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Full text of "Archivio storico messinese"

ANNO VII 



MCMVl 



ARCHIVIO STORICO 



MESSINESE 



PUin^LICAZIONE PKllIODICA 

della " Società Messmese di Storia Patria 




MESSINA 

TIPOGRAFIA d'amico 

MCMYI 






? '• " 



SOCIETÀ MESSINESE DI STORIA PATRIA 

Anno VII. 



CONSIGLIO DIRETTIVO 

Macrì Cav. Uff. Avv. Prof. Gi.aco.mo — Prcsideii'c. 

Arenaprimo Cav. Giuseppe, Barone di Moxtechiaro 

Vice Presidente. 

Oliva Prof. Gaetano — Direttore delle Pubblicazioni. 

Chinigò Prof. Gioacchino ì ^ . ,. . 

Coìisif^lieri. 
Sacca Prof. Virgilio ) 

La Corte Cailler Cav. Gaetano — Bibliotecario. 

Martino Notar Luigi — Cassiere. 

PuzzoLO-SiGiLLo Avv. DOMENICO — Segretario. 

Mari Avv. Antonino — Mce Segretario. 



Soci onorari 



1 Arigò Comm. Avv. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina. 

2 Cannizzaro Prof. Tommaso Messina. 

3 Casagrandi-Orsini Prof. Vincenzo Catanin,. 

4 Cesareo Prof. G. A. Pater ino. 

5 Di Marzo INIons. Comm. Gioacchino Paleruio. 

6 Fulci Avv. Prof. Ludovico Deputato al Parlamento Messina. 

7 Lizio-Bruno Prof. Comm. Letterio Palermo. 

8 Lodi Cav. Dott. Giuseppe Palermo. 

9 Martino Comm. Avv. Antonino Messina. 

10 Orioles Avv. Cav. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina. 

11 Pitrè Comm. Dott. Giuseppe Palermo. 

12 Salinas Comm. Prof. Antonino Palermo. 

13 Tropea Dott. Prof. Giacomo Padova. 



— IV — • 

Soci effettivi 

1 Alessi Italiano Papas Cirillo. 

2 Alliata Domenico, Marchese del Ferravo. 

3 Areiiaprimo Cav. Giuseppe Bar. di Montechiaro (fondatore). 

4 Bonetti Prof. Francesco. 

5 Chinigò Prof. Gioacchino (fondatore). 

6 Colantoni Sac. Angelo. 

7 Crescenti Prof. Giacomo. 

8 Dalla Vecchia Prof. Umberto. 

9 D'Amico Prof. Agostino. 

io D'Amico Letterio fu Ignazio. 

11 De Pasquale Pennisi Antonio. 

12 Del Pozzo Prof. Arturo Maria. 

13 Di Bella Avv. Pasquale. 

14 Fava Prof. Francesco. 

15 Fleres Ing. Enrico. 

16 Forzano Barone Cav. Salvatore. 

17 Giunta Ing. Alessandro. 

18 Inferrerà Prof. Guido (fondatore). 

19 Labate Prof. Valentino. 

20 La Corte-Cailler Cav. Gaetano (fondatore). 

21 Macrì Cav. Uff". Avv. Giacomo. 

22 Maiorca-Mortillaro Luigi Maria, Conte di Francavilla. 

23 Malandrino Ing. Pasquale, R. Ispettore per gli scavi e monumenti. 

24 Mari Avv. Antonino. 

25 Martino Notar Luigi, Direttore dell'Archivio Provinciale di Stato 

t fondatore) 

26 Marullo-Balsamo Francesco, Principe di Castellaci. 

27 Miraglia Prof. Giuseppe. 

28 Mondello Nestler Cav. Giacomo, Console d'Italia in Boma (Con- 

go Belga). 

29 Natoli Prof. Francesco. 

30 Nunnari Dott. Prof. Filippo Aurelio. 



31 Oliva Prof. Gaetano i fondatore). 

32 Pagoto Prof. Giuseppe. 

33 Perroni Grande Dott. Prof. Ludovico (fondatore). 

34 Principato Giuseppe. 

35 Puzzolo Sigillo Avv. Domenico (fondatore). 

36 Ruffo Cav. Carlo dei principi della Floresta. 

37 Sacca Prof. Virgilio (^fondatore). 

38 Saftìotti Prof. Umberto. 

39 Salvemini Prof. Gaetano. 

40 Sammartino Raimondo, Duca di S, Stefano. 

41 Sammartino di S. Stefano, Cav. Avv. Francesco. 

42 Santacattarina Ing. Antonino (fondatore). 

43 Strazzulla Prof. Vincenzo. 

44 Toscano Avv. Angelo. 

Soci aderenti 

1 Alleva Tito Monteleoìie Calabro. 

2 Archivio di Stato Palerttio. 

3 Basile Mons. Can. Prof. Giuseppe Messina. 

4 Biblioteca Comunale Palermo. 

5 Borghese Cav. Dott. Gaetano A^ovara di Sicilia. 

6 Borghese Ing. Ferdinando Patti. 

7 Bruno Can. Francesco Messina. 

8 Cali Can. Domenico Messitui. 

9 Capialbi Conte Ettore Catanzaro. 

10 Circolo della Borsa Messina. 

11 Circolo del Gabinetto di Lettura Messina. 

12 Circolo « TiNDARi » Patti. 

13 D'Arrigo Ramondini Mons. Letterio, Arcive.scovo ed Archiman- 

drita di Messina. 

14 De Cola Proto Prof. Avv. Cav. Francesco Messina. 

15 De Lorenzo Sac. Prof. Salvatore Reggio Calabria. 

16 Deputazione Provinciale di Messina. 



— VI — 

17 Faranda Comni. Avv. Prof. Francesco Messina. 

t8 Frassinetti Avv. Adolfo Massa Carrara. 

19 Grill Cav. Adolfo Messina. 

20 Istituto (R.) Tecnico e Nautico di Messina. 

21 Luca Rag. Girolamo Messina. 

22 Manganaro Rag. Letterio Messina. 

23 Marchese Gregorio del Granatello Messina. 

24 Marletta Prof. Fedele Firenze. 

25 Mulfari Paolo Messina. 

26 Municipio di Messina. 

27 Municipio di Patti. 

28 Municipio di kS". Stefano di Briga. 

29 Nuovo Circolo Messina. 

30 Oates Giorgio JMessina. 

31 Pagano Dritto Francesco Messina. 

32 Pirrone Cav. Domenico Messina. 

33 Raccuglia Prof. Salvatore Palermo. 

34 Rando Dott. Carlo Messina. 

35 Riolo Arciprete Sebastiano Forza cf Agro. 

36 Rizzo Prof. Dott. Gaetano Messina. 

37 Rossi Prof. Dott. Salvatore Alcamo. 

38 Ruffo Antonio Prìncipe di Scaletta Roma. 

39 Ruffo della Floresta Duca Vincenzo Patti. 

40 Salemi Cav. Carlo Arturo, Capo Archivista Comunale Messina. 

41 Sa vasta Dott. Gaetano Paterno. 

42 SoUima Prof. Francesco Messi?ia. 

43 Tornatola Dott. Prof, Sebastiano Messina. 

44 Vadala Celona Giuseppe Messimi. 

45 Villadicani Avv. Giov: Battista, Principe di Mola Messina. 



LOTTE DELLA CITTÀ DI PATTI 

PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE 
nel secolo XVII 



IMTROOTJZIONE 



La storia della città di Patti — una delle antiche città 
demaniali del regno di Sicilia — è una lunga serie di con- 
flitti per sostenere i suoi privilegi e le sue consuetudini, 
che il re Federico , nel 1312, e il re Martino, nel 1402, ave- 
vano confermati ed ampliati. Ma, nel gennaio del 1442, con 
dolorosa sorpresa di quei cittadini, il re Alfonso di Ara- 
gona concedeva in perpetuo il mero e misto impero, ossia 
la capitania della città di Patti, a Enrico Romano, genti 
luomo messinese. La città protestò altamente ; e avendo 
alle sue proteste unito un'ofì'erta in denaro, il re Altonso, 
nel luglio 1444, annullò la concessione fatta a Enrico Ro- 
mano, restando il mero e misto impero alla città. Neil' ot- 
tobre del 1535, riunendosi in Palermo il Parlamento generale 
del Regno — ove la città di Patti aveva il quinto posto 
nel braccio demaniale — i giurati della città fecero pre- 
sentare supplica al re Carlo per la riconferma delle con- 
cessioni e privilegi antichi, e della ricompra del mero e 
misto impero, mandando come loro ambasciatore e pro- 
curatore Arnaldo Albertino vescovo di Patti e inquisitore 
del regno di Sicilia. Queste richieste essi riprodussero in 



~ 2 — 

Messina nel 1537; per cui, nell'agosto dello stesso 1537, il 
viceré Fernando Gonzaga comunicò ai giurati di Patti che 
Carlo V, oltre al confermare tutti gli antichi privilegi e 
consuetudini della città, le aveva conferito il titolo di 
magnanima (1). 

Riconosciuti così anche da Casa d' Austria i diritti di 
quest'antica città demaniale, non perciò essi furono sem- 
pre rispettati sotto il governo dei viceré spagnuoli; ma, a 
parlarne, sarebbe un ripetere la storia di tutte le città de- 
maniali in Sicilia. Io non mi occuperò quindi degli eterni 
conflitti dei giurati della città coi capitani d'armi a guerra (2), 
capitani di giustizia, capitani d' armi ordinari e straordi- 
nari, delegati, commissari, sindacatori, ecc. che si attri- 
buivano poteri contrari alle antiche consuetudini ed ai 
privilegi. Del resto, fino all' anno 1618, i giurati erano ar- 
rivati varie volte a far valere le loro ragioni, e a fare ri- 



(i) Questi fatti sono documentati nel libro intitolato : « Vrbis Ma- 

o 
gnanimae et Nobilissimae ryndaridis et Pactarv Ivs Mvuicipale; cvivs In- 
colae reguntur » che si conserva nell'archivio municipale sotto il nome 
di Libro d'oro. Questo manoscritto — come ivi si legge — fu com- 
pilato neir anno 1561 dai giurati della chtà Giovanni Dominedò, Lu- 
ciano Marescalco, Giovan Paolo Barbaro e Tommaso Stoppia. 

(2) Il capitano d'armi a guerra differiva dal capitano d'armi ordi- 
nario la cui missione era la persecuzione dei ladri e banditi nelle 
campagne. In Patti la persecuzione dei ladri di campagna era affidata 
al capitano di giustizia o capitano della città, che aveva a sua disposi- 
zione i provvisionati con un caporale, addetti a tal servizio. La mis- 
sione del capitano d'armi a guerra, come il titolo stesso Io dice, era 
specialmente d'indole militare ; ma col tempo essendosi data a lui la 
carica di capitano di giustizia, le funzioni si confusero. La capitania 
d'armi di Patti abbracciava Patti, Montagna, Sorrentini, Librizzi, Rac- 
cuia, Ucria, S. Piero, Montalbano, Casalnuovo, Novara, Tripi, Gioiosa 
Guardia, Piraìno, Ficarra, Oliver! e Furnari. 



spettare i privilegi della citta, alrn.ao nella forma, se non 
nella sostanza. In og"ni modo le apparenze erano salve. Ma 
sotto il governo del viceré don Francesco de Castro, conte 
di Castro e duca di Torresano , la Spagna cominciò a 
gettar la maschera, e si schiuse un'ora di spogliazione 
per le città demaniali. Certamente, fu la ripercussione della 
rovina economica della Spagna , prodotta dalla prodiga- 
lità del duca di Lerma e dalla espulsione dei Mauri , ma 
ancora più dalle continue variazioni del valore delle mo- 
nete. 

Il 5 aprile 1621 moriva il re Filippo III lasciando il 
regno nella miseria, e gli succedeva Filippo IV, o meglio 
il con(e di Olivares. 

Il far denaro ad ogni costo fu allora la divisa del go- 
verno spagnuolo: da ciò la vendita degli offici, delle terre 
e beni demaniali, delle concessioni e dei privilegi. Tutto 
si trafficava, tutto si vendeva. E che tutta la questione 
fosse il far denaro, lo dicono tutti i documenti dell' antica 
Corte giuratoria che a me sono passati sott'occhio nell'ar- 
chivio municipale di Patti : il bando del conte di Castro 
del 14 settembre 1620 per la vendita del titolo di don a 
40 onze, le vendite fatte dal principe Emanuele Filiberto, 
nel 1622, degli offici di secreto, di mastro notaro della corte 
dei giurati e di altri ancora, la lettera del 31 agosto 1629 
e il bando del duca di Albuquerque per avere la relazione 
di tutti gli uffici ancora vendibili nel regno di Sicilia, i do- 
nativi ordinari e straordinari alla regia corte. Ma tra quei 
documenti umani, quelli che hanno un'importanza psicolo- 
gica maggiore, sono le lettere dei giurati , nelle quali si 
sente palpitare l'anima della povera città. 

Tra i documenti che servono a ricostruire la storia di 
un tempo, io credo che quelli che rappresentano gli atti 



-- 4 — 

della vita giornaliera traducano più facilmente le idee, i 
sentimenti; i bisogni e le tendenze di un'epoca e di una razza. 
Sono una manifestazione incosciente, quindi sincera di una 
civiltà, e l'espressione di coloro che, impressionati dall'am- 
biente nel quale vivevano, chiusi in una cerchia d'idee, di 
tradizioni e di credenze, sono lo specchio fedele della so- 
cietà del loro tempo. 

Con la guida di quei documenti, io mi accingo a que- 
sto lavoro, avendo di mira solamente la verità, senza pre- 
giudizio storico, senza suggestione di nomi. 



I. 



Conflitto con la terra di Gioiosa Guardia e col vescovo don Vin- 
cenzo di Napoli per la giurisdizione delle marine di Calcara, 
Saliceto, San Giorgio e Zappardini. 

La città di Patti, nell'anno 1628, aveva giurisdizione 
oltre che nella città e suo territorio, nei suoi casali di Mon- 
tagna e di Sorrentini, e sulla sua marina che dal golfo di 
Oliver! si estendeva a Capo Calava. I giurati della città 
avevano anche la soprain tendenza — per incarico della 
Deputazione del Regno — delle torri marittime di guardia 
dei capi Calava, Mongiove, Cifaglionc, e sulla torre forti- 
ficata della Marina di Patti, ove stava anche un artigliere, 
per guardare la costa dagli sbarchi specialmente dei cor- 
sari barbareschi; e ciò non bastando , nel tempo di estate, 
si ponevano altre guardie, dette cavallari, per maggior si- 
curezza del littorale. Oltre al capitano ed ai giurati della 
città, avevano giurisdizione sulla marina il vice almirante 
coi suoi officiali, il vìcg portukmo, il guardiano del porto. 



— — 

e anche il capitano d'armi a guerra. Da ciò una confusione 
di attribuzioni, che era spesso causa di conflitti. 

Temendosi in quel tempo di qualche sorpresa della 
squadra olandese o, con maggiore fondamento, di quella 
turca, nella città, e nella Marina stava una compagnia di 
soldati spagnuoli sul piede di guerra ; e si teneva pronta 
alle armi la milizia urbana di piedi e di cavallo del terzo 
di Patti, ossia della sargciilia di Patti , che comprendeva 
Patti, Montagna, Sorrentini, Gioiosa Guardia, Librizzi, S. 
Piero di Patti, Piraino. S. Angelo di Brolo, Naso, Mirto, 
S. Marco , S. Fratello, Militello, Ficarra, Martini, Sinagra , 
Ucria, Raccuia, Montalbano, Tripi, Novara, ecc. comandata 
dal saì'geìtte iiiaggiore, che poteva essere un alfiere, come 
un generale (l). E siccome il mantenimento delle guardie 



(i) L' officio di saigente maggiore della milizia' del terzo di Patti 
fu spesso concesso dal Re direttamente, essendo un posto abbastanza 
lucroso , a qualche suo favorito. Nel 1678 , il re Carlo II nominò a 
vita in quell'ufficio il capitano don Francesco Colmonero , con la fa" 
colta di poter sostituire. Il Colmonero tenne sempre in quel posto un 
suo sostituto, 'seguitando sempre la sua carriera nell'esercito. Infatti , 
nel 1691 fu nominato colonnello, nel 1694 mastro di campo, nel 1697 
generale di battaglia, nel 1703 mastro di campo generale e conte, se- 
guitando sempre come sargente maggiore delia milizia del terzo d' 
Patti. Nel registro del 1704-1705 della corte giuratoria di Patti si trova 
una lettera del viceré cardinale don Francesco Giudice del 31 gennaio 
1705 , ad istanza del mastro di campo generale conte don Francesco 
Colmonero , nella quale il cardinale .scriveva che il Colmonero per i 
meriti e servigi del generale di artiglieria suo padre , don Blasco , e 
per somme pagate a S. M., aveva nel 1678 ottenuto il posto di sar- 
gente maggiore del terzo della milizia di Patti , avendo il suo sosti- 
tuto esatto fino allora i lucri inerenti al posto ; ma che essendosi im- 
pedito al sostituto, tutt' a un tratto, di riscuotere i lucri a lui concessi 
da S. M. , gli veniva a mancare il mantenimento e decoro del posto 
di mastro di campo generale, e precisamente in quei tempi di guerra: 
quindi egli ordinava ai giurati D. Francesco Tibaldi , D. Nicolò Na- 



- 6 - 

marittime, della compagnia spagnuola, del capitano d'armi 
a guerra, del sargente maggiore, della milizia urbana, 
dei compagni e dei provvisionati del capitano di giusti- 
zia, gravava quasi esclusivamente sulla Università, non 
è a dire in quali condizioni miserabili si trovasse la città. 
11 suo introito annuo non superava le duemilasetlecento 
onze , ricavate in maggior parte dalle gabelle delle fari- 
ne , e il resto dalle gabelle del vino , della carne , del 
salume , delle carceri, delle buccerie , dell'opera di pigna- 
taro , ecc. , e dagli erbaggi e ghiande dei suoi tre feudi 
di Madoro , del Litto e della Rocca. Questo introito era 
quasi totalmente assorbito dai pagamenti delle tande per 
donativi ordinari e straordinari dalla Regia Corte e alla 
Deputazione del Regno. Sicché la città si trovava , sul 



toli , D. Filippo Accordino e D. Giuseppe Licari , che si lasciasse li- 
beramente esercitare all'alfiere D. Andrea Fernandez Merino l'officio 
di sargente maggiore , come sostituto del mastro di campo generale 
conte don Francesco Colmonero, stante detto conte serviva S. M. nella 
guerra di Milano. 

Nel 1713 il re Vittorio Amedeo concesse il posto di sargente 
maggiore a D. Vincenzo Mercante. Ma venuto il regno di Sicilia in 
potere dell'imperatore Carlo VI, il segretario di guerra don Giuseppe 
Navarro , in data del 7 luglio 1720 , indirizzava lettera ai giurati di 
Patti per la reintegrazione nel grado di sargente maggiore proprietario 
del maresciallo conte don Francesco Colmonero , nella maniera con- 
cessa dal re Carlo li : prima ancora che il viceré duca di Monteleone 
promulgasse il bando per dichiarare nulle le concessioni degli offici 
fatte dopo la morte del re Carlo II. Sicché a 20 settembre 1720 il 
Colmonero per mezzo del suo procuratore don Guglielmo Colonna e- 
lesse a suo sostituto nella sargentia di Patti D. Francesco Florulli 
barone d'Altomonte. L' officio di sargente maggiore restò di propriet.à 
del maresciallo conte Debalderis fino al settembre 1734 , quando re 
Carlo III ne abolì la funzione 



finire del 162S, per rate di donativi scadute, in debito con 
la Regia Corte di onze tremilacinquecento. 

I giurati di Patti, per far Ironie alle spese delle guardie 
per la difesa della città e custodia del littorale, avevano, 
tra le altre, messa una gabella di grana due sopra ogni 
rotolo di pesce che si vendeva nel mare e nelle marine di 
giurisdizione della città. Questa gabella dette occasione a 
sollevarsi questioni, sia coi padroni e affittuari delle ton- 
nare , sia con la terra di Gioiosa Guardia per la giurisdi- 
zione di quel tratto di spiaggia che prende i nonii di Cal- 
cara, Saliceto, San Giorgio e Zappardini. 

Nel maggio del 1628, il dottor Vincenzo Natoli, della 
città di Messina, affittuario della tonnara di San Giorgio (1), 



(i) Con rescritto del 27 giugno 1407 il re Martino concesse a Be- 
rengario de Orioles, barone di San Piero, in perpetuo il mare di San 
Giorgio , dal vallone Saliceto alla punta Fetente , per il calo di ima 
tonnara o tono col diritto di marfaraggio e con tutti gli altri diritti 
dovuti o abituali. Con rescritto del re Alfonso del 2 gennaio 1442 
venne confermato a Manfredo de Orioles, barone di San Piero, figlio 
di Berengario, possesso del privilegio della tonnara di S. Giorgio, col 
diritto di ampliamento del mare fino a Mongiò: il quale privilegio fu 
confermato da re Giovanni con rescritto del 24 giugno 1460. L'ultima 
di casa Orioles a possedere la tonnara di S. Giorgio fu D.* Flavia 
Orioles in Mastropaolo, la quale come si vede da una lettera dei giu- 
rati di Patti del 5 agosto 1637 , era in quel tempo padrona di quella 
tonnara. Nel registro del 16S0-16S1 dalla corte giuratoria di Patti , si 
trova una lettera del viceré don Francesco de Benavides conte di 
Santo Stefano per la maiiutenzione e possessione di don Giovanni 
Mastropaolo Orioles y Salazar barone e signore della baronia e ton- 
nara di S. Giorgio che in viriù dei privilegi concessi dai Re passati e 
precisamente dal Serenissimo Re Giovanni a 14 agosto /^77 eseciito- 
riato in questo Regno a ij gennaio 147S, lettera d' escorporazione data 
iti Palermo a 22, marzo 16S0 presentate ed esecute 7ieW ufficio del Re- 
gio Secreto a ig aprile, e investitura presa da esso esponente a 28 Lu- 



_ 8 — 

collaterale al territorio di Gioiosa Guardia, di proprietà 
della casa di Orioles , e della tonnara di Roccabianca (l), 
collaterale alla Marina di Patti , di proprietà della Mensa 
vescovile, insorse, per il primo, contro il gabelloto del pe- 



glìo j68o si ritrova nella sua quieta e pacifica possessione di detta sua 
Baronia, tonnara e territorio, mare, fondaco et altro in detta Baro- 
nia esistenti con le ragioni e pertinenze e giurisdizione et altro a detta 
Baronia spettanti e precisaviente in proibire che nessimo venga a pe- 
scare nel detto mare, co?i la creazione delti officiali et altri soliti farsi 
e spettanti alli Baroni e del medesimo modo e forma che V hanno tenuto 
e posseduto li soi antenati in viriti di lettere di mavulenzione di pos- 
sessione date a Palermo a 8 ottobre. lójj presentate et esecute nella 
città di Patti a 22 gennaio 1638 e nella terra di Gioiosa Guardia a 7» 
marzo 1638. 

(i) Con rescrkto di Re Martino del 2 giugno 1406 venne con- 
cessa al vescovo di Patti — che era allora Filippo Ferrerie — il di- 
ritto di calare una tonnara o tono nel mare di Roccabianca. senza 
precisare i limiti estremi del campo acqueo; ma, per consuetudine, per 
mare di Roccabianca s'intese il tratto compreso tra il torrente Saliceto 
e il capo Mongiò. Le due tonnare di S. Giorgio e di Roccabianca si 
dividevano il mare tra la punta Fetente e il capo Mongiò, e la divi- 
sione era allo sbocco del torrente Saliceto. Ma il rescritto del 1442, 
confermato nel 1460 e 1580, che portava l'ampliamento del mare di 
S. Giorgio, ledendo il diritto della tonnara della Mensa vescovile di 
Patti, fini per assurgere a vero conflitto ne! 1785 tra don Francesco 
Carlo r>'Aniico duca d' Ossada, barone della tonnara di San Giorgio, 
e il vescovo di Patti Matteo Fazio. Questa questione che si prolungò 
anche dopo la morte di quel vescovo, fu determinata con l'atto del 
17 marzo 1795 , col quale il vescovo don Giuseppe Migliaccio dei prin- 
cipi di Baucina concesse in enfiteusi perpetua al duca di Ossada la 
tonnara di Roccabianca col suo golfo di tre miglia fino al capo Mangiò 
e verso V oriente 

Per maggiori schiarimenti si può leggere la relazione del consi- 
gliere comm.''e Mortara sulla questione: « Limiti delle zone di rispetto 
per le tonnare di S. Giorgio e Roccabianca nella marina di Patti 
(Messina) ecc. » presentata alla Commissione consultiva per la pesca 
nell'adunanza del 16 dicembre 1904 (Annali di Agricoltura 1905 — 
Atti della Conmiissione consultiva per la pesca). 



— 9 — 

sce di Patti che voleva fargli pagare la gabella sopra la 
tonnina fresca, e mandò un memoriale al viceré duca di 
Albuquerque. In quel memoriale egli diceva che da varii 
anni teneva in affitto quelle tonnare senza mai avere pa- 
gato cosa alcuna; ma in queir anno i giurati di Patti ave- 
vano messo la tassa sui pesci freschi , e intendevano di 
farla pagare a lui, come padrone di tonnara , sopra ogni 
rotolo di lattuììie, tarcìic, tonnina^ ecc. , venduto tanto ai 
cittadini pattesi quanto ai forestieri. Egli riteneva, come 
forestiero e come negoziante nei mari di Patti, di non dover 
pagare : non solo perchè la tassa era stata imposta per ser- 
vizio e utilità dei cittadini pattesi, ma anche /)^;' il privi- 
legio e coiìsirliiiliìie iiuiiicìiiorabile die si concedeva ai pa- 
droni e affiti ./ari di tonnare di poter vendere quello che Dio 
li dona a sua volontà scusa essere soggetti a cosa verttna 
a giurisdizione di giurati o catapani. Aggiungeva inol- 
tre il Natoli che per il bando dei giurati lo si privava della 
libertà di poier sbarcare nel suo jnalfarafe (l) i pesci, e 



(i) Per marfarace , niarfaraggio o nialfaraggio, "eiieralnienre s'in- 
tende, oltre il tratto di terreno a pendio, talvolta lastricato , ove le 
barche vengono a scaiicare i tonni, l'insieme della loggia, magazzini, 
arsenale, case, che serve per l'esercizio della pesca dei tonni, e anche, 
secondo alcuni, tutta la distesa della spiaggia che sta davanti ai fab- 
bricati della tonnara. L'avvocato Palmisano che trattò esaurientemente 
la questione presso la Coììiuiissione consultiva per la pesca, nella su- 
detta adunanza del i6 dicembre 1904, col titolo « Diritto di niarfa- 
raggio {tonnara di Oliveri) », fa osservare che l'espressione « marfa- 
raggio », sia che si latinizzi in aniaìifragium e mattn-faracliis da a inanu 
/erre (dal trasportare a mano), sia che si derivi dall'arabo inutifarag^ 
o almtmfarag ^ che vuol dire intervallo, sia che si attenga alla espres- 
sione sicula araba mari faraticii — intendendo per faraticu 1' nomo 
addetto alla presa del toniì-o ad al suo trasporto a terra, — designava 
in origine quel punto della spiaggia ove 1' uomo scende a mare per 
tirare le barche e scaricare i tonni, e in seguito assunse un significato 
pili vasto e generale dell'insieme dei locali e spiaggia addetti alla tonnara. 



-- 10 — 

che la gabella non era dovuta, infine , perchè in un capi- 
tolo del Consiglio detento in Patti il 20 febbraio 1628 vi 
erano le parole eccettuati i pesci tonni^ e in questo senso 
era stato approvato dal Tribunale del Real Patrimonio. 

Il viceré, con lettera del 22 maggio per via del Con- 
siglio Patrimoniale , faceva note le ragioni del Natoli ai 
giurati di Patti, domandando chiarimenti e ordinando che 
nel frattempo costui non fosse molestato. Ed i giurati An- 
tonino Donato , Geronimo Bertone , Giuseppe Barbaro e 
Giovan Paolo Barbaro rispondevano, a 31 dello stesso mag- 
gio, al duca di Albuquerque , non esser vero che il Consi- 
glio del 10 febbraio avesse concluso escludendo i pesci 
tonni freschi dalla tassa: quella era stata la voce del ca- 
pitano della città don Lorenzo Pons de Leon, con la quale 
non si concluse il Consiglio; ma si concluse invece con la 
voce del consulente notar Antonino Ferrando che « a detta 
gabella siano soggetti ogni sorta di pesci che si piglie- 
ranno nei mari di giurisdizione, e che entreranno nel ter- 
ritorio eccettuati i pesci tonili che si saleranno ». Le tonnare 
si trovavano ambedue, nonostante le asserzioni in contrario 
dtl Natoli, nella marina di giurisdizione della città di Patti, 
e la gabella fu imposta per il pagamento delle guardie or- 
dinarie e straordinarie di piedi e di cavallo e dei capi e 
torri, per la difesa della città e della sua marina, e quelle 
tonnare essendo in detta marina per la cui custodia la 
città pagava onse 50 al mese, le gtiardie servivano anche 
per la custodia delle tonnare, come si era visto con l'espe- 
rienza negli anni passati che dette tonnare erano state di- 
fese dai vascelli nemici che le volevano tagliare, sparandosi 
da terra diversi tiri d'artiglieria, per il die i detti vascelli 
si ritirarono e non danneggiarono le tonnare. 1 giurati ri- 
spondevano anche alle altre considerazioni del Natoli che 



-Il- 
la gabella non la pagavano i padroni e gabelloti delle ton- 
nare, ma coloro che compravano la tonnina fresca: nò al- 
l'affittuario veniva impedito lo sbarco della tonnina fresca 
nel suo malfarace , né di quella da salare , mentre la ga- 
bella si esigeva direttamente dalle persone che venivano 
a comprarla ivi stesso. 

Il viceré, a 7 luglio dello stesso 1628, avendo il Natoli 
fatto altre istanze, scriveva ai giurati di Patti di trasmet- 
tere la consulta per stabilire il da farsi in ordine a quella 
gabella. Risogna notare che il dottor Vincenzo Natoli, con 
patente del 1° dicembre 1626, era stato nominato vice ai- 
mirante di Patti da don Diego di Aragona, duca di Terra- 
nova e principe di Castelvetrano, e grande almirante del 
Regno: dietro di lui stava Gianìorte Natoli principe di Sper- 
linga, coi suoi parenti Orioles, per la tonnara di S. Giorgio, 
e il vescovo di Patti Vincenzo di Napoli , per la tonnara 
(li Roccabianca, e perchè rivendicando la giurisdizione di 
quelle marine alla terra di Gioiosa Guardia credeva poter 
fare valere i suoi diritti come barone di Gioiosa^ e cam- 
biare la giurisdizione reale in giurisdizione episcopale. Così, 
mentre si dibatteva la questione con le tonnare, veniva a 
sorgere quella più grave di giurisdizione con la terra di 
Gioiosa Guardia per l' esigenza della gabella stessa del 
pesce, nelle marine che lambivano il territorio di quella terra. 

Il 4 gennaio 1629, dovendo il gabelloto del pesce esi- 
gere la gabella da alcuni sciabacoti di Milazzo, che pesca- 
vano nella marina della Calcara — marina di giurisdizione 
reale di Patti, — un giurato della terra di Gioiosa, Gero- 
nimo Barberi, e il capitano di detta terra, Giovanni Giuffrè, 
con molti spagnuoli e comitiva di ufficiali e gente della 
medesima terra, armata mano, si recarono in detta marina, 
ove Bastiano Muciarello , commesso dell'appaltatore della 



- 12 — 

gabella dei pesci, trovavasi a domandare le ragioni della 
gabella. Il padrone della sciabica voleva pagare, ma il giu- 
rato e il capitano di Gioiosa Guardia minacciarono quei 
marinai di carcerazione, se avessero pagato la gabella al 
commesso, perchè quella marina — essi dicevano — appar- 
teneva alla terra di Gioiosa, Gli uomini della sciabica fug- 
girono allora verso Milazzo; e il commesso con poche altre 
persone di Patti presenti protestarono, essendo quella ma- 
rina di giurisdizione reale e della città di Patti : quindi si 
ritirarono senza avere potuto esigere la gabella. 

Questi fatti riferivano i giurati Francesco Licari , Ge- 
ronimo Marziano, Baldassare de Arizzi e Antonuzzo Maien- 
za — con lettera del 9 gennaio 1629 — al viceré don Fran- 
cesco Fernandez de la Cueva duca di Albuquerque, invo- 
cando provvedimenti per evitare rappresaglie e gravi in- 
cidenti. 

Non dormivano però dall'altro lato; e Lorenzo Fer- 
lazzo di Gioiosa, per atto in notar Placido Tinghino di 
Patti del 22 gennaio 1629, si faceva rinunziare la carica di 
vice portulano di Patti da, Domizio Marescalco, durante la 
sua vita, per onze duecento, pagate per mani di Vincenzo 
Calcagno, suo procuratore, nella Regia Tesoreria generale. 
Così, essendo il Natoli vice-almirante, il partito del vescovo 
veniva a tenere in mano i due uffici più importanti per la 
giurisdizione di quelle marine, e specialmente per lo scaro 
di S. Giorgio. 

Con lettera del 27 marzo 1629 , i giurati di Patti scri- 
vevano al viceré : « Patria generare a questa città di S. M.^ 
sue marine et ginrisdisioìie reale gran pregiudisio V esser 
detto officio in mano del Fcrlaszo dovendo restare ad Jiabi- 
tarc con sita casa in detta terra, mentre oggi nonostante 
che la città sta nella stia quieta e pacifica possessione delle 



— 13 — 

marine della Calcara, S. Giorgio et Zappardini, come reali 
stare soggette tutte all' officio del detto vicc-portitlaiiu , ha 
preteso detta terra et soi hcd)itatori — terra baronali' et 
vassalla del A'.'"" Vescovo di questa città — volersi occu- 
pare dette marine pretendendo esser baronali e non reali 
di Sua Cattolica Maestà; et perciò facilissima cosa saria 
stata che restando ad habitare in detta terra havesse detto 
Ferlasso, come quello die e una delle potenti persone di 
ricchessa et di picìia intesa col R.'"° Vescovo , per haver 
stato più anni affiti alare di detta terra, ci di far et per- 
mettere che si facesse alcuni atti pregindiciali alle delle ma- 
rine et reali giurisditioni di questa città di S. M.^ ; ragioni 
et cause bastanti che da per se stesse sensa altra lettera 
mossero V. E. et TribM predetto a provvedere come prov- 
vede et ordina che dovesse servire a commorare habitat ore 
tu questa di dove è viceportulano, et dove è il ristretto del- 
l'officio predetto et officiali come sono nmestro notaro, por- 
tuaro e misuratore ». 

Ma il Ferlazzo, favorito dal vescovo , — cui premeva 
che queiroflìcio fosse in meno dei Gioiosani e lontano da 
Patti — nonostante le intimazioni fatte dai giurati di Patti 
e i loro reclami al viceré, tenne l'officio in Gioiosa Guardia (1). 



(i) Ciò durò fino all'anno 1636, quando venne il regio visitatore 
che , non avendo trovato 1' ufficio in regola, condannò il Ferlazzo a 
pagare onze ottanta , e 1' ufficio fu venduto al primo offerente. Si 
trova, nel registro 1635 1636 della Corte giuratoria di Patti , in data 
del maggio 1636, un ordine di don Luys de los Cameros, giudice or- 
dinario del tribunale di Regia Monarchia (quello stesso che fu nomi- 
nato nel 1652 vescovo di Patti , nel 1658 arcivescovo di Monreale , e 
nel 1668 arcivescovo di Valenza, e di cui si dovrà parlare nel conflitto 
tra la città di Patti e il reggente don Ascanio Ansatone) di eseguirsi 
e di osservarsi 1' atto di compra al primo efferente dell' officio di vi- 



— 14 - 



La Deputazione del Regno aveva assegnato il credito 
di scudi tremila — che l'Università di Patti le doveva per 
tande arretrate — a Pietro Crispo in conto del capitale 
della sua rendita, al quale i giurati dovevano corrispon- 
dere l'interesse del 5%,, secondo l'ordine del vicerò: e ben- 
ché il peso del capitano d'armi a guerra avesse ridotta la 
città alla miseria, essi cercavano, nel febbraio del lò29, di 
poter pagare , trovando il compratore delle soggiogazioni 
delle gabelle. E il viceré che fin dal dicembre 1628 aveva 
scritto ai giurati di fare un grazioso donativo al Re, non 
vedendo arrivare il denaro , fave va orecchio da mercante 
alle domande dei giurati, e scriveva nuovamente doman- 
dando soccorsi di denaro per l'assistenza di Fiandra e di 
Milano, per l'accasamento della regina d'Ungheria e per 
molte altre urgenze. I giurati rispondevano, il 14 marzo 
1629^ che avrebbero fatto il possibile, benché "gravati dalle 
grcsse tende da pagarsi alla Regia Corte e alla Deputa- 
zione del Regno. Infatti, essi si erano rivolti al vescovo 
Napoli — col quale il dissiduo era ancora larvato — per 
avere in prestito quattrocento onze, ed esso aveva accon- 
sentito, contentandosi di averle pagate con l' introito dei 
feudi della città. Quindi essi aspettavano l'autorizzazione 
per fare detta obbligazione ; e pregavano il viceré di ac- 
cettare questa somma per grazioso donativo al Re in 



ceportulano di Patti in persona di Giovanni Giuffrè di Gioiosa , che 
doveva tenere l'officio durante la vita di Ferlazzo. Ma il Giuffrè ven- 
dette subito quell'officio ad Antonino d'Amico del casale Montagna, 
e la vendita fu approvata con lettera del 20 agosto 1636 da don Luigi 
Moncada principe di Paterno , duca di Montalto e di Bivona , ecc. , 
luogotenente e capitan generale del Regno. 



- 15 - 

Segno del loro affetto, e che la loro volontà di servire Sua 
Maestà sarebbe maggiore, se non fosse la grande oppres- 
sione e i pesi della città , dei quali se essa fo<^se sgravala 
mostrerebbe Vajfello grande e la fedeltà al sito Signore. 

In termini più chiari : il viceré diceva ai giurati che 
se volevano ottenere qualche cosa dovevano mandare 
graziosi donativi, e i giurati rispondevano che essi avreb- 
bero fatto importanti donativi qualora fosse stata agevo- 
lata la cittu. 

La questione per l'esigenza della gabella dei pesci 
nella marina della Calcara andava ingrossando, perchè i 
giurati di Gioiosa Guardia avevano proibito all'appaltatore 
di Patti di esigere la gabella in quella marina. Gl'interessi 
di Patti erano seriamente minacciati, anche perchè il vi- 
ceportulano Ferlazzo , naturalmente, agevolava le pretese 
della terra di Gioiosa, sua patria, E i giurati di Patti scri- 
vevano al duca di Albuquerque che essi finalmente difen- 
devano la giurisdizione reale di quelle marine, e una città 
tanto pronta alla obbedienza e fedeltà di S. M. non doveva 
soffrire pregiudizio. 

Il dottor \'incenzo Natoli , da canto suo, faceva un al- 
tro reclanr.o, nel maggio 1629, dicendo che i giurati vo- 
levano fargli pagare la gabella di tari sedici la salma sopra 
il frumento. Questa gabella — egli diceva — non era ob- 
bligato di pagarla come forestiero, padrone e arbitriante 
di tonnara per amplissimi privileggi a lui concessi dal Tri- 
bunale del Real Patrimonio e dalla Deputazione del Regno. 
Ma i giurati, con lettera del 19 dello stesso maggio, ri- 
spondevano al viceré che il Tribunale del Real Patrimonio 
aveva esentato dalla gabella del frumento che si produ- 
ceva nel territorio di Patti o che entrava per mare e per 
terra — gabella imposta per pagare il soldo delle guardie 



■^ 10 — 

di piedi e di cavallo, taiide e donativi regi — solamente 
le persone ecclesiastiche e i padri di dodici Agii ; sicché 
gii arbilrianti delle tonnare di S. Giorgio e di Rocca- 
bianca dovevano pagare, come p;igava la tonnara d' Oli- 
veri (l). 



(i) La tonnara di Oliverl non solo pagava quella gabella, ma pa- 
gava anche , nel tempo della pesca , le due guardie della torre del 
capo Cifaglione. Nel registro dell' anno 1589-1590 della corte giurato- 
ria di Patri , si può leggere una lettera dei giurati, in data del 26 a- 
prile 1590 , diretta al molto magnifico signor Angustino Ciloni , pa- 
drone della tonnara di Oliveri , ove essi dicevano che la tonnara di 
Oliveri aveva sempre ab antiquo pagato i guardiani del capo Cifaglione, 
e lo pregavano a soddisfarli della mesata di maggio e giugno. Infatti, 
si vede anche la ricevuta fatta da Domenico e Giuseppe Grifo guar- 
diani del capo Cifaglione al magnifico Angustino Ciloni , citttadino 
della città di Messina, per maggio e giugno. 

L' avvocato G. Palmisano , nella sua relazione sui « Dtrilti di 
marfaraggio [tonnara di Otiveri] » già da me citata alla nota (6j, dà 
alcuni cenni storici su questa tonnara traendoli dal registro delle So- 
crezie e dal Capibrevio di Giovan Luca Barberi, conservati nell'Archivio 
di Stato di Palermo , e dall' opera del D' Amico, patrizio messinese. 
A me pare però che vi sia confusione tra la padronanza della tonnara 
e la baronia del castello e terra di Oliveri. Nella concessione , fatta 
il IO gennaio 1365 dal re Federico III in Catania , a Vinciguerra di 
Alagona, si parla di terra e castro di Oliveri ( Liverlj ) , ma non di 
tonnara : e sì che la tonnara di Oliveri era in piena attività al tempo 
del re Ruggero : tanto che l'arabo geografo Efrisi nel « Libro di Re 
Ruggero » scriveva di Oliveri : « È bello e grazioso casale con un 
gran castello in riva al mare. Possiede anche un bel porto , nel quale 
si fa copiosa pesca di tonno». Può darsi, come al tempo di Bartolomeo 
Gioeni, che le due signorie fossero restate per qualche tempo riunite 
sotto lo stesso signore ; però le concessioni erano diverse. IMa non è 
qui il caso di trattare questa quistione. 

Il vescovo di Patti vantava la decima sulla tonnara di Oliveri , e 
a questo proposito il D'Amico asserisce che , dopo un giudizio nel 
quale intervenne anche il regio fisco , fu fatta una transazione tra 



— 17 — 

Per la gabella sulla tonnina, avendo insistito il Natoli 
che si dovesse pagare dai soli cittadini pattesi, e non dai 
forestÌLM-i, il viceré per via del Tribunale del Real Patri- 
monio aveva deciso che si dovesse pagare la gabella sulla 
tonnina fresca che si consumava in Patti e suo territorio, 
restando esclusa quella che si esportava ; e a tale scopo 
scriveva ai giurati di Patti d'informarlo della quantità che 
si smaltiva dai cittadini di Patti, affinchè riconosciuta la 
veritcì, si potesse provvedere dal Consiglio Patrinioniale. E 
i giurati , con lettera del 21 dello stesso maggio, risponde- 
vano che un terzo (10 cantarci) della tonnina trescasi con- 
sumava dai pattesi, e due terzi (20 cautara) si esportava. 
Benché il Natoli non si contentasse di quell'asserzione, non 
pareva perciò lontana una soluzione. 

Ma se la questione col Natoli si manteneva calma, non 
era così per quella coi Gioiosani. Infatti, poco dopo, il giu- 
rato Antonuzzo Maienza, nell'assenza degli altri tre giu- 
rati, scriveva al viceré: « per la temerarietà delli officiali 
ed agenti della terra di Gioiosa, terra baronale di NJ" Sig.''" 
Vescovo RevJ^°, che intesero appropriarsi la giurisdizione 
Ideale delle marine di questa città, prohibendo di riscuotere 
la gabella dei pesci nelle marine della Calcara S. Giorgio 



Bartolomeo Gioeni e il vescovo di Patti Filippo Ferrerio, 1' ii agosto 
1406, in Notar Lorenzo di Nota di Catania, con la quale il Gioeni si 
obbligava pagare alla Mensa \'escovile di Patti una prestazione di onze 
cinque all' anno nel giorno della festa di S. Bartolomeo , invece della 
decima dei tonni pretesa dai vescovo. Il canonico don Nicola Giar- 
dina , nella sua « Crotiaca del Vescovato di Patti » , scrive che il ve- 
scovo Bernardo di Figueroa — eletto da Ferdinando I di Castiglia per 
lettere regie del 12 maggio 1414, e morto nello stesso anno — riven- 
dicò alla aniiìiinistrazione della chiesa di Palli, i drilli sulla tonnara 
dì Oliveri, allora posseduta da Eleonora Centelles. 



— IS -=- 

et Zapparditii, fu ordinalo per via del Trihuìiale del Recti 
PatrinìOìiio al siiidiealore di questa s' iìiforiìiasse la detta 
marina fosse giitrisditioiie Reale, et se così prendesse in- 
formationi dei colpevoli, per il cjuale si presero et inviatosi 
a detto Tribunale et parimenti havendo restato si è servito 
della R. G. C. possedersi lettere di maniitentione di persone 
di detta marina quali presentati al Z)'' Antonino Barresi 
capitano d' armi in questa, fu per detto cap^ d' arme in- 
giunto fra li altri il D'' Giovanni Domenico Barberi prò 
giudice e sotto pena di onse duecento non debba perturbare 
li gabelloli delti pesci in dette marine. Il quale poco conto 
fece deiringinntione, perchè havendo andato il 23 maggio 
Francesco Catanesi et altri compagni nella marina di S. 
Giorgio ad esigere la gabella, si presentò il Barberi con 
altre quindici persone con scopette scimitarre et bastoni pr ohi- 
bendo l'esationi jninacciandoli di tagliarli a pessi ^ et se 
fossero andati alla marina delti Zappardini per esigere la 
gabella avertano trovato li Curlurilli, et presero detto Fra- 
cesco Catanesi nella marina di S. Giorgio et lo disarma- 
rono, et siamo informati quello essere nelle carceri della 
città di Randasso, con gran comitiva di persone. Anche 
fu necessario fare accusare et denunciare li presenti dal 
Sindico di questa per la Corte Capitaniate, et furono prese 
le debite informationi che si trasmettono affinchè V. E. si 
accelerasse alla esecutione della giusti! ia acciò li malfat- 
tori et colpevoli vengano puniti. 

Bisogna notare^ per la verità dei fatti, che il giurato 
Antonuzzo Maienza era il più spassionato tra i giurati; 
ed anzi, nella lettera del 27 marzo 1629 contro il vicepor- 
tulano Ferlazzo, i tre giurati Geronimo Marziano, Fran- 
cesco Licari e Baldassare de Arizzi scrivevano al viceré 
che mancava la firma del giurato Maienza per essere stretto 



- 19 - 

parente del Feri a 330 e di pei idei ite dalla terra dì Gioiosa 
d'onde fu oriundo e tiene li soi beni in quel territorio. 

* * 

Mentre ferveva la lotta per la giurisdizione delle ma- 
rine della Calcara, di S. Giorgio e di Znppardini, i giurati di 
Patti cercavano fare una operazione finanziaria per potere 
pagare alla Regia Corte e alla Deputazione del Regno le 
tande arretrate, e per offrire un grazioso donativo al Re. 
Si sarebbero così liberati del capitano d'armi D'' Antonino 
Barresi, delegato dalla Deputazione del Regno per il paga- 
mento del donativo, — il quale delegato doveva avere pa- 
gate le giornate dalla città — e avrebbero attirato col do- 
nativo, in quei difficili momenti, il favore del governo sulle 
loro amministrazione. Infatti, per atto del 25 giugno 1629, 
in notar Paolo Mulo, i giurati di Patti vendettero a Gian- 
forte Natoli principe di Sperlinga la gabella di tari 2 grani 2 
e piccioli 3 sopra ogni salma di frumento entrato nella 
città di Patti, suoi casali e territorio per mare e per terra, 
nonché prodotto e raccolto nel territorio suo e dei suoi 
casali, per la somma di onze quattromila. Così furono pa- 
gate onze tremilacinquecento alla Regia Corte e alla De- 
putazione del Regno, destinando inoltre mille scudi per il 
grazioso donativo offerto al Re , di cui il viceré ringraziò 
i giurati con lettera del 29 giugno 1629 , autorizzandoli a 
pagarsi le spese incontrate per questa operazione. 

Ma il 30 giugno — essendosi sparsa notizia che il dottor 
Alessandro Proto si era ingerito a prender processo per 
giuliana delti terra^sani della terra di Gioiosa contro essa 
città per la lite vertente tra essa città et quei tcrrassani 
per la giurisdizione Reale delle marine di S. Ti/'" — una 
grande folla di cittadini accorsa nella pubblica piazza della 



- 20 - 

città richiese ai giurati clic radunassero il Consiglio a suono 
di campana. E poco dopo, formatosi il Consiglio pubblico, 
ili deliberato che il dottor Proto dovesse essere destcrrato 
dalla città di Patti, e che né esso ne i suoi eredi e suc- 
cessori potessero essere pili ufìiciali della città , e che si 
provvedesse acciò altro cittadino non venisse ad essere 
contrario alla propria patria (l), 

il dottor Alessandro Proto in un suo memoriale inviato 
al duca di Albuquerque cercò giustificarsi accusando i giu- 
rati Geronimo Marziano e Antonuzzo Maienza di averlo 
infamato. Costoro avevano asserito che il Proto fosse av- 
vocato degli ufficiali della Gioiosa contro i giurati di Patti, 
avendo il procuratore fiscale Domenico Cicala consegnato 
alcune scritture di detta causa a lui, e ciò essere contro il 
servizio di S. M'-^ — poiché la lite era solo per difendere 
la giurisdizione reale — e contro il bene pubblico della 
città. 11 dottor Proto assicurava il viceré che tutto ciò era 
contro la verità, e che egli non era stato mai avvocato né 
procuratore degli ufficiali della terra di Gioiosa Guardia, 
né mai egli era stato contrario al servizio di S. M., anzi 
aveva servito in diverse occasioni e officii la giurisdizione 
reale: quindi egli domandava al viceré che avesse dato or- 
dine che i detti giurati e le persone che erano intervenute 
al Consiglio fossero puniti , che fosse cancellata la dehbe- 
zione del Consiglio come non avvenuta e reintegrata la 
fama di lui. 

Il duca di Albuquerque spedì il memoriale del dottor 
Alessandro Proto ai giurati^ domandando informazioni del 



(i) V. neir Archivio municipale di Patti i verbali dei Cofisigli 
pubblici dal 1590 al 1670. 



- 21 — 

fatto; e i giurati Geronimo Marziano e Antonuzzo ^[aien- 
za — nell'assenza degli altri due giurati che si erano recati 
in Palermo — rispondevano, con lettera dell'S agosto 1629, 
ove essi mettevano le cose a posto, esponendo i fatti. Que- 
sti erano avvenuti ben diversamente da ciò che semplice- 
mente rappresentava il Proto. Da qualche tempo gli uffi- 
ciali di Gioiosa Guardia, terra baronale del vescovo di Patti, 
avevano in m.ente di occupare le marine di Calcare, Saliceto 
S. Giorgio e Zappardini, le quali essendo di Regio Dema- 
nio , la giurisdizione reale di esse, tanto civile che crimi- 
nale, era stata esercitata sempre dagli ufficiali ordinari 
della città di Patti nella qualità di ufficiali regi. Sotto vana 
pretensione^ gii ufficiali di Gioiosa Guardia, nsttrpaiidosi 
la reale i^iiirisditionc d'officiali della detta terra baronale, 
aiutati e fomentati dal favore del Vescovo di Patti , ave- 
vano più volte impedito che si riscuotesse la gabella dei 
pesci, imposta per il pagamento delle guardie di dette ma- 
rine, ed essendo andato il gabelloto con alcuni ufficiali e 
compagni del capitano della città per braccio di ginstisia, 
essi percossero il gabelloto e suoi commessi non solo, ma 
si dettero a perseguitare con vendette e incendio dei beni 
detti ufficiali e compagni; e quando poterono, col soccorso 
di molta gente armata, averli in mano, fecero subire loro 
anche carcerazione e maltrattamenti. Per lettere viceregie 
fu incaricato il Sinticatore, che si trovava in Patti, di as- 
sumere informazioni, per le quali avendo egli veduto die 
tutto quel tratto di ìiiarina era di giurisdizione della città 
di Patti, fu mosso processo contro i colpevoli. Venuto il 
procuratore fiscale delegato Domenico Cicala, i giurati di 
Patti presentarono a lui l'incartamento necessario, per il 
quale cliiaranientc si andava dimostrando quanto fosse stata 
temeraria la pretensione degli officiali di quella terra ba- 



22 — 

rollale. « El — soggiungevano i giurati di Patti — avendo 
citato il procuratore Cicala gli officiali di detta terra, si è 
presentato il Sindico di Gioiosa et alcuni officiali ^ i quali 
cercarono l'incartamento presentato dalla città di Patti al 
Cicala per potere fare il loro contrario, dicendo che per ciò 
havrebbero portato il loro avvocato o procuratore per pi- 
gliare filo. Come furo licentiati dal delegato per venire col 
detto loro avvocato o procuratore ritornarono et con essi il 
/)/ Alessandro 1 roto cittadino di questa città, al quale a 
instaura delti sudetti officiali di detta terra si consegnò e per 
detto Proto pigliato per consegnato detto incartamento quale 
per breve speditione di detta causa detto Proto lo portò con 
avercivi fatto ricevuta nello stesso officio et dopo quello 
haver restituito havendo portato detti officiali il proprio 
loro incartamento », 

1 giurati di Patti proclamavano, nella loro lettera, tale 
opera indegna di un buon cittadino , quale il Proto si van- 
tava di essere nel suo memoriale, e seguitavano la] narra- 
zione dei fatti. 

« Fu tanto l'ardire del detto Proto — essi scrivevano — 
che conferutosi nella piazza p*^'^ di questa città incominciò 
fortemente a sclamare dicendo non esser vero che li offi- 
ciali di detta terra si haviano usurpato la regia giurisdi- 
tione, ma che li usurpatori di quella erano stati li officiali 
di questa città passando piìi oltre in altre molte parole per 
le quali si ebbe ad attaccare tra detto Proto et alcuni cit- 
tadini religiosi et altri rumore et differenza tale che se non 
fosse stato che da parte nostra si havesse andato rime- 
diando facilissima cosa saria stata di aver successo cosa 
di peggio; delli quali soi andamenti più chiaramente si 
andò sempre scorgendo esser stato in detta causa il detto 
Proto l'avvocato contro S. ÌNF^ et contro essa città sua pa- 



— 23 - 

tria in favore di detta terra di Gioiosa giungendosi a que- 
sto tanto più essendo il Proto assessore del Vescovo il quale 
foineìila detta causa et come padrone di detta terra quella 
protegge et giuntosi di pili che nella stessa causa si havesse 
detto Proto mostrato sospetto et contro affatto. Perciocché 
altre volte in questo stesso tempo che ha preteso detta 
terra dette marine havendosi in virtù di lettere di manu- 
tentione di possessione di esse a nostra istanza da V. E. 
ottenuto di ordine del D.'' Antonino Barresi delegato de- 
gente in questa città fatto a nostra istanza ingiuntioni pe- 
nali alli officiali di detta terra di non haversi a perturbare 
le persone, fu d'ordine della Corte vescovile monito il detto 
Barresi che sotto pena di scomunica non havesse da fare 
dette ingiuntioni a detti officiali travisando, per aver a spo- 
gliare affatto S'^ \P^ et questa terra della portione di dette 
marine reali, il tenore di dette ingiuntioni , come per me- 
moriale a V. E. dato per via della R. G. C. Criminale et 
delle ingiuntioni fatta et monitorio in questo inclusovi è 
stato altra volta quando fu destinato detto delegato Cicala 
ne fu Y. E. informato et detto monitorio sottoscrivendovi 
il Vicario di detta Corte et detto Proto come asses<^ore, per 
la qualcosa fattane istanza et propostosi che per haversi 
sempre mostrato in detta causa detto Proto contro S. M. 
et contro questa città sua patria in favore di detta terra 
dovessimo congregare Consiglio di haversi a desterrarsi 
detto Proto et non haver a concorrere ne soi eredi piìi ad 
officio di detta città. Pcrsuasimo noi intanto questo popolo 
a che non dovessimo a questo divenire senza espresso 
ordine di V. E. et così congregatosi questo Consiglio fu 
comunemente accordato et concluso come per quello V. E- 
resti servita ordinare che si confermi e si disterri detto 
Proto e si dichiari non dovere nò potere esso e neanco i 



— 24 - 

suoi eredi più concorrere ad offìcii di questa città, con- 
forme alla nota di detto Consiglio ». 

In appoggio della loro conclusione i giurati aggiunge- 
vano che sempre il dottor Proto si era mostrato contrario 
alla sua patria in molti affari e negozi , massime in tutti 
quelli che la città teneva col vescovo, dal quale egli di- 
pendeva, e che altra volta il Proto era stato condannato 
dalla R. G. C. come usurpatore della regia giurisdizione. 

Che il vescovo don Vincenzo di Napoli fosse magna 
pars nella iiuestione di giurisdizione, che apparentemente 
si svolgeva tra la città di Patti e la terra di Gioiosa Guar- 
dia, non si può negare in alcun m.odo, e verrà confermata 
maggiormente dal seguito dell'esposizione di quella verten- 
za. Infatti, nell'agosto del 1629 stesso, il vescovo Napoli fece 
sua apertamente la questione della giurisdizione delle marine 
di Calcara, Saliceto, S. Giorgio e Zappardini; e i giurati di 
Patti, in data del 26 agosto scrivevano al viceré che per 
causa della giurisdizione delle marine die il Vescovo vo- 
leva appropriarsi, vi era bisogno per ranno venturo per 
il Governo dei Giurati persone alle a difendere la giuri- 
sditione Reale, quindi essi proponevano il dottor Andrea 
Fortunato, il dottor Bonaventura Marziano, don Giuseppe 
Cenere Regio Secreto della città e il dottor Antonio Chi- 
tari, e per le informazioni avrebbe potuto il viceré rivol- 
gersi al procuratore fiscale Gio-Domenico Cicala, il quale, 
per essere stato a Patti, era a gioi'no di tutto. 

Ma il vescovo per intimorire i giurati ricorse ai grandi 
mezzi, e senza altro , il 26 agosto stesso, scomunicò tre dei 
giurati, ossia Francesco Licari, Geronimo Marziano e Bal- 
dassare de Arizzi. Infatti , il quarto giurato , Antonuzzo 
Maienza, la sera stessa del 26 scriveva una lettera che 
consegnava al frate Onorio Leto dei Minori Conventuali, 



— 25 — 

cittadino piittese , per recarla personalmente, e benché la 
lettera manchi dell'indirizzo, io suppongo fosse diretta al 
giudice di Regia Monarchia. Ecco qui la lettera: 

« 111.'"° et Rev."^° Sig.''^' — 11 Padre Onorio Leto da 
Patti Commissario provinciale del Convento di San Fran- 
cesco di questa cittù narrerà a V. S. III.'"-^ l'aggravio fatto 
dal Vescovo di questa città alli giurati miei colleghi quali 
ha scoiìiiiìiicati in scviptis et con In campana maggiore 
dopo l'appelatione legittima et per causa che consta tutto 
il contrario per le scritture che vengono a V. S. 111.'"''^ 
quale supplico che attesa l'ingiustitia et oppressione iniqua 
voglia dichiarare nulla detta scomunica come è di ragione 
perche possino gli altri Giurati attendere al servigio di 
S. M.'^ et alla difesa della giurisditione regia come hanno 
fatto fin hora che perciò V odia mortalmente il Vescovo. 
Raccomando a V. S. 111."" la prestezza di questo negotio 
perchè tutta la città è tribolata, rimettendomi in ogni cosa 
al detto Padre et senza più me l'inchino ». 

Questa lettera è un bel documento del coraggio dei 
giurati delle città demaniali nel difendere i loro diritti con- 
tro chiunque, dell'oltracotanza episcopale e dell' antagoni- 
smo tra preti e frati, specialmente dell' ordine di S. Fran- 
cesco, i quali ultimi perciò spesso, in casi simili, si trova- 
vano a parteggiare pei cittadini. 

La vertenza, anchò perchè ben presto furono eletti i 
nuovi giurati, pareva sopita, almeno nelle sue manifesta- 
zioni rumorose, quando nell'ottobre del 1630, i giurati don 
Michele F'ortunato (1) , Baldassare de Arizzi, don Giuseppe 



(i) Don Pietro, don Michele, il dottor don Andrea e don Giuseppe 
Fortunato e Huemada erano figli del dottor don Francesco Fortunato 
e Fortunato , oriundo spagnuolo della città di Granata, il quale fu in 
Palermo avvocato fiscale del Tribunale del Real Patrimonio nel 1586 , 
mastro razionale del Real Patrimonio nel 159 1, e dopo qualche anno 
Presidente del Concistoro , nella qnale carica morì in Palermo. 



— 26 - 

Cenere (1) e Giuseppe Tinghino scrivevano al viceré che 
avendo essi nomintito Andrea Cenere deputato alle guardie 
delle marine durante il contagio morboso d'Italia, custui, 
veduta una fregata nella marina di S. Giorgio , giurisdi- 
zione della città di Patti, le fece intimare dalle guardie 
l'ordine di partire. Il capitano della fregata mostrò allora 
una patente di sanità della terra di S. Nocito (2), del regno 
di Napoli, e questa patente portava dietro il visto con tre 
firme, che egli assicurò essere le firme dei giurati e del 
mastro notaro della terra di Gioiosa. Il deputato Cenere e 
quattro guardie, veduto ciò, dettero ordine alla fregata di 
partire, e restarono nella notte a S. Giorgio alla custodia 
del posto. 

« La mattina allo spuntare del sole — scrivevano nel 
loro stile pittoresco i giurati di Patti — si videro assaltare 
da una grande moltitudine di persone armate di scopette 
et archibugi, in più di duecento persone, tra i quali Giov. 
Pietro Cortolillo, Domenico Cortolillo, Alessandro Barberi 
et altri che dicevano essere compagni del capitanio et con 
essi molti parriiii armati con scimitarre et bastoni, et in- 
cominciarono a gnÒRve ferma ferina a questi, correndo con 
le scopette alle mani calando li cani et mettendo corde 
alli archibugi, strinsero in mod() detto deputato et guardie 
che r havevano soffocati, et attaccarono detto deputato et 
Antonino Calcagno nonostante che li dicevano: « avver- 



(i) Don Giuseppe Cenere Regio Secreto della città successe al 
padre don Antonello , morto a ii marzo 162.1 , dopo aver tenuto la 
carica di Secreto per quaranta anni , dal 1581 al 1621. Antonello 
Cenere aveva ottenuto il privilegio di don con decreto del 30 marzo 
i6is > che fu ripetuto il 3 ottobre 1630 in favore del figlio Giuseppe 
e successori Don Giuseppe Cenere morì neli' aprile del 1653 , ed i 
suoi beni furono incorporati dalla Regia Corte. 

{2j S. Niceto, ora S. Lucido, vicino Paola, 



— 27 — 

tite a quel che facile die noi siiiìuo depiilati et guardie della 
Sanila et citslodiamo questo nostro posto », se li portare 
verso detta terra della Gioiosa , et non contenti di questo 
trassero esso di Cenere deputato et di Calcagno soldato et 
li mandarono carcerati nelle carceri di S. Angelo per stra- 
pazzarli in dispregio di questa città e del Reale servigio. 
11 che havendone stato riferito aggiuntatone col cap'"^ don 
xMiquel Velasquez (l) capitanio et capitano d'arme a guerra 
di questa città, deliberammo andar sopra loco in detto 
scaro con quattro compagni et due porteri a prender veri- 
dica intor."*' del latto; atteso prima a placare l'ira di questi 
cittadini facendoli ritirare nella città, ne conducemo in d" 
posto et marina di S Giorgi dove in arrivare tre persone 
sopra la torre del fondaco, una delle quali si conobbe es- 
sere Alessandro Barberi della detta terra, incominciarono 
a far fumo sopra detta torre, a quel segno di fumo si vid- 
dero apparire alquanto distanti da detta torre, una mol- 
titudine di persone che calando abbasso andavano ingros- 
sando sopra un' erta discoverta da detta torre, et molte 
persone sparse per la campagna s' andavano ammassando 
et chiamando 1' un 1' altro dicendo « Calati Calati », spa- 
rando alcune archibugiate da lontano accompagnando il 
segno del fumo sopra detta torre; et domandando detto ca- 
pitano al detto Alessandro Barberi per che causa havia 
fatto detto segno di fumo — che siamo Turchi noi? (2) — 



1 1) Il capitano don INIichele Velasquez fu nominato capitano di 
armi a guerra con patente del 27 luglio 1630 , e con patente del 31 
dello stesso luglio capitano della città o capitano di giustizia (capitanio) 
dal duca di Albuquerque. 

(2) Nelle istruzioni dei viceré , comunicate per via della . Depu» 
tazione del Regno , sulla sorveglianza delle torri marittime che custo- 
divano il littorale, vi era che i guardiani delle torri , appena scorges- 
sero a distanza vascelli corsari turchi o barbareschi , dovevano darne 



— 28 — 

et che significa detto abbassarsi di genti armate et sparare 
di archibugi. Il detto di Barberi negò haver fatto detto 
fumo, et ordinando detto capitano che calasse abbasso ad 
informare esso capitano et giurati, tampoco volse obedire, 
et perciò d° capitano et noi pigliato informatione d' alcuni 
marinai di Milazzo che muravano in d» scavo e d' altri ci 
parse ritornarci alla città, et non far altro motivo, ma av- 
visare V. E. del tutto, perciò mandiamo copia di dette in- 
formationi et lettere dell'ordine di V. E. al reg.*» della Sa- 
nità et note di carcere di d' soldati et deputato supplicando 
V. E. resti servito di ord.'» che siano castigati d' officiali, 
cap.'" et persone di detta terra che han commesso un tanto 
delitto disturbando la guardia di neg." tanto importante 
della Sanità, provocando questi popoli ad alcun attacca- 
mento di rissa notabile, come hanno fatto più volte, et sotto 
la guida di detti Cortolillo, et particolarmente di d." Giov. 
Pietro Cortolillo inimicissimo di questa città , a causa che 
nel mese di maggio p. p. fu ad istanza nostra fatto pren- 
dere dalli compagni del capitano d' arme Gaspare Lanteri 
et posto carcerato a nome di V. E. et R. G. C. come per- 
sturbatgri della Regia giurisditione et si haveva sotto le 
ingiuntioni fatteli dal procuratore fiscale Gio. Domenico 
Cicala allora delegato in causa, restando anco servita V. E. 
ord.''° che d," di Cenere deputato et di Calcagno soldato 
siano escarcerati da detta carcere di S. Angelo. Per ultimo 



avviso , se di giorno , con far fumo , se di notte, con far fuoco , per 
abbassare le milizie e tutti gli uomini, atti per la difesa, alle marine, 
per impedire lo sbarco e possibilmente dare loro la caccia. Il mare 
di Patti . per la vicinanza delle isole Eolie , ove i corsari turchi sole- 
vano rifugiarsi per slanciarsi inosservati sulle spiagge di Oliveri, della 
Marina di Patti e di San Giorgio , era infestato dalle navi ottomane, 
Ecco la ragione della domanda del capitano Velasquez. 



— 29 - 

supplichiamo V. E. gciubqiie fìcxis voglia sopra questo av- 
venimento fare giustiiia esemplare et con prestezza, perchò 
detti della Gioiosa piglieranno tanto ardire et temerità, che 
si dubita non sfochino la mansuetudine di questi popoli a 
disordinato sdegno. Non permetta Iddio che non succeda 
alcuna rissa fra li nostri cittadini et detti della Gioiosa 
mentre li sangui sono caldi ». 

Ad avvalorare sempre piìi l'opinione che, in fondo, la 
questione fosse mantenuta viva dal vescovo di Patti, sa- 
rebbe sufticiente il dire che i Cortolillo erano parenti stretti 
del dottor don Martino Cortolillo canonico arcidiacono della 
Cattedrale di Patti : se non lo dimostrasse quell'accorrere 
di molti preti {parriiii) armati di scimitarre e bastoni nel 
fatto di S. Giorgio, cosi vivamente descritto dai giurati 
di Patti. 

* 

Dietro i provvedimenti che si dovettero prendere dal 
viceré dopo i fatti narrati, la fase acuta dovette cessare, 
perchè nei registri seguenti della Corte giuratoria non si 
fa più parola di questa questione. 

Nel Formario delle grafie domandate et concluse nel 
Parlamento dell' anno 1633 et fatte et risolute a 10 gen- 
naio 1634 per S. E. (don Francesco Afan de Rivera duca 
di Alcalà) riportato nel registro del 1633-1634, ove la città 
di Patti domandava la risoluzione di molte questioni im- 
portanti, non si fa parola della giurisdizione delle marine 
di Calcara, Saliceto, S. Giorgio e Zappardini. 

Ma che le questioni col vescovo Napoli non fossero 
finite lo dimostrano alcune lettere dei giurati, avendo egli 
poco dopo sollevata la questione della gabella del salume 
per la sua tonnara di Roccabianca. Infatti, il 23 agosto 1634, 



- 30 - 

il giurato don Giuseppe Cenere, il quale - come si è vi- 
sto — era anche regio segreto, scriveva al duca di Alcalà 
che egli aveva fatto carcerare Pietro Villapinta pleggiario 
di don Giuseppe Fortunato ex-gabelloto del salume, debi- 
tore di onze quaranta all' Università. Ma il Fortunato as- 
seriva che questa somma doveva pagarsi dagli eredi di 
Gianforte Natoli principe di Sperlinga per ^erta quantità di 
tonnina , salata mentre egli teneva la gabella. Essendo il 
fatto successo a tempo di altri giurati credettero i giurati 
in carica di soprassedere per non entrare col Vescovo a 
maggiori disgusti pretendendo detto Vescovo non lasciare 
pagare detta gabella di estrazione di tonnina per essere 
della Sita tonnara. La cosa faceva più impressione perchè 
la tonnina salata, da che fu imposta la gabella del salume, 
era stata sempre soggetta a pagamento, e il vescovo Na- 
poli, che da venticinque anni era padrone della tonnara di 
Roccabianca, non aveva fino aVora sollevata difficoltà per 
quella esazione- Il giurato Cenere, anche a nome degli altri 
giurati pregava il duca di Alcalà affinchè la povera città 
non fosse abbassata con la potenza del Vescovo, avendosi 
dimostrato il Vescovo contrario interamente a detta città 
et a D. Micliele Fortunato giurato et fratello di detto 
D. Giuseppe. 

I giurati di Patti del tempo non a torto ritennero che 
il vescovo don Vincenzo di Napoli fosse contrario intera- 
mente alla città. Infatti, lo ebbero avverso non solo nella 
questione della giurisdizione delle marine, ma in molte altre 
questioni. L'opinione di quei giurati parrebbe urtare con la 
fama lasciata da quel vescovo per le opere compiute; ma 
questa contraddizione si spiega benissimo, poiché il ve- 
scovo Napoli, pur restando uno dei più illustri vescovi della 
diocesi di Patti, voleva la grandezza del vescovado sopra 



— 31 — 

tutto e contro tutti. Egli se avesse potuto avrebbe fatto 
della città demaniale una città episcopale , usurpandone 
la j;iurisdizione, rendendo nulli i suoi privilegi, spezzando 
gli ostacoli che si fossero infrapposti al suo sogno mega- 
lomane. È ben naturale quindi il continuo conflitto coi giu- 
rati, che i diritti della città gelosamente vigilavano. 

Se io non temessi di divagare, potrei citare altri fatti 
a dimostrare come il vescovo Napoli non avesse altra mira 
che il vantaggio del vescovado e l'asservimento della città 
alla propria volontà: basterà perciò uno solo. 

Non contento della questione delle marine e del rifiuto 
al pagamento delle gabelle del pesce e del salume per la 
sua tonnara, nello stesso anno 1634, egli sollevò un'altra 
questione. I cittadini di Patti avevano diritti di pascolo, di 
legnare e di far paglia nei feudi del territorio, (1) e tra 
gli altri sul bosco e tenere della Lupa, pertinenza del ve- 
scovado. Pensò il vescovo di spogliare i cittadini di questo 
diritto, ed avendo ottenuto, fin dal 5 aprile 1634, lettera del 
viceré per via della Regia Gran Corte — con la clausola 
che se la città pretende cosa in sgravio abbia da compa- 
rire — fece buttare bando a 20 ottobre, proibendo il pa- 
scolo nel feudo della Lupa. In una lettera del 24 ottobre 
al loro agente in Palermo, i giurati scrivevano che la città 
faceva istanza per non essere spogliata del jiis pasccndi 
che essa dacché vi è memoria di uomo ha tenuto e tiene 
tanto per il bestiame usuale quanto per il gregge. Quindi 



(i) Per il feudo della Masseria fu fatta una transazione tra la città 
e don Giuseppe Balsamo barone della Masseria , cittadino messinese, 
per atto in notar Giuseppe Brescio di Patti a 23 ottobre 1567, nella 
quale si stabiliva che ogni cittadino ed abitante di Patti potesse iar 
pascere una giumenta coi suoi seguaci, riserbandosi la città tutte le 
altre azioni, giurisdizioni e pretensioni. 



- 32 — 

i i^iurati domandavano che il viceré facesse revocare il bando 
del vescovo, o almeno che la città non fosse spon,liata del 
j'/ts pasco/di' senza conoscerne le ragioni, e se il vescovo 
pretendeva cosa in pregiudizio, avesse da ^//^;i!;/rY;'t' lui con- 
tro la città Jitris et ritus ordine servato, e non i giurati da 
convenuti diventare attori , il che pareva fosse lo scopo 
della parte avversa. Ma torniamo a bomba. 

In quanto all' esazione della gabella del pesce del 
salume, il vescovo, messo su quella via, sosteneva dovere 
godere la franchigia nella sua. tonnara. Nel 1635, essendo 
stato nominato giurato don Giuseppe Fortunato , fu fatta 
opposizione alla sua immissione nell' officio per il debito 
che ancora aveva delle quaranta onze, come ex gabelloto 
del salume , la quale gabella era allora applicata al re- 
stauro della chiesa di S. Ippolito. Costui si scusava al so- 
lito dicendo che era creditore di questa somma di Gian- 
forte Natoli principe di Sperlinga per resto rimasto ad e- 
sigere della gabella del salume , ma gli eredi di lui ave- 
vano rifiutato di pagare, perchè pretendevano che, essendo 
la tonnara del vescovo franca di gabella , il Natoli come 
affittuario non era tenuto a pagare. 

Con lettera del 19 dicembre 1635 il duca d' Alcalà de- 
cideva che, se il debito del Fcrtunato era liquido, pagando 
appena ricevuta quella lettera viceregia , si desse a lui la 
possessione, e che , se non era liquido , prestando idonea 
pleggiaria , gli fosse dato ugualmente il possesso. Cosi e- 
gli fu messo in possesso del suo ufficio a 4 gennaio 1636. 
Ma la questione si dovette trascinare ancora, come si vede 
da una lettera del vescovo di risposta ad una dei giurati, 
che si lamentavano di un monitorio minacciato loro dal 
dottor don Andrea Fortunato vicario generale del vesco- 
vato, durante 1' assenza del vescovo dalla città. 



- B3 - 

« Molto Spett." Sig.'* — In risposta della lettera delle 
SS.'''- loro dico che il D.'' D. Andrea Fortunato per Io ne- 
gotio del ìiioìiilovio quello che haveva fatto è stato di or- 
dine mio perchè ben si ricordano le SS'''^ loro che mi dis- 
sero che fariano tutto quello che di dovere ; ma tra tanto 
hanno fatto esigere la gabella. Sono contento che si so- 
spenda il monitorio insino alla mia venuta con che le 
SS/''' loro sospendano 1' esatione della gabella perche que- 
ste sono cose di coscientia e di censure che è quanto mi 
occorre dire per risposta alle SS''" loro alli quali pregho 
ogni salute. 

Delle SS-^ loro 

Librizzi 4 di settembre 163S. 

Aff.'"° ser/« 
Il Vescovo di Patti » 

Questa lettera era diretta ai giurati Antonino Donato, 
dottor Mariano Marziano, dottor Francesco Arlotta e dottor 
Andrea Proto, dalla terra di Librizzi^ di cui egli era conte. 
A questi giurati , più fortunati di quelli del 1629 che eb- 
bero la scomunica con la campana maggiore , non toccò 
che un ìiioiiitorio sospeso sulla loro testa come la spada 
di Damocle. In ogni modo nel 163S come nel 1629 il siste- 
ma del vescovo era sempre lo stesso. 

* 

La quistione della giurisdizione della città di Patti col 
vescovo Napoli e con la terra di Gioiosa Guardia non era 
nuova. Nel 1445 , il viceré Lopez Ximenes — secondo il 
canonico Giardina, che lo ha rilevato dal volume 2 de fan- 
datioìie dell' archivio della Cattedrale , — ordinò agli offi- 
ciali di Patti di non inlronicltcrsi ne esercitare alcuna gin- 



— 84 -- 

risdimone nelle terre di Gioiosa, Lihri^zi e SS. Salvatore, 
e specialmente nel territorio di S. Giorgio , appartenente 
alla terra di Gioiosa, e:^sendo di mera e sola giurisdizione 
episcopale , spettando al vescovo la elezione dei giudici ci- 
vili e criminali, ed il diritto di esigere i rispettivi tributi 
nel modo che praticano e possono praticare gli altri Ba- 
roni del regno. 

Anche non volendo discutere qual valore possa avere 
queir ordinanza viceregia del 144"^ salta subito agli occhi 
di chi non sia totalmente profano alle consuetudini di quei 
tempi, che quella questione di giurisdizione non era preci- 
samente la stessa di quella sorta nel 1628. 

lo potrei dunque fare a meno di discutere l'ordinanza 
del Ximenes, sapendosi da tutti quale valore provvisorio 
avessero le lettere dei viceré, che spesso anche nel breve 
tempo del loro governo venivano disdette le une dalle al- 
tre, e in tutti i casi pensava il successore ad annullarle. 
Che dire poi quando questa ordinanza veniva emanata sotto 
il regno di Alfonso di Aragona, nel momento della più gran- 
de confusione prodotta — come scrive il Palmisano (1) — 
dall'anarchia che si era insinuata in ogni ramo dclVorga- 
nismo sociale negli ultimi anni della dominazione Angioina, 
quando i baroni, non paghi di avere accresciuto con so- 
prusi la tirannia della loro potenza, vollero persino cimen- 
tarsi colVautoritcì regia, usurpandone le prerogative. 

Il re Alfonso aveva pensato rivendicare quelle usur- 
pazioni, pretendendo 1' esibizione dei titoli delle loro pro- 
prietà dai baroni e prelati, ma essi si rifiutarono e porta- 
rono le questione al Parlamento. E Alfonso, specialmente 



(i) Relazione, già citata nella nota 6, sui « niri^ di marfarag- 
gio [tonnara di Oliver i ». 



nei primordi del suo regno, per non rendere odioso il nuovo 
dominio, cedcf.te più volte alle pretese dei baroni e pre- 
lati, per la qual cosa fu chiamato Maguauimo. Da ciò 
quella serie di concessioni date e ritirate, quella instabilità 
e confusione dei limiti tra la giurisdizione reale e baro- 
nale^ che toccò la nota più acuta dal 1442 al 1446. Basare 
dei diritti, non sopra un' ordinanza viceregia, ma anche so- 
pra un rescritto regio di quel tempo^ è un voler fabbricare 
sopra un terreno incerto e franoso. Lo storico moderno 
ha bisogno di altro. 

L' ordinanza fatta ai giurati di Patti, nel 1445 , di non 
esercitare giurisdizione specialmente nel territorio di San 
Giorgio, ammesso anche l'esattezza testuale della ragione, 
ossia perchè di lucra e sola giitrisdisione episcopale , non 
risolverebbe per nulla la questione della giurisdizione di 
quella marina, di cui l'ordinanza non si occupa. Se la mera e 
sola giurisdizione episcopale si riferisse alle terre di Gioiosa 
Guardia, Librizzi e SS. Salvatore, io potrei anche accet- 
tarla senza discussione — anche perchè non mi preme — 
ma trattandosi per S. Giorgio, non bisogna scordarsi che 
vi era stata la concessione della tonnara, territorio e mare 
di S. Giorgio agli Orioles, con le ragioni, perlineìise et giu- 
risditioni et altri spettanti a detta baronia , con la crea- 
tione degli officiali et altri soliti farsi et spettanti ai baro- 
ni. E ammesso anche che la concessione di re Martino del 
1407 fosse più ristretta, e fosse stata ampliata , nel modo 
espresso, dal re Giovanni nel 1460 e 1477, e che il vescovo 
avesse potuto avere ancora nel 1445 giurisdizione sulla 
porzione di S. Giorgio che non faceva parte della baronia, 
non si può parlare di 7/z£';y/ e sola ginrisdisione episcopale. 

Figurarsi quale giurisdizione avrebbe potuto esercitare 
il vescovo, o chi per esso, nel 1628, all'epoca della que- 
stione, di cui io ho cercato rintracciare la storia! 



— 36 — 

Ma torniamo al re Alfonso. Egli, che aveva dovuto 
rinunziare per l'agitazione dei baroni a molte rivendica- 
zioni, volle almeno rivendicare le usurpazioni baronali della 
spiaggia per un tiro di balestra dalla riva del mare, sol- 
levando un'altra agitazione dei baroni che presentarono la 
questione al Parlamento del 1457. Alfonso col regio placet 
dello stesso anno concedette una specie di sanatoria delle 
usurpazioni feudali, riconoscendo in certo modo lo stato di 
fatto preesistente, ma curò i diritti del regio demanio ri- 
servando sempre nelle sue concessioni il tiro di balestra 
dal lido del mare. 

Fin dal tempo di Roma il lido del mare « gnoiisgiie 
fìiaxiiiius Jliictiis a mare pervenit ->•> era riservato allo Stato 
come rappresentante del jiiris uiiiversitatis e per il jiis 
imperii e anche che col permesso si costruissero edificii 
sul lido, tale usurpazione non importava mai la proprietà 
del suolo. Così stabilivano anche i diritti sassone , franco 
e longobardo. Conchiude il Panzarasa, in una sua splen- 
dita monografia (1) , che nessuna legge ne antica né mo- 
derna ha mai consentito le usurpazioni dei lido del mare 
se non a titolo di puro doìniiiio col consenso dello Stato 
e il pagamento di un canone. Le leggi di Sicilia per gli 
editti di re Ruggero, dell'imperatore Federico, di Giacomo 
di Aragona affermarono sempre la imprescrittibilità e la 
inalienabilità del demanio pubblico: come si può anche ve- 
dere dalle ingiunzioni ai figli fatte nel testamento (2) dal- 



(i) Sugli arenili, pubblicata nel Digesto Italiano, voi. 4°, parte 
prima. 

(2) Questo testamento fu fatto a Ferentino delle Puglie , ove Fe- 
derico moriva il 13 dicembre 1250. Ebbero 1' onore di firmare, come 
testimoni, quel celebre testamento due miei antenati : Serio Ruffo di 
Calabria gran maresciallo del regno di Sicilia — che firmò subito dopo 



— 87 — 

l'imperatore Federica, e la prammatica di re Alfonso^ ove 
si legge che le alienazioni « si facte sint retracteutitr » al 
demanio. Basterebbe ciò a togliere ogni valore al regio 
placet del 1457 dello stesso Alfonso. Anzi questo re andava 
al di là delle leggi romane e del diritto comune, riservando 
al regio demanio una zona maggiore del lido sin dove po- 
teva giungere 1' jactus balistae. E questa riserva « in qitaii- 
timi a litore viaris iufra tcrraui per jactiim balistae prò- 
tendcrit » si legge nelle concessioni di Carlo d'Angiò, di 
Giacomo d'Aragona, e in tutte le concessioni aragonesi. Do- 
po Alfonso d'Aragona, il re Ferdinando il Cattolico volle ri- 
vendicare al demanio regio le usurpazioni feudali che si 
erano stese oltre il tiro di balestra; ma i baroni approfit- 
tando delle grandi guerre, nelle quali era impegnato il re 
Ferdinando, fecero poco caso dei suoi ordini. Di questa 
questione si occuparono Giovan Luca Barberi prima, e 
Andrea d'Isernia, Matteo d'Aflitto, Pietro di Gregorio, An- 
tonino Capece nel secolo decimosesto. 

La questione è stata di recente trattata esauriente- 
mente dall' avvocato Palmisano dell'avvocatura generale 
erariale per incarico del Ministero della marina, dal punto 
di vista specialmente dei diritti dei padroni delle tonnare, 
che pretendevano inclusa nel luarfarace la spiaggia tutta 
davanti i caseggiati e magazzini delle tonnare. Dalla re- 
lazione Palmisano io ho preso quel che poteva giovare alla 



del conte di Caserta genero dell'imperatore — e Fulcone Ruffo fra- 
tello del conte di Catanzaro e nipote di Serio. Essi assistettero alla 
morte del grande imperatore, e secondo il Ritonio, non solo ne ac- 
compagnarono la salma a Taranto, ove fu imbarcata sulle galee di Si- 
cilia per trasportarsi a Palermo, ma non se ne divisero finché non fu 
calata nella tomba di quella Cattedrale , presso al sepolcro di re Rug- 
gero. 



— 38 — 

questione della giurisdizione reale delle marine di Patti, e 
specialmente a quella di S. Giorgio. 

Quindi si può stabilire che a S. Giorgio, nonostante la 
concessione della tonnara, restava sempre la giurisdizione 
regia di quella marina: come era di giurisdizione regia il 
tratto di spiaggia che serviva alla tonnara del vescovo. 

Se la questione dei diritti delle tonnare ha avuto bi- 
sogno di un lungo studio, perchè poteva presentare qualche 
difficoltà - trattandosi di concessione del mare e del mar- 
farace — per l'interpretazione e l'estensione da darsi alla 
parola mnrf anice , non si può dire così per le concessioni 
di terre, ove non si può trattare che di sola usurpazione , 
più o meno tollerata. 

Al 1628 , quando si sollevò la quistione tra la città di 
Patti e la terra di Gioiosa Guardia appoggiata dal vescovo 
Napoli , benché ancora le usurpazioni feudali non fossero 
totalmente rivendicate , la posizione era ben diversa dalla 
epoca confusionaria di re Alfonso ; e la città di Patti da 
tempo immemorabile aveva esercitata la giurisdizione sulla 
riviera di ponente come su quella di levante, non trattan- 
dosi di questione di territorio, ma della spiaggia riservata 
al regio demanio per il tiro di balestra. Patti come città 
di regio demanio era rappresentante dQlVjuris universitatis 
e i suoi officiali esercitavano la giurisdizione in quella ma- 
rina nella qualità di officiali regi, l giurati della città ave- 
vano anche la sovraintendenza per la custodia del littorale 
del mare di Patti per la difesa del regno in generale , e 
in particolare della capitania d' armi di Patti , dalle inva- 
sioni nemiche ; e dalle epidemie contagiose come compo- 
nenti la Deputazione di Sanità. La citta di Patti per so- 
stenere le spese straordinarie che si richiedevano, in tempo 
di pericolo o di sospetto , per la sicurezza pubblica o per 



— so- 
la pubblica salute , aveva imposto la tassa del pesce su 
quelle marine di regio demanio , nell' interesse generale. 
La causa che difendevano i giurati di Patti era dunque 
non solo fondata sul diritto, ma rispondeva anche al prin- 
cipio « snlus piiblica suprema lex esto » 

Che la causa promossa dal vescovo Napoli fosse cat- 
tiva, basta a rivelarlo il non avere egli affrontato diretta- 
mente la questione della giurisdizione, facendo sostenere 
invece dei Gioiosani che le marine di Calcara, Saliceto, 
S. Giorgio e Zappardini, essendo nel territorio di Gioiosa, 
dovevano essere di loro giurisdizione , e facendo fare op- 
posizioni al pagamento delle gabelle del pesce e del sa- 
lume dai suoi affittuari!, accampando la franchigia della 
sua tonnara. E ciò, usando sempre dei sistemi di prepo- 
tenza e d'intimidamento, sia armando i preti e i terrazzani 
di Gioiosa contro gli esattori delle gabelle e contro i de- 
putati di Sanità, sia fulminando le sue scomuniche. Egli 
capiva benissimo non essere più il tempo di parlare di giu- 
risdizione episcopale — specialmente per S. Giorgio — e 
che la terra di Gioiosa non poteva in alcun modo inclu- 
dere nel suo territorio il lido di demanio pubblico; ma vo- 
leva raggiungere il suo intento ad ogni costo. Egli era di 
mala fede, perchè conosceva gli editti dei re normanni, 
svevi, angioini, aragonesi, che affermavano in modo asso- 
luto l'imprescrittibilità del demanio pubblico, e sapeva che 
« ìisucapioìiein rccipiiuit maxime res corporales, cxceptis 
rebus sacris, saìictis, publici popiili rouiani et civitatiim ». 

Vincenzo Ruffo della Floresta. 



MICHELANGELO DA CARAVAGGIO 

F» I T T O R E 

STUDI E RICERCHE 

DI 

VIRGILIO SACCA 

I. 

I Biografi. 

11 tempo è giusto giudice delle opere artistiche, e più 
se gli autori distaccandosi dai metodi in uso presso i con- 
temporanei batterono una via diversa da quella ordinaria- 
mente seguita, per cui furon quasi sempre segno agli insulti 
feroci e agli ingiusti attacchi di detrattori ignoranti o di 
concorrenti maligni. 

Uno dei più luminosi esempi di così avversa fortuna 
ce r offre un grandissimo pittore lombardo^ Michelangelo 
Merisio da Caravaggio (1) —il quale, vissuto tra la secon- 
da meta del Secolo XVI e la prima del XVII, quando lo 
studio del vero era — se pure lo era — fatto attraverso 



(r) Scelgo Merisio, benché adottato dai meno, in seguito a ricer- 
che d' archivio a Caravaggio. 

Però è bene notar subito che il Bellori (Vite dei Pittori, Scultori 
ecc. Pisa — N. Capurro — 1S21, lo chiama Merigi, il Lanzi (Storia 
Pittorica — Milano — G. .Silvestri 1823) Io dice Amerighi o Morigi — il 
messinese storico Gallo nei suoi Annali Moriggi, Morigi il Baldinuc- 
ci, e qualche altro Murigi o Muriggi. Esiste però tuttavia a Caravaggio 
,la famiglia Merisio che par tragga origine dalla famiglia del pittore. 



-él- 
la fantasia spesso scorretta dei pittori , parve un anacro- 
nismo ed un cervello artisticamente esaltato. 

Eppure, dopo tre secoli, ecco fiorire intorno alle opere 
del Caravaggio l' inno degli artisti e dei critici, i quali ve- 
dono in lui un precursore dell'arte moderna, un paziente 
adoratore del reale nelT arte^ un fiero avversario del ma- 
nierato e dei manieristi, uno dei più forti e gagliardi co- 
loristi italiani, che al dire di Annibale Caracci — e la fonte 
non è sospetta — macinava carne viva invece di colori e 
con essa dipingeva i suoi quadri. 

E bene quindi chiarire alcuni punti oscuri della vita 
di un così grande signore del pennello — dappoiché le 
notizie che di lui si hanno sono varie e non tutte concordi 
e molte difficoltà presentano alle indagini della critica se- 
rena ed obbiettiva. 

Per meglio riuscire nello intento riassumerò in questo 
primo capitolo ciò che di lui hanno detto i migliori bio- 
grafi, riserbandomi di discutere in seguito le loro esplicite 
affermazioni, a cominciar dal Bellori (1), che più di tutti 
distesamente ne tratta, e, parmi, con maggior competenza. 

Nato a Caravaggio, il }3ellori non dice quando, Miche- 
langelo Merisio aiutò nella sua fanciullezza il padre che 
era un muratore. Incontratosi per caso a Milano, esercitando 
tale suo mestiere, con alcuni pittori preparò loro la colla 
pei freschi, d'onde un'ardente passione per l'arte, nella 
quale riuscì poco dopo a farsi notare facendo vari ritratti. 
Durò così quattro o cinque anni, quando per il suo carattere 



(i) Giov. Pietro Bellori. Op. cit. pag. Voi. i Pag. 207 e seg. 
Questo artista scrittore, secondo una nota tolta all'Abecedario Pitto- 
rico dell'Orlandi (Bologna, per Costantino Pisani — 1774 — Pag. 225), 
stampò la prima volta questa vita l'anno 1672 ; non molto tempo, 
quindi, dopo la morte del Caravaggio. 



— 42 - 

indocile dovette emigrare a Venezia dove studiò con im- 
menso amore le pitture del Giorgione. Da Venezia passò 
a Roma: quivi, in sulle prime, non ebbe di che tirare la vita 
tal che fu costretto a servire il Cav. Giuseppe D'Arpino, 
notissimo e difettosissimo pittore che era in allora ritenuto 
come il principe dell'arte ; m,a dopo qualche tempo, preso 
in uggia il m.aestro, si allontanò dal suo studio proponen- 
dosi di lavorare liberamente come gli dettava il proprio 
sentimento artistico « non riguardando punto anzi spre- 
« giando gli eccellentissimi marmi degli antichi e le pitture 
« tanto celebri di Raffaelle » e proponendosi « la sola Natura 
« per oggetto del suo pennello. Laonde essendogli mostrate 
« le statue pii!i famose di Fidia e di Glicone, acciocché acco- 
« modasse lo studio, non diede altra risposta , se non che 
« distese la mano verso una moltitudine di uomini, accen- 
« nando che la natura l'aveva a sufficienza provveduto di 
« maestri », risposta che fu subito tradotta in atto nel quadro 
della Zingara che predicela ventura ad mi giovane, lavoro 
fatto con molta accuratezza sui modelli, e che fu poco dopo 
seguito da una Maddalena, nella quale ritrasse una fanciulla 
coi capelli sciolti, le braccia in camicia, la veste gialla ritirata 
alle ginocchia della sottana gialla di damasco fiorato e con a 
terra un vasello d'unguenti con monili e gemme. Dipinse 
quindi una Madonna che riposa dalla fuga in Egitto e tre 
mezze figure di Giocatori di carte \ poi, pel Cardinale Del 
Monte che lo prese a proteggere, una musica di giovani 
ritratti al naturale di mezze figure, una Medusa, una donna 
in camicia che suona il liuto, ed una S. Caterina appoggiata 
alla ruota del martirio. Progredendo nel lavoro, egli comin- 
ciava a dimenticare le semplici tinte del Giorgione per un 
genere nuovo e del tutto personale — campando le figure 
quasi sempre in ambiente chiuso e scuro e illuminandole 



- 43 — 

a piombo o quasi, sulla parte principale del corpo. La trovata 
fece gran chiasso: i novellini, animati dal successo del Meri- 
sio si diedero ad imitarlo — i maestri non lo presero sul 
serio, qualificandolo per indecoroso e per ignorantaccio. 
Egli, però continuò la sua strada dipingendo pel cardinale Pio 
un S. Giovanili nel deserto e compiendo bravamente i ritratti 
del poeta suo amico G. B. Marino, di Monsignor Melchiorre 
Crescentj e di Virgilio Crescenti, che lo elesse a dipingere 
la Cappella in S. Luigi dei Francesi, affidandogli l'esecu- 
zione delle tele per gli altari. « Qui — cito il testo — av- 
« venne cosa, che pose in grandissimo disturbo , e quasi 
« fece disperare il Caravaggio in riguardo alla sua reputa- 
« zione; poiché avendo terminato il quadro di mezzo di San 
« Matteo, e postolo sull'altare, tu tolto via dai Preti, con 
« dire che quella figura non aveva decoro, né aspetto di 
« santo, stando a sedere con le gambe incavalcate, e coi 
« piedi rozzamente esposti al popolo. » Il Caravaggio ne 
fu disperato : per sua fortuna il Marchese Vincenzo Giusti- 
niani prese per sé il quadro e gliene fece fare un altro di- 
verso che piacque e che tu seguito dalle altre due tele Gcsìi 
che chinina Matteo all'apostolato ed il Martirio di S. Matteo. 
Per la cappella dei signori Cavalletti nella Chiesa di 
S. Agostino dipinse una Madonna col Bambino ; per la 
chiesa nuova dei Padri dell'Oratorio la Dcposimone di Cristo 
che é ritenuto il suo capolavoro; mirabile quadro per disegno, 
colorito e forza di espressione; per la cappella dell'Assunta 
nella Chiesa della Madonna del popolo, dipinta da Annibale 
Caracci , la Crocefìsswne di S. Pietro e la Conversione di 
S. Paolo; per il Marchese Giustiniani, /' Incoronazione di 
spine, un S. Tommaso che pone il dito nel costato di 
Gesìi, ed un Amore trionfante; per il Marchese Asdrubale 
Mattei la Presa di Cristo nelVorto ; pei signori Massimi un 



— 44 — 

Hcccc homo ; pel Marchese Patrizi, la Cena di Ematis, che 
ridipinse poi — variandola — pel Cardinale Scipione Bor- 
«T^hese, a cui esegui inoltre un S. Girolcuiio che scrive, ed 
una « mezza figura di David il quale tiene per i capelli la 
« testa di Golia (che è il suo proprio ritratto) impugnando 
« la spada, » ; pel Cardinale Maffei Barberini, eseguì il 
Sacrifisio di Àbramo ed un ritratto al naturale, ed ebbe 
anche l'onore di ritrattare il Pontefice Paolo V al quale 
venne presentato dal Card. Borghese, 

Ma il Caravaggio non si contentava di essere artista 
valentissimo ; amava le avventure, le donne, il giuoco — 
vizi che lo portarono ad uccidere in una partita di palla a 
corda un suo giovane amico, per lo che dovette scappare da 
Roma e rifugiarsi in Zagarolo, copertovi dalla benevolenza 
del duca Marzio Colonna, dove colorì una nuova Cena di 
Emaiis ed un'altra Maddalena, Poscia partì per Napoli, 
dove il suo nome era assai noto e dove trovò subito di 
che vivere. Quivi dipinse : per la Chiesa di S, Domenico 
Maggiore, nella Cappella dei signori Franco, la Flagella- 
sione di Cristo ; per la chiesa di S. Anna dei Lombardi la 
Resurresione ; per la chiesa di S. Martino la Negazione di 
Pietro; per la Chiesa della Misericordia le Sette opere 
della misericordia, molto belle. 

Ma sorge vivissimo un desiderio nell'animo del Me- 
risio : egli vuol fregiare il suo petto della croce dei cavalieri 
di Malta e si reca immediatamente nell'isola. Qui si pre- 
senta al Gran Maestro dell'Ordine Alofio di Wignacourt, 
francese, e lo ritrae in piedi ed armato, poi seduto e nel- 
l'abito di Gran Maestro. Così ottiene, la desiderata croce 
di cavaliere, non solo, ma la commissione di un quadro — 
ch'egli compie mirabilmente — la Decollazione di S. Gio- 
vanili per r omonima chiesa. Terminato il quadro, pel 



— 45 - 

quale ha dal Wignacourt una collana d'oro e due schiavi 
in dono, dipinge ancora per la cappella italiana della stessa 
chiesa due mezze ligure : la Maddalena e S. Girolaìuo 
che scrive ; più un S. Girolanio che medita su d'un teschio 
per il palazzo del gran Priorato. 

Viveva egli così in gran decoro^ ma un' importuna 
contesa con un nobilissimo Cavaliere lo fé' restringere in 
carcere dove fu ridotto a mal termine di strapazzo e di 
timore : onde per liberarsi fuggì di notte scavalcando la 
prigione e si ridusse inmantinenti in Sicih'a Pervenuto in 
Siracusa dipinse per la chiesa di S. Lucia, la Santa morta, 
col vescovo che la benedice, e quindi si trasferì in Messina, 
dove compì la Natività e un S. Girolamo per la Chiesa 
dei Cappuccini e la Resurresioìie di Lazzaro per la chiesa 
de' Ministri degl' infermi. Ma sempre temendo la vendetta 
del maltese cavaliere si rifugiò a Palermo dove dipinse 
per l'oratorio della Compagnia di S. Lorenzo un'altra 
Natività, e poi partì per Napoli dove sperava di sfuggire 
al nemico e di ottenere il perdono del Gran Maestro e 
del Pontefice. Dipinse pertanto una mezza figura di Ero- 
diade che mandò in dono al Wignacourt per placarlo, ma 
invano : un giorno alcuni sicari lo circondarono e gli sfre- 
giarono il viso in un' osteria, della qual cosa ebbe dolore 
e rabbia grandissime. Ma intanto, per intercessione del Car- 
dinale Gonzaga, il pontefice lo perdonava, onde risolse di 
partire subito per Roma. Però i suoi guai non eran finiti. Ar- 
restato per isbaglio sulla spiaggia del Lazio, è liberato poco 
dopo ma non ritrova piìi la feluca che portava la sua roba. 
« Onde agitato miseramente da affanno, e da cordoglio, 
« scorrendo il lido al più caldo sole estivo, giunto a Porto 
« Ercole, si abbandonò, e sorpreso da febbre maligna, 
« morì ir pochi giorni, circa gli anni quaranta di sua vita 



— 40 — 

« nel MDCiX (l), anno funesto per la PiUura. avendoci 
« tolto insieme Annibale Caracci e Federico Zuccheri ». La 
nuova della sua morte dispiacque a multissinii, e il Cava- 
lier Marino, suo amicissimo^ se ne dolse e ne adornò il 
mortorio con i seguenti versi : 

Fecer crudel sventura, 

Michele, a' danni tuoi Morte, e Natura ; 

Questa restar temea 

Dalla tua mano in ogni immagin vinta, 

Ch' era da te creata e non dipinta ; 

Quella di sdegno ardea , 

Perchè con larga usura. 

Quante la falce sua genti struggea, 

Tante il pennello tuo ne rifacea. 

Qui non si arresta il Bellori; egli ta seguire per parecchie 
pagine una discussione critica sul metodo del Caravaggio- 
che è necessario riassumere per sapere in quale concetto 
fosse tenuto il pittore dai suoi tempi e dal critico. Premesso 
che il Merisio giovò alla Pittura perchè le tolse ogni bel- 
letto e vanità nel colore^ rinvigorendo le tinte — afferma 
ch'egli non usò mai cinabri né azzurri — o se li usò 
qualche volta, li ammorzò sempre — dicendo eh' erano il 
veleno delle tinte. « Professavasi poi egli inoltre tanto 
« ubbidiente al modello, che non si faceva propria né meno 
« una pennellata , la quale diceva non essere sua ma 
« della natura, e sdegnando ogni altro precetto riputava 

« sommo artificio il non essere obbligato all' arte Con 

« tutto ciò molte, e le migliori parti gli mancavano, perchè 
« non erano in lui ne invenzione, né decoro, né disegno, 
« né scienza alcuna della Pittura, mentre tolto dagli occhi 



(i) Nella citata edizione del Bellori per errore tipografico è detto 
MDIX. 



— 47 — 

« suoi il modello, restavano vacui la mano e l'ingegno 

« Così sottoposta dal Caravaggio la maestà dell'arte cia- 
« scuno prese licenza e ne seguì il dispregio delle cose 

« belle^ tolta ogni autorità alTantico ed a Raffaelle Al- 

« lora cominciò l' imitazione delle cose vili, ricercandosi 
« le sozzure, e la deformità, come sogliono fare alcuni 
« ansiosamente.... Siccome dunque alcune erbe producono 
« medicamenti salutiferi, e veleni perniciosissimi così il 
« Caravaggio, sebbene giovò in parte fu nondimeno molto 
« dannoso^ e mise sottosopra ogni ornamento, e buon co- 

« stume nella Pittura Tali modi del Caravaggio accon- 

« sentivano alla sua fisonomia ed aspetto. Era egli di color 
« fosco, ed aveva foschi gli occhi, neri le ciglia ed i capelli ; 

« e tale riuscì ancora naturalmente nel suo dipingere 

« Non lasceremo di annotare i modi stessi nel portamento, 
« e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per 
« adornarsi ; ma quando poi si era messo un abito, non lo 
« tralasciava, finche non gli cadeva in cenci. Era negligen- 
« tissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di 
« un ritratto, servendosene per tovaglia, mattina e sera.... » 

Il Bellori chiude la sua biografia ricordando altri quadri 
del Merisio : un S. Sebastiano, una Madonna del Rosario, 
il ritratto di un giovane con un fior di melarancia in mano, 
e parecchi quadri di fiori e frutta, ma non dà un elenco 
completo delle opere dell'artista, come ha fatto per altri 
pittori quali il Caracci e l'iVlbani. 

E qui facciamo punto col Bellori, salvo a riparlarne in 
seguito, e seguiamo le orme di un altro biografo^ l'Abate 
Lanzi (l). che aggiunge qualche particolare alla vita ed al- 
l'arte del Caravaggio. Uscito il pittore dalla scuola del D'Ar- 



(i; Op. cit. Voi. 2° Pag. 139. 



— 48 - 

pino si diede, insieme ad Annibale Caracci, a criticare i 
quadri del suo ex maestro. Questi se ne risentì e li rim- 
beccò da par suo; il Merisio lo sfidò ma il D'Arpino non 
accettò la stìda per non essere l'avversario un cavaliere 
e sfidò invece il Caracci : ma questi gli rispose che la sua 
spada era il suo pennello. Altro episodio più triste è quello 
accaduto a Cristofaro Roncalli detto il Cav. delle Poma- 
rance (1). Il Cardinale Crescenzi gli affidò le pitture della 
Chiesa di Loreto in concorrenza del Caravaggio e questi 
per vendetta sfregiò e fece da un sicario sfregiare la faccia 
al pittore. 

Fra i migliori dipinti del Merisio, il Lanzi ricorda anche 
una « S. Anna, intenta a' femminili lavori, con Nostra 
« Signora a lato : l'una e l'altra delle fattezze più volgari, 
« e vestono alla romanesca ; ritratti sicuramente di una 
« donna e di una fanciulla, e le prime che gli si offersero agli 
« occhi ». Ricorda inoltre un Agar con- Ismaele moribondo 
ed un quadro della Friittajnola « naturalissimo nella figura 
« e negli accessori. Più ancora prevalse in rappresentare 
« risse, omicidi, tradimenti notturni ; per le quali arti egli 
« stesso, che non ne fu alieno, ebbe travagliosa la vita e 
« infame la storia ». E altrove, discorrendo dei metodi 
usati dal Caravaggio, dice : « Scorto dal suo naturale torbido 
« e tetro, diedesi a rappresentare gli oggetti con pochissima 
« luce, caricando fieramente gli scuri. Sembra che le figure 
« abitino in un carcere illuminato da scarso lume, e preso 
« da alto. Così i fondi son sempre tetri, e gli attori posano 
« in un sol piano, ne v' è quasi degradazione ne' suoi di- 
« pinti: e non di meno essi incantano pel grand' effetto 



(i) Op. cit. Voi. 2^' Pag. 200 
Ì2) Op. cit. Voi. 3« Pag. 178. 



— 49 — 

« che risulta da quel contrasto di luce e d'ombra. Non ò 
« a cercare in lui correzione di disegno, né elezione di bel- 
« lezza. Egli ridevasi delle altrui speculazioni per nobili- 
« tare un' aria di volto, o per rintracciare un bel panneggia- 
« mento, o per imitare una statua greca : il suo bello era 
« qualunque vero ». 

Il Lossada (l) aggiunge nulla di nuovo alle notizie 
già date dai due precedenti scrittori : solo lo dà più a Paler- 
mo che a Messina nella sua fuga in Sicilia e, anziché da 
sicari, lo fa raggiungere a Napoli dall' offéso maltese che 
lo ferisce alla faccia in modo da renderlo irriconoscibile. 

11 Grosso-Cacopardo (2) dà qualche nuovo particolare 
sulla permanenza del Caravaggio in Messina, ed a propo- 
sito delle pretese stramberie artistiche del pittore parla 
del quadro della Madonna del Parto eseguito per i Capuccini 
dietro incarico del Senato — che pagò il lavoro mille scudi — 
dicendo che « la Vergine è ignobilmente prostesa tutta lunga 
« sul suolo, una delle solite sue stravaganze » Aggiunge 
ai quadri già dati dal Bellori un Hccce ìionio per la Chiesa 
di S. Andrea Avellino ed una Decollazione di S. Giovanni 
per la chiesa omonima e lo fa^ non partire, ma fuggire da 
Messina direttamente per Napoli in seguito a grave ferita 
inferta ad un maestro di scuola (3). 



(i) Iconobiologia dei più eccellenti pittori — Bologna 1852 Tip. 
Sassi nelle spaderie — Biografia di Miclielangelo Amerighi di Giulio 
C. Lossada. 

[2) Meiìtorie dei Pittori messinesi. INIessiiia 1S21 pag. 77. seg. 

(3) Basilio Magni ci dà un elenco dei quadri esistenti in Italia 
del Caravaggio nella sua bella « Storia dell'Arte italiana dalle origini 
al secolo XX » (Roma. Officina poligrafica romana. 1902. Voi. 3° 
Pag. 402.) Perchè il lettore ne abbia conoscenza , riporto qui lo 
elenco, che andrebbe corretto in qualche parte non trovandosi più 



-so- 
li. 

Incertezze ed anacronismi. 

Dallo insieme delle varie notizie biografiche, ricaviamo 
quanto basta per determinare il carattere turbolento, irre- 
quieto e pur troppo infelice del Merisio. Ricaviamo ancora 



alcuni quadri nel luogo segnato dall' illustre A. « Si piacque anche 
di passioni drammatiche di vivezza tragica, come si può vedere nel 
suo capolavoro di Gesù portato al sepolcro nella Galleria Vaticana, 
con forme ignobili e non gentili e delicate, e nei tre quadri della 
Galleria Lateranense, in cui pur domina il nero, la Cena in E^maus, 
Cristo col Fariseo, e un sacrifizio pagano, sperando di correggere così 
un eccesso con altro eccesso. Nella quinta cappella a man sinistra di 
San Luigi dei Francesi veggonsi del Caravaggio nelle pareti due grandi 
tele opache con figure comuni lumeggiate. Nella sala, già cappella 
del palazzo dei Conservatori in Campidoglio, sono del Caravaggio i 
quattro Evangelisti di fosche tinte, bello il San Giovanni ; e in Santa 
Maria del Popolo e in sant'Agostino veggonsi pur sue pitture. Nella 
sesta Cappella a man destra di sant'Angelo a Milano è del Caravaggio 
una Madonna di bel viso col Bambino in alto, e avanti san Giovanni 
Battista con un ginocchio in terra, ed un santo genuflesso col piviale, 
di efficace chiaroscuro ; e in un altare di santa Maria delle Grazie 
una Deposizione, di visi non scelti, ma espressivi, massimamente 
quello di Cristo ignudo deposto dalla croce. Nel primo altare a man- 
cina della chiesa di san Rufto a Rieti è di lui TAngelo Custode con 
im fanciullo ben aggruppato. E nel museo di san Martino a Napoli la 
tela del medesimo che rappresenta san Pietro negante Gesi!i è nerissima, 
con luce maggiore nelle vesti cincischiate dell'ancella, e minore assai 
sul viso dell'apostolo. A Messina su l'altare maggiore della chiesa di 
san Giovanni Decollato è dipinto il santo con fiera arte da Michelan- 
gelo da Caravaggio, giacente nudo in iscorcio su la terra, tenendo il 
carnefice, mostrante il dorso col braccio disteso, il capo alto, per de- 
porlo in un vassoio sorretto da Salome figliuola di Erodiade. Quadro 
tenebroso con vigore di chiaroscuro. E in un pilone della cupola di 



— 51 — 

vari strani episodi della sua avventurosissima vita : ma ciò 
non basta per tessere la vera biografìa di un artista di così 
alto valore. Tanto pii^i che gli scrittori si "sono dirò così 



Santo Andrea Avellino vedesi del Caravaggio un Ecce Homo ia chiaro 
con due figuro oscure di tono, di effetto di luce ; e nella chiesa dei 
Caj^puccini il gran quadro della Natività. Una sua gran tela di molto 
effetto, ricordata anche dal Bellori, è dietro l'altare maggiore della 
chiesa di santa Lucia fuori di Siracusa, esprimente la santa distesa 
morta, e avanti son due becchini con pale per iscavar la fossa della 
sepoltura ; due figure seminude di risentiti muscoli a gambe aperte, 
una delle quali ha nel tergo vestito di bianco una piazza di luce, sforzan- 
dosi a scavar la terra : dietro è un vescovo ed un guerriero con 
armatura d'acciaio lucente e popolo contemplante l'estinta, una figura 
curva del quale ha la faccia tra le mani; un'altra la mira diritta con 
le mani incrocicchiate, ed una donna con le mani parimente incro- 
cicchiate su cui poggia la testa. Dietro altre teste più o meno visibili, 
Il fondo è una parete bruna con porta ad arco ; sicché l'effetto della 
luce è tutto innanzi ed è giocata in più parti del dipinto, del resto 
■ opaco. I visi sono tutti ignobili. Nell'oratorio della Compagnia dì 
san Lorenzo a Palermo si scorge su l'unico altare la Natività di Cristo 
del Caravaggio. Il Bambino è in terra e la Madonna pur seduta in 
terra lo contempla con altre figure tutte di viso comune e con natu- 
ralezza ed effetto di luce. Nel museo Nazionale di Napoli è del Cara- 
vaggio Giuditta che recide il capo ad Oloferne ; fiera, d'ombre forti 
e di effetto di chiaroscuro ; e nella pinacoteca di INIessina si osserva 
di lui la Risurrezione di Lazzaro ben illuminata con eff'etto di luce 
ed ombre forti ; manierate le pieghe e nere le ombre del lenzuolo. 
Teste verissime della Maddalena di morbidi capelli biondi e quella 
espressiva di Marta. Diritto in un lato Cristo con volto vero e da 
pensatore, e teste da facchino di bruna carnagione e volgari. Del me- 
desimo Michelangelo è la Nascita del Redentore con la Madonna 
giacente in terra col Bambino ; san Giuseppe a sedere inchinato a 
contemplarlo, e pastori. Nella galleria Comunale Brignole - Sale a 
Genova è del Caravaggio una santa Francesca Romana con Angelo 
insino al busto di bell'effetto di chiaroscuro, e un glande quadro che 
raffigura la Risurrezione di Lazzaro pur di molto effetto di chiaro- 
scuro, ma nerissimo d'ombre, anche nelle carni. Tale è ancora il 



ricalcali T un siili' altro e spesso hanno, parlando di altri 
grandi artisti del tempo accennato o descritti dei fatti di molto 
riliev^o per la biografia del pittore lombardo dimenticando 
però spesso con grande leggerezza una importantissima 
cosa: la giusta coincidenza del tempo in cui il Merisio si 
dà per assente da un dato luogo (o addirittura morto) col 
tempo in cui tali fatti si dicono accaduti. 

Questi episodi, adunque, noi andremo raccogliendo a 
comento dell' insieme biografico esposto, e nel contempo 
metteremo in evidenza parecchi anacronismi per avere 
poi sgombra ed appianata la via per le ricerche a venire. 



sonno di Amore e di Psiche nella gallerìa Durazzo-Pallavicini , e 
nella Pinacoteca di Brera a Milano il Nazzareno al pozzo con la Sama- 
ritana, ma di fisonomia comuni e d'ombre forti. 

Nella pinacoteca di Torino vedesi del Caravaggio un sonatore di 
liuto e un san Giovanni evangelista che legge, e in quella di Bologna 
un'Erodiade di grande effetto e verità in mezze figure quanto il natu- 
rale. È di lui nella Galleria di Verona un vecchio con altre figure, 
manierato nelle pieghe e di ombre gagliarde ; e in quella di Cadini 
del Comuni di Lovere un' Erminia tra pastori di tocco grossolano e 
forte chiaroscuio; la Cena in Emanus di ombre nere e di molto 
effetto come un guerriero con un vecchio ed una donna. Anche un 
quadretto in tavola figurante il Signore in Emanus, di molto effetto 
di chiaroscuro si mira di lui nella pinacoteca Borromeo nell' Isola 
Bella sul Lago Maggiore : e in quella Comunale di Montepulciano 
una Maddalena con la testa posata su le mani incrociate poggiando 
i gomiti delle ignude braccia, espressiva, ma di viso comune e mal 
disegnata, e con una manica al braccio sinistro bianca con pieghe 
manierate, dura e scogliose. Nell'oratorio contiguo alla maggior chiesa 
di san Giovanni Battista in Valletta a Malta si osserva del Caravaggio 
la Decollazione del Santo; ii miglior lavoro ch'ivi egli fece. Nella 
galleria .Sciarra si vedevano del medesimo i giocatori, e in quella 
Barberini è di lui una Pietà veramente espressiva. Nel Museo Cam- 
pana miravansi del Caravaggio un Cristo mostrato al popolo da Pilato, 
ed una figura di contadino, con vivo contrasto di chiaroscuro ». 



— 53 — 

Michelangelo si dfi da tutti i biografi morto nel 1609, 
di circa quarantanni, a Porto Ercole. É assoluta certezza 
ch'egli era a Roma nel 1605 anno in cui vi giunse Guido 
Reni e che fu eletto papa Paolo V di famiglia Borghese, 
intimo del cardinale protettore del Caravaggio e per la qual 
cosa questi potè fargli il ritratto. L'arrivo del Reni turbò 
non poco la sua celebrità, dicono i biografi, ed egli — se ve 
n'era ragione — diventò più scontroso e più turbolento. 

A tal proposito il Malvasia nella vita di Guido Reni^ 
(P^elsina pittrice — Bologna 1678 — pag. 14 e seg.) narra 
questi episodi : « Giunto colà Guido Reni assieme col sudetto 
Albani, vi fu ben veduto , e servito massime dal detto 
Arpini, che per far' anche contraposto al Caravaggio suo 
dichiarato nemico, si era posto a portarlo ; procacciandogli 
anche quei lavori stessi che al Caravaggio intendeva esser 
destinati; come poi avvenne del S. Pietro Crocefisso alle 
tre Fontane fuor di Roma, promettendo egli al Card, Bor- 
ghese che sarebbesi Guido trasformato nel Caravaggio^ e 
l'avrebbe fatto di quella maniera cacciata e scura, come 
bravamente eseguito si vede. Solo ad Annibale {Carnea) 
non piacque questa prossimità di Guido, e non potè non 
darne manifesti segni di poco gusto, dolendosi con l'Albani 
che ve l'avesse condotto. Ma se non piacque ad Annibale, 
tanto più spiacque al Caravaggio, che temette assai di una 
nuova maniera, totalmente alla sua opposta, ed altrettanto, 
quanto la sua gradila. Ne sparlava però egli con troppo 
libertà, chiamandola leccata, e tutta fantastica: cercava, come 
huomo brigoso eh' egli era, occasione di romperla, minac- 
ciando di voler menar le mani un giorno con altro che 
col pennello ; e 1' avrebbe fatto al certo, se Guido con gran 
destrezza non avesse scansato ogni incontro, né si fosse 
coperto colla protezione de' Grandi eh' el favorivano. In- 



~ 54 — 

centratolo un giorno gli disse, eh' ei non lo stimava punto ; 
e che se fosse venuto a Roma con pensiero di competere 
seco, egli era pionto a dargli ogni soddisfazione in qual 
si fosse modo e gli avrebbe levato l'albagia di capo, ed inse- 
gnato di starsene a casa sua, e non andare neir altrui a 
fare da bell'umore, e cattar risse ; al che rispose Guido, 
che egli era servitore ; esser venuto alla Corte per dipingere, 
non per duellare, nò per sua elezione, ma per servire a' 
Padroni che ve 1' avean chiamato: stimare il suo valore al 
pari d'ogn'altro, né competere con alcuno, conoscendosi, e 
confessandosi a tutti inferiore. Usò anche questa finezza, 
che concorrendo dapoi il Caravaggio anch'egli co' gli altri 
al lavoro della Cupola della Santa Casa di Loreto, ed es- 
sendo a quello efficacemente portato Guido dalli Cardinali 
Sfrondato, S nesio, Santi Quattro, ed altri, fece significargli 
per Giov. Battista Croce, che avendo inteso ch'anch'egli 
addimandava quell'cpera, se comandava si ritirasse egli dal 
procurarla, volentieri l'avrebbe fatto ; anzi che a lui tocca, 
saria stato a fargli compagnia, od a servirlo, nel modo 
che a lui fosse piaciuto di trattarlo ; ma ò che dubitasse 
di non essere in tal guisa burlato da Guido, del quale pubbli- 
camente diceasi, dover'essere indubitamente quel lavoro 
(ed accadeva certo, se maliziosamente non ne veniva escluso 
da quel Prelato Governatore) ò che questo atto umile troppo 
dasse maggior franchigia a quell'altiero, diede nelle scande- 
scenze: rispose, che badasse a' fatti suoi, ne gli stasse a 
scocchiar' il capo ; ch'egli gli avrebbe rotto le corna da 
dovero, e gli avrebbe insegnato il vero modo di burlare 
il prossim.o. Che il lavoro ò non lo voleva, ò voleva farlo 
solo, né per mezzo suo, o col suo aiuto, dandogli ben 
l'animo d'uscirne in bene, senza tanti protomastri sopra. 
Che s'egli professava d'esser sì grand'huomo, perchè dunque 



— 55 — 

tutto il giorno cercare quadri di sua mano, e comprarne 
quanti gli ne dassero nelle mani? Che mistero era questo, 
ed a che fine ciò facesse? Perche nel quadro di S. Pietro 
Crocefisso alle Tré fontane rubargli la maniera, e '1 colorito ? 
Che se gli avea tolto quell'opra, non gli avea però tolto 
per anche la fama ; ch'era egli ben huomo da tor la vita, 
a quel maluomo dell'yVrpino, che ben sapea aver ordito quella 
trama, e procuratogli questa tavola dal Card. Borghese 
che doveva esser la sua. Stava perciò Guido con grande 
apprenzione di costui, che ben sapea quanto mai fosse be- 
stiale, e risoluto come in questo affare ben poi mostrò; 
poiché toccata finalmente la Cupola sudetta (per opra del 
Card. Crescentio^ che con lunghezza e vari pretesti, tutti 
anco n'escluse) al Pomarancio, dimestico di quella casa, e 
maestro de' suoi fratelli, gli diede, o fece dare un brutto 
fregio sulla faccia ■». 

Eran queste adunque le condizioni d' animo del Cara- 
vaggio quando gli capitò la triste avventura al giuoco di 
palla a corda. 

L'uccisione del giovane amico quindi — se vera — deve 
accadere tra il 1605 e 1606 e la partenza per Napoli deve 
avvenire in questi anni. Egli, però, non parte solo: è con 
lui, altro stranissimo spirito di pittore e di poeta, il Leonello 
Spada bolognese, che gli serve un po' di compagno d'arte 
un po' di modello, ed un po' di compagno di vizi (l). Pare 



(i) Secondo Hackert iINIemorie di Pittori messinesi) e il Lanzi, che 
lo segue, egli ebbe altro allievo nel pittore siracusano Mario Mcnniti, 
incontrato per caso a Roma. Anche qui, però, vi sono dei dubbi. 
Altri, e competentissimi, vogliono che il Menniti sia stato incontrato 
a Siracusa, nel ritorno da Malta. INIario Menniti fu valente pittore ma 
non seguì, come suol dirsi, molto d'accosto il maestro. Egli, pare, 



— 56 - 

che a Napoli abbia avuto a discepolo Giuseppe Ribera 
detto lo Spagiiolcllo. Il Ribera, nato verso il 1593 contava 
allora circa tredici anni : età poco tenera per imparar 
pittura ma trattandosi di un genio con molte probabità 
attendibile. Il Merisio lavora parecchio tempo a Napoli — 
dove il suo stile incontra l'approvazione di molti — ma 
attratto dalla sete del guadagno, sicuramente, piìi che 
dall'orgoglio di esser fatto cavaliere fi), come s'è detto, 
parte per Malta, probabilmente fra il 1607 e 1608 sempre 
in compagnia del suo Leonello. 

Era a Malta, il 53'' gran Maestro dell'ordine Alof di 
Wignacourt, francese — eletto a quel posto nel 1601 di 
anni 54. I ritratti del Wignacourt, eseguiti dal Caravaggio, 
ci confermano con molta approssimazione la data della 
gita a Malta del pittore. Nel ritratto del Louvre di Parigi 
il Wignacourt è ritratto in piedi armato di tutto punto. La 
testa, d'un'espressione veramente nobile, è di uomo sulla 
cinquantina. È bene femarsi su questi punti perchè da 
questi anni in poi si perde la tracria delle vere date biogra- 
fiche del Caravaggio. Il Wignacourt muore il 14 Settembre 



lo abbia seguito più nella vita che nell'arte. Per iin incontro fasti- 
dioso, scrive r Hackert , fuggì della Patria ed andò a Roma dove 
studiò col Caravaggio ; tornato in patria per ìin omicidio casualmente 
accaduto dovette sloggiare e ricoverarsi a Messina, dove visse lunga- 
mente, dipingendo molti quadri, se non tutti in gran parte pregevoli. 
(r) Alcuni sostengono ch'egli siasi recato a Malta per aver pro- 
prio il titolo di Cavaliere e potersi al ritorno battere coi Cav. d'Arpino 
il quale aveagli rifiutato un duello adducendo la non nobiltà dello 
avversario. L'animo vendicativo del Merisio potrebbe anche dar peso 
a tale affermazione, ma da nulla risulta eh' egli siasi recato a Malta 
per avervi proprio la croce di cavaliere mentr'era noto esservi a Malta 
del lavoro a fare essendosi in quei tempi iniziato P abbellimento della 
nuova residenza dei gran Maestri. 



— 57 - 

del 1622, a 75 anni : ma non ò il ritratto di un vecchio, 
quello che ci presenta il Merisio, è il ritratto di un uomo 
maturo dalla barba brizzolata, dal portamento altero, con 
una magnifica fierezza nello sguardo — una fierezza di 
soldato provato alle battaglie. Accanto al Wignacourt ò 
un ragazzo, un parente o un paggio, che porta in braccio 
l'elmo piumato, e le insegne dell'ordine, e che ha al collo 
la croce di cavaliere di Malta (1). Sono note tutte le peri- 
pezie del Merisio a Malta e la conseguente sua fuga in 
Sicilia, lasciando ivi il Leonello Spada (2). La permanenza 



(i) La gentile e eulta signorina Maria Boulard alla quale debbo 
le fotografie dei Merisii del Louvre di Parigi, e che mi è lieto ringra- 
ziare qui pubblicamente, scriveva nella sua lettera di accompagna- 
mento:.... « le très joli portrait d'Alof de 'NVignacourt grand maitre 
de l'ordre de Malte. J'ai connu la famille de Wignacourt et la petite 
Sophie rassemblait au petit gargon du tableau ». 

(2) A questo punto nasce spontanea una domanda. Fu Veramente 
il Merisio nominato Cavaliere di Malta dal V ignacourt ? I dati uffi- 
ciali sembrano scartarlo. Il Conte Antonio da Mosto, attuale cancelliere 
dell'Ordine, interrogato su mia richiesta dalla squisita cortesia del 
Conte di Condojanni, così gli rispose: « Gr. Magistero delVord. Sov. 
di Malta — Roma 31 Marzo igoj — 7//.™" SigJ Conte — Dall'esame 
dei Ruoli dei Cavalieri della Lingua d' Italia che si conservano presso 
questo Grati Magistero risulta che mi Fr. Stanislao Amerighi di Siena 
fu ricevuto il 6 Ottobre i6g6. Non vi figura però un 3Jichelaugelo 
Ameriglii o ALerigi da Caravaggio ». Anche il Prof. Attilio Micali, 
residente a Malta, ha fatto dietro mie preghiere delle ricerche accura- 
tissime ; esse confermano la superiore lettera : » Guanto alla data della 
Jioniina di BHchelangelo Amerio hi o 3/origi, detto da Caravaggio, a 
cavaliere, ho rovistato nell'Archivio parecchi volumi per una buona 
giornata, ma, scovato finalmente r elenco dei Cavalieri, san rimasto 
deluso, non avendovi trovata menzione alcuna del Caravaggio ». 

Fu egli, adunque, nominato e poi cancellato dai ruoli come indegno 
di appartenervi dopo i doplorevoli fatti di Malta ? Potrebbe anche 
darsi, trattandosi di un cavaliere di grazia — nominato dal Gran Mae- 



— 58 — 

del pittore in Si( iJia è un pò buia: né può essere altri- 
menti. Egli era continuamente perseguitato dai prezzolati 
sicari dell'offeso cavaliere maltese che non gli lasciavano 
pii^i pace e pare più volte gli abbiano segnata la faccia. 
La persecuzione lo tenne in continuo disagio. Dalle incerte 
notizie siciliane ben si desume eh' egli abbia dovuto parec- 
chie volte nascondersi, cambiar nome, fuggire. Il paese 
dove corre a rifigiursi è Siracusa (l) ma quello dove la- 
vora di più ò Messina , quantunque ciò sembri quasi del 
tutto anormale avendovi i cavalieri di Malta un Gran Prio- 



stro — che poteva essere un non nobile, purché meritevole dell'alto 
onore per virtù del proprio ingegno, e non di un cavaliere di giu- 
stizia pel quale si richiedeva ai tempi del Wignacourt un processo di 
nobiltà. Per altro, a chiarimento di tale quistione, diremo che Lionello 
Spada vantavasi di essere stato anche lui nominato cavaliere di grazia. 
Però i suoi amici, al dir del Malvasia, (Op. cit.) lo prendevano in giro 
chiamandolo « scimìa del Caravaggio : dicevano che chiesto anch'egli 
a Malta una Croce di grazia, il rescritto era stato, meritarla egli 
molto più di giustizia ; che però non potuto ottenere di porsi la croce 
in petto, s'era ridotto con la collana al collo, risoluto di cangiare nel 
capitanato de' birri la disperata commenda ». 

(i) Il Capodieci — Antichi monumenti di Siracusa, iSij Voi. II 
p. 364. — parlando del quadro siracusano di S. Lucia lo dice eseguito 
nel 1586 per commissione del vescovo Orosco. Da quale documento 
abbia tratta questa notizia l'A. io ignoro perchè, secondo il Bellori egli 
altri, il Caravaggio in quell' anno aveva appena 17 anni ed era forse 
ancora garzone a Milano. Perchè il Capodieci non ha seguito gli au- 
tori che andavano per la maggiore ai suoi tempi, assegnando il quadro 
all'anno della fuga da Malta cioè al 160S, ventidue anni più tardi della 
voluta commissione del vescovo Orosco ? Se a noi fosse dato di ve- 
dere le fonti del Capodieci e di saperle autentiche avremmo una ragioae 
di più, e validissima, per sostener subito che la data della nascita del 
pittore è sbagliata. Ma bisogna andar cauti: perchf' molto probabilmente 
l'A. ha messo li una data, senza controllo di critica o d' altro, come 
spesso solevano fare gli scrittori della prima metà del secolo XIX. 



- 59 - 

rato, ricchissimo e in continua corrispondenza col magi- 
stero generale. Egli qui lavora per chiese e per privati, 
compiendo quadri che sono delle meraviglie, come : la 
Naiivitò dei Cappuccini, il Lazzaro resuscitato dei Cro- 
ciferi, VE':cc homo di S. xVndrea Avellino dei padri Tea- 
tini, il Saìi Giovanili decollato della chiesa anonima, ecc. 
ecc. Poi va a Palermo , indi a Napoli.... Però qui è bene 
fermarci ed esaminare la data della presunta morte del 
Caravaggio con gli anni abbisognevoli perchè egli ab- 
bia potuto eseguire tanti lavori e compire dei viaggi 
che, pel tempo , non erano ne facili né brevi. Nel 1608, 
al massimo nel 1607, egli trovavasi a Malta ; nel 1609, 
d'està, egli moriva a Porto Ercole. Abbiamo un periodo 
di due anni appena, a dir molto, nel quale periodo egli di- 
pinse moltissimi quadri, fu messo in prigione, fuggì, tra- 
versò qua e là dipingendo notevolmente, la costa orientale 
e la settentrionale della Sicilia, ritornò a Napoli, andò a 
Porto Ercole, vi morì.... 

E possibile tutto ciò in un tempo così breve ? 

Una sola supposizione sarebbe forse possibile di fronte 
all'enorme lavoro compiuto in rapporto alla brevità del 
tempo concesso, ed è questa che il Merisio portasse con se 
delle tele belle e dipinte che poi vendeva ai committenti. 
Ciò, si comprende, non è possibile affermare così su due 
piedi per l'assoluta mancanza di documenti di controllo (l), 



(i) Se la tradizione orale ha un valore per gli storiografi, io qui 
debbo riportar quella che è ancor viva in qualche confrate di S. Giovanni, 
in IMessina : pare che il quadro dell'omonima chiesa sia stato qui por- 
tato bello e dipinto e dal Merisio regalato all'albergatore o oste che 
fosse, partendo da Messina, in cambio di denaro e per gratitudine di 
averlo tenuto nascosto in un momento burrascoso. Dall'oste il quadro 
passò alla chiesa, non si sa se venduto o regalato, mancando ogni 
traccia dei vecchi registri della confraternita. 



-co- 
ma quand'anche questo fosse provato come si possono tenere 
per veri gli episodi che portano il Caravaggio comphcato 
in avvenimenti posteriori del tutto al 1609? La notizia della 
sua morte a Porto Ercole potrebbe essere una invenzione 
del pittore o dei suoi fidati amici per liberarlo dalla te- 
nace^ assidua, violenta e terribile persecuzione del cavaliere 
di Malta? 

Un'affermazione darebbe validissima ragione a tale 
dubbio, affermazione dovuta a Paolo Antonio Barbieri fi'a- 
tello di Giov. Francesco , detto Guercino da Cento (1). 
Scrive il Barbieri aproposito del proprio fratello : « Fu amico 
« del Cavalier Marini^ e da quello ebbe lettere molte eru- 
« dite, e di stima, scritte a caratteri d'oro. 

« Ebbe stretta amicizia con Michelangelo da Cara- 
<■'■ vaggio, con Leonello Spada^ e con tutti gii altri pittori 
« di quel tempo, essendo molto stimato per la sua virtù e 
« rara modestia. » Tali periodi sono compresi tra le due 
date 1622 ■ 1623. Ebbene : il Guercino era nato l'anno 1590 
ed era partito per Roma il 12 Maggio 1521 ; l'anno 1609 
egli trovavasi a Cento, alunno pregiato di Maestro Bene- 
detto Gennari. Qualche pittore valente si mosse da Bologna 
per andare a Cento a vedere i lavori del giovane artista 
solo nel 1613 dopo la pubblicazione di bellezza fattane da 
D. Antonio Mirandola Canonico Regolare di Cento. Queste 
sono notizie autentiche date dello stesso Paolo Antonio 
Barbieri. Ed allora ? Il Caravaggio abbandonò Roma nel 1605 
quando il Guercino aveva appena 15 anni e macinava i 
colori ad un umile pittore da guazzo. Come poteva un 



(i) Felsina Pittrice — pag. 365. 



- 61 — 

grandissimo artista — e così strano per giunta — pensare 
a stringere amicizia affettuosa col Guercino ? (1) 

Autentica troviamo invece l'affermazione dell'amicizia 
col Cav. Marino, il famosissimo poeta : il Marino che nel 
16)5 era andato alla corte di Parigi, nel 1622 se ne distac- 
cava invitato a Roma dal Cardinale Ludovisi nipote di 
Gregorio XV quello stesso Gregorio che aveva chiamato 



(i) A questo proposito dò qui una pagina tratta dal lavoro di 
Duchesne primogenito « Ji/useo di pittura e scultura » Firenze, Paolo 
Fumagalli e C. edit. ISjg — Fase. 2j — png, ig-io : « Nutrendo pur 
desiderio di veder Roma (si tratta del Guercino), arrivò colà nel- 
l'anno 1621, nel qual tempo Michelangelo Caravaggio godea di gran 
credito. La sua maniera piacque molto al Barbieri, il quale, imitando 
nella composizione il grandioso dei Caracci, avea nel suo colore una 
forza simile a quella del pittor romano. Caravaggio gloriavasi dal 
canto suo di veder adottato il suo stile da un artista di tanto merito. 
Fattosegli sulle piime amico il carattere di lui sospettoso ed invido 
reselo bentosto averso oltremodo al mansueto e timido Guercino. Era 
Michelangelo stato scelto per dipingere la volta della chiesa della 
Madonna di Loreto ; ma gli amministratori di quella chiesa, temendo 
il suo bollore e la sua mancanza di congruenze, credettero dovergli 
unire il suo amico Barbieri. Essendo questi andato a visitarlo, gli 
disse che in quella circostanza non si terrebbe come suo compagno, 
ma come suo scolare subordinato, rimettendosi interamente a quanto 
avrebb'egli disposto. Ad onta di tante proteste e di tanti riguardi, 
l'orgoglioso Caravaggio non seppe frenare la sua collera, dicendo che 
non potea patire uno scherno simile, e che la volta sarebbe dipinta 
per intero o dall'uno o dall'altro. Il povero Barbieri si ritrasse confuso, 
e andò a partecipare il suo cattivo successo ai commissari! di Loreto, 
i quali, temendo la giovinezza dell'uno e la stravaganza dell'altro, 
lacerarono le scritte fatte con questi due artisti ; e divennero a nuovo 
contratto con Cristofaro Roncalli, detto Pomarancio. » Questo episo- 
dio, che confermerebbe le parole del fratello del Guercino, viene dal 
Malvasia, come abbiam visto, riferito a Guido Reni, con delle piccole 
varianti. Io non ho potuto, per l'assoluta mancanza di bibliografìa nel 
lavoro del Duchesne, controllare la notizia, che parrebbe errata da 
un verso e corretta dall'altra : l'ho voluto, però, qui citare per dare 
un'altra prova della confusione esistente nella biografìa caravaggesca. 



- 62 — 

a Roma il Guercino. Ed autentica troviamo la notizia delle 
amichevoli relazioni con Leonello Spada che, reduce da Malta, 
s'era ridotto a Bologna (vicinissima a Cento) dove morì nel 
1622. Fra tante notizie autentiche ; il fratello del Guer- 
cino — così minuziosamente informato della di lui vita — 
ci darebbe una notizia falsa di sana pianta. È possibile ciò ? 

Un errore non ò impossibile : ma ricordiamo, a tal 
proposito, che i tempi correvano assai burrascosi e molto 
lacili ai nascondimenti, ai misteri, alle notizie false, A 
tutti è nota la fine oscura, misteriosa di Giuseppe Ribera 
inteso in arte col nome di Spagìioletto: scomparso da 
Napoli, per domestiche infelicità^ nel 1649 di lui non si seppe 
pili nulla. Errò, fu ucciso^ si uccise, morì serenamente in 
un convento? É quello che non si è mai potuto accertare, 
quantunque qualche biografo lo voglia morto in quell'anno 
perchè * se fosse capitato in qualche parte lontana, la 
singolare maniera dei suoi pennelli lo avrebbe certamente 
fatto palese » (1)^ Ragionamento un pò incerto, come si 
vede, perchè moltissimi quadri dello Spagnoletto non sono 
citati dai suoi biografi contemporanei, come non lo sono 
moltissimi quadri del Caravaggio. 

Io non affermo, discuto. I critici, in attesa della com- 
pleta luce sull'argomento, vorranno accogliere i miei dubbi 
basati, per altro^ sulle recise affermazioni di un contempo- 
raneo del valore di Paolo Antonio Barbieri (2). 



(i) Iconobiologia Biogr. di Gius. Ribera. 

{2) Un argomento assia valido è nelle mani dei fautori del 1609 
come anno di morte del Merisio : la prima edizione veneziana della 
Galleria (1610) del Cav. Marino dov'è inclusa la famosa poesia sulla 
morte dell'amico pittore. La prova sarebbe veramente decisiva se 
l'avventurosissima vita de! poeta e i suoi continui viaggi nel nord 
d' Italia non fossero tali da farci ritenere avere egli intesa la notizia 
senza preoccuparsi tant'oltre di far delle ricerche per iscoprire la veri- 
tà. Per altro la storia di quei tempi è ricca di menzogne che la docu- 
mentazione degli archivi va a mano a mano snebbiando. 



-- 63 - 
III. 

L' AUTORITRATTO. 

Un'altra quistione sorge adesso davanti al sereno esa- 
me della critica : la quistione del ritratto del ÌNIerisio dipinto 
da se stesso e che si ti^ova nella Galleria degli Uffizi di 
Firenze. Su questo ritratto si son levati dei dubbi : come 
mai, si è detto, essendo il Caravaggio morto a quaran- 
tanni abbiamo di lui un ritratto di uomo sulla sessantina, 
con la barba e i capelli brizzolati ? 

E si è subito detto che il ritratto della Galleria degli 
Uffizi non è il ritratto del Merisio e che il suo autentico 
ritratto deve essere quello della Galleria Nazionale di Buda- 
pest (l), ritratto di non grandi dimensioni (0. 25 ^j., X 0. 44) 
che porta in base la strana leggenda: 

Da Caravaggio io son pittore meschino 
Che il mio ritratto per un par di polU 
Qua! lo vedette feci ad Sansovino {2]. 



(t) Il ritrattro apparteneva all'antica collezione del Principe Ni- 
cola Esterhazy di Vienna e fu comprato nel 1873 dal governo Unghe- 
rese. 

(2) Questo Sansovuio di cui parla il pittore, e chi sa poi se i versi 
sono suoi e dipinti da lui, non fu certamente 1' Iacopo Sansovino, 
ricordato come grande scultore ed architetto dal Vasari, e morto in 
Venezia nel 1570; probabilmente sarà stato il Francesco Sansovino, 
figliuolo di Iacopo, 7iojno di lettere, così di legge come di uinanità, e 
amico degli artisti veneti o che passavano per Venezia. Però, se il 
Caravaggio ha potuto concedere per bisogno il ritratto per un par di 
polli (dato che i versi non siano un epigramma contro la nessuna cura 
che il pittore faceva delle cose sue o meglio ancora il frutto di uno 
scherzo assai bizzarroi ciò non fa troppo onore al Sansovino, che — fi- 
glio di artista — avrebbe dovuto ben apprezzare il dipinto del Merisio. 



— 64 -- 

In questo ritratto il Merisio apparirebbe delTetà dai 35 
ai 40 anni cor baffetti neri e piccolo pizzo a punta^ faccia 
grassetta e con in testa un fazzoletto bianco messo in 
forma bizzarra. Il tutto colorito alla maniera caravaggesca: 
fondo scuro e luci vive sul corpo. 

Per esaminare assai bene la quistione bisogna fare un 
elenco dei presunti autoritratti del Merisio e dei ritratti 
pubblicati nei lavori che di lui si occuparono, i quali han- 
no anche la loro non scarsa importanza. 

Primo. Ritratto della Galleria degli Uffizi. Rappresenta 
evidentemente un pittore, avendo nella destra un pennello 
e nella sinistra un mazzo di pennelli e la tavolaccia. E di 
uomo sulla sessantina, capelli lunghi e lisci, occhio piuttosto 
piccolo e sereno, naso aquilino, fronte ampia e rugosa, 
baffi regolari e pizzo caratteristico. Maniera caravaggesca. 

Secondo. Ritratto della Galleria Nazionale di Budapest 
più sopra descritto. 

Terzo. Ritratto adornante la l'' Edizione dell'opera del 
Bellori. L' incisore ci presenta un uomo maturo con capelli 
ricciuti, fronte rugosa, ciglia folte e contratte, baffi e pic- 
colo pizzo, occhio aperto e fiero. Tiene al collo la croce 
di cavaliere di Malta e con la destra impugna una spada. 
Porta in base, tra i motivi decorativi la parola Praxis e 
a sinistra in calce la firma dell' incisore /. de Grado scnlp. 
Neap. Questo ritratto è stato ricopiato per la prima edizione 
delle Memorie dei pittori messinesi del Grosso- C'acopardo 
varie volte citata. Avendo il Bellori notato che la testa 
del Golia del quadro Davide e Golia — era il ritratto del 
Merisio, è da supporsi che tale incisione sia stata ripro- 
dotta dal quadro (1). 



(i) Non mi è stato dato, vivamente ricercandole , di avere no- 
tizie del quadro in parola. Qualclie altro sarà piiì di me fortunato ? 



- 65 — 

Quarto. Ritiatto adornante la Iconobiologia e che pre- 
cede lo studio del Lossada. É d'uomo maturo, capelli ricciuti, 
baffetti e piccolo pizzo, cii^lia folte, occhio regolare. Anche 
qui ò la croce di cavaliere di Milla, ma non c'è la spada (1). 

Quale di tutti questi ritratti è il vero ritratto del Cara- 
vaggio ? 

Esistono altri ritratti autentici del pittore ? 

Affrontare una tale quistione è stato per i critici argo- 
mento scottante, perchè — a volerlo fare apposta — i 
critici non han tenuto gran conto delle date ed hanno 
assolutameute voluto morto il Caravaggio quaraìitainie, a 
Porto Ercole. 

Eppure il ritratto di Budapest, che avrebbe — per la 
scritta in calce e per lo stile tutte le caratteristiche del- 



i^i) Qualcuno, a Roma, crede esistere un quinto ritratto, anzi un 
autoritratto, quello del Nicodenio nel meraviglioso Deposto. L'esser 
la faccia messa in modo da potersi ritenere come dipinta allo spec- 
chio quando forse l'azione del quadro la vorrebbe rivolta verso il Cristo 
morto e con espressione più dolente che non sia, parrebbe dar ragio- 
ne ai sostenitori dell'autoritratto, do e per altro non son pochi i 
segni caratteristici del iMerisio. Però non avendo su ciò trovato con- 
forto negli autori secentisti che del quadro parlano distesamente non 
ho voluto metterlo in nota. La testa del Nicodemo è di uomo già 
maturo, fronte ampia, sopracciglia folte e pronunziate, naso caratteristico 
e porta la barba intiera e nerissima. Sarebbe un altro ritratto impor- 
tantissimo, la firma — direi quasi — del Caravaggio nella meravigliosa 
sua tela, giacché pare che di scrivere ei ne sapesse poco. Che se il 
ritratto di Budapest porta i tre versi sopracitati — dato che li abbia 
segnati col suo pennello — dovette copiarli a mo' di disegno. Così 
pure le parole Ecce homo del quadro di INIessina poste nello scudo 
della finestra del Pretorio, e le parole MicheV Angelo scritte — mi si 
informa da Malta — presso il sangue che sgorga dalla recisa testa del 
Battista nel famoso quadro dell'Oratorio dei Cavalieri, e che possono 
anche attribuirsi al suo compagne Lionello Spada. 



— 66 — 

Tautenticitii — questo ritratto di uomo iìin trentacinque 
ai quarantanni è stato fatto a Venezia, pel Sansovino e 
per un par di polli. Ebbene il Caravaj^gio, andò a Venezia 
subito dopo le prime armi di Milano e vi andò per stu- 
diare le meravigliose tele del Giorgione. Prima del 1600 
egli trovavasi a Roma : verso il 1600 vi giunse Annibale 
Caracci ed egli era già nel folgore della sua carriera 
artistica. É lui che giudica bene Un quadro di Annibale 
con le cortesi e schiette parole : Mi compiaccio che al mio 
tempo veggo alfine un pittore. Era già stato quindi dal- 
l'Arpino, l'aveva rotta col maestro, si era librato sulle ali 
della propria potenza artistica. Parecchi anni erano adunque 

trascorsi dal suo ingresso randagio e miserevole di Roma. 

• 

Si ricordi, a conferma di ciò^ che il Caravaggio — come 
scrive il Baglione — aveva col suo stile dato fiera scossa 
alla celebrità di Federico Zuccaro, vecchio pittore, che fu 
l'ultima volta a Roma reduce dalla Spagna verso il 1595, 
allorché venne dichiarato principe della sorgente Acca- 
demia di S. Luca (l). Se il ritratto veneziano è di uomo 
dai trentacinque ai^quarantanni e siamo prima del 1595 — 
Michelangelo morendo (dato che sia morto nel 1609) deve 
avere dai cinquanta ai cinquantacinque anni — nò più, né 
meno^ ed è sulla base di tali considerazioni che noi dobbia- 
mo iniziare le ricerche per l'autenticità dei ritratti anteriori 
e posteriori del Merisio^ eh' io affermo trovansi in due tele 
del pittore, una esistente a Siena neh' Accademia di Belle 
Arti dal titolo // giuoco della Mora e l'altra esistente in 
Messina nel Civico Museo dal titolo Ecce lioino. 

Il ritratto del giuoco della Mora è di uomo giovane : 
siamo ai primi scatti innovatori dell'artista contro il ma- 



(i) Lanzi — Op. citata — pag. 129 Voi. 2". 



- G7 - 

nierismo, qualche anno, adunque, dopo il ritratto vene- 
ziano. In questo ritratto si hanno le caratteristiche del 
Merisio : le sagome della IVonte, d-jlle sopracciglia, del 
naso, dei baffi, del pizzo, del mento sono d'un'evidenza 
straordinaria. È un autoritratto, perchè la figura, lo si vede, 
è stata dipinta guardandosi allo specchio. Che riso mali- 
zioso ò in quella faccia che comprende tutte le mnrachelle 
del giuoco !... 

Il secando ritratto è dell'età matura: gli ultimi anni, 
dolorosi, accasciati, perseguitati di Messina. Tra il ritratto 
di Siena e questo del Filato di Messina quante somiglianze ! 
Varia soltanto l'età, ma del lesto il tipo è quello, in ogni 
suo particolare. Solo la posizione dello specchio è mutata 
da destra a sinistra, i capelli sono incolti e la barba è 
cresciuta. 

Noi siamo nel vero affermando l'autenticità di questi 
ritratti: Budapest^ Siena, Messina sono tre anelli di una 
medesina catena, tre aspetti di una medesima fisonomia. 
Il ritratto della Icoìiobiologia è molto abbellito ma trae 
origine dal ritratto di Budapest ; quello del De Grado è 
perfetto avvicinandosi a quello di Messina, quantunque di 
parecchi anni più giovane. L'unico ritratto che non conservi 
intere ed intatte le caratteristiche del Merisio è quello di 
Firenze. Vi è qua e là qualche ricordo fuggevole del tipo 
Caravaggesco, ma l' insieme è troppo sereno, e non ha la 
precisione caratteristica del ritratto di Messina. Ritrae si 
o no Michelangelo la tela fiorentina? Non saremmo più 
nel vero ritenendola il ritratto di qualche pittore amico 
dell'artista lombardo? La quistionc non è delle più facili 
a rivolsersi ma non è delle più importanti, dal momento 
che abbiamo dei ritratti molto simili e che danno la cer- 
tezza fisionomica del Merisio , ritratti che chiudono — e 



— 68 — 

forse per sempre — la quistione dell'età vera dell' illustre 
pittore e scartano irremissibilmente esser la nascita avve- 
nuta nel 1509 (1), pur lasciando sempre insoluta la quistione 
della morte nel ló09 a Porto Ercole. 



(i) Debbo alla cortesia grandissima del Prof. Camillo Terni, così 
noto nel campo scientifico, ed al vivissimo affetto che ei serba alla terra 
di Caravaggio, alcune notizie importantissime sull'argomento, che lorni- 
rebbero una prima e sostanziale conferma alle mie ipotesi. Difatti ecco 
la lettera che il 12 Maggio 1903 mi ebbi dal Terni, da Milano : « Il 
volume più vecchio degli atti di nascita della arcipretura di Caravaggio 
va dal 1569 al 1585. Il concilio di Trento che ha prescritto la tenuta 
di tali registri ai parroci e pievani, come dice la bolla papale, si 
(?hiuse nel 1563, e credo difficile quindi che vi possano essere regi- 
strati anteriori. D'altra parte é colla data del 1569 che viene general- 
mente considerata la nascita di M. A. Merisio da Caravaggio. €e 
non che in tutta la serie delle annotazioni di quest'anno neppure 
l'ombra di un Merisio o Blerighi o Amerighi pur che sia, maschio 
o femina. Passando al 1570 si trovano : 29 Getmaio, è stato battezzato 
Giov. Antonio di Bartolomeo de Mirisijs compare Bernardinus Siccus 
de Cernaltis. — 18 Maggio^ Bartholomeus de Giov. dictus Merisijs. — 
4 Settembre, Giov. Giacomo di Francesco Meris'js apellato ( sic ) il 
Scotel. — E poi : 18 Novembre 1571 Andrea di Francesco Merisijs 
apellato il Scotel — E poi, ancora nel 1574 : Micael Bauli Merisijs 
bap. fuit die 14 Maij per me presb. Vincentìum Tadiui — Comp. 
Franciscus loppettus. — 3O Agosto 1374, Giov. Mario di Giov. Me- 
risio — 5 Maggio 7575, Giulio di Bartolomeo Merisio.... E così di 
seguito fino al 1579 nou vi sono altri Merisii o Amerighi o altri co- 
gnomi consimili. Non ho proseguilo poiché se è vero che Michelangelo 
Caravaggio è morto nel 1609 a 40 anni doveva necessariamente essere 
nato prima e non dopo quell'anno. L'unico elemento a cui appigliarsi 
sarebbe quel Michele, ma è un filo troppo debole, perchè vista la faci- 
lità colla quale quel presbitcruni Tadini registrava i nomi del battez- 
zato, lascia il dubbio che sia il nostro quel caravaggino del 1574. 
Non resta da pensare ad altro che egli sia nato in data anteriore ». 

La conclusione alla quale perviene il Prof. Terni sulla scorta di 
documenti irrefragabili e identica a quella cui pervengo io sulla semplice 
scorta dei ritratti : il che vuol dire che pur troppo l'errore sulla età del 
Merisio, che ha fatto tanto lavorare sulla ricerca del vero ritratto 
caravaggesco, è una quistione se non del tutto già per metà risoluta. 



- 69 — 

Riassumendo noi possiamo ben dire che i rifratti del 
Merisio recano un po' di luce nella biografia del pittore, 
e se non fosse per gli episodi più innanzi citati, che gittano 
un'ombra di dubbio suirultima parte della narrazione dei 
biografi secentisti, noi potremmo afiermare di avere adesso 
una pili esatta conoscenza della vita dell'artista , vita che 
per le sue qualità psicologiche è stata vigorosamente im- 
pressa col pennello nelle fosche tele che ci rimangono^ ma 
che per la verità storica lascia tuttavia nell'animo nostro 
dei dubbi che non trovano soluzione alcuna. Vedremo se an- 
che pel Merisio si avvererà il vecchio adagio essere il tem- 
po ìiìio scopritore della verità. 

Nell'interesse dell'arie ciò sarebbe da augurarselo, po- 
tendo allora noi assegnare all'artista dei lavori ancor dubbi, 
frutto di una vita strana sì ma caratteristica. 

{Continua). 

V. Sacca. 



-oc0>0<0oo— 



CAPITOLAZIONE DELLA TERRA DI SAVOCA 
DI FRONTE ALLE ARMI FRANCESI (1676) 



AVVERTKNZ^A 



Pubblichiamo nella sua lezione, correggendo talvolta la 
punteggiatura , un documento non conosciuto da quanti 
presero a narrare i memorabili eventi della città di Mes- 
sina nel secolo XVII. Ce ne fé' dono l'estinto nostro amico 
Avv. Carlo Toscano, il quale lo avea rinvenuto fra le carte 
dell'avo! suo, cancelliere comunale di Savoca nel 1820, 
quando in quel comune , fra i tumulti suscitati dai carbo- 
nari, la plebe mise a fuoco 1' archivio. 

Trattandosi di copia non autentica, è a credere che 
l'antico cancelliere per sé medesimo, o per altri che ne 
avesse vaghezza, trascrivesse la capitolazione dall'ori- 
ginale , perito dipoi nell' incendio. Ed è per tale incen- 
dio, che ci torna impossibile il raffronto, agevole solamente 
in Parigi, dove si custodisce l'altro originale pel duca di 
Vivonne. A cagione della vittoria riportata sul mare dai 
francesi, contro 1' ammiraglio olandese Ruyter , i ministri 
di Luigi XIV posero con ogni cura insieme quanto s' at- 
teneva all'impresa di Sicilia. 

Studi oramai ben lunghi di giure internazionale e di 
storia, ci hanno apprestato occasione di legger molte con- 
venzioni militari. Versano queste per solito , sugli onori 
concessi o negati alle milizie capitolanti ; sulla consegna 



— 71 — 

delle armi, delle fortezze, delle provincie ; sullo scambio dei 
prigionieri di guerra ; sugli obblighi di coloro che si ritrag- 
gono dalle ostilitiì. 

Nel documento qui pubblicato, si conviene T escarce- 
razione d' Antonio De Hox, condottiero dei savocesi, e si 
patteggia inoltre che i francesi concedano le dovute capi- 
tolazioni, al capitano ed alla soldatesca di presidio nel 
castello. Ma tolti questi patti e pochi altri, la convenzione 
meglio che alle cose militari , ha riguardo alle future 
relazioni di Savoca con 1' archimandrita di Messina ; alle 
preminenze ed alle esenzioni novellam.ente concesse alla 
terra; all'elezione dei giurati e d'altri ufficiali; alla ridu- 
zione delle prestazioni annue, in danno de' creditori. 

Perchè il Vivonne fu così arrendevole alle inopportune 
pretese degli abitanti di Savoca? — Temevano quei di 
Messina che gli spagnuoli, appena lo avessero consentito 
gli avvenimenti , munissero di nuove armi e di piìi forte 
nerbo d'uomini una posizione, che loro dava modo di 
spinger le forze su per le giogaje de' monti peloritani, a 
dominare e conquidere la città ribeile. 

Ciò ben sapevano i savocesi , i quali traendo partito 
da siffatti timori, attuavano ne' capitoli di resa, desideri da 
tempo inascoltati, nella speranza di dare assetto migliore 
alla terra, e di alleviar la miseria dei contadini. Per 
amore del luogo natio, non s' accorgevano come i loro 
scaltrimeiiti riescissero inutili, quasi due secoli prima che 
una profonda rivoluzione e sanguinosa rinnovasse l'Europa. 

Quanto poi al duca di Vivonne , nel sottoscrivere con 
apparente leggerezza i patti proposti dai terrazzani, ei si 
mostrò di gran lunga ^\i\ scaltrito ed accorto di costoro. 
Tolse subito a se medesimo ed a Messina i temuti pericoli, 
mentre gli rimaneva per contro abbastanza di tempo , a 



spazzar via le capitolazioni , se pure a Spagna non fosse 
tornato l'imperio di Sicilia. — E noto come il fratello della 
marchesa di Montcspan fosse simulatore espertissimo, e 
cinico dispregiatore di qualunque fede, di qualunque legge; 
e non è a dubitare che Luigi XIV' e Colbert , ajutando i 
messinesi, avessero precipuamente in animo d' indebolir 
la Spagna , contro cui i francesi guerreggiavano ; od in 
ogni conto, di avvantaggiarsi nelle stipulazioni di pace, sic- 
come in Nimega avvenne. 

Non sappiamo se le promesse date con tanta solen- 
nità in prò di Savcca, ottenesser la sorte toccata a quelle 
verso la città nostra ; vorremmo attendere a tale indagine, 
ma molte e dolorose cure ce ne distolgono. Chi vorrà 
illustrare il documento cercando i fatti , non ometterà di 
esporre quali fossero gli ordinamenti siciliani nel secolo 
XVII, e quanto disagio cagionassero alle terre le signorie, 
massime se appartenenti a lontani feudatari ecclesiastici, 
com' erano nel caso di Savoca, gli archimandriti di Messina. 

12 Marso 1906. 

Prof. Giacomo Macn. 



CAPITOIvAZIONld^ 



Jesus JiJaria Josepli 

Ritrovandosi sog'getta da più tempo la Terra di Savo- 
ca con soi Casali e tutto il Regno di Sicilia, sotto il governo 
del Rè Cattolico; ed occorrendo in questi tempi che il 
Rè Cristianissimo abij passato li eserciti in questo Regno, 
avendo ricorso all' aggiuto della Città di Messina , di cui 
questa Terra è distrittuale, e per 1' addietro non li è stato 
permesso concorrere coli' intenzione di detta Città ; Ulti- 
mamente, ritrovandosi il Campo Francese in questi giorni 
nella Marina di S. Alessio, trovandosi soggetto e reso 
detto Castello di S. Alessio, con altre Terre a detta di 
Savoca vicine ; ed essendo stato Inviato a detta Terra un 
Tamburo, accompagniate con il Cavalier di Chiè sotto 
li 23 ottobre p. p. ed altro sotto li 25 dello stesso , ante- 
ponendocci da parte dell' Ecc.™'* Sig. Viceré, il Sig. Duca 
di Vivonne, che dovesse concorrere a rendere Vbidienza 
a dett^k Maestà Cristianissima, anteponendocci la molta 
Clemenza e benignità d'essa, con tuttoché detta Terra si tro- 
vasse in qualche parte provista di munizione, Bastimenti (1) 
così di Vivere come di Guerra , presidiata di Soldate- 
sca, di Cittadini di detta Terra , e munita di necessarie 
fortificazioni e sito eminente precipitoso^ che dall' istessa 
natura li è stato attribuito, per onde se stimasse abile a 
potere resistere all'assalto del esercito Francese ; non però 
per queste cause, ha devenuto detta Terra con suoi Ca- 



(i) Voce adoperata ad indicare ciò che è bastevole, ripetuta col signi- 
ficato stesso nell'art. 2. 



- 74 — 

sali, a rendersi all'Vbidienza del Sig. Duca di Vivonne, 
Viceré a nome della prefata Maestà Cristianissima, come 
Terra distrittuale di detta nobile ed esemplare Città di 
Messina ; ma sotto l' infrascritti patti , privilcggi , exenzio- 
ni (1), grazie ed altri, quali detto Ecc.""' Sig. Duca promette 
Verbo Reggio {sic) che siano inviolabilmente osservati, e 
dalla prefata Maestà e suoi successori, puntualmente man- 
tenuti ed Illibati. 

1. E primo che li popoli di detta Terra e suoi Casali, 
e habitaturi in essi, etiamdio che fossero Messinesi, e loro 
effetti e beni non siano in alcun modo e tempo, dalli Sol- 
dateschi del Campo, condotti al acquisto di detta Terra e 
del Regno di Sicilia, Saccheggiati, Molestati, Inquietati, 
ò Castigati ; e che dovendo entrare Soldatesca in detta 
Terra, debba entrare come Amica, e come se entrasse 
nella Città di Messina, senza operare differenze. Doven- 
dosi in detta Terra trattenere Soldatesca di presidio, si 
debba trattenere nel Castello di essa, senza scommodare 
ò perturbare per l'albergo o riggetto (2), a detti Popoli e 
loro Case ; che siano trattati dalla Maestà Cristianissima, 
e Sig. Viceré, e altri Comandanti e Soldatesche, conforme 
se dal primo giorno avessero concorso con detta Città 
di Messina; et ex uiuic prò tiinc , li popoli di detta Terra 
e suoi Casali, promettono fedeltà e obidienza alla Maestà 
Cristianissima, e per essa all' Ecc. ™° Sig. Duca di Vivon- 
ne suo Viceré, ed a1 presenti residente nel Campo, all'as- 
sedio della Scaletta. 

2. Che li popoli di detta Terra di Savoca e suoi Ca- 
sali, non possono essire costretti in alcun tempo, a dovere 



(i) Testo : expenzioni, che non ha senso. 

(2) Ricetto: la parola è sfigurata secondo la pronuncia di Savoca. 



— 75 — 

impugnare armi contro l'eserciti della Maestà Cattolica, 
se non che a difesa di detta Terra, avendo però li basti- 
menti così di Viveri come di Guerra ; e trattandosi di 
Guerreggiare con l'altre nazioni, che detti Popoli debbano 
servire alla Maestà Cristianissima in questo Regno, ed in 
particolare in custodia di detta Terra e Casali, senza do- 
vere imbarcare per fuori Regno di Sicilia, eccetto però di 
quelli che volontariamente vorranno servire. 

3. Che detta Terra stia neir osservanza di tutti soi 
giurisdizioni, sopra li suoi Casali di Casalvecchio, Pagliara, 
Locadi, Palmolivo, Missario, ed Antillo^ Casali soggetti al- 
la Giurisdizione di detta Terra dominante ; li quali Casali 
non possono domandare ò avere Segrecazione di dominio 
di detta Terra, in alcun modo o tempo, ma sempre siano 
soggetti a detta Terra ; e l'esercizio di giurisdizione delli 
officiali di detti Casali si estenda solamente nelli loru Circuiti, 
per la Form.a del libro delli Costituzioni di detta Terra e 
Casali, seii Ih librii del Segretu ; delli quali Casali, caso 
che alcuno o più d'essi si trovassiro soggiogati ò resi al 
esercito (1) Francese, che quello o quelli s' intendono ò 
siino restituiti alla giurisdizione e soggezione di detta Terra, 
e che sempre siano Casali soggetti a quella, ed al eserci- 
zio della Giurisdizione d'essa. 

4. Che il territorio di detta Terra non si possi in 
alcun tempo diminuire, ò aggregaVsi in parte con altra 
Terra o loco, ma che stia sempre come per il passato, 
Includendo in detto Territorio e giurisdizione, il Fego (2) 
dell'Abazia di S. Pietro e Paulo ili Agro, esistente nel 
Territorio di detta Terra. 



(i) Testo : esercizio. 

(2) Feudo, conforme al dialetto siciliano. 



— 76 — 

5. Che detta Terra di Savoca e predetti Casali, sia 
e s' intenda come per il passato, terra distrittuale di detta 
nobile ed esemplare Ciltà di Messina; e che goda tutti i 
privileggi, prehemiiienze, exenzioni (1), franchezze ed altri 
conform'e a detta Città ; e che per Privileggio speciale, 
li popoli di detta Terra e soi Casali, godono come divino 
godere, come fossero Cittadini di detta nobile et exem- 
plare Città di Messina ; e che nelli parlamenti generali da 
farsi, debba intervenire detta Terra e suo Procuratore, da 
parte sua e soi Casali, conforme entrirà in detti parla- 
menti detta nobile et exemplare Città di Messina ; e che 
sempre siano esenti d' impositioni e Gabelle. 

6. Che li popoli di detta Terra e soi Casali, e tutti 
loro effetti e beni , si intendino e siano esenti di dovere 
pagare qualsivoglia sorta di debiti correnti, e rendite di 
cenzi bullali, e legati secunduiìt fovìiiain hiillae, et nd pias 
Causas, li quali debiti, cenzi, e legati siano, e s' intendono 
esenti e cancellati , etiaìu se fossero qnaliterciunqiie (2) 
privileggiate, e si dovessero a qualsivoglia persona o Regia 
Corte, overo Deputazione del Regno, ed altri assignatarij 
di rendite, ò alla religione di Malta et altri; e questo stante 
le tante soggiogazioni che si trovano fatti , che si hanno 
andato corrispondendo tanto lungo tempo, con essere en- 
trati a' Creditori per raggione d'interusurij (3), il quatruplo e 
forse più della sorte delli Capitali, e mediante che li beni 
stabili sono ridotti a poca rendita; per le quali Cause li 
Popoli sono tutti ridotti in povertà; eccettuati però le sug- 



(i) Testo : expensioni. 

(2) Testo : quantunque. 

(3) Interusurium fu detto dai giureconsulti romani l' interesse, o 
l'utile dell'usura. 



— 77 — 

giogazioni dovuti alle Chiese et Conventi per loro manu 
tenzione, e li legati lascati alle Chiese a raggione di dieci 
per cento secondo la forma della Bolla , e celebrazione di 
messe, li quali s' intendono discalati da oggi innanti alla 
metta, alla raggione di cinque per cento ; con questo che 
corrano a detta raggione da oggi innante, e che li. decorsi 
maturati si intendono esenti; ed in caso di restituzione, si 
debba solo pagare la metà delli Capitali, a detta raggione 
di cinque per cento. 

7. Che la creazione delli Giurati di detta Terra e suoi 
Casali, la debbono sempre fare li popoli per scrutinio e 
Casciarizzo , (1) conforme si à soluto fare per il passato, 
essendo eletti Giurati, le due persone che averanno piià 
voti; e che li Giurati debbiano esercitare l'officio^ dal primo 
di Settembre, per tutto il mese d' Agosto ; quale passato, 
siano privi dell'amministrazione di detto loro officio, do- 
vendo fare ogni anno la sua Creazione nella penultima o 
ultima Domenica d'Agosto, sotto la pena di onze 100 a tali 
Giurati, che lasceranno di fare tale Creazione, applicate al 
Regio Fisco; con questo che l'Archimandrita che sarà, debba 
intervenire o mandare Procuratore nell'una ò l'altra Do- 
menica, e non mandando person'a 1' ultima Domenica, se 
possi fare la Creazione con lo intervento dell'Arciprete di 
detta Terra, in loco dell' Archimandrita, et in suo defetto 
uno delli Priori o Guardiani delli Conventi di detta Terra; 



(i) Voce del dialetto rispondente all'italiana Cas^etlofie. 11 Pasqua- 
lino la definisce: « Arnese o masserizia di legname, in forma di cassa 
« grande ma più alta, dove son collocate cassette, che si tirano fuori 
« per dinanzi ». 

Nelle pubbliche votazioni, si deponevano schede o pallottole di co- 
lore differente secondo il sì ed il no, nel cassetto che portava il nome 
delle persone in precedenza abilitate agli uffici. 



— 78 — 

et che TArciprete sempre debba sedere cliain come Arci- 
prete, in detta Creazione, et in suo defetto come sopra, 
conforme per il passato; e non intervenendo li Giurati in- 
nanti che finisci il mese d'Agosto, possono in tal caso li 
popoli, o nel ultimo giorno d' Agc sto , o principio di Set- 
tembre, fare la Creazione con 1' intervento , in loco delli 
Giurati, delli Guardiani e Priori, o superiori delli Conventi, 
o di dui Cappellani li più antichi. 

8. Che li Capitani di detta Terra si eligano ogni anno 
dall'Archimandrita come al solito; e che si eligano persone 
Circomspette, habili e sufficienti, di buona vita e farna ; e 
che detto officio non si possa vendere , come si ha soluto 
indovutamente fare per il passato; e che non si possa con- 
ferire per mezzo di regali né dircele^ riè indirecte, nò per 
via d'obbligazioni fatte per altri tanti contanti o polize ; e 
constando (l) d'essersi conferito tale officio per via di prezzo 
ò regalo, in tale caso l'officio di Capitano caschi in per- 
sona dello Giurato di detta Terra il più vecchio , il quale 
possa e debba exercitare l'officio per quella indizione, nella 
quale occorrirà il caso ; tutto per non dar campo , e per 
levare l'occasione d'essere vessati li Popoli. 

9. Che l'elezione del Giudice, che dovrà ogn'anno eleg- 
gere l'Archimandrita in detta Terra di Savoca , dovendo 
esercitar 1' officio di Giudice e Giurato, non possa (arsi in 
persona di persone , che prima dalli Popoli alcuna volta 
non siino stati eletti e creati per Casciarizzo nel officio di 
Giurato, Sindaco, Detentore, o Tesoriero di detta Terra di 
Savoca; tutto ad effetto che detto officio si conferisse a 
Persone di buona qualità; che l'Archivario e Conservatore 
delli scritturi di detta Terra, si debba eliggere dalli popoli 



(i) Testo : esortando. 



- 79 — 

per creazione e per scrutinio , il quale sia vitalizio , ed in 
Caso di prosecuzione del Archivario , ruedio tempore (l) 
che sarà provisto di giustizia , amministri detto officio 
quella Persona, la quale averà avuto più voti nella Crea- 
zione fatta, appresso la persona eletta, per sino che detta 
persona sarà provista di Giustizia , ò morta in prosecu- 
zione ; Con doversi fare le solite giuliane (2), ogni volta 
con r intervento delli Giurati , non obstante che per il pas- 
sato detta elezione è stata fatta del Archimandita. 

IO. Che li Mastri Notari dell'officio delli Giurati, e Corte 
Capitaniale di detta Terra , si debbano eligere con dover 
fare la nomina li Giurati di detta Terra, nominando quat- 
tro persone virtuose e prattiche, di buona vita e fama per 
ogni officio; e di quella nomina, l'Archimandrita debba fare 
l'elezione di detti Mastri Notari, di due persone nominate. 
II. Che l'Archimandriti che /)rQ/^w/>o;'e saranno eletti, 
non ostante che l'Archimandritato non sia beneficio Curato 
ma semplice, con tutto ciò per maggior beneficio di detta 
Terra e suoi Casali, e di tutta la sua Giurisdizione Archiman- 
dritale, per lo piìi dell'anno debbano far residenza in detta 
Terra di Savoca, come Capo di tutta la Giurisdizione Ar- 
chimandritale ; et il resto nella nobile Città di Messina 
come Metropole; e che dell'Emolumenti di detto Archiman- 
dritato, ne debbano conseguire trecento scuti l'anno, le tre 
Parrocchie di detta Terra, mediante la loro necessità; e 
questo per aversi esperimentato quanto inconveniente e 
disservizio è stato , 1' attribuirsi per il passato detto bene- 
ficio, in persona che abitasse in Roma ; e che il clero di 



(i) Nel testo, la parola tempore fu mutata in sempre. 
(2) Giuliana si chiamò in Sicilia, il compendio per alfabeto degli 
atti contenuti in un volume. 



- 80 — 

detta Terra, stante la su detta residenza, non sia obbligato 
a pagare raggioni di Visita. 

12. Perchè il territorio della terra di Savoca consiste 
in quarantaotto Fcghi, di quali spettano all'Archimandrita 
Ventiquattro , e l'altii 24 spettano a detta Terra chiamati 
Zafari (1), avendone anche 1' uso detti Casali, con le con- 
suetudini et osservanze contenti nel libro del Secreto (2) 
quali stiano in suo robore, e si debiano osservare partico- 
larmente per le trazzere Filaltò (3) , et appartati uso di 
paschi, jus Incrciìidi, et altri in detto libro contenti; e pa- 
gando detta Terra e soi casali e tutti i beni existenti in 
detto territorio, a detto Archimandrita le raggioni di decima 
di vettovaglie, musti, animali, et altri soggetti a decima, si 
domanda per ciò che tutti le raggioni di decima di detto 
Territorio, si dismembrassero delle rendite Archimandri- 
tali, e si attribuiscono a detta Terra e suoi Casali; delli 
quali in quanto a quelli che doveriano in fiiturum pagare 
li Popoli di detta Terra e Casali e loro beni, siano esenti 
e franchi, ed in quanto a quelli che doveranno pagare le 
persone esteri in detto Territorio, restino per detta Terra 
con l'infrascritti desposizioni (4), 



(i) Zafara è nel dialetto 1' itterizia , tolta 1' altitna sillaba alia 
voce zafarana. E come dal color zafferano degli itterici, ebbe nome la 
loro infermità, così questi feudi furon chiamati Za/are dal colore gial- 
lognolo delle terre , disadatte ad ogni cultura e nude anche ai dì 
nostri. 

(2) Secreto o Segreto era il ministro nobile delle dogane , ed in 
genere qualunque uflìciale chiamato all'esazione delle regie imposte. 

(3) Si chiamarono trazzere nell'isola nostra, le vie di campagna tal- 
volta assai larghe , per le quali traverso beni feudali od allodiali, si 
esercitava il transito dei pedoni, dei carri, dei bestiami. 

(4) Testo: deposizioni. 



— 81 — 

13. E che per ricompenza di tali emolumenti di decima" 
s'attribuiscano a detto Archimandritato li sudelti 24 fenili 
nominali Zafari, li quali s'incorpoi^ino all'Archimandi-itato 
deiristesso modo e maniera, conforme detto Archimandri- 
tato ha tenuto detti 24 feghi nominati boscJii; e con lo 
istesso ///5 di pascolare li Cittadini di detta Terra e Ca- 
sali, nelli tempi soliti, conforme si ha costumato per il pas- 
sato, e con ristessi Carrichi di Filatlb , appartati trazzeri, 
uso di pascoli e Signorie, conforme per dette osservanze, 
e prosecuzione (1) di coltivare, seminare, e usufruttuarc 
li Padroni delli posessioni esistenti in detti Zrifan', del 
istesso modo e forma conforme nelli sudetti 24 boschi, re- 
stando solamente per detta Terra e suoi Popoli, la Zafara 
di Moìidcllo , incominciando da me7za Zafara della con- 
trada di S. Carlo, abasso fino alla marina, jncludendo tutte 
le chiuse nobili, tino alla Fiumara delli Pagliara; con que- 
sto però che li boschi di S. Mariìia e Cuoio, Mnìuiisa delli 
Pagliara, l'acqua di Savoca e Marinili, non obstante che 
siano delli 24 boschi dell' Archimandritato, perchè benefi- 
cati in vigne, celzi, et esserci pochi alberi d' agliande, per 
onde sono di poca rendita all'Archimandritato, restino per 
detta Terra e suoi Casali e per li Padroni in quelli exi- 
stenti, come chiusi nobili (2) ; con ijuesto che alli Citta- 
dini di detta Terra e Casali, resti lo Jiis liguaudi^ e di co- 
gliere agliande (3) et altri frutti salvaggi , come è stato 
solito. 



(i) Testo: csccuzioìie, 

(2) Chiusa nobile vale òanJi/a , cioè un tratto del feudo , in cui 
il signore vietava a tutti per bando, la caccia, la pesca, l'uccellagione, 
il pascolo. 

(3j Ghiande. 



- 8:^ - 

14. E perchè fra li altri bolli e debili esistenti, e can- 
cellati come sopra, ve ne sono alcuni che si doveriano a 
persone Messinesi, e volendo detta .Terra deportarsi con 
detta Città e Popoli, con la dovuta ed antica Giurispru- 
denza , pertanto si contenta detta Terra di Savoca, che 
in compenza di detti debiti e bolle di dette persone Messi- 
nesi, s'attribuisca a dette persone Messinesi , seti, a detta 
nobile Città , la raggione di decima delli musti di tutte 
le vigne di persone Messinesi, existenti in detto Ter- 
ritorio, come d' altri qualsisia negozij soggetti a decima, 
che persone Messinesi dovevano pagare a detta Terra; 
e che per tal causa detta Terra e casali e loro popoli 
siano obbligati a pagare li debiti , bolli , rendite , de- 
corsi et altri qualsivoglia interessi, che prò 7}wdo sì ùovcs- 
sero a dette persone Messinesi , li quali siano e si jnten- 
dono esenti (l) , e non contentandosi detti Messinesi della 
compenzazione e cancellazione sudetta, con attributione di 
detta decima, in tal caso che detta decima di persone Mes- 
nesi ed altri esteri, e loro beni existenti in detto Territorio, 
li quali spettano a detta Terra, si mettano in depositione 
e con quelli si vadano sodisfacendo li debiti, bolli, rendite, 
che pretendono dovere avere dalli Popoli di detta Terra 
e Casali, tanto le persone creditori Messinesi, quanto le 
persone di detta Terra e Casali e le bolle delle Chiese co- 



(r) Nell'art. 12, tolte all'archimandrita le decime, si cancellarono 
quelle dovute da savocesi, lasciandosi alla terra le altre dovute da />^;'- 
so7!e estere. Erano fra gli esteri i messinesi, i quali qui si esentano dalle 
decime, in compenso di rendite , soggiogazioni , censi, a loro danno 
aboliti per l'art. 7. Oltracciò la terra di Savoca si obbliga a pagar gli 
arretrati di soggiogazioni o rendite dovute ai messinesi sino al giorno 
della capitolazione, tuttoché ai debitori pel citato art. 7, fossero stati 
rimessi anche i decorsi. 



- 83 — 

ine sopra discalate; e finita che sarà detta scdisfazione, le 
dette rendite di persene Messinesi ed estere, vadano al 
Patrimonio del Rè Cristianissimo come regalia e Donativo, 
che detta Terra per li presenti Capitoli li fa gra/i's et gra- 
tiose; et contentandosi detta Città di detta compenzazione, 
in tal caso, restando a detta Terra le raggioni di decima 
delle persone exteri existenti in detto Territorio, di dette 
raggioni di decima detta Terra ne lece e la regalia e do- 
nativo a detta Maestà Cristianissima, e suo Patrimonio 
Reale. 

15. Che rill.'"'' Sig. D. Giuseppe Castelli, Vescovo 
eletto della Città di Patti e sua famiglia, D. Giovanni 
Battista Castelli Governatore dell' armi di detta Terra, 
D. Placido e D. Gasparo Castelli e loro famiglia, D"-' The- 
resa Castelli e Galifi e sua famiglia, D. Giovanni Villa di 
Cane^ lo quale si trova confinato in detta Terra per or- 
dine del Governo Spagnolo e sua famiglia , Pietro , Vin- 
cenzo e Felice lo Rò, et il Sig. Giovanni Triscritti . non 
siano in modo ò in conto alcuno molestati, così essi come 
loro beni, tanto per li coniravenzioni e disobedienze di 
bandi, promulgati così per ordine dell' Eccellentissimo Se- 
nato di detta nobile Città , come di detto Eccellentissimo 
Sig". Viceré, e pene in esse contente, come per altra qual- 
sivoglia colpa che se li attribuisce, delli quali siano e s' in- 
tendano plenariamente assolti e liberati , come se mai li 
avessero incurse, o per loro fosse stato permesso; e che a 
quelli , non solo se li permette ridursi con loro cose e 
famiglia in detta Città, ed il transitu in quella di loro robbe, 
beni et effetti, arnesi, vittovaglie , seta, oro , argento, ap- 
parati et altri, li quali non li possono esseri così per strada, 
come in detta Città molestati , ma che ancora se li resti- 
tuiscano li loro beni, per causa di tali contravenzioni, ino- 



— 84 — 

bedienza, delitti ed altri , da loro in detta Città ed altre 
parti incorporati, così per la detta Citta, come di detto Ec- 
cellentissimo Sig'. Viceré ; il che si debba osservare per 
tutti altri Messinesi oriundi, come per privilegio, che nel 
tempo del presente arendamcnto (1), si trovano in detta Ter- 
ra e Casali, che qiiocuìiique modo venissero comprisi nella 
continenza di tali bandi, avvisi, ed altri, et che in quelli 
potessero essere pregiudicati ò molestati per detta Città, 
ò per detto Eccellentissimo Sig. Viceré et Governo Fran- 
cese. 

16. Che il Sig. D. Carlo e D. Xaverio Castelli ed 
altri di loro famiglia, che si trovano carcerati in detta Città, 
si excarcerassero; e che se li restituissero loro beni ed 
effetti incorporati. 

17. Che il Sig. Cavaliere D. Antonio De Hox, il quale 
si trova prigioniero, preso nella Terra della Forza, quando 
si trovava accompagnìato con cinquanta Vomini di Savoca, 
che furono dtrbellaii da detta Terra di la Forza, e furono 
forzati abandonarlo, con la perdita di trenta forzoti (2), fosse 
excarcerato; e che se li concedesse il passaggio per dove 
a detto Cavaliere piacerà, a contemplazione della Terra di 
Savoca. 

18. Che avendosi scarsezza di vittovaglie , in tale 
caso detta Terra e suoi Casali sia preferita in tutta la sua 
porzione, di quelli Iromenti e vittovaglie che vi saranno; 
ed avendo modo detta Terra di portare in qaalche tempo 
vittovaglie in essa, così per mare come per terra, non li 



(i) Resa 

(2) Nativi di Forza d'Agro. 



— 85 - 

possano essere molestati, impediti, sequestrati, o presi in 
tutto ò in parte, quali si compenzeranno in loro porzione. 

19. Che V Archimandrita non possa avere giurisdi- 
zione temporale contro li popoli di detta Terra e Casali, 
se non che spirituale taiitiini come è solito , e che non 
possa molestare, carcerare, o aver manu eti'am colla Giu- 
stizia temporale nò spirituale, sopra le persone di Giurati 
Sindaco, ed altri officiali di detta Terra eletti dal Popolo, 
mentre stanno amministrando loro officii ; nel qual tempo 
s'intenda sospetto , e che non possa prosequire persone di 
detta Terra e Casali ad istanza del Fisco, circa delitti di 
usuraria pra vitate, ma ad istanza di parti tantum. 

20. Che li privileggi di detta Città e soi distrittuali, 
si debbono interpetrare et sentire primariamente sempre 
a favore di detta Terra e Casali di essa, posponendoli quante 
volte occorrerà fra loro litigare. 

21. Che al Capitano e soldatesca di presidio nel Ca- 
stello di detta Terra di Savoca, si concedano le loro Ca- 
pitolazioni dovuti e competenti, per aversi trattenuti indetta 
Terra da circa anni due, e deportati da buon Gentiluomo, 
e da boni soldati, non intricandosi a Cosa alcuna , che a 
far l'esercizio del Rè Catolico. 

22. Che caso in detta Terra, restasse qualche poco 
di vettovaglia et altre cose commestibili, comprati col de- 
naro della Reggia Corte, restano per peculio di detta Terra; 
e che lo Illustrissimo Sig. D Giuseppe Castelli, in potere 
di cui si trovano, li debba consegnare a persona eligenda 
dalli Giurati di detta Terra di Savoca, per effetto sudetto. 

23. Che la Terra di Savoca, dovendosi formare la 
milizia del Regno , sia Capo di bandiera , e che tenga 
sotto di se li Casali e terre d'Ali, Fiumidinisi, Itala, Man- 



- 86 - 

danice, Limina, Forza, la Mola, Ruccella, e tutte altre terre 
che erano innanti sotto detta bandiera; e che li Casali deb- 
bano abbassare, e prendere mostra in detta Terra, che debba 
avere il primo luogo colla bandiera di Randazzo; e che la 
piazza di detta bandiera sia nella Città di Tavormina ; e 
dovendo marciare in Messina , abij il loco nel Castello 
del Salvadoro, in tutte le preeminenze antiche. 

24. Che il Casale di Locadi e suoi Popoli sii soggetto 
alla giurisdizione del Capitano et officiali di Savoca; e che 
il Capitano ed officiali delli Pagliara, non possono eserci- 
tare giurisdizione in detto Casale, ma che il Capitano di 
Savoca tenga in detto Casale di Locadi, un Caporale e com- 
pagni. 

25. Che il Fego della Batìa di S. Pietro e Paulo d'A- 
gro^ existenti nel territorio di detta Terra di Savoca, per 
essere beneficato in vigne, e per quelle non si possa ven- 
dere l'Elrba, né si possano passare bestiami, ma che li sta- 
bili existenti in detto Fego, si habbiano come chiusi nobili, 
con pagare solamente a detta Terra, le raggioni di decima 
di musti, vittuagli ed altri, more solito. 

26. Che ogni volta che occorrirà conferirsi l'Archi- 
mandritato, sempre si intenda conferito colle osservazioni, 
e sotto la forma delle presenti Capitolazioni, sotto le quali 
l'Archimandriti tutti si debbano deportare. 

Sotto le quali Capitolazioni, dritti, privileggij, Gratie 
ed altri , s' habia per detta Terra e popoli d'essa, divenuto 
al rendimento di detta obedienza della Prefata Maestà Cri- 
stianissima, e per mezzo dell'Eccellentissimo Sig. Duca di 
Vivonne, suo Viceré alla conquista di questo Regno, acciò 
quelli si osservassero sempre, in ogni futuro tempo in per- 
petuo dalla Maestà Cristianissima e suoi posteri , e loro 
Signori Viceré, che al presente è, et prò tempore saranno» 



— 87 — 

in vim rescripti et Privilcgii, con potestà di potersi ridurre 
il presenti scritto in stampa. 

Dato nel Campo Francese innanti la Scaletta, oggi 
tre novembre 1676. 

lo Marasciallo Dura di Vivonne. — Per ordine di S. E. 
Dautiez. 

Approbati dalla Terra di Savoca, oggi 4 novembre 1676. 

Stefano Trischitta Capitano di Giustizia e Consolente 

Giacomo Trischitta Giurato 

Francesco Trimalchi Giurato 

D. Bartolomeo Trischitta Sindaco e Consolente 

Natale Trischitta Capitano di fantaria e Consolente 

Lorenzo di Savoca Capitano di fantaria e Consolente 

Giovanni Trischitta Capitano di fantaria e Consolente 

Francesco Trischitta Capitano di fantaria e Consolente 

Francesco Crisafulli Alfiero e Consolente 

Notar Giovanni Salvadore Consolente 

Felice Trischitti Consolente 

Pietro Cuzzaniti Consolente 

Giacomo Trimalchi Consolente 

Francesco Maria Scarcella Consolente 

Gioseppe Nicotina Consolente 

Gio. Battista Coglituri Consolente 

Dom. Pascano Consolente. 



CENNI STORICI SU MERI 



I. 

Meri (latino Miriac, dialetto Liiuin) è un paesetto sito 
in amena positura nella provincia di Messina, circondario 
di Castroreale, mandamento di Barcellona Pozzo di Gotto. 

La sua ubicazione, in terreno lievemente declive, è as- 
sai regolare, alla moderna; relativamente moderna, rimon- 
tando la costruzione alla prima metà del secolo XVI. 

11 territoiio, nei primordi del XIV secolo, apparteneva 
a certo Urso di Gritalco (1), di famiglia messinese, barone 
di Rayneri e di Merli (2), la cui tìgliuola, pel matrimonio 
con un certo Giovanni Andrea di Patti^ l'ebbe in dote. Passò 
poi alla nobile famiglia messinese Sacco, e quindi, per do- 
nazione, a un certo Giliforte de Arsis o Arces, dal quale 
lo ricevette in eredità il (ìgiio Piclvisio, che, forse, co- 
me i precedenti, per mancanza di prole maschia, ne fece 
donazione a un certo Giovanni Antonio Rizzo; dopo la cui 
morte il possesso passò alla moglie e poscia al figlio 
Bernardo Rizzo (3). Costui, come meglio vedremo nel ca- 
pitolo II, ove si farà la descrizione particolareggiata delle 



(i) Vito Amico, Dizionario Topografico della Sicilia, Palermo, 
1S56, V. 2°, pag. So. 

(2) Crollalanza (Di) G. B., Dizionario Storico Blasonico, Pisa, 
1S90, V. 3°, pag. 58. 

(3) Queste e altre importanti notizie sulla successione del feudo 
delli Mirti ho ricavate da un sommario di documenti inediti già pos- 
seduti dal Dottor Sac.*'' Antonino De Gaetani da Meri ed ora presso 
il Signor Cav. Antonino Maiinone, Sindaco di Meri, che vivamente 
ringrazio. 



— 89 — 

varie famiglie, che possedettero il fauùo dclli M/ni, iweiióo 
sposato donna Nicoletta Bonìiglio, si (.-bbe Giovanni An- 
tonio, che ncmù suo crede e Cililoite Kizzu^ senza prole, 
amministratore dei beni. 

Da Giovanni Antonio nacquero Giovannella e France- 
sco Antonio Rizzo, il quale, morendo elesse suoi eredi 
i figli Bernardo e Girolamo, sotto la tutela della moglie 
Bernardina. 

Correva intanto l'anno 15_M, ed essendo sorte discordie 
tra Giovannella Rizzo, maritata a Giovanni Filippo La 
Rocca, che per la morte del fratello Francesco Antonio 
pretendeva la baronia dr/li Blirii , ed il nipote Bernardo, 
che voleva mantenere per so detta baronia , nel l'yJS si 
ricorse al Tribunale della G. C., sede piccini, che verso il 
1531, siccome Giovannella era già morta, compose la que- 
stione, rappaciando il di lei marito Giovan Filippo, e con 
esso i suoi due figli Nicolò e Paolo La Rocca-Rizzo. Que- 
sto rappacianentJ poi, il 23 mìglio del 1333, portò ad 
un concordato col quale Filippo La Rocca, tìglio di Ni- 
colò, cedeva ogni diritto ed azione, e Visconte Rizzo, (ìglio 
di Bernardo, diveniva assoluto possessore della baronia 
delli Mirii. 

Da Visconte Rizzo nacque Giovanna, che nel 1606 sposò 
Girolamo Morra. Essa il 15 marzo 1610, avvenuta la morte 
del padre, divenne assoluta padrona della baronia. 

Da Giovanna Rizzo e Girolamo Morra nacque Visconte 
INIorra, il quale, in prime nozze , nel 1640, sposò donna 
Laura Marziani, ed in seconde donna Isabella Di Giovanni. 
Da questo secondo m.atrimonio nacque Francesco Morra 
Di Giovanni, che nel 1073 sposò tionna Felicia Cottone, da 
cui ebbe una figlia, che si chiamò Isabella Morra, la quale, 
a sua volta, nel 16S4, sposò don Domenico Dì Giovanni- 



— 90 - 

Piccichè, figlio di don Scipione. Dall'unione Di Giovanni- 
Morra nacque Anna Maria, la quale sposò Giuseppe Al- 
liata, principe di Villafranca, che, morendo , lasciò erede 
universale il primogenito Domenico e tutrice la moglie. 
Domenico Alliata Di Giovanni sposò donna Vittoria Di Gio- 
vanni, e ne nacque Giuseppe Letterio Alliata, che, sposa- 
tosi con Donna Felicia Maria Colonna, generò Fabrizio 
Alliata Colonna. 

Giuseppe Letterio Alliata-Di Giovanni morì prima del 
padre Domenico, e questi premorì alla madre Anna Maria, 
che rimase perciò la padrona dei beni, passati poi a Fa- 
brizio Alliata-Colonna, al quale successe don Giuseppe 
Alliata-Moncada, principe di Villafranca, signore delli Mirii 
ecc., la cui casa è ora rappresentata da don Giuseppe 
Alliata-Lo Faso, che vive a Palermo. 

IL 

Dopo di avere fugacemente accennato al passaggio 
della baronia ddli Mirii nelle varie famiglie, è duopo in- 
trattenermi più dettagliatamente sulla potenza delle fami- 
glie medesime e sulla loro origine ; sicché, per seguirne 
cronologicamente l'avvicendarsi, comincio con ladescrizione 
della famiglia Grifalco, della quale si ha la più antica no- 
tizia nella storia del possedimento del feudo dcìli Mirii. 

La famiglia Giifalco, o Girifalco, di origine spagno- 
la (1), ebbe principio nel regno di Napoli, ove un Anni- 
bale fu Cavaliere e Signore del Castello di Grifalco in Ca- 
labria, concedutogli da re Manfredi, ai cui servigi egli si 
trovava. Morto senza prole Annibale, gli succedette il fra- 



fi) V. Palizzolo, // Blasone in Sicilia, Palermo 1S71-75, pag. 200. 



— 91 — 

tello Antonio, il quale, in seguito, esiliato in Sicilia, per 
servigi resi ai re Pietro e Federico, ottenne la baronia di 
Comiso ed altri feudi. 

Il tìglio Alaimo si ebbe pure le baronie di Passaneto, 
di Murci e di Bulfusina, che poi perdette, a causa di rivol- 
te baronali contro re Federico III d' Aragona. 

Nella discendenza si notano un altro Antonio e i suoi 
due tìgli Tommaso, letterato e segretario di detto F ede- 
rico III , nominato barone di Limina, e Giovanni , che fu 
Abate di Roccadia. Da un di costoro , senza dubbio , di- 
scende Urso, barone di Rayneri e di ^lerii, la cui figliuola 
nel matrimonio con Giovanni Andrea di Patti , portò in 
dote la terra dclli Mirii. 

Della famiglia messinese Di Patti o semplicemente Patti, 
ascritta alla Mastra nobile di Messina (I), si hanno un An- 
saldo, che fu dei primi baroni di Messina, ai servigi di re Lu- 
dovico II;un Giammatteo, senatore di Messina nel 1414-15; un 
Giulio, senatore nel 141617; un Giovanni, senatore nel 1438- 
39; un Pellegrino, senatore nel 1439 40; un Antonio, senatore 
nel 1440-11 (2); un Bartolomeo due volte senatore e barone 
di Linguaglossa ; un Andrea tre volte senatore e Principe 
dei Cavalieri della Stella; un altro Ansaldo, barone di Bel- 
vedere e tre volte senatore (3). 

Un Giovanni Andrea De Pactis, noi troviamo in un 
contratto del 14 marzo 1496, in notar Matteo Pagliarino, ove 
pure è detto essere egli di Santa Lucia (4), ma costui, mentre 



'i) Crollalanza, Op. ciL, V. 2", pag. 297. 
12) Giuseppe Galluppi, Nobiliaiio della Città di 'Messina, Napoli, 
1877, pagg. 334-35- 

(3) Palizzolo, op. cit., pagg. 300-301. 

(4) L'atto è nell'Archivio Provinciale di Stato di Messina, proto- 
collo del 149Ó 97, fogli 284 V. 285 V. S. Lucia, è città vicinissima alla 
terra delti Mirii. 



— 92 - 

non potrà indicarsi quale sposo della figlia di Urso di Cri- 
talco, che, come fra breve vedremo dalle epoche di suc- 
cessione, dovette vivere verso la prima metà del seco- 
lo XIV, è facile gli sia stato nipote. 

Dai Patti il possedimento passò alla nobile famiglia 
Del Sacco o Sacco, originaria di Milano, che godette no- 
biltà in Eboli [{) e in Messina nei secoli XIII e XIV e pos- 
sedette la baronia dclli Mirii (2). 

Il '27 M;iggio 1443 vediamo quindi Urbano Sacco fare 
donazione del feudo e baronia a favore di certo G ili forte 
De Ursis, (sarà lo stesso che De Arsis, D'Arces o sempli- 
cemente Arces), e, il 1° novembre dello stesso anno, Re Al- 
fonso di Castiglia confermare la detta dona/ione. 

La famiglia xA.rces, originaria della Spagna (3) e pre- 
cisamente dell'Aragona, da dove un ramo di essa era pas- 
sato in Sicilia, stabilendo la sua dimora in Messina, diede 
un Matteo d'Arces, capitan d'arme del Valdemone (4). 

Passato detto feudo deìli Mivii da Gililorte al figlio Bel- 
visio Arces, questi il 13 novembre del 1462, ne fece dona- 
zione (ó) [i certo Giovanni Antonio della famiglia Riccio, 
o Lo Ricciolo, o Lo Rizzo o semplicemente Rizzo. 

11 Palizzolo (6), sull'autorità del Mugnos, dice la fami- 
glia Rizzo una delle piili antiche e celebri d'Europa. Passata 
verso il 1300 da Napoli in Sicilia, si afferma con un Sergio 



(i) Berardo Candida Gonzaga, Meiiiorie delle famigiic nobili 
delle Provinci: meridionali d' Italia, Napoli, 1833, V. b'\ pag. 16. 

(2) Crollalanza, Op. cil., V. 2°, pag. 464, 

(3) Galluppi, Op. e il., pag. 196. 
(41 Palizzolo, Op. ciL, pag. 76. 

(5) Atti di notaro Andrea di fava da A/essina, ora non più esi- 
stenti nell'Archivio Prov. di Stato di Messina. 

(6) Op. cit., pag. 324. 



- 93 - 

Rizzo, che nel 1321 da Federico II d'Aragona ottiene di poter 
fortificare il castello di Trapani. Da lui discendono un Tom- 
maso, elle si SI abili in I^ilermo; un Pietro, che si recò a 
Catania, e un Giovanni, che si stabilì a Messina, ove da 
re Martino otter.ne la baronia di Ccmiso, e da cui deri- 
varono i baroni di Ribino, di S. Giacomo, di Bosco, di S. Giu- 
liano e di Meri, 

Morto Giovanni Antonio Rizzo , detto AJilcs , nobile 
messinese, che fu senatore negli anni 1464-65 e 1468-69 (1), 
chiamò erede universale la di lui moglie (2) , dalia quale 
aveva avuto un figlio per nome Bernardo , che , il 4 no- 
vembre del 1492, sposò donna Nicoletta Bonfiglio (3\ Ber- 
nardo fu Senatore nell'anno 1496 97 (4). Seguirono i di lui 
figliuoli: Gilifortc senza prole , Giovanni Antonio Rizzo, e- 
rede universale o) , che a 22 maggio 1507 s' investì del 
feudo delli Mirii, e fu senatore nel 1510-11 (6); gli successero 
la figlia Giovannella , che sposò certo Giovanni Filippo 
La Rocca, e il figliuolo Francesco Antonio Rizzo, chiamato 
dal padre erede universale (7), con la proibizione di poter 
alienare i beni , che sarebbero dovuti andare alla sorella 
Giovannella , se fosse morto senza prole. Ma Francesco 
Antonio , che sposò una certa Bernardina e venne pure 
chiamato erede dallo zio Gilifurte (8) , ebbe due figli : Gi- 



(i) GALLurri, Op. cit., pag. 336; Villahianca, Sicilia Nobile, V. 
4", pag, 220. 

(2) Testamento del 2 luglio 14S0 in notare Giacomo Donato. 

(3) Capitoli in notaro Antonio Maniaci. 

(4) Galluppi, Op. cit.. pag. 337; Villabianca, Op. cit.. pag. 224. 

(5) Atti del 20 luglio 1506, in notaro Francesco Di Silvestro, ora 
non più esistenti nell'Arch. Prov. di Stato di Messina. 

(6) Galluppi, Op. cit., pag. 338. 

(7) Atti del 30 luglio 1522, in notaro Girolamo Mangianti. 

(8'! Testamento del 27 giugno 1523. in notaro Girolamo Mangianti. 



— 94 -- 

rolamo, senatore nel 1523 24 (I) e Bernardo, che ocnipò la 
stessa carica senatoriale negli anni 1549 50; 1553-54 e 
1565-66 (2), e da cui nacque don Visconte Rizzo, che Cu sena- 
tore negli anni 1587-88 e 1592-93 (3) Con don Visconte, 
barone dclli Mivii, con diiitto sulla popolazione e d'inter- 
vento nelle parlate generali (4), occupando, come ap- 
presso vedremo, un posto rispettabilissinno; Giurato in sedia 
della Mastra dei nobili di Messina negli anni 1587 ^ 1592 e 
1602 (5) ; Deputato del Regno nel 17)7 (6) ; TondatGre e 
principe dell' Ordine dei Cavalieri della Stella nel 1605 (7) 
Confrate del Collegio del Grande Ospedale di Messina (8) 
ecc. ecc., sebbene il Gallo indichi nel 1596 un altro ba 
rone dclli Miri i nella persona di un Vincenzo Rizzo (9), no 
vediamo estinguersi la linea mascolina della nobile fami 
glia Rizzo , solo rimasta rappresentata dalla figlia Gio- 
vanna , che nel 1606 sposò Girolamo Morra, trasportando 
in questa casa e titoli e beni. 

L' antichissima e militare famiglia Di Morra o Morra, 
di origine gota (10), possedette baronie nell'Abruzzo e no- 
biltà in Napoli (11), da dove il detto Girolamo venne in Si- 



(\) Galluppi, Op. ciL, pag. 339. 
(21 Galluppi, Op. ciL, pag. 341. 

(3) Galluppi , Op. ciL, pag. 343. 

(4) Privilegio del 4 dicembre 1593- 

(5) Galluppi, Op. ciL, pagg. 380, 381, 385 e 393. 

(6) ViLLABiANCA, Op. cit.; V. I. pag. 181. 

(7) Galluppi, Op. ciL, pag. 282. 

(8) ViLLABiANCA, Op. ciL, V, 4 , pag. 279. 

(9) Oallo , Annali di Messina, V. 3. , pagg. 83-137, copiando da 
Vito Amico, Op. cit., V. 2., pag. So, il quale confonde forse ; Vin- 
cenzo con Visconte. 

(io) Palizzolo, Op. ciL, pag. 273. 

(11) Crollalanza, Op. cit., V. 2., pagg. 181-182 , dice che la fa- 
miglia Morra pos.sedette 29 feudi, 2 marchesati, 7 ducati e 3 principati. 



— 95 - 

cilia. Costui nell'anno 1613 fu Cavaliere e Principe dell'Ordine 
della Stella, e, oltre al titolo di barone delli Mirii, per conces- 
sione di re Filippo W , il 20 marzo 1627 , esecutorio il 13 
novembre dello stesso ;inno, prese il titolo di primo principe 
di Buccheri (1), feudo, che apparteneva alla famiglia Montalto. 

Da Girolamo Morra e Giovanna Rizzo nacque Visconte 
Morra , che il 16 settembre 1640 s'investi della baronia 
delli Mirii , e pel governo del suo stato comprò il mero e 
misto imperio (2) , pagandolo scudi 6000 , come risulta dal 
contratto del 12 ngosto 16-15. Nel 1649 fu Principe dell'Or- 
dine della Scella ^3). 

Don Visconte Morra nel 1640 sposò in prime nozze 
donna Laura Marziani, morta la quale, in seconde nozze 
si unì con donna Isabella Di Giovanni, figlia di don Pla- 
cido, che nel 1632, per privilegio di Filippo IV era stato 
creato primo principe di Castrorao. Da questo secondo 
matrimonio nacque Francesco Morra (4), che^ oltre la inve- 



(r) ViLLABiA\c.\, O^'). cit., V. I., parte i.a, pag. 72. 

(2) Il mero e misto imperio dei Baroni ebbe origine dai Normanni 
e consisteva nell'autorevole podestà che i Signori tenevano nei loro 
stati e feudi, di condannare i rei loro vassalli fino all'ultimo supplizio 
pe/ via dei Giudici. Vedi Arcangelo Leanti, Lo stato presente della 
Sicilia, Palermo, 1761, V. 2", pag. 342. 

Filippo III, con rescritto regio del 13 settembre r6io, permise ai baro- 
ni di poter comprare il mero e misto imperio. Vedi G. Mastrilli, De Ma- 
gistratibus ecc., Panormi, 1616, V. 2", lib. IV., cap. XVI, pag. 72, n. 14. 

(3) Galluppi. Op. cit., pag. 282. Quest'ordine fu detto pure di 
Orione stellificato. Giuseppe Bonfiglio - Costanzo, DelVHistoria Si- 
ciliana, Venezia, 1604, pag. 6S0. 

(4) Il Crollalanza, Op. cit., V. 2", pag. 182 vorrebbe che Giro- 
lamo Morra, venendo da Napoli in Sicilia, togliesse in moglie una Isa- 
bella Montalto; gli è d'accordo il Pamzzoi.o, Op. cit., pag. 273, ed 
entrambi erroneamente credono che Francesco Morra sia stato il figlio 
di Girolamo^ mentre invece fu figlio di Visconte Morra - Rizzo e della 
di costui moglie Donna Isabella Di Giovanni, il che risulta dal fatto 
che Girolamo Morra fa solo per concessione di Filippo IV creato 
Principe di Buccheri e non s'intitolò mai della baronia dei Montalto. 
Vedi V1LLABIANCA, toc. cit. 



-^ 0(] - 

stitura ricevuta nel 165.^, nel 1681 (1) successe nell.) stato 
e vassallairoio di Castrorao (2) e, il 2S frennaio detto anno 
16S1, s'investi dei feudi di Fioristella e di Girgia, dei quali 
il 22 a2;osto 1655 s'era investita la madre Isabella (3). 

Don Francesco Morra^ il 25 marzo 1673, con capitoli 
in notaro Maiorana da Messina, sposa donna Felicia Cot- 
tone-La Rocca, fisjlia erede di don Carlo Cottone - Cutelli, 
e da essi nasce Isabella Morra ■ Cottone, che segna la fine 
di casa Morra, famiglia illustre nelle anni, che diede alla 
chiesa due Cardinali, Pietro e Dionisio e Alberto, che nel 
11S7 fu Papa Gregorio Vili (4). 

Isabella Morra nel 16S4 sposa don Domenico Di Gio- 
vanni, figlio di don Scipione e di donna Anna Miccichc 
o Piccichè, discendente da quel Marcantonio Miccichè, che 
nel 1633 aveva comprato da don Luigi Naselli il feudo 
della Mastra, del quale il Naselli s'era investito nel 1614 (5). 

La famiglia Di Giovanni fu originaria di Spagna, pro- 
priamente di Valenza, e discende da un Giovanni Centel- 
les. Passò in Francia , nelle isole Baleari, in Padova, in 
Venezia, ove fu detta Ziani o Zani ed ebbe due Dogi, e in 
Napoli, al tempo di re Pietro II d'Aragona, Quivi si divise 
in due linee, di una delle quali il progenitore fu certo 
Tuccio Di Giovanni, che possedè la Parìa del Regno, i 
principati di Buccheri, Trecastagne, Castrorao, Ucria, Ca- 
stelbianco e Alcontres; il ducato di Caponara; i marche- 
sati di Roccalumera e di Villazappata; il baronato della 



(i) Palizzolo, Op. ci/., pag. 273. 

(2) VlLLARTANCA, Op. CÌL, loC. CÌl . 

(3) VlLLABIANCA, Of>. CÌt., pag. 329. 

(4) Palizzolo, Op. cil., /oc. ci/. 

(5) Villablvnca, Op. ci/., V. y\ pag. 35- 



-■ 97 ^ 

Mastra ed altri feudi. Di questa linea il ramo principi di 
Castrorao si estinse con Giuseppe, fratello di Isabella Di 
Giovanni, sposa di don Visconte Morra, principe di Buc- 
cheri (l). 

Un don Domenico Di Giovanni Giustiniani, primo Prin- 
cipe di Trecastagne, per concessione di Filippo IV, del 15 
febbraio 1641, esecutoria a 20 luglio detto anno (2), e ba- 
rone di Grogiano, comprò la città di Castronovo; e dalla 
R. Corte^ per 12500 scudi, acquistò il vassallaggio, della Pe- 
dara. Sposatosi con donna Girolama Salvarezzo-Bada, ebbe 
a figlio Scipione, secondo Principe di Trecastagne, che 
acquistò il vassallaggio delli Mirti (3) e fu barone di Pe- 
dara e di Viagiande (4), investendosi il 16 settembre 1666. 
Costui, sposatosi con Anna Picriche, creò don Domenico 
Di Giovanni-Piccichè, terzo principe di Trecastagne, si- 
gnore di Pedara, di Viagrande e dei feudi di Graziano e 
Solazzo, che, sposata donna Isabvrlla Morra-Cottone^ creò 
Anna Maria; ma, essendo morto don Domenico, Isabella 
si unì in seconde nozze con Francesco Bonanni del Bosco, 
principe di Roccafiorita (5). 

Anna Maria Di Giovanni-Morra, principessa di Treca- 
stagne, Buccheri ecc., dopo la morte del padre, rimase e- 
rede degli stati e dei beni, s' investì delia baronia dclli 
Mirii il 27 luglio 1697 e il r27 febbraio del 1710, con capi- 
toli in notar Alberico Pennisi, si unì in matrimonio con 
don Giuseppe Agliata o Alliata-Paruta, principe di Villa- 



(i) Candida Gonzaga, Op. cit., V. 6", pa<:j. 96. 

(2) ViLLABiANCA, Op. cU., appendice al V. 2", pag. 54. 

(3) VillAianca, Op. cit., V. I", pag. 3. 

(4) VlLLABIANCA, Op. cit., V. 3", pag. 373. 

(5) VlLLABIANCA, Op. cit., pag. 72. 



- 98 - 

franca, discendente da quel Francesco Alliata, che nel 1609 
da re Filippo III era stato creato principe di Villalranca (l). 

Don Giuseppe Alliata s'investì nel 169<s, fu Grande di 
Spagna; Generale Tenente Maresciallo nelle truppe di Car- 
lo VI e morì in Villafranca {2), ove venne sepolto, il 20 
dicembre 1727 (3). 

Don Giuseppe Alliata, morendo, chiamò suo erede uni- 
versale il figlio primogenito Domenico, e tutrice Anna 
Maria. 

Don Domenico Alliata Di-Giovanni, principe di Villa- 
franca, di Buccheri, Trecastagne, Castrorao, Ucria, e Mon- 
tereale ; Duca della Salaparuta ; barone e signore della 
Pedara, di Viagrande, Mirii, Furia, Moarta, Graziano, Grasta, 
Gelbirossa, Tavernola, Miano, Corvitello, Gatta, Consorto, 
Mastra, Fioristella, Girgia, Sant'Anna, e Sant'Adriano; 
principe del S. R. I., Corriere maggiore del Regno (4), 
Grande di Spagna di prima classe. Cavaliere di S. Gen- 
naro, membro del ruolo generale dei Confrati della Pace 
in Messina (5) ecc. ecc., si sposò con donna Vittoria Di 
Giovanni, duchessa di Saponara, da cui ebbe un figlio, 
che prese il nome dell'avo paterno, Giuseppe, e che, per 
donazione dell' ava Anna Maria, il 18 marzo 1751 prese la 
investitura (6). 



(i) Diego Orlando, Il feudalisìuo in Sicilia, Palermo, 1847, pa- 
gina 91. 

(2) Mario Mandalari , Ricordi di Sicilia, Città di Castello, 
1902, pag. 161 scrive che Villafranca, iti Provincia di Girgenti, era 
fortezza di Casa Alliata, riedificata da questi signori sulle rovine del- 
1 antica Troccoli, alla fine del secolo XV\ 

i3j V1LLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. i'% pag. 31. 

(4^ Diego Orlando, Op. cit., .pag. 69. * 

(5) Galluppi, Op. cit.., pag. 305. 

(6) V1LLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. i'^', pag 72. 



- 99 — 

Don Giuseppe Letterio Alliata-Di Giovanni sposò donna 
Felicia Maria Colonna, da cui nacque Fabrizio AlIiataCo- 
lonna. 

Anna Maria Alliata-Dì Giovanni, donna di rare virtù, 
nata in Messina nel 1692, appartenne all'Ordine di S. Gio- 
vanni di Gerusalemme e fu Dama di devozione (1). Ultima 
principessa di Trecastagne, di Buccheri ecc., il 20 no- 
vembre 1700 godette l' investitura di signora di Pedara e 
di Viagrande (2) e, il 9 dicembre 1710, quella di princi- 
pessa di Castrorao (3). 

Morì di 85 anni a Palermo, il 12 marzo 1777 e venne 
sepolta all'Assunta (4). 

xAnna Maria, che, per la morte dello sposo, del figlio 
Domenico e del nipote Giuseppe Letterio, era rimasta asso- 
luta padrona dei vasti domini, morendo chiamò erede il pro- 
nipote Fabrizio Alliata-Colonna-Di Giovanni-Salviati-Paru- 
ta-Morra e Zappata de Tassis (5), a cui nel novembre del 
1764 era morto il fratello Domenico; onde il 16 maggio 1772, 
si era investito del titolo di principe di Buccheri (6j. 



(1) Galluppi, Op. ciL, pag. 269. 

(2) VlLLABIANCA, Op. Clt., V. 3», pag. 273. 

(3) VlLLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. 1°, pag. 133. 

(4) VlLLABIANCA, Op. cit., Appendice al V. 2^', pag. 54. 

(5) Fabrizio Alliata nacque a INIilazzo il 24 luglio 1759, e morì a 
Palermo il 24 giugno 1S04, restando sepolto nella chiesa di S. M. di 
Gesù. 

Questa e altre notizie sulla discendenza di Don Fabrizio Alliata, 
mi sono state gentilmente comunicate dal .Signor Gabriele Alliata-Ba- 
i^.n di Villafranca, da Palermo, cui sentitamente ringrazio. 

(6) VlLLABIANCA, Op. ciL, Appendice al V. I, pag. 33. Un di- 
ploma originale inedito, da questo Principe nel 1784 rilasciato ad un 
Giurato della terra delli Mirii e da me posseduto, sarà pubblicato in- 
tegralmente nell'appendice al presente lavoro. 



— 100 — 

Don P'abrizio, il 20 aprile 1777, sposatosi con donna 
Giuseppa Moncada-Branciforti (1), figlia del principe di 
Paterno ebbe: Giuseppe, Giovanni, Luigi, Teresa; Agata, e 
Maria Felicia. Giuseppe AUiata-Moncada nacque in Napoli 
il 24 giugno 1784 e morì a Palermo nell' aprile del 1844, 
ove fu sepolto nel cimitero dei RR. PP. Cappuccini. Sposò 
donna Agata V^alguarnera (2) e fu signore di Meri per 
investitura presa il 19 dicembre 1804. 

Da questa unione nacquero: Fabrizio Alliata-Valguar- 
nera, rimasto nubile, nato a Palermo il 31 agosto 1812 e 
morto a Parigi il 17 marzo 1876 \3); Alessandro AUiata-Val- 
guarnera, secondogenito, nato a Palermo il 28 novembre 
1813 e morto pure nubile il 20 dicembre 1894 (4) ; Eduardo 
Eugenio Alliata-Valguarnera, terzogenito, il quale nacque 
a Palermo il 10 gennaio 1818, ove morì il 4 marzo 1898 (5). 
Costui sposò donna Felicita Lo Faso (6) ed ebbe un solo 
figlio: Giuseppe AUiataLo Faso. 

Giuseppe Alliata-Lo Faso, nato a Palermo il 6 luglio 
1844, sposò Marianna Bazan-Trigona dei signori dei Sollazzi 
di Troina (7). Egli, come legittimo discendente dei principi 
di Villafranca , chiese ed ottenne il riconoscimento di 
tutti i titoli nobiliari di sua famiglia, fra cui quello di si- 
gnore di Meri (8), titoli che si perpetueranno nella di- 



(i) Capitoli in notar Giuseppe Miraglia da Palermo. 

(2) Capitoli in notar Girolamo Antonio Tomasino da Palermo. 

(3) La salma venne trasportata a Palermo e sepolta nella Chiesa 
di S. M. di Gesù. 

(4) Fu sepolto nel Cimitero dei RR. PP. Cappuccini di Palermo. 

(5) Pure sepolto nel Cimitero dei PP. Cappuccini di Palermo. 

(6) Capitoli in notar Salvatore Cavallaro da Pelermo. 

(7) Capitoli in notar Pietro Anelli da Palermo. 

(8) Titoli ottenuti con Decreto del Ministero dell' Interno, datato 
29 aprile 1904. 



— 101 — 

scendenza del suo illustre figliuolo don Gabriele AUiata- 
Bazan. 

III. 

A pie dei monti Nettunei o Pelori e dirimpetto a tutta 
la vegeta pianura, che dalla penisoletta di Milazzo va al 
capo Tindari, bagnata dal mar Tirreno, che si stende tur- 
chino e su cui, come gemme, sorgono le isole Eolie o di 
Lipari, trovasi la terra delli Mirii, in amenissima positura 
sul lieve pendio d'una verdeggiante collinetta, che guarda 
verso occidente e tramontana, a circa cinque chilometri 
dal mare, all'altezza di m. 56 sullo stesso e nella longitu- 
tudine di 15'' E, di Gr. e 38° e 20' di latitudine. 

Terra baronale, come abbiamo visto, passò di dominio 
in dominio di potenti e ricchi signori, che, per circa tre 
secoli, la governarono con le leggi create dal feudalismo 
delle varie epoche (1). 

I baroni (2) delli Mirii, che precedettero don Bernardo 
Rizzo furono signori del feudo con qualche casa colonica; 
il paese, certamente cominciato a sorgere sotto don Ber- 
nardo (3), trovò in don Visconte 1' attivo continuatore del- 



(i) II feudalismo in Sicilia rimonta al secolo XI, quando fu con- 
quistata dai Normanni. Orlando Diego, Op. cit., pag. 30. 

(2) Baroni si dissero i primi Signori dei feudi e vassallaggi. Leanti 
Arcangelo, Lo stato presente della Sicilia, Palermo, 1761, V. 2°, cap. 
VI, pag. 341. 

(3) Per quante ricerche abbia fatte per sapere se il paese delli 
3Iirii fosse esistito prima del secolo XV, non mi è stato dato di ve- 
derlo mentovato né in occasione della venuta delle truppe di re Ro- 
berto, che nel 1341, dopo l'assedio di Milazzo, si avanzarono fino a S- 
Lucia (Maurolico, Sicanicaricin reruiìi compendiiun, pag. 272), né in 
altre occasioni. Cosi, il feudo delti Mirii, non figura affatto tra quelli 

esistenti sotto re Federico; Orlando, Op. cit. 



— 102 - 

l'opera del padre; il che, se non si vuole ammettere con 
la disanima del carattere costruttivo, si rileva dal mille- 
simo, che si ]eg^e su parecchi dei più antichi edifici. 

Don Visconte Rizzo, barone di diritto della terra delli 
Mi'rii, volle esserlo di fatto, costruendo il proprio palazzo 
ed ottenendo, come abbiamo visto, l'autorità sulla popola- 
zione, che poteva rappresentare nel Parlamento (I), ove 
sedeva nel Braccio Militare. 

Donna Giovanna Rizzo, figlia di Visconte, e il di lei 
marito don Girolamo Morra, continuarono 1' opera di Don 
Visconte, tendente a ingrandire il paese, e quest' opera fu 
meglio continuata da Don Visconte Morra e dalla di lui 
seconda moglie donna Isabella Di Giovanni, sotto cui si 
completò la grande e bella chiesa parrocchiale (2), alla 
decorazione della quale dovettero necessariamente atten- 
dere i loro pili vicini discendenti. 

La terra delli Mini, crescendo sempre d'importanza 
sotto i suoi potenti baroni, che nel parlamento occupavano 
il 19" seggio (3), dal medio evo arriva fino alla seconda 



(i) 11 Parlamento rappresentava il paese e adunavasi costituito da 
tre così detti Bracci che erano: il Braccio spirituale o ecclesiastico in 
cui avevano posto i Vescovi, i Commendatori e gli Abbati; il Braccio 
Militare in cui sedevano i baroni, e il Braccio Demaniale riserbato 
agli Ambasciatori di città libere o regie. La Lumia Isidoro, Séudì di 
Sioria siciliana, Palermo, 1870, V. 2°, pag. 69. 

Componevano allora il Braccio spirituale: 3 Arcivescovi; 8 Vescovi; 
un Archimandrita (quello di Messina); 2 Cappellani; 4 Priori, e 49 Abbati. 

Costituivano quello Militare: 7 Principi; 4 Duchi; 13 Marchesi; 14 
Conti; un Visconte, e 48 Baroni. 

Sedevano al Braccio Demaniale i rappresentanti delle 43 città o 
Terre Reali. Giuseppe Buonfiglio-Costanzo, Op. cit., pagg. 34 - 37. 

(2) Nel centro del grande arco della navata vedesi, in istucco, lo 
stemma Morra-Di Giovanni. 

(3) Amico, Op, cit., pag. 80, 



- 103 — 

metà del secolo XIX, in cui si distingue per una pagina 
gloriosa del Risorgimento Italiano. 

Con la legge del 1841, che aboliva la leudalità (1), ve- 
nuta meno la potenza dei baroni tanto favoriti sin dal 
tempo di Filippo III, gli abitanti di // Mirii o Meri, come 
quelli di tutta la Sicilia, cominciarono ad aspirare effi- 
cicemente a quella libertà, che non si fé' molto attendere. 

Il Parlamento siciliano, nonostante la legge abolitiva 
cella feudalità del 1S06 e 1S07, nel 1812 si riunì a Palermo, 
ma fu l'ultima volta. In quest' anno la legge, che istituiva 
la Coiniìiissioìie degli strasatti, la legge del 1816, quella 
del 1825, l'altra del 1838 e infine quella del 1841, di cui 
sopra è cenno, diedero il crollo alla potenza dei baroni, 
per cui ben 304 sopra 349 comuni siciliani si liberarono 
del giogo del vassallaggio (2). 

La maggior parte dei Siciliani si era liberata dalle 
soperchierie dei baroni, ma rimaneva oppressa dal go- 
verno borbonico, rappresentato da P'rancesco I fino al 1830, 
e quindi da Ferdinando JI. 

Il popolo odiava il Borbone e si preparava a rove- 
sciarlo dal trono. 

Con la rivoluzione del 1848 prima e coi moti del 60 
poi, raggiunse lo scopo, conquistando l'agognata indipen- 
denza, per la quale si battè da eroe Giuseppe Garibaldi. 

Costui, dopo lo sbarco a Marsala, la mattina dell' 11 
maggio 1860, coi Mille si dirige verso Palermo, combatte 
le forze regie, comandate dal generale Lanza, le vince e, 
il 29 dello stesso mese, diviene padrone della città. 



( t) Archivio Storico Messinese, anno III, pag. 122. 
(2) Archivio Storico Siciliano, nuova serie, anno XXIX, Palermo, 
1904, pag. 69. 



- 104 — 

Il Gnribaldi, ricevuti a Palermo notevoli rinforzi, cioè 
8500 volontari toscani e 8000 carabine rigate, al comando del 
colonnello Giacomo Medici, che aveva con ?è il bravo co- 
lonnello Malenchini (1), e altri 1200 uomini capitanati da 
Enrico Cosenz, che sbarcava a Palermo il 6 luglio (2), si 
pose in grado di compiere il suo piano, di scacciare cioè 
quanto rimaneva dell'esercito borbonico nella parte orien- 
tale dell'isola. Divise l'esercito in tre colonne delle quali, 
la prima formante l'ala sinistra, al comando del Medici, 
con l'obbiettivo di marciare su Milazzo; la seconda, centro, 
agli ordini del Turr, che doveva per Missilmeri, Villafrati, 
Caltanissetta e Catania giungere a Messina; la terza co- 
lonna, ala destra, comandata dal Bixio, per Corleone^ Gir- 
genti e Catania, doveva pure arrivare a Messina. 

Com'è chiaro, il Garibaldi intendeva concentrare tutte 
le forze al Capo Faro (3), e nel tempo istesso riserbava al 
Medici la parte più importante. 

Ciò disposto, affidata la prodittatura al generale Giu- 
seppe Sirtori , anche lui lascia Palermo e cogli uomi- 
ni del colonnello Corte, la sera del 18 luglio, s' imbarca 
sul piroscafo City of Aberdeen, poi ribattezzato Rosolino 
Pilo,e scortato dal Carlo Alberto inviatogli dall'Ammira- 
glio Persano e dalla corvetta Veloce (4), ribattezzata Tu- 



(i) Secondo F. Bertolini, Scoria Civile, Firenze, 1898, V. Ili, 
pag. 154, il Medici coi suoi volontari sarebbe sbarcato in Sicilia la 
sera del 16 giugno. A. Elia, Ricoì-di di tm garibaldino, Roma, 1904, 
pag- 59» '^ice invece, lo sbarco essere avvenuto la mattina del 19 giu- 
gno sulla costa di Partinico. 

(2) Bertolini, Op. cit., loc. cit. 

(3) A. Elia, Op. cit., loc. cit. 

(4) Era un legno della marina da guerra borbonica, il cui capi- 
tano Anguissola, tradendo il suo re, aiutava Garibaldi. 



— 105 - 

ckcrv (l) salpa per Patti; quivi giunto s' incontra col Co- 
sen/., venuto per via di terra, e insieme continua invet- 
tura direttamente per Meri (2). 

11 Medici intanto, a marcia forzata, il 5 luglio arrivava 
coi suoi a Bircellonn, il 12 eseguiva la ricognizione di un 
battaglione a Meri, il 14 a lui si univa il reggimento Si- 
monetta e il battaglione Guerzoni (3). 

Il Medici, il 15 di luglio, al comando di tutte le truppe 
si trovava a Meri, occupante la splendida posizione del 
fiume Mela; quivi muniva di due cannoni l'imbocco al ridente 
paesello (4) e distendeva verso l'altura le ali di difesa (5), 
spingendo fino a S. Lucia del Mela il battaglione Guer- 
zoni. Egli tutto preparava alla difesa della sua interessante 
posizione^ per dare tempo all'arrivo dei rinforzi, conoscen- 
do che l'esercito borbonico, forte di 7500 uomini (di cui 1500 
stanziati a Milazzo, 2500 arrivati recentemente da altre 



(i) Tuckery, in memoria del prode maggiore ungherese morto alla 
presa di Palermo. 

(2) G.ERZONi Giuseppe, Garibaldi, Firenze, 18S2, V. II, pag. 138. 

(3) Da appunti inediti gentilmente fornitimi dal Signor generale 
Barone Vincenzo Cianciolo, cui vivamente ringrazio. 

(41 A. Elia, Op. cit., pag. 60 erroneamente dice che coi due 
cannoni, Medici muniva il ponte di Meri, il ponte invece fu costruito 
nel 1867. 

(5) A. Elia. Op. eie., loc. cit. 

Mi è stato affermato da testimone oculare, che, giungendo Medici 
a Meri e spingendosi coi suoi uomini nel torrente Mela, per la lar- 
ghezza del letto del lìume, resosi scoperto alla fortezza di Milazzo, te- 
mendo di essere cannoneggiato dai borboni, aveva ordinato ai volon- 
tari di allontanarsi, gridando: « su su giovanotti », ma siccome uno 
degli artiglieri borbonici, che avevano defezionato dalla fortezza e si e- 
rano uniti ai garibaldini lo assicurò che i cannoni del castello non tira- 
vano così lontano, egli stette tranquillo. 



— 106 — 

parti dell' isola, e 3500, che, guidati dal colonnello Bene- 
ventano Del Bosco, provenivano da Messina), gli avrebbe 
potuto nuocere. 

11 Medici a Meri non se ne sta inoperoso, e, allo scopo 
d'impressionare i borbonici, evitare un probabile attacco^ 
ch'egli temeva pel giorno 17 ed avere così il tempo di at- 
tendere l'arrivo del Garibaldi, il giorno 16, col Guerzoni 
e il Cianciolo, stabilisce una sorpresa notturna, che riesce 
perfettamente. A mezzanotte tre compagnie partono da Meri; 
la compagnia comandata dal Cianciolo (6'^ compagnia reg- 
gimento Simonetta) favorita dalle tenebre, si spinge fin 
sotto ai mulini presso Milazzo ed ò a contatto cogli avam- 
posti borbonici; le altre due compagnie rimangono scaglio- 
nate lungo la via. Gli squilli delle trombe a distanza fanno 
credere ai borbonici la presenza d'un grosso esercito, sic- 
ché, appena scambiati pochi colpi di fucile, la destra degli 
avamposti borbonici si ritira precipitosamente. 

All'alba del giorno 17 i Borbonici eseguono una rico- 
gnizione sulla via, che la notte avevano battuta i garibal- 
dini, giungono fino al villaggio di S. Pietro, scambiano 
qualche fucilata con alcune pattuglie di garibaldini e quin- 
di si ritirano. Segue altra ricognizione verso le 10.30; que- 
sta volta però i due eserciti s'incontrano a Cordolo, ove 
s'impegna un serio combattimento, che dura fino a sera, 
con considerevoli perdite per entrambe le parti. Dei gari- 
baldini presero parte la 5'"^ e 7'"^ compagnia reggimento Si- 
monetta, la 1'^ e 3^ dei Cacciatori dell' Etna, e il 3° batta- 
glione del reggimento Malenchini, che si battè sotto gli 
occhi del Medici assai valorosamente. 

11 capitano Cattaneo della 7^ compagnia rimase prigio- 
niero, ma i borbonici furono respinti. 

Il giorno 18 altro non avviene che un falso allarme a 



- 107 - 

Corriolo e l'occupazione di questa posizione da parte del 
Duun con circa 350 uomini. 

Il giorno 19 (l), verso le ore 11, il Garibaldi, accompa- 
gnato dal colonnello Malenchini, dal capitano Statella, da 
Nicolò Fabrizia dal Missori e da altri, giunge a Meri e pren- 
de alloggio nel palazzo del Sac. Dott. Antonino De Gae- 
tani, che in quella occasione non badò a spese, per onorare 
degnamente il generale e il suo seguito. 

I cittadini meriensi sono in festa e applaudono al prode, 
il quale, lattosi al balcone, li arringa. 

Dopo breve riposo il Garibaldi, montato a cavallo, se- 
guito dai suoi dello Stato Maggiore, si reca nella vicina 
S. Lucia del Mela, allo scopo di potere osservare da quelle 
alture tutta la pianura di Milazzo e studiare il piano di 
battaglia. Egli infatti, dalla piazzetta della chiesa di S. Fran- 
cesco, ove ora una lapide ricorda 1' avvenimento, col suo 
catmocchiale osserva e studia il piano d' attacco e quindi 
fa ritorno a Meri, quartiere generale e centro delle opera- 
zioni. 

Suir imbrunire, Garibaldi rientra nel palazzo De Gae- 
tani a Meri, convinto che il colonnello Bosco, sebbene non 
avesse ai suoi ordini il numero dei soldati, che avrebbe vo- 
luto e che più volte aveva inutilmente chiesto al generale 
Tommaso De Clary, che a Messina disponeva di 22 mila 
uomini (2), pur intendeva dare una forte battaglia. Egli 



(lì II GuERzoNi, loc. cxt., erroneamente scrisse che Garibaldi a 
Meri arrivò la sera del giorno i8. 

f2) Il generale Clary, che prima e dopo del 13 luglio 1S60, giorno 
in cui inviò a Milazzo il Bosco al comando di una brigata poco seria, 
aveva dato prova del suo contegno equivoco, tanto che qualche scrit- 
tore (il Butta, p. es., come afferma Stefa.ko Zirilli, appendice all'o- 
puscolo Sulla conquisla Garibaldina di Milazzo, Napoli, 1SS4, pag. 151 ha 



— 108 - 

perciò decide per il domani l'attacco; scrive l'ordine del 
giorno, nel quale aggiunge avere, la brigata Medici meri- 
tato della patria, loda e stringe più volte la mano al Me- 
dici, che col Cosenz, col Bixio e col Carini promuove di 
grado (1), dà le opportune disposizioni, che si promette sa- 
ranno eseguite con zelo, e quindi, dopo essersi ristorato 
un po'; va a riposare. 

La notte passa per tutti trepidante. Assai prima del- 
l' alba, un ordine dal quartiere generale di Meri avvisa il 
colonnello Corrao, comandante del corpo Cacciatori siculi, 
che sin dal giorno precedente si era accampato a Barcel- 
lona, di avanzare a marcia forzata su Milazzo. Il Corrao 
col suo reggimento, a passo di carica, transita pel campo 
di Meri (2), ove già si disponeva a marciare il grosso del- 
l' esercito, si pone alla testa di esso e tutte le truppe alle 
ore 4 sono in moto, così destinate: (3). 

Alla destra estrema, sulla strada di Spadafora, Nicola 
Fabrizì con una legione di siciliani, allo scopo di vigilare 



detto che si è mostrato non nemico ma alleato di Garibaldi, volle 
anche nei momenti difficili del fedele Bosco scherzale d' ironia, e ce- 
dendo alfine alle richieste di lui, gli invia solo sette soldati comandati 
dal capitano Fonszeca ! Allora Bosco ebbe ad esclamare: « Sarò vinto 
« ma la vittoria dovrà costare cara al nemico, e si saprà poi che se io 
« avessi avuto il doppio dei soldati che comando, avrei vinta la ri- 
« voluzione. 

(i) Francesco Guardione, in giornale Z,' Ora, anno VI, N. 200, 
Palermo 20 luglio 1905. 

(2) Archivio Storico Siciliano, anno XXV, Palermo, 1900, pag. 137- 

(3) Per necessità mi tocca accennare alla battaglia di Milazzo, ma 
per non uscire dal campo prefissomi dirò qui in succinto il meno pos- 
sibile delle fasi della storica giornata. Dato però il prezioso materiale 
nuovo raccolto, prometto trattare quanto prima a parte e ampiamente 
l'importante fatto d'armi. 



— 109 - 

il possibile arrivo di rinforzi nemici da Messina. Seguiva 
Filippo Alii^liavacca con un battaglione lombardo. Alla 
destra Medici e Simonetta col battaglione « Gaeta ->. 

Al centro Garibaldi con le guide e i carabinieri geno- 
vesi. 

Alla sinistra, verso San Papino, JMalenchini. 

La riserba è formata dalla colonna Cosenz in viaggio 
da Patti e dai battaglioni Duun e Guerzoni. 

I due corpi d'esercito belligeranti hanno su per giù lo 
stesso contingente, se non che, mentre Garibaldi ha tutti 
i volontari sotto gli ordini suoi, e, nel momento critico 
della battaglia, altri ne riceve trasportati dalla nave City 
of Aberdeen; Bosco non può disporre di 4 compagnie, che 
si trovano a inutile guardia del capo di Milazzo, né del 
presidio della fortezza comandata dal colonnello Francesco 
Pironti, il quale, nel forte della mischia, ad una urgente 
richiesta di soldati fattagli dal Bosco, risponde inviando- 
gliene circa un centinaio senz' armi; allo scopo di racco- 
gliere i feriti e trasportarli nella fortezza! (1). 

Brevemente trattando dell'azione delle truppe bellige- 
ranti, abbiamo, che^ mentre Bosco si propone di tagliare a 



<i) Butta, in Zirilli, Op. cit., pag. 14. 

Pel Borbone tutto volgeva male, e, per l' infedeltà dei suoi uffi- 
ciali superiori, e per le diserzioni dei soldati, e per le bizze tra i co- 
mandanti. Nel caso Pironti abbiamo, che, mentre questi era colonnello 
anziano, vedeva male dover sottostare al Bosco, che fino a pochi 
mesi prima non era che un semplice capitano; da qui la manifestata 
indipendenza e la non obbedienza al Bosco. La colpa di tutto, poi, va 
addebitata al De Clary, il quale, per buona tattica, il io luglio, in- 
vece di sostituire al colonnello Torrebruna il Pironti, avrebbe dovuto 
mandare al comando della Piazza un ufficiale subalterno al Bosco già 
destinato a quell'impresa. 



- no — 

Caribaldi la ritirata a Barcollo. -.a, Garibaldi intende pre- 
cludere a Pjosco la via di Messina (1). 

Dalle ore 6 alle 8 del mattino, avviene un vivissimo fuoco 
di fucileria; ma alle 8, entrata in azione l'artiglieria borbo- 
bonica, le cose volgono male pei volontari (2). 

Bosco tenta girare Migliavacca, ma respinto assale la 
posizione Malenchini, che è costretto a indietreggiare sotto 
una grandine di mitraglia, benché soccorso dal Cosenz (3). 
Nel contempo, Medici e Simonetta a destra e Garibaldi al 
centro sostengono aspra lotta; ma non cedono all'artigliera 
del nemico, sebbene subiscano grandissime perdite. Verso 
le ore 9 si fanno avanzare le riserve, gli uomini di Corrao 
e quelli di Corte e di Sprovieri; avvengono parecchi as- 
salti, ma la peggio tocca ai garibaldini, che perdono i loro 
posti avanzati e perfino il villaggio S. Pietro (4). 

Il Cosenz, colpito da palla fredda, rade tramortito; ma 
riavutosi, ripiglia il combattimento. I cavalli di Missori e di 
Medici cadono morti, quello di Garibaldi è ferito; il tacco 
dello stivale del Duce è portato via da una scheggia, il 
maggiore Breda caie mortalmente ferito accanto a Gari- 
baldi, che, chiamati a sé Missori, Statella ed altri si lancia 
al soccorso (5). Cosenz, al comando della riserva, si spin- 
ge di nuovo a proteggere Malenchini seriamente minac- 
ciato; la brigata « Gaeta » assale dal centro; Medici ir- 
rompe a destra, incalzato da Garibaldi, che gli grida: <^ Pro- 
« cura di sostenerti come puoi, io raccolgo alcune frazioni 



(i) W. Mario Iessie, Vita di Giuseppe Garibaldi, Milano, Treves 
1882, pag. 240. 

(2) Archivio Storico Siciliano, cit., pag. 134- 

^3) Iack La Bolina ^Vittorio Vecchi) La vita e le gesta di 
Giuseppe Garibaldi, Bologna, Zanichelli 18S2, pag. 168. 

(4) Archivio Storico Siciliano,- cit. j pag. 135. 

(5} A. Elia, Op. -cit., pag. 64. 



— Ili — 

« dei nostri e cercherò di portarmi con esse sul fiancò 
« sinistro del nemico » (l). L'artiglieria e la cavalleria 
nemica fanno strage , specie nella brigata dell' inglese 
DuLin, che è decimata (2). V'erso 1' una avviene un ulti 
mo assalto, Garibaldi e l^ronzetti catturano due cannoni 
che la cavalleria nemica tenta di riconquistare, il ca 
pitano Leardi è mortalmente ferito; Cosenz, Costa, Statella 
Martini sono pure feriti (3), ma i Borbonici sopraffatti rien 
trano precipitosamente in Milazzo, per rinchiudersi nel ca- 
stello, e solo l'artiglieria piazzata in prossimità di Porta 
Messina, tuona contro i volontari. Quivi appunto in un di- 
sperato assalto cade mortalmente ferito il maggiore Miglia- 
vacca, che, raccolto quasi esanime e adagiato su un carro, 
su cui era stato posto un materasso, è trasportato a Meri, 
ove nel palazzo Gaetani, ad onta delle più affettuose cure 
prodigategli, sull'imbrunire cessa di vivere assistito e pianto 
dalla sua ordinanza, un buon lombardo, il quale, nei mo- 
menti dell' agonia, pietosamente lo aveva esortato ad aver 
coraggio, dicendogli: « Courag m.aiour, courag maiour ». 

La stessa sera, Filippo Migliavacca veniva sepolto 
nella fossa comune della Madre Chiesa di Meri (4), ma 
il domani, due incaricati dal Medici, ne facevano esumare 



(i) Garibaldi, Memorie autobiografiche , Firenze, G. Barbera, iSS8, 
pag- 371- 

(2) La Bolina, Op. ciL, loc. cit. 

(3) A. Elia, Op. cit., pag. 66 

(4) L'atto di decesso del prode maggiore leggesi al foglie i6S del li- 
bro dei morti dal 1757 al 1S79 appartenente a quella Parrocchiale Chiesa. 

Eccolo integralmente trascritto: « Die vigesima mensis lulii Mil- 
« lesimi Octingentesimi sexagesimi 1S60 ». 

« Filippus Migliavacca Mediolanensis, etatis sue annorum triginta 
« quatuor munitus Sacramenty Confessionis et Extreme Unctionie obyt 
« cujus corpus sepultum fuit a dextra planitier hujus Parochialis Ec- 
« clesiae: Assistente Sacte Don Pietro Vento » Girella Parochus. 



il cadavere, dandogli sepoltura a pie del campanile della 
stessa Chiesa. 

Intanto, a Milazzo si comincia a trattare per l'armisti- 
zio, prima, e per la resa del forte, poi. 11 22 luglio un par- 
lamentario francese si reca al castello (l); il 23 arrivano 
nel porto le fregate napoletane Fulminante, sulla quale 
sventola il gagliardetto di comando affidato al brigadiere 
Vincenzo Sanlazar, il Guiscardo, V Ettore Fieramosca ed 
il Tancredi; il 24 avviene la capitolazione concordata tra 
Garibaldi e il colonnello Anzani, e comincia l'imbarco del 
Bosco e dei suoi in armi e bagaglio con gli onori di guerra; 
il 25 luglio alle ore 11 il castello è in potere dei volontari 
che issano il tricolore italiano. 

Per la segnata capitolazione, col castello i garibaldini 
s'impossessano di 44 cannoni da mura, mezza batteria di 
campagna, 45 cavalli, 84 muli e molte munizioni (2). Gari- 
baldi, nel ricevere la consegna del forte, trova parecchi 
cannoni inchiodati e alcune strisce di polvere in prossi- 
mità delle polveriere (3), evidentemente, poste dai borbo- 
nici, allo scopo di far saltare la fortezza. 

Conquistata Milazzo, Garibaldi lascia a guardia un 
presidio di circa 800 uomini e seguito dai suoi si dirige 
tosto per Messina, da dove, il 20 agosto, giusto un mese 
dopo la sanguinosa battaglia di Milazzo, parte e approda 
sulla spiaggia calabres?, presso Melito e inizia la sua se- 
conda marcia trionfale. 

Il generale Medici, non dimentica intanto il prode com- 



(i) Archivio Storico Siciliano, cit., pag. 143. 

(2) La Bolina, Op. cit., pag. 169. 

(3) C. IDi Persano, Campagna navale degli anni 1S60-61, Torino, 
1880, pag. 96. 



— 113 — 

pai2:no Migliavacca, e, per far conoscere ai posteri, ove ri- 
posano le ossa di tanto martire, pone un marmo, che an- 
cor oggi si vede murato sulla parete esterna del campanile 
della Madre Chiesa di Meri e su cui, dettala dal poeta mes- 
sinese P'elice Bisazza, si legge la seguente epigraie: 

FILIPPO MIGLIAVACCA MILANESE MAGGIORE 

TENNE FRONTE AL TEDESCO NEL 184S 

IN TERRA LOMBARDA 

DIFESE ROMA NEL 1849 

RIBATTEZZÒ COL SUO SANGUE 

LA BANDIERA DELLA LIBERTÀ 

nell'epiche BATTAGLIE DI .MILAZZO 

AL 1S60 

MORTO IN QUEI CAMPI DI ANNI 3! 

all' ESULE E MARTIRE ITALIANO 

OV' EBBE LA TOMBA 
VENNE DICATA QUESTA LAPIDE 

DAL GENERALE MEDICI 
SUO ANTICO COMPAGNO d" ARMI (l) 

Su questo marmo, or sono dieci anni un altro Miglia- 
vacca, ufficiale nell'esercito italiano, con nobile pensiero 
deponeva una ghirlanda di fiori artificiali e vi segnava a 

matita la seguente scritta: 
27/5/896 
Luigi JMigliavacca 
7iipote 
con divozione 

Due anni addiètro, altro ufficiale dell' esercito, pure a 
matita, così scriveva: 

Eduardo Gabella 

da lui chiamato il « Diudinello » 

con affetto iniperitnro 

con religione 

Il maggio igo4 

44 anni 

dopo 



.1) Questa epigrafe è riprodotta a pag. 649, n. XLI, delle opere 
di Felice Bisazza, V. 3.", Messina, Ribera, 1S75; però con qualche 
modifica. Nella prima linea manca la parola « maggiore »; nella set- 
tima si legge: « nell'epica battaglia »; nell' ottava linea: « morto 

in quei campi al 1860 di anni 31 » 



— 114 — 

La lapide in parola, nei pezzi tlecorativi un po' guasta 
dal tempo, ò sperabile che sia presto restaurata a cura 
del Comune di Meri, il quale dovrebbe pensare pure a col- 
locare sulla lacciaia del palazzo De Gaetani due marmi, 
per ricordare ai posteri che in quelle mura, alla vigilia di 
una grande battaglia dimorò Garibaldi col suo Stato Mag- 
giore, ed ivi, il 20 luglio 1860, ferito, vi tornava per mo- 
rire, Filippo Migliavacca (1). 
(Continua) 

Prof. A. D'Amico. 



(T) L'inaugurazione delle due lapidi potreblv- fissarsi per la ricor- 
renza del 50" anniversario nel 1910. 



MISCELLANEA 



Donativi offerti dalia città di Messina dal 1535 ai 1664. 

Da un volume miscellaneo del scc. XVII, acquistato tempo fa dal 
signor Adolfo Frassinetti, tolgo con piacere questo elenco di donativi 
che il comune di Messina offri e pagò ai sovrani di Spagna e di Si- 
!ia per circa un secolo e mezzo, ammontanti complessivamente alla 
■ nima di scudi 2.321.657. e tari 4 : somma considerevolissima anche 
<gidi, e che par eccessiva mettendola in rapporto al valore della mo- 
neta di quei tempi. E un documento storico interessante per rilevare la 
generosità nello spendere della città, per tenersi in grazia della corte 
di Madrid e dei viceré per mantenere l'autonomia del suo governo 
municipale e la sua condizione privilegiata fra tutte le città della 
grande monarchia spagnuola. Ma , a mio modo di vedere, si rende 
ancor più prezioso a chi , rilevando le condizioni economiche e 
commerciali , prospere in quei tempi in Messina per l'attività mer- 
cantile dei suoi abitanti , per la industria ricchissima della seta e 
per tutti i privilegi di cui essi godevano, saprà anche studiare l' indi- 
rizzo amministrativo e politico della città nostra. 

Messina era ricca e prodiga ; ma il metodo per procurare le som- 
me era quello delle soggiocazioni sul patrimonio urbano, per soddisfa- 
re le quali, capitali ed interesi, era sempre necessaria la imposizione 
di nuove gabelle sui generi di consumo, le quali più direttamente 
colpivano le classi infime. Pure 1' industria ne risentiva tal peso. Il 
dazio sulla estrazione della seta, anzi, formava la base del bilancio co- 
munale portando un reddito di gran lunga superiore a tutte le gabelle, 
e del dazio d' importazione sui frumenti, detto del campo. 

IMessina manteneva la propria autonomia, i suoi grandi privilegi,' 
ma ciò pagava a caro prezzo, impinguando di sovente con vistosi do- 
nativi le smunte finanze della corte di Madrid, e corrispondendo generosa- 
mente in moneta sonante alla ingordigia dei viceré spagnuoli in Sicilia. 
Ma, forse per pretender molto, tanti sacrifizi non valsero a raggiungere 
l'indipendenza e la egemonia che furono le aspirazioni dei messinesi dei 
secoli XVI e XVII. « I nostri Padri , collo sborso di tanto denaro 
comprarono la servitù della Patria, l'odio intestino de' Ministri e fi- 
nalmente la propria ruina, avendo voluto, per ottimo fine di sollevare 



^ 11(5 - 

ed affrancare i reijfnicoli, rendere schiavi se stessi ». ,E chi consideri 
i primordi della rivoluzione di tiuesta città contro la Spagna del i672-7<S 
e la restaurazione che ne seguì, non potrà che convenire in questa 
considerazione verissima, sfuggita, anrhe in tempi di servitìi, ad uno 
dei principali storici nostri (ii. 

Fo seguire il documento, riprodotto nella forma originale, che pur 
rivela le impronte ed il colorito nel tempo e la cura di chi lo com- 
pilò, raccogliendone gli elementi dai registri dell' antico archivio del 
Senato e di quelli del pubblico banco, detto la Tavola Pecuniaria. 

Nota dellì Donativi fatti da questa Città di Messina di tempo in tempo 
alti Suoi Sovrani Regnanti. 

I. La prima volta che si fece conoscere generosa à favore di 
suoi Sovrani con spendere somme ingenti, da quanto si ha potuto ca- 
vare, si fu nell'anno 1535, domentre il Re Carlo Quinto si trovava 
nella Goletta con il suo esercito in penuria di viveri li sopragiunsero 
due navi grosse jnviate da questa Città, cariche di \iveri per ristoro 
dell' Esercito di detto Re, che furono causa di grande sollevo ed ag- 
giuto all'Esercito Reale, per essere opportuno ed inaspettato soccorso, 
per il che detto Re ringratiò assai la Città nella sua venuta in Mes- 
sina, come si vede dall'expensioni fatte nell'invio di dette na\'i al libro 
Maggiore di d." Anno, signato A. 

IL Nell'anno 1548 fece detta Città donativo al sud." Re Carlo di 
Se. 13000, jn triunfi d'oro, inviati nella Città di Genova per mano 
di Bernardo Faraone e D., Antonino Rijtano, come si vede al libro 
mag.'"'' seg.*" B. 

IIL Nell'anno 1551 e 1552 altro donativo di Se. 15000 alla sud.-"» M.tà 
di Carlo V" in sussidio delle frabiche e fortificazioni fatte da d.^ M.tà 
nella Città di Messina^ come si vede in detto libro B e mandati Sena- 
torij nel Cedulario di d.° Anno. 

IV. Neil' anno 1559 altro donativo di Se. Sooo alla maestà di Fi- 
lippo Secondo dati per agiuto e soccorso dell'Armata Reale per l'im- 
presa di Tripoli, occupata dall'infedeli, come si vede nel libro Mag.""' 
signato D. f. 215 e mandati Senatori] reg." nel Cedolario di d." Anno 
a 4 di Settembre 1559. 



(i) Gallo C. D., Annali della città di Messina, voi. III. Messina 
i8o4, pag. 398. 



\ 



— 117 - 

V. Nell'anno 1560 altro donativo di Se. 20000 d'oro alla sud.* 
M.tà, offerto l'anno 155S per la renunzia fatta del Regno jn persona d' 
d.-' M.tà, di Filippo II. dall'Imperatore Carlo Quinto, suo Padre, ese- 
cuto in ù." Anno 1560, pi-r la ([uale somma vendè d.''- Città tt. i sopra 
frumenti imposto nell'anno 1553, (piale fu denominato il tari novo, 
come si vede in detto libro D. f 1S2 e lettere sotto li 26 settembre 156S. 

VI. Nell'Anno 1561 fece altro donativo di Se. 20000 alla sud.^ M"tà 
di Filippo II. per l'Armam.'" di due Galere, quali s'avevano preso 
come si vede per mandato Senatorio nel Cedolario di d." anno. 

VII. Neil' anno 1565 fece altro donativo di Se. 15000 per la fra- 
bica del novo Arsenale fatto in detta Città di Messina, quale somma 
fu presa dall 'Imposto di tt. 4 per ogni salma di frumento, per decreto 
sotto li Xbre 1565 come si vede nel lil:^ro Maestro, segnato E. f. 313. 

Vili. Nell'anno 1572 fece altro donativo di Se. 20000 d'oro per la 
fattura di due Galere per servitio di questo Regno, per la qual somma 
d.* Città vendìo il tari sopra ogni salma di frumenti, che si denomi- 
nava il vecchio, per ficoltà concessali sotto li 12 giugno 1573, come 
libro Mag.** sig. F. f 75. 

IX. Nell'anno 1590 per aversi ritrovato in la d.^ Città nel piano di S. 
Gio: Balt.* Gerosolimitano li Corpi delli SS. Martiri Placido e Compa- 
gni, fece la d.-'' Città un reliquario à S. M.tà di Filippo II.''", per lo 
quale si spese Se. 6ojo, e per le spese fatte nella solennità e fabrica 
di Chiesa di d.' Santi s'impose tt. 2,10 per ogni salma di frumento, 
jn virtù di lettere sotto li S Feb.'" 1590, come si vede nel libro Mag.™ 
sig.'" I. p. 634. 

X. Nell'anno 1591, fece altro donativo alla M.tà sud.=^ di Se. 5S3.333.4 
stante la grazia concessa da d.>' M.tà in aver abolito una gabella im- 
posta dal Viceré contro la dispositione delli Privilegi d' esenzione di 
questa Città, per la quale somma la Città ottenne facoltà d' impo- 
nere a se stessa una gabella di g."' 25 per lil)ra di seta cruda che s'e- 
strahe da questo Porto, e per supplimento d' esse altre due gabelle di 
piccioli 4 per ogni quarluccio di vino, che si consuma in d.'^ Città e 
suo territorio, con aver soggiocato sopra dette gabelle un censo bul- 
lale di Se. iS.666.20 l'anno a favore delle persone che sburzono d.° 
capitale, come si vede per privilegio dato in .S. Lorenzo a 21 Sbre 1591 
reg.'" nel libro ]\[agno f. 233. 

XI. Nell'anno 1599 offerse un donativo di Se. 50000, esecuto nel- 
l'anno 1600 alla M.tà di Filippo terzo per il suo real accasamento, per 
la quale somma vendè gr. X sopra ogni salma di frumento e farine 



— US — 

in virtù di lettere patrimoniali sotto l'ultimo di Marzo 1599, come si 
vede al libro Mag/'' sig.*" L. f. 543 e lettere Reali in ringraziamento 
sotto li 25 Giugno 1600. 

XII. Nell'anno 1604 la città fece altro donativo di Se. 50000 alla 
detta M. tà di Filippo III. in nome di cui furono pagati detti da- 
nari ali 'Ecc.'"" sig. Don Lorenzo Suarez Figuerroa e Corduba, duci 
di Feria, suo Viceré in questo Regno, quali Se. 50000 furono presi delli 
denari esistevano in Tavola della Gabella di piccioli 4 per quartuccio 
di vino applicati per ridimere le soggiocazioni sopra la Gabella di 
g."' 25, come si vede per partita di Tavola del mese di Nov.*^ di d." 
anno 1604. 

XIII. Nell'anno 1605 fece altro donativo di Se. 12500 alla sud.'=' 
M.tà e per esso al detto Sig."^'* Duca di Feria, quale danari si presero 
dall' istesso conto come di sopra, come si vede per partita di Tavola 
a 28 Genn: 1605. 

XIV. Nell'anno 1612 fece altro donativo di Se. iSooo a d.* M.tà 
di Filippo III con aversi aggravato detta Città di una gabella di gr. 5 
per libra di seta s 'estrae da questo Porto, e con aver fatto nuove sog- 
giugazioni alle persone da cui furono sborzate d.' Se. 180000 sopra dette 
gabelle di gr. 5 e sopra gr. 13 per salma di frumenti che teneva di 
Gabelle essa Città, come si vede per il Real Diploma dato nella sua 
Casa Reale di Arajuez sotto li 15 Mag." 1616. 

XV. Nell'anno 1616 fece altro donativo alla M.tà di Filippo 3" di 
Se. 250432 quali danari si .presero di quelli che esistevano jn Tavola 
depositate per conto della Gabella di gr. 5, e delli Lucchini della ga- 
bella di gr. 13 per salma di frumenti, come si vede al libro maggiore 
sig.to N. 

XVI. Nell'anno 1620 fece altro donativo di se. 50000 alla sud.^ 
M.tà di Filippo 3° con aversi girato l'Ili." Senato di d.' Se. 50000 delli 
denari esistevano in Tavola per conto della gabella di g.ni 25 e di 
piccioli 4 a nome di diverse persone, per la qual somma soggiocò 
nuove soggiocazioni denominate censi bollali s.'"^ tutto il patrimonio di 
detta città, come si vede dal pagamento di d.^ Tavola a 1" nov. 1620 
e 30 aprile 1621. 

XVII. Nell'anno 1622 nell'Ingresso del regimento della M.tà di 
Filippo Quarto fece altro donativo di se. looooo con aversi d." Citta 
aggravato di nuove soggiocazioni di censi buUali sopra tutto il suo pa- 
trimonio, come si vede al libro Mag.- seg. O, fol 373 e letteri Reali sotto 
li 15 Gennaro 1622. 



— 119 — 

XVIII. Nell'anno 1622 fece altro donativo di Se. 150000 alla sud.* 
M.à di Filippo IV, quali danari esistevano in Tavola dell'avanzi della 
Gabella di g."' 25 e piccioli 4 a fine di reluirsi le soggiocazioni che si 
pagavano sopra gabella di gr. 25 e picc: 4, come si vede per Privilegio 
Reale dato in Madrid sotto li 5 sett. 1622, reg.'" in libro Magno f 245. 

XIX. Nell'anno 1624 fece altro donativo di Se. 50 M. alla sud.* 
Maestà di Filippo IV. per la qual somma impose la gabella di grani 
due per libra di seta al uso, e con 1' Introiti di d."^ gabella pagava le 
soggiocazioni fatte sopra detti Se. 50000, come si vede per lettere Reali 
date in Siviglia a io marzo 1624. 

XX. Nell'anno 162S fece altro donativo di altri Se. 50.000 alla sud.-'^ 
M.tà di Filippo Quarto in soccorso dell' armi Reali, quali denari si 
presero dalli denari che esistevano in Tavola per la reluizione delle 
soggiocazioni fatte sopra li gr. 25 e piccioli 4, come si vede per lettere 
Reali date in Madrid, sotto li 4 di luglio 1628. 

XXI. Nell'anno 1631 havendosi degnato la sud.^"- M.'*^ di Filippo IV 
per replicate Reali lettere signilìcare a questa Sua Città l'urgenza 
teneva, attento le grosse spese che l'erano di bisogno per dife.sa de 
suoi regni, ci fece la città altro donativo di Se. 50.000 quali si paga- 
rono con l'avanzi della Gabella di g.'" 25 per libra di seta, piccioli 4 
per quartuccio di vino e gr. i3 p salma di frumenti, come si vede per 
tre lettere Reali date in Madrid sotto li 12 febb." 1630, 5 Maggio 1630 
e 5 febb. 1631. 

XXII. Neil' anno 1636 fece altro donativo di Se. 60000 alla sud.^ 
-M.tà di Filippo IV, quali furono presi dalli danari esistevano in Ta- 
vola à nome delli soggiogatarii per conto della Gabella di gr. 25 e gr. 5 
per libra di seta e piccioli 4 per quartuccio di vino e delle grani 13 
per salma di frumenti, come si vede al libro Mag.'*' sig. D. f. 368. 

XXIII. Nell'anno 1637 fece altro donativo di Se. looooo alla sud.^'^ 
M.tà di Filippo IV, pagati a Gio: Ant. Luchini, per li quali d.'' Citta 
obligò la gabella di g."' 25 e gr. 5 per libra di seta e di piee. 4 per 
(juartuccio di vino come in detto libro. 

XXIV. Nell'anno 1639 fece altro donativo di Se. 120000 alla sud"^ 
iM.tà di Filippo IV per le quali impose le due gabelle una di gr. X 
per cantaro di salume e tt. 4 per salma d'orgio per pagarsi li soggio- 

itioni fatte alle persone che sburzarono d.' Se. 120.000 come in detto 
Ibro. 

XXV. Nell'anno 1644 fece altro donativo di Se. 80000 alla sud."^ 
.tà di Filippo IV per le quali si presero li denari esistevano in Ta- 



- 1!^0 — 

vola a nome delli soggiocazioni e per sodisfarsi li soggiocazioni itn 
posero tt. 2 per salma sopra li frumenti, come si vede per lettere reali 
registrate in libro Magno f. 243, date in Madrid à 12 Sbre 1644. ', 

XXVI. Nell'anno 1647 avendo capitato nella città di Napoli il 
Serenissimo D. Giovanni d'Austria con l'Armata Reale, fu da d.-^ CÌ\tà 
jnviato C.""' 200 di polvere al sud." Serenissimo per soccorso dell'Ai"- 
mata, quale fu comprata dalla città per lo prezzo di Se. 6000, come 
per lettere di ringraziamento fatta nella Città di Napoli dal d." Sere- 
nissimo sotto li 6 nov. 1647 e lettere Reali date in Madrid, per 1^ 
quali dà la M.tà Sua il titolo ^'Esemplare alla citta di Messina sotto 
li 16 ag.° 1648- 

XXVII. Nell'anno 164S a 27 sett. havendo capitato in questa detto 
Serenissimo d. Giovanni d'Austria Generalissimo dell'Armata Reale e 
Viceré, detta città assignò Se. 6000 il mese per il guasto della sua se- 
renissima Casa, pagati puntualmente in ogni principio di mese, per lo 
spazio di un Anno e mesi novi per quanto fece sua dimora in questa, 
quali ascesero alla somma di Se. 126000, quale assignazione fu molto 
gradita da Filippo IV. come si vede per lettera Reale data in Madrid 
a 7 Maggio 1649. 

XXVIII. Nel sud." anno 164S essendo in questa il sud." Serenis- 
sinio D. Giovanni d'Austria con l'armata Reale la Città li diede in 
soccorso giornalmente [\) salme 6184 di frumenti forti facendoli panizza- 
re dalli 15 Sbre 164S per tutto li 30 Giugno 1650, il prezzo del quale 
frumento importò Se. 75306 , come si vede nelli libri del Peculio fro- 
mentario di d.'"^ Citta. 

XXIX. Nell'anno 1649 fece donativo alla INI.tà di Filippo IV jn 
aggiuto della soprad.^ Armata Reale di Se. 20000 quali si presero 
dall'avanzi della gabella di grani 5 per libra di seta e tt. X per C"" 
di salume e tt. 4 per salma d'orgio, depositati da Mario Musciarella 
nella Tesor. gen.''^ sotto li 20 gbre di d." Anno di suoi proprj denari, 
ed alli 23 di d.° mese di Nov. di detto anno li furono pagati per Ta-| 
vola di questa città dell'avanzi delle soprad. Gabelle come si vede! 
nelli libri di d.^ Tavola. \ 

XXX. Nell'anno 1651 fece altro donativo per 1' istessa causa d| 
Se. 2000 quali si presero dell' Introiti della gabella di gr. 5 per librj 
di seta che esistevano in Tavola per conto e parte, come si vede nel] 
libri della Tavola per partita di espensione sotto li 2 marzo 1651. 



(i) Intendi : per giorno , ma che complessivamente ascesero a 
salme 6184. 



— 121 — 

XXXI. E finalmente nell'anno 1664 fece altro donativo di Se. 49.0S6 
alla sud.'^ M.t' stante il Contento avuto per la nascita alla M. Sua di 
Don Carlo secondo per le quali la Città soggiocò la (iabclla di tt. 10 
per Cantaro di salume, compresi Se. 20000 di contante per il parlamento 
latto in detta città in detto anno 1664, e lettera Reale in ringrazia- 
mento data in Madrid a 25 febb. 1665. 

G. Arenaprimo. 

Due lettere inedite di Andrea Gallo. 

Al Ch.Jiio 
Sig. Direltorc dell' « Archivio Storico 3!cssincse » 
Prof. Gaetano Oliva. 

Palermo 27 Febb. 1906. 

Nel rendere vive grazie a cotesta spettabile Società di Storia Patria 
dell'onore fittomi coil'ascrivermi ad essa, comincio da ora ad invi.irle 
due dei patrj documenti inediti dei quali dispongo, di cui uno riguarda 
lo stato effettivo della nostra patria dopo i tremuoti del 17S3, e smen- 
tisce molte cose scritte dall' Abb. Alberto Corrao nel suo opuscolo su 
quella sventura; e l'altro descrive le ciurmerle che allora facea la pre- 
tesa scienza di mutare i bassi metalli in oro, scienza che impoverì 
tante famiglie non meno in Messina che in altre Città della nostra Si- 
cilia. I due documenti sono due lettere di Andrea Gallo i cui auto- 
grafi son posseduti da me. 

Mi creda intanto con tutta stima 

Suo dev.iiio 
L. Lizio-Bruno 



A Mons De Gavclli 



Pesaro 



Giunse in mia mano il foglietto delle notizie che voi date fuori in 
ojni settimana, siccome sono giunti molti altri in varie parti di Eu- 
ropa, ed a dirvi il vero sono rimasto sconcertatissimo (r) nel vedere 
fin dove arriva la libertà che si arrogano i Gazzettieri in raccontare 
delle sfacciate menzogne. 



'i) Sicilianesimo, per turbato, rimescolato. 



_ 122 

Tn Messina dietro (i ) il terribile flagello de' 5 Febbraro. che inte- 
ramente diroccò le fabbriche quasi sino ai fondamenti, senza lasciar 
vestigio della sua antica forma, si è per due mesi vissuto e vivesi 
ancora nel disordine, nella confusione e nella miseria. CAi stupidi ed 
avviliti cittadini invece di pensare al pubblico bene con profittare del 
generoso cuore di un Sovrano tutto inclinato a soccorrerli e felici- 
tarli (2Ì, altri sono divenuti i vili adulatori di chi trionfa della loro 
miseria, ed il resto languisce sotto la prepotenza e la oppressione, solo 
contento del misero piacere di fare pietà. 

Niente di soccorso ne dai proprj Paesani, né dagl' Incaricati del 
Governo si è veduto sin 'ora porgere a questi miserabili, né un scflo 
soldo si è loro distribuito. Quel poco di vettovaglia che mandò il Ve- 
scovo di Catania parte restò in potere di chi dovea dividerla e parte 
fu data a chi meno aveva di bisogno; ijuella che inviò la Città di Ari 
fu venduta a caro prezzo e comprata dal popolo a denaro contante; 
ciò che offrì generosamente la sacra religione Gerosolimitana le fu in- 
dietro respinto senza volersi accettare (3). 

Quali dimque sono stati o sono quegli aiuti, quelle liberalità, quei 
provvedimenti che voi, con gli altri Gazzettieri vostri compagni dite di 
essersi apprestati a Messina ? 

Si sono sospese, è vero, le Gabelle che pagavansi sopra i Com- 
mestibili, ma frattanto i generi pubblicamente si vendono al prezzo 
medesimo di prima, eccetto che da questi non si tolga la carne (4); e 
tutto è divenuto un traffico illecito ed un monopolio. 

Giacciono i Cittadini in vili tugurj piantati senz'ordine e senza di- 
scernimento, sparsi qua e là nelle piazze e nelle vie, e questi, costrutti 
per la maggior parte di affumicati e neri pezzetti di tavole rubate allt 
case dirute della Città e de' suoi borghi, e se alcuna baracca si vede 
di mediocre o decente forma, è loro costata somma ingente di danaro, 
ed indicibile pena di contraddizione e d' impegni. 

Si è chiesto e chiedesi tuttavia un provvedimento di tavole, di 
legname di calce, di gesso, affinchè i particolari potessero a loro spese 
costruirsi gli alloggiamenti per abitare; ma sono già scorsi due mesi 
e dieci giorni e nulla si è potuto ottenere. 



(i) Cioè: do/>o. 

(2) Qui fu saltata la proposizione principale. 

(3) Il perchè fu detto dal Corrao nelle sue Memorie, p. LVIII — 
L'ordine venne dal Viceré, dal buon cuore del Viceré i 

(4) Eccetto la carne. 



-- 123 — 

Si devastano piuttosto le case dirute per togliere il legname, e 
resta sparso . per le strade il calcinaccio senza nulla curare lo scolo 
delle acque che impantanano nelle contrade: si demoliscono le mura- 
glie degli edili/.j più eccelsi e cospicui senza discernimento e senza 
previdenza veruna di ciò che in appresso dovrebbe di essi farsi e so- 
vente senza un preciso bisogno, ma a solo oggetto di dare ad inten- 
dere che si ha cura della pubblica sicurezza, e con ciò togliere a 
Messina anche i segni e le memorie della sua antica magnificenza. 

Si dissotterrano i cadaveri sepolti dalle rovine e si bruciano i 
corpi di quei miserabili come se di gente si fossero o pagana (i) o in- 
fame o appestata ! Rubansi tuttogiorno dai vagabondi le travi, le ta- 
vole, le tegole, le porte, le finestre ed i ferri delle case cadute, e 
vendonsi questi impunemente nelle pubbliche strade, quasi il rubare 
ed il vendere le robe altrui fosse nn nuovo capo di commercio. 

Si pubblicano dei bandi per proibire il guasto totale di questo de- 
solato paese, ma niente poi si bada se vengono o no eseguiti gli or- 
dini che si promulgano, e sembra che siasi accordata l' impunità ai 
delitti più esecrabili. Un principio di vertigine nato dalla crassa igno- 
ranza che vi è della vera e sana Politica e fomentata dallo spirito di 
partito non lascia conoscere qual sia il pubblico bene, ne sa né lascia 
trovare i veri mezzi per riparare all'imminente totale distruzione di una 
Città così importante. 

Le genti abbandonano continuamente questo desolato paese; e 
(luelli che restano languiscono nella inazione, nella miseria e nella po- 
vertà. Qui più non vi è traffico di sorta alcuna, cessarono le manufat- 
ture, cadde il commercio, più non circola il poco danaro che trova- 
vasi in Città e le professioni sono tutte neglette e condannate ad un 
insoffribile ozio e ad una indolente non curanza. 

Voi dunque che cosi coraggiosamente imposturate il mondo colle 
bugiarde notizie de' vostri fogli periodici, astenetevi in appresso di 
promulgare tante imposture quanti sono gli encomj che voi date a 
coloro che travagliar dovrebbero al sollievo di questa Città, mentre 
ch'essi o non fanno o non possono o non vogliono cosa alcuna ope- 
rare che fosse di salute a un popolo oppresso ed afflitto e tenete per 
verità certa e sicura che chi oggi vi sciive è un vero e sincero testi- 
monio di quanto qui si contiene. 

(^Senza data; ma s'intende: due mesi 
e dieci giorni dopo i tremuoti) 



(i) A quando a quando fa capolino la intolleranza dei tempi! 



- 124 — 
II. 

A D. Ant." Lapis Noto 

Dicembre 17S3. 

Io sono stato un curioso osservatore di .quanto è accaduto al credulo 
nostro amabilissimo Cavaliere, che ha voluto dar retta ad un solenne 
impostore, il quale, prevalendosi della somma abilità e manualità che 
ha nell'Arte chimica, gli diede ad intendere che sapea fare la celebre 
decantata Pietra-filosofale. 

Il nostro Marchesino fu d.i me parecchie volte avvertito a non pre- 
star fede ad Alchimista povero; giacché se tutte altre ragioni mancas- 
sero per avvertirci della ciurmerla, eli' è bastante quella sola che chi 
ha o fa far dell'oro non ha bisogno della borsa altrui per vivere e per 
operare; ma persuaso più dalla naturai pendenza che ciascuno ha di 
creder possibile ciò che desidera, che dalla studiata nai razione degli 
accidenti accaduti al suo Alchimista, indusse anche me ad assisterlo 
come Ispettore dell'opera. 

Cominciò dunque questi dal ritrovare o a dir meglio dal ricavare 
la materia sulla quale far doveasi 1' operazione: e questa, secondo i 
principj del nostro filosofo, dovett'essere la terra vergine, che si è 
fatta venire non so da qual luogo nelle campagne del regno di Na- 
poli; la quale a me è sembrata quasi una Puzzolana rossigna. Egli 
asseriva che in essa stava rinchiuso cjuel Principio che gli Ermetici 
tutti chiamano Mercurio o sale; e che questo Mercurio conteneva in 
sé medesimo 1 ammirabile zolfo per mezzo del quale deve il tutto con- 
dursi alla sua perfezione. 

Posta adunque in una gran tina questa Terra, e caricandola di 
acqua piovana a sazietà, cominciò per più giorni a rimescolarla con 
una pertica, per estrarle diceva egli, la materia che cercava. Decan- 
tata indi quell'acqua e postala in gran caldaia, a forza di fuoco 
la dispumava e con un cucchiaio andava all' intorno raccogliendo quel 
sale di cui naturalmente erasi impregnata; il quale essiccato al sole si 
conservava da parte, fino che se ne raccolse una sufficiente ciuantità. 
Purificato e lavato parecchie volte questo sale con acqua piovana di- 
stillata e passata per carta emporetica, indi despumata al fuoco, si ri- 
dusse alla candidezza ch'egli ha creduta necessaria. Frattanto la terra 
rimasta in fondo alla Tina, dopo spogliata di questo suo primo prò- 



— 125 - 

ciotto, bisognò abbruciarsi in una fornace da mattoni sino ad un grado 
che non arrivasse alla calcinazione; e quindi triturato su del Porfido, 
e presone due parti ed una del ricavato sale, s' impastò insieme con 
acqua distillata, e se ne composero delle piccole pallottine, che si 
esposero al sole, sin che perfettamente restarono disseccate. 

Indi posto queste in storta di vetro ben lutata, con fuoco validis- 
biuio se ne cavò lo spirito e l'acqua; e si conservarono in vasi sepa- 
rati. Poscia triturate nuovamente le pallottine citatevi, bisognò, nella 
forma di primi, tirare da queste, per la seconda volta, quel sale che 
era loro rimasto; il quile si ridusse appena alla settima parte di quanto 
prima esso era. 

Presa dunque una dose di questo sale, ed una data porzione del- 
1 estratto spirito ed acqua, si posero in un wo\'o filosofico, dove tutti 
si sciolsero, e si confusero, ed in quello si pose ancora un'oncia di 
di oro purissimo raffinato e ridotto in tenuissima polvere secondo le 
regole dell'Arte. Si serrò ermeticamente il collo all'uovo filosofico; ed 
indi si collocò sospeso in un armadio espressamente architettato, in 
modo che l'uovo stava penzolone su d'un vaso mezzo pieno d'acqua, 
che lo abbracciava da tutti i lati senza però che il fondo dell' uovo 
toccasse 1' acqua; la quale a lume di lucerna dovea tenersi notte e 
giorno in un calore desfumatorio senza visibile ebuUizione. Tutto così 
aggiustato, ci si disse ch'eravamo già alla metà dell'opera, giacché 
quel che restava da farsi era optcs viulierum et litdus piieroruin. 

Aspettavamo ciascun di noi di vedere in primo luogo la decantata 
putrefazione delle materie, o sia il caput corvi; ma, grazie al cielo, 
niente di tutto ciò è arrivato; che anzi cominciammo a vedere nel vase 
una miscela di vari colori, che di giorno in giorno si cambiavano e 
che il nostro adepto voleva a forza che fossero or il collo della Pa- 
loììiba, or la coda del Pavone. 

Passati erano parecchi mesi che la moglie del Marchesino, donna 
avara di natura ed intollerante per sistema, aveva somministrato a 
questo Laboratorio una cotidiana quantità d'olio per mantenere il 
fuoco; ed aveva dovuto tollerare alla sua tavola il nostro ermetico fi- 
losofo; onde, vedendo che le cose andavano alle lunghe e che dovea 
tuttavia soffrire a suo dispetto questa seccatura, ordì una delle solite 
cabale donnesche, e fece dal padre del Marchesino cacciar via il pre- 
teso Alchimista. 

Io non so dirvi se questo accidente fosse stato per lui infelice o 
fortunato; so che egli partissene tranquillamente da quella casa e dopo 
tre o quattro giorni spari pure dalla Città, 



— 126 — 

Il misterioso armadio, con tutto 1' ermetico apparecchio Cper con- 
tentare il Marchesino) passò in casa di un mio e suo amico, non a- 
vendolo io voluto presso di me, per alcuni miei riguardi; ed ivi con- 
tinuasi tuttavia a mantenere il sacro fuoco delle Vestali , che già son 
sette mesi senza niente farci vedere ancora delle tanto decantate tras- 
formazioni che proml-ttono i signori Alchimisti. Se dir io la dovessi 
come l'intendo, o il Lapis Jilospfornm è una delle tante dotte impo- 
sture che hanno affascinato gli uomini anche grandi, o che la maniera 
di farlo è quella appunto che descrive Pietro Giovanni Fabro in tutte 
e tre le sue ricercatissime opere, e sopra tutto in quella postuma in- 
dirizzata a Federico Duca d" Alsazia, che noi leggiamo n^W E/etneridi 
de' Curiosi di Germania Decade li, A. Vili, 16S9; ed in questa sup- 
posizione io avrei creduto che il sale neutro tirato dalia Terra vergine 
potesse essere I' arcana materia che con tanti differenti nomi hanno 
occultato i pretesi figli dell'arte, ed avrei anche creduto che le tre so- 
stanze estratte da questo solo Piincipio potessero chiamarsi sale, zolfo 
e Mercurio; onde confrontando ciò ch'egli faceva coi dettami di tanti 
Filosofi ch'egli tutti avea in memoria, e che io mi divertivo a leggere 
nelle Opere loro, mi lusingavo di vedere in questi tre principj tutto 
ciò che bisognava per la grand'opera; e qui è dove potete farmi le 
fiche alle spalle e beffarmi a vostro talento ; giacché io non mi sono 
mai profondato in cotesta pretesa scienza che possa vantare di saper- 
ne quanto voi, che siete a miei conti Professore e INIaestro. Appresi un 
tempo per mio piacere i Principj della Chimica; ma nell' Arte erme- 
tica non ho voluto mai muovere un passo; né metter mai in opera la 
mia mano, contentandomi soltanto di leggere ciò che di essa hanno 
scritto i pretesi Filosofi adepti. Oggi per la prima volta è toccata anche 
a me la disgrazia di trovarmi senza volerlo in questo ballo; ma po' 
poi mi consolo meco stesso riflettendo che ancor voi siete tinto della 
medesima pece e che nel mentre barzellettate meco, sentite che la co- 
scienza vi rimorde rinfacciandovi il tempo, il danaro e le fatiche chu 
avete impiegato e perduto dietro questa vana ricerca 

(1783J Andrea Gallo 

Anacronismi da correggere. 

Lettera alV Egr. Bar. Giuseppe Arcuafìrimo: 

A Lei, indefesso cultore dello cose storiche messinesi, non sarà dis- 
caro ch'io le comunichi alcune mie osservazioni sopra un passo d'un 
nostro insigne storico e statista morto a 47 anni ! Or egli in un suo 



— 127 — 

discorso politico La Nazione ecc. (Torino 18541, toccando della pia 
tradizione della Sacra Lettera della Vergine ai Messinesi, scrivea: « di 
avere conosciuto, quand'era fanciullo, un vecchio artigiano di nome 
Amato, il quale gli narrò più volte di aver egli fabbricato le due 
mazze di ferro quasi coeve alla Vergine, sulle quali erano scolpite le 
prime parole della lettera indirizzata a' Messinesi . . . mazze che l'A- 
glioti disse di avere scoperto »... e delle quali 1' Amato disse al 
Nostro il prezzo che ne aveva ricevuto. 

Or io non infirmo la sostanza della parte che avrà avuto il nostro 
Senato nel far comparire alla luce quelle due mazze che furon poi il- 
lustrate da Paolo Aglioti e da un altro accademico peloritano, ma la 
parte che si attribuisce all'Amato : e la infirmo per le seguenti ragioni 
inoppugnabili. 

Le due mazze, la cui illustrazione si pubblicò nel 1740 (tipografia 
Lazzari) con la data di Venezia per L. Pitteri, furono scoverte (non 
dall' Aglioti, ma da Luciano Foti. pittore ed antiquario messinese) 
'■ 17.33- 

Ora lo storico nostro nacque nel 1815. E se a circa io anni 
r Amato gliene parlò, ciò dovett' essere nel 1825. In secondo luo- 
go quando l'Amato fabbricò le mazze, doveva avere almeno almeno 
25 anni. La sua nascita dunque dev'essere riportata all' a. 1708. 
Ora dal 170S al 1S25 ne erano corsi ben 117. — Ecco come l'addotta 
testimonianza dell' Amato se ne va in fumo come i giardini incantati 
della celebre Maga ! 

11 citato autore che, lontano dalla Sicilia, non ebbe modo di ve- 
rificare la data della pubblicazione dell'opera sulle due mazze, dovette 
aver creduto che avesse avuto luogo verso la fine del secolo XVIII, 
anziché nel 1740. Quindi, giocando d' ingegno, avrà ricamato quella 
novelletta che faceva bel giuoco al proprio assunto. E di questo suo 
involontario anacronismo è chiara prova il soggiungere ch'ei fa, in me- 
rito di quell'opera l 'Aglioti aver avuto 1" ufficio di Segretario del Mu- 
nicipio, confondendo due tempi e due persone. E infatti Aglioti Paolo 
non tu mai Segretario del municipio ; ma Giureconsulto, Assessore 
ordinario del patrio Senato , « carica assai importante in quei tempi, 
poiché dalle sue decisioni dipendeano tutti gli affari amministrativi >> (i). 

L' Aglioti, eletto poi Segretario nel 1799 fu un altro, che allora 
« più dei propri vantò i meriti di un di lui congiunto autore del libro 



li) V. G. Grosso Cacopardo nel Faro A. IV, T, II 1836, p. 117. 



- 128 - 

spiegazione di due antiche mazze di ferro », come si legjjc in una 
nota ad alcuni Cenni biografici di Giuseppe Romeo, scritti da G. G. C. 
nello Spettai. Zancleo (A. II, n. 37, 12 nov. 18341; nota apposta dal 
Direttore di esso Giornale, D. Carmelo La Farina. 

Non rilevo poi altre inesattezze nelle ciunli l'Autore nel luogo ci 
tato inciampò, quando disse che le mazze eran quasi coeve alla Ver- 
gine e che il trovato delle mazze fu creduto rimedio alle opposizioni 
fatte dal Pirro, quando dal Pirro a noi tante scoperte (chiamiamole 
pur cosìj ebbero luogo in molte parti del mondo a sostegno della tradi- 
zione, scoperte il cui racconto darebbe luogo a più e più volumi, oltreché 
a molte risate omeriche. 

I\Ii creda sempre 

Tutto suo 
L. Lizio-Bruno. 



A proposito deila Beata Eustdciiìa 

(Uu «locunionto inedito) 

La Leggenda della Beata Eustochia (i432?-86), scritta da suora 
Jacopa Pollicino (i438?-i490?), ecco che cosa ci narra attorno al ma- 
trimonio proposto, anzi imposto, dal padre, Bernardo Calefati, a quella 
santa donna, solo innamorata di Dio e del cielo: « Era il padre dai 
parenti molestato di maritarla, perchè avevano molte richieste e buoni 
parentadi alla mano, in tanto che il padre fermò il parentado senza 
consentimento della figliuola, la quale non volendolo, le andavano con 
la spada addosso ed essa stava ferma e costante. E Dio vedendo la 
sua costanza e pazienza, innanzi che lo sposo andasse a vederla fu 
morto » (i). 

Queste notizie, conformi all'indole della Leggenda, che è un vero 
e proprio elogio biografico, un continuo inno di gloria sciolto alla 
santità di Eustochia, al secolo Smeralda Calefati-Colonna, non sono 
tutte in piena armonia con quanto legittimamente c'induce a conget- 



(i) Cfr. G. Macrì, La leggenda della Beata Eustochia da Messina 
(Smeralda Calefati-Colonna), scritta da Suora Jacopa Pollicino, sua 
prima compagtia. Testo a penna del secolo XV per la prima volta 
pubblicato, Messina, Tip. D' Amico, 1903, p. 41. (Estr. dall' Archivio 
Storico Messinese). Cfr. anche le pp. 37-9. 



— 129 — 

turare un documento da me rinvenuto, scorrendo gli atti del notaio 
Matteo Pagliarino, esistenti presso 1' Archivio Prorinciale di Messina. 
Difatti, in esso che è una donazione fatta da Mafalda Calefati Colonna, 
madre di Smeralda, alla figliuola Mita, tra altro, si legge: « jtem do- 
navi! etiam sibi hec alia bona hoc modo videlicet quod si filij eiusdem 
donatricis non satisfacerent monasterio de basico de illis Unciis viginti 
c]uas jpsa donatrix et filij tenentur dare prò jngressu jsmaralde filie 
sue jn eodem monasterio quod omnia bona olim relieta per quondam 
nicolaum de perrono eidem jsmaralde tunc sponse sue pcrveniant eidem 
mite quia sic fuit de jntencione diete jsmaralde ea bona habere ipsam 
niitam de quibus quidem omnibus bonis ut supra donatis ipsa isma- 
ralda reservavit sibi usufructum jn vita sua ». 

Riguardo alla Beata, dal surriferito brano risulta in modo ineccepibile: 

i.'^ ch'ella fu fidanzata a un certo Nicolò De Perrono, 

2." che questo fidanzato, morto prima delle nozze, la lasciò pa- 
drona di alcuni beni; 

3-" che questi beni ella ebl)e realmente, tanto che ne dispose per 
sé e pe' suoi. 

Ora, stando così le cose, domando: Che fede merita il racconto 
della Pollicino ne' due particolari del fidanzamento all' insaputa e 
della recisa avversione al matrimonio ? Senza dubbio, nessuna. Non 
credo davvero che si possa immaginare una giovane d' animo nobile 
e mite, d'animo sensibilissimo, la quale tragga profitto da' beni asse- 
gnatile — e perchè poi tanta generosità ? — dal promesso sposo non 
amato, non voluto affatto. Invece mi sembra legittima ipotesi questa, 
che in ogni tempo e in ogni luogo ha numerose corrispondenze nella 
realtà: La Calefati-Colonna, scambiata promessa di matrimonio col De 
Perrono, non potè poi avere nella casa di lui quel soggiorno lieto e 
tranquillo di sposa, che si riprometteva, perchè egli scese innanzi tem- 
po nella tomba, lasciandole a testimonianza del suo affetto i propri 
beni. Allora ella, afflitta e desolata e forse — chi sa ? — fedele a qual- 
che giuramento fatto al fidanzato o in sul punto di morte o anche 
prima, in qualche istante di nere visioni, di luttuose fantasie, decise 
di lasciare il mondo, nel quale invano aveva sperato di godere, e si votò 
tutta al cielo, cercando nella somma adorazione di Dio ogni (T)nforto, 
ogni sollievo, ogni gioia. 

Suora Pollicino, sollecita nel raccogliere notizie misteriose e anche 
nell'abbellire il vero con la sua fantasia, doveva, si capisce, tacere 
una simile storia d'amore infelice, dato l'intendimento sacro posto 



- 130 — 

nello scrivere La les^genda, che è « un testo di prosa soavissimo e 
rivaleggia per candore e schiettezza di dettato con le migliori prose 
ascetiche toscane » (i}. 

L. Perroni Grande. 



xiij"' eiiisclem mensis mayi [Ind. 13.^, a. 1449-50]. 
IMaschalda mulier Vidua relieta quondam bernardj calafatj civis 
messane, Considerans et actendens puram affeccionem dileccionem et 
amorem quas et quem gessit et gerit erga mitam virginem filiam suam 
et dictj quondam bernardj , donacione per eam facta jnrevocabiliter 
jnter vivos sponte donavit dedit et liabere concessit eideni mite 
jbidem presentj stipulantj et Recipientj donacionem eamdem prò se 
suisque heredibus et successoribus jnperpetuum omnia jnfrascripta bona 
videlicet jnprimis Riczolam vnam de perlis item restam vnam de perlis, 
jtem schannaccam vnam de perlis, jteni choppam vnam de scarleto 
persone ipsius donatricis, duo coperthoria de melioribus que sunt jn- 
domo sua ad eleccionem ipsius mite, cannas xviij tele de qua potest 
fierj facies vna copertorij, par vnum lintheaminum sfilatorum. et par 
alìud jn tela cannarum xxiiij'"' jtem par vnum de cuxinellis ala jntagla 
jtem cortinam vnam cannarum xxxj, et si ipsa non nuberet se ipsam 
cortinam habeat paula soror ipsius donatricis solvendo precium vide- 
licet Vncias novem et tarenos septem jtem cammiseas quinque spu- 
santes tres completas'et duas complendas, fracitrigia quatuor messilia 
tria, manutrigia octo jn tela jtem anulos duos vnum scilicet czaftirum 
de lapergula et alium cum jntagla jtem donavit etiam sibi hec alia 
bona boc modo videlicet quod si filij eiusdem donatricis non satisfa- 
cerent monasterio de basico de illis Vnciis viginti, quas ipsa donàtrix 
et filij tenentur dare prò jngressu ismaralde filie sue jneodem mona- 
sterio quod omnia bona olini relieta per quondam nicolaum 12) de 
perrono eidem jsmaralde tunc sponse sue perveniant eidem mite quia 
sic fuit de jntencione diete ismaralde ea bona habere ipsam mitam, 
de quibus quidem omnibus bonis ut supra donatis ipsa ismaralda re- 
servavit^sibi (^3) usufructum jnvita sua. ymo quod durante vita sua 



(i) Cfr. Giornale storico della leti, italiana, 1903, XLI, p. 
(2) Segue un segno cancellato. 
(3j Segue vs cancellato. 



- 131 — 

possit facere de eis jntoto et jnparte velie suum non obstante presente 
donacione, post cuius tamen donatricis decessuni omnia ipsa bona (i) usu- 
fructu proprietate consolidato ad eamdem mitam perveniant et pervenire 
debeant, titulo donacionis, presenlis jtem dieta donatrix recognovit 
honorabilem baldum romanuiii eius genitorem jure jnstitucionis jn ta- 
reno vno tantum et omnes alios consanguineos eius et affinos jn ta- 
reno vno tantum et non ultra iure predicto et quo etc. Reservans sibi 
dieta donatrix posse presentem donacionem quandocumque revocare 
et annullare ac cancellare ad suj beneplacitum et jura addere vel di- 
minuere ecc. (formule d'usoi. 

Presentibus czullo russo magistro antonio de cristaudo et matheo 
ciiippulla. 

Not. M. Pagliarino, Protoc. /-/^g-^o, ij^ Ind., f. 79. 



Per una presunta tavola di Antonello. 

Era, tra gli studiosi di cose d'arte, memoria di una presunta tavola 
del celebre pittore Antonello da ÌNIessina, miseramente dispersa. Fin 
dal 1853 il Grosso Cacopardo nel suo Saggio Storico delli varj Musei, 
che in diversi tempi anno esistito in Messina (inserito nel Fase. VII 
Anno I dell' Eco Pcloritano^ rilevava la dispersione del dipinto, che 
egli aveva ben notato nel Museo del Messinese Andrea Gallo; e i più 
moderni ed esatti biografi del grandissimo artista hanno ricordato il 
lavoro, deplorandone la perdita 21. Ma il dipinto, cui accennava il 
Grosso Cacopardo, non è andato perduto: esso trovasi tuttavia in Mes- 
sina, proprietà della famiglia del Cav. Vincenzo Attanasio, ed ha così 
chiari e non dubbi segni di autenticità, da non potere in nessun modo 
supporre una frode. 



(i) In sopralinea, al posto di prcnc cancellato. % 

{2) « Una pittura creduta d'Antonello, invece notò il Grosso Caco- 
pardo come esistente sino ai principi del Secolo XIX nel Museo Pri- 
vato del Messinese Andrea Gallo, dotto figlio del noto annalista Caio 
Domenico, ma essa nel 1S53 già era stata venduta, ne altro ne sap- 
piamo — » G. La Corte Cailler — Antonello da Messina — Mes- 
sina Tip. D'Amico 1903. 



- 132 — 

Della supposta tavola Anlonelliana esiste sicura traccia e negli 
Anfiali di Messina di Caio Doni. Gallo e nei Cenni Biografici di An- 
drea Gallo letti nella R. Accademia Peloritana dal socio D."' Pietro 
Maria De Viiono nel 1S57 (ii. 

Difatti negli Annali si legge che avendo Placido Giovanni Gallo 
sventata una congiura tramata da certo Teobaldo di Siracusa contro 
gli Aragonesi, venne dalla Regina Maria, sposa di Re Alfonso, la 
quale trovavasi in Messina, regalato di un quadro. « Il quadro stesso 
di S. Placido e compagni, scrive il Gallo, donato dalla Regina a Pla- 
cido Giovanni Gallo col ritratto di esso in piede, e colle armi della 
famiglia Gallo in mezzo a quelle del re d'Aragona, conservasi tutt'ora 
in nostra casa: esso è dipinto in grossa tavola, alquanto logoro dal 
tempo, ma non già in guisa che tutte le figure non si veggano bellis- 
sime; e dietro al quale vi è fortemente attaccata la copia originale 
dell'accennato privilegio ii) ■•> . 



(i) Messina — Stamp. I. D'Amico. 1^57 

(2) Ecco il privilegio che il Gallo riporta per intiero: « Nos Maria 
Dei Gratia Gubernatrix Regina Absoluta Plenipotentiaria super Con- 
cilium nostrae Excelsae Camerae in absentia Serenissimi D. Sponsi 
nostri Alfonsi D. G. Aragonesium Regis Sic. Citra, et ultra Pharum, 
Valentiae, Hierusalem, M. C. et C.C. A. 

Dum nobili Messanae adstaremus ad detinendum nostrae Excelsae 
Camerae in opportunitatibus nostris consilium in defoctione Syracusiae 
ad concitationem Teobaldi, cum aliis Catanae proditoribus, centra 
nos contraque consilium nostrae Excelsae Camerae, ad hoc vero Mes- 
sana suam magnani solitam interposuit fidelitatem, sicut in omni tempore 
ostendit valorem suum, et nos dictae Civitatis vetera gesta, et recentiora 
celeberrina perlegimus, et In Camerali thesauro attente consideravimus. 
Nunc vero inter particulares comendamus animum, valorem, industriam, 
amorem, et fidelitatem erga Serenitatem nostrani Placidi Ioannis de 
Gallo nostri, et Patriae Benemerentissimi, qui industria magna celate 
vitam per nos exposuit, finxit esse Catanae Excubia, et ad Teobaldum 
proditorAn Syracusia pervenit, unde industriose, e proditore venenum 
traxit, omniaq. de execrabili excidio simulavit, et ad nos fideliter re- 
diit, Sanumgue de omni dedit ad nos consilium, et manus ad rebel- 
lium destructionem sicut unitim cum Ioanne XX millio, et Ximenio 
de Urrea Siracusiam appulerunt simulantes sub palliato praetextu, in 
convivio necati fuerunt rebelles, et per manus benemeriti nostri de 



— 138 — 

E nell'albero genealogico della famiglia Gallo di Messina inserito 
neir ultima pagina dell'opuscclo del De Vuono, il quale albero è stato 
scritto dallo stesso Andrea Gallo , si legge : « Giov. Placido , Barone 
« delle Saline delli Botticelli, il quale ebbe conceduti due Privilegi, che 
« da me si conservano, e sono registrati nei libri senatori : l'uno della 
« Regina iMaria del 1443, con un (juadro fatto appositamente eseguire 
« dal piii valente artista di quei tempi su tavola. Veggonsi in esso di- 
« pinti per intiero S. Placido, e suoi compagni martiri, al pie del quale 
<i vi sono tre stemmi, cioè quello della famiglia Aragona in mezzo a 
« quello della famiglia Gallo a dritta , ed a quello della Città di 



Gallo interfectus fuit e proprio ferro Teobaldus, ad hoc omnes evanu- 
erunt caligines , prestinaque apparuit Serenitas. Nos itaque attentis 

servitiis dicti benemeriti nobis praestitis, nominamus dictum de Gallo 
in Ducen Custodiae nostrae , et nostrae Excelsae Camerae Consilia- 

rium, cum onere , et honore , et ut tanti benemeriti vivi memoria 
non pereat, etiam augusto aere suum nostrunque stemma incidere fe- 
cimus, et alacritate munificentiae nostrae, laudabilem dedimus tabulam 
Sancti Placidi cum espressis fratibus, et soroie de mandato nostro pic- 
tam , in ea delineare fecimus eandem benemeriti nostri effigiem aeri , 
extractam cumque Regiis nostris Stegmis suunque in medio ut apud 
se detineri. et custodiri possit in testimonium nostri amoris suique 
valoris, sicut etiam ad perpetuam suorum memoriam, et ad posteri- 
tatem sic de mandato nostro jubenius sic volumus sic decrevimus. 

Datum Messanae die XXII mensis Maij MCCCCXLIII. 

I\Iaria Regina ex autoritate D. Spensi mei Alphonsi Regis. 

Domina Regina. L. kJ< S. 

Mandavit mihì N. D. H. » 

A questo proposito il Gallo ricorda che altre persone ebbero, per 
lo stesso motivo, ragion di premio e fra esse , una tal Majella Arena 
che venne nominata gran Ca-ìiieriera della regina. « Ciò dice, lo scrit- 
tore, abbiamo ricavato da un ritratto antichissimo di detta Majella, di- 
pinto in grossa tavola, di mano (secondo i periti) del famoso Antonello, 
il quale si conserva dal lodatissimo signor barone D. Francesco Are- 
naprimo, patrizio messinese ». Ho visto la tavola in casa del Barone 
Giuseppe Arenaprimo di Montechiaro, dov'è religiosamente conservata, 
e ne ho riportata l'impressione non essere di Antonello. È di stile 
molto posteriore, ne vi sono le caratteristiche del pittore nei pochi par- 
ticolari che il ritocco ha lasciati integri. 



— 134 - 

« Messina a sinistra ('i\ Al di dietro poi vi è affissa copia mano- 
« scritta del decreto di concessione (2j. Detto quadro conservasi pure 
« presso di me. L'altro privilet;;io è del Re Alfonso nel 1444. ecc. ». 



Il) Si noti: C. D. Gallo parla di « ritratto di esso in piede [Plac. 
Giov. Gallo) e colle armi della famiglia Gallo in mezzo a quelle del 
Re d' Aragona » ; A. Gallo invece parla di « tre stemmi, cioè quello 
della famiglia Aragona in mezzo a quello della fauiiglia Gallo a dritta 
ed a quello della città di Messina a sinistra ». Vi è una diversità evi- 
dentissima. Come spiegarla ? Coli' infamia del ritoccattore ? Potrebbe 
darsi: ma è abbastanza strana la scomparsa del ritratto di Placido 
Giovanni Gallo e la variante apportatavi col blasone aragonese. 
Attualmente, però, si vedono lo stemma d'Aragona e lo stemma dei 
Gallo: niente altro. A destra, guardando, è la larva di uno scudo ri- 
coperto dal ritocco. Sana il ritratto ? lo stemma ? È quello che si vedrà 
ciuando il quadro sarà ricondotto al suo primiero stato. 

(2) Sul privilegio è il numero 41 in caratteri grossolani: però non 
si tratta del numero del privilegio ma, credo, del numero d'ordine del 
quadro nel catalogo del Gallo. E notevole inoltre quanto è stato tra- 
scritto à sinistra del privilegio e che riporto per intiero : « Reducatur 
Actis et parti restauratur. Jurna .... — Die octava lanury 175 ... — 
Est sciendum quadrum ofì." 111.'"' Senatus h* Nob"" Adetiss. et D-xenip""'^ 
urbi Messanae fuit per D. Cajum Domenicum Gallo Civem Messanen- 
sem exhibita et presentata p"'' antiqua Tabula, in qua adsunt depicte 
himagines SS.'"" Martirum Placìdii Eutychij, Victorini et Flavie fratrum 
et sororis habens longitudinem palmorum trius ^/.^ et latitudinem pal- 

morum duorum \;o in pede cujus in parte de.xtera depictum vi- 

detur stemma regum Aragonentium in sinistra efHgies Placidi Jonnis 
Gallo in medio nero videtur Stemma gentilitium familie Gallo, quod 
est in campo ceruleo, continens 'hon . . . solem , inde nero turrem, 
supra cujus fastigium est Gallus lenens gladium , quo fugienti Leoni 
minatur cum hac epigre (V. Vidi et fugiti in parte nero postica 
ejusdem p.'ìhus Tabulae adest fortiter conglutinata cha . . . quedam 
coli.""'* scriptoria in qua antiquo charactere et literis fugientibus legitur 
quendam originai is copia cujusdam regij diplomatis serenissimae olim 
Mariae reginae Siciliae , cuis diplomatus autenticitas per se apparet 
cum ex cartae ipsius putis autiquitate ac forma caracterum nemen et ... . 
ex antiquo urbis nostre sigillo quo charta ipsa est communitas in qua 
q iicm charta manu at que in caractere III.'"' D. Hor. Tiirriano Senatoria 
Hebd.'*^ appositum .... scriptum chirografum vid.^ reducatur in actis 
et parti restauratur. Ouare vig."^ sup. ad mandati fuit annunciatum di- 
ploma redactum in actis oft.' IH.'"' Sen.' Tabula vero ista cum 

p."'' oli ... . diplomate fuit eidem de Gallo restituita valet. — D. Do- 
menicus Carmisino R. III."^' Sen.' ». 



l 



— 135 — 

La tavola della famiglia Attanasio risponde perfettamente alle in- 
dicazioni suesposte e porta tkwcox'a fortevientc attaccata la copia originale 
del privilegio. Essa misura in altezz'a m. 0.86 e*d in larghezza m. 0,71 
ed è racchiusa in una cornice barocca, aggiunzione del secolo XVIII. 
Però, è bene notar subito, che un orribile ritocco ha rovinato l'antica 
pittura, facendole perdere ogni caratteristica quattrocentista. Solo os- 
servandola attentamente si può ricavare qualche particolare del primi- 
tivo pennello, particolare cha dà all'animo nostro tutta l'amarezza per 
la barbarie commessa. 

La tavola rappresenta S. Placido, S. Flavia, S. Eutichio e S. Vit- 
torino — <]uattro dei principali martiri della ferocia di Mamucca, nel 
541. .S. Placido e .S. Flavia sono in centro, .S. Vittorino e S. Eutichio 
ai lati e nel loro costume guerresco alla romana. Tutti e quattro por- 
tano in mano la palma, simbolo del martirio. Sul fondo sono dipinti 
degli archi e delle colonne e s'intravedono lembi di cielo e forse di 
verde e di mare. Gli sguardi di S. Placido e del fratello che sta ac- 
canto a S. Flavia son rivolti al cielo; l'altro fratello legge , mentre la 
santa rivolge Io sguardo di fronte. Quantunque sciupate dal ritocco , 
che in alcuni punti ripeto ha raggiunto il massimo grado di orrore, le 
quattro figure conservano tuttavia una grande nobiltà di portamento 
ed una grande serenità di espressione : nello insieme rappresentano 
un'arte molto progredita, degna di un valente pittore. 
La tavola è di Antonello da Messina come suppose il Grosso Cacopardo ? 

Con le notizie che attualmente si hanno di Antonello noi non pos- 
siamo attribuirgli con «sicurezza assoluta la paternità del lavoro. Il 
Di Marzo (i) ed il La Corte Cailler supposero nato il pittore nel 1430: 
ammettendo ciò non è possibile ch'egli abbia dipinto a soli tredici anni 
e per incarico della Regina una tavola così bella. Ma io ho fondati 
dubbi sul 1430 come data di nascita del pittore, dubbi che sono in 
parte passati anche per la mente di un altro studioso dell' Antonello, 
il Prof. Agostino D'Amico f2i, il quale ha segnato come anno na- 



(li Gioacchino Di Marzo — Di Antonello da Messina e dei snoi 
congiimti — Palermo Scuola Tip. Boccone del Povero — 1903. 

(2) Agostino D'Amico, Antonello da Messina, le sue opere e la 
invenzione della Pittnra ad olio, Messina Tip. D'Amico, 1904. Ragio- 
nandoci un po' su, anche il Di Marzo ed il La Corte dovrebbero uni- 
formarsi alle conclusioni del D' Amico. Difatti come conciliare che 
Antonello sia stato il propagatore della pittura ad olio in Italia, o per 
meglio dire colui che introdusse il nuovo metodo in patria dopo il 145C, 



— 136 — 

talizio il 1424. Ammettendo ciò e traendone la logica consegnenza che 
Antonello siasi recato in Fiandra nel 1442, a 18 anni, noi ben po- 
tremmo attribuirgli questo dipinto, che è ad olio, e che fu eseguito 
come dice il privilegio nel 1443. Ma pur non navigando nel mar pro- 
celloso delle induzioni, a quale altro pittore potrebbe attribuirsi il di- 
pinto ? Essendo eseguito ad olio, metodo esclusivo dei fiamminghi, noi 
dovremmo assegnarlo ad uno dei maestri neerlandesi : ma purtroppo 
lo stile, almeno da quel poco che il barbaro ritocco lascia intravedere, non 
è quello dei maestri fiamminghi i cpiali hanno delle prerogative cosi 
caratteristiche da non potersi confondere con nessun altro pittore. E 
allora ? Un'ultima ipotesi sarebbe a farsi : che il cjuadro sia stato ridi- 
pinto ad olio nel secolo XVI, sulle tracce del primitivo dipinto, nel cjual 
caso sarebbe perfettamente inutile ogni nostro tentativo di scoprirne 
l'autore, trovandoci di fronte ad un caso abbastanza strano, e difficile. 
In ogni modo sarebbe necessario , nello interesse dell' arte , che 
l'attuale proprietario facesse togliere al dipinto tutte le brutture di 
un ritocco ricordante i tempi peggiori della decadenza artistica : così 
facendo noi avremmo agio di studiar meglio il lavoro , se pure qual- 
che sigla o qualche segno non ci porrà sulla buona via di più fortu- 
nate ricerche. 

V. Sacca. 



quando nel 1449 e 1450 era in Italia un valente pittor fiammingo, il 
Roger Van Eyck, che dipingeva ad olio senza tanti misteri ? Noi po- 
tremo ben ritenere, invece, che Antonello sia stato in Fiandra nel 1442 
o 1443, apprendendovi il nuovo metodo prima che altri l'avesse recato 
in Italia, donde la fama di introduttore, propagatore, perfezionatore, 
e che in seguito — attratto forse dalla fama dei maestri neerlandesi — 
vi sia tornato qualche altra volta per ragioni di studio, donde cjuel 
sentimento fiammingo che anima i suoi migliori dipinti. Ammettendo 
ciò, noi potremo ben dire che il quadro della Galleria Reale di Ber- 
lino è fattura del 1445, come vi si legge, senza sofisticare sulla forma 
del secondo 4 che si vuole ad ogni costo far passare per 7. 

Si ponga poi mente ad un fatto: Antonello vede un dipinto del 
Van Eyck alla Corte di Alfonso il Magnanimo marito della Regina 
Maria: egli adunque, almeno secondo la tradizione, frequentava la 
corte. Non è quindi assai probabile che la fattura della tavola di S. 
Placido sia stata affidata proprio a lui ? 

Alcuni particolari, come le mani con le dita lunghe affiisolate ed 
il pollice curvo, l'occhio vivacissimo, darebbero una caratteristica anto- 
nellesa : ma in fatto d' arte bisogna oramai andar cauti, molto cauti, 
per non ripetere vecchi metodi e vecchi errori. 



NOTIZIE 



La Sicild illus'rèe 



))■ 



Questa interessante rivista, origano ofHciale dell' associazione per 
il bene economico, intesa ad illustrare l'isola nostra nelle sue vedute 
più pittoresche, nelle sue bellezze naturali, nei suoi monumenti, oltre 
a pregevoli e variati articoli letterari, ha pubblicato sul doppio fasci- 
colo 1-2 dell'anno III le seguenti illustrazioni che riguardano la storia 
e le arti messinesi: Emilio Faucjuet, in una rassegna sui Moiuuìients 
normands en Sicile, si occupa delle caratteristiche architettoniche della 
diruta chiesa di S. M. della Valle, detta la Bad!az~a. Del Principe Pietro 
Lanza di Scalea va pubblicata la bella e smagliante conferenza su 
Mar _s; lievita di Navarra, regina di Sicilia, consorte di re Guglielmo I. 
Assai ben ritratto ci sembra l'ambiente della corte siciliana di tjuei 
tempi. E una ricostruzione fatta con mano di maestro, da chi ha sa- 
puto vagliare gli elementi che concorsero allo splendore di essa, sia 
dipendenti dalla civiltà musulmana o nuovamente introdotti dai nor- 
manni. L'illustre Monsignor Comm. Gioacchino DI Marzo riconosce 
per opera di Antonello da Messina un quadro della Vergine seduta 
col bambino sulle braccia, da lui altra volta veduto in Messina presso 
ring. Arena, e poi acquistata dal Barone di Donnafugata, dalla cui 
erede Donna Maria Marullo Manganelli, Principessa di Castellaci, ora 
si possiede nel suo palazzo in Ragusa Inferiore. L'illustre prelato, tanto 
benemerito della storia delle belle arti in Sicilia, fa cenno altresì di un 
ritratto di Antonello, custodito nel Museo Mandralisca di Cefalù. Ce 
ne congratuliamo con i suddetti scrittori, ai quali non possiamo che 
essere grati per queste interessanti illustrazioni. 

G. A. 

La carrozza de! Senato di Messini all' Es.iosizione di Milano. 

Alla mostra dei mezzi di locomozione antichi e moderni, che for- 
ma una delle più interessanti sezioni dell'Esposizione Internazionale di 
Milano, avrebbe - per espresso invito del Comitato Ordinatore - dovuto 
figurare la magnifica carrozza del Senato Messinese, fattura dell'artista 
Pietro Biondo, del secolo XVIII. Per ragioni di sicurezza di trasporto 



— 138 — 

l'Amniinistrazionc Cotminale non ha concesso laspcdizione della carrozza, 
ma, auspice la nostra Società Storica, ha inviato una grande e bellis- 
sima fotografia del lavoro, eseguita dal fotografo Diego Vadala, la 
quale figura assai bene tra le tante che adornano il vasto recinto della 
mostra. Noi siamo lieti che una nostra opera d' arte figuri almeno in 
fotografia, in un grande centro come Milano, e che vi sia apprezzata 
come merita: e vogliamo augurarci simile trattamento per tutte le 
belle cose che possediamo e su cui spesso grava un' incuria e una 
sonnolenza musulmana. 

Per il Famedio messinese. 

Un po' tardi, è vero, ma sempre in tempo, pubblichiamo la se- 
guente deliberazione del 13 Gennaio 1903 della Giunta Municipale di 
Messina, tanto più che la deliberazione la quale è stata mossa da no- 
bilissimi intenti — ha avuta solo esecuzione per metà e nella parte 
riguardante la tumulazione degli avanzi mortali di alcuni illustri estinti 
nelle catacombe. A quando le lapidi ? A quando la tumulazione nel- 
l'istesso luogo dei sacri resti di altri grandi messinesi sparsi ed ino- 
bliati tuttavia pel Cimitero Monumentale ? 

« L' anno 1903 il dì 13 Gennaio — La Giunta — sulla proposta 
dell'Assessore D. Rodolfo Napoli; visto l'atto del 17 Ottobre [902 
reso esecutivo dalla Prefettura con cui fu determinato concedersi una 
cella nella Galleria del Gran Camposanto, allo scopo di darvi onorata 
sepoltura allo illustre filosofo concittadino Professore Antonino Catara 
Lettieri. 

Vista la lettera seguente del 30 Dicembre ultimo del Prof. Virgi- 
lio Sacca incaricato di dettarne la epigrafe: 

« Nel ringraziare la S. V. 111.'"" dell'incarico conferitomi mi per- 
<£ metto manifestarle una mia idea, condivisa da quanti tra noi amano 
« la Città e le sue più pure glorie. È altamente lodevole il pensiero 
« dell' Amministrazione Comunale inteso a raccogliere le ceneri degli 
« illustri Messinesi in un luogo distinto: però, a mio modesto parere, 
« questo luogo dovrebbe essere il Famedio o Panteon già iuiziato 
« sotto i portici esterni della Grande Galleria coi monumenti a La Fa- 
« rina-Bisazza-Natoli-Bottari e con la lapide a Morelli, non mai la Gal- 
« leria stessa dove il primo venuto possessore della somma bastevole 
« all'acquisto dì una cella potrebbe collocare sé o uno dei suoi accanto 
« alle ceneri sacre dei nostri grandi estinti. 



- 139 — 

« Quindi sarebbe assoluta necessità che 1' Amministrazione Conui- 
« naie, modificando il precedente deliberato, ordinasse il raccojjlimento 
« delle sacre ceneri possibilmente nelle cutacombe, e che poi nei qua- 
« drifondi esterni o sotto i portici della Galleria si murassero delle 
« lapidi o si ergessero dei ricordi marmorei, dando così luogo distinto 
« alle nostre glorie e continuando le tradizioni del Panteon Messinese. 

« Son sicuro che la S. V. 111."" con (jiieir alto patriottismo che 
« la distingue vorrà fare accogliere dalla Onorevole Giunta la mia 
« proposta, del che La ringrazio sentitamente ». 

« Ritenuto che le proposte contenute nella lettera anzidetta meritano 
di essere accolte, dappoiché si raggiunge meglio lo scopo di traman- 
dare ai futuri la memoria degli illustri estinti collocando delle lapidi 
sotto il colonnato avanti la Galleria e componendone gli avanzi mor- 
tali più che nelle celle, in altri speciali e cioè nei sotterranei del Cam- 
posanto. 

« Considerato inoltre che nella occasione puossi anche disporre 
uguale trattamento per altri preclari ingegni quali gl'illustri letterati mes- 
ssinesi Vincenzo Amore e Riccardo Mitchel dimenticati nelle sepol- 
ture comunali. 

DELIBERA : 

« Concedere onorata sepoltura allo illustre filosofo concittadino Prof. 
Catara Lettieri tumolandone gli avanzi mortali anziché in una cella della 
Gran Galleria del Camposanto, come fu disposto con l'atto del 17 Ot- 
tobre 1902, che s'intende revocato, in sito speciale dei grandi sotter- 
ranei da riservarsi per gli uomini illustri. L'na lapide con la epigrafe 
che avrebbe dovuto scolpirsi sul marmo della cella sarà collocata a 
cura del Comune sotto il colonnato o famedio nella parete esterna 
della Galleria. 

« Delibera altresì sieno praticate simili onoranze al Prof. Vincenzo 
Amore e al Prof. Riccardo Mitchel illustri letterati concittadini. 

« Le spese per esumazione, iscrizioni, casse e lapidi restano a ca- 
rico del Comune. 

« Dà mandato all'Assessore proponente per la esecuzione del pre- 
sente deliberato. » 

Noi vogliamo sperare che una non lontana Amministrazione Cit- 
tadina vorrà completare la deliberazione mettendo a posto le lapidi 
onorarie, tanto più che le epigrafi, dettate dal nostro Chiarissimo socio 
Gioacchino Chinigò, (avendo il Prof. Sacca declinata in seguito 1' of- 



— 140 -- 

feria per quella di Catara Lettieri) giacciono da tempo negli Uffici 
Comunali. 

La Sala dei Ricordi Storici al Museo Cittadino di Messina- 

Ricordiamo tuttavia con vero compiacimento il successo riportato 
dalla Sala di Messina nei Museo Nazionale di Palermo per le feste 
cinquantenarie del 12 Gennaio 184S: ricordiamo anzi con orgoglio che 
nella sala Messinese si sono lungamente fermati gli attuali Sovrani, 
allora Principi di Napoli, rilevando 1' importanza della mostra. Dopo 
Palermo, Messina teneva incontrastato il primato nelT esposizione re- 
trospettiva patriottica, il che coronava le fatiche del Comitato Orga- 
nizzatore locale. Si disse allora che tanto materiale non avrebbe do- 
vuto. essere più disperso, frazionato com'era in cento possessori, e si 
gittarono i semi di una sala del risorgimento italiano da accrescer lustro 
e decoro al Civico Museo Si disse, e qualcuno fece subito spon- 
taneo dono di oggetti pella desiderata sala, altri promise che subito 
attuato il locale avrebbe donato tutto ciò che possedeva, non ultimo 
ring. Antonino De Leo, geloso custode di memorie eroiche impor- 
tantissime, ma dal dire al fare son passati di già otto anni e nulla si 
è visto, a meno che non si vogliano passare per sale del risorgimento 
la sala I e II del Civico Museo, dove sono in mostra poche memorie 
storiche dovute all'insistenza tenace del segretario Cav. La Corte Cailler. 

Perchè non tener la promessa ? È destino che ogni più bella e 
nobile iniziativa debba tra noi venir fiaccata dalla indolenza e dall'o- 
blio ? Ogni anno che passa è una miseranda dispersione di oggetti: 
molta roba si disperde per ignoranza, molt' altra per bisogno e gran 
parte per non sapere che cosa farne 

Non si potrebbe invece raccogliere, classificare, esporre ? E una 
domanda che giriamo agli amatori ed a tutti coloro che s'interessano 
delle sorti del paese. 

Note di storia e d' arie. 

Nel Primo numero di Sicania, edito con mirabile cura dallo Sta- 
bilimento messinese d' Arti Grafiche La Sicilia, è un articolo dell' il- 
lustre G. Pitrè sulla Fiue della Pasquinata in Sicilia, pieno dì brio e 
di notizie inedite. Altro articolo sul Ridotlo del Teatro La Muni- 
zione in Messina vi ha scritto il chiarissimo Bar. Giuseppe Arena- 



- 141 - 

primo di Montechiaro, risuscitando costumi locali caduti del tutto in 
disuso ed interessantissimi. Altro succoso articolo sulla censura bor- 
bonica vi stampa il Perroni Grande, ed in ultimo vi è un breve cenno 
riguardante Tinfelice e pur grande artica Pietro Inzoli, di cui la ri- 
vista pubblica il ritratto, due pastelli veramente meravigliosi e la fo- 
tografia del monumento che fra breve sorger.à sul Panteon cittadino. 

Nel Fascicolo VII del corrente anno della magnifica rivista Na- 
iura ed arte di Milano è un articolo di V. Sacca dal titolo Vecchi 
CoUotivi quayeshnali, dove rilevansi dei costumi messinesi del secolo 
XVII sulle predicazioni del Duomo. 

Nel fascicolo IV Anno XXX dell'Archivio Storico Siciliano è uno 
studio del Di Matteo su alcuni Conti Inediti riguardanti la coniazione 
dei piccoli della R. Zecca di Messina neWanno J461. 

Nell'anno III fase. 1° dell'Archivio storico per la Sicilia Orientale 
sono notevoli alcune A'ote Storiche Siciliane del Cav. G. La Corte Cailler. 

Nel numero di Aprile-Maggio della Sicile illustrée di Palermo, ma- 
gnifico numero in omaggio dei Sovrani d'Italia e delle feste palermi- 
tane, è un articolo di Fazio Allmayer sul nostro scultore Salvatore 
liuemi. Vi è riprodotto inoltre il bellissimo gruppo Lo Sfratto^ uno degli 
ultimi lavori dell'artista. 

R. 

Dizionario illustrato dei Comuni Siciliani. 
I. 

Il nostro concittadino, Prof. P^rancesco Nicotra, si è dato con lode- 
vole cura alla compilazione di un Dizionario illustrato dei Comuni 
Siciliani col concorso d'insigni collaboratori e dei Municipi della Sicilia, 
e già ha consegnati vari fascicoli in 4" grande, di 64 pagine ciascuno, 
con numerose illustrazioni. Ogni Comune è studiato, secondo le pili 
moderne ricerche, nella storia, nell'arte, nell'archeologia, nelle scienze, 
negli usi e nei costumi , nelle industrie e commerci ecc. , ed è illu- 
strato da vignette riproducenti il panorama, lo stemma municipale, i 
monumenti, i costumi, i ritratti. 

Data l'importanza dell'opera, noi spigoleremo, — man mano che 
i fascicoli saranno pubblicali, — le notizie che interessano IMessina e 
la sua Provincia. 

Alcara li Fusi, (pag. 217 a 225) di antica origine, presenta 
ancora i ruderi di due torri tjuadrilatere, e due finestre arabe. Nella 



— 142 - 

Chiesa uiadre, si consti vano le inltressanti pergamene dei secoli IX-IX, 
trovale nelle mani di S. Nicolò Politi, e delle quali abbiamo fatto 
cenno altra volta (r\ ed in essa chiesa sono notevoli le colonne di 
marmo locale, e la magnifica cappella di S. Nicolò Politi (1632) dipinta 
a fresco dal Guasti , da Regalbuto, con un quadro del Santo, di- 
pinto dal Damiano. A destra di questa cappella, vedesi quella dove 
conservasi il corpo di S. Nicolò , chiuso in arca d'argento cesellata a 
Catania nel 1581 : la statua del romito titolare è tradizione che si 
debba a tal Giuftrè, gentiluomo messinese, scultore (2). In questa 
chiesa il Nicotra però non ricorda i due pregevoli monumenti alzati 
in memoria di due arcipreti, cioè del P'erretti, (1661) e del Mileti (1669J, 
ricco quest' ultimo di statue e di bassorilievi, come si ha da una re- 
centissima monografia del Prof. Basilio Bonterapo (3), della quale mi 
occuperò altra volta. La chiesa stessa è ricca ancora di arredi sacri 
antichi, e di valore, ed inoltre or conserva una buona tela dell' Epi- 
fania, proveniente dalla chiesa di S. Michele già dei Minori Conven- 
tuali. — La Chiesa del Rosario va osservata per una statua della Ma- 
donna della Catena, e pel quadro della Visitazione, dipinto nel 1667 da 
Giuseppe Tom masi. 

Ali (pag. 235 a 261 1, tanto noto per le sue acque minerali, venne 
fondato non si sa se dai greci di Elide {E/itn, Ali"! o dagli arabi, sul 
monte Scuderi, dove si vedono ancora interessanti avanzi. 

Interessante è la grandiosa Chiesa madre (15S2), dedicata a S. Agata, 
decorata principalmente da un Coro con 25 stalli in noce intagliati 
dai messinesi .Santi Siracusa e Giuseppe Controscieri , nella seconda 
metà del settecento. Notevoli la statua di S. Sebastiano , il quadro 
della Madonna delle Grazie ed una Via Crucis, in sagrestia : di Michele 
Panebianco è la tela della S. Lettera (4). 



(i) G. La Corte-Cailler , Pergamene in Alcara e Adernò. (In 
Archivio Storico Messinese, Anno VI pag. 16S, Messina, 1905). 

(2) Degli artisti messinesi Giuffrè , a me risulta che nel quattro- 
cento e cinquecento lasciarono largo ricordo dell'arte loro in Messina 
e Provincia. 

(3) BoNTEMPO B. — Memorie patrie di Alcara li Fusi. Guida 
storica e descrittiva. Parte I, pag. 29 l'Palermo, 1906). 

(4) Nel manoscritto di fra Serafino d' Ali , si menziona in questa 
chiesa anche una tela del famosissimo Catalano, esprimente S. Fran- 
cesco d'Assisi e S. Chiara. II cjuadro però non mi è riuscito vederlo 
e sembra scomparso, né so se desso era opera di Antonio Catalano 
detto Vantico, o di suo figlio Antonino. 



— 143 - 

Nella Chiesa del Rosario è il sepolcro del nobile D. Pietro Fama, 
morto nel 1668, e ima tavola del Rosario , di scuola messinese del 
cinquecento ; in quella di .S". Maria del Bosco notevole è una statua 
della Titolare, in alabastro. 

Non sono queste però le sole opere artistiche degne di menzione 
in Ali uè, osservo, la Bibliografia del Comune è completa. Non vi si 
accenna alla pregevole monografia A I\Ionte Scuderi in Sicilia , di 
questo Ing. Ludovico Molino-Foti (i) , né il Nicotra conosce un ma- 
noscritto, conservato in copia nell'Archivio del Comune di Ali , tito- 
lato : Della Sloria di Ali e suo terri Iorio , ovvero sua fondazione ed 
origine, e di quanto in essa si racchiude e si contiene. Trattato unico... 

di Fra Serafino d'Ali., predicatore cappuccino.... diretto a D. Vito 

D'Amico.... il I maggio 1754 (2). Da questi lavori, il Nicotra avrebbe 
potuto trarre maggiori notizie- storiche. 



Gli altri comuni dell'Isola, testé illustrati nel Dizionario \n parola, 
hanno sovente relazione con la storia di Messina, massime per le opere 
artistiche che i messinesi di nascita o di residenza vi lasciarono spesso. 
Dalle notizie su quei Comuni, spigoliamo quindi : 

Acireale — La Cattedrale, possiede la statua dell'Annunziata, di 
S. Venera e di S. Tecla scolpite in marmo nel 166S-72 dal messinese 
Placido Blandamonte; nel 1711 Antonio Filocamo vi decorava la ricca 
cappella di S. Venera dipingendovi il quadro della Santa e varii af- 
freschi; da Mario d'Angelo fu cesellata nel 1651 la statua d'argento di 
S. Venera della quale vi dà la riproduzione (fog. 8r): dallo stesso d'An- 
gelo e da Girolamo Carnazza fu cominciato nel 1659 il ricco ferculo di 
argento per la processione di detta santa, che venne finito nel 1783 
da Vito Blandano, tutti messinesi. Il quadro del Rosario è di Anto- 
nio Catalano (non Catalani il quale non è morto nel 1630, come scrive 
il Nicotra (pag. 68-6'-,). La chiesa di S. Venera ha un quadro della ti- 
tolare, di Michele Panebianco (pag. 701 e l'ospedale S. Marta conserva 



(i) Pubblicata nel Bollettino del Club Alpino Italiano pel 1900 , 
voi. XXXIII, N. 66 (Torino, 1900 1. 

(2) Una copia di questo manoscritto da me si possiede, e mi au- 
guro che la Società messinese di Storia patria ne imprenda la utile 
pubblicazione, corredando però l'opera di note critiche. 



- 144 - 

i busti delle sorelle Russo-Pennisi, benefattrici del luogo, scolpiti da 
Giuseppe Priiizi (png. 71). 

Aci S. Antonio — Nella Cattedrale, il quadro di S. Antonio Abate 
(del quale si dà la riproduzione) è di Michele Panebianco (pag. 97). 

Adkrnò — La chiesa di .S'. Maria La Catetia ha una statua di 
S. Maria ad Nives, creduta del Gagiui ipag. 12S), rimasta ignota 
al Di Marzo. 

Agira — Nella Chiesa del SS. .Salvatore si conserva un cjuadro 
di S. Filippo attribuito ad Antonello da Messina, ora per la prima volta 
annunziato In quella dell' Abbazia di .S'. HJaria Latina il S. Filippo 
morente lo credono dal Gagini (pag. 14S1, sebbene il Di Marzo nulla 
ne dica. 

Alcamo — La Chiesa di .S". Francesco d'Assisi contiene la statua di 
S. Marco e quella della Maddalena credute di Antonello Gagini; (pa- 
gina 186) del quale è pure la 6\ O/iva scolpita nel 1511 per la chiesa 
di detta santa (pag. 190) ed altra opera del Camini (pag. 194). In 
questa chiesa, vedesi la statua della Madonna di Trapani, scolpita da 
Giovan Battista Marino (catanese non palermitano) nel 1730 (pag. 194). 
Nella chiesa dei SS. Cosmo e Damiano si vedono le statue della 
Pietà e della Giustizia, in stucco, opere di Giacomo Serpotta (1722), 
del quale sono pure altre statue compite nel 1724 per la chiesa del 
Monastero di S. /Francesco di Paola (p. 1S6 187). Nella chiesa di .S". 
Maria del Soccorso finalmente, è notevole un quadro di S. Onofrio at- 
tribuito a Filippo Palladini : parte del pubblico fonte è di Antonio 
Gagini (1545) (pag- 188-1891, a' quale si debbono pure la statua di .S. 
Benedetto (1545) nella chiesa del .iT^S". Salvatore, mentre nel monastero 
di tal nome è una custodia grandiosa dello r.tesso Gagini (pag. 191), 
ed altre sue opere sono nell'oratorio della Congregazione del SS. Sa- 
cramento (pag. 194). Nell'abolita chiesa di 6'. Maria delV Idria è un 
quadro di S. Antonio di Padova che il Meli attribuì a « qualche discepolo 
del celebre Antonio Ricci di IMessina. detto il Barbalonga » (pag. 195; 
ripetendo così lo errore dell' Orlandi, del Lanzi, e di altri, i quali 
di Antonello Riccio (fiorente nella seconda metà del 500) e di Anto- 
nio Barbalonga (1600-1649) ne fecero un solo pittore ! A quale dei 
due è attribuibile quindi veramente il quadro? 



[Conlinua) 



— U5 - 

Una Jtalua di Francesco Laurana. 

Mons. G. Di Marzo — cui si devono varii e pregevoli stiulii sull'arte 
siciliana — ragionando della statua della Madonna esistente in S. Ago- 
slino a Messina, traeva argomento da una statua di ugual soggetto 
commessa a Giovan Battista Mazzola nel 1542 per una terra di Fran- 
cavilla in Calabria e, faceva notare che in questo contratto d'impegno 
si voleva la xAIadonna uguale a quella di S. Maria di Gesù, scol|)ita 
dal Gagini, ed il putto come ciucilo della statua di S. Agostino. E 
poscia veniva alla conclusione, che era da sospettare « che 1' altra 
« Nostra Donna in S. Agostino in Messina, da cui si dovea togliere 
« come a modello il oambino, sia stata dal medesimo (Mazzola) 
« scolpita pure dinanzi. La quale altra statua — contiiuia il Di Marzo 
« — tuttavia esiste in detta chiesa, mostrando bravura di magistero e 
« qualche simiglianza nel volt3 con 1' altra di egual soggetto nella 
« chiesa di S. Francesco e recando ancor nella base pregevoli bassi 
« rilievi, cioè l' Annunziazione in mezzo, e dall'un lato San Giuseppe 
« col divin pargolo, e Adamo ed Eva coH'albero ed il serpe dall'altro: 
« il tutto sul fare dell'età più fiorente dell'arte, comunque non mai 
« toccando somma eccellenza. Laonde non credo improbabile, ch'essa 
« ben rettamente sia pure ad attribuirsi allo stesso artefice (ij. 

I messinesi intanto, considerato che la statua per Calabria dovea 
essere uguale di altezza a quella eseguita dal Gagini per S. Maria di 
Gesù, ricordavano pur essi la sonrglianza della Madonna di S. Ago- 
stino con quella di S. Francesco d'Assisi, che or io rivendicai al 
Gagini togliendola al ISLizzola cui l'aveva data il Di Marzo (2) e 
sospettarono che quest'opera d'arte potesse appartenere invece veramen- 
te al Gagini, ed a questi la attribuì la recente Guida di Messina^ che 
dalla statua diede una prima riproduzione fotografica 13). 

Ora però altro indirizzo piglia la critica artistica a proposito di 
quella scultura, perchè il D.r Enrico IMauceri ed il Prof. S. Agati — oc- 
cupandosi con amore e con cura d'un artista valoroso per quanto 



(i) Di Marzo, / Gagini ecc. L 759. 

(2) Vedi un mio articolo nella Gazzetta di flessimi e delle Cala- 
brie del 20-2I Giugno 1905 (Anno /f3 N. 170). Di questa mia rivendi- 
cazione, ne diede annunzio anche lo Archivio storico Messinese lAnno 
VI (1905) pag. 163-1641. 

3) 3/essifia e dintorni. Guida a cura del Municipio, pag. 340-341. 



— 146 - 

poco noto, del dalmata Francesco Laiirana — danno a cjuest 'ultimo 
la Madonna in parola, riproducendone la figura accanto a quella d'al- 
tra Madonna esistente ancora nel Duomo di Palermo (i). Madonne 
completamente uguali tra di loro e — quel eh' è più strano — tanto 
ben note al Di Marzo, il quale rivendicò al Laurana quella di Pa- 
lermo (2), ritenendo invece del Mazzola quella di Messina. E i due rllu- 
stratori del Laurana, ricordano pure che questa Madonna di Messina si 
approssima a quella della chiesa della Crocifissione a Noto, ed alla Ma- 
donna sul prospetto della cappella di S. Barbara nel Castel Nuovo a 
Napoli. 

Di Francesco Laurana aveva dato prime notizie il Di Marzo, ma 
ora il Mauceri e lo Agati gli attribuiscono molte sculture sporse per 
l'Isola, togliendole a Domenico Gagini, cui il Di Marzo le aveva gene- 
ralmente dato, e concludono che in Sicilia molti altri lavori dovranno 
esistere ancora, ignorati completamente , e che meriterebbero uno 
studio accurato. Il che è da augurarsi che venga impreso, massime 
ora che del Laurana si hanno notizie sicure, grazie alla competenza 
ed allo affetto dei suoi due valorosi illustratori. 

L'ex cappella del Rosario in S. Domenico. 

Incendiata in settembre 1848 la monumentale chiesa di S. Do- 
menico dalle truppe borboniche, i frati raccolsero qualche scarso a- 
vanzo e provvisoriamente adattarono a chiesa pel culto del Rosario l'anti- 
co refettorio, mutandone in sagrestia la cucina, salvo a provvedere in 
seguito alla ricostruzione della chiesa incendiata. Però, avuto luogo 
la soppressione dei corpi monastici, i locali venivano ceduti in gran 
parte alla Provincia, la quale v'istallava il Convitto Normale Fem- 
minile , ed ora vi aggiungeva tutti gli uffici della Questura Centrale. 
Quest'ultima innovazione decise intanto della cappella del Rosario, 
che fu necessità di occupare, ed allora la Provincia, con assai lode- 
vole provvedimento, assegnava al Museo i seguenti oggetti che il 21 
giugno 1906 veuivano consegnati, cioè: 

I. Tre busti in marmo, esprimenti il Generale Visconte Cicala, il 
Duca di Castrofilippo Visconte Cicala e il cardinale G. B. Cicala, fa- 
ciente parte tutti e tre del grandioso monumento di quella famiglia. 



(i) Francesco Laurana in Sicilia (In Rassegna cV Arie, Anno VI 
N. I. Milano 1906). 

(2) Di Marzo — Op. cìt. I. 46-47-4S-255. 



— 147 — 

attribuito al Montorsoli, che da molti anni era gi<à stato consegnato 
al Museo. 

2. Una lastra di marmo con a bassorilievo l'Annunziata. 

3. Un Crocifisso d'avorio con due statuette e fregi in bronza. 

4. Quattro quadri, due dei quali su tela, esprimenti l'uno S. Ca- 
terina da Siena, e l'altro la Madonna della Lettera, e due su tavola 
raffiguranti il primo il Martirio di S. Placido, e l'altro S. Vincenzo 
Ferreri (non S. Domenico, come si era sempre creduto) tutti d'autori 
ignoti (i). 

Dalla Cappella poi, venivano dati per uso del culto molti oggetti 
ad altre Chiese, e al Duomo si assegnavano le campane del campanile 

che , eretto nel 1717 , ora lu necessità abbattere. Di queste campane, 
le due più piccole sono assai moderne, essendo stata fusa 1' una nel 

1S44, e l'altra nel 1S61 recando questa a lato: 

OPVS lOSEl' {sic) COSTANTINO lS6t 

Invece è interessante la più grande di tutte, elegante di sagoma, 
slanciata, e d'uno spessore di undici centimetri. Essa venne fusa nel 
1540 da Michele Salicola, per incarico di fra Giovanni Salvo de Li- 
gnamine, priore del convento di S. Domenico, e reca in alto il mo- 
nogramma IHS fra raggi ; più sotto la data MDXXXX e più in 
basso, a mezzo rilievo, la figura della Madonna del Rosario col Bam- 
bino in braccio, e S. Domenico a lato. Sotto queste figure si legge 
la seguente iscrizione, dove ancora una volta si ripete la nota invo- 
cazione meiiteiìi sanclam ecc. tanto comune nelle campane, e che i.x 
parte — come si sa — del sermone de Sancta ^Iga/ha, scritto da 
Odone di Chateauraux : 

JeSVS marie FILIVS SIT NOniS CLEMENS ET PROPITIVS 
MEMTE.M S.\NTAM SPONTANEAM HO.XOREM DEO ET PATRIE LIBERATIO- 

NE.M ETC. MESSANE 
TEMPORE PRIORATVS FRATRIS IOANNIS SALVI DE LIGNAMINE 



(i) Tutti questi oggetti erano stati da me additati pel Museo in 
un articolo dal titolo: Un affresco della battaglia di Lepanto, inserito 
nella Gazzetta di Messina e delle Calabrie del 27-28 febbraio 1906 
(Anno 44° N.° 59). Giova però notare che nell'opera Messina e dintor- 
ni (pag. 2S7) — per errore — s' era detto che il quadro di S. Dome- 
nico (s'c) risale al secolo XIV, mentre è di gran lunga posteriore. 



-- 148 — 

Sull'orlo della campana, è poi il nome del fonditore, sconosciuto 
fino adesso: 

MICHAEL SALICVLA ME FECIT 

La seconda campana, grande anch'essa, venne fusa nel 1716 da 
Alberto Lo Gullo, appartenente ad una sconosciuta e pur valorosa fa- 
miglia di fonditori. Da un Iato, reca in un rettangolo la S. Famiglia 
a bassorilievo, e sotto la iscrizione: 

(j";ESVS PERFKCTISSIMA DE(/l PATKIS IMAGO 

MISERERE NOSTRI 

MARIA VIRGO DEI l'ATRIS FILIA ET 

JOSEPH DEI EILV PVTATIVVS 

PATER ORATE PRO NOBIS 

Dall'altro lato, la campana ha un ovale con a bassorilievo la fi- 
gura di S Caterina da Siena, e più sotto la leggenda: 

SANCTA CATHARINA SENENSl 

JESV CHRISTI SPONSA 

ORA PRO NOBIS 

MDCCXVI 

Più in basso, è il nome del fonditore: 

OPVS ALBETl {sic) LO GVLLO 

La terza campana è di Giuseppe Lo Gullo, il quale la fuse nel 
1757 esprimendovi un S. Domenico, e firmando: 

1757 

OPVS JOSEKPI [sic) LO (6"jVLLO 



La volta dell'abolita cappella, intanto è decorata da un grandis- 
simo rettangolo a fresco, esprimente Pio V sopra un carro dorato 
sostenuto da leoni, che benedice la flotta cristiana a Lepanto sul de- 
clinare della memoranda battaglia del 7 ottobre 1571. E si scorge la 
nave ammiraglia con D. Giovanni d' Austria, il mare delle Curzolari 
e la fiotta turca disfatta. L'affresco — lo dico subito — non è iin'o 
pera d'arte; è in cattive condizioni; non si conosce di esso né l'autore 



— 149 — 

né l'epoca precisa ti) nn intere^sa — per il soggetto espressovi — la 
storia nostra, anche perchè prova che, fino a ben tardi, Messina ricor- 
dava la gloriosa battaglia e V additava ai posteri. Riattando i locali 
per uso della Questura, la Provincia potrebbe conservare questo aftre- 
sco, tanto più che abbattendolo niun vantaggio... serio ne risentirebbe 
il paese ! (2) 

Notevole è poi il magnifico atrio a portici dell'ex convento, dove 
è una porta molto interessante per l'epoca, unico ricordo dei Templari 
che qui avevano l'Ospedale e la Chiesa di S. Marco. L'atrio potrebbe 
adattarsi per uso dell'annessa Scuola Normale Femminile, esproprian- 
do la metà del portico già venduto alla Ditta Ford. Baller e C, e riat- 
tivando la vasca sottostante alla statua di S. Domenico, quale vasca 
io già vidi buttata — non so il perchè — nella ex chiesa di S. Elia. 
E la Provincia — rendendo più adatto per uso di scuole un atrio attual- 
mente abbandonato — conserverebbe al paese anche un magnifico 
portico che è un'opera d'arte, e che è, nello stesso tempo, un grato 
ricordo della bontà di sentire dei nostri maggiori. 

Pria di finire, ricordo che a terra, nell'atrio medesimo, vidi but- 
tate due lapidi sepolcrali provenienti dalla chiesa di S. Domenico. 
L' una, decorata da un grande slemma, non reca iscrizione alcuna ; 



(i) Lo Arenaprimo {La Sicilia nella battaglia di Lepanto, pag. 189 
nota 2*) dice che questo afiresco è probabilmente di Tuccari, o dello 
Scilla o del Suppa i quali lavorarono in S. Domenico, e lamenta che 
oggidì esso ha assai perduto dall'antica bellezza. La Guida di Messina 
già citata, invece lo attribuisce ai fratelli Filocamo, seguendo il Gallo, 
il quale neW Apparato ai suoi Annali (pag. 118) assegna anche l'anno 
1703. L'errore è venuto dalTaver confuso questa cappella (sorta dopo il 
1848 nel Refettorio; con la cappella antica del Rosario, ch'eia in altro 
posto, e dove il Grosso Cacopardo vide i menzionati affreschi del Fi- 
locamo, esprimenti però tutt'altro che la battaglia di Lepanto. 

(2) Sappiamo intanto che una sottocommissione della commissio- 
ne di Antichità e Belle Arti di Messina hi già proposto alla Provincia 
che l'affresco di cui sopra venga abbattuto. E forse già si è data ese- 
cuzione alla proposta. 

N. d. R. 



— loO — 

l'altra ha scolpito — sotto le armi del defunto — la sefjliente epigrafe 
sino adesso sconosciuta : 

D. o. M. 

OCTAVIO VIGNOLO PATRICIO 

GENVENSI AR IMMATURA 

MORTI RAPTO 

FLAMINIA VXOR AMANTISS. 

NON SINE LACnR\MlS 

TVMVLV HVNC ERKXIT 

OniIT PRD. IDVS OCTOB. I59S. 

G. La Corte Cailler. 

Sulla Regia Zecca dì Messina. 

NeWArc/iivio Sporico Siciliano (N. S. Anno XXX, fase. Ili) il Be- 
nef. Ignazio di IVIatteo, traendoli dalle carte dell'Archivio di Stato di 
Palermo, pubblica alcuni « Conti inedili riguardanti la coniazione dei 
piccoli della Reggia Zecca di Messina nelPanno i^6i ». 

È un bel documento, al quale 1' Autore fa precedere giudiziose 
considerazioni sulle molteplici frodi adoperate in tempi anteriori a 
quell'anno nella coniazione delle basse monete. Esso « in altro non 
consiste che in un notamento di tutte le partite d' esito e d' introito 
per la coniazione dei piccoli, ed è eseguito, però, con tanta diligenza 
ed inappuntabilità da farci quasi dimenticare quei tempi, a dir vero, non 
molto lontani, come si rileva da un dispaccio del re Alfonso del 1437, 
in cui si muovono lagnanze in riguardo alla R. Zecca, anche perchè non 
si rendeva esatto conto degli introiti e delle spese ». 



^ 151 - 



SOCI ESTirUI 



GIACOMO GALATTI 

Non eran che appena pochi mesi che il nostro Sodalizio lo aveva 
eletto socio (il onore; e quando più questo Archivio storico aspettava 
da lui vigore e lustro di opera, con tristezza pensosa ne deve regi- 
strare la morte. 

Egli aveva 56 anni. E chiuse la vita in un intenso lavoro intel- 
lettuale, tra l'aspro travaglio di una avversa fortuna, e il muto dolore 
di amarissinii disinganni; mentre i più lo credevano inoperoso e felice, 
là, nella sua villa al Faro Superiore, dove si era da varii anni ritratto 
con la sua famiglinola, nella casa degli avi che ebbe cosi lieto splen- 
dore di sorti. 

Giacomo Galatti non frequentò pubbliche scuole. Di cospicua e do- 
viziosa famiglia, potè avere maestri particolari, e, fra gli altri, ne ebbe 
due insigni, il T.izio Bruno, per le lettere italiane, e il Sac. Giuseppe 
Crisafulli, per la filosofia. Nato da padre siciliano e da madre te- 
desca, portava in sé la impronta delle due razze. E l'uomo era tutto 
nello scrittore. Ingegno vigoroso e bizzarro, fortemente meditativo e 
ad un'ora genialmente arguto, animo ardente di entusiasmi nobilissi- 
mi e di idealità generose: egli, fin dalla prima giovinezza si mostrò 
felicemente atto agli studii letterari! e storici, e li coltivò sempre con 
dignità e con onore. Scrisse parecchi drammi e li fece rappresentare; 
ma ebbero poca fortuna, né egli volle più ritentare la scenica prova. 
E fu proposito di savio: poiché, a scriver pel teatro con eccellenza di 
magisteri occorrano facoltà singolarissime e molteplici ; e tanto più 
squisite, più argute e potenti ove si voglia recar sulla scena figure, 
episodii o interi complessi fatti di altre età. 

Si addisse invece tutto ai romanzi e alle storie, e vi divenne presto 
scrittore valente e chiaro. Erano in lui concordanti varie forze per 
sollevarlo dalla volgare schiera: la larga preparazione della coltura, 
l'ampio corredo di una erudizione varia, la conformazione dell'intel- 
letto e le attitudini agili ed energiche. Ne' suoi romanzi la finezza 
della osservazione psicologica è lumeggiata dalla efficacia dell'arte co- 



- 152 - 

lorilrice : comunque non di rado quella finisca in un j^aradtisso stra- 
namente afìfermato; e (luesta riesca indeterminata e ine,:;uaie. Ma 
anche dallo scriver romanzi aveva cessato fin dal 1S83, come per 
raccogliersi intero nella grave meditazione delle storie, non pure ita- 
liane ma anche straniere, specialmente francesi, né politiche e civili 
soltanto, ma altresì letterarie. I saggi sul Molière, così densi e pur 
così freschi e arguti, così ricchi di erudizione e così briosamente spi- 
gliati e fosforoscenti, attestano in lui una conoscenza perfetta della 
letteratura francese, dell'ambiente storico in cui essa si venne formando, 
e del mondo che essa ritrae in opere immortali; una special conoscen- 
za di quel secolo XVI [ magnifico per tanta gloriosa primavera di geni; e 
sul quale in Italia non si era ancora scritto veramente alcun lavoro pro- 
fondo e geniale. E nel Telemaco di Fénelon, il Galatti, con genialità 
arditamente originale vide un precursore inconsapevole della Rivoluzio- 
ne francese. 

Egli aveva il senso storico: né a' suoi studi falliva il metodo. 
Filosofo era, e non raccoglitore e narratore inconscio. E se l'opera 
sua talvolta riusciva incompleta per difetto di documenti, come nel- 
V Italia al Mille (1870), nel Federico II. e l'Italia a' suoi tempi 11S71), 
e nel Giulio /ìlberoni (18761; e per notizia non piena di tutti gli studi 
già fatti intorno all'argomento da lui trattato, se ne potrebbe trovar la 
ragione nelle speciali condizioni del luogo. .Senza i documenti non è 
possibile la precisa ricostruzione dei fatti, uè critica che abbia autorità 
e saldezza di fondamento. Non è possibile là, ove non siano biblioteche 
ricchissime, o facile modo per avere i libri bisognevoli, recar compiuti 
certi lavori; ma resta pur sempre il mei ito a questi forti ingegni di 
averli concepiti, e di essersi mostrati degni, per la luce lasciatavi, degli 
altì cimenti intellettuali. 

Ma questa povertà di documenti non si nota nell' ampio e pode- 
roso lavoro sulla Rivoluzione e 1' Assedio di Messina (1674-78): uno 
dei maggiori avvenimenti d'Italia nella seconda metà del secolo XVII. 
E una illustrazione criticamente elaborata su copiose fonti sincrone, 
per la pili parte inedite, che il Galatti varie volte ristampò, e sempre 
con rifacimenti lodevoli, e giunte preziose, e documenti, quanti più potè, 
nuovi di grande valore. Opera di lunga lena alla quale Egli dedicò molti 
anni di ricerche severe, di studio e di amore, per cogliere, con alto inten- 
dimento di storico dì filosofo di patriota, quella verità che i contem- 
poranei per tristissimi e funesti odii di parte tradirono, oscurandola e 
falsandola ; e i posteri per incuriosa ignavia trascurarono di cercare 
e dichiarare. 



- m - 

E l' opera del ricercatore perseverante, del critico acuto, dello 
storico spoglio di ogni passionale preconcetto, diviene nella sposi- 
zione fortemente colorita un vasto dramma tumultuoso e sanguigno, 
ma pur così splendido di patriotica gloria; e del quale se è principal 
teatro INIessina. ancpr ne sono partecipi 1' Italia e 1' Europa. In codeste 
scene fremono eroicamente i nobili spiriti ribelli, e si agitano furibonde 
le plebi inconscie sostenitrici della straniera signoria; i Senatori, ma- 
gnifici difensori di libertà, co' grandi maestri del diritto, sorgono tra le 
ire faziose e le resistenze orgogliose del governo spagnuolo ; l' un 
contro l'altro sono in armi il i e Cattol'co e Luigi XIV; e questi, per 
i suoi interessi politici, e pei fascini e i fini reconditi della sua favo- 
rita Madama di Montespan, concede ai nobili messinesi, a lui recatisi 
in ambasceria, i chiesti soccorsi; ma dopo le vittorie, perfidamente, di 
un tratto, li abbandona; ed essi fuggono al feroce furore dei ritornati 
spagnuoli, mentre la Patria cade tra le rovine dell'estrema catastrofe.... 

Di questo gagliardo lavoro ho varie volte scritto, e scriver debbo 
ancora in uno studio intorno al Galatti e all'opera sua, a cui attendo 
come per assolvere una promessa fatta al suo spirito e al mio cuore. 
Ma in questo Archivio, pel suo speciale istituto, più che altrove, mi 
par debito e insieme onesto orgoglio affermare, e qui più solenne 
sarà l'affermazione raccolta dal comune assentimento : che la illustra- 
zione del Galatti, evocatrice mirabile di cosi memoranda riscossa, è 
da annoverare tra le più pregiate monografie di scienza storica venute 
in luce nella seconda metà del secolo passato. La critica alta italiana 
e straniera fu concorde nel giudicare sì fattamente quel libro, che 
parve a tutti non solo opera storica egregia, ma altresì, per i morali 
intenti che lo governano, una insigne opera di verità e una singolare 
azione buona. 

E mentre il valente A. Levinck nella Revue Bleu, politiqiie e lit- 
téraire^ dichiara questo libro une exceliente page d'histoire univer selle; 
l'esimio scrittor madrileno Diaz-Perez saluta in Galatti un ilustre histo- 
riador italiaiio. Altri storici avevano narrato la Rivoluzione messinese 
contro lo Spagnuolo: con magniloquenza antica il Botta, e poi il La 
Farina nostro ; ma erano narrazioni incompiute e non documentate. 
Ne lo studio dell' Otto Hartwig pubblicato nel 1S67 a Gottinga, con 
altri scritti, bastava alla piena illustrazione di quella sollevazione gene- 
rosissima e famosa. Il primo a far di essa la storia compiuta, con rigore 
scientificamente critico, ricerca del documento, esame delle fonti, inda- 
gine delle cause e facoltà deduttiva, e, giova ancora principalmente no- 
tarlo, con serenità non vinta né turbata da' suggestivi ricordi di antiche 



— 154 — 

gare di campanile; fu, per fermo, Giacomo Galatti messinese; e il 
primo altresì ad innalzare la storia di quel gran moto nell'ampia luce 
delle sue relazioni con tutta la politica europea di quell'ora. 

In questi ultimi anni Egli collaborava assiduamente alla Rivista 
d'Italia e alla Deutsche Reme di Stuttgart, e tra i più notevoli recenti 
lavori pubblicati in quella ricorderemo : // Calvario di una Regina 
fcioè, Maria Luisa di Borbone); ed in questa, il dotto e originale stu- 
dio su: Friedrich der Grosse nnd die Gesellsckaft Jesu. L'onore che gli 
veniva da sì fatta collaborazione confortava dolcemente la sua estrema 
vita, che gli durò sempre infelice e travagliosa fino al 7 maggio 
del 1806. Il suo ultimo scritto. L'Italia nelle Crociate e la politica co- 
loniale italiana, apparve postumo nella Rivista messinese Sicania. 

La morte spense questo nobile e vigoroso ingegno nella sua piena 
maturità : da lui gli studi storici aspettavano niiovi contributi preziosi. 
Degna del patrio compianto è la fine quasi improvvisa di questo 
valente e dotto uomo : degna di onoranza è la sua memoria ; e a 
ravvivarla tra gli studiosi ho fede che bastino i suoi libri, ove egli ha 
lasciato la parte migliore e più splendente del suo spirito. A lui tor- 
nerà spesso il dolente pensiero di quegli amici sinceri e non de la 
ventura , così pochi ma così fidi, che poterono conoscere per lunga 
e intima prova la nobiltà altera del suo intelletto, non meno che la 
bontà della sua anima così onestamente e semplicemente ingenua , 
così candidamente affettuosa sotto apparenze e forme esteriori che 
ai grossolani spiriti parevano indifferenza insensibile, o selvatichezza 
di natura. Egli fu dotto , fu buono , fu sempre infelice. Né queste 
parole mie pajano espressione di triste pessimismo; né suonino sulla 
tomba dell'amico sventurato rampogna alla vita ed agli uomini ; ma 
piuttosto voce postuma di una sincera pietà, pur cominciata per Lui 
vivente ed invano sperante nella perfezione morale del mondo. 

G. Chinigò. 



Il 12 maggio u. s, dopo breve malattia, estinguevasi in Palermo 
l'illustre €omm. Kz\FFAEL,E STAKKABBA Barone di Ralbiato, 
dotto diplomatista, storico sapiente, gentiluomo di antico stampo, che 
spese la sua attività a vantaggio dei buoni studi ed a sostegno di opere 
belle e generose, amministrando vari istituti di beneficenza, e disimpe- 
gnando gl'importanti e fiduciosi uffici di Soprintendente dell'Archivio di 



- 155 - 

Stato, di Vice Presidente della Commissione Araldica Siciliana, della 
R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti e della Società Siciliana per 
la Storia Patria di quella città. 

Profondo lutto ne vien con la sua dii)artita aj^li studiosi delle 
memorie patrie, che in lui riverivano il maestro di dottrina ed espe- 
rienza singolari, l'amico buono e gentile, largo di consigli e di aiuti 
a quanti a lui ricorreano per essere illuminati sulle più intime que- 
stioni storiche o degli antichi ordini costituzioiiali ed economici sici- 
liani. « Pochi uomini — ha detto il Pitrè con tutta la maestà del do- 
lore, nel dare l'estremo saluto alla salma dell'amico illustre e caro — 
pochi sentirono al par di lui la sacra riverenza delle antiche memorie, 
liete o tristi, gloriose o infelici, del nostro paese, perchè a pochi, 
meglio che a lui, si fecero manifeste le ragioni intime dei fatti palesi 
e le istituzioni di un popolo, che fu nazione fino a ieri (i) ». E della 
storia nostra fu conoscitore profondo e sicuro, conducendo i suoi studi, 
con spirito imparziale e con metodo positivo, mercè pazienti ricerche 
negli archivi e con documenti inediti, che venivano da lui lumeggiati 
splendidamente, per la conoscenza superiore che avea della paleogra- 
fia e delle lingue classiche, e con tutto il corredo inestimabile di co- 
gnizioni, apprese con serietà ed innata vocazione sin dagli anni giovanili, 
rafforzate ed arricchite giornalmente, e maturate da un intelletto lu- 
cido, penetrante, multiforme, quale il suo. Così la figura veneranda di 
KAFFxVELE STAKISAUIS.V. come studioso e come scrittore, riluce 
nella patria letteratura accanto a quelle di Michele Amari, di Salvatore 
Cusa, di Isidoro La Lumia, di Giuseppe De Spuches, di Monsignor 
Carini, suoi maestri e collaboratori carissimi, dai quali fu tenuto in alto 
e meritato conto. Era nato in Palermo al 4 gennaio 1834. 

Ricordare tutte le pubblicazioni del Barone STAKRAISltA sa- 
rebbe impresa ben difficile, dappoiché egli, entrato nell' agone let- 
terario nel 1863, con un Progetto di classificazione cC una bibtioteca, 
sino agli ultimi giorni della sua vita, die costante esempio di opero- 
sità intellettuale, studiando e lavorando indefessamente, dando alle 
stampe elaborate monografie e collaborando anche nelle migliori rivi- 
ste, fra le quali la Rivista Sicu/a, le Nuove Effemeridi Siciliane e XAr- 
chivio Storico Sicitiano, che prescorse la nuova serie, inibblicata poi 
dalla benemerita Società Siciliana per la Storia Patria, della quale lo 
Starrabba fu tra i più zelanti fondatori e poscia degno Vice-Presidente. 



(i) Z' Ora, 15 maggio 1906, anno VII num. 134. 



— 156 "- 

Egli ebbe per la storia di Messina una predilezione speciale, e 
dei nostri antichi privilegi, delle consuetudini, delle opere dei nostri 
storiografi fu illustratore e commentatore sapiente ed accuratissimo. 
Diamo qui la bibliografia di queste opere — le più poderose uscite 
dalla sua mente vigorosa e vasta : 

// Conte di Prades e la Sicilia [i4'n-i4jg). Documenti inediti per 
servire alla storia del Parlamento siciliano. Palermo, L. Pedone Lau- 
riel, 1872. Interessante contributo per la storia del Parlamento Siciliano 
di Catania del 147S, e delle rivalità fra gli ambasciatori di Palermo e 
quelli di Messina per il primo posto e la prima voce in quel consesso. 

/ Diplomi della Cattedrale di Messina raccolti da Aìitonino Antico^ 
pubblicati da un codice della Biblioteca Comunale di Palermo, Palermo, 
Tip. Michele Amenta, 1888, nei Documenti per servire alla storia di 
Sicilia per cura della Società Siciliana per la Storia Patria^ voi. I. 

Scritti inediti o rari di Antonino Amico e documenti relativi al 
jnedesimo. Palermo, Tip. dello Statuto, 1891. Documenti cit. voi. I. 
IV serie. 

Consuetudini e privilegi della città di Messina sulla fede di un 
codice del XV. secolo posseduto dalla Biblioteca Comunale di Palermo, 
Palermo, tipogr. del « Boccone del Povero », 1901. Di questo libro 
avea dato precedentemente una diffusa notizia nell' Archivio Storico 
Siciliano (voi. XXIV. fas. I-III}: Di un codice delle coìisuetudiìii e dei 
privilegi della città di Messina, Palermo, tip. « Lo Statuto » 1899. 

Come di tutti gli umanisti siciliani dei sec. XV e XVI lo Star- 
rabba fu studioso ammiratore del nostro Francesco Maurolico, e 
come gli fossero familiari le opere, e quanto apprezzasse il merito di 
quel grande intelletto in rapporto alla cultura contemporanea, die 
prova in una lunga e dotta disamina del volume pubblicato dalla 
nostra R. Accademia Peloritana: Commemorazione del IV centenario 
di Francesco Maurolico — MDCCCXCIV. 

G. Arenaprimo. 
* * 

Appresasi la morte dell' illustre Barone STAKUABBA, che fu 
socio onorario, sin dalla fondazione, della Società Storica Messinese, il 
Consiglio Direttivo della stessa, ha telegrafato al chiarissimo Cav. Dot- 
tor Giuseppe Lodi, anche egli nostro socio onorario, per rappresentarlo 
ai funerali, eh' ebbero luogp a Palermo il 14 maggio, in forma solenne, 
col concorso delle autorità e della più colta e distinta cittadinanza di 
quella bella e gloriosa città. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



L. Lizio-Bruno, Di alcuni ingiusti giudizi sulla spedizione dei Sette- 
cento Siciliani in Calabria nelVanno 184S. Palermo 1905 in 8°. 

L'odissea dei 700 Siciliani, che, sotto la guida del gen. Ribotty, 
mossi da Milazzo, il 13 giugno 1S48 sbarcarono in Calabria, non già 
per promuovere, ma per aiutare la rivoluzione che colà si fece inten- 
dere loro fosse già divampata , è stata oggetto di parecchi capitoli 
nelle storie che di quell'anno si occupano; malgrado ciò non è tuttavia 
stata finora su di essa pronunziata I' ultima parola, né è difficile che 
per essa altri scritti ed altri documenti delucidativi saran posti alla 
luce nell'avvenire. 

È con piacere frattanto che sul dibattuto argomento vediamo por- 
tata la dotta ed equanime parola dell'esimio prof. Lizio-Bruno. Fu egli 
a ciò mosso da patriottico sdegno per l'ingiusto e superficiale giudizio 
di alcuni scrittori italiani, che, male informati da chi forse avea biso- 
gno di scagionare le proprie colpe, l'opera dei 700 Siciliani assai di- 
versamente qualificarono da quella che i fatti stessi svoltisi in Calabria 
mettono in evidenza. 

Il Lizio-Bruno, che fra questi eroi disgraziati noverava due stretti 
parenti, trovandosi in grado di correggere le inesattezze in cui inciampò 
il Settembrini, e che finora ad onore di tanto illustre uomo nessuno 
avea rilevato, discorre con brevità e precisione di quegli avvenimenti, 
che, malgrado le gloriose giornate di Spezzano Albanese e di Castro- 
villari, doveano risolversi in un disastro, non già per colpa de' Sici- 
liani, ma della scarsa cooperazione loro offerta dalle calabresi popola- 
zioni, presso cui il movimento rivoluzionario o non era maturo , o 
veniva soffocato sul nascere dalla paura che destarono gli eccidi na- 
poletani del 15 Maggio. 

Saggiamente l'A. osserva contro il parere del Settembrino che la 
spedizione non avrebbe potuto avere per primo obbiettivo la città di 
Reggio, impedita com'era nello stretto di Messina ove imperavano le 
forze borboniche, e trovando nella reggiana Provincia lo stesso spi- 
rito fiacco e poco propenso ad osare una vera e propria sollevazione 
che già sperimentò nelle popolazioni cosentine e cat^tnzaresi. E con 
l'autorità di ragguardevoli persone che l'A. procede eziandio nella sua 
dissertazione per distruggere due infelicissimi giudizii, uno del Poerio, 



— 158 - 

che qualifica da Jacirierosi bonachi i bravi militi siciliani, l'altro di 
certo Liipis-Crisafì, avvocato calabrese, che li accusa di aver fatto 
abortire la protesta annata aW eccidio del 15 maggio! Ingiuste e 
calunniose accuse tutte; perdonabili forse quelle del Poerio non scritte 
])el pubblico, ma in lettera confidenziale, e in momento di eccitazione 
o di sconforto; insostenibili, perchè del tutto contrarie alla verità sto- 
rica, quelle del Lupis-Crisafi, e che ben a ragione il Lizio-Bruno chia- 
ma melcusaggini. 

Lodiamo quindi l'A. di questo lavoro accurato ed elegante come 
tutte le pubblicazioni di lui, e assai più lo lodiamo per lo spirito patriot- 
tico che lo informa e per il ^\\\^i nobilissimo a cui mira, che è quello 
supremo della giustizi.i e della pul)l)lica moralità. 

Die Insel Sicilien in volkswirtschafUicìier, kul lare Iter und sozialer 
Beziehuìig. Von Georg ÌVeniierl. Mit ciner Karte von Sicilien. 
Berlin, Dietrich Reimer, 1905 in S" gr. 

Ancora un'altra descrizione della Sicilia quasi ce ne fosse penuria! 
Ciò non ostante questa che ci presenta il D.'' Giorgio Wermert è tia 
le più degne di considerazione. Geografia, storia antica e moderna, 
geologia, vulcanologia, idrografia, climatologia, agricoltura, industria, 
commercio, usi, costumanze ecc ecc. tutto quanto ha attinenza con 
l'isola nostra, tutto è minuziosamente e con giudizio esaminato e de- 
scritto dall'autore, non già per semplice impressione ricevutane come 
viaggiatore, ma con la scorta di documenti ufficiali od altrimenti au- 
torevoli, con la più sana critica e co' dati statistici più accreditati. 

È veiamente questo del dotto tedesco un buon libro, soprattutto 
utile pe' forestieri che vogliano conoscere le nostre ricchezze e le 
nostre miserie, o che ne abbiano bisogno per ragion di commercio. 
Disgraziatamente anche quest'altro libro pubblicato al di là delle Alpi 
non ha potuto sottrarsi al preconcetto d' una mafia siciliana che non 
è sempre la vera, ma che è fondata sopra una superstizione abbastanza 
condannabile, il che non può che scemar pregio all'opera intera, la 
quale in tutto il resto non manca di equanimità. 

DoTT. Vincenzo Finocchiaro — La rivoluzione Siciliana del 1S4S 49 
e la spedizione del Generale Filangieri. Catania, F. Battiato, Edit. 
1906 in S.' con tav. 

Mancava fin 'oggi una storia critica delle operazioni militari svol- 
tesi in Sicilia dal Settembre 1848 ad Aprile 1849, e a siffatta lacuna 



— 159 — 

sopperisce con amore e competenza l'autore di questo libro. Alcuni 
capitoli di questa importante pubblicazione sono bensì dedicati alla 
parte politica della siciliana rivoluzione, ma, benché fugacemente trat- 
tino l'argomento, vi stanno tuttavia ben appropriati a migliore delu- 
cidazione della parte essenziale dellopera, che è, come abbiam detto 
la militare. 

È qui appunto dove l'autore dà prova del suo ingegno e delle 
sue larghe cognizioni: l'abilità tattica e strategica del capo dell'eser- 
cito invasore, l'inettitudine dei ministri e dei comandanti l'esercito si- 
ciliano sono ben dimostrate: il terreno dove gli attacchi più importanti 
si sono succeduti è "da lui ben conosciuto e studiato, e le giornate di 
Messina, di Taormina e di Catania son assai ben descritte. Molto en- 
comiabili sono gli schizzi topografici de' campi di battaglia, i quali 
riescono una vera primizie pel pubblico siciliano, come anche è una 
primizie per esso la pubblicazione di Alberto Maag intorno ai Reggi- 
nienti svizzeri nella spedizione di Catania^ ch'egli dà tradotta in Appendice. 

I documenti poi che corredano il libro in parola, benché non tutti 
importanti, che qualcuno è anzi addirittura risibile, accrescono il 
pregio dell' opera, e pregio ancora le danno le note biografiche, con 
precisione ed equanimità eseguite, de' vari personaggi eh' ebbero 
parte precipua, prò' o contra, negli avvenimenti politici e militari di 
quel tempo. 

Malgrado però tanti e si svariati pregi, quest'opera che dovrebbe 
trovare gran favore nel pubblico, attende ancora qualche ritocco. E 
in primo luogo, a noi sembra che non tutte le fonti siciliane, alle 
quali attinse 1' autore siano degne di troppo credito, essendocene 
qualcuna in cui il romanzo è scambiato per storia, soprattutto nella 
narrazione delle giornate di Messina dal 3 al 7 settembre; né tutte 
le fonti straniere riferentisi ai fatti militari dei tragici avvenimenti 
messinesi pare che sieno conosciute dall' egregio autore. Infatti , 
delle tìnte pubblicazioni A cui diede luogo la polemica succedu- 
ta posteriormente alla presa di Messina, è strano che non sia te- 
nuto conto di quelle delMiloro (x), del Calona (2), del Pellegrino (3) 



(1) SiLgli avvenimenti di Sicilia osservazioni di Antonino Miloro. 
Malta, tip. Cumbo, 1S49 in 8.*» 

(2) Cenni storici e militari sulla rivoluzione e caduta di 'Messina 
nel 1848. (Autore Ignazio Calon.\) Italia (Malta) s. n. di tip. 1851 
in 8.0 con tav. 

(3) Lettera di Luigi Pellegrino a Giuseppe La J/asa. Malta, s. n. 
di tip. 1S50 in 8.<' con tav. 



- 160 - 

e del Palmeri 'i) che molta luce gettano su queiravvenimento. Ed è 
da deplorare assai che la ricerca dell'opera del Colonnello Steiger '2) 
gli sia fallita, potendo di essa 1' autore, assai meglio che di quelle 
direttamente ispirate dal Filangieri, avvalersi per la conoscenza delle 
cose passate nel campo regio; né in un' opera che discute fatti mili- 
tari di tanta importanza ci sembra perdonabile 1' ignorare o il tenere 
in niun conto le relazioni dei Colonnelli Riedmatten e Murali (3), del 
Tenente-Colonnello Rediger (4), del Maggiore Von StiJrler (5), e so- 
prattutto i documenti ufficiali sugli afìari di Napoli e Sicilia nel 1S48 
e 49 presentati al Parlamento Britannico (6), vere miniere di notizie 
e di apprezzamenti preziosi. 

Ad ogni modo, le operazioni militari dall'autore descritte io questo 
]ibro nella loro parte essenziale ci sembrano inappuntabili: completi i 
capitoli dal IV alla fine dell'opera (tranne che nella bibliografia la lieve 
omissione del libro del Cantalupo (7) sulla rivoluzione di Catania) : 
non inesatta, ma alquanto monca la descrizione dei casi di Messina 
nei capitoli II e III, soprattutto nel fatto estremo e decisivo dell'espu- 
gnazione del Monastero della INIaddalena, che diede agio alla congiun- 
zione delle due Divisioni attaccanti, e che decise della caduta della Città. 



(i) Relazione storica delle operazioni de IP artiglieria siciliana nella 
guerra di Messina nel 1S4S delV avv. Ignazio Palmeri. Messina, tip. 
del Commercio, 1860 in 8." 

(21 Les Réginients Suisses de Naples dans les annces 1S4S et 1S49 
par un Officier du Régivient Bernois. (Colonel Von Steiger) Neuchatel, 
s. n. de typ. 185 1 in 8.° 

(3) Rapporti dei Colonnelli Riedmatten e Murali intorno ai lìiori- 
iiienti co^ quali i Reggimenti j° e 4" Svizzeri han contribuito alla presa 
di Messina. Napoli, tip. A&W Araldo, 1849 in 8.» 

(4) Relation historique des opérations du. j.e Re'ginient Suisse à la 
prise da la Ville di Messine per M. Hediger, Lieutenant-Colonel Co- 
nmìidant le 2.t- Bataillon du j.e Régimeìit Suisse. Naples, Impr. de 
V Araldo, 1849 '" 16." 

(5) Die Ereignisse in Messina am 6 und 7 Septeniber IS48. Voti 
einem Aiigenxeuger des 4.0 Schweizer - Regiinents . (Major A. von Stiir- 
ler) Bern, Jenni Vater, 1849 in 8.° 

(6) Correspoìidence respectìng the affairs 0/ Naples and Sicily 
1848-4^. Presented to bolli Houses of Parliement by conimand of Her 
Majesty. London, 1S49 i" 4" 

. (7) L' insurrection de Catane en 1S4S. Par Benedetto Cantalupo. 
Paris, Garnier frères, 1853 in 8.» 



- 161 — 

Soiìo questi, a dir vero piccoli nei, ma che farebl)e bene l'egregio 
autore se li facesse scomparire in altra edizione, che cordialmente gli 
auguriamo di vedere al piti presto, perchè ne è meritevole l'opera di lui. 

Per ora non ci rimane che dimostrargli la nostra simpatia, e por- 
gergli le nostre più vive congratulazioni. 

G. O. 

Cronaca del Gabinetto di Lettura di Messina, Messina, Tip. F. Ni- 
castro, 1906. 

11 Gabinetto di Lettura di Messina è oggidì una associazione fioren- 
tissima e frecjuentata da ben novecento soci. Venne costìtuila nel 1860 
eil occupò sin d'allora i locali a pianterreno del teatro Vittorio Ema- 
nuele, i quali erano stati prima ceduti alla Società Arazionale, fondata 
da Giuseppe La Farina, moiti componenti della quale avean gettato 
le basi del nuovo gabinetto. 11 Prof. Michele Basile, che era appunto 
fra essi — che ne fu inag7ia pars insieme all' architetto Leone Savoja, 
al cav. Luigi Benoit, al dott. Cambria, ai nobili e colti cavalieri Cala- 
paj G. B. e Cianciolo Domenico, ai banchieri Leila Sitfredi e Mauro- 
mati Giuseppe, all'avv. Vincenzo Picardi, poscia deputato al Parla- 
mento, all'insigne poeta e letterato Riccardo Mitchell, e ad altri 
valentuomini — ha fatto opera patriottica di ricordare in questa breve 
e succosa monografia la costituzione della società ed il suo progredire 
fino ad oggi. Diciamo progredire tenendo conto dei risultati oiierni; 
ma certamente non vi mancarono alcuni incidenti e le solite colpe 
che misero talvolta in pericolo la missione nobilissima ed elevata del 
Gabinetto, che conta oramai una sceltissima e ricca biblioteca per 
uso dei soci. E di questi incidenti l'A. s'intrattiene talvolta con molto 
calore, difiondendosi sui particolari di maggiore importanza. Egli 
prende le mosse dall'antico Gabinetto letterario messinese, istituito nel 
1839, e che avea sede in ampli locali sulla piazza del Duomo, e 
che venne sciolto dalla polizia borbonica dopo il 1848. In due sale 
dello stesso fu trasferito il Caffè dei Nobili, è vero, ma questo non 
venne fondato allora, come asserisce l'A. a pag. 3, esistendo sin 
dalla fine del secolo XVIII, avendo raccolta la clientela dell' antico 
Caffè Anconitano^ dove la nobiltà fra una presa e Vahra del buon rapè, 
passava il bel tempo fra la conversazione istruttiva e la maldicenza, 
fra il giuoco del faraone e della bassetto, e del rosso e nero, e fra la 
lettura dei pochi giornali locali, che portavano le novità di avveni- 
menti accaduti per lo meno un mese, prima : una specie di club, in- 



— 162 — 

somma. Ci rallegriamo vivamente di questa piil^blicazione con l'egregio 
Prof. Basile, il quale ad ogni avvenimento o istituzione nostra non manca, 
di connettervi il contribuito del proprio operato, e delle sue cono- 
scenze personali, tanto più preziose in quanto che le notizie potrebbero 
restare inedite o ignorate. 

J^. Scuola di Arii e Mestieri di Messina. Cenno storico 18 j 7-1^05. Mes- 
sina. Tip. Siciliana. 1906. 

E questa una pregevole monografia del Sig. Gaetano Santis, se- 
gretario della scuola suddetta, il quale ha desunto dai documenti di 
archivio la costituzione della scuola d' Arti e mestieri di Messina e le 
trascorse vicende di essa dal 1S77 ai giorni nostri. Fa piacere di ve- 
dere ricordati i nomi dei cittadini cospicui che, con fermo volere, ne 
presero la iniziativa e che la portarono a compimento con largizioni 
proprie e col concorso degli enti locali. Son da notare principalmente 
il Cav. Vittorio Gonzenbach, il Comm. V. Picardi, il Comm. Fran- 
cesco Rizzotti Lelia, che ne fu il fondatore, e di cui di recente 
rimpiangiamo la perdita, ed il Cav. Prof. Luigi Queriau, che ne ha 
tenuta la direzione sin dallo stabilirsi di essa. Seguono i cenni sto- 
rici, l'elenco degli amministratori sin dal 1877, lo statuto, l'elenco 
degli allievi ed il loro collocamento, il bilancio, e le onorificenze otte- 
nute dalia scuola nelle varie esposizioni a partire da quella interpro- 
vinciale di Messina nel 1S82. 

E questo un libro che fa onore anche al paese che, mercè gl'inse- 
gnamenti Tecnici di c^uesto istituto, può vantare una classe distinta di 
operai ed artisti intelligenti e provetti, che vengono ricevuti da altri 
punti dell' isola e delle Calabrie. Esso va dedicato, con opportuno 
pensiero, all'Illustre Barone Salvatore Forzano, Presidente del Consiglio 
di Amministrazione della scuola, a vantaggio della quale egli spende 
con assiduità le sue cure affettuose di uotno colto e di benemerito 
patriota. Ci rallegriamo con il Santis di questa utile pubblicazione 
della quale si sentiva veramente il bisogno. 

G. A. 



BlBLIOdUAFIA .MESSINESE 

1*11 111 a tei .sivstsi 



[Coni. cfr. « Arc/i. », VI, 1-2. pp. 1^8-184) 

207. AuiLX'APRiMO G., GÌQ\ Alfonso Bovclli a Marcello Mal- 
pigili. Lcllcm iiicdila, Messina, Tipogralìa del Progres- 
so L. De Giorgio, 1906; 8°, pp. 13. (Estr. dal Voliuue 
pubblicalo in onore del Prof. G. Ziino, nel XL anno di 
inscgnaincìilo). 

11 Borelli s'adoperò con efficacia all'elezione del Malpighi a pro- 
fessore dell' Università di Messina e questa lettera, opportunamente 
messa alla luce e illustrata, « è la prova più manitesta del suo com- 
piacimento, e della somma benevolenza che gli volea, manifestandogli 
altresì notizie ed informazioni dello Studio Messinese e della città: in- 
coraggiandolo per l'accoglienza che qui avrebbe ricevuto, e che ebbe 
in seguito, consigliandolo anche del viaggio da seguire e della conve- 
nienza della spedizione dei mobili di casa e del bagaglio » fp. 9). 

206. BoN.AVENiuuA ARNALDO, Daiitc c In musica, Livoi'iio, 
Raffaello Giusti, e^'itore - libraio ■ tipografo, 1904; l()*^, pp. 
[Vili-] 338. 

Questo volume, frutto manifesto di eccellente preparazione, si 
chii'.de con un Flciico delle composizioni vnisicali ispirale da Danle 
(pp. 330-6). ove è ricordalo (p. 333) il messinese Francesco Maza, 
che mise in musica, come tanti altri e prima e poi, V episodio di 
Francesca da Rimini e, senza predecessori né imitatori, U episodio di 
Sordello. E va bene. Ci dispiace però che non vi si trovi alcun cenno 
riguardante Giovanni Krakamp e Calogero Ruffo. Il Krakamp, diret- 
tore della banda cittadina a Messina, compose una marcia trionfale: 
Danle, in ricorrenza delle feste dantesche del 1865 (cfr. Fesla liceale 
del 14 ìiiaggio iS6^ in Messina, Messina, Tipi Ribera, 1S65, p. 8); il 
Rufib. principe della Floresta, compose un'altra marcia intitola pure 



— 164 — 

a Dante, pel sesto centenario della viirabile visione, festeggiato dalla 
R. Accademia Peloritana (cfr. i miei lavori: Della varia fortuna di 
Dante a Messina, Messina, Libreria editrice V. Muglia, 1900, p. 20 e 
L'anno santo di Dante Alighieri e la R. Acc. Peloritana, Catania 
Tip. Sicilia di Monaco e Mollica, 1900, p. 8). 

209. Callegari G, V., Una leggenda delle Lipari, nel voi. 
/// memoria di Oddone Ravenna. Scritti, Padova, nella 
Stamperia dei Fratelli Gallina, 1904; 8", pp. 15. 

11 mito delle spade di fuoco eruttate dal cratere dello Stromboli, 
di cui parla lo Scoliaste, chiosando il v. 761 del libro IV dell' Argon .utica 
di Apollonio Rodio, trae la sua origine da una strana e appariscente 
produzione metallifera del detto vulcano, notata per primo dal grande 
scienziato italiano Lazzaro Spallanzani. 

210. Cannizzaro T., Per Pietro Indoli, in Atti della R. 
Accademia Peloritana, Messina, 1905, a. accademico 
CLXXVIICLXXVIII, voi. XX. fase. 1, pp. 292 5. 

Versi. 

211. Cappellano Ernesto, Sulla venuta di Timoleonle in 
Sicilia, Catimia, Tipografia editrice dell' Etna, 1903; 8% 
pp. 67. 

È un lavoro fatto con diligenza e con buon metodo. Pei rapporti 
di Timoleonte con Taormina e con Messina si cfr. le pp. 32-40 e 63. 

212. Chlnigò G., In memoria del socio Barone Ernesto 
Cianciolo. Iscri.^ione e parole commemorative, in Atti 
della R. Accademia Peloritana, Messina, 1906, a. ac- 
cademico CLXXVH-CLXXVIII, voi XX, fase. II, pp. 
299 309. 

Fa un compiuto e garbato elogio biografico del Barone Cianciolo, 
che nacque a Messina il 6 novembre 1856 e vi morì il 29 maggio 1905. 

213. QjiANCLAFARA FRANCESCO, Per la fontana Orione, in 



— 165 - 

Gnssclld di' Messiìia e delle Calabrie, Messina, 14-15 

giugno 1906, a. 44, n. 175. 

Perchè la fontana Orione, opera insigne del Montorsoli, non vada 
in rovina, propone che da essa non si faccia più zampillare l'acqua, 
« potente veleno pel fragile marmo ». 

214. Cicerone M. Tullio, Seconda asioiic contro Caio Verre. 
Libro quarto {De Signis). Tradusione di Vittorio Bru- 
GNOLA, Piacenza, Tipografia A. Del Maino, 1905; 16", 
pp. 101. (Nella Nuova collc:zione di versioni dei classi- 
ci latini e greci, diretta dal prof. A. Balsamo, n. IX). 

Questa traduzione, fatta in forma efficace e viva, vuole essere qui 
ricordata, perchè, com'è risaputo, nell'orazione, eh' è forse la mi- 
gliore delle sei composte da Cicerone contro le angherie e i ladro- 
neggi di Verre in Sicilia (73-1 a. C), molte pagine riguardano INIes- 
sina. 

215. Crino Sebastiano, Le prime indagini scientifiche sulla 
« Fata Morgana » e sulle correnti dello Stretto di 
Messina , {con documenti inediti) , in Atti della R. 
Accademia Peloritana, Messina, 1906, a. accademico 
CLXXVIl CLXXVIIl, voi. XX, fase. II, pp. 281-98. 

In questo lavoro, notevole per diligenza e per ricchezza di noti- 
zie, il prof. Crino, del R. Liceo di Girgenti, si propone di rilevare 
che colui il quale nel sec. XVIII « intese dare una spiegazione scien- 
tificamente nuova sulla Fata Morgana fu Andrea Gallo da Messina, 
in un suo Discorso recitato nella Reale Accademia dei Pericolanti Pe- 
loritana li 16 Seti. it68, che si conserva tra i manoscritti di detto 
autore, posseduti dal Lizio Bruno » (p. 286). 

216. [De Casam[chela GiovanniI, De LLerniocrate Syracusa- 
noritm imperatore eiiis qne rebus gestis libri qumque^auc- 
tore IoANNE De Casamichela philosophiae et litternrntn 
doctore, Augustae Taurinorum, Typis Officinae Sale- 
sianae, 1904; 8°, p. 77. 

Questo lavoro, scritto con garbo in lingua latina e condotto con 

m 



- 16() — 

sicura conoscenza delle fonti, noncliè di alcuni studi spiciali Tatti 
prima da altri, nelle pp. 22, 24-26, 39, 65, interessi an':he la storia di 
Messina nel secolo quinto a. C. 

217. Df Vita Giusiìppe, Dìsìoììuvìo ii;co,Q;rafìcn dei coìiuuìì 
(Iella Sicil/a e delle frazioni (.oìuhìuiU, coìi brevi 110- 
lisic storiche, arricchito di iiotisic risullaiili dairnltiiìm 
Inchiesta Ai^raria Ministeriale circa la superficie dei 
singoli cornitni e le estensioni (ielle diverse colture e 
aumentato di altre recenti notizie già pubblicate nella 
Gazzetta Ufficiale del Regno e mi Bollettini ed An- 
nuari dei Ministeri delT Interno, di Agricoltura, Indu- 
stria e Commercio, delle Finanze, della Marina, delle 
Poste e dei Telegrafi, della Pithbl. Islruz. ecc., Palermo, 
F. Pravatà editore (Ofìlcina Scuola Tipografica della 
Colonia Agricola di S. Martino presso Palermo). lOOò; 
8°, pp. XXVIII 395. 

Lavoro molto importante, per abbondanza ed esattezza di notizie, 
nonché per rigore di metodo. 

218. Dry A., Trinacria. Promenades et imf)ressions siciiien- 
nes, Paris, Librairie Plon, Plon-Nourrit et C.'-, Impri- 
meurs editeurs, 1903; 16", pp. [IV-]-352. 

Per Messina, Taormina, Milazzo e Lipari cfr. le pp. 6-50, 54-6, 
68-71, 147-56, 261-2. L'A., occupandosi sia de' tempi antichi, sia de' 
nostri, raccoglie una copiosa serie di notizie, di osservazioni, di ap- 
prezzamenti, che ognuno, senza lasciarsi vincere da dannoso spinto 
di campanile, deve riconoscere conformi a verità. E anche vero però 
che qualche volta la preparazione storica non è secondo gli ultimi 
risultati della critica, come a proposito di Antonello (pp. 261-2), alla 
cui biografia questo Archivio, direttamente o indirettamente, ha por- 
tato notevoli contributi. 



- h]1 - 

219. GiuFFiJÈ F. liALo, Per il moìtumeiito a A/(ì:Z:~ùii in 
Roma, Romn, Tipografia « La Speranza, » 1903; 8", 
pp. IO, 

Sono dieci sonetti, neirultimo de' quali il ,^entile e fecondo poeta 
messinese rievoca una pagina gloriosa della storia della sua città na- 
tale: l'elezione del Mazzini a deputato di Messina. 

220. La Corte Cailler G., Per la storia delVarte in Mes- 
sina dai pili antichi tempi sino al secolo XIV. Ap- 
punti, in Ani della R. Actadenn'a f'cloritana, Messina, 
1905, a. accademico CLXXVn-CLXXVlII, voi. XX, 
fase. I, pp. 135 77. 

Diligente rassegna di notizie vecchie e nuove. Solo mi permetta 
l'A, di notare che a p, 153, a proposito del testo della famosa iscri- 
zione osca della Via Cardines, non riproduce fedelmente il Mommsen, 
al quale rimanda. Si cfr. un mio studio inserito negli j^t/i della stessa 
R. Accademia, a. XIV, 1S99-19C0, p. 264; quello del signor A. Servi, 
in questo Ardi., a. IV, fase. 3-/1, p. 245; una mia recensione pure in 
questo Ardi., a. IV, fase. 3-4, pp. 458-9. 

221. La Spina Antonio, L Apostolo della Sicilia il Ven. 

P. Luigi La Nnsa d. C. d. G. Vita, virtù e miracoli, 

desunti dai suoi processi di heatifica.^ione, Palermo, 

Tip. Castellana Di Stefano e C, 1904; A", pp. X-432, 

con ritratto. 

Di questo libro, ricco di notizie, parleremo a lungo nel prossimo 
fascicolo. Qui notiamo soltanto che il padre La Nuza, fiorito nel sei- 
cento e ancora vivo nella tradizione popolare, fu in quasi tutti i paesi 
della provincia di Messina, portatovi dal desiderio di diffondere le sue 
idee. 

222. MusoTTO Giuliano, Apollonia Sicilia. Ubicazione e sto- 
ria attraverso i tempi, Palermo, Tip. C. Sciarrino (già 
Puccio), 1906; S°, pp. 29, con una tavola. 

A torto parecchi studiosi vogliono porre Apoltonia Sicilia a S. 
Fratello, nel circondario di Mistretta; da un esame attento delle fonti 



- 1(].^ - 

antiche, che ne parlano con maggiore o minore cleterminate/'./.a, risiiha 
ch'essa era dov'è ora Pollina, nella provincia di Palcrnio, nel circon- 
dario di Cefali! . 

223. NicoTRA L., Vai-iasioni rccciili iicllu fiora ìjicssincsc, 
Firenze, Stab. Pellas. Luigi Ciiiii successore, [1904]; 
8", pp. 16. (Estr. dal Nuovo giornale bolaìiico ilaliauo, 
n. s., voi. XI, n. 1, gennaio 1904). 

Notizie molto interessanti. 

224. PiìRRONi Grande Ludovico, L' anno santo di Dante 
Alighieri e la R. Accademia Peloritana , Catania, Tip. 
Sicula di Monaco e Mollica, 1900; 16", pp. 8. (Estr. dalla 
rivista Le Grasic). 

Cronaca delle feste celebrate dalla R. Accademia Peloritana il 25 
marzo 1900, in occasione del sesto centenario della mirabile visione. 

225. Pro Calabria: Numero unico, promosso e edito dallo 
Stabilimento d' arti grafiche « La Sicilia », Messina, 
settembre-ottobre 1905; f., pp. b7 — oltre le pagine a 
colori, con annunzi di vario genere. 

Fra' numerosi lavori, che compongono questo fascicolo, stampato 
con signorile eleganza, ricordo i seguenti, che riguardano la storia di 
Messina: T. Cannizzaro, Messina (p. io: Versi, in cui il poeta fa una 
sintesi delle varie vicende storiche della sua città natale); V. Sacca, 
Fra Vulcano e Vulcanello (p. 17: Ricordi e fantasie;; G. La Corte- 
Cailler, Una lettera inedita della regina Anna di Savoia (pp. 23-4: 
Una lettera, che Anna di Savoia diresse all' abbadessa del Monastero 
di S. Paolo, per ringraziare le monache d' una speciale prova di de- 
vozione datale e per promettere loro il suo favore); G. Arenaprimo, 
Un poeta cospiratore in Sicilia nel iSi8-i8ig (pp. 29-31: Bartolomeo 
Sestini, che nel 1818-9 fi^i i" Sicilia, specie a Messina, ove s'adoperò 
nobilmente a propagare la Carboneria e diede pii!i volte saggio della 
sua valentia di poeta estemporaneo). Cfr. Ardi., a. VI. 11. 3-4, pp. 
365-6, ove — e questo sia suggel che ogni nonio sganni — non potevo 
ricordare, come non posso ricordare qui, perchè di soggetto estraneo 
alla storia messinese, gli scritti di quelli altri valorosi messinesi, come 
il ^^|H^ il Chinigò ecc., che figurano nel detto numero unico. 



— 169 — 

226. Raccuglia Salvator r, K'aili polis, Acireale, Tipogra- 
fìa Umberto 1, 1904; S", pp. 31. (E.str. dal oior. Vi'/a 
Nuova.) 

Kallipolis, fondata circa il 725 a. C. da' coloni di Naxo, venuti 
in Sicilia con Teocle, non si deve ricercare sopra Giarre, né a Ma 
scali, né a Torrerossa, né a Gallodoro, né a Forza d'Agro, come da 
parecchi studiosi sino ad oggi é stato fatto. Essa dovette sorgere sul 
luogo opposto a quello, ove ora sorge Riposto. 

227. Idem, Canti popolari siciliani raccolti a Fantina ed 
a S. Basilio {frazione di Novara Siatla), Torino, Carlo 
Clausen (Hans Rinck Succ), 1906; S'^, pp. 15. (Estr. dix\- 
V Ardi, per le tradizioni popolari, voi. XXIII). 

Sono XLIV, di cui i primi dieci raccolti a Fantina, gli altri a S. 
Basilio. A p. 5 il Raccuglia avverte: « La parlata di S. Basilio, come 
quella di Fantina, ha tutte le caratteristiche dei dialetti lombardi e di 
Sicilia; ma si approssima più di essa al comune siciliano specialmente 
in bocca agli uomini ». 

228. Vitale Francesco, Di alcune nuove forme specifiche 
di ciirciilionidi siciliani, in Atti della R. Accademia 
Feloritana, Messina, 1906, a. accademico CLXXVII- 
CLXXVIII, voi., XX, fase. II, pp. 175-209. 

229. Xlmenes e. E., Epistolario di S. M. Umberto 1 di Sa- 
voia, Cremona, Casa editrice libraria, con proprio sta- 
bilimento tipografico, ditta Pietro Pezzi, 1904; 8", pp. 
XI- 139, con ritratto. 

Cfr. le lettere LIX-LX, scritte per la morte del questore Galim- 
berti e del delegato Anelli, colpiti dal colera, che afflisse Messina nel 
18S7. 

Messina, giugno igo6. 

L. Perponi-Grandei 



CAJO DOMENICO GALLO 

E 

IL SUO GENIALE TRAVESTIMENTO DEL POEMA DELLE METAMORFOSI 

in ottava rima siciliana ancora inedito 



Trar dalf obblio l'opre d'oiior sì degne 
E patria carila ! 



Tra gli uomini che alla dottrina congiunsero nel secolo 
XVIII in Messina un animo integro e retto e, tutti amore 
alle patrie cose, furono zelantissimi dei vantaggi e del- 
lonor della patria , occupa luogo non ultimo Cajo Dome- 
nico Gallo (1) del ((uale ci occuperemo in questo scritto, 
considerandolo prima come annalista e poi come poeta. 

E anzi tu:to diremo ch'egli, nato nel 1697 (2), nel 1719 
impugnò le armi per la difesa delle patrie mura contro i te- 
deschi, nella guerra di Sicilia sotto Filippo V , allorché 
Spagnuoli ed Alemanni si combatteano come feroci belve: 
talché trovossi più volte sui baluardi della città, come a 



(i) E chi sa se il nome Cajo gli venne dato perchè l'anìico di 
Mecenate e di Orazio, Gallo (che vuoisi l'autore del Ciris attribuito 
a Virgilio) chiamavasi Cajo Cornelio ? 

(2j Addì 28 Febbraio. 



dire dell'Andria, della Spina, sotto il castello di Matagrifone, 
dei Gentilmeni, del Segreto e di Santa Barbara M); ove tutta 
la gioventù messinese, com'egli scrivea. « portavasi con 
brio indicibile come se andata fosse al (estino, senza curarsi 
del manifesto pericolo, essendo che per ogni dove lìschia- 
van le palle dei cannoni e le bombe fioccavano dall' alto, 
disprezzate da essa ». 

Venuto innanzi negli anni, tanto si occupò e travagliò 
a levar dalla polvere libii e manoscritti antichi, dei quali 
andava formando volumi (2); ed a trascriver da quelli tutto 
ciò che credea più utile di affidare alla sua memoria, non 
già con intendimento di trarne gli Aìiiiali che scrisse poi, 
ma per sola sua istniaione e divcrtiiueuto {?>). Però quando, 
smesso il pensiero di darsi alla carriera legale, per cui si 
era fatto alunno del D.'' Francesco Castelli, insigne per 
la dottrina legale (4), si vide in possesso di tante notizie 
quante gli erano sufficienti a comporre un lavoro storico, 
a cominciar dal tempo della fondazione della Città, si diede 
a scriver gli Annali, di cui pubblicò nel 1756 il T. I, con- 
tenente V Apparato, che stampò sotto gli auspicj dell' Arci- 
vescovo Monsignor Moncada e i primi Vi Libri degli An- 



(i) V. Attn. T. Ili, L. I, p, 83; T. IV L. iir, p. 156. 

(2) E quelle Collezioni ricorda spesso nei suoi Annali. V. T. in 
p. 89, 165, 196, 199. 

(3) V. la bì-eve pref. a\V Apparalo. 

(4) A7in. L. IV, p. 321. — Nel L. Ili, p. 245 ricorda come suo 
slrelto amico e inacslro nella ilaliana poesia G. B. Smorto e Bonerba, 
dei più fecondi poeti dell' Accademia della Clizia, morto a 2>i ^""' 
nel 1771. 



- 173 - 

)iali\ auspice la Signora Flavia Eustochio Duchessa vedovai 
di Saponara (1). 

Credette eoli allora di poter migliorare le sue ristrette 
condizioni economiche, per le quali, a i iirar campamento (2), 
dovea stillaisi il cervello come Ragioniere in alcune con- 
fraternite e in Istituti di beneficenza , ovvero in alcune 
famiglie patrizie (3). Ma ben presto egli ebbe a rimanere 
deluso delle già concepite speranze. E se ne dolse ama- 
ramente non solo nella Prefazione delle Mctaìuorfosi delle 
quali discorreremo; ma anche nella Stanza quarta del 
Canto I. Ed ecco le sue parole: 

« Oi a lu mundu lu maggiuri spacciu di libri è chiddu 
di li favuli, di li Cumeddii e di li Storj di lu surici cu la gatta 
e di la vecchia chi pirdiu lu gaddu, e l'opiri grandi dill' o- 
mini giudiziusi su' misi di cantu. Si qualchidunu stampa 



(i) Però nel 1725 avea pubblicato il rajiguaglio della solenne fe- 
sta celebrata in Messina nell'inviare alla .Città di Trapani l'immagine 
di Maria SS. della Sacra Let. ecc.; ragguaglio che poi riprodusse nel 
V. IV degli Annali. 

(2) Campamento non lauto, a giudicarne dall' ultima stanza del 
C. XII delle Metamorfosi : 

Ed iu dumani vi cuntu lu restu, 

Mentri eh' è mezzanotti e Tura è tarda, 

E iu mangiari a la tavula è lestu ; 

Ce' è annordini un panettu cu 'na sarda; 

E sentu diri : via, facili prestu 

Avanti chi vi azzicca la laparda 

Un certu amicu 

C3)'Una delle quali fu quella del Duca di Saponara, morto il 
quale, continuò a far da Segretario alla Duchessa D. Flavia De Tor- 
re e Pagano , che nel suo testamento del 13 Settembre 1757 non 
lo dimenticò, avendogli legato O/ize venti e facendo obl)ligo all'e- 
rede di tenerlo come segretario, con l'assegno di Oiize ventiquattro 
all'anno o, non volendo servirsene, di pagargli tari uno al giorno , 
vita durante. 



— 174 - 

qualchi opira chi sarria di prufìttu a lu pubblici!, ci azzicca 
li falighi e li dinari, comu successi a mia. . . . » (1). 

« }u scrissi un tenipu di la Patria mia 
Li fatti illustri e cosi memorandi, 
E di fare una cosa mi cridia 
Ch'avissi da piaciri a tutti l^andi ; 
Ma videndu da poi la scurtisia 
Di cui spirava aviri cosi grandi, 
Mandai la Storia cu centn diavuli 
E dissi : è mcgghiu mi ci cuntu f.ivuli ». 

E fu proprio così, perchè la narrazione del IV ed ul- 
timo tomo fu da lui condotta sino ali'anno 1745 e non con- 
tinuata più oltre , quantunque in fine del volume avesse 
egli scritto che si prefiggeva di esporre « le conseguenze 
che tal disgrazia (della peste) apportò a Messina e gii op- 
portuni ripari che la clemenza reale adottò per il suo ri- 
storo ...» Ma fu scritto: la ?ìiorle glielo iiiipecn. Vt^dìamo 
se la cosa andò in tal modo. 

Il Gallo non cominciò il lavoro delle Metamorfosi prima 
del Maggio 1763, data ch'egli segnò in testa del frontispi- 
zio. E, avendo chiaramente detto nella quarta stanza : Tu 
scrissi liti tcìiìpii, è evidentissimo che nel 63 dovea, già da 
tempo, avere smesso di scriverli. Ma egli non cessò di vi- 
vere che nel 1780. Adunque in così lungo volgere d'anni 
non volle di Annali piti saperne. Si vede bene perciò che 
quando l'egregio editore a cui il Municipio di Messina com- 
mise la stampa del T. IV, nel 1875 scrisse nella sua breve 
prefazione : » Il tempo e la vita non gli bastarono per 



(i) In essa Prefazione è accennato il caso della pa7,zia del popolo 
Ateniese, per la quale due Filosofi dovettero fingersi pazzi , per sal- 
varsi : caso immaginato da Cajo e poi destramente riprodotto da An- 
drea nella Cicalata del i6 Febbraio 1792. 



- 175 - 

condurre a fine quest' ultima parte , anzi particella del 
lungo lavoro » , non si appose al vero. E se nel 1758 il 
T. II fu stampato, ciò avvenne per opera del Senato della 
Città; ma gli altri due, vivente l'Autore, si rimasero ine- 
diti (1). 



(1) Il T. Ili fu reso di ragion pubblica nel 1S04, 24 anni dopo la 
morte del G:il'o i') e il IV non prima del 1S75, (juasi im secolo dopo ! 
E il povero C.ijo, toccando nel T. II, a p. 556, dell'assegno di scudi 
cento annui fatto dal patrio Senato nel 1553 al Maurolico, perchè com- 
pisse il suo Compendio della Storia di Sicilia {-) e le altre sue opere 
matematiche, scrisse : » Così allora premiavasi la virtù de' Cittadini, ani- 
mandosi ognuno ad impiegarsi a prò della Patria ». E poi , facendo 
parola delle Notizie Istoriche del Reina, a p. 419 del T. Ili, lamentò 
che i soli primi due si fossero stampati, vivente l'Autore. E il figlio 
Andrea vi appose allor questa nota : « La medesima sorte è toccata 
agli Annali del nostro Autore : ed è questo uno dei più atroci e gravi 
rimproveri che può farsi a' suoi Concittadini » (■') Oh chi non dirà 
veramente tristi quei tempi che le patrie memorie eran tenute sì a 
vile da non trovar compratori ? . . . 

[}) Sebbene Y albe i- ano per la stampa sia stato scritto il 15 No- 
vembre 1796 (in firma del Segretario dell' Accademia dei Pericolanti 
Peloritani Bar. D. Placido Arena e Primo Porzio e del libraio Luigi 
Caccia Spadaro) , per il prezzo di tari sedici a ciascun foglio di 250 
esemplari ! — E !iel programma pubblicato da Giuseppe Di Stefano 
era detto che i soscrittori avrebbero ricevuto un foglio per settimana, 
col pagamento di grani due ! . . . 

;-i Si stampò la prima volta in Messina nel 1552 ; e in uno di 
quegli esemplari il dotto Gio-Pietro Villadicani scrisse, nei larghi mar- 
gini il suo Supplemento, che fu citato prima dal Reina e poi da Caio 
Domenico Gallo con le stesse abbreviature del MS. E questo esem- 
plare è presso di noi. 

{';'•) E nel preludio al Travcstiviento che nel 1800 avea cominciato 
dell'Odissea d'Omero in ottava rima siciliana, scrivea : 

Cosa ndappi me' patri chi scriviu 
Quattru grossi Volumi di l'Annali ? 
Campò pizzeuti, pizzenti muriu, 
Pirchi cu è dottu a stu mundu non vali .... 



- 176 -- 

Ora dei difetti e un po' anche dei pregi di questa Opera. 

Quanto ai primi, dirò che essa qua e là si risente dei 
difetti del secolo così ben rilevati da quella poderosa mente 
del Canonico Rosario Gregorio nella pregiata Iiitrodìi^ioìie 
allo studio del Dritto Pubblico Siciliano. E però, se talora 
gli fa difetto la critica , se Vipse dixit a quando a quando 
in lui tien luogo di ragione, a sostegno di tradizioni più o 
meno sciancate, più o meno immaginarie ^1) o di racconti 
altrui di cose inesplicabili (2); se a volte, cedendo ai pre- 



fi) Fra i MS del Gallo, è presso me una sua Lettera autografa in 
risposta alle osservazioni fatte da persona intelligente ed ertidita (il 
D.'' Antonino Ardizzone) al T. II degli Amialì su alcune tradizioni 
della Città. 

(2 Ne citerò una, eh' egli aveva udita da suo padre : quella del 
sangue puro che per ispazio di mezzo quarto (d'ora) scaturì, nel 1671 
da una fonte privata nella contrada di S. Agostino, e per altro mezzo 
quarto, posto nei vasi divenne acqua pura (T. Ili, L. V p. 443') — E 
ancora un'altra, che ha del mirabile e dell'ameno. Parlando della 
Duchessa di Saponara, morta nel 1691, racconta : « Ancor bambina 
nelle fasce in un dì festivo, com'è consueto farsi per tutto l'anno dai 
Padri di S. Domenico nella lor Chiesa, tratto a sorte il suo nome per 
aver la corona del S. Rosario, ella che allora in Chiesa stava poppando 
il latte della Nudrice, staccandosi dalle mammelle di essa, e rivol- 
gendo il cipo verso il Pergamo, da dove il Padre nominato 1' aveva, 
rispose a chiare note : è mìa, qua, Padre. E in età di cinque anni un 
giorno di Venerdì si struggeva in pianto , inteso avendo che nelle 
stanze della bassa famiglia era entrata una femina da partito, non po- 
tendo darsi pace, dicendo a chi procurava racchetarla che grande era 
l'ingratitudine si usava verso Dio in un giorno consacrato alla pas- 
sione del Redentore » (T. Ili, pag. 49S) — A cinque anni dunque la 
bambina s'intendeva di feniine di partito ed era dentro alle scerete 
cose\ — Per buona fortuna, l'A. su quelle cose di cui non fu testi- 
monio, lasciò libertà di contraddirlo, allor che scrisse : » Siccome de- 
sidero il titolo di verace e fedele in ciò eh' io narro de' tempi a me 
vicini, così di me stesso tanto invogliato non sono che pretenda di 
non essere contraddetto in tutto il resto de' tempi di cui io non possa 
farne testimonianza oculare » V. la Prefazione -dXV Apparato. 



— 177 - 

giudizi che correvano allora, narra senz' alcuna osserva- 
zione che una Cometa fa appresa per Vaticinio d'infausti 
accidenti (1) o che un santo Bambino in cera più e piìi 
volte die lagrime (2), se i diritti o veri o pretesi del pro- 
prio campanile gli pongono, a dir così, la spada in mano 
contro chi gli aveva oppugnati, la colpa non era sua: pe- 
rocché egli non facea che seguire l'andazzo dei tempi ; e 
giustizia vuol che si dica che alcuni scrittori di cose stori- 
che furono in questa nostra Sicilia di gran lunga più 
aggressivi e più aspri di lui , anche quando la ragione 
stava per lui ! Sempre così suol succedere : chi ha più torto 
più strepita! 

E chi consulta le opere di quei tempi sente proprio 
stringersi il cuore, vedendo le guerre spietate che si face- 
vano a tutta oltranza per le maledette gare municipali per 
cui il messinese Monsignor Giacomo Longo (il dotto e be- 
nefico uomo che legò alla sua patria la sua preziosa Bi- 
blioteca) nelle addizioni all'opera storica del Maurolico, nel 
secolo XVIII, alto levava la voce , per esortare allo mi- 
tezza ed alla concordia gli scrittori siciliani! (3) 



(i) T. IV. p. II — Non così quando nel T. IV a p. 295, accen- 
nato lo spavento che apportò un'aurora boreale nel i737. 'il popolo ed 
anche al Parroco di S. Antonio, scrisse : uoìiio di gran dottrma , ma 
poco versato nella filosofia nattirale. . . 

(2) T. IV, p. 51. 

(31 Origine di quelle maledette gare municipali furono le opposi- 
zioni, cominciate a venir su nel 1433 (Presidente del Regno il D'A- 
smundo) alle antiche prerogative di Messina. D'allora in poi tal serie 
di conflitti ebbe luogo fra le due Città contendenti, che il discorrerne 
ancora sarebbe ad entrambi disgustoso. Oh se ne perda la memoria 
per sempre ! E invece sieno ricordate quelle parole che Felice Bisazza 
scriveva nel 1S36, in morte dell'insigne Giureconsulto Letterio Fenga: 

Qui (in Sicilia) concordi son l'alme ed i desiri: 
Qui un dolore o una gioja i petti inonda, 
Una preghiera in tutte labbra, un core. 
Una speranza ed una voce — Amore! 

(Componim. in morte di L. Fenga — Messina, Nobolo 1836, p. 40) 



- 178 — 

Vuol però giustizia che fra gli scrittori palermitani 
della seconda metà del secolo XVIII sia ricordato come 
equanime e giusto ed imparziale il Benedettino Evangelista 
Di Blasi, il quale candidamente scrivea che Palermo era 
rivale di Messina (1), che il Mongitore « essendo Paler- 
mitano, è sospetto quando scrive de' Messinesi (J) », perchè 
« quando parlava di Messina, abbastanza appalesava di 
avere, come suol dirsi, le traveggole agli occhi (3) » — Qual- 
che volta però il Di Blasi non risparmiò a Messina delle 
trafitture, anche in occasione di assai gravi calamità ; come 
quando parla della ribellione (sic) contro l' ingordo ed in- 
saziabile ed efferato spagnuolo e delle infami vendette da lui 
consumate nel ló7y e ch'esso Di Blasi chiamò mcrilido casti- 
go (4) e moìiuincnti della reità (5) dei Messinesi e trascrisse 
senza alcuna parola di compianto e di sdegno l'avventata 
ed oltraggiosa iscrizione latina posta a pie della statua 
equestre di Carlo II, il cui cavallo corvettante mostrava 
di voler calpestare coi piedi anteriori l'idra che stavagli 
sotto, allusiva alla Città ! (6). 

E si noti che quando il Di Blasi scrivea, Filippo V, 
tuttoché nipote a Carlo II, avea non solo richiamati gli 
esuli espulsi nel 1678, ma spontaneamente ordinato che fosse 
tolta l'iscrizione (con rescritto dato da Madrid il 2 Ott. 1"07) 
e levata l' idra, per non lasciare alla posterità nn neo che 
offuschi lo splendore delle sue glorie! (7). 



(i) Star. Cronol. dei \ icerè L. Ili, C. 9, p. 316 
(2j L. IV, C. 5, p. 134. 

(3) L. IV, C. 14, p. 325. 

(4) L. III, C. 35, p. 457- 

(5) L. Ili, C. 36, pag. 485. 

(6) L. e. p. 4Si. 

1,7) Gallo Ann. di Mess. T. IV, L. I, p. 39 Mess. 1875. 



- 179 - 

Dfl qual rescritto il Di Blasi non fé' paroki; e quando 
a p. 4S5 del citato Libro III scrive che « l'idra e la iscri- 
zione suddetta più. non si vedono » aggiunge queste pa- 
role: « non saprei dire se per avvedutezza di quei cittadini 
che le avessero di soppiatto levate ovvero per indulto reale, 
come lasciò scritto il P. Abb. D'Amico nella continuazione 
che te' alle Decadi del Fazelio ». 

Se dunque 1' Abb. Amico nel T. Ili iìx:\V Auctariìtiii ad 
res siculas p. 319 aveva detto il perchè della scomparsa 
dell'idra e della iscrizione, e il Di Blasi ne avea notizia, 
perchè non prestò fede all' Abb Amico ? 

Conchiudendo, diremo che di quel nioìiiiiiicììto della 
loro reità i Messinesi andranno sempre superbi dell'avere 
i generosi padri loro sofferta la miseria e la fame e lotta- 
to eroicamente contro l'infamia spagnuoìa e l'avere ve- 
duto perciò demolito il palazzo municipale e seminatovi 
del sale all'usanza barbarica e abolita la zecca e l'Univer- 
sità degli studj ov'crciìio i più eccellenti maestri dell' Euro- 
pa (1), dell'aver veduti finalmente confiscati i beni dei quali 
le primarie famiglie degli espulsi erano tanto doviziose ! ... 

Adunque di così gravi calamitai andranno sui)erbi, giova 
ripeterlo, non meno che di quelle sofferte nel 184S, quando 
la patria loro fu mezzo arsa dalle preponderanti forze na- 
poletane ed elvetiche; alle quali non fu dato di espugnar 
la città se non passando sopra i cadaveri dei generosi 
combattenti che potevan salvarsi, fuggendo, ma vollero 
tutti invece immolarsi alla santissima causa, perchè ai 
Messinesi la patria ìwìi e stata mai nome vano 2). 



(1) Di Blasi Op. cit. L. Ili, C. 36, fr. 463. 

(2) SciNÀ Elogio di F. Maurolico Palermo iSoS, p. 96. — E l'A- 
mari : « I Messinesi, eroica gente in tutti i tempi ». St. dei Musili, 
L. 2, C. 6. 



- 180 — 

E, quanto al Gallo^ sarebbe ingiustizia il non ricordare 
che il Gregorio medesimo, nel discorrere dei difetti degli 
storici nostri, in onore di ess;) Gallo notava: « Veramente 
i suoi AìiJiali di Messina mi hanno più frcque atemente ri- 
schiarata la costituzione politica di quella città che la no- 
bilissima Storia del Maurolico (1) ». 

Per ciò che spetta alla lingua adoperata dal Gallo non 
diciam nulla, perchè i nostri storici suppergiù avevan 
tutti del barbaro, non escluso l' infaticabile Villabianca, 
il quale nel lamentarsi della idiotaggine della dicitura 
altrui, non pensava che ben gli si poteva rispondere: Me- 
dice, cura te ipsitm ! (2). 

Dirò ancora di alcuni altri pregi che mi sembra scor- 
gere negli Annali del Nostro. 

Prima d'ogni altro, da notizie che posson parere inu- 
tili ed oziose, egli ci dà occasione di cavar giudizj per- 
fetti su tutta un'epoca : come, ad esempio, quando all'anno 
1497 narra che per la morte di Giovanni d'Aragona Prin- 
cipe di vSpagna (avvenuta in Salamanca) il Senato Messi- 
nese ordinò che « per nove giorni gli Artigiani chiuse 
tenessero le loro botteghe e per sei mesi nessuno rader si 
dovesse la barba o tosare i capelli ecc. (3) » Or chi non 
vede in queste notizie come a dire uno specchio del basso 



(i) Opere scelte — Pai. Garof. 1S45, p. io. — Leggiamo nell'o- 
pera di G. Bozzo te lodi dei pili ili. sicil. dei primi 45 anni det Sec. XIX 
(Pai. 1852, V. II, p. 26S) che il nostro insigne Monsignor Grano ap- 
prestava affettuoso all'immortale Gregorio i documenti della .Storia di 
Messina, quand'egli scriveva le sue Cunsid. allo SI. del Dritto Puhbt. 
Sicit. 

(2} V. la Sic. Noh. Introd. P. I, Palermo 1754, p. XVII. 

(3) T. II, L. VI, p. 413. — Prima di lui questa notizia era stata 
pubblicata dal Maurolico nel L. VI della sua Storia. 



— 181 — 

sentimento di soggezione che ai Re si aveva in quei tempi 
nei quali, come direbbe l'arpinate, il regio nome aveva un 
che di grande e di santo? (1). 

Frequenti sono quei tratti in cui dalla narrazione di 
cose topografiche l'A. fa scaturire sentimenti d' amor pa- 
trio e di pietà che proprio toccano il cuore. Così, quando, 
all'a. 1734, racconta che i Tedeschi abbandonarono il quar- 
tiere di Terranova. « lasciando dell' intutto desolato uno 
dei più belli quartieri della Città, dove altro non iscorge- 
vasi che tremende e miserabili macerie e ruine di case, di 
palagi, di monisteri e di chiese, dei quali al giorno d'oggi 
nemmeno se ne scorgono i vestigi, essendo che sino a' fon- 
damenti furono distrutti e discavati , per trasportare al- 
trove gli avanzi e le pietre », da uomo di cuore soggiunge: 
« Ed è ridotto oggi quel largo spazio una vaga e bellis- 
sima selva di pioppi e di olmi, con larghe strade di pas- 
seggio per delizia di quei cittadini, i quali ancor giovani 
d'età, non ricordandosi di ciò che era quel luogo, godono 
della presente bellezza; ma con amaro cordoglio di quei vec- 
chi che, rammemorandosi delle magnificenze che ivi vede- 
vansi, non lasciano di deplorare gì' im.m.ensi interessi e le 
perdite gravissime e considerabili per le quali restarono 
impoverite molte e molte famiglie, e talune ridotte a men- 
dicare ! (2; » 

E prima, narrando che per ordine del Generale Merci 
comandante delle armi tedesche, i soldati, usciti dalla città, 
si provvidero di legna da ardere col tagliare nelle vicine 
contrade del Dromo, Moselle e Santa Marta gli oliveti e 
gli altri alberi che servivano di nutrimento ai bachi da 



(i) Per la legge Manilla IX. 
(2) T. IV, L. IV, p. 262. 



— 182 - 

seta, avea scritto: « Universale fu il pianto, poscia che il 
danno fu comune. Molti cittadini che comodi de' loro ef- 
fetti si erano la sera ritirati senz'altro pensiero, all'appa- 
rir dell'alba si videro impoveriti, e molti di loro in pochi 
giorni finirono di vivere » (1). 

Talora , pigliando occasione dai fatti che narra , dà 
luogo a ben calzanti epifonemi che sono ammaestramenti 
a chi legge — Così, dopo aver narrato i felici effetti del- 
l'essersi mandati a trattare col Generale Merci due va- 
lenti concittadini, scrive: « Tanto importa nelle Repub- 
bliche che fossero (per sioio) i cittadini ben istrutti ed abili, 
acciò nelle contingenze dar potessero non solo consiglio, 
ma aiuto alla patria (2) ». 

È poi giudizioso ed accurato nel rappresentare il ca- 
rattere, l'indole, i costumi degli alti personaggi di cui gli 
occorre di far ricordo. E allora si fa leggere con assai 
gradimento: come , per esempio , quando scrive di Ferdi- 
nando il Cattolico nel L. VI, del T. II, p. 431 2 : 

« Principe invero savio, grave nei suoi discorsi, tem- 
perato nei suoi passi^ modesto nei suoi abiti, forte e fermo 
alle fatiche, inclinato ad intraprendere e capace ad ese- 
guire. Difese non solamente i suoi stati , ma li accrebbe, 
e benché in tutta la sua vita avesse le armi alla mano, 
mantenne in casa propria la pace, e portò sempre la guerra 
in quella dei suoi nemici. Ottenne molta parte delle sue 
conquiste più col negoziare che con la forza. Preveniva 
colla prudenza i buoni b i cattivi successi; e conduceva 
con segretezza a buon termine i suoi disegni, disordinando 
quelli degli altri Principi piii colla destrezza che col de- 



^r) L. Ili, p. i6S. 
(2) L. III. p. 162. 



naro. Era feroce di natura , ma Tacile a placarsi : la sua 
dolcezza non diminuì nei popoli il rispetto dovutogli , nò 
la gravità l'amore che se gli portava (1). Dilettavasi del 
giuoco dei dadi e della caccia; ne questi lo facevano meno 
assiduo negli affari e nei consigli — Scacciò egli i Mori ed 
Ebrei dai suoi Regni e tu protettore della Religione . , . 
Tante belle qualità furono adombrate da alcuni difetti che 
gli vengono dagli storici imputati (2) , come d' essere dif- 
fidente^ dissimulatore, ingrato ed avaro , ma quest' ultimo 
difficilmente può credersi, mercè che {per perocc/ic) appena 
dopo la sua morte tanto ritrovossi che bastasse per la 
spesa dei suoi funerali. La conquista di tre Regni, la sco- 
perta di un nuovo mondo, lo stabilimento della fede nel- 
l'Indie, l'estirpazione della Setta Maomettana e dell'Ebrai- 
smo dalle Spagne furono la gloria del suo Regno. Era egli 
ben fatto di corpo, di statura mezzana, d'aria nobile, forte 
nel maneggio delle armi, perito nel cavalcare. . . » — Que- 
sto giudizio è senza dubbio piia compiuto che non è nel 
Guicciardini. 

E quando riferisce atti di grande onestà compiuti da 
persone volgari, ti consola il cuore, mostrandoti che la 
coscienza non in tutti gli uomini è morta! Reco ad esem- 
pio l'azione del domestico della famiglia Cicala, che dopo 
24 anni del ritorno di essa in patria, disascose dalla fossa 
e consegnò ai padroni il vasellame d'argento che, nel la- 
sciar Messina, all'entrata degli Spagnuoli, quella famiglia 
aveva aflidato alla sua custodia (3). 



(i) Ebbe forse in mente quel luogo di Tacito (in Ag7-ic. IX): Ncc 
UH . . . a ut faci li ias auctoritaiem, aut severilas aiiioreiii deiiiinuit. 

(2) Era meglio dire che imputati gli vengono dagli storici. 

(3) T. IV, L. I, p. 17. 



— isi - 

Qualche volta, dovendo narrare che in occasione di 
un morbo inlettivo, si ricorse al solito espediente delle 
processioni, non sembra credibile ch'egli abbia, in quei 
tempi di popolare ignoranza e superstizione, avuto il co- 
raggio di scrivere ciò che segue: « Per quanto è cosa 
santa e giusta il far ricorso a Dio ed ai suoi santi, con 
preghiere e con pubbliche processioni, altrettanto è cosa 
giusta e prudente di servirci nel tempo stesso della pre- 
cauzione di non restare oppressi . . . Una fiducia che rende 
scioperato ed ozioso l'uomo non è speranza, ma presun- 
zione .. . Né intendiamo con ciò noi disapprovare l' uso 
piissimo delle processioni e delle preghiere istituite a tal 
fine dalla chiesa ; ma l'usarle senza nessun riserbo non 
rassembra ragionevole e giusto ; polche appunto sarebbe 
un pregar Dio a liberarci dalla morte nel tempo stesso che 
colle proprie mani ci accostiamo alle labbra il veleno (1) ». 

Molti non sapranno perdonare al nostro com'egli della 
terribil guerra civile dei AJalvis.si (Toróì) e dei Merli, scop- 
piata il 7 Luglio 1674 e duratn ben quattro anni, non abbia 
scritto che poche righe. E certo gli si sarebbe schiuso bel 
campo di esaltare le virtù cittadine che allora non furon 
poche ; di stampare un marchio d'infamia ai traditori della 
patria, venduti anima e corpo all'ingordo e feroce Spa- 
gnuolo; e bel campo altresì di far giustizia delle infami 
prepotenze da lui, dopo la vittoria, consumate a danno 
della infelice Messina! Ma convien riflettere che il vili- 
pendere i traditori gli avrebbe suscitato le ire dei non pochi 



(i) T. IV. L. V, p. 337. — Più tardi Evnng. Di Blasi nella S/o- 
ria Cro7i. T. II P. II, L III, C. 17 p. 107 scrivea : « Il ricorso al 
Supremo facitore delle cose ... è giusto e ragionevole ; ma può e 
devesi in colali occasioni farsi negli angoli delle proprie case , per 
iscansarsi il commercio cotanto pernicioso in simili occorrenze ». 



- 185 ^ 

discendenti di coloro che i tradimenti commisero — fra i 
quali ve n'erano potentissimi! E il nostro Gallo era d'in- 
dole così mite da dover rifuggire non che dai pericoli, dai 
contrasti (1). - Manco male che OH. Romano Colonna, 
testimonio di quei fatti, se ne fece narratore , con lo 
stil tronfio del tempo, sì. ma con l'animo ardente di amor 
di patria ! (2). Dissi teste che le virtù cittadine in quella 
guerra non furon poche. E a conferma del mio giudizio 
dirò che un egregio storico siciliano del secolo XIX, tut- 
toché abbia dato l'odioso nome di fellonia alla sollevazione 
di Messina contro la spagnuola tirannide, lealmente scri- 
vea : « I messinesi non lasciarono di operare eroicamente 
e dettero valide prove del loro grand' animo ... Di Mes- 
sina sempre con onore si ricorderà la costanza e 1' eroico 
procedere ». Alle quali parole io, messinese, aggiungo il 
grido che allora fu udito nel!' isola : Messina 

Vinta non cadde, no; cadde tradita! 

Consideriamo ora il Gallo come poeta. Uno dei suoi la- 
vori in versi fu pubblicato nel 1720 in onore della Impera- 
trice Eleonora, vedova di Leopoldo, morta in quell'anno (3). 



(i) Il figlio Andrea, in una sua cicalata del 1792 : 

Gli uoniin di Lettere per lor destino 
Sono pacifici , fuggon le brighe . . . 

(2) Dirò qui in nota che il Gallo vorrebbe lontanamente dare ad 
intendere che la cagion del silenzio da lui tenuto sia stata ben altra: 
quella cioè che si desume dalle seguenti parole scritte nel L. V del 
T. Ili (all'a. lóSj,-) : « Messina fu messa in tali angustie che mettono 
un Istorico in confusione, non sapendo se tacer debba o pur narrarle, 
dacché narrandole, non sarieno credute ». 

(3) T. IV, L. III, p. 170. 



Contava egli allora 23 anni, essendo nato, come diccmnio, 
nel 1697. 

E detto poi dallo Scinà che varj drammi per musica 
furon da lui messi a stampa (1); ma non ci tu mai dato di 
rinvenirne pur uno (2). E nel 1844 venne fuoii in Messina 
(per la tipografia Fiumara) una sua vivace traduzione (o 
meglio travestimento) in terza rima siciliana della Batra- 
coìnioiuiichia (3): e il suo cominciamento ò questo: 

All'armi, all'anni, tocca la campana, 

Pigghia un tamburu, o Musa, e sona sona 

Tubbacatubba, cu la janajana. 
Pindu è misu in scumpigghiu et elicona, 

Mentri mi vinni in testa di cantari 

St'aspra battagghia cu lampi e cu trona, 
Chi pri terra cci mossi ru e pri mari 

A li Butìfi li surici furfanti, 

Chi Giovi non ci potti riparar! ; 
Guerra cchiù atruci di chidda d'avanti, 

Quandu da Giovi 'ntrunati caderu, 

Comu ribelli,, l'orrendi giganti. 
Chista è 'na storia, vi dicu hi veru, 

Scritta in green sirmuni, e la raccunta 

Lu gran Pueta nominatu Omeru. 
Musa, a la pinna mia facci la punta, 

Dammi putiri, e mentri eh' iu ci pensu. 
Tu cu Iu sali toi facci la giunta (4). 



(i) Prosp. della SI. Lelt. di Sic. del Secolo XVIII, V. II, Pai. 1S25. 
p. 196. 

(2) Il Canonico Francesco Serio e Mongitore, nelle Addizioni MS 
alla Biblioteca Sicula del Mongitore, ne reca i titoli : La Zenobia, i'j2'j\ 
l'Aurora del sole divino, 1728; Tobia, 1729; Giuda Macabeo 1729. 

(3) Noi ne possediamo 1' autografo, legato insieme a quello delle 
Metamorfosi. 

(4) Del sale dei poeti siciliani Cajo Domenico scrisse altrove : 

A paraguni di 1' otri cchiù vali 
Di chiddi di Sigilla lu sali 

{Metamorfosi C. V, st. 150) 



— 187 ^ 

Finalmente, un assai vivace componimento ditirambico 
fu da me nel 1865 pubblicato nella Sicilia di Palermo (A. 
1, N. 9 — 15 maggio) con lettera all'Amico Prof. Vincenzo 
di Giovanni, di sempre cara memoria. — Esso comincia 



cosi : 



Ole Ole Ole 

Megghiii vinii chi Cafè ! 

Baccu sulu è In ristori! 

Di \v. stomacu assitatu. 

Lu Cafè è disiata 

Da lu Tiircu, Araba e Moni. 

Ma li boni ItalVani 

E li nostri paisani 

Vonnu vinii di lu Faru. 

Non è veru, su Nutaru? 

Ma è cchiù duci, s'è d'Ali.^ 

Sav' a tia, non è ccussì ? 

Dimmi sì, chi cosa e' è ? 

Ole, Ole, Ole 

Megghiu vinu chi Cafè ! 



E chiude nel modo seguente 

Dunca cantamu 
Di lu Din Baccu 
Li gran virtuti, 
Chi sunnu a saccu. 
L' ArcilTuti, 
Li Viulini 
Li ribbicchini 
Mi fannu smaccu. 
Cantati tutti 
Ntra la cucina 
Di la racina 
Lu fruttu duci. 
Chi d' ogni cocciu 
Manda un rubbinu 
Chinu di vinu 
Arci divinu 
E a lu spirnocciu 
Di la gran butti 
Curritì tutti. 



- 188 - 

Vaja a maUira 

Cui dall' Arabia 

Purtò la rabbia 

Di hi Cafè, 

Ch' è un friittu amaru. 

Non è lu veru, 

Signur Nutaru ? 

Non è cussi ? 

Dicìti sì. 

Chi cosa c'è? 

Gridati : ole ! 

Viva lu vinu 

No lu Cafè ! 

" Nel dar fuori la Batracoiiiioìiìacìiia, i' editore aveva 
chiuso la breve prefazione a cìii Icgi^c , con le parole se- 
guenti: « qualora sarù accolta con favore dal pubblico il- 
luminato, pubblicheremo ancora le Metaiiwyfosi che pos- 
sonsi chiamare opera classica ». Ma la pubblicazione non 
ebbe effetto. 

M inedita si restò lia piìi importante delle sue opere (1), 
della quale l'insigne Abate Scinà, nel quinto lustro del se- 
colo decorso, scriveva così : « Si trovano presso gli eredi 
le Metamorfosi d' Ovidio, da lui tradotte in ottava rima si- 
ciliana con facilità e lepidezza non comune ; giacché gli 
ameni studi e segnatamente la poesia siciliana formavano 
la sua ricreazione e il suo sollievo (2) ». 

Or questa assai pregevole opera di cui non esiste che 



(i) E rimase anche inedita la Storia della Sacra Genesi di cui 
diremo qualche parola più avanti. 

(2) Op. e 1. cit. — E infatti altri versi ridevo)! abbiam di lui in 
una sua Cicalata pel Carnevale del 1759, dal titolo la frittala. E negli 
ultimi anni scrisse e poi ricopiò in un volumetto buon numero di 
Canzoni Sacre e Canzoni Morali, che posseduto da me. 



- 189 — 

unico esemplare autografo (1) posseduto da me (che ne 
feci acquisto nel 1S63) non è una traduzione, ma un tra- 
vestimento del genere a cui appartengono la ben nota E- 
ncide del Lalli, V Iliade giocosa di Francesco Loredano (2) 
e r Odissea di Mons. Bali Gregorio Redi (3) ; lavori pic- 
canti anch'essi di molta arguzia e lepore. Ma in quello del 
messinese c'è assai piia libertà nel dipartirsi dal testo per 
dar luogo a digressioni ed accenni, qualche volta, dicia- 
molo pure, scurrili. 

L'opera fu cominciata nel 1763 e compiuta nel 1765 (,4), 
140 anni or sono. E chi pon mente ai tanti e tanti peri- 
coli che ha corsi, in Messina dapprima per le tante vicen- 
de, fra cui le pubbliche sventure di guerre, di tremuoti^ 
d'incendi e di cholera e poi nelle tante mie peregrinazioni 
dal 1877 al 1903 (nel qual tempo tenni il governo degli 



(i) È di carattere stampatello e contiene in ciascuna pagina, a 
due colonne, dieci stanze ben compatte. Al volume sono poi annesse 
delle incisioni (due delle quali di pitture del bolognese Domenico 
Zampieri) e disegni ad acquerello assai ben fatti , lavoro di Andrea, 
che aveva molta bravura anche nel disegno, come prova un fascicolo 
di figure di cui, in una agli altri suoi manoscritti, sono io possessore. 
Seguono poi aS stanze autografe di Andrea, che le avea scritto a 
Napoli nel 17S6 ; e dopo, l'indice del Poema, un breve Dizionario 
Siciliano e alcuni Motti propri del dialetto, con la loro spiegazione. 

(2) La pubblicò in Venezia il Guerigli nel 1653; ma non va oltre 
il L. VI. 

(3) Fu stampata in due volumi a Torino nel 1790. 

(4) All'inizio di quest'anno cominciò il C. XIII nel modo seguente : 

Bon capu d'annu e bon capu di misi, 
Ora chi semu giunti all'annu novu. 
Dui anni arredi a scriviri mi misi, 
E fìnu ad ora chi battu stu chiovu.... 

(E fìn'oggi son qui a batter questo chiodo). 



-^ 190 - 

studj in molte Provincie), non può non crederla scampata 
quasi per miracolo a' testé accennati pericoli. 

Io infatti mi tengo a gran ventura che l'opera enco- 
miata dallo Scinà, cosi difficile e sobrio nel lodare, non 
sia in così lungo ordine d'anni ita in sinistro e tutt' ora 
sussista, per unirsi un giorno all'altro i\I. S. in folio del 
medesimo Gallo, dal titolo: Storia della Sacra Genesi , 
secondo il senso obvio e letterale della medesima ed esposi- 
zione delti SS. PP. Dottori ed interpreti , colla giunta di 
varie erudisioni, posseduto dal Civico Museo. 

E se oggi di quella ignota opera delle Metamorfosi io 
per la prima volta discorro, son sicuro di far cosa gradita 
a' miei concittadini, trattandosi di un lavoro geniale di un 
uomo che mente e cuore consacrò sempre alla diletta sua 
patria, la quale, in quei tempi di controversie, a lui faceva 
ricorso per le necessarie oppugnazioni e difese (1). 

E pria d'ogni altra cosa dirò che io credo abbia molto 
influito sul Gallo, a fargli comporre un lavoro giocoso, 
oltre alla sua naturale inclinazione al comico, la lettura 
che far dovette del poema La Fata Galanti ù\ Giovanni 
Meli, che, giovane ancora, smesso di scriver l' Italiano, lo 
pubblicò nel 1759 e poi lo ripubblicò nel 1761, per gli alti 
incoraggiamenti che si ebbe dal Principe di Campofranco 
e dal Cassinese Gioacchino Monroy. Ma il povero Gallo 
non si ebbe incoraggiamenti da Principe alcuno, né da al- 
cun Cassinese ! Onde il Meli potè levarsi ad alto volo : e il 
povero Gallo morì senza aver potuto dare alle stampe l'o- 



(i) Fra gli autografi da me raccolti con lungo studio e grande 
amore , un altro ce n' ho di Cajo Domenico , intitolato : Allegazio7te 
dei Vescovi di Catania e Cefalh contro il R. Fisco per la franchi- 
gia delle Dogane dei Messinesi con le risposte di C. D. G. . . . 



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- 191 - 

pera a cui aveva consacrato per ben tre anni se stesso ! 
Son questi i continui giuochi della fortuna, giuochi inso- 
lenti, come chiamavali Orazio! (l). 

Il lavoro impreso dal Gallo era ben arduo : ed egli 
non se ne dissimulava le difficoltà. E infatti nella terza 
strofa dichiarava non essere iinprisa di pocu nuiinentit ; q 
soggiun'oeva: 



III scrivirogghiii addunca lenta lentii, 
E conni m'ò dittata ti la ciintii. 
E sti 'mbrogghi stupendi ti 'mpistarrhiii, 
Fri dari spasso a cchiù d'un barbalacchiu. 



In esso poema la parte predominante è la nota comica 
adoperata e per giuoco innocente o per burlevole frizzo o 
per far risaltare, con opportune digressioni, delle morali 
verità o per dar luogo ad utili avvisi, dettati dalla matura 
esperienza. 

Ne recherò alcuni tratti : 

Scherzi iuuoccnti 

{Dal C. I, st. I/o e lu). 

D' alkira in poi tutti li Poeti 
E chiddi chi sapianu cantari, 
Scrivendu in lodi sì cuntenti e leti 
S'andavanu in Parnassu a curunari : 



(i) Così l'autore di queste pagine, che ha pronti per la stampa, 
da ialiti anni, tanti suoi volumi, fra cui la versione illustrata dei cin- 
que libri lirici d'Orazio, andrà a babboriveggioli senza aver potuto pub- 
blicare tante carte per le quali ha sudato da tanti anni ! 



— 102 — 

Ora non s' usa cchiù, stativi cheti, 
Ciii s'usa pri li cosi di mangiari, 
Nò servi chiù pri chidcki chi sirvia 
Lu laura, tna pri signu all'osteria (l ). 

Ora servi pri arrustiri 1' Anghiddi, 
E di li Porci grossi ficateddi ; 
Mutnru li stasciuni né su chiddi, 
E li Poeti affritti e puvireddi 
Morti di fami guardano li stiddi, 
E curunati vannu di piseddi, 
U' amenta, putrusinu e majurana, 
E tocca 'nterra e vidi si ce' è lana (21 

[Dal Canto slesso, 131 e 132) 

O figghia, dissi, e comu fu st' amara 
Casu, quand' iu accasari ti vulia 
Cu qualchi gran Signuri ? Ora vutaru 
Tutti li cosi di la casa mia (3,1, 
Chi sarrà un Toru lu tò spusu caru ; 
E tutti l'autri di la me inia, 
Li Figghi, li Niputi e Proniputi, 
Sarannu razza di becchi curnuti! 



(0 E mentre il Gallo (nel 1763;) scriveva i sopra citati versi forse 
il Parini potrà avere scritto la breve Novella il lauro, il cui prin- 
cipio è questo : 

Apollo passeggiò 

ler 1' altro per la via ; 

E il suo lauro mirò 

Appeso per insegna all' osteria. 

(2) Il Pasqualino e il Mortillaro non l'hanno. — È frequente in 
Messina nel popolo come chiusa d' un discorso. 

(3) Si notino le paronomasie : casu, accasavi, cosi, casa. — Cosi 
nel Pulci {Morg. Magg.). 

Lu casa cosa parea bretta e brutta 
Vinta dal vento ecc 



-- 193 — 

Ccussi dicendii, si carda la facci, 
E si metti li mani a li capiddi, 
E di la tigna si sciuppa (i) li tacci, 
E mbofli si nni duna a niiddi a middi, 
A pilli a pilli sciuppa li mustacci, 
Manjandu buci pri fin' a li stiddi. 
L'affritta figghia lu stava a giiardari, 
Muggìa ogni tantii, in locu di parrari. 

Quanto dicono specialmente questi ultimi due versi ! 
Chi legge crede già d'esser presente alla scena dolorosa! 

(Dal Canto II, gì — Giunone assale Callisto) 

Di ddà susu scindili cu 'na gran fretta, 
Arrabbiata comu fussi un cani, 
E pri la prescia (2) misi la faddetta 
Avant' arredi, né ugnanti a li mani 
Si pighiù ; e poi ch'appi la bavetta (3), 
Ch'era in campagna da certi viddani, 
Truvò a Calistu e nsubitu l'afferra. 
Non ti moviri, dissi, cani perra (4). 



(i) Estirpa, sradica, dallo spagnuolo descepar. 

(2) Dallo spagnuolo priesa. 

(3) Bavetta per notizia segreta di checchessia non e' è nei Dizio- 
nari del Pasqualino e del Mortillaro. 

(4) Questa espressione, adoperata anche in altri due luoghi delle 
Metaniorfo'^i ,C. VI, 146; Vili, 92) ci può servire di chiave a com- 
prendere il significato della voce ferracani o perracani con la quale 
i Guelfi (per testimonianza di Saba Malaspinaj erano ingiuriati in Si- 
cilia, e ch'era divenuta così ignominiosa da spingere il Parlamento 
Siciliano, sotto Federico II d'Aragona, a sancir delle pene a chi d'al- 
lora in poi l'avesse pronunciata (V. Cap. V Reg. Frider. de non va- 
cando aliqueni ferracano vel guelfo). 

La detta parola dall'Amari, nella Guerra del Vespro Siciliano 
(C. Ili Fir. 1S.S6, p. 46) fu detta d' origine oscura. Ma se l'Amari 
avesse posto mente che perro in ispagnuolo denota cane, avrebbe \\\ per- 
ra cani potuto riconoscere un composto di due voci, l'una spagnuola, 
r altra siciliana, entrambi indicanti lo stesso animale, quasi per dire due 



— 194 - 

{Dal Canto V, st. 71): 

O Musa, chi cantasti sta canzuna, 
Dammi, ti prejii, di lu tò divini] 
Ajiitu ; e si mi dici ad una ad una 
Quantu dicisti, stu ciascu di vinu 
Io ti rigahi ; tu accetta e pirduna, 
E veni a 'nfurgicarmi stu latinu ; 



volte cagna, vera cagna (*). Cosi Mongibello . denota con voci di due 
lingue monte; e Lingnaglossa è il nome del Comune 

Cile due volte da lingua il nome prende (-) 

L' anzidetto vocabolo fu anche adoperato dal Meli nella Paia Ga- 
lanti ; in senso di scellerato e crudele. 

Era sta cumpagnia di malandrini 

Di cincucentu in circa 

Ognunu veru ladru e caniperru, 

E in questo medesimo senso troviamo canipcrra (perra, come 
vedemmo, in ispagnuolo è cagna) in un canto popolare messinese pub- 
blicato prima dal Vgo e poi tradotto da me : 

Ccussì fici cu mia sta cani perra. 
Ch'ora mi strudi cu pena e duluri .;■'). 

E cagna. (axiXÀaì troviamo nel senso medesimo in un Canto po- 
polare greco ; e nei Canti Illirici della raccolta del Tommaseo (p. 47 
e 222) leggiamo : Mi tradisce la cagna di Vidòsara — O cagna, e no 
figlia mia, con Ini ti sei, cagna., indettata. 

E così in un canto Vicentino (Pasqualigo Napoli 1SS6): 

Così le fa ste cagne traditore. 

Ora la vDce canipcrra, (femminile^ in Sicilia non si ode, fuorché 
in Messina, ove si suol dire: Ma chista è 'na cani perra! 

Perchè poi siasi da psrracani fatto canipcrra congetturo sia stato 
per non incorrere nella pena comminata dal Parlamento Siciliano a 
chi avesse proferita quella parola. 

(') Trovo con piacere, dopo molti anni , nel Dizionario Siciliano 
del Pasqualino una conferma alla mia induzione. Son queste le sue pa- 
role : « Caìii perru, dicesi ad uomo e per lo più a fanciulli, e vale 
cane cane, lo stesso che perracanvm o ferracannm, come si legge nei 
capitoli del regno sotto Federico III « ut verno unquam vocet aliqnein 
injuriose ferracanum {che dopo emendato si legge) perracanum Dallo 
spagnuolo perro, cane ». 

I'-) L. ]^izio-Bruno. 1 risii Sorrisi Caltan. 18S3, p. 76. 

(•') V. i miei Canti del Pop. Sic. posti in versi ital. ed illustrati — 
Mess. 1867, p. 50. 



— 195 - 

Pigghiati la firrizza (ile cu mia sedi, 
E alleggili alleggili sciùsciami d'arr^-di (2). 



{Dal Canto A', si. S e g — poste in bocca ad Orfeo). 

Gianna, Giannedda (3) di lu Pipiritu. 
Chi fusti da la serpi muzzicata, 
Ti manda salutandu tò maritu, 
Chi tantu tempu t'avi ricircata ; 
Si Diu Plutuni cu P onendu spitu, 
In qualchi agnuni t' avissi lucata, 
Dimmilki; niovirà lu min duluri 
St' orrida Diu a farmi stu favuri. 



Chi apposta su vinutu a stu paisi, 
Né vinni forsi ccà pri stari a spassu, 
Né pri vidiri sti facci di 'mpisi 
Di st' umbri spavintusi pr' undi passu ; 
Né cu smargiazzaria, pri fari 'mprisi 
Coni' Erculi ; e memoria mi lassù 4), 
Ch' arrubai lu gran cani cu tri bucchi, 
O ch'andai a caccia pri ammazzari cucchi. 



(i) Il Mortillaro 1" ha maschile. Significa : l'arnese fatto di gambi 
secche di ferula, congiunti con vermene di vinchi, di sei facce qua- 
drate, alla misura sufficiente per potervi sedere che si usa da' poveri 
villici, o da altra gente dell'infima minutaglia. Un proverbio siciliano 
ha : Cici va a la zito, senza nvitalu pìgghia nn firrizzu e si assetta di 
lata. Il Meli nella Fata Galanti (C. I, 2) dice alla Musa: Pigghia nn 
firrizxu e sedi a lu me' cantu. 

(2) Significa ciò che nel!' italiano : soffiai- negli orecchi. 

(3) Giovanna Giovannella ; ma, come è noto lippis et tonsoribus, 
chìamavasi Euridice. 

(4) Mi lassù in Messina denota a lasciare o per lasciare. 



— 196 — 

{Dal Canio Vili, si. ^j e 4g ~ ove si uarra di Dedalo e Icaro, vo- 
lali li pel cielo): 

Li piscaluri dinlra li barcliitti, 
Crittiru chi passava un nuvulatii, 
Di testa cci cadérli li birritti, 
Guardandii ognunii ristava mbasatu. 
Ogni pasturi ancora, chi li vitti, 
Lassaru andari li boi e 1' aratu, 
E rimirandu tutti ddi grand' ali, 
Dicia : chi sorti è chistu d' animali ? 



Ma certu amicu miu eh' è cacciaturi, 
Allura quandu li vitti passari, 
Pirchì valenti e fa lu beli' umuri, 
Cu la balestra cci vosi sparari ; 
Ma pirchì non nzirtò, cci fu un pasturi 
Chi dissi: e ch'era corpu di sgarrari ? (i) 
L' inibuccamuschi tutti li fracassa 
E poi non nzerta n'aceddu chi passa? 

E tutto questo il Gallo trasse da quelle poche parole 
di Ovidio : qualche pescatore e cinalchc nuuidriaiio, stupiti, 
li credettero Numi ! 

Or questa parte burlevole del lavoro del Nostro entra 
pur là dove meno ti aspetteresti, dove cioè si narran cose 
afflittive. Così, ad esempio, nella descrizione d' una tem- 
pesta minacciante la morte, il Gallo vien fuori con una 
scena che ti suscita il riso. 



(i) Sgarro,ri, prendere errore, abbaglio. Presso gli Spagnuoli des- 
garilar vale : traviare , e per metafora uscir di proposito. — Da che 
il Menzini e il Salvini nei loro scritti l'adoperarono, sgarrare è di- 
venuto italiano. 



- ]97 - 

(C AV, sL i25-\: 

Pri alliggiriri la navi a ddu stanti 
Ordinava chi fussi di misteri 
Chi si ittassi ogni cosa pisanti, 
Pri rendirsi chiù agili e leggeri. 
V\\ marinaru, tocca di furfanti, 
Tuffiti, ittò a mari a so muggheri, 
E un Parrinu sarvossi lu lunaria 
Ed a mari ittò la Breviariu. 



E COSÌ altrove 



(C. V. st. 16): 



Perseu cu gran valuri l'assaltau, 
E mittendasi in pianta cu distrizza, 
Ci liei finta e poi cci quartiau, 
E la spatazza a li scianchi cci drizza. 
Unu e poi r otra quattru ndi nfilaa, 
Comu quattru caddozza di sosizza. 
Di forma tali, si cci mittia laura 
E l'arrustìa, sintivi lu sciauru. 

Certo quest'ultima ottava non cede a verun'altra delle 
più vivaci ed argute che leggansi nel Morgaìitc Mdggiore 
del Pulci o in alcun altro dei poemi cavallereschi che vanta 
la poesia italiana. 

Frizzi btirleroli 

{Dal Canto II, sf. 140): 

Tu (medico I sarai vincituri di la Morti, 
Ch'ogni malata, pri lu tò sapiri, 
A li tò mani, pri so bona sorti, 
ÌSIentri chi campa, nun parrà nuiriri. 

Ov'ò a notare che la forza del frizzo sta nell'essere 
collocato a fine dell' ultimo verso, e preceduto dal comple- 
mento mentri cìii canipa, limitante il significato dei ;///// 
putrii mariri ! 



— 198 — 

L'altra nota prediletta airautore, nell'opera di cui par- 
liamo, sta nei ricordi che han per obietto Messina, l'amata 
sua patria, V aiilicn Zciiicla, la città fannisn (l), Citali il- 
lustri, grandi e niaistttsa (2', Città china d'Eroi, Risa J a- 
fìiiisa pi li gesta soi {3\ Città che nel solo Canto XIV, in 
gran parte consacrato alle antiche tradizioni di essa, è ri- 
cordata ben undici volte. 

E questi ricordi cominciano appena dopo la proposi- 
zione del poema, nella stanza seguente : 

O Musa, tu chi dintra li Miisedda {4; 
'Mbiviri l'ortu (5) di In gran Parnasii, 
E di sipala cogghi li muredda (6;, 
Lii pifarii sunannu cu lu nasu, 
Si di citrola (7) mi duni n'affedda (S) 
E 'mbiviri mi lassi a lu tò vasu 
Di l'acqua purtintusa di la Sena (9), 
Aggiungirai a sii versi forza e lena. 



(i) C. XIII, 160. 

(2) C. XV, 52. 

(3) Canto ultimo, penult. strofa. 

(4) Secondo il Maurolico (Sica//. Rer. Coìiip. L. IV), Moselle de- 
rivò da JMose, cimitero degli Ebrei : donde poi il titolo di 6". Maria 
de Blosellis alla chiesa che nel secolo XVIII fu distrutta, allorché venne 
demolito il gran quartiere di Terranova, che « conteneva una intiera 
Parrocchia di giro un miglio e mezzo di quadro, nel piìi bel sito della 
Città, popolatissimo e copioso di bellissimi Palazzi, Chiese, conventi e 
Monasteri ». Gallo Appar. agli Ann. p. 93, Mess. 1756. 

(5) Quella parte è tutta una continuazione d'ortaggi. 

(6) I frutti del Rubns Caesiiis del quale quelle siepi son circondate. 

(7) In quegli orti fanno anche i cetriuoli. 

(8) Affedda e ffedda l'italiano /^//(r. 

(9) Se7ia o Senta (dall'Arabo as-senya, ruota idraulica\ nota 
macchina per tirar su l'acqua da irrigare e che italianamente si dice 
Bindolo, 



I 



— 199 — 

E continuano pcM* tutto il corso dell' opera ; come a 
dire : /// borgn di' Saddcii (eh' è la parte della Città verso 
tramontana) (1); la gran fontana del Nettuno di Giovanni 
Angelo Montorsoli, 

Undi cci vaiinu pri tutta la stati 
Monaci e Preti pri stari assittati 

(C. V, 1C31; 

e il Faro e i suoi due laghi ricchi di chiocciole, le famose 
Pcloridi di Lucilio e di Orazio; e la contrada di Terranova 
e la Croce rossa in campo d' oro che la tradizione, origi- 
nata da un racconto contenuto in un MS intitolato -pis^^; 
Tov ^aaiXsov, vuole data da Arcadio alla Città di Messina ; e 
l'antica frase Messinese rislari Giiiraln in birritta ; e la 
campana del castello di Matagrifonc (2) Rocca Guclfonia, 
la quale dava il segno degl' incendj (cosa da lui già detta 
neir Apparato a p. 269) ; 1' Abbadia di S. Maria di Rocca- 
madore (3), che fu il luogo nei cui pressi nel 1282 si ac- 
campò l'Angioino e nel 1848 fecer sosta le truppe del Fi- 
langieri, per r assedio di Messina, due volte nelle storie 
famoso. 

Né lascia in dimenticanza il tempio di Nettuno, che 
sorgeva in uno dei laghi del Teloro; né la Fata Morgana; nò 
la tradizione della gita dei Messinesi in Calabria, per ispin- 
gere il Conte Ruggieri a scacciare dalla Sicilia i Saraceni 



Ci) La pieve di S. Leone nel 1644 contava 17,000 anime. 

(2) Ch'egli chiama Mairaffimi (C. II, 38). 

(3) « Quattro miglia discosto da Messina nella contrada di Tre- 
mestieri si vede il sontuoso Monastero e Tempio dei Monaci Cistcr- 
ciensi sotto il titolo della Madonna di Roccnmatore » Samp. Icoiiol. 
L. ir, C. XXVII, 



— 200 — 

(tradizione sulla quale parole non ci appnlcró)\ nò la guerra 
dei Merli e Malvizsi sì fatale e al tempo stesso sì gloriosa 
a Messina! Né la Scala fraudi; nò la Depitlazioue della 
Illuminazione Pubblica; ne il m.otto dell'Accademia dei Pe- 
ricolanti {\)\ né la peste di Messina (da lui sostituita a 
quella di Egina), che nel 1743 rapì alla Città 28,841 abi- 
tanti ed ai villaggi 14,561; in tutto 43,402, secondo il P. 
Diego Saverio Piccolo ; ma, secondo il Gallo, che pur la 
descrisse nel L. V degli Annali, 62,458 (2). Della qual peste 
di cui noi non laremo regalo, come taceva Orazio (3), ai 
Persi ed ai Britanni né a verun altro popolo della terra), 
parlando uno storico siciliano, ebbe la poco felice idea di 
scriver così: « Nuova Gerusalemme parve Messina essere 
incorsa nell' ira del Signore e divenuta ludibrio e scherno 
di lui ». Io non so che il Signore schernisca, quantunque i 
profeti nel mistico lor linguaggio lo dicano.... Ma so che 
nelle citate parole non è carità fraterna ! Ne queste parole 
furono scritte nell' infelice secolo XVIII ; ma {con sospir 
Vìi rimembra !) nella prim.a metà del secolo XIX ! 



Ci) Ed altra volta ricorda che, mentre 

Nell'Accademia, allura ragunati, 
Li festi Baccannali cilibrandii, 
Stavanu li cchiù dotti e li magnati 

Fiijeru tutti quanti spavintati, 

Pirchì lu solu e li mura, trimandu, 

Davanu scossi tirribili e forti, 

E a ogn'unu amminazzavanu la morti 

(C. VII, 113). 

(2) Invece il Munter nel suo Viaggio in Sicilia esagera questo 
numero a 70,000 ! 

(3) Ode 21 del L. I* 



- ^01 - 

Qual meraviglia se nel 1743 « taluni in quella funesta 
occasione aveano avuto la tracotanza di asserire in l'accia 
ai Messinesi, allora oppressi dal loro malore, essere stata 
la peste un castigo inviato da Dio? » (1). 

Ora recherò un saggio della descrizione di quella ter- 
ribile pestilenza, perche sempre più rilevar si possa la 
bravura del Nostro nel dar vita alle scene che il Sulmo- 
nese dipinse nella gran tela del suo poema : 



Cci foru genti chi stettiru chiusi, 
Cridendu di scappari (2) stu distimi, 
Ma la cchiìi parti ristarti delusi (3), 
Chi lu putenti fururi divinu 
Trasiu pi li finestri e li cunfusi, 
Appuntu coma trasi 'n assassina, 
Undi fujendu fora a la campagna, 
La Morti l'assicuta e l'accunipagna 

(C. VII, 125). 



Mentri chi allura non ebbi riguarda 
A Cavaleri, nobili, o mastranza, 
M'a tutti uguali tirava la dardu, 
Firendu pura ca samma baldanza ; 
Vecchia cadenti o giavini gagliarda, 
Sia pri li strati o dintra di la stanza, 
Siana dattari, siana ignaranti. 
La morti era la stissa a tutti quanti (126). 



(r) Ann. T. IV, p. 318. 

(2) Quantunqae scappari sia intransitivo, qui è adoperato transi- 
tivamente, come se si dicesse : fuggire il destino. 

(3) Veramente non è vocabolo del dialetto iche sarebbe 'nganuaii), 
ma è il delusi italiano. 



^ ^02 - 

Si da lu morbi! si fiissi guardati! 

Chiusi! corch'unu, tnancandu lu vittu, 

Pri la fami e la siti, svinturatu, 

A nesciri di casa era cuslrittu ; 

O puru chiusu dintra ed afiamatu 

Da tutti abbandunatu e derelittu, 

Senza d'aiulu e senza di cunortu, 

Pri siti e fami, ndi rislava mortu i 127). 

Quanti ricursi si fìciru a Giovi ! 
Quanti prieri a li gran Dei Penati ! 
Ma Giovi è siirdu, e nenti si oommovi, 
E r autri Dei non d'annu cchiù pietati ; 
Et a dilluviu la disgra^cia chiovi. 
Chi ghinchi di cadaviri li strati, 
Ntrà vivu e niortu non cc'è cui mi cangi (i), 
Mentri cu è vivu, pri mortu si chiangi 112S). 



Coniu quandu a lu boscu si matura 

La ghianda, e casca in terra strascinata, 
O comu quandu dinti'a 'na chianura 
Si vidi granu o fava siminata , 
Chi da prittuttu surgi la virdui'a , 
Né e' esti unni ittari 'na pidata; 
Ccussì cui caminava o avanti o arredi, 
Mittia supi'a li morti li so pedi (130'. (2) 



(i) Non e' è cui tu possa cangiare, cioè prendere a scelta. 
(2) Delle cose dette nella strofa sopraccitata ecco ciò che si con- 
tiene d' Ovidio : 

A me d' intorno, 

Dove che mi volgessi, il popol mio 
Era sternito, come son le guaste 
Mele, piovute giù da' rami scossi 
O le ghiande dall'albero abbacchiate. 

(Vers. del Byaìnbìlla). 



- 203 - 

Or tutto questo non è tradurre ; ma (og-jrjare di sana 
pianta, gareggiando con 1' autore. E nei citati versi, qu^uiia 
fluidità e quanta vivacità e snellezza e vigoria! E quei due 
ultimi versi : 

Ccussì cui caminava o avanti o arredi 
Mittia siipra li morti li so pedi 

non sono proprio una scultura michelangiolesca? 

E così è una pittura fiamminga la strofa seguente , i 
cui versi ha.no tutta l'agilità eh' è propria del razzo nel 
sollevarsi ; e il primo e l'ultimo, coli' accento sulla settima, 
sono di fattura assai bella : 

Si mai vidisti sparari 'ntra 1' aria 
Dii surfaloru (r) cu la longa canna, 
Da nui chiamatu surfaloru all' aria , 
Chi ndi pari 'na stidda e 1' occhiu nganna, 
Da poi chi acchiana fa 'na cosa svaria (2j, 
Pirchì, sparandu, cu lu fumu appanna 
L'aria d'attornu e pòi li spisiddi (3") 
Vannu cadendo e cci parinu stiddi : 

(L. II, \8) 

la quale similitudine non è certamente in Ovidio, a cui il 
Nostro liberamente aggiunse e levò secondo gli parve, 
facendo così delle Mclamorfosi (ora è tempo di dirlo) un'o- 
pera originale , anziché una vera e propria traduzione. 



(i) Voce onomatopeica , significante razzo. Manca nel Pasqualino 
e nel Mortillaro. 

(2) Cosa svaria per bizzarra, fantastica, attraente non l'ha uè il 
Pasqualino, né il Mortillaro. 

(3j In altri luoghi di Sicilia faiddi, scintille, faville. 



... 204 ^ 

Così nel Canto IX la lunga digressione intorno airincestuoso 
amore di Bibli i"u dal Gallo saltata a piò pari, pel motivo 
significato nella stanza 109, ch'è questa : 

Lassù chi Ovidiu lu dica in latinu, 

Chi non si sentì ccussì a manu a matìu (i) 

E carchi testa, ch'è testa di vinu 

T,u po' spiegari cu stili prufanu, 

Chi n'è frumentu pri iu me' mulina 

Cantarivillu cca 'n sigili'anu. 

Sulu dirogghiu di Bibli 'nfilici 

Miseramenti lu lini chi fici. 

E per lo contrario nel C. X dai pi imi 74 versi di Ovidio 
il Nostro, con la sua fantasia, cavar seppe ben ventiquat- 
tro argute ed agili strofe, che io sarei ben lieto di trascri- 
vere, se la via lunga non mi sospingesse. 

Del pari dai poclii versi del testo (al L. Ili) che Giu- 
seppe Brambilla tradusse egregiamente così : 

Dai suoi compagni 

Disgiunto a caso il giovinetto (Narciso) esclama: 

C'è alcuno ? ed Eco gli risponde : Alcuno. 

Egli stupisce; d'ogni intorno gira 

Gli occhi, poi grida a piena gola : Vieni ; 

E quella chiama il chiamator. Di nuovo 

Qua e là si volge e guata ; e non vedendo 

Persona viva ancor : Perchè mi fuggì ? 

Disse; ed i detti replicar s'intese. 

Al pie dà sosta, e della doppia imago 

Vocal deluso : In questo loco uniamci, 

Grida, e la Ninfa, che più dolce invito 

Non aspettava, gli rispose : Uniamci. , . . 



(i) Cioè : con parole che non si comprendono facilmente, da tutti. 



- 205 — 

il Galli cava le tre seguenti strofe, in cui le ripercussioni 
dell'Eco son rese con assai più di energia, come può rile- 
vare chi non sia del tutto insensibile alle finezze del- 
l' arte : 

Narcissu, chi l'aniici avia pirdiitii, 

Andandii a caccia dintra la campagna, 
Ohe non ce' è nuddii ? dissi, e rispundutii 
Cci vinni : Nuddii, cu na vuoi magna. 
A sta cosa lu giuvini allucciitii 
Risto, guardandu attornu dda nmntagna ; 
E a gridari turno : Veni undi mia ; 
Veni undi mia la vuci rispundia. 

Guardava attornu cu gran maravigghia, 
Pri osservari dda buci d' undi uscia ; 
Attentu ntra sé stissu sì cunsigghia. 
Caminandu 'na pocu ntrà dda via ; 
Poi grida : Nesci fora ; Ora, ripigghia 
L' Ecu ; iddu aspetta, e nuddu cci vidia. 
A lu fini gridò : quannu virrai ? 
E ntisi la risposta chi dissi : Ai. 

Oh chista è bedda ! — è bedda ce' è rispostu ; 
Si tu sì bedda, nesci mi ti viu. 
Ti viu, rispundi. E già chi tu sì a postu 
Chi mi vidi (i), sai forsi cu sugn'iu ? 
In ci replica. E nesci fora tostu 
Quantu sodisfi stu me gran disiu. • 
Disiu. E chi disii, Diu sarvi a tia ? 
Allura l'Ecu cci rispusi : a tia ! 

A mia ? E stai ammucciata .' tu sì pizza 
Nesci cca fora e gudemu. Gudemu 
Replica l'Ecu 



(i) In luogo da dove mi vedi. 



-^ 20() - 

Chi non vede che la madre natura aveéi dato al Nostro 
il bernoccolo della testi v\a poesia? Proseguiamo. Si suol 
citare come prova di destrezza d'ingegno quella stanza del- 
l'Anguillara nella sua versione, o a dir meglio , parafrasi 
delle Metamorfosi : 

Pria che il ciel iosse, il mar, la terra e '1 foco, 
Era il foco, la terra, il cielo e '1 mare ecc. 

Ma le due seguenti stanze di Cajo Domenico sono , a 
parer mio, nel loro genere, cioè nell'arguta vivacità del 
dialetto siciliano, assai più smaglianti, 

(C. I. 7 ed 8) 

Era lu mundu in chiddi tempi anticlii 
Tuiidu e bistundii, coma fussi un ovu. 
Tuttu cunfusu, chinu di buscichi, 
'Mbiscatu nsembra lu vecchia e lu novu. 
Facianu uniti centu mila ntrichi, 
Standu suspisi, 'mpicciati ad un chiovu 
L'Aria lu Focu, lu Mari e la Terra, 
Gridannu l'unu a l'autru: guerra guerra ! (\) 

Lu Iriddu cummattia cu lu caluri, 
Cu lì cosi pisanti li Uggeri, 
Cumbattiunu li moddi cu li duri, 
L'unu mannava all'autru a Trimmisteri (2) : 
Facia guerra la luci a lu scururi 
E l'unu a l'autru ci stava d'arreri ; 
E guirriggiandu la facianu a pugna, 
Squarciandusi li natichi cu l'ugna. 



(i) Il lettore ponga in relazione quella stanza con l'altra del Meli 
[POrig. di lu inunnu St. 6) ; 

A tempu chi lu tempu 'un era tempu . . . 
(2) È un allegro villaggio di Messina, al lato di mezzogiorno. 



- 207 - 

Queste due stanze non saprebbe dirsi se sieno più gio- 
cose o più ingegnose ! 

Pongansi ora due luoghi della versione del Brambilla 
(della quale testé abbiam recato un piccol tratto) in raf- 
fronto con due corrispondenti della versione del Nostro. 
Il primo è questo : 

iC. Ili, 67-71) 

Jò non mi tegnu pri chidda chi siignu, 
Né Dia Giumini cchiù mi chiamiroggliiu, 
Si a sta caiorda non rumpu hi grngnu; 
E si sta mala prattica non sciogghiu : 
Né mi sta beni hi scettri; ch'impugnu, 
Si fari non purrù chiddu chi vogghiu. 
Cci su Mogghi e Rigina, e si non basta, 
D'assiri Som so cui mi cuntrasta ? 

Guardati, caiurdazza (i) svirgugnata, 

Chi gran contentu ch'avi 'intra ddu pettu, 

Ch'é gravida di Giovi la sguaiata, 

Ed iu non aju un figghiu pri dispettu. 

]\Ia non ti veni janca la bucata. 

Chi ti farogghiu spurcari lu lettu. 

Ti farogghiu passari sti murritti (2), 

Cu fariti attisari li palitti (3;. 



(i) Dispregiativo di cajorda, sordida. 

(2) Il Pasqualino e il Mortillaro hanno inurrili, in triplice senso : 
d'enfiamento delle vene del sesso ecc. ; di verminuzzi che sono nel- 
l'ano delle bestie; e di baja o scherzo immoderato, il ruzzo dei To- 
scani, il latino ludus iinntodiciis, nìmins. In questo senso fu adoperato 
dal Gallo. Anche il Meli (/' Orig. di lu mundu , st. i) : Jeti cantit li 
murrili di li Dei. 

(31 Nel dialetto messinese la frase denota, morire. — Il Pasqua- 
lino ha : attisari li pajuli. Ha pure palitta, come « voce messinese, 
paletta da giuocare : » ma in Messina per palitti metaforicamente, col 
verbo attisari, s'intendono i piedi. 



- 208 — 

• • Forsi non sacchi chiddu chi disidiri, 

Chi comu mia vurrissi divintari ? 
Ma ti pruinettti e vogghiu fari a vidiri 
Comu mi sapirogghiu vindicari, 
Da Giovi stissu ti farogghiu ocidiri, 
E cu li mani so t'avi a 'mmazzari. 
E fari sapirogghiu chistu e chini, 
E cu "na botta farro un corpu in dui. 

Non c'è riparu, dissi, in ccussì vogghin ; 
E risuhita, tutta furiusa, 
Subitu si snrgiu da hi so sogghin. 
Lassò la spogghia divina e fastusa, 
'Na nuvu'.a pigghiò pri so cumbogghiu, 
Si fa la facci di vecchia bavusa 
Cu li capiddi janchi e senza denti, 
Cu 'n bastuneddu ; paria 'na pizzenti. 

E paria giustn a Betta (i) chi fu Balia 

Di Semili quand'era picciridda, 
• Ch'era 'na donna vinuta d'Italia. 
E Semili, cridendu ch'era chidda, 
Chi n'avia denti e rusicava calia t?), 
Quannu cci vitti all'occhi la garidda (3) 
Schifusa, non vos'essiri basciata ; 
Ma dissi : ben vinuta, nudi sì stata ? 

Io credo di non ingannarmi pensando che alle scene 
del poeta sulmonese il Nostro abbia saputo infondere 



(i) La sostituzione di Betta a Beroe è fatta in grazia della voce 
dialettale Betta, accorciativo di Elisabetta. 

(2) Fave o nocciule o carrube o ceci abbronzati. Rusicari calia 
figuratamente significa soffrire di gelosia. 

(3) Nel dialetto messinese garidda o jarìdda (che io credo venuta 
dall'arabo) vuol dire cispa. — Il Pasqualino e il Moktjllaro non 
rhaijqo, 



— 209 -• 

maggior vita. È però da osservare che nella stanza 67 il 
senso deiruitima proposizione non è ben colto. 
Sentiamo ora il Brambilla: 

Se dalle genti 

Sono detta a ragion massima Giuno, 
Se ben lo scettro a la mia man s'addice 
E se incedo regina e del Tonante 
Sorella, tal chi può negarmi ? e sposa, 
Io spegnerò costei. Paga d'amplessi 
Furtivi io la credeva, onte fugaci 
Al mio talamo ; ed ecco ella concepe. 
Questo mancava ? e nel discinto grembo 
Reca in trionfo la sua colpa, e vuole 
Esser madre da Giove, onor che a stento 
Io sola conseguii fi), tanto confida 
Nel bel sembiante. Ma farò che il suo 
Giove stesso l'inganni ; e più non sia 
Saturnia prole, se da lui travolta 
Ella non scende a Stige. In questi detti 
Sbalza dal trono, e, chiusa in aurea nube, 
Alla casa di Semele si avvia. 
Ma prima di scoprirsi, una vegliarda 
Si tinse : il capo di canizie, il volto 
Fece annoso di rughe e la persona 
Curva sui piedi e tremolante ; e quale 
Essere ai vecchi suol, prese la voce. 
Beroe in tutto divenne, la nutrice 
Epidauria di Semele. Appiccato 



(i) Questo pensiero è meglio reso dal Brambilla che dall' An- 
GUiLLARA, le cui parole son queste : 

Madre del seme ond'io madre esser soglio 
Vuol farsi 

ove il pensiero non solo non è ristrettivo, come richiedeva l'ovidiano 
vi.v, ma è pur travisato. 



- 210 — 

Dunque il sermone e circuito in molta 
Ciancia, a Giove il condusse : ed a quel nome 
Sospirando esclamò : Quanto vorrei 
Che fosse desso ! a sospettar di tutto 
Appresi : ai casti letti ahimè sovente 
Mentite Deità fecero insulto. 
E non ti basti che sia Giove : un pegno 
D'amor, se vero è l'amor suo ti splenda. 
Chiedi che teco, come suol con Giuno, 
Nella regal sua maestà si mischi. 
Così la Diva ammaestrò l'ignara 

Cadmeìde 

[L. III. p. 77-8 iVil. iSSs) 

Che questi versi corrano eleganti, disinvolti e spigliati 
e perciò sieno da lodare, ognuno lo vede. Ma nel Gallo 
quella dignità ch'è propria dello stil serio, essendo mutata 
in bernesca piacevolezza, è divenuta brillante vivacità. 

Quanto alla esattezza della versione del Brambilla , è 
da osservare che dove Giunone dice : 

Vuol essere madre da Giove, non mi pare che il vuol 
esser possa stare senza \\ fatta ; e così negli altri versi 

Farò che il suo 

Giove stesso l'inganni, e più non sia 
Saturnia prole, se da lui travolta 
Ella non scenda a Stige .... 

quel più non sia, senza soggetto espresso, potrebbe agl'ine- 
sperti parere dipendente dal farò clic e quindi riferibile 
non a Giunone, ma a Semele (1). 



[) Con più chiarezza si espresse Clemente Bondi , quando rese 

. . . . Né di Saturno figlia 
Esser vogl'io 



- 211 - 
Oltre a ciò, invece di : 

E non ti baiati che sia Giove . . . 

convenh'a dire eh' egli ti affermi d' esser Giove, perchè ben 
poteva e^li spacciarsi per Giove, sen/' esser Giove. 
L' altro è questo : 

(L. VII, 26): 

Corni! quandi! amimicciata na spisidda 
Resta Slitta la cinniri, si mai 
Veni lu ventn e sciuscià, dda faidda 
Pigghia viguri, e allura vidirai 
Un grand' incendiu, cussi surtiu a chidda 
Chi tandu cuminzaru li so guai, 
Chi di Giasuni videndu l'aspottu, 
Lu cori cci abbampò dintra lu pettu (i) 



'd Imitò questo luogo d'Ovidio, ne! secolo XVII, un dotto e va- 
loroso poeta messinese, oggi dimenticato (solita ricompensa al merito) 
Mario Reitani Spatafora, nelle strofe 126 e 127 del L. IV del suo 
Poema Eroico // Roggiero in Sicilia (Ancona 1698), che, se ha di- 
fetti, ha pregi non pochi, nobile flutto del suo ingegno e della sua 
fantasia, educati alla scuola dei Classici : 

Qual da Noto vicin tenue favilla 

Suol' in se ripigliar nuovo alimento ecc. 

Il Reitani nel 1678, entrati gli Spagnuoli, esulò da Messina, tras- 
portando con se la sua biblioteca e si stabilì in Roma, ove die prove 
del suo sapere col pubblicare odi, epitalami, canzoni, epicedj, sonetti 
e drammi che gli fecero onore. E quando agli esuli fu permesso di 
ritornare in patria, tornò anch' egli in Messina, ove morì il 3 IMag- 
gio 1714, lasciando le proprie sostanze a quel Grande Ospedale Ci- 
vico. V. gli Ann. del Gallo T. IV, p. 78. 

Oh perchè la spettabile Amministrazione di esso Ospedale non 
ravviva la memoria del suo insigne benefattore con la stampa di un 
libro , che potrebbe esser venduto a prò della pia istituzione ? Io 
i>e ho in mente il disegno ; e ben volentieri presterei ai miei compa- 
triotti la mia umile opera, gratis et amore, s' intende ! 



— 212 - 
0, con variante men bella, secondo me : 

Chi di Giasuni videndii hi vultu, 

Ntra hi so cori sintiii un gran tumullu. 

Sentiamo ora il Brambilla : 



Come si desta 

Ai conforti del vento una favilla 
Sotto il cener quieta, e vigorendo 
Mormora e surge in un' adulta fiamma, 
Alla vista così del giovin bello 
Medea, cosparsa di rossor le gote, 
S' intese ravvivar di nuovi spirti 
L' ardor eh' estinto già parea . . 

Versi di forma sicuramente eletta; se non che quell'a/ 
conforti del vento e quella favilla quieta sotto il cenere e 
queir aditila fiamma mi hanno aria di ricercato. Più schietti 
invece e più gagliardi mi sembrano quelli del Nostro; spe- 
cialmente y aminncciata spisidda, la quale dice assai più 
che quieta . . . 

Ma non vo' tralasciare la stanza 49 del L, IX, che per 
vivacità descrittiva è una delle più belle : 

Erculi allura cci dà un puntapedi, 
E in terra mortu ti hi fa cascari, 
Doppu lu isa ntra l'aria pri un pedi 
E ti lu metti in tundu a giriari ; 
E poi chi desi quattru passi arredi, 
Ti lu sbilanza ( i) e ti lu jetta a mari. 
Lica vulò 'ntra l'aria conni un fogghiu 
Leggiu e 'ntra mari, poi, divinni un scogghiu. 



(i) Nel Di::ion. del Pasqualino c'è sbilanciari, Vaequilibrium tollere. 



- 213 - 

Or non sembra d'aver dinanzi il niaravigiioso gruppo 
del Canova, Ercole e Lica ? 

E per r istesso motivo, dall'episodio della scaltrita 
Salmace che, innamorata dell'ingenuo Ermafrodito, fa di 
tutto per sedurlo ed egli la scaccia da se, mi piace trascri- 
vere le tre stanze seguenti, le quali proprio ci pongono 
sotto gli occhi le cose : 



l'Idda) . . fingili, pri non farilu fiiiri, 
Chi si odi andava; e arretu 'na sipala 
Si 'ngattò mariola pri vidiri 
Chi mai facissi, e ddà nterra si cala; 
Ermafroditi! non sapia chi diri, 
E a poca a pocu cci passò la mala (j) 
Ma era tantu cunfusu e fatigatii 
Chi si sintia ntra un focu accaliiratu 



^C. IV, Su. 

Undi, cridendn chi non c'era nuddu, 
Né previdendu chi ci fussi 'mbrogghia, 
O chi ci fussi qualchi pidicuddu, 
Va pri lavarsi a lu Lagu e si spogghia. 
Salmaci dissi alkira : ora 1' azzuddu (2), 
E mi lu godirò conlra so vogghia : 
Dintra lu Lagu si metti ammucciuni, 
Mentri chi chiddu si jetta a natuni (851. 



(1) In Messina significa: la stizza, il dispetto, il corruccio e si- 
mili. Manca nel Pasqualino e nel Mortillaro. 

(2) In Messina- è adoperato per dire : lo percuoto, lo batto e si- 
mili : ma qui par denoti: lo stringo. In questi due sensi manca al 
Pasqualino ed al Mortillaro. 



— 214 - 

Vidi la Ninfa che fa la Bertuccia 

Chiddu chi alliira va mi s' arrifrisca ; 

Uiidi fuiendu sutt' acqua s' animuccia. 

Idda va in fundu, hi cerca e lu pisca ; 

E poi lu ncoccia, lu stringi e l'accuccia (i), 

E comu 1' acqua a lu vinu si mbisca, 

Pri'andu Giovi chi unita ristassi, 

E in unu tutti dui li trasfurmassi (86;. 

Dissi già che la parte predominante nell' opera è la 
comica lepidezza. E ora dirò che il Gallo 1' attinse a di- 
verse fonti; cioè: gli anacronismi, le etimologie arguta- 
mente scherzose; gli storpiamenti di parole; le pseudo - 
versioni di parole latine aventi qualche relazione di suono 
con le sicule. 

Delle bizzarre etimologie ride voli recherò le seguenti 

Diu Baccu è chiddu chi rendi ad ogn' unu 
Supra d'ogn'autru insigni e singulari. 
E r Etimologia di lu so nomu 
Baccu voi diri Jetta Baccalari (2). 
Bromiu si dici chi voi diri Bromu ^3), 
Id est chi Bromi v'obbliga a ghittari, 
Di fari asinità dà libertati, 
Però si chiama lu Liberu Patri (4) 

(IV, S) 



(i) Questi versi han tutto l'andamento dì quelli di Luigi Pulci 
[Morg. Magg. C. XXI, 76): 

Ella si storce, rannicchia e raggruppa, 
Poi si distende come serpe o bisce, 
Poi si raccoglie e tutta s' avviluppa, 
Ella si graffia e percuote e stridisce. 

(2) In Messina questa frase ittarì baccalari significa : dire spro- 
positi o sballarle grosse. Il Mortillaro non 1' ha. 

(3) Polmone marino, rotta JMarina o di mare. . 

(4) Qui il buon Gallo fa rima per assonanza, come fa il popolo 
nei suoi Canti, intorno ai quali nel 1S67 io scrivea : « Talvolta la rima 



E pri hi vimi di Sciiimidinisi (4) 

Lu gran Din Baccii si chiama Niseil. 
Pri eli ideili di lu Fani e Caiavrisi, 
Chi metti Lena, si dissi Leneu... 

(st. 9) 

E degli storpiamenti di parole : 

Pandrosa per Pandora, Minai per Mineo, Licotri per 
Leucotoe, Merdusa pei Medusa, Cupiddii per Cupido, Ci- 
tava per Citerà, filastocthi per iìlastrocche ; Don Chicciotti 
per Don Chisciotte; Pauluundii per Palinuro ; Marvuni 
per Marone ; Pittauvn per Pitagora ; Lamhicu per Ludo- 
vico ; Truncatu per Torquato. 

Delle pseudo versioni citerò due soli esempi : 

Carmina veni d' aninni sirena 

(C. VII, 137) 
eh' è l'ovidiano: 

Carmina proveninnt animo dedncta sereno. 



Dissi Virgiiin : 

Arma d'anvirn, gran fighiu d'un cani, 
Li primi tròi su ntra li lavuri. 

(C. XII, i). 



cede all'assonanza, specie di rima ancor essa, che propria è dei 
canti popolari e che, mentre più libero fa il pensiero, dimostra, come 
osservò il Tommaseo, la delicatezza dell' orecchio popolare, che di meno 
materiale corrispondenza s' appaga e coglie più tenui differenze » 
Canti scelti del pop. sic. posti iti versi Hai. ed illustr. Mess. 1867. Al 
cori. leti. p. XII. 

("4) Sciumidinisi, Fiumedinisi (Comune della Provincia di Messina), 
r antica Nisa, colonia greca. Un tempo nel suo bacino idrografico si 
estraevano filoni argentiferi ed auriferi : e il nostro Gallo scrive che 
nel 1734 i Tedeschi, sotto cario VI d'Austria, batterono nella Citta- 
della alquanta moneta d'oro, con' questo motto : 

Ex visceribos meis haec funditur 

{Ann. T. IV, L. Ili, p. 325). 



^ 2lG — 

Qualche Volta il ridicolo sta in una o piij parole, tolta 
o tolte le quali, esso ridicolo cesserebbe, come quando 
scrive iii>iia per tesla\ il che avea pur fatto Dante, il ^ran 
maestro dell'ira e del sorriso; o come quando fa dire a 
Medea (C. VII, 16) : 

Mi fazzu la me triiscia 'lì e mi la solu (2), 

ove ridicolo andrebbe via, se si dicesse : 

Mi pigghiu la me roba e mi ndi vaju ; 

o come quando dice : 

(c. xrii, 90- 

Dui ursiceddi vitti 1' autru joriiu, 
Misi ngattati dintra na spilunca, 
Ed a la matri chi mi stava attornu 
L'aju ammazzati! c'un colpii di ranca; 
Mbrazza mi la pigghiai, e poi ritormi 
A la casa e li metta 'ntra li junca, 
Danduci pani e latti, e dissi allara : 
Chisti li sarvu pri la me signura. 

Or togliete la parola signitra e la parte ridevole non 

è più ! 

Altra volta la facezia sta in un errore nel cui genere 
inciampano gl'ignoranti, quando parlano di ciò che non 



(i) Secondo Giuseppe Vinci, la parola h-usn'a sarebbe venuta dalla 
voce araba trusclasc. V. V Byrnol. Sic. Mess. I759- — Questo Etimo- 
logico, a giudizio dello Scinà, è pieno di ricerche talora felici, per lo 
più stentate, ma sempre ingegnose iProsp. V. Il, p. 37o> Tale è il giu- 
dizio che può farsi di molte opere congeneri. 

(2) Cioè : me la batto, me la do a gambe, me rie vado a la che- 
tichella. 



- 2i7 ^ 

ben conoscono: come quando (nel C. XIV, 1S3) mette in 
Cipro la città di Salamina, confondendo la Turchia con 
la Grecia; o quando considera Turpino come scrittore d: 
cosa riguardante una narrazione di Ovidio: 

E bilichi Oviddiii non l'avissi ditti, 
Cc'esti Tiirpinu chi li lassò scritti 

(C. XIV, 13). 

Altra volta, in un accenno comico derivato da un prin- 
cipio serio che si prefessa: come quando dice che Pitagora: 

Avia mossu la guerra a cchiù d'un cocu 

(XV, 12). 

alludendo alla sua teoria relativa al cibarsi. 

Qualche altra volta il riso è destato da certe incasto- 
nature che il Gallo fa, nei suoi versi, di noti versi d'auto- 
ri ; come, per esempio, nel C. IVstr. 41, parlando della 
povera Tisbe : 

Vitti la faccia sculurita e bedda 

Tisbi, e cadiu dda nterra puviredda (i). 



(I) Siffatte incastonature di versi di Classici trovansi nei poeti 
giocosi italiani o vernacoli. Cosi in Luigi Pulci (Morg: 3/<7gg.\ C. XXIV, 
st. 141) : 

Qui si nuota nel sangue e non nel Serchio, 
tolto dal dantesco : 

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio; 



• — 21S - 

o dal porre con qualche lieve moilificazionc, come nel testò 
citato, qualche verso, non iscorrevole come quello che 
può dirsi temprato ai rulli del tamburo, del Petrarca: 

Fior, frond,' erbe, ombre, antri, onde, aure soavi (i). 

Conviene ora sogojungere che tra i tanti sorrisi di 
celia o di scherno, nel poema del Nostro, non si fanno de- 
siderare le batoste eh' ei dà all' eterno femmimno « questo 
pur bello (come scriveva il Milton) di iiatìira difetto »: talché 
saresti tentato di credere c\\' egli soffrisse di misoginia, al 
pari di quel greco poeta che nelle sue Tragedie tanto si 
sveleni contro le donne. E in una di quelle volte ch'egli 
a loro rivolse gli strali del verso, prendendo occasione 
dalla misera fine del tracio vate, scrisse cosi: 



E in Mons. Rau Requesens (nato nel 1609, morto nel 1659): 

Chiangiu hi jornu ; e poi la notti quandu 
Hannu riposa l'omini e li feri, 
Sul' iu senza riposu lagrimandu, 
Misura 1' uri e spenda 1' anni interi. 

(Canz. Sicil.) 
V. il Sonetto del Petrarca : 

Tutto il dì piango, e poi la notte quando ecc. 

Il Tommaseo nel Dìzion. d' Estct. V. I, p. 134, discorrendo di G. Ce- 
sare Becelii, diceche nell'opera della novella poesia \oàb il Requesens 
e di lui recò una Canzone piena d' alti ardiiH67iti. Grandi encomj del 
Requesens fece il Prof. G. Bozzo nel V. I delle Lodi dei piti ili. Sicil. 
precitate. 

(i) Ce' è frutti, erbi, umbri, antri, undi, auri suavi (II, 74). 



- 219 - 

È veramenti razza maliditta, 
China di falsitati e di maiizj, 
Chi di hi beni nenti si approfitta, 
Superba e vana, richina di vizj, 
Fausa e tiranna, iiidina a la vinditta, 
E porta l'onui ntra li pricipizf, 
Ingrata, senz' aniiiri e senz' affeltii, 
È lu cumpendiu d'ogni gran difetti! . 



(C. XI, ,5) 



E poi. fìngendo di riparare al mal latto, ai^^giunge le pun- 
ture dell'ironia, che fanno assai più amare le oflcsc Ed 
ecco cjò che scrive nelle stanze 20 e 21 : 



Mi voi pirdiinari, 

Amicn; non siign'iu chiddu chi parrii. 
Ovidiu fu chi scrissi ; e trasJatari 
Divu ogni cosa senza mi la sgarru (n. 
Mi divi dunca tu, sessu, scusari, 
Mentri lu stissu chi dici iddu narru. 
Ch'in quautu a mia sii di cori teneru 
E a li signuri fimmini li veniru. 

Ultra di chistu sti cosi si sannu 
Che sunnu tutti invenzioni e fauli, 
Muitu cchiù chi li fimmini d'avannu 
Sunnu cchiù duci chi non su li frauli, 
Mudesti, saggi, massari all'affannu (2): 
Sulu hannu un vizziu. chi su tutti ciàuli. 
E chiacchiaruni 'na pocu furfanti, 
E tantu basta. Ma passa mu avanti. 



(rj Qui il mi sta in luogo di che: senza che io sbagli, s^n/a sba 
ghare. In Palermo questo modo non c'è. 

(2) Sino ad affannarsi. Il Mortillaro ha l'agg. al/affa,unlfu e a^laf 
fannaUz.u, p.r affaticato, ansante, trafelato. ^' 



E invece noi ci fermeremo ; che se volessimo continuare 
ad aggirarci in questo grand' orto di li Miisedila, ove il 
Gallo trovò U Musa, avremmo tanta materia da riempire 
un volume. E trascriveremo l' ultima strota con cui il 
poema si chiude : 

In chistii locu, cu summa mia gloria, 
Ecco finiitu sugna di cantari. 
Sutta li mura di Turri Vittoria, 
Undi si vidi Calafria e lu mari ! 
In chiddu misi, pri eterna memoria. 
Chi accumenzanu 1' Asini a ragghiari, 
A cui cedu lu locu in curtisia. 
Giacchi vonnu cantari poi di mia. 

Adunque il Nostro cantò le Metamorfosi sotto il famoso 
colle della Caperrina (vicino il Monistero di Montalto), ove 
nel terreno adiacente al casino e sparso qua e là di ca- 
pitelli, di marmi con iscrizioni e d'altri rottami archeolo- 
gici, avanzo del suo domestico Museo (l), il figlio Andrea 
aveva piantato un orto botanico: possessione che, alla 
morte di Andrea, passò al genero di lui D. Giuseppe Bot- 
taro ; indi al Sig. Letterio Parisi e da questo al Sig. Giu- 
seppe Pitonte, per la cui cortesia io potei nel 186ò (dopo 
aver impiegato parecchi giorni a rintracciare quel luogo), 
in compagnia del mio carissimo e illustre amico Tommaso 
Cannizzaro, visitare quel casino, quei ruderi e quel ter- 
reno , dove quasi ci parea di doverci veder comparire 
di momento in momento innanzi agli occhi i due primi 



(1) Da lui ricordato nella st. 45 del C. II del poema. 



~ 221 - 

possessori, i due valentuomini Cajo Domenico ed Andrea, 
che tanto amarono ed onornron iMessina (1). 

Ed ora un voto alla spettabile Amministrazione della 
Città, fra cui seggon persone che hanno in pregio gli 
studj e li onorano con la ior valentia. 

Se l'opera delle Metamorfosi che all'autore costò tre 
anni di lavoro indefesso e ch'egli nel corso di altri quindici 
anni, grande mortalis aevi spatium, al dire di Tacito (2), 
per la miseria dei tempi, procurò invano dì porre a stampa,' 
se l'opera, ripeto, è sotto ogni riguardo assai pregevole' 
non solo per se stessa, ma anche pei continui ricordi che 
vi si leggono delle cose di Messina, 1' opera stessa è più 
che meritevole di esser tratta dalla dimenticanza a cui ò 
stata condannata fin' ora! 

M'è dolce quindi sperare che Messina vorrà darsi pen- 
siero di pubblicarla, come fece del T. IV degli Amiali , di 
cui aveva acquistato dalla famiglia La Farina il MS 'per 
una somma considerevole (3). 

Così vedrem tolta dal lungo e immeritalo oblio (4) 
l'opera geniale e patriottica del suo nobile figlio! Certo 



(r) Da una istanza di Andrea Gallo al Senato di Messina (9 Marzo 
179SJ ricavo che Cajo Domenico nel 1758 servi interinamcnte da Segre- 
tario il Senato anzidetto. 

(2) In V. Agric. IH. 

(3) Son parole del Prof. M. A. Bottari, di fdice memoria , nella 
sua breve Prefazione a quel Tomo. 

(4) Di questa totale dimenticanza avemmo assai spiacevole prova 
nello splendido volume pubblicato nel 1902 dal patrio Municipio col 
titolo Messzna e dintorni, là dove si parlò dei poeti dialett.di messi- 
nesi ed ove il nome di Cajo Domenico Gallo briUa per /'assen-a per 
nsare una frase di Tacito. .Solo il Gallo è ricordato a p. 115) come 
autore degli Anna/i, « compilati con mirabile e preziosa fatica ,> Ep- 



-^ 222 — 

gl'ingegni che sono stati decoro e lustro alla patria han 
pieno diritto alla stima e riconoscenza dei loro posteri ! 

L. Lizio-Bruno. 

R. Provved. agli Studi in ritiro. 



pure l'opera geniale delle Metainorfosi fu sin dal 1825 rammentata e 
lodata dallo Scinà ; ed altri poi nel 1875 ne fece in Messina ricordo 
in un suo lavoro Andrea Gallo ed i sìioi tempi ; e nella stessa Città 
sin dal 1844 era stata pubblicata del Nostro la Batracoinioiiiachia in 
terzine siciliane. 

Ma più mirabile e preziosa è certamente la fatica intellettuale e 
poetica ch'egli impiegò, scrivendo il travestimento d'Ovidio. — A 
buon conto, se la Città di Messina non perdonò a spese di sorta nej 
dare alle stampe il bello ed elegante volume illustrato 3Icssina e din- 
torni (come prima avea fatto , riproducendo i 4 volumi degli Annali, 
sì egregiamente continuati dal Prof. Gaetano Oliva) , non negherà 
all'opera di cui tenemmo discorso la spesa che occorre per farla di 
ragion pubblica. E il dubitarne sarebbe un ofifendere i nostri tempi e 
la Città di Messina ! 



NOVARA DI SICILIA 

E LE SUE OPERE D'ARTE 

(da documenti inediti) 

Coni, e fifie v. amo VI, fase. III-IV. 



Chiesa dell'Annunciata. 

È assai elegante, di stilj dorico, a tre navate e quattro 
colonne in muratura e stucco con filettature e ornati in- 
dorati. -Data la pDca differenza fra lunghezza e larghezza, 
ariegia, in certo modo, un panteon. 

Questa chiesa è più antica di quanto appare dai mil- 
lesimi che trovansi sulla facciata: infatti sulla porta mag- 
giore è inciso sulla pietra 1697, che può ricordare un Ri- 
facimento e non altro, poiché ora è chiaro che una confra- 
ternita di disciplinanti sin dal 1504 esisteva in questa chiesa, 
come da un atto notarile comunicatomi dal La Corte- 
Cailler si rileva. Il 28 marzo 1504 infatti, in Novara stessa 
i confrati Iacopo Zappiromo, Domenico Paratore e Simone 
Sabato impegnavano il pittore messinese Antonino Cam. 
polo, colà presente , de fari iimi coufaluni per la loro chiesa 
secondo il disegno presentato , però de megln manera et 
intagli di altro gonfalone di quella confraternita di S. Gior- 
gio, eseguito probabilmente del Carapolo stesso. Il gonfalone 
dovea recare da un lato la Madonna Annunziata con l'An- 
gelo, e nell'altro la liccmia di Gesù, mentre a li conetti 
d'un lato doveva avere i SS. Pietro e Paolo, e nell'al- 
tro S. Nicola e S. Sebastiano. In basso poi, in una conetta, 
la Pietà, e nell'altra la Madonna della Catena; a li couetti 
de III spicit de sitsii doveansi dipingere il P. Eterno, S. Ca- 
terina e S. Agata, e nell'altra parte S. Antonio, S. Bernardo 



- 224 — 

e la Madonna ÙLAVAcconiaiidata', ai pilastri finalmente do- 
vevano stare due Angeletti, e a In pissu una colomba. 

li gonfalone dovea dipingersi in Messina e cola con- 
segnarsi finito in ygosto, pel prezzo di Onze 8 (L. 102) di 
qual sommi si anticipavano al pittore due Onze L. (25,50) 
compreso un tappeto valutato 15 tari (L. 6,40); i confrati 
poi dovevano curare a loro spese il trasporto a Novara, 
il che aveva luogo, invece che in agosto, il 26 marzo 1505, 
come si rileva da una nota in calce all'atto stesso quando 
si saldava il gonfalone, presente anche Girobino Pilli, buon 
pittore messinese di quel tempo (1). 



(i) Il contralto, ancora inedito, mi viene gentilmente trascritto dal 
La Corte-Cailler ed è il seguente : 

xxviij niarcij, vij Itici. 150^. Apiid terrain noharie. 

I\fagistcr antonìniis cainpiilu, picfor de n. e. in.., consenciens eie, 
spovte corani nobìs se obìi,s:avit et obligat uiagistro Jacobo zapparomo et 
dominico paraturi ac xiinoni sabato, inagistris confratrium discipline 
sane te marie de la nunciata diete terre noharie, presentibns eie, de fari 
unii confaliini ad opu de la dieta confratria in quillii inodu, maneri et 
signi, caratteri et intagli acciissì conni si conteni per unii designu de In 
die tu confai uni desi g natii in uno menzo foglo de carta, vid elicei de 
quitto modu., valitudini et grandiza chi e tu confaluni de la confratria 
de sanili feorgi diete terre, et de meglu mane r a et intagli de tu dieta 
confatimi; in tu quali confaluni divi fari li figuri infrascripti, videlicet: 
a luna banda fari la figura de la gloriosa virgini maria de la nunciata 
culli tu ungilo, et a laltra banda farinchi desìgnari la licencia de nostru 
signuri fesii xristu; et a li conetti de tu cantu, de luna ban^a, sanctii 
petru et sanctu pallili, et di laltra banda sanctii nicola et sancta sebastia- 
nu; et a la conetta de tu pedi la pietati; et de l'altra parti la virgini 
maria de Li cafina; et a li conecti de tu spicii de sitsii designati et 
fari: a luna parli In dcii patri, sancta caterini (sic) et sancta agata; 
et a laltra parti sane lo anlonio et sanctu bernardn., et la virgini maria 
de la comandata; etiani chi divi fari dui angilecti a li pilastri, et 
a tu pizii una paluniba; li (sic) confaluni divi fari a tucti soij spisi de 
tu die fu mastro antonio; deoratu cuin. oro ginuijnu et constu. per prezu 



f 



- 225 - 

Di questo lavoro perù , non esiste oramai traccia al- 
cuna. 

I libri d'introito ed esito di questa chiesa, nei quali non 
poco si sarebbe potuto spigolare nell'interesse della storia, 
cominciano intanto dal 1615, e questo dice una scrittura che 
giova riferire : Io sottoscritto Don Antonino Salvo, arci- 
prete, certifico che ricercato lo libro piìi antico della chiesa 
Antiìinzidla, formato sotto l'anno 1620, ho trovato che An- 
tonello Bona sci a paga nn censo annuo di tari sette et e, 
come da contratto fatto nel 1582 dal notaro Paolo di Carlo 
di detta unità di Novara. Da documenti anterioni però, 
resta assodato che nel 1523 Cola Maimone lascia alla chiesa 
Gaza una (L. 12.75): Antonietta, vedova Puglisi, lega nel 1574 
una casubra di damasco bianco, e così altri lasciti s' eran 



di utizi otiti de tu pisu generali; In quali confaluni ipsu magislru an- 
tonio dici fari in la dicla nobili chilali, et spacharilo per dieta per tuctu 
lu misi de agustu primo da viniri; lu quali ipsi magistri de la dieta 
confratria si lu dìvuno parlari de la dieta citati a spisi Ioni; di li quali 
unzi ottu ipsu inagisiru antonio presenciahter et inattualiter recheppi et 
happi une. ij inlercludendu unii tappitu prò prezu di tar. xv in la 
dieta sitiniìia di une ij.... denunciando eie. reslans di pagavi in quista 
vulnera, videlicet: une. ij infesto sancii f ohannisbaptiste p. v., alias uncias 
ij infesto sane te viarie de lu Tindaro p. v., et alias uncias ij ad covi- 
pliutentuvi in festa nativitatis domini nostri fesu xristi p. v. etc. 

Presentibus ven. presbitero angelo cabino, archiprebitero diete terre; 
hon. petro lu gullu et ber nardo vianganazo. 

in calce : 
xxvj inarcij viij Ind. (stil nuovo 1505) supradictus magister antonius 
sponte confessus est esse integre solutum et satìsfactuvi a supradictis 
dominico paraturi et xiviuni sabatu de supradicto predo supradicti 
confalonis, et voliiit presentevi contractum esse cassiuin, et sic cassus 
est et z'acat. 

Presentibus antonio de acanpi quondam thomasii, et magistro f ero- 
bino pilli, picturi, de civitate viessane. 

(Atti di N.'' Pietro Funi (o Xunii voi. 1500-21, fol. xxxxiij). 



— 226 — 

verificati nel 1572, 1554 e 1536, fino alla costruzione di una 
bella statua, di cui dirò in seguito, commessa in Messina 
al Maz/fclo dalla pietà di un tal Valentino. 

Nel 1697 intanto, la chiesa tu ingrandita ed abbellita, 
ed allora si decorò la volta in legno di noce intagliato a 
pentagoni, con in mezzo un quadro su tela che raffigurava 
r Annunziata, quadro di non molto pregio, ma che circa 30 
anni fa venne tolto, essendosi barbaramente surrogata la 
volta con altra di stucco, e la tela passò ia sagrestia, dove 
ancora si vede. 

Pregiatissimi sono i paramenti sacri, ricamati in oro 
e argento e con preziosi ed eleganti disegni. Uno sten- 
dardo antico, di seta e ricamato con vero gusto, è logoro, 
e si conserva fra altri arredi fuori uso. 

Il quadro, la Strage degli Iiinocenli, tatto recentemente, 
non ha alcun valore, anzi si può dire che deturpa la chiesa: 
l'antico, era di qualche pregio. 

Inutile fare menzione del quadro di S. Agata e della 
statua di S. Rosalia e di S. Antonino. Questo santo, però, 
colla sua espressione sorridente e promettente risponde 
al concetto religioso che hanno i credenti, i quali possono 
sperare non 13 grazie al giorno, quanto si dice, abbia po- 
testà di dispensarne, ma ben 13 centinaia. Molto prege- 
vole è invece la statua del Mazzolo, cui cennammo, in marmo 
bianco, e che resta all'altare maggiore, ma l'atto d'impegno 
per questo lavoro, redatto in Messina dove l'artista di- 
morò lunghi anni, non s'è potuto ancora rinvenire. 

Si ha però — e non è poco — che il 23 settembrvi 1530 
Giovan Battista Mazzolo s' impegnava con alcuni delegati 
della terra di Brugnaturi di S. Caterina, in Calabria, ad 
frabicandiiììi et laboraudiim quendani ivnmaginem Nini- 
date jjiannonc, hoc modo, vidclicet: una immaginem già- 



- 227 - 

riosce Marie Virginis cnm suo scannello in pede, longitndi- 
iiis palniormn quiìiquc sine dillo scanno, proporcioìialani 

PROUT EST ILLA LXMAGO NuXCLVrfi IfcRRE NoGARIE, FIENDE PER 

IP3UM MAGis FRUM Baptistam, cl luiuni niigcliiin cnin suo scan- 
no in pcde nuirniorc, longilndinis pnlniorum qualuor, geni- 
bus flcxis sino dillo scanno, et quoddain scannelluni in medio 
cum suo libro, cl unum Dcopalrcm et Spiritum insancluni 
(sic) el colunbani, circunidatuin seraphinoruni. Così nell'atto 
d'impegno, ancor esistente in Messina (1). 

Ed il Mazzolo certamente adempì l'obbligo suo verso 
Novara, poiché la statua reca scolpito nello zoccolo, sulla 
faccia anteriore, l'anno D531, mentre sul piedestallo dell'An- 
gelo si legge: 

A. QVISTA. OPERA. FV. PRICIPIV. M. 

o 

VÀLETI." ALTRI. BENEFACTVRI. 

Questa pregevole statua ha una bara in legno com- 
prendente quattro colonnette agli angoli che sorreggono 
una volta decorata con ornati e ghirlande di liori. In mezzo 
al ripiano vedesi la statua della Madonna con libro, e quella 
dell'Angelo Annunziatore, mentre nel centro della volta 
si libra lo Spirito Santo ed in un angolo , soprastante alle 
due statue, sta un mezzo busto del Padre Eterno. 

Non reca la nrma, è vero, ma in gran parte le misure ri- 
spondono a quelle date nell'impegno della statua per le Cala- 
brie, e che doveva essere come questa. La Madonna in- 
latti, che doveva esser alta cinque palmi (m. 1.75) senza 
piedestallo, è invece m. 1.23, e lo zoccolo m. 0.24; invece l'An- 



' r) Registri di Notar Francesco Salvo seniore., voi. 152S-31 (Nell'Ar- 
chivio Provinciale di Stato di Messina). 



— 228 - 

gelo, che doveva alzarsi per palmi 4 (m. 1) è esattamente 
m. 1.02, e sta genuflesso sopra un ginocchio, con le braccia 
conserte al petto. Il libro, il P. Eterno, e lo Spirito Santo 
tra serafini, voluti dal contratto, si vedono scolpiti a posto. 
Concludo poi che la statua tu ordinata al Mazzolo nel 
1530 e finita nel 1531 come dalla data appostavi si legge, 
e dovette pagarsi Onze 32 (L. 408,), perchè tal somma si 
prometteva da quei a Calabria per lo stesso lavoro, che do- 
vea loro consegnarsi in Natale 1530, ma che forse subì an- 
che un ritardo, come la statua di Novara. 

Fra le scritture di questa chiesa ne abbiamo trovata 
una davvero preziosa , in quanto che conferma una tra- 
dizione, che a noi importava moltissimo mettere in sodo. 
Si diceva, dunque , che anticamente un incendio avesse di- 
strutto le scritture di tutte le chiese che si conservavano 
nell'archivio della madrechiesa. Il fatto, se non certo, do- 
veva essere probabile, perchè nessun documento esiste che 
porti una data anteriore al 1509. Il registro dei battezzati 
comincia dal 1543, quello dei morti dal lb55, quello dei matri- 
moni dal 1591. E con analoghe date esistono pochissime scrit- 
ture che non hanno molto valore storico, o che giovi al no- 
stro assunto. 1 libri di introito ed esito, non sono che re- 
lativamente recenti, e nulla, quindi possono dire sull'origine 
delle chiese: essi datano dal 1600 in poi, quando cioè le chiese 
erano state fatte, non restando che la parte decorativa e 
l'ammobigliamento. La tradizione, dunque, parlava dellMn- 
cendio, il fatto della mancanza di documenti antichi lo con- 
fermava, ma la prova evidente, ripetiamo, si è trovata in 
questa lettera che fedelmente riportiamo. 

« il sacerdote Don Silvcslro Maimoiie e Riga, come prò- 
« curatore sostituto della chiesa della SS. Annunciata, della 
« terra della Novara, uìiiilinente espone a V.E. (l'arcivescovo 



— 229 — 

« di Messina) qitaliìieiite trovaìidosi la detta chiesa creditrice 
« sopra diversi predi e lascili, e perchè imi si trovano le 
« scritture orij^iiiali ndr archivio che fitrjiio ahr agiati nel 
« secolo trascorso da un f ululine, così domanda all' E. V. 
« come deve regolarsi onde esigere ctc. Novara 26 Set- 
« tenibre 1743 ■■>. 

Dunque è assodato l'incendio, con di più hi causa che 
ne fu un fulmine. 

Questa chiesa ha tre campane, una fatta recentemente, 
nel 1875, un'altra tu>a dal Giuseppe Costantino nel 1834, la 
terza ha caratteri antichi che non possono leggere che i 
competenti. Caratteri simili trovansi in altra campana della 
Madrechiesa, della quale dirò in appresso. 

Chiesa di S. Sebastiano. 

Chiesa ad una sola navata e cinciue altari. Già lesio- 
nata in più luoghi, minacciava rovina, quando cinque ann- 
addietro fu restaurata, ed il campanile, rimasto incompleto 
tìn da principio, fu, se non completato^ coperto da una tet- 
toja da simulare un' opera finita. Davanti di essa vi è un 
largo, dal quale si ammira il più bel panorama che offra 
il paese, avendosi di fronte un bel tratto del mar Tirreno 
adorno dalle isole Eolie. 

Data la quantità delle chiese che ha Novara, e data la 
vicinanza della chiesa dell'Annunciata, questa di S. Seba- 
stiano si poteva ben sopprimere, facendone del suolo, uni- 
tamente al largo esistente, una piazza che, certo, avrebbe 
adornato il paese, sia per la grandezza, sia per l' incante- 
vole prospettiva e sia, anche, perchè non vi è alcuna altra 
piazza. Ma essendo stata restaurata , chi sa quando i po- 
steri si decideranno a smantellarla. 



— 230 -- 

Non è possibile rimontare all' epoca in cui venne co- 
struita, perchè, come si disse, incendiato l'antico archivio 
delle chiese, l'origine di esse è rimasta nel bujo. In ogni 
modo ò una delle meno antiche. Il registro d'introito ed 
esito comincia dal ìbò'ó e dalle spese che si venivano fa- 
cendo, pare che la chiesa fosse da poco terminata. Infatti ò 
notata la spesa di onze 38 per uno stendardo, fatto da Don 
Domenico Chiarello, in Messina, nel 1696. E nel 1698 altra 
spesa di onze 3 per una fornace di calce che doveva servire 
per la chiesa di S. Giovanni Laterano, che di poi fu sop- 
pressa. L'esito seguita con le seguenti partite, delle quali 
è inutile riportare le cifre, tranne di qualcuna. 

Nel 1702 si spese per rifare il campanile, gli angoli 
di pietra ed il cornicione, nonché la facciata della chiesa, 
la relativa scalinata e la regolarizzazione del piano. 

Nel 1732 si fece la cornice del quadro del Purgatorio. 
Non si parla del quadro, perchè la spesa per esso fu fatta 
dai divoti probabilmente. 

Nel 1729 30 si allargò la sacristia, si fece la volta ed 
il pavimento con 400 mattoni , allargandosi il piano e co- 
struendo nel burrone il bastione. 

Nel 1732 viene fatta la scalinata dell'altare maggiore 
proseguendosi il bastione sotto del piano. 

1737. Spesa per fare il pulpito, 1' arco della cappella del 
Purgatorio e la porta laterale della chiesa, proseguendosi i 
lavori del campanile. 

1746. Spesa di onze 32 per una campana , e di onze 
18 per la corona di argento di S. Sebastiano, nonché le frec- 
cie, che furono lavorate da maestro Battista Moschella. 
Nel 1750 per onze otto fu fatto il quadro dell'Addolorata 
che fu benedetto, assieme all'altro della Madonna della Mercè 
che costò del pari onze 8, due anni dopo. Nel 1752 s' isti- 



- 231 - 

tuìsce una confraternità, della quale fan parte frrt lei li e so- 
felle, cioè ammette ambo i sessi, L'organo fu fatto in Mes- 
sina nel 1753 e costò onze 30, più onze 6 per spese di tra- 
sporto e regalo all'organista. 

Attualmente in questa chiesa si nota la statuetta in 
legno di S. Rocco, quella di S. Sebastiano, legato ad un'al- 
bero e trafitto da numerose freccie, l' altra moderna di 
S. Gregorio in cartapesta. Bisogna ricordare che questo 
santo aveva già la propria chiesa (distante da questa 10 
metri e convertita, anni sono in ospedale, nella quale erano 
allogati pure altre due statue, cioè quelle di S. Lorenzo e 
di S. Silvestro. Mezzo secolo addietro tutti tre uscivano, 
assieme alle altre statue del paese, nella processione del 15 
Agosto , festa dell' Assunta , ma in seguito la chiesa di 
S. Gregorio venne chiusa al culto, le statue deperirono, 
e solo quella del titolare fu ricoverata in questa , ma per 
breve tempo, poiché consunta anch'essa, venne surrogata 
da altra, fatta in Messina, la quale, perchè ritenuta, per 
r opulenza delle forme e pel volto roseo, non corrispon- 
dente all'originale che fu, in vita, come narra la storia, secco 
e mingherlino, fu di nuovo surrogata da altra macilente e 
con viso plumbeo, fatta in Barcellona nel 1890 e che costò 
lire 150. Inutile parlar di pregi artistici, né di nomi di au- 
tori, che del resto non risultano dalle ricerche fatte. 

Di statue, finalmente vi è quella dell'Addolorata, fatta 
dal Genovesi, in Palermo, nel 1854, e della quale parleremo 
più avanti. 

La chiesa contiene quattro quadri, cioè la Madonna della 
Mercè, il Purgatorio, S. Vito e l'Addolorata, tele ordinarie, 
senza nome d'autore né data. Quello però del Purgatorio è 
degno di nota per un enigma che non abbiamo potuto chia- 
rire - Tutte le figure han poco valore : ne hanno molto , 



-- 232 - 

invece due, un'angelo, un ardito scorcio, nel centro del qua- 
dro, che porge la mano ad un'anima che sta in giù, con 
altre, nelle fiamme; ed un'altra anima colle braccia con- 
serte, pure nelle fiamme, nell'angolo inferiore sinistro del 
quadro. Sia per disegno, sia per colorito, ambidue sem- 
brano fatte da altro pennello, perchè la bellezza dell'angelo 
ed il colorito vero, vivo dell'altra figura non corrispondono 
affatto all'intonazione che presenta l'insieme del quadro, 
intonazione dove campeggia la tinta scialba e grigia. Ecco 
l'enigma. 

Il quadro attuale dell' Addolorata è degno, se non lo 
è di fatto , della mano di un mestierante , mentre 1' antico 
era assai migliore, e non sappiamo per qual motivo fu sur- 
rogato. 

La statua dell' Addolorata è veramente lavoro assai 
bello: siamo, infatti, di fronte ad un vero, ed abbiamo da- 
vanti la donna. Ma l'eccellenza dell'arte consiste, nelle opere 
sacre, nel far scomparire od ecclissare la carne e la mon- 
danitA, facendo risaltare un sentimento, una idealità, e nel 
caso presente , un dolore supremo , scopo ben raggiunto 
nella nostra statua, nella quale la donna è scomparsa, 
restando solo l'espressione del più vivo e straziante dolore. 
È la Niobe antica, è la Pietà del Duprè (1) con l'aggiunta 
di una lacrima impietrita sul ciglio ed una spada d'argento 
che le trafigge il cuore. 

Così va espresso il vero, e Corrado Ricci ha ben ra- 
gione quando dice che la riprodusione rigorosa e scìuplice del 
vero ìioìi può aspirare all'alto nome di arie, ina die l'ar- 
tista, studiando molto dal vero, debba procurarsi quella 
abilità che gli consenta poi di produrre Vopcra vera, non 
copiando il modello od il maìiichino. 



(i) Nel camposanto di Siena. 



O'-l 



-- 233 - 

Il verismo è condannato , anche come espressione di 
concetto, e non ò dimenticata la giustji guerra che V arte 
classica tece al Nerone del Gallori , il quale per presen- 
tare un concetto vero, v'csti il suo personaggio da baldracca, 
risultando dalla storia che con tali muliebri vesti appunto 
Nerone andava gironzando di notte nei prostriboli. 

Quanto lodato, invece, in quello stesso turno di tem- 
po (1868) il ratto di Polissena del Fedi, che ebbe, anzi, l'o- 
nore di stare accanto al Perseo del Cellini ed in compa- 
pagnia del Laocooiite e del Ratto delle Sabine, nella Log- 
gia dei Lanzi a Firenze. 

E quanto giusto vero nel Tobia del Sarrocchi, nonché 
in tante altre opere, dove è bandito il vero nudo e crudo. 

Questa chiesa possedeva i più ricchi e preziosi para- 
menti sacerdotali, ma furono rubati anni addietro e venduti 
in Catania, 

Delle tre campane, due sono recenti, cioè del 1844 e 
1886, la terza è del 1710 e fu fusa da Paolo Costantino. 

Chiesa del SS. Salvatore. 

È una modesta chiesetta, distante circa 500 metri dal- 
l'abitato, e che ebbe varie vicende. 

Fin dal 184C circa era chiusa al culto, tranne che pel 
giorno del titolare, in cui si celebrava una messa cantata, 
e pel giorno di S. Filippo che dalla madrechiesa , sua re- 
sidenza, vi veniva in processione. Fattosi, però, il cimitero 
e sgombrate le ossa dalle sepolture delle varie chiese , fu 
adibita come ossario, ma dopo qualche tempo cominciò a 
rovinare per ridursi, infine, senza tetto. 

Un mendicante, certo Angelo, figlio dell' amore , ebbe 
r idea di ricostruire la tettoja, nonché di abbellirla, e si ac. 



- 234 — 

cinse a domandine elemosine a tale scopo, elemosine che 
venivano volcnicrosamente date in denaro, ovvero in ge- 
neri e materiali occorrenti, come legname, mattoni, calcina, 
tegole ed altro. Così la chiesa risorse in condizioni assai 
migliori di prima , coji pavimento in mattoni di cemento, 
muri interni ed esterni intonacati, altare regolarizzato, con 
r aggiunta di una sacristia che prima non aveva. La cam- 
pana di S. Venera passò a questa chiesa , essendo stata 
adibita per altra chiesa la propria. Ma il Mendicante, ter- 
minata l'opera, impazzì ed ora trovasi nel manicomio di 
Messina. 

Chiesa di S. Giovanni Battista. 

È chiesa piccola, di fronte alla madrechiesa , con cin- 
que altari. 

A prestar fede alla data che è incisa sull' architrave 
della porta, si dovrebbe credere che fosse stata costruita 
nel 1592, ma siccome vi sono scritture dal 1563-1577-1588, 
così deve ritenersi che quella data segni qualche modi- 
fica alla facciata ovvero il compimento, mentre la chiesa 
era costruita e funzionava già da 29 anni. 

Contiene due quadri importanti, cioè quello di S. Gio- 
vanni ai piedi del quale è scritto : A. M. D. G. anno 1778 — 
Sacerdote Sebastiano Bertolami procuratore. Non vi è nome 
d'autore. 

L'altro quadro, assai più pregevole ed uno dei migliori 
che possediamo, fu fatto da Antonio Catalano nel 1598, come 
è scritto nello stesso quadro, e rappresenta la Salita al Cal- 
vario : in paese è detto il quadro del Perdono. 

Il Catalano è pittore messinese (1560-1630), dove è di- 
stinto col nome di antico per l' omonimo suo figliuolo, 



" ^35 — 

pittore valente anche lui; e fu allievo del Haroccio e del- 
l'Alban I. Le due figure a mezzo busto, che vcdonsi espres- 
se nel quadro, con le mani conserte in atto di pregare sono 
i ritratti dei committenti Cesare Mairnone e fratello Saverio, 
accanto si legge : 



HOC OPVS DEVOT'^ 

GRATIA CESARIS 

MAIMONIS SUMP 

TIBUS PER 

FECTVM 

EST 

Il nome del pittore poi così vedesi espresso : 

ANT.s CATALANVS 

MESSANENSIS 

PINGEBAT 

1598 

Questa bella tela, misura m. 2 per m. 1.27 ed era nella 
chiesa di S. Giovanni, dove la vide e la descrisse nel 1833 
il D.' Carmelo La Farina (l), ma non essendone colà ben 
sicura la conservazione, do qualche anno, dopo le nostre 
insistenti e vive esortazioni, fu trasportata alla madrechiesa, 
ove occupa un posto nella cappella del Crocifisso, posto non 
felicemente scelto per la luce falsa che riceve, ma che tut- 
tavia permette ai fedeli di vederla ed ai forestieri di am- 



(i) La Farina C, De/Ze Belle Arti e degli artisti fioriti in va^ 
rie epoche in Messina. Ricerche ordinate in piit lettere, pag. 38-39 
(Messina, 1835). 



mirarla, cosa impossibile prima, essendo la chiesetta di 
S. Giovanni chiusa già al culto da tanti anni. 

Fino a poco tempo fa in essa si celebrava una messa 
cantata il giorno 8 Settembre, ricorrenza della festa della 
Madonna del Tindaro, ma ora non più. 

Chiesa di S. Venera. 

Chiesa piccola, a due chilometri circa dal paese, fu 
costruita nel 1602 come appare dell'incisione che vi ò sulla 
porta. Bisogna dire che doveva servire pei bisogni spiri- 
tuali dei pochi ortolani che abitavano in quella contrada 
ed averla, quindi a portata di mano, si direbbe, visto che 
in paese ogni fedele aveva la sua chiesa davanti la porta. 

Accanto alla chiesa vi è un piccolo locale dove , un 
tempo, abitava un frate che vestiva il sajo dì lana grezza, 
conforme al vestiario di S. Paolo, l'eremita. 

È rimarchevole il pregevolissimo quadro su tela , che 
raffigura S. Anna, S. Venera e la Madonna col bambino 
in braccio. In basso del quadro vi è una fascia, divisa per 
mezzo di tre cariatidi in quattro scompartimenti, in ciascun 
dei quali il pittore dipinse episodi della vita e martirio di S. 
Venera. Autore è Francesco Cardile alias Cardillo, pittore 
messinese allievo del suo concittadino Antonello Riccio: l'ar- 
tista, a simbolo del suo nome, dipinse nel quadro un car- 
dellino recante nel becco un nastro bianco con la scritta : 
ego feci. La data che leggesi nel quadro è 1607, e da essa 
possiamo concludere col La Farina che questo dipinto è 
forse l'ultimo compito dal valente artista, che in quell'an- 
no precisamente mancava ai vivi nella patria sua (l). 



(i) La Farina C, Delle Belle Arti e degli Artisli cit. pag. 12-13. 



Ora intanto, è da deplorare che la chiesa da tempo ò 
chiusa al culto, mentre fino a pochi anni fa vi si celebrava 
una messa cantata nel giorno della festa di S. Anna, cosa che 
non si pratica più. La campana fu tolta e data alla chiesa 
del Salvatore, la tettoia è in rovina ed è facile che la piog- 
gia spruzzi il prezioso dipinto. Da multi anni noi facciamo 
istanza onde il quadro venga portato alla madrechiesa, ed 
abbiamo anco promesso di fornire la chiesa di una oleo- 
grafia di S. Anna che ne surrogasse il quadro, ma inutil- 
mente (l). 

Madrechiesa. 

Più che chiesa è un tempio per grandezza , architet- 
tura, eleganza, armonia di linee, arditezza della cupola, non 
che per ricchezza di argenterie, paramenti sacerdotali, pro- 
f'isione di marmi e stoffe preziose e numero di campane. 

E di stile Corinzio a tre navate, in forma di croce la- 
tina, con dodici colonne di pietra arenaria con meravigliosi 
capitelli, specialmente all'ala sinistra. Contiene tredici al- 
tari di marmo, compresi i gradini, fra i qu'ili il più ricco 
e pregevole è quello del Sacramento, e quello maggiore. 

Di marmo era pure il pavimento del terzo superiore 
della chiesa, ma da pochi anni è stato completato il rima- 
nente. 

Ha un buon organo e 9 campane. 

L'impressione che fa questa chiesa, anche a coloro che 
sono sforniti di senso artistico, è meravigliosa, e noi che 
abbiamo veduto molte chiese in tutte le Provincie del re- 
gno, proviamo una vera ammirazione guardando questa, 
che non ha eguali (s'intende, dello stesso genere) per bel- 
lezza, eleganza ed armonia delle varie parli. Né può dirsi 

(i) Ora, però, fummo esauditi e la tela fu portata alla matrice e 
situata nella cappella di S. Anna, dove è ammirata da tutti. 



-^ 238 - 

che il nostro amor proprio (è il caso dire del campanile) 
ci detta questo giudizio, perchè abbiamo la coscienza di 
giudicare obbiettivamente. Del resto, questo lusinghiero 
giudizio non ò solamente nostro, sibbene di tanti forestieri 
che han veduto la chiesa , compresi gli appassionati del- 
l'arte, i competenti e gli artisti. 

11 coro, come l'arredamento della sacristia, è in legno di 
noce, finemente intagliato e con ornati indorati. 
A che epoca fu costruita la chiesa ? 
S'ignora completamente, e né per tradizione, ne per 
documenti si hanno notizie, anche approssimative. 

È certo che da prima non sorse qual'è ora, ma dovette 
avere proporzioni assai modeste, per come modesto, nella 
sua origine, doveva essere anche il paese. La genesi di 
di essa è quindi legata a quella di Novara , e chi cono- 
scesse questa, avrebbe qualche conoscenza di quella. Ma 
le nostre lunghe, persistenti e pazienti indagini su di ciò 
non sono state coronate da molta luce. 

Il paese, anticamente , era situato ai Casalini e si chia- 
mava Noa, Di esso, lo storico Filippo Cluverio , nel li- 
bro 3*^ pagina 385 dice : « Ultra Galatam, Inter Cantaram 
« et Oliverium amnis, qua NeptuniO; seu Pelori monti ju- 
« guntur Herae, sive lunonia juga, opidum, nunc, est voca- 
4 buio Noara. Id nomine suo serbare videtur antiqui opidi 
« quod Stcphani, epitomatorì et Suide , Favorinoque di- 
« citur Noae, atque inde opidani ejusdem Noaei: qui Plinio, 
€ lib. 3, cap. 8: in mediterraneis sunt Noaeni. Stephani epit: 
« NoAE, gentilium Noaei est, autem, Siciliae opidum. Suida 
« ac Favorinus: Noae, opidum Siciliae, cujus opidanus di- 
ci citur Noeus ». 

Ora, chi sapesse l'epoca in cui gli antichi Noeni , no- 
stri antenati, lasciarono quell'alta vetta per istabilirsi qui, 
ove noi siamo, saprebbe del pari qualche notizia sulla pri- 



— 239 — 

mitiva chiesa che sorse nel nuovo paese, perchè non si 
può concepire un popolo senza il suo locale pel culto re- 
ligioso. Intanto questa data, ripetiamo, è ancora ignorata, 
come nulla si sa delle cause dell'abbandono dell'antica Noa. 
Noi fecimo, nel nostro lavoro storico sii Novara, di- 
verse ipotesi e ci attenemmo, infine, a quella di terribili 
tremuoti che avrebbero danneggiato in parte o completa- 
mente rovinato il paese, motivo per cui i pochi superstiti 
alla catastrofe, cercarono rifugio più in basso, stimandolo, 
forse meno soggetto ai cataclismi tellurici, e così scelsero 
l'attuale sito di Novara. 

Una vaga ed incerta tradizione dice che fu luogo del 
loro rifugio la contrada Cittadella, sottosi^iniQ e più vi- 
cma a Noa, ed in vero esistevano coLà vesfgia di antiche 
costruzioni, ora scomparse, ma la posizione non avendoli 
accontentati , vennero difinitivamente a stabilirsi qui, co- 
struendo le prime case attorno alla roccia del castello e 
dal lato di mezzo giorno. Ma a che epoca successe ciò? 
S'ignora, ripetiamo, ed è giocoforza ricorrere alle ipotesi, 
che volentieri lasciamo fare ad altri. - 

E certo che in Novara documenti , scritti anteriori al 
1500, non ne esistono, essendo stato incendiato da un ful- 
mine l'archivio della madrechiesa, dove erano conservate 
tutte le scritture religiose e che, certamente, dovevano 
contenere le preziose notizie che avrebbero svelato a noi ciò 
che con tanto interesse cerchiamo. E queste stesse scritture 
del 1500 non sono che documenti isolati, chi sa in qual modo- 
scampati all'incendio. In Messina invece il La Corte Cailler 
mi comunica avere rinvenuto un documento in cui si ac- 
cenna alla nostra Madrechiesa, e che è il più antico fino 
adesso conosciuto. Il documento infatti, in data 9 novem- 
bre 1504, precisa che Wvenerabilis presbiter angelus de ga- 



— 240 - 

bino, archipl'csbitcy terre nohnrie nec non et clcricus phi- 
lippns de xin, prociirator, ut dixit, mntris ecclesie diete 

terre, veudiderunt clerico bernnrdo de paruto, 

de terra predicta iioharie tolniii et integrain quaindam 

luedietntcm ciiittsdam clausure oliiii legate per quondam 
philippuui de partito diete ecclesie^ sitain et positam in ter- 
ritorio terre predicte, in contrai, i de li budini ecc. (1). 

Se questa del 1504 è la più antica scrittura conosciuta 
che si riterisca alla nostra madrechiesa, in Novara intanto 
la più antica è; dtl 1508, e per mezzo di essa si sa che lo 
stesso Angelo Gabbino lascia onze 12 alla comunità dei preti 
per messe, agli atti del nolaro Placido Blando, il 25 Giugno 
1508. Altra del 1509, consiste in un atto di Matteo Bur- 
gisi che lascia alla chiesa alcune piante di ulivo il di cui 
olio deve servire per illuminare la cappella della Madonna 
(da esso fatta) ogni sabato, nella novena del Natale, nelle 
altre feste e per tutti gli apostoli. In due altra ancora del 
1524 e del 1589 il paese viene scritto Noharie, ed il notaro 
è Francesco Caliri. Altri due, infine, del 1561 e 1562, ricor- 
dano che il quel tempo era arciprete Don Antonino Burgisi. 
Tutte sono scritte in dialetto siciliano, poco leggibile per la 
calligrafia deforme e sbiadita. 

Le notizie certe si avrebbero avuto dai libri d'introito 
ed esito, ma sono appunto questi che mancano per le epo- 
che antiche, cominciando solo ad aversene dal 1600 (2). 

A quest'epoca la madrechiesa era compita nella co- 
struzione delle sue fabbriche e situazione delle colonne. 



(D Atti di N. Pietro Funi o Xuni, voi. 1500-ài fol. XV (Nell'Ar- 
chivio Provinciale di Stato di Messina). 

(2) Anche nell'archivio del Comune i documenti non datano che 
dal 1500 in poi, anzi, questi sono pochissimi ed insignificanti pel 
nostro assunto, 



— 241 - 

non restando a fare che la parte dt:corativa, altari, quadri, 
scalini e quanto altro, insomma, costituisce la decorazione. 
È probabile, perciò che tosse stata costruita fra il 1400 ed il 
1500 sopra l'antica chiesa, perchè trovandosi quel lascito 
del fu Filippo Paruto con la data anteriore al 1504, deve 
ritenersi che la chiesa funzionava già benché grezza e disa- 
dorna. 

fi lavoro dovette durare lungamente, sia per 1' esten- 
sione assai vasta dell'edifizio, sia per la scarsa popolazione 
del paese, che era, in quel tempo, di circa tre mi la -anime. 
In questo momento Novara, col notevolissimo aumento de- 
mografico avuto (superiore a quello dei paesi vicini) conta, 
nel solo capoluogo 5,000 anime ed altrettante nei villaggi. 

Comunque siasi, la chiesa cominciò a fornirsi di qua- 
dri, statue, paramenti, altari e di ogni altro adornamento 
dal 1600 in poi. E noi assisteremo, ora, riportando dai libri 
di esito, quanto si trova a riguardo di questo arredamento. 
Trascurando qualunque esigenza letteraria e rinunziando 
a più conveniente forma, riporteremo tali quali si trovano 
scritte le spese fatte. Ciò riescirà alquanto monotono, ma 
vi guadagnerà la verità storica , mostran<lo, in pari tempo 
usi e costumi che ora sono scomparsi e che neppure la 
tradizione ha conservato il ricordo. 

Nel 1629 Don Nicolao Antonio Burgisi lascia, con atto, 
del notaro Mercurio Puglisi, rotoli otto di olio per accen- 
dersi una lampada davanti l'altare della Madonna. 

Nel 16ò4 si fa la spesa di onza una e tari 18 per un 
Cristo resuscitato lavorato in Messina da maestro Antonio 
Osiglia (1). 



(i) Di questo artista messinese non si hanno ancora notizie, ed è 
questa la prima volta che se ne fa il nome. 



— 242 — 

Nel 1665 spesa di quattro canne di tela per fare il 
quadro della Madonna del Rosario, tari 16 — al pittore (è 
omesso il nome) che lo dipinse onze 10: altra spesa per 
fare la liiuiiiiaria (falò) davanti la chiesa nella notte di 
Natale, usanza scomparsa da molto tempo. 

Nel 1670 spesa per fabbricare il campanile e fare gli 
angoli di pietra. Non si tratta dell' attuale che fu co- 
minciato nel 1722, come si vedrà meglio appresso, cioè 
52 anni dopo, bensì di quello che era attaccato alla navata 
destra della chiesa, dove ora è il battistero. 

1674. Spesa pel iabaranii all' altare del Rosario e di 
S. Biagio. 

Nel 16S0 spesa di onze 14 a maestro Antonio Parmi- 
tano per fare 14 canne di pavimento di pietra nella chiesa. 

1687. Arciprete Don Francesco Borghese, spesa per 
far torcere la seta e fare il portale del Sacramento tari 
24 : per tingere la seta tari 19, per tessere il drappo onza 
una e tari 19. 

1688. Spesa di tari 4 per fare accomodare la faccia alla 
immagine della Madonna. 

1689. Spesa di onze 30 ad Andrea lannelli per stuc- 
chi dietro l'altare maggiore, cioè nel Coro 

1696. Al signor Francesco, pittore (si tace il cogno- 
me) (1), per aver ricontato il quadro della SS. Assunzione. 
Esisteva, dunque, altro quadro dell'Assunta, poiché l'attuale 
fu fatto nel 1805, come si dirà appresso. 

169S. Spesa di onze 70 e tari 21 per fare la cappella 
del Sacramento con marmi rabescati. 



(i) Non è improbabile che si tratti di Francesco Cardile, alias 
Cardino, nies::jinese, dì cui abbiam già visto la tela del 1607 nella 
chiesa di S. Venera, e che nel 1603 era stato a lavorare a Castroreale. 



- 243 — 

1705. Per tre canne di pavimento di pietra lavorata 
onze 3. 

1706. A Don Antonino Cannavo pittore di Casalvec- 
chio per aver fatto li quadretti dcllii casciai'i~~2n (armadio) 
nella sacristia (1). 

1711. Spesa per la statua di marmo di S. Biagio, fatta 
in Catania (manca il nome dell' artista che forse fu Don 
Giacomo Paratore); per trasporto in mare tino al Forte e 
per 22 uomini che la portarono in paese. 

1712. vSpesa di onze 3 date a maestro Gaetano Cullo, 
messinese, per fondere la campana delti squilli (2). 

1714. Spesa pei gradini di porfido alla cappella di S. 
Anna e per la lastra di marmo che forma il davanti del- 
l'altare. 

1715. Fu fatto r organo in Messina da maestro Carlo 
Grimaldi e da suo figlio Paolo (3) e costò onze 88 in denari» 
più onze 7 prezzo delle canne dell'antico organo, che ven- 
nero date al Grimaldi ; piìi spesa pel trasporto da Messina 
fino al Forte e poi a Novara, e spesa all'artista che venne 
a situarlo, compreso il vitto, composto di galluzzi, galline, 
conigli, pernici e formaggio. Più regalo di 3 cattisi di olio. 



fi) Nel suo paese natio, il Cannavo lasciò il proprio ritratto e 
molti dipinti ancora esistenti con altri sparsi anche nei vicini comuni. 
11 La Corte-Cailler mi annunzia che l'Avv. Domenico Puzzolo-Sigillo si 
occuperà quanto prima di questo sconosciuto pittore, di cui io faccio 
il nome pel primo. 

(2) Non si hanno memorie di questo fonditore, l'opera del quale 
dovette spiegarsi al certo in Messina, dove esisteranno senza dubbio 
delle opere. 

(3) Quanto si è detto nella nota precedente, è a ripetere per 
questo costruttore di Organi in Messina dove riesce nuovo perfino il 
nome. Non è da tacere però che la Via Organavi in Messina ricorda 
al certo una industria che dovette avere largo sviluppo, e che poi 
venne completamente a mancare. 



— 244 — 

1716. A maestro Antonino Cangemi per situare li sca- 
lini di porfido alla cappella della Beata Vergine del Sabato 
che (era probabilmente, nel centro e in tondo alla chiesa, 
da non confondere con 1 attuale che fu fatta fare da Don 
Mario Sofia nel 1767, cioè dopD 41 anno). 

1721. Spesa per andare a vedere (dove?), se la statua 
di S. Filippo era buona, tari 8 per la mula e l'orzo: spesa 
per mettere piìi indoratura alla detta statua tari 9 : tari 6 
alli giovani che la portarono in paese. La statua, quindi, 
dovette essere fatta in qualche paese vicino, come si ar- 
guisce dalle lievissime spese del trasporto, ma in quale? 

1722. Con questo anno comincia la costruzione del 
nuovo campanile (cioè l'attuale) e noi trascriviamo con 
la massima fedeltà quanto risulta, 

« Principio seu relatione della fabbrica del nuovo cam- 
«• panile della madrechiesa, procuratore Don Giuseppe Mi- 
« chele d' Orlando. 

« L'anno del Signore 1722, prima indizione, ad hore 13^ 
« con solenne suono di campane et magno concuì'su po- 
« poli, primieramente il reverendo abbate Don Antonino 
« Salvo, arciprete, abbassò nel fossato^ ed unitamente con 
« l'associamento della maggior purte delli sacerdoti e del 
« popolo assistente, intonò la Salve Regina, con la sua 
« orazione seguente, e dopo il signor Abbate diede prin- 
« cipio, seu gettò calcina e pietre per la costruzione del 
« detto campanile, esercitando li maestri a tal ministero 
« eletti, cioè maestro Antonino e Pietro Lembo, fratelli. 

« I fossati furono d' altezza, seu profondi palmi 10. 
« Incominciando dall'astrico del magazzeno sino a basso, 
« essendo stato situato detto campanile in loco dove era 
« il magazzino suddetto e due apoteghe, quale magazzino 
« ed una delle due dette apoteghe sono della madrechiesa» 



— 245 — 

*■ e l'altra apotega del sacerdote Djn Giuseppe e di Gae- 
« tano Melazzo, dalli quali venne comprata pel prezzo di 
« onze 37, delli quali hanno graziosamente lasciato onze 
« 17 ed intascate onze 20. 

« Verso la chiesa di S. Giovanni Battista (seguita la 
« relazione) si trovò pietra palombina ferma, e nella parte 
« verso la sacrestia si trovò sasso forte, tanto che si do. 
« vette adoperare il piccone ed il palo di ferro. La lar- 
« ghezza di detto fossato, nella parte di basso^ fu di palmi 12, 
4 ma. poi a fior di terra palmi IO ». 

Esito pel campanile suddetto : a maestro Sebastiano 
Cupitò e maestro Cono per 150 canne di pietra della per- 
riera di S. Maria (di fronte all' attuale palazzo comunale) 
a ragione di tari 2 e grana 10 la canna, onze 12 e tari 15. 

Seguono altre spese per altra pietra e per sfabricare 
la sacristia vecchia, il magazzeno e la bottega. Poi si ha 
che il disegno del campanile fu fatto dagli ingegneri Arena 
e Costa, di Messina, come risulta dai documenti. 

1722. Il procuratore Don Sebastiano Puglisi fa istanza al- 
l' arcivescovo « che stante 1' abuso già invalso, che molti, 
« senza previo permesso escavano sepolture nella madre- 
« chiesa, onde seppellirvi i parenti morti, emanasse ordine 
« e proibisse l'abuso, perchè le fosse erano tante, che il 
« pavimento era distrutto, e la gente non poteva agirarsi 
« più per la chiesa, stante che le dette sepolture erano 
« semplici fosse senza balata. Ordinasse che occorreva 
« avere il permesso per poter fare sepolture, e dovevano 
« essere ia muratura con lastra pjr coperchio e una lon- 
« tana dall'altra non meno di palmi sette ». 

172j. Introiti di donazioni e di vari cespiti propri della 
chiesa; spesa pel campanile alla fine di quest' anno onze 
81, tari 21 grana IS. 



— 246 — 

1735. Spesa di onze 31: 13: 10 date a maestro Antonino 
e Pietro Lembo per fare la scalinata dell'altare maggiore. 

1737. Per fattura del quadro di S. Michele Arcangelo 
(ed ancora om?sso il nome del pittore) onze 10: regalo al 
giovine del pittore tari 8. Cornice del detto quadro onze 3: 6. 

1738. Spesa per lo cascialìs^o, fra legname, maestria, 
chiodi, vernice, angeli, colla, onze 29: 12. 

Siccome sono tre pareti nella sacristia, fornite tutte di 
armadi, la presente spesa riguarda uno di questi, e probabil- 
mente quello di fronte alla porta. 

1744. Spesa di quattro campane fatte 'in Messina?) 
017ZC 9: per muli 6 che le trasportarono tari 18. 

1756. Fu fatto il quadro dell'Agonizzante, come risulta 
dalla data scritta nel quadro stesso, ma nulla risulta nel 
libro di esito, perchè, certo, fu fatto dai fedeli. Manca pure 
il nome del pittore. 

1767. Don Mario Sofia nel suo testamento dice : 

« Lascio dei beni onde erigersi e fabbricarsi una cap- 
« pella per in essa collocarsi la statua che si ritrova fatta 
« a mie spese e per mia devozione di Maria Assunta, che 
« al presente è situata all'altare maggiore (deve inten- 
« dersi nella cappella del Coro, dove ora è il quadro della 
« stessa Assunta) della madrechiesa, col permesso che chie- 
« der si deve dalli detti fidecommessi al reverendissimo 
« Arcivescovo: e se forse delta cappella si trovasse da me 
« principiata, deve proseguirsi e finirsi secondo il disegno 
« principiato, e se si dovrà principiare dai detti miei 
« fidecommessi, ordino che prima si dovesse fare il di- 
« segno da maestro perito, e poi, secondo il disegno, farsi 
« la detta cappella, con tutti li requisiti ond' essere l' o- 
« pera perfetta, ad onore e gloria di Maria Assunta. Voglio, 
« di più, che i miei fidecommessi prendano il mio argento 
« tutto, consistente in una palangana, boccale alla francese, 



- 247 - 

« coppa, quattro posate, cocchiarelle e brocche, che dopo 
« la mia morte si troveranno, e di tutto si deve fare una 
« lampiera che deve stare davanti la nuova cappella del 
« l'Assunta, senza potersi trasportare altrove per alcun 
« motivo. Lascio, anche la rendita di onza una all' anno 
« onde sia accesa » (Agli atti del notaro Eustachio Cala- 
brese, anno 1767). 

In paese, finora, si è ignorato chi fece la spesa per la 
statua dell'Assunta e chi ne fu lo scultore. Ora da questo 
documento si vede chiaramente che il denaro fu dato da 
D.Mario Sofia; inquanto all'artista, siccome dice la tradizio- 
ne che la statua fu fatta dallo stesso che fece il S. Giuseppe, 
pare che si possa convenire, poiché a parte lo stile uguale 
in entrambe le statue, risulta che il S. Giuseppe tu fatto 
in questo stesso anno 1767, mentre l'Assunta era già stata 
fatta da qualche tempo, come dice appunto il testamento 
del Sofia. Certezza o probalità, il fatto è che avendo il Co- 
licci fatta la Madonna e che dovette, senza dubbio, essere 
riuscita una meraviglia agli occhi dei fedeli, dovendo farsi 
il S. Giuseppe non vi era di meglio che dare l' incarico 
allo stesso artista. 

1771. Spesa fatta dal procuratore Don Sebastiano Pu- 
glisi di onze 2: 22: 10 date a maestro Salvatore Parmitano 
per una cantoniera di pietra lavorata al nuovo campanile, 
ed onza 1. 22. 10 a maestro Nunzio Campo per l'altra can- 
toniera, e ciascuna di canna una d'altezza. 

1773. Date onze 3, più altre onze 3 di messe a Don Fi- 
lippo Viscosi da Pozzodigotto per fare il quadro nuovo di 
S. Placido (1). 



(i) Sui pittori Viscosi, leggasi un cenno nel giornale La Lanterna 
(anno V. N. io) pubblicato a Barcellona Pozzo di Gotto il 31 mag- 
gio 1906. Filippo Viscosi da Sambuca (Girgenti) si ritirò a Barcel- 



^ 248 — 

1774. Spesa di onze 16 date a maestro Giuseppe Lembo 
per fare i gradini di porfido all' altare della Concezione e 
dell' Agonizzante, 

1775. Spesa per rifondere la campana delle messe, la- 
vorata in Messina da maestro Paolo (I) onza 1: 7: portato 
e dazio onza 1:2!^. All'organista Don Sebastiano Puglisi per 
suo salario onze 4. 

1777. Spesa di onze 14 per compra di legname onde fare i 
ponti del campanile e proseguire la costruzione. Più, spesa 
di onza 1 e tari 5 pel viaggio che il procuratore Don Gio- 
van Batt. Matteo Sofia fece in Messina onde far rivedere 
e accomodare (modificare?) il disegno del campanile nuovo, 
fatto dagli ingegneri Costa e Arena; spesa di onze 4 date 
a maestro Giuseppe Scardino per fare i gradini di porfido 
all'altare del Crocifisso e di S. Gregorio (2) spesa per due 
calcari onde fare la calcina e proseguire la fabbrica del 



Iona dove esercitò l'arte della pittura e dove ebbe un figlio, il Sac. 
Antonino. Costui studiò col padre e poi passò a Roma: tornato in 
patria, vi lasciò delie opere, e così a Patti, a Novara ed altrove. A 
Messina aveva dipinto gli affreschi della volta in S. Maria La Scala, 
essendo venuti meno nel 1783 quelli del Bova, ma il lavoro del Vi- 
scosi non piacque' e nel 1856 venne sostituito da quello del Conti an- 
cora esistente. 

Antonino lavorava fino al 1821, ma d'allora non si hanno più sue 
notizie. 

(i) Non è improbabile che si tratti di Paolo Costantino, fonditore 
che in Messina fuse nel 1792 con Vincenzo Giuffrida la gran campana 
del Duomo, come già accennammo, e la cui famiglia a Novara abbiam 
visto lavorare spesso. 

(2; 11 quadro di questo santo stava nella cappella prima dell' ala 
sinistra, entrando, ove fu posto nel 1S70 il quadro di S. Giuliano, 
essendo stata demolita la sua chiesa, passando all'Abbazia quello di 
S. Gregorio. 



— 249 - 

campanile. Seguono altre spese pel cornicione del campa- 
nile, ed in ultimo è notato : 

« Fine del primo ordine del campanile 1777-78 » 

1778. Il procuratore Sofia apre il conto di quest' anno 
con la spesa del secondo ordme del campanile. 

Le quattro cantoniere di pietra lavorata furono libe- 
rate, per pubblico incanto, a maestro Venerando Parmitano, 
a ragione di onze 2 e tari 2 per ogni canna d'altezza. 

Bisogna notare che mentre si costruiva il nuovo, esi- 
steva ancora il vecchio campanile, situato dove ora c'è il 
Batistero, cioè fra la chiesa ed il nuovo. 

1/79. Compra di legname di noce per proseguire il Coro 
e spesa per fare due sgabelli di legno; per situare le statue 
di S. Filippo e di S. Ugo, essendo vecchi i primi, nonché 
spesa per quattro suonatori venuti da Messina per suo- 
nare nella festa della Vergine Assunta il \b agosto. 

Altra spesa per lavorare altri gradini da situare da- 
vanti la chiesa e seguitare a demolire il campanile vec- 
chio, nonché ristorare e imbiancare la facciata. 

1780. Spesa di onze 24 date ad Antonino Bongiorno e 
Antonino Abadessa maestri di legname onde fare la mac- 
chinetta (prospettiva) da mettere davanti la cappella della 
Madonna nel Coro. Più onze 9 per mistura*, colore ed altro 
onde indorarla. Si è detto che questa prospettiva fu data, 
di poi, alla chiesa di S. Nicolò, ove ora si trova adornan-' 
do la cappella della Immacolata. 

Per quattro suonatori, fatti venire da Acireale, onze 4: 
per cinque tambnnnieriQ la biff-era. onde suonare nei cinque 
giorni della festa del mezzo agosto onza 1:27: trasporto 
di cinquanta torcie per servire durante la festa tari 5. 

1780. Per compra di un ombrello ricamato, fatto in Pa- 
lermo onze 8:16. 



— 250 — 

A Don Giovanni P'ontana per aver colorito di nuovo 
la statua dell'Assunta , colori e suo lavoro onza una. Per 
inverniciare e indorare il Coro, al maestro Bongiorno onze 4. 
Per due pianete ricamate, una color verde , l'altra celestina 
comperate da Badalato, on/e 5. Per la scalinata di marmo 
all'altare di S. Michele Arcangelo onze 8; trasporto del 
marmo da Ladoue (contrada ad un chilometro del paese) 
onza una. 

1781. Nota di vestimenta, ossia cappella ricamata dal 
signor Giuseppe Cirona e d'Angelo, ricamatore di Messina, 
sopra molla, a colori di perla, con oro e fiori, alla pittu- 
resca operate. Per pianeta onze 20; tonicelle buone due, 
onze 40 — Cappe magne onze 30 — palio, ossia davanti 
altare, per l'altare maggiore onze 27 — quattro tonicelle 
per li chierici onze 22 — ; Itre spese, ed in tutto Cirona ebbe 
onze 117:20: 10. 

1783. In quest'anno, ai 10 di marzo, ad ore italiane 21 
successero fortissimi tremuoti, che lesionarono la madre- 
chiesa e fecero nascere timori di maggiori danni , motivo 
per cui la chiesa fu chiusa e le funzioni della settimana 
santa si fecero in quella di S. Nicolò. Le campane di tutte 
le chiese che ogni anno, al IO marzo ad ore 21 suonano a 
martorio, comnriemorano come ringraziamento dello scam- 
pato pericolo, tali tremuoti. 

1788 Per due cappe magne pei due maestri di ceri- 
monie , travagliate dal signor Pietro Villari, messinese, 
onze 34: 10: 16. 

1789. A Don Giovanni Lione, da Barcellona, con cin- 
que altri per suonare nella festa di Agosto, onze 4: 15. Ob- 
bligazione fatta da Don Giosuè Durante , di Palermo, con 
Vitaliano e Montinoro di principiare a lavorare l' altare 
maggiore in marmo, e darlo finito e situato e di nulla man- 
cante nell'aprile del 1789 stesso. 



— 251 — 

1794. Nel testamento del notaro Djii Paolo Pu2:lisi e 
Ferrara, fatto il 5 Novembre, 1794, tra le altre cose è detto: 
« Voglio che il mio corpo fatto cadavere, sia seppellito nella 
venerabile Madrechiesa, noìt ostante die si trovasse in fab- 
brica, vicino la porta maggiore, dove fu seppellito il reverendo 
Arciprede Don Antonino Salvo. Lasciò onze 70 onde si fa- 
cesse un baldacchino sontuoso, eguale alle vjstimenta che 
ha la chiesa , e sotto di esso , nelle processioni , stasse il 
Divinissimo ». Il testamento fu depositato agli atti di notar 
Carlo Rao. 

1801. Spesa pel pavimento di marmo dal pulpito fino al 
banco dei Giurati. Questo banco era formato da cinque gra- 
dini di marmo che si estendevano da una colonna all'altra 
nell'ala sinistra, sopra dei quali si ergeva un assito, al quale 
erano appoggiati sei sedili ove dovevano sedere i Giurati 
(Consiglieri od assessori) nelle solennità festive. 

1802. Fu dipinto il quadro di M. Assunta (questa data 
è anche sul quadro) da Don Giuseppe Russo , pittore di 
Pozzodigotto (1) pel prezzo di onze 10 e tari 15. Spesa pel 
telajo onze 11 e tari 15; cornice e zinefra di legno onze 2: 
16:5; — buccole, ferri, chiodi pel portale tari 16: 15; tela 
pel quadro canne 8, onza 1 e tari 18. Nel quadro non vi 
è il nom.e dell'artista. 

1805. Spesa per tre scalinate della porta maggiore, on- 
ze 9; spesa pel pavimento di marmo davanti V altare del 
Sacramento e dell'Assunta. 

1806. Spesa per la scalinata grande, davanti la chiesa. 



fi) Sarebbe lodevole se qualcuno raccogliesse le memorie di questo 
e di altri pittori della Provincia di Messina, dove non pochi ne fiori- 
rono, restandone sconosciuti i nomi. 



— 252 - 

1808. Fu fatto il pavimento di pietra alla navata destra 
della cl'iiesa : fu latta la sepoltura, nel Battistero per sep- 
pelire i bambini : fu fatto un nuovo sepolcro di legname 
per la Resurrezione, 

1809. Da Don Domenico La Spina-, argentiere messi- 
nese (1), fu fatta la sfera di argento (lavoro assai prege 
vole) per devozione ed a spese dell'arciprete Orlando. 

ISU. Si comincia il lavoro per finire il secondo ordine 
del prospetto della chiesa. Si foderano con tela e fascine 
i gradini della scalinata davanti la porta maggiore, onde, 
cadendo qualche pietra, non avvengano, guasti.. Spesa, per 
portare a Barcellona la canape occorrente per fare il In^- 
sone, per mezzo del quale si devono innalzare i pezzi di 
pietra lavorati. 

1812. Esito di onze 98: 15 pagate in acconto ai maestri 
Parmitano e Ansaldo pel lavoro fatto a staglio del secondo 
ordine della facciata, lavoro che fu convenuto pel prezzo 
di onze 100. 

1813. L'argentiere Don Domenico La Spina fece il to- 
sello (trono) d'argento con la seguente nota di spese : ar- 
gento libre 16, onze 71 — velluto rosso di seta onze 5 — 
maestria onze 33 — altre spese onze 6: totale onze 115. 

1815. Il procuratore, canonico Don Anselmo Borghese, 
paga la spesa per quattro grastoni di pietra (acroteri) che 
adornano il prospetto, ed i maestri Parmitano, padre e fi- 
glio, ed Ansaldo rilasciano al detto procuratore Borghese 



(i) Giuseppe La Spina, buono artista messinese, continuò con lode 
le tradizioni della gloriosa scuola di orefici ed argentieri in Messina , 
dove lasciò rilevanti opere conservate ancora in quel Duomo e nelle 
chiese delle Città. 



- 253 - 

ricevuta di onze 33, cioè per onze 30 come a saldo delle 
onze 100 per la facciata, ed onze 3 pel lavoro del contorno 
di pietra alla cappella situata fra le due vetrate. 

1820. Spesa per fare il passetto della sacristia, cioè quel- 
l-andito che da essa sacristia conduce al campanile. In que- 
st'anno stesso a Don Filippo Bonsignore onze 6 per di- 
pingere la cappella di Maria Assunta, e la banda Musicale, 
già formatasi, suona per la prima volta nella festa del 
Corpus Domini. 

Crediamo superfluo notare le altre spese fatte da que- 
st' anno 1820 fino al presente, poiché non si sono fatte 
cose di grande importanza, se si eccettui la statua in legno 
della Madonna del Carmelo e l' altra, pure in legno, di S. 
Michele Arcangelo; il pavimento di marmo in tutta la chiesa, 
essendo stato tolto quello che adornava la metà superiore 
di essa, nonché la lastricatura in pietra che completava la 
metà inferiore. 

Il campanile restò al secondo ordine, anch'esso nep- 
pure compito. Nella facciata le due coordinate che legano 
il primo al secondo ordine fanno come una stonatura, 
perchè essendo la detta tacciata tutta formata , nel di- 
segno, da linee rette, quelle due curve sembrano imbastar- 
dire lo stile. Ignoriamo se nel disegno originale l' autore 
abbia posto questi due mezzi archi, ovvero se essi sia- 
no un' aggiunta che, come felice ritrovato^ ha escogitato 
qualche genio incompreso dal paese. 

Dando, ora, uno sguardo al valore artistico delle tele 
e delle statue, crediamo assai pregevole il quadro di S. 
'Anna, senza data e nome d'autore ; del Rosario, di S. Mi- 
chele Arcangelo, dell' Agonissante (del pari senza nomi e 
date) nonché quello dell' Assidila del Russo. È deplorevo- 
lissimo che in tutti questi quadri, come negli altri che 



— 254 — 

abbiamo, vi siano corone d' argento attaccate sulle teste 
dei santi, uso, invero, barbaro, perchè oltre che si rende 
incompieta la vista delle figure, e specialmente della testa 
che è quella appunto che l'autore intende fare col maggior 
studio, si lesiona la tela, ed ogni loro costituisce come 
una pugnalata, la quale benché incruenta, non è tuttavia, 
meno esiziale alla vitalità del dipinto. Delle statue, S. Fi- 
lippo, S. Ugo e S. Biagio in nulla sono meritevoli d'es- 
sere menzionate. La statua della Madonna del Carmelo 
fatta di recente, ò lavoro discreto, l'altra di S. Miche- 
le, del pari recente, rappresenta l'Arcangelo vestito da 
guerriero, con elmo, scudo, corazza, coturni ed una spada 
in mano. Il momento psicologico ò indeciso, perchè non 
si comprende se sfida, minaccia, assale, ovvero se titu- 
bante e timido cerca ritrarsi dal cimento. Indecisa del 
pari è l'età, non apparendo se sia adulto o d'età infantile. 
Bocca di una piccolezza inverosimile, come lungi da ogni 
vero sono stati modellati gli altri membri. Il profilo della 
faccia è concavo, cosa che dà al volto un' aria antipatica, 
non solo , ma dinota, secondo i dettami fisiognomonici, 
poco coraggio anzi timidezza, mentre il profilo convesso 
è segno di ardimento e di audacia. Pare una statua fatta 
senza l'aiuto d'alcun modello e si stenta a ritenerla lavoro 
contemporaneo. 

Abbiamo speso queste poche parole, perchè, in paese, 
da taluni, questo scarabocchio è ritenuto un capolavoro. 
Non intendiamo, tuttavia, inculcare il nostro giudizio a chi 
la pensa diversamente, anzi ben volentieri permettiamo 
che ci si risponda ingenuamente che de gttstibus, con ciò 
che segue. 

Delle nove campane, una fu fatta a spese del Comune, 
perchè doveva servire per convocare il Parlamento (Con- 



— 255 — 

sigilo comunale). In essa sono incisi i nomi dei giurati del 
tempo, e l'iscrizione dice : 

A. S. M. U O P ...I... 

Fraìicisctts Loinbanìo Joauìies Citrnro Anloiiiiis Ferra- 
ra Iiirati. Anno Z)."' ì693 in quo 11 lamtari a tcrre- 
iiwtibus media fare Desolala est — Don loanttìs Baplisla 
Citraro, Archipresb: clcclns. Don Phiìippns Rao, Locnnitc- 
ncns Archipresb. — f Cristnm nobisciiin slate. Gactanus 
Zunibo. 

La più grande è la più antica^ ed ha scolpita la se- 
guente iscrizione : 

AD MAIOREM RELIGIOXIS CUN'CTUM SUMPTIBUS MATRICIS 
ECC. FUiAM. INTEGR. VIRO. DEIPAR.E. IN CyELUM 
ASSUMPTAE. PNE. PIT. ME. DICAVERUNT. ABB. S. 
T. D. D. AXTONINUS SALVO ARCHI. ABB. V. I. D. 
HIERONIMUS SOFIA ASSES. ET SAC. D. ANTONINUS 
BORGESI PROC. ANNO DNI. 1644. OPUS ANTONINI 
ET JOSEPH FERRAU n) 

Più antica della precedente e meno grande è un'altra 
di cui è illegibile lo scritto, benchò le lettere siano ben 
chiare e nitide. Sono caratteri maiuscoli antichi, e, in paese, 
non vi è chi sappia leggerli. Non è decifrabile il millesimo, 
ma di questo si occuperanno altri più competenti. La tra- 
dizione dice che essa venne portata dai Casalini, cioè 
dall'antica Noa, quando gli abitanti abbandonarono quel- 
l'alta vetta per costruire 1' attuale paese. 



li; Il cognome Ferraù esiste ancora nel vicino comune di Mal- 
vagna, nonché in altri paesi più lontani. Come però notammo a pro- 
posito della Chiesa di S. Nicolò, Antonino e Giuseppe erano da Tor- 
torici. 



— 256 — 

La più pìccola delle quattro che sono situate al primo 
ordine del campanile e recente, essendo stata fusa nel 1898. 

Nel secondo ordine vi sono cinque campane, cioè una 
fusa nel 1556 e con inciso il nome del Sac. Giam Batt. Abra- 
mo — la seconda è del 1754 e reca il nome di Giorgio 
Giamboi, procuratore — la terza, del 1771, ricorda il rev. Se- 
bastiano Pugiisi procuratore, e fu fatta da i\ntonino Co- 
stantino (era prima nella chiesa di S. Antonio) — la quarta, 
fusa nel 1844, ha lo scritto: Comune di Novara — la quinta 
venne fusa da Giovanni Santoro, da Messina, nel 1893. 

RIASSUNTO. 

In riassunto si può affermare ehe le nostre opere d'arte, 
in quanto riguardano la pittura e la scultura^ rappresentano, 
qualunque ne sia il pregio, campioni delle diverse scuole, 
anzi dei diversi concetti psicologici che hanno regnato nel- 
l'arte cristiana dai tempi antichi fino ai moderni. 

E perchè ciò sia evidente, basta premettere un fuga- 
cissimo cenno di storia d'arte, cominciando dal guardare 
le condizioni morali dell'operoso quattrocento, nel quale si 
formano due grandi correnti in Italia. Da un lato il po- 
polo, arrichito col commercio , vuole ogni godimento ter- 
reno, dall'altro la popolazione credente , animata da fede 
viva, ardente, cieca, vagheggia un puro e santo ideale. 
Da un lato il Decauierone, dall' altro lo Specchio della 
vera penitenza del Passavanti ; di qua le Poesie del Poli- 
ziano , di Ica le Lettere di S. Caterina da Siena e così via 
seguitando. 

Fu allora, che cominciò a comparire nell'arte la forma 
pagana a danno dell' idea cristiana la quale fi'i allora 
era stata rappresentata, in pittura e scultura, con quanto 



meno di materia era possibile, sicché le immaojini veni- 
vano rivestite di tanta carne quanto bastava appena, onde, 
assottigliata così la materia, venisse idealizzata la forma. 
E così si videro pitture e sculture che presentavano forme 
secche, ischeletrite, senza muscoli, quasi senza ossa, per 
restare eterizzato il viso. 

Del resto questo concetto non era punto nuovo, poiché 
era stato espresso già dai primi e rozzi scultori greci del 
950 e del 1000, scendendo giìi per aversi forme sempre piìi 
sottili, che potevano ben chiamarsi larve. E di tal genere 
sono le pitture di Giunta Pisano, Bartolomeo dei Servi, Fra 
Margherittone d'Arezzo^ Berlinghieri. In seguito, ma con 
forma migliorata, si hanno quelle di Cimabue, Buffalmacco, 
Giotto, Orgagna, Cavallini, e poi con forma ancor più pura, 
quelle del Beato Angelico, Timoteo da Urbino, Pietro Van- 
nucci ed altri. 

Intanto proseguendo la lotta fra la ragione e la fede, 
fra cielo e terra, comincia a prendere un certo sopravvento 
la ragione, la quale, in arte, ritorna ad accarezzare la forma 
nella sua naturale bellezza, spingendosi sempre più verso 
concetti più materiali è più veri. E crescendo l'amore della 
vita reale, l'ammirazione della portentosa natura, lo studio 
del vero, il desiderio della carne, la febbre dei sensi, fece 
ritornare completo l'impero del naturalismo e trasformò la 
fisonomia dell'arte cristiana in sembianze e atteggiamenti 
pagani. 

E così comparve Leonardo da Vinci, Ghirlandajo, Bo- 
ticelli, Signorelli ed altri, che per più di un secolo domi- 
narono. Fu dopo questi che venne Raffaello, il quale portò 
al massimo ideale la figure , restando sempre umana la 
forma. 

Ma le idee avevano fatto molto cammino, e lo scetti- 



— 258 - 

cismo, unito alla corru;^ione dei costumi, aveva prodotto un 
popolo osservatore dei riti della sua fede, ma senza ombra 
di sentimento religioso , cristiano nella toima , incredulo 
nella sostanza; simulatore di affetti non sentiti, zelante delle 
magnifiche pompe esteriori del culto ; popolo che avezzan- 
dosi gradatamente a transigere con la propria coscienza, 
preparava generazioni senza dignità e senza carattere. 

E del pari, l'arte staccandosi completamente dall'ascet- 
tismo del concetto cristiano antico e dando forme umane, 
vere, naturali ai santi , alle vergini , ai martiri , alle ma- 
donne, finì per scivolare, in ultimo, nelle forme voluttuose 
e, financo, lascive. 

E si fermò qui, forse, questo indecente verismo ? No, 
anzi si accentuò di più e si fini col mettere nella faccia di un 
santo o di una santa il ritratto preciso del modello, come 
fece il Pinturicchio, che diede ad una sua Madonna le fat- 
tezze della lussuriosa Giulia Farnese ; il Filarete che unì 
Giove a Cristo e Maometto a S. Pietro nelle porte di bronzo 
del Vaticano ; il Pollajuolo che ritrasse la Teologia sotto 
forma di Diana cacciatrlce, e m^Ui altri artisti che effigia- 
rono martiri ed apostoli col volto dei cardinali loro pro- 
tettori. 

Superfluo seguitare con ciò che abbiamo ora, in fatto 
di verismo, il quale ha toccato le forme più basse e ribut- 
tanti, tanto in letteratura quanto in arte. Di questa baste- 
rebbe citare , come scultura , il Nerone , e come pittura il 
Supremo Convegno; di quella le nauseanti liriche, i romanzi 
indecenti e gli stomachevoli drammi. Fortuna, del resto, 
che vi siano ad esuberanza artisti e letterati che conservano 
il pudore, non solo, ma che sanno ispirarsi a concetti ve- 
ramente nobili ed alti. 

Ritornando, ora, alle nostre statue ed alle nostre tele, 



- 259 — 

si vede chi:irn mente che appartengono e rapprc>~entritio 
due diversi concetti che han regnato nell'arte. Infatti le 
nostre opere più antiche sono informate al concetto cri- 
stiano, le meno antiche al pagano , e ciò indipendente 
mente dal merito artistico, perchè non sempre l'autore 
è di spiccata eccellenza. 

Sotto questi punti di vista, si osservino, quindi, come 
appartenenti alla prima maniera la statua di S. Francesco 
d'Assisi, magra^ stecchita e con tanto di c^rne in viso quanta 
se ne richiede appena per aversi un volto umano ; quella 
di S. Antonio, più ben fornito di muscoli, ma esile nel viso 
e con mani che permettono di contarne le ossj; quella del- 
l'Annunciata in marmO; con faccia fine, delicata, cerea e 
fredda, tanto che data la materia di cui è fatta, si può dire 
doppiamente mai'morea ; quella di S. Francesco di Paola 
(l'antica) che oftre gli stessi caratteri di parvenza ed esi- 
lità, e nella quale l'autore sciolse con certo quale spirito 
il suo assunto, coprendo con folta barba il terzo inferiore 
della faccia, nascondendo sotto un pesante cappuccio il 
terzo superiore, non restando scoperti che gli occhi ed il 
nas,"), membri modellati, anch' essi con le più assottigliate 
proporzioni. L'Ecce Homo del Concina è anch'esso magro, 
disseccato, cjmpresso, come se fosse uscito dal torchio, con 
membri esilissimi, e la figura intera ridotta a men di quat- 
tro quinti del naturale, onde così presentare meno materia, 

E fra le tele, il quadro di S. Ugo (è piuttosto un ritratto) 
rappresenta un ?anto diafano, secco, incartapecorito, al 
pari dell'Addolorata dell'antico quadro. 

Hanno, poi, un verismo tutto pagano tutti gii altri qua- 
dri e statue che possediamo, verismo crudo, naturale nelle 
opere del 600 700, come ne è campione notevole la statua 
dell'Assunta, dalle forn:)e opulenti e giunoniche^ dalla bel- 



— 260 — 

k'zza tutta mondana del volto , dallo sguardo vivamente 
cupido e dall' atteggiamento abbastanza voluttuoso; quello 
di S. Giuseppe, del quale si è fatto cenno antecedentemente^ 
nonché altro di minor valore artistico. E fra le tele, hanno 
lo stesso verismo quella di S.Antonio, raffigurato, assieme 
a S. Paolo, grasso e tondeggiante, malgrado che vivendo 
nel deserto della Tebaide e nutrendosi di radici , dovesse 
essere allampanato (e questo sarebbe verismo reale) come 
appunto lo dipinse il Morelli; tanto nel quadro Prime teii- 
tasioiii, quanto nell'altro Seconde tentazioni. Trovasi, in- 
fine un verismo temperato da purissimo sentimento in al- 
cune delle nostre opere moderne. È così la statua dell'Ad- 
dolorata, nella quale, il credente non vede affatto la donna, 
sibbene l' espressione del più desolante dolore , nonché 
quella di S, Francesco di Paola che condensa colla sua 
posa e r ispirazione dello sguardo il sentimento della più 
sublime carità. 

A qualunque scuola appartengano le nostre opere, ed 
a qualunque concetto siano informate, si possono ritenere 
come assai pregevoli, fra i quadri: S. Antonio di Martino 
d'Orlando, l'Annunciata dello Stetera, S. Anna, S. Venera 
del Cardino, il Calvario del Catalano, l'Agonizzante, S. Mi- 
chele Arcangelo, S. Giovanni. S. Gaetano, la Madonna del 
Carmelo d'ignoti autori. 

Fra le statue, quella di S. Giuseppe del Colicci, l'As- 
sunta dello stesso, S. Francesco di Paola del Cardella, 
S. Antonio, l'Addolorata del Genovesi, e l'Annunziata del 
Mazzolo. 



Appendicf. 



Qualche aggiunta e qualche correzione: 
Chiesa di S. Maria La Novara. — Trattando di que- 
sta chiesa e convento, a titolo di pura curiosità aggiungia- 
mo la notizia di un documento anche rinvenuto in Messina 
del La Corte Cailler e comunicatoci. Esso ricorda quell'a- 
bate Giov. Batt. Pujades in atto di provvedere a riparare gli 
antichi locali del monastero a Vallebona dal limitrofo tor- 
rente che — assai piìi tardi — finì coH'asportare tutto il 
fabbricato. Con atto del 29 ottobre 15C4, comparivano in 
Messina magistcr symoii di acauipit, pcrriator de terra 
niicarie, ed il frate Geronimo Minaca pilli, procuratore del 
monastero di S. Maria e rappresentante del commendatario 
Giovanni Piixati (sic), e lo scalpellino s' impegnava ad 
frattgeiidum quanidam r oceani intiis flunieìi existenteni 
prope tnoìiastenim, perchè detta roccia impediva il corso 
libero del torrente, e riversava l'acqua accanto il fabbri- 
cato del convento. Lo Acampo prometteva dar finito il la- 
voro per il venturo gennaio 1505 per 3 onze e mezza di 
compenso (L. 44.62), ed era nel contratto lo impegno clii 
lacqita si faza andari per aliam viaui qite ìion iioceat ino- 
nasterio, e che // pecsi chi riunpira siami chi dui ìioniini li 
pocsaiio pigiali et levari di loca. Whate finalmente consegna- 
va in anticipo 10 tari in ferro et a^aro, ed a titolo di prestito 
gli faceva consegna di una masa et triciigniet landideferru^ 
di proprietà del monastero: concludeva poi che, nel caso che 
la roccia non si potesse rompere, allora due periti esaminas- 
sero il lavoro compito da Simone perchè ne venisse com- 
pensato (1). Come si vede, il Pujades provvedeva anche a 
utilizzare la pietra che lo Acampo avrebbe tratta dal lavoro 



(i) Atti di N. Matteo Pagliarino, voi. 1502-05 , Parte III. fol. 29 
verso. iNell'Arch. Prov. di Stato di Messina). 



— 262 — 

cui s'impegnava, disponendo che ogni pezzo potesse venir 
trasportato da due uomini. Ma — come notammo — il 
torrente inesorabile, frenato ancora per altri due secoli 
circa, finì coU'avere il sopravvento, e del monastero ora non 
resta che la misera chiesiola già notata altra vulta. 

— Abbiamo ricordato inoltre che in questa chiesa esiste 
un quadro di S. Bernardo, notato dal De Ciocchis. Osser- 
viamo ora che esso non può essere un pezzo della icona 
di Giovan Salvo D'Antonio, come credemmo in sul prin- 
cipio essendo, la pittura di proporzioni troppo grandi, e 
di esecuzione assai posteriore di età, su tela. 

Chiesa di S. Antonio. — Ci occupammo a suo tempo 
del fonte qui trasferito dalla Badia vecchia e fatto scol- 
pire nel 1506 dal Pujades. Ora aggiungiamo che detto fonte 
in origine era più complesso e piìi ricco , ed infatti nella 
chiesa di S. Maria si trovano, murati, altri cinque pezzi ad 
esso appartenenti, cioè : nella Sagrestia l'Angelo Gabriele, 
la Madonna Annunziata e lo Spirito Santo circondato da 
cinque teste di Angeli, mentre nella chiesa si vedono due 
figure identiche , cioè un Angelo che tiene sul petto uno 
scudo dentro il quale sono scolpiti una mitra ed un pastorale. 
Questi due pezzi restano murati sopra i due archi che stanno 
a fianco dell'altare maggiore. — Tanto le cornici che gli or- 
nati di tutti i pezzi hanno dorature, nò sappiamo se altri 
frammenti andarono dispersi. Tutto ciò poi ci fa concludere 
che il fonte in origine doveva essere addossato al muro, 
con al di sopra ed ai lati le immagini descritte. — Conclu- 
cludiamo poi, che la colonnetta sulla quale si erge la vasca, 
non misura m. 0,75 di diametro, come scrivemmo, ma m. 0,12. 

Chiesa di S. Giorgio. — Da osservare che il quadro di 
Andrea Jannelli non esprime S. Agostino, ma S. Nicolò 
Tolentino. 

DoU. Gaetano Borghese. 



CENNI STORICI SU MEUÌ 



[Coni, e fine vedi Ann. VII, Fase. I-II) 



IV. 



Con un.'ì sì bella pagina di storia del Risorgimento 
italiano, .Meri arriva a noi paesello ridente, circondato 
da ubertose campagne, dove robusto giganteggia l'ulivo 
accanto alla rigogliosa vite e ai sempre verdeggianti giar- 
dini di agrumi, da cui in ogni tempo si sprigiona il soave 
profumo della zagara. 

Il suo tei'ritorio, misura appena circa cinquanta ettare; 
si estendeva ancora meno prima del 1841 , fino al quale 
anno buona parte del paese era aggregata al vicino comune 
di Barcellona Pozzo di Gotto (1). 

Meri, dalla sua origine ai nostri giorni, non può dirsi 
abbia avuto un notevole progresso: scarso il commercio, 
scarsissime le industrie. Solo la popolazione è venuta len- 



(i) R. Decreto del 4 aprile 1840, esecutorio il i" gennaio 1841, 
col quale « i fabbricTti posti l'uno e l'altro lato della strada Provin- 
<i ciale, nel Baglio di Calorìa e nella parte di Calderaro e del Tirone » 
restano aggregati all'amministrazione del Comune di Meri. 

Vedi collezione delle Leggi e dei Decreti reali del Regno delle 
Due Sicilie, ainio 1S40, semestre I. Napoli, 1840; pag. no. 



— 264 - 

tamente crescendo, come rilevasi dal fatto, che, mentre era 
di 408 anime nel 1653, crebbe a 560 nel 1714, salì a 585 
nel 1748, arrivò a 660 nel 1798 (1), Questa citYa salì ancora 
a 758 nel 1831, ad 890 nel 1852, a 1433 nel 1881, e finalmente, 
a 1514 col censimento del 1901 (2). 

Gli abitanti di Meri, per la maggior parte, sono conta- 
dini ed operai. Pochi sono i proprietari ; pochissimi i pos- 
sidenti : manca in quasi tutti lo spirito d'iniziativa. 

L'aria, che a Meri si respira, è saluberrima, e l'acqua 
potabile, che sino al 1898 mancava affatto (3), per l' intra- 
prendenza dei vSignori Merenda e Tedeschi, messinesi, che 
la ricavarono con la costruzione di apposite gallerie nella 
vicina fiumara, da quell'anno si ha abbondantissima e fresca 
alla temperatura di 13 gradi centigradi , come appunto si 



(i) Il mio carissimo amico Dott. Prof. Sebastiano Crino, da me 
incaricato per eseguire alcune ricerche negli Archivi di Palermo, con 
carta postale del dì ii settembre 1904 gentilmente mi comunicava che 
Meri non figura nei censimenti anteriori al secolo XVII, ma comincia 
a comparire solo nel 1653 ecc. 

Al caro amico, per le notizie fornitemi, giungano i miei ringra- 
ziamenti. 

(2) L'annuario d'Italia, anno XVIII, Edizione, 1902, pag. 2595, 
fa salire la popolazione di Meri a 1630. Credo sia in errore, poiché la 
superiore cifra l'ho rilevata dall'elenco della R. Prefettura di Messina. 

D'altro canto deve considerarsi pure che, l'emigrazione, per 
quanto non sia stata straordinaria come in altri paesi, pure, anno 
per anno è sensibilmente cresciuta e noi rileviamo, che, mentre nel 
1904 fu di sole 23 persone, nel 1905 salì a 60 e nei primi nove mesi 
di quest' anno è arrivata a 64 persone. Cfr. un recente lavoro dei 
Dott. Filippo Nunnari : V emigrazione nella provincia di Messina, 
Messina, Tip. Micali, ottobre 1906. 

(3) La popolazione si giovava dell'acqua dei pozzi e delle cisterne 
e di quella assai poca invero, che nel 1855, a spese pubbliche, era 
stata condotta dal luogo denominato S. Michele, a Nord del paese. 



— 265 — 

attinge alle tre fonti pubbliche; costruite lungo l'antica 
strada provinciale, ora Corso Umberto I (l). 

Monumento di discreta importanza è la Chiesa Par- 
rocchiale, sotto il titolo della SS. Annunziata. Cominciata 
ad edificare verso il 1596 (2), cioè all'epoca di don Visconte 
Rizzo, la costruzione seguì piuttosto lenta , poiché , solo 
verso la prima metà del XVII secolo , noi vediamo com- 
pletato l'edificio, durante il governo di don Visconte Morra. 

L'interno di questo tempio, a croce latina^ con quattro 
porte, una nella tacciata, due laterali ed una nella tribuna 
sull'aiise longitudinale, misura m. 35,30 di lunghezza per 
m. 9,20 di larghezza. La pronave o martello è lunga m. 22, 
e l'altezza è di m. 18. 

Le pareti sono tutte decorate di stucchi barocchi di 
discreta fattura ; assai ricco è 1' arco principale , nel cui 
centro, in alto , si vede , pure in istucco , il blasone Di 
Giovanni Morra (3), il che c'induce a credere che la deco- 



(i) Per l'acqua di queste tre fonti il Comune, al cessionario 
Signor Felice Mazzìi, da Meri, paga annualmente L. 150, mentre 
paga, a rate annuali, un debito di circa 40.000 lire per una nuova 
conduttura della sorgiva S. Michele, lavoro eseguito nel 1896, ma che 
non ha dato la prevista quantità d'acqua; essendo quella che giunge 
.nel serbatoio, appena bastevole per alimentare una piccola fonte per 
comodo degli abitanti della parte alta del paese, da due anni costruita 
nei pressi della Madre Chiesa. Nel 1896, l'unica fontana pubblica ali- 
mentata dalla detta acqua, era nella piazzetta dell' Idria. 

(2) Questo millesimo si leggeva sul pilastro orientale della facciata, 
inciso nell'intonaco a qualche metro dal suolo; la recente costruzione 
di un muro di rinforzo lo ha coperto. 

(3) Partito, a destra di azzurro con una spiga d'oro trattenuta da 
due leoni affrontati, dello stesso, nodrita sopra una zolla al naturale, 
movente dalla punta. 

(Palizzolo. Op. cit., pag. 198). 
A sinistra di rosso a due spade d'argento impugnate d'oro a 
croce di Sant' Andrea colle punte in basso accompagnate da quattro 
rotelle di sperone di dieci raggi d'oro. 

(Crollalanza, Op. cii., voi. 2", pagg. 181-82). 



— 266 — 

razione del tempio sia stata ultimata verso il lóSò da don 
Domenico Di Giovanni-Piccichè e da donna Isabella Morra- 
Cottone. 

La vasta Madre Chiesa conta sette altari nella nave , 
di cui quattro a destra e tre a sinistra , poiclìè un posto 
d'altare è occupato dal palchetto per l' organo , sotto al 
quale, fino a pochi anni addietro, si vedeva una panca 
intagliata , riserbata forse ai governatori o ai giurati d.l 
comune (1), e cinque nel martello^ così disposti: il mag- 
giore nella tribuna, due ai lati di questa ed altrettanti alle 
estremità dell'asse trasversale. Di tali altari, il più impor- 
tante, artisticamente ed esteticamente parlando, è il mag- 
giore , ove , in un grande architettonico baldacchino di 
legno intagliato e dorato si custodisce la preziosa tela 
dell'Annunziazione^ opera pregevolissima di Antonio Cata- 
lano l'antico. 

11 baldacchino misura m. 4.85 di larghezza pei" m. 10 
di altezza, e la tela m. 2.10 per m. 3. Alla base del dipinto 
si legge la seguente iscrizione : 



-S5t5' 



ANTQ: CATALANVS MESSANESIS 

PINGEBAT 

1603 

Quadri importanti sono pure quello di Sant'Antonio 
Abate (2) nel secondo altare a destra , pittura di buona 
scuola messinese , ove in base , in uno svolazzo si legge 
la sola data: 1. 6. 0. 9; e l'altro di San Diego (3) nel terzo 



(i) Meri nel 1813 era comune. Cfr. atto in notar Mariano Cassata 
da Merìj sotto la data 25 febbraio 1813. 
(2) m. 1.45 X 2.25. 
(3j m. 0,95 X 170. 



— 267 - 

altare a sinistra, pure di eccellente fattura. Gli altri dipinti 
sono di scarsissimo valore artistico. Importante ò invece 
la decorazione dell'altare dedicato a S. \'ittorina, nel fondo 
a destra del martello , decorazione a commesso di marmi 
colorati e pietre dure (I), opera del 1679 fatta eseguire 
dal nobile Filippo Jancuzzo, il cui stemma (2) si vede in 
cima all'altare con la seguente iscrizione in uno scudo : 

« Philippus: Jancuzzo — aftìtator HVIVS Terre — Miria- 
rum : Hoc opus — lieri fecit prò : sua : Devotione : An. 
D. IÓ79 ». 

Dal lato storico è importante l'altare a destra della 
tribuna, dedicato al S.S. Sacramento e fatto costruire , nel 
1676, da un nobile spagnolo , di cui in alto si vede pure 
lo stemma (3). Detto altare, nell'architettura è identico 
all'altro, che, dedicato al SS. Crocifisso, si vede a sinistra 
della tribuna e a quello per divozione eretto dal Jancuzzo (4). 
Nel fregio e nel gocciolatoio della trabeazione, in carattere 
romano, si legge la seguente scritta : 

<' 11 Cap. di cavalli corazza D. P}^'^ Usan Colonma che 
« venne di Spagna con sua compagnia — nella guerra di 
« Messa e stando in questa terra delli Miri alloggiato fece 
« questo cappella del SS.™° Sacramento a sue spese l'anno 
« 1676 » (5). 



(Il Tra i vari pezzi decorativi di commesso, notevole è il pal- 
liotto, lavoro bene eseguito da ignoto ma valente artista. 

12) D'azzurro con tre gigli d'oro in fascia sulla punta sormontati 
da una colomba svolazzante al naturale. 

(3) D'azzurro alla sbarra d'oro fiancata da due uccelletti al na- 
turale. 

i4) L'altare del SS. .Sacramento, costruito nel 1676, giovò da 
tipo agli altri due. 

(5) E da ritenersi perciò che nel 1676, durante la rivoluzione 
di Messina contro la Spagna una compagnia di cavalleria spagnuola 
dimorasse accampata in Meri, 



- 268 — 

Degne di ammirazione sono pure due statue in istucco 
dipinto, una della Immacolata nel terzo altare a dcstia, e 
l'altra dell'Annunziata nel fondo , a sinistra del martello ; 
quest'ultima grandiosa, posante su un ricco ceppo di legno 
dorato. Entrambe le statue sono della seconda metà del 
XVllI secolo. 

Di bella fattura è il magnifico lampadario in cristalli 
di Boemia, opera del messinese Paolo Lanza, che lo costruì 
nel 1905, a spese dei cittadini di Meri residenti in America, 
i quali da quelle lontane regioni pensarono alla loro pro- 
tettrice Maria SS. Annunziata , alla cui chiesa 1' offrirono 
in voto. 

Di monumenti sepolcrali se no ha uno solo, a sinistra 
della porta maggiore. In esso si leggono le seguenti iscri- 
zioni. Sull'urna : 

D. O. M. 

D. HIERONIMU.S DE MORRA 

MIRIORUM BARO, AC FURIAE, ET BUCCHERII PRINCEPS 

VISCONTI RIZZO , MIRIORU BARONI , CARISSIMO SOCERO 

AC VERI PARENTI, OCULISSIMISQUE NATIS SUIS 

D. MARGARITAE AC D. AGATHAE, VITA FUNCTIS, MONIMETU 

AMORIS, SIBIOUE, AC POSTERIS BUSTTj VIVÉS POSUIT 

ANNO D. I\IDCXXX1V KALEDS AUGUSTI 

Sul piedestallo: 

CARE SOCER, GEMMAS, TUA OUAS MIHI FILIA PATRI 

EDIDIT, ECCE TUO, IURE RECONDO SINU. 

NULLA, VEL EOO MELIORES MARGARA MISIT, 

VEL TRIQUETRA EST AGATHIS OUAE DECORATA BONIS n). 



l'i) Questo sepolcro situato fra il terzo altare dell'Immacolata e il 
quarto dedicato a Sant' Antoniuo (cappella fondata nel 1626 dagli an- 
tenati delio scrivente e clie tuttavia si appartiene alla famiglia D' A- 



— 269 — 

Ad est della Madre Chiesa, alla quale è addossato, 
sorge il campanile a torre quadrata alto m. 25, con guglia 
ottagonale, costruito nel 1848. A canto alla porta di esso, 
è sepolto quel Filippo Migliavacca di cui è stato fatto cenno 
nel cap. III. La lapide è murata all'altezza di circa due 
metri dal suolo. 

Delle tre campane , di cui il campanile è dotato , la 
prima, la più grande, porta la seguenie iscrizione : 

« Ave gratia piena Spiritus S. Super Veniet ini. Ecce 
« Ancilla Domini A. D. 1687 Opus Petri Sances ». 

La seconda ha la seguente scritta: 

« Santa Caterina. Op. anno 1718 ». 

Sulla terza, la pili piccola, si legge : 

« Opus Paces Bertoccelli Soror Hieronima Maria Ver- 
« sac H. T. Abbatissa Anno 1718 ». 

Pure ad est della Chiesa maggiore, addossata ad essa, 
sorge un' altra chiesa , Confraternita sotto il titolo di 
Gesù e Maria; ma non ha nulla di notevole. Attualmente, 
essendo la Madre Chiesa per misure di sicurezza chiusa 
al culto (1), vi si esplicano le funzioni parrocchiali. 



micoì, a destra della nave, fu levato nel 1S64, per aprire colà un'altra 
porta, di fronte a quella preesistente a sinistra, e venne collocato ove 
ora si vede. 

Nello smembrare i pezzi del monumento si scoprì la cassa di 
legno rustico contenente il cadavere assai ben conservato del barone 
Visconte Rizzo. A canto a lui in un'altra cassa rustica era una bambina, 
pure ben conservata, e su un cartellino si leggeva: « INIargherita Ravi- 
dà ». Forse una nipotina del nobile uomo, morta lo stesso giorno di lui. 

(I) I terremoti del 16 novembre 1894 qua e là danneggiarono le 
pareti del tempio. Si sarebbe dovuto subito riparare con applicazione 
di catene e altro per consolidare le lesioni, ma, ciò non essendosi 
fatto, i terremoti del di 8 settembre 1905 lo danneggiarono ancor 
maggiormente, tanto che si è dovuto chiudere. 

Per le urgenti riparazioni e gli opportuni restauri, nel maggio 



— 270 — 

Altra chiesuola, sotto il titolo della Madonna dell'ldria, 
è nella piazzetta omonima. Era essa la cappella del palazzo 
baronale e faceva parte dello stesso edificio, chiusa da un 
grandioso arco che costituiva l'ingresso principale del pa- 
lazzo suddetto. Circa trent'anni addietro, abbattuto quello, 
la piazzetta dell'ldria, come tuttavia si vede, diventò parte 
della piazza grande che si appellava « del Palazzo » e che 
dal 1904 si noma dell'On. Marchese « di Sant' Onofrio ». 

La chiesetta, dal Sig. Marchese Fiancesco De Grego- 
rio-Fischer^ cui apparteneva, cinque anni or sono fu ven- 
duta al Sig. Angelo Greco, da Meri : perchè cadente, non 
si è aperta più al culto, e probabilmente , sarà mutata in 
magazzino. 

Nell'unico altare si vede una brutta tela della Madonna 
dell'ldria, in cui, nell'angolo inferiore sinistro, è la figura 
a mezzo busto di uno dei baroni di Meri, certamente il 
committente del dipinto , il quale si fece ritrarre con le 
mani giunte in atto di pregare. A pie del quadro leggesi : 
« Tempore guberni D. Antony Brandner 1786 », e più 
sotto : « Vitus Viscosi pictor renovavet », il che e' induce 
a credere, che, la pittura, opera della metà del secolo XVIf, 
sciupatasi, fu a cura del Brandner (1) fatta restaurare dal 
Viscusi. 



scorso si è costituito un comitato, per raccogliere i fondi necessari, 
e, i lavori di consolidamento, cominciati in agosto con buone ripa- 
razioni ai muri perimetrali della tribuna, e a tutto il tetto e con la 
costruzione di un grosso muro a scarpa, di rinforzo alla parete est, 
attualmente (ottobre 1906) continuano all'altro Iato, ed è sperabile, 
che, presto, collocate le catene, la bella Madre Chiesa potrà riaprirsi 
alla fede dei cittadini. 

fi) D. Antonio Brandner fu governatore in Meri di don Fabrizio 
Alliata-Colonna, dal 17S5 al 1795. Successe all'abbate Don Filippo 
Mostaccio ed ebbe a successore don Alberto Melazzo. 



- 2n - 

Un'altra chiesetta, dedicata a S. Giuseppe, è sita in 
campagna, nella contrada omuninia a sudest, nella parte 
elevata del paese (1). Assai malconcia per incuria degli 
uomini e per le ingiurie del tempo, se non riparata presto, 
non sarà lontana la sua rovina. In essa nulla esiste di 
notevole, e il quadretto del titolare è cosa trascurabilissima. 

È da notarsi intanto, che vicino alla chiesa è un'an- 
tica croce, la quale — se si consideri che essa veniva posta 
in luoghi abitati , segnacolo di redenzione , come ci fan 
fede molti paesi all'entrare dei quali essa si trova, e se si 
considerino ancora gli avanzi costruttivi che si son tro- 
vati — potrebbe essere stata inalzata dagli antichi per 
ricordare che in quel luogo fu un abitato, che scavi siste- 
matici potrebbero farci conoscere appieno. 

Dopo le chiese, è duopo dir qualcosa del palazzo ba- 
ronale, sito nella bella e vasta piazza che , come è stato 
detto, porta il nome dell'On. Ugo di Sant'Onofrio del Ca- 
stillo (2), deputato del collegio elettorale di Castroreale (3). 



(i) In questa contrada e precisamente in un fondo allora di pro- 
prietà Vento, oggi della vedova Manca, vicinissimo alla chiesa, verso 
il i86o, dissodandosi il terreno, si rinvennero grossi mattoni romani, 
monete, qualche oggetto di scavo e un frammento di lapide marmorea 
che persone colte hanno dichiarata di scrittura indecifrabile. 

Questo pezzo archeologico, per qualche tempo si vide collocato sulla 
facciata della Casina D'Amico, nella stessa contrada, poi, non si sa come, 
è sparito, e vuoisi sia capitato, prima in casa del Sig. barone Piaggia 
da Milazzo, e quindi sia andato a finire nel Museo Nazionale di Palermo. 

(2) Una parte dei beni dei baroni di Meri li possiede il Signor 
Marchese di Sant' Onofrio, per avere sposato donna Giuseppa Impe- 
riale-Colonna-Romano, discendente dei Signori di Meri ; un' altra li 
posseggono gli eredi del fu Senatore Silvestro Picardi , cui erano 
stati portati in dote dalla moglie donna Giovanna De Gregorio Fischer, 
figlia al marchese don Letterio De Gregorio-Alliata. 

(3) Comprende i comuni di Castroreale, Barcellona-Pozzo di Gotto, 
Meri, Lipari e Salina. 



- 2Ì2 — 

Dell'antico edificio ben poco rimane, polche, frazionato e 
censito , tutto il fabbricato è stato mutato in case di abi- 
tazione di varia altezza e di varia decorazione interna ed 
esterna. Conservano solo dell' antico, una specie di torre 
quadrata, su cui si vedono tuttavia mezza dozzina di feri- 
toie ; le solide volte dei pianterreni e qualche frammento 
qua e là, ove non è stato dato di rinzaffo. 

Meri , che possiede 1' ufficio telegrafico e postale d 
seconda classe (1); il corso completo delle scuole maschili 
e femminili ; una fiorente Società Operaia di mutuo soc 
corso ; l'illuminazione ad acetilene ecc. ecc., su moltissimi 
paesi più grandi e piii ricchi ha il vanto di belle, diritte e 
pulite strade parallele fra loro, sia nel senso longitudinale^ 
e sono tutte piane, che in quello trasversale , lievemente 
a monte, sino al livello della Madre Chiesa , che domina 
il paese ; il quale, per la sua giacitura, per l'aria salubre, 
per l'acqua abbondantissima fresca e potabile (2), pel pano- 
rama che da esso si gode (3) , estendendosi ai suoi piedi 
e per una lunghezza di parecchi chilometri tutta la ver- 
deggiante pianura di Milaz/.o, meriterebbe invero di essere 



(lì II primo ufficio postale nel comune di Meri veniva istituito 
con decreto del 25 febbraio 1S20. Cfr. Collezione delle leggi e dei de- 
creti reali cit., anno 1820, pag. 437. 

(2) Per la quantità e bontà delle acque, nell' agosto del 1901 in 
Meri si accampò per otto giorni il 48'^ fanteria allora di stanza a Ca- 
tania, e nell'agosto del 190Ì, per un mese intero 1' 83° Reggimento, 
di guarnigione a Messina, che fece le esercitazioni sul vicino colle 
denominato Landò. 

(3) Stupendi, indescrivibili, unici sono i tramonti che da Meri si 
godono nel mese di settembre. 



- 273 — 

meglio apprezzato dagli stessi meriensi , e conosciuto da 
quanti amano i luoghi ameni (l). 

Ciò che a Meri fan difetto sono le industrie. Non più 
l'allevamento dei bachi e l'industria della seta, molto svi- 
luppata nei primordi del secolo XVIII e della quale rimane 
un ricordo nella via detta dei « Manganelli » ove appunto si 
trovavano i mangani e il filatoio. Né piìi lavora l'unico 
ed antico mulino ad acqua, che, nel 1SS4 per iniziativa del 
proprietario Signor Felice Mazzii da Meri, era stato tra- 
sformato a vapore. 

L'unica industria, che stentatamente vive, è quella 
della filatura della corda di agave {.ssanimara), che si 
esporta per tessere i fondi delle sedie ; ma anch' essa è 
forse condannata a perire, data la grande ricerca delle 
sedie col fondo uso Vienna o coli' impiego della paglia 
ritorta. 

Il solo commercio che abbia segno di vita, è quello 
dei vini e degli olii, entrambi di eccellente qualità. Per un 
poco vi entra pure il commercio degli agrumi, ma, agli 
uni e agli altri, per il vero sviluppo manca il potente sof- 
fio dell'attività dei cittadini, tra i ciuali, molti, pur disponendo 
di mezzi, si lasciano vincere dall'inerzia, che si risolve a 
tutto danno della vita paesana. Importante ed esteso è il 
premiato vivaio di viti americane impiantato dal meriense 
Sig. Antonino Alleruzzo, che ne fa largo e lodato commercio. 
Ma Meri è ben degna di migliore sorte : la sua posi- 
zione sulla via provinciale Messina-Patti, la tramvia a 



(i) Il Chiarissimo Cav. Vochieri, in una delle sue conferenze sulla 
Sicilia, tenute a Roma nel gennaio del 1905, parlando delle naturali 
bellezze della piana di Milazzo, ben a proposito cita il paese di Meri. 

Cfr. Giornale di .Sicilia, Palermo 30-31 gennaio 1905, pag. i«, col. 
3=^, anno XLV, N. 31. 



- 274 - 

vapore Messina-Bnrcellona che passa proprio nel paese, e 
r abbondanza dell'acqua subalvea potranno, in un tempo 
non lontano, farla sorgere a nuova vita industriale e com- 
merciale e darle un assetto economico, che valga a farla 
gareggiare coi paesi più progrediti. 



Prima di chiudere questi cenni ò duopo che anche 
qualche parola si dica della fiumara che minacciosa scende 
alla destra di Meri (l), guardata però da forti ed alte bastie- 

11 fiume in esame è forse il Mclas o Facellìito deli' A- 
mico, oppure il Pacliisos di Vibio, o il S. Basile del Fa- 
zello^ o il Longaìio di altri antichi scrittori ? 

La risposta non è facile, non breve la discussione ed 
esorbiterebbe dagli impostimi « cenni ». 

Per la storia di Meri ci basta ora dire soltanto che 
esso — prima comunemente chiamato fiume di Milazzo, per- 
chè scarica poco ad ovest da questa città, e da altri intesa 
fiumara (2) di S. Lucia, perchò bagna a destra le basi del 
colle, su cui s' erge quest' altro abitato — oggi, dai piii; 
meglio s'intende col nome di fiume di Meri. Tal corso 



(i) Questo torrente, d' inverno scorre spesso minaccioso per la 
parte più bassa del paese, appunto perchè il livello del Corso Um- 
berto I si trova circa cinque metri più basso del letto del torrente, 
che s' alza sempre più. 

(2) Fiumara è cosa tutta siciliana : Nota la differenza tra fiume e 
torrente il Prof. Michele Basile nel suo Latifondi e Poderi (Messina. 
D' Amico, 1S98, cap. Ili), ove scrive : 

« Finalmente la terza categoria è costituita da quei corsi d'acqua, 
« che non sono propriamente fiumi, né torrenti, ma hanno caratteri 
d'entrambi » ecc. 

Cfr. atK:he Archivio Sierico Messinese, anno III, pagg. 8-9, nota. 



à 



d' acqua è larofo un centinaio di metri ed è attt'a'efsato 
da un alto e bel ponte in muratura , formato da nove 
grandi luci con solidi archi poggianti su otto robusti pi- 
loni e su due solidissime spalle estreme. Fu costruito nel 
1866 a spese dt-ll'Amministrazione Provinciale e costituisce 
oggi un delizioso punto di passeggio pei meriensi. 

Il fiume di Meri nasce tra le alte vallate dei Pelori- 
tani, sicché il suo corso approssimativamente raggiunge 
i quaranta chilometri , e questo ci diì ragione a credere 
che il suo antico e vero nome etimologicamente guardato 
sia Longano (1), nome che s'è voluto appiccicare all'odier- 
no piccolo torrente che scorre tra Pozzo di Gotto e 
Barcellona, non sappiamo con quanta buona ragione. 
Questo, infatti, ha un corso così breve da far ritenere, in- 
vece, che i geografi del tempo, e siamo a tre secoli avanti 
Gesù Cristo, naturalmente non lo avessero degnato di 
menzione. 

Ma v' è dell' altro ancora a conferma di quel che noi 
osserviamo: se si tien conto che alla battaglia sul Lon- 
gano parteciparono oltre ventimila combattenti^ fra cui pa- 
recchie migliaia di cavalieri (2), è da ritenersi che lo 
scontro dei Mamertini coi Siracusani sia avvenuto nel 
punto pili larg ) della pianura di Milazzo, e precisamente 
vicino a questa città, ove scorre l'attuale fiume di Meri. 



fi) Lontano o Lungano, nome storico per la famosa battaglia nel 
269 av. G. C. su esso fiume combattutasi fra Jerone di Siracusa e i 
Mamertini. 

12) Mentre è noto che Jerone comandava 10,000 fanti e 1500 
cavalli e che i fanti Mamertini comandati da Kios ammontavano a 
8000, nulla si sa di preciso sul numero dei cavalli mamertini. Cfr. Am- 
leto Servi, // Dominio mamertino nella Sicilia , in Archivio Storico 
Messinese, Anno IV, fase. 1-2, pag. 187. 



Un solo dubbio potrebbe sollevarsi sulla identifica- 
zione del fiume Longano, che esso cioè sia fattuale Patri 
o Termini, che scorre ad ovest di Barcellona, fiume que- 
st'altro, al pari di quello di Meri, assai largo, ma di corso 
meno lungo. Il fatto, però, che alcuni scrittori ritengono 
il Longano doversi trovare ad est di Barcellona, e l'Holm 
si spinge a identificarlo nella fiumara di Monforte, è vero 
che non distrugge l'ipotesi che il Patri possa essere il Lon- 
gano degli antichi, ma dà a noi nuova ragione per ricer- 
care lo storico fiume vicinissimo a Milazzo, di identificarlo 
forse nelfattuale Meri, ma questo è argomento che merita 
più severa disamina. 

Prof. Agostino D'Amico. 



N 






COLONNA, DI GIOVANNI, SALVIATI, 
PRINCIPE DI 

TRE CASTAGNI, BUCCHERI, CASTRORAO, 

Duca di Snlaparnta^e di Sapoìiara, Barone e Signore 

Salerno, Santa Domenica, Gnraji, Gr amano, Grasta, 

Maestra , Conforto , Mangiavacche , Morbano 

Adriano , Taja , Commaiita , Tr oc coli, Vigna 

Pergola , Sinapa , Comnni , Salavecchia , 

Porrito, Grande di Spagna di prima Classe, 

Poste di questo Regno di Sicilia , delle 

del Real 





Vendo pieno in forme dell'abilità, fede, ed a 
in virtù della presente Teeleoianio, e de])ntian 
eon tutte le facoltà, pesi, onori, esenzioni, pr 

i nostri Ministri ali, Università , e P 

, stimino, e rispettivamente nbbic 

li sia cara la grazia nostra, e sotto a nostro 

di nostra mano, soseritta dal nostro Segretario, ed 
Dat. in Palermo dal nostro Palazzo 7 Mag.^ /7( 



scano 







Patente di Giurato della nostra terra di Merij ili 




A L L TATA; 

PAHUTA , MORRA , E ZAPPATA DE TASSIS, 
YILLAFRANCA. 

VERI A, K DI MONTKRKALE, 

di San f Anita, Merj, ì^iagrande, Pedara , Foria di 
Gebbia rossa, Tavernola .aliano, Gorbitello^ Gatta^ 
Rìb^oIo, Frascino , Piano del Monaco , Sani' 
della Corte, Pagano, San Giorgio, Mintina , 
Cusnntano, Pnzzoleo, Villano, Jiincara , e 
Supremo Prefetto del Publico Corso delle 
Isole adiacenti , e delle Felnghe 
Dispaccio dtc. 



squisiti, che concorrono nelhi persona di Lifterio di Gaetano 
irato della nostra T.V^ di Merij da Mag.' i'/84 a tutto Ap. l'jSfi 
o'i, e prerogative solite, e consuete: Ordiniamo perciò a tutti 
Tari del nostro Stato, a' quali spetta che per tali lo ricono- 
, uè si faccia da alcuno di loro il contrario , i^er quanto 
rio : A qual'eff etto abbiamo fatto spedire la presente firmata 
;icata col nostro Sugoello. 

Felice ferraloro 



Ferdinando . . Vitale Seg/^'o 
ona di Litterio di Gaetano 



y. B. Nel diploma originalo , di formato doppio , in più 
punti lo scritte è corroso ; abbiamo perciò supplito con puntinii 



LOTTA DELLA CITTÀ DI PATTI 

PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE 
nel secolo XVII 

{Coìit. vedi Ann. VII, Fase. I-II) 



IL 

Prodromi della separazione del casale della Montagna — Lettera del 
re Filippo IV — Morttagna Reale terra di Regio Demanio — Il 
feudo della Rocca — Per il grazioso donativo al Re — Ascanio 
Ansatone vicario generale del Valdemone residente in Patti — Ven- 
dita della terra di Montagna — D. Ascanio Ansatone duca di Mon- 
tagna Reale — Incorporazione e vendita del feudo di Madoro — 
Lettera del Senato di Messina — Stato di difesa di Patti e sua 
marina — Primi tentativi per il distacco del casale di Sorrentini — 
Timori dell' ar inala nemica — Stato finanxiario della città — Ca- 
restia e tumulti del 164J. 

La città di Tatti, nell'anno 1637, aveva ancora i suoi 
due casali della :\Iontao;na e dei Sorrentini . e i feudi dì 
Madoro, della Rócca e del Litto, del quale ultimo portava 
il titolo di baronessa. Noi vedremo in seguito come fosse 
spogliata dei suoi casali e di quasi tutti i suoi beni. 

Il casale della Montagna , giunto a una certa prospe- 
rità e importanza, mal tollerava di dover dipendere dalla 
città di Patti, e da qualche tem.po l'idea di separarsi, e for- 
mare un'università a sé, solleticava l'amor proprio di quei 
terrazzani. I sobillatori non mancavano, i quali, sotto il 
manto di scuotere il giogo secolare di Patti , facevano la 
causa di chi aveva da tempo gettato l'occhio su quei casali 



- 278 - 

per impadronirsene. Staccati dalla dipendenza della città, 
sarebbero diventati più facile preda, venendo loro a man- 
care l'unico sostegno, poiché il Regio Demanio era poco 
tenero delle sue terre , e se ne sbarazzava volentieri ven- 
dendole al primo offerente. 

Nell'anno 1632, i Montagnari facevano presentare un 
memoriale al duca di Alcalà don Fernando Afan de Ri vera, 
esponendo che nel casale della Montagna , paese di circa 
mille fuochi, si era formata una congregazione dell'Orato- 
rio dei frati di S. Filippo Neri, nella chiesa della SS.''^ An- 
nunziata concessa dal vescovo di Fatti don Vincenzo di 
Napoli. Quei frati avevano cominciato la fabbrica di quel- 
l'oratorio con loro denaro e con elemosine raccolte ; ma 
esaurita la somma disponibile^ gli abitanti della Montagna 
domandavano che la città di Patti concorresse con un 
aiuto di denaro , tanto piij. che il casale contribuiva alle 
tasse, donativi, gabelle e pesi della città. 

1 giurati di Patti , riconoscendo le ragioni dei Monta- 
gnari, assegnarono a tale scopo la gabella della frasca del 
Prato comune della città per cinque anni. Questa gabella 
della frasca era appaltata per on.^e 13 lari 16 e grciìii 13 
all'anno, e la sua assegnazione per cinque anni alla fab- 
brica dell'Oratorio della Montagna fu approvata con lettera 
viceregia , per via del Tribunale del Real Patrimonio, del 
16 dicembre 1632. Ma anche prima che scadessero i cinque 
anni, non essendo ancora finita quella fabbrica , i giurati 
don Giuseppe Cenere, dottor Giovan Domenico Chitari , 
dottor Francesco Proto e don Francesco Fortunato , con 
lettera del 26 maggio 1637, manilestavano a don Luigi 
Moncada principe di Paterno, duca di Montalto , etc. , di 
aver confermato , dopo di aver tenuto pubblico Consiglio 
l'assegnazione della gabella della frasca del Prato comune 



i 



— 279 — 

per altri cincjue anni alla fabbrica dell'Oratorio della Mon- 
tagna ; e quel Presidente del Regno approvava con lettera 
del 28 luglio 1637, per via del Trib. del R. P., quella con- 
ferma di assegnazione. 

E poco prima si era presentato nella corte giuratoria 
Geronimo Muni del casale della Montagna — il quale era 
stato citato di comparire alla Regia Gran Corte — per 
allegare che la citazione era contraria agli antichissimi 
privilegi delia città di Patti (1), la quale esercitava il mero 
e misto impero con molte cause ahdicative di non potere 
i suoi cittadini essere estratti nel priìiio e secondo ghidisio 
dagli officiali ordinari della città ad istanza di qualsiasi 
persona anche privilegiata. I giurati , come si soleva fare 
in simili casi, passarono le carte al dottor Francesco Li- 
cari, procuratore deiruniversitù, affinchè desse il suo voto: 
e costui votò che quella citazione latta al Muni ledeva i 
privilegi, poiché il casale di Montagna facendo parte della 
città di Patti, gli abitanti di esso godevano gli stessi suoi 
privilegi. Ciò sorge da una lettera che i giurati scrivevano 
il 1° marzo 1637 al principe di Paterno. 



(i) La città oltre ai privilegi dipendenti dal mero e misto im- 
pero e dai Capitoli del Regno, oltre le concessioni di re Federico 
d'Aragona del 13 12, aveva anche avuto concesso da re Martino nel 
1402 gli stessi privilegi che godeva la città di Messina. Ma uno dei 
privilegi, che non dispiacerebbe anche al giorno d'oggi, era quello 
che qualunque forestiero venuto ad abitare in Patti, dopo dodici anni 
di dimora, non potesse essere costretto né molestato per qualsivoglia 
debito anche privilegiato. Questa quistione fu sollevata ai tempi del 
principe Emanuele Filiberto, il quale ordinò con lettera del 21 giugno 
1624 che non si molestassero i coniugi Antonino e Balsama Calcagno 
della terra di S. Angelo debitori di diversi censi privilegiati, perchè 
da più di dodici anni dimoravano in Fatti. 



- 280 — 

Questi due ultimi fatti io ho voluto citare per stabilire 
che nell'anno 1637 il casale di Montagna non si era ancora 
staccato da Patti, e ne godeva gli antichi privilegi. 

* 
* * 

La cittiì di Patti con l'operazione delle onze quattro- 
mila [^\tta nell'anno 1629 con Gianforte Natoli principe di 
Sperlinga, nobile messinese , al quale — come si disse — 
aveva ceduto la gabella di tari 2 grani 2 e piccoli 3 a 
salma di frumento, si era tolto le vessazioni della Regia 
Corte e della Deputazione del Regno. Nell'anno 1633, don 
Geronimo FloruUi barone d'Altomonte , cittadino pattese, 
per fare un benefizio alla città , offrì di sborsare le onze 
quattromila al principe di Sperlinga, contentandosi che la 
gabella fosse ridotta a far) uno e ^rn;;// diciotto per salma. 
Il duca di Alcalà dette ordine, con lettera del 7 marzo, che 
si mettesse all'asta , ed essendo rimasto aggiudicatario il 
barone d'Altomonte per la detta offerta, questi, con atto 
del 4 aprile 1633 in Notar Giovan Paolo Cenere di Patti , 
ricomprava la gabella dal principe di Sperlinga. Quella 
diminuzione di gabella era di sollievo ai cittadini , e fu 
approvata dal duca di Alcalà e Tribunale del Real Patri- 
monio con lettera del 23 dello stesso aprile. 

Ma i bisogni della corona di Spagna si facevano sem- 
pre più pressanti per la lotta che essa sosteneva contro 
la Francia. Il cardinale duca di Richelieu che voleva abbas- 
sare la Casa d'Austria, nell'anno 1635 attaccava aperta- 
mente la Spagna, gettandosi nella guerra dei Trent'anni: 
e già nel 1636 le sorti della guerra volgevano malamente 
per gli Spagnuoli nel ducato di Milano. Il re Filippo IV 
stesso si rivolgeva alle città dei suoi stati implorando soc- 
corso di denaro, come può vedersi dalla seguente lettera: 



— 281 — 

« A los fìcles y ainados iiiiestros los Jiirados dcla 
Ciiidad de Patti. 

El Rey 

MagS°^ fielcs amados n.ros — Del Principe de Paterno 
mi primo Presidente y cap:^ general en esse Rey no enten- 
dereis ci cstado en que el y los de mas de mi Monarchia 
se hattan por las g iter ras tan continnadas que estos anos 
se han t enido cètra los emalos desia Corona y enimigos de 
lira Sancta Feè Catholica; y por los accidentes tan extre- 
mos que amenasan par tic ni armeni e en Italia con la eni- 
bassion que los Franceses han hecho en mi estado de Mi- 
lan, de cpte resulta scr urgente y precissa la netessidad, 
que insta estando aventurada no solo mi Monarchia si nò 
la Religion y su liberi ad ^ lo qual obliga ci qui todos mis 
Reynos ngan lo possible enlanse tan apprétado para ac- 
cudir csto ano que vien al reparo de tanto daiìo corno se 
previene à cxemplo delo que se hase en estos mis Reynos 
de Cast Illa y los de mas que Diosme ha encomeudado, pues 
sobra mas de dose millones con que mi servieron el ano 
passado, me serven agora con otros dies y mas, y assi me 
ha parecido de mas delo que el dicho Principe os dirà 
cerca desto significaros la satisfacion y confiensa con que 
quedo de que conforme a v.ra gran fìdelidad y amor mi 
scrvireis conia cantidad ajustada alo que entendieredes de 
dicho Principe fiandolo assi dela fineza y prontitud con 
que sicmprc accudis a mi servicio. — De Madrid à 27 de 
Agosto 1636 

Yo ci Rey 
VJ- Neapoli Reg. VJ Yanuarius Reg. V/ Neyla Reg. 

D. Inicus S^f,"«s 



- 282 — 

E il principe di Paterno duca di Montalto fu, il 27 set- 
tembre 1636, in Patti, ove avrà certamente esposto lo stato 
miserando della Corona e le diflìcoltà nelle quali versava 
per sostenere la guerra , quando ancora la lettera del re 
non era pervenuta ai giurati (1). In ogni modo per tutto il 1637 
non si prese dai giurati della città alcuna risoluzione per 
sopperire ai bisogni della Corona. 

Frattanto era insorta la questione col casale della 
Montagna, che voleva separarsi dalla città di Patti , e da 
tempo lavorava a quello scopo con l'appoggio di don Asca- 
nio Ansalone , di nobile famiglia messinese (2) , il quale 
faceva allora parte del Consiglio Patrimoniale, come mae- 
stro razionale. Infatti , nei primi del dicembre 1637 don 
Orazio Strozzi marchese del Flore , maestro razionale e 
conservatore del Real Patrimonio, faceva sapere ai giurati 
di Patti che l'università della Montagna aveva supplicato 
e fatto offerta nel Tribunale del Real Patrimonio per 
levarsi dalla giurisdizione della città, e darsi a quella di 
Sua Maestà, ed egli chiedeva loro che informassero quel 
tribunale , affinchè potesse prendere la decisione più con- 
veniente. I giurati dottor Francesco Arietta, dottor Andrea 
Proto , dottor Mariano Marziano e Antonino Donato , con 



(i) Di questa visita oltre la data dell'arrivo e un accenno in una 
lettera del 14 ottobre 1637 , si ha notizia nel conto particolare del 
tesoriere Paolo Spitaleri dell'anno V. Ind. 1636-1637 in alcune partite 
d'esito «per V alloggiametito si fece a S. E. nella Marina di questa 
città per cinque sere ». E di questa partita si trovano i mandati di 
rimborso in data 30 luglio 1637 e le apoche in notar Giovan Dome- 
nico Merescalco del 2 e 17 settembre 1737. 

(2) Di questa stessa famiglia era stato in Patti Antonio Ansalone 
come capitano della città per l'anno 1610-1611, come da patente del 
6 novembre 1610 fatta dal cardinale Giannettino Doria arcivescovo di 
Palermo e luogotenente generale del Regno, 



— 283 — 

lettera del 26 dello stesso dicembre , rispondevano che 
sarebbe stata la rovina della città di Patti quell'attentato 
di alcuni interessati che volevano la separazione del casale 
della Montagna, « il quale per essere stalo sempre deìli 
membri et pertinente del distretto di essa città non può 
patire divisione alcuna, poiché è talmente unito alla gin- 
risditione di essa che tal prdesa separai ione altro non 
potrà causare se non cìie totale desolatione di essa città, 
tanto perche la distanza di detti lochi in che l'itua et V al- 
tra habitationc si stanno situati non eccede la distanza di 
un miglio, per lo die niaiiif est aniente appare sudetto casale 
stare habitato nel territorio di essa città, quanto pure che 
alcuni officiali perpetui di detta città tengono comprati 
loro uffici con giurisditione sopra tutti i casali di detta 
città, etc. » (1). E i giurati concludevano che la città senza 
quel casale non avrebbe piìi potuto sostentarsi per 1' am- 
manco della resa delle gabelle, e non avrebbe potuto più 
usare v^rso la Corona quei puntuali servigi che per lad- 
dietro si erano praticati da quei cittadini, « poiché gli abi- 
tatori di Patti per la vicinità di detti lochi in occasioni 
gravanti si potriano facilmente conjerire per habitare in 
detto casale, et difatti abbandonare la sudetta città marit- 
tima ». 



(i) Nel maggio del 1622 il principe Emanuele Filiberto, allora vi- 
ceré in Sicilia, vendette iji Patti a vita gli uffici : di segreto a don 
Giuseppe Cenere, di mastro notare dei giurati al dottor Giuseppe 
Florulli (barone di Villareaie al 1634), e di mastro notaro della corte 
civile ad Antonino Giardina. L'ufficio di mastro notaro della corte 
capitaniale nel 1638 apparteneva anche a vita a don Francesco For- 
tunato. Se l'ufficio di segreto non aveva che vedere con la separa- 
zione della Montagna, non restringendosi la sua giurisdizione al ter- 
ritorio della città e suoi casali, vedevano però diminuire di molto i 
loro proventi i mastri notari delle corti giuratorja, capitaniale e civile. 



— 284 — 

Ma prima ancora di rispondere alla lettera del conser- 
vatore del Real Patrimonio, i giurati, allarmati, avevano 
convocato il pubblico Consiglio (l) al 10 dicembre: il quale 
aveva deliberato, secondo il voto di don Antonio de Rian- 
no, capitano della città e primo dei consulenti, di mandare 
in Palermo persona capace per assistere alla ditesa delle 
ragioni della città per la lite contro V università della 
Montagna, affinchè questa non tosse tolta alla giurisdizio- 
ne di Patti. Il principe di Paterno e il Tribunale del R. P., 
che erano prevenuti contro la città, fecero attendere l'ap- 
provazione a quel deliberato per undici mesi; e solamente 
in data del 28 ottobre 1638 consentivano che si potesse 
mandare persona in Palermo per assistere a quella lite, 
con la condizione che non potesse conseguire più di otto 
tari al giorno, né potesse vacare più di due mesi dal gior- 
no della partenza. 

Questa approvazione veniva data quando già la sepa- 
razione del casale della Montagna era stata deliberata. 

La lettera del re Filippo IV doveva arrivare dunque 
in Patti quando la città era minacciata dalla separazione 
ilei più importante dei suoi casali, e mentre il principe di 



(i) Il Consiglio si convocava in giorno di festa e a suono di cam- 
pana (in Patti suonava quella della chiesa di S. Ippolito), a cura dei 
giurati, i quali dovevano poi mandare al viceré e Tribunale del Real 
Patrimonio le sue deliberazioni. Al Consiglio pubblico poteva inter- 
venire chiunque, ma avevano diritto al voto solamente il capitano 
della cittcà, i giurati, i deputati eletti e i quaranta consulenti nomi- 
nati a vita; i quali consulenti coi deputati — come da ordine del 1596 
di Giovanni conte di Ventimiglia marchese di Ceraci principe di Ca- 
.stelbono, etc. — potevano tenere e conchiudere qualunque Consiglio. 



- 285 — 

Paterno e il Consiglio Patrimoniale tenevano in sospeso la 
deliberazione definitiva del distacco del casale della Monta- 
gna, per poter spillare denaro alla ciità per la Regia Corte. 
Ma urgendo alla Corona avere un forte donativo per 
sostenere la guerra, specialmente nell'alta Italia, fu deciso 
di convocare per il 20 maggio 1638 il Parlamento generale 
straordinario in Palermo : e con avviso del 27 febbraio i 
giurati di Patti venivano invitati a intervenirvi o a man- 
darvi un loro procuratore speciale. Allora il Presidente del 
Regno per ottenere qualche cosa di positivo dalla città di 
Patti, vi spedì il procuratore fiscale dottor Silvestro Randelli 
a mostrare il piacere di lui perchè la città facesse qualche 
donativo a Sua Maestà. E i giurati per servire S. E. convo- 
carono il 10 marzo pubblico e solenne Consiglio, nel quale 
si concluse « di dare a S. M. per li bisogni due graziosi 
donalivi: uno di scudi seimila da pagarsi fra sei mesi 
contati dal giorno della coiìferiiia et altri scudi tremila 
con conditione che non si separi dalla giurisditione di 
questa città il casale della Montagna con facoltà di poter 
soggiogare infino al sette per cento con dispensa della 
pragmatica die proibisce il soggiogare piìi di cinque per 
cento , et per tal sogg.'" s'impongìu gabella di tar) due et 
grani due per salma di frumento et farina che si produce 
nella città et suo territorio et che estrae di fuori, etc. ». E 
in data del 10 stesso i giurati scrissero una lettera e un 
memoriale per il principe di Paterno , consegnandoli al 
dottor Randelli, che, compita la sua missione, doveva tor- 
nare a Palermo. In quella lettera essi davano l'annunzio 
della deliberazione del donativo complessivo di novemila 
scudi , sei liberi e tre condizionati , e raccomandavano il 
loro memoriale. E siccome questa volta il deliberato del 
Consiglio di Patti era secondo il piacere del Trib.'o f^Q\ 



- 286 — 

R. P., la conferma non si fece attendere , essendo stata 
data a 29 dello stesso marzo. 

Ma la separandone del casale della Montagna era già 
stata accettata dal re, a condizione che quei Montagnari 
pagassero alla Regia Corte quattromila scudi. L' urgenza 
di denaro era estrema, e tutto si concedeva al primo of- 
ferente. 

Io ricorderò a questo proposito il andò del 3 aprile 
163S, nel quale si avvisava ciie, per provvedere denari per 
la guerra in difesa degli Stati di Sua Maestà, si vende- 
vano gli effetti del Patrimonio Reale: città, tei're. secrezie^ 
tonnare e qualsivoglia altro effetto della Regia Corte « con il 
patto di poterseli ricattare o a tutto passato con titolo di 
Barone et di nobiltà, facoltà di potere esperinientare ton- 
nare, giìirisditione di mero e misto impero, facoltà di poter 
popolare et iufendare tcrrilorii, beni confiscati ». Si vendevano 
pure « città , terre , vassallaggi del Demanio di S. M. in 
quanto a S. M. con il patto di ricattarsi o scusa, et in quanto 
all' Università di dette terre demaniali si preserverà termini 
competenti Jra li quali si possano ricattare, che non pa- 
gaiulo fra detto termine il prezzo che sarà sborsato dcdli 
compratori et lo interesse da tassarsi dal Real Patrimonio 
con il presso dei benfatti componendo coi frutti prò rata 
quantità che avranno perceputo mentre avranno tenuto 
dette terre li detti compratori, e te. ». 

P'ino al settembre 1638 i Pattesi tennero speranza an- 
cora di poter evitare quella sciagura. Infatti, con lettera 
del 27 di quel mese, i giurati scrivevano al principe di 
Paterno per avvisarlo che sarebbe venuto don Benedetto 
Florio canonico della cattedrale di Patti a supplicarlo in 
particolare della grazia di non separare il casale della 
Montagna dalla giurisdizione di Patti, perchè per parec- 



— 28? - 

chic ragioni che molto importavano al servi^-io del re — 
le quali a nome della città avrebbe spiegato il Florio — 
era necessario che le cose si conservassero come per il 
passato. 

Ma nell'ottobre di quello stesso anno, già la terra della 
Montagna si era resa autonoma, e assumeva il nome di 
Montagna Regia o Reale, a indicare la sua dipendenza di- 
Tetta dal Regio Demanio; mentre la città di Patti comin- 
ciava a sentire le conseguenze dello smembramento. I giu- 
rati pattesi in una lettera del 20 ottobre scrivevano al 
Tribunale del Real Patrimonio che avendo latto bando 
continuato per tre mesi della gabella di tav) 18 e grani '1 
che si pagava sopra ogni salma di frumento e farine che 
si smaltivano nella città e suoi casali, non si era trovata 
offerta conveniente: e tutto per causa della divisione della 
giiirisdisioue del casale della Moiitagtia, e per l'esorbitan- 
za della franchessa che si pretendeva dalle persone pri- 
vilegiate ; sicché la città non poteva piìi corrispondere 
come per il passato ai pagamenti delle tande regie e do- 
nativi. 

Si può precisare ancora meglio 1' epoca del distacco 
della Montagna da Patti. I giurati di Montagna convoca- 
rono pubblico Consiglio il 28 marzo 1638, nel quale deli- 
berarono di pagare a S. M. i quattromila scudi richiesti 
perche il casale fosse disgregato dalla giurisdizione della 
città di Patti, domandando alcune grazie e condizioni. 
Questo Consiglio fu confermato dal principe di Paterno,, 
per via del Tribunale del R. P., il 30 giugno; e a 13 luglio 
furono spedite lettere per via del Real Patrimonio, ove si 
concedevano le grazie richieste, includendo nel territorio 
dell'università di Montagna il feudo della Rocca, che ap- 
parteneva alla città di Patti ; e queste lettere furono inse- 



— 258 - 

rite nel contratto di separazione fatto negli atti del Regio 
Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro del Regno, a 9 
ottobre 1638. 

La notizia ufficiale della separazione fu data alla città 
di Patti dal principe di Paterno nell'ottobre stesso. Infatti, 
si trovano, nel registro dell'anno 1^ indizione 1638-1639, 
due lettere dei giurati del 3 novembre (1). Nella prima essi 
scrivevano essere tristi le condizioni della città « dovendo 
anche litigare coi gabelloti che vogliono abbonata l'esi- 
genza del casale della Montagna, c]ie al presente s' inten- 
de da V. E. essersi disgregato, o almeno ritornarsi quanto 
l'avesse importato sudetto casale, ciò che verte ad irrime- 
diabile danno della città, come noi avevamo previsto et 
avvertito V. E. ». Per la qual cosa essi domandavano il 
permesso di poter prendere il denaro al dieci per cento, 
non avendolo potuto trovare al sette, per poter col capi- 
tale preso a mutuo soddisfare in tutto il grazioso donativo 
al re, e andare in parte soccorrendo le occorrenze della 
città 

Nella seconda lettera i giurati, esponendo che si era 
sempre usato levare le guardie straordinarie per la custo- 
dia del littorale all'ultimo di ottobre, soggiungevano: « Per 
ciò V. E. resti servito levare dette guardie per disgravare 
la citttà, ora che il suo patrimonio è stato diwessato per 
aversi segregato la Montagna dalla sua giurisdisione ». 

È certo che la divisione della Montagna, la cui popo- 
lazione eguagliava quasi quella di Patti, aveva recato alla 
città un interesse rilevante, specialmente perchè, essendo 



fi} La divisione effettiva della terra di Montagna da Patti si fece 
a 2 novembre 7^ Ind. 1638, come si trova nel libro dei conti della 
città. Le lettere dei giurati furono scritte all'indomani del distacco. 



— ^89 — 

state appaltate tutte le gabelle con 1' antica giurisdizione, 
e gli abitanti della Montagna essendosi rifiutati al paga- 
mento delle gabelle, i giurati dovevano ridurle o inden- 
nizzare gli appaltatori. Oltre a ciò i Montagnari si erano 
impadroniti del feudo della Rocca percependone i frutti, 
essendo stato incluso nel territorio assegnato alla nuova 
università, benché ciò non fosse una ragione sufficiente 
per assumerne la proprietà assoluta. Il feudo della Rocca, 
secondo i giurati di Patti, valeva circa ottomila scudi, e i 
Montagnari che ne avevano pagato quattromila per la 
loro autonomia, venivano a fare finanziariamente un ec- 
celente affare. Se si aggiungeva alla perdita la minore 
resa delle gabelle, l'ammanco del patrimonio civico veniva 
a raddoppiarsi. 

Queste ragioni cercavano di far valere i giurati di 
Patti nella lettera del 10 novembre 163S, pregando il prin- 
cipe di Paterno a volere ordinare che la città fosse con- 
servata nella quieta e pacifica possessione del feudo della 
Rocca e dell'esigenza delle gabelle anche nel casale della 
Montagna, poiché era impossibile pagare le tande e dona- 
tivi, le guardie, e provvedere a tutte le altre occorrenze 
come per il passato, mentre il patrimonio e le risorse della 
città erano stati così ristretti. 

E le doglie andavano stringendo rapidamente, poiché 
il giorno dopo i giurati così scrivevano al principe di Pa- 
terno: « Per r istanza del D.'' Don Francesco Cenere sin- 
daco (1) della città, con giusta ragione ricercato per la 



(i) Benché alcune città avessero il sindaco prima dell'anno i6oo, 
r istituzione del sindaco obbligatorio per ogni università del Regno 
di Sicilia data dal 6 marzo i6oo, quando si pubblicò 1' istruzione ed 
ordine sopra l'amministrazione dell' ufficio di sindaco e procuratore 
generale della università del Regno, in firma del viceré duca di I\Ia- 



- 290 - 

relazione di tanto interesse che giornalmente la cittti si 
vede che li asserti giurati della Montagna non vogliono 
rispondere delle gabelle che furono imposte su quello che 



queda. In data del 12 marzo dello stesso anno si trova nei registri 
municipali di Patti una lettera — istruzione ai giurati della città, ove 
dicesi che dovendo ogni università del Regno avere un sindaco e 
procuratore generale, essi giurati dovessero a suono di campana con- 
vocare il Consiglio generale per proporre l'elezione del sindaco che 
doveva durare in carica tre anni, e per stabilire il suo salario. Il sin- 
daco veniva eletto dal Consiglio pubblico e confermato dal viceré. Il 
primo sindaco eletto in Patti fu nel 1600 il dottor Alessandro Proto 
con onze 16 annuali di stipendio, come si legge in una lettera dei 
giurati Francesco Marino, Biasio Villapinta, Francesco Virgilio e Pie- 
tro Stoppia, in data 8 dicembre 1602, in risposta ad un ordine del 
viceré duca di Feria, che diceva doversi eleggere il sindaco per il de- 
creto del 1600. I giurati scrivevano che il sindaco era stato eletto die- 
tro ordine del duca di Maqueda nel 1600, e che l'elezione era stata 
spedita per la conferma , ma questa non essendo poi venuta , vole- 
vano sapere se il viceré volesse confermare quella nomina o si do- 
vesse fare altra elezione. In seguito però il Consiglio pubblico non 
eleggeva direttamente, ma proponeva al viceré tre persone che aves- 
sero riportato il maggior numero' di voti, tra le quali costui sceglieva 
il sindaco. Ciò che si continuò a chiamare conferma della nomina di 
sindaco. 

Non é qui il caso di dire quali fossero allora le attribuzioni del 
sindaco e procuratore generale delle università, potendo ognuno leg- 
gere le istruzioni del 6 marzo 1600. Ma sarà bene notare che il sin- 
daco doveva controllare l'amministrazione della città e difendere i suoi 
interessi come procuratore di essa, ma non aveva autorità sui giurati, 
che non avevano bisogno della sua approvazione dei conti, essendovi 
per questo il mastro giurato del Valle ; anzi i giurati avevano sul sin- 
daco la precedenza, e rappresentavano la città anche nel Parlamento 
generale del Regno, ove potevano farsi rappresentare da un loro pro- 
curatore ad hoc, mentre il sindaco non poteva comparire come procu- 
ratore generale dell' università fuori del territorio di quella , la sua 
azione non potendosi espletare al di fuori delle corti locali. Era in 
fondo un sindacatore degli ufficiali civici e un procuratore del popolo. 



— 291 - 

consumava la citti\ con Montagna e Sorrentini, et aldine 
ad effetto di soddisfare il grazioso donativo offerto a Sua 
Maestà, li giurati sono costretti a mandare a notificare la 
legittima petizione del sindaco alli asserti giurali della 
Montagna tutto quello e quanto in esso si andasse propo- 
nendo in beneficio di S. M. essa città e suoi casali, aven- 
dosi destinato serio a questo notaro Giovan Domenico Ma- 
rescalco con due portieri de' giurati chiamati Francesco- 
Cappotto e Giovanni li Martini, li quali partitisi a detto 
effetto intimarono a Francesco Pallotta e Bernardino Spa- 
tola, due di detti asserti giurati della Montagna, li quali 
stavano giocando alle carte nella contrada Allegrezza, nel 
luogo denominato Passo del Romito, territorio di questa, 
alli 11 del corrente novembre. Volendo fare la sudetta 
notifica, conforme all'acclusa per informare V. E., si man- 
darono il detto notaro et li due portieri, e li detti Pallotta 
e Spatola dettero loro di mano con ogni violenza et chia- 
mato Giovan Battista Pizzuto asserto loro Delegato, An- 
tonio d' Amico et altri loro ?,Iontagnari, li fecero attaccare 
e mandarono nella Montagna, ove sono carcerati; e perchè 
sono andati pjr servigio di S. M. et beneficio della città 
supplicano V. E. voglia subito fare escarcerare li su- 
detti, e prendere li provvedimenti opportuni ». 

Non contenti di ciò, il 16 novembre partivano da Patti 
per Palermo i giurati dottor Mariano Marziano e dottor 
Francesco Arietta per conferire per affari urgenti col Pre- 
sidente del Regno. Ma nulla ottennero perchè il Consiglio 
Patrimoniale si era dichiarato interamente ostile alla 
città di Patti, per la quale si preparavano ancor più tristi 
giorni. 



202 -^ 



* 



Data la poca entità delle rendite dei feudi, il patrimo- 
nio civico era basato sulle gabelle (1), che erano applicate 



(i) Le gabelle erano imposte dalla città, fuori di quelle della seta 
e dell'olio. Però vi era un'antica gabella di grani tre per ogni libra 
di seta cruda, che apparteneva alla città di Patti, e da questa era stata 
applicata da moltissimi anni al monastero di S.^^ Ch.iara, e confermata 
dai viceré. Nel 1567 i giurati volevano esigere per conto della città 
quella gabella, ma ad istanza delle monache di S.^ Chiara don Carlo 
di Aragona , luogotenente del re Filippo II , ordinò con lettera del 
21 aprile che le monache fossero mantenule nel possesso di quella 
gabella; e nel 1583 volendo i giurati Barnaba Stoppia, Andrea Proto, 
Biasio Villapinta e Galeotto Bellacera fare lo stesso, il viceré Marcan- 
tonio Colonna duca di Tagliacozzo ordinò loro, con lettera del 12 mag- 
gio, di non fare novità. La gabella di gi-ani tre fu nel [62,6 dall' ab- 
badessa Antonina Leto appaltata per un quinquennio al D.'" D. Giu- 
seppe Florullì barone di Villareale per onze So annue. 

Nel Parlamento generale del 1612 fu imposta la gabella di un 
tari sopra ogni libbra di seta cruda al mangano , e fu prorogata nei 
Parlamenti del 1624 e 1630. Per nuove urgenze della Corona si dili- 
berò nel Parlamento del 16 giugno 1633 d' imporre altra gabella di 
grani io detta del carlino, sopra ogni libbra di seta , pel pagamento 
del donativo di scudi 300 mila deliberato in quel Parlamento ; e con 
bando del 28 ottobre 1634 , ripetuto a 31 marzo 1635 , fa messa in 
vendita dalla Dep. del Regno insieme a quella del tari. La gabella 
del carlino per Patti e suoi casali , Taormina , Gallidoro , Tortorici , 
Linguaglossa, S. Angelo, Librizzi, e casali di Randazzo , fu venduta 
il 20 giugno 1635 a don Lucio Denti Pres. del Concistoro , deputato 
eletto nella vendita del marchesato di Motta d'Affermo e feudo di 
Spataro lasciato da don Modesto Gambacorta al Monte della Pietà di 
Palermo, e per detto Monte e suoi governatori , col consenso di don 
Gregorio Castelli, conte di Gagliano. E dal Monte di Pietà di Palermo» 
proprietario della gabella del carlino , fu fatto promulgare bando in 
Patti per appaltarsi, a 5 agosto 1635. La gabella del tari per la città 
di Patti e suoi casali e per la terra di Montalbano e suo territorio , 
fu venduta, a decisione del Parlamento del 4 ottobre 1635, per scudi 
36 mila a don Francesco Natoli e Orioles principe di Sperlinga per 



— 293 -^ 

al pagamento delle regie tande e dei donativi ordinari e 
straordinari concessi dal Parlamento generale del Regno. 
Venuta a diminuire la resa delle gabelle per il distacco 
della Montagna, e restando il ripartimento dei donativi 
inalterato, la città non poteva più fare fronte ai suoi im- 
pegni. Cile dire poi per il gra-;ioso donativo che, sperando 
attirarsi il favore del Governo , Patti aveva offerto nel 
Consiglio del 10 marzo lò3S? 

Se, successa la separazione, non vi era più ragione di 
farsi il donativo condizionato dei tremila scudi, restava 
sempre a pagare quello libero di scudi seimila. I giurati 
dottor Giovan Domenico Chitari, dottor Antonello Proto, 
don Giuseppe Cenere e dottor Antonio Chitari facevano 
osservare al luogotenente cardinale Giannettino Doria che, 
non potendo più la città pagare per intiero i seimila scudi, 
sarebbe stato giusto fare contribuire al donativo l'univer- 
sità d! :\Iontagna. Ciò venne accettato, restando solo a 
stabilire la somma da pagarsi dall'una e dall'altra. Il Car- 
dinale Doria, con lettera del 3 ottobre ló39 (1), per via del 



contratto del 26 febbraio 1636 presso il R. Luog.te nell'iifFicio di Pro- 
touotaro, con lettera osservatoriali di manutenzione di poss."'- del piin- 
cipe di Paterno, per via della Dep."e del Regno, del 15 aprile J636 , 
e presentata nell'ufficio dei giurati di Patti a 9 giugno 1636. La ga- 
bella dei tari per Patti e suoi casali fu assegnata dal principe dmi 
I-rancesco Natoli, a don Geronimo Natoli, in virtù di transazione con- 
venuta negli atti di notar Biasio Filosi di Patti del 19 marzo 1643. 

La gabella dell'olio di tari 6 a caniàro fu imposta nel Parlamento 
straordinario del 22 maggio 163S (Bando del 29 ottobre 1638 . 

(I ! Nel libro dei conti del tesoriere Giovanni Tinghino, dal 5 mag- 
gio ai 30 ottobre 1639, sono riportate le spese pagate al dottor Fran- 
cesco Proto mandato a fare l'ambasciata a don Francesco de .Mello 
viceré e capitan generale del Regno, come da mandati del 3 e 4 ot- 
tobre 1639. Ivi si trovano anche le spese pagate ai giurati dott. An- 



^ 294 -" 

R. P., scriveva che avendo ricevuto lettera dai giurati di 
Montagna Reale, e considerate le ragioni di ambedue le 
università, ordinava che si eseguisse alla lettera la richie- 
sta dei giurati di Montagna Reale, ossia che si avesse as- 
segnato la porzione che toccava loro del don ed ivo che la 
città aveva offerto a S. M. prima che si dividesse dalla 
terra di essa, e che di detto donativo la città di Patti 
avesse pagato per la sua rata onse luillesettecentociuquanta 
tari 23 grani 18 piccoli 2, e detta terra della Montagna 
le restanti onse seicentoquarantasei grani 1 piccoli 4. 

Si riteneva pure dai giurati di Patti che avendo gH 
abitanti di Montagna nel loro tetritorio il feudo della 
Rocca a loro disposizione, non dovessero più godere del 
jus pascendi et lignandi che godevano i cittadini pattesi 
nei feudi del territorio della città. Ma questa non era l'o- 
pinione dei Montagnari, i quali ricorrevano al vicerò e 
al Trib. del R. P. che trovavano sempre favorevoli. 

In una lettera del viceré don Francesco de Mello conte 
di Assumar, in data del 23 gennaio 1640 (1), si legge : « I 



tonio Chitari e dott. Giov. Domenico Chitari per andare e venire da 
Messina, ove si trattennero parecchi giorni per trattare con S. E. e 
Trib. del R. P. per la separazione della Montagna, come da mandato 
del 30 settembre 1639 e apoca in notar G. D. Marescalco. Ma don 
Francesco de Mello non andò a Palermo a prendere possesso ufficiale 
della sua carica prima dell'anno nuovo ; come può vedersi da una 
partita dell' anno 1639-1640 del tesoriere Tommaso Stoppia « per al- 
loggio di 25 cavalli che andavano a Palermo per la venuta di don 
Francesco de Mello » a 28 dicembre 1639, ^ dai bandi del Doria del 
dicembre. 

(i) Nello sfogliare gì' incartamenti dell'archivio municipale di Patti, 
non poteva sfuggirmi un fatto notevole, ossia che i registri dall'anno 
1639 al 1642, 8^ 9^ e 10=^ indizione, sono in carta bollata. Questo fatto 
merita uno schiarimento. 

Nel parlamento generale ordinario tenuto in Messina il 23 marzo 
1639 fu conchiuso di servire S. M. con un donativo di 150 mila scudi 



— 295 - 

giurati della Montagna a 28 marzo 1638 detennero Consiglio 
per il quale diedero a S. M. quattromila scudi per disgre- 
garsi dalla giurisdizione della citta di Patti con alcune 
gratie et conditioni contenute in detto Consiglio, et pre- 
cise che per detta divisione non s'intendessero private le 
genti della Montagna del Jits pascemìi et ligtinndi che li 
restasse in virtìi di detto Consiglio, non è stata però mai 
in essa per ostare alla sua domanda il patto del contratto 



l'anno da cavarsi dall'arbitrio della carta bollata seu sigillata dalla R. 
Corte di Sicilia, a cominciare dal i'^ settembre 1639. La carta bollata 
era di cinque sigilli : primo di tari sei, secondo di tari quattro, terzo 
di tari due, quarto di tari uno, quinto o di registro di grani due. Na- 
turalmente per i registri dell' ufficio dei giurati si usava il sigillo di 
grani due, come si vede nel registro dell' 8* indizione. Dapprima vi 
furono varie esenzioni dall' usare carta sigillata, come da dichiarazione 
del 23 settembre 1639 del Real Patrimonio, nella quale vi era anche 
che si dovessero ricevere in tutto il Regno e in tutte le Corti civili 
e criminali gli atti che venissero da Messina e suo territorio e suo 
costretto in carta ordinaria. Ma con bando d'ordine del viceré don 
Francesco de Mello del 15 febbraio 1640 questa esenzione fu abo- 
lita. E con circolare del 26 maggio 1640, per via del R. P., venne 
detto che, in esecuzione dell'ordine del 17 dello stesso, nel quale si 
fa menzione dell'ordine di S. M. del 14 febbraio che dichiara essere 
regalia l' imposizione della carta sigillata, non sono esenti né ministri 
né cavalieri di abiti, nei quali sì comprende anche il viceré, e devono 
usare la carta sigillata tutte le città e terre del distretto di Messina, 
giacché essendo regalia non possono pretendere esenzione. 

Per il bando del 23 luglio 1640 viene aumentato di un altro grano 
ogni folio della carta di registro, non avendo raggiunto la carta sigil- 
lata i 150 mila scudi, e ciò dal i" settembre 1640. Infatti i registri 
della 9^ e 19* portano il sigillo quinto di grani tre. Ma il Parlamento 
generale del 1642 tenuto in Palermo, che abolì anche il famoso due 
per cento, decretò per il i« agosto 1642 la fine della carta sigillata, 
avendo riconosciuto essere di peso e impedimento al pubblico com- 
mercio e alla consecuzione della giustizia. Beati tempi ! 



- 296 - 

quanto a novilcr li giurati della città di Patti hanno pro- 
mulgato bando che nessuna persona potesse uscire legna 
dal territorio di essa città per privare li ?»lnniagnarj di 
quello che li tocca e che sempre hanno tenuto, colorando 
questa novità con dire che all' offerta della terra sudetta 
si era risposto Accettetnr cimi claiisiilis, et non si veggo- 
no che siano le clausole .... che il dette jus Ui^ìiciìidi et 
pascolili fu domandato per il Consiglio sopra il quale si 
dette confermamento senza clausola alcuna. I giurati della 
Montagna domandano che si cancelli detto bando, e che 
sia osservato il contratto della divisione di detta terra ». 
E il viceré e il suo tribunale collaterale ordinavano che i 
Montagnari non ostante il bando seguitassero a godere 
del jus pascendi et lignandi. 

Lo stesso viceré scriveva il 6 marzo 1640 ai giurati della 
città per avere una relazione molto chiara dell'int; oito ed 
esito, con le gabelle e altri effetti, nonché una relazione 
separata di quanto la città doveva di maturato e non pa- 
gato, e di quello che doveva riscuotere. E il 17 dello stesso 
mese veniva nominato vicario generale del Valdemone, per 
l'aggiustamento delle università, don Ascanio Ansalone ma- 
stro razionale del Real Patrimonio (l). 

Quella nomina dell' Ansalone era stata fatta special- 
mente per la città di Patti a scopo di obbligarla a pagare 



(i) L' Ansalone succedeva al Principe di Venetico , il quale si 
era fermato in Patti per circa un mese nel febbraio 1640, come si 
vede dai conti del tesoriere Tommaso Stoppia, dai mandati e dalle 
apoche di notar G. D. Marescalco. Si trovano in data del 13 febbraio 
1640 due mandati per spese per la tortura, e per compenso al lioia 
mastro Lorenzo Firino chiamato per ordine del Principe di Venetico 
per la giustizia fatta in -persona del bandito Daniele Ravidà. 



— 297 - 

il grazioso donativo. Ed egli si recò subito in Patti (1) , 
ove dimorò pochi giorni, recandosi spesso alla Montagna, 
e ritirandosi dal 5 al 21 aprile nel casale di Sorrentini, 
come si può vedere da varie sue lettere datate da Patti^ da 
Montagna e da Sorrentini dal 30 marzo al 12 maggio 1640. 
Da una lettera del 1 aprile scritta da lui da Montagna Reale, 
nella quale riporta una istanza di don Geronimo Florulli ba- 
rone di Altomonte, ex collettore del due per cento, si ricava 
che don Ascaìiio Aiisaloiie M. i?. del R. P. e vicario generale 
del Valdentonc residente in Patti, si era gabellata e affit- 
tala la terra della Montagna per onse duecento air anno. 
Parrebbe che tra i Montagnari e l' Ansalone dovesse 
preesistere un accordo^ spiegandosi così il favore che essi 
godevano nel Consiglio Patrimoniale ; e potrebbe anche 
supporsi che egli volesse approfittare dell' occasione per 
volgere a suo beneficio il distacco della Montagna e ten- 
tare forse quello di Sorrentini. La sua nomina a vicario ge- 



li) Nei conti del tesoriere Tommaso Stoppia, in una provvista 
dei giurati del 19 aprile 1640, in un mandato del 24 dello stesso mese 
e nell'apoca in notar G. D. Marescalco del 13 luglio 1640, si fa men- 
zione di una provvista fatta da don Ascanio Ansalone M, R. e Vica- 
rio generale « degente in questa città di Patti a 21 marzo 1640 ». Tra 
la sua venuta e ritorno l' Ansalone dimorò in Patti solamente otto 
giorni, poiché si legge nel mentovato libro dei conti: « Al D."" Fran- 
cesco Proto per avere fornito cinque letti regalati per spazio di un 
mese all' 111.'"'' Principe di Venetico, e per otto giorni a Don Ascanio 
Andatone nella sua venuta e ritorno ». Negli ultimi di aprile il Vicario 
generale dovette partire da Patti e suoi dintorni, mentre si legge an- 
cora: « Al chierico Francesco Arlotta andato corriere a Cafa?iia vian- 
dato dai spett} giurati alVIll.'>'<' don A?,canio Ansalone V. G. per por- 
tare il Consiglio de tento alti 29 di Aprile del presente anno appare per 
mandalo spedito a 2S gingJio S"- Ind. 1640 et apoca in d.^ atti di Mare- 
scalco a j luglio 1640 ». 



— 298 - 

nerale del Valdemone sarebbe stata l'etichetta per coprire 

la merce. 

Avendo il vicario Ansalone con lettera del ?>0 marzo, 
da Patti stesso, scritto ai giurati della città perchè si tra- 
mutasse la gabella della macina di co^se due a tiiniolo m 
tari sedici a salina per pagare il grazioso donativo e 
quanto altro la città doveva alla Regia Corte, costoro 
convocarono Consiglio per imporre la tassa di tre tari e 
per cambiare quella di due cozze a tumolo in un tari a 
tuinolo. I giurati dottor Francesco Chitari, dottor Damia- 
no Caglio, Ceronimo Bertone e Francesco Russi rende- 
vano conto di quel Consiglio, il 12 aprile 1640, al viceré 
conte di Assumar, scrivendo: « Si tenne Consiglio lu- 
nedi 9 aprile a suono di campana e facendo chiudere le 
porte della città con farsi le solite solennità e chiamando 
tutte le genti, e fattosi la proposta d'imporsi detti tari tre 
per salma, quattro persone addivennero e gli altri non 
vollero, ma proposero vendere li feudi della città e pa- 
gare S. M., al che si concluse per la vendita dei feudi, 
non potendo rimediare altrimenti ». 

Ma 1' Ansalone con lettera da Sorrentini del 21 dello 
stesso aprile invitava i giurati di Patti a convocare nuo- 
vamente il Consiglio per deliberare sulla trasmutazione 
della gabella delle due cozze a tumolo per soddisfare il 
donativo. 

Il 1'^ maggio quei giurati si rivolgevano al viceré don 
Francesco de Mello per dire che la città aveva molte 
spese oltre al pagamento delle tande e donativi, perchè il 
capitano d'armi a guerra don Antonio de Haro , oltre alle 
guardie straordinarie, aveva ordinato di accomodare il 
-pezzo di artiglieria, la piattaforma e gli attrezzi della 
torre della Marina, le mura e le porte delle città ed altre 



— 299 — 

cose ancora. Ma essi aggiungevano che, con lettera del 5 
aprile dal casale di Sorrentini, il vicario generale Ansa- 
Ione aveva ordinato che non si dovesse spendere somma 
alcuna se prima non fossero state pagate le tande del do- 
nativo: pregavano quindi il viceré a provvedere in alcnn 
modo. 

L' ultima lettera dell' Ansalone, datata da Patti^ è del 
12 maggio, per ordinare ai giurati che fossero pagate 
onze settanta a Giovanni Dominedò tenitore della posa- 
ta (1). E la sua missione, ter.minata poco dopo, doveva 
avere per risultato l'incorporazione del feudo di Madoro 
per conto della Regia Corte, e T acquislo della terra di 
Montagna Reale al proprio baronale dominio^ passando da 
afifittatore a padrone di quella terra. 

Gli abitanti dell' università di Montagna, desiderando 
sciogliersi dalle mani della città di Patti, credevano se- 
guire un naturale sentimento d'indipendenza, e raggiun- 
gere un rilevante miglioramtinto col dipendere diretta- 
mente dal Regio Demanio; e perciò si erano rivolti a don 
Luigi Moncada e Aragona Presidente del Regno, offerendo 
per le desiderate libertà quattromila scudi. La quale of- 
ferta — come si disse — essendo stata accettata, e pagata 
la somma, essi ottennero l'atto di dismembrazione del 9 



(i) La posata era la casa che serviva specialmente per alloggiare 
gli officiali, delegati, commissari e altri, che per ragione di servizio 
dovevano venire nella città, i quali avevano diritto alla posata franca. 

La posata di Patti era stata gabellata il 13 gennaio 1636 a Gio- 
vanni Dominedò per onze 36 all'anno; il quale si obbligava di tenerla 
in regola con otto letti, dodici sedie, sei buffetti, etc, senza obbligo 
di dare alloggio alla fonteria spagnuola, ma solo alle persone alle 
quali la città era obbligata a dare posata e a quelle indicate dai giu- 
rati, senza poter alloggiare altri passeggeri. 



— 300 - 

ottobre ló38. Ma si erano lasciati abbindolare, non sapen- 
do forse che le terre demaniali erano un tastidio per la 
Corona di Spagna, che le tollerava finché poteva smun- 
gerle^ per disftirsene poi. 

Intatti la terra demaniale di Montagna Reale ebbe 
pochi mesi di vita. Non erano ancora trascorsi sei mesi 
dalla separazione da Patti, quando don Ascanio Ansalone 
fece avanzare offerta da don Giovanni Ambrogio Scribani, 
prò persona nordinanda, sopra i! territorio già per l'atto 
di affrancamento accordato, di scudi diecimila, cioè quat- 
tromila scudi da restituire all'università sudetta, e scudi 
seimila da pagare alla Regia Corte. Lo stesso giorno in 
cui fu accettata l'offerta, lo Scribani -dichiarò in persona 
dell'Ansalone; il quale si pose in possesso senza che i quat- 
tromila scudi fossero restituiti da alcuno all' università di 
Montagna. 

Nel contratto di vendita della terra di Montagna si 
diceva che stante la grande urgenza di denaro che aveva 
la Corte per sostenere le guerre, fu data facoltà al viceré 
e Sacro Consiglio non solo di prender denaro a cambio, 
ma di vendere città, terre, castelli e feudi, come dai molti 
dispacci, bandi e circolari. In seguito di ciò furono prese 
a cambio onze ottomila, cioè onze cinquemila da Giovanni 
Ambrogio Scribani e onze tremila dall' illustre Gregorio 
Castelli, con l'ipoteca pel pagamento tra gli altri di scudi 
diecimila da introitarsi con la vendita della terra di Mon- 
tagna. Quindi Giovanni Ambrogio Scribani offerse voler 
comprare la Terra e il feudo della Rocca per persona no- 
minanda, col pagamento di scudi diecimila da depositarsi 
nella Regia Tesoreria, avuta la possessione, senza obbligo 
di fare pagamento veruno alhi università. Egli dichiarò 
anche di avanzare la detta offerta, e divenire alla sudetta 



-- 301 - 

compra di poco introito, all'oggetto di venire soddisfatto 
delle somme che in forza di pubblico contratto di mutuo 
avanzava dalla Regia Corte; però non avendo trovalo al- 
tri che volesse accettarsi una tal nominnsioue se non V il- 
lustre D. Ascanio Ansatone maestro ragionale del R. P., 
^ ■ egli domandava al vicerò e Sacro Consiglio tale facoltà e 
dispensa, accordata loro in virtù di Reali lettere, da qua- 
lunque prammatica, capitolo del Regno e ogni altro or- 
dine contrario. L'offerta fu accettata e fu stipulato il con- 
tratto di vendita con la nominazione in piedi in favore 
dell'Ansalone, il quale pagò scudi diecimila a Scribani per 
depositarli in Tesoreria, dal medesimo contessati in detto 
contratto; e in seguito furono spedite a 13 luglio 1639 le 
lettere ossequatoriali. E 1' Ansalone ottenne la conferma 
col titolo di Duca, dal re Filippo IV. 

In detto contralto era fatta riserva perchè non venisse 
pregiudicato il diritto di seminare, di pascolare e di fare 
legna che accampava l'università di Montagna (1). 

(i) Sul principio del Secolo XIX« sorse una causa per detti di- 
ritti tra I' università di Montagnareale e il duca Giuseppe Vianisi e 
Porco, come si vede da un memoriale rivolto dai Montagnari al re 
Ferdinando, per via del Consiglio Patrimoniale, nel 1807, ove si as- 
serisce che non solo 1' Ansalone e i suoi successori pagarone mai i 
quattromila scudi all'università di Montagna, né i sei mila scudi alla 
Regia Corte, ma avevano spogliato in seguito 1' università dei diritti 
di seminare, pascolare e fare legna. li Tribunale del Real Patrimonio, 
con lettera del 9 ottobre 1S07, diretta al Senato, sindaco e procon- 
servatore di PaUi chiedeva informazioni sull'origine della dismembra - 
zione dell'università di Montagna e suoi diritti. Il senato di Patti 
dette le notizie richieste, con una tinta poco favorevole all' università 
di Montagnareale. 

Dall'insieme si può affermare che l' Ansalone pagò effettivamente 
i dieci mila scudi allo Scribani, che doveva averli dalla Regia Corte; e 
la morale di tutto quell'aff'are è che la città di Patti perdette il suo feudo 
della Rocca e la università di Montagna i suoi quattromila scudi. 



— 302 — 

Se la città di Patti soffrì seriamente della divisione di 
quel suo casale, m;intenne, anche mezza rovinata, la sua 
indipendenza, per la quale lottò fieramente, tracciando dal 
1655 al 16Ó5 le più belle pagine della sua storia, le quali 
saranno più oltre da me riprodotte, se non nella loro vi- 
vezza, nella loro verità certamente. Il Casale di Montagna 
avrà forse potuto guadagnare un favoritismo maggiore, 
per la protezione di cui godevano allora le terre baronali 
a detrimento di quelle demaniali, ma esso col suo distacco 
dalla città di Patti, della quale per tanti anni aveva diviso 
i lieti e tristi giorni, iniziava storicamente una evoluzione, 
regressiva. 

* 

Non correvano liete, nell'anno 1640-1641, le sorti della 
Spagna che perdeva il Portogallo e la Catalogna, e per 
riflesso se ne sentivano le conseguenze anche in Sicilia. 

La città di Patti, per far denaro, aveva venduta la 
gabella di tari 2 e grani 2 sopra ogni tumolo di frumento 
germano, f^irina e pane al dottor Giuseppe Florulli baro- 
ne di Villareale, commissionato del dottor Antonio Proto, 
per mille e quattro onze. Ma non avendo potuto saldare 
il grazioso donativo, oltre le onze 906 annuali che doveva 
pagare per altri donativi alla Regia Corte e alla Deputa- 
zione del Regno, il feudo di Madoro a 16 luglio 1640 fu 
incorporato. Le molestie del percettore del Valdemone 
non erano però cessate. Allora i giurati Antonino Donato, 
Ambrogio Barbaro, Antonino Bertone e don Geronimo 
Florulli barone di Altomonte si rivolsero al vescovo di 
Cefalù Presidente del Regno, e questi ordinò con lettera 
del 23 gennaio 1641 che per quattro m.esi i giurati di Patti 
non tessero molestati per il pagamento delle tande. Era 



- 1J03 - 

allora vicario generale del Valdemonc don Giuseppe Bran- 
cifbrte conte di Raccuia. 

Infatti, ai quattro mesi precisi, il vescovo di Cetalù, 
con lettera del 24 maggio, annunziava ai giurati che la 
Regia Corte, a 27 febbraio 1641, negli atti del R. Luogo- 
tenente neir officio di Protonotaro, aveva venduto a don 
Vincenzo di Napoli vescovo di Patti, prò nome suo ed 
eredi e successori, il feudo di Madoro, sito nel territorio 
di Patti, giusta i suoi contini, pagando il vescovo le tande 
e donativi maturati che la cittcà doveva aUa Regia Corte 
e alla Deputaz'one del Regno. Il vescovo e suoi succes- 
sori dovevano essere mantenuti nel quieto possesso e do- 
minio del feudo di Madoro (1) infino a tanto che fosse 
pagato e integralmente restituito dalla Regia Corte o dalla 
città di Patti il prezzo insieme ai benfatti. Nella vendita 
fu riservato jus pasceudi et lignaudi che avevano i citta- 
dini Pattesi (2). 



(i) Il feudo di Madore fu dal vescovo Napoli donato e ceduto al 
Capitolo della Cattedrale di Patti per gli atti di notar Placido Tin- 
ghino del 13 luglio e 31 agosto 1642 ; e dal Capitolo fu concesso ad 
enfiteusi al dottor don Vincenzo Natoli — quello stesso che era stato 
affittuario delle tonnare di S. Giorgio e Roccabianca — per atto dello 
stesso notaro Tinghino del io aprile 1647. Il Natoli si era sposato in 
Patti con Antonia Proto ; e con patente del io ottobre 1647 fu anche 
nominato capitano della città di Patti dal viceré marchese de los Ve- 
lez. Egli mori in S. Piero di Patti nel 165 r, lasciando i figli Caterina 
e Vincenzo in tenera età, dei quali assunse la tutela don Geronimo 
Natoli dei principi di Sperlinga, della città di Messina, padrone — co- 
me si é visto — della gabella del tari sulla seta di Patti, Montagna 
e Sorrentini. 

(2) Pei feudi del territorio di Patti sorsero sempre liti, special- 
mente quando essi appartenevano a forestieri, come il feudo della 
Masseria che per secoli fu proprietà delle famiglie messinesi Balsamo 
e Minutoli. Nel 1655 e nel 1662 sorsero questioni tra Clara Maria 



- 304 — 

Il prezzo del feudo di Madoro fu stabilito per scudi 
settemila, e con questo furono compensate le tande at- 
trassate a tutto l'anno 1641, come per lettera di liquida- 
zione e aggiustamento del prezzo del feudo di Madore 
deiril dicembre 1641, spedito per via del Real Patrimonio 
dal viceré don Yuan Alfonso Erriques de Cabrerà almi- 
rante di Castiglia duca di Medina de Rioseco. etc, re- 



Balsamo baronessa della Masseria, vedova di don Pompeo Romano 
Colonna, e i giurati di Patti per la tassa di biionatencnza e per quella 
sul frumento. E nel 1662 si unì a lei per la questione del frumento 
D."^ Francesca Proto padrona del feudo Moreri Mortizzi e Porticelli, 
la quale aveva sposato don Giovanni Balsamo che interveniva mari- 
tali nomine , accampando 1' esenzione per la cittadinanza messinese. 
Ma il feudo di Moreri Mortizzi e Porticelli fu confiscato nel 1676 
dalla Regia Corte, come tutti i beni dei ]\Iessinesi. La questione però 
del jns pasccndi et lignandi si sollevò, per un bando dei giurati del 
4 dicembre i6So, con D^ Ortensia Minutoli nuova baronessa della 
Masseria; e per altro bando del 7 febbraio i68r riguardante il feudo 
di Moreri Mortizzi e Porticelli si sarebbe sollevata altra lite, se la 
Regia Corte, che aveva ancora quel feudo in suo potere, se ne fosse 
curata. 11 jns pascendi et lignandi per il feudo della Masseria nasceva 
dal capitolo di re Giovanni del 1460, e l'accordo stabilito dai giurati 
Giovan Paolo Barbaro, Filippo Bellacera, Giuseppe Stoppia, col barone 
Giuseppe Balsamo per l'atto del 23 ottobre 1567 in notar Giuseppe 
Buscio di Patti, limitava il diritto di pascolo lasciando impregiudicati 
gli altri diritti. La questione fu ripresa dal 1696 al 1722 col barone 
di Calieri don Giovanni Antonio Minutoli. Il feudo di Moreri Mor- 
tizzi e Porticelli essendo stato dato nel 17:0 dalla Regia Corte alla 
marchesa di Condagusta, il marchese di Condagusta don Cesare Ma- 
rullo ottenne un ordine del R. P. in data 27 ottobre X710, comuni- 
cato con lettera di segreteria dell' 8 novembre 17 io, per farsi ban- 
do proibitivo di pascolo e di far legna in quel feudo. Nel 1724 il 
rettore della Compagnia di Gesù sotto il titolo di S. Ignazio e di S. 
Francesco Saverio della città di Messina, proprietaria del feudo, ot- 
tenne lettera dal viceré il bali conte di Palma per ripetersi il bando 
proibitivo ottenuto già del marchese di Condagusta nel 17 io. 



— 305 — 

stando la città di Patti creditrice di onze 1031 tari 22 e 
£?rani 3 da compensarsi sulle future tande. 

Ma la misera città col reddito delle s-^belle diminuito, 
con la perdita del suo casale di Montagna e dei suoi feudi 
della Rocca e di xMadoro, navigava veramente in cattive 
acque; tanto più che non aveva potuto provved.-re a tem- 
po i frumenti necessari alla provvigione della città, ed 
ora non poteva più trovarne, causa la carestia. La città 
nell'aprile del 1641 cominciava a patire la fame. A propo- 
sito io voglio riportare una lettera del Senato di :^Iessina 
indirizzata « AUi Giurati dt-lla Città di Patti ^ la quale è, 
io credo, uno dei più preziosi documenti della st'jria pat- 
tese. 

« Molto lllìislri Signori 

Pel rilevaiilissiìiio segno di affdto che le SS. VV. M}-' 
III/' lì haiiìio diuwstralo con lasciai' uscire li fnunenli die 
SI havevan lasciali costì, in tempo di così gran necessità 
in che si ritrova cotesta città, non solo ci vien comprovato 
V affetto, che sempre ne siain persuasi delle SS. VV. Molto 
Illustri, ma ci si avrebbe mostrato V obbligai ione et il de- 
siderio che conserviam di servirle sempre in qualsivoglia 
cosa per cotesta città e per le molto illustri SS. loro. Onde 
annuntiandole quanto deviamo le supplichiamo a non la- 
sciar otiosa la volontà per gli obblighi della nostra corri- 
spondenza. In segno della quale habbiamo dato ordine 
che per hora si consegnino per condurre in cotesta città 
salme ottanta di frumento assicurando loro che con tutto 
che noi stiamo in molta penuria [ariamo anche lo stesso 
quando anche non avessimo niente di piti. Gradiscano le 
SS. VV. J/.'" Illustri per hora questo segno del nostro af- 
fetto e ci porgano occasione di mostrarne loro maggiore 



— 30G -^ 

Mentre preghìniiio alle SS. VV. M}" III:'' ogni f elìcila e ba- 
ciando loro le mani. — Di Messina li 5 aprile 1641. 

Il presso del frumento non sarà se non quanto costa 
a noi et è il frumento di Puglia. 

Delle SS. VV. M}^ III:'' 

Il Senato di Messina », 

L'atto di noa impossessarsi del frumento delia città 
di Messina era più che un bel gesto^ e il Sen to di Mes- 
sina lo apprezzò al suo giusto valore. L' operato dei giu- 
rati di Patti, in quei tempi di pochi scrupoli e di grande 
bisogno, era realmente ammirevole: tanto più che la città 
di Patti era stata più volte alleggerita delle sue provviste 
di frumenti dai brigantini di Lipari sul mare che bagna 
la costa da Cefalù al capo di Milazzo, verso la marina di 
Tusa, a Capo d'Orlando, nel golfo stesso di Patti, come 
può rilevarsi dalle relazioni che i giurati Antonino Ce- 
nere, dottor Alessandro Proto, Pietro Stoppia e Giuseppe 
Leto fjAcevano al conte di Olivares a 12 marzo 1593, e da 
un' altra del 15 aprile 1603 diretta al duca di Feria dai 
giurati Francesco Marino, Biasio V^illapinta, Francesco di 
Virgilio e Pietro Stoppia. 

Sembrerà forse strano che di un tratto di onestà, che 
dovrebbe parere tanto naturale, io mi sia servito per ad- 
ditare all'ammirazione dei posteri i giurati di Patti. Ma 
questa osservazione potrebbe farsi solo da chi non sa cosa 
volesse dire la carestia di quei tempi, la quale raggiunse 
il colmo nel 1647 con le insurrezioni del 7 luglio in Na- 
poli e del 15 agosto in Palermo, precedute dal tumulto di 
Palermo capitanato da Nino della Pelosa, e da quello di 
Patti, forse totalmente ignorato, del quale io darò notizie 
tra breve. 



— 3Òt — 

E in quegli anni infelici , ad accrescere i guai , erano 
continui allarmi^ temendosi ctie potessero sbarcare nemici 
sul littorale di Sicilia. Già una lettera del vescovo di Ce- 
falù, in data S giugno 1641, recava l'avviso che dodici ga- 
lee, un galeotto e dieci brigantini erano usciti da Biserta 
a danno del Regno con animo di metter gente a terra, e 
ordinava che dovesse abbassare la milizia di piedi e di 
cavallo alle marine, per la difesa del littorale. E poco dopo 
i giurati di Patti avevano notizie dall'isola di Lipari che si 
erano scoperte sette galee di nemici , e da .Maso che si 
erano vedute sulle coste di Cefalii undici galee , mentre 
ogni sera avevano segni certi che le galee nemiche erano 
nell'isola di Lipari. Il capitano d'armi a guerra don Gero- 
nimo Roque Cabreros ordinò tosto di abbassare alla com- 
pagnia di milizia di S. Piero di Patti , allo Stendardo dei 
cavalli di S. Angelo di Brolo e a tutta la milizia urbana 
della comarca che doveva riunirsi alla bandiera di Patti. 
Ma la città restava indifesa, con le mura di cinta in parte 
rovinate e senza artiglieria^ la gente armata ridotta a metà 
per il distacco di Montagna. Essa essendosi venduta a don 
Ascanio Ansalonc non intendeva ^iù abbassare in difesa 
della città^ sicché i soldati della milizia urbana calati, in- 
vece di trecento erano appena duecento , perchè anche 
quelli di Piraino non erauo venuti , non avendo voluto il 
loro padrone , figlio del presidente don Lucio Denti , che 
abbassassero ; e della milizia a cavallo , invece di 44 ne 
erano calati solamente 10 con lo stendardo e senza alfiere. 

Fortunatamente era stato un lalso allarme, e nell'ago- 
sto di quello stesso anno si ritirò la compagnia della mi- 
lizia di S. Piero e le altre milizie abbassate; né si sentì 
altro per allora ne per l'anno seguente. Ma i pericoli au- 
mentavano per i rovesci che subiva continuamente la Spa- 



^ 308 - 

gna ; mentre in data del 15 dicembre 1642 arrivava un 
ordine del viceré Grande almirante di Castiglia di farsi 
nei santuarii una messa cantata per l'entrata in campagna 
del re Filippo IV. E il 9 gennaio 1643 usciva il bando per 
la mostra generale della milizia, per la quale i giurati di 
Patti ordinavano a tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni della 
loro giurisdizione a riunirsi nel piano di Santa Maria di 
Gesù. 

In data pure del 9 gennaio 1643 i giorati dottor Giovan 
Domenico Chitari, notar Placido Tinghino e Geronimo Ber- 
tone facevano una relazione sullo stato di difesa della città 
e della sua marina , spedendola il 4 febbraio al viceré 
Cabrerà. 

La città di Patti per essere vicina alle isole di Vul- 
cano e di Lipari era molto soggetta agli attacchi dei cor- 
sari. Essa, all'istituzione della nuova milizia, fu designata 
città di presidio, e per difesa sua e della sua marina, oltre 
la gente di milizia di piedi della città , in numero di 98, e 
di cavallo , in numero di 11, in tempo di necessità le fu 
assegnata la compagnia di soldati di piedi della terra di 
San Piero forte di 304 uomini e lo stendardo di soldati a 
cavallo della terra di Sant'Angelo al numero di 42. 

In occasione poi di soccorso generale dovevano di- 
verse altre terre vicine abbassare altre genti nominate // 
nuovi iìigiuntìy i quali erano prima in numero di 720. Ma 
nel 1641 si erano scusate di abbassare , per lettere vice- 
regie e del Tribunale del Real Patrimonio, S. Angelo, Pi- 
raino. Naso, Mirto, San Marco, San Fratello e Militello , e 
ciò per la potenza dei loro padroni , e queste terre con- 
tribuivano 270 uomini; quindi non ne restavano più che 450. 
Anche nella milizia di piedi di Patti , alla fine del 1642 , 
mancavano 18 soldati , sia per morte , per assenza o per 



— 309 — 

altre raoioni, e i soldati di rispetto erano solamente 11. 
Degli undici cavalli ne mancavano sei, sia per morte, per 
assenza o per essere gli eredi ecclesiastici o esenti come 
officiali. La milizia che poteva abbassare da S. Piero era 
ridotta a 150 uomini , e lo stendardo dei cavalli di S. An- 
gelo a 15. La terra di Montagna era stata pure dispensata 
di abbassare, con lettera del R. P., ed aveva più di 20 mi- 
liti. Gli stessi nuovi ingiunti , restati per le esenzioni su- 
dette in numero di 450, non potevano abbassare in numero 
maggiore di 100, per essere gli altri a lavorare fuori paese. 
Prima gli abitanti della Montagna in numero di 500 , es- 
sendo quella terra a un miglio da Patti . venivano a guar- 
nire il castello e le mura insieme ai cittadini pattesi , ed 
avevano buone armi da tiro; ma dopo la separazione non 
abbassavano più, e la gente di Patti non era sufficiente a 
guarnire le mura. 

La città, distante un miglio dalla Marina, era tutta cir- 
condata di mura con cinque porle, (1) ed aveva un antico 
castello regio, nel quale in caso di guerra si rifugiavano 



(r) Le cinque porte della città erano: Porte della Morte, Porta- 
nuova, Porta S. Michele. Porta delle Buccerie o di juso^ Porta reale 
o Porta maggiore della città. Le mura che riunivano queste porte an- 
davano ad attaccarsi ai due lati del castello dominante dall'alto la città. 
Tra la Porta della Morte e la Porta nuova stava la torre di Polla o di 
Polline ; tra la Porta nuova e la Porta S. Michele vi era la Guardiola 
dopo la Porta di .San ^lichele s' innalzava la torre di San Giacomo, e 
quindi defilavano le sette torri fino alla Porta delle Buccerie. Le sette 
torri dovevano guardare i borghi di S. Domenico e di S. Nicolò che 
erano sottostanti alle mura della città. Il castello aveva due porte : la 
Porta del Castello e la Porta falsa', e due torri : Torre tonda e Torre 
del Palombaro. Si vuole che questo castello fosse stato inalzato accanto 
al monastero dei Benedettini per volontà di Adeiaida di Monferrato 
contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme, al suo ritorno in Sicilia 
nel II 15, e in esso si crede che si ritirasse, e morisse nel 11 18. 



- 310 — 

donne, vecchi e fanciulli, benché fosse stato adibito quasi 
interamente a dimora del vescovo, che come castellano (l) 
ne teneva le chiavi. Ma tanto le mura, in parte diroccate , 
quanto il castello, erano in pessimo stato di difesa , man- 
canti in alcune parti di sparatoie e di parapetti, totalmente 
sprovvisti di artiglieria. La sola torre della Marina, ove 
risiedeva anche un artigliere nominato dalla Deputazione 
del Regno, aveva un sacro reale che tirava dieci libbre di 
palle e due sincrigliotti, con provvista di ottanta rotoli di 
polvere e venticinque palle per il sacro, con suo nicccio. 
Il nemico avrebbe potuto facilmente sbarcare nello scalo 
di San Giorgio e sotto il capo di Mongiò, e danneggiare 
Gioiosa e Sorrentini^ giovando l'artiglieria della torre della 
Marina più per avviso che per difesa di quella spiaggia. 
Questa relazione veniva accompagnata da una lettera 



(i) Il canonico Giardina nella sua cronaca del vescovato di Patti 
scrìve che per regie lettere date in Catania a 3 Settembre 1402 il re 
Martino concesse al vescovo Filippo Ferrerie per sé e suoi successori 
il regio castello, per la quale concessione il vescovo di Patti assunse 
il titolo Magnus Castellatius Civitatis Pactarum. Questo titolo di ca- 
stellano era un titolo ad honorem, che i vescovi portarono quando fu 
loro concesso di poter allargare la loro abitazione, limitata prima all'antico 
convento dei Benedettini, perchè non essendo più il castello adatto a 
tenere una guarnigione, non vi era più bisogno di un castellano mili- 
tare, e quella carica diventava una sinecura, una sopravvivenza. Del 
resto il castellano di Patti, città demaniale, non poteva essere altro che 
un custode del castello, un ufficiale regio. Io ho letto negli Annali 
della città di Messina del Gallo che don Raimondo Villadicani, venuto 
dalla Spagna in Messina, fu nominato castellano di Patti nel 1470. Ciò 
farebbe supporre che fino a quell'epoca il re nominasse ancora i ca- 
castellani di Patti. Però nel 1479, avendo il papa Sisto IV nominato 
a vescovo di Patti Giovanni de Cortellis, il re Giovanni non volle ap- 
provare la nomina, e quindi per non lasciare il castello abbandonato, 
avrà potuto neW interim, mandarvi don Raimondo Villadicani, 



— 311 — 

in data del 4 febbraio stesso, ove i giurati dicevano che 
la città si trovava esausta tanto da non poter mantenere 
persona presso il viceré, quindi essa non era stata mai 
intesa, mentre i signori e padroni di vassalli delle terre 
assegnate alla sua difesa, con la potenza del Tribunale del 
Real Patrimonio, ottenevano quello che volevano per esen- 
tare i loro vassalli dal servizio, avendosi piìi riguardo alle 
terre baronali e di montagna che alle città marittime e 
demaniali, con tanto pregiudizio di S. M. Quindi i giurati 
pregavano il viceré che avesse in mira particolare la po- 
vera città^ la quale era una delle antiche del Regno e delle 
pili fedeli a S. M. Cattolica, e, oltre i servizi prestati, aveva 
in quegli ultimi tempi fatto forze straordinarie per la sua 
real corona soccorrendola con molta fedeltà e prontezza 
con donativi ordinari e straordinari, e nell'anno 1638 co 
grazioso donativo di scudi seimila, i quali furono pagati 
vendendo alla R. C. il feudo di Madoro; mentre essa, per 
essere anche chiave delle terre convicine come città ma- 
rittima, fu sempre guardata con occhio particolare dai 
viceré e governatori del regno. 

Un'altra minaccia piti positiva per la città, passata 
quasi inosservata in mezzo ai preparativi di difesa, fu 
l'offerta per la compra del casale dei Sorrentini (1) , fatta 



(i) Nel giugno del 1642 venne in Patti, delegato del viceré AI- 
niirante di Castiglia, il dottor don Placido Brigandì per dividere il 
territorio del casale di Sorrentini da quello della città, e vi si trat- 
tenne ventidue giorni, come si rileva dai cónti dall'anno 1641-1642, 
dal mandato del i» luglio e dalle apoche del 2 e 4 luglio 1642 in 
notar G. D. Marescalco. Fin dalle prime notizie della pretesa divisio- 
ne e vendita del casale di Sorrentini, ossia nel mese di aprile 1642, 
i giurati di Patti avevano mandato in Palermo il dottor don Bene- 
detto Florio per combattere quella separazione disastrosa per la città. 
Si possono vedere i conti 1641-42, i mandati del 15 aprile e del io 
agosto, le apoche del 20 luglio e io agosto 1642. 



o 1 '■> 

alla Regia Corte, come si rileva da una lettera dei giurati 
al vescovo don Vincenzo di N-rpoli del 29 ottobre 1642. 
Antonio Marescalco procuratore della città aveva comu- 
nicato loro quanto il vescovo avevagli detto per quel!' ai- 
fare, e i giurati ringraziavano il vescovo, e lo pregavano 
di proteggere la città nel caso che il negozio di Sorrentini 
andasse avanti. Essi dicevano che si doveva tener conto 
dei danni ed interessi che avrebbero prodotto alla città la 
vendita di quel casale, specialmente se ad esso fosse stato 
aggregato qualche tratto della marina : perchè non si sa- 
rebbe potuto più fare conto delle gabelle , inabilitando la 
città, la quale non avrebbe potuto più corrispondere alle 
tande e donativi. E siccome colui che aveva presentato 
l'offerta era don Giacomo di Battista, col quale il vescovo 
teneva molta mano ^ i giurati lo supplicavano a volersi 
interporre per aggiustare tutto col Di Battista, che gliene 
sarebbero restati obbligatissimi insieme alla città (1). 



(i) II vescovo don Vincenzo di Napoli prese allora a cuore la 
causa dei Fattesi, e si recò in Palermo a difendere le ragioni della 
città. Fu specialmente per l'influenza di lui che essa conservò, ancora 
per alcuni anni, il suo casale di vSorrentini. In quella circostanza la 
figura di don Vincenzo di Napoli, che si era rimpicciolita nell' osti- 
nata lotta per la giurisdizione della marina, assunse agli occhi dei 
cittadini pattesi una imponenza, di cui è rimasta la tradizione. Infatti 
al suo ritorno da Palermo in Patti fu accolto dai cittadini con feste 
e manifestazioni di gioia. Nei conti del tesoriere Giovanni Tinghino 
sono notate le spese fatte per fare venire alcuni maschi dalla terra di 
Tripi e per spararli « per la venuta del R."'" Vescovo di questa città 
il quale nella città di Palermo favorì essa città in diverse occasioni e s^ 
particolarmente nel negotio che si trattava di vendere il casale di 
Sorrentini e detto Mons ■■ R.™° haver fatto che non si trattasse per il 
danno ne risultava ad essere città ». Ciò sorge anche dai mandati del 
9 dicembre 1642 e 15 gennaro 1643 e dalle apoche in notar G. D. 
Marescalco a 11 dicembre 1642 e 24 gennaro 1643. 



— 313 ~ 

Pare che h\ sotto vi fosse la mano di don Ascanio An- 
salone, e il Di Battista non tosse altro che un suo pre- 
stanome. Perù l'aliare non ebbe seguito per il momento , 
e il casale di Sorrentini fu ancora per qualche tempo con- 
servato alla città di Patti. 

Del resto, i Pattesi non si erano ancora dato pace per 
il distacco della Montagna, come si può vedere dalla let- 
tera che il 10 dicembre 1642 i giurati scrivevano a Paler- 
mo al dottor Andrea Muscarà per ringraziarlo specialmente 
per la consulta della iMontagna e per altri affari , come 
aveva loro riferito il canonico don Benedetto Florio. Egli 
saggiungevano che non essendo ancora spedita ì' ultima 
consulta si ponevano sotto Vale della sua protettionc dalla 
quale si proiueltcvano ogni buon successo e forse che la 
ragione di quella povera città dalla mano di un tanto 
padrone e signor loro superasse ogni potcnsa. Per le spese 
di procuratore e altre che occorressero i giurati avevano 
scritto al procuratore della città Antonio Marescalco per 
provvedere. 

Il dottor Andrea Muscarà rispondeva ai giurati di Patti, 
con lettera del 22 dello stesso mese , accettando con pia- 
cere la difesa dell'ultima consulta che essi dovevano spe- 
dire al viceré per il negozio della Montagna, e promettendo 
di attendervi con la maggiore diligenza. Più tardi fu inca- 
ricato il dottor don Benedetto Ferrando, avvocato agente 
in Messina- presso il viceré e Tribunale del Real Patrimo. 
nio, per ottenere di potere riunire il Consiglio per la rein- 
tigramone della Montagna. E inftUti il viceré don Fedro 
Faxardo de Zuniga y Requesens marchese de Los \'elez, 
con lettera del 13 ottobre 1644 da Messina , ordinava ai 
giurati di convocare il Consiglio pubblico per riunirsi di 
nuovo la Montagna alla città di Patti , come antico suo 



- 314 - 

casale. Questo Consiglio fu tenuto il 16 dello stesso ottobre^ 
decidendo di doversi aggregare nuovamente il casale della 
Montagna ; e fu spedito il corriere Vincenzo strano in 
Messina per ottenerne la conferma. Un'altra deliberazione 
del Consiglio si ebbe a 27 novembre \6^A per la reintegra- 
zione della Montagna , che dal corriere Cono Bonanno fu 
portata in Messina al procuratore Ferrando per farla con- 
fermare dal viceré e Trib. del R. P. , come si vede dal 
mandato del 3 dicembre 1644 e dalle apoche in notar G. D. 
Marescalco del 19 gennaro e 9 febbraro 1645. Ma le cose 
restarono lì per l'influenza dell' Ansalone ; e le speranze 
che la terra di Montagna potesse ricongiungersi a Patti 
dovevano rimanere deluse. 

E l'anno 1644 si chiedeva con le ingiunzioni fatte nel 
dicembre da don Bernardo Requesens vicario generale del 
Valdemone, perchè la città di Patti pagasse il s^ao debito 
della Regia Corte, per tande e donativi arretrati , e coi 
funerali per la regina Isabella di Borbone , ordinati con 
lettera da Messina dell' 11 dicembre dal marchese de Los 
Velez per essere S. M. passata, il 6 ottobre, a miglior vita. 

{continua) 

Vincenzo Ruffo della Floresta. 



MISCELLANEA 



statuti dell'Arte del sarti di Messina del 1522. 

La storia delle maestranze messinesi è ancora da farsi. Eppure in 
nessun'allra città di Sicilia come in Messina, le mastranze hanno avuto 
largo sviluppo e grande influenza nella vita politica, economica e com- 
merciale. La loro organizzazione dovette esser completa nel secolo XV, 
da essere ammessi i loro consoli nei consigli straordinari della città , 
per privilegio del re Alfonso d'Aragona del i8 marzo i^6i. 

L'arte dei sarti in Messina fu tra le più distinte e godeva la 
precedenza fra tutte le altre dopo i droghieri e gli argentieri. 

Gli statuti che qui pubblichiamo per la prima volta sono del 
1522. Ve ne furono altri precedenti del 31 ottobre 15 13, né probabilmente 
questi saranno stati i primi. Col progresso dei tempi e delle esigenze 
del costume la corporazione si divise in due arti : quella dei sarti , 
mastri custm-eri, per il taglio e la cucitura degli abiti delle classi ele- 
vate e per la borghesia facoltosa , e dei gipponari per i vestiti della 
gente di mare e del popolo minuto. Questi statuti , inspirati da pro- 
fondo sentimento religioso , tendenti a mantenere il prestigio del- 
l' arte ed a regolare i rapporti fra garzoni e maestri, e fra maestri e 
clienti, danno chiaramente il carattere delle antiche organizzazioni 
operaie , che tanta parte ebbero nelle vicende economiche, politiche 
ed artistiche della città nostra. 

A lo nome di Idio e de la Gloriosissima Vergine Madre Maria e 
di lo Glorioso Santo Hironijmo collo assenzo di li quali si pozza fari 
cosa à loro placita e beni communi di la Republica et utilitati di li 
Citatini, amen. 

Capitoli contratti e firmato infra tutti li INIastri Custureri esistenti 
in la nobili Citta di IMessina cum consensu licentia et beneplacito e 
volontate di li Signuri Jurati di la dieta Nobili Citta di Messina, li 
quali Mastri sunnu nutati ut infra : 

In primis lu honurabili Mastro Antonino di Tiveri , Mastro Anto- 
nio di Paschali, Mastro Evangelista Varaco, Cunsuli di la ditta arte 
in annu presenti, Mastru Petru di Amico e Mastru lieo Baruni, Mastru 
Joanni di Accardo , Mastro Cola Antoni Mancuso , Mastru Placitu di 
Castelli, Mastru Clementi Jordanu, M.™ Franciscu Prochi, M.'" Martino 
di Vinchi, M."'" Nardu di Tavormina, M.''^ Joanni Caulso, M.'"^ Joanni 



— 216 - 

di Taranto, M.''" Salvu Calandra. M/" Mariano di li Volti, M.'» Ant."" 
Campagna, M.'" Antonio Crimano, M.""" Miandro di Cusenza, M.'" Co- 
letta Mancuso, M/'' Liotto Catalano, M.'" Matteo d'Urbano, M/" Va- 
nello la Pietate, Mj° Baldo Piccolo, M." Ximuni Pichulo, M.''° Marsilio 
Abati, M.'"<' Angelo di li Mari, M ''° Coletta di Jallopo, M.'" Frane. '^ 
Martello, M.™ Lorenzo lo Sardo, M-''" Joanni di Cagliari, M.-"» Petro 
Cali, M.'o Janni Matteo Perchi, M.'» Cola di Viso, MJ" Minico Saraco 
et M.'"" Joanni di Staccafica, li quali prenominati M.""' pretendine fari 
loro Cerei ad onuri e laudi di la Gloriosissima Vergini Maria, et quillo 
offeriri quolibet anno alla Majuri Ecclesia di dieta Nobile Citta in la 
luminaria solita, cosi comu si costuma fari e fannu l'antri Artixiani (i) 
ad onuri e gloria di la Gloriosissima Vergini Maria per li meriti di 
la quali Diu ni conceda ogni bona gratia, amen. 

Item, che tutti li supradetti Mastri, tanto Citatini quanto Furisteri (2";, 



(i) Era antica usanza dei re di Sicilia di offerire un cerco alla 
Vergine nel giorno dedicato all'Assunzione di Lei, cioè nella solenne 
festività del 15 agosto, celebrata in Messina con pompa solenne. L'im- 
peratore Federico II ne osservò la consuetudine , e re Federico III 
d'Aragona , trovandosi in Messina nel 1368, offeriva in tal giorno alla 
Metropolitana due grandi torce. I loro successori ne furon del pari 
devoti fino a Carlo II di Spagna, ed ogni anno da parte di essi era 
presentato dal Regio Segreto il cereo relativo. 

Costituite in Sicilia le maestranze nei secoli XV e XVI, sull'esem- 
pio della offerta reale, divenne per esse obbligo di presentare annual- 
mente uno o pili cerei all'altare della Assunta , quale cerei venivan 
prima portati in processione su piccole barette di legno , adorne da 
sculture, dorature, da pitture, pendagli e banderuole. Ciò ha dato ori- 
gine alla /esi!a dei cerei, che è tuttavia in uso in molti paesi dell'isola 
e del continente. Le mastranze messinesi sia dal loro sorgere imposero 
la prestazione di tale cereo nel dì dell'Assunzione. Queste offerte ve- 
nivano esposte nella processione della Bara. « Seguono questa — ri- 
corda il Samperi — alcuni cerei molto grandi di diversi artisti, ornati 
con l'insegne delle loro Arti, ch'offeriscono ogni anno, picciol tributo 
dalle loro fatiche alla B. Vergine ». Iconologia della Vergine, Messina 
1644, pag. 50. 

(2) Tanto dei cnstoreri, che dei gipponari, molti erano forestieri ed 
esercitavano le loro arti in Messina. « Un Cinnamo de Marco di Majuri 
(Amalfi) gepponaro esercente in Messina, a 24 sett. 1540 prende a 
discepolo per due anni Luca Conte de Majori con 1' annuo stipendio 
di ducati 24 e con le spese del viaggio da Majuri a Messina». Docu- 
menti per la storia le arti e le industrie delle Provincie napoletane 
raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangeri, Principe di Sa- 
triano, voi. V., pag. 124. 



— 217 — 

|')ozzanO e vogliano oc^n'nnno in la Festivitati di N/"^ Donna di Menzu 
Agustu criari e fari dui Ciinsiili à buchi di issi M.", così come si co- 
stuma fari e fannu l'autri M.''' Artixiani di la nostra dieta Nobili Ci- 
tati, li quali Cunsuli sempri si intendanu farsi M.""' di Putiga di la 
di la dieta Arti. 

Item, si supplica alli SS. Vostri (ri per parti di li dicti Mastri Cu 
storeri di la dieta Nobili Citati, pri la utilitati universali et beneficio di 
chista Citati insurginu ogni jornu multi inconvenienti infra la Ma- 
stranza di li custoreri pri la moltitutini di li juvini lavoranti, che vo- 
lino tiniri Potiga . taliter che la dieta Citati xidi veni ad aviri mal 
nomu , che ognunu lavoranti di la Potiga di li Custureri chi ad mala 
pena sa tiniri la auguglia à li mani voli tiniri putiga , lo che è in 
gravi dannu di la Mastranza predieta di li Custuren , et mal nomu 
di la Citati, che quotidianamente guastanu sajuni, giuppuni e manti 
et ogni altra sorti di vestimenti per causa che non sannu tagliari, per 
tantu si supplica li S.'" vostri comu Patri di la Citati, à cui spetta lu 
guvernu et amministratione di quilla, vi piazza cumandari e per lo 
bando publico providiri che da oggi jnnanti non sia persuna veruna, 
tanto citatina quantu furastera, chi digia mettiri putiga di Custureri, 
ne pozza tagliari qualsiasi robba, che prima et ante omnia non sia 
esaminato per li Cunsuli di Custureri e per quattro altri mastri eletti 
per li dicti Cunsuli, e quandu controvenissero fussiro e siano in pena 
et ogn'unu che controverra di Onza una, prò medietate applicanda alla 
Maramma di la Majuri Eecl.*'-^ di Messina, e l'altra metate alla loro Cap- 
pella di S. Geronimo (2) eletta pri Cappella di detta arti pri li Cunsuli 
e Mastri predicti in remissibiliter. 

Item, che tutti li M.'' Cusloreri, tantu Citatini comu forasteri, 
quolibet anno siano obligati in la festa di N.""^ Donna di Menzo Ago- 
sto con lo chilio di Custureri, e fari la solita luminaria con loro jn- 
torchi, sub pena di Carlini quindici obligati alla Maramma di la Ma- 
juri Ecclesia di Messina. 

Item, che nissuno Mastru abia da tagliari ni.xunu pezzu d' opera 
di qualsivoglia pirsuna pri cusirila altro che lo detto Mastro e suoi 



(x) Cioè i Giurati della città. 

(2) Questa chiesetta era nell'istesso sito dove fu in seguito il con- 
venco domenicano di S. Geronimo, nella via Amalfitania, poi d'Austria 
ed oggi Primo Settembre. Neil' ex convento han sede oggidì il Tri- 
bunale e l'ufficio del Genio Militare. 



lavoranti, sub pena di Oz. una applicata alla Maramma di la Majurl 
Ecclesia di Messina. 

Item, che tutti quelli persuni che saranno licenziati da li detti 
Ciinsuli una cu lu jnterventu di li detti Mastri eletti da li Cunsuli , 
da putiri tiniri putiga siano tenuti dari tt. 15 alla Maramma di la 
Majuri Ecclesia di ^Messina , et altri tt. 15 alla dieta Ecclesia di S. 
Hieronjmo, et simiiiter tutti li furisteri chi vorranno inettiri putiga non 
la pozzano mettiri senza licenza di li dicti Cunsuli , e quattro Mastri 
eletti ut supra et paghira Oz. una obbligata ut supra. 

Item, che tutte quelle robbe che saranno guastate per alcuno di 
li ditti Mastri, li Cunsuli siano tenuti ad querelam di lo Patruni di li 
robbi farinsilli pagari in fra termino di mesi dui , quibus elassi li Pa- 
truni di li ditti robbi non si pozzano chiù querelarsi , e quandu uno 
Mastru più di una volta guastassi robba staja ad elezione di li Cun- 
suli di projbirlo dir [non] teniri putiga. 

Item, quando per avventura insurgissi alcuna differenza intra li 
Mastri et lauranti Custureri di unza una applicata a cosi pertinenti all'arti 
loro, per detta tali differenza lo pozzanu decidiri e pagare li detti 
Cunsuli qui tempore saranno, quali Consuli pozzanu decidiri e pagari 
detti differenti] comu loru arbritrio crederà a tutto incarico di la Cu- 

scienza loro, e per tali causa e differentia fi) dicti Cunsuli 

pozzanu fari carcerari per uno di li servienti di dicti Mag.<^' Sp.'' Jurati, 
et uncia una infra de rebus pertinentibus ad dieta arte ut supra. 

Dat. Messanse XX Sep.'>^''* !.-''« Jnd. 1522. 

Ex Actis Magnìficorum Doininoriini Jiiraioriiin Nobìlìs Chnlatis Mcs- 
sance ex tracia est praesens copia, in. s. Nat. Gilius Procopi Pro. 
3Iag.° Noi.''. 

Et essendoni stato supplicato da parti di li honorabili Cunsuli pre- 
senti supra la osservanza di li detti Capitoli ed ordinationi , fu per 
nui tale negozio remissu à lu Mag. Reg. Cons.' infra per R. P. , lu 
quali vidissi et riferissi , et facta ad nui relacioni cum eius voto , et 
deliberatione, avimo deciso e per la presenti ni dichiaramo committe- 
mo ed espressi comandamo che atteso li detti Capitoli ridundano in 
utilitati e beneficio universale di questa Nobili Citati ad augumento di 



(i) Parole che mancano nel manoscritto , e per cui ne resta poco 
chiaro il senso. 



— 219 - 

quest'arti, digiati adunque eseguire et obediri et osservarsi la forma, 
continenza e tenuti di quilla, permittendu si fazza, in omni futuro tem- 
pore osservarsi et eseguiti iuxta eorum serie, continenzia et tenore ecc. 
Dat. in Nob. Civitate Messanae ultimo ott.*""'* II. Ind. 1522 ex quo- 
niini prò quanto forma secundum Capitutum ex quo procedit ex volun- 
tate dictorum Magnificoruin Juratorum. 

D. Ugo de ISIoncada. 

Archivio delia Maramma della Cattedrale di Messina , voi. 52 , 
pag. 113 V. a 117. 

G. Apenappìmo. 

Franchigie e regalie del Senato di IVIessina. 

Il Senato di Messina, « primo magistrato della città » (i), e « non 
inferiore, in virtù, a quello di Roma » , come dice accademicamente 
un panegirista (2 1, esercitava, prima dell'anno 1678, un potere politico- 
amministrativo veramente straordinario per una citta soggetta al dominio 
spagnuolo e in tempi così nefasti alla libertà. Nonostanti le molteplici 
e gravi cure pel governo d'un Comune così esteso e popoloso, i sena- 
tori messinesi non avevano un emolumento adeguato all' alta carica. 
Godevano, però, in compenso, di molte franchigie, esenzioni , immu- 
nità, che valevano bene un lauto stipendio, tanto più che non manca- 
vano gli abusi , dei quali si fa cenno dagli scrittori del tempo e che 
costrinsero talora il governo spagnuolo a poi vi un freno , come fece 
nel 1622 il viceré Filiberto di Savoia (3). Lo scrìtto che pubblichiamo 
è una nota delle franchigie che godeva il Senato prima della guerra 
del 1674-78, nota che trovasi manoscritta nella biblioteca comunale di 
Palermo, nel volume segnato Qq. G. 45, p. 232. 

L'olim Senato godea oltre dell'amministrazione del Peculio for- 
mentario, 22 gabelle. Estrazione di set.'i, e Tavola Pecuniaria, li patti 
e presenti da cgni Gabella delle dette 22 Gabelle che annualmente si 
accensavano, quale diritto di patti e presenti d'ogni Gabella importava 
per ogni senatore onze 1.9. 

Di più li salari di onze sei l'anno per ogni senatore. Di più per 
ogni sera che si pernottava rotoli due di cera bianca lavorata ad ogni 



(lì Gallo, Apparati, voi. II, p. 56. 

(2) G. Basilico , Discorso accademico sopra la Lettera scritta da 
M. V. ai Mesiitiesi; Messina 1630. 

(3) Gallo, Annali, voi. Ili, p. 23S. 



— 220 - 

senatore. Di più la franchezza di tutte le Gabelle per quante persone 
aveva di fami(.i[lia ogni senatore. Di piìi la mostra di cose salate, cioè 
sopra Anguille, Caviale, Arenghi, Sarachi, Bacalari , Sorra , Tunnina, 
ed altri pesci salati, rotolo uno per ogni bilancia che s'arma, ad ogni 
senatore. Di più da ogni barca di sale di salme sedici in su Tumula 
due per ogni senatore. I-i più la veste d'allegrezza onze 30, e mezza 
veste di lutto di onze 15 per ogni senatore. Di più ogni vascello che 
veniva da Levante ogni volta che mandava a prendere relazione o per 
dar pratica tari 15 la volta, però sortendo andar più di due volte non 
toccano più ragioni. Di più le mostre di tutte le cose comestibili della 
settimana del senatore ebdomadario. Di più nella festa di Mezz'agosto 
dono del Piliero , la confettura , Tovaglie, Canestre n.« io per ogni 
senatore, ed in fiera li veiri (?) che pagava il Maestro di piazza per 
onza una e tari sei per ogni senatore e li vetri che pagava la città 
per conto correnti (?), insomma tari 20 per ogni senatore. Di più la 
franchezza del vino per botti sei per ogni senatore. Di più la fran- 
chezza della carne di Porco per onze 2.12 per ogni senatore. Di più 
la franchezza del vino che si pagava onze 2.8 per ogni senatore. Di 
più nella settimana delle mete ad ogni senatore ebdomadario la mostra 
pel Pesce spada che era per ogni Senatore da ogni barca tari 5 in 
ogni giorno che ammazzava pesce spada. Di più come gran cancelliere 
dell'almi studi tari 24 per ogni scolaro. E ciò si cava da lungo libro 
alfabetico degli Emolumenti e ragioni che toccano alli Signori Senatori. 
E più solea l'ohm senatore ebdomadario di Processo, godere per 
ogni Processo una piatta consistente in un Filetto , in una spinella , 
una medulla e suo chiodo, un orco (?) di gola, una friscia, un zalataro 
ecc., tari 16 per ogni macello, e li paggi, staffieri e cocchieri d' ogni 
senatore. Al presente li senatori altro non godono senonchè onze 16 
l'uno ogn'anno. 

Dalia Vecchia Umberto. 

CURIOSITÀ STORICHK 
tratte dalla Tavola Pecuniaria <1i Messina. 

I. 

Vettovaglie alle galere della Repubblica di Genova. 

E noto come negli anni 1601-1602 transitarono per il porto di 
Messina le galere della Repubblica di Genova dirette e tornanti da 
un'impresa guerresca (andata miseremente in fumo) contro i turchi. 



— 221 — 

Dò quindi come curiosità la seguente nota di vettovagliamento alle 
navi genovese. Le vettovaglie (biscotto) vennero fornite in parte dalla 
R Corte — che aveva delle fabbriche e dei depositi a Messina, a Pa- 
lermo, ed a Termini, come più chiaramente appare dalla nota : 

a XXIII di Luglio martidi — Alla caxia unci centosettantadue 
et tari deci et setti et grana otto da don petro lanza Reg.° Secr.*'' et 
m.""" prore della Reg.-"* secr.'^ et doghana di questa cita di m.-'^ et suo 
destritto et per conto extr. di secr.* contanti per mano di fran.° di 
di arzebue canegra reg:" monicionero jn questa cita di Messina dissi 
li paga per tanti pervenuti jn suo potere da il conte Gio : thomaso 
di Oria capitan generale delli galere della republica di Jenna et sonno 
per lo prezo di cantara 172 rotola 28 di biscotto che la Reg.^ corti li 
vendio araggione di unza i lo cantaro che li ha consig.*« detto moni- 
cionero di bocca negra corno appare per apoca di detta consignatione 
di biscotto fatta per li acti di not. Gioseppi plutino a di 26 di maggio 
XV ind. 1602 et sonno a complimento di e.'"'' milli di biscotto stanti 
che li altri c.""^ S27.42 si extrassiro cioè c.''=^ 200 nella cita di palermo 
alli 21 di maggio preterito et C"^ 627.42 nella c.*=* di termini alli 23 
di detto misi di maggio et questo ]n vertu di due lettere viceregie 
date jn palermo a 18 et 21 di maggio preterito XV ind. 1602 delli 
quali n. 1 72.1 7.8 se ni haveranno da comprari tanto frumento per 
fabricarni altratanta summa di biscotto per conto di detta R. C. 

II. 

Come si trasportava il denaro nei secolo XVII. 

La difficoltà dei mezzi di comunicazione, la poca o quasi nessuna 
sicurezza delle strade, rendevano nel secolo XVII assai difficile il tra- 
sporto di forti somme — onde si pigliavano tutte quelle precauzioni 
che potevano dare affidamento di buona riuscita. Difatti dovendo a 
16 di Giugno 1609 spedirsi al Capitano Don Giovanni Sandonal onze 
1200 (pari a lire 15.300 di moneta nostra, somma abbastanza forte) si 
sono eseguite le seguenti operazioni sulla Tavola che trovo notate 
.sotto le date del 16 e 17 Giugno. 

230 

« Alli deputati del regno u. 1200 p. conto del donativo di u. 4 m. 

230 *^ 

p. lo stipendio della cavallaria legiera p. loro polisa a don petro 



- 222 — 

lancza sec." di questa citta quali sele pag."° ad effetto che con una 
persona sua confidente, mandi a pagare nella terra della noara secondo 
l'or."'' che da noi li sarà dato la compagnia di cavalli legieri che ivj 
risiedi il Cap." don ( iiov : sandonal p. mesi sei contati dal p." di set- 
tembre p. tutto frev." px.'' pass." et ciò p. execotione di mandato di 
S. E. spedito p. via del tribunal del real patrimonio a 8 del pr.''^ il 
quale ha ricuperato oratio panano c.'"° u. 1.200. 

230 

Et pio alli detti deputati p. d." conto al d." don petro u. cinque 

230 

quali se li pagano ad effetto di pagarne le giornate alla persona che 

haveva vaccato si portare li dinari della paga dilla compag.-"^ alla sud. a 

terra della noara et p. 1" accesso et recesso a rag. di tt. 15 il giorno 

et altre spese p. la cundutta di d.'' u. 1200 u. 5. — 

230 ..... . , 

A don petro lancza sec." delli dman girati a nome suo in d.^*^ ta- 

230 

vola dalli deputati del regno u. 1.200 boni p. sua poliza a Giovanni 
Ciranna et se le pagano ed effetto di pagarsi nella terra della novara 
la compagnia di Don Giovanni di sandonal il quale pagamento l'haveva 
a fare in mano propria di ciascun soldato ovvero aleg.™° proc.""' di 
quelli che saranno assenti o agli eredi e testamentarij di defonti con- 
formi al remaste che sarra fatta dagli offici] delli sp. cons."^ et indi.*= 
g."''' il quale pagamento e p. sei misi dal p. di 7 bre 7 ind. 160S p. 
tutto gen.'» 7 ind. 1609 e quel denaro che li fossi restituito p. conto 
di soccorsi li habia di ricevere ricevendo cautela del pagani." p. atto 
di n.'" pubolico sott.'"* fatta con lo intervento delli sud. off.'' di cons.® 
et viditori G."'' il qual danaro chaveva di portare con la scorta di 14 
cavalli della medesma compagnia stanti che non si hanno potuto baveri 
li cavalli del cap." di arme p. esser andato in paler.'' il quale denaro 
haveva vardare arisico del tinente martin d'Allui come p. atto di not." 
Giovanni Aranna a 17 di Giugno presenti il quale Cirazza (Ciranna) 
La vita di ricuperare detto rimatto et questo invirtu di lettera vicer- 
regia data in palermo a 11 di aprile V ind. 1609 . . . u. 1200 »• 
Dai quali documenti risulta in modo irrefragibile il fatto che ogni 
garenzia era presa per evitare le frodi ed i furti e che solo in linea 
straordinaria, e per essere a Palermo i cavalieri del Capitan d'arme, 
era concesso a 14 cavalieri della compagnia del Sandonal di far la 
scorta alle 1.200 onze di valore che viaggiavano verso la terra di No- 
vara. Come sempre, colui che portava la vistosa somma , doveva du- 
rante il tragitto essere un uomo infelice , temendo ad ogni istante di 



- 223 — 

essere assalito derubato ed ucciso, quantunque la scorta dei 14 cava- 
lieri gii era stata data per infondergli coraggio 

Ma se quattordici cavalieri spagnuoli bastnvano per milieducento 
o'.?ze e per il tragitto Messina-Novara, non bastavano più per somme 
maggiori e per il tragito Messina-Palermo. Difatti dovendo trasportare 
dalia zecca di Messina alla R. Corte di Palermo /a mone/a nuova , si 
dette incarico a ben quattro Galere , su cui prese posto buon nerbo 
di fanteria spagnuola per la debita tutt'la dell'erario. Le spese di vitti- 
tatazione per tale trasporto non furono indifferenti, ed eccone un som- 
mario tratto dallo stesso volume della Tavola : 

A dì ultimo di Agosto il R. Secreto D. Pietro Lanza paga a Paolo 
Marino onze 116.2 per il prezzo di salmi 36 e tumula 13 di frumento 
forte ad effetto di fabbricarne tanti biscotti « per provisioni dclli qiialro 
regij galeri della squatra di questo regno che erano in questo porlo et 
se Iratteniano per pigliar la vara moneta et portarla nella città di Pater. '^ 
eie. — quali biscotti furono da esso mon/" (tal Sebastian Paulo sopra 
sopranominato) consignati a Giov. d."" castellano come proc.'"' di 
baldassari barruto et vetim.-'^ mon.'" delli regij galeri di questo regno 
con lintervento di emanueli di adamo, niartin della rasuàua y ardonez 
che sonno gli off." proved.'' vid,'' et cont." sopra li quatro galeri di 
d.'^ squadra etc. ». 

A di primo di Settembre lo stesso paga onze 280 ad Alessandro 
Sacchetti et Giov. Frane. Vaij per cento cantara di riso da servire per 
per la stessa causale. 

A due detto mese paga onze 204.2 j. a lacino Russo per « botti 16 
di vino di Savoca e di Siracusa, per cantara 16 di formaggio, per 
cafisi 16 di olio , per botti 2 di aceto per vieto et provisione delli 
soldati di infant.=^ spagnola delli genti di capo et remeri delli quatro 
galeri ecc. » ; lo stesso giorno paga onze 219.16 allo stesso per altra 
simile roba; il giorno 4 paga a Giov. Leonardo Forgiato onze 42.14 
per « 50 pezi di cannavaczo trino di genua » e spese di cucitura per 
farne dei sacchi onde mettere « fave , cecire et riso per provigione 
della squatra ». 

A 12 di ottobre paga a lacino Russo onze 89. iS « per il prezzo 
di salmi 32 di favi » ; oltre onze 46.6 che paga a Francesco Adamo 
« per il preczo di 33 remi di galera cap."-"^ ord.ria » ; un insieme , 
adunque, di circa onze r,ooo, pari a L. 12.750 di moneta nostra. Spesa 
enorme, come ben si vede, e che dà un'idea abbastanza chiara del 
numero delle persone che formavano il personale delle 4 galere. 



— !^24 - 

III. 

Pane peGuniaria d'annona. 

Uno dei cespiti d'entrata per il conto a parte « costruzione delle 
Cappelle marmoree del Diiodio » era in sul principio del Secolo XVII 
rappresentato dalle multe che i signori giurati infliggevano ai contrav- 
ventori dei regolamenti municipali. 

Io non so da quale motivo i nostri avi furono indotti a destinare 
questo introito ad un'opera religiosa ma se mal non immagino dovet- 
tero partire dall' idea che i colpiti dalla sferza pecuniaria avrebbero 
trovato meno duro e meno vessatorio pagare per un abbellimento 
chiesastico anzi che per una qualche opera profana. Con tutto ciò la 
poesia dialettale dei tempi ci serba degli epigrammi popolari accusa- 
tori della eccessiva gravezza delle multe, ma i giurati non se ne davano 
per intesi e condannavano irremissibilmente i malcapitati che cadevano 
sotto le unghia dei Catapani o, come sì direbbero oggi , vigili muni- 
cipali. Do' qui un breve elenco delle multe più caratteristiche inflitte, 
non senza sorridere per la leggerezza dei rigattieri moderni , i quali 
nel deplorare i tempi attuali benedicono quelli passati, cosi clementi. 
Altro che clemenza, quando non si dimentichi che un'onza equivaleva 
a L, 12,75 ! 

Dal giornale contanti — 1602 — ^ Parte II Introiti : 
a /j di viaggio — Alla Caxia unci Dui da petro faraone et frane." 
bonina deputati delli novi cappelli marmorei delli S.'' 
Apostoli exnti jn la maggiore ecc.^ di questa cita di 
Messina contanti per mano di Alesandro Catanzaro 
dissi li paga et deposita per nomo et parti di Ma- 
riano Catanzaro per una pena contro ditto Mariano 
condennata per li S.'' Jurati di questa cita per haviri 
venduto carni di boi per jenco. 
a 7° di Luglio — Alla Caxia unci tre da petro farone et frane. " 
bonina ecc. ecc. contanti per essi da Vittorino dalfino 
pastizaro dissi li paga in curilo di quello che deve per 
li peni contra esso condennati per lo off.° delli S.*"' 
Jurati. 
id. id. Alla Caxia unci ciuco da petro faraone et frane." bo- 
nina ecc. ecc. contanti per loro da crimi di crimi 
panitteri et esso di crimi li deposita per la pena contra 



— 225 — 

esso condennati per lo S. Jiiannj Peli."" Jui-ati di questa 
cita di Messina hogi p. haviri fallo pani bianco a 4 a 
;•.•* manco di piso pigiato p. Joaiini falcimi catap.'"^. 

a 3 di Luglio — Alla Caxia mici ciuco da petro faraone et frane.'» 
bonina ecc. ecc. contanti per essi da Gio : Batta ia- 
chiiila apolicaro dissi li paga per la pena contro esso 
condennata per li S. Jurati et stanti lo p.'"' pag.'° 
ne li sia cassa. 

a 4 di Luglio — Alla Caxia uncia una da petro faraone et fran.° 
bonina ecc. ecc. contanti per essi da filippo sindoni 
bultaro dissi li paga per la pena centra esso conden- 
nata per li S.""' Jurati. 

a iS di Luglio — Alla Caxii uncia quattro da petro faraone et frane." 
bonina ecc. ecc. contanti per loro da petro mauro 
panilteri dissi li paga per contro di li peni contra esso 
condennati per li spett. S.'' Jurati. 

a ig di Setlembre — Alla Caxia uncia una da petro faraone et fran.'"° 
bonina in contanti per mano di bernardo finochio 
catap.'"^ dissi denari di marco di lena piscaluri et d.° 
di lena per la pena contra esso condannata per li 
S.'i Jurati di questa cita p. baveri venduto // pixi 
sauri a un lari lo rotolo pili di mela. 

a 7 di Ottobre — Alla Caxia uncì quattro da petro faraone et fran." 
bonina ecc. ecc. contanti per mano di Gio : batt : 
Gabarino quali paga per una pena contro esso con- 
dennata per lo S. Gioanni pelleg."° Jurato p. baveri 
venduto lo vino piii di meta. 
E così via. Panettieri , macellai , pasticcieri . pescatori , tavernai, 

bottai, fruttivendoli, ci son tutti. Mutano i tempi ma pur troppo, con 

tutte le conquiste della nostra civiltà, il lupo ha cambiato il pelo ma 

non il vizio. 

IV. 

Strenne. 

L'uso delle strenne, lo si sa, é vecchissimo : ma adesso abbiamo 
nelle pubbliche amministrazioni perduto 1' uso di farne — per quel 
senso di ribellione al passato o alle vecchie cose che caratterizza lo 
spirito amministrativo moderno. Ma nel secolo XXll e precedenti noi 



- 226 - 

troviamo le strenne in tutto il loro vigore e non solo per il capo d'anno: 
si davano anche delle strenne per il nuovo reggimento dei signori 
giurati che aveva principio col i" maggio di ogni anno, giorno in cuj 
si faceva la cavalcata d'insediamento. Ecco alcune note di strenne 
pagate, tolte dal primo giornale contanti 1609. 

l\Iercordi a 28 de gennaro - Al detto p. detto conto isi tratta 
del Tesoriere del Comune i^.sco di (^gn g p^y ^ conto correnti) unzi dui 
p. sua polissa ad Ant."" tricomo disse chi li paga juxtu lu mandato 
fattogli dal senato al di cinco de genaro p."'' disse se li donano p. 
repartersili con altri soi compagni trpmbetti [si trattava dei trombet- 
tieri del Senato) p. la strina che la cita li dona de p." de anno de lo 
anno presente 1609 et che non sia debitore de la cita ne abbia avuto 
detti denari appari ecc. 

Mercodi a 28 de gennaro — Al detto p. detto conto unzi quattro 

tari sei p. sua polissa ad joseppi sferzacavallo et se li 

pagano justu lu m.<> del senato fatto a 3 de gennaro 1609 p. repar- 
tirseli con li altri soi compagni in questo modo 

u. I t. 6 p. ognuno de loro p. la strina del possesso de li S.'' jurati 
de lo anno p.'"'' et tt. sei per ognuno de loro p. la solita strina del 
capo de anno de lo anno p.""' 1609 et tt. 9 p. ognuno de loro p. la 
franchezza delo anno p."'* sul loro reggimento de essi jurati pet.° fa- 
raone don jac.° campulo etc. [la franchezza era per il vino e Vavevano 
tutti gli impiegati e salariati del Senato). 

Giovedì a 29 de gennaro — A Frane." de Celi tesoreri p. conto 
correnti de lo anno presente j^ ind. p. sua polissa a jo. batt. Cremona 
disse chi li paga justu le m.» del Senato latto a 2 de gennaro i6o9 
p. repartirseli con altri soi compagni piffari [si trattava dei pifferi del 
Senato) p. la strina de capo d'anno nello anno presente 1609 ecc. ecc. 

Mercordi a 29 de aprili — A frane, de celi tesoreri p. conto cor- 
renti de lo anno p."''' 7^ ind. cuntanti p. sua polisa a frane." mariu 
cavaturi u. dui e tt. nove et se li pagano justu de mandato del Senato 
fatto a 16 de febraro 7^ ind. 1609 cioè u. una p. la cavalcata de p." 
maggio 1608 u. una p. la strina del p. de gennaro 1609 et tari novi 
ad compimento di detti u. dui tari novi per la franchezza del vino 
de lo anno 1609 dello regimento de petro faraone et che non sia debitor 
della città ecc. ec. u. 2.9. 



V. 

Un ladro. 

Anche un ladro nei registri della tavola ? Un ladro, sì, ma di stra- 
foro — e sarebbe stato più profizio intitolar questa nota all'emerita 
persona che si è pigliato il beveraggio di 12 onze per averlo arrestato. 
La nota non dice se coli 'arresto del ladro siasi recuperato il panno di 
velluto carìnixino raccainalo de oro appartenente al Palazzo Comunale 
e che doveva essere ben preziosissima cosa se si davano 12 onze dj 
regalia, pei tempi veramente vistosa somma ; ma è facile supporlo da 
(\\\Q\Vaveva messo nella nota, il quale indica un'azione che non è più....' 

Ecco intanto la nota, per disteso : 

Dal i" Giorn. cont. — 1609. 

Mercordi a 28 de genaro. 

A detto p. detto conto (Francesco de Celi tesoriere />. conto cor- 
renti) unzi dudici p. sua polissa a joseppi Sayia et se le pagano in 
virtù de mandato del Senato de essa cita fatto a 17 decembro 1608 
p. tanti che la cita li vole dare p. suo biveragio p. avere preso lo 
latro che aveva arrobati il panno de velluto carmixino raccamato de 
oro dentro la camera del palaczo de essa cita et che non sia debitore 
de la cita ne abia avuto detti denari appare p. fede de don cesare 
pi.xi detemp.*^ et p. sua retroscritta q.'' a mi.''° de galteri q. u. do- 
doci u. 12. 

VI. 

Per un lieto evento del 1602. 

S'erano spese moltissime onze per una preghiera collettiva nei 
conventi e monasteri della città di Messina onde avesse Filippo III 
prole regale. 

E le preghiere non fallirono al loro scopo : nei primi di Gennaio 
(erra il Gallo nel dire Maggio) giungeva in Messina la nuova della 
nascita della infante Donna Anna Maria, con grandissimo giubilo dei 
fedelissimi sudditi i quali avevano così modo di novelle feste e di 
grandi luminarie, come volevano i costumi dei tempi. Dal Giornale 
Contanti 1602 traggo alcune note caratteristiche di tali feste , le quali 
costarono parecchio al Senato. 

A xxiij di Febraro mercordi. A Giuseppi Maria minutoli thesau- 
reri per conto currenti dell'anno p."'^ XV^ ind. unci quindici per sua 
polisa a Vin.° de Angelica come sindico di questa cita di Messina 



— 228 - 

dissi li i>aga juvertii di m.^' Jiiratorio fatto a 24 di {^eiliiaro XV itid. 
i6j2 dissiru darceli per altri tanti die di ordini di essi S.' lurati ha 
speso per la vesti che si feci per lo felici parto della Regina n.^ S.^ 
per la allegreza et luminaria si fece jn questa cita et ce li pagano 
stante la dispensa di sua ex^ p_niai;i ^.^ registrata jn lo off." di essi S.i 
Jurati a 21 di x.'"'" i6or et che non li abbia conseguitato ne sia debi- 
tore della cita appare per fede del m.° bonfiglio Bufalo per detenip- 
tore et per sua sottoscritta a saliimbeni pancaldo dissi p. altritanti 
havuti da lui contanti et per sua sottoscritta cunlanti a nino stagno 
dissi per altritanti avuti da lui cuntanti. 

A x.riij di Febraro — mercordi. A Giuseppi Maria minutoli 
thesaureri delli denari di conto correnti dello anno p."''' .XV=^ ind. 
unci quindici per sua polisa à Gilormo di mazeo dissi ce li paga in 
vertu di un m.'^ jur." fatto a 8 di gennaro XV ind. 1602 dissero dar- 
celi p. altritanti che spese per la meza veste come credenzero del pa- 
trimonio della cita che la cita li voli dari per il felici parto della regina 
n.*" S.'"^ ecc. ecc. 

A ij di marzo — sabato. A Giuseppi Maria minutoli thesaurero 
delli denari di Conto Correnti dell' anno p."'*^ XV jnd. a suo nome 
ex."''^ jn questa tavola unci setti et tari quindici per sua polisa a cola 
s.anso uno delli servienti dello off." delli S. Jurati di questa cita dissi 
se li pagano jn vertu di m.*" jur.° fatto a V di gennaro XV* ind. 1602 
dissiro darceli per la vesti che li tocca per la lumenaria et festa che 
si fece per il felice parto della Regina n.'^ S.* ecc. ecc. 

a xvj di inartìj — inartidi. A Giuseppi maria minutoli thesaurero 
p. conto di censi perpetui et bulli ordinarij dell' anno prox." passato 
XIIII^ ind. 1601 unci ottantanovi tari ventiquattro et grana sei p. sua 
polisa contanti a m." nino ferrara dissi ce li paga jn vertu di m.*° jur.° 
fattoli a 29 di gennaro XV-"^ ind. 1602 dissiro darceli p. lo prezo di 
tanti lanterni di taula carta et Ugnami dati alli ofiF." della e.'* et per 
multi altri spesi per esso di ordini di essi S. jurati fatti nella lumina- 
ria che si fece jn questa cita per lo felici parto della regina n.'^ S** li 
giorni passati come di tutto particolarmenti appari p. memoriali sot- 
toscritto di sua mano et del m.° Geronimo di mazeo credenzeri della 
cita et ce li pagano di detto conto stanti le lettere di sua ex.^ datj 
jn pal.° a xxx di ottobre XV ind. 1601 ecc. ecc. 

a xxvjj di Martjj ■ — inercordi. A Giuseppi maria minutoli the- 
saurero delli denari di conti correnti dell'anno p."^*^ XV ind. a suo 
nome esistenti jn questa tavula unci trenta per sua polisa contanti a 
Marcello Cosimo et Jo : batta Jordano dissi seli pag."" jn vertu di 



— ^29 — 

tn.'*' jiir.'^ fatti a 12 di getinaro 1602 dissero darceli u. 15 per ogni uno di 
loro quali sinci denaro come con/' delli municioni dell'anno p."''' che li 
toccano p. la allegrezza che si feci per lo felici parto della regina ecc. ecc. 

a xxvjj di J/arfjj — n:ercordì. A Giuseppi maria minutoli the- 
saurero per conto correnti dell'anno p.""^ XV ind. unci setti et tari 
15 per sua polisa contanti ad Antonello gallo dissi ce li paga jn verta 
di m.*" jur." fattoli a V di gennaro XV ind. 1602 dissiro darceli per 
la vesti che li tocca per la luminaria et allegrezza che si ha fatto per 
lo felici parto della regina ecc. ecc. 

a xvii di martij — mercordi. A Giuseppi maria minutoli thesau- 
reri delli denari di conto correnti dell'anno p."''= XV ind. a suo nome 
ex."''^ jn questa tavola unci setti et tari 15 per sua polisa contanti a 

petro organanti uno delli S.'' dilo off." delli S.^ jurati di questa cita 

per lo suo vestito che li tocca per la luminaria et allegrezza ecc. ecc. 

a xvii di viartij — mercordi. A Giuseppi maria m.inutoli ecc. — 
unci deci per sua polisa contanti a Melchiore lo restivo uno delli 
mazeri di questa cita dissi se li pagano jn vertu di m.*° jur.° fattoli a 10 
di gennaro ecc. dissiro darceli per altritanti che spisi di ordini di detti 
S.' jurati per la sua veste che si fece jn la luminaria et allegrezza ecc. 

a xvii di martij — mercordi. A Giuseppi maria minutili ecc. unci 
setti et tari quindici per sua polisa contanti a salvaturi mangano mag- 
giori uno delli S.*' dello oft.'^ delli S.' Jurati di essa cita dissi se li pa- 
gano jn vertu di m.'° jur." fatto ecc. per altritanti che di ordini di detti 
S.^ jurati spisi per la vesti che si fece per lo felici parto della regina ecc. 

E, riassumendo per amor di brevità, essendo l'elenco già abba- 
stanza lungo, noto, per finire che lo stesso giorno 27 marzo il Tesoriere 
pagava a Petro Santiglia agenti et sollecitatore della cita onze 15 per 
la solita veste e a Cristofaro Glippari , Francesco Costa, Giov. Batta 
Bosco e Colantonio Messina sostituto di Mastro notaro , secretarij et 
prosecretarij dell'ufficio dei giurati onze 60 (15 per ciascuno) sempre 
per la solita veste).... Ma ciò non fu tutto, perchè il costo della cera 
per la luminaria portò via dagli scrigni del senato, sempre con la di- 
spensa del Viceré, il quale approvava ad occhi chiusi per rendersi prò- 
prizia la corte, onze 112 tari 8 e grana io pagati a Mercurio Curseri 
« dissiro darceli p. altritanti che di ordini di essi S.' Jurati spisi di 
propri contanti jn torchi di chira bianca per la luminaria che la cita 
fece a sei di gennaro 1602 per lo felicissimo parto et nascimento della 
ser.""^ may.*'=^ della Regina nostra S.^ ». 

V. Sacca. 



N T I Z I E 



Un ritratto dell'architetto Filippo Juvara. 

II nome di Filippo Juvara, dell' insigne architetto messinese che 
adornò alcune città italiane e Madrid di palazzi, di templi superbi, è 
stato ricordato in questi ultimi tempi a proposito della commemo- 
razione bicentenaria della grande battaglia del 7 settembre 1706, vinta 
dagli alleati austro-piemontesi contro i gallo-ispani, e dell'eroico epi- 
sodio di Pietro Micca , che fu tanta gloriosa parte della liberazione 
dell' assedio di Torino. È noto che il Duca Vittorio Amedeo di 
Savoja, re di Sicilia, commise ali 'Juvara la costruzione di un tempio 
magnifico sull'altura di Superga , dove era stata eretta la cappella 
votiva alla Vergine per l'ottenuta vittoria, in quel sito istesso da dove 
egli ed il cugino Principe Eugenio di Savoja avevan studiato il campo 
nemico. Ed il magnifico tempio, dalle linee geniali e severe, ben degno 
di rammentare ai posteri la pietà e la fede dei Duchi di Savoja e 
l'eroismo dei soldati piemontesi, surse in 14 anni di lavoro, costando 
non poche fatiche al suo architetto, che, con ragione, lo considerò cotrie 
una delle sue migliori opere. 

La nostra Società di Storia Patria, avuta comunicazione dal chia- 
rissimo Prof. A. Telluncini dell'esistenza in Roma di un bel ritratto 
ad olio del Juvara presso l'Accademia di S. Luca , ha fatto eseguire 
alcune fotografie, di cui una è stata offerta alla Basilica di Superga. 
Il Prefetto di essa Comm. A. Brielli , con lettera del 29 ottobre us. 
volgendo ringraziamenti alla nostra Società, ha espresso di accettare il 
dono, che, « sarà custodito , come cosa preziosa nella R. Basilica di 
Superga, opera insigne del grande artista ». 

Promettiamo, frattanto, ai nostri soci alcune interessanti notizie e 
nuovi documenti riguardanti il Juvara, che ci furono gentilmente trasmessi 
dal chiar. Prof. Telluncini. Li pubblicheremo nel prossimo fascicolo. 

Un quadro di Antonello da Messina. 

Da recente è stata legata al Museo Nazionale di Palermo una 
mezza figura, dipinta ad olio su tavola, rappresentante la Vergine An- 
nunziata, la quale, con molta probabilità par che sia opera del nostro 



— 231 — 

Sommo Antonello D'Antonio , o di qualcuno dei suoi migliori disce-' 
poli. Ne ha fatto dono la signora Francesca D. Giovanni in Tambu- 
ello , sorella ed erede del dotto ]\Ions. Prof. Vincenzo Di Giovanni. 
Essa , con atto munifico degno di grande elogio volle cosi onorare 
la memoria del compianto prelato, il cui nome sarà sempre ricordato 
dagli studiosi delle discipline storiche e filosofiche. 

Su fondo oscuro appare la Vergine in mezza figura quasi di pro- 
spetto , col manto azzurro abbassato sulla fronte , che contornandole 
il viso, scende a grandi pieghe sulle spalle, fermandosi d'ambo i lati 
sul petto fra il pollice, nascosto da ripiegatura, l' indice ed il medio 
della mano sinistra, restando lievemente sollevate le altre due dita. 
Ravvolta nel manto, quasi in atteggiamento di nascondere le proprie 
fattezze, — scorgendosi solo piccola parte del colio e del seno — la 
Vergine appoggia al leggìo di legno che le sta dinanzi , su cui è 
un libro aperto , mirabilmente ritratto nella compagine dei fogli e 
nella pagina aperta. Dal viso bellissimo , pieno di luce e di vita , 
dalla espressione dolce e serena, dalla bocca quasi sorridente , come 
se avesse di subito interrotta la lettura, essa volge gli occhi verso destra, 
mentre che con la palma spiegata di quella mano, uscente dal manto, 
sta per benedire. È il momento della salutazione fattole dell'angelo 
Gabriello. 

Intorno a questo pregevole dipinto , ci piace riportare quel che 
ne scrisse V Ora di Palermo, — Anno VII, num. 213, venerdì 2 ago- 
sto 1906 : 

« L'ipotesi, accolta dai donatori, che questa sia di mano di Anto- 
nello, oltre che dall'esame stilistico, è sorta evidentemente dal con- 
fronto colla Annunziata, quasi identica, della R. Accademia di Belle 
Arti di Venezia (i), la cui firma a grandi caratteri lapidari : ANTONEL- 



(i) Primo a dar notizia di questa somiglianza è stato l'infaticabile 
illustratore della storia delle arti in Sicilia , il chiar. Mons. Comm. 
Gioacchino Di Marzo in una lettera al P. L. Di Maggio , inserita 
nG\V Archivio Storico Siciliano, Anno XII, pag. 151. Nel recente suo 
studio di Antonello da Messina e dei suoi congiunti (Palermo , 1903 , 
pag. 42) egli conferma questo giudizio , aggiungendo che il dipinto 
acquistato allora dal Di Giovanni era prima in casa Colludo. Aven- 
do sott'occhio la riuscita fotografia della tavola palermitana, favorita- 
mi dal ch.^o Prof. Comm. Antonino Salinas, Direttore di quel Museo 
Nazionale, anche io ho potuto rilevare nello scorso ottobre u. la per- 
fetta somiglianza di essa all' altra tavola antonellesca (0,45 X 0)33) 



— 232 — 

LVS . MESANIVS . PINSIT, mancante nel quadro di Palermo, sembra 
con ragione sia stata aggiunta in epoca posteriore per creare una 
autenticità abbastanza provata, ne sufficiente a distruggere altre pre- 
sunzioni. 

Si tratta quindi di un problema non facile , ma intorno al quale 
nuova e feconda luce potrà farsi, poiché la tavola palermitana, entrata 
nel patrimonio artistico dello Stato, è ormai facilmente accessii^le alle 
indagini degli studiosi. 

I quali debbono sincera e profonda gratitudine alla Signora Fran- 
cesca di Giovanni, che spontaneamente, e non obbligata da disposi- 
zione alcuna testamentaria, ha arricchito questa Pinacoteca di un pre- 
gevole dipinto, che il fratello ebbe carissimo e che gioverà a ricordare 
degnamente un aspetto men noto della molteplice attività intellettuale 
dell'insigne erudito e filosofo siciliano ». 

G. Arenaprimo. 



proveniente dalla collezione del Palazzo Ducale , che è ora nelle gallerie 
della R. Accademia di Belle Arti di Venezia , dove è segnata col 
num. 590. La soscrizione appostavi nello spessore del tavolo su cui è 
il leggìo : ANTONELLVS . MESANIVS . PINSIT sembra in questa 
apogrifa o almeno ih parte e mal ritoccata ; ma comunque sia di ciò 
non credo dubitare del carattere e dello stile di quel grande maestro, 
che nella bella città della Laguna si affermò gloriosamente nell'arte. 
Il Prof. P.ETRO Paoletti nel suo accuratissimo Catalogo delle RR. 
Gallerie di Venezia, Venezia, 1903, pag. 172 , afferma che il caratte- 
ristico originale di Antonello si trova adesso nella Pinacoteca di Mo- 
naco (n. 1029 a). Un confronto preciso ed un esame della tecnica fra 
le due tavole di Palermo e di Venezia, che credo pure di uguali pro- 
porzioni, potrebbe essere utilissimo per definire quali delle due possa 
essere uscita dal pennello del messinese , d se siano copie del figlio 
Jacopello o di altri suoi discepoli , trattandosi indiscutibilmente di due 
antichi dipinti. 11 Dott. Enrico Brunelli ci ha fatto notare che quella 
di Palermo è un « esemplare molto superiore per finezza d'esecuzione 
e vigorìa di colore ». La Madonna di Palermo — egli osserva — ha 
tunica rossa e manto azzurro , mentre le vesti della Madonna di Ve- 
nezia sono di un'unica tinta, monotona e liscia. La prima ha carat- 
tere schiettamente antonellesco , la seconda è una copia veneziana , 
di un pittore che ricorda Alvise Vivarini ». Ma in tal giudizio occorre 
andar cauti, crediamo noi, ritenendo probabili le sorprese che protreb- 
ber nascere da un confronto immediato delle due tavole e più ancora 
da nuovi documenti. 



— 233 — 



Un nuovo giudizio sul quadro attribuito ad Antonello. 

Leggiamo neWOra. Anno VII, n. 354, venerdì 21 Dicembre 1906: 

« Uno Studioso di cose d'arte — V. Fazio Allmayer — ci invia su 

un quadro donato di recente al nostro Museo, e la cui attribuzione ad 

Antonello da Messina ha suscitato vive discussioni, le seguenti note 

che ci piace riprodurre : 

« Gli eredi Di Giovanni regalarono ultimamente al nostro Museo 
una tavoletta rappresentante « La Madonna Annunziata » attribuita 
ad Antonello da Messina. Questa attribuzione (dichiarata dubbia da 
vari studiosi) aveva il suo fondamento nel confronto della tavola con 
un quadretto del medesimo soggetto che è nella R. Accademia di 
Belle Arti a Venezia, firmato: 

Antonellvs Mesanivs pinsit {sic). 

Ma il Jacobsen, il Brunelli, il Frissoni ed altri studiosi italiani 
hanno sospettato della autenticità di questa firma che è a caratteri 
sfacciatamente grandi, quali il messinese non usò mai. Oltre a ciò il 
tipo della Madonna ed il modo di dipingere son molto differenti dal 
modo e dal tipo d'Antonello. A questo fatto si aggiunga che risulta 
da documenti di recente venuti in luce che altri usò la firma di An- 
tonellus Messaneus. 

Uno di questi (sarebbero tre secondo il Brunelli) fu Antonio de 
Saliba o de Saliva (e non Resaliba) che come il grande Antonello si 
recò a studiare ed a lavorare a Venezia, e fu pittore non del tutto 
mediocre. 

Le sue Madonne riproducono il tipo preferito da Cima di Cone- 
gliano. 

Essendo questo il tipo della madonna Di Giovanni (chiamiamola 
così) venne a me il sospetto che questa potesse attribuirsi al sopra 
detto Antonio de Saliva. 

Esaminato più attentamente il dipinto ho avuta la fortuna di po- 
ter leggere in esso ciò che io non esito a chiamare la firma dell'au- 
tore. 

Infatti nel libro posto dinanzi la Madonna mentre nell'un foglio 
i caratteri son visti dal riguardante a rovescio e nella dovuta incHna- 
zìone, nell'altro foglio svoltato a margine essi sono posti nel senso 
di chi guarda ed in una inclinazione artifiziosa. Leggesi in questo 



— 234 — 

rigo chiaramente: aliva pinsit me; ed innanzi la prima a la coda del- 
VS cancellata in alto da restauri o da altro. 

Confortato da questa segnatura e dalla assolata somiglianza dei 
tipi, che per me è ragione altrettanto valida, credo di poter fare le 
seguenti ipotesi: 

1. Che il quadro piuttosto che ad Antonello appartenga ad An- 
tonio Saliva (e preferisco Antonio a Pietro de Saliva perchè per 
quanto il quadro non sia scevro di scorrezione specialmente nel di- 
segno delle mani non è privo di qualche bellezza". 

2. Che esso appartenga all'età giovanile di questo pittore quan- 
d'egli dipingeva con maggiore accuratezza ed abilità, cioè nello scor- 
cio del sec. XV. 

3. Che il quadro di Palermo sia 1' originale e quello di Venezia 
una copia. A questa ipotesi mi conduce prima il fatto che in questo 
quadro avremmo la firma dell' autore vera in quanto che posta in 
luogo tale e con caratteri tali da non ingenerare dubbio di falso, 
mentre nell'altra è evidentemente falsificata; secondo l'esame del la- 
voro (per quanto m' è possibile vedere da una fotografia) dal quale 
esame apparisce che le pieghe del dipinto veneziano sono molto più 
dure di quelle del nostro, come è proprio d'una copia dove il pittore 
invece di osservare il gioco graduato delle luci traccia il percorso e 
limita la lunghezza delle righe ombrate, che il collo della nostra Ma- 
donna termina con un leggero arco in alto così che meglio attacca la 
testa, mentre non essendo stato dal copista notato quest' arco nel- 
r ombra, nel dipinto veneziano il collo è tagliato in linea retta in 
alto attaccando male la testa », 

Scoperta archeologica a Tindari. 

In occasione di lavori agricoli nella proprietà dei fratelli Greco a 
Tindari sono state di recente scoperte sei tombe dell'epoca romana. Lo- 
devolmente i proprietarii hanno sospesa la continuazione dei lavori, 
denunziando l'importante scoperta alle autorità superiori. L' ufficio re- 
gionale per le antichità e belle arti si è mostrato premuroso di pro- 
cedere alla constatazione del caso. 

Per la conservazione dei monumenti- 

L'ing. Rao ff. direttore dell'ufficio ragionale per la conservazione 
dei monumenti in Sicilia ha comunicato il risultato della ispezione 
eseguita dall'architetto Valenti sulle condizioni della chiesa delle Ani- 



— 235 — 

me del Purgatorio in Messina di patronato Cassibile. Egli propone 
che a norma di legge s' impedisca la demolizione della cupola conte- 
nente gli affreschi del Giordano, i quali (quelli specialmente non tor- 
mentati dai ritocchi del Celi) si rivelano d'un certo pregio e segnano 
un periodo della storia dell' arte messinese nei secoli XVIII e XIX. 
La cupola, malgrado fosse stata sensibilmente danneggiata dagli ultimi 
terremoti, trovasi in uno stato non deplorevole e facilmente riparabile. 
Il che trovasi ora in via di esecuzione sotto la direzione del no- 
stro socio Ing.<= Enrico Fleres. 

E. 

L'incendio delia Parrocciiia del villaggio Gesso- 

Nelle prime ore del mattino del 25 dicembre 1906 — in seguito alle 
lunzioni sacre della notte di Natale — un violentissimo incendio dan- 
neggiava assai gravemente la chiesa madre del villaggio Gesso , nel 
nostro Comune, distruggendo del tutto la nave traversa. 

La chiesa di Gesso, dedicata a S. Antonio Abate, è forse la piìi 
bella tra tutte le chiese dei villaggi di Messina , tanto per le decora- 
zioni a stucchi , che per le pitture e per la vastità. Essa è a tre na- 
vate , con colonne di granito di Bauso, e presenta sei altari per lato, 
più altri cinque nel T : in centro alla volta della nave centrale ha un 
grande quadrone rettangolare (or danneggiato dal fumo) nel quale gli 
artisti Salvatore e Giuseppe Mazzarese dipinsero il tradizionale arrivo 
del quadro di S. Antonio a Gesso. 

La antica chiesa parrocchiale del villaggio però non era questa, 
ma quella di S. Francesco di Paola (nel convento ora soppresso) fon- 
data l'anno 1587 come si ha documenti. La chiesa di S. Antonio fu 
iniziata il giorno del Santo (17 gennaio) dell'anno 1612, come si legge 
nella base dei due pilastri esterni della chiesa, e dopo i lavori — non 
brevi al certo — si trasferì in essa la parrocchia ed il quadro di S. An- 
tonio. Questa tavola or più non esiste, essendo rimasta distrutta dal fuo- 
co: essa era ritenuta del 500 (i) ed andò perduta con una statua del Ti- 
tolare stesso, in legno, giudicata buon lavoro del 600. 



(r) Così nell'opera Messina e Dintorni. Guida a cura del Muni- 
cipio, pag. 401 (Messina, 1902). In quest'opera però; il quadro di 
S, Antonio è detto raffigurante S. Nicolò, il che non è esalto. 



— 236 — 

L'incendio che ora ci privò di questi lavori, non risparmiò intanto 
la tettoja delia nave traversa, tutta a rosoni in legname, e con in cen- 
tro un S. Antonio, dipinto da Antonino Catalano. Non si salvarono nem- 
meno gli afireschi di Giovanni Tuccari, e andò anche perduto il Coro, 
intagliato nel 1714. Restò generalmente danneggiato il resto della chiesa, 
ma si risparmiò una statuetta della Madonna del Soccorso, lavoro del 
secolo XVII, in marmo bianco, qui trasferita dalla chiesa del Soccorso, or 
diruta. Si salvò pure una grande tela di Giuseppe Paladino, poco in- 
teressante, dipinta nel 1769. ed esprimente la Strage degl' Innocenti. 

La Sagrestia della chiesa venne rispettata, per sorte, dall'incendio. 
Così, non soffrì danni la tela della Madonna del Soccorso, dipinta per 
la chiesa dei Cappuccini da Onofrio Gabriello, e che si rende anche 
interessante perchè allude alla rivoluzione dei Merli e Malvizi in Mes- 
sina. Si salvò pure una tela di Giovanni Tuccari (1667-1743), espri- 
mente S. Antonio, e così firmata: 

JOVANES TVCCARI PINXIT 

V 

PRO SVA DEOTIONE 

Chiudo poi coli 'annunzio che andarono salvi, per sorte, i Registri 
antichi della parrocchia, che ci danno l'atto di nascita e quello di morte 
di Onofrio Gabriello (1619 — 1706) il valoroso pittore ed ingegnere 
che lasciò tanto buon nome — oltre che in Sicilia — a Venezia, An- 
cona, Padova, Mantova, Roma e fino in Francia, quando dovette esu- 
lare per aver difeso la patria contro la Spagna (i). Restituitosi in Mes- 
sina dopo l'indulto di Filippo V, non volle più assistere alle sventure 
della patria, e preferì ritirarsi nella quiete di Gesso, dove chiuse i 



(i) Ecco l'atto di nascita, già conosciuto dal D."" Carmelo La Fa- 
rina : 

Anno domìni millesimo sexgentesimo decimo nono, die quarta 
mensis aprilis. 

Ego, D. Nicolaus Antoninus de Gregorio, Cappellaniis hujus ma- 
tricis ac parochialis ecclesìae Sancii A7itotiii Abbatis, ruris Gypsi, bap- 
tizavi infajitulum nalimi sub die secunda praesentis mensis , mi impo- 
situm fuit nonien Onofrius, filius cujtisdem Ioannis Maria et Fran- 
cischellae Gabriele, hujus diclae Pareciae. Et compater fuit niagnificus 
Hyeronimus Taranai, messanensis, E dieta parecia obstetri.r Vincentia 
Raffa, 



— 287 — 

suoi giorni, restando sepolto nella chiesa di S. Francesco di Paola (i), 
dove nulla lo ricorda. Forse pur le sue ceneri non vi ebbero completo 
riposo e vennero disperse dai frati, poiché costoro nel 1747 rifecero 
dalle fondamenta ed ampliarono la chiesa del loro convento, e nes- 
suna traccia di antico in essa or si rileva ! 

Il Comune ed i fedeli intanto, animati dai bisogni della Chiesa 
Madre or sì danneggiata, già provvedono al riattamento dei locali, 
mentre la parrocchia è stata trasferita temporaneamente nella vicina 
chiesa di Gesù e Maria, fondata dal P. Antonio Fermo, nativo del 
Gesso, II 574-1 636) e tanto noto in Messina come fondatore di chiese. 

G. La Corte-Caiiler. 



(i) Ed ecco l'atto di morte, che ci precisa anche la chiesa dove 
fu sepolto r artista : 

Anno Domìni ìnillesiino septingentesitno sexlo, die vigesiina sexta 
septembris, D. Onofrius Gabriele, hiijus terrae Gypsi, migrarit ex hac 
ad ìiielioreni Z'itani, cmn reccpisset ciincta sanclae vialris ecclesiae sa- 
cramen/a. Cujus corpus sepultum fuit in ecclesia venerabili conventus Sancii 
Francisci de Paula, hujus praedictae Terrae Gypsi. 



— JoO^X^c»— 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



L. Lombardo, L'Alemanna nelV architettura medioevale (In Atti della 
R. Accademia Peloritana, Voi. XXI, fase. 1-2 (Messina, 1906). 

Tutti gli scrittori messinesi, in epoche diverse, hanno fatto cenno 
della chiesa di S. Maria dell'Alemanna, ma, come spesso si è veri- 
ficato fra noi, gli scrittori tutti si sono copiati 1' un con l'altro, e 
senza curarsi d'indagini nuove in archivi o di studi sul posto, 
han data assai scarsa e disparata luce sulla storia di quella chiesa. 
Anzi, mentre il Morabito ha creduto che questa sia stata già un 
Pantheon dei Gentili, il Samperi si affretta a ribadire l'argomento, ed 
addita sulla porta della chiesa alcune divinità mitologiche che non 
esistono affatto ! Di questo passo quindi, si sapeva che 1' Alemanna 
era un monumento di valore; gli scrittori anche recenti la notavano 
nelle loro Guide, il Comune comprava il locale per conservarlo, affi- 
dandolo ora ad un custode, ma nessuno fino ad oggi si era data la 
cura d'illustrare largamente il monumento, dimostrando al pubblico il 
perchè del suo valore. 

A mettere in evidenza l'importanza storico-artistica dell'Alemanna, 
si accinse ora assai lodevolmente l' Ing. Luigi Lombardo-Pellegrino, 
il quale, con vero entusiasmo, si è dato a frugare in archivii pubblici 
e privati e, dopo aver lungamente studiato anche il monumento in 
tutti i suoi dettagli, ora ci offre un prezioso studio che riesce del 
tutto nuovo e che irradia d'una luce affatto sconosciuta questo gioiello 
d'arte che noi possediamo. 

Spigoliamo dal lavoro del Lombardo. 

Nel 1197 i cavalieri teutonici fondarono in Messina un loro Ospe- 
dale, ed occuparono una chiesa già esistente; chiesa e ospedale che 
presero nome di S. M. dell'Alemanna, dai tedeschi che li possedeva- 
no. Dietro la soppressione dell'ordine medesimo, tutto venne aggre- 
gato alla Commenda di Palermo, ma nel 1605 il culto della chiesa 
restò affidato alla vicina Casa di S. Angelo dei Rossi. In seguito al 
terremoto del 1783, caduto il tetto e la facciata, cominciò l'abban- 
dono della chiesa , e questa fu ceduta in affitto ad uso di magazzino 
di doghe : sebbene autorevoli ed amorosi cittadini abbiano alzata la 
voce per tanta incuria , il Comune non si decideva che nel 1874 



— 239 - 

a comprare il monumento ed allora lo riparava provvisoriamente dalle 
intemperie. 

Dallo studio del Lombardo, si trae chiaramente che il prospetto 
della chiesa, ora perduto, comprendeva due toni quadrate con in 
mezzo un portico sul quale si apriva una finestra; sotto il portico era 
r ingresso principale decorato dalla porta a figure e rilievi che è ora 
al ]\Iuseo. — L' interno , attualmente , è privo della volta antica : la 
chiesa è tutta in pietre squadrate , con pianta a sala , divisa in tre 
navate con archi a sesto acuto , il tutto di sorprendente effetto per 
il movimento e la grande armonia dell'insieme. I capitelli delle co- 
lonne, a forma di calice, sono riccamente e delicatamente scolpiti. 

Gli avanzi architettonici di questa chiesa, — fino ad ora guardati 
quasi con indifferenza — vengono rivendicati intanto alla loro alta 
importanza dietro lo studio del Lombardo , il quale viene alla con- 
clusione che r Alemanna è il più interessante tipo architettonico del 
secolo XII che forse esista in Sicilia. Questo tipo, che è del tutto 
nuovo, riunì e fuse l'elemento greco e quello latino, e riproduce 
quindi anche il momento storico dell' Isola al secolo XII, nel mentre 
ci offre il tipo più completo del gotico primitivo, con i suoi capitelli 
a iorma di calici preludianti i capitelli gotici. L'Alemanna finalmente 
non è una importazione tedesca , come s'era creduto, ma è creazione 
nostra, è un raggio luminoso — scrive il Lombardo — della grande 
anima di questo popolo siciliano tanto geniale quanto sventurato. 

Ed ora l'augurio che 1' Alemanna , illustrata così da competente, 
venga conservata dal Comune in modo più adeguato alla sua alta 
importanza, e che quei ruderi maestosi restino ancora per documen- 
tare alle generazioni future il grado di civiltà cui seppe assurgere 
Messina nei secoli passati. 

V, Raciti-Romeo, S. Venera V. M. nella storia e nel cullo dei popoli 
(Acireale, 1905). 

Era le fonti alle quali è da attingere per la compilazione della 
vita di S. Venera, Veneranda o Parasceve, occupa per noi di Sicilia 
il primo posto il testo greco del 1308 scritto dal monaco Daniele, 
basiliano del SS. Salvatore dei Greci di Messino, sebbene esistano 
altri codici più antichi. Questo nostro — or conservato nella R. Bi- 
blioteca Universitaria — è anche pregevole per i disegni ed i fregi che 
lo adornano, e contiene pure un commento anonimo del Salterio Davi- 



— 240 — 

dico, scritto nel IV secolo, in caratteri onciali : in un foglio reca il 
ritratto del monaco Daniele. 

Animato dalle tante discussioni, anticlie e moderne, sulla vita e 
martirio di S. Venera, e spinto ancora da patrio affetto, il dotto Can. 
Vincenzo Raciti Romeo, da Acireale, si è dato ad illustrare con com- 
petenza la vita della Protettrice della città sua e, pubblicando per 
intero il testo greco del monaco Daniele con a Iato analoga tradu- 
zione, consegnava un bel volume di ricerche lunghissime, ricco dì 
critica e di notizie storiche. 

S. Venera adunque nacque in Acireale, e non a Castroreale, 
come una tradizione — sfatata pur dai Bollandisti — aveva asserito. 
In epoca assai antica, Aci iniziò un culto speciale alla sua concittadina, 
e nei primi anni del seicento lo aumentò, fino a quando i Giurati 
della città ottennero una reliquia, che venne riposta nel Duomo in 
apposita teca d'argento lavorata da Andrea de Mauro '16511. Allora 
S. Venera venne acclamata protettrice di Acireale. 

Non mancò intanto Messina — con i suoi numerosi artisti — ad 
aiutare la consorella città nelle manifestazioni di tanto entusiasmo 
religioso. Il 10 luglio 1651 i Giurati di Acireale deliberavano di do- 
versi fare una statila (V argento della vtìglior forma et modo che sia 
possibile, dove si havcrà da inestare la reliquia, ed il 31 luglio 1654 
ne davano l'incarico all'orefice, argentiere e cesellatore messinese Mario 
D'Angelo (\), il quale la consegnai in luglio 1655, riuscendo una vera 
opera d'arte che poi andò ad arricchirsi di doni , tra i quali è note- 
vole uno smalto con la Madonna della Lettera , donato dalla città di 
Messina. (2). 

Non bastava però la statua per le rituali processioni, ed allora si 
pensò alla costruzione di un ferculo d'argento^ del quale fu dato in- 
carico allo stesso D'Angelo ed a Girolamo Carnazza, anch' egli mes- 
sinese, (1659) ma questi non lo completarono, e venne finito invece du 



(i) Atti di N."" Fabio La Leotta, in Acireale. 

fa) Il Raciti Romeo pubblica i documenti intorno questa costru- 
zione, e dà la l'iproduzione della statua medesima. Ricorda poi che 
la incarnatura di essa venne ritoccata dal pittore Giovan Francesco Boc- 
caccini da Messina. Osserviamo che il Boccaccini, valoroso tenore e 
buon pittore, non era messinese ma pistoiese, ma che in Messina visse 
lungamente e morì. 



- 241 - 

rante gli anni 1780-S3 da vito Blandano , pur da Messina, (i) mentre 
più tardi gli artisti Rocca, da Aci, compivano la coppa delle reliquie. 

Nel Duomo intanto, si pensava a rizzare una cappella alla Santa, 
ed a decorarla veniva dato incarico ad altro messinese, ad Antonino 
Filocamo, scolaro di Carlo Maratta. Questi dipingeva nel 171 1 tutta 
a cappella, e la fregiava anche d'una tela all'altare, in sostituzione di 
quella che vi aveva dipinto Giacinto Platania. E in quella cappella 
sono custodite anche le reliquie di S. Venera, tra le quali una, con- 
servata in teca d'argento, che fu dono dei Basiliani del SS. Salvatore 
di Messina. 

Ricordo ancora che il 26 luglio 1665 ebbe luogo una festa solenne 
in onore di S. Venera, e tale festa si effettui emulando, per quanto gli 
è possibile, gli aìumirandi fasti e gloriose pompe della Nobile ed Esem- 
plare città di Messina nella solennità della Sagra Lettera. Così Messina 
veniva in quei tempi additata a tipo per la ricchezza e sontuosità dei 
suoi festeggiam.enti ! 

Chiudo con una osservazione. Il Raciti-Romeo dopo avere pas- 
sato in rassegna le chiese erette in Sicilia ed altrove in onore di S, 
Venera, accenna a quella di I\Iessina, servendosi delle notizie assai 
sparute del Pirri, ed accenna poi ad una immagine di S. Venera nella 
distrutta chiesa di S. Caterina dei Greci. 

. La chiesetta di S. Venera — assai antica d' origine — ancora 
esiste in IMessina, ma è dedicata ora a S. Onofrio anacoreta e resta 
in Via S. Lucia, quasi rimpetto la chiesa di S. Lucia all' Uccellatore. 
Questa chiesa passò ai greci per atto notarile del 21 marzo 1550, 
e nel 1629 accolse i becchini per fondarvi una cappella col titolo del 
S. Sepolcro. Essa conservava un bellissiiuo ed insigne quadro di Cristo 
al monumento, opera di Alfonso Rodriguez, notato dal Gallo, ma questo 
andò perduto per i terremoti del 17S3 che danneggiarono assai la 
chiesetta. Siccome in quella catastrofe cadde e non fu piìi ricostruita 
la chiesa di S. Onofrio, allora questa di S. Venera venne ceduta ai 
confrati di S. Onofrio i quali le mutarono il nome, ed ancora la pos- 
siedono. 

Quindi in Messina la chiesa di S. Venera esiste ancora, sebbene 
dedicata ad altro Santo. — In quanto al quadro della Santa acese 
notato in S. Caterina dei Greci, non so dove sia andato a finire dopo 



(i) Il ferculo è riprodotto anche in fotoincisione. 



— 242 — 

la demolizione della chiesa medesima. E chi sa qual sorte abbiano 
avuto tante altre pitture di stile greco e molto antiche che colà si 
veneravano ! 

D.il complesso di questo cenno , può arguirsi che il lavoro del 
Raciti-Romeo interessi anche la nostra Messina : nel suo insieme poi, 
è d'interesse generale, ed è condotto con molta dottrina e critica non 
comune. 



BoNTEMPo B. , Memorie patrie di Alcara li Fusi, Guida storica e 
descrittiva. Parte I (Palermo, 1906). 

Il Prof. Basilio Bontempo — noto scrittore che io additai a pro- 
posito del Dizionario del Nicotra -- si è dato con lode alla patriottica 
impresa d'illustrare il suo paese natio, Alcara li Fusi, nella Provincia 
di Messina, ed ha già consegnato alle stampe una Parte I del suo 
lavoro. 

Alcara sorge a 350 metri sul mare, a pie d'una gigantesca roccia, 
in una posizione amena ed incantevole per i suoi panorami ; essa 
conta circa 4000 abitanti, e dista 17 Cm. di via mulattiera dalla più 
vicina stazione ferroviaria, che è quella di S. Agata di Militello. Fon- 
data in epoca assai antica accanto ad un castello, Alcara occupò forse 
l'area dell'antica Demenna, ma nulla si sa di preciso. Solo è note- 
vole che in tutto il territorio del Comune si rinvengone spesso cera- 
miche, bronzi, monete ecc. che, convenientemente raccolti e studiati, 
potrebbero dare ampia luce sulle origini della città. 

Assai interessanti sono gli avanzi dell'antico Castel Turio o 7"?^- 
riano, con a nord-ovest altri ruderi di abitazioni non meno antichi : 
attaccata al castello è una antica chiesa dedicata alla SS. Trinità. 
Altre antichità notevoli erano sino a pochi anni addietro nella con- 
trada Crasto (dove si vuole sia stata la città di Demenna) e dove il 
rinvenimento di antichità sepolte è più numeroso. La grotta detta del 
Lauro è di assai bello effetto per le stallattiti che vi si trovano. 

Alcara ha ancora 17 chiese, ed aveva due conventi ed un mona- 
stero ora soppressi. I Minori Conventuali avevano eretto un con- 
vento dedicato a S. Michele nel 1523 , ed altro convento si dovette 
ai Cappuccini (1574) ; il monastero di Benedettine era stato fondato 
nel 15S0. La Chies.\ dei Cappuccini , abbandonata, conserva una 



— 24a - 

bellissima Custodia in legno, scolpita ed intarsiata da un ignoto frate, 
e vari quadri interessanti sono sugli altri altari ; la sagrestia è ricca di 
arredi e paramenti sacri. 

Più notevole è la Chiesa madre, con bella porta intagliata, sulla 
quale sta una statuetta dell'Assunta. L'interno è a tre navate, e contiene 
due belli mausolei, l'uno eretto all'arciprete D. Pietro Angelo Ferretti 
(1661) e l'altro — piià ricco di statue e decorazioni — alzato in me- 
moria dell'arciprete D. Francesco Mileti (1669). — Interessante e la 
Cappella di S. Nicolò Politi il quale — come notammo altra volta — 
era un santo romito da Adernò vissuto sul monte Calanna, nei pressi 
di Alcara. Morto nel 1167, nella grotta venne rinvenuto il libro delle 
sue preghiere scritto in pergamena , ed allora quei fogli furon divisi 
tra Adernò e Alcara dove ancora si trovano (i) mentre da recente 
furono tradotti dal Matranga. La fede adunque per il romito Nicolò, 
decise la erezione di una bella cappella nel 1632 , ornata di statue , 
dorature ed affreschi del Guasto, da Regalbuto. Il quadro del Santo 
fu dipinto dal Damiani. — A destra di questa Cappella sorge 1' altra 
più antica, nella quale è il corpo del romito chiuso in una cassa d'ar- 
gento lavorato a Catania nel 1581 ; la statua, letteralmente coperta di 
doni, è scultura del Giufìrè , messinese. — T,a chiesa madre poi è 
ricca di arredi sacri di molto valore, ed ora conserva un quadro del- 
1 Epifania, già in S. Michele dei Minori Conventuali , notato dal Ni- 
cotra ma sfuggito al Bontempo medesimo (2). Il quale inoltre non 
ricorda, nella Chiesa del Rosario — dove c'è una pregevole statua 
in marmo della Madonna della Catena — il quadro della Visitazione 
dipinto da Giuseppe Tommasi nel 1667, ed ancor citato dal Nicotra. 
Il Bontempo menziona ancora la Chiesa di S. Pantaleone, ricca 
di marmi, con artistico quadro all'altare maggiore e con bel simulacro 
del Cristo morto, solito portarsi in processione il Venerdì santo. Ac- 



(i) Da qualche tempo si sta provvedendo a riunire gli avanzi di 
questo libre e di conservare il tutto convenientemente , considerato 
anche che — a parte la fede religiosa — quelle pergamene sono tra 
le più antiche di Sicilia. Ma, Adernò dovrà cedere ad Alcara le sue 
pergamene, o viceversa ? S'è scatenata già una bufera tra i due Co- 
muni, e fino adesso nulla s'è concretato. 

(2} Nicotra F., Dizionario illustrato dei Comuni Siciliani, pag. 217 
a 225. 



^ 244 — 

cenna alla Chiesa del Monastero, già dalle Benedettine , che ha 
marmi, stucchi ed un altare maggiore artistico e belio, mentre quella 
di S. Michele (dov'era il quadro dell'Epifania ora nella Chiesa madre) 
ha un bel soffitto in legno dipinto, ed una bella statua dell'Immaco- 
lata. Nella chiesa di S. Nicolò di Bari (chiusa al culto) è un prege- 
vole Crocifisso a rilievo ; in quella di S. Vincenzo è un antichissimo 
Ecce Homo; in S. Giovanni il quadro dell'altare maggiore è anti- 
chissimo. 

Avanzi medioevali si osservano poi in Alcara nella Fm Donadei, 
in Via Cosmano^ in Vìa S. 'Martino e in l'ìa Forno. In casa del Sig. 
De Bartolo Manfredi fu Francesco esiste la copia della concessione 
dello stato di Alcara fatta da Re Ruggiero all'Arcivescovo di Messina, 
transuntata nel 1422 agli atti di Notar Bartolomeo Bc Siicaratasi da 
Messina. Osservo che dovette essere mal letto il cognome di tale 
notaro, che invece è De Zuccaratis : gli Atti di costui però in Mes- 
sina più non esistono, ed or la copia posseduta del Di Bartolo assume 
maggiore importanza. Meriterebbe di essere studiata e — se del 
caso — pubblicata. 

Lo studio del Bontempo non si ferma però a quanto si è esposto 
fino adesso. L' A. ricorda — con molti particolari — la rivoluzione 
del 1860 in Alcara, notando vittime e patrioti!, colpevoli e prodi ; dà 
poi uno sguardo all' epoca odierna additando le industrie i commerci 
locali, e dopo aver trattato di usi, costumi, pregiudizi, ritiene che Ai- 
cara sia stata sede vescovile, e che abbia dato i natali a Papa Leone II 
che tante città ci contendono. Dà uno sguardo quindi alla Igiene, alla 
Istruzione pubblica, alle Opere pie, all'Amministrazione Comunale, e 
chiude con un breve cenno biografico dagl'Illustri alcaresi. 

In complesso, il lavoro del Bontempo è prova d'immenso amore 
al paese natio, ed è frutto di numerose indagini. Auguriamo intanto 
che presto Egli possa completarlo , fornendoci la Parte II che già ci 
ha promesso. 

G. Savasta, Memorie storiche della città di Paterno. Parte I. Paterno 
civile (Catania, 1905) pp. 465. 

Il nostro Socio D.'' Gaetano Savasta da Paterno — noto già nel 
campo letterario per altri scritti — si occupa con amore e profitto 
della storia del suo paese, alla quale nessuno aveva mai pensato, essendo 
rimasti inediti o poco noti alcuni cenni più antichi, non sempre fedeli. 



— 245 - 

Rovistando archivi pubblici e privati, esaminando monumenti , rievo- 
cando tradizioni , il Savasta riesce a completare la Parte I del suo 
interessante studio, e descrive la Città di Paterno ed i dintorni, ne 
discute le origini , ne passa in rassegna le vicende dai più antichi 
tempi sino ai nostri giorni , e poi ricorda gli uomiiìi illustri , il tutto 
corredato di numerosi documenti editi ed inediti. 

La storia di quella Città — tanto legata a Messina anche per le 
nostre Famiglie che l'ebbero in feudo — è condotta con criteri scien- 
tifici moderni , con serenità di giudizio e con la sicurezza propria di 
chi conosce a fondo la storia siciliana dalla quale deve trarre ausilio 
per r argomento che tratta. E di tanto amore e dottrina noi esterniamo 
le più vive congratulazioni, augurando che presto 1' opera venga com- 
pletata con la stampa della Parte II che riuscirà - non ne dubitiamo 
— di non meno interesse che la prima. 

L. Micali-Arichetta. // soggiorno degV Imperiali di Ger maina iti 
Sicilia. (Palermo, 1906;. 

In un elegante volumetto edito dalla Società editrice S. Maraffa 
Abate e C, il nostro Socio Cav. Letterio Micali Arichetta descrive 
minutamente il soggiorno di Guglielmo II e della sua Famiglia nel- 
l'Isola durante la primavera del 1905. 

L' Imperatore — come ognuno ricorda — giunse nella città nostra 
tanto a lui simpatica, il 26 marzo, e dopo due giorni si recò a Taor- 
mina, dove prese alloggio all'Hotel Timeo: l'8 aprile era di ritorno a 
Messina e da qui si recava di nuovo a Taormina, ritornando e poi 
partendo per Palermo (24 aprile) da dove lasciava l'Isola il 28 aprile. 
Durante questo soggiorno, abbastanza lungo a Messina e a Taormina, 
Guglielmo II e l'Imperatrice visitavano i monumenti più importanti, 
gli Istituti di Beneficenza, alcune Famiglie aristocratiche ecc. In Mes- 
sina si intrattenevano nel villino del Signor Roberto Sanderson, lungo 
la deliziosa riviera del Faro, (contrada Contemplazionei costruito ricca- 
mente da poc'ni anni in sito incantevole. 

Il Micali, raccogliendo la cronaca di questa dimora in Sicilia, ha 
impreso opera utile, ed il suo libro va generalmente lodato per la 
copia di notizie messe assieme con cura. Da osservare però che di 
Messina — principale soggiorno dell'Imperatore moltissime volte — il 
Micali non riproduce che pochi monumenti e non dei più importanti: 
Messina infatti non è quella riprodotta a pag. 6, tutt' altro ! 



- 246 - 

Non sappiamo poi da dove il Micali abbia cavato che nel villag- 
gio Pace — lungo la riviera del Faro — esiste una chiesa della Ma- 
donna della Lettera (pag. io). Invece, la chiesa del villaggio Pace è 
quella della Grotta, e la chiesa della S. Lettera è nell'ameno villaggio 
di Torre di Faro. Senza dubbio il Micali si è giovato d' un libro che 
citeremo in ultimo e che, oltre all'essere poco esatto, provvede — pria 
del Micali — ad attaccare e la leggenda della Sacra Lettera e Co- 
stantino Lascaris, che da tanti secoli è morto e sepolto ! Osserviamo 
poi che la manta d'argento che copre giornalmente il quadro della 
Madonna della Lettera nel Duomo non è cosparso di gemme; (pag. io) 
né lo astronomo Antonio Maria Jaci mori il 4 febbraio 1S15, come dice 
il Micali (pag. 13) ma il 5 febbrajo, come dall'atto di morte esistente 
in Messina. Né, finalmente, il quadro di Antonello al Museo è un 
trittico (pag. 16) ma una icona ora in cinque e forse già in piti pezzi. 

In quanto poi alla chiesa di S. Maria di Basico, che possiede un 
quadro attribuito a Tiziano — come scrive il Micali (pag. 15), notiamo 
anzitutto che il quadro è al Museo sin dal 1902, mentre non era nella 
chiesa di S. Maria di Basico, che é quasi distrutta, ma in quella di S. 
Maria dell'Alto... Né, finalmente, il tempio di S. Francesco d'Assisi, 
ora restaurato, s' incendiò nel 1883 (pag. 16) ma il 23 luglio iSSd, 
giorno di mercoledì, alle ore 15. — Com'è chiaro, il Micali scrive, ser- 
vendosi delle pag. 38-40 della Guida-Orario delle Strade Ferrate 
della Sicilia pubblicata a Torino nell'aprile 1897, né noi abbiamo in 
mente di fargliene forte rimprovero, perchè in complesso egli mira ad 
illustrare il soggiorno degli Imperiali in Sicilia e non le Città dove 
soggiornava la Imperiale Famiglia. 

G. La Corte-Caillep. 

Avv. DoTT. Vincenzo Finocckiaro, Cronache, memorie e documenti 
inediti relativi alla rivolta di Catania del iSjj. Catania, F. Bat- 
tiate, 1907 in 16° 

Pasquale Calvi e parecchi altri scrittori, e più specialmente Al- 
fonso Sansone, han dato esatto ragguaglio delle turbolenze che fune- 
starono la Sicilia nell'anno 1837; ora é la volta dell'egregio Avv. Fi- 
nocchiaro, che gii stessi avvenimenti ha impreso a narrare, limitandoli 
per esteso alla città di Catania, e per necessaria connessione, tuttoché 
sommariamente anche a Siracusa, a Messina e a parecchi altri Comuni 
dell'isola. Col suo nuovo lavoro, se ai fatti più salienti di quell'epoca 
non porta nuova luce, nuUameno opera abbastanza meritoria ha com- 



- U1 - 

pluta, sia completando il già noto con tanti altri incidenti non del tutto 
pria d'ora rilevati, sia corroborando tutti gli avvenimenti con docu- 
menti sincroni, ch'egli ebbe la diligenza e la fortuna di procurarsi. 

L' opera quindi del valoroso scrittore catanese si raccomanda as- 
sai, e noi la segnaliamo con piacere a tutti gli amatori delle patrie 
memorie. 

D/ Francesco Fava, // moio calabrese del 1S4J (con documenti noti 
ed inediti). Messina, Tip. Nicastro 1906 in 16°. 

In un bel volumetto di 259 pagine il Prof. F. Fava si accinge a 
trattare anche lui un argomento abbastanza conosciuto, ma che finora 
non ha avuto quello svolgimento di che è meritevole. Con serenità di 
giudizio, con piena conoscenza dei fatti e delie cause che lo genera- 
rono, non che di tutto quanto si è scritto intorno ad esso, con critica 
illuminata, il Prof. Fava tratta del moto calabrese e nel suo locale 
svolgimento e nelle sue relazioni coi movimenti rivoluzionari che prima 
e poscia agitarono l'Italia. I documenti ch'egli pone ora per la prima 
volta alla luce sono quasi tutti importanti e da essi trae non poca 
luce l'argomento in esame; sicché il lavoro del Fava è meritevole di 
molta considerazione, e slam sicuri che incontrerà il pubblico favore. 

Per dire poi all'egregio autore tutto il nostro pensiero non pos- 
siamo astenerci dal dichiarare che l'intesa fra Messina e Reggio, che 
produsse la disgraziata sollevazione delle due città sorelle con la dif- 
ferenza di un giorno tra l'una e l'altra, meritava un più ampio svol- 
gimento. Del resto il poco che se ne dice è conforme al vero, ed è, 
equanimemente giudicato. 

Privilegio del gran Conte Ruggiero a favore deWex Monastero di S. 
Filippo il Grande ed oggi del Coìtsorzio per le acque di vicenda 
nei villaggi di S. Filippo Superiore, San Filippo Inferiore e Santa 
Lucia. Con' conferma ed altre donazioìii del Re Ruggiero I e del- 
l' Imperatore Carlo V. Tradotti ed annotati da Giannantonio Man- 
datari. Messina, Stab. tip. Crupi, 1906 in 8» gr. a 2 col. 

È un documento abbastanza importante della nostra storia, rima- 
sto fin'oggi inedito, essendosene perduto l'originale, e la copia auten- 
tica, nella traduzione latina, trovantesi interpolata in un atto pubblico 
emanato in Bruxelles nel 1554 dall' Imperatore Carlo V, e l'anno ap- 
presso esecutoriato in Palermo dal Viceré De Vega, era passata an- 
ch'essa inosservata finché lo stimolo dell'interesse per una lite vertente 
circa le acque di vicenda in alcuni villaggi del Messinese non sospin- 



— ^48 - 

èe taluno a farne ricerca e affidarne la pubblicazione al Prof. G. A. 
Mandalari. Questi, pubblicandone perciò il testo autenticato come 
venne estratto dall' Archivio di Stato di Palermo, vi aggiunse di suo 
una fedele traduzione italiana e una discreta copia di annotazioni de- 
lucidative molto opportune ed interessanti, L' indice del lavoro ac- 
cenna al contenuto dello stesso nei seguenti sette paragrafi: I. De- 
creto di esecuzione e di conferma dell'Imperatore Carlo V. — 11° Con- 
ferma di Ruggiero I re di Sicilia. — IH" Ricordo della concessione 
del privilegio del Conte Ruggiero. — IV. Descrizione della tenuta del 
Monastero. — V. Concessione delle acque. — VI. Nuove concessioni. 
— VII. Autenticazione. 

Vadala Celona Giuseppe, Z^ Fes/e solenni del Corpus Domini nella 
Città di 3Iessina. Messina Tip. S. Giuseppe 1906 in 8". 

Al ricordo delle feste fatte in Messina sul principio del secolo XX 
in onore di Gesù Redentore e a quelle celebrate nella Cinquantenaria 
ricorrenza del Domma dell'Immacolato Concepimento l'egregio autore, 
con beninteso spirito patriottico, ha voluto far seguire un breve cenno 
della commoventissima solennità del Corpus Domini, eh' ebbe luogo 
in Messina il 14 Giugno di quest' anno. 

Le feste che si celebrano in tutto Torbe cattolico in simile occor- 
renza differiscono da luogo a luogo se non nelle ritualità ecclesiastiche 
che dappertutto presentano la stessa uniformità, nel modo sicuramente 
come il popolo esplica per esse la propria fede. Qui in Messina nort 
è trascurabile la parte simbolica che accompagna le due processioni 
del giorno solenne e dell' ottavo successivo alla commemorazione del 
corpo del Signore, e il Vadala la rileva, la descrive ne' suoi partico- 
lari e la spiega confortandola con le notizie più speciose ch'egli ri- 
cava dalle patrie tradizioni. 

È questo un compito assai lodevole, e l'autore di quest'opuscolo 
lo ha adempiuto con molto zelo e con assai competenza. La città di 
Messina gliene dovrebbe essere grata. 

G. 0. 

Giuseppina Roberto (Sonia), Sapienza, Amore e Viriute. 

Tesoro di grandiosa verità e di altissima etica sociale, l' opera 
gagliarda della gentile pensatrice è eroica battaglia civile , sapiente- 
mente combattuta, per assurgere — in virtù dello eterno femminino 
— l'Umanità ai suoi luminosi destini. 



La Parola tersa, smagliante, entusiastica, semiife elevata, schiude 
eccelsi orizzonti di purissimo risollevamento di anirhe e di cuori. 

L'Arte, lo splendore dell'Arte, educa elevatamente alla Scienza 
del Lavoro e l'Arte diventa sacra missione che seduce le moltitudini 
per avviarle al faticoso, incessante cammino della civiltà ascensionale. 

L'idea alata, superba, nobile, generosa sospinge alle conquiste, ai 
trionfi, alle vittorie di supreme idealità. 

li Pensiero , vibrazione possente dei bisogni e delle esigenze 
della modernità sociale, è moto, è attività, è apostolato, è propaganda 
di sani principi: il Pensiero della geniale scrittrice è azione di mirifica 
riedificazione universale. 

Paolo Mulfari. 

Leopoldo Barboni, « Patrm » viaggio in automobile traverso l'Italia, 
libro per i ragazzi pag. 271 Firenze, R. Bemporad e F. 1906. 

Pigliando occasione dal viaggio d'istruzione che si immagina fatto 
per l'Italia, il Barboni dalla pagina 1S9 in poi scioglie un inno di en- 
tusiasmo alla Sicilia. 

Il viaggio termina, in questo volume, con l'arrivo e la visita di 
Messina, posta all' « entrata del paradiso ». Di Messina son fatti am- 
mirare il sito, la corona dei monti che l'attorniano, la passeggiata 
sulla marina, il giardino a mare con il gruppo in bronzo ai caduti di 
Abba-Carima, le vie principali, piazza del Duomo con la fontana di 
Orione, e poi tutta la riviera sino al Faro, il panorama che vi si gode 
dalla Torre, ecc. Ma il libro assume una maggiore importanza, perchè, 
con efficacissima arte, è tutto una vigorosa ed entusiastica difesa delle 
cose nostre e dei nostri costumi, fatta da un toscano, contro i falsi 
pregiudizi di campanilismo e di noncuranza o di disprezzo contro le 
nostre regioni. 

F. Umberto Saffiotti. 



BIBLIOGRAFIA MESSINESE 

Puntata settima 

(Cont. cfr. « Ardi. », VII, 1-2, pp. 163-g) 

230. Abbadessa Giuseppe, Gli elogi dei poeti siciliani, scritti 
da Filippo Panila, in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1906, 
n. s., a. XXXI, fase. MI, pp. 113-69. 

Importanti questi Elogi , attorno ai quali ha speso dciwero le 
migliori cure il Prof. Abbadessa, desideroso di illustrarli degnamente. 
Tra essi vogliono essere in particolar modo richiamati in questo Arch. : 
il I: Simeonis Vintimillij Marchionis Hieracij , il IV: Francisci Mau- 
rolyci Messanensis, il IX: Colae Bruni Corleonensis (sic , il XV: Salim- 
benij Marchesi] Messanensis, il XVI: Scipij Castrij Messanensis, il 
XVII: Oregorij lancredij Messanensis., il XXIV: Bartholomaei Spa/a- 
forae Messanensis, il XXV: Marci Antoni] Balsami Messanensis, il 
XXXVII: Mariani Basilico Messanensis, il XXXVIII : Andreae Vati- 
cani Messanensis, il XL: Caesaris Marchesi] Baronis Scalettae, il XLII: 
Petri Calvi Messanensis, il XLIII : Pauli Abbatiesae Messanensis, il 
XLV: Herculìs Lo Presti Castaniensis, il LUI: Francisci Li] Messa- 
nensis, il LXVIII: Vincenti] Roinansoli Turturiciensis, il LXXIX: An- 
toni] Branciforti] Raccudiensis, il CVI : /osephi Moletij Messanensis., 
il CX[ : Caesaris Marnili Archiepiscopi Panonnitani Messaìtensis, il 
CXII: Antoni] Lombardi Archiepiscopi Messanensis Lilybitae, il CXIV: 
Hieronymi Regi] Abbatis S. Luciae Pattormitani ., il CXXIII: Francisci 
Putei Episcopi agrigentini Messanensis e il CXVII: Macthaei Vasarae 
Castriregalensis . 

231. Arenaprimo Giuseppe^ // corteo storico del Senato di 
Messina, in Cassetta di Messina e delle Calabrie^ Mes- 
sina, 13-4 agosto 1904, a. 42, n. 225. 

232. Idem, Le offerte dei Cerei , in Gior ìtale di Sicilia, Pa- 
lermo, 13-4 agosto 1904, a. 44, n. 222. 

Alla Vergine Assunta a Messina, in ricorrenza della festa di niez- 
zagosto. 



— 251 - 

233. Arenaprimo G., Antonello da Messina, in Arte e Storta, 
Firenze, 193;, a. XXU[ (V[[ della 3.-^ s.), nn. 13-4, pp. 92-3. 

Riassunto ed elogio dello studio inserito dal La Corte Cailler in 
questo Ardi., IV, 3-4, pp. 332-441. 

234. Idem, Lettere inedite di Maria Carolina, regina delle Due 
Sicilie, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s.^ a- 
XXIX, fase. 3-4, pp. 343-73. 

Sono XXI , dirette a D. Giuseppe Cetera, facoltoso commer- 
ciante messinese. L'Arenaprimo le illustra a dovere, rilevandone l'im- 
portanza. Cfr. questo Arca., VI, 3-4, p. 367 (G. La Corte Cailler) 

235. Idem, Laniplicnncnlo della piassa del Duomo nel secolo 
XVI ed il fonte « Orione » in Messina. (Nuovi docu- 
menti), in Atti della R. Accademia Peloritana, Messina, 
1906, a. accademico CLXXVII-CLXXVIII, voi XX, fase. 
II, pp. 269-80. 

236. Idem, Messina attraverso i tempi. Il « Ridotto «> al Tea- 
tro della « Munizione », in Sicania, Messina, 1906, a. I, 
n. 1, pp. 15-7. 

Notizie curiose, tratte da documenti inediti; 

237. Idem, Retorica popolare, in Sicania, Messina, 1906, a. f , 
n. 6-7, pp. 3-8. 

Illustra storicamente alcune frasi, alcune figure retoriche, che, 
vive tuttora nel popolo messinese, ^ rimontano a secoli e secoli ». 
Notevole, pei dantofili in ispecie, quanto scrive a proposito dell'espres- 
sione: chi w'ó fatili cchiìc di Cirichedda, con cui si suole designare chi 
ne ha fatto d'ogni colore, chi ha menato vita troppo licenziosa. Essa, 
egli dice, dimostra che anche a Messina « è viva la tradizione di 
quella donna del nobile casato della Tosa, la quale rimasta vedova 
di un Alidosi da Imola, diede mezzo ad ogni vergogna, per cui si 



— 252 — 

rese celebre in Firenze ed altrove ai tempi di Dante, che la ricorda 
dicendo : 

Saria tenuta allor tal meraviglia 

Una Cianghella. 

È facile, anzi, che la celebrità di cotesta Cianghella sia stata im- 
portata dai fuorusciti nobili fiorentini, che dopo le guerre civili del 
secolo XIII, si stabilirono in questa città, o dai numerosi e ricchi 
mercanti, che, per ragion di commercio, assai prima dei tempi di 
Dante, avean qui numerosa colonia con fondachi e banchi proprii, con 
confraternita e chiesa » (p. 4). 

238. Bassermann Alfredo, Orme di Dante in Italia. Opera 
tradotta stilla 2^ edizione tedesca da Egidio Gorra , 
Bologna, EUtta Nicola Zanichelli, 1902; 16°, pp. XII-694. 

Commentando In/,, VII, 22-4 (pp. 278-9), osserva: « Certo sem- 
bra che lo stretto di Messina sia stato da Dante conosciuto per di- 
retta visione » (p. 278). 

239. Beltrami-Scalia M. , // generale Giacomo Longo , in 
Rivista d' Italia, Roma, 1906, a. IX, voi. Il, pp. 3727, 

Il generale Giacomo Longo, morto il 31 luglio 1906, era nato il 
9 gennaio 1818 a Napoli, da famiglia messinese. 

240. Benso L. G., La Basilica di Stiperga, in Cassetta del 
popolo della domenica, Torino, 16 settembre 1906, a. 24, 
n. 57, pp. 293 4. 

Descrive sommariamente la Basilica, che, com'è risaputo, fu ese- 
guita su disegno del messinese Filippo luvara. 

241. Bernardini Giorgio , / dipinti italiani nella Galleria 
imperiale di Vienna, in Rivista d'Italia, Roma, 1904, a. 
VII, voi. II, pp. 965-1014. 

Nelle pp. 970-3 parla anche della Deposiziotte (n. 5), ch'egli non 
crede di potere attribuire ad Antonello da Messina, perchè vi « si legge 
la firma Antonius Messanensis, e questo sol basterebbe a farcela to- 
gliere dal novero delle opere del grande artefice, giacché esso^firmò 
sempre, per quanto io so, Antonellm 3iessaneus . Ma, oltre a ciò, i 



— 253 — 

contorni delle membra non sono tagliati netti, come egli usa, le face le 
dei profeti ci appariscono troppo tondeggianti e quasi gonfie, le forme 
ruvide, materiali, prive di quella somma finitezza e della profondità 
d'espressione, che ci ammaliano nelle sue produzioni » (pp. 970-1). 
Cfr. però questo Arch., a. V, fase. 1-2, p. 98. 

242. Bertacchi Giovanni, Poesie predanii'.sche, con prefa- 
zione, Milano, Società editrice Sonzogno, [1906]; 16", 
pp. 290. (Nella Biblioteci classica economica, n. 118). 

È un' utile raccolta, nella quale figurano anche poesie dei messi- 
nesi Guido delle Colonne (pp. 53-7\ Stefano Protonotaro o Pronto 
Notaro (pp. 62-6), Mazzeo Ricco (pp. Sr-5), Rugieri d'Amici (pp. 85-7), 
Tomaso di Sasso ipp. 87-8) e Odo delle Colonne (pp. 89-90). 

243. BoNTEMPELLi MASSIMO, Odi Siciliane, Milano-Palermo- 
Napoli, Remo Sandron editore, [1906]; 16°, pp. 21. 

Vuole qui essere richiamata l'ode quinta: £>a Giardini a La Mola 
(pp. 19-22). Cfr. Helios, Castelvetrano, 1906, a. IX, nn. 17-8, pp. 131-3 
(G. Badino). 

244. BuRRASCANO M.ARio, Mcnioric storiche-ecclesiastiche di 
Castroreale, Palermo, Stabilimento Fratelli Nobile, 19021 
16«, pp. 271. 

Cfr. questo Arc/i., IV, r-2, pp. 239-40 (L. C). 

245. Catalano Michele, La venuta dei Normanni in St- 

cilia nella poesia e nella leggenda, Catania, Tip. Si- 

cula di Monaco e Mollica, 1903; 8°, pp. 104. 

Vi si discorre spesso di cose di Messina. Richiamo in particolar 
modo le pp. 51-3, ove è data notizia del poema // Rogiero in Sicilia 
(Ancona, Navesi , 1698) del messinese Mario Reitani Spatafora , e le 
pp. 84-5, nelle quali è fatto cenno di alcune usanze della nostra città, 
per la ricorrenza della festa dell'Assunta. 

246. Chinigò G., Commemora 3 ione di Pietro Insoli: Iscri- 
zione e parole proemiali, in Atti della R. Accademia 
f'cloritana, Messina, 1905, a. accademico CLXXVil- 
CLXXVIII, voi li, fase. I, pp. 259-71. 



— 254 — 

247. Chinicò G. Giacomo Galatti, in Gazsetta di Messina e 

delle Calabrie, Messina, 9- 10 maggio 1906, a. 44, n. 139. 

Elogio biografico, steso con sentito affetto e con giusta ammira- 
zione. Cfr. anche questo Arch., VII, 1-2, pp. 151-4 (G. Chinigò, G. 
Galatti) . 

248. CiAFFi Vincenzo, A Taormine, in Genio e follia, Mes- 
sina, 27 giugno 1897, a. I, n. 12, p. 93. 

Versi in francese. 

249. Grimi ]Lo Giudice, Cronache di folk-loorismo. Canti 
popolari di Naso (Messina), in Sicania, Messina, 1906, 
a. I, n. 3, p. 8. 

250. Crino Sebastiano, Una « Carta da navigare » di Pia- 

cidiis Caloiro et Oliva fatta in Messina nel 1638, in 

Arch. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s., a. XXX, fase. 

II-III, pp. 290-7. 

Questa Carta da navigare è posseduta dalla Società siciliana di 
storia patria. Il Crino la illustra con vera competenza e così riassume 
i suoi apprezzamenti : « Possiamo conchiudere che la nostra carta sia 
per la nomenclatura dei nomi, sia per la esecuzione artistica, sia an- 
che per una particolare indicazione di declinazione magnetica diversa 
da quella di altre Carte costruite precedentemente , abbia molto di 
originale » (p. 297). 

251. Idem, Portolani inediti in lingua volgare e spagnuola. 
Il portolano militare di Alfonso Ventimiglia, in Atti 
della R. Acc. Peloritana, Messina, 1906, a. accademico 
CLXXVIIICLXXIX, voi. XXI, fase. I, (19O6), pp. 237- 
306. 

Lavoro importante sia per l'abbondanza delle notizie nuove , che 
vi sono raccolte, sia per la bontà delle osservazioni , che il Crino va 
via via facendo. Notevole è nel Portolano del Ventimiglia , nativo di 
Palermo, la speciale lode, ch'egli attribuisce alla liberalità dei Messinesi, 
pronunziando così un giudizio, di cui bisogna tenere il debito conto, 
date le rivalità del seicento tra Messina e Palermo. Cfr. p. 275, n. i=^. 



— 255 — 

252. CuciNOTTA Ernesto, Messine: S. Gregorio^ in l.a Si- 
Cile illtistrée, Palermo, 1906, a. 3, nn. 8-9, pp. 25-6. 

Notizie in francese con due incisioni. 

253. CuTRERA Antonino, Storia delia prostiUi.mone in Si- 
cilia. Monografia storico- giuridica, con documenti ine- 
diti e piante topografiche della città di Palermo, Mi- 
lano-Palermo-Napoli, Remo Sandron editore (Palermo^ 
Tip. F. Andò), 1903; 16°, pp. 286. 

Per Messina cfr. principalmente le pp. 37, 44-6, 58-9, 64-5, 8r, 
90, 107-8, 142, 183. 

254. De Matteo Letterio, Lu chiantu di Mis'=iina, Mes- 
sina, Tip. dell'Operaio, 1906; 16°, pp. 16. 

Ottave e quartine in dialetto siciliano, ispirate dalle presenti con- 
dizioni economiche e morali della città. 

255. Di Marzo Gioacchino, Di un quadro di Antonello da 
Messina in Ragusa inferiore, in La Sic ile illusi rèe 
Palermo, 1906, a. 3, un. 1-2, p. 6. 

Giudica opera di Antonello un quadro della Vergine seduta col 
bambino sulle braccia, da lui visto prima a Messina presso l'ingegnere 
Arena e poi comperato dal Barone di Donnafugata , dalla cui erede 
Donna Maria Marnilo Manganello oggi è posseduto nel suo palazzo a 
Ragusa Inferiore. 

236. Idem, Di una pretesa scoperta di un dipinto di Anto- 
nello da Messina, in Giornale di Sicilia, Palermo, 20-21 
marzo 1904, a. 44, n. 80. 

Discordando dal La Corte -Cailler , non crede di identificare a 
Ficarra (provincia di Messina) un dipinto creduto di Antonello, 

257. Di Matteo Ignazio, Conti inediti riguardanti la co- 
niazione dei piccoli della Regia Zecca di Messina nel- 
l'anno 1461, in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1906, n. 
s., a. XXX. fase. IV, pp. 517-47. 
Importante. 



— 256 — 

258. Fauguet Emile, Momiìiients ìiormaìides cu Sic/le, in 

La Stale illtistrée, Palermo, 1906, a. 3. nn. 1-2, p. 6. 

Tra altro, ricorda la Cattedrale e la Badiazza di Messina. Dell'in- 
terno di quest'ultima offre una bella incisione. 

259. Fava Francesco, // moto calabrese del 1847. [Con 
dociunenti noli ed inedili), Messina, Tipografia F. Ni- 
castro, 1906; 8°, pp. [IV-] 260. 

Contiene frequenti richiami all'insurrezione del i" settembre 1847 
a Messina. Giova dunque a illustrare i rapporti , che intercedevano 
tra i patriotti messinesi e i calabresi. 

260. Fazio G., Memorie giovanili della rivolusioìie siciliana 
e della guerra del 1860, Spezia, Tipografia di Fran- 
cesco Zappa, 1901; 8°, pp. lX-123, con ritratto. 

Cfr. principalmente nella seconda parte del volume il capo III : 
Da Palermo a Milazzo (pp. 56-62) e il capo IV : Messina (pp. 62-7). 

261. Calati Gwjsf.p'p'e. J^Vamministrasiione della ginstisia 
nel distretto della Corte d'Appello di Messina nell'anno 
1904. Relazione alla Corte riunita in assemblea ge- 
nerale, li 9 gennajo 1905, Messina, Prem. stab. tip. 
Giuseppe Crupi, 1905; 8°, pp. 91. 

262. GiuFFRÈ F. Italo, Per un poeta dimenticato. (Eliodo- 
ro Lombardi), S. Maria Capua Vetere, Casa editrice 
della « Gioventù » di C. Fossataro, 1906; 16°, pp. 34. 
con ritratto. (Nella Biblioteca moderna della « Gio- 
ventù », s. II, n. 13). 

In questo garbato opuscoletto, che si legge con piacere, si ricorda 
tra altro che Eliodoro Lombardi, il quale tenne a Messina due acca- 
demie letterarie , fu molto amico dei messinesi Felice Bisazza , Giu- 
seppe La Farina e Raffaele Villari. Il Bisazza un giorno tralasciò di 
leggere dalla sua cattedra universitaria la Divina Commedia , per tes- 
serne le lodi, come poeta patriottico (p. 11); il La Farina lo aiutò 



— 257 — 

aftettuosameiite per fargli ottenere un buon posto nell'insegnamento 
(p. 13) ; il Villari nel libro Da Messina al Tirolo ne fa onorevole 
cenno '^pp. 14-5). 

263. GuARDioNE Francesco, AiUoìicUo da Messina, in L'Ora, 

Palermo, 24 5 dicembre 1903, a. V, n. 357. 

Lunga e favorévole rassegna del voi. poderoso del Di Marzo, 
segnato già al n. 109 di questa Bibliografia. 

263 bis. Idem , La rivoluzione di Messina contro la Spagna 
{1671-1680). Documenti, Palermo, Alberto Reber (Scuo- 
la Tip. « Boccone del Povero »), 1906; 4°, pp. XXXVI-531. 

Di questo importante volume e di quello segnato appresso par- 
leremo prossimamente. 

264. Idem, Storia della rivoluzione di Messina contro la 
Spagna {1671-1680), Palermo, Alberto Reber (Co' Tipi 
Castellana, Di Stefano et Sanzo), 1907; 4°, pp. XlI-339, 
con due tavole. 

264 bis. Idem, L' espulsione dei Gesuiti dal regno delle Due 
Sicilie nel 1167, con appendice di scritti su Pietro Gian- 
none, Catania, Libreria editrice Concetto Battiato di 
Francesco Battiato (Coi tipi di C. Calatola), 1907; 16°, 
pp. [IV-] 131. 

Nei documenti II, III, X, XI, XII, che accompagnano quest'utile 
lavoro del Guardione , occorrono parecchie notizie relative ai Gesuiti 
a Messina. 

265. GuARNERi Andrea, Sulla chiusura dello stretto di 
Messina nel caso di guerra, in Giornale di Sicilia, Pa- 
lermo, 23-4 gennaio 1904, a. 44, n. 23. 

Buone osservazioni. Cfr. anche un altro articolo inserito dallo 
stesso Guarneri nell' Araldo italiano di New-York e riprodotto nella 
Gazzetta di Messina e delle Calabrie^ Messina, 1904, XLII, 107. 

265. GuzzoNi DEGLI Ancarani Arturo, L'insegìtaniento del' 
r ostetricia a Messina nel secolo decimonono, in Atti 



— 2c8 — 

della R. Accademia Pcloritaiia, Messina, 1904, a. acca- 
demico CLXXV-CLXXVI, voi. XVIII, (1903-1904), 

pp. 83 128. 
Notizie copiose e diligenti. Cfr. questo /ìrch. IV, 3-4, pp. 451. 

267. Inferrerà Guido, Il rimboschimento dei Peìoritaniy in 
relazione con la sistcmasione dei torrenti del messi- 
nese, Messina, Tipografia editrice Nicotra, 1901; 4°, pp. 8- 
(Estr. dalla Rassegna Tecnica , a. I, n. 10-11). 
Osservazioni giustissime. 

268. Idem, Sìdla cullura della foresta di Cantaro. (Dalla 
« Reiasione all' Amministrasionj Comunale di Mes- 
sina »), Messina, Tipografia Nicotra, 1901; 4°, pp. 11. 

269. La Corte Cailler Gaetano, La scoperta d'un nuovo 
quadro di Antonello da Messina, in Cassetta di Mes- 
sina e delle Calabrie, Messina, 11 12 marzo 1904, a. 42, 
n. 72. 

Crede che a Ficarra ('provincia di Messina) esista un quadro di- 
pinto da Antonello. Cfr. dello stesso L. C. C. anche una lettera sul- 
l'argomento, inserita nel Giornale di Sicilia, Palermo, 27-S marzo 1904, 
a 44, n. 87 {A proposito di Antonello da Messina). 

270. Idem, Ancora per un opera di Antonello da Messina, 

in Arte e storia, Firenze, 1904, a. XXIII (VII della 3^ s.), 

n. 12, p. SI. 

A proposito del ritratto virile di Antonello , dipinto nel 1476 ed 
esìstente a Milano. 

271. Idem, Codici danteschi in Messina nel sec. XV, '\n Arte 

e storia, Firenze, 1904, a. XXIII ^VII della 3^ serie)' 

nn. 10-11 (15-31 maggio), pp. 67-9. 

Quest'articolo si può considerare come diviso in tre parti. Nella 
prima l'A., con la scorta di alcuni rogiti esistetiti presso VArch. Pro- 
vinciale di Messina , enumera parecchi de aldigerio vissuti a Messina 



■^ 2o9 - 

nella prima metà del sec. XV, ma non stabilisce la loro parentela con 
la famiglia del sommo poeta, né indaga se e come essi abbiano potuto 
influire nel quattrocento alla diffusione della Divina Commedia nella 
città del Peloro. La seconda parte richiama l'esistenza a Messina di 
cinque codici danteschi : il primo nel 1367 presso Niccolò di Reggio), 
il secondo nel 1449 fpresso il not. Stefano De Avillino) , il terzo nel 
145 1 (presso Virgilio De Gioidano^, il quarto nel 1485 (presso Nico- 
letta De Pirrone) e il quinto nel 184S (presso la Biblioteca di S. Maria 
Maddalena); ma di nessuno son fornite particolari informazioni, eccetto 
quella semplicissima della loro ex presenza, pel primo e per l'ultimo 
da tempo ben nota per altro agli studiosi e pel secondo da me già 
prima richiamata in una pubblicazione per Nozze D' Alia Pitrè {XIX 
aprile 1904) ; Per la varia forluna di D. e per la storia della cnllura 
a Messina nel sec. XV, Messina, Tip. F. Nicastro, 1904, rimasta sco- 
nosciuta al L. C. C, che, nell'ultima parte del suo scritto , intesa a 
ripetere la vecchia notizia d'una reliquia delle ceneri di D. , offerta 
nel 1865 al Ministro della P. I. Barone Giuseppe Natoli e da questi 
portata da Firenze a Messina, nemmeno mostra di conoscere la sesta 
delle mie Letterine dantesche , Messina, Libr. editrice A. Trimarchi, 
1900, pp. 81-9 : Per una reliquia delle ceneri di D. a 3/essina. Cfr. 
questo Ardi.. V, 3-4, pp. 186 7 (G. Oliva-. 

272. La Corte Cailler G. , Innocenzo Malignili argentiere^ 

scultore ed architetto fiorentino, in Arte e storia, Fi 

renze, 1904, a. XXIII (VII della "ò^ s.), n. 15, pp. 99-100. 

Riassume ed elogia con qualche aggiunta lo studio dell' Arena- 
primo, uscito in questo Arch., V, 1-2, pp. 150-7. 

273. Idem, // gigante e la gi'gantessa, in Cassetta di Mes- 
sina e delle Calabrie, Messina, 13 4 agosto 1904, a. 42, 
n. 225. 

274. Idem, L'eremo di S. Corrado, in Gassetta di Messina 
e delle Calabrie, Messina, lS-19 luglio 1905, a. 43, n. 198. 

Notizie. 

275. Idem. Un manoscritto autografo di faci, in Cassetta 
di Messina e delle Calabrie, Messina, 11- 12 ottobre 1905, 
a. 43, n. 283. 

Comperato dalla nostra Società. 



- 260 — 

276. La Cortk Cailler G., Un affresco della battaglia di 
Lepanto, in G a ssella di Messina e delle Calabrie, Mes- 
sina, 27-28 febbraio 1906, a. XLIV, n. 59. 

277. Leanti Giuseppe, Paolo Maura di Mineo e la poesia 

satirico-burlesca di Sicilia nel secolo XVII, Avola, 

Tip. Eugenio Piazza, 1902; 8°, pp. XII, 289. 

11 prof. Leanti in questo lavoro interessante dimostra passione per 
le ricerche erudite e attitudine all'esame critico delle opere letterarie, 
onde gli va resa debita lode. Dì Messina parla con frequenza ; di pro- 
posito vi s'intrattiene nel cap. V della prima parte, riferendo e illu- 
strando alcune satire violenti, ispirate dalle rivalità tra Palervio e Mes- 
sina nel 6oo (pp. 44-70). 

278. Lizio Bruno Letterio, San Meandro il credenzone 
svaligiato, nel voi.: Novelle e bossetti di autori ita- 
liani viventi, per la maggior parte scritti apposita- 
mente, ad uso delle scuole e delle famiglie, pubblicati da 
Giuseppe Pinzi, Torino, Libreria Scientifico-letteraria 
S. Lattes et C. editori (Tip. Poa e Comp.), 1895; 8°, 
pp. 242-53. 

Leggenda viva nella contrada di S. Nicandro, lungo la via , che 
conduce al Faro. 

279. Idem, Di alcuni ingiusti giudisi sulla spedizione dei 

settecento siciliani in Calabria nell'anno 1848, in Arch. 

stor. siciliano, Palermo, 1905. n. s., a. XXX, fase. II-IIl 

pp. 301-320. 

Corregge alcune inesattezze , in cui sono caduti parecchi narra- 
tori della « generosa quanto infortunata spe<iizione dei settecento gio. 
vani che, nella prima metà di giugno partirono da Messina per la 
Calabria sotto il comando del generale Ignazio Ribotty e con a capo 
dello Stato Maggiore Giacomo Longo » (p. 302). 

280. Idem, Due antichi monumenti d'arte in Messina, in La 
Sicile illustrce, Palermo, 1906, a. 3, nn. 8-9, pp. 17 8. 
•5*. Maria La Scala e la Badiazza. 



- 261 -- 

281. LoKcAO Enrico, Stato, chiesa e faniigtìa ut Sicilia^ 
dalla caduta dell'Impero roniaìio al Regno nonnafitio. 
Parte I: Le invasioni vandaliche e il regno dei Goti 
con prefazione del prof. Enrico Desta, Palermo, Al- 
berto Reber (Stab. Tip. Virzì), 1905; 8°, pp. [VIII-]127. 
Interessante molto anche per la storia di Messina. 

28J. LoNGO Manganaro Giovanni, Primo settembre^ in* Ge- 
nio e follia, Messina, 1° settembre 1897, a. I, n. 16, 
pp. 125-7. 

Commemorazione del i" Settembre 1847 a Messina. 

283. Malgeri Emilio, Tommaso Canni:^saro, in Don Chi- 
sciotte, Messina, 18-19 agosto 1906, a. IV, n. 25. 
Elogio biografico. 

284. Mari Antonino, A proposito del III centenario del « Don 
Chisciotte », Santamaria Capua Vetere, Casa editrice 
libraria della Gioventù, 1905; 16°, pp. 8. (Estr. dalla ras- 
segna Cosmopolita). 

Nelle pp. 6-8 il Mari rammenta la dimora del Cervantes a Mes- 
sina prima e dopo la battaglia di Lepanto ([571). 

285. Martini F., Le condisioni economiche di Messina dii-, 

r ante il governo di Carlo VI d' Austria (1719-1734), 

in Arch. stor. siciliano, Palermo, 1904, n. s., a. XXIX, 

fase. 1-2, pp. 1-58, 
Cfr. questo Arch., VI, 1-2, p. 170 (L. Perroni-Grande). 

286. Maruffi G., Una questione abbandonata. (Considera- 
zioni sui versi 97 -98 del canto XI del « Purgatorio »), 
Benevento, Premiata Ditta L. De Martini e figlio, 1901; 
8», pp. 36. 

Tra altro, combatte l'opinione del Poletto, il quale nel primo de' 
due Guidi ricordati da Dante in Piirg., XI, 97-8, ravvisa il messinese 
Guido delle Colonne (pp. 12-13). 



2^7. Natale Michiìle, Descrisiour. inedita della Sicilia, 
scrina da Fra Giacomo da Caltaitissetta nella fine del 
secolo XVIJ, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1906, n, s., 
a. XXXI, fase. MI, pp. 273-83. 
Interessa anche Messina. 

288. NuN.vARi Filippo, // terremoto Calabro messinese, in It 

'Secolo, Milano, settembre 1905,- a. 40, nn. 14147, 14150, 

14152, 14154. 

Fa una buona serie di osservazioni sul movimento sismico del 
settembre 1905, indicando come più attendibile causa la idrotermica. 

289. Idem, Nel paese della pomice, in // Secolo, Milano, 22 
agosto 1906, a. 41, n. 14483. 

Sulle cave di pietra pomice a Lipari. 

290. Idem, Attraverso le isole Eolie: I bagni di San Calogero, 
in // Secolo, Milano, 1", settembre 1906, a. 41, n, 14493. 

Garbata notizia. 

291. Idem, Attraverso le Eolie: Sul cono di Vulcano, in II 
Secolo, Milano, 19 settembre 1906, a. 41, n. 14511. 
Utili notizie, provocate da un'ascensione al cratere di Vulcano. 

292. Idem, Nel paese dei vulcani: I bagni di S. Calogero, 
in Sicania, Messina, 1906, a. I, nn. 6-7, pp. 32-4. 

293. Orerò B., Da Pesaro a Messina. Ricordi del J860-6I, 
Torino-Genova, Renzo Streglio e C. editori (Venaria 
Reale, Stabilimento Tipografico R. Streglio e C), 1905. 
8°, pp. 236, con ritratto e quattro tavole. 

Cfr. il cap. Vili : Messina (pp. 223-32), ov'è descritta la resa della 
cittadella, avvenuta il 13 marzo i86r. Si veda pure la quarta tavola, 
che rappresenta Messina e dintorni nel 1861, alla scala i : 12800. 

294. Pascoli Giovanni, Una sagra, nel voi.: 31iei pensieri 
di varia umanità, Messina, Vincenzo Muglia editore 



- 363 - 

(Catania, Stab. tip. Cav. S. Di Mattei et C), 1903; 16^ 

pp. I93bis-216. 

É il discorso tenuto dal prof. Pascoli , nella ricorrenza del 350° 
anniversario della fondazione dell'Ateneo messinese. 

295. Per roni-Gr ANDE L., Per una cannone dì G. Leopardi 
proibita dalla censura, in Sicania, Messina, 1906, a. I, 
n. l, pp. 23-4. 

A Messina. 

296. Idem, Sulla conoscenza della « Divina Commedia » a 
Messina nel sec. X ]^, in La nuova palestra, Messina, 
1906, a. V, n. 7. 

Notizie sommarie. 

297. Petronio Russo Salvatore, L" Immacolata e la Sici- 
lia nelle sue più antiche pergamene, Messina, Libreria 
editrice Ant. Trimarchi (Tipi F. Nicastro), 1904; S°, 
pp. X1I-66-CXXXVII. 

Parecchie pagine interessano Messina. Cfr. questo Arch., VI, 1-2, 
p. 168 (G. La Corte-Cailler). 

298. Pitrè Giuseppe, Pasquinate, cartelli, motti e canzoni 

in Sicilia, in Arch. storico siciliano, Palermo, 1906, 

n. s., a. XXXI, fase. MI, pp. 220-72 

Lavoro dotto e geniale, come son sempre i lavori del Pitrè. Di 
Messina vi si parla quasi in ogni pagina. 

299. Platania Giovanni, / cavi telegrafici e le correnti 

sottomarine nello Stretto di Messina, in Atti della R. 

Acc. Peloritana, Messina, 1905, a. accademico CLXXVII- 

CLXXVIII, voi. XX, fase. I, (1905-1906), pp. 206. 

Pregevole lavoro, di cui uscì la prima redazione in Riv. marittima, 
Roma, agosto-settembre 1904. 

300. Pratesi LuigI; Spigolature storiche licatesi. (Da vec- 



chie lìiemoì'ie inedile o raye), Licata, Tip. editr. De Pa- 
squali, 1905, 8", pp. XV1M8127, con tavola. 

Lavoro interessante e fatto con diligenza. Per alcuni rapporti di 
Licata con Messina cfr. le pp. 31-2, 50, 58, 68, S6-S, 90. 

301. Pratesi L., Tre documenti marinareschi del Principe 
Emanuele Filiberto di Savoia. {Anno 1614), Pisa, Ti- 
pografia del Cav. F. Mariotti, 1906; 8°, pp. 24. {No3>:e 
Bucci- Pratesi). 

Il Pratesi li trae da una copia, forse del sec. XVII, esistente 
presso l'Archivio Roncioni di Pisa. Hanno tutti e tre la data del 
2 settembre 1614 e contengono ordinanze emanate dal giovine ammi- 
raglio sabaudo, nel tempo in cui aveva posto la sua sede a Messina, 
per aver modo di muovere lesto contro i Turchi, che dall'Africa, 
meglio dalle coste Algero-marocchine, assai spesso piombavano sulle 
spiagge della Sicilia e di Malta. Il primo documento « riguarda la 
flotta in generale^ composta di 60 Galere e divisa in tre squadre — 
avanguardia, battaglia e retroguardia — sotto il comando di altre tta iti 
generali spagnuoli » (^p. 8) ; il secondo « è un breve ordine di ciò 
che debbono osservare i Capitani delle navi prima di partire dal 
porto » (p. 8) ; il terzo « concerne oltre le segnalazioni di notte e 
di giorno, fatte con bandiere e con fuoclii tra le navi , l' imbarco di 
persone e cose estranee alla flotta, gli uffici de' marinari, l'ordine di 
ciascuna Galera durante il cammino, l'ancoraggio e molte altre dispo- 
sizioni siffatte, con la minaccia di severe pene pecuniarie o d'altro 
per ogni colp^1>ole sia esso Capitano o soldato » (p. 8), 

302. Previtera Alessandro, L'isola. Versi, Messina, Stabi- 
' Tiìiientò d'Arti grafiche « La Sicilia v> editore, 1906; 16", 

pp. IV- 159. 

Cfr. à auromenium (p. 87), Notte su Io stretto di Messina (pp. 94-5). 
Tramonto sìi Io stretto (pp. 96-8), Sul colle de la Caperrina (pp. 120-1!. 

303. Raccuglia Salvatore, Acireale durante il regno di 
Vittorio Amedeo {^17 13- 17 19), Acireale, Tipografia Ora- 
rio delle ferrovie, 1903; 8°, pp. 87. 

Quasi ogni pagina di questo pregevole lavoro , che si legge con 



- 365 — 

piacere e con profìtto , contiene opportuni riferimenti alla storia di 
Messina. 

304. RoMussi Carlo, Garibaldi nelle medaglie del Museo 
del Risorgimento in Milano, Milano, Società editrice 
Sonzogno, 1905: 16" fig., pp. 187. (Estr. dal Secolo illu- 
strato, nn. 752-773). 

Cfr. nel cap. IV la prima parte : Da Milazzo a Messina (pp. 46- 
50), nonché le varie medaglie, che, riprodotte qua e là nel volumetto, 
ricordano l'opera del Garibaldi nel messinese. 

305. Rossi Agostino , Delle cause della sollevazione di 
Etifemio contro la doìninamone bisantina in Sicilia, in 
Rend. della R. Acc. dei Lincei, 1904, voi. XIII, s. 5-'^, fase. 
6'^ e nel voi,: Studj storici, Bologna, Ditta Nicola Za- 
nichelli, 1906, 160 ^ pp, 95-145. 

La ribellione di Eufemio, cosiddetto da Messina, contro il dominio 
bizantino in Sicilia fu causata non da ragioni politiche, ma da risen- 
timenti personali. Cfr. questo Ardi. , a. VI , fase. 3-4 , pp. 364-5 
(L. Perroni-Grandej. 

306. Sacca V^irgilio, Pietro Jnsoli, in Gazzetta di Messina 
e delle Calabrie, Messina, 19-20 dicembre 1903, a. 41, 
n. 354. 

Elogio biografico. 

30"^. Idem, Costumi natalizi del '600 in Sicilia, in Natura 

ed Arte, Milano, 1903-4, pp. 103-4. 

Propriamente a Messina. Il Sacca pubblica come curiosità un do- 
cumento tratto dalla Tavola pecuniaria, esistente presso il Municipio 
della città. 

308. Idem, Una grande associazione pel restauro dei mo- 
numenti artistici, in Gazzetta di Messina e delle Cala- 
brie, Messina, 9-10 giugno 1905, a. 43, n. 160. 
Manifesta una nobilissima idea, propone cioè che a Messina, col 
concorso generoso di ognuno, si cosXXiuìscd^ un' Associazione pel restau- 
ro dei monumenti artistici della città. 



— 3G6 — 

309. Sacca V., Le conseguente del terremoto-.I freschi dell' An- 
iiimsiata, in Cassetta di Messina e delle Calabrie, Mes- 
sina, 7-8 ottobre 1905, a. 43, n. 279. 

310. Idem, Di Pietro Indoli e dell'opera stia, in Atti della 
R. Accademia Peloritana, Messina, 1905, a. accademico 
CLXXVII-CLXXVIII, voi. XX, fase. I, pp. 272-91. 

311. Idem^ Tramonti silenziosi: Il generale Longo, in Gior- 
di Sicilia, Palermo, 5-6 agosto 1906^ a. 46, n. 218. 
Nobilissime parole , ispirate dalla morte del senatore generale 

Longo, il cui nome risplende nella storia messinese. 

312. Idem, I nostri grandi artisti: Tommaso Aloisio Juvara, 
in Sicania, Messina, 1906, a. I, rm. 6-7, p. 8, con ritratto- 
Breve elogio biografico. 

313. Sanna G., Uno statuto suntuario messinese del 1272 
illustrato, nella miscellanea: Nusse Labate-Contestabile: 
XXIX maggio MDCCCXCIX, Trani, Tipografia V. Vec- 
chi, 1S99; 4° , pp. 25-62. 

Preceduto e seguilo da ampie notizie illustrative, dà il testo con- 
dotto criticamente su queste quattro fonti : i^ il codice trapanese, con- 
forme a quello dell'Archivio Municipale di Messina ; 2^ il codice della 
Biblioteca Universitaria di Messina ; ^'^ l'edizione del Gregorio; 4^ l'edi- 
zione parziale del Gallo. 

314. Sanzo Luigi, Sulle cause dell' attuale moria dei mol- 
luschi bivalvi coltivati nei laghi di Gaum'rri e del Faro 
(Messina), in Atti della R. Accademia Peloritana, Mes- 
sina, 1905, a. accademico CLXXVI-CLXXVII, voi. XIX, 
fase. II (1904-5), pp. 241-59, con una tavola. 

315. Sequenza Luigi, / giacimenti di salgemma di Sicilia 
e la loro età geologica, in Atti della R. Accademia 
Peloritana, Messina , 1905 , a. accademico CLXXVI- 
CLXXVII, voi. XIX, fase. II, (1904-5), pp. 12-98. 

Le pp. 82-6 , 92-6 riguardano particolarmente la provincia di 
Messina- 



— 367 — 

316. Siciliano Villanueva Luigi, Sulla legislnsioue arago- 
nese ili Sicilia. Note comparative, Palermo, Scuola tip. 
« Boccone dei Povero », 1903; 8" , pp. 57. (Estr. dalla 
Riv. di legislazione comparata, I). 

Interessa assai Messina. 

317. Strinati Ettore , Due poeti, nel voi. miscellaneo: 
Nozse Petragliofie-Serraiio : XXI settembre AfCMIII, 
Messina, Tip. F. Nicastro, [1905]; 8^ , pp. 140-56. 

I due poeti, di cui discorre con ammirazione il sig. Strinati, sono 
Diego Vitrioli di Reggio Calabria e Tommaso Cannizzaro di Messina. 

318. Travali G., Sequestro di posta francese in Messina 
nel 1198, in Ardi. stor. siciliano, Palermo, 1905, n. s.^ 
a. XXIX, fase. 3-4, pp. 374-91. 

Nove lettere , che il Travali pubblica , « lasciando non corretti 
gl'innumerevoli errori di grammatica e di ortografia » (p. 3761. Esse 
furono sequestrate, allorché nella seconda metà del dicembre 1798 
venne catturata in Messina una nave francese, per ordine del generale 
Danero. 

319. Vinci Vincenzo, La Cronica di Simone Leoni ino. Tra- 
duzione latina di Francesco Abb. Maurolico. {Da un 
ms. inedito). Con prefazione, note storico-critiche ed ap- 
pendice bibliografica, Adernò, Stab. Tip. Longhitano e 
Costa, 1903; 8'' , pp. X 98. 

Lavoro fatto in fretta e quindi non privo di mende. In particolar 
modo lascia a desiderare lo strano Elenco di scrittori che ex professo 
trattano delle opere o citano V autorevole ìionie del eh. tuo abb. D. F. 
Maurolico (pp. 91-6). Le notizie bibliografiche , che vi si registrano, 
sono quasi sempre incomplete e spesso anche inesatte , al punto da 
attribuire a un autore l'opera di un altro, come a p. 92, ove è citato 
come del prof. V. Gian un mio lavoruccio. Alle volte sono registrati 
studi nei quali non si parla affatto del Maurolico; così a p. 93 (A. Gr.\f, 
Petrarchismo e antipetrarchismo ecc.) e a p. 95 (B. E. Ravenda, Del 
Petrarchismo ecc . ) . 



- 368 — 

320. Vita Raffaele, Campo speriuientaU governativo^ con 
annessa cattedra anibiiìaìite cV agricoltura in S. Lucia 
del Mela (Messina). Reiasione 1902 904, Messina, Tip. 
D'Angelo, 1905; 8" , pp. 74. 

321. ZoDDA Giuseppe, Una gita alle isole Eolie, in Alti 
della R. Accademia Pcloritana, Messina, 1904, a. ac- 
cademico CLXXVI-CLXXVII, volume XIX, fase. I, 
pp. 73-108. 

Importanti notizie sulla geografia botanica eolica. 

Palermo, Deceinbre igo6. 

L. Perronì-Gpande. 



ìndice^ 



Elenco dei Socii P<^g- i 

Periodici in cambio » vii 

Memorie : 

Borghese G. — Novara di Sicilia e le sue opere 

d'arte • » 223 

D'Amico A. — Cenni storici su Meri .... » 88-263 

Lizio-Bruno L. — Cajo Domenico Gallo e il suo 
geniale travestimento del poema delle Me- 
tamorfosi in ottava rima siciliana, ancora 
inedito » 171 

Macri G. — Capitolazione della terra di Savoca 

di fronte alle armi francesi (1676) ...» 70 

Ruffo V. — Lotte della città di Patti per la sua 
libertà e per la sua giurisdizione nel secolo 
XVII . » 1-277 

Sacca V. — Michelangelo da Caravaggio pittore. 

Studi e ricerche .......... » 40 

miscellanea : 

Arenapriino O. — Donativi offerti dalla città di Mes- 
sina dal 1535 al 1664 » 115 

id. — Statuti dell' Arte dei sarti di Messina del 1522 » 315 

Dalla Vecchia U. — Franchigie e regalie del Senato 

di Messina » 319 



— 370 — 

Lizìo-Brmio L. — Due lettere inedite di Andrea Gallo pa(^. tit 

i«l. — Anacronismi da correggere » 126 

Pei*r«>ui-Graii(le li. — A proposito della Beata Eusto- 

chia (Un documento inedito) » 128 

Sacca V. — Per una presunta tavola di Antonello . » 131 

id. — Vettovaglie alle galere della Repubblica di 

Genova 1 • • » 320 

m1. — Come si trasportava il denaro nel secolo XVII » 321 

ili. — Pene pecuniarie d'Annona . . • » 324 

id. — Strenne » 325 

ìd. — Un ladro , » 327 

id. — Per un lieto evento del 1602 » 327 

IVotizie : 

Areiiaprinio G. — « La Sicile illustrée » . . . . » 137 

ìd. — Un ritratto dell'architetto luvara » 330 

id. — Un quadro di Antonello da Messina ... » 330 

E. — Un nuovo giudizio sul quadro attribuito ad An- 
tonello » 333 

id. — Scoperta archeologia a Tindari » 334 

id. — Per la conservazione dei monumenti ... » 334 

Lia Corte-Cailler G. — Dizionario illustrato dei Co- 
muni Siciliani » 141 

id. — Una statua di Francesco Laurana .... » 145 

id. — L'ex cappella del Rosario in S. Domenico . » 146 

id. — L'incendio della parrocchia del villaggio Gesso » 335 

R. — La carrozza del Senato di Messina all'Esposizio- 
ne di Milano » 137 

id. — Per il Famedio Messinese . . .... » 138 

id. — La Sala dei Ricordi Storici al Museo Cittadi- 
no di Messina » 140 

id. — Note di storia e d'arte ....'... » 140 



— 371 — 
§oci estinti : 

Arenapriuio CJ. — Barone Comin. Raffaele Starrabba pag. 154 

Chinigò G. — Giacomo Galatti » 151 

Rassegne bibliogralielie : 

Barboni Li. — Patria [F. Umberto Saffiotti) ... » 349 

Basile M. — Cronaca del Gabinetto di Lettura di Mes- 
sina {G. A.) » 161 

Bontempo B. — Memorie patrie di Alcara li Fusi 

{G. La Corte-Cailler) » 342 

Fava F. — Il moto calabrese del 1847 (G. O.) . . » 347 

Fiuocchiaro V. — La rivoluzione siciliana del 1S4S-49 

e la spedizione del Generale Filangieri (G. O.) . » 158 

id. — Cronache, memorie e documenti inediti rela- 
tivi alla rivolta di Catania del 1837 {G. O.) . » 346 

Liìzio-Briiuo li. — Di alcuni ingiusti giudizi sulla spe- 
dizione dei settecento siciliani in Calabria nell'anno 
1848. {G. O.) » 157 

lionibardo Ij. — La Chiesa dell'Alemanna nell'ar- 
chitettura medioevale {G. La Corte Cailter) . . » 338 

maudalari G. A. — Privilegio del gran Conte Rug- 
giero a favore dell'ex monastero di S. Filippo il 
Grande ecc. iG. O.) » 347 

Micali-Arichetta li. — Il soggiorno degl' Imperiali 

di Germania in Sicilia [G. La Corte-Cailler) . , » 345 

Raciti-Roiueo V. — S. Venera V. M. nella storia e 

nel culto dei popoli (G. La Corte-Cailler) , . » 339 

Roberto G. — Sapienza, Amore e Virtute {Paolo 

Mu/fari) » 34S 



— 372 — 

Saiiti.s a. — R. Scuola di Arti e Mestieri di Messina. 

Cenno storico 1877-1905. (G. A.) P^ff' 162 

Navaìtila H. — Memorie storiche della città di Paterno 

{G. La Corte-Cailler) » 344 

Vadalìl-Cclona €f. — Le feste solenni del Corpus 

Doìnìni nella città di Messina (G". O.) ..... » 348 

Wcrniert C». — Die Jnsel Sicilien in volkswirtschaftli- 

cher, kultureller uncl sozialer Beziehung. {G, O.) . » 158 



l*ei"ron i-Grande li. — Bibliografìa messinese. Puntata 

sesta e settima . . . ... . » 163-350 



PERIODICI IN CAMBIO 



Acireale — Atti e rendiconti della Accademia Dafnica di Scienze 
Lettere ed Arti. 
Id. — Rendiconti e Memorie della R. Accademia di Scienze 
Lettere ed Arti degli Zelanti. 
Alessandria — Rivista di Storia, Arte, Archeologia. 
Ancona — Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per 

le Pro^'incie delle Marche. 
Bassano — Bollettino del Museo Civico. 
Bergamo — Atti dell'Ateneo di Scienze Lettere ed Arti. 
Bologna — Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria 
per le Provincie di Romagna. 
Id. — L'Archiginnasio. Ballettino della Biblioteca Comunale. 
Brescia — Commentari dell'Ateneo di Brescia. 
Bruxelles — Analecta Bollandiana. 

Id. — Annales de la Societé d'Archeologie. 
Id. — Annuaire de la Societé d'Archeologie. 
Cagliari — Archivio Storico Sardo. 

Castelfiorentinc) — Miscellanea Storica della Valdelsa. 
Catania — Annuario dello Istituto di Storia del Diritto Romano. 
Id. — Archivio Storico per la Sicilia Orientale. 
Id. ^ Rassegna Universitaria Catanese. 
CiviDALE del Friuli — Memorie Storiche Cividalesi. 
Como — Periodico della Società Storica della Provincia e antica Dio- 
cesi di Como. 
Fano — Le Marche illustrate nella Storia, nelle Lettere, nelle Arti. 
Firenze — Arte e Storia. 

Genova — Atti della Società Ligure di Storia Patria. 
Heidelberg — Neue Heidelberger Jahrbùcher, herausgegeben von 

Historisch-Philosophischen Vereine. 
Lecce — Rivista Storica Salentina. 

Lyon — Bullettin de la Societé des Amis de l'Université de Lyon. 
Lodi — Archivio Storico per la Città o Comune del Circondario di 

Lodi. 
Lucca — Atti della Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti. 
Madrid — Revista de Archivos, Bibliotecas y Museos. 
Messina — Atti della R. Accademia Peloritana. 

Id. Resoconti delle tornate delle classi della R. Accademia Pe- 
loritana. 
Id. — Bollettino della R. Scuola Agraria Pietro Cuppari in S. 

Placido Calonerò. 
Id. — Sicania. 



— vili — 

Milano — Archivio Storico Lombardo. 

Id. — Rivista Archeologica Lombarda. 
Modena — Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria 

per le Provincie Modenesi. 
Napoli — Arcliivio Storico per le Provincie Napoletane. 
Padova — Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere 
ed Arti. 

Id. Bollettino del Museo Civico. 

Id. Rivista di Storia Antica e di Scienze affini. 
Palermo — Archivio Storico Siciliano. 

Id. — Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti. 

Id. — La Sicile illustrée. 
Parma — Archivio Storico per le Provincie Parmensi. 
Pavia — Bollettino della Società Pavese di Storia Patria. 
Perugia — Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per 
l'Umbria. 

Id. — Augusta Perusia. 
Piacenza — Bollettino storico Piacentino. 
Pistoia — Bollettino storico Pistoiese. 
Reggio-Calabria — Rivista Storica Calabrese. 
Rennes — Annales de Bretagne. 
Roma — Archivio della R. Società Romana di Storia Patria. 

Id. — Bessarione. 

Io. — Rendiconti della R. Accademia dei Lincei. 

Id. — Rivista d'Italia. 

Id. — Rivista del Collegio Araldico. 
Rovereto — Atti della l. R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti 

degli Agiati. 
Saluzzo — Piccolo Archivio Storico dell'antico marchesato di Sa- 

luzzo. 
Sassari — Studii Sassaresi pubblicati per cura di alcuni professori 

della Università di Sassari. 
Siena — Bollettino Senese di Storia Patria. 
Spezia — Giornale Storico e letterario della Liguria. 
Teramo — Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere ed Arti. 
Torino — Bollettino Storico Bibliografico subalpino. 

Id. — Rivista Storica Italiana. 
Venezia — L'Ateneo Veneto. 
Vicenza — Atti della Accademia Olimpica. 
Zara — Rivista Dalmatica. 



ANNO Vili 



MCMVII 



ARCHIVIO STORICO 



MESSINESE 



PUBBLICAZIONE PERIODICA 

della " Società Messinese di Storia Patria 




O . O'*' 



^tESSlNA 
Tipografia damico 

1907 



SOCIETÀ MESSINESE DI STORIA PATRIA 

Anno Vili. 



CONSIGLIO DIRETTIVO 

Macrì Cav. Uff. x\vv. Prof. Giacomo — Presidente. 

Arenaprimo Cav. Giuseppe, Barone di Montechiaro 

Vice Presidente. 

Oliva Prof. Gaetano — Direttore delle Puhhlicamoni. 

Chimico Prof. Gioacchino / ^ ... . 

Consigltert. 

Sacc.\ Prof. Virgilio ) 

La Corte Cailler Cav. Gaetano — Bibliotecario. 
Martino Notar Luigi — Cassiere. 
PuzzoLo-SiGiLLo Avv. DOMENICO — Ses^rcturio. 



Soci onorarii 



1 Arigò Comm. Avv. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina. 

2 Cannizzaro Prof. Tommaso Messina. 

3 Casagrandi-Orsini Prof. Vincenzo Catanin.. 

4 Cesareo Prof. G. A. Palermo. 

5 Di ìvlarzo Mons. Comm. Gioacchino Palermo. 

6 Pulci Avv. Prof. Ludovico Deputato al Parlamento Messina. 

7 Lizio-Bruno Prof. Comm. Letterio Palermo. 

8 Lodi Cav. Dott. Giuseppe Palermo. 

9 Martino Comm. Avv. Antonino Messina. 

10 Orioles Avv. Cav. Giuseppe Deputato al Parlamento Messina. 

11 Pitrè Comm. Dott. Giuseppe Palermo. 

12 Salinas Comm, Prof. Antonino Palermo. 

13 Tropea Dott. Prof. Giacomo Padova. 



IV — ■ 

So et ef fé 1 1 i V i 

1 Alesai Italiano Papas Cirillo. 

2 AUiata Principe Domenico, Marchese del Ferraro. 

3 Arenaprimo Cav. Giuseppe Bar. di Montechiaro (fondatore). 

4 Bonetti Prof. Francesco. 

5 Chinigò Prof. Gioacchino (fondatore). 

6 Colantoni Sac. Angelo. 
•7 Crescenti Prof. Giacomo. 

8 Dalla Vecchia Prof. Umberto. 

9 D'Amico Prof. Agostino. 

10 D'Amico Letterio fu Ignazio. 

11 De Pasquale Pennisi Antonio. 

12 Del Pozzo Prof. Arturo Maria. 

13 Di Bella Avv. Pasquale. 

14 Fava Prof. Francesco. 

15 Fleres Ing. Enrico. 

16 Forzano Bar. Cav. Salvatore. 

17 Giunta Ing. Alessandro. 

18 Inferrerà Prof. Guido (fondatore). 

19 Labate Prof. Valentino. 

20 La Corte-Cailler Cav. Gaetano (fondatore). 

21 Macrì Cav. Uff. Avv. Giacomo. 

22 Maiorca-Mortillaro Luigi Maria, Conte di Francavilla (Palermoì. 

23 Mallandrino Ing. Pasquale, R. Ispettore per gli scavi e monumenti. 

24 Mari Avv. Antonino (Bari). 

25 Martino Notar Luigi, Direttore dell'Archivio Provinciale di Stato 

(fondatore) 

26 Marullo-Balsamo Francesco, Principe di Castellaci. 

27 Miraglia Prof. Giuseppe. 

28 Mondello Nestler Cav. Giacomo, Console d'Italia in Boma (Con- 

go Belga). 

29 Natoli Prof. Avv. Francesco. 

30 Nunnari Dott. Prof. Filippo Aurelio. 



31 Oliva Prof. Gaetano (fondatore i. 

32 Pagoto Prof. Giuseppe. 

33 Perroni Grande Dott. Prof. Ludovico (fondatore) Palermo. 

34 Principato Giuseppe. 

35 Puzzole Sigillo Avv. Domenico (fondatore). 

36 Roberto Giuseppina (Palermo). 

37 Ruflo Cav. Carlo dei principi della Floresta. 

38 Sacca Prof. Virgilio (fondatore). 

39 Saffiotti Prof. Umberto. 

40 Salvemini Prof. Gaetano. 

41 Sammartino Raimondo, Duca di S. Stefano. 

42 Sammartino di S. Stefano, Cav. Avv. Francesco. 

43 Santacattarina Ing. Antonino (fondatore). 

44 Strazzulla Prof. Vincenzo. 

45 Toscano Avv. Angelo. 

Soct aderenti 

1 Archivio di Stato Palermo. 

2 Basile Mons. Can. Prof. Giuseppe Messina. 

3 Biblioteca Comunale Palermo. 

4 Borghese Cav. Dott. Gaetano Novara di Sicilia. 

5 Borghese Ing. Ferdinando Patti. 

6 Bruno Can. Francesco Messitia. 

7 Cali Can. Domenico Messina. 

8 Capialbi Conte Ettore Catanzaro. 

9 Circolo della Borsa Messina. 

10 Circolo del Gabinetto di Lettura Messina. 

11 Circolo « TiNDARi » Patti. 

12 D'Arrigo Ramondini Mons. Letterio, Arcivescovo ed Archiman- 

drita di Messina. 

13 De Cola Proto Prof. Avv. Cav. Francesco Messina. 

14 De Lorenzo Sac. Prof. Salvatore Reggio Calabria. 

15 Deputazione Provinciale di Messina. 



i6 Faranda Comni. Avv. Prof. Francesco Messina. 

17 Fiorentini D.' Pietro Messina. 

18 Grill Cav. Adolfo Messina. 

19 Istituto (R.) Tecnico e Nautico di Messina. 

20 Luca Rag. Girolamo Messina. 

21 Manganaro Rag. Letterio Messina. 

22 Marchese Gregorio del Granatello Messina. 

23 Marletta Prof. Fedele Firenze. 

24 Mauroniati Cav. Uft. Francesco Messina. 

25 Micali-Arichetta Cav. Letterio Palermo. 

26 Mulfari Paolo Messina. 

27 Municipio di Messina. 

28 Municipio di Patii. 

29 Nuovo Circolo Messina. 

30 Oates Giorgio Messina. 

31 Pagano Dritto Francesco Messina. 

32 Pirrone Cav. Domenico A/essina. 

33 Raccuglia Prof. Salvatore Palermo. 

34 Rando Dott. Carlo Messina. 

35 Riolo Arciprete Sebastiano Forza d'Agro. 

36 Rizzo Prof. Dott. Gaetano Messina. 

37 Rossi Prof. Dott. .Salvatore Ragusa. 

38 Ruffo Antonio Principe di Scaletta Rotna. 

39 Ruffo della Floresta Duca Vincenzo Patti. 

40 Salemi Cav. Carlo Arturo, Capo Archivista Comunale Messina. 

41 Savasta Dott. Gaetano Paterno. 

42 Sollima Prof. Francesco Messina. 

43 Tornatola Dott. Prof. Sebastiano Messina. 

44 Vadala Celona Giuseppe Messina. 

45 Villadicani Avv. Giov: Battista, Principe di Mola Messina. 







^RGOSTINa MASSUCCI 

DIPINSE 
Lccddemia di S. Luca, Roma 



CONTRIBUTO ALLA BIOGRAFIA 

DI 

FILIPPO JUVARA 

Architetto Messinese 



Dura ancora l'eco delle feste con le quali la forte e 
gentile Torino ha solennizzato il secondo centenario della 
sua liberazione, 

E poiché, secondo la leggenda, il bel tempio di Su- 
perga sarebbe stato eretto quale compimento di un voto 
fatto da Vittorio Amedeo II, pochi dì prima della memo- 
randa vittoria, da lui riportata sulle armi francesi, non 
si è mancato di associare alle feste civili quelle religiose, 
svoltesi appunto nella Real Chiesa di Superga. Il ricordo 
di questa chiesa, però, non può andare disgiunto da quello 
dell'illustre architetto messinese, Don Filippo Juvara, che 
ne concepì il disegno, degna emanazione del suo fervido 
e geniale ingegno. 

Non ci sembra quindi senza interesse, nell'anno ap- 
punto in cui fra gli studiosi è una nobile gara diretta a 
lumeggiare con la pubblicazione di documenti e di lavori 
storici, gli uomini ed i fatti dell'età di Vittorio Amedeo II, 
di dare alla luce documenti e notizie riferentesi a Fi- 
lippo Juvara, suo primo Architetto Civile, che tante glo- 
riose orme lasciò della sua arte in Torino, e di cui si 
attende ancora una biografia completa e critica, fatta 
esclusivamente sulla base dei documenti. 

I primi documenti , che, in ordine cronologico, noi 
pubblichiamo son quelli relativi alla nomina di D. Filippo 



^ 2 - 

juvara ad Accademico di S. Luca in Roma (1) ed alla sua 
presa di possesso. 

Nella congrega x-ione tenutasi il 31 dicembre 1706 il 
Juvara fa eletto con votazione plenaria Accademico di 
merito (2), insieme a Tommaso Mattei ed Antonio Ferri, 
ambedue architetti, quest'ultimo del Gran Duca di Toscana. 
(Documento I). 

Quello che meraviglia non poco è la giovane età che 
il nuovo eletto contava quando fu chiamato a far parte 
dell'insigne Accademia. Stando infatti a quanto riferiscono 
i suoi biografi, il Juvara sarebbe nato nel 1685, (3) sicché 



(i; M. MissiRiNi, Memorie per servire alla Storia della Romana 
Accademia di S. Luca. Roma, MDCCCXIII. 

(2) Gli accademici di S. Luca si distinguevano in Accademici di 
merito e di onore: i primi erano dodici per ciascuna delle tre arti; 
pittura, scultura, architettura, il numero dei secondi era senza limite. 

(3; Il Sig Barone G. Arenaprimo ci comunica : 

« Sarebbe stato mio desiderio di aggiungere ai documenti favoriti 
alla nostra Società di Storia Patria dall' egregio DoU. Augusto Telluc- 
cini anche l'atto di battesimo di Filippo Juvara; ma le ricerche da me 
durate mi fan quasi certo che il registro parrocchiale in cui esso com- 
prendeasi sia andato distrutto insieme ad altri registri della stessa pieve 
a cui era aggregata la famiglia di lui. 

La famiglia messinese degli Ibarra, Ivara, Luvara o Houara, e piìi 
modernamente Juvara, come si riscontra nei documenti dell'Accademia 
di S. Luca ed in quelli dei Reali Archivi di Torino, vuoisi derivata 
dal casato spagnuolo de Guevara, che godè nobiltà pure in Messina, 
come attesta 1' Ans.\lone, De Sua familia opportuna relatio, Vene- 
tiis, MDCLXII, pag. 301. 

Molto probabilmente sarà stata trapiantata in questa città da al- 
cuni suoi componenti, che militavano negli eserciti spagnuoli. Sin 
dallo scorcio del sec. XVI, essa appare domiciliata in questa, nella 
contrada dove risiedevano le famiglie dei militari spagnuoli , presso 
agli alloggiamenti dei soldati, nel quartiere di Terranova, come fanno 
fede i registri della parrocchia di Santa Lucia de Musellis , la quale 



al tempo della sua elezione aveva solo 21 anni. La nostt'a 
meraviglia non è senza fondamento quando pensiamo che 



godea di vasta giurisdizione, che si estendeva nel braccio di S. Ra- 
niero, e nelle contrade del Paraporto, del Piliero, dell'Amaifitania, fra 
le quali si apriva verso il 1565 la spaziosa via Nuova, poi detta d'Au- 
stria, ed oggi del Primo Settembre. 

Questa parrocchia , dipendente dal clero greco della Cattolica, 
venne abolita allorché, per la costruzione della Cittadella nel i6So, fu- 
rono abbattuti gli edifizi di quei quartieri popolatissimi della città. I 
pochi registri che di essa rimangono, che io potei consultare grazie 
alla cortesia di Papas Cirillo Alessi Italiano, cui rendo i ringrazia- 
menti più vivi, ci accertano della dimora ivi tenuta dalle famiglie dei 
militari spagnuoli: ivi erano i Carriglio, i Mendoza, i Campos, i Ximenes, 
i de Torres, i Lopes, i Flores, i Pinedo, i Fa.xardo, i Cingales, i Cor- 
doba, gli Herrera, i Rivas, gli Svaglia, i Diez, i Pinedo, i Fernandez, 
i Ruiz, i Gomes. Ivi resiedevan pure i Rodriguez, famiglia di militari 
e di artisti, ivi i Martines, anch'essi oriundi spagnuoli, che furono im- 
parentati agli luvara , e, come costoro, si distinsero nell' esercizio di 
argentieri ed acquistarono fama di valentissimi cesellatori, scultori ed 
architetti. 

Dal Liber Baptizatorum Paroccia S. Lucìce de Musellis Nobilis et 
Exemplaris Urbis Messance ab anno 1598 ad annum 1614, rileviamo : 
a 21 febbraio 1604 battesimo di Caterina Juvara, figlia di Onofrio e di 
Flavia, (pag. 47 v.) Lo stesso Onofrio fugura come compare nel bat- 
tesimo di Nofrio Gasparo Rastopoli il 31 maggio 1607, ed in quello 
di Cornelia Capri il 23 agosto 1621. Giovanni Antonio Juvara, inter- 
viene come compare nel battesimo di Angela Ripano il 13 febbra- 
ro 1612. Da un frammento di un libro dei Defunti dal 162S al 1640, 
leggiamo sotto la data : Die 3 novembris 1638, morsi Petrus Jìlius 
quondam francisci et Antonice Houara e s'atterrò nel convento di 
S.in Carlo. 

Questo Pietro Juvara sarà stato molto probabilmente il bisavo o 
l'avo di Filippo, il celebre architetto, e di Francesco , cesellatore e 
plastico di grande pregio. I documenti ritrovati dal Telluccini ci fanno 
oramai certi che essi nacquero da Pietro Juvara , distinto argentiere 
messinese ; però non ci è dato dimostrare la successione geneologica 
del Pietro Juvara predetto, né di riscontrare gli atti di battesimo dei 



nel 1686 si erano riformati gli Statuti cleirAccademia, sta- 
bilendosi che per essere nominati accademici di merito 
bisognava avere « almeno 30 Anni » (1), e che solo nel 
1715 i nuovi statuti, approvati con bolla di papa Cle- 
mente IX (23 Settembre 1715) portarono il limile minimo 
per l'ammissione a venticinque anni (2). 



nostri artisti, mancando gli altri registri della parrocchia di 6". Maria 
De Musellis della seconda metà del secolo XVII, specialmente , che 
andaron distrutti. Soggiungiamo, inoltre, di non aver risparmiato le ri- 
cerche nei registri di battesimi della Cattedrale e della chiesa di S. Ni- 
colò dell'Arcivescovado (Annunziata dei Catalani) le quali eran le più 
prossime alla via dei Batichi ed Argentieri, dove nel 1665, Pietro Ju- 
vara, padre di Filippo, tenea la propria officina, come ricordò il Fi- 
GHERA nel suo poemetto Z.'/wfl'/^? impoverite, Messina, per Giacomo Mat- 
tei, 1665, canto v. pag. 149, — descrivendo gli apparati della sontuosa 
festa cittadina della Madonna della Lettera, celebrata il 3 giugno di 
quell'anno. 

Oltre a Pietro Juvara suddetto, al quale spetta una bella pa- 
gina nella storia delle oreficerie messinesi, e di cui dirò brevemente 
in altra annotazione, giova pur conoscere, che la sua famiglia fu fe- 
conda di altri belli ingegni, che si distinsero nell'esercizio di questa arte 
e in altre affini. In un calice d'oro, assai finamente lavorato, a quanto 
pare del sec. XVII, il Prof. A. Salinas , vi ha scorto inciso: P^."^ 
Ant.^^ Seba.^^ Jvara pater et filii artefice (sic). 

Nel 1665 era fra i piìi reputali argentieri Gregorio Juvara , che 
tenea il negozio anche in via dei Banchi, e le cui vetrine destarono 
ammirazione nella festa cittadina del 1665; Giov. Battista Juvara, anche 
egli argentiere, contribuiva nel 1693 con gli altri artisti alla elemosina 
per la compra di una gioja di nuin. 49 diamanti grossi et piccoli e 35 
perle grosse ingastatc d'oro e di peso di libra una e tneza, portata con 
le galere di Firenze^ la quale fu acquistata per onze 420 dai sottoscrit- 
tori per fregiare la manta d'oro a cesello, che copre in gran parte il 
quadro della Madonna della Lettera nel Duomo di Messina. 

(i) MissiRiNi, Opera citata, pag. 158. 

(2) Stesso, ibid. pag. 147-148. 



— 



Devesi quindi ritenere che o pel Juvara sia stata fatta 
qualche eccezione, della quale per altro non se ne avrebbe 
traccia alcuna, ovvero che fra la riforma del 1686 e quella 
del 1715 sia stata emanata qualche nuova disposizione al 
riguardo, di cui parimenti non abbiamo notizia ; a meno 
che non si voglia ammettere l'ipotesi più probabile che il 
limite di età fissato nel 1686 non venisse affatto osservato, 
e che per questo fu inteso il bisogno di pubblicare nel 
1715 nuovi Statuti. Comuncjue, siccome, per poter pren- 
dere possesso del grado di Accademico, il nuovo eletto 
doveva presentare e donare all' Accademia un suo la- 
voro (1), così nella congregazione del 30 gennaio 1707 il 
Juvara promise di presentare il suo entro otto giorni, per 
il che si offrì garante lo stesso Vice-Principe dell'Acca- 
demia, il Cav. Francesco Fontana (Documento li). 

Dalla congregazione poi tenutasi il 3 aprile seguente 
risulta che il Juvara, ottemperando alle prescrizioni degli 
Statuti, presentò, come nuovo Accademico, il disegno di 
« una Chiesa con due campanili » della « grandezza di 4 
palmi » (Documento III). 

Sarebbe stato interessante l'aver potuto esaminare que- 
sto disegno nel quale il Juvara già affermava la sua predi- 
lezione per una chiesa con due campanili, disegno che rin- 
novò nove anni dopo col progetto della R. Chiesa di Supe'rga; 
ma non ostante le più accurate ricerche non ci è stato pos- 
sibile di rinvenirlo negli Archivi dell'Accademia di S. Luca. 



* * 



Il quarto documento ò rappresentato dalle Patenti di 
nomina del Juvara a primo Architetto Civile del Re Vit- 
toria Amedeo IL (Documento IV). 



(i) Art. 27 Statuti dell'Accademia approvati da Papa Gregorio XV 
il 4 Giugno 162 1, in Missirini citato pag. 90. 



— 6 — 

Il Trattato di Utrecht (1713) aveva concesso al Duca 
di Savoia il reame di Sicilia, e appunto in quell'isola, ove 
giunse, sbarcando a Palermo il 24 sett. 1713 (1), egli co- 
nobbe il giovane architetto messinese, che gli era stato 
raccomandato da D. Domenico d' Aguirre (2). juvara go- 
deva una grande fama : Accademico di S, Luca fin dal 1706, 
aveva « dato saggi di ben matura isperienza » ed i suoi 
meriti artistici erano sì ben noti che il sovrano, appena 
tornato a Torino, lo nominò, il 15 die. 1714, suo primo Ar- 
chitetto Civile. 

Per tale nomina gli veniva corrisposto lo stipendio di 
« lire tre mila d'argento a ss. 20 caduna l'anno » ed inoltre 
godeva di tutti gli « honori, utili, dritti, preheminenze, prero- 
gative » che a tale importante ufficio andavano congiunti. 

Su questi diritti ed onori, Vittorio Amedeo II insiste, 
ordinando a tutti i suoi Ufficiali ed in special modo « al 
Consiglio dell' Artiglieria, fabriche e fortificazioni » (3) di 
riconoscerli nella persona dell' Architetto Juvara. 

È noto che allorquando Vittorio Amedeo II volle at- 
tuare (1716) un suo disegno, quello cioè di fare erigere 
sul colle di Superga una chiesa in onore della B. Ver- 
gine, affidò al Juvara l'incarico di compilarne il relativo 
progetto. 



(i) 11 Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell'isola di Sicilia — 
Documenti raccolti e stampati per ordine di S. M. Vittorio Emanuele II 
dall'Abate Stellardi Vittorio Emanuele — Torino 1862. 

(2) CiBRARio, Storia di Torino, voi. II, pag. 225. 

(3) Consiglio dell'Azienda Generale dell'Artiglieria e fabbriche e 
fortificazioni di S. M. ufficio che sovraintendeva a tutti i lavori e co- 
struzioni che si eseguivano nello Stato, tanto per fine di pubblica uti- 
lità, quanto pel solo servizio del Principe. Fu soppresso con R- Patenti 
del 31 Marzo 1S17. 



A tale utìicio l'illustre artista messinese deve aver 
corrisposto assai presto, se, tra il 24 Luglio 17 Io ed il 19 
Maggio 1717, noi troviamo che fu pagato un conto al « ììiì- 
niisiere Carlo Maria Ugliengo » che aveva eseguito due 
grandi modelli in legno , uno della Cappella annessa al 
R. Castello della Veneria Reab, cappella anch'essa opera 
del Juvara, e 1' altro della chiesa e fabbricato di Superga 
(Documento V.) 

Quest' ultimo modello è senza dubbio quello stesso che 
figura in un ritratto ad olio dell' artista messinese, esistente 
nel Palazzo della R. Università di Torino , e sul quale il 
Juvara, come su di un cuscino poggia un braccio con una 
certa compiacenza; giacché egli — e con ragione — con- 
siderò sempre la chiesa di Superga come la migliore delle 
sue opere. 

Alla produzione artistica del Juvara non mancarono 
denigratori, che lo accusarono addirittura di plagio. Un 
Annuario (1) delle cariche e degli uftici dell'antico Stato di 
Piemonte, parlando delle opere di lui, accenna pure che ta- 
luni hanno preteso che il Juvara « ne' suoi disegni fosse un 
plagiario, come se la facciata del Castello di Madama Reale 
Gioanna Battista (2) sia la tacciata dell' arsenale di Berlino, 
la chiesa di Superga sia S. Agnese di Roma, e la facciata 
delle Carmelite (3) sia quella di S. Nicola da Tolentino 
di essa città di Roma ». 



(i) Cariche del Piemonte e Paesi uniti colla Serie Cronologica 
delle Persone che le hanno occupate ed altre notizie di nuda istoria 
dal fine del secolo decimo sino al Dicembre 1798. Torino, MDCCXCVIII. 
A spese di Onorato Derossi Stampatore e Librajo in principio della 
contrada di Po, ove si vende. Voi. II pag. 262. 

{2) In Torino. Palazzo Madama in Piazza Castello. 

(3) In Torino. Chiesa del Carmine 



Il ritratto del Juvara , esistente nella R. Università dì 
Torino ci richiama alla mente un altro suo ritratto , poco 
conosciuto , che si conserva in Roma nell' Accademia di 
S. Luca. 

Questo ritratto misura m. 0,65 X 0,52 , ed è opera del 
pittore Agostino Massucci , nominato Principe dell' Acca- 
demia nel 1736, e che il Missirini chiama « buon ritrat- 
tista » (1). La tela, che riproduce il Juvara in atto di di- 
segnare, è collocata nella grande sala delle adunanze di 
detta Accademia e più precisamente sulla parete di si- 
nistra di chi entra, fra il ritratto di Van Bloemen, pittore 
olandese, e quello di Francesco Preziadio di Siviglia, pit- 
tore di S. M. Cattolica — e porta nel basso la seguente 
inscrizione : D. FILIPPO JUVARRA CAV. ARC. 

* 
* * 

Un altro documento da noi pubblicato riproduce lo 
estratto di un conto della Tesoreria dell'Artiglieria, Fab- 
briche fortificazioni, munizioni ecc. (1717-1718) ove è anno- 
tata la gratificazione di « lire mille d'argento » che Vit- 
torio Amedeo II ordinò fosse corrisposta al Juvara in oc- 
casione del collocamento della prima pietra della R. Chiesa 
di Superga (Documento V^l). Tale cerimonia ebbe luogo il 
20 luglio 1717 — quattordici anni prima della benedizione ed 
inaugurazione di detta chiesa (31 ottobre 1731) — alla cui 
funzione , celebrata dal Grande Elemosiniere di S. M. 
D. Francesco Arborio da Gattinara, si sarebbe trovato 
presente anche il Juvara (2). 



(i) Missirini, Opera citata, pag. 212. 

(2) Ragguaglio Generale dall' Origine e progressi della R. Con- 
gregazione di Superga, pag. 5, Mss. Aiion. senza data. Arch. R. 
Chiesa di Superga. 



— 9 — 



Un altro tratto di benevolenza che Mttorio Amedeo II 
volle dare al Juvara fu di averlo provveduto del beneficio 
abaziale di Selve (13), che, secondo il Milizia (14), fruttava 
l'annua rendita di scudi 1100. 

Il documento Vili, riguarda appunto V immissione del 
Juvara nel possesso di tale beneficio, ordinato con Patenti 
della Camera dei Conti del 20 Marzo 1728. Da queste Pa- 
tenti noi rileviamo che, essendo il benefìcio dell'abbazia di 
Selve di patronato regio, \^ittorio Amedeo II con lettera 
della Segreteria di Stato, 7 ottobre 1727, presentò il bene- 
ficiato nella persona del Juvara. A questo primo atto, spet- 
tante al patrono, seguì quello di riconoscimento di tale 
presentazione, da parte dell'autorità ecclesiastica, mediante 
bolla ponteficia del 22 dicembre dello stesso anno. Un re- 
scritto del Senato Piemontese (13 marzo 1718) diede ese- 
cuzione all' atto ponteficio anzidetto, e finalmente, dopo il 
giuramento prestato dal neo-abate il 15 marzo 1718, la Ca- 
mera dei Conti, con le Patenti sovracitate (20 marzo 1718), 
immise nel possesso del beneficio il Juvara, il quale, però, 
si fece rappresentare in tale occasione dal « Priore e Ca- 
nonico Don Francesco Antonio Guelba », da lui deputato 
a tal fine. 



(i) Abazia di Selve , situata presso Vercelli. Vedi Mandelli 
Vittorio, // Comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli 1S58, Tom. Ili, 
pag. 151 153, e Casalis, Dizionario Geografico, Storico Commerciale 
ecc. degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino 1849, Voi. XIX, 
pag. 828 e Voi. XXXIV, pag. 426-436. 

(2) ]\IiLizi.\ Francesco, Memorie degli Architetti antichi e mo- 
derni, pag. 239-244. 



— 10 - 

* 

* * 

Lo stesso Archivio dairAccndemia di S. Luca, che ci 
ha fornito de' documenti relativi alla nomina del Juvara 
ad Accademico, ce ne fornisce ora di quelli relativi alla 
sua morte. 

Nella congregazione che la detta Accademia tenne 
r 8 aprile 1736, il Principe di essa. Agostino Massucci, 
partecipò la morte dell'Architetto messinese, avvenuta 
in Ispagna, ove erasi recato dietro invito del re Filippo V.^ 
ed annunziò pure che il Juvara col suo testamento aveva 
lasciato al fratello Francesco il peso di erigere una cap- 
pellania nella chiesa (Ij annessa all' Accademia di S. Luca. 
(Documento Vili). 

Occorreva, per attuare questa disposizione di ultima 
volontà di Filippo Juvara, procurarsi copia del suo testa- 
mento o almeno della particola, che riguardava l'erezione 
della detta cappellania, e simile incarico fu affidato nella 
sovraindicata congregazione al Cav. Conca. 

Non pare che le ricerche siano state coronate da suc- 
cesso ; infatti in una successiva congregazione, tenutasi 
il 1. luglio di detto anno, 1' ufficio di rintracciare il testa- 
mento in parola, o presso il fratello di Filippo Juvara, o 
presso il notaio che lo aveva rogato, fu commesso al 
« Kameraro » della stessa Accademia. (Documento IX). 

* * 

L' avere affidato al fratello Francesco la cura di eri- 
gere una Cappellania nella chiesa di S<\ Martina fu la causa 
per cui questi venne nominato Accademico di S. Luca. 



(i) Chiesa di S. Martina al Foro Romano, concessa da Sisto V. 
all'Accademia di Belle Arti di S. Luca. Vedi Missirini, Opera citata, 
pag. 23-26. 



— 11 — 

La sua nomina fu proposta nella citata congregazione 
del l" luglio 1736 , V elezione ebbe luogo il 2 dicembre 
dello stesso anno (Documento X) e la presa di possesso 
il 13 gennaio del 1737 (Documento XI). 

Francesco Juvara era « professore di scultura d'ar- 
gento » o cesellatore (1), ed i suoi meriti artistici eran tali 
da farlo ritenere degno dell'alto onore di entrare nell'Ac- 
cademia di S. Luca. Avrà potuto contribuire a ciò, oltre che 
l'essere fratello dell'illustre Cav. D. Filippo, il fatto, come 
abbiamo già rilevato, di essere stato da questi incaricato 
di condurre ad effetto l'atto di sua ultima volontà. Infatti 
nella congregazione in cui fu proposta la sua nomina 
troviamo detto esplicitamente, che Francesco, una volta 
che fosse stato ammesso come Accademico, avrebbe do- 



(i) Questi, nato in ^Messina intorno al 16S5, segni l'arte del padre 
di argentiere e cesellatore, nella quale raggiunse la massima perfezione 
e fama chiarissima da meritare il titolo del Cellinì della Sicilia. « I 
primi lavori in oro ed in argento che si videro di lui — scrisse il 
Grosso Cacopardo — gli attirarono l'ammirazione dei veri conoscitori, 
né di allora gli mancarono più incombenze, ed appena un oggetto 
qualunque usciva dalle sue mani, era subito trasportato in Francia, o 
in Inghilterra, ove erano largamente pagati ». Suo principale lavoro 
fu il ricchissimo ostensorio, che per commissione del Principe D. Ca- 
millo Panfili nel 1745, lavorò in Roma per la chiesa di S. Agnese : 
opera meravigliosa, stimata per 130 mila scudi romani. Carini, Aned- 
doti sici/iaui in Ardi. Stor. Sic, anno XXIII, pag. 189. Molte altre 
opere egli fece in Messina, pria di trasferirsi a Roma, e di quelle cu- 
stodite nel Tesoro della Deputazione della Sacra Lettera nel Duomo, 
gli fanno maggior onore il pallio ed i candelabri d'argento, ricchi di 
ornati delicatissimi. II Grosso Cacopardo ricorda in prova della sua 
perizia nella plastica un presepe modellato in creta, nella chiesa di 
S. Gioachino di Messina. Notiùc storiche su Francesco Juvara, nel 
Mauroljco, fogho periodico, sabato 25 gennaio 1S34, num. 16. Scrisse 
anche di lui il Cordov.\, / siciliani in Piemonte nel secolo XVIII. 



vuto « anche più pinguemente eseguire la mente del fra- 
tello ». 

* * 

Poiché abbiamo avuto occasione di parlare di Fran- 
cesco Juvara, crediamo opportuno di pubblicare il testa- 
mento, che questi fece il 1" Settembre 1758. (Documento XII). 

Tale testamento^ che ha una certa importanza per la 
biografìa dell'Architetto D. Filippo, perchè ci la conoscere 
diversi membri della famiglia Juvara, è preceduto dall'atto 
con il quale Francesco lo consegnò nel giorno suddetto, 
al Notaio Capitolino Pietro Piacenti. 

L'atto di consegna contiene indicazioni precise sulla 
casa abitata da Francesco in Roma negli anni 1757 e 1759; 
maggiori delucidazioni poi su questo oggetto le abbiamo 
dall'atto che segue, da quello cioè di ricognizione del ca- 
davere e di apertura del testamento, atto rogato dallo 
stesso Notaio Piacenti il 27 aprile 1759, giorno in cui, alle 
ore tredici del mattino, era avvenuta la morte di Francesco. 

In base a questi due atti noi siamo in grado di affer- 
mare che il fratello dell' architetto Filippo negli ultimi 
anni di sua vita abitò in Rom.a nel palazzo posto incontro 
alla chiesa di S. Maria dell'Anima^ nella via omonima, 
all'angolo del vicolo detto de' Lorenesi, che mette al Circo 
Agonale, e che questo palazzo apparteneva al duca di 
Verzino, 

I parenti di Filippo e di Francesco Juvara, che per 
mezzo del testamento che pubblichiamo, veniamo a cono- 
scere sono anzitutto due loro sorelle : Benedetta, nubile, e 
Natalizia, vedova di Francesco Martinez, dimorante a To- 
rino. 

Inoltre, il testatore Francesco instituiva diversi legati, 



^ l'd ~ 

a favore di alcuni suoi nipoti, cioè: Simone ed Antonia 
Martinez, (igli della sorella Natalizia, e Andrea e Fran- 
cesco, fratelli Martinez. Siccome quest' ultimi, chiamati dal 
testatore suoi nipoti, son detti tìgli di un Antonio Martinez, 
senza altra indicazione che possa giovare a stabilire l'ori- 
gine della loro parentela con i due fratelli Juvara, 1' archi- 
tetto Filippo e lo scultore in argento F'rancesco, noi azzar- 
diamo l'ipotesi che una terza sorella Juvara, sposata al 
pittore Martinez e premorta a Francesco, sia stata la madre 
dei due fratelli Andrea e Francesco Martinez. 

Esaminiamo ora il testamento, che porta, come abbiam 
accennato, la data del 1 settembre 1758. Esso è compilato 
nella forma religiosa del tempo, e perciò incomincia con 
le consuete solite invocazioni alla divinità ed ai santi e con 
la professione di fede cattolica. 

Il testatore vuole che il suo cadavere sia portato nella 
chiesa di S. Maria in Vallicella (1), comunemente detta 
la chiesa Nuova, e colà resti esposto durante il tempo 
dell'esequie, vicino all'altare di S. Filippo Neri, santo per 
il quale egli dimostra una speciale venerazione. 

In essa Chiesa si dovevano pure far celebrare cin- 
quecento messe, ed altre messe ordina siano celebrate 
nelle chiese di S. Gregorio, di S. Pressede alla Colonna di 
N. S., di S. Lorenzo fuori le mura e di S. Maria Liberatrice. 

Esprime pure il desiderio di esser sepolto nella pre- 
detta Chiesa Nuova e specialmente « nella navata di contro 
la Cappella di S. Filippo, ed a canto quella della Santis- 
sima Annunziata ». 

Non abbiamo potuto appurare se tale suo desiderio sia 
stato appagato. È certo che nessun monumento o lapide 



(r) Vedi Armellini, Le Chiese di Roma, pag. 390. 



^ u - 

è stato posto in detta chiesa in memoria di Francesco Ju- 
vara; il suo nome non risulta registrato in un « Elenco 
di quei che godono l' uso delle varie sepolture esistenti 
nella Venerabile Chiesa di S. Maria e S. Gregorio in 
Vallicella di Roma, MDCCCXXVI », elenco conservato 
in detta chiesa; né alcuna inscrizione funebre relativa al 
Juvara è riportata dal Forcella nella sua opera (l). 11 
« Libro dei morti », che ci avrebbe potuto dare un po' di 
luce, e farci conoscere se almeno Francesco Juvara fosse 
stato sepolto nella fossa comune, malgrado le ricerche 
eseguite presso i Padri Filippini, che officiano la chiesa 
di S. Maria in Vallicella, non si è potuto trovare: sembra 
sia andato perduto. 

Ci meraviglia non poco che il desiderio del testatore 
non sia stato rispettato, tanto più che con un suo codicillo 
del 14 marzo 1759, Francesco Juvara nominò a suo ese- 
cutore testamentario, al posto dell'abate Giuseppe Rinaldi, 
proprio un religioso della chiesa Nuova, « il molto Reve- 
rendo Padre Giovan Francesco Caballini dell' Oratorio 
di S. Filippo Neri di Roma ». La nostra meraviglia poi 
è ancora maggiore se pensiamo che il testatore lasciò alla 
chiesa, ove voleva essere sepolto, un' abbondante elemo- 
sina rappresentata da ben cinquecento messe da celebrarsi 
ivi, nonché una cappellania dell'annua rendita di scudi 
settantadue, da erigersi nell'altare di S. Filippo. 

Francesco Juvara istituì col suo testamanto, erede 
usufruttuaria universale la sorella Benedetta , ed erede 
proprietaria un' opera pia, composta di tre Cappellanie 
mere laicali, soggette alla Dateria e Cancelleria Apostolica, 



(i) Forcella Vincenzo, Iscrizioni delle Chiese e d' allri Edifici 
di Roma dal Secolo XI fino a giorni nostri. Roma 1879. 



— 15 — 

da erigersi uria « nell'Altare del Glorioso S. Filippo Neri 
nella Chiesa Nuova » , l'altra « nella Cappella di S. Giu- 
seppe nella Venerabile Chiesa della Pace di Roma » , la 
terza infine nella chiesa dell' arciconfraternita degli ago- 
nizzanti, ciascuna dell'annua rendita di scudi settantadue. 

Le somme erogate per 1' erezione delle suddette Cap- 
pellanie, volle che fossero investite in tanti luoghi di 
Monte Camerali, con la riserva degli interessi ai cappel- 
lani pro-tempore nominati. 

Se dopo la morte dell'erede usufruttuaria, il frutto 
dell'eredità fosse accresciuto in modo da superare quello 
stabilito col testamento per ciascuna delle tre cappellanie, 
ordinò che 1' avanzo venisse depositato presso « il Sacro 
Monte di Pietà di Roma » ed erogato in uno o più sus- 
sidii dotali da distribuirsi a « Zitelle oneste figlie di Mes- 
sinesi, o discendenti di essi, abitanti in Roma, e, in man- 
canza a Zitelle più povere siciliane, o discendenti da Padri 
Messinesi o Siciliani ••>. 

La cerimonia della distribuzione di questi sussidi do- 
tali si doveva fare nel giorno della festa di S. Giuseppe 
nella chiesa della Madonna di Costantinopoli, in Roma, 
chiesa dei Siciliani (1). 

Quest' ultima opera pia, che ha conservato il nome 
del suo fondatore , anche presentemente adempie al suo 
fine, quale quello della distribuzione delle doti. È retta da 



(i) S. A/aria d'Uria di Costantinopoli, iti Roma. Vedi Armel- 
lini, opera citata pag. 305 e « Compendio Storico della Chiesa e del- 
l' Ospedale di S. Maria d' Uria di Costantinopoli della Nazione Sici- 
liana in Roìna dalla sua fondazione al presente giorno, Estratto dayli 
originali manoscritti esistenti nel suo Archivio. Roma, Tipografia Ro- 
mana, 1889, 



-. 10 — 

uno staUito organico (1), approvato con R. Decreto 13 
Giugno 1886, e da un resfolamento (2) relativo alla sua 
amministrazione. Oltre alla sua istituzione di erede, di 
cui ci siamo finora occupati, Francesco Juvara col suo te- 
stamento lasciò parecchi legati. 

Air altra sua sorella Natalizia, vedova di Francesco 
Martinez, dimorante in Torino, legò scudi 160 per una sol 
volta, assegnandole pure scudi 100 annui, sua vita natu- 
rale durante. Stabilì inoltre dei legati a seguenti suoi ni- 
poti ; A Simone Martinez scudi 547 ; ad Antonia Martinez 
« annui scudi 36 romani », dopo la morte dell'erede usu- 
fruttuaria e quella della madre Natalizia. Ad Andrea Mar- 
tinez, altro suo nipote, figlio di Antonio pittore, 250 scudi 
per una sol volta, ed un' egual somma volle fosse corri- 
sposta al fratello del predetto Andrea, Francesco Martinez, 
Architetto, al quale ultimo lasciò tutti i suoi « compassi 
« e libri d'architettura ». 

A questo punto ci sia concesso di fare una breve os- 
servazione. Come abbiamo rilevato dalla nomina di Fran- 
cesco ad Accademico di S. Luca, questi appare come 
scultore in argento o cesellatore, ora la presenza in sue 
mani di questi compassi e libri di architettura fa pensare, 
con una certa base di probabilità, che essi avessero già 
appartenuti a D. Filippo, l' illustre architetto di Vittorio 
Amedeo II, premorto a Francesco (3) ed a costui venuti 
in eredità dal fratello. 



(i) Arcico?t frate r?iUa di S. Maria d' Uria di Costantinopoli dei Si- 
ciliani in Roma — Statuto Organico dell'Opera Pia Juvara, Roma, 1897. 

(2) Regolamento di Aminifiis trazione deW Opera Pia /uvara, 
Roma 1897. 

(3) Il CiBRARio nella sua Storia di Torino, v. II. pag. 227, ricorda la 
morte di Filippo Juvara al i febbraio t 736. Il io di marzo i Carme- 
litani gli fecero in quella città sontuoso funerale in memoria del di- 
segno dato alla loro chiesa. 



Ma questa, l'ipetiamo, ò una semplice nostra Ipotesi, 
giacche F'rancesco Juvara non ricorda affatto il fratello ; 
e la mancanza assoluta nel suo testamento di qualunque 
accenno a Filippo, onore ed illustrazione della famiglia 
Juvara, colpisce non poco. Anche quando se ne sarebbe 
presentata l'occasione Francesco non nomina il fratello; 
così allorché egli enumera gii argenti che lasciava in 
eredità, giunto ad un paio di candelieri, che dovevano por- 
tare inciso o scolpito lo stemma dell'architetto Filippo, si 
limita ad indicarli con le semplici parole : « due Cande- 
lieri con arma di mio fratello ». 

II testamento accenna anche ad altri legali di minor 
conto, assegnati a diverse persone, ti a le quali ad una 
certa Anna Tomassini, sua domestica, e ad un Giuseppe 
Ricci, suo servitore, e si chiude con la nomina ad esecu- 
tori testamentari dell'Abate Giuseppe Rinaldi e del sig F^i- 
lippo Molajoni. 

Queste nomine, come abbiamo già notato^ il Juvara re- 
vocò poi con codicillo, 14 marzo 1759, sostituendo ai predetti 
« il Molto Reverendo Padre Giovan Francesco Caballini 
dell'Oratorio di S. Filippo Neri di Roma e l'Illustrissimo 
Signor Abate Domenico de Paolis presentaneo Uditore di 
Monsignore Illustrissimo e Reverendissimo Guglielmi ». 

* 

Questi i documenti che noi pubblichiamo quale contri- 
buto alla biografìa critica di Filippo Juvara, conosciuto 
finora solo attraverso l'articolo del Milizia (1), sul quale 



(Il In gran parte fondata sul Milizia è la biografia che ne diede 
il Grosso Capopardo : Notizie storiche su Filippo Juvara di Messina, 
nel Maurolico, foglio periodico, I sem. n. 5, sabato 15 gennaio 1834. 
Eppure essa, in tempi in cui barriere insormontabili divideano la 
Sicilia dal Piemonte, servì a ricordare fra noi il nome dell' insigne 

2 



- i8 -. 

articolo sono state modellate poi le successive biografie 
dell'architetto messinese. Proseguendo nelle ricerche non 
disperiamo di poter presto dare alla luce nuovi documenti. 
Alle nostre povere e modeste fatiche nessun premio è 
più gradito di quello di sapere d'aver contribuito in qualche 
modo alla ricostruzione della biografia di un sì illustre 
architetto, vera gloria dell' arte italiana. 

Torino, Settembre 1906 

A. Telluccìni. 



concittadino, il cui genio tanto rilfuse in quelle nobili regioni, pie- 
montesi che, vantarono con la Sicilia nostra tanta comunanza di de- 
stini, di aspirazioni, di affetto. Anche in quel periodo di preparazione, 
che precorse il 1860, l'illustre Filippo Cordova ridestò le memorie arti- 
stiche di Filippo Juvara in quello stupendo suo studio : / siciliani in 
Piemonte nel secolo XVIII, pubblicato nel 1S52 nel giornale il Cimento, 
e che ha meritato l'onore di molte edizioni. 



bOGÙMENTt 



I. 

S. Luca Covgregaliom Accademiche ecc. cìaW anno /yoo air anno 77/7, 
Voi. 693. 

(Arch. Accademia di S. Luca, Roma) 

Addì 31 Dicembre 1706 
Omissis 
Furono poi dal Vice-Piencipe proposti per Accademici di Merito 
li SS. Tomaso IMattei Architetto, Antonio Ferri Architetto del Gran- 
duca di Toscana et il S. D. Filippo Juvara Architetto Messinese, 
quali tutti mandati a partito ebbero ciascheduno tutti i voti favorevoli, 
onde restarono tutti 3 eletti per Accademici di Merito con gli ob- 
blighi contenuti nello Statuto e Decreti prima di prendere il possesso. 

II. 
(Arch. suddetto) 

Addì 30 Gennaro 1707 
Omissis 
Fu fatto e dato il posseso alli SS. Tomaso Mattei e D. Filippo 
ouvara Architetti, li quali avendo adempiuto all'obbligo dello Statuto 
e specialmente il detto Mattei che portò un disegno di un Campanile 
incorniciato p.^ opera del suo esercitio, il quale lasciò in Accademia 
et il detto D. Filippo promise portare il suo fra 8 giorni e ne diede 
per la sicurezza il detto Cav. France.sco V. Prencipe con sua speciale 
promessa et osservanza. 

III. 

(Arch. suddetto) 

A dì 3 Aprile 1707 
Omissis 
D. Filippo Juvara in esecutione del suo obbligo portò il Dise- 
gnio per il suo possesso come novo Accademico rappresentante una 
Chiesa con 2 campanili incorniciato con cornicie negra di grandezza 
di 4 Palmi, il quale fu consegniato al secondo custode, acciò lo con- 
servi nella nostra Accademia. 
Omissis etc. 



— 20 — 
IV. 

J^eg. Con/rollo Ge?iera/c delle Finanze di S. M. dal /y/j - ijiy n. 21./, 
pag. 88. 

lArch. di Stato, Torino, Sez. Ili) 

VITTORIO AMEDEO II 
Re di Sicilia, Gierusalemme e di Cipro 

Ci sono si ben note le distinte e virtuose qualità che concorrono 
nella persona di D. Filippo Juvara di Messina, ed i meriti che si è 
acquistati nell'esercizio dell'Arte d'Architetto Civile, nella quale ha 
dati saggi) di ben matura isperienza e capacità, che avendoli Noi in 
particolare considerazione, ci siamo benignamente disposti a dargliene 
un evidente attestato col destinarlo al carrico di nostro Primo Archi- 
tetto Civile. Quindi, è che per le presenti di nostra mano firmate, di 
nostra Certa scienza, piena possanza ed autorità Reggia, partecipato 
il parere del Nostro Conseglio abbiamo Creato, eletto, costituito, e 
deputato, creamo, eleggiamo, costituiamo, e deputiamo il predetto 
D. Filippo Juvara di Messina per Nostro Primo Architetto Civile con 
tutti gli honori, utili, dritti, preheminenze, prerogative, ed altra cosa 
a tal carico spettante ed appartenente, e col stipendio di lire tre milla 
d'argento a ss. 20 caduna l'anno, con ciò che presti il dovuto giura- 
mento. Mandiamo pertanto a tutti li nostri Magistrati, Ministri, et 
Ufficiali si di Giustizia che di Guerra, ed ad ogni altro che fia spe- 
diente e singolarmente al Consiglio della nostra Artiglieria, Fabriche 
e fortificazioni di riconoscerlo e ìax\o riconoscere, stimare, e riputare 
per nostro Primo Architetto Civile come sovra da Noi Costituito, fa- 
cendolo e lasciandolo gioire di tutti gli honori, utili, dritti et altre 
cose suddette, et all'Ufficio Generale del soldo d'Assentarlo nella 
predetta conformità e per la paga suddetta di L. 3000 come sovra 
1' anno, con farlo gioire della medema in denari contanti, ed a' quar- 
tieri ripartitamente, comminciando dalla data delle presenti, e conti- 
nuando in avvenire durante la sua servitù, ed il nostro beneplecito. 
Che tal è nostra Mente. 

Date in Torino li 15 Dicembre 1714 e del nostro Regno il primo 
Vittorio Amedeo 
Vista: Di Cavoretto, d'ordine di Sua Maestà — Vista: Gropello. 

Lanfranchi. 



— 21 — 



V. 



Conto di Aiitoìiio IMellissano Ricevidore Deputato da S. M. alta Teso- 
reria Fabbrìclie, Fortificazioni e Artiglieria dal 24 Luglio iji6 a 
tutto il ig Maggio ijn. 

(Ardi, di Stato, Torino, Sez, III) 

Cap. 2 86 

Al Minusiere Carlo Maria Ugliengo L. 979 di Piemonte per due 

grandi modelli in bosso, uno della R. Cappella della Veneria Reale, 

l'altro della Chiesa e Convento di Superga, come in lista tassata dal 

Sig. Primo Architetto Civile don Filippo Juvara. 

VI. 

Conti della Tesoreria deW Artiglieria, Fabbriche^ fortificazioni^ muni- 
zioni ecc. (Invent. gen. A^. 1S2 § i) ijij - iji8 a e. 84. 

(Arch. di Stato, Sez. Ili, Torino} 
Cap. 248 
Più mi scarico di liure mille d'argento pagate al Sig. Primo Ar- 
chitetto D. Filippo Juvarra a titolo di grattificatione, che S. M. le ha 
fatto dare in occasione che si è messa la prima pietra Fondamentale 
della Fabrica della Chiesa di Soperga in virtù di biglietto di detto 
Sig. Intendente delli 20 Giugno 1717, e Discarico di S. M. delli 28 
Luglio suseguenti scritture in esso enonciate e contente, che si ri- 
mettono. 

VII. 

(Arch. Regio Economato Generale di Torino) 
La Regia Camera dei Conti 
Veduta l'alligata supplica sotto scritta e presentataci dal Sig. Abate 
D. Filippo Juvara con le narrate bolle pontefìcie in data 22 Dicembre 
1727; la lettera di nonìina regia speditagli dalla Segretaria di Stato il 
7 Ottobre detto anno, il Rescritto dell' Eccmo. Senato de' 13 cor- 
rente marzo, in vigor del quale è stata conceduta al detto Sig. Abate 
l'esecuzione delle suddette bolle; e finalmente la Fede di detta Secre- 
tarla di Stato dei 15 pure corrente, d'aver esso S. Abate prestato in S. 
]\I. il dovuto giuramento; Il decreto nostro de' 19 parimenti del cor- 
rente marzo, per quale è stata ogni cosa comunicata al Procuratcre 



00 

Generale; Le conclusioni in seguito al medesimo fatte in piede di detta 
Supplica del S. Avvocato Bogino Sostituto Procuratore Generale, 
sotto detto giorno 19 corrente, et altro Decreto nostro del giorno di 
oggi sottoscritto dal S. Colat. Benzo di Voto, per quale si manda ese- 
guire dette conclusioni, ed il tenor del tutto ben considerato. Per 
le presenti mandiamo annnuoversi la mano regia dal Temporale 
dell' Abbadia di Selve, ridotto sotto la custodia et amministrazione 
di questo magistrato, et mandiamo al S. Prefetto della Provincia 
di dare a nome di questo stesso magistrato il possesso di tutti i 
beni, diritti e rendite appartenenti a detta Abbadia al predetto S. 
Abate, ricorrente nella persona del S, Priore e canonico D. Fran- 
cesco Antonio Guelba da esso deputato per riceverlo a nome suo. 
Facendo però prima un testimoniale dello Stato, nel quale si trovano 
essi beni, colle loro fabriche et altre pertinenze, e ciò in contraditto- 
rio dell'affittabile Filiberto Nocento. Con far formare d'ogni cosa gli 
atti opportuni, che trasmetterà a questo Magistrato in autentica e pro- 
bante forma per essere riposti negli archivi camerali, conferendole a 
quest'effetto l'autorità opportuna ; mandando registrarsi le presenti con 
la suddetta supplica, bolle ponteficie, et altre pezze sovraenunciate et 
designate nei registri nostri per avervi ricorso al bisogno. 

In cui fede abbiamo concesso le presenti. Date in Torino li 20 
Marzo 172S. 

P. Detta Camera Regia 
Nicola. 

Vili. 

Arch. Accademia di S. Luca, Roma — Congregatioìii 1726 al 1738 
Voi. 49 pag. /jp. 

A di 8 Aprile 1736 

Omissis 
ÀI servitio del Re di Spagna essendo passato a miglior vita in 
Madrid il Cav. D. Filippo luvara nostro Accademico, et essendosi 
pur inteso avere nel suo ultimo testamento disposto si erigesse nella 
nostra Chiesa una Cappellania, e fattosi sopra ciò diligenza per sapere 
il retto di tal fatto, si è saputo esser ciò verissimo, avendo il mede- 
simo Sig. D, Filippo lasciato il peso di detta institutione di Cappella- 
nia al suo fratello Sig, Francesco luvara, da erigersi in detta nostra 
Chiesa vivente esso Sig. Francesco, o dopo la sua morte, et atteso ciò 
si è pregato il sig. CaV. Conca di procurarne la particola di detto te- 



— 23 — 

stamento concernente detta instituzione di Cappellania per porla nel 
nostro Archìvio. 

IX. 
Ardi. Accademia di S. Luca, Noma — Congrcgalioni 1726 al ijjS Voi. 

49 P<^S' 1^0. 

A di I Luglio 1736 
Omissis 

Il Can. Kemeraro potrà compiacersi di prendersi l' incomodo di 
portarsi dal Sig. D. Francesco luvara, e pregarlo a nome dell' Acca- 
demia voler favorire di far venire da Torino , o da altre parti do- 
ve sia rogato il testamento fatto dalla B. M. del Cav. Filippo luvara 
in publica forma, o pure ia particola parimenti in publica forma dove 
ordina l'erezione della Cappellania da farsi nella nostra Chiesa, per 
venire in cognitioni delle particolarità, con le quali vuole si faccia 
detta erezione. 

Ha proposto il Sig. Principe in riguardo di detta beneficienza 
usata dal fu Cav. Filippo luvara, ed a riguardo anche del merito del 
Sig. Francesco di lui fratello, professore di scoltura d'argento, come 
fu il quondam Gio. Giardini già nostro Accademico, che sarebbe bene 
ascrivere ancor esso nel numero dei nostri Accademici di merito, po- 
tendo esso anche più pinguemente eseguire la mente del fratello oltre 
gli altri riflessi, e dovendo correre il solito mese, nella futura Con- 
gregatione ciaschiduno dirà il suo sentimento. 

Etcc. omissis 

X. 

Arch. Accademia di S. Luca. Roma — Coiigregalioiii 1726 al ijjS 
Voi. 49 pdg- 166. 

Congregatione 2 Dicembre 1736 
Omissis 

E siccome sotto il p. Luglio fu proposto per Accademico il 
Sig. Francesco luvara per i motivi accennati in detta Congregatione, 
così essendosi corsa la bussola per il medesimo, è stato a pieni voti 
ammesso, il quale nella prossima Congregatione come si è detto pren- 
derà con l'altri il possesso sotto ristesse conditioni dello Statuto, 

Etcc, omissis, 



- 24 — 

XI. 

Arch. Accademia di S. Luca, Roma — Covgregationi JJ26 al IJ38 
Voi. 49 pag. j6y. 

Congregatione 13 Gennaro 1737 

Omissis 

Essendo stati ammessi per accademici di merjto nella Congrega- 
tione passata li vSig. Ferdinando Fnga, Filippo Evangelista, Stefano 
Pozzi e Francesco Invara secondo dispone lo Statuto, in hoggi gli è 
stato dato il possesso. 

Etcc. omissis 

XII. 

Arc/iirio dei Luoghi di Monte, Giustificazioni Voi. 433 anno ijóg. 
(Arch. Stato di Romaì 

In nomine Domini Amen, 

Praesenti Piiblico Instrumento Testamenti, cunctis ubique pateat 
evidenter, et sit notum, quod anno a salutifera Nativitate Domiri 
Nostri Jesu Christi Milesimo septigentesimo quinquagesimo octavo, 
Indictione sexta. Die vero prima Mensis Septembris, bora quarta noctis 
sequentis cum tribus luminibus accensis, Pontificatus autem Sanctissi- 
mi in Christo Patris, et Domini Nostri Diii. Clementis divina provi- 
dentia Papae XIII anno Primo. In meis etc, Dominus Franciscus Jn- 
varra filius bonae memoriae Petri Messanensis mihi etcc. cognitus, 
sanus Dei gratia mente, sensu, visu, auditu, loquela, et intellectu, 
coeterisque sensibus, ac etiam corpore, sciens se esse tnoriturum, cum 
nihil certius sit morte, nilque incertius bora illius, et volens de Bonis 
sibi a Deo collatis disponere, ne post ejus obitum inter suos Posteros 
Successores aliqua lis oriatur, ideo sponte etcc, omni etcc. condidit 
suum Testamentum, prout introsriptis foliis, quae clausa, et sigillata, 
et intus ab eo, ut asseruit subscripta, corani infrascriptis Testibus mihi 
Notarlo consignavit tenoris prout in eo, in quibus dixit contineri suum 
Testamentum Nuncupativum sine scriptis, et in eo Legata fecisse, 
Hoeredem instituisse, et alia disposuisse declaravit, sequuto vero eius 
obitu tribuit mihi Notarlo facultatem illud aperiendi ad instantiam 
cujusvis Personae in eo interesse habere pntantis, absque alicujus Dui. 
Judicis Decreto, sed corani duobus Testibus tantum : Et hoc dictus 



~ 25 - 

Dominus F'ranciscus Juvarra testator dixit esse, esseque voliiit suum 
ultimum Testamentum nuncupativum sine scriptis suamque ultimam 
dispositionem, quod et quam valere volu't jure similis Testamenti 
nuncupativi sine scriptis, Codicillorum, Donationis causa mortis, vel 
alterius cujusvis dispositionis de jure valiturae, ac alias omni etcc. 
cassans, irritans, et annullans omne aliud Testamentum, omnenque 
aliam Dispositionem per eum quomodolibet hactenus factam, et per 
acta cujusvis Notarii rogatam, etiam sub quibusvis verbis, et Clausulis 
quantumvis proegnantibus, et derogatoriis, Derogatoriarum derogato- 
riis. quia hoc praesens cius Testamentum coeteris aliis praevalere 
voluit, non solum etcc. ed et omni etcc. Actum Romae in Domo 
Magna angulum faciente in platea agonalis, et ingressum habente e 
conspectu \'enerabilis Ecclesiae Beatae Mariae de Anima juxta etcc. 
et signanter in illius secando appartamento per subscriptum Dominum 
Testatorem habitato, ibidem praesentibus etcc. Rev. D. Nicolao To- 
massini filio quondam Thomae de Maldineano ausculanae Diocesis, 
Rev. D. Petro Negrotti filio quondam Pauli de Monte Opulo Abba- 
tiae Farsensis, Exceliente D. Doctore Pliisico Jacobo Brescia filio D. 
Francisci de Civitate Albae in Pedemonte, D. D. Petro Bacchini filio 
quondam Dominici Ron.ano, Josepho Carosini filio quondam Francisci 
Romano, Stephano Ratti filio D. Alexii Romano, et Josepho Rizzi 
filio quondam Bernardini de Cremona Testibus etcc. qui sese subscri- 
pserunt prout infra vidilicet. 

Don Nicolao Tomassini, fui presente e testimonio alla consegna 
del presente testamento 

Pietro Negretti sacerdote, fui presente e testimonio alla consegna 
del presente testamento 

Jo Giacomo Brescia, fui testimoio come sopra 

Jo Pietro Bacchini, fui testimonio come sopra 

Jo Giuseppe Carosini, fui testimonio come sopra 

Jo Stefano Ratti, fui testimonio come sopra 

Jo Giuseppe Rizzi, fui testimonio come sopra 

Jtem subsequenti Anno ab eadem Nativitate milesimo septingen- 
tesimo quinquagesimo nono Indictione septima. Die vero vigesima 
septima Mensis aprilis, Potitificatus vero quo supra. 

Cum hac mane circa horam decimam tertiam fato cesserit D. Fran- 
ciscus juvarra filus bonae memoriae Petri Messanensis per me, et in- 
frascriptos Testes, dum in humani erat, optime notus, cuius cadaver 
ego Notarius publicus, et testes infrascripti in terra extensum super 



— 26 — 

strato nigro, habitii Religioso Divi Dominici iiidutiim in una ex nian- 
sionilDiis secundi appartamenti Domiis magnae positae fere e conspectu 
Venerabilis Ecclesiae Beatae Mariae de Anima, angulum facientis in 
vico tendente ad Plateam agonalem, et modo spectantis ad Eximium 
L). Diiccm de Verzino juxta, ac al) eodem Domino Jiivarra, dimi vixit, 
in locationem retenti, et habitat!, quod ad hunc effectnm accessimus, 
acceisiti bene vidimus, et recognovimus exanimatum, et extensum ; 
bis attentis, habitaqne notitia Domina Benedicta Jiivarra illius germana 
soror, mihi etcc. pariter nota, praefatum D. Franciscum viventem sub 
die prima ymbris 1758 suum in actis meis etcc. ultimum testamentum 
clausum et sigillatuni consignasse, ac in ipius bonae memorae Francisci 
haereditate interesse habere putans, propterea instetit penes me etcc. 
ut illud aperirem, et publicarem, ad hoc ut eius voluntas debitae exe- 
cutioni demandari debeat, prout Ego idem Notarius utendo facultate 
mihi etcc. per eumdem bonae memoriae Franciscum in dicti Testa- 
menti consignatione tributa illud scilicet, sequuto ejus obitu propria 
authoritate, et absque ullo Judicis Decreto aperiendi ad instantiam 
cujusvis Personae in praedicta haereditate interesse habere praeten- 
dentis, attento obitu, dicti bonae memoriae Francisci ut supra sequuto. 
Testamentum praefatum septem sigillis signatum, filo albo consutum, 
et a septem Testibus subscriptum relata die per acta mei etcc, ut 
supra consignatum, et nunc mecum ad huiusmodi effectum praecisum 
asportatum, coram eisdem Testibus aperui, et disigillavi, nulla in 
parte cassum, omnique suspicione, et vitio carens repertum, idemque 
sic apertum alta et intelligibili voce perlegi et publicavi, et hic alli- 
gavi, prout in quinque foliis tenoris sequentis, vidilicet : 

In nome della Santissima Trinità Padre, Figliolo e Spirito Santo 
della Beatissima Immacolata Vergine Maria, e di tutti i Santi e Sante 
del Paradiso, Amen. 

Considerando io infrascritto Francesco Juvarra, figlio del quon- 
dam Pietro (1) della Città di INIessina, abitante in Roma quanto siano 



(i) Pietro Juvara ebbe ottima rinomanza tra la numerosa e di- 
stinta arte degli argentieri in Messina. Probabilmente figlio dell' arte, 
come dicesi, ancor giovanetto, — poiché lo vediamo ricordato nei docu- 
menti col vezzeggiativo di Pietrino, — eseguì varie commissioni per 
parte di quel gran signore e fine amatore delle cose artistiche che era 
Don Antonio Ruffo, Principe della Scaletta, e non mancò di servirlo 
fino alla sua tarda età. In sulla metà del secolo XVII insieme ad lu- 



brevi i giorni di questa misera vita, e rivolgendo il pensiero alla cer- 
tezza della Morte, ed incertezza del preciso tempo di essa; e volendo 
perciò provvedere in tempo agi' Interessi della mia Anima, ed alli 
temporali, a solo oggetto d' impiegare nel rimanente di mia vita, per 
quanto mi sarà possibile e permesso, tutto me stesso all'acquisto del- 
l'eterna Beatitudine, ho deliberato adesso che mi trovo sano per grazia 
dell'Onnipotente Iddio di mente, senso, lociuella, vista, udito, ed in- 
telletto, ed anche di corpo dichiarare la mia ultima volontà, e di- 
sporre con il presente mio nuncupativo Testamento che di ragione 
civile vien detto senza scritto, di tutte le mie facoltà e sostanze, che 
il Signore Iddio si è compiacciuto concedermi per sua infinita miseri- 
cordia, conforme, imploratone il divino aiuto. Io faccio e dispongo nel 
modo e forma seguenti, cioè : 

Ed in primo luogo incominciando dall'anima mia, come cosa più 
nobile e degna del Corpo, quella colla maggior rassegnazione possi- 
bile la raccomando al mio Divino Creatore, all'Immacolata Concezione 
Vergine Maria, al mio S. Angelo Custode, al glorioso Patriarca S. Giu- 
seppe a S. Vincenzo Ferrerio, a S. Francesco di Paola, a S. Filippo 
Neri, ed a tutti gli altri Santi miei Avvocati e protettori, rinovando 
qui la professione della S. Fede Cattolica Romana, nella quale intendo, 
e voglio fermamente morite, ricorro con gran timore ma con una qual 



nocenzo Mangani, da Firenze, modellò e tragittò gli angeli e gli ornati 
di bronzo dorato del baldacchino del maggior altare nel Duomo di INIes- 
sina, pel quale esegui lampadari ed altri utensili insieme ai valenti ce- 
sellatori ed argentieri Donia. Cfr. Arenaprimo G. Argcìiterie artisti- 
che messine si del secolo XVII. Firenze, 1901. e Per la biografia di 
Innocenzo ìMangani , argentiere scultore ed architetto fiorentino , in 
Arch, Stor. Mess. Anno V. fase. 1-2. 

Nel 1672, per incarico dello stratigò D. Luigi dell' Hojo modellò 
la statua di argento rappresentante S. Michele Arcangelo, che, per or- 
dine dello stesso stratigò, fu esposta su di un altare nel Duomo per 
dimostrare la sua equità ed il modo come egli impartiva la giustizia. 
Questa statua venne fusa negli eventi posteriori della rivoluzione del 1674- 
7S. Nulla sappiamo degli ultimi anni di Pietro Juvara,che fino al 1665 
tenea la sua officina nella via dei Banchi ed Argentieri, nella quale, 
da tempi antichi, abitavano i mercanti e banchieri più reputati e gli 
argentieri ed orefici, i quali, poco discosti gli uni dagli altri, evitavano 
il monopolio di coloro che si sarebbero voluti allontanare, ove mai 
avesser l'intento di nuocere alla loro corporazione, che in Messina era 
numerosa e graduata fra le arti nobili. 



— 28 - 

fiducia al Cospetto di Dio, chiedendogli coli' intimo del cuore, e con 
lagrime di vera compunzione perdono e misericordia delle colpe com- 
messe in mia vita, supplicando umilmente il mio Signore Gesù Cristo 
per li meriti della sua Santissima Passione a farmi permanere sino 
all'ultimo spirito di mia vita con senso di vero pentimento, e conce- 
dermi che possa col Sagramento della Penitenza, e col Santissimo 
Viatico e Sagra Unzione munirmi della divina grazia, e con tal pre- 
sidio difendermi in quell'ultima ora da qualunque tentazione del De- 
monio. 

Quando poi sarà separata l'anima mia dal corpo, ordino e voglio 
che dalla infrascritta mia Erede, ed infrascritti miei Signori Esecu- 
tori Testamentarj si faccia trasportare il mio cadavere nella Venera- 
bile Chiesa di S. Maria in Vallicella, detta volgarmente Chiesa Nuova, 
associato con quella Pompa funebre, che più parerà e piacerà alla 
detta mia infrascritta Erede. 

Voglio poi che resti esposto nella medesima Chiesa avanti l'altare 
di S. Filippo con quella quantità di cera all' arbitrio di detta mia in- 
frascritta Erede, e quivi in quella stessa mattina mi si facciano cele- 
brare tutte quelle Messe basse di requie, che sarà possibile, oltre la 
Messa cantata parimenti di requie, e negli altri otto giorni susseguenti 
voglio, che mi si faccino celebrare tante altre Messe sino al numero 
di Cinquecento, comprese quelle che si saranno celebrate nella ma- 
tina dell'esposizione del mio cadavere, ed in oltre voglio, che 
colla maggiore sollecitudine possibile mi si faccino celebrare le solite 
Messe nelle Chiese di S. Gregorio, S. Preàsede alla Colonna di Nostro 
Signore, di S. Lorenzo fuori le .mura e di S. Maria Liberatrice. 

Ed in caso, che quei esemplarissimi Padri della Chiesa Nuova si 
degnassero concedermi il sito nella Navata incontro la Cappella di 
S. Filippo, ed a canto quella della Santissima Annunziata, in tal caso 
quivi si faccia la sepoltura per il mio cadavere a spese della mia 
Eredità. 

Per ragioni di legato, ed in ogni altro miglior modo etcc. lascio 
alla Sig. Natalizia Juvarra, mia sorella vedova del quondam Francesco 
Martinez abitante in Torino, scudi centosessanta moneta Romana in 
un ricapito, o sia pagarò a mio favore fatto dal Sig. Simone Martinez 
suo figlio, volendo che dall' infrascritta mia erede gli si consegni il 
detto recapito, che si troverà tra le mie scritture, e non ritrovandosi 
il detto mio ricapito, in tal caso la detta Sig. Natalizia non possa 
pretendere alcuna cosa dall'infrascritta mia Erede per causa di detto 



— 29 - 

Legato. Al detto poi S\g. Sitnone Martinez mio Nepote (t), c'ondono e 
rilascio li scudi cinquecento quarantaselte da me pagati per il mede- 
simo in vigore di una sigortà da me fattagli, e poi pagata in occa- 
sione d'alcuni argenti da esso Sig. Simone lavorati per li Portughesi, 
della qua! somma il detto Signor Simone non ha voluto larnc mai 
alcun obbligo, e dichiarazione a favor mio. 

Item per ragione di Legato come sopra lascio alla predetta Sig. 
Natalizia mia Sorella scudi Cento Romani annui di lei vita naturale 
durante solamente, da incominciare però a pagarsi simil Legato dalla 
mia Eredit.à, e miei Signori Esecutori Testamentari dopo la morte 
della infrascritta mia Erede usufruttuaria, e non prima, morta poi che 
sarà la detta Sig. Natalizia, voglio per ragion di Legato, ed in ogni 
altro miglior modo etcc, che dopo la morte della detta mia Erede usu- 
fruttuaria dalla suddetta mia Eredità venghino pagati alla Sig. Antonia, 
figlia di detta Signora Natalizia e del quondam Francesco Martinez, 
mia Nepote annui scudi trentasei Romani alla regione di un paolo al 
giorno, parimenti vita naturai durante d'essa Sig. Antonia mia Nepote, 
e non altrimenti etcc. Con che però tanto per parte della suddetta 
Sig. Natalizia, che della detta Sig. Antonia; di Lei Figlia, di sei in sei 
mesi, allorché mandaranno ad esigere in Roma il di loro rispettivo 
Legato debbano esibire a chi dovrà fare i pagamenti la lede della loro 
sopravivenza colle solite Legalità, perchè così etcc. 

Item per simil titolo di Legato lascio al Sig. Andrea Martinez 
altro mio Nepote, figlio del quondam Antonio Martinez Pittore, scudi 
Due Cento cinquanta moneta Romana per una sol volta, volendo in 
oltre che una simil somma d'altri scudi Duecento cinquanta moneta 
si paghino al Sig. Francesco Martinez Architetto, altro figlio del 
detto quondam Antonio, e Fratello del riferito Andrea parimenti a 
titolo di Legato per una sol volta, perchè così etcc : Con dichiarazione 



(i) Simone Martinez da Messina, nipote dell' Juvara, è il fonda- 
tore della scuola di scultura del Piemonte. Il Re Carlo Emanuele III, 
stabilì appositamente uno studio normale nel i73<S sotto i regi Archivi, 
€ ne propose il Martinez allo insegnamento. Rovere, Descrizione del 
R. Palazzo di Torino, Torino, 1S50, pag. 45, 76. Lo studio fu poi 
trasportato alla estremità dei giardini reali. Il Martinez scolpì le sta- 
tue della Fede e della Carità ed il San Giuseppe col Bambino ed i 
putti, medaglie e rilievi delia cappella architettata dallo zio in S. Te- 
resa di Torino. 



— .'JO — 

però, che rimo e l'altro Legato non possa pretendersi da ciascuno di 
questi due Legatarj, se non dopo la morte della infrascritta mia Erede 
usufriittuaria, e quante volte li medesimi, o ciascuno d'essi in quel 
tempo si trovassero in vita, e non altrimenti : perchè cosi etcc. 

Item per ragioni di Legato lascio al sudetto Sig. Francesco Mar- 
tinez Architetto tutti li miei compassi e libri d'Architettura, quante 
volte si trovassero nella mia Eredità, acciò abbia memoria di me (i), 
pei che così etcc. 

Item per simil ragion di Legato lascio scudi Quattrocento moneta 
per una sol volta alla Sig. Antonia Lombai'di Geranio, figlia del 
quondam Ottavio Lombardi, se però sopraviverà alla infrascritta mia 
Erede usufruttuaria, perchè non intendo, che detto Legato vada ai 
suoi Figli, perchè così etcc, E più scudi trecento lascio alla figlia di 
detta Sig. Antonia maritata in Casa Quartaroni esistente nella Città 
di Messina, ed altri scudi trecento lascio al Sig. Paolo d'Amico, figlio 
della quondam Leonora Lombardi mia Pronepote , volendo che li 
suddetti Legatarj, e ciascuno di loro restino contenti di questo Legato, 
quale per altro intendo, e voglio, che non possino conseguire se non 
dopo sarà seguita la morte di detta mia Erede usufruttuaria, e quante 
volte in tal tempo sarà in vita il suddetto Sig. Paolo d'Amico, e la 
suddetta figlia della Sig. Antonia maritata in detta Casa Quartaroni si 
trovasse morta senza figli, poiché essendovi questi, intendo, e voglio 
che godino il sudetto Legato di scudi Trecento. E se mai si dasse il 



(r) Francesco Martinez messinese, figlio del pittore Antonio e di 
una sorella dell' Juvara, ricordato dal Comolli nella Bibliografia Arclii- 
tettonica come valente architetto, fu tra i discepoli del grande mae- 
stro, che gli fecero maggiore onore, fra i quali Ciò. Battista Sacchetti, 
torinese, che sostituì il Juvara nell' edificazione del palazzo reale di 
INIadrid, Luigi Vanvitelli chiamato da Carlo III di Borbone alla co- 
struzione della reggia di Caserta, ed ai più superbi palazzi di Napoli, 
e Claudio Francesco Beaumont, da Torino, che riusci ancora valente 
pittore, che deve la sua esistenza all' Juvara, il quale gli ottenne 
anche un sussidio annuo per farlo perfezionare in Roma nello studio 

della pittura. 

Francesco Martinez, che lavorò con l'Alfieri a gli ornati del palazzo 
di S. Marzano, è autore della notabile tribuna regale del Ducmo e della 
grandiosa facciata dell' Annunziata, ove fu sepolto il dì della sua morte 
7 maggio 1777, come attesta il Cibrario, Storia di Torino, Tonno, 
1S46, voi. 2, pag. 537. Ei die i disegni delle due magnifiche tombe di 
Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III, nel sotterraneo di Superga. 



^ Èi - 

caso, che tutti e singoli miei Legatarj, e ciascuno d'essi pretendes- 
sero, o pretendesse nella mia Eredità, e si avanzasse a dar molestie alla 
detta mia Erede usufruttuaria, voglio che decadine, o decada affatto 
dal Legato, e da ogni jus di poterlo in alcun tempo conseguire; mentre 
è mia precisa volontà, che detta mia Erede usufruttuaria non sia in 
alcun tempo molestata, perchè così etcc. 

Item a titolo di Prelegato, ed in ogni altro miglior modo etcc. la- 
scio alla Sig. Benedetta Juvarra, mia dilettissima, sorella in contrasegno 
dell' amore che sempre gli ho portato , e tuttavia gli porto, ed a con- 
templazione ancora dell'assistenza ed attenzione sempre usata verso 
di me , lascio dico scudi Quattromila moneta Romana con libera ed 
assoluta facoltà di poterue disporre a di Lei arbitrio in vita, ed in ogni 
tempo, che alla medema meglio parerrà e piacerà, talmentechè la me- 
dema sia, e debba essere assoluta Padrona di detti Scudi quattromila 
moneta. 

Item a titolo di Prelegato, ed in ogni altro miglior modo etcc. la- 
scio liberamente alla medema Sig. Benedetta mia sorella tutte le gioje, 
abiti, e biancherie, e tutt'altro, ch'è d'uso della medema, come ancora 
la Lucerna d'argento, schifto grande con sue chicchere, due Tazze da 
brodo, Caffettiera, o sia Cioccolatiera d'argento, l'orologio figurato di 
metallo e d'argento, altri due schiffetti con sue chichere. ed altra Caf- 
fettiera picola il tutto d'argento, due Candellieri con arma di mio Fra- 
tello a due lumi, ed altri due para di Candellieri a spicchi, ed un altro 
paro ottagonali di getto con suoi padellini parimenti d'argento, di più 
la scatola d'oro ovata lavorata, e l'anello di brillanti, e l'altro' anello 
di tre Diamanti a faccetta , come anche tutti li mobili che si trovano 
in mia Casa, intendendo, che de' medemi ne sia assoluta Padrona, e 
solamente eccettuo gli altri argenti non specificati nel presente mio 
Testamento e li quadri di basso Rilievo d'argento, delli quali per evi- 
tare ogni dubbio ne ho fatto un foglio da me sottoscritto fi), che in- 
cluderò nel presente mio Testamento, perchè così etcc. e non altri- 
menti etcc. 



(ij II tenore dell" inserto foglio, di cui si è fatta menzione, è il 
seguente, cioè: Nota degli argenti, che si devono considerare nella 
mia eredità. Numero Ventiquattro Tondini, quattro Piatti grandi, una 
Guantiera grande, e l'altra picola, Un schiffo grande , Quattro Qua- 
dri d'argento con basso rilievo^ rappresentanti uno ITmnTacolata Con- 
cezione, 1' altro S. Giovanni Batta, l'altro la Gloria di alcuni Putti e 
l'altro fa fuga d'Egitto. =: Francesco Juvarra. 



>- 32 - 

Item pef ragione di Legato, ed in ogni miglior modo etcc. lasciò 
ad Anna Tomassini, che m'ha servito da venti anni, e tuttavia continua 
a prestarmi il suo servizio, scudi quindeci moneta per una sol volta 
da pagarsegli liberamente subito seguita la mia morte : Ed in oltre 
voglio , che dalla mia Eredità gli si diano scudi diciotto l'anno sua 
vita naturai durante, con doverli però principiare a conseguire dal tempo 
della morte della infrascritta mia Erede Usufruttuaria, e quahte volte 
la medema in quel tempo si trovasse in vita: Intendendo però che si- 
mile legato di scudi quindici lasciatogli per una sol volta come sopra 
possa conseguirlo qualora la medema si trovercà al mio servizio in 
tempo della mia morte, e non altrimenti etcc. 

Rispetto poi all'altro legato di Scudi diciotto annui da conseguirsi 
dopo la morte della infrascritta mia Erede usufruttuaria come sopra 
possa e debba conseguirli nel solo caso, che essa continui a servire 
sino al tempo della morte della infrascritta mia Erede usufruttuaria e 
non altrimenti etcc. 

Item per simil titolo di Legato lascio a Giuseppe Ricci mio ser- 
vitore scudi dieci moneta per una sol volta da pagarglisi subito seguita 
la mia morte, perchè così etcc. 

In tutti poi e singoli miei Beni ed Effetti , tanto stabili, che Luo- 
ghi de Monti, quanto Crediti, azioni, nomi de' Debitori, ed altri qual- 
sisiano in qualunque luoghi posti, ed esistenti, ed a me Testatore in 
qualunque modo, e per qualsiasi Causa e titolo spettanti ed appar- 
tenenti , e che mi potessero spettare ed appartenere, mia Erede usu- 
fiuttuaria universale istituisco, nomino e voglio che sia la sudetta 
Sig. Benedetta Juvarra, mia sorella carnale, alla quale per ragione d'i- 
stituzione, ed in ogni altro meglior modo etcc. lascio l'irftiero Usu- 
frutto della mia Eredità , proibendo alla medema qualunque sorte di 
Trebellianica e Falcidia, perchè così etcc. 

Erede poi proprietario dopo la morte di detta Sig. Benedetta mia 
sorella istituisco, nomino e voglio che sia l'infrascritta Opera Pia, cioè, 
seguita che sarà la morte di detta Sig. Benedetta voglio che si erig- 
gano Tre Capellanie mere Laicali, e non altrimenti, soggette alla Da- 
taria, e Regole della Cancellarla Apostolica, ne tampoco all'Ordinario 
amovibili ad nutum da ciascuna delle persone, alle quali, come 
appresso concederò la nomina coUobbligo della Messa quotidiana, da 
celebrarsi o per loro stessi, o per altri, una nell'altare del Glorioso 
S. Filippo Neri nella Chiesa Nuova, d'annua Rendita di scudi settan- 
tadue, che viene a corrispondere alla ragione di giulj due il giorno, 



- 33 - 

alla quale ora, e per quando sarà la niedema eretta nomino per primo 
Cappellano il Reverendo Sig. Don Nicola Tomasiiii dalla Città d'A- 
scoli abitante in Roma, e dopo la morte di detto Sig. D. Nicola primo 
Cappellano nominato, voglio che la nomina degli altri Cappellani spetti 
al Superiore prò tempore di detta Chiesa Nuova , pregandolo instan- 
temente come desidero di preferire in concorrenza i Nazionali di Mes- 
sina, o Figli de' medesimi. 

Altra Cappellania nella Cappella di S. Giuseppe nella Venerabile 
Chiesa della Pace di Roma d' annua Rendita di scudi settantadue come 
sopra, alla quale nomino per primo Cappellano il Sig. Paolo d'Amico 
mio Pronepote, e qualora il medesimo non fo33e capace di conse- 
guirla, e non ascendesse al sacerdozio, come anche dopo la morte dello 
stesso, lascio la facoltà di nominare a detta Capellania al Sig. Aoate 
Giuseppe Rinaldi, uno degli infrascritti miei Signori Esecutori Testa- 
mentarj, e quante volte si dasse il caso, che detto Sij^. Paolo d' A- 
mico mio primo Cappellano come sopra nominato premorisse a detta 
Sig. Benedetta mia Erede, Voglio che la prima nomina spetti alla 
medenia Sig. Benedetta. 

La terza Cappellania poi nella Venerabile Chiesa dell'Arciconfra- 
ternita degli Agonizzanti d'annua rendita similmente di scudi settan- 
tadue come sopra, alla quale ora, e per quando sarà la medema eretta 
nomino per primo Capellano uno dei Figliolj del .Sig. Filippo Mo- 
lajoni. 

E se si dasse il caso, che il figliolo del detto Sig. Molajoni, come 
sopra nominato premorisse a detta Sig. Benedetta, voglio ed intendo 
che la prima nomina spetti alla detta Sig. Benedetta, e dopo la morte 
di questa le altre successive nomine spettino per sempre alli Signori 
officiali prò tempore, o siano Guardiani di detta Arciconfraternita. 
Come pure voglio che dopo la morte del Sig. Abbate Rinaldi le altre 
successive nomine alla sudetta Capellania eretta nella Venerabile Chiesa 
di S. IMaria della Pace spettino al Reverendo Abbate prò tempore del 
Venerabile Monastero della Pace sudetta, con che però tanto li sudetti 
Sig. Officiali degl'Agonizzanti, quanto il detto Padre Abbate, debbano 
preferire alle sudette nomine li .Sacerdoti, o purj Chierici Messinesi, 
Nazionali e non altrimenti etcc. 

Per fondo poi delle sudette Capellanie e ciascuna d'esse, voglio, 
ordino e comando che si assegnino tanti de' miei Luoghi de' INIonti 
Camerali non vacabili, che rendino l'assegnata respettix a somma annua 
alle predette Capellanie, colla riserva de' Frutti al Capellano prò tem- 



pore nette anche dall'Imposizione imposta sopra i Luoghi de' Monti, 
quante volte fatta che sarà dall' infrascritti miei Sig. Esecutori Testa- 
mentarj la respettiva Erezione e^ Fondazione delle sudette tre Ca- 
pellanie coU'assegnare per ciascheduna d'esse il fruttato d'essi medesimi 
Luoghi de' Monti, colla traslazione de' medesimi in Credito delle su- 
dette Capellanie erigende, colla riserva de' loro frutti a favore de' Ca- 
pellani prò tempore nominati da farsi per rogiti da rogarsi per gli atti 
di quel Notaro, ove sarà consegnato il presente mio testamento, come 
ancora fatta l'assegnazione, e destinazione dei Capitali per la sodisfa- 
zione dei sudetti rispettivi Legati da me come sopra lasciati vita so- 
lamente durante de' miei Legatarj e dopo pagati, e sodisfatti i Legati, 
fatti per una sol volta, avanzasse qualche somma o Capitale fruttifero, 
o pure per morte de' Legatarj in qualunque tempo succedesse, o pri- 
ma o dopo la morte della detta mia Erede usufruttuaria s'accrescesse 
maggior fruttato alla mia Eredità, che sormontasse il fruttato in detta 
certa somma assegnato per le sudette tre Capellanie , in tal caso tutta 
quella somma di più, che ogni anno da detto fruttato sopravanza , e 
che potrà sopravanzare dopo la morte de' miei Legatarj, dovrà depo- 
sitarsi in Credito dell' Opera Pia di me infrascritto Francesco Juvarra 
a disposizione di quelli, che avranno la nomina degl'infracritti sussidj 
dotali, e voglio, ed ordino che tutta la sudetta somma da depositarsi 
nel Sagro Monte di Pietà di Roma, si eroghi , e s'impieghi in uno o 
più sussidi dotali da darsi, e distibuirsi ad una o più Zitelle come in 
appresso. E siccome per essermi incerto qual somma annua possa 
avanzare, non posso determinare il numero di detti sussidj Dotali, perciò 
rispetto al detto numero voglio che venghi determinato da' detti miei 
Sig. Esecutori Testamentarj a' quali voglio che spetti il dare, e deter- 
minare quel metodo, che crederanno più adattato: Dichiarando che cia- 
scuna Dote, o sussidio dotale caritativo non debba essere di minor somma 
di scudi quaranta, e che dette Dote, o Doti venga o venghino distribuite 
ogn'anno a Zitelle oneste figlie di Messinesi, o discendenti d'essi abi- 
tanti in Roma, ed in mancanza di queste a favore delle Zitelle più po- 
vere siciliane, o discendenti da Padri Messinesi, o Siciliani. 

Volendo però che a tali sussidj dotali caritativi siano sempre pre- 
ferite, ed anteposte a tutte le altre Zitelle le mie Parenti più prossime 
o Descendenti da queste, benché non siano, od abitino a Roma. Vo- 
lendo in oltre, che tale distribuzione di detti sussidj dotali venga fatta 
ogn'anno nel giorno della Festività del Glorioso Patriarca S. Giuseppe 
nella Venerabile Chiesa della Madonna Santissima di Costantinopoli 



- 35 — 

di Roma, ove dovranno intervenire le Zitelle a simili snssidj nominate 
dal siidetto Sig. Abate Rinaldi uno de' miei Esecutori Testamentarj, 
come dirò in appresso, ed ivi fare la Santa Comunione in quella ma- 
tina del giorno della Festa di S. Giuseppe, e pregare sua Divina Maestà 
per l'anima mia, e de' miei Parenti, a tal obbligo esento quella mia 
Parente che conseguirà il sussidio dotale con trovarsi fuor di Roma, 
volendo solamente, che questa in detto giorno faccia la Santa Comu- 
nione con pregare per l'anima mia, e de' miei come sopra, perchè 
così etcc. 

La nomina poi di questi sussidj dotali voglio che spetti all'istesso 
Sig. Abate Rinaldi sua vita naturale durante solamente , seguita poi 
sarà la di lui morte, voglio che la distribuzione di detti sussidj dotali 
spetti alli Signori Guardiani prò tempore della Venerabile Arciconfra- 
ternita di S. Maria di Costantinopoli di Roma, i quali siano tenuti, ed 
obbligati distribuire detti sussidj dotali con osservare l'ordine da me 
come sopra prescritto : volendo che in tal distribuzione essendovi più 
Zitelle concorrenti del numero de' sussidj dotali venghino estratte a 
sorte, e non alrimenti etcc. 

Finalmente dichiaro , che se in tempo seguirà la mia morte non 
si trovassero denari contanti per pagare le spese della mia ultima in- 
fermità del Funerale, ed altro ordinato nel presente mio Ttstamento, 
voglio, ed ordino, che dalla suddetta Mia Erede usufruttuaria possino 
alienarsi tanti de' miei Luoghi de' Monti Ereditari, quanti saranno 
necessarj per il pagamento di tali spese. 

Esecutori poi di questa mia ultima volontà e disposizione nomino 
e voglio che siano il sudetto Sig. Abbate Giuseppe Rinaldi e il 
Sig. Filippo Molajoni, pregandoli d'accettare questa briga ed eseguire 
quanto sopra ho disposto, dando alli medesimi, e ciascuno di loro in 
solidum facoltà amplissima di fare tuttocciò, che potrei fare Io mede- 
simo se fossi vivente, ed anche gli do la facoltà di poter nominare 
dopo la loro morte altro Esecutore Testamento, in caso non fosse 
stata data prima piena esecuzione a quanto sopra ho disposto, la- 
sciando in arbitrio di detta mia Sig. Sorella di premiare li sudetti 
Sig. Esecutori Testamentarj secondo gli parerà. 

Dichiarando finalmente, che dandosi il caso che la sudetta Sig. Be- 
nedetta mia sorella Erede usufruttuaria morisse senza aver fatto Te- 
stamento, in tal caso, e non altrimenti intendo, che la robba alla me- 
desima come sopra lasciata sia soggetta a questa mia disposizione e 
considerata come gl'altri Beni, perchè così etcc. 



-^ 3(3 - 

E questo intendo, voglio, e dichiaro, che debba esser il mio ul- 
timo nuncupativo Testamento, ed ultima mia volontà, e se non va- 
lesse per ragione di Testamento, voglio che vaglia per ragione di 
Codicillo, o Donazione per causa di morte, ovvero di qualunque altra 
disposizione, che di ragione si sostiene ; cassando ed annullando con 
questo qualunque altro Testamento, e disposizione da me sino al 
presente giorno fatti, volendo che il presente come ultimo prevaglia 
a tutti gli altri, non solo in questo, ma in ogni altro meglior modo 
etcc. In Roma questo dì primo Settembre 1758, 

10 Francesco Juvarra dispongo e testo come sopra, mano propria. 
Et ita etcc. non solum etcc. sed et omni etcc, super quibus etcc. 

Actum Romae, ubi supra ibidem praesentibus, audientibus, et 
bene intelligentibus Domino Silvestri Donia, filio Domini Alexandri 
Messanensis, et Domino Thoma Rasi filio quondam Nicolai de Terra 
Nova in Calabria Oppidensis Diocoesis. 

Testibus ad praedicta omnia et singula vocatis habitis specialiter, 
atque rogatis. 

Ego Petrus Piacenti Ronianus Civis Causarum Cuiiae Ca- 
pitolii Apostolica Autoritathe Notarius publicus Collegialis 
de praemìssis rogatus praesens Testamentum subscripsi et 
publicavi meoque solito signo munivi etcc. in fidem etcc. 

Segue un Codicillo al predetto testamento in data 19 Marzo 1759: 
con esso Franceso Juvarra nomina suoi esecutori testamentari « il 
Molto Reverendo Padre Giovan Francesco Caballini dell' Oratorio di 
S. Filippo Neri di Roma e l'Ili. mo Sig. Abbate Domenico de Paolis 
presentaneo Uditore di Monsignore Ill.mo e Reverendissimo Guglielmi », 
invece degli esecutori testamentari, Abate Giuseppe Rinaldi e Filippo 
Molajoni, già stati nominati col testamento del i Settembre 1758. 

11 documento termina con l'autenticazione della copia del predetto 
testamento : 

Sumptae praesentes Copiae ex suis proprijs Originalibus in Secre- 
tarla Generali Montium sub die 19 Novembris 1759 exhibitis, atque 
dimissis, cum quibus collationatae concordant salva semper etcc. in 
quorum etcc. datum die 2 j. Mensis Xmbris dicti Anni 1759 

Dominicns Calzamillia Administrator Generalis 

Io sottoscritto ho l'originale del presente Istrumento questo dì 
et anno suddetto. 

Domenico Paolino de Dominicis 



UNA PAROLA 

SUL SOGGIORNO DI W- GOEXHK 

IN MESSINA 



L' ultima parola sul soggiorno di Goethe in Messina 
non è stata detta ancora ; ne io ho autorità per dirla. 

Rilevo solo alcuni punti della parte siciliana della 
Italiciiische Reise (1) , che sono stati e sono dei più con- 
troversi. 

La Contessa Ida Hahn-Hahn, vìqX swoWhro Jeiiseits der 
Berge, che ebbe già due edizioni^ raccoglieva nel 1840 (2) 
la voce che la famosa canzone Kemist du das Land, apo- 
teosi anche per lei della Sicilia nostra, fosse stata conce- 
pita e scritta affacciandosi il grande poeta dalla terrazza 
dinanzi alla chiesa di S. Gregorio. 

Siffatta notizia è priva di fondamento ; e lo dimostra 
il fatto che la canzone di Mignon preesisteva alla gita di 
Goethe in Messina ; oltreché non ha nulla da vedere con 
la Sicilia , contrariamente a quanto han ritenuto ed affer- 
mato scrittori tedeschi ed italiani principiando dall'orien- 
talista Joseph Hager (3) , perito nella causa contro 1' ab. 
Velia, e finendo a Prim.o Levi , che battezzò un suo libro 
sulla SiciHa col titolo goethiano : Non conosci il bel suol (4). 



[i) ItaUenischc Reise. Von Wolfgang von Goethe ; Sicilien, 
Leipzig. Reclani. 

(2) Leipzig, Brockhaus, 1S40, p. 194. 

(3) Gema! de von Palermo. Berlin, 1799. 

(4) Palermo, Setl-Nov. MDCCCLXXXV. Stab. tip. del Tempo, 
MDCCCLXXXVL 



— 38 — 

La mia affermazione parrà a taluno un'esorbitanza, ma 
ò pura storia, 

È stato detto, ed anche per tradizione ripetuto , che 
nei quattro giorni della sua visita (10-14 Maggio 1787) 
Goethe fosse stato ospitato nel palazzo dei Principi Bru- 
naccini di S. Teodoro : e si è in tal modo creato una leg- 
genda pili strana di quella della locanda nella quale egli 
si fermò a Palermo. 

Il compianto Augusto Schneegans, quando fu Console 
di Germania in Messina , fece accurate ricerche su quella 
tradizione, e concluse che Goethe non iste'tte in quel pa- 
lazzo. La leggenda ne uscì sfatata ; ma una conclusione 
positiva non si ebbe : cioè che Goethe fosse stato nella 
tale o nella tal' altra locanda. 

Solo adesso si viene a qualche conclusione sicura : e 
principale è questa : che il famoso Governatore , al quale 
egli fu da un Console (il nome non si è riuscito finora 
a tirarlo in luce) presentato, era il maresciallo di campo 
D. Michele Odea irlandese, uomo severo, diffidente^ bisbe- 
tico ed irritabile. Goethe lo mette in evidenza, ed ha pa- 
role pii^i che severe per lo staffiere di lui, che chiama pul- 
cinella. Ma non dice, e nessuno ha mai considerato, che 
proprio nei giorni di fermata di Goethe in Messina, lo zelo 
ed il dispetto dell' Odea nell'esercizio delle alte sue fun- 
zioni doveva toccare al parossismo, perchè egli era stato 
richiamato a Napoli e sostituito col Generale Giovanni 
Danero. 

Le date son lì ad attestarlo: 4 Aprile, nomina del Ge- 
nerale Danero; 11 Maggio, arrivo di Goethe a Messina. 
Ne c'è da sospettare che il Governatore fosse stato Danero, 
giacche il Console , bene informato delle cose di Messina 
e del Governatore, parlava di questo come di persona 



— 39 - 

conosciuta da un pezzo, che « uvea resi buoni servizi allo 
Stato ». Lo descriveva « sospettoso come sono quasi tutti 
i vecchi despoti, vivente nel dubbio continuo, più che nella 
certezza, di avere nemici a Corte » ; inchinevole a veder 
sempre spie in tutti i forestieri che capitassero a Messina. 

Aggiungeva che essendo stato per un certo tempo 
tranquillo, avea afferrata la prima occasione (quella d' un 
maltese molto inquieto ed uso a mutar di continuo abita- 
zione) di dare sfogo alla sua bile » (1). 

Ho sentito dire ed ho letto in qualche guida che nel- 
l'anno 1787 il Governatore abitasse nel Palazzo Brunaccini. 

Se la cosa fosse vera, l'equivoco sarebbe presto spie- 
gato ; perchè Goethe andò due volte dal Governatore ; e 
la seconda , suo malgrado, per un pranzo. I particolari di 
quel pranzo sono descritti con una certa vivacità di co- 
lore da Goethe medesimo (lettera del 13 Maggio). 

Ma chi afferma quella residenza ufficiale, dimentica che 
i Governatori ne avevano una propria e più nobile : il 
Palazzo Reale nel gran piano di Terranova, ora scomparso 
sotto magazzini e fabbriche d' ogni genere ; e si sa che il 
Palazzo Reale era stato in gran parte abbattuto dai tre- 
muoti dell' 83. 

Ma, dunque, dove stette Goethe con l'amico Kniep in 
Messina ? 

Ecco : la prima sera, in una miserabile locanduccia , 
specie di fondaco, nel quale soleva recarsi il mulattiere 
che lo accompagnò da Palermo a quella città; il domani 
in un albergo. 

Ora r unico albergo possibile o il migliore di quei 
giorni non potè essere altro se non quello chiamato del 



(i) Lettera del 13 Maggio 17S7. 



- 40 — 

Principe Borncciiw. il che sappiamo dal dotto Prof. Bartels, 
che appunto in quell'anno fu a Messina e si fermò in 
detto albergo (1). 

Sarebbe stato questo proprietà dei Principi, o del Prin- 
cipe Brunaccini ? 

E allora sarebbe spiegato il qui prò quo. Ma non è inu- 
tile che qualche erudito messinese vi torni con notizie 
locali che a me mancano e che lo Schneegans non potè 
trovare. 

La ricerca merita davvero di esser fatta anche nel- 
l'interesse della fortuna dell'autore di Faust in Sicilia, ed 
in omaggio alla benevolenza che nella Reise egli profuse 
suir Isola nostra. 

Palermo, dicenibre 1906. 

G. Pitrè. 



(i) J. H. Bartels, Briefe ùber Kalabrien und Shilien , II, 75- 
Gòttinsfen, Dieterich. 



^^^^É^SimMMé}'i0'& 




■'trCHELANGELO DA CARAVAGGIO 
TESTA DI PILATO 

(autoritratto) 



m 



MICHELANGELO DA CARAVAGGIO 

PITTORE 



STUDI E RICERCHE 

DI 

VIRGILIO SACCA 



IV. 

L' ARTE DEL CARAVAGGIO. 

Ho di già riportati integralmente vari giudizi di critici 
e di contemporanei suU' arte speciale del Merisio , giudizi 
concordi nel dichiarare buia e mancante di nobiltà ogni 
invenzione del pittore: a completarne lo elenco citerò qui le 
parole di uno storico moderno dell'arte, il Magni (1), per 
fare rilevare come spesso la modernità non basti a romperla 
con la tradizione, quantunque erronea. Il Magni, mentre 
chiama in sulle prime ristoratore della pittura il Merisio, 
dice poi « ch'ei volle opporre uno schietto, rude e comune 
naturalismo senza alcuna scelta di modelli sempre volgari, 
anzi che il bello di essa natura e la nobiltà dei concetti. Egli 
è per altro molto trascurato nel disegno, di luce troppo 
ristretta, caricato nelle ombre, non naturali, perchè gli 



(i) Opera citata, pag. 402. Tralascio di ricordare le parole del 
Morelli [Pittura Italiana, Fratelli Treves, Milano 1997, pag. 229). 
Il valoroso critico d'arte esprime un'impressione personale ma non dà 
un giudizio, egli dice infatti che il Caravaggio fu « un pittore ìioh 
molto siìiipatico, ma di molto ingegno ». 



- 42 — 

oggetti illuminati dal giorno come non hanno tinte sporche 
ne' chiari, non hanno quel nerume negli scuri, ma di 
buone tinte nelle carni ». Il Magni ripete ciò che dissero 
un tempo il Bellori, il Lanzi, ciò che dissero tutti coloro che 
andavano in deliquio davanti alle decadenze dell'arte. Ma 
il Caravaggio è un innovatore, un caposcuola, è quello che 
è : se ei non avesse dipinto coni' ha dipinto non sarebbe 
nò un innovatore ne un caposcuola, sarebbe un pittore 
valoroso ma non meritevole di studio e di attenzione. Si 
ricordi, per altro, il giudizio di Annibale Caracci : Costui 
macina carni e non colori !... E se un artista come il Ca- 
racci ha avuto una tale impressione, perchè i critici deb- 
bono pescare i nói col lanternino di Diogene e criticare i 
mezzi con cui il Caravaggio rendeva le sue meraviglie? 

Io credo che mai offesa piìi sciocca è stata fatta ad 
artista di quella onde il Merisio venne detto pittore dalle 
figure volgari. E perchè mai ei non ebbe nobiltà di con- 
cetti? Perchè fu forse schiavo del vero mentre imperava la 
maniera? Meriterebbe un premio per questo e non l'of- 
fesa delle volgarità. Certamente il Caravaggio non fu pit- 
tore religioso nel più stretto senso della parola. Egli non 
poteva dipingere una scena biblica senza ricorrere al mo- 
dello, che copiava fedelmente. Ed è per questo assai me- 
raviglioso, giacché egli ha potuto trovare così grandi va- 
rietà di espressioni nella gente del popolo eh' ei traeva a 
modello. E se, alla stregua della pura idealità religiosa, 
alla stregua dei pittori primitivi, di quelli del rinascimento, 
del secolo d' oro e della decadenza, egli appare poco reli- 
gioso, perchè discute e ragiona senza tener conto degli ef- 
fetti soprannaturali e delle tradizioni popolari assai strane 
ed illogiche in fatto di fede senza tener conto soprattutto di 
simboli e di dogmi, noi lo troviamo il vero ed unico pittore 



— 43 — 

che abbia per primo dato alla tragedia cristiana il soffio 
potente della tragedia umana. I vecchi critici sono co- 
stretti a confessarlo : il Deposto della croce (uno dei pochi 
quadri che il buon criterio di Napoleone I aveva fatto esu- 
lare a Parigi) superava di gran lunga, e supera tuttavia, 
i quadri rivali del Barocci e del Guido Reni, due grandi 
e veri maestri. Eppure, nel quadro, non v'è nulla di tutto 
ciò che comunemente esiste in simili composizioni. 

L'effetto del dolore prorompe spontaneo dalla tela non 
per una idea religiosa ma per un'intim.a commozione umana. 
San Giovanni e Nicodemo sostengono l'amato corpo di 
Gesù, un corpo meraviglioso come disegno, come colore, 
come nobiltà di espressione. In fondo è Maria, la madre 
angosciata con le braccia aperte come a proteggere il 
grande ed amato figliuolo ucciso, e innanti a lei le due 
buone e pietose Marie, piangente l'una, quasi disperata l'al- 
tra con le braccia rivolte al cielo: bellissime le teste, d'una 
morbidezza e nobiltà singolarissima. Eppure il Magni hd 
trovato tutto ignobile in questo quadro, peggio del secen- 
tista Bellori che trova almeno il corpo di Cristo ritratto 
coìi forza della più esatta iniitasione. 

Ignobile, perchè Nicodemo va coi piedi nudi al par di 
Giovaimi ? O perchè Maria, la madre, non è la bellissima 
Vergine degli altri artisti, giovane pili del figliuolo, che 
pure era morto a 33 anni? Oh, lasciamola in un canto 
questa pretesa ignobiltà e ammiriamo reverenti questa 
tela che è davvero una delle poche meraviglie artistiche 
che vanti la pittura italiana. 

Ho detto e lo ripeto: dove si vuole dal Caravaggio la 
sigla convenzionale o il dogma, Caravaggio nega, si ri- 
bella e ci dà il quadro umano. Umano nel Deposto della 
croce, umanissimo nel Transito di Maria, una delle più 



— 44 - 

belle tele del Louvre. Qui non vi sono glorie di angeli, 
sfondo di cieli azzurri, festività di colori, tombe architet- 
toniche magniiìche. Sopra un rozzo letto, in una stanza 
illuminata dall' alto (oh, la potenza di quella luce !) giace 
il corpo di Maria nell'abbandono della morte. Rare volte 
la pittura ha reso così magistrevolmente queir abbandono 
più forte del sonno : si vede, e lo accusarono con la mag- 
gior violenza, che il Merisio lavorò dal vero. Accanto alla 
morta è una pietosa che, seduta, curva la testa sulle gi- 
nocchia, piange disperatamente ; intorno al letto, sono i 
discepoli di Gesù, le cui teste hanno le più varie e do- 
lorose espressioni. Teste vere, possenti, piene d'un fascino 
singolare, tutte intese a rendere con gli occhi e col cuore 
omaggio di affetto a colei che fu la madre del loro grande 
Maestro. Il quadro, siamo d'accordo, non è atto all'adora- 
zione religiosa — dovette essere tolto via dall'altare perchè 
troppo profano — ma resta sempre un documento mirabile 
del pennello possente del Caravaggio, una testimonianza 
perenne della di lui formula artistica: verità in arte e non 
maniera, e stringente logica dapertutto. 

Con tale convinzione egli dipinse il grande quadro 
della Natività pei Cappuccini di Messina mettendo la fi- 
gura di Maria distesa per terra e stringente nelle braccia 
il piccolo bambino, mentre la bocca si accosta a scaldarlo 
col fiato. La figura di Maria, molto ignobilmente messa per 
terra, suscitò le ire dei più. La vollero molti credere una 
nuova stravaganza del pittore quando invece quella figura 
lì, stanca e stesa sulla paglia, col bambinello tra le braccia, 
rende tutto il grande poema della maternità. Caravaggio 
non tenne conto, è vero, della leggenda divinizzante il pic- 
colo nato e dei mancati dolori della Vergine; tutto ciò era 
per lui una chimera irrazionale ; ma tenne strettissimo 



- 45 - 

conto dei primi istanti della maternità umana in tutta la 
sua intima essenza e ci die un quadro vero, come sempre, 
andando incontro anche una volta a tutti i livori e a tutte 
le derisioni di chi non lo comprendeva. Meraviglioso se- 
centista davvero, più vicino a noi di moltissimi filosofi e 
scienziati del suo tempo. 

Dove il Caravaggio rende perfetto il sentimento della 
religiosità è proprio là dove è assente il soprannaturale o 
manca la idealità del dogma. Nel quadro di Messina Ecce 
Homo egli è di una semplicità e di una forza veramente 
degne della generale ammirazione. Cristo nudo — le mani le- 
gate^ nella destra la canna, la corona di spine in capo che 
gli fa sanguinare la fronte cospargendo di stille di sangue le 
spalle e il petto — è per ricevere 1' ultima derisione da un 
manigoldo che sta per smettergli sulle spalle il mantello 
rosso della sovranità burlesca. Accanto a Cristo è la figura 
di Pilato che mostra al popolo l'uomo di già flagellato. A 
smentire coloro i quali accusarono il Caravaggio di non 
essere corretto nel disegno basterebbe la sola mezza figura 
del Cristo, impeccabile, magnifica. A smentire coloro che lo 
accusarono di mancanza di nobiltà basterebbe la sola testa 
di questo Cristo nella quale è la piìi grande serenità di 
martire che sia mai stata dipinta. 

Certamente non hanno una simile nobiltà ne il Pilato 
né il manigoldo; ma dovrebbero averla? \l perchè dovreb- 
bero averla ? Quale libro , quale tradizione ci parla della 
nobiltà di Pilato e dei manigoldi che flagellarono Gesìi? . . . 

Simili interrogazioni si possono fare davanti alla gran- 
dissima tela del Lassciro resuscitato, di Messina. Tutta la 
nobiltà è ristretta nelle bellissime teste di Marta e di Ma- 
ria, sorelle di Lazzaro, nel corpo e nella testa del resu- 
scitando, nella vigorosa figura di Gesù. C'è in questa figura 



- u — 

tutta la forza deirevocazione « Lassavo vieni fuori ». Il grido 
prorompe da tutta la possente, eretta e col braccio disteso, 
figura del Maestro. La figura ò forse non svelta, non ele- 
gante ma è piena di forza e di verità. Bellissime, senza la 
voluta idealità dei secentisti e seguaci, le altre figure dei 
popolani accorsi , dov' è la sorpresa, il timore, direi quasi 
il terrore del miracolo che si compie. 

Potrei continuare, e lungamente, difendendo dall'ac- 
cusa di ignobile e di stravagante il pittore lombardo nei 
quadri religiosi. Potrei ricordare la Decollazioìic del Bat- 
tista di Malta e di Messina, il quadro della Natività di Pa- 
lermo ; la Santa Lucia di Siracusa (che pur non piacque 
al Paton [Sicilia pittoresca] al Paton , dico , uno spirito 
eminentemente; moderno!) e così via .... ma mi fermo 
per considerarlo sotto l'aspetto di pittore profano, dove l'ac- 
cusa non l'ha peranco abbandonato — e dove non e' era , 
mi sembra, più ragione di farlo. 

Se nelle grandi e nelle piccole composizioni religiose 
il Caravaggio è uno schiavo del vero, nelle grandi e nelle 
piccole composizioni profane vi resta attaccato tenacemente, 
ricavandone effetti sorprendenti. Scrive a proposito il Bel- 
lori: 

« Dipinse una caraffa di fiori con le trasparenze del- 
« r acqua , e del vetro , e coi riflessi della finestra d' una 
« camera , sparsi i fiori di freschissima rugiada ». Siamo 
ai suoi primi tentativi, alla scuola, poco buona invero, del 
D'Arpino ed egli si manifesta di già un perfetto imitatore 
della natura. E lo diviene, cogli anni, sempre di più: «Egli 
aspirava, dice lo stesso autore, all'unica lode del colore, 
sicché paresse vera l'incarnazione, la pelle e il sangue, e la 
superficie naturale,' a questo solo volgeva intento l'occhio, e 
l'industria, lasciando da parte gli altri pensieri dell'Arte »^ 



^ 47 - 

Égli non ha ancora lo stile buio che si va formando di 
poi: risente ancora del Giorgione, ma non segue gli altri 
pittori del suo tempo operando di maniera. Il così detto 
stile tenebroso si va formando in lui lentamente, per co- 
stante evoluzione del suo spirito innovatore. E difatti egli 
giganteggia sempre solitario nel campo artistico, maestro 
insuperato di uno stile le cui grandi difficoltà sono note agli 
studiosi. 

Fra i moltissimi quadri del Caravaggio, in cui le scene 
popolari si alternano con le zingaresche o con quelle dei 
soldati di ventura, io ne scelgo tre, ai quali il tempo non 
ha tolto una linea della loro bellezza primitiva. Si direb- 
bero dipinti adesso e per un accidente coperti dal velo 
della vecchiezza cromatica. Entriamo nella Galleria Fio- 
rentina degli Uffìzi e fermiamoci davanti alla testa di Me- 
dusa dono del Cardinale del Monte al Granduca di Toscana. 
Ben a ragione il Marino la cantò nei suoi versi risonanti ! 
E una testa terribile questa, che ha serpenti per capelli ed 
occhi truci, pietrificanti, e bocca aperta come a grido di 
terrore. E si badi bene : non è la bruttezza del viso che 
rende orribile questa Medusa , tutt' altro. Tutto e propor- 
zionato in essa, nulla vi è di contorto , un soffio di tragica 
bellezza la anima e noi si resta vinti dalla semplicità dei 
mezzi impiegati dal pittore e pei grandi risultati ottenuti. 

Ne meno mirabile è l'Omero cieco della R. Accademia 
di Belle Arti di Venezia. Vecchio poeta inghirlandato dj 
alloro, che va suonando un violino e beve dal viso la luce 
che non può più bere dagli occhi chiusi per sempre. Lo 
studio del vero, qui, è d'una pazienza da cenobita e solo 
trova riscontro nel bellissimo quadro del Louvre « // con- 
certo » dove il gruppo di tutte le figure rende un tutto 
armonico dei più preziosi e dov'è, per il consueto contrasto 
di luce ed ombra, un rilievo slraordinario. 



- 48 - 

lo credo inutile dilungarmi più oltre per volgere in- 
dietro la proda delle fisime e degli errori che pur troppo 
alcuni tuttavia ripetono in bu:)na fede contro il Caravag- 
gio. La stranezza dell' uomo, il suo carattere impetuoso, 
battagliero, violento gli han procurato molte inimicizie. L'in- 
vidia , poi, di chi non poteva, non dirò eguagliarlo, ma 
imitarlo — fece il resto. L'uomo restò confuso con l'arti- 
sta e sul suo conto si fece d'ogni erba un fascio. 

Rendiamogli finalmente giustizia. 

Se ei non fu un pittore religioso quale lo volevano i 
suoi contemporanei che avevano gli occhi pieni di Raffaello 
e la testa piena di fisime incomprensibili — non deve es- 
serlo per noi contemporanei del Morelli. Forse — non è una 
bestemmia questa, e l'avvenire mi darà ragione — Mi- 
chelangelo da Caravaggio trecento anni f^i fece in tema di 
pittura religiosa più dei nostri pittori contemporanei imbe- 
vuti di Strauss e di Renan. Si direbbe che in lui fosse un 
po' dell'anima del suo contemporaneo Giordano Bruno. 



Bisognerà adesso scagionare il Caravaggio da un'altra 
accusa : la sua pittura fu detta difettosa perchè tenebrosa^ 
tenebri prodotte da quell'amore vivissimo eh' ei portava 
alle ombre scure dove brillavano delle luci assai vive ma 
scarse e tutte riverberate sui corpi che animavano l'am- 
biente. 

Io non ricordo più dove abbia letto, ed era proprio un 
critico d'arte modernissimo che lo scriveva, che la diffe- 
renza tra il tenebroso del Rembrandt e il tenebroso del Ca- 
ravaggio è data da due tendenze paiticolari degli artisti: 
ciò che per il Caravaggio era metodo di pittura per il 
Rembrandt era sentimen-to. 



- 49 - 

La cosa .2:iltata là come conseguen7.a di studi profondi 
precedentemente fatti potrebbe avere un peso enorme d'os- 
servazione critica, ma pur troppo — dopo tanti secoli — 
si ripete pel Caravaggio il vecchio errore del metodo di 
pittura o bizzai-ia di artista che dir si voglia. Però, è bene 
dirlo con buona pace dei vecchi e dei nuovi critici (1), non 
è possibile ammettere un sentimento vero e profondo in- 
sito nella sola anima del Rembrandt , quando dai quadri 
del Cariivaggio balza pur fuori un sentimento non meno 
vero, non meno profondo e non meno sentito, e che è tut- 
l'altra cosa del semplice uiodo di dipiiii^cre o della sem- 
plice maniera artistica. Io non intento stabilire dei paragoni 
fra i due maestri: Dio me ne guardi! ma per amore di 
verità debbo dire che il Caravaggio piecede il Rembrandt 
e forma la sua arte da sé in perfetta rispondenza col suo spi- 



(r) Chi dà un equo giudizio sul Caravaggio è il Melani {Pittura 
Italiana Antica e IModerna di Alfredo Melani — U. Hoepli ed. Mi- 
lano — 11^ Ed. pag. 308) che riferisco qui per intiero : « Colorista 
dei più arditi (si deve esser fatto tale studiando i veneziani, partico- 
larmente Zorzi da Castelfranco) i suoi quadri rifrangono la sua fan- 
tasia nelle ombre gagliarde e nelle luci vive. Mercè lui, si iniziò ed 
ebbe solenne culto, la così detta « scuola dei tenebrosi », cui più 
tardi appartennero il Quercino ed il Ribera. Ed egli, guardando il 
vivo direttamente fu un profondo naturalista ; e insensibile alla grazia 
ed alla finezza, spesso volse il pennello ad effiggiare scene e tipi co- 
muni ed ordinari. Il giocatore ladro della galleria nazionale di Dresda, 
forma un quadro che, pel soggetto e la pittura, rappresenta appieno il 
maestro. Il quale a Roma è rappresentato bene come pittore di ca- 
valletto (v. la deposizione [quadro splendido !J nella pinacoteca del 
Vaticano), e come affrescante 1 v. gli affreschi di S. Maria del Popolo); 
ed un bel quadro, una resurrezione di Lazzaro, nel Palazzo Brignole 
a Genova. Naturalista e colorista, anzi celebrato chiaroscurista, ecco 
il Caravaggio ; il quale concorse alla formazione della scuola secen- 
tista napoletana, primeggiata dal Ribera e da Salvator Rosa ». 

4 



— 50 - 



ritO; seniia precedenti d'osservazione, mentre il pittore olan- 
dese trova già l'esempio del Caravaggio e dei pittori della 
sua scuola che avevano levato gran grido. Ed è così vera 
la derivazione ideale che Rembrandt ebbe notati gli stessi 
difetti del Merisio. Difatti il Marchese Selvatico nella sua 
bella Storia estetico-critica delle arti del disegno (pag. 883) 
così scrive del grande pittore olandese: « Nessun artista 
meglio di Rembrandt seppe riunire due qualità diffìcilmente 
conciliabili, il rilievo delle parti e quello dell'insieme, e ciò 
a cagione dell'intelligenza veramente scientifica che aveva 
del chiaroscuro. Abusò talvolta è vero di questa sua rara 
potenza serrando troppo i lumi onde ottenere effetti più 
vibrati ; sacrificando a tal fine fondi e figure accessorie, 
ch'egli immerge d'ordinario nell'ombra, si che appena sono 
visibili. Pelò anche quando apparisce tenebroso è sempre 
trasparente, degradato, armonico. Per la qual cosa anche 
tralasciando di usare svariate tinte, anzi economizzando le 
più brillanti su piccolissimi tratti dalla parte luminosa, rag- 
giunse le più allettanti gaiezze del colore, senza essere in 
sostanza un grande coloritore. Prova evidente da aggiun- 
gersi alle altre mille, che la scienza del chiaroscuro ottiene 
effetti a certo doppi preferibili a quelli del colorito più vi- 
vace e più splendido. 

« Fu detto e ridetto dagli storici dell'arte che se Rem- 
brandt riuscì un grande chiaroscuratore , non seppe per 
altro mostrarsi corretto nel disegno. Questo giudizio mi 
pare erroneo, imperocché i moti delle sue figure sono sem- 
pre giusti, gli attacchi delle membra bene integri, la mo- 
dellazione del nudo quasi sempre savia. Ma il malanno fu 
quello di accettare qualsiasi trivialità di tipo per farne 
soggetto dei suoi dipinti, sicché ogni facchino, ogni trecca 
gli venivano buoni a rappresentare santi e madonne. Na- 
turalista nel più stretto senso di questa parola, gli bastava 



— 51 ^ 

trovare nel vero gli allettamenti del pittoresco, perchè di 
questo vero si facesse modello a manifestare idee le più 
diso-iunte da quello. Laonde preuccupato soltanto di così 
fatto scopo , dipinse quadri di sacro soogetto che smuo- 
vono il viso, perchè gli augusti personaggi delle scritture 
si veggono vestiti in berretto di pelo, stivali e robone, e 
le Madonne hanno sulla testa le cume delle contadine 
olandesi » (1). 

Tranne qualche particolare di lievissima importanza 
i giudizi dati su Rembrandt sono identici a quelli dati sul 
Caravaggio: si somigliano come due gocce d'acqua. Buon 
per noi, però, che adesso il Rembrandt non ha bisogno di 
ulteriori giustificazioni : egli è talmente grande nella storia 
dell'arte che, francamente, c'è da sorridere alle critiche 
mossegli, che sono le critiche dei pedanti all'uomo di genio. 
Pel Caravaggio, però, dura tuttavia lo stato d' incertezza 
che l'avvenire muterà sicuramente in plauso d'ammirazione, 
come pel Rembrandt (2). 



(Il Osservo : e che dire allora de' quadri famosi del quattro e 
cinquecento dove spesso santi e madonne vestono come Dio vuole, e 
l'ambiente dista le mille n>iglia dalla realtà storica della Palestina? 
Ci sarebbe da ridere per maestri e maestri, incominciando da Raffaello, 
il soavissimo urbinate. 

(2) Qualcuno potrebbe osservare che il Rembrandt non si è mosso 
dall'Olanda e quindi non ha potuto subire le influenze del pittore 
lombardo. Rispondo subito che il pittore olandese compi la sua edu- 
cazione artistica sui modelli italiani, raccogliendo dei nostri maestri 
quadri, bozzetti, stampe, disegni, e formandosi una famosa raccolta. 
Né questo solo : fra tutti i pittori olandesi, per unanime consenso 
della critica, il Rembrandt è il meno olandese : ed è il più italiano. 
Giovanni Paesani {datura ed Arte di Milano, X" rs, 1906; così scrive 
di lui : « È mio avviso credere che Rembrandt ispirasse la sua tec- 
nica al colorito degli italiani, avendo studiato col Lastmans, il quale, 
per avere lungamente soggiornato in Italia, opponeva all'arte olandese 
di Franz Hals le reminiscenze del classicismo ». 



^ 52 - 

Non solo metodo, quindi , ma sentimento, cioè intima 
rispondenza tra psiche artistica e manifestazione di co- 
lore , rispondenza ciie scaturisce dalle istesse parole di 
biasimo dei suoi vecchi biogralì, ben riassunte dal Lanzi : 
« Scorto dal suo naturale torbido e teti^o, diedesi a rap- 
presentare gli oggetti con pochissima luce, caricando fie- 
ramente gli scuri », Naturalmente non è tutto qui il mi- 
stero del tenebroso di Caravaggio: un'ideale d'arte vi era, 
e saldissimo, nella sua mente, che lo aveva spinto, a mu- 
tare il primitivo metodo , frutto dell' osservazione diretta 
dei maestri veneziani. Ma chi dei grandi artefici non ha 
sentito vivo nell'animo il bisogno di crearsi un metodo che 
desse al quadro i maggiori effetti e le migliori appariscenze 
di rilievo? L'originalità del metodo caravaggesco non può 
essere ragione di rimpicciolimento di una questione che è 
generale, né può far togliere al pittore quel merito spe- 
cialissimo , che dai suoi contemporanei era ritenuto difetto. 

Per altro noi non possiamo né dobbiamo più giudicare 
l'opera di un artista coi metodi dei secolo XVII'^ XV!!!*^: 
l'opera dell'artista è complessa, com' è complessa la vita^ 
né è possibile trarne a considerare una parte abbando- 
nando le altre al loro destino od al nostro capriccio. Or 
tutta la produzione artistica del Caravaggio è l'indice della 
sua grande fierezza, della sua personalità pronta, risoluta, 
energica. Le figure son così fatte che lasciano quasi tra- 
sparire l'anima dell'artefice: esse non hanno mezzi termini; 
esse sono quali furon formate nel pensiero del pittore. S'egli 
avesse diversamente dipinto noi avremmo avuto una pit- 
tura manierata, come le tante del suo tempo, piena di quella 
timidezza accademica e non naturale che poteva aver lo 
scopo di piacere al gusto pervertito del pubblico ma che 
non era nò poteva essere il riflesso sincero d'un'anima ar- 
tistica della tempra del Caravaggio. 



I 



— ùó 

Riassumendo, egli fu un pittore originale, in urto coi 
dogmi artistici dei tempi suoi , sfidante ogni supposizione 
che strettamente non si attenesse al vero — compresa la 
religione — ond'ebbe a patire le acerbe invettive dei cri- 
tici e il disprezzo di molte anime pie , che vedevano in- 
franti i loro bei sogni dalla ruvida verità del pittore: il che, 
se pur ve n'era bisogno, aggiunse fosche ombre al carat- 
tere violento e torbido dell'artista procurandogli noie, bri- 
ghe ed infine la morte. Ma con tutte le sue stranezze il 
Caravaggio resta e resterà sempre uno dei più grandi ar- 
tisti che illuminarono di vivissima luce gli ultimi anni del 
del Secolo XVIo ed i primi del XV!!» (1). 



(i) Ferdinando Ranalli scrive con giustezza nella sua Storia delle 
belle arti iìi Italia a proposito del Caravaggio (Firenze Tip. Torelli 
1S56 pag. 334 e seg.): « Roma per verità fu, e doveva essere il campo 
dove i Caracci, e sopratutto Annibale, devevano porre in luce la ri- 
forma dell" arte : imperocché ivi più che altrove abbondavano ragioni 
per fomentare il nianicrisììio. E ptima d'ogni altro convien dire, che 
que' pontificati di Gregorio XIII, di Sisto V e di Clemente Vili fu- 
rono dannosissimi ali" arte ; dacché que' pontefici e le loro corti tanto 
avevano avuto caro gli artefici quanto che si erano mostrati veloci 
neir operare, empiendo nel minor tempo possibile di vaste pitture 
quelle vastissime sale. Un pittor diligente, meditativo, che avesse 
voluto ritrarre le cose dal vero, e far tutti quegli studi che richiede 
un gran lavoro , sarebbesi morto di fame sotto que' principi. Appo i 
quali d'altra parte era in grande credito il Cav. D'Arpino; che te- 
neva il campo della pittura come un tiranno terrebbe lo scettro sopra 
un popolo corrotto. Che non fece per cacciarlo di nido Michelangelo 
da Caravaggio ? Costui vedendo il male essere nell' avere ridotta la 
pittura e cosa tutta ideale, volle adoperare contro di esso il più forte 
antitodo ; cioè lo studio del naturale; e gli parve perché l'antitodo 
operasse, di non concedere né pur quell'arbitrio, che l'artista giusta- 
mente presume, di scegliere le migliori bellezze delle natura ». E 
dopo una digressione sul celebre statuario moderno Lorenzo Bartolini 
che pare avesse voluto imitare 1" esempio del Carav^gi,o giyji^gnflp a 



— 54 — 

V. 

La scuola dei tenebrosi. 

Che, nel tumultuare delle varie tendenze artistiche e 
nei raggiri della concorrenza pittorica l'arte del Caravag- 
gio, schernita e disprezzata dagli accademici, avvilita dai 
nemici personali, s'imponesse non solo ad una parte del 
pubblico ma anche ad una parte degli artisti — non è da 
mettersi in discussione. Un semplice sguardo alla storia ar- 
tistica del Secolo X\^II° e noi vedremo balzar tuori come 
per incanto la così delta scuola dei tenebrosi, composta di 
una eletta schiera di imitatori ed amici della maniera ca- 
ravaggesca, scuola che s'impose per bellezza, numero ed 
entità di produzioni. 

Se il Caravaggio abbia avuto veri e propri allievi è 
assai dubbio : egli non era fibra di pedagogo , ne aveva 
uno studio a se , dove con serenità di coscienza e vigore 
di metodo avrebbe potuto impartire lezioni di pittura in- 
nestando nei giovani rami gli umori vigorosi del suo forte 
tronco. Partendo poi dal suo principio assoluto di indicare 



far ritrarre nella sua scuola un gobbo, prosegue non assai felicemente: 

« Tornando al Caravaggio, né pur egli riusci ; e torna e approda il : 

già detto, che quando l'arte è ammanierata, o volta ad ammanierarsi, : 

non si fa nulla o poco a volerla ritirare di forza, o quasi d'un colpo ; 

allo studio della natura. Fa mestieri adagio, adagio ricondurvela, e ' 

senza dar di cozzo sul gusto del secolo; il quale se ripugna, che utile j 

si avrà? Nessuno: perchè gli artefici dipendono in gran parte dalla > 

voglia e dal potere dei tempi ». Se ciò è giovato allo scrittore per f 

giungere a giudicar perfette le opere dei Caraccio sia : ma come ar- '; 

gomento di coscienza artistica io sto pel Merisio, che di fronte alla !■ 
corrente malfida dei suoi tempi, pose, gloriosissima diga, il proprio 
ingegno d'artista adoratore del vero. 



— 00 — 

il vero, ed unicamente il vero^ come grande maestro degli 
artisti, le sue lezioni dovevano necessariamente restrin- 
gersi nel campo dei consigli e nell'orbita del sistema pitto- 
rico producendo soltanto degli imitatori di stile, non di 
pensiero, ed in numero assai ristretto. La scuola caravag- 
gesca non è adunque la scuola dei Caracci nella quale si 
educava la mente e la mano : è una scuola più libera, più 
ecclettica, dove spesso si sono impigliati anche dei gran- 
dissimi artisti, così per saggiarla, visto il gran rumore che 
se ne faceva d'intorno : è nota abbastanza l'imitazione di 
Guido Reni nel S. Pietro Crocefisso alle Tre Fontane di 
Roma, che fece andare su tutte le furie il Caravaggio, e 
gli studi fatti sui dipinti del nostro dal Quercino, conse- 
guendovi, come ben dice il Melani, dei rilievi rneravigliosi. 
Tra coloro che le mem.orie artistiche traggono sicu- 
ramente vicini a Michelangelo da Caravaggio , discepoli , 
amici o compagni di ventura, il primo posto vien sicura- 
mente occupato da Lionello Spada, (1576-1622) bolognese , 
che abbiano visto seguirlo da Roma a Napoli e da Napoli 
a Malta — più servo che allievo, anzi più schiavo che servo. 
Lionello Spada, che fu un caraccesco^ imitò è vero qua e 
là l'opera ardita e novatrice del maestro, ma conservò sem- 
pre integre la facoltà acquisite nella scuola dei Caracci. 
L'opera sua migliore, il S. Domenico, dell'omonima chiesa 
di Bologna, non è caravaggesco, ma ha tali pregi di fat- 
tura e di colore da potersi ritenere a buon diritto uno dei 
più bei quadri del tempo. — A fargli odiare, la scuola del 
Merisio concorsero forse tutte quelle peripezie attraver- 
sate in due o tre anni di vita in comune e che giunsero 
al loro massimo grado quando il pittore lombardo, per tema 
che l'amico gli sfuggisse — giovandogli da modello in un 
dipinto — lo considerò come suo prigioniero e lo trattò 



— 56 — 

come tale, chiudendolo a chiave e sorvegliandolo notte e 
giorno ! . . . . 

Un altro dei più vicini vien considerato Mario Menniti, 
siracusano (1577- 1640). Sembra per alcuni che il Merisio 
l'abbia conosciuto a Roma, per altri a Siracusa: egli è un 
imitatore del Caravaggio « in guisa però, scrive il Lanzi (1), 
che non uguagliandolo nel forte, aveva più dolcezza e fa- 
cilità di contorni ». Ma il Menniti modifica con l'andar 
degli anni il suo stile ed i suoi migliori dipinti sono assai 
lontani dalle formule dei tenebrosi. In Messina sono varie 
vaste tele del pittore : la vedova di Naim e Thamar, nel 
Museo, la S. Caterina nell' omonima chiesa detta di Val- 
verde, la Vergine nel Conservatorio delle Vergini ripa- 
rate e l'Immacolata nella Chiesa di S. Maria di Portosalvo. 
Si è perduta la Natività del tempio di S. Francesco d'As- 
sisi in seguito allo incendio del 1884, né si possono a lui 
riferire molti altri lavori che sono forse dei suoi discepoli, 
numerosissimi, e che diffusero lo stile non troppo origi- 
nale del maestro per la Sicilia e per le Calabrie. In tutti 
i dipinti noti del Menniti vi è molto del Caravaggio ma 
non tanto da farlo confondere col maestro il cui stile era 
la fierezza, la forza ed il chiaroscuro riuniti insieme. Men- 
niti è più dolce^ sì, ma meno vibrato — come nota assai bene 
il Lanzi — ma appunto per questo egli non ha 1' origina- 
lità del Merisio, pencolando alle volte, tra i contrapposti vio- 
lenti del chiaroscuro e le luci tenui e spesso ammanierate 
degli accademici. Per avere un' idea perfetta della scuola 
dei tenebrosi, bisogna recarsi a Roma ed a Napoli, dove 
al'imitatori del maestro furono assai vicini al suo metodo 



;i) Op. cit. pag. 934. 



— 57 — 

ed alla sua fierezza (1), riuscendo ad imporsi con ingegno 
schietto, pronto e vivace. 

11 più grande dei seguaci del INIerisio fu Giuseppe Ri- 
bera (1583 1652 ?), detto lo Spagnoletto (2), che abbiam visto 
probabile suo allievo nel 1606- 1607 a Napoli. Lungi da me 
il pensiero di tessere la biografia di così grande artista: 
mio unico scopo è di rilevarne lo stile. La sua arte è, 
dirò così, più elegante di quella del Caravaggio e risente 
un po' dello studio fatto a Roma sul Sanzio e su Anni- 
bale Caracci ; ma né 1' uno né V altro lasciarono im.pronta 
decisa sulle tele dello Spagnoletto; il Merisio vi primeggia 
invece, con la sua verità, forza ed effetto di chiaroscuro, 
dando ai meravigliosi dipinti un così gradevole insieme, 
da collocare il pittore fra i primissimi della scuola me- 
ridionale. Di lui, il Melani da questo esatto giudizio (3): 



(i) In questa rapida rassegna critica, fatta più per constatare la 
influenza pittorica del Caravaggio e non per dare la biografia degli 
artisti suoi imitatori od allievi — seguo gli scrittori del tempo e 
quelli del secolo XVIII ed in ispecial modo il Lanzi, che riassume 
assai bene la storia dell'arte sino alla fine del settecento. 

(2) Ho detto già dei dubbi sorti sulla fine del grande pittore. 
Tali dubbi non sono del tutto chiariti nemmeno dopo le ultime, 
attive ricerche del chiarissimo Conte Lorenzo .Salazar (che corte- 
semente mi ha comunicate il dotto amico Barone Giuseppe Arena- 
primo) il quale ha trovato nella Parrocchia di S. Maria della Neve in 
Napoli una nota che a due settembre 1652 dà come morto un Giu- 
seppe de Rivera e seppellito a Mergolino (Margellina). Segno anch'io 
tale indicazione di morte e non quella che va per la comune tra i 
moderni biografi (il Melani lo dà morto nel 1656, seguendo in ciò 
il Lanzi che alla sua volta segue la Spagnuola del Palomino) perchè 
la data è stata accettata da molti, se non da tutti i critici, ed è 1' u- 
nica documentata sinora, quantunque possa essere probabile un 'omo - 
nomia. 

(3) Op. cit. pag. 567. 



- 58 — 

« Il fare del nostro pittore, non perdentesi in leziosaggini^ 
ha il grandioso de' pittori che operano per intuizione ; e 
non sanno cos'è incertezza, col pennello in mano ». Questo 
merito è insito nella pittura del Caravaggio, veramente 
degna di un interprete di così potente ingegno quale fu il 
Ribera (1). 

Accanto al Ribera noi possiamo collocare un altro 
grande del pennello, Salvator Rosa (16151673; suo allievo, 
che sente della scuola del Merisio per i contatti avuti con 
lo spirito e con la tecnica del maestro. Ognun vede come 
le influenze del grande pittore lombardo fossero ancora 
vive quand' egli più non era, e come il pubblico vi si fer- 
masse ammirato più che davanti le opere derivate dagli 
altri stili, che già volgevano al manierato. Non è a di- 
menticare però che il Rosa, quantunque un seguace del 
Ribera, e perciò stesso sotto le influenze del Caravaggio, 
per la bizzarria del proprio ingegno si stacca in certi di- 
pinti completamente dalla scuola e va a finire in quel ma- 
nierismo che può far mostra di fantasia ma non di logica 
artistica. Imitatori più veri e più vicini del Merisio furono 
vece molti pittori della scuola romana : primo fra essi 
Bartolomeo Mantredi di Mantova. « Già scolar del Ron- 
calli, scrive il Lanzi (2), si direbbe un altro Caravaggio, 
se non che usò qualche sceltezza maggiore ». Egli morì 
giovanissimo ed ò poco noto come pittore di cavalletto, 
perchè la sua perfetta imitazione dello stile del maestro 
lo trasse a confondere i dipinti e ad averne assorbito il 

'^i) Il Ribera fu un assai fecondo pittore, di lui conservasi in 
Messina, nella chiesa di Gesù e Maria delle Trombe, il bel dipìnto 
della Pietà, dove la ÌNIaddalena è con molta probabilità il ritratto del 
secondo D. Giovanni d'Austria, viceré di Napoli. 

(2) Op. cit. pag. iSo e seg. 



— 59 - 

nome. Altro imitatore valente fu Carlo detto Veneziano 
(il suo casato era Saracino o Saracini) che « volendo es- 
sere caravaggesco, cominciò dal più facile, cioè dalla stra- 
vaganza del costume, e dal provvedersi di un cane bar- 
bone, a cui mise il nome che il Caravaggio avea posto al 
suo ». Egli fu un buon pittore di freschi ed un gustoso 
pittore ad olio e temperò certe crudezze dello stile tene- 
broso con i ricordi dei suoi maestri veneziani. 

Monsieur Valentino, francese di nascita (egli era nato 
a Brie vicino Parigi) « si fece a Roma un de' caravaggisti 
più giudiziosi che mai fossero ». Morì giovane e non potè, 
pari al suo compagno Manfredi, assurgere a quella gloria 
che gli competeva pei meriti suoi. Altro francese, che si 
formò sulle pitture del Caravaggio e del Valentino, fu 
Simone \"ovet, cui basterebbe la gloria d' essere stato il 
maestro di M. Le Brun. 

Angiolo Caroselli, romano « ridusse a certa maggior 
grazia e delicatezza la maniera di Michelangelo. Fu strano 
in questo, ch'egli non facea disegni in carta, ne altri studi 
preparava ai lavori in tela : ma è vivace nelle scosse, sa- 
porito nelle tinte, finito e leccato in quei suo' quadretti, 
che a proporzione della vita son ben pochi, e stimati. 
Oltre lo stile del Caravaggio, sul quale assai volte in- 
gannò i più periti, contraffece meravigliosamente altre 
maniere. Una sua S. Elena fu creduta di Tiziano da' pit- 
tori anche suoi emoli, finché non additò egli la sua solita 
cifra A. C. segnata nel quadro in minute lettere. Di due 
sue copie di Raftaello affermò il Poussin che le avria 
prese per originali, se non avesse saputo ch'essi erano 
altrove ». Più che un interprete coscienzioso il Caroselli 
fu adunque un imitatore felicissimo di grandissimi mae- 
stri, compreso il Caravaggio. Artista originalissimo fu in- 



— 60 - 

vece Gherardo Hundhorsl, inteso comunemente col nome 
di Gherardo delle Notti, dallo specializzarsi eh' egli fece 
nel dipingere scene notturne al lume di fari o di candele^ 
riuscendo in tal genere unico e veramente degno d'ammi- 
razione. Egli trasse la pittura del suo maestro, il Cara- 
vaggio, in un ambito tutt'aOatto diverso, portando al mas- 
simo grado i contrasti di luce e d'ombra, restando sempre 
nel vero e nelle buone grazie dei critici. Le sue natività, 
le sue scene della passione di Cristo hanno incantati tutti 
coloro che hanno avuta la fortuna di osservarle. Egli è riusci- 
to a poetizzare la luce artificiale, giuocandola con isquisito 
sentire sui volti, sulle vesti e sugli ambienti dei suoi quadri. 
Fra i seguaci del grande lombardo, Gherardo delle Notti 
occupa uno dei posti piìi eccellenti ed originali, non essen- 
dosi fermato ad imitare il maestro come i suoi compagni, 
ma avendo recato alla pittura un genere tutt'affatto nuovo 
e di sorprendente effetto, espresso con vera sceltezza di 
forme e squisita grazia di mosse, come dice il Lanzi (l). 

Ma con Gherardo delle Notti non si chiude la serie dei 
caravaggeschi. « I caravaggeschi duravano lungo tempo, 
nota sempre il Lanzi, e avendo servito molto a' privati, 
sono in gran parte rimasi ignoti ». Pure non sono del 
tutto ignoti Giovan Serodine di Ascona in Lombardia ; 
Tommaso Luini, romano, denominato pel suo carattere e 
per i suoi lavori il Caravaggio, così perfetta parve l'imi- 
tazione dello stile e così bizzarra e piena di avventure 



(i) Nella Pinacoteca di Messina è una tela rappresentante Muzio 
Scevola che si brucia il pugno davanti a Porsenna attribuita a Gherardo 
delle Notti. A me non sembra del valoroso pittore perchè vi sono 
poche caratteristiche del suo specialissimo pennello. In ogni modo 
non sarebbe una delle sue cose più belle. 



.- 61 - 

ebbe la vita; Giovati Campino di Camerina educato prima 
alla scuola d: Fiandra e poi a quella del Merisio che gli 
dette lama e il posto di pittore di corte in Ispagna; Giovati 
Francesco Guerrieri, imitatore in parte dello stile del lom- 
bardo, avendo imitati assai bene anche altri maestri; Giam- 
battista Caracciolo Tu anche lui per breve tempo imitatore del 
Caravaggio ma finì caraccesco. Di altri minori io non 
parlo: ma già mi sembra sufficientemente dimostrata 1' af- 
fermazione della scuola tra gli artisti e nel pubblico di 
Italia, aftermazione dovuta, secondo i critici del tempo, 
alla bizzarria ed alla novità della cosa, ma che io ritengo 
invece dovuta a quel senso equilibrato di studio della realtà 
che poneva la pittura del Caravaggio accanto alla vita (1). 



(i) Il grande piUore messinese Alonzo Rodriguez, coetaneo quasi 
del Merisio (i biografi lo dicono morto il 21 Aprile 1598) ha in molti 
suoi lav'ori un' impronta caravaggesca. Non è noto s'egli abbia, nelle 
sue gite nel continente d' Italia, (a Napoli operava Aloisio Rodriguez 
suo fratello) avuto agio di sentir discorrere dello stile caravaggesco, 
o fosse tratto a tal genere di pittura dal suo animo chiuso, aborrente 
dalla maniera e tutto dedito alla imitazione della natura. Certo è che 
tra i due fratelli pittori esisteva divergenza assoluta di idee : Alonso 
chiamava Aloisio schiavo dclV Antico e questi di rimando dava al fra- 
tello il titolo di schiavo della natura, epiteto facilmente concesso di 
poi ai caravaggini. Lo stesso Giuseppe La Farina (Messina e i suoi 
monumenti, 1S40, pag. 50) riporta una simile impressione della pit- 
tura dell'Alonso. Parlando della Probatica Piscina posta nella Chiesa 
dei SS. Cosmo e Damiano egli scrive : « La composizione è ardita ; 
le figure son vere e spesso tanto vere da essere troppo volgari; l'ana- 
tomia è sempre studiata; l'ombreggiatura è forte, marcata e caravag- 
gesca, tanto da sembrare il punto essere stato preso di un pozzo, 
ov'è penetrato un sol filo di luce ». Simili parole potrebbero ben ri- 
ferirsi ad altri dipinti del Rodriguez, massime alla Cena di Eniinaus 
della Pinacoteca di Messina ed in parte al S. Tommaso che si accerta 
del Cristo dell' istessa pinacoteca, dove è così profondo studio del 
vero e così sapiente forza di chiaroscuro da non potersi desiderare 
maggiore. E come mai allora il Barbalonga, che di pittura s' inten- 
deva assai, chiamò Alonso il Caracci di Sicilia ? 



-* 62 - 

Ma l'influenza del grande pittore e della sua scuola 
non ebbe soltanto ammiratori in Italia, in Paranoia ed in 
Ispagna, sovrano il Velasquez : quando si consideri che 
r Italia era la meta e il soggiorno prediletto degli artisti 
di Fiandra si avrà già dato un altro campo di diffusione 
alla scuola caravaggesca, così come l'ebbero le scuole 
contemporanee veramente celebri, diffusione che, pur non 
essendo imitazione servile, riuscì ad imporre un metodo 
di chiaroscuro che il Merisio aveva improntato con tanta 
forza nelle sue tele. Lo stesso Rubens, che fu a Roma nel 
1608, tempo in cui la pittura naturalista del Merisio era 
in tutto il suo vigore, lo stesso Van Dyck, che visitò 
l'Italia nel 1620 (fu a Genova, Roma, Firenze, Venezia, 
Torino e Palermo) subirono, con le loro originalissime 
scuole, le influenze del pittore lombardo, influenze che — 
filtrate attraverso il temperamento poetico, originale e ga- 
gliardo dei due grandi maestri — produssero quei capila- 
vori che il mondo tuttavia ammira ed ammirerà per sempre. 



APPENDICE 



Il Cara\-aggio a Messina, 

Ho detto nei precedenti capitoli che sembra quasi del 
tutto anormale 1' aver dimorato il Caravaggio, fuggiasco 
da Malta, per assai lungo tempo in Messina dove i cava- 
lieri tenevano un gran Priorato e una continua corrispon- 
denza con la vicina isola dell' ordine (1). Eppure, nella 
scorta di alcuni documenti inediti noi troviamo che la po- 
sizione di fatto è quale gli storici ce la tramandarono. 
Non è del tutto improbabile, però, eh' egli siasi qui fer- 
mato una prima volta — anche per breve tempo — ve- 
nendo da Napoli per Malta, essendo pressoché impossibile 
che una nave proveniente dal nord e diretta al sud non 
toccasse allora il porto di Messina. 



(i) Nella Tavola Pecuniaria della Città di Messina sono varie 
note di questo tenore : « 1608 — Umidì — il 14 di aprili 206-205 — a 
defio Cirino regio mastro di cecca di questo legno unzi dudichi et 
tari vintiquattro contanti per sua polisa a bernardo di costa dissi ci 
li paga per conferirsi jn malta per portar letre di questa cita al gran 
maestro p. servitio della sichia ». Il gran maestro era Alof di Wigna- 
court. « 1609 — 1° Libro Gire — Martedì a X febraro — A Don Tho- 
maso gargallo episcopo di Malta unzi millecentosessantatri e tt. 16 
boni per acto mandatario della Curti Strat. di questa Città reg.'« in 
li acti di lo ma."" de arena not. d'acti di essa Curti a3del sustante 
in fra fran» moleti capo generali dili galeri di la sacra religione hiero- 
solimitana disse li pagano in virtù mandatario fatto in detta isola di 
malta p. ditto don thomaso gargallo episcopo di malta et cons : et 
comendatorio come app." per detto acto styp>" in li acti di not. Jo. 
dom. di bono a 5 di gen.'» 1609 7ind. et questo non obstante che 
detti denari siano in d.^ tavola ad nome di don thom. gargallo epi- 
scopo di malta totus quali mandato tenemo in filsa. 



- 64 - 

Il Caravaggio, adunque, sfuggito all'ira cieli' offeso 
cavaliere di giustizia si rifugiò in Sicilia e dopo varie pe- 
regrinazioni venne in Messina, dove V arte era tenuta in 
sommo pregio e dove gli artisti trovavano facili guadagni 
con opere da offrirsi alle chiese da enti pubblici oda pri- 
vati o con opere che i privati commettevano per le loro 
gallerie. In Messina il pittore, quantunque evaso dal car- 
cere del Gran Maestro, lavorò pare indisturbato. Ai quadri 
già noti, esistenti nella Pinacoteca locale e nella Chiesa 
di S. Giovanni, sarebbero da aggiungere tutti gli altri 
ch'egli vi dipinse per commissioni di amatori e di mece- 
nati. Ma pur troppo di essi ci mancano notizie e documenti, 
tranne che per una, assai importante, intitolata Cristo che 
porta la croce. In talune vecchie carte di famiglia della 
Baronessa Flavia Arau di Giampaolo il dotto studioso 
B."*^ Giuseppe Arenaprimo di Montechiaro rinvenne una 
nota del seguente tenore (1): « Nota delli quatri fatti fare 
« da me Nicolao di Giacomo: Ho dato la commissione al 
« sig. Michiel' Angiolo Morigi da Caravaggio di farmi le 
« seguenti quatri : 

« Quattro storie della passione di Gesù Cristo da farli 
« a capriccio del pittore dalli quali ne finì uno che rapre- 
« senta Christo colla Croce in spalla, la Vergine Addolo- 
« lorata e dui manigoldi uno sona la tromba riuscì vera- 
« mente una bellissima opera e pagata oz. 46 e l'altri tre 
« s'obligò il Pittore portarmeli nel mese di Agosto con 
« pagarli quanto si converrà da questo pittore che ha il 
« cervello stravolto ». « Preziosa , nota l' Arenaprimo , 



(lì La nota è tuttavia inedita e mi è stata cortesemente favorita 
dal chiarissimo scrittore per questo mio lavoro : del che Io ringrazio 
infinitamente. 



- 65 - 

questa notizia del concetto in cui il committente teneva il 
Caravaggio: è scultoria. Ma di quale anno fu il mese di 
di agosto ricordato ? Nessuna indicazione ebbi per tale ri- 
cerca. Nel 1673, quando avvennero i tumulti di Messina, 
viveva un tal Nicolò Di Giacomo, che credo nipote o figlio 
del committente. Ma il padre di Nicolò, Francesco Di Gia- 
como, è detto in altre carte della Arau morì subitamente 
il 15 Gennaro 1600 (2) lasciando unico erede il figlio, il 
quale sulla prima decade del secolo XVII doveva esser 
giovane di una certa età, educato al culto dell'arte e nella 
posizione di poter ben disporre delle sue sostanze, avendo 
pagato pel quadro di cui sopra la non indifferente somma 
di 46 onze. Così può accordarsi che Michelangelo da Ca- 
ravaggio fosse in Messina nell' epoca indicata dai nostri 
storiografi ». 

Le osservazioni dell'egregio storico concittadino sono 
esattissime. Un documento preziosissimo e tuttavia inedito 



(i) Qui torna comodo fare un'osservazione: dallo insieme della 
nota appare con evidente chiarezza non usar molto il Caravaggio di 
intervenire in contratti notarili. Egli dipingeva senza precedenti ac- 
cordi, consegnava il lavoro, se lo faceva pagare /ainbiir batlaut -- come 
si dice — e andava via. Difatti il Di Giacomo nota di aver pagato 
per il quadro consegnatogli onze 46 (L. 5S6, 50) e per il resto si pro- 
metteva di pagarli quanto si converrà. Ciò ho voluto notare per il 
silenzio documentale che è intorno a moltissime opere del grande 
pittore. 

(2) Per quel che può valere noto che nel 1609- viveva un tal 
Francesco Di Jacopo procuratore del Monte di Pietà. Ciò risulta da 
varie note di pagamento inserite sul i" Volume Gire della Tavola 
Pecuniaria di Messina, medesimo anno, delle quali dò qui un esem- 
pio : « Martedì — a 28 aprile — A frane, giurba argesilao crisafi et 
geronimo di mazeo rettori del monte della pietà di questa citta per 
conto di detto monte unzi quattro boni per loro polisa jn frane." di 
Jacopo procuratore di esso monte dissero ce li donano per tanti ser- 
vitii per esso prestiti ad d.^ monte oltre l'obbligo del suo ufficio ». 

5 



- 06 -- 

ci dà con esattezza la data vera della presenza in Mes- 
sina del Caravaggio. Il documento si riferisce al famoso 
quadro La l'isiirresione di La.^.^jaro dipinto per la chiesa 
dei Crociferi di Messina (1), quadro che adesso trovasi 
nella Pinacoteca Comunale (2). 

Il quadro in parola non è stato dipinto per commis- 
sione ricevutane dai Crociferi, come credevasi finora; tal 
Giov. Battista De L,azzari (3), dì nazione genovese, uomo 
ricco e generoso, con atto 6 Dicembre, 7'^ ind. 1608, in N.' Giu- 
seppe Fiutino obbligavasi costruire a tutte proprie spese 
la cappella principale della chiesa dei Crociferi, decoran- 
dola di un quadro atto all'uopo^ e restando della Cappella 
e del quadro perpetuo possessore : « Sponte eorum proprio 
« motu, et eorum mera libera et spontanea voluntate in- 



(i) Debbo alla cortesia del Prof. Giacomo Macrì e del Cav. 
Gaetano Palermo la fortuna di avere rintracciato tale documento. Ad 
entrambi le mie più vive azioni di grazie. 

(2) Altezza m. 3. io larghezza m. 2. 17. — E difficilmente fotogra- 
fabile nelle condizioni in cui trovasi, sia per 1' ossidazione delle tinte 
che per lo sciupio avvenuto per il tentato restauro del Suppa. La 
figura del Cristo è a sinistra, molto avanti, ed è la prima di un 
gruppo di sei popolani ed apostoli meravigliati. Due uomini vigorosi 
sostengono la pietra del sepolcro ed un terzo tiene nelle sue braccia 
Lazzaro che sta per risorgere sotto l'impero della parola del Maestro. 
Marta e Maria sono a destra : Marta curva come a infondere con le 
proprie labbra l'alito nel fratello, Maria diritta e dolente. A terra 
sono sparsi frammenti d'ossa umane ed un teschio. Il fondo del qua- 
dro è molto incerto e vi si scorge assai difiìcilmente la forma del .Se- 
polcro di Lazzaro. 

(3) Egli era un forte commerciante e il suo nome trovasi assai spesso 
nei libri della Tavola Pecuniaria per vaste operazioni commerciali in- 
sieme a quello di Tommaso Lazzari, traficando essisotto il nome della 
comune ditta. 



-^ 67 — 

* commutabili cuntis futuri temporibus valituro et in pef- 
« petuum et infinitum duraturo non vi con acti etcum presen- 
« tisrattripromissibus, concesserunt et concedunt, dederunt 
« et dant, trasferunt et trasferunt in perpetuum et infinitum 
« ipsi Johanne Baptista de Lazzari presenti, recipienti et 
« stipulanti per se, suisque haeredis, successoribus, poste- 
« ris, et discendentibus, in perpetuum et infinitum v e 1 (?) 
« per quibus ipse Johanne Baptista voluerit totas et ir.te- 
« gras predicta cappella majore, praedicte earum ecclesiae 
« olim sancti Petri Pisanorum hujus urbis Messanae pre- 
« diete eorum religionis ministratintius infirmis vuloariter 
« nuncupatae del ben morire ut ea incepla et cost^uenda 
=< et fabbricanda una e u i u s quatro ipse majoris cappelle 
« per ipsius Johanne Baptista faciendo, /// g,,o iìit^wg,re 
« immago bcatissimae semper Virgmis Dei Gcnilrkis Ma- 
- viae et Santi Johanne Baptista et aliorum et cum toto 
« terreno seu solo ipsius cappellae et cum omnibus sin- 
« gulis et alijs juribus proprietatibus et pertinentiìs cdi- 
« ficius etc. etc. ». 

11 quadro in parola, adunque, del quale non si fa cenno 
d'autore, doveva portar dipinta la Vergine, S. Giovanni 
ed altre figure. Il Caravaggio, cui vien fatta dal Lazzari la 
commissione, muta il concetto del quadro e - cavando 
forse l'idea dal nome del commissionario - dipinge la 
Resurrezione di Lazzaro. 11 quadro dovette essere dipinto 
nello spazio che intercede fra il Dicembre 160S e il Mao-gio 
1609, dappoiché 11 10 Giugno 1609 il Lazzari consegnava il 
quadro ai padri Crociferi. 

L'atto di consegna, scritto a margine del primo foglio 
della minuta del documento su indicato, è il seguente: «Die 
« decimo mensis Junij sepiima indictione 1609 - Prefiitus 



- ds - 

« admonirus Reverendus pater Vincentius Antonius G i - 
« m e o ad presens proviiicialis in hoc Siciliae regno pre- 
« diete religionis ministrantius infirmis vulgariter nuncu- 
« paté del ben morire intervenientis in h a e t a m veluti 
« provincialis ut supra quam veluti patris visitatoribus 
« praedicti admodus R.'^' patri Cesaris Bonino visitatoris 
« generalis prediate religionis in hoc Siciliae regno, uti 
« premissionis generalis et proparte R.'" Patris provincialis 
« Blasius de Opertis prefecti generalis totius predictae re- 
« ligionis vigore procurationis in actis Notarli Mari.... de 
« Marzo urbis Neapolis die 21 Novembris septima indi- 
« tionis 1608 et actus subscriptus celebrai in illis Notari 
« Pantaleonis Ferrara die 18 Jennarii 7:- ind. 1609. Nec 
« non et Reverendo Padre Joseph Baptista de Jordano ad 
« presens prefecto predictae religionis di ben moriri in 
« hoc urbis Messanae coram nobis noti et testibus infra- 
« scriptis esponendi nominibus predictis quia gesslssent 
« eos recepisse et abuisse a predicto Johanne Baptista de 
« Lazzaris tamen noto et cognito presente, interveniente, 
« et stipulante per se et suis, predictus, quatamus prae- 
« dieta sua majores cappella ut supra ipse Johanne Baptista 
« concesse quod fieri, tacere debebat ipse Johanne Baptista 
« vigore infrascriptus contractus, in quo quatro fuit et est 
« depincto resurretio Lazzaro cum immagine domini nostri 
« Jesu Christi et cum immaginibus Martae et Magdalenae 
« et aliorum in numero personarum tre.... dipitturas manu 
c< fra Michelangelo Caravagio militis Gerosolimitanus, quod 
« quatamus ipsi prenominati patris provincialis et prefectis 
« tenet in eos posse in predicta eorum Ecclesiae .n supra- 
« dictu contractu expressata, olim Santi Retri Pisanorum... 
« et non obstante quia in predictu quatro dipingidebat 



— 69 - 

« Imago Beatissime semper Virginis dei genitricis Marie 
« et sanati Johanni Baptiste et aliorum (1) ». 

Neil' atto non è cenno alcuno di un altro quadro di 
S. Giovanni Battista che il Gallo afferma {annali - 1 - 214) 
opera del Caravaggio : « Il quadro insigne dell'aitar mag- 
giore .si parla della Chiesa di S. Pietro e Paolo dei Pisani 
o dei Crociferi) rappresentante il Lazzaro quatriduano, ed 
il riquadro di sopra dov'è dipinto S. Giovanni Battista, ò 
opera del celebre Michelangelo Caravaggio ». Niente di 
più facile che il riquadro sia stato fatto eseguire dal Laz- 
zari avendo promesso sul primitivo atto di far dipingere^ 
fra le altre immagini sacre anche quella del suo omoni- 
mo santo, ma niente induce ad affermare esplicitamente 
che r abbia dipinto il Caravaggio, tanto più che in seguito 
critici di vaglia, come il La Farina, non lo ricordano af- 
fatto (2). 



(Il Si noti, a complemento di ciò che ho scritto più innanti circa 
il cavalierato di Malta, il fatto che, nel documento, il Caravaggio è 
preceduto dal Fra, appellativo dei cavalieri e seguito dal inilitis Gc- 
rosoliinitanus, distintivo dell' ordine. Ciò indurebbe a credere ch'egli 
fosse stato cancellato dai ruoli, in seguito ai noti fatti di Malta, non 
trovandosi oggi più il suo nome negli elenchi. Noto ancora che tra G. 
B. Lazzari e il Ricevitore della S. R. Gerosolimitana Fra Orazio 
Torriglia, come risulta dalla Tavola, vi erano rapporti di affari, con- 
tinui : e con tutto ciò il fuggiasco di Malta è incaricato di dipingere 
il quadro dei crociferi. Il quadro ignoriamo quanto sia costato perchè 
nella Tavola trovasi la nota riferentesi al deposito di onze 300 fatto 
da G. B. Lazzari come dotazione della sua Cappella ma nulla vi è 
depositato o pagato per il quadro del Caravaggio. Forse fu pagato 
alla mano, con lo stesso sistema del Di Giacomo. 

(2) Nel verbale di presa di possesso e formazione d' inventario 
dei beni già spettanti alla casa religiosa dei Crociferi sotto il titolo 
dei Ministri degl'infermi redatto a 27 Ottobre 1866, in seguito alla 
legge di soppressione delle corporazioni religiose, esiste al Quadro XI 



— 70 — 

Resterebbe adesso a determinare in qual tempo egli 
abbia dipinto il famoso quadro della Natività dei Cappuc- 
cini, quello della Chiesa di S. Giovanni e l'altro dell' Ecce 
Homo dov'è il suo ritratto; ammettendo, però, sempre che 
i quadri siano stati dipinti tutti in Messina, senz'altro. È 
chiaro che avendo egli compiuto il quadro del Lazzari nel 
lasso di tempo che dal Dicembre 1608 va al Maggio 1609, 
ricordando che il Di Giacomo si prometteva un'altro quadro 
dell' artista per l' Agosto (e non poteva essere altro che 
l'Agosto 1609), bisogna pur ammettere che il Caravaggio 
dipingesse con grande velocità tutti i suoi lavori, perchè 
nello spazio di pochi mesi colorì di bella pittura delle tele 
non indifferenti, con ligure quasi sempre al vero, se non 
più grandi del vero. 

Filippo Hackert nelle Mcnioric de' Pittori Messinesi 
(Napoli Stamperia Regale 1792, pag. 46) (l), ha una nota 



N. 2o l'indicazione: « Altro piccolo (quadro) di S. Giovanni ». Il 
quadro con molta probabilità dovrebbe trovarsi o nel Civico Museo 
o in qualche chiesa municipale : ma non ho potuto avere la fortuna 
di rintracciarlo, mancando, nei cataloghi del Museo, per molti quadri 
il luogo di provenienza. 

(i) Quasi tutte le notizie delle Memorie, vennero fornite all' Ha- 
ckert da Monsignor Grano, dotto latinista messinese ed amantissimo 
delle arti. Da dove il Grano abbia tratta la certezza che il primo 
quadro dipinto dal Caravaggio in Messina sia stato la Natività, io igno- 
ro, non avendo con le più diligenti ricerche potuto assodare nulla in 
archivio. Molto probabilmente egli si è giovato di documenti che ven- 
nero distrutti o che andarono dispersi, non potendo ammettere anche 
per questo fatto cosi esplicito e d'indole così locale un errore, come 
ve ne sono tanti nell' Hackert, se pure non ha seguito quelle tanto 
famose, discusse e ricercate Memorie di pittori messinesi del Susino 
possedute già un tempo dallo antiquario Luciano Foti e poi scom- 
parse. Nei registri della Tavola Pecuniaria, di Messina (1608-1609-1610), 
dove il pagamento dovrebbe pur figurare, nulla ho potuto rinvenire 



- 71 - 
sul Caravaggio (ripetuta poi da quanti si occuparono della 
cosa) indicante come primo lavoro eseguito in Messina il 
quadro della Natività dei Cappuccini : « Ei fu dal Senato 
di Messina immediatamente impiegato a dipingere la tela 
della Natività nella Chiesa dei Cappuccini, che è una delle 
migliori sue opere, avendone riportato il compenso di 
mille scudi » (1). Straordinario compenso davvero e che 



che assodasse il fatto : è da notare però che moltissimi conti, anzi 
quasi tutte le partite del Tesoriere dell' anno 1608 (l' indicazione del- 
l'Hackert tenderebbe a questa data) non ci sono. I conti del 1609 :6io 
vi sono in gran parte, ma il Caravaggio non vi figura. Si nota per 
una strana simiglianza un Michelangelo di Cara, ma è il nome di un 
industriale del tempo trafficante in commercio insieme ai fratelli Paolo 
Simone e Gabriele. Né vi sono pagamenti rilevanti fatti come elemo- 
sina straordinaria al Convento dei Cappuccini, che poteva essere 
un'altra forma del pagamento in parola, riservando ai monaci di sal- 
dare il pittore. Vi sono invece le solite note di pagamento per ele- 
mosine ordinarie a tutti i conventi e monasteri della città. Ho fatto 
anche delle ricerche nello Archivio dei Notai defunti di Messina e 
specialmente negli atti di N.'" Francesco Manna, che era il notaio del 
Senato in quel tempo. Ma pare che gli atti stipulati per conto del 
Senato formassero dei volumi a parte da serbarsi negli uffici ammi- 
nistrativi, e dei quali pur troppo non si ha più traccia per la ingiuria 
del tempo o per la barbarie degli uomini. Noto intanto che nella 
Storia Pittorica del Lanzi è, dai nostri autori, riportata la nota di 
avere il Senato pagate altri ntille scudi ad Alonso Rodriguez per 
pitture fornite nel Palazzo della Città : il che darebbe una misura di 
compenso per opere di gran pregio. 

(lì La nota continua così : « Lavorò ancora delle altre opere si 
per chiese che per particolari cittadini: ma il suo naturale violento e 
rissoso lo portò a ferir gravemente in testa un maestro di scuola per 
lieve cagione, e perciò fu astretto a fuggirsene ». Nel parlare poi del 
pittore Suppa morto per una febbre contratta per panra di avere ro- 
vinato, pulendolo, il famoso quadro del Lazzaro dei Crociferi, giu- 
stifica il pittore dicendo che il Caravaggio, per una delle sue stra- 
nezze, aveva dipinto il fondo del quadro a guazzo e le figure ad olio. 
(Hackert, loco citato). 



— 72 — 

mostra come le tele del Caravaggio si pagassero profu- 
matamente da tutti, la qual cosa è una prova irrefutabile 
del concetto in cui, con tutte le sue stramberie, i contem- 
poranei tenevano l'artefice valorosissimo (1). 

Ma se per il quadro della Natività ci resta una sim.ile 
indicazione, noi nulla conosciamo degli ordinatori dei quadri 
di S. Giovanni decollato e di^XX Ecce Homo. Abbiam visto 
nel Cap. II del presente lavoro messo avanti il dubbio — 
fondato sulla tradizione orale — di non avere il Caravaggio 
dipinto in Messina il S. Giovanni (2); per X Ecce Homo ci 
manca anche la tradizione orale. Solo sappiamo che i padri 



(i) La Natività o come scrissero i contemporanei La Vergine del 
parto trovasi aneli' essa nella Pinacoteca. Altezza m. 3.59, larghezza 
m. 2.17. Non è fotografabile con precisione, quantnnque nella rac- 
colta artistica del fotografo Diego Vadala di Messina vi è una prova 
alquanto ben riuscita. In una rustica stalla di tavole, umile ricovero 
di un bue e di un asino, dipinti in fondo con una verità di partico- 
lari veramente caravaggesca, Maria ha dato alla luce il frutto del suo 
ventre. Ella è distesa per terra, su un po' di paglia, e mentre ap- 
poggia le spalle ad una mangiatoia di legno stringe al seno la tenera 
creatura malamente coperta. A lei di fronte è Giuseppe e tre pastori, 
due in ginocchio, ed uno all'impiedi, formanti unico gruppo — d'una 
verità straordinaria. Sul davanti è un canestro con gli strumenti di 
fallegname. Tutto il quadro è un poema dì affetto materno e di po- 
vertà desolante. 

(2) La decottazione di S. Giovanni — essendo un quadro desti- 
nato al Culto — trovasi tuttavia nell'omonima chiesa a pie della col- 
lina dell' Andrìa. Io non so se la forma primitiva del quadro sia stata 
l'attuale cioè a dire un grande rettangolo cui si uniscono in alto e in 
basso due semicerchi, o sia stata cosi ridotta per adattarla alla deco- 
razione marmorea dell'altare. In ogni modo, il quadro è assai sporco, 
e poco ben conservato, avendo subito notevoli ritocchi (o devasta- 
zioni j del pittore Mazzarese dopo il 1S4S. La figura decapitata dei 
santo è in iscorcio per terra; l'esecutore campeggia sul davanti, visto 
da tergo, e sta per porre nel bacile di Salomè la testa del decollato. 



— 73 — 

Teatini fondarono la loro seconda casa nel 1730 con l'ere- 
dità del Conte Cibo di Naso e che il quadro in parola 
adornò subito la piccola chiesa surta sul luogo. Il quadro 
dovette quindi pervenire alla Chiesa dei Teatini (S. Andrea 
Avellino) o perchè già l'avessero i conventuali, che avevano 
qui fondata la loro prima casa nel 1607 (SS. Annunziata)^ 
o per donativo di qualche ricco signore del tempo. 11 sog- 
getto e le dimensioni stesse del lavoro potrebbero pre- 
starsi a qualificarlo anche uno dei tre residuali quadri 
della passione di Cristo da compire a Nicolò Di Giacomo 
giacche il Caravaggio avevagli solo consegnato, come ab- 
biamo precedentemente visto, il Gesù che porta la croce : 
ma è una supposizione come un' altra non avendo nelle 
carte di detto Di Giacomo trovato il più lontano accenno 
di una tal cosa (1). 

Parecchi altri quadri, in Messina, si attribuiscono al 
pittore lombardo (2). Uno di essi, una sola testa, che sembra 



Nello sfondo, dietro, il boia, è un soldato con elmo e lancia — mentre 
dietro Salomè sono un uomo ed una donna che spiano attenti. In 
alto è una gloria d' angeli con in mano un nastro svolazzante dov' è 
scritto il nome del santo, in latino. La parte inferiore del dipinto è 
stata quasi per intiero rifatta essendo .stata danneggiata da un in- 
ceudio. 

(i) U Ecce hoìiio, quantunque un po' annerito e qua e là screpo- 
lato, conserva ancora tutta la sua grande vigoria di colore. Altezza 
m. I. 92, larghezza m. i. 11 — È stato assai ben fotografato dal Va- 
dala. 

(2) Noto qui, incidentalmente, che nel Museo dei Benedettini di 
Catania esiste una belli.ssima Deposizione^ poco nota, attribuita al Ca- 
ravaggio. La scuola è proprio quella del grande maestro lombardo, 
ma la freschezza delle tinte mi fa sorgere in mente qualche dubbio 
sull'originalità del dipinto. Un'altra Natività, molto affine a quella di 
Messina, e quasi del tutto ignorata, esìste a Reggio-Calabria nella 
chiesa dei Cappuccini. È un lavoro del maestro o è una imitazione di 
buona scuola ? Data la grande perizia imitativa di alcuni fra gli allievi 
del Merisio, la risposta non è facile. 



— 74 — 

tagliata da un grande dipinto, trovasi sulla Pinacoteca Co- 
munale (l): quantunque a me sembri opera di allievo, ap- 
pena abbozzata. 

Un altro dipinto, un tempo assai bello ma oggi mal- 
menato dal ritocco, possiede il Principe di Castellaci Ma- 
rullo, proveniente dagli eredi del Barone La Corte: è un 
Cristo che va al Calvario, con una Maria, e vari soldati. 

Quantunque la certezza assoluta dell' autore non vi è^ 
pure il quadro ha tutto il fare del Caravaggio e fra i sup- 
posti del nostro questo potrebbe essere un autentico : qual- 
cuno vorrebbe anzi crederlo quello acquistato dal Nicolò 
Di Giacomo, ma nessun soldato di questo dipinto suona la 
tromba, particolare molto ben rilevato negli appunti del 
commissionario più sopra citati. 

Una piccola lavagna dipinta, dove è ripetuto il tema 
deir^'cT^ Homo, possiede il Sig. Gaetano La Bruto : anche 
qui il Cristo sta per aver posto sulle spalle il mantello da 
un manigoldo, mentre Pilato lo mostra al pubblico. Ma a 
me non sembra fattura del Caravaggio, piuttosto Io riter- 
rei della sua scuola, del Menniti o di qualche allievo del 
Menniti. 

H: ti: 

Come ognuno vede, la condizione artistica del Cara- 
vaggio in Messina poteva ben dirsi invidiabile : i molti 
lavori commissionatigli e qui venduti lo mettevano al 
sicuro delle incertezze del domani : egli avrebbe potuto 
chiudervi i suoi giorni, senza più oltre andare peregri- 
nando in cerca di pane e di ricovero. Ma pur troppo 
egli non era uomo da saper tenere la lingua e le mani 



(i) Pag. 4, N. 15 del Catalogo manoscritto del museo. 



— 75 — 

a posto , né di ben rammentare i danni sofferto per 
trarne esperienza di miglior vita. Nelle note manoscritte 
del Di Giacomo si parla della latta promessa del pittore : 
« e r altri tre si obbligò il pittore portarmeli nel mese di 
Agosto ». Mantenne la promessa? Il Di Giacomo non dice 
p\ù nulla sul riguardo ed è a credere che una precipitosa 
partenza abbia impedito al Merisio di compire i lavori. Ma 
perchè fugge il Caravaggio ? Qui entrano in campo le due 
note cause diverse : da un lato si accenna alla persecu- 
zione del cavaliere di Malta che avrebbe finalmente sco- 
verto il rifugio dell' odiato nemico e che cercava ad ogni 
costo di averne vendetta; dall'altro si parla di una rissa 
con un locale maestro di scuola che ei ferisce grave- 
mente, fuggendo poi per non cadere nelle mani della giu- 
stizia. Comunque, la partenza del Caravaggio da Messina 
non è un fatto ordinario : anche stavolta il Caravaggio è 
costretto a fuggire per vendetta o rissa ; anche stavolta il 
carattere dell'uomo ha sopraffatto la natura dell' artista, che 
aveva trovato un centro ricco, calmo e dove poteva ve- 
ramente vivere e produrre. 

Ma il suo destino era segnato ed egli dovette seguirlo, 
bevendo sino all' ultima goccia il calice delle amarezze e 
dei disinganni. 



NOTE KD AGGIUNTE 



:j:*::: Ei'a di già stafTipato il capitolo III del presente 
lavoro quando ebbi notizia esistere presso il Sig. Francesco 
Pagano Dritto, di Messina (l), una tela ritenuta per un 
antoritratto giovanile del Merisio. La tela mi fu cortese- 
mente mostrata ed ho avuta la piìi bella conferma delle 
mie precedenti induzioni : la testa somiglia in modo vera- 
mente perfetto all'autoritratto da me indicato nel quadro 
dei Gtucatori di Mora della Galleria di Siena, e dev'essere 
stata dipinta intorno a quel periodo artistico. La tela mi- 
sura m. 0,47 X 0,36 ed è discretamente conservata. 

Il Merisio ride anche qui quel suo riso malizioso 
della tela senese così caratteristico e così vero. Con que- 
sta nuova tela di Messina a me sembra definitivamente ri- 
soluta la quistione del ritratto che già mosse tanti dubbi ed 
incertezze. 

:^% Lo stesso Sig. Francesco Pagano Dritto possiede 
una Flagella.sioìie di Gesù (m. 0,57 X 0,35) attribuita al Me- 
risio. Vedesi il Cristo legato ad una colonna ritta in mezzo 
ad una sala architettonica : un flagellatore è a destra , un 
altro a sinistra ed uno in fondo. La sala è illuminata da 
una finestrella posta in alto dietro Gesù ; cosicché la luce 



(I, Il Signor Pagano Dritto possiede una pregevolissima raccolta 
di quadri, molti dei quali di eccellente scuola e non pochi assoluta- 
mente magnifici dovuti al pennello di valorosi maestri dell'arte. E una 
pinacoteca che non dovrebbe andar dispersa per il buon nome arti- 
stico di Messina. Come non dovrebbe andar disperso il materiale ve- 
ramente raro e pregevolissimo del Presepe , squisita fattura di vari e 
bravi intagliatori in legno del settecento, il quale gareggia colle mi- 
gliori raccolte dei musei esteri, non esclusa quella di Monaco di Ba- 
viera. 



vi è scarsa e scende a filo tangente, caratteristiche queste 
dei quadri del Caravaggio. Per le sue piccole proporzioni, il 
quadro mi sembra bozzetto o riduzione di opera maggiore. 
Si noti, per altro, che simile soggetto il Merisio ha dipinto 
a Napoli nella chiesa di S. Domenico maggiore. 

:5:*:i; Pcrchc Ic ttiic supposizioni sulla morte del Cara- 
vaggio non possano sembrare ai critici meticolosi perfet- 
tamente campate nel vuoto dò qui alcune notizie pervenu- 
temi da Porto Ercole, e dovute alla cortesia del Sig. E. To- 
gnetti, segretario comunale di Porto S. Stefano. Egli, su 
mia richiesta, si è rivolto al Parroco di Porto Ercole Rev. 
G. Paradisi il quale così una prima volta scrivevagli: 
« Per quante ricerche abbia tatto nei registri parrocchiali 
di questa Chiesa, non ho potuto trovare l'atto di morte del 
pittore Caravaggio. Solo nell'anno lò09 trovo scritto: A 2 
di Maggio il Sig. Michele morto nel Ospitale fu sepolto in 
Santo Sebastiano » E poi : « Il Caravaggio morì in Feniglia, 
perciò bisognerebbe sapere se a quell'epoca detta località 
apparteneva alla parrocchia di Port'Ercole o di Orbetello, 
oppure conoscere in quale anno le ossa del Caravaggio 
furono trasportate da Port'Ercole a Bologna ».(???) E più 
tardi: « In Parrocchia non ho potuto rintiacciare niente 
sul Caravaggio. Mi ricordo di aver letto che il Caravaggio, 
sfuggendo alla giustizia di Napoli , con una scialuppa ap- 
prodò in Feniglia, e quivi prese per osservare dove fosse 
possibile trovare uno scampo ; ma ritornato alia spiaggia 
non trovò più la scialuppa, onde per la disperazione ed i! 
grande caldo, dopo qualche giorno, morì. Altri dicono che 
morisse in un combattimento sotto la Rocca , ma sembra 
inverosimile perchè il Caravaggio che cercava scampò alla 
sua vita, non sarebbe certo andato ad esporla ad una morte 
sicura, molto più che , protetto com'era dal Papa, gli era 
facile mettersi in salvo ». 



^ 1B --^ 

La mancanza dell' atto di morte nella Parrocchia di 
Porto Ercole , piccolo paesi Ilo sulla spiaggia grossetana , 
è un gran punto interrogativo nella storia miseranda del- 
l'artista: a meno che non gli si voglia riferire la nota del 
2 Maggio che dà morto all'ospedale (e potrebbe esser vero, 
data la miseria in cui trovavasi 1' artista) quel tale signor 
Michele. Ma come conciliare le notizie dei biografi secen- 
tisti che lo vogliono morto nella stagione estiva ? In Aprile 
non siamo in està ed egli avrebbe dovuto ammalarsi in 
Aprile per poter morire il 2 Maggio : in ogni modo , tra 
Porto Ercole e Feniglia il mistero non trova soluzione al- 
cuna : che il nome del pittore avrebbe pur dovuto essere 
trascritto negli atti di morte dell' una o dell' altra Parroc- 
chia, a meno che egli non fosse morto in battaglia sotto la 
Rocca e non andasse seppellito, fra i tanti, in campo aperto. 

:j:*4: Itt Una nota del Capo II è stato detto avere il Capo- 
dieci, nella sua opera Antichi Monumenti di Siracusa (Voi. 
11-364) scritto essere stato il quadro di S. Lucia commissio- 
nato al pittore dal Vescovo Orosco (1586). Il Sig. E. Mau- 
ceri di Siracusa, che mi aveva data per mero equivoco la 
notizia, corregge: « Il Capodieci ricorda il quadro di S. Lucia 
« come lavoro del Caravaggio nell'opera Antichi tnoiinmeiiti 
« di Siracusa — tomo 2*" pag. 364 — stampata in Sira- 
cusa stessa nel 1813 da Francesco Puleio. Negli Annali di 
« Siracusa (tomo Vili) manoscritto della Biblioteca Arcive- 
« scovile di questa città a p. 456 nomina il committente che 
« fu rOrosco. Il quadro è ricordato in un altro manoscritto 
« dello stesso Capodieci dal titolo Memorie di S. Lucia (p. 
« 229) che si conserva parimenti nella P.iblioteca Arcivesco- 
« vile ». La nota quindi piìi che agli Antichi Monumenti di 
Siracusa va riferita agli Annali. 

:i:*:i: L' archlvista municipale di Messina Cav. Arturo 



- 79 - 

Salemi mi favorisce gentilmente una nota da lui trovata 
nel Registro della Contabilità iMorale lS19-?2 (Municipio di 
Messina) fol. 80 destra. Spese imprevedute « — 26 Giu- 
gno 1820. 

Per Tavola pecuniaria — 20 a D." Lett." Subba Pit- 
tore p. gratificaz.'^ della restauraz."" del celebre quadro di 
pertinenza della Casa dei PP. Crociferi rappresentanti la 
rassegnazione (sic) di Lazzaro, opera Insigne di Michel'An- 
gelo di Caravaggio, e sulla considerazione, che si con- 
serva un Monumento dell'Arte, serve ad accrescere il de- 
coro di Q.» Cap.'«^ p. off.'' li 19 mag;' autorizzato ». 

Dopo il Suppa, il Subba: bisogna essere lieti che il 
quadro trovasi tuttavia in buone condizioni : che, coi me- 
todi di restauro in uso a quei tempi, e' era da attendersi 
la rovina del dipinto !.... 

V. Sacca 



LOTTA DELLA CITTÀ DI PATTI 

PER LA SUA LIBERTÀ E PER LA SUA GIURISDIZIONE 

nel secolo XVII 



{Coni, vedi Ann. VII. Fase I-II) 



Nell'aprile del 1645 si sparse la notizia che l'armata 
turca si preparava in levante per venire nei mari di Sicilia. 
Una lettera del viceré, del 12 aprile da Palermo, ordinava 
che tutti si tenessero pronti a servire nelle milizie senza 
eccezione di privilegi. Il 20 veniva nominato capitano 
d'armi a guerra di Patti l'aiutante don Diego de Ostos, e 
il 13 maggio si ordinava di radunare il Consiglio pubblico 
per provvedere alle mura della città , e pei salarii dei 
cavallari, guardiani, trombetti e tamburi. 

11 principe di Castelnuovo, (1) eletto mastro di campo 
della sargentia di Patti, scriveva da Naso, il 5 giugno 1645^ 
per annunziare la sua venuta in Patti, a scopo di stabilire le 
riparazioni alle fortificazioni della città per metterla in 
stato di una buona dilesa. Egli ordinava che si tenesse 
in ordine una casa per lui, quattro camerati e ventiquattro 
del seguito , con lo stendardo di cavalli di S. Angelo ; e 
nel caso non bastasse una se ne preparassero due non 
molte distanti l'una dall'altra, con quattro letti di rispetto 



(i) Don Emanuele Filibert.o Cottone e Cibo principe di Castel- 
nuovo, conte di Bauso e di Naso, aveva ereditato dal padre D. Gi- 
rolamo Cottone Cutelli e Aragona il principato di Castelnuovo e la 
contea di Bauso, e dalla madre D. Flavia Cibo e La Rocca la contea 
di Naso. 



- 81 - 

e gli altri ordinari ; dovendosi dare ai soldati di cavallo 
l'ospizio ordinario e lutto ciò che e necessario per il vivere 
itiìiano e per servizio dei cavalli. Raccomandava, in oltre, 
la comodità e l'esposizione , perchè tutto sarebbe stato pa- 
ttato, non volendo egli recare interesse , dolente ansi dì 
recare fastidio , del che avrebbe fatto a meno volentieri se 
lo avesse potuto. E il giorno 10 egli giunse in Patti con 
tutto il suo seguito, ed ivi si trattenne a tutto il giorno 20. 
Questo arrivo produsse un movimento nella città , perchè 
oltre lo stendardo di cavalli di S. Angelo — il quale restò 
in Patti dairs giugno al 16 luglio — abbassò anche la com- 
pagnia di soldati di piedi o bandiera di S. Piero sopra 
Patti. Gli alloggi per il mastro di campo della sargentia fu- 
rono distribuiti nelle case del dottor Vincenzo Natoli, (1) 
del sacerdote don Antonino Mangialardo e del chierico 
don Francesco Proto , che erano centrali e nella piazza 
pubblica della città. Nella casa del Natoli — che si era 
stabilito in Patti sposando Antonia Proto — alloggia- 
vano il mastro di campo principe di Castelnuovo , don 
Giuseppe Galifi e il barone di Longi (don Pietro Lanza) (2) 



(ij Da ricerche fatte nel bellissimo archivio notarile del distretto 
di Patti, mi risulta che i Natoli , benché fossero cittadini messinesi, 
avevano nel secolo XVI il centro dei loro affari in Raccuia. Il dott. 
Vincenzo Natoli era figlio di Domenico, cittadino messinese, e di Ca- 
terina ScagHone di S. Piero-Patti, ove si stabili Domenico. Però Fran- 
cesco e Agostino Natoli, avo e padre di Domenico, abitavano in Raccuia. 
Il dott. Vincenzo sposò Antonia Proto e iMauriquez de Lara nel 1641. 
E:^li ebbe varie sorelle tra le quali Antonia che sposò don Vincenzo 
Orioles e Branciforte, e Lucrezia sposata in prime nozze col dott. Giovanni 
Natoli, figlio naturale riconosciuto di Girolamo fratello di Giovan Forte. 

(21 D. Pietro Maria Lanza barone di Longi sposò D^^ Antonia Cibo 
e La Rocca sorella di D^ Flavia contessa di Naso madre del principe 
di Castelnuovo, per contratto matrimoniale del 24 gennaio 1626 in 
not. Cono Bonsignore di Naso. 

6 



— 83 - 

suoi camerati, don Antonio de Haro capitano d'armi assi- 
stente e i due aiutanti del mastro di campo , oltre due 
paggi, due algozini , quattro staffieri e lo schiavo di don 
Antonio de Haro. Nella casa Manglalardo furono alloggiali 
il segretario, il cappellano e il confessore del principe di 
Castelnuovo , e nella casa Proto il consultore , il mastro 
notaro e il fiscale del mastro di campo. Con precedenza 
erano venuti un algozino e un ferriero mandati dal prin- 
cii)e di Castelnuovo per preparare gli alloggi ; e varii 
cittadini apprestarono i letti rcgalaii con loro tabar- 
chi e paviglioiii di seta , mentre pei paramenti e corti- 
naggi per la 'camera del principe di Castelnovo , nella 
casa Natoli, fu mandata persona coi muli a S. Piero 
sopra Patti , ove si trovava il principe di Sperlinga don 
Francesco Natoli e Orioles (1) « per accomodarsi \\ toscllo 



(i) D. Francesco Natoli e Orioles, 2" principe di Sperlinga, era figlio 
unico di Giovan P^orte e di D'*^ Melchiorra Orioles. Blasco Natoli, pa- 
dre di Giovan Forte, governava la contea di Raccuia — cedutagli nel 
1576 dal fratello Giovan Domenico che l'aveva avuta in affitto dal 
conte D. Giuseppe Branciforte, per atto 3 gennaro 1571 in not. Anto- 
nino Carasi di Palermo — e la baronia di Montalbano dei Colonna 
Romano. Oltre Gianforte, egli ebbe per figli Girolamo, Ottavio, Fran- 
cesco , Andrea e Sebastiano, e delie sue figlie: Laura fu moglie di 
D. Giacomo Campolo barone di Bonvicino ; Susanna o Petruzza sposò 
D. Giacomo Balsamo visconte di Francavilla; Cammilla si accasò con 
don Paolo Bonfiglio barone di Condro e fu madre di don Francesco 
principe di Condro, D. Blasco, D. Vincenzo e D. Pietro Bonfiglio; e 
Balsamell^a infine con don Agesilao Crisafi barone di Pancaldo. Giro- 
lamo Natoli, capitano d' armi ordinario alla persecuzione dei banditi, 
morì in Montalbano nel marzo del 1592, lasciando il figlio naturale 
Giovanni sotto la tutela di Gianforte. Ottavio successe a Girolamo nel 
posto di capitano d'armi ordinario, e morì a Montalbano nel 1603. 
Giovan Forte nell'anno 1597 comprò la baronia e castello di Sper- 
linga coi fondi annessi, la baronia di S. Bartolomeo, e la baronia di 



^ 8^ ^ 

per l'alloggio del Principe di Castelnuovo mastro di cam- 
po » (1). 

Era giunta intanto lettera in data dell' 8 giugno, per 
via del Trib. del R. P. , con la quale il viceré marchese 
de Los \>lez autorizzava a poter prendere denaro dulie 
tande regie per riparare le mura , le porte e il castello 
della città , essendo stato deciso che ciò si dovesse fare 
con denaro della Regia Corte d' accordo col mastro di 
campo della sargentia. E il principe di Castelnuovo chiamò 
a sorvegliare quei lavori l'ingegnere Filippo Ferrara^ che 
giunse in Patti il 14 giugno , e vi dimorò a tale scopo a 
tutto il 24 luglio, finché non furono terminati i lavori. 



Alburchia e di Capuano nel territorio di Ganci, feudi che proveni- 
vano dalla successione e divisione dei beni di don Giuseppe Ventimi- 
glia marchese di Geraci. Giovan Forte Natoli barone di Sperlin<;a, 
S. Bartolomeo, Alburchia e Capuano, salito in grande fortuna, fu creato 
principe di Sperlinga. Nel 1633 egli cadde ammalato in S. Piero-Patti, 
ove si era recato, e vi morì. Con testamento negli atti di not. Gio- 
vanni Gatto del Luglio 1633, egli lasciò erede universale il figlio Fran- 
cesco sotto la tutela di suo fratello don Francesco, forte capitalista, il 
quale a sua volta morendo a Montalbano nel 1635, con testamento in 
not. Giacomo Salpietro, lasciava erede universale il nipote Francesco, 
ed erede particolare il pronipote Girolamo, figlio del dott. Giovanni. 
A sistemare gl'interessi tra il principe don Francesco e don Girolamo 
Natoli si fecero transazione nel 1638 in .S. Piero Patti , e nel 1643 e 
1656 in Messina, nelle quali a don Girolamo toccaVa la gabella del tari 
sulla seta di Patti e IMontagnareale, i feudi di Alburchia e Capuano 
col titolo di baroìie, ecc. Il principe don Francesco sposò nel 1641 
D^ Giulia Lanza. 

(i) Dal libro d'esito di Tommaso Stoppia tesoriere della città di 
Patti nell'anno XIII^ Ind. 1644 e 1645 nel governo delli spett. D/ 
Don Iacopo di Perna, Antonio Ferracuto, Giuseppe Proto, Antonino 
Ferrando giurati di d.^ città; nonché dai mandati del i", io, 19, 21 e 
24 giugno, T645, e dalle apoche in notar Giovan Domenico Mare- 
scalco del IO, 12, 14, 27, 28 e 29 agosto 1645, e apoca in notar Ge- 
ronimo Puglia dell' it settembre 1645. 



^ M ^ 

Questi preparativi parrebbero esagerati di fronte alla 
notizia vaga dell' uscita dell' armata turca. Ma non era 
quello il solo timore , poiché un incidente svoltosi sulla 
spiaggia di Patti — che io ho rilevato da due lettere del 
marchese de Los Velez del 24 maggio e dell'S luglio 1645 — 
aveva fatto dubitare di qualche tentativo dei F"rancesi. 

Il canonico dottor don Francesco Proto, cittadino mes- 
sinese^ della famiglia dei Proto di Patti (l), nell'aprile di 
quell'anno, aveva caricato una sua fregata , nominata S.-"^ 
Morìa di Porto Salvo, comandata da padron Silvestro Bo- 
nanno, con molli marinai, la quale, arrivata nel mare di 
Patti, vicino alla spiaggia , fu assaltata da un brigantino 
francese in modo che padrone e marinai furono obbligati 
di fuggire a terra, lasciando in abbandono la nave, che fu 
rimorchiata dai Francesi. Appena sentito il fatto, don Diego 
de Ostos , nuovo capitano d'armi a guerra e capitano di 
giustizia della città, armò sette navi con sessanta soldati 
e quaranta marinai , e insieme al padrone della fregata 
uscì alla sequela dei Francesi. Ma costoro , temendo di 
essere sopraffatti da quelle navi, fuggirono abbandonando 



(i) Questa antica famiglia pattese ebbe diramazioni anche a Mes- 
sina, Milazzo e Napoli. Don Francesco Proto fu canonico della Cat- 
tedrale di Messina, ove insieme al fratello don Antonio, barone di 
Vigliatore e padrone del predio della Scala nel territorio di Patti, 
aveva preso dimora , seguendo lo zio don Biagio nominato arcive- 
scovo di Messina. Essi però erano nati a Patti dal dottor Antonio di 
Antonello di Cristoforo. Il barone don Antonio fu erede dell'arcive- 
scovo don Biagio nel 1648. Il barone di Vigliatore don Biagio, figlio 
di don Antonio, benché avesse la cittadinanza messinese, fu regio pro- 
conservatore in Patti dal 1683 al 170S, e visse come i suoi successori 
quasi sempre nella sua villa della Scala. L'ultimo Proto di Vigliatore 
fu il B."" Antonio Bald.''*' Mattia, morto nel 1782, che lasciò erede la 
moglie Rosolia Ardoino d'Alcontres, poi principessa di S. Elia. 



— 85 - 

la fregata, che dai soldati e marinai fu portata nella ma- 
rina di Patti. Il capitano don Diego de Ostos la fece con- 
segnare a don Francesco Proto con plcggiarin di rimet- 
tere quella nave o il prezzo di essa a ogni mandato del 
viceré e del Tribunale del Real Patrimonio ; e ciò perchè 
il capitano d'armi reclamava la terza parte del valore della 
nave, o, in ultimo caso, che il Proto pagasse il premio che 
egli aveva promesso alle persene andate alla sequela del 
brigantino francese. Infatti il viceré ordinava che si pagasse 
quanto giustamente spettava alle persone che avevano 
lavorato a recuperare la fregata. 

Il principe di Castelnuovo scriveva, a 30 giugno da 
S. Piero di Patti, che l'armata nemica, che veniva ad infe- 
stare la Cristianità, portava anche il contagio; quindi rac- 
comandava la vigilanza. E con lettera del 2 luglio aggiun- 
geva che, in vista del pericolo dell'armata nemica, si do- 
vesse fare provvigioni, ordinando di portare il lino prodotto 
dalla campagna nel fiume, e che dalle campagne marittime 
si dovesse togliere tutto il bestiame bovino e pecorino per 
il pericolo di poter essere preso dal nemico. E i giurati di 
Patti, dottor Giacomo Perna , Giuseppe Proto, Antonio 
Ferracuto e Antonino Ferrando fecero buttare bando del- 
l'ordine ricevuto per tutta la comarca. 

Né r armata turca né quella francese pensarono di 
fare tentativi di sbarco sul littorale di Patti : ma non per 
questo lu meno afflitta la città. I giurati Antonino Donato, 
dottor Antonio Chit-ari, dottor Giuseppe Tibaldi e don Giu- 
seppe Cenere, con lettera del 27 dicembre 1645, scrive- 
vano al viceré che per diverse circostanze e per le esor- 
bitanti somme di tande e donativi regi, l'esito della città 
superava l'introito. E ciò perché la ripartizione era stata 
stabilita in base ai riveli (atti perla numerazione di anime 



— se- 
da don Andrea Saladino nel 1637, nel qual tempo la citlà 
aveva due feudi del prezzo di quattordici mila scudi : uno 
chiamato xMadoro venduto dalla R. C. , e V altro Rocca, 
disgregato dopo ed assegnato alla terra di Montagiiareale. 
I giurati concludevano che, anco per la diminuzione del 
prezzo delle gabelle, non potevano tirare avanti , e atten- 
devano ordini per non abbandonare la città. 

Con altra lettera del 10 gennaio 1646, i giurati dice- 
vano che vedendo il pericolo che i guardiani , ministri e 
ufficiali restassero senza denaro , mancando qualunque 
altro mezzo , essi erano costretti a fare uso di quelle 
onze 149 di una gabella che era stata applicata alla sod- 
disfazione di onze 200 prese dalle tande regie — le quali , 
con lettera del 31 maggio 1645 di don Geronimo Guascone 
giudice del Concistoro (l), erano state dilazionate in due 
pagamenti a 1*^ gennaio e a 1° maggio 1646 ; — pregavano 
quindi il viceré di autorizzarli, altrimenti sarebbero costretti 
a pagare del proprio le spese fatte fino allora, e lasciare 
tutto in abbandono. Essi aggiungevano: « E questi sud- 
diti avendo con tanta prontezza venduto per il passato e 
feudi e gabelle e sé stessi per complire con doni ordinari 
e straordinari in servigio di Sua Maestà Cattolica si ritro- 
vavano oggi in tempi di tanti movimenti di guerra con 
essere esposta la città in loco tanto pericoloso rispetto 
risola di Lipari , sprovvisti senza fortezza e con un solo 
pezzo di artiglieria aperto alla civa, mancanti di gente et 



(i) Don Girolamo Guascone giudice del Concistoro, del Consi- 
siglio di S. M., fu delegato dal viceré per fare provvedere la città di 
basliineJifo di frumenti, e infatti vi dimorò quattro giorni dal 21 al 24 
giugno 1645, alloggiando con suo fratello e col suo mastro notaro nel 
convento di S.'^ Maria di Gesù, 



— 87 — 

inabilitati pure a potersi pagare le guardie con le quali si tro- 
veriano al meno prevenuti in tempo d'invasioni e scorrerie ». 

Ma invece di dare provvedimenti opportuni, il mar- 
chese de los V^elez indirizzava ai giurati, il 17 aprile 1646, 
una lettera tendenziosa. Egli diceva che il re voleva sapere 
in quale stato si ritrovassero le città e terre del suo real 
demanio; sicché bisognava dire c|uali rendite e secrezie 
appartenessero alla R. C. nella città di Patti , quali uffici 
fossero venduti , che cosa rendessero le secrezie e le ga- 
belle, quali ragioni di estrazione e di vettovaglie appar- 
tenessero alla città , e se di tali effetti ve ne fosse stato 
qualcuno alienato, quali tande , donativi regi e altri pesi 
pagasse la città , lo stato del suo patrimonio , e se essa 
università era stata veiuìiita e se si era recattata altre 
volte guanto avesse speso per uno o piti recattiti, se aveva 
fatto alcuno o piti servisi a S. M. di qualche somma , in 
che tempo e con quali condisioni. 

A questa lettera rispondevano i giurati, il 16 maggio 
1646, che le sei;rezie della città erano state vendute dalla 
R. C. ad Antonio Angotta insieme con tutti gli uffici ad 
esse pertinenti , da prenderne possesso dopo la morte di 
coloro che le avevano acquistate a vita (1); e che si tro- 



(i) L'ufficio di mastro segreto della città di Patti era stato ven- 
duto dalla R. C. ad Antonello Cenere per onze So con due contratti 
negli atii del R. Luogotenente nell' ufficio del Protonotaro del 19 ot- 
tobre e 16 novembre 1585. Morto don Antonello Cenere, la carica di 
segreto fu nuovamente venduta a vita al figlio di lui don Giuseppe il 
20 maggio 1622. Gli altri uffici della secrezia pii^i importanti, ossia 
quelli di credenziere e mastro notaro, erano stati venduti il io aprile 
1629 a Paolo Spitaleri. Antonio Angotta aveva comprato le secrezie 
di Taormina, Patti e Castroreale per onze sedicimila e cento con atto 
presso il R. Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro del 15 marzo 1633, 
come da comunicazione del duca di Alcalà fatta a 23 marzo; ma nel- 
1' ottobre dello stesso anno egli moriva, trasmettendo i suoi diritti ai 
nipoti Gregorio e Giovanni Angotta. 



vavano pure venduti a vita gli uffici di mastro notaro 
della corte giuratoria e della corte civile, quelli di vice- 
portulano e di mastro notaro del viceportulano ; anzi l'uf- 
ficio di mastro notaro dei giurati era stato applicato per 
un altro erede (1\ restando solo alla Regia Corte l'ufficio 
di mastro notaro della corte capitaniale (2). La Regia 
Corte aveva anche la gabella dell'estrazione di vettovaglie, 
ossia sopra i salumi, vini, zuccari e dipendenti, affittata per 
onze venti annue. La città pagava mille ottanta sei onze 
all'anno di tande e donativi regi ; non teneva feudi nò 
rendite, e il suo patrimonio consisteva in gabelle: in modo 
che l'introito era di onze 1742 e l'esito di 2278, con un 
disavanzo annuo di onze 531. Per ciò essa si trovava 
esausta, e non poteva pagare le guardie e le altre occor- 



(i) Il dottor Giuseppe Fiorulli — fratello di don Geronimo ba- 
rone di Altoiuonte — comprò la carica di mastro notaro della corte 
dei giurati per contratto del 13 maggio 1622, nell'officio del R. Luo- 
gotenente di Protonotaro, per onze 260. La Regia Corte per altro 
contratto, nello stesso officio, del 6 giugno 1629 concesse al Fiorulli, 
per onze 86 e tari 20, la facoltà di potere rinunziare, ampliare o do- 
nare l'ufficio di mastro notaro della corte dei giurati per la vita di un 
erede, e nel caso di morte ab intestato, doveva succedere il suo erede 
o figlio maggiore o la persona più stretta in grado di parentela, come 
per comunicazione del duca di Albuquerque del 27 luglio 1629. Il 
dottor Giuseppe Fiorulli ebbe concesso il titolo di barone di Villa- 
reale per sé e suoi successori in perpetuo, come per comunicazione 
del duca di Alcalà del 23 giugno 1634, e certificato di giuramento di 
fedeltà e vassallaggio fatto in Palermo il 7 ottobre 1634. 

(2) Per la morte successa qualche mese prima del dottor don 
Paolo Fiorulli — figlio del barone di Altomonte — che lo aveva com- 
prato, alla morte di don Francesco Fortunato, con atto del 7 set- 
tembre 1641 presso il R. Luogotenente nell'ufficio di Protonotaro, sua 
vita durante, per il prezzo di onze 625, versato dal suo procuratore 
Antonio Marescalco nella Tesoreria generale. 



- 89 — 

renze. In quanto alle altre domande più suggestive, i giu- 
rati rispondevano che la città non era mai stata venduta 
ne in caso si vendesse , il clic non si pub credere per le 
molte ificonveniense seguiriano , ìiaveria habiltà di recat- 
tarsi se fosse per un grano ; ha servito Sua MJ'' in molte 
occasioni antiche^ e di pochi anni a questa parte nell'anno 
1638 col donativo gratioso di mille scudi et nell'anno 1639 
offerse a S. J\J. per l' unione della terra della Montagna 
Eegia, casale prima di essa , nove mila scudi a S. M. et 
Bensa avere alcauzato il detto casale pagò sei mila scudi 
a S. M. d'onde ne venne la totale rovina di essa, et questo 
è quanto habiain potuto informami. 

La città aveva ancora pendente il conto con la R. C. 
per il resto del prezzo di Madoro che era stato applicato 
al pagamento delle tande regie. Il viceré , con lettera del 
7 dicembre 1646, ordinava al percettore del Valdemone don 
Giuseppe Cuzzaniti di non molestare la città per il ritar- 
dato pagamenfo. E finalmente don Giuseppe Cuzzaniti 
scriveva da Messina, il 2 febbraio 1647, che essendosi 
fatto buone le onze 1031 tari 22 grani 2 piccioli 3, resto 
del prezzo del feudo di Madoro , a cominciare dall' anno 
1640, si era visto che la città restava a dare per la tanda 
lo gennaio 1647, per i donativi ordinari, onze 11 t. 23 
gr. 9 p. l. 

Così per il momento veniva aggiustata la pendenza 
con la Regia Corte ; ma per la sicurezza e per la difesa 
della città l'unica disposizione ottenuta fu quella per il 
famoso cannone della torre della Marina. Infatti con let- 
tera del 7 febbraio 1647 il viceré scri\»e\a ai giurati che 
mandassero quel cannone a Palermo per fondersi. E i 
giurati rispondevano, il 20 dello stesso mese, di avere com- 
binato di trasportare il cannone per il prezzo di onze sette 



- 90 - 

dalla Marina di Patti a Palermo con la barca di padron 
Assenzio Sciacca , pregando il viceré di farlo ingrandire 
per essere piìi atto alla difesa della città e di maggior 
tiro per impedire lo sbarco dei nemici. E il 27 scrivevano 
per annunziare la partenza di quel pezzo di artiglieria, 
la cui storia attraverso i tempi non sarebbe priva d' inte- 
resse (1). 

* 

Ma un nemico ben più formidabile si stava avanzando, 
contro cui sarebbe stata inutile qualunque artiglieria: quel 
nemico era la ftime. Il viceré marchese de los Velezy Ada- 
lentado emetteva due bandi, del 7 luglio e dell' 8 agosto 
1646, coi quali si proibiva la pegnorazione dei frumenti. 

In una lettera dei giurati e proconservatore del 10 
agosto 1646 si dava relazione del raccolto del frumento 
nel territorio di Patti in salme mille, delle quali trecento, 
prodotte nei feudi della Masseria e dei Mortizzi^ erano 
state portate fuori del territorio, essendo gl'inquilini di quei 
fondi Sampieroti, Montagnari e Librizzani. Vista l' insuffi- 
cienza del prodotto, nel settembre 1646, i giurati di Patti cer- 
carono fare incetta di grani, come si vede dalla lettera 
del 29 da essi scritta al viceré per la provvista, frumenti 
offerta da don Antonio Proto, che dimorava in Messina, 
e da un' altra scritta nello stesso giorno al dottor Bona- 
ventura Marziano, cittadino pattese, il quale si trovava al- 
lora in Palermo, per incaricarlo di lare acquisto di fru- 
menti. E i giurati, avendo avuto un'altra offerta da Gero- 



(i) Il cannone fu riportato nella marina di Patti nel luglio dello 
stesso anno, e messo a posto sulla torre di guardia, come da man- 
dato del 26 luglio e da apoca del 27 luglio 1647 in notar Giovan Do- 
menico Marescalco. 



— 91 - 

mino Marziano per V intera provvista del grano neces- 
sario per Patti e suo casale di Sorrentini, ne avevano scritto 
al viceré, il quale rispondeva a 26 ottobre 1646 che aves- 
sero tenuto pubblico Consiglio e promulgato bando per 
cercare di avere un' offerta migliore. Dovendosi aspettare 
l'approvazione del viceré e del Tribunale del Real Patri- 
monio prima di potere fare operazioni per la compra dei 
frumenti, e quella non venendo, si perdeva un tempo pre- 
zioso. A ciò si aggiungeva la proibizione che vi era stata 
di spendere denaro delle gabelle, essendo stato applicato 
al pagamento delle tande arretrate, e a questo scopo ve- 
nivano capitani d'armi delegati a fare pressioni, come si 
può vedere dalla lettera del 31 dicembre 16-16 di don Mat- 
teo d' Arces che annunziava la sua venuta in Patti, e ri- 
chiedeva che fosse a lui preparato conveniente alloggio, 
e da un'altra del 6 gennaio 1647 di don Francesco Anto- 
nio Costa per la stessa ragione. Caratteristico, a propo- 
sito della proibizione di spendere denaro, è il seguente 
fatto. 

Il viceré con lettera del 6 gennaio 1647 scriveva ai 
giurati di Patti che il re, con lettera del 13 ottobre per 
via di Segreteria di Stato, lo aveva avvisato della morte 
di suo figlio il serenissimo principe don Baldassare Carlo, 
accaduta al 9 di quel mese, per la qual cosa i giurati do- 
vevano pensare a fare i funerali e suffragi. I giurati ri- 
spondevano al viceré che avendo sentito la morte di quel 
principe figlio ed immediato successore del re, dovendo 
fare decenti funerali e non potendo fare spese senza li- 
cenza, domandavano di potere prendere a tale scopo il 
denaro degli introiti. Il marchese de Los Velez, con lettera 
del 30 aprile, accordava che si spendesse il denaro, purché 
non fosse dei donativi e delle tande, ma che la spesa non 



— 92 — 

superasse le onze quaranta, raccomandando di non fare 
spese eccessive esorbitanti, e che sarebbe bastato che 
vestissero di lutto il capitano, i giurati, il sindaco e gli 
altri ministri che dovevano accompagnar^^ i giurati alla 
pubblica lunzione dei funerali. 

Intanto non essendo venuta iilcuna provvista di grani, 
il 20 maggio, con due lettere, i giurati di Patti tacevano 
un appello disperato al viceré per avere frumento, non 
avendone potuto trovare e temendosi la fame, aggiun- 
gendo che avevano scritto per poterne avere salme 150 
per la provvista della povera città ; ma la necessità era 
diventata tale che non vedendo arrivare frumenti, essi 
inviavano il giurato Paolo Spitaleri per prrgare il viceré 
e il Tribunale del R. P. per averne in qualche modo, non 
potendosi fare perire un'intera città. 

11 mal governo spagnuolo, che da tanti anni pesava 
sulla Sicilia, aveva recato la piìi squallida miseria, deci- 
mato la sua popolazione, ridotto un deserto le sue cam- 
pagne, avvilito il suo commercio, reso impossibile la vita. 
La città di Patti spogliata dei suoi feudi, col territorio ri- 
dotto a metà, gravata da una ripartizione dei pesi spro- 
porzionata alle sue forze, doveva fare fronte alle spese 
imponendo gabelle sopra gabelle. Quindi la cittadinanza 
pattese affamata, appena avuto notizia che in Palermo il 
popolo insorto aveva obbligato il viceré a togliere le ga- 
belle, la mattina del 5 giugno 1647 si sollevò a tumulto, 
reclamando l'abolizione di tutte le gabelle. 

Ecco come, nello stesso giorno, i giurati riferivano il 
fatto al viceré : 

« Ecc.'^o Signore. — Per informare a V. E. quanto e 
avvenuto in questa città di Patti questa matina li cinque 
del presente mese di Giugno si hanno retrovati afiìssi a 



- 93 - 

diversi muri e porti della città alcuni cartelli delli quali 
si manda una copia a V. E. restando in nostro potere l'o- 
riginale (1). E più ad bore venti incirca delli cinque com- 
parvero molti del popolo armati di spade pugnali rotelle 
e scopette insieme con femine e picciotti con spiti bastoni 
e pietre in mano sonando la campana ad arme, alla qual 
cosa noi resistendo con dolcezza di parole per quanto si 
potte crescendo il tumulto fummo astretti fugire al Ca- 
stello del Vescovo insieme al Capitano di giustitia alla 
presenza di Monsig/ 111/"" E vedendo il popolo che noi in 
quel luoco eramo ritirati, con impeto grande e violenza 
corse al detto Castello con arme minacciandoni che vole- 
vano abbruggiarni e cogliendo frasche dietro la porta del 
detto acclamavano che se di là non avessimo uscito vole- 
vano dar fuoco alla porta, e noi resistendo a quello che 
loro volevano, fecero novo impeto portando frasche per 
voler dar fuoco alle nostre case. Del che prevedendo il 
grandissimo danno che ni poteva esporre, col parere e 
consiglio dell' 111.™" Monsig."^, Capitano e Sargente mag- 
giore et anco di R.'^i Canonici, Provinciale de P." Cappuc- 
cini risolsimo uscire per rimediare il tumulto di detto 
popolo avendo per persone religiose prima patteggiato, 
ritrovamo il Regio secreto in poter del popolo con accla- 
matione e violenza il quale per detta violenza per placarlo 
e rimediarlo haveva fatto l' incluso atto havendosi per 
quello obligato di far notificare a noi. Nella quale violenza 
per non succedere danno notabile habiamo consentito for- 
zosamente al detto atto sendo che stavano tutti con sco- 
pette spade e pugnali sfoderati con pietre bastoni e spiti, 



(i) Non ho trovato né l'originale né copia di quel cartello nel- 
l'archivio municipale di Patti. 



_ 04 - 

e fatto detto alto, richiesero di nuovo con acclamatiorte 
che havessimo promulgato detto atto con trombetti e tam- 
buro che non si havessero da pagare più le gabelle. Di 
tutto l'antedetto, ni ha paiso dare avviso a V. E. alla 
quale N. S. conservi mentre facciamo profonda riverenza. 

Patti 5 Giugno 1647. 

Di V. E. 

Humilissimi e devotiss.™' servi 

Giuseppe Rossi 
Antonino Bertoni 
Paulo Spitaleri 
Giurati della città di Patii ». 

Ed ecco l'atto di abolizione delle gabelle, che fu pro- 
mulgato lo stesso giorno. 

« Noi D. Giuseppe Cenere regio Secreto e pioc.'''' gen.'- 
di S. U."^ in questa città di Patti e sua giurisdizione: D. Giu- 
seppe Cenere Antonino Bertoni Giuseppe Rossi quondam 
Cola Antonio e Paulo Spitaleri Giurati di questa città di 
Patti- D. Geronimo Florulli Proconservatore e D.^ Anto- 
nino Chitari Sindaco di questa città nella piazza pubblica 
di essa città hogi che sonno li cinque del mese di Gmgno 
ad hore 22 incirca si buttino tutto il Populo di essa città 
cossi citadini come forestieri cossi grandi come piccioli e 
femine e d' ogni età il quale populo gridava che s' haves- 
sero levate le gabelle il mal governo e Viva il Re di 
spagna, che se non si havessero levate haverriano an- 
dato nelli casi delli Giurati di essa et altri off.'' et a quelli 
haveria potuto succedere alcuni inconvenienti, onde per 
tal causa sonaro la campana all' arme e noi vedendo tale 
inconveniente per ser^itio di Dio e di S. Cat. M.^^ e di 
questa città havemo promesso a d.^ popoli in pubblico di 



- 95 - 

levarci le gabelle conforme ci è notitia che anco s*habino 
levato per ordine di S. E. nells città di Palermo et altre 
città di questo Regno. Pertanto per il presente atto per 
conservatione del vassallaggio di S. M/-^ poiché chiara- 
mente s'ha visto la tumultuatione di questa città, per ri- 
mediare a simile inconveniente e per conseguenza può 
seguire in altre terre e città convicine, per lo presente 
detto regio Secreto detti spettabili Giurati Capitano di 
giustitia Proconservatore e sindaco di questa città havemo 
levato e per lo presente atto levamo tutte le gabelle che 
si pagano in questa città cioè la gabella della macina, 
venditura di pane, gabella di iVumenti, ogli, sita, formagi, 
salumi, pignati, crita, vino, carni, orgio, sale, pisci, con 
tutte e qualsivoglia gabelle che per lo passato per insino 
al presente giorno si pagano cossi in generale come in 
particolare, poiché essi citadini intendono essere vassalli 
fidelissimi di S. C. M/-' e solamente essere franchi di esse 
gabelle che d' hoggi innante non si pagano più dette ga- 
belle, e questo per servitio di Dio S. C. M.*-' e beneficio 
universale di questi citadini nude ìit in fut."^ app} s' ha 
fatto il presente atto nella piazza pubblica e nella logia e 
banca solita dove si fanno le cose di questa Università. 

In Patti liogi il d) cinque di Giugno 15" Luì. 1647 . 
Francesco Veles de la Pegna Cap." confirma per il quieto 
Giuseppe Rossi G.*" confirma ut s.'^ 
Antonino Bertone G.'"^ conftrma ut s." 
Paulo Spitaleri G/° confirma ut s.-' 
D. Giovanni Cenere G.^' con firma ut s.''^ 
D."^ Antonino Chitari sindaco confirma ut s." 
Proconservatore Don Geronimo Florulli 

D. Giuseppe Cenere regio Secreto ». 



-^ §6 - 

11 giorno dopo partiva da Patti, incaricato dai Giu- 
rati di riferire a voce al viceré l'accaduto, il Provinciale 
dei Cappuccini^ con la seguente lettera di presentazione : 

« IH.'"" et Ecc.'"'' Sig".''^ — Per importantissimi negotii 
al serv." di Dio e di S. C. M.*'' si manda a posta e con 
prestezza il M.*" R.''" PJ" Fra Geronimo da Patti Provin- 
ciale de P.'' Cappuccini per informare a V. E. quanto si è 
passato in questa città per il tumulto delli Popoli che gri- 
davan con 1' armi in mano viva il Re di Spagna e fora 
gabelle. 11 sudetto P.»'' è di molta authorità e fede , al 
quale V. E. puotrà haver ogni credito, e da esso sentirà 
quanto è stato, perchè fu presente al tumulto per rime- 
diare. Ecc.""' Sig.""*^ la persona di V. E. prosperi, alla quale 
facciamo riverenza. 

Di V. E. 

Humilissimi e devoUss.^i 
Antonino Bertone 
D. Giovanni Cenere 
Paulo Spitaleri 
Giuseppe Rossi 
Giurati della Città di Patti ». 

Il viceré rispondeva prontamente, il 10 dello stesso 
mese che aveva ricevuto le notizie dell'alterazione del 
pubblico dal Provinciale dei Cappuccini, il quale gli aveva 
anche parlato dello stato d' animo in cui si trovavano i 
giurati per avere concesso per atto particolare la cessa- 
zione delle gabelle; mentre egli, dal canto suo, aveva 
esternato al Padre Provinciale il sentimento che gli aveva 
potuto causare quel tumulto di una popolazione di vas- 
salli tanto fedeli ; come pure aveva a lui significato che 
avrebbe facilitato quanto fosse di consolazione e di allevio 

f 



- 97 — 

ai poveri. Egli concludeva sperando dallo zelo dei giurati 
e dall'amore dei vassalli nel regio servizio che si dispo- 
nessero a ridursi alla quiete. 

Egli aveva detto a Fra Geronimo da Patti che avrebbe 
confermato l'atto fatto dai giurati, qualora si proponesse 
da loro altro mezzo per potere ricavare una somma equi- 
valente al reddito delle gabelle abolite. Ma si preparava 
intanto, nonostante le melate parole, alla repressione di 
quel tumulto ed al ripristinamente delle gabelle. Infatti, 
con altra lettera del 14 giugno, scriveva ai giurati di 
Patti che, per reprimere la temerità dei perturbatori della 
quiete della città, aveva ordinato che uscisse, tra le altre, 
la compagnia di cavalli corazze del capitano don Giuseppe 
Alvarez de Ossorio, aggregandosi il capitano don Pietro 
Branciforte ; e ordinava loro di pagare al capitano Al- 
varez de Ossorio onze 400 per una sola volta perchè 
potesse soccorrere gli ufficiali e soldati, e, non potendo in 
una volta, pagassero il piìi che fosse possibile. Nello stesso 
tempo egli inviava a Patti un suo delegato per riattivare 
l'esazione delle gabelle, come sorge da una lettera dei 
giurati del 20 giugno, nella quale essi scrivevano che la 
città era spopolata per essere andati tutti in campagna 
per l'arbitrio della seta, e che essi andavano con le buone 
maniere persuadendo i pochi rimasti a voler contribuire 
al riordinamento delle gabelle, come S. E. avrebbe potuto 
informarsi dal procuratore Giacomo d'Aceto; mentre essi 
erano dolenti che costui non si fosse potuto fermare di 
più in Patti, perchè avrebbe contribuito con la sua auto- 
rità a mettere tutto a posto. 

I giurati di Patti, per non dare ragione di rappresa- 
glia ai soldati spagnuoli, cercavano di ristabilire 1' ordine 
e di disporre gli animi a pagare le gabelle. A tale scopo, 

7 



- 98 — 

di accordo coi principali cittadini, mandarono in Palermo 
il sacerdote dottor Filippo Pisciotta a domandare a S. E. 
che venisse in Patti il Padre Placido Agitta prefetto dei 
Crociferi ad effetto di rimediare i tumulti fatti e ve- 
dere il modo di potersi imporre le gabelle. E il Padre 
Agitta, con un suo compagno e altri due persone man- 
date con lui dal viceré, partì da Palermo con la barca di 
padron Geronimo Bonanno di Napoli negli ultimi di giugno, 
e giunse il 1*^ di luglio in Patti, ove dimorò per dieci 
giorni, influendo per la sua veste, ma ancor più per essere 
egli cittadino pattese, a tranquillizzare la città. 

Nondimeno, l'atto dell'abolizione delle gabelle non era 
stato disdetto dai giurati di Patti. Essi, in esecuzione delle 
idee manifestate dal viceré, avevano convocato al 2 luglio 
il pubblico Consiglio, il quale aveva concluso che a sop- 
perire le gabelle abolite s'imponesse una gabella di tari 8 
per ogni salma di frumento che fosse entrata o smaltita 
nel territorio tanto dai cittadini come dai forestieri. 

Il viceré temendo che quei tumulti si propagassero 
per tutto il Valdemone, e diventassero inrurrezione gene- 
rale, aveva nominato don Muzio Spadafora vicario gene- 
rale per fare tornare all'obbedienza le università ribellatesi, 
e imporre nuovamente l'esigenza delle abolitegabelle. 

Don Muzio Spadafora scriveva 1' 8 luglio da Venetico 
che aveva avuto avviso da don Michele de Velasquez, ca- 
pitano d'armi a guena e sergente maggiore di Patti (1), 
della buona pia^a die l'euivaiio prendendo i popoli nel ri- 
dursi alla dovuta obbedienza e quiete, per la qual cosa 



(i) Le due patenti di capitano d'armi e di sargente maggiore 
del Velasquez portano la data del 6 giugno 1647, ossia del giorno 
dopo del tumulto. 



-Qu- 
egli si rallegrav*a desiderando la quiete della città di Patti, 
che egli credeva con l'accomodo dei disordini passati me- 
ritassi la clemenza, che S, E. aveva ordinato di usare con 
quelle città e terre che si sarebbero ridotte alla dovuta 
obbedienza. Aggiungeva anche, che il viceré aveva ordi- 
nato che i gabelloti dovessero mandare le fedi che l'esa- 
zione delle gabelle veniva fatta come prima dei disturbi , 
e se i giurati desiderassero qualche cosa per la convenienza 
della città, avrebbero potuto comunicargliela alla sua ve- 
nuta in Patti ; la quale riducetidosi come doveva in stato 
quieto e pacifico si esimerebbe dai rigori die egli teneva 
ordine di usare con quelle città e terre die persistessero 
nella loro pertinacia. Ed egli concludeva la sua lettera 
assicurando i giurati che i cittadini non avrebbero avuto 
incomodo o oltraggio dalla soldatesca che lo accompa- 
gnava, non dovendosi fermare altro che nella sua venuta 
per passare avanti, confidando nella fincssa della città al 
real servigio per rimettersi al piìi presto, tanto per dare 
esempio di fedeltà alle altre città del Regno^ quanto per 
non tirarsi addosso un necessario castigo. 

Con lettera del 9, pure da Venetico, don Muzio Spa- 
dafora rispondeva ai giurati che aveva sentito con pia- 
cere che si era dato principio alla riscossione delle ga- 
belle, le quali dovevano essere rimesse nel pristino stato, 
e dopo si sarebbe potuto trattare di commutarne alcuna. 
Egli permetteva intanto che s'imponesse la gabella di tari 
8 per ogni salma di frumento, iiurchè fosse equivalente a 
quella della farina e di facile esazione ; ordinando intanto 
che si concludesse il pubblico Consiglio per mandarla al 
più presto in esecuzione. Egli chiudeva la sua lettera di- 
cendo che al suo ritorno da Messina, venendo in Patti, 
avrebbe stabilito ogni cosa, e avrebbe tolte le compagnie 



— 100 - 

iv'ì venute a restituire l'ordine, portandole seco per unirle 
alla fanteria, che avrebbe portata imbarcata. 

11 10 luglio i giurati convocarono nuovamente il pub- 
blico Consiglio, ove furono confermate le due gabelle vo- 
tate nel Consiglio del 2, e si stabili d' imporre una tassa 
di sei tari l'anno sopra ogni centinaia di bestiame minuta, 
un'altra di quindici tari sopra ogni centinaia di bestiame 
grossa, tanto dei cittadini quanto dei forestieri, che ve- 
nisse a pascere nel territorio della città, ed altre an- 
cora (1). 

E il giorno 11 luglio partiva per Palermo il Padre 
Agitta — come si legge nei conti del tesoriere Antonino 
Calabro — « ad effetto di comparire e far comparire in- 
nanti S. E. per la confirma delli Consigli fatti per li ga- 
belli et ottenere il perdono delli Popoli ». 



(i) Il viceré con lettera del io giugno, ma specialmente per ciò 
che oralmente aveva espresso al Provinciale dei Cappuccini, aveva 
aderito all' abolizione della gabella delle farine che era applicata al 
pagaiuento delle tande e donativi regi, con la condizione che s' im- 
ponessero altre gabelle equivalenti. I giurati accorgendosi che le gab- 
belle, deliberate nel Consiglio tenuto il 2 luglio, non erano sufficienti 
al pagamento delle tande e donativi, convocarono il Consiglio a io 
luglio, nel quale, oltre alle gabelle già dette, furono imposti : tari 20 
sopra ogni cantaro di formaggi, caciocavalli, maiorchini, scaudati, mu- 
sulucchi, e ricotte salate, prodotti, introdotti e smaltiti nella città e 
suo territorio : tari 12 sopra ogni barile di sorra, tari io per barile di 
sottile, tari 9 per barile di grossami, smaltiti nel territorio : tari 6 
sopra ogni barile di sarde, pesci salati e gelatina, tanto smaltiti nella 
città e suo territorio, quanto di quelli estratti fuori: tari 8 sopra ogni 
salma di sale : tari 5 sopra ogni due balle di neve : grano uno sopra 
ogni quartara di vino venduto in qualunque modo da magazzinieri, 
tavernari, bottegai e posatevi ; e fu raddoppiata la gabella delle biic- 
cerie, per le occorrenze della città, e pei salari ai guardiani e caval- 
lari. 



— 101 — 

Il viceré^ con lettera del 18 luglio, scriveva ai giurati 
compiacendosi della fedeltà e obbedienza che i cittadini 
pattesi avevano mantenuto ai ministri e al servizio di 
S. M., specialmente per la relazione avuta della volontà 
che avevano mostrato impouiendo Gavclas suficientes al 
pagauneuto de las tandas y donativos. Per la qual cosa 
egli aveva scritto al vicario generale don Muzio Spadafora 
che concedesse loro in suo nome il perdono. 

Ma se era venuto il perdono , questo non bastava a 
togliere la fame (1). I giurati dopo il tumulto del 5 giugno, 
non si erano perduti di animo, ed avendo di mira special- 
mente che non mancasse il pane, escogitavano tutti i modi 
per rimediare alla difficile posizione della città. Il 12 giugno 
avevano emesso un bando perchè fossero rivelati nel loro 
ufficio tutti i frumenti venduti e comprati in nome di per- 
sone ecclesiastiche o sotto qualunque altro nome, per 
rimediare alla scarsezza nella quale si trovava la città e 
alle istanze del popolo. Con bando del 19 dello stesso mese 
ordinavano che nessuna persona tanto cittadina quanto 
forestiera potesse vendere né fare vendere ai forestieri 
della città alcuna somma di trumenti per quanto minima 
fosse , e che i panettieri non potessero fare compre ne 
tenere frumenti nei loro forni più di quello che i giurati 



{\\ Il raccolto del frumento del 1647 fu oltremodo scarso, e questa 
scarsezza fu dovuta alla grande siccità. Nel libro dei conti der teso- 
riere di Patti del 1647, Antonino Calabro , si legge : « A Francesco 
Catanese per bavere fatto fare la Città due processioni, ima al i" mag- 
gio 164J e l'altra alti 2 di d° per la sterilità della pioggia, una uscita 
dal Convento di S. Francesco alla Madre Chiesa di questa e l'altra da 
S. Ippolito alla Madonna del Tindari con la figura di S. An lottino, app.'^ 
>«.'" sp.^" il 24 luglio et apoca in notar G. D. Marescalco del j set- 
icmbrc 164J ». . 



~ 102 - 

avevano fatto loro consegnare per lo smaltimento del 
pane sfatto. Il 3 luglio pubblicavano bando che per la 
penuria che soffriva la città , avendo saputo che alcuni 
macinavano molto frumento senza far posto ai panettieri , 
veniva proibito di macinare nel molino della Rocca, Moli- 
nello o Molino di mezzo, essendo essi applicati ai panet- 
tieri. E siccome la compagnia dei cavalli leggeri che stava 
alla Marina chiedeva l' orzo pei cavalli , i giurati fecero 
altro bando l'S luglio perchè fra termine di un' ora qual- 
siasi persona di qualunque stato, grado, foro, e condizione 
rivelasse tutta quella quantità d'orzo che teneva. 11 16 
dello stesso mese usciva altro bando perchè fosse rivelata 
tutta quella quantità di frumento, per quanto minima, che 
ciascuno teneva in suo potere, e ciò nel termine di giorni 
tre, sotto pena di onze 50 applicate alla compagnia di ca- 
valli leggieri e tari 7 e gr. 10 alli spett. giurati », 

Quest'ultimo bando precedeva quello ordinato da don 
Visconte Morra principe di Buccheri (1), nominato vicario 
generale del Valdemone, il quale da Meri, con lettera del 
17 luglio, scriveva di avere considerato come la grande 
penuria patita nel regno di frumenti fosse stata la causa 
delle turbolenze, e ordinava il rivelo dei frumenti e orzi 
vecchi e nuovi ad assicurare maggiormente la provvi- 



(i) Nell'anno i6o6, il padre di lui, Girolamo Morra, allora barone 
di Buccheri , venne in Patti capitano d'armi a guerra, per nomina fat- 
tane dal marchese di Ceraci Presidente del Regno , con patente del 
23 settembre 1606. Neil' A. C. di Patti si trova anche la patente di 
capitano d'armi a guerra in persona di Visconte Rizzo del 29 luglio 
1583, firmata dal viceré Marco Antonio Colonna. Visconte Rizzo ba- 
rone di Meri — come è noto — fu padre di Giovanna Rizzo sposata 
a Girolamo Morra, e quindi avo di Visconte Morra. 



— 103 — 

sione delle città e terre del Valdemone, e particolarmente 
di quelle marittime. 

Ma dopo la lettera del 18 luglio, nessuna disposizione 
fu data per Patti dal viceré e dal Tribunale del Real Pa- 
trimonio, fino all'undici di settembre (1). Si capisce facil- 
mente che il Governo con le notizie dell'insurrezione trion- 
fante in Napoli con Masaniello, e con quella che scoppiava 
a Palermo con Giuseppe d' Alessi, aveva ben altre gatte 
da pelare. Quindi le disposizioni per la città di Patti do- 
vevano essere data da don Muzio Spadafora, il quale da 
Venetico si era recato in Milazzo, ove i giurati di Patti 
mandavano il Padre Provinciale dei Cappuccini per ag- 
giustare con lui alcune gabelle. Ma essendosi inteso che 
da Milazzo don Muzio Spadafora doveva venire in Patti, 
i giurati che temevano quella venuta, sia per le spese che 
avrebbe dovuto sopportare la città, sia per le angarie 
che sole vano fare le soldatesche, pensarono inviare a 
Milazzo il dottor don Andrea Fortunato vicario del ve- 
scovato, il quale vi si recò in una feluca con altri quattro 
gentiluomini, per parlare col vicario generale ad effetto 
di fdì'lo trattenere e noti venire nella città di Patti coi 
soldati e cavalli e portargli i Consigli fatti dai cittadini 
ad effetto di rimediare la sua venuta. E quando don Mu- 
zio Spadafora da Milazzo si portò in Oliveri , andò a tro- 
varlo don Giovanni Cenere con altri gentiluomini per l'ag- 
giustamento delle gabelle (2). 



([) Giunse solo a i6 agosto il bando del viceré del 30 luglio 
sopra la vendita e compra dei frumenti con la circolare a stampa, 
per via del R. P. che ne ordinava la pubblicazione. 

(2) S'intende bene che questi fatti sono documentati dai man- 
dati e dalle apoche del luglio, agosto e settembre 1647, da me rin- 
venuti nell'archivio municipale di Patti, 



- 104 - 

I giurati della città di Patti però non limitavano la 
opera loro a curare 1' esazione delle nuove gabelle e alla 
pubblicazione di bandi, ma prendevano disposizioni oppor- 
tune perchè alla città non mancasse il pane, il giurato 
Paolo Spitaleri era partito per la via di Palermo per in- 
cettare frumenti da quel lato, e per mezzo del vescovo 
don Vincenzo di Napoli, che era di Traina, si erano date 
ordinazioni nei paesi di montagna dell' interno. Ma, nono- 
stante tutte le ricerche fatte, i grani non giungevano, 
e si temeva che finiti quei pochi frumenti, che ancora 
erano in città, si dovesse andare incontro alla fame. I 
giurati, forse per ritardare quel momento, con bando del 
27 agosto, ordinarono che nessuna persona di qualsivoglia 
stato, grado, foro o condizione, tanto cittadina che fore- 
stiera, potesse estrarre o fare estrarre alcuna quantità di 
pane, per quanto minima si tosse, fuori del territorio della 
città, e similmente che nessun cittadino potesse vendere 
pane ai forestieri. 

Nel frattempo, al principe di Buccheri era successo 
come vicario generale del Valdemone il duca di Montagna 
Reale del Consiglio di S. M., ossia don Ascanio Ansalone (l), 
il quale se n' era venuto nella sua terra. A lui i giurati 
indirizzarono il seguente memoriale : 

« Li Giurati della Città di Patti esponino a V. E. che 
ritrovandosi in penuria grande di frumenti et havendo 



II) Era la seconda volta che veniva vicario generale. Io dissi che 
la sua missione avesse dato per risultato l'incorporazione del feudo di 
Madoro. Questa affermazione è documentata da un atto in notar Pla- 
cico Tinghino del io aprile 1637, ove sta scritto che per informazioni 
avute da D. Ascanio Ansalone dello stato in cui si trovava la città di 
Patti, che non poteva pagare il grazioso donativo, fu incorporato dalla 
Regia Corte il feudo di Madoro. 



— 105 - 

fatte dilii^enze che hanno potuto fare per fare qualche 
compra conforme ni hanno dato parte a V. E. come Vi- 
cario Gen> sin hora non hanno potuto effettuare provi- 
sione alcuna tanto che sonno ridutti in estrema necessità 
con pericolo di succedere per il mancamento del pane in- 
convenienti notabili e poi che nel mese di luglio prima 
havesse venuto la Pram.^» del prezzo delli frumenti per 
manutenere il pane fin tanto che si havesse fatto provi- 
sione haviamo astretto ad alcuni Citadini a darci qualche 
parte delli frumenti che teniano delli casi loro e senza 
contratto haviamo appaltato di darcene salme sessanta 
ad onze 4 e tt.' 28 la salma incluso lo sfacendo pagando 
conforme al prezzo all'hora corrente conforme hanno fatto 
costare a V. E. et havendo poi venuto d/^ Pramatica li 
sud.' venditori benché la vendita fosse stata perfetta an- 
corché senza instrumento ricusano di darci la parte di 
questo frumento che non si ha smaltito insin' hora. Per- 
tanto ricorrino a V. E. la supplicano voglia ordinare si 
possino costringere li d.' venditori a consignar la d.-' somma 
come s.=^ venduta e quella si possa vendere e smaltire al 
prezzo sud.o pattitato non obstante la sud.-"^ Pramatica tutto 
per evitare li grandi inconvenienti che per il mancamento 
del pane ponno occorrere ». 

E il vicario generale rispondeva da Montagna Reale 
il 7 settembre 1647 che dovessero costringere i venditori 
a consegnare la detta somma di frumenti, e concludeva : 
« e quella possiate vendere e smaltire al sud." prezzo 
pattitato non obstante la Pramatica novissima che noi ve 
ni damo e concedimo licenza et nostra authorità e po- 
testà per l'effetto sud." senza incorso di pena, etc. ». 

I giurati avevano già scritto al viceré che trovandosi 
la città in grande penuria, tanto da stare da venti giorni 



- 106 — 

senza frumento, pur avendo tenuto Consiglio e mandato 
il giurato Paolo Spitaleri a Palermo per cercarne erano 
stati obbligati a prendere quello che i ^;o;;ì>-('s/ tenevano per la 
semina. Essi avevnno cercato di comprare frumenti a 
qualunque prezzo, ma non avevano potuto trovare che 
insignificanti partile insufficienti per la popolazione. Il 
vescovo don Vincenzo di Napoli, vista la grande neces- 
sità della città, aveva pure cercato frumento per tutto 
^1 regno, e finalmente ne aveva trovato da comprare a 
Leonforte quattrocento salme a cinque onze la salma 
della misura grossa a bocca di magazzino. Intanto dove- 
vano comprarlo a quel prezzo, perchè il giurato Spitaleri 
non aveva potuto trovarne a Palermo, e solo salme tre- 
cento al caricatore di Girgenti, difiicili a ridursi sino a 
Patti. I giurati supplicavano il viceré aftinché non fossero 
molestati essi e i venditori per dette vendite fatte e da 
farsi, non ostante che il prezzo non fosse conforme alla 
prammatica scu bando, onde potessero comprarsi le quat- 
trocento salme cinque la salma da persone pronte a sbor- 
sare danaro le quali persone erano Giacomo Spitaleri , 
don Geronimo Florulli barone d'Altomonte, Geronimo Ca- 
leca ed altri. 

Il viceré e il Tribunale del Real Patrimonio, con let- 
tera dell' 1 1 settembre, incaricavano il vescovo di Patti, 
rimettendosi alla sua prudenza, di provvedere a tutto ciò 
che poteva occorrere alla città, conforme paresse a lui 
più conveniente. 

Per r abolizione delle gabelle, la città era rimasta in 
debito con la Regia Coite e la Deputazione del Regno di 
onze 486 e tari 25. I giurati avevano spedito un memo- 
riale al viceré pt:r avere una dilazione di due anni, af-' 
finché, rimettendosi le gabelle, con l'introito di queste pò- 



- 107 — 

tessero pagare anche le lande maturate. E il viceré, con 
lettera del 12 settembre, per via del R. P., accordava una 
dilazione di sei mesi. 

Però le gabelle, deliberate nei Consigli del 2 e 10 lu- 
glio, non si erano potute ancora appaltare, perchè man- 
cava la conferma del viceré e del Tribunale del Real Pa- 
trimonio. Finalmente, con due lettere del 25 settembre, 
vennero queste confermate, con la condizione che per le 
gabelle di tari 3 a salma di frumento, di tari 32 per ogni 
salmata di terreno seminato, di tari 6 sopra ogni centinaio 
di bestiame minuto e di tari 15 sopra ogni centinaio di 
bestiame grossa, si escludessero i forestieri, i quali dove- 
vano essere franchi delle dette gabelle. 

Ma più del rimettere le gabelle, era necessario prov- 
vedere i frumenti; e siccome il frumento di Leonforte era 
stato già comprato, ma non si era potuto ancora traspor- 
tare a Patti, per la difficoltà di trovare bordonari — i quali 
si trovavano occupati nelle vendemmie — e dubitanto che 
per qualche temporale non si rendesse impossibile il tra- 
sporto, vista la scarsezza dei grani e ad evitare qualche 
inconveniente, i giurati a 27 settembre, emisero bando che 
tutti, sia cittadini che forestieri, dovessero nel termine di 
due giorni rivelare nel loro ufficio tutte le bestie che te- 
nevano in loro potere sia di barda che di sella per pren- 
dersi quella deliberazione che conveniva per il servizio 
della città. E il 7 ottobre con altro bando comandarono 
che i bordonari della città e suo casale di Sorrentini coi 
loro muli e balduini dovessero in quel giorno stesso par- 
tire per recarsi a Leonforte a caricare i fiumenti e por- 
tarli a Patti, che sarebbe stato loro pagato il viaggio, e 
ciò sotto pena di onza una alla Cappella del Rosario, tari 
15 al capitano della città e tari 7 gr. 10 agli spettabili giurati. 



— 108 - 

Pare che fosse poi arrivata qualche altra partita di 
frumento, perchè un bando del 17 ottobre ordinava ai 
bordonari della città e suo casale di Sorrentini di andare 
nella marina di Patti a caricare il frumento e portarlo 
nei magazzini della città. 

Ma seguitando la carestia, il 2 dicembre app rve il 
seguente bando : * Per ritrovarsi questa Città in gran pe- 
nuria di pani et havendosi per li spett. Giù.'' di questa 
Città di Patti fattosi molte diligenze per poter trovare 
for.t*^ s'ha trovato qualche somma per la q.''^' si può trate- 
nere per alcuni mesi e vedendosi che giornal.te per la scar- 
sezza che corre per tutto molti foresteri venino ad habi- 
tare in questa per pigliarsi il pane che si fa per questi 
Citadini e per molte istanze latte per ristessi Citadini che 
si dovesse promulgar bandi conf.f' si fa per la Città e 
Terre convicine Perciò li spett. Giù." per voler rimediare 
a tale inconveniente per il presente bando ord."" proved."» 
e comandano che tutti e quals.-^ persona di quals.=' stato, 
grado, foro e cond.'"' che sia che di tre mesi a questa 
parte habiano venuto ad habitare in questa habiano e 
debiano partirsi di que?ta Città e suo ter."'^ fra ter."° di 
giorni dui da contarsi d'hoggi innante e questo sotto pena 
di onze 25 per ogni contraventore app.*^ al regio fisco 
patr.'c per sussidio delle regie gabelle onze 4 al Cap."^ di 
questa Città e tt. 7. 10 ad essi spett. Giù." E similmente 
che nessuna persona Citadina possi prender pani per dare 
alli forastieri ma che d.' forastieri che venino a trava^ 
gliare in questa città e suo ter."" s'habiano e debiano por- 
tarsilo di quella Terra dove sonno, e qnesto sotto la pena 
di s.-' espressata e d'esser il pane di chi si lo troverà. E 
sinul.*^° che ness."*^' panetteri possi vendere pani nelli forni 
ne per strada a ness.'"^ persona sotto pena di onze 4 al 



- 109 — 

Cap."" di questa Città e tt. 7. 10 ad essi spett. Giù.*' E 
sotto ristessa pena che ness." Cit."" presuma pigliar pani 
né per strada né alii forni ». 

Né la carestia era ancor cessata al sorgere del 1648, 
tanto che un bando quasi simile al precedente si promul- 
gava in Patti al 9 gennaio, però con carattere provvisorio 
di un mese o meno, ossia tinche cessato il cattivo tempo, 
che aveva impedito la navigazione, giungessero i grani 
che il luogotenente cardinale Trivuìzio aveva concessi alla 
città. 

In ogni modo, si cominciava a riprendere il solito an- 
damento a poco a poco si andavano rimettendo le ga- 
belle, e dell'atto della loro abolizione non restava altro.. . 
che la copia rinvenuta tra le vecchie carte dell' archivio. 
Ma ben altre prove doveva subire la città ! 

(cojitifiiiaj 

Vincenzo Ruffo della Flopesta. 



MISCELLANEA 



Accordo fra il Senato di Messina ed i Gesuiti per io Studio Publilico. 

Nella lotta lunga, vigorosa, ostinatissima, fra il Senato di Messina 
e la Compagnia di Gesù, che avvolse in gran parte i primordi della 
vita del nostro Ateneo , questo documento , che viene ora a luce di 
stampa, segua una ultima ed importantissima fase (i). 

Eran trascorsi ben trentadue anni dachè, per l'azione energica del 
Senato, lo Studio Pubblico era stato sottratto alla ingerenza amministra- 
tiva e didattica dei Gesuiti, quando, nel 1628 , le relazioni fra il ma- 
gistrato cittadino e 1' ordine si resero più accentuate e cosi vive da 
render possibile un accordo, costituito con tutte le forme solenni , il 
quale, mentre contravveniva agli Statuti del 1597, menomava la fun- 
zione dell' Università, revocando anche le elezioni dì alcuni lettori, 
alla cui nomina erasi provveduto dalla Città stessa , massime per le 
cattedre di Filosofia e di Teologia. Il 28 settembre 1628, infatti, agli 
atti del notaro Francesco Manna (2) si stipulava questo accordo, mercè 



(i) Oltre ai nostri antichi storici Buonfiglio, Reina, Samperi e Gallo 
hanno scritto della storia dell'Ateneo messinese: Ventimiglia Dome- 
nico , Storia Docuìnentata della Università degli Studi di Messina, 
Messina, Tip. G. Fiumara, 1839 — Macrì Giacomo, L'Ateneo Messi- 
nese. Messina , Tip. d' Amico, 1S85 — Ricordo con onore le seguenti 
pubblicazioni : CCCL Anniversario della Università di Messina, Messina 
Libreria ed. Ant. Trimarchi, 1900, contenente alquante monografie dei 
Professori Ziino, Oliva, La Valle e Nicotra — R. Accademia Pelori- 
tana, CCCL Anniversario della Università di Messina, Contributo sto- 
rico, Messina, Tip. D'Amico, 1900, con monografie di G. Arenaprimo, 
L. Perrone Grande, G. La Corte Cailler, V. Sacca , G. Chinigò. Cfr. 
anche G. Arenaprimo, Di alcuni lettori dello Studio Alessinese nel 
sec. XVI. nel volume : Onoranze al Prof. Vincenzo Lilla pel XL an- 
niversario del suo insegnamento, Messina, Tip. D'Angelo 1904, e Giov. 
Alfonso Bore Ili a Marcello Malpighi, lettera inedita, nel volume : Ono- 
ranze al Prof. Giuseppe Ziino, Messina, Tip. del Progresso, 1907. 

Interassante la rassegna dei predetti due volumi di Labate V. 
in Archivio Storico Siciliafto, anno XXV. fas. III-iV. 

(2) Il documento è stato da me rinvenuto in questo Archivio Pro- 
vinciale di Stato. Nel codice del Museo Civico, (segn. 2) pubblicato 
del Tropea. Sommario storico documentato del Collegio e della Uni- 
versità di Messitia di anonimo gesuita, voi. cit. pag. 66, non è indi- 
cato il cognome delnotaro. 



-^ 111 ^ 

il quale il Senato , oltre alle onze 300 annue per le scuole inferiori, 
giusta la convenzione del 1551, si obbligava di pagarne ai Gesuiti altre 
400 onze, di terzo in terzo, con le condizioni che seguono : 

Il Padre Nicolò Cusinano, Rettore del Collegio di Messina, qual 
rappresentante del P. Diego Striveri, Provinciale dell' ordine gesuitico, 
si obbligava di far leggere nello Studio Pubblico le lezioni di Logica, 
Fisica, Metafisica, Teologia, Casi di Coscienza e Matematica secondo 
gli altri Studi d'Italia e le costituzioni della compagnia, con espresso 
obbligo di frequentare gli studenti di essa anche lo Studio della città 
e di non potersi leggere in altre case in Messina le lezioni suddette. 
D'altro canto il Senato si obbligava di revocare tutte le condotte già 
fatte dei lettori per gl'insegnamenti predetti, compresi anche quelli di 
Umanità e di lingua greca, ad eccezione di quella in persona del Dot- 
tore Antonio Mazzapinta, durando la quale era tenuto di corrispondere 
soltanto onze 300 alla compagnia, e non 400, giusta la nuova conven- 
zione. 

Sulle ragioni che avran potuto far addivenire il Senato a questo 
accordo si è variamente indagato dai moderni scrittori, non essendo 
esse ben definite nei documenti del tempo , finora noti, né dagli sto- 
rici della città , o da quelli della compagnia di Gesvi. Il chiarissimo 
Prof. Cesca (i\ molto opportunamente crede trovarne il movente nelle 
tendenze del Senato del tempo, che, aspirando alla divisione della Si- 
cilia in due grandi provincie con a capo di esse Palermo e Messina, 
avrebbe fidato in ciò nello appogio dei Gesuiti per le loro influenze 
alla corte di Spagna e perchè già quella divisione era stata attuata 
dalla compagnia stessa. Vi avranno potuto influire le buone relazioni 
serbate dai Gesuiti verso il Senato, per i benefici che ne ricevevano 
e per i frequenti sussidi, o per giovarsi dell'autorità di quel magistrato 
per promuovere la tanto agognata beatificazione di un padre dell' or- 
dine loro, per cui si erano rivolti al Senato di Catania perchè intro- 
mettesse i suoi buoni uffici presso quello di Messina, che come Capi- 
talc del Regno e città provinciale (della Compagnia) — si notino le 
frasi — facesse istanza a S.S. il Pontefice per implorare la beatificazione 
e canonizzazione del Servo di Dio Padre Bernardo Calnago Ge- 
suita (2). 



(i) L'Università di Messina e la Compagnia di Gesti, op. cit. pag. 25. 

(2) L» lettera del Senato di Catania è del io ottobre 1628. Giu- 

liaiM di scrittura delt Archivio Senatorio di Messina (Ms. presso l'A). 



-~ 112 - 

Siano queste le ragioni, o più che altro quella misura di adatta- 
mento all'ambiente, che è sempre stata una delle caratteristiche del- 
l'ordine, è certo che il contratto del 1628 per lo Studio di Messina, 
benché per poco tempo, ebbe tutta la piena esecuzione. Taluni, per giu- 
stificare la rottura avvenuta posteriormente e per sempre, fra il Senato 
e la Compagnia (i), affermano che esso non venne ratificato dal Pro- 
vinciale. L'Aquilera (2), sempre in omaggio a quel che ne segui, dice 
che il Rettore vi aggiunse altre due condizioni, cioè che i sette lettori 
siano scelti di pieno diritto dalla Compagnia e che gli scolastici loro 
non frequentino lo Studio. Tuttociò è contradetto dal testo del con- 
tratto che qui pubblichiamo per la prima volta ; il patto venne ese- 
guito integralmente e senza riserve, tanto che il P. Melchiorre In- 
chofer , viennese, tenne nell' aula magna il discorso inaugurale del 
nuovo anno accademico agli Idi di ottobre, con grande plauso degli 
studenti e della cittadinanza. 

Die 28 settembris xij Ind. 1628 
Praesenti scripto publico notum facimus et testamur quod quidam 
111."''^^ Laanne de Vega olim Vicerex huius Siciliae , tunc Messanae 
degens prò Dei gloria, cupiens incolis et habitatoribus huius nobilis 
Urbis Messanae, et aliorum locorum huius regni prospicere ut tam ea 
quae ad vitae ac morum probìtatem pertinent, quam quae ad doc- 
trinae et scientiarum lumen spectant in suo vigore conservarent et in 
dies magis ac magis augerent cunctis annis, ac pari studio cum Urbe 
Messana postulavi! S. Ignatiom Loyolam fundatorem Societatis Jesu, 
et obtinuit Collegium eiusdem societatis illudque introduxit in hanc 
ipsam urbem ante alias res huius Regni in Ecclesiam S. Nicolai Nobilium 
ac prò eiusdem Collegi sustentatione ac fundatione studiorum hn 
guarum latinae , graecae , et hebraicae assignatae fuerunt ex patri- 
monio eiusdem Urbis unciae annuae tricentae ut constat ex contractu 
dictae assignationis penes acta quondam not. Jo: Mattheu de 'Ange- 
lica sub die 4''mensis Jannarij x Ind 1551. 

Jam vero eadem Urbis Messana diuturno experimento cognoscens 
quantum beni ex d." Coli." proveniat in Dei obsequium et 'publicum 
commodum non solum eiusdem urbis et totius regni et aliorum natio - 



(1) Tropea, Sommario cit. 

(2) Provincìae skiUae societatis Jesu ortus et res gestae. Panormi, 

1737, pag. 224. 



-- 113 ^ 

tìitm, tam ex regno Meapolitaiio, quam ex oriente, ad veram fìclem et 
Catholicam religionem et pietatem fruendam ad bonos niores sinnil ciim 
doctrinarum sinceritate, ac soliditate ornati! ac splendore scientiarum 
stabiliendos , saepius prò sua insigni pietate ac boni publici studio, et 
ad versus eandem Societateni Jesu affectu et devotione singulari cum 
vivente S. Ignatio cum postea in animo habuit ac serio deliberavit 
quae a miioribus circa studia eorumque professores bene incho:Ua erant 
conservare , et augere, quanquam varijs ex cansis tam comniodae rei 
exequitio iisque ad presens tempus fuerit dilata, et ex quo à pluribus 
hinc annis in lectionibus infrascrittis pauci scholastici iiiterveniunt in 
grave detrimentum dictorum studiorum et desiderans 111.'""'' Senatus 
Messanensis dicto studio augere, et augmentare ad instar aliorum stu 
diorum Italiae. tractari fecit cum Infrascritto admodum R.'i>' P. Rectore 
dicti Collegij Soc."* Jesu Messanae, ut devenire voluisset ad infrascrittum 
contrattum cum Jnfrascrittis pactis et conditionibus; qui admodum R.'""^ 
P. Rector hilari, et promto animo prò servitio istius Urbis et prò au- 
gumento dictorum studiorum devenit ad Infrascrittum contrattum. Quare 
idem Ili."'"'* Senctus Messanensis prò suo insigni in Patriam, et religio- 
nem aftectu maioribus commodis et ornamenti» cupiens dictum Col- 
legium Societatis cumulare ad Dei gloriam, ac pubblicum bonum , et 
urbis ornamentum, et prò meliorando et augumentando studia preditta, 
deliberavit et statuit concedere ac perpetuis futuris temporibus com- 
mendare Patribus dictae Societatis ac dicti Collegij universitatem stu- 
diorum doctrinarum quas ijdem Patres in alijs universìtatibus ac stu- 
dijs generalibus profitent, iuxta suorum institutionum et constitntionum 
prò ut inferius explicabitur, ac in augmentum fundationis dictae uni- 
versitatis et studij generalis assignat alias unciarum qiiadrigentas, modo 
jnfrascritto, ultra alias oz. 300 pec. ab inictio assignatas dictis Patri- 
bus vigore supradicti contracti in actis dicti quondam notari Jo: xMat- 
thaei de Angelica die 4" Jannarij Ind. 1551. Et ob id inter Infrascrit- 
tum P. Rectorem dicti Collegij ex una , et dictum IH.'""-" Senatum 
ex altera fuit deventum ad Infrascrittum contrattum cum Infrascrittis 
obbligationibus , promissionibus et alijs infra expressandis. Quibus 
precedentibus et non aliter devenitur ad infrascrittum contrattum. 

Hinc igitur est quod hodie presenti die ad niodum Rev. P. Ni- 
colaus Cusmano Rector Reverendi Collegij Societatis lesu Messanae pre- 
sens cognitus existens ad haec, cum autoritate et potestate admodum 
Reverendi Patris Detij Striverij Provincialis dictae societatis cogniti et 
presentis et eius autem benedictionem prestantis ut constitit sponte per 



-- 114 - 

se et per alios iiituros Reverendos Rectores dictae Societatis in haC 
urbe et prò dicto ColIes;io se obbligavit et obligat 111.'""'- Senatus Mes- 
sanensis et prò eo IH.' Domini don Joseph stajti, don Josepli de bal- 
samo barone cattafi, Thomaso zuccarato, don tomaso marquetti, pla- 
cido giona et don Fran/'" reytano Senatui Messanensi anni presentis 
Infrascritto notare presentibusque et stipulantibus prò eis, prò hac Urbe 
Messanae et alijs futuris Senatoribus di legere e fare legere nelli pu- 
blici studij di questa Città di Messina e non in altro loco l'infrascritti 
lettioni cioè logica, fisica, metafisica, teologia, casi di conscienza e ma- 
tematica : la logica , fisica , metafisica e teologia da Padri lettori che 
almeno habiano letto un corso di filosofia à tutti quelli studenti e per- 
sone che vorranno intendere dette lettioni, seu qualsivoglia di quelle, 
con ogni cura, vigilantia e diligentia come si convene e si sole legere 
nelli publici studij d'Italia e conforme li statuti, ordinationi e libri di 
studij di decti Padri Gesuiti, e questo ogn'anno in perpetuum et in Jnfini- 
tum, quali lettioni s'habbiano da legere nelli tempi et buri statuiti et 
ordinati juxta l'infrascritta nota cioè : 

Cominciano le scuole alli 3 di 9.'"'" e finiscono alli ultimi d'Agosto, 
eccettuate le lettioni di Casi di conscienza e matematica , le quali fi- 
niscono a 23 di Giugno, et ordinariamente si legono circa un 'bora prima 
dell'altre lettioni e dalli 3 di luglio si comincia a legere una lettione 
il giorno la matina, dalli tre di 9.'"" (i) sino al p.'* di febraro entrano la 
matina ad bore 16, la sera ad bore 21. Al p.° di febraro la matina à 
15, la sera à 21. Alli 15 di feb/" la matina à 15 la sera à 21. Al p." 
di Marzo la matina à 14 la sera à 21. Alli 15 di Marzo la matina h 14 
la sera a 21. Al p.° d'Aprile la matina k 13 la sera à 21 — Alli 15 
d'aprile la matina à 13 la sera à 21. Alli 24 d'aprile la matina à 12 
la sera à 21 — Al p." di Maggio la matina à 12, la sera a 20, e dura 
questa mutatione in questo stato sino al p.° d'Agosto. Al p." d'Agosto 
entrano la matina ad bore 12, la sera non c'è lettione. 

Cum pacto lege et conditione che dette lettioni et ogn'una di quelle 
s'habbia da legere nelli stantij delli publici studij di questa Citta e che 
in nessuna delli casi di d.' Padri existenti in questa Citta si possa le- 
gere nessuna delle sud.'' lettioni di logica, fisica, metafisica, teologia, 
casi di conscienza e matematica. 

Item pacto che li studenti religiosi di essa compagnia habbiano 



(lì Segue e poi cancellato : al/i io ■?' Sbre entrano le scole la ma- 
tina ad hore i^, la sera alle 21, dal primo di novembre sino (segue), 



e debbiano andare in detti studij publici di questa Citta pef sentire d.^ 
lettioni piibliche, seu qualsivoglia di quelle. 

Iteni che detti Padri lettori che legiranno le lettioni di logica, fi- 
sica, metafisica e Teologia sopradette habbiano e siano obligati di te- 
nere almeno una volta il mese disputi pubblici nelli pui^lici studij di 
questa Città conforme l'instituti e libri di studij di delti Padri Gesuiti. 

Item ditto Rev." Rettore e.xistenti con autorità piedicta s'obligao et 
obliga perse e per l'altri futuri Padri Retturi di detto Collegio fare legere 
in detti stantii di detti publici studij due lettioni il giorno di tutti li 
sopradetti lettioni, verum che delli Casi di conscienza e matematica una 
lettione il giorno tantum , e questo nelli tempi e giorni statuiti juxta 
la forma della supradetta nota e dell'Institut.'"' e libri di studij di detti 
Padri e questo in perpetuo et Jn infinito. 

Item ditto Rev.'^" P. Rettore s'obbligao et obliga di fare venire 
dispensa e confirmationi del presente contracto e di tutte le cose in esso 
contenute dal R.™" P.^Generale di detta Comp.'' di Gesù fra termine di 
misi sei da contarsi da hoggi innanti e non altrimenti ne in altro modo. 

E considerando detto 111.'"° Senato lo gran travaglio e spesi per 
sustentarsi detti lettori per legere le sopradette lettioni modo quo d" e 
principalmente jier fondat."<' di detta università di studij generali di 
questa Citta, ha deliberato di dare e pagare al detto R.'^^ Collegio e 
suo Rettore qui prò tempore fuerit unzi quatro cento l'anno in perpe- 
tuum et infinitum in questo modo cioè Oz : 300 l'anno durante la 
condutta fatta e quelle che detto Senato presente seu futuro farrà al 
D.'' Ant." Mazzapinta, (i) quali Oz. 300 l'anno duranti dette condotte che 



(i) 11 dott. Antonio Mazzapinta è ricordato negli antichi Statuti 
dell'Ateneo del 1597, da quando cioè, esclusa qualunque ingerenza dei 
Gesuiti, l'Università cominciò a funzionare come persona giuridica. 
Egli figura nello insegnamento della Filosofia , con 1' annuo assegno 
di .scudi 250 pari ad onze 100. Riprese atto di condotta il 23 mar- 
zo 16^3. 

Per la clausola espressa nel contratto egli venne rispettato nello 
insegnamento, nonostante i mutamenti avvenuti nel 1628, e vi rimase 
fino al 1634-35 godendo in tale epoca lo stipendio di onze 220 come 
rileviamo dalla seguente polizza ; Addì 30 gemi. j62,s tnartedì. — Alli 
detti arrendatari dette gabelte detti grani 2§ per tibra di seta di extra - 
tione onze settanta e tt: io per toro potisa fatta a uttimo di Xbre 1634 
boni jn to D.r Antonio Maczapinta, dissero che ti pagano per un terzo 
di suo salario clie questa Città ti pagha sopra ta detta gabetta a ra- 
gione di oncze dujcento vinti Vanno, guati terczo si maturao a uttimo 



— 1Ì6 -^ 

tenni e lenirà detto di Mezzapinta detti Ili.' SS." Senatori proprijs et 
Senatorijs predictis per essi e loro successori in d." off." s'obligaro et 
obligano pagarli et assegnarli a detto P. Rettore stipulante per esso e 
per l'altri futuri Rettori di detto Coli." di 3° in 3» et in principio d'ogni 
terzo, e doppo che finirà la condotta fatta seu da farsi per questo Se- 
nato presenti seu futuro di detto di Mezzapinta tantum dare e pagare 
à detto R.^° P. Rettore stipulante per se e li futuri Rettori di detto 
Coli." li altri Oz. 100 che in tutto saranno alla somma di detto Oz. 400 
l'anno di terzo in terzo et in principio d'ogni terzo da pagarsi s.-' li 
frutti e renditi di quello censo di bulla di oz. 2600 l'anno (i) a detto Se- 
nato dovuti sopra li renditi di gr. 25 per libra di seta d'extrattioni e di- 
nari quattro per quartuccio di vino, e per più facili conseguntioni detti 
Oz. 300 l'anno durante d.' condutta fatta seu da farsi per detto Senato 
e soi sue." in persona di detto di Mezzapinta, e l'altri Oz. 100 l'anno 
finite dette condotte fatte o da farsi da detto Senato e soi sue.''' a detto 



di Xbre 1634 come appare per fede di bufalo deiemptori. Dal Libro 
giornale delle gire della Tavola Pecuniaria di Messina dell'anno 163^. 
segn. 204, Archivio Municipale di Messina. 

Nulla sappiamo della produzione scientifica di lui e molto meno 
delle pubblicazioni fatte, se pur ne fece. Il riguardo, però, usatogli dal 
Senato e forse pure dai Gesuiti, ci dimostra che egli godea in Messina 
di grande reputazione; ciò che vien confermato dalle enfatiche frasi dello 
aromatorio Gio. Domenico Cardullo nella dedica al Senato del suo opu- 
scolo sulla Teriaca d' Androviaco. [In Messina, appresso la vedova Bian- 
co, 1637J, elogiando le onoranze che il Senato solea prodigare ai buoni 
cittadini meritevoli: « Ma basta a me — ei scrive — il rammemorare so- 
la mente le sontuose cortesie da cotesto Illustrissimo Senato poco è 
usate nel pompeggiar l'esequie del dottissimo Antonio Mazzapinta: nel 
cui petto stantiarono con ugual eminenza l'una e 1' altra Filosofia e 
della Morale, siccome gran maestro mostrossi non altrimenti che della 
Naturale; cosi ne fu inviolabile osservatore in tutto il giro degli anni 
suoi, in maniera che garrftrice la Fama a celebrar ne' posteri, oltre la 
sapienza la somma bontade di huomo così illustre, non giungerà e 
mai a toccar di vicino i confini del vero ». 

A supplire il Mazzapinta, che assai probabilmente non dovette 
esser messinese, venne il celebre Pietro Castelli, romano, medico in- 
signe, fondatore ed illustratore dell' Hortus ìuessanensis^ salito a tanto 
fama nel sec. XVII. 

(i) Segue postilla a margine : cioè oz. 2000 assìgnati allo paga- 
mento di salar ij di detti stndij et oz. 600 assegnati al patrimonio della 
città. 



- 117 — 

di Mezzapinta che in tutto saranno di oz. 400 l'anno in perpetuimi et 
in infinitum li detti IH."" SS.""' Senaturi in virtù dello presente con- 
tratto per essi e loro successori dicto officio ordinaro et ordinano , 
mandare et mandano , alli gabelloti esatturi seu colletturi delli detti 
gabelle di gr. 25 per libra di seta di estrattioni , dinari 'quattro per 
quartuccio di vino presenti e futuri me not. stipulante per essi con- 
tratta dello prezzo di essi gabelli vogliano e debbiano pagare e respon- 
dere al ditto Rettore presente et alli Padri Rettori che prò tempore 
saranno di detto Collegio della Comp.^ di Gesù di questa Città di 
Mess.* li detti Oz. 300 l'anno durante le condutte fatte e che prò 
tempore si faranno in persona di detto Mazzapinta li altre Oz. 100 

l'anno che in tutto pigliano a somma di Oz. 400 l'anno di 3'^ in 3" 
et in principio d'ogni terzo, juxta la forma del presente contratto (4) 
quali Oz. 400 r anno modo quo d.'^ sono ultra la sonmia delli Oz. 
300 1" anno che detto Collegio teni in virtù di detto contratto in atti 
di detto quondam Io: Matteo de Angelica dicto die 4 Jannuarij 1551. 

Item in virtù dello presente contratto detti S.S." Senaturi revocaro 
e revocano, abolero et abolixino , e cancellare e cancellano tutte le 
condotte fatte in persona di qualsivoglia lettore che legino le d" let- 
tioni di logica, fisica, metafisica, Teologia, casi di conscienza et ma- 
tematica, et ancora quelle di humanità, seu lettere Immane e lingua 
Greca, per lo passato fatte, eccettuata però la condutta fatta in persona 
di d" Mazzapinta , e per cancellati , annullati e revocati s' intendano 
jn judicijs et non aliter nec alio modo. 

Et allo presente contratto dictó Illustrissimo Senato ci devenì non 
obstante qualsivoglia dispositione et altri existenti nelli Capitoli di 
detto Studio di questa Città e nelli capitoli della riforma di detti studij 
et si di quelli fosse necessario farsi espressa mentione habita pero 
prima et obtenta la dispensa e confirma di lo presente contratto e 
tutti e singuli in esso contenti singula singulis refereudo da Sua Eccel- 
lenza et non altrimente ne in altro modo. 

Et si aliqua ipsarum partium contravenerit in promissis , seu 
aliquo permissio pars quae contravenerit teneat [solvere] parti permissa 
servanti adviam et singula damna expensas et Interex et maxime si 
Jictus Pater Rector per se et alios futures Rectores dicti Collegij 



(i) Segue a margine : con la fede solita farsi dal detentore dello 
libro del li fatti di detti studij sottoscripta da quattro di esso Senato^ 
siccome si observa al presente con V altri letturi. 



— 118 — 

defecerit in f.iciendo legere dictas lettiones modo quo supra dictum 
et expressatiitn est facto suo et dictorum lectorum et eoruni assigna- 
torum tunc liceat et licitum sit dictis SS. Seuatoribus conducere alios lec- 
tores, unum seu plures prò quo seu quibus defuerit prò lectionibus pre- 
dictis una seu pluribus prò eo stipendio et alijs quibus invenire potuerint 
ad oram damna expensas et interex dicti Collegi] absque aliqua noti- 
ficatione nec requisitione facienda de ipso iure ipsoquefacto dies inter- 
pellet prò hodie ex patto et similiter dictis dd. Senatores proprijs etSena- 
torijs nominibusque presentis iste urbis Messana, teneant semperjmperpe- 
tuum solvere d" P. Rectori stipolanti prò se et futuris rectoribus dicti colle- 
gi] oz. 4oo modoquo s^ assignatas, et interea si adsit bellum, pestis, vel 
alij legitimi impedimenti supervenientis et jnfirmitas dictorum lectorum , 
seu ouiusjibet eorum, et casu quo Infirmitas duraret ultra mensem tali 
casu dictus Pater Rector prò se et alijs futuris rectoril)US teneat legere 
facere talem lectionem seu lectiones, quae non leguntur causa jnfirmi- 
tatis per alium lectorem seu lectores sibi benevisos durante d-'^ infir- 
niitate non obstante non legissent in casibus presentis itaque non 
sit dolus nec culpa dictorum lectorum ex facto 

Et prò dictis et singulis praemissis adimplendis attendendis et In- 
violabiter observandis possit contra partem contravenientem ad hi- 
slantiam praemissa servantis in bonis et gabellis istius urbis et jn bonjs 
dicti Collegi] cum auctoritate variandi et in quobilet caso etc. 

Testes quibus addictus actus Illustrissimus Senatus: Io: dominico 
Colletto, Don VinC Domingo, sacerdos simon Cacciola et Jo : domi- 
nico crupi et quo ad dicto patres provinciales et rectores testes dicti don 
Vincentio domingo, Joseph deliunj Castrirealis, sebastianus zuppardo. 

Dalle Minute del Not. Giuseppe Manna, 1628-29, pag. 129 e seg. 
Archivio Provinciale di Stato di Messina. 

G. Arenappimo. 

Una materia di contendere nel Sec. XVIII. 

/?ue confraternite religiose casalveiine che si contendono giudiziariameìite 
il maggior loco in atcune processioni — Atto di transazione che 
definisce il giudizio — con note — una delle quali tratta di Don An- 
tonino Cannavo Pittore ed Umanista dimenticato del Sec. XVIII. 

Casalvecchio Siculo in Provincia di Messina, Circondario di Ca- 
stroreale, Mandamento di S. Teresa di Riva, è oggi un Comune che, 
secondo gli accertamenti dell'ultimo censimento del 1901, compresi i vii- 



I 



— 119 — 

laggi e le frazioni di Missario, Fautari, San Carlo, Misitano, Mitta, Fa- 
tarechi, MorziiUi e Rafale, e le case sparse, conta n" 3413 abitanti. 

Il paese, come rilevasi dalla stessa denominazione, è antico. Una 
ipotesi del Pirro — riferita ed accolta dallo Amico e da qualche altro 
scrittore susseguente, che attinse a quelle fonti, — mentre, conforme- 
mente al Fazello, dice Savoca « a Coniite Rogerio ex mii/iìs Sara- 
cenis pagis condita, sub titulo Baronis seu Domini, illi (Archimanditae 
Messanae) dantur an. 1139 cum incolis », ritiene poi che a Casalvec- 
chio debba attribuirsi quel « 6". Honuphrii de Calathabiet in priv. Hu- 
gonis Episcopi Messanensis », di cui I'Amico aggiuge di non aversene 
notizia altrove: ncque eiiiiii alibi ejiis elncet noiitia. Ora, considerando 
che C isalvecchio — come Pagliara, come Antillo, come Misserio, come 
Locadi, come Palmolìo — fece parte, sino a qualche secolo fa, (ne 
accenna anche 1' Amico) della stessa Savoca, pare che il medesimo Ca- 
salvecchio sia stato il più importante forse , il più vecchio certo , tra 
quei uuiltis Saracenoruni pagis^ preesistenti alla fondazione di Savoca, 
e, colla conquista normanna, raggruppati e sotto Tunica e nuova deno- 
minazione generica di Baronia di Savoca (che non apparteneva special- 
mente ad alcuno di tali paesi; ma che tutti complessivamente li 
abbracciava e li comprendeva) nel 11 39 dal Conte Ruggiero donati , 
insieme agli abitanti, all'Archimandita di Messina. Saracena infatti è 
la voce Calathabiet, che per corruzione fonetica si sarebbe mutata nel 
siciliano Casalivecchiu, latinizzato quindi in Casale Vetus Rus Vetiis 
dei secoli e degli scrittori posteriori e, nei documenti spagnuoli, detto 
Et Casal viejo. Ma circa l'attendibilità di siffatta origine io, coeren- 
temente a quanto ho enunciato in altra mia pubblicazione, faccio an- 
cora le mie modeste riserve. 

La esposizione e la positura di Casalvecchio sono incantevoli. Re- 
sta in collina , sul declivio del S. Elia , a 383 metri sul livello del 
mare, in faccia al Mediterraneo, dove questo sta per lasciare il clas- 
sico nome di Jonio ; ma non assume ancora l'altro di Stretto di Alessina, 
e, da questo storico mare, dista appena sette Km. di strada a ruota, che 
vi perviene dal Capoluogo del Mandamento e dalla Stazione ferro- 
viaria di S. Teresa di Riva, toccando la vicinissima Savoca. Vi si gode 
ricchezza di panorami di tutto incanto ; aria saluberrima ; temperatura 
mite; acqua eccellente. 

Il centro abitato ha le vie selciate, le piazze inoltre inalberate di 
robinie pseudoacacie; parecchie ed antiche chiese, ricche di quadri, 
di statue, di marmi, di campane, di arredi sacri, — Primo tra tutti i 



— 120 — 

comuni circostanti, Casalvecchio stabilì (1890) una illuminazione e fa- 
vori ("iSyD) il sorgere di un Corpo Musicale tuttavia fiorente. 

Gli abitanti di ogni secolo hanno addimostrato una singolare pro- 
clività ed attitudine alla lotta; una speciale tendenza alla combattività; 
uno spirito di insofferenza contro ogni tirannide, sotto qualunque forma 
estrinsecantesi - E così hanno lottato energicamente per la loro au- 
tonomia, riscattandosi dalla dipendenza di Savoca; hanno congiurato 
e lottato valorosamente per la Indipendenza Nazionale; hanno lottato 
in questi ultimi anni, malauguratamente divisi in fazioni amministra- 
tive, che si son data l'altalena al potere della cosa pubblica comunale. 
Nello stesso modo, — quando i tempi lo consentivano perchè l'i- 
deale religioso, nella mancanza e nella impossibilità di maggiori o di 
migliori ideali, lusingava e tormentava come e quanto qualunque altro 
ideale — nello stesso modo si scissero allora in Confraternite agguer- 
rite l'una contro dell'altra e l'una contro dell'altra cozzanti violente 
mente, e spesso anche virulentemente . . . proprio quali fazioni ammi- 
nistrative sotto la patria redenta ! 

Una manifestazione patente di quest' ultima forma di lotta , nel 
sec. XVIII, condusse le due Confraternite contendenti a provvedersi 
giudiziariamente, davanti il Tribunale della Gran Corte Archiman- 
dritale di Messina, per sistemare e raggiungere la meschina priorità 
di poiito nelle processioni rehgiose. Quando, una delle parti in lite 
avendo provocato ed ottenuto, a 19 Aprile XIV Indizione 1751, una 
provvisionale, che eliminava lo inconveniente colla disposizione « di 
non dovere, né potere l'una Confraternità intervenire nella Proces- 
sione dell'altra, ncc e qnontra », il rimedio fu ritenuto peggiore del 
male ed, a lungo andare, prevalse il buon senso di venire a più miti 
consigli addivenendo il 24 marzo (una delle copie porta erroneamente la 
data 2S Marzo) ottava Indizione, ij6o in A^ofar Don Mariano di Blasi, 
all'atto di transazione, che io mi son deciso di pubblicare come una 
curiosità del genere, — nella miglior lezione che ho potuto desumere, 
nella mancanza dell'originale che più non esiste perchè non esistono 
più i volumi delle minute e dei registri del Notaro Don Mariano Di 
Blasi dell'epoca, da due copie in forma autentica di esso atto, rilasciate 
entrambe dal Notaro Don Antonio di Blasi, figlio e conservatore par- 
ticolare degli atti del fu Notaro Don Mariano di Blasi, — sciogliendo le 
sigle e stendendo le abbreviature, che occorrevano continuamente nelle 
scritture antiche e specialmente in quelle del sec. XV] II, ed intercalan- 
dovi qualche rapida nota per la maggiore intelligenza di uomini, tem- 
pi e cose. 



- 121 ~ 

Forse, avendo azzardato l'aftermazione, che fa dei nìiei concitta- 
dini tanti impenitenti lottatori, dovrei spiegare, a questo punto, percliè 
una sola forma modernissima di lotta, la lotta di classe, determinata 
dall'apostolato e dall'ideale socialista, non ha fatto presa nello am- 
biente casalvetino; ma siffatta disamina esorbiterebbe dall' argomento 
e dalla natura della materia, che qui occorre trattare, e mi condurebbe, 
varcando i limiti della presente semplice notizia, ad invadere tutt'altro 
campo di studi, onde me ne intratterrò, se mai, altrimenti ed altrove. — 
Qui mi aflretto a far seguire il promesso testo della cennata 

TRANSAZIONE 

Die VigcsiìHO Quarto mensis Martij Ociavac Inditionis ÌMillcsimo Sep- 
tmgentesimo Scxageshno ij6o. 

Scudo stata auni sono Insorta la questione tra te due Confraternite , 
vna sotto titolo della Santissima Annunciata [i), e l^ altra del Glorioso 



il) Questa confraternita surse, nella Chiesa di Santa Maria An- 
nunziata, dopo quella di che alla nota seguente, ma prima del 1760, data 
di quest'atto. La chiesa è menzionata dal Pirro R.: Sicilia Sacra, No- 
titia I, Lib. IV, dove, parlandosi della Chiesa di S. Onofrio di Casal- 
vecchio, probabilmente la stessa di quella di ^S". Honufrii de Calatha- 
biet in privil. Hugonis Episcopi Messanensis, si aggiunge : « Est et 
alia S. Mariae Annuntiatae sub Monachi» Basii iensis ». Riferendosi 
al Pirro, la menziona pure V. M. Amico: Lexicon Topograpliicum 
Siculum, alla voce Casale /^^(?/tt.y 1 Valdemone . Il traduttore dell' Amico, 
Giacchino Di Marzo, nell'Appendice Generale ('Palermo, Morvillo 1856) 
alla voce Casalvecchio , accenna al Monastero: « Una grancia di ordine 
« basiliano, che esisteva in questo Comune, è resa inabitabile perchè le 
« fabbriche minacciano rovina; ma per ristorarsi l'edificio e sodisfarsi i 
« legati cui va soggetta, se ne è afhdata l'amministrazione all'Abate del 
« Monastero di Mandanici ». 

Ora il Convento fu, insieme ai beni monastici dell'ex Priorato della 
SS. Annunziata, venduto dal Demanio ai privati. La chiesa, in buone 
condizioni, è aperta al culto : conserva la Confraternita interveniente 
nel presente atto, oltre ad una associazione di Verginelle sotto titolo 
di Figlie di Maria, recentemente istituita. Novera pregevoli quadri e 
e le statue di s.'"^ Barbara, dell'Addolorata e pregevolissima, artistica- 
mente scolpita in legno , quella dell' Annunciazione , eseguita in Na- 
poli nel 1742, a cura di un mio egregio antenato Sac. D. Vincenzo 
Puzzolo, dall'artista Francesco Nardo, come si legge sulla stessa: 

Franciscus De Nardo 

sculpsit Neap' 1742 

cura Don Vincenzi] De Puzzolis 

D. Joseph Finocchio procurator 



- 122 — 
Martire San Teodoro (2) di questa Terra di Casaluecchio per cuasa 



(2) Di quest'altra Confraternita, che dal presente atto risulta più 
antica della precedente, non se ne occupa nemmeno alcun scrittore 
di cose sicule, come non si occupa neanco della Chiesa e del Convento. 

Perciò non del tutto inutile mi sembra riportare in questa nota , 
quanto, a proposito della Fo7idazioiie di questo Convento San Teodoro 
iMartire in Casalvecchio, Castello della Sicilia Messinese, contiensi nel- 
l'opera dal titolo : Lustri Istoriali degli Agostiniani Scalzi della Con- 
gregazione d' Italia e Germania, al Lustro Quintodecimo, foglio 452: 

«... La sua parochiale Chiesa [parlasi di Casakecchio) è de- 
« dìcata a S. Onofrio; avendone un'altra dei Monaci Basiliani , sotto 
« il titolo di S. Maria Annunziata. Essendovi ancora la Chiesa di .S. 
« Teodoro Martire , questa fu offerta alli nostri Padri di Messina, in 
« occasione di havervi predicato, l'anno i66r per la fondazione di un 
. Convento, in accrescimento della provincia medesima di Messina. 

« Era allora Archimandrita il Cardinale Sforza , il quale per la 
« sodisfazione del popolo , suo sudito di detto Casalvecchio , come 
« anche per favorire la nostra Congregazione , non solamente condi- 
« scese alla fondazione, che anche si adoperò in Roma, per il conse- 
« guimento del consenso Apostolico di Alessandro Papa VII ; con 
« decreto della Sagra Congregazione deputata, di cui era Segretario 
« Monsignor Prospero Fagnani. 

« Già il Deffinitorio Generale dell'hanno 1659 haveva concesso li- 
« cenza, di fondarsi due Conventi in ogni Provincia, e dal Deffinitorio 
« annuale, del 1661 sotto li io Maggio era stato dichiarato, che nella 
« Provincia di Messina uno delli detti due Conventi fosse quello di 
« Casalvecchio. Perciò li padri di Messina, trattarono, di fondarlo in 
« detta Chiesa di S. Teodoro, ed essendo disposti li Deputati suoi, 
« a concederla, i! Deffinitorio rlell'anno 1662, sotto li 27 Settembre, ap- 
« provò , che ivi si facesse la fondazione , con riserva delle licenze 
« che dovevano precedere. 

<i Si differì l'esecuzione sino all'anno 1663, nel quale il Cardinale 
« Sforza, Archimandrita fece dare l'assenso dal suo Vicario Generale, 
« sotto li 13 Aprile; sicché li Padri di Messina mandarono uno di loro 
« con mandato di procura, per prendere il possesso. 

« Il Diffinitorio annuale del detto anno 1663, sotto li 30 Maggio, 
« diede commissione al P. Alessandro del Gesù, Priore di S. Resti- 
« tuta, al P. Mario di S. Oliva Priore della B. V. Annunziata di Pa- 
« lermo , al P. Paolo di Gesù Maria Lettore , ed al P. Alberto di S. 
« Francesco Maestro dei professi , di far formare da qualche archi- 
« tetto il Disegno del Convento , che si doveva fabbricare , I' esami- 
« nassero, e l'approvassero per voti segreti, di poi lo mandassero al 
« P. Vicario Generale in Roma , acciò fosse ammesso dal medesimo 
« Deffinitorio, come fu eseguito, sicché il Deffinitorio del detto anno 



- 123 — 

del loco più Maggiore (3) nelle processioni delle Festini là di della Sanlis- 
sima Annunciala, e S. Teodoro pretendetidosi dalla Confralernità della 



« 1663 alli 29 novembre vi elesse Presidente il P. Alessio di S. Paolo 
« il quale vi andò l'anno 1664. 

« Dopo essersi fatta la fabbrica sofficiente alla famiglia di dodici 
« Religiosi il Deffinitorio dell'anno 1671 dichiarò questo Convento 
«Casa di Priorato, eleggendovi per Priore primo il P. Raffaele della 
« Presentazione, e per Sottopriore il P. Damiano di S. Antonio. » 

Anche le fabbriche di questo Convento, una agli altri beni dell'ex 
Priorato di S. Teodoro , furono dal Demanio vendute ai privati, che 
le hanno lasciato distruggere. La Chiesa, invece, litornò alla Confrater- 
nita ed ora, riparata in tutte le sue fabbriche , munita di pavimento 
marmoreo ed arricchita di altri marmi (a. 1897) mercè le elargizioni del 
Sìg. Giuseppe Fieri, che ne è il Governatore, e del Rev. Sac. Cav Seba- 
stiano Ruzzolo , già Insegnante Elementare in Messina, che vi instituì, 
da pili anni, pure le Verginelle di S. Lucia, conserva alcujii prege- 
voli quadri , anche del pittore casalvetino D. Antonino Cannavo (ìn- 
terueniente nell'atto di transazione che annotiamo, qual Procuratore 
prò tetnpore di S. Teodoro,) di cui ci occuperemo alla seguente nota 
6', e le statue di S. Lucia, di S. Biagio e quella equestre di S. Teo- 
doro — oltre alla baretta à€[V Ecce Hotno^ ed alle recentissime altre 
donate dal sudetto Sac. S. Puzzolo: Gesù all'orto (a. 1898), Gesù al Monu- 
manto, (a. 1899;, ecc. — S. Teodoro ebbe culto vivissimo in Casaivecchio: 
A lergo del frotespizio della cosiddetta Giuliana di S. Teodoro , che 
poi è il Libro dell'Introito e dell'Esito della Confraternita, trovasi un 
Avviso, probabilmente di carattere del Procuratore del tempo, D. Car- 
melo d'Amato, in cui è detto che, agli atti di Notar Domenico Musco- 
lino, sotto la data degli 11 Aprile 1803, trovasi la elezione a Padrono 
della Università di Casaivecchio, che ne fecero li Giurati del tempo, 
nella seconda festa di Pasqua di Resurrezione, giorno trasportato per 
la festa del ridetto Santo, per Bolla Pontificia del 1711; ma, avendo 
riandato il volume delle Minute del Notaro suddetto, non solo ho ri- 
trovato che, sotto la data indicata degli 11 Aprile 1803, non c'è sti- 
pulazione alcuna; ma, in quel torno di tempo, non ho rinvenuto l'atto a 
cui inesattamente si accenna nel superiore avviso. Questa chiesa mi è 
sacra poi perchè, trovandosi inservibile il vecchio cimitero e non an- 
cora pronto il nuovo, attorno al 1SS2, in essa sotteravansi i cadaveri e 
perciò, a destra, entrando , trovansi gli avanzi mortali della povera 
mamma mia, che una modesta lapide ricorda al visitatore. 

(3^ Il Notar Di Blasi forse, se non avesse preferito giustificare coli 'uso 
comunemente invaso al suo tempo di riunire nella parlata piìi insieme a 
inaggiore, avrebbe potuto giustificare una tale locuzione anche oggi, 
sostenendo che, nel caso a cui si riferisce, c'è, nelle processioni, un loco 
minore, che spetta a tutte le altre statue e confraternite ; ce n' è poi 



— 124 - 

Sautlssiina Annunciata nella processione della Festinilà di della Gran 
Signora tantum spettarle lo anzidetto loco per il inottiuo, che festeg- 
giando la medesima per pulitica donsrgli dare dello loco, non ostante 
la Consuetudine passata, per cui in contrario osseruato s'auea. Air in- 
contro però da della Confraternita di San Teodoro prelendeasi il con- 
trario, e d'ossjru.irsi la della Consusluiln.^ con darsegli il loco sudetto, 



uno maggiore , destinato alle due Confraternite dì S. Teodoro e del- 
l' Annunziata. Ora la quistione, nel giudizio definito colla presente 
transazione, verteva precisamente sul punto di stabilire quale, di queste 
ultime due Confraternite, dovesse tenere, tra i due luoghi maggiori, 
quello vicino al Reverendo Clero, ritenuto più onorifico, e, trattandosi 
di doverlo mettere in correlazione ed in comparazione con un altro 
loco anch'esso maggiore, era perciò più maggiore. 

Io ricorderò che gli atti notarili allora andavano scritti in latino, 
pii!i o meno corretto secondo la maggiore o minore cultura del notaro. 
che li redigeva sii schemi e formole quasi sagramentali prestabiliti; e 
le formole si resero cotanto prolisse e conosciute che, sin dal sec. XIV — 
come egregiamente rileva G. Cosentino : / Molari in Sicilia, X. (in 
Ardì. Stor. Sic. a 1887 p. 204 e segg.) — si cominciò a non trascri- 
verle per disteso negli atti ; ma solo ad indicarne le prime parole e 
quindi porre et celerà, onde queste formule, così sommariamente espo- 
ste, si dissero ceterate; quale uso, disapprovato prima da speciale 
Prammatica, a 25 Marzo 15S4 veniva sancito per quelle clausole che 
si trovassero in un ordinato formulario , che , per ordine del Viceré 
M. Antonio Colonna, venne pubblicato in quell'anno e può vedersi 
nelle Prammatiche T. III. P. 2, riportato poi in Patinella : Tyro- 
cinium sive Theori-Practica Tabellionatus officii, Pan. MDCCXLl, e 
recentemente, colla traduzione italiana a fianco, in Garofalo G. — 
Conservatore Archivio Notarile Catania — : Spiegaziofie abbreviature 
latine ecc. — Catania 18S9, Tipografia Francesco Martinez. — Idem 
dell'anno 1890. 

E ricorderò ancora che, in questi atti scritti in latino, di quando in 
quando, una denominazione o un patto, a cui si voleva dare maggior 
precisione, veniva trascritto, vidgariter loqnendo o ut dicitur, in quel 
siciliano locale italianizzato, nel quale vennero scritti anche alcuni atti, 
a cui si voleva dare maggiore precisione o maggiore e più larga com- 
prendibilità, come precisamente avvenne del presente atto di tran- 
sazione. 

Nessuna meraviglia quindi se, in un atto scritto in volgare, il no- 
taio dava luogo a locuzioni volgari, come questo piic maggiore che, 
quale locuzione antica e volgare, registrano non solo i grammatici lo- 
cali, ma perfino i più recenti grammatici della lingua nazionale. E, 



come fondata precedente, e più prima di detta della Santissima Anvnnciata 
pcllochc e sendo stati ambidue li Procuratori di dette Confraternita in 
contradittorio intianzi al Tribunale della Gran Corte Archimandritale (4} 
della Nobile^ e Fidelissiina Città di Messina, ed ini dichiaratosi le re- 



per tutti, P. Petrocchi : Granun. della Lingua Italiana, Milano Treves 
iSSj. Parte II, cap. VI § 17, dice: « Siccome in generale questi com- 
parativi son anche considerati come positivi, così dagli antichi come 
dal volgo viene a volte premesso il Piii. Piìt peggiore. Pia me- 
glio. ...» 

14) Casalvecchio, per distinguerlo dall' altro di Puglia, ora detto 
Siculo, una al suo attuale villaggio di Misserio ed ai Comuni di Sa- 
voca, Locadi ed Anlillo, non che a Pagliara , oggi borgata del Co- 
mune di Roccalumera, dipendeva dall'Archimandrita di Messina tanto 
per lo spirituale, quanto per il temporale , secondo si legge anche in 
Pirro : toc. cit., il quale lo rileva da un rescritto di Urbano Vili, 
che pubblica. 

Il Tribunale della Gran Corte Archimandritale era un magistrato, 
che ebbe origine dal seguente privilegio, datato Messina anno mundi 
6642 (1134 dell'era volgare) mense Majo , Inditione XII, firmato da 
Ruggiero Re, (Cnfr : Pirro: toc. cit.) : 

« Quoniam templum S. Salvatoris in Lingua Phari (sic!) Messa- 
« nae ab ipsis ereximus fundamentis, et Archimandritam Dominum 
« Lucani religiosissium instituimus virum, et in divinis sapientissi- 
« mum et valde expertum , ut per euhi multi extimantur de retibus 
« daemonis , et ofierantur Salvatori Deo, et Regi omnium, et quid- 
« quid de monacali vita erroneum fuerit prout divinus Canon requi- 
« rit, et Deo amicum est, illud ab eo per correptionem debitam refi- 
« ciatur. Proinde ei, etsuccessoribus ej'us propriam Dominicalem , et 
« authenticam Curiam habere concessimus in omnibus monasteriis, et 
« obedientiis, quo sub eo sunt^ Abbates, et Monachi, ^/ omnes homines 
« eornm, ut spiritualia eorum, et saeculakia per eum diligenter 
« examinenur, et judicentur. Ipse autem, et successores ejus non ju- 
« dicentur a quoque, nec aliquod responsum alieni faciant, nisi soli 
« Majestati nostrae, et haerediljus. et successoribus Celsitudinis no- 
« strae, etc. etc. etc. ». 

Ben è vero che nella Capitolazione della Terra di Savoca di fronte 
alle armi francesi (3 Novembre 1676), pubblicata nel Fascicolo I-II. 
Anno VII di questo Archivio dal Prof. G. Macrì, all'Art. 19, si legge 
come il Duca di Vivonne consentiva : 

« Che 1' Archimandrita non possa avere giurisdizione temporale 
« contro li popoli della detta terra e Casali (tra' quali primissimo, come 
« si vede all'art. 3, era Casalvecchio) se non che spirituale tantum come 
« è solito ... ». 



-^ 126 - 

ciproche rag^ioni, fu filialmente da dello Tribunale emanalo allo Pro- 
nisionale per cui si ordinò di non douere, ne polere Puna Confralernilà 



Ma, a prescindere che la detta Capitolazione il Prof. Macrì, co- 
m'egli stesso ha cura di avvertire, la dà sopra una copiacela informe, 
che avrebbe estrattata dall'originale, non si sa perchè, un povero can- 
celliere comunale di Savoca, di maniera che nessuna garenzia abbiamo 
circa la attendibilità e la non apocrificità di essa — bisogna porre 
mente poi che, quand'anche il patto di che all'art. 19" si riscontrasse 
sugli originali, non pertanto si potrebbe concluderne che l'Archiman- 
drita non abbia avuto giurisdizione che temporale lanlum. Era questo 
articolo il desideratum di Savoca, che l'accorto duca di Vivonne, pur 
di ottenerne la importante capitolazione, con apparente leggerezza, sot- 
toscriveva impegnando tutto al più il governo francese, ove Messina 
fosse stata soggetta ad un tale dominio. Invece è risaputo che la 
Francia abbandonò Messina alla reazione dell'antico dominio spagnuo- 
lo, il quale non cercò di meglio che conoscere i desiderala delle terre 
che lo avevano comunque abbandonato davanti la Francia ; ma ebbe 
vaghezza di conoscerli, soltanto, per frustarli ed irriderli ! Né è da 
trarre argomento alcuno da quel come è solilo, che segue lo spirituale 
tantum, poiché una tale affermazione, anche se recisamente fatta dal 
rappresentante di Savoca al rappresentante di Francia, poteva essere 
benissimo dettato da uno dei tanti scaltrimenti per cui quella vecchia 
volponaia è divenuta celebre ! 

Quanto all' autenticità del documento pubblicato dal Prof. Macrì 
io spero di potermene occupare , essendomi stato promesso uno dei 
due originali della Capitolazione, quello rimasto alla Terra di Savoca, 
il quale, perciò, non sarebbe andato distrutto dall' incendio toccato a 
quell'archivio fra' i tumulti carbonari del 182Ò. La quale Capitolazione, 
se autentica, ha una grande importanza anche perchè, sin ora, si era 
ritenuto che Vivonne ebbe per capitolazione il fortissimo castello di 
Mola, ma che poi « investì ed occupò il castello di S. Alessio e le terre 
immite di Forza d'Agro e di Savoca » [Cnfr. : G. Galatti : La Riv. 
e r assedio di Messina [16^4-78], XXIV.]. Di maniera che, della ridetta 
capitolazione, non ne hanno notizia gli scrittori di cose sicule, che fi- 
n'ora si sono occupati di questo importantissimo periodo di storia mes- 
sinese. 

La transazione che pubblichiamo non ci offre nessun argomento 
in contrario all'affermazione contenuta nella Capitolazione della Terra 
di Savoca, dacché, se da un canto dimostra che il Tribunale della 
Gran Corte Archimandritale funzionava ancora, verso la metà del se- 
colo XVTII, d'altro canto la materia del contendere non esorbita dallo 
spirituale lanlum. 



- 127 - 

ìnteruetiire nella processione de IV altra, nec e quontra (5), tua solamente 
in tutte le altre processioni solite farsi in detta Terra, ut actenus, 
e da allora in poi si è pratticato in dette Festiuità tantum a tenore di 
detto atto Prouisionale allo quale eie. adesso perù conoscendosi dall' at- 
tuali rispettiui Procuratori , e Rettori di dette Confraternite la disu- 
nione delle medesime in dette Processioni e per accrescere con pili at- 
tenzione, e rispetto la diuozione del Popolo tutto verso la Beatissima 
Vergine, e di San Teodoro, e per non raddoppiar spese, r.clle dette Fe- 
stiuità ; Quindi per ouuiarsi ranzidetto si è stabilito da detti Procura- 
tori , e Rettori di venirsi alla presente Transazione d' accordio della 
maniera Infra d' espressarsi. 

Impertanto oggi dì come sopra il Molto Reuerendo Sacerdote Com- 
missario del Santo Officio della Santissima Inquisizione Don Antonino 



(5) La Provvisionale, come misura di polizia, si rivela ammirevol- 
mente pratica e f.à onore al Magistrato che la emanava. 

Essa, come si rileva dall'atto 19 Aprile XIV Indizione 1751 in 
Notar Mariano di Blasi, nel quale figura riportata, è del tenore se- 
guente : 

« Die decima Nona xAprilis decimae quartae Inditionis ij§i. Fini 
prouisum, et manda tum per Il/ustrissimiim, et Reuerendissimum Doti 
Prudentium de Pattis Abbalem Cassinensem Vicarium Generalem JSla- 
gnae Curiae Archimandritalis huius Nobilis Vrbis IMessaìiae ad pe- 
tit ionem^ et Insta tiam Confraternitatum, unius sub nomine Sactissimae 
Annunciationis , et alterius Sancii Theodori Vniuersitatis Ruris Veteris, 
quod utique ab hodie in anthea in solemnitatibus utriusque Confraterni- 
tatis in quibus solet feri Processio publìca quaelibet ipsarum, non te- 
neatur, nec debeat interesse processioni alterius, sed Confraternitas, quae 
processionem prò sua solemnitate, et Festa instituit eam sola, et per sé 
absque interuentu alterius Confraternitatis agat, et hoc ob euitanda 
Jmgia, Scundala, ac competentias : Jn alijs nero processiottibus genera- 
libus Ipsius Vniuersitatis seruetur prò ut Actenus seruatum est sine ulta 
nomiate, et Ita exequetur inposterum ab unaquoque ex dictis Confrater- 
nitatibus, et Confratribus eas componentibus , sub pena jtnciarum cen- 
tuìH pecuniarum Fisco dictae Maguae Curiae Archimandritalis apposita, 
in casu transgressionis presentis prouisionis, ac determinationis ; Et hoc 
stantibus comprarentibus in contradictorio ludiciofactis, ac auditis luribus, 
et rationibus utriusque partis, et non aliter etc. Vnde etc. Scribatur = Abbas 
de Pattis V. G. = Ex originali existente in Archiuio Magnae Curiae 
Archimandritalis huius Nobilis Vrbis Messanae ex tracia est presens 
Copia Col lattone Salva zz Sacerdos Abbas Franciscus Impellizzeri Ma- 
gister Notarius ». 



Cannano (6), Don Pietro Lo Re quondam Don Felice^ Giuseppe Pizzolo 
quondam Francisco, Don FJia di Biasio, Pietro Cardo, Mario Maz- 



A.nche per la lezione di questa Provvisionale, nella mancanza dell'o- 
riginale atto in Notar Mariano di Blasi, mi giovo, sempre sciogliendone 
le sigle e stendendone le abbreviature, di una copia autentica, per la 
Giuliana di San Teodoro, questa volta, rilasciata dallo stesso notaro 
stipulante. 

C6) Di Don Antonino Cannavo Pittore ed umanista dimenti- 
cato DEL SEC. xviii. — E questo Don Antonino Cannavo quel Pittore ca- 
salvetino, a proposito del quale, avendoli Dott. G. Borghese nell'ultimo 
Fase. III-IV, Anno VII di questo Archivio Storico Messinese, comple- 
tando una sua monografìa su Novara di Sicilia e le sue opere d' arte, 
a certo punto, nel riportare dai libri d'esito di quella Chiesamadre che 
il « 1706. A Don Antonino Cannavo pittore di Casal vecchio per avere 
fatto li quadretti dellu casciarizzu (armadio) nella sacristia » (non è 
espresso quanto fu dato), messo in nota fra l'altro: « Il La Corte-Cail- 
ler mi annunzia che l'Avv. Domenico Puzzolo-Sigillo si occuperà 
quanto prima di questo sconosciuto pittore di cui io faccio il nome 
per primo » lo egregio, ed a me benevolo, Foti corrispondente locale 
del giornale VOra di Palermo, nel N. 75. anno Vili, del 16 marzo u. 
s. 1907, pubblicò sotto il titolo: Per un pittore casalvetino fiel sec. XVIII, 
una corrispondenza da Casalvecchio Siculo, datata 12 detto, in cui, 
dopo avermi intervistato in proposito, fé rilevare ad esso Dott. Bor- 
ghese, che questi, il nome del Cannavo, lo fa semplicemente pel se- 
co7ido, avendolo fatto pel pruno io, nella mia monografia : La iibica- 
zione dello "APPENNON "AKPON tolemaico (Ptol. ///. 4. 9) e la ori- 
gine e la ragione della specificazione DI AGRO (Agryllae , Agril- 
LAE ed Agrille) in certe denominazioni di località in Provincia di 
Messina — nota — Messina, Tip. D' Amico, MCMIV; onde il mede- 
simo dott. Borghese, senza l'aiuto del Cav. La Corte-Cailler, avrebbe 
potuto accertarsene, prima di azzardare la sua affermazione così recisa, 
solo che avesse avuto la cura di riandare le annate precedenti, III^ 
e IV'^ 1902 e 1903, di questo Archivio, dove avrebbe trovato la mia 
monogrofia in jìarola ed, in essa, la nota 112^, nella quale si legge che 
nelle Chiese di S. Onofrio e di S. Teodoro di Casalvecchio « si con- 
servano dei quadri di un pittore locale D. Antonino Cannaò »; e ciò 
almeno tre anni prima che il prelodato Dott. Borghese l'avesse 
semplicemente rifatto! 

Ora, se tutto questo è utile per la verità e per quella onestà e 
precisione, non mai troppe e non mai eccessive, di qualunque notizia, 
la quale si riferisca al nostro indirizzo di studi, comecché rispondente 
al vero, io non posso che confermarlo. Ma lo faccio, unicamente, poi 
che la presente pubblicazione me ne dà occasione. Che altrimenti, 



- 129 - 

sullo, Mario, e Marco d'Amato, Domenico Pìssob, Pielro Casablaìifà, 
Antonino Muscolino, Domenico Di Blasi, e Maestro Giuseppe flono^iarno 



quanto a scriverne ex professo per rivendicare una cosi poco impor- 
tante precedenza, non ne varrehi^e la pena. Proprio ! 

Piglio invece argomento per dire, sin da ora, clie di queste^ Pit- 
tore mio concittadino effettivamente io mi occuperò come prima mi 
sarà possibile, rivelando agli studiosi un vero umanista del Scc. XVIII. 
Giacché, oltre che nella pittura, egli fu valente cultore di musica, e 
di ciò se ne compiacque tanto, che preferì jiosare pel ritratto, che si 
conserva presso lo erede di lui Sig. Giuseppe Casablanca, e che non 
è accertato che sia autoritratto, scorrente sulla eburnea tastiera di un 
cembalo la mano brillantata ; fu valente cultore di letteratura latina, 
se a lui, chiamandolo maestro, devotamente dedicava una sua j;ram- 
matichetta latina (// Fiore seu compendio per le regule della Gram- 
matica opera profittevole ai Fanciulli che in brevità si vogliono indriz- 
zare alla giusta latinità — Composta dal Rev. Sac. D. Santo Manuli 
dedicata al Rev. Sac. D. Antonino Cannavo Commissario del San- 
t'Officio in Casalvecchio — Catanae in Palat. 111.'»' Senalus , Typis 
Bisag. 1745 Superiorum facultate) un suo parente e contemporaneo. 
Don Santo Manuli, di cui anche mi occuperò. Il Cannavo rivesti poi, 
come risulta anche dalla superiore dedica e dalla transazione che oggi 
pubblichiamo, quando il rivestirla era titolo d' onore ambitissimo, la 
carica di Commissario del S. Uffizio della SS. Inquisizior.e in Casal- 
vecchio, dove tenne per moltissimi anni l'Amministrazione della Mag- 
giore e Parrocchiale Chiesa di S. Onofrio da lui « riparata in tutte 
le sue rovine, ristorata in tutte le sue mancanze, provveduta in tutte 
le sue necessità, ed abbellita di pitture di sua mano, stucclii fabbri- 
che, e suppellettili sontuose » (come dice il INIanuli; e col suo signi- 
ficante concorso, a nome della chiesa, di più della metà ed a cura di 
lui, fu eretta la statua d' argento del Santo Protettore, eseguita dallo 
Statuario Giuseppe Arico Messinese nel 1745 per voto del popolo di 
Casalvecchio, che aveva impetrato la liberazione dalla pestilenza del 
1743- 

Dal i" ottobre 1750 al 7 aprile 1760. e cioè negli ultimi anni di 
sua vivenza, sempre Commissario del S. Uffìzio, fu attivissimo Procu- 
ratore della Confraternita di S. Teodoro e quella chiesa quasi croi 
laute , come si rileva dal libro di Introito ed Esito della medesima , 
riparò, retsaurò ed abbellì, mentre poi quella confraternita fece ri 
spettare, provocando, appena nel 1751 la Confraternita dell'Annun- 
ziata impedì « la sollennità della festa del Glorioso Santo Todai'o »... 
« stante volere il loco maggiore, nel sacramento della Processione », — 
l'atto provisionale riportato alla superiore nota 5 '^ e, pochi giorni prisna 
di lasciare il suo decennale ufficio di Procuratore, ottenendo di potere 

9 



del guoudain Maestro Giuseppe, come Procuratore e niagìor parte delti 
Rettori di detta Confraternita di San Teodoro dall' una. nec non Notar 



definire la quistione colla tranzione della quale ci occupiamo , dalla 
quale la Confraternita di S. Teodoro ne esce avvantaggiata, in quanto 
non recede per nulla dalle sue pretese. 

D. Antonino Cannavo nacque, in Casalvecchio, da un Maestro 
Francesco. Ma egli fu educato dallo zio suo omonimo, Sacerdote I). 
Antonino Cannavo Ludi Alagister. 

Abbondante dovette essere la sua produzione pittorica, sparsa per 
le chiese e per le case di Casalvecchio e di altri paesi, ora in mas- 
sima parte perduta o deteriorata, se ancora se ne trova traccia. 

Nessuna notizia m'è stato possibile attingere intorno al luogo in 
cui egli apprese la pittura ed ai suoi maestri. Né è da azzardare sup- 
posizione che ciò sia potuto avvenire p. e. in Messina, essendo quelli 
tempi di decadenza generale per questa Città riuscita sconquassata 
dalla rivoluzione fallita contro la Spagna, da una parte, e dall' altra 
perchè erano quelli tempi di supremo benessere economico e morale per 
Casalvecchio, tempi fortunati in cui i suoi figliuoli si spingevano nei 
più lontani e più importanti centri di cultura, desiderosi di educarsi e 
di erudirsi. Di fatti, per non citare che un solo esempio, dai miei libri 
di famiglia risulta che, un mio dotto antenato, che è detto anche scrit- 
tore di sonetti ed epigrammi, il Sac. Dottor Don Placido Puzzolo, lasciò a 
15 anni Casalvecchio ed, — in compagnia dello zio paterno Sac. Don Vin- 
cenzo, Provicario Generale della Corte, Commissario della SS. Inquisizione 
ed indi Vicario del Ceto Ecclesiastico, — dimorò 12 anni a Palermo, io 
anni a Roma, 4 anni a Napoli e quindi ritornò in patria nel 1747, 
laureato in Medicina e Sagra Teologia, ad esercitarvi l'arte medica ed 
il sacerdozio sino al 1757, quando riuscì, tra ben 12 concorrenti, alla, 
allora importantissima, Arcipretura di Savoca ed altre Terre e Casali, 
che tenne 4 anni appena, essendo morto immaturamente nel 1761. 

Ma , tornando a Don Antonino Cannavo , non è certo che egli 
abbia fondato una scuola pittorica casalvetina nel sec. XVIII, di cui 
avrebbe fatto parte quel Don Santo Manuli di sopra mentovato come 
autore di una grammatica latina ed a cui si attribuisce dalla tradizione 
il ritratto anzicennato del nostro Cannavo, che a sua volta ha ese- 
gu to il ritratto del Manuli — quali due ritratti esistono ancora presso 
l'unico ed ultimo erede Sig. Giuseppe Casablanca, mio zio affine, già 
gelosamente custoditi dal fratello di lui fu Sac. Santi — ed un altro 
prelato, Don Giuseppe Pasqua, a cui si attribuisce un quadretto : // 
transito di S. Giuseppe, col preteso autoritratto in basso, ancora esi- 
stente nella Sagrestia di quella Parrocchiale Chiesa di Sant' Onofrio; 
ma se ciò fosse vero, come si vuol vedere nelle parole: Haec est Don 
Joseph de Pascha vera Figura, non si comprenderebbero le seguenti 



- 131 - 

Domenico Finocchio, Don Paolo Curdo. Don Domenico Lo AV, A'o/dr 
Giacomo Santoro, Don Angelo Pizzolo (7), Matteo Finocchio, e Nicotina, 
Antonio Giacomo Muscoliìio, Domenico Scar cella ^ Francesco Finocchio, 
Antonino Calabro quondam Antonina, Giuseppe Romeo, Teodoro Lo Re, 
Domenico lo Conti del quondam Antonino, Pietro Costa, e Sebastiano 
Costa quondam Giacomo dall'altra parte come Procuratore, e viaggiar 
parte de' Rettori di detta Coi/raternità della Santissima Annunciata 
presenti, e da ine notar o Conosciuti, spontaniamente , in detti re spettini 
nomi et in uim della presente Transazzione ed accordio omnique alio, et 
meliori modo, per essi in detti nomi, e loro 9,/,'c'cessori in fcrpviuuììi. et 



altre: Fffigiem hac fecit sumptibus iste suis. Perchè a sue spese {sumpti- 
bus suis\, se ne fosse stato egli l'autore? Certo invece è che il Can- 
navo raggiunse ben presto nomea di Pittore, figurando, anche con tale 
qualità, in parecchi contratti notarili, con cui acquistava di quando in 
quando qualche proprietà, nel primo ventennio del sec. XVIII, e già 
nel 1706 imorì in Casalvecchio il 7 Gennaro 1763 ed il suo testaniento 
fatto rs Settembre 1751 fu pubblicato, in data 8 Gennaro 1763, agli 
atti di Notar Giacomo Santoro; veniva chiamato nella lontana Novara 
a dipingervi le figure dellu casciarizzu nella sagrestia . come risulta 
dai libri di esito di quella Madrechiesa, riassunti e pubblicati dal cen- 
nato Dott, Borghese. 

Insomma, da qualunque lato si guardi, la figura del Cannavo me- 
rita di essere studiata e lumeggiata ed il nome dissepolto dallo in- 
giusto ed immeritato oblio, in cui tuttavia giacciono, miseramente la- 
sciate e trascurate, tutte le piià belle figure di soldati, di artisti e di 
scienziati — colpevoli solo di avere esplicato la loro geniale attività 
in tempi di duro servaggio, nella cerchia piìi o meno ristretta della 
vita comunale o intercomunale di provincia — i quali hanno lunga- 
mente aspettato invano ed invano aspettano ancora, e forse lunga- 
mente aspetteranno, chi di loro condegnamente ne favelli o scriva. Ed 
è con lieto animo, è come adempiendo ad un sacrosanto dovere o 
facendo una buona azione, che me ne occuperò ! 

(7) Mio modesto, ma laborioso, bisarcavolo, fratello del menzio- 
nato alla nota precedente Arciprete Sac. Placido dottore in Medicina 
e Sagra Teologia, e perciò anch'esso nipote di quel Don Vincenzo, 
che si accompagnò a quest'ultimo nelle sue peregrinazioni a Palermo, 
a Roma, a Napoli e che, in questa bellissima metropoli, curò l'esecu- 
zione di quella veramente artistica immagine dell 'Annunci. izione, della 
quale ho detto alla superiore nota i". I miei maggiori ,sino al vivente 
mio affettuoso genitore che ne fu anche per qualche tempo Procura- 
tore, sono stati confrati della SS. Annunziata. 



— 132 — 

tnfinitum voìsero, e vogliono, promisera, e proìiietlono, siccome si coit- 
feufaroiio, e cnnteniano di àpiicre le dcile due Coìifralcruità, con loro 
rispelliue Insegni, Simo/acri, ed altri interuenire, e processionare nelle 
processioni, che d\)ggi innanli usqiie imperpeiuam, ci Jujìviluin si fa- 
ranno nel giorno della celebrazione della Fesliuilà, ianlo di della San- 
tissima Annunciala , quanlo di dello Glorioso San Teodoro Incomin- 
ciando da quella che dimane giorno di della Gran Signora (8\ si 
soUennizzerà, coji questo però, che la Confraternità Festeggiante poco 
distante dalla sua Chiesa debba Incontrare V altra conuitata, e questa 
conuilante doppo, che si farà tal incontro, ed il solilo dibbatliinenlo delle 
Bandiere , dare la destra alla conuitata, sino die enlraiio in Chiesa, 
nella quale Chiesa la Confraternità della Santissima Annunciala ancor- 
ché Festeggiasse, quella di San Teodoro debba situarsi in Chiesa , in 
Cornu Fuangelif, doue è slato solilo slare, e nclP uscire la processione, 
cioè nel giorno delta Fesliuilà della Beatissima Vergine deue precedere, 
ed uscire la prima detta Confraternita di S. Teodoro con suoi insegni, 
e simulacro, e doppo quella della Sanlissivia Annunciala, anco con suoi 
insegni, e simulacro, nel giorno però della Fesliuilà di San Teodoro 
deue precedere, ed uscire la prima la detta, Confraternità della Santis- 
sima Annunciata^ e doppo la della di San Teodoro con suoi insegni, e 



(Sj II giorno dell'Annunziala ricade il 25 Marzo, ed il 25 marzo 
appunto usa celebrarsene, in Casalvecchio, la festa. Soltanto, quando ci 
sia un legittimo impedimento religioso od atmosferico , una tale sol- 
lennizzazione della festa si suole postergare per una delle domeniche 
successive. Ma, in quest' ultimo caso, non si dice più semplicemente 
il giorno dell'Annunziata; ma il giorno postergato o trasportalo per la 
festa dell'Annunziata. — In omaggio a quest'ordine d'idee io, ritro- 
vando nelle due copie autentiche dalle quali ho tratto la lezione del- 
l'atto di transazione, che sto pubblicando, diversità di data, in quanto, 
l'una copia, darebbe la tiansazione medesima come stipulata nel giorno 
Vigesimo Gelavo Martif , mentre l'altra copia la darebbe nel giorno Vi- 
gesimo Quarto, ho creduto optare per quest'ultima data del 24 Marzo, 
appunto perchè, in entrambe le copie, ho rinvenuto pacifica la supe- 
riore frase : « Incominciando da quella che dimane giorno di detta 
Gran Signora ». Giorno^ senz'altro; perciò 25 marzo. Dimane 25, e 
quindi oggi 24. — Data questa, del resto, che non ho inventata io; ma 
che risulta segnata nell'una delle due copie autentiche in parola ! 



— 133 — 

simulacro, e questo non ostante la sndeita iuucterata consiiedudine, e di- 
sposizione di detto precalendato atto Prouisionale, nec obstantibus quibu- 
svis alijs in coutrariuni dictantibus, et disponentibns, quibus vicissiin 
proinisenint, et proinictunt non liti etc. et non aliter ete. (9). 

Douendosi però da dette due Confraternita siccome per il presente 
detti rispettini Procuratori , e Rettori per essi etc. promettono osser- 
uare in tutte l'altre Funzioni, e processioni die in questa sudetta Terra 
soglionsi fare la maniera, e modo di processionarsi, ut actenus solitnm 
est, con darsi il loco piti maggiore alla sudetta Con fraternità di San 
Teodoro per esser stata fondata piti antica di quella della Saiitissima 
Annunciata, e per essere stato così pratticato, ed osseruato nei tempi 
passati sino alla questione di sopra insorta sentendosi di essere detto 
loco Maggiore quello vicino al Reuerendo Clero d' essa sudetta Terra, 
e non altrintente. 

Dippiìc dichiarano e promettono, vogliono, e comandano detti rispet- 
tiui Procuratori, e Rettori non valersi né telarsi per Pauuenire di qual- 
siuoglia sutterfugio legale, atti Juriuin preseruatiui o altro si delV una 
co; ne dal l- altra Confraternità fatti dal passato nel fine di rescindere o 
annullare la presente transazione d'accordio, e chi di dette parti vorrà inno- 
uare, insorgere lite o tentare la nullità della presente Transazione ed accor- 
dio in tal caso si/ tenuta tain nomine proprio, quam dictis nominibus obli- 
gala conforme p:r il presente per essi e suoi etc. ad inuicem s' obli- 
gano dare, e pagare alla Confraternità che non sentirà, nò vorrà litigare^ 
ne tentare la nullità sudetta non solo delle spese fatte nel litiggio del- 
l' Isorta questione, e di quell'altro giudizzio da tentarsi come sopra, ma 
anco la som/na d'onze Cinquanta statini fatta, o tentata, lite innovazione, 
o nullità sudette non ostante etc. alias etc. di patto etc. 

Pregando per il presente detti Procuratori, e Rettori all' Illustris- 



(9) Tanto il cerimoniale riguardante lo incontro delle Bandiere 
e la priorità da tenere nelle Festività di ciascuno dei santi delle con- 
fraternite contraenti, al quale si è sino a questo punto accennato in 
quest'atto che io stabilisce; quanto la consuetudine, a cui si accennerà 
nel seguito dell'atto medesimo circa l'ordine da tenere nelle altre fe- 
stività, mantengonsi ancora scrupolosamente a cura della Confrater- 
nita di S. Teodoro, che ne ha maggior interesse. 



- 134 - 

Simo, e Rcuercndisùìiio Monsignore Don Scipione Ardojno Vicario Ge- 
nerale di detta Gran Corte Archimandritale acciochc si benignasse col suo 
bcnestat in Margine, o in pede del presente confirmare, ed approuare 
la sitdetfa 'J ransazione d' accordio per magior validità della stessa, e 
non appr Oliandola s' intenda siccome maj josse stata fatta, e non altri- 
ìiicntc (io'. 

Quas o-.nnia etc. sub hypoteca etc. 

'lestes Reuerendi Sacerdotes Don Dominicus Calabro minor. Don 
B tasi US Puglisi, Don Sebastianus Mazzullo caeteriqu . 

■ Firmati): Sacerdote Don Antonino Cannano Procuratoredella Con- 
fraternita di S. Teodoro contento di quanto di sopra. 

Notar Domenico Finocchio Procuratorio nomine sudetto confermo 
coinè sopra. 

Don Paolo Curdo Rettore come sopra etc. 
Domenico Lo Re Rettore 
Notar Giacomo Santoro Rettore 
Don Pietro Lo Re Rettore 
Don Angelo Pizzolo Rettore come sopra etc. 
Matteo Finocchio Rettore confermi come sopra. 
Domenico Scarcella Rettore confermo come sopra 
Giuseppe Pizzolo Rettore confermo il parere del Procuratre Can- 
nano. 

Mario d'Amato Rettore confermo come sopra 

Marco d'Amato Rettore come sopra 

Don Flia di Blasi Rettore 

Francesco Finocchio Rettore confermo come sopra 

Pietro Costa Rettore confermo come sopra 

<iebastia?M Costa Rettore confermo come sopra 

Antonio Giacomo Muscolino Rettore confermo come sopra. 

Antonino Calabro confermo come sopra etc. 



(io) L'atto ebbe una tale approvazione; intatti, una delle due co- 
pie che ho sottocchio, porta in margine a sinistra — dove è più proba- 
bile che si dovesse trovare sull'originale, — la parola sacramentale: ^^- 
ncstat e la firma: Ardoino Vicarius Gemralis; l'altra copia, riproduce 
la identica approvazione, alla fine dell'atto e prima delle altre firme. 



— 135 — 

Giuseppe Romeo conferino come sopra e te. 
Domenico Pizzolo confermo come sopra eie. 

Pietro Casablanca confermo come sopra e te. 
1 eodoro Lo Re Rettore confermo come sopra 

Sacerdote Don Domenico Calabro fui presente, e mi sottoscrino per 
nome, e parte detti sopradetti Antonino Miiscotino, Domenico di lìtasio, 
Maestro Giuseppe Bo?tgiorno e Domenico Lo Conti Rettori dette sopra- 
dette rispettine Confraternità per essi non sapere scriuerc e di toro vo- 
tontà conferm-) come sopra. 

Pietro Curdo confermo come sopra 

Mario Mazzidlo confermo come sopra (ni. 

{Ex actis quondam Notar ij Don Mariani De Biasio Regia Auc- 
toritafe, liuius Terrae Casatis Veteris, olim Pctris mei. exlracta est 
psesens copia, per me Notarium Don Antonium de Biasio, liuius prae- 
diciae Jerrae, uti Conseruatorem Particolarem, Ipsorum ctc. Collatione 
Sai uà). 

S. Teresa di Riva Maggio 1907. 

Domenico Ruzzolo Sigillo. 



(i r) Per chi sentisse vaghezza di avere una prova tangibile della cul- 
tura casalvetina del tempo (1760), potrebbe farsene un'idea da questa 
constatazione che. in un paesello di provincia, quando l'istruzione non 
era obbligatoria, né pubblica; ma lusso di privati, onde l'analfabeti- 
smo imperava altrove perfino nelle classi elevale, su 28 persone di 
ogni condizione sociale intervenute in quest'atto, oltre dei testimoni, 
4 soltanto, e cioè appena il 14 f» j^, sono gli analfabeti che hanno bi- 
sogno di un Sac. Don Domenico Calabro, il quale firmi per loro ! 



NOTIZIE 



Un allro lettore dell'Ateneo messinese ? 

L'egregio Prof. M. B:irbi ci ha esibito una lettera nella quale il 
prof. A. Neri di Genova desiderava conoscere se negli Archivi di que- 
sta R. Università poteansi rinvenire notizie intorno a certo Giovanni 
Talentoni, lettore di Filosofia nell'Università di Pavia, che nel febbraio 
dell'anno 159S informava un suo amico di avere avuto offerta la cat- 
tedra di Medicina nell'Ateneo Messinese. Tutto, però induce a credere 
che il Talentoni, se ebbe offerta la detta cattedra, non impartì effet 
tivamente l'insegnamento, non essendovi fra noi nessuna notizia sul 
riguardo. 

Per la Storia di Barcellona. 

Negli ultimi giorni di aprile del corrente anno il Con.siglio Comu- 
nale di Rarcellona-Pozzo di Gotto approvò il contratto con 1' editore 
messinese Giuseppe Crupi per la pubblicazione delle Memorie Sloriche 
di Barcellona, opera postuma del prof, l^lippo Rossitto , che si dice 
essere un bel lavoro. Le spese, con lodevole patriottismo , verranno 
sostenute da quell'illustre Amministrazione Municipale. 

Streito Faro di Messina? 

Il Prof. Gabriele Grasso di questa R. Università ha pubblicato 
con questo titolo un suo importante articolo illustrato da parecchie fo- 
totipie, nel n. 3, anno 111, (Marzo 1907) della Lega Navale. L'egregio 
autore osserva che, sebbene Messina avesse tutto il diritto di rap- 
presentare l'individuo antropogeografico più importante dello Stretto, 
tuttavia egli non trova nell'antichità classica e nel medioevo, ed anche 
nell'età moderna, una tradizione ed una testimonianza fondata che co- 
stituisca un precedente storico per tale denominazione. Quando e come 
alle acque che separano la Sicilia dal Continente fu dato la prima 
volta l'appellativo di Stretto di Messina non è ben precisato né dalla 
Storia ne dalla Geografia ; però esse ora non sono intese altrimenti 
elle con questo nome. Per il che l'egregio Prof. Grasso chiude il suo 
articolo con queste commoventi parole : « Splenda pure più imponili- 



— 137 — 

temente 1' enorme lampada della nuova ed alta torre del Faro, e sia 
pure contraria la tradizione antica e recente; oramai il mitico braccio 
di mare, che rappresenta ed incammina tanta vita moderna, può senza 
riserve essere segnalato con il nome tutto moderno di « Stretto di Mes- 
sina ». 

L'antico Cenobio di S. Placido Calonerò. 

Annessa alla Relazione per 1' anno scolastico 1905-906 del Diret- 
tore della R. Scuola pratica di Agricoltura Pietro Cnppari in Messina, 
testé data alle stampe, è una Memoria del prof. Guido Inferrerà, tito- 
lata « Memorie storiche intorno S. Placido Calonerò ». 

In essa I' autore, per quanto riguarda 1' origine del Cenobio, bel- 
lamente riassume quel che si legge nelle due cronache inserite in due 
pergamene appartenenti al Tabularlo della Maddalena, e già illustrate 
dal Carini e dal Lionti, una cioè, del 1394, e l'altra del 1400; e ciò 
fa neir interesse della storica verità , osservando che « dopo la com- 
parsa di questi documenti e delle numerose pergamene che si riferi- 
scono a privilegi ed a benefizi ottenuti dal convento , da re , papi e 
principi, le incertezze e le lacune del Pirro , del Samperi e del Gallo 
sono in gran parte distrutte e colmate , in modo che oggi siamo in 
condizione di confermare sopratutto 1' origine e le prime vicende , le 
più importanti forse, dell'abazia di S. Placido di Calonerò, come si- 
cure ». 

La monografia dell' Inferrerà , che conduce la storia del Cenobio 
fino ai nostri giorni , è dotata di tre zincotlpie : una rappresentante 
la Facciata sud del fabbricato , una lo Antico Chiostro con pozzo , ed 
una lo Antico Chiostro dal lato Sud. 

Per alcune xilografia messinesi. 

In uno studio che s'intitola Xilografie siciliane, e che fa parte di 
un volume di lìliscellanee testé pubblicato in onore del prof. Salinas, 
il eh. D.'' Cesare ISIatranga discorre per la prima volta , con vedute 
artistiche, di un'edizione messinese del 1522: Seguitur la quarta 
Opera de aritlunetica et Geometria facta et ordinata per Johanne de 
Ortega spagnolo patentino, dove, per quanto il volume tratti di mate- 
matiche , si rinvengono tuttavia eleganti ornamenti e bellissime ed 
originali incisioni in legno , la maggior parte di sacro argomento. 
Nello studio in parola se ne fa la illustrazione , e se ne riproducono 



— 138 - 

alcune , che pei loro rapporti di indisciUibile identità ci inducono a 
ritenere co'iis certa V esistenzx a Missini in quclPepyca di un artista 
xilografo dalla tecnica personale e vigorosa , inspirata sempre ad un 
verismo sincero e ricco di nuove risorse. 

11 Matranga crede di ritrovare l'autore di queste xilografie nel 
messinese Antonello de Saliba , e a ciò è indotto tanto per le osser- 
vazioni del Cavalcasene e di Brnnelli, che al Saliba attribuiscono le 
pitture della Disputa di S. Tonunaso del Museo di Palermo , e del 
6". Sebastiano di Berlino, dove egli nota le più intime analogie con le 
figure xilografiche dell' edizione messinese, quanto perchè la sua ipo- 
tesi vien rafforzata dal fatto che il Saliba , a preferenza di ogni altro 
pittore messinese di quel tempo, era perito nell'intaglio, come risulta 
dai documenti che il Di Marzo pubblicò nell' opera sui Gagini. 

Ma sia il Saliba l'autore di quelle incisioni in legno, sia altri, ri- 
teniamo col Matranga , che le stesse non possano che attribuirsi ad 
autore messinese ; e ciò va facihnenLe spiegato col fatto che in Mes- 
sina erasi già da tempo introdotta l'arte xilografica di, la quale andò 



(i) Volendo il Matranga rilevare nella sua pregevole Monografia 
le pii!i antiche incisioni in legno di Sicilia si ferma sulle due edizioni 
messinesi del 1497 e 1498. Evidentemente egli non ha avuto fra mani 
il lavoro swWArte della Stampa in Messina, da me pubblicato sin dal 
1901, nel quale avrebbe trovato che un volume di edizione messinese 
assai mal noto in Sicilia, uscito dai torchi dei tedeschi Forti e Schade 
o Meschade, senza nota di anno , e ricco di ben 70 xilografie inter- 
calate nel testo , per le considerazioni da me svolte , non poteva 
essere stampato che fra gli anni 14S1 e 1490. Se il mio lavoro co- 
nobbe il Matranga, e non ne tenne conto, è segno ch'egli non ritenne 
valide le mie lagioni ; ma ora sono in grado di rassicurarlo che le 
mie induzioni bibliografiche si apponevano al vero, e che anzi la data 
della stampa di quel libro deve collocarsi fra gli anni 1483-14S5 , 
poiché appunto per questi soli anni dovettero rimanere associati i 
due tipografi , de' cui nomi va fregiato il libro , come risulta dagli 
Atti notarili conservati in questo Archivio Provinciale di Stato. Da 
un rogito del 5 aprile 1481 , in notar Antonino Azzarello seniore , ri- 
sulta infatti , che il nome di Enrico Forti appare per la prima volta 
associato a quello di Enrico Alding per la stampa di 600 Breviarii 
gallicani ; in un altro atto dello stesso Notaro , stipulato il 29 di- 
cembre 1483, si rinviene invece associato a quello di Giovanni Schade; 
e mentre quest'ultimo, per varii altri rogiti notarili, nel 1485 non più 
col Forti, ma col tedesco Giovanni Guardu si vede associato , in un 
altro atto degli it dicembre 1485, redatto dal Notar Leonardo Ca- 



- 139 — 

sempre perfezionandosi, come dimostra il IMatranga, fino a conseguire 
il pregio delle figure e degli ornamenti da lui cosi dottamente e con 
fine discernimento rilevate. 

G. 0. 

Per Antonello da Mess'na- 

Il Prof. Comm. Adolfo Venturi, 1' insigne critico d'arte, il confe- 
renziere dalla parola smagliante, avea promesso al Circo/o Artistico di 
tenere in questa cittcà una conferenza sul nostro grande pittore Anto- 
nello d'Antonio. Egli però tenendo fermo l'impegno pel prossimo in- 
verno, si è scusato di non poter dar luogo per ora a questa sua illu- 
strazione, volendo recare nuovo contributo di studi e di ricerche attorno 
alla vita ed alle opere dell'artista concittadino. Ecco la bellissima let- 
tera che Egli ha diretto al Prof. Dott. Guzzoni degli Ancarani , 
Presidente del Circolo, e che noi siamo lieti col permesso dello scrit- 
tore , di pubblicare , attestandoci le ricerche da lui intraprese e che 
auguriamo fruttuosissime per colmare le lacune che finora han lasciato 
incerti taluni punti della vita e della educazione artistica del nostro 
Antonello : 

Roma 3 Maggio 'goj 
Caro Amico , 

Non credere ch'io voglia mancare alla parola data! Come ti feci 
dire dal mio Lionello , è questo jiroprio il momento in cui la figura 
di Antonello da Messina si va disegnindo, e in cui quindi si va ma- 
turando il bellissimo tema. 

Già da Messina partì il segno del rinnovamento degli studi sulla 
vita e sulle opere del grande maestro, e ora lerve il lavoro, al quale, 
come puoi ben credere , prendo una vivissima parte. Posso quindi 
pregarti a pazientare , finché non abbia in Catalogna o in altri siti 
cercato* e trovato le fonti dell' educazione di Antonello ? 

Dico a te e ti prego di dire a' tuoi amici che mi voglio preparare 



marda , il nome del Forti . che non più con Schade , ma con certo 
Giovanni Salazer sta in compagnia, è l'ultima volta che si vede com- 
parire. Alla sua volta lo Schade riappare sempre solo nei contratti 
notarili posteriori, e 1' ultimo in cui si rinviene il suo nome è quello 
del 27 febbraio 1489 in Notar Matteo Pagliarino. 

Dietro ciò ognuno potrà da sé stesso determinare T epoca quasi, 
precisa in cui fu stampato in Messina il volume che porta i nomi as- 
sociati dei tipografi Forti e Schade. 



— 140 — 

a celebrare quanto più degnamente sia possibile il grande maestro. 
Date tempo al tempo ! Non posso venire a ripetervi ciò che sapete ; 
io voglio addimostrarvi che amo il vostro grande artista, come lo a- 
niano i snoi concittadini. Parlare di Antonello da Messina nella sua 
città è cosa grata , ma non lieve : voi aspettate la glorificazione del 
maestro . e io debbo , e voglio darvela. Arrivederci quindi presto , 
tosto che le mie ricerche, se non compiute del tutto, saranno almeno 
progredite. 

Credi che vorrò mantenere la mia promessa appieno. 

Addio. Tuo atTl'''« 
A. Venturi. 

li mausoleo " de Aouna „ in Catania. 

[notizia di un documento inedito) 

Il mausoleo del Viceré de Acuna nella cappella di S. Agata nel 
Duomo di Catania , aveva sempre attirato lo sguardo degli studiosi 
d' arte , ma nessuno se ne era occupato mai di proposito né aveva 
tentato d'indagare chi ne fosse l'autore. Ora il duca Giovanni Paterno 
Castello richiama l'attenzione sul pregevole monumento e lo illustra, 
aggiungendo anche i cenni biografici dell'estinto (i). 

Don Fernando De Acuna é raffigurato , in grandezza « men che 
naturale , in ginocchio , sereno in viso, coperto delle sue insegne, in 
atto di pregare dinanzi le reliquie di S. Agata .... Dietro la statua 
del Viceré appare, in forma anche piìi piccola, la statua del suo val- 
letto all'impiedi, con scudo e lancia spezzata, in segno di lutto. Due 
colonne sottili , finamente lavorate e dorate, aventi come base due 
leoni, coi capitelli differenti , all' usanza del tempo , arieggianti , con 
più frastagli e ricami, il corinzio, sorreggono l'architrave di splendida 
fattura. In esso, fra mezzo a dorature ricchissime, sono effiggiati a ri- 
lievo e colorati i dodici apostoli con Cristo. Un sopraornato reca nel 
mezzo le armi del defunto. In cima, tra uno svolazzo di penne do- 
rate, s'erge la Giustizia, raffigurata da un angelo con la bilancia pen- 
dente più da un lato che dall' altro, per indicare quanto i meriti del 
defunto fossero superiori ai suoi difetti ». Nello sfondo del monumento, 



(i) Paternò-Castello G. // Mausoleo del Viceré Don Fernando 
de Acuna in Catania (Estratto dallo « Archivio Storico per la Sicilia 
Orientale », Anno IV, fase. I, Catania, 1907). 



1 



^ 141 -- 

in mezzo ad un ricco panneggiamento, ò la iscrizione che ricorda 
morto il de Acuna a 2 dicembre 1494, e ai piedi del monumento 
stesso è un'altra iscrizione che esalta i meriti del defunto. Nell'insie- 
me, un grande mausoleo, di belle forme architettoniche, di ricche de- 
corazioni, di stile quattrocentista primordiale. 

Il monumento intanto , venne eretto al Viceré dalla propria mo- 
glie, Maria de Avila, la quale a sua volta fece scolpire la decora- 
zione marmorea del sepolcro di S. Agata, che sta di canto al sepolcro 
de Acuna, nel 1495 (i). Scultore del sepolcro di S, Agata fu il mes- 
sinese Antonello Freri, come si rileva dalla firma (2), e siccome unità 
di stile si riscontra tra i due monumenti, così il Paterno conclude 
col dare al Freri anche il mausoleo del Viceré , considerando inoltre 
che la vedova di costui , quasi con certezza , dovette dare ad unico 
artista i lavori di quella cappella. 

Il nome dello scultore Antonello Freri, messinese, s'era fatto per 
la prima volta dal Di Marzo , il quale ritenne però che quello sia stato 
uno scalpellino piìi che uno scultore , ignorando non solamente il se- 
polcro di S. Agata a Catania, ma i molti documenti riferentisi a quello 
artista e che si conservano nell' archivio notarile di Messina. Invece , 
dalle mie ricerche risulta che il Freri era uno scultore di non lievi 
meriti tanto che — oltre alle commissioni che gli si davano — fu 
chiamato a giudicare della statua di Antonello Gagini che ancora 
esiste in S. Francesco d' Assisi di Messina (3). Le sue sculture però 
ora cominciano a conoscersi, con la pubblicazione del Paterno su que- 
sta di Catania : in seguito , io mi spero di potere occuparmi , ed a 
lungo, di cjuesto artista valoroso e pur .sconosciuto, vissuto in Mes- 
sina in un ambiente artistico per nulla noto. Solo ricordo che il mo- 



(i) F. Paternò-Castello, duca di Carcaci, nella sua anonima 
e pregevole Descrizione di Catania (voi. 1, 190; II, 127 nota 173, Ca- 
tania, 1847), riporta la seguente iscrizione, taciuta qui dal Paterno : 

HOC OPVS ET SEPVLCRUM ILLVD ILLUSTRIS DONMI FKRDINANDI DE ACU- 
NA PROREGIS SICILIE MANDAVIT FIERI EIVS CHARISSIMA VXOR DONNA 
MARIA DE AVILA ANNO DOMINI MCCCCLXXXXV. 

(2) Il Paterno mi scrive cortesemente che la firiua , esistente in 
questo sepolcro, è : 

OPUS ANTONI DE FRERI MESSENIS 

(3) Questo io additai in una nota nella Gazzetta di Messina e 
delle Calabrie del 20-21 Giugno 1905 l'Anno 43" N. 170) titolata: Ri- 
vendicazione di una statua al Gagini. 



-^ 142 -- 

tìumetlto de Aciina non ha solamente riscontro con quello eretto ad 
Antonio Griniaiii nella chiesa dei Carmelitani di Marsala, ma è preci- 
samente uguale a quello di Angelo Balsamo, barone di S. Basilio, 
il quale fu sepolto nel 1507 in S. Francesco d'Assisi in Messina (n. In 
questo monumento tutto corrisponde: motivi architettonici, disposizione 
delle figure, decorazioni, tratteggio della stfitua, concetto generale ispi- 
rato anche alla Cappella del Cristo Risorto, che è nel Duomo di Mes- 
sina, ed attribuito a Giacomo del Duca ! Ma , il Paterno non conosce 
questi monumenti o almeno non li accenna : invece la sua indagine 
potrà far prevenire anche noi ad altre conclusioni assegnando al 
Freri — oltre i monumenti di Catania rivendicatigli dal Paterno — 
altri in Sicilia e nel suo paese nativo dove, e non poco, ebbe, a svol- 
gersi la sua grande operosità. 

* 

Aggiungo ora Intanto una notizia che riuscirà di certo interesse e 
che dà maggior luce sul monumento in parola. 

li 1° dicembre 1494 in Catania , alla vigilia della sua morte , il 
De Acuna, malato, voleva dettare le ultime volontà, ed invitava quel 
notar Paolo di Consentino, intervenendo il dottore in legge Antonio 
Gioeni , Giudice della Città, ed i testimoni Fra Pietro de Arena , il 
magnifico Antonio Greci (?j uno dei Giudici della R. Curia , il Sac. 
Jacobo de Falconibus , cappellano del Viceré, i magnifici Pietro di 
Castro , maggiordomo , Consalvo de Torres , maestro di sala , Gio- 
vanni Peres, consegretario del testatore , ed i nobili Francesco Ba- 
munti, Pietro di Castro (2"; , Sebastiano de Vayas et aliis de domo 
eiusdein illustris testatoris. Ammessi tutti costoro /;/ prcsentia vmlti 
illnsiris et potoitis doininus douipuns ferdinandi de acuna^ regni pre- 
fati Sicilie viceregis dignissiiììi, existentis infirmo in ìecto, il de Acuna 
instituit ed ordinavi t, creavit et fecit illustre in et spoeta bilein dominam 



(i) Questo pregevole monumento venne da recente ricostruito , 
come io diedi ragguaglio nell' Archivio Storico Messinese (Anno VI, 
fase. 1-2 pag, 157, Messina, 1907). In seguito , ne pubblicò la ripro- 
duzione con un cenno illustrativo S. Agati ne La Sicile Illustrèe, di 
Palermo. (Année 2=^, Num. X-XI Octobre-Novembre 1905). Lo Agati 
ritiene il monumento Balsamo ispirato su quello de Acuna, ma opera 
della seconda metà del cinquecento. 

(2) Questo nome è ripetuto due volte , la prima volta preceduto 
dal magnificHS e la seconda volta dal nohilis. Non credo si tratti di 
errore. 



~ 145 -^ 

cìommm don maria, eiiis per amahìlem et dilectam Consorteni, ems he- 
rcdem universalem , con la condizione che Ilaria , di accordo con il 
Rev. Rodorico de Stanella , coninìissario della SS. Crociata — iu rc- 
viissiotte peccatorum illiislris ipsiiis testatoris — disponere, ero- 
gare et expendere habeaui et debeant, de bonis predictis hereditarijs, 
ad voluntatem et beneptacituin ipsorum illustris keredis et Rev. magnìfici. 

L'indomani di quest'atto, il de Acuna cessava di vivere e, dopo 
circa sei mesi, la vedova si recava in Messina a far transuiitare il te- 
stamento del marito, come a me risulta da un atto qui rinvenuto. Il 
i8 maggio 1495 infatti, la spectahilis domini Maria, uxor quondam 111. 
don ferdinandi decimi (sic) esibiva al notaro D'Angelo in Messina 
quoddam testameiitum factum per dictum quondam III. don ferdiiiandum, 
cathanie conjectum anno domini iiicarnacionis m. ecce. Ixxxxiiij, men- 
sts decembris, primo die eiusdem mensis xiij Ind. , descriptum in carta 
bonbicina, manu hon. notari pauli de consentino. Ed il D' Angelo lo 
trascriveva tra i suoi Registri ad fnturam huiits rei memoriam, et pre- 
fati Illustris . . . cautelam (i). 

Di questo testamento era ignorata l'esistenza, né a Catania esi- 
ston più gli atti del notaro Consentino, di cui anzi giunge nuovo il 
nome. Il testamento intanto ci conduce a delle ipotesi che avvalo- 
rano maggiormente quella del Paternò-Castello, l'attribuzione cioè al 
Freri della scultura del mausoleo. Anzitutto , è da supporre oramai 
che Maria de Avila affrontò la spesa del monumento pel marito con 
le forti somme kgategli da lui, ma che non ne eseguì regolarmente le 
ultime volontà , poiché lasciò supporre che del suo abbia provveduto 
al monumento ed alla decorazione marmorea del sepolcro di S. Agata, 
mentre è assai probabile che le somme siano state invece quelle che 
il Viceré voleva erogate in remissione peccatorum. 

Una indagine più accurata anzi — come la promette il Paterno — 
nell'archivio Capitolare del Duomo di Catania potrà chiarirci se tutte 
le donazioni Ji Maria de Avila a quel Capitolo ed a quella Cappella 
di Catania provengono da lei o, come è più probabile, a mezzo di lei, 
ma dalla eredità del marito. Fino adesso, il povero viceré era com- 
parso come ricordato dalla pietà e daU'.ifletto della moglie solamente, 
mentre dal testamento ora risulta che la moglie s' è fatta forse bella 
dei denari altrui. 



fi) Dai Registri di N."- Santoro D'Angelo, voi. 1494-99, fol. 82-S3. 
Nell'Archivio Provinciale di Messinal. 



- 144 - 

In quanto alla venuta di Maria in Messina dopo sei mesi , certo 
essa non venne solo per fare trascrivere da un notaio il testamento, (in 
Catania non mancavano notai) ma certo per regolare degli affari, e 
per la scelta d'uno scultore al quale affidare il mausoleo pel marito e 
la decorazione per la cappella di S. Agata. Anzi è da aggiungere 
che — come della iscrizione che abbiamo riportato — le dette opere 
di scultura figurano eseguite durante lo stesso anno 1495, quando 
cioè Maria era in Messina , dove aveva scelto il Freri , che firmava 
poi la decorazione di S. Agata. Che la committente abbia preferito il 
Freri al Gagini è chiaro, poiché il primo era un artista gicà maturo e 
notissimo per molti lavori , mentre 1' altro — giovanissimo — non 
avrebbe potuto dare alcuna garenzia in un' opera di tanta spesa e di 
tanto interesse. È da concludere adunque che le induzioni storiche e 
le osservazioni stilistiche son tutte favorevoli al Freri, come autore 
anche del monumento , ed io mi spero che un affettuoso scrittore , 
qual'è senza dubbio il duca Giovanni Paternò-Castello, non si arre- 
sterà a questo studio solamente, ma che ci presenterà altri lavori del 
genere, in base a nuovi ed interessanti documenti. 

Studi! su Michelangelo da Caravaggio 
e su Antonello da Messina. 

Nel marzo di quest'anno è stato fra noi l'On. Ing. Adolf