitanti di Lodi e di Pavia e del contado 
milanese, impauriti dalle minaccio dello Sforza, si guardavano dal 
prestare qualsiasi ajuto a Milano : pensavano invece a rifornire di 
biade e di frumento gli Sforzeschi, ricordando la sorte toccata ad 
altre città vicine, renitenti al conte Francesco. 

In quei giorni di sosta fra i combattenti, parecchi signori e feu- 
datari dalla Brianza, i quali soffrivano angherie e molestie dai Ve- 
neziani, richiesero lo Sforza di soccorso , ed alcuni vennero in 
persona al campo di Vimercate a fargliene premura. Dissero che 
i castelli più agguerriti resistevano ancora, e le bastie di Airuno non 
erano cadute nelle mani dei Veneziani, e la bandiera di casa Sforza 
sventolava tuttora da alcune torri della valle di Rovagnate. A 
Casternago, a Beolco, alla rócca di Airuno continuerebbero a di- 
fenderla fino all'ultimo sangue. 

Il conte, il quale credeva quei luoghi già tutti in potere del ne- 
mico, fu lietissimo di quelle notizie, ed accogliendo, la domanda 
dei Brianzoli ordinò ad alcune squadre capitanate dal Sanseverino 
di ritornare in Brianza, e di portarsi a rinforzare la guarnigione 
dei castelli più elevati, evitando di attaccar battaglia col nemico 
all'aperto. Dalle alture avrebbero potuto dar molestia ai Vene- 
ziani senza correr rischio, sebbene in piccol numero ; così accadde 
che di giorno e di notte, con frequenti sortite, Brianzuoli e Sfor- 



294 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

zeschi assalivano il nemico accampato nel basso, e colla piccola 
guerra di sorprese e di scaramuccio gli recarono tanto danno, da 
togliergli ogni velleità di uscire da' suoi trinceramenti. 

Colle vicende di guerra sin qui accennate, si giunse alla metà 
di febbrajo. A questa data i Milanesi, non ricevendo viveri da nes- 
suna parte, " erano oppressi da estrema fame, che più non pote- 
vano sopportare. „ 

Così si esprime un cronista del tempo, ed aggiunge: " non 
solamente mangiavano cavalli ed asini, ma gatti e topi, e tante 
erbe e radici senza condimento. Parecchi perivano per le vie, 
pianti e lamenti dapertutto, e in piazza minaccio e tumulto. „ 

I capi della Repubblica, in mezzo a tante miserie, tenacissi- 
mi del potere, governavano col terrore. " A nessuno era lecito 
parlare, se non della libertà „, scrive il Simonetta: ma libertà 
era in quei momenti una parola vuota di senso. Mentre ogni 
giorno i mali crescevano, ed un rimedio estremo $ra indispensa- 
bile, immaginarono un mezzo per scemare gli effetti della carestia. 

Aprirono le porte della città alla classe più povera, e agli im- 
potenti al lavoro, perchè uscissero a cercare il loro nutrimento nei 
dintorni. 

II 20 di febbrajo, una turba famelica e selvaggia, la più parte 
donne e ragazzi, coli' ansietà di chi cerca scampar dalla morte, si 
precipitò fuori delle mura, sparpagliandosi nel contado. 

Si lusingavano invano quegli infelici di trovare la fine dei loro 
patimenti": la campagna non era meno esausta di vettovaglie che la 
città, ed i contadini, che a mala pena campavano, erano i primi a 
respingere gl'importuni che, sfiniti e piangenti, venivano alle loro 
porte implorando pane. Di più, le milizie sforzesche, oltre al 
custodire ogni passo, ebbero ordine di rimandare verso la città 
quella turba errante ed inerme. — Il conte Francesco voleva che 
il loro ritorno costringesse il Governo a capitolare: di necessità, 
col sopraggiungere di quei disgraziati, l'irritazione e il disordine 
doveano arrivare al colmo ; ma i capi del Comune non piegarono 
r animo e, tutt' altro che risolversi alla resa, replicarono le istanze 
presso i Veneziani per ottenere pronti soccorsi. 

Ma i capitani dell' esercito veneto passavano il tempo a consul- 
tarsi fra loro. Contenti di precludere allo Sforza l' acquisto di Mi- 
lano, quanto al sottrarre i loro alleati ai patimenti della fame^ 



FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 295 

non se ne mostravano premurosi. Siffatta attitudine passiva era in 
armonia colle intenzioni del loro Governo: a Venezia non era 
spenta la speranza di essere presto chiamati dai Milanesi come pa- 
droni dello Stato. 

Sigismondo Malatesti si limitò a rispondere buone parole agli 
assediati. " Sarebbe troppo pericoloso, disse, attaccare un nemico 
così forte e perito nel guerreggiare. Se per pochi dì sopporteranno 
le angustie dell'assedio, lo Sforza sarà obbligato a partire, per 
non perire di fame egli stesso. „ 

Nel medesimo tempo Lorenzo Veniero, legato della Repubblica 
di San Marco, nel discorrere privatamente coi cittadini in Milano, 
lasciava intendere esservi una via sicura di salvamento, quella di 
darsi ai Veneziani: ormai la Repubblica Ambrosiana aver dato 
prova di non reggersi da sé medesima, e nella scelta d'un nuovo 
padrone, convenirle di unirsi al più forte e capace di difenderla 
dal comune nemico. 

Ma leopardo del legato non fecero breccia nei Milanesi: seb- 
bene oppressi dalle privazioni e dagli stenti d'ogni maniera, senti- 
vano invincibile ripugnanza pel dominio di Venezia, non fosse altro, 
per l'umiliazione di ubbidire ad uno Stato, fino a quel giorno loro 
alleato ed eguale. 

Francesco Sforza, consapevole dei fatti di Milano, concentrò l' e- 
sercito, e prevedendo prossimo uno scioglimento, lo tenne pronto, 
per giovarsi di qualunque incidente favorevole ai suoi disegni. 

Non andò guari infatti che, per i soverchi patimenti, scoppiò un 
tumulto in Milano al 25 febbrajo 1450. 

I capi della Repubblica aveano tenuto a bada la plebe fino a 
quel momento, lusingandola dell'imminente arrivo di vettovaglie. 
La delusa aspettativa inviperì gli animi contro gli alleati, i quali 
aveano corrisposto così male alla fiducia loro accordata. La folla . 
eccitata e furiosa si precipitò dove era la residenza del legato 
Veniero; questi usci fuori, e volle riprenderla con aspre parole 
ma colpito da più parti, cadde estinto. I magistrati fuggirono o si 
nascosero. Rimasta priva de' suoi capi la città, parecchie fra le 
persone notevoli di Milano si radunarono il dì susseguente, ed 
incominciarono le dispute sulla scelta d'un sovrano. 

Quanto a stabilire un governo proprio, non ne fecero parola; 
nell'adunanza un Gaspare da Vimercate osò pel primo pronun- 



• 

4 



296 FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA. 

alare il nome dello Sforza, e disse le ragioni di preferire la signo- 
ria di lui a quella del re di Napoli o dei duca di Savoja. In bre- 
vissimo tempo gli animi si volsero favorevoli al conte, e fu dato 
incarico allo stesso Gaspare di andare al campo di Vimercate a 
presentare allo Sforza i voti dell'assemblea. 

Da due giorni le milizie sforzesche erano in armi, e pronte a par- 
tire; ma giunto il messaggiero colla lieta novella, il conte giudicò 
miglior consiglio di lasciare l'esercito a Vimercate, a guardia con- 
•tro i Veneziani ch'avrebbero potuto assalirlo alle spalle. Con po- 
che squadre soltanto egli s'avviò a Milano: molti cittadini gli 
vennero incontro, solleciti di proclamare la sua signoria, onde 
metter fine prontamente all'anarchia, solita conseguenza d'un ra- 
pido mutamento di governo. 

N'olia città fu accolto con festa ; avea provveduto al più urgente 
bisogno degli abitanti, col trasportare dietro di sé una larga prov- 
vigione di pane, che i suoi soldati stessi distribuivano. Nel mede- 
4gimo giorno ritornò a Vimercate, ed a tutti quelli del contado 
diede ordine che mandassero a Milano dei viveri. 

I Veneziani, udita la resa della città, senza indugio richiama- 
rono r esercito, e rinunziarono alla guerra, dalla quale ormai nes- 
sun utile risultato potevano sperare. 

II conte da Vimercate si portò a Monza colla sua gente: di là 
dispose pel miglior governo della capitale, affidando al Gonzaga la 
custodia del castello e delle torri : gli raccomandò d' impedire ogni 
tumulto e" disordine, per ricondurre nei cittadini la sicurezza di 
sé, e la fiducia nel nuovo padrone. 

Finalmente, il dì 25 marzo 1450, Francesco Sforza fece il so- 
lenne ingresso in Milano, e fu proclamato duca. 

In quella giornata scesero a torme dalle colline native gli abi- 
tanti della Brianza per festeggiare il nuovo principe. Essi l'aveano 
già prescelto ed ajutato nelle guerresche vicende dei mesi prece- 
denti, e da un così lieto scioglimento della lotta sostenuta, si pro- 
mettevano una serie d' anni felici pel loro paese. ^ 

Greppi. 



* Esiste originale nel nostro Archivio l'atto di dedizione della città allo Sforza, con 
particolarità non note o non ben raccolte dai narratori, e meriterebbe d'essere pub- 
blicato. C. C. 



DELL'ISOLA FULCHERIA. 

E DELLA 

cittì di PARASIO PARASSO. 



CENNI ISTOmCO-CRITICl: 

Non è contraddetto da storico alcuno che vasta superficie di suok) 
nella Lombardia si chiamasse Isola Fulcheria. Questo nome d'Isola 
Fulcheria o di Fulcherio, rimonta ai tempi dei Longobardi, e 
vuoisi che il re Grimoaldo, prima ariano poi fatto cattolico, alzasse 
in quest'isola una chiesa dedicata a sant'Alessandro.^ Come poi 
quel terreno si chiamasse Isola, non è difficile immaginarlo; era 
cii-condato dai fiumi. Perchè il nome di Fulcheria o di Fulcherio 
derivasse, lo si capisce considerando la suddivisione del suolo fatta 
dai re Longobardi fra i loro duci coli' investirli del dominio di 
questa o di quella terra, ed è congetturabile che un capitano chia- 
mato Fulcherio desse il suo nome all'assegnatagli regione. 

Le discrepanze fra gli scrittori insorgono quando trattasi dell'e- 
stensione vastità dell'isola. I più ammettono a naturali confini 
i fiumi Serio a levante, Adda a ponente; discordano molti nello 
stabilirne i limiti da settentrione a mezzogiorno. Giorgio Me- 
rula, Pietro Maria Campi storico cremonese, vogliono l'isola 
Fulcheria abbracciasse per intero la Ghiaradadda ; convengono in 
ciò gli storici di Crema messer Pietro Terni, ^ Alemanio Fino, ' 



* Frì Celestino da Bergamo, Bistorta quadripartita di Bergamo, lib. 2, oap. 27. 

^ Messer Pietro Terni, Ms. lib. 1. 

^ Alemanio Fino, Storia di Crema, lib. 1. 

Arch, Stor. Lomh. — An. I. 19 



298 dell'isola fulcheria 



Giuseppe Racchetti, che commentò ed illustrò il Fino. '* Che l'isola 
Fulcheria comprendesse tutta la Ghiaradadda, lo impugnano il 
conte Giorgio Giulini, ^ Guidone Ferrari ^ con gli stessi argomenti 
del Giulini, l'ingegnere Elia Lombardini; ^ basandosi quest'ultimo 
sopra le condizioni idrografiche del suolo. 

A mio avviso, trovo assai appoggiabile le asserzioni degli scrit- 
tori che vogliono l'isola Fulcheria comprendesse in origine anche 
la cosi detta Ghiaradadda milanese. 

Mi appagano le argomentazioni dell'erudito Giuseppe Racchetti, 
il quale dice, confutando il Giulini : " Le consecutive vicende fecero 
j, passare il dominio (dell' isola) di dominio in dominio ; i supremi 
„ signori, accordandolo e confiscandolo, talora lo consideravano 
„ circoscritto come trovavasi, talora volevano indagarne l'origine. 
„ Ned è a meravigliarsi che i medesimi supremi signori ne donas- 
„ sero talora porzione ad alcuno, il resto scemato ad altri con in- 
„ tegro il nome; indi che i successori non volendo riconoscere 
„ quelle donazioni o concessioni già fatte, il tutto di nuovo richia- 
5, massero a sé e dividessero in altro modo come a loro piaceva. 
„ Di questo pienamente avvenuto, io ne darò prova (e la dà infatti 
„ nell'opera precitata), acciocché si conosca essere stata (l'isola 
„ Fulcheria) soggetta del pari che l'altre provincie a variazioni e 
„ contrasti; imperciocché chi voglia domandare i confini d'uno 
„ Stato qualunque, egli è necessario aggiungervi in quale età. „ 

Il Racchetti inoltre ispezionò un catalogo dei possedimenti degli 
Umiliati di. Milano, e ve ne trovò in Insula FuTkeria ultra Ab- 
duam^ de Bipalta, de Vailato, de Trivilio, de Calven^ano, de Bri- 
gnano. Egli è fuor di dubbio che, per ubicazione, i tre primi nomi- 
nati paesi appartenevano alla Ghiaradadda milanese, che il Giulini 
intende falcidiare dall'isola Fulcheria. 

A rafforzare i suoi argomenti, il Racchetti, citando documenti 
da lui esaminati, si ferma a discorrere intorno alle sorti diverse 
che col volgere delle età ebbe l' isola a subire, ed osserva : " Quando 
„ gli imperatori stranieri s'avvidero non potersi tenere una terra 



* GrosEPPE Racchetti, Annotazioni alla storia di Alemanio Fino, voi. I. 
^ GioBGio Giulini, Memorie. 

* Guidoni Ferrabi, Lettere lombarde. 

' Elia Lombardini, Notizie naturali e civili di Lombardia, cap. IV. 



E DELLA CITTX DI PARASIO PARASSO. 299 

„ soggetta come provincia da loro governata, divisero le proprietà 
„ coi principali Baroni conservandone il supremo dominio, censi, tri- 
„ buti di guerra. Anche V isola Fulcheria subì questa sorte „ . E qui 
dimostra come, senza perdere la integrale estensione, siasi sboccon- 
cellata, ed assumessero nomi parziali alcuni maggiori o minori ter- 
ritori di essa: e fu allora che la più vasta estensione dell'isola 
verso il Milanese, lungo il fiume Adda, in vista anche delle condi- 
zioni geologiche del suolo, parzialmente si chiamasse la Ghiara- 
dadda. Da ciò ne avvenne che, senza troppo curarsi delle parziali 
conterminazioni, si scambiassero e si rendessero quasi sinonimo da 
alcuni scrittori le denominazioni d'Isola Fulcheria e Ghiaradadda 
milanese. 

L'esimio ingegnere Elia Lombardini, col restringere i limiti 
dell'isola Fulcheria alla riva destra del Serio, nello spazio ora 
occupato dall'agro cremasco, non basò i suoi criterj ad argomenti 
storici, sibbene alla natura, alla conformazione del suolo, alle con- 
dizioni idrografiche e geologiche del medesimo. Anche ai profani 
nelle scienze naturali si manifesta la diversità della natura del 
suolo fra la Ghiaradadda e l'agro cremasco. Il Serio, a dieci chilo- 
metri circa dalla sua foce, volge insensibilmente da levante a mez- 
zodì, fino che si scarica fra Montodine e Bertanico nell'Adda, 
che gli scorre parallela a ponente. La sponda destra del Serio, 
nelle vicinanze di Crema, presenta ad intervalli le tracce di pa- 
dule ridotto a coltura, non che avanzo non indifferente d'ancora 
esistente palude chiamato Mosa, landa sterile dal suolo tremo- 
lante, ingombra di canneti, intersecata da acque correnti, delizia 
dei cacciatori di migrante pennuta selvaggina. Questa landa è cir- 
condata qua e là da rialzi, chiamati coste o dossi^ che danno fon- 
damento a credere fosse esistito il lago Gerundio, e che sopra uno 
di questi rialzi circostanti, detto il Dosso della Mosa, venisse 
Crema edificata.^ Questa conformazione di superficie, parte palu- 
dosa e parte rialzata, dilungante da quella della Ghiaradadda 
propriamente detta, tutta piana, asciutta, sabbiosa e sassosa, in- 
dusse, dal punto di vista scientifico-geologico, l'ingegnere Lombar- 
dini ad escludere la Ghiaradadda dall'Isola Fulcheria, senza con- 
siderare nulla opporsi ai suoi dotti scandagli che sì l'una che 



^ Teeni, Fino. 



300 dell'isola fulcheria 



l'altra, ad onta delle diverse naturali condizioni, potessero formare 
una sola circoscrizione territoriale con denominazione comune. 

A provare non essere esclusa la Ghiaradadda milanese dall' Isola 
Fulcheria e meglio confutare il Giulini, non mi par vero sia sfug- 
gito alle premurose ed esatte ricerche del Bacchetti un docu- 
mento irrefragabile, e come neppure ne abbia tenuto conto l'eru- 
dito Giulini. È un diploma dell' imperatore Federico I , detto il 
Barbarossa, contenente l' investitura dell' isola Fulcheria a contea 
in favore di Tinto de Tinti Musodigatta, cremonese architetto ed 
ingegnere militare, che lo servì efficacemente nell'edificazioni di 
Lodi e nell'assedio di Crema. Il diploma imperiale è riportato dal 
Campi nella Historia di Cremona^ assai poco divulgata, ^ e ripro- 
dotto dal conte Francesco Sforza Benvenuti nella più recente Storia 
di Crema, ^^ 

In quésto diploma sono indicati i confini antichi e tradizionali 
dell'Isola colle seguenti parole — Notum facimus universis per Ita- 
liani imperii nostri fidelibus , tam prcesentihus quam futuris qua- 
lifer fideli nostro Tinto cremonensi qui dicitur Muso de Gatta , prò 
magnis et prceclaris ejus ohsequiis hanc gratiam indulsiìnus, quod 
eum de comitatu^ Insula Fulkeria, sicut in terminis istis continetur^ 
vidélicet de Picighetone usque ad Pontirolum, sicut est infra Ah- 
duam et Serium, quidquid ad nostrum jus pertinet per rectum 
pheudum jure comitatus investimits ..... 

Non mi porrò ad investigare in quale punto l'Isola Fulcheria 
conterminasse nelle vicinanze di Pizzighettone ; bastami essere 
ragionevolmente convinto non trovarsi esclusa a quell'epoca la 
Ghiaradadda al lato occidentale, fino al termine della giurisdi- 
zione civile ed ecclesiastica di Bergamo dal lato opposto. 

Tale determinazione combatte l'opinione del Giulini, che non 
vuole neir Isola compenetrata la Ghiaradadda ; quella del Lom- 
bardini, che circoscrive l'Isola Fulcheria all'agro cremasco tra il 
Serio ed il Tormo, fiumicello ch'era, in alcuni punti confine fra lo 
Stato di Milano e la Veneta Repubblica. Mi compiaccio essermi 
convinto della maggiore estensione territoriale dell' Isola Fulcheria, 
perchè in questa plaga lombarda veggo per volgere di secoli ripro- 



' Campi, Historia di Cremona. 
*° Feancesco Sforza Benvenuti, Storia di Crema. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. • 301 

dursi fatti memorandi, e credo nessun'altra di Lombardia sia stata 
teatro di altrettanti guerreschi avvenimenti. Al vertice di una 
delle torri dei villaggi della Ghiaradadda, può lo storico fissare 
il luogo, ove, nell'anno 1139, i Milanesi contrastarono alla formi- 
dabile oste del primo Federico il ponte dell'Adda presso Cassano, 
respingendola fino alla terra di Cornegliano; il luogo, ove', due 
anni dopo, lo stesso imperatore strinse Crema d'assedio per ol- 
tre sei mesi, onde echeggiò glorioso il grido dei difensori imper- 
territi e generosi , " Benedetti coloro che muojono per la patria ! „ 
il luogo ove, due secoli dappoi, i Della Torre ebbero la peggio dai 
loro rivali i Visconti; dove l'immanissimo Ezelino da Romano, 
cui gli astrologhi predissero funeste le rive dell'Adda, rimase ferito, 
ed ebbe a morirne undici giorni dopo a Soncino. Da quella torre 
può scorgere l'erudito osservatore i campanili ed i gruppi di case 
di Treviglio, Vailate ed Agnadello, che rammentano la vittoria di 
Luigi Xll sui Veneziani. Più in giù, verso il Serio, gli si presenta 
la superba cupola del Pellegrini, che richiama la sconfitta delle 
venete schiere, operata da Francesco Sforza presso al vicino borgo 
di Caravaggio. In età meno lontane, si ponno accompagnare col 
pensiero, nella vasta ciottolosa pianura, le mosse ardite del sempre 
trionfante principe Eugenio di Savoja, vinto alla sua volta nel- 
l'anno 1705 dal principe di Vendòme, e le gagliarde resistenze e 
la sconfitta dell'esercito francese, vinto dagli Austro-Russi con- 
dotti da Suwaroff, il 27 aprile dell'anno 1799. Non a vano 
pleonasma di istorica erudizione piacquemi rammentare gesta bel- 
licose, in epoche diverse, successe nella plaga che portò il nome, 
ora quasi dimenticato, di Isola Fulcheria; ma per provare una 
volta più, che scandagliando attentamente sopra ogni regione d' I- 
talia in generale e della Lombardia in. particolare, si ponno richia- 
mare alla memoria reiterati avvenimenti, comprovanti il valore 
marziale dei padri nostri, le sventure e le glorie della patria 
comune. In ogni fatto storico v'è a razzolare del bene e del 
male; la storia è base e maestra di sperienza; sappiano dello 
studio calmo e ponderato di essa, approfittarne i presenti ed i 
venturi. 



302 dell'isola fulcheria 



IL 



Sopra lezoUe dell'Isola Fulcheria sorgeva Parasso o Parasio, 
cittadina (civitas, oppidiim) antichissima, altra di quelle il cui 
nome, per lo svolgimento delle umane vicende, appena ancor si 
trova. 

L'indagare intorno all'antichità di Parasso o Parasio, altro 
non sarebbe che ire a tentoni in complicato laberinto, ingolfarsi 
nel favoloso, senza addivenire a ragionevole congettura. Nelle 
mie brevi indagini mi atterrò alle epoche nelle quali la storia , 
la tradizione e pochi documenti rendono meno malagevole l'in- 
vestigare. 

Ommétto occuparmi dell'origine di Parasso. Dirò soltanto tro- 
vare accennato nella più recente storia di Crema, esservi stati 
scrittori che vollero Parasso fabbricato da un Trojano, poco dopo 
la venuta di Enea in Italia.*^ Sono lontanissimo dal prestar fede 
a questo. Sull'origine delle città antiche, si è sempre favoleggiato; 
ne fanno prova le leggende della lupa di Roma, della scrofa di 
Milano. Mi occuperò invece a stabilire in quale spazio dell'Isola 
Fulcheria abbia esistito Parasso o Parasio. 

È tradizione costante, sorgesse in riva al Tormo, in quella, parte 
dell' Isola ora compresa nell'agro cremasco. Il Tormo ha l'origine 
neir Isola stessa, vicino alla terra di Agnadello ; lambe il Cremasco 
presso la villa o comune di Palazzo, detto anche Palazzo Pignano, 
poi volgendo ad occidente, si versa nell'Adda, dopo aver sommi- 
nistrate le sue acque alle roggie Benzona e Migliavacca. La tra- 
dizione della giacitura di Parasso in riva al Tormo difede a discu- 
tere alquanto. Alcuni asseriscono, altri negano, la villa di Palazzo 
sorgere sopra le macerie sepolte dall'antico Parasso. ^^ Dagli stessi 
argomenti svolti in dotte ed appassionate discussioni, con altre 
tracce materiali che si riscontrano, come mostrerò di corto, io 
mi trovo convinto che Parasso sorgesse appunto ove ora è Palazzo ^ 
li vicino. Raccolgo le sparpagliate memorie istoricha della città 
scomparsa. 



** Sfobza Benvenuti, Storia di Crema. 
*^ Tebni, Ms., Fino, Muratori, Giulini. 



E DELLA CITTÀ. DI PARASIO PARASSO. 303^ 

L'esclusione della Ghiaradadda dall'isola Fulcheria, difesa dal 
Giulini; l'opinione del Lombardini, che riconosce l'isola stessa nel 
solo agro cremasco fra il Serio ed il Tormo, appoggiano la tradi- 
zione, l'antica Parasso o Parasio esistesse ov'ora è il villaggio che 
si chiama Palazzo, checché ne dicano il Terni ed il Fino, che ne- 
gano l'identicità del luogo. Gli scrittori tutti che di ciò si occu- 
parono, accennano Parasso, Parasio o Palatio avere esistito fra 
Treviglio e Crema. ^^ In questo spazio vi è l' odierno Palazzo. Lo 
stesso Alemanio Fino, untuoso sempre col patriziato cremasco, nel 
segnalare l'antichità della stirpe dei Benzeni, volle questa abitasse 
in Palazzo fino dall'anno 120 dell'era volgare, e chiama questo 
villaggio " terra del cremasco, la quale nelle scritture antiche è 
detta anche Parasso. „ L'epoca indicata dal Fino è assai più 
antica di Crema. Palazzo dunque non poteva essere allora terra 
del Cremasco; sarebbe stato più ragionevole il dire: i Benzeni 
abitarono in Parasso, il cui nome compare nella storia prima di 
Crema. Con tale avvicendare di nome, senza volerlo, il Fino ap- 
poggia la credenza, che il gruzzolo di case ora chiamato Palazzo, 
sorga ove un tempo esisteva Parasso. Continua il mentovato iste- 
rico, sempre citando vecchie scritture, che nello stesso anno 120, 
fra centottantasette cristiani martirizzati in Brescia, vi fu Ven- 
turino Benzeni da Parasso. ^^ Anche più avanti nella sua sto- 
ria, lo stesso Fino fornisce materia sufficiente per contraddirlo. 
Scriveva egli nel XVI secolo, e diceva: " Ci sono (a Palazzo) le 
„ fondamenta di grossissime mura dietro al fiume Tormo; ci sono 
„ marmi, e le sepolture si trovano nel lavorare i campi; c'è l'an- 
„ tica chiesa, la quale ha ragione di conferire diversi benefizj; c'è 
„ un'antica porta a Pavia detta porta Fala^sese. „ Le fondamenta 
lungo il fiume, i marmi, le sepolture rinvenute nei campi , i pri- 
vilegi della chiesa, non servono a persuadere che il Palazzo di 
adesso è una emanazione del Parasso d'altri tempi ? In quali altri 
punti dell'Isola Fulcheria, nello spazio fra Treviglio e Crema, si 
rinvennero tracce per loro natura attribuibili a città distrutta? 
In qual altro luogo fra l'Adda ed il Serio troviamo terra, borgo, 
villaggio, che per consonanza di nome si possa con quello confon- 



" MoRiGiA, Ristoria di Milano, Smosio, De Regn. ItaU(e,LY.AKDB.o Ai^BEBm, Italia. 
'* Sforza Benvenuti, Storia di Crema. 



;04 dell'isola fulcheria 



dere? In quanto alla porta Palazzese di Pavia, mostrerò in ap- 
presso non avere alcuna relazione né con Parasso né con Palazzo. 
Io pure tengo per fermo l'eccidio di questa terra; ma come 
venisse distrutta, trovansi in contrasto gli storici. Chi dice in 
un'epoca, chi in un'altra, però sempre dopo la discesa del re Alboino 
in Italia. È prezzo dell'opera esaminare qual cosa esistesse sopra 
il suolo ch'ora Palazzo si chiama, da Alboino all'epoca più antica 
in cui ritiensi avvenuta la distruzione di Parasso. 

Gli storici cremaschi, il Terni e meno esplicitamente il Fino, 
non ammettono Parasso avere esistito, e con ciò confondono sempre 
più Parasso con Palazzo. Per non rabbuiare maggiormente la que- 
stione, giova investigare che cosa vi fosse, chi abitasse in riva al 
Tormo, quando i Longobardi occupavano l'alta Italia. 

I precitati storici cremaschi ci raccontano che, regnando Alboino, 
quel fìerissimo duce di torme di barbari popoli, certo Cremes o 
Cremete, conte e cavaliero il più onorato e rinomato, possedeva ma- 
gnifico castello in riva a Tormo , ove ai nostri giorni è la villa di 
Talazso Tignano. Sta bene; ma nel caso concreto non rimarca 
il Terni che il nome Palazzo comparve nella storia assai tardi, 
vale a dire quando Parasso più non era. Aggiunge lo stesso messer 
Pietro Terni, d'avere raccolto in una cronachetta che, " in nobile 
„ castello e bellissimo palazzo, il conte Cremete ricevette il re dei 
„ Longobardi onorificentissimamente. „ 

Chi fosse Cremete, io non mi porrò ad investigare; poco importa 
appartenesse a quei duci ch'ebbero dai Longobardi l'investiture 
di terre, o discendesse dai veterani ai quali gli ultimi imperatori 
romani concedettero il libero dominio di terreni deserti {vacantes),^^' 
affinchè esenti da ogni aggravio li coltivassero. Questo Cremete, 
ricco e potente, non doveva trovarsi isolato nel suo castello o pa- 
lazzo ; avrà per fermo avuto attorno un nucleo di abitanti vassalli ; 
cinta la sua terra da ripari, da torri ; provveduta inoltre di quanto 
era negli usi d'una cittadella de' suoi tempi. Vuoisi Cremete fon- 
dasse Crema sul Dosso della Mosa, e desse alla nuova città il suo 
nome. È verosimile, perchè prima del V secolo non si fa menzione 
di Crema nella storia, e, come ho già accennato, prima della distru- 
zione di Parasso non trovasi il nome di Palazzo, né in riva al 
Tormo, né alcun altro posto dell'isola Fulcheria. 



*^ CodexTheodos. Veteranivacantes terras acclpiant, easque perpetuo haheant iinmtines. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. 305 

Quando e come avvenne la distruzione di Parasse? Due epoche, 
due fatti diversi sono indicati dagli storici. Espongono concordi il 
Morigia e Leandro Alberti, che il metropolita milanese Adelmano 
Menclozio (che occupò la sede dal 948 al 953) s'unì' per zelo reli- 
gioso ai vescovi di Piacenza e di Cremona, prese le armi ai danni 
della città di Parasso o Parasio, per estinguere in essa l'eresia 
degli antropomorfiti, e dopo fattone l'assedio, se ne impadronì a 
forza, smantellò e disfece la città. D'allora, aggiungono, l'Isola 
Fulcheria fu ripartita fra gli alleati; Milano spinse la sua giuris- 
dizione ecclesiastica fino a Treviglio; gli altri luoghi s'aggregarono 
alle diocesi di Piacenza e Cremona. ^^ Anche Gian Francesco Be- 
sozzo, nella Storia pontificale di Milanoj parlando di Alemano Men- 
clozio accenna a questo fatto colle parole: " spianò qneaV arcive- 
„ scovo fin da le fondamenta la città di Parasso (non Palazzo) per 
„ essere stati tutti i cittadini di essa dannati di heresia. „ *^ Se- 
condo dunque i precitati scrittori, il vescovo Alemano Menclozio 
avrebbe smantellata Parassio; causa sarebbe stata l'eresia che vi 
dominava; l'epoca dal 949 al 953. Senza tema di incorrere in errore, 
questo fatto lo si potrebbe meglio precisare avvenuto negli ultimi 
due anni del pontificato di Menclozio. Eletto questi dal popolo e dal 
clero a vescovo, fu per soli tre anni investito del pieno dominio, per 
contrasti avuti con Manasse vescovo di Trento e Mantova, protetto- 
ad usurpare la sede ambrosiana da Berengario) IL Alemano nel- 
l'anno 953 rinunciò spontaneamente, e gli successe Valperto de-Me- 
dici. Morì Menclozio tre anni dopo, come emerge dal suo epitafio. ^^ 



•*' MoKiGTA, Historia di Milano, Alberti, Italia, pag. 393. * 

*^ Il Besozzo, noiV Hist. Pontificale di Milano, edita da Pandolfo Malatesta 1596, 
chiama l'Alemano Menclozio arcivescovo. Errore. Questo titolo incominciò a competerò 
ai metropoliti di Milano con Galdino della Sala, che resse dal 1166 al 1176. 

* ^ Lattuada, Descrizione di Milano. Sigonio riporta l'epitaffio posto sulla sepoltura 
del Menclozio nella Chiesa parrocchiale di S. Giorgio al Pozzo bianco, da lui fondata 
in porta Renza (ov'ora v'è la sala detta del Gambarino), ed è il seguente: 
Hic tumulator Adalmanus, Prcesulque heatus, 

Clarior in tanta qui fuit Urbe potens. 
Hujus origo fuit celso de sanguine ducta : 

Pauperihus largus extitit, atque pius. * 
Huc gressum referens, modicum tu siste viator, 

Die famulo requiem, crimina pelle Deus, 
Ohiit aufem anno Incar. Dom. DCCCCLVI 
Mense Decemhris Indictione XV. 



306 dell'isola fulcheria 



Il riparto delle terre conterminanti a Parasso nelle diocesi dei tre 
vescovi alleati alla guerresca impresa; l'assegno di Vallate, Pan- 
dino, Agnadello e Rivolta, a poca distanza dall'odierno Palazzo, 
al vescovo di Cremona; l'area della città distrutta a Piacenza; 
sono fatti che sempre più convincono, Parasso esistesse ove oggi 
sorge Palazzo. 

Il Sigonio invece fa succedere la distruzione di Parasso nel- 
l'anno 1047; e cosi si esprime: " Mediolanenses conversis adver- 
„ sus Parasium armis, cuius cives Papiensibus auxilium tulerant, 
„ oppidum everterunt. „ Osservo che il Sigonio ammette l'esistenza 
della terra chiamata Parasso, negata recisamente dal Terni. In- 
vestigai le storie di Milano e Pavia riferibili all'epoca ed al fatto 
esposto dal Sigonio. Trovai essere quelli i fortunosi tempi del 
pontificato d'Ariberto d' Entimiano. Questo metropolita ambro- 
siano era d'indole guerriera, desideroso di dominio, ed incon- 
tentabile. Ora era dal popolo accarezzato, ora osteggiato, ora 
protetto dall' imperatore Corrado il Salico, ora dal medesimo 
perseguitato e battuto. Molte fazioni bellicose sostenne Ariberto 
con diversa fortuna; non trovo fra queste alcuna parziale contro 
ai Pavesi che a Parasso in alcun modo si riferisca. Se ciò fosse 
avvenuto, lo storico Luitprando contemporaneo ne avrebbe fatta 
menzione. Forse il Sigonio prese errore da due avvenimenti di 
quell'epoca. Ariberto pose l 'assedio a Lodi ^^, per costringere la 
città a ricevere a vescovo un certo Arluno, canonico ordinario della 
metropolitana di Milano. Altro fatto analogo nella causa e nelle 
risultanze alla distruzione di Parasso fu, che Ariberto col pretesto 
dj eresia che la infettava, pose l'assedio e distrusse la cittadella 
di Monforte. Che il Sigonio scambiasse la città dell'Astigiano con 
quella d'Isola Fulcheria? In allora sarebbe mestieri fosse esposta 
un'altra data, giacché, stando a quella accennata dal conte Giu- 
lini e ripetuta da tutti gli storici milanesi, la catastrofe degli 
eretici di Monforte avvenne l'anno 1028, non già il 1047, nel 
quale il precitato Sigonio segna la caduta di Parasso. Sembra che 
Alemanio Fino propenda all'opinione del Sigonio ed accenna alla 
porta Palazzese in 'Pavia. Il Fino, forbito nello scrivere, come lo 
erano tutti gli uomini colti del suo secolo, ben poco curavasi esa- 



*^ Besozzo, Historia Pontif. milanese. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. 307 

minare i fatti da lui esposti, colia critica sintetica ed analitica degli 
scrittori d'epoche a noi più vicine. Il buon prete, devoto al cam- 
panile della cattedrale nella quale era cantore prebendato, non 
vedeva più in là dell'ombra di quello, alla 'quale circoscriveva 
il suo mondo. V'era a Pavia, fino dai tempi di Bertrando o Ber- 
trarito , una porta detta Fàlatina o Palacese. Ecco una memoria 
dell'età longobardica : Ilis diehus Bertraritus in civitate Ticinensi 
portam contiguam Pàlatio qiice ad Pàlatinensis dicitur^ opere ma' 
gnifico construxit. ^^ 

Esiste un commentario col titolo : Laudihus Papiae, nel quale 
dicesi chiaramente, nominarsi la porta. Palatina o Palacese, perchè 
conduceva al palazzo reale. ^* Risulta evidente che la porta pavese 
nulla ha che fare con Parasse o Palazzo. 

Fra le due opinioni intorno alla distruzione di Parasso, dal 
canto mio trovo preferibile la prima enunciata. Parmi assai più 
consonante alla natura dei tempi, nei quali lo zelo religioso e la 
potenza prelatizia facevano, senza contrasto, dell'eresia casus helli; 
mentre per ammettere la seconda, non trovo riscontro nell'epoca, 
di fazioni guerresche fra i Pavesi ed i Milanesi. 

Ora è mestieri gettare uno sguardo fugace alla giurisdizione 
ecclesiastica della terra ove vuoisi sorgesse Parasso. 

Abbandono la questione di nome. Poco importa che il luogo, 
sopra al quale volgo le ricerche, si chiamasse Parasso o Palazzo, 
come appellasi ai dì nostri. 

Non è contradetto che quella chiesa avesse privilegi speciali, giu- 
risdizioni sopra altre chiese; vuoisi perfino fosse mitrato il prelato 
che la reggeva, e lo circondasse un capitolo di canonici. Poco monta 
l'indagare se queste prerogative ecclesiastiche esistessero prima e 
perdurassero dopo la scomparsa di Parasso. Quello che giova, ed ar- 
rivo a constatare, si è che l'antica chiesa privilegiata era nella su- 
perficie di suolo dell'Isola Fulcheria, ora formante porzione dell'agro 
cremasco. Contemporaneo al metropolita milanese Alemano Meuclo- 
zio sedeva vescovo di Cremona Dalberto o Darimberto, dal 919 al 
968: His temporibus Dalbertus Cremonoe fuit episcopus.'^^ h^Ugheììi 



^° Paolo Diacono, Memorie Longobardiche. 

s' L'opera citata è d'un anonimo del secolo XIV; la rammenta il Muratori nel Ber. 
Ital. Scrip. Tom. XI. 
*^ Sicado ; citato nel libro : Serie critico-cronologica dei vescovi di Cremona. 



308 dell'isola fulcheria 



incorse in errore storico collo scambiare nientemeno Parasse o 
Palazzo con Croma. Narra l'Uglielli che il vescovo di Milano, 
Darimberto vescovo di Cremona, ed il vescovo di Piacenza, assistet- 
tero all'eccidio cui fu dannata la città di Crema per essere guasta 
dall'eresia degli Aniropomorfiti (sic), qui error per id tempus tofam 
pene Insuhriam infecerat. Solo dalla vicinanza dei luoghi fu senza 
dubbio indotto l'Ughelli in errore. Se ciò non fosse, perchè non 
iscambiare Parasse con altra terra dell' Isola Fulcheria, come Tre- 
viglio e Pontirolo, più lontane dal luogo del disastro? La storia 
di Crema non presenta altro eccidio notabile che quello patito 
dall'imperatore Federico Barbarossa, episodio generoso, abbastanza 
dagli storici iparticolareggiato in prosa e in versi, ^^ ond'è impos- 
sibile scambiarlo colla dis-truzione di Parasse. Gli scrittori della sto- 
ria di Crema 2*, e più di tutti il Terni, cercano allontanare il sospetto 
abbia potuto Crema ingrandire, aumentare di popolazione col mezzo 
dei profughi eretici della distrutta Parasse ; perciò il buon messere 
Pietro Terni trovò opportuno tagliar breve, negando Parasse fosse 
esistito. Ho esaminata la cronologia isterica delle più popolate 
terre dell'isola Fulcheria, dal X secolo alla metà del secolo succes- 
sivo; non mi avvenne trovare fatti che abbiano riscontro con grossa 
terra disttrutta per causa di eresia. Con ciò parmi rimanere sempre 
più appoggiata la tradizione, che Parasse o Parasio fu la città o 
terra che sottostette alla distruzione. 

È bensì vero che il vescovo di Cremona per donazioni princi- 
pesche ingrandi la diocesi dell' intera Isola dal Serio all'Adda ; ma 
egli è vero del pari che le donazioni di Bonifacio , della contessa 
Matilde, dell'imperatore Enrico, non perdurarono a lungo nella 
loro integrità. ^^ 



83 II p. Zaccaria olivetano trascrive i seguenti versi relativi alla distruzione di Crema : 
Crema cremata jacet cimi sexaginta notasset 
Centttm cum mille scripsit notarius ille 
De Jani mense Federico Ccesare stante. 
^^ Terni, Fino, Francesso Sforza Benvenuti, Racchetti. I due ultimi nominati autori 
storici non concordano in tutto col Terni e col Fino. 

-5 II diploma col quale la contessa Matilde concedette al Comune ed al vescovo di 
Cremona il comitato dell'Isola Fulcheria, colla data ab Incarn. Dom. fÒ98 Ind. 6, una 
dies sàbathi in Kal. januarii, è riportato dall' Ughelli nell' Italia Sacra. La rinnova- 
zione della stessa cessione al Comune di Cremona, fatta dall'imperatore Enrico VI ab 
Incarnatione Domini anno MCLXXXXII, indictione X, leggesi nel quarto tomo delle 
antichità italiane del medio evo del Muratori. Sì il primo che 11 secondo diploma, sono 
riportati nella Storia di Crema di Francesco Sforza Benvenuti. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. 309 

Ad onta dell' ingrandimento eccessivo della giurisdizione vesco- 
vile di Cremona, avvenuto a riprese per atto di principe, il prece- 
dente riparto dell'Isola Fulcheria fra l'alleanza dei tre vescovi 
compartecipi all'eccidio di Parasso, ripullulò e dimostrossi ad epoca 
meno lontana. Quando nell'anno 1580 nacque la diocesi di Crema, 
questa assorbì la parte dell' isola soggetta alla giurisdizione del 
vescovo di Piacenza; come lio detto, all'estremo lembo della dio- 
cesi piacentina oravi Palazzo. Dico Palazzo e non Parasso ; Parasso 
distrutta gli cedette il posto. 

Fino alla istituzione della diocesi di Crema, la chiesa di Palazzo 
conservò supremazia plebana sopra le vicine, ed anche in Crocia. 
Gli stessi storici che non riconoscono la successione di Palazzo 
Parasso, ci descrivono Palazzo null'altro che un villaggio, tutto 
al più una corte feudale, cui, secondo l'indole dei tempi, non era 
compatibile vasta giurisdizione in materia ecclesiastica. La chiesa 
stette sulle rovine della prima città ; era nella natura dei tempi, e 
perdurò a lungo, risparmiare le chiese nei luoghi che per guerra si 
smantellavano. L'arcivescovo Ottone Visconti ordinò di Castel-Seprio 
non rimanesse pietra sopra pietra, ma rimasero le chiese sopra 
un colle deserto. Lo stesso Federico Barbarossa, distruggendo Mi- 
lano, comandò si rispettassero le basiliche. Il vescovo di Piacenza 
non cessò di riconoscere la giurisdizione della chiesa della distrutta 
Parasso; benché il luogo ove esisteva avesse mutato nome, la pre- 
minenza continuò ad esercitarsi, ancorché il Piacentino vescovo 
S. Savino abbia ceduto il dominio utile della chiesa di Palazzo ad 
un convento di monaci presso Piacenza. ^^ Finalmente egli è rimar- 
cabile che il nome Parassio o Parasio scompare al tempo in cui 
se ne vuole la distruzione, né mai nella storia si trovano con- 
temporaneamente neir Isola Fulcheria due luoghi, l' uno dei quali 
si chiamasse Parasso, l'altro Palazzo. Le orme poi dell'antica 
alleanza fra i tre vescovi apparisce anche ai giorni nostri. La 
giurisdizione ecclesiastica di Piacenza é assorbita dalla non an- 
tica diocesi di Crema. La diocesi di Cremona guizza nell'isola 
Fulcheria, tiene la chiesa di Pandino a due chilometri da Palazzo, 
si spinge fino oltre l'Adda a Cassano nel territorio milanese. La 
diocesi di Milano oltrepassa l'Adda,, s'estende nel territorio di 
Bergamo, ed ha in sua giurisdizione Treviglio. 



Campi, Historia di Cremona. 



310 dell'isola fulcheria 



In quanto a giurisdizione ecclesiastica, ad onta di principesche 
successive disposizioni, l'alleanza dei tre vescovi ai danni di Parasso 
è la causa remota degli effetti presenti. 

Dopo r eccidio di Parasso , chi ebbe signoria nel luogo che fina 
ai di nostri si chiamò Palazzo? 

Incomincio a toccare periodo isterico a noi più vicino. Il Terni 
ed il Fino non chiariscono chi fossero i conti di Palazzo , i quali 
dopo Cremete dominarono quella terra. Sorpassando a stravaganti 
congetture, a speciose iperboli di que' due storici, mi appiglio agli 
apprezzamenti del diligente ed arguto Bacchetti . I conti di Palazzo 
compariscono nel secolo XV. Non sembra questi conti assomiglias- 
sero ai feudatarj impettiti del medio evo, osservanti minacciosi il 
mondo dalle torri delle loro castella, chiusi da saracinesche, e cir- 
cuiti da baluardi. I conti di Palazzo conducevano vita cittadinesca, 
ce lo dicono gli stessi storici cremaschi; abitavano in Crema presso' 
la porta Serio, e davano il nome ad una delle ventisette vicinanze 
nelle quali Crema dopo la distruzione dell'Enobarbo venne ripar- 
tita. 27 

Tace la storia come siasi estinta la famiglia dei conti di Palazzo. 

I nobili Vimercati, in progresso di tempo, divennero proprietarj 
del villaggio di Palazzo, quando Sermone Vimercati sposò Ippolita 
di Ugo Sanseverino, senatore nel ducato di Milano , la quale gli 
recò in dote parte del contado di Pandino conterminante a Palazzo. 
D'allora la linea dei Vimercati, discendente da Sermone, congiunse 
e conservò col proprio il cognome Sanseverino. ^^ Scorgesi nella 
genealogia istorica della famiglia Vimercati-Sanseverino che, circa 
un secolo dopo il connubio di Sermone con Ippolita Sanseverino, 
nell'anno 1577, Sebastiano Veniero doge di Venezia conferiva a 
Marcantonio Vimercati-Sanseverino il titolo di Conte di Palazzo 
Parasso. ^^ Quella aggiunta, o Parasso^ dimostra come fino d'al- 
lora anche la Signoria veneta ritenesse Palazzo l'identico luogo 
di Parasso. 

Oltre a ciò, è mestieri tenere calcolo della non interrotta tra- 
dizione; delle scoperte incessanti nelle escavazioni agricole; delle 



*^ Sfobza Benvenuti, Storia di Crema. 

28 Idem. 

^' Genealogia storica della famiglia dei conti Vimercati-Sanseverino. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. 311 

tracce d'antichità che rivelano i ruderi disotterrati, e l'assieme 
della parocchiale del villaggio. 

La tradizione era viva nel XVI secolo, in cui scrissero messer 
Pietro Terni ed Alemanio Fino. Negando il primo, lasciando in 
dubbio il secondo, essere esistito Parasse, è prova evidente che fino 
d'allora era invalsa la credenza d'una città scomparsa. Ne mai 
infievolì la tradizione. A chiunque avvenga intrattenersi cogli abi- 
tanti del villaggio di Palazzo, ode raccontare l'esistenza in remota 
passato d'una città sopra quei campi, più verso settentrione del 
villaggio presente; ascolta ripetere la vetustà della chiesa, già 
retta da prelato mitrato con capitolo di canonici; gli vengono 
indicati i campi aventi da secoli invariata nomenclatura, la quale, 
benché in vernacolo, corrisponde ad ospitale^ mercato dei buoi, 
piazza del mercato^ dei mentecatti^ campo S. Pietro^ campo S. Gio- 
vanni^ appartenenti quest'ultimi alla collegiata capitolare. 

Le scoperte di frammenti massicci di antiche costruzioni, sono 
continue tanto, che più non ci si abbada. 

L'egregio avvocato Giovanni Collini, che alla possidenza in Vai- 
late aggiungeva stabili nel Comune di Palazzo, or saranno circa 
trent'anni , dicevami : Scavando né" miei campi vicino a Pala^^o, 
sempre m'avviene di trovare, a circa tre traccia sotterra, marmi, 
massi di sasso cementati ridotti a macigno, sepolcri, vòlte di cotto. 
Se vi fosse probabilità trovare un tesoro sotterrato, potrebbesi rinun- 
ciare anche per qualche anno alla certezza dei prodotti di questa 
fertile superficie. 

Esaminai io pure, e non è molto, alcuni materiali estratti dai 
campi, e trasportati a puntellare la riva di un fossato. Si com- 
pongono di ciottoli di pietra viva, come quelli che si trovano 
sparsi abbondantemente nella Ghiaradadda; uniti da cemento 
giallastro durissimo sicché a fatica si può staccare un ciottolo a 
colpi di poderoso martello. Ad intervalli, macigni così composti 
contrastano e respingono il ferro dell'agricoltore che penetri a 
fondo nel suolo. Questi materiali in maggior copia si rinvengono 
lungo la sponda sinistra del Termo; ciò dà a supporre sieno l'a- 
vanzo fondamentale delle mura, che circuivano verso occidente la 
città distrutta. 

Poco fa, nel compiere alcune opere di irrigazioni, scoprivasi a 
due metri di profondità un lungo strato di lastre marmoree, quasi 



312 dell'isola fulcheria 



nere, congiunte a scacco, raffiguranti il selciato di via principale 
il pavimento di vestibolo domestico. Di recente, nello scavare la 
fossa pel concime presso ad un cascinale, si trovò sovrapposta ad 
un'arca una lapide senza iscrizione, e nell'arca quattro scheletri 
umani ben conservati. Non lungo dalla chiesa s'erge un gruppo di 
case coloniche, con denominazione secolare di case vecchie. Queste 
abitazioni stanno sopra solide e massiccie fondamenta di ciottoli 
uniti con cemento ; è tradizione posino ove erano le antiche mura 
di cinta al lato opposto del Tormo. 

Per ultimo, mi pongo a scandagliare la chiesa parrocchiale del 
Comune di Palazzo, che pure vuoisi, come accennai, antichissima. 

Indica il ristauro di questa chiesa la lapide nella parete interna 
a manca, del principio dello scorso secolo, sedente vescovo di Crema 
il conte Faustino Griffoni Sant'Angelo. È facile rimarcare quanto 
i ristauri abbiano alterato l'originario organismo del tempio. 

Alla vecchia chiesa si aggiunsero a sproposito due navate late- 
rali, le quali, anziché accrescere, tolgono maestà alla navata di 
mezzo, ch'era la chiesa vecchia. Mi fermo dunque ad esaminare la 
navata di mezzo. Otto grandi archi acuti posanti sopra piloni, 
staccansi dalle pareti, attraversano la chiesa, e ne sostengono la 
vòlta. Gli archi' sono fra loro ad eguale distanza; l'ultimo, l'ottavo, 
disegna la fronte del presbitero, al quale si accede per tre gra- 
dini. Nel mezzo al presbitero si alza l'altare, che non ha impronta 
d' antico ; dietro all' altare gli stalli del coro rasentano le- pareti 
dell'abside .poligona, che nel fondo si abbassa e sostiene la precipi- 
tosa cadenza della vòlta. L'arco acuto predominante nell'organismo 
della chiesa ricorda le costruzioni anteriori al X secolo. Barbara- 
mente intonacati, informi, sono i piloni, al vertice dei quali di- 
partano gli archi che si staccano dalle pareti. Così non erano in 
origine, come mostrerò più sotto. La luce proveniva dall'alto, da 
finestre non più esistenti, collocate di fronte l'una all'altra, tra 
le arcate. 

Il presbitero ed il coro ricevono luce da due aperture laterali 
recenti, che deturpano l'euritmia dell'assieme, per nessuna corri- 
spondenza colle linee angolari del poligono. 

Non mi fermo a parlare delle navate laterali; altro non sono 
che informi addossamenti all'antica chiesa; dirò invece brevemente 
della parte esteriore. 



E DELLA CITTÀ DI PARASIO PARASSO. 313 

L'unica porta d'ingresso ha gli stipiti di pietra grigia, raffi- 
guranti due colonne addossate con rozzi capitelli. — I capitelli sos- 
tengono un arco tondo, d'eguale materia degli stipiti a cordoni 
semicircolari rilevati, dai quali gradatamente emergono a rilievo 
i sovrapposti. Fuori di simmetria, a destra della porta, più in alto 
dell'arco della medesima, incastrasi una lapide, ove sono rozza- 
mente scolpite due colombe ad ali spiegate, che imbeccano un ra- 
moscello d' olivo. Il soggetto simbolico cristiano di questa povera 
scultura, ci richiama ai secoli primitivi dell'era cristiana. La fronte 
della chiesa presenta l'arco acuto senza curve, perfettamente trian- 
golare. — Alla cima degli angoli sorgono coniche colonnette di 
mattone, sormontate da croce di ferro. Sporgono nel giusto mezzo, 
tra i fianchi della facciata e la porta , piloni sottili semicircolari 
di mattoni levigati, coincidenti in retta linea coi piloni interni 
della navata maggiore. Ciò dà fondamento a credere incorniciassero 
i lati della facciata prima dell'aggiunta delle navate laterali. At- 
torno all'abside, nella parte posteriore esterna, più assai che nel- 
r interiore, emergono le linee sporgenti del poligono. La costru- 
zione è tutta di mattone non mai intonacato. Scorgesi girante un 
rozzo fregio di mattoni in costa ; più sotto la sporgenza del tetto, 
alcuni ovoli di terra cotta. 

Assai più attestano F antichità della chiesa alcune recenti inci- 
dentali scoperte in occasione di ristauri. Trascrivo la relazione 
favoritami da persona intelligente, che trovavasi in luogo. 

'^Nell'anno 1854, dovendosi rinnovare il suolo della chiesa, sì 
„ praticò l'escavazione dell'intera area di essa, fino alla profondità 
„ di tre braccia, ove nella nave di mezzo si rinvennero due altri 
„ pavimenti. -Fra l'uno e l'altro, uno strato di ossa umane. L'ul- 
,, timo pavimento, formato da ghiarone con calce^ era di una con- 
„ sistenza tale, che si rovinarono due picconi di ferro senza poter 
„ smuovere un ciottolo. 

„ Nella nave a destra, quasi a metà, di contro all'uscio che 
„ mette alla casa del parroco, si scoprì un po^^o di cotto semicir- 
.„ colare, otturato con rottami di mattoni, calce e sassi. 

„ Durante gli stessi lavori d' escavazione si è osservato, che i 
„ piloni della nave di mezzo, sotterra sono rotondi, di mattone 
„ lucido che sembrano nuovi; il che induce a credere ragionevol- 
„ mente fossero tali gli ora intonacati di calce e gesso che sosten- 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. 20 



314 dell'isola FULCHERIA e della città di PARASIO PARASSO. 

„ gono gli archi della nave stessa, di cui i sepolti altro non sono 
„ che la parte inferiore. E sono là sotto quei piloni sì ben cemen- 
„ tati, che si direbbero d'un solo pezzo. „ 

Da questa semplice e chiara esposizione si rileva, che la chiesa 
antica era costrutta a mattoni levigati, come si ravvisa nelle chiese 
di stile lombardo e gotico dei primi tempi del cristianesimo. 

Il pozzo scoperto nella navata laterale, prova l'aggiunta delle 
due navi ai lati alla chiesa vecchia, non essendo supponibile un 
pozzo in chiesa, ma bensì nella vicina antica casa del prelato che 
la reggeva, o nell'abitato d'uso della collegiata capitolare. 

Il terzo strato durissimo fa testimonianza dell'antichità del tem- 
pio; e per l'elevazione lenta secolare del suolo circostante, e per 
la quantità dei sepolti fra il secondo ed il terzo pavimento, sotto 
del quale è presumibile esista altro di strato di ossa umane di più 
vecchie generazioni. 

E qui finisco e conchiudo : 

Da quanto ho raccolto ed esaminato, sono convinto che ove ora 
è il villaggio di Palazzo e nelle sue adjacenze, sia esistita in età di 
remoto passato, una città o terra fortificata, civitas^ oppidiim. Come 
e quando distrutta, si chiamasse Parasso o Parasio, poco monta. 

ColPesporre questa mia convinzione non pretendo avere dissot- 
terrata una delle 41 città scomparse. ^^ Mi attengo soltanto al 
programma dell'illustre nostro Presidente della Società Storica 
Lombarda, esposto nell'esordio del fascicolo primo dell'Archivio 
storico, pagina 16: " noi in questi lavori non faremo che preparar 
„ materiali per chi sarà più fortunato di trovarne l'architettura 
„ ed il cemento, di rianimare artisticamente la polvere su cui 
„ soffiamo, e resuscitare le reliquie che diseppelliamo. „ 

Matteo Benvenuti. 



'" Archivio Storico Lombardo. Anno I, fase. I, Bibliografia. 



DOCUMENTI NUOVI 

SULLE RELAZIONI 



TRA 



LA RUMENTA E LA REPUBBLICA VENETA, 



Fidando in quella scambievolezza che deve correre tra studiosi, 
massime di una stessa nazione, speriamo che non ci verrà biasimo 
dall' osare una rapida scorsa negli Archivj veneti, tentati dalla 
curiosità delPargomento, e altrettanto forse dal desiderio di ren- 
dere la meritata lode al dotto straniero che ce ne ha sgombra 
la via. 

Il signor Costantino Esarco, oratore a Roma per quella che fu 
un tempo la Dacia Trajana, o a dirla nel gergo del dì che corre, 
agente diplomatico di Rumenìa presso il nostro Governo, è dei 
valentuomini che non istimano estranei i più eruditi studj alle 
cure, anche presentissimo, di Stato; e però, essendogli parso che 
non meno della parentela antica tra le due stirpi fosse degna di 
memoria l'alleanza che insieme le strinse in tempi fortunosissimi 
contro un formidabile e comune nemico, ha vòlto l'animo a ritro- 
varne le traccio negli Archivj italiani, specie in quelli della ve- 
neta Repubblica, che fu patrona e soccorritrice assidua di quante 
genti fino al XVIII secolo si travagliarono a soprattenere in sui 
confini d'Europa la furia dei Musulmani. 

Il servigio per lui reso agli studj nostri non meno che alla storia 
del suo paese è tanto più degno di encomio, quanto più scarsa sin 
qui era la suppellettile istorica in questa materia. Tuttoché, infatti, 
sin da mezzo Ì11296 si vincesse nella provvida Repubblica una legge 
che commetteva a' suoi ambasciatori, compiuta la legazione, di 
riferirne i successi, già notò l'Alberi come, per causa tuttavia igno- 
ta, le prime di tali scritture che si conoscano non datino se 



316 DOCUMENTI NUOVI SULLE RELAZIONI 

non dal principio del secolo XVI. Per essere state poi le genti 
rumene premute in mezzo a più potenti, ancorché non più va- 
lenti e fiere nazioni, le memorie loro è mestieri cercarle in mezzo 
a quelle d' altrui, soprattutto nelle legazioni di Costantinopoli ; e 
pur in queste occorrono sparsissime e rare; tantoché nessuna ce 
ne venne tra mano che toccasse gli argomenti illustrati dall'Esarco, 
salvo due passi della Legazione di Andrea Gritti a Bajezid II, 
che riferiremo a suo luogo. 

Le indagini dello studioso rumeno nella Marciana e nell'Archi- 
vio de' Frari, alle quali ebbe scorta, com'egli dice, utilissima, 
l'opera del Baschet, Histoire de la Chanceìlerie secrèfe, e guida 
ancor più efficace la sapiente cortesia di quei Direttori, promet- 
tono una serie non breve di pubblicazioni ; e già resero buon frutto 
in due distinte monografie, copiose ciascuna di documenti , i quali, 
per quella ingenuità di forma che nei nostri vecchi mai non si 
discompagna dall'acutezza dell' ingegno, e per quella prossimità 
ai fatti ed a' luoghi, che fa veramente vivere la narrazione, hanno 
carattere spiccato e curiosissimo. Noi le menzioniamo più sotto, 
seguendo l'ordine dei tempi a cui si riferiscono, piuttosto che 
quello della pubblicazione : e crediamo che di buona voglia i let- 
tori ci lasceranno uscire un poco di Lombardia, per darne loro 
qualche contezza. 

I. 

Stefanu CeUumare. — Documenfe descoperite in ArcJiivele Venetiei, 
de C. Esarcu. JBucuresci, 1874, (Stefano il Grande. — Documenti 
scoperti negli Archi vj di Venezia da C. Esarco. Bucarest, 1874.) 

Stefano vaivoda, che i Moldavi chiamarono il Grande, e al 
quale nessuno vorrà negare per lo meno il titolo di prode, è tra 
i personaggi più cospicui dell'istoria rumena. Contemporaneo di 
quel ferocissimo Ladislao valaco (Vlad V), che si gloriò d'esser 
detto r Spalatore e tuttavia piegò il ginocchio dinanzi a Mao- 
metto II, Stefano, non più crudele di quel che il facessero i tempi, 
tenne fronte a. Magiari, a Tartari, a Bussi, a Polacchi, e per qua- 
rantotto anni gagliardissimamente armeggiò contro i Turchi; né 
già sui primordj della loro irruzione in Europa, come con incre- 



TRA LA RUMENTA E LA REPUBBLICA VENETA. 317 

dibile anacronismo ha favoleggiato il Rampoldi, che il fa com- 
battere col primo Bajazette (quello, che, scrivendo a Andro- 
nico imperatore, concludeva: " Serra le porte, e regna sulla tua 
città ; il resto è mio „), ma sibbene un buon secolo più tardi, fac- 
cia a faccia con Bajazette II, del quale dice appunto il Gritti nella 
ricordata Legazione di Costantinopoli che " il quarto anno del 
suo imperio fece l' impresa della Valacchia „ , e poco più là sog- 
giunge " non aver voluto esso signor Turco consentire (stipulando 
la pace col re d'Ungheria) che Stefano vaivoda fosse nominato 
nella capitolazione della pace dal canto del re „. Stefano dunque 
osò attraversarsi alla conquista ottomana, appunto nel più vivo 
del suo bollore; quando, no'n che nelle terre orientali, romoreg- 
giava essa sul capo a' Cristiani usque in Forijulium et ipsa Itaìice 
viscera, come si legge in uno dei documenti rivendicati dal si- 
gnor Esarco alla luce. 

I quali, per quel che riguarda questo Stefano, sono partiti in 
due serie. La prima, cavata pressoché intera dalle Deliberazioni 
scerete del Senato (anni 1474-1476), illustra le cose di Stato mol- 
dave, e le relazioni del vaivoda con principi cristiani; l'altra, at- 
tinta ai Diarj di Marino Sanudo, che giacciono inediti nella 
Marciana, tocca della persona sua^ o, come ora dicono, della sua 
vita intima (anni 1496-1504). Ad amendue precede una introdu- 
zione, dettata da quell'erudito isterico rumeno che è l'Hasdeu; e 
questi, geloso degli allori dell' Esarco, conferisce anche per sua 
parte curiosi documenti: tre lettere pontificie a Stefano, riboc- 
canti d'elogj alla virtù dell'atleta di Cristo (così già lo chiama il 
papa in un'altra lettera edita dal Sismondi); poi, bizzarro con- 
trasto, una ballata, la quale, non che in Rumenìa, soleva can- 
tarsi a' suoi di fino a Venezia, in lode delle sue amorose fortune. 

Ma per venire alla prima serie esarchiana, principia questa con 
una lettera di Stefano a Sisto IV (da Vaslui, li 29 novembre 1474). 
Il vaivoda accredita, come suo proprio oratore presso il papa, 
l'oratore veneto reduce di Persia, Paolo Omobono; dirà questi a 
voce gli accordi iniziati con Assan Beg a fine di movere insieme 
contra Othmam et ejus horribilem potenciam. E il Senato (Deli- 
berazione del 6 marzo 1475) non tarda a confermare all'Omo- 
bono l'incarico; il raccomanda ai buoni ufficj del Morosini, ora- 
tore presso la Romana Curia; e scrive al vaivoda: animosiores 



31*8 DOCUMENTI NUOVI SULLE RELAZIONI 

quam antehac et robustiores erimus ut (Turcha) mari et terra 
infestetur et lanietur. Il difficile stava nel far danari. Trazendose 
questi^ dice la Deliberazione del 6 maggio, de la prima contribution 
de le enfrade ecclesiastice le quale spectano al Summo Pontefice^ et 
havendo sa deliberato la Santità Sua a chi i debbiano esser conferiti, 
0oe al Serenissimo Be d'Ongaria, in nostra podestà non è poter de 
quelli dar alla Signoria soa alcuna quantità. . . Tamen. . . procu- 
reremo et instaremo. ... E su questo affare dei sussidj, quod non 
intermittimus ncque sumus aliquo modo intermissuri, torna il Doge 
Andrea Vendramin nelle istruzioni a Emanuele Gerardo che va 
oratore al campo di Stefano, ut amici nostri prcecipui, et a nobis 
ab virtutem, animi magnitudinem, et res prceclarissime adversus 
communem hostem gestas maximopere existimati (17 maggio 1476). 
Dove anche si pare tutta la sagacia consueta della veneta Signo- 
ria. Duììi illic fueris, soggiunge il Doge, esto curiosus et sollicitus 
omnia intélligere quce necessaria sint et digna, quce nobis signi- 
ficentur. . . numerum gentium. . . aptitudinem. . . intelligentias et 
amicitiaSj et similiter dissidia et controversias. . . quomodo se gerii 
et vivit cum Begia Maj estate Hungarice . . . Bemovere animum illius 
satagito ab omni pacis cum Turcho cogitatu. E scendendo a parlare 
del disegno di una spedizione, alla quale l'imperatore dei Tartari 
si proferisce, commette al Gerardo che ne indaghi la possibilità, 
e se ne intenda col Moldavo e coll'Ungherese. Due altre lettere 
al medesimo legato (8 ottobre 1476, 10 gennajo 1476 [recte 1477 P]) 
incalzano gli stessi argomenti. Scriva ogni dì, e di tutto, e ovun- 
que il principe vada, sia seco. Rallegrandosi con esso lui delle 
vittorie, non dimentichi gli altri capitani; menzioni sempre il 
re d'Ungheria; promova fra tutti la necessaria concordia. E ram- 
memori gli ufficj della Repubblica, che in prò dell' alleato ottenne 
dianzi dal pontefice il bando della crociata e del giubileo. 

A queste seguono altre lettere dogali dello stesso anno e del 
successivo (17 marzo 1476 — 10 e 18 aprile 1477) a Ser Jacopo 
de Medio oratore a Roma; e qui mirabile è la robustezza del 
concetto e del linguaggio, né senza frutto ricordabile anche a' 
contemporanei. Badi il pontefice che il Vaivoda, pasciuto sempre 
di promesse e omai disperato d'ajuti, potrebbe essere sopraf- 
fatto piegare. Scriva dunque senza indugio, e mandi al Vaivoda 
almeno diecimila ducati, e gli propizii il re d'Ungheria, e si valga, 



TRA LA RUMENIA E LA REPUBBLICA VENETA. 319 

se vuole, del mezzo della Repubblica. Mediti le lettere d'Oriente, 
nunzie di prossime invasioni nelle provincie nostre di là, et usque 
in ForijuUum et ipsa Itdliae viscera; ma delle notizie d'Unghe- 
ria usi con discrezione. Affretti una risposta, che tarda omai troppo. 
Petimus rem factam. . . et tamen frustramur. Ufficj dei quali è poi 
fatta manifesta la previdenza dai tristi casi che incolgono al Vai- 
voda, e ch'egli si affretta a significare alla Signoria per un oratore 
suo proprio, Giovanni Zamblacho (8 maggio 1477). Dopo aver 
patito pei principi vicini suoi, si lagna che loro lo lassarono 
solo; ricorda lo 'stato suo esser serajo del Hungaria et Follana, 
et quello che varda quei do regni. . . e. . . comodo alle cosse Chri- 
stiane . . . e però, conclude, come signori christiani et cognoscudi 
Christiani io recoro ala Illustrissima Signoria vostra implorando 
el vostro socorso. „ Risponde il Senato savie e confortevoli parole, 
attestando dei precorsi ufficj e di quelli che non resterà di inter- 
porre per la sua causa, tamquam proprium negotium ; ma quanto 
gli torni difficile il maneggiarsi tra le romane accidie e le gelosie 
dell'Ungarese, del Polacco e dell'Imperatore apparisce da lettere 
dogali a Ser Antonio Vittori oratore in Ungheria, e da lunghe 
difensioni che il Senato medesimo è costretto opporre ai richiami 
dell'impetuoso Corvino, specie per el facto de Stefano Vayvoda^ 
favorito da nui ciim assai bone parole, et non più effecti de quélo 
ha voluto la Maestà Regia. Due lettere del Corvino al papa 
chiudono questa prima serie, della quale ne pare che le cose bre- 
vissimamente dette bastino a dichiarare la gravità. 

Seguono nella serie seconda copiosi estratti dal Diario di Marin 
Sanudo, relativi alle cose, alle opinioni, ai viluppi delle piccole e 
grandi Corti guerriere nell'oriente d' Europa. Un Ottaviano Gucci 
fiorentino scrive, tra gli altri, da Cracovia (27 luglio 1500) che di 
Stefano s' aspetta qualche fatto relevato . . . perchè, come sapete, e 
savio. Di un altro oratore del Dacho, venuto (dopo il Zamblacho) 
a Venezia il marzo deri502, narrasi che fo in Colegio per il 
Principe fatto cavalier et vestito doro. Poi è trascritta una lettera 
di Stefano alla Signoria (8 dicembre 1502), con cui le accompagna 
e accredita Matteo Murriano dottore in medicina e veneziano, che, 
procuratogli anni addietro dalla Signoria medesima, torna a Ve- 
nezia a fare incetta di certi suoi farmachi; e una lettera dello 
stesso dottore al Doge, nella quale da espertissimo uomo lo in- 



320 DOCUMENTI NUOVI SULLE RELAZIONI 



forma delle cose di Moldavia. Dissegli il Vaivoda: io non ho vo- 
luto mandar medico in alcuna parte del mondo salvo da li amici 
mei li qual son certo, me amano. . . io sono circondato da inimici 
da ogni handa, e ho avuto hataie 36 dapoi che son signor de que- 
sto paese de le qual son stato vincitore de 84 et 2 perse. Narra 
poi il medico con molte lodi del prefato signor et del fiolo, e pro- 
segue: li suhditi tutti valenti homini et homini de fatti et non da 
star so li pimazi ma a la campagna. Questo illustrissimo Signor poi 
far homini da fatti 60,000: a cavalo 40 miìia e pedoni 20 milia. 
El paese si e fruttifero et amenissimo et ben situado hahondante 
de animali et de tutti frutti da oio in fora. I formenti se semena 
de aprii et de maso e rachoiese de avosto e de septemhrio vini de 
la sorte de Friuli pascoli perfetti^ potria star in questo paese ca- 
vali 100 milia e piti, de qui a Gonstantinopoli se va in XV o XX 
zorni perho riverentemente aricordo a la Signoria Vostra che de 
qui se potria strenzer li fianchi a questo perfido can Turcho. S'ad- 
dentra in molti particolari sugli armeggìi dei Signori Tartari, specie 
àeìY imperador de Crin (Crimea) e sue colleganze col Turco, che 
tengono in rispetto il Vaivoda; ma el ce un passo per mezzo Gaffa 
se chiama Pericop dove diese milia cavali tegneria la posanza dil 
Tartaro che non potria passar in qua a li danni de li Christiani. 
E conclude: sempre sarò vigilante in dar aviso a la- Serenità 
Vostra de le cose me para degne de aviso. 

Del 21 decembre 1503 altra imbasciata del Valacho di Moldavia^ 
che prega la Signoria dargli un altro medico perchè maestro Mat- 
tio è morto,- e promette trattarlo peroptime pacifìce ac honorifice 
e lasciarlo tornare in patria a suo grado. La Signoria risponde 
si vederia dir al colègio de medici, e dopo negoziati molti è scelto 
un maestro Hironimo de Cesena. Ma il Vaivoda che già di li piedi 
et di le man non si poteva ajutar, ne cava poco costrutto; e a di 
21 agosto 1504 si ha da una lettera del dottor Lonardo de Mas- 
sari phisico, da Buda , a Zuam JBadoer, che, essendo il Vaivoda 
spacciato, cossi come in vita et sanità ita in morte mostro esser 
et terribile et prudente, quia cum intellexit dissensiones statim fecit 
se portare in campum dove erra tutti li soi et principes factionis 
nfriusque li fé pigliar tutti et li fé morir. Tunc habuit orationem 
che lui cognosse che Ve per morir in breve et che noi poi più reger 
et defenderli, ita che lui non volea altro nisi che Ihor elezesseno uno 



TRA LA RUMENI A E LA REPUBBLICA VENETA. 321 

signor el qual ^paresse a Ihor che fosse più atto a rezerli et defen- 
derli da li inimici et che esso non proponeva più uno fioìo che 
V altro ; alhora tutti elexeno el fiol primogenito che erra apresso di 
lui quello el qual lui voleva et sic esso iterum si fé portar fora et 
messe el fiol in sedia sua et fé ^urar tutti fidelità et sic ante mor- 
tem creavit filium Vapvodam, poi torno in ledo et in do zorni red- 
didit spiritum^ et poi morite. 

Pagine tutte le quali c'intromettono con una evidenza, da non 
potersi desiderar la maggiore, nel vivo midollo dei tempi. 

II. 

Petru Cercel. — Documente descoperite in Archivele Venetiei, de 
C. Esarcu. JBucuresci, 1874. (Pietro l'Orecchino. — Documenti 
scoperti negli Archivj di Venezia da C. Esarco. Bucarest, 1874.) 

In uno dei cinque magnifici volumi dell'Archivio dei Frari, 
Ceremoniali della Serenissima Bepuhhlica di Venezia, rinvenne 
r Esarco il filo che lo guidò a rintracciare i materiali di quest'al- 
tra monografia. E fu un Atto che s'intitola: Ceremonie fatte nella 
venuta in questa città per passalo del Principe della Gran Va- 
lachia MDLXXXI adi XII marzo. Vi si legge che alli VII fu intro- 
dotto nelVEccemo Collegio il Principe della Gran Valachia accom- 
pagnato dal Magnifico Amhasciator del Be Christianissimo ... e dal 
secretario Bertier, mandato dalla Maestà Sua perchè, assistendo a 
lui, riceva maggior favore alli suoi negotij alla Porta del Gran Si- 
gnore, dove egli se ne va per esser rimesso in stado. Presentò 
lettere del predetto Be Christianissimo et della Serenissima Begina 
sua madre ...et Sua Santità ancora fece anco presentar un Breve . . . 
e fu accomodato di una galera fino a Bagusi e presentato di mille 
taleri. 

Di qui r Esarco fu mosso a cercare, e trovò nelle Lettere do- 
minorum, le sopraccitate del re Enrico III e di sua madre Caterina 
de' Medici; sono commendatizie assai calde, e non vi manca la 
promessa di contraccambio : et vous seaurons à jamais hon gre pour 
le recognoister en tonte occasion. 1 discorsi poi dell' ambasciatote, 
del segretario e del principe valaco, raccolse dalle Esposizioni 
Principi. — Questo Principe cristiano, dice, non senza citare De- 



322 DOCUMENTI NUOVI SULLE RELAZIONI 

mostene e il Vangelo, l'ambasciatore, in età di X anni fu man- 
dato dal padre al Gran Signore. . . alcuni anni dopo avvenne che 
gli mancasse il padre, per il che fu mandato nell'isola di Modi. . . et 
ancora in altre parti più, lontane. . . Dio gli messe ardire di pas- 
sar in terra di cristiani capitò in Transilvania et di là in On- 
garia et finalmente in Polonia ; e quando il Francese], che vi era 
successo a re Sigismondo, abbandonò l' effimero regno per racco- 
gliere la ereditaria sua corona, Pietro anch'egli se ne fu in Fran- 
cia presso di lui. Il quale ha fatto piti di quello che ha potuto 
per sovegno et aiuto di sua Eccellenza ... et promessogli particolar- 
mente di operar col Gran Signore Turco che lo vogli rimetter in 
Stato... sebbene difficilmente vede di poterlo conseguire senza Vajuto 
et liheralità della Serenità Vostra. E conclude: Io supplico la Sere- 
nità Vostra di aver a cuore. . . quélo che le scrive il Me e la Regina. 

Mera parafrasi del precedente è il discorso del Principe, il 
quale, dice la Relazione veneta, con accomodata forma di parole 
eccitò V animo di tutti a considerare il suo stato degno di com- 
passione. Parlò poi anche il segretario del re, raccontando la 
gloria degli atti di munificenza di questa Eccellentissima Bepu- 
hlica in casi appunto simili, e come le fosse offerta occasione 
di aggrandir questa gloria sua. E molto assegnatamente, secondo 
il solito, il Doge , condolendosi , ma ricordando la strettezza gran- 
de in che si truova la Bepuòlica di denari, rispose che li Signori 
Savii ne averiano ragionato. Né in diverso tenore accolse gli 
ufficj del nunzio, che a' 9 di marzo presentò alla Signoria il Breve 
pontificio tìaenzionato di sopra. Quel che se ne deliberasse fu 
detto innanzi e apparisce dall'atto 1.1 di marzo {In Fregadi) che 
r Esarco trascrive per esteso. 

Segue lettera, o come oggi si direbbe, Nota, del Senato all'am- 
hasciator in Franza, con cui gli è data notizia dell'accaduto, e 
commissione di confirmare alle Loro Maestà il nostro buon ani- 
mo (1581 li 11 di marzo). Poi lettera in italiano del principe Va- 
laco (8 aprile), che da Eagusi rende vive grazie al Doge, infini- 
tamente lodandosi della cortesia ed • amorevolezza del signor So- 
pracomite Benedetto Giuliano, e pregando che di me et di quello 
che alla divina clementia piacerà appartirmi li piaccia dispo- 
nersi come del suo proprio e questo è il più gran favore che io 
da qui innanzi desidero da quella Serenissima Bepublica. Poi let- 



TRA LA RUMENIA E LA REPUBBLICA VENETA. 323 

tera, in italiano anche questa, del re di Francia, che ringrazia 
a sua volta i carissimi et grandi amici collegati et confederati 
d'opera degna della vostra usanza, memorabil carità e prudenza 
(consegnata il 27 aprile); e infine a' 13 di ottobre l'ambasciatore 
di Francia presenta al Senato un gentiluomo che il principe di Va- 
lachia, avendo ricuperato il seggio del padre, manda al re di Fran- 
cia e a Venezia per far ufficio di complimento e protestare che 
il Valaco sarà sempre pronto di mettere la vita et lo Stato et quanto 
sarà in poter suo per servizio di questa Serenissima Bepublica. 

E così ogni cosa finisce in festa e in gloria, come in un rac- 
conto di fate. Chi poi di questo Pietro volesse sapere qualcosa di 
più, troverebbe ancora lusinghe gradevoli, non dico all'orgoglio, 
ma a quel tanto che sopravvive sempre della vanità nazionale. 
Pietro non si contentò infatti di avere con accomodata forma, se- 
condo dice la relazione veneta, recitato il suo discorso italiano in 
quella udienza solenne, che T Esarco ci evoca innanzi con entu- 
siasmo di poeta e pennello d' artista ; ma, poliglotte com' era (par- 
lava undici lingue), anche nella nostra poetò non indegnamente. 
Agli studj francesi l'aveva affezionato la fama di quel Marchese 
di Ronsard, poeta dei principi e principe dei poeti, il quale an- 
ch' egli era d' origine valaca, discendendo da un bano di Mara- 
9ini, che francizzò titolo e nome. E in Francia poi conobbe un 
Francesco Pugiella nostro, reputato per tutta Lombardia, dice Ste- 
fano Guazzo, non eccellente ma unico dottor di leggi, felicissimo 
scrittore di prose et di rime toscane, gentilissimo corteggiano, des- 
trissimo negotiatore et gentilhuomo universale. Con costui pigliò il 
Valaco dimestichezza grandissima, tanto che il volle seco non sì 
tosto ebbe ricuperato lo Stato; e fin da giovanetto aveva da lui ap- 
preso l'amore della nostra poesia. Mandògli infatti nelV età sua di 
ventidue anni un divoto capitolo, che incomincia 

Potentissimo Dio del sommo et imo 

Tu che creasti il ciel, la terra e' 1 mare, 

e che seguitando per molte decine di versi su questo metro, può 
passare, senz'ombra di sapore esotico, tra le tante letterate gia- 
culatorie del tempo. Del quale capitolo il Vaillant, credendo forse 
pubblicar cosa nuova, dette nella sua Boumanie ì primi e gli ul- 
timi terzetti; e uno studioso rumeno, il Tucilescu, stampò dianzi il 
testo intero in un periodico letterario del suo paese. Ma i curiosi 



324 DOCUMENTI NUOVI SULLE RELAZIONI TRA LA RUMENIA ECC. 

di libri vecchi già avevan potuto leggerlo nel Dialogo II del Guazzo, 
ricordato di sopra, il quale appunto s'intitola del Prencipe della 
Valacchia maggiore. Dove, fra altre cose curiose e tutte iperboli- 
camente laudative, si legge che è bel Prencipe, gratioso et ama- 
bile... che un largo tesoro egli ha acquistato dalla libéralissima 
natura, che è la sua gran memoria che erano schiavi in Co- 
stantinopoli molti christiani nel tempo ch'egli andò ad inchinarsi 
al Gran Turco, i quali riscossa la loro libertà et ritornati a Poma 
fecero stupende rélationi della splendidezza di questo gran Pren- 
cipe et seguendo le già dette attestationi ch'egli partendo 

di Costantinopoli traheva seco grandissima Corte, et particolar- 
mente gli marchiavano dinanzi seicento huomini à cavallo vestiti 
da lui con una vaga et ricchissima livrea, presso à quali egli se 
ne veniua in guisa tale che rappresentaua la maestà d'uno Impe- 
rator trionfante. S' era Pietro, si vede, foggiato in tutto alle ele- 
ganze, anzi ai lezj della Corte medicea, fino a quello dei mulie- 
bri orecchini (cercel), dai quali gli restò il soprannome. Ma fece 
come principe pessima prova; e ventura fu pei Eumeni, premuti 
fino al sangue per pagare le vantate liberalità sue, che tutt'altra 
indole sortisse, e meritasse tutt' altro cognome, quel Michele suo 
fratello, che a buon diritto dissero il Prode, e che resta nelle loro 
memorie fra gli eroi della patria indipendenza. 

Degno subjetto ad altri studj, sperabili dal signor Esarco; il 
quale per altro, da quel fine diplomatico ch'egli è, ha saputo 
anche dall'odissea di questo infemminito suo Pietro cavare buon 
costrutto per la causa del suo paese. A Pietro i Keali di Francia 
scrivevano notre très cher cousin et bon ami; anche profugo, il 
papa e la Serenissima lo trattavano da principe; che più? ap- 
pena e' torna in seggio, il suo ambasciatore straordinario ap- 
presenta le lettere credenziali; " è dunque dimostrato, conclude 
l'acuto Rumeno, essere stati i principi nostri accolti anche ne' 
giorni peggiori nella famiglia de' sovrani europei; non avere essi 
interamente rinunziato mai all'esercizio del più prezioso tra i 
diritti sovrani. „ E noi gli diamo volentieri ragione; perchè, se 
neppure al patriottismo è lecito falsare la storia, degno è però 
di lode, non che d'indulto, il sapere in tutto volgerne gli ammae- 
stramenti a decoro ed a legittima difesa della terra natia. 

T. Massarani. 



NUOVI DOCUMENTI 

su 

GIROLAMO SAVONAROLA. 



Di Girolamo Savonarola non pochi italiani scrissero e pubblica- 
rono documenti in questi ultimi anni. Il risveglio della vita poli- 
tica in prima che fu pronuba di quello degli studj storici, l'acquisto 
della nostra nazionale indipeùdenza poi, ne furono le principali 
cagioni. 

Queste pubblicazioni sono raccolte massimamente nell'Archivio 
toscano, e sono del Marchesi, del Lupi, del Passerini, ecc. ^ 

Ultimo che scrisse del Savonarola è il Villari. ^ Il lavoro suo fu 
accolto in Italia con molto plauso, e si ebbe l'onore di traduzioni 
in lingue straniere. 

L'illustre conte Passerini, da me interpellato sulla notorietà dei 
nomi dei Piagnoni, sottoscrittori della petizione a papa Alessan- 
dro VI in favore di frate Girolamo, mi accerta che altri docu- 
menti non meno importanti dei pubblicati esistono negli Archivj 
fiorentini. Ora egli, che si è reso così benemerito della storia d'Italia 
con pubblicazioni di tanto pregio, accrescerebbe di certo i titoli 
che egli ha alla pubblica benemerenza se volesse dare alla luce 
cotesti documenti da lui conosciuti. 

I documenti che pubblico, io li trassi dall'Archivio di Mantova. 

Per verità, non ci fanno né nuove né importanti rivelazioni, ma 
più che altro ci confermano, anche nei più minuti dettagli, quanto 



* Archivio Storico. T. VII. 1849. Appendice. — T. Vili. 1850. Appendice. — T. Ili, 
p. I. 1866. Giornale degli archivj toscani. N. 2-3. 1858. — N.1-2, 1859. 

' Storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi. Voi. due. Le Monnier, 1859-1861. 



326 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

si scrisse intorno ad alcuni dei principali momenti della vita del 
celebre frate. Havvi anche qualche cosa che ritengo nuova, e per 
tutto ciò ho creduto bene il porli in luce. 

Fra Girolamo Savonarola fu di certo un singolare uomo per 
potenza di ingegno, di fede e di carattere, e lo scopo che egli si 
era prefisso non esigeva meno di un sì forte animo e potente 
ingegno. Erasi proposto di fare rifiorire la moralità pubblica dei 
Fiorentini, di richiamarli all'amor della vita politica, partendo dalla 
riforma dei costumi privati; di dare alla repubblica nuova e vigo- 
rosa vita, col dotarla di istituzioni, da lui ideate e stimate più 
consentanee a raggiungere i suoi intendimenti. 

Cosa abbia fatto, cpme siasi adoperato, le riforme e gli ordina- 
menti introdotti, le sue qualità di innovatore politico, o come si 
direbbe ora, di uomo di Stato e di filosofo, ci sono fatte conoscere 
egregiamente dal Villari. Egli nota giustamente che, primo ad 
introdurre la fondiaria, l'ordinamento della repubblica da lui pro- 
posto e fatto introdurre fu quello che ebbe maggiore presa sul 
popolo, e che fu reputato il migliore dal Guicciardini, dal Machia- 
velli, ecc. Tuttavolta, non era possibile che l'opera sua avesse 
lunga vita. Lo spirito pubblico in Italia si era infiacchito d'assai; 
le industrie che avevano fatti sì floridi e potenti non pochi muni- 
cipi, e primo fra tutti il fiorentino, erano in una spaventosa ed 
irreparabile decadenza. Le intestine discordie avevano persuaso 
molti, che il regime popolare non era apportatore di pace e be- 
nessere durevoli. Tutti i principotti italiani poi erano avversi al 
risveglio della vita repubblicana, tentata dal Savonarola, e perciò 
l'osteggiavano senza posa. Pure quello che egli ottenne non era 
né prevedibile né sperabile, ed in ciò ebbe un non indifferente 
ajuto in Carlo Vili, a lui molto benevolo, nelle esorbitanze dei 
Francesi in Firenze, e negli errori di Piero de' Medici. Non fu- 
rono però che ajuti esterni ed accidentali, i quali mancando, non 
avrebbero impedita l'opera sua; tutt'al più la accelerarono. Fu 
lui che scosse ed eccitò i Fiorentini. Fu lui che creò quel potente 
partito che governò la repubblica con inusitato vigore e regolarità 
per parecchi anni, in mezzo a straordinarie difficoltà interne ed 
esterne. È merito suo se gli ordinamenti da lui introdotti furono 
riconosciuti di tanta bontà intrinseca, da essere mantenuti dagli 
stessi suoi avversarj ritornati al potere. 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 327 

La vita politica del Savonarola si può dire che ha incominciato 
colla confessione di Lorenzo il Magnifico (aprile 1492), e durò fino 
al maggio del 1498, cinque anni precisi: e tanti gli bastarono per 
compiere un si grande e meraviglioso rivolgimento politico e mo- 
rale del popolo fiorentino. 

A molti può riuscire difficile a spiegarsi come il Savonarola 
abbia ottenuto un tanto successo in tempi nei quali mancavano 
tutti i principali mezzi, che oggi noi abbiamo, di diffondere le idee 
e di fare propaganda, e con tutte le difficoltà che aveva da supe- 
rare. Il segreto di questo successo sta nella sua condizione di reli- 
gioso. Egli non era ricco, non aveva aderenti, e per di più non era 
nemmeno fiorentino; ma l'essere frate gli tolse via tutte quante 
eccezioni. Ministro di quella religione che trapassa i monti 'ed i 
mari, cui non sono di ostacolo le diversità di razza e di nazio- 
nalità, di grado di cultura e di civiltà, non gli si poteva chie- 
dere, e non gli si chiese infatti, allorché comparve sul pergamo di 
S. Maria del Fiore, donde venisse e di dove fosse. Egli parlò di 
Cristo e di Vangelo, di religione e di umanità, di moralità e di 
giustizia, ed il popolo che l'ascoltava fece plauso alle sue parole. 

L'integrità della vita, l'austerità dei costumi crebbero il presti- 
gio della sua eloquenza e della sua dottrina. Mancavano le tribune 
parlamentari ed i mezzi nostri della stampa quotidiana, s'ebbe 
però il pulpito, e di lì potè bandire al popolo le sue idee, e guada- 
gnare UQ grande numero di proseliti ai suoi propositi. 

Se non fosse stato religioso, se non avesse potuto salire il pul- 
pito delle chiese, sarebbe irimasto nelle condizioni poco liete di un 
semplice visionario progettista, di un alchimista ricercatore della 
pietra filosofale. 

Ma è pur duopo confessare che quello che tanto gli ha giovato 
a salire, fu anche, in mano a' suoi avversarj, strumento primissimo 
della sua rovina. 

Gli avversarj suoi, che tanto accanitamente lo combatterono 
quanto gli amici gli furono costanti, con moHa destrezza e non 
minore malizia fecero sì che la sua condizione religiosa gli tor- 
nasse di danno, in quella stessa misura che gli aveva giovato. 

Non potendolo compromettere nella pubblica estimazione, procu- 
rarono di metterlo male col papa, insinuandogli che esso lasciava 
la religione per la politica, e che, anziché ministro di Cristo, egli 



328 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

era un eretico sovvertitore della Chiesa. A dare valore a queste 
accuse concorsero alcune sue prediche contro i mali che affligevano 
la Chiesa, e contro quanto la pubblica opinione attribuiva alla vita 
privata e pubblica del papa. Con un'arma simile fu assai facile il 
perdere il Savonarola presso il papa, e di qui ne venne in realtà la 
sua miseranda fine. 

Erano sicuri che, una volta compromesso disciplinarmente coi 
suoi capi, costoro avrebbero ben saputo trovare la via di sbaraz- 
zarsi del frate facinoroso e turbolento ; e non si ingannavano, per- 
chè, non tenendo conto né delle qualità individuali del papa, né 
dell'ingerenza che il papato esercitava allora nel regime interno 
degli Stati, né di quella che aveva per le quistioni religiose in ge- 
nere, che tutto ciò sarebbe bastato a farla finita con un individuo 
qualunque, anche di maggiore considerazione del Savonarola e di 
diversa condizione sociale, la sua di frate faceva sì che, legato 
mani e piedi, cadesse in balìa dell'autorità ecclesiastica. Le accuse 
contro lui lanciate erano tali, che in quei tempi non ammettevano 
né giustificazioni, né mitigazione di pena. L'arte usata quindi dagli 
Arrabbiati fu scaltra e perversa oltre ogni dire, e sciaguratamente 
ottenne il suo pieno effetto, e cosi la gentile città dei fiori, in 
causa delle sue interne discordie e passioni politiche fu, per la se- 
conda volta, deturpata dall'immane spettacolo di un rogo, ed uno 
dei più saldi caratteri e degli spiriti più puri del secolo XV, reo 
non d'altro che di avere voluto il bene con infinito ardore, di averlo 
propugnato senza infingimenti, di volerlo là dove, forse, non era 
più possibile che fosse, fu vittima di brucale passione di parte. 

I miei documenti riguardano la cacciata di Piero de' Medici, la 
venuta di Carlo Vili in Firenze, la sottoscrizione ^ei Piagnoni in 
favore del Savonarola, la presa del convento per parte degli Ar- 
rabbiati, ed il supplizio di fra Girolamo. 

Se la scoperta d'America cagionò una grande alterazione nelle 
condizioni economiche dell'Europa, la calata di Carlo Vili pro- 
dusse grandi mutazioni politiche in Italia, fu causa di tante guerre 
che per tre secoli si combatterono in Europa per il predominio 
sulla penisola, e per questa si aprì il funesto periodo della ca- 
lata degli stranieri e della loro dominazione. 

Carlo Vili discese in Italia per il Monginevra alla fine del- 
l'agosto del 1492, e se ne venne ad Asti col più potente e fiorito 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 329 

'esercito che da tempo si avesse veduto, e con quelle artiglierie 
da campo e da breccia che erano la meraviglia di tutti. Da Asti 
passò a Pavia, dove visitò l' infelice Gian Galeazzo, indi a Piacenza, 
poscia varcando l'Appennino in Lunigiana. I Francesi, proseguendo 
la loro marcia su Firenze, presero d'assalto Fivizzano, e dalla viltà 
di Piero de' Medici s' ebbero Sarzana, Sarzanello e Pietrasanta. I 
Fiorentini pertanto, indignati col Medici e da lui in altra guisa 
provocati, lo cacciarono da Firenze, e ristabilirono il regime popo- 
lare. Pisa, alla sua volta, si ribellava a Firenze, ed accoglieva 
festosa nelle sue mura il re francese. 

Gli storici fiorentini narrano dettagliatamente come avvenne la 
cacciata di Piero de' Medici, e come fosse rimesso il regime popo- 
lare. La grande influenza che il Savonarola esercitava sul popolo 
fece sì che, a comporre il nuovo governo, si eleggessero dei suoi 
seguaci e dei più decisi av versar j ai Medici. Uno dei primi atti di 
questo governo fu di mandare ambasciatori al re Carlo, onde trat- 
tare con lui della restituzione della fortezza, della sommissione di 
Pisa, e della sua entrata nella città. L'ambasciata fu composta di 
Tanai, di Jacopo de Nerli, di Piero Capponi e del Savonarola. 

Carlo Vili conosceva già per ama fra Gerolamo, ma quando Io 
ebbe veduto e udito, si persuase vie meglio della sua grande virtù. 
Il Savonarola parlò al re assai forte, e lo minacciò dell'ira di Dio 
se non avesse rispettata Firenze nelle sue donne, ne' suoi cittadini, 
nella sua libertà; se avesse mirato ad altro che a compiere quella 
missione che gli era stata affidata. 

I Francesi entrarono in Firenze per porta S. Frediano, il 17 
novembre 1494, con grande apparato, e quivi il re, dando libero 
sfogo alla sua vanità, non curando la parola del Savonarola, si 
comportò da conquistatore prepotente. I soprusi, le violenze com- 
messe, principiando dal re fino all'ultimo fantaccino francese, fu- 
rono innumerevoli ed inaudite. Quei Francesi che nel!' eccidio di 
Rapallo mostrarono agli Italiani che il loro modo di fare la guerra 
bandiva persino l' umanità, nella loro dimora a Firenze violarono 
le leggi più elementari dell' ospitalità. Fra altri, il re stesso co' suoi 
magnati non si ristettero, alla loro partenza, di- mettere a sacco i 
tesori d'arte e le ricchezze raccolte nel palazzo Medici, nel quale 
erano alloggiati, e che erano affidati alla loro onestà. Se il popolo 
fiorentino, se Piero Capponi non avessero frenata la loro baldanza 

Arch. Stor. Lomh. — An. I. 21 



330 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO. SAVONAROLA. 

col mostrare che, al bisogno, avrebbero saputo combatterli nelle vie 
della città, è certo che Firenze non si sarebbe di loro liberata 
colla taglia di 200 mila ducati. 

Il primo documento, che ora riporto, narra come accadde la 
cacciata del Medici, l'ingresso e la permanenza dei Francesi in 
Firenze. Concorda in ogni circostanza colle narrazioni che di que- 
sti avvenimenti fanno gli storici fiorentini, onde essi, se pure ne 
abbisognano, ricevono conferma di veridici. Solo è taciuto l'aned- 
doto di Piero Capponi, e non so spiegarmi una tale ommissione, 
mentre questa relazione fatta al marchese di Mantova Francesco 
Gonzaga da Angelo Ghivizzano suo oratore in Firenze, in tutto il 
resto appare esatta. 

Ecco il documento: 

" 111."'' S. mio : perchè V. S. intenda el- chaso de Piero e fratelli 
de i de Medici : Essendo andato dito Piero a Sarzana dal S. Re per 
com^ponere le cose sue e de questa libertà : ed havendo reconciliato 
a se la M. del S. R. e tornato a Fiorenza per provedere alla venuta 
de esso S. R. non bene contento de ogni cosa: e per non se fidare 
de questo populo, ne ancho de Lorenzino, cerca modo e via de alo- 
zare el S. R. in chasa sua, quale dovea alozare in chasa de Loren- 
zino: e fece aparechiare dita sua chasa. El che intesa la M. del 
S. R., subito mandò una sua littera doliendose de Petro che fusse 
mancato della comissione a lui data; del che fue molto molestato 
tuto questo populo. E come volle la fortuna, comenciò entrare su- 
specto alla M. del S. R. et a questi cittadini: e per tal suspecto 
fue fato una gran paura al capitanio de fanti di palatio et apresso 
la paura gè promiscuo la gratia della vita se lui gè diceva per 
che chausa Piero non avea es(5guito la comisione del S. R. e per 
che causa avea fato tanti fanti: per el che dito Capitanio mani- 
festò come Piero avea hordinato de fare venire domenicha, fue boto 
giorni, cinque milia fanti e trenta squadre, le quale conduceano li 
Orsini suoi parenti et a bore cinque se dovea impizare focho in 
Merchato Vecchio e con quel rumore se dovea aprire le porte e 
mettere dentro tutte quelle squadre e chorere la terra et andare 
al palazo de Pietro et amazare el S. R. di Francia con tuta sua 
compagnia: quale dovea intrarre dita domenicha che era a di 9 
di questo: e publicata tal cosa subito fue preso alcuni che vi ha- 
veano mano, el nome de quali si è p.° Ser Giovanni de Ser Bart, 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 331 

da Prato Vecchio: Antonio di Bernardo di Miniato; Ser Lorenzo 
che facea le facende della duana^; el barigello della piazza; Pietro 
Filippo Pandulfini: Gianocio Puci; Lorenzo de Giovanni Torna- 
buoni: e molti altri e fuzitone pure assai: Le chase de Ser Bart. 
de Prato Vecchio e de Bernardo Miniato sono andate assacho e 
brusate e minate tute: anchora volevano fare sabato inpichare 
tuti questi: ma uno frate de S. Domenicho ^ liae alungato la vita 
qual frate già, cinque anni fae, li ne à profetato tuto questo ave- 
nimento : per modo che ella ^ misso in tanta paura questo po- 
pulo che tuti sono dati alla divotione e fa che tri giorni della 
settimana tuta questa terra digiuna pane et aqua e dui pane e 
vino, etc. 

„ Apresso a fato fugire tute le donzelle e parte delle maritate 
in de monasteri per modo che non se vede per Fiorenza se non 
fante, e schiavone, e vecchiame, etc. 

;, Ulterius la M. del S. R. sie hogi intrato in questa infelice terra 
con tanto trionfo e festa che stato una chosa stupendissima a ve- 
dere ed è stato tanto desiderato da questo populo quanto uno dio 
in terra: La intrata sue si è stata a bore 21 e duroe fino a bore 
24: li era andato contra tuto il clero e tuti questi gentilomeni 
vechi, tuti li zoveni vestiti ala franciosa con robe cremosine ed, 
erano più de 200 zovani, innanzi tutti e dritto alli zovani veniano 
tuti questi patrizi : da poi vene 4 capitani franciosi a piedi armati 
con vestitelli di pano doro alto e basso: e dritto veniva tutte le 
fanterie per ordine, la qual fanteria sie otto milia: e dapoi li ar- 
ceri a cavallo che sono 600 e dopo li balestrieri a cavallo quali 
erano 200 e dopo questi venne li gentilhomeni della guarda quali 
sono 800 e tanto bene armati e puliti e belle barde e degnissimi 
corsieri: e dricto a questi 800 vene la M. del S. R. suto al bal- 
dachino, armato con uno chapello biancho grande in capo in suso 
uno cavallo pizolo e pello morello copertato tuto di pano dora 
rizo alto e basso: dintorno avea circha a 200 homeni a pedo: e 
dretto sua M. veniva cento baroni tuti gran gentilhomeni in li 
quali era Mes. Galeazio Santoseverino: el S. don Ferrante vostra 



* Dogana. 

' Il Savonarola. 

3 Egli ha. 



332 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

cugnato ^ tuti armati e bene ahordine : la via che sua M. a fato 
sie dalla porta di soto cioè la porta S. Frediano ed è venuto suso 
derito al ponte veccliio ed è andato dal palazo de Signori e poi a 
Santa Liperata elli ^ dissmontò e da Santa Liberata a chasa de 
Piero : elli desmontoe ed è li alozato : et alozato chel fue la Signo- 
ria li mandoe le chiave a presentare: qual S. R. starà qui firmo 
fine a sabato e sabato sene va a cholli e domenicha a Sena per 
andare alla via de Roma: la quale sie meza tolta a posta del S. R. 
per monsignore Aschanio e per questo el S. conte vostro cugnato 
va via celeratamente con tute le gente darme e credo che sarà fra 
8 giorni a Roma alla più lunga: la M. de S. R. sia qui le guardo 
sue quale è 12 milia cavalli senza ninno dubio: mi a dito el Signor 
conte che sono per questa via di qua 18 milia cavalli: qual Signor 
conte à comissione fare fato darme attrovando li inimici: a me 
pare che non sia possibile a vedere al mondo mazore guardia per 
uno homo, etc. Lo achordo che ano preso questi fiorentini sie che 
dano al S. R. 200 milia duchati e hanone aparechiato al presente 
120 milia, tucta via vano provedendo: bisogna trovarli in fra otto 
giorni e lasano fare in questo stato tucto quello che a S. M. piace: 
per el che a posto Pisa in libertà, elli Pisani ano butato marzocho 
in Arno elle bandere fiorentine strasinate per tuto Pisa : vero chel 
S. R. tiene la cittadella e Livorno e Sarzana e Pietra santa e Vol- 
terra: e che sua M. donato allo 111. conte, vostro cognato, Castel- 
Novo quale S. Sig. pigliò per forza e fue el primo preso: e sei 
fusse staso meliore saria stato el suo : del qual Castel Novo atrova 
S. Sig. due milia duchati ma spera de averne più de tre: Illu- 
stissimo S. mio se V. S. vedesse al presente Fiorenza non vi pare- 
rla quella, anzi pare una stalla da chavalli : Io soe bene che questo 
S. Re non è stato honorato da dono e soe che se insognerano a 
vederle, sono fugite sina alle publiche : anchora ano questi fioren- 
tini con el S. R. revocati tuti li forusiti del 34 in qua: el S. Fran- 
ceschetto: sie donato uno bellisimo corsiero al S. R. per el qual 
presente e stato fato barone ed e rifermato in Pisa : Mes. Francesco 
Sicho ^: si e fato citadino pisano: in questo modo essendoli missa 



* Ferrante d'Este. 

* e lì. 

^ Già famigliare del marcliese di Mantova. 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 333 

la chasa a sacho, el se ricorse alli piedi del S. K. pregando lo ha- 
vesse compassione a tanto che el era povero gentilhomo: e cha- 
ciato de Milano e da Mantuva, e che non avea altro al mondo 
che la chasa e beni mobeli, per le qual parole el S. R. si mosse 
a compassione e risalvoge la roba con questo che fuse citadino 
privilegiato e senza soldo: a Mes. Ercule fue dato termine tre 
giorni a partirse de Pisa: ancora andoe dito Mes. Francesco per 
visitare el S. conte ma non ebe da lui audienza grata anzi li disse 
che tuti li vostri nemici erano suoi : per modo che ella avuto gran 
paura. Ancora 111."'° S. mio ne parlato M. Teodoro mediche della 
M. de S. R. el quale me ne fato intendere come alli giorni pas- 
sati fue una persona che disse alla M.*^ del re che vostra S. era 
uno homo senza rispecto e fato a vostro modo e che eravate sem- 
pre vivuto a vostro modo: la qual persona M.'*'' Teodoro non mi 
ae mai voluto dire, e sapete che io loe lusingato pure assai: dice 
averlo per sacramento: ma lui inseme come el S. conte ano ho- 
perato talmente apresso el S. R. che S. M.*^ e daltra openione: 
Ano fato intendere a sua maiestà che bisogna viviate al modo de 
veneziani e non al modo vostro : e quando V. S. non fusse alli 
servizi de Santo Marco avreste dimostrato tuto el contrario: fa- 
cendoli intendere come veneziani sono la più suspetosa gente del 
mondo: per modo che queste et altre rasone li sono multo satis- 
fate : per el che me pareria che V. S. dovesse fare una bona 
litera a dito M.""* Teodoro com pregarlo volir essere caldo in le 
cose vostre e rengratiarlo de hogna bona hopera per V. S. fata. 
Se io sono stato tedioso a V. S. perdonateme non se può scri- 
vere cose assai in poche parole, anche vi facio intendere hozi a 
bore una sie fato le esequie del conte Zovani dalla Mirandola 
qual morte si e stato molestissima a tutta questa terra a me 
parse che Fiorenza abi hozi perduto el fiore del mondo ede la 
libertà e la virtù, etc. alla bona grazia de V. Ex. humile e di- 
voto me richomando. Florentie 17 novembre 1494. 

j, Anchora la M.*^ del S. R. avuto le cose antiche che erano in 
chasa de Piero. 

Servus fidélis. 
Ghivizanus. „ 

ITI, prin. et Ex. D. B. Fran. de Gonzaga Marchioni Mantuce^ 
D. meo singid. Manina. 



834 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

Il governo della rinata repubblica, dopo Carlo Vili si preoc- 
cupò dei principotti italiani, e si affrettò di partecipare loro il mu- 
tamento accaduto in Firenze, e di rannodare rapporti di amicizia. 
Fra questi principi fuvvi naturalmente anche il marchese di Man- 
tova. Ed infatti i priori fiorentini gli scrissero fino dal 9 novem- 
bre 1494, ad ora di notte, vale a dire la notte del giorno della 
cacciata del Medici. La lettera, sottoscritta Friores lihertatis et 
Vexiliferi justitiae popidi fiorentini, rimettendo così l' antica for- 
mula di sottoscrizione degli atti della repubblica, narra minu- 
tamente in qual maniera fu cacciato il Medici. Tanta fretta nei 
priori fiorentini di portare a conoscenza dei prìncipi italiani la 
formazione del nuovo governo è spiegata dal bisogno grande che 
avevano di amicizie, ed in particolare di quella del Gonzaga, che 
era guerriero di buona fama e dei più reputati in Italia, ed altre 
volte lui ed i suoi antenati erano stati capitani generali delle loro 
milizie, ed è per ciò che essi confidano nella amicitia singolare 
che la città aveva sempre tenuta coW lU.'^"' casa Gonzaga. Quale 
accoglienza abbia fatto alla comunicazione fiorentina, lo vedremo 
dalla risposta che egli vi fa. 

" 111. et Eccellen. Dne. L' amicitia singolare che la città nostra 
ha sempre tenuta con la 111. vostra Casa et al presente tene con 
la Ex. V. fa che deliberatamente comunichiamo con quella le 
occorrentie nostre et però le significhiamo, come havendo oggi 
più volte Piero de Medici accennato e tentato tirannicamente 
dinvadere e reprimere la libertà nostra; della qual cosa essen- 
dosi accorta buona parte de nostri primi cittadini che havevano 
indicio del mal animo et intentione de esso Piero, subito come 
amorevoli et zelanti cittadini della conservatione della nostra 
libertà et dela nostra patria, si rappresentarono al Palazio ed 
inteso da noi in che discrimino et pericolo ci trovavamo per haver 
Piero prima dolosamente et poi per forza voluto occupare el palazzo 
pubblico della nostra residentia, subitamente tuta la citadinanza 
et nobiltà dela terra con seguito de tuto el popolo opposeno alla 
forza et empito de esso Piero et del Cardinale et de Giuliano 
suo fratelli che si erano publicamente scoperti in suo favore, et 
non obstante l'ordine e provisione che assai buon numero de loro 
satelliti, de quali, oltra le consuetudini de ogni buon cittadino, 
andava continuamente stipato et eciam dela gente d'arme del 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 335 

S. Pagolo Orsino, quale liaveva de dita opera condocte alla detta 
città; fu subitamente represso et rebuttato dalla furia de cittadini 
et del popolo, in modo furono costricti il Cardinale, Piero et Giu- 
liano uscire dalla città per conservarsi la vita insieme con li suoi. 
Et per quanto intendiamo hano preso la volta di Vernio (sic) verso 
la parte di Bologna, dopo la qu^l partita tuta la città subitamente 
se quotata sanza alcuna efusione di sangue, et siamo in grandis- 
sima unione. Et ringraziando lo onipotente Iddio dell'haverci libe- 
rati da si pestifera tirannide dela qual cosa siamo certi la vostra 
111. S. piglierà piacere per l'amore et affectione ne porta. Ex Pa- 
latio nostro Die nona Novembris 1494 bora noctis sexta. 

Priores libertatis ) ,. ^ ^. . 

popuU fiorentini, „ 



Vexilliferi justitiae 
IH. et Ex. Duo. Francisco de Gonsagha MarcMoni Mantuae et 
amico nro. Carmo. 



11 Gonzaga non era favorevole alla rivoluzione fiorentina, né 
poteva esserlo, e perciò egli non si congratula con essi d'essersi 
liberati di sì pestifera tirannide del Medici, la quale era simile a 
quella che Casa Gonzaga esercitava su Mantova, ond'egli doveva 
averne un concetto affatto diverso. La risposta sua quindi non 
dice nulla, e la si può ritenere un capolavoro di linguaggio sibil- 
lino ed equivoco. 

Dominis florentinis. 
" Magnifici ac S. Ho ricevuto le lettere dele S. V. et per quele 
inteso copiosamente le rincrescevole occurentie dela excelsa Re- 
publica sua. Per risposta dico che de ogni loro perturbazione pi- 
glio singulare molestia, come quelo che le amo cordialmente et 
sono certo che in ogni cosa le S. V. se governerano in grande 
maturitade, prudentia et digna circumspectione, come sempre sano 
fare in qualunque caso. Ad a quelle riferisco molte gratie delà 
partecipatione factomene offerendomeli in ciò vaglio et posso et 
ale S. V. me raccomando. Mantua XIIII Nov. 1494. „ 

Mentre il Gonzaga scriveva in sì fatta maniera ai Fiorentini, fa- 
ceva esprimere per ìnezzo del suo oratore in Venezia, Probo Ja- 



336 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

copo d'Atri conte di Pianella, a Piero de Medici colà rifugiato, 
sensi e propositi ben più espliciti, come si rileva dal brano se- 
guente di lettera scritta dal marchese al detto suo oratore. 

" Vogliamo che in nome nostro vadi a visitare lo Magnifico Piero 
de Medici et li dighi che noi non siamo amici de fortuna et che- 
de ogni suo disturbo pigliamo quella displacentia che debbo pi- 
gliar uno bono amico et fratello di l'altro, et cum sua Magnifi- 
centia vogliamo essere quello che siamo sempre stati, et de parte 
nostra li offerirai la persona, le facultade et ogni nostra opera ad 
beneficio et comodo suo. „ 

Il tenore di questi due documenti mette in chiaro le vere ten- 
denze dell'animo del Gonzaga, e non si può negare che la parto 
da lui presa fosse anche la migliore. Principe assoluto di una città, 
doveva prediligere lo stabilimento di governo egualmente assoluto 
e principesco in ogni altro luogo, ed avversare l'impianto del go- 
verno popolare. 

Tuttavia, mentre Piero ed il fratello, cardinale Giovanni de Me- 
dici, esulavano in Venezia, i loro due cugini Lorenzo e Giovanni de 
Medici, del ramo cadetto, rappresentavano in Firenze la stessa 
parte che poi sostennero in Francia i cadetti della Casa reale, gli 
Orléans. Procurarono di ingraziarsi il partito popolare, di essere ri- 
chiamati in Firenze, e non appena raggiunto il loro intento, ne scris- 
sero al marchese di Mantova, offerendosi, ove e come potessero, a 
compiacerlo, e facendo elogi del nuovo governo della repubblica. 

Noi abbiamo veduto da qual parte fossero le simpatie del Gon- 
zaga, ond'egli non poteva accogliere di buon grado le comuni- 
cazioni e le proteste dei Medici, che si mettevano coi nemici del 
capo della loro Casa. Perciò nella risposta che egli fa alla loro- 
lettera, rifiuta apertamente le loro esibizioni, e delle cose sue dico 
che ad tempo et loco ne potranno usare, volendo dire che allora 
non vi era né tempo né luogo. Della repubblica poi discorre con 
finissima ironia. Amo di riportare tutte e due queste lettere per- 
chè, se la prima fa palese in questi Medici una grande ingenuità, 
la seconda conferma il modo di vedere del Gonzaga, che era di 
conservarsi fedele alla causa del principe spodestato. 

" IH. et Excell. nr. Max honor. Prima non habbiamo scripto a 
Y. S. poiché retornavamo ad Fiorenza per non essere stati ben 
certi, insino ad bora, del nostro remanere in la terra. Adesso che 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 33T 

siamo restati in la patria faciamo offerta ad V. S. dele persone et 
facoltà nostre, alli comodi et servitii suoi, et finalmente de tutto 
quello che per noi in questa vita si possa et vaglia. Reputandone 
alora liaver ad sentire jucundissimo fructo della stantia in la pa- 
tria et d'ogni bene che Dio in essa ne concederà, quando V. S. 
se digni farne segno in le occorrentie sue haverci per quelli an- 
tiqui et cordiali servitori che quella sa che li siamo stati sempre. 
La città nostra attende con matura consultatione ad reformarsi 
in modo tale che per l'ajuto de Dio speriamo farà stabile funda- 
mento di lunga et vera tranquillità, con laude et commendatione 
de tutti quelli chel sentiranno, desiderosi del bene non tanto di 
lei proprio quanto del generale et del bene et santo vivere. Dio 
la consoli delli honesti desideri suoi et ad V. S. doni perpetua 
prosperità. Alla quale intimamente ne racccomandiamo. Florentise 
XI Decembre 1494. 

Laurentius et Johanes de Medicis 
Fratres. „ 

Laurentio et Joani fratrihus de Medicis. 
" Magnifici. M. Ce haveti data una buova notitia et da nui assai 
desiderata, significandone la restitutione vostra ala patria, perchè 
deli contenti vostri ne godemo anchor nui. Kengratiamovi delo 
aviso datoci, congratulandone cum vui del ben vostro. Et benché 
sempre havemo conosciuto l'affectione che ce portate et che ad 
nui quodamodo siano superflue vostre preferte, nondimeno quelle 
ampie et amorevoli che ce fati nela letera vostra ce sono acceptis- 
sime per esser manifesto testimonio che perseverati in amore ad 
nui. Ad loco et tempo desse cum quella libertà, che vogliamo 
possiate fare vui delle cose nostre. Che quella Magca Repubblica 
attendi ad riformarsi et fare stabile fondamento de vera et lunga 
tranquillità, molto ne piace, cussi pregamo Iddio li presti continua 
pace et quete, cum vostra alegrezza et prosperità. Ai beneplaciti 
vostri. Mantue, XXIII Decembris 1494. „ 

Partiti i Francesi da Firenze, tosto si pensò a ricuperare i 
possedimenti perduti, e costituire una stabile forma di governo. 
Tutti i partiti proposti dal Savonarola furono vinti, meno quelli 
dell'appello ad un Consiglio ristretto, piuttosto che al Consiglio 



338 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

Maggiore/ Il Savonarola proponeva l'appello ad un Consiglio ri- 
stretto di persone prudenti e pratiche delle leggi, persuaso che 
nel Consiglio maggiore si sarebbe sentenziato più per passione che 
per giustizia. L'avere deviato dal proposito del Savonarola fu ca- 
gione di gravi perturbazioni e di rovina per Firenze. 

Stabilita la forma del nuovo governo, non per questo i Fioren- 
tini quietarono per molto tempo, che ben presto sorse il partito 
degli Arrabbiati, contrario ai Frateschi, il quale, sebbene avver- 
sasse i Medici, pure era ostile a fra Girolamo e suoi seguaci. 

Quantunque Pietro de Medici facesse un serio tentativo di rientrare 
in Firenze, ajutato dai prìncipi italiani suoi alleati, e l'impresa del 
ricupero delle terre perdute non riuscisse gran fatto favorevole a 
Firenze, non per questo gli Arrabbiati rimisero del loro mal animo 
e si persuasero a consigli di concordia e di pace. Conoscendo co- 
storo di non poter vincere gli avversarj loro, i Piagnoni, combat- 
tendoli direttamente, e nemmeno fra Girolamo, perchè avevano 
troppo sèguito nel popolo, ed il combatterli uniti avrebbe resa 
ancora troppo difficile la vittoria, pensarono di concentrare le 
loro macchinazioni sul solo frate, e di servirsi di un agente ester- 
no, della cui forza ed inclinazione d'animo non potevasi dubitare. 
Ricorsero a papa Alessandro. Non fu difficile l'indisporre il papa 
contro il Savonarola, tanto più che non doveva avergli buon animo 
per essersi fatto, più di una volta, aperto e pubblico censore dei 
vizj delle persone ecclesiastiche e di lui stesso. I primi atti ostili 
del papa contro il Savonarola furono del 1495. Da questo tempo 
fino alla sua morte fu una continua vicenda di minaccio, di inti- 
midazioni, di calunnie, di perfidie, ed anche di promesse. Gli proibì 
in prima la predicazione, poi pensando di avere a che fare con un 
volgare ambizioso, il quale facesse rumore non per verace senti- 
mento di bene, ma per cupidigia di onori, gli volle offrire il cappello 
cardinalizio, sperando di porre così in tacere la voce molesta. Ma 
egli non era di quelli che nelle loro azioni si lasciano guidare o 
dalla speranza o dal timore. Questi due poli opposti non lo attras- 
sero mai. Resistere ai potenti non era in lui jattanza ed il com- 
battere i loro vizj non era per proposito di detrazione o di ven- 
detta. La volgarità o la passione non scese mai a deturpare il no- 



* VlLLARI, Op. Cit. 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 339 

bilissimo suo animo. Assalì il male sempre con grande franchezza 
ovunque lo trovò, ma non ebbe nessun punto di contatto con Pie- 
tro Aretino. 

Ma in tanto affaccendarsi degli Arrabbiati, anche i Piagnoni 
non stettero cheti, procurarono di sventare le trame dei loro av- 
versarj con una solenne dimostrazione in favore del loro capo. Ste- 
sero quindi una petizione al papa perchè gli riconcedesse la fa- 
coltà di predicare, attestando al medesimo tempo nel modo il 
più solenne delle virtù sue, e quanti erano fra i Piagnoni dei più 
stimati la sottoscrissero. Alcuni frati di S. Marco furono incari- 
cati di attendere alle firme, mentre i principali del partito anda- 
vano a raccogliere i soscrittori. 

Morto il Savonarola, gli Arrabbiati processarono quanti Piagnoni 
potevano avere nelle mani, ed i giudici fecero di tutto, ma in- 
darno, per conoscere i nomi dei soscrittori. Ciò prova che la so- 
scrizione non fu pubblica. Non appare dalla storia se cotesta 
petizione sia poi stata mandata al papa; forse il silenzio degli 
storici su di questo punto, e l'affaccendarsi dei giudici fiorentini 
per iscoprire i nomi dei soscrittori, prova che non fu mandata, 
perchè altrimenti i giudici per conoscerli non avrebbero avuto 
bisogno di processare e torturare alcuno ; bastava che li chiedessero 
al papa, che non si sarebbe ristato dall' accontentarli. Neil' esame 
di Francesco Davanzati ^ appare che la petizione sia andata real- 
mente a Roma, poiché alla richiesta dei giudici rispose : Circa alla 
soscritione che andò a Roma in fuori io non so altra soscrinone. 
Quando ciò fosse, resterebbe però sempre che la lista di questi 
nomi gli Arrabbiati non la conoscevano, mentre era venuta nelle 
mani del marchese di Mantova. Nell'esame però di Domenico 
Mazinghi^ si rileva che egli, interrogato sull'affare della sotto- 
scrizione, dice: Circa la subscritione in 8. Marcilo per mandare 
a Boma. Il Mazinghi quindi non dice che sia stata mandata a Ro- 
ma, ma solo che vi doveva andare, e può darsi che non vi sia 
andata. 

Non sembra del pari che cotesti nomi siano stati scoperti e pub- 
blicati da coloro che scrissero, o pubblicarono documenti intorno 



* VlLLAEI, Op. cit., voi. II, p. CCCLV. 8. 
« ViLLAKi, Op. cit., voi. II, p. CCCLXXVI. 



340 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

al Savonarola. Nell'Archivio di Mantova io ho trovata la lista di 
questi nomi, mandata al Gonzaga pochi giorni avanti il suppli- 
zio del Savonarola, perchè trattandosi di documento importante, 
fu registrata sotto la data del 17 maggio 1498, cioè sei giorni 
prima della catastrofe. Alla lista dei sottoscrittori ve n'è unita 
anche un'altra dei Piagnoni multati, mandati a confino o cassati 
d' ufficio. 

I soscrittori sono 369, i multati sono 13, gli altri 9. Il primo 
della lista è il podestà di Firenze, il secondo è Domenico Bonsi, 
già oratore dei Fiorentini a Roma, estremo difensore del Savona- 
rola. Francesco Valori è il 17**. Vi è anche Niccolò Machiavelli. 
La famiglia patrizia che diede maggior numero di sottoscrittori è 
quella degli Strozzi, che ne ha 10, sebbene vi manchi Alfonso che 
si ricusò^ e Nicolò che era al servizio di Ferrante d'Este. 

Io avevo pensato dare di ogni individuo quelle notizie che 
avessi raccolto, ma ho smesso riflettendo che scrittori fiorentini 
lo faranno in modo più ampio e più esatto di me. Non so poi 
come e da chi questa lista sia stata comunicata al marchese di 
Mantova, mentre a Firenze, dove si facevano tanti sforzi per isco- 
prirla, rimase ignorata. Forse era accompagnata da una relazione 
sugli avvenimenti che in allora vi si compievano, ma io non l'ho 
trovata, e questo documento avrebbe sciolto l'enigma. Anche la 
relazione della presa del convento di S. Marco e dell'arresto del 
Savonarola, esattissima in ogni sua parte e che riporto più avanti, 
è anonima, né voglio fare congetture, che per lo più non condu- 
cono al vero. 

I firmati non sono molti, e stando al numero si avrebbe ragione 
di argomentare assai sfavorevolmente della forza intrinseca del par- 
tito dei Piagnoni, il quale, in queste sue proporzioni, non avrebbe 
potuto pretendere di dominare in una grande città. Trecenses- 
santanove firmati costituiscono, tutt' al più, la maggioranza in 
una grossa borgata, ma non mai in una città quale era Firenze. 
Ma giova considerare che non si volle fare un plebiscito, bensì 
una soscrizione di notabili del partito, de' suoi capi e rappresen- 
tanti. E infatti, mentre si sa che furono rifiutate le firme di molte 
persone, perchè non erano di quella autorità che si pretendeva 



« ViLLARi, Op. cit., voi. II, p. CCCLXVL 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



341 



non vi si scorgono che nomi della più elevata aristocrazia, e 
■della più distinta condizione sociale di Firenze. In questa guisa 
appare tutta l'importanza della sottoscrizione e la potenza dei 
FratescliL Senza meno, la parte più nobile e più rimarchevole 
della cittadinanza fiorentina era dei Piagnoni. Da ciò si intende 
quale influenza abbia esercitato il Savonarola in Firenze, quale 
era anche la sua forza, e come questo partito, che era così po- 
tente, morto il suo capo, siasi disciolto. Il Savonarola che l'aveva 
costituito e ne era l'anima, era anche l'unico che valesse a te- 
nerlo insieme. 

Ma sebbene la sottoscrizione fosse di persone tanto stimabili, 
pure essa non poteva produrre alcun buon effetto, perchè il papa, 
ostile al regime popolare ed amico dei Medici, gli si sarebbe pro- 
fessato sempre avversario. 

Questa è la lista mandata al marchese di Mantova. 



QUI DE SOTTO SONO TUTTI LI CITTADINI 
SOTTOSCRITTI IN FAVORE DE FRATE HYERONIMO. 



Mg. Agamenone Potestà de Fiorenza. 

» Domenico Bonsi. 

» Bartolomeo Ciai. 

» Antonio Beniveni, medico. 

» Francesco di M. Piero Ambrogini. 

» Enea dela Stufa. 

» Piero Aldobrandini. 

» Bartolomeo Devedito. 

» Baldo de Fracesco Inghirami. 

» Jeronjmo de M. Francesco Cinozzi. 

» Jacomo da le Redo. 

» Juliano de Martino. 

» Zanobi Carletti. 

» Jeronimo Bonagratia. 

» Jeronimo Caponi. 

> Giovanni del Nero Cambi. 

> Francesco Valori. 

» Tadeo dagnolo Gadi. 

» Alamano Salviati- 

» Lorenzo di Lotto Salviati. 

» Francesco de Pliilipo del Pugliese. 

» Matteo del Casia. 

» Mariotto Rusilalgli. 

» Piero de Lucant.o degli Albizi. 

» Stephano de Lorenzo Parenti. 



Mg. Bertho da Filicaia. 

» Lorenzo de Joanne Tornaboni. 

» Carlo de Lorenzo Strosi. 

» Andrea de Antonio Cambini. 

» Francesco de Leonardo Manelli. 

» Francesco de Philipp© Janucini. 

» Tomaso de Pucio Pucì. 

» Bernardo Guasconi. 

» Otto de Francesco Sapiti. 

» Juliano de Symone Carnesechi. 

» Bertoldo de Bartolomeo Choesini. 

» Birnardo de Baldessera Bonsi. 

» Neri de Filippo Rinucini. 

» Adovardo Rucellai. ^ 

» Lorenzo Rucellai. 

» Gerardo de Bartolomeo Corsini. 

» Bartolomeo de Pandolfo Pandolpbìni. 

» Pagolo Dantonio Giocondi. 

» Joanne d'Antonio Minerbetti. 

» Bernardo dinglese Ridolphi. 

» Alessandro de Cino Gironi. 

» Antonio de Giacomo Berlingieri. 

» Zoane de Tadie de Albisi. 

» Leonardo Strozi. 

» Bartolomeo de Zoane Horlandini. 



342 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



3Ig. Alessandro de Francesco Nasi. 

» Cambio de Nicolò Bonnanni. 

» Piero de M. Symone Cinozi. 

» Benedetto de Nicolò Bonnanni. 

» Leonardo dantonio Cambini. 

» Gianozzi Salviatì. 

» Giovanni Battista Rudolphi. 

» Francesco de Zoanne Horlandini. 

» Jeronimo de Agnio Cinori. 

» Diophebo dala Stufa. 

» Zoan Battista CieflS. 

» Jacomo Lapacini. 

» Aldobrandino de Beny. Aldobrandini. 

» Zanobi dagnolo Gadi. 

» Piero Pagolo Nicoli. 

» Tomaso Spini. 

» Bartolomeo Ridolphi. 

» Zoanne Pirini. 

» Symone Filipetri. 

» Marcello dagnolo Vernati. 

» Alessandro Rondinelli. 

» Bernardo Cisiaporci. 

» Mazeo de Lapo Mazei. 

» Leonardo dee. de M.» Francesco. 

» Piero Mascalzoni. 

» Corsine de Piero de M.o Bandino. 

» Zoanne de Francesco Nesi. 

» Antonio de Jacomo Lanfredinì. 

» Alamano Petruci. 

» Zoanne de Leonardo Carnesechi. 

» .Lionello Boni. 

» Francesco de Nicolò de Bonnanni. 

» Zoanne de Matteo Nelli. 

» Pietro dandrea Pucini. 

» Benedetto dantonio Tornaquinci. 

» Carosio de Zanobi Strosi. 

» Nicolò da Lixandro Malcbiavelli. 

» Gio. Batt. de Lo.» Stosi. 

» Pandolfo de Mes. Agnolo da la Stufa. 

> Nicolò de Goro Bandini. 

» Temporani de mano Temporani. 

» Lanferdino de Jacomo Lanferdino. 

» Francesco de Francesco Guasconi. 

» Francesco de Lutosi Nasi. 

» Nicolò de Bartolomeo Valori. 

» Jacobo de Zoanne Salviatì. 

» Nero de Francesco dal Nero. 

» Nicolò de Guglielmo de Redolphi. 

» Bartolomeo dapolonio Lapi. 

* Jacopo de Guasparon de Ricasoli. 

» Bernardo de Francesco Carnesecha. 



Mg. Marco de Zoanne Strozi. 

» Piero de Zoanne Strozi. 

» Piero de Juliano Redolpbi. 

» Bernardo dantonio Sapetì. 

» Bastiano de Lazaro Burnati. 

» Nicolò de Geòrgie Ugolini. 

» Zoanne de Pandolpho pandolfinì. 

» Zoanne dantonio Gondi. 

» Dino de Jac.» Dini. 

» Carlo de Leonardo dalbenino. 

' ^ Domenedio Federichi. 

» Piero de Zoanne Federichi. 

» Antonio de Zoanne Gugni. 

» Zoanne Batt. de Francesco Giovani. 

» Giovani de Zanozi Vettori. 

» Thomase de Paulo Morelli. 

» Nicolò de Tadeo Mancini. 

» Juliano de Piero Panciaticho. 

» Zoanne dantonio Tornaquinci. 

» Bonacorso Filipetti. 

» Benedetto Portinari. 

» Pietro Francesco de Georgi Ridolphi. 

» Bernaro de Nicolò Cambini. 

» Tomaso Portinari. 

» Lorenzo de Francesco Amadori. 

» Zoanne Batt. Bertholini. 

» Philipozi Gualtirotti. 

» Antonio Tornaboni. 

» Symon de Bernardo del Nero. 

» Piero danfriona Lonzi. 

» Marchion Dagi. 

» Andrea de Maretti Feraretti. 

» Bernardo Segni. 

» Michele de Carlo Strozi. 

» Francesco da Somania. 

» Jeronimo de Paolo Bonhominì. 

» Lorenzo danfrione Lencì. 

» Alessandro de Leonardo Manello. 

» Thomaso Ciachi. 

» Valariano de Piero Valariano. 

» Nicolò de Matthio Sacchetti. 

» Filippo de Nicolò Sacchetti. 

» Carlo daldeghiero Beliotti. 

■» Piero da Zanobi Strozi. 

» Andrea de Carlo Strozi. 

> Rainero de Francesco Toseghi. 

» Gieri de Ginobi Gerolamo. 

» Biasio Veluti. 

» Zoanne de Jac. de Dino. 

» Schiatta de Nicolò Redolphi. 

» Carlo de Francesco Bisdomni» 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



343 



Mg. Francesco de Lorenzo Davanzati. 

» Piero do Francesco Bettini. 

» Raffaello de Antonio Tubaldino. 

» Jeronimo da loyse Sodorini. 

» Piero de Danielle Dazi. 

» Andrea Guiduzi. 

» Jeronimo de Francesco Inghirami. 

» Bartolomeo de Alamano da Model. 

» Andrea de Zanobi Guidetti. . 

» Conte do Zoanne Compagni. 

» Guido dantonio Cavalcanti. 

» Christoforo Brandolini. 

» Bernardo de Francesco Vectori. 

» Symone dantonio Canigianì. 

» Lorenzo Guasconi prete. 

» Joachino di Guascuni. 

» Paolo de Zanobi Benintendì. 

» Raphaele de Paulo de glialbisì. 

» Rosso de Pirotto de Rosso. 

» Piero Fachini. 

» Jacomo de Lorenzo Schiasosi. * 

» Zoanne de Thomase Corbinelli. 

» Parlano de Juliano Pariani. 

» Francesco de Bartolomeo Nelli. 

» Francesco do Zoan Spina. 

» Carolo de Aloyse Patti. 

» Zoanne de Roberto de Cayano. 

» Philippo de Piero Gaietani. 

» Benedetto Ubaldini. 

» Guido de Nicolò Gambi. 

» Biasio de Nicolò Monti. 

» Lorenzo de Symon Bondalmonti. 

T> Bernardo de Sylvestro Aldobrandino 

T> Francesco de Georgio Aldobrandino. 

» Agnolo de Lorenzo Carduzi. 

» Raffaele de Mazeo dì Mazei. 

» Jac. de Piero Thedaldi. 

T> Alexandro de Nicolò Malchiavelli. 

» Benedecto de Mattheo Gorì. 

» Simone de Francesco Guiduzi. 

» Antonio de Domenico Bertolini. 

» Antonio de Francesco Bonsi. 

» Piero de Zoanne de Conte. 

» Bartolomeo de Rosso Bondalmonte. 

» Piero de Cosemo Bonsi. 

» Priore de Sarassino Puzi. 

» Lorenzo de Zoanne Centolini. 

» Domenego Benvenuti. 

» Jeronimo Bensi. 



Stiattesi? Vinari, voi. II, p. CCCLXVIIl. 



Mg. Domenico dant. do Bartol. del Rosso. 

» Bernardo Martini. 

» Piero de Bernardo Mazìnghi. 

» Nicolò Guarchi. 

» Zoanne Batt. de Jac. Dalansisa. 

» Chino de Lorenzo Orlandino. 

» Francesco dantonio di Risi. 

» Antonio de Migliore di Guidetti. 

» Antonio Vernasi. 

» Ghirardo de Bernardo Ghirardi. 

» Ruberto de Pagnozo Redolphi. 

» Jac. de Lorenzo Velandini. 

» Neretto de Francesco Neretto. 

» Jeanne de Francesco Casini. 

» Alessandro de' Francesco Casini. 

» Alphonso de Mes. Janosi Pitti. 

» Rainero de Francesco Bagnosi. 

» Francesce Nicolò Nichilosi. 

3> Juliano de Piero da Caijano. 

» Guasparo da Lapo. 

» Lapo de Zoanne Mazei. 

» Oliverì Guadagni. 

» Antonio Francesco Scali. 

» Domenego de Bernardo Mazinghi. 

» Jac. de Lorenzo Manunzi. 

» Alessandro dantonio de li Alessandri. 

» Bastiano Lotti. 

» Bernardo Ugolini. 

» Francesco de Bonacerso Pitti. 

» Zoanne de Francesco Bechi. 

» Zoanne Battista de Lapo. 

» Zoanne de Francesco Doni. 

» Octaviano Ghirardini. 

» Nicolò de Civita Bindi. 

» Francesco Toresani. 

» Lorenzo de Francesco Cini. 

5> Janezo dantonio Puzi. 

> Marche de Bernardo Vespuzi. 

» Piero de Mes. Mane Temporanei. 

» Bernardino Bartholi. 

» Benedette Bechazi. 

» Christoforo' de fr. Frane, da Romena. 

» Raphaelle Martelli. 

» Raphaelle Bensìani. 

» Piero dandrea Masi. 

» Zoanne do Francesco Inghirami. 

» Francesco Portinari. 

» Nofri Arnulphi. 

» Alexandre Puzi. 

> Pandelfe de Bardi. 

» Antonio da Tomaso Martini. 



344 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



:Mg. Lorenzo de Zoanne Bartholi. 

» Jeronimo Federìchì. 

» Paolo Dazi. 

» Domenico Lioni. 

» Francesco Ugolino de Veri. 

» Piero de Bernardi Adimari. 

» Nofrio de Piero de Rosso. 

» Bartolomeo Corsini. 

» Nicolò Cambini. 

» Raphaelle de Soldo Strozì. 

» Nicolò CinurL 

» Nerio Tolomeì. 

» Raphaelle Vinisini. 

» Bartolomeo de Puzi Puzi. 

» Thadeo Dalantella. 

» Jeanne Scolari. 

» Benedecto Biancardi. 

» Jacomo Giachi. 

» Maso de Bartolomeo de glialbizi. 

» Piero Frane, de Francesco Tosinghi. 

» Baptista de Baptista da Filicaja. 

» Francesco de Zoanne Sapitì. 

» Antonio Bruni. 

» Francesco de Pierfranco Tosinghi. 

» Raphaello dalponse Pitti. 

» Francesco de Guido Cambi. 

» Carlo Sinori. 

» Thomaso Martelli. 

» Zoanne Baptista Boni. 

» Antonio Coridiani. 

» Jacomo de Bartolomeo Borani. 

» Thomase Pasconi. 

» Adoardo de Symone Canigiani. 

» Ubertino -de Gieri Visalitti. 

» Andrea de Libri. 

» Horlandino Horlandinì. 

■» Antonio Corsini. 

» Domenigo Magaldi. 

■» Andrea de Jac. Tedaldi. 

» Doflfo de Marco Bartolì. 

» Zoanne Baptista de Nicolò Guasconi. 

» Raphaelle de Michele de Corso. 

» Raphaelle de Leonardo Boni. 

» Gualterotto de Leonardo Plarnini. (?) 

» Piero de Mattheo Berthi. 

» Zoanne Francesco de Leonardo Bensi. 

» Zoanne Baptista de Carlo Guascone. 

» Nicolò Ciampelli. 

» Antonio Gianfigliazi. 

» Agnolo de Pirozo de Rosso. 

» Domengo Derozo de Rosso. 



Mg. Symone de Philipo Tornaboni. 

» Mariotto Butti. 

» Girolamo dantonio Gondi. 

» Piero de Paolo de lialbisi. 

» Antonio de Fr. Piero Migliorotti. 

» Costanzo Nicolai. 

» Christoforo Agni. 

» Domenego de Sandro Gani. 

» Francesco de Bernardo del Mare. 

» Piero Frane, de Fr. Juliano Bardin. 

» Guglielmo Tagli. 

» Piero de Francesco de Goni Ferranti. 

» Andrea de Bono. 

» Stephano Lippi. 

» Ugolino Manzuoli. 

» Michele de Leonardo Pesuoni. 

» Zamboni de Francesco Carnesechi. 

> Domenico de Piero Bonìnsegna. 
» Bernardo de Filippo Manetti. 

» Tomaso del BugafiFa. 

» Jacomo de Bernardo di Bardi. 

» Zoanne Ciantellini. 

» Bartolomeo Talani. 

» Leonardo de Carlo del Benino. 

» Piero de Thomaso Corbinellì. 

» Antonio de Manon de glialbisi. 

» Zoanne de Philippe Capelli. 

» Matteo de Nicolò Vichetti. 

» Zoanne Bapt. de Bernardo di Medisi. 

» Bonacorso Ugononi. 

» Zoanne Baptista Rusilalghi. 

» Agnolo de Sinibaldo dei. 

» Domeniche de Cianozo Serda. 

» Filippo Mori. 

» Antonio BaldeflB. 

» Bernardo de Carlo Gondi. 

» Antonio de Merigho da Verazàno. 

» Philippe dantonio Lorini. 

» Francesco Antonio Bettini. 

» Zoanne de Mattheo Derossi. 

» Francesco de Bernardo Mazinghi. 

» Zoanne Francesco Lapatazi. 

» Domenego Lapazini. 

» Philippe de Carlo Gondi. 

» Benedetto de Bernardo de Conerò. 

», Piero de Bernardo di Seresi. 

» Juliano de Jeronimo Henzi. 

> Bernardo de Jacomo del Hinda. 
» Aldegìero dela Casa. 

» Jacomo de Zoanne Brunatti. 

» Zoanne de Bernardo Vecchiotti. 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



345 



Mg. Francesco Paulo domenico Grasso. 

» Filippo de Francesco Guasinì. 

» Zoanne Battista Berti. 

» Ugolino dantonio do e. Singori. 

» Francesco Marozi. 

» Tegiaro de Francesco Bondalmonte. 

» Piero de Thomase Salviati. 

» Guglielmo de Bardo Altavitti. 



Mg. Giovanni Caiubi. 

» Frane. Ant. de Mes. Bened. Ubaldini. 

» Felice de Dio del Begutto. 

» Zoanne de Francesco Monte. 

» Piero de Francesco Baldusini. 

» Bartolomeo de Luca Rinardi. 

» Mattheo de Bernardo Biliotti. 

» Girolamo Dagnolo Gadi. 



MULTATI. 



Paolo Antonio Sodorinì. . 

Salviotti » 

Antonio Giugni » 

Antonio Carnisi ....... 

Marchoane Dagi » 

Adoardo de Ucelai » 

Alessandro Acciajuoli (?) . . . » 



Fior. 3000 
» 1800 



200 
250 
300 
100 
150 



Maneghi (?) Fior. 1200 

Piero Lonzi » 800 

Antonio Canigiani » 800 

Francesco de Vinerini .... » 500 

Nicolò Malchiavelli » 250 

Giovanni Bechi » 150 



CONDEMNATI. • 

Francesco del Pugliese amonito per anni dui dal Consìglio. 

Andrea Cambini ammonito per 5 anni doppo il pagamento Fior. 150 

Domenego Muziachi amovesto per 5 anni da casa » 100 

Zanne Cambi id. id. 3 id. id » 200 

Symone del Nero id. dal Consìglio » 200 

Francesco da Vargati id. per 2 anni da casa » 50 

Lionello Boni id. id. 2 id. id » 50 

Gioane da Dino de Mes. id. id. 2 id. id » 50 

Piero Cinozi id. id. 2 id. id » 50 

(A tergo) 1498. — Nomina condemnatorum et subscriptorum in favoribus Fratris 
Jeronimi. R. XVIL Maij 1498. 



Le sorti si manifestavano ostinatamente avverse ai Piagnoni. 
La guerra per il ricupero di Pisa e degli altri possedimenti an- 
dava per le lunghe, e cagionava alla repubblica gravissime spese, 
e l'erario, già depauperato per il pagamento della taglia di 200 
mila ducati d'oro a Carlo Vili, si trovava esausto. Vi si aggiugneva 
6 J' arenamento dei commerci e delle industrie fiorentine ^ che non 
jrecava più allo Stato le solite entrate, e portava la miseria nel 
)opolo. Tutto ciò creava un malcontento generale e scemava l'au- 
torità dei Piagnoni. A peggiorar questa trista condizione di cose 
venne la morte di Piero Capponi, accaduta il dì 25 settembre 



* ViLLAEi, Op. cit., voi. 2, p. CCCXLI. LUI. Esamina o processo degli altri accusati. 
' VlLLAKI, Op. cit., voi. I. 



Arch. Star. Lomb. — An. I. 



22 



346 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 



1496 sotto il castello di Sojana. Egli era uomo di grandissima 
autorità, ed il solo che, all'evenienza, potesse mettersi a capo del 
proprio partito. La perdita del Capponi, mentre tolse ardire ai 
Piagnoni, l'accrebbe agli Arrabbiati, i quali oramai erano persuasi, 
tolto di mezzo il Savonarola, di soverchiare gli avversari. 

Altri fatti accaddero poi, egualmente funesti ai Piagnoni. Le 
pratiche degli Arrabbiati presso il papa incominciavano già a por- 
tare i loro frutti. Stanco egli degli indugi, e non più speranzoso 
di far tacere in qualche maniera il frate ribelle, perdette la pa- 
zienza, e gli proibì in prima la predicazione, poscia lo colpi delle 
censure ecclesiastiche. 

Fra le diverse corporazioni religiose esistevano rivalità e gare 
di influenza e di predominio. Tutte le fraterie di Firenze ave- 
vano visto con occhio invidioso il crescere della fortuna e della 
pubblica estimazione dei frati di S. Domenico, procacciata dalle 
riforme e dalle virtù di fra Gerolamo. Finché egli fu invulnera- 
bile, fa giocoforza abbassare il capo e tacere, ma allorché il papa 

10 colpi delle ecclesiastiche censure, ruppero il freno, si imposses- 
sarono di quest' arma, assai potente agli occhi delle plebi, e come 
poterono l'adoperarono a scalzare il credito del Savonarola. I 
Francescani furono i più accaniti, e un frate Francesco delle 
Puglie, predicando la quaresima del 1498 in S. Croce, assali il 
Savonarola con particolare ed inaudita "Violenza. ^ Il popolo in- 
tanto, sempre egualmente mutabile, travagliato da insolite stret- 
tezze economiche, scosso da quanto si andava dicendo, si defezio- 
nava da colui che poco prima stimava come un profeta e un santo. 

11 Savonarola, combattuto da nemici in famiglia, era irremissibil- 
mente perduto. 

Accadde anche che, per il marzo ed aprile 1498, sortisse una si- 
gnoria quasi tutta avversa al partito popolano, la quale non mise 
tempo in mezzo per compromettere il frate. Ma il colpo di grazia 
alla sua estimazione venne dall'infelice episodio dell'esperimento 
del fuoco, condotto in maniera che gli riuscisse funesto. Dopo 
questo fatto, non era più possibile il farsi alcuna illusione dell'e- 
sito finale del dramma. Le passioni popolari, mosse da tante 
cause, ma tutte cospiranti ad un intento, si scatenarono colla 
maggiore violenza. 



• "V^LLABi, Op. c, voL II, p. 113, e ancora vedi documenti più avanti. 



NUOTI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 347 

Il Savonarola, creduto l'autore di tutti i mali pubblici e dome- 
stici, doveva esserne anche la vittima espiatoria. Non mancava 
che un'occasione allo scoppio dell'incendio, e questa si verificò 
l' otto di aprile per un frate di S. Marco che doveva predicare 
nella chiesa di S. Liberata, e vi fu impedito dagli avversarj. Ciò 
produsse una rissa tra gli avversarj e i difensori del frate, che 
fece accorrere alcuni della Signoria con molti armati e numero 
infinito di popolo. Ne nacque un tumulto indescrivibile, e il popolo 
furibondo, instigato segretamente dalla nuova Signoria, mosse verso 
il convento di S. Marco per fare quello che, in ogni tempo e in 
ogni luogo, fa sempre in queste circostanze: saccheggiare, incen- 
diare, uccidere. La prima vita designata fu Francesco Valori, il 
più ardente dei Piagnoni, e già gonfaloniere del Comune. Cosa ne 
sia venuto da questo tumulto è narrato da molti storici fiorentini, 
ma lo dice anche con grande esattezza e scienza di particolari, il 
documento che qui riproduco, che è una relazione anonima man- 
data al Marchese di Mantova da un suo agente, che potremmo dire 
segreto. 

" 111. ec. Li fructi del frate Jeronimo serano come appresso se 
intenderà. Hyeri dicto vespero ^ ad bore XViiij , un frate de frate 
Jeronimo volendo predicare in Santa Liverata, et venendo impedito 
da molti, forono a le mani con alcuni altri de queli de Santo 
Marcho, in modo che ad uno tracto se levò lo remore et tuta la 
piaza se empi de gente, tuti adversari al frate, non però cum l'ar- 
me. In principio solamente quelli da la guardia, che se recarono 
et stettero al loco suo, poco de poi vene el capitano de la com- 
pagnia con XVI, XX, et di poco venero alcuni altri, et deli 
una ora «et più venero in piaza tuti li confalonieri , et venero 

Ì Alfonso Strofi, Jacomo de Nerli, Pietro Corsini, Antonio Ma- 
nerti (?), Francesco dell'Albini, Luca delV Alhizi, Benedicto de 
Nerli, Tomaso Capone, uno de Manelli, Francesco de lo Scarfa, 
e tuti questi credo non passar o 500 homeni armati. Tuto lo 
resto erano senz'arme. Lo remore fo grande, et tucta la plebe 
andava a San Marco dove se trovava Francesco Valora, Faido 
Antonio, Johatta Bedolfi, M. Luca Corsini, Andrea Cambeni, et 
molti 'altri, che erano da principio più che 500. La Signoria ce 
mandò uno mazere, et comando ad omni uno sene uscisce, et 
cusì, ilio interim, Francesco Valore se ne usci, et andossene 



348 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

lungo le mura verso la porta prati, dove fu preso da quatro 
sciagurati, el che sentendo, Luca dell'Albizi cum alcuni altri ce 
andò, che anche Luca non era venuto in piaza, et conduselo in 
casa sua, et Luca sene vene in piaza et come fo li, li fo dicto 
non se fidarci de lui, et fo facto ascondere per lo meglio, et meso 
in palazo. Lo remore se levò in casa de Valore et cusi se andò 
cum lo foe de omne banda, incomensciò a brusciare, et facendose 
la moglie a la finestra fo ferita de uno passatore in la gola, et 
dicese eciamorta. Lui stite in casa per fine xxiiij hora. In piaza 
omne uomo gridava, mora Valore, et cusì se andò a casa de 
Francesco et condusse fora lui, et come fo al cantone de casa de 
Ms. Angelo fo morto et spogliato nudo et posto in una ecclesia 
lì appresso. Ilio interim la brigata andò a San Marcho per pi- 
gliarlo, li fo resposto gagliardamente, in mo che cum saxi et 
schioppeti se ne defensorono molto bene. 

„ Et tutto lo dì, fin 5 bore de nocte, che non era io lì, foreno 
intorno, et arsero tutte le porte dela Ecclesia et de lo convento, 
et intrarono nela Ecclesia più che 100 homeni a quatro bore de 
nocte, et tuti foreno rebutati. 

„ A 5 hora de nocte vene lo Mazere et banditore dela Signoria 
a farli intendere che si tucti li seculari non uscivano fori securi 
se intendesorono (sic) in bando de ribelli. Non volsero uscire. 
Fo ordinato che tucta la notte ce stesse la guardia intorno et 
credo fosse per dare licentia a la plebe che non tagliasse a pezo 
chi era dentro, maxime che intorno al Chiostro era Petro Corsini. 
Questa nocte hano cavato tucti li secolari chi li et qua. Et frate 
Jeromino, et frate Dominico da Pesce è in Palazo de la Signoria. 
Li altri frati sono in San Marcho. 

„ Paulo Antonio ussì hijeri quando ussì el Valore et si trovò in 
una caxa là ivi la via de San Gallo. Così anche lohan Baptisa 
Eidolfi. La plebe andò a casa de Paulo Antonio et incomensorno 
a rompere Inscio. Tomaso Antinori et Petro deli Alberti mandati 
dala Signoria, con molti altri armati andeseno a casa de Paulo 
Antonio, et contentarono la brigata cum condure lo Episcopo in 
palazo dove anche è. 

„ Al principio del rumore M. Guido Pietro deli Alberti, et 
Bencio Martelli venero in Palazo et de pò andarono per Bernardo 
Ucillaj (sic) et steterono de continuo in palazo. Questa matina è 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 349 

andato bando che omne uno aperse le botteghe et nessuno porti 
armi salvo li deputati. Quelo seguirà non so. 

„ Io me trovai là al principio del romure che Dominico Ma- 
zenghi uno de Dieci è del numero deli frateschi, venendo a Palazo 
fo rebutato con tutta la vilania del mondo , et si qualche homo 
da bene non fosse stato credo seria stato morto. Et hyermattina 
dicese che foreno diete molte triste parole a lohannebaptista Re- 
dolfi et a Petro Antonio' Tosinghi et la cosa era sì infestolita (sic) 
che non posseva esser lo contrario. Tucta la casa del Valore e del 
Nepote è ita a saccho et focho, e cusì quela de Andrea Beccabini. 
Da canto nostro non c'è molto altro. Dicesi essere stato amazzato 
un Francesco deli Avanzati in San Marcho. lacomo de Tanaij è stato 
ferito a San Marcho, non si dica poi siane pericolato. De quanto 
seguirà darò aviso. Recomandandome. Florentie, 9 Aprilis 1498. „ 

I fatti accaduti in Firenze, e più particolarmente intorno al con- 
vento^! S. Marco il dì 8 aprile 1496, segnarono il principio della 
fine del grande dramma che, preparato da lunga mano con elementi 
e forze disparatissime, dovevasi compiere sulla piazza della Si- 
gnoria il giorno 23 del seguente maggio. 

Se noi vogliamo indagare le cause della caduta del Savonarola, ' 
non ci sarebbe difficile di trovarne altre da quelle che più su si sono 
dette, e forse di più intime, di più intrinseche, di più vere. Gli 
Arrabbiati si servirono, come s'è detto, del papa per abbattere il 
capo dei loro avversarj; e spalleggiati anche da coloro che ne av- 
versavano le rigide teorie, i Compagnacci ed i Palleschi, si aiuta- 
rono, con particolare sagacia, della sua condizione di religioso, 
dell'infelice condotta della guerra di Pisa, delle tristi condizioni 
economiche della città e del pubblico erario. Ma se' si guarda bene, 
queste non sono che cause seconde, sono più che altro mezzi ed 
armi usate dagli Arrabbiati per riuscire nel loro intento. 

V hanno sempre delle cause prime, per le quali, queste altre 
riescono tanto potenti ed efficaci da abbattere un uomo che si 
aveva guadagnata una grandissima riputazione, che aveva innal- 
zato un doppio ^edificio, morale e politico, in una città la quale 
non ne aveva avuto mai un altro così buono; un uomo che aveva 
seguaci numerosissimi e potenti, e che per tutto ciò egli si do- 
veva credere sicuro dell'altrui estimazione, e di fare una fine ben 
diversa da quella che fece. 



350 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

Io credo che una prima causa la si debba riconoscere nella na- 
tura stessa delle cose umane, la quale porta che coloro che repen- 
tinamente salgono molto in alto, per cagione di questo rapido ed 
improvviso salire, debbano anche cadere con precipitoso moto. Le 
fortune straordinarie sono sempre prodotte da un consenso una- 
nime di popolo, da un entusiasmo generale verso un individuo che, 
in momenti supremi della vita sociale, viene riputato capace di 
salvare tutti. Ma come gli entusiasmi non durano, e la grandezza 
delle virtù finisce sempre collo stancare, così basta un piccolo ac- 
cidente per sfatare una riputazione, per togliere il credito, per di- 
struggere il magico castello d'Atlante; e questi accidenti non man- 
cano mai. 

Altre cose nocquero al Savonarola, come le violente filippiche 
dei frati suoi avversarj, sui pergami di Firenze. Un uomo grande 
ed altamente stimato, non può e non deve difendersi da basse ac- 
cuse e da ancora più bassi oltraggi. La sua condizione gli impone 
un riserbo assoluto. Ma una grandezza qualunque non si insulta 
mai inutilmente. La convenienza del silenzio fa sì che a poco a 
poco si diminuisca da sé, e finisca col perdere ogni suo prestigio 
ed ogni morale efficacia, e la storia ci dà non pochi di questi 
esempj. Alle basse accuse lanciate contro di lui, il Savonarola era 
costretto tacere, e nessun altro poteva assumere la sua difesa, è 
vero, ma egli perciò doveva restare schiacciato da questi colpi 
ingiusti e disonesti. Strana condizione delle cose umane! La virtù, 
più è grande, meno le conviene giustificarsi, ma per restare vittima 
di insensati odj, e solo dalla storia e dalle tarde generazioni può 
aspettare di esserne vendicata. 

L' anonimo autore della relazione è d' accordo con tutti gli scrit- 
tori dei fatti dell' 8 aprile, in ogni circostanza, ad eccezione della 
causa che produsse il tumulto del popolo. Mentre costoro asseri- 
scono essere stato cagionato da una rissa fra Compagnacci e Pia- 
gnoni alla porta di S. Maria del Fiore, il mio anonimo racconta, 
con fondo di maggiore verisimiglianza, che provenne da alcuni Ar- 
rabbiati, i quali volendo impedire ad un frate di S. Marco di pre- 
dicare in quel giorno in Santa Liberata, vennero alle mani con 
alcuni Piagnoni' che volevano difendere il frate. 

Chi sia poi cotesto anonimo non mi fu dato di scoprire. Egli 
«ra però degli Arrabbiati, che per tale si appalesa là dove, enu- 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 351 

merate le vittime dei Piagnoni difensori del Convento, accennando 
quelle della opposta parte dice : da canto nostro non e' è morto 
altro. Promette al Gonzaga altre relazioni, le quali, senza dubbio, 
sarebbero state preziose molto, ma io non le ho trovate. 

Nel tempo stesso che si combatteva attorno al convento di 
S. Marco, la Signoria, resa esperta dagli esempj passati, con ogni 
sollecitudine prende i provvedimenti necessarj perchè i frutti del 
tumulto le risultino totalmente favorevoli. Alla sera stessa del 
giorno 8 mandò fuori un bando contro il Savonarola, sospettando 
che egli avesse colla fuga cercato scampo dai pericoli estremi che 
lo minacciavano. Il Villari pubblica questo documento con altri 
simili.^ Ma la Signoria ne mandò altri ancora ai capi dei villaggi 
circonvicini a Firenze, onde avvertirli di quanto accadeva nella 
città, del bando contro il Savonarola, e che non lasciassero ac- 
correre gente in difesa del partito popolare. Io ne ho trovato, 
uno che va notato per il preambolo, col quale i priori fiorentini, 
senza volerlo, commisero un plagio assai brutto, e si posero in 
condizione di subire un confronto ben poco lusinghiero. Se lo 
fecero ad arte, bisogna dire che furono male inspirati. La ragione 
da essi addotta nella condanna del Savonarola, fu già usata in 
esempio antico e divino, e come furono condannati gli autori di 
quella, perchè ritenuta artificiosa e falsa, così vanno condannati i 
priori della Repubblica Fiorentina che se la appropriarono per il 
caso loro. Io non ardisco di instituire un confronto tra il Savonarola 
e Colui che gli fu prototipo divino, perchè non reggerebbe ; ma il 
frate fu così fortunato che, in più di una circostanza, e nel modo 
della sua condanna e nei titoli per i quali la si volle giustificata, 
par di vedere una vera ripetizione di quella dolorosa storia che 
narrano gli Evangeli della passione di Cristo. Questo è il bando. 

" Priores Populi Fiorentini, Vexill. justitiae. 

" Ad vicarium S. Johanis , Spectabilis vir civis noster dilectis- 
sime. Come te noto, la cipta nostra è stata qualche tempo in al- 
teratione se fra Hieronimo da Ferrara insegnava ci verità la via 
del nostro Signor Jesu Christo, o se era seductor. Tandem beri 
per la gratia del nostro Signor Dio è stato scoperto huomo sedi- 
tioso et ingannator, et per questo non potendo questo nostro po- 



* ViLLAEi, Op. e. voi. n., p. cxiv. 



352 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAYONAROLA. 

pule sopportarlo si e levato meritamente contro lui, et noi li ha- 
biamo comandato sotto pena de ribellione debba fra bore XII 
partire de Fiorenza, et fra doi giorni sgomberato il nostro do- 
minio, per la qual cosa tuto questo nostro populo si e quotato 
et siamo al sicuro che per questo conto ne bora ne in futuro, in 
questa nostra repubblica babbia a nascere un minimo disordine. 
Danne subito notizia a questi nostri fedeli, quali siamo certi se 
ralegrorano (sic) di baver noi levato da questa nostra cipta un 
Luomo tanto seditioso, et che facilmente bavrebbe causato, uno 
giorno, effecti de pessima natura. Habbiamone dato et subito ad- 
viso, per ogni beno respecto a ciò che sapia el vero di tuto quelo 
che è seguito. Et a ciò che quando di costi si movesse gente non 
lo permetti, se già da noi non havesse il contrario. 

" Ex palatio nostro die viij Aprilis 1498, bora XXIY. „ 
Ma il Savonarola non era fuggito. Durante l'assalto fece ogni 
sforzo per far cessare la resistenza, e quando vide che non riu- 
sciva a far desistere i combattenti, si ritirò nel coro della chiesa 
a pregare, finché, visto invaso il convento, si diede spontaneamente 
in mano della Signoria in uno con frate Domenico da Poscia, suo 
fedele ed inseparabile seguace. Il tragitto dei due frati dal con- 
vento al palagio fu compiuto in mezzo ai più vili insulti del po- 
polaccio di Firenze. 

La Signoria non fu lenta ad approfittare dell'insperata vittoria. 
Instituì processi contro i due frati ed i principali del partito dei 
Piagnoni, che furono condotti colla massima alacrità. Io non mi 
farò a descrivere questa dolorosa pagina di storia italiana, per- 
chè narrata da altri, specialmente dal Villari. Dirò solo che il 
Savonarola ed il suo compagno furono sottoposti a tutto il rigore e 
all'arbitrio portati dalla procedura d'allora, onde fare loro dire 
quello che non dovevano e non potevano dire, strappare dalla 
loro bocca delle confessioni che servissero di pretesto per quel 
supplizio, al quale la passione dei loro giudici li volevano con- 
dannati. Dopo che si seppe che i due frati erano in potere della 
Signoria, non vi fu più dubbio in alcuno sulla loro fine. I giudici 
loro erano troppo conosciuti, perchè si potesse sperare qualche 
cosa in favore dei due infelici, e tanto era generale questa opinione, 
che lo stesso agente del marchese di Mantova, Angelo Tovaglia, 
potè mandargli le seguenti informazioni, uniche che ho trovato, 



m 



NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 353 

ma che bastano a mostrare quale era la credenza generale intorno 
alla sorte riserbata ai frati. In data del 5 maggio scrive: 

" Sopra le cose del frate credo non passerano troppi giorni li 
sarà tolta la vita a lui e ad un frate Salvestro ^ et lo soprase- 
dere che se facto et che si fa sia perchè il papa pareva se con- 
tentasse, poi che non è paruto de mandarlo là "^^ de mandar qua 
uno suo commissario ad examinarlo circa le cose solum. Quando 
lo mandi sarà conceduto quanto eresiatico, ne farà quello examino 
ne parrà conveniente. Non lo mandando in brevi se ne piglierà 
partito. Come detto li processi sono 40 fogli scripti difficile in 
breve haverne copia. Credo bora che preso che sarà partito di 
lui se faranno porre ad stampa e V. S. ne poterà avere piena no- 
titia. Insoma S. mio questo frate ha surmato molti anni questa 
cipta et stato cagione de danno assai al pubblico et al privato. 
Iddio ne ara forse iluminato et poteriansi talvolta drizzar le cose 
ad migliore senso non se facto per lo passato, et che seguendo mi 
rendo V. Ex. come afectionatissimo a questa cipta, n'ara contento 
assai — Florentia V maj, 1498. 

Angelus Tovalius. „ 

Al 17 poi gli manda quest'altra lettera: 

^... Deli frati quanto le dissi per altra mia che perderano la 
vita. Solo se soprastano perchè il papa ne voleva mandare ad fare 
novo examine circa la cose eresiastiche soluti e domani debba es- 
sere qua il commissario apostolico per questo, et facto e poi se 
stampiglierà {sic) perintero et miteransi fuori li processi li quali 
sono dali fogli 60, che a trascriverli anderia tempo assai, ma creda 
se farano a stampe per far pubricamente noto el costume, la ambi- 
tion et mala natura sua la quale è stata de dano grandissimo qui 
al pubrico et al privato. Kingratiato sia Dio che pur tandem ne 
ha illuminati et poteran procedere le cose nostre. Fior. XVII 
Mag. 1498. 

Angelus Tovalius. „ 

I magistrati fiorentini, pur di riuscire a fare passare il Savona- 
rola per colpevole, non esitavano, oltre a sottoporlo a durissima tor- 



* Altro fido seguace del Savonarola^ catturato dipoi. 

* A Roma. 



354 NUOVI DOCUMENTI SU GIROLAMO SAVONAROLA. 

tura, a compilargli due falsi processi. Ma riuscì così evidente la 
intrinseca loro contraddizione clie i giudici non ebbero animo di 
condannarlo. A cavarli però d'imbarazzo vennero i tanto aspet- 
tati commissarj apostolici, i quali rimisero il Savonarola, per altre 
due volte, alla tortura in modo ancora più violento, e gli fecero 
un terzo processo, il quale, come dei primi, non ostante, gli artificj 
usati e le falsità introdottevi, non ancora però si riusciva a farlo 
passare per colpevole: eppure lo si volle dannato ad essere arso 
vivo insieme coi suoi due frati Domenico e Silvestro, percbè dopo 
1150 anni circa fu di nuovo riconosciuto che expedit ut unus mo- 
riatur prò populo. Per colmo di crudeltà, il Savonarola fu sottoposto 
alla degradazione ecclesiastica, eseguita da un suo antico disce- 
polo, il vescovo di Vasone, e finalmente a dì 23 maggio fu eseguita 
la sentenza sulla piazza della Signoria, alla presenza dei magi- 
strati della repubblica, dei commissarj apostolici, di infinito po- 
polo, sempre avido di spettacoli simili, in mezzo ai lazzi ed agli 
scherni della plebaglia forsennata, ma anche segno a molta pietà 
e devozione da parte Piagnoni che non cessarono di venerarlo 
come santo e come profeta. 

E noi, dopo circa quattro secoli da questi avvenimenti e cne 
possiamo guardarli con occhio imparziale, siamo costretti a rico- 
noscere che il Savonarola è una delle più illustri vittime delle 
passioni umane e degli odj di parte che funestarono tanto que- 
sta nostra patria, traendola da una invidiabile grandezza ad una 
spregevole miseria. 

Attilio Portigli. 



Isfl 



L'OSPITALE DI S. NAZARO IN BROLO, 

VOLGARMENTE DETTO DEI PORCI. 



Chi si facesse a cercare nei cronisti milanesi l'origine ed il nome 
del fondatore di quest' ospizio di carità, la cui memoria è affatto 
smarrita ne' miei concittadini, ogni sua indagine andrebbe delusa ; 
perocché quelli scrittori, mentre ricordano le sue vicende poste- 
riori al 1268, né punto né poco fan cenno della sua fondazione. 
Persino il Giulini, paziente scrutatore degli archi vj, non giunse ad 
empiere la lacuna, e nelle Memorie di Milano^ sotto l'anno 1268, 
solamente c'informa che " l'archivio di S. Nazaro dà notizia d'un 
altro ospitale che v'era in Milano in questi tempi, non lontano da 
quella basilica, e sotto il governo di quella canonica „\ 

A forza però di rovistare le polverose pergamene disperse ne- 
gli archivj, talvolta si ha la fortuna di avvenirsi in documenti che 
gettano non poca luce sulle cose nostre ne' tempi più lontani. 

Due pergamene di tal fatta si rinvennero l'anno scorso nelPar- 
chivio della canonica di S. Nazaro, che, negletto da lunghi anni, 
ora si va rassettando, a fine di preparare sgombra la via, e forse 
racapezzare altre notizie per la storia nostra. 

Giustizia vuole, però che da me rimova il merito della scoperta, 
!'• che per intero è dovuto al signor Arturo Facenti, archivista ag- 
giunto della Congregazione di Carità, parimenti incaricato a rav- 
viar l'ordine in quello scompigliato ammasso di carte. 



• Oltre il Griulini, di quest'ospitale discorre il Latuada nella Descrizione di Milano^ 
e più recentemente 1' avvocato Pier Ambrogio Curti , nelle Tradizioni e leggende di 
Lombardia. 



356 l'ospitale di s. nazaro jn brolo. 

Qui trascritte, co' solecismi e barbarismi, come trovansi negli 
originali, le presento al lettore; la prima delle quali, ignota ai 
nostri scrittori di cose patrie, contiene l'atto di fondazione di gue- 
st' ospitale. 

Correva l'anno 1127, e nel giorno 10 di ottobre moriva in Mi- 
lano certo Rugero di Cerro, figlio d'Alberto, lasciando per testa- 
mento tutti i suoi beni e case, tanto allodiali quanto livellar], 
situati nei territorj di Lodi, S. Zenone, Mombrione, Solariolo, Sesto, 
Prada e Camporella, e la casa con orto posta vicino al Carrobbio, 
afiinchè si erigesse in una sua pezza di terra, detta Brera, situata 
in Milano nel borgo di Lodi , ora Porta Romatìa , un ospitale con 
annessa chiesa, intitolandolo a S. Nazaro, in onore di Dio e del 
Santo che riposa nella vicina chiesa omonima, affidandone l'ammi- 
nistrazione alla chiesa di S. Nazaro, e stabilendo che difensori e 
protettori di detta chiesa ed ospitale e dei beni a questi spettanti, 
fossero Ugo, Federico e Giovanni fratelli del fu Mainerio, in un 
coi canonici di S. Nazaro. 

Usofruttuarj di tutti i succitati beni nominava la sua moglie 
Onica, insino a che si mantenesse nello stato vedovile, ed il figlio 
Alberto, coli' onere di un annuo sodisfacimento a favore dell'ospi- 
tale; se poi sua moglie premorisse al figlio Alberto, o vero si ri- 
maritasse si monacasse, la parte d'usofrutto appartenente alla 
stessa passasse al figlio, e se questo premorisse alla madre, ella 
godesse della di lui porzione d'usofrutto; morti ambedue, 1' uso- 
frutto tornasse alla proprietà. 

Tali erano le condizioni dell'eredità, quando, nel marzo del- 
l'anno 1132, Onica de Mainerio, coll'assenso di Giovanni suo fra- 
tello e mundualdo (curatore), destinatole da Arialdo, detto Bu- 
cardo", giudice e messo del re Lotario HI, rinunciava a favore di 
Richelmo, prevosto della chiesa di S. Nazaro, tutto l'usufrutto che 
suo marito Rugero de Cerro- le aveva lasciato co'l predetto suo 
testamento. 

Sembra che sùbito dopo la morte di Rugero si desse principio 
alla costruzione dell'edificio, e ciò ad evidenza si scorge dall' istru- 
mento stesso di rinuncia di Onica, ov'è detto hospitalis quod di- 
citur Bogerii de Cerro constructi laude, per il che possiamo senza 
alcun dubio affermare che questo ospizio ebbe vita nel 1127, di- 
ciott'anni prima dell'ospitale di S. Stefano in Brolio, fondato da 



£'É 



l'ospitale di s. nazaro in brolo. 357 

Guifredo da Busserò, nell'anno 1145 e non nel 1127, come erronea- 
mente lasciarono scritto alcuni moderni cronologi. A principio chia- 
mossi V ospitale di Bugerò da Cerro, poi di S. Nazaro in Brolo, poi 
de la Gabella, siccome afferma Camillo Sitoni ne' Collectanea de 
Edifitiis Urbis Mediolani (esistenti manoscritti nella Biblioteca 
Ambrosiana), cbe tal nome trovò scritto in un istrumento del 30 
di gennajo del 1416, ov'è nominato un Z).***** Frater Martinus de 
Puteo magister Hospifalis de la Gabella nuncupati de Porcis, Portce 
Bomanos foris; infino a cbe, fra queste varie denominazioni, gli 
rimase quella di S. Nazaro de' Porci (hospitalis Sancii Nazarii 
Porcorum), sotto la quale fu più communemente conosciuto, di cbe 
ne spiegberò la cagione. 

Se bene dall'atto di fondazione non risulti quale specie di ma- 
lati vi si ricoverassero, tuttavia i nostri cronisti ci informano, 
cb'era particolarmente destinato al ricovero degli infermi afflitti 
dalla malatia del fuoco sacro. Il Giulini e il Latuada accennano 
ad una convenzione fatta tra i monaci di S. Antonio e i monaci 
di S. Nazaro, copiata ed unita dal Francesco Castelli ne' suoi Col- 
lectanea, cbe, manoscritti, stanno nella Biblioteca Ambrosiana, da 
cui ricavasi cbe gli infermi ivi curati erano precisamente quelli 
colpiti dal fuoco sacro ; ma le mie più diligenti ricercbe, fatte allo 
scopo d'esaminare quella convenzione, rimasero senza risultato, 
né la rinvenni colà né in altri arcbivj; forse per isventura andò 
smarrita; laonde dobbiamo star contenti a quanto ci riferiscono 
quei cronisti. 

Non è mio scopo il tracciare i caratteri e i sintomi di siffatto 
male; cbi desidera averne maggiori particolari, legga quanto la- 
sciò scritto il Dozio nelle Notizie di Vimercate e sua Pieve, a 
-pag. 143. Mi limiterò a ricordare cbe questo morbo, trasportato 
dalla Francia in Italia su la fiiie del secolo undecime (1089), 
prese ad infuriare presso di noi nel modo il più terribile e spa- 
ventoso , così per la gran quantità dei colpiti , come per la sua 
intensità e pei tristi effetti cbe ne seguivano; si cbe i poveri, 
cbe non avevano mezzi come le persone agiate di farsi assistere 
nelle loro case, giacevano distesi su per le piazze e per le vie, 
movendo a compassione e spavento cbi li vedeva. 

A scemare tanta sventura venne la carità di Rugero da Cerro, 
cbe fondò l'ospizio succennato, dotandolo di tutti i suoi beni, ad 



358 l'ospitale di s. nazaro in brolo. 

esempio di quanto s'era fatto in Francia nel Delfinato da certo 
Gastone, che, adempiendo un voto fatto a S. Antonio (scelto dal 
popolo a speciale protettore ed intercessore di quella calamità, ri- 
guardata siccome un castigo di Dio), ad ottenere la guarigione di 
suo figlio Varino, colpito dal morbo, fondò a tal uopo, nel 1095, 
un ospitale, e trovati altri otto compagni, si dedicò, co'l figlio, ad 
assistere i malati, dando così origine all'ordine di S. Antonio (Do- 
zio, opera succitata). E parimenti in Milano, ai Frati Antoniani, 
che avevano dedicato un tempio al patrono S. Antonio, venne affi- 
data l'assistenza di quelli infelici, restando il governo dell'ospizio 
nelle mani dei canonici di S. Nazaro. Ma, a cagione delle continue 
liti che sorgevano fra precettore S. Antonij Mediolani et propo- 
sito et canonici dieta eccìesice S. Nazarij quod regehant maxima 
'semper cum alter catione Inter eos, come dice Francesco Castelli 
in un manoscritto esistente all'Ambrosiana, col titolo Compen- 
dium Vitce Principum et Ducum Mediolani, etc, fu estrema neces- 
sità darlo in commenda ed unirlo alla casa di S. Antonio, il che 
fu ordinato da papa Nicolò V, con bolla 13 di ottobre dell'anno 1452, 
e con lettera ducale di Francesco I Sforza, 29 di dicembre del- 
l'anno susseguente 1453 (Archivio Fondo di Beligione, cartella 
Fondi, Livelli — Commenda Abbazia di S. Antonio). 

È a sapersi, a quanto narra il Giulini, che le rendite di questi 
Frati Antoniani, colle quali mantenevano sé e gli infermi, consi- 
stevano ne' porci, che nudrivansi senza spesa del convento e lascia- 
vansi scorrere liberamente per le vie della nostra città, senza che 
alcuno osasse toccarli ; a guarentigia di ciò erano accordati al con- 
vento diritti, e venivano comminate pene contro coloro che osa- 
vano appropriarsi quelli animali. E a proposito ricorderò che nel- 
l'aiMio 1416, ai 16 di luglio, il duca Filippo Maria Visconti, dietro 
supplica di frate Guglielmo Collonelli, priore della casa e dell'ospi- 
tale di S. Antonio, pubblicò un curioso bando , che leggesi a carte 
17Ó del Codice Visconteo-Sforzesco , edito per cura di Carlo Mor- 
bio, co'l quale veniva ordinato " quod nulla persona cujus cunque 
sexus, status et conditionis existat, audeat, vel presumat aliquos, 
nec aliquem ex porcis sancti Antonij, et sub ipsius vocabulo 
nutritos et nutriendos in civitate, suburbijs et ducatu nostri Me- 
diolani, accipere, raperò, permutare, nec interficere absque licentia 
supplicantis prsedicti, sub poena florenorum viginti quinqse auri 



l'ospitale di s. nazaro in brolo. 359 

prò quolibet porcho qualibet vice; cujus poena tertia pars sit ac- 
cusatoris; alia tertia pars sit executoris; et reliqua tertia pars sit 
prsedicti supplicantis, domus et hospitalis ecclesiae predictse, con- 
trafacientibus irremissibiliter afFerendam. „ Tale grassoccio pro- 
vento fece dare a quella pia fondazione il sopranome di Ospitale 
dei Porci; e quegli animali durarono ad essere proprietà e privi- 
legio del monastero di S. Antonio, ed a vagare per la città insino 
all'anno 1548, quando il governatore Ferrante Gonzaga decise li- 
berare Milano da quella superstiziosa sporchezza (Giulini, Me- 
morie). 

L'ospitale dei Porci venne a cessare nel 1458, e, colla ben nota 
bolla di papa Pio II, del mese di dicembre di quell'anno, fu, con 
altri minori ospitali della nostra città , aggregato all' Ospitai 
Grande. 

Ad appagare per intero la curiosità del lettore, verrò per ul- 
timo a determinare la precisa situazione di questo ospizio. 

Come vedemmo, fu volontà di Rugero de Cerro che s'erigesse 
in una sua porzione di terra chiamata Brera, situata nel borgo 
di Porta Romana. Ma tal Brera, corruzione di prcedium (che 
così, dice il Fumagalli nelle Vicende di Milano a carte 258, chia- 
mavansi a quei tempi alcune porzioni di terreno cultivo, vicine o 
pur lontane dalla città), non devesi confondere coli' altra Brera, 
ch'era parimenti in Porta Romana, detta ora Via degli Orti, ed 
anticamente Brajda guasta; e ne convince i confini che lo stesso 
Rugero dà della vera Brera, confinante a mattina col flumen Sce- 
ìera, cioè il canale Seveso, il quale , benché coperto , scorre anche 
in oggi nelle vicinanze delle vie del Pesce e Larga e dell'Ospitai 
Grande; e di tal opinione sarebbe altresì il Giulini, il quale c'in- 
forma che " detto ospitale di S. Nazaro , volgarmente detto dei 
Porci, era posto tra la chiesa di S. Nazaro e quella di Sant'An- 
tonio „ e a conferma di ciò abbiamo lo stesso Francesco Castelli, 
scrittore di molto anteriore al Giulini, che nel già citato Com- 
pendium vitce Principum et Ducum Mediolani, etc, così ne descrive 
la posizione: " Ubi nunc est hospitale majus Mediolani, situata 
erat canonica S. Nazarij in Brolio, ibique prope situa tum erat 

hospitale nuncupatum Porcorum Superveniente vero duca 

Francisco Sphortia, canonicam reportavit ubi nunc reperitur; quod 
trans monasterium monialium S. Agathse quod monasterium tran- 



360 l'ospitale di s. nazaro in brolo. 

slatum fuit ad monasterium S. Agathse, prope monasterium S. Augu- 

stini Porte Novse, et exinde unitum dicto monasterio S. Augustini. 

" Dictum vero hospitale porchorum fuit in totum demolitum una 

cum dieta canonica, ibique constructum fuit hospitale maius . . . „ 



Documenti tratti daW Archivio della canonica di S. Nazaro 
in Milano ; Pergamene del secolo XII. 



Testamento del 10 di ottobre del 1127 diRugero de Cerro, con 
cui ordina la costruzione d'un ospitale con annessa chiesa, intito- 
lato a S. Nazaro (detto poi de'Porci)^ in onore di Dio e del Santo 
che riposa nella vicina chiesa omonima, dotandolo de' suoi beni : 

" Anno ab incarnatione Domini nostri Jeshu Christi millesimo 
centesimo vigesimo septimo, decimo die mensis octobris, indictione 
sesta. 

" Ego in Dei nomine Rogerius filius quondam Alberti qui dicor 
de Cerro, qui professus sum lego vivere Longobardorum ; pluribus 
dixi quisquis in sanctis ac venerabilibus locis ex suis ali quid contu- 
lerit rebus insta auctoris vocem centuplum prò eo accipiet et me- 
lius quod est, vitam possidebit eternam. Et ideo ego qui supra 
Rogerius volo et judico seu per istud meum inviolabilem, judica- 
tum confirmo ut ospitale unum ordinetur et eddificetur in capite 
de braida mea reiacentem insta burgum de laude de porta me- 
diolanense,^ et ecclesia una similiter edificetur in ipso ospitali in 
onorem dei et beatissimi martiris Nazarii, et volo et judico ut ar- 
genti denarii boni mediolanenses novi libre viginti et quinque de 
meis denariis post meum decessum deveniant in manus et potesta- 
tem Pagani qui dicitur de Bresorio et Cosa qui dicitur de Casiti 
et Romani vasalli mei qui facient ipsum laborem et ipsa eddificia 
per consilium canonicorum ecclesie sancti Nazarii ubi eius sanctum 
requiescit corpus , et per consilium Johannis fìlli quondam Mainerii 



* Non solo in questo , ma anche in altri documenti, ebbi occasione di vedere nomi- 
nato il borgo di Porta Romana, borgo di' Lodi, come accennante alla città più vicina. 



l'ospitale di s. nazzaro in brolo. 361 

cognati mei : et insuper habeant ipsi Paganus et Cosa et Romanus 
argenti denarij boni libras quinquaginta qui michi debentur a filiis 
Amizonis de Sorixina prò edificanda ipsa ecclesia. Ita ut ipsa ec- 
clesia et ipsum ospitale semper sit sub regimine et prudentia jam 
diete ecclesie sancti Nazarii ubi et semper requiescit corpus, sine 
ullo pendicio dato, et ipsi canonici cum predicto Johanne Mainerii 
et cum suis heredibus sint defensores et adiutores ipsius ecclesie 
et hospitalis, et omnium eorum possessionum , et insuper Ugo et 
Fedrigus germani ipsius Johannis sint cum ipso Johanne et cum 
ipsis canonicis defensores et adiutores ipsius ecclesie et ospitalis 
et Alberti filli mei. Et insuper volo et judico ut prati petia una 
iuris mei quod babere visus sum prope ipsam braidam est ei a 
mane flumen scolerà, a meridie sancti Petri, a monte heredum 
Alberti Burrioli , et est ipsum pratum per mensuram iustam per- 
ticas triginta vel si amplius fuerit presenti die post meum deces- 
sum deveniat in ius et proprietatem ipsius ospitalis. Jam dieta 
vero braida iuris mei et omnes case, et res territorio que michi 
pertinent per proprietatem vel per libellariam reiacentes in terri- 
torio de Laude et in Sancto Zenone, et in Mumbriono, excepto se- 
dimine quod tenebat Johannes dò Villa quod ego indicavi predicto 
Romano vasallo meo, et in Solariolo, et in Sesto, ed in loco Prada 
et Camporella, et casa cum arca eius et curte orto iuris mei quam 
habere visus sum intra civitatem Mediolani prope locum ubi di- 
citur Carrubium, est ei mane via; a meridie Ottonis Scudarii, a 
monte Ottonis qui dicitur Cagaimbaserga. 

" Jam diete omnes case et res cum omnibus honoribus earum 
presenti die et bora, deveniant in ius et proprietatem iam diete 
ecclesie sancti Nazarii ubi eius sanctum requiescit corpus et iam dicti 
ospitalis. Ita tamen ut ipso res nunquam dividantur inter ipsam cano- 
nicam et ipsum ospitale, sed semper dividant usufructus earum inter 
se pariter et equaliter per medietatem. Iterum volo et judico ut pre- 
dictus Paganus de Bresorio et sui legiptimi descendentes masculi ha- 
beant usufructum et habitationem de suprascripta casa mea de Me- 
diolano ad retinendum et salvandum eam, et ita ut persolvant fictum 
omni anno per festum Sancti Martini argentei denarii boni medio- 
lanenses solidos quindecim, medietatem ad ipsam canonicam Sancti 
Nazarii, et medietatem ad ipsum ospitalem. Et si ipso Paganus vel 
sui legiptimi discendentes masculi decesserint sine suis legiptimis 

Ardi. Stor. Lomh. — An. I. 23 



362 l'ospitale di s. nazzaro in brolo. 

_ — — ^£ . 

discendentibus masculis, statim ipse usufructus reddeat ad suam 
proprietatem : usufructus vero predictarum omnium rerum deve- 
niat in manus et potestatem ipsius Alberti fìlii mei et Oniche 
conjugis mee, faciendum ex inde donec in hoc seculo vixerint 
et donec ipsa coniux mea lectum meum custodierit, quod alio 
marito se non cupolaverit usufruptuario nomine quod voluerint. 
Ita ut dent omni anni de ipso usufructu de biava modios vi- 
ginti ad mensuram de Laude medietas de grosso et alia me- 
dietas de minuto servitoribus ejusdem ospitalis, et post decessum 
ipsius Oniche vel si aliud acceperit maritum, vel monacha efecta 
fuerit, statim sua portio de ipso fructu deveniat in ipso Alberto, 
et si ipse Albertus decesserit ante quam ipsa Onicha, habeat ipsa 
Onicha totum ipsum usufructum sicut supra legitur. Et si ipse Al- 
bertus voluerit habitare ad ipsum ospitale post decessum ipsius 
Oniche habitare deberent cum eo et vivere de suprascriptis rebus 
oneste secundum posse earum rerum de victu et vestimento Petrus 
de Mariano et Gunselmus et Anselmetus donec stare voluerint. Et 
hoc quod remanserit de ipso usufructu ab eorum retinentia divi- 
datur inter ipsum ospitale et ipsam canonicam et post ejus dices- 
sum totus ipse usufructus redeat ad suam proprietatem. Et insu- 
per volo et judico ut non sit canonicis et oficialibus predicte ecclesie 
nec servitoribus ipsius hospitalis licentia nec potestas faciendi de 
ipsis rebus ullam invasionem sed semper permaneant ipse res in 
potestate ipsius ecclesie et ipsius ospitalis prò remedio anime mee 
et parentum meorum. 

" Et hoc volo et judico, ut predicti canonici sancti Nazarii per- 
solvant omni anno de ipsis fructibus ipsarum rerum duos bonos bi- 
santios de auro ad partem ospitalis de Jerusalem et predicti servi- 
tores ipsius mei ospitalis persolvant similiter alios duos bonos bi- 
santios. 

" Et insuper faciant ipsi canonici ipso anno prò ipsis rebus an- 
nuale meum in die obitus mei et servitores ipsius ospitalis faciant 
similiter ut dixi prò mercede "anime mee. Quia sic decrevit mea 
bona voluntas. 

" Actum infra Castrum de loco Fosadolto, unde due cartule 
uno tenore scripte sunt. 

" Signum manus suprascripti Rogerii qui hoc judicatum ut supra 
fieri rogavit. 



l'ospitale pi s. nazzaro in' brolo. 363 

" Signum manuum Oldonis qui dicitur Cazola — Grimeriì qui 
dicitur Augustinus — Omobelli de Panteliate — Pagani de Solta- 
rego — Tedaldi de Pisina — Vualterii qui dicitur Saccus — Jo- 
hannis qui dicitur Piricolum testium. 

" Ego Yuifredus causidicus interfui et subscripsi. 

" Ego Anselmus Notarius Sacri Palatii scripsi post traditam, 
compievi et dedi. „ 

IL 

Rinuncia d'Onica de Mainerio all'usufrutto lasciatole da suo 
marito fu Rugero de Cerro, a favore di Eichelmo, prevosto della 
chiesa e canonica di S. Nazaro: 

" Anno Dominice incarnationis millesimo centesimo trigesimo 
secundo, mense marcii, indicione X. 

" Tibi Richelmo presbitero ac preposito ecclesie seu canonice 
Sancti Nazarii ad corpus, constructe foris non multum longe a ci- 
vitate Mediolani. Ad partem prefate canonice Sancti Nazarii, et 
ad partem hospitalis quod dicitur Rogerii de Cerro constructi 
Laude. Promitto atque spondeo me ego Onicha relieta quondam 
suprascripti Rogerii de Cerro, que professa sum vivere Longobar- 
dorum, michi cui supra Oniche consenciente Johanne qui dicitur 
Mainerii de predicta civitate Mediolani, germano et mundualdo meo 
dato michi in hoc negocio ab Arialdo qui dicitur Bucardo judice 
et misso domini tercii Lotharii regis. Eo tenore sicut hic subtus 
legitur, ita ut a modo in antea ullo unquam mutatione tempore 
non sit michi qui supra Oniche nec meis heredibus nec nostre su- 
misse persone per ullum vis, ingenium licencia vel potestas agendi 
vel causandi placitum vel aliquam intencionem comovendi perciò- 
nem vel divisionem requirendi centra te qui supra Richelmum pre- 
sbiterum prepositum, nec centra tuos successores nec centra cui 
vos dederitis, nec centra partem ipsius canonice, nec centra par- 
tem isti hospitalis. 

" Nominative de tote usufructu ilio quod michi ordinavit ad ha- 
bendum prenominatus quondam Rogerius de Cerro qui fuit vir 
meis, de omnibus casis et rebus territoriis illis proprietariis et li- 
bellariis quas iudicavit ipso Rogerius prefate Ecclesie Sancti Na- 
zarii et predicto hospitali reiacentibus tam prope Laude, quam in 
aliis quibuscumque locis et inneis territoriis infra hoc ytalicum 



364 I/OSPITALE DI S. NAZZARO IN BROLO. 



regnum per omnia sicut judicavit ipse Rogerius eidem ecclesie Sancti 
Nazarii, et prenominato hospitali, qualiter legitur in cartula ipsius 
indicati omnia et innomnibus quantum ipse usufructuarius inveniri 
potuerit de rebus illis tam propriis quam libellariis ubicumque in- 
veniri potuerint infra hoc ytalice regnum quas ipse Rogerius iudi- 
cavit prefate ecclesie et bospitalis in integrum, dicendo quod mi- 
cbi exinde alliquid pertineat de ipso usufructu vel pertinere aut 
advenire debeat per scriptum aut sine scriptum per judicatum vel 
per quamlibet racionem aut modum quod dici vel cogitari possit, 
sed a modo innantea omni tempore tacita et contenta exinde esse 
et permanere debeamus. 

" Ideo si a modo innantea alliquo tempore ego qui supra Onicba 
aut mei heredes vel nostra summissa persona contra te qui supra 
prepositum aut contra tuos successores vel contra cui vos dede- 
ritis aut contra partem iam diete ecclesie vel bospitalis de infra- 
scripti usufructu, in partem vel in toto agore aut causar! presump- 
serimus vel per placitum cum quam fatigaverimuS et omni tem- 
pore ut supra legitur taciti et contenti non permanserimus, vel si 
aparuerit ullum aliut datum aut factum cui in alia parte dedis- 
sem aut fecissem claruerit, tunc conponere debeam ego que supra 
Onicba et contra quem egero, nomine 'pene argenti donarli boni 
libras centum, et insuper exinde tacita et contenta esse et per- 
manere debeam. Et ad hanc adfrimandam (sic) promissionis car- 
tulam accepit ego que supra Onicba a te iam dicto proposito ex 
parte iste canonico et bospitalis exinde launecbild croxinam ^ unam 



* Il LaunecMldf parola affatto longobarda, secondo il Ducange, era recijarocum dó- 
num, seu pretiiim quodammodo rei donatos. I padri cistcrciensi ne danno una più 
estesa definizione, che qui amo trascrivere per intero : « Furono singolari i Longo- 
bardi e i seguaci delle leggi longobardiche, nelle donazioni, o più tosto nel com- 
penso da darsi dal donatario al donatore, e nella maniera di darlo. A tenore dunque 
di tali leggi, per la valida sussistenza delle donazioni, il donatario esimer non si poterà 
da un compenso al donatore, il qual compenso in longobardico idioma era detto laune- 
cMld, launichil, o launichild, o launegild: tutti termini sinonimi. Ridueevasi questo 
ad- una veste o ad un pallio crosna e mastruca chiamato .... Qualche volta vi si è 
sostituito un cavallo, un pajo di guanti, manizi» detto spesso nelle nostre pergamene, 
un anello d'oro, od altra simil cosa, o pur anco denaro. Per più secoli ha sussistito 
presso i Longobardi il launechild nelle donazioni; e qualche vestigio se ne incontra 
nelle carte eziandio del secolo terzodecimo : se non che, negli ultimi tempi, invece della 
crosna, consegnar si soleva il lembo soltanto di essa, e questo non già col ritagliar- 
nelo dal resto, ma, come Sembra più verosimile, col metterlo semplicemente nelle mani 
del donatore, e col ritrarnelo da poi. » Antichità Longohardico-Milanesi, Dissertaz. 22.» 
tomo II, pag. 368. 



l'ospitale di s. nazzaro in brolo. 365 

et insuper argenti denari boni Mediolanenses libras quadraginta ; 
quia sic inter nos convenit actum suprascripta civitate Mediolani : 
signum manus suprascripte Oniche qui hanc cartulam promissionis 
ut supra fieri rogavit. 

" Signum manus suprascripti Johannis, qui mondoaldus estitit 
ut supra et eidem Oniche consensit et in hanc cartulam manus 
posuifc. 

" Signum manuum Landulfi Trasoni — Guitardi de Camerario 
— Johannis de Arberti — Anselmi Mantegazio — Aterradi filii 
suprascripti Johannis Mainerii et Fedrici fratris ipsius Oniche et 
Lanfranci testum: ibi statim presentibus ipsis testibus dedit gua- 
diam ipso Johannis Mainerii eidem preposito ad parte suprascripte 
canonico et hospitalis qui faciet eandem Onicham sororem suam 
stare et permanere tacita et contenta in suprascripta fine sicut 
superius legitur: et finemfecit sino omni expcetione mundualdi vel 
dicendo qui fa cere non potuisset: ed ita posuit fìdejussorem supra- 
scriptum Fedricum fratrem suum qui obligavit omnia pignora sua 
suosque heredum usque in penam de librarum quinquaginta ar- 
genti denarii boni Mediolani. Quia sic inter eos convenit. 

" Ego Ardericus notarius ac iudex scripsi post traditum com- 
pievi et dedi. 

" Ego Petrus Notarius Sacri Palatii autenticum hujus exempli 
vidi legi et sicut in eo continebatur sic in isto legitur exemplo 
extra litteras plus minusve. 

" Ego Albertus Notarius sacri Palatii autenticum hujus exempli 
vidi et legi et sicut in eo continebatur sicut in isto legitur exem- 
plo extra litteras plus minusve. 

" Ego Musso Notarius sacri palatii autenticum hujus exempli 
vidi et legi et sicut in eo continebatur sic in isto legitur exemplo 
extra litteras plus minusve. 

" Ego Vasallus Notarius et judex autenticum hujus exempli vidi 
et legi et hoc exemplura, ex autentico exemplari et sicut in eo 
continebatur sicut in isto legitur exemplo extra literas plus mi- 
nusve. „ 

Dott. C. Casatl 



AECHIYJ. 



La furiosa gragnuola lanciatasi su Milano il 13 giugno, fece ca- 
vare dall'Archivio genovese (Milano^ mar^o 8. Vedi Giornale Ligu- 
stico, luglio), la memoria d'un' altra pur a Milano del 1667. Gio- 
vanni Battista Fieschi, agente della Signoria di Genova, scriveva 
a questa il 7 agosto di quell'anno. 

" Sereniss. Sigg. — Venne li giorni passati qua in Milano una 
tempesta tanto fiera, che a memoria d'homini non si è mai vista 
tale; ha rotto tutti li tetti, invetriate ed ogni altra cosa dove ha 
potuto colpire, e particolarmente verso la porta che domandano 
Vercellina, dove resta il convento di S. Francesco, e congiunto a 
quello la Scola della Natione Genovese, fabbrica assai bella e grande, 
come a qualch' uno de Loro Signori Serenissimi doverà esser noto. 
In essa si celebra la Santa Messa con farsi altre devotioni dai no- 
stri Genovesi; ma come che la maggior parte sono povera gente, 
non è possibile poter da essi cavare quel danaro che bisogna per 
ristaurare il grosso danno che ha ricevuto la detta Scuola, che non 
sarà bastante lire 1400; e perchè conviene ripararvi subito, men- 
tre che le acque, penetrando su la vòlta, con facilità potrebbero 
farla cadere, si è andato pensando non esservi altro modo che di 
ripartire la detta spesa sopra i redditi che qua si scuodono, che 
verrà ad essere ad ogn'uno in particolare cosa di un terzo per 
cento incirca sopra li frutti. Ne ho voluto dar parte a W. SS. 
Serenissime come Padroni che sono dell' istessa Scuola, acciò quando 
così Le paia accettato, possine confermarmelo con loro benigni 
comandi... „ 



ARCHIVJ. 367 



L' illustre prof. Gregorovius pubblicò una Storia di Lucrezia 
JSorgia, divisa in due parti : Lucrezia a Roma, Lucrezia a Modena ; 
con 59 documenti dall'anno 1482 al 1519. L'edizione è illustrata 
da finissima incisione di una medagUa rappresentante la Lucrezia, 
e da tre fac-simili degli autografi di Alessandro papa Borgia e de' 
suoi due figli Cesare e Lucrezia. E lavoro che merita studio ac- 
curato ; qui ci basti accennare come il Gregorovius dice, che " gli 
Archivj di Modena e di Mantova sono tesori inesauribili, special- 
mente per la storia del rinascimento. Ma la messe più ricca mi fu 
data dall'Archivio di Stato degli Estensi in Modena. Ne è diret- 
tore il cav. Cesare Foucard. Quest'uomo distinto si adoperò al mio 
intento con una sincera liberalità, degna di un successore di Mu- 
ratori in queir ufficio. Egli mi agevolò il lavoro sotto ogni aspetto. 
Per mezzo di un giovane impiegato (il dott. Ognibene) fece dap- 
prima ordinare le voluminose filze della corrispondenza diploma- 
tica che mi poteva riuscir utile di consultare, e mi coadjuvò in 
seguito con esemplari dei documenti. Se, sotto tale riguardo, questa 
mia opera possedè qualche merito, ne appartiene non piccola parte 
alla liberalità del signor Foucard „. 

Se il dotto tedesco si fosse rivolto anche all'Archivio milanese 
vi avrebbe raccolto non iscarsa messe, sovente nelle relazioni de' 
nostri ambasciadori parlandosi degli atti di Alessandro VI e della 
sua famiglia. 

ARCHIVIO DI STATO MANTOVANO. 

L'Archivio storico, cioè di tutta la parte antica, fu dal Governo 
austriaco ceduto al Comune: quello di Stato rimonta solo al 1868. 
È posto nell'antico Castello, fatto costruire, da Francesco Gon- 
zaga IV capitano, a capo del ponte S. Giorgio, e murato nel 1395 
sopra disegno dell'architetto Bertolino da Novara. 

I documenti che lo costituiscono, partono dallo scorcio del pas- 
sato secolo, ed arrivano a noi. 

Si dividono in 

Delegazione civile austriaca dal 1799 al 1801 

Commissarj di Governo dal 1801 al 1802 

Amministrazione dipartimentale del Mincio . . . dal 1801 al 1805 



368 ARCBIVJ. 



Prima Prefettura del Mincio dal 1802 al 1805 

Magistrato alle acque dal 1804 al 1816 

Seconda Prefettura del Mincio dal 1805 al 1816 

Viceprefetture di Revere e Castiglione delle 

Stiviere dal 1805 al 1815 

Commissione di verifica dei titoli degli utenti, 

Intendenza politica e Prefettura, 1787-1791 e dal 1804 al 1813 

Ufficio del Registro dal 1806 al 1815 

Delegazione provinciale dal 1816 al 1866 

Congregazione provinciale dal 1816 al 1862 

Commissariato distrettuale dal 1820 al 1870 

Case di Ricovero e d' Industria dal 1819 al 1821 

Commissione pei feudi improprj dal 1834 al 1838 

Ufficj di Commisurazione di Mantova e Revere dal 1850 al 1865 
Commissione per l'imposta sulle rendite. ... dal 1851 al 1869 

Polizia dipartimentale e provinciale dal 1801 al 1842 

Casa di pena dal 1845 al 1860 

Governo nazionale dal 1866 al 1868 

Gridario cronologico e per materia dal 1787 al 1874 

Bollettini delle leggi e decreti dal 1840 al 1874 

Tribunali dal 1780 al 1814 

Ingegneri e periti dal 1740 al 1872 

Regolamenti in materia d'acque dal 1200 al 1866 

Trattati in materia d'acque e confini, scoli del 

Viadanese dal 1497 al 1788 

Tartaro-visite dal 1764 al 1834 

Municipalità di Bozzolo dal 1787 al 1801 

Prefettura dell'alto Po .dal 1801 al 1805 

Una ricca biblioteca vi fu or ora ceduta da quella Prefettura. 

Oltre i documenti del Governo repubblicano, del primo Regno 
d' Italia e dell' epoca austriaca, ed i pochi cbe si hanno del Go- 
verno nazionale, meritano speciale menzione i documenti della 
Delegazione civile austriaca, fra i quali non pochi relativi alle 
vicende dei prigionieri di Stato, ed altri che danno idea precisa 
delle condizioni di Mantova in quel tempo. 

Per la serie dei Tribunali, in ben conservati volumi sono regi- 
strate le sedute dell'Aula criminale, dall'anno 1790 al 1814; in 
un volume, detto Memoràbili^ è raccolto quanto d'importante ve- 



ARCHI VJ. 369 



ni va emanato nella parte legislativa dal 1778 al 1787. In cartelle 
separate si ha il seguito; il tutto elencato. Questi documenti sta- 
vano nelle cartelle in disordine, talché ritenevasi avessero a par- 
tire solo dal 1790, mentre frammisti si rinvennero processi ed 
atti anche del 1760, e perfino dell'epoca dell'ultimo duca Fer- 
dinando Carlo, cioè dal 1666 al 1707. 

Vanno pur ricordate la serie " Intendenza politica e Prefettura^, 
pei documenti relativi alla verificazione dei titoli degli utenti acque 
del Mantovano; 

La Raccolta dei regolamenti in materia d' acqua e d' argina- 
tura del Mantovano, ed i Trattati conchiusi sia per regolare la 
distribuzione dalle acque irrigue, sia per determinare i confini del 
già ducato di Mantova cogli Stati limitrofi; fra questi ultimi vo- 
glionsi segnalare i processi costruttisi nel 1724-25 per definire le 
questioni territoriali tra questo ducato e quello di Modena; que- 
stioni rinnovellato di sovente, e rese tacite solo nel 1824. In tali 
processi si trovano allegati, parte in copia autentica, e parte in 
originale, i seguenti preziosi documenti: 

Privilegium monasterij Sanctoe Julice Brixice, factum per Be- 
siderium regem Longodardorum , cum donatione Cicognarce, 4 ot- 
tobre 760; 

Privilegium Henrici ImpJ^ IV confirmans anteriora privile- 
gia iniperialia concessa Epo~ et Epitui'^ Cremonoe, respicentia te- 
loneiim Pontaticum, ecc. in capite Addoe, 17 cai. Julii 1058, per 
non dire dei molti altri pure importantissimi. 

Per la cura e l' interessamento dell' illustre uomo che in oggi 
sovraintende agli Archi vj lombardi, questo di Mantova è per es- 
sere arricchito in breve di una importante collezione di Gride dal 
1400 circa al 1797, e della collezione completa delle leggi dal 
1802 ad oggi. 

G. BONOLLO. 

ARCHIVIO DI BRESCIA* 

Sono pur troppo noti i disastri accaduti a questo Archivio prima 
del 1852, quando pare che di quasi 19,000 fasci non rimanessero 
che 5771. Il noverarli non sarebbe che un inutile rimpianto su 
mali irrimediabili ; in mezzo però a tanto vandalismo torna conso- 



370 ARCHIVJ. 



lante che molti degli atti già appartenenti a questo Archivio (che 
rimontava al 1037 e forse anche più addietro, e che sarebbe stato 
uno dei più utili agli studiosi delle storie patrie) vennero disse- 
minati per varj istituti e varie città; che ne furono concessi alla 
Biblioteca di Brera e all'Archivio di Stato in Milano, e al Muni- 
cipio di Brescia: altri ne furono acquistati dalla Biblioteca Qui- 
riniana, dove almeno sfuggono alla inonorata sorte della carta 
da rifiuto. 

Malgrado tale sperpero, vi sono ancora circa 150 Registri di 
ducali provvisioni e sentenze che , ove fossero raccolte in un 
indice generale, potrebbero dare materiava qualche studio, -e cor- 
rispondere a qualche interesse particolare. Il presente incaricato 
è riuscito a fare l' indice di sette od otto di quei Registri. Vi 
sono inoltre 378 mazzi dell'Archivio territoriale, che contengono 
documenti antichi di Comuni e di famiglie; ma anche quegli atti 
dovrebbero essere esaminati ed elencati. Il dirigente ha potuto in 
diverse circostanze somministrare documenti antichi che non si 
erano mai rinvenuti, e soddifare alle ricerche di studiosi, come il 
maggiore Angelucci di Torino e l'ufficiale Cesare Quarenghi, che 
n' ha estratti circa 300 documenti risguardanti le armi e le di- 
scipline militari, e ha pubblicati due opuscoli sulle fonderie bre- 
sciane e sull'ordinamento delle Cernide. Anche il cavalier Gabriele 
Rosa assai frequente si presenta a fare investigazioni storiche, 
che poi dissemina sui giornali. 

Alle difficoltà delle investigazioni dei documenti antichi si ag- 
giungono quelle per rinvenire le posizioni amministrative. I ver- 
samenti che dalla cessata Delegazione provinciale e dalla regia 
Prefettura si fecero in diverse epoche, non lo furono mai completa- 
mente, lo perchè molte ricerche rimangono inevase. 

La regia Intendenza di finanze ha fatto, lo scorso anno, uno 
scarto grandissimo de' suoi atti, pel quale andarono perduti da 
200 registri delle corporazioni religiose. Ciò argomentiamo dal- 
l' essersi, nel 1869, offerto dalla Direzione demaniale di versare 
800 cartelle di atti e 400 registri di antica data, mentre il ver- 
samento ora fatto è di 114 cartelle e circa 200 fra libri e re- 
gistri. È una parte alla quale si dà ora attenzione. 

Frattanto si accenna che si hanno 30 Registri di feudi della 
Mensa vescovile, che rimontano al 1336; del monastero di Santa 



ARCHIVJ. 



371 



Giulia diversi registri in pergamena, fra cui uno che comincia 
dal 1305; antiche pergamene del convento di S. Faustino: si rin- 
vennero gli annali del convento di S. Francesco dal 1265 ; quelli 
del monastero di Santa Chiara dal 1175, e quelli del monastero 
dei Santi Cosma e Damiano dal 1127. 

Oggi quell'Archivio contiene cartelle 4342; mazzi 1441; proto- 
tocolli 285; registri 235; indici 49; volumi 72; in totale 12159 
pezze. 



NOTIZIE 



La Società Storica Lombarda tenne il giorno 6 luglio un'adu- 
nanza nella nuova sala, allestitale dalla Giunta municipale a S. Car- 
poforo. Il presidente Cantù annunziò molte prove di simpatia venu- 
tele dall'Istituto di Francia, dalla Società Storica Elvetica, e anche 
da paesi italiani. Cresciuto il numero degli associati al giornale, spera 
poterlo ridurre bimensile. Annunzia altre Società storiche, isti- 
tuitesi di recente a Bergamo, a Como, nella Terra di Bari. Furono 
accettati nuovi socj, che, oltre la principessa Margherita di Savoja, 
sono il conte Salvadego di Brescia, il deputato Robecchi, il conte 
Mojana, Cesare Regazzoni di Cassano, Antonio Vismara, avvocato 
Bellocchio, Affisio Hortis di Trieste. Il pittore Bertini ha disegnato 
lo stemma della Società Storica, e rappresenta il Carroccio. 

Si è costituita a Parigi una Società deìV Oriente latino per pub- 
blicare documenti non compresi nel Becueil des Historiens des Croi- 
sades, e principalmente itinerarj e giornali di pellegrinaggi in Terra- 
santa, che ognun sa quanta luce portino alla geografìa, e talvolta 
alla storia anche della nostra penisola e delle nostre colonie. Vi 
saranno testi dal 300 al 1400, ed altri rarissimi dal 1400 al 1600, 
anche italiani; poesie, lettere storiche, cronache inedite, progetti 
di crociate. 

La Società è composta di 40 membri titolari, il qual titolo può 
acquistarsi anche da istituti scientifici, e porta il contributo di 50 
lire annue, oltre 350 soscrittori che ne pagano 15. 



NOTIZIE. 373 



Les Sociétés secrètes et la société, oii la PMlosophie de Vhistoire 
contemporaine par l'auteur du Manopole universitaire. Avignon, 
1874. Tre volumi, in corso di stampa. 

La rivoluzione dei Ciompi a Firenze nel 1378 è una vera rivolu- 
zione sociale e operaja, che si intende meglio or che di simili ne 
abbiamo sottocchio, nella lotta del salariato coll'intraprenditore; 
lotta suscitata o avvivata da alcuni combricolaj, e che si mani- 
festa con sintomi spaventosi. E appunto le somiglianze della odierna 
quistione operaja con quella de' Ciompi, la più curiosa e più ter- 
ribile fra le molte di Firenze, fif tolta in esame dal signor Simonin 
all'Istituto di Francia, valendosi non solo dei notissimi commen- 
tarj di Gino Capponi e del racconto del Machiavello che, preoccu- 
pato della storia romana, non ci vide che la rivolta della plebe 
contro i cittadini , come prima avea descritto quella de' cittadini 
contro i grandi: ma di carte dell'archivio, e delle osservazioni sulla 
natura umana. 

Nelle Nuove effemeridi Siciliane il professor Di Giovanni trattò 
" degli imitatori del libro De Consolatione TMlosopliicB di Severino 
Boezio. „ Fra questi ha principal luogo Albertano da Brescia, il 
quale nell' II de' suoi trattati morali, intitolato Bella Consolatone 
e de' Consigli^ scritto probabilmente " quand' egli era nella prigione 
di messer lo 'mperadore Federigo „, suppone una brigata d'amici 
e nemici , giovani e vecchi, " attorno a madonna Prudenza, il cui 
dialogo è tutto sostenuto da sentenze di filosofi pagani e di dot- 
tori cristiani. „ 

Di questa bellissima allegoria si ha una versione italiana fin del 
1268, fatta da Andrea da Grosseto, e pubblicata il 1873 dal Selmi 
nella Collezione di testi di lingua di Bologna ; già conosceasi la ver- 
sione di Gofredi del Grazia del 1275 e quella pubblicata dall'In- 
ferigno. 

Ora poi, in occasione di nozze, monsignor Fé stampò (Brescia, 
1874) un sermone inedito di Albertano Giudice, preceduto da un 
buon discorso sugli studj del medioevo, e sopra questo suo con- 
cittadino, dandone e le vicende e il catalogo delle opere e delle 
edizioni. Pel sermone poi si valse del codice quiriniano, ma confron- 
tandolo con altri, principalmente della Vaticana. 



374 NOTIZIE. 



Anche Thor Sundey (Copenaghen, 1873, in-8) pubblicò: Albertani 
Brixiensi liber consolationis et consilii ex quo hausta est fabula 
Mélihei et Prudentioe. 

Il signor Felice Dahn, professore a Monaco, autore della vasta 
opera Die Kònige der Germanen, inserì nella Allgemeine Zeitung 
del 1872 un articolo Theodorich und Odovacar, 

M. de Boislisse pubblicò un volume di 789 pagine: La Chambre 
des comptes de Paris. E insomma la storia della giurisdizione delle 
finanze prima del 1789. Noi pure potremmo, spogliando i nostri 
Archivj, far quella storia fino al rinnovamento del 1860. 

Si annunziano studj sulla Divina Commedia del prof. Antonio 
Gualtero De Marzo. Egli trova meschino e insulso il pretendere di 
commentar Dante con Dante. " Il poema di Dante si può intendere 
e commentar solo con la storia de' tempi suoi e con la ragione „ . 
Saranno 3 volumi, e il primo costa L. 70. 

All'Istituto Veneto il prof. Matscheg dà la storia politica d'Eu- 
ropa dalla morte di Carlo VI fin al trattato d' Aquisgrana. 

Sono un elemento delle cognizioni preistoriche i nomi di paesi, non 
ancora ablbastanza studiato. Ippolito Cocheris, conservatore della 
biblioteca Mazzarina; stampò or ora a Parigi Origine et formation 
des noms de ìieu, lavoro interessante per la letteratura non meno 
che per l'archeologia, e che meriterebbe un riscontro in Italia. Un 
buon saggio ne ha dato già il prof. Flechia nella dissertazione lin- 
guistica Di alcune forme di nomi locali delV Italia Superiore (Torino, 
1871), dove sono corretti molti pregiudizj eruditi, e date etimo- 
logie positive intorno ai nomi di molti paesi della Lombardia. Sap- 
piamo che ora si occupa dei nomi de' paesi meridionali. 

Agostino Theiner, oratoriano, nato a Breslavia il 1804, mancò ai 
vivi il 10 agosto di 72 anni. Era archivista secreto del Vaticano, 
donde trasse preziosi documenti per fare la continuazione degli An- 
nali ecclesiastici; la Storia di Clemente XIV; il Codex diploma- 
ticus domimi temporalis S. Sedis; Considerasioni sui due Concilj 
generali di Lione e di Costanza intorno al dominio temporale della 
Santa Sede^ e potè dispiacere al partito papale e al contrario. 



NOTIZIE. 375 



La mòrte tolse un altro luminare delle scienze storiche, Guizot. 
Nota è la splendida e fortunosa sua carriera, e come tentasse im- 
pedire da ministro la libertà di scivolare nella democrazia livella- 
trice, e da polemico il trionfo del razionalismo in quella parte 
che Calvino avea lasciato sopravvivere della Chiesa: non riuscì 
all'uno né all'altro intento. Come dottrinario, va per rigor di lo- 
gica allo sbaglio, e tale fu il credere che, nel 1830, la Francia 
riprodurrebbe la vicenda dell' Inghilterra, quando nel 1688 alla 
Casa regnante sostituì quella di Nassau. Assoluto in età scettica, 
rigido nel discorso come nella persona, potea alla tribuna prender 
quel tono affermativo, impossibile a chi manca di convinzione. Per- 
tanto i suoi discorsi aveano sempre quella dignità seria, taluno dirà 
pedantesca, ma che ispira rispetto fin all'opposizione più scapigliata. 
L' accusarono di non essersi dichiarato per nessuno de' partiti estre- 
mi, e in fatto né precipitossi al repubblicano né si prosternò al- 
l'imperiale: ma, caso rarissimo, perduto il potere nel 1848, non 
perdette l' autorità. Come storico, vide V importanza del medioevo, 
e traverso a questo cercò i progressi continui della civiltà europea. 

Fin air età di 87 anni conservò le facoltà intellettuali senza 
sentir gli oltraggi della caducità, e recammo una lettera ove, con- 
gratulandosi della fondazione della nostra Società Storica, annun- 
ziava di star compiendo la Storia di Francia narrata a* suoi ni- 
potini, e volere poi metter mano a una Storia universale. Questo è 
morire sul campo. 

C. C. 



DOMANDE E RISPOSTE. 



Domanda, Egregio sig. Cantù, Imitando G. Rosa, chiedo an- 
cli'io all'amico Direttore dell' Archivio una notizia delle pergamene e 
de' documenti storici cremonesi, che in esso s'acchiudono. M'assicura 
il prof, e cav. Baroli, che, colla soppressione delle corporazioni reli- 
giose cremonesi, entrarono in esso Archivio molte pergamene e carte 
antiche, che probabilmente saranno state poste nel Fondo di reli- 
gione altrove. Come cremonese, e non avente oramai altra missione 
che quella di preparare ai giovani miei concittadini, se non esempj 
storici, almeno gli elenchi o i materiali per illustrare le nostre storie 
municipali, non sarà risguardata da Lei inutile la mia ricerca. Bensì 
a me corre l'obbligo di ringraziarla per l'incomodo e la noja che 
Le reco. 

Mi abbia sempre per suo deditissimo 

Dott. ROBOLOTTI. 

Bisposta. Si mandò questo prospetto delle pergamene, qui per- 
venute da Cremona. 

N. N. della 
PROVENIENZA. delle perg. cassa. 

Barnabiti . 12. j 

Cattedrale 534. ? 44. 

Collegio de' Notaj 36. ) 

Domenicani 500. - 45. 

Da riportare, . Pergamene N. 1,082. 



DOMANDE E RISPOSTE. 377 



lUporto . . Pergamene N. 1,082. 

Sant'Agostino 300. - 46. 

Sant'Antonio 129. ì 

San Bartolomeo 112. ? 47. 

Sant'Ilario 87. ) 

San Francesco 586. - 48. 

San Lorenzo 424. - 49. 

Santa Lucia 6. 

Santa Maria 63. 

Santa Maria del Castello .... 38. 

San Salvatore 5. ) 50. 

San Vincenzo 8. 

San Vittore 21. 

Varie 291. 

Santa Monica #529. - 51. 

Pergamene N. 3,681. 

Oltre di ciò, l'Archivio abbonda di notìzie intorno a città cosi 
importante, sparse nelle diverse categorie. Nella raccolta che si 
va facendo di documenti appropriati alla storia de' diversi Comuni 
italiani, e specialmente lombardi, due intere cartelle sono riempite 
con alcuni statuti e carte relative a Cremona, massime durante 
il dominio spagnuolo. 

Domanda. Fin a qual tempo, dalle carte di questo Archivio 
di Stato si trova fatta la professione di legge longobarda. 

Bisposta. È difficile determinare qual sia il più recente do- 
cumento ove si professi di vivere a legge longobarda: ma gli ul- 
timi che finora trovammo sono i seguenti; tutti e tre concernenti 
la provincia bergamasca. 

1° In un atto pagense del 12 dicembre 1398, rogato dal no- 
tajo Bertramo de Rota, Giacomo detto Moscone, figlio del fu 
Danesio de Rota, abitante nella valle di Pontida, qui professus 
fuit se Lege Longumbardorum vivere, di anni diciotto o ad un 
dipresso, investe a titolo di locazione perpetua, colle solite forme, 
Oprando detto Belintramo, figlio del fu Alberto de Rota di Val- 
dimagna, abitante in Gronfalegio, di due pezzi di terra con selva 
posti nel territorio di Palazzago, l'uno al luogo detto la Foppa di 

Arch, Stor. Lomh. — An. I. 24 



378 DOMANDE E RISPOSTE. 



Maico, il secondo alla Foppa di Amedeo: di due altri pezzi di 
selva situati nel territorio di Gronfalegio, uno alla Foppa dei Ko- 
sj, e l'altro alla Riva; di un ultimo pezzo di terra aratoria con 
viti, prati, bosco, muri, cortili, con diverse case lastricate, coperte 
di paglia e munite di solaj. L'investito viene obbligato a pagare 
annualmente, in nome dell'investitore, due staja di castagne peste 
e ventidue denari al convento di S. Giacomo di Pontida, oltre il 
fitto annuo di L. 6 imp. a detto Giacomo de Rota investitore e 
suoi eredi in perpetuo. 

2° Con altro atto pagense del 3 maggio 1420, rogato dai 

notaj Arnoldo del fu e Nicolao de Airoldi, Giovanni figlio 

del fu Giacomo detto Lupo da Locatello abitante a Locatello in 
Valdimagna, qui professus fuit se lege Longunibardorum vivere^ in- 
veste con perpetua locazione Pietro e Bonadeo de Roncalli di Piaz- 
zalunga di un peaeo di terra a campo e prato, con viti, più generi 
d' alberi, e la di terza parte un fabbricato con due case lastricate 
e con due portici et uno casello db igne. L'investito deve pagare 
al monastero di S. Giacomo di Pontida annualmente il quarto del 
prodotto in grano, cioè sedici staja di frumento, miglio, segale e 
panico, buone, belle, secche e ben ventilate, con giusta misura, 
oltre L. 6 imp. da pagarsi in perpetuo all'investitore e suoi eredi 
il giorno di S. Martino. 

3° In un terzo atto pagense del 5 ottobre 1422, rogato dal 
notajo Alberto Giovanni Vitale Arrigoni, Pietro ed Antonio detto 
Rappa, figli del fu Giovanni di Locatello in Valdimagna, vescovado 
di Bergamo, qui professi fuerunt se lege vivere Longumhardorum, 
investono a titolo di perpetua locazione Pietro e Bonadeo del fu 
Lafranco del fu Pasino de Roncalli di Valdimagna di un pezzo di 
terra aratoria con viti e bosco, posto in valle S. Martino, con ob- 
bligo agli investiti di pagare annualmente alla festa di S. Martino 
L. 5 imp., ed inoltre di offrire al monastero di S. Giacomo di Pon- 
tida la quarta parte del grano prodotto. 

Enrico Casanova. 



BIBLIOGRAFIA, 



FIABE. 



Questo alzarsi e probabile arrivare del popolino, che sarà il ca- 
rattere, e forse la benedizione, forse il flagello del secolo nostro, 
è annunziato anche dalla cura che i dotti si prendono ^e' suoi par- 
lari e delle sue tradizioni. Siccome tanti ora studiano i dialetti con 
ben altro intento ed altra sapienza che mezzo secolo fa , cosi si 
raccolgono (e chi scrive fu tra i primi) le canzoni popolari, e le 
leggende che corrono tra il volgo. E come i filologi rinvengono 
l'etimologia di parole e di frasi plateali fin nell'India, così Benfey, 
Max Muller, Grimm, Mejer, Zingerle, e dietro a loro molti altri, 
a gran rinforzo d'erudizione, seppero indicare sapienza, bellezze, 
allusioni, filosofia, psicologia, attraverso all'ingenua e capricciosa 
fantasia di racconti da veglia, a cui non s'era fatto che sorridere. 
Singolarmente faticarono a indicare la concordanza di questi esempj 
in paesi diversissimi, e soprattutto nell'India, la culla d'ogni dot- 
trina e d'ogni civiltà. 

Quel che più ne risulta è che noi siamo sterili d'invenzione an- 
che in questo, giacché da lontani paesi abbiamo ricopiato e il 
Giovannino senza paura^ e le tre melarancie, e Vuccellino hello hello ; 
che più? il Meneghino che porta un bambino all'ospedale e torna 
con due. 

Il Sainte-Beuve diceva che l'autore dei Contes d'un huveur de 
Mère " avea fatto bene a metter del suo nelle leggende e nei rac- 
conti popolari. Se pur non si voglia raccogliere semplici radici per 
la scienza pura e per la storia delle origini, così bisogna fare chi 
voglia correre per le mani ed esser letto „. 



380 BIBLIOGRAFIA. 



Tale sistema è affatto repudiato da quei non pochi che ora 
cercano appunto la origine dei popoli nelle tradizioni volgari e nei 
dialetti: scienza nuova, che promette largamente se guardiamo al- 
l'ardore e alla sapienza di quei che si sono messi a coltivarla. Io 
non mi ci confondo, né vo* dolermi che tanta scienza siasi adope- 
rata sopra racconti piuttosto puerili che popolari, e non espressi 
con arte, bensì con una bonarietà che non sempre qualificherei 
di naturalezza. 

Già di tali fiabe s'erano pasciuti anticamente il Cunto de li Cunti, 
le Fiacevoli notti dello Strapparola, il Pentamerone, il Malespini, 
il Gabrielli, l'Anisio ed altri raccoglitori di facezie, diporti, motti, 
buffonerie, detti e fatti ^, novelline, insalata, mescolanza. 

Modernamente avemmo le Novelline di S. Stefano di Calcinaja 
del De Gubernatis; le Streghe, leggende popolari veneziane, raccolte 
da Domenico Bernoni, e le sue Credente popolari. Della Biblioteca 
delle tradizioni popolari siciliane, per cura di G. Pitrè, i voi IV, 
V, VI, VII contengono fiabe, novelle, racconti, ed altre tradizioni 
popolari, che sono da 300 colle varianti. 

Più da vicino ci tocca la Novellala milanese, esempj e panzane 
lombarde raccolte da Vittorio Imbriani (Bologna, 1872), e davvero 
ci sentiamo ricondotti alla nostra puerizia nel leggere questi rac- 
conti, non solo col fondo, ma colle forme di quella ingenuità in- 
colta, ma viva, figurata, drammatica, nel dialogo, nei passaggi, nelle 
voci stesse del dialetto. Poiché son veramente in dialetto milanese 
queste fiabe, che l'autore dice aver raccolte esattamente dalla viva 
voce di narratrici. 



* Il Cornazzano racconta questa novellina: 

« Un moderno milanese, dicto Petro de Pusterla, al re di Francia legato del duca 
Francesco per cose molto tediose a lui, intendendo che il re e tutti li Franzesi diceano 
poco bene di gli Taliani, pensò d'industria un dì fargli tacere : e dinanzi al re di Franza, 
me presente, disse un dì tanto bene di gli Franzesi, quanto possibile sia immaginarsi : 
laudandogli di magnanimitade e di prudentia e di tutte quelle parti degne, delle quali, 
esso stesso che '1 dicea, sapea che '1 mentiva falsamente per la gola, che sono tutti 
insolenti e temerarii. In somma el re, poi che hebbe assai et assai ascoltato, si voltò 
verso Pietro e disse: « Monsyr Piero, vous dite vrai, che tout les Francois sone da 
bien; ma nous non povon pa ansi dire di vous Taliani. » Rispose subito Pietro: « Sì 
bene, sacra Maestà, voi poteti dire questo e meglio. » Disse il re: « In che modo? » 
« Dioite una busia de Taliani, come ho io dicto di gli Franzesi. » Chiuse questo parlare 
la bocca al sacco ; e bene ch'el ce mostrasse de ghignarsene, quello riso so che gli andò 
poco in giuso, ne mai poi lui, né la corte soa sparlò di gli Tagliani, che noi sentessimo. » 



BIBLIOGRAFIA. 381 



Non farà meraviglia se noi preferiamo la sua Novellaja fiorefir 
fina (Napoli, 1871), poiché da quella impariamo anche preziosi 
modi e moti di lingua viva ; di quella lingua che niuno si darà a 
credere possa rendersi comune a tutta Italia, ma che è deside- 
rabile sia studiata dagli scrittori, per toglierci a quel compassato, 
a quel pedantesco che dai maestri si qualifica bello scrivere, stile 
letterario. 

L'Imbriani mostra un'estesa erudizione in tal materia, citando 
le varianti di ciascun racconto, e le somiglianze o imitazioni nel 
Marino e in altri. 

Inutile avvertire come i nostri vecchi scherzassero talora anche 
colle persone e le cose più rispettabili, senza che da questo ne 
soffrisse la venerazione che vi portavano. Sono le epoche critiche 
quelle che più facilmente si scandalizzano. 

Novelline popolari italiane furono testé raccolte dai tedeschi 
Schneller, Wolf, Widter, Knust, Kòhler, Gunzenbach. 

E non crederete che tale studio si faccia solo sulle fiabe ita- 
liane: ogni paese raccoglie le sue; Hafanasien e Kalston quelle di 
Kussia, che furono tradotte in francese da M. Bruyère (Parigi, 
1874); i Chef s-d' oeuvre des conteurs frangais, Carlo Louandre 
(Parigi, 1873); Jahn quelle dell'Albania e della moderna Eliade; 
Ignazio Singerle quelle del Tirolo \ 

Instancabile raccoglitrice di tali racconti è la signorina E. H. 
Busk. Essa aveva già pubblicato a Londra leggende spagnuole ^, poi 
leggende del Tirolo ^ poi quelle dell'estremo Oriente, cioè dei Cal- 
muchi e Mongoli ^ con una interessante prefazione storica. Ora, 
sempre in inglese e in bella edizione, V Affezione popolare di Boma, 
raccolta dalla hocca del popolo ^ Si è ella proposto di smentire 
l'opinione volgare, che la moderna Italia non abbia tradizioni popo- 
lari; indica donde raccolse le sue; rammenta i lavori del De Gu- 



* Sagen, Màrchen und Gebrauche aus Tìrol. 

' Patbanas, Spanish tales, legendary and traditional: with illustration by E. H. Cor- 
bould. 

' Household, Stories from the land of Hofer : or popular mythe of Tiro! : illustration 
by T. Green. 

* Sagas from the FUtr East:or Kalmouk and Mongolian traditionary tales. London, 1873. 
^ The folk-love of Eome, collected by word of mouth from the people. Londra, 1874. 

Elegante volume di 439 pagine e xx di prefazione. 



382 BIBLIOGRAFIA. 



bernatis, le storie di stregherie e novelle lombarde del Cantù, e il 
lamento di questo perchè noi conosciamo le nostre usanze meno 
che quelle della Scozia e della Turena, perchè non ci sono rac- 
contate da Balzac o da Walter-Scott. Come si può arguire, le qui 
raccolte non son solo panzane, ma tradizioni anche cittadine, come 
quelle sul padre Fontanarosa, su Giuseppe Labro, su san Filippo, 
san Giovanni Boccadoro. Trova ella strano che si beffino le super- 
stizioni del medioevo, mentre ella, dopo l' invasione del settembre, 
ha veduto Roma tappezzata di avvisi di consulti, esibiti da spiri- 
tisti e sonnambule. 

Libri siffatti non possono analizzarsi, quand'anche il portasse 
l'indole del nostro giornale. Diamo solo la distribuzione delle 
materie: 

I. Favole. — Filagranata. — I tre Merangoli di Amore. — 
Palomhelletta. — La Cenerentola. — Vaccarella. — Il re che va 
a pranzo. — Il vaso di persa. — Il vaso di ruta. — Il re Ot- 
tone. — Maria di legno, con una variante. — La Candeliera. — 
I due fratelli gohhi. — Il re Moro. — Monsù Mostro. — La 
Uosa fatata. — Scioccolone. — Dodici palmi di naso. — Me^^a 
canna di naso. — Il Cìconaro e la Frincipessa fatata. — La 
favola della somara. — Signor Lattando. — Il Matrimonio di 
Cajusse. 

IL Esempj. — Quando Gesti Cristo girava per la terra (dodici 
storielle). — Pietro Baillardo (Abelardo). — San Giovanni Bocca 
d'oro. — J)on Giovanni. — La Penitenza di San Giuliano: — I 
Pellegrini. — Santa Verdiana. — San Sidoro (Sanf Isidoro). — La 
Pescheria di san Francesco. — Sanf Antonio (diverse storielle). 

— Santa Margherita da Cortona. — Santa Teodora. — La Monaca 
Beatrice. — Padre Filippo (dodici storielle di san Filippo Neri). 
Ti Perdono di Asisi. — Padre Vincenzo. — Padre Fontanarosa. — 
S. Giuseppe Ladre. — Le dodici parole della Verità. 

III. Storielle di fantasmi e spiriti; tradizioni di famiglie roma- 
ne, ecc. — 17 Morto della Quercia. — La Lettera del Morto. 

— L'Anima Manca. — La Serpe Manca. — La Processione di 
Velletri. — Altre Storielle di Spiriti. — Sciarra Colonna. — Don- 
na Olimpia. — La Munificenza d'un borghese. — La Papessa. 

— Giacinta Marescotti. • — Pasquino. — Cecingulo. — Lo Sposati- 
lo di Sor Cassandro. — I Cocorni. — La bella Inglese. — L'In- 



BIBLIOGRAFIA. 383 



» 



gìese. — Il Matrimonio del signor Cajusse. — La Figlia del conte 
Lattando. — Bellacuccia. — I Satiri. — Il Satiro. — Amadea. 

— Il Be di Portogallo. 

IV. Ciarpe. — I due Frati. — Il Prefasio d'un Francescano. 

— Il Predicatore di quaresima. — La Vacca di don Federigo di 
Sutrico. — Asino o Porco. — I Sette Villani. — L' Uccellino. — 
B Diavolo che prese moglie. — La Badica. — La Begina e la 
Tripparola. — La Begina cattiva. — La Sposa Cece (diverse ver- 
sioni). — La donna pazzareUa (diverse versioni). — Il Tonto. — 
La Bagassa golosa. — La Figlia ghiotta. — Il Vecchio avaro. — 
La Vecchia avara. — Il Poverello del Cece. — Il dottor Grillo. — 
JSfina. — La buona grama del Gohho. — Quanto vale il sale. — 
La Principessa e il Gentiluomo. — Gli Sposi felici. — Una Ca- 
mera di locanda. — Il Gatto della contessa. — Perchè litigano 
cani e gatti. — Il Gatto che rese ricco il padrone. 

Vediamo volentieri lodata quest'opera dai giornali inglesi, e 
nominatamente dal Saturday Bevieio (11 aprile), e come sia op- 
portuna a conoscer la diversità d'influenza che sui racconti eser- 
citò il cristianesimo in Italia, in Germania e in Islanda. 

Altre fiabe avrebbe la signorina Busk potuto raccogliere dal 
Dante secondo la traditone e i novellatori, ricerche di G. Papanti 
(Livorno, 1873), e da un recentissimo volume di Clemente Rossi, 
Superstizioni e Pregiudizj (Milano, Agnelli, 1874). 



PETRARCA.^ 

L'usanza delle annuali festività scolastiche portò bene scarso 
frutto al buon gusto; forse nessuno alla buona critica. L'oratore si 
crede obbligato a fare il panegirico, appunto come usavano i frati. 
Non può dirsi tale quel del Petrarca recitato a Siracusa, ove il si- 
gnor Rioppi mostra aver esaminate tutte le opere del suo autore, 
ne cava quanto può farlo amare, e s' ingegna di scagionarlo se cantò 
Cola Rienzi e volea richiamar Roma all'antico viaggio, eppure blandi 



* Discorso sopra F. Petrarca, del prof. Antonio Rioppì. Siracusa, 1874. — Scritti 
inediti di F. Petrarca, pubblicati ed illustrati da Attilio Hortis. Trieste, 1874. — Pc 
trarca a Milano, studj storici di Carlo Romussi. Milano, 1874. 



384 BIBLIOGRAFIA. 



papi, principi, imperatori ; se affezionatissimo alla religione de' suoi 
padri, lanciò invettive furibonde contro l'avara Babilonia ; se prete 
e provisto di prebende, cantò tanto d'amore e all'amore terrestre 
sagrificò ; se esaltava la solitudine, e viveva nelle roggie ; se mostra 
amore pel genere umano, e bestemmia d'ignavia, di perfidia i suoi 
contemporanei. 

Fra le tante pubblicazioni fattesi in occasione del quinto cente- 
nario del cantor di Laura, e che noveriamo nel Bollettino hihlio- 
grafico, ricorderemo il Fran^ PetrarJca di L. Geiger, che è diviso 
in tre parti: Petrarca e la posterità, Petrarca e V universalismo, 
Petrarca e Laura, Emanuele Gelosia fece il Petrarca in Liguria, 
bene approfittando del pochissimo che se ne conosce : il biblioteca- 
rio di Bergamo Alessandri le Relazioni del poeta con Bergamo e 
il catalogo dei Codici petrarcheschi posseduti da quella biblioteca. 

A solennità " che interessa il decoro dell' intera nazione „ volle 
concorrere l'Ateneo Veneto pubblicando un bel volume, alla cui 
spesa ajutò il Gomune di Venezia con 1500 lire. Oltre l'enumera- 
zione dei codici e delle edizioni petrarchesche, vi si discorre dei 
tanti imitatori che colà ebbe messer Francesco, e della sua venuta ' 
e dimora nella meravigliosa città. ^ 

Attilio Hortis ci diede uno di quei libri che soleansi fare una volta, 
unendo la pazienza di benedettino colla critica di filologo; il calore 
dell'appassionato colla moderazione del prudente, e quell'esposi- 
zione forbita, che è non ultimo segno della riflessione. 

L' Hortis cercò in tutte le biblioteche e gli archi vj ciò che si ri- 
ferisce al Petrarca; non solo lesse, ma vagliò le opere di questo 
nelle varie edizioni, giovato dall'avere in custodia la preziosa rac- 
colta petrarchesca che il Rossetti legava a Trieste. Volonteroso del 
lodare e ringraziare, anche la critica veste delle forme gentili, che 
ha da un pezzo dimenticate. 

Libri siffatti non si possono compendiare: bisogna leggerli, ed 
è desiderabile trovino lettori fra la perpetua inezia delle effeme- 
ridi e dei romanzi da appendice. 

Si citarono troppo, in questi giorni, le declamazioni del poeta 



^ Il signor Matscheg, nel proemio della canzone Spirto gentil, dice « qualunque sia 
il personaggio a cui essa è diretta », p. 29. Ed è notevole come sì poco in tante pubbli- 
cazioni siasi discussa la quistione della vera Laura e dell'eroe giunto all'onorata verga. 
Non possono così facilmente mettersi da banda le ragioni di Salvator Betti. 



BIBLIOGRAFIA. 385 



contro la Corte romana. Bisognava ricordare che allora correva 
quella che s'intitolò schiavitù babilonica, stando i pontefici lon- 
tani dalla loro Roma, mentre il Petrarca trovava indivisibili l'Ita- 
lia e Roma. 

Nella seconda epistola del Libro I a Benedetto XII espone la 
desolazione di Roma, priva del suo pontefice. Gli anni la resero 
vecchia, ma 

Non venit e cutis vitìo quod ruga senilis 
Canitìesque premat, sed enim te nulla remoto 
lUuxit mihi pulcra dies, nullaque rebelles 
Devinxit fraternus amor dulcedine natos 
Haud satis annosam veritos contemnere matrem. 
Decolor hinc facies, bine praecipitata senectus 
Hinc mihi continuusque dolor lacrimaeque recente?. 

Son poi notevoli le preghiere che del Petrarca son recate dall' Hor- 
tis, una quotidiana, una a sant'Agata, altre in occasione di tem- 
porali. 

Né in questi ne negli altri scritti non è a cercare bellezza di 
lingua, valendosi egli del latino ecclesiastico che disapprovava, an- 
ziché di quello dei classici che pure studiava tanto, e restando fra 
gli ultimi scrittori latini, tra cui sperava gloria, mentre è dei primi 
nelle rime italiane. Ma prima di morire sapeva d'aver perduta la 
fatica nel comporre L'Africa, ed esclamava: " Utinam opus illud 
abolere possem! nulla mihi profecto res gratior aut jucundior 
foret ;, : mentre conobbe che " sì care eran le voci de' sospir suoi 
in rima „ , onde avrebbe voluto averle fatte " in numero più spesse, 
in stil più rare „ . 

Eppure, forse alle composizioni latine fu dovuto l'onore della 
coronazione tributatagli da Roma " regina di tutte le città e 
capo del mondo „ , che, infelice allora per l'abbandono dei papi, in- 
cominciava il suo risorgimento colle ricordanze, eccitate dalle vi- 
rili voci di Cola Rienzi^ e dall'onoranza all' ingegno, senza la quale 
non può dirsi civile una nazione. 



Di se egli facea profetare da Omero, dicendo ad Ennio : 
Ille diu profugas revocabit carmino musas 
Tempus in extremum, veteresque Eliconae sorores 
Restituet, vario quamvis agitante tumultu: 
Francisco cui nomen erit. . . 
Roma quidem quae jam lustris nil tale ducentìs 
Viderit, huno magno spectabit lecta favore 
Laurea dum capiet, dum templis serta relinquet, 
Primitiasque suas sanctas affiget ad aras. 

Africa, L. IX. 



386 BIBLIOGRAFIA. 



Del privilegio di laurea dato al Patrarca, e da alcuni tenuto 
per apocrifo, l'Hortis riconosce l'autenticità e l'importanza. Una 
copia antica ne esiste nell' Archivio Gonzaga di Mantova, sotto 
B. XXXIII, N. 10 pag. 38. La coronazione fu fatta (scrive Boccac- 
cio) corani omni clero et popuìo: onde non regge l'asserzione del 
Gregorovius, che in quella coronazione non facciasi menzione del 
clero. 

A Milano rimasero ben poche traccio della dimora del poeta, 
e nessuna negli Archivj, ond'è a saper grado all'Hortis che potè 
empirne tre lunghi capitoli. Luchino Visconti lo invita alla sua 
Corte, e gli domanda versi e pianticelle del suo orto : cortesia alla 
quale il Petrarca rispondeva con lodi smisurate a lui, al fratello Gio- 
vanni, al bastardo Bruzio. L'arcivescovo Giovanni, il più gran prin- 
cipe della sua età, diceva: " La presenza di lui basta ad onorar me 
stesso e il mio paese „. Qual meraviglia che il Petrarca, malgrado 
del Boccaccio e de' suoi amici, la più parte guelfi, cioè liberali, 
careggiasse questi principotti ghibellini, che spegnevano la libertà 
municipale e svertavano i diritti della Chiesa? Nato un figlio di 
Barnabò dall'altera Regina della Scala, chiedono che il Petrarca 
lo levi al fonte, ed esso lo regala d'una patera d'oro e di un 
carme genetliaco, doni che poteano ben equiparare quei che al fra- 
tello Lodovico fecero i marchesi di Ferrara e di Mantova, consi- 
stenti in un bacile d'argento, su cui una coppa d'oro, piena di perle, 
pietre, anelli, sei coppe d'argento dorato, e molt'altre col piede di 
cristallo; drappi intessuti d'oro, quantità di zibellini. Alle nozze 
di Violanta, figlia di Galeazzo, con Lionello figlio del re d'Inghil- 
terra, il Petrarca sedette fra i prìncipi, servito da prìncipi. Ga- 
leazzo al suo figliuolo ancora fanciullo insegnava che, domandato 
chi in Corte fosse il maggior savio, additasse il Petrarca. Cosa 
rara, onorar un letterato prima che sia morto ! 

E questi ripagava con encomj al colto Galeazzo, al rozzo Bar- 
nabò, all'inventore della quaresima, che tutti sanno quanto lode- 
voli fossero. 

Interessante sarebbe l'elogio dell'arcivescovo Giovanni, come la 
sola prosa italiana che del Petrarca si posseda, ma pare non sia 
che una traduzione. 

Il Petrarca s'innamorò del paese nostro tanto, che non sapea 
staccarsi " non solo dagli ottimi cittadini, ma nemmeno dall'aria, 



BIBLIOGRAFIA. 387 



ì 



dalle mura, dalle pareti stesse di Milano : tanto è per me il favore 
dell'universale, così mi guardan benevoli, così parlando mi levano 
a cielo, così, oltre le particolari amicizie, al volgo ancora son io 
accettissimo, né so il perchè „. 

A questo speciale argomento attese l'avv. Romussi, con eru- 
dita pazienza e franco stile, narrando del Petrarca a Milano. Una 
lapida posta dianzi ad una casa rimpetto alla facciata di S. Am- 
brogio, indica come ivi abitò il Petrarca dal 1353 al 56. Il Ro- 
mussi prepara una illustrazione di Milano per via de' suoi monu- 
menti, sicché non è meraviglia che abbia esattamente indicato i 
luoghi, più che non abbiano fatto i tanti nostri che copiavano dal 
De Sade. Questi dice Garignano villaggio presso l'Adda, a tre mi- 
glia da Milano; e che il Petrarca alla sua casetta diede il nome 
di Linterno, in memoria di Scipione, e per ischerzo la chiamava 
l'Inferno. Sul vero suo posto vedasi una dissertazione del canonico 
Bellani all'Istituto Lombardo nel 1845, che la pone accanto alla 
celebre Certosa. 

Buona ragione adduce il Romussi del perché l'epitafìo del nipotino 
di lui si trovi a Pavia e a Treviso. Riconosce autentico il Virgilio 
della nostra Biblioteca Ambrosiana, e la nota appostavi della morte 
di Laura, e i ricordi domestici. Il figliuolo gli fu causa di gravi 
dispiaceri, natus ad lahorem ac dolorem meum, finché morì della 
peste nel 1361, di 25 anni: la Francesca, che classicamente chia- 
mava Tidliola^ il consolò di domestica compagnia; ma non poteano 
(come alcuno pretese) essergli nati da donna milanese, bensì in 
Provenza. 

Non tenteremo, e men lo tenta il Romussi, di scusare le adu- 
lazioni che il Petrarca sparpagliò sui Visconti, quasi inevitabile 
condanna di chi si accosta ai grandi senza ricordarsi che l'altezza 
dell' ingegno fa, per lo meno, eguale ad essi. Ma quanto alle sue 
piacenterie verso Carlo IV, mal ne giudicherebbe chi gli impera- 
tori d'allora paragonasse, per es., agli ultimi imperatori d'Austria: 
non essendo* quelli dominatori dell'Italia, ma amministratori della 
giustizia tra la federazione degli Stati italiani, e giuranti di osser- 
vare la legge di Dio e i diritti di ciascuna delle nazioni italiche. 
E quando Carlo IV, che veniva con soli 300 cavalieri, corteggio 
piuttosto che forza, con cui dai Visconti non poteva impetrare che 



388 BIBLIOGRAFIA 



pace *, invitò il Petrarca a dedicargli il libro che scriveva de viris 
illustribus, " Sì, rispose, purché a me non manchi la vita per com- 
pirlo, né a te la vita per meritarlo „. 

Noto è come i Visconti adoprassero in molte missioni il poeta, 
quando l'ingegno e la fama erano titoli a riuscire nelle ambascerie, 
più che la nobile stirpe e il favoritismo o la scaltrezza. 

A Milano pure scrisse il Petrarca le famose invettive contro i 
medici, e ben doveva annojarsi di costoro quando un vecchio me- 
dico del Vallese, rinomato per la cura della podagra, ricusò osti- 
natamente di venir a guarirne il duca Galeazzo : e allorché questi, 
ricompratolo dalla schiavitù coli' enorme prezzo di 3500 monete 
d'oro, lo costrinse venir a lui, mandò dire preparasse uova fresche 
ed altri nutrimenti pel malato, prima di vederlo : vedutolo, dichiarò 
impotente l'arte sua a guarirlo, ma si consultassero libri magici. 

A Milano il Petrarca abbracciò il Boccaccio^ al quale poi diresse 
la lettera dove manifesta l'ammirazione sua per Dante, smentendo 
quel che dell'invidia sua asserivano poveri critici, modellanti gli 
alti ingegni su quella loro meschinità per cui sprezzano chiunque 
vale, e dove noi possono attaccare, cercano soffogarlo col silenzio. 



I COLOMBO. 

Mentre con severità vediamo rimproverati molti errori e molte 
negligenze alla Bibliografia dei viaggiatori italiani di Pietro Amat 
di San Filippo, ^ ci piace rammentar le nuove cure date da stra- 
nieri intorno alla storia del nostro Colombo. 

Il signor Barrisse, autore della Bihliotheca americana vetustis- 
sima (1866-1872), cioè delle opere sull' America dal 1492 al 1551; 



* Sul vicariato dei Visconti leggasi una dissertazione del Sickel negli Atti dell' Ac- 
cademia di Vienna. Voi. XXX. Il Petrarca scrive : « Non ministro fui io della pace, ma 
la vagheggiai; non fui mandato per chiederla, ma l'ajutai di esortazioni e di lodi; non 
fui presente ^1 principio, sibbene alla conclusione del trattato, volendo la benignità di 
Cesare e la mia fortuna ch'io assistessi alla stipulazione solenne. » Lett. 3 del lib. XIX 
famil. 

* Vedi la Rivista Europea. Àquila, 1874, pag. 371. La scoperta dell'America fu sog- 
getto a molti poeti nostri, quali in passato Giorgini, Villi, Franchi, Gualterotti, Som- 
ma, Bartolomei, Campello, Tassoni : ora, oltre il noto poema del Costa e quello del Bel- 
lini; Rafaele Stasi ne lavorò uno per 30 anni. 



BIBLIOGRAFIA. 389 



delle Letters of Cristof, Columbus describing his first voyage, ecc. 
(1865); delle Notes on Columbus (1866), e d'altri libri sempre 
stampati in pochi esemplari, scrisse in ispagnuolo ed in francese 
(1871) La vita e le opere di Fernand Colomb^^ con somma eru- 
dizione seguendone gli atti. Egli sostiene che Le istorie del S. D. 
Fernando Colombo nelle quali 5' ha particolare et vera relatione 
della vita et de' fatti delV ammiraglio L>. Cristoforo Colombo, suo 
padre ; et dello scoprimento ch'egli fece, delV Indie occidentali dette 
Mondo nuovo, Novamente de lingua Spagnuola tradotte nelV Ita- 
liana dal S. Alfonso Villoa con privilegio, in Venezia, MDLXXI, 
appresso Francesco dei Franceschi Sanese, opera da tutti attri- 
buita a Ferdinando, e da Washington Irving qualificata la chiave 
della volta della storia del Nuovo Mondo, ^ non è di lui, e sono 
false le particolarità raccolte dal padre Spotorno pel Codex pub- 
blicato il 1823 dal Consiglio municipale di Genova. 

Ferdinando Colombo, gran letterato e protettore di letterati, 
avea raccolto una preziosa Biblioteca Colombina, e notava l' ac- 
quisto di ciascun libro, faceva estratti, indici, ecc. ; ma né egli, 
né alcuno de' suoi contemporanei, menzionano un lavoro così im- 
portante. L'esame del testo, contenente fatti posteriori alla morte 
di Ferdinando, avvenuta il 1539; le date inesatte; i documenti 
falsi, interpolati; le latitudini erronee; le spiegazioni assurde; 
i fatti smentiti da documenti, portano il signor Harrisse a negare 
che queir opera sia di Ferdinando ; e l' attribuirebbe all' Ulloa, 
compilata sopra buoni documenti e fingendola traduzione. 

Fra i libri della Biblioteca Colombina ve n' ha molti apparte- 
nuti a Cristoforo, fra i quali la Historia rerum ubique gestarum 
di Enea Silvio Piccolomini, su' cui fogli Cristoforo notò molti passi 
di sant' Agostino, di Giuseppe Flavio, e trascrisse la lettera, in- 
vano finora cercata, con cui Paolo Toscanelli rispondeva alle in- 
terrogazioni propostegli da esso Colombo. L' Harrisse ne dà il fac- 
simile nell'edizione di Siviglia. 

Esso confuta an*che altri errori, come la ingratitudine dei re 
Cattolici, le insidie del re di Portogallo, ecc. 



* D. Fernando Colmi, historiador de so padre. Ensayo crìtico. Parigi, 1872. 
' Anche Munos, Hist. del Nuovo Mundo, dice che esso libro « es el mas importante 
para el tiempo de que tratamos. » 



390 BIBLIOGRAFIA. 



Queste ragioni di gran forza voile ribattere il marchese d' A- 
vezac, * ma il signor Harrisse riconfermò la propria negativa nella 
Authenticité desHistoires attrihuées àFernand Colomb (Paris, 1873). 

Il signor d'Avezac ^, notando la diversità fra gli autori sull'anno 
della nascita di Colombo, e 1' averla io pure cambiata nell' indi- 
carla., conformandomi a ciò che avea fatto la celebre Willard, 
seguendo Napione e Cancellieri, crede asserirlo nato il 1446; nel 
1460 s'imbarca per la prima volta, e dura 23 anni sul mare; 
nel 1484 lascia indispettito il Portogallo e va in Ispagna; nel 1492, 
avendo 46 anni, parte per la grande scoperta; e muore il 20 
maggio 1506, di 60 anni. 



* Le livre de Ferdinand Colombe, revue critique des allégations proposées eontre 
son authenticité. Paris, 1873. 

^ Année véritaMe de la naissance de C. Colombe et revue chronologique des princi- 
pales époqiies de sa vie. Paris, 1873. Il marchese d'Avezac nel 1845-46 pubblicava JVb-. 
tice des Découvertes, ove ingloria molti Genovesi d' antiche scoperte. Nella Expédition 
génoise des frères Vivaldi (Parigi, 1859, con un postscriptum) riconosce che il sig. Ca- 
nale fin dal 1846 aveva ricavato dal codice Lagomarsino degli Annali del CafFaro il 
passo di Jacobo Doria, da cui è tolto ogni dubbio sul viaggio alle Indie tentato dai 
fratelli Vivaldi nel 1291, circumnavigando l'Africa; viaggio negato e deriso dal visconte 
di Santarem. Il Pertz nei Monumenta Germanice Historica riprodusse quel passo 
stesso, togliendolo dall'originale, della biblioteca di Parigi ; e se ne attribuì la scoperta. 
Il marchese D'Avezac, intento principalmente a illustrare i primi viaggiatori, glori- 
ficò molti dei nostri nelle Considérations sur V histoire du Brésil, nelle Navigations 
terre-neuviennes de Jean et Sébastien Cabot, e nell'esame del The remarhàble life of 
S. Cabot by J. F. Nicholls. Prova egli che Giovanni era genovese, e fu fatto cittadino 
veneto, e pel primo toccò il continente americano nel 1494, come nel 97 accompagnava 
suo figlio Sebastiano alla scoperta del Brasile. Una lettera nei nostri Archivj dell'abate 
Raimondo, ambasciadore di Lodovico Sforza a Londra, annunzia che il re d'Inghilterra 
ha guadagnato una parte di Asia (si sa che anche Colombo credeva esser approdato 
nell'India), e lo scopritore ne è messer Joane Caboto, il quale, preso possesso della 
terra da lui veduta, tornò a Bristol, e ne ha fatto la descrizione in carta ed anco in 
. sfera solida, e mostra ove è capitato. Ma pensa andare piti in là, e si dice che sua 
maestà (Enrico VII d'Inghilterra) armerà alcuni navigli e andranno a fare una cO' 
Ionia. Ho parlato con un Borgognone compagno a cui VAlmirante {che già così s'in- 
titola) ha donato un'isola: e ne ha donato un'altra a un suo barbero de Castione 
genovese: e entrambi si reputano Conti, né Monsignor Almirante s'estima manco che 
principe. Andranno con lui frati italiani, ai quali promette vescovadi, ed esso abate 
Raimondo, se volesse andare, sarebbe subito arcivescovo; ma preferisce attenersi ai 
benefizj che spera dal duca. Vedasi l'erudita relazione del Desimoni alla Società Ligure 
di Storia Patria sugli scopritori Genovesi. Egli crede quel barbero sia un medico ; non 
potrebbe indrcare barba, cioè zio? 

Difatti, nella seconda spedizione del 1497, i Caboto riconobbero la Terranuova, e per- 
eorser 300 leghe di costa, piantandovi la bandiera d'Inghilterra e di S. Marco: onde 
prevennero Colombo nel toccare il continente americano. 



BIBLIOGRAFIA. 391 



Entrambi i campioni adoprano ricchissima e minuziosa erudi- 
zione, stretta logica, rara abilità, e più rara cortesia. Certo il si- 
gnor D'Avezac, col 'suo Canevas chronólogique^ ha fissato le epo- 
che principali della vita di Colombo, del Colombo vero, non del 
poetico e leggendario, datoci da altri storici. 

Non lasceremo d'indicare una Memoria del modenese Bernardo 
Pallastrelli intorno al suocero e alla moglie di Cristoforo Co- 
lombo. 

Ma la storia ricorda altri Colombi, con cui talvolta il nostro 
venne confuso : e qui hanno utile uffizio i nostri Archivj, dei qual- 
si giovarono i due campioni, edora principalmente il sig. Harrisse 
nel recente lavoro II Cólonibo di Francia e d'Italia^ ^ giusta nuovi 
documenti tratti dagli archivj di Parigi, di Venezia e di Milano. 
Nel 1473 si trova un Colombo corsaro al servizio di Luigi XI, e 
r Harrisse ebbe la perseveranza di rintracciarne gli atti fra le car- 
te, e sono dal nostro Archivio i numeri III, IV, V, VI, IX, X, XI, 
XII, XIII-XXIV, XXXVIII,, XXXIX, XL, XLÌ, che il signor mar- 
chese D'Adda copiò da una raccolta, posta nel nostro gabinetto 
del Direttore. 

Gregorio Lomelino (erroneamente detto Lemolino dall'Harrisse) 
da Genova scrive a Giovanni Simonetta fratello di Cicco intorno 
a un Colombo savonese corsaro, sul quale si torna in molte 
missive del nostro Archivio, importando assai alla duchessa Bona 
il conoscerne le mosse: ma l'Harrisse crede si tratti sempre di 
Guglielmo di Casenove detto Coullon, che nocque spesso alle 
flotte veneziane, finché morì nel 1483, e forse un suo figlio con- 
tinuò a servir la Francia come corsaro. Che Cristoforo Colombo 
sotto costui guerreggiasse nel 1485 è confutato dall'Harrisse, che 
mostra come Luigi Bossi, e dietro a lui Washington Irving e 
D'Avezac, si valsero male d'una lettera del nostro Archivio. 

Nei documenti recati da M. Harrisse, Leonardo Botta avvisa il 
nostro duce, che " i Biscaini hanno fatto una grossissima armata 
quale se stima sia per perseguitare Colombo corsaro et successive 
per dannificare il prelibato re di Franza „. 

Le carte milanesi accennano un altro Colombo corsaro di San 



^ Le Colombo de France et d'Italie, fameux marin du XV siede, par M. Henry 
Harrisse. PariS; 1874. 



392 * BIBLIOGRAFIA. 



Remo o d'Oneglia, che nel 1492 catturò un carico di spezie, fran- 
cese, di che Carlo Vili mosse lamento a Lodovico il Moro che 
teneva Genova, e che, dopo lunghe trattative, lo fece restituire; 
ma Colombo, preso poco dopo, fu impiccato alla torre del Molo. 
Sarebbe il solo che potesse sospettarsi parente di Cristoforo. 

Dubita M. Harrisse, anzi lo afferma lo Spotorno, che della impor- 
tante lettera del 2 ottobre 1476, la data deva leggere non Otranto, 
ma terra d' Otro, cioè d' Oltremare. A tacere i dati paleografici, 
abbiamo in Archivio una lettera del 14 ottobre, anno stesso, del- 
l' ambasciadore ducale a Venezia Leonardo Botta, sulla cui fede 
il Bossi avverte che fu scritta non da Otranto, ma dal Zaffo, do- 
v' erano stati spinti dalla procella. Giova recarla : 

Questa sera è gionto qua messer Johan Jacomo da Trìulzo tute 
sbatuto dalla fortuna, perchè pare che, nel partire dal Zaffo, messer 
Guido Antonio montò suso la Galea delli pellegrini per non potere 
soportare el travayare della Nave, et messer Joan Jacomo montò suso 
uno ballonero, con ordinatione de aspectarsi l'uno l'altro a Corfò per 
pigliare la volta de Terra de Otranto et Puglia. Sed la fortuna ha 
con gran.™° perìculo spinto et portato qua el dicto ballonero, che non 
ha potuto pigliare el porto de Corfò ne alcun' altra riva. Esso mes- 
ser Johan Jacomo dice starà qua qualche dì per sentire se messer 
Guido Antonio è capitato in Puglia o altrove. Credendo el dicto mes- 
ser Johan Jacomo potere andare a Terra d'Otranto, me dice haveva 
facto la alligata directiva alla Vostra Excellentìa et posto el datum 
in dicto loco; Sed la fortuna gli ha extorto el proposito suo et per 
essere tutto conquasato dal mare non ha potuto scrivere altramente. 
Sed manda dieta alligata, piena delle novelle ha trovato per la via. 

Me racomando humilmente alla Vostra Sublimità. 

Datum Venetiis die XIIII octobris 1476 bora prima noctis. 
lUustrissimsB dom. dominationis vestrse 

Servus Leonardus Botta. 

(A tergo). — Illustrìssimo Princìpi: et Excellentissimo domino do- 
mino Galeaz Marie Sfortie Vicecomiti Duci Mediolani et domino meo 
sìngularissimo, ecc. cito cito. 

Un famoso combattimento dei Veneziani contro la nave Palla- 
vicina, di cui tocca il signor Harrisse perchè vi è menzione acci- 
dentale d'un Colombo, diede luogo a numerose comunicazioni de' 
varj residenti, dalle quali si possono dedurre molte particolarità 



BIBLIOGRAFIA. 393 



che illustrino la storia di questo Colon o Colombo. Recarle tutte, 
saria troppo lungo : ecco intanto il ragguaglio datone dall'ammira- 
glio veneto il 7 settembre 1476. 

Serenissime Princeps et Ex.^ d.ne d.ne mi sing." 
Per le alligate vostra sublimita bavera inteso el seguir circha la 
nave genovescha, fino al dar et despigar la battaglia. Tutta quella 
nocte seguiti dieta nave, quale me tiro lontan de l'isola de Cypri ala 
volta de ostro sirocho, più de miglia 180. Adi XX de matina a bore 
do de z,orno essendo un poco bonaza el vento, cum el remurcbio li 
missi a borio la nave dragana sula qual per esser la rocha et for- 
teza nostra , et quel instrumento che havea a superar lo inimico no- 
stro, feci montar ballestrieri 250 de questa armada : et su quella missi 
etiam lo mio armiraglio : inchadenose dieta nave, et insieme cum tute 
le galie fo combatu bore Vili continue tanto crudelmente da l'una et 
l'altra parte quanto dir se puoi: non fo mai visto nave far tanta defèxa, 
quanto ha facto questa zenovesea. Quando se apizo la bataglia, el ca- 
pitaneo de la nave et la conserva erano luntan da nuy, cum galie 
tre per una, le remurchiava più de miglia XII. Vedendo la difexa 
grande faceva li inimici, mandai altre quatro galie ad agliutar a re- 
murchiar diete nave. El sp.® Gapitaneo dele qual cum grande animo 
vene ad investir la nave zenovescha: benché quelli de la Dragana 
valentemente per un pezo avanti erano monte su la zenovescha: he- 
bese dieta nave virilmente, et cum gran sàngue. Io mai, demente àuih 
la battaglia, mi parti di soto el castelo et bàlador de la nave nostra 
Dragana, et de la zenovescha la quale mai cessò de bressaiar la poppe, 
et galia mia de bombarde, sassi et veretoni da banche: ne valevami 
portar el fanò, et haver S. Marco in staza. Fo morti de la mia galia V, 
feriti assaissimi. In dieta nave zenovescha erano Turchi, tra marcha- 
dantì et asapi, de do fusto se era rote questi zorni in le aque de Seria, 
numero 250 negri schiavi loro, 200 Zenovesi, 150 mori tra surianì, 
et barbareschi, in tute 13 homeni Bazarioti et de pocha conditione: 
i qual non e sta facto uno oltrazo al mondo: ne detoli pur una mala 
parola da nostri, per el comandamento io havea facto. Dieta nave era 
patronizata per Pollo Zentile, e nave de più de 2000 botte, carga el 
forzo de zucharì, spetie, et altre cosse per Turchia. Dicono esser su 
.quella de raxon de Turchi per ducati 60,000 et plui : ma per Dio non 
è da presiar tanto la utilità, quanto la Victoria per onor de questa 
armada: Perche considera vostra ex.^ come se haveria insuperbi et 
preso animo i Turchi, sei capitano de vostra S., cum quella armata me 
trovo de qui, non havessi potuto intrometter una sola nave de Zeno- 
vexi. In diete doi battaglie sono morti de tuta questa armada homeni 

Arch. Stor. Lomb. — An. I. 25 



394 BIBLIOGRAFIA. 



CGrcha 40, feridì 200 de quelli de la nave in su la bataglia, et lo mon- 
tar di nostri sono sta morti circha 120, el resto quasi tuti f eridi. Dei 
qual ho traete tuti i asapi de diete fusto : et quelli ho facto morir, cum 
alcuni merchadanti zoveni che aveano pur facto defexa: alcuni vechi 
tegno cussi per qualche rispecto. Ho facto condur dieta nave zenove- 
scha qui a Famagosta per cognoscer et cavar la roba di Mori et 
Zenovexi da quella de Turchi. Yostra ex.^ havera intexo ogni seguito 
di questa cessa, et la honesta usai la prima et la segonda volta verso 
i Zenovexi, et cognoscera lo haver facto il debito officio mio, et ogni 
manchamento esser processe per rason del patron et marinari de dieta 
nave. I quali a dover portar le pene di suo errori voria haver capita 
in mano et potestà d'altri, cha de vostra cl."^^ sub.^ et per Dio non è 
male ne pena per grande la sia, che non siano de molto mazor degni, 
per exemplo d'altri. Le robe loro le faro deponere da canto, ne de quelle 
se farà altro se non quanto commandeva V^. S.** Dinotando a quella 
che tra le altre cosse se ha trovato zoie che loro dicono esser sue: 
per quanto le apreciano loro, per valuta de ducati 1600, et ducati 
d'oro 400, de li quali ne darò al patron ducati 200, el resto starà cum 
le altre cosse al judicio de Yostra Ex.^ De quele de Turcomanj se 
partirà el botin juxta al consueto tra tuti se trovò a tal impresa. Tuti 
questi spt.^' sopracomiti se hanno portato viril et hobedientemente: 
et tra li altrii spt.^® misser Andrea Zanchanj et misser Simone Gnoro 
quali dal principio de la battaglia fino a la fin mai se partine cum le 
loro galle de sotto el Castel da pope de la nave nemicha, dove faceano 
gran guerra a dieta nave portandosi virilissimamente. Similiter el spec- 
tab.® misser Francesco Bragadin, che sempre mi era apresso, et por- 
tossi etiam luj valentemente: i qual tuti meritano esser riccomandà a 
vostra sub.** et cussi li riccomando. Se io ho fatto per tal materia 
cessa grata alla vostra S.** bavero fatto quello è il debito et desyde- 
rio mio: se anche altramente, priego vostra sub.**" mi perdoni: perche 
tute ho fatto per onor di vostra Sig."* cum grande fede et zelo. Mai- 
stro Angelo Bombardier sta a Modon': qualle menai cum mi a queste 
parte: io el missi su la nave Dragona^ el quale ha facto de suo me- 
stier tanta guerra a la nave nemicha che non è homo el possi cre- 
der, el merita laude : et cussi lo riccomando a vostra sub.** Cuius gra- 
tie, etc. Dat, in triremi apud Famagustam die VII"^° septembris 1476. 
Eius. V.® Sub.*'^ 

Antonius Lauredanus 
humilis Capitaneus gemralis maris, etc. 

(^1 tergo.) — Ser."° Principi et ex."*' domino domino Andree Ven- 
dramino Dei gratia inclyto Duci Venetiarum etc. 



BIBLIOGRAFIA. 395 



Un meg^ dopo, il capitano genovese scriveva: 

Jesus MCCCCLXXVI. die VII octubris in Famagusta. Nobilibus 
dominis Thobie et Nicolao. 

Reverende domine et frater honorande. Scripsimus vobis XII prete- 
riti tam via Rodi quam vìa Baruti comuniter quantum opus fuit, et ad- 
visavimus de casu captionis nostre a classe Venetorum usque XX Au- 
gusti, de quo volumus credere prius advisum habuisse debueritis, et 
nil mirum multis respectibus dederit vobis malenconiam, precipue respe- 
ctu personarum nostrarum, quia de eis ex Rodo, ut intelleximus, non 
grata nova fuerunt scrìpta. Intellexeritis postea satis cito oppositum, 
et tamen dubitando ne malum habuerit recaptum denuo scripta, repli- 
cabimus ut omnibus vijs possibilibus de nobis semper novam habeatis. 

Velificavimus de Alexandria usque V Augusti cum partito non so- 
lum bone sed optimo et mercibus teucrorum prò Saltarea, et prò tem- 
poribus contrarìjs venimus ad hanc insulam usque XII eiusdem. In- 
venta classe Venetorum in circumstantijs Capitis Albi triremium XVII 
et essendo magnificus domìnus Capitaneus de dictis marcibus Teucro- 
rum certioratus, requisivit nobis non solum eorum bona sed etiam per- 
sonas et cum recusaverimus verbis et rationibus justificatis, viso de 
nobis aliter quam bene contentus restabat, viso etiam per eum no- 
bis prohibita erat provisio acque de qua necessitabamus, cum habere- 
mus circa animas VC, disposuimus potius ad vellum quam ad ancoram 
permanere, et stando eo modo in voltis, et semper cum vento con- 
trario, supravenerunt XVIIII dicti una cum dictis triremibus naves 
tres armate, quarum una vegetum Villi cum homìnibus CC, altera 
vegetum MG cum homìnibus COL, et altera vegetum MVCCC cum 
homìnibus VI, in bona parte ex turmis dictarum triremium, que prò 
nostra non bona sorte ad hanc insulam veniebant prò suspectìs con- 
tingentibus de filio Serenissimi regis Ferdinandi existentis in Cario. 

A quibus navibus et galeis ex die agressi fuimus et cum furia non 
mediocri, cum quibus tunc stetìmus in prelio per horas septem, habìtis 
prelijs novem cum pauco vel nullo intervallo. Et demum facta virili 
resistentia a nobis, supraveniente nocte se segregaverunt prò electione* 

Die vero sequenti cum pauco vento et auxilio dictarum triremium de- 
nuo a dictis navibus fuimus insultati; cum quibus, et presertìm cum 
illa vegetum MVCCC, stetìmus per horas octo continuo infrenelati et 
ab ea et alijs duabus de galeis predictìs prius habito crudelissimo pre- 
Ho essendo nostri fessi et languidi adeo, quod prò laborìbus et calo- 
rìbus maximis vìx se sustìnere poterant, viso etiam classem predìctam 
fere potentìssìmam et diete naves continuo ex turmis dictarum trire- 
mium sustineri et refrigerari, decreveramus cum eis in coloquio venire, 



396 BIBLIOGRAFIA. 



prò cum eis ad alìquam venire compositionem : quod facere recusave- 
runt, quia tunc prò furia partium non poterant cuncta cum ordine gu- 
bernari, et sic videndo, considerato maxime erat navis a bombardis plu- 
rimum crivelata et turma semiderelicta, a Teucris pauco vel nullo ha- 
bito auxilio, arma deposiumus. Et eo modo, nullo invento obstaculo, cum 
maxima furia in nave intraverunt, et cum non bona intentione. Quo 
non obstante attenti ad predam, nuUam personis nostris fecerunt vio- 
lentiam, eo maxime quia tunc prò salute personarum in fondo navis se 
reduxeramus. Interfecerunt tamen Teucros nonnullos tunc in coperta 
inferiore inventos, captis ea die non solum mercebus in copertis cap- 
siis et cameris inventis, sed etiam partem mercium existentium subtus 
copertam cum omnibus munitionibus et argentarijs diete nostre navis, 
adeo restat penitus navis ipsa desguarnita, et sic nos omnes a maiorì 
usque ad minorem in diploidem tantum. Conduxerunt nos huc cum tota 
eorum classe predicta usque XXV eiusdem, et numquam a predictò 
domino capitaneo usque XI preteriti audientiam habere potuimus. 
Tunc vero habui cum eo, ego Paulus, audientiam in pubblico et re- 
quirendo restitutionem nabis mercium et naulorum, respondit quod, licet 
inter nos pax sit, taliter illi preindicavinius respectu pugne per nos 
facto, quod omnia nobis amissa restant, et nilominus aute de predi- 
ctis velit aliud disponere, intendit ab Illustrissima dominatione vene- 
tarum responsionem expectare, et ea habita, sequetur de nobis et omni- 
bus predictis quantum sibi impositum erit, quam expedit expectemus 
nil dubitantes, attento nil fecimus quod fieri non deberet, sic prò ho- 
nore nostro, sic etiam prò publico comodo et observatione fidei Teu- 
cris date, taliter in cunctis a dieta dominatione provisum erit, quod omnia 
nobis erunt restituta. . . . Dispersa et lambudata restant cuncta in ca- 
meris copertis et capsis inventa, que multo plus valent de ducatis XX"^, 
que non bene intelligimus nìsi per eos solvantur, quomodo reintegrar! 
possint. In quibus lambudatis sunt inter cetera pannorum septe cum 
pilo per XVIII, et zerto ininorum pecij 113 vel circa; pannorum lane 
inter quos aliqui balardi lile et menini, ac certi panni Anglie LIIIIVIII, 
septe fardeli duo Clamelotorum tabule III, Spicenardi colum unum, 
Reubarbari scatulas tres, Gramenee scatulas duas, Schenantorum p.^' 
tres, Achechorum fangotos sex; Muschi fangotos duos, Bocassinorum 
finorum et medìocrum bonam summam, et sic piperorum plus de cant, L, 
€um aliquibus perlis iocalìbus et moneta per ducatos 11°^ V., et alia 
nonnulla, ac cotonorum sacbi IIIIV. cum ballis quattuor tellarum et 
multa alia, ut suo loco latius intelligetis. In quibus curro ego Paulus 
prò bona summa, et sic ego Damianus, comprebensis certis ducatis et 
aliquibus iocalibus extantibus in dicto domino Capitaneo mihi spe- 



BIBLIOGRAFIA. ' 397 



ctantibus per plus de ducatis VL. In nave vero iterura restant in ma- 
iori parte merces que subter copertam erant, de quìbus etiam mihi Da- 
miano spectant per ducatos VC in plus. De quibus et alijs quantum se- 
quetur eritis, habita ex Venecìjs responsione predicta, oportune advi- 
sati. Nos vero a nostra captione usque XVIIII preteriti in terra nun- 
quam descendere potuimus, imo semper ex una ex eorum navibus 
predictis stetimus et bene custoditi; nunc vero a diebus sex citra in 
terra et in domo Edoardi Marruffi manemus, ubi antea posueramus 
de ordine dicti domini capitanei, Stefaninum et sic stabimus donec aliud 
ordinabit ipse dominus capitaneus, posquam non vult in nave nostra 
accedere nec stare possimus, et sequitura scietis semper. 

In nave, ut prius forte intellexeritì, habebamus Teucros CC vel circa 
cum sclavis nigris COL, de quibus nigris statim ad calegam finem 
fecerunt: Teucros vero omnes, demptis triginta, occiderunt etsubmerge- 
runt et sic de maiori parte dictorum, ut concipimus, sunt facturi ad 
advisum. 

Valemus, laus Deo, una cum Jeronimo nostro, domino Andrea et 
Stefanino, evasis ex periculis non parvis, quod quasi nobis videtur im- 
possibile, respectu pugne crudelissime habite et alijs nonnullis deinde 
occursis, ut distinctius a venientibus intelligetis. Et prò non bona istius 
pessimi aeris influentia in nobis, toto posse talem habebimus custodiam, 
quod pur in Deo speramus esse sine infirmitate evasuros, et sic per- 
mittat pius Deus, et sic placeat dicere omnibus nostris ne de nobis 
malo animo maneant, et nostrorum omnium custos sit Deus semper. 
Ex nostris vero sit prò aere isto non bone, sit etiam prò frigore no- 
cturno, quia omnes seminudi sunt da LX, in plus frebricitantes, ex qui- 
bas jam septem decesserunt, inter quos Jacobus Baiardus scriba noster, 
Baptista de Auria quondam domini Gasparis, Johannes Bonvicinus de 
Saona. Reliqui vero iterum se regunt et pauci sunt semel liberati qui 
iterum non recadant, et quia continuo restantes infirmantur, si diu 
haberemus perseverare in mansione istius loci, esset dubitandum ne de- 
terius contingeret. Tamen ad certum habemus dictum dominum Capi- 
taneum, viso etiam sui in maxime numero infimi sunt, esse dispositum 
nos, navem et classem accessuros in Modono infra breves dies, et in 
eo loco responsionem predictam ex Veneciis expectare, versus quem 
locum semper advisabimini de oportunis et de bone fine nos presto 
consoletur Deus. 

Et non plura, quamquod hortamur, nisi prius factum esset, de pre- 
dictis scribatur per dominos Antianos tam illustrissimo principi nostro, 
quam etiam dominationi Veneciarum , etiam per predictum illustrissi- 
mum dominum nostrum scribatur sub bona forma dominationi predicte 



!98 BIBLIOGRAFIA. 



ne jura nostra pereant, ne in futurum oriantur scandala, quia aliter 
seguendo esset opus de remedio cogitare, quod nobis ad mortem gra- 
varet. Domino patri me semper cernendo et sic domine Mariolo, salu- 
tando Alarame et ceteros prò quibus et ad mandata vostra sumus pa- 
ratissimi in Christo. Valete. 
Vostri Damianus Asserij et Paulus Gtentilis cum recommendatione. 
{A tergo.) — Kobilibus dominis Thobie et Nicolao Géntilibus. 

Januam. 

D. Viceguhernatori Janue. 
Habiamo avute le vostre et inteso quanto per esse ne avisate del se- 
guito de le nave bruxate a Zenovosi per lo capitaneo maritimo de la 
M.t* del Signore Re di Franza et de lo ricordo faceti per la recupera- 
tione de li homini avanzati et destenuti de poi dicto incendio de nave 
etc. Respondendo dicemo che de ogni danno et detrimento de quella 
nostra inclita cita ne pigliamo molestia et grande dispiacere: et nostra 
intentione è, et così habiamo dato ordine, de fare ogni favore et adjuto 
possibile per lo mezo de Francesco de Petrasancta nostro secretarlo 
presso la prefata Maestà, in favore et beneficio della nostra inclita città; 
et così per la liberatione de dicti destenuti del facto de la nave de 
Tobia Paravexino non accade dire altro se non che de quello intederiti 
più ultra, d'essa vegliatine dare adviso. Dat. in Villanova die XV de- 
cembris 1476. 

Oltre le lettere recate da M. Barrisse, scritte dal Lomelino, altre 
si riferiscono a quella battaglia. Una del 6 ottobre 1476, assai 
lunga e" in parte cifrata , reca : " Oggi è venuta nuova certa in 
quella corte come essendosi tre navi grosse de Colombo afferrate 
con tre galee, non si sa venetiane o spagnole, ma sembra fossero 
venetiane, tutte sei sono abrusate insieme, non che da circa... 
homini tra de una parte et de l'altra: no ne sono campati ultra 
XXI. Il danno della roba si stima circa 250000 in 300000 ducati. 
Vandome VI 8bre 1476. „ 

Tennero dietro le pratiche per la liberazione dei catturati. Il 14 
settembre summo mane Daniele Rosso di Piacenza scrive al duca da 
Verona, e fra altre cose gli dà nuove non troppo grate. " Pare che 
la nave detta Bettinella, grossa e molto carica di roba con una 
galeazza de Francesi e lo balenier Spinola et anche un' altra nave 
grossa quale è campata, e che tutte andavano in conserva, se re- 
trovassero in la parte de ponente, cioè su la parte de Portugallo 



BIBLIOGRAFIA. 399 



et per neglettezza fossero in uno certo punto, in lo qualo intrò 
Colon, corsaro soldato de la majestà del re de Pranza, et vedea 
questi navilij, et essendo ben forte le assaltò et li nostri se misero 
alla difesa, et non potendo resistere secondo se dee, morti assai 
et de l'una parte et de l'altra, non volendo li nostri che tali na- 
vilij divenissero in le mano de detto Colon, misero il fuoco a detti 
navilij, ne li quali era oltre mille Genovesi et de la riviera, tutti 
boni gentillomini, mercadanti et marinari, et tra li quali erano 
molti Saonesi, quali, secondo se dice, son tutti morti, excepto da 
centoventi quali sono campati : et eranvi tante robe di questa città 
che valeva più di libre centocinquantamilia de questa moneta . . . „ 

Pel riscatto di quei prigioni avevano delegato Francesco da Pie- 
trasanta, a cui il 10 ottobre da Varese scriveva il duca: 

Come per altre nostre haverai inteso pienamente la mente nostra, da 
quanto favore et cum omni possibile dilìgentia tu hai adoperare con 
la maestà de quello Christianissimo re per la liberatione de quelli no- 
stri Genovesi, che furono ne li mesi passati presi in Spagna navigando 
sotto salvacondotto de sua maestà, dal Capitaneo de la sua armata: e 
che lui se degni replicare ad esso capitano debia servare dicto salva- 
conducto, come ad amici et servitori de sua Maestà. Ne la qual cosa, 
benché non habiamo ambiguità alcuna che tu userai tutto el tuo sen- 
timento come è tua consuetudine, per satisfare al animo nostro, nondi- 
meno ci è parso iterum replicarti che in questa facenda, come quella 
che importa per la catura dei nostri sudditi, a lesione del honor nostro, 
non lasci di fare ad ciò siano liberati quelli che furono presi, et che sia 
observato dicto salvaconducto, che possine navigare essi Genovesi libe- 
ramente. In modo che epsi et li altri intendano che quello christianis- 
simo re non vole che la fede sua resti violata da suoi, et che noi cum 
li nostri sudditi siamo in debito favore de sua maestà. 

Di altri Colombo pirati abbiamo contezza ne' nostri Archivj. ^ 
Così nelle missive Keg. 102, anni 1471-72, f. 169. 

Deputatis Regimini Rerum Januensjum, 
Havemo inteso quanto ne scrivete per le vostre de di 13 del presente 
havere risposto in nostro nome al vicegovernatore et antiani de Zenova 



'' Di altri Colombo raccoglie le memorie il sig. Desìmoni nel discorso che accennammo. 
Oltre i Coulomb di Francia, pirati mentovati nel 1474 e 82, ricorda un Antonio Co- 
lombo di Rapallo, patrono di galea nel 1393, un Antonio de Colombo di Quinto nel 1450, 
un Domenico Colombo (padre di Cristoforo?), un Giacomo qm. Guglielmo lanaiuolo, un 
Giovannino figlio .di Giacomo. 



400 BIBLIOGRAFIA. 



et così cripto alla M.** del Re de Franza et all'admiraglio et ad Sforza 
da Firenza per la restitutione seguita de quella nave negrona quale era 
stata intercepta per quello columbo homo de la p.**" M.** secundo che più 
ad pieno in le copie ce avete mandato se contene : al che respondendo, 
dicemo che tutto ne piace et havete facto bene: et non li accade dire 
altro. Datse Viglevani die 16 Novembris 1471. 

per Cambiag. 

Princeps et excell. domine mi ohserv, 

Como per un altra mia haveva inteso y. s. drizata in mane del m.^ 
m. B. Calco^ Essendo capitato qui uno Yincentio Colombo, quale haveva 
robato con uno suo bergantino una barca carica de speciaria ad uno 
francese, dela quale cosa v.s. fece dimostratione havene summa displicen- 
tia, concedendo represa sia al dicto francese contro questi homini: die 
volesse che hebbe forma de prenderlo, et per non haver loco de tenerlo 
lo misse in galea, recomandandolo per la vita al figliolo del capitaneo. 

Segue narrando d'un altro arditissimo corsaro, e si segna : " Une- 
lia die XVIII decembris 1492. fidali, servitor Joannes Petrus Kay- 
mundus ducalis ibidem comissarius. „ 

Aggiungiamo a superfluità, che nel 1478 il 25 agosto si scrive a 
Michele Colombo l'ordine " di ritornare a noi, dando a Pietro Pa- 
nigarola la zifra che ti avemo dato „ . 

Varj documenti marittimi ho esplorato in questa occasione, prin- 
cipalmente relativi a Genova ^ e importante mi parve il calcolo 
delle spese necessarie per fabbricare galee, presentato da Gio. di 
Melzo, commissario ducale sopra tal fabbrica (Acque, Mare, Navi, 
Genova),, e un altro simile del podestà di Recco nel 1471. 



De Duhn, Dracontii Carmina minora plurima inedita ex codice 
neapolitano. Lipsia, Triibner, 1873, di pag. 114. 

Ignorati o negletti finche vivi, sublimati il giorno della loro morte, 
poi dopo otto giorni dimenticati per esaltar gli stranieri che forse s' al- 
zarono sulle spalle dei nostri, è la storia compendiosa di tutti i nostri 
valenti. Cataldo Janelli, se fosse vissuto in Germania o in Inghilterra si 



' Harrisse avvertì molti italiani genovesi, compagni e amici di Ferdinando Colombo : 
sappiamo che Leone Pancaldo servì da pilota nella circumnavigazione di Magellano, e 
la descrisse: come la descrisse l'altro pilota Battista genovese, rivelatoci dal eh. Amat 
di San Filippo nella Bibliografìa de' viaggiatori italiani (Roma, 1874), come un Giam- 
battista di Polcevera. 



BIBLIOGRAFIA. 401 



sarebbe, persino in Italia, conosciuto come uno dei filologi più insigni, 
un emulo del Yico nella filosofia della storia, d* Ennio Quirino Visconti 
nell'antiquaria. Ebbene, chi lo ricorda? qualche pedante, di quelli che 
credono ancora che ad un paese venga decoro dai figli illustri. 

Appena il cardinale Maj ebbe scoperte , nella biblioteca reale di 
Napoli, le poesie di Draconzio, l'Janelli ne preparò la stampa. Inter- 
rottagli dalla morte, quei carmi restavano ancora nell'obblio, finche ne' 
li trasse poc'anzi Federico De Duhn da Lubecca; affinchè si dicesse 
per la millesima volta che noi le ricchezze che ci abbondano aspet- 
tiamo ci siano indicate e ammannite dagli stranieri. 

Emilio Draconzio era un cartaginese, vissuto al tempo del re vandalo 
Guthamund (484-496), e trattò soggetti mitologici, veramente d'impor- 
tanza secondaria quando più non si credeva a Ercole, a Hyla, a Medea. 
Pure è prezioso un autore di quella bassa età, per conoscere le varia- 
zioni che avea subito la mitologia, le alterazioni della lingua latina in 
Africa, e alcune notizie storiche, principalmente nella Satisfactio Dra- 
contii ad Guthamundum regem Giiandaloriim dum esset in vinculis. La 
dotta Germania s'occupa non poco (sotto tutti gli aspetti) di questi car- 
mina minora^ alla cui edizione adoperò pazientissime cure il sig. De Duhn. 

BoissiER Gaston, La religion romaine d^ Auguste aux Antonins. 

Due voi. Parigi, 1874. 

Raccolta diligente di fatti, desunti da diverse fonti, poco aggiunge 
però alla conoscenza di quel momento critico, dove le antiche credenze, 
superstiziose e ingenue, colle quali Roma era divenuta grande, soccom- 
beano allo spirito filosofico. Realmente il Romano non avea nella religione 
né poesia ne teologia, non dottrine astratte, ne un insieme; tutto prosa- 
stico, utilitario; gli Dei erano domestici, e soprantendevano a qualche 
servigio, anche de' più umili; si continuava ad invocarli perchè non si 
aveva di meglio. Della preghiera mancava la ragione, la verità dogma- 
tica, di cui ha bisogno la pietà come la morale; e ben Seneca diceva: 
major populi facit quod cur faciat ignorai. La gente colta poi metteva 
sotto i piedi tutte le paure, e l' inevitabile fato, e lo strepito dell'Ache- 
ronte : e solo per politica Cicerone consighava a conservar ancora gli 
auspizj, a per non offendere le credenze popolari e perchè possono an- 
cora render servigi allo Stato v. Al tempo degli Antonini troviamo fre- 
quente preghiera con credenza affatto vaga. 

Questa crisi era essa un avviamento al cristianesimo ? o esso solo potea 
ristaurar la morale, rivelare la verità? Fu esso lo specchio che con- 
centrava la luce, la fonte della luce? 

Tale problema non è risolto nell' elegante lavoro del sig. Boissier. 

25- 



402 BIBLIOGRAFIA. 



FiCKER Julius, Forscliungen zur Beichs imd Rechtsgeschichte Ita- 

liens. Vierter Band. Innsbruk, 1873-74. 

Sono due parti del 4^ volume, col quale si compiono le importantis- 
sime Ekerclie del Ficker sulla Storia del governo e del diritto in Italia. 
Questo volume si arricchì di molti documenti desunti dall'Archivio Mi- 
lanese, e sono quelli ai numeri 22, 27, 32, 34, 37,* 45, 53, 59, 70, 84, 
85, 87, 99, 102, 103, 104,119, 122, 164, 190, 191, 315, 316, 319, 402, 
406, 409, 463, 475, 502: oltre quelli già pubblicati dal Giulini (p. e. 17) 
e da altri dei nostri. 

L'importanza di questa pubblicazione appare già dal conoscere 
ch'essa comprende 531 documenti, che van dall'anno 776 al 1474. 

Il più antico, cioè quello del 776, è dato da Spoleto dal duca Ilde- 
prando, che decide una vertenza tra preti e vescovi, il che sarebbe 
un' altja prova dell'asserzione del Troya, che all'età longobarda nep- 
pure gli ecclesiastici godeano di privilegiata giurisdizione : tanto meno 
poteva esser lasciata ai laici romani. Vanno nel senso stesso le carte 
seguenti. 

11 Ficker si congratula della buona accoglienza che egli ottenne 
negli archivj e nelle biblioteche italiane, dove non è bisogno di su- 
periore permissione, non v'è restrizione di giorni o di ore. Principal- 
mente lodasi del nostro Archivio, ove consultò almeno 1100 documenti 
originali ; e molti gli valsero per chiarire il suo lavoro sui regesti di 
Boemia, trovando qui disposti i diplomi imperiali. Loda pure il belFor- 
dine con cui abbiamo distribuite le pergamene provenienti dalle corpo- 
razioni religiose: e in quelle di S. Benedetto Polirono molto interesse 
prese pei possessi della contessa Matilde. Discorre pure con esemplare 
riconoscenza di quei che lo ajutarono a Brescia, a Cremona, a Parma; 
giovato anche dal lavorarvi contemporaneamente il ben noto "Wiisten- 
feld. Segue a Ravenna e all'altre città italiane, e massime ai così bene 
ordinati archivj toscani. 

La Rosa Vincenzo, Cenni storici degli avvenimenti politici in Ita- 
lia. Catania, 1874. 

In 480 piccolissime pagine si va dai primi abitatori d' Italia fino al- 
l'impresa di Graribaldi: in due si parla della coltura dei secoli XVIII e 
XIX, col solo nome di molti ingegni, e le lodi maggiori al cav. Di Mauro. 



* Questi documenti erano contemporaneamente stampati nel Codex Longohardiciis, 
voi. XIII dei Monumenta historiw patrice : nel 22 trovansi alcune ommissioni, che non 
sono nell'originale: il 27 porta la data 14 marzo, mentre nella nostra edizione ha il 3 
febbrajo, come nel testo. 



BIBLIOGRAFIA. 403 



PoRENA Filippo, Breve compendio della storia d' Italia nel medio 
^ evo. Eoma, 1874. 



Già pi^ volte, e nominatamente a pag. 215 di questo Archivio Storico, 
esponemmo, o meglio ripetemmo la nostra opinione sul medioevo; persuasi 
che solo i pedanti o i seguaci irosi e ritardatarj degli Enciclopedisti 
possano vedere soltanto barbarie e disordine in quell' età, che fu un fa- 
ticosissimo riacquistare i diritti dell'uomo e la libertà della ragione 
e dell'azione. Ma per comprendere, e viepiù per esporre quella stu- 
penda lotta, capitanata dal clero, fra la civiltà e la barbarie, bisogna 
spogliarsi de' pregiudizj delle scuole e delle passioni delle gazzette, e 
con occhio vasto abbracciare l' intera vita, non arrestarsi unicamente, 
come fanno i più, alle roggie, ai castelli, alle feste. Qualcuna di quelle 
cronicaccie di frati che il Botta vilipendeva, ci dà più lume di sapienza 
e di virtù, che lunghe storie classicamente pensate e scritte. 

Ciò valga pure pel libro del Porena , che comincia il medioevo da 
Teodosio. Egli conosce l' importanza dei Comuni, e ha veramente la 
forma di hreve compendio, in cinque libri costipando opere ben note al- 
l' Italia. 

Colombo Giuseppe, Sunto di storia del medioevo. Lodi, 1874. 
— Sunti di storia délV evo moderno. Piacenza, 1874. 

Sono ad uso delle scuole, e fatti secondo i programmi. Comincia il 
medioevo con Valentiniano e termina con Nicola V papa: l'evo mo- 
derno finisce col trattato di Vienna. 

Zalla Angelo, Il medio evo in Italia. Milano, Brigola, 1874. 

Questi invece comincia da Augusto, credendo necessaria la storia del- 
l'impero per capir quella dell' evo medio. Ma anche per comprendere 
quella dell'impero abbisogna la storia della repubblica. L'autore professa 
aver dedotto il suo metodo da Pietro Giannone : sicché è facile presumere 
quali ne sieno le opinioni. Dice che, nel quarto secolo, a il cristianesimo, 
vogliasi o tio, fu allora civilizzatore v ; aderisce pienamente alVopinione di 
Romagnosi quanto ai Longobardi, sotto i quali Lombardia splende per 
scienza: a è celeberrima la duchessa Adelberga figlia di Desiderio, la 
quale si distinse per sapere e virtù: vuol essere ricordata con distin- 
zione e posta assieme con Amalassunta, le sole donne degne d'esser 
menzionate nei tempi barbarici, e perciò anche più ammirande n 
(pag. 168). Eppure eccone un'altra: «Matilde, benché d'animo grande, 
era però donna, e nulla meraviglia che delle domestiche avversità cer- 



404 BIBLIOGRAFIA. 



casse conforto nella religione r> ( pag. 242 ). Sorvolato all' età più im- 
portante, quella dei Comuni, finisce con Enrico YII, e asserendo che 
a l'autorità della Chiesa, benché minata, protrarrà la sua vita finche 
abbia compito il suo ciclo, ma poi cadrà, non abbiate timore w, pag. 369. 
Noi non abbiamo questo timore, anche perchè non crediamo a ciò 
ch'egli dice a pag. 170, che « quella minuta esposizione dei fatti, quella 
scrupolosa erudizione che taluni van predicando, non è certo la più im- 
portante pei giovani, e il mondo degli eruditi non è il vero mondo, ne 
il bel mondo della scienza. Non è il bel mondo specialmente per noi 
Italiani, nati per altri studj v. 

VoLPiCELLA Luigi, Bue discorsi del XVI secolo sopra la città di 

Giovenaszo. Napoli, 1874, opusc. di 56 pag. 

Il Volpicella premette un breve discorso a due brevi discorsi di 
Oc. A. Paglia del 1560 e del 1581, che trattano di Giovenazzo, città 
tt ora misera e spopolata, un tempo ricca e potente , con nobilissime 
famiglie ». 

NiGRA Pietro, Commemorazione storica delV illustre Borgo di 

Santhià. Vercelli, 1874. 

Santhià stette 40 anni sotto ai Visconti di Milano, finché ne lo sot- 
trasse Amedeo VI di Savoja nel 1373. Qui si narra principalmente il 
miserabile strazio che, verso il 1554, ne fecero i soldati spagnuoli, gui- 
dati da don Ferrante Gonzaga, chiesto come alleato dal duca di Savoja 
contro Francia. 

L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, 

voi I. Lecce, 1874, pag. 372. 

Auguriamo ad ogni città e provincia una simile illustrazione, e ad 
ogni autore una stampa meno scorretta. 

BiLLiTZER J., Geschichte Venedigs von seiner Grilndung bis aus die 
neuste Zeit, Trieste, 1871, in-8, con 12 fotografie. 

Gfròrer A. F. Gesch. Venedigs von seiner Grundung bis zum 
JaJir 1874. 
Importa per le relazioni coli' impero bizantino. .,^B 

De Giovanni Vincenzo, Il caso di Sciacca, cronaca italiana del se- 
colo XVIj ora per la prima volta pubblicata. Palermo, 1874. 
La tragedia di Sciacca, ultimo atto delle sanguinose lotte fra i Pe- 
rdio e i Luna, è raccontata da molti. La storia esibita ora dal dili- 



BIBLIOGRAFIA. 405 



gentissimo prof. De Giovanni, e scritta da un contemporaneo, invece dì 
fermarsi, come le altre, al 1529, espone i casi dal giugno 1520 al 1534. 
Si aspetta a momenti la ristampa dell'opera II famoso caso di Sciacca 
del dottor Savasta, con aggiunte e note del sac. Girolamo di Marzo; 
volume di 600 pagine con più di 50 incisioni e 40 blasoni delle famiglie 
nobili di quel tempo. 

Moritz Ritter, Briefe und Aden zur ecc. Lettere ed atti per la 
storia della guerra dei Trentanni, nel tempo della prevalenza 
dei Wittelsbach. Monaco, 1870-74, in 2 voi. in-8. 

Della Emigrazione italiana in America^ sfudj e proposte per Vav- 
vocato Gio. Florenzano, Napoli, 1874, in-8.° di pag. 370. 

Atto importantissimo della storia d'un paese è quello delle emigra- 
zioni. Gl'Italiani che ebbero tanta parte alle scoperte dell'America, 
pochissima ne ebbero al popolarla, ed or ne hanno una poco felice nel 
mandarvi da 5000 poveri e disoccupati ogjii anno. La nostra Commis- 
sione pel premio Ravizza fu per avventura la prima che chiamasse l'at- 
tenzione seria sulle emigrazioni, e diede occasione a ricerche statistiche, 
dapprima affatto neglette, dietro alle quali il Governo e i varj Consolati 
raccolgono dati, rivelano miserie, indicano vantaggi. Di questi si 
valse Gio. Florenzano per istudiare a fondo la materia, mostrandola 
dai molteplici suoi lati; dal turpissimo mercato di fanciulli che si con- 
tinua in questo splendore di civiltà, fino ai negozianti che vi aprono 
uno sfogo alle manifatture e alle derrate nostre; dallo speculatore e 
dal garante che impunemente ingannano il giovane operajo e il robusto 
agricolo, fino allo statista che vi scorge uno scolo alla poveraglia. 
Considerate le condizioni italiane, i tanti terreni ancora incolti , le ma- 
nifatture bambine, lo scarsissimo aumento di popolazione, che appena 
raggiunse il 7 per cento nell'ultimo decennio, il Florenzano ritiene de- 
cisamente dannosa pel nostro paese l'emigrazione; e poiché la libertà 
non consente di proibirla, domanda la si regoli, e ne propone le guise. 
Così crede aver contribuito la sua parte di quell'affetto operoso, che 
tutti dobbiamo alla patria, e alla cui gara è affidalo l'avvenire del 
popolo italiano. 

C. Càntu'. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

a) OPERE STORICHE PUBBLICATE IN ITALIA. 
Luglio-Settembre 1874. 



Amedeo (Luigi). La Sardegna provincia romana. Saggio di studj an- 

tiquarj; in-8. Koma. 
Armellini (Mariano). Scoperta d'un graffito storico nel cemeterio di 

Pretestato sulla via Appia; in-16, con tavole. Roma. 
Barbaran (dott. Domenico). Assi romani ed italici, e loro parti; in-8. 

Padova. 
Berlan (prof. Francesco). Studj storico-critici sugli Statuti di Fistoja 

del secolo XII. Fase. I; in-4. Pistoja. 

L'opera si comporrà di 4 fascicoli. 

BibliotJieca Casinensis, seu codicum manuscriptorum , qui in Tabularlo 
Casinensis asservantur, series per pagìnas singillatim enucleata, notis 
characterum specìminibus ad unguem exemplatis aucta, cura et stu- 
dio monachorum ordinis S. Benedicti Abbatise Montis Casini. To- 
mus I, in-fol. Monte Cassino. 

L'opera si comporrà di 6 volumi. 

Bomba (dott. Domenico). La Chiesa Cristiana nella sua origine; in-8. 

Genova. 
Bonamico (Emilio). Mirano. Monografia; in-8. Padova. 
Brumengo (P. Giuseppe). I destini di Roma. No\. I; in-16. Torino, 1874. 
BuLGARiNi (A.). La Madonna delle Grazie, Cenni storico-artistici ; in-8. 

Firenze. 
Calonzio (Generoso). Documenti inediti e lavori letterarj sul Concilio 

di Trento; in-8. Roma. 
Cantù (Cesare). Commento storico ai Promessi Sposi, o la Lombardia 

nel secolo XVII; in-16. Milano. 
Cantù (Cesare). Della indipendenzja italiana. Cronistoria divisa in tre 

periodi: francese, tedesco, nazionale. Dispense 27-29; in-4:. Torino. 
Cappelletti (cav. Giuseppe). Storia di Padova , dalla sua orìgine fino 

al presente. Voi. I, fase. I; in-8. Padova. 
Caroldo (Gio. Giacomo). Guerra di Trieste coi Veneziani (1368-1370); 

in-8. Udine. 



éULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 407 

Caso (II) di Sciacca. Cronaca siciliana del secolo XVI, ora la prima 
volta pubblicata da Vincenzo di Giovanni; in-16. Palermo. 

Cittadella (Gr.), Pensieri intorno alla Lega Lombarda (7 aprile 1167); 
in-8. Padova. 

CoGNETTi (Giampaolo). Le memorie de^ miei tempi; in-8. Napoli. 

Colombo (Giuseppe). Punti di storia dell'evo moderno; in-16. Piacenza. 

Davabi (Stefano). Il matrimonio di Federigo Gonzaga V marchese e 
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Insurrezione di Urbino e sua resistenza alle armi francesi nel 1797 
(da una cronaca inedita); in-16. Urbino. 

LiTTA. Famiglie celebri italiane. Dispense 173-174; in-folio. Milano. 

Contengono : 
Mauro di Pelvica. Morozzo di Mondavi. Parte I. — Passerini L. Marchesi di Sa- 
luzzo. Parte IV. 

Manuel di San Giovanni (Giuseppe). Un episodio della storia del Pie- 
monte nel secolo XIII; in-8. Torino. 

Milanesi (Gaetano). Sulla storia dell'arte toscana. Scritti vaq; in-8. 
Siena. 

Miscellanea di storia italiana, edita per cura della R. Deputazione di 
Storia Patria. Tomo XIV ; in-8. Torino. 

Contiene ; 
Promis Carlo. Biografìe di ingegneri militari italiani dal secolo XIV alla metà 
del XVIII. 

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Ottino (prof. Enrico). Carlo Denina e i suoi tempi. Discorso; in-8. 
Torino. 

Padova a Francesco Petrarca nel quinto centenario dalla sua morte; 
in-4. Padova. 

Contiene : 
Cittadella G. Petrarca a Padova e ad Arquà. 
Petrarchce Francisci Africa, nunc prìmum emendata curante Francisco Corradini. 

Passerini (Luigi). U anello di Leonardo Ferrucci nel Museo Nazio- 
nale di Palermo; in-8. Palermo. 

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tiene; in-4, fig. Milano. 

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zur Belehrung und Vnterhaltung dargestellt. Mit 85 bìldlichen Dar- 
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lichen und ostlichen Romerreichs ; in-4. 2. bericht. u. verm. Aufl. 
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arhundradet efter Kristus. Oefvers. af J. I. Brodén. Tre delar i ett 
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Mrs. Charles W. Heaton, and Essai of bis scientific and literary 
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Leben und Wirken^ 3. stark werm. Aufl. 7. u. 8. Hft. Miinster; mit 
eingedr. Holzschn. u. 4, Holzschntaf. 

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Naudet. L'empire romain vers la -fin du III^ siede de l'ère chrétienne, 

au moment oto Rome va cesser d'étre l'unique capitale de l'empire, Lu 

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Inhalt : 
Die romischen PUpste in den letzten 4 Jahrhimderten. 1. Band. 8. Aufl. 

Rendu (Ambroise fìls). Histoire romaine, 13® édition. Paris. 

RiCHTER (Carol. Frdr. Herm.). De P, Valerio Poplicola Legislatore (Dis- 

sertatio inaug. Gotting.) Gorlitz. 
Roller (Th.). Étude d'archeologie et d'histoire, Saint- Clément de Rome, 

description de la basilique souterraine récemment découverte. Orné 

de vignettes et de 9 pi. Paris. 
Sammlung historischer Bildnisse, 1. Serie, 10. Bdchn. Freiburg. 

Inhalt : 
I. 10. Sixtus der Funfte. Nach dem gròsseren Werke des Barons v. Hùbner bearb. 
V. S. Klein. 

ScHRODEL (Karl). Geschichte der Pàpste und der romischen Kirche in 
der TJrzeit des Christenthums oder den ersten 3 Jahrh, Mainz. 

ScHULTZE (J. F.). Die Tarquinischen Konige in Rom. Breslau. 

Schwegler's (A.). Romische Geschichte. Fortgefiihrt von Octav. Clason. 
4. Bd. (Der Fortsetzung 1. Bd.) Vom gali. Brande Rom's bis zum 
ersten Samniterkriege. 1-3 Lfg. Berlin. 



412 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 

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Staatengeschichte der neuesten Zeit 18. Bd. Leipzig. 

Inhalt : 
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genwart. Von Herm. Reuchlin. 1. (Schluss) Thl. 

Stahr (Adf.). Bilder aus dem AUertJiume. 1. Thl. Tiherius'' Lehen, Re- 

gierung^ CharaTcter. 2. voUig umgearb. Aufl. Berlin. 
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des documents inédits. Paris. 
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to the present date. With map of the valleys. J. F. Shaw. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 

IV. 

LE CROCIATE — IL COLLEGIO DE' NOBILI GIURECONSULTI ED IL COMMERCIO 
— LA NOBILTÀ SMASCHERATA — MARIA TERESA E l'aRALDICA 

— il capitolo maggiore della metropolitana 
— l'arcivescovo. 



Come pei Greci la leggendaria spedizione degli Argonauti alla 
conquista del vello d' oro, e l'assedio di Troja, così, pei popoli del- 
l'Europa moderna, la liberazione della santa Gerusalemme è l'av- 
ventura più sublimemente epica della loro robusta giovinezza. Se 
alla fredda ragione è permesso condannare le crociate, non lo può 
il sentimento, che vede in esse l'opera dell'esagerazione, diciamo 
pure del fanatismo degli istinti superiori dell'umanità, religione e 
cavalleria. In fatti, nessun avvenimento valse, più di questo, ad 
esaltare le fantasie di vati, di artisti. È dunque logico, se il ri- 
montare ad una impresa sì eroicamente ideale, in cui nulla vi 
era di meschino, di egoistico, di volgare, ma dove tutto pareva 
grande, ridondante di poesia e di generoso ardore, fosse il vanto 
supremo, la ambizione massima delle famiglie che contavano sui 
proprj antenati. Ma se, fra i nostri vicini di Francia, più facili 
ad infiammarsi per un' idea, tante pretendono a sì alto onore, e 
ripetono dalle prodezze dei cavalieri crociati l'origine degli stemmi 
di cui fregiano i loro scudi gentilizj, in Italia se ne menò assai 
meno scalpore ; fors' anche, le popolazioni vi presero una parte 
più modesta, meno belligera, ajutando il riscatto del sepolcro 
di Cristo piuttosto coi mezzi finanziari ed amministrativi, di 
cui quelle repubbliche marittime disponevano potentemente. II 
Cerio non rammenta se non due personaggi fra i lombardi che 
presero parte alla prima crociata: Ottone, figlio di Eriprando Vi- 

Arch. Stor. Loinb. — An. I. 26 



414 IL PATRIZIATO MILANESE. 



sconti, duce dei settemila ambrosiani seguaci di Goffredo Buglione 
in Palestina, dove guadagnavasi quell'insegna, dipoi sì famosa, 
** in cui dall'angue esce il fanciullo ignudo, „ e Giovanni da Rho, 
incaricato di portare il vessillo colla croce rossa in campo bianco ; 
fatto che diede alla sua prosapia il diritto di chiamarsi della 
Croce. ^ A costoro, coll'autorità del Lattuada, ^ aggiungerò altri 
due cavalieri, Angilberto Pusterla e Senatore Settala, i quali, con 
alcuni commilitoni, per uscire felicemente nella perigliosa spedi- 
zione, fecero voto di promuovere, al loro ritorno in patria da 
Terrasanta, la fondazione di una pia opera, che fu detta delle 
Quattro Marie. Il Giulini ne cita qualche altro, sulla fede del 
Fiamma e di altri cronisti, fra cui due fratelli del sunnominato da 
Rho. ^ Lo stesso Fiamma {Man. Fior.) così rende conto del ri- 
torno in Milano di alcuni crociati: " Anno Domini 1100, etc. Otto 
Vicecomes, Joannes Rhodensis, et Rozius de Cortesela cum aliis 
Ciyibus Mediolanensis ad hanc civitatem sunt reversi, et fuit mi- 
rabile gaudiuna in terra. Tunc Ecclesia S. Sepulchri fabricata 
fuit. „ * 

Il Sitoni di Scozia osserva, che, prima della dominazione di 
Spagna, molte famiglie magnatizie milanesi, anche fra le più an- 
tiche , attendevano con lucro alla mercatura, e perfino all' orefi- 
ceria, senza che per questo credessero derogare menomamente 



* I bandieraj dalla milizia milanese, anticamente erano sempre tolti fra distinti 
personaggi. — II sarcofago della famiglia della Croce, scolpito in marmo da artista 
ignoto, della prima metà del secolo XV, si può vedere nella basilica di Sant' Ambro- 
gio, nella cappella III a destra di cbi entra. 

2 Descrizione di Milano, voi. II. 

' Fra gli Italiani che seguirono la Crociata bandita da Lodovico di Francia e da 
san Bernardo, fu Cacciaguida, capostipite della famiglia di Dante Alighieri (appar- 
tenente agli Elisei, che pretenderebbesi procedano dai Frangipani), il quale vi tro- 
vava la morte per mano dei Maomettani. Dante lo incontra in paradiso {canto XV). 

Una tradizione popolare narra come il fiorentino Pazzo de' Pazzi si recasse alla 
prima crociata, guidando uno stuolo di giovani valorosi, e che pel primo si inerpi- 
casse sulle mura dì Gerusalemme. Avrebbe, in conseguenza di tali gesta, ottenuto lo 
stemma della casa di Goffredo di Bouillon, colla corona murale, nonché tre pietre, 
tolte all'avello di Cristo {vedi Zitta). 

* Gli Ecelini portavano nel loro stemma, e precisamente sulla parte davanti del ci- 
miero, la croce azzurra, indizio di famiglia che prese parte alle crociate. — Pare anzi 
che Ecelino il Balbo fosse capo dei Lombardi che andarono alla conquista di Terra 
Santa nell'anno 1147. 



IL PATRIZIATO MILANESE. 415 



alla loro dignità; ^ consuetudine che accennerebbe, nella mag- 
gioranza, origini, tradizioni, tendenze popolaresche. In gran fa- 
vore era l'arte della lana, incoraggiata con molto studio, perfino 
con un decreto ducale (17 luglio 1493) — forse il primo esempio 
di espropriazione forzata per pubblica utilità che si conosca — in 
cui è detto : " se alcuno voglia fabbricare sontuosamente ed eri- 
gere una manifattura di lana „, il vicino sarà tenuto a cedergli a 
prezzo la propria casa. ^ Si conserva nell'archivio della nostra Ca- 
mera di Commercio un prezioso volume in pergamena — che 
mercè la squisita gentilezza del segretario cavalier Pisani potei 
ispezionare — contenente la matricola, in cui sono registrati, in 
sei gruppi corrispondenti alle sei porte della città, tutti i manifat- 
turieri di tessuti di lana, colle loro rispettive marche di fabbrica. 
Tra essi spiccano numerosi cognomi, rinomati per antichissima 
nobiltà; né sarebbe ragionevole il dubbio, si tratti qui di nuove 
casate, che facciano le loro prime armi coli' industria ; poiché fra 
essi leggonsi, coi Cotta*, coi Pozzobonelli, cogli Ajroldi, coi Ca- 
sati, coi Crivelli, nomi fra i più celebri del vetusto patriziato, 
qualche famiglia sicuramente feudale, quali sono i Capitane i 
di Arsago, di Imbersago, di Bresso, di Vimercate col loro ti- 
tolo. E nemmanco si può pensare tale inscrizione fosse una for- 
malità compiuta colla mira di rendersi meglio accetti al partito 
popolare; giacché i più anticamente registrati non risalgono oltre 
lo scorcio del secolo decimoquarto, e giù giù si arriva fino al 1723; 
correndo un lasso di tempo in cui il paese fu retto da principesca 
signoria, non di soverchio tenera delle forme democratiche. Com- 
mercio e nobiltà erano tanto compatibili, che il Corio, parlando 



* Il Sitoni cita le seguenti famiglie che applicavansi al commercio nei secoli deci- 
moquinto e decimosesto : — Adda — Aliprandi — Archinto — Aresi — Arrigoni — 
Billia — Bescapè — Borri — Borromeo — Bossi — Brebbia — Calcbi — Casati — 

— Castiglioni — Cusani — Crivelli — Dugnani — Fagnani — Lampugnani — Litta 

— Melzi — Medici — Parravicino — Porro — Pozzobonelli — Rasini — Resta — 
Rovida -* TerzagM — Vimercati — Visconti. Io posso aggiungere che quasi tutte 
le qui riferite famiglie sono inscritte fra gli industriali della lana^ nella matricola 
esistente presso la Camera di Commercio. 

Cristoforo Taverna, figlio di Stefano, teneva hanco, e fu l'inventore della tontina, 
che introdusse pel primo in Milano, antorizzatovi dall'editto 9 gennajo 1448 (Vedi 
Veeri, Storia di Milano, voi. II). 

^ Gakga^vTINi, Croìtologia di Milano. 



416 Ili PATRIZIATO MILANESE. 

di Vitaliano Borromeo e di Zanino Maraviglia, potè definirli no- 
hili mercanti (L. V. Gap. I). Ma, colle idee impregnate di pretto 
feudalismo, venuteci di Spagna, a rendere più tagliente la demar- 
cazione fra i ceti superiori della società che prima, sul terreno 
del patriziato commerciante, avevano l'aria di mescolarsi, o al- 
meno, porgersi amicamente la mano, invalse l'opinione, che l'abi- 
tudine del trafficare, formasse a costumi ingenerosi, e smorzasse 
gli slanci cavallereschi non solo, ma eziandio rendesse proclivi alla 
menzogna ed alle subdole astuzie; sicché, la famiglia del conta- 
dino che coltivava la terra, era tenuta in maggior stima di quella 
del facoltoso mercante. Credo pertanto conseguenza di questa nuova 
corrente di idee, il fatto evidente delle raschiature di alcuni nomi, 
dalle pagine del citato volume, e non dubito punto di attribuirlo 
all'intrigo di poche orgogliose famiglie, dominate da un puerile 
rispetto per gli apprezzamenti castigliani, alle quali cuoceva di 
vedersi confuse con molti della plebe.. 

A sancire, quasi ufficialmente, tali pregiudizj, venne fuori, nel- 
l'anno 1593, la deliberazione del Collegio dei nobili dottori, giu- 
dici e cavalieri (detto anche, più concisamente, dei nobili giurecon- 
sulti). Questa grande istituzione, ricostituita per impulso ed a spese 
del sommo pontefice Pio IV, fu sempre il santuario della aristocra- 
zia. Per esservi ascritti bisognava, in primo luogo, provare una 
nobiltà di centoventi anni; inoltre, essere nato da legittimo ma- 
trimonio, nella città o diocesi di Milano, da genitori che non pa- 
tissero " macchia d' infamia o di cosa brutta. „ Finalmente, per 
l'anzidetta deliberazione, dovevansi escludere dalla confraternita 
tutti coloro, le cui famiglie avessero posto le mani nella merca- 
tura. Quest'ultima inconsiderata restrizione distolse la nobiltà 
da un esercizio a cui, per l' addietro, dedicavasi con vantaggio, 
e che ne risanguava continuamente le vene, in un tempo in cui la 
servitù della patria rendeva stentata, ingloriosa, ristretta a pochi, 
la carriera delle armi : e fu questa una delle cause principali che, 
snaturandone essenzialmente l' indole, infiacchì il nostro patriziato, 
che aveva già tanti motivi di decadere. Ma i signori cavalieri 
giureconsulti non ammettevano transazione di sorta, al punto 
che rifiutarono accanitamente l' iscrizione nel loro collegio ad 
Alfonso Litta, rampollo di una delle più potenti famiglie di Mi- 
lano, il quale fu in seguito arcivescovo e cardinale, sotto pre- 



IL PATRIZIATO MILANESE. 417 

testo che qualcuno de' suoi teneva, od aveva tenuto, banco di 
cambio in Spagna ; né vi potè penetrare se non dopo lunghe con- 
troversie. 

Neil' insigne collegio dei fisici non si era cosi difficili ; però si 
ricevevano fra i collegiati solamente coloro che offrivano prove 
di nobiltà, giacché di quei tempi i nobili, a differenza dei loro 
pari di Piemonte, dediti quasi esclusivamente alle armi ed alla 
politica, non isdegnavano di praticare l'arte medica, pur che qual- 
cosa si facesse a vantaggio del proprio simile, ad onore della ca- 
sta (le nostre cronache ricordano con riconoscente affetto il nome 
del protomedico Lodovico Settala). Essi godevano " molti pri- 
vilegi ed onorificenze, tra le quali d'intervenire a solenni funzioni, 
indossando una toga purpurea listata di pelliccie, ed un berretto 
simile in capo. Kicordano i nostri storici che i fisici portavano le 
aste del baldacchino, sotto cui stava Isabella d'Aragona allorché 
entrò in Milano, sposa di G. Galeazzo Visconti. „ ^ Anzi pare ne 
nascesse una specie di diritto molto apprezzato ; infatti, nel solenne 
ingresso della regina Elisabetta Cristina, sposa a Carlo III re di 
Spagna, avvenuto qualche secolo dopo (giugno 1708), gli stessi 
signori fisici godono ancora dell' inclito onore di sorreggere il 
regale baldacchino, avvicendandosi coi dottori del collegio. ^ 

La Casa d'Austria aveva massime assai meno esclusive di quelle 
della Corte di Madrid, e sempre si oppose alle esorbitanze di ca- 



* CusANi^ Storia di Milano. 

2 A dare una idea a' miei lettori del cerimoniale in uso nel secolo XVIII, riporterò 
l'ordine tenuto dal corteggio formato dai Tribunali della città di Milano, nella so- 
lenne entrata della regina Elisabetta Cristina di Brunswik, sposa di Carlo III re di 
Spagna, sfilando dalla porta Romana alla cattedrale, poi al palazzo di Corte, nel 
giorno 11 giugno 1708. 

Avanguardia di corazzieri a cavallo — Corrieri (a cavallo, come i personaggi tutti 
che seguono) — Italiani ed altri — Diversi cavalieri — I signori medici collegiati 

— Sei trombetta della città — Vicario di provvisione e Tenente regio — Dodici di 
provvisione e sessanta Decurioni — Li signori fiscali — Li signori questori del magi- 
strato straordinario ed ordinario — Portieri (i soli a piedi) — L' eccellentissimo Senato col 
suo Presidente — Regio Capitano di giustizia — Signori cavalieri titolati — Signor gran 
Cancelliere — Regina Elisabetta Cristina, seduta su di una lettiga tirata da un solo 
cavallo, sotto a ricco baldacchino, portato prima da dieci dottori del Collegio, fino a 
San Giovanni in Conca; quivi scambiati da dieci fisici — Carrozze con dame di Corte 

— Retroguardia di cavalleria. La milizia urbana stava disposta in parata lungo le 
vie, e li signori giudici criminali percorrevano la strada — Il principe Eugenio di 
Savoja era alla porta della città, con altri molti, ad incontrarla. (J)a\V Ardnvio civico.) 



418 IL PATRIZIATO MILANESE. 

sta. Carlo VI, con decreto 13 giugno 1713, aboliva il malaccorto 
capitolo . dello statuto dei nobili giudici. Anche l'imperatrice Maria 
Teresa, sconfessando l'arbitraria restrizione, imposta da quel Col- 
legio senza previa notizia ed approvazione del principe, riconferma 
il decreto del suo augusto genitore, e dichiara (17 giugno 1760), 
" che chi voglia erigere fabbriche o prenda parte nei negozj di lani- 
ficio e di setificio, non perda alcuna dell