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Full text of "Archivio storico lombardo"

HANDBOUND 
AT THE 



UNIVERSITY OF 
TORONTO PRESS 



j\RCHIVIO STORICO LOMBARDO 






ARCHIVIO STORICO 

LOMBARDO 

GIORNALE 
SOCIETÀ STORICA LOMBARDA 

SERIE QUINTA 

VoU© 



ANNO XLVIII — PARTE PRIMA 


488734 


1=5.10.4^ 


MILANO 


SEDE 


LIBRERIA 


DELLA SOCIETÀ 


FRATELLI BOCCA 


Castello Sforzesco 


Corso Vitt. Em., 2 1 


Fasc. I-II 192 


1 Anno XLVIH 




La proprietà letteraria è riservata agli autori dei singoli scritti 






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Le antichità di Arzago. 



ULLA vecchia strada ducale che conduceva dal Lago 
Maggiore a Milano, non piti lungi di due chilometri 
da Somma Lombardo, si incontra il villaggio di Ar- 
zago ; è un piccolo villaggio di non più che 1400 
abitanti, ma conosciuto dagli archeologi e dagli amatori di an- 
tichità ecclesiastiche, perchè ha la fortuna di possedere molte 
lapidi romane e medioevali, e sopratutto per l'esistenza di una 
pregevole Chiesa Pie vana di antichissima struttura, davanti alla 
quale si erge un Battistero ottagonale fatto di pietre squadrate, 
pure antichissimo. 

Della storia di Arzago e dei suoi monumenti ben poco si 
trova nei libri : il nostro Melzi vi dedicò qualche pagina nella 
sua opera « Somma Lombardo, descrizione e storia, 1880 », alle- 
gando una suggestiva tavola da lui disegnata colla veduta della 
Chiesa e del Battistero, ed altre tavole riproducenti le lapidi più 
interessanti. 

Il Campana (Monumenta Somae locorumque-circumjacentium, 
anno 1774) vi dedica due brevi capitoli : in uno di questi ri- 
porta le lapidi e nell'altro illustra il Battistero, emettendo opi- 
nioni sue personali che, come vedremo in seguito, non possono 
essere accolte anche da una critica superficiale. 

Qualche accenno ha pure fatto il Giulini (Memorie della città 
di Milano ecc. tomo, II, pag. 27); mentre l'Argellati (M. S. alla 
Biblioteca Ambrosiana), il Muratori (Rerum It. ecc.), il Mommsen 
'(Corpus Inscript. lat.) si limitarono alla trascrizione dell€ lapidi. 
Purtroppo, dalla disamina delle opere consultate, poco o 
nulla emerge, che possa essere aggiunto alla brevissima illustra- 
zione del Melzi, ancorché Mons Luigi Biraghi abbia dato alle 
stampe nel 1860 una gustosa e pittorica descrizione del Batti- 
stero. (1) descrizione che poi fu ripubblicata ed ampliata in opu- 



(1) L. Biraghi : Antichi monumenti cristiani delV agro milanese 
— 1860. 

Arch. Stor. Lomh., Anno XLVIII, Fase. I. 1 



2 ANGELO BBLLINI 

scoletto (lai compjauto Itev. Proposto di Arzago Don J^\ Fon- 
tana, nell'anno 1876. 

In conclusione, nulla ci dicono gli scrittori sulle origini di 
Arzago e sulle sue passate vicende e solo si limitano a qualche 
supi)osizione più o meno attendibile, od all'accenno di qualche 
personaggio che trasse la sua origine da quella località. 

Per fare un poco di luce in tanta oscurità bisogna dunque 
ricorrere all'Archeologia : interrogare gli stessi monumenti o gli 
avanzi che ci rimangono ; e dai loro caratteri strutturali, para- 
gonati a quelli di altri monumenti, dedurre a un dipresso l'e- 
poca nella quale essi furono costrutti. Occorre in seguito studiare 
di accordar l'arte colla storia : rievocare quindi Cambiente umano 
nel quale essi monumenti sorsero, le diverse contingenze po- 
litiche e sociali e lo stato di civiltà e di coltura di quelle re- 
mote popolazioni ; esaminare atti notarili, sentenze, testamenti 
dell'epoca, dai quali documenti possano dedursi alcuni partico- 
lari rischiaratori ; ricostruire insomma il filo della storia non 
ancora tracciato dagli studiosi, ma i cui elementi necessarii 
alla ricostruzione giacciono forse dispersi nelle obliate perga- 
mene degli Archivii. 

Ad un cotale lavoro mi accinsi nella speranza di rendere 
ancor piti graditi i nostri paesi ai miei concittadini ; poiché, 
come disse Leonardo da Vinci, « 1' amore è tanto più fervente, 
quanto la cognizione è più certa ». 



LE ANTICHITÀ DI AUZAGO 
I. 

EPOCA ROMANA 



il Castello - Le Are - Le Epigrafi sepolcrali. 

Arzago è dominato da un piccolo dosso coltivato a vigna ed 
a giardino, attualmente di proprietà dei Sigg. Eossi ; nella parte 
più alta di esso emergono i ruderi di una torre antica, costruita 
a grandi massi quadrangolari di pietra. Scavando nel terreno 
circostante, anche a poca profondità dalla superficie, si può con- 
statare V esistenza di estese fondazioni, le quali manifestamente 
appartenevano a costruzioni oramai scomparse e che costituivano 
un tutto unico cogli avanzi rimastici della torre ; e non si fa 
fatica a comprendere che il tutto doveva rappresentare in epoche 
remote un fortilizio ) il che giustifica V odierna denominazione 
di « castello », conservato anche oggigiorno a quel luogo (vedi 
Fig. 2, Tav. I). 

Il dosso è ricinto in basso da un muro, che fiancheggia la 
strada principale attraversante il villaggio. Alcuni anni or sono, 
mentre dagli attuali proprietarii si riparava quel muro, fu sco- 
perto un camminamento rampante verso V alto, in direzione dei 
ruderi ; il che convalida maggiormente la convinzione della pree- 
sistenza di un fortilizio, che doveva occupare tutto quanto il 
poggio e che assurgeva quindi ad opera difensiva di notevole 
importanza. 

Le scarse rovine emergenti dal suolo non permettono una 
qualsiasi ricomposizione ideale dello stato primitivo di quelle 
costruzioni belliche, e neppure dimostrano alcuna caratteristica 
che permetta di stabilirne V epoca. Ma se, invece di limitarci ai 
caratteri obiettivi, procediamo alla valutazione di circostanze 
esteriori, non ci sarà difiìcile di giungere alla persuasione, che 
quelle rovine appartengano a costruzioni militari dei primi secoli 
delF impero romano. 

I Romani avevano dovuto costruire una quantità di opere 
difensive stabili ai confini dell'impero, presidiate dai legionarii, 
allo scopo di dominare le principali vie di comunicazione, di tener 
soggette le popolazioni di recente conquistate e di preservarsi 
dalle invasioni barbariche. 



4 ANCiKI.O BKLLINl 

Arzajfo si trovava appunto siili' importante arteria che, di- 
scendendo dal Laj^o Maggiore e i>a88ando per Sesto Calende e 
Somma, conduceva nel cuore dell' Insubria e della valle padana. 
La quale arteria doveva essere ben fortificata e presidiata, come 
emerge dalle seguenti constatazioni : 

A Sesto Oalende fu ritrovata una lapide funeraria, in cui è 
fatto nome di un Domizio Modesto, milite della VII^ Coorte 
Pretoriana ; e nei pressi di Sesto, sulla riva del Ticino esiste 
una località tuttora denominata del « Drago », che Bonaventura 
Oastiglioni vorrebbe fosse stata la residenza della VII^ Coorte 
Pretoriana, la quale aveva appunto per insegna un drago. 

A Somma, nella località più centrale e dominante, la quale 
anche oggidì si noma del « Oastellaccio », esisteva un castello 
turrito e cinto di mura, che il proprietario Gulizione, nel se- 
colo IX, lasciava per testamento ai Monaci di S. Simpliciano in 
Milano, assieme ad altro ed alla Chiesa di S. Fede ; e siccome 
nel testamento di Gulizione è accennato al fatto che la Chiesa 
di S. Fede fu da lui stesso edificata, mentre altrettanto non si 
asserisce del castello, così è ragionevole supporre che quel ca- 
stello fosse anteriore al secolo IX e facesse parte dei propu- 
gnacoli romani, scaglionati a difesa della strada summenzionata. 

Ed ancora: appena fuori di Somma, sempre seguendo la 
strada che conduce ad Arzago, si incontra la frazione di Vira, 
gruppo di casolari appollaiati su di un piccolo dosso, che verso 
mezzodì scoscende ripido, e verso mezzanotte digrada in terreno 
avvallato ed acquitrinoso. La parola « Vira » o « Bira », secondo 
il Glossario del Du Cange, significava nella lingua latina dei 
bassi tempi « fossato » 5 il che sembra indicare che il dosso di 
Vira era fiancheggiato verso mezzanotte da un fossato, laddove 
il terreno si avvalla ed è acquitrinoso. Ciò è tanto più credibile, 
in quanto esiste tuttora in Somma Lombardo una viuzza che da 
tempo immemorabile è detta « via al Birone » e che, prima di 
essere stata tagliata dalla ferrovia, si dirigeva appunto al ricor- 
dato avvallamento di Vira. 

Il poggio di Vira offriva adunque ottime condizioni topo- 
grafiche per un fortilizio ; e fu là che si rinvenne nel 1887 una 
lapide romana, purtroppo mutila ed evanide, ma sufficiente a far 
comprendere che si riferisce alle milizie veterane di Eoma, perchè, 
oltre alle parole mozze di « Yeteranus » e di « Speculator », 
reca di fianco la figura di un disco astato, che è appunto l' in- 
segna dei Veterani. 

La lapide fu illustrata dal nostro compianto concittadino 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 5 

Padre Bernardo Galli (La lapide Militare Eomana di Vira — 
Arch. Storico Lomb., Fase. I, 1889) e si conserva nella casa del 
Sig. Gian Carlo Galli. 

Kon discuto l'ipotesi addotta dal Campana, che le rovine 
del Monte Sordo, situato appena fuori di Somma stiano a rap- 
presentare V esistenza di un remotissimo castello a difesa del- 
l'antica strada in parola, perchè già ho dimostrato in altro mio 
lavoro, essere quella rovina 1' avanzo di un ospizio per i pelle- 
grini, fondato da Alberto da Somma nel 1188 (1), 

In Arzago si ripetono le condizioni topografiche favorevoli 
per un luogo di difesa. Quivi poi sono molteplici le iscrizioni 
che attestano la residenza romana : Un' urna cineraria dedicata 
a Galvisia Viriana, moglie del patrizio romano Tito Primo Apro- 
niano; una lapide menzionante un triumviro agrario [IIIVIR 
A(gris)] (2), are dedicate a Giove ed alle Giunoni con voti di pa- 
trizii ; un Maschilione figlio di Primulo consacrantesi al sommo 
Giove ; un'ara al Dio Silvano ; un Ispano figlio di Vittore sol- 
vente voti ad Ercole ; un Caio Terenzio della tribìi oufentina, 
ricordatante i suoi parenti. 

La lapide di Caio Terenzio, asportata nell'Evo Medio dalla 
sua posizione originaria , era stata collocata sotto l' altare 
di una chiesetta campestre dedicata a S. Cosmo e Damiano; di 
là fa rimossa nel 1721 dal Cardinale Arcivescovo Benedetto 
Odescalchi e trasportata nel cortile della Biblioteca Ambrosiana, 
di fianco alla porta per cui si accede alla Biblioteca. La lapide 
appartiene ai primi secoli dell' Impero, come si deduce dalla 
regolarità della scrittura, non certo inferiore per perfezione di 
forma delle lettere ed esattezza dell'incisione e per tutto l'an- 
damento dell' epigrafe, alle lapidi del periodo augusteo. Anche 
l'indicazione della tribii Oufentina contribuisce a fissarne l'epoca 
ai primi secoli dell'Impero, poiché tale indicazione in quei tempi 
sostituiva il cognome, quando questo non era indispensabile ; 
mentre in seguito, dopo Caracalla, diventò una determinazione 
trascurabile e di conseguenza scomparve dalle epigrafi (3). 



(1) A. Bellini : Alcuni cenni di storia e diarie riguardanti Somma 
Lombardo — 1919 — Tip. Alfieri e Lacroix. 

(2) I Triumviri agrarii eraìio i magistrati mandati da Roma, ai quali 
veniva commesso l'ufficio di condurre i coloni romani nei territori oc- 
cupati, operarvi il riparto delle terre, stabilirvi un regolare governo. 

(3) Mi limito a questi brevi cenni sulle lapidi romane di Arzago: 
e non mi attardo a riportarle in extenso, perchè ciò fu già fatto dal 



6 ANGELO BULLINl 

Da tutto ciò si inferisce, che Arzago fino dai primi secoli 
dell'impero era residenza di una colonia romana, coi suoi ordi- 
namenti e coi suoi magistrati ; e si può attestare che quella 
colonia era difesa da un presidio militare e munita di un ca- 
stello, forse quel castello 1 cui ruderi si vedono anche oggi- 
giorno emergenti dal suolo. Questa attestazione è convali- 
data, non soltanto da quello che fu sopra esposto, ma anche 
e sopratutto, a mio parere, dalla stessa etimologia della parol^a 
« Arzago ». 

Premetto, a questo proposito, che varie furono le derivazioni 
attribuite alla denominazione di Arzago : 

Leandro Alberti la farebbe derivare da « Ara Caesaris » : 
Ipsum loci nomenj Leandri Alberti testimonio, Aram Ccesaris 
aliqui interpretantur (Campana, loc. cit. p. 64). 

Più avanti, a pag. 70, lo stesso Campana soggiunge : « hinc 
dicere ausim Arsagum quoque Oppidum, quod nomen innuit, a 
Gothis comhustum.... ». 

Non è chi non veda quanto assurde e cervellotiche siano 
tali derivazioni, che non hanno alcuna base storica e che furono 
unicamente suggerite dal suono della parola. Per avere una 
probabilità di cogliere nel segno, non bisogna arrestarsi alla 
denominazione odierna di « Arzago » o di « Arsago », ma è 
duopo constatare anzitutto quale era il nome corrispondente 
usato nell'antichità e studiare di quello l'eventuale etimologia. 

Orbene : In un contratto citato dal Bescapè (A Basilica 
Petri-Fragmenta. — Ubi de SS. Haimone et Vermundo) e che 
porta la data dell' anno 1006, si parla di Landolfo vescovo di 
Brescia, figliolo del fu Dagiberto da Arciago, 

In una pergamena dell'Archivio di Stato in, Milano, che fu 
scritta nell'anno 756, si accenna ad un tale Arochis bone memorie 
de vico Artiaco. 

In un' altra pergamena esistente nello stesso Archivio, si 
rileva che un certo « Tuido, gasindio (1) domni regis » nell'anno 
774 lasciò alla chiesa di Oaseriate (Casorate Sempione) « mea 
de casa massaricia iuris mei qua habere videor in fundo Villa 
prope Arciacus, qui recta fuit per quondam Fusculo massario ». 



nostro Melzi e, in modo ancor più completo, dal Mommsen nel Corpus 
Inscript. Lat. 

(1) Gasindii erano denominati i compagni d'arme dei Re e dei Duchi 
longobardi, che assieme cogli ufficiali ed i marescialli formavano una 
nobiltà di corte. 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 7 

Nori vi ha quindi dubbio che l'antico nome di Arzago era 
Artiago ovvero Arciago. Ma è certo che la vera denominazione 
era quest'ultima, perchè sappiamo che nel VI secolo la lettera 
andò assumendo in molti vocaboli una pronunzia sempre piti 
dentale o sibilante, cosicché nella grafia il e fu sostituito facil- 
mente dal t, ed in secoli posteriori dall'« o dalla z. 

Yalga a mo' di esempio la parola nuncius, che divenne 
nuntius e poi nunzio ; e così siipplicius, supplitius, supplizio ; Lu- 
creda, Lucretia, Lucrezia ecc. ecc. 

Se adunque la piìi antica denominazione di Arzago era Ar- 
oiago, non sembra difficile ricavarne l'etimologia, quando si pensi 
che un discreto numero di villaggi del nostro contado termina 
in ago : la qual desinenza rivela chiaramente la sua origine 
dalla parola latina ager^ che significa « campagna, territorio ». 

Valgano gli esempi di « Oazzago, Yinago, Mornago, Sumi- 
rago, Albusciago ; quest'ultimo villaggio costituiva assieme ad 
Albizzate una sola corte (1) della famiglia Albuzia (V. Melzi, 
loc, cit. pag. 28) ; da ciò traeva il nome di Àlbuti (ornm) — ager, 
ossia « podere, campagna degli Albuzii ». 

Per correlazione si deduce, che il nome di Arciago deriva 
da Arc(is)ager o Arc(e)ager, il che in lingua latina significa « cam- 
pagna del, o col castello ». 

Fu adunque l'esistenza del castello che impose la denomi- 
nazione al villaggio ; il che è quanto dire che il castello ha 
preesistito allo sviluppo del villaggio medio-evale. E siccome i 
documenti citati comprovano l'esistenza di Arciago fino dall' e- 
poca longobardica, così il castello deve essere attribuito ad 
epoca anteriore, tanto più che, le considerazioni suesposte col- 
limano ad indicare la posizione di Arzago quale residenza forti- 
ficata di milizie e di coloni romani. 

Certo è che le rovine della località detta « del Castello » 
non sono i soli avanzi di antiche costruzioni militari in Arzago. 
Alla distanza di poche diecine di metri, proprio nel centro del- 
l'abitato ed addossati all' Oratorio del « Monticello », si osser- 
vano dei vecchi casolari le cui mura di grossa pietra hanno un 
larghissimo spessore, veramente eccessivo per semplici abitazioni 
rustiche. Un poco più discosto e in i)osizione dominante, si eleva 
per l' altezza di dodici metri la così detta casa delle streghe, 
isolata dentro un vigneto ; si tratta certamente di un' antica 
4:orre militare, come lo dicono le grosse mura, le finestrelle a 



(1) Corte, secondo il Giulini, significava podere, proprietà. 



8 ANGKLO BELLINI 

tornici, la port» tV entrata dalle robuste spalle di pietra, sor- 
montata da un voltino di grossi massi squadrati. 

Infine accennerò al fatto che nella campagna circostante aé- 
Arzago sono tuttora conservate delle denominazioni di località, 
che attestano la residenza civile e militare dei Romani : cito i\ 
Monco di Diana, il Campo di Marte, la Rocca, il Monte della 
Guardia, il Monte Brano (1). 



(1) Il moDte Brano a Nord di Arzago, scoscende verso il lìume 
della Strona. « Brano » nel basso latino, significava « locus altus et pro- 
fundus, precipitans » (V. Glossario del Du Gange). Permane in lingua> 
epagnuola la voce « Brena ». 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 
II. 

EPOCA LONGOBARDICA 



Le alterne vicende di Arzago 
durante l'invasione e la dominazione dei Longobardi.. 

Caduto l'impero di Roma, un nuovo mondo ibrido si andò- 
sovrapponendo all'antico ; un miscuglio di civiltà e di barbarie^, 
di mollezza e di forza, di gentilezza e di ferocia, che richiese il 
lavorio lento di molti secoli, affinchè le svariate genti riversa- 
tesi nel nostro bel paese si fondessero in un sol popolo, cui fosse 
comune la favella, la religione, il sentimento nazionale. 

Cessò di risuonare lungo la nostra strada militare il passo 
cadenzato delle legioni romane ; cessò l'ordine e la quiete pub- 
blica, e le nostre campagne furono battute da orde di predoni 
calati dai valichi dello Stelvio, dello Spinga, del Sempione, o 
risaliti fino a noi dalla ubertosa valle padana. 

Quando non esiste più la sicurezza personale, quando non 
vige piti una forza sociale che tuteli a chi suda e lavora il pro- 
dotto delle proprie fatiche, ognuno opera solo per quel tanto che 
occorre a mettere in salvo la vita ed a procacciarsi i necessari! 
mezzi di sussistenza; si inizia la depopolazione, l'abbandono delle 
case e terre, il decadimento delle scienze e delle arti. 

Così avvenne in Arzago, dove al castello, alle are, ai se- 
polcri, che attestano una notevole floridezza durante l'epoca ro- 
mana, non fa seguito piti alcun altro monumento per lo spazio 
di parecchi secoli. 

Durante tutto quel lungo periodo di decadenza, Arzago aveva 
perduto altresì la sua primitiva importanza strategica, perchè i 
limiti di difesa della pianura padana, che i Romani avevano isti- 
tuiti alle prime rughe delle prealpi, in seguito, col migliorare 
delle comunicazioni, si giudicò opportuno di scostarli più a monte 
verso la catena delle Alpi, dove furono create delle contee rette 
da Duchi, da Conti o da Visconti. Per limitarci alle nostre terre, 
accennerò alle contee di Stazona ( Angera), di Seprio e di Lecco ^. 
tutte località che, come si vede, sono più a Nord del nostro ter^ 
ri torio e che dominavano i laghi Verbano, Lucano e Lario, facili» 
vie alle invasioni. 



10 ANGELO BELLINI 

Intanto la ricca e popolosa Milano, che fu già sede del Vi- 
cario d'Italia e residenza dei Cesari, non tardò a divenire l'og- 
getto delle cupide brame degli invasori: presa e saccheggiata 
dagli Unni nel 452, fu rasa al suolo nel 539 dalle soldatesche di 
Vitige re dei Goti. Il disastro dovette essere enorme, perchè la 
città fu per molto tempo ridotta alle condizioni di un umile vil- 
laggio abitato da miserabili e da mercatanti indifesi. 

Nell'anno 56cS calò Alboino con una sterminata moltitudine 
di Gepidi, di Bulgari e sopratutto di Longobardi ; impadronitosi 
senza contrasto di buona parte dell' Italia, fece centro della sua 
dominazione l' Insubria, la quale cambiò nome e divenne la Lom- 
bardia. Alboino non ristette in Milano devastata e priva di mura, 
e prescelse Pavia a sua capitale. 

Le sventure di Milano furono la causa del sorgere e del 
fiorire di altre località del contado, che per la loro lontananza o 
per le condizioni speciali di facile difesa, potevano offrire più 
sicuro ricetto alle vite ed agli averi dei profughi. 

Il Giulini, che si è dato la pena di compulsare una sterminata 
mole di carte antiche, assicura che prima del mille la maggior 
parte dei nobili e dei signori non abitava in Milano bensì nel 
contado (tomo I, pag. 228 e tomo II, pag. 383). 

Milano non incominciò a riaversi, se non dopo che l'arcive- 
scovo Ansperto, nel secolo IX, riparate e rialzate le mura gia- 
centi, ridiede la sicurezza ai suoi abitatori; allora soltanto la 
città riprese il suo cammino ascensionale, che la ricondusse dopo 
qualche secolo al grado di vera e definitiva capitale della Lom- 
bardia. 

Della sorte dei nobili e dei signori al sopraggiungere dei 
barbari, nulla si sa, ad eccezione delle scarse parole di Paolo 
Diacono : « Sis diebus multi ìioMlium Eomanorum oh cupiditatem 
interfecti sunti reliqui vero per hospites divisi^ ut tertiam partem 
suarum frugum Longobardis persolverent, tributarli efficiuntur ». 

Ma non tutti coloro che scamparono alla strage dei primi 
giorni, si adattarono a coltivare la terra ed a divenire tributarli 
per un terzo delle rendite : molti riuscirono a mettere in salvo 
se e le proprie ricchezze, rifugiandosi nelle nostre terre e su per 
i monti dei nostri laghi ; avremo campo più avanti di parlare 
di un certo numero di essi, che si fortificarono nell' isola Ooma- 
cina ed ivi si mantennero liberi per lungo tempo ancora. Ma la 
maggior parte dei fuggiaschi, uguagliati ai miseri agricoltori dei 
nostri paesi, dai quali dovevano elemosinare il sostentamento dei 
primi giorni, si valsero della loro maggiore cultura per fungere- 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 11 

da sacerdoti, da scribi, da notari, da maestri di scuola, o si in- 
gegnarono ad esercitare quelle arti o quelle piccole industrie 
apprese in città, che ancora erano sconosciute ai rudi abitatori 
delle nostre plaghe. 

Sta di fatto, che nelle piti antiche pergamene dell'epoca 
longobardica i nomi dei sacerdoti, degli scribi e dei notari sono 
in massima parte latini; mentre quelli degli infrascritti sono per 
lo pili longobardici o meglio teutonici, appartenenti a signori 
analfabeti che si limitano a firmare col segno della croce. 

Ed invero i Longobardi al tempo della loro calata in Italia 
possedevano una civiltà quanto mai rozza e primordiale ; tut- 
tavia, passato il primo periodo atroce della conquista, durante 
il quale la prisca aristocrazia romana protettrice delle arti fu 
sostituita da una nuova nobiltà rozza ed ignorante, i costumi 
longobardici si raddolcirono. Vincitori e vinti si fondevano nelle 
gerarchie ecclesiastiche, e le due razze si mescolavano abba- 
stanza facilmente nei matrimonii, perchè, se gli uni avevano 
l'attrattiva del potere e della forza, gli altri avevano quella delle 
cognizioni e dei civili costumi. 

I longobardi finirono a perdere ogni caratteristica originaria : 
lingua, legislazione, costumi, religione; e da vincitori dei latini di- 
vennero i vinti; non vinti dalla forza, ma dalla civiltà superiore. 

Come accadde per molte altre località del contado, così anche 
per Arzago le sventure di Milano sembra abbiano infinito fa- 
vorevolmente, nel senso che Arzago fu prescelto a dimora di 
famiglie ricche e potenti. 

Fu già fatto cenno del gasindio Tuido, che possedeva terre 
e fattorie in Oasorate ed Arzago ; egli tuttavia si dichiara di 
Bergamo, ed e poco probabile che abbia avuto abituale residenza 
in Arzago, Abbiamo invece traccia dell'esistenza di un'altra fa- 
miglia longobarda, la quale doveva essere molto influente e fa- 
coltosa, perchè, pur essendo di Arzago, aveva altresì case e po- 
deri in Oampiglione (Campione sul lago di Lugano). 

Ciò si deduce da una pergamena dell'Archivio di Stato in Mi- 
lano, datata dall'ottavo anno del regno di Astolfo, ai 25 di ottobre 
nella indizione decima, ossia nell'anno 756. La pergamena, che 
proviene dai monaci di S. Ambrogio, riguarda la pia donazione 
di un uliveto fatta da Gualdrada vedova del fu Arochis di Ar- 
zago, a favore dell'oratorio di S. Zenone in Campione, coll'obbligo 
dell'accensione di una lampada in suffragio del defunto marito. 

È bene che noi ci occupiamo di questo documento, del quale 
vedremo fra poco la speciale importanza per il nostro assunto. 



12 ANOBLo BELLINI 

Notiamo anzitutto che 1 nomi degli infrascritti, all' infuori 
del notaio Ursus, sono tutti teutonici : inizia colle parole : « JEgo 
Walderata (1) relieta quondam Arochis bone memorie de vico 
Artiaco, consentiente mihi Agelmundo filio meo, dono atque cedo.., », 
e finisce colla minaccia consueta : « et qui hunc meum factum 
disrumpere quesierit, nohiscum aveat judicium ante tribunal Bei 
et salvatori mundi et beati Sancii Zenoni »; seguono poi i segni 
colla croce di Walderata, del figlio Agelmondo consenziente, del 
fratello Arochis pure consenziente, di un Tautpert testimonio, 
nonché di Orso notaro. 

E qui è bene osservare che il figlio Agelmondo interviene 
non già come mondualdo, a norma della legislazione longobar- 
dica, bensì solo per la rinuncia al suo diritto di successione; 
poiché, se il suo intervento fosse stato richiesto per l'esercizio 
del mundio, non si sarebbe invocato anche il concorso delFaltro 
parente germano Arochis. Ciò dimostra che in quell'atto fu se- 
guito l'uso delle leggi romane, secondo le quali occorreva l'in- 
tervento non già del mondualdo, ma dei prossimi parenti. 

In ciò si scorge che la legislazione dei Longobardi andò sem- 
pre più accostandosi a quella romana, anche durante il tempo di 
loro dominazione: qui noi siamo verso la fine di tale dominazione,^ 
giacché nello stesso anno 756 re Astolfo moriva per caduta da 
cavallo, e gli succedeva Desiderio, l'ultimo re longobardo. 

La famiglia di Arochis da Arzago ci riesce d'altronde inte- 
ressante, perché si deve ad essa, sia pure per contingenze for- 
tuite, se il piccolo villaggio di Campione sul lago di Lugano ap- 
partiene attualmente all'Italia, quantunque tutto contornato da 
territorio elvetico. La spiegazione dell'anomalia ci è rivelata da 
un'altra pergamena dell'anno 777 (Archivio di Stato - Milano), 
nella quale il nipote di Gualdrada, un certo Totone, lascia tutti 
i suoi beni di Campione alla Chiesa di S. Ambrogio in Milano. 

E fu così che Campione, divenendo proprietà inalienabile 
dei monaci di S. Ambrogio, restò avvinto ai destini politici della 
Repubblica Ambrosiana e della diocesi di Milano; sicché, pas- 
sando con questa città da una dominazione all'altra attraverso 
ai secoli, potè rientrare in grembo alla patria unificata, quan- 
tunque fuori dei nostri confini politici. 



(1) Walderata deriva da Walde-ràthin, consigliera nel bosco ; nome 
che ricorda le donne germane descritte da Tacito, esercitanti funzioni 
di profetesse, consigliere e sacerdotesse nelle foreste sconfinate dei lorO' 
paesi. • 



LE ANTICHITÀ Dì ARZAGO 13 

Ma sopratutto ci riesce di grande interesse la famiglia di 
Arochis, perchè essa è contemporanea e forse non estranea alla 
erezione della Basilica di Arzago, come ci prefìggiamo di dimo- 
strare nel capitolo seguente. 

La Basilica di S. Vittore. 

La chiesa pievana di Arzago dedicata a S. Vittore presenta 
le caratteristiche delle primitive basiliche cristiane del lY secolo, 
per quanto tutto concordi a farci credere che essa sia stata co- 
struita nel secolo Vili. 

Ciò si spiega col fatto più sopra ricordato, che le invasioni 
barbariche e le funeste conseguenze derivatene hanno prodotto 
un arresto in Italia di tutte le arti e quindi anche dell'architet- 
tura: e l'architettura delle chiese si arrestò al tipo della basi- 
lica romana, vale a dire a quel tipo che era stato adottato per 
le chiese durante l'impero romano, non appena i cristiani furono 
liberi di esercitare il loro culto alla luce del sole. 

Essi abbisognavano anzitutto di un luogo ampio, cintato e 
coperto, che bastasse a segregarli durante le funzioni e che fosse 
di costruzione facile e non costosa ; perciò si attennero al tipo 
di quelle costruzioni civili che si denominavano « basiliche » 
e che servivano ad uso di tribunale e di riunioni per la discus- 
sione degli affari. 

La « basilica romana » risultava di un tetto a due pioventi 
con travatura di legno, sostenuto da colonne : al colonnato si 
appoggiavano altri due tetti piti bassi, sostenuti a loro volta 
verso l'esterno dal muro perimetrale. 

Venivano così a costituirsi tre navate, di cui quella di mezzo 
era la maggiore, ed era chiusa in fondo da un muro semi - circolare 
che formava l'abside, dove era posta la tribuna dei magistrati. 

I cristiani fecero delle tre navate il luogo destinato ai fe- 
deli ; nella tribuna dell'abside collocarono il vescovo, il quale 
fungeva per loro anche da giudice, ed intorno circolarmente 
disposero i seggi del coro per i preti ; davanti al coro posero 
l'altare ed allato due pulpiti : l'uno per la lettura dell' Evan- 
gelio, l'altro per la lettura delle epistole. 

Le basiliche cristiane primitive avevano inoltre al loro li- 
mitare una divisione per i catecumeni chiamata nartece; fuori 
del nartece era l'atrio, una specie di cortiletto cintato od a 
portici, in mezzo al quale esisteva sovente una fontana, una 
piscina, od anche un battistero. 



14 ANGELO JiKLLiiNI 

Esempio classico e capostipite della chiesa a tipo di basilica 
romana ò la chiesa di S. Paolo fuori Mura in lioma, costrutta 
da Costantino il Grande nel secolo quarto. 

In prosief^uo di tempo, si pensò di sostituire le travate di 
legno (che sono esposte agli incendii e che limitano la lunghezza 
delle navate), con delle volte in laterizio, sostenute da robusti 
pilastri invece che da colonne. Una tale trasformazione richie- 
deva tuttavia maggiore disponibilità di mezzi e maggiore per- 
fezionamento di tecnica costruttiva, sicché non fu possibile di 
attuarla che parecchi secoli dopo, quando l'Italia incominciò a 
riaversi dai danni delle invasioni ; ed un primo e magnifico 
esempio della trasformazione avvenuta noi lo abbiamo nella 
Chiesa di S. Ambrogio in Milano. 

L' architettura della chiesa di Arzago risponde invece 
appieno a quella della originaria basilica romana : essa risulta 
infatti di tre navate con travatura in legno, separate l'una 
dall' altra da due file di arcate, sostenute da rozze colonne e 
pile disuguali di forma e di altezza, ed alternantisi fra loro^ 
Sopra le colonne sono collocati dei capitelli pure disuguali di 
forma e di dimensione ; per la maggior parte sono di marmo ed 
hanno l'aspetto rozzamente corinzio, eccettuati gli ultimi due che 
sono di stile lombardo-bizantino e di esecuzione recente (vedi 
Tavola II). 

Evidentemente non tutte quelle colonne e quei capitelli fu- 
rono fatti per la Basilica, ma adattati alla meglio ; porgendoci 
esempio di quell'arte che fu detta « frammentaria », per in- 
dicare in una sola parola le infelicissime condizioni di un'epoca^ 
che non aveva neppure la coscienza della propria individualità 
artistica. 

In fondo alla navata principale vi ha un bell'abside semi- 
circolare, nelle cui pareti si aprono tre finestrelle. 

Anche le navate laterali sono chiuse in fondo da abside piti 
piccolo, trasformato attualmente da un lato in cappella e dal- 
l'altro in Sacrestia. 

La luce entra abbondante nella Chiesa attraverso finestrelle 
strombate verso l'interno, oblunghe, ricoperte da archetto ro- 
tondo, disposte in numero di cinque per parte sopra le arcate 
della navata centrale, di cinque per parte nelle pareti della na- 
vate laterali, e di tre nella parte alta della facciata. 

L'edificio è tutto in pietra minuta, in blocchi ed in lastroni^ 

Nulla dico della decorazione interna, deturpata e snaturata dai 
molteplici rimaneggiamenti e dai varii gusti delle età successive* 



LE ANTICHITÀ DI ARZàGO 15 

La decorazione esteriore consiste in una fascia di archetti 
pensili decorrente lungo il sottogronda tanto degli absidi come 
dei muri laterali e della fronte. 

Sul fianco sinistro ed adiacente alla chiesa si innalza il 
campanile, prototipo dei campanili che preludiarono lo stile 
lombardo. 

È una torre quadrata, costrutta in pietra come la chiesa ; : 
ha fascie d'angolo ed è diviso in quattro piani da cornici con 
sostegno di archetti pensili. 

Il primo e secondo piano hanno finestrelle rotonde, mentre 
al terzo piano, che dovrebbe essere la cella campanaria, le finestre 
sono bifore con colonnetta nel mezzo. 

Le campane stanno oggidì collocate sul terrazzo soprastante 
alla primitiva cella campanaria ; e colà fanno mostra di sé a 
cielo scoperto, perchè il tetto di ricopertura fu demolito non 
molti anni or sono, allo scopo di alleggerire la torre e rassicu- 
rarne le condizioni statiche, essendo essa notevolmente pendente 
dal lato che guarda la chiesa. 

Per la costruzione del campanile, a risparmio di fatica 
e di spesa, fu adoperato anche materiale proveniente da piti 
antichi edifici: lo dimostra chiaramente una lastra di pietra 
collocata sulla fascia angolare a sinistra di chi guarda e in 
corrispondenza dell'inizio del primo piano: essa non è altro che 
una lapide romana disposta trasversalmente e colle righe del- 
l'iscrizione in senso verticale dall'alto al basso: è la lapide piti 
sopra ricordata, che Ispano figlio di Vittore dedicava ad Ercole. 
Chissà quanti altri cimelii romani non celano quelle venerande 
muraglie ! 

Tanto la Basilica che il suo campanile appartengono ad un 
tipo di architettura di una grande semplicità, che riempie la 
lacuna artistica tra l'epoca pagana romana e quella lombarda, 
di cui illustreremo un interessante campione ne 11' antistante 
Battistero. 

L'architettura è come un vestito, che quanto piìi è semplice 
ed attillato, tanto piìl lascia intravvedere le forme del corpo che 
ricopre; ed è certo che le nude e disadorne pareti della Basilica di 
Arzago ritraggono l'austero concetto religioso del cristianesimo, 
assai piti che le meravigliose pareti del rinascimento o le am- 
pollose e smodate ornamentazioni del barocco seicentesco. 

Qualora volessimo affacciarci il quesito della presumibile 
epoca di costruzione della Basilica di Arzago, noi non troveremmo 
altro metodo miglio e per avvicinarsi al vero^ che quello di 



tr> ANGELO BELLINI 

stabilire delle analogie con altri consimili monumenti ; ed è un 
fatto che le i)iù strette analogie di struttura e di ornamenta- 
zione noi possiamo trovare colla basilica di Agliate, che si crede 
costruita da Ansperto nel secolo IX« e più ancora colla basilica 
di S. Vincenzo in Prato di Milano. 

Quest'ultima fu ritenuta appartenente al i)eriodo della donii- 
nazione longobardica e più precisamente al secolo Vili (1), per 
quanto si sa[)pia che fu rimaneggiata nelP anno 833 dall' abate 
Giselberto e poi ancora nei primi secoli dopo il mille ; noi non 
possiamo che accettare la designazione del secolo Vili, desunta 
dai caratteri di alta antichità della chiesa e confermata dall'au- 
torità degli eruditi in materia, rimandando coloro che volessero 
maggiori informazioni alla classica opera del De Dartein (Ar- 
chiteeture Lombarde) 5 e crediamo di poterci valere delle grandi 
analogie della Basilica di Arzago, per stabilire che anche ad 
essa deve essere assegnata la stessa epoca. 

È vero bensì che la rozzezza delle parti decorative nella 
chiesa di Arzago è notevolmente maggiore ; ma ciò non auto- 
rizza a conchiudere per una maggiore vetustà. Non sempre i 
più ben costrutti edifici sono i più recenti, perchè occorre con- 
siderare l'inlluenza particolare dell'ambiente in cui sorge l'edi- 
fìcio ; ed è naturale che in Arzago, villaggio povero di risorse e 
dove, come vedremo ora, agli abili costruttori venuti dal di 
fuori, devono essere stati aggiunti operai malpratici del luogo, 
è naturale dico, che il lavoro costruttivo sia riuscito più rozzo 
ed imperfetto. 

Né si può credere che la chiesa di S. Vittore appartenga 
all'età posteriore alla quale assegneremo l'erezione del Battistero: 
esporremo in seguito le ragioni, che ci fanno ritenere quest'ul- 
timo di un'epoca diversa e più recente. 

Se pertanto è lecito presumere che la costruzione della ba- 
silica di Arzago sia dell' Vili secolo, ciò coincide colla presenza 
in Arzago della famiglia di Arochis e di Grualdrada : la quale 
famiglia aveva nello stesso tempo beni ed influenze in Campione 
sul lago di Lugano, dove lasciò traccie di sé almeno per tutta la 
seconda metà del secolo Vili, e cioè fino alla morte di Totone, 
che legava tutti i suoi beni ai monaci di S. Ambrogio. 



(1) G. Ant. Castiglioni afferma che S. Vincenzo in Prato fu fon- 
data da re Desiderio nel 780: ma si sa che Desiderio fu fatto prigio- 
niero e trasportato in Francia nel 774, donde non fece più ritorno. 
La data va quindi retrocessa. 



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LE ANTICHITÀ DI ARZAGo 17 

Queste coincidenze sembrano di non lieve ausilio nella ri- 
cerca dei costruttori della chiesa di Arzago, i quali non erano 
del luogo bensì venuti dal di fuori ; e questo dico perchè non 
è possibile ammettere che individui del luogo si siano creati 
di botto esperti e raffinati artefici, capaci di creare una costru- 
zione così armonica di linee e di proporzioni. Né si può ragio- 
nevolmente pensare che essi abbiano ingentilito il loro gusto e 
perfezionato la loro tecnica con precedenti costruzioni, poiché 
nessun altro edificio importante dell'epoca longobardica fu eretto 
nelle vicinanze, eccezion fatta della chiesetta campestre di San 
Cosmo e Damiano, troppo piccola e meschina per il formarsi 
di una maestranza. E nemmeno si può supporre che gente del 
luogo avesse imparato l'arte altrove, vagando per il mondo come 
fanno attualmente i nostri muratori ; perchè al tempo della do- 
minazione longobarda i servi non ìruivano di libertà personale ; 
perchè gli aldii o coloni, sebbene liberi personalmente, non 
avevano diritto di dislocarsi dalle terre che lavoravano ; perchè 
infine, quelli che erano incondizionatamente liberi, vale a dire 
gli arimanni, non esercitavano altro mestiere che quello delle 
armi ; ed essendo considerati quali soldati in guarnigione, non 
potevano trasferire la loro dimora da un luogo ad un altro senza 
il permesso dei capi. 

E chi furono adunque, e donde vennero i costruttori della 
basilica' di Arzago ? 

La nostra mente ricorre ai Magistri Comacini, una corpo- 
razione di artefici provenienti dai laghi Yerbano, di Lugano e 
di Como, che si diffuse in Italia e fuori, lasciando dovunque 
insigni monumenti del genio lombardo. Erano detti « Oomacini » 
perchè la maggior parte dei villaggi donde provenivano, appar- 
tenevano alla diocesi di Como (1). 



(1) Il MonDeret de Villard (L'organizzazione industriale nell'Italia 
langobardica. — Arch. Stor. Lomb. — Giugno 1919) vorrebbe derivare 
il nome di « Magistri commacini » da « macina », il qua! termine si 
usava per significare « ponte di fabbrica, impalcatura » j egli impernia 
le sue argomentazioni nel fatto che gli antichi documenti riportano 
« commaciìio » con doppia w, mentre, accennando al lago od all' isola, 
dicono « comensi » o « cumanì » ; nega quindi ogni rapporto possibile 
tra il nome « commacino » e quello di Como. Ma i suoi argomenti 
sono distrutti dalla citazione che egli stesso fa della IV epistola di 
S. Ambrogio, ove si parla delle « rupes comacines », nonché di Paolo 
Diacono che scrive « comacinus lacus » e « comacina insula ». 

Arch, Stor. Lomb.^ Anno XLVIII, Fase. l-II. 2 



18 AN<;i.l() KlOLlvlNI 

Ma il centro maggiore (U cutali artefici furono le valli e le 
montagne poste tra il lago di Como e quello di Lugano. 

In quella plaga si stende la valle d'Intelvi, anticamente de- 
nominata « valle di Antelamo », che aprendosi a levante sulle 
rive del lago di (Jomo, quasi di fronte all'isola Oomacina, risale 
per lungo e continuato pendìo fino alla cresta della Cigognola ; 
il versante jS^ord della Oigognola discende ripido verso le acque 
del ridente lago di Lugano, sulla cui riva si adagia il villaggio 
di Campione. 

I magistri comacini della valle di Intelvi e di Campione si 
chiamavano anche « antelami » ; ed « antelamo » divenne si- 
nonimo di muratore. 

Come mai sia stato possibile il sorgere di tanti costruttori 
ed artisti in quella plaga, si comprende dalFesame delle pecu- 
liari condizioni in cui essa venne a trovarsi dopo le invasioni 
barbariche. 

La valle di Intelvi servì di asilo a numerosi abitanti della 
pianura, fuggiti davanti all'avanzare delle orde di Alboino; e, 
mentre molti di essi trovavano salvezza su per i monti, altri si 
fortificavano nell'isola Comacina, che difende l'accesso alla valle 
d'Intelvi e che domina le tre branche del Lario. In quell' isola, 
Francione, antico luogotenente di Narsete, seppe conservare 
l'indipendenza dal giogo longobardico per alcuni decennii: il 
tempo che intercorse tra il regno di Alboino e quello di Autari; 
poscia l'isola fu stretta d'assedio, presa e depredata, dopo sei 
mesi di valorosa resistenza. Così racconta la cronaca di Paolo 
Diacono. 

Gli Antelami pertanto rappresentavano un piccolo avanzo^ 
di civiltà romana ; un avanzo di civiltà superiore, in mezzo alla 
barbarie che aveva tutto sommerso. Incitati dalla natura ma- 
trigna dei loro poveri monti, gli Antelami si diedero allo sfrut- 
tamento dei boschi e delle cave di pietra, favoriti in ciò dalle 
vie fluviali, che permettevano loro il trasporto dei legnami e dei 
laterizii. E così fu che, per collocare quei loro prodotti, diven- 
nero segantini, tagliapietre e costruttori. 

I magistri Comacini furono protetti e presi in speciale con- 
siderazione dai re longobardi ; il re Rotari li esentava dal tri- 
buto servile, li parificava agli uomini liberi, li rendeva capaci 
di pattuire, di ricever mercede, di costituirsi in consorzio. In- 
teressanti sono le leggi concernenti la loro corporazione, a noi 
giunte nel cosidetto « Memoratorium »; e se il legislatore lon- 
gobardo non disdegnò di discendere fìnanco ai minuti dettagli 



LE ANTICHITÀ Di ARZAGO 19 

dei salarli, ciò significa l'utilità e la diffusione che aveva preso 
una tale corporazione (1). 

Da quanto abbiamo esposto, noi siamo tratti alle seguenti 
deduzioni : 

La Basilica di Arzago, per i suoi caratteri di struttura e 
di ornamentazione e per le strette analogie colla Basilica di 
S. Vincenzo in Prato, deve essere giudicata del vsecolo Vili ; nel 
quar secolo fioriva in Arzago, ed aveva dominio in Campione, 
la famiglia longobardica di Arochis. 

La valle d'Intelvi e Campione erano la principal sede dei 
Magistri Oomacini o Antelami, abilissimi costruttori, protetti 
dalle leggi, liberi di assumere imprese e di trasferirsi dovunque 
necessitasse l'opera loro. Per contro in Arzago, come pure nei 
villaggi vicini, le condizioni politiche del tempo erano sfavorevoli, 
per non dire inibitorie, allo sviluppo dell'arte edilizia. 

Queste premesse autorizzano l'ipotesi, rivestita di tutta ve- 
rosimiglianza, che la costruzione della Basilica di Arzago sia 
stata afiìdata ai Magistri Comacini (di Campione?) per il tramite 
della famiglia di Arochis. 

Tutto ciò si riferisce alla sola Basilica ed alla annessa torre 
campanaria; non già al Battistero vicino, perchè i caratteri di 
questo lo appalesano una costruzione piìi recente. Ma prima di 
inoltrarci a parlare del Battistero, è duopo conoscere l'ambiente 
umano contemporaneo alla probabile epoca di sua erezione, onde 
indagare se eventualmente i dati storici di cui disponiamo, po- 
tranno corroborare le ipotesi che saremo per emettere. 



(1) Per essere obiettivo, debbo tuttavia ricordare, che recentemente 
alcuni eruditi non sarebbero più indotti a considerare il « Memorato- 
rium » come opera di legislazione (V. Monnerel? de Villard, Arch. St^ 
Lomì)., Fase. I, 1920). 



20 ANGELO BELLINI 

III. 

EPOCA FEUDALE 



La famiglia dell'Arcivescovo Arnolfo da Arzago. 

Che sia avvenuto della famiglia di Arochis, tanto ad Arzago 
che a Campione, non lo possiamo dire con certezza, mancando 
i documenti che comprovino l'allacciamento di quella, famiglia 
coi personaggi di origine longobardica dei due secoli successivi 
e dei quali faremo ora la conoscenza. 

I tempi si erano andati mutando profondamente ; i Longo- 
bardi, alla calata dei Franchi condotti da Carlomagno, non op- 
posero quella resistenza che era stata fatta dai predecessori 
Eruli e Goti, epperciò non andarono come quelli distrutti ; ma, 
sopravvivendo alla caduta della loro dominazione e confusi nello 
stesso servaggio cogli antichi abitanti già da loro oppressi, si me- 
scolarono con questi e formarono il popolo italiano. 

L'impero carolingio andò scindendosi in regni, ed i regni 
in principati feudali posseduti da conti, marchesi e duchi, che 
generalmente sol di nome riconoscevano il Re come sovrano 5 
i principati a loro volta si dividevano in feudi minori consegnati 
a dei Vassalli^ che esercitavano diritti sovrani nel proprio domi- 
nio e tendevano ad aumentarlo a detrimento dei vicini. 

Molestati ed oppressi in mille guise da quei prepotenti si- 
gnori e non piiì protetti dal governo centrale debole, i semplici 
Arimanni dovettero provvedere essi stessi alla propria sicurezza, 
scegliendosi un padrone tra i formidabili vicini : facevano cioè 
omaggio delle terre e degli averi ad alcuno di quelli, onde riaverli 
sotto forma di benefici, gravati di speciali servigi e dipendenze. 

Sparve per tal modo a poco a poco la piccola proprietà e si 
assotigliò la massa degli uomini liberi; d'altra parte i feudatarii, 
che avevano dapprincipio ricevuto il feudo ad personam e per un 
tempo determinato, si adoperarono a renderselo ereditario nelle 
proprie famiglie. 

Si andò così costituendo una ristretta oligarchia di potenti 
e di prepotenti, che sfoggiarono ricchezze e divennero i nuovi 
protettori dell' arte. Perciò i monumenti tramandatici da quel- 
l'età non furono dovuti all'obolo od al volere delle popolazioni 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 21 

ridotte all'asservimento completo ed all'indigenza, ma bensì a 
quello delle famiglie dominanti, che avevano ormai tutto accen- 
trato nelle proprie mani. 

Ad una di cotali famiglie doveva appartenere quell'Arnolfo, 
di cui è fatto cenno in una lapide marmorea affissa al muro 
che ricinge il Battistero di Arzago. L'iscrizione è in bei versi 
latini e suona così : 

B. M. 

^ Arnulphi corpus tumulo conclauditur isto 

Ouius ab antiquis clara propago fuit. 

Dilexit pacem lites et jurgia sprevit 

Et sibi laetitia semper amica fuit. 

Annos bis denos et lustrum vixit in aevo 

Hinc vitae cessit sidera celsa petens. 

Haec quicunque venis lecturus scripta viator 

Istius animae die miserere Deus. 
Obiit anno incarnationis Domini nostri lesu 
Christ. DOCCXOIII Die XII M^nsis Aprilis. Indictìone X. 

Questa epigrafe fu riportata dal Giulini (Tomo II pag. 27), 
ed a proposito della data 893, 12 Aprile, X Indizione, egli ra- 
giona così : « Nel mese di Aprile dell'anno 893 non correva la 
decima Indizione, ma bensì l'undicesinìa ; onde è cosa certa che 
qui il principio dell'anno fu computato dal mese di Marzo pre- 
cedente, secondo l'uso pisano; e perciò la data deve riferirsi al- 
l'Aprile dell'anno 892 ». 

L'anno 892 rappresenta un'epoca nefasta per la nostra patria : 
disciolto l'impero carolingio, il duca Berengario del Friuli si era 
fatto proclamare re d' Italia ; ma per difendersi dal competitore 
Guido duca di Spoleto, egli si era recato personalmente a fare 
omaggio della corona d'Italia ad Arnolfo di Germania ; e in forza 
di quell'atto fatale il regno d'Italia fa da allora in poi conside- 
rato come un feudo della Germania. 

Era già trascorso più di un secolo dalla caduta del regno 
longobardico (a. 774); e la famiglia di Arnolfo, che era certamente 
di origine teutonica come lo dice il nome (1), doveva aver con- 



(1) Arnolfo deriva da Herr-Wolf — lupo signore : come Landolfo 
voleva dire lupo della cami)agna, e Gundolff significava lupo di bat- 
taglia (Gund in alto-tedesco equivale a Krieg); Wodans Wolf era deità 
gotica, che traeva alla battaglia; donde Wolfgang, Wolfleib ecc. 



22 ANGKLO BELLINI 

servato l'iiuportanza della darà j)ropago da cui derivava, se potè 
concedersi il lusso (e iu quei tempi di miseria era veramente un 
lusso), di onorare un defunto venticinquenne con una bella iscri- 
zione su lapide marmorea. 

Quella famiglia di nobile lignaggio acquista ai nostri oc- 
chi un maggiore interesse, perchè è molto probabile che siano 
usciti precisamente da essa, alcune diecine di anni più tardi, 
dei personaggi che ebbero notevole attinenza cogli avvenimenti 
dei 'nostri paesi e che ebbero rapporti di parentela colle più il- 
lustri famiglie del tempo. 

Abbiamo veduto come l'Arcivéscovo Ansperto avesse rido- 
nato una maggiore sicurezza alla città di Milano colla ricostru- 
zione delle mura ; oltracciò i notevoli edifìci pubblici da lui e 
dai suoi successori edificati, l'ordinamento della cosa pubblica 
ripristinato, il commercio riavviato, tutto questo servì di allet- 
tamento al ritorno in città dei nobili e dei signori, onde godersi 
gli agi della vita cittadina ed avere occasione di salire maggiór- 
mente nella scalata al potere ed alla ricchezza. 

I documenti dei tempi riportano moltissimi nomi di notabili 
risiedenti in Milano, al cui nome è aggiunto, a guisa di cognome, 
il luogo del contado da cui provenivano. I cognomi non esiste- 
vano ancora o incominciavano a formarsi appena allora, col per- 
manere di soprannomi e di appellativi toponomastici. 

È da credere che la famiglia del nostro mite e giocondo 
Arnolfo abbia subito il fascino di Milano, come tante altre fa- 
miglie nobili del contado 5 e vi sia discesa a prendere posto nelle 
alte sfere della magistratura, dell'esercito e del mondo ecclesia- 
siastico, giovandosi dell' aureola dell' antico lignaggio e delle 
protezioni di parentela. 

Sta di fatto che nell'anno 998 un Arnolfo d'Arzago venne 
consacrato arcivescovo di Milano ; e passò alla storia col nome 
di Arnolfo II, per distinguerlo da un omonimo arcivescovo suo 
predecessore. 

È duopo notare che in quei tempi esistevano due villaggi 
denominati « Arzago » : l'uno era quello dì cui trattiamo, che, 
per essere nella circoscrizione del Seprio, era anche chiamato 
«Arzago Seprio»; l'altro si trovava nella Ghiara d'Adda, 
presso Doera. Una tale omonimia ha ingenerato confusione nelle 
Cronache a proposito della provenienza di Arnolfo II e del suo 
successore Ariberto il quale, per quanto da Intimiano, pure era 
imparentato alla famiglia dei Capitani d'Arzago e Doera. 

Ma il Fiamma (in Manipulo florum, Cap. 137) riferisce te- 



LE ANTICHITÀ DI ARZA.GO 23 

stual mente : « hunc ipsum vocat Arnulphus de Arsago de Seprio.,., 
Arsago, quod, tribu^ tantummodo milliaribus distai Gallarato ». 
Una tale affermazione è troppo precisa per lasciar luogo a dubbii 
sulla provenienza dell'Arcivescovo Arnolfo. 

E non solo possiamo essere certi che Arnolfo II proveniva 
<ia Arzago Seprio, ma sappiamo che ivi possedeva ancora beni 
di sua famiglia ; come si deduce da un documento di permuta 
<;itato dal Sormani (Giulini - Tomo II pag. 54), permuta che 
ebbe luogo nel 1009 tra Arnolfo e l'uffiziale custode della chiesa 
di Arzago. 

L'Arcivescovo Arnolfo, vissuto in tempi difficili e calamitosi, 
perchè travagliati da discordie fratricide e da sfrenate ambizioni, 
seppe destreggiarsi abilmente tra prelati, principi, imperatori e 
papi, in modo da tenere alta la dignità del suo grado e da au- 
mentare la potenza e l'autorità dell'episcopato milanese. 

Kell'anno .1001, trovandosi egli alla corte dell'imperatore 
Ottone III a Ravenna, venne da questi destinato per una solenne 
ambasciata a Costantinopoli, allo scopo di richiedere in isposa 
una Principessa di quella corte imperiale. 

Arnolfo dispose di un sontuoso equipaggio e di uno splen- 
dido accompagnamento, usufruendo delle molte sue ricchezze e 
di quelle messegli a disposizione dall'Imperatore ; e nel Settem- 
bre dello stesso anno varcò il mare e portossi a Costantinopoli. 
Giunto colà, spese alcuni giorni a ristorare sé e il seguito dai 
disagi del lungo viaggio ; si era condotto seco molti Ecclesiastici 
e notabili nonché buon numero di militi, ai quali aveva distri- 
buito ricchi abbigliamenti e preziose pellicce. 

Fu accolto con grandi onori, e la sua magnificenza e saviezza 
gli conciliò gli animi di tutti. Ottenne la mano della Principessa 
per il suo Sovrano e fu regalato di un dono che egli ardente- 
mente bramava, cioè a dire il Serpente di bronzo che si diceva 
essere stato eseguito da Mosè nel deserto per ordine del Signore. 

Il quale serpente fu infatti da lui portato a Milano e collo- 
cato nella Chiesa di S. Ambrogio su di una colonna di porfido, 
come anche attualmente si vede, nella grande navata, a sinistra 
di chi entra nella Chiesa. 

Così la corte dell'Impero greco, con furberia non insolita a 
quella nazione, si valse della buona fede del nostro Prelato, per 
compensarlo con un nonnulla delle enormi spese da lui sostenute 
in quella occasione. 

Nel Gennaio dell'anno successivo Arnolfo riprese la via del 
ritorno: ma non appena sbarcato a Bari colla Principessa, gli 



24 ANGELO BELLINI 

fu pprtft la ferale novella che l'imperatore Ottone era stato- 
Qolto da morte improvvisa pochi giorni prima. Per la quel cosa^ 
dopo tre giorni di rii)08o e non senza lacrime, l'Arcivescovo si 
diparti dalla Principessa : questa tornò col suo seguito alla pa- 
terna reggia, e quello portossi a Boma, dove visitò il Sommo 
Pontefice e le reliquie dei Santi Apostoli e Martiri e poi fece 
ritorno a Milano. 

L'Arcivescovo Arnolfo non fu soltanto abile diplomatico e 
scaltro destreggiatore negli ambienti di corte ; a volta a volta 
seppe anche atteggiarsi ad uomo di ferro in un secolo di ferro ; 
e lasciò le mansuete massime dell'evangelio per imporre la pro- 
pria volontà colla spada. 

Quando nel 1002 Ardoino marchese di Ivrea fu creato re 
d'Italia da una dieta di conti, Arnolfo indisse un'altra dieta a 
Roncaglia, dove convennero molti vescovi e il marchese Tedaldo 
di Canossa col figlio Atto: colà proclamarono re d'Italia Enrico 
II di Baviera, succeduto in Germania al cugino Ottone III e 
lo invitarono a scendere in Italia. Enrico venne e battè reitera- 
tamente Ardoino, che, deposta la corona al competitore, andò a 
rinchiudersi in convento. 

Per quanto Arnolfo si tenesse amico l'imperatore Enrico II 
ed il Pontefice, pure, allorché si credette offeso nel suo diritto, 
non si piegò alla loro autorità e die di piglio alle armi. 

Un tale Olderico discendente di Ardoino e fratello del mar- 
chese Mainfredo, era stato nominato vescovo di Asti dall'impe- 
ratore Enrico. Ma il nostro Arnolfo disapprovò altamente una 
siffatta elezione; e poiché a lui, come ad Arcivescovo Metropo- 
litano, spettava il diritto di consacrarlo, dichiarò di non volerlo 
fare. Olderico nondimeno, fidandosi della sua potenza e di quella 
del fratello, si portò a Roma ove riuscì a farsi consacrare dal 
Sommo Pontefice. 

L'Arcivescovo di Milano se ne tenne molto offeso; fulminò 
la scomunica contro Olderico e, formato un copioso esercito con 
l'aiuto dei suoi Suffraganei, si portò alla volta della città di Asti, 
che strinse d'assedio, saccheggiando e devastando il territorio 
circostante. 

Olderico e Mainfredo dovettero capitolare alle più umilianti 
condizioni : dovettero presentarsi alle porte della Basilica di San 
Ambrogio in Milano, a piedi nudi : Olderico con un libro in^ 
mano e Mainfredo con un cane in braccio, come allora si pra- 
ticava per i nobili malfattori. Avanzatisi amendue fino all'altare 
maggiore, ivi Olderico depose le insegne dell'ottenuto vescovado^ 



I 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 25 



cioè l'anello ed il pastorale, le quali poscia, col permesso del- 
l'Arcivescovo, tornò a ripigliare ; Mainfredo versò nello stessa 
tempo alla Chiesa molti talenti, dei quali fu poi formata una 
bellissima Croce per le solennità. Finalmente, sempre a piedi 
nudi come erano entrati, si portarono alla Chiesa Maggiore di 
S. Tecla, dove dall'Arcivescovo, dal Clero e dal popolo furono 
pacificamente riguardati (Giulini, Tomo III, pag. 124). 

Arnolfo morì il 25 febbraio 1018 e fu sepolto nella Basilica 
di S. Vittore in Milano, presso il Monastero da lui fondato. Un 
cronista di quei tempi scrisse di lui che « resse da buon vescovo 
la sua Chiesa, beneficando il Clero ed il Popolo, e attendendo 
seriamente ai suoi doveri; oltrecchè molti benefici da lui dati 
alla Chiesa comprovano la sua santità « (loc cit. pag. 135). 

Contemporaneo di Arnolfo fu Landolfo vescovo di Brescia, 
pure proveniente da Arzago. Intatti in una carta citata dal 
Bescapè (A Basilica Petri. Fragmenta: ubi de S.S. Haimone et 
Yermundo) si legge che Elena Badessa del Monistero di S. Sal- 
vatore in Milano, dava a livello a Landolfo vescovo di Brescia, 
figliolo del fu Dagiberto di Arciago, un pezzo di terra vicino 
allo stesso Monistero. 

Ne viene ovvia la supposizione che Landolfo fosse parente 
di Arnolfo; e tale supposizione fu valutata dal Giulini (tomo III 
pag. 43) nel seguente modo : « Siccome vi sono argomenti fortis- 
simi per provare che in Milano vi erano due Casati denominati 
egualmente « d' Arzago », ma diversi, come diverse erano le terre 
del nostro distretto chiamate « Arzago », che loro avevano dato 
il nome; così non può sicuramente affermarsi, che Landolfo ve- 
scovo di Brescia ed il nostro arcivescovo Arnolfo appartenessero 
ad una istessa famiglia, quantunque ciò sia molto verosimile ». 

Koi vedremo come i documenti di cui ora disponiamo, ci 
mettano in grado di stabilire che i due prelati non solo appar- 
tenevano alla medesima famiglia, ma erano fratelli. 

Di Landolfo sappiamo che fu ordinato vescovo di Brescia 
nel 1005, che pubblicò diverse leggi utilissime per il sno Clero, 
e che morì nell'anno 1030. 

Ho accennato a parecchi personaggi coinvolti negli avve- 
nimenti di. quei tempi: Ardoino, Tedaldo ed Atto da Canossa, 
Olderico e Mainfredo; e ciò sembrerà eccessivo ed alieno dal 
nostro argomento, che vorrebbe limitarsi agli uomini ed alle 
cose di Arzago ; ciò feci a bello studio, perchè tutte quelle per- 
sone, non soltanto ebbero a che fare colla nostra famiglia di 
Arzago, ma altresì ebbero con essa piti o meno lontani vincoli 



20 ANGELO BKLLINI 

di parentela, come desumo dagli scritti lasciatici da un loro pa- 
rente collaterale, Anselmo da IJesate, vissuto nel secolo XI, 

Il nome di Anselmo da Besate, che non ò registrato da 
alcuna storia contemporanea, potè giungere a noi legato a due 
suoi manoscritti, non ricebi per vero di speciali meriti, ma che 
ci servono come testimonianza e come specchio dello spirito dei 
tempi suoi. Quei due manoscritti furono stesi in lingua latina; 
si trovano l'uno alla biblioteca nazionale di Parigi, l'altro alla 
biblioteca dell'Ospedale di Oues presso Berncastel sulla Mosella, 
e furono pubblicati da E. Dummler (Anselm der Peripatetiker. 
- Halle - 1872). 

Si tratta di studii di oratoria e di filosofia, nei quali l'autore, 
che era. un aristotelico, si nomina da sé stesso « Anselmus de 
Bixate dictus Peripatetieus ». 

Anselmo ci fa sapere che si era consacrato alla Chiesa, 
nella quale il suo parentado aveva raggiunto i massimi onori, e 
che fu un membro accreditatissimo del Clero milanese, senza 
tuttavia indicarci qual grado di gerarchia vi avesse raggiunto. 

Degna di nota è una sua violenta polemica in risposta ad 
un presumibile attacco mossogli da un suo cugino Kutilandus 
(Eothland); in quella polemica egli cerca di accreditare le sue 
argomentazioni, sciorinando il suo passato di studioso, la sua 
vita attiva, la sua alta fama di letterato, il lustro da lui appor- 
tato alla Chiesa milanese, conformemente al passato della sua 
famiglia. Ed è appunto a questo riguardo, che gli enumera gli 
illustri antenati; ciò che permise al Diimmler di ricostruire 
l'albero genealogico di tutta la famiglia. 

In quell'albero genealogico figura anche Atto od Azzone 
signore di Canossa, il valoroso difensore di Adelaide; e siccome 
nella Cronaca Novalese si rileva che Atto aveva dato in isposa 
una figlia al marchese Mainfredo, così quell'albero può essere 
allacciato con la famiglia di Mainfredo e col padre Ardoino : 
« Hoc ideo fecit Ardoinus oh id quia Atto socer erat filii sui » 
(Novalese Y. e. II). 

Aggiungo inoltre che, in una sentenza consolare in data 
13 maggio 1147, il cui originale appartiene all'Archivio del Col- 
legio Borromeo di Pavia, si parla di un Anselmus qui dicitur 
advocatus de Besate^ che era stato tratto a giudizio da Edoardo 
priore del monastero di Besate per questione di diritti d'acqua. 
Certamente non deve trattarsi di Anselmo il Peripatetico, vis- 
suto parecchie decine di anni prima, ma, con tutta probabilità, 
4i un nipote. Questa mia supposizione è confortata dall'essere 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 27 

ambedue di Besate, dall'omonimia che tanto sovente il nipote 
eredita da uno zio, dal fatto che anche il presunto nipote eser- 
cita la stessa professione dell'eloquenza. E non si può escludere, 
a vero dire, che si tratti di un figlio naturale o legittimo, senza 
far torto per questo ai buoni costumi del Peripatitico, poiché 
in quel secolo i preti ambrosiani potevano liberamente prender 
moglie. Fu solo nell'anno 1021, al concilio di Pavia indetto da 
Benedetto Vili, che fu fatto obbligo del celibato ai sacerdot 
ambrosiani j ma tale disciplina non fu osservata, che dopo le 
terribili lotte mantenute con instancabile vigore da quel car- 
dinale Ildebrando che fu poi papa Gregorio VII. 

Comunque sia, in un'altra sentenza consolare stesa a Milano 
nel 1153 al 10 giugno, ritrovo ancora un Anselmus dictus advocatus, 
che deve essere il medesimo di cui fu fatto ora parola, perchè tanto 
questa sentenza come quella sopra riferita, sono date e sottoscritte 
dallo stesso giudice : « ego Azo judex et missus domni secundi Chun- 
radi regis » (Atti del Comune di Milano - Manaresi - Milano, 1919). 

Eilevo inoltre dalla stessa raccolta di Documenti comunali 
(pag. 282), che 'nel 1196 un Carnelevario Sansone si obbligava a 
pagare certa somma « ad partem et hutilitatem Ohizonis Avocati, 
tantum prò sua parte et heredis quondam Anseimi Avocati ». 

Infine, da un altro documento in data 1202 (loc. cit. pag. 353), 
Obizone advocatus figura console del Comune di Milano. 

Con tutti questi dati mi fu possibile di ampliare l'albero 
genealogico già tracciato dal Dummler e di seguire quel paren- 
tado dall'epoca longobardica fino ail'epoca dei Comuni. Ciò riu- 
scirà interessante, non solo per quanto riguarda la storia di 
Arzago, ma altresì per indagare l'organizzazione della vita so- 
ciale in quei tempi procellosi. 

Aggiungerò che, dagli scritti di Anselmo il Peripatetico 
risulta essere egli stato in Germania alla corte di Enrico TV: 
quell'Enrico imperatore, famoso per l'umiliazione patita nel- 
l'anno 1077 al castello di Matilde di Canossa davanti a Papa 
Gregorio VII. E mentre il prete Anselmo da Besate si sdilin- 
quiva in lodi sperticate all'imperatore ed al partito Ghibellino (1), 

(1) Anselmo da Besate così si esprime in alcuni versi latini in onore 
di Ottone e di Enrico : 

Regum creatrix maxima - Clamat jam Italia: 

Heinrice cune, propera - Te espectant omnia. 

Nunquam sinas te principe Harduinus vivere! 

E l'implorato straniero venne, e ribadì le nostre catene. Oh, come si 

affaccia l'apostrofe di Dante: « Ahi serva Italia, di dolore ostello!.... 



28 ANGELO BBLLINl 

mia sua lontana parente, la celeberrima contessa Matilde, pre- 
stava tutta la sua possanza al Pontefice per l' umiliazione dell'im- 
peratore e per il trionfo del partito Guelfo. 

Si ripeteva l'antitesi che intercorse tra l'Arcivescovo Ar- 
nolfo ed il re Ardoino: questi, elevato al trono dai Conti ita- 
liani contro i Tedeschi ; quello favoreggiatore dell' imperatore 
tedesco contro l'italiano Ardoino. 

Ciò costituisce un saggio delle discordie che travagliavano 
le popolazioni di allora, appartenenti a diverse razze non ancora 
amalgamate e quindi prive di un vero sentimento nazionale; 
sempre in lotta tra loro, città contro città, Papato contro Im- 
pero, famiglie contro famiglie ed anco contro membri della 
stessa famiglia. 

E intanto lo straniero, dalla cerchia eccelsa delle Alpi, gua- 
tava con mal celata gioia la baraonda fratricida, spiando il destro 
per giù avventarsi a compiere le meditate stragi e rapine. 

Dagli scritti di Anselmo si rileva il sorprendente numero 
di prelati di sua famiglia intorno al mille: Sigifrido vescovo 
di Piacenza, Giovanni vescovo di Eavenna, Arnolfo arcivescovo 
di Milano, Landolfo vescovo di Brescia, Giovanni vescovo di 
Lucca, Cuniberto vescovo di Torino. 

La cosa non sorprende : alcune cronache raccontano che nel 
X secolo si era diffusa per tutta Europa la credenza, che il mondo 
doveva finire al compiersi del primo millennio ; quel pregiudizio 
fu la cagione per cui molti si diedero alla vita sacerdotale o si 
fecero monaci, e moltissimi elargirono i loro averi ai poveri, alle 
chiese ed ai conventi; sicché una gran parte delle ricchezze e 
delle terre italiane erano andate a cadere nelle mani del Clero. 
Venne poi il mille, ma non il finimondo; ed il Clero si ritrovò 
quanto mai ricco, potente e numeroso, poiché, mentre prima le 
sue file furono rimpinzate da apocalittiche paure, dopo il mille 
subirono un incremento anche maggiore, per l'avidità di parte- 
cipare alle dovizie accumulate. Sia questa o no una leggenda 
sfatata, certo è che per molti in quei tempi il consacrarsi alla 
Chiesa rappresentava la scalata alle ricchezze, agli onori, al po- 
tere ; e le gerarchie del Clero furono invase da gente avida e scel- 
lerata, mentre avrebbero dovuto accogliere soltanto persone elette 
per ingegno e dottrina, per spirito di sacrificio e santità di vita. 

A documentare l'albero genealogico di Anselmo il Peripa- 
tetico, mi limiterò a riportare due passi desunti dalla sua « Rhe- 
torimachia », che sono i più espliciti, diporterò poscia l' albera 
genealogico da me ricomposto, avvertendo che, per ragione di 



LE ANTICHITÀ DI ABZAGO ^9 

brevità e di chiarezza, l'ho voluto sfrondare di alcuni nomi di 
collaterali, che non sembrano avere una speciale importanza. 

E con ciò avrei completato V esposizione delle mie ricerche 
riguardanti la famiglia dell'arcivescovo Arnolfo d' Arzago : espo- 
sizione che sembrerà forse prolissa e divagante in particolari 
estranei al nostro assunto. Ma il lettore benigno mi avrà per 
iscusatp, se da questa esposizione potremo ricavare qualche bar- 
lume, che sia atto ad illuminare le tenebre fitte che ancora av- 
volgono il sorgere del Battistero. 

lo passo : (Anselmi rhetorimachiae, lib. I) : 

Nec hec degenerat quam diva Bisatis honorat, set ut caeteri, 

paciens est et benigna, quod in cunctis exigit Bisatis diva : 

Hinc ille Sigefred'us Placentious quondam epyscopus, Ioannes 
cuius patruus Ravennas archiepiscopus, Johannes nepos huius 
adhuc quoque vivens JUucensis episcopus et adhuc Ounib.ertus 
Taurinensis presul inclitus. Hinc Arnulfus Mediolanensis pastor 
egregius, cuius frater Landulfus Brixie ipse dominus. Quorum 
onnium nepos adhuc superstat Anselmus pMlosophie intimuSy 
Rozonis et ipse filius, eiusdem fortune non minores prestolans 
successus. 

2° passo : (loc. cit. lib. II) : 

Fuit enim quidam nomine Ootefredus, trina cui soboles Otto 
Botefredus Johannes ille magnus Ravennas archiepiscopus. A 
Rotefredo, frater cuius Otto, exivit filius Sigefredus ille sanctus 
Placentinus epyscopus. Ottoni vero proles crevit in septimo : 
Wala Bernardus Rozo Mainfredus frater Hodomarius Otto 
Heinricus Mediolanensis clericus, faturus ille episcopus, sed in 
Gerosolima mortuus ; a quibus nunc iuvenes crescunt vigent 
valent, nitidissima proles. Otto autem ille, prima soboles, a 
cuius fratre duo descenderunt Ottones, uxorem duxit filiam so- 
roris illius de Oanussa Attonis, cui Tedaldus ille filius, a quo 
marchio exivit Bonifacius. Tedaldo enim de Oanussa soror pre- 
stantissima Alia erat unica, quam desponsaverat marchioni Main 
fredo , a quibus Mainfredus et ipse marchio. Sororem vero 
Walingo de Oandia, quibus unica fuit filia, que post Ottoni est 
iuucta, sicque uxorem (iuxit filiam sororis de Oanussa Attonis. 
Ouius quidem partus Èottefredus ipse clericus, Papiae archidia- 
conus.... Huius frater Heymericus Atto Ootefredus, decus ipse 
Bisatis, futuris hominibus memoria et exemplum virtutis. Iuve- 
nes a quo duo minus octo: Atto Bodulfus Otto Johannes Lucensis 
Tedoldus et Rozo. Uxorem cuius genuit ipse de Arzago Lan- 
francus, cuius duos fratres in una quidem die respexit deus, ut 
unus et ipse Landulfus Brixie esset episcopus, alter vero Ar- 
nulfus Mediolanensis pastor inclitus. A qua exivit Anselmus 
iuvenis, quem dicis, egregius. 



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J^E ANTICHITÀ DI ARZAGO 31 



ti Battistero. 

Il Battistero di S. Giovanni d'Arzago è un mirabile tem- 
pietto ottagonale, che sorge di rimpetto ed in sull'asse stesso 
della Basilica di S. Vittore, a soli alcuni metri dalla porta dMn- 
gresso di questa. 

jS^otiamo subito che il lato del Battistero prospiciente la fac- 
ciata della Basilica non è parallelo a questa, ma è posto in 
senso obliquo ; inoltre accennerò al fatto qhe i lati esteriori del- 
l'ottagono sono disuguali, variando in lunghezza da metri 4,86 
a m. 5,73 ; il che ha portato di conseguenza altre imprecisioni 
nella distribuzione delle parti interuei Ciò denota che i due mo- 
numenti furono fatti in epoche diverse e sotto diverse direttive, 
poiché altrimenti non si comprenderebbe una tale disposizione, 
a meno che ciò debba attribuirsi a grossolana trascuranza di chi 
tracciò il piano della costruzione. 

Il Battistero è sormontato da un tetto a forma di tronco di 
cono, dalla cui sommità fiioresce una torricella pure ottagonale, 
con pareti ad archetti, ricoperta a sua volta di tetto conico. 
Quella torricella rappresenta l'esteriore della cupola e del rela- 
tivo tamburo. 

Tutte le pareti esteriori sono rivestite da lastroni rettango- 
lari e da blocchi squadrati di pietra sarizzo. Anche i due tetti 
sono ricoperti da lastre di micaschisto disposte ad embrice. 

Danno accesso al monumento due porte dall'architrave di 
sasso, sopra cui si incurvano tre archetti à belle centinature ; 
l'una è esposta levante, l'altra a ponente. 

Il pavimento interno è lastricato e contiene nel mezzo una 
piscina ottagonale, a cui si discende mediante due scalini. 

A destra ed a sinistra di chi entra da levante, si nota 
una grande nicchia ; quella di sinistra è scavata circolarmente 
a guisa di abside ed ivi fu ricollocato l'altare che era stato 
asportato nel secolo XVIII, quando si volle stupidamente aprire 
in quel luogo una portaccia barocca, che poi fu fatta rinchiudere 
dal benemerito e compianto Prevosto Don Francesco Fontana. 

Il Campana, che fu testimonio oculare di quella barbara 
manomissione, così si esprime (loc. cit. pag. 70) : « Chiamato il 
muratore per aprire la nuova porta del Battistero, appena egli 
inferse nella parete i primi colpi di martello e ne staccò la 
prima incrostazione, apparve di sotto una incrostazione piti antica 
e più dura, sulla quale era dipinta elegantissimamente la Ver- 



32 ANGELO BKIXINI 

gine con la iscrizione in lettere gotiche attorno al capo : Ave 
grafia piena. Mentre io riguardava quell'iinagine con sempre 
maggiore curiosità, il muratore, impaziente di porre termine al 
suo lavoro, più pertinacemente die di piglio al martello e, de- 
molita la parete, mi tolse tosto la speranza non solo di conser- 
vare, ma neppure di rimirare l'imagine completa ». Ed il Cam- 
pana esclama malinconicamente : « Satin' salva alia, si haec 
perenni f ». 

Allato di ciascuna delle due porte si diparte una scala a 
chiocciola che conduce alla galleria superiore; questa è spaziosa, 
ricinta esternamente dai muri perimetrali (assai piti sottili di 
quelli del pianterreno su cui poggiano), prospettante all'interno 
per otto arcate sostenute da colonne o da pile di sasso. 

Sopra le arcate della galleria si adagia il tamburo della 
cupola foggiato a prisma di sedici facete, le quali si raccordano 
colla base ottagonale delle arcate della galleria per mezzo di 
trombe a gradini, situate nei timpani delle arcate stesse. È que- 
sto un particolare degno di essere osservato ed ammirato, perchè 
dinota la singolare perizia e raffinatezza degli antichi costruttori 
(vedi Fig. 2 della Tavola III). 

La cupola sostiene direttamente il tetto conico soprapposto ; 
ciò a differenza del tetto della galleria, che è sostenuto non già 
dalle volte di questa, ma bensì da un muro a tronco di cono 
rampante, il quale ha anche la funzione di scaricare la spinta 
della cupola sui muri perimetrali, lasciando uno spazio vuoto tra 
esso muro e la ricopertura a volta della galleria. Ad un tale 
saggio ed ingegnoso dispositivo è dovuta la sicurezza colla quale 
il monumento ha sfidato il trascorrere di tanti secoli, conservando 
le sue pareti e la sua cupola a piombo perfetto, nonostante i ce- 
dimenti del terreno e le screpolature conseguenti (vedi Fig. 1 
della Tavola III). 

Il piano terreno non ha finestre ; la galleria superiore ha 
tre finestrelle bifore e due a cerchiello, strombate verso l'interno ; 
altre sedici piccole aperture allungate, rotonde o cruciformi, tra- 
versano il tamburo. 

Al piano terreno, in ogni angolo interno dell'ottagono sono 
incastrate due colonnette, con capitelli decorati a fogliami o con 
qualche figura di quadrupede o di uccello (colomba?;. 

Anche le colonne della galleria soprastante portano dei ca- 
pitelli variamente decorati, come pure sono decorati i supporti 
delle volte incastonati nel muro perimetrale della galleria. 

Ma tutte quelle sculture raggiungono il colmo della piti 




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LE ANTICHITÀ DI ARZAGO . 33 

primitiva rozzezza ; il che contrasta vivamente con la struttura 
accurata di tutto l'insieme dell'edifizio e con le sue giuste ed 
armoniche proporzioni, che rivelano una conoscenza architetto- 
nica già evoluta, quantunque inferiore a quella degli ultimi mo- 
numenti di stile lombardo. 

Invano il Biraghi si compiace di ^ar della poesia, a proposito 
di quelle rozze sculture, così esprimendosi (loc. cit.) : « Qui da 
un pilastrello ti riguarda amorevole una colomba, tipo della 
dolcezza cristiana; là, spighe e foglie di vite ti apprendono il 
mistero della Santa Eucaristia. Y'è un bel nappo ; e due colom- 
bette bramose, innocenti, concordi, vi intingono il becco e c'in- 
vitano col loro esempio al celeste calice. Così guizzano e si scuo- 
tono animali, mostri e serpenti velenosi ; tu ne ridi, e n'hai ra- 
gione; son nemici vinti e incatenati da Cristo ». 

Si potrebbe dire diversamente delle sculture di un Donatello 
o di un Yerrochio ì Ma la verità è che la poesia parla al senti- 
mento e talvolta offusca la ragione. La discrepanza tra i lavori 
murarli e quelli sculturali deve trovare la sua ragione nel fatto 
che anche qui, come già osservammo per la Basilica, l'abile 
costruttore venuto dal di fuori, gi è probabilmente servito di 
lapicidi inesperti del luogo, o si è giovato di materiale prove- 
niente dalla demolizione di più antiche costruzioni. Ciò è com- 
provato dal vedere che, al posto di una delle colonne della gal- 
leria, fu collocata una pila di sasso portante ancora le traccie di 
una iscrizione romana e che, evidentemente, doveva essere un'ara 
votiva o un monumento funerario romano (vedi Fig. 2 della 
Tavola III). 

Così pure, in una delle arcate della galleria, fu incastonata 
una pietra con iscrizione mutila, che lo stesso Biraghi avrebbe 
così completata : 

C. GEMELLI Caio Gemellio Terzo Pontefice 

US. TERTIUS (pose questuava) a nome suo e 

poNTIFex nomine SVo del figlio Gemellio. 

ET GEMELLI FILii 

Alcuni anni or sono quella pietra fu rimossa in occasione 
'di restauri, ed affissa alla parete della galleria superiore, dove 
tuttora si trova. 

Si tratta evidentemente di lapide romana usata come late- 
rizio, e che fece suppurre a molti, tra i quali il nostro Qampana, 
•essere stato il monumento costruito nell'epoca pagana e poi 
-adibito dai cristiani a Battistero : « Ac primo vix amhigendwn 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. l-II. 3 



34 ANGELO BKI.LINI 

vidriur Araagenne Jiiiitdslcrium romana aetaic fuisHt subHtructuìw 
dicatumque Diis, qui per haec loca praecipue colehantur » (loc. cit. 
pag. 69). 

Il nostro buon (yanii)aiiii prese una grossa cantonata : poiché 
il Battistero di Arzago spira tutto cristianità, dalle finestrelle 
crociformi che illuminano dall'alto, ai simboli cristiani sparsi 
nelle sue sculture, alla stessa forma ottagonale del monumento, 
che è propria di tanti altri monumenti antichi consimili, primo 
fra tutti il Battistero di S. G-iovanni in Lateranb a Koma, co- 
struito da Costantino il Grande nel secolo IV. È noto d'altra 
parte l'epigramma di S. Ambrogio conservato nel codice laure 
shamese III, nella Biblioteca vaticana, che dice così : 

Octacorum sanctos templum surrexif'in usus ; 

Octagonus fons est munere dignus eo. 
Hoc numero decuit sacri Baptismatis Aulam 

Surgere, quo popolis vera salus rediit 
Luce surgentis Ohristi, qui claustra resolvit 

Mortis, et a tumulis suscitat exanimes 

Fu nel vero il Biraghi il quale, in occasione dei restauri 
compiuti nell'anno 1874, dettava la seguente bella epigrafe, che 
fu posta accanto all'altare : 

BREVE PANTHEON 
GENTILI CONFLÀTUM SILICE 

BAPTISMO DIOATUM XTI 

PRISCAE REDACTUM FORMAE 

ANNO MDCCCLXXIV 

Crediamo tuttavia dover rilevare una lieve inesattezza, nel- 
l'aver denominato il Battistero « Breve Pantheon ». È inesatta 
tale denominazione, perchè ci richiama l'idea di un monumento 
pagano dedicato a tutti gli Dei (7ray-5ewv), e perchè non risponde 
al vero la stessa giustificazione dataci dall'autore, che il Batti- 
stero nel disegno si assomiglia al Pantheon di Roma. 

Il Pantheon •di Roma è una grande rotonda con volta a 
tazza ; la volta, essendo costruita di grosso e pesante materiale,, 
ed esercitando una enorme spinta sulle pareti che la sostengono, 
richiese che queste pareti fossero rubustistime, di grande spes- 
sore e senza finestre, per non diminuirne la resistenza. 

Il Battistero d'Arzago ha invece una forma ottagonale, con 
soprapposto un tamburo a 16 faccie. Le mura sono robustissime 
soltanto al pian terreno, sottili al piano della galleria ;. degli ottoi 



i 



LE ANTICHITÀ DI ARZAGO 35 

lati dell'ottagono, essendo quattro adibiti alle porte ed alle nic- 
chie, resta soltanto agli altri quattro lati la funzione di sostenere 
tutto Pediflcio ; quei quattro lati rappresentano adunque come 
quattro robuste pile di sostegno. Le mura del piano superiore 
nonostante la loro esilità sostengono il peso e la spinta laterale 
della cupola, per il felice dispositivo surricordato del muro di 
ricopertura a tronco di cono, che si scarica su di essi. 

Nel Battistero di Arzago adunque, oltre aversi delle carat- 
teristiche essenziali che lo staccano dal Pantheon di Koma, noi 
troviamo il nuovo principio costruttivo del contrafforte e della 
controspinta ; principio che ebbe la sua prima applicazione nelle 
chiese erette a Costantinopoli dall'imperatore Giustiniano, le 
chiese dedicate a Santa Sofia ed a S. Sergio. Quest'ultima è 
ottagonale, sormontata da tamburo e da cupola a 16 faccie, con 
galleria al piano superiore e con volte alternantisi a foggia di 
botte e di tazza nel piano inferiore, volte che servono di con- 
trafforte alla spinta esercitata su di esse. dalla cupola centrale. 

Quasi contemporaneamente alle due chiese di Costantinopoli, 
sorgeva in Eavenna la Eotonda di S. Vitale. L'esarcato di Ra- 
venna apparteneva all'impero bizantino, allorché S. Eulerio nel- 
l'anno 525, di ritorno da Costantinopoli, iniziava la costruzione 
di quella chiesa, coU'assistenza di un Giuliano Argentario. 

Anche S. Vitale di Eavenna ha strettissime affinità archi- 
tettoniche col Battistero di Arzago; si dovrà dunque concludere 
che il Battistero d' Arzago sia stato costrutto nel VI secolo? 
ovvero nell'VIII secolo, assieme alla Basilica vicina, conside- 
rando il tempo occorrente al diffondersi dell'influsso artistico di 
Ravenna, fino ad arrivare al piccolo villaggio di Arzago? 

Il Biraghi si dice sicuro che il Battistero non sia piti recente 
del secolo sesto, perchè, se la scultura ed i fregi sono rozzi e 
grossolani, il disegno, l'armonia, la grazia che vi dominano, lo 
rendono più pregevole degli altri antichi Battisteri del Milanese 
e del Comasco. 

Ma la pura logica degli avvenimenti consiglierebbe un ra- 
gionamento affatto opposto a quello del Biraghi. 

Diffatti noi abbiamo visto che coU'avvento delle invasioni 
barbariche l'arte scomparve, o decadde, o si arrestò di botto 
alle prische forme romane ; in seguito, per il ritornare della tran- 
quillità e per il lento lavorìo di amalgama e di civilizzazione dei 
nuovi popoli sopraggiunti, l'arte riprese il suo cammino ascen- 
dente, fino ad arrivare ai magnifici monumenti dello stile lom- 
bardo-bizantino. Se adunque in un monumento medioevale si 



3() ANciELo liKLUM 

rinvengono diversi caratteri artistici, sono le forme più belle e 
più evolute quelle che ci si api)ale8ano come le più recenti; 
mentre le forme più roz/c r rudimentali ci indicano un'età più 
lontana, rivissuta forse in quelle forme per imitazione dell'antico 
o per impiego di vecchi materiali, o i)er la prestazione d'opera 
di artefici rimasti addietro nella tecnica del loro tempo. 

In ogni modo, ciò che deve stabilire l'epoca del nostro Bat- 
tistero, sono le parti in cui l'arte appare più evoluta, vale a 
dire le linee architettoniche, la loro grazia ed armonia, e sopra- 
tutto quel tanto che rivela l'influsso bizantino. E tutto questo 
non può essere certamente riferito al secolo VI, quando le con- 
tinue guerre tra l'Esarcato di liavenna e i Longobardi poneva 
una barriera alle correnti di coltura greca, quando la miseria 
generale e la sostituzione di una nobiltà incolta e feroce all'an- 
tica nobiltà protettrice delle arti, erano condizioni sfavorevoli 
allo sbocciare di un'opera d'arte quale il Battistero di Arzago. 

Noi abbiamo visto come la chiesa di S. Vittore debba asse- 
gnarsi al secolo Vili; eppure la chiesa è una costruzione assai 
più semplice, e trae la sua filiazione dal tipo della Basilica Eo- 
mana, tipo che già durante l'impero romano si era diffuso ai 
principali centri d'Italia. È quindi ovvio che il Battistero, co- 
struzione più complicata e difficile, che risente dell'influsso eso- 
tico e che richiede un'arte più avanzata, debba essere assegnato 
ad un'età posteriore. 

Tutte queste considerazioni ci fanno accostare all'opinione 
emessa dal De Dartein (L'Architecture Lombarde), il quale, per 
analogie costruttive con la rotonda di Almenno, con la chiesa 
di S. Fedele in Como, con la piccola chiesa di S. Maria del 
Tiglio presso Gravedona, avrebbe fissato l'epoca di costruzione 
del Battistero di Arzago verso la fine del secolo XI. Il De Dartein 
afferma tuttavia che la irregolarità del tracciato e certe ine- 
sattezze nella costruzione dei muri, tenderebbero a far regredire 
d'alquanto tale data. 

Una particolarità che fa pensare ad una data più antica, è 
resistenza della piscina. Essa è una riproduzione delle piscine 
ottagonali del secolo VI, a cui alludono i versi succitati di 
S. Ambrogio ; infatti in quel tempo il battesimo si compieva per 
immersione del catecumeno, a simiglianza ed in commemorazione 
del battesimo di Cristo nelle acque del Giordano (l). Ma in 
seguito, per semplificare e facilitare il rito, fu sostituita all'im- 



(1) Battesimo, da Qy.v:it^u.y. greco, che significa « immersione ». 



LK ANTICHITÀ DI ARZAGO 87 

mersione l'aspersione di acqua sul capo, come tuttora si usa fare 
dovunque. 

Ammesso pertanto che il Battistero di Arzago fosse stato 
costruito nel secolo XI, la piscina vi rappresenterebbe un ana- 
cronismo. 

Aggiungo inoltre, onde vagliare tutte le circostanze in prò 
e in contro, che la Commissione regionale per la conservazione 
dei monumenti, dovendo procedere parecchi anni or sono ad uno 
scandaglio delle fondamenta del Battistero e ad opere di sotto- 
murazione, rinvenne tra le pietre rimosse una moneta romana ; 
essa presentava nel retto la testa di un imperatore romano e 
nel rovescio un guerriero colla leggenda « Biis et popuìo ». Ciò 
mi fu riferito dall'attuale Kev. Proposto di Arzago, il quale 
assicura che la moneta entrò a far parte di una collezione nu- 
mismatica di Milano. Io mi presi la briga di farne ricerca presso 
il Gabinetto numismatico del Castello Sforzesco, ma non ne ebbi 
contezza. 

La circostanza del rinvenimento della moneta farebbe sup- 
porre che, al posto ove ora sorge il Battistero, fossero preesistite 
altre costruzioni piti antiche, demolite in seguito per dar luogo 
alla piscina. La quale piscina forse esisteva sola, quando l'edi- 
fìcio del Battistero ancor non era, dentro l'atrio della Basilica, 
come vedemmo che era costume di fare nelle primitive basiliche 
cristiane. 

E non è dissimile dal vero il credere che, allorquando nel 
secolo XI fu eretto il Battistero, si volle appositamente conser- 
vare nel suo interno la piscina, in omaggio all'uso venerando 
che se ne era fatto per il passato. 

Con la voluta conservazione della piscina e con la preesi- 
stenza di costruzioni antiche si verrebbe a spiegare la viziata 
collocazione del Battistero rispetto all'asse della Basilica (come 
abbiamo piti sopra ricordato), nonché errori nelle dimensioni 
del tracciato dell' ottagono. Non sarebbe concepibile che quei 
magistri, i quali furono così abili e geniali costruttori del mo- 
numento, non abbiano saputo disegnare sul terreno una precisa 
base ottagonale, se ciò non fosse derivato da voluta inesattezza 
allo scopo di adattarsi a condizioni prestabilite nelle fondazioni. 

Pertanto si può tener per fermo, che queste ultime i^arti- 
colarità non contrastano con l'opinione che il Battistero di Ar- 
zago sia stato costruito nel secolo XI o poco prima. 

Ohe se per avventura raffrontiamo il monumento coi per- 
sonaggi del tempo precedentemente studiati, noi possiamo giun- 



38 ANGBLO BELLINI 

gere a qualche altra deduzione, la quale varrà a portar maggior 
luce sulPargomeuto che ci intrattiene : 

Abbiamo visto infatti che Arnolfo fu consacrato Arcivescovo 
nel 99(S e morì nel 101 H ; Pepoca del suo episcopato coinciderebbe 
con l'erezione del Battistero di Arzago. 

Sappiamo che TArcivescovo Arnolfo, non soltanto proveniva 
da Arzago, ma vi possedeva beni di famiglia ; sappiamo che 
era facoltoso e munifico e che in Milano aveva largamente do- 
nato a Chiese, conventi e Clero. 

Sappiamo inoltre che egli fu a Kavenna presso la corte del- 
l'imperatore Corrado, dove ebbe agio di conoscere la Kotonda 
di S. Vitale ; che poscia, in occasione della sua ambasciata a 
Costantinopoli, potè ammirare le chiese di S. Sofia e di S. Ser- 
gio ; che infine, ritornato in Italia, soggiornò per alcun tempo 
a Eoma a visitare il pontefice e le reliquie dei Santi Apostoli ; 
per cui non si può dubitare che egli non vi abbia osservato il 
Battistero di S. Giovanni in Laterano. 

Da ciò si inferisce, che tutti gli insigni monumenti dai quali 
può essere derivata l'ispirazione del Battistero di Arzago, erano 
a piena conoscenza di Arnolfo. 

Dopo lo morte dell'Arcivescovo Arnolfo, non si ha piti trac- 
cia della sua famiglia, che pare si sia estinta nel casato di An- 
selmo da Besate e in quello di Eutilando (v. Albero genealogico). 

Intanto il continuo incremento di Milano richiamava sempre 
pili alla metropoli lombarda i nobili ed i signori, che prima erano 
dispersi per il contado ; Arzago perdette nuovamente ogni sua 
importanza e si ridusse alle proporzioni di un piccolo villaggio 
privo di risorse ; né si hanno documenti per comprovare l'ulte- 
riore esistenza in Arzago di altre famiglie facoltose, che aves- 
sero la potenzialità di erigervi monumenti d'arte ; daltra parte, 
abbiamo veduto che, durante l'epoca feudale, la massa della po- 
polazione era troppo povera ed asservita, per provvedere essa 
sola ad estrinsecazioni artistiche. 

Si affaccia quindi l'ipotesi, che all'Arcivescovo Arnolfo od 
alla sua famiglia sia dovuta l'erezione del Battistero di Arzago. 

Prof. Angelo Bellini. 



L' imperatrice Angelberga 

(850-890) 



SOMMARIO. — Angelberga e la politica di Ludovico II. — Angelberga 
nella politica italiana — Confronto con le altre donne carolinge. 

Angelberga, moglie dell'imperatore carolingio Ludovico II, 
è la sovrana più notevole e tipica della sua età e di tutto il 
periodo carolingio, e la prima di quelle donne — regine o prin- 
cipesse — che tra il IX e il X secolo appaiono sulla scena po- 
litica d'Italia e vi svolgono una parte assai rilevante. 

Donna di finissimo accorgimento, seppe sempre esercitare un 
grande influsso suU' animo di suo marito. Essa cooperò a ren- 
derlo un principe veramente italiano per domicilio, per interessi', 
per affezione. Con la qual cosa ella venne bensì a restringere 
l'opera di lui come Imperatore, facendone piuttosto un impera- 
tore d'Italia che un capo efficace e temuto di tutto l'impero di 
■Carlo Magno ; ma intanto ella mostrò di conoscere bene la ten- 
denza dissolutrice del tempo e di adattarvisi senza vane rilut- 
•tanze ; inoltre ella ottenne che l'opera di suo marito, ristretta 
in più breve cerchia, fosse più vigile, pronta ed efficace nella 
nostra penisola, sicché la memoria di lui s'imprimesse fortemente 
nella memoria dei contempora-uei e ne rimanesse il ricordo as- 
sociato alle migliori opere della seconda metà del sec. IX. 

Dotata di virile energia e di forte ambizione, superba e 
prepotente, cupida di dominio e di ricchezze, ella dominò sempre 
sul debole marito, ed esercitò una parte assai cospicua nella 
politica generale del suo tempo, sia per l'indirizzo di questa, 
sia per l'esecuzione delle principali imprese. 

Il Kleinclausz, che è notoriamente troppo ottimista nel giu- 
dicare la personalità degli ultimi carolingi, vorrebbe limitare 
l'influsso preponderante di Angelberga solo agli ultimi anni del 



40 GIUSEPPE POCHBTTINO 

refrno di Ludovico II (1). Ma con più Taglione il Diìmmler e il 
Lapòtre lo estendono a tutto il regno di quel buon i)rincipe, 
ohe fu bravo soldato ma facile a lasciarsi dominare da una donna^ 
come Angelberga, ambiziosissima, accortissima, e d'intelligenza 
indiscutibilmente superiore (2). 

Per me è fuor di dubbio che se non fu proprio Angelberga 
ad ispirare a Ludovico II l'idea di seguire una politica esclu- 
sivamente italiana, (perchè ne vediamo in Ludovico i segni 
prima ancora del suo matrimonio), certo lo aiutò di continuo 
a consolidare i suoi interessi italiani, i veri e reali interessi a 
cui si collegava la sua duplice qualità di re e di imperatore ; 
ed a svolgere 1' attività sua piìl di qua che di là dalle Alpi, e 
secondo un piano prestabilito o almeno ben chiaro e metodico. 
Il piano era semplicissimo : raccogliere tutta la penisola sotto 
lo scettro carolingio con vigorosi interventi nell'Italia meridio- 
nale a rovina dei Longobardi, dei Saraceni, dei Bizantini e delle 
nascenti repubbliche marinare campane, e con l'imposizione di 
un protettorato più vivo e tangibile — più vicino ad una so 
vranità effettiva che ad una protezione nominale — su Roma e 
lo stato della Chiesa (3). 

E per il compimento integrale di quel piano, ella fu sempre 
a fianco di suo marito, suo consigliere e guida, suo sostegno e 
incitamento: con lui divise le fatiche delle spedizioni, i peri- 
coli della guerra, con lui e alcuna volta invece di lui diresse 
la politica, tessè trame, inviò ambascerie, scrisse lettere, fece 
viaggi, mercanteggiò favori, sfruttò amici e nemici (4). 

Quanto diversa in ciò dalle sovrane della sua età ! 

Una sola, a dir vero, le si accosta e in certo senso la imita, 
almeno nei caratteri particolari di attività, di energia e di vio- 
lenza superba : ma anche quella è una longobarda di razza, una 
longobarda del caldo Mezzogiorno, del turbolento beneventano : 
Ageltrude duchessa di Spoleto, moglie di Guido e dall'888 re- 
gina e imperatrice per qualche anno. 



(1) Ki.EiNCLAUSZ, L'empire carolingien - Paris 1902 - p. 382. 

(2) DiÌMMLER, Geschichte des ostfrankische Beiches - Leipzig, 1907 
- V. II, 54, 74, 141, 199, 386 etc. 

(3) Lapòtre, L^Euì^pe ei la 8. Siége-Iean Vili, p. 205. 

(4) Romano, Invasioni barbariche (nella Collezione di storia politica 
d'Italia - ed. Vallardi) p. 561 etc. — Muratori, Annali della storia 
d' Italia - ad a. 864, 866, 868, 869, 870, 871, 872, 874. — Dììmmler^ 
o. e. II, 272 -74, 340-2, ecc. 



L^ IMPERATRICE ANGELBBBGA 41 

Ma con le sovrane carolinge di Francia e Germania An- 
ge! berga non à punti di contatto : di petto a lei esse non sono 
che ombre vane fuor che nell'aspetto. 

Una donna di quella tempra, di quella ambizione, di quella 
attività non poteva rassegnarsi all'oscurità, al silenzio, all'ina- 
zione ; epperciò anche quando ella restò vedova nell'875, ella 
continuò a svolgere nella politica del Eegno d'Italia e dell' im- 
pero Carolingio un'opera tutt'altro che trascurabile, raccogliendo 
attorno a se partiti, dirigendo assemblee, designando sovrani, 
mescolandosi a trame per dirigerle o per trarne profìtto ; e 
sempre (o almeno fin verso gli ultimi anni di sua vita) fece sen- 
tire, nella nostra penisola e fuori, la sua intelligenza vivissima, 
la sua volontà tenace, il suo spirito intraprendente. 

Così, anche vedova e scoronata, ella restò esempio culmi- 
nante e veramente caratteristico di quel grande e non sempre 
benefico potere che certe donne regali di quell'epoca esercitarono 
sulle faccende pubbliche, influendo nelle risoluzioni politiche di 
capi e di partiti, nel mondo laico e nel campo ecclesiastico. 



n. 



SOMMARIO. — Il fidanzamento — La famiglia di Angelberga — Le 
sue origini secondo vari storici — Angelberga non è meridionale — 
È una longobarda del Nord — Mia opinione. 

Prima di sposare Angelberga, Ludovico II aveva avuto in 
animo di sposare una principessa bizantina. Le prime trattative 
in proposito risalgono all'842, cioè due anni prima che Ludo- 
vico II fosse coronato a Roma re d'Italia^ anzi finirono in un 
formale fidanzamento (1). Non rimaneva che mandare a Costan- 
tinopoli a prendere la sposa, e questo attendevano i Greci e 
la corte bizantina, quando improvvisamente Ludovico II ruppe 
ogni cosa e si fidanzò con Angelberga. 

Le ragioni di questo a noi sfuggono. Si tratta di un muta- 
mento di politica da parte di Ludovico II? Oppure si tratta 
del trionfo di una passione, di una donna, sopra le ambagie e 
le visioni politiche ? 

Nessuna luce a noi viene in proposito dei documenti ; nes ■ 



(1) Muratori, Benun itallcarum scriptores,, XII, 176. 



IJ GIUSEPPE POCHETTI NO 

SUDO (li essi ci aiuta nemmeno a conoscere le origini e la con- 
dizione sociale (li Angelberga. 

Tanto silenzio i)erò intorno alle origini ed alla famiglia di 
Angelberga mi induce a ritenere che ella non fosse neppure di 
elevati natali, per quanto le varie e numerose parentele sue 
che qua e là -si accennano nei documenti ci confermino che ella 
doveva prevenire da una famiglia solidamente impiantata in 
Italia (1). 

Intorno alle origini di Angelberga si anno pertanto le più 
disparate opinioni. Esaminiamo le principali. 

a) Kella « cronica dell' Agazzari » trovo : « anno Dui DGCXll 
« Angelberga uxor Ludovici imperatoris filia quondam Karoli 
« Magni sedificavit monasterium etc. » (2). 

Ma se fosse stata figlia di Carlo Magno, sposando Ludovico 
II avrebbe sposato un suo pronipote, contro tutte le leggi ca- 
noniche, e da lui avrebbe avuto figli in vecchiaia avanzata, e 
sarebbe vissuta piti d'un secolo, conservando benché centenaria 
influenze politiche e attività di spirito e di corpo piìi che me- 
ravigliose. Il cronista à evidentemente confuso l' Angelberga 
nostra con una Angelberga franca, che però non ebbe mai nulla 
a che vedere con l'Italia. 

b) if Bouchet credette Angelberga figlia di un duca di 
Spoleto, di nome Guinigiso, che morì l'anno 822. Ma questa è 
un' opinione destituita di ogni fondamento, e derivata dalla 
falsa interpretazione di un passo oscuro ed errato di Incmaro 
che a suo luogo vedremo ed esamineremo (3). 

e) I Sammartani diedero ad Angelberga per padre Eticone 
Guelfo, figlio di Eticone duca di Svevia, dicendo di seguire in 
ciò gli storici tedeschi (4). Ma quali storici, e di quale autorità, 
e per quali validi argomenti ? Essi non lo dicono, ed a noi sono 
totalmente ignoti. Un Eticone Guelfo è bensì noto, ma come 
padre di una tale Ildegarda, che sposò un Ludovico imperatore : 
e ne parla esplicitamente l'Uspergense, dicendo (5) : « Eius ge- 
« neris fuit quidam inclitus, dictus Ethico, qui genuit filium no- 



(1) Lapòtke, o. g. 206. 

(2) Monumenta historica ab provincias parmensem et placentinam 
pertinentia^ XIII, 1862. 

(3) BouCHBT, De vera origine francorum regum, p. 43. 

(4) Sammartani, Historia generalis regum francorum - 1. XIII. 

(5) Uspergensis Chronicon ad a. 1126 (in Monumenta Germani» 
historica ed. Pertz t. XXIII). 



I 



l'imperatrice angelberga 43 

« mine Heinricum et filiam nomine Ildegardam, quam Ludovicus 
« imperator duxit uxorem ». Ma non si può confondere Ildegarda 
con Angelberga, né portare Eticone ai tempi di Ludovico II (1). 
L'errore sta nelFaver dato troppo valore alla parola imperator, 
senza badare che spesso significava soltanto re^ come si vede 
ad es. detto più volte imperator il semplice re di Germania Lu- 
dovico il Tedesco nella cronaca di Alberico delle Tre fonti (2). 
d) Il Campi sostenne che Angelberga fosse figlia di Lu- 
dovico il Germanico, e a lui si accostò il Muratori (3) per ri- 
trarsene e ritenerla solo figlia spirituale o figlioccia. L'opinione 
del Campi, come quella che sembra poggiare su validi argo- 
menti, è l'unica che meriti di essere posta in discussione. 

In realtà nei suoi documenti Ludovico il Germanico chiama 
Angelberga dilecta ac spìritalis filia; Carlomanno e Carlo il Grosso, 
figli del Germanico, la chiamano soror dilectissima, e nipote 
dicono Ermengarda di lei figlia. Ma ci sono certi documenti 
a cui non posero mente né il Muratori né il Campi, né altri che 
sostengono Angelberga figlia di Ludovico il Germanico (4). Mi 
accontenterò di citarne alenai che sono decisivi. In un docu- 
mento dell'880, Carlo il Grosso conferma ad Angelberga certe 
donazioni a lei fatte dal Germanico, di lui padre, e dice di con- 
fermargliele « qualiter noster genitor divae memoriie clementis- 
« simus rex, sui erga nipotem instinctu amoris suam adiungens 
« auctoritatem ecc. ». E quasi con le stesse parole si esprime in 
un altro dell'882 (5). 

In altri posteriori poi, lo stesso Carlo il Grosso dice che 
il Germanico era di Angelberga pater et patruus, e viceversa 
chiama Ludovico II, imperatore, marito di ilngelberga « caris- 
simo consobrino nostro atque fratre » (6), 

Da questi documenti risulta cHe Angelberga non era figlia 
carnale di Ludovico il Germanico, ma sposando Ludovico II, di 
quello nipote, era diventato anch' essa nipote del Germanico, 



(1) Muratori, Antichità estensi, t. I, p. 6. 

(2) Chronicon Alberici Trium Fontium (in Monum nta Germanice 
historica ed. Pertz, t. XXIII, p. 739 etc). 

(3) Muratori, Àntiquitutes italicce Medii Aevi diss. 11 e 71. 

(4) Campi, Storia Ecclesiastica di Fiacenza, I, 230. — Muratori, 
Ant, Ital. I, 562. — Benassi, Codice diplomatico parmense^ Parma 1916, 
p. XXI. 

(5) Benassi, o. c. p. 172, 178. 

(6) Moratori, Antiq. Ital. I, 559 e 556. — Benassi o. c. 187. 



44 GIUSEPPE POOHBTTINO 

cugina (li Carlomanno e Carlo il Grosso. Glie se fosse stata- 
figlia carnale del Germanico, noD -avrebbe potuto sposare Lu- 
dovico II, suo cugino in primo grado ; perche allora a mala 
pena si permettevano i matrimoni tra parenti di quarto grado : 
anzi anche questi si permettevano solo in forza di dispense ec- 
clesiastiche, che cominciarono però ad usarsi solo da Pasquale 
II in poi (1). Ecco infatti lo schema genealogico dei primi ca- 
rolingi che ci interessano. 

Carlo Magno 

I 

Ludovico il Pio 



Lotario I Imp. Carlo il Calvo Ludovico I il Germanico 

I I 

Ludovico II imp. .- i i 

sp. Angelberga Ludovico Carlomanno Carlo il Grosso 

Ermengarda 
sp. Rosone 
di Provenza 

Ma poiché i documenti ci presentano Angelberga quale 
filia spiritalis del Germanico, e soror spiritalis dei figli di lui 
Carlomanno e Carlo il Grosso, io ritengo che Angelberga dive- 
nisse figlia adottiva del Germanico per un regolare atto di ado- 
zione, e lo diventasse quello stesso giorno in cui lo diventò suo 
marito, come a suo luogo diremo. E così si spiega V insistenza 
dei figli del Germanico a chiamare Angelberga soror dilecta^ 
poiché essi sulla loro nuova parentela di fratelli per adozione 
di Lodovico II e Angelberga miravano a rassodare i loro di- 
ritti alla corona d'Italia e dell'impero contro le mire di Carlo 
il Calvo e di altri pretendenti. 

e) Il Lapòtre (2) seguito dal Eomano e dai migliori sto- 
rici moderni, ritiene che Angelberga fosse probabilmente lon^ 
gobarda. 

Ma quali argomenti si potrebbero recare a sussidio di questa 
opinione ì Non certo il nome di Angelberga : perchè non é un 
nome esclusivamente longobardo, ma anche franco : e poi oggi,- 
a ragione, non si dà più ai nomi alcuna importanza, essendosi 
piti volte notato un grande scambio di nomi, come di razza, in. 



(1) Hergenròther, Storia universale della Chiesa III, 225. 

(2) Lapòtre, o. c. p. 205, n. 2. — Romano, o. c. 489. 






45 

quelle lontane età, in mòdo che appaiono romani con nomi lon- 
gobardi, longobardi con nomi franchi, e viceversa. 

Ed è anche troppo tenue argomento dell'origine longobarda 
di Augelberga la sua politica antipapale, che è la politica lon- 
gobarda dei secoli precedenti, ed è così diversa della carolingia ; 
né di gran valore mi sembra la considerazione del continuo e 
vigile intervento d'Angelberga nelle cose longobarde dell' Italia 
centrale e meridionale, cioè nei ducati di Spoleto e di Benevento, 
e sopratutto il suo chiaro e vivo senso della realtà storica, così 
caratteristico negli Italiani e in genere così fievole, per non dire 
ottuso ed assente negli oltramontani di quella età. Eppur son 
questi, fino a questo momento, i soli argomenti che ci possono 
soccorrere a farci ritenere Angelberga di origine longobarda. 

Eesta infine oscuro s'ella fosse una longobarda del Nord o 
del Sud. Xon un documento accenna ai suoi parenti. Tanto si- 
lenzio ci induce a credere che Angelberga non fosse di nobile 
ed alto lignaggio, altrimenti — superba ed orgogliosa com'era 
— non avrebbe mancato di tar giungere a noi qualche accenno 
intorno alla nobiltà dei suoi natali. Non esito quindi ad affer- 
mare che Angelberga fu un'oscura longobarda, uscita da una 
piccola casa aristocratica, solidamente impiantata in Italia, ma 
non così ricca e potente che Angelberga se ne dovesse gloriare 
-e parlarne. Ne tace persino nel testamento che pur fece in tarda 
età, quando più non era imperatrice ma umile donna di convento 
•e spoglia ormai degli orgogli di un tempo. 

f) Gì fu chi sospettò che Angelberga fosse una longo- 
barda del Sud e precisamente una parente di Sinocolfo, prin- 
<}ipe di Salerno, che fa tanto in grazia di Ludovico II e fu 
signore quanto mai fastoso e ricco. Tale ipotesi anzi sembrò 
avere un appoggio nei seguenti fatti : 

a) verso l'anno 876 Angelberga sposò una sua nipote, di 
nome Ingena a un signorotto capuano (1). 

b) Angelberga sfogò il suo odio contro i Beneventani 
con intemperanti insolenze e ingiurie sanguinose, mentr' era 
nel 871 in Benevento, più signora che ospite, e quell'odio ha 
una legittima spiegazione se si pensa che Angelberga fosse 
salernitana e che tra Benevento e Salerno duravano odi e ran- 
cori da parecchi lustri e specialmente da quando i due ducati 
si erano scissi con un'aspra guerra civile (849). 

(1) Scriptorcs rerum langobardicarum ed. Waitz in Monumenta 
'Germanice Imtorica del Pertz. p. 475-6. 



\Ct (JllUSKI'l'K IMM'llK'J'llxNo 

Ma io osservo, quanto al primo latto, che il matrimonio di la- 
gena con un nobile capuano non è così alto da l'arci ritenere an- 
che alte le origini di Angelberga, né per 8i)iegarle occorre pensare 
che Ingena fosse meridionale, che poteva benissimo essere del nord 
e trovarsi con la zia Angelberga, come dama del suo seguito. 

Accanto al secondo fatto poi, io osservo che, bene esami- 
nando gli atti della politica di Lutiovico li versa i Longobardi 
del Mezzogiorno, atti ispirati e diretti senza dubbio da Angel- 
berga in persona, non si notano particolarità di favore verso la 
casa salernitana, o capuana, o beneventana: si notano anzi atti 
ostili o poco deferenti da parte di Angelberga verso i vari si- 
gnori longobardi meridionali, come avremo occasione di dire a 
suo tempo ; e nessun atto di simpatia si scorge che derivi da 
parentela, ma solo atti di pavido ossequio e mal celati tentativi 
di ribellione da parte dei vari signori longobardi del sud, dei 
quali nessuno si levò in difesa di Angelberga quando fremiti 
di rivoluzione e secreti accordi di insidie erano a tutti noti esser 
diretti contro Angelberga nella sua permanenza fra i Longo- 
bardi meridionali, specialmente l'anno 871. 

Osservo infine, che se Angelberga fosse stata una meridio- 
nale, non avrebbero mancato di notarlo i cronisti di laggiìi, che 
pure, come Erchemperto e il Cronista salernitano, ci riferirono 
tante e minute cose attorno a Ludovico II ed Angelberga. 

g) Dopo tutte queste discussioni io ardisco avanzare la 
mia ipotesi. Secondo me Angelberga è una longobarda del nord : 
e questa mia ipotesi l'appoggio sulle seguenti ragioni che, ad 
una ad una sono senza dubbio tenui, ma prese nell'insieme loro 
possono avere un certo valore: 

a) Di tanti suoi possessi che Angelberga nomina in varie 
carte, non uno è nei ducati di Spoleto e nella Langohardia 
minor o meridionale. 

h) Per dono nuziale o morgincay si fa dare da Ludovico II 
due corti regie situate l'una nel, modenese e l'altra nel reggiano,: 
come vedremo. 

e) Più tardi si fece dare dal marito le corti di Guastalla 
e di Suzzara, con le loro dipendenze modenesi, reggiane e par- 
mensi, e qualche anno dopo si fece dare una corte regia nel 
cremonese, che dalle precedenti poco era discosta. 

d) Certamente per parte di donna, Angelberga era cugina 
prima di Berengario del Friuli, tanto è vero che alla figlia, di 
lui. Berta, passarono per testamento il Monastero di S. Sisto 
da lei creato e le sue ricche dipendenze. 



L' IMPKRAT.UCE ANGELBERGA 41 

e) Ebbe amicizie singolari tra laici ed ecclesiastici dell' E- 
milia: era infatti vescovo di Parma il suo segretario e consi- 
gliere Wigbodo ; era suo cugino Suppone (1) primo gonfaloniere 
dell'Impero, duca di Spoleto e conte di Piacenza e ricco di beni 
in Emilia e Lombardia; ed era suo nipote quel Paolo, che, forse 
per appoggio di Angelberga, fu vescovo di Piacenza (2) : ed era 
infine suo caldo amico quel Giovanni arcivescovo di Ravenna e 
metropolita di tutta Emilia, che ella sostenne in varie guise 
contro il Pontefice romano, più che non lo comportasse il suo 
spirito religioso e la sua femminile natura. 

Queste argomentazioni anzi mi fan quasi sospettare che 
Angelberga fosse una longobarda dell' Emilia : tanto piti se 
considero che a Piacenza ella creò il grande monastero femmi- 
nile della Risurrezione, detto poi di S. Sisto, e di esso finì per 
occuparsi esclusivamente, e abitarlo di preferenza nei suoi anni 
vedovili quantunque avesse la Commenda di quello assai più 
famoso di S. Salvatore in Brescia, che per lei doveva avere 
anche speciali ricordi, come quello in cui era morta badessa 
una sua cara cognata, e vi erano state in educazione le due 
sue figlie Gisla ed Ermengarda, anzi Gisla vi era anche morta. 

Comunque, emiliana o no, Angelberga è, a parer mio, una 
longobarda del nord, e fu così atta<icata alla sua Italia setten- 
trionale, che anche rimasta vedova, e perseguitata e agitata in 
tutte guise, non se ne volle partire, e rifiutò di starsene in si- 
curo asilo a Roma, dove pure il Papa le aveva offerto un sicuro 
rifugio contro le burrasche dell'agitata politica di quello scorcio 
del sec. IX. Se fosse stata spoletina, avrebbe almeno fatto una 
politica favorevole a Guido e Lamberto di Spoleto tra 1' 888 e 
l'890, e invece fu contro di loro. Se fosse stata meridionale non 
solo avrebbe tenuto altra politica verso i Longobardi del Sud, 
ma laggiù avrebbe cercato rifugio e pace quando gli errori della 
sua politica e l'avversità del fato e la malvagità degli uomini 
le davano tante amarezze e persecuzioni. 

Se, come io penso, Angelberga era una modesta longobarda, 
settentrionale, il matrimonio di Ludovico II, in origine indi- 
scutibilmente matrimonio d'amore, poteva anche assumere un 
aspetto politico: con esso infatti Ludovico II veniva ad assi- 
curarsi l'attaccamento dei Longobardi del Is^ord, ma per riper- 



(1) MiGNE, Patrologia cursus completus. CXXIX p. 148. 

(2) Bonigo sutrinensis — Liber de vita Christiana! — apud Mai 
8picilegium romanum t. VI, 279. 



48 OiUSKPPK POCHETTINO 

cussione auche quello dei Longobardi del centro e del sud, o 
per meglio dire degli Italiani ; inoltre coi parentadi e con le 
conseguenti alleanze preparava e facilitava la marcia della sua 
dominazione nell' Italia meridionale, più e meglio che non lo 
potesse fare con il matrimonio con una principessa dell'infida 
corte bizantina. 

Vero è che i Papi avevano sempre cercato di impedire che 
i Franchi si mescolassero in Italia con i Longobardi, per tema 
che ne prendessero poi anche le idee nazionali riguardo al po- 
tere temporale dei Pontefici (1) ; ma già da x)ar6cchio tempo i 
franchi avevano cominciato a sposarsi con famiglie longobarde, 
secondo i loro interessi o secondo le loro inclinazioni. 

Nel documento con cui Ludovico II, secondo le leggi dei 
franchi fece ad Angelberga un dono nuziale nel dì dello sposa- 
lizio, dice esplicitamente che non mancò l'assenso dei grandi 
del regno : « una per consensum et voluntatem nostrorum opti- 
« matium hanc dilectissimam sponsam nostram Angilbergam no- 
« mine » (2). Ma ignoriamo se il padre di Ludovico, cioè l'impe- 
ratore Lotario, sia- stato contento di quel matrimonio : non credo 
però che sia il caso di dubitarne, perchè Lotario dall'850 in poi 
lasciò a Ludovico II la piti ampia libertà di azione sia per 
quanto riguardasse il Eegno d'Italia, sia per quanto concernesse 
l'Impero (3) e si ritirò quasi del tutto dalle cose dello stato per 
sollazzarsi fra le cacce e le concubine (4). 



III. 



SOMMARIO. — La data del matrimonio — L'influenza di Angelberga 
su Ludovico IL 

Gli sponsali tra Xudovico II ed Angelberga ebbero luogo a 
Marengo presso l'odierna Alessandria, nella corte regia famosa 
che aveva risuonato per tanti anni delle cacce rumorose dei re 
longobardi e dei carolingi, perchè circondata dalle grandiose 
foreste dell'Orba e della Bormida, ricchissime di selvaggina. 



(1) Lapòtke, o. c. 185. 

(2) Benassi, 0. e. 110. 
(.3) Romano, o. c. 487. 

(4) De Renzi, Condizioni del /popolo italiano nel M. Evo. Napoli, 
1865 - t. I, 273. 



l'imperatrice angelberga. 49 

Era il giorno 5 di ottobre dell' anno 850 ; (1) dunque già 
Ludovico II era stato a Roma a prendervi la corona, imperiale, 
il che verisimilmente fu nell'Aprile, e a Pavia per assistervi al 
concilio ; e negli ozi autunnali di Marengo si riposava dalle cure 
della politica e dalle fatiche dei viaggi e delle spedizioni. In 
quel giorno avvennero soltanto gli sponsali tra Ludovico II e 
Angelberga (2), il documento con cui Ludovico II, secondo il 
costume trance e longobardo, faceva un dono nuziale ad Angel- 
berga donandole con il consenso dei Grandi che avevan dovuto 
approvare il suo matrimonio, la corte regia di Oampomiliario in 
quei di Modena e Oortenuova in quel di Reggio, ha solo espres- 
sioni che accennano a sponsali, non a matrimonio. « Quam, domino 
« auxiliante, ad culmen nostrse sublimitatis uxorem praesentia- 
« liter usque perducere disponimus (non dice dispostiimus o per- 
« duximus ») che sarebbero espressioni accennanti a matrimonio. 
Inoltre Angelberga è nel documento sempre chiamata sponsa e 
non uxor o coniux. Se si presta fede al praesentialiter , al fidan- 
zamento dovette seguire ben presto il matrimonio. Taluno vor- 
rebbe che il matrimonio tra Ludovico II e Angelberga non fosse 
ancora avvenuto nell'853, per la ragione che a quell'anno ap- 
punto, secondo gli Annales Bertiniani (3) : « Greci contra Ludo- 
« vicum fìlium Lotharii regein concitantur, propter filiam im- 
« peratoris Costantinopolitani ab eo desponsatam, sed ad eius 
« nuptias venire differentem ». 

Essi ragionano così : .Se all'anno 853 i Greci si lamentavano 
che Ludovico II non fosse ancor venuto il matrimonio della sua 
fidanzata bizantina, vuol dire che quell'anno non doveva ancora 
esser avvenuto il matrimonio con Angelberga, altrimenti i Greci 
l'avrebbero conosciuto sia per mezzo dei Veneziani, sia per i loro 
ministri d'Italia, sia per i loro aderenti di Roma e del Mezzo- 
giorno. 

Io invece sospetto che gli Annali Bertiniani siano in errore, 
e che il matrimonio di Lodovico II con Angelberga fosse già 
avvenuto almeno dall' anno 851. Basti osservare che nell' 861 
una figlioletta di Angelberga e di Ludovico li era già in educa- 



(1) BòHMER, Eegesta Imperli, I, 438. 439. — Dììmmler, o. c. I, 345. 
— Iaffè, Eegesta Fontificum Bomanorum, I, 331. 

(2) Muratori, Annal. ad a. 850 — Aiit. It. II, 117. — Bòhmer, 
^. e. I, 1183, 1148. — Poggiali, Storia di Piacenza^ II, 350 — Benassi, 
o. e. 139. — SiCKEL, Diplomata Carolinorum, 15, 17. 

(3) Annales Bertiniani in M. G. H. del Pert. SS I. 

Arck. Stor. Lomb., Anno XLVItl. Fase. I-II. 4 



50 GIUSEPPE POOHETTINO 

zioiic ia un convento di Suore a Brescia, come a suo luogo Ve- 
dremo, quindi doveva essere almeno sopra gli otto anni ; il che 
non si sarebbe })otuto verificare se quella bambina chiamata 
Gisla, fosse nata dopo l'853. Ammettendo invece il matrimonio 
nelPSOO o poco dopo, Gisla air861 sarebbe stata quasi decenne, 
quindi nell' età giusta per intraprendere la sua educazione e 
istruzione in un convento di suore. 

È di lieve importanza lo spostamento di un anno che taluni* 
vorrebbero dare al documento del fidanzaménto di Ludovico II 
con Angelberga ritenendo che egli conti gli anni del suo impero 
dalla incoronazione romana e non dalla nomina paterna (è noto 
che questa precedette di un anno quella) : ad ogni modo io sto 
col Muratori che, quasi a conclusione, in proposito di tate discus- 
sione, si decise per l'anno 850 (1). 

L'esame di quell'atto non ci aiuta in alcun modo a scoprire la 
parentela di Angelberga: pochissimi sono i personaggi che vi sono 
presenti, e nessuno lascia sospettare una sua parentela con la sposa. 

Inoltre la donazione di due corti regie soltanto da parte 
del suo futuro marito, non dovette essere gran cosa per l' An- 
gelberga, che in seguito si rivelerà cupidissima di ricchezze e 
di continuo intenta ad acquistare beni influendo con la sua 
straordinaria potenza e abilità sul marito, su parenti regali e 
fin sopra privati. Ma è certo che Angelberga non tardò ad en- 
trare nelle grazie di Ludovico II e lusingarlo con le sue arti 
femminili così che egli a nessuno restò inferiore nel fare dona- 
zioni di terre e di ricchezze alla propria moglie non ostante 
che le leggi franche vietassero ai mariti, dopo il morgengab e il 
mefium « nova dona in finum suarum coniugium eflundere » (2). 

Sfruttando la sua importanza politica di imperatrice, le sue 
influenze particolari, e il cieco amore del marito, e adoperando 
tutte le arti che la sua cupidigia insaziabile le suggeriva, An- 
gelberga riuscì in seguito ad accumulare enormi ricchezze, che 
ebbe poi cura, dopo la morte del marito, di salvare dalla rapa- 
cità e dai pochi scrupoli dei suoi piti o meno larvati nemici, 
mettendole sotto la protezione di questo o quel Sovrano, di 
questo o quel Papa, e che poi, forse meno per mercede dell' a- 
nima sua che per soddisfare alla sua superbia, al suo orgoglio, 
al suo desiderio vivo di lasciare un ricordo eterno di sé, destinò- 
a scopi religiosi. 



(1) Muratori, ann. ad a. 850. 

(2) Muratori, Ant. Ital. diss. 20. 



l'imperatrice angelberga 51 

Così sulla fine dell'850, o ai primi dell' 851, V oscura longo- 
barda, forte soltanto della sua bellezza conquistatrice e della 
sua volontà salda e intraprendente, ol trecche della sua intelli- 
genza indiscutibilmente superiore e della sua non ordinaria 
cultura, entrava nella corte di Ludovico II, portandovi un ap- 
petito straordinario di dominazione e di fasto e una attività in- 
stancabile, una tempra assolutamente virile e una acutissima 
mente politica e diplomatica. Quelle doti ci spiegano com' ella 
finché visse il marito, ne diresse e sostenne e ispirò tutta l'opera 
politica, e anche dopo la morte di lui, restò in Italia un centro 
irradiatore di consigli e di intrighi diplomatici, e fu oggetto di 
saldi amori e di odii profondi, e la sua collaborazione fu invo- 
cata da i)api e sovrani, e la s-ua opposizione temuta anche quando 
meno pareva occuparsi di politica e di cose terrene. 

Assunta forse al trono d'Italia e dell'Impero per una bella 
insidia d' amore piìi che per ragioni di alta polifica, ella non 
dimenticò mai la prima origine della sua potenza, e del marito 
cercò di non perdere mai l'amore e l'adorazione. Perciò fu sempre 
al suo fianco, vigilandone il mutevole cuore di soldato e di 
franco, in un'età in cui non c'era quasi sovrano che non desse 
turpe spettacolo di sé, a cominciare dallo stesso suo suocero 
Lotario, per finire al re di Lotaringia, Lotarip II. 

E del resto anch'ella, nobile eccezione in una età in cui 
troppe donne regali si disonoravano con colpe vere e turpi so- 
spetti, restò sempre fedele al suo marito finché fu vivo, e dopo 
la sua morte assiduamente lo pianse, e ad ogni anniversario 
della sua morte fece fare preghiere, e di preghiere richiese in 
quel triste giorno i papi ed i conventi, e per l'anima di lui fece 
larghe donazioni a chiese e monasteri. Di un leggendario rac- 
conto che sembrerebbe negare la fedeltà di Angelberga versa 
Ludovico II ci occuperemo in seguito e dimostreremo l'incon- 
sistenza e l'inamissibilità. 



lY. 

SOMMARIO. — Nascita di Ermengarda — Spedizione nel Mezzogiorna 
— Guerra coi Bizantini — Avvisaglie di lotta con Roma — Ludo- 
vico il Germanico — Adozione di Ludovico II e di Angelberga. 

Nei primi anni del suo matrimonio poco in vista é Angel- 
berga; forse poco dopo l'851 nasceva la sua primogenita Ermen- 
garda a cui poneva quel nome per ricordare l'Ermengarda moglie^ 



S2 G1USEPI»K l'ncHK/iTINO 

di Lotario e madre di Ludovico li, e quindi sua suocera. Però 
già cominciava Augelberga ad occuparsi di cose del regno; 
difatti da una lettera di papa Leone IV a una tal contessa Itta, 
risulta che anche Angelberga si era occupata con Ludovico II 
per far dare alla chiesa reatina, priva da tanto tempo di Pa- 
store, un vescovo nella persona del diacono Colone dal Papa 
stesso precedentemente proposto. 

« Nobis domnus Imperator et imperatrix per suas epistolas 
« direxerunt ut Colonera in reatina Ecclesia quai pastoris officio 
« per longa iam tempora destituta videbatur, episcopum facere 
« debemus sicut et fecimus » (Ij. 

Taluno sospettò che V Imperatrix ivi nominata non potesse 
essere Angelberga, perchè essa fu coronata imperatrice solo 
nell'858 ; ma ciò non dice nulla, perchè il titolo di imperatrix 
le competè subito dopo il suo matrimonio con Ludovico II già 
consacrato imperatore. 

JS^eir 852 ci furono vane spedizioni di Ludovico II nel Be 
neventano e contro i Saraceni di Bari. Senza dubbio Angel- 
berga lo accompagnò, e questo si può desumere dalla storia di 
Andrea di Bergamo (2), il quale accennando all'assedio di Bari 
vi dice presente anche Angelberga. 

E forse fu per insinuazione di lei che Ludovico II, essendo 
morto a Salerno l'amico fedele Siconolfo, ne riconobbe il trono 
non già al piccolo figlio Sicone, da cui nulla potevasi sperare, 
ma a Pietro ed Ademaro, forti ed illustri personaggi, tutori di 
Sicone, e il piccolo principe seco portò via in esilio, sotto lo 
specioso motivo, se vogliamo credere all'animo salernitano, di 
insegnargli a corte gentilezza e politica. 

Poco però stette Angelìjerga nel mezzogiorno, che in ottobre 
già era col marito a Marengo, fra le cacce e la quiete rurale, e sul 
fine dell'anno si aggirava col marito tra Pavia, Lodi e Piacenza. 

Nell'853, stando agli Annali Bertiniani, cominciarono i primi 
atti di guerra tra i Greci e Ludovico II a cagione dello sfumato 
matrimonio di lui con una principessa bizantina, o meglio per le 
ingerenze di Ludovico II nell'Italia meridionale che i Bizantini 
volevano riservata alla sola influenza loro. Forse Ludovico non 
scese mai nel Mezzogiorno, come si può arguire dalla serie dei 
suoi diplomi di quell' anno (3). Angelberga pure restò sempre 

(1) Pertz, Monumenta Germania) historica — Epistolse V, I, 598. 

(2) Pertz, o. c. Scriptores rerum langobardicarum ed. Waitz, p. 217. 

(3) BòHMER, o. e. I, 442-443. 



L' IMPERATRICE ANGELBERGA 53 

al nord ; al più fu col marito a Eavenna nell'abboccamento del 
Maggio con Leone lY (1), in occasione di un concilio sinodale j 
ma non deve avere accompagnato il marito e lo suocero a Eoma 
per il concilio che vi si tenne nel Dicembre (2), altrimenti fin 
d'allora sarebbe avvenuta la sua incoronazione ad imperatrice 
che avvenne invece quattro e più. anni dopo. 

Kell'854 ci furono le prime avvisaglie di lotta fra la coppia 
imperiale e il Papa, il quale con le sue vittorie sui Saraceni, 
con le sue influenze sulle repubbliche marinare campane e con 
la creazione della città leonina e di Leopoli aveva fatto risuo- 
nare il suo nome glorioso per tutta Italia. 

Ludovico II era personalmente devotissimo alla Santa Sede, 
e in ciò seguiva fedelmente le tradizioni della famiglia carolingia ; 
ma Angelberga lo trascinò più di una volta contro i Papi ad 
atti di autorità che, per la forma violenta ed acre, furono piuttosto 
: atti di prepotenza e di violenza. Questo spirito di ostilità ai 
Papi, che era nel fondo dell' anima di Angelberga, per altro 
così devota alla Chiesa e così dedita ad opere di pietà e di fede, 
ci rivela, a parer mio, la longobarda di razza, che vede nei Papi 
i secolari nemici di sua gente e la causa diretta della rovina del 
regno longobardo, oltreché la gelosa asssertrice dei diritti impe- 
riali in Roma. 

E Ludovico II era tal sovrano che dalla natura era stato 
meglio armato per la guerra a uomini e popoli ostili che per 
gl'intrighi e le lusinghe della sua astuta ed abile consorte. 

Dice il Lapòtre (3) che se è vero che in ogni italiano e' è 
un politico, due ce ne sono in una italiana del sec. IX. E nello 
scrivere questo egli pensa senza dubbio ad Angelberga e ad 
Ageltrude. 

Forse è da mettersi all'anno 854 ciò che leggiamo nel Liher 
Pontificalis (4) a proposito di un tal Daniele. Costui accusò 

I presso l'imperatore Ludovico II il superista e maestro dei militi 
romani Graziano di congiura contro l'Impero franco in favore 
del Bizantino : e Ludovico II, senza pur avvertire in qualche 
modo il Papa, accorse a Roma e solo a stento si lasciò placare 
(1) BÒHMER, o. c, I, 444. 
(2) Iapfè, 0. e. I, 335. — Mansi, Conciliorum amplissima colleciio, 
XIV, 1017. 
1^ (3) Lapòtre, o. c. 206. 

I" (4) Duchesse, Liher PontiJicaUs, 1904, II, 134. 



64 GIUSEPPE POOHETTINO 

In quella mancanza di riguardi verso il Papa, in quella 
precipitata azione violenta contro lioma, che si ripeterà più 
tardi a proposito di Anastasio bibliotecario, e, con più violenza, 
a proposito di Giovanni, arcivescovo di Itavenna, scomunicato 
da Nicolò I, io ci vedo una influenza, un incitamento da parte 
di Angelberga, che del resto appunto in quell' occasione, come 
poi nelle altre che vedremo, accompagnò personalmente suo 
marito, a Koma, per incuorarlo con la sua presenza a non ia- 
sciar avvilire in alcun modo 1' autorità imperiale dal Papa, e 
per aiutarlo a sventare le abili manovre di Roma omai fatta 
maestra in arte bizantine. 

La riconciliazione allora avvenuta non sminuì ad ogni modo 
la tensione dei rapporti fra il Papa e la coppia imperiale (1). 

L'anno seguente 1853, essendo morto Leone lY, per ordine 
degli Augusti i messi imperiali procurarono il trionfo dell'usur- 
pazione, e portarono sulla cattedra di S. Pietro un prete scomu- 
nicato, il famoso Anastasio bibliotecario (2). 

Fu quello il primo saggio di intervento nelle elezioni dei 
Papi e la coppia imperiale, dice il Lapótre, si gettò con esso in 
una infelice avventura (3). 

Accortasi dell'errore in tempo, preferì accordarsi con Roma, 
tanto più che crescendo il male dell'imperatore Lotario e sen- 
tendosi imminente la sua morte, era conveniente i^repararsi ai 
contrasti inevitabili della successione e dell'eredità. Per tentare 
accordi, avvenne un abboccamento tra Ludovico II e lo zio Lu- 
dovico il Germanico. Io penso che in quella occasione Ludovico 
il Germanico abbia adottato come figlio Ludovico IL Lo deduco 
da una lettera del Papa Adriano II dell'anno 869, in cui è detto : 

« Hunc nepotem suum (Hludowicum) de patris proprii dex- 
« tera cum omnibus qu?e ad eum pertinere viderentur ad foven- 
« dum roborandumque prò viribus veluti secundus pater acce- 
« pisse dignoscitur » (4^. 

Le quali parole dicono chiaramente che Ludovico il Germa- 
nico adottò per figlio Ludovico II. E poiché lo ricevette de pa- 
tris proprii dexiera, V atto di adozione fu fatto ancor vivo Lo- 
tario I imperatore. È ovvio ritenere che in quella circostanza 
fosse, per concomitanza, dichiarata dal Germanico sua figlia adot- 



(1) lAFFÈj o. c. I, 339. 

(2) DUCHESNE, 0. c. II, 142. 

(3) Lapòtre, 0. e 208. 

(4) Pertz, o. c. Epistolse V, p. I. — Mansi, o. c, XV, 840. 



l' imperatrice angelberga 55 

tiva anche Angelberga, e così si spiega perchè poi sempre egli 
1' abbia detta dilecta filia e i figli di lui Carlomanno, Carlo il 
Grosso e Ludovico III Pabbian detta soror nostra dilectissima. 

L'accordo con Eoma giovò ad Angelberga e a Ludovico II 
subito dopo la morte dell'imperatore Lotario, all'aprirsi della 
questione di eredità. Ludovico II pretendeva terre oltre le Alpi, 
sia di Ludovico il Germanico, sia di Carlo il Calvo suoi zii ; 
ma invano, perchè la Lorena, da lui richiesta, venne assicurata 
a Lotario. 

Ludovico II vistosi trascurato dagli zii, si rivolse ai fratelli 
Lotario e Carlo e si accordò con loro. Ebbe opera in quell' ac- 
cordo Benedetto III, al cui efficace intervento forse ricorreva 
Angelberga, poco prima del convegno presso Losanna (Orbe) (1). 

Ignoriamo se Angelberga accompagnò suo marito al conve- 
gno ; certo lo accompagnò quell'anno a Venezia, dove entrambi 
furono accolti con grande onore a S. Michele di Brondolo, e vi 
restarono tre giorni in continue feste, durante le quali Ludo- 
vico II tenne a battesimo il figlio del Doge Pietro (2). 

Bisognava tenersi amica Venezia, emporio del commercio 
con l'Oriente, e già forte potenza navale, il cui aiuto era molto 
importante per sostenere con vettovaglie le spedizioni nel Mez- 
zogiorno contro i Saraceni di Puglia, come si rileva dal Ghronicon 
di Benedetto del Monte Soratte (3). 



SOMMARIO. - La leggenda dell'adulterio di Angelberga — Gli elementi 
costitutivi della leggenda — Loro esame — Probabile origine della 
leggenda — Suo fondamento. 

L'anno 856 ci fu anche una breve spedizione di Ludovico II 
nella Italia meridionale. Ed io ritengo che proprio a questo 
punto si debba porre, ma senza accettarla, la strana leggenda 
>che trovasi n^W Epitome cronicorum cassinensitim (4). 

Ludovico, narra l'ignoto cronista, che per la recente morte 



(1) Baronio, Annales ecclesiastici (adnot, del Papi) Lucca 1744. — 
ad a. 856 n. 24. — Iaffè, o. c, I, 2669. — Pbrtz, o. c, Scrlptores, I, 450 

(2) Muratori, Annali ad a. 856. 

(3) Pertz, 0. c.j f^criptores III, 721. 

(4) Muratori, Eeruni Italicarum Scriptores li, 370 ^ 



56 GIUSKPPE POOHETTINO 

del iHidre (Lotario morì sul finire deir855), regnava da solo, ac- 
compagnato dall' abate Bassario, venne con grande esercito a 
Gassino e poi si diresse a Bari facendo strage di Saraceni. 

Intanto la moglie dell'imperatore Ludovico, posò i suoi occhi 
sopra Tucbaldo (torma errata per Hucbaldus) conte di Palazzo, e 
vedendolo bellissimo e nato di alto lignaggio, e secondo per grado 
dopo l'imperatore (il Conte di Palazzo rappresentava l'Impera- 
tore nelle cause in appello e in varie altre circostanze;, cominciò 
a tentarlo alle sue turpi voglie. Anzi un giorno colta la buona 
occasione, « diabolico inebriata spiritu » entrò in camera e chia- 
mato a sé il Conte Palatino gli confessò la sua passione e gli 
chiese corrispondenza d'amore : pericoli non ve ne erano, perchè 
^imperatore era lontano « nam imperator, ut nosti, intra Italiam 
« commoratur » (intra à nel latino medievale spesso il valore 
di sotto). 

Gli fece balenare la speranza di dargli l'impero se acconsen- 
tiva; gli minacciò la morte se ricusava: « si consenseris, roma- 
« num tibi tradam imperium; si non, mortis incurres periculum ». 

Il conte conturbatissimo, cercò di richiamare l'Imperatrice 
a più saggio consiglio, ma inutilmente. Che anzi Angelberga, 
afferrandolo per la veste, tentò trascinarlo a turpi atti: « illa 
« autem dum se contemni vidisset, apprehensa lacinia vesti- 
« menti, coepit trahere eum ad obscenitatem libidinis ». 

Ma il conte Palatino, novello Giuseppe di fronte alla no- 
vella moglie di Putifarre, le lasciò nelle mani il suo manto e 
si allontanò: « Tucpaldus vero, plus Deum quam Imperatricem 
« timens, mantum quo utebatur, in manu illius reliquit et ab- 
< scessit ». 

Angelberga allora per vendetta denunziò a suo marito il 
conte Palatino, come reo di aver tentato di offenderla nel suo 
onore. « Kegina autem, dolum in corde retinens, retento indu- 
« mento, scidit vestimenta sua, et redeunti imperatori ostendens 
« dixit se a Palatino comite violatam ». 

Il manto del conte, le vesti lacerate della moglie, la sua 
sfrontata accusa fecero credere all'imperatore la cosa, sicché 
subito mandò soldati a prendere Tucbaldo, e senza neppure in- 
terrogarlo lo fece mandare a morte: « Tucbaldum ad se venien- 
« tem, inauditum, vita privari praecepit ». 

Andeberta vedova di Tucbaldo, temendo anche su di sé 
l'ira dell'Imperatore, fuggì con un suo figlio a Roma, sotto la- 
protezione del Papa Benedetto III, al quale espose e comprovò* 
l'innocenza di suo marito. Dovendo Ludovico II scendere nel- 



lMmperatrioe angelbbrga 57 

Pltalia meridionale contro i Saraceni, come lo supplicava l'abate 
Bertario di Montecassino, ed essendo già arrivato ad Glusas Li- 
guriae (forse al passo della Cisa), il Papa Benedetto III fu ad 
incontrarlo « Papa Benedictus ut moris erat ei processit obviam ». 
Allora si fece innanzi anche Andeberta, si dolse del marito suo 
Tucbaldo ucciso ingiustamente, e dichiarò di volerne dimostrare 
l'innocenza con il permesso del Papa e dell'Imperatore « velie 
« se illuin a falso crimine purgare, si tamen id Caesaris ac 
« Pontifici complaceret ». 

Tosto si venne alla prova dei vomeri ardenti, che con 
l'aiuto di Dio, la buona vedova superò miracolosamente: « nec 
« mora: accenditur ignis, vomeres duodecim inflammantur, super 
« quos illa, Deo protegente, nudis pedibus illaesa deambulavit ». 
Allora l'Imperatore si confessò in colpa, e col Papa Benedetto 
scrisse un diploma, con cui diede al figlio di Tucbaldo e ai suoi 
successori un'infinità di terre: « Imperator autem se esse reum 
« de perpetrato crimine sciens, cum Papa Benedicto fecit Prae- 
« ceptum Tucbaldo Alio interfecti comitis et eius haeredibus in 
« perpetuum de Ducatu Liguriae et Tusciae, ab urbe Eoma usque 
« ad Mutinam, et per totum Oamarinum usque in Diviam, con- 
« firmans etiam comitatum Constantiensem et quidquid in Ale- 
« mania retinebat; concessit autem ei in perpetum comitatum 
« mutinensem cum aliis octo comitatibus ». 

Analizzando il racconto dell' ignoto cronista cassinese vi si 
riconoscono tre parti ben distinte da esaminare : la leggenda del 
casto Giuseppe, ricalcata pedissequamente nel racconto della 
passione di Angelberga pel conte Palatino; la prova dei vomeri 
incandescenti, così frequente nel medio evo, una delle tante or- 
dalie o giudizi di Dio, con cui si credeva di poter dimostrare la 
verità col miracoloso intervento di Dio, che, essendo giusto, non 
doveva permettere il trionfo del ribaldo, ma far prevalere, ma- 
gari con un miracolo l'innocenza e infine un diploma di dona- 
zione o meglio di infeudazione. 

Esaminiamo partitamente i tre elementi costituitivi del tao- 
conto. L'imitazione pedissequa della leggenda biblica del casto 
Giuseppe tentato prima dalla libidinosa moglie di Putifarre, e 
poi accusato di averle fatto violenza, della quale si presentava 
a documento il mantello che Giuseppe, fuggendo, aveva lasciato 
nelle mani dell'impura donna, è più che evidente. 

Ma l'insostenibilità del racconto ci è svelata da quella pro- 
messa che il cronista pone in bocca ad Angelberga mentre tenta 
con lusinghe il conte Palatino: « Si conseuseris, romanum tibi- 



58 OIUSKPPK POCHETTI NO 

« tradam imperium ». Per quanto la passione potesse far velo 
ad Angelberga, e la sua superbia farle credere di essere onni- 
potente, era ridicola una tale promessa sulla sua bocca: ridicola 
ed assurda: perocché non poteva dimenticare che il regno d'I- 
talia e l'Impero romano erano di lor natura ereditari a un tempo 
ed elettivi; quindi quand'anche ella avesse tolto di vita il suo 
marito non poteva disporre dell'impero a suo talento, ma ne 
dovevan disporre, e rispettando le leggi di successione, i grandi, 
e il Papa. Inoltre non poteva dimenticare che aveva a che fare 
con i Carolingi superstiti, che non erano né pochi, né deboli, 
né inetti, né senza ambizioni. 

Vero é che il cronista ci dice che il conte Palatino era di 
stirpe regale « regali genere ortum > ma noi non sapremmo a 
^uale dei Carolingi morti o viventi potesse attaccarsi la sua 
origine: e poi ben piti di lui potevano aflacciar pretese alla co- 
rona del llegno Italico e del Komano Impero quei Carolingi che 
-difatti se la contesero appena morì Ludovico II, senza che An- 
gelberga riuscisse a far prevalere, con tutta la sua influenza, che 
pur era grandissima, il suo favorito. 

Quanto alla prova dei vomeri accesi risponde senza dubbio 
allo spirito dei tempi e alle costumanze giudiziarie dell'età feu- 
dale ; ma il buon cronista Jia mostrato di dimenticarsi che le 
prove per i liberi e specialmente pei nobili consistevan nel giu- 
j'amento e nel duello, mentre le ordalie eran lasciate a servi e 
a bassa gente: inoltre donne, fanciulli e preti non potevano far 
duelli, ma si trovavano dei campioni che, per divozione, cavalleria 
o denaro, sostenevan per essi le prove giudiziarie Così Giu- 
ditta, moglie di Ludovico il Pio, per purgarsi da certe accuse, 
scelse un campione, che sfidò a duello qualunque accusatore, e 
così fu salva; e Eiccarda moglie di Carlo il Grosso, accusata di 
adulterio, l'anno 887, si disse pronta a provare la sua innocenza 
per mezzo del giudizio di Dio o col duello o con la prova dei 
vomeri accesi « dei omnipotentis iudicio, si marito placeret, aut 
singulari certamine, aut ignitorum vomerum examine ». E così 
Teutberga, moglie di Lotario II e contemporanea di Angelberga, 
accusata d'incesto, trovò un campione che la giustificò con la 
prova dell'acqua bollente ; e Fredegonda, moglie di Gontrano di 
Borgogna, giurò a suo marito che il figlio da lei nato era legit- 
timo, e una infinità di persone di buona fama, fra cui tre ve- 
iScovi, si presentarono a giurare per lei (1). 



(1) Pertz, o. c, ^eriptores — (Annales Mfettensens) I, 597. 



l'imperatrice angelberga 59 

E aggiungerò infine che dei vari giudizi di Dio il solo duello 
era in grazia di Ludovico li, mentre le ordalie dei vomeri accesi, 
dell'acqua, del ferro infocato, ecc. non godevano le sue simpatie, 
né garbavano a Mcolò I. (1). 

Sono quindi di epoca tardiva e lontana dal sec. IX le ordalie 
in cui si presentano personalmente donne di alto lignaggio, come 
ad es. le prove dei ferri igniti e dai vomeri accesi in cui, secondo 
la leggenda, furon miracolosamente illese S. Cunegonda di Francia 
ed Emma regina d'Inghilterra. 

Per tutto quel che siam venuti dicendo, è confermato che 
colui il quale ci tramandò lo strano racconto della passione di 
Angelberga pel contjg Palatino, visse in epoca piuttosto lontana 
da Angelberga. 

Anzi di essa mostrò di ignorare non solo la figura e l'opera, 
ma forse anche il nome, tanto è vero che non la nomina mai. 

Infine, quanto al diploma d'infeudazione che Ludovico avre'bbe 
concesso, per riparazione, al figlio di Tucbaldo, contiene troppa 
roba perchè lo possiamo ammettere ; basta por mente che Ludo- 
vico II dona il ducato di Liguria e Toscana, da Koma a Mo- 
dena e da Camerino a Divia ; il contado di Costanza in Allema- 
gna, il contado di Modena ed altre otto contee! 

Tanta generosità non solo è inammissibile per sé, ma in 
contraddizione con la verità storica. Lasciamo pur andare il 
Ducato di Liguria, (benché a me pare esauriente ciò che ne 
scrisse il Grabotto (2) ; ma certo quel di Toscana era allora, e poi 
anche dopo rimase, nelle mani di Adalberto I e dei suoi discen- 
denti; e Camerino fu sempre nelle mani dei Duchi di Spoleto, 
come la Pentapoli era sotto Eoma; e quanto a Costanza Ludo- 
vico II non poteva disporne, perché era di possesso esclusivo 
del Germanico, e nessuna ingerenza" poteva avervi Ludovico II 
per quanto fosse Imperatore. E potrei infine aggiungere che Lu- 
dovico II non poteva ancor fissare come invece vorrebbe il cro- 
nista l'ereditarietà dei grandi feudi nella famiglia di Tucbaldo, 
sia perchè era sua politica interrompere la successione delle 
stesse famiglie nelle cariche e nei feudi (3) sia perchè l'eredita- 
rietà dei grandi feudi fu fissata solo nell'877 da un capitolare del 
Calvo, e quella dei piccoli feudi da Corrado il Salico nel 1037, 

(Ij Pertz, o. c. Legum Sectio^ I, 441 ed, Epistolse Nicolai 1 ad 
Karolum Calvum e. 22, e. II, q. 5. 

(2) Gabotto, Bollettino storico subalpino 1912, passim. 

(3) Lapòtre, o. c, p. 300. 



()() GIUSKPPB POOHKTTINO 

Potrebbesi ora ricercare come si sia trovata Angelberga di 
fronte a svio marito, che col giudizio (U Dio doveva avere rico- 
nosciuto d'un lato l'innocenza del povero conte Palatino e dal- 
l'altro la colpevolezza di sua moglie; ma il buon cronista non 
aveva di mira che questo, di mostrare come, presto o tardi, 
l'innocenza trionfa, e che Dio la ta trionfare magari con un 
miracolo: dopo di che non si dà più pensiero di Angelberga, 
allo stesso modo che la Bibbia, fatta trionfare l'innocenza del 
casto Giuseppe, non pensò di farci sapere che cosa avvenisse 
della perfida moglie di Putifarre. 

Oi stupisce però l'animosità dell'ignoto cronista contro An- 
gelberga, né sapremmo spiegarla se non «pensando ch'ei fosse 
un povero frate, lontano dai tempi di cui parla, e che di An- 
gelberga sapesse ben poco, anzi conoscesse soltanto i sacrilegi 
di Roma e le umiliazioni di Benevento (di cui noi parleremo a 
suo tempo), pei quali fatti egli doveva avere di Angelberga 
l'idea di una donna superba, tracotante e irreligiosa. 

Né può pertanto così ignorante cronista essere Anastasio 
bibliotecario, a cui il Muratori (1), inclina ad attribuire tutto 
od in parte V Epitome Gronicorum Cassinensium ; perchè Anastasio 
doveva conoscere molto bene Angelberga, e averla in grande 
stima ed anzi esserle legato di gratitudine, per averne avuto 
appoggio a salire (come antipapa) sul trono di S. Pietro, e per 
avere svolto con lei negozi di alta importanza, come a suo luogo 
apparirà. 

Ma la leggenda, per Angelberga tanto infamante, non ha 
proprio nessun fondamento. 

10 ritengo che di storico vi sia in esso il conte Palatino: 
basta leggere Hucpaldus invece di Tucpaldus. 

Trovo infatti un Hucpaldus comes S, Palata sotto Ludovico II 
da una carta di Cremona dell'852 ; poco piti tardi un Hucpoldus 
(che vale Hucpaldus) appare ancora comes 8. Palata (2). Ma di 
qaelV Hucpaldus comes S. Palata io non conosco che una figlia, 
una certa Berta, che finì monaca e badessa di S. Andrea in 
Firenze, come risulta da un atto del vescovo fiorentino Kodingo, 
a cui interviene Hucpaldus stesso, e che non è posteriore all'855, 
perchè vi è accennato come vivo Lotario imperatore. 

11 Muratori (3) è di parere che veramente queìV Hucpaldus^ 



(1) Muratori, R. SS. §. II b 360. 

(2) Muratori, o.c. PI 528 e Antiq. Ital. II b, 950. 

(3) Muratori, Ant. Ital. I, 357. 



l'imperatrice ANGELBERGA 61 

-Comes Palatinus, confermatoci dai documenti, sia stato messo a 
morte con precipitoso atto da Ludovico II, e che poi il volgo 
vi abbia sopra ricamata la favola romanzesca che l'anonimo cro- 
nista accolse; favola analoga del resto è in Goffredo da Viterbo (1) 
e riguarda la moglie di Ottone III imperatore. 

Poco dopo l'888 ho poi trovato un Hucpaldus, Bonifacii 
pater^ « qui post nostro tempore. Oamerinorum et Spoletinorum 
« exstitit Marchio » come narra Luitprando, discorrendo delle 
lotte tra Berengario e Guido di Spoleto (2). Questo Hucpaldus 
è certo un proavo della contessa Matilde 

Il Cronista può avere pensato a questo secondo Hucpaldus, 
e quindi avere tentato di spiegare con la strana leggenda la va- 
stità dei domini degli avi della Grande contessa, che aveva beni 
per quasi tutta l'Italia superiore e centrale, e fuori d'Italia in 
Francia e Germania. 



VI. 



SOMMARIO. — Angelberga nella questione dì Lotario e Waldrada — 
Morte di Benedetto 111 — Elezione del Papa Nicolò I — Spedizione 
nel Mezzogiorno — L'opera di Angelberga — Gisla. 

L'anno 857 cominciò la questione di Lotario II di Lorena 
per il ripudio di Teutberga sua moglie legittima, e per il con- 
cubinaggio con Waldrada. Senza entrare nella questione che è 
lontana dal nostro argomento, diremo che Angelberga, invece di 
aderire al Papa che apriva la lotta col re lorenese, prese ener- 
gicamente e decisamente posizione in favore di Lotario: anzi, 
saputo che Carlo il Calvo e Lotario si erano confederati presso 
S. Quintino, indusse il marito a confederarsi col Germanico, per 
tentare di avere con l'aiuto di lui qualche cosa dell'eredità pa- 
terna, sostenendo che non poteva accontentarsi dell'Italia che 
aveva avuto dall'avo Ludovico il Pio e non dal padre. (3) 

Eitengo che al convegno di Trento, in cui si abboccarono 
Ludovico II e il Germanico, ci fosse anche Angelberga, difatti 
racconta Prudenzio di Troyes: « Contigit conventum illorum 



(1) Muratori, R. SS. §, VII, Goti/redi viterhensis Pantheon. 

(2) Muratori, R. SS. §. IP, 429. 

(3) Pektz, o. c. Scriptores I, 445 {Prudenti Traecensis Annaes ad 
a. 856). 



V)2 itW^SKVVK INM^HKTTlNo 

« rtlloqui foie tul Trientain civitatem : ibi vero multa utilia cri- 
« stianitati ctim suis familiaribus reges exercebaut ». E noi sap- 
piamo che Angelberga era per Ludovico II meglio di qualunque 
altro famigliare e consigliere: e tanto più doveva accompagnarlo 
per quell'importante aitare della lega col Germanico, dalla quale 
i popoli si ripromettevano concordia e pace e lieti pronostica- 
vano il ritorno dell'età di Augusto! « Magna populorum con- 
« cordia fìebat, laetantes quod Octavianum tempus se acce- 
« pisse mirabantur » (1). 

L'anno seguente, 858, Angelberga accompagnò a lioma suo 
marito a far visita a Benedetto III. 

Ignoriamo lo scopo di quella visita, ma forse mirava ad 
avere il Papa favorevole agli accordi col Germanico contro il 
Calvo e il Lotario, come tre anni prima l'aveva avuto favore- 
vole contro il Germanico. 

Stavano tornando da Eoma, quando, poco lungi dalla città 
li sorprese la notizia della morte di Benedetto III. Allora tor- 
narono subito indietro, intendendo di influire con le loro pre- 
senze alla elezione di un loro favorito, e comunque a far valere 
i diritti imperiali nella elezione del Pontefice. Non arrivarono 
però in tempo, perchè già popolo e clero si erano raccolti ed 
avevano proceduto all'elezione. Questa però non fu dagli Augusti 
ritenuta illegale, perchè vi avevano presenziato, e certo con 
buone istruzioni, i messi imperiali. Piti anzi per la designazione 
imperiale fu eletto Nicolò I, discendente da una delle piìi no- 
bili famiglie del patriziato. Gli Augusti assistettero alla sua 
consacrazione, che avvenne anche alla presenza dei messi impe- 
riali e dei magnati dell'imperatore. 

Nicolò I e Ludovico II si scambiarono a Tor di Quinto 
grandi prove di afietto e di ossequio. Il papa cenò con la coppia 
imperiale. In quella occasione Angelberga fu incoronata impe- 
ratrice (2). E fu forse allora che s'ingannò a proposito di Ni- 
colò I, e credette che quel papa, così ossequiente all'autorità 
imperiale, così poco esigente nei suoi diritti di principe tempo- 
rale, sarebbe stato nelle sue mani uno strumento di domina- 
zione. S'ingannò a partito, e ben lo vide sei anni dopo, come 
vedremo. 

Il primo contrasto tra lei e il papa, semplice contrasto di 
idee, cominciò sulla fine di quello stesso anno, quando Lotario II 



(1) Pertz, 0. e. Leges I, 455. 

(2) DUCHESNE o, e. II 151. 



l'imperatrice angklberga 6;i- 

di Lorena venne in Italia ad abboccarsi con sno fratello Ludo- 
vico II forse per averlo favorevole nella sua lotta con Koma 
per la questione del ripudio di Teutberga. 

Angelberga prese le parti di Lotario, mettendosi così in 
contrasto col papa che minacciava di scomunica l'adultero mo- 
narca. Ignoriamo se Angelberga fosse in buona fede, e ritenesse 
veramente colpevole Teutberga e il cognato Lotario dalla parte 
della ragione e del diritto, o se, per ragioni che a noi sfuggono, 
avesse in odio la cognata Teutberga, o se, come è molto piti 
probabile, anche nell'affare del divorzio si lasciasse guidare da 
realistiche, per quanto immorali visioni di interesse. Certo si è 
che Ludovico II, in compenso del suo favore nella questione 
del divorzio con Teulberga, otteneva poco dopo da Lotario i ve- 
scovadi di Ginevra, Losanna e Sion mentre il Calvo che si 
schierava in favore di Teutberga, non ci guadagnava proprio 
nulla: anzi si vedeva arrivare addosso le armi del Germanico. 
Ludovico II si interpose anche fra di loro per metter pace, e 
guadagnò anche da Carlo un poco di Provenza : inoltre ci guada- 
gnò l'appoggio del Germanico, che Fanno seguente (860) rinnovò 
la dichiarazione di prendere sotto la sua protezione i dominii di 
Ludovico II e di volerne essere tutore fedele e paterno con- 
sigliere. 

Ludovico II occupandosi di Lotario II e delle cose d'ol- 
tralpe, trascurò l'Italia meridionale e i Saraceni. Ma nell'860 
sentì di doversene occupare, e fece una spedizione. La moglie 
Angelberga lo seguì e lo aiutò ad affermare ovunque, sia nello 
Spoletino, sia nel Beneventano, sia nel Salernitano, l'autorità 
imperiale: inoltre lo aiutò a fare guerra ai Saraceni; ed infine 
lo guidò nel condurre le pratiche per il ripudio di Teutberga da 
parte di Lotario II già in vivo contrasto con il papa. 

Tra queste faccende cosi gravi, Angelberga trovò modo 
anche di occuparsi del matrimonio della sua nipote Ingena con 
un nobile signorotto del Ducato di Salerno. 

« Hoc in tempore, narra il Cronicon S. Benedicti casinensis, 
« Magenolfus clericus Hingenam, neptem imperatricis, accepit 
« uxorem » (1), 

Quel Magenolfo era un chierico spretato, ma ciò a quei 
tempi non significava nulla: era a quanto pare, in parentela 
con la casa principesca di Salerno, ma non aveva dominii 
considerevoli. Anche di Ingena non sappiamo altro. Poiché il 



(1) Pertz, 0. e. Scriptores rerum langobardicarum 475. 



64 GIUSEPPE POOCHBTTINO 

Chronicon la dice neptem imiìeratricis^ si capisce che era fig:lio 
di uua sua sorella o di un suo fratello: e poiché fa un matri- 
monio così modesto, per quanto nipote di una imperatrice, è 
o^vio credere che non fosse di alto lignaggio: il che potrebbe 
deporre in fasore dell'opinione che anche Angelberga non fosse 
di alta stirpe, ma solo di una famiglia, aristocratica sì, ma piut- 
tostomodesta, per quanto saldamente impiantata in Italia e ricca 
di adeienze. 

Lo stesso Chronicon segue poi a narrare che Magenolfo, 
mentre si dirigeva in Francia (era pei meridionali l'Italia set- 
tentrionale) « ut sibi a glorioso Imperatore peteret quo vivere 
« loco seu et habitare possent » cioè per ottenere terre e 
feudi, fu invitato da Rodoaldo, signore di Aquino, allora in 
guerra coi vicini signori di Oapua, a fermarsi e a dargli aiuto 
contro i suoi nemici. Al che di buon grado annuì Magenolfo e 
si pose in Pontecorvo. « Nec multo post profectus est Saler- 
« num, sumptaque coniunge (che là aveva lasciata dopo le sue 
« nozze) omni cum supellectile ac famiglia redit in castrum ». 
Ma poco di poi, non contento di Pontecorvo, assalì Rodoaldo e 
gli tolse terre e ricchezze, e i figli di lui uccise, e i sudditi obbligò 
con la forza a sé. In seguito, forte anche della protezione di 
Angelberga, sua zia e del favore dell'imperatore, si tenne Aquino 
e Pontecorvo in piena pace, e molto beneficò ed elevò in cul- 
tura e ricchezza i suoi sudditi, sì da trarne buoni denari e forti 
soldati (1). 

L'anno 861 Angelberga pose la sua flgliuoletta Gisla in edu- 
cazione nel Monastero di S. Giulia in Brescia, sotto la direzione 
della zia Gisla che vi era badessa. Afiìnchè la piccola Gisla vi 
avesse tra le altre educande una posizione degna della sua na- 
scita, Angelberga indusse il marito a dare in commenda alla 
sua bimba il monastero di S. Salvatore con tutte le sue dipen- 
denze, e segnatamente Alina, Oampora, Sestuno il Monastero 
del duca Aldo in Lucca, quel di Regina in Pavia, lo Xenodochio 
di S. Maria e l'ospedale di S. Benedetto in Montelongo e il 
Monastero di Sirmione, tutti luoghi che qualche hanno dopo, 
essendo morta giovanissima Gisla, Angelberga si fece confer- 
mare in sua proprietà da Ludovico II. 



(1) Pertz, 0. e. Scriptores r. lang. 476 



l' imperatrice angelberga 65 



VII. 



I 



SOMMARIO. — L'Al-cìvescovo Giovanni di Ravenna — Paolo usurpatore 
della cattedra di Piacenza — Morte della badessa Gisla — Riconcilia- 
zione di Giovanni di Ravenna — La rivincita di Angelberga — Il 
sacrilegio di Roma — Accomodamenti. 

L'anno 861 si accentuò la lotta tra Parcivescovo Giovanni 
di Eavenna e il papa Mcolò I: e anche in quella lotta Angel- 
berga prese posizione ostile al papa, e indusse suo marito a 
fare altrettanto. 

ISTon è qui il caso di esaminare le ragioni della lotta fra il 
metropolita di Ravenna, e il papa: si tratta in complesso di 
una ripresa dei vecchi attriti fra Roma e Ravenna, e di un 
nuovo tentativo di indipendenza dal papa da parte del metropolita 
Ravennate. Il quale, appunto per affermare quella sua indipen- 
denza, nel fervore della lotta e nell' accanirsi delle passioni, 
indiscutibilmente trasmodò e trascese ad atti di arroganza e di 
violenza, contro i quali non tardarono le Chiese d'Emilia a 
levar la voce a Roma e Roma a fare rimostranze vivissime. 

Lontani dalle passioni del tempo, egualmente alieni dal par- 
teggiare per Nicolò come Fautore della sua vita nel Liber ponti- 
flcalis o per Giovanni di Ravenna, come il Chronicon Benedicti, 
diremo soltanto che Giovanni era famigliarissimo a Ludovico II 
e ad Angelberga, ed a resistere al papa traeva incitamento ed 
appoggio anche dalla tensione dei rapporti tra il papa e la 
coppia imperiale. Nicolò I tentò tutte le vie per umiliare il fiero 
metropolita e ir fratello di lui Gregorio Duca di Emilia, an- 
ch'esso forte della protezione imperiale e di carattere prepotente 
e fiero. 

Giovanni chiese aiuto ad Angelberga « archiepiscopus con- 
fugifc ad reginam Angelbergam » narra il CroniconBenedicti} 
ed Angelberga, forse, perchè suo marito era assente, (poteva 
infatti essere nel Mezzogiorno contro i Saraceni, poiché quel- 
Panno fece appunto laggiù una spedizione inconcludente) tosto 
si occupò della faccenda. Ella stessa inviò legati al papa, chie- 
dendo che perdonasse all'arcivescovo di Ravenna « quae suos 
« legatos direxit Apostolico, rogans ut redderet gratiam ar- 
« chiepi scopo ». 

Non avendo potuto ottenere nulla, Angelberga ne scrisse a 
Ludovico II perchè prendesse in sua protezione Giovanni e si 

Arch, Stor. Lomb., Anno XLV'III, Fase. I-II. 5 



66 GlUSErPK rOCHETTJNO 

tacesse sentire energicamente presso il papa. « Quod eum impe- 
« trare nequiret, suo domino intimavit humiliter ut gratiam in- 
« terl'erret suae tuitionis archiepiscopo, vetans Apostolico ei 
« nullam iiiquietudinem lacere ». Il papa non volle piegarsi e 
scomunicò Giovanni. Di qui grave inimicizia tra la coppia impe- 
riale e il papa. « Et quia, inaudito principe, apostolicus excomuni- 
« cationes in euin protulit, graves inimicitia iute eos facta est ». 

Bisogna però ricordare che Giovanni e suo fratello turono 
prima invitati a difendersi presso un concilio a Roma, ma non 
si presentarono. 

La fermezza di Nicolò I indusse i due ribelli a più miti 
consigli e nel concilio del novembre 861 si piegarono non pochi 
loro aderenti (1). Ciò fu per Angelberga una non lieve umilia- 
zione, forse un'altra umiliazione la subì a Piacenza. Ivi, con 
Paiuto di Giovanni^ era stato cacciato il legittimo vescovo Seu- 
fredo e in suo luogo era stato posto un tal Paolo, che però poco 
di poi veniva dai legati di Nicolò I cacciato di seggio, su cui 
veniva rimesso Seufredo. Siccome poco di poi alla morte di 
Seufredo viene fatto vescovo di Piacenza Paolo, nipote di An- 
gelberga, io credo col Campi e contro il Poggiali che il Paolo 
usurpatore e questo Paolo parente dell'Augusta fossero la stessa 
persona e che Angelberga avesse avuto mano nella violenta 
usurpazione, epperciò a sua umiliazione tornasse la restaura- 
zione di Seufredo e la rimozione di Paolo, suo parente i2). 

Inoltre sì Angelberga che Ludovico II erano quell'anno 
amareggiati anche dalla morte di Gisla. La. buona sorella di Lu- 
dovico II, badessa del monastero di S. Salvatore in Brescia, 
dove era in educazione la piccola Gisla figlia di Ludovico e for- 
s'anche Ermengarda, altra figlia, morì il 28 Maggio, fra le braccia 
dell'amato fratello Ludovico II, della cognata Angelberga, e 
delle sue nipotine. 

L'anno 862 fu un anno di tristezze per la casa carolingia: 
ribellioni contro i loro padri facevano a un tempo i figli di Carlo 
il Calvo e quelli di Ludovico il Germanico : gli Ungari facevano 
scorrerie sul suolo tedesco ; Lotario II ripudiava Teutberga, 
gettando il disordine nei suoi stati e negli stati vicini, perchè 
la sordida politica trovava buon gioco a mescersi in una que- 
stione di morale, su cui si agitavano concilii e legazioni di papi 
e di sovrani. 



(1) Muratori, R. L SS. IL 204 — Mansi o. c. XV, 598. 

(2) Poggiali, o. c. IL 332. 



l'imperatrice angelberga 67 

ISToi già sappiamo la posizione di Angelberga nella questione 
di Teutberga : ell'era contro la reietta, contro il Calvo suo paladino 
temporale, contro l^icolò I suo ditensore spirituale. La scomunica 
che colpiva il suo protetto Giovanni di Ravenna la colpiva in pie- 
no, ed ella certo meditava di trarne vendetta. Ma il momento poli- 
tico era troppo grave per mettersi in ostilità col papa, mentre in- 
vece era preziosa o poteva diventare preziosissima la sua alleanza. 

Perciò Angelberga e Ludovico fìnsero moderazione verso il 
papa, senza mostrare di arrendersi ed umiliarsi, ^on ricevettero 
a corte Giovanni scomunicato, ma non vietarono ai loro messi 
di comunicare con lui, contro i sacri canoni, del che il papa li 
riprese, ma benignamente, come in forma corretta si doleva con 
Ludovico II che continuasse a mandargli messi e pregarlo in 
favore dello scomunicato, mostrando di ignorarne le colpe gra- 
vissime, « si dilectus fllius noster dominus imperator istius 
^< Johannis archiepiscopi actus et mores bene cognosceret, ipse 
« non solum prò ilio minime uos flagitaret, sed etiam ut se cor- 
« riperet ad nos etiam eo nolente diriger et » (1). i» 

Finalmente fu trovata una via di accordo ; il papa andò a 
Ravenna, e vi tenne un sinodo in cui Giovanni e suo fratello si 
riconciliarono col papa, il quale tolse loro la scomunica. 

Senza dubbio nella riconciliazione dovettero aver parte Lu- 
dovico II ed Angelberga, come si può arguire dal Liber Pon- 
tificalis che piìi volte accenna ai missi augustales che si mischia- 
rono nella delicata e spinosa questione. 

La questione, che pareva chiusa, era semplicemente sopita: 
ne della sua soluzione era rimasta soddisfatta nel suo orgoglio- 
Angelberga. La superba Augusta attendeva quindi una occa- 
sione di rivincita sul papa, e l'occasione non tardò a presentarsi» 

Kel concilio romano dell'863, come narra Incmaro nei suoi 
annali, Nicolò I scomunicò Lotario II di Lorena, che aveva non 
solo divorziato da Teutberga, ma aveva sfacciatamente sposato 
la concubina Waldrada. 

I messi di Lotario, che eran due vescovi, erano andati a 
Roma per spiegare l'opera del loro sovrano, però non solo non 
furono convenientemente ricevuti, ma furono anche perseguitati 
e puniti per aver accettato l'incarico di messi. Allora quei ve- 
scovi da questi e da altri atti di Nicolò I si ritennero offesi e 
corsero a Benevento dove erano Ludovico II e Angelberga (2)^ 



(1) DucHÉSNE, 0. e. II, 185 etc. — Iaffè. o. c, I, 345- 

(2) Waitz — Scriptores rerum langohardicarum (in Peetz) p. 248» 



OS GiUSKPPK PonHK/PTiNO 

Oolà narrarono a modo loro i tatti, protestarono contro la vio- 
lenza e l'arbitrio del pai)a e si dolsero che li avesse spogliati 
delle prerogative della loro dignità, senza punto curarsi della 
fede da essi riposta nelPiinperatore, anzi della stessa autorità 
imperiale, superiore alla pontificia nel campo temporale in Roma 
stessa. Il metropolita Giovanni di Ravenna, presente, aggiunse 
esca al fuoco, non parendogli vero di poter far danno al suo 
nemico Mcolò I. Ludovico II arse di sdegno; Angelberga anziché 
frenarle, acoese ancor piìi le sue ire, ricordando anteriori umilia- 
zioni e debolezze. Non ci voleva altro per far tornare Ludovico II 
ad essere il bollente sovrano che s'era mostrato un tempo contro 
Sergio II nell'845. Infatti l'imperatore Ludovico II, certo dietro 
suggerimento di Angelberga e di Giovanni, obbiettò al papa che 
non poteva scomunicare se non in concilio, e che non poteva 
d'altra parte convocare alcun concilio, spettando questo atto al 
solo imperatore. Poi, per una specie di rappresaglia, sequestrò 
i beni della Chiesa romana nella Pentapoli e li diede ai suoi 
vassalli, negando a Roma qualsiasi amministrazione in quelle 
terre : infine nella Campania sequestrò alcuni patrimoni eccle- 
siastici e li diede a' suoi fedeli, e i monasteri sottopose al fisco 
imperiale e costrinse a servigi feudali in prò suo o di suoi vas- 
salli; e in Roma pose due suoi fidi (Arsenio vescovo di Orte e 
Giovanni vescovo di Rieti) a rappresentare l'autoi-ità imperiale 
e a controllare l'opera del papa. 

È indiscutibile che a questi ed altri atti vessatori Ludo- 
vico II fu tratto, non ostante la sua abituale pietà e la tra- 
dizionale devozione carolingia verso la S. Sede, dalla orgogliosa 
e violenta sua moglie Angelberga, che, longobarda di razza, di 
fronte ai pontefici doveva sentir risalire su dal fondo della sua 
anima l'ostilità secolare della sua stirpe, più forte della sua 
naturale devozione e pietà, sopratutto se quella ostilità serviva 
agli interessi della sua politica personale, che era tutta di am- 
bizione e di preponderanza. 

Nò questa è una mia ipotesi : poiché giustamente l'opera di 
Angelberga contro papa Mcolò I é messa in vista dall'anonimo 
:autore del Libellus de imperatoria potestate, che fu un longo- 
bardo dell'età di Angelberga, e ammiratore di lei e della sua 
politica anti-papale, che consisteva come dice il libellista, nel 
'Yepetere antiquam imperatorum dominationem in urbe Roma (1). 

Il libellista fa, e non senza ragione, di Angelberga il primo 



(1) Pertz, o. c, Scriptores III, 719. - Migne, o. c. CXXXIX, 50. 



1.' IMPERATRICE ANGELBERGA 69 

motore dell'intera opera di opposizione dell' impero al papa 
Nicolò I. 

Appena le opere militari del Mezzogiorno lo permisero, Lu- 
dovico II e Angelberga si recarono a Roma (a. 864). Era loro 
interesse obbligare il papa a rimettere nel loro ufficio di vescovi 
i messi di Lotario II che il papa aveva precedentemente degra- 
dati; Ludovico, come narra Incmaro, ardeva tutto di sdegno 
(seque ipsum lurorem non capiens), ed era ben fisso nell'idea 
di spuntarla, anche con la violenza (1) « ea intentione pergit 
« quatenus, aut papa romanus eosdem restitueret episcopos, aut 
« hoc facere non volenti noxie quodammado manum mitteret ». 

Il papa accolse gli Augusti con grandi onori, ma la ricon- 
ciliazione non fu piena e sincera. Con gli Augusti si trovò anche 
Giovanni di Ravenna: e poiché costui sfacciatamente derideva 
le minacce del papa, Mcolò I tornò in urto con gli Augusti che 
lo appoggiavano. Se stiamo alla cronaca di Benedetto, continua- 
mente ostile a Nicolò I, (2) il pontefice avrebbe cercato di irri- 
tare gli Augusti, che erano a palazzo S. Pietro, col fare dalle 
fraterie di Roma celebrar messe e cantar litanie in processione 
« contra principes male agentes »; del che gli Augusti fecero 
inutili rimostranze. Un giorno però dei soldati imperiali si 
scontrarono in una di quelle processioni, e, offesi degli insulti 
fatti alla maestà imperiale, si scagliarono sul corteo peregri- 
nante, e si diedero a menar di bastone. Nel tumulto furon get- 
tate nella polvere le croci e alcune andaron rotte e molti chie- 
rici e laici ne usciron pesti e malconci. L'Imperatore si sdegnò 
della cosa, e il papa, per timore di peggio, si affrettò a placarlo, 
accettando e riconoscendo la pienezza dell'autorità imperiale in 
Roma e terre di S. Pietro. 

Erchemperto invece, sfavorevole a Ludovico II in questo 
solo punto, ma non per questo del tutto attendibile, narra che 
della processione era a capo lo stesso pontefice, e che il sacro^ 
corteo bianco vestito procedeva tra religiose preghiere e pii 
canti dirigendosi all'Imperatore : ma che Ludovico « spreto timore 
« Dei, fustibus clerum caedi fecit, cruces vero omniunque sa- 
€ crata ministeria pedibus calciari, Romamque pene militari 
« spatio depraedatus est, vicariumque Petri quasi vile manci- 
« pium ab officio sui ministerii, nisi dominus restitisset, pri- 
« vare voluit ». Coinè si vede la versione di Erchemperto è 



(1) Pertz, 0. e. id. I, 463. 

(2) Pertz, o. c. Scriptores VI, 721 ecc. 



70 GIUSEPPE POCHETTINC» 

gravissima, ma anche troppo oscura per essere accettata sen- 
z'altro: specialmente dove dice che Ludovico II avrebbe voluto 
deporre Nicolò I ma che questi gli resistette (1). 

Incmaro di Reims (2) dice che la processione religiosa fu 
assalita senza che avesse fatto provocazioni, mentre saliva i 
gradini della Basilica di S. Pietro, e che nel tumulto ne anda- 
ron rotte le croci e gli stendardi, e la stessa croce di S. Elena 
fu rotta e gettata nel fango. Il Gregrovius (3) ha messo a 
posto le cose, mostrando le esagerazioni e le falsificazioni di 
questi cronisti; ma non si può porre in dubbio quel che dice 
Incmaro, che gli indisciplinati soldati di Ludovico II si sfoga- 
rono anche sulla popolazione innocente fuori di Roma con de- 
predazioni, distruzioni, violazioni di chiese e di conventi, stupri 
e sacrilegi. 

Certo in quel momento eran di fronte due potenze : Nicolò I, 
poco esigente nei suoi diritti temporali^ ma di una resistenza 
incrollabile sul terreno dell'autorità spirituale; e l'Imperatore, o 
meglio l'Imperatrice, che pretendeva imporre al Pontefice rinunce 
non lievi sia nel campo temporale, sia nello spirituale. 

Fu forse ad ogni modo la stessa Angelberga, che, spaven- 
tata pili dal sangue corso che dall'improvvisa morte del sacri- 
lego che aveva rotta la Croce di S. Elena e dall'improvviso ma- 
lore che aveva colpito suo marito, come favoleggia Incmaro, (4) 
vide per la prima gli errori della sua politica eccessivamente 
intransigente e pretensiosa, e venne al consiglio piti mite e 
saggio di un compromesso. Certo fu lei ad interporsi tra Ludo- 
vico II e il Papa e a condurre entrambi ad una pacifica intesa 
« quapropter coniugem ad Apostolicum mittit, cuius fidei jussione 
« Apostolicus ad Imperatorem venit etc. ». Sotto la salvaguardia 
di Angelberga il papa si recò da Ludovico II, e con lui si con- 
ciliò, dopo un colloquio. Ignoriamo le linee del compromesso, ma 
è verisimile che ciascuna delle due autorità abbia ceduto nel 
campo che non era di sua stretta e costituzionale appartenenza, 
e che il merito del compromesso vada in particolar modo al 
tatto diplomatico di Angelberga. 

Dopo quell'intesa non ci furono piti urti: la fine del ponti- 
ficato di Nicolò I passò in relativa pace^ senza piti altri torbidi, 



(1) Pertz, o. c. id. III, 253 e Muratori, R. I. S. III, 253. 

(2) Pertz, o. c. Scriptores J, 463 ad a 864. 

(3) GrREGOROYiDS, 0. c. Ili, 147 ecc. 

(4) Pertz, o. c. Scriptores I, 463. 



l'imperatrice angelberga 71 

•sebbene più non ci siano state le cordialità che avevano aperto 
le relazioni tra papa e imperatore a Tor di Accinto l'anno 858. 

Incmaro narra che Ludovico II, dopo aver abbandonate al 
saccheggio dei suoi le terre di S. Pietro tornò a Eavenna. 

Viceversa il Liher Pontificalis (1) accenna a molti doni fatti di 
Ludovico II a S. Pietro; ma non dice in che tempo, e per giunta 
ne è andato perduto l'elenco. Ignoriamo quindi se, in parte al- 
meno, ne abbia fatti a riparazione dei sacrilegi dell'864, o in 
conipenso dell'appoggio ricevuto da da Nicolò I II nella que- 
stione dell'eredità di Carlo di Provenza, e se tra quei doni 
ci fossero anche doni di Angelberga (2). Le sovrane carolinge 
non "di rado infatti mandavano al Papa doni ricchissimi, e ta- 
lora fatti dalle loro stesse mani, come tovaglie d'altare, arredi 
«acri, ecc.; così ad esempio faceva di quel tempo la regina di 
Francia, moglie del Calvo, come bene osserva il Lapòtre. 

Angelberga ottenne anche che Nicolò I assicurasse con la 
sua autorità a Ludovico II la Provenza, contro le brighe del 
Calvo e del Germanico, e il Papa mandò a quei principi sue 
lettere energiche per mano di Arsenio di Orte, amicissimo di 
Angelberga e noto messo imperiale di Roma (3). 

Ma nemmeno questa condotta remissiva e favorevole di Ni- 
colò I mitigò verso di lui gli Augusti. Infatti, raccoltasi in 
Eoma una Sinodo, gli Augusti tornarono a patrocinare presso 
di quella i vescovi degradati, messi di Lotario II, che il Papa 
si ostinava a non voler perdonare; e l'anno 864 Ludovico II, 
checché ne dubiti il Bòhmer (4), si abboccò ad Orbe con Lotario 
II, nemico del Papa, come narra Incmaro, e forse allora prese 
sotto la sua protezione il regno di Lotario II, come si arguisce 
da una lettera del Papa al Calvo, ricevendone in compenso le 
terre cisiuraniche (5); e poco dopo anzi, temendo che il Papa 
non si limitasse, come prometteva, a trattare di sole cose ec- 
clesiastiche col Calvo, Ludovico II impedì ai legati pontificii il 
passaggio nei suoi dominii infine, molto verisimilmente inci- 
tato dall' avarizia insaziabile di Angelberga, Ludovico II impose 
JSkl Papa di consegnargli le armi e i doni portati a Roma dal 



(1) DUCHÉSNE, o. e. II, 159. 

(2) Pertz, 0. e. Scriptores 1, 464 ad a. 863 — Bòhmer I, 455. 
Iaffè, 0. e. I, 2713-2103. 

(3) Iaffé, 0. e. I, 2777/2107, 2774/2104, 2770/2100. 

(4) Bòhmer, o. c. I, 453 — Pertz, o. c. Scriptores Z, 465, 

(5) Iaffè, o. c. 2773/2103. 



72f GIUSKPPB POOHBTTINO 

fljflio del Jie dei Bul/?ari e dal suo seguito, e il l*apa lo accon 
tentò in parte, maiidandoffli ciò che credette e potè, per mezzo 
di Arsenio, e per il resto fece umili scuse... (1). 

Non sappiamo, a dir vero, ben comprendere i garbugli di 
siffatta politica: nella narrazione di Incmaro noi incontriamo 
ad ogni tratto dei punti oscuri. Gli è che Incmaro non è semi)re 
ben informato della politica cisalpina; inoltre è da ricordare 
che egli non è molto favorevole né a Ludovico II né ad Angel- 
berga: non lo è come franco, come suddito del Calvo, e non lo 
é come teocratico. Giova infatti ricordare che Incmaro è il trat- 
tatista della teocrazia (2): e mentre Ludovico II e Angelberga 
sognano e vogliono un impero in cui il potere regio domini 
tutto l'ordinamento temporale ed ecclesiastico, Incmaro vuole 
che la Ohiesa si sovrapponga allo Stato e lo domini come una 
sfera della sua attività e della sua onnipotenza : egli dice in. 
una parola che il Papa è al sommo di ogni gerarchia, e a lui 
debbono inchinarsi tutti, vescovi e re, che egli solo è il vero 
imperatore (3). 



Vili. 



SOMMARIO. — Avarizia e pietà di Angelberga — La Commenda del 
Monastero del Salvatore — 11 Monastero di S. Sisto in Piacenza — 
Suoi inizi. 

Angelberga tra le cure della politica e della guerra non 
dimenticò mai di aumentare le sue ricchezze, e ogni qualvolta 
potè si fece fare donazioni dal marito, da parenti e fin da vassalli. 

Nel settembre dell'864, mentre era ospite di Wigbodo, ve- 
scovo di Parma, certo prima di recarsi alle cacce di Marengo, 
dove quasi ogni autunno soleva recarsi, e dove quell'anno Lu- 
dovico II fu gravemente ferito da un cervo, Angelberga ottenne 
da suo marito le corti di Guastalla e Luzzara con la loro dipen- 
denza, nel cui possesso entrò quando il Vescovo di Modena 
Walperto, missus dominicus, ne lece consegna al ministro di lei 
Pietro per columpnam de domo ipsius curtis^ cioè facendogli toc- 
care una colonna della casa signorile edificata sul terreno della 



(1) Pertz, o. c. ib. I, 474. 

(2) Romano, o. c. 494. 

(3) Solmi, Stato e Chiesa, p. 30 e seg.- 



l/ IMPERATRICE ANGELBERGA 73 

corte. Augelberga se ne serviva per i prodotti del suolo, che 
per lei costituivano fonte di lusso, e né lei né Ludovico II 
pensarono a far sorgere in quei luoghi una rocca forte, come 
favoleggiò qualche cronista guastallese, giustamente contraddetto 
dall'Affò (1). 

^STell' Agosto dell'865 otteneva al conte Ermenulfo il piccolo, 
ma ricco monastero di Masino, alla condizione che Ermenulfo 
lasciasse lei erede di quasi tutta la sua proprietà; e di quella 
e del monastero di Masino diventò infatti proprietaria cinque 
anni dopo, segno che Ermenulfo allora era già morto. Egli è 
del resto quel conte Ermenulfo che fu mandato Tanno 866 da 
Ludovico II a Roma con molto denaro a fare acquisti pel mo- 
nastero di Oasauria a cui l'Imperatore stava allora pensando 
con gran munificenza (2). 

Ermenulfo appare ancora nell'868 in un atto stipulato a 
Salerno: poi muore verso l'870, evidentemente nella spedizione 
di Ludovico II nel Mezzogiorno, in quella spedizione che vedremo 
aprirsi con tanta gloria e chiudersi poi all'871 con tanta vergogna. 

Nel maggio dell'866 Angelberga per mezzo di suo marito 
ottiene da Lotario II di Lorena i ricchi possessi di S. Lamberto, 
monastero tungrense cioè di Liittich e la villa di Iberno presso 
Lodi (3), probabilmente in compenso dell'aiuto da lei dato sino 
a quel punto e promesso anche per l'avvenire nella questione 
di Teutberga di fronte a Roma. 

Kel luglio seguente Angelberga otteneva anche da suo ma- 
rito le corti di Sesto in quel di Cremona, di Locamo e di Ati- 
ciano ed altri minori con tutte le loro dipendenze e pertinenze (4). 

Non sappiamo dove fosse quell'Aticiano nel comitato dia- 
nense; il Bòhmer sospetta che sia una località presso Dignano 
nell'Istria; ma forse non occorre cercarlo tanto lontano, potendo 
essere il comitato dianense quel di Diano monferrino o quel di 
Diano ligure. 

Nell'868 Angelberga ottenne da suo marito in commenda il 
Monastero di S. Salvatore nuovo di Bì'escia con tutte le sue 



(1) Muratori, Annali ad a. 864 — Affò Storia di Guastalla a. 1796 
- I 27, 288 e 29. 

(2) Muratori, R. L SS. Ilb 799 e 933. 

(3) BÒHMEB 0. e. I. 497. 

(4) Benassi, o. c, 115 — BòBMEii e. i: 459 — Muratori Antiq. Ital. 
II. 119. - Monumenta historiae Fatriae Codex diplomaticus Langobar- 
diae 423. 



74 GIUSEPPE POCHETTI NO 

ricche dipendenze che noi già conosciamo, per averle viste nel- 
Patto di donazione in favore di Gisla all'anno 861 (1). Poicli<' 
<juel monastero, con tutta la sua dipendenza era di pertinenza 
dell'Imperatore, è logico credere, che morto Gisla qualche anno 
prima, fosse tornato a Ludovico II (2). 

Angelberga nell'atto di donazione fece inserire la clausola 
che morendo lei prima della figlia Ermengarda, a questo dovesse 
passare il i>refato monastero con tutte le sue dipendenze. 

Le espressioni poi adoperate nel documento « ad possiden- 
« dum, regendum, gubernandum, disponendum, ordinandum, fi- 
« nendum, etc. », ci indicano che si tratta di un vero beneficio , 
secondo l'uso tutt'altro che pio, di concedere a^laici in benefìcio 
non pur le terre delle chiese, ma di monasteri altresì e persino 
le stesse chiese e monasteri e luoghi pii: si tratta cioè di una 
commenda È noto che la commenda era sconosciuta ai Longo- 
bardi, dei quali la Chiesa aveva pur sempre detto tanto male, 
e fu introdotta e svolta spudoratamente dai sovrani franchi, 
(che la Chiesa chiamava sempre piissimi) come ben nota il Mu- 
ratori (3), e specialmente da Ludovico II e dai suoi successori. 
Se i monasteri di maschi si davano in beneficio a uomini, i mo- 
nasteri di femmine si davano a donne, e nessuna meraviglia che 
anche la piissima Augusta angelberga con le sue lusinghe otte- 
nesse dal marito in beneficio monasteri e chiese e luoghi pii, 
senza neppur la clausola di dover provvedere almeno al sacro 
culto. Da quel giorno il monastero di S. Salvatore rimase poi 
sempre con tutte le sue dipendenze ad Angelberga, che cercò 
di farsi fare regolare conferma ad ogni conveniente occasione 
dai successori di Ludovico II e dai Papi, e ne dispose poi a suo 
talento nel suo atto testamentario. 

Infine nell'anno 869, il 25 maggio Angelberga si fece con- 
cedere dal marito le corti di Sesilla, Varco e Laucillo nel co- 
mitato toresiano, Doreno nel tortonese, Palmata in quel di Alba 
(non come altri crede, in quel di Albengaj Yaccariga e Civiso 
nell'Astigiano, con tutte le loro dipendenze e pertinenze (4). 

Secondo il Muratori il comitatus toresianus del documento 



(1) Bbnassi o. c. 119 — BòHMER 0. c. I. n'' 1240. — Muratori - 
Ant. Ital. VI. 843. - Monumenta ecc. 245. 

(2) BòHMER o. e. I. 427 n. 1113. 

(3) Muratori, Antiq Ital. VI. 302. 

(4) Benassi 0. e. 128 — Campi o. c. I 459. — Poggiali o. c IL 
334 e III 14 — ìBòhmer o. c. > 1245. 



l' imperatrice angelberga 75 

sarebbe il territoriQ di Zurigo. Se così fosse, risulterebbe in 
luce un fatto nuovo, e cioè che Angelberga, mentre con le do- 
nazioni strappate a Lotario di Lorena neir866 tendeva ad an- 
nullare domini e diritti di altri carolingi nell'ambito regno di 
Italia, che era suo e di suo marito, mirava d'altro lato ad assi- 
curarsi nuovi beni nei territorii di altri carolingi suoi parenti, e 
sopratutto nel regno Germanico, nella previsione, che morendo 
suo marito Ludovico II e senza prole maschile, gli sarebbe 
successo Ludovico il Germanico o altri di sua famiglia, secondo 
gli accordi precedenti e l'atto di adozione di cui già parlammo. 

Ma a me sembra che, essendo gli altri luoghi del diploma 
tutti nell'Italia settentrionale, e a poco distanza tra loro, sia 
da cercarsi colà anche il comitatus toresianus : anche il Bòhmer (1) 
nega l'identificazione del Muratori e colloca il suddetto comi- 
tato nel Piemonte, senza precisare di piìi la località. Ciò non 
infirma però ciò che ho detto piìi sopra, che cioè Angelberga 
cercava di ottener terre anche fuori del regno: ed è di quel 
tempo, benché senza data, un istrumento con cui Eodolfo conte 
e abate laico del Monastero di S. Maurizio di Agauno conce- 
deva le ville di Paterno e Asiano dipendenti da quel Mona- 
-stero (2). 

Verso l'870 Angelberga andava meditando una grandiosa 
opera che legasse il nome suo ai secoli futuri; un qualche cosa 
come il Monastero di Casauria sulla Pescara, creazione e vanto 
di suo marito Ludovico II, che da anni vi profondeva cure e 
denari per farne un'opera degna di sé: e parve ad Angelberga 
buona cosa restaurare il monastero della Resurrezione di Pia- 
<?enza, che andava in rovina, ed ampliarlo per modo che rispon- 
desse a diversi pii scopi. 

Per il grandioso disegno occorrevano ingenti ricchezze : 
molte ne aveva già accumulate con la sua avarizia, con la sua 
cupidigia, con tutte le sue arti, sfruttando le debolezze degli 
uomini, le coudizioni politiche, le ambizioni particolari; ma altre 
ancora ne occorrevano, e non ci deve quindi stupire che ne cer- 
casse in tutti i modi. L'anno 870 pose mano ai lavori. 

La data ci è assicurata da un diploma di Ludovico II, da- 
tato da Venosa 3 giugno 870, con cui il marito confermava ad 
Angelberga le corti di Guastalla, Luzzara, Lidi paludani, Cam- 
pomiliacio. Sesto, Iberna, Masino, Locamo, nonché l'abazia di 



(1) Bòhmer, I. 462. o. e. 

(2) Muratori, Ant Ital. IIL 156. 



76 (JKTHKi'rio r<M'iiK/r TINO 



ffi 



Cotrebbio nel piaceutino, afliiichò uè disponesse a suo talen 
per sé e per il monastero di S. Kesurrezione « ad alimenta mo- 
« nacharum quae prò tempore famulabuntur Domino in Mona- 
« sterio quod nunc noviter ah eadem coniuge nostra construituf 
« iufra eandem urbem placentinam » (1). 

Cadono così le date diverse messe innanzi da altri cronisti, 
come l'822 dato dal Musso, che fa di Angelberga una moglie 
di Ludovico il Pio, come il Mabillon, negli Annales benedictini 
l'aveva fatta moglie di Lotario I (2). 

Il Campi ed altri molti che lo precedettero e lo seguirono, 
come narra il Poggiali (3), posero l'edificazione di quel Monastero 
da parte di Angelberga all' 842 oppure all' 852: ma si basavano 
su un diploma di cui eran guaste le date : tanto è vero che vi 
si nominava già la figlia di Angelberga Ermengarda, che nep- 
pure all'852 era nata, forse. Nemmeno l'Affò, pur sempre così 
oculato, vide l'errore del Campi e lo seguì. Poggiali non ebbe 
fatica a trasportare quel documento ad altro anno. 

Il Poggiali poi sostiene a sua volta che solo all'874 fu posto 
mano veramente alla fondazione di quell'insigne monumento (4). 
In realtà, se proprio già non eran sorte le mura all'865, come 
vorrebbe l'Affò, i lavori eran già cominciati verso l'870 ; ma 
Angelberga distratta dalle cure della politica e della guerra, 
che furon quelli gli anni che più la tennero in agitazione, non 
potè quasi occuparsi della pia fabbrica. Tuttavia ottenne dal 
Pontefice le reliquie dei SS. Fabiano e Sisto, che trasportate 
nel Monastero della Resurrezione, finirono per farlo chiamare il 
Monastero di S. Sisto. 

Finalmente nell'Ottobre dell'874, trovandosi Angelberga a 
riposare nella corte di Olona col marito, potè meglio occuparsi 
dei poderosi lavori di restauro e di ampliamento del Monastero 
di S. Sisto (5). 

Cominciò col farsi di nuovo contermare dal marito la fa- 
coltà di disporre liberamente dei suoi beni, li avesse anche per 
compera, o per donazione, o per eredità, o a livello, o in altro 
modo, e il diritto di disporne a suo talento, come già aveva 
latto quattro anni prima a Venosa. Poi si fece, lo stesso giorno,. 



(1) Poggiali, o. c. II 334. 

(2) Poggiali o. c. II. 307. 

(3) Poggiali o. c. II. 322. 

(4) Poggiali o. c. II. 336. 

(5) Benassi o. c. 128 e sgg. 



I 



l' imperatrice angblbkrga 77 

confermare le formule di terreni suoi con terreni demaniali, vi- 
cini al luogo della nuova fabbrica, ed aggiungere le pubbliche 
strade che occorressero per allargare e fortificare i limiti del 
monastero, nonché un tratto delle mura e del fossato cittadino 
e tutte le macerie e pietre e cemento che per i bisogni della 
nuova fabbrica si potessero ricavare sia dalle abbandonate for- 
iificazioni della cit^, sia dai ruderi di tutti gli edifìci pubblici in 
rovina dei comitato piacentino, sia dal ponte diroccato sulla JSTure. 
Inoltre ottenne, con un diploma del giorno seguente, la dona- 
zione di un canale derivante le sue acque dalla Trebbia, e degli 
antichi acquedotti romani del Piacentino, da poter diroccare o 
restaurare o comunque permutare, nonché la facoltà di costi- 
tuirne dei nuovi in suolo pubblico, dovunque lo richiedessero i 
bisogni del monastero. 

Così, dice giustamente il Benassi, la pietà dell'Imperatore 
e il suo affetto coniugale per non dire la sua debolezza e insuf- 
ficienza di governo, subordinavano agli interessi e ai comodi di 
un monastero femminile beni ed opere pubbliche che meglio 
sarebbe stato curare e restaurare a prò di tutta una importante 
«ittà quale era Piacenza! E così Angelberga, aggiungo io, con 
vanità muliebre pensava a fondare ancor monasteri fra tanti 
che già ce n'erano, e con inutili sfarzi consumava le ricchezze 
spremute dalle lagrime e dalle miserie dei popoli con le arti 
della piti bassa avarizia e della piìi tracotante superbia. 



IX. 



SOMMARIO. — Spedizione nel Mezzogiorno — Suppone II — Angel- 
berga e Teotberga — Adriano II e gli Augusti — Lamberto di Spo- 
leto — Visita a Montecassino — Blandizie bisantine — Il servilismo 
di Adriano II — Eleuterio - Ermengarda fidanzata — Discesa e 
morte di Lotario II — Onnipotenza di Angelberga. 

Il 3 aprile dell'anno 863 l'imperatrice Angelberga si rivolse 
a suo marito, affinchè concedesse a Suppone, valoroso vassallo, 
consigliere imperiale e di lei cugino (probabilmente per linea 
materna, perchè salico) le corti di Felino e Malliano poste nel 
comitato parmense e nel gastaldato di Bismantova, con le loro 
dipendenze tra cui la selva di monte Oervaro. E Ludovico II 
annuì e da Venosa emanò un diploma di proposito. Questo Sup- 
pone era di stirpe nobilissima; suo nonno Suppone e suo padre 



78 GlUSEl'PE rOCHETTlNO 

Maurino avevano avuto la contea di Brescia, prima, poi il du- 
cato di Spoleto; ed anch'egli ebbe il ducato di Spoleto, prima, 
poi la contea di Torino; e fu luogotenente e archiniinistro di 
Ludovico II e più tardi di Oarlomanno. Non è qui il caso che io 
mi dilunghi su questo Suppone, intendendo di occuparmene, piìi 
a ragione, in un mio lavoro sulla feudalità jjarmense, sia per il 
tema in sé, sia perchè non parmi delinitivo quello che disse il 
Malaguzzi, che dei Supponidi scrisse di proposito. Qui noterò che 
tu confuso Felino, avuta da Suppone e nella sua famiglia rimasta, 
con Felina di Guastalla, corte data da Ludovico II ad Angel- 
berga e da essa data al Monastero di S. Sisto e finita piii tardi, 
come narra Donizone, nelle mani di Matilde di Canossa: « Eiu& 
« quocirca Habuit sub iure Felina m egregiam autem dantem 
« fruges satis abunde ». Felina di Gustalla non fu mai in comi- 
tatù parmensi, Felino e Malbiano collo spegnersi dei Supponidi 
vennero nelle mani degli Obertenghi: infatti nel 1035 un Odal- 
berto obertengo (estense o Palavicino, non si sa bene) fondando 
la badia di Castiglione presso Fontanellato parmense, le donava 
fra l'altro i frutti di Felino e Malliaco. 

L'anno 864t la questione del divorzio di Lotario II toccò il 
culmine dell'asprezza: Teutberga era cacciata dal marito, ed era 
costretta a cercare rifugio presso Carlo il Calvo. Questi mandò 
un'ambasceria a Roma per chiedere l'appoggio del Papa, ma 
Ludovico II non permise ai messi di giungere sino al Pontefice. 
Senza dubbio c'era in questo atteggiamento di Ludovico II la 
diretta influenza di Angelberga, che nella questione di Lotario 
II e Teutberga aveva preso una posizione ben precisa. L'acuirsi 
dei risentimenti minacciò il naufragio degli accordi precedenti di 
pace. Il Calvo e il Germanico ripresero le ostilità contro Lotario, 
che dovette tosto ricorrere a Ludovico II (865). Ci fu tra loro 
due un abboccamento ad Orbe presso Losanna, dove non si sa 
che cosa siasi concluso. Certo è che poco dopo, nel giugno 
865 dei messi imperiali e dei messi pontifici andarono in Francia, 
Germania e Lorena, e riuscirono a rinnovare e confermare la 
pace fra tutti i Carolingi. Il messo papale Arsenio riuscì anche 
a riconciliare Teutberga con Lotario, e presa con sé Waldrada 
se ne tornò in Italia per presentarla pentita al Pontefice, pas- 
sando per Orbe nella Svizzera, poiché là si diceva che si sa- 
rebbe trovato Ludovico II per un abboccamento con Lotario. 
Waldrada si fermò presso Ludovico e Angelberga a Pavia, poi 
fu richiamata da Lotario in Lorena, e così le cose tornarono 



L' IMPEKATRICE ANGELBERGA 79^ 

come prima (1). Non sappiamo se Angelberga, per non volere 
•darla vinta a Nicolò I era riuscita a provocare quel richiamo, 
o se fu un atto arbitrario della rinata passione di Lotario per 
la concubina Waldrada. 

Ma poiché subito all'anno dopo vediamo Lotario n fare 
ricche donazioni di terre ad Angelberga (2), si può ritenere che 

Icosì intendesse compensarla della parte energica ed attiva presa 
in suo favore nella lotta col Papa per la questione di Teutberga 
B cercare di assicurarsene il valido appoggio anche pel futuro. 
^ L'anno 866, compiutisi i preparativi già iniziatisi, l'anno 
prima per una grande spedizione nel Mezzogiorno, benedetto 
dal Pontefice Adriano II, Ludovico partì per Benevento con la 
mogiie Angelberga: « Hludovicus una cum uxore sua Angel- 

I« berga in Beneventum contra Saracenos movit » (3). 
È da notarsi che, morto Nicolò I, l'elezione di Adriano II 
aveva avuto luogo senza la presenza dei messi imperiali. Di 
qui nuove proteste e minacce da parte di essi, naturalmente fatti 
portavoce della irritazione degli Augusti, che non potevano 
certo tollerare alcuna menomazione dell'autorità imperiale in 
Koma. Abbiamo già veduto infatti quanta prontezza e violenza, 
piti che fermezza, avessero adoperato alcuni anni prima Angel- 
berga e Ludovico II in varie circostanze di beghe con Roma (4). 
Poi, in seguito ad esaurienti spiegazioni ed umili proteste 
da parte di Roma, le cose si calmarono e Ludovico II confermò 
l'elezione plebiscitaria di Adriano II con una lettera in cui 
fece anche promessa di restituire alla chiesa romana beni e di- 
ritti che le erano stati tolti (5). 

Sono evidentemente i beni tolti da Lamberto di Spoleto, fi- 
glio di Guido di Spoleto, che nei giorni della consacra^^ione di 
Adriano II era entrato in Roma e vi aveva fatto da padrone e 
da ladrone. E difatti Ludovico II tolse a Lamberto il ducato 
di Spoleto e, senza dubbio per raccomandazione di Angelberga, 

tlo diede a Suppone li, cugino dell'Imperatrice, e primo gonfa- 
^ loniere e arciministro alla corte, vassallo fido e valoroso, che 
accompagnava la spedizione con molte truppe. Suppone II era 



(1) Mansi, o. c. XV. 381 — Iaffè o. c. ^«^iig 

(2) BÒHMER, 0, e. 497. — Benassi o. c. 113. 

(3) Muratori, Annali ad a. 865 — Dummler o. c. I. 675 — Mura. 
TORI - R. I. SS. IF 264. 

(4) Pertz, o. c. Scriptores 1. 471 — Mansi o. c. XV. 339. 

(5) DÙCHESNE, o. e. IL 175. 



certo il più indicato per sufxedcre a Lamberto nel Ducato di 
Spoleto, non solo perchè fìdatissiino, energico ed abile, ma perchè 
era nipote di Suppone I che aveva avuto il ducato Spoletino 
ai tempi di Ludovico il l*io. 

Lamberto riparò a Benevento, dove si adoperò a suscitare 
ostilità contro Ludovico II e ad ostacolare l'affermazione del- 
l'autorità dell'Imperatore in quelle parti. 

Angelberga e Ludovico II visitarono il Convento di Monte 
Cassino, dove, come narrano Brchemperto e cronisti cassinesi, 
l'abate Bertario li accolse con tutta solennità « cum sacerdotali 
« officiò, lampadibua et thymiamibus, necnon et fratrum laudi- 
« bus », ed essi ammirarono il Monastero e il sepolcro di San 
Benedetto e lasciarono ricchi doni a ricordo della loro munifi- 
cenza (1). 

Bertario potè così conoscere da vicino l'Imperatrice Angel- 
berga, che già conosceva per fama, e cosi crebbe in lui l'ammira- 
zione per lei, e nel suo cuore di longobardo dovette forse fremere 
l'orgoglio di vedere una della sua razza posta così in alto e 
tenere il sublime suo posto con tanta dignità e potenza. Am- 
mettendo questo trovano piti legittima spiegazione i versi che 
Bertario compose per Angelberga, che il monaco Leone dice 
ìnira facundia conseripti e il monaco Pietro dichiara versus mi- 
rificos, ma che noi non conosciamo (2). 

Da Montecassino Ludovico II passò a Capua, contro Landolfo^ 
e maltrattò la città e i signori. Angelberga restò in Capua non 
nove mesi, come dice il Chronicon comitatum Capuae, ma il solo 
mese di novembre; nel dicembre passò a Salerno col marito, 
aiutandolo con gl'intrighi diplomatici dove stentava a giungere 
con la forza delle armi. Lo accompagnò anche ad Amalfi 
Pozzuoli e Baia, di cui si godette i sontuosi bagni termali, an- 
cora esistenti (3). 

Gl'intrighi suoi erano specialmente diretti ad avere dalla pro- 
pria parte i Bizantini. Eran cominciati sul finire dell'867, al dire 
del Gay, quando Fozio, dichiarato deposto e messo in bando dal 
Papa Xicolò I nel concilio costantinopolitano, sapendo Ludo- 
vico II e Angelberga in gravi urti con Nicolò I per la questione 
di Lotario II e Teutberga, cercò di appoggiarsi a loro, e di ottenere 



(1) Muratori, B. L SS. IP 264 e V. 

(2) Pertz, o. c. Poetae lat m. aevi III. 390 391. 

(3) Muratori o. c. IV. {Leoni ostiensis Chronic. I. 36). — Waitz. 
o. e. p. 408. 



l' imperatrice angblberga 81 

da essi che dichiarassero deposto Mcolò I. I vescovi che ven- 
nero in Italia a nome di Fozio e del suo protettore Michele III 
accarezzarono allora la superbia di Angelberga chiamandola 
Augusta (cosa non mai verificatasi nelle relazioni tra gli orien- 
tali e sovrani franchi, perchè per gli orientali i soli Augusti 
erano quelli di Costantinopoli); inoltre usarono le piti smaccate 
adulazioni che lor suggeriva la melliflua cortigianeria bizantina, 
e sopratutto soddisfecero l'avarizia di lei con ricchissimi donativi. 
Per fortuna nulla poterono allora concludere perchè Michele III 
veniva ucciso e sul trono insanguinato sorgeva Basilio il Ma- 
cedone, che si aftretta va a riconciliarsi col Papa: inoltre moriva 
Nicolò I e gli succedeva Adriano II, che era subito amico di 
Ludovico II e non chiedeva di meglio che assecondare con tutti 
i mezzi le mire degli Augusti e ingrandire e fortificare il potere 
imperiale, tanto che usciva nella dichiarazione che nessun papa 
mai aveva fatto, di intendere di porre tutte le armi di cui di- 
sponeva al servizio del'Imperatore (1). 

»E in realtà nulla d'importante intraprese Ludovico II senza 
phe l'influenza del Papa non venisse subito ad assecondarlo o a 
trarlo con la sua forza dagli imbarazzi in cui lo conduceva a 
volte la sua politica o per meglio dire la politica della onnipo- 
tente Angelberga. 

Stando così le cose, gl'intrighi coi Bizantini cambiarono di 
forma e di scopo, e Angen)erga cominciò a mirare ad una al- 
leanza con il Macedone, spingendo forse giii i suoi sogni ambi- 
-ziosi a un matrimonio tra la sua figlia Ermengarda e l'erede del 
trono bizantino, come in seguito vedremo. 

Essendo morto il 3 settembre 867 il papa Nicolò I, ed avendo 
verso quell'epoca Lotario, per invito di Ludovico II portato 
aiuti di armi in Italia, contro quei Saraceni che minacciavano 

td'un lato il Beneventano dall'altro le terre di S. Pietro, Angel- 
'berga si occupò anche della questione di Lotario, e favorita 
pure dallo spirito mite e conciliativo di Adriano II e giocando 
V d'abilità, riuscì a metterla su una via di soluzione, nel mentre 
che otteneva dal compiacente Pontefice che scrivesse al Germa- 
ni- nico di non toccare Lotario II « ne in discordiam incurrat cum 
\m 
! « Ludovico Imperatore Saracenos ecclesiae causa bello perse- 

« quente » e che in pari tempo intimasse al Calvo di non recar 
molestia a Lotario II e al tutore di lui Ludovico II (2). 



(1) Pertz, 0. e. Scriptores I. 476 — Migne o. c. CXXII c. 1292. 

(2) Pertz, o. c. Scriptores 1. 476 — Iaffè o. c. L 369 n. 2895 e u. 2996. 
Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. MI. 6 



82 GIUSEPPE POOHETTINO 

Adriano II, sui primi (leir868, si indusse anche ad assolvere 
dalla scomunica Waldrada, a certe condizioni di cui Angelberga 
e Ludovico II si resero mallevadori. Era quello il primo passo 
per arrivare a ciò cui Angelberga mirava e che forse aveva pro- 
messo a Lotario II di ottenere, cioè il matrimonio di lui con 
quella concubina, ora che Teutberga si era separata dalla corte 
e dal mondo. Ma non bisognava aver fretta: e invece Lotario 
già tìn d'allora voleva correre a Roma a trattare la spinosa 
questione in persona e a tale scopo si assicurava con opportune 
trattative e favori l'amicizia del Calvo e del Germanico. 

Da quel passo lo dissuadevano Angelberga .e Ludovico li, 
tanto più che qualche nube velava le relazioni tra gli Augusti 
e il Papa. 

Infatti, come narra Incmaro, Arsenio, noto amico degli Au- 
gusti e caposaldo dell'autorità imperiale in Roma, in una col- 
l'altro figlio Anastasio bibliotecario aveva aiutato il proprio se- 
condogenito Eleuterio a ingannare e rapire la figlia del Pontefice, 
Stefania. Venuto in ira al Pontefice e ai parenti del fidanzato 
di Stefania, membri dell'aristocrazia bizantiiiofila romana, era 
fuggito da Ludovico IL Angelberga lo aveva benignemente ac- 
colto, e assicurato del suo appoggio, ma egli in quella morì 
malamente « thesaurum suum in manus Ingelbergae imperatri- 
« cis committens ». 

Il Papa ottenne che i messi imperiali istruissero il processo 
contro Eleuterio ed Anastasio. Angelberga non si oppose, ma 
cercò di salvare Anastasio, di cui conosceva l'ingegno acutissimo 
e la fedeltà indiscussa, e di cui intendeva servirsi in futuro per 
i suoi intrighi a Roma: invece abbandonò al suo destino Eleu- 
terio, probabilmente per non dover consegnare a lui il tesoro 
ricevuto da Arsenio (1). 

Con la morte di Eleuterio Adriano II fu soddisfatto e tornò 
in ottime relazioni con gli Augusti e sopratutto con Angelberga, 
che probabilmente aveva presieduto il tribunale per condannare 
a morte Eleuterio. Infatti, mentre Ludovico II attendeva alle 
armi nel Mezzogiorno, era Angelberga che si occupava della 
politica interna ed esterna e presiedeva i tribunali. Ciò sappiamo 
da una lettera di papa Giovanni YIII a Ludovico II (2), nella 
quale si racconta che, essendo stato in Roma il vescovo Rainaldo 
di Città di Castello accusato di aver ucciso un giovane, la madre 



(1) Pertz o. c. Scriptores I Ali — Lapótre o. c. 351-2 d. 6. 

(2) MiGNE, o. e. Ep. VII, e. 655. 



ì 



\ 



l' imperatrice angelberga 83 

dell'ucciso si rivolse, per aver giustizia, in pari tempo, come era 
uso, alla 'S. Sede e all'Imperatore, e per Ludovico II assente 
presiedette al tribunale imperiale Angelberga, con l'intervento 
dei messi papali che erano l'apocrisario Gregorio e il maestro 
dei militi Giorgio. 

. Pacificatasi con Adriano II, Angelberga ne richiese l'ap- 
poggio per le sue nuove trattative coi Bizantini. Ella mirava 
ora ad ottenere che sua figlia Erraengarda sposasse l'erede del 
trono bizantino, il qual matrimonio doveva essere pegno di una 
più stretta alleanza con l'Impero «d'Oriente e di pace nel nostro 
Mezzogiorno, dove Franchi e Bizantini troppo spesso si urtavano 
per la questione di dominio o di influenza. 

Che ad Angelberga sorridesse molto l'idea del matrimonio 
suaccennato, si desume dal fatto che a trattarne a Costantinopoli 
tu inviato appunto il cugino di lei, Suppone II, duca di Spoleto 
e arciministro a corte. A sua volta il Papa, da lei interessato 
alla faccenda, inviò a Oostantinojjoli Anastasio bibliotecario, 
amicissimo di Angelberga e abilissimo diplomatico, convenendo 
con gli Augusti nel giudicare quello un « pium negotium quod 
« ad utriusque imperii unitatem, immo totius Ecclesiae liberta- 
« tem pertineret procul dubio » (1). 

Le trattative riuscirono per quel che era matrimonio di Er- 
mengarda con Costantino figlio del Macedone, e si venne ad un 
fidanzamento tifficiale, stando alle espressioni di Incmaro e ai 
fatti posteriori; e Angelberga^ in segno del suo compiacimento, 
ottenne al paraninfo Suppone II la conferma delle corti di Mal- 
iiano e Felina da Ludovico li (3 apr. 869) (2). 

Intanto Lotario II, che non poteva più stare senza la sua 
, concubina Waldrada, annunziava a Ludovico II che scendeva 
per parlare con lui e col Papa. Ludovico II, impicciato coi Sa- 
raceni e ritenendo anche intempestivi i colloquii col Papa, non 
solo non andò incontro al fratello, ma gli mandò un'ambasceria 
a Kavenna consigliandolo di non scendere più oltre, come appare 
dalla narrazione di Incmaro e degli annali fuldensi all'anno 868. 
Ma Lotario volle scendere egualmente e, senza toccare Roma, 
andò a Benevento. Ludovico II non fu troppo gentile col fratello, 



(1) HarnaCk , Das Karolingische und das hyzanthinische Beich. 
Gottingen 1880 — p. 78 ii. 1. 

(2) Muratori, Aiitiq. Ital. I, 569 — Affò, o. c. I, 287 — Heumann, 
De re diplomatica imperatricum I, 495. — Tiraboschi, Storia di Mo^ 
dena, 1^ 40. 



$4 GIUSEPPK PUOOHETTINO 

111:1 Loiario conquisto subito Aiigelberga con lusinghe, preghiere 
a sopraturto cou ricchi donativi ; ed Angelber^^a ebbe facilmente 
dall'Imperatore licènza di accompagnare Lotario a Moutecassino, 
dove l'Imperatore aveva frattanto pregato il Papa di volersi re- 
care per accogliere Lotario. E il primo luglio 869 Angelberga e 
Lotario 11 si incontrarono col Papa Adriano II in Montecassino 
e nella Chiesa del S. Salvatore che era in quel monastero, av- 
venne la drammatica riconciliazione che certe fonti pongono in- 
vece a Itoma (1) 

Lo dice con tutta certezza Inòmaro, di solito ben informato 
per tutto ciò che riguarda Lotario II e Ludovico II. « Lotarius 
« Romam rediens a latere, ad suum tratrem in Beneventum 
« usque pervenit, et apud eum per Angelbergam multis petitio- 
« nibus et muneribus atque inconvenientiis (con Angelberga non 
« bisognava andare a mani vuote !) obtinuit ut ipsa Angelberga 
« cum eo usque ad S. B. Monasterium quod est in monte Gasino 
« situm, rediret. Quo etiam Hadrianus Papa eidem Angelbergae 
« et sibi ex iussione imperatoris venire fecit, et apud eum datis 
« illis multis muneribus, per ipsam Angelbergam obtinuit ut 
« idem Papa illi missam cantaverit et sacram comunionem ei 
« donaverit etc » (2). 

Fu così conclusa, per opera specialmente di Angelberga, la 
grave questione del divorzio di Teulberga e del concubinato con 
Waldrada e della scomunica di Lotario II (1^ luglio 869). 

Poi Lotario andò in su col Papa e Angelberga tornò a Be- 
nevento da suo marito. Ma Lotario mori di li a poco a Piacenza, 
-e forse fu sepolto, come sospettò il Mabillon e come il Poggiali 
cercò dimostrare con buoni argomenti, nella Chiesa di S. Pietro 
di Cotrebbia, monastero che era di spettanza di Angelberga : 
né ciò potè essere senza il consenso di lei (3). 

In tutto ciò che si è or ora narrato, emerge l'influenza grandis- 
sima di Angelberga sull'animo di Ludovico II e la sua onnipotenza. 

Si spiega perciò che, forse lo stesso anno, Eotlando, arcive- 
scovo per potere ottenere da Ludovico II l'abbazia di S. Cesario 
nell'isola Oamaria sul Rodano, si rivolse ad Angelberga, e non 
'vacua manUy come racconta Incmaro, il quale ci ta però anche sapere 
che non potè godersi del beneficio simoniacamente acquistato (4). 



(1) BÒHMER, o e. I, 505. 

(2) Pertz, o.. c. Scriptores I, 481 e 482. 

(3) Campi, o. c. I, 461, 468. — Poggiali, o. c. II, 342-3. 

(4) Pertz, 0. e. Ssriptores^ I, 485, 6. 



L' IMPERATRICE ANGBLBERGA 85 

E COSÌ si spiega ancora come l'anno 870 Ludovico il Ger- 
manico, volendo ottenere dal Papa i! pallio per Wilberto vescovo 
eletto di Colonia, si rivolgesse ad Angelberga, sua gloriosissima 
filia, nel mentre che, per lo ♦stesso scopo, si rivolgeva a Ludo- 
vico II, che, per l'adozione precedente, chiamava figlio, e a cui 
ricordava appunto il suo affetto di padre più che di zio. « Si 
« quidem paterno amore vos ut unicum filium diligenter suseepimus, 
« et susceptum, in quantum Deus et vestra fides largitur, in 
« cunctis negotiis fovere ac opitulari per omnia cupimus » (1). 

Coloro che sostengono che Ludovico il Germanico fosse 
padre carnale di Angelberga, non han posto mente che Ludovico 
il Germanico chiama figlio Ludovico II benché fosse suo nipote, 
e sopratutto non han posto mente a questa dichiarazione del 
Germanico né ad altra analoga del Papa Adriano II che vedemmo 
più addietro, riferendo l'adozione di Ludovico II e di Angelberga 
come figli da parte di Ludovico il Germanico all'anno 855, poco 
prima della morte dell'Imperatore Lotario I. 

La quale adozione, se anche non la si voglia proprio met- 
tere all'855;, è certo anteriore all'869, e fu da parte del Germa- 
nico un atto di oculata politica: poiché vedendo che Ludovico 
II non aveva prole maschile, accarezzava il disegno di assicurare 
alla propria famiglia la successione al trono d'Italia e quindi 
all'impero, e l'unica buona via sicura era quello di dichiarare 
figlio suo Ludovico II, in modo che quindi i propri veri figli 
carnali, Carlomanno, Carlo il Grosso e Ludovico il Giovane di- 
venissero fratelli di Ludovico II e di Angelberga. 



X. 

SOMMARIO. — L'eredità di Lotario II — La rottura del matrimonio di 
Ermengarda — La prigionia degli Augusti in Benevento — Inutili 
tentativi di vendetta. 

La morte di Lotario II di Lorena (agosto 869) apriva la 
spinosa questione di eredità tra i Carolingi. Ma Ludovico II che 
aveva da alcuni anni in sua tutela il regno di Lotario II, fece 
sentire i suoi diritti, e Angelberga non ebbe troppe difficoltà a 
farli riconoscere dal Papa, prospettando al compiacente Adriano 
II la convenienza di tenersi amico, più di ogni altro carolingio 



(1) Pertz, 0. e. JEpistolw VI, p. I, p. 230. 



S6 OIUSKPPK POOHBTTINO 

lontatio, il potente e presente Ludovico 11^ che per lui e per la 
chiesa stava appunto di quei giorni combattendo contro i Saraceni 
nel Mezzogiorno. Sicché il Papa nel settembre deH'HGl) scrisse 
ben quattro lettere: una ai magnati del Calvo, perchè esortas- 
sero il re e i figli del re a non invadere il regno di Lotario II 
« quod hereditario iure ad Ludovicum Imperatorem ecclesiae 
« romanae centra Saracenos defensorem redierit » ; una ai vescovi 
del regno del Calvo, affinchè cercassero « ut rex ab irrumpendo 
« Lotharii regno abstineat »; una ad Incmaro arcivescovo di 
Keims esortandolo a vigilare « ne quis in Lotharii regnum, he- 
« redium Ludovici Imperatoris, irruat » e, sempre sullo stesso 
argomento, una a Carlo il Calvo. 

Con altre lettere poi esortò i magnati del regno di Lorena 
a rimanere in fede di Ludovico II, sotto pena di scomunica; ai 
vescovi delle Gallie impose di non ordinare vescovi se non quelli 
cui Ludovico II concedesse Pepiscopatoj e ai conti delle Gallie 
ordinò di non permettere che fossero ordinati vescovi se non 
quelli indicati dall'Imperatore Ludovico. 

E l'anno dopo (870) gravemente riprese il Calvo per avere 
invaso il regno di Lorena, e ai vescovi e grandi del Calvo impose 
che dissuadessero il re dal continuare nell'opera nefanda (1). 

In pari tempo lodava Ludovico il Germanico di non aver 
seguito il malo esempio del Calvo e intanto cercava, che, non 
potendo Ludovico II lasciare l'impresa contro i Saraceni, il Ger- 
manico si accordasse con lui per un'opera di difesa della Lorena 
contro le ambizioni del Calvo. 

. E poiché di quei giorni Ludovico II mandava in Francia 
una legazione di cui era capo Wigbodo, vescovo di Parma, suo 
consigliere e famigliare, e ad Angelberga carissimo, il Papa non 
esitò ad unirvi un' ambasceria sua, allo scopo di indurre il 
Calvo e il Germanico, oramai in procinto di guerreggiare tra 
loro per il possesso della Lorena, a riconoscere invece i diritti 
maggiori di Ludovico II su quel regno. 

Ma le due ambascerie arrivarono quando già i due conten- 
denti avevano finito per intendersi e si erano divisi il regno di 
Lotario né piti volevano restituirlo o altrimenti riconoscere i 
diritti di Ludovico IL 

Allora Angelberga riprese lei personalmente le trattative. 
Tornò anzitutto a ricorrere al Papa ; ma vedendo che a nulla 



(1) lAFFÈ, o. e. n. 2917, 2918, 2919, 2920, 2921, 2922, 2923, 2926, 
2927, 2928, 2929. 



l'imperatrice angelberga 87 

giovavano le minacce di scomunica e le lettere papali, decise di 
andare lei in persona a trattare con i due suoi zii. Con il Calvo 
Angelberga non concluse nulla, anzi forse accentuò quella ini- 
micizia che già esisteva e che in seguito doveva farsi anche piìi 
grave e ad Angelberga anche dannosa. Invece col Germanico 
potè trattare, sia perchè era suo padre adottivo, sia perchè con 
lui aveva a sua disposizione l'argomento efficace della successipne 
della casa di lui al trono di Ludovico II, successione che tanto 
stava a cuore del Grermanico, ma che certamente gli avrebbe 
•contrastato il Calvo, i cui progetti e desideri al riguardo, come le 
brighe nella corte romana, non erano più un mistero per nessuno (1). 

Intanto giungeva la flotta bizantina a Bari per prendere la 
fidanzata di Costantino, Ermengarda; ma Ludovico II non volle 
consegnare sua ftglia. Ignorasi se ciò dipendesse da un muta- 
mento di idee sue, o di Ermengarda, o di Angelberga, o le 
nuove considerazioni politiche imponessero un ritardo. Certo si è 
che Basilio tenne la cosa come un grave affronto. Tuttavia le 
trattative non furono rotte del tutto, né ebbe ad incontrare 
maggiori ostacoli l'impresa che in quel frattempo Ludovico II 
conduceva contro i Saraceni. 

Difatti poco dopo, cioè il 2 febbraio 871 Ludovico II potè 
entrare trionfalmente in Bari conquistata. 

Angelberga invitò subito .il marito a cogliere tutti i frutti 
della vittoria, e non solo a danno dei Saraceni ma anche dei 
divisi Longobardi meridionali, e a stabilire solidamente la sua 
autorità in quella parte della penisola, trasformando i princi- 
potti longobardi e i magistrati delle repubbliche marinare di 
Campania e di Puglia in docili suoi luogotenenti. Kè solo fu 
consigliera, ma autrice essa stessa di estorsioni ed insolenze, 
specialmente a danno dei Beneventani, sì da guadagnarsi l'odio 
più. vivo delle popolazioni e dei G-randi di quelle regioni. 

Ma i duchi campani e i principotti longobardi capirono che 
sii prestigio delle vittorie dava a Ludovico II un' autorità ed 
una forza che niun monarca, longobardo o carolingio, nostro o 
bizantino, aveva mai avuto nell'Italia meridionale, e che la era 
finita per la loro piena indipendenza e autonomia. A quei timori 
si aggiungevano le sorde ire delle popolazioni per le vessazioni 
delle truppe franche, disseminate nel paese da tanto tempo, e 
pili le arroganze dell'Augusta Angelberga. 



(1) Muratori, Annali, ad a. 870. — Iaffè, o. c, 2926[2221 ecc. — 
>DuMMLER II, 306, 307 e III. 369, 



S8 GIUSEPPE POCHETTINO 

Dai lualumori non si tardò a passare a ribellioni aperte^ 
tinche l'insurrezione si accentrò in Benevento, dove erano ospiti 
^li Augusti, con poche forze. 

Erchemperto (1) attribuisce la ribellione longobarda alle ves- 
sazioni dei Franchi: « suo instinctu ceperunt Galli j^raviter Bene- 
« ventanos persequi ac crudeliter vexari ». Keginone l'attribuisce 
al fedifrago A<lelchi di Benevento e non fa in tutto il racconto 
parola di Angelberga. (Ili annali di Incmaro (2) dicono invece 
che Adelchi principe di Benevento si levò contro Ludovico II 
avendo subodorato che Angelberga macchinava per farlo man- 
dare in esilio: « adversus ipsum iniperatorem cospiravit quo- 
« niam idem imperator factione uxoris suae eum in perpetuum 
« exilinm deducere disponebat ». 

Andrea di Bergamo, in un latino orribilmente oscuro, ne dà 
la colpa al demonio, antico nemico dei buoni, e al desiderio di 
indipendenza dei Beneventani. 

Ma l'Anonimo Salernitano, che, per quanto sia sempre un 
po' romanzesco, qui non può essere tacciato di falsità, dà la 
colpa alle arroganze di Angelberga, che trattava quei popoli da 
bestie da soma, e dimenticando che erano longobardi come lei, 
li ingiuriava, W spogliava, li faceva trattare con la frusta e li 
derideva coi piìi atroci sarcasmi, e non aveva una parola contro 
la feroce tracotanza e avidità dei Franchi, che, dietro l'esempio 
di lei tutto manomettevano. « Oumque Beneventanos hostiliter 
« insequeretur sua coniux, atque mulieres illorum onnimodi^ 
« nimirum foedaret, et ipsa Beneventanos variis iniuriis afficeret, 
« asserens ad suos quia minime se sciunt communire Beneventi 
« clypeis » (3). 

Ma se questo era l'atroce insulto che la superba longobarda 
gettava in faccia alle donne longobarde e ai loro mariti, ben se 
n'ebbe a pentire, perchè quei Longobardi che, a suo dire, non 
sapevano circondarsi di scudi, ben seppero chiudere lei e la fi- 
glia e il marito in un cerchio di fuoco e umiliare l'alterigia della 
famiglia imperiale. Questa resistette per tre giorni, poi dovette 
arrendersi al duca di I^enevento. Tre settimai)e rimasero prigio- 
nieri, soffrendo le catene e gli scherni più orribili, ed infine 
furon liberati sotto giuramento dato non solo da Ludovico, ma 
anche da Angelberga ed Ermengarda e da tutti i valvassori, di 



(1) Muratori, R. I, SS. 11^ 245. 

(2) Idem. Jb. 557 — Pertz o. c. Scriptares. 1. 492.. 

(3) Idem. IP. 253. 



L IMPERATRICE ANGELBERGA 89 

non porre mai piede in Benevento, e di non vendicarsi delFaf- 
fronto patito. 

Tutto il tesoro imperiale rimase ai ribelli, che se lo divisero : 
« omnemque thesaurum eius Beneventani diripiunt, ditatique 
« sunt valde ». Si tratta non solo del tesoro personale di 
Ludovico II e di Angelberga, grande per sé e accresciuto per 
le prede e le vessazioni, ma anche del tesoro dell'esercito, con 
cui cioè si pagavano (quando si pagavano!) le requisizioni. Lu- 
dovico corse subito a Roma a farsi sciogliere dal forzato giura- 
mento : poi ridiscese a perseguitare i ribelli e ad umiliare ancor 
più in inutili guerriglie la sua scossa autorità. 

Angelberga invece n'ebbe forse abbastanza della dura le- 
zione, e per non correre altri pericoli, e certo anche per atten- 
dere ai gravi interessi di politica interna ed esterna che recla- 
mavano la presenza imperiale nell'Italia superiore, si recò a Pavia.. 
Ivi si diede a preparare l'assemblea dei Grandi indetta per il 
seguente anno, di cui però non si ha notizia, ma che doveva 
essere tenuta a Ravenna, perchè, dicono gli Annali Bertiniani, 
Ludovico « [Jxorem suam Ravennam, ubi placitum suum tenere- 
« disposuerat, direxit- et Primores regni Italici ad eam venire 
« mandavit, ut de his quae praeceperat tractarent donec ipse- 
« ab expedi tione illa rediret ». 

E si diede anche a rassicurare il Calvo e il Germanico, che 
avendo sentito in confuso della ribellione beneventana, e avendo- 
udito anzi che gli Augusti erano stati addirittura uccisi, si erano- 
affrettati a mandare ambasciatori per sapere come stavano le 
cose e all'occorrenza occuparsi delle cose d'Italia e della suc- 
cessione: (1) tanto più che un partito francofìlo aveva già invi- 
tato il Calvo a prendere la corona, e il Germanico aveva man- 
dato verso il Giura il figlio Carlo a prendere possesso di quelle' 
terre che appartenevano a Ludovico II, presunto morto. Quando 
Ludovico risalì, stanco e umiliato al nord, toccò Roma, dove 
si abboccò col Papa, indi si recò a Pavia. E a Pavia appunto 
lo trovò Landolfo di Capua, l'anno 872, o sulla fine dell' 871, 
quando si recò a chiedere soccorsi contro i Saraceni fattisi più 
terribili e audaci dopo l'umiliazione e la partenza degli Impe- 
riali. L'avevano già preceduto, senza nulla ottenere, Atanasio 
"Vescovo di Napoli e alcuni parenti e figli di Guaiferio di Sa- 
lerno. L'accoglienza fu solenne; l'Imperature sedeva su di un 



(1) BÒHMER, o. c. I. 460. — Pertz, o. c, Scriptores T. 493 e 384. 



•9 GIUSifiPPK POOHETTINO 

trono di oro e al suo fianco era la moglie Angelberga, come 
narra il cronista salernitano, Angelberga non potè far a meno 
di ricordare a Landolfo di quali umiliazioni fosse stata vittima 
anch'essa nell'ultima spedizione. 

« Cum haec et iis similia ])romeret, ut mos est foeminarum, 
« saepe adversa diceret, sic uxor augusti temi ravit dicere» (1). 

Ma Ludovico li si commosse alle parole ui Landolfo, sino 
a versare lacrime poco convenienti per un soldato e un impe- 
ratore, e decise la spedizione nel Mezzogiorno, per i cui mezzi 
si discusse senza dubbio nell'assemblea di Ravenna l'anno 872. 
In realtà la spedizione non fu decisa per abbattere i Saraceni, 
ma per vendicare sui Beneventani l'oltraggio fatto l'anno prima 
alla maestà degli Augusti; essa del resto s'imponeva per consi- 
derazioni politiche, per ragioni personali, e sopratutto era voluta 
dalla rabbia e dal dispetto di Angelberga, donna superba e vio- 
lenta pur sotto il manto di religiosità in cui abilmente si nascon- 
deva. Nello stesso tempo Angelberga spinse con piti alacrità le 
trattative col G-ermanico e col Calvo, per assicurare a suo ma- 
rito almeno una parte dell'eredità di Lotario. Ma, mentre il 
Germanico prometteva un abboccamento che poi avvenne real- 
mente a Trento, con Angelberga, secondo gli annali bertiniani, 
ed in cui il Tedesco restituì di nascosto la sua parte del regno 
di Lorena, Carlo il Calvo non si presentò a S. Maurice dove 
Angelberga l' aveva invitato per un suo messo. Allora An- 
gelberga sapendo che tra Wigbodo, vescovo di Parma e con- 
sigliere della corona, e Carlo il Calvo era corsa molta fa- 
migliarità, e credendo che il Calvo ignorasse l' abboccamento 
di Trento, inviò Wigbodo a Carlo il Calvo, sotto pretesto di 
amicizia, ma in realtà per trattare la spinosa questione della 
restituzione di terre lorenesi. Ma anche 1' abile cortigiano e 
diplomatico, discorso con il Calvo in Borgogna, dovette tornare 
da quell' ambasceria a mani vuote. 

Prima di cominciare la spedizione verso il sud, Angelberga 
si occupò anche del suo nipote Paolo, vescovo di Piacenza, e 
gli ottenne, con molti speciali privilegi, di poter ampliare e 
circondare di mura la Canonica, servendosi di materiali, di vecchi 
edifìzi pubblici in rovina e delle mura urbane dirute. 

Il Campi però erra a porre il diploma di Ludovico II in 
tavore di Paolo di Piacenza all'873, che non si accordano con 



(1) Muratori, R. I. SS. Ib, 318. — Pertz, o. c, Scriptores III, 531 



l'imperatrice angelberga . 91 

r873 le date del diploma: inoltre sui primi dell'anno 873 Ludo- 
vico era nel Mezzogiorno e non alle cacce di Marengo, nella 
quale corte regia veniva dettato il diploma (i). 

Parrebbe anche logico che Angelberga si occupasse pure 
dei lavori di ampliamento del Monastero di S. Sisto a cui aveva 
volto l'animo e le cure dall'870; ma sono falsi i due diplomi 
con cui Ludovico II avrebbe concesso terre e diritti a quel mo- 
nastero, in seguito a preghiere di Angelberga (2). 

XI. 

SOMMARIO. — L'ultima spedizione di Ludovico II. — L' attività diplo- 
matica di Angelberga — La leggenda inconsistente d'un dissidio 
coniugale, — Angelberga scende al sud. 

L' ultima spedizione di Ludovico II nell' Italia meridionale 
si aperse con infelici auspici. Subito al principio di essa morì 
Contardo, nipote di Ludovico II, giovanissimo conte, di animo 
quanto mai ardente, mentre combatteva coi Saraceni sotto le 
mura di Oapua. 

Ludovico nell'aprile dell' 872 per la Eomagna e 1' CTmbria 
passò a Koma, dove dal Papa e dal Senato fece dichiarare 
Adelchi di Benevento tiranno e nemico dell' Impero romano, e 
sé prosciolto dai giuramenti forzati dell'anno prima. I documenti 
parlano anche di una sua incoronazione, ma si deve trattare di 
una corona trionfale, di lauro o di metallo, una specie di trionfo 
per le precedenti vittorie sui Saraceni. Quella corona aveva anche 
un augurio di nuove e più belle vittorie. Ma l'augurio fu vano (3). 

Non sembra che Angelberga accompagnasse Ludovico II ; 
pare che restasse al nord per condurre le trattative di una lega 
col Germanico. 

Prezzo di quella nuova lega era certo l'assicurazione che 
ella dava a Ludovico il Germanico di far succedere alla morte 
del suo marito il figlio del Germanico, Oarlomanno. Ciò saputo 
con sicurezza, il Calvo non volle piìi abboccarsi con Angelberga; 
la quale però non disperò di accordarsi anche con lui (4). 



(1) Campi, o. c, I, 460. 

(2) BÓHMER, o. e, I, n. 1220-1221. 

(3) Gregorovius, o. c, III, 186. — Dummler, o. c, I, 779. 

(4) Pertz, o. c, Scriptores, III, 722 e I, 493. — Dummler, I, 789. 



92 GIUSEPPE POOHBTTINO 

Come si vede la presenza tli Angelberga era invocata da- 
gli affari della jwlitica nel Kegno. Ma forse fu lo stesso Ludo- 
vico a consigliarle di restare al nord, per tema che non gli 
guastasse la spedizione con la sua presenza, che sapeva quanto 
fosse odiata per le sue prepotenze — propter suam insolentiam (1). 

E poi la spedizione aveva una scopo ben determinato, e 
un carattere ben preciso, non ostante ehe la si dicesse diretta 
solo contro i Saraceni... 

Cera poco da giuocare d'intrigo e di diplomazia in quel 
vespaio di nemici che era il Mezzogiorno : occorreva menar sodo 
di spada, terrorizzare, punire ; e per questo bastava un bravo 
soldato com' era Ludovico II e non occorreva una donna : al- 
meno in principio. 

E appunto durante i primordii della spedizione Angelberga 
restò al nord per le trattative con il Calvo e con il Germanico, 
e per tirar dalla sua il nuovo pontefice Giovanni Viti. 

Angelberga conquistò quel furbo ed energico Papa, e lo 
indusse a mandare ordini perentori al Calvo e al Germanico di 
restituire immediatamente a Ludovico II l'eredità di Lotario, 
pena la scomunica (/J). 

Ma se lo vide poi quasi subito sgusciare di mano, poiché 
con una improvvisa conversione, Giovanni YIII faceva formale 
promessa della corona dell' Impero a Carlo il Calvo, nel caso 
che Ludovico II fosse morto (e poteva facilmente morire perchè 
era in una spedizione contro molti e svariati nemici). 

Del resto seguiva in ciò il suo predecessore Adriano II, 
che aveva fatto lo stesso voltafaccia poco prima di morire. 

È probabile che del voltafaccia di Giovanni Vili Angel- 
berga avesse avuto subito sentore, perchè a Roma manteneva 
amici fidati. Tra essi c'era ancora Anastasio, rimasto al suo 
posto di bibliotecario ; ed era l'uomo piìi influente di corte e lo 
stesso Papa nulla faceva senza prima averne sentito l'autorevole 
parere : egli dava il tono all' opinione e ai sentimenti della 
corte pontificia ; ma per quanto fosse amico di Angelberga, fa- 
voriva il Calvo : sicché non da lui Angelberga dovette avere 
notizia delle nuove disposizioni d'animo di Giovanni Vili. 



(1) Pertz, 0. e, Leges, l, 5J8 e 538 e Script ores^ I, 493-494. 

(2) Mansi, o. c. XV. 858 - Dììmmler I. 788 Neues Archiv, V, 310' 
n. 6, 38-44. — Iaffè, o. c, n. 2951. 



I 



l'imperatrige angblberga 93 

Varie dunque e tutte importauti sono le ragioui che trat- 
tennero Angelberga dallo scendere subito col marito nel Mez- 
zogiorno. Il Bòhmer invece scrive (1) che Ludovico aveva vietato 
espressamente ad Angelberga di andare da lui, e le aveva dato 
ordine assoluto di restare nell ' Italia settentrionale fino al 
suo ritorno ; ed intanto piegandosi ai voleri dei grandi del 
Kegno, che erano tutti fortemente sdegnati ed ostili ad Angel- 
berga, per la sua superbia ed arroganza, aveva sposato una figlia 
di Guinigiso di Spoleto. Evidentemente anche ^l Bòhmer accetta 
e pone a questo punto — se pur la conobbe — l'opinione del 
Oampelli, il quale anzi, dopo aver detto che Ludovico II ripudiò 
Angelberga, aggiunse ch'ella si fece monaca per nascondere al 
mondo la sua vergogna e il suo dolore (2). 

Sì il Oampelli che il Bòhmer sono incorsi in un grave er- 
rore : poiché tutti i fatti posteriori dimostrano che Angelberga 
fu sempre sposa amantissima e amatissima di Ludovico II, e 
dall' affetto e dalla stima di lui ebbe continue donazioni a sa- 
zietà della sua avarizia, e larga influenza nelle cose politiche 
del Eegno e dell'Impero, a soddisfazione della sua grande su- 
perbia e a sfogo della sua non comune attività. Essi si sono 
basati su un passo degli Annali di Incmaro, oscuro e certa- 
mente guasto, come si può rilevare dalla Chronique de S. Denis 
che qua e là ne dà una traduzione. Essa dice : 

« En grant baine avoient l'emperiz Engelberga li plus haut 
« homes d' Italie pour son orguel, pour eus toz envoierent à 
« l'emperor Looys le comte Guinise et tirent tant ver luì que 
« il li manda que elle ne se meust d'Italie et que elle 1' aten- 
« dist jusque à tant qu'il fust retornez » - (3). 

Invece il corrispondente passo di Incmaro dice : « Et quia 
« primores Italise Ingelbergam propter suam insolentiam haben- 
« tes exosam, in locum illius filiam Winigisi imperatori substituen- 
« tes obtinuerunt apud eundem imperatorem ut missum suum ad 
« Ingelbergam mitteret, quatenus in Italia degeret et post illum 
« non pergeret sed eum in Italiam reversurum expectaret ». 

Ben diversamente narrano la cosa Reginone e l'Annalista 
Sassone : ma poiché Incmaro è in genere ben informato, pos- 



(1) BÒHMER, o. e , I, 471. 

(2) Campelli, Storia di Spoleto, 1. XVIL 

(3) Bouquet, Berum Gallicarum Scriptorcs, VII, 136. 



94 GIUSEPPE POCHETTINO 

siamo non solo accettare il suo racconto (1) in quanto concorda 
con la Ohronique de S. Denis, ma anche per quel che concerne 
la figlia di Guinigiso, nel senso che si sarà trattato da parte 
di Ludovico II di un capriccio per quella spoletina, capriccio 
che ai Grandi non sarà dispiaciuto, e che anzi essi avranno 
aiutato e fomentato nella speranza che cadesse dal cuore del- 
l'Imperatore la moglie Angelberga, la quale fino a quel mo- 
mento ne aveva tenuto ambo le chiavi, e dall'amore cieco e 
sviscerato di lui, fatto verso di lei sin troppo timido debole e 
ossequente, aveva tratto ragione di insuperbire e condursi a suo 
talento in ogni cosa. 

Forse i Grandi ci speravano anche un qualche cosa di 
grave e complicato, come l'affare di Lotario II con Waldrada e 
Teutberga, un qualche cosa che distogliesse anche l'Imperatore 
da pensieri di guerra, sì che essi piil non fossero costretti a 
snervarsi in lontane, pericolose e rovinose spedizioni. 

Ma se così stavano le cose, i disegni dei Grandi svani- 
rono sul bel principio ; perchè Angelberga, anziché attendere 
il marito al Nord, scese nel Mezzogiorno non appena gli affari 
politici glielo permisero, e riprese su di lui la pienezza della 
sua influenza e nella cosa pubblica la pienezza della sua autorità. 

Non già un ordine del marito in verità la trattenne per 
alcun tempo in Lombardia, ma gravi affari di stato esigevano 
tutta l'opera sua : ell'era occupata a raggirare con abili manovre 
diplomatiche i Carolingi d'oltr'Alpe e il Papa ; tanto che pos- 
siamo dire che in pochi altri momenti della sua vita Angel- 
berga fu più attiva ed energica ed abile in favore dei propri! 
interessi pel futuro imminente. 

Appena fu libera dalle mene diplomatiche, Angelberga scese 
al sud. Ciò dovette essere nello stesso anno 872, perchè vediamo 
che quell'anno Ludovico concedendo certi favori a Paolo vescovo 
di Piacenza, dice di farlo per le raccomandazioni di Angelberga. 
Ma nemmeno l' intervento dell' abile imperatrice potè giovare 
alla spedizione di Ludovico II, del cui esito infelice non è qui 
il caso di ricercare le ragioni. 

A Capua Angelberga, che in quella città dimorò quasi un 
anno, si lasciò indurre, come narra il cronista salernitano, dal 
vescovo Landolfo ad imprigionare Guaiferio ; ma la trama del 
fiero vescovo capuano non sortì l'effetto da lui desiderato, pe- 



(1) Pertz, 0. e, Scriptores, I, 493. 



l' imperatrice angelberga 95 

rocche Guaiferio, aiutato da amici, ricuperò la sua libertà, dando 
tper ostaggi alla Imperatrice i figli di Landone suo parente. 

Angelberga incitava Ludovico II ad occuparsi piti di ven- 
[dicarsi dei patiti oltraggi che di far guerra ai Saraceni, che", 
[smaniosa di vendetta, ella voleva anzi che i Saraceni avesser 
tatto ai Longobardi ogni oltraggio (1). 

Ma ragioni politiche, morali e religiose consigliavano di 
annientare prima i Saraceni, e Ludovico II di questo continuò 
kd occuparsi. Infine, liberatosi dai Saraceni, si diede a pensare 
dia vendetta, e poiché Angelberga n' era tanto desiderosa, 
landò lei stessa con un esercito sopra Benevento. Il Pratilli 
lon vorrebbe ammettere tale spedizione, ma futili sono i suoi 
brgomenti ; noi ammettiamo la spedizione, ma diciamo che a 
LuUa riuscì. Erra Reginone a dire che Adelchi duca di Bene- 
'^ento, appoggiandosi a Basilio il Macedone, di cui s'era detto 
vassallo, resistette agli Augusti Carolingi e inflisse loro nuove 
umiliazioni di cui non poterono vendicarsi, né allora né poi. (2) 
Allora il Papa s'interpose come paciere, e trovò modo di sal- 
vare 1' onore di Ludovico II e d'Angelberga e di pacificare con 
essi Adelchi. Questi accompagnò gli Augusti fino a Capua. 

In questa città Ludovico II lasciò la moglie e la figlia. 

Le ragioni di questo ci sfuggono: non certo lo fece perché 
Angelberga facesse nuova guerra ad Adelchi, come vorrebbe 
l'Ignoto cassinese, né perchè fosse in urto con la moglie, come 
sospetta Pellegrini, lo j)enso che tentasse a quel modo di co- 
prire alla meglio, in faccia ai Longobardi, ai Franchi, ai Bizan 
tini e ai Campani la sua ultima umiliazione e salvare ancora 
qualche cosa del suo prestigio. Forse fu Angelberga stessa che, 
fidando nelle arti femminili sue e della figlia, e della vicina 
parente lugena, volle restare ancora un poco laggiii. 

Così Ludovico II tornò da solo nelP Italia settentrionale, 
traendovi ostaggi i nipoti del Vescovo Landolfo di Capua, e i 
figli di Guaiferio di Salerno, che furono confinati a Ravenna 
da lui stesso, e non dalla Imperatrice coinè vorrebbe il Muratori. 

Di lì a non molto anche Angelberga risalì in Lombardia 
chiamatavi da importanti affari che tra poco diremo. 

In Capua restò solamente Ermengarda, e. vi stette fino al- 
l'estate dell'875, né sappiamo che cosa vi facesse. 



(1) Pertz, o. c, Scriptores, I, 533 — Campi o. c, I. 460. 

(2) Muratori - R. I. SS. IP 276, 277. 



:90 GlUWKl'l'K l'«M jij. j iiiso 

Ne fu poi richiamata in gran fretta quando Ludovico II si 
ammalò a morte; ella accorse e probabilmente fu iu tempo n 
ricevere le ultime parole del padre poiché dice il Ohronicou 
salernitauum : « illaque (Ermengarda) abeuute, noni multo i)OSt 
« geuitor illius Ludovicus di vai memoriai dieni clausit extre- 
iQum ». (I)- 

Allora anche gli ostaggi Beneventani, Salernitani e Capuani 
ripresero la via del Sud e tornarono ai loro paesi, per ordine 
di Angelberga, che forse, con quell'ultimo attO; intendeva di ri- 
conciliarsi coi Longobardi. 

Dopo di che si diedero, Angelberga ed Ermengarda, con 
vanità muliebre e discutibile pietà, ad arricchire monasteri, 
■e con inutile sfa-rzo ad insultare alle lacrime e alle miserie dei 
popoli, come dJce il De Kenzi nel trattar le condizioni del po- 
polo italiano nel medio evo (2j. 

Non ammettiamo clie Angelberga, come invece racconta 
Monsignor Locati, costruisse i ponti in pietra sulla Trebbia, 
sulla Nure e suU'Arda. Il Locati è di tale opinione per il sem- 
plice fatto che il volgo li chiama i ponti della Regina.... Né à 
pili ragione il Campi, che li ritiene più antichi e già in rovina 
ai tempi di Angelberga, e che essa li restaurasse. È invece ben 
chiaro dai documenti che già citammo, che Angelberga dalle 
rovine di quei ponti estrasse materiale per la costruzione del 
suo monastero (3). 

È certo inoltre che nell'874 Angelberga, per ampliare il 
tesoro delle reliquie di Santi del suo prediletto monastero, fece 
da suo marito asportare da Capila le reliquie di S. Germano, 
celebre vescovo di quella città e poi se le fece donare e le col- 
locò nel Monastero di S. Sisto. 

Il furto certo vi fu, e ne abbiamo notizia dall' Ostiense ; 
ma il Poggiali sospetta che non del S. Germano di Capua ma di 
un altro S. Germano ottenesse Angelberga il corpo. Siccome 
però le sue argomentazioni sono assai deboli, e d' altro lato 
anche altre chiese si/ vantano di avere le reliquie di S. Germano 
di Capua, è ovvio pensare che Angelberga ne ottenesse solo 
una parte (4). 



(1) Pertz, o. c, II, 533. 

(2) De Renzi, o. c, I, 286. 

(3) Campi, o. c, I, 253. 

(4) Muratori, R. L S., Ilb, e. 37. - Poggiali, o. c, II, 348. — 
■Campi, o. c, I, 217. 



l'imperatrice angelberga 97 



XII. 

SOMMARIO. — Attività di Angelberga — Il colloquio di Verona — 
L'affetto di Giovanni Vili. — Le tendenze della corte pontificia — 
Carlo il Calvo — Morte di Ludovico IL 

Negli ultimi due anni della vita di Ludovico II, Angelberga 
parve avere ella solo l'impero nelle mani. A lei infatti vediamo 
rivolgersi quanti bramavano di ottenere aiuto, protezione, bene- 
fìci : così ad es. l'abate di. 9. Ambrogio di Milano che ricorreva 
contro 1' arcivescovo Ansperto, il quale era uno dei più forti e 
influenti Grandi del Eegno : così il Gastaldo Gumberto (1). 
Anche Giovanni YIII, appena salito al trono l'aveva in certo 
senso invitata ad essere sua alleata, in modo da lasciare la 
Chiesa piti libera, più tranquilla, più prospera che allora non 
fosse : e poi s'era sempre mantenuto in corrispondenza con lei, 
dandole specialmente conto della sua lotta coi Saraceni e dei 
progressi della Lega campana, l'unico bel sogno di quel torbido 
pontefice (2). 

Angelberga a sua volta lo teneva al corrente delle sue trat- 
tative col Germanico (a. 874) che ella conduceva con tutta^ ala- 
crità, ma senza tangibili frutti, e finiva per indurlo a un di- 
retto abboccamento col Germanico. 

L'incontro fu forse nel!' estate dell' 874 a Verona. Le trat- 
tative ci sono rimaste ignote, ma è verisimile che abbian ri- 
guardato la successione alla corona imperiale alla morte di Lu- 
dovico II. Da una lettera del Papa abbiam solo la notizia che 
l'imperatore e il Germanico raccomandarono alla sua alta pro- 
tezione Angelberga, il che mi conforta nell'opinione che in 
quell'abboccamento si parlò di successione e che il convegno 
fu voluto da Angelberga stessa, la quale mirava ad assicurare 
al Germanico la protezione del Papa, e quella d'entrambi a se 
stessa nel caso di vedovanza. 

Se già fin d'allora avvenisse l'adozione di Angelberga come 
figlia del Papa, adozione che per me è discutibile che sia mai 
avvenuta, non si può determinare. Giovanni YIII però in piti 
lettere ricorda di aver preso Angelberga sotto il suo patro- 



(1) Muratori, Ant. Ital, I, 935. — C'od. lang. 430. 

(2) Iaffè, o. c, I, n. 3028. — Pertz, o. c, iJpistolae, VII, p. 1. 



Arch, Stor. Lomb., Anno XLyiII, Fase. I-U. 



98 GIUSEPPE POOHETTINO 

cinio, i)ro])rio in quella occasione : « nostro semjjer tuendam. 
patrocinio suscepimus » ; e piti chiaramente in altra : — « An- 
« 4jelbergaiii flliam nostrani, quain diva' memoriie Liidovicus rex 
« pater Im])ei'at^>ris (è Ludovico il Germanico jjadre di Carlo ilr 
« Grosso) et Hludovicus imperator, vir eius, nobis Veronte com- 
« mendaverunt ». A ine par che se allora egli avesse anche 
adottato come figlia Augelberga non avrebbe il Papa trascurato 
di dichiararlo, come argomento ancor piti forte : e poiché lo tace, 
io ritengo che l'adozione non sia mai avvenuta, e P epiteto di 
filia che il Papa de sempre ad Angelberga altro non sia che 
una espressione della generale paternità del Papa per tutti i 
fedeli e segnatamente pei capi di Stato. 

Angelberga non riuscì a Verona a strappare al Papa un 
preciso consenso sulla successione di Carlomanno iil trono im- 
periale d'Italia, ma riuscì ad ottenere che il Papa si legasse a 
lei con teneri vincoli di ammirazione e di simpatia. 

Basta leggere qualche lettera del Papa ad Angelberga per 
averne conferma. Le tre qualità di Angelberga che più. avevano 
colpito Giovanni Vili erano, a quanto sembra, lo spirito acu- 
tissimo, l'abituale bontà e la calda devozione alla chiesa ro- 
mana (1). 

Quanto alle ultime due, conviene dire che o l'età aveva di 
molto cambiato e modificato il carattere violento e orgoglioso 
di Angelberga, o Angelberga nelle sue relazioni con Giovanni 
YIII aveva saputo abilmente dissimulare i lati men belli del 
suo spirito e della sua politica, e colorire diversamente dal vero 
certi non molto lontani atteggiamenti suoi rispetto al Papato. 
Comunque, non ostante che ammirasse e amasse Angelberga,, 
Papa Giovanni YIII non si lasciò da lei conquistare intera- 
mente. Mentr'ella simpatizzava per Carlomanno, figlio del Ger- 
manico, il Papa preferiva Carlo il Calvo, nel caso di una sue - 
cessione al Regno d'Italia e all'impero. Angelberga seguiva in 
ciò le tendenze del marito, se pur non le aveva essa stessa create. 
Il Papa seguiva le tendenze del suo stesso predecessore Adriano li, 
e della parte maggiore della aristocrazia e del clero romano (2;.. 
Adriano II, per quanto ligio a Ludovico II e ad Angelberga, 
aveva promesso formalmente l' Impero al Calvo : per il Calvo 
parteggiava lo stesso Anastasio bibliotecario, come già abbiamo 



(1) Peterz, o. c, Scriptores, V, 107. — Dììmmler, o. c, I, 812. — 
Mansi, o. c, XVII, 208. - Iaffè, n. 3341/2565. - Migne, o. c. CXXVII, p. 119.. 

(2) Lapòtre, 0. e, 262. — Pertz, o. c.,. JEpistolae, Vll^ n. 268, 293. 



l'imperatrice angelberga 99 

avuto occasione di accennare, e Anastasio dava il tono alla 
corte pontificia (1). 

Angelberga aveva avuto il torto di non aver saputo tra- 
mutare le simpatie dei Eomani con Poro, come con l'oro aveva 
saputo crearle in proprio favore il re di Francia Carlo il Calvo 
da parecchi anni : anzi mentre la regina di Francia aveva man- 
lato frequenti doni, taluni persino lavorati con le stesse sue mani 
abilissime, ad ornare le feste religiose della Basilica di S. Pie- 
tro (2;, ella aveva lasciato a Koma piuttosto ricordi di prepo- 
tenze e di alterigie. Anche il Germanico aveva fatto ben poco 
per far conoscere a Roma sé e i suoi figli, mentre Carlo il 
Calvo aveva fatto di tutto per rendersi noto e ben visto. Inoltre 
è indiscutibiie che Carlo il Calvo dava al Papa piti fiducia di 
vigore e di prosperità, perchè era in tutta la forza dell'età e del 
benessere, coltissimo, e con un solo erede ; mentre il Germanico 
era energico sì, ma vecchio, e il suo regno minacciato di un 
prossimo smembramento fra tre eredi gelosi (3). 

E il Lapòtre sostiene" che Giovanni ^YlII non voleva sul 
trono imperiale un uomo debole su cni egli potesse dominare 
per condurlo a suo talento, (come molti storici àn creduto e 
sostenuto) ma ne voleva uno forte, per averne aiuti contro i 
^uoi numerosi nemici. 

Tuttavia il Papa non era così cieco nella sua simpatia 
la permettere al Calvo fin d'allora di condursi a suo piacere. 

Tanto è vero che o sul finire dell' 874 o sui primi dell' 875, 
per insinuazione di Angelberga, gli imponeva di restituire le 
terre di Lotario, che ancora teneva, a Ludovico II. Il Calvo 
non obbedì al Papa, ne tenne in conto le sue minacce di sco- 
munica : di fatti poco dopo Giovanni YIII scriveva ad Angel- 
berga notificandole che Carlo il Calvo aveva, per dispregio di 
S. Pietro, non solo respinto, ma incarcerato i messi papali, e 
■:he egli perciò non avrebbe accolto i messi del Calvo, e lui 
avrebbe aspramente rimproverato : e terminava col chiedere che 
ella mandasse a Roma due messi che lo accompagnassero per 
un lontano viaggio, e lo rendessero sicuro dalle insidie dei 
malvagi (4). 



(6) MiGNE, 0. e, CXXII, ep. 11 p. 162 a. — Lapòtre, o. c. 267. 

(2) Lapòtre, o. c, 262, 265. 

(3) Lapòtre, o. c, 275. 

(4) Jaffé, o. c. n. 3006. 



1(10 (»iu>sj'.ri'i<. i'(/(;iiKi'j liso 

Il viaf>:^i() era lungo le coste laziali e campane j il Papa vo- 
leva vedere i (Ianni recati dai Saraceni e studiare il modo di 
battere quei nemici. Doi)o quel viaggio il Papa prese le armi 
contro i Saraceni e li vinse : della quale vittoria si affrettò a 
dare relazione a Lu<lovico II e ad A^ngelberga (1). 

Angelberga chiuse l' anno 874 stringendosi col Grermanico 
in una più viva simpatia, della quale il Germanico dava tan- 
gibili prove concedendo ad Angelberga alcune terre di cui a noi 
sfugge il nome e l'entità, ma che ci vengono accennate nel- 
l'atto di conferma dell'anno seguente e nel testamento della 
stessa Angelberga. 

Inoltre a supplica di Angelberga, concedeva ad Ermengarda, 
di lei figlia, le corti Lemino e Morcola nel Bergamasco, Corte- 
maggiore nel Piacentino e il Monastero nuovo di Pavia (2). 

Ma l'anno 875 fu per Angelberga un anno infausto : il 12 
agosto, presso Brescia, Ludovico II, suo marito, le moriva tra 
le braccia. Fu seppellito in Brescia dal vescovo Antonio; ma 
Ansperto di Milano ne reclamò il corpo, e, rifiutandolo Antonio, 
venne in persona a Brescia coi vescovi Garibaldo di Bergamo 
€ Benedetto di Cremona e molto clero, e lo dissotterrò e con 
gran pompa lo portò a Milano, ove lo seppellì in S. Ambrogio 
vecchio, come narra Andrea da Bergamo che per un poco lo 
portò sulle spalle dall'Olona all'Adda (3). 

XIII. 

SOMMARIO: Politica egoistica, reaUstìca, doppia e germanofila dì An- 
gelberga — L'assemblea di Pavia — Discesa del Calvo — Carteggio 
col Papa per Hosone. 

È falso che Ludovico II morendo lasciasse due figlie, Gisla 
ed Ermengarda : Gisla era già morta prima deir868^ monaca in 
Brescia : Ermengarda, fidanzata di Costantino il Macedone da 
qualche anno, vedeva, per la morte del padre suo, fallire de- 
finitivamente le nozze per ignote ragioni sospese, e forse fu 
la stessa madre sua a disinteressarsi del partito bizantino. Ter- 
ribile invece fu la morte di Ludovico II per Angelberga, sia 
perchè essa amava veramente Ludovico, sia perchè, con la scom- 



(1) DuMMLER, o. c, II. 26. — Pertz. o. c, Epistolae, VII, 302 e 303. 

(2) Renassi, o. c, 142. 

(3) Muratori, Ann. id., a. 875 e Ann. Ital.j I, 50. 



L' IMPERATiilCE ANGELBERGA lOl 

parsa di lui, ella veniva a non contare più nulla sulla scena del 
mondo. 

Ella però non seppe rinunziare di colpo al suo passato, e 
alla grande potenza esercitata fino a quel momento nella poli- 
tica delP Impero : e cercò di servirsi di tutti gli uomini e di 
tutti i mezzi per i suoi scopi egoistici e superbi^ sfruttando la 
parentela del Germanico e i precedenti trattati, la giovane bel- 
lezza della sua stessa figliuola, e la cieca sommissione dei suoi 
fidi vassalli e sopratutto dei maggiori, a cui, morendo, Ludo- 
vico l' aveva raccomandata, cioè Wigbodo vescovo di Parma, 
Suppone II arciministro e gonfaloniere^ ed Everardo e Beren- 
gario, marchese del Friuli (1). 

Così Angelberga, pur vedova, non perdette né. di energia 
ne di autorità, e per parecchi anni fu ancora il centro di tutti 
gli intrighi dell'Italia superiore, e seppe destreggiarsi abilmente 
tra Giovanni Vili e i pretendenti Carolingi, tra i grandi feuda- 
tari e i vescovi influenti ; e fra i partiti che dividevano l'ari- 
stocrazia feudale del Regno italico stette ancora per qualche 
tempo segno d'immensa invidia e d'indomato amor. 

Ma appunto' per questo la sua politica non poteva essere 
ne aperta, ne diritta, né ferma, ne morale ; era, come dimostre- 
remo, una politica egoistica e realistica, pieghevole e doppia, 
senza grandi visioni nel futuro ; era la politica che facevano tutti 
quelli del tempo suo. 

Mentre pertanto Giovanni Vili a Roma, in una assemblea 
di laici e di ecclesiastici si affrettava a designare come re d'I- 
talia ed Imperatore Carlo il Calvo, Angelberga, come narra 
Andrea di Bergamo, avrebbe indotto l'assemblea dei Grandi, 
da lei raccolta e presieduta a Pavia, a invitare per la corona 
a un tempo istesso, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo (2). 

Avrebbe con ciò, proprio Angelberga, iniziato quel doppio 
giuoco che 81 doveva j)oi ripetere nelle vicende del regno ita- 
lico sino al principio del sec. XI, tanto che passò poi come 
assioma della politica italiana volere gli Italiani sopra di sé 
due sovrani per non ubbidire a nessuno come disse Liutprando 
di Cremona nel noto suo passo. 

Ma le cose non andarono precisamente come vorrebbe An- 
drea di Bergamo. 



(1) MiGNE, o. e, CXXVI, 699. — Iaffè, o. c, I, 3065. — Kehr, Italia 
l'ontificia, V, 455. — Affò, Storia di Farma, I, 172 e 287. 

(2) Wahz, Scriptores rerum langohardicarum, p. 229. 



lOli QIUSKPPK POOHKTTINO 

NelTassemblea di Pavia dovettero manifestarsi due partiti : 
uno per il Calvo 1' altro ])er il Germanico. I diritti erano ])ari, 
che entrambi erano zii del morto Imperatore. Al più pel Ger- 
manico si poteva recare in mezzo la paternità d'adozione sopra 
Ludovico II, e la scelta che a voce avrebbe fatto Ludovico II 
sul letto di morte sopra Carlomanno figlio del Germanico, come 
suo successore. Ma di documenti scritti e validi non ce n'erano. 
Le due parti non si misero d'accordo : ciascuna sostenne il suo 
punto di vista. Quindi una parte mandò l'invito al (3alvo, l'al- 
tra al Germanico. Così desumesi dal Chronicon Benedica^ che 
dice esplicitamente, che, mentre il Papa chiamava il Calvo, 
« mittitur denique missus ab uxore imperatoris Angelberga veì a 
« suis primatibus ad Carlummannum, ostendens vota defuncti ». 
Angelberga, per quanto subdola e astuta nella i)olitica, non po- 
teva fare il doppio giuoco che le attribuisce Andrea di Bergamo, 
non tanto perchè sarebbe stata imprudenza troppo grande, quanto 
piuttosto perchè aveva per troppo tempo lavorato in favore del 
Germanico, pur sapendo le mire del Calvo e la forza del suo 
partito in Italia : né e' era sopravvenuto alcnn fatto nuovo e 
inatteso che le potesse consigliare un mutamento di politica. Si 
osservi del resto il contegno che tenne anche in seguito, e si 
vedrà che Andrea da Bergamo l'à accusata a torto come prima 
autrice del doppio giuoco nella politica dell'elezione dei Re ed 
Imperatori. 

Difatti il Germanico allora non si mosse ; scesero invece 
i suoi figli Carlomanno e Carlo di Svevia, detto dagli Italiani 
Carletto e piìi tardi il Grosso. È noto che il Calvo facilmente 
se ne liberò, assicurandosi per sé la corona d'Italia a Pavia e l'im- 
periale a Koma, come narrano gli annuali bertiniani all'anno 875. 

Attorno al trionfatore non tardarono a stringersi anche 
parecchi del partito tedescofilo, come Paolo vescovo di Piacenza, 
parente dell'imperatrice e Suppone li; non così Angelberga, 
la quale persistette fedele al Germanico, e da lui, e non dal 
Calvo, si fece confermare tutti i beni avuti in dono dal defunto 
consorte e da altri, col mandare appositivamente in Germania 
l'abate Giselberto e il vassallo Amadeone (1). Poi dell' atto di 
conferma ottenuto dal Germanico (19 Luglio 876) si fece fare 
solenne riconferma dal Papa Giovanni YIII, essendo i beni ri- 
confermati quasi tutti di natura ecclesiastica. 

Con quel suo volgersi al Germanico e non al Calvo, An- 

(1) Benassi, o. c, 144; Bòhmer, o. c, 1518; Dììmmler, o. c, II, 402. 



l'imperatrice angelberga 103 

.gelberga indicava apertamente di non voler rinnegare la sua 
politica precedente, germanoflla, per così dirla, rispetto ,a quella 
ormai corrente, favorevole al Calvo ossia francofìla. 

Pare a me che dalla sua^anima di longobarda sorgesse, in 
quel momento in cui eran rottici suoi vincoli coi Franchi, il ri 
cordo che dalla Francia eran venuti i distruttori della razza e 
della potenza longobarda, la quale era uscita un tempo dalle 
selve di quel suolo Germanico su cui allora dominava Ludovico 
il Germanico ; e che con quel ricordo si affermasse Podio di lei 
contro chi della Francia era adesso signore. 

Angelberga pertanto non mutò bandiera e sopportò le do- 
lorose conseguenze della sua fedeltà al partito tedesco. Narrano 
infatti gli annali di Fulda (1) che il Calvo « Gallise tyrannus 
« Italiae regnum invasit, et omnes thesauros, quos iuvenire 
« potuit, unca manca coUegit ». La Cronaca di Ermanno (2) ci 
spiega che si trattava dei tesori di Ludovico II ; ed altri fonti 
ci aggiungono che i danni maggiori furono arrecati dalle sol- 
datesche del Calvo al Bresciano^ e fu spogliato lo stesso Mor 
nastero di S. Salvatore, che era in Brescia (e non a Piacenza, 
come vorrebbe il Lapòtre) (3) nota commenda di Angelberga sua 
cugina (4). Dove frattanto Angelberga si fosse riparata, noi non, 
sappiamo. 

È probabile che fosse sotto la protezione del cugino Beren- 
gario. Infatti presso Berengario era, almeno qualche tempo dopo, 
la figlia Ermengarda. 

Qualche luce avrebbe potuto darci in proposito, se fosse 
giunto a noi, l'atto di donazione compiuto da Angelberga in fa- 
vore del Monastero di S. Ambrogio in Milano, dov'era stato tu- 
mulato Ludovico II. Ne abbiamo notizia tardiva in un diploma 
con pui Carlo il Grosso, nell'880, confermava a quel monastero 
di S. Ambrogio « Monasterium infra ipsam curtem quod nomi- 
« natur Aurunae quod Engelberga olim imperatrix devotissime 
« obtulit in ipsum monasterium, prò remedio animae divae me- 
« moriae Ludovici etc ». (5). 

Sembra che Angelberga abbia avuto, in quei giorni bur- 



(1) Pertz, 0. e, Scriptores I, 389. 

(2) id. id. V, 107. 

(3) Lapòtre, o. c, 247 n. 4. 

(4) Waitz, o. c, 230. 

(5) Goder diplomaticus langobardicus 500. 



104 (ijrsjii'i'io roouKiJ'iNO 

ra8C08Ì, un lun^o carte jj^j^io col Papa, sj)ecial mente nel breve 
periodo ' che va dalla niojte del marito alla coronazione del 
Calvo, periodo d^nterregno in cui Angelberga ebbe nelle sue 
mani tutto il potere regio ed imperiale. A noi non sono giunti 
che dei frammenti. 

In uno il Papa scusa il vescovo Giovanni di essersi allon- 
tanato dalla milizia terrena. Il laffè (1) sospetta che si tratti 
di Giovanni di Ravenna, il famoso avversario di Nicolò I ; ma 
se anche fosse altra persona, io credo che egli sia uno dei tanti 
vescovi che in quella occasione abbandonarono il partito di 
Angelberga, a cui invece rimaneva fedele, mirabile esempio di 
costanza, Wigbodo vescovo di Parma. 

In un altro il Papa si duole con Angelberga che, con l'aiuto- 
dell'arcivescovo di Ravenna fossero stati manomessi i beni dei 
sudditi papali, e persino strappate le chiavi della città al ve- 
starario o ministro pontificio che il Papa teneva presso la stessa 
Imperatrice. E probabile che questa sia stata una delle tante 
violenze a cui si abbandonavano allora i partiti rimasti pressoché 
senza freno per la morte dell'imperatore (2). 

In un terzo il Papa si duole con Angelberga che il Mar- 
chese Wilberto di lei vassallo avesse ofi'eso Giovanni lettore 
della chiesa romana, e prega ch'ella lo deponga dalla sua alta 
dignità come spergiuro e sacrilego. Ma Angelberga chiese che 
desistesse da tale richiesta troppo grave, e il Papa concluse per 
ammettere con lei che il Marchese avesse per ignoranza com- 
messo spergiuro contro il lettore della chiesa romana, e si ac- 
contentò che per punizione si fosse messo per un po' di tempo 
in altro luogo ed in piti basso ufficio (3). 

Da altri frammenti poi il Papa lascia capire che a causa 
della posizione politica da lui presa in favore del Calvo, si erano 
suscitati in varie parti vivi rancori contro di lui e contro i suoi, 
specialmente in Ravenna, e vi erano stati saccheggi ed uc- 
cisioni anche di ecclesiastici ; e il riterirne che ei ta ad Angel- 
berga, ci dice che pur non ritenendo lei direttamente respon- 
sabile, avrebbe voluto ch'ella fosse direttamente ed energica- 
mente intervenuta. 



(1) IaFFÈ, 0. e, =^^23/^584 — MlGNE, O. C, CXXVI, 939. 

(2) Iaffè, o. c, 3021, 3015. 

(3) Iaffè, o, c, 3030, 3031. 



L' IMPERATRICE ANGBLBERGA 106 

Si notino difatti i frammenti di lettere papali che sono nel 
laffè ai nnmeri 3017, 3023, 3028, 3030, e che a parer mio tro- 
vano giusta spiegazione se posti nella seconda metà dell'anno 
875, tra la morte di Ludovico II e 1' incoronazione del Calvo, 
mentre il Caspar lì situa senza alcuna determinazione tra l'873 
e l'876 (1). 

Sui primi dell'876 Carlo il Calvo, coronato imperatore dal 
Papa a Eoma, venne a Pavia, vi tenne assemblea, vi ebbe il 
titolo di re d'Italia, emanò capitolari, indi se ne tornò in Francia, 
lasciando al governo d'Italia suo cognato Bosone, Duca di Pro- 
venza. 

Erra il Lapòtre (2) a credere che il Calvo creasse per Bo- 
sone il Ducato di Lombardia : Bosone fu in Italia un luogote- 
nente generale del Calvo, una specie di viceré e ciò si desume 
dalle espressioni stesse con cui Bosone firma i suoi atti : « Si- 
« gnum Bosonis ducis et Italiae missi atque Palafcii Archimi- 
nistri » ; oppure « Signum Bosonis incliti ducis et Sacri Palatii 
Archiministri atque imperialis missi ». Di quei giorni Angelberga 
aveva l'amarezza di scorgere assottigliarsi sempre più il suo par- 
tito, e lo stesso Berengario del Friuli con altri grandi e vescovi 
riconciliarsi con Carlo il Calvo, e per lui correre a sacco le- 
terre degli avversari, portando via dal Monastero di S. Sal- 
vatore di Brescia i tesori che la fondatrice Angelberga vi aveva 
riposti. 

Ciò si ricava da una epistola di papa Giovanni VIII a Carlo 
il Calvo, in cui, senza dubbio pressato da Angelberga, si duole 
col re dell'atto sacrilego compiuto dalle sue soldatesche, e della 
rapina fatta alla stessa Augusta, ed ordina ehe sotto pena di 
scomunica restituisca ogni cosa malto) ta e mandi intanto a^ 
Roma un messo (3). 

Per colmo di sventura Angelberga ricevette quell'anno anche 
le notizie della morte di Ludovico il Germanico, per 'cui rima- 
neva senza piti alcun valido appoggio, 

Allora ella cercò protezione dove potè, ma non la trovà> 
che nei platonismi del Papa e nei consigli di Wigbodo, vescovo 
di Parma, a lei rimasto fedele anche nell'avversa fortuna. 



(1) Pertz, 0. e, EpÌ8tolae VII, p. I, 312. 

(2) Lapotre, 0. 292-293-296 — Hofmeister — Markgrafen und Mark- 
grafschaften - Wien 1906, p. 34. 

(3) Iaffè, o. c, d. 3084. 



106 GIUSKPPK POOHKTTINO 



XIV. 



SOMMARIO. — Wigbodo vescovo di Parma — Vita claustrale — Ricon- 
ciliazione con il Calvo — Prime amarezze d'Ange! herga — Il romanzo 
di Bosone e d'Ermengarda. 

Angelberga aveva conosciuto Wij^bodo circa quindici anni 
prima, e subito fu presa dal suo devoto attaccamento per Lu- 
dovico II, dalla vastità del suo ingegno, dall'abilità nel trattare 
gli affari più ardui, dalle maniere dolci e affabili. Neil' 861 fu 
ospite di lui a Parma col marito Ludovico II ; i loro spiriti si 
intesero, si unirono. 

Perciò quando Angelberga volle mandare messi al Calvo e 
al Germanico per la questione dell'eredità di Lotario II, di Lo- 
rena, a capo dell'ambasceria pose Wigbodo (870),- che però arrivò 
troppo tardi e nulla potè ottenere. 

Quando poi (872) Angelberga tentò di ottenere dal Calvo 
almeno una parte dell'eredità di Lodovico II, mandò di nuovo 
Wigbodo, come quello che aveva avuto col Calvo molta intrin- 
sichezza ed aveva molto tatto nelle trattative. Anche da quella 
ambasceria Wigbodo dovette tornare a mani vuote, cionondi- 
meno continuò in favore e autorità a corte, fino alla morte di 
Ludovico II. 

Non sappiamo se Wigbodo ebbe raccomandata Angelberga 
-dalla stessa bocca dell'Imperatore morente, quando l'affidò alla 
protezione e alla lealtà dei suoi maggiori vassalli : certo si è 
che da quel giorno Wigbodo fu tutta cosa di Angelberga e ne 
divise i consigli e le parti e ne sostenne l'opera politica, non 
esitando quando altri tentennavano, non mutando quando altri 
cambiavano bandiera, non tremando quando per le sue idee po- 
litiche gli venivano minacce e danni. 

Benché, per l'antica famigliarità che aveva col Calvo, po- 
tesse, senza ragione di rimorso, prendere partito pel re di Fran- 
cia, tanto pili che era il favorito del Papa e di molti grandi 
f laici ed ecclesiastici, stette invece pel G-ermanico, seguendo così 
le idee e l'opera politica di Angelberga. 

Morto il Germanico e caduta ogni speranza di poter avere 
la rivincita sul Calvo, bisognò piegarsi agli eventi. Tanto Wig- 
^bodo che Angelberga lo fecero con dignità. 



l' imperatrice angelberga 107 

Aagelberga dapprimo si ritirò nel suo diletto monastero di 
S. Salvatore in Brescia, ma non prese Pabito monastico né là, 
come fa credere Giovanni YIII in una sua lettera diretta a lei, 
né nel Monastero di S. Sisto in Piacenza da lei con tanta cura 
restaurato ed ampliato, come pensò il Bacchini, né in Pavia in 
Monastero nuovo, come volle il Bouquet (1). Di là si rivolse al 
Pontefice, il quale mentre scriveva al Calvo imponendogli di 
restituire i beni tolti al tesoro di Angelberga nel Monastero di 
S. Salvatore in Brescia, pena la scomunica, non dovette man- 
care di tentare subito di convertire Angelberga al partito 
del Calvo, comprendendo quanto potesse giovare al suo favorito 
Pappoggio dell'ex- Augusta. Scrisse quindi il 27 Marzo 877 una 
lettera ad Angelberga per confortarla ed esortarla a passare nella 
fede del nuovo imperatore, promettendole la sua intercessione 
presso la maestà imperiale (2). 

La lettera papale é in gran parte una lode della nuova vita 
a cui Angelberga si era dedicata, vita claustrale (benché non di 
monaca), lontano dalle cose del mondo, vita di pace, di serenità, 
di colloquii con Dio, vita che apriva meglio di ogni altra i te- 
sori della vita eterna. 

A me pare che il Papa in tutte quelle frasi con cui esalta 
il nuovo stato di Angelberga, le venga a dire questa verità un 
po' aspra per quella orgogliosa augusta : che per lei era meglio 
non occuparsi piti delle cose terrene, ma pensare solo alle cele- 
sti ; dimenticare di essere stata una sovrana e pensare solo ad 
«ssere una sposa di Cristo. 

Per dire i^oi che Angelberga deve essere d'ora innanzi fe- 
dele a Carlo il Calvo, cita il detto dell' Apostolo : « Non enim 
est potestas nisi a Deo, et qui resistit potestati, Dei ordinationi 
resistit ». 

Aggiunge poi che avendo lui stesso. Vicario di Cristo in 
terra, per divina ispirazione eletto e consacrato imperatore Carlo 
il Calvo, lo amerà sempre come un figlio carissimo, e avrà come 
amici e nemici suoi gli amici e nemici di lui. Infine conclude 
col dire che egli tanto può presso l'imperatore, che Angelberga 
non avrà che da rivolgersi a lui per impetrare dall' imperatore, 
per suo mezzo, quanto le piacerà. 



(1) DuMMLER, 0. e, III 48 — MiGNE, 0. c, CXXVI 720-711 — Iapeè, 
o. e. n. 30-85 — Odorici. Storia di Brescia: Brescia 2854, III 227-228 
PoGHiALi, 0. e, III 3; Bouquet, Be vera horigine Frane. Ili 85 ; — Bec- 
chini. Historia Monasterii Polironensis , 1. IV. 

(2) Iaffè, 0. e., 3086' 3065 e 3085 — Dummler, o. c, III 48. 



108 GIUSEPPE POOHkTTINO 

E Angelberga si piegò, tanto più che sperava di placare il 
Calvo e di farsi restituire ciò che egli le aveva rubato. Se il 
Calvo le abbia restituito ogni cosa non sappiamo : certo è che 
il Papa gli aveva scritto una lettera molto risentita. Lamentato 
che fosse voce assai diffusa quella che affermava che proprio 
mentre il Calvo era a Brescia tirannicamente aveva tolto dal 
monastero di S. Salvatore tutti i tesori che erano colà, aveva 
assunto verso la line un tono aspro e una gravità di minacce 
che davvero ci stupiscono. Ma è molto probabile che il Calvo 
non abbia restituito nulla, e che il Papa dopo aver fatto la voce 
grossa, abbia messo in tacere ogni cosa, perchè era troppo di- 
plomatico ed interessato per impuntarsi contro il Calvo su quella 
questione in fondo tanto secondaria. Dopo tutto Angelberga 
aveva visto la buona intenzione di lui, il suo interessamento, 
come l'aveva visto un mese prima, quando in seguito a lamenti 
di lei egli aveva scritto ad Ansperto arcivescovo di Milano per 
dolersi che avesse messo a capo del Monastero di S. Ambrogio 
dove riposavano le ceneri di Ludovico II, un nuovo abate, san- 
zionando l'ingiustizia di cui era stato vittima il legittimo abate 
Pietro, che dal Calvo era stato arbitrariamente deposto, senza 
che fosse reo di alcuna colpa, se non forse di aver mostrato 
attaccamento alla vedova di Ludovico II e al suo partito. 

Allora anche Wigbodo imitò la sua protettrice e amica An- 
gelberga e corse a Roma a chiedere aiuto al Pontefice. E tanto 
seppe dire che indusse il Papa a scrivere all' imperatore per 
esporgli quanto fosse verso di lui ben disposto l'animo di Wig- 
bodo. Il Papa dichiarò anche nella sua lettera che Wigbodo già 
da tempo avrebbe dimostrato la sua devozione a Carlo il Calvo, 
se non fosse già stato legato ad altra causa dallo stesso Ludo- 
vico II prima di morire. 

Parole queste, che ci indicano come Ludovico II, prima di 
morire, così avesse raccomandato a Wigbodo, suo consigliere, la 
cura di Angelberga, che egli non potesse poi scostarsi dal genio 
di lei nel concorrere alla scelta del successore. 

Certe altre espressioni poi lasciano intendere che Wigbodo 
aveva lottato molto energicamente contro il Calvo, e tra i ne- 
mici ultimo « novissimus » era passato dalla parte dell'Impera- 
tore, piegandosi come Angelberga, alla forza degli eventi. 

Della futura fedeltà di Wigbodo, il Papa stesso non dubitava 
di dirsi mallevadore: « Ecce nos prò ilio vadem offerimus », ed 
aggiungeva che quando Carlo perdonasse a Wigbodo , molti 



l' imperatrice angelberga 109 

altri avrebbe attratti al suo partito, che con la violenza non 
avrebbe vinti. 

Il Papa terminava assicurafido il Calvo della futura fedeltà 
di Wigbodo, della quale era garanzia la fedeltà stessa con cui 
il fermo vescovo aveva mantenuto i suoi impegni verso il de- 
funto monarca. 

La lettera papale se trattenne il Calvo dal fare altre ven 
dette su Wigbodo non lo piegò però a benevolenza verso di 
lui. Come per Angelberga, così per Wigbodo, non si andò più 
in là dell'atto di riconciliazione. 

Il Papa invece, comprendendo quanto utile gli fosse avere 
dalla sua non solo la vedova Augusta, ma anche il suo valido 
consigliere Wigbodo, diede all'autorevole vescovo di Parma nuovi 
segni della sua stima e del suo aftetto. 

E poco di poi gli scrisse una lettera eccitandolo ad operare 
con energia virile in difesa della Chiesa, ed a sollecitare quanti 
potesse perchè cooperassero col Papa a respingere le invasioni 
degli Arabi. In quella lettera il Papa dice di essere grato a Wig- 
bodo pei suoi sentimenti di devozione, e si duole di saperlo 
agitato da molti mali. « multis huius temporis procellarum fluc- 
tibus irretitum ». E termina dicendo di ritenere che, non ostante 
le sue sventure, con la sua ben nota pronta alacrità si occuperà 
della difesa della Chiesa (1). 

Appare da quella lettera che Wigbodo era in tutta Emilia, 
se non anche in Lombardia, il piti alacre ed attivo per gl'inte- 
ressi della Chiesa e attorno a lui come attorno a un capo stimato 
altri si raccoglievano. E poiché già prima Wigbodo gli aveva 
suggerito di mandare lettere ad alcuni grandi ed ecclesiastici 
dell'Italia settentrionale, il Papa mandò in blocco tutte le let- 
tere a Wigbodo, incaricando lui di farle pervenire ai singoli 
destinatari, avvalorate dalla sua personale raccomandazione. Non 
ammetto però col Caspar, l'editore delle lettere di Papa Giovanni 
Vili, (2) che fra quelle lettere ce ne fossero anche per il Calvo 
e per Angelberga. Vero è che esse han la medesima data della 
lettera a Wigbodo, ma l'Imperatore e l'ex- Augusta eran troppo 
alti personaggi per far passare per mano di Wigbodo lettere 
ad essi dirette : l'Imperatore sopratutto è da escludersi, sia per- 



. (1) Affò, ib. I, 172, 287, 374 - Migne, o. c, CXXVI 721-22 — Kehr, 
0. e, V 415 — Mansi, o. c, XVII 40. — Pertz, o. c, Epist., VII, 35. 
(2) Pertz, o. c, Epistolae VI 45 (in titulo). 



jlO GIUSEPT'K INM'IIK'l'l'IlNio 

che Wigboiio non aveva presso il Calvo alcuna vera famigliarità 
e favore, sia perchè il Calvo non era allora in Italia. 

Quali fossero le procelle da cui era agitato Wigbodo, secondo 
l'espressione papaie, non è qui il caso di ricercare. Osserverò 
solo che anche Angelberga era di quei giorni tormentata ed agi- 
tata al pari del suo consigliere Wigbodo, e causa dei suoi dolori 
era la sua stessa figlia Ermengarda. 

Ermengarda era presso Berengario del Friuli, suo cugino 
secondo ; e Bosone Luogotenente del Calvo in Italia, considerando 
che Ermengarda era figlia d'un Imperatore e di una influentis- 
sima, ricchissima e potentissima Augusta qual'era Angelberga, 
ed era inoltre unica erede di ingenti ricchezze ammassate dalla 
cupidigia materna e dalla potenza paterna, sognò di aver con l'ap- 
poggio di lei e del suo denaro piìi alto grado che non compor- 
tassero le sue origini, e cercò di averla in moglie. Berengario vide 
di buon grado la cosa e vi si prestò. « Berengari Everardi filii 
factione », dicon gli annali di di Incmaro, con una frase che 
non è chiara, ma implica una partecipazione di Berengario nella 
losca faccenda. Così egli si accaparra l'animo di Bosone, fratello 
dell' Augusta Richilda, cognato del Calvo, e arbitro allora del 
Regno d'Italia. Né dovette riluttarvi Ermengarda, che, viste sfu- 
mare le sue nozze con l'erede del trono bizantino, non doveva 
trovare sconveniente quel partito, anche per le doti personali 
di Bosone. La sola che potesse essere ostile era Angelberga che 
in fondo al cuore conservava tutte le sue simpatie per Carlo- 
manno, e non poteva volere dei vincoli di parentela con la casa 
di Francia. Perciò Bosone e Berengario si accordarono su una 
furberia iniqua, come narrano gli annali fuldensi (1). 

Bosone che forse aveva poc'anzi spento con veleno la mo~ 
glie sua, fece finta di rapire Ermengarda, e così Angelberga 
non aveva ragione alcuna di levarsi contro Berengario, né l'a- 
vevano i figli del Germanico. luoltre Bosone aveva — par quasi 
certo — il secreto appoggio della sorella Richilda. Sicché quanda 
poco di poi calò Carlo il Calvo in compagnia di Richilda, come 
narra Reginone (2), fu sanzionato il ratto con un regolare ma- 
trimonio. « Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum 
magnifìcentia celebratus est, ut eius celebritatis gaudia modum 
excessisse ferantur » : inoltre il Calvo diede a Bosone titolo e 



(!) Pertz, o. c, Scriptores III a. 878. 

(2) Pertz, o. c, Scriptores I 589 e V. 552. 



l'imperatrice angelberga hi 

corona di re, ut more priscorum imperatorum regibus videretur 
dominari. Solennità e incoronazione sono confermate anche da 
Mariano Scotto ; forse si volle far credere a una perfetta ricon- 
ciliazione ed alleanza fra Angelberga e il Calvo, e alla fine del 
partito germanofìlo. 

Il Lapòtre vorrebbe porre il fatto, seguendo Incmaro, all' 876 : 
il Diimmler seguendo Reginoiie all' 877, ma dopo l'atto testamen- 
tario di Angelberga, come diremo a suo tempo, io ritengo che 
fosse avvenuto nell' 876, ritenendo che Incmaro era troppo vi- 
cino ai fatti e troppo addentro alle cose politiche per sba- 
gliarsi su un fatto così importante. Certo che Bosone era già 
di nuovo a Quiercy nel gennaio 877, ove controfirmò col titolo 
di Comes ambasciator un diploma del Calvo. 

Non voglio chiudere questo capitolo senza ricordare che sul 
matrimonio fra Bosone ed Ermengarda corse un racconto roman- 
zesco. Io lo desumo dalla JSfovvelle bipgraphie generale (dei fra- 
telli Didot diretta da Hoefer) (1). — Angelberga offese più volte 
l'amor proprio e gl'interessi dei cortigiani di Ludovico II, perciò 
contro di lei non tardò a formarsi una lega terribile : il conte 
di Anhalt e il conte di Mansfeld accusarono Angelberga di 
avere relazioni adultere e diedero qualche apparenza di realtà 
alle loro accuse. Allora il geloso marito ordinò alla moglie di 
scolparsi e di provare la sua innocenza con le ordalie del 
fuoco o dell'acqua. Ma da questa prova poteva essere dispensata 
se un cavaliere si fosse presentato a difenderla ed avesse vinto 
i suoi accusatori. Ed ecco che Bosone di Arles accettò quella 
responsabilità e con un pubblico cartello sfidò gli accusatori 
di Angelberga, due giorni avanti il giudizio di Dio dell'acqua 
o del fuoco. 

La corte imperiale era allora ad Augsburg. Bosone vi si 
recò da vero cavaliere errante, accompagnato solamente da un 
valletto e da uno scudiero. L'imperatore ordinò che gli accusa- 
tori si presentassero a combattere in campo chiuso. Bosone li 
atterrò un dopo l'altro e con la spada alla gola li obbligò a ri- 
trarre le perfide accuse lanciate contro Angelberga. 

Il marchese d'Halberstadt che scese a prendere le parti di 
quei due giovani signori non fu fortunato, ed ebbe rotto il collo 
nella giostra. 



(1) HoFER No uv elle hiographie generale y. XVI alla voce Ingelberga. 



Ili' GIUSEPPE POCJHETTINO 

Bosone, vincitore di tutti gli accusatori, volle restare sco- 
nosciuto, e per quante insistenze gli si facessero, non si svelò, 
e si accinse a tornare nei suoi stati. Ma Ludovico II lo fece 
seguire, e avendo appreso il suo nome, gli mandò una corona 
di re e gli diede in moglie sua figlia Erniengarda. 

Il racconto romanzesco che prende le mosse da una notizia 
storica che abbiam vista in Incmaro e nella cronaca di S. Denis, 
ripete un poco ciò che di Riccarda, moglie del Grosso, ci rac- 
conta Beginone, ma in genere procede sulle orme di romanzi del 
ciclo d'avventura della Tavola rotonda (1). 

Poiché il protagonista è Bosone d'Arles, un provenzale, io 
oso avventare l'ipotesi che il racconto riproduca un antico poema 
o racconto provenzale. So bene che è opinione oggi sostenuta 
da mólti che la Provenza abbia avuto ben poca epica, ma so 
anche che son di ben diverso parere il Fauriel e il Reynouards. 
E poiché vi sono tanti elementi geografici tedeschi, è ovvio 
che il racconto provenzale abbia avuto un rimaneggiamento po- 
steriore in Germania, come accadde a una parte della materia 
degli stessi Kiebeluugen. Il racconto provenzale poteva essere 
del tipo dei romanzi della Tavola Rotonda, come il Lanci- 
lotto di Arnaldo Daniello, Berard de Mont Didier, Ocassin de 
Nicolette, Andrea di Francia, Pietro di Provenza e la bella 
Yaghelona. 

La fusione poi, che nel racconto di Bosone è così caratteri- 
stica, di tradizioni cavalleresche e di tradizioni carolinge, ci fa 
pensare che il racconto non sia anteriore al Giaufred e al Fla- 
menca, gli unici romanzi della Tavola rotonda che sono sicura- 
mente provenzali, e che risalgono al sec. XIII. 

Per me è un tardo rampollo di romanzi d'avventura, un 
ricalco di vecchi motivi, fatto da uno che non era di genio, 
forse da un giullare, e dalla Provenza passato in Germania 
ove subì una elaborazione speciale d'ambiente, elaborazione che 
subirono nel sec. XIII e XIY altri poemi provenzali, come 
l'Alessandreide di Alberico di Besan§on, che venne elaborata da 
Pfaf Conrad. 



(1) Pertz, o. c, Scriptores I, 597. 



l'imperatrice angelberga 113 



x:v. 



SOMMARIO. — Cospirazioni contro il Calvo — Il pretesto testamento di 
Angelberga — La vittoria di Carlomanno — Il trionfo del partito 
tedescofilo — La pretesa monacazione di Angelberga. 

La riconciliazioue di Angelberga con il Calvo era stata sol- 
tanto superficiale : il ratto di Ermengarda compiuto da Bosoue 
l'aveva esacerbata contro il vicario del Calvo e i suoi manuten- 
goli. È ovvio perciò che si fosse rivolta con piti insistenza a Car- 
lomanno, ricordandogli 1 suoi diritti alla corona d'Italia e del- 
l'Impero, in forza della designazione di Ludovico II, e facendogli 
comprendere che era tempo di venire. Ma passarono ancora al- 
cuni mesi ; finalmente Carlomanno venne, costrinse il Calvo a 
ritirarsi d'Italia e si fece proclamare re, senza contrasto alcuno. 
Intanto però Angelberga aveva finito pei: pacificarsi con Ermeu- 
garda e Bosone, anzi si .adoperò subito con la sua grande in- 
fluenza e potenza per suscitare attorno al nome del genero suo 
in Francia una vasta cospirazione di Grandi contro il Calvo (1). 
La cospiraziona scoppiò precisamente nel momento in cui il 
Calvo, chiusa l' assemblea di Quiercy e raccolto un modesto 
esercito era sceso in Italia, e il partito tedesco in Lombardia, 
segretamente stretto attorno ad Angelberga preparava la strada 
alla discesa e alla vittoria di Carlomanno. Lo stesso Papa Gio- 
vanni Vili era stato a un punto di passare al partito tedescofilo 
e ne aveva perfino fatto balenare la minaccia al Calvo, quando 
non si decideva personalmente in Italia a sventare gli intrigli e 
a liberare il Papa dalle continue angustie : « ne in despera- 
tionem « delapsi, deficiamus et forsitan in aliud consilium, re- 
or sumptis aliquantulis viribus, necessario transcendamus » (2). 

Sui primi dell'^77 , quando ancora Carlomanno non era ca- 
lato, Angelberga, sia che mirasse a nascondere sempre meglio 
le sue brighe e le sue trame contro Carlo il Calvo, sia che ve- 
ramente, stanca della politica turbinosa, meditasse di allonta- 
narsi definitivamente da essa e dal mondo, chiamò a sé nel 
Monastero di S. Salvatore in Brescia, dove da tempo erasi ri- 
parata, il suo consigliere ed amico Wigbodo di Parma, l'arci- 



(1) Muratori, Annali ad a. 877 — Odorici o. c , III, 207 — Dììmmler, 
o. e, III, 78-79. 

(2) Iaffè, o. c, 3077 — Mansi, XVII, 27. 

Arch, Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I-Ii. 8 



lU G1U8KPPE POOHBTTINO 

vescovo di Milano, il vescovo di Brescia e alla presenza loro e 
e di altri grandi laici dettò un atto che agli occhi di molti 
parve essere il suo testamento. Erano presenti per maggior so- 
lennità e validità dell'atto due messi imperiali, di cui uno era 
l'abate Ugo, cugino del Calvo, considerevole ed energico rap- 
presentante dell'Imperatore in Italia, e l'altro era liiccardo, fra- 
tello di Bosone, il quale teneva provvisoriamente il posto di 
Boaone da i)oco allontanatosi d'Italia, (forse sulla fine dell'876) (1), 
Per me non testamento ma atto di donazione si deve chiamare. 
Infatti con esso testamento Angelberga lasciava alle sue pie fonda- 
zioni di Piacenza — che erano la Chiesa della Risurrezione, il 
Monastero di S. Sisto, l'ospedale e l'albergo dei pellegrini — 
una quantità immensa di beni, per vantaggio dell'anima di Lu- 
dovico li e sua e dei loro figli, nonché per l'anima dei genitori 
proprii e dei genitori del marito. 

Inoltre fissava che le suore del Monastero di S. Sisto doves- 
sero essere quaranta, con regola benedettina, sotto una badessa 
nominata di loro comune accordo : però per tutta la sua vita 
avrebbe avuto lei stessa il patronato e il governo del Monastero : 
se poi si fosse fatta suora la sua figlia Brmengarda, sarebbe di- 
ventata senz'altro badessa, o tali dovevano essere le figlie di lei 
e discendenti monacate, o, in mancanza di queste, le discendenti 
della linea paterna o materna della testatrice stessa. In caso di 
controversia e per la consacrazione della Badessa, doveva inter- 
venire l'arcivescovo di Milano, o, in sua assenza, quel di Aquileia, 
o in assenza anche di questo, un altro vescovo a scelta delle 
monache. 

Angelberga ordinava inoltre che ogni anniversario della 
morte di suo marito e della sua si sfamassero trecento poveri, 
e nel Giovedì Santo d'ogni anno se ne vestissero e nutrissero 
ventiquattro e all'ospedale ci fossero sempre pronti ventiquattro 
letti per i poveri e vi si accogliessero i)ellegrini quanti piìi si 
potessero. 

Le corti e i beni di cui si parla nelFatto e che danno 
l'idea delle immense ricchezze di Angelberga, benché non vi 
siano tutte nominate quelle che essa veramente possedeva, sono : 
la corte di Piacenza, sulla cui area sorgeva il Monastero di San 
Sisto ; le corti di Elaviano, Duliara e Fabbrica, e case e poderi 
e fondi nel comitato piacentino ; le corti di Prato, Montemalo^ 
e Milanese nel Lodigiano ; le corti di Sesto e Teucaria nel Cr<'.- 



(1) Lapòtre o. c. 296 n. 3.. 



L^IMPERATRICE ANGELBEltGA 115 

monese : le corti dotali di Cam pomi liacio e Oortenuova, e quelle 
di PigDoraria, Luzzara, Guastalla e Felina nel Reggiano (a torto 
il Muratori la confuse con Felina sul parmigiano, che 1' 869 era 
stata confermata con Malliaco a Suppone e alla sua casa) le 
corti di Cabroi e Masino nel comitato Stazionese o d'Anghiera 
sul Lago Maggiore ; le corti di Brunago e Trencate nel comitato 
Bulgariense ; la corte di Palmata in quel di Alba ; la Villola 
nel Maritovano e Cotrebbia sul Piacentino ; iniìne le saline di 
Comacchio e il Delta del Pò (1). 

È notevole che non si fa nel documento alcun cenno del Mo- 
nastero di S. Salvatore di Brescia, che era pure un ricco ap- 
pannaggio di Angelberga. Ma io credo che per essere quel Mona- 
stero colle sue dipendenze un possesso regio, a se lo rivendicasse 
Carlo il Calvo, come un bene della corona, quando, come vedemmo, 
vi si installò nella sua prima discesa e ne saccheggiò il tesoro. 
Non ostante questo Angelberga vi volle rimanere ancora, come 
patrona e direttrice, se non proprio come signora, protestando 
così con la sua presenza contro le rivendicazioni del Calvo. Ma 
non poteva nominarlo nel suo testamento, perchè il vero possesso 
spettava alla Corona, cioè al Calvo. 

Noteremo ancora che al Monastero di S. Sisto lasciò sola 
una parte dei suoi beni, di altri molti infatti abbiamo i nomi 
in altri documenti .posteriori, mentre qui non figurano ed è per 
questo che io ritengo che l'atto non fosse un testamento. Ad ogni 
modo, secondo il Poggiali e altri che cercarono di fare una va- 
lutazione dei beni lasciati da Angelberga al prediletto monastero, 
essi costituivano la lauta rendita annua di oltre trentamila du- 
cati (2). 

Con bolla del 24 luglio 877 il Papa Giovanni VII! confermò 
le donazioni di Angelberga e prese sotto la sua protezione i 
luoghi più da lei beneficati con quell'atto (3). 

L'atto fin qui esaminato, non è il vero e integrale testa- 
mento di Angelberga: esso riguarda solo il Monastero di 
S. Sisto in Piacenza e ci indica che al Marzo dell' 877 la gran- 
diosa 0[)era a cui Angelberga attendeva da quasi vent'anni 
era finalmente compiuta e vi eran già le suore benedettine, con 
a capo la badessa Cunegonda, (non certo la Cunegonda vedova 



(1) Muratori, Ade. ad a. 877 — Benassi, o. c. 147 — Poggiali, 
o. e. Ili 6 — Odorici, o. c, III 228-229 — Cerri, Il Monastero di 8, 
Sisto e il possesso di Guastalla e Luzzara, 1920. 

(2) Poggiali, o. c, III 7. 

(3) Muratori, Ann. ad a. 877 — Iaffè, 3109 — Kehr o. c, V, 498 3. 



b 



116 CHUaiCPPE POOHKTTlNO 

del re Hernanio, già inorU <l;i molto tempo in Parma), l] torse 
da quel momento Angelberga ]>a88ò ad abitarvi come in luogo 
più sicuro [)er lei ed anclie |)iù degno e decoroso, senza pero 
consacrarsi veramente a Dio, come invece vorrebbe il Mabil- 
lon (1) altrimenti, de iure, sarebbe stata anche badessa, secondo 
il suo atto or ora esaminato. 

In altri atti testamentàri, che a noi non giunsero, avrà di- 
sposto per la sua flgliuola Brmengarda, se pur era necessario 
farlo. Allora Ermengar<la era da poco sposa di Bosone e si era 
riconciliata con la madre, ed anzi l'aveva avuta collaboratrice 
nelle mene astute con cui ella mirava ad innalzare in Francia 
suo marito da semplice duca di Provenza a \)m alti fastigi. 

Erra, a mio parere, il Dummler (2) che ritiene che il ma- 
trimonio di Ermengarda non fosse ancora avvenuto nel Marzo 
877 quando Angelberga dettava il suo testamento, sol perchè 
Angelberga, nell'ipotesi che Ermengarda si facesse monaca, di- 
sponeva che diventasse badessa di S. Sisto. li'ipotesi non implica 
che Ermengarda fosse nubile e tendente a farsi monaca. Quante 
maritate, stanche del mondo, finivano per chiudere allora la vita 
in un chiostro ! E poi Angelberga subito dòpo quella ipotesi ne 
fa un'altra opposta, che cioè se Ermengarda avesse avuto una 
figlia, e questa si fosse fatta monaca, avesse il diritto della ca- 
rica di Badessa. Ha dunque torto il Diimmler di dare tanto 
peso alla prima ipotesi, che viene poi distrutta dalla seconda, 
alla quale egli non pone mente. 

Mentre Ermengarda brijjava in Francia in favore di suo 
marito, in Italia brigavano Angelberga e Wigbodo di Parma in 
favore di Oarlomanno che stava per scendere in Italia. Ciò si 
arguisce dal fatto che, appena arrivato in Italia e rimasto pa- 
drone del cam{)0 e della corona, Oarlomanno subito ricompensò 
largamente Wigbodo e Angelberga di ciò che essi avevano fattto 
per lui. Il partito del Calvo non solo rimaneva sconcertato della 
rapida vittoria di Carlomanno, ma anche perdeva ogni sostegno 
per la subita morte del Calvo : sicché Carlomanno rimase senza 
competitori e i suoi partigiani senza piti ansie e paure. 

Così per Angelberga e Wigbodo venivano a finire le pre- 
occupazioni e le disgrazie politiche ; Angelberga veniva redin- 
tegrata nel pieno e sicuro possesso di tutti i suoi beni, ed altri 
ne riceveva dalla generosità di Carlomanno, che si compiaceva 



(1) Mabillon, AìinaL hened, TIF, 1. 37. — Campi, o. c. I, 320. — 
Arnaldo Wion, Signum vitae,iy. I. 1. 2. 

(2) DUMMLER, o. e. Ili, 85. 



l' IMPEBATEilOE ANGELBERGA 117 

di chiamarla «soror dilecti8sima » e di mettere in vista la pai'eu tela 
spirituale che lo legava a quella potentissima donna, già moglie 
di Ludovico li « qui nobis regnum istud disposuerat » (1). 

Naturalmente adesso il Papa per quanto avesse tutte le 
simpatie solo per la casa di Francia, e barbari ritenesse quei di 
Germania, facendo buon viso a cattiva fortuna, passava dalla 
parte di Oarlomanno e per meglio riuscirvi ricorreva ad Angel- 
berga e a Wigbodo, l'ana sorella adottiva, l'altro consigliere 
ascoltato e favorito del nuovo sovrano (2). 

Alcune lettere del Papa ad Angelberga sono giunte a noi : 
ma talune andarono in parte o totalmente perdute : ma poiché 
riguardano nuovi disegni e trame di Angelberga, ne faremo pa- 
rola piti innanzi. 

Quanto a Wigbodo di Parma noteremo che il trionfo di Oar- 
lomanno, a cui egli si era adoperato a tutto potere, segna il 
piti alto punto della sua potenza. Subito l'anno 877 Oarlomanno 
gli concesse la corte regia di Parma, tutto il giure pubblico, 
il teloneo, il distretto della città, il circuito delle mura e il 
prato regio, come risulta da un documento dell' 879 che ricon- 
ferma quello perduto dell' 877, Valiud edietum nostrum nuper con- 
cessum (3). E così Wigbodo veniva ad avere in Parma dominio 
e funzioni temporali e in lui cominciava la grandezza dei prelati 
parmensi, grandezza che andò poi sempre più crescendo, finche 
Oorrado il Salico concesse poi al vescovo della città anche il 
contado esterno, annullandovi l'autorità feudale dei vari conti 
laici. Inoltre Oarlomanno nominò suo consigliere Wigbodo e gli 
diede un'alta posizione nel regno. Perciò anche a Wigbodo di- 
resse il Papa molte lettere, di cui talune sono giunte a noi, e 
sono una conferma dell'alta considerazione in cui Wigbodo era 
tenuto dal Papa e dai Grandi d'Italia, e insieme una prova della 
immutabile sua fedeltà a Oarlomanno, quando altri accennavano 
a prendere altre vie e perseguire altri fantasmi, come lo stesso 
Papa, per quanto secretamente, e la stessa Angelberga. Da que- 
sto punto s'inizia un nuovo periodo di attività politica per Angel- 
berga, il quale non sarebbe stato possibile, né avrebbe avuto ra- 
gioned'essere se Angelberga si fosse chiusa monaca in S. Sisto di 
Piacenza, come vorrebbe il Oampi. Egli sull'autorità di Pietro 

(1; Benassi, 0. e. 162, 167. 

(2) Kehr, o. c, V, 415 — DÙMMLER, 0. e,, III, 80 — Muratori, 
Ann. ad a. 878 e 882. 

(3) Benassi, o. c, 89. 



ll.*^ (fllTSEPPE POGHRTTINO 

da Hipalta, antico croniata piacentino, aft'orma, non altrimenti 
che Arnolfo Wion, monaco benedettino di Mantova, che fondato 
il monastero di S. Sisto neirH52, vi pose per badesse, una dopo 
l'altra Cunegonda e Teogarda, e i)oi nelP 877 vi fu badessa ella 
medesima (1). 

Accettiamo Cunegonda, che fu certo badessa di S. Sisto, 
ma non Teogarda, né tanto meno ammettiamo che Angelberga 
si rendesse monaca e badessa. Più grave errore del Campi disse 
il Benedettino M. Antonio Scipioni, quando in un artificioso 
epitaffio in onore di Angelberga scrisse : « A vivente m.arito sic 
« se disiunxit ut caelibe vita coelestique vitae praeluderet », come 
si può vedere nel Campi. Non c'è documento, da questo punto 
lino alla morte di Angelberga, che ci possa far credere che An 
gelberga abbia preso abito monacale; fu sì una vedova ritirata, 
dedita a pratiche religiose ed ascetiche, ma non altro. Arnolfo 
neil' 889. concedendole conferma dei suoi beni, la dice laudabilis 
vitae matrona, espressione che suona tutt'altro che monaca. Deo 
devota, deo dicata che di lei soventi son dette nei documenti, son 
frasi che indicano avere Angelberga, al pari di tante illustri 
Principesse, fatto offerta di sé a Dio, dato dei proprii beni in 
usufrutto a chiostri, essersi dedicata al divin culto in un mo- 
nastero quale sorella conversa, ma senza abbandonare la propria 
casa ed interessi. Non ebbe quindi del tutto ragione il Muratori, 
quando scrisse « antiquis temporibus conversionis nomen signi- 
« ficabat monasticae se tradere vitae » (2). 



XVI. 



SOMMARIO. — I sogni di Ermengarda — La grande trama di Angelberga 
e Bosone con Giovanni Vili — Il convegno di Troyes — Il convegno 
di Pavia — II fallimento della trama. 

L'anno 878 fu per Angelberga e Giovanni Vili un annodi 
trame sottili ed intricate. 

G-iovanni Vili amoreggiava segretamente con Ludovico il 
Balbo, figlio del Calvo, e si tirava perciò addosso i signori spo- 
letini, già miranti alla corona imperiale, cui non pareva vero di 



(1) Campi, o. c, I 209 e 250-251 — Wion, o. c, II 198. 
^2) Muratori, Antiq Hai. V, 571. 



L' IMPfiRATElCE ANGELBEBGÀ 119 

scoprire un buon motivo per fargli danno (1). Angelberga tendeva 
invece trame con sua figlia Ermengarda per innalzare Bosone 
suo genero, già re di Provenza, a più alti fastigi, cioè alla co- 
rona d'Italia, che sperava di strappar facilmente all'infermiccio 
e inerte Oarlomanno : e si alienava perciò le simpatie di molti 
grandi e specialmente dei tre più fervidi sostenitori di Oarlo- 
manno, Ansperto vescovo di Milano, Suppone II, duca Torino, 
Wigbodo. Questi per quanto a malincuore, si rifiutò di seguire 
Angelberga sulla nuova sua via e da lei si staccò, annullando 
così per un po' di tempo, i vincoli di devozione e di affetto che 
l'avevano sino a quel giorno legato ad Angelberga per quasi 
trent'anni. Angelberga credette di poter attrarre nelle sue trame 
il Papa, e si pose all'opera con un'abilità mirabile : e la cosa le 
fu facilitata dal fatto che le mire ambiziose di Lamberto di 
Spoleto facevan troppa paura a Giovanni YIII, il quale si ve- 
deva nel pericolo di diventare un semplice suddito di quel pic- 
colo duca malevolo e doppio, petulante e tirannico : mentre Gio- 
vanni VIII riteneva che la corona imperiale era di diritto della 
sola dinastia carolingia (2). " 

Non è giunta a noi alcuna lettera di Angelberga in propo- 
sito : ma da quelle del Papa in risposta si possono dedurre gli 
argomenti di quelle di Angelberga. 

In una, ad esempio, ella dovette raccomandare sé e suo 
marito defunto alle preghiere del Papa, confidargli i dispiaceri 
che non le potevano mancare, compiangere il Papa delle ama- 
rezze che gli recavano gli spoletini e raccomandarsi alla sua 
protezione. Difatti il Papa nella sua risposta (dell' Aprile 878 
secondo il Oaspar (3), ma secondo me anteriore di non poco a 
quel mese, perchè in Aprile già il Papa partiva da Eoma per 
mare allo scopo di recarsi in Francia) assicurava Angelberga di 
non aver mai dimenticato nelle sue preghiere il defunto Ludo- 
vico II e lei, « nam Deo teste vestram prosperitatem et salutem 
« semper cupimus vigere incolumem et audire, et super tot ac 
-« tantis adversitatibus quas a flliis huius saeculi vos sustinuisse 
« cognoscimus ingenti vobis dolore eompatimur et condolemus, 
quoniam quidem paterno vos diligentes affectu moerorem ve- 



(1) MiGNK, 0. e, CXXV, p. 986. 

(2) Lapòtrk, 0. e, 342. 

(3) Pertz, o. c, Epistolae V, 122. 



I 



120 (fJU«KI'l'K l'(»<!nKTTlN<) 



4 

« struin nostrum putaimis et trauquillitaltem vita? vestrae no- 
« strimi esse gaudeuius ». 

Teriuiuava poi esortandola con queste parole : « Inde vestram 
«« testamur dilectionern et circa nos pimn mentis af!e(;tum con- 
« servante», ea quae nostne utilitati congrua vel necessaria esse 
« perspicitis, prò viribus agere non praetermittatis, quia et nos 
« Deo propitio secundum datam nobis divinitus potestatem, vo- 
« bis auxilium et optatam in omnibus consolationem conferre 
« avide cupimus, et sub Beati Petri Apostoli vos si opus fuerit 
« tuitione protegere et illaesam ceu flliam carissimam conservare 
« studebimus, si ad ipsa apostolorum limina vobis venire con- 
« tigerit ». 

Non v'è un accenno aL viaggio in Francia, nemmeno come 
a un qualche cosa di meditato ; perciò io penso che questa let- 
tera papale sia di parecchio anteriore all' aprile 878, o al più 
presto dei primi di quell'anno. 

In altra sua lettera (1) Angelberga dovette spingersi a met- 
tere in vista al Papa il suo genero Bosone, come quello che 
più dei Carolingi avrebbe potuto giovare al Papa e lei ritornare 
alla gloria e potenza di un tempo. Difatti il Papa concludeva 
la sua risposta con queste parole imprecise, ma importanti : 
« at cuncta quae vestrae voi untati (ai vostri disegni) utilia sunt 
« libenti animo perfìciemus, quibus vester honor et gloriae vigor 
« incunctanter appareat integer ». 

E forse allora Giovanni Vili si accordò con Angelberga 
e con lei stese il piano di un concilio in Francia, sotto pre- 
testo che non gli era possibile raccoglierlo in Italia, per poter 
meglio influire sui Carolingi deboli e divisi e intendersi col 
potente Bosone e con l'intrigante Ermengarda. Appena appro- 
dato a Genova, notificò subito il Papa il suo arrivo ad An- 
gelberga, a Wigbodo, all'arcivescovo di Milano e ad altri Grandi 
del Regno italico e li invitò tutti a un convegno in Francia 
per l'Agosto di quell'anno (2j. 

Il Papa comprendeva che il suo disegno gli sarebbe più 
facilmente riuscito, se avesse potuto abboccarsi in Francia anche 
con Carlomanno, che era la vittima da- lui designata pel sacri- 



(1) Pertz, 0. e, JiJpistolae V,, 123. 

(2) Pertz, o. c, Bpistolae V, 124 ecc.. Migne,, o, c, CLVI, 769 e-. 
CXIX, 772. 



l'imperatrice angelberga 121 

flcio, quello che doveva fare la maggiore rinuncia, abbando- 
nando la corona d'Italia Probabilmente il Papa sperava di 
persuaderlo a rinunciare in favore di Boeone, mettendogli in- 
nanzi la sua salute malferma, la difiìcoltà della lotta con gli 
Spoletini, e piii quelle della guerra coi Saraceni. Certo si è che 
Griovanni YIII per avere Oarlomanno al convegno, cercò di in- 
fluire su di lui con l'opera dei tre maggiori partigiani di lui, 
Suppone II duca di Torino, Ansperto arcivescovo di Milano e 
Wigbodo di Parma. A costui sopratutto si rivolse, ed ebbe con 
lui un nutrito carteggio in proposito. 

Già nel Maggio 878 (1) gli scriveva di averlo conosciuto a 
pfova, sia dalle sue lettere sia dai fatti, devotissimo e fedelis- 
simo, perciò gli raccomandava un ben. noto affare di cui Wig- 
bodo aveva promesso di iiiteressarsi. Ma quale affare ? Il Papa 
dice solo : « hortamur ut coeptiim perfìcias ». Indi terminava 
col dire che prima che Oarlomanno si fosse recato all'abbocca- 
mento, Wigbodo doveva mandare a Koma un messo speciale 
con lettere, e poi recarsi egli pure al convegno in Francia, lì 
messo avrebbe naturalmente dovuto dare al Papa certe notizie, 
per le quali il Papa doveva regolarsi nel convegno coi Sovrani 
carolingi ; Wigbodo poi doveva andare personalmente al con- 
vegno, perchè il Papa faceva gran conto del suo consiglio.... e 
della sua influenza su Oarlomanno. 

Quando il convegno fn. fissato a Troyes, il Papa si affret- 
tava a dare a tutti le più ampie assicurazioni sulle sue inten- 
zioni, e in modo particolare a Suppone II, Ansperto e Wig- 
bodo (2). 

Quanto ad Angelberga, solo prò forma la invitava a recarsi 
in Francia, non ignorando che era bene che non si muovesse, 
e che non si sarebbe in realtà mossa, sia perchè vecchia, sia 
perchè dedicata a Dio^ sia per non scoprire il giuoco. Ma ogni 
tanto le chiedeva nuove istruzioni, nel mentre che le comuni- 
cava lo svolgersi dei fatti. 

Oosì da quel momento Giovanni Vili e Angelberga ap- 
paiono in frequente corrispondenza epistolare sugli avvenimenti 
politici che a mano a mano si susseguivano. 

Bosone, certamente già prevenuto dalla suocera, fece al Papa , 



(1) Pertz, 0. e, Epistolae V, 125. 

(2) Pertz, o. c, Epistolae V, 128. 



122 QIUSifiPPE POCHETTI N<» 

le maggiori onoranze e non ai staccò più da lui dal momento 
che ebbe toccata la Provenza. 

Era Bosone, ai di^re di lieginone, uomo di spirito perspica- 
cissimo, di moderato carattere, e, qualunque fosse il suo fondo 
morale, era tale da dare di sé una eccellente impressione (1). 
Inoltre era molto potente per dignità, per estc isione di dominii, 
per la parentela col Calvo, per l'abile influenza della moglie e 
della suocera Angelberga, e per tante altre aderenze. 

Ermengarda poi aveva, si può dire, tutte le doti della ma- 
dre, e sopratutto era dominata dall' ambizione di divenire im- 
peratrice : qute nolle vivere se dicebat, come riferisce Immaro, 
« si, Alia imperatoris Italise et desponsata imperatori Graeciaj, 
« maritum suum regem non faceret » (2). 

Tra Bosone ed Ermengarda il Papa, che già doveva essere 
stato assai ben disposto da Angelberga, finì per restare amma- 
liato del tutto e a raffreddarsi per il Balbo. 

Ad ogni modo per il momento non si fece capire se non 
da Angelberga. 

Questa dal canto suo non era stata inattiva. Aveva in tutti 
i modi appoggiato il messo pontifìcio, il cardinal Pietro a ban- 
dire in Germania e Italia superiore, tra i Vescovi e i grandi 
feudatari, l'idea del concilio di Francia, sia quando non era ancor 
fissata la località, sia quando fu determinata a Troyes. 

Ma ebbe il dolore di vedere che ben pochi avevan risposto 
all'appello, non essendo ben chiaro il disegno del Papa. 

Intanto, seguendo i consigli di Angelberga, sua figlia Er- 
mengarda e lo suocero Bosone cojjrivano il Pontefice di carezze, 
sfoggiavano ai suoi occhi tutta la loro ricchezza e potenza e 
gli mettevano in vista tutte le loro buone qualità ; badavano 
sopratutto a fissargli bene in mente che essi sarebbero stati 
dei protettori ideali se Giovanni VIII li avesse elevati alla 
corona imperiale. 

Infatti nella prima lettera scritta ad Angelberga Giovan- 
ni Vili diceva di essere stato accolto ad Arles da Bosone ed 
JErmengarda con ogni cortesia, di sentire per essi un grande 
affetto, come di padre, e di esser venuto decisamente nell'idea 
di sollevarli a più alti fastigi : « ad maiores excelsioresque gradus 
-« modis omnibus promovere ». E chiedeva l'appoggio di Angel- 



(1) Lapótre. o. c. 301 n, 3. 

(2) Pertz, o. c, Scrigtores I, p. 512. 



I 



l'imperatribe angelberga 123 



berga per tanto disegno : « ut tanto labori faveatis et usque ad 
« perfectionem prisco vestro Consilio perfruentes certis litteris per 
« singala nobis et illis sine mora intimare minime differatis ». 

Evidentemente or si trattava di tradurre in realtà il disegno 
prima soltanto abbozzato, di dare a Bosoue la corona d' Italia 
e dell'Impero, togliendola al debole ed infermiccio Oarlomanno. 

E poichà era una cosa molto delicata, bisognava fare ogni 
passo con infinite cautele, per evitare mosse false e pericolose ; 
Bosone, il Papa, Angelberga, Ermengarda dovevano operare in 
accordo perfetto, ed Angelberga doveva con la sua nota abilità 
politica — prisco Consilio — determinare per lettera a ciascuno 
la sua parte, e il modo di rappresentarla, e subito — sine inora — 
perchè ormai da Arles bisognava passare nelle terre del Balbo. 

Il Papa temeva che, a causa della sua assenza, si cogliesse 
da taluni l'occasione propizia per fare danni alla Chiesa romana 
nei suoi possessi e nei suoi diritti fuori delle Terre di S. Pietro : 
sopratutto temeva da parte dell'arcivescovo di Eavenna, che era 
ancora il vecchio, il Aero e battagliero Giovanni. E poiché sa- 
peva che il vecchio metropolita era intrinseco di Angelberga, 
il Papa raccomandò a lei di influire su di lui con lettere, esor- 
tandolo a resistere ai nemici del Papa e a difendere la Chiesa 
romana. Infine terminava pregando Angelberga di scrivere let- 
tere al messo pontificio e apocrisario Leone al superista Pietro, 
e a tutti gli altri piti importanti personaggi per trarli meglio 
ai suoi disegni: « confortantes ipsos ut scribitis et vultis ». 

In altra sua lettera del Luglio (1) il Papa pregava Angela 
berga di occuparsi a facilitargli il ritorno a Roma, influendo 
naturalmente sugli ostili signori spoletini e toscani. Inoltre l'as- 
isicurava che nell'imminente anniversario della morte di Ludo- 
vico II, volentieri avrebbe pregato pel defunto imperatore, co- 
m'ella ne lo aveva pregato. Indi passava a dirle su quali piani 
avrebbe tenuto i suoi coUoquii coi vari carolingi. 

Ma mentre egli sperava di parlare a Troyes con tutti i 
■figli del Germanico, non ne vide venire nessuno : lo stesso 
Balbo si presentò con un certo ritardo, e il Papa si limitò a 
ripetere su di lui l'incoronazione a re di Francia già fatta da 
Incmaro di Reims alla presenza del modesto concilio raccolto 
in quella città. A torto si credette che lo coronasse imperatore : 
la salute del Balbo era così debole che il Papa non poteva 



(1) Pertz, 0. e, Epistolae V., n. 94. 



124 (UIlSKVrE POGHF'.TTINO 

sperare nulla da lui, ridotto a ouìbra di «ovrauo nella stessa 
Francia : e poi non poteva andare contro i disegni arcitettati 
con An^elberga sopra Bosooe (1). 

Il Balbo non era tal tigura da vinifere nel cuore di Gio- 
vanni Vili l'ottimo effetto prodotto da Bosone. Se ci fosse stata 
ancora qualche esitazione, il convegno pressoché fallito di Troyes- 
doveva togliere ogni dubbianza: ma la scelta era già stata fatta : 
Bosone doveva essere re d'Italia e Imperatore. 

Giuocando d' abilità, il Papa s'era fatto consigliare dallo 
stesso Balbo di adottare Bosone come figlio, e lo aveva adot- 
tato, probabilmente a Troyes, dove Bosone aveva accompagnato 
il Papa rendendogli più facile e sicuro il cammino. Dopo di che 
il Papa parlò segretamente con Bosone e gli aperse i suoi se- 
creti disegni e gii fece la grande promessa : « Secretum quod 
« deo auxiliante, vobiscum Trecis existentes habuimus ecc. ». (2).- 

luflne, partendosene da Troyes per tornarsene a Roma, sotto 
l'apparenza di prendersi un compagno per la sicurezza del cam- 
mino, condusse seco Bosone : ma, per precauzione, si affannava 
a far sapere a mezzo mondo che Bosone era venuto attraverso 
le Alpi solo per accompagnarlo e per far piacere al Balbo, anzi 
da vero cristiano, si era spontaneamente votato a morte per il 
bene della Chiesa : < qui tam prudenter communibus obtempe- 
« rans iussis (del Papa e del re di Francia) in omnibus ita 
« nobis studuit, ut etiam velut vere Christianae rcligionis cultor 
« animai et vitae suae non pepercit, sed prò S. Ecclesia et com- 
« muni fldelitate nitro se morti tradere non dubitavit » (3). 

E faceva anche sapere, perchè nessuno si meravigliasse se 
Bosone lo seguiva non solo a Pavia, ma anche a Roma, che 
aveva promesso di aiutarlo contro i Saraceni e contro gli Spo- 
letini, e che alla bella cristiana impresa si era dedicato tutto 
e senza darsi pace, unico fra tanti sovrani « qui solus prò cun- 
ctis desudare non cessat ». 

Ma il papa sapeva bene che bisognava, perchè il suo di- 
segno riuscisse, trarre nella rete i maggiori partigiani di Car- 
lomanno : perciò appena entrato in cammino per tornare in 
Italia, invitò Suppone II luogotenente di Oarlomanno,- Ansperto- 
e Wigbodo, a venirgli incontro al Oenisio, 



(1) Pertz, 0. e, Epistolae V, d. 91. 

(2) SiSMONDi, Histoire des Frangais IH, 227^ 

(3) MiGNE, 0. e, CXXVI, 836. 



ti ^^ 



l'imperatrice angelberga 125 

Sappone II doveva coadarre al Cenisio anche Angelberga, 
saa cugina. Perchè il giuoco riuscisse meglio il Papa lasciava 
ancora per un poco Angelberga nelF ombra, come se nulla sa- 
pesse, e non la invitava che per farle abbracciare il suo genero 
Bosone (1). Il convegno al Oenisio doveva, anche con le arti di 
Angelberga, tendere ad assicurare dei potenti fautori a Bosone, 
in modo che quando si fosse a Pavia non ci fosse piti alcun 
serio ostacolo per dargli la corona d'Italia, tanto piti che Oar- 
lomanno e il Balbo eran lontani e malati. 

ISTessiino degli invitati si presentò, perchè ciascuno aveva 
subodorato qualche cosa di losco : e la condotta del papa in 
Francia, i suoi coUoquii, i suoi atti, non eran certo fatti per 
confortare dei sinceri partigiani di Oarlomanno, quali erano in 
particolar modo quei tre. 

Così Angelberga, che forse allora era a Piacenza nel suo 
Monastero di S. Sisto, non potè abboccarsi con alcuno, ne al 
Oenisio, ne a Torino, né a Pavia. 

Sappone II, anziché condurre Angelberga al Oenisio, chiuse 
al Papa il passo ; ma il Papà non credette che fosse il caso di- 
usare con lui aspre parole : se ne dolse in bel modo e disse di 
scusare quello zelo eccessivo verso il signor suo e re Oarlomanno : 
« cernimas quoniam istud non ex corde sed prò lìdelitate tui 

« senioris taliter teceris atque ideo parcimus ». E scrivendo 

a tutti per invitarli alla Sinodo di Pavia, dava ampie promesse 
che là si sarebbero trattate cose politiche miranti alla pace 
dell'Impero e cose ecclesiastiche (2). 

Ma anche la Sinodo di Pavia, su cui tanto contavano il 
Papa. Bosone e Angelberga. fallì; anzitutto pochi vi interven- 
nero, avendo Wigbodo e Ansperto dissuaso la maggior parte 
dei vescovi dal presentarsi : poi nulla vi si concluse, per 1' op- 
posizione di Berengario del Friuli, il quale forse cominciava ad 
aspirare per conto proprio allo stesso fastigio cui il Papa vo- 
leva inmClzare Bosone. 

Angelberga ebbe quindi a patire una disillusione ben amara, 

specialmente quando dovette vedere tra i suoi piti accaniti av- 

ersari il cugino Suppone IL Forse dietro suggerimento di lei, 

Papa tentò di venire a particolari accordi col tìero luogote- 



(1) Pertz, o. c, Epistolae V, p. 96, d. 102. 

(2) Pertz, o. c, EpistoUe V, n, 125, 114, 116, 147, 103 — Iaffè, 
0. e, 



126 GIUSEPPE POCHETTINO 

neote di (Jarlomanno, ma Suppone li schivo iiiesorahiiinente 
ogni abboccamento, per quanto lusinghiere fossero le lettere 
]>apali. 

Nessuno dei Grandi del Regno italiano si lascio convincere 
dalle spiegazioni che il Papa dava a loro e ai tìgli del Germa- 
nico dell'adozione di Bosone a tìglinol suo : 

« Bosonem gloriosum principem fìlium meum elìeci, ut ille 
« in mundanis discursibus nos libere in his quae ad Deum per 
« tinent vacare valeamus » (1) — insomma, al dire del Papa, 
Bosone doveva essere Vicario pontifìcio nelle cose temporali 
che spettavano al Papa ì Non era forse quel Giovanni Vili che 
riprendeva la politica di supremazia di Nicolò I e la traduceva 
nella realtà della politica temporale con sorprendente attività? 

Fu dunque scoperto il disegno del Papa, sia tra noi che in 
Germania, come ben lo dimostrano gli Annali di Fulda. Ma di 
ciò non si turbò Giovanni Vili, che scrivendo ai figli del Ger- 
manico osò dichiarare ad essi : « quapropter contenti termino- 
« regni vestri pacem et quietem habere studete, quia modo et 
« deiuceps excommuuicamus omnes qui contra prtedictum fìlium 
« nostrum insurgere temptaverit (2) »» 

Dopo le lusinghe adunque, le minacce di scomunica ! La 
lettera non può essere stata spedita che dall'Italia e dopo il 
convegno di Pavia, e non, come vorrebbero il laffè e il Diimm- 
ler (3) dalla Francia dopo il convegno di Troyes. E in ciò con- 
vengo con l'Ewald e col Oaspàr. 

A,d ogni modo il piano di Giovanni Vili e di Angelberga 
era fallito, per le vive opposizioni del partito tedescofìlo e di 
qnei grandi che non vollero patire intrusioni papali nelle cose 
del Eegno italiano. 

Da quel momento Angelberga tornò nel!' ombra claustrale, 
il Papa si sfogò sul fiero arcivescovo di Milano Ansperto, che 
non s'era presentato alla Sinodo di Pavia e altri aveva distolti 
dall'intervenire, e Bosone se ne tornò in Francia con una bella 
lettera al Balbo, in cui si vantavano gli alti servizi da lui resi 



(1) MiGNE, o. c, Epistolae n. 170 p. 908. 

(2) Pertz, o. c, Epistolae V, u. 110. 

(3) DiÌMMLER, o. c, III, 89. 



127 



XVII. 

SOMMARIO. — Nuove sventure di Angelberga — Vane lettere del Papa 
ai nemici di lei — Giovanni Vili si barcamena — Angelberga a Roma. 

GiovanDÌ Vili non tardò a stringere buoni rapporti con 
Carlomanno, il quale non solo gli perdonò la subdola politica, 
non solo dimenticò il meditato tradimento del Papa, ma incaricò 
proprio lui di rappresentarlo in Italia durante la sua assenza e 
fino a che non venisse il fratel suo Carlo il Grosso (1). 
f. Chi ebbe invece ogni danno del tallito disegno, fu Angel- 
berga, che venne a trovarsi isolata ed esposta alle vendette dei 
suoi nemici. 

Ne poteva soccorrerla il genero Bosone , occupato com' era 
a trar profìtto dei disordini scoppiati in Francia e a procurarsi 
tra le opposte fazioni un regno in Provenza e Borgogna. Né 
la soccorreva il vecchio amico Wigbodo, il quale, rimasto sde- 
gnato del contegno di lei non chiaro e malfido, e forse piìi certo 
che sospettoso delle losche trame di lei a favore di Bosone e a 
danno di Carlomanno, ruppe con lei ogni relazione, e nulla fece 
per impedire coloro che, sicuri dell'impunità, si erano dati a 
manometterne i beni di suo diretto possesso e quelli da lei do- 
nati a i)ii luoghi. Né di lei si dava pensiero il suo cugino Sup- 
pone III, erede della potenza e della gloria del padre, il quale 
per quanto il papa gli raccomandasse la cura dei beni di An- 
gelberga, come la raccomandava ai Grandi di Lombardia Egi- 
fredo, Eripaldo, Berardo, Gotifredo, non impedì i latrocinii a 
danno del monastero di S. Sisto, ne fece ai colpevoli restituire 
il mal tolto e riparare offese e sacrilegi (2). 

Solo il Papa si interessò di Angelberga. e scrisse lettere 
a vari grandi, specie a Wigbodo di Parma, per raccomandargli 
rinfelice Augusta. 

Da una di quelle lettere apprendiamo che Angelberga si 
era messa direttamente sotto la protezione di S. Pietro, ossia 
del Papa, e così si spiega anche perchè il Pontefice se ne occu 
passe con tanto calore (3). 



(1) Lapòtre, 0. e. 348. 

(2) MiGNE, o. e, CCLXXXI 897. 

(3) Pertz, 0. e, Epistolae V, n. 239 - Poggiali, o. c, III, 33. 



128 GIUSEPPE IMXJIllflTTlNO 

l*erò le parole del i*aj)a iiou ci lasciano mai capire l'eutità 
<ìei (Ianni e delle oftese arrecate a«l Aii^elber^^a e alle sue opere 
pie: ciouondiineiio sono altrettanto gravi quanto indeterminate. 
Egli lamenta che quelle offese siano state tante e si gravi e 
così rivoltante il contegno di molti verso 1' antica loro imper'-»- 
rice, elle pessima fama ne corre per tutto il mondo : « Est enim 
« ex hoc pessima fama universum <liscurrens per orbem ». 

Scrivendo a Wigbodo, vescovo di Parma, pressoché onni- 
potente in Italia per il grande favore che godeva presso Car- 
lomanno e presso la corte Pontificia, quale consigliere del re e 
del Papa, gli raccomandava caldamente Angelberga, ricordan- 
dogli i suoi doveri di suddito e di sacerdote. 

Per quanto mi piacerebbe assicurare che il vecchio presule 
parmense si sia interessato dell'infelice Angelberga, dalla quale 
un tempo aveva ricevuto tanti favori, non ò documento per as - 
sicurarlo. 

Ignoriamo anche dove fosse in quei giorni Angelberga ; 
sembra che fosse nel suo prediletto monastero di S. Sisto di 
Piacenza. 

Essendo intanto morto il Balbo, ed essendo gravemente 
infermo Carlomanno, Griovanni Vili tornò al suo tallito diseguo 
di dar là corona imperiale a Bosone ; ma ci mancano le prove 
per asserire che Angelberga fosse tornata a congiurare in pro- 
posito col Papa. Giovanni Vili cercò di trarre dalla sua 
Wigbodo, con dolci lusinghe. Grli scriveva infatti che avrebbe 
desiderato di avere sempre al fianco il suo diletto consigliere ; 
« placeret nunc nobis prò instantis temporis difficultatibus ac 
« multiplicibus causis vestro sagaci Consilio frui ». E concludeva 
con lasciar capire quanta fede egli avesse nella sua lealtà, serietà 
e abilità diplomatica. Ma non ostante le nuove lusinghe, non 
sembra che >X^igbodo abbia voluto fare qualche cosa per An- 
gelberga e Bosone (1). 

Anche con Bosone il Papa mantenne relazioni, e segreta- 
mente tornò a concertare per un po' di tempo con lui il piano 
per dargli la corona d'Italia e dell'impero. 

Sui primi dell' 879, lamentando che l'Italia per la malattia 
di Carlomanno e per la sua assenza si trovasse in grave per- 



(1) Hertz, o. c, Epistolae V, n. 135 — Kehr, o. e, V, 415 e 416 — 
Iaffè, o. c, ^^^^/2465 — Dììmmlek, III 102, 193 — Muratori, Annali 
ad a. 878. 



\ 



l'imperatrice angelberoa 129 

turbamenti, di cui aach'egli troppo pativa, avendo preso audacia 
i Saiac^eui, Griovauni Vili scriveva ad Ansperto di Milano che 
venisse con altri vescovi alla Sinodo romana in cui egli inten- 
deva addivenire con il consenso di tutti alla nomina e incorona- 
zione di un nuovo re e imperatore. Sembra che Oarlomanno, 
comprendendo la sua condizione, si adattasse a vedere la sua 
corona d' Italia passare ad un altro, ma che intendesse farla 
dare a suo fratello Carlo ikGrosso e di tal parere erano i ger- 
manofili d'Italia, tra cui Suppone III, Wigbodo e Ansperto per 
citare i maggiori e che appunto in questo senso brigassero. Ma 
il Papa scrivendo al piìi influente di essi, ad Ansperto di Mi- 
lano, gli vietò di accettare come re alcun altro che non f()sse 
dal Papa designato : « nam ipse qui a nobis est ordinandus in 
« imperium, a nobis primum atque potissimum debet esse vo- 
« catus et electus ». 

È chiaro che il Papa pensava a Bosone, mentre Ansperto 
pensava a Carlo il Grosso. Tuttavia, giuocando di astuta po- 
litica, il Papa dava buone parole a Carlo il Grosso e al soste- 
nitore di lui Berengario del Friuli. Però il primo Maggio 
-879, scomunicava il tenace Ansperto, sotto pretesto che non era 
intervenuto ad alcuna delle varie Sinodi a cui V aveva invi- 
tato (1). 

Poca di poi giurava a Carlomanno e a Carlo il Grosso 
«. prò nuUius hominis lucro vel blandimento sive terrore, a ve- 
.« stro nos consortio et vestrse amicitise fcedere separabit (2). 

E solo due settimane dopo (e non nel febbraio, come pensa 
il Lapòtre o nel Marzo, secondo il Diitmnler) scriveva a Bosone: 
« Secretum quod vobiscum Trecis existentes habuimus (è cer- 
« tamente la promessa di farlo re d'Italia e imperatore) imrau- 
« tilatumac fixum retinemus et totis nisibus optamus perflcere »; 
e gli faceva capire che quello era il tempo piti conveniente per 
mandarlo ad effetto: « ecce nunc tempus acceptabile » (3). 

Ma solo un giorno dopo la lettera a Bosone, scriveva a Lu- 
dovico III di Germania e lo dicevo « quasi unicum et carissimum 
« fllium » e gli prometteva la corona imperiale : « Si deo fa- 
« vente romanum sumpseritis imperium, omnia vobis regna sn- 
« biecta existent ». E terminava invitandolo a venire, promet- 



(1) Pertz, o. c, Epistolae V n. 186 p. 148. 

(2; id. ib. V n. 164 Iaffè, o, c, 3224. 

(3) Iaffè, 3231, 3237 — Dììmmler, o. c, 1X1. 96. 

Ardi, Star. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I-II. 9 



\'M) GIUSKPPK PoCHETTlNO 

teudogli (li esaltarlo più cbe non avessero fatto coi parenti di 
lui i Papi suoi i)redece88ori (1). 

11 giuoco di Giovanni Vili tra Franchi e Tedeschi non 
poteva essere più S[>udorato e più pericoloso. 

Senza dubbio però ve lo animava e sosteveva An^elberga, 
che nulla ora vedeva di poter sperare dai Carolingi e tutto dal 
suo genero Bosone. 

E con Augelberga il Papa continuava ad essere in viva 
relazione ora per occuparsi dei beni di lei, sia per farne rispet- 
tare nei suoi possessi e nei suoi diritti il Monastero di S. Sisto 
in cui ella forse allora viveva, ora per assicurarla nel dì anni- 
versario della morte di Ludovico II che egli avrebbe come gli 
altri anni pregato in modo speciale pel suo defunto marito, e 
ora per dirle con grande dolore di non i>oter liberare dalla sco- 
munica Ansperto di Milano, da lei vivamente raccomandato alla 
bontà e al perdono del Papa (2). 

Evidentemente Augelberga ben vedeva che per riuscire nei 
suoi intenti, che erano anche quelli del Papa, e dominare a 
suo talento la situazione politica, aveva bisogno degli appoggi 
dei due grandi ecclesiastisi, Wigbodo di Parma e Ansperto di 
Milano. Wigbodo, per quanto fosse tiepido verso di lei, non le 
era sfuggito del tutto di mano ; e poi anche il Papa lavorava 
per risospingerlo a lei. Quanto ad Ansperto, ella sperava di 
accattivarselo, riacquistandogli il favore del Papa e la sua an- 
tica dignità ecclesiastica. Forse anche Augelberga, in cuor suo 
era nello stesso ordine d'idee di Ansperto nel campo dei diritti pa- 
pali alla creazione dei Re ; e riteneva cioè che come i Grandi del 
Regno non entravano a creare V Imperatore dei Romani, così 
neppure il Papa xloveva entrare a tare il Re d'Italia; non perchè 
in quel caso speciale di Rosone ella fosse in disaccordo col 
Papa, ma in linea di principio ; e poi anche perchè le pareva 
che la sua influenza avrebbe miglior gioco nelle cose del Regno 
se non vi si ingeriva anche quella del Papa : ma sopratutto do- 
veva temere dei disinvolti mutamenti di opinioni e di sentimenti 
da parte del Papa, che ora accarezzava uno or un altro dei 
quattro pretendenti alla Corona — Rosone, Ludovico III il 
Germanico, Carlomanno e Carlo il Grosso (3j. 



(1) lAFFÈ, 0. C, ^^1,,,^. 

(2) id. ib. ''^^2462 '"^l2m 

(3) id. ib. 3231447, — Mansi o. c, XVII 21 — Migne, o. c.^ 
CXXVI 83f> — DiiMMLER, o. e, II 102. 



l' imperatrice ANGELBERGA 131 

Comunque, Angelberga per ottenere la grazia del perdono 
ad Ansperto, attese proprio a chiederla al Papa lo stesso giorno 
in cui ricordava al Papa l'imminente anniversario della morte 
di suo marito, parendole che per non amareggiarle maggiormente 
quel triste giorno, il Papa non le avrebbe opposto un rifiuto. 

Invece il Papa non le concesse la grazia richiesta : il che 
dovette dare ad Angelberga non poco dolore. E sì che il Papa 
aveva scritto poco prima a Bosone assicurandolo di voler usare 
ad Angelberga la massima cura e riguardo : (1) « De parte autem 
<< spiritualis filiae nostrae Angelbergae imperatricis, carissimae 
« matris vestrae, prò certo scitote quoniam paterno cum affectu 
« semper dileximus , diligere , nostroque apostolico subsidio 
« adiuvare tuerique magnopere desideramus necnon et quasi 
« carissimam et spiritualem flliam gloriosius retinere ». 

Ma dal Maggio dell'879 il Papa mostrò di allontanarsi dal 
suo vecchio disegno riguardo a Bosone, e di volgersi ai due 
fratelli germanici. Decisamente, la sua politica francofila era 
terminata, né qui è il caso di indagarne le cagioni. Con questo 
non mancò mai di curarsi di Angelberga. Essa anzi, di quei 
giorni, andò a Eoma e riparando presso 1^ altare della Confes- 
sione, si pose sotto la protezione di S. Pietro e del Papa. L'atto 
era troppo solenne perchè il Papa non adempiesse a tutti i do- 
veri che la sua parte di tutore gli imponeva. 

Dalla lettera del Papa, che racconta il fatto, non si può 
anche derivare, come qualcuno vorrebbe, che il Papa avesse 
adottato come figlia Angelberga, allo stesso modo che ne aveva 
adottato il genero Bosone : né debbono trarre in inganno gli 
epiteti di « dilecta et spiritualis fìlia » con cui sempre la indica. 

Angelberga continuò a curarsi del genero suo Bosone, e 
forse non poco intrigò fra i prelati del Mezzogiorno e dell'oriente 
della Gallia, tra cui ve n' era qualcuno già da lei beneficato, 
sicché nell' ottobre dell' 879 alla Dieta di Mautaille Bosone fu 
proclamato Ke di Provenza e poco di poi di Borgogna (2). 

Ciò avveniva con danno dei nipoti del Calvo, che finirono 
per chiedere l'appoggio del Grosso. Così cominciò tra il Grosso 
e Bosone una viva inimicizia, che si accrebbe quando si susurrò 
che con l'aiuto di Angelberga Bosone mirava a strappare al 
Grosso la corona d'Italia che aveva di recente ottenuta. 



(1) DiiMMLER, o. e, II 107 - Mansi, o. c, XVII 134. 

(2) SiSMONDi, 0. e, III 257. 



132 GUTSKPi'K ponuF/rriNo 



XVllI. 



SOMMARIO — Carlo il Grosso — Nuovi dolori di Angelberga — Nuove 
accuse - Relegazione di Angelberga — Il Psalterium glossatum — 
La cella di Zurzach — Liberazione. 

I fratelli adottivi di Augelberga, Oarlonianno e Carlo il 
Grosso, di froate alle iutemi)eranze dei nemici di lei non si 
commossero. 11 solo Carlomanno aveva mostrato un po' di af- 
fetto ad Angelberga donando per amore di lei al suo monastero 
di S. Sisto in Piacenza le corti di Fagedo sull'Adda e di Mu-- 
ciana sul Po, col bosco di Meleto: ma poi si era di lei disinte- 
ressato, lasciando la cura dei beni a Giovanni Vili sia perchè 
era in certo senso* il suo vicario nel Regno, sia perchè il Papa 
li aveva presi sotto la sua protezione (1). 

Del resto Carlomanno si e^a disinteressato anche dell'Italia e 
del suo regno, e lasciandosi prendere alla rete da Giovanni YIII 
aveva finito per cedere, sul finire dell'879, l'Italia e i diritti an- 
nessi al fratello Carlo il Grosso (2). 

II papa che aveva buttato a mare decisamente gli altri ca- 
rolingi e lo stesso Bosone suo figlio adottivo, ora si lusingava 
di potere trovarsi bene con Carlo il Grosso. Ma questi, venuto 
d'improvviso a Ravenna, trattò l'Italia come un paese di con- 
quista e il Papa come un grande del Regno e nulla piti, chia- 
mandolo a Ravenna ad assistere alla sua regia incoronazione, e 
non donandogli poi alcuna soddisfazione, indi lasciando che i 
nemici del Papa continuassero a recargli gravi molestie (3). 

E nemmeno di Angelberga si curò, per quanto avesse anche 
a lei fatto giungere le sue doglianze per sempre nuove oliese 
e danni che pativa dai suoi nemici. 

Risulta dalle lettere di Giovanni YIII, il solo che si interes- 
sava alle fortune di Angelberga, che il conte Liutfredo e sua mo 
glie avevano, fin dai primi dell'879, fatto uscire la monaca Gare- 
linda dal monastero di S. Sisto senza curarsi che quello fosse 



(1) Campi, o. c, I 464 — Bòhmer, o. c, I 595 — Iaffè, o. c. , 
^^^lu&ó ^^''^2215 ^^^^2528 ^^*^V2532 Monumenta historiae Patriae Codex siplo- 
maticus langohardicus 480. 

(2) Iaffè, o. c, =^297/„_28 — Pertz, o. c, 8criptores II 329. 



{^\ Tatti^w n e 3288/ 3289/ 3290/ 
\ó) lAFFU-, O. C, /2507 /2500 /: 



2509* 



l'impera TRICK ANGELBBRGA 133- 

sotto l'alta protezione del Pontefice (1). Non sappiamo come e in 
che tempo, ma è certo che Angelberga perdette anche il dominio 
del Monastero di Masino, ch'ella aveva avuto nell'870: perchè 
presso Ratperto, « Casus 8. Galli » (2), si legge che quel Mona- 
stero, dietro preghiera dell'abate Artmodo, fu donato al Mona- 
stero di S. Gallo da Carlo il Grosso, togliendolo a Liutwardo, 
arcicancelliere (con suo beneplacido però). A noi non è giunto 
il diploma, ma )a cosa è indiscutibile. 

Voichè Oarlomanno e Carlo il Grosso eran lontani, il Papa 
si rivolse a Wìgbodo di Parma, ad Antonio vescovo di Brescia 
e a Berengario del Friuli perchè avessero obbligato il conte 
Liutfredo a restituire il maltolto: ma invano; invano fece sen- 
tire che egli da Carlomanno aveva avuto il governo del Regno 
e quindi si doveva obbedire ai suoi ordini come a quelli dello 
stesso Re; invano si rivolse al vescovo Bgilberto, al conte Sup- 
pone III, al conte Eripaldo, al conte Berardo, al conte Gotifredo, 
per esortarli a difendere nelle loro terre i beni di Angelberga; 
invano minacciò le più gravi scomuniche se i beni rapiti non 
fossero stati restituiti entro sessanta giorni alla ex- Augusta, 
protetta dalla S. Sede e sua figlia dilettissima. I^è il conte Liut- 
fredo si piegò, né altri desistettero dal far male ad Angelberga 
o si decisero a restituirle i beni tolti (3). 

Tra i nemici nuovi di Angelberga, che seguirono il malo esem- 
pio del conte Liutfredo van ricordati il conte Olderico e il conte 
Cuniperto. Erano tutti gente forte di aderenze e protezioni illu- 
stri. Olderico, a mio credere, è quello stesso Olderico o Odelrico 
che è ricordato nel De Laudibus Berengarii, che fu Comes sacri 
Palata di Berengario e per un pò di tempo fu in favore presso 
di lui, finché non passò dalla parte di Rodolfo di Borgogna e 
non morì poi combattendo contro gli Ungari (4). 

Io ritengo che egli fosse un alemanno, venuto in Italia col 
Grosso, o con Carlomanno, alla loro prima calata poco dopo la 
morte di Ludovico II, e che sposasse la figlia di un conte Sup- 
ponide di nome Wifredo, chiamata Leigarda, dal quale matrimonio 
nacque un Wifredo conte, che, come i suoi parenti, ebbe terre- 



i^\ Taptt-P n o 3295/ 3297/ 3298/ 3299 /„ ^^ 

\L) lAi'i^il., O. C, /o^5g /25I8 /2529 /2530 

(2) Pektz, 0. e, 8criptores II 73. 

(^\ Tap-tt-P n o 3298/ 3299/ 3245/ 3297/ 3299/ „ 3298 /__ 

\ó) lAFli., 0. C, /2529 /253O /2465 /2528 72530 /2529' 

(4) DiiMMLER, 0. c, II 107 — Muratori, R. I. SS. Ili 393 — Iaffè^ 

\\ 3300/ 
/2529 /2531* 



134 aiUSKI'PR POCHR'ITINO 

nel jmrmiji^iauo verso il 925. E forse a questo Olderico pensava 
il Papa quando raccomandava a Wigbodo di difendere i beni di 
Angelberga perchè Olderico aveva appunto terre feudali nella 
diocesi di Parma (1). 

Quanto a Cuuiperto non saprei dire altro se non che fosse 
un conte dell'Italia settentrionale, ben noto già al Papa per 
rapacità, come quella commessa in danno della chiesa romana 
occupando la corte di S. Pietro nelle Alpi Cozie, e già minac- 
ciato di scomunica dal Papa per quell'atto; e forse è anche quello 
stesso che si sottoscrive negli atti del Concilio di Pouthion { 876) 
e di quel di Pavia (876) (2). 

Come del resto potevano trattenersi i signori laici, se gli 
ecclesiastici facevano peggio di loro? Notingo ad esempio, ve- 
scovo di NTovara, doveva aver messo le mani sui beni di An- 
gelberga che erano sul Novarese e sul lago Maggiore, perchè il 
Papa in una sua fiera lettera io obbligò a restituire ogni cosa 
ed a venire a Roma fra due mesi (3). 

Visto che non riusciva a nulla, il Papa ordinò a Gisulfo, ab 
bate del monastero di S. Cristina, di prendere cura del monastero 
di Angelberga posto in Piacenza. Gisulfo era abate e medico lon- 
gobardo ed in grande confidenza se non anche in parentela con 
Angelberga, ed era anche in grande favore presso Carlo il Grosso. 
Carlo il Grosso^ come Carlomanno, non si curò di Angelberga, 
né si diede pensiero di impedire le offese e i danni ai suoi beni, 
parendogli che ciò fosse una punizione della sua fellonia verso 
la casa Germanica e delle sue trame per Bosone. Sospettava 
anzi ch'ella continuasse in quelle trame, epperciò la faceva te- 
nere d'occhio. Ma sospettava a^nche di Papa Giovanni, il quale, 
accortosene, si affrettò a dissipare le sue ombre scrivendogli nel 
luglio dell'880 a riguardo di Bosone: « iMeque aliquem familia- 
« ritatis locum aut receptionis nostrae auxilium apud nos habe 
« bit, eo quod vos amicum et adiutorem quaesivimus; nam nihil 
« nobis de parte ipsius pertinere videtur qui talem tirannidem 
« praesumpserit committere » (4), Il Papa alludeva con queste 
ultime parole all'usurpazione fatta da Bosone della corona di 
Provenza e di Borgogna alcuni mesi prima. 



(1) Affò, Storia di Parma I 351 e 353 e I 170. 

(2) Perfcz, o. e, Epistolae V .n. 81 p. 77 — Ma.nsi, o. c, XVII 
-313 e 329. 

(3) lAFFÈ, O. C, 3202/^-,, e 3301/^^3^. 

(4) IaFFÈ, 0, e, 3313/^523- 



l'imperatrice angele kbg a. 135 

E UQ'ultima soddisfazione da,va, il Papa a Carlo il Grosso, 
togliendo dalla scomunica e restituendo nelle sue dignità e onori 
Ansperto arcivescovo di Milano, l'accanito germanolìlo, che tante 
volte aveva audacemente ed energicamente attraversato il dise- 
gno suo e di Angelberga di dare la corona a Bosone (1). Quel- 
l'atto a parer mio era la dichiarazione del fallimento completo 
di una tortuosa politica, durata meno d'an anno, la politica di 
Bosone e di Angelberga. Come se non contasse più nulla, An- 
gelberga era così abbandonata al suo destino. 

Carlo il Grosso resistette per un po' di tempo ancora agli 
sforzi che i malevoli facevano presso di lui per mettere in cat- 
tiva luce Angelberga e vendicarsi di umiliazioni un tempo pa- 
tite dalla superbia e arroganza di lei, o per tenersi tranquilla- 
mente i beni che le avevano tolti, o per sottrarsi al timore che 
la grande influenza politica della vecchia Augusta dava a taluni 
di dover cadere vittima delle sue arti e insidie. Anzi Carlo il 
Grosso mostrò un po' di benevolenza alla sua sorella d'adozione 
confermandole con diploma del marzo 880 tutti i beni avuti per 
donazione dai sovrani antecedenti (2). Era parsa ad Angelberga 
molto necessaria quella regia conferma perchè non pochi le con- 
testavano diritti di possesso o di usufrutto di certi beni da lei 
avuti in dono o comperati a termini di legge: e per meglio es- 
sere raccomandata a Carlo il Grosso si era rivolta a Gisulfo, 
tutore del suo monastero di S. Sisto in Piacenza, ov'ella adesso 
era. Forse anche, ella intendeva con quell'atto di dimostrare di 
riconoscere come sovrano Carlo il Grosso e di rinunziare ad 
altri strani miraggi che le si erano attribuiti in passato. Ma ciò 
non bastò, se mai, a persuadere Carlo il Grosso; il quale si lasciò 
finalmente convincere che Angelberga fosse ancora in ottimi 
rapporti con il genero Bosone, e anche con la sua influenza, 
(benché però la vera opera di corruzione fra i Grandi di Pro- 
venza e Borgogna l'avesse svolta Ermengarda), avesse aiutato 
Bosone a carpire le due corone che spettavano invece al figlio 
del Balbo. 

Kemici vecchi e nuovi andavano anche gettando sospetti 
sulle intenzioni di Angelberga nella politica italiana: si sussur- 
rava che dopo ,le due corone d'oltralpe poteva la suocera ten- 



(1) lAFFÈ, O. C, 3313/^.^,^ 3329/^^^,^. 

(2) Renassi, o. c, 171 — Muratori, Antiq. liaL 1559 — Poggiali, 
III 35. 



136 GIUSKI'PI^. roCliJVlTINO 

tare di dare al genero aache quelle d^ Italia e dell'Impero, 
come già l'aveva meditato due anni prima; nessuno degli amici 
di. un tempo, nemmeno il vescovo Wigbodo fort^e, presero le sue 
tiifese, essendosi in loro intie|»idito l'affetto e l'attaccamento 
per quella donna che voleva ancora dominare come Augusta 
quando non era più che una vedova, votatasi a Dio, pur 
senza velo, tra le mura di un chiostro. E allora Carlo il Grosso, 
d'accordo, come pare, con gli altri carolingi, credette bene di 
prendere Angelberga e di relegarla in AUemagna, « ne aliquod 
solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni ». Da qual 
monastero fu portata via Angelberga? Il Muratori oscilla senza 
decidersi, fra quel di Brescia e quel di Piacenza. Ma io penso 
che lo portasse via da quel di Piacenza, sulla fine -dell' 880, 
quando tu in quella città (Ij. 

Poi Carlo il Grosso andò a Roma e vi fu coronato da Gio- 
vanni VIII. Allora il Papa, saputo della sventura toccata ad 
Angelberga, e ben sapendo che parte almeno della colpa di lei- 
era - anche sua, si interessò subito in favore di lei. Carlo il 
Grosso promise di rimetterla in libertà purché ne fossero con- 
tenti Ludovico e Carlomanno. E subito il Papa scrisse a quei 
due sovrani per chiedere la liberazione di Angelberga; e pre- 
gando che la si inviasse a Roma in custodia di lui aggiunse:: 
« ubi nulla iam de ilio sinistra suspicio oriri posset » (2). 

Dunque su Angelberga non pesavano che dei sospetti, delle 
paure vaghe: ma colpe vere non ce n'erano, e forse si era esa- 
gerato in realtà la potenza di lei e la sua abilità nel tenere 
trame occulte e loschi intrighi. 

Per questo la sua Jion era una prigionia, ma una semplice 
relegazione: se tosse stava grave o indecorosa, il Papa non 
avrebbe mancato di chiedere una mitigazione. E poi quali ragioni 
avevano i Carolingi d'infierire su una loro sorella d'adozione, su 
una loro parente per matrimonio, su una loro antica sovrana 
per diritto, su una donna dedicata a Dio se pur non vestiva già 
l'abito monacale, su una figlia spirituale del Papa e in prote- 
zione di lui, sia perchè l'avesse raccomandata al Papa Ludo- 



(1) DiÌMMLER, in 78-79 — Odorici III 237 — Muratori, Ann. ad 
a. 881 — Pertz, o. c, Scriptores I 514 — Campi, I 467 — Muratori, 
Antiq. diss. 41. 

(2) Muratori, Ann. ad a, 881 — Odorici, III 238 — Pertz, o. c.,. 
Bpistolae V iì. 262, 282, 298. 



l'imperatrice ANGEl.BERGA 137 

vico II, sia perchè essa stessa si era messa sotto la tutela della 
S. Sede abbracciando Paltare della confessione di S. Pietro? 

La prigionia di Angelberga non durò a lungo. Cominciò 
prima del Natale 880, e durò fino alla primavera dell'882. 

La data dell'inizio a me sembra poterla arguire da un di- 
ploma di Carlo il Grosso con cui egli, a preghiera di Ermen- 
garda badessa del Monastero di S. Giulia in Brescia, confermava 
a quel monastero tutti i suoi beni. Che necessità avrebbe avuto 
quella badessa d'una tale conferma se non fosse venuta a man- 
care la protezione dell'Augusta Angelberga, che certo aveva di 
nuovo in suo appannaggio anche quel monastero, dopo la ricon- 
ferma di tutti i suoi beni avuta da Carlo il Grosso alcuni mesi 
prima ? 

Poiché in Radperto (1) si accenna che fra i libri dati a 
Grimoaldo abate del Monastero di S. Gallo, c'era pure un Psal- 
terium glossatum quod ipse Grimoaldus Nothingo brixiensi epi- 
« scopo primum, post vero Engilbergae reginae dedit, et per 
« Kihbertum magistruui aliud restituit », si vede che quel 
Psalterium fu lasciato da Angelberga al Monastero di S. Gallo,, 
o meglio all'abate Grimoaldo, in ricordo del tempo che passò in 
relegazione. Il dono di quel Psalterium glossatum ci afferma 
altresì che Angelberga sapeva di lettere latine, il che ci con- 
ferma ancor più della sua origine italiana e della sua fine edu- 
cazione e cultura, mentre tante regine d'oltralpi, sue contempo- 
ranee, (Cunegonda moglie del re Bernardo, per esempio) non 
sapevano nemmeno fare la loro firma e i pubblici atti segnavano^ 
con umili croci (2). 

Non so perchè qualche storico abbia fatto morire Angel- 
berga esule in Allemagna (3). 

Angelberga non solo non morì in Allemagna, come vedremo 
in appresso, ma neppure vi ebbe cattivi trattamenti : non fu 
neppur obbligata a rigida vita claustrale come invece per lo più 
accadeva a coloro che eran chiusi in convento per penitenza.. 

Ella fu semplicemente confinata in Allemagna. 

Io ho voluto anche ricercare in qual parte di quella regione 
fu mandata. Il Psalterium glossatum di cui ho già detto, mi ha- 
fatto pensare a una delle tante dipendenze del celebre mona- 



ci) Pertz, 0. e. Scriptores II 71. 

(2) Benassi, o. c, 105 — Affò, o. c, 1 285. 

(3) HoEFER, 0. e, alla voce Ingeberge. 



138 GIUSEPPE POOHETTINO 

Stero di S. Gallo: ed ho finito per concentrare i miei sospetti sul 
piccolo monastero femuiiuile di Zurzacb che appunto da S. Oallo 
dipendeva. lofatti nei Libri confraternitatum 8. Galli Augieusis 
Fabariensis (1), tra i n'orni degli inscritti nella congregazione 
di Znriaco, ho trovato Angelberga e di Hauco Irmingarda e sotto 
Hludovicus. L'unione di questi tre nomi che .s.»no appunto per 
combinazione i nomi di Ludovico II, di sua moglie e di sua 
figlia, mi ha tatto pensare che non si tratti di altri, e che An- 
gelberga, trovandosi colà, abbia voluto fare iscrivere alla Con- 
fraternita non solo sé stessa, ma anche la figlia Ermengarda viva 
e lontana, e il marito morto. 

È noto che a pie confraternite si usava inscrivere anche i 
morti, affinchè partecipassero a tutti gli uffici religiosi espiatori 
che nella confraternita si celebravano per tutti i soci. Chi non 
sa infatti che usavasi a quei tempi inscriversi a confraternite 
religiose e portarne l'abito, o almeno dopo morte vestirne con 
esso il cadavere, pur non avendo mai tatto vita claustrale o 
religiosa? 

La cella o monastero di Zurzach (congregatio zuriaca) è in 
un monastero che nell'88l Carlo il Grosso donava in commenda 
all'imperatrice Kichilda; ed è probabile che là Angelberga, per 
ordine dell'Imperatrice, che era in fondo una sua parente, abbia 
goduto di molti riguardi. 

Dell'esule Angelberga parvero dimenticarsi anche quelli che 
le erano stati un giorno tanto amici e devoti. Wigbobo vescovo 
di Parma, ad esempio, meritò con la sua indifferenza e freddezza 
che il Papa, il quale lo aveva in gran conto, gli scrivesse una let- 
tera in cui tra l'altro gli ricordava il suo dovere di levare come 
sacerdote la sua voce contro coloro che dei beni di Angelberga 
facevano vergognose manomissioni : « Sacerdotii tui officium est 
« male agentes auctoritate divina corrigere, verbisque salubribus 
« cohibere, ne tacendo tales, prò dolor, imitari potius quam 
« prohibere videaris ». E terminava col ricordargli il suo do- 
vere di antico suddito di rispettare l'ex imperatrice, e di aiutarla 
anche in tutti i mali essendo ella in protezione della chiesa: 
« Nunc itaque prò amore Sancti Petri, sub cuius speciali de- 
« tensione consistit, eam adiuvare non praetermittas, quousque 
« sua omnia, quae iniuste perdidit, possit recuperare ». 

In altra lettera poi lo incaricava di interessarsi di una am- 



(1) Pertz, o. c, ed Piper p. 325 d. 563, 20. 



LIMPERATRICE ANGELBEROA 139 

basceria che egli mandava ai re Germanici per trattare della 
spedizione contro i Saraceni e raccomandare ancora la povera 
Angelberga (1). Kon sappiamo però se Wigbodo andò fino in Ger- 
mania j dalle lettere papali non si desume: solo se ne deriva d'un 
lato la grande fiducia che il Papa aveva nella lealtà, serietà e 
abilità diplomatica di Wigbodo, suo diletto consigliere, e dal- 
l'altro il grande interessamento che prendeva per la povera An- 
gelberga. Giova ad ogni modo credere che Wigbodo, facendo 
tacere la passione politica e gl'interessi materiali, e lasciando 
parlare solo i ricordi dolci e gloriosi delle sue buone relazioni 
d'un tempo, si sia interessato di Angelberga e abbia interposto 
in favore di lei la sua grande autorità e la sua valida protezione 
per la difesa dei beni che aveva in Italia. 

Vedendo infatti Angelberga abbattuta e lontana, parve ai 
nemici di lei che si potessero manomettere ì beni di suo diretto 
possesso ed usufrutto e quelli da lei donati a monasteri e luoghi 
sacri. 

La cosa nauseò «d irritò Giovanni Vili, che se ne dolse 
amaramente con Wigbodo ed altri influenti e ne perorò la causa 
presso i Sovrani e presso i Grandi dei vari loro regni. A tutti 
faceva presente che ella era sotto la protezione di S. Chiesa : 
« Spiritalem fìliam nostrani Angelbergam Deo devotam, quae 
« se S. Petro Apostolo et nobis cum suis omnibus commen- 
« darat, quam etiam coniux illius, divae memoriae Hludovicus 
« Augusfcus, adhuc viveus, nostrae tuitioni specialiter summi- 
« serat » (2). 

Inoltre assicurava che se Angelberga fosse stata mandata a 
Roma, egli l'avrebbe tenuta in cortese ma oculata custodia, per 
modo che, anche volendolo, non avrebbe potuto più nuocere ai 
Carolingi dominatori. « Sicut ibi (in Allemagna) custoditur ne 
« aliquod solacium vel consilium dare facereque possit Bosoni, 
« ita et nos eam in tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi 
« moliri nihilque valeat machinari contrarium ad huius regni et 
« imperii perturbationem ». 

E aggiungeva: « Et si contra eius ac nostram voluntatem 



(1) Pertz, o. c, Epistolae VII p. I 146 e 148 — Affò, o. c, I 296 

(2) MlGNE, 0. C, CXXV, 924-25 — IaFFÈ, O. C, ^^7^562 ^'^7256:» 

^^^2465 — Muratori, Ann. ad a. 881, 882 — Odorici, IH 238, 239 — 
Kbhr, o. c, n. 490, 492 — Affò, o. c, I 295 — Dummlek, III 102, 103 
■G 177 328 - Pertz, o. c, Epistolae III n. 268. 



140 GlUni'.i ir, i'(M Uhi lliNo 

« aliqiiatenus eam aj^ere aut velie cog^noverirniis, illieo ad impe- 
« rialein remittenius praeseiitìam iiec nostro amplius erit adiuta 
« Consilio. Qiiod nimirum ut nobis sine omni dubitatione credatur, 
« etc. ». E concludeva che si faceva mallevadore che Angelberga 
non sarebbe mai venuta meno ai solenni giuramenti di non più 
dare alcun aiuto di consiglio o di opera al genero Bosone (1). 

Con tutti i suoi scritti il Papa potè finalmente ottenere che 
Angelberga fosse rimessa in libertà e ritornata nel pieno pos- 
sesso de* suoi beni. IL fatto era già avvenuto senza dubbio 
avanti l'aprile 882, perchè il 17 di quel mese Angelbarga otte- 
neva da Carlo il Grosso conferma del possesso di molti suoi 
beni (2). 

Ma si tardava a rimandarla in Italia : perciò il Papa si ri- 
volgeva a Eiccarda, moglie di Carlo il Grosso « ut prò amore 
« dei et nostro Sancta Sedes Apostolica de hoc honoretur, et 
« sicat iaradictus Augustus (Carlo il Grosso) vobiscum pariter 
« promisit, a captivitate qua frustra tenetur, salva et incoiumis 
« reducatur: quia postquam nobis quibus erat commendata et 
^ defentioni sancti Petri Apostoli protectoris sui commissa, 
« reddiba fuerit, nullam de eo sinistram quis habere poterit 
« crede nobis suspicionem ». 

E scrivendo al Grosso rinnovava la promessa che se man- 
dava Angelberga a Roma, come aveva promesso, così l'avrebbe 
sorvegliata « ut nec Bosoni nec alii homini, ad perturbationem 
« imperii sive regni quodlibet adiutorium vel auxilium verbis 
« aut scriptis praebere valeat ». 

E su per giù le stesse cose ripeteva agli altri carolingi (3). 

Finalmente il cancelliere Liutwardo comunicò al Papa che 
Carlo il Grosso aveva dichiarato di volerlo mandare in Italia 
con Angelberga: e tosto il Papa lo ringraziava della bella 
notizia. 

E difatti nell'autunno Liutwardo accompagnò in Italia An- 



(1) Pertz, 0. e, ib. D. 293 — Migne, o. c, CXXVI 759, 765, 727, 
774, 775, 784, 831, 832. 851, 852 — Iafpè, o. c, 3270. 3297, 3302 — 
Mansi, o. c, XVII 196, 924, 925. 

(2^ Bbnassi, o. c, 177 — Muratori, Antiq. Ital. VI 34 Cod. diplom. 
lang. 523 — Poggiali, o. c, IIT 46 — Bòhmer o. c, I 1593. 

(3) Pertz, o. c, JEpistolae VII p. I 268 - Iaffè, o. c, 3240, 3380 
— Migne, o. c, CXXVI, 924. 



l'imperatrice angklberga 141 

gelber^a, che fa condotta a Roma e messa in cortese custodia 
sotto malleveria di Papa Giovarmi Vili (1). 

Era però iautile la custodia, perchè Bosone già era stato 
pienamente sconfìtto dalle armi dei figli del Balbo e di Carlo il 
Grosso, ed aveva cessato di incutere timori o sospetti, ed in 
Italia non esisteva più. alcun valido partigiano di lui. 

Il Papa adesso aveva completamente dimenticato e rinne- 
gato il suo figlio adottivo, ed Angelberga aveva perduto, dopo 
la dura lezione dell'esilio in Alleinagna, ogni velleità di inge- 
rirsi nella politica d'Italia Perciò dopo essere stata un po' di 
tempo a Koma, Angelberga ottenne di potere andare a chiudersi 
tra le mura del suo prediletto monastero di tì. Sisto in Piacenza. 
E forse ciò avvenne dopo che nel dicembre di quell'anno 882 
Papa Giovanni Vili chiuse la sua turbinosa e travagliata esi- 
stenza. 

XIX. 

Carlomanno li — Angelberga e Adriano III — Carlo il Grosso favorisce 
Angelberga — L'ultimo sogno di Angelberga — Berengario I. 

L'anno 883 passò per Angelberga senza nulla di caratteri 
stico, se ne togli la visita che molto verosimilmente le fece Carlo 
il Grosso quando passò da Piacenza per recarsi al convegno di 
Nonantola coi messi di Papa Marino, col suo maggior consigliere 
Wigbodo di Parma e con il potente cancelliere Liutwardo. 

L'anno 884 abbiamo una conferma di tutte le donazioni an- 
teriori rilasciata ad Angelberga da Carlomanno II il 25 agosto. 
Dal documento (2) appare che Arigelberga si era fatta raccoman- 
dare presso Carlomanno II dall'Abate Ugo. Questi è quello stesso 
abate che aveva assistito al preteso testamento di lei nell'877, 
cugino del Calvo e suo considerevole ed energico rappresentante 
in Italia finché il Carlo fu vivo. Morto il Calvo era stato fido 
consigliere del figlio di lui Ludovico il Balbo, ed attualmente 
era ascoltato e fido consigliere di Carlomanno II figlio del Balbo. 
Giovanni Vili ne aveva lodato la fedeltà verso Carlomanno lì, 
quando altri favorivano invece Bosone; e proprio a lui si era 
rivolto Giovanni Vili in particolar modo perchè avesse voluto 



(1) MiGNE, o. c, CXXVI, 958 — Iaffè, ^. e, 3356 — Mansi, o. c, 
XVII, 194 e 207 — Pertz, o. c, Scriptores 1 514. 

(2) Benassi, o. c, 252. 



\ 



142 GIUSEPPE POOHETTINO 

intercedere presso i tìgli del Balbo e ì)re88o Carlo il Grosso la 
liberazione di Angelberga (881) (1). 

Non deve parer strano che Angelberga si sia rivolta a Car- 
lomanno II per farsi riconfermare tutte le donazioni anteriori 
fattale da re e imperatori, e i suoi diritti di qualunque natura 
fossero, usufruttuari o beneficiari o allodiali. Ma occorre ricor- 
dare che ella in quel suo cugino secondo andava cercando un 
probabile successore dell' imperatore Carlo il Grosso, che era 
senza figli legittimi (Bernardo era spurio). 

Alla stessa maniera i Grandi del regno d' Italia pensavano 
ai loro vantaggi, chi orientandosi verso Francia, chi verso Ger- 
mania, chi verso principi italiani, sol che nelle loro vene scor- 
resse qualche stilla di sangue carolingio. 

Il Sigonio (2) dice anzi, ma senza fondamento alcuno, che 
essi avevano reclamato e ottenuto dal Pontefice il diritto di sce- 
gliersi essi stessi il re d'Italia e l'Imperatore del S. E. Impero, 
pretesa che non avevano osato afiacciare o almeno sostenere con 
l'energico Giovanni Vili. 

Sventuratamente per Angelberga Carlomanno II morì poco 
dopo per un accidente di caccia, lasciando solo il piccolo Carlo 
detto il Semplice, del quale i Baroni non si curarono, e si 
rivolsero a Carlo il Grosso offrendo a lui la corona di Francia. 

L' ultima velleità o tentazione di tessere trame venne così a 
cadere per Angelberga, che finì per disinteressarsi del tutto 
della politica. 

L'anno 885 Angelberga si fece ricon fermare dal Pontefice 
le disposizioni sue quasi testamentarie in favore del Monastero di 
San Sisto in Piacenza, e ottenne che Adriano III, come già Gio- 
vanni Vili, prendesse quel convento sotto la sua protezione. 

La conferma fa fatta nell'occasione di una sinodo tenuta 
forse a Roma nell'aprile. Il Papa nel suo atto dice di aderire 
alla richiesta di Angelberga « dulcissima ac spiritalis filia nostra 
« quam merito honore atque reverentia sancta mater nostra 
« romana ecclesia ut dilectissimam et principalem prolem am- 
« plectitur semper et refovet » (3). 



(1) Iaffè, 0. e, 3373 e 3340. 

(2) Sigonio, o. c, ad a. 884. 

(3) Campi, o. c, I 470 — Muratori, Ann. ad a. 885 — Iaffè, 
o. e. 3401 — MiGNE, o. e. CXXVI 971-4 — Kehr, o. c. V. 492,15 — • 
Mansi, o. c. XVIII 2. Cod. dipi. lang. 551. 



l'jmperatkice angelberga 143 

Le quali espressioni sono prova dell'alta considerazione in 
cui Adriano III teneva Angelberga, ma nessuna ve n' ha che 
possa farci credere che Angelberga fosse badessa del Monastero 
di S. Sisto o anche soltanto vi vestisse l'abito da monaca. 

Assentirono all' atto papale (1), giusto il rito del tempo i 
vescovi di Ravenna, Piacenza, Pavia, Reggio, Modena, Mantova, 
Verona, Lodi, Vercelli e d'altri luoghi, nei cui territori eran 
posti i beni di Angelberga donati al Monastero di S. Sisto. È 
molto verisimile che per ottenere quella riconferma, Angelberga 
fosse andata personalmente a Roma, perchè il fatto stesso che 
all'atto Papale assentirono tutti i vescovi nelle cui diocesi erg-no 
i beni da Angelberga, implica da parte di essi una rinuncia 
a certi loro diritti, e miglior occasione non poteva trovare An- 
gelberga per trattarne con ciascuno, che quella in cui tutti 
erano raccolti a Roma per la Sinodo : e meglio a vocp che per 
iscritto trattandone, potè ottenere che rinunciassero tutti alle 
decime, loro derivanti dalle corti, in favore del Monastero e 
che le Pievi dei singoli luoghi, corti e terre, fossero in avvenire 
immediatamente soggette alla S. Sede e in nulla dipendessero 
dalle rispettive Diocesi. E anche questo ottenne, che era pur 
grande concessione. 

L'anno 886, addì 10 febbraio, (il Bòhmer vorrebbe l'anno 
887) Carlo il Grosso, a preghiera di Angelberga che si era fatta 
raccomandare alla maestà imperiale dal cancelliere Liutwardo, 
confermò al Monastero di S. Salvatore in Brescia, appannag- 
gio di lei, una terra nel Veronese, e concesse che i giudici, 
notai e avvocati di quel monastero avessero piena libertà di 
far cause in prò di quel convento per tutto il regno italico (2). 

Se Angelberga si era rivolta a Liutwardo, onnipotente can- 
celliere, vuol dire che non era ancor successa la tragica caduta 
di lui. Narra il continuatoje degli Annali fuldensi, autore so- 
spetto e troppo avverso, per ragioni che a noi sfuggono, al 
potente cancelliere, che Liutwardo, abusando di sua potenza^ 
arrivò a tanto di temerità e sfrontatezza da rapire non solo molte 
figlie dei pili nobili di Allemagna e d'Italia per darle in matri- 
monio ai suoi parenti, ma da far strappare per forza dal Mona- 
stero di S. Salvatore in Brescia, (che era commenda di Angel- 
berga) una figlia di Unroco, che era fratello di Berengario del 



(1) Muratori, AnnaL ad a. 885. 

(2) BÒHMER, 0. e. I 650 — Cod, dipi. lang. 562. 



U4 GIUSICPPK POCniCTTINO 

Friuli, per sposarla a un suo nipoLe. Augelbt^.iga naUiraliufut»' 
non potè fare che vane proteste : ma Berenj^ario, che forse 
aveva con Liutwardo già altre cause di animosità, sdegnato 
per l'oltraggio fatto alla sua Gasa, si gettò a mano armata sul 
Palazzo vescovile di Liutwardo a Vercelli e lo saccheggiò. A 
Berengario fecero eco altri ed altri finché Liutwardo soffocato 
dalle calunnie più oscene, che toccavano anche l'onore di Carlo 
il Grosso e dell'Augusta Riccarda, fu cacciato di carica e ri- 
dotto a nulla. 

Forse dietro l'esempio del prepotente Liutwardo altri si 
misero a recare sfregi e danni ad Angelberga e alle opere pie 
da lei create, dirette e protette, perchè l'anno 887 ella faceva per- 
venire a Carlo il Grosso, per mezzo dell'abate Gisulto, suo 
amico e, per ordine del Papa, tutore del Monastero di S. Sisto, 
vivi lamenti perchè taluni non solo le contestavano i suoi diritti 
di possesso su certi beni, ma glieli andavano pure invadendo 
e sottraendo. Per il che l' 11 Agosto Carlo il Grosso le fece 
nuove conferme di tutti i suoi possessi. A quanto sembra egli 
non si era offeso ch'ella tre anni prima se li tosse fatti confer- 
mare da Carlomanno II di Francia ; probabilmente Angelberga 
aveva fatto pensare e credere di avere chiesto a Carlomanno li 
soltanto la conferma dei beni che possedeva nelle terre di lui (1). 

Contemporaneamente Angelberga da un tal Guinigiso, cor- 
tigiano di Carlo il Grosso, faceva raccomandare la figlia Ermen- 
garda ed anche a lei Carlo il Grosso confermava tutti i beni 
avuti dal padre Ludovico II, estendendo la conferma al figlio 
di lei Ludovico e alle figlie, e ai beni non pur d' Italia, ma 
anche di Francia e di Borgogna (2). 

Allora Ermengardà era rimasta vedova di Bosone. Bosone 
morì l' 11 Gennaio 887 ; per quanto Ermengardà ed Angelberga 
avessero brigato in favore del figlio di lui Ludovico, Carlo il 
Grosso non gli concesse che il perdono e il titolo di figlio adot- 
tivo, ma non il regno, che preferì riunire all'impero. Ma dalla 
morte di Bosone sino a questo punto, iiìrmengarda giovandosi 
anche degli appoggi di Angelberga, e assistita dai Grandi e 
dai vescovi del paese seppe resistere alle agitazioni che turba- 
vano Provenza e Borgogna e far valere la sua autorità (3). 

(1) Benassi, 0. e. 186 — Muratori, Ant. It. 1 565 — Poggiali, III 

65 — BÒHMER, 0. e. ^^^7l710' 

(2) Muratori, — Antiq. 1 919. 

(3) Pertz, 0. e. Scriptores I 558-559-588 — Dììmmler, ó, c. II 278. 



146 

Sul capo del piccolo nipote Luduvico Angelberga^cominciava a 
iondare le piìi liete speranze; poiché, se le bastava laVita avrebbe 
ella ben saputo far scendere su di lui le corone d'Italia e del- 
« l'Impero, essendo egli nipote legittimo di Ludovico II impera- 
tore, figlio adottivo dell'Imperatore Carlo il G-rosso, e in maggior 
diritto di succedergli che non il bastardo Bernardo, spurio del 
Grosso, o il bastardo Arnolfo di Oarindia, spurio di Oarlomanno. 
Ma a lei non bastò la forza per compiere il suo sogno ; che, 
quando l'occasione si presentò alla morte del Grosso (888) Lu- 
dovico era appena decenne e i tempi troppo tristi e turbati per 
dar luogo a una pacifica reggenza; tuttavia^^il destino volle che 
per poco quel suo rampollo avesse veramente la corona d'Italia 
e dell'Impero, ma ne patisse per compenso la perdita degli oc- 
chi (900-901), sì da passare alla storia col soprannome di Cieco, 
Ma Angelberga non vide l'effimera gloria e l'orribile sventura 
del caro nipote, essendo già morta da qualche anno. Neppur 
vide il matrimonio della sua nipote Angelberga, sorella di Lu- 
dovico il cieco e forse di lui maggiore, che sposò Guglielmo 
d'Aquitania, il cui testamento (anno 898) èjpresso ilJBouquet (1). 

Quando, con la deposizione del Grosso, venne il vasto im- 
pero carolingio a sfasciarsi nelle eterogenee .nazionalità che lo 
formavano, Angelberga vide sorgere di colpo [diversi regni, dei 
quali solo l'arelatense (Provenza e Borgogna]]inferiore) era ri- 
conosciuto al suo nipotino Ludovico. 

Ignoriamo le tendenze di Angelberga nella questione ita- 
liana, tra i due partiti, ostili fra loro, di Berengario del Friuli 
e di Guido di Spoleto. Ma poiché Guido era in quel momento 
corso in Francia, e del resto non aveva mai avuto alcuna rela- 
zione amichevole con Angelberga, né partecipato alle anteriori 
brighe e trame di lei, per quanto se ne può sapere ; e poiché Be- 
rengario era parente di lei e forse, dopo il fatto di Liutwardo, le 
era anche tornato amico, Angelberga fu favorevole a Berengario. 
Questi ben lieto di avere per sé l'appoggio di quella potente Au- 
gusta, l'8 Maggio da Pavia (2) si affrettò]! a confermarle alcuni 
beni come la badia di Ootrebbia, le corti di Guastalla e Luzzara 
ed altre minori, per cui forse le davano noia i prepotenti feuda- 
tari del Reggiano, tutti del partito di Berengario e di quei giorni 



(1) Bouquet — Berunt Gallic. Scriptore» IX. 708-9. 

(2) ScHiAPA-RELLi — 1 diplomi dì Berengario I. 425 e 27. 

.Arch. JStor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. l-II. 10 



146 GlUSEFl'ii: i'uCCUETTlNU 

in armi contro il partito di Guido di Spoleto, che nell' Emilia 
lacevajlcapo a Wigbodo vescovo di Parma. 

Dall'atto^di Berengario risulta cbe le suppliche di Angel- 
berga furono portate al trono di Berengario dai vescovi Ada- 
lardo e Antonio e dal Marchese Walfredo, quel Walt'redo di 
cai altrove dicemmo, e che qui basterà che ricordiamo essere 
quello stesso nominato nel Panegirico di Berengario (Ij tra i 
partigiani di lui nella lotta contro Guido di Spoleto. Berengario 
l'aveva fatto Marchese del Friuli, titolo che poi gli fu confermato 
da Arnolfo, poco prima che morisse (morì a Verona l'anno 896) 
essendo passato dalla parte di Arnolfo come Berengario stesso.. 

Nel i^uo atto Berengario usa verso Angelberga i termini 
più rispettosi, dicendolo serenissima imperatrix, gloriosa, excel- 
lentissima, nel quale tratto non solo ci si deve vedere un ricordo 
della tenue parentela che legava Berengario ad Angelberga, o- 
dell'antica potenza di lei, ma anche e sopratutto, il desiderio 
di avere l'appoggio dell'influentissima vecchia Augusta, pei suoi 
discutibili diritti alla corona d'Italia e dell'Impero. 

Di quei giorni Angelberga era verisimilmente nel suo Mo- 
nastero di Piacenza, quando fu alla Trebbia il primo scontro 
fra Berengario e Guido di Spoleto. 

Ignoriamo però com'ella si sia trovata in quei frangenti, 
perchè la guerra si fece sentire con i suoi orrori proprio nei 
dintorni di Piacenza : e là specialmente si videro bella horribilìa 
cladesque nefandissimasj di cui si parla nell' Atto di elezione di 
Guido di Spoleto a re d'Italia (2). 

XX. 

SOMMARIO. — La casa spoletina — Arnolfo di Carinzia — Morte dt 
Angelberga. 

Rimasto vincitore, Guido di Spoleto, entrò in Piacenza: ma 
noi non sappiamo se Angelberga in quella occasione si piegasse- 
al partito di lui. Non sono giunti a noi diplomi di conferma da 
parte di Guido ad Angelberga, com' ella li aveva richiesti ad 
altri spvrani, e segnatamente a Berengario, e poco di poi ne 
richiedeva ad Arnolfo: ne accenno ad essi trovasi in posteriori 
diplomi, che sogliono ricordare le precedenti conferme. Sicché 



(1) Muratori — K. I. SS. IP 392. 

(2) id. ih. Ilb p. I. 



l'imperatrice angelberga . 14T 

possiamo ritenere che non ce ne siano stati. Del resto basterà 
ricordare che neanche in addietro tra Angelberga e gli Spole- 
tini c'era mai stato buon sangue; e sopratutto occorrerà ricor- 
dare che moglie di Guido di Spoleto era la longobarda Agel- 
trude, figlia di quell'Adelchi principe di Benevento, che diciotta 
anni prima aveva osato ribellarsi a Ludovico II e ad Angelberga 
e assalirli, spogliarli e tenerli prigionieri per varie settimane. 
Come potevano andare daccordo e non odiarsi quelle due longo- 
barde, che avevano ai vecchi rancori di razza esistiti tra i 
longobardi del nord e quelli del sud aggiunto nuove ragioni di 
odio e amarezze di ricordi personali? 

Tuttavia non abbiamo nemmeno notizie di offese e danni 
tatti da Guido di Spoleto ad Angelberga. Forse anche a lui pre- 
meva, come a Berengario, tenersi amica quella donna ancora 
così potente dalla sua cella monacale ; torse parlò ih favore di 
Angelberga il suo antico amico Wigbodo di Parma, non mai 
fatto interamente nemico, per quanto da una decina d'anni fosse 
sempre in opposto partito e ordine di idee politiche : e Wigbodo 
allora aveva grande influenza sullo Spoletino, tanto che prima 
della incoronazione imperiale a Koma Guido nominava Wigbodo 
suo arcicapellano e consigliere. 

Ma se anche Wigbodo si riconciliò in quella occasione con 
la vecchia amica, non influì su lei in modo da farle cambiare 
partito. Difatti, mentre molti dello stesso partito di Berengario 
passavano dalla parte di Guido, Angelberga imitava Berengario 
e com' egli aveva nel nov. dell' 888 riconosciuta 1' alta sovranità 
di Arnolfo re di Germania, così anch' ella ricorse ad Arnolfo 
per chiedergli la conferma di tutti i suoi beni. E poiché presso 
Arnolfo di que giorni già si trovava Ermengarda, la vedova di 
Bosoue, a sostenervi i diritti del figlio suo Ludovico, Angel- 
berga si servì di lei per la sua bisogna: tanto più che Ermen- 
garda era cognata di Arnolfo. 

Arnolfo l'accontentò e, chiamandola sua nipote, le diede 
con suo atto del 12 giugno 889, conferma di tutti i suoi beni, e 
segnatamente di Monastero nuovo del Bresciano, dei Monasteri 
di S. Marino, di S. Tommaso e di Kegina nel Pavese, di Cotrebbia 
e Sparovaria nel Piacentino, di Villa Fagida nel Lodigiano, di. 
Masino, Locamo, Sesto e altri luoghi in altri comitati del 
Regno (1). 



(1) Benassi, 0. e, 190 e 195, Cod. dipi. lang. 573 — Campi, o: c, 
I 471 — Poggiali, o c, III 66 — Bòhmer, o. c , I 1816. 



148 GIUSEPPE POOHBTTINO 

Il Muratori ritiene che Angelberga ottenesse da Arnolfo 
quella couferiiia dei suoi beni, presentendo o temendo che Ar- 
nolfo re di Germania, meditasse di impadronirsi del Regno d'I- 
talia ed anche l'Affò è di questa idea, poiché scrive ; « credendo 
« forse Angelberga di far bel colpo con essere la prima a rico- 
« noscerlo, etc. » (1) Essi non pensano che l' alta sovranità 
sull' Italia era stata riconosciuta da Berengario al nuovo re te- 
desco, e Angelberga non taceva che uniformarsi all' atto del 
vero re d' Italia. 

Non era un mistero che il bastardo principe di Oarinzia che 
diveniva ogni dì più potente, un po' per la fortuna, un po' per 
l'audacia sua, un po' per le rovinose discordie degli altri, avan- 
zava pretensioni su tutta la monarchia di Carlo Masino, che an- 
cora una volta era stata raccolta nelle deboli mani di Carlo il 
G-roHSO. Da questo punto piti nulla si sa di Angelberga. 

È dubbio l' anno della morte di Angelberga. Il Wion, il 
Campi e il Bacchini la fanno vivere sino al 915. 

Stando a un diploma citato dal Bohmer (3) ella sarebbe 
stata ancor viva e badessa di S. Sisto nel dicembre dell' 895, e 
con lei avrebbe conversato Arnolfo « dum ad limina Beatorum 
Apostolorum Petri et Pauli reverteremus et Placentiam ad Mo- 
nasterium S. Resurrectionis divertiremus etc. ». Il Poggiali segue 
l'opinione del Bohmer. Ma nel suddetto diploma si deve leggere 
non Angelberga, ma Adelberga : ed è quella stessa Adelberga a 
<3ui, come a badessa di S. Sisto, Arnolfo di recente coronato 
imperatore, con due diplomi da Roma faceva conferma di tutte 
le donazioni ed esenzioni sino a quel giorno godute dal Mona- 
stero di S. Sisto cui prendeva sotto la sua alta protezione. 
Poiché le precedenti conferme erano state fatte da Arnolfo 
come semplice re d' Italia, si rendeva, se non necessaria, certo 
conveniente una nuova conferma imperiale (4). 

Secondo me, Angelberga morì nell' 890. Quell' anno infatti 
Ermengarda, di lei figlia ed erede, confermò alla badessa Scom- 
burga di S. Sisto tutti i beni che la madre Angelberga aveva 
donati a quel monastero (S), Ma una tale conferma non sarebbe 
stata necessaria se Angelberga fosse stata ancor viva; la cosa 
invece si spiega e torna logica se Angelberga era morta, perchè 



(1) MoRATORi, an. ad a. 889 — Affò, Storia di Guastalla I 42. 

(2) Bohmer, o. c, I 1863. 

(3) Campi, 0. e, I 476. 

(4) Muratori, Ant. II. I 368. 



l'imperatrice angelberga 149 

Ermengarda, erede tìi tutti i beni materni, veniva allora ad 
avere Paltò dominio anche sui beni dati in usufrutto da Angel- 
berga al Monastero di S. Sisto. 

E se si fosse letto attentamente quel documento ci si sarebbe 
trovato addirittura la prova che allora Angelberga era già morta. 

Dice infatti Ermengarda di fare quella conferma « prò reme- 
« dium animae meae vel quondam augustorum genitor et geni- 
« tricis meae ». È inutile anche discutere in qual luogo sia morta, 
se in Brescia o in Piacenza, cioè nel monastero del S. Salvatore 
o in quel di S. Sisto, che può esser morta in tutt'altro luogo. 

Sappiamo infatti che eran di sua appartenenza parecchi 
altri Monasteri, e può darsi che in qualcuno di essi, lontano 
dai bellici tumulti avesse cercato quiete e sicurezza. 

Dove sia stata seppellita a noi sfugge. Certo non fu sep- 
pellita in nessuno dei suoi due prediletti monasteri di S. Salvatore 
di Brescia e di S. Sisto di Piacenza, perchè per quante volte nei 
documenti di quei due monasteri si accenni alle donazioni generose 
di lei, non si accenna mai eh' ella vi avesse l' eterno riposo. 

Tuttavia il Campi, seguendo il Wion, che è tutt' altro che 
degno di fede, fatta morire Angelberga a 83 anni circa e 
nel 915 (!) sul Piacentino, quale badessa di S. Sisto, assi- 
cura che le sue ossa furono sepolte in Piacenza in un avello che 
scomparve verso il 1500 (1). Si dovette se mai trattare di un sarcofago 
vuoto. Meglio fecero i PP. Cassinesi che si limitarono nel 1617 
ad erigere in S. Sisto ad Angelberga questa semplice lapide : (2) 

Engilbergae Augustae Hliidovici Germaniae I 
Hludovici Pii Augusti Dcp Karoli Magni 
Aug. Pronep. Hludovici Au/jt. Coniugi 
quod Deo dicata Aedem et Coenobium extrudit 
multisque sanctorura corporibus atque 
amplissimis fundis dixtavit. 

Il ricordo di Angelberga, specialmente come fondatrice del Mo- 
nastero di S. Sisto in Piacenza,- durò a lungo, e la riverenza verso 
la memoria di lei assunse in secoli lontani quasi l'aspetto di un culto. 

Per noi e per la storia politica, Angelberga resta sempre 
una singolarissima figura di donna e di sovrana, che della sua 
multiforme attività ha riempito, dominandolo, mezzo secolo, quel 
sec. IX che fu tra i più vari e tempestosi della storia italiana (3). 

Prof. Giuseppe Poohettino. 



(1) Campi, o c, I 220 e 240. 

(2) )d. ib. 250 e 251. 

(3) Romano, o. c, 561 n. 4. 




" La Bragania „ ^" 



LCUNB perdamene del Monastero di Morimondo, del 
Monastero di S. Ambrogio e del Monastero Mag- 
giore di Milano (2), cf conservano notizia di un 
contratto medioevale chiamato Bragania. I docu- 
menti che pubblico qui per la prima volta e i pochi già editi, 
non ci permettono di ricavare alcuna notizia precisa ne sulla 
forma né sulla natura di tale contratto. 

Le frasi più comunemente usate sono : « Braganiam facere » 
« Braganiam emere » « Braganiam perdere » « Braganiam ven- 
dere » ; ma sono espressioni troppo vaghe, con le quali si allude 
certamente a un diritto acquisito sopra beni immobili, e deri- 
vante da un rapporto giuridico che le parti avevano conchiuso 
tra di loro: sotto il nomen iuris si sottintende, certo, il suo 
xjontenuto. 

Ma se tale è il senso che ricaviamo dall'esame dei documenti, 
ben poco sappiamo in che cosa la « Bragania » consista, e in 
•quali casi venisse usata. 

Per quante ricerche io abbia fatto, non sono riuscito a 
trovare una spiegazione precisa ; per cui le conclusioni, che qui 
presento, potranno essere per altri di guida a ulteriori e più 
fortunate indagini, 

Intanto premetto che nessun lessico, per quanti ne abbia 
consultati, dà del vocabolo Bragania una spiegazione esauriente, 
chiara, completa. Così che, per formarmi un concetto ch'io ri- 



(1) Sento il dovere di ringraziare l'illustre Sen. Prof. Schupfer che 
mi fu largo di aiuti e di preziosi consigli, e il comm. avv. Biscaro il 
prof. A. Solmi; il Dott. Mazzi j l' ing. prof. Monneret de Villard, 
per le notizie, le indicazioni che mi li inno dato, facilitandomi le 
ricerche. 

(2) Vedansi i documenti inediti che pubblico in fondo al presente 
saggio. 



« LA BRAGANIA » 151 

tengo rispondente al vero, ho dovuto allargare il campo delle 
indagini, e giungere alle conclusioni che qui espongo, attraverso 
un'esame comparativo di fonti diverse. 

Come ho detto, in nessun lessico ho trovato elencata la parola 
« Bragania », quale noi l'abbiamo nei documenti lombardi. Il Du 
Gange (1), registra voci che nel suono e n«l significato forse hanno 
un senso di affinità, e per questo ritengo utile di richiamarle. C'è 
una radicale unica che ha subito metatesi e trasformazioni; ma 
questo ha per noi scarso valore. Sotto il verbo Barganiare il 
Du Gange nota molti passi di Leggi, dai quali risulta che il 
verbo altro non vuol dire che mercanteggiare ; contrattare. 

Basterà citare il passo della Legge di Garlo II conosciuta 
sotto il nome di Edictum Carisiacense. — Constitiitio de Moneta (2). 

« Missus Eeipubbicae provideat ut, si non invenerit illum 
« denarium merum, et bene pensatum, ut cambiare illum mer- 
« canti iubeat. Si autem illum denarium bonum invenerit, con- 

>■« sideret aetatem et infìrmitatem et sexum hominis, quia et 
« feminae harcaniare solent, et aut ictibus, prout videbit com- 
k< petere, aut minutis virgis.... casti get ». 
' Altri esempi si ricavano dalle leggi di Etelredo, di Edoardo 
il Confessore; ma è, inutile riportare altri passi che hanno per 
noi scarso interesse. 
Fra i diritti regi, presso i re franchi, insieme col pulveratico, 
col ripatico, troviamo pure il harganatico, che non si sa bene 
in che cosa consistesse (4), mentre degli altri diritti possiamo 
are spiegazioni sicure. 

Pipino concede al Monastico Prumiense (5) « prò utilitate 

;•« vel stipendia monacborum in quacumque civitate vel porto 

negotiandi perrexerint nullo teloneo, vel barganatico ncque 



(1) Du Gange, Glossario. Alle voci Barganiare e Barganaticus. 

(2) M. G. H. Legum, voi I. pag. 477. 

(3) Cr. Solmi, Manuale di storia del Diritto Italiano, II. ediz. Mi- 
lano Soc. Ed. Libraria 1918 pag. 225 e seg. 

(4; Difarto le maggiori opere non ne parlano che di sfuggita, ricor- 
daado solo il nome. Cfr. : Fustel de Coulanges, Histoire des Institutions 
jPoUtiques de V Ancienne france. Le monarchie Fran^aise; Flach, Les ori- 
gines de Vancienne France; Fertile, Storia del Diritto Italiano. Voi. I. II. 

In Italia troviamo il FarciwaiicM'm, - id est animalia quaeexigeban- 
tur ad raensain principis ducatus Spoletanus. Cfr. Muratori, RR. I. SS. 
Tom. I. part. II. p. 369, col. 2 B. 

(5j M. G. H., Diplomatum Karolingorum Tom. I. Doc. 19, pag. 28. 



152 UGO BASSANI 

« ex navali remigio neque saumariis vel de carrali evectione- 
« solvere nec reddere debeant ». 

Il Du Gange, da questo passo, ricava la sua conclusione e 
afterma che il Barganatico era un tributo che si pagava per le 
merci che si commerciavano sui mercati e trasportate con barche. 
— E scrive a questo proposito : « pòtius derivarium Barganaticum 
« a Barga quam a Barganiare, ita ut sit tributum ex Bargis 
« exsolutum ». 

Il Du Gange confonde due radicali che vanno tenute net- 
tamente distinte come vedremo più avanti. L' interpretazione 
del Du Gange è, a mio modo di vedere, confutata dagli stessi 
documenti carolingi. Difatti nel Documento fi) col quale Garlo 
Magno conferma nel 769 a Fulrado, abbate del Monastero di 
S. Dionigi l'esenzione di tutti i diritti regi precedentemente 
concessi dai re franchi, esonera il Monastero dal pagamento 
dei pedaggi : « et etiam homines », dice il documento « qui 
« super eorum terras commanere videntur, nec in eorum villas 
« vel agros nec de homines qui ad foras in eorum villas ad ne- 
« gotiandum, vel vino comparando adveniunt, nullo teloneo, vel 
« barganatico, nec rotatico nec pontatico, nec cispetatico nec 
« pulveratico nec salutatico, nec mutatico^ » 

E ancora Garlomagno (2) riconferma nel 771 al Monastero- 
di S. Dionigi il diritto di esigere il teloneo « infra pagum Pa- 
risiensis » e cioè : « rotaticos, pontaticos, vultaticos, portaticos 
« et ceteros teloneos ac barganaticos ». 

Il 14 Marzo 775 Garlo Magno (3), riconferma al Monastero 
di S. Dionigi i medesimi diritti più sopra concessi da Pipino, 
e con le stesse parole. 

Nello stesso marzo 775 (4) Garlo Magno conferma al Mo- 
nastero di Flavigny l'esenzione dei pedaggi : « ut nullum telo- 
« neum dare non debeant in civitatibus mercatis vicis villis- 
« pontis portubus nec ipsi monachi seu negotiantes eorum et ho- 
« miues eorum, qui per ipsam causam sperare videntur, nec, 
« teloneum nec pontaticum nec rotaticum nec barganaticum nec 
« pulveraticum nec mutaticum nec ripaticum ». 



(1);m. G. H., ojp. cit. Doc. 46, pag. 66. 

(2) M. G. H^ op. cit. Doc. 88, pag. 128. 

(3) M. G. H., op. cit. Doc. 93, pag. 134. 
Si noti che questo documento ripete quasi integralmente le parole- \ 

usate nel documento di Re Pipino citato a n. 5. 

(4) M. G. H., op^ cit.. Doc, 96, pag.. 138.. 



ì 



« LA. BRAGANIA » 155 

Dai quali documenti risulta che il barganaticus o hragana- 
ticus non ha nulla a che vedere con la parola barga ; ma deriva 
appunto da barganiare, contrariamente a quanto credeva il 
Du Gange. 

Perchè il barganaticus derivasse da barga, bisognerebbe 
vedere se il balzello, si pagava solo per le merci trasportate 
con barche o non piuttosto, come io credo, e come appare dai 
documenti, era un diritto generico che si esigeva su tutti i con- 
tratti che si compivano nei mercati. 

Il Mussafia (1) fa corrispondere il verbo « braganare » al 
tedesco « Feilschen » che significa appunto mercanteggiare (2). 

E da barga (che vupl dire barca) e da braga sono discese 
parole ben differenti. Abbiamo infatti bragagna (3) che è una 
barca destinata alla pesca in mare , e bragagnar che vuol 
dire tastare, palpare; bragagnar e bragolar, che significano bran- 
cicare prendere in mano, come si fa degli oggetti posti in ven- 
dita e infine bràgolo che è il mercato (4). 

Kella lingua francese è rimasto poi barguigner che si traduce 
col nostro contrattare. 

Le connessione con barga non mi pare possibile, per la^ 
stessa ragione che dà il Mussafia, e cioè alcuni vocaboli deri- 
vino dalla voce barga^ gli altri dalla radice branca (5). 

Nella lingua italiana infine sono rimaste in verbo bargagnar& 
e la parola bargnano (6) nel senso preciso di pratica, trattato. 

Di due altre forme che affini devo occuparmi prima di pas- 
sare all'esame dei documenti lombardi. 



(1) Mussafia, Beitrng sur kunde der nordenitaLienischen mundarten 
im XV Jahrhunderte^ in Memorie dell'Accademia di Vienna, Classe di 
Filologia, 1873 pag. 103. 

(2> Mkjer LiÌBKE, Bomaniches etimologisches Worterbueh - num. 1220- 
cfr. anche Tobler, Zeitschrift fiir romanische Philoloyie IX. pag. 325., 

(3) DiEZ Worterbueh der romanische Sprache J. voce bargagno. 

(4) Cfr. Mussafia op. cit. 

(5) Mussafia, Così con chiude il suo breve studio: 

« Wenn letzeres der Fall, ist so hat man welter zu fragen : welche 
« Bedeutung war dei urspriingliche ? Erwiigt mann alten Bragolar 
« (bei Boerio) « Fischen », das mit barca zusammenhàngen kònnte, 
« danu das oben erwàhnte hrdgolo. So wird sich noht « eilclien » ala 
« die ursprunjiiche Bedeutung erweisen. Handelt es sich endlich um 
4t wei vorschifedene Wòrter, woher das zwete? Zu branca kònnte es- 
wegen des Feblenden n mer schwergestellt werden. 

(6) Tommaseo Bellini, Dizionario della Lingua Italiana, alla voce,. 



J.54 UGO BA88ANI 

Le leggi spagnole (1) hanno il termine harragagna nel Benso 
■di concubinato, concubina. In origine la barragagna altro non 
•era che un rapporto di semplice amicizia, poi passò a significare 
il puro e semplice accordo fra persone di diverso sesso. 

Infine le leggi inglesi (2) ci conservano la formula « bargain 
and sale » per il passaggio di beni immobili. Uno dei modi di 
trasferimento della proprietà immobiliare avveniva in forza della 
legge stessa che stabiliva, che chi aveva contratto un'ipoteca 
sulle terre di sua proprietà, ne veniva spogliato se il debito 
ipotecario non era pagato. Elemento essenziale per l'efficacia 
del contratto e quindi del trapasso di proprietà era che si trat- 
tasse di un prestito effettivo in confanti che trasferisse il titolo 
legale sulle terre 

Ora un trapasso analogo e per causa simile veniva fatto, 
senza pagamento effettivo, a un parente del venditore, ed era 
noto come inatto conchiuso ad uso esclusivo di quest' ultimo. 
Questo patto era basato sopra vincolo di sangue o di affe- 
zione, ed era tenuto distinto da quello fatto in base a un pre- 
stito effettivo. Si deve a queste forme di passaggio della pro- 
prietà, che non erano i soli metodi con i quali avveniva la 
cessione delle terre, la credenza erronea che una cessione di terre 
non fatta a un parente di chi fa la cessione, richiedesse sempre 
un pagamento in danaro. Ma l'antica cessione per donazione e 
il trasferimento moderno per cessione, sono stati sempre efficaci 
senza un compenso effettivo o fìnto. Per evitare la registrazione 
di tin contratto (bargain) e vendita (sale) voluto dallo Statuto 
delle Registrazioni, fu inventato l'atto moderno di affitto e ces- 
sione, il quale era effettivamente contratto e vendita, delle terre 
da trasferire per un anno, seguito poi in una cessione o abban- 
dono dei diritti da parte del venditore del terreno di cui era 
proprietario. 

In questa forma la cessione per contratto e vendita divenne 
il titolo comune di trasferimento di proprietà sulle terre in In- 
ghilterra, per trecento anni fino alle leggi stabilite nell'ultimo 
secolo che stabilivano gli atti ora in uso. 



(1) Ensayo historico critico sobre la legislacion II, ed. Madrid 1834 
tom. I. pag. 262. 

Siete Fartidas, IV 15. La Legge 7 del tit. V. Libro III. usa la pa- 
<xola baragana nel senso di concubina. 

(2) Blackstone, Commentaires on the Laws of. Bngland, London 
^892 j Williams, Principles on the Laivs of. Beai Property^ Boston 3904 



« LA BRA.GANIA » 155 

Da questa prima parte risulta chiaramente come nel termine 
hragania, che troviamo nei documenti lombardi, il concetto di 
xìontratto intorno a una cosa sia fuori di discussione. Vedremo 
poi, come io spiego la natura e la forma di questo contratto. 

Citerò, prima di occuparmi direttamente e specialmente dei 
documenti lombardi alcune definizioni che danno il Bonomi e 
il Oossa, definizioni tratte appunto dall'esame dei documenti 
che pubblico in fondo. 

Dice il Bonomi nel Glossario che egli pone in fondo al Carta- 
rio del Monastero di Morimondo : (l). « Contractus ergo Bragania 
« videtur, rerum immohilium stipulatus veluti admodum pignoris, 
« nundum per scriptum completus ». 

E nel glossario del Cartario (Jel Monastero Maggiore (2) spiega- 
la frase « hraganiam facere » con « negotium facere a TzodiyixoL ». 

Mentre la prima definizione, come vedremo dopo, per quanto 
difettosa troppo unilaterale è quella che piìi si avvicina al vero, 
la seconda non ha un senso preciso ; non si sa cosa voglia dire. 

Infine riporterò la definizione che dà il Cossa (3) nel suo 
Dizionario manoscritto che trovasi all'Archivio di Stato. Dopo 
aver esaminato alcuni dei documenti che formano oggetto del 
presente studio, scrive : 

« Sembrami poter concJiiudere che Bragania significasse patto, 
« divisione e simili ». All'ipotesi del Cossa accede senz' altro il 
Manaresi nel suo recente volume sugli « Atti del Comune di Mi- 
lano >. Ma, come ognuno vede, anche le tre definizioni che abbiamo 
sui documenti Lombardi, non studiano la forma e la natura del 
contratto ; si fermano alle apparenze dicono vagamente di che 
si tratta, e in modo troppo generico. Motivo per cui ritengo 
necessario prima di avanzare là mia ipotesi, di esaminare ad 
uno, ad uno e in ordine cronologico, i documenti lombardi editi 
e inediti che sono riuscito a rintracciare. 

Comincio con l'osservare che i documenti finora conosciuti 
e che conservano il termine Bragania sono pochi, e tutti an- 
teriori al Secolo XIII. Era dunque la Bragania una forma di con- 



ci) Bonomi, Tabul morim. exempl. pag. 684 - Mss. in Bihì. Braidense 
A. Ei XV - 36. 

(2) Bonomi, Monumenta Parthen. pag. 442. Mss. in Bibl. Braidense 
A. E. XV - 16. 

(3) CossA_, Dizion. Mauoscritto in Arch. 8t. Mil. - Cfr. Manaresi - Gli 
atti del Comune di Milano fino alVanno 1216 - pag. 71 - nota. 



156 UGO BASSA NI 

tratto poco usata e che andava scomparendo, vuoi che non ri- 
spondesse più alle nuove e più precise forme del concetto di 
obbligazione, vuoi che fosse d'impaccio ad un più libero e più 
sicuro trapasso della proprietà terriera. Un'ultima osservazione 
che ha pure il suo valore ritengo opportuno di tare ; ed è che 
tutti quelli che cedono o vendono la bragania dichiarano di 
professare legge longobarda. 

Riassumo ora documenti noti in ordine cronologico. Il più 
antico che abbiamo risale al 1098. 

Ariprando (1) figlio del fu Alberto avvocato « de ci vitate 
Mediolani » professante legge longobarda, dichiara in presenza 
di testimoni, di ricevere da Amizone figlio del fu Tebaldo, pure 
di Milano, cinquanta lire di buoni danari « fìnitum precium... 
« prò una portione que est mediatas de illis casis, rebus, ter- 
« ritoriis, iuris mei que fuerunt quondam Johannis Fatataliata 
« cum omnibus honoribus et iutegritatibus ad ipsa mea portione 
« que t'uit de bragania ipsius quondam Johannis et prò medie- 
« tate de una portione que est medietas de una alia bragania 
« que fuit de filiis Simeonis de loco Bexate reiacentes ipsas 
« duas braganias in loco et fundo Fara, tam infra castrum 

« ipsius loci, quam et foris castro cum omni prato, et pa- 

« squo et honore sen conditione pertinentibus ad predictas por- 
« tiones suprascriptarum braganie in integrum ». 

Kello stesso mese Amizone (2) lascia per testamento metà 
della possessione acquistata con l'atto precedente ad Ariprando 
ed a sua moglie Sania. 

Il Lupi nel suo Codice Diplomatico di Bergamo (3), rias- 
sume un documento dell'anno 1107 nel quale Attone Avvocato 
figlio, del fu Guarnerio di Sovizzo, insieme con una donna, ven- 
dono a tale Bonate, per lire centonovantanove, tutte le cose che 
avevano « de mercatione et bragania Henrici Comitis in loco 
« et fundo Lemene... (Almenno) » e inoltre vendono « omnes res 
« in fundo Lemene que fuerunt de bragania liberti de la Grotta, 
« ci vitati s Pergami > . 

Nell'anno 1120 f4) a Brenta di Yalcuvia, Ardicione e Guido 



(1) V. Documento I. 

(2) V. Documento li. 

(3) Lupi, Cod. Dipi. Bergom. Voi. II. col. 877. 

(4) BiSCARO, Le origini della Signoria, della Chiesa metropolitana 
di Milano, sulle valli di Blenio, Levantina e Riviera nelValto Ticino 
ìd Bollett. 8tor. della Svizzera Italiana. Anno XXXII 1910 pag. 32 e 
8gg. Doc. IL A. e B. 



« LA BRAGANIA » 157 

da Samarate cedono per il prezzo di lire quattrocento agli Or- 
dinari e ai cento Preti Decumani della Gbiesa Milanese il Li- 
vello « iuris Sancti Ambrosi » che tenevano jjer concessione di 
Ottone Manzo e suoi agnati, nel terrirorio della Pieve di Biasca 
e nella Corte di Claro. Nell'acquisto gli Ordinari contribuiscono 
per due quinti del prezzo, i Decumani, per gli altri tre quinti. 
Contemporaneamente, ma con altro atto, i predetti Ardicione 
e Guido da Samarate cedono per il prezzo di lire settantasei 
agli Ordinari e ai cento Preti Decumani non si sa bene che 
cosa, perchè la pergamena è illeggibile; cedono insomma un di- 
ritto sopra le terre della Pieve di Biasca e della Corte di Claro 
loro pervenuta da parte di Ottone Manzo e suoi agnati per 
braganiam. 

Nel 1129 (1) Wiberto figlio del fu Liprando detto Stampa 
di Milano professante Legge Longobarda, dichiara di ricevere 
da Azone figlio di Lanfranco tre lire Milanesi e soldi nove, 
prezzo stabilito per la vendita di case e terre situate in Vi- 
modrone. Queste terre « coerent a mane et meridie et sero tuo' 
« qui supra Azoni emtori meo, a monte via. Omnia et in omni- 
« bus sicut ipse res et iamdictus campus inveniri potueriut et 
« suprascriptus quondam Liprandus genitor meus in ipsis locis 
« habebat Ì7i die Illa quando de predictis rebus tecum braganiam 
« fecit in integrum, per hanc cartam et prò suprascripto pretio 
« in presenti maneant venditione ». 

Nel 1133 (2), Pietro figlio del fu Anselmo detto Cane, di 
Milano, concede ai suoi due fratelli germani, Lanfranco e Gio- 
vanni, « ad habendum seu censum reddendum libellari o nomine 
« usque ad annos viginti et novem expletos et deinde in antea 
« usque in perpetuum idest suam portionem que est tertia pars 
« de supertotum de omnibus casis et rebus territoriis et decima 
« reiacentibus in loco et fundo Aroxio... » dietro un corrispettivo 
di due buoni denari, da pagarsi a S. Martino. Ma il livello 
simula una fìnta vendita perchè subito dopo Pietro dichiara di 
ricevere « prò hoc libello » 313 lire d'argento. — E seguita il 
•documento. 

« Et insuper ibi statim preseutibus ipsis testibus promissio- 
nem et investituram fecit ipse Petrus in Domina Margarita, 
Abbatissa Monasteri Sancti Maurici quod dicitur Maina de 



(1) V. Documento III. 

(2) V. Documento IV. 



158 U(io JiASSAM 

« oinrii ilio iuri et uso actione quod arnodo in antea iiertinuerit 
« ei ab requirendum per emptiouem in iam dieta sua portione 
« predictarum omnium rerum, sive in portionibus ipsorum Lan- 
« franchi et Johanuis germanorum de loco Aroxio de quibus 
« feceruìU braganiam cum iam dieta abbatissa ad partem eius 
« Monasteri "et in tali tenore fecit eandem investituraiii in iaia 
« dieta Abbatissa ad partem ipsius Monasterii usque in penna 
« librarum duocentum ». 

E in realtà il Monastero acquista nel 1134 l'insieme dei 
beni per la somma di L. 939 d'argento. Il contratto è duplice: 
dapprima il Monastero ottiene i fondi a titolo di livello, obbli- 
gandosi di pagare ogni anno, a S. Martino, due danari d'argento, 
quindi con una seconda scrittura, stesa nello stesso giorno, si 
redime dall'obbligo, mediante il « launechild » di una « man- 
struca » e di lire 939 prezzo reale dei terreni acquistati (1). 

Nel 1161 (2) Mesto Burro figlio del fu Tigone di Milano 
professante legge Longobarda, quale tutore di Jacobino figlio 
del fu Enrico, dichiara di vendere a Pietro prete « ofiìtiale ec- 
« clesie Sancti Petri que dicitur in campo laudensi » per ven- 
ticinque lire di buoni danari milanesi, prezzo stabilito per tutte 
le case e terre proprie o livellarle che furono dei defunti ger- 
mani Musso e Enrico figlio del defunto Martino Burro di Mi- 
lano, e ciò allo scopo di pagare le passività lasciate da Enrico. 
Dopo aver elencato quanto intende di vendere o conservare, 
dopo le solite formule di promessa, di rinuncia, di risarcimento 
di danni in caso di inadempienza delle clausole stabilite il do- 
cumento dice chiaramente così:... « defeusare et guarentare 
« eadem vendita ab omni alia persona cum iure et ratione ut ven- 
« ditor emptori, et libera ab omni ficto. Et si ipsa ecclesia per- 
« diderit unquam ipsam braganiam per succesionem prò equali 
« pretio secundum usum parentum, quod tunc ipse Mustus ve! 
« eius heredes dabit, eidem ecclesie ad unum mensem proximum, 
« post quam ipsa bragania fuerit perdita.... ». 

Ora che abbiamo esposto, con una certa ampiezza, tutte le 
fonti di cui disponiamo, vediamo di concludere. 



(1) Ho trascritto solo quella parte del Documento che aveva diretto 
interesse per il mio saggio, tralasciando il resto. — Cfr. Seregni, Del 
luogo di Arosio e de' suoi Statuti nei sec. XII - XIII. - Estratto dalla 
Miscellanea di Storia Italiana. L. IH. - T. Vili - pag. 7 e s^g. 

(2) Manaresi, Gli Atti del Comune di Milano fino alVanno 1216. 
Milano 1920, pag. 70, Doc. XLIX. 



« LA BRAGANIA » 15^" 

Nei documenti lombardi la Bragania si presenta sotto vari 
aspetti; ma se nel caso nostro si riferisce sempre a beni immobili, 
non dobbiamo per questo inferire che sia sempre e soltanto un 
patto conchiuso per beni immobili. Che non sia un vero e proprio 
contratto è evidente perchè nei secoli XI e XII i veri contratti 
si presentavano circondati di forma, e la bragania non abbisogna 
di un vero e proprio istrumento, e tanto meno poi è un con- 
tratto reale. 

I contratti medievoli, oramai bene conosciuti nelle origini, nel 
loro svolgimento storico, nelle loro forme, appaiono definiti e pre- 
cisi. Il livello, la precaria, il pastinato, 1^ parzionaria, la parziaria, 
1' enfiteusi, la colonia, la masseria ecc., derivano il loro nome 
e l'entità giuridica dalla forma con cui sono stipulati, o hanno 
un determinato contenuto: alcuni, come il livello e la precaria 
sono contratti formali, gli altri invece, reali (1). Xella bragania 
basta il consenso, e nessun documento ci ricorda un contratto 
particolare di tal nome. 

La bragania è dunque una forma volgare di patto, comune 
nel popolo (2) e che è andato lentamente scomparendo, quando 
il diritto assunse forme correnti e precise, e i rapporti giuridici 
si sono codificati con norme stabili : infatti non si hanno tracce 
dopo il secolo XII. Tali contratti poggianti unicamente sul con- 
senso di semplici promesse verbali, mancavano di sanzioni penali 
contro i trasgressori, di disposizioni codificate o consentudinarie 
che li regolassero. 

Restava in vita difatto negli usi volgari, (3) la convenientia 
stantia che secondo il parere dello Schupfer (4), è il contratto 
consensuale del diritto longobardo, o secondo quello del Besta (5) 
è contratto formale, solo in quanto la forma è data dalla presenza 
dei testimoni. E alla Stantia io accosterei la Bragania nostra, 
e ciò spiegherebbe piti fatti : 

1. perchè il consenso potesse bastare. 



(1) Volpe, Per la storia giuridica ed economica del M. E. - in St, 
Storici. Voi. XIV. pag. 145 e sgg. 

(2) PiVANO, 1 Contratti Agrari nelValto M, E. - pag. 52. Torino- 
Unione Tipografica Torinese 1904. 

(3) Solmi, op. cit. pag. 47 e sgg. 

(4) Schupfer, Dir. priv. dei pop. germ. - III. pag. 238 e Bgg. Roma 
1909. 

(5) Besta, La Persistenza del Dir. volgare. - pag. 18. 



160 UGO BASSA NI 

2. perchè la hragania veniva spesso aggiunta a un contratto 
p. es. le Ooiiipraveudita. 

3. perchè potesse riferirsi a cose diverse. 

E a questo proposito conviene notare che sotto una termino- 
logia pressoché unica troviamo che in Inghilterra è la formula di 
trapasso dei beni immobili, in Italia ora significa promessa ver- 
bale, precedente al contratto formale ; ora importa persino un di- 
ritto reale, e in certo qual modo si incorpora col fondo soggetto ; 
ora infine pegno ipotecario su beni immobili; in Francia è la cosa, 
il negozio da cui si cavava il barganaticus : in Spagna infine, si 
riferisce al concubinato, cioè a un contratto non tutelato dalla 
legge. In queste varie derivazioni rimangono fermi due concetti : 
il principale e fondamentale quello di cosa contrattata ; e il se- 
condario, non nelle forme legali, ma in maniera affatto privata. 

Si noti ancora che i patti nel M. E. non producevano 
solamente un'obbligazione naturale. Così era secondo il D. K. 
Ma neppure il D. R. aveva circoscritto il patto entro questi 
limiti. I pacta adiecta (1) per es. hanno ,il carattere di « non ès- 
« sere convenzioni principali autonome, ma di essere al contrario 
« convenzioni concluse dalla parte per modificare un accordo 
« principale di cui sono satelliti, accessori : » e l'efficacia di 
questo patto non è sempre stata la stessa; ma col tempo 
furono protetti dalla stessa azione del contratto al quale si 
trovarono aggiunti, e mentre poi il Diritto longobardo finì 
col rivestirli tutti di azione, se non altro per i longobardi e 
questo spiegherebbe come la hragania venisse usata da coloro 
che professavano legge longobarda (2) e per essi avesse un 
reale valore. E i mercanti non devono esser stati malcontenti 
della novità longobarda, se Bartolo e Baldo ci aderivano appunto 
in riguardi del Diritto Commerciale. 

Una tale torma di patto non aveva ragione di esistere 
e scompare : scompare non soltanto come patto in se, ma anche 
come termine, indicante il patto medesimo. Il Diritto volgare 
viene sopraffatto dal Diritto codificato : le consuetudini stesse 
erano scritte e avevano valore di leggi, tutto ciò che rappre- 
sentava un ingombro, era abbandonato nel nuovo ordinamento 



(1) Girard^ Manuale elementare di Dir. Bomano, vere. ital. di C. 
Longo, pag. 611 e sgg. Milano 1909. 

(2) ScnuPFER, Man. di Storia del Dir. Ital. - Le fonti - pag. 7 e s,'gg. 
Città di Castello 1891. 



I 



« LA BRAGANIA » 161 

•del diritto voluto dalle nuove e mutate coscienze dei tempi. E 
auche la Bragania scompare, dirò, per usare un termine preciso 
del nostro codice, per confusione : quelli che avevano braganie, 
patti orali, conchiusi anche in presenza di testimoni, vogliono re- 
golare chiaramente la posizione in un documento scritto e la bra- 
gania scompare, abolita nel contratto stipulato con tutte le forme, 
circondato da tutte le garanzie che il nuovo diritto concedeva. 

Ugo Bassani 
I. 
« 1198 » — Mense di Giugno — in Milano. 
Ariprando figlio del fu Alberto, avvocato della città di Milano, di- 
-chiara di ricevere da Amizone figlio del fu Tebaldo, pure di Milano, la 
^Bomma di lire cinquantacinqiie prezzo stabilito per la parte di beni di 
sua proprietà. 

A. S. M. Atti Pagensi — N. 1048 — Reg. II, N. 749 Reg. Geuer. 

Copia del Sec. XVIII fine in Biblioteca Braidense — A. E. XV ~ 
•36 — Doc. 21, pag. 56. 

(S. T.) Anno ab incarnatione domini nostri lesu Christi milleximo 
•monagesimo octavo mense iunii, indictione sexta : 

Constat me Ariprandum filium quondam Alberti avocato de civi- 
,te Mediolani, qui professus sum lege vivere longobardorum, accepisse 
licuti et in presentia testium manifestus sum quod accepi a te Ami- 
ione filio quondam Tedaldi de eadem civitate argentum denarios bonos 
libras quinquaginta et quinque finitum precium sicut inter nos con- 
venit, prò mea portione que est medietas de illis casis et rebus terri- 
toriis iuris mei que fuerunt quondam Johannis Fatiataliata cum om- 
nibus honoribus et integritatibus ad ipsa mea portione que est medietas 
de una alia bragania ipsius quondam Johannis Fatiataliata cum om- 
nibus honoribus et integritatibus ad ipsa meo portione que est medietas 
de una alia bragania que fuit de fiiiis Simeonis de loco Bexate reia- 
►centes ipsas duas braganias in loco et fungo Fara tam infra castrum 
ipsius loci quam et foris castro et in eius territorio tam sediminis cum 
edifìtiis desuper clausuris catnpis vineis et silvis ac stellareis cum areis 
earum una cum omni prato et pascuo et honore seu conditione perti- 
nentibus ad predictas portiones superius venuiidatas cum superioribus 
et inferioribus seu cum flnibus et accessionibus suis una cum predictis 
honoribus et conditionibus in integrum ab hac die tibi qui supra Ami- 
zoni per liane cartam et prò supra scripto precio vendo, trado et man- 
cipio et facias exinde a presente die tu et cui tu dederis vel abere 
statueris vestrisque heredes iure proprietario nomine quidguid volue- 
ritis sine omni mea. et heredum meorum centra dictione. 

Quidem ^t spondeo atque promitto me ego qui supra Ariprandus 
Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. MI. 11 



162 UGO BAKSANI 

una cum meis heiedìbus tibi qui supra Amizonì et cui tu dederis vel' 
jibere atatuerìs vestrisque heredibus suprascriptas portiones euperiug 
veuuiidatas qualiter snperins legitur in integruin ab omni contradi- 
cente liomine defensare. Quid si defendere non potuerimus vel 8i centra 
hanc cartam vend tionis per quodvis ingenium agere vel cauHari pre- 
su mpserimus tuno in duplum volis restitaamus sicut prò tempore me- 
liorate fuerint vel valuerint sub extimatione quia sic inter nos convenit.. 
Actum euprascripta civitate. 

S. M. Suprascripti Ariprandi qui hanc cartam venditionis ut supra 
fieri rogavit. 

S. M. Algisii et Jobannis seu Marini atque Petri Testium. 

(S. T.) Ego Ardericus notarius sacri palatii scripsi post traditam 
compievi et dedi. 

II. 
« 1098 » — Mese di Giugno — in Milano. 

Amizone, figlio del fu Tebaldo, professante legge longobarda, fa 
testamento col quale lascia a Ariprando e a San ni a, moglie di quest'ul- 
timo, rispettivamente la metà dei beni acquistati con l'atto precedente. 

A. S. M. Atti Pagensi — N. 1048 — Reg. II. N. 749 Reg. Gen.. 



Copia del sec. XVIII fine, in Biblioteca Braidense — A. E. XV — 
36 — Doc. 20, Pag. 56. 

Anno ab incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo n^na- 
gesimo octavo, mense iunii, indictione sexta. 

Ego Amizo, filius quondam Tedaldi de Civitate Mediolani, qui 
professus sum lege vivere longobardorum, presens presentibus dixi ; 
Dominus omnipoteus ac redemptor noster animas quas condidit ad 
studium salutis semper invitat. Et ideo ego qui supra Amizo manife- 
stam facio causam quia odie venundavit mihi per cartam venditionis 
Ariprandus filius quondam Alberti de suprascripta civitate suam por- 
tionem que est medietas iuris sui q uè fuit de hragania Johannis Fa- 
tiataliata et medietatem similiter de una alia sua portione que est me- 
dietas de una alia hragania que fuit de fìliis quondam Simeonis de loco 
Bexate ; reiacentes ipsas braganias in loco et fundo Fara tam infra 
castrum ipsius loci, quam et foris castro et in eius territorio tam sedi- 
minis cum edifitiis desuper clausuris campis pratis vineis, et pratis 
et silvis ac stellareis cum areis earum una cum omnibus lionoribus et 
conditiis ad eis pertinentibus ut supra dictum est in integrum. Ut 
inordinata non reliquam sed sic einde permaneant a presenti et dein- 
ceps qualiter ego hic subter statuero et indicavero prò anime mee 
mercede. Ob hoc primis omnium volo et ludico seu per istud meum 
iudicatum confirmo ut suprascriptas portiones sicut mihi per supra- 
scriptam cartam venditionis advenerunt in integruij» presenti die et 
bora deveniant in manus et potestatem ipsius Ariprandi unde mihi 



« LA BRAGANIA » 163^ 

advenerunt et Sanie coniugis sue et filia Arnaldi de iamdicta ciyitate 
exinde dura simul in hoc seculo vixerint usufructuario nomine quod 
voluerint prò anime mee mercede. Item volo et indico seu per istud 
meum iudicatum confìrmo ut bi ipsa Sania antea mortua fuerit quam 
ipse Ariprandus vir eius tunc statim deveniant ipsas portiones in manu& 
et potestatem ipsius Ariprandi sicut antea fuerunt quam in me emi- 
sisset prò anime mee mercede. 

Rursum volo et indico seu per istud meum iudicatum confìrmo- 
ut si ipse Ariprandus antea mortuus fuerit quam ipsa Sania coniux 
eius tunc si beredes ipsius Ariprandi dexerint infra annum unum post 
eius decessum proximum eidem Sanie vel eius heredibus aut eorum 
misso argenti deaariorura bonorum mediolanensium libras quinquaginta 
et qninque tunc liabeant suprascriptas portiones proprietario iure. Quod 
si heredes ipsius Ariprandi se substraxerint qnod suprascriptas libras 
quinquaginta et quinque sicut superius legitur non dederint ncque 
parati faeriot ad dandum bis vel ter tunc post transactum suprascriptum 
constitutum statim devenia,nt predictas portiones suprascriptarum rerum 
iu integrum in manus et potestatem ipsius Sanie vel suis heredibus 
vel cum ipse dederint faciendum exinde proprietario iure quod volue- 
rint prò anime mee mercede. 

Quia sic decrevit mea bona voluntas. Actum suprascripta civitate 
S. M. suprascripti Amizonis qui hoc iudicatum ut supra fieri rogavit. 

S. M. Algisii et Johannis seu Marini atque Petri testium. 

S. T. Ego Ardericus notarius Sacri palatii scripsi post traditam 
compievi et dedi. 

III. 
« 1129 » — Mese di Gennaio 
Wibtrto figlio del fu Liprando stampa, di Milano vende ad Azone 
figlio di Lanfranco, pure di Milano, per tre lire e nove soldi i beni 
che possedeva in Vimaggiore e Vomodrone. 



A. S. M. — F. R. — Pergamene Monastero di 8. Ambrogio — T. 4. 
C. I. — N. 46. 



Copia del Sec. XVIII fine in Bibliot. Braidense A. E. XV — 19 — 
Doc. 47 — Pag. 395. 

S. T. Anno incarnatione Domini Nostri Jesu Christi millesimo cen- 
tesimo vigesimo nono, mense januarii, indictione septima. 

Constat me Vuibertum f. q. Liprandi qui fuit dictus Stampa de 

civitate Mediolani et qui professus sum lege vivere Longobardorum 

iccepisse sicut et in presentia testium manifestus sum quod accepti a 

Ite Azone filio Lanfranci de suprascripta civitate argenti denarios bono& 

Imediolanenses libras trex et solidos novem finito pretio sicut inter nos 



164 U<r<» HAyHAN'J 

convenit prò omnibuB casis et n'buH tenitoriis illis jiiris mei qua» 
habere vìbus anni in loco et fuudo Vico Majore et in eina territorio 
anni omnibus usibuH, conditiii^ et IionoribiiH Heu iitilitatibus ad i})RaB 
res pertinentem (sic) sive prò campo petia una HÌiniliter iuris mei quo 
babere visus sum in loco et fundo Vico Modroni et in eius territorio 
ad loCum ubi dicitur 

Coerent ei a mane et meridie et «ero duo qui supra Azoni emtori 
meo, a monte via. Omnia et in omnibus sicut ipse res et iam dictus 
campus inveniri potuerint et supra scriptus quondam Liprandus genitor 
meus in ipsis loci habebat in die illa quando de predictis, rebus te- 
eum braganias fecit in integrum per banc cartas et prò, suprascriptus 
pretio in presenti maneant venditione. Quas autem res superius dictas 
cum superioribus et inferioribuR seu cum finibus et accessionibus suis in 
integrum. Ab hac die tibi qui supra Azoni per banc cartam et prò su- 
prascripto pretio vendo trado et mancipo ut facias exinde a presenti 
die tu et cui tu dederis vestrique heredes iuris proprietario nomine 
quidquid volueritis sine omni mea heredum meorum contradictione. 
Quidem et spondeo atque promitto me ego qui supra Vuibertus una 
cum meis heredibus tibi qui supra Azoni et cui dederis vestrusque 
heredibus suprascripta vendita qualiter superius legitur in integrum ab 
omni homine defensare. Quod di defendere non potuerimus seu si contra 
hanc cartas venditionis per quodvis ingenium agere et causari presum- 
pserimus tunc in duplum vobis suprascripta vendita restituamus sicut 
prò tempore fuerint aut valuerint sub estiraatione in eisdem locis. Quia 
sic Inter nos convenit. Actum suprascripta civitate. 

Signum.... manus suprascripti Vuiberti qui hanc cartam vendi- 
ctionis ut supra fieri rogavit. 

Sig.. manum Curotii Henrici Stampa, Auselmi Albasucca, Gisel- 
berti De Canturii, Grimaldi Ferrarii, testium. 

Ego Ambrosius qui et Froge rius notarius scripsi post traditam 
compievi et dedì. 

IV. 

1133 — Mese di Maggio 
Convenzione fra Pietro figlio del fu Anselmo detto Cane di Milano 
e Lanfranco e Giovanni suoi fratelli germani, per la quale il primo 
cede ai secondi a livello per 29 anni la sua parte dei beni ereditati, e 
situati in Arosio e in altri luoghi. 



A. S. M. Pergamene Monastero Maggiore segnat. Bonomi sec. XII 
n. 32. 



Copia del see. XVIII fine in Biblioteca Braidense — A. E. — XV 
19 Doc. 32 pag. 183. 



« LA BRAGANIA » 165 

S. T. In nomine Domini, Anno dominice incarnationis milleximo 
(lucenteximo trigeximo nono, die domlnico, sexto die mensis februarii, 
indictione duodecima. 

Presenfcibus domino Jacobo fìlio quondam ser Arnoldi de Canturio 
et domino Bononia filio quondam ser Guillelmi de Osa et Anselmo fìlio 
quondam Aurici de Baxio omnibus civitatis Mediolani testibus. 

Dominus Passaguerra iudex et cousui iustitie Mediolani precepit 
et plenam licentiam et potestatem dedit milii infradicto Duranti de 
Ripa notano ut hautenticarem et in publicam formam redigerem infra- 
scripta tria instrumenta (1) ita ut iufrascriptis instrumentis fides per- 
petua detur tamquam instrumentis publicis et originalibus. 

Anno ab incarnatione Domini nostri Jhesu Christi millesimo cente- 
simo trigesimo tertio, mense raagii, indictione duodecima. Placuit atque 
convenit inter Petrum filium quondam Anselmi qui dicitur Canis de 
civitate Mediolani nec non inter LanfrancLum et Johannem germanos 
snos qui dicuntur sirailiter Canes de suprascripta civitate et in Dei 
nomine debeat dare sicut a presenti dedit ipse Petrus eisdem germanis 
suis ad habendum et tenendum seu censum reddendum libellario nomine 
usque ad annos viginti et novem expletos et deinde in antea usque in 
perpetuum idest suam portionem que est tertia pars de supertotum de 
omnibus casis et rebus territoriis et decima reiacentibus in loco et 
fondo Aroxio tam infra castrum ipsius loci quam et in villa et in eius 

territorio et in eius curte et in Pozollo et in eius territorio suam 

portionem de capellis duabus in suprascripto loco cum earum posses- 
sionibns que omnia ei pertinent per proprietatera vel per libellariam 
aut per benefitium seu per qualemcumque modum omnia et in omnibus 
quantecumque ipse res per mensuram inveniri potuerint una cum om- 
nibus honoribus conditiopibus iisibus redditibus districtis et commen- 
dationibus et babitaculo et cum omnibus aliis conditionibus que dici 
vel nominari possunt ad iani dictas res pertinenti bus et sicut ipse 
Petrus usque modo babuit et tennit vel eidem Anselmo genitori suo 
pertinuerunt ad nnum mensem ante obitum suum in integrum. Ea ra- 
tione uti amodo babere et tenere debeunt ipsi Lanfrancus et Johannes 
germani vel eorum heredes seu cui ipsi dederint suprascriptam totam 
portionem ipsius Petri germani e irum de suprascriptis omnibus rebus 
qualiter superius legitnr et facere exinde libellario nomine quidquid 
eis utile fuerit ita ut aput eos non pejorentur. Sed persolvere exinde 
debent ipsi germani vel eorum heredes eidem Petro germano eorum 
vel suis heredibus censum singulis annis usque in suprascripto con 
stituto per omne festnm Sancti Martini argenti denarios bonos duoe. 
Et hoc stetit et convenit inter eos et si amodo in antea aliquo tem- 
pore aparuerit aliqna intentio ab aliqua parte de suprascriptis rebus 



(1) Pubblico solo il primr, perchè interessa la nostra questione. 



lOH UGK^ BASSA NI 

oÌH(icin Lantranco et Jolianni vel eorum hrn'dibuH seu cui ipsi deiicrint 
in auctoritiite et defensione stare exinde debet ipee Petrus vel sui he- 
redes cura iure et ratione. Alia super imposita inter eoe exinde non 
fiat. Penam vero inter se posuerunt ut quis ex ipsis aut eorum herc- 
dibus se de bac convenientia libelli removere quesierit et non perman- 
serit in bis omnibus qualiter superius legitur, tu ne componat illa pars 
que boc non conservaverit parti fidem servanti pene nomine argenti 
denfiriorum bonorura libras sexcentuni et insu'^er in eadem convenien- 
tia libelli permaneat. Et prò hoc libell » accipit ipse Petrus ab eisdem 
Lanfranco et Joiianne germani» suis argenti denariorura bonorum libras 
trecentas tredeeim, quia sic inter eos convenit. Et insuper refutavit 
ipse Petrus eisdem germanis suis-suprascriptos duos denarioa fìctuales 
usque in pena solidorum centura. 

Actum infra Monasterium quod dicitur Maius. 

S. M. suprascripti Petri qui liunc libellum ut supra fieri rogavit. 

S. M. Johannis qui dicitur Colionus, Tusaboe Trankerii qui dicitur 
Oaravalia, Johannis qui dicitur Calvus, Bosonis de Solario, Alberici 
qui dicitur Tetabote atque Ottonis qui dicitur de Medda testium. 

Et insuper ibi statim preaentibus ipsis testibus promissionem et 
investituram fecit ipse Petrus in I>omina Margarita, Abbatissa Mona- 
sterii Sancti Mauricii quod dicitur Maius de omni ilio iure et usu et 
actione quod amodo in antea pertiunerit ei ad requirendum per em- 
ptionem in iam dieta sua portione predictarum omnium rerum, sive in 
portionibus ipsorum Lanfranchi et Johannis germanorum eius de loco 
Aroxio de quibus fecerunt Braganiam cum iam dictam Abbatissa ad 
jpartem ipsius Monasterii. Et in tali tenore fecit eadem investituram in 
iam dieta Abbatissa ad partem ipsius Monasterii usque in penna libra- 
rum duocentum. 

S. C. Ego Passaguerra index et con sul subscripsi. 
Ego Anselmus notarius et iudex mediolanensis scripsi post traditam 
compievi et dedi. 



VARIETÀ 

Un diploma di Ludovico il Pio 
e le Chiuse langobarde. 



a questione del termine geografico « Clusas » conte- 
nuto in alcuni diplomi carolingi era già stata solle- 
vata dal Wauters e dal Yanderkindere sin dal 1872 (1), 
prendendo in esame principalmente il diploma del- 
l'anno 831 per la chiesa di Strasburgo (2), dovendosi escludere 
quello di Carlo magno del 775 di cui la falsità è stata dimostrata 
dal Bloch (3). Il diploma di Ludovico il Pio esenta la chiesa 
dalle dogane in tutto l'impero, eccetto che in tre località : « ex- 
« cepto Quentowico. Dorestado atque Clusas ». 

Il Schàfer (4) dà la lettura Sclusas, Wiegand dà Clusas, il 
Sickel (5) dà Clusis e Don Bouquet (6) Clusio. Il diploma pre- 
senta molte analogie col praeceptum negotiatorum, che è la 
formula 37 delle Formulae imperiales Ludovici Pii (7), esatta- 
mente datata dal XV anno di regno, cioè del 828: in questo 
testo il nome della località e Clusas. Ma fra il diploma e la 
formola vi è una leggera variante : mentre il primo offre la 




(1) In Compie Eendu des séances de la comm. royale d^histoire, Bru- 
xelles, 1872, pagg. 240-245. 

(2) Wiegand, Urkundenbuch der Stadi Strassburg, I, 18, 23. 

(3) In Zeitsch. fiir die Geschichte des Oherrheins, neue Folge, 1897, 
XII, 484 se^^g. 

(4) « Sclusas » in Strassburger Zollprivileg voti 831, in Sitzungs- 
ber. der K. Preuss. Ak. der Wissensch., 1905, pagg. 578 582. 

(5) Ada regum et imper. Karolinorum, II parte, pag. 172. 

(6) Becueil, tomo VI, 572 N. 170. 

(7) M. G. H., Forììiulae, })ag. 314. « ...inter Quentovico et Dorestado 
vel ad Clusas ». 



168 VARIETÀ 

lonnii « atque Oliisas », la seconda i)reseiita quella di « vel ad 
(Jinsas ». 

Il diploma di Ludovico il Pio fu confermato da Lotario 
(a. 840), Luigi il Germanico (a. 873), Luigi il Fanciullo (a. 904),, 
Ottone I (a. 953), Ottone II (a. 974) e Ottone III (a. 984). La 
formola dei diplomi è sempre « atque Olusas ». 

I nomi delle tre località restano così precisati : Quentowic, 
Dorestad e OlusaS. Quentowic è l' odierno Étaples nel diparti- 
mento del Pas de Calais (1), Dorestad è Wijk-bij-Duurstede 
nella provincia d'Utrecht (2) : erano i due posti principali, l'uno 
sulla Manica, l'altro sul Keno, per il commercio della parte 
settentrionale dell'impero carolingio. Eesta ad identificare Clusas. 

Generalmente si era ritenuto fosse l'odierno Sluis, il porto 
di Bruges ; contro questa identificazione si è levato dapprima 
il Vanderkindere, poi lo Schàfer, finendo il primo con l'identi- 
ficare la misteriosa località con le Chiuse langobarde. La con- 
clusione tu accettata anche dall'accuratissimo Dopsch (3;, che 
pur aveva modo di controllarne il poco fondamento. 

La base dell' identificazione Glusas=Chiuse starebbe nel 
fatto che il luogo odiernamente detto Sluis si chiamava nel 
secolo XIP e anche nel secolo XIIP, Liminsvliet, Lambinsv- 
liete (4) e non si sa quando il nuovo nome di Sluis venisse a 
soppiantare questo (5). Tutti i testi nei quali si potrebbe sco- 
prire la menzione di Olusas si riferiscono a Lécluse, in Francia 
a sud di Douai, nel dipartimento del Nord : sono gli Annales 
Oameracenses (6), gli Annales Prumienses (7) e molti altri piti, 
recenti scritti (8). 



(1) Fengler Otto, Quentovic, scine maritime Bedeutung unter Me- 
rowingern und Karolingern, in : Hansische Geschichtsbldtter, XIII, 1907, 
pacg. 91-107. 

(2' PoELMANN, Geschieàenis van den handel van NoordNederland, 
gedurende het Merovingische en Karolingische Tijdperk, 1908, passim, 
spec. pag. 93. 

(3j Die Virtschaftsentwicklung der Karolingerzeit^ IL, Weimar, 1913, 
pa^. 197, nota 1. Le autorità che accettarono l'interpretazione Clnsas- 
Sluis, sono citate in Vanderkindere, op. cit., pagg. 243-244; Gfòker. 
Gregor VII, voi. VII, pag. 179 identifica la località con Helvotsluys. 

(4) GiLLiODTS-VAN Severen, Coutumes des Pàys et Comté de diandre, 
quartier de Bruges. Coutumes des petites villes et seigneuries enclavées, . 
IV, Bruxelles 1892, pag. 499 segg. 

(5) Van Dale, Èen hlik op de vorming der Strad Sluis, Middèlbourg, . 
1871, pag. 1, nota 1. 

(6) M. G. H. Ss. VII, 505, 516, 535, 545. 

(7) M. G. H. Ss. XXII 223. 

(8) Cfr. Schaefer, op. cit, pagg. 579-581. 



VARIETÀ 16& 

Holder-Egger, riassumendo lo studio dello Schàfer (1), sem- 
bra accettare l'identificazione Clusas=Lécluse, mentre le ultime 
linee dell'autore recensito aprono al Yanderkindere (2) la via 
per aflermare la sua ipotesi delle chiuse langobarde. Egli vor- 
rebbe cioè che il diploma di Ludovico il pio indicasse da una 
parte il confine meridionale (le Chiuse) e dall'altro il settentrio- 
nale (Quentowico et Dorestado) del territorio nel quale la chiesa 
di Straburgo era esentata dalle dogane. 

Il diploma colle sue espressioni excepto Quentowico, Dore- 
stado atque Clusas, indica chiaramente tre località solo e non 
ha per nulla il carattere di una delimitazione di territorio, per 
ottenere la quale sarebbero state necessarie le indicazioni di 
più precisi confini, che qui non appaiono. 

Scartata questa soluzione, resta il punto tVmdamentale sul 
j^ quale si basano i due autori : non esistono nel regno Carolingico 
■P luoghi dei nome Olusas, se non le chiuse langobarde. Ciò è 
Hnalso : e l'errore dipende dal fatto di aver trascurata una serie 
^^Pmpor tantissima di documenti di cui nessuno potrà negare il 
^K^rande valore in tutti i campi, non eccluso quello della topo- 
nomastica. Voglio parlate delle monete battute nel regno ca- 
rolingico. 

Fra quelle così dette del primo tipo di Carlo Magno, che 
cioè hanno al diritto il nome CAROHLYS scritto su due linee, 
ve ne sono parecchie che al rovescio, là dove deve aj^paiire il 
nome della zecca, portano la dicitura CLS. Già il Gariel ne aveva 
elencate sette varianti (3) ed altre se ne possono aggiungere (4) 
spogliando attentamente i cataloghi dei musei e le descrizioni 
^dei ripostigli. Questa abbondanza di varianti, cosa non comune 
nella monetazione di Carlo Magno, dimostra che noi ci troviamo 
in presenza di una zecca che ha lungamente ed abbondantemente 
operato, la zecca cioè di uu luogo di grande traffico dato il ben 
noto rapporto moneta-mercato che esisteva in tutti i paesi ca- 
rolingi al di là delle Alpi. 



(1) In Neiies Archiv., XXXI, 1905, pagg. 247-248. 

(2) In Bulletin de la Comm. cit., LXXV, Bruxelles, 1906, pagg. 1-6. 

(3) Monnaies royales de France sous la race Carolingienne, Parigi, 
1883-85, pag. 105, N. 32-38. 

(4) Pkou M. Gatal. des monnaies caroling., N. 934; Boeles in: Jaar- 
boek van het K. Nederl. Genootsch. voor Munt-en Fenning Kunde, II,. 
1915, pagg. 24-25. 



170 VARIETÀ 



Questo enigmatico nome CLS da tutti gli studiosi, ceilu 
mente non prevenuti perche non conoscevano il problema di 
cui qui ci occupiamo, fu letto (Jluses o Olusas, e infatti a quant i 
è noto il modo d'abbreviazione usato sulle monete carolingie, ap- 
parirà evidente l'impossibilità di ogni diversa lettura (1). 

Questo materiale dimostra in modo inconfutabile che esisteva 
alla fine del sec. Vili ed al principio del IX un luogo dal 
nome di Clusas abbastanza importante economicamente da essere 
provveduto di una zecca. Ohe si debbono escludere le chiuse 
langobarde è evidente, giacche queste mai ebbero una zecca che 
in Italia non sorse se non nella sede di un antico municipium. 
Ohe la località si debba cercare nel nord dell'Impero Carolingio 
lo dimostrano due fatti : il primo è lo stile delle monete citate 
che è simile a quelle di tutto il gruppo delle monete di Traiec- 
tum (Maastrich), di Deonen (Dinant), di Condat (Oondé-sur-l'Es- 
caut) e così via. 

Il secondo fatto che non si deve dimenticare è il luogo di 
ritrovamento di tali monete : quelle di cui la provenienza è certa 
vengono tutte dal Belgio o dall'Olanda, cosa assai importante 
giacché la diffusione territoriale delle monete carolingie era li- 
mitata da un perimetro assai prossimo alla zecca nella quale 
venivano battute. 

Tutto ciò ci obbliga a porre la zecca di Olusas nella regione 
nord orientale dell'impero carolingio. È logico pensare all'identità 
di questa località con l'omonima citata nel diploma di Ludovico 
il Pio. Ohe poi debba identificarsi con l'odierna Sluis o con 
L'Escaut, è cosa che qui non ci interessa : l'importante era di 
scartare l'ipotesi che coincidesse con le chiuse langobarde, piti 
propriamente certo quelle della valle d'Aosta. 

Ugo Monneret De Villard. 



(1) Quella di Colonia avanzata dal Cerexhe è paleograficamente im- 
possibile: inoltre le monete di quella zecca portano sempre il nome 
per disteso. 



^ 



Due memorie inedite 
sulla Repubblica Ambrosiana. 



el cod. ambrosiano B 124 sup. (1), ai ff. 60 v. e 183 v., 
trovansi due memorie sincrone degli avvenimenti 
svoltisi in Milano dopo la morte di Filippo Maria 
Visconti : l'una, in forma di sommario, è completa e 
va dal 13 agosto 1447 al 26 febbraio 1450; l'altra, piti estesa 
ed esplicazione della precedente, è frammentaria e comprende 
solo i fatti dell' anno 1448. Scritte tutte due dalla stessa mano 
-e, certo, da uno dei primi possessori del cod. (2), non sono prive 




a) Chart. mm. 210 X 300; ff. 223, di cui 7 vuoti (5^ 45v, 6^-9v, 46r.47v) 
e 6 mancanti (30, 40-51 e 61); sec. XV. Il voi., legato in legno e pelle, è 
miscellaneo, di varie mani e con molte note marginali ; contiene, oltre 
ad orazione tolte dalle opere di Sallustio, Cicerone e Livio, scritti uma- 
nistici, in prevalenza lettere e discorsi, qualche poesia e la lettera a del 
vocabolario di Festo Pompeio (cfr. ediz. Amsterdam, 1700). Sul verso dei 
primo foglio di guardia leggesi un indice accurato della materia, e in 
calce la seguente avvertenza: «Nota hunc indicem esse factum manu 
Francisci Cicerei a cuius heredibus hic codex fuit emptua ». Quindi la 
solita data di revisione del primo prefetto dell'Ambrosiana Antonio Ol- 
giati : « Felieibus auspici] s Jll.mi Card. Federici Borr.bei Olgiatus vidit 
anno 1603» — Inc.: « Orati o d. Guarnerij de Castiliono habita in fu- 
neralibus R.mi Car.lis Brande Castilionei ». Urpl. : « ....Abortum grauide 
mulieris dicitur, quod non si t tempestine ortum ». Nei vecchi cataloghi 
ha la segnatura Q. 

(2) Opera d'un retore o d'un legale, non venne scritta in uno stesso 
tempo e tutta di seguito, sebbene la carta presenti la medesima filigrana 
in tutto il voi. Tuttavia la parte essenziale, e cioè quella costituita dagli 
scritti umanistici, appare stesa da una sola mano, della metà dei sec. XV ; 
in seguito, e precisamente sino alla fine del secolo, vennero aggiunti 
via via brani di antichi autori, in prevalenza orazioni (quelli tolti dalle 



1713 VARIETÀ 

(riinportauza ; perchè, scevre d'ogni spirito di parte, esse si 
limitano ad esporre ih modo assai succinto le cose più notevoli 



storie di Livio vanì)o appunto dal f. 152v al f. 183r), in modo da costi- 
tuire una vera e propria ant<>Iogi'i retorica, utile tanto per nn insegnantf^ 
che i)er »n uomo di leg^e. Tra i primi possessori del cod., e forse au- 
tore delle due memorie storiche sulla Repubblica Ambrosiana, è da 
ascriversi quel « Petrus Motta », che si firma due volte, e con scrittura 
che dimostra all'evidenza due età diverse, a f. 213v, sotto 14 esametri 
latini, insieme con una « Antonia », certo sua parente, e una terza volta 
in margine al foglio stesso col semplice nome di battesimo. Di un Pietro 
Motta, « Causidicus Mediolani » vivente nel 1475 e morto poco dopo, si 
ha memiuia negli atti di fondazione del Collegio Marliani in Pavia, 
pubblicati la prima volta da Zanino Volta [Del Collegio Universitario 
Marliani in Pavia, in questo Arch., XIX-1892, pp. 598-9), quale esecu- 
tore erogatario o testamentario della eredità <lel giureconsulto milanese 
Raimondo Marliani, sostituito poscia alla sua morte dal consigliere du- 
cale Giangiacomo Dugnani. Cfr. anche: Avv. Giovanni Vidari, Fram- 
menti cromstorici dell'Agro Ticinese, III, pp. 68-9. Pavia, 1891. 2.a ediz. 
Non v'ha dubbio che il « Petrus Motta » ricordato nel testamento Mar- 
liani del 18 marzo 1475 sia lo stesso che si firma nel cod. ambr.; e poiché 
una delle due firme, quella in carattere più minuto, ricorda assai da 
vicino la scrittura delle correzioni e varianti apportate alla memoria 
frammentaria, è lecito pensare alla paternità del Motta, il quale, nel- 
l'epoca in cui scrisse o meglio dettò le due memorie succitate, era nel 
pieno vigore degli anni e, data la sua posizione sociale, dovette avere 
una parte non piccola nelle vicende di quei tempi, sebbene il suo nome 
non figuri fra i 900 del Consiglio e, tanto meno, fra quelli che copri- 
rono pubbliche cariche negli anni in cui durò la libertà milanese (cfr. 
mio lav. : Vigevano e la Repubblica Ambrosiana nella lotta contro Fran- 
cesco Sforza, in Boll. 8oc. Pav. 8t. Patr,, III-1903, pp. 449-66). Per la 
storia del cod. vuoisi ancora ricordare che esso appartenne alla ricca 
biblioteca di Francesco Ciceri (Cicereius)y e passò con altri 80 all'Am- 
brosiana in seguito alla vendita fatta a questa dai di lui eredi, come 
già fu osservato nella nota precedente (cfr. anche : R. Sabbadini, Su due 
codici ciceroniani dell'Ambrosiana di Milano, in Athaeneum, 1-1913, 
fase. 1). Il Ciceri, nato a Lugano nel 1527, insegnò e visse a Milano dal 
1548 fino alla sua morte, avvenuta fra il 1594 e 1596. Lasciò scritti di 
qualche pregio. Ne ricordo due: 1). « Antiquorum Monumentorum Urbis 
Mediolani ab Alciato praetermissorum ad Galeatium Brugoram Libri II »^ 
di cui possiede due esemplari l'Ambrosiana (il primo, segn. A. 240. inf., 
è l'autografo; il secondo, segn. C. 65. inf., fu donato alla Biblioteca dal 
vescovo di Novara Carlo da Bescapè) ed una copia la Braidense (ms. 
AD. XII. 29^ descritto da I. Ghiron, Catalogo de' mss. attorno alla 
storia della Lombardia esistenti nella Bibl. Naz. di Brera, in questa 



VARIETÀ 173 

di quegli anni fortunosi e movimentati. È prezzo dell'opera 
farle conoscere, se non altro, quale piccolo contributo alla storia 
milanese della metà del secolo XV. 

La prima memoria, die si potrebbe chiamare « breviarium » 
o « epitome » della Repubblica Ambrosiana, occupa il f. 183 v. ; 
e benché posta dopo l'altra, incompleta e piìi diffusa, la precede 
però in ordine di tempo, come si rileva da una frase in quella 
contenuta : « postea Placentiam adepti sunt (Mediolanenses), 
ut alio loco scripsi », frase che evidentemente si riferisce alle 
seguenti parole della epitome : « His ita peractis miserunt Me- 
« diolanenses Oomitem Franciscum cum exercitu Placentiam, 
« jbique non multis diebus vrbe obsessa tandem vi irrupit ; et 
« omnia prede data sunt cum ingenti illius vrbis calamitate > (1). 
Accennato anzitutto alla morte dell'ultimo Visconti e alla man- 
canza di eredi legittimi, l'anonimo a. osserva che il defunto 
duca ebbe solo una figlia naturale. Bianca Maria, la quale andò 
sposa al conte Francesco Sforza; e quindi aggiunge: « .... nullus 
« tumultus aut discordia in Mediolano extitit ; sed cives vna- 
« nimes dominium ceperunt, ac tandem Mediolenensi castello 
« habito, id funditus euerterunt ». Tale unanimità di pensieri 
e di sentimenti, almeno nei primi giorni della risorta libertà 
milanese, è pienamente conforme al vero (2) ; ma non doveva 
né potea essa durare a lungo. E il nostro a. lo lascia compren- 
dere non appena ha esposto, con una certa quale diffusione, le 
vicende dei primi quattro mesi di vita della nuova Repubblica. 
Il racconto, al riguardo, è assai interessante ed anche abba- 
stanza esatto. Così l'accenno alle città dell'ex-ducato, che, dopo 



Arch., VI-1879, p. 375), ed ha parlato ampiamente il padre A. Zaccaria, 
Excursus literar. per Italiani, I. pp. 100-5 (Vent-tiis, 1754), nella lettera 
III al vescovo G. B. Pasaerio; - 2). « In Euripidi Orestem Coramen- 
tarii latini, cum integro Euripidis textu ^>, pure esistente in Ambro- 
siana, cod. N. 161. Slip, e con la data « 1571 » di pugno dell'a. 

(1) A Piacenza avea di già l'a. alluso poco prima, ricordando le 
ijittà che si eiano staccate da Milano : « ... quorum exitus presertim 
placentie tristis fuit >. 

(2) Cfr., al riguardo, quanto lasciò scritto un testimonio oculare, 
Enea Silvio Piccolomini (poi papa Pio II), ne' suoi Commentaril, 1. I, 
p. 24 (Roma, 1584). Notisi che il Piccolomini, allora vescovo di Siena, ed 
altri nobili cavalieri erano stati mandati a Milano dall'imperatore Fe- 
derico III « ut principatum imperio devolutum vendicarent », sortendo 
naturalmente esito negativo. 



174 VARIETÀ 

essersi ribellate, vennero ad accordi « post multa discrimina »> 
coi Milanesi : Como, Novara, Alessandria, Parma e Tortona ; 
mentre Piacenza e Lodi si erano date a Venezia, causando non 
poche guerre, delle quali risentì in modo speciale la gravità 
Piacenza stessa (1). Quindi il ricordo del genero -del morto duca, 
il quale « illis diebus » si era mosso dalle Marche per venire 
in soccorso dello suocero contro i Veneziani, che avevano ol- 
trepassato PAdda, . e, visto il momento poco propizio per far 
valere i proprii diritti di erede, aveva di buon grado accettato 
il comando generale dell'esercito milanese, tanto piti che altri 
condottieri, non meno di lui famosi, erano di già entrati nel- 
l'esercito stesso (2). Infine la sequela de' successi militari della 
giovine Eepubblica fino al termine dell' anno 1447 ; e cioè la 
presa del forte castello di S. Colombano presso Lodi, la dedi- 
zione allo Sforza di Pavia, che mai si era voluta accordare coi 
Milanesi, l'assedio e la conquista di Piacenza col conseguente 
saccheggio della città (3). Meglio di così non poteva chiudersi 
quell'anno di rinnovellata libertà ; e certo, se fosse rimasta la 
concordia degli animi e non. si avesse avuta la successiva de- 



(1) Cfr. mio lav. cit. : Vigevano e la Bepubblica Ambr. etc., 11-1902,. 
p. 350. 

(2) I nomi di alcuni di questi sono ricordati nell'altra memoria, 
parlandosi della battaglia di Caravaggio. Notisi che l'a. fa muovere lo 
Sforza « ex picentibus », cioè dal territorio de' Picenti o Piceni, i 
quali erano appunto gli antichi abitatori delle odierne Marche; remini- 
scenza classica, che ci dimostra il grado di cultura dell'a. stesso, con- 
fermato anche dalla forma elegante e corretta delle due memorie. Lasciato 
a Pesaro il 9 agosto il proprio fratello Alessandro, tornatogli in grazia, 
lo Sforza, alla testa delle proprie milizie (4000 cavalli e 2000 fanti) e 
accompagnato dalla consorte, muoveva alla volta della Lombardia. 
Giunto presso Parma e accampatosi al ponte d' Enza, qifivi ricevette 
l'annuncio della morte dello suocero, e quivi pure lo raggiunse il primo 
messo spedito da Milano ad offrirgli il comando generale delle truppe 
della Repubblica. Dopo alquanto tergiversare e non poche discussioni,, 
l'accordo venne stretto a Cremona, ove nel frattempo si era recato il 
conte. Cfr.: E. Rubieri, Francesco 1 Sforza. Narrazione storica^ II. 
pp. 40-1 e 59-61. Firenze, 1879 5 e mio lavoro: Vigevano e la E. A. 
etc. pp. 350-1. 

(3) S. Colombano fu conquistato il 15 settembre, e tre giorni dopo 
si dava allo Sforza la città di Pavia; Piacenza, assalita il 15 ottobre, 
si arrendeva il successivo 15 novembre. Cfr. mio lav.: Vigevano e la 
B. A. etc, pp. 352, 356 e 363. 



VARIETÀ 175 

fezione dello Sforza e degli altri capitani, Milano avrebbe po- 
tuto < facilUme non modo venetos evertere...., sed et potenti 
« cuique domino ac principi timorem incutere, sibique jmperium 
« maximum adipisci ». Ma sta scritto che la fortuna suole « in 
« humanis ludere » ; e però gli eventi precipitarono negli anni 
successivi, con grave danno di tutti. E qui l'a., saltando di pie 
pari due anni di storia, si limita a dire che finalmente, per 
divina clemenza, si pose fine a tanti mali con la ofierta della 
signoria di Milano a Francesco Sforza, il giorno 26 febbraio 1450; 
e quasi a scusa del suo silenzio sui fatti, che prepararono la 
caduta della città, così conchiude : « de quo alio loco scribam 
« latius, videlicet quot casus, quot pericula, quot labores ad hoc 
« regnum consequendum tulerit {intendi : lo Sforza) ; nam breuiter 
« et summatim hec tetigi prò huiusce rei memoria ». 

Ed ecco un'altra prova della reciproca dipendenza fra le 
due sopradette memorie. L' « alio loco », in cui l'anonimo a. 
scriverà più ampiamente di ciò che senza dubbio vide e sentì, è 
appunto la memoria frammentaria che si legge al f. 60 v. ; ed 
essa è giunta a noi incompleta non già perchè così fu lasciata 
dal suo estensore, ma perchè, in epoca che si ignora, venne 
asportato dal cod. il f. 61, ove doveva trovarsi la continuazione 
e fine della memoria stessa (1). Ma anche tal quale si presenta 
è notevole, sia per la genuina esposizione dei fatti, sia per la 
semplicità della forma e del contenuto. Pivi che un lavoro pen- 
sato e finito in tutte le sue parti, si ha qui la bozza o, meglio, 
la minuta di una più ampia « cronaca » milanese della metà 
del secolo XY : le molte correzioni, e le non poche aggiunte in 
margine e nel testo stesso, ne sono la testimonianza chiara e 
sicura. 

Riassunti gli avvenimenti principali del « primo anno di 
governo » dei Milanesi, e cioè la disfatta de' Francesi (Orléans), 
che volevano occupare Alessandria, per opera dei condottieri 
Ettore da Faenza e Bartolomeo OoUeoni (2), e la presa di Pia- 



(1) L'asportazione del foglio dev'essere avvenuta dopo che il cod. 
[cissò in Ambrosiana; giacché nell'indice del Ciceri si legge, rimandan- 
dosi al f. 60v. : « Commeraoratio quaedam rerum a Mediolanensibus 
gestarum anno 1448 », mentre neW Inventario de' mss, ambros. è ag- 
giunta la parola « mutila » fra « rerum » e « a Mediolanensibus »; e 
quindi: « Fol. 61 avulsum ». 

(2) « Ettore da Faenza » è noto più comunemente col nome di 
< Astorre Manfredi » : sigMore di Faenza dopo la morte del fratello 



176 VAR[KTA 

cenza, di cui già si è detto j l'a. passa a narrare, in modo più 
difiuso, le vicende dell'anno 1448. 

E, prima di tutto, accenna alla distruzione della flotta ve- 
neta sul Po, presso Casalmaggiore, impresa dovuta allo Sforza, 
al quale premeva di rendersi sicura Cremona, come quella che 
gli era stata concessa in dote per la moglie dal morto duca ed egli 
stesso « ditione atque imperio gubernabat » (1). Ho appena biso- 



' Guidacelo (1448), era nipote di un altro Astorre o Astorgio, capo della 
compa;>nia italiana detta della Stella, assoldata nel 1379 da Bernabò 
Visconti in lotta con Genova. Cfr. Giulini, Memorie etc, V, p. 614. 
Milaho, 1856; e per la genealogia: Stokvis, Manuel dHiist.., de généal. 
etc, III, pp. 871-72. Leida, 1893. Il Cipolla (Signorie, I, p. 431. Milano, 
1881), anziché Astorre o Astorgio o Ettore, lo chiama Alfonso. Morì 
nel 1468. — Non ha bisogno di molti schiarimenti il bergamasco Bartolo- 
meo Colleoni, una delle più grandi figure di condottiero di quei tempi* 
Nato a Solza nel 1400, egli aveva fatto le sue prime armi sotto Braccio 
da Montone, e poi sotto il Caldora. Ultimamente al servizio di Filippo 
Maria Visconti, era stato da lui fatto imprigionare in Monza per i so- 
liti sospetti di tradimento. Ma alla morte del duca era riuscito a fuggire 
dal carcere, e ritrovate intatte e accampate presso Landriano le proprie 
truppe, ripresone il comando era con esse entrato in Pavia. Lo Sforza, 
appena giunto sul suolo lombardo, avea consigliato ai Milanesi di as- 
soldarlo, inviandolo quindi insieme col Manfredi nell'alessandrino, per 
arrestare quivi i progressi de' Francesi, condotti da Rinaldo Dresnay, 
governatore di Asti per Carlo d'Orléans; e difatti, nella sanguinosa 
battaglia detta del Bosco (18 ottobre), questi era stato pienamente 
sconfitto dal Colleoni. Ma egli rimase poco al servizio della Repub- 
blica, e quindi dello Sforza ; tanto é vero che lo troviamo subito dopo 
fra quei generali, che il nostro a. ricorda ai servigi di Venezia, e con 
la seguente aggiunta: « qui tum confugerat a Mediolanensibus », mentre, 
la prima volta che lo avea nominato, egli avea scritto : « qui postea a 
Mediolanensibus fugit ». Cfr. G. Rosa, Bartolomeo Colleoni da Ber- 
gamo, in Arch. Stor. Ital., ITI S., IV, 1^, p. 132 ^gg. Firenze, 1866; e 
a parte: Vita di B. C. da B. Bergamo, 1881. 

(1) S'intende per parte della consorte Bianca Maria Visconti, la 
quale si trovava appunto in quella città quando il Querini, comandante 
la flotta veneziana del Po, avea tentato di impadronirsi di sorpresa 
della città stessa e di distruggere il ponte di barche ivi. In tale occa- 
sione la futura duchessa dimostrò di essere veramente degna del suo 
valoroso marito; imperocché, assunta di persona la direzione della di- 
fesa, contribuì col suo esempio e col suo ardire a rendere vano il du- 
plice attacco. Cfr. Simonetta, J)e reb. gest. Frane. I Sfortiae, in B.I. 
. SS., XXI, 445; A. Campo^ Eistoria di Cremona, p. 11. Milano, 1645. 



VARIETÀ 177 

gno di far rilevare che le parole : « quam ìq dotem etc. » fino a 
« gubernabat », sono state aggiunte dalFa. stesso nelPinterlinea, e 
certo pili tardi, per comprenderne tutto il valore retrospettivo: 
egli forse, in tal modo, vole\a premunirsi da qualche rappre- 
saglia e farsi perdonare dagli sforzeschi la passata sua tenerezza 
per 1' « aurea Eepubblica Ambrosiana » (1). Continuando nel 
proprio racconto, il nostro anonimo dice che, « dehinc con- 
« versus », lo Sforza in persona venne ad accamparsi presso 
Caravaggio, sia per congiungere con Milano la città di Lodi e 
gli antichi luoghi ad essa vicini e tutta la riva dell'Adda, come 
si legge nella dizione definitiva, sia per conquistare per i Mi- 
lanesi Lodi e Geradadda, come era stato scritto prima ; presso 
Caravaggio si era pure concentrato l'esercito de' Veneziani. E 
qui l'a. nomina alcuni fra i condottieri di entrambe le parti : 
per Milano, oltre lo Sforza, i fratelli Piccinino Francesco e Ia- 
copo, Ludovico dal Verme, Carlo Gronzaga, Guglielmo di Mon- 
ferrato ed Ettore da Faenza ; per Venezia, il principe di Man- 
tova Luigi III Gonzaga, fratello di Carlo e noto protettore di 
letterati e artisti (2), Micheletto Attendolo, Tiberto Brandolini, 
Gentile da Leonessa e Bartolomeo Colleoni, il quale aveva allora 
lasciato gli stipendi della Repubblica milanese. Avvenuto l'urto 
fra i due eserciti, la fortuna arrise alle armi milanesi ; e fu 
vittoria autentica, completa : diversi condottieri furono fatti 
prigioni, e vennero catturate delle bandiere ai Veneziani e ai 
Fiorentini, essendosi pure questi ultimi uniti con Venezia ai 
danni di Milano (3). A proposito di questa alleanza, e de' trofei 



(1) Prima avea scritto : « duce Francisco sfortia vicecomite capitaneo 
generali qui etiam Cremonae dominus erat ». Un attento esame di tutte 
le varianti ed aggiunte contenute nella memoria storica frammentaria 
può facilmente rendere persuaso il lettore di quanto si è detto j e però 
lo si rimanda alla ediz. integrale riportata in fine. Il Motta adunque, 
se pure egli ne è l'autore, fu di quelli che passò allo Sforza quando 
oramai era inutile seguire le sorti di una Repubblica, già destinata a 
perire. 

(2) Lo dice l'a. stesso, con la seguente frase aggiunta in seguito ; 
« [Mantuanus] iile princeps humanus » = principe umanista. Cfr., per 
la genealogia della casa Gonzaga, C. Belviglieki. Tavole sincrone e ge- 
nealogiche di storia italiana, tav. XXXII. Firenze, 1885. 

(3) Cristoforo da Soldo, Ist. bresc, in E. I 88., XXI, 851 ; Simo- 
netta, op. cit., 471-5; Sanudo, Vite de' Dogi, in E. I. 88., XXII, 1128-9 j 
CoRio, 8toria di Milano, III, 53 sgg. Milano, 1856. Per la data, tanto il 
da Soldo che il Simonetta concordano sul 15 settembre, domenica; il 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. lU. 12 



178 VARIETÀ 

(ìi guerra, è bene avvertire che Ta. aveva primo scritto : « capta 
« signa et aliata Mediolanum cura signis florentinorum, qui tum 
« cum ipsis coniuncti erant ». Il die, mentre conferma la data 
recente della lega veneto-fiorentina (onde l'amara constatazione 
delPanouimo : « urbi nostre ruinam minabantur »j, tu ragione- 
volmente dubitare che le insegne conquistate sul campo di bat- 
taglia, anziché spedite a Milano, come certo si era prima sta- 
bilito e si voleva a Milano stessa, furono trattenute al campo 
dello Sforza (1). La vittoria di Caravaggio, grandiosa senza 
dubbio, venne festeggiata in tutte le città e paesi rimasti fedeli 
alla Eepubblica : ed io stesso ho ricordato quanto si fece, in 
tale occasione, a Vigevano (2). Ma i risultati non furono quali 
certo i buoni patriotti erano in diritto di aspettarsi ; ed anche 
Pa. lo lascia comprendere dalle seguenti parole, di sapore amaro : 
« Ingeus certe Mediolanensibus Victoria obtigerat si dux exer- 
<K citus hostem animo et fide prosecutus fuisset, et fortunam 
« que in manu erat nobis non eiipuisset ». Si prospettava 
adunque di già il tradimento del conte Francesco Sforza? L'a. 
non lo dice ; tuttavia doveano saperne qualche cosa, o quanto 
meno averne il sospetto i Capitani e Difensori della Libertà, 
se essi, dopo la conquista di Caravaggio e della riva milanese 
dell'Adda, tentarono di far recedere Io Sforza dall'assedio di 
Brescia, e non essendovi riusciti ottennero che l'esercito venisse 



Giulini invece (op. cit., VI, 442. Milano, 1857), fondandosi sur un or- 
dine del Consiglio di Milano del 31 ottobre 1448, pel quale ogni anno, 
nella ricorrenza della festa di S. Eufemia, veniva stanziata una obla- 
zione di lire 75 alla chiesa di detta santa, per la vittoria ottenuta dai 
Milanesi in quel giorno presso Caravaggio, propende per il successivo 
16 settembre, giorno dedicato appunto a S. Eufemia. La preda fu im- 
mensa; e fra i prigionieri furono anche i due provveditori veneziani, 
il Donati e il Dandolo. Notisi infine che i Fiorentini, alleatisi con Ve- 
nezia, aveano ad essa mandato Sigismondo Pandolfo Malatesta con 
alcune truppe di soccorso; e questi, piti tardi, successe nel comando al 
vecchio e ormai caduto in disgrazia Micheletto Attendolo. Cfr. Giulini, 
op. e ro/. citt.y 444-5; Cipolla, op. cit., 435. 

(1) Secondo il Bossi (C/iron., ad ann. Milano, 1492), le bandiere 
furono portate in Milano ed appese nella chiesa metropolitana; prima 
esse avevano adornato il trionfo de' due commissari della Repubblica, 
Luigi Bossi e Pietro Cotta, nel loro ritorna dal campo alla città. 

(2) Cfr. mio lav. : Vigevano e la E. A. etc, p. 370. Identiche feste 
si erano pure fatte per la precedente vittoria navale di Casalmaggiore; 
cfr. op. cit., p. 369. 



VARIETÀ 17^ 

diviso in due parti, affidando allo Sforza stesso l'impresa di 
Brescia — la quale città del resto, giusta la osservazione fatta 
dall'a., osservazione poscia eliminata per il motivo detto di sopra^ 
«. ad eum ueniebat ex colligatione quam fecerant secum Medio- 
« lanenses — (i), e dando invece a Francesco Piccinino e al 
marchese di Cotrone (2) l' incarico di espugnare con le proprie 
truppe Lodi. E mentre i due generali si impadronivano in breve 
di questa città, essendo ad essa mancata ogni speranza di aiuta 
da parte della Serenissima (3) ; il conte Sforza occupava tutto- 
il territorio all'intorno di Brescia senza incontrare seria resi- 
stenza, e posto il campo presso la città stessa ne iniziava il 
blocco. Avvenne allora quanto già si temeva. 11 pretendente alla 
corona viscontea, prevenendo i Milanesi, si era accordato coi 
Veneziani ; ed essi, che sentivano prossima la loro rovina, si 
affrettarono ad accogliere tutte le sue domande e a promettergli 
quanto richiedeva, pur di togliersi di mezzo il principale e piti 
terribile avversario (4). Il quale pertanto, deposta completa- 



(1) iDfatti, nell'accordo di Cremona, lo Sforza avea ottenuto, dai due 
oratori milanesi, il Bossi e il Cotta, la promessa che, ricuperando- 
Brescia, questa sarebbe sua, e occupando anche Verona, tale città sa- 
rebbe passata a lui e Brescia ai Milanesi. 

(2) Antonio Centiglia avea ottenuto il marchesato di Cotrone e il 
ducato di Catanzaro sposando l'unica erede del marchese Nicola Kuftb,. 
Eurichetta. Spogliato de' suoi beni dal re Alfonso, nel 1444, egli si era 
dapprima sottomesso ai voleri dell'aragonese, conducendo vita privata 
e modesta in Napoli (la moglie sua era morta di crepacuore in seguito 
all'arresto del marito e alla confìsca de' suoi beni); ma poi, spinta 
dall'amore delle armi e delle avventure, si era dato alla professione del 
condottiero, e venuto nell'alta Italia erasi posto agli stipendi di Venezia, 
e dopo la morte di Filippo Maria Visconti a quelli dello Sforza e della 
Repubblica Ambiosiana, dimostrandosi per qualche tempo uno dei più 
abili e fedeli capitani. Cfr. Simonetta, op. cit 443; A. Amati, Dizion, 
corograf. delVItalia, 111, 280, alla voce « Cotrone ». 

(3) Per le vicende di questo assedio cfr. : Cronichetta di Lodi del 
sec. XV, pubblicata ed annotata dal doti. C. Casati, pp. 29-31. Milano,^ 
1884. Ivi, però, non si fa cenno del Centiglia. Anche per la presa di 
questa città furono fatte speciali feste in Milano; cfr. Giulini, op. cit.y 
pp. 446-4 (il quale pone la data del 17 ottobre, mentre la < Cronichetta » 
edita dal Casati dà il giorno 18). 

(4) La convenzione venne segnata il 18 ottobre in Rivoltella, pic- 
cola borgata presso Peschiera, tra Pasquale Malipiero, delegato vene- 
ziano, e Angelo Simonetta, segretario e amico del conte Francesco 
Sforza. Cfr. Du Mont, fjorpus Univ, Diplom. etc, III, 1^, p. 169, n. 122» 
L'Aia, 1726. 



180 VARIETÀ 

mente hi maschera, fece compreii<iere quale fosse il fine ultimo 
delle sue azioni : l'acquisto di Milano. Notevoli, al riguardo, 
«ODO le parole delPanonimo : « Aflfectabat autem et omui studio 
•« incumbebat ut dominium urbis nostre assequeretur » ; prima 
avea scritto : « ut dominium Mediolanensem haberet ». Più 
chiari di così non si potrebbe essere. E le ragioni addotte non 
•erano del tutto infondate : « utpote qui Illustrissimi principis 
« Filippi Marie gener faerat, qui nullam sobolem masculinam 
«V relinqueret ». Ohi potea infatti vantare un titolo maggiore 
alla tanto contrastata eredità? A siffatta circostanza l'a. aveva di 
già alluso nel principio della sua « epitome » ; e qui, dopo 
averla meglio ribadita, ritorna sull'accordo tra Venezia e lo 
Sforza, dando senza dubbio maggiori particolari. Ond'è vera- 
mente da deplorarsi la mancanza del seguito dell' interessante 
racconto, sia perchè ci avrebbe fornito preziose notizie sulle 
ulteriori vicende di questo notevole periodo di storia milanese, 
sia perchè si avrebbe avuto il completamento di quanto era 
iStato appena adombrato nella « epitome » suddetta (1). E la 
grandiosa figura del celebre condottiere quattrocentesco si sa- 
rebbe avvantaggiata di una nuova e forse più. sincera biografia 
sincrona. 

Ciò premesso presentiamo, nella loro forma integrale, i due 
documenti ambrosiani : 

I. 

« Breuis commemoratio eorum, qua3 gesta sunt post mortem 
« PLilippi Marise Yicecomitis ducis Mediolanensium (2). 

« Anno domini MOGOO" XLVIJ, die XIIJ augusti, lllustris- 
« simus Philippus Maria dux Mediolani, quinquagesimo IIIJ^ (3) 
« etatis sue anno, Mediolani in castello obijt, legitimis nullis re- 
« lictis liberis ; naturalem vnam dumtaxat habuit Filiam Blan- 
« cham Mariam, quam nuptui dederat Gomiti Francisco sfortie. 
« In eius morte nullus tumultus aut discordia in Mediolano exti- 
« tit ; sed ciues unanimes dominium ceperunt, ac tandem Medio- 

(1) Non credo superfluo richiamare ancora le parole di chiusa: 
« de quo alio loco scribam latius.... nam breuiter et summatim hec 
tetigi prò huiusce rei memoria ». 

(2) L' intestazione, come fu già osservato, è tolta dall'indice com- 
pilato dal Ciceri. 

(3) II numero romano è scritto in margine. 



VARIETÀ 181 

« lenensi (sic) castello habito, id fanditus euerterunt. Ex ciuita- 
« tibus, que sub Jllustrissimi principis philippi Marie (1) ditione 
^^ erant, varie varios euentus sortite sunt. Oomum, Nouaria^ Ale- 
« xandria, Farma (2), Terdona cum Mediolanensibus tandem 
« post multa discrimina conuenerunt. Piacentini et Laudenses 
« sese uenetis dederunt, et magnorum bellorum causa extiterunt ; 
« quorum exitus presertim placentie tristis fuit. Franciscusfortia 
« vicecomes, Jllustrissimi principis gener, qui illis diebus ex 
« picentibus ueniebat ad auxilium Soceri contra venetos, qui 
« abduam transierant, postquam a Mediolanensibus toti exercitui 
« prepositus est, in quo erant plerique non ignobiles bellorum 
« duces, fortissimam arcem sancti Columbani apud laude (sic) 
« Mediolanensibus adeptus est. Papienses, qui adbuc cum Medio- 
lanensibus non conuenerant, jncredibili ut arbitror fato Gomiti 
Francisco, qui apud dictam arcem sancti columbani cum exer- 
citu Mediolanensium erat, vrbem suam dederunt. Bis ita peractis 
miserunt Mediolanenses Oomitem Franciscum cum exercitu Pla- 
centiam, jbique non muitis diebus vrbe obsessa tandem vi 
« irrupit; et omnia prede data sunt cum ingenti illius vrbis 
« calamitate. Hec felicissime quidem Mediolanensibus ab initio 
« capte libertatis usque ad menses quattuor successerunt. Re- 
« liqua usque ad annum et paulo post tanta felicitate tantoque 
« rerum euentu gesta sunt: ut viderentur facillime non modo 
« venetos euertere posse, sed et potenti cuique domino a e prin- 
« cipi timorem incutere, sibique Jmperium maximum adipisci. 
« Sed fortuna, que in humanis ludere solet, non diu permitten» 
« eos tanta gloria frui, ipsum Oomitem Franciscum et omnes 
« ferme duces ac milites in ipsos Mediolanenses conuertit. Hinc 
« tanta strages secuta est, tot casus infelicissimi, ut nere dici 
« potuerit regnum lamentabile; tandem diuina clementia tantis 
« malis imposito fine, Mediolanenses Oomitem Franciscum XXVJ 
« Februarij (3) M00(30°L in dominum vocarunt; de quo alio loco 
« scribam latius, videlicet quot casus, quot pericula, quot labores- 
« ad hoc regnum consequendum tulerit, nam breuiter et sum- 
« matim hec tetigi prò huiusce rei memoria ». 



(1) Segue, cancellato : « Varie ». 

(2) Il corsivo scritto in margine. 

(3) Segue, cancellato : « MCCCC^XL ». 



i 



182 VARIETÀ 

TI. 

« C<>iiiiiàeinonili() (jiiiUMlaia Kfiuiii a Me(liolaiieji«il)U8 gesta- 
« rum auno MCCOOXLIIX (1). 

« Mediolaneuses (2) i)rimo anno JmperiJ sui primum Fran- 
« cbos, qui occupare Àlexandriam (3) volebant (4), Hestore Fa- 
« uentiuo et Bertolomeo cogliono (5) ducibuR belli , penitue 
« debellarunt ; poatea Placentiain adepti sunt , ut alio loco 
« gcripsi. Hec primo anni (6) initio, hieme uero transancta {sic) 
« MCOCC*'XLVIIJ. Primum munitissimam classem venetorum, 
« duoe FrancisGosfortia, apud Oremonam (7), quam in dotem 
« a Jllustris'umo principe philippo Maria habuerat et ditione at- 
« que imperio gubernabat, Mediolanenses omnino deletam et (8j 
« confractam uiderunt ; dehiuc conuersus idem (9) dux exercitus 
« per insigni 8 castra (10) metatus est apud carauatium , ut 
« laudensera (11) vrbem veteraque loca vrbi ipsi propinqua ac 
« omnetn abdue orara urbi nostre conìungeret : eodem conuenit 
« exercitus Venetorum. Vterqiie quidem magnus (12), satis 
« Multij bellorum duces vtrinque nobilissimj. Hinc (13) Frauci- 
« scus fortia. Franciscus picininus et frater Jacobus, (13) Lodo- 
<< uicus de Verme, (14) Carolus de gonzaga, (14) Gulielmus de 
« monte ferato, (14) Hestor (15) fauentinus (16) et alii plerique 
« non ignobiles duces belli. Inde (14) Mantuanus (17) ille princeps 



(1) Anche questa intestazione è tolta dal già ricordato indice del 
Ciceri. 

quella che atese la « memoria ». 

(2) Segue, cancellato: « cura ». 

(3) Tutte le parole stampate, come questa, in grassetto sono scritte 
nel testo in margine. 

<(4) In sopralinea: « nitebantur ». 

(5) Segue, cancellato : « qui postea a Mediolanensibus fugit ». 

(6) Tutte le parole, come la presente, stampate in corsivo sono 
scritte nel testo in sopralinea. 

(7) Segue, cancellato : « duce Francisco sfortia vicecomite ca.pitaneo 
generali qui etiam Cremone domìnus erat ». 

(8) Ri cor ietto sur un pre« edente « que ». 

(9) Segue, cancellato: « capitaneus ». 

(10) Come sopra, « posuit ». 

(11) Prima era stato scritto: « Laudem »; e segue, cancellato: « et 
geram abdue Mediolanensibus adipisceretur ». 

(12) Segue, già cancellato : « exercitus », e sopra di questo fu ftcritto 
« satis ». 

(13) Segue, cancellato: « Comes ». 

(1 4) Come sopra, « d. ». 

(15) Come Mopra, « de ». 

(16) Corretto sur un precedente « fauentia » [de fauentia]. 

(17) Come sopra, e l'ultima parola in margine, « Mantue dux ». 



VARIETÀ 183 

« per humanus, Micl^letus (l), Tibertus, Gentilis, Bertolomeus 
« coglionus, qui tuin aufugerat (2) a Mediolanensibus, multi 
« preterea clari et (3) non ignoti viri (4). Tandem (5) diuina 
« sic disponente clementia, que cuncta summa prouidentia regit^ 
« Yenetorum exercitus fusus est et fugatus ; capti plerique 
« ex ducibus, quos paulo ante (6) dixi, capta signa (7) venetorum 
« ac florentinorunif qui federe iuncti vrbi nostre ruinam minabantur, 
« Jngeus certe Mediolanensibus Victoria (8) ohtigerat , si dux 
« exercitus liostem aniuio et fide i)rosecutus fuisset et tortunam, 
« que in manu erat (9) nobis non eripuisset. Jtaque, post habitum 
« Oarauatium et omnein Abdue partem, missus est (10) Franci- 
« scus fortia Brixiam cum omni exercitu, excepto Francisco 
« pici nino et Marchisio de coltrona ac eoruìn militibus, qui vrbem 
« Laudensem (11) circumsederuntet breui inditionem Mediolanen- 
« sium eos coegerunt (12), nullam presidij spem a venetis expe- 
« ctantes. Hec dum (13) istie agerentur, (14) Franciscusfortia, 
« qui omnem agrum Brixienseui iam (15) forti ac bellicoso exer- 
« citu domuerat (nam nulla arx, nullus locus (16) ita munitus 
« aut fortis erat, qui eam victoriam expectaret), apud fl7) vrbem 
« brixiensem se locauit Sed forte fortuna ita euenit, ut de- 
« stitutis Mediolanensibus conueniret cum Yenetis; qui casum 
« et ruinam jmperij sui conspicientes omnes pactiones et federa, 



(1) Precede, cancellato: « d. ». 

(2) La sillaba iniziale in sopralinea. 

(3) Segue, cancellato: « nominati ». 

(4) Come sopra, « fuerunt ». 
(5j Come sopra, « deo >\ 

(6) Come sopra, ^< nominaui ». 

(7) Come sopra, « et aliata Mediolanum cutn signis florentinorum, 
<iui tum cum ipsis con iuncti erant ». 

(8) Come sopra, « obiienerat », sul quale è scritto < obtigerat ». 

(9) Come sopra, « Mediolanensibus », su cui sta scritto « nobis ». 

(10) Come sopra, « Comes ». 

(11) Corretto sur un precedente « Laudem ». 

(12) Segue, cancellato : « peruenire ». 

(13) Come sopra, « apud Laudem ». 

(14) Come sopra « Comes ». 

(15) Come «opra, « habuerat ». 

(\6) Segue altro « locus », cancellato. 

(17) Segue, cancellato : « Brixiam castrametatus est, que ad eum 
lueniebat ex colligatione quam fecerant secam Mediolanenses ». 



I8i VARIETÀ 

« que (1) idem exposceret^ poUiciti sunt. Aflectabat autem (2) 
« et omni studio tncuinbebat, ut domìniunf (3) vrbis nostre asse- 
« queretur ; atpote qui Jllustrissimi principis Filippi Marie 
« geuer fuerat , qui nuilam sobolem raasoulinam reliquerat. 
« Oportune igitur actum est, ut desperantes de stata suo Ve- 

« neti promitterent milites et pecunias ». 

luutile avvertire che la grafia, non la punteggiatura, è stata 
rigorosamente mantenuta quale si presenta nel testo; e quanto 
al II documento, si dà la redazione che è logico ritenere defi- 
nitiva, pur recando in nota tutte le frasi e parole omesse, cam- 
biate o corrette. 

Alessandro Colombo.. 



(1) Come sopra, « ipse aellet ». 

(2) Come sopra, « ipse ». 

(3) Segue,, espunto : « Mediolanense haberet ». 




Una canzonetta del Parini sconosciuta 



u pubblicata nel Parnaso italiano delVa, MBCCLXXXV 
sia raccolta di poesie scelte di autori viventi a spese 
della Società enciclopedica di Bologna e non ci ri- 
sulta che sia stata in seguito raccolta. 
Non compare nella prima edizione delle Odi — Milano - 
(Marcili, 1791) curata dal Gambarelli, discepolo del Parini, né è 
compresa nelle opere pubblicate dal Keina, né in quelle poste- 
riori; né alcuno ne ha fatto parola. Eppure è indubitato che 
sia sua e proprio del periodo di transizione tra il Parini Arcade 
e il Parini del Giorno. Si leggano attentamente le strofe della 
seconda parte e si riscontrerà l'arte, la movenza del verso e 
l'intonazione pariniana. Inoltre nella stessa raccolta evvi anche 
il noto sonetto « Per la macchina aerostatica * col titolo « Il 
pallon volante ». Di questo sonetto se n'è occupato il Bertana 
nel Giornale Star, della leti, ital., voi. XXX, p. 414, 2° sem. 1897,. 
osservando che vide la luce anonimo, tra uno di Ignazio Mar- 
tignoni e un altro di Francesco Carcano sullo stesso argomento, 
nel Giornale enciclopedico, Milano, Pirola, 1784, t. Y. p. 274 e 
nell'anno stesso a Mantova pei tipi di Giuseppe Braglia, insieme 
alla notissima ode del Monti al Sig. di Mongolfier e a un so- 
netto del Bettinelli. Nella nostra raccolta l'intestazione del so- 
netto è diversa, inoltre sonvi vg-rianti che non furono, notate. 
Trascurando la punteggiature e le maiuscole che non sempre 
ricorrono uguali, nel 3^ verso leggesi a piedi invece di al piede -, 
nel 4^^ salgo suWaere ; non salgo per Varia nel 7^ fra ciechi moti 
e non fra i ciechi moti-, nell'll° felice e non beato -, nel 13^ e in 
cielo splenda anziché fa ch'io splenda-^ nel 14^' di una stolta im- 
prudenza e non di stolta impotenza. 

Nell'indice poi le due poesie sono attribuite, come sono- 
sottoscritte a p. 39 e 176, all'ab. Parini milanese. 

Il sonetto, col titolo modificato, fu incluso in tutte le rac- 
colte; ja canzonetta il Laberinto rimase dimenticata, quantunque-- 
abbia pregi non comuni. 

Angelo Ottolini. 



IS«Ì VARIETÀ 

IL LABERINTO. 

Or che il languido suo raggio 
piega il sol vicino a sera, 
•e alla fresca aura leggera, 
già permette un lento voi : 

Si, Licori, al tuo lavoro 

già donasti il lungo gioiiio : 
vieni a questo errando intorno 
verdeggiante aprico suol. 

Ecco aperti in ordin vago 
bei viali, ombrosi, e lieti 
di frondifere pareti, 
d'arenoso, e liscio pian : 

Dai disposti in lunghe file 
cedri, aranci, e scelti fiori 
predan l'aure i misti odori, 
che spargendo intorno van 

Qui Pomona eletti frutti 

a te nutre in vallo ombroso 
e di nettare succoso 
l'esca varia ama condir. 

"Vedi or questo, or quel maturo, 
che dal ramo, che il sostenta, 
la tua man pendulo tenta, 
perchè il voglia indi rapir. 

Là verdeggia nobil selva, 

che di piante estranie ingombra 
spande rami, ed Indic'ombra 
sovra Italico jterren. 

Grato è il loco agli ozj amico, 
e dal caldo estivo lampo 
offre a te sicuro scampo 
dentro al folto antico sen. 

Ma più ch'altro i passi tuoi 
l'ingannevol laberinto 
nel segreto suo recinto 
par, che inviti ad inoltrar. 

Verde Altea l'adorna, e cinge 
di foglioso opaco muro 
dubbio appena, e mal sicuro 
v'osa il giorno penetrar. 



VARIETÀ 187 



L'ermo chiostro solitario 

grato orror fra l'ombre spira, 
e custode vi si aggira 
il silenzio abitator. 

Rotto sol dal vario canto 
di dipinti augelli audaci, 
che scherniscono loquaci 
sorvolando i bassi error. 

Sovra amena collinetta 

posta al centro un tempio siede, 
dolce meta, amica sede 
di riposo, e di piacer: 

D'onde poi chi su vi poggia, 

«e lo sguardo in giro stende, 
gode i ricchi, e le vicende 
degli erranti prigionier. 

Dunque inoltra: a che più tardi ? 
su, Licori, ecco la soglia, 
che già aperta il piede invoglia; 
tu precedi, io seguirò. 

'Che se pur da me divisa 

vuoi calcar diversa strada, 
scegli pur qual più t'aggrada, 
questa prima io tenterò. 

Ma deh! a quanti si dirama 

calli obliqui il chiuso regno I 
Né fra lor divario, o segno, 
che il ver dica, alcun non v'è. 

:Sull' ingresso ognor conforme 
de' Meandrici sentieri 
si confondono i pensieri, 
e s'arresta incerto il pie. 

Dove son? per quali inoltro 

dubbie vie, che non conosco? 
più m'aggiro, e più m'imbosco, 
corro a caso, e spero invan. 

Studio il calle, a cui m'affido : 

noto quel, che addietro lasso : 
gli occhi incerti al dubbio passo, 
e alla meta intenti stan. 

Ma le tracce ho già confuse : 

già mi perdo, e Torme istesse 
pria segnate il piò ritesse 
con retrogrado cammin : 



188 YARIETÀ 



E deluso il guardo, e meato 

vede (ohimè !) sperato invano 
farsi il Tempio ancor lontano, 
e smarrirsi ogni confìn. 

Ah ! Licori, un filo almeno 

a me porgi, un filo amico, 

che o disciolga il lungo intrico,. 

o mi guidi ove sei tu. 

Non temer se in questo loco 
a te un fil chiedere osai, 
io non son Teseo lo sai ; 
tu d'Arianna hai più virtti.. 

Ma tu ridi, il pie sicuro 

affrettando, e me non odi, 
e maligna insulti e godi 
del mio vano delirar ! 

Ma se al termine felice 

d'arrivar non è concesso, 
deh potessi al primo ingresso, 
che fuor mette, almen tornar ! 

Ma qual pesce anch'io m'aggiro, 
che alla rete, che l'aspetta 
corre incauto, e non sospetta, 
e inoltrando ardito va. 

Ma tra i lacci avvolto poi 

tardi accorto, il facil nuot©^ 
torce i?ivan, che il varco ignoto- 
più trovare ali or non sa. 

Ah ! mal n'abbia chi primiero 
questo carcere confuso, 
sol pel gioco, e inutil uso 
con tant'arte architettò. 

Forse... ah si ! che della vita, 

in che ogn'uom si perde errante,, 
ohimè! troppo al ver sembiante 
un'immagine adombrò. 

Troppo è ver, gentil Licori, 
laberinto è questa vita, 
che d'inganni, e lacci ordita 
fa smarrire il dubbio cor. 

Dei prim'anni in sull'ingresso 
sta la facile speranza, 
e ad ognun che il passo avanza^- 
mostra il calle ingannator; 



VARIETÀ 189 



E da lungi il tempio addita 

della tanto sospirata, 

cerca sempre, e mai trovata 

da un sol cor felicità. 
Al vederla impaziente 

corre a lei Puman desìo, 

e l'istinto suo natio 

prima guida a lui si fa : 
Pacil sembra il primo calle, 

né minaccia aperta frode: 

vola il piede, e correr gode 

sul cammino lusinghier. 
Ma poi oltre avanza, e mira 

trasformarsi all'improvviso 

in più bivj, e guai diviso 

il molteplice sentier. 
■Quanti son gli umani affetti 

tante son le strade alterne, 

né qual sia la dritta scerne 

il capriccio giovanil. 
Ai mal cauti ospiti erranti 

ben la timida ragione 

s'offre allor, ma invan s'oppone, 

porge invan l'amico fll ! 
Chi noi vede, ó lo ricusa, 

chi lo rompe, e in se confida, 

chi cercando un'altra guida 

crede sempre alla peggior. 
V'è chi dietro ai piacer corre, 

v'à chi ha un vano onor per duce, 

altri d'or desìo seduce, 

seguon altri un folle amor. 

<Jhi sa dir fra i torti giri, 

onde il chiuso stuol vaneggia, 
come ferve e dentro echeggia 
di tumulto il loco pien ? 

Ohi si scosta, e chi si appressa, 
chi s'incontra, e chi si schiva, 
l'uno parte e l'altro arriva, 
questo inoltra, e quel rivien : 

Ma che prò ? Se dalla meta 

pili disgiunti ognora vanno, 
se dall'ini nell'altro inganno 
perdon l'oi)ra, e il lungo dì: 



ll^ VAKIKTA 

Questo incontra un calle chiuso, 
quel s'emenda, e poi travia, 
altri dopo immensa via 
là bì trova onde partì. 

Lasso alfine ogn'un dispera, 

vola il tempo, e il pie si stanca, 
langue il core, il giorno manca, 
steridon l'ombre un fosco vel, 

E la Dea felice intanto, 

che invaghi gl'incauti cori, 
qual fantasma ai primi albori, 
si dilegua, e sfuma in ciel. 

Ah ! che tardi allor.... Ma dove, 
e per qual sentier funesto, 
si lasciò da pensier mesto 
l'estro facile lapir? 

Ah ! che in loco si ridente, 
e con Ninfa si gentile 
mal conviensi il grave stile 
d'un socratico garrir. 

Dal voi dunque immaginoso, 
a voi scende il canto omai, 
troppo a lungo io mi scordai 
del periglio, ove ancor son. 

Ecco invan m'aggiro, e stanco 
chieggo aita, e tu la neghi, 
né pietà, né vaglion preghi, 
né di versi offerto don. 

Ma s'io n'esco.... Ah che mai veggio ! 
qual mi scorge amico Dio ? 
alla meta ecco sou io : 
questo è il Colle, il Tempio è qui. 

Pur ti giunsi, e tuo mal grado 
teco alfin, Licori, io sono; 
alla sorte ora perdono 
quanto il piede, e il cor soffrì. 

Gr. Parini. 



Briciole Mondane 




A Feroniade, il poemetto che Vincenzo Monti con- 
cepì ed iniziò durante il suo giovanile soggiorno a 
Roma e continuò fino agli ultimi suoi anni a rima- 
neggiare e limare, vide la luce solo dopo la sua 
morte ; nel 1830 ne pubblicò il Rosini in Pisa, per l'editore 
Nistri, il primo canto, e nel 1832 il Resnati tutta la comprese 
nel 2° volume delle Opere inedite e rare. 

Nell'edizione di Pisa la bella apostrofe alla mammoletta 
contiene questi versi : 

Vezzosa e cara 

Nunzia d'aprii, deh quando entro la siepe 
Amalia ti raccoglie^ e tu beata 
Vai fra le nevi del regal suo seno 
Nuove fragranze ad acquistar, deh dille 
Mammoletta gentil : Delizia io sono 
Di primavera e tu d' Dalia bella. 

Il Rosini ebbe nelle mani una redazione piuttosto remota 
del primo canto, e potè impunemente pubblicare in Toscana 
l'allusione alla Principessa Beauharnais, Viceregina d'Italia ; 
ma nel testo definitivo lasciato dal poeta, dopo non pochi ri- 
maneggiamenti, e riprodotto nell'edizione milanese, alla donna, 
già delizia d'' Italia bella, che alla censura lombarda non sarebbe 
garbata, sono sostituite due persone di ben piti modesta stirpe, 
(e. I, vv. 130-150) : 

Pudica e cara 
Nunzia d'aprii, deh I quando per le siepi 
Dell'ameno Cernobbio in sul mattino 
Isabella ed Emilia^ alme fanciulle, 
Di te fan preda e festa, e tu beata 
Vai fra la neve de^ virginei petti 



102 VARIETÀ 

Nuove fragranze ad acquistar, deli ! muovi, 

Mammoletta gentil, queste parole: 

Di primavera il primo tìor saiuta 

Di Cernohbio le rose onde s'ingemma 

Della regale Olona il Paradiso 

Che di bei fior penuria unqàia non soffre. 

Felice l'aura che vi bacia e tutta 

Di ben olenti spirti in voi s'imbeve, 

K felice lo stelo onde vi venne 

Sì schietta leggiadria : ma mille volte 

Più felice e beato al par de' numi, 

Chi con man pura da virtù guidata. 

Dispiccarvi saprà dalla natia 

Fiorita spina e d'Imeneo sull'ara 

Con amoroso ardor farvi più belle. 

Isabella ed Emilia, le rose di Cernobbio, sono le figliuole 
di Carlo G-iuseppe Londonio e di Angiolina Bonacina, gli ama- 
tissimi amici che allietarono col loro affetto e colla loro ospita- 
lità gli ultimi anni di vita del Poeta, il quale non poteva meglio 
rimeritarli che immortalandoli in una delle sue più geniali 
creazioni, 

Carlo Giuseppe Londonio (1780-1845) fu una delle più co- 
spicue e nobili figure della vita milanese nella prima metà del 
secolo XIX. Letterato, storico, economista, intelligente d'arte 
ed artista egli stesso spiegò in più campi, e negli studi e negli 
uffici pubblici, una attività continua e feconda ; gentiluomo di 
educazione raffinata e di modi squisiti, raccolse attorno a sé gli 
uomini più eletti che vivevano o convenivano nella capitale 
lombarda. 

Come scrittore cominciò a farsi conoscere a ventiquattr'anni 
con certe « Osservazioni d'un cttadino milanese sujjli spettacoli 
teatrali della sua patria » (Milano, De Stefanis, 1804), opuscolo 
notevole per garbo di forma e sennatezza di giudizi, dove met- 
teva in rilievo le cause della decadenza del teatro, specialmente 
musicale, in Italia, e suggeriva rimedi per ridonare la perduta 
dignità al melodramma e sottrarlo ai funesti capricci degli ar- 
tisti e degli impresari. Tra' più notevoli suoi scritti successivi 
sono : il « Discorso sui danni derivanti dalle ricchezze », (Mi- 
lano, De Stefanis 1809), pieno di calore e di vita, il quale, più 
che per la discussione generale dell'argomento dove arrischiò 
affermazioni facilmente confutabili, valeva, come scritto d'occa- 
sione, inteso a stigmatizzare le ricchezze da taluni a quel tempo 
accumulate con male arti; gli opuscoli dedicati a confutare gli 




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VARIETÀ 193 

mteiiiperanti giudizi sulP Alfieri e sul Beccaria di quel francese 
Gruillon che s'era impancato a critico letterario sul nostro 
<y Giornale italiano » provocando anche gli sdegni di Ugo Fo- 
scolo (1' : « Pensieri d'un uomo di senso comune », gustosa 
operetta morale , (1810) ; la ponderosa « Storia delle colonie 
inglesi in America », (1812-13), eccellente sintesi, in tre volumi, 
di quanto su questo tema era stato scritto ; la « Lettera d'un 
italiano ai compilatori della Biblioteca italiana » pubblicata in 
questo giornale nell'aprile del 1816, dove, ripudiando i consigli 
dati da Madame de Stael nel suo famoso articolo sulle traduzioni, 
in testa al primo volume della « Biblioteca », che, cioè, gli 
italiani dovessero prendere dagli stranieri la materia del loro 
teatro col tradurre i drammi e le tragedie inglesi, tedesche e fran- 
cesi, sosteneva che il nostro teatro dovesse crearsi o rifarsi ita- 
liano; la traduzione commentata del Laocoonte di Lessing; (2) 
infine i cenni critici sulla poesia romantica, destinati non a 
combattere il romanticismo in genere col quale anzi, quantunque 
le sue preferenze fossero pe' classici, nei punti essenziali si 
trovava d' accordo, ma la smania delle imitazioni forestiere e 
l'esagerata predilezione per le produzioni fantastiche (3). Nell'a- 
cerbo litigio classico-romantico egli portò una serenità di visione 
e una temperanza di giudizio di cui ben pochi furono allora ca- 
paci: questi saggi furono molto apprezzati; sì che Stendhal si 
compiacque di tradurne buona parte nella sua lingua, {Bacine 
et Shakespeare, Paris, 1854, pp. 229-259) (4). 



(1) Foche parole 'in risposta alle osservazioni critiche sulla vita di 
Vittorio Alfieri, Milano, Cairo, 1809 — Confutazione delle osservazioni 
critiche del signor Guill.., nelle Bicerche intorno alla natura dello stile 
di Cesare Beccaria, Milano, De Stefanis, ISiO. 

(2) 1840 e 1841, tip. Bernardoni. Vedi l'ampia recensione fattane da 
P. Selvatico nella Bivista Europea, Milano, IV, 4, 1841, pp. 345-353. 

(3) Cenni critici sulla poesia romantica. Appendice ai medesimi, 
[ilano, Pirotta, 1817, 1818. 

(4) Meno clementi verso i romantici si era nella casa di Carlo Lon- 
lonio, fratello, se non erro, del Nostro, la cui moglie, donna Maria 
'rapolli, o Bia come famigliarmente la chiamavano, era classicista fer- 

|vente e battagliera. Sarebb' ella, secondo una tradizione di famiglia 

Sonfermatami dal pronipote, signor Alessandro Scarovaglio, la madam 

ìibin a cui è dedicata la celebre poesia di Carlo Porta el romanticismo. 

Illa ebbe otto figli, quattro maschi, un de' quali, Ercole, morì in Gre» 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I-II. 13 



UH vAKlKTA 

Carlo (ì. Loridouio occupo degnamente parecchie importanti» 
cariche pubbliche. Verso il 1809 entrò a far parte dell' ammini- 
strazione comunale, nel Consiglio dei Savi, dove diresse V illii- 
miuazione publilica, e diverse istituzioni di beneficenza ; dopo la 
restaurazione austriaca tu deputato dei x>os.sidenti della provincia 
di Milano nella Congregazione centrale, istituita com'è noto, n»! 
1816. Ebbe in questo tempo diverse missioni delicate, come 
quella, per esempio, di assestare alcune contr(>versie fra il du- 
cato di Lucca e la i>iincipessa Elisa Bonaparte. Fu ammirata 
l'opera sua nella vigilanza sulla salute pubblica e sulla benefi- 
cenza affidatagli in quei (lue tristi anni 1816 e 1817 in cui Mi- 
lano fu travagliala dal tifo petecchiale e dalla famosa carestia. 
Nel 1817 fu preposto alla direzione generale dei ginnasi della 
Lombardia dove rimase molti anni: carica irta di difficoltà 
giacché, come dice l'insigne suo biografo Achille Mauri, tratta- 
vasi di avviare una istituzione affatto nuova fra noi, e d'opera 
molteplice per la quale occorrevano i lumi dell' uomo di lettere 
e il senno pratico dell'amministratore. Infine nel 1832 ebbe la 
carica di Presidente dell'Accademia di belle arti che tenne fino 
alla morte. 

La figura di questo valoroso, mite e simpaticissimo uomo,, 
già ben tratteggiata dal Mauri^ e da Francesco Ambrosoli nella 
commemorazione fattane all'Istituto lombardo il 4 dicembre del 
1845, (1) potrà essere anche meglio illuminata da chi vorrà stu- 
diare i suoi carteggi venuti or son tre anni ad arricchire 1' Ar- 
chivio Storico civico per dono munifico della nobil donna Emjr 
Mainoni d'Intignano il cui primo marito, Carlo Baroggi Stau- 
renghi, fu nipote di colui che spiccò dallo stelo una delle due rose 



eia dove s'era recato a combattere seguendo 1' esempio di Lord By- 
rou, e quattro femmine alle quali alluderebbe il Porta quando dice: 
E siccome anca lee ai so tosanett 
Per moeuvegh la passion de studia. 
No la ghe esibiss minga on eoreghett 
Né i scufSon cont i al de cent ann fa.... 
Clara, dama di eletta coltura e di molto spirito, nonna (Un signor 
Scarovaglio, morì più che novantenne nel 1893 e con essa si estinse 
questo ramo dei Londonio. 

(1) Giornale delVJ. B. Istituto di lettere, scienze ed arti e Biblioteca 
italiana, XII (1845), pp. 337-350. 



VARIETÀ 195 

di Oernobbio, Isabella (1). Quei documenti rispecchiano 1' attività 
del Londonio negli uflBci pubblici, le cure e gli affetti della sua 
vita privata. Yi son carte relative al suo servizio militare nella 
guardia Nazionale (1797-1807), e qual capitano nella guardia d'o- 
nore milanese presso l'Imperatore (1805); minute di sue relazioni 
all'ammi) astrazione comunale circa un piano di disciplina per l'ac- 
cettazione dei pazzi e cronici a carico del Comune (1814-1815) ; 
suoi rapporti, come delatore della Commissione di pubblica istru 
zione, al Consiglio comunale sul nuovo piano d'attuazione dei gin- 
nasi (1814); sue note sull'istruzione elementare fl8]5); un gruppo 
di carteggi relativi alla sua carica di direttore generale dei gin- 
nasi (1817-1832); un altro concernente l'opera sua nell'ammini- 
strazione comunale (1812-14 e 1840); molte note riguardanti il 
servizio dell'illuminazione pubblica in Milano (1814-15) e il con- 
gresso generale per l'attuazione dell'illuminazione a gaz (1833-34) ; 
carteggi inerenti alla sua carica di deputato alla Congregazione 
centrale (1816-1830); un progetto di regolamento per la istitu- 
zione e la sistemazione delle Giunte provinciali di statistica 
(1822) ; minute di rapporti al Governo in materie di commercio ; 
carteggi riguardanti gli affari dell'Accademia di belle arti (1832 
e 1840-45), e lo statuto della medesima da lui studiato; infine 
carte ed appunti relativi ai suoi viaggi in Italia, in Svizzera, in 
Francia (1799-1815). 

Di singolare interesse è la corrispondenza personale- Yi son 
lettere de' piìi eminenti personaggi, accompagnate spesso dalle 
minute di risposta: di Domenico Pino (1800), del cugino Giuseppe 
Pecchio, che gli invia da Yienna notizie di persone milanesi 
(1817), del principe di Metternich (1818) raccomandantegli un 
giovane che viene a studiare in Italia, di Giovanni Berchet che 
invoca il suo appoggio per ottenere un impiego di traduttore 
(1819), di Federigo Confalonieri che lo invita a riunioni per l'at- 
tuazione delle sue iniziative patriottiche (1820), di Giorgio Giu- 
lini (1824), di Francesco Cherubini che disserta sul significato 
della parola Venezia (1829), di Cesare Cantù, accompagnanti 

(1) Isabella morì in giovane età. La sua figlia Giulia sposò il cugino 
Carlo, figlio di Emilia e di Stefano Staurengo, e, rimasta vedova pre- 
stissimo, sposò in seconde nozze il marchese Stefano Meraviglia Man- 
tegazza, il cui figliuolo, marchese Lino, oggi vivente, mi ha fornito no- 
tizie di famiglia per le quali qui lo ringrazio. Donna Angiolina' ebbe 
nel 1836 una terza figlia. Cecilia, che sposò lo storico Guglielmo Ber- 
chet e vive tuttora a Venezia. 



l!Mi VAIUKIA 

con riverenti parole l'omaj^i^io <ii fascicoli della Storia univer- 
sale (1829, 1^^1)7 A^ Felice Bellotti sul trasporto da Gastellazzo 
del OeDacolo di Marco d^Oggiono (1832)^, , di Massimo d'Azeglio 
che parla de' suoi quadri da esporre a Brera (1834), di Ales-» 
Sandro Manzoni che gli raccomanda Antonio Piazza, di Fran- 
cesco Hayez (Ì84Ò), di Pompeo Marchesi (1841) il quale gli 
comunica la commissione avuta dall' Imperatore d'erigere un 
monumento a Francesco I, di Giovanni Labus circa affari del- 
l' Istituto lombardo (1841-45), di Andrea Maff'ei che manda saggi 
del suo Messia e delle sue traduzioni da Schiller, infine le lettere 
e i versi di Vincenzo Monti che stiamo per riportare. 

Degna compagna del Londonio era la moglie Angiolina, 
donna, senza dubbio, di alto ingegno e di non comune coltura, 
cui ben s'addicono gli elogi tributatile dal Monti. Nell'archivietto 
famigliare è, tra diverse corrispondenze, una testimonianza viva 
delle sue doti intellettuali nelle 84 lettere, dal 1825 al 1841, cbC; 
in un francese squisito, le scriveva Luigi Pecchio, fratello del- 
l'economista e patriota Giuseppe, trattando con molto brio e 
riflesso di larghissima coltura argomenti di lettera.tura, di filo- 
sofìa e d' arte : il Pecchio non avrebbe potuto intrattenere un 
tale carteggio, e per si lungo corso d'anni, con una signora che 
non fosse stata in grado di intendere e anche di discutere una 
così alta e varia dottrina, 

Nello scorrere questi carteggi si pensa ai geniali ritrovi 
nella casa di via Dimetto e nella ospitale villa che sorgeva a 
Ceruobbio sull'area oggi occupata dall'Hotel Olga, ritrovi dove 
donna Angiolina doveva regnare, ammirata dai piti eletti ingegni 
che ornavano a quel tempo la Lombardia, e forse quel suo sa- 
lotto fu il modello al quale poco, piti tardi si informarono i due 
tanto famosi di Teresa Kramer Berrà e di Olarina Maffei (1). 



Delle quattro lettere di Vincenzo Mónti al Londonio tre 
sono pubblicate nell'epistolario edito nel volume VI delle 0/>ere 
(1842) : nella prima del 25 ottobre 1823, quando l'amico si tro- 
vava colla famiglia a Firenze, il poeta parla del disagio in cui 
vive a causa del suo grave mal d' occhi; nella seconda del 25 
luglio 1825, annuncia prossima una sua visita a Cernobbio in- 
sieme con Andrea Maffei e accenna ai suoi rapporti col Patriarca 



(1) Donna Angiolina mori in tardissima età nel 1879. 



VARIETÀ 197 

la cui protezione e benevolenza egli cercava in quel momento di 
accaparrarsi traducendo un episodio della Tunisiade dììm; ad essa 
è nell'incarto unita la minuta della rispondente del Londonio che 
riproduciamo ; la terza brevissima, senza data, che l'editore dichiara 
di non saper come collocare, parmi debba ricollegarsi al mutamento 
introdotto nella Feroniade ì cui versi dedicati ad Isabella ed Emilia 
sembra il poeta aver mandato alle dilette fanciulle perchè li con- 
servassero nel loro album : dic'egli infatti : « nasce caso che mi 
« toglie contro la mia promessa, il contento di esser vostro com- 
« mensale. Eccovi in mia vece il tributo di pochi versi all'Albo 
« delle vostre care fanciulle, alle quali per licenza poetica sup- 
« pongo lo studio di raccogliere per le amenità di Gernobbio i 
« primi lìori d' aprile studio innocente e tutto proprio dell' età 
« loro. Desidero che alla signora Angiolina ed a voi non dispiaccia 
« questa brevissima digressione del mio poema che spero fra pochi 
« mesi potervi offrire in istampa ». 

Manca nell'incarto una quarta lettera, pubblicata nell'epi- 
stolario, dell' ottobre 1826, dove il Monti descrive all' amico il 
miserando stato in cui si trovava dopo il colpo apoplettico, e 
gli esprime la sua riconoscenza per gli affettuosi conforti datigli 
nella sua sventura; e manca anche un biglietto senz'anno dove 
preannuncia una sua, visita a Oernobbio, che il Cantii pubblicò 
nel suo volume Monti e V età che fu sua, Milano Treves, 1879, 
p. 344^ dicendo d'averla avuta dal noto raccoglitore d'autografi, 
Damiano Muoni, insieme alla precedente che pur riproduce. 

Entrambe sono ristampate nell'edizione Bertoldi-Mazzatinti 
dell'epistolario. 

La lettera al Londonio del 19 luglio 1823, e quelle, che Io 
riguardano, al conte Leopoldo Cicognara, a Gino Capponi e al 
Conte Simone de' Bardi, che qui pubblichiamo, insieme alle 
rispondenti del Londonio stesso, sono, a quanto ci consta, inedite. 

Delle poesie, tutte, tranne due epigrammi, dedicate ai Lon- 
donio, tre sono comprese nell' edizione delle Opere varie del 
1826, (tipografia dei Classici italiani), fatta, com' è noto, con 
l' assistenza dello stesso autore, (III, pp. 65-69), e nel primo- 
volume dell'edizione Kesnati, (pp. 311, 313, 315), ma con varianti 
assai notevoli che ci inducono a riprodurre le redazioni degli 
autografi, come testimonio, non privo d'interesse, del lavoro di 
lima eseguito dal poeta. Le altre riteniamo inedite (1). Tutte 

(1) Ad eccezione probabilmente di una, la quale, secondo un ap- 
punto favoritomi dalT egregio amico prof. Angelo Òttolini, che qui 



/ 

108 VARIETÀ 

80UO autografe, eccettuato lo scherzo poetico AWamico Narsete, 
il cui originale fu richiesto dal poeta nella lettera del lt> lu- 
glio 1823. 

A questo mauipoletto aggiungiamo una letterina del Monti 
al Londonio favoritaci dal marchese Meraviglia Mantegazza, e 
una bella lettera a G. B. Martelli, del 25 settembre 1804, d'altra 
provenienza, la quale si trova fra le carte del (Joloni^ello Caccia - 
nino testé donate al nostro museo del Uisorgimento 

Ettore Verga. 



I. 

Vincenzo Monti a G. B. Mantelli (Museo civico dei Risorgimento - 
Fondo Caccianino). 

Milano^ 28 settembre 1804 
Mio Caro Amico 

La tua lettera mi strappa il cuore, e mi l'ascerebbe desolato per 
tutto il resto della mia vita se non mi conlortaàse la speranza che la 
malinconia dell'animo ti abbia fatto esaggerare [sic] il pericolo de' tuoi 
giorni. Mio caro Martelli, mio caro Amico, la vita non è un gran bene, 
e quando l'avversità la travaglia è un guadagno l'abbandonarla. Ma la 
forza delle fisiche infermità dipende assai volte dalla prostrazione dello 
spirito, e la prima delle medicine è il coraggio. Fa dunque cosi, in- 
voca il soccorso della fantasia, che quando è lieta è la miglior amica 
dataci dalla natura, e quando è trista ci uccide. Se è vero che ti con- 
soli la memoria della mia amicizia e tu scrivimi, e sfogati col tuo 
amico, e pensa alla gioia che gli darai annunziandogli buone nuove di 
tua salute. E se hai qualche peso sul cuore fanne il deposito nel mio 
petto. Usa insomma di tutte le tue forze morali onde ravvivare quelle 
del corpo, né voler essere l'assassino di te medesimo. 

Vivo impaziente delle tue nuove. Se ti nuoce lo scriverle di tuo 
pugno, fallo per altrui mano, te ne scongiuro. Ti abbraccio col cuore. 

Il Tuo Monti 
A tergo 

Al Oitf Gio. Battista Martelli 
Miasino 
nella Riviera d'Orta 



ringrazio, avrebbe pubblicato A. Avetta in un giornale sardo: U au- 
tografo di un poeta illustre (La poesia del Monti al Londonio pel buon 
capo d'anno), « L'idea », Cagliari, 1. 1. 1895. Non saprei dire se si 
tratti d'una di quelle comprese in questo gruppo. 



VARIETÀ 199 

II. ^ 

Vincenzo Monti al Conte Leopoldo Cicognara 

Milano, 18 settembre 1821. 
A. C. 

A compimento di tutta l'opera vi trasmetto l'ultimo volume della 
l^roposta, ben persuaso che abbiate ricevuti tutti gli altri al debito 
j*loro tempo; e il portatore di questo è il dolcissimo amico mio signor 
' Jarlo Londonio, che per suo solo diporto si reca a Venezia con tutta 
^la sua famiglia, cioè la moglie gentilissima ed amabile donna che a 
leraviglia tratta il pennello del Lorenese, e due celesti fanciulle in 
)gni maniera di begli studi massimamente in quelli della Musica e del 
Disegno egregiamente istruite. A ninno adunque meglio che a voi che 
siete l'apostolo delle Belle Arti io potrei con più ragione raccomandare 
tutte queste care persone, onde procurar loro una guida a vedere sen- 
satamente ammirare i capi d'opera della scuola Veneta; e io mi rendo 
certo che in questo grazioso officio di cortesia troverete bene spesi i 
momenti che a' miei raccomandati concederete. Fate adunque che il 
mio amico conoscendovi già per la fama de' vostri scritti, vi conosca 
ancora per prova di gentilezza ■ ed essendo egli stesso negli studi 
delle più scelte lettere ingegno di molto gusto e valore, sia per suo 
proprio merito ben accolto nella vostra grazia e amicizia. 

Pregovi de' miei rispetti e saiuti alla sig.ra Lucietta, e caramente 
abbracciandovi sono sempre II Vostro Aff.mo amico 

V. Monti 
A tergo : 

Al Nobile Uomo 
Il 8ig. Conte Leopoldo Cicognara 
Presidente delVI. E. Accademia di Belle Arti 
Venezia. 

IH. 
Vincenzo Monti a Carlo Londonio. (Dall'archivio del sig. marchese 
L. Meraviglia Mantegazza). 

Milano, 2 luglio 1823 
Mio curo amico, 

Sé anche questa volta la maligna fortuna non m'invidia ogni con- 
solazione io sarò domenica mattina fra le vostre braccia, e i pochi mo- 
menti che passerò in seno alla vostra cara famiglia saranno i più belli 
della mia vita. Riveritela tutta in mio nome, e abbiatemi sempre per 
tutto vostro 

V. Monti. 
Al Nobile Uamo 
Il Sig. Cav. G. Londonio 
Como per Cernobbio. 

IV. 

Vincenzo Monti a G. Londonio 

Milano, 19 luglio 1823. 
Mio caro Amico, 

Prima di sottopporre al ferro chirurgico il mio povero occhio (il che 
^finalmente seguirà postdimani), consacro a voi l'ultima lettera che m'è 



2QQ VARIETÀ 

, conceBBO di Bcrivere per dimandarvi, in norae ancora della mia famiglia, 
le nuove della preziosa vostra saJute, che tutti i buoni inreressa, par- 
ticolarmente me, che sono e voglio per sempre esser vostro : che così 
il cuor mi comanda, e la gratitudine che vi devo per tante prove di 
cortesia. Fate adunque che i tristi pensieri della noiosa cura a cui 
m'avvicino sieno rallegrati dall'udire che voi, dolcissimo amico, vi an- 
date rifiorendo in buona salute, e che in seno alla vostra cara famiglia 
ritorna la gioia; e la sicurezza di vedervi al tutto ristabilito. 

Porgete all' incomparabile vostra moglie i miei sinceri rispetti, e 
un tenero saluto alle figlie; se pure agli Angeli possono gradire i saluti 
mortali. Abbracciatemi istessamente l'ottimo Riva, ed amate chi vi ama 
e vi stima oltre ogni credere, il vostro 

V. Monti. 

PS. Mi viene fatta dimanda dei pochi e miserabili miei versi sopra 
il capello del nostro Narsete. Io gli ho ridotti alcun poco più soppor- 
tabili con parecchie correzioni: ina non ne lascerò uscir copia dalle 
mie mani se voi non me ne date licenza. Desidero che me ne siate 
cortese e volendo concederla prego vi di rimettermi lo scartafaccio 
rimasto in vostre mani; perchè non avendone io serbata traccia in 
iscritto, mi sono fuggiti dalla memoria alcuni trapassi e lezioni, che 
mi bisogna aver sott'occhio. 

Al Nobile Uomo 

il 8ig. Cav. Carlo Londonio 

Como per Cernobio 

V. 

C. G. Londonio a Vincenzo Monti. 

Carissimo, pregiatissimo amico, 

Cernobio 25 luglio 1823, 

Voi mi dite tante e si obbliganti cose nella cara vostra del 19 corr. 
che io non so come rispondervi. L' amicizia meglio si prova coi fatti, 
che non si possa colle parole, e quindi io che tanta ne sento per voi 
e tanta ve ne professo altro non posso fare che augurarmi e tempo ed 
occasione per potervene dar palese e non dubbia testimonianza. Il rista- 
bilimento della mia salute, di che voi e tutta la famiglia vostra de- 
gnissima vi mostrate sì gentilmente solleciti, procede con la consueta 
lentezza e seguendo le oscillazioni dell' atmosfera. Che devo perciò 
fare? quello che farete voi colla ferita aperta e coU'occhio bendato. 
Aver pazienza e sperar giorni più lieti. Intanto sia a voi come lo è a 
me soave conforto il vedere che le persone che amiamo ed apprezziamo 
sovra tutte le altre s'interessano ai nostri patimenti e si sforzano di 
temperarcene l'amarezza colle loro cure e con la loro assistenza. 

Secondando il desiderio vostro vi mando la prima bozza dello 
scherzo poetico che componeste durante il vostro soggiorno a Cernobio. 
Parlando di me e della mia famiglia voi vi lasciaste troppo facilmente 
guidare dal parziale giudizio dell'amicizia, e perciò non dovrei aderire 
che fosse ad altri comunicato sì mal meritato elogio, ma non è giusto 
che per mia cagione debbano rimanere ignorati questi bei versi. Ve- 
niamo dunque ad una transazione : toglietene, o almeno moderate, le 
lodi che ci avete prodigate e poi comunicateli a chi vi aggrada, ma 
sopratutto non dimenticatevi di serbarne una copia per noi cui troppo- 
è prezioso questo testimonio della vostra affezione. 



VARIETÀ 201 

Mia moglie^ le mie figlie e l'ospite Riva vi contraccambiano i sa- 
luti. Porgete i rispetti nostri alla moglie ed alla figlia vostra pregia- 
tissima. 

Vostro aif mo e dev.mo amico 

C. G. LONDONIO 

VI. 

C. G. LoNDONio A Vincenzo Monti. 

Pregiatissimo amico ^ 
Son qui già da quasi due settimane ma la mia salute fu ne' primi 
giorni così vacillante che stimai bene di non sollecitare una vostra 
visita per timore che prima del vostro arrivo io dovessi ritornarmene 
a Milano. Ora che trovandomi un poco meglio questo timore è se non 
del tutto svanito almeno scemato d'assai mi affretto a scrivervi per 
impegnarvi a mantenere la vostra promessa. Se non che mi spiace che 
alla naturale tristezza di questo solitario ritiro s'aggiunga la noiosa^ 
circostanza d'un ospite quale io mi sono malaticcio ed obbligato a 
mille riguardi. Pensateci dunque: se non v'incresce esercitare un'opra 
di misericordia troverete in me e in mia moglie, che vi fa mille saluti» 

e vi prega come fo io di dir mille cose alla vostra consorte,. 

una sincera riconoscenza e un vivo desiderio di provarvi in ogni occa- 
sione quanto grande sia la stima e la devozione che vi professiamo»^ 

Vostro aff'.mo amico 

C. LONDONIO 

Al Sig. Cav. Vincenzo Monti 

Milano ' 

VII. 
Vincenzo Moni'i al Conte Girolamo de' Bafdi. 

Fregiaiissimo Signor Conte ed amico carissimo^ 

Né distanza di luogo né vicenda di tempo nulla possono sulle ben 
jpate amicizie, massimamente quando all'unitormità di sentimenti s'ac- 
cresce il vincolo delle obbligazioni. Ciò sia detto per parte mia, essendo 
io sempre ricordevole dei cortesi uffici che un dì per me vi assumeste : 
e a qual fine e presso chi non giova più il ricordarlo. Vi basti sapere 
che in me vive perpetua la memoria di quella vostra singoiar gentilezza. 

Novella prova di benevolenza ricevo oggi nella dolcissima vostra 
recatami dal signor Tassinari giovine veramente degno di tutte le lodi 
che voi gli date, e della cui conoscenza per mezzo vostro acquistata 
non solamente vi ringrazio, ma intendo ricompensarvi presentandovi 
nel Cavaliere Carlo Londonio un mio dolcissimo amico che colla moglie, 
donna d'amabilità senza pari, e con due vere angiolette lor figlie, viene 
per qualche tempo a godersi la bella Firenze non tanto per suo diporto 
quanto per confortare sotto questo beato cielo la sua salute. Mi rendo 
certo che la virtù, la gentilezza, e la grazia di questa rara famiglia 
v'innamorerà; molto più quando voi. Direttore di cotesta reale Acca- 
demia di belle arti, saprete che il marito al merito di essere uomo di 
Hcelte lettere aggiunge quello di valente pitti)re; che parimenti la moglie 
tratta assai bene il pennello di Claudio, e che le belle lor figlie sono 
molto innanzi ancor esse negli studi del disegno e della musica, e in 
tutti gli altri che a nobili fanciulle si addicono. Di ciò potete com- 
prendere quanto obbligo i miei raccomandati vi professeranno, se farete- 



•JOL* VAinKTA 

clj'«8«i poRRjino romodainertte ammirare e meditare i tanti miracoli di 
belle arti ohe fanno così fanioHsi la vostra patria. 

Salutate ed abbraccile caramente^ per me il nuovo mio amico il 
bravo Tasainjjri e a lui pure sia commune la presente mia raccoman- 
4Ìazione: nel Hecondare la spiale obbligherete senza fine la riconoscenza 
del vostro 

Aff.mo an)ico 

V. Monti 
(firma autografa) 

PS. Perdonate al misero stato de' miei occhi se non vi scrivo di 
pugno. 

* Mi 

A te ì'flo : 

Al nobile uomo 

il Signor Conte Girolamo de' Bardi 

Firenze. 

Vili. 

Vincenzo Monti al marchese Gino Capponi. 
Pregiatissimo signor Marchese ed amico Carissimo^ 

Avrà l'onore di porgervi la presente il Cav. Carlo Londonio mio 
dolcissimo amico e ben degno di conoscere in voi il fiore de' cavalieri. 
Non tanto per suo diletto quante^ per cercare conforto alla sua delicata 
salute si reca esso a Firenze coli animo di farvi non breve dimora, se 
questa mutazione di aria gli tornerà in giovamento. Ha seco la moglie 
donna d'incomparabile gentilezza, e due care fanciulle di costumi di 
leggiadria, e di educazione così compita che innamorano. Con tutto il 
maggior calore possibile vi raccomando questa eccellente famiglia alla 
quale accostandovi mi assicuro che mi ringrazierete d'avervene procu- 
rata la conoscenza, e vi sarà dolce il praticare verso di essa tutte le 
attenzioni che la cortesia sa suggerire. 

Non vi scrivo di pugno, perchè la misera condizione della mia 
vista è tale che da più mesi mi è vietato affatto il toccar penna 
e libri. 

Salutatemi caramente il nostro Ni colini, ed amate il vostro servi- 
tore ed amico vero 

V. Monti 
{firma autografa) 
Milano, 22 settembre 1823. 

A tergo: 

Al nobile Uomo 
Il Sig. Marchese G. Capponi ' 

Firenze. 



VARIETÀ ~ 203 

IX. 

Carlo G. Lonuonio a Vincenzo Monti — (Risponde a questa la let- 
tera del Monti 29 luglio 1825, ed. Kesnati I. 412). 

Pregiatissimo e dilettissimo amico, 

Non vi ho scritto prima d'ora perchè sperava, anzi* teneva per 
certo, che non avreste ritardato di tauto la vostra venuta; ma poiché 
scorrono i giorni e le settimane senza ch'io vi veda arrivare e senza 
neppure ch'io sappia quando pensiate a muovervi di costì, non posso 
a meno di chiederai la ragione di tanto indugiare. Non credo già che 
siate indisposto, ma sibbene che stiate logorandovi gli occhi nel rileg- 
gere e mettere in ordine il manoscritto della Feronia«ie. È egli dunque 
indispensabile che^ questa penosa fatica sia compiuta prima di venire a 
Cernobio, o non sarebbe egli meglio per la vostra salute il differirla a 
stagione meno molesta, e prendervi ora un poco di riposo nella dol- 
cezza dell'ozio villereccio? Di gloria ne avete quanta ne può desiderare 
un mortale. Ora è tempo che pensiate a viver bene gli ultimi anni 
della vostra vita. Non intendo io però - di consigliarvi a rinunciare ai 
libri e alla poesia, io vi esorto solo a non volere spendere in essi il 
dì eia notte e perdervi quel poco di vista che vi rimane. Avete amici, 
avete una complessione ancora robusta ed un'anima capace di fìlosoiiaj 
con questi sussidj non avete a temere la noia e la malinconia. Lasciate 
dunque la città piena di brighe, di fastidi e di caldo e venite a respi- 
rare l'aria purissima di questi monti. È pur bella la natura, è pur 
dolce il contemplarla e godere de' più semplici suoi doni. L'amicizia 
v'aspetta colle braccia aperte. Fate di condur con voi anche il cavalier 
Maffei e siate persuasi amendue che in nessun altro luogo potete essere 
piti desiderati. Salutatelo intanto a nome mio e dell'Angiolina e cre- 
dete me al par di lei, 

Un aff.mo amico vero 

[luglio 1825] C. Gr. Londonio. 

Al Cav. Vincenzo Monti 

X. 
L'Adgurio ; 
del buon Capo d'Anno 
alla Gasa Londonio 

Si trova nell' incarto in due redazioni entrambe autografe. Quella 
che qui si riproduce è scritta nitidamente, senza cancellature, 1' altra, 
sopra un foglio portante sul tergo « Alla gentilissima delle Donne 
D.^ Angiolina Londonio » ha diverse cancellature, e, ad eccezione di 
poche lievi varianti, è uguale a quella pubblicata nelle opere. 

Figlio di santo affetto 

Tu non sei così bello, Augurio mio, (1) 

Come belle son l'alme a cui t' invio. 

Ma il cor che t'accompagna 

Il cor sia quello che ti renda accetto. 

Sicuro adunque alla magion cammina (2) 



'^"^(Ij Nella 2^ redazione: Figlio di vero affetto — In tuo vestir ne- 
gletto — Tu non sei, ecc. E nella stampa: Pegno di santo affetto — 
In tuo stile negletto. 

(2) Sicuro alla magion dunque cammina. 



2()4 varietX 

Di Carlo e d'Angiolina, 
E giunto innanzi a <iuelle 
Di che il ciei li beò care donzèlle, 
Tu non parlar ma lascia 
Che con favella d'ogni fior nemica (1) 
• Per te ragioni il core e così dica. 

Amorose, avveirturate ' 

Donzellette angeli cate, 

Il cui volto il cui sorriso 

Mostra aperto il Paradiso, (2) 

Un cor puro, un cor che sente 

Vi saluta riverente, 

E al novello uscir dell'anno 

Prega il ciel che lieti (3) e adorni 

D'ogni gaudio e senza affanno 

Tutti infiori i vostri giorni 

E trasfonda in voi del padre 

La virtude (4) e della madre. 
E così detto con umil preghiera 
Chiedi che dalla schiera 
De' consueti augùri 
Ti tengano diviso j perchè quelli, (5) 
A chi dentro li guarda e non di fuore. 
Del costume son figli, e tu d'amore. 

Non potendo tenere il vostro cortese invito fattomi j eri sera conce- 
dete che io sia vostro commensale col cuore, e aggraditene in questi 
versicoli l'espressione. Il vostro Monti. 

Al nohil Uomo 
il sig. Oav. Carlo Londonio 



(1) Tu non fiatar ma lascia — Che con parola semplice e pudica. 

(2) Fior di grazia e di beltate — Angiolelle avventurate (e sotto can- 
cellato: Donzellette Angelicate ; e nella stampa: angioletto — Il cui 

dolcee casto riso — Schiude in terra il paradiso. 

(3) lunghi. 

(4) le virtudi. 

(5) E qui tu, schietto augurio mio, ripiglia — Con umile preghiera 
— Che dalla falsa schiera — Di quei che la stagione in giro manda — 
Ti pongano da banda; perchè questi — A chi guarda^ ecc. ; e nelle stampa: 
chi ben dentro li guarda e non di fuore, ecc. Il quarto e il quinto di 
questi versi sopra altri cancellati, e non bene leggibili. 



VARIETÀ 205 

XI. 

Leggiadri e amor spiranti, angiol terreno, 
Sono i fior che il dì sacro al tuo bel nome 
Intrecciar vati egregi alle tue chiome. 
Ma fior più degno di adornarti il seno 
lo ti consacro, d^ amicizia il fiore, 
CJhe mai non perde olezzo e mai non muore. 

XII. 

Pel giorno onomastico 
di Donna Angiolina Londonio. 

Sonetto 

Canta, dice un desio, canta il festivo 

Giorno sacro a Costei, che si sublima 

Sopra il suo sesso, ed ogni cor più schivo 

Soggioga, e tien di cortesia la cima. 
Sotto i bianchi capei l'estro mal vivo 

(Grida opposto un pensier) langue e s'adima- 

Dunque ti taci : che di senno è privo 

Chi a tal donna innalzar tenta la rima. 
Ed io mi taccio : e riverente adoro 

la sua virtude, e tuttavia tacendo 

Più che parlando nel mio cor Ponoro. 
Ma di che più si vanti alma si bella 

Ditelo voi, miracolo stupendo 

Di tutte grazie, Emilia ed Isabella. 

XIII. 
La riforma delleGrazie. 

Grave un dì Citerea (I) 
Alle Grazio dicea: 
Mie carissime ancelle, 
Siete, è vero, ancor belle, 
Ma un po' vecchie. E da poi 
Che i Romantici Vati 
Si fan beffe di voi, 
E di quanti Beati 



(1) Nella redazione pubblicata nelle Opere, ediz. Resnati I, 313 
ler l'altro Citerea. 



HOt; VARIETÀ 

Creò l'alto jM-nsit-K» 
Del santo padre Omero, 
O^ni vostro bel vezzo 
È caduto «li prezzo ; 
E con giudizio matto (1) 
Tale di voi s'è fatto 
In rime, in ciance, in fole 
Il misero consumo, 
Che ormai, qual nebbia al sole, 
N'andaste tutte in fumo, 
E più non vi rimane 
Che in usanze profane 
Servire alle Tolette 
Delle grinze Civette. 
Quindi (il soffrite in pace) 
Giubilarvi mi piace, 
E la Corte d'Amore 
Riformar con novelle 
Leggiadrissime ancelle, (2) 
In cui degli anni il fiore 
Spieghi le pompe sue: 
E me ne bastan due. 
Ciò detto appena, in meno 
Che non guizza il baleno 
Giù dalla terza stella 
Si calò con baldanza 
Nella segreta stanza 

D^EmILIA e d'ISABELLA. 

E in note affettuose 
La cagion del venire, 
Senza star altro a dire. 
Alle fanciulle espose. 
Vano disegno ! Il nume 
D'ogni gentil costume 
La divina Aretea (la Virtù) 
Già fatte sue le avea. 



(1) Da qui sin verso la fine della strofa la redazione a stampa è 
assai diversa: Ed a ragion: che fatto — S'è di voi da' poeti, — Sem- 
pre pazzi e indiscreti, — Un consumo si matto, — Con onta vostra 
espressa, — Che n' arrossisco io stessa. — Or vizze, e lungi tanto — 
Da quel che foste accanto — Al vecchio Anacreonte, — Che vi riman ? 
La fronte — Abbassar per prudenza, — E in santa pazienza — Servire 
alle tolette — Delle grinze Civette. 

(2) Elette damigelle. 



VARIETÀ. 207 

Caro antico^ 

Per le nuove Grazie che vi presento imploro i vostri favori anche 
per dimani sera alla Festa di Metternich. Addio 

Il Vostro Monti. 

Al Nobile Signore 
Il Sig. Cav. Carlo Londonio 
8. F M. 

XIV. 

Pabblicata con molte e notevoli varianti nell'edizione dei Classici 
italiani, 1826, III 68, e nell'edizione Resnatì, I 315 col titolo: Per un 
esemplare del Sermone sulla Mitologia scritto in bel carattere da bella 
ìaano. (Emilia Londonio cóme dice una nota nella 1^ ed.). È quindi 
da assegnare all'anno 1825. 

Figlio di stanco ingegno 
Mio sermon mescMnello,. (1) 
Deforme anzi che bello (2) 
Io ti stimava, (3) e degli sguardi indegno 
Del mio diletto (4) amico 
Cario re dei cortesi, (5) e senno antico. 
Or d' ond' è che si brutto (6) 
Più non mi sembri *? e tutto 
Da quel di pria diverso 
Forbito splendi ed elegante e terso ì (7) 
Dond'è ?... Ma folle che vaneggio adesso ì 
Tu sei sempre lo stesso, 
Ma (8) parer ti fa bello 
La man che ti trascrisse, o meschinello. 

(9) 

Di tanto onor superbo 

Rispondi adunque a chi ti morde acerbo ; 

Me sermone da nulla (10) 



(1) Parto d'irato ingegno - Sermon mio... 

(2) Magro, esangue, deforme... 

(3) Io ti temeva... 

(4) Severo. 

(5) Re dell'onore. 

(6) Or donde avvien che brutto 

(7) Gaio mi splendi e ben nutrito... 

(8) E 

(9) Magica man che quando — Sulle corde sonore — Scorre mae- 
altrui rapisce il core. 

(10) Me rigido sermon, ma per dispetto — Da certa gente detto — 
Classica ciancerulla — Angelica... 



'JOS VARIETÀ 

Angelica fanciulla 

Esemplò di sua mano (1) e dal sereno 

De' suoi begli occhi scese 

Il raggio che mi rese 

Non tutto indegno (2) del diletto amico (3) 

Carlo re de' cortesi e senno antico (4). 

XV. 

AlF Amico Narsete 

Qual errore, o mio Narsete, 
T'ha mai colto nella rete? 
Col poter ch'ai vati è dato 
In lucente astro cangiato 
Tu desideri il capello 
Che l'altr'ier ti fea si bello, 
Così bello che alle sponde 
Per mirarti correan l'onde 
Stupefatte; e quante altera 
Fan del Lario la riviera 
Ninfe elette in te fissando 
Le pupille e sospirando, 
Dir s'udian : caro quel viso ! 
Gli è un Adone, gli è un Narciso. 
Credi a me, Narsete mio, 
Non è sano il tuo desio. 

In qual cielo astro novello 
Vuoi tu assunto quel capello ? 
In un cielo (osserva bene) 
Pien di mostri : orse, balene, 
^Cancri, cani, idre, scorpioni, 
E terribili leoni 
E rapaci aquile infeste. 
Salvo quella da due teste. 



(1) di suo pugno 

(2) Così nell'interlìnea - Sotto, cancellato, : Degno del guardo. 

(3) Degno d'un guardo del severo amico 

(4) re dell'onore... — Nella stampa segue : Ciò dirai :, ma pon mente 
'— Che al sovrano parer di ce^ta gente, — Tu sei sempre un nonnulla, 

— Una classica e sciocca cianceruUa ; — E che il meschin tuo padre 
affascinato — Da quel ciarlon d'Omero, — Nel romantico impero — 
Senza remission scomunicato — Va urlando versi sì dannnati e strani 

— Che ne puoi disgradar G... e S... 



VARIETÀ 209 

Credi a me, Narsete mio, 
Non è sano il tuo desio. 

Qaesto arnese, a cui divini 
"Gnor cerchi, ombrava i crini 
Di vezzosa donzelletta 
Che dagli occhi amor saetta. 
Dunque arnese così degno 
(S'hauno i carmi alcun potere) 
Brillar dee raggiante segno 
Non in cjel fra orrende fiere, 
Ma sul Lario alla gioconda 
Di Cernobio amica sponda, 
'Ove tutto sembra un riso 
Di perpetuo paradiso. 

Sull'antiche eccelse cime 
Di quei tigli ecco sublime 
Già la Musa il pianta e vuole 
Che lucente come sole 
Egli splenda rallegrante 
Cinosura al navigante 
A Cernobio invidieranno 
Il comparso astro novello 
■ Tramezzina e Balbianello 
A Cernobio voleranno 
Tutte genti desiose 
Di veder mirande cose. 

Qui d'odori inebbriate 
Sempre olezzano le aurette, 
Qui rapito è il cor da grate 
Sinfonie : qui allegre e schiette 
E più ch'angeli leggiadre 
Stan le Grazie C(.n la madre : 
Verginelle che volando 
Su per balze e folleggiando 
Rider fanno d'improvvisa 
Primavera in varia guisa 
Poggi alpestri ovunque tocchi 
Son dal lampo de begli occhi. 

E la madre a cui virile 
Senno è giunto a cor gentile 
E a trattar con arte aprese 
Il pennello Lorenese 
Va pi/jgendo delle figlie 
L'operate meraviglie. 
Muta intanto un'allegrezza 
Qual s'addice alla saggezza 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIIJ, Fase. MI. 14 



210 VAJilKTA 

Scorro in petto Hiradoiuto 
Suo consorte che beaito. 
No, non vive, in suo cor dice, 
Sposo e padre più felice. 

Ma clii dir può tutti i vanti 
Di Cernobio illustri e tanti? 
Qui piantò sua sacra insegna 
L^imlstà, qui dolce regna 
Inelfabii cortesia 
Che in altrui se stessa <>bblia 
Qui son tutti i bei costumi 
Rari in terra e cari ai Numi. 
Ecco il ciel, Narsete amato, 
Ove in astro trasmutato 
Vo che sfolgori sublime 
Di quei tigli sulle cime 
Il gentile ampio capello 
Che Paltr'it^r ti fea si bello 
Tolto al crin di donzelletta. 
Che dagli occhi amor saetta. 
Ahi che dico? Il tuo desio 
Non fu sacro, e pazzo è il mio. 
Da Cernob'o il ciel di vere 
Stelle abbonda, e vero oltraggio 
Torneria mischiarvi il raggio 
Delle stelle menzognere. 

• Cessi adunque la follìa 
Dell'incauta fantasia 
E tu Musa riverente 
Col parlar che in cor si sente 
Or che il fallo aperto vedi 
Di tu 3 strida perdon chiedi 
Di Cernobio alle leggiadre 
Verginelle ed alla madre. 

XVI. 

Questi due epigrammi sono nel medesimo foglio. Scrittura incerta e 
tremolante di mano paralitica. 

Sul cener tuo piange la Francia, e mesta 
Ti richiama o grand'aima, e chiede aiuto. 
La prima volta è questa 
Che al suo chiamar sei muto. 



Viste l'opre Minerva 
.Dell'ago di costei meravigliose 
Per timor d'esser vinta il suo nascose. 



I 



Il " Rapporto „ del Cicognara sulle Belle Arti 
in Italia durante il Regno Italico. 




movimenti artistici ch'ebbero svolgimento in Italia 
durante la dominazione Napoleonica possono avere 
inattesa luce da un singolare documento conservato 
nell'Archivio di Stato di Milano nella busta dove il 
Oantii raccolse alcuni autografi di Leopoldo Cicognara. 11 giu- 
dizio del Cicognara, mente aperta e abbastanza serena per poter 
giudicare degli avvenimenti ai quali prese parte, non è senza 
interesse. 

La singolare figura di quest'uomo che si trova spesso im- 
provvisa, irrequieta, mescolata a questioni politiche, a pettego- 
lezzi, passato dalla devozione per I^apoleone a quella per Fran- 
cesco I d'Austria, è particolarmente raccomandata ai posteri per 
i suoi scritti d'arte, e perchè legata agli artisti del suo tempo 
piti salienti, e alle maggiori questioni artistiche. 

Non certo alla sua gloria di pittore. Aveva studiato qualche 
po' nel Collegio dei Nobili a Modena con la guida del pesarese 
Antonio Yestri, miniatore di qualche nome, e a Roma alle Ac- 
cademie del Campidoglio e di S. Luca, e col pittore Corvi as- 
sieme al Cannuccini, al Sabatelli, al Benvenuti (1). Non era 
però andato molto oltre, e a Milano, nelle sue 'varie dimore, 
trattò dapprima incisioni su foglie d'oro applicate a cristalli, poi 
passò a dipingere paesaggi (2). 



(1) Vittorio Malamani, Memorie del conte Leopoldo Cicognara, Ve- 
nezia, 1888, voi. I, p. 27-31. 

(2) Due di questi, firmati, ci accadde di vederli esposti nella casa di 
vendite Battistelli (26-27 aprile 1913, cat. n. 106, collezione del Marchese.... 
nn. 129-130), con animali. Le tinte erano profonde, ben intonate ; effetti 
d'insieme erano ricercati con sicurezza. G. Nicodemi, La pittura milanese 
dell'età neoclassica, Milano, 1914, pag. 79. 



212 VARIETÀ 

Una certa gloriola gliela procurò il Porta col noto sonetto: 

« Cicognara, se dlB, l'ha faa un quadrett » 

quando, nel 1809, espose all'Accademia di Belle Arti di Venezia 
una veduta del Duomo di Milano con vicino un asino, dove al- 
cuni avevano voluto vedere « un'ingiuriosa allusione alla Nazione 
Milanese ». E il Porta gli distrusse ogni speranza di gloria nel 
campo pittorico definendolo senza misericordia : 

« L' è un spegascin cli'el cred d'ess un pittor » (1). 

Miglior fama meritò certo la sua opera di letterato e di 
storico dell'arte, iniziatasi con la consuetudine del Cancellieri, 
del D'Agincourt e di quel terribile Milizia che fu tra i più fe- 
roci demolitori dell'arte settecentesca romana (2), e continuata 
con l'amicizia dell'Appiani, del Bossi, del Canova, del Missirini, 
del Quatremère de Quincy, ecc. Il lungo catalogo dei suoi scritti 
artistici s'inizia con un poemetto sulle Belle Arti, edito a, Fer- 
rara nel 1790 dagli eredi di Griuseppe Kinaldi, ornato di pic- 
cole deliziose acqueforti dello stesso Cicognara, e finisce con 
uno stato delle Belle Arti in Germania, Francia ed Inghilterra, 
relazione scritta per incarico del Metternich nel 1820, e stam- 
pata nel primo volume delle opere postume, pubblicate nel 1834, 
dopo la morte dell'autore (3). 

Tra queste opere tiene il posto più importante la Storia della 
Scoltura dal suo Risorgimento in Italia sino al secolo di Napoleone 
per servire di continuazione alle opere di Winckelmann e di i>' A 
gincourt, stampata dal Picotti a Venezia dal 1813 al 1818 in tre 
voli, e ristampata più tardi nel 23 dai fratelli Giachetti a Prato 
nel 1825 in sette volumi, piena, nell'ultima parte, di entusiasmo 
per il Canova. Né di minore interesse sono i due volumi su 
Le fabbriche più cospicue di Venezia. ìnisurate, ilhistrate ed iuta 
gliate dai membri della veneta B. Accademia di Belle Arti, stam- 



(1) 11 Cantò, in Corrispondenza dei diplomatici della Repubblica e del 
Regno d^ Italia, Milano, 1885, voi. 1, pagg. 65-66, riproduce una lettera 
dei Cicognara al conte senatore di Bréme, Ministro dell'interno, dove si 
scagiona dell'accusa che gli era stata mossa. 

(2) G. Natali, in Idee costumi uomini del Settecento, Torino, 1Q15, 
p. 241 e segg. L. Cicognara, Memoria intorno alV indole e agli scritti di 
F. Milizia, ecc. (in Atti della Società Italiana, 1808, voi. 11, pag 440). 

(3) V. Malamani, op. cit., voi. 11, pp. 405-416. 



VARIETÀ 213 

pati a Venezia dal 1815 al 1820. Collaborarono a quest' opera 
Antonio Diedo e Antonio Selva. 

Un^altra sua opera preziosa sono Le memorie per servire alla 
storia della Calcografia^ stampate a Prato dal Giachetti nel 1831, 
dove la trattazione sull'origine, composizione e decomposizione 
dei Nielli, e il capitolo sulle carte da giuoco hanno vera e reale 
importanza anche per noi. 

Dove però l'attività del Gicognara meglio valse fu nella 
sua opera di presidente dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, 
alla quale fu assegnato con un decreto del viceré Eugenio di 
Beauharnais il 12 febbraio del 1808, e confermato dal governo 

» austriaco, dove protesse l'Hayez (1) e altri, dove lavorò a sal- 
vare opere d'arte veneziane e curò l'ampliamento delle Gallerie. 
Il rapporto, che ci è dato riprodurre per intero (2), e al quale 
aggiungiamo poche e sobrie note, era stato scritto per il Direttore 
Generale della Pubblica Istruzione Giovanni Scopoli (3), succe- 
duto allora da poco a Pietro Moscati (4), il quale aveva chiesto 
al Gicognara una nota delle produzioni classiche che erano state 
compiute nel Regno d'Italia, dall'inizio del Eegno. E il Gicognara 
imbarazzato da quella parola, « classico », che allora correva come 
oggi la parola « sintetico », l'interpretò nel senso di eccellente 
con una buona e cara larghezza. E dà insieme notizie preziose, 
giudizii, interpretazioni tutte sue dei movimenti con un senso 
pacato e sereno che è ben lontano da quelle lettere (pure all'Ar- 



(1) Questi ricorda {Le mie memorie^ Milano, 18Q0, p. 7 e segg.) con 
buone e care espressioni la figura del suo benefattore : « oltre ai pregi 
« eminenti d'ingegno e di carattere, il Gicognara possedeva ancora quello 
« della bellezza. Grande di statura, maestoso e insieme affabile, con voce 
« sonora, si attirava la simpatia di tutti, ecc. 

(2) Un breve riassunto è contenuto nell'opera citata del Malamani, 
Memorie, ecc. voi. II, e. II, e serve a dare un'idea del movimento arti- 
stico del Regno Italico. Non è però fatto cenno del « Rapporto » come 
fonte delle notizie. 

(3) Il 10 ottobre 1809 lo Scopoli aveva avuto il decreto dì nomina. 
T. Casini, Ritratti e studii moderni, Milano, 1914, p. 420; L. Gaiter, 
Elogio del Comm. Avv. G. Scopoli, Verona, 1856. 

(4) 11 Moscati era però uomo di ben maggior valore che non lo 
Scopoli, e l'opera sua nell'amministrazione degli studi era stata veramente 
importante. Da luì era stato messo il Gicognara alla Presidenza dell'Ac- 
cademia di Venezia. T. Casini, op. cit. p. 411, e in Ministri, prefetti e 
diplomatici italiani di Napoleone I, (in Reviie Napoleonienne, a. II, voi. I, 
fase. II e III). 



2 1 } VARIETÀ 

chivio (li Stato di Milano) con le quali, inviato della Cisalpina 
in Piemonte parlava, beffardo e provocante di quella corte « as- 
setata di sangue », del ministro Damiano Priocca, che usava 
ancora titoli araldici, e narrava prei)otenze di generali, braverie 
del Ginguené, e, infine, l'esultanze del Piemonte rigenerato per 
l'abdicazione del suo re, gli sforzi per unirlo alla Francia, e per 
« estinguer nel suo nascere, l'orgoglio nazionale italiano ». 



REGNO D'ITALIA 

Regia Accademia di Belle Arti in Venezia, al Signor Consigliere di Stato 
Direttore della P. I. 

Venezia, 9 Dicembre 1809. 

Ho l'onore di compiegarle qui unito, Sig. Cons. Direttore, il rapporto 
comandatomi con suo dispaccio nel quale ho cercato di darle certezza di 
tutto ciò che a mia nozione avvi di classico nel Regno d'Italia, prodotto 
da nostri artisti nell'epoca da Lei prescritta per confine alle mie ricerche. 
Se strettamente avessi voluto comprendere a spiegare la parola Classico 
io credo che forse non avrei soddisfatto all'oggetto delle sue cure, se 
pure posso lusingarmi d'interpretarle, ed ho estese perciò le mie ricerche 
anche alle cose che possono dirsi buone. 

Se dovrà cribrarsi il mio elenco a tutto rigore della parola toccherà 
al di Lei fino discernimento il fare la scelta, pago ben io di averle pre- 
parate le materie in qualche maniera. 

Ho l'onore di rassegnarle la distinta mia stima e piena considerazione. 

ClCOGNARA 

presidente dell'Accademia. 



Il presidente della Regia Accademia di Beile Arti in Venezia 

al Signor Consigliere di Stato Direttore della Pubblica Istruzione. 

Onorato della confidenza che Ella pone negli scarsi miei lumi per 
avere un rapporto esatto dei capi d'opera che sono usciti dalle mani, e 
dalla mente dei nostri artisti del Regno d'Italia nel corso di questi primi 
anni in cui sono protette le Arti dalla benefica influenza dell' Augusto 
nostro Sovrano, io mi trovo nella necessità di far precedere alcune osser- 
vazioni al ragguaglio che sono per dare, e che preliminarmente debbo 
farle conoscere, signor Consigliere, le maggiori e minori difficoltà che 
si sono attraversate allo svìlup )0 dei talenti della nostra gioventù, e agli 
slanci del Genio dei nostri artisti maturi, null'ostante le quali, pure io 



VARIETÀ 215 

credo che potremo conservare la gloria del nome Italiano o quel rango 
distinto fra le altre Nazioni che dai nostri antecessori ebbimo in retaggio 
e in custodia, e che ci ha reso oggetto d'ammirazione ed invidia in ogni 
epoca agli stranieri, avidi sempre del possesso delle nostre produzioni. 

Il Regno d'Italia, formato dall'aggregato di tante diverse piccole po- 
tenze, e frazioni di altri stati vede attualmente farsi centro e residenza 
della Sovranità la Città di Milano, quel paese felice che gode per conse- 
guenza dei sommi avvantaggi, i quali prima venivano naturalmente ripar- 
titi per le diverse rappresentanze che diramavano in altrettanti piccoli 
centri, una protezione speciale per la floridezza degli studi e delle arti. 
Conosciutasi perciò dalla provvida saviezza del nostro attuale Governo la 
necessità di non raccogliere tutti i benefici ad un solo centro coll'abban- 
donare tanto estesa periferia, ha instituite in più luoghi Università ed 
Accademie non centralizzando in questa maniera i fonti della pubblica 
Istruzione e sovvenendo con mano distributiva generosamente quei paesi 
che avevano per loro stessi un'attitudine allo sviluppo dei singolari ta- 
lenti, e ne avevano in addietro dati saggi assai noti, come lo dimostrano 
i monumenti delle arti che s'incontrano in molte nostre città e partico- 
larmente in Bologna e in Venezia. 

Ma non bastando questi mezzi, per quanto efficaci si riconoscano, a 
promovere uno studio e un progresso nelle arti pari all'entità del soccorso 
che loro viene prestato, e conoscendosi la necessità di una singolare pro- 
tezione e la convenevolezza che si presentino occasioni le quali emerger 
facciano gli uomini in concorso del premio e dell'onore che possono 
meritarsi, ha voluto anche il Governo sagacemente promuovere l'emula- 
zione con alcuni suoi Decreti, l'effetto dei quali non può se non riuscire 
in ogni maniera proficuo per le arti e per gli studi (1). 

NuU'ostante non essendo tutte queste provvidenze se non se di re- 
'Cente emanate, e alcuni di questi stabilimenti contando una data troppo 
fresca ancora dal momento della loro instituzione, così è impossibile che 
possano esser pari le produzioni che veggonsi nelle città di provincia a 
quelle che si molttplicano nella Capitale. 

La bella e ricca città di Milano, sede del Vice Re d'Italia, ove si è 
abbellita la Reale abitazione di una corte piena di genio e di gusto per 
lo splendore e la magnjficenza, ove sonosi eretti parecchi grandiosi 
monumenti alla gloria dé\ nostro Augusto Monarca sempre trionfatore ; 



(1) l decreti del Governo del Regno Italico in vantaggio delle arti 
furono veramente numerosi. Concorsi, commissioni ad artisti, aiuti alle 
Accademie di Milano, Bologna e Venezia, figurano frequenti. E fre- 
quenti sono erezioni di monumenti, di palazzi, edizioni di stampe, co- 
niazioni di medaglie, per le quali sono chiamate tutti gli artisti a com- 
piere lavori per conto dello Stato. Fare una qualsiasi enumerazione di 
tutte le provvidenze dello Stato a questo proposito sarebbe troppo lungo. 
Mette conto di ricordare il decreto del 5 luglio 1804 per le accademie di 
Milano e Bologna, esteso all'accademia di Venezia il 17 marzo, 1808 col 
quale si stabiliva l'alunnato di Roma con la pensione di L. 5000 per ogni 
alunno divise in tre rate annue. 



216 VARIETÀ 

ove sonosi date e si danno grandiose feste e f annosi sontuosi apparati > 
in tante annue solenni ricorrenze; ove tanti magistrati erigono la sede 
delle dignitose loro rappresentanze, ove gli spettacoli sono frequentati 
da una affluenza non interrotta di persone, e decorati della Sovrana Pre- 
senza, ove Ministri e Dignitari, seguendo un impulso alla magnificenza, 
moltiplicano le occasioni per ogni genio di sviluppare tutti quei talenti 
che sono opportuni a solleticarla ; ove infine i privati godono per tante 
fortunate combinazioni di assai tante fortune, o di molti mezzi per osten- 
tare la pompa ; ed ove minori assai che dovunque sono state le scosse 
che hanno indebolito la forza delle famiglie, Milano per tutti questi 
grandiosi avvantaggi accumulati e protetti dalla mano Sovrana, i quali 
hanno indubitatamente portato la luce e l'emulazione, ed efficacia onde 
le Belle Arti potessero emergere con una floridezza assai brillante e 
invidiata, Milano è talmente superiore in Artisti e produzione che senza 
mezzi straordinari non potrà mai da alcuna altra città del Regno essere 
adeguata (1). 

Una felice combinazione si era presentata per la città di Venezia e 
forse anche l'aspetto di questa prosperità sorride per elevarla a quel grado 
che può competerle pel suo vetusto splendore, e per quelle speranze che 
ha concepite Ragionevolmente allorché fu affidata la cura della di Lei 
grandezza alla protezione speciale di S. A. I. il Principe di Venezia. Que- 
sta combinazione per cui si dilatò il cuore dei Veneziani tutti, e degli 
artisti di ogni genere si presentò allora quando parve nascere un gran 
problema meritevole dell'applicazione degli Artisti più profondi e delle 
Accademie più distinte ponendosi mano a un Palazzo Regio (2) nella 
prima e più bella piazza d'Europa e decidendosi una sostituzione alla 
demolita opera del Sansovino. 

Io ignoro come seguisse e con quali meditazioni lo scioglimento di 
un problema sì importante e, pieno di quel rispetto che debbo pur sem- 



(1) Degli avvenimenti, di tanto interesse per l'arte, che qui sono ac- 
cennati, compiuti elenchi si potranno avere dall'opera del Comandini 
Ultalia nei Cento Anni, voi. I, Milano, 1900-1901. Alcuni sono accennati 
da G. NicoDEMi, op. cit. passim. 

(2) Assicurata la pace francese al mondo col trattato dì Tilsit, Na- 
poleone nel 1807, venuto a Venezia, chiamò l'Antolini perchè gli facesse 
il piano per un suo palazzo. Ma il primo ardito progetto che pare fosse 
di prolungare le Procuratie nuove su tutti gli altri due lati della piazza 
di S. Marco sino alla torre dell'Orologio e aprire poi nel centro un grande 
arco trovò tali ostacoli che il compito fu ridotto a minori proporzioni e 
ad attuarlo bastò Giuseppe Soli da Vignola. Questi, atterrata la Chiesa 
di S. Oimignano, opera del Sansovino, ricca di sculture e di un famoso 
organo con le portelle esteriori dipinte da Paolo Veronese, continuò in 
tutto il fianco le arcate delle Procuratie nuove e alzò un altissimo attico 
di coronamento per i bassorilievi dei fasti Napoleonici. L'interno non ha 
molti ricordi di opere eseguite da artisti di quell'età. — G. Focolari, 
// palazzo reale di Venezia, (in / palazzi e le ville che non sono pia del 
re, Milano, 1921). — G. Selvatico e V. Lazari, Guida di Venezia, 
1852, p. 42. . 



t 



VARIETÀ 217 

pre professare per ogni Sovrana determinazione, diedi soltanto alcuni 
cenni allo sfuggita sulle mie opinioni in punto di massima allorché pro- 
dussi alle stampe il mio discorso letto in occasione della prima distribu- 
zione dei premi in questa Reale Accademia (1). 

Non sono però decadute punto le speranze d'un risorgimento gran- 
dioso per le arti in questa città, ma vedendosi avanzare una nuova fab- 
brica, la più importante se non la piti grandiosa che si eriga in Europa 
concepiscono gii artisti di ogni genere le più favorevoli lusinghe di esser 
scelti a decorarla e scultori e pittori e intagliatori, per l'interna Architet- 
tura, e per la decorazione dovendola pur fregiare a norma del grandioso 
concepimento e dell'uso augusto a cui si destina. Emergeranno conseguen- 
temente anche per Venezia circostanze onde possa emularsi la prosperità 
della Capitale. 

Ciò posto e dandosi inoltre la combinazione favorevole per cui que- 
sto paese a goder venga delle felici risorse commerciali, mediante una 
sospirata pace marittima, mi pare evidente che, nel risorgere le depresse 
fortune dei privati, ne risulteranno vantaggi indicibili per le- arti di ogni 
genere e per le manifatture. 

Chiara fede ben fanno della ragionevolezza di questi auguri i molti 
signori privati di questa città che hanno fatto a loro spese erigere palazzi 
lavorar statue e fondare ricchissime Gallerie. I nazionali Veneziani sono 
naturalmente portati al lusso, alla protezione delle arti e soltanto in Ve- 
nezia in questi ultimi tempi, a preferenza di ogni altra città d'Italia veg- 
gevansi in privati appartamenti statue scolpite dal nostro vivente Lisippo, 
Antonio Canova, e soltanto in Venezia trovasi accumolata modernamente 
una sontuosa e recentissima collezione di quadri nella casa Manfrin la 
quale può mettersi a pari delle collezioni che veggonsi nelle case Prin- 
cipesche di Firenze e di Roma. 

Indicate quindi le speranze che sonosi a molta ragione concepite da 
tutti gli artisti, e dati alcuni cenni su alcune cause che possono aver 
promosse le arti e che possono averne ritardati i progressi, mi giova ri- 
flettere che un compenso ben luminoso ha Venezia quando esiste un 
Canova, che tanto nella sfera dei moderni geni prevale, e che solo può 
(sensa tema di esagerazione) bilanciare il merito di tutti : e quantunque 
le produzioni che sono uscite dal suo scalpello non abbiano visto la luce 
nel Regno d'Italia, pure egli, nostro figlio, nostro concittadino, nostro Ac- 
cademico, non può lasciarsi da noi in oblivione, ed egli artefice di più 
statue colossali rappresentanti l'Augusta imagine del nostro Sovrano, e 
di molte altre che rappresentano Principi e Principesse della Casa Reale 
deve porsi tra i nostri, e le opere del suo scalpello non posso a meno 
di porre tra le prime cose di cui far parola, e per le enunciate ragioni, 
e perchè primo siede fra tutti, né luogo secondo egli aver mai potrebbe 



(1) I] Malamani, Memorie cit. p. 405, ricorda quest'operetta: Sulla 
orìgine della Accademia di Belle Arti, Venezia, Picotti, 1808, e la sua 
introvabilità. Le nostre ricerche non hanno avuto miglior risultato. 



21 S VAIUKTA 

per qualsivoglia pomposa enumerazione a me far piacesse delle opere 
classiche prodotte nei periodi indicatomi dalla Direzione (1;. 

Forse che dopo l'aver parlato di simili produzioni le opere altrui 
non potranno annoverarsi sulla stessa sublime categoria ; ma nell'Olimpo 
ove han sede gli Dei Maggiori, stanvi del paro con distinzione e decoro 
gli Dei minori e gli Eroi. 

Luogo non è che qui si parli di tutte le opere uscite dallo scalpello 
di Antonio Canova, che a solo dire di ogni sua classica produzione saria 
scarso un volume e preferirò molte anche di quelle che sono state imagi- 
nate ed eseguite in questi primi anni del Regno Napoleonico, e restringen- 
domi all'indicazione di pochissime opere da me vedute e che più partico- 
lari si collegano coi fasti italiani e colla gloria dell'Invitto nostro Monarca. 

E- primo luogo fra queste ben vuoisi che abbia la statua Colossale 
dell'Imperatore e Re (2). figurato come gli antichi Eroi ignudo, meno 
una breve clamide, che gli pende da tergo raccomandata al braccio sini- 
stro. Egli mostra avanzarsi con dignità e nobile ardimento, né maggior- 
mente sospìnge col moto la sua persona di quello che il Greco artefice 
abbia mossa la divina statua dell'Apollo vaticano il quale ritorna conqui- 
statore o debellatore ("siccome è piaciuto ai più dotti interpreti e com- 
mentatori di ravvisare). 

Difatti, reggendo coU'una mano l'asta trionfatrice, sostiene il mondo 
con l'altra, su cui poggia la Vittoria alata, tal quale fu dagli antichi rap- 
presentata, anzi la stessa che fu scoperta in bronzo, a tal uopo modellata 
colle stessissime dimensioni. Né troppo Apollinea, né troppo Erculea la 
struttura delle sue membra tiene quel carattere che si associa mirabilmente 
col sublime ; appunto perché io penso essere assai più sublime ed ele- 
vato concepimento, che ove la massima forza si concentra del poter 
sommo, non abbisogni l'artista di esprimerla coi tratti energicamente 
pronunciati dei muscoli, giacché una tal volgar espressione pare che di- 
noti unicamente lo sviluppo delle forze fisiche, e comprensibili ad ogni 
basso e comune intendimento e l'impulso del potere massimo, emanando 
da un atto di elevatezza e dal puro cenno d'una grande volontà, si 



(1) ^entusiasmo che il Cicognara dimostra qui per il Canova e che 
più diffuso si ritrova nel libro VII della Storia della scoltura, e riempie 
di sé tutta l'epoca V, risponde a un sentimento che era universalmente 
diffuso. — v. Melchior Missirini, Della vita di Antonio Canova, Milano, 
Silvestri, 1825. V. Malamani, Canova, Milano, 1910. 

(2) La statua colossale di Napoleone è ricordata dal Cicognara. nella 
Storia della scoltura, (ed. Pirotti, Venezia, 1818), voi. Ili, p. 269, il quale 
dice come sia stata acquistata dal Governo britannico. Non usa però 
più il Cicognara, nel 1818, l'entusiastico linguaggio del rapporto. — 
Un bronzo con le dimensioni ridotte, è nel cortile del palazzo di Brera : 
una testa riprodotta dal Gandolfi, sull'originale, é alla Pinacoteca Tosio 
Martinengo in Brescia. L'importante lavoro fu compiuto nel 1803 Sol- 
levò discussioni per il suo costume che si trovano riassunte in M. Mis- 
sirini, op. cit. pp. 158-Ì64. Sulla diversa fortuna del monumento veggasi 
L. Lanzac de Laborie, Paris sous Napoléon, Spettacles et Musees, Parigi, 
1913, pp. 415-428. 



VARIETÀ 219 

esprime coi tratti di un carattere più sublime e più fino. Quando gli 
uomini hanno voluto esprimer la forza hanno imaginato i pugillatori, e 
gli atleti, quando si è voluto un emblema del vigore, Glicone ha scolpito 
l'Ercole Farnese. Ma quando per un atto della divina volontà Omero ha 
voluto che crolli l'Olimpo allora è bastato un sol cenno della fronte di 
Giove. 

Il Napoleone, difatti, dopo la maestà del movimento della persona, 
colpisce gli astanti per quella sua fronte, per l'incassatura degli occhi, 
e per la posizione delle labbra, che denotano gli alti e profondi suoi 
pensamenti, scorgendosi in lui quella grande prerogativa che lo distingue, 
di uno sguardo scrutatore, e d'un prontissimo ed intimo concepimento 
delle cose. Queste bellezze sublimi che io ho ravvisate in quest'opere 
non tolgono che dagli artisti non si enumerino tanti altri pregi che a 
parte a parte risultano nel farne dottamente l'analisi, e che io lascio alla 
cura di chi assumere volesse il farne una esattissima descrizione. 

Di ben altro stile quantunque sublimemente condotta è la statua della 
madre del nostro Eroe (1), la quale, sedendo come la famosa Agrippina 
di Campidoglio, offre nella dolcezza, semplicità, e maestà del suo aspetto 
un carattere di bontà veramente singolare. 

Il panneggiare è mirabile, e con una decenza e verità maestrevolmente 
associate alle bellezze ideali si rilevano le tracce del nudo, serbandosi il 
caratteristico sostenuto di una età matura, senza alcun abbandono delle 
forme più belle, che l'artista non deve mai perder di mira. Le estremità 
conservano tutte industremente i dovuti rapporti coH'aspetto della per- 
sona e sono espresse con venustà e con tutta la possibile rassomiglianza 
del vero, talché agevolissimo è ai circostanti ravvisarla, come indispen- 
sabile l'affezionarsi al soggetto per l'attrazione possente che ha sopra di 
noi l'amabilità dell'aspetto. 

Di un terzo carattere, ove la mollezza e le Grazie hanno guidato lo 
scalpello e il Genio dell'Artista è la principessa Borghese, (2) sorella del- 
l'Imperatore, la quale è giacente e semignuda sovra di un letto imaginato 
dalla voluttà, nel quale mirabile lavoro è d'uopo obbliare assolutamente 
la durezza della materia, tanto morbidamente è maneggiata dalla maestria 
dello scultore. 

Immenso lavoro e di gran mole sta immaginato nel suo studio, ove, 
per collocarsi in una gran piazza di Milano, ha espresso la lotta di Teseo 
col Centauro, e ne sono a tutta perfezione già ultimati i modelli. L'ima- 
ginazione ha avuto un libero campo ove spaziare, facendo spiccare le 
varie forme, e i caratteri e la gagliarda tensione delle fibre, e il contrasto 
dei movimenti e la giacitura del cavallo che soccombe oppresso, e pur 



(1) Fu fatto nel 1805. Il Canova ne fece gli studi preliminari in un 
suo soggiorno a Parigi. M Missihini, op. cit. pagg. 170-174. 

(2) Fu pure eseguito nel 1805. 11 Cicogna ra, Storia della scolturay 
ed. cit. p. 307, nota che solo il volto della Venere vincitrice è ritratto 
da Paolina Borghese. 



liliO VARIETÀ 

tenta di resistere alla forza possente dell'Eroe radunando sugli estremi 
piedi le forze estreme (1). Il pubblico deve con molta ragione attendere 
impaziente il compimento di tanto lavoro. Caldo dell'amor dell' Italia mi 
sarà permesso l'indicar qui come sia prossimo al suo termine il mausoleo 
eretto al Sofocle Astigiano, dove il dolore più maestoso, e più profondo 
sta sculto nella bellissima figura colossale deli' Italia piangente (2). La 
stampa di quel monumento mi si è voluta intitolare dallo stesso Canova^ 
onorandomi oltre ogni mio merito con un tratto di cortesia ben distinto. 
Ecco le cose che dal Canova in questi ultimi anni sono state fatte, 
le quali più relazione hanno colia gloria del nostro Sovrano, e coli'onor 
dell'Italia. Veggo che oltre il parlare di tante opere sue, avrei potuto 
indicare Classici lavori dei più distinti artisti in tutta l'Italia; giacche la 
periferia del nostro Regno è troppo ristretta per la grandezza delle be- 
neficenze del suo Signore ; e la protezione che egli come gran Mecenate 
estende fin dove giunge il suo nome abbraccia, ogni altro ben più esteso 
confine. Ma conviene ormai soddisfare all'ingiuntami prescrizione nei 
confini attuali del Regno d'Italia. 

Fittura. 

E indubitato che l'Europa non ha tra i viventi un artista che meglio 
riesca nella pittura a fresco del Signor Cav. Andrea Appiani. La vaghezza 
del suo colorito, il succoso della sua tinta, l'acpordo mirabile, l'impasto 
e fusione oleosa che vi si scorge un tale effetto producono di magia che 
l'osservatore più difficile non ha il tempo di bramare una maggior seve- 
rità dello stile giacché, se pur uopo d'emenda in quello vi fosse, noa 
saprei qua! altro additare che una ridondanza alquanto ricercata di vezzi.. 
Le sue invenzioni e le sue allegorie sempre nobili campeggiano partico- 
larmente nelle due sale che veggonsi negli appartamenti Reali (3), le cui 
volte sono classicamente dipinte da questo nostro insigne artista figu- 
rando neir una l'apoteosi di Napoleone portato su d'un trono sostenuto 
da quattro vittorie e nelle lunette avendo espresse le principali virtù 



(1) L'opera fu finita nel 1819, commessa per la città di Milano, e fu 
posta in Vienna nei giardini imperiali M. Missirini, op. cit. p. 476. 

(2) Il Canova l'aveva iniziata nel 1807. Questo nuovamente servì per 
la tomba del poeta Astigiano in Santa Croce. M. MissiRiNit, op. cit. 
pp. 191-201 e 476. 

(3) Per le pitture che l'Appiani condusse per il palazzo Reale di 
Milano e per quelle della villa di Monza si veggano il volumetto Illu- 
strazione storico artistica dei Reali Palazzi di Milano. Milano, Alberti,. 
1863, Giuseppe Beretta, Le opere di Andrea Appiani. Milano, Silvestri, 
1848; F. Martini, prefazione a I fasti del Regno italico, raccolta dalle 
stampe che riproducono l' opera dell'Appiani per la decorazione della 
sala delle Cariatidi; G. Nicodemi, op. cit. e A. Annoni, Il palazzo reale 
e la villa reale di Milano, La villa reale di Monza (in / palazzi e le ville- 
che non sono piii del re). 



VARIETÀ " 221 

dell'Eroe (1) e nell'altra sala atteggiando la Vittoria che detta le impres- 
sioni del Grande alla Storia e mostra lo scudo fregiato de' più cari no- 
stri fasti (2). 

Il fregio che contorna il gran salone di palazzo (ove con infinita 
bravura ed estrema facilità furono tratteggiate a chiaroscuro le gesta di 
Napoleone (3) può annoverarsi tra le cose piti classiche del Signor Ap- 
piani per la parte dell'invenzione. Mi sia permesso il dirlo : 1' essere col- 
locato impropriamente non lascia allo stesso lavoro far quello spicco 
che pur farebbe altrimenti, ed o*ruisce il parapetto elegantissimo che ne 
costituiva il merito principale, e di cui l'occhio rimaneva così soddisfatto. 
Questo bellissimo fregio sta incidendosi attualmente da' valenti bulini 
del Signor Longhi, e del Signor Rosaspina sullo stile de' bei trionfi di 
P. S. Bartoli (4), e, moltiplicato in tal modo porrà sott'occhio a tutti il 
valor dell' artista, non meno che perpetuerà gli omaggi dovuti all' Eroe 
tante volte ivi raffigurato. 

Il coltissimo artista Signor Giuseppe Bossi ha ultimamente ripro- 
dotta più che copiata la grand'opera che Leonardo da Vinci dipinse nel 
Refettorio della Grazie a Milano, della quale pochi resti deturpatissimi, 
da ogni bruttura e da ogni ingiuria di pessim'arte, e di tempo, veggonsi 
appena. Egli ingegnosamente ha consultato le copie che furon fatte nei 
tempi migliori, ha analizzato lo stile dell'Autore da quante altre opere ha 
potuto conoscere di lui : ha rettificato gli errori in cui sono caduti tutti 
i copisti inesatti di questo mirabil lavoro, e, a forza di confronti, di fa- 
tica, di studi, di diligenza, e di genio, ha saputo ricomporre un cartone 
dell'esatta grandezza dell'originale (il più grande che siasi mai visto tra 
i disegni eseguiti con maestrevole diligenza) dal quale poi con sicurezza 



(1) I contemporanei videro veramente l'opera come un prodigio. 
Luigi Lambef^ti, Descrizione dei dipinti a buon fresco eseguiti dal Signor 
Cav. A, A. nella saia del Trono del Reale Palazzo di Milano, Milano, 
Stamperia Reale 1809; A Buccellini. Carme per gli egregi dipinti a buon 
fresco nel Reale Palazzo di Milano, Milano, Mussi, 1809. 

(2) Questo dipinto fu finito nel 1809, e decora la sala per le udienze 
solenni 

(3) L'Appiani lavorò alla lunga serie dei monocromati, di oltre cento 
metri di lunghezza, dove si svolge la storia militare di Napoleone dalla 
battaglia di Montenotte a quella di Friedland, dal 1803 al 1807. Il Be- 
RETTA, op. cit. pag. 195 e segg., V Illustrazione dei Reali Palazzi, op. cit. 
pag. 87 e segg. l' edizione delle stampe curata da F. Martini, portano 
una minuta descrizione delle diverse scene. 

(4) Napoleone stesso volle l'incisione in rame delle diverse scene. 
Nelle Memorie del Custodi (Parigi, Biblioteca Nazionale, Foiids. ital. 1546, 
fol. 34) si trova un foglio con la spesa di quanto fu pagato dal Cav. A. 
Appiani ai vari incisori dei 35 rami, e risultano complessivamente 116.205 
lire dalle quali 91.620 andarono al solo Rosaspina. Il Longhi e il Bisi eb- 
bero le rimanenti. 

L'Appiani per l'incisione dei rami riceveva 30.000 lire annue. Dei 
rami furono fatte diverse edizioni. Ne conosciamo una del 1818, una del 
1896, quella diretta da F. Martini, s. d. I rami furono anche tirati più 
volte separatamente. 



liUl» VARIETÀ 

ha potuto dipingere il suo quadro (1). Questo lavoro può veramente 
dirsi opera dottissima, elaborata, e corretta, talché desiderabile sarebbe 
che a classico bulino venisse il talento, o la commissione di riprodurre 
su queste tracce sicure una sì grand' opera, giacché, al confronto, con 
troppa evidenza si scorge la fallacia, e l' incertezza con cui il Sig. Mor- 
ghen incise con bravura dMntaglio la tanto lodata sua Cena (2). 

Disegnatore pieno di correzione, inventore ricchissimo di bei con- 
cetti, compositore pieno di gusto e d'intdligenza, il Sig. Bossi ha dato 
\n luce diversi altri soggetti che lo costituiscono veramente classico ar- 
tista. 1 suoi temi sopra il Dante, il Boccaccio, 1' Ariosto, (3;, la sua pace 
di Costanza (4), e molte altre sue nobili composizioni di cui si conoscono 
i disegni eseguiti in questi ultimi anni fanno presagire a qual grado sa- 
lirà il merito di questo giovane artista. 

Il Signor Liberale Cozza ha dipinto in Venezia un quadro il cui tema 
interessante è tolto da Plinio il Giovane {/iist. nat. lib. XXXV) questo 
soggetto essendo stato trattato dal celebre Aristide Tebano invogliò al 
Sig. Cozza di tentare l'impresa, ed espresse a lume notturno nel saccheggio 
di una città una madre, vicina a morte, ferita nel petto da un soldato, 
ed un bambino in aito di arrampicarsi per giugnere al petto della madre 
morente: nel volto della donna si leggono i contrasti del dolore e del- 
l'amore, e quella lotta nel caso estremo quasi più s'affliggesse del peri- 
colo del figlio acciò non suggesse sangue invece di latte dalla ferita, 
che del suo danno. Il chiaroscuro, il colorito, e l'espressione meritano 
molta lode, e se tutte le parti del quadro fossero in ugual modo eminenti 
potrebbe questo dirsi un'opera classica (5). Ma chi volesse restringersi 



(1) Il Bossi stesso descrisse e spiegò il suo lavoro e gli studi prepa- 
ratore nel voi. Del Cenacolo di Leonardo da Vìnci libri quattro, Milano, 
Stamperia Reale, 1810. La copia ad olio che egli condusse si trova oggi 
nella Pinacoteca del Castello. 

(2) Per quanto sappiamo il desiderio qui espresso dal Cicognara non 
ebbe seguito. L'opera del Bossi servì invece alla scuola di mosaico, che 
il Melzi aveva costituito presso 1' Accademia di Brera, e che era diretta 
dal romano Raffaelli, il quale la riprodusse integralmente. La copia mu- 
siva fu finita nel 1816, nel 1818 il governo austriaco, che l'aveva fatta 
compiere, la inviò alla chiesa dei Minoriti di Vienna dove si conserva 
ancor òggi. D. G. Salvatore, Die Minoriten Kirsche undihre alteste Um- 
gebung, Wien, 1894, p. 309 e segg. 

(3) Eliseo Battaglia commise al Bossi quattro dipinti ad olio con il 
monte di Dante, del Petrarca, del Boccaccio, e dell'Ariosto, dove dove- 
vano essere effigiati i poeti con tutti i loro seguaci. Dove le opere siano 
finite si ignora. Ve ne ha memoria in una vita del Bossi scritta da Gae- 
tano Cattaneo. D. C. Casati, Un ricordo a Giuseppe Bossi, sue poesie 
edite e inedite colla vita scritta da G. Cattaneo, Milano, Dumolard, 1885, 
pag. 42. 

(4) Oggi è conservato nelle raccolte del Castello di Milano. E un 
grande cartone con belle e nobili figure. G. Nicodemi, op. cit. p 138. 

(5) Del Cozza ci son rimaste pochissime notizie, oltre queste che il 
Cicognara dice di lui. Però fu con Lattanzio Querena un continuatore- 
del vecchio accademismo veneziano. Nel 1817 gli fu commesso dall'ani- 



Varietà 223' 

unicamente a dare conto di lavori perfetti assai poco dovrebbe estendere 
questo elenco. 11 Signor Cozza ha dipinto alcune cose assai bene, e sol- 
tanto sorprende il trovarlo nella sua esecuzione molto disuguale a sé stesso: 
ma ad alcuni suoi lavori fu retribuita grandissima lode anche dal celebre 
Signor Benvenuti allorché nell'anno scorso visitò le venete scuole. 

Certamente il robusto disegnatore Signor Sabatelli (Ij, professore di 
pittura nella Regia Accademia di Milano, ultimato che avrà il quadro che 
sta tutt'ora dipingendo (2) darà di sé quel conto che pareggi 1' aspetta- 
zione che si ha dei suoi talenti, e un saggio ne ha dato in prevenzione 
coi bellissimi, e classici all'acqua forte di composizione tratte dall'Apo- 
calisse, di cui parecchie sono già pubblicate (3). 

I giovani alunni che sono in Roma a spese del Governo (4j annun- 
ciano di aver fatto distinti progressi nelle Arti, e i Saggi loro se non 
sono classici ancora, non può negarsi che non aprano adito a grandiose 
speranze. I loro prodotti conosciuti alle Accademie di Milano e di Bo- 
logna hanno riempito di tutta la soddisfazione gli intelligenti e molto 
lusinga può trarsi anche dal merito singolare di quell'assai giovane alunno 
dell'accademia di Venezia che in quest'anno ha ottenuto V accessit al 
premio di prima classe in Milano e nel medesimo tempo ha meritato 
d'essere scelto per l'alunnato di Roma (5) Alcnni giovani paesisti in 
Bologna mostrano di voler compensare la perdita del valoroso artista 
signor Martinelli (6), pianto in quel!' Accademia con dottissimo elogio 



ministrazione delle provincie venete un dipinto con il Ritorno di Assuero 
nelle sale del convito per farne omaggio a Carolina Augusta V. Mala- 
mani, Memorie, op. cit. p. 177. 

(1) Luigi Sabatelli (1772-1850) di Firenze, aveva imparato l'incisione 
da Benedetto Eredi, aveva poi studiato pittura all'Accademia di S. Mat- 
teo da Sante Parini e da Pietro Peroni. Era stato poi a Roma e a Venezia 
a studiare. A Milano lo chiamò il Bossi e quivi dipinse numerose scene 
d' interpretazione classica. 11 Museo del Castello, a Milano, ha diversi 
saggi suoi : Giunone nella grotta del Sonno, Ettore che mette in fuga i 
Greci, Aiace che lotta con Ettore, ecc. vedi G. Nicodemi, op cit. p. 157-158. 

(2) Forse si tratta del grande quadro con l'Olimpo oggi ai Castello 
di Milano, G. Rovani, Le tre arti, Milano, Treves, 1884, T. 11, p. 172. 

(3) È questa forse la più suggestiva delle opere del Sabatelli. Per 
quanto mi sappia la serie delle stampe non fu mai raccolta in volume e 
le incisioni furono date in luce separate. L' opera respira già dei sensi 
romantici che ispireranno l'artista quando, nel 1820, andato a Firenze 
compirà dipinti di carattere storico : Pier Capponi davanti a Carlo Vili, 
l'assalto di Damietta fatto dai crociati, ecc., e sa già la forza della sua 
più bella incisione con la Peste di Firenze. 

(4) I pensionati delle diverse Accademie. 

(5) Questo giovane era Francesco Hayez che di questo perìodo dice 
diffusamente nel voi. Le mie memorie, pubblicate nel 1890 a Milano a 
cura del comitato, per le onoranze al pittore. 

(6) Vincenzo Martinelli di Bologna (1737-1808) ebbe veramente nome 
di grande paesista, e la suggestiva dolcezza delle sue scene lo fa in 
qualche modo precursore della moderna interpretazione del paesaggio, 
v. C. Masini, Storia della Pinacoteca di Bologna ^ Bologna, 1888, p. 17, 20. 



224 VARIETÀ 

scritto dal Segretario delia medesima Signor P. Giordani (1), e fra questi 
si distingue il signor Zamboni (2) più particolarmente siccome alle pre- 
mure del Governo corrisponde in Roma applicandosi a questo piacevol 
ramo dell'arte. 

Scoltura. 

Il Signor Pizzi (3) professore di scoltura nell'Accademia Reale di 
Venezia ha esposto una statua colossale di Napoleone nelle sale della 
primaria Accademia di Milano- e sembra che sia stata commendata uni- 
versalmente per la dotta intelligenza che vi spicca dell'arte iu cni è va- 
lente maestro per la somiglianza e per la nobiltà grandiosa delle forme 
in cui si presenta. 

Il Sig. Pacetti (4) professore dell'Accademia Reale di Milano ha 
ugualmente esposto al suffragio dei dotti nelle arti un grandioso mo- 
dello della Religione per eseguirsi nel Duomo di Milano in cui spicca 
la purità dello stile e la severità della dottrina (5). 

Il Sig. Manfredini (6) sta perfezionando in bronzo la danza delle 
ore attorno al Carro del sole tolta dall' Aurora di Guido Reni nella 
Galleria Rospigliosi di Roma (7), che, modellata dal valente prof. Sig. 



(1) Pietro Giordani lesse l'elogio del Martinelli, nell'accademia di 
Belle Arti in Bologna nel Giugno del 1809. Prose di Pietro Giordani^ 
Rovigo, Andreola, 1827, voi. II, pagg. 97-117. 

(2) Di questo Zamboni non ci accadde di trovare altra notizia. 

(3) Luigi Pizzi, milanese, scolaro di Giuseppe Franchi, chiamato dal 
Cicognara all'Accademia di Venezia, e al Cicognara rimasto sempre molto 
unito, continuò a lungo le tradizioni dell' arte scultoria milanese del 
Franchi e del Comolli. Ne è prova tra l'altro un suo busto di Francesco I 
d'Austria all' Accademia di Belle Arti in Venezia. V. Malamani, op. cit. 
pagg 26, 34, 176. La statua di Napoleone, si conserva nell'Accademia di 
Brera. La figura è vestita di ricca clamide e s' appoggia allo scettro 
L. Malvezzi, Le glorie delV arte lombarda, Milano, 1882, p- 296. 

(4) Camillo Pacetti, nacque a Roma nel 1759. Morto a Milano nel 1805 
il Franchi fu proposto dal Canova, che rifiutò l' invito allora rivoltogli, 
perchè gli succedesse. Morì nel 1827 a Milano Delle sue opere meritano 
ricordo il fregio e le due belle vittorie dell'arco della Pace, diversi busti, 
tra i quali uno del Monti, ecc. L. Calla ri. Storia delVarte contemporanea 
italiana, Roma, 1909, p. 27. U. Nebbia, La scoltura del Duomo di Milano, 
Milano, 1910, pagg. 233. 267. 

(5) Questa statua non figura nei cataloghi delle statue del Duomo 
di Milano ricordate dal Nebbia nel suo volume, già cit. dove figurano 
soltanto un S. Giacomo Maggiore (del 1810) e un Mosè (del 181 Ij posti 
sulla facciata. 

(6) Luigi Manfredini, nacque a Bologna nel 1771. Nominato incisore 
della zecca milanese^ condusse a termine una squisitissima serie di me- 
daglie, eseguite con una singolare finitezza. Morì a Milano il 22 giugno 
1840. V- per le prime medaglie del Regno italico (G. Cattaneo, Descri- 
zione delle medaglie di Napoleone, s. d. n. 1. ; (Millingen), Histoire mè- 
talique de Napoléon, London, 1819, pp. 11, 36, 57, 107, 196, 248, 258. . 

(7j Una nota a fianco del foglio dice : « Per un orologio per S. A. 
I. ». Dove sia andato a finire questo orologio non ci è dato sapere. Sono 



VARIETÀ 225 

-Acquisti di Bologna, onora l'arte del plastico del pari che quella dell' a- 
. buissimo fonditore. Fratello di questi è l'altro eccellente professore che 
ha inciso i ponzoni per coniare le medaglie alla Zecca Reale di Milano. 

Non è dubbio sul merito classico di questo artista, e le medaglie di 
più bel conio che abbiano l'impronta degli avvenimenti gloriosi dì Na- 
poleone sono di mano di questo artefice. 

Del suddetto signor Acquisti è il bellissimo gruppo di marmo rap- 
presentante la Pace ove Marte è placato dai vezzi lusinghieri di Venere 
pacificatrice, opera che riscosse i plausi di tutta Roma ove fu scolpita e 
che poi fu mandata a Parigi. Un saggio dell'artista si vede ancora nella 
figura dell' Atalanta che per munificenza di S. A. I. è stata passata alla 
Galleria dell'Accademia Reale di Milano. Il moto, l'agilità e lo svolazzar 
leggiadro dei panni, il maneggio del marmo sono pieni d'artificio e di 
[usto, e assicurano che questo artista produrrà ancora lavori degni del 
.nome che gli hanno fatto le opere indicate (1). 

Due statue il Signor Bosa (2), membro dell' Accademia di Venezia, 
.giovane scultore che abbisogna di protezione, ha fatto, nelle quali la 
l^jnorbidezza, la grazia, l'ingegno con cui sono eseguite, gli hanno attirato 
elogi infiniti. 

L' una rappresenta una Flora che esiste in Verona, l'altra una Bac- 
cante che fu esposta l' agosto di quest' anno nell' Accademia Veneta e 
riscosse non comuni applausi. 

Il Sig. Zandomenici (3) pure scolpì un Genio che incorona il busto 
di Antonio Canova e condusse questa figura con molta morbidezza e ve- 
nustà ne' suoi movimenti. Se questi due artisti avessero un particolare 
.incoraggiamento, sarebbero forse in grado di elevarsi ad una sfera mag- 
giore. 

Lodatissima cosa è la Virginia uccisa dal padre opera del Sig. De 
Maria, scultor bolognese e professore in quell' Accademia, né può cer- 
tamente il consesso dei dotti nell'arte aver portato su questa un giudizio 
cotanto onorevole e conforme, quando realmente non sìa meritevale dì 
molto plauso, e degna di passare fra le opere classiche (4). 



frequenti orologi con figure varie in bronzo fuse dal Manf redini o con 
soggetti riferentisi a Napoleone. 

(1) Dei due fratelli Acquisti sono frequenti le memorie presso scrit- 
tori contemporanei Un certo nome ebbe Luigi anche dai lavori che 
condusse per l'arco della Pace a Milano. 

(2) Antonio Bosa, del quale i biografi danno scarsissime notizie, 
figura lavoraje nel 1827 all'infelice mausoleo del Canova nella Chiesa 
dei Frari a Venezia. La Baccante ricordata dal Cicognara è oggi al Museo 

•Civico di Venezia. 

(3) Luigi Zandomeneghi, allora era appena uscito, dall'Accademia di 
Venezia : divenne poi professore di scoltura nella stessa Accademia. Pei 
suoi lavori e i suoi rapporti col Cicognara ; v. Malamani, Memorie, op. cit. 
pp. 27, 63, 170, 297, 314. 

(4) Il cav. Ercole De Maria esplicò tutta la sua attività a Bologna, 
Callari, op. cit. p. 10. 

Arch. Stor. Lomb,, Anno XLVIII Fase. l-Il 15 



liliG VAi^lK'I'A 



Architettura. 



Benché non sia portata ad effetto, pure merita infinita lode l'inven- 
zione e i dettagli della grand'opera che il Sig. Antolini (1) ideò pel Foro 
Bonaparte. Egli la immaginò grandiosa talmente che dovesse pareggiare 
l'importanza del soggetto cui veniva dedicata; ma l'ardimento dell'archi- 
tetto non fu secondato dalle combinazioni, e rimarrà il bel progetto però 
sempre come produzione classica ad ornamento delle Biblioteche, e a dar 
saggio del sommo talento dell'artista nella sua feconda parte dell'inven- 
zione ; siccome della sua coltura nelle arti attestano lodevolmente le sue 
illustrazioni del tempio d'Ercole in Cori, e di quello di Minerva in Assisi. 

Il Signor Gagnola (2) milanese è l'autore del grand'arco che si sta 
erigendo dal lato ove la superba strada del Sempione sbocca nel Foro 
Bonaparte. La "nobiltà, la magnificenza, la grandiosità e la simmetria di 
questo edificio lo costituiscono un'opera classica, il cui ottimo effetto si 
vide allorché fu prodotta quest'invenzione col gran modello che presentò 
al pubblico all'ingresso della Porta Orientale. Del medesimo autore sarà 
l'ingresso della Porta Marengo, in cui campeggia sempre il merito del- 
l'artista nelle sue grandiose invenzioni, mai disgiunte dall'aurea sobrietà 
degli antichi. 

Piace air universalità delle persone ben giustamente anche il monu- 
mento eretto alle glorie militari di Napoleone in Lodi dal Sig. Cav. Gio- 



(1) Questo progetto dell'architetto Giovanni Antolini fu presentato 
nel 1804. Il Giordani lo lodò ampiamente. Le tavole del progetto furono 
pubblicate negli anni successivi. Il giudizio del Cicognara è giustissimo 
anche per le altre opere dell'Antolini ricordate da lui. Era nato a Bologna 
circa il 1701. Aveva studiato col Milizia ed era socio dell'Accademia ro- 
mana della Pace dalla quale si diffuse quello stile di transizione che do- 
minò a Roma nei primi anni del secolo scorse. Nel 1813 pubblicò a Mi- 
lano i suoi Elementi d'architettura ispirati dal Vignola e dal Palladio. Nel 
1819, in 12°, a Milano uscì la sua Illustrazione. e Restaurazione del tempio 
d'Ercole in Cori, dei monumenti romani in Assisi e delle rovine di Velleja. 

(2) Il Marchese Luigi Gagnola (1762-1833) milanese, fu veramente il 
più interessante e il più sicuro degli architetti dell'età neoclassica. Lau- 
reato in legge a Pavia, fu ascritto all'Ufficio diplomatico, che abbandonò 
alla morte del padre. Dopo aver studiato disegno al Collegio dementino 
di Roma, tornato a Milano, s'occupò del restauro delle terme di Massi- 
miliano Erculeo alle colonne di S. Lorenzo in Milano, che venne pub- 
blicata nelle Antichità Longobarde Milanesi del P. Fumagalli. L' indirizzo 
che dell'arte francese era segnato dal Desgodetz, dallo Stuart, e dal Leroy, 
il genere dei suoi studi sut ruderi delle antiche costruzioni romane, lo 
portarono al senso puramente neo classico della costruzione. E fu l'Arco 
della Pace il primo grande saggio dove gli fu concesso di adoperare le 
sue abilità e i suoi concetti. L'arco fu deliberato dal Consiglio Comunale 
di Milano l'S febbraio 1806, ebbe prineipio nel 1807. Nel 1816 Francesco I 
trovò i lavori iniziali e mutò il nome originario di Arco del Sempione 
in quello di Arco dslla Pace. G. Voghera, Illustrazione deWarco della 
Pace, Milano, 1838. 



VARIETÀ 227 

condo Albertolli (1), eccellente sopratutto per aver fondata in Italia la 
miglior scuola d'ornato, col più fino e giudizioso accozzamento di varii 
stili, e colla miglior applicazione dell'antico al moderno. 

Oggetto d'ammirazione per gli imparziali, ed i giusti estimatori della 
gloria del nome italiano sono i due ponti di Creola e di Varzo eretti 
sulla strada del Sempione dal Sig. Ingegnere Oianella (2), milanese, ove 
la solidità si congiunge con la sveltezza e coll'eleganza, che erano com- 
binabili in situazioni difficilissime. Anche la costruzione di un ponte 
offre una non copiune circostanza per determinare la celebrità di un 
architetto. 

Il Sig. Diedo (3), segretario dell' Accademia di Venezia, ha fatto eri- 
gere un grandioso peristilio sovra d'un'eminenza in Schio, il quale serve 
di facciata alla chiesa principale di quella città ; sovra una magnifica gra- 
dinata posano grandissime colonne del diametro di quattro piedi ; l'ordine 
è Corintio, e l'armonica proporzione delle parti, e la scelta di tutte le 
modanature e profili costituiscono un nobilissimo edifizio, che può gareg- 
giare colle produzioni de' tempi migliori. 

Le nuove porte dell' Arsenale che si eseguiscono da un ingegner 
francese in Venezia sono d'invenzione e disegno del celebre Sig. Profes- 
sore Antonio Selva (4), noto per le molte sue produzioni, e fabbriche 



(1) Giocondo Albertolli (nato a Vedano nel 1742, morto a Milano 
nel 1839) riempì la lunghissima vita di lavori finissimi di decorazione. 
Nel 1770 chiamato alla corte di Toscana ornò di stucchi la villa Reale 
di Poggio imperiale. A Napoli nel 1775 lavorò col Vanvitelli per ornare 
la Chiesa dell'Annunziata. Nel 75 fu chiamato a Milano all'Accademia 
di Belle Arti e vi insegnò ornamenti architettonici. Nel 1782 pubblicava la 
prima parte degli Ornamenti diversi, nel 1787 usciva la seconda parte col 
titolo Alcune decorazioni di nobili sale, la terza nel 1796 : Miscellanea per 
i giovani studiosi del disegno, nel 1805 la quarta : Corso elementare di 
ornamenti architettonici. La gentilezza dei suoi ornati severi e finiti ebbe 
fama ben oltre Milano II monumento che qui il Cicognara ricorda fu 
eretto il 13 maggio 1809. Un acquerello esistente al Museo civico di Lodi, 
attribuito al Migliara, ne ricorda la forma, Vedi Comandini, cp. cit. p. 349. 

(2) All' ingegnere qui ricordato spetta il merito di aver condotto 
dalla parte italiana la famosa strada, decretata da Napoleone subito dopo 
la battaglia di Marengo, da Arona alla galleria detta Ai Gabbio. La 
parte francese saetta al Teard. Tableau historique et pittoresque de la route 
du Simplon de Genève à Milan orné de 40 vues et d'une carte itinéraire. 
Milano, Bettalli, s. a. 

(3) Pubblicò col Cicognara e col Selva l'opera monumentale in due 
volumi Le Jabbriche di Venezia, 1815 e 1820. Per le sue relazioni col 
Cicognara vedi in Malamani, Memorie, cit, voi. II, pagg. 10, 30, 54, 
302-304, 352. — 

(4) Di virtti singolarissime Giovan Antonio Selva, architetto, scrittore 
garbato d'arte, ebbe una singolare preponderanza nei movimento neo- 
classico veneziano. Nacque a Venezia il 1737 e vi morì nel 1819. Dopo 
aver appreso dal Temanza i principi dell'architettura andò a Roma nel 
1778. Amico del Canova, del Volpato, del Quarenghi, ecc. fu degli ini- 
ziatori del nuovo movimento. Nel 79 fu a Parigi. Tornato a Venezia vi 
fabbricò palazzi. Di questi notevoli quello per Guido Erizzo, e i Pisani 



228 VARIETÀ 

insigni : egli in quest'opera emerge pieno delle profonde cognizioni nel- 
l'arte, che lo distinguono, e di lui parimente è l'ingegnoso partito ideato 
per i Giardini Pubblico-Imperiali in Venezia (1), opera che riescir deve 
d'un effetto assai grandioso, sebbene imbrigliato il Genio dell' Artista da 
molte circostanze difficili, e dalla località. 

Sotto la classe dell'Architettura possono ridursi anche altri lavori che 
veramente tengono del classico per la loro esecuzione, e per la loro pub- 
blica utilità. Come per es. l'incisione accurata che il Sig. Giocondo Al- 
bertoUi già mentovato ha fatto fare degli elementi per la scuola d'ornato ; e 
l'incisione trattata a modo di aquarello che il Sig, Ferdinando Albertolli (2), 
professore nell'Accademia di Venezia, ha eseguita delle più insigni opere 
del classico autore Michele S. Micheli, le quali servono a dare un' idea 
ben giusta di sommo architetto. 

11 N. U. Sig. Bartolomeo Giuliari di Verona, uno de' più colti Si- 
gnori del Regno d'Italia, ebbe la cura, e la splendidezza di far incidere 
dall'aureo bulino del Signor Mercoli di Milano (3) una delle più insigni 
opere del S. Micheli quale si è la Cappella Pellegrini, che in diverse ta- 
vole sta aspettando la luce : ma non so per qual jattura stia imperfetta 
o inedita quest'opera, e sepolta nell'oscurità, degna del maggior lustro 
per l'invenzione non meno che pel suo nitido bulino. 



sulla riviera di S. Benedetto a Padova. Il teatro della Fenice a Venezia, 
come quello di Trieste, la facciata dello Spirito Santo a Udine, sono le 
sue opere maggiori. Del suo sapere nell' architettura diede saggio nella 
Dissertazione sulle diverse maniere di descrivere la volata jonica, Venezia, 
1814, ntW Elogio del Sanmicheli, letto all'Accademia di Venezia nel 1814; 
tradusse dal francese le Ordonnances des.ordres del Perrault, dall'inglese 
il trattato d' Architettura civile dello Chambers, dal latino l'opera De sita 
urbis venetce del Sansovino. Le relazioni di lui col Cicognara sono ricor- 
date dal Malamani, Memorie, cit. voi. II, pp. 10, 30, 55, 59, 104. 

<1) Nel 1807, un decreto di Napoleone sopprimeva le chiese ed i 
cenobii di S. Domenico, di S. Nicolò al Castello, delle Cappuccine, di 
S. Antonio dì Vienna, dello Spedale dei Marinai, e stabiliva di mettervi 
in vece alberi ed erba per abbellimento della città. 11 Selva finì di or- 
dinare i Giardini nel 1810. — Selvatico e Lazzari, Guida di Venezia, 
cit, pp. J05, 106. 

(2) È il meno noto degli artisti usciti dalla famiglia Albertolli, ni- 
pote di Giocondo. Oltre l'opera qui ricordata dal C. sì conoscono vari 
altri suoi lavori, per es. le tavole per // tempio di Minerva in Assisi.... 
da G. Antolìnì, Milano, 1803; la Descrizione delle feste celebrate in Ve- 
nezia per la venuta di S. M. R. Napoleone il Massimo, ^lla quale colla- 
borò Giacinto Maino, impresso a Venezia, Picotti, nel 1808 a cura del- 
l'abate Morelli. 

(3) Tre sono i Mercoli che dalla seconda metà del sec. XIIIJ ai primi 
anni del XIX lavorarono contemporaneamente a Milano. Il primo, Giacomo, 
di Cremona, fecondissimo ritrovatore dì vignette, firmò le sue cose dal 
1750 al 1795 lac. Mere, o lacobus Mercorus. Il figlio di questo firmò Mer- 
corus pater, o Mercoli Pere, in considerazione di Gaetano, suo figlio che 
firmava Mercoli neuos finché visse il nonno, e Mercoli filius dopo. 
Di quest'ultimo dovrebbe essere il lavoro che qui è ricordato, ma del 
quale non ci avvenne da ritrovare esemplari. 



VARIETÀ 1*29^ 

Avesse pure il Sig. Mercoli avuta la commissione d'incidere le clas- 
siche opere che vanno ora uscendo in luce per associazione del moderno 
Palladio vicentino Sig. Ottone Caldei ari (1), che ben più degnamente si 
sarebbe resa un idea del merito singolare di questo gran d'uomo ! 

Ma dopo l'aver tutto additato ciò che a mia cognizione v'ha di più 
classico nei prodotti d'architettura di questi ultimi anni, e aver passate 
sotto silenzio tante belle condecorazioni interne di nobilissimi edifici 
pubblici e privati, tante fabbriche d'ottimo stile, e Circhi, e Teatri, e 
Passeggi che in Bologna, in Bergamo, in Cremona, in Milano e in altri 
luoghi sono stati costruiti ed ove principalmente il talento del Signor 
Architetto Canonica (2) si è molto distinto, non posso a meno di non 
emettere un voto sulle due grandi opere teoriche di Architettura, che 
stanno perfezionate ed inedite presso l'illustre suo autore il Sig. Senatore 
Simone Stratico (3). Egli erede de' preziosi scritti del m.se Poleni, trovò 
illustrata in parte la materia Vitruviana con sei dottissime Dissertazioni, e 
altre sei ne compose ed aggiunse egli a compiere interamente il dotto 
commentario di un tanto autore dell'aureo secolo. 

Oltre questo prezioso inedito manoscritto, trovasi in sua mano anche 
un altro lavoro dottissimamente concepito intorno alle opere non ben 
conosciute di Leon Battista Alberti ; e se questo lautissimo frutto delle 
fatiche e profondi studi del Sig. Senatore Stratico non viene alla luce, 
mediante gli eccitamenti che gli sieno dati dalla benemerenza del Governo, 
io preveggo che per modestia, o ritegno, o altra qualsivoglia difficoltà 



I 



I 



(1) Ottone Calderari (n. a Vicenza nel 1730, m. il 1803) seguì in 
varie costruzioni condotte nella sua patria il gusto del Palladio. Sono di 
suo disegno, i palazzi Anti, Sila, Bonini, Cordcllini, il tempio di S. Orso, 
ecc. Oltre la serie delle opere che il C. ricorda, e che furono stampate 
postume, pubblicò un bel Discorso sulla copertura da farsi al pulpito del 
Teatro Olimpico. 

(2) Come il Cagnola fu uno degli architetti più significativi del suo 
tempo. Venuto da Tesserete nel Canton Ticino (1774-1844), fu durante 
il Regno italico sovrintendente alle fabbriche nazionali e architetto di 
corte. Lasciò tracce della sua immensa operosità in tutta la Lombardia. 
Ideò e diresse gli apparati nel Duomo di Milano per l'incoronazione di 
Napoleone, ordinò la Piazza d^armi, edificò l'Arena di Milano, i teatri Re 
e Carcano, tracciò i giardini della villa Reale di Monza. 

(3) Simone Stratico (n. a Zara nel 1733 — m. a Milano nel 1824), dopo 
un lungo errare, nel 1801 venne ad insegnare nautica all'Università di 
Pavia. Ispettore generale delle acque e strade del Regno d'Italia fu fatto 
senatore nel 1809. Tra le sue opere, svariatissime di soggetto, hanno parti- 
colare importanza gli studi sull'antico teatro di Padova, Padova, 1795, un 
Discorso sopra V architettura gotica, e la grande opera su Vitruvio, opera 
di lui e di Giovanni Poleni (1683-1761) che durante la Repubblica Ve- 
neta aveva avuta la direzione di tutti i lavori idraulici dello stato, e che, 
studioso altissimo d'architettura, aveva meritato nel 17-^8 di essere chia- 
mato da Benedetto XIV per esaminare la cupola di S. Pietro, e indicare 
i mezzi per salvarne la magnifica architettura. L'opera su Vitruvio fu edita 
a Udine dal 1825 al 1830 col titolo M. Vitruvii Pollionis Architectura, 
catti exercitatiotiibus I. Potetti et Cotnttietitariis variorutti. 



230 VA lei ETÀ 

che s'incontri per questa dispendiosa pubblicazione, i dotti continueranno 
ad agitarsi della brama d'un troppo ritardato possedimento ; e pare che 
il secolo di Napoleone non debba defraudarsi della pubblicazione di opere 
veramente classiche, comunque vogliano riguardarsi (1). 

iocisione- 

Fra le molte opere incise dai Sig. Giuseppe Longhi (2), professore 
nell'Accademia R. di Milano, se ne distinguono alcune per un merito 
singolare, e per molte prerogative dell'arte che vi spiccano mirabilmente. 
Questa diffidi arte assorbe tanta parte di tempo a quelli che la coltivano, 
che passar debbono sempre degli anni sterili di profitto per coloro che 
veggono progredir lentamente lavori di grande importanza, e di lunga 
esecuzione. Quindi per accelerarli possibilmente, restando affidata a gio- 
vani studenti, sotto la vigilanza dei professori l'esecuzione un po' più che 
meccanica del campo delle figure, e di alcuni accessorii, accade che 
mancano le stampe di un certo insieme ed accordo, d'una certa finitezza 
e gusto nei tagli, che lascia travvedere quasi all'evidenza dove manca la 
mano del maestro primario. Tali mancanze veggonsi particolarmente nelle 
due belle stampe ultimamente pubblicate del Sig. Longhi, La Maddalena 
nel deserto di Coreggio, e la Visione d'Ezechiello di Raffaello. 

In quest'ultima particolarmente le ali dell'Angelo, il pelo del Bove, 
la giubba del Leone, e le nubi sopra tutto lasciano desiderare nell'anda- 
mento del bulino una condotta migliore, secondo la diversità dei caratteri 
delle cose ivi espresse ; come nella stampa della Madalena sarebbero de- 
siderabili nel terreno, e nelle partì che avvicinano le carni una maggior 
arditezza e scabrosità, quasi direbbesi, nei solchi del bulino, la quale ar- 
tificiosamente lascerebbe brillare le parti piti morbide e più rotonde. Meno 
queste poche osservazioni che si possono fare alla generalità degli artisti 
di questa sfera, egli è chiaro che il torso della figura principale nella 
Visione d'Ezzechiello, e la testa nella figura della Madalena sono eseguite 
classicamente ; e se la sua Presentazione al Tempio per lo Sposalizio 
della Madonna, che ora si accinge ad incidere dal quadro di Raffaello 
che trovasi a Milano, vorrà condurla a termine tutta dì sua mano, come 
ne ha eseguito il dìlìgentissimo disegno, ne ritrarrà fuor d'ogni dubbio 
una classica stampa. 



(1) L'augurio del Cicognara, per quanto ne sappiamo, andò vano. 

(2) Il Longhi, col Morghen, ebbe a suoi tempi gran fama, e con 
essi si può dire che muore la grande arte dell'incisione. Nacque a Monza 
nel 1755: studiò con Vincenzo Vangelisti, incise dapprima figure varie 
dal Rembrandt, si diede poi a riprodurre quadri o ritratti squisiti e 
vivi dì lumeggiature. Morì nel 1831. Su di lui scrisse un Commentario 
Giuseppe Beretta, Della vita^ delle opere e delle opinioni del cav. G. Longhi, 
Milano, Manini, 1857. Il Longhena unì sue ampie notizie biografiche al 
volume che il Longhi aveva scrìtto sulla Calcografia, Milano, 1830. 



VARIETÀ 231 

Il Sìg. Rosaspina, (1) professore in Bologna nella Reale Accademia, 
sta avvanzando la famosa Danza di Putti dell'Albano, e se giova dall'ese- 
guito fin qui il dedurre ciò che sarà per riescire, vuol credersi che que- 
st'opera sarà la più classica uscita dal gustoso bulino di questo Artista. 
Alcune battaglie ch'egli ha a quest'ora compiute tolte dalla serie dei 
chiari-oscuri del Cav.re Appiani, ove si veggono le gesta del nostro 
Imperatore e Re, lasciano campeggiare il suo talento privilegiato, che fra 
i vari generi d'incisione non se gli può contendere il primato nelle cose 
eseguite con gusto pittoresco e scioltezza di tocchi. 

Il Sig. Cipriani, (2) professore nella R.^ Accademia di Venezia, da 
un anno appena, non può nel lento esercizio di quest'arte aver prodotto 
ancora alcuna stampa fuori de' bellissimi suoi ritratti ultimati in Toscana 
ma va molto avvanzando il suo vigoroso ritratto di Quercino ormai 
presso al termine, e la sua bella dormiente tolta dalla preziosa pittura di 
Mieris (3). Questo diligentissimo artista conosce le grandi difficoltà del- 
l'arte sua, e i suoi lavori progrediscono lentamente non tanto per questo, 
quanto per l'impegno assunto di prestare alla gioventù la sua direzione. 
Ciò non gli toglie però di coltivare l'idea di un lavoro di grande impe- 
gno, ch'egli spera di poter assumere in breve e così dar conto all'Europa 
- che meritamente dal Re d'Italia è stato scelto per istruzione della gioventù 
in questa Reale Accademia. 

L'opera presentata in concorso e premiata nell'Accademia di Milano, 
essendo del Sig. Bettelini, mi sembra potersi qui annoverare, per essere 
eseguita con moltissimo gusto, armonia, e nitidezza d'intaglio. 

Valenti incisori di questi paesi formano l'ammirazione e la delizia di 
Londra, di Pietroburgo, di Lisbona, di Roma; e particolarmente i Bolo- 
gnesi sono contradistinti in questa classe di lavori. ì celebri fratelli Schia- 
vonetti iTi Inghilterra, i fratelli Vendramir.i in Russia, Geremia in Porto- 
gallo, Folo, Fontana e Bonato in Roma, tutti questi sono ben noti, ed 
appartengono alla piccola città di Bassano (4). Ma se ho taciuto delle 
opere del nostro insigne Bartolozzi, non è qui luogo di particolizzare in 



(1) Francesco Rosaspina, (n. a Monte Scudolo, vicino a Rimìni, nel 
1762, morto a Bologna nel 1842) senza aver avuto una vera educazione 
artistica, seppe nella difficile arte dell'incidere trovare sqiiisite gentilezze 

Ìdi fattura. La stampa dell'Albani che il C ricorda gli costò otto anni di 
lavoro e fu impressa nel 1809 a Parigi. Il Conte Alessandro Cappi recitò il 
suo elogio all'Àccademmia di Ravenna nel 1803. L'elenco delle sue opere 
si trova in C». Blanc, Manuel de l'amateur (Vestamves, Paris, Vieweg, 
«. a. t. Ili, 361. 
(2) Figlio, forse, di G. B., Galgano Cipriano, senese, fu invitato a 
Venezia dal Cicognara, dopo aver lasciato la scuola di Raffaello Mor- 
ghese. C. Malamam, Memorie, clt. p. 20, 31. 31. 

(3) Le collezioni di stampe che abbiamo veduto non hanno queste 
due opere, né il Blanc, il Nagler, e l'Heller le citano. 

(4) La gioia dell'ornar libri e del far stampe di tutti questi bassanesi 

§si propagò veramente per tutta Europa. A. Gamba, Catalogo degli artisti 
'^ bassanesi viventi. Bassano, tip. Remondiniana, 1807. 



232 VAlvMKTA 

alcun modo le altrui; e basti indicare a lode del Regno d'Italia, che non 
solo esso ridonda d'artisti acclamati, ma ne fornisce con esuberanza al 
resto d'Europa, e a Roma stessa. 

Teorie delle Arti 

Sarebbe desiderabile che alcuni dei migliori talenti del Regno d' Italia 
dedicassero qualche loro fatica a scrivere sulle Teorie delle Arti. Poco 
abbiamo su queste di moderno e quel pochissimo lo abbiamo dagli stra- 
nieri, come ho dovuto indicare dolentemente nel mio primo libro dei 
Ragionamenti sul Bello (1). Specialmente nell'arte della scultura noi man- 
chiamo quasi affatto di autori che ci servano di traccia per conoscere lo 
stato di questa dal risorgimento delle Arti fino a nostri giorni (2j. Molti 
autori hanno scritto su quest'arte degli antichi, e classicamente il Signor 
Lessing: ma le storie degli altri autori, cominciando da Plinio fino a 
Giunio, e fino al Dati, ove tutto finisce, sono involute d'un certo meravi- 
glioso che si avvicina al prodigio. Da Donatello in qua noi manchiamo 
d' una buona opera su quest' arte, e non ha pienamente soddisfatto a 
questo oggetto il Sig. Emeric David col suo buon libro delle ricerche 
delV arte statuaria presso gli antichi ed i moderni. 

Non per questo vi è stato ammutolimento totale dei dotti sulle cose 
di Belle Arti, e particolarmente in Bologna e in Milano (imponendomi il 
pudore a tacer di Venezia) si sono pubblicati alcuni eccellenti discorsi in 
occasione che sonosi distribuiti i premi nelle Accademie. Il Sig. Amoretti 
ha ripubblicato le opere scritte da Leonardo da Vinci unite ad eccellenti 
memorie storiche: e si è visto insorgere un desiderio di non dimenticare 
le Arti colla recente ristampa dei trattati del Cellini, e delle Vite del Va- 
sari (4). Ma sembra di poter essere in grado di rispondere al desiderio dei 
dotti, e al bisogno di rettificare molte incerte tradizioni ed inesattezze 



(1) Del Bello, ragionamenti sette, Firenze, Molini e Landi. 1808) ma 
stampato a Pisa coi tipi dell'Amoretti). Erano stati scritti a Roma nel 1807. 

(2) Il Giordani, in Epistolario, edito da A. Gussalli, voi. Il, p. 46, 
scrìveva al Cicognara il 19 Dicembre del 1809: « Mo' per tutti gli dei 
« che fermissimamente io credo voi attissimo a ciò, né io conosco altri 
« ai quali volessi con uguale fiducia di successo imporre tale opera... 
« Mio carissimo amico, io la vedo già questa opera fatta da voi con 
« sommo onor vostro (per la santa amicizia non adulo) con sommo utile 
« delle arti, con gratitudine infinita di tutti quelli che la intendono ». Le 
parole del « Rapporto », che precedono di poco la lettera del Giordani, 
Canova, contengono veramente il primo germe dell'idea che il Cicognara, 
spinto da tutti gli amici, doveva far sua. 

(3) Carlo Amoretti, Memorie storiche sulla vita, gli studi e le opere 
di Leonardo da Vinci, Milano, 1804; il libro servì ampiamente allo 
Sthemdal per la sua Histoire de laPeinture, V. P. Arbelet, Vhistoire de 
la peinture en Italie et les plagiats de Sthendal, Paris, 1914, cap. IV, pp, 
188-215. 

(4) Nella Collezione dei Classici Italiani.. 



I 



VARIETÀ 233^ 

altrui il Sig. Giuseppe Bossi mediante le precise nozioni sparse di mol- 
tissime dottrine ch'egli Ha raccolto intorno al Vinci, e delle quali ci vien 
fatta sperare un'edizione, tosto che abbia ultimata la grand' opera della 
Cena (1). 

Ecco per quanto io n'abbia saputo, esaurito l' oggetto di cui mi ha 
Ella incombenzato, sig. Consig.re Direttore. Se io avrò forse in qualche 
parte defraudate le sue mire, e se forse in qualche altra sarò stato un 
po' piti ridondante, ciò sarà stato perchè non tutte ho presenti le cose 
classiche nel Regno d'Italia operate, e perchè molti cenni ho creduto di 
non ommettere, i quali protrebbero non essere forse inutili nel di lei 
ministero, scopo del quale è sicuramente tutto ciò che promuove la pub- 
blica istruzione. 

Se gli altri due distinti miei colleghi d' impiego avranno meglio di 
me saputo corrispondere alle onorevoli ricerche da lei fatte, la prego non 
voler ascrivere a mancanza di volontà, e credere che io le ho retribuito 
quanto era in poter mio dì subordinarle. 

ClCOGNARA. 



(1) « Del Cenacolo di Leonardo da Vinci, libri quattro » è il titola 
del libro che G. Bossi fece uscire a Milano nel 1810. 

Giorgio Nicodemi. 



BIBLIOGRAFIA 



Nekka, Una giovinessa del secolo XIX, prefazione di Benedetto Croce, 
Milano, Cogliati 1919, pp. XI-260. 

È frequente l'espressione del rammarico che scarsa sia la letteratura 
memorialistica nell'Italia moderna, e, in confronto della dovizia francese 
ed inglese, non può contestarsi una certa povertà, di cui porta il peso 
la storia dei nostri anni più recenti, ridotta troppo spesso ad annaspare 
nella ricerca delle fonti che non siano documenti o carteggi, ma rive- 
lino un'intenzione autobiografica, così utile all'interpretazione dei testi 
sincroni. Per la nostra regione, ove tanto si teme 1' indiscrezione e 
facile spunta il riso beffardo contro ogni affermazione individuale, 
la povertà si fa addirittura indigenza, segnatamente per quei libri che 
non si fermino all'aspetto esteriore delle cose, ma mirino, come questo 
della Neera, ad una rievocazione profonda delle caratteristiche spiri- 
tuali delle generazioni che videro il risorgimento nazionale e vi colla- 
borarono. Nel penultimo capitolo delle sue memorie, l'autrice addita 
come suo proposito nello scriverle il « far conoscere le circostanze un 
po' eccezionali in cui si svolsero i primi anni della sua vita ». 

L'anormalità di questa giovinezza, che spiega il sorgere di un'arte 
eosì intima e sentimentale, consiste nell'educazione retriva, moralmente, 
se non politicamente, che essa ricevette da due zie provinciali venute da 
Casalraaggiore a Milano per tener luogo della madre morta alla bimba 
ed a due fratellini. Neera non dice che queste sorelle Zuccaii — giacché la 
signora Radius che assunse il geniale pseudonimo oraziano era figlia 
dell'architetto Zuccari assai apprezzato intorno alla metà del secolo XIX 
— fossero gianseniste. Tatto il libro, pervaso di spiritualità ed impron- 
tato alla più pura morale cristiana, è quasi muto circa le credenze e le 
pratiche della religione positiva, indubbiamente venerate dalla scrittrice, 
ma meno sentite da lei che la base etica del cattolicesimo. Certo le pie 
zitellone che aduggiarono l'adolescenza di Neera, sovratutto l'austera 
zia Margherita, avrebbero meritato di esst-re penitenti del vescovo Tosi 
'O del prevosto Merini e proscrissero ogni divertimento dall'orario di 



BIBLIOGRAFIA 235 

quella povera fanciulla. I particolari abbondano per la storia della peda- 
gogia e del costume in queste pngiue che ricevono dalla maestria della 
finissima scrittrice tanta potenza di rappresentazione. Essa osserva giu- 
stamente che il vivere in una cittaduzza remota qual'era ormai Casal- 
maggiore — dopo la fine dell'autononia che aveva dato una lunga era 
di prosperità alla minore delle città murate di Lombardia, fiera come 
le ali re piazze chiuse del suo patriziato civico — aveva posto in ritardo 
di quasi mezzo secolo quelle brave donne. Esse condussero la loro vita 
acche dopo il 1848 ed il 1859 (l'ultima morì nientemeno che nell'81) 
secondo gli schemi mentali e le costumanze dell'inizio della restaura- 
zione. Sebbene Neera avesse tratto e predilezioni aristocratiche (che non 
cela punto in queste memorie) le sue origini la ricollegano piuttosto 
alla vecchia borghesia minuta di provincia, di cui tratteggia magnitìca,- 
mente la larga esistenza nelle campagne ubertose. I nonni materni del- 
l'autrice abitavano Caravaggio non lungi da Antignate, donde vennero 
a Milano i Manara, arricchiti coll'intelligente gestione delle vaste af- 
fittanze e rappresentativi di tante altre famiglie convenute a Milano 
dal contado nella prima metà del secolo a crescere le fila dell'antica 
borghesia comunale e renderla meglio capace di collaborare coi nobili 
alle lotte del Risorgimento. 

Di queste vi sono molti echi diretti nelle memorie di Neera^ por- 
tata in braccio da uno zio fuor dal teatro di uno dei più cruenti epi- 
sodi delle cinque giornate, l'assalto al palazzo del Genio, costretta a 
spiare dalle finestre sbarrate il passaggio per le vie deserte dell'impe- 
ratrice Elisabetta d'Austria nella città ribelle, cresciuta a Caravaggio 
nell'intimità del pittore mazziniano Moriggia, commossa all'udire i 
primi squilli dell'inno di Garibaldi nel teatro Fossati (costruito dal 
padre dell'autrice;. 

Lo Zuccari, dopo la morte della moglie, visse molto appartato e 
lasciò che le sue sorelle sequestrassero in una, sorta di cenobio dome- 
stico quell'ardente uipotina, sì che essa, frugando vecchia dal suo ietto di 
inferma nei più lontani ricordi, non può scorgere che a f?aniraenti, come 
in un velo, la società milanese, che pur si era aperta al valente archi- 
tetto td alla sua bella moglie. Appena intravediamo da qualche spi- 
raglio di queste pagine il Prati, la Ristori, Tullio Dandolo, il Manara, 
la S.ra Cambiasi. Se mancano i nomi noti, spiccano nelle memorie im- 
magini ormai dimenticate, preziosissime per chi voglia rivivere la vita 
(li settant'anni fa: Madame Garnier, che educò tante generazioni delle 
nostre nonne e bisnonne e contribuì colla baronessa Cosway a dare 
alle signore lombarde l'Impronta cosmopolita che non faceva far loro 
cattiva figura sulle maggiori scene, il brigante Strigelli, la diligenza 
dei Franchetti, il carnevale di Milano e di Casalmaggiore, il giuoco dei 
tarocchi, le borse ricamate a punto a croce o colle perline di vetro, 
Puso delle pietre dure cacciate di moda dai brillanti e cosi via. Certi 
tocchi sono dei veri quadri e basteranno a dare allo storico ^'intuizione 
di tutto un mondo, ove collocare esattamente i personaggi, che gii ver- 



236 BlliLKKi RAFIA 

ittuno via via alla mano. Cito ad eweinpio questi due scorci della fa- 
miglia Zuccari a Casal riiaggioie in principio dell'ottocento: 

€ Mio nonno viveva con un fratello: avevano case e fondi propri 
« e commerciavano insieme. Mio nonno mise al mondo sei figliuoli, 
« suo fratello ventidue. Quando tutti erano riuniti a tavola i due padri 
* Bcdevanoai due capi opposti avendo ognuno a portata di mano una lunga 
« e flessuosa verga di salice colla quale attraverso la lunghezza della 
« mensa, toccava quelli dei suoi ragazzi che mostravansi più irre- 
« quieti intanto che le rispettive madri badavano a scodellare. Di colei, 
« che sarebbe stata la mia nonna, e che mori ancor giov-ane dopo il 
« sesto figlio (come mia madre), zia Margherita non serbava che un 
« ricordo: ella rivedeva curva sul suo letto, nelle lontane sere infantili, 
« una dolce e grave figura di donna j era molto bianca in volto, coi 
« capelli neri e portava un abito di panno bleu ; rimboccati i lettini, 
« la dolce figura sedeva presso l'ultimo nato e al pallido lume di uua 
« fiammella ad olio leggeva nel suo libro di preghiere a fermagli 
« d'argento finché i bimbi fossero tutti addormentati » (1). 
E più innanzi : 

« L'altro ritratto di famiglia, dirò così, era la madre di mio nonno; 
« carica d'anni la vecchierella non usciva più dalla sua camera, a se- 
« condo piano, dove se ne stava seduta quasi sempre accanto al fuoco 
« aspettando che i ragazzi venissero a trovarla; ne erano nati ventotto 
« di ragazzi in quella casa e una mezza dozzina di piccoli c'era in ogni 
« tempo. Questi entravano coll'impeto di un turbine, gareggiando a chi 
« arrivava primo e la bisavola, per non far torto a nessuno, si pren- 
« deva fra i ginocchi tutte le loro manine una sopra l'altra riscaldan- 
« dole nell'ampio grembiule, quel grembiule che scottava sempre e il 
« giuoco, che faceva ridere i piccini, dava a lei un risveglio di orgoglio 
« materno, quasi un fiorire di rose intorno alle piccole rughe del suo 
« volto. A una data dell'anno l'avola lasciava il suo cantuccio accanto 
« al camino, e, mostrando una certa inquietudine, percorreva la camera 
« a passettini corti e ineguali, sorretta dal bastoncello, pi'antandosi poi 
« risolxitamente dinnanzi alla finestra, che si apriva sul cortile interno, 
« come a sorprendere il passaggio di qualcuno : quando vedeva appa- 
« rire o l'uno o l'altro de' suoi figli, che appunto quelli aspettava. 
« raschiandosi in gola, picchiando nei vetri col bastoncello, se persi- 
« stevano a non intendere, li obbligava a salire chiamandoli per nome. 
« La vecchierella divisa dal mondo non dimenticava che, venendo 
« sposa in quella casa, aveva portato in dono uno spillatico sul quale 
« i suoi figli erano obbligati a passarle una piccola rendita e tutti gli 
« anni, alla scadenza, avveniva poco su poco giù il seguente dialogo : 

— Che cosa volete mamma ? — Ricordarvi i vostri obblighi — Ma 
« voi non avete bisogno di denaro. Che cosa vi manca qui? — Non state 

(1) pap. 102. 



BIBLIOGRAFIA 237 

« a cercare quello che mi manca, datemi quello che mi viene. — Voi 
".< mamma (tentavano di volgere la cosa in scherzo) spilli non ne portate 
« più. — Ciò non vi riguarda, fate il vostro dovere. .Narrandomi questi 
« particolari la zia Margherita si inteneriva e nello stesso tempo era 
« presa da una specie di orgoglio di famiglia, raddrizzandosi sulle spalle 
< un po' curve, quasi per mostrare sé stessa che nell'occasione saprebbe 
« essere egualmente ferma e fiera •» (1). 

Queste citazioni sono assai diverse dalle numerose e brevi che si tro- 
vano nelle pagine concettose premesse dal senatore Croce a quest'aureo 
libretto. Gli è che il Croce mirava a fermare i lineamenti della vita 
interiore dell'autrice, effettivamente quella che più conta e che dà la 
chiave di tutta l'attività di Neera. Ma anche le manifestazioni esterne 
di un animo così aito ne riflettono la forza e la loro particolare colo- 
razione rischiara tutta la scena circostante. Pertanto io storico della 
(l nostra Lombardia non poteva trascurare la buona occasione offertagli 
da questi fasci di luce, che servono a ben comprendere alcune plaghe 
del suo dominio. 

G-iusEPPE Gallavresi. 

Adolfo Colombo, Carteggi e documenti diplomatici inediti di Emanuele 
d'Azeglio, voi. I, Torino, Bonis e Rossi 1920 pp. CLXXV-496. 

La pubblicazione, cosi ben iniziata dal Colombo sotto gli auspicii 
del benemerito comitato piemontese della Società per la storia del ri- 
sorgimento italiano, esorbita dai limiti di un lavoro di interesse locale 
e in particolar modo riguarda la nostra regione, che vide appunto nel 
periodo sincrono a questo carteggio vieppiù accomunate le sue sorti a 

(quelle del Piemonte. I Taparelli d'Azeglio furono tra i più attivi e 
consapevoli collaboratori di questo affrattell amento, che ricevette come 
Tin simbolo augurale dalle nozze di Massimo d'Azeglio con donna Giu- 
lietta Manzoni. Breve e incompiuta fu la felicità coniugale della bellis- 
sima giovinetta milanese, ma i vincoli stretti dal d'Azeglio coi Manzoni 
sopravvissero alla morte della poverina e furono efficace strumento di 
comprensione e di intimità fra i due gruppi aristocratici che a Torino 
e a Milano dirigevano il moto liberale. 

Il Colombo premette, col suo solito operoso fervore, un ampio 
studio a questa prima parte del carteggio (che va dal 1831, l'anno ap- 
punto del primo matrimonio di Massimo d'Azeglio, al 1854), e vi esa- 
mina anzitutto la posizione presa dalla grande casata piemontese — 
che fu per quasi tutto il secolo XIX all'avanguardia delle classi diri- 
genti italiane — nei rispetti del lavorìo occulto e tenace delle sette. 
Come è noto Massimo d'Azeglio si segnalò alla vigilia del 1848 dichia- 
rando la guerra, con simpatica franchezza ma non senza semplicismo, 
a tutta quella scuola ritenuta responsabile degli insuccessi precedenti. 



(l) pae. 104. 



238 BIBl.KMiitAi'lA 

Ora il Colombo <]eve conclud<ii(^ clie il rnarcheee Roberto d'Azegli* 
fratello ina^^fioie di Massimo e quindi provatoci, prima di lui ed in ben 
peggiori condizioni, a lottare contro l'oppressione straniera, non aveva 
potuto andar immune, sia pure all'ultima ora, nel febbraio 1821, da 
qualche contatto colle società' segreta. Fu certo un gran sacrifizio 
quello per un uomo di spiriti così libeii, cresciuto ad una tradizione 
secolare <]i indipendenza, ma doveva essere segnalato per mostrare fino 
a qual punto andasse la sua devozione al programma nazionale, clie 
doveva superare al tempo delle leggi Siccardi le delicatezze della sua 
coscienza cattolica. Di questa abbiamo un saggio nella relazione, pub- 
blicata in appendice, di dibattiti col celebre educatore svizzero padre 
Girard intorno alla legittimità, anzi all'imperativo etico della ribellione 
contro un dominio tirannico. Vi si indugiava, ritrovandosi col Santa- 
rosa ed il Lisio nell'esilio di Friburgo, già nel novembre di quell'anno. 

Roberto e Massimo d'Azeglio, a maggior ragione il padre loro M.se 
Cesare, sono sullo sfondo di questa pubblicazione, consacrata essen- 
zialmente ad illustrare la carriera diplomatica dell'ultimo della schiatta, 
il M.se Emanuele, che rappresentò Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II 
alle corti di Monaco, Vienna, Aja, Bruxelles, Pietroburgo, Parigi e 
Londra. Il Colombo svolge il suo studio introduttivo in modo da rias- 
sumere quella parte del carteggio fra il giovine diplomatico ed i geni- 
tori che è anteriore al 1848. tanto più che questa materia fu già ela- 
borata dallo atesso marchese Emanuele quando diede alle stampe una 
scelta delle lettere indirizzategli dalla madre, M.sa Costanza d'Azeglio 
Alfieri (1). Egli aveva approntato un'altro lavoro biografico, che rimase 
inedito, attinto alla medesima fonte, ma con criteri più pedagogici che 
politici ed intendeva preporvi questo titolo: « Conseils d'une mère à 
« son fìls, tirés de la correspondance de la M.ise Constance d'Azeglio 
« et formant la suite de ses souvenirs politiques ». Ora il Colombo ha 
utilizzato i documenti predisposti per quest'ultimo lavoro, quelli omessi 
nella redazione dei Souvenirs ed altri parecchi, tratti dall'archivio del- 
l'Opera Pia Taparelli in Saluzzo e ci offre copiosi elementi per la rico- 
struzione della casa d'Azeglio in un tempo, che la vide centro fecondo 
di attività patriottica. 

Vi spesseggiano accenni alla Lombardia, a comrinciare dal periodo 
più antico per il quale il Colombo si contenta di integrare i « Souvenirs ». 
È riportata nell'introduzione una lettera della M.sa Cristina d'Azeglio 
(madre di Roberto) da Brusuglio nel 1832, echeggiante di entusiasmo 
per l'ambiente eletto di casa Manzoni. Ammesso nella diplomazia sarda 
all'inizio del 1838, il giovine Emanuele fu addetto al ministro a Vienna, 
C.te di Sambuy, durante il soggiorno in Lombardia di Ferdinando 
d'Austria venuto a farvisi incoronare. Suo zio Massimo, per evitare il 



(1) Souvenir» historiques de la M.ise Cousiance d'Azeglio née Alfieri, 
tir^s de sa correspondance, Turin 1884. 



BIBLIOGRAFIA 239 

contatto dei dominatori, lasciò Milano e gli cedette l'appartamento in 
piazza San Fedele. Lo condusse a Brusnglio dove Emanuele narra al pa- 
dre di avere « joaé des vaises, dansé et jiarlé anglais » colle belle 
figliole di don Alessandro. Gli mostrò anche il Teatro della Scala, 
aprendogli il palco di Madame de Senfferlield, sorella della seconda 
moglie di Massimo d'Azeglio. Le tristi vicissitudini di quest'ultimo 
ménage^ nel quale la M.sa Costanza doveva perpetuamente intromettersi 
per far da paciere, incuriosiscono assai il Colombo, piuttosto severo 
per la marchesa Luisa (1). Le benemerenze del M.se Roberto nel promuo- 
vere l'educazione popolare e l'istituzione della R. Pinacoteca, neli'assi- 
stere coraggiosamente i colerosi, sono lumeggiate opportunamente dal 
Colombo, che ci informa poi con gran lusso di particolari del retroscena 
del ratto della figlia protestante dell'inviato olandese Heldewier, pre- 
scelto a dar saggio dell'invadenza clericale nell'antico Piemonte. Ema- 
nuele d'Azeglio, che reggeva in quel punto la legazione sarda all'Aja, 
ebbe a subire il contraccolpo di quel disgustoso affare, in cui gli amo- 
reggiamenti volgarucci di due giovani si vollero ammantare coll'aureola 
di una conversione. 

In un'ultima parte introduttiva, che manda innanzi al testo delle 
lettere, il Colombo vuol raccogiiertìe le caratteristiche essenziali e cerca 
di abbozzarci la fisionomia politica del M.se Emanuele sorpreso dagli 
avvenimenti del 1848, giudicando premature molte riforme^ ma infervo- 
rato nel propugnare la lotta a fondo contro l'abborrito predominio 
austriaco. Chiamato all'indomani di Novara ad assumere l'interim della 
legazione sarda a Parigi, il d'Azeglio si adoprò energicamente presso 
il Tocqueville, allora ministro degli esteri, perchè questi temperasse le 
pretese austriache (2) e non rifuggì da scandagli delicati per agire, con 
tutti i mezzi suggeritigli dalla situazione quasi disperata, nel crocchio 
intimo del principe presidente Luigi Napoleone. A tale proposito il 
Colom'bo esuma gelosi documenti diplomatici, di cui evidentemente il 
M.se Emanuele conservò, copia e che, come altri riguardanti manovre 
provocatrici del Radetzki, che spediva in Piemonte falsi disertori, get- 
tano luce su episodi mal noti di quegli anni torbidi. 

L'A. avrebbe per altro dovuto fare una scelta più severa in quelle 
carte, evitando di pubblicare, accanto a rapporti, che hanno il sapore 
delle rivelazioni, banali istruzioni ad uso delle cancellerie sarde in 
materia di passaporti o di cerimoniale. Prescindendo pure da tali pa- 
rentesi più o meno opportune, che il Colombo intramezza alla serie dei 



(1) A pag. XG è inserita uua lunga lettera di Tomaso Grossi a Massimo 
d'Azeglio, colla quale il poeta nel 1841 si prova a pacificarlo colla moglie. 

(2) 11 Colombo non sembra conoscere la corrispondenza scambiata fra il 
Tocqueville ed il Gobineau, obe conferma tale atteggiamento. Vedasi VArchivio 
storico lombardo del 30 settembre 1910. 



240 BinLIOGttAPlA 

cait<"ig;;i, queHÙ hoiio nel ioio compieKRO utÌIÌ8HÌiiii pur iilibiacciaiu la 
Bceua d«Ua politica italiana, coordinandola con quella delle grandi 
potenze. 

Ancor da Pietroburgo, che fu presto costretto a lasciare per la rot- 
tura delle relazioni diplomaticlie imposta dallo Czar dopo il passaggio 
del Ticino, il d'Azeglio scorg»^ l'importanza del moto liberale a Vienna 
stessa, ov'era il palladio dell'assolutismo. Trasferito a Londra, sulla 
quale incombevano le minaccie delle agitazioni dei cartisti, egli si man- 
tenne dapprima molto riservato, disdegnando i contatti coi reazionari 
del continente festeggiati quasi per ripicco (primissimo il Metternich 
profugo da Vienna) da troppa parte dell'aristocrazia inglese. Ma a poco 
alla volta il riserbo arcigno doveva far luogo nel d'Azeglio ad una 
crescente estimazione per le classi dirigenti inglesi. Egli le conobbe in 
tutto lo splendore dell'era vitt«riana, quando seppero incanalare i moti 
riformatori contemperando con magnanima generosità e chiaroveggenza i 
progressi nelle condizioni dei lavoratori e l'ossequio alle tradizioni pa- 
trie. Il quadro della vita inglese offerto dalle lettere londinesi del di- 
plomatico sardo, ospite gradito per tanti anni del fiore delle « gentry » 
britannica, è uno dei maggiori pregi del volume e contribuisce assai a 
renderne gradevole la lettura. Vi scorgiamo nell'intimità uoiuini, che 
come Lord Palmerston furono arbitri dell'Europa e contribuirono in 
modo decisivo a render possibile, col principio del non intervento, la 
rivoluzione italiana. Peccato che il Colombo, estraneo a quel mondo 
esotico così speciale, vi si raccapezzi a fatica malgrado un'ampia infor- 
mazione letteraria e semini a piene mani gli errori di trascrizione, che 
rendono irriconoscibili decine e decine di personaggi inglesi notissimi ! 
Rilevando ora in particolar modo gli accenni alla Lombardia, ad- 
diterò la larghezza di vedute, colla quale il d'Azeglio nel luglio 1848, 
mentre divampavano i dissensi fra lombardi e piemontesi circa la fu- 
sione, sosteneva l'opportunità di trasferire la capitale a Milano. E sì 
che gli esuli lombardi non gii sembravano tutti di buona lega e già 
nell'agosto vi riscontrava gran dose di « canaille ». Più benevola la 
marchesa Costanza scriveva al figlio da Torino il 14 novembre 1848 : 
« Les Lombards comme il faut me font grande pitie; outre tous Jeurs 
« raalheurs, ils voient bien que la sympathie pour ieur malheureux 
« pays est fort compromise et on les blesse souvent involontaiie- 
X ment ». Si parlava di inviare come ministro di Carlo Alberto 
a Londra, al posto dell'assennato conte Adriano di Re vai, qualche gran 
signore lombardo, ad esempio il conte Gabrio Casati od il conte Vita- 
liano Borromeo « sans parler d'un comte Toffetti, qui doit ètre une 
« célébrité », soggiunge maliziosamente il d'Azeglio, ignaro forse della 
voga ottenuta nelle capitali europee da quélV arbiter elegantiariim, che 
era pure un provato patri otta. 

Due anni più tardi, nell'inverno del 1851, un bollente lombardo, 
cremasco anche lui, il C.te 0*'<taviano Vimercati. «compare nelle lettere 
della M.sa Costanza per esser stato partecipe dell'invasione della stam- 



ì 



TBIBLIOGRAFIA 241 

•peria del foglio radicale « La Strega » di Genova. Questo aveva stam- 
pato ai tacchi calunuiosi contro il principe di Carignano, gabellato per 
cospiratore reazionario e di cui il Vimercati era aiutante di campo. 

Le elevate relazioni, che dal settecento in poi l'alta società milanese 
aveva annodato a Parigi e a Londra erano abilmente sfruttate dal mi- 
nistro di Sardegna per ottenere dall'aristocrazia inglese favori ad esuli 
lombardi di nome storico, come la bella marchesa Ippolita d'Adda che, 
suddita austriaca, era invitata alla corte inglese sotto gli auspicii del- 
l'Azeglio! Particolari, che ora possono sembrare insignificanti, ma che 
agli occhi degli stranieri scarsamente informati documentavano visibil- 
mente l'abisso scavato fra il governo del Lombardo Veneto ed il fiore 
di quelle popolazioni. 

Nel resoconto di una conversazione fra Nassau Senior ed il Thiers, 
^serbato dall'Azeglio fra le sue carte, sono preziose notizie circa le vel- 
leità di Luigi Napoleone di accorrere in aiuto del Piemonte all'indo- 
mani della battaglia di Novara. Il Thiers, trattenendo il presidente, di 
«cui era allora il consigliere, si sarebbe giovato di tale stato d'animo 
del capo dello stato per intimorire l'iìiviato austriaco a Parigi, barone 
"di Hiibner. 

Sempre dal suo osservatorio di Londra 1' Azeglio poteva subito 
misurare le conseguenze sulla politica europea del colpo di testa fatto 
•dal Mazzini provocando l'insurrezione milanese del 6 febbraio 1853 e 
non si palesava dapprima troppo entusiasta dell'abile campagna diplo- 
matica avviata dal Cavour contro l'Austria sfruttando l'impopolarità 
•delle repressioni atroci e dei sequestri ai beni dei sudditi sardi in 
Lombardia. Nella sua imparzialità il d'Azeglio accomunava in un bia- 
simo la leggerezza di certi profughi lombardi di destra o di sinistra, 
grandi di Spagna o poveri straccioni; ma era deciso a far valere tutti 
gli elementi di successo che poteva contenere in germe l'appello all'o- 
pinione pubblica mondiale contro gli arbitrii austriaci. « Nous avons du 
« coté oppose, scriveva alla madre il 28 marzo 1853, une puissance 
-« provocatrice, injuste et envahissante et je trouve parfaitement juste 
« de lui disputer le terrain palme à palme, toujours sans mettre a 
-« repentaglio les intérèts majeurs. Les questions spéciales sont des 

< fractions d'autres bien essentielles et générales qui méritent qu'on 
« les prenne eu considération sérieuse et par beaucoup d'activité et de 

< pe-sévérance on parvient à impressioner le pubblic étranger sans 
-< cela froid et indifférent ». 

Ciò che veramente colpisce in questo carteggio è la grandezza d'a- 
nimo palesato dai vecchi genitori del diplomatico all'approssimarsi 
della crisi decisiva, alla quale l'ardita politica del conte di Cavour av- 
viava il piccolo Piemonte. Come sempre accade nei periodi di prospet- 
tive di grandi mutamenti, le classi abbienti sono inclini ad esagerarne 
le minacce e temono catastrofi quali non sono di regola il frutto che 
di rivolgimenti improvvisi. Quei buoni vecchi, che avevano conosciuto 
la via dell'esilio ed avevano offerto la vita all'epoca della grande epi- 

Arck. JStor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I-II. 16 



1' IJ lill;i-lu(,ltAFIA 

demia colerica, erano Rempre pronti ad ogni sacrificio, fisso lo sguardo 
alla U^rra promessa delia riscossa nazionale. Il 17 settembre 1853, Ro- 
berto d'Azeglio scriveva al figlio, considerando l'inacerbirsi della que- 
stione d'Oriente: « Qui sait au reste quelles chances de liberto et d'in- 
« dópendance pour notre chère patrie sont enfermées dans cet avenir 
« orageux! Ce n'est plus, malbeureusement, que dans un grand cata- 
« clysme, que nons poiivons trouver notre voie à l'émancipation et à 
« l'indépendance. Il uous faudra peut-étre bouleverser entièreraent notre 

< pays, il faudra verser des flots de larmes et de sang, et sacrifier une 
« entière generation d'hommee, car le mal est ancien, il dure depuis 
« des siècles et il ne pourra ètre guéri que par des remèdes violens. 
€ C'est pourtant à quoi il faut nous préparer àvec une volonté de ter, 

< qu' il faut qu' une generation transmette à une autre inexorablement 
€ jusqu' à son accomplissement immanquable quoique èncore eloigné ». 

Non è neppur necessario concepire la storia come la realizzazione 
dei disegni di una provvidenza diviiia per riconoscere che imprese 
condotte con tanto fervore d'apostolato dovevano riescire vittoriose, per 
Pefficacia insita in sforzi così durevoli e completi. 

Giuseppe Gallavresi. 



Grossi G., Memorie storiche di PizsiglJettone, Codogno, tip. A. G. Cairo, 
1920, pp. 214, con 5 tav. illustr. 

È un volumetto senza pretesa, in cui l'A. con molto amore e molta 
diligenza espone le vicende storiche della borgata, fra le cui mura 
Francesco I, re di Francia, trovò umana prigionia. L' A. stesso lo de- 
finisce, anzi che una storia, una raccolta di memorie spigolate nelle 
rarie sedi dell'archivio di Stato di Milano, in quello comunale di Piz- 
zighettone e nelle carte di famiglie notabili del luogo. 

A parte quanto vi è detto per le epoche remote, per le quali in- 
yero troppo si concede alle congetture, il lavoro del G. interessa so- 
pratutto per la storia del castello di Pizzighettone, costrutto, come 
vorrebbe la tradizione, verso il 1133 sulla sponda sinistra dell'Adda 
sulle rovine di un antico monastero. Ne' suoi anni migliori il fortilizio, 
intorno al quale si raggruppa tutta la storia del borgo, si levava colle 
sue mure merlate dalle onde del fiume sottostante e dalle ampie sue 
sale « rocchio dominava lungamente il serpeggiare dell'Adda.... e sulla 
destra sponda scorge vansi, quasi giganti, che levassero il capo tra le 
folte boscaglie, le rugginose torri di Cavacorta, Camairago, Maleo, Me- 
leti e la lugubre Maccastorna >. 

Il forte nel 1441 veniva incorporato nel ducato di Milano, ma la 
Comunità continuava a reggersi co' propri statuti. Nel 1446 veniva 
ceduto per tradimento da Antonio Crivelli, che ne era il custode, a 
Francesco Sforza, il quale conrfermava poi alla borgata i suoi statuti 
e privilegi e sotto il dominio della dinastia sforzesca la rocca era 



biblkjgrafia 243 

retta da commissari ducali. Nel 1499, caduto il Moro, Pizzighettone 
passava alla 'Serenissima e l'anno susseguente veniva eretto in mar- 
chesato a favore di Teodoro Trivulzio da Ludovico XII, re di Francia. 
Il dominio francese fu affatto passeggero, poiché ben presto il vessillo 
di S. Marco ritornava a garrire sulle torri della fortezza, che durante 
la lotta fra Venezia e i collegati di Chambrai veniva apprestata per 
la difesa ; dopo la battaglia di Gbiara d'Adda essa doveva capitolare 
dopo lunga resistenza. Rientrativi i francesi e con essi il Trivulzio il 
castello fu affidato ad una guarnigione di Guasconi : il Trivulzio vi 
introdusse abbellimenti e vi fece ristauri notevoli. Terminata la con- 
tesa fra gli Imperiali e la Francia colla cattura a Pavia di Francesco I, 
il nostro castello accoglie il cavalleresco re. che vi rimane per qnasi tre 
mesi, A testimonio della sua gratitudine per la ricevuta ospitalità Fran- 
cesco I fece donativi di reliquie e d'artistici cimelii alla chiesa parroc- 
chiale di S. Bassano, tuttora religiosamente conservati 5 e ciò per merito 
sopratutto del parroco Cipelli, uomo di molta levatura, col quale l'au- 
gusto prigioniero strinse amichevoli rapporti e di cui l'A. dà notizie 
biografiche. Durante la dominazione spagnuola il castello di Pizzighet- 
tone fu affidato a governatori, che si rivelarono un vero flagello pel 
borgo e pel territorio suo, così che fu considerata una grazia celeste 
quando nel 1566 vi giunse in tale qualità don Diego Salazar, che pel suo 
governo prudente e mite ebbe dalla Comunità per se e « descendenti fino 
alla terza generazione larga immunità delle gravezze personali » come 
registrano gli atti della Comunità stessa. Il Salazar ricambiò quest' atte- 
stazione di benevolenza col dono de' preziosi altorilievi attribuiti a 
Balduccio da Pisa, che adornano tuttora la cappella della B. Vergine del 
Rosario nella Collegiata di S. Bassano, ove egli volle essere sepolto. 

Verso la metà del seicento Pizzighettone con Gera ritorna ad es- 
sere infeudata ai Trivulzio, indi ai Bolagnos e durante la guerra per 
la successione spagnola la rocca viene nel 1706 stretta d' assedio e 
nell'ottobre di quell'anno è costretta a dapitolare. D'allora in poi essa 
rimase in potere degli Imperiali e Giuseppe lì, ritenendo le fortifica- 
zioni meno necessarie, ne ordinava la demolizione lasciando sussistere 
tuttora la cinta castellana e le casematte lungo il Serio, trasformando 
il castello in ergastolo; destinazione che fu poi mutata dai francesi, i 
quali rinunciarono a rimettere il 'forte in istato di difesa, finché nel 
1867 il governo nazionale lo disarmò del tutto ed ora esso ha perduto 
ogni importanza non servendo che ad albergare un modesto presidio- 

L' A., terminato il racconto delle vicende della rocca di Pizzi. 
ghettone, passa ad esporre quanto ha potuto raccogliere sulle piazze, 
strade, edifici, famiglie, uomini notevoli, chiese, conventi, della storica 
borgata e particolarmente si sofferma intorno alia Collegiata di S. Bas- 
sano, che subì molti danni quando nella prima metà del secoli XVIII fu 
adibita a magazzeno militare, al convento di Regona, dove ricorda una 
pregevole tavola del Molossi, ora asportata, al Ricovero degli Incurabili^ 
al Monte di Pietà, fondato nel 1563 ed alle varie opere pie pizzighettonesi. 



244 miiL\<>(iu\vi\ 



II libro del G., come abbiamo detto più sopra, si presenta senza 
pretese: ci consentirà quindi il chiaro A. che tacciamo qualciie ap- 
punto o meglio che gli suggeriamo qualche aggiunta a quanto è da lui 
garbatamente esposto nel suo volumetco. 

Il G., colà ove parla del tradimento di Antonio Crivelli, custode 
della fortezza di Pizzighettone, a favore di Francesco Sforza (1) dice 
che questi « gratificò il Crivelli assai meschinamente regalandogli venti 
pertiche di terreno coll'onere di un paio <li fagiani ed una libra di 
spezierie » togliendo la curiosa notizia da una cronaca locale e dagli 
atti della Comunità. In realtà il prezzo del tradimento è stato assai 
piti cospicuo, giacché lo Sforza il 12 aprile 1449, con decreto dato in 
Colturano presso Melegnano, concesse ad Ugolino, Antonio, Enrico ed 
Andrea fratelli Crivelli ed a Santino Crivelli l'immunità perpetua sui 
loro beni, concessione confermata poi dallo stesso Sforza, divenuto 
duca di Milano, con diploma del 3 diconbre 1450 (2) ; la Repubblica 
Ambrosiana poi aveva promesso un premio di duecento ducati a chi 
avesse catturato Antonio e Ugolino Crivelli, rei della resa di Pizzi- 
ghettone (3). 

Il G. avrebbe anche potuto più ampiamente diffondersi intorno al 
castellano don Diego Salazar, assunto indi alla dignità di Gran Can- 
celliere dello Stato di Milano e creato conte di Romanengo, del quale 
egli ricorda le molte benemerenze verso Pizzighettone ed i suoi abi- 
tanti, se non gii fosse sfnggito quanto di lui è detto in questo Jiostro 
A. (1902, voi. XVIII, p. 434:35). Così avrebbe potuto dare mag- 
giori notizie degli altorilievi di Balduccio da Pisa, provenienti assai 
probabilmente dalla demolita chiesa dell'Annunciata nel nostro Castello 
di Porta Giovia e dei cimelii e donativi ricordanti la prigionia del 
monarca francese, se gii fosse stato noto quanto ebbe a scrivere in 
proposito il compianto Diego Sant'Ambrogio (4). Ed anche pel con- 
vento dei Cappuccini di Ragona, soppresso nel 1805, si sarebbe egli 
giovato di copiose notizie se avesse compulsato l'opera del Bonari (5), 
il quale ricorda anche gli affreschi e la bella tavola del Molossi raf- 



(1) Cfr. p. 89. 

(2) Cfr. ASM., 8es. 8tor., Crivelli. 

(3) Cfr. RuBiERi, Francesco Sforza, Firenze, 1879, II, p. 202. 

(4:) Di tre importanti altorilievi di Balduccio da Pisa e di altre 
preziose opere d'arte esistenti nella chiesa dì 8. Bassano in Pizzighettone 
in II Politecnico, 1893. 

(5) 1 conventi e i cappuccini delV antico ducato di Milano, Crema 
Meleri, 1894, p. 292 e seg. 



BIBLIOGRAFIA 245 

figurante la Natività, del 1595, tavola, in cui sono effigiati don Diego 
Salazar e donna Francesca de Villel, sua consorte, cospicui benefattori 
del convento, in abito di pastori. 

Nel suo complesso il volumetto del G. è un buon saggio di quelle 
monografie locali, che vorremmo vedere diffondersi e che possono 
tornar assai utili quando sieno ben inquadrate nella storia generale. 

Alessandro Giulini 



La rivoluzione piemontese nel 1821 di San torre Santarosa coi ricordi 
di V. Cousin sull'autore. — Versione italiana con note e documenti 
a cura di Alessandro Luzio. — Torino, G. B. Paravia e C. pp. 
XV-220. 

Ragioni di giustizia vorrebbero che quanti videro meglio i tempi 
futuri di quelli in cui la sorte li fece nascere e perciò furono misco- 
nosciuti dai loro contemporanei siano poi riconosciuti ampiamente dai 
posteri di cui andavano profetando i destini, anzi li preparavano con 
un'azione destinata a fallire solo perchè immatura. 

E certo fra gli uomini, che ai loro tempi furono più incompresi 
mentre in loro era la verità merita un posto eminente il disgraziato 
ministro della guerra per i pochi giorni che durò la rivoluzione pie- 
montese del '21. Non profeta né in patria né fuori. — In Francia dove 
s'era rifugiato, disposto, com'egli scriveva al conte Mocenigo, a finir 
i suoi giorni su terra d'esilio e non veder che da lungi la felicità della 
sua patria, lo raggiunsero le calunnie dei reazionari e lo perseguita- 
rono i sospetti della polizia, ispirata dal governo del Villéle; in Inghil- 
terra la tribuna della stampa, che pur godeva ben maggior libertà 
che altrove, gli tenne chiuse le porte e l'obbligò a cercar il pane in un 
insegnamento che lo sfibrava: nella stessa Grecia, a cui aveva portato 
il tesoro della sua anima assetata di ideale e pronta a incotrar per 
esso la morte, trovò chi gii compose l' irridente epitafio : « Bel pazzo 
ad essere venuto a moiire qua ! » — Rara e pertanto mirabile eccezione 
quella di Victor Cousin, che in alcuni mesi di convivenza coll'esule ne 
senti tutta la grandezza, e coll'andar del tempo, comprese anche l'in- 
fallibilità della causa a cui l'amico aveva votato se stesso. 

Bene dunque fece il Luzio nell'anno, che è sacro alla rievocazione 
di qu( sti albori del nostro risorgimento, dandoci un'accurata traduzione 
dell'opera apologetica del Santarosa sui fatti del '21, preceduta dai ri- 
cordi di V. Cousin suU' autore : come bene aveva fatto il prot. A. Co- 
lombo liei pubblicare lo scorso anno quell'altra opera, pure del Santa- 
rosa (1), che ci fa più direttamente conoscere il pensiero politico del- 



(1) S. Santarosa, Delle speranze degli italiani, per cura di A. Co- 
lombo. - Milano, 1920. Casa editrice del Risorgimento. 



246 BIBLIOGRAFIA 

l'A. " E betie faranno gli italiani ad apprendeii; da (odcHte letture 
quanto di vero e di lungimirante fosse in quell'anima nobilissima. 

Però, nell' edizione del Luzio, oltre all'opera di divulgazione dei 
due scritti già noti ve n'è una, tutta sua, che ne accresce Hensil)ilmente 
Pimpoitanza: ed è l'apparato critico a base di note e di documenti, in 
cui le allusioni del Santarosa sono chiarite, i giudizi rettificati, gli ap- 
prezzamenti acutamente contestati. — Un articolo, di carattere più 
sintetico pubblicato dallo stesso Luzio nella Lettura (J) aggiunge altri 
documenti e coordina i risultati di quell'acuto esame, a cui l'illustre 
studioso della Storia del Risorgimento ha sottoposto gli avvenimenti, che 
furono fino ad oggi materia di opinioni tradizionali o avventate. 
Da codesta revisione esce alquanto chiarita, e chiarita in senso bene- 
volo, la personalità più discussa nei moti del ventuno, Carlo Alberto ; 
e più lo sarà quando la Deputazione di Storia Patria avrà dato, spe- 
riamo fra breve, alla luce quella sua Silloge, in cui, tra l'altro, il 
prof. Passamonte pubblica un ampio scritto di Cesare Balbo appunto 
sulla rivoluzione del '21, e Francesco Lemmi quanto ha potuto scoprir 
negli Archivi di Torino e di Milano della corrispondenza che il prin- 
cipe della Cisterna indirizzava a' suoi amici piemontesi e lo stesso 
Luzio le lettere di Carlo Alberto al Barbania. — Ma ancor meglio ci 
attendiamo dalla pubblicazione, finora solo auspicata, dell' epistolario 
completo del Principe di Carignano. 

Intanto però già si profila l'equivoco per cui fu lecito ai contem- 
poranei di tacciar senz'altro di traditore il giovine principe e ai posteri 
di esagerarne senza attenuanti, la fama di uomo, che non sa ciò che 
che deve fare : V esecrato Carignano e il re Tentenna. — Appare cioè 
che, se a lui mancò una chiara visione, in un critico momento, della 
via che doveva prendere, gli altri, i cospiratori, fecero credere ad af- 
fidamenti, che egli non aveva mai dato. — Nell'interesse della loro causa, 
giovava ad essi di spendere il nome di Carlo Alberto come di un fi- 
deiussore delle loro promesse, mentre in realtà egli non aveva in co- 
mune con loro che una parte del loro programma, quella che avrebbe 
aituata ventisette anni dopo mettendovi per posta la sua corona e 
perdendola: la guerra all'Austria. — Ma guerra all'Austria voleva dire 
per Carlo Alberto esercito disciplinato e non obbediente alle sette : 
voleva dire la nazione tutta stretta intorno al suo re, non ribelle o 
parteggiante. — Né la costituzione di Spagna, idolo dei liberali del '21, 
era la più adatta a riunire il maggior numejo dei consensi. 

Il Santarosa non fu certo di quelli che iL Luzio chiama « settari 
fanatici che professano la massima del Jine giustifica i mezzi né guar- 
dano pel sottile sulla scelta delle armi. — Non egli certamente divulgò 
le fantastiche notizie di vittorie dei napoletani sugli austriaci, con cui, 
certo non in buona fede, i suoi amici politici cercarono di galvauiz- 



(1) Anno XVI, N. 3, Marzo 1921. 



BIBLIOGRAFIA 



247 



zare l'opinione pubblica. Però fu soverchiato da quegli estremisti che 
lo trovavano tiepido. Ma anche per essi noi pensiamo che la stozia 
avrà una parola, se non di giustificazione, almeno di scusa : perchè 
il fine era certamente nobilissimo e l'animo dei più ispirato dal bene 
pubblico, non da privati interessi. — Sapevano di agire fra un popolo 
non ancor cosciente de' suoi destini e cercavano di parlare quel lin- 
guaggio, che meglio sarebbe stato compreso : e l'essere nel fervore del- 
l' azione è scusa ancor maggiore. — Anche dopo di essi Giuseppe Maz- 
zini avrebbe provato in una lunga odissea di delusioni e di amarezze 
guanto sia diflicile a chi parla soltanto in nome di principii ideaiii^tici 
-e per essi chiede sacrifici e abnegazione raccogliere intorno a sé il 
favore delle moltitudini, 

G. B. 



^ 



APPUNTI E NOTIZIE 



,% Un curioso elenco di dame milanesi della fine del sette- 
cento. — Fra le carte di Francesco Novati abbiamo rinvenuto copia di 
un curioso documento, tratto da un archivio privato, che aveva attirata 
la sua attenzione e che di certo intendeva di riservare ai lettori del nostro 
periodico: sicuri dMnterpretare ii desiderio dell'illustre estinto lo pub- 
blichiamo corredandolo di note illustrative. 

È un elenco di dame milanesi intervenute ad una festa da ballo,, 
tenutasi il 26 febbraio 1791 ne' Giardini Pubblici, forse nel Vauxal, il 
pubblico ritrovo posto lungo la via Marina, organizzato all'uso inglese 
ed inaugurato nel 1778 (1). Era il Vauxal il luogo preferito da quella so- 
cietà allegra e spensierata della fine del settecento, che ad un emigrato 
francese, il conte Giuseppe Tommaso d' Espénchal, osservatore acuto e 
spesso mordace, ispirava il seguente giudizio sulla metropoli lombarda: 
« Milan c'est la seule ville de l'Italie, où la société soit gaie et aimable 
et où les usages se rapprochent le plus de ceux de Paris. Il y a un gran 
nombre de jolies femmes, soit dans la noblesse, soit dans la bourgeoisie 
que les hommes fréquentent indifferémment » (2). L'elenco, che piti 
avanti pubblichiamo, ci ricorda infatti come sullo scorcio del settecento 
la nostra borghesia fosse salita nella scala sociale tanto che l'uguaglianza di 
fatto aveva preceduto l'uguaglianza di diritto : fra i due ceti la distanza era 
invero divenuta quasi insensibile. Troviamo così accanto a Barbara Litta 
Belgioioso, alla duchessa del Sesto, a Paola Castiglioni, l'intellettuale dama 
cantata dal Parini, Elena Milesi Viscontini, la sarà Lenin del Porta, la 
ballerina Vittoria Peluso, divenuta poi marchesa Calderari e quindi moglie 
del general Pino, la bella e galante signora Vedani, ben nota per le sue- 
relazioni con Carlo Verri, il futuro senatore del Regno d' Italia. Gli epi- 
teti, che ricordano quelli attribuiti ad alcune dame veneziane nel codice 
CCCLXXXII della Marciana e che accompagnano i nomi delle signore 
milanesi intervenute alla festa surricordata, non sono sempre i più lusin— 



(1) cfr. Verga E., Storia della vita milanese^ Milano, 1909, p. 198. 

(2) cfr. Journal (V émigration^ Paris, Perrin, 1912, p. 51. 



APPUNTI E NOTIZIE 249* 

ghieri; sovente, a tanta distanza di tempo, riescono impenetrabili nel 
loro genuino significato e solo qualche lontano nipote potrebbe trovare 
meno oscuro quanto a noi sembra inesplicabile. Ad ogni modo non inten- 
diamo di assumere in argomento alcuna responsabilità e la lasciamo- 
intera all'anonimo annotatore. 

Alessandro Giulini. 

CATALOGO 

delle signore intervenute alla Festa da Ballo datasi 

ne' giardini pubblici il 26 febbraio 1791. 

La ravveduta Peppa Sopransi (1) 

La riverente Zanella 

L'etica Lamberti (2) 

L'imperita Ruga (3) 

Le terrestri semidee sorelle Mariani (4) 



(1) Giuseppa Carcano, figlia di don Ambrogio e moglie di Giovanni 
Sopransi. Rimasta vedova si rimaritò col marchese Francesco Visconti 
Ajmi, ardente demagogo ed altro dei triumviri durante la seconda repub- 
blica Cisalpina. Corteggiata dal marasciallo Berthier lo seguì in Francia, 
ove tenne salotto. Cfi. Litta, Fam cel. ital, Visconti, tav. IX e Fam. 
not. milan.y Carcano, tav. V. Cfr. pure quest'A., 1920, f. 4°, p. 495. 

(2) Lo Stendhal, ne' suoi Souvenirs de Milan en 1796 in Revue de 
Deux Mondes, 1855. to. II, p. 1128 e sg. ricorda una Lamberti tra le belle 
dame milanesi e nota come essa fosse stata oggetto di particolare distin- 
zione da parte di Giuseppe II. Afferma pure che la Lamberti, sebbene 
non più giovanissima nel 1799, era tuttavia modello di grazie seducenti. 

(3; Paola Zanetti moglie dell'avvocato Sigismondo Ruga, che fu poi 
membro del Direttorio della repubblica Cisalpina. Si era questi stabilito 
nel 1778 nella nostra città colla bellissima consorte venutavi « dalle beate 
sponde del Verbano a recarci lo spettacolo della più splendida vegeta- 
zione femminile ». Cfr. Rovani, Cento anni, li, p. 16. Veramente il Ruga 
era nativo di Gozzano, vicino ad Orta. cfr. ASC, fam. Ruga, busta n. 
1346. Paola Ruga Zanetti fu a lungo conosciuta nella società milanese 
per la bellezza e per l' allegria gioita sotto la scompigliata repubblica 
Cisalpina ed emula del brio grossolano della sorella Antonietta Suini e 
della contessa Antonietta Arese Fagnani. Cfr. Barbi era R., Passioni del 
Risorgimento, Milano, 1903, p. 45. Come è noto, la Suini nel 1805 fu 
rapita dai corsari e trasportata ad Algeri. Cfr. ivi, p. 436-37. Lo Stendhal, 
op. e toc. cit, ricorda fra le belle dame milanesi la Ruga, che pure è ram- 
mentata come una delle bellezze dell'epoca napoleonica dal Turquan, Les 
soeurs de Napole'on, p. 144. 

(4) Nel 1782 un Francesco Mariani è elencato fra i ragionieri coUe- 
giati. Cfr. // servitore di piazza del 1782, Milano, 1782, p. 65. 



250 APPUNTI E NOTIZIK 

La precetrice Giuditta Sopransi 

La distrutta Troia Aureggi (1) 

L'in ilio tempore Ripamonti 

La garula Milesi (2) 

L'oleosa Semiramide Vedani (3) 

L'indiscreta Pozzi 

La malcontenta Londonia (4) 

La bisnonna Cozzi (5) 

La dissecata e spolpa serventi Corti Torriani (6) 



(1) Un Carlo Giuseppe Aureggi era causidico collegiate esercente in 
Milano nel 1782. Cfr. // servitore di piazza ecc., p. 42. 

(2) Elena Viscontini maritata Milesi, sorella di Matilde Dembowsky 
Viscontini, tanto ammirata dallo Stendhal e madre di Bianca Milesi, la 
ben nota « giardiniera ». Cfr. Alessi M. S., Una giardiniera del risorgi- 
mentOy Torino, 1906. Nella sua casa* ospitale, nella contrada del Lauro, 
conveniva una « allegra accolta di signori gaudenti e di signore belle e 
colte » e fra essi il Porta, attrattovi dalla conversazione piacevole della 
padrona di casa, la sura Lenin, alla quale dedicò il noto « brindesi >v. 
Cfr. Alessi, op. ciL, p. 13 e 113. È dessa probabilmente la Milesi, amica 
del marchese de La Carte, conosciuta nel 1789 dal conte d'Espénchal 
durante il suo breve soggiorno in Milano, mentre il La Carte vi si fer- 
mava per parecchi anni trattenutovi dalle grazie dell'ospite avvenente. Cfr. 
Journal d^émigration, p. 47-48. 

(3) La moglie del segretario del Senato don Giulio Vedani (f 1795), 
che dovette inoltrare un ricorso al Senato medesimo per ottenere l'inter- 
namento della consorte in un monastero in seguito ad un intrigo col 
giovane don Carlo Verri. Lo scandalo veniva sopito per l'intervento perso- 
nale dell'influente fratello di quest'ultimo. Cfr. lett. 25 marzo 1778, tut- 
tora inedita, di Pietro ed Alessandro Verri in Arch. Sorniani Andreani Verri. 

(4) Probabilmente Maria Mauri, moglie di Giuseppe Londonio e ma- 
dre di Carlo, che nel 1799 sposò Maria Frapolli, figlia dell'avvocato Giu- 
seppe, professore d'Istituzioni Civili nel Ginnasio di Brera, chiamata donna 
Bia, classicista fervente e battagliera, probabilmente la madam Bibin del 
Porta. 

(5) Teresa Vigore, moglie di don Pietro Cozzi, tesoriere del Senato, 
che aveva ottenuto il titolo baronale nel 1780 dietro cessione della pri- 
vativa di stamperia per gli atti ufficiali nella città e ducato di Milano 
concessa nel 1729 al padre suo. Era passata a nozze nel 1752 e morì, 
di 88 anni, il 6 luglio 1819. Aveva quindi sessant'anni nel 1791 e poteva 
essere a ragione chiamata -? bisnonna » in un' accolta di giovani dame. 
Cfr. ASM., Araldica, p. ant. 

(6) Catterina Torriani, moglie di Giovanni Corti e madre di Gio. 
Antonio, direttore dell'Archivio Giudiziario. Cfr. Anagrafe del Comune di 



APPUNTI E NOTIZIE 251 



L'appassita insaziabile Marostizza 

La studio dedita Salazzar (1) 

La Regia Ecc.^ Boichini.(2) 

La geremia Agudia 

La grinzuta assoldata Luvini 

La sciocca Gilio 

La smorfiosa Uboidi Sala (3i 

La lunatica Scotti 

La bigotta Uboidi Brentana {4) 

L'incurabile Londonia Gioffredi (5) 

L'antica Frine Zanelli 

La novizza Petazzi 



\MUanOj archivio del 1811. Rendiamo sentite grazie al capo-ufficio sig. R. 

Jottigelli pel cortese ed intelligente aiuto favoritoci nelle ricerche. 

(1) Teresa Trivulzio del marchese Alessandro Teodoro (1734-1805). 
p^Nel 1762 andò sposa al conte Diego Lorenzo Salazar, I. R. Ciambellano, di- 

ìttore del Teatro Ducale e de' pubblici spettacoli, già vedovo di due 
mogli: Maria dei conti Resta e Giovanna dei marchesi Pallavicino Tri- 
vulzio. La contessa Salazar Trivulzio, decorata dell'Ordine della Crociera, 
fu colle altre dame di Corte nel 1764 oggetto di una satira anonima, 
che ebbe gran successo ne' salotti del tempo e per la quale vedasi // 
libro e la stampa, a. VI (N. 5), fase. Ili, p. 85 e sg. L'epiteto di « studio 
dedita » attribuitole non è forse fuori di luogo quando si pensi che la 
-contessa Teresa fu figlia di uno de' principali promotori della Società 
Palatina e nipote ui don Carlo, l' insigne bibliografo ed archeòlogo, 
Jondatore della Trivulziana. Chi scrive è lieto di constatare come la sua 

•isava materna sia sfuggita agli strali velenosi dell'anonimo annotatore. 
(2; Un Francesco Bolchini, ragioniere coUegiato, fu il primo presidente 
•della Società del Giardino dal 1783 al 1799. Cfr Bruschetti Madini e 
Magistetti, // palazzo Spinola e la Società del Giardino, Milano, 1919, 
p. 42-43 e 96. 

(3) Angela Sala (1770-1853) moglie del banchiere Giovanni Uboidi. 
Cfr. Anagrafe del Comune di Milano^ loc. cit. 

(4) Angela Maria Teresa Brentano de' Cimaroli consorte del ban- 
chiere Giuseppe Uboidi. Il figlio loro, Ambrogio Uboidi di Villareggio, 
possessore della nota armeria omonima, fu innalzato alla nobiltà equestre 
nel 1838 e fu benefattore dell'Ospedale Maggiore. Cfr. ASM., Araldica, 
p. m. e Canetta P., Elenco dei benefattori delV Ospedale Maggiore, Mi- 
ano, 1887, p. 185. 

(5) Giuseppa Gioffredi, moglie di Gerolamo Londonio. Fu madre 
-di Carlo Giuseppe Londonio (1780-1845), presidente dell' I. R. Accademia 

|f' di Belle Arti, innalzato alla nobiltà equestre col predicato di Borgarello 
con sovrana risoluzione del 1838, altro de' Savi municipali. Cfr. ASM., 
Araldica, p. m. 



\ 



252 APPUNTI E NOTIZIE 

La camaleontica ragazza Assandri (1> 

L'incorniciata Beliati 

La zoccoiotica Pallavicini 

La gotica gibbosa emetica Lavezzari 

La cavallaccia Cereghetti Baselinì (2) 

La gibilina Sartirana 

L'infermicela schizzinosa Mariani 

L'inanimata Rosetti 

La metamorfizzata filarmonica Bolla 

La sparuta sposa Albrisi 

La bubonea Cantoni Scorza (3) 

La gariboldinica Perucchetti (4) \ .. 



La trinfance Marinoni (5) 

La sortumosa Daverio (6) 

La cipolla insalsicciata Antonia Bonacìna Casnati (7) 

La licenziata in moda Ubolda Tedesca (8) 



(Ij Forse donna Leopolda, figlia di don Francesco Assandri, consi- 
gliere d'Appello, e della baronessa Elisabetta de Heillman ; sorella di Anna, 
sposata a don Carlo Caponago, più avanti ricordata. Canonichessa di 
S. Carlo ili Cremona, alla soppressione del Collegio nel 1798 passò a 
nozze con don Francesco Barbò. Cfr. Claretta G., Sugli Assandri pa- 
trizi milanesi in questi A., 1883, p. 203. 

(2) Nel 1782 figuravano come ragionieri collegiati esercenti in Mi- 
ano un Ferrante, un lldefonso ed un Giulio Basellini. Cfr. // servitore di 
Piazza cit.. p. 59. 

(3) Carolina Scorza (1772-1816), figlia di don Baldassare, segretario 
della R. Camera de' Conti, indi Ispettore Generale dei Dazi; moglie del 
dottor Carlo Cantoni. Cfr. Anagrafe o. cit., // servitore di piazza ecc., 
p. 18 e Rota E., La politica economica dell'Austria in Lombardia ecc. in 
Boll. d. Soc. Pavese di Storia Patria, a. X (1912), f. I-II, p. 169 e sg. 

(4) Donna Maria De Cristoforis di don Gio. Battista, moglie di don 
Antonio Parrocchetti. Cfr. Fam, Not. Mil.y De Cristoforis, tav. 1. 

(5) Donna Giuseppina De Cristoforis, sorella della precedente, spo- 
sata nel 1779 a don Stefano Marinoni, causidico coUegiato, assessore 
presso la Congregazione dello Stato. 

(6) Probabilmente donna Margherita Repossi, figlia di don Ercole, 
moglie del patrizio milanese don Giuseppe Daverio, fratello del R. Eco- 
nomo mons. Michele. Cfr. Fam. Not. Mil., Daverio, tav. II. 

(7) Forse apparteneva agli Uboldi, che tenevano banca sotto la de- 
nominazione di « Uboldi e Brusati » in contrada del Pantano. Cfr. // ser- 
vitore di Piazza ecc., p. 75. 

(8) Antonia Casnati, moglie di Gio. Maria Boncina. Cfr. Anagrafe, 
op. cit. 



APPUNTI E NOTIZIE 253 



l'enorme massa di carnaccia Defilippis 

La pane posso e pomposa Mangiagalli Ballabio (1) 

L'esemplare Pólastra Capponago (2) 

La Sodoma incendiata Orombeili (3) 

L'ombra di Nino Pino Ballabio (4; 

La Penelope apparente Fontana Pino (5) 

La maga Circe Lauzzi Masera 

La timida Maldonati 

La gallinaccia Ponzio (6) 

La lussureggiante Semina Tanzi (7) 

La calda Semiramide Semina 

La sfinita Sopransa Ruscona (8) 

La insaziabile Litta Max (9) 

La senz'anima Litta Belgioioso (10) 



(1) Carolina Mangiagalli, moglie di Camillo Ballabio. Cfr. ivi. 

(2) Probabilmente donna Anna Assandri, moglie nel 1788 di don 
Carlo Caponago. 

(3) Sarebbe mai essa donna Giulia Imbonati, figlia del conte Giu- 
seppe Maria e moglie del patrizio milanese don Carlo Orombeili? Non 
abbiamo serie ragioni per ritenere degna di una qualifica sì poco ono- 
revole una di quelle damin Imbonaa, alle quali il Tanzi dirigeva le sue 
rime. 

(4) Francesca Pino (1763-1840), moglie di Pietro Ballabio, presidente 
della Camera di Commercio, insignito della nobiltà austriaca col predicato 
di Monte nel 1836. Cfr. ASM., Araldica, p. m. 

(5) Teresa Pino, moglie di don Giorgio Fontana. Cfr. ASM., Matr. 
araldica della prov. di Milano. 

(6) Felice, Andrea e Luigi Ponzio figuravano come ragionieri coUe- 
giati esercenti in Milano nel 1782. Cfr. // servitore di piazza ecc., p. 66. 

(7j Francesca Semini, moglie di Camillo Tanzi Nella contrada de' 
Bigli, eravi un banco Tanzi. Cfr. Anagrafe ^ loc. cit. 

(8) Marianna Rusconi, moglie di Antonio Sopransi, cassiere della 
Zecca. Cfr. ASC, fam.. Sopransi, busta n. 1433. 

(9) Massimiliana Amalia Haimausen (n. 1765), moglie del conte Al- 
fonso Litta Visconti Arese. Dama molto vivace e strana. Il conte d'Éspin- 
chal, che la conobbe nel 1789, nel suo Journal d^emigration, p, 48, così 
ne parla: « La jeune comtesse Max... elevée a Paris au couvent de Pan- 
themont, a tout l'usage et tonte la coquetterie des nos plus aimables 
Fran^aises. Elle est grande, bien faite, très jolie, très gaie, très prévenan- 
te ». Dice pure che la contessa Max trattava il suo « cavalier servente » 

« lestement » e che si permetteva « des fréquentes distractions ». 

nO) Barbara Barbiano di Belgioioso d'Este (1759-1833), figlia del 
principe Alberico, aveva sposato nel 1775 il marchese e poi duca An- 
tonio Litta Visconti Arese. Fu prima dama d' onore della vice-regina 
Amalia di Beauharnaìs. Cfr. Fani. not. niiLy Barbiano di Belgioioso, tav. V. 



254 APPUNTI K NOTIZIE 

La satirica madama Levi 
L'apparente dimessa marchesa Castiglioni (\) 
La rabbufata vecchia Pietrasanta (2) 
L'infantina vidova Calchi 
La beccacia marchesa Pallavicini (3j 
. L'incadaverita Brusadori (4) 
La lagrimevole duchessa Dei Sesto (5) 
La ristaurata marchesa Calderari (ò) 
La saziatanti Bongiovanni 
L'invida accesa Ragni 



(1) Con assai probabilità Paola Litta Visconti Arese (1751-1846), 
figlia del marchese Giulio Pompeo, aveva sposato nel 1769 il marchese 
Giuseppe Castiglioni Stampa. Soleva accogliere nelle sue sale in geniali 
convegni il fiore dei letterati e della società milanese e straniera. Viaggiò 
in Francia ed in Inghilterra e fu nel 1776 che G. B. Biffi la vide di ri- 
torno da Londra «( bella, piena di spirito, brillare singolarmente *. Cfr. 
la lett. 18 sett. 1776, ined., in Arch. Sommi Picenardi. Fu amica del Pa- 
rini e la Verza ne fece uno de' suoi Ritraiti. Cfr. Litta, Fam. cel. Hai, 
Castiglioni, tav. III. 

(2) Bianca Marliani del conte Carlo aveva sposato nel 1758 il conte 
Francesco Pietrasanta, principe di S. Pietro: fu suocera di Fulvia Verri. 

(3) Forse la marchesa Anna Pallavicino Trivulzio, nata dei conti 
Besozzi (1772-1858), sposata nel 1787 al marchese Giorgio Pio, rimaritata 
con don Giuseppe Vismara. Fu madre di Giorgio Pallavicino Trivulzio, il 
patriota dall'Austria punito cogli orrori dello Spielberg. 

(4) Un Brusatori era addetto al Teatro Ducale nel 1763, come rile- 
vasi dal carteggio , del dottor Stampa conservato nell'Archivio Greppi. 

(5) Donna Maria Valcarzel y Cordova, nata aj Madrid il 7 agosto 
1745, morta a Milano il 5 gennaio 1802. Moglie in prime nozze di don 
Giuseppe Ledenne ed in seconde di Carlo Gioacchimo Spinola, marchese 
de Los Balbases, duca del Sesto. Dama assai benefica lasciò erede l'Ospe- 
dale Maggiore di Milano. Cfr. Canetta, op. cit., p. 186-87. 

(6) Vittoria Peluso, nata nel 1756, morta in Milano il 7 aprile 1828. 
Ballerina della Scala fu sposata nel 1783 dal marchese Bartolomeo Calde- 
rari malgrado le più vive rimostranze dell' arciduca Ferdinando e della 
cospicua parentela. Continuò a ballare alla Scala sino alla fine di quel 
carnevale in mezzo alla generale meravìglia, così che fu accolta sulla 
scena al grido ironico di: « viva la Marchesina! » Morto il Calderari 
nel 1806 e rimasta erede del vistoso suo patrimonio, la Peluso si rimaritò 
col general Domenico Pino. Cfr. in Trivalziana il cod. n. 866 e 868 e 
Pelli NI, // General Pino e la morte del ministro Prina^ Novara, 1905, 
p. 126. È quindi ben appropriato il qualificativo di « ristaurata > attesa 
la sua modestissima origine. 



APPUNTI E notizip: 255 

L'antica forbice di Parigi Mussi (1) 
La stecchita e ballaassette Arrigoni (2) 

^% Un nuovo documento per la vita di Ottone Zendatario giu- 
dice IMPERIALE ? — Parecchi anni fa il socio Dr. Biscaro nel suo studio 
sugli appelli ai giudici imperiali dalle' sentenze dei consoli di giustizia di 
Milano sotto Federico F ed Enrico VP (3) parlò con ampiezza e dottrina 
di Ottone od Ottobello Zendatario, che fu per tre volte console di giu- 
stizia e poi giudice della Curia imperiale. 11 B. ha messo giustamente 
in luce questa nobile figura di magistrato del libero comune sorto in 
virtù della elezione lasciata ai cittadini « che sceglievano i migliori, senza 
riguardo all'età, alle cariche più eminenti ». A questa conclusione giunse 
il B. fondandosi sopra un documento del 1178 in cui trovasi per la 
prima vòlta menzione di tal magistrato. Era una sentenza da lui sotto- 
scritta come giudice e console di giustizia. 

Il documento, che più sotto riportiamo, parla di Otto Zendatarius 
quale Decano del Consiglio dei poveri presso S. Barnaba in Brolo. Il 
documento è anteriore di 20 anni all' ultimo trovato dal B. Potrebbe 
nascere il dubbio di una omonimia. Ma se pensiamo all'età del nostro 
giudice e alla sua autorità che doveva venirgli da un lungo esercizio di 
cariche municipali- non vi sarebbe da dubitare sulla identità sua. Infatti 
volendo ammettere che nel 1158 lo Zendatario avesse 30 anni — ipotesi 
già ardita potendone avere, per la carica esercitata, assai meno — nel 1208, 
ultimo anno in cui appare il suo nome, doveva averne 80. Presunzione 
questa niente affatto inverosimile, tanto più che lo stesso B. lo ritiene 
nel 1208 « vecchio e ormai quasi nell'oblio » (4). 

L'avere lo Zendatario partecipato a una carica minore nella beneficenza 
cittadina verrebbe a conferire al nostro giudice una maggiore autorità e 
a dimostrare che anche in quei tempi occorreva compiere un vero ti- 
rocìnio dalle inferiori alle maggiori dignità. Anche nel comune medievale,, 
come in tutte le epoche, doveva sussistere un « cursus honorum » dalle 
magistrature più basse alle più alte. 

Citiamo il documento che è una convenzione fra i Decani del Con- 



(1) Forse la Teresa Mussi, che partecipava alle rappresentazioni tea- 
trali di casa Pertusati, ammirata dal Parini, che le dedicò varie poesie. 
Cfr. Le Odi delVab. Giuseppe Parini con note di F. Salveraglio, Bologna, 
Zanichelli, 1882, p. 234-35. 

(2) Probabilmente la marchesa Giovanna Arrigoni, moglie del mar- 
chese Decio, nata Bellini. 

(3) In quest' A., 1908, voi. XXXV, p. 233 segg. 

(4) Ficker, Forschungen^ IV, p. 194 1210, Aug. 17. Sentenza, in cui se 
ne cita una già resa da Ottone Zendatario. 



266 APPUNTI E NOTIZIE 

sorzlo dei poveri presso S. Barnaba in Brolo e Beltrame, rettore dell'ospe- 
dale del Brolo, allo scopo di fondere il detto ospizio con l'ospitale. 

Il documento è anche interessante per la storia della beneficenza nel 
periodo comunale e lo riteniamo inedito. ' 

A. Visconti 

Arch. dell'Ospedale Maggiore, Aggregazioni, Milano Brolo Ospitale, 
cari. 2. 

Copia autentica del sec. XIV della convenzione 2 Dicembre 1158 tra 
i decani del consorzio dei poveri presso S. Barnaba in Brolo e Beltramo 
maggiore deW Ospedale di S. Stefano alla Ruota o del Brolo, allo scopo 
di fondere detto ospizio con V ospedale di S. Stefano, 

In nomine sancte et individue trinitatis. Quod statuerunt inter se ob 
Christi pauperum dilectionem simul et infantum expositorum miserationem 
Otto Zendatarius et Albertus de Laude, Cazuranus et Atto Estachius, 
Rufinus Manfredus machen {sic) decani consortii pauperum quod est con- 
structum apud Sanctum Barnabam de brorio cum Consilio Guidetti Ca- 
zolle et Guitardi Panis et Ossis atque aliorum Fratrum ipsius consortii. 
Cum Beltramo maiore Ospitalis Sancti Stephani ad rotam et Martello et 
lohanne atque Alghiso eiusdem hospitalis conversus brevi statuimus ser- 
mone describere, Convenerunt namque predicti decani cum prefato Bel- 
tramo eiusque fratribus hoc observare. Ut deinceps usque in perpetuum 
omnia bona iam dicti consortii que nunc habet et in futurum habebitur 
simul atque infantum expositorum sint communia cum bonis omnibus 
predicti hospitalis ad languentium pauperum refectionem et abiectorum 
pupillorum nutritionem tali videlicet modo. Ut conversi predicti hospi- 
talis qui nunc atque prò tempore fuerint colli gere debeant omnes egro- 
tantes pauperes et expositos infantes quos per urbem invenerint et ad 
ospitium ducere et sufficientem victum et vestitum prò posse tribuere. 
Et predicti decani qui nunc sunt et prò tempore fuerint debent predesignati 
hospitalis pauperibus et pueris sub arbitrio iam dictorum Cazurani et 
Attonis et Estachii atque Alberti de Laude ve! aliorum quatuor qui ab 
ipso electi fuerunt consortio de oblatione et elemosinis ipsius consortii 
et puerum puerorum feudo et legato secundum quod potuerint et eis 
visum fuerit distribuere. Et si quid in auro vel argento pauperum Con- 
sortii largitum fuerit vel legatum pauperibus fidelium errogetur, et non 
in emptione prediorum collocetur. Si vineam vel agrum quis eis relinquerit 
proprietate durante conversi usufructum totum pauperibus et pupillis in 
alimentis ministrent. Quod si aliquo modo predicti hospitalis conversi 
circa curam ipsorum pauperum et pupillorum defides fuerunt a predictis 
quatuor inventi. Tunc potestatem habeant ipsi quatuor cum conxilio 
fratrum ipsius Consortii elemosinas pauperum et feudum pupillorum et 
si quid aumenti habuerint ex largitate defunctorum ab eis aduertere et 
tollere. 

Et aliorum secundum quod eis melius visum erit modum disponere 
et ordinare hoc voluit pio consortio constitutio et sancta voluit ospitalis 



APPUNTI E NOTIZIE 257 

conversatio. Factum est hoc anno dominìce incarnationis millesimo cen- 
tesimo quinquagesimo cctavo secundo die mensis decembris indictione 
septima. 

Ego Gualtierus qui nuncupor de la cruce sacri palatii notarius auten- 
ticum huius exempli vidi et legi sicut in eo continebatur ita et isto le- 
gitur exemplo preter litteras plus minusve. 

Ego Albertus de Ramfo notarius sacri palatii autenticum huius exem- 
pli vidi et legi sic in eo continebatur ita in isto legitur exemplo preter 
litteras plus minusve. 

Ego Guìlelmus qui cognomine dicor Zanonus sacri palatii notarius 
autenticum huius exempli vidi et legi sic in eo continebatur ita et in 
isto redigi exemplo preter litteras plus vel minus. 

Ego lacobus de Magnago notarius contrate Sancti Naboris Mediolani 
a predicto exemplo ab autentico exemplato et similiter exemplavi. Et 
sicut in ilio exemplo continebatur ita et in isto exceptis litteris plus mi- 
nusve. 

/» Un milanese governatore di Trieste nel secolo XV — Nel 
nostro Archivio (1) venne già dato un elenco di lombardi podestà di 
Trento dal 1287 al 1802 ed ora possiamo opportunamente accennare ad 
un milanese, che coprì l'ufficio di prefetto imperiale a Trieste. Fu questi 
quell'Erasmo Brasca, segretario, senatore ducale, cavaliere aurato, amico 
di Ludovico il Moro. Rotto ai maneggi diplomatici ebbe l'incarico di sol- 
lecitare l'investitura del ducato di Milano pel Moro e d'indurre l'impera- 
tore a non porre ostacoli all'impresa di Carlo Vili. Le trattative del 
matrimonio di Massimiliano con Bianca Maria Sforza furono felicemente 
condotte a termine da lui (2). 

Erasmo Brasca, alla caduta del Moro, cercò rifugio alla corte impe- 
riale e nel 1499 venne nominato prefetto di Trieste « per la benevolentia 
del suo re, di la Signoria nostra et duca di Milano » come afferma Ma- 
rino Sanudo ne' suoi Diari (3). Egli seppe cattivarsi l'amore e la ricono- 
scenza dei triestini avendo concesso personalmente un mutuo per l'as- 
sestamento del porto ed elargito una somma cospicua pel ristauro della 
chiesa di S. Pietro e del palazzo del Governo e più per aver ottenuto 
dall'imperatore la grazia ai cittadini messi al bando nel 1468. A ricordare 
l'opera sua pel restauro del palazzo suddetto nel 1499 venne murata una 
epigrafe in suo onore, che venne poi trasportata a Venezia con altre 
iscrizioni triestine e fu posta nel Museo Marciano (4). Quando il Brasca 



(1) cfr. a. 1919, f. I-II, p. 326-27. 
, (2) cfr. Calvi F., Bianca Maria Sforza Visconti, Milano, 1888. 

f' (3) cfr. HoRTis A., Di una recente pubblicazione di Leopoldo Delisle e 

intorno ad Erasmo Brasca milanese prefetto imperiale di Trieste in Ar- 
cheografo Triestino, N. Serie, v. V (1871-78) f. 3.^, p. 348 e sg. 

(4) cfr. Cantò C, Scorsa di un lombardo negli Archivi di Venezia^ 
im Milano, 1856, p. 162. 

B Arcn. '^for. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I-II. 17 

P 



•258 APPUNTI E NOTIZIE 

venne richiamato alla corte imperiale il Consiglio Civico porse una sup- 
plica al sovrano perchè lo lasciasse presto ritornare per il bene della 
città; questo, afferma Attilio Hortis (1), è il più bel decreto d'elogio pel 
magistrato milanese, il quale si spense in Trieste il 5 febbraio 1502 a 
trentotto anni. I suoi resti mortali furono trasportati in patria e deposti 
nell'avello gentilizio nella chiesa di S. Eufemia (2) ove gli venne dedi- 
cata a ricordo un'epigrafe riportata dall'Argellati (3). Nel Museo Trivulzio 
si conserva un pregevole medaglione in marmo riproducente il ritratto 
di Erasmo Brasca (4). A. G. 

»% Altro documento milanese per la storia della casa ducale 
DI Brunswich — Lo abbiamo in un atto del nostro archivio notarile, ne' 
rogiti del notaio Gio. Francesco Picelo. à,e\ 26 dicembre 1592. Giovanni 
de Porcelet, signore di Miglianna, procuratore della Seren.ma Dorotea di 
Lorena, duchessa vedova di Brunswich, aveva ricevuto a mutuo da Gia- 
como Antonio Alessio e soci, banchieri milanesi, duemila scudi d'oro da 
lire sei imperiali cadauno colle fideiussone del gentiluomo milanese 
Pompeo Cavenago, protofisìco, abitante in P. V. parrocchia di S. Vincenzo 
al Monastero Novo. A garanzia di ciò il Cavenago aveva ritirato presso 
di sé 115 perle chiuse in un involto sigillato colle armi ducali e del 
Porcelet. È coli' istrumento succitato che Gio. Pietro del Vardo, altro 
procuratore della duchessa Dorotea, avendo estinto il debito ed essendo 
quindi cessata la ragione, del pegno, ritira dal Cavenago le perle sopra- 
ricordate, che avevano il peso di oncie tre, danari dodici, grani sedici. 

A. G. 

/^ Pietro Verri e la raccolta di biglietti di visita della Tri- 
vuLziANA — L'abate don Carlo Trivulzio (f 1789), raccoglitore intelli- 
gente di libri, di codici, dì oggetti d'arte, fu anche collezionista appassio- 
nato di carte- da visita, le quali si conservano in buon numero ancora 
nella Trivulziana. Pietro Verri lo aiutò nel mettere assieme la curiosa ed 
interessante collezione, come si rileva dalle sue lettere, tuttora inedite, 
al fratello Alessandro (5), al quale, raccomandando di raccogliere nell'an- 
ticamera frequentatissima della marchesa Boccapadule Gentili « biglietti 
di visita in rame, buoni, mediocri ecc. » scriveva: « L'abate Trivulzi 
anche questa pazzia va coltivando. In mezzo a veri tesori di erudizione. 



(1) Op. e doc. cit. 

(2) Cfr. Calvi, o/j. e doc. cit. 
(3j BihL Script. Mediol, I, 224. 

(4) cfr. Malaguzzi Valeri F., La corte di Ludovico il Moro, Milano, 
V. I, p. 521. 

(5) Archivio Sor mani Andreani Verri. 



APPUNTI E NOTIZIE 



259' 



che ha ammassato, vuole anche una serie di biglietti di visita » (1). In 
altra sua il Verri così si esprimeva in merito airerudito patrizio: « Que- 
st'abate è un uomo originale e che per questo mi piace assai: egli ha 
una gran raccolta di roba ottimamente illustrata, ha molta erudizione: 
ha anche gusto per le belle arti e nessuno lo indovinerebbe alla sua. 
figura che non so se vi sia nota » (2). A. G. 

/^ A PROPOSITO DI Giovanni Campiglio — Il Prof. E. Filippini ci in- 
forma della sua intenzione di ritornare su questo argomento nel prossimo, 
fascicolo del nostro Archivio. • 



(1) cfr. leti 4 ottobre 1775. 

(2) cfr. lett. 11 maggio 1776. 



ATTI DELLA SOCIETÀ' STORICA LOMBARDA 



ADUNANZA GENERALE ORDINARIA 

del 29 Maggio 1921 

Presidenza del Presidente Conte Sen. E, Greppi. 

Alle ore 14,15, trascorsa più d'uii'ora da quella indicata nell'avviso 
di convocazione, si dichiara aperta e valida l'adunanza. Sono presenti 
del Consiglio di Presidenza il Sen. Conte E. Greppi, i Vice" Presidenti 
Prof. G. Bognetti e Conte A. Giulini, i Consiglieri Nob. G. Gagnola, Conte 
A. Casati, Prof. G. Gallavresi, Prof. E. Verga, Prof. G. Vittani, il Segre- 
tario Prof. G. Seregni, il Vice Segretario Prof. A. Visconti. 

Sono rappresentati per delegazione a consoci la Signora Prof. G. 
Cavallari Cantalaniessa e i Signori Conte D. Barattieri, Can. Prof, A. Be- 
renzi, Sen. G. Uff. E. Conti, Mons. Cav. C. Donini, Ing. Cav. Uff. A. 
Giussani, Prof. A. Guidi, Prof. E. Lazzeroni, Conte Dott. Cav. T. Lechi, 
Mons. Cav. M. Magistretti, Cav. Uff. C. Manziana, Prof. G. Moschetti, 
A. Pastori, Sac. dottor C. Pellegrini, March. Dott. Cav. A. Ponti, Prof. S. 
Ricci, Prof. Cav. G. Riva. 
• Si legge e si approva il verbale della precedente seduta. 

Il Presidente commemora con affettuoso rimpianto i soci recente- 
mente scomparsi Ing. Comm. Amabile Terruggia ed Avv. Cav. Giuseppe 
Bellini. Il primo fu, tra altro, valido cooperatore di G. Negri nel rinnova- 
mento edilizio di Milano ; il secondo apparteneva alla colta ed eletta 
schiera dei più antichi soci ed amici del nostro sodalizio. Nel mandare 
un pensiero a questo manipolo, il Sen. Greppi porge un particolare sa- 
luto al Socio fondatore Comm. Labus presente alla riunione e ne ricorda 
le benemerenze. 

Egli è poi lieto di- comunicare che il Municipio di Milano rinnoverà 
alla Soc. Storica la concessione dell'uso dell'attuale sede. Partecipa pure 
l'oblazione di lire tremila da parte della Banca Popolare di Milano, do- 
vuta anche ai buoni uffici del già lodato collega Comm. Labus e l' atto 
generoso della Cartiera Binda, il cui gerente Comm. Beniamino Donzelli 
volle offrire gratuitamente la carta per la pubblicazione del Carteggio 
Verri. A questa va dedicando le solerti e preziose sue cure il Vice Pre- 
sidente Conte Giulini. Si avrebbe altresì in animo di dare alla luce* l'In- 



261 

•dice della quarta serie dell'Archivio Storico Lombardo. La spesa s^rà forse 
•di L. 30.000, ma potrà essere ripartita su diversi esercizi e parzialmente 
-compensata dalla vendita a pagamento. Il Presidente elogia frattanto e 
ringrazia il collega Cons. Prof. Vittani per l'opera diligente e illuminata 
ch'egli ha prestata e va prestando alla compilazione dell'Indice. 

Infine conchiude le comunicazioni accennando al problema dei per- 
messi di esportazione di materiali archivistici. E a tale proposito l'Assem- 
'blea vota unanime il seguente ordine del giorno: 

« La Società Storica Lombarda fa voti, affinchè il R. Governo, 
(T accordo col Consigli Superiori degli , Archivi e delle Belle Arti 
e con la Giunta delle Blbltoteche, provveda a disciplinare effica- 
cemente, con opportune garanzie e mediante l'azione coordinata del 
Ministeri dell'Interno e dell' Istruzione Pubblica, la concessione di 
licenze per esportazione di documenti, codici ed altri manoscritti 
di privati e pubblici archivi ». 

II Consigliere Conte A. Casati commemora, vivamente applaudito, il 
compianto Socio fondatore, S. E. il Conte Giuseppe Greppi. {Allegato A). 
Il Presidente ringrazia l'oratore e a nome proprio e a nome dell'Assemblea. 

Il Nob. Colonnello Antonio Parrocchetti legge la relazione dei Re- 
visori dei Conti sul Bilancio Consuntivo 1920 {Allegato B). 

Il Vice-Presidente Bognetti illustra alcuni capitoli del bilancio stesso. 
Esprime la speranza che i prezzi della carta e della stampa abbiano or- 
mai toccato il punto più alto. La mole dell' Archiviò Storico Lombardo 
•dovrà tuttavia mantenersi limitata, ammenoché non sopravvengano nuove 
entrate. Di tale lieta possibilità è augurio il buon numero di soci nuovi, 
che oggi ancora si presentano. Rende grazie agli oblatori e ai soci per- 
petui e di questi confida abbia ad accrescersi il numero, così da assicu- 
rare la pubblicazione dell'Indice àtW Archivio. 

Messo ai voti, il Bilancio Consuntivo 1920 risulta approvato. 

Il Presidente presenta la recente pubblicazione del socio Prof. L. Ven- 
turini su Milano e i' suoi storici settecenteschi. 

Su proposta della Presidenza sono acclamati unanimemente a Soci 
benemeriti la Banca Popolare di Milano ed il Comm. Beniamino Donzelli. 

Vengono infine accolti con voti unanimi a nuovi soci i seguenti can- 
didati (fra i quali il Sen. Greppi si compiace di poter annoverare rap- 
presentanti delle diverse provincie lombarde) : On. Avv. Bortolo Belotti, 
-Felice Bertani, Conte Giorgio Casati, Luciano Chimelli, Nob. Dott. Felice 
Colleoni, Giovanni Filippini, Avv. Gaetano Galeone, Vincenzo Edoardo 
ìasdia, Prof. Cav. Francesco Gobbi, Prof. Dott. Ugo Guido Mondolfo, 
Barone Cav. Dott. Alessandro Monti, Dott. Luigi Oltolina, Nob. Avv. 
(nnocenzo Pini, Ing. Luigi Riva Cusani, Ing. Emilio Rodolfo, Marco Strada. 

// Presidente 
EMANUELE GREPPI 

// Segretario 
Giovanni Seregni 



262 ATTI DELLA SOOIBTÀ STORICA LOMBARDA 



ALLEGATO A: 

Commemorazione di S. E. il Conte Sen. Giuseppe Greppi. 
(1819-1921). 

A noi cresciuti all'ombra di questa Società Storica, che per il lavoro 
accumulato e per la successione di studiosi siamo tratti a considerare- 
longeva, fa maraviglia il pensare che al costituirsi di essa un nostro 
collega, solo da ieri scomparso, e dei quarantatre fondatori del Sodalizio^ 
tosse già tra coloro cui è lecito parlare dei tempi andati come di tempi 
propri, e ravvivare con figure note e con ricordi personali una vasta e 
fortunosa distesa d'anni. tNel 1874, appunto, il Conte Giuseppe Greppi, 
superata di un lustro la cinquantina, s'apprestava a lasciare Monaco di 
Baviera dove, ministro plenipotenziario del Re d'Italia, aveva assistito al 
ritorno delle truppe vittoriose dalla Francia e allo sfìlamento di esse di- 
nanzi al trasognato mistico sovrano e — spettacolo maggiore — alla fu- 
sione degli stati e staterelli della vecchia Germania dentro la ferrea 
compagine del nuovo Impero, per imprendere l'anno di poi nella sua 
nuova residenza di Madrid la difficile e lenta opera di riavvicinamento 
fra Italia e Spagna resasi necessaria dopo l'infausto breve regno di Amedeo. 
Come diverso quest'ultimo soggiorno presso la corte Bavarese di quello 
di vent'anni prima, in cui il giovine diplomatico, ai servigi di colui, che 
fu arbitro per più di un trentennio della vita europea, aveva frequentato 
il curioso mondo reazionario tra teologico ed estetizzante del regno di 
Luigi T, che tentava opporre le ultime resistenze all'invadente liberalismo f 

Tramontata, e per sempre, la politica del principe di Metternich e 
l'autorità del suo nome ; diminuito il dominio e il prestigio degli Absburgo- 
L( rena; ed ecco il nuovo sorto ed antagonistico impero del secondo Na- 
poleone cadere dopo pochi anni sotto i colpi della potenza da esso, suo 
malgrado, suscitata : unica forza progrediente, in tanta ruina di idee 
e di istituti, quel principio di nazionalità, che spinge i popoli a liberarsi 
da ogni estranea tutela e che permette al giovine stato italiano di affer- 
mare il compimento della propria unità m Eoma. in così rapido succe- 
dersi di eventi, il Greppi fu dei meglio collocati per saper molto e veder 
bene. Il suo diario di un diplomatico a Stuttgart durante la guerra franco- 
prussiana è particolarmente interessante, non tanto per il commento degli 
avvenimenti bellici, quanto per le osservazioni riguardanti lo spirito e i 
sentimenti delle corti e delle popolazioni degli stati germanici meridionali 
alla vigilia della formazione dell'Impero. 

Fin dagli inizii della sua carriera, dalla sua prima andata a Eoma 
nel dicembre 1841, egli s'era abituato a tenere un diario. " Continuai a 
notare queste mie impressioni un po' frammentariamente durante le re- 
sidenze di Vienna, di Monaco di Baviera e di Stoccolma fino all'anno 
1848, nel quale lasciai la diplomazia austriaca ,,. Ed è curioso osservare 
come questi appunti, scritti fra i ventidue e i ventott'anni, e che dopo la* 



» 



ATTI DELLA SOCIETÀ' STORICA LOMBARDA 26^' 

sosta del decennio di preparazione furono ripresi col ritorno del Greppi 
in diplomazia nel settembre del 1859, assumano a grado a grado un ca- 
rattere diverso con l'ampliarsi degli interessi dello scrittore: agli aned- 
doti di curiosità mondana dei primi diari sottentrano le osservaziopi 
psicologiche del diplomatico già esperto, alle descrizioni estrinseche di 
costume e di paese i costanti riferimenti storici. Gli è che operare sur 
una data situazione di fatto importa conoscere come si sia formata; né 
gli uomini di azione della generazione del Greppi potevano ignorare quale- 
parte avesse avuto e avesse sul corso degli avvenimenti il pensiero storico 
volto a indagare le origini di quei problemi, che i bisogni presenti su- 
scitavan». Non è dunque senza significato che alla vigilia della guerra 
di Crimea apparisse nella gloriosa rivista torinese il Cimento la prima 
puntata di un lungo lavoro del Greppi dal titolo Una pagina della po- 
litica di casa Savoja (1703-1706), che è un'ampio estratto della Corri- 
spondenza di Riccardo Hill, plenipotenziario della regina Anna d'In- 
ghilterra presso la corte di Savoja: rinnovare i ricordi della guerra per- 
la successione di Spagna e dell'azione, che vi ebbe Vittorio Amedeo II, 
non significava stringere i vincoli di amicizia fra Piemonte e Inghilterra? 
Né stupisce il fatto che nel '59 il giovine lombardo apparecchiasse sé 
stesso alla ripresa dell'attività diplomatica col comporre un racconto am- 
piamente documentato dei negoziati della casa di Savoja con l'Austria d 
la Russia durante la prima eia seconda coalizione: racconto che insieme 
con la Corrispondenza diplomatica di Giuseppe de Maistre, allora pubbli- 
cata dal Blanc, è il naturale preambolo alla voluminosa storia di Nicomede 
Bianchi. Dopo aver notato il contrasto fra il simpatico atteggiamento della 
Russia rispetto al Piemonte e le diifìdenze eie avversioni di casa d'Austria, 
il Greppi nella conclusione del suo libro, che porta in calce la data del 
18 giugno 1869, così scriveva: « Quoique le temps de la discussion soit 
« passe, quoique la question italienne, abandonnant le terrain des débats 
« diplomatiques, soit traiteé désormais sur les champs de bataille, nous^ 
« espérons du moins qu' il ne sera pas inutile de rappeler unt periodo 
« historique pendant laquelle les yeux de tous les hommes d'État restaient 
« fixés comme aujourd' bui sur l'Italie, devenue dèjà la sanglante aréne 
« où se débattaient les destinées de l'Europe. Au surplus, en le faisant. 
« nous accomplissons un devoir patriotique et d'autant plus sacre, que 
« certains gouvernements, sous prótexte de remplir eux-mèmes une mis-^ 
« Sion d'humanitó, ne manqueront pas de vouloir intervenir dans ce vaste 
« conflit, non pour lui fai re atteindre pleinement son but, mais pour le 
« tronquer, afin que la diplomatie n'ait pas à sanctionner, comme résultat 
« d'une lutte glorieuse, la renaissance nationale et politique d'un grand 
'< peuple » Allusione quest'ultima che si dichiarava apertamente più sotto 
nella medesima conclusione: « Une antro puissance, l'Angleterre, fut très- 
« prodigue pendant bien longtemps de sympathies et de promesses à 
« notre égard. Ses agents mème parcoururent nos provinces la torche en 
« main, allumant partout le feu de la révolte. Aujourd' bui ses hommes 
« d'État, inspirós par un inqualifiable sentiment de jalousie, ne voient 



264 ATTI DKI.I A S.xUKTA' STORICA LOMBARDA 

« plus en Italie (ju un lovei K^uiutiuiiiiiiitM-, ui, eii Autriclin qu un j^uu- 
€ vernement iin^connu et caloinniè. QuolquHfois les orateurs veulent bien 
« cependaiit s'apitoyer sur la situation de l'Italie; nos inaUueurH parais- 

< sent émouvoir eiicore leur «ensibilitó, mais dès que uous essayons 
«*de secouer nos chaines, pour briser le joug de IVitranger, ils nous 

< arrfitent aussitOt en s'ócriant: Votre sori est bien triste, il est vrai, et 
« nous avons des larmes pour vous; mais si vo!s cessez d'étre malheu- 
« reux vous allez nous inspirer de la mófiance. Tour procurer de tortes 
« émotions aux touristes anglais, faut-il, par hasard, au pied des ruines 
« de l'ancienne Italie, un peuple constamment en pleurs? Hàtons-nous 
« de le dire: fort heureusement pour nous que la masse de la nation an- 

< glaise entretient d'autres sentiments à notre ègard, et nous ne déses- 
« pérons pas de les voir un jour partagés aussi par les hommes qui sont 
« appelés à la direction des affaires; car la gónórositó est le caractère 
« des nations puissantes et des peuples libres ■». 

Ho voluto largamente citare questa pagina, che noi potremmo dire 
« attuale », perchè rivela l'anima del Greppi in un momento solenne 
della nostra vita nazionale ed è tale da mostrarcelo giustamente diffidente 
del mondo diplomatico, a cui aveva fino allora appartenuto e ribelle a 
quelle stesse arti alle quali era stato addestrato. Questo bisogno di chia- 
rire agli altri, e anzitutto a sé medesimo, i precedenti storici di una si- 
tuazione politica, gli si fece sentire anche più tardi : sono del 1873 alcuni 
appunti sulla questione di Oriente pubblicati presso l'editore Ackermann 
di Monaco e che, accresciuti di maggior numero di notizie e commenti, 
assumono, nell'edizione di Parigi del 1878, il valore di una vera e propria 
storia di tale questione, così da riuscire oggi ancora istruttiva a noi, che 
dalla guerra mondiale e dal consecutivo trattato di Sèvres vediamo laggiù, 
anziché composti, esasperati i secolari contrasti. 

Giova all'uomo pubblico il colt vare dentro di sé un'attività personale, 
che gli serva di conforto e di rifugio nei momenti di amarezza e di soli- 
tudine, che intramezzano o chiudono una lunga carriera politica, e fu 
ventura per l'Ambasciatore Greppi, quando un riposo non chiesto lo tolse 
nel 1887 alla sua ultima e prediletta residenza di Pietroburgo, l'aver te- 
nuto sempre desto nel suo animo quell'interessamento alle ricerche sto- 
riche, che si era fino allora accompagnato con la sua attività diplomatica. 
Uomo, cui piaceva la vita mondana e che av^eva per sola nemica la mono- 
tonia, si sarebbe detto che della coltura non amasse che ciò che può es- 
sere facilmente trasfuso nella conversazione. Eppure non era così : avvezzo 
al lavoro metodico delle cancellerie, anche negli studi personali e nelle 
letture si sottoponeva volontariamente a una severa disciplina. Ne avete 
una testimonianza qui nella stessa nostra biblioteca sociale, solo che 
vogliate scorrere i volumi dei diari di Maria Sanudo, i cui margini 
sono tutti riempiti dalle sue annotazioni; ed è con commozione che io ho 
letto, segnata con la sua ferma scrittura, la data del 15 settembre 1920 a 
mezzo del 27° tomo della Corrispondenza politica di Federico il Grande,- 
-dove si arresta la sua diligente fatica di postillatore. E come nella sua 



ATTI DELLA SOCIETÀ^ STORICA LOMBARDA 265 

raccolta di libri i classici della diplomazia e della politica tenevano il 
primo posto, era naturale che, tornato a vita privata, egli continuasse 
tuttavia a dare il suo contributo di esperienza allo studio di alcuni epi- 
sodi pili salienti della vita internazionale del secolo scorso in periodici 
largamente diffusi nei circoli politici, come la Revue d'histoire diploma- 
tiqiie, la Revue d'Italie e la nostra Nuova Antologia, che pubblicò di 
lui nel 1913 quell'esauriente studio sulla Dichiarazione di Guerra della 
Russia alla Turchia nel 1828, dove si utilizzano documenti fin allora 
sconosciuti come la corrispondenza diplomatica del barone Zuylen de 
Nywelt. Accadeva talvolta che gli schiarimenti storici del (ireppi, anziché 
seguire gli eventi della politica del giorno, li precedessero : forse ch'egli 
poteva supporre, preparando nella primavera del '14 Io studio sul « Potere 
temporale al Congresso di Vienna », che avvenimenti straordinari a di- 
stanza di pochi mesi sarebbero valsi anche a riagitare la vecchia questione, 
per poi lasciarla ricadere nella riprovazione e nell'oblìo delle cause con- 
dannate una volta per sempre? Questa sua sodezza d'interesse storico, che 
'non si perde dietro al vano e all'accidentale, è palese anche nei due mag- 
:giori studii d'indole biografica, ch'egli die fuori dopo il suo ritorno in patria, 
quand'anche le figure e i tempi rievocati si prestassero a divagazioni aned- 
dottiche e sentimentali: non aveva il Greppi conosciuto il Conte Griulio Litta 
Visconti Arese nella conversazione della novantenne Marchesa Paola Casti- 
glioni di pariniana memoria ; e quanta folla di ricordi familiari non avrebbe 
•egli potuto riunire intorno a quell'interessante personalità di Paolo Greppi, 
in cui il singolare acume politico, che perviene in tempi di mutazioni e di 
sorprese a una straordinaria giustezza di previsioni, si concilia col senno 
pratico, positivo della sua casa? Tanto sobrie di aneddoti, quanto ricche di 
documenti, quelle due opore al tempo della loro pubblicazione stavano a si- 
gnificare: la prima sur Un gentiluomo milanese guerriero e diplomatico 
(1896), come non tutti gli italiani fuorusciti sullo scorcio del settecento fos- 
sero avventurieri, ancorché onorati, la seconda su La rivoluzione francese 
nel carteggio di un osservatore italiano (1900-19U4), che a dar rilievo alla 
storia del nostro risorgimenti) convenisse prendere la mossa molto più su 
che dal 1815. Come questi temi di studio gli eran dati dalla tradizione fami- 
liare e da una certa similarità di esperienza, così ne conseguiva che, con 
l'inoltrarsi degli anni, la stessa sua vita vissuta gli si atteggiasse nella 
mente a cronaca e, nelle parti più rilevanti, a storia. Chi apre il libro 
che su di lui scrisse Kaffaele de Cesare, e che è biografia e autobiografia 
insieme, si ferma pensoso sopra alcuni documenti, che valgono a illumi- 
nare momenti mal conosciuti della nostra vita contemporanea: cito ad 
^esempio le istruzioni date dal Visconti Venosta nel 1867 al Greppi mi- 
nistro plenipotenziario a Stuttgart, le lettere confidenziali del conte di 
Launay a lui indirizzate dal 18G0 al 1884, nonché quelle del ministro 
Kobilant, che tanta luce gettano anche su alcuni incidenti della politica 
interna italiana di quegli anni dal 1884 al 1887 che segnano la precoce 
fine del trasformismo e l'inizio della fortuna del Crispi. Ma, un episodio 
^della sua vita era al Greppi particolarmente caro, e su di esso non tra- 



266 Al"!'! I>Kr-l.A H()('IK/Ia' ST<>!n<'A I.OMIIAROA 

sciirava di attirare l'attenzione (iei benevoli e degli amici: la missione in 
Sicilia aftìd.ttagli dal Gioberti nel febbraio 1849, la quale, come si sa, per 
sopravvenute dittìcoltà diploiiiaticlie non potè aver luogo. Gli era titolo di 
giusto orgoglio che a lui, giovane appena trentenne, si fosse rivolto il 
ministro filosofo. Quell'incarico aveva pel Greppi un a tre e più im- 
portante significato: con esso s'inizia la sua partecipazione effettiva al 
lungo a laborioso processo della nostra formazione nazionale. 

A un amico senatore che lo felicitava a nome dell'intera Camera Alta 
fiella seduta del 26 marzo 1917, del compimento del suo novantanovesimo 
anno, il Greppi rispondeva ringraziandolo di essersi compiaciuto di ri- 
chiamare l'attenzione dei suoi colleghi sullo sforzo che la natura aveva 
fatto in suo favore, prolungando la sua esistenza al di là dei limiti con- 
sueti. « Così mi fu dato di udire i primi vagiti di un popolo, che si sve- 
gliava alla libertà, come ora io odo le unanimi grida eroiche degli ita- 
liani anelanti a rafforzare e ad ampliare i confini imprescindibili alla 
grandezza della nostra cara Patria ». Nato il Greppi sul limitare del de- 
cennio doloroso dei patiboli, delle prigionie e degli esilii e spentosi non 
con la visione, ma con la certezza di un'Italia tutta riunita dentro quei 
confini giustamente chiamati imprenscindibiliy più che altri mai egli po- 
teva cogliere l'unità di una storia che iniziatasi come idea nello spirito 
di pochi, doveva compiersi come opera comune di popolo il 3 novembre 
1918. Proprio in quel giorno Giuseppe Greppi scriveva a un amico: « Sono 
felice che il mio centenario coincida col trionfo della Patria! ». 

Non so se si è notato che i lodatori del passato sono troppo spesso 
fra coloro, che hanno avuto la fortuna di non conoscerlo; e come il no- 
stalgico e insistente richiamo a ciò, che non è più. quando non sia com- 
piacimento estetico e quindi legittima effusione poetica, riesca per l'indi-^ 
viduo a un invecchiamento precoce e pei partiti a una definitiva condanna 
storica. Ebbene: questo centenario dal cuore di fanciullo, attraverso l'enorme 
mutazione di opinioni e di sentimenti, che accompagnò la sua vita, non 
permise mai che il suo spirito si contristasse di neri presagi, né si 
abbandonò mai a quei rimpianti, che fecero giudicare rifiniti anzi tempo 
uomini della sua parte e con gli uomini i principii. ch'essi rappresentavano. 
Egli, ch'era in grado di confrontare l'Italia di un secolo fa con l'Italia 
di oggi e di misurare un avanzamento tanto più prezioso quanto più 
contrastato, tenne ferma la sua fede nel presente, che è l'unica realtà, che 
l'uomo abbia tra mano e con la quale e sulla quale possa operare. Questo 
insegnamento di sano ottimismo, assai più importante di qualsiasi altro 
precetto di sobrietà per giungere a una lunga vita, che è arte di non 
agevole e, diciamo pure, d'inutile apprendimento, valga a fissare nel 
nostro animo l'immagine serena e rasserenatrice del Conte Giuseppe 
Greppi. 

Alessandro Casati. 



ATTI DELLA SOCIETÀ' STORICA LOMBARDA 267 

ALLEGATO B: 

Relazione dei Revisori dei Conti sul bilancio 1920. 

Onorevoli Consoci, 

Se nel primo anno di pace il nostro bilancio risentì della crisi di 
assestamento, per la quale sono passate tutte le istituzioni dopo la guerra, 
nel secondo subì l'enorme rincaro bibliografico e tipografico, ad affron- 
tare il quale fu provvida misura l'avere aumentata la quota sociale. Mal- 
grado le difficoltà finanziarie, possiamo con piacere constatare che il 
bilancio si è chiuso con esito soddisfacente, segnando un avanzo a pa- 
reggio di L. 90,49. 

Tale avanzo veramente miracoloso è dovuto a maggiori introiti e 
a economie e sforzi fatti dalla Presidenza, che ha cercato di conciliare 
la vertiginosa ascesa dei prezzi con salutari provvidenze di amministrazione. 

Tuttavia le entrate straordinarie ammontanti a L. 13600 hanno permesso 
di dare un incremento alle pubblicazioni sociali. 

Esse si sono arricchite dei contributi della Banca Commerciale, del 
Credito Italiano e di una cospicua elargizione della contessa Evelina 
Martinengo Cesaresco per una somma complessiva di L. 6000. Notevole 
incremento alle entrate straordinarie diedero pure 19 contributi di soci 
perpetui, numero veramente soddisfacente. 

Per quanto riguarda la spesa, il confronto fra le spese ordinarie del 
1919 con quelle sostenute nel 1920 vi darà un quadro reale delle diffi- 
coltà, nelle quali si dibattono tutte le Società culturali. 

La spesa di stampa di quattro fascicoli dell'Archivio da L. 6444,10 
nel 1919, salì nel 1920 a L. 10163 e nel complesso le spese ordinarie 
raggiunsero le L. 15253,95. 

Altre pubblicazioni diverse e l'accantonamento per l'Indice della quarta 
serie dell'Archivio comportarono la somma di L. 11750. A questa somma 
bisogna aggiungere il fondo annuo per la pubblicazione del Carteggio Ver- 
ri, del quale fu già pubblicato il quarto volume. 

Nelle spese diverse, che ammontano a L. 345,50, sono compresi il 
ritratto e le spese per le onoranze alla memoria del compianto vicepre- 
sidente Ing.re Motta. 

Da quanto si è esposto risulta a merito della Presidenza e degli 
studiosi, che la compongono, che, malgrado le ferree circostanze eco- 
nomiche, non furono sospese le indagini storiche e scientifiche, che costi- 
tuiscono l'orgoglio della nostra Società. 

Il bilancio si chiude ancora in buone condizioni, ma non è possibile 
senza qualche sacrificio che i soci possano continuare a godere i van- 
taggi dell'ante-guerra. 

Aumentata la quota, molto ancora resta da fare perchè possa vivere di 
vita attiva questo nostro vecchio Sodalizio, che ha tradizioni antiche di 
studi storici e di memorie della nostra Lombardia. Con queste speranze 
e con questi propositi vi invitiamo ad approvare nelle sue risultanze il 
Bilancio Consecutivo del 1920. 

Colonnello Antonio Parrocchetti, relatore. 
Milano, maggio 1921. 



Alessandro Bottioelli, gerente responsabile. 
Prem. Tip. Pont, ed Arciv. San Giuseppe — Milano, Via S. Calocero, 9 



Concorso al Premio '* Marco Formentini „ 



La Società Storica Lombarda (Milano, Castello Sfor- 
zesco) apre il Concorso ad un premio, indivisibile, di L. 1000, 
che verrà assegnato all' autore del miglior lavoro sul tema 
seguente: 

Un contributo alla storia economica della Lombardia 
in periodo anteriore alla dominazione spagnola. 

Possono concorrervi tutti i cittadini italiani, tranne i membri 
del Consiglio di Presidenza della Società Storica Lombarda. 

Il lavoro deve essere scritto in lingua italiana e il mano- 
scritto consegnato o recapitato per mezzo della posta alla sede 
della Società entro il 31 dicembre 1922. 

1 lavori dovranno essere contrassegnati con un numero e 
con un motto, ripetuti su busta suggellata, dentro la quale 
siano indicati il nome, il cognome e l'indirizzo del concorrente. 

I manoscritti non premiati saranno restituiti ai concorrenti 
o ai loro incaricati che presentino la ricevuta rilasciata dalla 
Società Storica o dall'ufficio postale. 

La Società Storica si riserva il diritto, ma non assume l'ob- 
bligo, di pubblicare (^senz' altro compenso all' autore se non di 
cinquanta estratti) la memoria premiata nell' Archivio Storico 
Lombardo. 

La Commissione aggiudicatrice del concorso sarà costituita 
da tre membri eletti dal Consiglio di Presidenza della Società 
Storica Lombarda fra i cultori delle discipline storiche ed eco- 
nomiche. Essa giudicherà inappellabilmente. 

Milanoy aprile 1921. 

ppR IL Consiglio di Presidenza della Società Storica Lombarda. 

IL PRESIDENTE 
Senatore EMANUELE GREPPI 



Isabella d'Aragona 
Duchessa di Milano e di Bari. 



A P I T O L O I . 

(1470-1488) 

Nascita d'Isabella — Ippolita Sforza di lei madre — Il duca di Calabria — 
Fidanzamento precoce — Beatrice d'Este e Ludovico il Moro a Na- 
poli — Conferma del contratto nuziale — G. Galeazzo Sforza e Lu- 
dovico il Moro — Primi contrasti tra Ludovico e Alfonso duca di 
Calabria — Morte d' Ippolita — Le nozze per procura d' Isabella — 
Contrasti coU'ambasceria milanese — L'epitalamio deirAltilio — Par- 
tenza da Napoli. 

ossENTi e complete persone i fondatori della dinastia 
sforzesca in Milano e della aragonese in Napoli, 
Francesco Sforza ed Alfonso d' Aragona il Magna- 
nimo : grandi entrambi come capitani, come statisti, 
€ome Mecenati j entrambi autori, con Cosimo dei Medici, con 
Francesco Foscari, con Nicolò Y della celebre pace di Lodi del 
1454, che iniziò l'equilibrio politico italiano della seconda metà 
del secolo XY, geniale latina anticipazione in piccolo del mag- 
giore equilibrio degli stati europei, ora in predicato di trasfor- 
marsi, dopo cinque secoli, nella ancor più grande società delle 
nazioni. Compatta equilibrata natura italica il figlio dell'avven- 
turiero romagnolo ; aperto, generoso, cavalleresco tipo di conqui- 
statore lo spagnolo nato sul trono. 

Ma nei loro discendenti il bell'equilibrio si ruppe, preva- 
lendo taluna delle loro qualità in forma eccessiva, morbosa : la 
scaltrezza divenne astuzia volpina in Ludovico Sforza ed in 
Ferdinando d'Aragona ; tirannica violenza la forza in Galeazzo 
Maria Sforza ed in Alfonso II d'Aragona : eccezioni, forse, al- 
cune donne, come Ippolita e Caterina Sforza, Eleonora e la 
nostra Isabella d'Aragona. 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. III-IV. 18 




L'7(> AOHILLK DINA 

Viveva ancora il grande Francesco Sforza, mentre nel reame 
di Napoli, staccato dal resto della monarchia aragonese, era 
successo da otto anni al Magnanimo il di lui bastardo Ferdi- 
nando, quando, nel 1465, per rassodare Pamicizia tra le due 
case ed i due stati, si effettuò il matrimonio fra Ippolita Sforza 
figlia di Francesco, ed Alfonso, duca di Calabria, primogenito 
di Ferdinando. 

Mentre Ferdinando aveva la sua reggia in Castelnuovo, il 
grande maniero angioino sorgente dal mare, recentemente re- 
staurato dal Magnanimo ed abbellito colParco aragonese, la 
maggiore opera del rinascimento in Napoli ; il duca di Calabria, 
principe ereditario, abitava colla giovane sposa nel Castelca- 
puano (1), la vecchia e possente mole normanna, cupa fortezza 
di fuori, sontuoso palazzo internamente. Ivi nasceva loro, dopa 
quattro anni, il primogenito Ferrandiuo e l'anno di poi, il 2 ot- 
tobre 1470 (2) una figlia, Isabella, che vi passò i primi diciotto 
anni della sua vita, vi soggiornò sovente ed a lungo più tardi, 
vedova ed esule Duchessa di Milano, e, dopo cinquantaquattro 
anni, vi morì. 

Della Napoli di allora ci serba vivo ricordo la tavola già di 
Palazzo Strozzi a Firenze ed ora al museo di S. Martino in 
Napoli, dipinta pochi anni prima della nascita d' Isabella. La 
città, tanto più piccola d'ora, di soli circa 40 mila abitanti, cinta 
di mura e di torri, è vista dal mare e si disegna, nella prospet- 
tiva, col folto di case e di chiese di fianco al dominante Castel- 
nuovo, sulle falde alberate delle colline, ove poi sorgerà la Na- 
poli nuova (3). 

Mescevano alla corte aragonese i loro influssi il nuovo as- 
solutismo in contrasto col persistente feudalesimo, lo spagnolismo 
introdotto dal Magnanimo, parlante abitualmente egli stesso lo 
spagnuolo, ed il trionfante rinascimento. 

Veramente né il freddo, positivo re Ferdinando, né il duca 
di Calabria, padre d'Isabella, ebbero per la nuova cultura il fo~ 



(1) SuMMONTE, Storia di Napoli, III, pag. 491. 

(2) Passaro, Giornale, 22 ottobre : ei (è) figliata la Sig. Duchessa 
di Calabria.... et fatta la figlia femina et chiamasi Isabella de Aragona 
secondogenita d'Alfonso d'Aragona, Duca di Calabria. 

(3) Tavola illnstrata dal dottissimo Croce e riprodotta nel volume 
« Napoli » della collezione « Città d'Italia » delle Arti grafiche di Ber- 
gamo ; illustrata anche dallo stesso Croce in « Curiosità storiche > 
pag. 18. 



271 

coso entusiasmo del geniale Alfonso I e non fecero che secon- 
dare Pimpulso da lui dato. Lo stesso intelligente fervore del 
Magnanimo per 1' umanesimo aveva invece portato dalla corte 
sforzesca la madre d'Isabella, Ippolita, umanista ella stessa, che 
sin da giovinetta s'era fatta ammirare al congresso di Mantova, 
recitando^un' orazione in latino, sia pur preparatale dal Filelfo, 
davanti' al pontefice umanista Pio II. In un' altra orazione, 
recitata al grande genitore Francesco, ove si dice bramosa di 
« volare, toltasi dal fango comune, sulle bocche degli uomini » 
ci appare invasa dalla passione caratteristica del rinascimento (1). 
Il Lascaris, suo maestro di greco, l'amò così da volerla se- 
guire a Napoli. Il Oornazzano le dedicò il suo trattato sulla 
danza, poiché era non meno dedita agli esercizi del corpo, alla 
caccia, al ballo, che agli studi, qualità che vedremo trasfuse in 
Isabella, esecutrice ammirata di danze spagnole. A Napoli ella 
trovava, già sin dal 1466 ufficiale nella cancelleria regia, il 
grande Fontano, che più tardi nel 1486, doveva ascendere al 
sommo ufficio di Segretario di stato, succedendo al dotto Pe- 
trucci, scolaro del Valla, ed al Panormita : supremo omaggio, 
questa successione d'umanisti nella massima carica dello stato, 
della corte aragonese all'umanismo. Certo ella fu in stretti rap- 
porti con lui e colla pleiade di dotti e poeti dell'accademia 
pontaniana, quali il Sannazzaro, che nel 1482 era tra gli uffi- 
ciali del principe di Calabria, il sapiente e spregiudicato medico 
di Galatona De Ferraris, detto il Galateo, lo spagnuolo Gareth, 
italianizzato in Cariteo, Gabriele Altilio, maestro di Ferrandino 
di lei figlio, e cantore, come vedremo, delle nozze d' Isabella. 
Ad Ippolita il salernitano Masuccio dedicò il suo Novelliere, nella 
cui prefazione si accenna alla « gloriosa » di lei biblioteca, 
ch'ella dovette formarsi in Castel Capuano a simiglianza della 
famosa del Magnanimo in Castelnuovo, dove il gran principe 
soleva passar tante ore, facendosi leggere in vista del mare 
classici antichi nei manoscritti comprati a peso d' oro. Simil- 
mente nel 1471 Loise de Rosa dichiarava di cominciare la sua 
cronaca « per reverenda de la donna sua madamma la Duchessa 
de Calabria » di cui altrove diceva che, a differenza delle pre- 
cedenti Duchesse, se ne stava « contenta e gloriosa » (2). 



(1) A. Dina, Ludovico il Moro prima della sua venuta al governo, 
in A. 8. L. ann. XIII, 31 dicembre 1886. 

(2) Croce, Storie e leggende napoletane, pag. 124 e 137. 



272 ACHILLE DINA 

Kè inferiori a quelle delia mente erano in Ippolita le doti 
dell' animo. « Dell' intrepido cor simile al i)adre, d'umanità alla 
madre » dice, del di lei tìjflio Ferrandino, il Oariteo (1). Ed il 
Bellincione, parlando della somiglianza d'Isabella con lei : 

« Angeliche sembianze in vista altera 
atti gravi, pietosi, alte parole, 
sì che natura in lei render ci vuole 
Ippolita, per cui nel ciel si spera > (2). 

Un tratto riferitoci dal Summonte è prova della gentilezza 
del suo animo. La Duchessa di Calabria non voleva nel 1486 
intervenire in Oastelnuovo alle feste per le nozze della figlia 
del conte di Sarno, il famoso agguato teso ai baroni. Questi 
dovette andare personalmente a prenderla in Castel Capuano. 
Ella pel riuscito tradimento dava segno di mestizia e non di 
allegrezza (3). 

Dalla madre discese pertanto in Isabella un influsso di 
gentilezza, di amabile senno, di intellettualità, qualità che ve- 
dremo ammirate in lei giovane sposa, prima che il cumulo delle 
sventure ne indurisse il carattere. 

Dovette invece provenirle dal padre l'altero senso della 
grandezza della sua casa e di se e la tendenza all'azione, che 
trovava un fomite anche nella tradizione di muliebre valore, 
viva alla corte aragonese. Così Isabella di Chiaramente, la prima 
moglie di re Ferdinando ed ava della nostra Isabella, che da 
lei ebbe il nome, come da lei fu nominata l' ancor ]3iù celebre 
Isabella d'Este, aveva difeso con virile fortezza la capitale, 
quando il marito gliene affidò il comando contro gli Angioini 
assedianti. Così la zia sua, Eleonora d'Aragona, che da Kapoli 
«ra andata sposa al Duca Ercole di Ferrara, gli aveva salvato 
lo stato, fronteggiando impavida una congiura. « Dominare su 
gli uomini e guidarli : ecco la missione di una principessa » 
scriveva il Galateo. 

Gli eventi, a cui assistette crescendo in età, non poterono 
che rafforzare in lei il senso orgoglioso della sua stirpe e del 
genitore. Aveva undici anni, quando il padre suo, principe di 
Calabria, già illustratosi colla vittoria sui Fiorentini in Val 



(1) Cariteo, liime edite dal Percopo, II, pag. 76. 

(2) Bellincione, Bime^ I, pag. 61. 

(3) Summonte, 1. e, III, pag. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 273 

d'Elsa, acquistava fama di gran capitano colla cacciata dei Turchi 
da Otranto, che lo faceva celebrare quale liberatore d' Italia. 
« Un principe, anzi un Dio tra ^li altri umani, che Italia li- 
berò dai Turchi immani » diceva il Cariteo tra le altre smac- 
cate adulazioni. Poco dopo egli fu capitano generale degli eser- 
citi della lega italica contro Venezia in difesa dello stato fer- 
rarese, la cui valorosii duchessa Eleonora gli era sorella. Nel- 
l'86 finalmente, quando Isabella era ormai giovanetta sedicenne, 
egli ebbe col re Ferdinando, suo padre, parte massima nella 
fortunata e feroce repressione della congiura dei baroni, la cui 
potenza da piti anni giurava di voler infrangere, portando ad 
ostentazione scolpita sull'elmo una scopa, per indicare come li 
avrebbe spazzati via ed alla sella « certe taglie >>, dice il Sum- 
monte, o scuri, emblema dei suoi spietati propositi. Fu in quel- 
l'anno che al Petrucci, gittato in carcere per finire due anni 
dopo sul palco, successe quale segretario di stato il Fontano, 
principe dell'umanesimo meridionale- I truci ei)isodi della guerra 
civile contribuirono certo ad abituare e ad agguerrire Isabella 
alle asprezze dei tempi, temprandola alle avversità, di cui do- 
veva poi essere zimbello. 

Ma non meno della passione di gloria, che P alito ardente 
del rinascimento suscitava, degli esempi delle principesse ara- 
gonesi, della rinomanza paterna e degli avi, concorse senza 
dubbio ad ingrandirle ed esaltarle l'animo la coscienza, cresciuta 
con lei, di dover sedere su uno dei maggiori troni d' Italia, in 
un centro di coltura ancor piìi splendido del napoletano. 



* 
* * 



Ella era, si può dire, appena nata, quando, nel 1471, la sua 
sorte tu decisa dalla prima promessa di matrimonio — rogata 
poi in Napoli il 26 Settembre 1472 dal regio notaio Antonio 
d'A versa — tra lei ed il piccolo suo cugino Giovan Galeazzo 
Sforza, a lei maggiore di soli due anni, figlio del Duca di Mi- 
lano, Galeazzo Maria, successore del grande Francesco e fratello 
della di lei madre. Trattandosi di consanguinei occorse la di- 
spensa pontificia, che fu data da S. S. Sisto IV. Ippolita favorì 
certo tra le due case sforzesca e aragonese il nuovo connubio, 
che rinnovava in senso inverso il proprio, e che doveva,- nella 
mente di re Ferdinando e del Duca Galeazzo Maria, sempre 
più cementarne l'intimità, anzi renderla perpetua, come è detto 



274 ACHILLE DINA 

in un documento ufficiale (1). Ne uscirono invece, non rara 
ironia della storia, una tremenda inimicizia e, colla rovina della 
casa aragonese e della sforzesca, quella d'Italia. 

L' assassinio del tirannico Duca di Milano nella chiesa di 
S. Stefano, quattro anni do})o la promessa, nel 1476, fu il lon 
tano princii)io dei mali d'Isabella. Perchè, assunta la repjgenza 
per il piccolo (rian Galeazzo dalla madre di lui. Bona di Sa 
voia, e caduta costei un anno do})0 sotto l'influenza del cognato 
Ludovico, che ben presto le tolse ogni potere, si formò nell'am- 
bizioso principe il proposito di governare egli stesso lo stato 
milanese, non lasciando al nipote che l'apparenza della sovranità 

Prima d' impadronirsi del governo, Lodovico aveva avuto 
occasione di conoscere la bambina Isabella pur sua nipote, 
perchè figlia d'Ippolita sua sorella — su cui doveva avere così 
funesta influenza, quando, nel 1479, fa per breve tempo a Napoli 
durante l'esilio da Milano, inflittogli dal governo di Bona e di 
Cicco Simonetta, contro il quale, avversario personale di re Fer- 
dinando, Ludovico cercò ed ottenne l'appoggio del sovrano ara- 
gonese (2). Abbiamo una lettera di Cicco all'ambasciatore mi- 
lanese a Firenze, perchè per mezzo del governo fiorentino fa- 
cesse spiare Lodovico a Napoli (3). 

Insieme ad Isabella Ludovico conobbe allora a Napoli un'altra 
più piccola principessa, di soli tre anni, — Isabella ne aveva 
nove - che doveva avere una parte decisiva nella vita di en- 
trambi. Era questa Beatrice d'Este, condotta due anni prima col 
minor fratello della madre Eleonora d'Aragona, la Duchessa di 
Ferrara, alla corte del padre re Ferdinando, forse per assistere 
alle di lui seconde nozze con Giovanna d' Aragona, sorella del 
re di Spagna. Vi restarono poi parecchi anni, sino al 1485_, di- 
morando in Castel Capuano (4). Era quello, lo sappiamo, la 



(1) MoRBio. Codice Visconteo- Sforzesco. Documeato CXXXVIII, 471, 
1° novembre. Si proclama il matrimonio fra Grian Galeazzo ed Isabella, 
fatto con dispensa ed interposizione del Santissimo e Beatissimo Pon- 
tefice Sisto IV : si comandano pubbliche feste. — Al contratto del 26 
settembre 1472 è accennato con precisione nella ratifica che si fece 
nel 1480. Rosmini, Storia di Milano, tomo IV pag. 204. Doc. XXV del 
^ibro XIII. — Per la data del 1471 vedi anche Formentini, Ducato 
di Milano, pag. 198, citato più avanti. 

(2) Rosmini, 1. e, pag. 190 e seg. 

(3) SuMMONTE, III, pag. 495. Cartwrigt, Beatrice d'^Este, cap. I. 

(4) Rosmini, Storia di Milano, IV, pag. 172. 



ISABELLA. D'ARAGONA ECO. 



275 



•dimora anche d'Isabella, cosicché le due cugine, entrambe te- 
neramente amate dall'avo Ferdinando, vi dovettero vivere in 
istretta intimità, ignare della rivalità futura. 

Kientrato nel 1480 Ludovico in Milano, mandato a morte il 
:Simonetta e assunta effettivamente, come abbiamo detto, la di- 
rezione dello stato milanese, si videro subito le conseguenze delle 
f«ue buone relazioni colla corte aragonese, così nei privati rap- 
[porti fra le due case che nella mutata rotta della politica mi- 
lanese, che il Simonetta aveva orientato verso Venezia, da cui 
Ludovico la staccò nuovamente, per restringersi con Napoli e 
iJFirenze. Scrivendo sulla fine dell'anno precedente a Filippo 
^.'Sforza, fratello di Ludovico in favore di questi, re Ferdinando 
mostrava le ragioni del suo interesse al successo di lui, dicendo 
« maxime che intendimo ad ogni modo seguire il matrimonio 
del S.r Duca Juan Galeaz con la nostra III. ma nipote ». Un'al- 
tra dimostrazione dell'intrinsichezza tra Ferdinando e Ludovico 
fu la concessione fatta a quest'ultimo, alla morte del di lui fra- 
tello Maria Sforza, del ducato di Bari, che il grande Francesco 
loro padre si era guadagnato nelle guerre meridionali. Da questo 
.momento Ludovico fu solitamente chiamato Duca di Bari. Ed, 
ecco, in quello stesso anno 1480, governando ancora di nome 
Bona, ma certo per suggestione di Ludovico, procedersi al rin- 
novamento del contratto nuziale stretto nel 1471, allo scopo 
esplicitalmente espresso « di mostrare all' Italia il reciproco 
amore » delle due case. Anche questa volta 1' atto venne ro- 
gato in Napoli dal notaio Antonio d'Aversa, l'ultimo d'Aprile, 
mentre il 23 Giugno se ne stese una ratifica in Milano nel ca- 
stello di Porta Griovia presenti, tra gli altri testimoni. Bona e 
Ludovico. 

Proprio negli stessi giorni coU'opera degli stessi notari e 
probabilmente nelle stesse sedute, si stendevano gli atti di 
un'altra promessa nuziale, da consumarsi quando l'età della 
sposa lo consentisse, del matrimonio, cioè, tra la piccola Bea- 
trice d'Este, vivente come sappiamo alla corte dell'avo, che 
diede il suo pieno consenso — antecedente consensu serenissimi 
illius principis domini regis Ferdinandi eius dominae Beatricis 
avi — e Ludovico Sforza, duca di Bari, maggiore di lei di ven- 
ticinque anni (1). 



(1) Rosmini, Storia di Milano^ IV, pag. 234 : documento già citato, 
che è lo strumento della ratifica del 1480 ; e a pag. 237 il doc. XXVI, 
•che è lo strumento di ratifica della promessa di nozze tra Ludovico e 



276 ACHILLE DINA 

l*are, veramente, che Linlovico, non api)eiia impadionitosi' 
del i)otere, avesse prima ideato di sposare la stessa cognata Bona 
e quindi una delie principesse di casa Gonzaga: Analmente aveva 
chiesto in sposa al Duca di Ferrara, Ercole d'Bste, la di lui figlia 
maggiore Isabella, poi celebre marchesana di Mantova. Essendo 
stata però questa fidanzata a Giovan Francesco Gonzaga, Bona, 
pazzamente innamorata d'un bellissimo giovane ferrarese im- 
piegato alla sua corte, Antonio Tassino, e perciò interessata 
a impegnare Ludovico in altre nozze, pensò di fidanzarlo, certo 
d'accordo col Duca di Ferrara, colla secondogenita di costui, 
Beatrice. Lo fece chiamare, esigendo che le promettesse di fare 
ciò che era per chiedergli. « A che esso S. Ludovico disse di vo- 
ler sempre tutto quello che pareva a Sua S. Allora Sua Ex. disse 
haverli dato moglie, la quale era la seconda figliola del Duca 
di Ferrara che era a Napoli con la Maestà del Re di che esso 
S.r Ludovico rimase tuto stupefato e rispose essere contento di 
quello che piaceva a S. S. » (1). Così scriveva il 26 aprile 1480 
l'ambasciatore mantovano Zaccaria Saggio. ì^el giugno Ludovico 
si fidanzava ufiìcialmente e così le due principessine conviventi 
alla corte di Napoli in Castel (^apuano seppero di dover poi 
ritrovarsi a Milano, mogli l'una del Duca e l'altra del suo tutore. 

Il rinnovamento e' la pubblicazione del contratto nuziale 
avvenuto nell'80 contribuirono certo a rivolgere sempre piti 
l'animo della decenne Isabella verso il principesco sposo che da 
due anni, nel 1478, aveva assunto solennemente, benché di soli 
dieci anni, la dignità ducale. 

Ci rimangono nell'archivio di stato milanese due dei gra- 
ziosi biglietti, che gli immaturi fidanzati si scambiavano, ignari 
ancora dei maneggi, nei cui complicati ingranaggi dovevano ri- 
manere impigliati. L'una colla data dell'82 è di Gian Galeazzo 
a tredici anni : l'altro, che non porta segnato l'anno, d'Isabella, 



Beatrice. Di entrambi i futuri matrimoni dava notizia il 21 maggio in 
piazza dell'Arengo al popolo milanese il trombetta ducale, dichiarando 
che « ad majore chiareza del grandissimo vinculo et singulare bene- 
volentia quale intercede tra lo serenissimo re Ferdinando e la celsi- 
tudine de nostri illustrissimi Signorini ad perpetuo stabilimento de 
l'uno stato et l' altro è ratificato il parentado contracto l'anno 1471 
ecc. ». FoRMENTiNi, Il Ducato di Milano, pag. 198. 

(1) Luzio, Ludovico il Moro e Bona di Savoia,, in Corriere della, 
sera 23 agosto 1913. 



ISABELLA D'aBAGONA ECO. 277 

è più gentile ed affettuoso, e merita di essere per saggio ri- 
portato. I caratteri sono nitidi, eleganti, accurati (1). 

« lU.mo ed Ex.mo consorte et Signore mio honora.mo 

« Havendo inteso quanto piacere piglia la 1.11. ma S. V. de 
« cavalli, ho voluta visitarla de uno bouo et bello lanetto quale 
« li mando per Lodovico mio famigliare ostensore della presente 
« persuadendone che de altra sorte de cavalli la Ex S. V. ne sia 
« ben fornita. Et pertanto degnasse quello acceptarlo et caval- 
« cario per mio Amore. Oertiflcandola che la M.ta del S. He 
« non tiene meglio ne più bello alla sua cavallarizia. Racco- 
« mandandome de continuo alla Ill.ma S. V. la quale prego e 
« suplico se degni tenermi sempre raccomandata alla Ill.ma 
« S. V. come la Ill.ma Madonna mia Col. ma madre et li IH. mi 
« S.ri precepo de Oapua et don Pietro hon.mi fratelli et co- 
« guati amantissimi della Ex.tia Y. stanno ben sani et de optima 
« dispositione et se raccomandano et salutano la Ill.ma S. V. 

« In Napoli alo Castelo Capuano ady XX Ottobre. 

<v De Y. Ill.ma S. 

Amantissima consorte 
Isabella 

E già il giovinetto Duca di Milano era interamente caduto 
nelle mani dello zio, il quale con arte sottile aveva preso del 
debole suo animo quel dominio, che tenne sino alla di lui morte. 
Sulla fine del 1480 egli, scaltramente approfittando dalla indi- 
gnazione generale destata dalla tresca di Bona col Tassino e 
dalle crescenti pretese di costui, riusciva prima a ricacciarlo a 
Ferrara, poi a privar lei stessa, che se n'era andata furiosa da 
Milano, della tutela, facendosela affidare dallo stesso Gian Ga- 
leazzo, toltole di mano e ridotto a strumento inconscio della 
propria rovina. Fu nella sala maggiore del castello di porta 
Giovia che Gian Galeazzo, detto nello « Instrumentum tutellae » 
di età maggiore di undici anni e minore di dodici, pronunciò 
davanti ai membri del consiglio ducale questa allocuzione : « Con- 
silleri, essendosi partita Madona mia madre, io voglio che el S.re 
Ludovico, mio barba, sia mio tutore » (2). 



(1) In Dina, Ludovico Sforza e O. Galeazzo Sforza nel canzoniere 
del Bellincione, in A. 8. L. ann. XI, fase. IV, dicembre 1884. 

(2) Doc. del novembre 1430' in Rosmini, I. e, IV, pag. 215. 



.278 A(lilll.i>K DINA 

Probabilmente alla corte napoletana non si comprese subito 
IMmportanza di questo tatto. Nel Luglio di quell'anno i Turchi 
-erano entrati in Otranto e la loro minaccia assorbiva le cure 
•dei principi aragonesi, che contavano anche sull'aiuto dello stato 
milanese. Ma espulsi, come si disse, i Turchi nel 1481 e i>re8ane 
baldanza, re Ferdinando e il principe di Calabria cominciarono 
ad occuparsi degli interessi della nipote e figliuola Isabella quale 
futura Duchessa di Milano. Durante la guerra in difesa dello 
stato di Ferrara, poco dopo scoppiata (1482-1484), Alfonso Duca 
di Calabria, capitano generale della lega contro la repubblica di 
S. Marco, ospitato da prima affettuosamente dal Moro « nelle 
camere piti interne del castello » (1) avrebbe voluto che il futuro 
genero assumesse il potere in Milano. Kiluttando Ludovico, co- 
minciò a destarsi del malumore tra lui ed Alfonso, nel quale 
il sospetto si mutò presto in ira per l'accordo stretto da Lu- 
dovico coi Veneziani ad insaputa sua e degli altri alleati. « Indi 
il Calabrese, dice il Corio (2), sdegnato fortemente contro Lu- 
dovico Sforza, ritornò a Napoli ». 

Non mancarono probabilmente presso Alfonso contro Ludo- 
vico gli eccitamenti di Bona, ritornata in Milano il 2 Ottobre 
1482 per i potenti appoggi del re di Francia Luigi XI suo co- 
gnato, a cui aveva rintronato le orecchie delle sue querimonie 
ed accuse contro il Moro, Ira l'altre quella che Gian Galeazzo 
« era tenuto presone in rocha dal S.r Ludovico e che lo farla 
morire per togliergli lo stato » (3). È il primo accenno alla ter- 
ribile accusa che sarà poi tante volte ripetuta contro il Moro. 
E veniva dalla madre stessa del suo pupillo ! 

Ludovico, non ostante le suggestioni di Venezia, frenò il suo 
rancore contro Alfonso e, forse per acquetarlo, fece partecipare 
il giovane Duca di Milano quale procuratore « colla licenza del 
Moro suo zio e tutore » alla pace generale di Bagnolo, a cui 
prese parte importante il Fontano, benché non ancora primo 
ministro. Tra gli affari questi intesseva amori con la Stella di 
valle Padana, eh' egli poi,, con poca contentezza della DJOglie 
Adriana, conduceva a Napoli e cantava nel facile verso. Il grande 
poeta della rinata latinità potè così conoscere da vicino il fidan- 
zato della nipote del suo re e riferirgliene poi colla fervida pa- 



ci) Corio, Storia di Milano, Milano, Colombo, 1857, III, p. 380. 
(2) Corio, 1. e, pag. 406 e 409. 
(8) Luzio, 1. e. 



ISABELLA D'ARAGONA ECO. 279 

rola la quasi angelica bellezza. Ne riconobbe però probabilmente 
l'anima imbelle e ne trasse materia di gravi riflessioni e di sug- 
gestioni ad Isabella pel compito che ella avrebbe dovuto assu- 
mersi al suo fianco. 

Dopo la guerra di Ferrara si stabilì tra Ludovico il Moro e 
la corte aragonese una strana relazione di diffidenze e di rancori 
personali e di persistente accordo politico per il comune timore 
di Venezia: la Serenissima suggeriva sin d'allora al nuovo re di 
Francia, Carlo Vili, la conquista di Napoli e al Duca d'Orléans 
quella di Milano, accusando presso quest'ultimo il Moro di vo- 
lersene far Duca in luogo del nipote (1). Così Ludovico anche 
dopo la pace di Bagnolo mantenne l'unione con Napoli e durante 
la guerra dei baroni si adoperò in favore degli Aragonesi, spin- 
gendo Lorenzo dei Medici a dichiararsi per loro contro il Papa 
Innocenzo (2) e mandando nel 1486 in loro soccorso truppe con 
a capo il suo fido Gian Francesco Sanseverino conte di Oaiazzo (3) 
(mentre il costui padre, il famoso condottiero Roberto, e il fra- 
tello Gaspare detto Fracassa militavano dall'altra parte) nonché 
Gian Giacomo Trivulzio, il potente patrizio e già illustre capi- 
tano milanese. Fu in questo soggiorno nell' Italia meridionale 
che il Trivulzio prese moglie nella grande famiglia spagnola 
italianizzata dei D'Avalos e strinse amichevoli relazioni anche 
oolla dinastia aragonese. Certo si sarà tenuta parola della con- 
dizione di Gian Galeazzo sotto la sinistra tutela dello zio ed è 
probabile che il raffreddamento delle relazioni di lui col Moro 
dopo il suo ritorno in Milano nell'88, principio della famosa loro 
inimicizia, nascesse da sue manifestazioni di simpatia per il gio- 
vinetto Duca di Milano, oltre che dalla rivalità con Galeazzo 
Sanseverino, altro figlio di Roberto e fratello del conte di Ca 
lazzo e ancor piti di lui caro al Moro, che, dopo avergli dato 
Voghera ed altre terre già di Pietro dal Verme, forse perciò 
-avvelenato, lo ix)se a capo di tutto l'esercito Milanese, seguendo 
troppo piti la simpatia che il buon giudizio (4). 

Fra tali ambigui rapporti i due governi di Napoli e di Mi- 
lano si preparavano con gli ultimi accordi contrattuali ad ef- 
fettuare le nozze fra Gian Galeazzo ed Isabella. Da una lettera 



(1; Cartwrigt, Beatrice d^Este. 

(2) Cipolla, Signorie, pag. 683 nota. 

(3) CoKio, 1. e, pag. 411. 

^4) Como, 1. e, p. 410; Cipolla, 1. e, pag. 643. 



280 ATIIILLE DINA 

di molto posteriore, che ci servirà più tardi, di re Ferdinando- 
risulta che fu Ludovico ad insistere, per affrettare il matrimonio. 
« Hui man<iammo la Duchessa a Milano non ad istantia del 
« Duca de Milano (Gian Galeazzo) ma de Baro (Ludovico) et 
« ne volsemo prima declarare della sua voluntà et li fe<;imo in- 
« tendere che la mandavamo ad ipso che li avesse ad essere 
« patre » (1). 

Quali ragioni poterono indurre Ludovico, con già in piena 
balìa il nipote, a porgli accanto una sposa, del cui carattere, 
non avendola vista che bambina, non aveva conoscenza sicura? 
Nou dubitò neppure, per la scontìnata fiducia nella sua propria 
abilità, di poter dominare nello stesso modo anche l'animo di lei! 
O pensò di avere nella sua persona un prezioso ostaggio! O 
non furono piuttosto le considerazioni finanziarie, il bisogno dei 
denari della dote, che lo determinarono? E come mai i principi 
aragonesi, già conoscendo le coudizioni della corte sforzesca e 
dopo i malumori tra Alfonso e Ludovico, s'acconciarono a dare 
effetto senza sufficienti garanzie al matrimonio? Speravano forse 
che l'energia, ch'ella dimostrava sotto gentili apparenze (sensi 
maschili, mares sensus, le attribuiva, come vedremo, il poeta 
delle sue nozze) potesse vittoriosamente contrapporsi alla scal- 
trezza dello zio? Fatt'è che nell'agosto del 1488 Ludovico mandò 
a Napoli Agostino Calco, figlio del suo primo ministro Barto- 
lomeo (2) per gli ultimi negoziati riguardanti appunto la dote, 
che fu convenuta nella somma di 100.000 ducati da pagarsi 80.000 
all'atto del matrimonio e 20.000 nello spazio di un anno. 

Proprio nel mese, in cui si stabilivano definitivamente le 
nozze, cui Isabella aveva volto l' animo dai piìi teneri anni, 
ella veniva colpita dalla prima delle tante sciagure, che le ser- 
bava il destino. 

Il 10 Agosto 1488 nell'ancor fresca età di quarantadue anni 
moriva in Castel Capuano la principessa di Calabria, Ippolita, 
la buona e valorosa madre sua, ansiosa forse della sorte, che 
attendeva in Milano, la figlia. 

Il cronista napoletano IS^otar Giacomo (3) ci descrive il cor- 
teo di cinquecentocinquantadue gentiluomini nero-vestiti, che 



(1) Trincherà, Codice Aragonese : lettera del 1492, 26 dicembre, 
all'Ambaficiatore in Roma. 

(2) Tristano Calco, Nuptiae mediolanensium ducunij dedicata, al 
Moro, in Besidua, p. 63; e Corio, 1. e, III, pag. 447 nota. 

(3) Notar Giacomo, Cronaca di Napoli, pag. 167. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 281 

ne accompagoarono la salma col vecchio re Ferdinando, colla 
regina Giovanna e col vedovo Alfonso. « In la bara, dice il 
« rozzo scrittore, era una coltra de brocato : ipsa era vestita de 
« una camorra de brocato bianco con un circhio de oro in testa 
« con più ioge ». Alla defunta principessa il Fontano dedicò 
uno dei suoi « tumuli », aggirantesi sul concetto che in lei, 
non meno bella che dotta. Venere e Minerva univano i loro 
pregi divini. 

Finalmente il dicembre di quell'anno 1488 giunse per mare 
su sei galee la magniiica comitiva di circa 400 persone, di cui 
trentasei tra i principali gentiluomini milanesi, al seguito del 
fratello di Gian Galeazzo, Hermes Sforza, che, secondo l'uso, 
doveva sposare per di lui procura Isabella. 

V'erano il conte di Oaiazzo Gian Francesco Sanseverino, 
Bernardino Visconti, uno dei principali feudatari del ducato, il 
vescovo di Como, i due gentiluomini-poeti Gaspare Visconti e 
Galeotto del Carretto, Antonio da Corte, Ambrogio da Corte, 
futuro persecutore d'Isabella, quattro ambasciatori genovesi (1). 
Benché non li potessero portare che due giorni, dovendo poi 
vestirsi di nero pel lutto d' Ippolita, eran giunti con abiti di 
sfarzo straordinario, evidentemente per abbagliare i signori na- 
poletani; gare abituali delle corti d'allora. Alcuni gentilnomini 
avevano nella sola manica un tesoro in gemme « Fuere qui una 
« manica septem milia aureorum pretia gestarunt » « Sem- 
« bravano altrettanti re » scrive il Calco (2). Incontrati in mare 
con quattro galee da Alfonso, padre d' Isabella, furono tosto 
condotti nella reggia di Castelnuovo, a rendere omaggio al re 
Ferdinando e alla regina Giovanna (3). 

Il 21 Dicembre nella sala maggiore dello stesso castello con 
austera solennità, su cui stendeva un'ombra di tristezza il ri- 
cordo d'Ippolita, Hermes in nome del fratello duca di Milano 
pose l'anello matrimoniale in dito ad Isabella. Pronunziò il di- 
scorso nuziale il vescovo di Como, esaltando specialmente Ij)po- 
lita e l'educatore di Gian Galeazzo, Ludovico Sforza « di cui 
« nessuno sulla terra piii prudente e piti sapiente sia in pace 
« che in guerra, ingegno proverbialmente piìi divino che umano ». 
<^uindi la regina Giovanna in abito castigliano ed Isabella in 



(1) CORIO, 1. e, III. 

(2) Calco, 1. c. 

(3) Notar Giacomo, 1. e, ad aunum; Passero, 1. e 



282 AOHILI.K DINA 

costume napoletano eseguirono una breve danza « modice sal- 
« taverunt » (1). 

Subito il giorno dopo si venne alle questioni d' interesse. 
In una camera di Oastelnuovo re Ferdinando e il poeta-ministro 
Fontano firmarono l'atto, con cui, rimettendo a più tardi il pa- 
gamento dei rimanenti 20.000 ducati, si ordinava alla rappresen- 
tanza in Napoli del banco degli eredi di quondam Ambrogio 
Spannocchi e compagni di Siena di pagare tosto e numerare 
nelle mani di Hermes Sforza Visconti e di Gian Francesco San- 
severino, conte di Caiazzo, 80.000 ducati « boni aurei et justi 
« jMmderis » nominandosi procuratore di re Ferdinando per 
questo versamento il figlio Alfonso Duca di Calabria (2), 

Non per nulla bo ritento la clausola della genuinità dell'oro. 
I dieci giorni della permanenza degli ambasciatori in Napoli 
non passarono troppo lisci. Da documenti posteriori, di cui mi 
occuperò più tardi (3), risulta che gravi dissapori e antipatia 
nacquero tra i gentiluomini milanesi e la corte aragonese e 
per la poco cortese accoglienza, che ai primi parve ricevere in 
Napoli « la poca liberalità che s' era usata con loro in ogni 
« cosa » e per la disonestà di cui accusavano gli aragonesi nel 
versamento degli 80000 ducati. « Dicevano che si era andato per 
« Napoli cercando i ducati più leggeri e falsi e che^ se non li 
« avessero fatti pesare, li avrebbero truffati di 15000 ». È « per- 
« che el credeva di maritare questa Duchessa senza dote » si 
commentava poco dopo alla corte Sforzesca. 

Contrasti ed urti caratteristici tra i costumi milanesi ed i 
meridionali, che vedremo riprodursi in Milano al giungervi della 
scorta napoletana d'Isabella ! A capo del malcontento dei Mila- 
nesi doveva essere il conte di Caiazzo. In una lettera di poco 
posteriore dell'ambasciatore estense si accenna « all'imputazione 
e colpa che a lui davano i signori napoletani ed alla mala con- 
tentezza che di lui aveva Re Ferdinando » (4). Gli dovettero- 
tener bordone i due da Corte e principalmente il famigerato 
Ambrogio. 



(1) Calco, 1. e, pag. 69. 

(2) Rosmini, 1. e, IV, pag. 243. 

(3) Lettere dell'ambasciatore estense Trotti del 29 Gennaio e del 3 
febbraio 1489 in Arch. di St. estense. 

(4) Lettera, dell'ambasciatore Trotti dell'll febbraio 1489 in Archiv. 
di St. estense. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. ' 283 

Frattanto eran compiti gli apprestamenti della partenza ; al- 
lestita la compagnia di poco meno di quattrocento persone (1),- 
dame, donzelle, Mr. Zuliano magistro della Duchessa, guarda- 
robieri, staffieri, schiavi e schiave, che dovevano recarsi a Mi- 
lano al servizio d'Isabella. Con lei partivano anche alcuni gen- 
tiluomini del reame, quali Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi 
colla moglie, il conte di Gonza, il conte di Potenza, il vescovo - 
di Sanseverino nonché il giovanetto Ferdinando d'Este, figlia 
del marchese di Ferrara, rimasto presso l'avo anche dopo la par- 
tenza di Beatrice. 

Il 30 dicembre il re, la regina, il principe di Calabria con 
tutta la loro corte. Isabella con tutto il suo accompagnamento, 
l'ambascieria milanese, dopo una grande cavalcata per tutti i 
rioni di Napoli, si recarono al « molo grande », donde la comitiva 
della Duchessa e quella dei reduci milanesi, imbarcati su undici 
galee, alzarono le vele diretti a Genova e allo stato di Milano (2). 

La scena pittoresca era stata vista in fantasia da un gentile 
ecclesiastico e poeta lucano, dell'accademia pontaniana, Gabriele 
Altilio, alquanto più giovane del Fontano e dilettissimo a lui, 
che lo chiamava il dolce Altilio, che gli dedicò 1' opuscolo De 
magnificentia, come il Galateo quello sulla podagra, ne canzonò 
piaicevolmente gli amori e ne cantò in un « tumulo » la morte 
— la nascita ne aveva cantato il Sannazzaro — quando, già la- 
sciate del tutto le muse profane per le sacre, spirò vescovo di 
Policastro. Fu maestro e poi segretario del fratello d'Isabella,. 
Ferrandino, cui il Cariteo diceva: 

le muse t'han nudrito ed educato 
nelle braccia d'Altilio, il tuo Chirone. 

Né è improbabile che Isabella assistesse col fratello alle sue le- 
zioni. Finissimo latinista, oltre che grecista sicuro, scrisse per 
le di lei nozze, in duecentosessanta esametri, un epitalamio (3) 



(1) « Lista de la compagnia che deve andare con la Ill.ma Ma- 
dona Isabella Duchessa de Milano per servitio suo » in Rosmini, 1. e.,, 
p. 250. 

(2) Passaro, Giornale', Notar Giacomo ad ann. 14:89 per errore 
[invece di 1488. 

(3) Gabriele Altilio, Epitalamio ristampato colla traduzione di 
"G. B. Carminati, con notizie intorno alla vita delPAltilio di Michele 

Taf uri. Napoli, 1803, Stamperia Simoniana. 



284 ACHILLE DINA 

•che raccenno a Ippolita come ancor vivente (1) fa credere com- 
posto con liinjfo studio prima delle nozze stesse. 

È certo un elegantissimo lavoro, forse qua e là ancbe 
troppo fine, artifizioso, come appuntò lo Scaligero, ma altrove 
scorrevole, abbondante e ])erfiiso del senso delle bellezze par- 
tenopee e di molle voluttà caratteristico della scuola ponta- 
niana: vi ritorna continuo il motivo delle legittime amorose 
dolcezze, che attendevano la Duchessa tra le braccia del gio- 
vane sposo, vedremo in che stridente contrasto colla pros- 
sima realtà. 

In compenso della scarsità di notizie d'Isabella in questo 
periodo napoletano, che ho cercato di lumeggiare colPambiente, 
eccone un riassunto e qualche passo. 

Al sorgere del roseo giorno in cui la 

Sfortiade juveni donanda aiagonia virgo 

sta per salpare, fanno ressa lungo il golfo e sulle mura il popolo 
napoletano, alle foci del Sebeto le ninfe di Posilipo, del Gauro, 
di Linterno, di Nisida, di Baia, del Vesuvio, di Sarno. Dodici 
tra loro, alunne della ninfa Partenope, leggiadramente tenendosi 
per mano, intonano l'inno nuziale, alternato colla rituale invo- 
cazione ad Imeneo : 

Dicite Hymen, Hymen, Hymen ter dicite, Ninphae ! 

Cantano esse le prossime legittime voluttà: 

« Genero fortunato, a cui la sposa concilierà, tra le coltri 
di porpora sidonia, col tenero petto, i languidetti sonni, onde i 
nipoti numereranno e vanteranno lunga serie gloriosa di re! 
Ella ti recherà i suoi amplessi ed una notte di felicità, empiendo 
le tue braccia col candido collo » (2). 



(1) Inde suos, mox, jam matri iiiissura nepotes in gremium, 
formosa decor queis mntris ab ore misceat ora, 
mareiuque ferant a jiatre vigorem. 

(2j Fortunate gener, 

adveniet tecum eadem sub stragula coninx, 
sidonio tecum excipiat quam lectus in ostro, 
languidulos tenero socianteni pectore aomnos; 
maternum serum numeient, genns unde nepotes 
seque magnis jactent a regibus ortos.... 
Illa tibi amplexus que feret noctenique beatam, 
implebitque tuos nivea cervice lacertos. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 285 

Alla sua nascita, continuano le ninfe, le recarono doni di 
bellezza e di virtù Venere, Giunone, Minerva ; a quest' ultima 
facendo dire parole per noi mirabilmente presaghe del futuro e 
con certa prova testimoni nella giovinetta dei pregi, per cui fu 
poi, donna, universalmente ammirata. 

« T'apporto - le dice - o vergine, io Dea, animo grande, 
puri costumi, virili sensi, capacità di superare il tuo sesso » (1). 

Rievocate quindi le nozze di Saturno e Kea, sposi e fratelli, 
come sposi e cugini erano Gian Galeazzo e Isabella, le ninfe, 
esprimono con una fuga di facili e patetici versi la tristezza di 
restar prive della cara principessa, loro compagna di studi e 
d'eleganti piaceri. 

« O onor della patria e del secolo, eroina, te sotto il vincolo 
legittimo chiama il marito; ma noi, tue compagne, che avemmo 
con te comuni le corse lungo i fiumi, le gare coi fiori, la pas- 
sione delle danze decenti, noi senza te torneremo il mattino alle 
occupazioni boscherecce, che ne riusciranno men grate... Cara, 
tu così, colla tua partenza per sempre ci abbandoni, memori in 
eterno. E sempre la dolce tua immagine ci starà intorno : te 
sempre sentiremo fra i giochi, i carmi, i balli: in tuo onore ap- 
penderemo, come teco solevamo, olezzanti ghirlande » (2). 

« Sotto la pianta di loto da te preferita spargeremo un^ 
guenti e profumi : crescendo, 1' albero mostrerà a grandi carat- 
teri incisa la scritta: 

« Son d'Isabella il regio loto : onorami ! » 
« Cole me : Isabellae ego regia lotos ». 



(1) Atque animum tibi, virgo, inquit, moresque verendos 
trado, diva, marea sensus et vincere sexum. 

(2) O patriae, o sedi decus heroiua iugales 
jam te sub leges vocat et sua jura maritiis. 

At I108 aequales, quibus idem ad flumìna cursus 
et certamen idem florum studiumque decentes 
instaurare choros, nostri jam ad munera luci 
mane revertemur -, jam, te sine, munera nobis 
illa quidem piaci tura miuu?,... 
Cara, tui sic nos memores abitura relinquis 
aeternum, dubiisque animis haerebit imago, 
te nostri cecinent lusus, te nostra sonabunt 
carmina, tbyasi : prima tibi munera nostra 
pendebunt suave halantes de more- corollae. 

Arch, Stor. Lomh., Anno XLVIII, Fase. Ili- IV. 19 



1*S<; A(1HILLK DINA 

Ma ^ià la principessa, simile a Venere e a Teti, ascende 
lagriniDsa l'alta prora, che salpa tra spari augurali, lasciando 
quasi esanimi parenti ed amici. La proseguono però essi, mentre 
ella risale le spiagge italiche, <ìei loro voti di feconde dolcezze 
e d' affetti coniugali, di potenza e di gloria. — Coi quali, non 
senza un'ultima invocazione ad Imeneo, il magistrale epitalamio 
si chiude. 

Ed ecco, il 30 Dicembre del 1488 (1), ecco nella viva realtà l'i- 
stante già artisticamente anticipato dal poeta e, forse, coi versi di 
lui, a memoria appresi, affrettato in cuore dalla colta principessa! 

Addio, dunque, arco del golfo divino, naturali bellezze can- 
tate in plastiche e melodiose personificazioni dal Fontano, dal 
Sannazzaro, dal Cariteo, dal dolce Altilio! Addio castelli e pa- 
lazzi, monumenti del passato ed opere illustri dell' arte nucva, 
di cui alcuni, come l'arco di porta Capuana, la villa della du- 
chessa cara ad Ippolita, Poggio imperiale, affrescato a vanto 
aragonese dei truci episodi della guerra coi baroni, ella aveva 
visto sorgere negli ultimi anni! Addio geniali conversari cogli 
umanisti del cerchio pontaniano, nemici dei grammatici e dei 
pedanti, uomini d'azione e di governo, oltre che di scienza e di 
poesia, la cui frequenza influì certo non poco a formarle l'animo! 

Con occhi lagrimosi doveva ella veder veramente allontanarsi 
tutto quel suo mondo giovanile colla città, dove lasciava la tomba 
materna, sotto Castel Sant'Elmo e il cono del Vesuvio fumante ! 

Pure, benché i recenti disgustosi dibattiti d'interesse e gli 
urti coi Signori milanesi ed i noti rapporti del Moro con Gian 
Galeazzo fossero come nubi nel passato e suU' avvenire ; il 
pensiero di congiungersi finalmente al giovine sposo, da tanti 
anni sospirato, di trasferirsi in una corte e tra opere d' arte 
ancor piti splendide delle aragonesi, la fede in se stessa dovevano 
tingerle il forte animo d'azzurro, addolcendole il distacco dai 
parenti e dalla città, che forse non avrebbe piti riveduta. 

Non scorgeva l'Erinni salita seco sulla nave, mentre alla 
sua vista dileguavano le torri di Castelnuovo, sede non meno 
dei tradimenti e delle nequizie che delle magnificenze aragonesi, 
nelle cui segrete battute dal mare tante vittime avevano soggia- 
ciuto e soggiacevano alla tiranide dell'avo e del genitore. Anche 
una volta la Nemesi stava per vendicare sulla prole innocen te- 
le colpe dei padri! 



(1) Passero, L c, ad aun 



ISABELLA D' ARAGONA ECO. 287. 

Capitolo II. 
(1489) 

Viaggio d'Isabella — Incontro colla sposa a Tortona — Triste notte nu- 
ziale a Vigevano — Malignazioni cortigiane — Ingresso trionfale 
d'Isabella in Milano — Nozze in Duomo — Potenza del Moro in 
Milano — Suo carattere — Nuove amarezze d'Isabella. 

Il viaggio della flottiglia, che, risalendo l'Italia, conduceva 
Isabella allo sposo, non fu, in quella trista stagione invernale, 
molto felice. Si dovette, in causa dei venti, sostare a Gaeta, a 
Civitavecchia — dove si trovò a salutarla lo zio di lei Ascanio 
Sforza, il potente Cardinale fratello di Ludovico, con altri tre 
porporati — a Port' Ercole, a Piombino^ e quattro giorni a Li- 
vorno (1), dov'ella ricevette gli omaggi e i doni di un'ambasceria 
fiorentina. Forti sofferenze le diede il mal tempo, del quale è 
memoria anche in un sonetto scherzoso del faceto poeta corti- 
giano Bernardo Bellincione, che par, quindi, facesse parte della 
comitiva milanese recatasi a Napoli, certo, in tal caso, inviato 
dal Moro, perchè s'insinuasse nell'animo della Duchessa, come 
già in quello di Gian Galeazzo (2). 

Il 18 Gennaio 1489 Isabella, ancora in cattivo stato, sbar- 
cava a Genova, che Ludovico da un anno aveva ricongiunto alf 
Ducato, accolta con grandioso apparato tra spari di artiglieria 
e suono delle campane. Erano a riceverla, mentre poneva piede 
in quello che credeva suo stato. Sforza Secondo, Annibale Ben- 
tivoglio, Galeotto della Mirandola, Beatrice d'Este, sorella del 
Duca di Ferrara e vedova di Tristano Sforza, e la moglie d'A- 
gostino Doria governatore di Genova. 

Da questo momento e per un lungo periodo le notizie su 
Isabella, sin qui scarse diventano frequenti, minuziose, dram- 
matiche, grazie alla corrispondenza, conservata nell' Archivio 
estense di Modena, dall'ambasciatore Giacomo Trotti, che di 
quanto avveniva alla corte sforzesca mandava quasi quotidiane 



(1) Ms. ducale in Corio III, p. 447. — Calco, 1. e, jactationein ma- 
ritimam ultra non ferentem. 

(2) Sonetto « facto in galea quando andossi a Napoli per la Duchessa. 
Isabella» in Bellincione, Eime. Ed. Romagnoli II, son. 45.. 



288 ACHILLI I»INA 

notizie al marchese di Ferrara suo signore e futuro suocero di 
Ludovico, Ercole d'Este (1). 

Era il Trotti, detto dal Bellincione « degno orator del gran 
lì^liuol d'Alcide, Jacopo Trotto » (2) e già tra i plenipotenziari 
della pace di Bagnolo (.'ij, in gran domestichezza con Ludovico, 
che sovente si confidava con lui, talora, per la sua bonarietà, 
lo faceva oggetto di feroci burle e talora anche gli faceva sten- 
tare la « provvigione > che i Signori italiani solevano i>assare ai 
rappresentanti degli altri stati. In quei giorni riceveva notizie da 
un suo emissario, Ludovico Terzaghi, rimanendo egli a Milano. 

S'era stabilito che Isabella, « per avergli il mare dato al- 
terazione assai » si trattenesse a Genova quattro giorni per 
e con vai erse » (4) e, dopo alquanti dibattiti, che i due sposi, 
anziché a Milano, s'incontrassero a Tortona. Ella rimase qualche 
giorno di più a Genova, certo pel desiderio di non apparire a 
Gian Galeazzo se non intieramente rimessa, trovando in questo 
naturale femminile desiderio la forza di resistere alle insistenze 
di Ludovico, il quale diceva che, se non potesse venire a ca- 
vallo, la si sarebbe dovuta portare sulle « sbarre » o « nella 
cesta » sul mulo : (5) primo contrasto tra zio e nipote, in cui 
egli mostrò l'intima rozzezza, celata sotto le elegantissime ap- 
parenze ed ella la sua fermezza gentile. Partita finalmente da 
Genova, giunse sulla sera del 25 gennaio a Tortona. Fu a un 
buon tratto fuori della graziosa cittadina lombarda, ch'ella vide 
per la prima volta lo sposo, uscito ad incontrarla insieme a 
Ludovico. L' incontro, scriveva il Terzaghi al Trotti, avvenne 
« cum tante jubiliatione et alegrezza quanta se potesse più de- 
siderare » nonostante la pioggia continua, che, dice il Calco, 
faceva « ccenosam et marcidam viam ». 

Kon è difficile immaginare l'emozione della giovane napo- 
letana nel mirare l'angelico volto del biondo principe milanese — 
il cui profilo ancora e' incanta nell'aurea moneta del castello 
Sforzesco e nel cammeo della collezione Rosenheim (6) — verso 



(1) A. di St. di Modena. Cancelleria ducale : estero : carte degli am- 
basciatori ducali : corrispondenza dell' ambasciator Trotti. Citerò le lettere 
col costui cognome e la data. 

(2) Bellincione, Bime, II, son 33. 

(3) CoRio, III, p. 407. 

(4) Trotti, 18 Genn., 489. 

(5) Trotti. 

(6) Riprodotto in MALAGuzzt, I, pag. 35. 



I 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 289 

il quale il suo animo s'era volto sin dalla puerizia. Subito però 
s'ebbe un cattivo presagio : Gian Galeazzo non volle ch'ella gli 
baciasse, come a Duca, la mano secondo l'uso napoletano; ma, 
chinatosi in avanti per abbracciarla nella « carecta » dove el- 
l'era, ne fu impedito dall'irrequietezza dell'animale e dalla ressa 
delle cavalcature (1). Chissà se quella goffa figura non fosse in 
Gian Galeazzo principio della morbosa timidezza, di cui avremo 
a parlare? 

Tortona, dove le due comitive si trattennero il giorno se- 
guente, alloggiando Isabella nell'Arcivescovado, era tutta sfar- 
zosamente rivestita « de panni de raso, de coronamenti et 
festoni de lauro, hedera et bussolo con liste d'oro et altri orna- 
menti » e di quadri rappresentanti le fatiche di Ercole. 

Straordinaria magnificenza spiegò nell'ospitale palazzo, dove 
si cercò tosto riparo dalla pioggia, il patrizio tortonese Bergonzio 
Botta. Ogni portata del pantagruelico pasto era preceduta dall'al- 
locuzione d'un relativo personaggio mitologico. Diana, per esem- 
pio, diceva che il cervo, in cui ella aveva trasformato Atteone, 
non poteva avere piti nobile sepolcro dell' « Isabellae sponsae 
utriculura >. Ulisse, donandole una sirena, affermava che ogni 
arte di questa sarebbe fallita per la virtìi di lei (fortitudine ac 
sapientia puellae) (2). 

Tolte le mense, si recitò una fabula musicata (3). Imeneo 
citaredo con uno stuolo d'amorini intonarono carmi nuziali, non 
certo da paragonarsi con quello dell' Altilio. Le Grazie dissero 
ballatene. Virgilio, fiancheggiando con Livio la Fama, declamò 
un carme latino. Una serie di storiche impudiche, Semiramide, 
Blena, Medea, Cleopatra, tentarono offuscare la purezza della 
cerimonia, narrando ciascuna le proprie gesta. Ma, cacciate colle 
faci dagli Amorini, furono soppiantate da altrettante celebri 



(1) Relazione citata in nota del Corio, 1. e, III, p. 447 e segg. 

(2) Tristano Calco, nell'elegante opuscolo latino su queste nozze, 
che fa parte delle Naptiae mediolancnsium ducum, nei Residua, 

(3) Calco, ibid. Sull'importanza di essn, come primo saggio di rap- 
presentazione storico-mitologico musicata, si esagerò alquanto da alcuni 
storici del melodramma, mentre se ne conoscono di precedenti come 
quelle in Urbino nel 1474 di Giovanni Santi pel passaggio di Federico 
d'Aragona, zio d'Isabella, e nel 1488 per le nozze di Elisabetta Gonzaga 
con Guidobaldo Feltresco. — V. Saviotti : Una rappresentazione in Ur- 
bino nel 1474, Arezzo, Zelii, pag. 17. 



290 ACUlì.UK DINA 

virtuose, Lucrezia, l'euelope, Tauiiri, (riuditta, che, trovando 
tutti i propri pregi superati da Isabella, le consegnarono, riti- 
rando^, le palme del primato. — Chiuse, come farsa, la com- 
parsa d'un Sileno, che ruzzolò briaco dall'asino. 

Era notte inoltrata. (Mi sposi si coricarono separatamente, 
« discreti s cubilibus » dice il Calco. 

La mattina seguente Gian Galeazzo e Ludovico precedettero 
a Vigevano la sposa, che vi giunse il dì successivo, 28. « In 
quest'ora circha ventidue — scriveva il Terzaghi al Trotti — è 
giunta qui la 111. ma M.ma Duchessa, la quale, benché bagnata 
per la piogia che li è sempre continuata addosso, tamen è tuta 
alegra et de bona voglia quanto potesse più essere ». 

La città natale del Moro, che tante tracce della sua predi- 
lezione vi lasciò nel magnifico castello, nell'elegante piazza, nella 
prossima Sforzesca, la ricevette con non minor magnificenza di 
Tortona. Si i)rotra8se anche lì la notte in danze e canti * sal- 
tationes cantationumque voluptates v. Quindi i dne sposi si re- 
carono alla stanza nuziale : « geniali thoro collocatae virgini 
comunis cum viro nox fuit » scrive il narratore ufficiale delle 
solennità nuziali. 

Giuliva e lietamente commossa era dunque giunta ella 
alla placida terra Lomellina ; ma con ben altro animo dovette 
partirne il dì seguente. La notte di quel 28 Gennaio 1489, mer- 
coledì, nella quale avrebbero dovuto aver compimento per la 
prima volta i sogni amorosi dei due giovani sposi, tra le legit- 
time voluttà già in anticipazione cantate dal buon Altilio, fu 
a lei notte di avvilimento e delusione per la freddezza, anzi per 
l'avversione sessuale, che si manifestò in Gian Galeazzo e che 
ella pili tardi attribuiva a maligne arti dello zio. 

« Ella teneva per certo — dice l'informatissimo Giovio — (1) 
che per opera del signor Ludovico nel giorno stesso delle nozze 
al marito ed a lei fossero fatti incanti et malie da donne ma- 
liarde perchè non potessero aver figliuoli » (2). 



(1) Griovio, Storia del suo tempo : trad. Dominichi, I, p. 20. 

(2) Voce raccolta anche dal Guicciardini, che vi aggiunge anche 
l'affermazione, non confortata da altre prove, che Ludovico, appena vi- 
stala, anzi rivedutala cresciuta, se ne innamorasse e pensasse sposarla 
come aveva divisato' di fare con Bona. Il Trotti non ne ta alcun cenno. 
Così, però, fosse stato per il bene d' Italia ! « Quando Isabella andò a 
congiungersi col marito, Lodovico, come la vide, innamorato di lei, 
desiderò ottenerla per moglie dal padre e a questo effetto operò (come 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 291 

Certo è che il lubrico maligoare sull'infelice notte alla corte 
«torzesca e poi in quelle di tutta Italia cominciò, chi lo crede- 
rebbe? dallo stesso zio dei due sposi. 

Egli e Gian Galeazzo avevano preceduto Isabella a Milano, 
come già a Vigevano. Il giorno 29 s'era recato ad incontrarli 
il Trotti con altri gentiluomini. Chiamatolo in disparte assieme 
a Gian Galeazzo, Ludovico prese a discorrere grossolamente 
della notte vigevanese, attribuendo al giovane principe capacità 
opposte alle sue deficienze, con frasi che il Trotti riferiva al 
Marchese d'Este, ma che io non posso rijiortare nella loro cru- 
dezza. « Il quale signor Buca subridendo, non però molto ale- 
gramente, cum parole mozze » confermava quanto di lui mentiva 
a scherno lo zio. 

Ludovico si sfogò poi coU'ambasciatore ferrarese anche per 
le poco cortesi accoglienze che gli ambasciatori milanesi dice- 
vano di aver ricevuto a Napoli, soggiungendo che « aveva non 
mancho stima et valore la bretta del Duca de Milano che se 
fusse la corona del re » (1). 

JL)a Vigevano Isabella mosse verso Abbiategrasso, dove 
trovò la spodestata madre del suo sposo. Bona di Savoia, ivi 
quasi relegata (2). Che si dissero, se ebbero la possibilità di 
trovarsi sole, la Duchessa vecchia, come d'allora in poi fu detta 
Bona, la tenace odiatrice di Lodovico, e la giovane Duchessa? 
Non intravide questa nella condizione dell'infelice suocera un 
presagio di quanto l'attendeva? 

Ignaro intanto di questi tristi retroscena, il popolo milanese 
s'apprestava a godere le magnificenze delle feste nuziali colla 
passione per le pompe comune allora^ alle moltitudini ed ai prin- 
cipi, che di quegli splendori velavano infamie e miserie. Il 1*^ 
di Febbraio tra tale una folla schierata sulle rive del Naviglio 
che, dice il Trotti, era uno stupore, Ludovico con le nipoti, 
Bianca Maria Sforza, la futura imperatrice, ed Annn Sforza, 
poi moglie di Alfonso d'Este, incontrarono a due miglia da Mi- 
lano la nuova Duchessa e la di lei comitiva venuta da Abbia- 



allora fu creduto per tutta Italia) con ineantHiu(^nti e malìe che Gian 
Galeazzo fusse \*er molti mesi impotente alla consumazione del matri- 
monio. Alla qnal cosa avrebbe Ferdinando acconsentito, ma Alfonso 
repugnò >. 

(1) Trotti, 29 Gennaio. 

(2) CoKio, III, p. 420. 



•292 ArniU.E DINA 

ttigrastjo per jh:<ju}i su sci sijmzoni ducjiiioiì. Oon Ludovico e le 
principesse entrò sul bucintoro d'Isabella anche il Trotti : « Cum 
jjran festa et triumpho entrassimo insieme cum el S.r Ludovico 
nel bucintboro della Duchessa facen<io8Ì le carezze et al)razza- 
nienti che sono convenienti in simili acti ». Ma intanto la 
Duchessa di Amalfi, del seguito d'Isabella « ridendo molto 
^grassamente » (anch'ella!) confidava al Trotti quali erano stati 
realm<^nte i rapporti dei due giovani sposi. 

In quel primo incontro la giovane Duchessa parve all'am- 
basciatore ferrarese più bella di persona che di volto, impres- 
sione che, però, egli doveva presto correggere. « La prefata 
Duchessa novella di volto, è negretta e non molto bella, ma 
l'ha una zentile et bella persona et el Duca è bellissimo et bo- 
nissimo (1) ». Alla darsena di porta Ticinese Isabella fu di 
nuovo ricevuta dallo sposo con un corteo di cinquecento genti- 
luomini e di stradiotti, mammalucchi e balestrieri a cavallo, 
che ne formavano la guardia. Tenendosi per mano, i due sposi 
traversarono la città sino al castello di porta Giovia, tutto pa- 
vesato. Dalla cognata Bianca Maria Isabella fu guidata alla sala 
grande della torre, dove raggiava il letto nuziale, sulla cui co- 
perta un lavoro di perle di straordinaria diligenza e prezzo 
figurava cinque leoni con secchie pendenti da un bastone, em- 
blemi sforzeschi. 

Il giorno dopo, 2 Febbraio, si ripetè in Duomo la cerimonia 
svoltasi per procura in Castelnuovo di Jll^apoli. Gian Galeazzo 
ed Isabella vi si recarono dal Castello con apparato ancor più 
magnifico del giorno precedente. Dietro le schiere dei paggi, 
dei camerieri^ dei feudatari, dei « cortesani », dei trombettieri 
e pifl^eri, venivano i grandi dignitari dello stato, preceduti dal 
segretario ducale Bartolomeo Calco, da Luigi Terzaghi, figlio 
naturale del Piccinino, da D. Bernardino Visconti, reggente la 
spada ducale e, finalmente, bianco vestiti, i due sposi, seguiti 
da cinquanta donzelle a cavallo (2). « Io consomaria due giorni 

— così del corteo il Trotti — ad doverlo scrivere tuto. Il Duca 
e la Duchessa veneno sotto un baldacchino bianco, a cavallo, 

— cavalli guidati a mano da Gian Francesco Pallavicino e da 
Giovan Borromeo, che il Corio dice primi feudatari dello stato — 



(1) Trotti, 2 Febbraio. 

(2) Citata relazione in Corio, III ; Calco, 1. e. 



ISABELLA D' ARAGONA EOC. 293^ 

portalo da li dotori de legi e da li medici con li bavari et be- 
reti de vero (vaio).... non si vedeva se non brocati d'oro, d'ar- 
gento e gioie et fra gli altri gli era il figliuolo del M.co L.zo 
de Medici (1) ». « La Ex.tia del Duca — riferiva Pambasciator 
di Firenze, vantando il successo del costarne di Pietro dei Me- 
dici — aveva indosso una veste di brocato a oro col riccio tanto 
belo quanta dire se possa e con meravigliose gemme al petto e 
al berretto. La Ex.tia di Madonna Duchessa era ancora lei ve- 
stita di brocato et aveva certa grilanda di perle in capo con 
certe gioie molto belle » (2). La città lungo il percorso era tutto 
un addobbo : coperte di panno bianco le vie, rivestite le mura 
di tappezzerie e festoni di ginepro e melaraucie (3). Nella Con- 
trada degli Orefici da un pallone dorato, cinto di emblemi sfor- 
zeschi, un fanciullo vestito da Cupido disse agli sposi versi au- 
gurali. In Duomo, sotto i gotici archi, mirabile novità per Isabella, 
fu Ludovico che le sostenne la mano, mentre Gian Galeazzo le 
infilava in dito l'anello nuziale, consegnatogli dal pontificante 
vescovo di Piacenza. 

Che volgeva nell'animo il Moro, invocando in apparenza 
sugli sposi la benedizione del Cristo, in cui credeva, benché 
non più che nelle pratiche di astrologia ? 

Il dì seguente essi ripresero il lutto, (4) che, veramente, 
pili dei broccati si confaceva ai sentimenti d'Isabella. Ella e 
Gian Galeazzo non si trattennero in Milano che cinque giorni, 
abitando nel superbo castello rinnovato da Francesco Sforza e 
vie pili abbellito da Gian Galeazzo Maria e dal Moro, sede e 
centro del governo, della forza e della ricchezza dello Stato : 
« elegante e formidabile scacchiere di palazzi e di cortili — così 
ft io descrive un geniale scrittore francese — difeso da una rete 
completa di fossati con sessantadue ponti levatoi, da cinque- 
cento guardie e milleottocento macchine guerresche, abbellito 
dagli artisti e dagli artieri d'ogni paese, gremito di tesori, ani- 
mato dal movimento di ottocento cortigiani e servitori, a co- 
minciare dai segretari di stato, coadiutori, tesorieri, registratori, 
k archivisti, per giungere ai portieri, ai camerieri del servizio 
fl'onore, ai quaranta camerieri addetti alla persona del Duca, 
^ ■ 

(1) Trotti. 

(2) In Malaguzzi, 1. e, I, 4,58. 

(3) RoscoE, Lorenzo de Medici, Pisa, 1799, III, p. XC. 

(4) R. De La Sizzeranne, in R. d. d, Mondes, 1" Ottobre 1918, p. 488 



i 



294 A('niM-K DINA . 

ai dieci caiuerieri aggiunti e dieci sotto camerieri, ai due me- 
dici, al farmacista, agli uflìciali delie scuderie, che conteDevano 
cinquecento cavalli e muli pel servizio privato del Duca agli 
economi, ai provveditori di tavola, ai trentatrè cantori stranieri, 
e finalmente al personale inferiore: carcerieri, fornai, barbieri, 
sarti, calzolai, dodici jìalafrenieri, gli stambecchini o cacciatori, 
i falconieri, gli uccellatori, i trombettieri, i portatori di lettighe, 
gli uflìciali dei piatti, ed un nugolo d'altri impiegati, di cui non 
abbiamo più la minima idea, sino agli astrologhi e ai mamma- 
lucchi, senza parlare delle dame d'onore e dei paggi del servizio 
speciale della Duchessa ». 

Dovettero essere giorni di tumultuose, ma purtroppo pre- 
valentemente angosciose emozioni per la giovane Duchessa; 
mentre, nell'ammirare le magnificenze della capitale dello stato 
ove s'era illusa di giungere sovrana, ne veniva conoscendo le 
reali condizioni. 

Negli otto anni, da che aveva assunto la reggenza del du- 
cato, Ludovico s'era sempre piti impadronito non meno degli 
organi dello stato che dell'animo del giovane Duca. Di sua 
scelta erano i grandi funzionari del governo centrale, con a 
capo il Calco : suoi fidi, nel territorio, molti dei castellani, cu- 
stodi delle rocche, ove si rinchiudevano coi provvisionati. Solo 
apparente freno all' azione di lui era il consiglio di reggenza, 
costituito alla morte di Galeazzo Maria con giuramento sui van- 
geli di tutelare gl'interessi del giovane Duca, composto del 
Pallavicino, capo del partito Guelfo, di Filippo Eustacchio (1), 
cui era affidata la custodia della rocca, e di Ludovico stesso, 
che, del resto, non ostante gli altri due triumviri, faceva e di- 
sfaceva, come scriveva il Trotti, a suo talento. — Egli aveva 
anche in quegli anni condotto felicemente a termine parecchie 
guerricciole come quella contro i Rossi di Parma e Roberto 
Sanseverino, che gli si era voltato contro sdegnato del suo vol- 
gersi al 1 artito Guelfo contro il Ghibellino, col cui appoggio 
era salito al potere, quella in aiuto dei Fiorentini per ritoglier 
Sarzana ai Genovesi, qi*ellà più grossa di Ferrara contro Ve- 
nezia, la guerra contro gli Svizzeri, che avevano invaso 1' Os- 
sola, la conquista di Genova ottenuta con le sue solite subdole 
arti e finalmente nell'anno precedente, 1488, l'intervento a Forlì 
in prò della nipote Caterina Sforza Riario dopo l'assassinio del 



(1) CoRio, 1. e, III, p. 347-357. 



ISABELLA D^ARAGONA EOO. 295 

di lei marito. 1q quest'ultima spedizione a capo delle truppe 
era stato posto Galeazzo Sanseverino, figlio di Roberto, iu pre- 
mio dell'azione spiegata con Ascanio Sforza l'anno prima in di- 
fesa di Ludovico, quando, essendo questi ammalato mortalmente, 
si stava per metterlo fuori dal Castello : dopo l' esito felice 
dell'impresa di Forlì fu nominato, come sappiamo, capitano ge- 
nerale delle forze ducali. ' 

^el tempo stesso Ludovico ave^a intensificato l'opera pa- 
terna e del fratello di protezione delle arti e degli studi, spin- 
gendo innanzi i lavori del Duomo, della Certosa, del Castello 
di porta Griovia « drizzando a filo — dice il Giovio, — gli edi- 
fici grossi della città », abbellendo coli' arte del Bramante e di 
altri architetti i castelli rosseggianti nella verde pianura, pro- 
movendo svariate opere di pubblica utilità; sin dall' 82 aveva 
accolto alla sua corte Leonardo da Vinci, trentenne: intorno, a 
quei due sommi facevano ressa ed esaltavano la loro arte una 
pleiade di artisti lombardi. 

Strana davvero, in un'età di aperta e talora ostentata vio- 
lenza, questa figura di principe del rinascimento, questo Pericle 
e Machbet, come fu detto, della Lombardia — dalla maestosa 
ed elegante persona, dal volto incorniciato nella composta zaz- 
zera, d'espressione virile pel forte mento e volpina per le rial- 
zate nari del grosso naso aquilino e per le labbra ristrette, 
sottili e sporgenti — proteso a raggiungere i fini della smisu- 
rata ambizione colle arti dell'intrigo, del doppio maneggio, del 
tradimento, pur serbando l'apparenza di dolcezza, di mitezza, 
di bontà i)er calcolo raffinato e insieme per un che di femineo della 
sua natura, manifesto anche nella sensibilità di alcuni affetti, 
nella nervosità, nello smarrimento tra i gravi pericoli: qualità 
però non disgiunte da tratti virili, come l'infaticabile operosità 
e l'ardente passione per l'arte diplomatica, che allora sorgeva 
fra tante creazioni del genio italiano, avendo del precursore gli 
eccessi, così da giungere, nella mania delle complicate ed im- 
pensate macchinazioni, sino al funambolismo. 

Il suo gran padre Francesco lo aveva chiamato scherzosa- 
mente il Moro, come vien detto in Lombardia l'albero del gelso, 
ivi poco prima introdotto, simbolo di prudenza, perchè fron- 
deggia a stagione stabilita, per la sua puerile accortezza, ch'egli 
•poi accrebbe colla lunga simulazione e colla compressione del 
iproprio animo, necessarie a mantenersi in grazia presso il go- 
verno del tirannico fratello. Alla morte di questi era già toj- 
anato e conscio della propria abilità, tantoché quando campeg- 



'JlHi a<;hilì f; dina 

già va intorno a Milano, per rientrarvi, convenne con Ibleto 
del Fiasco che tutto ciò che avrebbero preso per forza sarebbe 
rimasto a costui, a lui invece quello che fosse venuto in loro 
mano per accordi (1). Itiusciva, come sappiamo, ad ammaliare 
Bona, a mandarle a morte il Simonetta, parendo cedere all'odio 
contro di lui del ])artito ghibellino, su cui *'era appoggiato e 
che abbandonò poi subito per il guelfo, a cacciare, dopo averlo 
piaggiato, il Tassino, a togliere la tutela a Bona, servendosi 
del di lei figlio, a sfruttare la guerra di Ferrara, patteggiando con 
il nemico all'insaputa degli alleati; aveva spinto, secondo il Corio, 
Vitaliano Borromeo contro il fratello Giovanni; era voce avesse 
avvelenato Pietro Dal Verme, per arricchire il favorito Galeazzo 
Sanseverino: dei congiurati contro di lui con Bona nel 1484 due 
aveva mandati a morte, un terzo fatto languire in carcere, tor- 
turandolo con tratti di corda ad ogni anniversario della congiura. 

Del resto amministratore formidabile ed organizzatore me- 
raviglioso per minuziosa versatilità, così da parere al suo secolo, 
quand'ebbe con se la fortuna, quasi al disopra della natura 
umana. Dopo la pace di Bagnolo, dice il Giovio, era da tutti 
chiamato l'edificatore della pace aurea, della pubblica sicurezza 
e della leggiadria (2). 

Durante quegli otto anni, in cui il nipote Gian Galeazzo, 
fra i dodici e i venti, fu tutto nelle sue mani, egli era riuscito 
ad impadronirsi interamente del suo animo, a distoglierlo dalle 
cure di stato, ad infiacchirlo di spirito, appassionandolo di cacce 
e di mollezze, cingendolo di buffoni e di poeti, tra cui prin- 
cipale il Bellincione, che incessantemente gli ricantassero la 
solfa della grande sua fortuna di possedere un tal zio, capace 
d'alleggerirlo della grave soma del potere, per reggerla tutta 
sulle poderose spalle (3). 



(1) V. il mio lavoro « Ludovico il Moro prima della sua venuta al 
governo » (in A. 8. L., 31 Dicembre 1886) che è tutto uno studio del 
carattere di Ludovico sulla base della sua giovinezza. 

(2) Giovio, Storia del suo tempo, cap. I. — Vedi anche l'altro mio 
studio « Ludovico il Moro e G. Galeazzo Sforza nel canzoniere di B. Bel- 
lincione » in A. S. i., Dicembre, 1884. 

(3) V. la « Visione » in principio del t. I delle Mime del Bellincione, 
composta, come v'è detto, quando egli aveva quasi vent'anni, cioè nel- 
l'88, poco prima del suo matrimonio : ivi lo spirito del padre Galeazzo 
Maria lo esorta a lasciarsi condurre in tutto da Ludovico. « Onoril còme 
alcun fé' Belo antico ». 






t 



297 

A questo ormai quasi quarantenne potentissimo, dottissimo, 
scaltrito insieme arbiter elegantiarum e tessitor d' inganni, di 
finissimo gusto, ma d'animo grossolano, a questo ragno univer- 
sale, come si disse di Luigi XI — da lui conosciuto in un giova- 
nile viaggio in Francia — che nelle sue dense file aveva preso 
lo Stato milanese e il giovane Buca, veniva la diciannovenne 
alunna degli accademici pontaniani, la meridionale dal sangue 
ardente, ma per l' età e per la squisita educazione materna, 
ancor tutta modestia, gentilezza, candore, come vedremo per 
testimonianza del Trotti. 

Occorrendo contrapporglisi, come avrebbe potuto reggere 
nell'impari contrasto, se pel sangue regio, per la tradizione 
aragonese di muliebre valore, per fortezza naturale di fibra non 
avesse portato in sé un fondo d'irriducibile alterezza, di fer- 
mezza e di tenacia, da renderla quasi superiore al suo sesso, 
come parve piìi tardi ai contemporanei ? 

Ludovico, non conoscendone la tempra, dovette allora ac- 
carezzare l' idea di pareggiarla allo sposo, nella coudizione di 
principi faineants, occupandola tutta in sollazzi ed inezie cor- 
tigiane. 

Intanto non si faceva scrupolo d'amareggiarle anche il breve 
soggiorno in Milano. Il giorno seguente la cerimonia in Duomo, 
il Moro convocò il suo consiglio, per trattare delle questioni 
riguardanti l' ambasceria milanese in Napoli , tanto più che 
anche di lì erano giunte rimostranze. Egli, per usare la frase 
del Trotti, non tenne la lingua fra i denti, rinfacciando ai ^'d- 
poletani di aver tre volte difeso il loro Stato e il loro tentativo 
di frodare nella dote d' Isabella i Milanesi, se questi non aves- 
sero fatto pesare i ducati. « Sé dicto tante cose che le mezze 
sariano bastate d'avanzo » (1). 



(1) Trotti, lettera del 3 Febbraio 89. 



» 
I 



208 ACIIILI.K IMNA 

Oapitolo III. 
(1489) 

Partenza d' Isabella da Milano 11 castello di Pavia — Il Parco — La 
provvigione d'Isabella — Miserie coniugali — Disperazione — Occu- 
pazione della rocca del Castello di Milano da parte del Moro. 

Il 6 febbraio 1489 la corte partì da Milano. Precedette Lu- 
dovico : lo seguirono, dopo quattro ore, coi signori e colle dame 
napoletane, il bel Duca a cavallo e la Duchessa « in cafecta 
cum uno capelo cum perle et cum una perla grossa cum un 
mazo de perle et garzo davanti » (lì. Il Moro aveva avuto fretta 
di togliere Isabella dalla capitale e dal castello, ov'egli teneva 
la bellissima e coltissima sua amante Cecilia Gallerani, per 
condurla a Pavia ed al castello, che doveva esserle, pur non 
senza brevi soggiorni o gite a Milano e ad altri manieri (2), l'a- 
bituale dimora. 

Già celebre sotto i Visconti, era stato sempre più abbellito 
con pari passione dal grande Francesco e dal Duca Galeazzo 
Maria. La gran mole quadrata, rossa del laterizio, turrita agli 
angoli, con merli a coda di rondine sorgeva, fortezza insieme e 
magnifico palazzo, intorno all'elegantissimo cortile di gusto ve- 
neziano, sopra il di cui portico ricorreva il loggiato a quadrifore 
di famosa bellezza. E le stanze grandiose, rispondenti in lunga 
fila su di esso, andavano rivestendosi di affreschi rappresentanti 
al naturale la vita e i personaggi della corte sforzesca, che tutti, 
colla nostra Isabella, vedremmo ancora al vivo, come quelli 
della corte estense a Schifanoia, se le fortunose vicende del- 
l'edificio non ce li avessero involati. Dal castello un ponte le- 
vatoio conduceva al non meno famoso parco, o « barcho » come 
allora si scriveva, che in un circuito murato di tredici miglia, 
percorso dalla deliziosa Vernavola e dalla Carona, racchiudeva 
quanto di più piacevole e raro arte e ricchezze potessero adu- 
nare in un tratto di fertile piano. 

All'estremo del parco veniva rivestendosi di marmi stupendi, 
arricchendosi di perfetti monumenti, ornandosi delle tavole del 
Borgognone, quell'armonico miracolo del rinascimento che è la 



(1) Trotti, 7 febbraio. 

(2) Per es. nel Giugno di quell'anno furono per qualche giorno" a 
Milano. Carusi, Dispacci e lettere di Giacomo Gherardi, p. 339. 



299- 

Certosa di Pavia. Ancora un anno e la facciata sarebbe stata 
ricominciata secondo i disegni del Dolcebuono e del Borgognone, 
per rifulgere poi^ doviziosa perfezione marmorea, delle sculture 
dei Mantegazza e dell'Amadeo. 

Non avrebbe dovuto Isabella, felice di così mirabile sog- 
giorno, trascorrere idillicamente i suoi giorni presso il giovine 
e bellissimo sposo, tra gli agi superbi del castello, i libri della 
biblioteca ancor più famosa di quella delPavo in Oastelnuovo o 
della madre in Castelcapuano, i boschi, i laghetti, le rive om- 
brose, gli allevamenti del parco, le artistiche bellezze e la pace 
dei chiostri della Certosa, lasciando anch'ella allo zio laborioso 
le spine del governo, come aveva sin d' allora fatto il marito e 
come le suggerivano i poeti, gli artisti, i dotti, i cortigiani? 
Questo doveva cercar d' istillarle, con melliflua eloquenza, lo 
stesso Moro, mentre la guidava per gli splendori della sua nuova 
dimora. Ma, pur nel suo candore, troppo diversa dal marito era 
la giovane duchessa. 

Allo spasimo femminile dell' avversione sessuale di questi 
presto si aggiunse un'incresciosa questione collo zio per la prov- 
vigione annua che, secondo l'uso delle corti italiane d'allora, il 
Duca avrebbe dovuto assegnare ad Isabella per le spese sue. 

Ludovico l'aveva fissata in 13.000 ducati. Isabella credeva 
di non poter fare a meno di 18.000, tanto piti che gran parte 
ne avrebbe dovuto spendere pei famigli del Duca (leggi spie del 
Moro). Provò a inviargli una commissione di napoletani, prima 
che ripartissero. Ricevettero risposta dura e sgarbata che non 
avrebbe « più uno bagatino de ducati tredecemila ducento » 
che molti meno ne aveva avuti la madre Ippolita da re Ferdi- 
nando, quando andò sposa a Napoli e che se ne chiamava con- 
tenta. Era sempre lo sprezzante confronto tra la corte sforzesca 
e l'Aragonese, che tanto doveva ferirla. 

La Duchessa di Amalfi si rifaceva con oscene parole sulle 
donne lombarde. Isabella rompeva in accenti di disperazione e 
si diceva « la peggio maritata dona del mondo ». 

Un giorno sinistro fu per lei il 10 Febbraio, quando i si- 
gnori napoletani presero congedo, lasciandola quasi sola fra 
tanta gente ostile. Diluviava e la tristezza del piano macerato 
le faceva sentir maggiormente la nostalgia del suo golfo lumi- 
noso. « Il signor Ludovico — scriveva il 10 agosto il Trotti — 
« non ha retenuto presso la Duchessa homo ni dona de veruna 
« conditione, ma schiavi et schiave et persone de nulla stima o 
« pocha ». Quando la Duchessa di Amalfi si licenziò per ultima 



4501) AniiM.i. i)L\,\ 

« la pianzette molto amarameute iloleudosi da tutti li Hiioi essere 
abbau donata » (1). 

Non le restavano, con cui talora consigliarsi, che i due di- 
plomatici napoletani Antonio d'Alessandro e il Magnifico messer 
Simonotto lielprato, dal quale spesso il Trotti attingeva le sue 
informazioni. 

« Sia certo V. Ex.tia ~ seguitava, scrivendo al suo signore, 
« V ambasciatore estense, che cominciava ad apprezzare le rare 
« qualità d' Isabella e ne sentiva pietà — che la non dirà cosa 
« che subito non sia riferita al Sig. Ludovico (2), se bene, per 
« la sua prudentia et bona istructione et recordi che le son 
« dati, tenga per certo che non la dirà se non cosa che sia sa- 
« viamente dieta ». 

E veramente più delle rimostranze dei signori napoletani 
pare influisse anche sul Moro la dolce fermezza di lei, perchè 
pochi giorni dopo egli promise di aumentare la provvigione sino 
a 15.000 ducati, sempre però nella forma umiliante che tutto 
dovesse passare per le mani del suo tesoriere ed ella non po- 
tesse spendere da se « uno bagatino » a differenza di quanto 
s'era fatto per la madre di lei a ]Napoli (3). Lo stesso tratta- 
mento era fatto del resto anche al Duca « E già — scrive il 
« Giovio — era venuto a tanto vituperio che i thesorieri del 
« Sig. Ludovico, riveggendoli i conti della spesa, le quali erano 
-« anche debolissime, lo riprendevano che e' spendeva troppo e gli 
« ordinavano certa somma che potesse spendere di danaro » (4). 
Le angherie e le grettezze giungevano veramente all'incredibile. 
Isabella, non bevendo che acqua, era appassionata, all'uso napo- 
letano, di bibite dolci. Ebbene : il siniscalco si doleva eh' ella 
consumasse piti zucchero di tutta la corte e diceva che biso- 
gnava « la se usasse al vivere a la lombarda » (5). 

Ohi avrebbe immaginato tali meschinità tra le magniticenze 

^dei cortei, degli spettacoli, dei castelli, dei parchi? Era invece 

un contrasto comune a quasi tutte le corti d'allora. Prodigalità 

(1) Trotti, 11 Febbraio. 

(2) Sinailmente Giovio di G. Galeazzo. St del suo tempo, trad. Do- 
menichi, I, p. 19 : « Le spie mandatigli sotto dal S. Ludovico, le quali 
notassero bene le parole e i fatti di lui, manifestamente gli praticavano 
in corte ». 

(3) Trotti, 19 Febbraio. 

(4) Giovio, ibid. 

(5) Trotti, 18 Febbraio. 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 301 

in tutto ciò che apparisse, compresa ìa protezione alle arti e 
agli studi, economia sifto alla grettezza nel resto e fiscalità, che 
rendevano i principi odiosi ai loro popoli. Un altro brutto epi- 
sodio amareggiò grandemente la Duchessa. Ambrogio da Corte, 
uno dei lombardi, che erano andati a prenderla a Napoli, postole 
poi ai fianchi da Ludovico e che doveva essere un gran tristo, 
tantoché le sue case furono devastate dai milanesi nel 1499, 
quando il Moro fuggì da Milano (1), insultava brutalmente un 
Bernardino a lei carissimo, che la madr« Ippolita aveva con- 
dotto da Milano a Napoli ed ella ricondotto con sé a Milano, 
gridando, fra i pianti delle donne della Duchessa, che avrebbe 
bastonato ed impiccato quanti poltroni e mangiatori napoletani 
avesse trovato, che qui non è Napoli.... ecc. Ai lagni d'Isabella 
il Moro rispose licenziando il povero Bernardino! « Questa Du- 
« chessa novella getta più lagrime che non mangia bocconi 
« — scriveva il buon Trotti — et è la pegio contenta dona 
« che mai sia al mondo et ciò che scrivo è lo evangelio » E 
piti sotto: « qui dì fa la menarono a cazza, dove mai la non 
« parlette tenendose un zebelino davanti li ochy et la bocha et 
« se stima che pianzesse » (2). 

Pure colla dolce sua fermezza otteneva sul principio di 
Marzo la facoltà di « spendere per li apetiti loro » ella 40 e 
G. Galeazzo 100 ducati al mese (3) ed il Moro, o per il fascino 
che subisse della sua superiorità morale o per calcolo, le usava 
nelle forme ogni riguardo : « le facesse honore grandissimo » per 
dirla col Trotti. Ma nulla della sostanza del potere. « Il Sig. 
« Lud.co fa alto e basso come li pare e piace più che mai » 
scriveva nella stessa lettera l'ambasciatore. 

Inutile era ricorrere al giovane duca, ammaliato dallo zio. 
Sin d'allora si disegnavano fra i tre personaggi i rapporti esat- 
tamente formulati quattr' anni dopo dal Comines « La diete 
« tìlle etoit fort courageuse et eut volontier donne credit a son 
« mary si elle eut pu, mais il n'etoit guère sage et revelait ce 
« qu'elle lui disait ». 

Ai lagni d' Isabella presso Gian Galeazzo per i maltratta- 

(1) Era fratello dell'altro favorito del Moro, Bernardino da Corte, 
che poi nel 99 lo tradì turpemente (Sanudo, diari II, 1275). — Il cro- 
nista da Panilo (in Miscellanea di st. italiana XIII, 1873 dice di lui : 
« mezzo pazzo, ma più, per il favore, faceva restar pazzi gli altri ». 

(2) Trotti, 18 Febbraio. 

(3) Tkotti, 2 Marzo. 

Arch, Stor. Lomb. Anno XLVIII, Fase. III-IV. 20 



;J02 A.0H1LLK DINA 

menti di Ambrogio da Corte il giovaue sposo linpoadeva << ^',hi^ 
« la lasciasse governare pur le eosBe al tìig. suo barba, il quale 
« tanto tempo gli aveva governato et ben re^to lo stato suo: 
« che anche el sciaveva governare lei cum la corte sua (Isa- 
« bella dovette sentirsi cascar le braccia; et li raccomantìò che 
« la vada et stia a quanto sìa de parere et volere del Ill.mo 
« Sig. suo barba ». 

Continuava intanto il doloroso dramma, commedia per la. 
corte sforzesca e le altre corti italiane, dei loro intirai rapporti- 
Era un pettegolezzo generale sulle cause dell'impotenza del Duca, 
pur dedito a tante dissolutezze, cominciando anche, diceva il 
Trotti « ad bever fora di modo » : materia scabrosa ; ma la 
storia non ha pruderies, e d'altronde gioverà da un lato a lu- 
meggiare i tempi, dall' altro a far meglio risaltare il nobile 
animo d'Isabella, uscendo dalla materia immorale un alto esem- 
pio di moralità. 

Il Duca di Ferrara ed il Trotti inclinavano a spiegare l'in^ 
sufficienza di Gian Galeazzo con una morbosa timidezza, pen- 
sando che fosse « innamorato in segreto ». L'ambasciatore pen- 
sava che le insistenze e le scenate, che gli faceva il M,oro, per 
spingerlo ai suoi doveri maritali non potessero ottenere che 
l'opposto effetto « Certifico V. S. — scriveva — chel glie inna- 
« morato e non ardisse guardarla .... habe del puto e del scempio j. 
« che procede da vergogna, dubitando essere dilegiato ». 

Era un'arte di raffinata malvagità dello scaltrito Ludovico,. 
il quale, già affrettando le proprie nozze, sperava che Gian Ga^ 
leazzo rimanesse senza prole. Egli non si peritava dal fare al 
nipote, davanti alla sposa ed ai cortigiani delle lunghe « lectio- 
nes » sui suoi doveri coniugali ed a porlo in cimenti atti ad 
intimidirlo sempre più tra le risa della lubrica corte. Ad uno 
di tali predicozzi assistè il Trotti « et ipso mai non respose et 
« lei se ne stava de mala voglia quasi con le lagrime agli occhi 
« et veramente io li ho gran compassione perchè la non poterìa^ 
« esser piti gentile ne piii saviola come è et ha un ingegno op- 
« timo et è più bella che altramente » (1). Finita la pubblica- 
« lectio », il Moro fé uscir tutti e lasciar soli i due sposi, ma 
ecco il Duca precipitarsi fuori quasi sgomento! 

La Duchessa di Amalfi prima e poi lo stesso ambasciatore 
estense, quest' ultimo citando Ovidio, avevano bensì suggerito 



(1) Trotti, 4 Marzo. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 303 

alla povera Isabella « per uscire una volta de praticha » disgu- 
stosi lenocinii, ma senza poter vincere la di lei nobile ritrosia 
« dicendo epsa Duchessa de Milano che piuttosto vole vivere et 
« star come la sta che usar simili termini » (1). Anche l'amba- 
sciatore napoletano, il M.co Simonotto, faceva le sue i^imostranze 
a G. Galeazzo a nome del re di Napoli e diel principe di Cala- 
bria, dicendo: « chel glie una grande infamia che per tutta 
« Italia se intenda che so ex.tia sia in tale mancamento al 
« mondo » e che i suoi genitori gliela avevano data per la con- 
solazione di averne figliuoli (2). E Ludovico rincalzava dicendo 
che, così seguitando^ meritava lo si dichiarasse decaduto dallo 
stato e dal dominio. « Il quale Sig. Dilca mai non rispose pa- 
« rola, venendo rosso, pallido e di varj colori, non sapendo se 
« non dire che non restava se non per vergogna >. « Crédo 
« — diceva l' ambasciatore estense — che tanto più se farà 
« istantia, tanto meno se farà ». E perciò Ludovico insisteva! 
Il povero giovane, viziato (3) sin dalla prima adolescenza dal 
Moro, non aveva forse altra colpa, nei rapporti con Isabella, 
che di restar sopraffatto dalla superiorità morale e intellettuale 
della moglie, di cui apprezzava sempre piti anche la bellezza, 
reagendo contro le calunnie, che di lei aveva sparso il tristo 
Ambrogio da Corte e che erano forse state causa anche della 
poco favorevole impressione riportatane alla prima dal Trotti. 
« Olda (oda) vostra S.ria — scriveva questi 1' 11 Marzo in un 
« impeto d'ammirazione — se questa nostra Duchessa novella è 
« savia. Il Duca, in ragionamento cum essa, l'ha facto intender 
« havere havuto a male ed esserli despiazuto che Ambrogio da 
« Corte li dicesse sul principio che la era bruta, nera, guerza 
« e che li puzzava il fiato et se imbelatava ; dicendo epso Duca 
« havere trovato in lei tuto l'oposto et Ambrogio avendone re- 
« ferto le busie et che un qualche dì sei ricordarà ». Ebbene, a 
questa dichiarazione la Duchessa rispose con infinita modestia 
che era un gran torto voler male ad Ambrogio, per aver detto 
il vero, e che, quando i servitori dicono il vero, bisogna averli 
cari e non molesti! 

Ma i buoni propositi del Duca non erano che velleità. Re- 
catasi Isabella poco dopo per due giorni a Milano, nessuno andò 

(1) Trotti, 4 Mar^o e 14 Febbraio. 

(2) Trotti, 24 Aprile. 

(3) Il Trotti il 22 Febbraio accennava a rapporti di G. Galeazzo' 
con « altre done et Iiomeni ». 



3Q4 AOUILLK DINA 



H 



a visitarla, tranue che la morella del Duca di Ferrara, Beatrice 
d'Kste. « Le sue doue se doleno che la sta come persona 
« jibaudoniita de o^nuuo et che uou pUò aver zùchar bevendo 
« acqua » (1). 

Quale contrasto coli' affetto di cui la cingevano a Napoli 
Tavo, i genitori, i cortigiani, gli umanisti del circolo ponta- 
niano, coi poetici presagi d'amore e di potenza dell' AltiiioI E 
quale col ricordo che recava della madre, vissuta « contenta e 
gloriosa » alla corte Napoletana ! Non ci farà meraviglia se, in 
questa condizione di cose, il Maggio, cinque mesi dopo il suo 
arrivo alla corte sforzesca. Isabella, in Vigevano, dove il Moro 
per gran concessione aveva consentito si recasse presso di lei 
il magnifico Simonotto, esclamava con questi di trovarsi « de- 
« sperata, non desiderando cosa altra che la morte et che altro 
« non la pregava nostro Signor. » (2). 

Mentre amareggiava così la vita ai nipoti, Ludovico inten- 
sificava le trattative delle nuove nozze così di Anna Sforza, sua 
nipote, con Alfonso d' Bste, primogenito del Marchese di Fer- 
rara, come delle proprie colla giovinetta figlia di questi. Bea- 
trice d' Este, nonostante il suo grande affetto per la Gallerani, 
da cui poi ebbe il figlio Cesare. Il Trotti il 13 aprile consigliava 
il suo signore ad effettuare quest'ultimo matrimonio: già si con- 
tava sulla possibilità che, rimanendo Gian Galeazzo senza prole, 
il ducato passasse alla discendenza di Ludovico. « Essendo costui 
« duca de Milano re et effectu come è, tanto magis ve incarna- 
« rete insieme e ehi ha tempo non aspetti tempo a fare el fatto 
« suo. Et se bavera figlioli. Dio scià che sarà ». Il 6 maggio poi 
riferiva aver Ludovico manifestato all'ambasciatore Simonotto il 
desiderio di prole « dubitando in questa casa manchino, non 
« facendo il duca il debito a sua moglie, ed anche facendolo non 
«avrà figliuoli ». 



(1) Trotti, 26 Marzo. 

(2) Trotti. Di tali condizioni di cose e dell'animo d'Isabella scri- 
veva la duchessa di Ferrara Eleonora d'Aragona alla sorella Beatrice 
d'Aragona regina d'Ungheria pochi giorni dopo, 1' 11 Maggio {Monum. 
Hungariae hist. 1878, p. 45) « Voglio che la M. V. sapia che la ptefata 
Duchessa è cosi pudica et vergine in Milano come quando la partite da 
Napoli et per quanto se vede et comprende pare che la sia in via de 
durare così lungamente, a li modi che se teneno verso lei, si che si può 
pensare come la deba stare contenta e consolata ». Notisi. la frase « a li 
modi che si teneno verso lei »! 



' ISABELLA D'ARAGONA ECC. 305 

Ad istigazione del futuro suocero, per impadronirsi del 
tutto dello stato, nel. Settembre di quest' anno 89, il Moro oc- 
cupò la rocca del castello di Porta Giovia, baluardo principale 
del ducato, con un colpo di mano eseguito per mezzo dello 
stesso Gian Galeazzo. Sappiamo che coll'assunzione della tutela 
da parte di Ludovico s'era costituito un consiglio di reggenza, 
composto da lui, del Pallavicino e di Filippo Eustachio, uomo 
mediocre, il quale dissipato tutto il suo in ricerche d' alchimia, 
si barcamenava fra i diversi partiti. Fatto prefetto del castello 
di Porta Giovia, previo giuramento di tenerlo per Gian Galeazzo, 
finché, non compisse i ventiquattro anni, aveva resistito alle 
pressioni del Tassino, il favorito di Bona, che voleva preporvi 
il proprio padre, seguendo i consigli di una commissione, cui il 
Oorio, lo storico, dice di aver partecipato. Ma dove il Tassino 
fallì, riuscì il più scaltro Ludovico. Chianìò e fece arrestare in 
Pavia, lasciandolo poi morir di fame in una torre del castello, 
quel Luigi Terzaghi, segretario ducale, forse figlio naturale del 
Piccinino, che abbiam visto alla testa del corteo, che accom- 
pagnò Isabella in Duomo, uomo, dice il Oorio, furbo e sedizioso 
e capo della parte Ghibellina, alla quale il Moro aveva dovuto 
la sua chiamata in Milano e tuttavia da lui abbandonata per la 
parte Guelfa, capeggiata dal Pallavicino, posponendo poi anche 
questa a. degli uomini nuovi (l). Si recò quindi al castello di 
Milano col fido Galeazzo Sanseverino e col Duca Gian Galeazzo, 
suo passivo strumento, facendogli ordinare al Sanseverino di 
arrestare l'Eustachio, uscitogli incontro sul ponte, per poi chiu- 
derlo nel castello di Abbiategrasso; sostituì quindi similmente 
in tutte le fortezze castellani guelfi o gente nuova e di bassa 
condizione ai ghibellini. Con che struggimento Isabella seguisse 
in forzata inazione tutto ciò e vedesse venir meno per opera 
dello stesso marito ogni futura via alla reazione contro la pre- 
potenza del Moro, è facile immaginare. 

Non so se per compensare il nipote dell'ultima usurpazione 
e per illudere i principi aragonesi o, invece, nella previsione di 
doverglisi prima o poi sostituire, Ludovico entrò nel Dicembre 
di quest'anno '89 in trattative col nuovo sovrano tedesco Mas- 
similiano, per trasformare in regio il titolo ducale di Gian Ga- 
leazzo, conducendo questa pratica « sotto punto di astrologia 
« cum la quale astrologia — diceva il Trotti — sua Ex.tia go- 



(1) CoRio, III, p. 428. 



30(> AfIHiLLK. DINA 



f verna ogni cosa » (l). Pare c-he la cosa non avesse allora se- 
guito per le eccessive esigenze imperiali. 

Hi effettuò invece allora il matrimonio della liglia naturale 
di Jjudovico, Bianca, col «li lui dilettissimo Galeazzo Sanseve- 
rino, già, come vedemmo, fatto capitano generale delle forze du- 
cali ed ora assunto nella famiglia sforzesca forse in premio della 
recente complicità nella cattura dell'Eustachio : ancVi'egli, come 
il fratello conte di (Jaiazzo, avverso agli Aragonesi e, come ve- 
dremo, ad Isabella. Se come generale fece poi prova infelice, 
era personalmente valorosissimo e stimato il più destro giostra- 
tore e il più compito cavaliere della corte : aitante della persona, 
come gli altri suoi tre fratelli al servizio del Moro (2), era certo 
tale da piacere alla principesca sposa, ancor quasi bambina. Le 
nozze furono latte con gran splendore nella cappella del castello 
di Pavia e quindi sotto gli occhi d' Isabella con doloroso con- 
trasto tra la loro felicità e l'infelicità propria. La gran perizia 
di giostratore del Sanseverino brillò anche nella giostra di straor- 
dinaria magnificenza fatto in Pavia il 23 ed il 24 Settembre, 
nella quale egli ruppe 19 lance. Durante gli spettacoli, osservava 
il Trotti, non si fece che gridare Moro! Moro! né mai si gridò 
Duca. « Il Moro è un gran pesce! » aggiungeva l'ambasciatore (3). 

Proprio in quel torno, in seguito a nuove rimostranze dei 
principi aragonesi, si ripeterono, giungendo sino al grottesco, 
le pressioni del Moro su Gian Galeazzo, in apparenza per spin- 
gerlo a compiere il matrimonio, in realtà per intimidirlo vieppiù. 

« Lo Ill.mo Sig. Ludovico in presentia de alchuni primari 
« et del archiepiscopo de questa cittade fece chiamare questo 
« Ill.mo Duca et li dipinse lo inferno per chel non consumava 
« il matrimonio, facendoli intendere quello che il piefato re 
« aveva resposto et anche qualche cossa più, dicendoli che non 
« solamente se restituirla la dota hauta, non che se avessi il 
« resto, ma che forse anche se bisognaria restituire la dona, del 
« che il povero sire tuto stete mortificato, ma non ne sarà più 
« de quello che sia stato per il pasvsato secondo il juditio mio, 
« perchè Nitimur in veiitìim, semper cupimus negata » (4). 



(1) MALAGUZzr, 1. e. I, 53. 

(2) Gian Francesco, Antonio, Gaspare detto Fracassa. Altro ìót fra- 
tello era Federico, cardinale. Il loro padre Roberto, morto sotto Trento 
nel 1486, ebbe 12 figli. 

(3) Trotti, 23 Sett. in Magenta, Castello di Pavia, I, p. 522. 

(4) Trotti, 31, XI, in Malagitzzi, 1. e, I, pag. 33. 



1 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 307 

Più che realtà di corte del rinarscimento, sembrano scene di 
leggenda medioevale! 

La minaccia della corte aragonese di richiamare Isabella è 
provata dal passo di una lettera di due anni dopo di re Ferdi- 
nando, il quale ricordava al Moro che: « quando era opinione 
« chel matrimonio non se consumasse per impotentia, nui ha- 
« veriamo richiamata qua essa Duchessa, se non fosse stato Io 
« scrivere et consiglio suo » (1). Forse piìi che di trattenere 
Isabella, che era pure in sua mano un ostaggio, importava al 
Moro la dote^ della quale gli doveva essere ancora sborsato il 
residuo di ventimila ducati. 

Tra queste disgustose questioni e scenate finiva orribilmente 
per Isabella il primo anno di matrimonio. 



Capitolo IV. 
(1490) 

La festa in onore d'Isabella al castello dì Milano — Felice mutamento 
nei rapporti fra i Duchi — 11 Bellincione cantore dei loro amori — 
Isabella e Leonardo — Il primo, ritratto d'Isabella. 

Migliore sorse per la giovane Duchessa, e fu come un in- 
tervallo di calma prima di mf^ggiori tempeste, il nuovo anno 1490, 
anno anche per V Italia, dice il Muratori, d' invidiabile pace, 
tanto che egli non registra nei suoi annali che i maneggi del 
fratello del sultano Baiazet, Pinielice Zizim, detenuto in Roma 
e, prima i contrasti, poi gli accordi del Moro col re Francese 
Carlo Vili per Genova, che quegli finì a riconoscere di tenere 
quale feudo di Francia. 

Il rigoglio degli studi eraditi e delle arti, lo sfoggio ele- 
gante di ricchezza, nascondevano le rivali ambizioni, che la 
passione di potenza, di mecenatismo, di gloria eccitavano alTe- 
stremo. 

A Milano l'anno cominciò con splendidi festeggiamenti in 
onore dei Duchi, in luogo di quelli che non s'eran fatti al tempo 
delle loro nozze, per il lutto della madre <i' Isabella. Probabil- 
mente le rimostranze dei principi aragonesi avevano persuaso 



(1) Lettera del 26 Dicembre 1492, di cui ci occuperemo più tardi, 
in Trincherà, Codice urugonese. 



30H AOHILLR DINA 

Ludovico a miglior condotta verso di lei ed ai tentativo di se- 
darne il risentimento col darle almeno le soddisfazioni esteriori 
del potere. 

Lo sfarzo delle feste fu tale, che il Trotti ne fece una spe- 
ciale relazione al suo signore; (1) la parte che v'ebbe il gran 
Leonardo le rese celebri e interessanti anche pei posteri. 

Tratteniamoci un istante su di esse, perchè non vedremo 
più Isabella primeggiare così sola nelle solennità del suo stato:, 
presto l'eclisserà una rivale, che ora, giovanetta, doveva leggere 
in Ferrara con avido interesse la relazione del Trotti. 

La festa, invenzione di Ludovico (2), di cui Leonardo fu 
l' esecutore artistico e il Bellincione letterario, ebbe luogo in 
Milano, nel castello di porta Giovia, in quella gran sala, oggi 
uiuseo di ceramiche ed arazzi, alla quale si saliva anche a ca 
vallo per la scala a cordonata tutt'ora esistente: aveva il soffitto 
dipinto secondo l'uso leonardesco a festoni di verdure intrecciati 
con stemmi ed emblemi sforzeschi ; le pareti eran rivestite per 
l'occasione << de rasi con certi quadritti de tela » raffiguranti 
storie antiche o le gesta del grande Francesco. In una parte 
della magnifica sala sorgevano due tribune: 1' una era pei mu- 
sici: sull'altra, sfarzosamente addobbata colla divisa del Moro 
a quarti bianchi e morello si assisero Gian Galeazzo, Isabella, 
il Moro, la Duchessa vecchia Bona, ed alcuni ambasciatori; 
presso di loro, su splendidi cuscini, le sorelle del Duca, Bianca 
Maria ed Anna Sforza; più sotto, su altri cuscini e panche, i 
dignitari dello stato, i rimanenti ambasciatori, i gentiluomini 
« et cento damiselle et gentildonne delle più bele et riche dela 
« città »: folgorio di bellezze e di magnifici e gravi vestiti, di 
camore con le maniche a sbuffi e grandi scolli riquadrati, di 
capelli raccolti in cuffie di fine oro e cadenti in lunghe trecce 
serrate quasi code, euazzone, di pure fronti cinte della lenza. 
sottil filo prezioso con in mezzo il balasso o rubino, che le irra- 
diava della sua luce, a gara colle gemme scintillanti sul petto 



(1) È nella biblioteca Estense God, It., n. 521: e fu pubblicata dal 
SoL,Mi : la festa del paradiso. Ar. 8t. Lomh.^ 1904, p. 79. 

(2) Bellincione, Rime, t. II, son 101 « Per la invenzione d'un sog^ 
getto di Commedia dato dal Moro per le nozze della sua nipote » : 

L'alta invenzione al tuo soggetto degno, 
in far che Giove tua nipote onori, 
è stato un dolce frutto or de' tuoi fiori : 
cose belle e mòral vide il tuo ingegno. 



ISABELLA D' ARAGONA ECC. 309 

o tra ^li sbuffi delle maniche. Figgendo gli accesi sguardi su 
tanta femminile bellezza e vSui giovani gentiluomini dalle zazzere 
cadenti sulle sfarzose giubbe o zuperelli, dai fianchi e dalle 
gambe attillati nelle lunghe e variopinte calze, gli eccelsi arti- 
sti ne traevano ispirazioni per le loro tavole, i)er gli atì^reschi, 
per i bassorilievi. 

L' altra parte della sala, nascosta da un gran velario di 
raso, serbava la meraviglia della serata, la macchina del Para- 
diso, opera del genio di Leonardo (1). 

Sorse Isabella dallo splendido seggio ed accompagnata dal- 
l'ambasciatore aragonese, vestita alla spagnuola con un serico 
mantello bianco cadente sulla Vieste, pur bianca, ma tutta rica- 
mata d' oro e trapunta di gemme, tale che, scrive il Trotti, 
« pareva un sole » scese nello spazio di mezzo ed al suono di 
pifferi e di tamburi, eseguì insieme a tre sue « chamarere » due 
danze con quella lentezza composta ed elegante, che le pesanti 
vesti consentivano e che distingueva la bassa danza dalF alta^ 
popolare, così detta dall 'alzare i fianchi. Di basse ed alte danze 
spagnuole, di moresche o pantomiiie con danze, di momos o 
balli mascherati grande era stata la moda nella semi-spagnuola 
corte aragonese: (2) di alcune di queste avrà dato saggio Isa- 
bella con quella maestria, che le aveva trasfusa la madre, perita, 
come sappiamo, non meno della danza che di lettere. 

La miravano, con diverso tumulto di pensieri dalla fulgida 
tribuna il Moro, reggitore dello spettacolo come lo era dello 
Stato, vestito di morello, ed il giovine e bellissimo Duca, in 
cui la passione e l'ammirazióne non avevano potuto vincere la 
strana riluttanza del senso. 

Tornata la bella e dotta danzatrice al suo scanno, s'avanzò 
un corteo di « maschare » in fogge esotiche, probilmente su. 
figurini di Leonardo, simili ai vaghissimi del museo di Windsor 
e del British Museum, recando a lei i saluti delle regine di Po- 



(1) Bellincione, Rime, t. II, p. 208. « Festa ossia rappresentazione 
chiamata Paradiso, che fece fare il S.r Ludovico in laude della Duchessa 
di Milano e così chiamasi perchè vi era fabricato con il grande ingegno 
e l'arte di raesser Lionardo Vinci fiorentino il paradiso con tutti II 7 
pianeti che giravano e li pianeti erano rapresentati da uomini nelle 
forme e abiti che si descrivono dai poeti e tutti parlavano in lode della 
prefata Duchessa Isabella ». 

(2) V. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la rinaacenza, , 
pag. 43. 



310 AOHIIJ.K DINA 

Ionia e (riJngberia, del Turco, del re di Francia, dell'imperatore 
e danzando balli torestìeri. 

(fessati questi « se die principio a la reppresentatione ». 
Dopo un breve prologo, recitato da un angioletto coi versi del 
Bellincione, cadde il serico sipario ed a})parve il meccanismo 
leonardesco, raffigurante l'empireo e i celesti. « Fu tanto et si 
« grande ornamento e splendore che parse ve<lere sul ])rincipio 
« uno naturale paradixo e cossi ne lo audito per li suavi goni 
« et canti che v'erano dentro ». Giove, Mercurio, Apollo, s'ag- 
giravano coi loro seguiti fra quelle luci, glori6cando a vicenda 
coi versi, per vero poco celesti, del Bellincione, le bellezze e le 
virtù d'Isabella. 

Ancora un anno dopo, in un' altra solennità ufficiale, si 
ricordava quella meraviglia, in cui per mezzo di una mac- 
china formata, diceva il Calco, « ferreis circis » si era € vol- 
« ventis coeli reddita imago » ed era parso di veder Giove 
in terra (1). 

Finalmente Apollo, per comando di Giove, prese seco le tre 
Grazie e le sette Virtù, le condusse prigioniere alla Duchessa, 
porgendole insieme, raccolti in un vago libretto, i versi detti in 
suo onore (2). Dopo di che fu ella da tutti con dolci canti ac- 
<^ompagnata ai suoi appartamenti. 

(1) Calco, Besidua, p. 94. 

(2) Bellincione, 1. e. « Giove parla alle Virtù e le Grazie, che son 
.coDdott^e alla sua presenza » : 

Dilettisvsime mie figliole care, 
se le ministre faste e sempre sete 
della dolce Isabella singolare, 
sino all'ultimo di la servirete : 
Ma or, Grazie e Virtù, vi vo' donare 
a quella, unde beate ne sarete. 
Amatela e servitela con fede, 
qual Ipolita già che nel elei sede. 
JEcco, per saggio, la « Canzone delle tre Grazie » : 
Noi slam tre sante Grazie, 
elette a tuo onore, 
per far tue voglie sazie ; 
ma ben grazia magi ore 
abiam per tua virtue, 
che Giove ci fa tue, 
,a noi maggior corona, 

o gloria d'Aragona. 



ISABELLA D'ARAGONA K-CO. 311 

, La festa era veramente stata tutto un suo trionfo. Ma con 
•quali sentimenti la ventenne sposa ancor vergine, ripensando 
gli sguardi, che su lei cadevano dall' angelico volto del marito, 
avrà posta la bella e già grave fronte sul prezioso origliere! 

Poco dopo la grande rappresentazione giunsero a Milano 
due ambasciatori e due matrone napoletane mandate da re 
Ferdinando, per fare un' inchiesta sui rapporti tra i due co- 
niugi. L' ambasciatore fiorentino Pandolflni, riferendolo a Lo- 
renzo de' Medici, aggiungeva anche il racconto di una strana 
confidenza fattagli dal Moro e cioè il suggerimento che gli in- 
viati naj)oletani gli avrebbero dato di portar via al nipote ad 
un tempo lo stato e la moglie, che non lo era ancora che di 
nome: egli lo aveva respinto con orrore, per non rendersi infame 
agli occhi del mondo intero (1). 

Tutto è possibile nella politica del 1400 e da parte di un 
uomo come Ferdinando. Tuttavia Ludovico è fonte troppo so- 
spetta, per prestare alla sua parola intera credenza. 

Moveva intanto verso Milano, sempre per inquisire sui raj)- 
porti tra i Duchi, Camillo Scrosati, fratello di Giulio, intimo del 
Duca di Calabria. Seuonchè egli durante il viaggio ebbe la 
lieta notizia che la situazione coniugale della figlia del suo si- 
gnore era felicemente mutata; benché ciò non gli facesse inter- 
rompere il viaggio, che aveva anche lo scopo di protestare a 
Milano contro il contegno del Papa verso il re di ISapoli. 

Nel Marzo e nella prima metà di Aprile Isabella era stata 
malata di certe febricole, di cui però si liberava in Vigevano. 

Laudato sempre aia 
Giove, che ne fa degne 
di questa compagnia : 
Da noi savamo -degne 
di star con Isabella, 
la qiial vince ogni stella, 
e Jove a lei ci dona, 

o lume d'Aragona. 
E il principio di quella delle Virtìi : 

summo Jove, o summo Jove 
fatto hai il mondo sì felice, 
dando a quel questa Fenice, 
la qual mai si vide altrove. 
(1) R. Delaborde, Exped, de Charles VIII^ p. 217 e seg. Cita le let- 
tere del Pandolfini del 23 e del 27 Genn. 1490. — V. anche Carusi, Di- 
8j9acci e lettere di Enrico Gherardi nunzio pontificio a Firenze e Milap>o, 



:\V2 ACIIILf.K DINA 



1 



Il messo pontificio Gherardi, dando in quel punto notizia al 
Papà della data fissata per Te nozze del Moro, esclamava: Dìo 
non vojjlia che. fjlMmenei arridano allo ^io più che non arrisero sin 
qui al nipote! < (Ttinain liimenei melius arrideant i>atnio quam 
« nepoti hactenus arrisèrùnt ! » Non iinniaginava il buon prelato 
che soli tre giorni dopo, il 27 Aprile, egli avrebbe dovlito ri- 
scrivere a Pa})a Innocenzo, per riferirgli, colla lubricità di pa- 
rola allora in uso anche tra gli ecclesiastici, che, nella notte tra 
il 2'5 ed il 2(), i rapporti tra i due giovani princij)i erano final- 
mente divenuti normali. • Non sol(> ne favellavano festosamente 
la corte ed il popolo vigevanese ; ma lo confessava, con inge- 
nua gioia e verginale verecondia « ingenua quadam verecundia 
« virginali » la stessa sposa (1), cui ora proprio Vigevano com- 
pensava della trista |)rima notte nuziale ivi trascorsa un anno 
avanti. Richiesto da Ludovico se sapeva il felice evento, ij 
nunzio se ne rallegrava con lui a nome di Sua Santità, ed egli 
mostrava gradire quelle congratulazioni. 

Il Moro doveva sorridere masticando amaro. Infatti, mani- 
festandosi presto la gravidanza d'Isabella, già nel luglio egli se 
ne preoccupava e scriveva al fratello cardinale che credeva ne- 
cessario di prèndere delle precauzioni, tenendola più stretta- 
mente chiusa in castello col marito (2). Nel tempo stesso, fa— \ 
cendo « bonne mine a maùvais jeu » approfittava dell' evento, 
per dissipare coi versi del suo Bellincione le sinistre voci che 
correvano nel popolo. 

« Orsù, che diranuo ora e' detrattori 'ì 
Ell'è : non è: non può: sì può: sì vuole, 
Le spine fatte son rose e viole 
E purgati saran tutti gli umori ». 



« Dispettosi e invidiosi, or che direte 
Alla fede e af»li effetti del mio Moro, ' 
Che sol del ben di suo nipote ha se^te? » 

« S'el Duca ha consumato el matrimonio, 
El Moro gli conserva el patrimonio >. 

(1) Carusi, 1. e. Il felice evento si trova annunziato anche da Ago- 
stino Calco, lo storico ed archivista ducale, in una lettera al padre Bar- 
tolomeo (Vigevano, 26 Aprile, in Ar. di St. di Mil.) « Hac vero nocte 
certissimis apparentis signis magnò effectu exereverunt ». Ludovico si 
rallegrò con entrambi i nipoti. L'ambasciatore Belprato spedì subito un 
messaggero a Napoli colla felice notizia. 

(2) Carteggio Mediceo avanti il principato nell'Arch. di St. di Fi- 
renze, filza 50-78, 19 LùgKo 1490 in Cherier, Charles Vili, voi. I, pag. 321.. 



ISABELLA D'aRAGONA ECC. 313 

E altrove con anticipata adulazione pel nascituro: 

« Apollo e gli altri ognun d'invidia scoppia, 
Ch'oggi Isabella asconde nel suo seno 
Un che farà tornare el secol d'auro ». 

Dopo la felice notte vigevanese 1' amore dei due principi 
ebbe un rinnovamento appassionato. Il Duca di Milano, scri- 
veva il 10 Maggio il Gherardi, pare abbia mutato natura, mo- 
strandosi tutto acceso della « piacentissima moglie » (1). E il 
6 Agosto da Pavia, dopo aver detto che i due sposi sarebbero 
stati via qualche gioruo per sollazzo « animi relaxandi causa » 
soggiunge: « Dux Mediolani et Ducissa optime valenti vehe- 
« mentissime se amant ». La passione, con cui Isabella ricam- 
biava quella del marito, appare anche da una lettera del Trotti, 
che scriveva al suo signore « la duchessa de Milano esser gra- 
« Vida et zilosa del Sig. Duca grandemente » (2). 

Un'eco in versi, se non poetica, dell'amore dei due principi 
risuona ancora nelle rime del faceto poeta fiorentino Bernardo 
Bellincione, delle quali ci siamo già piti volte serviti. 

Dopo aver appartenuto sino al 1482 in Firenze a quella 
schiera di poeti burleschi, tra cui amava d' ingaglioflarsi di 
quando in quando Lorenzo dei Medici e, dopo brevi soggiorni 
alle corti di Mantova e di Correggio, era venuto poco pivi che 
trentenne, verso il 1485, a Milano, accolto alla sua corte da 
Ludovico ed adoprato al triplice uso di rappresentante alla sua 
corte del burchiellismo fiorentino, di entusiasta esaltatore del 
suo anticipato macchiavellismo di bassa lega (3) e, finalmente, 
di addormentatore del giovane Duca e, almeno nell'intenzione, 
della Duchessa di Milano. Costretto dal bisogno a queste basse 
funzioni, alternando la vita tra la corte sfarzosa, dove pitoccava 
una zimarra, un cavallo, una casetta, e combriccole inferiori di 
buffoni ed accattoni suoi pari, non era in fondo malvagio, come 
dimostra il suo testamento in prò' dei poveri, fatto morendo in 
età immatura ed era forse in fondo, nell'ambito della devozione 
al Moro, affezionato ai due giovani. L'abbiam visto inviato da 
lui incontro ad Isabella a Napoli e poi versificare l'invenzione 
sua e di Leonardo. 



(1) Carusi, 1. e, p. 478. 

(2) Malaguzzi, 1. e, p. 36. 

(3) Vedi il già citato Dina :, Ludovico il Moro e G. Galeazzo. Sforza, 
nel canzoniere di B. Bellincione. 



m 



Mi AOHILLK I>1NA 



Il canzoniere, pubblicato alla saa morte, nel 1493, dal suo 
sozio prete Tauzio, contiene più sonetti sugli amori di Gian Ga- 
leazzo ed Isabella, a volte scritti anche in loro nome: « In nome 
« della Duchessa al Duca sendo lei inferma ». (T. II son. 32) « a 
la Duchessa- Isabella in nome del « Duca » (T. II son. 149 e 150). 

Ogni mia cosa mi sarebbe orrenda, 
Se quella, clipei mio cor nel grembo serra, 
Dulce Isabella, in cui mia vita spera. 
Negassi a me le dulce sue parole ». 

dice in un d'essi Gian Galeazzo, alludendo forse a un corruccio 
di lei. In un altro « di Madonna al Sig.re » dice ella: 

« Maggior dolcezza i sento nel mio core 
del piacer, che sentite del mio bene, 
ch'io non ho nel cessar le proprie pene, 
che fur cagion del mio tanto dolore ». 

In un altro ancora, pure a nome d' Isabella, è un accenno alla 
di lei gelosia, riferita dal Trotti: 

« Se gelosia di lui sempre ho nel core, 
Quest' è che l'amo d'un amor perfetto; 
Nò sol col senso mira il mio intelletto, 
Anzi ardo dentro al cor del nostro amore ». 

Del giovane Duca il Bellincione canta il falcone pellegrino, iì 
cavallo chiamato il Battaglia, le caccie j d'Isabella, in piti sonetti 
agro dolci, un '^ tamburino » di nome Ricciardetto, così abile 
nel suo strumento, che « fare' Giove ballar col tamburino », 
ma « tutto argento vivo », un folletto: 

« Tante moschette pel cervel gli vanno. 

Ch'el capo d'api pare una cassetta 

E pur la corte ha tutta a saccomanno ». 

Senonchè l'affetto, che il Bellincione poteva sentire pei due 
giovani, era sempre subordinato alla sua principale funzione di 
strumento e ministro delle mire di Ludovico: 

« in questo ho posto il mio desio: 

che nella fronte ha scritto el voler mio ». 

Perciò il canto dei loro amori non è mai scompagnato dall'esal- 
tazione dello zio e tutore che, assumendosi il peso dello Stato, 



ISABELLA D'aBAGOìSA ECO. 315- 

dà agio alle loro dolcezze e dal consiglio di adattarsi alla loro 
condizione, come nel sonetto « veggendo la Duchessa Isabella, 
« allegra », cosa certo non troppo frequente : 

« Chi dà legge e confine a' desideri 
E volge al divin vento la sua vela, 
Vedrà le rose nascer dalle spine ». 

Forse, in quel primo anno di passione amorosa pienamente 
corrisposta e d'attesa della maternità, questo consiglio non riuscì 
del tutto odioso ad Isabella, la quale allora potè godere con 
qualche serenità i piaceri dello spirito, che le oftiiva in Pavia. 
il riverbero della fulgida corte milanese. 

L'amica del Fontano e del Sannazzaro non poteva trovare 
un godimento eccessivo nel commercio coi mediocri poeti sfor- 
zeschi lambiccati o triviali, sia di grandi casate, come il monfer- 
rino Galeotto del Carretto, il genovese Antonietfco da Campo- 
fregoso, il conte Girolamo Tutta villa, il petrarcheggjante Ga- 
spare Visconti consigliere ducale, e, piti tardi, il modello d'ogni 
gentilezza Niccolò da Correggio, sia avventurieri e buffoni di 
bassa estrazione, come, insieme al Bellincione, Baldassare Ta- 
cone e il bergamasco Guidotto Prestinari. Maggiore interesse 
avrà invece trovato nel praticare i dotti professori della iìoren- 
tissima università, per cui Pavia era detta nuova Atene (1), un 
Giorgio Merula, famoso storico e letterato, un Giason del Maino, 
giurista di fama europea, un Alvise Marliani, scienziato emerito- 
di dottrina universale, un Ambrogio da Varese, professore di 
astrologia, la pseudo scienza coltivata anche dal Poutano, non- 
ché, come vedremo, anima dannata del Moro. ]^è minor diletto 
avrà trovato nelle esecuzioni di virtuosi d'ogni strumento musi- 
cale e di canto, che brulicavano alla corte sforzesca e nel se- • 
guire nel castello, nella Certosa, nel Duomo pavesi l'opera della 
pleiade di artisti indigeni e stranieri, architetti, scultori e pit- 
tori, quali iJ Mantegazza, l'Omodeo.il Biorgognone, Cristoforo-^ 
Romano, lo stesso divino Leonardo. 



q 



(ì) In una festa datasi poco dopo a Pavia le Sette Arti cantavano 
queste strofucce del Bkllincione, lUme, t. II, p* .238 e seg. 

«Le sette arti siano chiamate Questa è, quella nastra Atene 

che facciam l'uom virtuoso. dove già vivemmo liete j 

In Pavia facciam riposo, dar possiamo il nostro bene 

ove star possiam beate. a chi ha di noi sete ecc. ecc. 

Le sette arti eiam chiamate. 



316 ACHìlA.K DINA 

Questi, che, nell'Aprile <li quell'anno, aveva nella Corte 
vecchia di Milano, poi palazzo reale, ricominciato il cavallo 
del monumento a Francesco Sforza, opera cui tutta l' Italia 
colta s'interessava, nell'estate fece un lungo soggiorno a Pavia, 
compulsando i libri della preziosa libreria del castello e discu- 
tendo di problemi scientifici e specialmente anatomici coi pro- 
fessori dell'università Certo egli frequentò la Duchessa, che 
nella sua conversazione potè trovare un pascolo ancor piti ec 
Celso che in quella degli accademici napoletani, e probabilmente 
in quest'anno egli ideò per lei l'elegante bagno entro un padi- 
glione marmoreo, illuminato dall' alto e con uno di quei sottili 
congegni idraulici, in cui il multiforme genio era maestro (1). 

Probabilmente a quest'epoca appartiene pure il ritratto più 
giovanile, che abbiamo d'Isabella, così diverso dai successivi, sia 
per 1' espressione, sia perchè di facciata e non di profilo come 
sono gli altri. È il disegno in nero e rosso, agli Uffizi, di Ber- 
nardino De Conti, allora quarantenne, che un altro ritratto di 
lei dipinse piìi tardi (2). 11 bel volto regolare ha ancora tutto il 
fascino della prima giovinezza ed un' espressione d' incantevole 
giocondità. Tale forse essa fu in quel troppo breve felice pe- 
riodo, tale forse rifulse nella festa del Paradiso, quando parve 
alla ressa dei cortigiani bella come un sole. 

E chi sa ch'ella non si fosse raccolta negli affetti di sposa 
e di madre ed appagata delle apparenze e delle magnificenze 
del potere e delle inesauribili attrattive della cultura milanese, 
se 1' amore di Gian Galeazzo si manteneva degno del suo ed 
altro non fosse intervenuto ad accrescerle il cruccio dell'usur- 
pazione del Moro? 

ì^on è cenno che le desse ombra la non meno gentile che 
bella Cecilia Gallerani, la favorita del Moro, modella, forse, se- 
condo il Beltrami, del meraviglioso profilo leonardesco all'Am- 
brosiana. Dell'attaccamento di Ludovico per essa parla ancora 
nel Novembre di quell'anno il Trotti (3), riferendo la poca con- 
tentezza di lui per la prossima venuta in Milano della Duchessa 
di Ferrara, Eleonora, fors'anche in causa di non so quali voci- 
ferazioni sui suoi rapporti con Isabella. « Io vado pensando 
« cum l' animo — scriveva l'ambasciatore estense — se forsi il 
« Sig. Ludovico non fosse molto contento della venuta qua de 

(1) Riprodotto dal Malaguzzi, L. il Moro, t. I. 

(2) Riprodotto ibidem. 

(3) Lettera dell'8 XI 1490, in Malaguzzi, 1. e., I, p. 503. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 317 

« madonna Duchessa nostra (Eleonora) per rispetto de questa 
« Duchessa (Isabella) per fugere delle zancie come se fa, o ve- 
« ramente per respecto de quelhi sua innamorata chel tene in 
« castello et dapertuto dove el va, alla quale el vole tuto el 
« suo bene et è gravida et bela come un flore et spisso me 
« mena con lui a vederla ». 

Ma presto apparvero di nuovo gli effetti della trista educa- 
zione di Gian Galeazzo; e, ad agitare crudelmente nel cuore 
d'Isabella la piaga della delusa ambizione col pungolo della 
rivalità femminile, seguì, dopo due anni dal suo matrimonio col 
Duca di Milano, quello di liudovico colla figlia giovinetta del 
Duca di Ferrara, di ben altra tempra dalla Gallerani. 



Capitolo V. 
(1491-92) 

Matrimonio del Moro con Beatrice d'Este — Ingresso di Beatrice in Mi- 
lano — Incontro di Isabella con Beatrice — Carattere di Beatrice 
— Altre feste - Parto d'Isabella — Sollazzi cortigiani delle Duchesse 
e prime rivalità — Gian Galeazzo percuote la moglie — Acredine tra 
il Moro ed Isabella accusata di venefìcio. 

Come sappiamo, nel Febbraio del 1490 Ercole ed Eleonora 
d'Este avevano sposato a Gian Francesco Gonzaga, il giovane 
marchese di Mantova tanto brutto di volto quanto valoroso, la 
loro primogenita Isabella, che doveva divenir gloriosa quale 
fervida e genialissima mecenatessa d'ogni forma di coltura e 
meritare d'esser detta da un contemporaneo « la prima donna 
del mondo » : il suo volto, meraviglioso per lineamenti e per 
espressione d'ardente intelletto, vive ancora nella tela del Ti- 
ziano con ben' altra evidenza dalle poco espressive effigi au- 
tentiche, che della nostra Isabella ci restano in pittura o in ri- 
lievo oltre quella poco fa ricordata. Probabilmente, come fu 
ovvio pensare agli studiosi di cose sforzesche, ben altro sarebbe 
stato il destino d'Isabella d'Aragona e forse del Milanese e 
d'Italia, se avesse avuto effetto il primitivo disegno del Moro 
di sposare la « liberale e magnanima Isabella (1) » estense, la 
cui altezza d'animo avrebbe data un'altra piega alla di lui con- 



(1) Ariosto, Canto XJI. 

Arch. Sior. Lomb. Anno XLVIII, Fase. III-IV. 



;i-> ACHILLK DINA 

UoLLa. verso la {.giovane Ducliey.sii ili Milano, oou la quale, <iei' 
resto, la gentile e di poco più giovaue Marchesa di Mantova- 
ebbe sempre, come vedremo, cordiali rapporti. 

Sposata Isabella, i siguori Estensi volsero l'animo a solle- 
citare le nozze della minore Beatrice, promessa al Moro ; e noi 
già accennammo alle trattative condotte innanzi per mezzo del 
Trotti. 

Dopo' qualche altro indugio e proroga, causati dal persi- 
stente amore di Ludovico per la Gallerani, il matrimonio fu de- 
tìnitamente fissato per il principio del 1481 : insieme con quello 
si sarebbe effettuato il matrimonio di Alfonso d'Este, principe 
ereditario di Ferrara, con Anna Sforza, sorella del Duca di 
Milano, giovanissima e bellissima, cui pure si vorrebbe attribuire 
il leonardesco profilo. 

Nel rigidissimo gennaio di quell'anno con un viaggio, per 
terra « in carecta » e per acqua, sul Po, poco meno disastroso 
di quello d' Isabella d'Aragona da Napoli per mare, Beatrjce, 
accompagnata dalla madre, dal fratello Alfonso e dalla sorella 
Marchesana di Mantova giungeva il 14 Gennaio a Pavia, ricevuta 
a poche miglia dalla città da Ludovico. Il 17 le nozze vennero 
celebrate nell'antica cappella del castello pavese ; ma non vi 
assisterono né il Duca, né la Duchessa di Milano, allora nella 
capitale, in apparenza per ricevervi la nuova sposa, in realtà, 
forse, perchè Ludovico non ne desiderò la presenza all'intima 
cerimonia. Egli stesso, il giorno successivo a questa ed alla 
notte nuziale, si recò a Milano, per sorvegliarvi gli ultimi ap- 
parecchi del ricevimento di Beatrice. 

Di lì il 20 gennaio il Duca Gian Galeazzo scriveva al feu- 
datario Antonio di Pagliano che io zio « cum summa letitia et 
incredibile iucundità de animo » gli aveva narrato « la despon- 
satione facta et avere consumato el matrimonio cum trovarse 
de Madona la sposa tanto contento per le singolari virtù et 
destro ingegno suo » ; ed esprimeva la sua gioia di avere ac- 
quistato, insieme alle altre due sorelle dategli da Dio (Anna e 
Bianca Maria) una terza « la quale ameremo non mancho de le 
due date per natura » (1). 

L'ingresso in Milano di Beatrice, la nuova Duchessa di 
Bari, con la madre e la sorella avvenne il 22, come scriveva 
Gian Galeazzo stesso in una circolare ai suoi ambasciatori, ren- 

(1) Porro, Nozze di Beatrice d'Este^ ecc., A. S, L. an. XI, 1882.. 
pag. 515. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 319 

dendo nota ch'ella era stata « ricolta prima dalla Ill.ma nostra 
consorte et poi da noi e dal Signor nostro barba cum multi 
signori quali se trovano qui cum nui et cum numero grande 
de omni nobiltà del el dominio, essendo ad questa apparata la 
città magnificamente ». 

Maggiori particolari ci dà lo storico Tristano Calco, descri- 
vendo nel suo elegante latino queste nozze, come aveva fatto 
per quelle d'Isabella. La Duchessa di Milano con uno splendido 
seguito di donzelle si recò a cavallo alla chiesa allora suburbana 
di S. Eustorgio ad attendervi la sposa e gli ospiti. Al loro 
giungere « matronalis fìt congressus mutuique amplexus et oscula 
dantur ». Dopo una breve preghiera in chiesa, passarono nel 
chiostro, ove i nuovi venuti si presero ristoro dal freddo e dàlia 
fatica dell'equitazione. Ecco quindi, preceduti e seguiti da gran 
corte e da folla immensa, il Duca e « Ludovicus heros, aurea 
in veste splendens » circondato al solito dagli aitanti fratelli 
Sanseverino « fratribus Sansevernitatibus constipantibus »! 

Fu dunque in quel freddo giorno di Gennaio, presso la bella 
chiesa suburbana, ove l'aveva attesa, che la Duchessa Isabella 
rivide dopo sei anni ed ormai sedicenne la cugina, colla quale 
aveva a lungo convissuto nel Castelcapuano alla corte dell' avo 
e chs aveva visto ripartire ancor bambina per la paterna corte 
di Ferrara. 

Ohe ricordi le erano rimasti della piccola parente I Che no- 
tizie aveva poi avuto sul carattere della futura moglie dell' ef- 
fettivo signore del suo stato? Già forse nei primi sguardi, con 
cui le due giovani Duchesse si salutarono, e nell' accento delle 
prime parole, pur mentre si baciavano fra la ressa dei magnifici 
seguiti, s' accese la favilla della femminile rivalità, che doveva 
generare la rovina delle famiglie sforzesca ed aragonese e del- 
l'Italia tutta. 

A differenza della sorella, in cui s'erano contemperati in 
lineamenti perfetti gli opposti tratti dei genitori, Beatrice più 
somigliante alla madre dal largo volto e dal piatto naso che al 
padre dall'adunco profilo, sfavillava dal bruno viso toudetto e 
capriccioso pel naso piacevolmente volto all'insù, nella vivacità 
della prima giovinezza, quale ancor vive nel busto al Louvre di 
Cristoforo Romano, poco prima inviato a Ferrara dal Moro, 
per ritrarla. Alla vivida passione per la coltura della sorella 
aggiungeva, quasi presaga della fine immatura, un'ardente, anzi 
un'intemperante foga di attività, di godimento, di dominio. 

Il De la Sizzeranne, descrivendo al vivo il busto parigina 



V'O \nrm,F,K DINA 

triitte/^gia briosamente la iiitelligeutissima gamine, la vivace ed 
imperiosa creatura, che riesci subito a staccare il marito dalla 
Gallerani, l'audacissima cacciatrice e cavalcatrice, laiudustriòsa 
« novarum vestium inventrix » : e la dice un'effimera, quasi un'ap- 
parizione, scomparsa la quale venne meno ogni luce alla corte 
del Moro. Del contemporanei il di lei segretario Calmeta ne fa 
un entusiastico elogio e, assai più valida testimonianza, Bal- 
dassare Castiglione afferma nel Cortegiano, che chi non l'aveva 
conosciuta non poteva sapere che fosse intelligenza femminile. 
Il Giovio invece la dice « donna di superbia e di grandissima 
pompa » e il buffone Frittella accenna anche ai suoi istinti fe- 
lini, scrivendone, dopo la sua morte, al Marchese di Mantova (1), 
il quale, a sua volta, ne aveva sperimentata l'inframettenza, 
■quando al Moro, che in un momento difficile, al campo di No- 
vara, si lamentava di non potersene liberare, ebbe a dire : 
« mettetila ne li forzieri ! » (2). 

Già probabilmente colla rapida intuizione femminile ella 
aveva compreso il fascino della sua intelligenza, della sua gio- 
condità, della sua giovinezza, sul già quarantenne marito (« lieta 
e piacevolina » diceva egli della dolce sua compagna) ; e ne 
sfolgorava. 

Sformato il bel corpo dall' avanzatissima gravidanza, già 
conscia del dolore e forse coi segni di esso nel volto grave, al- 
l'esuberante vitalità di Beatrice contrapponeva Isabella la sua 
compostezza, che racchiudeva però non minor forza di passione 
-e di volontà, e il fiero senso di legittima signora dello Stato. 

Unitisi i due cortei, i principi sforzeschi, postisi alla destra 
gli ospiti, preceduti da quarantasei paia di trombetti, rientra- 
rono nella città meravigliosamente pavesata, attraversandola 
fino al castello di porta Giovia, dove la Duchessa di Bari e le 
ospiti furono ricevute da Bona colle figlie Bianca Maria ed 
Anna. 

Beatrice ebbe i suoi appartamenti nella Bocchetta, la parte 
piii forte e raccolta del castello, ove presso le piccole camere 
facilmente riscaldabili era la gran sala « de la Balla » lunga qua- 
rantasette metri ; mentre i Duchi di Milano abitavano, quando 
erano nel castello^ la piti vasta e contigua corte ducale colle 
grandi sale degli « scarglioni », dove Gian Galeazzo e il Moro 
•davano udienza, delle colombine, dell'elefante e la sala celeste. 

(1) Luzio, A. 8. L. 1901, voi. XV, p. 147. 

{i) Sanudo, spedizione di Carlo Vili in Archivio veneto 1873, p. 620. 



ISABELLA T)' ARAGONA ECC. 321 

Seguirono più giorni di sontuosissime cerimonie e festeg- 
giamenti : la presentazione degli omaggi dei rappresentanti delle 
città del ducato alla nuova Duchessa di Bari, circondata dagli 
altri principi e principesse, su un tribunale eretto in piazza; la 
gran festa nella sala della Balla, dove duecento dame, vestite 
dei colori sforzeschi bianco-rosso-blti, danzarono dinanzi alla 
corte ; e finalmente, sul piazzale davanti al castello, il torneo 
durato tre giorni, dal 26 al 28 Gennaio, e descritto dallo stesso 
Gian Galeazzo allo zio cardinale Ascanio (1) come un grande 
avvenimento. E veramente eran tali pei principi italiani questi 
festeggiamenti, in cui essi gareggiavano di sfarzo e davano 
sfogo alla loro passione di bellezza : sono per noi lo sfondo co- 
lorito, su cui campeggiano i tragici eventi. 

Le schiere dei giostranti erano vestite di sontuosi, artistici 
costumi, tra cui quello dei selvaggi Sciti, comandati da Gian 
Galeazzo Sanseverino, era disegnato dal gran Leonardo. Vi si 
distinsero il Marchese di Mantova travestito e poi riconosciuto, 
Nicolò da Correggio, Annibale Bentivoglio ; ma il maggior trionfo 
fu, al solito, dell'invitto giostratore Galeazzo Sanseverino, il 
genero del Moro. 

Son queste le feste, nelle quali il Corio dice aver subito 
avuto principio la rivalità fra la Duchessa di Milano e la Du- 
chessa di Bari. « Quivi tra Isabella, moglie del Duca e Bea- 
trice, per volere ciascuna di loro prevalere all' altra tanto pel 
posto e per l'ornamento, quanto in ogni altra cosa, tanta emu- 
lazione e sdegno cominciò tra amendue, che finalmente.... sopo 
state cagione della totale eversione del suo impero ». 

Quantunque alcuni moderni scrittori tendano a rimandare 
di qualche anno i contrasti tra le due Duchesse, attribuendo 
un carattere idillico ai loro primi rapporti, io sto col candido e 
ben informato contemporaneo, ritenendo che egli parli di rivalità e 
sdegni femminili compressi sotto le apparenze ufficiali, anziché 
di manifeste ostilità. Non solo in quei giorni ma sino all'ultimo 
i loro rapporti esterni furono di cordialità e talora di sviscera- 
tezza nella comunanza di feste, di sollazzi ed anche di birichi- 
nerie. Ma tutto questo non era che alla superficie: vedremo 
ben presto le indubbie manifestazioni di femminile rivalità e 
poco dopo le prove dell'odio latente. 

Del resto a contenere i primi screzi avrà allora giovato 
l'influenza moderatrice così della buona marchesana di Mantova 

(1) Porro, 1. e. p. 522. 



:V2-2 ACHILLE DINA 

che dell'assennata madre di lei e di Beatrice, Eleonora d'Ara- 
gona (1), la (jiiale colla Duchessa di Milano sua ni[)ote, ^ia 
presa ad amare giovinetta in Napoli, aveva comune l'origine: 
come Isabella aveva dovuto soffrire alla corte milanese per le 
sue abitudini napoletane, così ella era stata so|)ran nominata in 
Ferrara, non so però se a scherno o per vezzo, la napoletane! la. 

Senonchè ella coll'estense Isabella, il figlio Alfonso e la re- 
cente moglie di questi^ Anna Sforza, ripartirono il 1^ Febbraio 
pei loro stati. 

Due giorni prima, il 30 Gennaio 1491, proprio mentre si 
chiudeva il gran torneo, la Duchessa di Milano aveva improv- 
visamente — repente dice il Calco — dato alla luce un bellis- 
simo maschio, erede legittimo dello stato, che dal grande proavo 
ebbe nome Francesco. 

Il Calco finisce anzi la sua operetta latina sulle nozze del 
Moro colla notizia di questa nascita e con un epigramma poe- 
tico di Paolo Lauterio aggirantesi sul concetto che il neonato 
fra le armi ed in pace sarebbe stato grande in pace ed in guerra. 

Male presago presagio ! 

Certo questa nascita non fece troppo piacere al Duca ed 
alla Duchessa di Bari (ricordiamo la lettera del Moro al fra- 
tello nella gravidanza d'Isabella)'; ma essi non lasciarono tra- 
vedere i loro sentimenti. 

Ludovico aveva pur sempre a cuore il mantenimento del- 
l'equilibrio italico e, sempre sospettoso di Venezia, non voleva 
romperla cogli Aragonesi 

Perciò egli, sempre amante delle situazioni complicate e 
strane, anche dopo il matrimonio, nuovo pungolo alla sua 
ambizione, perseverò nel sistema già usato per l'addietro anche 
con Bona, di lasciare il titolo e l'apparenza del potere ai legittimi 
«ignori, pur d'esercitarlo effettivamente colla giovine consorte. 

Forse il bellissimo bambino destò effettivamente in Beatrice 
qualche senso di tenerezza; e perciò il Bellincione, come aveva 
salutato in rima la gravidanza, che smentiva le voci di malefìzi, 
<i08ì potè ora, gonfiando le gote, celebrare l'idillio della famiglia 
sforzesca e l'amor di sorelle delle due giovani Duchesse (1). 



(1) V. sulla saviezza di EleoDora in Bertoni: h'' Orlando Furioso 
e la rinascenza in Ferrara, Modena, Orlandino 1919. Di lei L'Ariosto 
(Canto XIII) « Costei sarà la saggia Eleonora », 

^2) Voi. I. Sonetto XXXIII « D'una bella risposta che fece la Du- 
chessa di Bari al Signor Ludovico visitando il figlio del Duca », 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 323 

O benigne accogliente oneste e belle 
da intenerir uno efferato core, 
dolce e liete parole, che '1 signore 
disse, giugneudo in camera, a dui stelle ! 

Allegro in mezzo si posò di quelle 
sì che ìd tre corpi ben paria un core, 
da fare innamorar io Dio d'amore 
de le due nuove Iddee, quivi sorelle. 

A quella che levò già Dante a volo, 
mirando el tìglio cli'à U nome di Marte, 
fu detto: or ben, vorresti un tal figliolo? 

Ma lei dolce rispose e con quest'arte : 
a me basta, signor, questo aver solo. 
Degna risposta e da notarla in carte ! 

Beatrice cominciò subito una vita di divertimenti violenti per 
io pili in compagnia dell' elegantissimo Galeazzo Sanseverino, 
passando il Febbraio ed il Marzo in cacce talora rischiose ed in 
giuochi nei castelli circostanti (1), Della primavera ella e il ma- 
rito trascorsero buona parte in Pavia, avendo quindi i Duchi di 
Milano a compagni dei loro sollazzi, descritti da Ludovico stesso 
nella nota sua corrispondenza con Isabella d' Este : « Io non 
« potria explicare — scriveva egli il 12 Aprile — la millesima 
« parte de le cose che fanno e de li piaceri che si piglianp la 
« ill.ma Duchessa de Milano e la prefata mia consorte »; e ce 
le ìuostra ora nel parco rincorrenti a cavallo e sbalzando di 
sella le loro damigelle, ora in una strana corsa per Milano a 
piedi ed in bizzarre acconciature, così da provocare le ingiurie 
delle popohine, che non le avevano riconosciute, tornando « tutte 
« sguazzate e strache ». Nel Maggio in una caccia ai lupi le 
Duchesse percorsero trenta miglia a cavallo. Nel Giugno, a 
proposito di una testa nel parco, per cui Beatrice la « novarum 
« vestium inveutrix » aveva disegnato ed in una notte eseguito 
un nuovo abito alla turchesca, appaiono in contrasto i caratteri 
delle due Duchesse. « Et pare che, quando erano per mettersi 
« in ordine, beri da mezzo dì, la Duchessa de Milano non se 
« potesse contenere, vedendo la prefata mia consorte travagliarse 
« come una vecchietta: et lei disse che quando se haveva ad 
« fare una cosa o de scherzo o davvero, se voleva attendere ad 
« tarla cum studio et diligenza, a ciò che la fosse ben facta ». 
Una lezione che la infaticabile indemoniata Ferrarese credeva 



» 



(1) Malaguzzi, l. e. I, p. 742. 



324 ACHILl.E DINA 

dttre, non senza compiacenza del marito, al l'orse indolente di- 
sdegno della meridionale. Il H Agosto il Moro inviava ad Isabella, 
per darle piacere « uno che diceva in rima ad concorrenza de! 
« Bellincione ». 

Ma questa comunanza di spassi e queste attenzioni, con cui 
Ludovico cercava distrarre Isabella dai suoi malumori, non riu- 
scivano a sopire il di lei malcontento nel vedere la minor cu- 
gina passare in prima linea ed eclissarla, attraendo a sé letterati 
ed artisti, satelliti del nuovo sole. 

Il 17 dell' Agosto 491, cioè otto mesi dopo lo sposalizio del 
Moro, il Trotti scriveva una lettera rivelatrice (1). Isabella, egli 
riferiva, s'era sfogata con l'ambasciator napoletano, il magnifico 
niesser Simonotto Belprato, dicendo: « che la voria esser trac- 
« tata ni più ni mancho comò è la Duchessa de Barri et che la 
« desideraria chel S. Ludovico se persuadesse bavere o due flole 
« o due mogliere (!) et tractarle senza alcuna differentia ugual- 
« mente, de che molto se contentaria e non voria la valuta de 
« uno bagatino più in cossa alchuna de quella che essa Du- 
« chessa de Barri havesse, recordando che a questi giorni, quando 
« la fu a Milano cum il S. Ludovico, la fu in camera dove sta 
« il thesoro et le zoglie (come io il vero) et essendogli mostrato 
« le cosse a una per una la se tolse tri belli tessuti sive coregie 
« riche fate a la antica doro, cum passetti grandi e grossi doro 
« che valevano per cadauna cento ducati doro grassamente et 
« una bella scatola lavorata a smalti doro molto richa la qual 
« volse el S. Ludovico li fussino dati liberamente a suo pia- 
« cere ». 

' Anche il mese precedente il Trotti scriveva che Ludovico 
faceva alla consorte doni « bellissimi in superlativo » tra cui 
una zoglia con un diamante, uno smeraldo e tre perle del valore 
di diecimilacinquecento ducati (2). Ohe differenza dalla tirchieria 
usata verso Isabella! (3). 

È chiaro che questa, sin dai primi tempi della venuta di 
Beatrice, si sentì posta in una condizione d' inferiorità, che of- 
fendeva il suo orgoglio di Duchessa di Milano. Tuttavia non 



(1) Malaguzzi, ]. e. I, p. 40. 

(2) Malaguzzi, 1. e, I, p. 382. 

(3) Nel Settembre Isabella fu ammalata come appare da una sua 
lettera ad Anna Sforza moglie di Alfonso d'Este, per ringraziarla 
dfilla molestia che sentiva « del male e de la egretudine sua » 13 Set- 
tembre 1491 nel Arch. Estense, cart. Isabella d'Aragona. 



I 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 325 

domandava il primo posto, che le spettava quale legittima so- 
vrana: le bastava, chiedendolo ancora con femminile dolcezza, 
d'esser trattata allo stesso modo della Duchessa di Bari. C'è 
sempre nella sua condotta quella modestia e quel senno che già 
il Trotti ammirava. Occorse un rapido crescendo di umiliazioni 
e di sofferenze, per inasprirle l'animo e farne prorompere le la- 
. tenti qualità di fierezza e di energia. 

Che per la venuta di Beatrice si fosse venuta formando 
una nuova situazione, che fra le due corti aragonese e sforzesca 
sotto 1' apparente accordo le diffidenze andassero crescendo, è 
dimostrato dai maneggi dei due governi, cominciati nell'anno 
successivo, 1492, presso il giovane re di Francia^ Carlo Vili, il 
quale, liberatosi dalla prudente tutela della sorella, lasciava 
travedere le sue ambizioni. Grii emigrati napoletani a Parigi, 
come il principe di Salerno Antonio di Sanseverino, parente 
dei Sanseverini della corte sforzesca, lo incitavano appassiona- 
tamente alla conquista del reame meridionale; mentre nello 
stesso senso pare lavorasse anche il padre di Beatrice, Ercole di 
Ferrara, per mezzo del figlio Ferrante al soldo di Francia (1). 

In Gennaio venne a Milano un'ambasceria francese, che il 
Moro abbagliò delle sue magnificenze, per stabilire i prelimi- 
nari di un accordo. Inutilmente in Febbraio il padre d' Isabella 
si adoperava presso Carlo, per distoglierlo dall' amicizia sforze- 
sca e dal riconoscimento della tutela del Moro ed eccitava contro 
Ludovico il Duca d' Orléans aspirante al milanese (2). Quello 
stesso mese partiva da Milano una solenne ambasceria presie- 
duta dal conte di Caiazzo, Gian Francesco Sanseverino, l'odia- 
tore degli Aragonesi, per confermare i prelimii^ari del Gennaio. 
Kel Marzo, forse per appoggiare 1' opera dei suoi ambasciatori, 
Ludovico accusava re Ferdinando e il Duca di Calabria di 
averlo voluto far assassinare per mezzo del loro inviato Ar- 
tnso (3). 

Ad aggravare le cose il 9 Aprile moriva Lorenzo dei Me- 



(1) CoMiNES, libro VII. Segre, Lud. Sforza e la repubblica di Ve- 
nezia in A, 8, L. voi. XVIII, 1902, pag. 255. 

(2) Cartwricht, 1. e. p. 119. 

(3) Cherier, Hist. de Charles VIIT, p. 344 - Desjakdins, Negotiations 
diplomatiques etc. I, p. 425. Ad Artuso il Moro cinto della sua guardia 
dichiarava « che il Duca (di Calabria) si levasse del tutto dall'animo 
« avere a governare el Duca di Milano quello stato... perchè lo voleva 
« per se a governarlo lui t. 



1 



:V2(\ A01III,I,K hl.NA 

dici, Vago della bilancia politica d' Italia, l'unico che con l'alto 
suo intiusso potesse temperare le ire dei sovrani rivali: alle 
sue esequie il Moro mandava un altro Hanseverino, Anton 
Maria (1). 

k facile immnginare con che ansia la Duchessa di Milano 
seguisse questi avvenimenti e vedesse sorgere la prima minaccia 
contro lo stato paterno, pur tra i soliti spassi della vita corti- 
giana, n primo Maggio tutta la corte era stata a Vigevano a 
< torre el majo > cioè alla festa campestre con cui si soleva 
celebrare il ritorno del dolce mese e l'inizio delle scampagnate. 
Le Duchesse vestite di verde, in armonia col verdeggiar dei 
campi, con in, capo 1' henin bicorne, su cavalli bianchi verde 
bardati fecero volare i falconi e quindi andarono « per maj con 
« gran triunpho et cum grandissima comitiva » « .... haveano 
« conza la testa alla franzese, videlicit con il corno in capo 
« con li villi longhi de seda, li loro corni erano guarniti de 
« bellissime perle tramezzate con molte zoglie de diamantini, de 
« robini, de smirai di et alte degnissime prede eh' era una cosa 
<^ sontuosa et richa » « Ma, — soggiungeva lo scrivente Trotti - 
« ma le perle d« la Duchessa de Bari erano molto piìi grosse ed 
« belle de quelle de la Duchessa de Milano » (2). 

Ohi però s' aspetterebbe dopo questa lettera un' altra della 
Marchesa di Monferrato in data del giorno successivo colla no- 
tizia che il Duca di Milano batteva la moglie? (8) 

Ohe cosa avrà potuto spingere il mite e bel Duca, amante 
della consorte, a tanto eccesso? Querimonie di lei contro il Moro 
e Beatrice? Rimostranze per le private di lui scostumatezze? 
Ecco ad ogni modo una nuova e ben dolorosa umiliazione per 
la nipote del re di Napoli! 

Pochi giorni dopo, il 5 Maggio, tornava di Francia l'amba- 
sceria colla ratifica dell'accordo: un trionfo della politica del 
Moro ! 

Ed ecco, subito dopo, Giangaleazzo — che nella lista dei so- 
pranomi principeschi dei Signori di Parma era indicato col 
nome di instabilis — di malumore verso lo zio! Se il Moro ve- 
niva a Pavia, egli non lo voleva ricevere o, se mai, era per 



(1) Ammirato, Storia fioreotica ad an. 

(2) Malaguzzi, 1. e. I, pagi 604. 

(8) Cartwricht, 1. e. pag. 119 — Uzielli, Leonardo da Vinci etc. 
pag. 6 : lettera dei 2 Maggio da Milano all'agente Mantova : « non c'è 
« nulla di nuovo, salvo che il Duca di Milano ha battuto sua moglie » 



ISABELLA d'aRAGONA ECC. 327 

manifestare il suo malcontento (1). Forse Isabella, esasperata 
per la notizia dell'accordo contro i suoi, riusciva a destare un 
moto di reazione nel marito, che fece cosi ammenda dei recenti 
maltrattamenti. 

A quest' azione di lei si riferiva probabilmente 1' ambascia- 
tore napoletano Kapugiia, dicendo all' ambasciator Fiorentino 
Nicolini che la miglior parola, che il Moro allora usasse verso 
il re di Napoli e il Duca di Calabria, era quella di traditore e 
ciò « .... per le cose gli sono state riferite della Duchessa (2) ». 

Sappiamo però che durata potessero avere le velleità di re- 
sistenza di Gian Galeazzo ; mentre in Isabella la piega, che 
prendevano le cose, acuiva sempre più il corruccio. 

Già il re di Napoli cominciava a temere che le discordie di 
famiglia a^igravassero l'allarmante situazione politica e cercava 
metter pace per mezzo dei due suoi agenti Antonio d'Alessan- 
dro e Antonio de Gennaro, il quale ultimo passava il 16 Giugno 
per Firenze dove si credeva eh' egli andasse a chiedere a Lu- 
dovico di rendere il governo al nipote (3). 

Antonio d'Alessandro ebbe frequenti colloqui, sulla fine di 
Giugno (4), col Moro e con Isabella. Infatti 1' 11 luglio re Fer- 
dinando gli dava ricevuta della sua relazione al proposito, ma- 
nifestandosi lieto dell'accoglienza fattagli dal Duca di Bari. 
« Così ancora — soggiungeva — ne è stato grato che da nostra 
« parte habbiate visitata 1' Ill.ma Duchessa de Milano nostra 
« figlia et che de nostra parte li habbiate dicti quelli boni re- 
« cordi che da vui ne sono stati scripti » (5), 

Invece la tensione fra zio e nipote s'inacerbiva sempre piìi. 
Un altro agente napoletano, recatosi anch' egli dal Moro, per 
rassicurarlo delle buone disposizioni del Governo aragonese, ri- 
feriva il 25 Luglio a Giacomo Trivulzio la di lui acerba rispo- 
sta (6). Diceva Ludovico di voler sì credere a quella dichiara- 
zione, ma di saper bene che in Italia e fuori si diceva eh' egli 



(1) Chekikr, 1. e. 1 p. 323 cita lettera dell' 8 Maggio 1492 nel car- 
teggio mediceo. 

(2) Desjardius, 1. e. I, p. 534. 

(3) Ammirato. 1. e. ad ann. 

(4) U 18 di quel mese Isabella era vi sitata' dal l'ambasciatore veneto 
Contariiii, che andava in Francia. — Romanin, Storia di Venezia t. V, 
tp 12. 

(ó) Trincherà, Cod. arag. voi. II, doc. CLVI. 
(6) Rosmini, 8t. di Trivulzio, voi. II, p. 191. 



;ìi»s achim.k dina 

(It)vt'vu i;«.sfic sbalzalo *lal iroao e che alcuno lo avrebbe vo- 
luto « veder morto » (1). Investiva poi direttamente Isabella. 
« E fra gli altri eh' el non voleva tacere la Ill.ma Nepote Du- 
« chessa de Milano, la qual si pensa governare quando lui non 
« vi sarà, ma che questo non li ha a reussire, perchè né lo 
« Ul.mo Duca suo consorte né altri gli lo permetteriano, et 
« quando ben governasse, la qual cosa ha ad metter al conto 
« de quelle cose che non saranno may, non se saperiano per lei 
« fare de quelle cose che ha fatto la signoria sua ad exaltatione 
« et benefìcio de la prefata Maestà (il re di Napoli) et del signor 
« Duca ». Seguitava imputandola di superbia, di crudeltà, d'in- 
vidia, di maldicenza « per modo che non solo nun sa viver cum 
« se, ma uè col marito (ecco, probabilmente, un accenno agli 
« alterchi matrimoniali del mese precedente!; né cum li servi- 
« tori propri » (cioè quelli di cui egli la circondava) e accusan 
dola di dissipazione al punto da far debiti annuali da 7 ad 8 
mila ducati, oltre la pensione di 18 mila. Ed in fine asseriva 
che non sapeva « se lob avrebbe avuta la sua pazienza », con- 
cludendo coir attribuir tutto ciò « alla mala natura » di lei o 
alla passione di voler governare in suo luogo « la qual cossa 
« — insisteva — non li ha però a reussire ». 

Che cosa si poteva dire di più grave? 

Isabella l'ambiziosa, la dissipatrice, la provocatrice, la trista 
era causa di tutto ! 

Quale differenza dalla pittura, che di lei faceva il Trotti, 
pur funzionario del padre di Beatrice ! Altro che idillio alla 
corte sforzesca ! 

Da una successiva lettera di re Ferrando al suo agente De 
Gennaro s'intravede che poco dissimili dovevano essere le re- 
lazioni tra Beatrice ed Isabella. Il re si compiace delle visite 
che il diplomatico faceva tanto alla Duchessa di Bari che a 
quella di Milano, evidentemente per predicare ad entrambe la 
prudenza, ricordandogli come entrambe gli erano ugualmente 
care quali sue nipoti « che sapite tucta avimo in lo medesmo 
grado et reputamo per proprie figliole (2) ». 

Questa intromissione del comune avo delle due Duchesse 



(1) Nel Maggio il sigpor di Mjolans, riferendo a Ludovico che re 
Ferdinando aveva mandato uno in Francia, per spingere il re contro 
di lui, gli raccomandava : «e di guardarsi e da ferro e da veleno » — 
Desjardins, 1. e. I p. 542. 

(2) Trincherà, 1. e. t. II, documento CLXXVIII, 22 Agosto 1492. 



ISABm.TvA d'aRAGONA ECC. 329 

parve sortire reftetto desiderato di un'altra sosta nelle loro 
contese famigliari, durata probabilmente per l'estate e l'autunno 
nel tempo del nuovo soggiorno nello stato milanese della Mar 
chesana di Mantova, la cui benefica influenza si taceva sempre 
sentire. 

Entrando in Pavia il 15 Agosto, Isabella d'Este aveva da 
un lato la sorella Beatrice e dall'altro la Duchessa di Milano : 
« quale acarezandome molto me posero in mezo » scriveva ella 
stessa il giorno successivo al marito a cui quattro giorni dopo 
narrava un interessante colloquio confidenziale nella sala da 
pranzo dei Duchi di Bari^ presente anche la Duchessa di Mi- 
lano. Finito il desinare, Ludovico leggeva con grande compia- 
cenza la comunicazione del suo ambasciatore a Roma che il 
nuovo papa Alessandro YI, successo l'il Agosto ad Innocenzo 
YIII, gli dichiarava di dover la sua elezione al cardinale Ascanio 
Sforza, e che gliene sarebbe stato sempre grato : dichiarava anche 
il papa di voler mantenere ottimi rapporti con Ludovico e di 
voler approfittare dei consigli di lui. Di questo gran successo 
del Moro Isabella d'Este gli manifestava e per sé e per il marito 
le pili vive compiacenze. Minor piacere ne provò certo Isabella, 
essendo stata l'elezione di Alessandro fieramente avversata dal 
governo aragonese, che aveva invece sostenuto quella di Giu- 
liano della Eovere (1). 

Ella participò ai divertimenti cortigiani di quei giorni in 
Pavia, Vigevano, [N^ovara, Mortara, Groppello, dove la princi- 
pesca compagnia si trasferiva a piccole tappe : (2) cacce, giuochi, 
rappresentazioni, ad alcune delle quali si trovò anche il giovane 
Ariosto (3), giunto con una comitiva di attori e virtuosi al se- 
guito del Duca Ercole e d'Alfonso d'Este. Che per Isabella tutto 
non fosse gaudio, ma anche afflizione ed umiliazione, ci mostra 
al vivo la seconda di due lettere, allora scritte, 1' una da Gal- 
liate e l'altra da Vigevano alla duchessa di Ferrara (4j. 

« Il Signor Ludovico, - scriveva il 29 Agosto Tebaldo Tebaldi 
« — anche lui giocha, prende piacere assai a vedere giochare 
« queste tre lU.me Madonne insieme -, cioè la Duchessa di Milano, 
« la Duchessa di Bari, et la Marchesana di Mantova : et veramente 
« tutte tre hanno optimo ingegno et sono prontissime ; ma la 

(1) Pastor, Storia dei papi. Kd. Deaclée III, p. 289. 

(2) Luzro, A. St. L. 1890 pag. 354 e seguenti. 

(3) Carturight ; 1. e. pag. 159. 
U) Malaguzzi, 1. e. I, 576-577. 



'Sài) ATHII.LK hlNA 

« Marchesana giocha meglio che veruna de le altre, et sei non 
« fusse che le altre hanno li consiglieri che li inseguano, non 
« vederiano suo conto con la Marchesana. Il S.r Ludovico non 
« leva quasi inai li occhi da dosso a la Duc/hessa de Bari.... II 
« Duca de Milano sede et vede giochare et quasi mai non dice 
« niente come sei fusse un marmore ; per modo che me pare che 
« lo abbia del grotto : ma la Duchessa sua consorte sa bene suo 
« conto et è de vivace ingegno, ma i)Oco li vale ». 
E il .'i Settembre Morello Pouzone : 

« JS[ui semo stati octo zorni a Galià et ogni di la Duchessa 
« de Milano, la Duchessa de Bari et la Marchesana zugavano 
« con el Duca et cum el S. Ludovigo due bore et poi cijiscuno 
« andava a dromire et uno di intra li altri lo Ducha de Milano 
« et la Duchessa veneno zoxo et veneno ala tavola del signor 
« Ludovigo alla quale zugavano tutti li signori et la Duchessa 
^< de Milano anche se mise ad zugare con loro al trentuno et 
« li gè era uno belo corsero a fronte ala dita Duchessa in modo 
« che lei sempre el guardava, non aveva la mente al zuogo 
« se no a quello corsero, lo la guardava e, me ne vegneva grande 
« compassione e non sapeva che farne. Io pigliai un poco di 
« presumptione et lo pigliai per la briglia et cum honestade et 
« bone parole lo menai via » (1)... Doveva trattarsi d'un destriero 
di gran pregio di Beatrice. Vedremo poi la gran passione d'Isa- 
bella pei cavalli, per cui andarono più tardi famose le sue razze 
equine di Bari e di Kapoli. Ciò spiega il suo cruccio nel vedersi 
superata da Beatrice anche nelle cavalcature. 

Il 15 Settembre Isabella d'Este fece il suo ingresso in 
Milano, al solito « in mezo de le due Duchesse giovani » come 
ella ancora scriveva, ricevuta in castello dalla « Duchessa vec- 
chia » cioè da Bona, a cui il Moro, nonostante le pressioni del 
re francese, impediva di passare in Francia, com' ella avrebbe 
voluto, per fuggire la di lui odiosa presenza. Seguirono nuove 
feste e splendidezze, sino alla partenza della Marchesana per 
Genova, donde una malattia di Beatrice la richiamò a Milano, 
che ella lasciò definitivamente nell'Ottobre. 

Non molto dopo avvenne alla corte, protagonista la Du- 
chessa di Milano, un gravissimo fatto, che inasprì di nuovo le 
sue relazioni col Moro, rendendo necessario un altro intervento- 
di re Ferdinando. 



(1) Malaguzzi, 1. e. voi, p. 576-277. 



ISABELLA d'aKAGONA ECC. 331 

Nella seconda metà di Dicembre un cancelliere del Moro 
si presentava al re napoletano, ad Alfonso, padre d'Isabella, ed 
a Ferrandino principe di Oapua, di lei fratello, per rivelar loro 
che dal processo di alcuni servitori d'Isabella era risultato che 
« la Duchessa di Milano havea ordinato de fare donare certa 
polvere ad liozone, favorito dal Duca suo marito, et che simil 
polvere voleva far donare etiam al magnifico inesser Galeazzo » 
La polvere all'esperimento risultava venefica. 

Messer Galeazzo era nientemeno che l' illustre Galeazzo 
Sanseverino, l'elegantissimo capitan generale sforzesco e, nono- 
stante le apparenze, avverso ad Isabella tanto per l'antico odio 
di famiglia, quanto per la sua intimità con Beatrice e col Moro, 
così grande che, dice il Guicciardini, « nel petto di lui tutti i. 
segreti e tutte le deliberazioni di Ludovico Sforza si rinchiu- 
devano » (1). 

Isabella era dunque accusata d' aver tentato di far avvele- 
nare lui e Rozzone, sulla natura dei cui rapporti col giovane 
Duca, inducono a tristi sospetti il prec^edente accenno del 
Trotti ai suoi rapporti con « altre donne et komini » e la stessa 
risposta di re Ferdinando al cancelliere (2). 

Negò il re che Isabella avesse neppur potuto pensare ad 
avvelenare il Sanseverino, amato da loro come figlio e sempre 
dimostratosi buon servitore e parente verso Isabella ; ma quanto 
a Rozone disse che, se l'avesse fatto, non era da stupirsene, che 
anzi si meravigliava non avesse fatto di più. « Si pur epsa 
« Duchessa havea tentato fare dare dieta polvere ad Rozone, 
« non era meraviglia, immo ce meravigliavamo che per dispera- 
« tione non habea cercato fare magiore cosa ». Colpa di tutto il ' 
Moro, che alle querele della Duchessa sulla permanenza di Ro- 
zone presso Gian Galeazzo « per la infamia ne seguia ad quello 
Signore » anziché cacciarlo dallo stato, aveva risposto accor- 
dandogli maggiori favori ed attribuzioni « che se pò dire bavere 
« lo governo della casa del Duca de Milano et essere lo primo 
« homo che habea appresso ». Insomma Ludovico, in circostanze 



(1) E il Trotti 7 Agosto 492 « a me pare che epso messer Galeazzo 
sia duca de Milano perchè il pò ciò che vole e ha quello che sa do- 
mandare et desiderare ». 

(2) Trotti, 22 Febbraio 89. Del resto il Guicciardini accusa dello 
stesso vizio anche il Moro « perchè e' fu disonesto nel peccato della 
sodomia e, come molti dicono, ancora da vecchio non meno paziente 
che agente » Storie Fiorentine in Opere inediie, voi. Ili, p. 217. 



3,'V2 A("mi,i,i'; dna 

iùconiparabil mente più gnivi, aveva fatto con Hozone lo stcHHo 
che qualche anno [)rima con Ambrogio da Corte, niaf?f?iormente 
favorendolo dopo i lagni della Duchessa (ì). 

La lettera di re Ferdinando (2) al suo secondogenito Kecie 
rico, i»rincipe di Aitamura, a Roma, dove Federico si trovava, 
per prestare obbedienza al Pontefice ed indurlo ad una lega (3), 
perchè mettesse a posto le cose presso il papa, a cui il Moro 
aveva comunicato il processo, lettera da cui abbiam tolti questi 
particolari, spira adegno e collera. Tuttavia anche questa volta 
la ragione politica dovette soffocare il sentimento nel vecchio 
re aragonese, se sul principio dell'anno successivo egli, scrivendo 
al suo ambasciatore in Milano, Antonio de Gennaro, sul dolo- 
roso fatto e lodandolo per le pratiche usate presso il Moro, con- 
cludeva che non gli pareva se ne dovesse « parlare più ultra 
« perchè se porria incorrere in maiori inconvenienti et maxime 
« che già avimo recevuto la lettera della Ill.ma Duchessa de 
« Milano supra questo facto » (4). 

Ee Ferdinando voleva porre una pietra sulla cosa ! Qualche 
fondamento di vero doveva dunque «ssere nell' imputazione del 
Moro ad Isabella. Terribilmente provocata, donna del suo tempo, 
— tempo dei Borgia! — aveva violentemente reagito. 

Ma che atroci sofferenze occorsero, per sospingerla, sotto il 
pungolo della nuova estrema offesa, dopo tre anni di crescenti 
utoiliazioni, al tentativo omicida! 

Finiva così sinistramente per lei anche V anno 1492^ per 
dar luogo nella sua vita a un'altra progressione di agitazioni e 
di sventure, che il destino doveva tragicamente intrecciare con 
quelle d'Italia. 



(1) Che RozoDe liraaDesse in favore presso il Duca è provato da 
una lettera da Pavia, del 7 Ottobre dell'anno successivo 1423, al Moro 
del suo agente Gonfalonieri, riferente che G. Galeazzo aveva comprato 
pel favorito due bellissimi cavalli sardi « ma avendo hogi la Duchessa 
« inteso, se li è facto promettere a ley » -- Magenta, Castello di 
Pavia. 

(2) Lettera al principe di Aitamura del 26 Dicembre 1492 dal Ca- 
stelnuovo di Napoli in Trincherà, Cod. Aragonese li ad ann. sfuggita 
sin qui, se non erro, agli studiosi di cose sforzesche. 

(3) Pastor, I. e. Ili, pag. 298. 

(4) Trincherà, l. e. doc. CCCII, lettera del 4 Febbraio 1493. Che 
interesse avrebbe la lettera d^Isabella su questo fosco affare ! 



ISABELLA d'aRAGONA ECC. 333 

Capitolo VI. 
(1493) 

Nascita di un figlio al Moro e d'una figlia ad Isabella — Visita alla 
chiesa delle Grazie — Festeggiamenti — Onori al neonato del Moro 
— Sdegno d'Isabella — Fatale lettera al padre — Responsabilità 
d'Isabella nella storia — Maneggi del Moro — Viaggio di Beatrice 
a Venezia — Morte di Eleonora d' Este — Nozze di Bianca Maria 
Sforza con Massimiliano d' Asburgo — Morte di Ferdinando d' A- 
ragona. 

Fu nell'anno seguente, 1493, che le nubi, già sorte all'oriz- 
zonte, s'addensarono e turbinarono, prima di precipitare l'anno 
<ii poi in quella catastrofe, che fu per l' Italia la calata di 
€arlo Vili. 

Come ricordammo, nell' Aprile del 1492 era venuto meno 
€on Lorenzo dei Medici 1' unico ancor efficace sostegno della 
pace italica e pochi mesi dopo era salito al papato Alessandro VI, 
il cui sfrontato nepotismo doveva essere un altro elemento di 
perturbazione. Grlà il rifiuto di Piero dei Medici di partecipare 
all'ambasceria collettiva presso il nuovo pontefice, proposta dal 
Moro, aveva accresciuto, come ognun sa, il sospetto tra le 
corti italiane. 

Pure alla corte sforzesca anche quell' anno cominciò tra 
feste e splendidezze con apparenze felici e di rinnovata cordia- 
lità. Non comincia col secolo XVIII la serie delle società dan- 
zanti sull'orlo dei precipizi! 

La stessa settimana si sgravarono prima, nella Bocchetta, 
Beatrice d'un maschio, il futuro Duca Massimiliano, poi, nella 
corte ducale. Isabella d'una femmina. 

La nascita del primogenito del Moro, di cui « egli ebbe 
« gioia, diceva il Trotti, oltre ogni dire » seguita il 25 Gennaio, 
fu celebrata con feste ed ostentazioni di sfarzo ancor maggiori 
delle precedenti, tantoché i gentiluomini di Gian Galeazzo mor- 
moravano che per la nascita del primogenito del Duca di Mi- 
lano non s'era fatto altrettanto. Riceveva le diverse commis- 
sioni congratulatorie quale siniscalco e le guidava a vedere i 
magnifici « doni della cuna » queir Ambrogio da Corte, che 
tanto avverso si era mostrato ad Isabella. Teodora Angelini, 
dama della Marchesana di Mantova, allora a Milano, dandole 

Arch. Stor. Lomb. Anno XLVIII, Fase. III-IV. 22 



334 ACHILLE DINA 

notizie del parto di Beatrice, soggiungeva « della Duchessa di 
« Milano ancor che sia paiolla (puerpera) non scriverò altro 
€ perchè me credo se trovi assai et molto malcontenta et 
<x basta * (1). Isabella presentiva che la nascita d' un erede al 
Moro sarebbe stato nuovo fomite all' ambizione di lui e di 
Beatrice. 

Per il parto di questa era tornata a Milano Eleonora d'Este. 
La savia Duchessa di Ferrara s'intromise anche questa volta 
tra la figlia e la nipote. La Oartwrigt scrive (2), ma non cita la 
fonte, che, anzi, il padre d' Isabella, di lei fratello, le avrebbe 
scritto, pregandola d'interporsi, perchè al Duca e alla Duchessa 
di Milano fosse restituita la legittima autorità; ma è difìQcile 
credere che la madre di Beatrice andasse nel suo sforzo di con- 
ciliazione sino a questo punto. 

Le due giovani Duchesse, non appena lasciato il letto, si 
recarono in uno splendido cocchio con Eleonora e con le altre 
principesse, Anna d' Este, Bianca Sanseverino, Camilla Sforza, 
Beatrice, madre di Niccolò da Correggio, nella chiesa di S. Maria 
delle Grazie, a cui il Bramante erigeva il leggiadro tamburo e 
Leonardo rivestiva il chiostro del divino cenacolo, a render grazie 
solenni alla Provvidenza dei parti felici (3). Leonora vestiva, al 
solito, di scuro, Beatrice aveva una veste di broccato d'oro rica- 
mata di seta turchina. Isabella portava sulla veste di broccato 
d'oro e velluto verde « cum cordoni cremixi tra il broccato e il 
verde » una sbernia (mantello) di velluto cremisi cangiante, che 
era « una bella inventione >. Seguirono altri festeggiamenti in 



(1) Della stessa Angelini, abituata alla giocondità della corte man- 
tovana, è curioso un accenno alla malinconia dell'appartamento d^ Isa- 
bella e un altro al proprio alloggio alla Rocchetta. « Per mia maladetta 
sagura sun confinata a starmene quasi tutto il giorno a quelle malen- 
coniche stantie de la Ill.ma Duchessa che a me pare essere a casa del 
diavolo. Poi la sera se radunano dove me predisce Vostra Signoria in 
certe stantie in Rocchetta che hanno dato a Madonna Anna dove non 
se potemo devoltare in far li bisogni nostri che ognuno non mi veda ». 
Lettera del 21 Gennaio 3493 neil'A. di St. di Modena in Malaguzzi, 
1. e, I, p. 331. 

(2) Cartwright, 1. e, p. 177. 

(3) « Tupte due le Duchesse impaiollate et mo fora de paiolla.... ad 
riferire gratie et laudi de li loro parti bene discaricate, tucti suso le 
calcete de le lU.me Duchesse de Ferrara ». Lettera dell'Angelini del 24 
Febbraio in Portigli, nascita di Massimiliano Sforza A. S, X., IX, p. 331. 



ISABELLA D'ARAGONA ECO. 335 

castello e nei palazzi di grandi gentiluomini, come in quello di 
Gaspare Pusterla ed in quello del conte della Torre, ove si 
recitò la canzonetta del Bellincione col ritornello: 

Cantiam tutti viva el Moro 
viva el Moro e Beatrice. 
Ben si può tener felice 
chi lei serve e il sacro Moro. 

In una strofa si celebrava sfacciatamente come effettiva tra 
Isabella ed il Moro una svisceratezza, che non era se non d'ap- 
parenza, di parata, in assoluto contrasto colla realtà. 

Or qui fosse viva in terra 
quella Ippolita in ciel santa, 
che Francesco in bràccio serra, 
allegrezza avrebbe tanta 
a veder che il mondo canta 
Sforza, Sforza e Isabella, 
che crediamo che ancor quella 
bacerebbe el fratel Moro. 

Quale profanazione del ricordo d'Ippolita, la buona madre d' I- 
sabella ! 

Vi fu anche una partita di caccia, ove la Duchessa di Mi- 
lano < haveva uno portante liardo fornito de cremexino, lei ve- 
« stita de velluto incarnato cum fiore de persichi molto incar- 
« nato, cum lo suo capello ordinario cum zoglie grande et pene 
« de' garzo, cioè capei negro de seda ». Quindi la corte si tra- 
sferì tutta a Vigevano, dove si susseguirono esecuzioni musicali 
e rappresentazioni drammatiche e dove Beatrice abbagliò la 
madre colla sua splendidissima guardaroba, pur inferiore a quella, 
che aveva in Milano. 

Verso la metà di Marzo la Duchessa Eleonora tornò a Fer- 
rara e forse la sua partenza fu decisiva per la piega, che presto 
presero le cose alla corte milanese. 

È infatti a questo periodo di tempo, tra le feste e le apparenze 
d'intima cordialità, che deve farsi risalire la celebre lettera 
latina d' Isabella al padre Alfonso^ riferita senza data precisa 
dal Corio e poi dal Giovio, lettera che è una disperata invoca- 
zione di soccorso. 

L'importanza del fatale documento così per la vita di lei che 
per la storia d'Italia richiede una breve sosta. 



I 



336 ACHILLE DINA 

Anzitutto è la lettera autentica o una composizione del Corio, 
<5ome il tono apparentemente letterario ha fatto supporre! (1). 

Osservo che non è al disopra della cultura d' Isabella, l' a- 
lunna del Fontano e dell'Altilio, riconosciuta dal Trotti superiore 
per studi al marito, e che quel tono corrisponde all'indole di lei 
ed a quella sua tendenza a drappeggiarsi classicamente nella 
propria sventura, che dovremo poi riconoscere ; e, del resto, ella 
potrebbe aver fatto dare 1' ultima forma letteraria a qualche 
fido* segretario. Anche l'accenno del candido storico milanese al 
passo fatto poi presso il Moro per ordine di re Ferdinando 
dall' ambasciatore Antonio de Gennaro, allora effettivamente a 
Milano, quello della lettera relativo ai domestici, l'affermazione, 
che sappiamo ella soleva fare, di preferire la morte a una tal 
vita corrispondono alla realtà. Aggiungo che le orazioni, se- 
condo l'uso del tempo, introdotte dal Corio nella sua narrazione, 
sono in italiano e che in italiano leggeremmo anche questa let- 
tera, se tosse di sua fattura. L' averla invece riferita in latino 
dimostra ch'egli ebbe quel documento, chi sa per qual via. 
Certo, poi, Isabella era usa a inviare segretamente messaggi 
alla corte di Napoli per mezzo di suoi fidati, di cui il Comines 
dice che alcuno, cadutogli nelle mani, Ludovico aveva fatto af- 
fogare (2). E il Giovio scrive esplicitamente ch'ella consegnò la 
lettera a un suo fedelissimo servitore, che la portasse a Na- 
poli (3). 

E quando precisamente fu scritta? 

Poco dopo la nascita del figlio di Beatrice e del proprio, 
quando, nel Gennaio, l'Angelini scriveva del suo .malcontento? 
O nel febbraio, dopo la visita alla chiesa delle Grazie, quando 
forse già ragionavasi nel popolo che Ludovico pensava di fare 
il figlioletto conte di Pavia, titolo dell'erede al Ducato? (4) O 
nel Marzo, dopo la partenza da Milano di Eleonora d'Este, ve- 
nuta meno l'influenza conciliatrice di lei? 

Pili in là non crederei si possa andare, opponendovisi nella 



(1) Cartwright, 1. e. pag. 178. 

(2) Comines, Memoires, libro VII, cap. VI e Corio III, p. 462 « Isa- 
bella per mezzi segreti avvisa 7a il padre di quanto succedeva in Milano ». 

(3) Giovio, Storia del suo tempo^ ed. cit. pag. 20. 

(4) Giovio, L c. « essendo dati con gran magnificentia di giochi gli 
ornamenti di principe alla donna di parto e al bambino, ragionossi 
pubblicamente fra il volgo che il S.r Ludovico aveva disegnato difar 
il suo fìgliol bambino conte di Pavia ». 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 337 

lettera stessa il nuper (poc'anzi, non molto addietro) e l'appel- 
lativo, pur preso iu largo senso, di puerpera attribuito a Bea- 
trice nel passo « nuper puerum ex uxore suscepit, quem comi- 
« tatui Pavie praeflcere velie cuncti praedicant, ex quo ad 
« principatum incedat et erga nuerperam omnes principis hono- 
« res collati >. 

La lettera è una protesta angosciosa e solenne contro l' in- 
felice ed ingiusta condizione dei duchi di Milano, tenuti in umi- 
liante tutela nel proprio stato e, come dissi, un disperato ap- 
pello al genitore. 

« Da pili anni, o padre, mi sposasti a Giovan Galeazzo, 
« perchè, appena giunto all'età virile, egli governasse da se il suo 
« regno e seguisse gli esempi del padre Galeazzo, dell'avo Fran- 
« Cesco Sforza e dei Visconti suoi antenat^i. Ecco, ha passata la 
« prima gioventù, è padre; ed a stento, a forza di replicate 
« preghiere può ottenere da Ludovico e dai suoi ministri le co- 
« modità della vita. Ad arbitrio di costui si trattano guerre e 
« paci, si fanno leggi, si concedono diplomi e immunità, s' im- 
« pongono balzelli e sussidi, si ordinano rendimenti di grazie, 
« si adunano tesori, tutto insomma si fa a suo beneplacito; 
« mentre noi, privi d' ogni soccorso e senza mezzi, conduciamo 
« vita da privati ; e padrone dello stato non sembra Gian Ga- 
« leazzo, ma Ludovico, che mette i prefetti alle rocche, si cir- 
« conda di soldati, crea magistrature, fa insomma ciò che è 
« prerogativa del vero Duca. 

« Teste ebbe dalla moglie un figlio, che tutti dicono voler 
« egli preporre alla contea di Pavia, per farlo poi succedere 
« nel Ducato e intanto onora la puerpera come fosse la Duchessa, 
« mentre noi e i nostri siamo spregiati e sottoposti al di lui 
« impero, non senza pericolo di esser uccisi a tradimento, per 
« far cessare l'odio che lo circonda, cosicché a me sembra d'essere 
« vedova e sconsolata, da tutti abbandonata, senza soccorso. 
« Ben sento in me animo e intelletto, il popolo ci ama e com- 
« passiona, mentre odia e maledice lui, che, per avarizia lo ha, 
< dissanguato ; ma, impari di forze, debbo cedere e tollerare 
« ogni sorta di umiliazioni, uè posso liberamente_parlare tra 
« servi a lui ligi e da lui postimi accanto. 

« Se hai sensi paterni, se senti amore per me, se le mie 
« giuste lagrime ti possono piegare, se nel tuo inetto è regale 
« magnanimità, togli il genero e la figlia alla dura schiavitìi 
« e agli affronti, riponili sul trono rapito loro a tradimento ! 

« Che se nessun pensiero hai di noi, meglio togliermi da me 



338 ACHILLE DINA 

€ Stessa la vita, che pcitire l'altrui gio^o e tollerare uel mio Htato 
« utt'emula nel governo ». 

Grave documento, da cui traspare quanta fierezza Isabella 
chiudesse in gentili apparenze e come dovesse aver sanguinato 
per la posizione preminente presa dalla minor cugina, anche se 
non si era trattato che di femminili rivalità di lusso e di pompe. 
Ma abbiam visto che v' era effettivamente di peggio e che ella 
era stata abbeverata di umiliazioni. 

Ed ora alle antiche provocazioni un'altra si aggiungeva, che 
la colpiva nel suo affetto di madre e faceva traboccar la bilancia. 
La giovane principessa, giunta con virgineo candore alla corte 
sforzesca, fatta segno nell' infelicità coniugale alle trivialità cor- 
tigiane, che di fronte alla suddita rivale dichiarava di non volere 
neppure « uno bagatino di più », ma nella passione riaccesa dal- 
l'effettività dei rapporti coniugali aveva trovato la forza di reagire 
contro l' infamia, che al marito ed a lei veniva dai favoriti di 
lui, ora, contro la minaccia ai diritti dei figli, si erge nuova- 
mente e s' induce ad uua azione, che doveva divenire storica. 

Eiflettè la Duchessa di Milano alle possibili, tremende con- 
seguenze del suo atto? Certo il risentimento potè più della ra- 
gione. Ella ben sapeva che, scrivendo in quel tenore al padre, 
il cui antico sdegno verso il Moro era andato sempre crescendo, 
lo spingeva a contrapporsi alla conciliante politica del vecchio 
Ferdinando, conscio degli enormi pericoli del momento. Ma non 
sentì, come del resto era la triste piega del tempo, che il pro- 
prio interesse, il proprio « particulare » la propria passione. Né 
il pericolo della dinastia aragonese e della sforzesca, né quello 
d'Italia furono da lei pesati. 

Perciò una grande responsabilità grava su di lei. Se la donna 
è compatibile, non così la sovrana. La principessa doveva im- 
porre alla donna di tollerare e comprimere il femminile ed anche 
il materno risentimento, piuttosto che gittare l' Italia in una 
guerra d'incalcolabili effetti. Non del tutto a torto il Boccalini 
l'imputava poi d'esser stata la face, che incendiò l' Italia e il 
contemporaneo Giovio scriveva che da questo momento comin- 
ciarono le sventure d'Italia. 

La lettera produsse grande emozione alla corte aragonese. 
Lo sdegno d'Alfonso prevalse pel momento sulla prudenza di re 
Ferdinando, che si decise a fare al Moro per mezzo di Antonio 
e Ferrando di Gennaro un ultimo solenne invito a restituire al 
nipote il legittimo potere, compiendo un atto non meno glorioso 
delle altre illustri sue gesta. Rispose Ludovico, secondo il Gio- 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 339 

YÌo (1), ch'egli s'era sempre adoperato per il bene di Gian Ga- 
leazzo, che a questi sarebbe sempre rimasto il titolo di principe, 
ch'egli non s'era usurpato altro che fatiche e responsabilità: 
solo a suo tempo avrebbe deposto il grave peso. Gli amba- 
sciatori tornarono com' eran venuti, non avendo raccolto che 
parole. 

E Ludovico cominciava subito a pensare in qual modo pre- 
munirsi contro una possibile azione ostile degli Aragonesi. 

l^Tel Maggio entrava col prossimo imperatore e già re di 
Germania, Massimiliano, mentre il vecchio imperatore Fede- 
rico III era in fin di vita, in trattative, che dimostrano quanto 
fondate fossero le voci raccolte da Isabella^ che il Moro si pre- 
parasse a far passare nella sua linea il principato. Il giorno 10 
egli dava ad Erasmo Brasca, il valoroso giureconsulto abitual- 
mente incaricato dei rapporti con la Germania, le istruzioni, per 
trattare con Massimiliano non solo il matrimonio di costui con 
Bianca Maria Sforza, sorella di Gian Galeazzo, gik fidanzata a 
Giovanni Corvino, dotandola di quattromila ducati, ma anche la 
concessione dell' investitura del ducato milanese a lui, Ludo- 
vico (2). 

Dovevasi nientemeno che dichiarare illegale l'autorità di 
Gian Galeazzo col capzioso argomento che, dall'estinzione della 
casa viscontea, gli Sforza reggevano il ducato solo per elezione 
popolare «enza l'intervento dell'imperatore, il quale quindi aveva 
ora pieno diritto d^investire, volendo, il Moro. 

Ohi non vede la perfidia di questa argomentazione, colla 
quale Ludovico insorgeva anche contro la legittimità dei prece- 
denti duchi sforzeschi, dello stesso glorioso suo padre France- 
sco, che ripeteva la sua autorità dall'assemblea dei maggiorenti 
d' ogni famiglia di Milano, tenuta 1' 11 marzo 1450 nella piazza 
dell'Arengo? (3). 

Ecco colui, che si vantava e si faceva cantare dai s\ioi poe- 
tastri nobili e plebei ed incidere sulle monete protettore e am- 
pliatore dello stato del nipote! 

Massimiliano, che stava per cominciare il suo impero, come 
lo avrebbe continuato, in perenne bisogno di danaro, accettò 
senza difficoltà il matrimonio e promise l'investit^^a, non appena 
fosse salito sul trono imperiale. 

(1) Giovio, Storia dei suoi tempi. 

(2) Vedi Corto, III, pag. 514 nota e pag. 70. 

(3) FoRMENTiNi, Ducato di Milano, pag. 70. 



340 ACHILLE DINA 

A rincalzo di questa, il Moro preparava uu'altra azione di 
plomatica presso il senato veneto, adoperando per ambasciatrice 
la moglie_! giovinetta. Conteiii[)oraneameute alle istruzioni al 
Brasca, egli taceva stendere quelle pel viaggio politico, che la 
diciottenne Duchessa di Bari doveva fare a Venezia. Trattavasi 
di confermare l'alleanza, che, compiendo una nuova evoluzione 
politica in contrapposto con quella fatta alla sua ascensione al 
potere, egli, di fronte al nuovo atteggiamento ostile della casa 
aragonese ed a quello dubbio della medicea, aveva stretto con 
Venezia (lega pubblicata il 25 aprile) nonché col papa Borgia, 
la cui figlia Lucrezia sposava poi Giovanni Sforza signore di 
Pesaro, alleanza cui avrebbero quindi acceduto anche Mantova e 
Ferrara. Oltre a ciò Beatrice doveva scandagliare la Serenissima 
sulla sua acquiescenza all' investitura del ducato in Ludovico, 
dichiarando al Doge che suo marito aveva il governo del Duca 
e le fortezze nelle mani e poteva disporre a suo piacere dello 
stato (1). 

Il senato fece una magnifica accoglienza alla vivace princi- 
pessa, che alloggiò tra il 26 Maggio e il 2 Giugno sul Canal grande 
nel palazzo Pesaro, appartenente al Duca di Ferrara; ma quanto 
air investitura rispose evasivamente « per le generalità » (2). 

In contrasto con questi sinistri maneggi Gian Galeazzo ed 
Isabella continuavano una vita in apparenza idillica e spensie- 
rata, tra cacce e passatempi, o visitando, come in Luglio nel 
Piacentino, i castelli or delP uno or dell' altro feudatario (3). A 
Vigevano o nel parco di Pavia Gian Galeazzo soleva prendersi 
in groppa Isabella e folleggiare con lei e colle damigelle, come 
se, presago della prossima fine, volesse assaporare, secondo i 
suci gusti, la vita. Il 6 Maggio, il giorno prima della stesura delle 
istruzioni a Beatrice, era giunta a Pavia, per trastullarsi con loro, 
la giovanissima figlia naturale del Moro, sposa, come sappiamo, 
di Galeazzo Sanseverino, Bianca, forse ivi inviata dal Moro 
stesso, a teiier distratti i Duchi durante le sue macchinazioni.. 
Lo stesso giorno si divertivano colle loro « citelle » a buttarsi il 
fieno addosso in un prato dei dintorni, tornando Isabella in 
groppa al cavallo del marito (4). 



(1) RoMANiN, Storia documentata di Venezia, tomo V, pag. 24. 

(2) Vedi Cartwright, 1. e. — Cherrier, 1. e, I, 356. 

(3) Cartwright, 1. e, pag. 53-54. 

(4) Di questo periodo è una curiosa lettera d'Isabella al Moro del- 
16 Maggio 1493, chiedendogli il permesso di mandare ai bagni la mia. 



ISABELLA D'ARAGONA ECO 34) 

Tra quelle piacevolezze, cui per la gioventù e più, forse, per 
condiscendenza al marito, indulgeva, fra gli amari pensieri. Isa- 
bella, giunsero loro le notizie del trionfale viaggio di Beatrice, 
anzi la lettera da lei stessa a loro diretta, per informarli della 
magnifica accoglienza ricevuta, dei successi della sua accortezza, 
della sua eleganza, della sua eloquenza. Quale rovello per la 
Duchessa, pur ignorando quanto a Venezia si tramava contro la 
sovranità del marito, nel veder la più giovane rivale passare dai 
trionfi cortigiani a quelli dell'azione politica, della quale ella si 
sentiva ed era, come poi dimostrò, non meno capace! 

Non senza palpito ella avrà poco* dopo, nel Giugno, pur tra 
quei passatempi, appresi i momentanei successi diplomatici di 
re Ferdinando presso il papa, culminati ,col matrimonio del 
Duca di Gandia con Maria d'Aragona e dell'altro figlio dei- 
papa, Jofrè, con Sancia, sorella naturale d'Isabella: accordi che 
determinarono la risposta evasiva di i^lessandro VI a Perron De 
Basque, l'ambasciatore francese venuto a tastare gli stati italiani 
per la disegnata spedizione di Carlo Vili, trovando nel Duca- 
di Ferrara miglior accoglienza che altrove. In Agosto Ludovico 
faceva dire a Carlo di èsser pronto a realizzare le sue promesse 
relative alla spedizione. 

In quel torno, e probabilmente non senza relazione con 
queste trattative, tornò a Milano il Duca Ercole di Ferrara 
col figlio Allonso e con venti giovani per far recitare alcune 
commedie., Da Milano si recarono a Pavia, donde il 28 Agosta 
Borso da Correggio scriveva alla Marchesa di Mantova d' aver 
trovato in ottima salute « et tute galante » le due Duchesse, 
benché quella di Milano fosse gravida (1). Descrivendo la vita di 
corte e l'abitudine del giuoco dello scartino, soggiungeva; « la- 
« Duchessa de Milano non pratica con nui se non alle comedie », 
il che fa credere che Isabella vivesse ormai alquanto appartata. 
Si diedero in quel giorno i Menegmi ed i Captivi, che vennero- 
ripetuti in occasione della visita d'un ambasciatore francese a 
Galeazzo ed Isabella nella grande sala della Balla davanti a 
settecento spettatori (2). 



amatissima « Zenevra » perchè sofferente di sciatica, accompagnata da 
sette cameriere e dal « camarero Antonio Ghiringhello ». E' firmata 
« Eiusdem dominationis flllia (termini convenzionali !) Isabella vicecomes- 
de Aragonia ducissa Mediolani ». 

(1) Cherier, 1. e, t, pag. 362-364. 

(2) Malaguzzi, 1. e, I, pag. 535. 



342 A0H1M,K DINA 

Non molto dopo giun^^eva alla (jorte atorzanvn una triste 
notizia. Ij'11 ottobre moriva la DucheNsa di Ferrara, Eleonora; 
perdita che, se colpiva specialmente la fi8:lia Beatrice, dovette at- 
tristare anche Isabella (1), la quale vedeva venir meno un'appas- 
sionata influenza, volta a stornare dalla sua famiglia la minaccia 
francese. Ella, del resto, nonostante il contrasto con Beatrice, 
serbò sempre aftettuosissime relazioni cogli altri personaggi 
della corte estense. Un mese prima scriveva ad Eleonora, per 
rallegrarsi con lei dell' elezione a cardinale del di lei figlio Ip- 
polito « perchè ultra che per la conjuntione, quale è tra noi, 
« omne fortuna se farla comune, io porto tale amor et benevo- 
« glienza alli figlioli de la Ex. Y., che se me fussero propri] 
« fratelli, non porria né più amare né più desiderare Ihonore 
« et bene loro ». Vedremo le ulteriori amichevoli relazioni fra 
Isabella e il cardinale dell'Ariosto (2). 

Sulla morte di Eleonora il Malipiero giunge alla strana af- 
fermazione ch'ella fosse avvelenata dal marito, il Duca Ercole, 
accortosi ch'ella, indotta dal padre, re Ferdinando, meditava di 
avvelenar lui, per sopprimere il più acceso fautore dell'invasione 
straniera. « Il re di Napoli per debilitar Ludovico, comenzò a 
< penzar de far morir per via de venen el Duca Hercole col 
« mezzo de so mujer sorella (sic) de re Ferrando ma Hercole 
« se n'accorse e la fece venenar essa e se saparò del tutto dal 
« re di Napoli e se strinse col genero: e de comun consegio 
« chiamò franzesi in Italia ecc. ». Sia pur falsa la voce raccolta 
dallo storico veneziano, essa non è senza valore quale indizio 
del contrasto tra l' azione politica d' Eleonora e quella del ma- 
rito (8). 

Il grave lutto non impedì che due mesi dopo si celebrasse 
^ Milano con pompa ancor maggiore dei precedenti un avveni- 
mento, che era per Ludovico Sforza un vero trionfo: le nozze, 
per procura, della nipote Bianca Maria con Massimiliano d'Au- 
stria, salito il 19 Agosto sul trono imperiale di Germania. 



(1) Pochi giorni prima G. Galeazzo, cacciando con Isabella lungo la 
Vernarola, era caduto in un fossato con grave pericolo. Lettera di Gon- 
falonieri del 6 Ottobre in Magenta, Castello di Pavia II. È in questa 
lettera che si parla della rivalità di Isabella col favorito Rozone pei 
cavalli sardi. 

(2) Lettera del 23 Settembre 1493 da Stradella, in Archivio di Stato 
•di Modena, cartella Isabella d'Aragona. 

(3) Malipiero, Annali veneti, A. S. italiano, tom. VII, pag 319. 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 343 

Movendo dal castello, innanzi al quale era esposto per la 
*prima volta, tra l'ammirazione generale, il modello della statua 
equestre di Francesco Sforza, alla quale Leonardo lavorava dal- 
r89, la giovane sposa, vestita di raso cremisino a razzi d'oro, 
tutta diamanti e perle, con coda e maniche lunghissime, si di- 
resse al Duomo per le vie tappezzate e festonate, su un alto 
carro ticato da quattro cavalli, avendo alla destra la nostra Isa- 
bella in cantora di raso cremisino con cordoni d'oro filato, ed a si- 
nistra Beatrice in camora di velluto morello coi vinci d'oro, come 
quest'ultima scriveva alla sorella, descrivendole la cerimonia 
con una minuzia, che non posso seguire. Dirò solo che dietro il 
carro trionfale venivano « dodici carepte con le principali « da- 
« miselle » della città, le donne della regina (Bianca) tutte a 
una livrea (camora di raso lionato e sbernie verdi) e, scriveva 
Beatrice, « le donne de la III. ma Duchessa Isabella et mie » (1). 

Quando nella magnifica cattedrale, tra lo squillare delle 
trombe e di tutte le campane della città, tra uno sfolgorio di 
vesti, d'oro e di gemme, alla presenza degli ambasciatori di 
quasi tutta l'Europa, tra cui quelli di Francia e di Eussia, fu 
posto sul bel capo di Bianca Maria la gemmata corona imperiale, 
Ludovico si sentì certo gonfiar l'anima d'orgoglio, egli che di- 
ceva di voler essere « il glutine » (2) tra Francia e Impero, e, 
nella vertiginosa sua esaltazione di temerario precursore dell'arte 
diplomatica, già presumeva di muovere, dal suo splendido, ma 
piccolo stato, i fili di tutta la politica europea. 

Ben altri sentimenti dovette provare in quel punto Isabella, 
mentre ella, Beatrice, Gian Galeazzo, Ludovico e gli altri prin- 
cipi e principesse, scesi, dopo la messa cantata, dai loro scanni, 
circondavano presso l'altare tra i gotici piloni la nuova impera- 
trice, a cui il vescovo di Brixen poneva in dito l'anello nuziale. 
Tutto riusciva all'intraprendente, e subdolo zio, tutto piegava al 
suo volere nello stato milanese. Solo elbi, la giovane meridio- 
nale, gli stava di fronte, solo ella (3) persisteva nella sorda re- 
sistenza, non senza scoppi improvvisi, ma vani, costretta col 
Duca suo marito alle funzioni di sovrani da parata, tratti fuori 



(1) Lettera del 28 Dicembre 1493 in Luzio, 1. e, in A. S. L. 1890, 
pag. 384. 

(2) « Tamquam glutiuum » Cherier, I, pag. 372 nota. 

(3) CoMiNEs, libro VII, cap. IV.... il quale (Ludovico) non aveva altro 
-competitore che la moglie del Duca sua nipote... benché essa potesse poco. 



344 ACHILLE DINA 

nelle solenni circostanze, come lo erano dai ma-ggionlonii pijii- 
nidi i chiomati re faineants. 

La promessa d'investitura al Moro, ormai risaputa (1), ag- 
tfravava anche più la situazione e doveva mutare la sua ama- 
rezza in angoscia. 

Ed anche la speranza di soccorso dei suoi vacillava. Re 
Ferdinando, pur cominciando, secondo i consigli del Fontano (2), 
a premunirsi ed armando contro l'ingrossante pericolo dell'inva- 
sione francese, era deciso, per istornarla dal suo stato, a qua- 
lunque sacrilìcio, anche a quello degli interessi della nipote, 
come dice il Guicciardini (3), che aggiunge essere egli anche 
disposto a ricondursi a Napoli Isabella. Non contento delle ap- 
passionate esortazioni fatte colla i^enna del Fontano a Ludo- 
vico d'arrestare lo straniero, disegnava, benché settantenne, di* 
recarsi da lui a Genova (Guicciardini) o a Milano (Giovio), nella 
speranza d'ottenere un risultato simile a quello raggiunto da Al- 
fonso il Magnanimo nella celebre visita a Filippo Maria Visconti. 

Ma il 25 Gennaio del 1494 il destino troncò, colla vita del 
vecchio e sanguinoso tiranno, l'ultimo interessato sostegno della 
pace d'Italia. 

Capitolo VII. 
(1494) 

Inizi di guerra tra Alfonso II ed il Moro — Progressi di Ferrandino,. 
fratello d' Isabella — Discesa di Carlo Vili — Aggravamento di G. 
Galeazzo — Carlo Vili al castello di Pavia ed alla Certosa — Carlo 
Vili ed Isabella — Il medaglione nella Porta delle Duchesse -- Morte 
di Gian Galeazzo — Colpo di Stato del Moro — Avvelenamento di 
Gian Galeazzo? — Isabella accusa. 

L'ascensione al trono napoletano, col nome di Alfonso II, 
del padre d' Isabella, l' antico avversario di Ludovico, con pre- 
sunzione di gran capitano, altero, violento, d' impetuosa parola,, 
a cui la condizione della figlia era in cuore una spina, resa più 
acuta dall'angoscioso appello di lei, precipitò le cose. Fer quanto 

(1) Cartwright, 1. e, pag. 221, dice che nell'autunno era libera- 
mente discussa. 

(2) Tallarigo, Pantano, I, pa^. 281. 

(3) Guicciardini, I, cap. II. «Anteponendo la securtà propria all'in- 
teresse della nipote.... per satisfare a Ludovico in tutto quello deside-" 
rasse e rimenarne a casa la nipote ». 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 345 

d'uao e Paltro, per addormentare il rivale, mostrassero in prin- 
-cipio inclinazione ad accordi, in realtà entrambi si preparavano 
all'azione. i 

Alfonso accondiscese ad ogni desiderio del papa, per gua- 
dagnarselo e formare una potente unione con lui e con Firenze, 
nella vana speranza di attirarvi Venezia, male furbescamente 
neutrale, con grande sdegno del Fontano, conservato nell'ufficio 
di primo ministro: nel Febbraio 1494 giurò segretamente obbe- 
dienza al Borgia e diede vistosi appannaggi ai figli di lui, 
avendone in ricambio, l'8 Maggio, l'incoronazione pontificia per 
mezzo del nunzio. Alessandro V^I sfuggiva all'influenza del suo 
grande elettore Ascanio Sforza, abbandonando l'alleanza mila- 
nese e combinava gl'interessi dei suoi figli colla parte di difen- 
sore dell'indipendenza d'Italia. 

Non è a dire se Ludovico s' irritasse di questi accordi, che 
costituivano uno scacco della sua politica. Nel Marzo aveva 
detto all'ambasciatore fiorentino Alemanni che, se le forze d'Al- 
fonso oltrepassassero lo stato della chiesa, gli andrebbe incontro 
con tutte le sue e « rimanderebbegli la figliuola a casa » (1). 
E già aveva inviato a Carlo Vili in Lione, dove giungeva il 
5 Aprile, data prefissa dall'astrologo Ambrogio da Eosate, il 
genero Galeazzo Sanseverino, che, affascinando colla finezza 
cortigiana e la maestria di giostratore il sovrano francese, diede 
l'ultima mano all'opera del suo consanguineo Antonio Sanseve- 
rino principe di Salerno, esule in Francia, vincendo presso il 
giovane re le ultime opposizioni all'impresa in Italia; azione 
presto rincalzata da quella accesa e violenta del cardinale Giu- 
liano della Eovere, già competitore e fiero avversario del papa, 
fuggito da Ostia a Genova e di lì passato in Francia: se più 
tardi, qual Papa Giulio II, lanciò il grido: fuori i barbari!, fu 
allora tra i piti accaniti a spingerli in Italia. 

Nel Maggio Alfonso, saputo Tesito dell'ambasciata del San- 
severino, licenziava l'ambasciatore milanese Antonio Stanga e 
si metteva in istato di guerra con Ludovico, occupandogli il 
gran feudo di Bari, antico possesso degli Sforza, di cui doveva 
poi per lunghi anni esser Duchessa Isabella d'Aragona. 

È facile pensare con quale ansia avesse seguito tutti questi 
maneggi la Duchessa di Milano, che nell' inverno si era sgra- 
vata di una figlia, a cui pose il nome della venerata madre. 



(1) ViLLARi, Machiavelli, tom. I, doc. 1, del 30 Marzo. 



M6 ACHILLE DINA 

Ippolita. Ella, che aveva laudato al padre 1' appello incitatore, 
che, al pari degli esuli milanesi in Napoli, Alessandro Sforza e 
Gian Giacomo Trivulzio, gli aveva affermato che al suo apparire 
le popolazioni lombarde si sarebbero sollevate, doveva fare ar- 
denti voti per le armi paterne e per. qualche tempo si sarà sen- 
tita gonfiare il cuore di segreta speranza. 

È generale opinione che, se alle lentezze degli apparecchi 
francesi si fosse contrapposto un piti risoluto concorso di Koma 
e di Firenze e maggior energia da parte di Alfonso, almeno 
dopo il piano di guerra convenuto col papa a Vicovaro il 15 
Luglio, le loro armi avrebbero sortito il successo. Magnanima, 
qual'era, ed entusiasta del padre, Isabella valutava per certo 
tutte le favorevoli possibilità, pur vedendo addensarsi da Francia 
la tremenda minaccia ed assistendo, sospettata ed impotente, ai 
preparativi sforzeschi contro i suoi. 

Ed, ecco, la notizia delle ostilità cominciate a Luglio colla 
partenza della grande flotta aragonese al comando dello zio 
Federico, per operare contro Genova sforzesca, e subito dopo, 
quella della sconfitta del contingente, da lui sbarcato a Porto 
Venere ! 

Proprio in quel mese, mentre s' iniziavano così le azioni di 
guerra, Gian Galeazzo, che, nel Novembre, era già stato amma- 
lato e curato, si ricordi, da Ambrogio da Kosate, si riammalò 
nel castello di Pavia, da cui più non si mosse, per non aver 
che brevi pause di miglioramenti; cosicché alle ansie per gli 
eventi della guerra si mescolavano, nel cuore d'Isabella, quelle 
per la salute del marito, al cui capezzale era così assidua, da 
ammalarsi ella stessa, benché non gravemente (1). 

Intanto il grosso delP esercito aragonese varcava V Appen- 
nino e scendeva, tra l'Agosto e il Settembre, in Romagna sotto 
il di lei amatissimo fratello Ferrandino, Duca di Calabria, gio- 
vane eroe d' alte speranze, aitante, bello, gentile, coli' appa- 
rente, se non reale, favore dei principi di Eomagna, tra cui 
la valorosa cognata d' Isabella, Caterina Sforza, la Madonna di 
Forli, reggente, dopo l'assasinio del marito, pel figlioletto Otta- 
viano. Il ritardo di questa spedizione aveva sì lasciato tempo al 
contingente franco-sforzesco, sotto Gian Francesco Sanseverino 
Conte di Caiazzo e il D'Aubigny, di farglisi incontro, per fron- 
teggiarlo in forti posizioni : ma non avrebbe dovuto Ferrandino 



(1) Malaguzzi, 1. e, voi. I, pag. 55 e 56. 



I 



ISABELLA. D'ARAGONA E(;0. 347' 

coU'impeto giovanile, colle forze superiori, travolgerlo, invadere 
lo stato milanese, sollevarne le popolazioni, ridarlo al legittimo 
signore, smovere col successo Venezia dalla neutralità sorniona, 
unire tutta l'Italia contro lo straniero? Egli invece per le istru- 
zioni del padre, che credeva già un successo trattener l'inverno 
i Francesi, perdeva tempo in guerra di posizioni. Secondo il 
Oomines, essi non credevano alla venuta del re, di cui parlavano 
con disprezzo, dicendo che ad ogni modo lo anderebbero ad in- 
contrare sino ai monti. 

Ed ecco, contro la loro attesa, Carlo Vili passare sul prin- 
cipio di Settembre il Monginevra e, attraversato il Piemonte, 
abboccarsi ad Asti, la città del Duca d'Orléans, il futuro 
Luigi XII, col Moro e con Ercole d' Este, per poi recarsi a 
visitare, nel vicino castello di Annone, Beatrice, la sfolgorante 
moglie di Ludovico, circondata dal fiore delle bellezze lombarde, 
sfoggianti tutte le magnificenze e le lusinghe della corte sfor- 
zesca. Senonchè il 13 di quel mese Carlo s' ammala in Asti di 
vaiolo e la sua malattia sembra compromettere P impresa : Al- 
fonso d'Aragona prende animo, Piero dei Medici manda truppe 
in Romagna in aiuto di Ferrandino. 

Pur di quel Settembre, mentre, dopo un effimero migliora- 
mento, Gian Galeazzo ha una più grave ricaduta, è la notizia 
d'un tentativo fatto da Isabella, per comunicare col padre. Un 
« Jeronymo del Castello » (1) parte da Pavia « per conzarse » 
con Alfonso, scrive al Moro uno dei suoi informatori; tentativo 
che non dovette essere isolato : ricordiamo l'asserzione del Co- 
mines dei messi d'Isabella fatti affogare dal Moro. Ella dunque, 
pur vigilata, pur nell' angustia della malattia dello sposo, pro- 
tende la sua volontà, cerca d'influire sugli avvenimenti. 

Ma in vano. Tutti gli ostacoli all'impresa, che pareva folle, 
venivan meno, con stupore generale, quasi per soprannaturale 



(1) Dina, Ludovico il Moro ecc. nel Canzoniere del Bellincione in 
A. 8. jC., pag, 737 « habiamo pensato sia partito ad persuasione d'altri 
e ad produrre forse cativi efecti.... ho pensato che lui debba aver pigliato 
cura da portare le lettere expedite ». Che sia il Raymo, famigliare del 
Duca di Calabria, a proposito del quale, avendo saputo che stava presso 
Isabella, il Moro scriveva ad Antonio Stanga ohe le facesse intendere 
« che a noy non piace che se mandano messi cosi segreti senza nostra 
saputa e che quando la Duchessa farà cosa alcuna sarà la prima a pen- 
tirsi » f Magenta, Castello di Favia, tom. I, pag. 526 nota. 



348 ACHILLE DINA 

intervento. Dio era, dice insistentemente il Oomines, che voleva, 
per mezzo di Carlo punire i misfatti dei principi aragonesi I (1). 

Carlo, curato da Ambrogio da Kosate, guarisce e, benché 
la moglie ed il reggente lo supplicassero di tornare in Francia, 
sotto il fascino di Ludovico ordina la ripresa dell'avanzata. 

Ma le opposizioni non erano ancor tutte vinte: a Casale, 
dove il re si fermò tre giorni, la marchesana del Monferrato, la 
slava Maria, nemicissima del Moro, fece di tutto per porglielo 
in sospetto: il Duca d'Orléans, pretendente al Milanese, voleva 
che Carlo cominciasse ad impadronirsi di lui : generale era nel 
campo francese la diffidenza verso il subdolo alleato. Non appena 
il giovane re entrò nel territorio milanese, parve anch' egli in- 
vaso dal sospetto comune : a Mortara, dove dormì il 10 Ottobre, 
volle le chiavi del castello e che parte^ della guardia vigilasse 
la notte : a Vigevano, pur trascorrendovi due giorni nello splen- 
dido castello in feste e spassi con Beatrice, le belle milanesi, i 
cortigiani, gli artisti, raddoppiò le precauzioni. Il 13 visitò le ma- 
gnifiche fattorie alla Pecorara; il 14, rinunciando, più per diffi- 
denza che per fretta, a vedere la popolosa capitale del ducato, si 
avviò verso Pavia, per visitare il giovane cugino ammalato. 

Mentre nel ducato era tutto movimento d'armi o festeggia- 
menti e nella stessa Pavia e nel castello fervevano gli appa- 
recchi per l'ingresso trionfale del re, nelle stanze ducali regna- 
vano la desolazione ed il pianto. La malattia di Gian Galeazzo, 
-dopo varie alternative, alla fine di Settembre s'aggravava al 
punto che, mentre il Moro mandava un medico di sua fiducia, 
Girolamo Visconti, parve necessario si recasse a Pavia la madre 
del Duca, Bona di Savoia, non so se da Milano o da Abiate- 
,grasso, sua abituale residenza. Il suo arrivo al castello, il 3 Ot- 
tobre, fu uno schianto. Si gettò sul letto con la faccia in giti, 
piangendo senza posa: a fatica Isabella potè condurla nella sala 
della Torre a lei assegnata (2) « la Ill.ma Duchessa Isabella gli 
« è andata incontro fino allo stechato del parco con il conte (il 
« piccolo Francesco, conte di Pavia). Giunta al lecto del Ducha 
« 1' Ex.tia sua li tochò la mano et incomenzò ad piangere vol- 



(1) Aoche il CoRio, p. 576, dopo aver esposta l'opinione generale che 
•Oarlo sarebbe stato a lungo trattenuto nell'Appennino, soggiunge : « Ma 
le cose predette e quelle che narreremo dobbiamo attribuirle piuttosto 
a volere divino che alla forza o all'umano ingegno ». 

(2) Malaguzzi, 1. e, I, pag. 58. 



349 

« tando la faccia in gioso et stete gran peza prima dicesse cosa 
< alcuna ». 

A quali patetici sfoghi si saranno abbandonate le due donne 
ugualmente odiatrici del Moro, se pur lo rese possibile la pre- 
senza dei di lui informatori, tra cui Dionigi Gonfalonieri, V au- 
tore del passo testé riferito, nella grande camera a volta, rivestita 
d' affreschi, presso il magnifico letto del principe febbricitante, 
cui la debolezza non impediva gV infantili capricci per cibi o 
vini prediletti, pei cavalli, pei levrieri, che vuol rivedere. Alle 
loro querele si destano nel malato tardivi e timidi sospetti sui 
sentimenti dello zio. È in segreto « facto andare da canto ognuno » 
che il 7 Ottobre chiede al Gonfalonieri « se credeva l'Ex.tia del 
« Moro li volesse bene.... se mostrasse dispiacenza del male suo ». 
Alla risposta del satellite dello zio, il poverino si raccheta, con- 
tento di alleggerirsi del sospetto, che troppo gli pesa (1). 

E intanto le notizie della ripresa della marcia e delPap- 
pressarsi dei francesi dopo la malattia di Garlo raddoppiano lo 
spasimo e la tempesta nelP animo d' Isabella. Mentre il bellis- 
simo sposo si strugge come cera e lo straniero si avanza alla 
conquista del reame paterno, già forse un terribile sospetto, che 
vedremo divenir poi convinzione, sulla natura del male di Gian 
Galeazzo, la dilania, e forse il pericolo estremo del padre e 
della patria la fa rimordere della fatale sua lettera. Tragica e 
quasi solenne condizione, pel fondersi in quel punto del suo fato 
con quello dell' Italia tutta, anzi, come avverte il Giovio, di quasi 
tutto il mondo, travolto per oltre cinquant'anni dalla nuova di- 
scesa barbarica in un vortice di guerre e di rovine (2). 

L'il Ottobre il Duca dorme vestito « et nel dormire — scrive 
« il Gonfalonieri — li tremavano li diti de le mani et piedi » 
Il 12 a desinare ed a cena vtiol « stare a tavola ad mangiare 
« con la Duchessa (ultima, pietosa cena coniugale) volendo mo- 
« strare esser gagliardo per fare ad modo suo ». 

E Garlo, dalla Pecorara, giunge il 14 a Pavia coi mag- 
giori personaggi del suo seguito, col Moro, col Sanseverino e 
con parte dell'esercito, mentre il grosso lo x^recedeva a Piacenza. 



(1) Dina, Ludovico il Moro ecc. nel Canzoniere del Bellincione in 
A. S. L., 1884 Dicembre. E ancora il 12 il giovane Duca diceva al Gon- 
falonieri « credeti, sei S.r mio barba non fossi così occupato, mi ve- 
neria a vedere? > Magenta, Castello di Pavia, 1, j). 528. 

(2) Giovio, in principio della: Storia dei suoi tempi. 
Arch. Stor. Lomb. Anno XLVIIL Fase. lU-IV. 23 



;ì50 achille dina 

Dopo una sosta all'abbazia di S. Antonio, entra in città (1), circa 
le 23, sotto archi di trionfo, ricevuto ed accompagnato in Duomo 
da un grandioso corteo di mille fanciulli, di chierici, di dottori 
nelle loro magnifiche robe e berrettoni foderati di vaio e di pelle. 
Rifiuta l'alloggio preparatogli in città e vuole abitare in castello, 
facendosene dar le chiavi e ponendo guardie alle porte (2). La. 
notte, dice il Sanudo, andò a visitar Bona, sorella di sua madre, 
nella torre, ove anch'egli alloggiava, mentre il Duca malato era 
tenuto quasi segregato nel suo appartamento alla corte Ducale: 
il Oomines, infatti, passato per Pavia tre giorni prima, non 
aveva potuto vederlo, come avrebbe voluto. 

Orribile sorse per Isabella l'alba autunnale del 15, giorno 
in cui Carlo doveva visitare il Duca. Ludovico e il suo alter 
ego Galeazzo Sanseverino erano stati da lei a insistere nell' e- 
sortarla a presentarsi al re e « toccargli la mano », certo per 
dissipare i sospetti di lui. 

Ma ella, senza badare al suo stato — tanto il Sanudo che 
il Mangano confermano che er^ di nuovo incinta - « tolse un 
« coltello e « prima mi ammazzerò mi medesima che mai vadi 
« alla presentia di chi va alla mina del re mio patre » rispose, 
secondo il Sanudo, sempre pari per la magnanima natura ai 
grandi momenti. 

Soggiunge il cronista veneziano, allora a Milano con Zorzi 
Pisani, poco prima inviato da Venezia presso Carlo YIII, ch'ella 
« mai non volse venir a tocarli la man né venirli davanti v>. 

Egli riferisce anche le pietose parole, che Gian Galeazzo, 
incoraggiato dall' aftettuoso compatimento del re suo cugino, 
giovane come lui, gli avrebbe rivolto, raccomandandogli il bel- 
lissimo figlioletto Francesco : « Cristianissimo re, molto mi dolgo 
« di non aver potuto venire ad onorare la Majestà vostra, corno 
« era el mio debito et voler et merito de la Celsitudine vostra 
« et presentarvi el mio stato. Et non avendo da darli se non 
« città, le qual tute era de soa Majestà et za per avanti offerte 
« per il sangue et benevolentia era tra lol"©, (sic) ma che solum 
« li restava a far uno presente di la più cara cosa avea, che 



(1) Il diario del soggiorno di Carlo a Pavia è, con qualche differenza, 
nel cronista pavese Michel Mangano in Bossi, Storia di Pavia ; e nel 
Sanudo, Spedizione di Carlo Vili in Arch. Veneto 1873, pag. 671 e seg. 
Interessanti notizie sono pure nel Godefroy, Exp. de Charles Vili, sulla 
fede di Pierre Desrai. 

(2) CORIO, COMINES. 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 351 

< era il so fìol primogenito. Et cussi quello presentò in dono a. 
« Soa Majestà, gè lo dette in brazo, el qual era de cinque anni. 
« Et el re lo tolse et basò ricevendolo per flol, rengraziando el 
« duca de tal offerta. Et tolto combiato se ne partì et andò a 
« la sua stantia (1) ». 

Isabella, dunque, secondo il Sanudo, non si presentò ar 
Carlo Vili. 

Ma il Comines, scrittore non meno veridico, seguito dalla 
grande autorità del Guicciardini, narrando quella storica scena 
sulla fede di quanto gli riferì poi il re stesso, dice che, mentre 
Carlo stava ragionando con Gian Galeazzo in presenza del 
Moro, Isabella gli si gettò ai piedi, supplicandolo di aver pietà 
del padre e del fratello. 

Farmi che le due narrazioni, anziché contraddirsi, si com- 
completino, rappresentando due momenti dell'azione d'Isabella (2). 
Se così fu, pensi il lettore per qual parossismo di passione do- 
vette la giovane Duchessa passare dal primo disperato fiero ri- 
tìnto al sacrificio di prostrarsi davanti a Carlo, per l'estremo 
tentativo di rimuovere la rovina dal padre e dalla patria. Ma 
Carlo, che non voleva dispiacere a Ludovico lì presente, del 
quale aveva bisogno per il proseguimento dell' impresa, rispose 
che quant'ella voleva non era possibile (3). « Aveva questa si- 
« gnora — continua compassionevolmente il sire d'Argenton — 
« maggior bisogno di pregare pel marito e per se medesima, 
« che era ancor bella e giovane ». Forse a deciderla al doloroso 
passo contribuì la conoscenza della tensione dei rapporti tra Fran- 
cesi e Sforzeschi nella notte precedente, quella della visita di 
Carlo a Bona. < Alcuni che erano con la persona del re — scrive 



(1) SaxNudo, Spedizione di Carlo Vili (ed. Fulin 1783) pag. 71 e seg. 

(2) Il Co RIO, III, pag. 576 dice soltanto: « il Duca raccomandò a 
Carlo 8110 figlio Francesco colla moglie » e il Mangano : « andò in ca- 
stella dove subito visit<> il conte Duca Giovan Galeazzo, il quale era a 
letto intermo e lo consolò molto ». 

(3) Secondo l'ambasciatore fiorentino Ridolfi, la notte prima, forse 
per suggestione di Bona, il re aveva mandato a dir parole di con- 
forto ad Isabella « Di poi la sera sendo stato il re con la Duchessa 
Bona per un buon pezzo » alcuni signori ch'erano stati lì presenti an- 
darono da Isabella e « intra le altre cose gli dissono che non passerebbe 
due mesi che il re suo padre sarebbe in buona amicizia col re ». — 
Dejardins, Negotiations diplomai igues. — Poveri conforti ! Ma forse 
contribuirono a decidere la Duchessa all'estremo tentativo. 



« il Oomines — mi dissero poi cbe v' era del peninolo ; di che 
« meravigliandosi il Sig. Ludovico ne parlo al re' dimandandogli 
« se temeva di lui. Fatto è che si stette quella notte in molta 
« sospensione d'animo da ambedue le parti, benché noi parlassimo 
« più liberamente che non facevano gl'Italiani, non già il re, 
« ma quelli eh' erano suoi stretti parenti ». Il Brissonnet, uno 
dei due, che piti avevano concorso a spingere il re all' impresa, 
s' era poi voltato alle vedute del Duca d' Orleans e andava 
dicendo che Ludovico avrebbe ingannato tutti. Coire era anche 
Filippo di Bressa, che Ludovico chiamava suo nemico perso- 
nale (l). Bastava, forse, un piccolo peso a far pendere la incerta 
bilancia. 

Isabella, forse, vi gettò sopra il sacrificio del suo orgoglio. 

Invano! 

Le parole di Gian Galeazzo e, probabilmente, quelle d'Isa- 
bella commossero profondamente (Jarlo. Ma Ludovico, aiutato 
da Beatrice e dalle dame lombarde, s' affrettò a stordirlo di 
nuovo coli' ostentazione delle magnificenze del suo dominio. 
Forse quel giorno stesso, lo condusse a caccia nel parco e il 
giorno dopo, 16 Ottobre, a visitar le meraviglie della Cer- 
tosa (2), ove però nei fregi delle due celebri porte dette 1' una 
dei Duchi, l'altra delle Duchesse il re avrà riveduto, scolpite 
in medaglioni, le immagini di Gian Galeazzo e d'Isabella. 

Quindi partì col suo esercito, seco recando le estreme spe- 
ranze di Bona e d'Isabella. Accompagnato da Ludovico, entrava 
in trionfo, benché sotto la pioggia (Sanudo), in Piacenza, a capo 
di ottomila cavalli. 

Il dì stesso della sua partenza, probabilmente per un appa- 
rente miglioramento di Gian Galeazzo, anche Bona lasciò Pavia, 
per tornare a Milano. Ma subito dopo, il 18, il Duca si aggrava. 
Il tempo, abbiam detto s' era guastato : nel parco, teatro di 
tante sue cacce e piaceri, la pioggia macerava le foglie cadute. 

Il 20 egli vuole ancora rivedere i levrieri ed i cavalli rega- 
latigli dallo zio; ma più tardi, sentendosi mancare, si conlessa. 
Il giorno dopo, martedì, 21 Ottobre, alle 8 di notte, spira « quale 
« immacolato agnello — scrive il Corio — non toccando ancora 
« il vigesimo quinto anno di sua età ». Isabella, nell' estremo 



(1) Cherier, 1. e, pag. 56. 

(2) Michel Mangano, nella cui casa, a la T^-rre de' Mangani, il re 
desinò (in Bossi, Ist. Pav. e nella nota 15 nel tomo III del Corio). ■ 



35.3 

istaiite, non potè neppur confondere il suo lamento con quello 
(li Bona, ancora, come dice il Sanudo, a Milano. 

La sera stessa Ludovico « che di hora in bora era advisato 
« dello stato del Duca » giungeva con straordinaria velocità a 
Milano e con una immediata distribuzione di denaro ai provvi- 
sionati ed agli armigeri, preparava pel domani il fulmineo colpo 
di stato, con cui si faceva Duca di Milano, adunando in castello 
circa 200 tra i principali gentiluomini e brutalmente ponendo 
loro il quesito, se in quel frangente convenisse allo stato aver 
per sovrano un bambino « appena fuor di fasse » o lui che l'a- 
veva sin allora governato così che « tuto el mondo lo aprecia ». 

<^ Unde quelli cittadini — dice il 8anudo, che seguo a pre- 
ferenza del Corio, il quale gli attribuisce anche l'ipocrisia 
« d'aver proposta la successione del piccolo Francesco — non 
« potendo far ne dir altro essendo dove erano » annuirono per 
bocca di Galeazzo Visconti. Quindi egli, vestito d'oro, cavalcò, 
secondo l'uso, per la città, di cui s'eran chiuse le porte (1): non 
applaudivano che i cortigiani ; il popolo, che al mattino si chie- 
deva ancora s'egli non avrebbe fatto proclamar Duca il nipo- 
tino, rimaneva tacito, esterefatto. 

Il giorno dopo, per di lui ordine, la sua elezione fu procla- 
mata anche in Pavia « a suon di trombe e di campane » in 
Piazza Grande, dove per tre giorni « si fece festa con proces- 
« sioni e fallodi » (2). 

Quegli squilli dovettero colpire sinistramente le orecchie 
d'Isabella, portando all'estremo il suo schia,nto. Al doppio colpo 
della marcia di Carlo contro il padre e della morte del giovine 
sposo, un terzo ora s'aggiungeva, per quasi fulminarla, di veder 
privo dell'eredità ducale il lìglioletto, ancor più bello del padre e, 
ad inviperire canta angoscia, l'atroce sospetto che la morte del gio- 
vane Duca fosse stata per veleno fattogli propinare dallo zio. 

Che s'ella per la salvezza sua e dei teneri figli dovette al- 
lora comprimerlo in petto, si manifestò subito universale e 
perdurò l' opinione che la morte di Gian Galeazzo fosse procu- 
rata da quegli, a cui così bene, proprio in quel punto, giovava 
e la cui capacità a delinquere era generalmente ammessa (3). 

(1) Lettera di Donato de Preti ad Isabella d'Este, Cartwkight, 
l. e, pag. 245. 

(2) Michel Mangano, in Corio III, nota a p. 649-650. 

(3) Corio, III, p. 410, rjporta la voce dell'avvelenamento di Jacopo 
dal Verme, per d«)narne i beni al prediletto Galeazzo Sanseverino. 



^M AOHII.I,K DINA 

« A dì 15 dMJttubrio se ha, aviso scrive in Venezia il Ma- 
« lipiero — che el Duca Zuan Galeazo è morto de flusso j et e 
« opinion comune che Ludovico so zio l'abbia fatto morir per 
« via de tossego » (1). E pure a Venezia il Sanudo: « la qual 
« morte sotto sora a tutti fo gran meraviglia et si Judicò fosse 
«tà tossicato ». 

A Milano il Oorio: « Non senza qualche sospetto venendo 
« meno a poco a poco », il Prato: « fece avvelenare il ni- 
« potè » (2), e il singolare umanista e poeta vernacolo Lancino 
Curzio, facendosi espressione del sentimento popolare: « Tè 
« mazzat to nevod per to el ream (3) ». 

E a Napoli il gran Fontano: « venenum illum e medio sub- 
« stulisse cives, advenae, preregrini, passim atque impune ». 

II Comines, poi, narra che nell'esercito francese in Piacenza 
« imputandolo della morte del nipote » si affermava che aveva 
loro fatto passare i monti, per tarsi duca ; onde 1' anonimo 
autore dell' Histoire manuscripte de Charles Vili lo dice di- 
venuto pei francesi oggetto d' orrore (4). Similmente alquanto 
piti tardi Simone del Pozzo per quasi cinquant' anni segre- 
tario comunale di Vigevano, la patria tanto beneficata del Moro, 
pel quale pur mostra gran devozione: « Tolse il nepote cum il 
« veneno et per tal morte qual dete a quel sangue innocente fu 
«• odioso ai popoli » (5). 

Antonio Maria Graziano (6) ed il Giovio (7), entrambi pronti 
a riconoscere le grandi qualità del Moro, parlano più specifica- 
tamente, e con asseveranza il primo, di lenti veleni propinati al 
Duca, in modo che apparisse vinto da malattia naturale. 

Finalmente, dei due massimi storici del Cinquecento, il 
Machiavelli dice che il Duca morì di veleno come un cane e il 
Guicciardini, meraviglioso nel discendere colle volute dei mae- 
stri periodi sino ai piti minuti, importanti particolari, dice, quasi 
confutando le interessate contemporanee ed anche le postume 
ingenue giustificazioni: « si credette universalmente per tutta 



(1) An. veneti. Le, 320. 

(2) Cronaca rail. in Miscel. di Storia italiana, XIII, p. 102. 

(3) De Castro, La storia nella poesia popolare milanese. 

(4) In Cherrier, 1. e, pag. 465. 

(5) In Fossati, Lud. Sforza avvelenatore del nipote f A. S. X., au. 
XXXI, tom. II, pj<g. 162-70. 

(6) De Casibus virorum illustrium, Parigi 1580. 

(7) Storia dei suoi tempi, trad. Domenichi, pag. 62. 



ISABELLA D'ARAGONA ECO. 355 

« Italia che e' fosse morto non per infermità naturale né per 
« incontinenza, ma per veleno ». Eicordando poi la testimouianza 
del medico del re di Francia, Teodoro Guarnerio di Pavia, d'aver 
scorto manifestissimi i segni del veleno in Gian Galeazzo e no- 
tando « l'aver Ludovico l'anno innanzi procurato l'investitura e 
« fatto poco innanzi alla morte del nipote spedirne sollecitamente 
<< i privilegi imperiali » mostra di credere che 1' avvelenamento 
fosse stato perpetrato piìi per « deliberazione premeditata e in 
« tutto volontaria, che subita e quasi spinta dal pericolo pre- 
« sente ». 

Troppe citazioni, forse. Ma negli ultimi tempi, dal Magenta 
in poi, numerosi scrittori (1), sulla base delle lettere al Moro 
degli accoliti di lui, medici o no, trovate nell'Archivio di Milano, 
descriventi le fasi del male, hanno creduto, quasi che di cause 
delittuose potesse rimaner traccia nelle lettere ufficiali, di poter 
I)ronunciare di Ludovico una completa assoluzione, tratteggian- 
dolo anzi alcuni di essi con idilliche tinte di soavissimo zio. 

Ma contro le postume e troppo facili giustificazioni, che ar- 
rivano sino alla precipitosa affermazione che Isabella mai avesse 
sospetto^di avvelenamento del marito, par insorgere ella stessa 
con dichiarazioni che, essendo state riferite sin dal 1886 dal 
Pellisier (2) nella magistrale sua opera su Luigi XII e il Moro, 
non avrebbero dovuto essere ignorate. 

Non solo ella credette nell'avvelenamento, ma sosteneva di 
conoscerne l'esecutore. Quando, nel 1499, il Milanese fu con- 
quistato dal già Duca d' Orleans, Luigi XII, Isabella — rias- 
sumo lo storico francese — profittò della generale reazione contro 
i favoriti del Moro, per appurare il terribile sospetto confittole 
in seno. 

L'uomo, che non ella sola da gran tempo accusava del truce 
misfatto insieme a Galeazzo Sanseverino, il diletto genero del 
Moro, era quell' Ambrogio da Varese, dal feudo donatogli da 
Ludovico, in ricompensa d'una sua guarigione, detto poi da Ko- 
sate, medico ed astrologo, anzi professore d'astrologia all'univer- 
sità pavese, autore d'un opera filosofico-astronomica (Monumenta 
Philosophiae et Astronomiae) sovraintendente di tutte le scuole 

(1) Vedi Magenta, Castello di Pavia^ I, pag. 535. — Cartwright, 
Beatrice d^Este^ pag. 204. — Cherrier, 1. e. — Malaguzzi Valeri, 1. e. 
Vedi anche l'auto difesa del Moro in Canestrini, A. St. It. 1864, i>. 20 
ed in Magenta, 1. e, II, pag. 469. 

(2) Pellissikr, Louis XII et Ludovic le More. toni. II, p. 206 e seg. 



3r>6 a(;hiij.k l)l^A 

«lello Stato, che abbiamo jjià iricoiitiMto pìh volte e visto test< 
al capezzale «li Carlo Vili e prima, nel Novembre 03, a quello 
(li Gian Galeazzo; un miscuglio <li scienziato e di ciarlatano, 
una specie di (^ajfliostro del rinascimento, certo in possesso delle 
cognizioni cliimicbe del tempo e della sottile pratica italiana in 
fatto di veleni: nel Febbraio 98 era tra i convenuti nella disputa' 
scientifica in Castello con Leonardo <la Vinci e Luca Paciolo (1). 
— ]Sori v'era azione privata o di Stato del Moro, cui egli non s'im- 
mischiasse, per stabilirne e spesso farne n»utare Fora e la forma, 
secondo il punto d'astrologia. « Ambrosio astrologo dal consiglio 
€ del quale nunquam si parte» diceva il buon Trotti e altrove: 
« non fa nulla senza di lui sino dal darli licentia ». 

Alla caduta del Moro ebbe la casa ])osta a sacco dalla 
plebe (2): preso nella tentata fuga, fu condotto prigioniero in 
casa d'Alvise Trivulzi ed ivi fatto oggetto d'inchiesta da Pietro 
Dal Verme e Giovanni Borromeo. La Duchessa Isabella inten- 
deva farlo sottoporre a processo regolare; ma, avendo per più 
sicurezza atteso l'arrivo di Luigi XII, dovette poi, come vedremo, 
abbandonare Milano e non potè attuare il proposito. 

Ella stessa, però, ebbe a dichiarare all'ambasciatore ferrarese 
Bianco, il quale lo riferiva l'il Settembre 1499 al suo signore e 
non aveva ragione di mentire, che l'astrologo aveva finito col 
confessare a lei d'aver somministrato il veleno a Gian Galeazzo 
in uno « scyroppo » per richiesta di Ludovico. Argomento e te- 
stimonianza, parmi, da non porre in non cale! 

Ohe se veramente fu Ludovico a levar di vita il nipote, 



(1) UziELLi, Hicerche su Leonardo da Vinci. — V. Tiraboschi, VI, 
p. Il, pag. 4712 e Argelati, t. II, par. I, p. 1572. — G. E. Fkrrari, de- 
dicandogli nel 1490 la sua edizione di Ausonio, gli diceva: « tu solo o 
Ambrogio, eminentissinio tra i filosofi, mi sei sembrato degno di questo 
dono, tu che per ingegno, dottrina, vigilanza, vai innanzi a tutti ì me- 
dici e a tutti gli astronomi non solo di Lombardia, ma ancora, dico con 
loro pace, di tutta Italia. E chi più ingegnoso di te nello scioglier que- 
stioni di filosofia *? Chi più veritiero nel predire cose avvenire ? Chi più 
famoso di te per fedeltà (!) e per vigilanza 9 ecc. ». 

(2) Prato, A. St. It., Ili, p. 222. Nel 1480 figura tra i testimoni del 
primo contratto di nozze fra Ludovico e Beatrice. « Domino magistro 
Ambrosio de Rosate phisico ». - Il Sanudo dice che una volta sostenne 
il coraggio del Moro (Diari, II, col. 1210). — V. anche Cantù, Aneddoti 
di Ludovico il Moro, A. S. L., pag. 489 e Gabotto, Eiv. di FU. scient, 
serie II, voi. VII. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 357 

dopo la nefanda opera di rammollirlo, come dice il Bembo (1), 
e d'allontanarlo dagli affari e, come vedemmo, d'impadronirsi 
del suo animo e farsene zimbello; il suo delitto è pili nero di 
quello che compiva undici anni prima (1483) in Inghilterra Ric- 
cardo III, e che ci fa ancora inorridire nelle pagine dello Sha- 
kespeare, perchè subitaneo, quello, e non diuturno e non palliato 
di tutte le raffinatezze della cultura; ne avevano i giovinetti 
Inglesi pel loro zio il trasporto, la devozione, ^ammirazione, 
quasi per essere sovrumano, di Giovan Galeazzo per Ludovico. 
Talché Dante pel traviamento e l'eccidio di chi « quasi 
« immacolato agnello » da lui pendeva, anziché trasmutarlo per 
la volpina astuzia, con Ulisse, in fiamma tra i tessitori di frodi, 
l'avrebbe ficcato più giìi, nell'ultima bolgia, fra i traditori di 
quelli, che confidano in loro. 



Capitolo Vili. 
(1494- 1495) 

Disperazione d'Isabella — Ritirata di Ferrandino — Avanzata di Carlo — 
Trasferimento d'Isabella nel castello di Milano ~ Visita d'Isabella 
d'Este ad Isabella d'Aragona — Ritratto negli elogi del Giovio — 
Tentativo d' appello all' Imperatore — Nuovo parto — Popolarità 
del Duchetto — Carlo VIII a Napoli in Castelcapuano — Inve- 
stitura del Moro — Isabella in stretta custodia — Lega contro 
Carlo Vili — Fornovo — Morte di Alfonso II, padre d'Isabella. 

La notte del 22 Ottobre Isabella ebbe il nuovo schianto del 
distacco dalla diletta spoglia, che il Moro fece portare a Milano, 
anche per attutire il sospetto, di cui si sentiva avvolto. La 
salma del defunto Duca fu esposta tre giorni in Duomo bianco- 
vestita, in giubba d'oro, colla berretta ducale, nella destra il 
bastone d'argento, nella sinistra la spada « et li speroni reversi 
« in piedi » tra il salmodiare di preti e frati, alla luce vacillante 
di trecento torce; fu quindi collocata, come quella dei precedenti 
Duchi, presso l'aitar maggiore, in una cassa dorata, sulla quale 
un'ignota mano fece trovare due epigrammi latini, voci della 
reazione popolare a quella ostentazione. Diceva l'uno: 

Dum pater ense perit. rapuit me dira veneni 

sorbitio ; qua dux tertiiis arte cadit. i 



(1) Bembo, Hist. venetarum rernm. 



;j5tS AGHI LI. K DINA • 

Si uoti quel sorbitio e quel arte, che par vogliano indicare 
la lentezza e la sottigliezza del veleno. 

lisabella in Pavia, straziata, impotente, abbandonavasi alla 
più nera disjierazione, giacendo ]>'er terra in una stanza parata 
a lutto ed oscura. 

Contemporanei e posteri sentiron tutti di trovarsi innanzi 
ad un' eccezionale sciagura. 

Due giorni dopo la morte di (t. Galeazzo, Giovanni de An- 
dria, scrivendone da Venezia al Marchese di Mantova, diceva 
che meritava ne pigliasse dolore tutto il mondo: « molto più 
« è digna de compassione quella sventurata sovra ogni altra de 
« M.na Duchessa, la quale mai ebbe un'ora de bon tempo; et 
« seinpre ha magnato più lagrime che pane » (1). 

Ed il Corio, dopo aver detto che s'era racchiusa « come pri- 
« gioniera entro una camera... gran tempo giacendo sopra la 
« nuda terra senza vedere la luce », soggiunge, anticipando l'altro 
terribile dolore, che l'attendeva: « dovrebbe ogni lettore pensare 
« l'acerba sorte della sconsolata Duchessa e, se avesse il cuore 
« più impietrito d'un diamante, pur piangerebbe nel pensare 
« qual dolore doveva essere quello della sciagurata ed intelice 
« moglie, vedendo in un punto la morte del giovinetto e bellis 
« Simo consorte, la perdita di tutto il suo impero, i figli allato 
« privi di ogni bene, il padre e il fratello colla sua famiglia 
«espulsi dal regno di Napoli e Ludovico Sforza con sua moglie 
« Beatrice avergli occupata la signoria ». 

Il 23 Ottobre Paolo Billia scriveva al Moro ch'ella pel do- 
lore e pel lungo piangere era malata (2). 

11 25 il Moro, che l'avrebbe voluta subito sottomano, le 
mandò in commissione quattro consiglieri ducali, il conte Rusca, 
Branda da Castiglione, Battista Sfondrati e il poeta Gaspare 
Visconti a portarle le condoglianze sue, dei nobili e del popolo 
ed a richiamarla insieme alla sua ducale residenza in Milano, 
assicurandola che sarebbe trattata coi debiti onori. Tre giorni 
dopo, il 28, Paolo Billia esprimeva in suo nome a Ludovico i 
ringraziamenti per le condoglianze e per l'invito, che però ella 
per allora declinava. Soggiungeva il Billia che sotto le cure di 
Nicolò Cusano la di lei salute, scossa dalle terribili emozioni, 
€ra migliorata, e che i bimbi stavan bene, pur protestando, com- 



(1) Segre, Lud. Sforza e Venezia, in A. S. X., 1902, voi. XVIII p. 254. 
j(2) Magenta, Castello di Pavia, Voi. II (Documenti). 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 359 

movente particolare, contro i neri apparati (1). Lo stesso agente 
in altra lettera del medesimo giorno assicurava il Moro da parte 
di lei, dura necessità, che ella gli voleva « essere sempre obse- 
quente figliola » (2). 

Sul principio de) mese successivo ella vaneggiava ancora, 
parendole di rivedere nell'allucinazione il suo Gian Galeazzo (3). 
Una settimana dopo il Consigliere Pusterla, dal castello di Pavia 
1490, ove la visitava giornalmente, scriveva di trovarla più calma, 
ripeteva ch'ella desiderava di mostrarsi obbediente figliuola di 
Ludovico, ma soggiungeva che ancora rifiutava di lasciar Pavia, 
ripugnandole di veder chichessia, tranne i figli e le persone di 
servizio. Il 24 Novembre Donato de' Preti scriveva ad Isabella 
d' Este eh' ella ancora piangeva il morto marito e che ancora 
non s'era trasferita in Milano, desiderando rimanere in Pavia 
sin dopo il puerperio del nuovo parto, atteso pei primi mesi 
del nuovo anno (4). Sulla fine del mese ella riceveva la vi 
sita della buona sorella del Duca di Mantova, Clara Gonzaga, 
moglie del Duca di Montepensier, uno dei duci dell'esercito 
francese. 

Ludovico, intanto, lasciata la vice reggenza al fratello di 
Gian Galeazzo, Hermes Storza, a condizione però di non uscir 
dal Castello, era partito il 25 Ottobre per il campo francese colla 
giovane moglie di nuovo incinta, la quale, dice il Sauudp, « per 
tutto lo seguitava » entrambi vestiti a lutto e scortati dalla loro 
guardia comandata da Antonio Maria Sanseverino. Raggiunge- 
vano il 27 a Fornovo il re di Francia, già sulle mosse di pas- 
sare l'Apenuiuo, risalendo il Taro. 

J^ell'eccitazione destata nei francesi contro di lui dalla no- 
tizia delia morte di Gian Galeazzo fu l'ultima possibilità che 
l'Impresa di Carlo fallisse. « La compagnie, dice il Comines, fut 
« in grand vouloir de retourner pour doute et se sentoient mal 
« pourvenus: car d'aucuns qui avoient premier loué le voyage 
« le blasmoient: mais, come j'ai dit en d'autres endroit, Dieu 
« mostroit conduire l'entreprise ». 



(1) CARTv/MciHtj Beatrice d^ Uste/ {^&g. 250. 
{2} Magenta, 1. o. 

(3) I medici di corte a Ludovico il 4 Novembre in Arch. di St. 
Milano in Malaguzzi, 1. e. pag. 62. 

(4) Magenta, 1. c. « Pare che Sua Signoria habbia chesto derests^re 
li fin» facto el parto t*uo; sta di continuo in una stanca tenebrosa cum 
li fìlioli et ìli continui lamenti dì e notte ». 



'M'ìO ACHILLE DINA 

Non curandosi di quegli umori, eccitato dal successo del 
colpo di stato, spronato dalla moglie, Ludovico ambiva cose mag- 
giori e sospingeva Carlo in Toscana, i)ensando di guadagnarvi 
Pisa e, secondo un ambasciatore fiorentino, di farsi re di Lom- 
bardia, cedendo al figlio in culla il titolo di Duca di Milano. 
Carlo varcava 1' Apennino e progrediva quasi miracolosamente. 

Nella buia sala, ove nutriva la sua disperazione, Isabella ne 
riceveva le notizie come altrettante trafitture. Gian Galeazzo era 
ancora esposto in Duomo e già il diletto di lei fratello Ferran- 
dino doveva iniziare la ritirata dalla valle del Po per le vittorie 
dei Franco-Sforzeschi nello stato dell'eroica sorella di Gian Ga- 
leazzo, Caterina Sforza, « la madonna di Forlì », }>er cui questa 
si volgeva a Francia: la Toscana era alla fin d'Ottobre messa 
vilmente da Piero de' Medici in mano del re, die nel novembre, 
l'TS, era a Pisa, il 17 a Firenze, il 28 in marcia verso Roma, cbe 
Ferrandino inutilmente cercava coprire. Già però eran sorti i 
primi screzi tra Carlo e Ludovico, che, furioso di non esser riu- 
scito a farsi consegnare Pisa con Sarzana e Pietrasanta, aveva 
lasciato il re, tornando a Milano. 

Qui dovette egli rinnovare presso Isabella le esortazioni per 
il di lei trasferimento nella capitale, perchè ella, mutando il 
precedente proposito, si decise a lasciar Pavia il 6 Dicembre, 
recandosi in carretta a Milano, dove fu accolta, come tra poco 
vedremo, dai Duchi con manifestazioni di grande compassione 
ed affetto. Per comprendere il loro contegno in quel momento, 
dobbiamo considerare che non solo il re di Francia aveva pro- 
messo a Gian Galeazzo morente di proteggerne i figli ; ma anche 
l'imperatore Massimiliano, sospinto dalla moglie Bianca Maria, 
sorella del morto duca, tendeva su di loro la possente mano. 
Égli, infatti, inviava un'ambasceria, con a capo il Bontemps, 
tesoriere di Borgogna, per esortar Ludovico « a tenere per rac- 
« comandati i fioli, la muger et la madre del Ducha defuncto ». 

Ciò era ben poco in confronto a quanto chiedeva l'impera- 
trice, che, benché di animo frivolo, intuiva la fosca tragedia mi- 
lanese e domandava, dice il Sanudo, « vendetta contro el Duca 
« Ludovico che si haveva fatto lui Duca et privato el nipote ». 
Ma Massimiliano aveva bisogno dei centomila ducati che Ludo 
vico ancora gli doveva sulla dote di Bianca e si accontentò 
dell'auto-difesa scritta da costui nel Dicembre e delle giustifi- 
cazioni orali di Matteo Pirovano e di Giason del Maino a lui 
inviati dal Moro, per ottenere il consenso alla pubblicazione 
dell'investitura del ducato milanese. Il Del Maino, protestando 



ISABELLA d'aRAGONA ECC. 361 

il dolore di Ludovico per la morte del nipote, dichiarava a pro- 
posito della vedova e dei figli di questo « che, intervenendo la 
« raccomandazione di quel serenissimo re, era per averli cari non 
« altrimenti che el proprio fiol, consorte et ogni altra cosa che 
« cara l'abbia » (1). S'intenda così la condotta riguardosa di Lu- 
dovico e di Beatrice verso Isabella dopo l'usurpazione del Du- 
cato, benché per non piìi che un breve periodo, cioè per lo 
scorcio del M e il principio del 95. 

La commovente scena dell'incontro d'Isabella con Beatrice 
e quindi col Moro nella fredda sera invernale è descritta in una 
lettera del 7 dicembre del buffone di corte Barone, che ne fu 
testimonio, alla marchesana di Mantova. 

Ieri sera, egli scrive, giunse la Duchessa Isabtìlla e fu in- 
contrata a due miglia da Milano dalla Duchessa nostra, Beatrice, 
che smontò dal proprio cocchio, per salire in quello d'Isabella 
« nella quale careta si faceva di gran pianti ». Al castello si 
fece loro incontro Ludovico, che « si cavò la breta » e accom- 
pagnò la Duchessa nella sala, ove abitava prima. Qui si sedet- 
tero ed Isabella non faceva che piangere. Infine il Moro « li fece 
« un parlamento » dicendole tra l'altro che mettesse l'anima in 
riposo. « Comadre mia cara — continua il buon buffone, colla 
« confidenza, che era concessa ai suoi pari — el non è sì duro 
« core che non li fusse venuto compassione, lì con tri flulitti (2), 
« magra, desfatta, in uno abito a modo una chapa larga et 
« longa che andava per terra de un pano de quattro soldi al 
« brazzo negro, non cimato et pezo di burato tinto che li co- 
« priva li ochi che certamente a mi fu forza di piangere et piìi. 
« avrei pianto se nun mi fussi tenuto » (3). 

Così Isabella si stabiliva nel suo appartamento alla corte du- 
cale, ma vivendo anche qui isolata ed in sale parate a lutto. « Et 
«lì, — dice il Sanudo, che però sbaglia, anticipando la sua ve- 
« nuta in Milano — stetero in gran coroto et da queli vi andavano 
« era grande oscurità a veder ». Invece poco dopo, per le feste 
del Natale, i nuovi Duchi di Milano e la corte smisero il lutto. 



(1) V. Segre, l e. A. S. L. 1903 p. 35 e seg. ; Calvi, Bianca Maria 
Sforza e gli ambasciatori del il/oro. Vallardi 1888; Sanudo, Carlo Vili 
p. 175 

(2) Cioè Francesco, Bianca, Ippolita. Di Bianca dice il Notar Gia- 
como nella Cronaca di Napoli (Napoli 1845 pag. 168 e seg.) che morì 
a Milano. 

(3) Luzio, 1. e. pag. 398. 



litò AOHILLK DINA 

Dolorosa intanto, questa volta per tutti, giungeva la notizia 
«he Ferrandino, giunto a Roma, aveva dovuta lasciarla il 25 
Dicembre e che il Pa])a, dopo qualche velleità di resistenza, 
spinta sino all'arresto momentaneo del fratello del Moro, il car- 
dinale Ascanio, pur chiudendosi in Castel S. Angelo, aveva 
consentito a Carlo l'ingresso in Roma, avvenuto il 31 Dicembre. 
Più tardi, il 15 Gennaio del '95, firmava il trattato, per cui la 
corona di Napoli era trasferita in Carlo; e lo riceveva in Vati- 
cano. L'arresto del fratello cardinale gittò Ludovico in uno stato 
di esasperazione, che fa riscontro a quella precedente del vecchio 
Papa per la breve prigionia di Giulia Farnese, suji ganza, caduta 
in mano dei Francesi. È un episodio che ben tratteggia il carat- 
tere del Moro. Egli, che, spaventato dei progressi dei Francesi da 
lui chiamati, stava già ordendo una lega contro Carlo in nome 
del bene d'Italia, particolarmente con Venezia, minacciava di 
buttar all'aria ogni cosa, se la Serenissima non lo aiutava a 
far uscir subito Ascanio. « Non son per restar de fare tuto quel 
« male che potrò » sinché non avrò liberato mio fratello. L'am- 
basciatore veneziano Negro aveva un beli' ammonirlo che i po- 
steri avrebbero detto di lui che « per vendicarse de una ofesa 
«. ch'el reputava avere avuto da papa Alessandro fo causa de 
« minar tuta Italia et insieme el stato suo proprio ». Egli ri- 
spondeva ch'eran belle e buone ragioni, se il papa liberava suo 
fratello; se no, non ne avrebbe tenuto alcun conto (I). 

Di fronte a un interesse di famiglia quello d'Italia non va- 
leva più nulla! 

Come Venezia, anche il padre d'Isabella, Alfonso, vedendo 
la tempesta già rombante sul suo stato e saputi questi maneggi 
contro Carlo, deponendo l'orgoglio e la tracotanza consueti, per 
mezzo d'un nunzio e d'un frate, in apparenza inviati a portare 
alla figlia le sue condoglianze, tentò d'indurre il Moro a per- 
suader Carlo alla ritirata. Ma quegli, stringendosi nelle spalle, 
disse di non poter far nulla (2). 

Questi maneggi, a cui Isabella dovette aver parte, le fecero 
forse balzare il cuore di qualche speranza nella salvezza dello 
stato paterno. Inutilmente. La caduta del regno napoletano era 
fatale. 

Mentre Ludovico ordiva la nuova tela contro Carlo, l'atten- 
deva in famiglia un lieto avvenimento: la nascita d'un secondo 



(1) Segre, 1. e. pag. 302 e seg. 

(2) Ibidem. 



ISABELLA D' ARAGONA ECC. ^ 363- 

tìglio. Venuta a Milano per assistere nel parto la sorella e su- 
bito recatasi a visitare l'infelice cugina, così ne scriveva il 20 
Gennaio 1495 al marito la Marchesana di Mantova. 

« La trovai in la camera grande tutta coperta et apparata 
« di negro cum tanto poco aere che non potea exquisire le per- 
« sone. Sua Ex.tia havea una capa de panno et la testa coperta 
« de uno velo negro per modo lera una oscurità troppo grande 
« et me indusse a tanta compassione che non possetti retenere 
« le lagrime... la fece poi chiamare i suoi putini quali mi acre- 

< bero tenerezza » (1). A questa descrizione ben corrisponde il 
ritratto inciso negli « Elogi d'uomini illustri di guerra antichi 
e moderni » del Giovio colla leggenda : « Questo pallido volto e 
« questo portamento aveva la signora Isabella d'Aragona, quando 
« rimase vedova del Duca Giovan Galeazzo suo marito » (2). 

Il dolore d'Isabella era divenuto leggendario! 

La nascita, 4 Febbraio, del secondogenito del Moro il tuturo • 
Duca Francesco II, diede il segnale ad una serie di festeggia- 
menti, cui parteciparono anche il fratello di Beatrice, Alfonso, 
e la di lui moglie Anna Sforza. Ogni giorno — scriveva la Mar- 
chesana di Mantova - abbiamo trionfali e magnifiche feste, che 
si prolungano sino a tarda notte : di giorno si cavalca e si va in 
carrozza per il parco e per le strade di Milano così rinnovate 
ed abbellite, che voi non le riconoscereste (3). 

Quale contrasto colla condizione della misera Isabella! 

La quale però, pur nel suo cordoglio, non voleva rassegnarsi 
all'usurpazione dello zio e dalla buia stanza, in cui viveva, ten- 
tava un'azione di protesta presso Massimiliano, azione che Lu- 
dovico Sforza scoperse e che punì con una stretta segregazione. 

« A Milano — scriveva il Sanudo — (4) il Duca Ludovico 
« 8(ioverse che Madonna Bona Duchessa vecchia et Madonna 
« Ixabella Duchessa zovene scrivevano a Maximiliano dolendose 
« che detto Sig.r Ludovico si havea fatto Duca et privato le ditte 
« di ogni dominio et che dovesse venir ad aiutarle et maxime el 
« so sangue et el tìol fo dil Duca (del fu Duca) el qual era pri- 
« vato di quella dignità, che ogni ragion volea avesse. Ma capi- 
« tate ditte lettere in man del Duca ordinò ditte done stesseno 

< in piti destreto nel castello, non le lassando parlar piti ad 

(1) Luzio, Isabella d'Este e Ludovico Sforza, ecc. 1. e. pag. 440. 

(2) Trad. Dominichi, Venezia 1557. 

(3) Cartwrigt, 1. e, pag. 259. 

(4) Spedizione di Carlo Vili, principio di Febbraio 1495^ 



k 



304 ACHILLK DINA 

« alcuno; le qual però etiam prima molto oscuramente con panni 
« lugubri vestite senza alcuna politezza et la moglie manzava 
« in terra et mostrava gran dolor et come ni un andava ivi a 
« pianzer el Duca, diceva Madona Ixabella: non pianzete lui 
« ch'è in vita eterna, perchè vedendo esser privo del ducato 
« facea vita da santo, ma pianzete la sorte di me meschina et 
« di mio fiolo. Et questa alcuni mesi da poi fece una puta » (1). 

Altra ragione delle durezze di Ludovico era la sua gelosia 
per la popolarità del piccolo e bellissimo primogenito d'Isabella, 
che i Milanesi chiamavano « il duchetto ». Il Sanudo, alla data 
del Settembre del 96, dice ne' suoi Diari, che piìi d'un anno prima 
e cioè al punto in cui siamo, essendo il Duchetto andato per 
Milano, si gridava: Duca, Ducaj perciò il Moro non volle più 
che andasse per la città, 

E intanto i messaggi di sventura si succedevano. Il 21 
Gennaio '95 il padre d'Isabella, quel superbo Alfonso, giudicato 
il primo capitano d'Italia, ch'ella aveva disperatamente chiamato 
in soccorso, vinto dallo sconforto e dai rimorsi, si abbatteva, tra 
lo sprezzo generale, con pusillanime rinuncia, ritirandosi nel 
convento di Mazara e lasciando il trono pericolante a Ferran- 
dino. E come ciò non bastasse, non ostante i valorosi sforzi del 
nuovo giovane re, ecco lo staio andargli in isfacelo ed un mese 
dopo dall'abdicazione d'Alfonso, il 22 Febbraio, Carlo entrare 
acclamato in Kapoli e prendere alloggio proprio in quel Castel 
Capuano, dove Isabella era nata e cresciuta, mentre Ferrandino 
lasciato in Castelnuovo Alfonso d'Avalos, liberati i prigionieri 
politici, che vi languivano da anni, faceva vela per l' isola 
d'Ischia e quindi per Messina. 

La notizia del crollo dello stato aragonese e dell'incorona- 
zione di Carlo giunse a Milano alla, fine di Febbraio. 

Quale non dovette essere lo schianto d'Isabella d'Aragona, 
che tanto sentiva della sua casa e della patria sua, se tutta la 
corte sforzesca ne fu percossa e sconvolta! Le feste languirono. 
« Questo carnevale mi par lungo cento anni » scriveva Isabella 
d'Este. Ed in un'altra lettera, anticipando il giudizio del Co- 
mines, consimile del resto a quelli del Sanudo e del Corio, at- 
tribuiva la caduta del dominio aragonese all'avversione popolare 



(1) Bona, la futura regina di Polouia, sulla quale, poi, morti gli 
altri tre figli, doveva raccogliersi, come vedremo, tatto l'affetto materno 
di Isabella. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 365 

pel suo carattere ferocemente fiscale con parole, che avrebbero 
dovuto esser conosciute e meditate anche dal Moro, delle cui 
^terribili fiscalità verso i sudditi sono pieni i cronisti (1). 

Egli intanto era riuscito nella trama diplomatica contro re 
Carlo: il 31 Marzo 1495 in Venezia, quasi sotto gli occhi del 
Comines, fra la Serenissima, Ludovico, il Papa, Ferdinando il 
cattolico e Massimiliano si stringeva la lega, i)er la cui mi- 
naccia Carlo dovette partire da Napoli col grosso dell' esercito. 

Massimiliano, non potendo mandar truppe, inviò invece, 
aderendo finalmente alle richieste di Ludovico, il vescovo di 
Brixen, Melchiorre e Corrado Stiirzel, quali suoi legati a conse- 
gnare e rendere esecutivo il privilegio del 3 Settembre 1494, con 
cui nominava Ludovico Duca di Milano. 

La cerimonia dell'investitura si svolse con magnifica solen- 
nità il 26 Maggio 1495, per volere del famigerato astrologo Am- 
brogio, invece del 24, davanti al Duomo « sopra un grandissimo 
« tribunale coperto de raso cremisino ricamato a moroni ». Letto 
il lungo privilegio, con grandi elogi a Ludovico, i legati impe- 
riali lo vestirono col manto e la berretta ducali e gli posero tra 
le mani lo scettro e la spada. Tenne quindi una delle sue ele- 
ganti concioni il dotto Giason del Maino e quindi si andò in 
corteo al tempio di S. Ambrogio, per ritornare al castello di 
porta Giovia « dove — dice il Corio — furono fatte immense 
« feste, tali che altre non si videro ai giorni nostri ». Anche 
Beatrice scriveva alla sorella marchesana che la solennità da- 
vanti al Duomo, a cui assisteva anche Francesco Gonzaga, era 
il più grande spettacolo e la piti nobile solennità che i suoi 
occhi avessero visto. La di lei biografia scrive che quello fu il 
« proudest day » della vita di Ludovico e che Padorata di lui 
moglie, la quale divideva con lui le cure dello stato ed i piaceri 
della corte, dovette unirsi alla di lui esultanza, Non una parola 
ha però la valorosa scrittrice, troppo infatuata del suo perso- 
naggio, per la infelice Isabella, cui quella solennità, che coronava 
l'usurpazione del Moro a danno della sua prole, ed i festeggia- 
menti in Castello, dove abitava, dovettero dare cupi patimenti. Non 
molti giorni dopo, il 13 luglio, l'ambasciatore veneziano, tornando 
a Venezia, riferiva che ancora in Castello era « la Duchessa zo- 
« vane et el putino qual era zentilissimo puto cum custodia ». 



I 



(1) « Questa citade — scriveva nel 14 Ott. 94 il Trotti da Milano 
« — sta pessimamente contenta de S. S.ria et del governo suo, per estor- 
-« cere danari da chi ne ha et da chi non ne ha ». V. Segre, 1. e. p. 280, 

Arch, Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. III-IV. 24 



300 ACHll^r.E DINA 

Di nuova agitazione le furono certo causa poco dopo ^li 
eventi determinati dall'audace azione del'Duca d'Orleans, il quale 
da Asti con soccorsi venuti dalla Francia e valendosi dell'odio, 
che la famiglia novarese dei Caccia portava al Moro, che l'aveva 
privata dei suoi beni, riuscì ad impadronirsi di Novara (13 Giu- 
gno) e ad avanzare sin presso Vigevano» « E veramente — dice 
« il Oorio — a Milano per la cattiva disposizione dei cittadini 
« le cose del Duca erano dubbiose ». E il Oomines scrive che, 
se il Duca d'Orleans avesse avanzato solo un cento passi, l'e- 
sercito milanese avrebbe ripassato il Ticino; ed aggiunge che 
alcuni principali cittadini di Milano mandarono ad offrire al- 
l'Orleans d'introdurlo in città, cosa non difficile, perchè Ludovico, 
colto alla sprovveduta, non aveva forze sufficienti, per difendersi 
in Castello, dove erasi riparato « massimamente che la nobiltà 
« e il popolo di Milano desideravano la mina e l'estinzione degli 
« Sforza » (1). Anche il Sanudo dice che « non usciva dal Ca- 
« stello, anzi dalla Kocchetta, né osava andare per la terra per 
« dubito dil po])olo » (2). Egli s'era già perso d'auimo e trattava 
coll'ambasciatore spagnuolo, per riparare in Spagna. «Ludovico 
« — dice il Guicciardini — mostrava con inutili lagrime la sua 
« viltà ». Isabella lo vide o lo seppe tremante per sé, per la moglie, 
pei figli. 

Ma la giovanissima Beatrice, memore degli esempi materni 
in Ferrara, si mostrò altrettanto animosa, quanto pusillanime 
appariva il marito, e, chiamati i principali e piìi fedeli dei no- 
bili milanesi, fece prendere i provvedimenti più urgenti per la 
difesa della città e del Castello, abolendo anche qualcuna delle 
tasse, che più esasperavano il i)opolo (3). Giunsero in tempo soc- 
corsi veneziani e l'Orleans, perduta l'occasione, dovette ripiegare 
su Ji^ovara, che presto fu assediata dai Veneto- Sforzeschi sotto 
Giovan Francesco Gonzaga e G. Galeazzo Sanseverino e da un 
contingente tedesco. 

Intanto Carlo Vili, risalendo coll'esercito la penisola, giun- 
geva ai piedi degli Apennini. Non fu probabilmente senza rap- 
porto cogli avvenimenti di Lombardia il consiglio, che dopo il 
sacco di Pontremoli diede al re di Francia G. Giacomo Trivulzio, 
il gran capitano milanese, che, come sappiamo, s'era guastata 



(1) CoMiNEs, libro Vili, cap. IV e VI.. 

(2) CoMiNEs, l. c, pag. 397., 

(3) Cartwrigt, 1. e, pag. 271.. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 367 

col Moro, forse per aver patrocinata la causa d'Isabella, volgendosi 
agli Aragonesi, per lasciarli dopo Capua e passare agli stipendi 
di Carlo, di cui ora comandava l'avanguardia. 

« Egli voleva — dice il Comines — che il re facesse in- 
nalzare da per tutto le bandiere del piccolo Duca, figlio del 
Duca ultimamente morto in Pavia, il quale era nelle mani del 
signor Ludovico ; ma il re non volle, per riguardo al Duca 
d'Orléans, che pretendeva al milanese (1). Se il re avesse se- 
guito il consiglio del Trivulzio (chi sa se Isabella ne ebbe no- 
tizia !), molti luoghi e molti gentiluomini si sarebbero loro ac- 
costati ». 

Varcato 1' Apj)ennino, Carlo si trovò di fronte, come tutti 
sanno, a Fornovo le truppe milanesi comandate dal conte di 
Caiazzo e le veneziane sotto il marchese di Mantova ed il 16 
Luglio riuscì a forzare il passaggio, conducendo l'esercito in 
Asti ; mentre i veneto-sforzeschi, essendo rimasti padroni del 
campo e degli attendamenti francesi, vantarono la vittoria. Non 
ne fu però soddisfatto il rude e valente G. Francesco Gonzaga, 
che disse poi esser stato il più gran dolore della sua vita il non 
aver riportato quel completo successo, che era possibile se tutti 
avessero combattuto col valore suo e delle schiere, che lo cir- 
condavano. Pure, a Milano ed a Venezia si fecero feste trion- 
fali, mentre il Mantegna lo immortalava nella chiesa detta di 
poi S. Maria della Vittoria e la moglie di lui, Isabella d'Este, 
esultava della sua gloria. 

Come doveva invidiarla l'omonima cugina, vedova di fiacco 
marito, costretta all' inazione e vigilata coi teneri figli nel Ca- 
stello di Milano ! Qualche conforto potè bensì recarle la nuova 
del riacquisto di Napoli nel giorno successivo a quello di Fornovo 
per opera del fratello Ferrandino, con cui erano il gran capi- 
tano spagnuolo Consalvo e Prospero Colonna, del quale poi ve- 
dremo le strette relazioni con lei, Alessandro Sforza, il fra- 
tello del Moro, esule da gran tempo presso gli Aragonesi e, 
come primo ministro, il poeta Cariteo, successo nell'alta carica 
al Fontano, che a settant'anni si diceva felice di aver lasciato le 
cure dello stato, per dedicarsi tutto ai piaceri dell'intelligenza. 

Mentre Ferrandino andava rioccupando il resto dello stato,^ 
cominciarono nel Settembre, sotto l'assediata Novara, tra Lu- 



(1) Comines, 1. e, libro Vili cap. XIV. Anche al capo VII: « in. 
« Piacenza alcuni trattavano di accogliervi il re ma sotto titolo e a 
< nóme del figlio di G. Galeazzo ». Similmente Corio, 1. e. pag. 587. 



368 ACHILLE DINA 

do vico e Carlo delle trattative di pace, cui partecipo, «einpre 
inframmettente e smaniosa d' azione, anche la Duchessa Bea- 
trice, che assistè i)ure, in cocchio, alla grande rivista delle 
forze alleate. Fu anzi allora che, in occasione d' una terribile 
rissa fra Italiani e Tedeschi, il Marchese di Mantova, avendo 
richiesto l'intervento del Moro e rispondendo questi « ma mia 
muyer..., » scattò a dirgli: « mettetila ne li forzieri! » (1). 

Finalmente, nell'Ottobre, Ludovico strinse col re francese la 
convenzione separata di Vercelli, eludendo gli interessi e la vi- 
gilanza di Venezia, ingannata a sua volta da lui, come lo era 
stato Carlo Vili, tanto che, dice il Malipiero, la Signoria si 
doleva di non essersi accordata dopo Fornovo colla Francia, 
per rimettere sul trono il figlio di Gian Galeazzo. 

« Bisognava — dice il cronista veneziano — che Bernardo 
Contarini — capitano degli stradiotti a Novara — con qualche 
occasion fesse taggiar a pezzi el Duca Ludovigho e el Duca 
Hercule, che è nemici della signoria (2) ». 

L'accordo di Vercelli, per cui il re ripassava le Alpi e il 
Moro s'impegnava, ma colla solita malafede, ad aiutare il re 
nelle operazioni contro Ferrandino, tolse ad Isabella ogni spe- 
ranza di favorevoli vicini rivolgimenti, che la popolarità del 
figlioletto, l'avversione popolare pel Moro, l'amicizia del Tri- 
vulzio, l'azione di Venezia potessero averle mantenuto nell'animo 
tenace. 

Un altro acerbissimo dolore la colpì invece poco dopo : la 
inonorata morte avvenuta il 13 novembre 1495 in Sicilia, nel- 
l'ancor vegeta età di 47 anni, del padre, ch'ella aveva tanto 
amato ed ammirato, che per lei era stato irreconciliabile avver- 
sario di Ludovico e che pel disperato suo appello aveva posta 
a repentaglio e perduta la corona. 



(1) Sanudo, Carlo Vili, pag. 60. 

(2) Malipiero, l. e, in A. S. It. Tomo VII 



:, pag. 394. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 369 

Capitolo IX. 
(1496-1498) 

Apogeo del Moro — Massimiliano d'Asburgo a Vigevano — Isabella, in 
stretta custodia, all'educazione dei figli — Morte di Ferrandino — 
Morte di Bianca Sforza Sanseverino — Morte di Beatrice d'Este — 
Trasferimento d'Isabella nella Corte ducale ~ Suo sdegno pel dì- 
stacco del primogenito — Ritratto d'Isabella a 27 anni — Sue stanze 
«< delle cose devote » — Il busto antico a lei somigliante — Il ritratto 
d'Isabella d'Este — Il ritratto di Ferrandino — I ritratti e il volto 
d'Isabella — Isabella e il Boltraffio — Il cartone dell'Ambrosiana e 
la S. Barbara di Berlino — Il Moro e Federico d'Aragona — I « put- 
tini » di Milano e il Ducheto. 

L'anno 1496, quarantacinquesimo di Ludovico, segna il cul- 
mine della sua esistenza. Uscito, non solo incolume, ma conso- 
lidato nel potere, dalla terribile bufera, che aveva scatenata sul- 
l'Italia e poi da essa allontanata, riuscito felicemente nei suoi 
rischiosi piani, pareva ai contemporanei un politico eccezionale, 
dominatore delle grandi forze storiche, veramente capace di 
reggere dal suo piccolo, ma fulgido stato i fili della politica di 
tutta l'Europa. 

Cinto da una pleiade di artisti, di cui alcuno sublime, coa- 
diuvato da una schiera di fidi e sperimentati statisti e capitani, 
come il cancelliere B. Calco, Antonio di Landriano tesoriere, 
Erasmo Brasca, Francesco Bernardino Visconti, Marchesino 
Stanga, Giasone del Maino, i fratelli Sanseverino, egli, che, come 
dice il Trotti, tra un torneo e l'altro e l' una e l' altra festa 
« negli affari ingrassava », mostrava una versatilità sorpren- 
dente. 

Coi dotti, cogli scienziati, cogli artisti s'addentrava nei piìi 
minuti particolari dei loro studi o dell'arte loro, suggerendo 
disegni, modificazioni, perfezionamenti, mentre i suoi agenti cer- 
cavano ovunque codici, opere d'arte, studiosi o virtuosi di grido: 
quell'anno veniva a Milano il grande matematico Luca Paciolo, 
per unirsi in intrinsechezza e in alte speculazioni con Leonardo, 
che allora compiva il cenacolo (j il grande cavallo per la statua 
di Francesco, mentre il Bramante, finita in Castello la galleria 
tra la sala della Balla e la Bocchetta, ne disegnava la nuova 
torre. 

Questo è un Proteo, diceva di lui l'ambasciatore fiorentino 



;?7(> A('Hii>m: dina 

Alamanni. E il muratoriano autore del Oronicon Venetum : « nelle 
sue parole e nei suoi fatti si è comportato con una tale sag- 
gezza che non vi è nulla di superiore ». E con più efficace 
espressione il medico di corte Arluuo : « aveva l'anima sublime 
ed una capacità universale : qualunque cosa facesse sorpassava 
la pubblica aspettazione ». 

Senonchè pari alla capacità era l'infatuazione. « Credeva, 
dice il Guicciardini, d'aver quasi sotto i piedi la fortuna, della 
quale affermava publicamente d'esser figliuolo.... d'aver a indi- 
rizzare ad arbitrio suo le cose d'Italia e di potere con la sua 
industria aggirare ognuno ». 

Compagna nell'opera molteplice e nelP esaltazione aveva la 
moglie ventenne;, amante e teneramente amata, coltissima, ar 
dente, appassionata di poesia, di musica, di cacce, di diplomazia, 
smaniosa come lui di i)iacere e di gloria. Né pago dell'amore 
coniugale, s'invaghiva allora, e ne faceva la sua favorita, della 
bellissima damigella di Beatrice, Lucrezia Crivelli, la cui effigie 
Leonardo doveva eternare. 

Ma in tanto sereno non mancavano all'orizzonte le nubi. 
In Francia Carlo YIII meditava una nuova calata e Luigi 
d'Orléans odiava colui, che l'aveva imprudentemente beff'eggiato 
in Asti e ch'egli chiamava abitualmente il traditore : il rancore 
di Venezia per la pace di Yercelli inveleniva nel contrasto per 
Pisa, che, liberatasi da Firenze, era ardentemente ambita dai 
due governi, per farsene scala al primato in Italia: nello stato 
il malcontento i3er le gravezze necessarie ad alimentare la po- 
litica grandiosa, cresciuto a tal punto che, dice la Cronaca fer- 
rarese, molti, non potendo pagare, s'impiccavano (1), volgeva gli 
animi verso il piccolo legittimo principe, che viveva recluso in 
Castello. 

Quando, in Agosto, Massimiliano venne in Italia, condu- 
cendo scarse truppe con oro milanese, nuovo successo questo 
del Moro, che chiamava l'imperatore suo condottiere, come il 
Doge suo ciambellano, suo cappellano il papa e suo maestro di 
posta il re di Francia, riuscendo a muovere ai suoi fini ora lui, 
come già Carlo, quando, dico, Massimiliano scese in Italia e 
passò pel Ducato, si fermò a Vigevano, non già a Milano, dove 
non avrebbe potuto esimersi dal visitare in Castello Isabella 
e dove non sare])bero probabilmente mancate le grida di « Du- 



(1) R I. S. XXIV pag. 307. 



i 



ISABELLA D'ARAGONA ECO. 371 

chetto ! » Anche questa volta la politica prevalse sul sentimento: 
a Massimiliano occorrevano i danari di Ludovico ; egli fece per 
Isabella e gli spodestati suoi figli ancor meno di Carlo Vili, 
che aveva pur voluto visitar Q. Galeazzo. 

A questo momento si riferisce un passo del Sanudo, cui 
già accennai e che riporto quasi integralmente e perchè ci di- 
pinge la condizione d' Isabella e dei figli in Castello e perchè 
non si ha per ora di quest'anno altro documento, che la riguardi. 

<^ Or el re dei Romani non entroe in Milano et questo perchè 
il Ducha (Ludovico) non volse. La cagion fu varia et non se 
intese el certo.... Altri diceva perchè li popoli de Milano, dà li 
qual el Ducha era odiato, venendo in esso il re, dicto populo 
non cridasse : viva el ducheto ! zoè el fiol dil Duca defunto di 
anni otto bellissimo, savio et astuto garzon el qual era custo- 
dito in Castello de Milano, né mai ìiun lo lassava ìissir né andai' 
per la terra. Questo perchè l'andoe, za fa più di un anno, et 
tuti criava ducha, ducha, unde el Ducha de Milano (il Moro) 
nun li piaceva tal voce et però ordinò più non usisse de Ca- 
stello ; ma stava cum la madre et tre bellissime sorelle in abito 
lugubre et attendeva a prender virtute; et da tuti i populi era 
come Idio per Ducha desiderato ». 

Tale era nel Castello di Milano la condizione delP infelice 
famiglia, mentre a Vigevano l'imperatore era cinto dalle lusinghe 
di Ludovico e di Beatrice. Succeduta al parossismo V austerità 
•del dolore, Isabella s'era tutta data all' educazione della bel- 
lissima prole. 

Proprio allora, mentre dileguavano anche le speranze, che 
la venuta di Massimiliano poteva averlo destato, un nuovo 
inatteso dolore, perch'ella non avesse mai posa, veniva a tra- 
figgerla. Era la notizia della rapida e immatura fine, a soli 27 
anni, del fratello Ferrandino, maggior di lei di un solo anno, 
ch'ella tanto amava e le cui gesta, per le quali pareva risorgere 
la gloria della casa aragonese, dovevano averla esaltata : si 
ammalava in Somma, a pie del Vesuvio e moriva pochi giorni 
dopo in Castelnuovo (7 Settembre 1496) tra le braccia della 
giovane zia e moglie Giovanna, da lui amata con indicibile 
trasporto. Vedremo dopo due anni Isabella ricercarne appas- 
sionatamente il ritratto. 

Secondo il Valpolicella (1) la successione al trono napole- 

(1) Valpolicella, Federico d' Aragona e la fine del regno di Na- 
,poH, pag. 3. 



372 



ACHILLE DINA 



tauo sarebbe toccata alla nostra Isabella. Ma che i)oteva ella« 
fare nella sua condizione! Il Moro non ammise neppure che se 
ne trattasse. Salì invece sul trono napoletano il di lei zio Fe- 
derico, Pamico del Sannazzaro, d'animo non meno nobile di Fer- 
randino e temprato dalPesperienza. 

Intanto Massimiliano dalla Lombardia passava in Toscana, 
sospintovi da Ludovico, nella speranza che Firenze ne ricono- 
scesse l'autorità e consentisse che Pisa, centro in quel momento 
dei maneggi italiani, gli si desse quale città imperiale : dal- 
l'imperatore l'avrebbe poi egli avuta per danaro, mettendo da 
parte anche Venezia, che frattanto però mandava a Pisa un 
forte corpo di truppe. Non piegandosi la F'irenze del Savonarola, 
devota a Francia, Massimiliano, tentato inutilmente di ritorglierle 
Livorno, ritornò in Dicembre nello stato di Milano : trattenu- 
tosi in Pavia ad ammirare il Castello e la Certosa, ripartì per 
la Germania, senza aver, neppure questa volta^ visitata in Mi- 
lano Isabella. 

Egli aveva trovata la corte milanese in gran cordoglio per 
la morte, in tenera età, di Bianca, moglie di Galeazzo Sanse- 
verino. Non so se l'animosità esistente tra Galeazzo ed Isabella 
si riflettesse anche nei rapporti di lei con Bianca, con la quale 
l'abbiamo pur vista in comunanza di passatempi. 

Ne fu grandemente colpita la moglie del Moro, intrinseca 
così di lei come del Sanseverino; anzi pare perdesse da questo 
momento ogni sua giocondità. Ella, che attendeva la nascita di 
un altro figlio, si recava ogni dì alla chiesa di S. Maria delle 
Grazie, rimanendovi lunghe ore a pregare e piangere sulla tomba 
di Bianca. Dolore per la recente perdita? o per la relazione di 
Ludovico con la Crivelli? si chiede la sua biografa (1\ O qual- 
che intimo rimorso, che le crescesse l'apprensione pel prossimo 
parto? (2). 

Il 2 Gennaio del nuovo anno 1497 si recò di nuovo in car- 
retta alle Grazie e pregò con tanto abbandono, che a fatica le 
sue damigelle ne la poterono staccare. 

Alle 8 di sera, nelle sue stanze, in bocchetta, si sentì im- 



(1) Cartwright, 1. e. pag. 306. 

(2) Forse la sua condotta verso Isabella...'? qualche cosa nei suoi- 
rapporti col marito di Bianca, l'affascinante Galeazzo Sanseverino, la cui 
intrinsechezza e continua comunanza di piaceri con lei non può non- 
colpire? 



I 



ISABELLA D'ABA.aoNA ECO. 373' 

provvisamente male. Poche ore dopo moriva, dando alla luce 
un figlio morto. 

Così si spegneva quest' « effimera » dopo breve, ma fulgido 
corso, portando seco le fortune del Moro (1). 

IS^ulla sappiamo dei sentimenti destati in Isabella dalla re- 
pentina scomparsa della cugina, la cui rivalità le era stata fa- 
tale, né della sua partecipazione ai funerali di straordinaria 
imponenza, che il Moro ordinò, od a qualcuno degli uffizi reli- 
giosi, che per otto giorni ininterrottamente si celebrarono nella 
chiesa della Grazie. Terribile fu il dolore di Ludovico, in cui la 
passione per la Crivelli non aveva diminuito lo sviscerato af- 
fetto per la moglie, che piti d'una volta colla giovanile bal- 
danza lo aveva sostenuto nei suoi smarrimenti. Tra le cure di 
stato, che presto risorsero gravi, il pensiero di Beatrice lo ac- 
compagnava assiduo : con intensa passione egli seguiva il lavoro 
del Solari al di lei monumento nella maggior cappella della chiesa 
delle Grazie e quello del divino Leonardo al di lei ritratto nel 
refettorio del convento, sulla parete di faccia al cenacolo. 

Senonchè anche del suo amore d'oltre tomba, come di quello 
in vita, per Beatrice dovette sentire amare conseguenze la gio- 
vane Duchessa vedova di Milano, la cui presenza ricordava al 
Moro la rivalità di lei con la perduta consorte. 

Inflessibilmente egli la volle allontanare dal Castello , tra- 
sferendola nella Corte vecchia, presso il Duomo , e staccandola 
dal primogenito. Alle rimostranze poi mossegli dall' imperatore 
egli rispondeva che, alloggiando ella nella camera sopra alla 
sua, ogni di lei movimento gli cresceva il dolore della perdita 
di Beatrice. 

L' abbandono , in aprile, del Castello e dell' educazione del 
figlio, messo assieme ai figli del Moro, fu per Isabella un nuovo 
schianto e determinò uno di quei suoi magnanimi moti di sde- 
gnosa reazione. 

È il Sanudo (2) che anche questa volta ci descrive la scena 
col suo rozzo, ma vivo stile e con termini che lasciano vedere 



(1) Ariosto, Canto XIII: 

« .... avrà forza di far seco felice 
fra tutti licclii duci il suo congiunto, 
il qual, com'ella poi lascerà il mondo, 
cosi degli infelici andrà nel fondo. 

(2) Sanudo, Diari I, pag. 575. 



,i7l AfIHILLI-: DINA 

in lui un'ammirazione simile a quella che vedemmo nel Trotti 
per la giovane donna, eh' egli chiama sapientissiìna. « E88(» 
Ducha volse che la Madona Isabella Duchessa.... dona sapien- 
tissima non stesse più in Castello al governo del fìol, al qual 
de Jure il duchato de Milano li aspettava, ma volse l'andasse 
ad habitare in Corte vecchia propinqua al Duomo. Et cossi 
andoe : la qual Tisoe alcune parole al Ducha dichendo che si 
vardasse da Dio che havendo privato suo fiol di stato a hora lo 
voleva privar del governo di la madre» El qual ducha disse : 
Madonna Duchessa, seti dona e però vi perdono. Et tandem 
terminò che una volta la setimana suo fiol li fosse menato a 
caxa ». 

Di fronte alle parole di rampogna e di quasi minacciosa 
profezia della nipote, Ludovico, signore assoluto dello stato, ri- 
sponde con basso tono è con aria, in apparenza, di superiore sop- 
portazione, in realtà, come avvenne sin da principio nei loro 
rapporti, subendone la superiorità morale : si finisce, come già 
nella questione della provvigione, con qualche concessione di 
Ludovico : preziosa ora per la madre quella d'aver con se, una 
volta per settimana, il bellissimo figlio. 

Kon so se nella Corte vecchia Isabella, che godeva sempre 
la sua provvigione e non mancava di un suo seguito, avesse la 
facoltà di uscire liberamente. Certo vi condusse vita ritirata 
fra l'educazione delle figlie, gli studi e le pratiche devote. 

Un ritratto, di proprietà del marchese Trotti di Milano, 
con r indicazione di quest'anno 1497 e dell'età sua di 27 anni, 
la raffigura all'inginocchiatoio, emaciata, entro un ampio scialle, 
che le avviluppa il capo, coprendole tutta la fronte, e scen- 
dendole per le spalle, colle dita affusolate poste su di un libro 
di preghiere, mentre l'occhio grave e 'dolente affisa un piccolo 
crocifisso (1). 

Altri lutti rattristarono la corte sforzesca, prima che finisse 
l'anno: la morte di Beatrice d'Este, l'antica, una delle dame 
che incontrarono Isabella al suo sbarco in Genova, donna di 
già famosa bellezza, vedova prima di Borso da Correggio, poi 
di Tristano Sforza e madre di Mccolò da Correggio, il genti- 
luomo poeta, che allora se ne tornò a Ferrara ; e poco prima, 
30 Novembre, quella di Anna Sforza, la buona e dolce moglie 
di Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, sorella di 



(1) Riportato dal Malaguzzi. I. 



r 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 375 

Oian G-aleazzo e quindi, come sappiamo, cognata d' Isabella. 
Era stata a Milano, nel Giugno, col marito e col costui fratello 
il giovine cardinale Ippolito, nominato vescovo di Milano. Certo 
visitarono Isabella, la quale serbava con la corte estense gli 
affettuosi rapporti già avuti con la Duchessa Eleonora e che, 
come vedremo, durarono inalterati per tutta la di lei vita. Circa 
un anno dopo, (Maggio '98) in un momento di tregua alle tra- 
versie d' Isabella, corsero voci su di un possibile matrimonio di 
lei con Alfonso (1), che, invece, come è noto, sposò poi, per ra- 
gioni di stato, Lucrezia Borgia, mentre forse l'inclinazione l'a- 
vrebbe spinto verso Isabella, benché maggiore di sei anni. Lu- 
crezia Borgia era da qualche mese cognata d' Isabella, avendo 
sposato in seconde nozze il bellissimo Alfonso di Biseglie, figlio 
naturale di Alfonso II d' Aragona e quindi fratello naturale 
d' Isabella. 

L'anno 1498 pare trascorresse per la Duchessa meno agi- 
tato in quel palazzo della Corte vecchia, dal quale poteva ve- 
dere il Duomo coronarsi della cupola per opera dell' Omodeo, 
che nello stesso tempo, insieme col Mantegazza, conduceva in- 
nanzi la meravigliosa facciata della Certosa. 

In una sala del vecchio palazzo ella raccoglieva le cose sue 
più care e fors' anche le più belle, secondo la passione del 
tempo : « un loco — ella scriveva — ove tenemo alcune cose 
devote quale spesso volemo vedere », un piccolo sacrario delle 
memorie e dell'arte. 

Ella, per mezzo di fra Pietro da Novellara vicario generale 
dei Carmelitani, aveva chiesto alla cugina, marchesana di Man- 
tova, il dono d'una testa antica « de suprema bontà » jìosse- 
duta dal Mantegna, per avere sentito che le somigliava moltis- 
simo. La gentile Isabella Gonzaga s^adoperò ad accontentarla 
« per l'amor li portiamo », vincendo il geloso amore del Man- 
tegna per l'antico capolavoro, di cui voleva mandar solo una 
riproduzione in bronzo. « Molto volontieri l'avemo servita, — 
aggiungeva la March'esana — perchè a mi pare che questa testa 
molto li assimilia et quello gè la riferito ebbe bono giudisio ». 

Prima però d'inviarla, la bella Marchesana, non meno pru- 
dente politica che buona, per mezzo del suo segretario Benedetto 
Capilupi e dell'agente Donato de Preti, volle assicurarsi che il 
Moro non avesse nessuna difficoltà <« ma de questi comunicati 



(1) S ANUDO, Diari, t. I, p. 962. 



Miì ACHILLE DINA 

col S.r Duca — avvertiva — non ne movereti già i>arola co» 
la S.ra Duchessa ». 

A questo seguiva nel Marzo, sempre dopo il consenso del 
Moro, un altro dono da parte d'Isabella d'Este e cioè un proprio 
ritratto a colori. E il mese successivo Isabella d'Aragona ne 
ricevette uno ancor più prezioso dal marito della Marchesana, 
Francesco Gonzaga, il ruvido, ma buono non meno che valoroso 
guerriero di Fornovo, che aveva avuto parole di disgusto pel 
trattamento fatto a Gian Galeazzo, una copia, cioè, del ritratto 
del fratello di lei, Ferrandino, da lui posseduto. Isabella aveva 
chiesto l'originale, ma di questo il Marchese non volle privarsi 
« in memoria de l'amore et affectione li portava ». 

Della copia Isabella ne lo ringraziava con questa commo- 
vente lettera : 

« lUmo Consanguineo et tanquam frater noster honor."'0 

« Habiamo ricevuto el retracto dal naturale de la bona 
« memoria del S. Re nostro fratello, che V. S. ne ha mandato, 
« quale molto n'è piaciuto et satisfacto et non habiamo possuto 
« contenere le lacrime videndolo et contemplandolo per la grande 
« affectione che li haviamo et così l'avimo reponuto nel loco 
« ove tenemo alcune nostre devote quale spesso volemo vedere,^ 
« del che quanto piti possemo ne ringratiamo V. S. 
« Mediolani, X Aprili s 1498. 

« Isabella de Aragonia Vieecomes 
« ducissa Mediolani » 

embra però che la copia inviatale dal Gonzaga non sod- 
disfacesse troppo Isabella, perchè ella pensò di procurarsene 
una migliore, inviando a Mantova due mesi dopo un pittore di 
sua fiducia, Giovan Antonio Boi trafilo scolaro di Leonardo. Ecco 
la lettera, con cui lo presentava : 

« Ill.me D.ne consanguinee noster amatissime 

« Stando nui in continuo desiderio de havere uno bono re- 
« tracto de la similitudine de la memoria del Sa'e Ee nostro 
« fratello, poi che al nostro S.re Dio è piaciuto di privarne de 
« la presentia sua, inteso che la S.ria vostra l'ha bono et cavato 
« dal vero naturale, quando sua Maestà vixeva, non cessemo 
« de prendere sigurtà de V. S. conoscendo quando prontamente 
« se exibisse ad volerne gratificare de tutto quello che richie- 



I 



ISABELLA d'aRACtONA ECC. 377 

« demo, pregandola che, accadendo venire ad Mantova M.tro 
« Zo. Antonio Boltraffio pittore ed molto esperto in questo me- 
« stero, presente exibitore, perchè l'ho molto instato e caricato 
« volesse tore questo incarico de retrare dicto nostro fratello 
« da un altro che li daria V. S.ria che ne ha promesso far vo- 
« lentieri ; non voglia mancare piti in questa cosa che ne hab- 
« bia facto ne le altre, de le quale mi ha gratificato ; del che 
« ne riceveremo tanto piti piacere quanto el desiderio nostro 
« non potria essere raagiore. Ad V. S. ne raccomandiamo et 
« la preghiamo ne raccomandi ad la lU.ma M.ma Marchesana. 

« Mediolani 13 junii 1498. 

« Isabella de Aragonia Vicecomes docissa Mediolani etc. 

« Io Antonius se. » (1). 

La prova, che abbiamo in questa lettera, delle strette rela- 
zioni corse tra Isabella ed il Boltraffio, il miglior continuatore 
del sommo Maestro, è per noi di grande interesse, quale argo- 
mento di veridicità dell'attribuzione di ritratto d' Isabella data 
tradizionalmente al famoso cartone a carbone e pastello del 
Boltraffio stesso all'Ambrosiana, disegno di così geniale fattura 
che una scrittrice recente (2) ebbe a dire che in esso è rag- 
giunto il tipo dell'eterno femminino ed in termini non meno en- 
tusiastici un ancor più recente scrittore potè giudicarlo : « una 
delle più perfette opere, che siano uscite dalla mano dell'uomo : 
una di quelle, che realizzano il miracolo della presenza reale della 
vita e della bellezza sotto specie di qualche tratto a carbone (3) ». 

Lealtà fronte segnata dalla « lenza », ed il perfetto ovale 
sono incorniciate dal magnifico volume dell'ondulata capigliatura 
cadente sulle spalle. Lo sguardo sotto la grande socchiusa pal- 
pebra ha un'espressione di raccolta gravità. 

Il sublime cartone è probabilmente un preludio della celebre 
S. Barbara di Berlino, nella quale pure, non meno che nella 
Madonna di Londra, secondo la suddetta scrittrice, il Boltraffio 
avrebbe voluto ricordare, idealizzandola, l'immagine d' Isabella. 

I bellissimi volti, raffigurati di prospetto, non sembrano 
«orrispondere troppo alla maggior parte dei ritratti d'Isabella, 
che sono di profilo, quale il luinesco postumo nel Castello 



(1) Luzio, Isabella d'Este e la corte sforzesca A. S. L. 1901, pag. 150. 

(2) Lisa de Schelegel, in Emporium, Ottobre, 1917. 

(3) R. DE LA SizERANNE, Bcvuc cL. d. 3/., 15 Noveiubre, 1918. 



M> ACHILLE DINA 

sforzesco di Miliiiiu, ijuello riportato dal (riovio (1), l'altro^ 
poco più su rammentato, di casa Trotti-Bentivoglio, e il me- 
daglione di Cristoforo Lombardo nel palazzo del Bargello a 
Firenze, nei quali il naso appare troppo grande e forte e la 
figura più espressiva che venusta ; mentre più regolare e bello 
è il proUlo del medaglione d' Isabella nella porta delle Du- 
chesse alla Certosa di Pavia. Corrisponde, invece, per la bel- 
lezza del volto, al cartone, essendo commesso di prospetto, il già 
ricordato ritratto a matita di Bernardino de Conti agli Uffizi di 
Firenze, per la cui autenticità testificano il fatto che lo stesso 
pittore fece anche il ritratto del figlio d'Isabella e che il ritratto 
stesso proveniva, come su di esso è segnato, « dalle robe lasciate 
da Mons. patriarca Colonna » famiglia che fu intima d'Isabella 
nell'ultima parte della sua vita. 

Vi sono dei volti, che di profilo non sembrano bellissimi per 
i lineamenti troppo pronunciati e Io diventano di prospetto 
per la purezza dell' ovale, per lo sguardo, per l'espressione. Tale 
sembra fosse il volto d' Isabella, della cui bellezza parlano il 
Comines, il Guicciardini, l'orator veneto a Nai)oli, mentre 1' e- 
leganza della persona ci è testimoniata dal Trotti. Né scordiamo 
la sorprendente sua somiglianza coli' antico busto di squisita 
fattura, che non poteva essere se non venusta. 

Ludovico Sforza consentì senza difficoltà a che i doni della 
Marchesana di Mantova pervenissero ad Isabella. La tensione 
dei rapporti tra lui e la nipote pare diminuisse temporaneamente 
un altra volta, per causa dei nuovi avvenimenti, che lo spinsero 
a ricercare l'alleanza del re Federico di lei zio. Moriva improv- 
visamente il 7 aprile re Carlo Vili — circa un mese prima che 
il suo profeta in Firenze, il Savonarola, perisse sul rogo — e 
gli succedeva, preudendo subito il titolo di Duca di Milano, il 
Duca d'Orleans, l'antico irreconciliabile nemico di Ludovico, il 
quale cominciò ad allarmarsene ben più che per la minacciata 
nuova calata di Carlo. Inoltre il negato permesso alle truppe 
veneziane di passare pel suo dominio, per recarsi in soccorso 
di Pisa, eh' egli, non potendola avere per sé, preferiva veder 
tornare sotto i Fiorentini che passare sotto il leone di S. Marco, 
aggiungendosi alle vecchie ragioni di rancore, già spingeva il 
Senato veneto verso il nuovo re di Francia. 

Forse per intercessione di re Federico, Ludovico aveva anche 

(1) Nella : Vita dei grandi capitani, tra cui, per eccezione, ammette 
►ella. 



Isabella. 



1 



37^^ 

lasciato che il figliuoletto d' Isabella si riunisse a lei, tornando 
ad abitare in Corte vecchia, quando un episodio, avvenuto in 
lìn di Luglio a Milano, mentr'egli s' era recato a Mantova, per 
stringervi il contratto di condotta col Marchese Gian Francesco, 
fa causa, rinnovandogli il sospetto, che il piccolo Francesco 
venisse di nuovo staccato dalla madre. Sentiamolo ancora colle 
parole del Sanudo : « A Milano, al principio di Lujo, da poi 
partito el duca, sentendo ch'el putino, fo fiol di quondam ducha 
morto, quale era alogiato ne la corte vecchia, andava a cavalo 
per la cita et li putini picoii se adunavano et corevano inanzi 
del ditto putino cridando ducha ducha j per tanto esso ducha 
scrisse a Milano et fece serar suso in castello el dito putino, 
aciò el nun andasse pivi atorno, dubitando etc. ». 

Graziosa scena questa dei piccoli popolani milanesi, accla- 
manti con ingenuo spirito di giustizia, riflesso certo del sen- 
timento generale, il bellissimo loro coetaneo ! 

Ma il povero « Ducheto » dovette ben presto scontare colla 
rinnovata clausura in Castello la sua prematura popolarità, 
chi sa con qual nuovo schianto della madre ! 



Capitolo X. 
(1499-1500). 

Lega tra Luigi XII e Venezia — Malattia del Ducheto — 11 Ducheto in 
Corte vecchia — Calata di Luigi XII — Cessione del Ducato di 
Bari ad Isabella — Il Moro cavalca per Milano col Ducheto — Sua 
fuga — Patti fra Luigi XII e Milano e garanzìe per Isabella — In- 
chiesta sull'avvelenamento di G. Galeazzo — Isabella visita Luigi XII 
in Pavia — Luigi XII s'impadronisce del « Ducheto » — Estremo 
distacco d'Isabella dal figlio — « Unicha ne la disgrada ! » — Ca- 
lata del Moro — Partenza d'Isabella da Milano — Suo viaggio verso 
Napoli ~ Soste a Mantova e a Bologna. 

Il Febbraio del 1499 si stringeva fra Luigi XII ed i Ve- 
neziani il trattato segreto d' Angers, publicato il 25 marzo a 
Blois, trattato d'alleanza oflensiva contro il Moro e di sparti- 
zione del ducato milanese. A nulla aveva servito l'esperienza 
del '94 e lo spettacolo della prepotenza straniera. Venezia, con 
responsabilità non minore di quella del Moro cinque anni prima, 
smaniosa di compensare la fallita mira su Pisa e Livorno con 
ingrandimenti suU' Adda, sperato inizio all'annessione di tutto 



380 ACHILLE DINA 

il Milanese, per il miojje calcolo cbe la doiniuazioiie dello stra- 
niero lontano non vi avrebbe potuto attecchire, sorda alle am- 
monizioni di Melchiorre Trevisano, concorreva 'alla venuta in 
Italia d' un nuovo sovrano francese, ben altrimenti capace di 
Carlo. E ben presto, accecato dalla passione nepotista , aderiva 
all' alleanza il vecchio papa epicureo, che sin dall'Ottobre '98 
aveva mandato in Francia con incredibile ])ompa il figlio Cesare, 
a recare al re la dispensa dal primo matrimonio ed a cercare 
inutilmente di persuadere alle proprie nozze la cugina d' Isa- 
bella, Carlotta, ivi dimorante, figlia del re di Napoli, inflessi- 
bilmente contrario ad esse, nonostante i suggerimenti del Moro, 
ed a negoziare gli aiuti francesi alle disegnate conquiste in 
Eomagna. In Maggio Cesare, invece della figlia di Federico, 
sposava Anna d'Albret ed il papa si dichiarava per l'alleanza 
Francese, dicendo : « la dinastia milanese bisogna sterminarla» (1). 

Ludovico Sforza, che per più tempo aveva creduto l'alleanza 
franco-veneziana puramente difensiva, e fino all' ultimo aveva 
confidato nelle risorse della sua diplomazia, si trovava isolato : 
inutilmente cercava di comporre la guerra di Massimiliano cogli 
Svizzeri, guerra che impediva il sovrano tedesco di mandargli 
validi soccorsi, inutilmente dal sovrano dello stato, ch'egli aveva 
fatto minare, dall'altro zio d'Isabella, zio da lui ben diverso, dal 
re Federico, avvicinatogli dal comune pericolo, otteneva la pro- 
messa dell'invio d'un forte esercito sotto Prospero Colonna: im- 
possibilità o negligenza, il soccorso tardava. Egli stesso soltanto 
nel Giugno, quando i preparativi nemici di guerra erano a 
buon punto, cominciava febbribilmente i suoi con leve d'uomini 
e terribili fiscalità (2.) 

Nuova e diversa agitazione dovevano destare le notizie di 
questi maneggi e l'addensarsi della nuova bufera nella nipote 
del re napoletano, che, quasi prigioniera nella Corte vecchia, 
portava il nome di Duchessa di Milano. 

Non solo sul ducato milanese, ma anche sul regno di Na- 
poli rinnovava le sue pretese Luigi XIII. Una comune mina 
minacciava il suo stato ed il regno della sua famiglia. 

A queste cagioni di palpito si aggiunse nell'Aprile una 
malattia del figlio, così grave che il Moro consentì fosse tra- 
sportato presso di lei dal Castello in Corte vecchia [3). Nel 



(1) Pastor, Storia dei Fapi^ toni. Ili, pag. 429. 

(2) Pei.lissier, 1. e. voi. I, pag. 419 e seg. 

(3) Sanudo, Diari, II, pag. 596. 



J 



ISABELLA D'aKAGONA ECC. 381 

Giugno il piccolo Francesco era guarito e divideva di nuovo i 
suoi giorni tra la Corte vecchia e il Castello. Eiferisce il 8a- 
nudo (1) che un giorno di quel mese il Moro, dopo un abboc- 
camento coll'orator veneto, in cui gli disse : « vi prometo a fede 
de real signore, ve farò stare a segno et cazzerovi per tutta 
Italia », dopo questo abboccamento « dismonto esso Ducba in 
Corte vecchia ed andò a visitation di Madona Isabella, ed il 
fìol, signor Francesco, poi ha accompagnato in Castello ». In 
Agosto, nelP imminenza dell' attacco francese, forse per racco- 
mandazione di re Federico, forse per gratificarsi il popolo mi- 
lanese, il piccolo Francesco è ridato interamente alla madre : 
« il puto.... era in libertà in man de la matre » (2). Isabella può 
sperar di affrontare la nuova tormenta col figlio al seno. 

Il 13 Agosto i Francesi iniziano, da Asti, le ostilità. Ga- 
leazzo Sanseverino, troppo miglior cortigiano e giostratore che 
condottiero, preposto con la solita cieca parzialità al confine 
occidentale, tu facilmente respinto; mentre suo fratello mag- 
giore, Gian Francesco, il conte di Caiazzo, che dirigeva la di- 
fesa del confine veneto, geloso del maggior comando dato al 
fratello minore, s'accordava segretamente coi Francesi. Invano 
il Moro, sentendosi vacillare di sotto il terreno, raduna i prin- 
cipali cittadini in Castello, nella sala della Torre, e, presenti il 
cardinale Ascanio, Federico Sanseverino, Ippolito d'Este, spiega 
la sua eloquenza, ricordando le proprie benemerenze, l'insolenza 
francese, i prossimi soccorsi dell'imperatore e di Prospero Co- 
lonna. Cade, ed è posta a sacco, Alessandria, vituperosamente 
abbandonata da Galeazzo Sanseverino (3), non soccorsa contro 
gli ordini di Ludovico, che perciò l'aveva tolto dal fronte ve- 
neto, dal conte di Caiazzo, che anzi pare facesse pervenire al 
fratello un falso ordine di ritirata. Il conte di Caiazzo, lo ricor- 
derà il lettore, recatosi a Napoli con Hermes Sforza per le nozze 
di procura d'Isabella, era stata la causa principale degli attriti 
tra Aragonesi e Sforzeschi, così come Galeazzo Sanseverino 
aveva avversato Isabella, al punto, da ingenerare contro di lei 
l'accusa d'aver tentato d'avvelenarlo. 

Che Nemesi nelle cose! 

(1) Ibid II, pag. 820. 

(2) Ibid II, pag. 1033. 

(3) Mostrando — dice il Guiccardini — con disdoro ano e di Lu- 
dovico « quanta differenza sia da maneggiare un corsiere e correre 
€ nelle giostre e nei torneamenti grosse lance (ne' quali esercizi avan- 
« zava ogni altro italiano) ad esser capitano d'un esercito ». 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIU, Fa^c. III^IV. 26 



382 ACHILLE DINA 

Ed il Trivulzio, l'antico rivale dei Sanseverino e per la 
sdegno dell'ingiusta preferenza loro accordata guastatosi col 
Moro, avanza a capo delle truppe francesi su Mortara e Pavia. 
Ed, ecco, alle nuove di questi progressi, cominciare i tumulti in 
Milano! Il penultimo d'Agosto Antonio da Landriano, pretetto 
dell' erario ducale, fu gravemente ferito. 11 popolo si armava : 
« i Milanesi si misero apertamente sulle armi » dice il Oorio. 
I maggiorenti si presentarono a Ludovico, manifestandogli Pin^ 
tenzione di dar la città ai Francesi : « Voi darete la terra ai 
« franceschi ; io darò il Castello ad altri », volendo dire all'im- 
peratore, esclamò Ludovico. E decise di recarsi in Germania, a 
preparare la riscossa, facendo intanto partire i figli coi cardi- 
nali Ascanio e Sanseverino e col tesoro. 

Il 1° di Settembre, mentre si costituiva un governo prov- 
visorio con a capo Bernardino Visconti, la plebe saccheggiò le 
case e le scuderie di Galeazzo Sanseverino, di Bergonzio Botta,, 
altro funzionario delle finanze, e di quell'Ambrogio da Corte, 
di cui vedemmo l'ignobile contegno verso Isabella ed il seguito 
di lei (1). 

Decisa la x^artenza, il Moro avrebbe voluto condurre con sé 
il piccolo Duca Francesco, il figlio d'Isabella; ma trovò in lei 
invincibile ripugnanza. Allora egli, che non avrebbe voluto la- 
sciarla col figlio in Milano nella sua assenza, cercò di persuaderla 
a tornar subito presso i suoi parenti a Kapoli, imbarcandosi a 
Genova sulle galere di re Federico, che avevano condotto da 
Porto Venere il cardinale Ascanio e che l'attendevano. Parve 
per un momento ch'ella si decidesse a partire; ma mutò subito 
divisamento. Il Moro, pur di vederla allontanarsi, era giunto a 
farle, il 1^ Settembre, formale cessione « a conto delle sue doti » 
dice il Guicciardini, ma su ciò ritorneremo, del suo feudo meri- 
dionale, il ducato di Bari, assegnandolo per soggiorno a lei ed 
al figlio (2). 

Isabella, tra il parente ^usurpatore e lo straniero, preferì 
quest' ultimo. Ella sperava di poter<^ tra quei rivolgimenti far 
valete presso il re francese i diritti suoi e dei figli. 

Quanto s'ingannava! Quanto dovette poi struggersi di non 
aver subito fatto vela per Napoli con tutta la sua prole! 

Ludovico, prima di partire, si preoccupò di lasciar di sé 



(1) Sanudo, 1. e. pag. 1210-1214. 

(2) Vedi CoRio e Sanudo, 1. e. 1210, 1213.. 



I 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 385 

non ingrato ricordo. A parecchi dei maggiori cittadini fece co- 
spicui doni, come della magnifica tenuta della Sforzesca a Ber- 
nardino Visconti. Giunse sjno alla bassezza di approfittare della 
popolarità del piccolo nipote, da lui defraudato dal trono. Se lo 
fece consegnare da Isabella, per mostrarsi con lui nelle vie di 
Milano. « prima si partisse — scrive il Sanudo — cavalchò per 
« la terra un zorno e andò in Coite vecchia et levò il Ducheto 
« et quelo a cavai menò con lui et come fò in certa contrada 
« disse: vi basta l'animo di correr? e lai, di anni otto, molto 
« zentilissimo, vi corse. » 

Povero bellissimo bambino! Fu Punico atto politico della 
sua vita; e in prò del parente usurpatore! 

La mattina del 2 Settembre, lasciato il Castello ed il resto 
delle sue ricchezze in custodia a Bernardino da Corte, altra 
sua creatura, con una lista di segnali ottici di meravigliosa 
minuzia, il Moro partì con un seguito di quattromila armati fra 
cui il diletto Galeazzo Sanseverino, Hermes Sforza, Ippolito 
d'Este: partì ancor tutto turbato dalla visita affannosa fatta la 
sera precedente alla tomba di Beatrice, da cui pareva non po- 
tesse staccarsi. Sembrava affranto, sperduto (1;. Solo nei fur- 
beschi presagi del suo astrologo trovava qualche conforto. « Mena 
« con lui Ambrosio di Rosate, quale con la speranza li dà lo 
« mantien in vita! » Pure — risorse di temperamento nervoso! — 
a Como parlò al popolo, lasciando il Corio, che l'udì, ammirato. 
Quindi, sopravvenendo truppe francesi, fu appena in tempo ad 
imbarcarsi per Bellagio, dove l'attendeva il fratello cardinale. 
Di lì, per la Valtellina, il Mombraglio, Bolzano, Brixen, dove 
scrisse le istruzioni per gli ambasciatori al sultano Bajazet da 
lui spinto contro Venezia, con viaggio alpestre reso più disa- 
stroso dal mal tempo, giunse e si termo ad Insbruck. 



(1) L' Ariosto esprime poeticamente la connessione della presenza 
e della scomparsa di Beatrice colla fortuna e colla rovina di Ludovico 
(Canto XIII). 

E Moro e Sforza e Viscontei colubri 

lei viva formidabili saranno 

dall'iperboree nevi ai lidi rubri, 

dall'Indo ai monti ch'ai tuo mar via danno: 

lei morta, andran col regno degli Insubri 

e con grave di tutta Italia danno 

in servitude: e fia stimata, senza 

costei, ventura la somma prudenza. 



384 AOHILLK. DINA 

A Milano si sperò ancora un istante di evitare il dominio 
straniero. Bravi pure il piccolo Duca legittimo. 11 Trivulzio 
aveva sempre mostrato devozione a 'lui ed Isabella. Per due o 
tre giorni la Duchessa dovette esser sollevata da ardenti spe- 
ranze. « Quei di Cremona — dice il Sanudo — non si voi dar 
« alla Signoria ma voi darsi al Ducheto ». Anche a Milano 
« el populo e cittadini vorriano el Putin per signor, zercano 
« star in libertà » (Ij. Le principali tre famiglie milanesi Vi- 
sconti, Trivulzio, Borromeo cercavano accordarsi col Trivulzio, 
già entrato in Pavia, non volendo darsi a Francia. 

Ora s'intende perchè Isabella non era partita per Genova! 
Una magnanima illusione Paveva trattenuta : il ducato al figlio, 
lei reggente, lei vera Duchessa! 

Ma bentosto la realtà s'impose a tutti. Se milanese era il 
Trivulzio, francese era quasi tutto l'esercito, francesi gli altri 
generali, il d'Aubigny, il Ligny, accampato alla Certosa. Non 
v'era possibilità che d'onorevole arresa. 

Il 5 Settembre nel convento domenicano della Eossa i rajj- 
presentanti dei patrizi e del popolo approvarono le condizioni 
da oftrirsi ai Francesi, per dar loro la città. 

Quelle relative alla Duchessa e ai suoi figli sono un'ultima 
testimonianza dell'affezione e della devozione della cittadinanza 
per essi, che avrebbero dovuto essere pienamente liberi di se. 

« Item che la 111. ma Duchessa Isabella, fiolo et flole possino 
« star in Milan et andar dovo li parerà senza che li siano mo- 
« lestati altramente: et de questo particolare sua maestà con- 
« cedere li termini opportuni » (2). 

Domandavano anche, gl'ingenui, la distruzione per sempre 
del Castello di Porta Giovia, il fortissimo e magnifico strumento 
di tirannide. 

Furono quindi portate al Trivulzio le chiavi della città e 
consegnate le porte di essa alle milizie francesi, che pochi 
giorni dopo ricevevano anche il castello colle sue meraviglie da 
Bernardino da Corte, il cui tradimento il Moro disse non aver 
pari che in quello di Giuda. Senonchè questa volta il tradimento 
colpiva, anziché un Dio, un raffinato traditore. Ad ogni ipodo 
Bernardino, come Giuda divenuto oggetto d'orrore, s'ammazzò 
disperato. 



(1) Sanudo, 1. e. col. 1217-1222. 

(2) Sanudo, l. e. col. 1303. 



à 



ISABELLA D'aKAGONA ECC. 385 

Perchè Isabella, vista ornai fallita ogni possibilità di ricu- 
pero dello stato, Don s'affrettò a partire col primogenito? Quale 
speranza la trattenne ancora? 

La troviamo subito dopo trasferita nel palazzo, a mala pena 
salvato dalla distrazione, di Ambrogio da Corte, l'antico suo 
persecutore fatto prigione (1;, certo onorata dal Trivulzio, tutta 
protesa, come già si accennò, ad ottenere una tarda giustizia 
contro Ambrogio da Rosate, accusato dalla pubblica voce di ve- 
nefìcio su Gian Galeazzo. TI medico-astrologo-protessore, preso 
nella fuga, era prigioniero nel palazzo d'Alvise Trivulzio (2). 
Un'inchiesta fu iniziata da Pietro dal Verme e da Giovanni 
Borromeo, disegnando Isabella mandare a Massimiliano d' A- 
sburgo, presso cui era Ludovico, le prov^e della di lui compli- 
cità nell'avvelenamento del nipote. Ella stessa, agitata dall'an- 
tica passione, volle scrutare il Da Rosate. Come vedemmo, 
l'ambasciatore ferrarese Bianco, riferiva il 18 Settembre la di- 
chiarazione da lei fattagli che Ambrogio aveva finito a confes- 
sarle d'aver dato il veleno « in uno sciroppo » per richiesta di 
Ludovico. Ma aspettava l'arrivo del re francese per intentargli 
un processo in piena regola. 

Luigi XII, alla notizia del rapido successo de' suoi, s'era 
affrettato a lasciar Lione: il 21 Settembre era a Vercelli, il 26 
a Vigevano : pel 2 Ottobre era aspettato a Pavia. 

B già, sin dal 31 Settembre, s'era ivi recata in attesa di 
lui Isabella col piccolo Francesco. « Domani parte di Milano el 
« S. Francesco figlio del Duca Jan Galeaz per Pavia et li debbe 
« trovar la Cristianissima M.ta ; et la Duchessa Isabella spera 
« che ora li sia donato qualche bouo stato ». Così l'ambasciator 
Vespucci alla Signoria fiorentina il 30 (3j. 

Ella, che tanta riluttanza aveva provato all'idea di presen- 
tarsi a Carlo VIII movente alla conquista di ISTapoli, si recava 
ora dal conquistatore del suo stato di Milano con spontaneità, 
ch'era figlia di tremenda necessità e di materno amore. 

Che parole corsero tra il successore di Carlo e l'inclita 
donna in quel castello di Pavia pieno per lei di tanti e tristi 
e dolci ricordi? 

Lasciò sin d'allora, come si disse, il re alla Duchessa di 

(1) Ibidem col. 1275. 

(2) Pellissier, 1. e. p. 206. 

(3) Ar. di St. Firenze. Signoria (classe X, dist. 2, nnra. 38^ Stanza 
III, Armadio 15, foglio 397). 



.'VSO A('HII,I.K DINA 

Milano la 8i)eranza d' un futuro matrimonio del piccolo Fran- 
cesco colla propria figlia pur bambina, di cui il ducato mila- 
nese sarebbe stato la dote, mirando anche a calmare il popolo 
milanese colla lusinga di riavere il legittimo signore, secondo 
scrive il Friuli? (1) Intanto la crudele realtà per l'infelice madre 
fa, eh' ella dovette tornare a Milano senza il fanciullo, inflessi- 
bilmente trattenuto nel castello jiavese da Luigi XII, cbe, di fron- 
te alla ragione di stato, non si portava diversamente dal Moro (2). 

A Milano, ancora stordita dal nuovo colpo, ella dovette mu- 
tare un'altra volta abitazione, passando, per volere del Ligny, 
dal palazzo di Ambrogio da Corte in quello magnifico di Mar- 
chesino Stanga, allora in Grermania. Per il tristo Ambrogio da 
Corte era intervenuta Venezia, che vantava diritti sui suoi 
beni. Egli ebbe dal Trivulzio un salvacondotto, per andarsene 
in malora (3). Forse la sua liberazione fu una delle condizioni 
della resa del Castello da parte di suo fratello Bernardino. 

Il 6 Ottobre, mentre i Turchi, spinti dal Moro contro Ve- 
nezia^, giungevano al Tagliamento, il re fece il suo ingresso in 
Milano con pompa simile a quelle, che abbiam visto nelle solen- 
nità sforzesche, fra un codazzo di principi italiani, alcuni già 
quasi vassalli del Moro; triste spettacolo che anticipa quello 
dell'incoronazione di Carlo V a Bologna nel 1530, emblema della 
soggezione italiana allo straniero. Eranvi il suocero del Moro 
Ercole d'Este coi due figli, Giovan Francesco Gonzaga, Anni- 
bale figlio di Giovanni Bentivoglio, il Duca di Savoia, i Mar- 
chesi di Monferrato, e di Saluzzo, Giuliano della Eovere, Nic- 
colò da Correggio, singolare fra tutti Cesare Borgia e gli oratori 
dei grandi stati italiani, tranne il napoletano, al primo posto 
quelli di Venezia, benché maledetti dai Milanesi, che alla Si- 
gnoria veneta attribuivano la loro rovina. 

Dopo una sosta in Duomo, il re entrò nel superbo Castello, 
che già i Francesi avevano incominciato a insudiciare, mentre, 
dice il Sanudo « il Sig. Ludovico non vi voleva veder pur paia 
« in terra » (4). Nello scorgerlo, riferisce il Sanudo, Luigi rise 
e si, spinse smanioso col cavallo fuori del baldacchino. 



(1) Friuli, De bello gallico in Muratori, che l'attribuì erroDeamente 
al Sanudo. R. I. S. XXIV pag. 126. 

(2) Pellissier, 1, e. II p. 207 lettera di Antimaco al marchese di 
Mantova, 5 Ottobre 99. 

(3) Sanudo, 1. e. Ili coi. 1326. 

(4) Sanudo, 1. e. HI. col. 31-32. 



I 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 387 

Con che aspro tumulto di sentimenti Tide forse Isabella iì 
corteo del conquistatore! 

Un altro disgusto pare ella avesse pochi giorni dopo nel 
vedersi tolto anche il palazzo di Marchesino Stanga ; ma su tutto 
la crucciava ora il distacco dal figlio, sulla cui sorte non pote- 
vano rassicurarla le parole del re. « Quotidie piange » si scri- 
veva a Venezia (1). Tale dovette essere il suo stato per tutto 
POttobre e il principio di Novembre. 

Essendo fissata pel 7 da Milano e pel 9 da Pavia la par- 
tenza di Luigi XII, deciso a condur seco il piccolo Francesco, 
ella ottenne di rivedere ancora una volta il figlio — e non sapeva 
che era l'ultima! — nel Castello di Pavia. « La Duchessa Isa- 
« bella è andata a Pavia ad vedere il figliolo inanti ch'el vada 
« in Franza » scriveva l'8 al Marchese di Mantova Nicola d'Atri. 
Con che disperata passione la misera donna dovette figger gli 
occhi sulle sembianze del figlio, della cui rara bellezza il ritratto 
disegnato da Leonardo, ora agli Uffizi, e il quadro di Bernar- 
dino de Conti alla Vaticana non ci danno che una pallida idea, 
se l'ambasciatore mantovano Antimaco poteva scrivere* ad Isa- 
bella d' Este che mai né la natura né 1' arte avevano prodotto 
nulla di piìi bello : « non credo già che la natura né mai pictor 
« facesse la piti bella cosa! » (2) 

Lo strazio materno si sente attraverso le parole del d'Atri, 
che, destinato ambasciatore presso il re di Francia, fu da lei 
supplicato di darle spesso notizie del bambino « come di quello 
« che era tutta la sua speranza e la sua vita ». 

Gregorio da Spoleto, già maestro di Alberto Pio da Carpi 
e dell' Ariosto, fa dalle preghiere di lei indotto a seguire in 
Francia quale precettore il diletto figlio, come ricordano alcuni 
versi del divino Ferrarese: 

Gregorio ai prieghi d'Isabella indutto 

fu a seguire il discepolo, là ove 

lasciò morendo i cari amici in tutto * (3). 

Kestò ella a Milano ancora quasi due mesi colle due figlio- 
iette Bona ed Ippolita : V altra Bianca, era morta dopo il '96, 
giorno In cui il Sanudo parla ancora, come si vide, di tre figlie. 

(1) Sanddo, Ibid. 

(2) Luzio, Belazioni di Isabella d' Este con Beatrice ed il Moro^ 
A. S. L. 1890. 

(3) Bertoni, 1. e. p. 21. 



;w8 



\<HIIJ.E DINA 



il re le aveva fissata « lum provvisione — dice il Sanudo — di sei 
« mila scudi». « (Ina mancia - scrive grossamente il Prato 
« acciò potesse, secondo meritava sua S.ria, onestamente vi- 
«. vere » (1). 

Nel Gennaio del 1500 le giungeva la notizia che la cognata 
Caterina Sforza, sola rimasta fedele al Moro, dopo eroica difesa 
capitolava a Eorli ed era prigioniera di Cesare Borgia. 

E gli eventi incalzavano. Si succedevano le notizie prima 
dei preparativi, poi delle operazioni di guerra e dei rapidi suc- 
cessi del Moro, che con ottomila Svizzeri e cinquecento lancie 
della Francia-contea calava dalle Alpi alla riconquista del Du- 
cato, preceduto dal cardinale Ascanio, acclamato dalle popola 
zioni già stanche del dominio e delle prepotenze straniere. 

L-ultimo di Gennaio Milano ricominciò a tumultuare. Il Tri- 
vulzio fortificò Corte vecchia e il Duomo. Il 2 Febbraio raccolse 
le sue truppe in piazza del Castello, mentre tutta la città sor- 
geva in armi, sospingendolo dentro al Castello. Il 4 mattina i 
Francesi uscivano di Milano, dove lo stesso giorno entrava 
Ascanio. 

Fu tra il tumulto di questo nuovo rivolgimento che Isabella, 
piuttosto che ricadere in balia di Ludovico Sforza e certo contro 
cuore, sì per Paffetto alla città cui aveva volto l'animo sin dai 
primi anni e cui drizzerà poi sempre il pensiero, sì perchè s'al- 
lontanava sempre pivi dal diletto figlio, decise finalmente di 
lasciar Milano « quivi — dice con rozza efficacia il Prato — (2) 
« niun altro spasso che ricordanza de dolori avendo ». 

Partì, secondo il Sanudo^ ai primi del Febbraio 1500, certo 
prima del 5, in cui il Moro rientrava in Milano come liberatore, 
naturalmente all'ora fissata dal nuovo astrologo (3). 

Con che pondo d'aftannosi ricordi la giovane donna, non 
ancora trentenne, avrà visto in quel freddo giorno invernale, 
dileguarsi nel verde piano le rosse torri del Castello e le guglie 
del Duomo ! Gl'intimi disgusti nuziali dei primi anni, la delu- 
sione del mancato jjotere, le mille umiliazioni, sotto le apparenze 
sfarzose, del suo orgoglio di Napoletana ed Aragonese, la supina 
devozione del marito allo zio usurpatore, il sordo contrasto con 
questi e coll'orgogliosa Beatrice, i traviamenti di Gian Galeazzo^ 
la di lui morte piena di sospetto, la caduta dello stato paterno,. 



(1) Sanudo, ]. e. Ili p. J03 ; Prato in A. S. I. Ili p. 235. 

(2) Prato, 1. e. A. S. L. pag. 236. 

(3) Sanudo, 1. e. Ili 103. 



ISABELLA U'ARA(tONA ECO. 38&* 

quella del suo stato, la morte del padre e del fiorente fratello, 
e influe, di tutto più crudele, lo strappo del figlio, che del padre 
ereditava, accresciuta, la bellezza ! 

Non a torto, dopo quest'ultimo colpo, ella prese ad aggiun- 
gere nelle sue lettere, alla firma abituale « Isabella de Aragonia 
Sforcia ducissa Mediolani » il terribile motto : « uniclia ne la 
desgracia ! » (1). 

Partiva con un seguito di trenta persone, probabilmente 
recando seco quei cari ricordi, di cui parlava al Gonzaga, se- 
guendo il Po. 

A Cremona, caduta sotto Venezia, i Kettori, cui aveva chiesto 
di pernottare, forse per timore di dimostrazioni popolari « non 
« volseno entrasse in la terra, ma andasse di fori via ». Il 3 
Febbraio scriveva da Torresella al Marchese di Mantova, an- 
nunciandogli la sua venuta e chiedendogli diciotto carri per i 
suoi bagagli e due carrette per lei e le figlie (2). 

Sostò due giorni a Mantova, dove il Marchese si preparava 
a mandar qualche aiuto al Moro, accolta con ogni onore da lui 
e dalla Marchesana. Le due Isabelle avranno allora un'altra 
volta mescolate le loro lagrime. La gentile Estense, in quel 
torno visitata anche da Leonardo, profugo egli pure da Milano, 
che ne appuntò le mirabili sembianze, avrà certo mostrato alla 
Aragonese i tesori d'arte, ch'ella andava con nobile passione 
raccogliendo e che dovevano rendere famoso il suo « Paradiso ». 

L'il Febbraio la nostra Isabella era a Bologna, parimente 
onorata da Giovanni Bentivoglio, il Mecenate rinnovatore della 
città (3). < Giunse in Bologna — così narra il Gerardini — 
« mad. Isabella già moglie del Duca Galeazzo Sforza con figlioli, 
« che passava in Napoli tuta ramaricata per aver il re mandato 
« Francesco suo filiolo giovinetto in Francia. Fu da Giovanni 
« incontrata con molti cittadini ad Arizola e tre carrette di 
« gentildonne la vennero ad incontrare e fu con onore da Ma- 
« donna Ginevra e da tutti i figliuoli ricevuta e dopo tre giorni 
« si parte per Napoli ». Qui si perdono le sue tracce, sino al- 



(1) La prima lettera d'Isabella, sin'ora conosciuta col triste motta 
è nell' A. di S. di Mantova: è dell' 11 Dicembre 1499, diretta ad Isabella 
Gonzaga. Luzio, 1. e. A. S. L. 1890 p. 66. Questa dei motti era un' u- 
sanza spagnolesca invalsa tra la (ine del 1400 e il principio del '500, 
V. Croce, la Spagna nella vita italica della rinascenza. 

(2) S ANUDO, 1. e. IH col. 108 e Eevue hirì. Mag. '895. p. 17. 

(3) Pellissier, 1. e. Il, p. 207 e Revuc hi&t. ibid. 



:VM) ACHIM K DFNA 

l'arrivo in Napoli. Dovette apprendere in viagjrio le notizie 
degli ulteriori progressi del Moro e del trionfale ingresso in 
Roma, dopo le conquiste di Eomagna, del Aglio del Papa, Ce- 
sare Borgia, seco traendo prigioniera in Castel S. Angelo la 
donna di Forlì. 



Capitolo XI. 
1500-1501 

Arrivo d' Isabella a Napoli — Difficoltà per la presa di possesso di 
Bari — Il crollo di Ludovico le risolve — Il Duchetto monaco in 
Francia — Isabella e la corte di re Federico — Invasione franco- 
spaignuola — Re Federico ed Isabella in Ischia — Costanza d'A- 
valos — Partenza di Federico per la Francia — Isabella aderisce a 
Spagna — Morte della figlia Ippolita — Partenza da Ischia per 
Bari. 

Nei tre anni e mezzo di regno, lo zio paterno d'Isabella, il 
savio e generoso re Federico, aveva compita l'opera iniziata da 
-Ferrandino di riscattare tutto lo stato napoletano dalla domi- 
nazione francese, egli pure cogli aiuti del grande generale si)a- 
gnuolo Consalvo di Cordova. 

Ma, mentre cercava di riparare i danni dell'ultima tormenta, 
vedeva sorgere da lontano la minaccia di un'altra nelle riaffer- 
mate pretese del re di }<'rancia anche sull'Italia meri<Uonale. Il 
ritorno del Moro a Milano rimuoveva quel pericolo solo per 
poco, che non sarebbero certo mancati i tentativi di riscossa 
francese. Anche il Papa gli era ostile per lo sdegnoso suo rifiuto 
di dare la figlia Carlotta in isposa a Cesare Borgia, che di quel 
matrimonio e della pretesa dote del principato di Taranto si 
sarebbe poi fatto base alla scalata del trono napoletano. 

Neppure nel suo gran parente, il re di Spagna Ferdinando 
il Cattolico, poteva aver intera fiducia Federico, non ignorando 
le di lui precedenti trattative con Carlo YIII, quando questi 
meditava il rinnovamento dell'impresa di Napoli. 

Gravi preoccupazioni aveva dunque il buon re, quando gli 
giunse, sbattuta dalla fortuna, la profuga nipote Duchessa di 
Milano. 

Il 7 Marzo i Napoletani lo videro uscire di città a capo di 

una comitiva di 500 cavalieri, per accogliere, col dovuto onore, 

Ila principessa, ch'essi avevano veduta partire undici anni prima 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 391 

Taggiante di giovinezza e di speranze e che tornava donna fa- 
mosa non meno per sventure che per virtù. 

L' incontro avvenne « alla gabella di S. Antonio ». Ella 
giungeva col suo piccolo seguito, forse in non buono stato pel 
lungo viaggio, colle piccole bimbe Ippolita e Bona collocate in 
due « conole >^ (ceste, cune?) su un mulo. Fu un istante di ge- 
nerale commozione: « dove nce to gran pianto » dice il rozzo 
cronista napoletano (1). 

È probabile che col re fossero la moglie di lui, Isabella del 
Balzo, Giovanna, vedova, quasi prima che sposa, di Ferran- 
dino (2) e più d^uno dei signori e delle dame che un decennio 
prima avevano accompagnato Isabella a Milano. Eranvi forse 
anche i due illustri fratelli Prospero e Fabrizio Colonna. 

La nobile comitiva scortò la Duchessa di Milano sino al 
<3a8tello di Capuana, assegnatole dal re per residenza. Con che 
emozione non avrà ella rivista la grandiosa mole, dov'era nata 
e cresciuta, testé profanata dal soggiorno di Carlo Vili e an- 
cora recante i segni del bombardamento subito dalle batterie di 
Castelnuovo! Né certo con minor palpito rivide gì' incantevoli 
dintorni del golfo, con le cui personificazioni era stata cantata 
dall'Attilio e. fra tante dilette persone, i superstiti dotti e poeti 
dell'accademia pontaniana, che l'avevano avuta sì cara. Eranvi il 
Sannazzaro, il veramente « sincero » amico, anche nella sven- 
tura, del re, il Galateo, che dovea poi esser suo ospite in Bari 
e dedicarle un suo scritto, lo spagnuolo Gareth, il Cariteo, che 
la celebrerà in facili terzine, il Pardo e, cospicuo fra tutti, an- 
nosa italica quercia, il Fontano, lieto di godersi appieno, lungi 
dagli affari, le gioie del pensiero, lì, nella sua villa d'Antiniano, 
dove, credulo e perito anch'egli d'astrologia, scrutava e cantava 
epicamente le stelle e si compiaceva in versi squisitamente sen- 
suali dell'amore della sua Adriana non meno che dell' amicizia 
del Compatre e del Poderico, coi quali d'in sulla porta mordeva 
piacevolmente i passanti. 

Ma alle rinnovate amicizie ed ai patetici ricordi sovra- 
stavano ora le cure e gli affari, principalmente l'angosciosa 
preoccupazione del figlio prigioniero e la presa di possesso del 

(1) Notar Giacomo. Il Passero pone la venuta d'Isabella a Napoli 
nel Novembre 1499 « et lo signore Federico le insio incontra per 
sino a S. Juliano a Capo de Ohio ». 

(2) Non l'altra Giovanna, la vecchia vedova di Ferdinando il Ba- 
stardo e sorella di Ferdinando il Cattolico, allora in Spagna. 



;ì92 a(3hille dij»ia 

ducato (li Bari, che avrebbe as&icurato a lei ed ai ligli un» 
posizione decorosa, mentre le complicazioni politiche la rende- 
vano malagevole. 

Non appena Ludovico sul punto d'esulare da Milano le 
ebbe fatto cessione del ducato barese, ella, pur rimanendo, come 
vedemmo, per la speranza di cose maggiori nella capitale lom- 
barda, aveva, senza perder tempo, inviato di lì, con le debite 
istruzioni, a prendere possesso del gran feudo meridionale, il suo 
agente Alessandro Pagano ; ed il re Federico aveva in principio 
appoggiata V opera di questi, cercando farselo dare dal Vice- 
duca, riluttante, forse per istruzioni segrete del Moro; ma mutò 
condotta alla notizia, tosto seguita dall' effetto, del prossimo ri- 
torno di Ludovico in Milano. Isabella stessa in Napoli trovò 
per più settimane resistenza tenace, benché certo contro cuore, 
in Federico, cui la ragione di stato imponeva di accordarsi collo 
Sforza contro Luigi XII, il comune nemico. 

Seuonchè il nodo fu ben presto sciolto in di lei favore dai nuo- 
vi rivolgimenti dell'alta Italia. Ivi, infatti, il Moro perdeva un'al- 
tra volta lo stato con la stessa rapidità, con cui l'aveva ricuperalo. 

Il 7 Marzo, 15 giorni dopo l'arrivo a Napoli d'Isabella, Lu- 
dovico aveva occupato, per accordo coi cittadini, Novara ; ma 
unitisi alle milizie del Trivulzio i grandi rinforzi condotti dal 
La Tremonille, la città era stata assediata dai Francesi. Tutti 
conoscono il drammatico episodio, che pose sinistra e repentina 
line alla carriera già così fulgida del Moro: la defezione degli 
Svizzeri al suo soldo per l'ordine giunto dal governo di Berna 
di non copabattere contro i loro connazionali dell'esercito ne- 
mico, ai quali invece, per arti delPagente francese, non giunse 
il messo, che recava lo stesso ordine: lo strano partito cui egli, 
amante sino all'ultimo delle combinazioni singolari ed impen- 
sate, si appigliò, di mischiarsi travestito tra gli Svizzeri, nella 
speranza di riparare con loro in Germania: il tradimento del ca- 
pitano svizzero Turman, perciò poi condannato a Berna, che lo 
consegnò ai Francesi: la terribile scena del suo arresto e dei 
rinfacci dell'antico avversario, il Trivulzio, prima di esser posto 
nelle mani del Ligny. 

La cattura del Duca fu tosto seguita dalla nuova occupa- 
zione francese del ducato, il 10 Aprile. 

Il 17 ne giunse notizia in Napoli (1). È facile immaginare 

(1) Poco prima Ludovico aveva proposto una via di mezzo « il 
« Ducila ha scritto al re vorria el stato teniva in Puia e nel rt-gno- 



i 



393 

Tanimo d^ Isabella. Lo stato, di cui era di nome e si riteneva 
in diritto sovrana, tornava sotto lo straniero, che v'iniziava una 
feroce reazione. L'uomo, cui si dovevano tutti i suo mali, era 
nelle mani dell'acerrimo suo nemico. Lo raggiungeva alfine quel 
dito di Dio, ch'ella gli aveva ricordato, quand'egli la voleva se- 
parare dal figlio! Ohe se l'immensità della sventura dello zio 
fu per destarle qualche senso di pietà, il pensiero che una con 
simile iattura gravava, in ultima analisi per di lui cagione, sul^ 
l'innocente suo figlioletto, avrà tosto a ragione soffocato quei 
moti. 

Intanto il crollo del Moro toglieva di mezzo la maggior 
difficoltà per la sua entrata in possesso di Bari e debili altri 
feudi minori. Nulla pivi impediva a Federico di soddisfare il 
•desiderio della nipote. È del 24 dello stesso mese l'ordine suo ai 
vassalli di quei feudi di giurare fedeltà alla Duchessa Isabella, 
cui egli li concedeva colla volontà e col consenso di Ludovico 
Sforza « per securtà de sue doti » (1). Il conte di Sanseverino 
e il conte d'Aiello venivano nominati, quali ufficiali del re, a pren- 
derli in consegna e rimetterli al rappresentante della Duchessa, 
Alessandro Pagano (2). 

Isabella rimaneva ancora in Napoli, sia per rifarsi di tante 
agitazioni e travagli, sia per mèglio di lì adoperarsi in prò del- 
l'amato figlioletto. Ella era riuscita ad interessare alla di lui 
causa Massimiliano d'Asburgo. Nel Settembre di quell'anno 1500 
il sovrano tedesco mandava « uno domino Niccolò » dal re di 
Francia « a dimandarli Milan per il Ducheto » (3). 

Vani sforzi! Anzicchè ridare Milano al piccolo Sforza, 
Luigi XII si preparava ad aggiungere alla sua conquista parte 
del reame meridionale, spogliandone re Federico. È del Novem- 
bre di quell'anno il trattato segreto col re di Spagna Ferdinando 
il Cattolico per la spartizione del reame napoletano. 



< indrio ; saltera le intrade de Bari dar per il viver de M.ua Isabella 
« olira Duchessa de Milan per la dota che ducati 120 miglia; par che 
« il re li voi dar la dita intrada •». Sanudo, diari, ITI, col. ]98. 

(1) Pepe, Storia della successione degli Sfoì'za in Bari, pag. 79. 

(2) È curioso un ordine del 16 maggio del re Federico al suo ca- 
vallerizzo di consegnare ad Isabella alcune « jumente de quelle erano 
« del Ill.mo duca de Milano con li suoi stalloni necessarii », altra te- 
«timonianza della passione per i cavalli d' Isabella, le cui razze equine 
divennero famose. Bevue hist. Maggio 1895 p. 170. 

(3) Sanudo, 1. e. col 737. 



394 AOmi.LK DINA 

Il fij::lioletto d'Isabella era stato affidato da Luigi XII ai 
mouaci di un'Abazia a due miglia da Tour», distaccandolo da 
ogni suo famigliare, coli' intenzione di far vestire anche a lui 
l'abito ecclesiastico, al che il bellissimo fanciullo ripugnava. 
« In una abacia di monaci a mia dò da Tors in vardia de certi 
« monaci. con niun de soi e il re voria farlo religioso; e la sua 
« intention non è » scriveva nel Dicembre 1500 alla Signoria 
veneta l'oratore in Francia, Francesco Foscari, il quale, nella 
stessa lettera, informava anche che il cardinale Ascanio Sforza 
era nella torre di Bourges, mentre il Moro, dopo un breve sog- 
giorno nel forte lionese di Pierre Encise era stato relegato nel 
castello di Lys, nel Berry. « À do servitor, zuoba de balestro e 
« pescha ne le fosse e la notte va in chabia a dormir » (Ij. 
Ambrogio da JRosate non glielo aveva predetto questo, ch'egli 
avrebbe pescato nelle fosse del castello di Lys Saint- Georges 
nel Berry, profonde, - aveva scritto il 2 maggio l'orator ve- 
neziano Trevisan — e piene d'acqua come quelle del castello 
di Milano ! 

Chissà se l'ambasciator mantovano in Francia Nicola d'Atri 
aveva mantenuta la promessa fatta ad Isabella di mandarle no- 
tizia del figlio? 

Ella intanto s'abituava alla vita della corte napoletana, coi 
personaggi della quale viveva in affettuosa intimità. 

Nel Gennaio del 1501 Francesco Morosini, riferendo alla 
Signoria veneta sui venticinque mesi della sua ambasceria in 
Napoli, dava interessanti ragguagli di lei, dei reali di Napoli, 
dei principali feudatari e delle condizioni dello stato meridionale. 
« La Duchessa di Milano ha' buto il duchato di Bari ; sta in 
« Capuana, va a visitar in Castel nuovo le regine » Delle re- 
gine, una era la moglie di re Federico, Isabella del Balzo,, figlia 
di Pirro principe d'Altamura, dama « da ben » con due figli, 
di cui il maggiore, principe di Calabria, « zentilissimo » e due 
« flole infante », allora di nuovo incinta. La seconda regina era 
Giovanna, la vedova di re Ferrandino, di soli vent'anni « bone- 
« stissima — diceva l'ambasciatore — et ogni suo atto fa con 
« prudentia. » Era assente la terza regina, l'altra Giovanna, come 
si è detto, vedova di Ferrante I e madre di lei, recatasi in 
Spagna, sua patria, i:>resso il fratello Ferdinando il Cattolico in 
compagnia di Antonio de Gennaro, l'oratore che conoscemmo a 
Milano. Son queste le due Giovanne, che, secondo l'uso del 

(1) Ibidem, 1. e. col 1237. 



I 



ISABELLA D' ARAGONA ECC. 395- 

tempo, piglieranno dopo la rovina della loro casa il motto di 
tristi reine, come Isabella aveva assunto quello di unica nella 
disgrazia. 

Ke Federico era descritto come uomo sulla cinquantina, di 
bella e gagliarda presenza « ma tardo ne l'expedir ». Alla ca- 
duta del Moro si vide in cattivi termini, esclamando che « era 
spazato ». Incitava la Signoria veneta a non favorire i Fran- 
cesi, dicendo « Orator, cognosso Francesi, sono presti ». Intanto 
faceva circondar Napoli di fossati e fortificava Capua e Ta- 
ranto. 

Primi dei baroni erano Fabrizio Colónna, conte di Taglia- 
cozzo, luogotenente del re « Homo piìi presto di far che di or- 
dinar > di 48 anni ed il di lui fratello Prospero, signor di Fondi 
e di Traetto, « capitano del j-e ». Aveva, secondo il Morosini, 
allora 38 anni, cioè otto piti di Isabella. Chissà se sulPanimo di 
lei, appassionata d'ogni eroismo, non facessero sin d'allora im- 
pressione i di lui arditi propositi di spingersi sino a Rpma, se 
Federico gli avesse dato un certo numero di uomini d'arme, che 
invece gli furono negati, per cui, riferiva il Morosini, egli non 
era ben contento del re. 

^%\ primi miesi (1) del 1501 giungeva profuga in ì^apoli 
un'altra principessa aragonese, un'altra infelice regina, zia d'I- 
sabella, Beatrice d'Aragona, figlia di re Ferrante l*', sposa, nel. 
1476, di Mattia Corvino re d'Ungheria, che la volle per la fama- 
della sua bellezza e poi, nel 1490, di Ladislao re d'Ungheria e 
di Boemia, che la ripudiò per la sua sterilità: donna di vivo^ 
ingegno e di elegante cultura umanistica, che in quelle lontane 
regioni aveva portato un alito del rinascimento italiano: (2j le 
sue gentili e fini sembianze vivono forse ancora nel meraviglioso 
busto del Louvre, che porta il suo nome. Anch' ella, come Isa- 
bella, giungeva nello stato paterno, per vederne la rovina. 

Inutilmente Federico, per mantenersi nel regno, si rivolse 
anche ai Turchi, come già aveva fatto il Moro. « Avanti ca- 



I 



(1) Secondo il Sanudo, Diari, nel febbraio era giunta nel suo 
viaggio di ritorno a Ravenna — Passero, all'anno 1501 « et io signore 
« suo frate Federico Tinsia incontra per sì ad Aversa >. 

(2) Galeotto Marzio da Narni, bibliotecario nella biblioteca di 
Buda, nella sua operetta Salomon Ungaricus sive de dictis et factis- 
Matthiae Corvini la dice « virgiuem venustam ingenioribus literis et 
« doctrinam et excultam eloquio facundam »: aveva gran prontezza neL 
citare autori. 



» 



396 AOHiLi/fi ;dina 

« perder, il re farà tuto » (1) scriveva l'ambasciatore veneziano 
nel Febbraio, Troppo soverchianti erano le forze già segreta- 
mente collegatesi contro di lui. 

E colla forza era il tradimento. Nel Febbraio don Consalvo 
di Cordova giungeva coll'armata spagnuola, in veste d'amico, a 
Messina. Federico stesso, pur diffidando del suo parente re di 
Spagna, s'era ad esso rivolto, fallito l'estremo tentativo fatto 
presso il re di Francia, di riconoscere come a lui tributario il 
suo stato: pratica che, invece, come le trattative coi Turchi, 
offerse al re spagnuolo un pretesto, per coonestare il suo tradi- 
mento. Questo e la connivenza del papa si scopersero brutalmente 
quando, giunto l'esercito francese a Koma sotto il comando del 
D'Obiguy e dell'antico avversario degli Aragonesi e d'Isabella, 
G. Francesco Sanseverino conte d; Caiazzo, Alessandro YI pub- 
blicò la bolla di divisione dello stato napoletano tra i sovrani di 
Francia e di Spagna ed unì alle truppe francesi quelle del Ta- 
lentino, già fatto Duca di Romagna. 

Federico, prima risoluto d'affrontare il nemico, aveva rag- 
giunto le sue truppe comandate da Fabrizio Colonna, lasciando il 
governo di Napoli a Prospero, del quale non aveva però seguito 
il consiglio ardimentoso d'impadronirsi della flottiglia di sei navi, 
che il re di Spagna aveva mandato, a prendere ed a mettere al 
sicuro le due regine Giovanne, sue strette congiunte (2). 

Esasperato e schifato pel tradimento del suo parente di 
Spagna, volendo preservare Napoli dalla sorte di Capua, orri- 



(1) Sanudo, 1. e. col 1501. 

(2) A questo tempo, cioè « mentre il re era travagliato dalle con- 
« tinue nuove della confederazione dei re nemici » apparterrebbe un 
singolare episodio della vita d'Isabella riferito dal Summonte (III 
pag. 538-39) sulla fede di narrazioni a lui fatte da vecchi napoletani. 
A lei sarebbe stato dato il governo della giustizia, quando Federico 
andò al campo (mentre Prospero Colonna aveva il governo militare 
della città) ed a lei quindi nel castello di Capuana avrebbero ricorso i 
genitori di una fanciulla, che un feudatario calabrese aveva ridotto alle 
sue voglie, minacciandola altrimenti di mandare a morte il padre fal- 
samente accusato d'omicidio. Per rintracciare il feudatario, Isabella 
avrebbe fatto atterrare le case di tutte le famiglie dei Caraccioli. Avu- 
tolo nelle mani, 1' avrebbe costretto a sposar la giovane in piazza del 
Mercato, per poi farlo subito decapitare. Le immagini dei due sposi 
si sarebbero ancora vedute ai tempi del Summonte suU' arco dell' oro- 
logio a S^ Eligio. Avremmo qui un tratto caratteristico dell' animo. d'I- 

.«abella, raffigurata quale fierissima tutrice della virtù femminile, al 



I 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 397 

bilmente saccheggiata dai Francesi, re Federico decise di rinun- 
ziare all'impari lotta e di mettersi nelle mani del re di Francia, 
che almeno lo combatteva a viso aperto. 

Ritiratosi in Castelnuovo negoziò di lì la resa. Già il 26 
Luglio (1) aveva mandato all'isola d'Ischia presso Inigo e Co- 
stanza d'Avalos la sorella Beatrice, ex regina d'Ungheria, e la 
nipote Isabella d'Aragona colle due figlie Ippolita e Bona. Ben 
presto, lasciando Napoli la notte del 2 Agosto, le raggiunse ivi 
egli stesso colla moglie Isabella e con Prospero e Fabrizio Co- 
lonna, fatto prigione a Capua, ma subito riscattatosi. 

Così ivi, dice con frase famosa il Guicciardini, « si videro 
accumulate, con miserabile spettacolo, tutte le infelicità della 
progenie di Ferdinando vecchio ». 

Il 4 Agosto il D'Aubigny entrava in Napoli. 

Isabella d' Aragona aveva visto il crollo dello stato di Mi- 
lano. Assisteva ora, condividendo le terribili ansie dello zio, 
dopo un anno e mezzo da che vi si era riparata, alla ancor più 
tragica rovina dello stato paterno. 

Federico si trattenne circa un mesei in Ischia, sinché, giunto 
di Francia il salvacondotto, fece vela con una flotta di sette 
galere. È facile immaginare l'angoscia del suo distacco dalle 
altre detronizzate sovrane, Beatrice d'Ungheria e la nostra Isa- 
bella, che in lui avevano trovato un generoso protettore. Sino a 
Genova 1' accompagnò la moglie Isabella del Balzo, che ritornò 
quindi ad Ischia, per avvicinarsi al figlio chiuso in Taranto e 
non ripartì per Francia che nell'estate del 1502. È nota la fredda 
accoglienza trovata, contro la sua attesa, da Federico in Francia, 
dove in principio fu tenuto quasi prigione e poi ebbe il Ducato 
d'Angiò, che resse sino alla morte, seguita il 9 Dicembre 1504 
in Tours, lasciando la moglie (tristissima fra le tristi reine) in 
quasi miserabile coudizione e costretta a cercar riparo in Fer- 
rara presso il marchesi? Alfonso, nipote del marito (2). 

Partendo, Federico aveva lasciato il governo dell'asola d'I- 
schia ad Inigo d'Avalos, marchese del Vasto, ed a Costanza, 



quale non contraddirebbe la sua successiva severa condotta nel governo 
di Bari. — Che ciò non abbia, però, base storica è dimostrato abbon- 
dantemente da Benkdetto Croce in « Storie e leggende napoletane » 
p. 279 e sgg. 

(1) VoLPiCELLA, Federico d' Aragona e la fine del regno di Napoli, 
pag. 67 e seg. 

(2) SuMMONTE, III, p. 537. Mori nel 1533. 

Arch. Star. Lomb. Anno XLVIII, Fase. IH -IV. 26 



;it».S AOHILLK DINA 

UiK'lieasa di l'^raiu^avilla, donna d' altissimi sensi, tuiiice dei- 
giovinetto suo nipote, Francesco d'Avalos, Marchese di Pescara, 
futuro marito della figlia di Fabrizio Colonna, Vittoria, desti- 
nata a fama sublime. 

All'ordine, che Federico mandò poi dalla Francia, di con- 
segnare Ischia ai Francesi, Inigo e la valorosa donna rifiutarono 
d'obbedire e difesero pertinacemente quella chiave del golfo, 
sinché durò il dominio francese in i^apoli. 

Trovò così in Ischia Isabella una donna pari a lei per for- 
tezza d'animo (1). 

Senonchè, alla tristezza profonda di questo periodo ischiese, 
in contrasto colla cornice di fulgida bellezza dell'isola e del 
golfo, s'aggiunse, perchè nella sciagura ella fosse sempre singo- 
lare, un'altra intima ambascia, e cioè la morte della figlioletta 
Ippolita, in età di circa 6 anni (2). Rimaneva colla sola figlia- 
Bona e col trepido pensiero del figlio, ostaggio in Francia. 

Ma, pur dolorando per la rovina della sua casa e pel recen- 
tissimo lutto, si trovò presto di fronte alla necessità di una- 
soluzione decisiva. 

Mentre i Francesi occupavano la parte nord-est dello stata 
di Napoli, Oonsalvo di Cordova, a cui Federico stesso aveva- 
consegnato le fortezze della Calabria, andava prendendo per la 
Spagna il resto della regione assegnatogli dal trattato di Gra- 
nata ed assediava Taranto, dove s'era ridotto il figlio maggiore 
del re di iS^apoli, Ferdinando, principe di Calabria. A q*uella 
regione apparteneva anche la Puglia col feudo Barese d'Isa- 
bella. Se non voleva perderlo per se e per i figli, bisognava ta- 
cesse i conti col luogotenente del re di Spagna. Come s'era pie- 
gata a presentarsi a Luigi XII in Pavia, l'altera donna dovette 
rivolgersi al gran capitano spagnuolo, perchè le ottenesse da 
Ferdinando il Cattolico la conferma dei suoi domini e far atto 
d'omaggio e di sudditanza al traditore di re Federico. 

Saeva liecessitas! Ma non v'era altra via; è la prese, al 
sòlito risolutamente, seguendo l'esempio di Ffibrizio e di Prospero 
Colonna, la cui famiglia Alessandro VI voleva allora distrug- 



(1) Scrisse per Costanza un Canzoniere Enea Irpino, che fu anche 
ad Ischia, canzoniere inedito contenuto in un codice della biblioteca 
di Parma. Vi sono anche poesie per Isabella d'Aragona,, che non mi fu 
dato vedere. (Codicetto HH. V. 31 n. 7000) — Vedi Croce, Curiosità 
storiche. Napoli, Eicciardi pag. 28. 

(2) Notar Giacomo, Ipolyta morse in Jscla — V. Pepe, Le. p 91-92. 



J 



ISABELT.A D'ARAGONA ECC. 



3^ 



gere, i quali da Ischia passarono, dopo la partenza di re Fede- 
rico, agli stipendi di Spagna (1). 

Del resto, nonostante il tradimento spagnuolo verso lo zio, 
era naturale che i sentimenti d'Isabella per i consanguinei ara- 
gonesi di Spagna fossero ben altri da quelli, che contro Francia 
le si erano tormati nell'animo alla calata di Carlo Vili, rinfo- 
colati poi dalla conquista del Milanese e del Napoletano di 
Luigi Xll, carceriere tuttora dell'adorato figliuolo. Ella, infatti, 
poco dopo consigliava il figlio di Federico, chiuso in Taranto, 
di non recarsi presso il re di Francia, come ne aveva inten- 
zione, ma di darsi invece al re di Spagna, scrivendogli : « di 
« guardarsi a guisa del fuoco di andare in Francia, perchè sa- 
« rebbe a guisa del re suo padre posto in prigione.... ma che 
« si desse al re Cattolico, perchè, essendo del suo sangue, lo 
« tratterrebbe come figliuolo » (2). 

Capitolò il giovane Ferdinando, cedendo Taranto a Con- 
salvo; bensì, senza teuer conto del suggerimento d'Isabella, al 
patto di potersi recare in Francia dal padre Federico. Ma il 
gran capitano, contravvenendo all'accordo, lo mandò in Ispagna^ 
dove, come Federico d'Aragona e il giovinetto Francesco Sforza 
in Francia, fu tenuto in dorata custodia a Valenza. Terso i pos- 
sibili pretendenti ai regni usurpati i due potenti re di Francia 
e di Spagna usavano le stesse arti di sleale prudenza. 

Non si sa con precisione, quando giungesse ad Isabella la 
licenza di Consalvo di recarsi nel suo feudo barese. Lo storico 
seicentesco di Bari, il Beatillo, ed il Lombardi seguiti dal Pepe,, 
ritengono che giungesse nel Settembre di quell'anno 1501, poca 
dopo la partenza di Federico. Consalvo e il re di Spagna si mo- 
strarono generosi e deferenti verso la donna del sangue arago- 
nese, che la virtìi e la sventura avevano resa insigne. 

Non senza schianto dovette essere la sua partenza, collah 
figlia Bona di otto anni, dall'isola incantata, dove lasciava le alte 
amiche Costanza d'Avalos e Beatrice d'Aragona e le spoglie, 
poi trasferite a Napoli, della piccola Ippolita. 



(1) « Prospero Colonna è a Taranto con 400 elmeti e pedoni assai » 
annotava il San u do, IJiari IV 102. 

(2) Ferrari, Apoll. parados, pag. 763 lec 1707 in Pepe, 1. e. 



400 ACHILLE DINA 

Capitolo Xll. 
(1501-1505) 

Isabella nel Castello di Bari — Sua partecipazione alla guerra tra Fran- 
cesi e Spagnuoli nelle Puglie — Isabella e Consalvo - Isabella e la 
disfida di Barletta — Maneggi di Ascanio Sforza e Isabella per il 
ritorno sforzesco in Milano - Isabella alla corte vicereale di Napoli, 
— Onorata dal Gran Capitano — Intimità con Prospero Colonna — 
Ritorno a Bari. 

Fa dunque sullo scorcio del 1501 che Isabella prese perso- 
nalmente possesso del suo dominio barese, nel cui piccolo ambito 
potè finalmente dar sfo^o alla passione di governo, che nel du- 
cato di Milano era stata per lei, di contro all'onnipotenza del 
Moro ed alFinframettenza di Beatrice, una vana aspirazione, un 
cruccioso rovello. 

Era quel feudo costituito dalla città di Bari, corrispondente 
a una parte sola dell'attuale, la città vecchia, nella penisoletta 
stretta tra il mare e le mura ed, inoltre, dalle terre di Palo e di 
Modugno, con cui raggiungeva, dopo una lista di piano, le prime 
ondulazioni della Murgie. Aveva fatto parte del grande dominio 
del principe di Taranto, alla cui morte, nel 1463, devoluto alla 
regia corte, era stato donato dal re Ferrante I, in ricambio dei 
grandi benefici avuti da Francesco Sforza, prima a lui e poi, 
^Ua sua morte, al di lui figlio Sforza Maria, allora promesso 
sposo di sua figlia Eleonora, che si maritò poi invece, come 
sappiamo, con Ercole d' Este. 

Morto, nel 1469, Sforza Maria, mentre, sostenuto da Ferdi- 
nando, s'adoprava coi fratelli ad impadronirsi dello stato di Mi- 
lano, il re aveva investito di quel feudo il fratello di lui Ludo- 
vico, che poco prima era stato a Napoli e che d'allora assunse 
il titolo di Duca di Bari (1). 

Ludovico Sforza lo amministrò coi suoi ufficiali e ne godette 
i frutti ininterrottamente sino al 1494, quando, alla calata di 
Carlo Vili, rottisi i rapporti tra gli Sforza e gli Aragonesi, 
Alfonso II ne fece sequestrare le rendite, che però furono rese 
al Moro da Carlo YIII ed a lui lasciate e riconfermate poi da 



(1) Privilegio del 14 Agosto 1479. Vedi Ludovico Pepe, Storia della 
successione degli Sforzeschi nello stato di Bari. Bari 1900. 



ISABELLA D'ARAGONA KCC. 401 

Ferrandino, che gli avvenimenti gli avevano riavvicinato dopo 
la sua rottura con Carlo. Per simili ragioni glielo aveva di nuovo 
confermato nel 1496 re Federico. Vedemmo attraverso quali esi- 
tazioni costui fini ad investirne Isabella, cui il Moro l'aveva 
lasciato e come venisse consegnato nelle mani del di lei rappre- 
sentante Alessandro Pagano. 

Insieme all'importante feudo pugliese Isabella veniva in 
possesso d'altri due minori feudi calabresi, che Ludovico Sforza 
aveva ottenuti da Ferdinando nel 1487, in ricompensa degli aiuti 
datigli nella guerra coi baroni, e cioè il feudo di Longobucco e 
Rossano, capoluogo ora, quest'ultimo, di circondario nella pro- 
vincia di Cosenza verso il golfo di Taranto, ed il feudo di Bo- 
rello nel circondario di Palmi, sul golfo di Gioia. 

Nulla sappiamo dell'accoglienza che i Baresi fecero alla 
nuova ed ancor giovane sovrana ed alla giovinetta sua figlia. 

Ella si stabilì nel vecchio e maestoso castello svevo, sorgente 
tra un angolo della città ed il mare, modificato dagli Angioini 
e da lei poi ampliato e ridotto, come meglio vedremo tra poco,, 
alla forma presente, l^eì 1494, alla venuta dei Francesi, vi si era 
riparata Isabella del Balzo, che, diventata poi regina, traversò 
in trionfo le Puglie, recandosi nel 1497 dal marito, re Federico : 
erano ora entrambi esuli ed infelici. 

Nel breve periodo di relativa calma successo nell'Italia me- 
ridionale alla spartizione di essa tra Spagnuoli e Francesi, pe- 
riodo che comprende la fine del 1501 e parte del 1502, la nuova 
Duchessa ebbe agio di rendersi conto della condizione del suo 
nuovo stato e di riallacciare le fila della sua azione diplomatica 
per la liberazione e l'assestamento del figlio prigioniero. 

Non so se sin d'allora i Baresi sentissero nel governo della 
bella Duchessa quella rigidezza, per cui poi divenne loro invisa. 
È probabile che sul principio sia stato piìi mite. 

Rotta ben presto, nel Giugno, la guerra tra Francia e Spagna 
))er il contrastato possesso della Capitanata e trasportata in 
Puglia da Consalvo, che pose il suo quartiere generale in Bar- 
letta, se ne sentirono le conseguenze anche in Bari. 

Isabella, nonostante la vantaggiosa situazione dei Francesi, 
all' inizio delle ostilità abbracciò risolutamente la parte spa- 
gnuola. « Ella, dice il Giovio, come conveniva a donna magna- 
nima ed erede degli spiriti paterni, non poteva sopportare la 
signoria dei Francesi, distruttori così del dominio paterno che 
della sua coniugale fortuna, e perciò favoriva con meraviglioso 



\ 



4/^2 A< MII.I.K IUNA 



ardore gfli Spagrimoli, wsuoi cousanjiriiinei : « propterea miriftce 
favebat IspaDÌs » (1;. 

Il gran feudatario pugliese Andrea Matteo di Acquaviva, 
Duca d'Audria, uomo di guerra e di lettere, militante <;oi Fran- 
cesi, aveva loro suggerito l'assedio di Bari, massimo em{)orio 
dell'Adriatico, da cui si sarebbe potuto recare gran danno per 
mare e per terra a Consalvo. I generali francesi, presa Bitonto. 
stettero in forse di seguire il suo consiglio. Ma decisero poi di 
rinunciarvi per la singola^^ ragione ch'era cosa ignobile e ver- 
gognosa per uomini prodi di cooibattere contro una femmina 
« oppugnaudae foeminae » dice il Giovio (2). Come il Sismondi 
osserva, era forse ripugnanza di accanirsi contro una donna, di 
cui avevano detronizzato il marito e il padre e tenevano prigio- 
niero il figlio, una donna che essi avevano reso infelice e di cui 
rispettavano l'alto carattere. Posero invece il blocco a Barletta. 

Isabella, ad ogni modo, non aveva mancato di premunirsi 
contro un possibile attacco, non malcontenta forse, per l'animosa 
natura, di trovarsi tra cimenti di guerra. « In questo mezzo 
< — si scriveva a Venezia sulla fine del 1502 — la Duchessa 
« di Barri ha cercato per ogni via di fortificharsi in Barri » (3). 
Ella si fece anche, coi principali mercanti di Bari, garante per 
Oonsalvo presso Yenezia, donde egli potè così far venire per 
mare a Barletta armi, abiti, calzature. 

Per mostrarle la sua gratitudine, il Gran Capitano volle 
portarle personalmente il diploma, col quale il re Cattolico le 
confermava « de novo » la concessione dei dominii, che erano 
stati del Moro (4). La donna inclita per sventure ricevette nel 
castello barese il geniale uomo di guerra ; ivi si strinsero fra 
di loro o si ravvivarono, se già si erano abboccati nel suo 
viaggio da Ischia a Bari, i piìi cordiali rapporti, di cui vedremo 
presto altre prove. Ella -~ continua il Giovio, al passo già ci- 
tato — mostrava uno speciale favore a Consalvo, dal quale era 
onorata con ogni devozione, tantocchè egli si recava spesso a 
Bari per visitarla « a quo Comsalvo, uti saepe Barium adeunte 
« invisenteque, studiosissime coleretur » : frequenza di visite e 
intrinsechezze, su cui malignò poi la cronaca scandalosa. 

Ella gli mandò anche, allora, una piccola schiera di cava- 

(1) Giovio, Magni Consalvi vita, libro II, pag. 202. Firenze 1551. 

(2) Ibidem. 

(3) Sanudo, Diari voi IV col. 504. 
<-i) Pepe, 1. e. p. 95. 



J 



ISABELLA K'aKAGONA ECC. . 403 

lieri (1) sotto il comando d'un suo ufficiale P. Giacomo d'Am- 
berto, che il 13 Febbraio del 1503 si trovava presente alla di- 
sfida di Barletta, nel cui ordinamento tanta parte ebbe il di lei 
illustre amico Prospero Colonna. La relazione, che certo ella 
ricevette tosto del trionfo italiano, pel quale aveva fatto far 
preghiere nella basilica di Bari (2), dovettero riempirla d'entu- 
siasmo, come due mesi dopo la colmò certo di giubilo la nuova 
della gran vittoria spagnuola, dovuta in parte ad un accorgi- 
mento di Prospero Colonna, la quale decise della guerra ed 
aperse la via di Napoli a Consalvo, che il 15 Maggio vi entrava 
trionfalmente : ivi Inigo e Costanza d'Avalos gli portarono le 
chiavi del Castello d'Ischia, da essi tenuto valorosamente sino 
allora contro i Francesi. 

Del gradito e profondo ricordo d'Isabella riportato dal Gran 
capitano è prova anche la lettera, che nel Novembre egli le scri- 
veva, per comunicarle l'insuccesso del tentativo della flotta fran- 
cese di sollevar la città, comparendo dinanzi al golfo e per invi- 
tarla a venire a Napoli, per godere della vittoria, offrendole 
perciò un naviglio (3). 

Isabella era allora preoccupata delle possibilità schiuse dallo 
sconvolgimento portato in Italia dalla morte di Alessandro VI 
(18 Agosto 1504). Il dominio messo insieme dal Valentino con 
sì terribile energia si sfasciava completamente. La Romagna 
per un po' resisteva; ma ben presto vi si avanzava minacciosa 
Venezia, riprendendo le sue mire di predominio in Italia. Dopo 
il breve papato di Pio III saliva al soglio pontificio il cardinale 
Giuliano della Rovere, che tanta parte aveva avuto nei prece- 
denti rivolgimenti e che tanti altri doveva determinarne colla 
violenta senile volontà. 

Era presso di lui lo zio d'Isabella, il cardinale Ascanio 
Sforza, liberato dalla prigionia francese per intercessione del 
cardinale d'Amboise, che pensava servirsene per le sue aspira- 
zioni al papato prima dell'elezione di Pio III. L'abile fratello 
del Moro, cui in quell'anno il Corio dedicava la sua storia, me- 
ditava una restaurazione della sua casa, sperando, come dice il 
Guicciardini, di far ridare Milano agli Sforza. Egli, scrive il 
Sismondi, meglio giudicando la mente del nuovo papa, che non 
facesse il cardinale d'Amboise, comprese che il preteso parti- 

(1) Pepe, pag. 96 cita Garruba, p. 621. 

(2) Petroni, Storia di Bari, I pag. 547. 
.(3) Sanudo, IHari V 247. 



404 * AOUIM.K DINA 

giauo «Iella Francia era raoiiio più disposto a togliere ai Fran- 
cesi il Milanese ed a restituirlo alla sua famiglia. Isabella era^ 
certo in rapporto collo zio, che da Kona spiava l'occasione pro- 
pizia, se, nel })rincipio del 1504, come si comunicava a Ve- 
nezia (1), ella gli scriveva da Bari « per consultar el consiglio 
<^ suo sulla convenienza che ella si recasse a Napoli » eviden- 
temente per adoprarsi ai comuni interessi sforzeschi. 

Cessato il turbine della guerra in Puglia, ella tornava alla 
sua mira appassionata dello stato di Milano, di cui si riteneva 
sempre in diritto sovrana, quale tutrice del figlio prigioniero- 
Fu il fato della sua vita di tendere verso il piano lombardo, in 
giovinezza per desiderio dello sposo e di potenza, nella vedo- 
vanza e sino alla morte per nostalgia dello stato perduto. 

La risposta di Ascanio si può arguire, dalla di lei decisione 
di partire per Napoli. 

Consalvo era qui ritornato in nuovo trionfo il 14 Gennaio, 
dopo aver del tutto annientata la potenza francese nell'Italia 
meridionale colla vittoria del Garigliano e la presa di Gaeta. 

Giungendo a Napoli, diede una nuova prova della sua de- 
ferenza per Isabella. Prese stanza nel caste! Capuano, ma fa- 
cendo sapere di voler cederlo a lei, quando fra un mese fosse 
giunta da Bari ed a Beatrice d'Aragona, che doveva giungere 
da Ischia: per far luogo a loro sarebbe passato al Castel- 
nuovo (2). Intanto visitava sovente la di lei sorella naturale, prin- 
cipessa di Squillace, che abitava lì vicino ed « attendeva — dice 
il Sanudo — a vita iocosa » (3). Beatrice venne prima d'Isa- 
bella ed andò a stabilirsi temporaneamente a Pozzuoli « per la 
comodità et più comodità di pessi » (4). 

Isabella giunse a Napoli il 7 Marzo 1504, accolta con onori 
sovrani, prima da Prospero Colonna, poi dal Consalvo in per- 
sona. Il console veneziano Leonardo Anselmi descriveva il 9 
alla Signoria il ricevimento, certo meno triste di quello avuto 
quattro anni prima da re Federico: « La Duchessa de Milano 
« avanti heri venne lì a Napoli. Fu onorata assai. El signor 
« Prospero con molti cavalli li ussite contro parecchi miglia, 
« con la qual è venuto el flol del dicto che era a Bari. Poi el 
« gran capitanio con molta comitiva li andò contra fuor de la» 



(1) Sanudo, Diari V p 663. 

(2) Sanudo, Diari V pag. 663. 

(3) Ibid, V col 693. 

(4) Ibid, V coi 951. 



ISABELLA D'ARAGONA EOO. 405 

« terra un miglio e l'accompagnò fino in castello di Capuana e 
« l'accompagnò fino in camera et beri etiam la visitò e tutte le 
« matrone di ì^apoli vanno a farle riverentia. ...Item la princi- 
« pessa di Squillazi e la Duchessa de Malfi — la stessa che 
« l'aveva accompagnata a Milano? — li andò contra e ogi è 
« stata a visitarla. Doman si partirà per Pizuol per visitar la 
« regina di Hungaria » (1). Il console Anselmi dava in questa 
occasione un giudizio molto lusinghiero così della bellezza che 
dell'altezza d'animo d'Isabella. « È dona di molta vertìi, bontà, 
« summa prudentia e inclita speciosità con ogni gravità accom- 
« pagnata ». Maestosa bellezza, adunque, accortezza, onestà, 
gravità, effetto di tante sciagure. Vien davanti la santa Bar- 
bara del Boltraffio colla sua nobile venustà. 

Pochi giorni dopo lo stesso console fu a visitarla. Ella ne 
approfittò, per pregarlo d'interessare la Signoria veneta sui sog- 
getti delle due ardenti sue passioni: Milano e il figlio prigio- 
niero. « Egli li usò bone parole dicendo sperava veder so fiol,. 
« qual è in Pranza, nel suo stato de Milan mediante l'operation 
« de la 111. ma signoria nostra » (2). 

Vane speranze! Dopo la battaglia del Garigliano fra i due 
re di Spagna e di Francia s'erano iniziate delle trattative, che 
conducevano il 31 marzo 1504 ad una tregua di tre anni. E 
Giulio li non pensava che a ritogliere le terre dello stato pon- 
tificio a Venezia, contro cui già tesseva le fila d'una lega con 
Francia, Spagna e Impero. 

^bell'accenno del console Anselmi a Prospero Colonna ed al 
figlio suo abbiamo una nuova prova dell'intimità, forse cemen- 
tata dal comune soggiorno nell'isola d'Ischia, tra l'illustre ca- 
pitano e la Duchessa. Egli, che era anche signore d'un paese 
delle Murgie nel feudo d'Isabella — Bitetto, circondario di Mo- 
dugno — le aveva affidato suo figlio, ch'ella condusse con se a 
I^apoli. Forse anche per questo egli aveva voluto andarle pre- 
murosamente incontro. Affronteremo piìi tardi il delicato argo- 
mento della natura di questa intimità fra la bella vedova tren- 
tenne di Gian Galeazzo e l'accorto guerriero, che il Giovio ci 
descrive quale ardente amatore di gentildonne. Nel momento, in 
cui siamo, è da credersi che nulla offuscasse il buon nome d'I- 
sabella, se il console veneziano, in segrete informazioni, poteva 
esaltarne, colla prudenza eia bellezza, il nobile contegno e la 



(1) Sanudo, V col 1015. 

(2) Sanudo. 



406 ACHILIJO DINA 

virtù. Ancora le pasHiite 8\eiituie le gravavano l'anima, seuipie 
piagata dalla ]>rigioDÌa del ])riniogeDÌto. In una lettera ad Ip- 
polito d'Bste di quest'anno si firma sempre « Jsabella de Ara- 
<( gonia Duchessa de Milano unyca in disgrazia ». 

Numerosi lutti le ricordavano i giorni passati. Nel Gennaio, 
tornata in Piemonte dopo un soggiorno in Francia ad Amboise, 
sino al 09, moriva la madre di Gian Galeazzo, Bona di Savoia, che 
aveva avuto in comune con lei le umiliazioni, la sorda lotta col 
Moro, le terribili peripezie del 1494 ; nel Settembre finiva i suoi 
giorni il cognato Hermes Sforza, già liberato di prigionia per in • 
tercessione dell'imperatore, quegli che l'era venuta a sposare quin- 
dici anni prima; in Ottobre spirava nell'esilio francese, a Tours, 
lo zio paterno, il buon re Federico. Nello stesso anno invece il 
Moro aveva un commutamento di prigione da Lys S.t George al 
castello di Loches, in Turenna, posto su un colle in più salubre 
atmosfera; mentre Galeazzo Sauseverino, sino allora profugo 
con tanti altri milanesi ad Insbruck presso l'imperatore, si 
riconciliava col re francese e otteneva alla corte di Fi-ancia 
onorevoli incarichi. 

A Napoli, intanto, tutto piegava al nuovo regime personi- 
fi.cato nella geniale figura di Oonsalvo, che ai talenti militari 
congiungeva la generosità e l'amabile tratto. Anche il Fontano, 
che Isabella non ritrovava più, operoso vecchio, nella villa 
d'Antiniano, prima di morire, quasi nello stesso tempo di Ales- 
sandro VI nell'autunno del 1503, ne aveva subito il fascino, 
dedicandogli i primi due libri del trattato sulla fortuna. « Salve 
« — gli diceva — fortissimo capitano, continente nella vittoria 
« e della fortuna sive conciliator sive expugnator... e ricevi trai 
« tuoi clienti me, che i precedenti re napoletani non solo diles- 
« sero, ma colmarono benignamente di onori e di cariche ». 

Oggetto di riguardi e d'onori da parte d'un tal uomo, in 
singolare amicizia con Prospero, che veramente era una delle 
colonne del nuovo regime, educata in parte alla spagnuola, certo 
usa a parlare spagnuolo e forse anche scrittrice di opere in 
lingua spagnuola (1), presto partecipe delle splendidezze della 
nuova corte, senti Isabella quanto di triste per l'Italia meridio- 
nale era nella nuova condizione di provincia spagnuola, subito 

(1) Farinelli, In Giornale storico della letteratura italiana. Fase. 
212-13 pag. 277. « Ignota a me pure è l'opera. « La quietitud del alma » 
di Isabella Sforza » che Lope de Vega nel « Peregrino en su patria » 
chiama dottissima ^. 



ISABELLA D'ARAGONA ECO. 407 

sfruttata dall'esercito conquistatore, che, non pagato o pagato 
a stento e male, viyeva a spese della popolazione? (1) O presa, 
sin dalla partenza di re Federico da Ischia, la parte di Spagna, 
non pensava che a servirsi del favore del nuovo governo per la 
sua gran mira del ricupero dello stato di Milano? 

Nella prima parte del 1505 parvero risorgere le probabilità 
di restaurazione sforzesca balenate alla morte di Alessandro VI. 
Il Gran Capitano disegnava di profittare, nonostante le prece- 
denti tregue, della malattia, che pareva disperata, di Luigi XII 
per un'impresa nell'alta Italia, allo scopo di cacciarne i Fran- 
cesi. Per questo, Consalvo, d' accordo col cardinale Ascanio 
Sforza, aveva adunato forze nello stato romano sotto Barto- 
lomeo d'Alviano. Già in una canzonetta spagnuola si cantava : 
« Gaeta nos es subjeta -- y si quere el Capitan — tambien Io 
« sera Milan ». Anche Venezia, col cui ambasciatore Ascanio 
aveva frequenti colloqui, favoriva tali disegni. Ma la morte im- 
provvisa, chi dice di peste, chi di veleno, nel Maggio 1505, 
d' Ascanio Sforza, onorato da Giulio II di magnifico monumento, 
e la rapida guarigione del re di Francia mandarono a vuoto la 
cosa. Anzi le pratiche di pace definitiva tra i due re ripresero 
più attive. 

Fu forse dopo il venir meno d'ogni sua speranza in un ri- 
rivolgimento nel ducato di Milano, che Isabella ripartì per il 
suo stato dove, secondo il Petroni, era nel 1505 (2) 

La fine di quell'anno fu funestata da un truce fatto, detto 
dal Guicciardini simile a quello degli antichi Tebaui, che do- 
vette colpire sinistramente Isabella per la stretta sua amicizia 
colla casa d'Este, benché tra simili orrori ella fosse cresciutala 
Napoli ed ella stessa avesse in Milano per gelosia ricorso al 
veleno contro il drudo del marito. Era appena successo ad Er- 
cole in Ferrara il primogenito Alfonso, già in predicato di nozze 
con lei, e da i)Oco sposato con Lucrezia Borgia. Suo fratello Ip- 
Xmlito, il cardinale dell'Ariosto, s'era perdutamente invaghito di 
Angela Borgia venuta con Lucrezia, mentre Angela amava ar- 
dentemente il di lui fratello naturale Giulio. Avendogli ella 
confessato d'esser presa sopratutto dalla bellezza degli occhi di 
quest'ultimo, il cardinale, feroce per gelosia, lo sorprese a caccia 
e glieli tece, in sua presenza, cavare. 

(1) Guicciardini, St. d'it., Libro VI cap. Ili « gli aveva alloggiati 
« in diversi luoghi, uei quali vivevano a spese «h*! popoli ». 

(2) Petroni, 8t. di Bari, pag. 560. 



40S ArmiLI-K FUNA 

A proposito (lei Borgia, tì probabile che nell'Aprile deiranno 
precedente Isabella, poco dopo la sua venuta a Napoli, vi rive- 
desse per l'ultima volta il Valentino, che, lasciato libero da 
Giulio II e venuto con salvacondotto a Napoli, vi fi\ dapprima 
ricevuto con onore e poi, com'è noto, arrestato nel Maggio 1504 
e inviato prigioniero in Spagna sulla stessa nave, con cui vi si 
recava, chiamato dal re, Prospero Colonna, che durante la tra- 
versata ebbe la generosità di non infliggere la sua presenza 
all'acerrimo nemico della sua casa. 



Capitolo XIII. 

Governo d'Isabella in Bari — Milanesi in Bari — Alfonso d'Este in 
Bari — Il castello — La corte d'Isabella - II molo — Il canale ~ 
Il mare Isabella — Pacificazione dei partiti — La « pandetta » — 
Umanesimo e scuole — Fiscalità — Più temuta che amata. 

Una compagnia di trecento cittadini baresi armati, duce il 
mastro-giurato G. Capellucci, andò nel 1505 a incontrare la Du- 
chessa a Barletta, riconducendola così scortata in Bari, come 
avveniva ad ogni suo ritorno (1). 

Sino alla fine del 1506, tempo di relativa tranquillità in 
Italia, Isabella, restando in Bari, potè personalmente dare im- 
pulso alle opere ivi già incominciate o intraprenderne di nuove. 
Ella, che aveva vissuto un decennio tra il massimo fervore ar- 
tistico ed edilizio del ducato sforzesco, nell'intimità coi piìi alti 
ingegni, cercò di far brillare nel suo piccolo stato un riflesso 
di quel grande splendore. Con lei, anzi, erano venute a stabilirsi 
in Bari molte famiglie milanesi o lombarde. Visconti, Lampii- 
gnani, Reina, Tanzi, Carcano, Meraviglia, Pizzoli, Fanelli, quali 
per commercio, quali per ricoprire qualche ufficio, quali, dice il 
Beatillo, per corteggiare la Duchessa (2): milanese era l'arcive- 
scovo, Castiglione. 

È naturale ch'ella favorisse questo afflusso di Milanesi, per 
mantenere vivide relazioni colla città, ch'era il polo delle sue 
aspirazioni. Essi costituirono in Bari una fiorente comunità con 
un proprio console, che mandava luogotenenti nelle provincie 
meridionali, dove fossero loro concittadini e trasformarono ed 



(1) Petroni, 1. e. I. 561, che però non cita la fonte. 

(2) Beatillo, ]. e p. 191. 



ISABELLA P'aKAGONA ECO. 409 

ingrandirono la chiesa di S. Pelagio, dedicandola al patrono di 
Milano, come ricorda sulla porta Tiscrizione : Divo Ambrosio 
Mediolanenses sacellam erexerunt anno Domini 1518. 

Memore dei superbi castelli di Lombardia da lei visti rifio- 
rire pel magistero bramantesco. Isabella già aveva condotto 
grandi lavori al maniero barese, sua nuova residenza. 

Alfonso dVEste, che la visitò nel Luglio del 1506, splendi- 
damente accolto e ricolmo di doni, cpsì ne scriveva: « Cum 
« tanto core se dimostrae quanto la fusse ancora nel fiore de 
« casa Aragonia... La tiene una famiglia come se vivesse in 
« ducato de Milano et ha tante stansie belle et honorevole et 
« una fortezza de le piìi forte et belle quale ha adoptata et 
« racconcio lei » (1). 

Il castello, i cui maestosi avanzi servono ora da carcere, 
sorgeva, come sappiamo, a un estremo della città opposto a 
quello dove s'apriva il molo, ma era anch'esso vicino al mare. 
La poderosa mole, sorta con tanti altri castelli e palazzi pu- 
gliesi per volere di Federico II, era già stato rimaneggiato 
dagli Angioini con un opera — dice il Oarabellese — « che 
volle essere di rinnovamento, come un primo rinascimento go- 
tico soprafattore del libero classicismo federiciano, ma si risolse 
in realtà nell'inizio di lenta ma progrediente distruzione » (2), 
Il nuovo rifacimento e l'abbellimento di esso, dopo due secoli 
di stasi, è il miglior prodotto del breve rinascimento artistico 
importato da Isabella e continuato da Bona : giustamente il 
Carabellese ne augura un restauro simile a quello del castello 
di Milano. 

La grandiosa cinta di bastioni pentagoni con angoli esterni 
di acutissimo saliente, di cui la Duchessa lo recinse, riusci una 
delle opere militari piìi importanti d'Italia. Ella vi eresse inoltre 
quattro poderose torri, cantate, insieme alle possenti cortine, da 
Pietro Gravina nell' epigramma « De quattuor propugnaculis 
Bari » che finisce: 

haec populift Isabella suis Aragonia fecit 
coinraoda; et arttiquis grandius aiixit opiiR. 

Nulla sappiamo del riordinamento interno del castello e 
della decorazione delle sale, di cui sul principio del secolo 
scorso si vedevano ancora i soffitti a cassettone; è probabile 



I 



(1) Malaguzzi, 1. e. I p. 62. 

(2) Carabellese, Bari in Italia artistica (arti graftcue) pag. 50. 



k 



410' A<:mLLK DINA 

ch'ella vi si t'osse ispinita agli esempi stui)endi dei jialaz^ii 
sforzeschi. Forse ìq una d'esse aveva trasferito il piccolo niuseW 
degli intimi suoi ricordi. Dai flnestroni o dall'alto ddle tatti 
ella scopriva non solo la città e la Terra di Bari sino ai poggi 
delle Murgie, ma tutto il tavoliere <lelle Puglie sino al grigio 
Gargano e l'immensità dèi mare. 

Sarebbe bello, come ne fu dato di fare i)er gli anni tra- 
scorsi da Isabella nei castelli lombardi, ricostruire la vita, che 
si conduceva nelle « tante stansie belle ed honorevole » e far 
rivivere gli usi e le passioni della sua corte barese. Ma non 
conosciamo che una lista dei principali personaggi, che la com- 
ponevano (1). Erano sue dame d'onore Maria Pizzoli, Ippolita 
Ponzio di liossano. Isabella Brancaccio, Vannella Pisciatelli, 
Faustina Carcani, Lucrezia Oomite, ed Isabella Critopoli. Ed 
erano principali suoi funzionari, oltre l'onnipotente Giosuè De 
Ruggero guardarobiere e tesoriere, di cui dovremo riparlare, 
Simone Calco gran cancelliere, Antonello Pizzoli gran maggior- 
domo, Cipriano Vacca, marito di Lucrezia Comite, auditore, 
Angelo Pizzoli, castellano, Buongiovanni, cappellano, Giovan 
Stetano Éeina e G. Angelo Carcani cavallerizzi maggiori, al 
qual proposito è da ricordare che Isabella manteneva in Bari 
un allevamento di cavalli di grande rinomanza. Erano poi ad- 
detti alla Duchessina Bona : Maria, sorella di Lucrezia Oomite, 
la fanciulla Sabinella Positani per compagnia, il padre Archiota 
confessore e Crisostomo Colonna precettore. 

Ristaurò Isabella anche la porta prossima al castello, detta 
Porta Regia e la piazza davanti ad esso, dall' altro lato della 
quale, in faccia al castello ducale, un altro castello fece sorgere 
per propria abitazione il suo Giosuè de Ruggero sulle rovine 
delle case dei Carosilli, d'una chiesa e d'un piccolo ospedale, 
che Isabella gli concesse d'abbattere, con grave scandalo del 
gesuita seicentesco Beatillo, secondo cui quell'edilicio fu subito 
infestato da apparizioni e andò a poco a poco in rovina. 
Rinnovò pure il palazzo della dogana ed ingrandì il molo, opera 
celebrata in un altro epigramma del Gravina, che comincia: 
« Navita, flecte ratem piscosi ad litora Bari, tutior hic multo 
« nam tua puppis erit » e finisce : « Nam tibi Aragonia indulgens 
Isabella quietem, regia progenies, confugium dedit. Quae populis 
cum jura daret dominata propinquis, addit haec tumido clau- 
stra mari ». 



(1) Beatillo, 1. e. p. 193. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 411 

Ma Popera più grandiosa, ch'ella intraprese e che fu pro- 
babilmente ispirata dal pericolo corso nel principio del suo go- 
verno per il ventilato assedio francese a Bari fu, per usare l'e- 
spressione del Beatillo, di porla in isola, tagliando dalla terra 
ferma con un canale largo, da passarvi tre barche, la penisoletta^: 
in cui allora era contenuta la città. 

Fece perciò costruire un gran porto a un miglio fuori delle 
mura dalla parte del castello e cominciò, immettendovi le acque 
del mare, il canale, che doveva raggiungere il molo. Ma non 
ebbe tempo di compiere l'impresa anche per le sempre più 
lunghe assenze partenopee; e neppure potè condurla a termine 
Bona, succedendole nel ducato. Nella bufera del 1507 il canale 
venne ostruito, furon rovinati i ponti e l'acqua si raccolse in 
un piccolo lago, ricco d'uccelli aquatici, cui rimase il nome di 
« mare Isabella ». 

Risolutezza ed abilità conciliativa usò la Duchessa nei rap- 
porti colla cittadinanza barese, dedita massimamente ai com- 
merci ed agitata da gran tempo dalle lotte tra le due università, 
o classi maggiori, dei nobili e dei popolani primari, da ciascuna 
delle quali si toglieva uno dei due principali magistrati citta- 
dini, il mastro ed il mastro-mercato. Ella riuscì a comporre le 
loro rivalità ed a fonderli in un sol corpo amministrativo con. 
j)rerogative ed onori comuni. Collo stesso spirito di conciliazione 
spinse le famiglie lombarde ad imparentarsi colle baresi ed ac- 
cordò i due cleri dissidenti del Duomo e della basilica di San 
Nicolò. 

Il suo caratteristico senso di giustizia si mostrò anche nella 
pubblicazione di una paiidetta, [)er frenare i lucri illeciti degli 
amministratori della giustizia: volle che i privilegi doganali dei 
commercianti milanesi t'ossero estesi anche a quelli delle altre 
città, cosicché quasi trenta case commerciali estere si trova- 
rono a fiorire in Bari : e fieramente sostenne i diritti dei Baresi 
nelle (;ause coi luoghi vicini, come contro l'università di Casa- 
massima, il conte di Noia e Bitonto. 

La sicurezza, che per questa energica amministrazione re- 
gnava in Bari, dovette attirarvi letterari e dotti. Gli storici 
baresi parlano di un movimento umanistico alla sua corte; ma 
nessuno ne dà notizie concrete. Né molto io ne posso dire. Il 
Filonico, libellista di cui riparleremo, suo accaziito diftamatore, 
deve confessare che nelle sue case « annidavano tutte le buone 
discipline esercizi ed arti, che nel mondo si danno e si ponno 
trovare ». 



412 A<miLLK DINA 

Un Giacomo de (Jioflis, marito della dama di corte l])polita 
Ponzio, fondava l'accademia de^li Incogniti. Un barone i*al- 
mirici Spinette Ventura, cortig^iano d'Isabella, passava per un 
gran letterato (l). Da un Partenopeo Suavio ella fece comporre 
un poemetto per le nozze di Bona. Quel Grisostomo Colonna, da 
(Jaggiano nel Principato, ch'ella nel 1506 chiamò a Bari precet- 
tore di Bona, dopo esserlo stato di Ferrante d'Aragona figlio di 
Federico, era un vero umanista, piìi volte elogiato dal Galateo (2), 
che gli dedicò alcune delle sue opere ed in una lettera a lui diretta 

10 enumera tra gli accademici pontaniani (3). Lo stesso Galateo, 
il valentissimo medico umanista De Ferrari, così detto dal na- 
tivo paese di Galatone, fu sovente a Bari presso di lei, cui de- 
dicò la sua « Esposizione del pater noster » ispiratagli, egli 
dice, dalla di lei devozione. « Ad tanto negocio me ave inducto 
« quella grande vostra devocione; che quante volte odo dire 
* quella santa Orazione domenicale, me par veder la mente 
« vostra elevata al cielo intra li cori de li angeli » (4). Suo intimo, 
come vedremo poi, fu anche Girolamo Carbone, accademico 
poutaniano carissimo al Maestro. 

Del suo apprezzamento della cultura sono prova anche le 
disposizioni da lei prese in favore del pubblico insegnamento. 

11 10 Ottobre 1513 proponeva nel consiglio municipale di accre- 
scere lo stipendio ai pubblici precettori e di conceder loro fran- 
chigia dai dazi, alloggio ed un garzone. Promoveva pure l'isti- 
tuzione di una commissione per sovrintendere all' istruzione 
e faceva porre come condizione d'elemosina ai conventi che 
ciascun d'essi tenesse due frati predicatori per l'istruzione del 
popolo (5). 

Il Petroni, ultimo storico di Bari, esalta per tutto questo il 
governo d'Isabella, e ricordando come i cittadini solevano ricor- 
rere a lei contro le esorbitanze d'ogni altra autorità, persino 



(1) Ferrari, Apoll. paradox. 

(2) In una lettera a Bona il Galateo l'esorta a seguire con volon- 
terosità il suo precettore « personaggio santo e dottissimo» in Collana 
degli scrittori in terra d^ Otranto, Voi IV, pag. 134. 

(3) Galateo, nella lettera a Grisostomo sulla morte di Lucio Fon- 
tano, figlio del gran Fontano, in Collana degli scrittori di terra d'0~ 
tranto. Voi. Ili, pag. 145. 

(4) Ibid voi. VI pag. 206. 

(5) FETR0N4, 1. e. 



ISABELLA* D'ARAGONA ECC. 413 

dell'arcivescovo Oastiglioui, giunge ad affermare che essi, spon- 
taneamente, solo per gratitudine ed affetto le cedevano sempre 
nuovi proventi della comunità. Pare invece al Pepe che ella 
fosse più temuta che amata: i benevoli doni della cittadinanza 
sarebbero state delle palliate estorsioni, la cui odiosità ricadeva 
specialmente sul fido suo Giosuè De Kuggero. Questi, però, non 
agiva certo contro la volontà di lei, la quale per la gran vita che 
faceva a Napoli, per i suoi maneggi politici e, piìi tardi, per le re- 
gali nozze di Bona si trovò sempre in gran necessità di danaro, 
necessità, che, del resto, la cittadinanza stessa in parte ricono- 
sceva (1). 

In compenso il suo governo forte e rigido preservò la città 
dalle incursioni turche e dalle funeste intrusioni delle milizie 
spagnuole, che, dopo il dominio sforzesco — Bona, che le succe- 
dette, seguì le materne tradizioni — la smunsero e rovinarono. 
Ella, per il suo passato, per le sue qualità personali, per il fascino, 
che le veniva dalla sua posizione alla corte di Napoli e forse 
dalle stesse sue lunghe assenze, fu indubbiamente, se non amata, 
onorata ed obbedita e le asprezze fiscali vennero attribuite, 
come ho detto, al De Ruggero, contro il quale soltanto alla morte 
di lei il popolo osò insorgere e cacciarlo. Né solo nei domini 
della Duchessa, ma in tutta la terra di Bari, forse per P ordi- 
namento militare dello stato, nel quale è probabile influissero i 
consigli di Prospero Colonna, il suo nome era temuto, se non 
esageravano gli apellanti in un processo contro di lei, affermando 
che « non era credibile quanto per la terribilità e la potenza della 
Duchessa ella era stata ed era temuta non solo dai suoi vas- 
salli, ma da tutti gli abitanti della terra di Bari ». « Non est 
« credendum tum, stante terribilitate et potentia dictae Ill.ae 
« Ducissae, quam non solum ejus vaxalli et timuerunt et timent, 
« sed etiam omnes alii habitautes in provincia terrae Bari » (2). 

Così coli' abile fermezza dell' amministrazione, colla multi- 
forme e sapiente attività edilizia, legislativa, per la cultura Isa- 
bella nel ventennio del suo dominio in Bari ebbe campo di mo- 
strare singolari qualità di governo, la cui compressione ben 
s'intende come le dovesse esser riuscita crucciosa nel campo di 
azione, tanto più vasto, dello stato milanese, di fronte all'as- 
sorbente usurpazione del Moro. E forse più d'una volta ella 

(1) Petroni, 1. e. p. 560 e 576. Ad Isabella furono concessi, per i 
suoi bisogni, i proventi di giustizia e di mastrodattia. 

(2) In Pepe, 1. e. 

Arch. Stor. Lomb., Anno XLVIII, Fase. I.I-IV. 27 



414 AOHILLK DINA 

<lovette chii'flersi quanti mali colla diplomatica sua accortezza, 
col tatto femminile, colla equilibrata energia, in contrasto colla, 
geniale ma avventata politica del Moro, ella non avrebbe potuto 
evitare all'Italia, invece d'esser stata occasione della sua ro- 
vina, se a lei fosse toccato di sorreggere nel governo il debole^ 
marito o di assumere la reggenza del ducato alla di lui morte. 

Ma le speranze sul ducato milanese e d'una grande azione 
politica non erano del tutto emigrate dal magnanimo suo petto, 
mentre ancora viveva il figlio suo, legittimo erede dello stato 
di Milano. 

Capitolo XIV. 
(li)0ò-1513) 

Isabella e Ferdinando il Cattolico in Napoli — Incendio delle arche 
aragonesi — Ritorno in Bari — Morte del Moro - Nuova guerra 
in Puglia — Malattia di Bona — Isabella a Napoli nel )511 — 
Piacevolezze cortigiane — Partenza delle truppe aragonesi contro 
Francia — Morte del Duchetto in Francia — Sconfitta spagnuola a 
Ravenna — Massimiliano, figlio del Moro, in Milano. 

Isabella era ancora in Bari nel 1506, quando le giunse la 
notizia della congiura tramata contro Ippolito ed Alfonso d'Bste, 
che da poco l'aveva visitata, dai loro fratelli, il quasi accecato 
Giulio e Ferrante, che bambino l'aveva accompagnata nel suo 
viaggio da Napoli a Milano. Il 31 Agosto ella scriveva ad Ip- 
polito, rallegrandosi dello scampato pericolo e dichiarando di 
ringraziarne Dio. Ai due congiurati, che languirono poi in lun 
ghissima prigionia, questo solo accenno: « et ne rincresse che 
« tra fratelli sia nata cotal differentia ^> (l). 

Poco dopo la Duchessa dovette preoccuparsi della prossima^ 
venuta in Italia del re di Spagna, per conoscere e ordinare il 
suo nuovo dominio. Perduravano le ragioni, per cui ella aveva 
aderito al dominio spagnuolo personificato in Consalvo. Dovette 
pur decidersi a recarsi a Napoli, per farvi omaggio al traditore 
dei suoi, all'usurpatore dello stato della sua famiglia. 



(1) Arch. di Stato di Modena: cartella Isabella d'Aragona. In que- 
st' anno la moglie di Alfonso d' Este, Lucrezia Borgia, mandava a re- 
galare, curioso particolare, ad Isabella in Napoli per la figlia Bona 
una splendida « patina de legno » con un principesco corredo. Ber- 
toni, 1. e. pag. 178. 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 415 

Partito con numerosa flotta da Barcellona il 4 Settembre 1506, 
Ferdinando il Cattolico, dopo soste in Provenza ed a Genova, 
giungeva il 18 Ottobre a Gaeta. Di lì passava ad Ischia, rice- 
vuto dalla feudataria dell'isola, contessa di Francavilla, e quindi 
al ridente Pozzuoli, dove, avendo sempre a fianco Oonsalvo, in 
apparenza ricolmo di doni, ma sospettato di voler farsi re di 
NapoU, ricevette i nobili e le gentildonne del regno : « Erano lì 
« — scriveva il console veneziano Anselmi — la reina di Na- 
« poli vecchia, la reina fo di Hongheria et la duchessa olim de 
« Milano madona Isabella » (1). Le tristi reine, la regina espulsa, 
l'unica in disgrazia, erano lì, sorridenti e curve davanti al po- 
tentissimo sovrano, ma col cuore contratto. 

Il 1^ Novembre Ferdinando fece il solenne ingresso in Na- 
poli ed il giro trionfale per la città accompagnato dal Gran ca- 
pitano e dai tre Colonnesi, Prospero, Fabrizio collo stendardo e 
Antonio colla spada, recandosi ad abitare in Gastelnuovo. 

Fu durante il suo lungo soggiorno di otto mesi in Napoli 
che, il 21 Dicembre di quell'anno, avvenne il pietoso episodio 
narrato da Notar Giacomo dell'incendio appiccatosi nella chiesa 
di S. Domenico alle arche contenenti le spoglie dei reali d'Ara- 
gona, coU'accorrervi disperato da Castel Capuano di Beatrice 
d'Ungheria, della regina Giovanna giovane e d'Isabella, le quali 
« ricordandosene fecero un grandissimo ululato » (2). Era come 
uuM macabra chiusa, sul finire dfetì'anno, della presa di possesso 
del re usurpatore. 

Chi sa se l'emozione provata da Isabella non affrettasse la 
sua partenza da Napoli e il suo ritorno a Bari, dove la tro- 
viamo sul principio dell'anno successivo, 1507 (3). Non sappiamo 
se i rapporti personali tra re Ferdinando ed Isabella furono 
così intimi, come erano stati quelli fra lei e il Gran capitano: 
certo non furono meno che cordiali. Re Ferdinando partì da 
Napoli nel Giugno di quell'anno, conducendo seco al famoso 
abboccamento, eh' egli ebbe a Savona con Luigi XII, il gran 
Consalvo, onoratissimo da entrambi i sovrani, per esser poi su- 
bito messo in disparte in Ispagna. 

A Savona, con gli altri importantissimi accordi, tra i quali 
le basi per la lega contro Venezia, si stabilì anche il rimpatrio 



(1) Sanudo, 1. e. VI col. 451. 

(2) Notar Giacomo, Cronica pag. 295. 

3) Archivio di Stato di Modena, lettera di lei nel Gennaio a Ippo 
lito d'Este. 



I 



416 ACHILLE DINA 

defili esuli Dapoletani colla reintegrazione dei beni. Il re Catto- 
lico, volendo dare al Pignatelli, uno dei reduci di Francia, Bor- 
rello e Rosarno, il feudo calabrese d'Isabella sul golfo di Gioia, 
le assegnò in cambio le città di (Jstuni e Grottaglie in Puglia. 
Così, volendo restituire ad altri esuli Oeglie e (Japurso presso 
Bari, le diede invece Monteserico in Basilicata. Geglie era stato 
donato da Isabella al lido Iluggero, che ne ebbe in cambio, come 
risulta dal regio assenso del 1508, rilevanti introiti sulle dogane 
di Bari. Tutto ricadeva sempre sulla povera città I (1) 

Nel 1508 giunse ad Isabella la notizia della morte dell'uomo, 
la cui influenza sulla sua vita era stata così funesta. Ludovico 
Sforza spirava la primavera di quell'anno nel castello turennese 
di Loclies, pare dopo un inasprimento di prigionia seguito ad 
un tentativo di fuga. Aveva confortato la tristezza del carcere, 
ornandone le pareti di decorazioni e di motti esprimenti amara 
rassegnazione, sempre però riaffermando la sapienza dei suoi piani 
politici, la cui rovina attribuiva solo a divina punizione dei 
suoi vecchi peccati (2). Egli moriva prima di aver notizia del ri- 
torno, nel Giugno 1509, sotto l'abborrito dominio fiorentino della 
repubblica di Pisa, pel cui possesso era nata la sua rivalità con 
Venezia e quindi, per la lega di questa con Francia, la sua 
rovina. 

Né all'odio suo contro Venezia fu data la soddisfazione di 
sapere la lega europea stretta sul finire del 150^ a Oambrai 
contro la città dell'Adriatico. Vi entrò anche, per riavere le 
città occupate da Venezia in Puglia, il re di Spagna, che, però, 
non si scoperse che tardi. Il 14 Maggio 1509 i Veneziani subi- 
vano il rovescio di Agnadello : nello stesso mese egli inviò 
un esercito di 2000 fanti spagnoli e 5000 napoletani contro Trani, 
il centro dei domini veneti in Puglia, mentre un naviglio francese 
lo attaccava per mare. Non conosciamo la condotta d'Isabella, che 
in quell'anno fu in Bari (3) durante questa nuova guerra pugliese, 
nò se ella in suo cuore tenesse per il re Oatcolico o per la Signoria 
veneta di cui, come vedemmo, aveva cercato servirsi per i suoi 
scopi milanesi e dai cui rappresentanti in Trani aveva avuto anni 
prima onorevolissime accoglienze. È notevole che i suoi amici 
Golonnesi favorivano in quei momenti Venezia. Fabrizio aveva 



(1) Pepe, 1. e. pa^. 118-119. 

(2) Dina, Lud. il Moro prima della sua venuta al governo^ in A. S. L. 
l. e. in fiue. 

(3) Pepe, 1. e. pag. 134. 



ISABELLA d'aRAGONA ECC. 417 

persuaso il viceré di Napoli a procedere con lentezza, Prospero 
riceveva da Venezia l'ofterta del comando generale delle sue 
truppe (1). Isabella vide probabilmente con sollievo la soluzione 
della questione della consegna fatta da Venezia a Ferdinando, 
per staccarlo dalla lega, dei porti ch'essa possedeva in Puglia, 
richiamandone gli ambasciatori e con piacere dovette apprendere, 
per l'avversione sua contro Luigi XII, ancor piìi grande del- 
l'amicizia per gli Estensi, il nuovo mutamento avvenuto il suc- 
cessivo anno 1510 nella politica di papa Giulio, che. riprese al- 
l'indebolita repubblica la città di Romagna, si volse contro i 
Francesi ed assalì lo stato di Ferrara loro alleato. 

Ma quell'anno più che dalla politica ella fu preoccupata 
dall'apprensione per la salute della figlia Bona, ormai bellis- 
sima giovanetta di diciasette anni, ridotta da una malattia a 
così grave pericolo di vita, che Isabella fece far preghiere per 
la sua salvezza nel monastero di S. Maria Nuova di Lecce, ove, 
dopo la guarigione di Bona, si recò ella stessa per rendimento 
di grazie (2). Forse per rimetterla del tutto in salute, si ricondusse a 
Napoli ; ed è questo il periodo di vita a cui si riferisce il romanzo 
spagnuolo « Question de amor » che esamineremo tra poco, periodo 
di feste e di sollazzi, cui ella indulse colla figlia, che aveva temuto 
di perdere, nella galante società ispano-partenopea. 

Era certo a Napoli nell'Ottobre del 1511, mentre Giulio II 
stava per congiungere a sé, contro la Francia, nella lega, che 
poi si disse santa, Venezia e il re Cattolico. Mandando a chie- 
derne notizie al console veneziano in Napoli, Anselmi, ella mani- 
festava il suo compiacimento per l'eventuale alleanza, che mirava 
a cacciar da Milano l'usurpatore francese. « La Duchessa de 
« Milan gli avia mandato a dir se l' era vero di la conclusion 
« de la liga fata a Roma come Pavia inteso e si rallegrava » (3). 

Isabella assistè, quindi ai preparativi per la spedizione 
ispano-napoletano nell' alta Italia sotto Raimondo di Oardona, 
viceré dal 1510, con secondo nel comando Fabrizio Colonna. La 
passione di gloria e d'avventure e lo spirito cavalleresco della 
nazione spagnuola, avviata al suo breve primato in Europa, si 
comunicava alla società napoletana (4). Ella vide partire nelle 

(1) Bembo, Bist, ven. libro Vili. 

(2) Pepe, l. e. p. 134. 

(3) Sanudo, tomo XIII col 123. Lettera del 4 Ottobre 1511. 

(4) Vedi Croce, la Spagna nella vita italiana durante la rinascenea^ 
pag. 138. 



418 ACHILLE DINA 

ele^ifanti e splendide divise, rilucenti d'armi e impennacchiati, 
i gentiluomini delle due nazioni. La « Question de amor » ce 
la descrive alla finestra del suo palazzo la domenica, 8 No- 
vembre, della partenza del viceré coi maggiori rappresentanti 
dell'aristocrazia del reame, fra cui « el senor Prospero » in 
compagnia di altre dame « En casa de la senora duquessa de 
Milan la senora su liija dona Bona, la duquessa de Trayeto, la 
senora Isabel, la senora dona Maria de Aragona, la Grega y 
la contessa de Marco ». 

Ma se, la prospettiva dell'espulsione dei Francesi dal Du 
cato di Milano le ridestava le antiche speranze, queste furon pel 
momento terribilmente infrante da una ferale notizia. Il fìgliuol 
suo primogenito, il bellissimo Francesco, il legittimo Duca di 
Milano, verso il quale da dodici anni si lanciava invano il suo 
sospiro materno, spegnevasi improvvisamente per una caduta 
da cavallo, poco più che ventenne, nel lontano Noiremont, del 
cui convento era stato riluttante abate! « Intesi per lettere 
private — scriveva alla Serenissima « l'orator veneto a Eoma 
« nel Gennaio 1512 — che in Franza era morto quel fiol de 
« Zuan Galeazzo Sforza fo vero Duca de Milano, qual era abate 
« de una abazia in Piccardia » Ohe schianto perla madre!... 
Benché del suo immenso dolore, che a tanti altri si aggiungeva, 
forse di tutti più acerbo, non ci rèsti altra traccia che il ri- 
cordo delle esequie, eh' ella fece celebrare in Napoli e del lutto, 
che fece prendere alla sua corte. 

« AUì 25 Gennaro — scrive il cronista napoletano Passero — 
« l'Ili. ma S.ra Duchessa di Milano in Napoli ne fece lo trivolo 
«e tutta la gente de casa sua vestia de nigro. » 

Solo i grandi avvenimenti militari dell'Italia superiore, cui 
partecipavano tanti suoi amici, poterono portare qualche diver- 
sione al suo dolore. In mezzo al cordoglio le giunse la fu- 
nesta notizia della sconfìtta di Ravenna toccata 1' 11 aprile 1512 
agli alleati. Quanti di quegli eleganti cavalieri ch'ella aveva 
visto partire certi di vittoria, non vide ella più di ritorno o ri- 
yide feriti o malconci! Fabrizio Colonna era caduto prigioniero 
d'Alfonso d'Este in Ferrara, dove amò e poetò, trattato ca- 
vallerescamente dal cardinale Ippolito. E prigioniero, due volte 
ferito, fu fatto anche Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, 
che due anni prima aveva sposato in Ischia, diciannovenne. Vit- 
toria Colonna, l'eletta figlia di Fabrizio: entrambi però presto libe- 
rati. Dice il libellista Filonico che la nostra Isabella nel rivederlo 
lo salutasse con queste parole, conformi all'indole sua magna- 



ISABELLA D'ARAGONA ECC. 419 

nima (1). « Vorrei essere maschio, signor marcliese, non sola- 
mente per altri affari, ma per ricevere delle ferite nel volto 
<5ome vi avvenne, per vedere se apparissero così vaghe nel mio 
come a voi stanno ». 

Senonchè, com'è noto, la vittoria dei Francesi a Ravenna 
non fu decisiva. La morte sul campo del giovanissimo loro con- 
dottiero, Gastone di Foix, rese possibile agli avversari di presto 
riaversi. Giulio II riusciva a levar truppe nei cantoni elvetici 
e faceva entrare nella lega anche l'imperatore Massimiliano, al 
patto però che sul trono milanese si ponesse uno dei figli del 
Moro, dei quali il sovrano tedesco era sempre stato protettore e 
coi quali gli Svizzeri volevano fare ammenda del tradimento usato 
al loro genitore. E in nom^ di Massimiliano Sforza, primogenito 
di Ludovico, essi occuparono nel Giugno Milano, taglieggiando, 
in attesa della sua venuta, orribilmente il ducato. 

ì^el Gennaio 1513 lo Sforza, che allora s' indicava, come già 
il figlio d'Isabella, col nome di Duchetto, faceva il suo ingresso 
solenne in Milano preceduto dal frate'lo naturale, figlio della fa- 
mosa amante del Moro, Cecilia Gallerani, e seguito dal vescovo 
di Lodi, bastardo del Duca Galeazzo Maria, dal signor Prospero 
Colonna e dal marchese di Ferrara; ed essendo il castello an- 
cora in mano dei Francesi, prendeva alloggio nella Corte vecchia, 
dove Isabella aveva passato gli ultimi tempi del suo soggiorno 
in Milano: « Ma — osservava malinconicamente il segretario 
« veneto presso il cardinale di Sion, duce degli Svizzeri — el 
« ducheto è tamquam signum... se poi dir Milano sia governato 
« da Tedeschi, da Sguizzari et Spagnoli, tutti sitibondi de da- 
nari » (2). 

Prospero Colonna fu posto a capo delle truppe sforzesche. 
A ciò forse si collega un nuovo tentativo di rientrare da si- 
gnora in Milano della sua amica, la tenace Isabella, sempre ri- 
sorgente dalle sventure, quasi avesse per motto, con quello di 
unica in disgrazia, l'altro: oltre il destino! 



(1) Riportate anche da V'olpicella in Studi di letteratura, storia ed 
»rte^ pag. 45 e da Reumont, Vittoria Colonna, pag. 28. 

(2) Sanudo, 1. e. 



420 ACHII.LK DINA 



Capitolo XV. 

Vita alla corte vice-regale e tardivi amori d'Isabella — Sollazzi delle 
tristi reine — Le corti di Castelcapuano — Razze equine ed equestri 
esercizi — La « Question de Amor » — Belisena-Bona e la « Du- 
quesa de Meliano » — 11 « Dechado de amor » e la « gran Duquesa » — 
La cronaca scandalosa : il Filonico, il Corona — Amori di Bona — 
di Giovanna 11 — d'Isabella - Contrasti tra Aragonesi e Castrioti — 
Il « suo » Giosuè de Ruggero — Prospero Colonna- primo capitano 
d'Italia, primo cittadino di Roma e grande amatore — Amore tra 
magnanimi. 

Prima di parlare della nuova azione politica spiegata da 
Isabella, gioverà ora tornare sulla vita da lei condotta in Na- 
poli, particolarmente negli ultimi anni precedenti la morte del 
figlio e la battaglia di Ravenna, anni che furono forse i piii 
lieti della sua esistenza dopo il matrimonio e trattare, insieme, 
la delicata materia dei suoi tardivi amori. 

Nella mollezza delPambiente partenopeo lo spirito cavalle- 
resco ed amoroso e l'ardore iberico trovavano nuovo incentivo : 
eleganze, amori, cortesie, rifiorivano^ palliando la soggezione 
allo straniero. La ridente Pozzuoli era sede di piaceri, di feste, 
di magnificenze. Beatrice d'Ungheria, la piii giovane Giovanna, 
Isabella, non rifuggivano dal frequentarla. Non sempre le tristi 
regine vissero in cordoglio: anche al dolore la natura ha posto 
dei limiti : e travolgente era la passione del rinascimento per le 
pompe e gli spettacoli. 

Il Castel Capuano, sede di quattro corti femminili e quindi 
alveare di dame e damigelle, vide tornei, splendori, amori, gare, 
giocondezze; per cui così poteva apostrofarlo Galeazzo di Tarsia : 

« O felice di mille e mille amanti 
diporto e di regal donne diletto, 
albergo memorabile ed eletto 
a diversi piacer, quest'anni avanti! » (1) 



(1) Galeazzo di Tarsia, sonetto 43. Similmente della vita napole- 
tana il Tansillo, Capitoli pag. 114. 

Servi tude d'amor, vagheggiamenti 

portar penna, vestir or verde or giallo 

gioco di canne, giostra, torneamenti. 

musiche, mascherate, scene, ballo, 

ogni festa 

Vedi Croce, L c. cap. VI. 



ISABELLA d'aRAGONA ECC. 421' 

Isabella poi aveva tatto dello storico castello un agone di 
gare equestri, anche per sfoggiarvi i destrieri delle sue magni- 
tiche razze. « ....