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Full text of "Archivio storico per le province parmensi"

HANDBOUND 
AT THE 



UNIVERSITY OF 
TORONTO PRESS 



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DELLA 



lì. DliPUTAZIOM'] DI STOKIA PATRIA 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



Serie IV. - Volume p.) 4' 5^ 



PARMA 

PRESSO LA K, DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1903. 



ARCHIVIO STORICO 



PER" 



LE P J^ V I N C l E PARMENSI 



Volume IV.) 4'^ 
1895-% 



PARMA 

PRESSO LA 11. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 
1903 



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Parma, coi tipi di Luigi Battei 1903 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE PARMENSI 



Sezione di Parma 

LiNATi conte comni. Filippo, Senatore del Kegno, Presidente. 
Amadei dottor Alberto, Segretario. 
Perreau cav. ,^ac. Pietro, Tesoriere. 

MEMBRI ATTIVI 

Amadei dottor Alberto, predetto. 

Callegari cav. Carlo. 

Caputo cav. prof. Michele. 

Casa cav. dott. Emilio. 

Costa dott. Emilio. 

LiNATi conte comm. Filippo, predetto. 

Mariotti cav. dottor Giovanni 

Perreau cav. sac Pietro, jn-edetfo. 

PiGORiNi comm. prof. Lui,o-i. 

Poggi cav. Vittorio. 

Róndani iiob. prof. All)fii-to. 

Rossi dottor Umberto. 

Strobel cav. prof. Pellegrino. 

ToMMASiNi avv. prof. Gustavo. 

Vayra cav. Pietro. 

Sottosezione di Piacenza 

Tononi arciprete Gaetano, Vicepresidente. 



VI 



MEMBRI ATTIVI 

Ambiveri prof. Luigi. 
Marazzani coute Lodovico. 
Nasalli Rocca conte Giuseppe 
Tononi arciprete Gaetano, predetto. 

SOCI CORRISPONDENTI 

Alvisi cav. Edoardo. — (Parma). 

Ambrosoli dottor Solone. — (Milano). 

Barbieri ab. Luigi. — (Parma). 

Brandileone prof. Francesco. — (Parma). 

Capasso dott. prof. Gaetano. — (Parma). 

Cimati cav. Camillo. — (Poutremoli). 

Crescio Giovanni. — (Piacenza). 

Da Ponte cav. Pietro. — (Brescia). 

De Paoli comm. avv. Enrico. — (Roma). 

Faelli Emilio. — (Roma). 

Gemmi Raffaele. — (Piacenza). 

GiARELLi Federico. — (Piacenza). 

Grandi avv. Giuseppe. — (Piacenza). 

Holder-Egger prof. Osvaldo. — (Berlino). 

Loria cav. Cesare. — (Parma). 

Magani monsignor Francesco. — (Parma). 

MoDONA prof. Leonello. — (Parma). 

Parazzi arciprete Antonio. — (Viadana). 

Passerini dottor Giorgio. — (Parma). 

Piacenza monsignor Pietro. — (Fioreuzuola d'Arda). 

Pplugk-Harttung dottor Giulio. — (Tubinga). 

Restori dott. prof. Antonio. — (Parma). 

Ricci dottor Corrado. — (Parma). 

RiDOLFi prof. Enrico — (Firenze). 

Rossi cav. prof. Luigi. — (Bologna). 

Saccani arciprete Giovanni. — (Cadelbosco di Sopra). 

Seletti cav. avv. Emilio. — (Milano). 



Vii 



Spinelli cav, Alessandro Giuseppe. — (Modena). 
Tabauuini coinm. Marco, senatore del Kegno. — (Roma), 



DEFUNTI 

.Ambiviìiu prof. Luigi. — (Piacenza). 
LiNATi conte Filippo. — (Parma). 
Steobel prof. Pellegrino. — (Parmaì. 



NECROLOGIO 



Luigi AmbiYeri. 



Quando sentivasi in maggiore forza di mente, a quarantanove anni, il 
professore Luigi Ambiverì fu preso da grave malattia, ed egli in tale stato, 
per avere tutte le care necessarie, si fece trasportare all' ospedale dei Fate- 
bene Fratelli di Milano, dove però gli stette sempre vicino al letto del do- 
lore la di lui compagna Ersilia Negri che tanto lo amava e n'era riamata. 
Indarno furono tentati tutti i rimedi dell'arte salutare, ed il nostro amico 
a di 13 giugno I8'.)5 dovette soccombere, rendendo cristianamente l'anima 
a Dio. Del collega si può dire che si era istruito da se stesso. Non avendo 
mezzi di fortuna soltanto frequentò le prime scuole, e dovette presto abban- 
donarle e darsi al lavoro per vivere. S' appigliò all' arte del compositore ti- 
pografo non cessando nel tempo stesso di studiare privatamente, e s' adcprò 
in modo da prepararsi assai bene all' esame di maestro elementare, e infatti 
ne ottenne la patente di primo grado. Ma a lui non bastava il titolo, ci 
voleva presto un posto onde ritrarre i mezzi di sussistenza. Si diresse dove 
seppe essersi indetti concorsi per scuole elementari, da Piacenza si portò a 
piedi nelle provincie meridionali e nelle venete senza trovare di che occu- 
parsi. Finalmente ebbe una scuola nel contado milanese, e di là potò passare 
ad altra, alle porte della capitale lombarda, insegnando nel comune dei Corpi 
Santi, che poi fu aggregato alla città. 

A Milano ammaestrando i fanciulli non cessava d' istruire maggiormente 
se stesso. Frequentò le lezioni di paleografia presso l'Archivio di Stato e n'ebbe 
r attestato che si accorda agli allievi migliori; si preparò altresì per ottenere 
il titolo di professore di letteratura e 1' ottenne. Lontano da Piacenza suo 
paese natale, vi si recava spesso e ne desiderava il lustro, cercando di farne 
conoscere le glorie passate massime nelle arti. Pel buon nome acquistatosi 
e per 1' aiuto che da Milano poteva prestare agli studiosi di storia patria 



X 



venne eletto socio del nostro sodalizio; e infatti corrispose all'intento essendo 
sempre pronto e diligente nel rispondere alle domande dei suoi colleghi, non 
risparmiando tempo e fatiche nel fare ricerche per loro presso gli archivi od 
altrove. Frutto dei suoi studi restano una serie di monografie ed alcuni libri 
dei quali diamo 1" elenco. Scrisse pure in parecchi giornali e periodici, sovente 
di arte e di storia. Lo stimavano i suoi concittadini ed il Governo lo rimeritt' 
coir insegna di cavaliere. Fu detto di lui giustamente: « Visse disinteressato. 
Anima nobile, cuore leale, nulla operò per lucro. Potè egli trascendere ed 
ingannarsi (certo nella questione della piacoitinità di Cristoforo Colombo) ; 
ma le sue asserzioni erano in lui mantenute da sincera convinzione ». La 
sua vita mostra come quelli a cui fu avara la sorte, possono colla buona 
volontà e col costante lavoro riuscire d' onore al proprio paese. 

PUBBLICAZIONI DI L. AMBI VERI. 

K Modesti Fiori. Poesie » Piacenza, (1871). 

« Rime » (Milano, 1877). 

« Considerazioni intorno alla Cattedrale di Piacenza » (1879). (1) 

« Brovi cenni intorno alla vita dell'astronomo ab. Barnaba Oriani ". 
(Milano, 1874). 

« Gli artisti piacentini » (1879). 

« Appendice » a quest'opera nella « Strenna Piac. 1884-1885 » e nel- 
r « Indicatore commerciale, » 1888 e nell' « Indicatore ecclesiastico. » 1889. 

« I monumenti piacentini » supplementi illustrati, numeri 11, al giornale 
« La Verità. » (1880.) 

« Alcuni documenti intorno ad Agostino da Piacenza bombardiere ed 
architetto militare ». (1880). 

« La cessione di Piacenza fatta ad Ottavio Farnese da Filippo re di 
Spagna ». (1882). 

« Norme pratiche per l'ordinamento degli archivi ecclesiastici ». (1882). 

« Della piacentinità di Cristoforo Colombo ». (1882). 

» La questione colombiana. Pan per focaccia. » (Milano.) 

V Ancora della piacentinità di C. Colombo ». (1883.) 

« Gli avversari della piacentinità di C. Colombo ». (1884). 

« Casteir Arquato ». (1884). 

« L'arma di C. Colombo. » (Giorn. araldico del Crolialanza, v XII 
anni 1884-1885.) 

« Se C. Colombo sia genovese o piacentino » (Milano, 1885.) 

« Musicisti piacentini; bozze di stampa. » (1886.) 

« Topografia di Piacenza » (18S7|. 

« Danesio Filiodoni Gran Cancelliere dello Stato di Milano ». (1887.) 

« Storia popolare di Piacenza. » (1888.) 



(1) Gli scritti (lei qu^li non si allega il luogo di stampa sono editi in Piacenza. 



XI 



« Jlonuineiiti ecclesiiistici piacentiui ». (1888.) 

« Manuale Topografico della città e provincia di Piacenza ». (1889). 

« Del luogo di nascita di Cristoforo Colombo ». (1S89 ) 

« Melchiorre Gioia in Milano ». (1891.) 

« Le ragioni dei piacentini alla culla di C. Colombo ». (1892.) 

« Relazione delle feste colombiane che ebbero luogo in Bettola » (189"2). 

« Il cavaliere Antonio Bonora. Necrologia ». (189 1,) 

« Evoluzioni deir archittettura ecclesiastica attraverso il medio evo in 

Italia (1894). » 

« Bartolomeo Porestrello suocero di C Colombo. » i lS9'i ) 

Filippo Linati. 

La commemorazione è a pag. ITó di questo volume. 

Pellegrino Strobel. 

La commemorazione sarà pubblicata in uu prossimo volume. 



SUNTO DELLE TOKNATE 

DELLA 

W. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE PARMENSI 
NELL'ANNO ACCADEMICO 1894-95. 

(Sezione di Parma) 



L TORNATA — 19 novembre 1894. 

Il presiiiente riferisce sul!' incarico datogli dalla Deputazione nell' adu- 
nanza del 17 maggio, dicendo clic la Sottosezione di Piacenza, espressamente 
interpellata, deliberò di rimettere la nomina del proprio Vicepresidente alla 
nostra Deputazione, e per conseguenza mette ai voti la detta nomina. 

Eisulta eletto a voti unanimi il Signor Don Gaetano Tononi, membro 
attivo della predetta Sottosezione. 

11 presidente mette poscia a partito la proposta presentata nella seduta 
precedente ppr la nomina a Socio corrispondente del Signor Gallenga (art. 
9 dello Statuto) e la proposta è approvata. 

Infine presenta ai radunati il seguente lavoro proposto per la stampa: 

Memorie del dominio di Bosio da Dovara in Piacenza^ raccolte da 
F. C. Carré ri. 

La Deputazione delibera di inserirlo in uno dei prossimi volumi. 



II TORNATA — 18 maggio 1895 

Il presidente notifica V invito della R. Società romana di Storia Patria 
pel VI. (Jon presso che si terrà a Roma, e la Deputazione, ringraziando, 
delega a rappresentarla i membri comm. Mariotti, cav. Vayra e prof. Costa. 

11 comm. Mariotti propone e la Deputazione approva che, consenten- 
dolo il bilancio, ci faccia copiare V Estimo di Parma, fatto nell'anno 1445, 
che si conserva nell' Archivio di Stato in Modena. 

Il presidente mette poscia ai voti la nomina dei nuovi soci proposti 
nella seduta precedente e risultarono eletti soci corrispondenti i signori : 
Alvise cav. Edoardo, Magani mons. Francesco, Modona prof. Lionello. 



XIV 



III. TORNATA — 3 luglio 1895. 

Il Presidente dell'aduuanza, cav. sac. Pietro Perreac, comunica una 
lettera indirizzata a lui quale Membro anziano della Deputazione dal conte 
senatore Filippo Lixati, colla quale rassegna, a cagione della grave età e 
della malferma salute, le dimissioni dall'ufficio di Presidente della E. Depu- 
tazione di Storia Patria. Nella lettera, che reca la data de' 24 giugno, l' il- 
lustre uomo dice essere la sua determinazione, da tempo premeditata, assolu- 
tamente irrevocabile : e nel ringraziare i colleghi li accerta che, anche non 
più Presidente, sarà sempre in mezzo a loro colla mente e col cuore. 

Il Presidente, dell'adunanza manifesta il proprio rincrescimento per la 
determinazione presa dal conte Filippo Linati, che resse questo Istituto per 
cosi lango tempo con tanta autorità di senno e di consiglio: rincrescimento 
comune a tutti i colleghi, tanto piìi perchè per le ragioni addotte dall' illustre 
uomo, tornerebbero inefficaci i voti della Deputazione onde rimuoverlo dalla 
presa determinazione. 

Il comm. Mariotti avrebbe desiderato che fossero fatti uffici presso il 
conte Linati, perchè recedesse dal suo propo.sito; e sarebbe pur questo il 
desiderio di tutti i componenti questa Deputazione. Ma considerate le gravi 
ragioni addotte dal conte Linati, si delibera di accettarne le dimissioni, 
proponendo al R. Governo di nominarlo Presidente emerito della Deputa- 
zione: e si incarica l'ufficio di Presidenza di significargli il profondo rincre- 
scimento dei Membri della Deputazione per queste dimissioni ciie vengono 
accettate solo in omaggio alla sua volontà. 

Il Presidente dell'adunanza assicura che sarà dato corso alle delibera- 
zioni prese dalla Deputazione e frattanto invita i presenti a formare, secondo 
le disposizioni dell'art 21 del nostro Statuto, una terna da proporre al 
Governo del Re per l'elezione del nuovo Presidente. 

Procedendosi alla votazione, la terna da proporsi al Governo è risultata 
come segue: 

Mariotti comm. dott. Giovanni 
Perreac cav. uff. sac. Pietro 
Vayra cav. Pietro. 



Il Presidente dell'Adunanza comunica ai presenti la dolorosa notizia della 
morte avvenuta a breve distanza nel p. p. giugno dei Membri attivi prof. 
Pellegrino Strobel e prof Luigi Ambiveri. 

Del prof. Pellegrino IStrobel e dell'opera da lui data con ogni fervore 
agli studi, discorre il comm. Mariotti, ricordando quanto fece questo bene- 
merito e pur modesto scienziato in prò delle discipline storiche e della 



XV 



paletnologia in ispecie, ai cultori della quale e^^li fu piiida autorevole e 
sicura, mentre bea può dirsi sarà maestro a quelli che verranno. Si riserva 
il Mariotti di comporre e presentare le notizie relative alla vita ed all'opc-a 
scientifica del rimpianto Professore, augurando che dai ricordi dell'operosità 
di lui abbiano a trarre ammaestramento e profitto gli stutliosi, così renden- 
dogli condegna onoranza. 

Del prof. Luigi Anibivori, rapito immaturamente agli studi, ed all'in- 
segnamento che professò lunghi anni, parla il Presidente dell'adunanza cav. 
Perreau, facendosi interprete dei colleglli piacentini, per delegazione avuta 
dal Vice-Presidente della Sottosezione della città consorella. La solerte opera 
del perduto nostro collaboratore è testimoniata a sufficienza dalle pubblica- 
zioni fatte e meritamente apprezzate. L'Ambiveki è mancato poco meno che 
cinquantenne: e noi che l'avemmo collega, ammirati del suo carattere mite 
e buono, e della costanza e fermezza sempre fiduciose che ebbe nel magistero 
e negli studi, rendiamo a lai come all' illustre innanzi ricordato che di 
pochi giorni lo precedette nel sepolcro, testimonianza di affetto riverente. 



Il comm. Maeuotti presenta e legge alcuni documenti sopra Cornelio 
Magni illustre viaggiatore parmigiano vissuto nel secolo XVII e ben noto 
ai cultori della storia patria specialmente per le opere, rare bensì, descrittive 
delle sue lunghe peregrinazioni. Il Mariotti, nel commentare quegli scritti, 
accenna in maniera particolare agli onori che furono resi in patria al Magni, 
come risulta dai documenti stessi, dell' anno 1680, rinvenuti dal Mariotti 
nell'Archivio del Comune di Parma, e risguardanti l'onoranza di una melaglia 
data al Magni dall'Anzianato di questa città. La medaglia conservata nel 
Museo d'antichità, e gli atti relativi alla sua coniazione, sono illustrati con 
diligenza dal Mariotti: e i prosenti fanno voto che sì l'una che gli altri 
abbiano ad essere riprolotti nell'Archivio storico della Deputazione. 

Alberto Amauei Segretario. 



MEMORIE 



DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 
GIÀ ESISTENTI IN PARMA 



Parma, tanto ricca di opere dei pittori suoi fioriti al tempo 
del (Jorreggio e dopo, difetta in modo singolare di quadri di 
Francesco Mazzola detto il Parmigianino. 

Ha qualche sno aftresco nelle chiese della Steccata e di 
S. Giovanni Evangelista, ma nessuna tavola d'altare, e, di quadri 
minori, uno Sposalizio di Santa Caterina, poco più che ahboz- 
zato, e una ripetizione dell' autoritratto che si trova agli Uffizi 
in Firenze. Tale mancanza, effetto di emigrazioni cominciate, 
come vedremo, nel secolo XVII, era già avvertita da Clemente 
lluta, vissuto fra il 1688 e il 1770 circa, autore della prima 
Guida di Parma. (1) 

La dichiarazione del Euta, pittore e raccoglitore di notizie 
artistiche, avrebbe dovuto mettere un freno a coloro che, in 
seguito, largheggiarono ad assegnare al nostro pittore molti di- 
pinti che non si debbono ritenere che copie di cose bue, oppure 
lavori, bensì originali, ma di scolari o imitatori. 

Gli fu ad esempio attribuita la Nascita di Gesù che si 
trova sull'altare della chiesa di S. Tommaso, opera sicura di 
Alessandro Mazzola. Lo stesso Ruta cadde dapprima nell'equivoco 



(l) Guida ed esatta notizia a' forastieri delle più eccellenti pitture 
che sono in molte chiese della città di Parma (Parma, 1739) pag. 53. 

Arch. Stor. I'arm., IV. 1. 



2 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 

che poi corresse nella ristampa della sua Guida, fatta nel 1752. 
Così in una « Nota delle insigni piiture ad olio e a fresco che 
sono in Parma » compilata, pare, nel 1725 (1), era pure asse- 
gnata al Parmigianino un' ancona della chiesa dei Ss. Cosma 
e Damiano che si pretendeva « sua prima opera tiene. » 

A dismisura, poi, s'accrebbe il numero dei dipinti creduti suoi 
quando Ireneo Affò pubblicò per le stampe la biografia del nostro pit- 
tore (2) e quando per diversi acquisti si venne, nella prima metà 
di questo secolo, formando l'attuale Galleria, dove presero posto 
anche alcuni di quei quadri che il padre Affò avea ritenuti del 
Parmigianino. In altro lavoro, su tracce storiche ed artistiche, 
ne discutemmo l'autenticità (3), ne qui giova ripetere o parlar 
d'altro se non di quadri del maestro levati a Parma. 

Due d' essi, principalissimi, si trovano ora a Firenze, e sono 
la Madonna « dal collo lungo » e la Madonna del San 
Zaccaria. 

La prima, che si trova al Palazzo Pitti, è dipinta su tavola 
e misura circa un metro e mezzo di larghezza per due d'altezza. 

La Madonna, seduta, reclina dolcemente il capo sogguar- 
dando il figliuoletto, del tutto nudo, che le dorme sulle ginocchia. 
A sinistra s'affollano, per contemplare Gesìi, cinque adolescenti, 
fra maschi e femmine. Una di queste regge un grande vaso. 
Nel fondo, presso un lungo colonnato, si scorge la figura del 
profeta Isaia in atto di stendere un lungo rotolo contenente la 
profezia della Vergine paritura. 

In un gradino di quel colonnato è scritto: Fato praevenfus 
F. Mazzoli Parmensis aòsolvere nequivit. Questa iscrizione ci 
fa fede che il pittore non intese che 1' opera sua, cosi com' egli 
la lasciava morendo, fosse finita. Eppure tutte le teste sono con 
amorosa accuratezza compiute, nò ai più esperti critici d' arte è mai 
parso di riscontrarvi altra mano se non quella del Parmigianino. 

(1) Ms. nel R. Museo d' Antichità di Parma. 

(2) Vita del grasiosissimo pittore Francesco Mazzola detto il Parmi- 
gianino (Panna, 1784). 

(3) La n. Galleria di Parma (Panni, 1896), pp. 130, 133, 136, 142, 
146, 147, 148, 149, 227, 314 e 315. 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 3 

La parte trascurata è da ricercare nelle vesti, negli accessori 
e nel fondo. Ad ogni modo il Vasari, 1' Atto, il l^ottari, il Lanzi 
e molti altri s'accordano nel registrarlii come una delle sue opere 
migliori « per grazia e per bellezza ». La eleganza e nobiltà 
dei tipi e il vigore del colorito (per quanto si può capire di sotto 
alla cattiva vernice data alla tavola da mano vandalica) com- 
pensano ad usura il difetto incontestabile dell' ailettazione e della 
leziosaggine. La testa della Madonna, nella sua signorile accon- 
ciatura, può dirsi senz' altro deliziosa, come deliziosi sono i ma- 
schietti e le giovinette che si accostano al fianco di Lei. 11 bimbo, 
che sporge il capo verso Gesù dormiente, non ha per grazia da 
invidiar molto ai putti del Correggio. Così, superbamente gentile 
è la testina femminile di prospetto, dai grandi occhi neri, che 
ricorda il ritratto dell' Antea conservato nel Museo Nazionale di 
Napoli. Kispetto alla lunghezza, davvero eccessiva, del collo della 
Madonna, che certo si deve al sentimento artistico del Mazzola che 
tutto assottigliava ed allungava, non vogliamo omettere di regi- 
strare una curiosa opinione antica. Ottaviano Cambi scrivendo nel 
IGGG la biografia del pittore Savonazzi, dice che un giorno par- 
lando con lui e rimproverandolo di aver fatto il collo troppo lungo 
alla Madonna ed « oltre al prescritto termine della simmetria » , 
il Savonazzi replicò che « sarebbe stato errore considerabile il 
formarla diversamente, poiché il collo lungo è contrassegno della 
verginità nelle donne. » (1) 

Il quadro fu ordinato al Parmigianino da Eleua (figlia di 
Andrea Baiardi, cavaliere e poeta parmigiano) nata nel 1488 e 
sposata nel 1505 al nobile Francesco Tagliaferri. Il 23 dicembre 
1534 r ordinazione fu riconfermata con una convenzione, inclu- 
dente diversi patti, già edita dal Gualandi, ma che ripubbli- 
chiamo in appendice purgata da una quantità incredibile di errori 
e di omissioni (2). Non fu però collocato sull' altare della cappella 

(1) Vedi C. C. Malvasia, Felsina pittrice. (Bologua, 1844) I, 239. A 
(juesto riguardo sono da leggersi anche i commenti che alcuni scrittori eccle- 
siastici fanno al famoso verso della Cantica (VII, 4) Colliim tiimn sicut turris 
eburnea. 

(2) M. A. Gualandi, Blemorie originali italiane risguardanti le belle 
arti, Serie VI. (Bologna, 1845) p. 117. — Cfr. A. Gotti, Le Gallerie di 



4 DI ALCUNI QUADEI DEL PARMIGLA.NINO 

da lei fatta erigere nella chiesa (soppressa nel 1805) di S. Maria 
dei Servi, se non del 1542, ossia due anni dopo la morte del 
pittore. Nel maggio del 1674, i Padri, per mezzo del conte 
Annibale Kanuzzi di Bologna, l'offrirono in vendita al card. Leo- 
poldo de' Medici chiedendone trecento doppie. I conti Cerati, 
succeduti ai Baiardi nel giuspatronato della cappella, mossero 
lite ai Serviti. Com' era però da prevedersi, il quadro restò a 
Firenze, ed i Cerati dovettero contentarsi ad esigere che una 
parte dei danari prelevati dalla vendita fossero spesi a ristauro 
della loro cappella, sull' altare della quale collocarono una copia 
dovuta — secondo il Ratti — a Cesare Aretusi e che, levata 
a sua volta nella seconda metà del secolo XVIIl, si trova oggi 
in possesso del conte Giuseppe Magawli erede dei Cerati (1). 

Minore assai di proporzioni, ma a differenza della tavola 
descritta, finita sino allo scrupolo in ogni più minuto particolare 
e per giunta conservatissima, è 1' altra, assai piìi piccola, espri- 
mente la 3Iacìonna del S. Zaccaria, che si trova agli Uffizi col 
numero 1006. 

La Vergine siede in mezzo, col figliuoletto sulle ginocchia, 
teneramente abbracciato e baciato da S. Giovanni (2). A sinistra, 
di perfetto profilo, si vede S. Maria Maddalena col vaso in mano: 
a destra, in basso, per mezza figura, sporge S. Zaccaria con un 
grosso volume. Nel fondo un arco romano di trionfo, un" alta 
colonna, sorgente di tra le fronde piegate dal vento, poi monti 
e, nella sottoposta valle, borghi e castelli. 

11 quadro, come la Madonna della rosa che si trova a 
Dresda e la Madonna dal collo lungo, appartiene agli ultimi 
anni del maestro e presenta identità di sentimento, di colore e 

Firenze (Firenze, 1872) pag. 128 e G. Fjuzzoni, Correspondance de Vélran- 
ger {Italie) nella Gazette des Beaux-Arts del P maggio 1896 (Serie III, 
tom. XV — Parigi, 1896 — pp. 432-441. 

(1) Neir Archìvio Magawli Cerati si couservano alcuni documenti rela- 
tivi a quella vertenza. 

(2) Delle ligure della Madonna e dei due putti si trova un disegno o 
studio nella Galleria degli Uffizi. — Vedi P. N. Perkj, Disegni antichi e 
moderni posseduti dalla B. Galleria degli Uffizi di Firenze. {Indici e ca- 
taloghi pubblicati dal Ministero della P.* Istruzione — XII, 4, pag. 275 — 
Roma, 1894). 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 5 

di trattazione. I capelli non sono più largamente sfilati, ma mossi 
come tante cordelline a spirale, le tinte delle carni sono un po' 
meno calde che nei lavori anteriori, le pieghe delle stoffe più 
sottili e r esecuzione del paesaggio più minuta, più trita. 

Perchè, fenomeno assai curioso e notevole, la tecnica del 
Parmigianino si svolge con un procedimento tutt' affatto inverso 
a quello normale. È cosa inerente allo sviluppo individuale d'un 
artista e allo sviluppo generale dell' arte stessa procedere da 
forme minute, modeste e tranquille, a forme larghe, mosse e talora 
anche bravamente trascurate. Il Parmigianino invece, tostochè, 
uscito dal periodo d' imitazione,fu in possesso dei mezzi pittorici, 
s' abbandonò al gusto proprio con un' ampiezza di linee e di 
pennello che poteva emulare quella dei più disinvolti artefici del 
tempo e che gli era suggerita dall' esempio del Correggio. Poi, 
dopo la sua dimora in Poma, divenne più raccolto, più sottile, 
più trito, sino a smarrir qualche volta la vigoria nella ricerca 
meticolosa del particolare e a convertire spesso la grazia in le- 
ziosaggine. Un grande artista, Francesco Albani, avvertita la 
trasformazione subita in Poma dal Parmigianino e vòltosi a 
rimproverare coloro che si erano imparìnigicmati, « hanno dato, 
scriveva, in una peste d'affettazione; hanno affatto perduta (per 
volere acquistare la grazia) le espressioni de" concetti; e (sia la 
verità) il Parmigianino, loro maestro, non ha mostrato quasi mai 
r espressione, perchè era parte del suo gusto, solo intento, né 
altra mira aveva che al fare delle ninfe e delle leggiadre 
figure. » (1) 

Crediamo infatti che chi confronti gli arditi e forti affreschi, 
operati da lui, giovanissimo ancora, nei sottarchi d' alcune cap- 
pelle in S. Giovanni Evangelista di Parma, con gli ultimi lavori 
non potrà se non convenire nelle osservazioni fatte. 

Ma torniamo alla Madonna del S. Zaccaria. 

Pietro Lamo nel suo elenco delle più famose opere d' arte 
esistenti in Bologna nel 15(30 dice che nel palazzo dei conti 
Manzuoli si conservava « quel raro quadro del Parmigianino con 

(I) Malvasia, Felsina pittrice, II. 166 e 168. 



6 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 

la Madonna e il putto che fa festa a S. Giovanni, la Maddalena 
e S. Zaccaria. » (1) 

Il Vasari aggiunge che fu dipinto pel conte Gregorio Man- 
zuoli. (2) 

Secondo gli storici passati, quest' opera, anzicchè in quella 
esposta agli Uffìzi, sarebbe da riconoscere nelT altra che si trova 
in Roma nella Galleria Corsini. Pensiamo diversamente. L'antichità 
e l'autorità del Lamo e del Vasari ci fanno intanto sicuri che il 
quadretto originale era a metà del sec. XVI, precisamente in mano 
dei Mauzuoli, per uno dei quali fu dipinto. S'aggiunga che Giulio 
Bonasone, bolognese, ne levò la stampa che reca la data •■ 1527 », 
il che prova come il quadretto fosse dipinto dai maestro, subito 
dopo la sua fuga da Roma (avvenuta nella primavera di quel- 
r anno per cagione del celebre sacco) e proprio in Bologna dove 
si fermò sino al 1531. Dobbiamo dunque vedere il dipinto in 
quello degli Uffici, mirabile veramente e veramente autentico, e 
non neir altro della Galleria Corsini, il quale è soltanto una 
copia antica, minuta, e, se vuoisi, luminosa, ma col fondo mal- 
fatto, dura nel disegno, con pieghe nelle vesti un po' stentate 
e teste mal formate, senza toni intermedi nel colorito, e quindi 
con poco rilievo, tanto che le figure paiono sopra un piano solo. 
Donde può derivare questa copia che indubbiamente risale al 
secolo XVI e sembra opera d'uno scolare che pur nella sua gret- 
tezza tende ad esagerare i difetti del maestro ? Molto probabil- 
mente si tratta della tavoletta che si trovava in fine al secolo 
XVII in casa Boscoli a Parma e vi si riteneva per una ripetizione 
originale del quadretto dei Manzuoli. 

Neil' inventario dei quadri raccolti da Simone Boscoli e da 
lui donati ai tìgli Lelio e Francesco ]\Iaria con rogito del 18 
dicembre 1690, si trova registrato « una Madonna con il bam- 
])ino che abbraccia S. Giovanni Battista, una Santa Maria ]\fad- 
dalena con il vaso in mano e abbasso una mezza figura che 
mostra essere più avanti, di mano del Parmigianino stimato 



(1) Graticola di Bologna, ossia descrizione delle pitture^ sctdtiire e 
architetture della delta città fatta Tanno Ì5C0. (Bologna, 1844) pag. 38. 

(2) Vite (Firenze, 1878-1885) V. 227. 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 7 

doppie quaranta » . L' altezza di questo quadro è detta di un 
braccio e mezzo. (1) 

In un altro inventario dei quadri farnesiani gi;\ esistenti nel 
Palazzo del Giardino di Tarma, inventario che il Campori sulla fede 
di Enrico Scarabelli Zunti dice compilato circa il 1G80, si trova 
indicato « un quadro alto br. 1 od. G, largo br. 1 on. 2, in 
tavola » rappresentante « una Madonna con Tofticio nella sinistra, 
nella destra il bambino abbracciato e baciato da S. Giovanni, e 
S. Gioachino (sic), del Parmigianino. » (2) 

Non crediamo che le due ultime descrizioni citate, riguar- 
dino due diversi quadri, ma che invece si tratti di un solo, pas- 
sato fra il 1680 e il 1690 dalla raccolta farnesiana a casa Bo- 
scoli. È certo infatti che, quando la raccolta farnesiana nel 1734 
andò da Parma a Napoli, il quadretto non vi si trovava piìi. 
Dunque n'era stato levato. È lecito quindi supporre che Kanuccio li 
Farnese, Duca sino al 1694, l'avesse donato a Giovanni Simone 
Boscoli (collezionista di pitture, salito ai primari uffici della mi- 
lizia) sin forse dal 1688, anno in cui lo stesso Kanuccio dichiarò 
quel suo favorito, Marchese del feudo di Ravarano. 

Gran parte dei dipinti della raccolta Boscoli passò poi nella 
galleria Sanvitale, ma il quadretto ritenuto del Parmigianiuo non 
vi entrò. Non fu infatti registrato da Antonio Orlandi quando 
il 27 aprile del 1710 dettò la stima delle pitture e dei dise- 
gni « esistenti nella galleria di Parma del signor Conte Carlo 
Sanvitale. » (3) 

L' antica copia, che si trova nella Galleria Corsini, sarebbe 
dunque la tavoletta che in fine al secolo XVII si trovava a Parma 
in casa Boscoli e v' era ritenuta per una ripetizione del quadro 
dei j\Ianzuoli ? 

(1) Giuseppe Campori, Raccolta di cataloghi ed inventarii inediti di 
quadri, statue, disegni ecc. (Modena, 1870) p. 398. Anche a Loreto, nella 
Sacrestia del Tesoro della Santa Casa, si trova una vecchia e buona copia 
del quadretto del Parmigianiuo, ma senza la mezza figura del S. Zaccaria. 
Ciò basta ad escludere ogni identificazione con quella che si trova descritta 
nei cataloghi citati. 

(2) Op. cit., pag. 215. 

(3) Cataloghi di quadri ed oggetti d'arte, fra i mss. Scarabelli nel R. 
Museo d' Antichità di Parma, lett. H. 



O DI ALCUNI QUADRI PEL PARMIGIANINO 

Da Firenze passiamo a Napoli, dove oggi si conserva il mag- 
gior nuaiero dei quadri del Mazzola già esistenti in Parma. Non 
sono però tanti quanti gliene assegnava il vecchio inventario 
farnesiano e gliene assegna la Nuova guida generale del Museo 
Nasionale di Napoli. (1) Anzi notiamo subito che di tutti i 
dipinti largiti (ai signori si regala facilmente!) al nostro maestro 
nei vecchi elenchi e nelle guide, appena un quarto gli spetta 
con certezza. In Napoli, ad esempio, sino ad oggi n" erano indicati 
come suoi, alcuni incontestabili di Gii-olamo Mazzola Bedoli, i 
quali rappresentano : 1 ) La città di Parma in sembianza di 
Pallade, vestita d' armi, che ahhr accia Alessandro Farnese 
giovinetto ancora; 2) V Annunciazione, 3) Santa Chiara: 
4) Lucrezia in atto di piantarsi il pugnale in petto. In ciascuno 
di questi quadri, i caratteri di Girolamo si manifestano con evi- 
denza nel disegno e nel colorito. (2) 

Non staremo a parlar qui delle altre attribuzioni erronee 
fatte al Parmigianino, parendoci solo necessario occuparci dei 
quadri riconosciuti, sopra ogni discussione, autentici. 

Tale ad esempio è una tavoletta ad olio larga 0,31, alta 
0,36, nella quale si vede Gesù bambino disteso sulle braccia 
della Madonna che, tenendo il volto reclinato su di lui, lo con- 
templa sorridendo. Un angelo dai riccioli biondi, a destra, gli 
prende con delicatezza la manina sinistra in atto di curvarsi a 
baciarla. È un bozzetto, trasparente, con riflessi cristallini, di 
una grazia deliziosa, che non è possibile levare al maestro. 

Sua del pari è la tempra, malandata per tracce d' umidità 
e di ristami, di cui si ha una copia nella Galleria di Parma al 
numero 172. L' Lnventario del 1680 la descrive così: « Un 
quadro alto br. 2, on. 11, largo br. 2, on. 5, .a guazzo. Una 
Madonna m ginocchio che accarezza con la mano sotto il mento 
S. Giovanni et il Bambino che dorme sopra un panno bianco, 
et un cuscino cremesi alla testa, del Parmegianino. » (3) 

(1) A. MiGLiozzi e D. Monaco, Nuova guida generale del 3Itiseo Na- 
zionale di Napoli (Napoli, 1892). 

(2) C. Ricci, Di alcuni quadri di scuola parmigiana conservati nel 
R. Mvseo di Napoli, nel periodico Napoli nobilissima, Voi. Ili, pp. 129-131, 
148-152, 163-167. 

(3) Campori, Op. cit., 214. 



r,IA ESIF5TEXTI INT PATEMA V 

^\n se pochi assai e di pooa importanza sono, in Napoli, i 
quadri suoi d' argomento sacro, diversi invece e stupendi sono i 
ritratti sui quali dovremo indugiare. 

Suo intanto è un ritratto ciie nel catalogo del Museo è sempli- 
cemente registrato come di scuoia del Parmigianino e come rappre- 
sentante un giovine princixje. Donde si rilevi eh' ei sia un principe 
non sapremmo dire: certo è opera del maestro e la sua mano si 
riconosce, fra i danni e i ritocchi, dall'elegante precisione del segno, 
dai toni piuttosto lignei, dalle dita affusolate e dal sentimento. 11 
citato Inventario lo registra infatti così: « Un quadro alto br. 2, 
ou. ]^2, largo br. 1. on. 8, in tavola. Un ritratto di un giovino 
con berretta nera in capo presso a un tavolino coperto di un 
panno turchesco; tiene la sinistra sul fianco, e con la destra al- 
l' estremità di una benda che lo cinge, bianca, del Parmigia- 
nino. » (1) 

Bene assegnato al maestro è un altro ritratto ad olio su 
legno, largo 0,82, alto 0,97; ma chi ha suggerita la strana 
idea che rappresenti Amerigo Vespucci? 

Neil' Inventario è segnato semplicemente come ritratto d'a- 
nonimo. « Un quadro alto br. 1, on. 1, larg. ou. 9 1[2. Ritratto 
d" uomo con barba, berrettino in capo nero con piuma, assentato 
sopra una carega, al pomo della quale tiene la destra e con la 
sinistra un libro aperto, mezza figura in schiena (?) vestita di 
verde e rosso, del Parmigianino. » (2) Anche nella Dcscri.'iione 
del 1725 è dato per uno sconosciuto: « Il ritratto d'un uomo 
che tiene in capo berettino nero, sopra quale vi è una piuma 
bianca, ed è vestito di verde e rosso, sta a sedere in carega da 
braccio ed ha nella sinistra luano un libro aperto. » (3) 

Guardiamo d' identificare la persona. Sin del 1587 il prin- 
cipe Ranuccio Farnese possedeva quattro ritratti dipinti dal Par- 
migianino indicati brevemente nell'Inventario del suo guardarolìa 
fatto in quell'anno: « Un ritratto del Signor Gio. Battista Ca- 

(1) Op. cit., 2:32. 

(2) Op. et loc. cit. 

(3) Descrizione per alfabeto di cento quadri dei più famosi, e dipinti 
dai pifi insigni pittori del mondo che si osservano nella Galleria Farnese 
di Parma (Parma. 172-5) p. 34. 



10 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 

staldi..., un ritratto del Conte Galeazzo Sanvitale.... un ritratto 
del Dottor Berniero... un ritratto di un prete. » (1) 

L' effigie, intanto, die ora esaminiamo, non è affatto quella 
di un prete, come si scorge dalla veste. Infatti nell' lìwenfario 
del 1680 circa, il ritratto del prete del Parmigianino è così 
descritto: « Kitratto con berretta da prete in capo con officio 
alla sinistra, et destra sopra uua tavola con medaglie et figure 
antiche, et dietro alcune figurine antiche di ciliare e scuro, del 
Parmigianino » . (2) Non è quella di Galeazzo Sanvitale che ve- 
dremo fra poco. Non è quella infine del dottore Antonio Berniero 
perchè, quando il Parmigianino poteva essere in età di ritrarlo, 
egli era assai avanti con gli anni. Si metta infatti che il pittore 
abbia eseguita quest' opera verso alla trentina, ossia intorno al 
1533. Ebbene il Berniero, nato nel 1407, non aveva allora meno 
di sessantacinque anni, e tale età è doppia di quella che dimo- 
stra la persona riprodotta. Ogni possibilità d" identificazione resta 
quindi col solo Gian Battista Castaldi cui sono dirette diverse 
lettere dell' Aretino (3) e di cui parla Gregorio Bosso (4). Pec- 
cato che non si trovino più i ritratti fatti dello stesso personaggio 
da Tiziano e da Paolo Lomazzo ! (5) Il confronto delle fisonomie 
avrebbe risoluto ogni questione. 

Se non si comprende la ragione onde il ritratto del Castaldi 
si diceva esprimere Amerigo Yespucci, nemmeno si trova quella per 

(1) Campori, Op. cit. 52 e 53. 

(2) Op. cit p. 229. 

(3) Pietro Aretino, Lettere (Parigi, 1609) I, 52, 80, 84, 90, lOG; II, 
8, 22, 94, 120, 210, 225; III, 132; V, 31 e VI, G6, 2G4. 

(4) Istoria delle cose ili Napoli sotto V imperio di Carlo V (Napoli, 
1770) p. 20. — V. anche G. Senatore, La patria di G. B. Castaldi (Na- 
poli, 1887). 

(5) Vasari, Vite^ VII, 450 — (Jiovanm Bottari, Raccolta di lettere 
sulla pittura, scultura ed architettura (Milano, 1822) V, 59 e VI, 6 — Nella 
nuova scelta di lettere di diversi nobilissimi uomini ed eccellentissimi in- 
gegni (Venezia, 1574) libro II, 404 si trova una lettera di Tiziano al Ca- 
staldi nella quale si dice: « Perchè la volontà mia, prontissima a compia- 
cervi, vorrebbe pur dimostrarvi con qualche effetto segnalato, che il signor 
Castaldo fosse avvantaggiato fra i tanti e tanti altri suoi signori, non potendo 
mandargli maggior dono, ha risoluto indirizzargli uua sua innamorata, la 
quale aveva. » 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 11 

cui il ritratto di Galeazzo Sanvitale era ritenuto rn]ìpresentaiite 
Cristoforo Onloiiibo e si dichiarava per giunta opera di scuoia 
raff<{el̀sra. 

^aW Inventario del 1G80 circa, il quadro è notato: * Un 
quadro alto br. 2, larg. br. 1, ou. G, in tavola. Ritratto d'uomo 
con barba lunga, berretta in capo di velluto rosso, nella destra 
una medaglia marcata n." 72, 1' altra sopra parte della carega 
di legno et appresso un elmo e mazza di ferro, del Parmigia- 
nino. » (1) Ohe questo ritratto debba ritenersi lo stesso indicato 
{\v(\\' Inventario di Ranuccio del 1587 con le parole* Un ritratto 
del Conte Galeazzo Sanvitale di mano del Parmegianino » (2) 
risulta da una copia d'esso, fatta sin dal secolo XVI I e che si 
trova fra i quadri rimasti ai Sanvitale con la precisa indicazione 
a Gian Galeazzo. (3) 

Costui, nelle Famiglie celebri del Litta, si dea per seguace 
fedele dei Farnesi. Dopo la tragica morte di Pier Luigi (1547) 
non volle infatti abbandonare o cedere Fontanellato a Ferrante 
Gonzaga, né abbracciare il partito imperiale. Difese il suo castello; 
poi passò a servizio di Francia, nelle cui milizie era colonnello 
e in nome della quale tentò vanamente di sorprendere Cremona. 
Fu a" suoi tempi e per lui che il Parmigianino dipinse nella ròcca 
di Fontanellato. 

Nessuna data o avvenimento della sua vita ci spiega quel 
numero 72 che si vede sulla medaglia che, nel ritratto, Galeazzo 
tiene in mano. Amadio Ronchiui fece queste riflessioni: « Se 
neir oggetto che Galeazzo tiene nella destra mano il pittore 
avesse voluto rappresentare una medaglia, come mai deve questa 
offrirci il numero 72 e nulF altro? Sarebbe mai quell'oggetto un 
sigillo ove 1' artista avesse espresso, non un numero, ma due 
lettere iniziali ? Io inclino a crederlo tale. Nel mio supposto l'es- 
sere le due iniziali collocate in senso inverso è cosa naturalissima. 

(1) Campori, Op. cit., 229. 

(2) C/MPORi, op. cit., 53 — Cfr. Gustavo Fruzosì, La Pinacoteca del 
Museo di Napoli in Arte e storia (Ann. Ili, nn. 26 e 27 — Firenze, 18S'i). 

(3) Memorie ritorno alla ròcca di Fontanellato ed al pittore detto il 
Parmigianino. Sono anonime, ma si sa esserne autore il conte Luigi San- 
vitale. (Parma, 1857) pag. 38 e 44. 



12 PI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 

Nel quadro posseduto dal conte Sauvitale (1) io veggo due lettere 
in sigla 




le quali lettere trovandosi in un suggello, ove questo venga 
impresso su cera od altro, riescono come qui sotto 



@ 



Ciò posto, ne viene spontanea la lezione 

Comes Yonianellati 
La sola difficoltà starebbe nella F ove manca il taglietto oriz- 
zontale; ma questo può essere sfuggito al copista ignaro forse 
del significato di così fatte iniziali o può anche essere stato can- 
cellato dal tempo. » (2) 

Quantunque tale congettura del Eoncbini abbia incontrata 
r approvazione di Antonio Bertani e del Pezzana, pure dobbiamo 
escluderla. Troppi argomenti le stanno contro, ed ognuno a nostro 
avviso più che sufficiente per provare che si tratta proprio del 
numero « 72 » e non d' altro. 

Avanti tutto sia lecito chiedere se i due segni riprodotti 
abbiano la forma della lettera C e dell" F, quali con ogni ele- 
ganza solcvansi fare nella prima metà del secolo XVI, quando 
era in uso T iniziale romana. Così sia lecito chiedere perchè Tasta 
lunga dell' F sia obliqua e non verticale, e perchè manchi il 
taglietto di mezzo. 



(1) Il EoNCHiNi allude alla copia del secolo XVII già ricordata. 

(2) Questa nota del Eonchini fu pubblicata dal conte Luigi Sanvitale, 
nelle citate Memorie intorno alla ròcca di Fontanellato ecc. 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 13 

Il Kouchini, esaminando la copia e non 1' originale, pensò 
che al copista fossero sfuggiti alcuni segni, ignaro del significato. 
Il copista invece s' è tenuto scrupolosamente al modello, il quale 
non reca nessun taglietto al 7, e dà in basso una bellissima e 
chiarissima coda orizzontale al segno convertendolo in un « 2 » 
d' un' evidenza singolare. 

Non basta. Per supporre che il Parmigianino avesse inteso 
di riprodurre la sigla o cifra d' un sigillo, per farla credere inca- 
vata, avrebbe dovuto segnarla di scuro ; invece 1' ha segnata in 
chiaro. Le luci, in fine, regolandosi con le altre del dipinto, 
dovrebbero vedersi sul taglio sinistro e non sul destro, dove stanno 
invece a definire chiaramente il rilievo. 

Come si capisce, è quindi inutile insistere sulla congettura 
del Ronchini. Quel benedetto « 72 » resta sempre un mistero, 
se pure non indica il numero tenuto dal Sanvitale in qualche 
ordine cavalleresco. 

Il conte Luigi Sanvitale cerca anche di spiegarsi come mai 
il ritratto di quel suo antenato passasse ai Farnesi. « Seml)re- 
rebbe verosimile — egli dice — che qualche discendente di Gian 
Galeazzo Sanvitale regalasse ai Farnesi 1' originale ritratto di 
lui... Potrebbe anche darsi che passasse nel palazzo Farnese in 
conseguenza della confisca di feudi e suppellettili che Tanno 1612 
colpì alcuni dei Sanvitale, coni' è noto. » Ora questa seconda 
congettura va esclusa, perchè, quando avvenne la confisca, il 
ritratto era già in possesso dei Farnesi da moltissimi anni. Lo 
si trova infatti, come vedemmo, registrato nell' Inventario del 
1587. 

Mirabile è F ultimo ritratto di cui ci resta a parlare e che 
la Guida dice <^ creduto dell'amante del gran maestro. » È 
dipinto ad olio sopra una tela grossolana, larga 0,87, alta 1,37, 
di due pezzi cuciti rozzamente. 

Rappresenta una giovine donna, di fronte, diritta, quasi a 
figura intera. Porta una veste scollata a cuore, un corpetto tessuto 
a rete, color di rame, le maniche a sbuffi con larghe frappe, la 
sottana gialla rigata orizzontalmente e il grembiule chiaro con 
zone ricamate di nero. Dalla spalla destra le scende una pelle 
di martora ricucita, una specie di faina imbalsamata con le zampe 



14 DI ALCUNI QUADRI DEL PA.RMIGIANINO 

anteriori e la testa a penzoloni. (1) Nel naso di questa, è fermata 
una catenella, che la giovine tiene con la mano dritta vestita di 
guanto. Alza 1" altra mano, nuda, con anello e rubino nel mi- 
gnolo, sino alla cintura insinuando l'indice nella collana che le 
scende dal collo. Due grosse perle a goccia le pendono dalle 
orecchie, ed una terza alla divisione dei capelli che girano dietro 
al capo raccolti in treccia. 

Il volto genialissimo, sensibilmente ovale, col naso lungo e 
sottile, i grandi occhi aperti e ben marcati alle ciglie, rappresenta 
il tipo prediletto dal Parmigianino, da lui riprodotto più volte, e 
che ringiovanito si vede anche nello Sposalùio di S. Caler ina 
e nella Madonna dal collo lungo. 

Giacomo Barri nel suo Viaggio Fiitorico edito nel 1671 ci 
dice il nome di quella giovine: « L'innamorata, chiamata l'Antea, 
del Parmigianino. » Nel vecchio Inventario si legge: « Un qua- 
dro alto br. 2, on. 7, largo br. 1, on. 7 1{2. Un ritratto figura 
intiera sino al ginocchio che rappresenta una donna detta l'Antea 
con guanto et un sghiratto (martora) nella destra, del Parmegia- 
nino. » (2) E nella Descrizione del 1725: « Kitratto fino al 
ginocchio di donna in piedi detta 1' Antea che tiene guanti alle 
mani ed un martore, che le cala giù per una spalla al braccio. » (3) 
Finalmente l'anonimo autore delV Abregé de la vie des plm fanieux 
peintres edito a Parigi nel 1745 descrivendo questo dipinto chiama 
l'Antea la maitresse du Parniesan. 

Antea, com' è noto, era una delle cortigiane più in voga 
che vivessero in Roma nella prima metà del secolo XVI. L'Are- 
tino la ricorda per ben due volte nel Ragionametito del Zox^pino 
e Benvenuto Cellini indica sino il luogo dove abitava. Parlando di 
certo archibugiere aggiunge che tenea dimora « vicino a un luogo 
chiamato Torre Sanguigna, accanto a una casa dove stava allog- 
giata una cortigiana delle più favorite di Roma, la quale si 
domandava la signora Antea. » (4) 

(1) Simile martora o sgliiratlo abbiamo veduto in altri duo ritratti fem- 
minili: uno di Agnolo Bronzino conservato nella Galleria Borghese di Roma, 
r altro posseduto dal Co)ite P. D. Pasolini in Ravenna. 

(2) Op. cit, 212. 

(3) Op. cit, 34. 

(4) Vita (Firenze, 1890) p. 132. 



I 



GIÀ ESISTENTI IN l'AliMA 15 

Possiamo aggiuugere qui hi notizia eh" elhi morì uccisa. 
Il cronista Jacopo Kaiueri (che al 27 agosto 1540 registrava la 
morte del Pàrmìgìiiuìno pentore luiico) all' 8 luglio 1517 notava 
che « fu morta Y Antea. » (1) 

Il padre Ireneo Aff'ò mette in dubbio i rapporti fra TAiitea 
e il Mazzola, ma anzici-hc ricorrere ad argomenti storici, ricorre 
ad argomenti psicologici che fanno più onore alla sua virtìi di 
frate che alla sua logica di scrittore. Egli dice che Antea « era 
una delle più fastose, ricche e favorite donne di partito onde 
Eoma a que' giorni veniva ammorbata... Per la qual cosa non ci 
par probabile che ad un povero pittore degnar volesse costei di 
far copia di sé medesima. E se Francesco ebbe a dipingerla, ciò 
avvenne probabilmente per altrui commissione. » (2) 

^la chi non conosce la forte simpatia che le cortigiane del 
Rinascimento, come le famose etère greche, ebbero pei letterati 
e per gli artisti ? Il Parmigianino non era poi un così povero 
pittore da non poter innamorare e commuovere il cuore di una 
bella ed allegra donnina! Come pittore era celebrato; cercato 
come suonatore di liuto; di figura era assai bello; era per giunta 
assai giovane. (3) Quali maggiori requisiti si possono cercare in 
suo favore, per ispiegare la passione o la condiscendenza d'Antea? 

Il Vasari lo dice « ne' costumi gentile e grazioso » « di 
bellissima aria » « di volto e d' aspetto grazioso molto, e piìi 
tosto d' angelo che d'uomo. » (4) E poi, la tela rozza e rozza- 
mente ricucita, come cosa senza impegno, può anche dimostrare 

(1) Diario (Bologna, 1887) pag. 58 e 109. Leandro Alberti, Descrit- 
tione di latta Italia (Venezia, 1596; e. 329, parlando di Bologna dà questa 
notizia dei Rainieri : « Ora vive Giacomo Ranieri. 11 qual essendo calegaro, 
lia raguuato tante medaglie d'oro, d'argento et di metallo, ch'ella è gran 
maraviglia a considerare, come un calegaro habbia fatto tanta spesa in raguuar 
tante nobil medaglie, et oltra di ciò si sia affaticato di far effigiar tanti 
segnalati liuomini, che basterebbe ad ogni gran signore. Certamente (come 
io son consueto di dire) è stata molto liberale la natura in dargli tanto 
ingegno, ma molto avara non dandoli maggior facultà di roba. » L' Alberti 
scriveva prima del 15-50. 

(2) Vita del Parmigianino, 57-58. 

(3) Il Mazzola lasciò Roma nel 1527, all' età di 24 anni. 

(4) Vite^ Y, 222 e 224. 



16 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANINO 

clie il ritratto dell' Antea fu eseguito alla buona, fra im lavoro 
e r altro, in tutta confidenza, come il ripetersi della fisonomia 
di lei in altre opere del pittore può far credere che fra 1' artista 
e l'etera siano passati... buoni rapporti! 

* 

Se può dolere ai cittadini di Parma die tutte le pitture 
descritte manchino alla loro città e quindi alla loro Galleria, non 
poco conforto deve però recare il fatto eh' esse si conservano in 
Italia e contribuiscono al decoro di pubblici istituti nazionali. 

Purtroppo ugual consolazione non può aversi per altri famosi 
dipinti passati all' estero e che già si videro in Parma. 

Primo di questi per celebrità e certo Amore che fabbrica 
V arco. 

Il Vasari racconta: « Fece al cavalier Baiardo, gentiluomo 
parmigiano e molto suo famigliare amico, in im quadro un Cupido 
che fabrica di sua mano un arco ; a pie" del quale fece due putti, 
che sedendo, uno piglia 1' altro per un braccio, e ridendo vuol 
che tocchi Cupido con un dito; e quegli non vuol toccarlo, piange, 
mostrando aver paura di non cuocersi al fuoco d' Amore. Questa 
pittura, che è vaga per colorito, ingegnosa per invenzione, e gra- 
ziosa per quelhi sua maniera, che è stata ed è dagli artefici e 
da chi si diletta dell' arte imitata ed osservata molto, è oggi 
nello studio del signor Marc' Antonio Cavalca, erede del cavalier 
Baiardo. » (1) Il Tassoni ne riparla con entusiasmo: « Il Cupido del 
Parmigiano fu comprato in Spagna da un di que' Baroni per 
mille scudi d' oro contanti. Questi ò un fanciullo ignudo e alato, 
dimostra d' età di quattordici o quindici anni, che si fa un arco 
da se e dietro a lui sono due fanciullini minori, che rappresentano 
il riso e il pianto. Su la testa d'Amore par che tremino e ondeg- 
gino i capegli e nella fronte sua come vivi brillano e scintillano 
gli occhi. Mira sorridendo chi 'l mira e la soavità del sorriso 
pare che metta il fiato in quella bellissima bocca. Sta chinato 
su r arco, mentre il pulisce e all' atto delle mani e delle braccia 

(1) Vite, V, 230. 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 17 

pare che veramente tiri a sé il ferro e '1 muova. Sono le membra 
sue d' una delicata temperatura, tutto SDoda quel bellissimo 
corpo in guisa che non ha parte ascosa. » (1) 

Quando e come il quadro dal Cavalca passasse in Ispagna 
non è noto. Certo ciò avvenne poco dopo la metà del secolo XVI. 
Lo dimostra il fatto che nel 1585 il conte Khevenhiller, che si 
adoperava ad acquistar quadri per l' imperatore Eodolfo II, a 
Madrid, dov' era ambasciatore di quel sovrano, 1' adocchiò nella 
raccolta d' Antonio Perez messa allora in vendita, ma subito e 
in gran parte sequestrata, insieme al Cupido, e rimessa nel regio 
tesoro. Sembra che al Perez fosse stato donato con altri dipinti 
da Filippo II, di cui era segretario e favorito. Ma caduto in di- 
sgrazia nel 1579 e condannato a pagare una forte multa erasi 
finalmente deciso alla vendita cui abbiamo accennato. (2) 

Dapprima il Khevenhiller si limitò a far trarre una copia 
del nostro dipinto, ma poi per le insistenze del suo signore finì 
per persuadere il re a cedergli quello ed altri dipinti, fra' quali 
l'io del Correggio, e il Ganimede assegnato oggi allo stesso Cor- 
reggio, e allora ritenuto del Parmigianino. 

Trasferito a Praga non vi rimase a lungo, che già nell'in- 
ventario del tesoro e della raccolta artistica di quella città, com- 
pilato intorno al 1611, non è più ricordato. Allora era già stato 
portato a Vienna, nella cui galleria, detta del Belvedere, si trova 
ancora. (3) 

* 
* * 

Tre altri lavori del Mazzola, si veggono ora nel Museo del 
Prado a Madrid. Il primo d' essi si trovava nella chiesa di S. 

(1) Aless. Tassoni, Pensieri (Venezia, 1676) p. 331. 

(2) L. Urlichs, Beitràge zar Geschiehte der Kunstbestrebimgen und 
Sammlungen Kaiser Rudolf s II fZeitschrift fiìr bildende Kunst, 1870) 
— Edbard r. V. Engerth, Gemàlde Beschreibendes Verzeichniss (Wienn, 
1884) I, 240 — Slcetches of the lives of Correggio and Parmigianino 
(London, 1823) p. 260. 

(3) Il numero delle copie di questo Cupido sparse pel mondo come ori- 
ginali del Parmigianino o del Correggio è grandissimo. Alcune d'esse sono 
stata causa che la storia del dipinto autentico s'intralciasse. 

Arch. Stor. Parm., IV. 2 



18 DI ALCUNI QUADRI DEI, PARMIGIANINO 

Quintino in Parma e gli altri due al castello di S. Secondo 
presso la stessa città. 

Su tutti possiamo dare notizie di molto interesse. 

Nel volume Le più in.^igni piiture parmensi, edito dalla 
tipografìa Bodoniana nel 1809, al numero XL è riprodotta V in- 
cisione di un quadro del Parmigianino con la dichiarazione : 
« Esisteva nella chiesa parrocchiale di S. Quintino delle monache 
benedettine. » Corrisponde alla descrizione d" uno dei dipinti che 
il Vasari dice fatti dal nostro pittore per presentarli a papa 
Clemente VII, ma non sappiamo se poi fosse riportato da lui in 
Parma o se ritornasse dopo, per opera d'altri. Non risulta inoltre 
che il Parmigianino ne facesse alcuna ripetizione. 

Il Vasari dice: « Fece tre quadri, due piccoli ed uno assai 
grande; nel quale fece la Nostra Donna col Figliuolo in collo, 
che toglie di grembo a un Angelo alcuni frutti, ed un vecchio 
con le braccia piene di peli, fatto con arte e giudizio, e vaga- 
mente colorito. » (1) Questo vecchio è S. Giuseppe che si ap- 
poggia ad un bastone, a sinistra. Il bambino Gesù, quasi ritto 
sulle ginocchia della ^ladonna, cui passa un braccio intorno al 
collo, allunga la mano sinistra ai frutti che un angioletto ric- 
ciuto e sorridente gli porge in un lembo della sua veste, mentre 
un altro, quasi interamente nascosto dietro a lui, indica l'albero 
da cui i frutti furono staccati. Il quadro ora a Madrid (dipinto 
in tavola larga 0,89, alta 1,10, vivacissimo nei colori e nella 
lieta espressione dei volti) corrisponde nel piti perfetto modo 
all' incisione ricordata. E dunque da ritenere che sia quello stesso 
che si trovava in S. Quintino di Parma. Mentre infatti il Madrazo 
erra confondendolo con un altro quadro che nel sec. XVI si trovava 
in possesso degli eredi di Luigi Gaddi (2) e che il Vasari de- 
scrive diversamente (3), l'editore delle Insigni pHiure parmensi, 
non sa indicare a sua voltala destinazione del nostro. L'incisione 
ci sembra risolvere ogni dubbio. 

(1) Vite, V, 221 — Appo, Op. cit., 39. 

(2) Fedro de Madrazo, Catàlogo deseriptivo è historico del Museo del 
Prado de Madrid (Madrid, 1872) p. 165; Catàlogo de los quadros del 
Museo del Prado de Madrid iMadrid, 1893) p. 63. 

(3) Vite, V, 224. 



GIÀ ESISTENTI IX PARMA 19 

Di maggior valore sono i ritratti ciie descriveremo. Già è 
stato notato che è appunto nel dipingere i ritratti che il Parmi- 
gianiuo raggiunge una rara eccellenza. Forse la necessità di tenersi 
al vero, ossia del vero l' immediata impressione, lo distoglieva 
dagli eccessi del disegno, dalla leziosaggine e dall' affettato cui 
per natura s' abbandonava quando era completamente libero nella 
scelta e nelF esplicazione delle forme. Il Vasari lodando il ritratto 
ch'ei fece di Lorenzo Cibo scrive: « Si può dire che non lo ritraesse, 
ma lo facesse di carne e vivo. » (1) E Gustavo Frizzoni, dopo aver 
proprio alluso ai ritratti che si trovano al Prado, soggiunge che è 
appunto in tal genere di quadri che il Parmigianino « si trova 
nel suo elemento, più che nei sacri, i quali solevano servirgli 
essenzialmente di pretesto per isfoggiare di vaghi tipi e di motivi 
bene composti. » (2) 

Il primo, rappresenta, in figura grande al naturale se non 
più, un gentiluomo d' apparenza robusta e di poco meno che 
qiiarant' anni. Sta diritto e vòlto un poco verso la destra del- 
l' osservatore. Ha barba lunga, capelli castagni, occhi celesti e il 
naso un po' aquilino. Veste giubba nera e gabbano di seta lavo- 
rata, foderato di martora, e calze bianche trinciate. Tiene la sini- 
stra suir elsa della spada, e la destra alla cintura. Nel fondo, 
al di là d' un tappeto di broccato, s' apre una finestra che lascia 
vedere un paesaggio montuoso. Sopra una balaustrata marmorea si 
veggono diversi libri e, in basso, una statuina dorata di Marte pog- 
giata sur una base antica. (3) 

Nel quadro corrispondente (4) è ritratta una florida signora, lie- 
tamente tranquilla, che dimostra poco jàù di trent'anni. Sta in piedi 
rivolta verso la sinistra di chi la guarda. Ha lineamenti larghi, 
vivo colorito, e i capelli castagni raccolti in treccie a guisa di 
cercine fermato da una rete d'oro. Veste un ricchissimo abito 
di velluto ingranato, trinciato da sbuffi di raso bianco, e rigato 
d'oro nelle larghe maniche. Sulla camicetta a punto rialzato 

(1) Vite, Y, 224. 

(2) / capolavori delia pinacoteca del Prado in Madrid. (Archivio 
storico deir Arte, Anno VI, 1898; pag. 313). 

(.3) Il quadro, su tavola, è largo 0,98: alto 1,33. 
(4) Su tavola, largo O/JT: alt. 1,28. 



20 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANIXO 

porta un grosso cordone d'oro, ed altri preziosi gioielli tiene sul 
capo, alle orecchie ed al collo. Intorno a lei stanno tre suoi 
figliuoletti, tutti stretti alla sua larga cintura. Il maggiore a 
destra, dalla testa splendidamente dipinta, è vestito di velluto 
azzurro cupo; degli altri due, avvicinati a sinistra, 1' uno veste 
di aranciato e l'altro di verde chiaro. Tutti hanno al collo cate- 
nelle d' oro. 

Nei vecclii cataloghi la dama era stata battezzata per una 
Gran Duchessa di Toscana « co' suoi figli » e conseguentemente, 
il cavaliere, un Gran Duca ! 

Valentino Calderera fu il primo a rifiutare quei titoli e a 
ritenere che il ritratto di lui non fosse se non quello di Lorenzo 
Cibo ricordato, come s' è visto, dal Vasari ; e poiché, per legge, 
la moglie deve seguire il marito, così la doona ritratta divenne 
Riccarda Mal aspina ! (1) 

Il Madrazo, pur tenendosi guardingo, accettò la congettura; 
mentre aveva la chiave per identificare nel modo più sicuro dama, 
cavaliere e putti. Egli ci dice: « En la -Re/ac/o?i de las pinturas 
que habia en el R. Alcazar de Madrid en el ano 1686, figura 
este cuadro, que se hallaba colocado en la pieza baja llamada 
de la Aurora, corno retrato del Concie de San Sigundo (sic). » (2) 
E per la signora aggiunge: « La tradicion en la Casa Real de 
Espaiia puede en cierto modo autorizar a que se considere éste... 
corno retrato de la muier del Conde de San Sigundo. » (3) 

Ma alla notizia affermativa dell' antica Meìacion e della 
tradicion egli oppose prima : « <: Quiéu era este conde ? No nos 
ha sido posibile averiguarlo, » e più innanzi : « Ignoremos quién 
fuese este personaje. » Così anch' egli s' attaccò al Vasari e 
ripetè r opinione del Calderera. 

Il conte di San Secondo fu Pier Maria Rossi figlio di 
Troilo, già nel 1525 stipendiato nelF esercito francese e combat- 
tente nelle Bande Nere col cugino Giovanni de' Medici. Non è 

(1) Anche nella Gazette de Beaux-Arts del 1° marzo 1893 (Serie III, 
toni. IX, pp. 201 e 205) sono indicati come ritratti di Lorenzo Cibo e di 
Riccarda Malaspina coi figli. 

(2) Catàlogo descriptivo ecc., 163. 

(3) Op. cit., 164. 



GIÀ ESISTENTI IN PARMA 21 

questo il luogo dove rifare la sua biografia che può leggersi negli 
Elogia virornm Eosciorum, scritta da suo figlio Federico (1), 
nelVHistona dei Rossi Parmigiani di Vincenzo Carrari (2) e 
nelle Famiglie celebri del Litta, ritessuta dall' Odorici. 

Che Pier Maria si facesse chiamare Conte di S. Secondo si 
rileva dalhi bella medaglia (nella quale intorno alla sua effigie 
si legge Petrus Maria Piubcas S. Secundt Comes) e s' afferma 
dal Carrari, nello stesso cinquecento, con le parole: « Da alcuni 
era chiamato Pietro Maria San Secondo et così anco scritto d'alcuni 
historici et massime da Filippo Bergamasco nel suo supplimento 
delle croniche; per lo castello di San Secondo, ond'egli si scrivea 
Conte, senza porvi né il nome, né il cognome proprio. » (3) 

E se della persona si hanno tante e così importanti notizie, 
altre ancora se ne hanno e ben autorevoli del ritratto dipinto dal 
Parmigianino ! Lo ricordano lo stesso Federico Kossi, e lo storico 
Vincenzo Carrari che, quando morì Pier Maria, contava già otto 
anni. Il primo scrive: « Eius verissima effigies perpolite a Fran- 
cisco Mazolio eximio piciore delineata Sansecundi inspicitnr » ; 
e r altro, seguendolo, conferma: « Il suo ritratto del naturale 
si vede in San. Secondo dipinto politissimamente da Francesco 
Mazzoli, detto il Parmigianino, pittore egregio. » Alle quali 
memorie scritte, è poi da aggiungere la prova artistica o grafica 
che risolve la questione nel piti completo dei modi, essendo la 
effigie prodotta nel quadro del Prado infallantemente la stessa 
che rileva sulla elegante medaglia, da noi registrata, di Pier 
Maria, medaglia che taluni, non senza qualche ragione, hanno 
ritenuta disegnata dal medesimo Parmigianino. (4) 



(1) Pezzana, Storia di. Farina^ appendice al Tom. IV, pag. 51-53. 

(2) (Ravenna, 1.583). 

(3) Op. cit., 216. 

(4) Da un lato è il busto di Pier Maria, vestito di corazza con grossa 
collana al collo e le parole già riferite; dall' altro lo stesso Pier Maria, in 
arme, che insegue la Fortuna, figura leggiera e graziosa, di tratti veramente 
mazzolesclii, con intorno il motto: Aut te capiam, aut jnorj'nr. È riprodotta 
dal Litta. L'Armano {Les medailleurs italiens-'Pa.rigì, 1883, Voi. IT, pag. 19) 
ritenne che l'immagine fosse di Pier Maria il Magnifico, morto sin dal 1438, 
ma poi (avvertito da G. Milanesi) corresse l'errore (Voi. IH, 1.59). 



22 DI ALCUNI QUAI>EI DEL PaRMIGIANINO 

Messi così sulla buona via, è ovvio riconoscere nel ritratto 
della dama, Camilla di Giovanni Gonzaga moglie del Bossi, della 
quale lo stesso Federico, suo figlio, tesse 1' elogio. 

Nemmeno è molto difficile stabilire quali dei loro figli 
siano i tre giovinetti che si veggono presso la madre, non si a- 
vendo tutte le date di nascita dei parecchi che ebbero e che si 
ricordano coi nomi di Giovanni, Ercole, Sigismondo. Troilo, Fede- 
rico e Ippolito. 

I ritratti sono stati dipinti dal Parmigianino indubbiamente 
dopo il suo ritorno da Koraa e da Bologna, avvenuto nel 1531, e 
prima forse del 1535, ossia, molto probabilmente a San Secondo 
fra il '32 e il '34, tempo in cui rimase lontano di Parma, per le 
liti sòrte fra lui e la Compagnia della chiesa della Steccata. Fu 
infatti allora che lavorò anche per Galeazzo Sanvitale, facendone 
il magnifico ritratto e frescando una camera nel castello di Fon- 
tanellato. 

Ebbene, quali dei tre figli di Pier Maria erano allora già 
grandicelli? Con certezza si può riconoscer nel maggiore, ossia in 
quello dipinto alla sinistra della madre, Troilo perchè fu il pri- 
mogenito. Un altro d'essi è certamente Ippolito, che fu poi cardinale. 
Egli nacque nel 1522 (1); quindi al tempo in cui il Parmigianino 
dipinse i ritratti contava circa dieci anni, età che conviene benis- 
simo al putto a destra di Camilla. Ma pel terzo siamo costretti 
a procedere per induzioni. Si può infatti escludere Federico perchè 
nacque nel 1534. Di Giovanni e d'Ercole non si hanno che i 
nomi e quindi sono da credere morti appena nati o poco dopo. 
Kesta perciò probabile che il terzo, che si vede ritto d'innanzi 
alla madre e le alza le mani alla cintura, sia Sigismondo che 
già del 1555 militava pei Medici nella guerra contro Siena. 

II padre Ireneo Affò credette che il ritratto di Pier Maria, 
ricordato dal Carrari, fosse il medesimo che ancora a' suoi tempi 
si vedeva nel castello di S. Secondo, (2) e Lorenzo Molossi nel 
suo Vocahoìario topografico dei ihicati di Parma. Piacenza e 

(1) I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani. Tom. IV, 
(Parma, 1793) p, 184-187. 

(2) Vita del Parmigianino, Si. 



GIÀ ESISTENTI IN PAEMA 23 

Guastalla si attenne a lui raccogliendo questa curiosa notizia : 
« Quel ritratto.... fu da Gian Girolamo Kossi donato a Moreau 
de S. Méry il quale vi tenne sopra il pensiero un po' di tempo, 
e non curate le prime denegazioni, facilmente l'ottenne per opera 
de' suoi piacentieri, i quali per avventura dissimularono appresso 
il conte, dimorante sul veneziano, il pregio di quell'opera. » (1) 
Il fatto dovette certo accadere fra il 1802 e il 1805, nei quali 
anni Moreau de Saint-Méry fu amministratore generale degli Stati 
di Parma per la Repubblica Francese; non è però facile vedere 
chiaramente come passassero le cose, essendo le parole del Molossi, 
alcun poco incerte. Potrebbero ad esempio far dubitare che si 
trattasse di una copia. 

Tutta quest' ultima storia però, qualunque sia la fede che 
le si presti, non altera per nulla quanto si è affermato sui ritratti. 
Se anche qualcuno preferisse credere che il ritratto (oggi intro- 
vabile), che si vedeva ancora ai primi di questo secolo a San 
Secondo, fosse appunto quello ricordato da Federico Rossi e dal 
Carrari, e non già una copia, come pensiamo noi, dovrà tosto 
convenire i-he il Parmigianino anzicdiè uno, fece due ritratti di 
Pier Maria. Ma nessun isterico, né antico, ne moderno, fa fede 
di ciò e, mentre sappiamo che alcuni del quadro ceduto al Saint- 
Méry non volevano riconoscere il pregio, resta invece indiscussa 
r autenticità dei ritratti che si trovano a Madrid, sia rispetto 
all' autore che alle persone effigiate. La vecchia Belacion delle 
pitture dell'Alcazar di Madrid fatta nel 1(38(') e il confronto con 
r antica medaglia, non consentono veruu dubbio. 

Corrado Ricci. 



(1) Op. cit. (Parma, 1832-34) pag. 498. Forse i ritratti descritti passa- 
rono a Madrid nel sec. XVIT. Il Campori infatti pubblica un catalogo di 
quadri vendibili, mandato al Duca di Modena {Raccolta cit. 453-54), fra 
i quali si trovano appunto : « Ritratto (V imo de' conti di S. Secondo, del 
Parmigiano e Ritratto della Contessa di S. Secondo con tre suoi figliuoli 
dal naturale, di mano d'Antonio da Correggio. » Quest'ultima attribuzione 
non può sorprendere, data la grande abbondanza dei lavori di scuola parmi- 
giana della prima metà del cinquecento assegnati al Correggio, comprese 
diverse opere del Mazzola. Si sa lienissimo che ai signori tutti regalano 
volentieri ! 



24 DI ALCUNI QUADRI DEL PARMIGIANIXO 



DOCUMENTO 



(DaW Archivio Notarile di Parma) 
23 dicembre 1534 



Millesimo quingeiitesimo trigesimo quarto Indictione septima 
die vigesimo tertio mensis decembris. 

Magnifica et generosa Domina Heleua Baiarda filia Magnifici 
et generosi eqiiitis Domini Andree et uxor quondam Magnifici et 
generosi equitis Domini francisci de tayaferis, civis et abitatrix 
civitatis parme in viciuia sancti Stefani sponte et per se et tenore 
presentis publici Instrumeuti promisit, et convenit, 

Egregio viro ser franeisco de Mazolis filio domini filipi viri- 
nie Sancte Cecilie presenti, eodem Ser franeisco bine ad festum 
pentecostes Domini nostri Jesu Cbristi prossime futurum adaptari 
facere capellam ipsius magnifico domine Heleue sitam in ecclesia 
fratrum Servorum civitatis parme, in qua intendit reponere anco- 
nam fiendam per ipsum dominum franciscum mazolum per modum 
quod Ancona predicta habeat suum lumen et eis modo et for- 
ma proiit continetur in designo facto de dieta capella per ser 
Dalmianum de pietà, non intelligendo in dicto tempore ornamenta 
fionda in antipectu ipsius capello. 

Et versa vice predictus Ser franciscus de mazolis sponte et per 
se ac tenore presentis publici instrumenti promisit, et convenit, ipsi 
magnifico domine Helene presenti, cum eadem magnifica domina 
Helena ad festum predictum pentecostes Domini nostri Jesu Cbri- 
sti proxime futurum dare fulcitam Anchonara alias per ipsum Ser 
franciscum promissam ipsi magnifico domine Helene causa repo- 
nende in ipsa capella et ea sorte promissa ipsi magnifica domine 
Helene per ipsum Ser franciscum. Et ipso Ser franeisco, non 



GIÀ ESISTENT[ IN l'ARMA 25 

adiraplente promissa in dicto tempore, obligatiis sit versus ipsam 
raagnificam dominara Helenam ad omnia eius damna expensas et 
interesse, et etiam obbligatila sit ipso iure et facto restituere ipsi 
magnifice domine Helene scutos triginta tres auri a sole et in 
auro boni auri et justi pouderis per eum habitos a predicta ma- 
gnifica Domina Helena ad computum mercedis sue prò dieta 
ancona ut supra fienda per cum, et il)idem ipse ser franciscus in 
presentia predicte magnifice Domine Helene acceptantis dixit ita 
esse verum. 

Constituens etc. et promisit ipse Ser Franciscus non petere 
libellum etc. renuntiando feriis etc. Et predicta omnia partes ipse 
per se etc. promiserunt et iuraverunt predicta esse vera etc. et 
perpetuo habere firma, rata etc. obligaverunt omnia bona et sup- 
posuerunt, renuntiaverunt etc. 

Et ultra obligationem generalem, in spetie ipse ser franciscus 
per se etc. obligavit et obligat ipsi magnifice Domine Helene 
presenti — unam domum muratam copatam et soleratam cum 
curia positam in civitate parme in vicinia Sancti pauli prò burgo 
assidum confinatam ab, Ser Angeli de marino, ab, Jura mona- 
sterii monialium S. Pauli de panna, ab, via comunis, salvis etc; 
que perpetuo remaneat obligata ipsi magnifice domine Helene prò 
omnibus conventis in presenti instromento et promissis per ipsum 
Ser franciscum. 

Actum in civitate parme in domo habitatioiiis predicte ma- 
gnifice Domine Helene sita in vicinia Sancti Stephani, presentibus 
domino petro de vayero filio domini Jorii vicinie Sancti Stephani,- 
D, Dalmiano de pietà filio Johannis francisci vicinie Sancti Andree 
et magistro Christoforo de Zerbinis filio bernardini vicinie Sancti 
Alexandri, omnibus testibus notis et idoneis etc. Et presente etiam 
petro antonio Cerato prò secundo notano. 

Eofo Andreas Ceratus roffatus fui. 



FABRIZIO MARAMALDO 

GOVERNATORE DI PONTREMOLI 



ì 



Pietro Giordani racconta che la fic^iia di Silvestro Aldobran- 
dini, richiesta dal Maramaldo di ballare con lui, rispose : — né 
io, né altra donna d' Italia, che non sia del tutto svergognata, 
farà mai alcuna cortesia alF assassino di Ferruccio. — « Quel 
« secolo » (ne tira per conseguenza il Giordani) « valeva meglio 
« del nostro; poiché agli operatori di cose inique dava almeno 
« cagione di doversene pentire » (1). 

L" aneddoto ha tutta 1" aria d" una favola. Scipione Ammi- 
rato, che lo trasse dal Priorisfa « d' un giovine nobile del 
Garbo » (2), non lo notò « per adulazione privata » . come vuole 
il Giordani, ma ne scrisse a Cinzio Persone, Cardinal di S. Giorgio, 
che nasceva da Giulia, figlia appunto di Silvestro Aldobrandini 
e sorella di papa Clemente Vili, per « intendere se questa cosa 
« sta così » (3). Del resto, tutti gli altri scrittori del Cinque- 
cento ne tacciono. Quanto poi quel secolo valesse meglio del 

(1) Giordani P. Aneddoto della Corte d' Urbino ; iu Scritti editi e 
postumi; I, 136-137. 

(2) 11 Priorista del Del Garbo si conserva manoscritto nella Marucel- 
liana di Firenze, 

(3) Ammirato S. Lettere; in Opuscoli; II, 479-480. 



28 FABRIZIO MARAMA1,D0 

nostro, lo mostra Y esser quel ballo dato da Francesco Maria I 
Della Eovere, Duca -d' Urbino, che di sua mano, quasi alla pre- 
senza di papa Giulio li, aveva ucciso il cardinale Alidosio (1). 
Pochi forse de' gentiluomini là raccolti, cavandosi i guanti, pote- 
vano mostrare le mani senza macchie di sangue: e se la bella 
Aldobrandini ne fosse stata sdegnosa, certo non avrebbe trovato 
con chi fare una contradanza. E di quel secolo il Giordani asse- 
riva : « oso dire eh' io lo conosco come se vi avessi vivuto » . 
Ne dà la prova ! 

Mariano D'Ava! a pretende che Giovambatista Castaldi abor- 
risse dal IMaramaldo « per l' indegno omicidio del Ferruccio » (2). 
PJra proprio uomo da scrupoli il Castaldi, che colle sue mani 
trucidò il cardinal Martinuzzi ! Dell' uccisione del (Aipitano fioren- 
tino se n' è fatto un gran chiasso in questo secolo; nel Cinque- 
cento non produsse ne caldo, né freddo. Per quanto atroce e co- 
darda, e sulla persona d' un ferito e d' un prigioniero, era in 
chiave cogli umoii, cogli usi, co' costumi di que" tempi e di quegli 
uomini. 

Figlio di Francesco Maramaldo, signore di Lusciauo, che 
pizzicava un tantino di letterato, Fabrizio fu amico di varii uma- 
nisti ; e uno di questi. Giano Arisio, lo chiamò « pater elegan- 
tiarum », dopo avere scannato il Ferruccio. Il Tansillo, in uno 
de' suoi Capitoli, ricorda « il mio signor Fabrizio Marramaldo » : 
Girolamo Borgia, in un epigramma latino, aiferma che in lui si 
era trasfusa l'anima del Fabrizio della vecchia Poma; Donato 
Gallofilo lo chiama « il gran napolitano », e lo dipinge « buono, 
« d' alto ingegno, valoroso, avido di gran nome e degna fama » : 
Niccolò Martelli ne celebra « i gran fatti egregi », e in lui trova 
« tutte quelle generose eccellenze, che si possono contare nel va- 
« lore degli antichi et de i moderni » ; per Luca Contile è * gen- 
« tiluomo et cavaliere valoroso '-; per Marco Antonio de' Falconi 
è « r honoratissimo e mai abbastanza lodato cavaliere, lo Signor 
« Fabritio Marramaldo »; e per il Signor di Brantome, « ce 
« brave Maramaldo » . Scelse a propria impresa il tempio della 

(1) Ugolini F. Storia dei Conti e Duchi d' Urhiìio; II, 186. 

(2) D' Ayala M. Vita di Giamhatista Gastaldi; p. 96 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 29 

Fede, rovinato e caduto a terra, col motto : in me manci et ego 
in ea; « quasi » (come osserva S-ipione Ammirato) « dica: 
« Dou importa nieute che questo tempio stia così mal condotto, 
« come vedete, per ciò che la fede istessa alberga iu me et io 
« iu lei, onde non le fa bisogno d' altri tempi, bastandole questo 
« che io le iio fatto nel cuore » (1). Papi, Imperatori, Principi, 
Cardinali, personaggi d' ogni qualità se lo tennero in palma di 
mano e F ebbero carissimo. Del resto, portava un cognome, « che 
« per quattro secoli avevano reso illustre, baroni, santi, poeti, 
« cardinali, guerrieri valorosi » (2). Già iu su cogli anni, trovò 
una gentildonna che non sentì uè ribrezzo, ne vergogna a mari- 
tarsi con lui. Fu Porzia Cautelmo, vedova di Carlo Caraffa ; la 
quale gli portò iu dote ventimila ducati ; somma che dovette 
fargli un comodo grande, giacché datosi allo scialare, al gioco, 
ai divertimenti s' era quasi mangiato tutto. « Se le piccole cose 
« alle grandi si possono comparare » (dice 1' Ammirato), « par 
« che di lui avvenisse quel che di Lucullo, celebratissimo capi- 
« tano romano, si scrive ; perciocché o stanco delle fiitiche mili- 
« tari, pur di sua electioue, forte si diede agli agi del vivere 
« e al piacere del gusto, come che dalle gotte molto fosse tra- 
« vagliato » (3). Né alle sue nozze mancò il sorriso delle muse, 
avendole cantate Giovanni Filocalo da Troia, lettore d' umanità 
nello Studio di Napoli. Che occhi avrebbe fatto il Giordani, che 
conosceva il secolo XVI « come se vi avesse vivuto » , a leggere 
il Carmen nuptiale in Fahrilii Marraniauri nohilis et strenui 
dacis et Portiae Cantelmiae coniuyis rarissimac niqìtiis, im- 
presso a Napoli il 1533 ! 

Non si creda che io abbia Fabrizio per uno stinco di santo, 
uè che venga a farne la riabilitazione. Dio me ne guardi I Basti 
sapere che iu vecchiaia, a sgravio della coscienza, regalò trecento 
undici ducati allo Spedale degli Incurabili; e ridotto poi in fin 

(1) Ammirato S. (l Rota o vero delle imprese dialogo; in Opuscoli ; 
I, 491. 

(2) De Blashs G. Fabrizio Marramaldo e i suoi antenali; nell' Ar- 
chivio storico per le Provincie Napoliiane; ann. Ili, fase. IV, p. 813. 

(3) Ammirato S. Delle famiglie nobili napoliiane, Firenze, presso 
Giorgio Marescotti, 1580; I, 185. 



30 FABRIZIO MARAMALDO 

di vita, verso il 1555, gli si mise attorno il P. Marinoni teatino 
con altri frati, e lo sanno loro quello che udirono in confessione! 
« De' peccati grossi dovea averne sulF anima, perchè avendo 
« disposto che una notevole somma fosse distribuita in opere di 
« pietà da que' religiosi che V aveano assistito, i Teatini, più 
'< scrupolosi, non vollero la loro parte, per tema di scottarsi le 
« mani » (1). Nel rifiuto v'entrò forse il ricordo del sacco di Roma, 
dove appunto i Teatini piìi degli altri erano stati scherniti, ba- 
stonati, torturati. E in quel sacco ebbe la sua parte anche il 
nostro Fabrizio. E dove non l' ebbe in quante diavolerie furon 
fatte ai suoi tempi? A Roma, peraltro, passò il segno. Nel pa- 
lazzo del Cardinale Andrea Della Valle, per essere in voce d'im- 
perialista, avevano cercato rifugia in gran numero uomini e donne, 
portandovi le robe più preziose. Il Maramaldo vi eorse in persona, 
e voleva centomila ducati di taglia ; n' ebbe trentacinque mila 
in due giorni, e fu assai che se ne contentasse. Tra gli oggetti 
di valuta che papa Clemente bisognò cavasse dal tesoro di S. 
Pietro per liberarsi da queir orda di assassini e di ladri, al Ma- 
ramaldo toccò una mitra, e l'ebbe « per cautela delle sue genti », 
quasi tutte native di Cosenza o della Basilicata, « crudeli, av- 
« vezze ai latrocinii, scellerate e indegne del nome di milizia ». 
È il panegirico che ne fa un cronista del tempo (2); e non si 
stenta a credergli. È un panegirico che quadra per tutte le mi- 
lizie di ventura d' allora. Infatti il Guicciardini si lagna che « i 
« soldati italiani, seguitando l'esempio degli spagnuoli », non 
cedano « in parte alcuna alle loro enormità » ; e un altro con- 
temporaneo chiama le famose Bande Nere « gentem rudem, 
« bellisque assuetam, sed feram, agrestem barbaramque » (3). 

Scipione Ammirato, che conobbe Fabrizio « già vecchio » , 
lo dice « beli' huomo del corpo, ma di corta vista, onde usava, 
« come molto in Napoli si costuma, di portar del continuo gli 
« occhiali » (4). Ferrante Della Marra lo dipinge « stizzoso, 

(1) De Blasiis G. Fabrizio Maramaldo e i suoi antenati; iiell' ^r- 
chivio storico per le Provincie Napoletane ; ami. Ili, fase. IV, pp. 810-811. 

(2) Santoro L. Dei successi del Sacco di Roma^ e guerra del Regno 
di Napoli sotto Lotrech^ Napoli, 1858 ; p. 117. 

(3) Merulae G. Suae aelalis rerum gestarum libri quatuor; 1, 96. 

(4) Ammirato S. Delle famiglie nobili napolitane ; I, 185. 



GOVERNATORE DI PONTEMOLI 31 

« pronto all' ira et all' andar in collera » . Carlo V, accortosi 
die per un niente s' imbizziva, prese gusto a farlo montar sulle 
furie. Un giorno, per spassarsi, lo cominciò a contradire in una 
cosa delle più giuste; e Fabrizio, non reggendo alle mosse, gli 
gridò in napolitano: « havesse una meuza Vostra Maestà »; 
venga un mal di milza a Vostra Maestà (l). 

Le prime sue armi furon contro Giovanni de' Medici, essen- 
dosi ascritto sotto le bandiere di Ferrante Francesco d' Avalos, 
Marchese di Pescara: il quale, per testimonianza della gentile 
sua moglie Vittoria Colonna, « fece infinite volte esperienza della 
« virtù, sincerità e fede » di lui (2). Non godette, peraltro, le 
grazie di Prospero Colonna, che già vecchio d' ottant' anni, al 
dire del Filonico, faceva sempre « notomia di gran donne e belle 
« in Milano, le quali, riscaldate dai baci francesi, non era uopo 
« lungo travaglio per conquistarle » ; e spasimava per la Chiara 
Visconti, « famosa per la forma egregia del corpo », a giudizio 
del Guicciardini (3) ; ne restava insensibile ai vezzi di Giulia e 
Bianca Del Maino, che il Filonico dice « giovani e belle oltre- 
« modo ». Intorno a una di queste sembra che ronzasse Fa- 
brizio; anzi, tutto fa credere che fosse la Chiara. Francesco II 
Sforza, lieto della riconquistata corona, gareggiò con Prospero 
per rendere sfarzoso il carnevale del 1523. Nove tra le gentil- 
donne più belle furon dichiarate regine, e ciascuna per otto giorni 
come tale riguardata e servita. Toccò in sorte ad esser prima, 
come regina, appunto alla Chiara, e scelse, tra gli altri, « per 
« guardia et servicio di sua persona il S. Fabricio Maramaldo ». 
Anche la seconda regina, che fu Ginevra Pallavicino, tra' suoi 
cavalieri volle « el S. Fabritio »; e tutti si vestirono « a una 
« livrea di tella d' oro e veluto morello, molto galantemente : 
« com le sue zamare a quelli colori, di raso li ziponi; li cavalli 
« erano guarniti delli medemi colori, et quasi tuti corsieri ; li 
« cavalieri portavano le loro colane al collo con uno triangollo 

(4) Della. Marra. F. Discorso delle famiglie estinte forestiere o non 
comprese nei Seggi di Napoli imparentate colla casa Della Marra, Napoli, 
1541 ; p. 232. 

(5) Colonna V. Rime e lettere, Firenze, Barbèra, 1860 ; pp. 389-391. 

(6) Guicciardini F. Istoria d'Italia [edizione del Eosini] ; VII, 169. 



32 FABRIZIO MARAMALDO 

« atachato, dove hera uno gieaevro ; le berete bianche con li 
« loro penagii in testa morello et bianco ». È la descrizione che 
Ferrante de Saugiio ne fa a Federico II Gonzaga, Marchese di 
Mantova; soggiunge: « credo che la non gie sia costo mancho 
« de schudi trecento per cadaunno » (1). Di lì a poco, a un 
convito, presente Prospero, la Chiara « venne a nominare Fa- 
« brizio, mostrando di tenerlo in maggiore opinione di sangue 
« di quello che era ». Gio. Tommaso Caraffa, famosissimo spa- 
daccino, per gratificarsi il Colonna, « il quale stava geloso di 
« Fabrizio, disse molte parole in detrazione di questi, per disin- 
« gannare la donna dell' onorata opinione che n' aveva > (2). 
Ne nacque un duello, e il Maramaldo « dette una ferita al Conte 
« nella panza » e lo stese morto (3). 

Riparatosi a Mantova, sotto la protezione del Gonzaga e di 
quel fiore d' ogni gentilezza eh' era la Marchesa Isabella, consorte 
sua, col mezzo loro fu ribenedetto da Carlo V e riebbe i beni 
confiscati e potè rimpatriare. Un conto tremendo doveva rendere 
alla giustizia di Napoli: aveva ucciso la prima moglie, « sfor- 
« zato dal houor suo » (4). 

Il Ferruccio, nel 1528, semplice pagatore delle Bande nere, 
al soldo de' Francesi, cadde nelle mani di Fabrizio, e per riscat- 
tarsi dovette pagargli trecento cinquanta ducati. Si trovarono a 
fronte all' assedio di Volterra il 1530, e il Maramaldo, per dirla 
col Sassetti, « indotto dal concetto smisurato che hanno i napo- 
« tetani di se stessi, e dallo avere conosciuto il Ferruccio nel 
« campo di Lutrech sotto Napoli, dove e' fu prigione, soldato di 
« nessuno nome e sauza carico » (5), per un trombetto gli mandò 
a intimare la resa. Il trombetto venne fatto impiccare dal Fer- 
ruccio; « atto veramente » (come osserva il Varchi) « che non 
« si usò mai tra' soldati, e che allora fu reputato superbo e cru- 
« dele » (G). Non passava giorno che dalle mura le genti fioren- 

(1) Luzio A. Fabrizio Maramaldo, nuovi documenti; pp. 47-49. 

(2) Aldimaiu B. Historia genealogica della famiglia Carafa; II, 175. 

(3) Luzio A. Op. cit.. pp. 56-57. 

(4) Luzio A. Op. cit., pp. 14-18. 

(5) Sassktti F. Vita di Francesco Ferrucci; ndW Archivio storico ita- 
liano^ toni. IV, part. II, p. 508. 

(6) Varchi B. Storia Fiorentina^ Firenze, Le Mounier, 1858 ; II, 307. 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 33 

tine non schernissero il Maramaldo, gridandogli miau mimi. Vi 
coflficcarono perfino un gatto per la schiena, onde miagolando 
ripetesse 1' urlo beffardo. Tornarono i due emuli a ritrovarsi di 
fronte per la terza volta sui colli di Gavinana, e seguì quello 
che la storia racconta. 



II. 



Il fatto, fino a qui asserito, creduto e ripetuto, che Fabrizio 
uccidesse di propria mano il Ferruccio, è stato non solamente 
messo in dubbio, ma recisamente negato da Edoardo Alvisi, il 
quale sostiene che V uccisore del Commissario fiorentino sia in- 
vece uno straniero, il capitano Garaus. Ecco le parole dell' Al- 
visi: « Quando il Ferruccio fu presentato con gli altri a Fa- 

« brizio in quel triste momento, si trovavano là, nella 

« piazza, alcuni dei geutiluomini del Principe d' Grange, che ivi 
« erano trattenuti per trasportarne la salma. Era il Principe così 
« amato per la sua liberalità, che, lui perduto, tutto quei gen- 
« tiluomini avevano perduto : era il loro signore, era il loro amico. 
« E il più desolato di tutti era il capitan Garaus, suo con- 
« giunto (1). Kitoruando in Borgogna, che avrebbe egli detto 
« alla madre che gli aveva affidato l' unico figlio,- perchè lo 
« avesse difeso nei pericoli della guerra? Vinto dal dolore, alla 
« vista del Ferruccio, che gli stava davanti — abbandonato da 
« tutti — gli si fece incontro e lo ferì con la spada alla gola: 
« non era ancor stramazzato a terra, che gli altri gli furon sopra 
« a finire d' ucciderlo. Volevano così vendicare la moi'te del loro 
« Principe. Oggi, che tutti conoscono la leggenda di Gavinana, 
« come è narrata dal Giovio, parrà nuovo questo racconto, ma 
« non è. Uno dei Commissari del campo in una memoria molto 
« importante, che scrisse per il Varchi, attesta espressamente, 

(l) Lo Sperino, che è la fonte a cui attinge T Alvisi, lo chiama « con- 
tinuo del Principe »; e « continuo •> non significa già « congiunto », ma 
addetto, familiare, ec. 

Arch. Stor. Parm. , IV. 3 



34 FABRIZIO MARAMALDO 

« contro tutte le altre versioni che poi fiiron diffuse, che, fatto 
« prigione il Ferruccio, il primo die gli dette fu un gentihiowo 
« spagnuolo detto Garnns continuo del Principe. E ne è la 
« conferma nei Commentari civili di Filippo de' Nerli, nei quali 
« si legge che gli nomini del Principe, o pel dispiacere della 
« morte del loro signore, o per qualsivoglia altra cagione che 
« gli movesse, privarono della vita anche il Ferruccio » (1). 

L'Alvisi poi, tra' documenti, che fanno ricco e interessante 
corredo al suo libro, riporta anche la « relazione di Angelo Spe- 
rino sulla guerra di Firenze », che è appunto la « memoria molto 
« importante » di « uno dei Commissari del campo » (2). Ne 
trascrivo il brano che riguarda 1' uccisione, giacche nel riprodurlo 
nel testo è stato dall' Al visi smozzicato e alterato. « Et fu am- 
« mazzato secondo la publica fama, » (così lo Sperino) « o da 
« Fabritio Marramaldo, colonello napolitano, ma il vero è che 
« egli non fu '1 primo che gli dette, ma un gentil huomo spa- 
« gnuolo detto Garaus, continuo del Principe ». Lo Sperino non 
esclude dunque, come cerca di far credere 1' Alvisi, che Fabrizio 
avesse mano nell' uccisione; anzi con le parole: « non fu '1 primo 
« che gli dette », viene ad atTermare che vi avesse parte. È, 
per conseguenza, una testimonianza ben lontana dal provare l'in- 
nocenza del Maramaldo. E il venire poi dal Nerli attribuita la 
colpa dell' uccisione ai soldati del Principe d' Grange, non toglie 
che anche Fabrizio vi partecipasse. E che poi sia principalmente 
opera sua, lo asseriscono buon numero di testimoni, poco dopo la 
battaglia, che, come è noto, seguì il 3 d' agosto. 

Martino Agrippa, che si trovava nel campo imperiale sopr^ 
Firenze, in una sua lettera al Vicelegato di Bologna, di cui era 
segretario, dettata « alli 4 di agosto a bore XI », dice essere 
« il Ferruzio morto per mano del S.*"" Fabritio » (3). Lo stesso 
giorno « circa bore 14 » gli Anziani di Lucca, scrivevano ad 



(1) Alvisi E. La battaglia di Gavinana^ Bologna, Zanichelli, 1881 ; 
pp. 166-167. 

(2) Alvisi E. Op. cit, pp. 404-414. 

(3) E riportata da Marin Sanutq ne' suoi Diari. Cfr. Alvisi E. Op. 
cit., p. 349. 



GOVERNATORE DI HONTREMOLI 35 

Antonio de Leyva avere « hauto per certa nuova (1) che il 
« Ferruccio siando rimasto prigione di due capitani del sig. Fa- 
« britio, epso signore lo ha amazzato, perchè così haveva iurato, 
« se li capitava alle mani » (2). De' casi seguiti a Gavinana 
così ne era informato Alfonso I d' Este, Duca di Ferrara, dal suo 
oratore Paolo Antonio Torelli in un dispaccio di quel medesimo 
giorno: « 11 S. Principe » [Filiberto di Chalon Princijie d"Orange] 
« combattendo fu morto da una archibusata. che per una spalla 
« li passò nel petto; da poi la cui morte combatterono li nostri 
« tanto valorosamente, che ruppeno et fracassorno tutti li inimici, 
« delli quali il Commissario generale, chiamato Cicco Ferruzzi, 
« essendo prigione di alcuni fanti italiani et spagnuoli et sopra 
« di questo combattendo, Fabritio Maramao. per levar.; la lite, lo 
« amazò » (3). Don Ferrante Gonzaga, che era luogotenente 
neir esercito cesareo sotto Firenze, il 5 ne dà il ragguaglio al 
suo fratello. Federico, ma si limita a dire: « el commissario 
Ferruzo fu morto ». Gli acclude però una lettera « intertenuta » 
e scritta « da Lucha dì 4 agosto », in cui si legge: « Fabrizio 
« di sua mano schannò il Feruzio, che avevano a saldare insieme 
« qualche conto vechio » (4). Più minutamente Federico veniva 
poi ragguagliato del fatto dal suo ambasciatore a Roma, che dopo 
avere avuto udienza dal Papa, gli diceva in un dispaccio del 6 : 
« li fanti italiani si sono portati molto bene, secondo che riferisce 
« chi è venuto di là. qual dice esserli stato presente, et tra li 
« altri particolari narra che Fabritio Maramaldo amazzò di sua 
« mano Ferruccio, essendo già fatto prigione, et questo per certa 
« inimicitia che avevano antichamente inseme » (5). Il 9 d' a- 
gosto. Paolo Giovio, che si trovava anche lui a Roma, descrive 



( I ) La « nuova > l' ebbero col mezzo d' una lettera, che scrisse da 
Pescia Giovaani Bandini ; e che fu letta « in colloquio plurium civiuin ». 

(2) Alvisi e. Op. cit , p. 346. 

(3) Alvisi E. Op. cit., p. ITI. 

(4) È trascritta dal Sanut>) ne' suoi Diari, .\nche Bautoi.ommeo Gual. 
TERDTTi la riporta nel giornale della sua ambasceria a Venezia, dicendola 
• scritta da Lucha agli 4 d' ag." hauta da Matteo Strozzi «. Cfr. Alvisi E. 
Op. cit., 349-352 e 362. 

(5) Luzio A. Op. cit., p. 34. 



36 FABRIZIO MARAMALDO 

la rotta de' Fiorentini, « hauta per inforraatione da li qiiatro 
« capitani quali sono venuti a dire il successo a N. Signore ». 
La lettera è indirizzata a Marco Contarini e vi sta scritto : « con- 
« dussero al Sig. Fabritio lo Ferruccio, armato con una celata 
« dorata in testa, et volendo fare de la sorte de la fortuna, et 
« faciendosi taglia sei millia scudi, el Sig. Fabrizio gli caziò la 
« spada nela golia et disse : amazate lo poltrone per 1' anima 
« del tamburino qual impiccò a Volterra » (1). Che il Ferruccio 
per campare la vita si ponesse una taglia di sei mila ducati, lo 
asseriva a Venezia il .3 di settembre di queir anno Giambatista 
Gondi, già Commissario a Volterra (2). È ripetuto, ma come 
voce però controversa, in un poemetto popolare di quel tempo, 
che ha per titolo: La Boff'i di Fentccio coiiijwsta per Calìo- 
pliiìo Cittadino Luchese: fatta fra Saìi 3Tarceììo et Cavignana 
a dì 24 di Liir/ìio 1530 et stanqmla in Bologna per mastro 
Iiistiniano da Biihiera adi 6 Maggio del Anno 1531. Narra 
il Callofilo (che è il poeta lucchese Donato Ori) come il « Fer- 
« ruccio, che di morte havea timore », dicesse al Mezzanotte, 
lancia spezzata di Fabrizio, a cui si era dato prigione : 

c< .... fratel, de ponimi ogni gran taglia... 

« se conservar mi puoi, 

« Diece raillia ducati saran tuoi. 

« A questo non rispose il capitano 

« Poi che avanti a Fabritio fu menato, 

« Offerse la gran taglia a questo anchora ; 

« A cui rispuose : o rustico pelato, 

e Traditor, eh' è venuto il tempo e 1' hora ; 

« Non è quel, che non stima altri, stimato. 

« Del tamburiu mi pagherò ben hora. 

« E così, senza dirgli altra parola, 

« Li trasse della spada entro la gola. 
« Hor mi è tal cosa in duo modi rapporta, 

« L' un dice : non parlò niente di taglia. 

« Se questo fosse, o no, poche e' importa *. 

(1) AVVISI E. Op. cit., p. 358. 

(2) Dalla bocca del Gondi ne raccolse il racconto il Gualterotti e nel 
giornale della sua ambasciata riferisce dicesse : « che la uimicitia tra il Fer- 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 37 

Tace affatto della taglia, ma afferma che il Ferruccio fu scau- 
iiato dal Maramaldo, un altro poeta popolare d' allora, Manibrino 
Ivoseo da Fabriano, flie, venuto a Firenze con Malatesta Baglioni, 
combattè nel memorabile assedio ; e, a sua stessa confessione, 

« Di giorno in giorno, e mentre più la guerra 
n Crescea maggior, e Marte era turbato, 
• Sopra i ginocchi nell' obsessa terra » 

con « rozzo stil » lo prese a cantare (1). Del truce fatto del 
Maramaldo così scrive: 

« in man fu dato 

« Al Fabritio el Ferrucci: e per qual scelo 

« Fusse io non so della vita privato ; 

« So ben che, per sua man, qual freddo gelo 

« Devenne, de zagaglia al cor passato. 

« Se odio sdegno non so che a ciò l' indusse, 

« acciò che 'I Prence vendicato fusse >. 

Donato Giannotti, che fu a Firenze segretario della Repub- 
blica durante 1' assedio, e che per conseguenza, dovendo leggere 

« ruccio e Fabbritio fu che Fabbritio non havendo potuto pigliar Volterra 
« s' era bestemmiando doluto che un cittadino fiorentino avesse ardire, ecc 
« onde il Ferruccio gli mandò a dire che in su la guerra havea maggior 
« condition di lui, e gli proverebbe era più huomo da bene di lui »;e « che 
« il Ferruccio non s' arrese, che chiese la vita e posesi B. i» A di taglia, e 
« fattolo spogliare gli corse a dosso dicendogli: ai poltrone che volevi com- 
« batter meco ;». Cfr. Alvisi E. Op. cit., p. 363. 

(1) Il poema ha per titolo: Lo assedo et impresa di Firenze composto 
per Mambrino Roseo da Fabriano. E dedicato a Malatesta Baglioni, e fu 
impresso In Peroscia, per Girolamo cartolai, alli III di decemhre MDXXX. 
Venne ristampato l'anno dopo, con questo frontespizio: Lo assedio et im- 
presa di Firenze, con tutte le cose successe: incominciado (sic) dal lauda- 
bile accordo del summo Pontefice et la Cesarea Maestà, et tutti li ordini 
et battaglie seguite, da Mambuing Roseo de Fabriano. In Venezia, per 
Aless. Dindoni et Maph. Pasini, M. D. XXXì del mese di Marzo; in-8.° a 
due colonne, di e. 48. Cfr. Catalogne de la Dibliothèque de M. L [ibrij, 
Paris, imp. Maulde et Renou, 1847; p. 208. Rivide la luce ai giorni nostri. 
Cfr. L'assedio di Firenze di Mambrino Roseo da Fabriano, poema in 
ottava rima, dichiaralo con note critiche, sloriche e biografiche da Ant. 
DoM. PiERitUGUES, Firenze, Giuseppe Pellas editore. 189.5 ; in-S". 



38 FABRIZIO MARAMALDO 

tutte le relazioni che veniva qo dal campo, e trattar co" diversi 
capitani, era in grado d'esser di tutto informato, due volte scrisse 
del Ferruccio ; ne' quattro libri Deììa liepuhhlica Fiorentina, 
composti ne' primi anni dell' esilio, e nella lettera al Varchi, det- 
tata certo tra il giugno del '47 e il gennaio del '49. La prima 
volta si limitò a dire: « Il Ferruccio fu fatto prigione, e poco 
« appresso da Fabrizio Maramaldo, con grandissima crudeltà 
« ammazzato »: la seconda volta entrò in più minuti particolari. 
Ecco le sue parole: « Il Ferruccio rimase prigione di Fabrizio 
« Maramaldo : il quale, poi che 1* ebbe fatto disarmare, gli dette 
« una pugnalata nel viso, e poi comandò a' suoi che 1' ammaz- 
« zasseno » (1). 

Alcuni de' contemporanei, ma peraltro ben pochi, parlano 
della morte de! Ferrucci senza nominare F uccisore. È tra questi 
il Maramaldo stesso, che il dì 5 d' agosto scrive agli Anziani di 
Lucca : « Credo che le S. V. haranno saputo la nostra Victoria 
« contra il sig. Giovampaulo et Ferruccio : il quale Ferruccio è 
« morto ». Questo silenzio 1' Alvisi lo interpreta a favore della 
sua tesi ; ma niente prova. Mentre invece le testimonianze ad- 
dotte, e pili altre che si potrebbero addurre (2), tutte si accor- 
dano neir affermare che Fabrizio è l'autore della morte del Fer- 
rucci (3). 11 disaccordo (cosa, del resto, naturalissima) è soltanto 
ne' particolari, e soprattutto nello spiegale le ragioni che hanno 
spinto il Maramaldo all' atto crudele. 

Goro da Montebenichi, che combattè a fianco del Commis- 

(1) GiANNOTTi D. Opere 'politiche e letterarie, Fkenze, Le Monnier, 
1850; I, 55 e 262. 

(2) Pjerrugues a. D. Appendice di documenti e notizie intorno a 
Francesco Ferrucci e alla guerra di Firenze [i 529-1530] raccolti e an- 
noiati; in Franceeco Ferrucci e la guerra di Firenze del i529-i530^ 
raccolta di scritti e documenti rari, pubblicati per cura del Comitato per 
le onoranze a Francesco Ferrucci, Firenze, Stabilimento di Giuseppe Pellas, 
1889 ; pp. 287-482. 

(3) Tra le carte di Benedetto Varchi, che si couservano nella Biblio- 
teca nazionale di Firenze, si trovano varie relazioni sulla rotta di Gavinana, 
che a bella posta fece scrivere da parecchi de' contemporanei e se ne servì 
poi per compilare la sua Storia Fiorentina ; e si trovano concordi nell' af- 
ferm?.re che il Ferrucci venne ucciso da Fabrizio. 



GOVERNATORE DI PONTKEMOLI 39 

sario fiorentino in quella infelice giornata, accenna ad un « bando 
« che fece Fabbrizio a chi dava Ferruccio vivo, o morto » . Un 
altro contemporaneo, Migliore Cresci, racconta che il Maramaldo 
« mandò a dire al sig. Giampaolo che non havesse speranza 
« nella vittoria per essere contro di loro più d' ottomila per- 
« sone, senza quattromila lanzi, che non potevano star molto ad 
« arrivare ; che lo consigliava ad arrendersi, perchè arrivando 
« quelli et intendendo la morte del Principe gì' ammazzerebbon 
« tutti ; et che per Taliani gne n' incresceva » (1). Coli' Orsini 
usava Fabrizio le cortesie proprie degli uomini dello stesso me- 
stiere ; non già col Ferruccio. 11 gentiluomo napoletano, vissuto 
in mezzo alle armi e ai combattimenti, teneva a vile quel fio- 
rentino, a un tratto divenuto soldato; non poteva né sapeva 
adattarsi a riguardarlo come un commilitone. A' suoi occhi altro 
non era che un ignoto mercante, che osava misurarsi contro di 
lui, vecchio e provato guerriero. 

Afferma il Guicciardini (a cui non mancò certo il modo di 
essere bene informato ) che il Maramaldo finisse il Ferruccio 
« per lo sdegno, secondo disse, concepito da lui quando nell' op- 
« pugnazione di Volterra fece appiccare un suo trombetto » (2); 
nota il Sassetti che « le facezie che mordono lasciano cruda me- 
« moria di loro » (3). In quello « sdegno » e in quella « me- 
moria » sta la ragione del fatto. Se invece del Ferrucci, ultimo 
e valoroso difensore della libertà fiorentina, fosse stato un cardi- 
nale, come 1" Alidosi, o il Martiuuzzi, chi si piglierebbe adesso 
la briga di ricordarlo ? 

Del resto, se Fabrizio non fu uno stinco di santo, nemmeno 
il Ferruccio va tenuto un fiore di virtù. E il Sasselli che lo 
reputa « il maggior uomo che nella guerra avesse la Kepub- 
« blica » , confessa che « il furore della collera » gli dette 
« nome di crudele » ; e che « erali di poca riputazione il tenere 
« appresso di se in gran conto giovani sbarbati; a uno de' quali, 

(1) Alvisi e. Op. cit-, pp. 403 e 418. 

(2) Guicciardini F. Storia d' Italia alla miglior lezione ridotta dal 
prof. G. EosiNJ ; X, 12. 

(3) Bassetti F. Vita di Francesco Ferrucci; neW Archivio storico ita- 
liano; tom. IV, part. IT. 509. 



40 FABRIZIO MARAMALDO 

« nominato il ..... da Cascina, d'aspetto giocondo, teneva in 
« mano i suoi danari » . Attesta Goro di Montebenichi che « de- 
« siderava fare a mala guerra, rispetto che voleva procedere 
« contra quegli del dominio, et impit'cavagli » . E quanto cru- 
delmente tacesse « a mala guerra >', lo ebbero a sperimentare i 
poveri Volterrani (1). 

Amico d" Arzoli, che era al soldo de' Fiorentini, e che a 
Gavinana « aveva, con senno senile e forze giovanili, fatto prove 
« maravigliose » , cadde anch' esso in potere de' nemici, e per 
seicento ducati « fu comprato dal sig. Marzio Colonna da coloro 
« che lo tenevano prigione e ammazzato di sua mano » ; atto, 
scrive il Varchi, « per mio giudicio, tale, che i romani antichi 
« non ne fecero alcun mai in tutte le guerre loro ne sì bello, 
« ne sì lodevole, che questo non fosse piti brutto e piìi biasi- 
« mevole ». Il Maramaldo a propria scusa, andava dicendo d'a- 
vere ucciso il Ferruccio per vendicare la morte di Filiberto d'O- 
range ; Marzio, alla sua volta, perchè 1' Arzoli aveva morto in 
battaglia Scipione Colonna, suo cugino. Ma il Varchi, che rite- 
neva « più verisimile che vera », e « trovata piuttosto da altri 
« che da lui », la scusa di Fabrizio; di quella di Marzio ebbe 
a dire, che non lo scagiona, « ne gli toglie la macchia dell' in- 
famia, ne r usanza de' moderni romaui può che quello che è 
« crudele e vituperoso non sia vituperoso e crudele » (2), Il 
vecchio Ammirato toccando della morte dell* Arsoli, ripete che il 
Colonna « piti secondo 1' uso de' moderni romani che degli an- 
« tichi l'uccise » (3). 

Il tremendo giudizio del Varchi, di cui 1' Ammirato si fece 
eco con parole più miti, fu 1' unico castigo che toccasse a Marzio, 
tenuto in onore e festeggiatissimo da' contemporanei, affatto 
scordato da' posteri. Fabrizio, anche lui onorato e festeggiatissimo 
da' contemporanei, fu invece da' posteri coperto d' infamia. 

Per quanto il Varchi non aggiusti fede alla scusa del Ma- 



(1) Bassetti F. Op. cit., p. 534. 

(2) Varchi B, Sloi^ia Fiorentina [edizione Le Monnier] ; II, 349. 

(3) Ammirato S. Istorie Fiorentine, ridotte a miglior lezione da F. 
Ranai.m ; Part. TI, toni. VI, p. 174. 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 41 

ranialdo, e anzi riprenda il Giovio (1), che avendola udita dalla 
bocca stessa dell' uccisore, se ne fece la tromba (2); pure ha un 
fondamento di vero; e vera la credettero allora il BrantOme, il 
Sepulveda e l' Ulloa; « in perfetta armonia colla verità » la ri- 
tiene ai giorni nostri Pasquale Villari; il quale acutamente os- 
serva: « le cagioni sono subiettive e bisogna indurle, indovinarle; 
« il fatto si vede. Forse lo stesso Maramaldo non si rese un 
« conto assai chiaro di tutte le ragioni che lo indussero in quel 
« momento a commettere un atto che doveva per sempre diso- 
« norare il su > nome. È assai probabile che molte, forse tutte 
* quelle addotto dai vari scrittori vi contribuissero in quel mo- 
« mento, ma in diverse proporzioni, che nessuno potrà mai de- 
« terminare » (3). 

Nel Cinquecento, all' infuori degli storici fiorentini, che tutti 
si trovarono concordi nel vituperarlo, ove se ne tolga però Fi- 
lippo de' Nerli, che era di parte medicea, V uccisore del Ferruccio 
fu ben lontano dall' esser messo alla gogna, com' è seguito dopo. 
Anzi un fiorentino, Niccolò Martelli, il 12 febbraio del 1542 non 



(1) Il Varchi, in uno scartafaccio dove notò gli « errori di Paolo Giovio 
nelle Storie », scrive : « il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio per conto 
« del tamburino impiccato » ; e « non fu vero né manco quello che diceva 
« il Maramaldo poi per sua scusa, cioè per non aver voluto lasciar vivo il 
« Capitano de' nemici, essendo morto il Principe; ma fu, oltra la crudeltà 
« naturale sua, perchè il Ferruccio, mentre era in Volterra, avvilendolo il 
« Maramaldo come mercante, eh' avea maggior grado in sulla guerra di lui 
« e che combatterebbe seco a uomo per uomo, seguendo in ciò 1' abuso de' 
« capitani moderni. E nel vero il Frrruccio fu alquanto superbo, ma giustis- 
« simo e modestissimo nell' altre cose, e non si può scusare Fabrizio, il quale 
« era piuttosto capo d' assassini che di soldati, che non usasse una vilissima 
« crudeltà ». 

(2) Le parole del Giovio son queste: « audivi ego postea a Maramaldo, 
« quando, quum eius coedis damnaretur, se nequaquam ex privata iuiuria, 
*< sed quodam non impio pudore percitum eum servare noluisse, ne inco- 
« lumis hostium dux, postquam tantus imperator cecidisset servaretur. 
* Quando sibi honestissimum fore duceret, si eum in gratiam militum, Ger- 
« raanorumque praesertim, prò victima Aurantii raanibus immolarci ». Cfr. 
lovii P. Hlstoriae svi tempoii^, lib. XXIX. 

(3) Villari P. Ferrucci e Maramaldo; nella Rassegna settimanale di 
politica^ scienze, lettere ed arti ; voi. Vili, n.° 200, p. 279. 



42 FABRIZIO MARAMALDO 

si ritenne dallo scrivergli: « Voi in singolare battaglia e in 
« campo libero mostraste non pure al grande avversario vostro, 
« ma a tutto il mondo che sapevate vincere * (1). Soltanto un 
suo congiunto biasimò il modo con cui aveva ucciso il Ferrucci. 
Fu Alfonso d'Avalos Marchese del Vasto. Eichiesto un giorno,'^ 
se Fabrizio dovea farlo a sangue freddo, « benché fusse stato 
« tante volte provocato da lui » , rispose: « in conflitto più 
« tosto che in tal maniera » . Lo attesta un testimonio autore- 
vole, Costantino Castriota, che dopo essere stato paggio del Mar- 
chese, nel 1530 fu con lui all' assedio di Firenze e si trovò alla 
battaglia di Gavinana (2). 

Ecco che a un tratto la stella del Maramaldo impallidisce; 
e il nome del temuto condottiero, che « in tanti eccellenti au- 
« tori per tutta Italia et per molte parti d' Europa, ove il grido 
« dell' italiche historie è pervenuto, » risonava così « chiara- 
mente » (3), passa sulla bocca del popolo, che vi tesse su una 
leggenda ; divien lo spauracchio de" ragazzi ; e capitano ridicolo 
e spavaldo, ingordo ghiottone, comparisce sul palcoscenico a fare 
smascellare dalle risa la gente (4). Una sorte anche più tre- 
menda lo aspetta: è tratto fuori dalle tenebre della morte per 
metterlo di contro all' ombra implacabile del Ferruccio. Col 
marchio dell' infamia lo bollano il Guerrazzi, 1" Ademollo e il 
D" Azeglio ; poi viene la volta della Storia e da ogni archivio 
d' Italia si traggono fuori i documenti che lo riguardano. Ma 
per quanto molto sia stato scritto intorno a lui, a cominciare, 
prima, dal De Blasiis, il migliore suo biografo; e poi dall' Al visi, 
che tentò, ma con esito sfortunato, di riabilitarlo (5) ; a venire 
al Luzio, che ne rischiarò di nuova luce la parte piìi oscura e 



(1) Alvisi e. Op. cit., p. 386. 

(2) Castriota 0. Vita del Marchese del Vaslo, ms. uella Biblioteca 
nazionale di Napoli. Cfr. Alvisi E. Op. cit., p. -i'??. 

(3) Ammiuato S. Delle famiglie ìiobili napolilane^ Firenze, presso Gior- 
gio Marescotti, MDLXXX; Part. I. 

(4) De Blasiis G. Fabrizio Marramaldo e i suoi antenati; nell' i4r- 
chivio storico per le Provincie Napoletane^ ann. Ili, fase. IV, pp. 814-816. 

(5) Tra le molte confutazioni di questo libro, una delle migliori è quella 
che il prof. Rodolfo Eenier inserì nel Preludio ; ann. V, pp. 237 e segg. 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 43 

controversa della vita ; e giù giù a finire col Neri (1), col Vas- 
sallo (2) e col Falletti-Fossati (3), che anch' essi vi portarono 
il loro coutri])iito, molto resta da aggiungere per illustrare in 
modo compiuto le vicende tutte del Maramaldo, le sue imprese, 
le sue avventure. Ne sia prova appunto lo studiarlo che faccio 
come Governatore di Pontremoli ; episodio fino a qui allatto 
ignorato. 



HI. 



Sbalzato che fu dal trono Lodovico il Moro, Pontremoli dalle 
mani degli Sforza passò in quelle de' Ee di Francia; e Luigi XII 
ne fece Governatore a vita Galeazzo Pallavicino, Marchese di 
Bargone e Busseto. Alla sua morte, che seguì il 30 gennaio del 
1520, Francesco I donò Pontremoli al proprio scudiere Pier Fran- 
cesco Noceti di Bagnone, che ne rimase Signore fino al 18 maggio 
del 1522. In quel giorno, i Poutremolesi, inteso che la fortuna 
volgeva le spalle al Re Cristianissimo, si scelsero per loro Prin- 
cipe Francesco II Sforza, Duca di Milano ; il quale ne prese il 
possesso col mezzo del suo congiunto Sforzino, figlio bastardo di 
Francesco di Bosio Sforza, che poi ne fu il Governatore. 

Ecco che al principio d'ottobre del 1524 Francesco I, var- 
cate le Alpi, piomba in Lombardia e s* impadronisce di Milano. 
Il Duca riparò a Soncino in quel di Cremona, e di Là scongiu- 
rava i sudditi non irritassero i nemici, confidassero nell" aiuto di 
Dio e nella fortuna di Carlo V. I Pontrernolesi si aftrettarono a 
scrivere a Sforzino per farlo certo della loro « solita fede » al 
Duca e a lui. Rispondeva il 3 di novembre: « Il Papa è decla- 
« rato nostro, et li Francesi già sono in perdictione, che non 

(1) Neri A. Due lettere inedite di Fabrizio Maramaldo ; nel Giornale 
Ligustico, ann. XIV, pp. 299-302. 

(2) Vas^^llo C. Fabrizio Maramaldo e gli Agostiniani in Asti; nel- 
la Miscellanea di storia italiana ; XXVIII, 129-265. 

(3) Falletti-Fossati P. C. / Maramaldo [Cesare e Fabrizio] nel Do- 
minio di Siena; in Assedio di Firenze contributo; Palernio, tip. Giannone 
e Lamantia, 1885 ; II, XXXVIII-LVIII e 245-293. 



44 FABRIZIO MARAMALDO 

« sanno quello si faccino ». Frattanto con un colpo audace, nel 
gennaio del "25, Pier Francesco Noceti torua padrone di Pontre- 
moli; ma la disfatta di Pavia, del 24 febbraio^ pose fine al suo 
breve dominio. Di lì a tre giorni Sforzino scriveva ai ribellati 
Pontremolesi : « Credo dovete avere inteso la presente magnanima 
« vittoria facta per li cesarei e ducali exerciti contra' Francesi. 
« cura la captura del Re, feriti e morti. E parendomi conveniente 
« che voi altri tuti tornassivi ala fede dell' excellentia del sig. 
« Duca, me è parso mandarvi el presente trombeta a ciò me 
« faciati chiaro de l'animo vostro; perchè volendo bonariamente 
« venire a la solita devotione, si vi manderano li ufficiali, che 
« non vi mancherano de bona iustitia. Quando anche il pensiero 
« vostro sia altramente, manderovi una bona banda de spagnoli, 
« quali vi prometto li haverete a pagar, et forsi non vi potrete 
« defendere dal sacho, che so sera l'ultima vostra ruina ». Non 
intesero a sordo ; e senza mettere tempo in mezzo gli inviarono 
un' ambasceria « ad far in nome dela Comunità la debita sub- 
« missione et recognitione » . 

Per quanto €arlo V avesse preso le armi per lui, Francesco 
Sforza viveva in continua paura che volesse spogliarlo dello Stato; 
e la paura gli si accrebbe quando, per tradimento del Marchese 
di Pescara, venne messo in catene Girolamo Morene, suo gran 
cancelliere, che era intento a stringe) e una lega tra' potentati 
d'Italia, l'Inghilterra e la Francia, per fiaccare le corna all'Im- 
peratore e scacciarlo dalla penisola. De' duri travagli del Duca 
cos'i Sforzino ne informava i Pontremolesi 1' 8 novembre di quel 
medesimo anno. « Questa mia sarrà per significarvi comò per la 
« captura del Morouo, qual per salvare luv ha imputato la excel- 
« lentia del sig. Duca, li Sig.'' Spagnoli hauo recercato a Sua 
« Excellentia le citate et terre del ducale Stato, cum dire volerle 
« per secureza della Maestà Cesarea, che de curto ha da venire 
« ala parte de Italia. Essendo la excellentia del sig. Duca bon 
« servitore delo Imperatore, non ha voluto mancare di quanto gli 
« liano recercati; et cossi amorevolmente gè le ha concesse. Non 
« contenti poy de questo, hano dimandate le forteze de Milano 
« et Cremona; che è evidente segno volerlo privare del Stato. 
« Sua Excellentia ha fermato il pensiero non dargliele, acciochè 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 4o 

« non habbino de vedersi questo contento ; et cossi se ne stiamo 
« qui ben forniti. È vero che epsi Spagnoli liano facto uno gran 
« bravare, con dire volere mettere lo assedio a questo castello, 
« comò hano facto a quello de Cremona. Pure pare siano un poco 
« acquietati; e speramo le cosse debano acordarsi et passare pa- 
« ciffice >■> . Finiva con dire : « Heri mettessimo, con ijran so- 
« lempnitate, sul torrione, a man drita, il stendardo imperiale, et 
« torrione manco quello della excellentia del Sig. Duca, con spa- 
« rare de tuta T artellaria e cridare: Inqìcn'o, Lnpcrio, Duca, 
« Duca ». 

Il castello di Milano, dove tien testa con ottocento fanti 
agi" imperiali, è V unico palmo di terra che rimanga a Francesco 
Sforza del perduto dominio. La « gran triljulatione » di Milano 
in que" giorni, con molta vivezza vien così descritta da un 
contemporaneo: « havemo questi lanzichenech et spagnoli, che 
« non si basta brusar le legna havemo in caxa, auchora disfano 
« le caxe per haver li legnami, tanto che le caxe vanno a terra ; 
« mandano a sacomano per feno, palla et vitualie, et se pouo 
« robare, non li vai scale, che son pratichi » , E soggiungeva : 
« Credo che se il signor Antonio da Leyva fusse sano, si farla 
« qualche bona provisione; ma sta in letto, et per quanto si dice 
« ha una fistola da basso di mal francese » (1). 

Un' ambasceria de* Pontremolesi si recò a Milano, al prin- 
cipio del 1526, « ad recognoscendum Serenissimum Imperatorem 
« prò soprano Domino »; e venne accolta con amabilità grande 
da Alfonso d' Avalos Marchese del Vasto, « zovene animoso e 
« grazioso signor », che nasceva d'una sorella del Marchese di 
Pescara, e d' appena venticinque anni, fin dal 2 di dicembre 
del 1525 era succeduto allo zio, insieme col De Leyva, nel 
comando supremo dell'esercito cesareo. Molto favore trovò l'am- 
basceria anche presso lo spagnolo Lodovico Bracamonte, Capitano 
allora di Giustizia a Milano per gì' imperiali ; e la Comunità, 
per testimoniargli il suo animo grato, lo regalò d' una salma di 
vino amabile, di mezza salma d' olio e di mezza salma di candele. 

Quanto fosse peso il giogo di Spagna lo cominciò a speri- 

(l) Saxcto :\I. / Diarii; XL, 567. 



46 FABRIZIO MARAMALDO 

meritare la popolazione di Pontremoli di lì a poco. Il 20 di feb- 
braio, per iucarico del colonnello Aldana, arriva messer Antonio 
]\lalatia, Capitano di Giustizia del campo, e reca una lettera di 
lui <c alli magnifici Signori Deci de Pontremoli, quanto fratelli 
« lionorandi »; che diceva: « Questa per far intendere a Vostre 
« Signorie come per ordine delli 111.'"' Signori, Sig. Marchese del 
« Guasto et Sig. Antonio de Leyva, vengo allozar a Pontremulo 
« et Lunexana, cum nove bandere de infantarle et cum numero 
« de 4000 fanti de Y ordinanza della Cesarea Maestà. Per il che 
« m' è parso dar adviso a V. S. et farle intendere che non si 
« parta nissuno della ten-a, perchè donde io le vengo, vene uno 
« vostro parente, che vi ama, el qual sono io » . Bisognò pensare 
agli alloggi e agli approvvigionamenti; bisognò dare una gratifi- 
cazione di quattro scudi d'oro al Malattia. L' Aldana venne: e 
dopo otto giorni riuscì ai Pontremolesi di liberarsi del flagello di 
quel « parente » con un dono di trecento scudi, che convenne, 
in parte, pigliarli a prestito, col gravoso interesse d'un carlino 
per ducato ogni tre mesi. Il dì 27 arrivò il capitano Ferrando 
Vitelli con sette cavalli. Portava una lettera del Marchese del 
Vasto, scritta da Asti il 21, con la quale, sotto pena « de quattro 
millia scutti », imponeva gli prestassero fede come alla sua « per- 
sona propria ». Il 5 di marzo fu adunato il Consiglio Generale, 
e v' intervenne il Vitelli, il quale « dixit et exposuit infrascripta, 
« vel, in effectu, similia verba, videlicet: quod 111."'"^ D. Marchio 
« Vasti conteutaretur quod ista Communitas elligeret in suum 
« Gubernatorem 111."""" D. Fabricium Maramanum, neapolitauum, 
« generalem coUonellum cesareum peditum italicorum et affinem 
« prefati 111.'"' D. Del Vasto (1), cum hiis verbis, quod si hoc 

(1) I D'Avalos, originavi di Spagna, ma ormai divenuti napoletani, 
appartenevano, come i Maramaldo, al seggio di Nido. Il De Blasiis [Fa- 
brizio Mirainuldo e i suoi antenati; wqW Archivio storico per le Provincie 
napoletane^ ann. II, fase. II, p. 318] osserva che « la frequenza de' rapporti 
« e i vincoli di congiunzione che nascevano tra le famiglie ascritte ad una 
« stessa comunanza cittadina » indussero forse Fabrizio a seguir le bandiere 
di Ferrando Francesco d' Avalos Marchese di Pescara. I documenti pontre- 
molesi ci porgono una notizia fino a qui sconosciuta, che spiega meglio la 
ragione per cui il Maramaldo preferì di militare sotto il Pescara, ed è la sua 
parentela coi D' Avalos. 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 47 

« fecerit prefata Comunitas iillo iinquam tempore oppidum istufl 
« non allogiabit aliquos niilites pedites, uee equestres, ne.3 habebit 
« alia gravamina, et qiiod coufirmabit qiiecumque capitula nostra, 
« et ab eo tam bene tractati erimiis, quod neino nostrum ullo 
« iinquam tempore poterit de eo conqiieri >. Della proposta fatta 
dal Vitelli se ne tornò a trattare il giorno seguente in un' adu- 
nanza anche più solenne, alla quale intervennero pure i consi- 
glieri della campagna, e al solito vi fu presente il Vitelli stesso ; 
e il partito di eleggere a Governatore il Maramaldo restò vinto 
« per omnes lupinos in busula alba, non obstantibus duobus in 
« contrarium in busula nigra » (1). Polidoro de' Parasacchi e 
Aurelio de" Maraffi ebbero incarico di recarsi a Vigevano, dove 
allora si trovavano Fabrizio e il Marchese, per dar loro parte 
della fatta elezione. Ricevuti da entrambi con la cortesia più 
squisita, tornarono con due lettere. Una era del Maramaldo e 
diceva: 

* Magni6ci Signori, 

« Ho visto quanto amorevolmente vi sete resi in quello vostro Consilio 
« de la electione in me facta del governo de quella vostra republica, qualle 
« a mia possanza tengo in singulare benivolentia et in precipua commen- 
«,< datione. Eingratiove sommamente dele vostre amorevole et tante proferte 
« per voi facte. Perhò non me extenderò piiì ultra ; se non che '1 capitano 
« Ferante Vitello (ì), al qualle del tuto me remeto, ve informerà più am- 
« pi I niente. Et nostro Signore ve done quello desiderate. 
« De Vigeven, a' XX marzo 1526. 

« Al vostro comando prompto 
« F.^BRiGio Maramaldo ». 

L' altra lettera era d' Alfonso d' Avalos e mette conto il 
trascriverla anch' essa : 

« Magnifici amici carissimi, 

« Per le lectere vostre per el capitano Ferante Vitello et per questi 
« gentilhomini, lor mandati, ho inteso le occurentie de questa Terra et lo 

(1) Archivio Comunale di Pontreinoli. Liber Gonsiliorìtni ab anno 15 i 8 
usfjue ad annum 1525 [ab ine], e. 265 e segg. 

(2) Era andato anche lui a Vigevano per accompagnare i due ambascia- 
tori Parasacchi e Maraffini. 



48 FABRIZIO MARAMALDO 

« prompto animo et voluatà cum li qualli havete mosso de ellegere per 
« vostro Gubernatore el Sig. Fabricio, cosa certo a me tauto grata quanto 
« possa significarvi. Et corto non haveresti posuto fare melior eliectione, 
« tanto perchè luy è tanto nobbile persona che non potria se non bene 
K tractarne per sue bone conditione, quanto anchora che raantenerà le cose 
« vostre cum favore et disgravio. E perchè dali sopradicti, alli quali me 
« remoto, intenderete la voluntà tengo de far per vostro beneflicio, non me 
« oxtenderò in altro che per encarecarve vogliate respoudere al dicto Sig. 
« Fabricio del censo et ogni altra cosa come se faceva al Sig. Sforcino. Et 
" el Signore nostro ve guardo come desiderate. 
« De Vigeven, a' XX de marzo 1526. 

« Al comando vostro 
« Il Marchese del Vasto » (1). 

Il a censj » consisteva in trecento venti ducati, che il Co- 
mune pagava ogni quattordici mesi allo Sforza; in che consi- 
stessero poi le altre cose, lo ignoro. Unicamente per far danaro 
saltò in testa al Maramaldo d' esser Governatore di Poutremoli. 
Le larghe promesse del Vitelli e le profferte del Marchese non 
furono che parole, come hen presto chiarirono i fatti. 



IV. 



Tre fortezze contava allora Poutremoli, chiamate Caccia- 
guerra, Castelnovo e il Piagnaro. In quest' ultima s' eran rin- 
chiusi i soldati di Sforzino Sforza, uè e' era modo di sloggiarli. 
Per la prima cosa, il Vitelli volle che il Comune gli sborsasse i 
salari, che era solito dare a' castellani di Castelnovo e di Cac- 
ciaguerra (^ a quello di Grondola, altro arne^^e guerresco sotto la 
giurisdizione di Poutremoli; e ne faceva la domanda, « prò illa 
« expendenda in beneficiura Maiestatis Cesareae » . Sebbene le 
casse fossero vuote per le tante somministrazioni alle insaziabili 
soldatesche, bisognò contentarlo, e pigliare il danaro a usura, e 
rifarsi a furia di balzelli sui dissanguati contribuenti. Gli abi- 
tanti della campagna, che si eran sempre prestati di mala voglia 

(1) Gli autografi di queste ed altre lettere che stamperò più innanzi 
sono andati perduti, Vennero però trascritte nel Liber Gonsiliorum, ed io le 
tolffo di lì. 



GOVERNATORE M PONTREMOLI 49 

a pagare la parte loro delle spese che occorrevano a mantenere 
e alloggiare le milizie di passaggio, sulle prime levaron lamenti 
e querele, poi, dato di piglio alle armi, vennero a ribellione aperta; 
e ci furon de' feriti e de' morti, e Pontremoli si trovò come stretto 
d' assedio e in penuria di legna, vettovaglie e carni. 

Giunge frattanto una lettera del Maramaldo, in data del 
10 d' aprile, che diceva : « Avisovi come sono arivato qua in 
« Borgo San Donnino questa sera, che è martedì : et vi prego 
« me inviate messer Aurelio et messer Polidoro, hovero duoy 
« homini qualli parerà a voi, perchè gli ho a parlare cose che 
« importano ; et fate che siano qua iovedì hovero venardì a me- 
« zodì. Non altro. Se in altro vi posso fare apiacere son qua ». 
Aurelio de"Maraffini e Polidoro de'Parasacchi, per comando de' Dieci, 
furon tosto da lui. Il 16 eran di ritorno con questa lettera : 

« Alli molto magnifici Signori de Io Consilio de Pontremulo 
« da fratelli lionorandi, 

< Multi magnifici Signori Presidenti, Da me ci è stato messer Aurelio 
€ et messer Polidoro, alli qualli ho parlato largamente de piìi cose, et essi 
« medesimi ve parlarano largamente, secondo che li ho dacto per inscripto. 
« Se altro posso per vuo}^ son a vostro comando. 
« In Bersello, XV aprilis 1526. 

« Pronto al vostro comando 
« Fabrtcio Maramaldo ». 

Di due cose trattò co' legati. Della preoccupazione grande in 
cui stava per essere il Piagnaro nelle mani degli Sforzeschi e 
della ribellione de' contadini. Il pensier suo e il suo volere lo 
manifestò con scrivere: 

« Et primo, de parlare cum li Presidenti del Consilio de 
« Pontremulo sopra lo facto de lo castello » [del Piagnaro]. 

« Item, de parlare anchora a quelli villani de le ville che 
« habiano a venire a lo Consilio, come erra lo solito » . 

« Item, de dare anchora novo ordine, fin che io sarò in 
« Pontremolo, de fare che colloro » [del Piagnaro] « non ha- 
« biano victualia niuna » . 

« Item, de fare adomandare li villani che vengano a lo 

Abcu, Stjr. Parm. , IV. . 4 



50 FABRIZIO MARAMALDO 

« Consilio, et che non venendo che lo Consilio sia valido. Et a 
« messer Pietro » [Siciliani, Commissario in Pontremoli per il 
Maramaldo] « che li ponga una pena che vengano; et non ve- 
« nendo che habia ad exequire la pena, cmn lo aiuto et favore 
" de la Terra, Et che la andata mia sera infra diece dì ; et 
« venirò cum uno bono doctore ». 

Il 16 si adunarono i Dieci; e il Siciliani fece noto che 
aveva mandato Luigi de' Piroli a dire a' contadini che se veni- 
vano al Consiglio avrebbe fatto loro un salvacondotto ; ma che 
avevano risposto di non voler venire e che se desiderava abboc- 
carsi con loro, si recasse a Vignola. Dichiarò che intendeva an- 
darvi ; e volle che Francesco de' Maraffini, imo de" Dieci, lo ac- 
compagnasse « sub poena ribellionis » . Ma i Dieci protestarono 
che non intendevano prestare il proprio consenso a tale abbocca- 
mento, ne a qualsiasi convenzione che fosse per fare a nome loro. 
11 Commissario non ci andò; ma commise al guardiano del con- 
vento di S. Francesco di recarsi in mezzo a loro a cercare di 
persuaderli. S' udì rispondere: « facte intendere, per parte de tuti 
« nuoy, al Commissario che nuoy non vogliamo venire al Con- 
« silio alla terra de Pontremulo, ma che veneremo a consiliare 
« fora della terra in Verdeno, et non in terra murata ». Fu 
deliberato d' inviare un oratore a Fabrizio per informarlo « de 
« escessibus commissis per rusticos, seu villanos », e di far ve- 
nire venticinque o cinquanta soldati, » qui habeant permanere in 
« terra Pontremuli propter tumultus rusticorum et prò conser- 
« vatioue diete terre, ac prò custodia castri Planarli, attento 
« quod etiam socii castellani quotidie exeunt castrum et iam 
« occideruiit aliquos de terra Pontremuli et ignem imposuerunt 
« in multis domibus » . 

Neil' adunanza che tennero i Dieci il 21 d' aprile comparve 
Pietro Zanetti, che era stato spedito presso il Maramaldo, il 
quale così rispose : « Manderò el doctore et uno baricello; et se 
« non farauo li villani quello che deveno, non solamente me ne 
« venerò con due o tre compagnie, ma cum tuta la fantaria per 
« li abrusiare et castigare de bona sorte. In questo mezo, per 
< amor mio, attenderete alle cose de lo castello, che non se li 
« entra, victualia nessuna.... Io scrivo una altra lettera alli vii- 



GOVERNATORE HI PONTREMOLI 51 

« lani, a tale che non pensano che io non voglio intendere le 
« loro ragione, et che mandeno uno de loro qua a dire quello, 
« che vorauno, a tale non se li manca iustitia equa » . 

11 26 d' aprile si venne alle mani tra i pontremolesi e i 
contadini. Udiamone il racconto dalla bocca d'un cronista del 
tempo, ser Marlene de' Ferrari : « luveues terrae Pontremuli.... 
« non volentes amplius pati tam crudelem rusticitatem iverunt 
« versiis Canale Eedurgiolae et ibi insultarunt circa CCC ru- 
« sticos, quos expulerunt, continue cura eis certando, usque ad 
« villara Scorani, et occiderunt rusticos et rusticos multos vul- 
« nerarunt ». Ecco che il giorno dopo, « circa horam XXI, ve- 
« nerunt circa CCC homines cum uno tamburino, omnes de Ar- 
« zengio et Valle Antheue, super Costa de Castagno iuxta terram 
« Pontremuli et usque iuxta pallatium Comunis, qui ceperunt 
« Gridare: carne, carne, ainaza, amaza, catta, catta ; propter 
« quod exierunt terram Pontremuli circa XX iuvenes, et eos 
« cum bonis scopletis insultarunt, magno impetu, ac expulerunt 
« usque ad Mastadellam, qua itur ad villam Arzengii, et occi- 
« derunt unum de Valle Anthene et multos vulnerarunt; et circa 
« horam XXIII, reversis ipsi XX in Pontremulo, statim apparue- 
« runt cii'ca D rustici vallis Liri, Eossaui, vallis Mulpedis, Tra- 
« virdis et aliarum villarum, inter ecclesiam sancti Francisci et 
« domus quondam Joanni de Jonali ac heredum Ludovici de 
« Belmesseriis, extra portam Viridis usque ad ortos, et cocperunt 
« cridare, ut supra, propter quod exierunt terram Pontremuli 
« circa ceutum iuvenes, et magno impetu insultarunt dictos ru- 
« sticos, qui dederunt terga usque ad Canale Kedorgiole, et oc- 
« ciderunt duos rusticos per Verdenum, Tamen, propter defectum 
« pulveris, quod defecit scopletarii Pontremuli, rustici cura ma- 
« gno furore reincularunt horaines Pontremuli usque in capite 
« pontis superioris Viridis, subsidiati ab alio magno numero 
« aliorum rusticorum ; ita quod eraut ultra mille. Tamen exie- 
« runt terram Pontremuli multi ex aliis, qui non erant lassi, 
« et expulerunt rusticos, ac steterunt cum eis certando quasi ad 
« sonum Avemaric. Vulnerati fuerunt duo de Pontremulo, et 
« raortua fuit quedam Margarita uxor Armanini fornarii, quae 



52 FABRIZIO MARAMALDO 

« non potuit ciirere intus terram proiit feceriint cetere mulieres, 
« quae iverant post eariim viros » (l). 

Il 30 d'aprile arrivò a Pontremoli Guglielmo Malaspiua 
Marchese di Lusuolo con una lettera del Maramaldo, che diceva: 

Magaifici Signori Prendenti et Comune de Pontremulo, 

Hogi, che sono li XXVIII del m?se de aprille, sono lento qui, dove li 
sono tre horaini da parte de tuti li contadini de le ville, per dare conto de 
loro et farmi intendere le loro ragione ; alli qualli ho comandato a bocha. et 
anco per lectere a tuti quelli delle ville, che a pena de rebellione, de la vita 
ot coiifiscatione de' loro beni, che vogliano deponere le loro arme, perchè io 
mandarò uno doctore subito ad formare li processi de quello è accaduto, et 
far fare la iustitia, conio ci debito et la ragione recerca. Et el medessimo 
comandamento fo a vuoy altri, suto la raedessima pena, che vogliate depo- 
nere le arine, perchè presto sarà loco lo doctore, et sarà per fare la iustitia, 
ot chi bavera errato sarà ben castigato. Et si altro posso per vuoy, sono a 
vostro piacere. 

Data in Coregia a di XXVIII de aprille 1526. 

Al vostro piacere pronto 
Fabiìicio MaU.\M.\.LI)0. 

Il 30 dello stesso mese restò deciso di trattare la pace, e 
il Consiglio elesse a questo effetto otto cittadini ; ma non ci fu 
modo di venire agli accordi ; e i villani seguitarono, come prima, 
a stare in armi, a dar aiuto al castellano del Piagnaro, a oft'en- 
dere i pontremolesi, a commettere ogni sorta di eccessi. Oltre il 
Malaspina, anche Alherto Eurighiui, Potestà di Varese, s' intromise 
paciero ; al solito senza frutto. Da ultimo ci pose le mani il nuovo 
Commissario e Luogotenente di Fabrizio, messer Agostino Belliu- 
'.ini di Modena, che arrivò a Pontremoli il 16 di maggio insieme 
con un « baricello ». E il 18, la pace, tanto sospirata, desiderata 
e contrastata, restò finalmente conchiusa. 

11 Bellincini di lì a poco andò via, lasciando per suo Vicario 
un altro modenese, il dott. Giovanni Barazzoni, ed ebbe a tro- 
varsi in un grosso imbroglio. Sforzino Sforza, che seguitava ad 

(1) De FEURAniis J. M. vuljo Skk Marione, Clironicon Pontremulense 
ab anno MDXXVf usque ad unnum MDX.LIII ; in Sforza G. Memorie e 
documenti per servire alla Storia di Pontremoli ; II, 128 e segg. 



GOVERNATORE DI PONTREMOLI 53 

esser padrone del castello del Piagnaro, tentò una gherminella 
per riacquistare la perduta signoria; e fu quella di dare a cre- 
dere che Carlo di Borbone, Capitano e Luogotenente in Italia 
della Maestà Cesarea, gli aveva fatto dono di Pontremoli e di 
Castelnuovo. Il fido castellano del Piagnaro alzò talmente la cresta 
e incusse tale e tanto spavento al Parazzoni, che fuggì via, e 
colla sua fuga il 1.° di luglio finì il governo di Fabrizio. L'ac- 
corta popolazione di Pontremoli non rimase però all' amo: jiigliava 
tempo; voleva vedere li « privilegii »; voleva che « lo 111."'" 
Duca di Borbone » mandasse « lettere directive » alla Comunità ; 
tanto più che Fabrizio scriveva raccomandando gli si serbasse in 
fede, e Pier Francesco Noceti si atteggiava a pretendente. I « pri- 
vilegii » arrivarono; erano in data del 21 d'agosto, e conferivano 
il Governo di Pontremoli non allo spodestato Sforzino Sforza, ma 
a Sinibaldo de' Fieschi, che ne prese possesso il 2 di settembre ! 
Il Maramaldo, come era ben naturale, non si fece piìi vivo. 

Giovanni Sforza. 



LA PESTE BUBBONICA IN PARlMA 

NELL' ANNO 1630 



Breve Preambolo. 



La peste bubbonica, clie da poco tempo è scoppiata uel- 
r India cisgangetica, fece a noi parmigiani la sua ultima visita 
(luecenio sessania scite anni or sono. Dopo quali" epoca sciagu- 
rata, non se ne seppe piii altro se non leggendo il commovente 
episodio de' Proiìicssi sposL 

In tanto oblio, noi vivevamo sicuri, quasi anzi ignari, d' uno 
de' più gran flagelli della umanità: se non che, nel momento 
appunto in cui il secolo presente sta lì per rovesciare il suo 
nuovo peso sulla memoria delle antiche stragi sofferte : ecco giu- 
gnere da Bombay Y araldo annunziatore che la peste è sempre 
viva, che dal sonno si ridesta, e cammina. 

Accertato il fatto, veramente grave, era naturale che na- 
scesse una generale apprensione nei Governi, nei Maestri dell'arte 
salutare, nei Diplomatici, e in tutte le persone, le quali in un 
modo neir altro, anche minimo, anche umile, potessero dare 
rilievo air opera della preservazione da male. Così un ufficio as- 
solutamente intimo, ho creduto potermi assumere io stesso al co- 
spetto de' benevoli miei concittadini ricercando con cura (forse 
troppo minuziosa, ma nel caso non vana) le maniere colle quali 
si comportarono gli avi nostri allorché nel 1630 la peste disertò 
la Città e il Ducato. 



56 LA PESTE BUBBONICA 

Allora essa imperversò cou durata violenza, e i colpiti peri- 
rono a migliaia ; destando adesso nelle nostre menti il grave dubbio 
che tutte le provvidenze e i validi mezzi avessero concorso al 
loro salvamento. 

Vi furono, è vero, esempi ammirabili di carità coraggiosa ; 
nobili vite spontaneamente offerte e perdute; propositi opportuni ; 
ma nessuna acconcia preveggenza, molti grossolani e imperdona- 
bili pregiudizi, cure empiriche o di scienza strana, corruttela nei 
subalterni, e somma penuria di danaro. 

L" insieme di quei fatti, e le azioni, or buone, or pessime, 
che in così supremo frangente si confusero, ho creduto opportuno 
di narrare in una breve scrittura, intanto che il tema del con- 
tagio occupa la pubblica opinione. Del resto, non è chi non sia 
persuaso, che Li civiltà in cui viviamo, e il fastigio al quale è 
salita la scienza della medicina, opporranno sicura resistenza, se 
la peste mortifera ritentasse i nostri lidi. 

Ho presentato la breve monografia alla Deputazione di Storia 
patria, che 1' ha accolta ne' suoi Atti; e della degnazione rendo 
grazie. 

Mi professo obbligato all' on. Sindaco per la facoltà conce- 
dutami di esaminare i documenti dell' Archivio Comunale, che 
dall' egregio Archivista e dal suo Assistente mi furono apprestati 
colla più cortese premura. 

llingrazio eziandio il Ch.™° Bibliotecario, dal quale ottenni 
libri e scritture che all' argomento si riferivano. 

Parma, Dicembre 1897. 

E. Casa. 



Pietro Verri nella sua storia di Milano narrando i casi av- 
venuti negli anni 1629 e 1630 in cui la peste bubbonica desolò 
tutta la Lombardia e terribilmente infierì nella grande città, ci 
fa sapere che il contagio fu portato in Italia dalle truppe tedesche, 
le quali scesero dal paese de' Grigioni a sostener coli' armi le 
ragioni dell' impero alla successione del Ducato di Mantova (1). 
Altrettanto afferma il Ripamonti (2), che di quella pestilenza 
scrisse la storia, la quale servì di guida ad Alessandro Manzoni 
per un pietoso episodio de' Promessi sjwst, che è il più raaravi- 
glioso racconto che penna italiana abbia scritto a' tempi nostri. 

Certo è: i soldati di Collalto appestarono la Lombardia; 
mentre i soldati di Richelieu appestavano il Piemonte. 

Il contagio fu dei piìi rapidi a diffondersi e dei più morti- 
feri. Il professor Corradi negli Annali delle epidemie in Italia, 
opera di molto pregio, riferisce che Milano perdette in poco più 
di un anno ottantasei mila persone, compresi i morti per altre 
infermità ; Mantova cinquanta mila ; Cremona venticinque mila 
entro le mura, e ottanta mila nel contado ecc. 

La peste che era discesa dalle Alpi, doveva per suo fatale 
cammino accostarsi al Po, varcarlo, e invadere lo Stato di Parma ; 
come appunto avvenne. 



(1) Verri P. Storia di Milano, voi. II, p. 205 (ed. Le Monnier), 

(2) losB Pili Ripamonti! Canonici Scalensis - Depe.''te qitae fxnt anno iG 30. 



58 LA PESTE BUBBONICA 

Il Presidente della Sanità di Genova fu il primo a darci 
avvertimento con lettera del 17 novembre 1629, che Milano era 
stata colpita e che il Senato genovese 1" aveva messo al bando ; 
cioè, vietata qualsiasi trattazione commerciale; respinte le merci 
e le persone che da Milano pervenissero ; onde serrati i passi con 
milizie vigilanti e risolute. 

Non passò gran tempo che si seppe essere la peste entrata 
in Lodi, in Casalmaggiore e in Viadana; per cui era manifesto 
che s' aifacciava minacciosa al territorio parmigiano. Era allora 
il momento opportuno per tentare, con uno sforzo supremo di 
volontà e d' azione, di arrestare il corso del morbo al di là di un 
fiume, largo e profondo, che sarebbe stato ostacolo insuperabile 
per tutti ; ma si preferì di pubblicare gride di cautela: e mandar 
gente ne' luoghi infetti per sapere come andasser le cose; e no- 
tificare al popolo la serie delle città di Francia, di Svizzera, di 
Germania messe al bando per cagione della peste. Dovevano es- 
sere provvedimenti di forza, non chiacchiere stampate cui nessuno 
badava. Ma anche allora si volle riflettere posatamente; si dubitò 
della vera natura del male: si temette di nuocere al commercio, 

di recar danno a qualcuno, di aver brighe coi vicini , e si tirò 

innanzi sperando nella divina Provvidenza e nel cambiamento 
della stagione. 

Sua Altezza Serenissima stette a porte chiuse colla famiglia 
sinché, venuto il momento critico, abbandonò anche la città. 
Altro è il coraggio in guerra, e altro quello d* affrontare la 
morìa. Avventurati noi se i nostri Principi, pel bene del popolo, 
li hanno tutt' e due ! 

Intanto la peste arrivò e fece il fatto suo con inaudita 
crudeltà. 

Un altro errore gravissimo fu quello di non aver preparati 
i denari occorrenti in simili sventure; percliè senza pecunia non 
si fanno rispettare quarantene, ne fe(7i di sanità, ne si allesti- 
scono lazzeretti, ne si assoldano buoni medici. La imprevisione, 
che fu il peccato dominante in Parma e altrove, durante la pe- 
stilenza del 1630, da cui derivarono danni gravissimi, non avrebbe 
a ve rificarsi a' giorni nostri ; nei quali è sì facile conoscere le 



IN PARMA NEL 1630 59 

mosse, le fasi, la natura d" un contagio, quanto è agevole posse- 
dere e usare tutti i mezzi di difesa. Del resto, è sempre fortu- 
nato chi può giovarsi degli errori altrui. 



Appena avuta la notizia che a Viadana era scoppiata la 
peste, r Ill.mo sig. Girolamo Moresco, gentiluomo piacentino, 
Governatore di Parma, mandò persona laggiìi per sapere se il 
male era grave, e se veramente fosse di quella rea natura che 
si andava dicendo. Curiosità stolta e pericolo grave, perchè si 
sapeva che la Lombardia era invasa ormai tutta; e il messo 
poteva tornare a casa col germe del morbo addosso. Fortuna che 
quegli il quale venne spedito, certo Agostino Bonadei, ebbe pru- 
denza e non andò a pescar notizie pe' viottoli o tra la folla, ma 
si rivolse diritto al Guardiano de" Cappuccini, il quale ne avrebbe 
saputo abbastanza: e il buon frate avendo riflettuto che il messo 
avrebbe imperfettamente capito e peggio riferito, pensò di scrivere 
egli stesso la risposta. Dopo un po' di preambolo, la lettera se- 
guitava così : « pertanto dico a V. S. 111. (il governatore) 

che quìi muore di molta gente, ma non per tutta Viadana, solo 
nel quartiere o Parrocchia di s. Pietro, ove è la Chiesa et il 
borgo di s. Francesco; e per lo più muoiono di febri maligne, 
forsi perchè 1' aria è meno salubre dell" altra , per esser quella 
parte più bassa et humida ; e forsi perchè questo quartiere non 
fu purgato dalle immonditie e puzzori lasciati dall' esercito degli 
Alemanni, siccome fu purgato il rimanente della terra. Di febre 
pestilenziale e contagiosa, per quanto avevo già sentito commu- 
nemente dire, et bora più autenticamente 1' ho risaputo dal sig. 
Carlo Cagnolo spetiale principale di questa terra, e dal S.'^ Ci- 
gliano Domenico, medico principale, sono morte quattro o cinque 
persone incirca; cioè, tre Padri Zoccholauti in una settimana, 
unus post aliìun, con infìrmità di tre giorni circa per ciascuno, 
con il segno della glandola o carbone; il quarto è un chierico 
di venti anni, o poco più; ho sentito dire di due donne, ma non 
r ho potuto ben verificare: al presente è molto aggravato dello 
stesso male il Cappellano di S. Pietro, quale havrà facilmente 



60 LA PESTE BUBBONICA 

guadagnato simile contagio nelle visite et amministrazioni dei 
Sacramenti alli molti infermi ; sì come i Padri Zoccholanti dal 
molto piizzore et immonditie introdotte nel loro Convento e Chiesa, 
dalla moltitudine del popolo che alla venuta delli Alamani colà 
per molti giorni ricoverò. 

« Si è ultimamente aggravato il Padre Guardiano delli stessi 
P." Zoccholanti, ma fino ad hora non si sa se sia infermità 
contagiosa. 

« Questo è quanto ecc. 

« Di Casalraaggiore vi è questo di certo, narratomi dalli 
sopradetti S.'' Medico e spetiale; che in due case sole ne sono 
morti tredici o quattordici ; così ha detto il sig. Gio. Batta X. 
Medico di Casalraaggiore, con occasione di esser venuto qua per 
visitare alcuni infermi suoi amici. >•> ecc. Fra G. B. da Castel S. 
Giovanni, Capuc." ind.^ « Viadana 2 Die. 1629. » 

Il P. Guardiano aveva parlato chiaro: la peste a Viadana 
v'era, né alcuno avrebbe potuto metterlo in dubbio; ma la cer- 
tezza che si era ottenuta per mezzo della persona mandata a 
prendere informazioni a che giovò ? — A nulla. Fra i documenti 
non si trova altro che susseguisse la lettera del Cappuccino se 
non che un ordine severissimo dato il 22 dicembre al Podestà 
di Torricella di impedire qualunque approdo di barche provenienti 
dalla sinistra sponda del fiume, tanto se portassero persone, quanto 
merci o derrate alla riva parmigiana. 

La data di quest' ordine, confrontata con quella della lettera 
del P. Guardiano, ci fa conoscere che si erano lasciati trascorrere 
venti giorni, senza dare un provvedimento di polso : la qual cosa 
impegna a riflettere sul modo con cui procedeva la pubblica am- 
ministrazione anche nei frangenti ne' quali non si potevano indu- 
giare i rimedi. 

Era un operare a spizzico; uno sminuzzamento di comandi 
la cui esecuzione, affidata di subalterno in subalterno, perdeva 
d' efficacia, se pur non cadeva in oblio. 

In questo caso si giugneva a pretendere, sotto pena di multe, 
della corda, o della forca, che il Podestà di Torricella respin- 
gesse le persone e le robe che venissero d' oltrepò, mentre si 
faceva eccezione per quelli che si recassero a noi per comperare 



IN PARMA XEL 1680 61 

le derrate di cui abbisognassero ; credendo che a preservarsi da 
pericolosi effetti, bastasse l' ingiunzione di tenere le barche lom- 
barde al largo, e le nostre apportassero le richieste derrate, tras- 
bordandole in mezzo al fiume senza il menomo contatto, e rice- 
vendo i denari dentro ad un vaso pieno d' aceto. 

Il Podestà dovette trovarsi imbarazzato assai a far passare 
la merce senza il menomo contatto de' barcajoli; ma s'acquietò 
pensando che gli ordini del Governatore arrivavano come il soc- 
corso di Pisa. 

Un Bando severissimo del Duca prescrisse che nessuno po- 
tesse varcare i confini dello Stato se non provveduto d'una ìjnì- 
letta, fede, provante la provenienza da luogo sano: espediente 
forse errato; se pure non serviva a fa;ilitare la diffusione del 
contagio. Infatti non andò guari che al Bando delle IjuUette sus- 
seguirono altri provvedimenti imperiosi contro gli abusi, che di 
tali documenti si facevano, o falsificandoli, o alterandoli, o ceden- 
doli a persone che venivano da luoghi infetti. 

Quale è mai quel Governo che in sul prin-ipio di un con- 
tagio, non l)ene definito e conosciuto, neghi un attestato di sa- 
nità a chi voglia allontanarsi ; com' è possibile che i contrabban- 
dieri, i trafficanti, la gente che profitta di tutte le occasioni 
anche dolorose, per far denari, non trovi il modo d' avere di quelle 
fedi di sanità per servirsene con inganno? — Dal libro de' pro- 
cessi penali contro le molte persone clic usarono con dolo delle 
bidldte abbiamo acquistata la persuasione che il preservativo 
ideato piuttosto che giovare, nuocesse. 

Con altre maniere di difesa sarebbesi forse salvata la città, 
quando la cerchia del contagio era lontana, ma si perdette troppo 
tempo e si difettò di coraggio: la peste fu alle mura, e forse 
dentro le porte, quando i così detti saggi, bisautinamente ancora 
discutevano. 

Le ville padane di Sacca, de' Mezzani, di Coenzo e le più 
interne verso Colorno, erano già afflitte dalla morìa sul finire 
del '29, la qual cosa non sarebbe avvenuta se Governo e popolo 
si fossero comportati colla energia che occorre quando si tratta 
di salvar le vite. 

Il Dottor Boccabianchi, medico a Colorno, e incaricato di 



62 LA. PESTE BUBBONICA 

vegliare alla pubblica sanità siao al Po, riferiva al Governo d'es- 
sere andato in visita, e d' aver trovato die a Mezzano de' Rón- 
dani era morta il dì 16 gennaio 1630, la sposa Giovanna, in 
parto; ma Don Giulio Rettore, che di peste non vuol sentir 
discorrere, assicura che la povera donna non diede segno di finire 
di contagio bubbonico: m ri subito dopo un suo figliolo di sei 
anni; uìa era da tre mesi afflitto da febbre quartana: e anche 
per questo caso fu fatta la scusa alla peste. Messer Marco Rón- 
dani, marito che fu della Giovanna, morì tosto anche lui per 
una postema al petto: e, finalmente, andò all'altro mondo in 
brevissimo tempo Giorgio Ferrari, che aveva aiutato il becchino 
a seppellire il sig. Marco. Però, diceva il Rettore, non gli si ri- 
scontrarono >iegni cattivi. 

Così scriveva il Dottor Boccabianchi, il quale s' affidava a 
D. Giulio per non ammettere che si trattasse di peste; ed erano 
uomini simili, i quali senza sapienza medica, senza convinzioni, 
deboli di carattere e incerti nella esecuzione del proprio dovere, 
dovevano salvare il paese. Figurarsi se la peste voleva stare in- 
dietro ! Ma è da sapere che alla Corte si sperava di restare im- 
muni, e le autorità secondavano cortigianamente la fiducia dei 
principi, percui anche i medici nicchiavano, per la paura di spia- 
cere al Duca. Però qualche uomo schietto non mancò di parlar 
chiaro; e a questi i fatti, purtroppo, diedero ragione. 

Alessandro Brozzi, Barbiere-Chirurgo, presentò una relazione 
ben diversa di quella del medico di Colorno, perchè non esitò a 
dichiarare, che avendo visitato anch' esso Giorgio Ferrari mentre 
era ancora in vita, lo trovò in preda a febbre violentissima e con 
un bubbone al lato manco del corpo. Aggiunse: che a Sacca, 
oltre ai sospetti, v' erano de" malati assai gravi in due case fra 
loro vicine « le quali sono state chiuse et piantata una croce 
innanzi per tener lontana la gente ; essendo morta di peste anche 
Claudia Bertona, della famiglia dei Giaroui. » 

« Ieri, che era il 29 Die. mi avviai verso Sacca per visi- 
tare le due case segnate colla croce; T una delle quali chiamata 
la Torricella, V altra // Carzolo dei Monaci di s. Giovanni, e 
neir andare mi si offrì lo spettacolo d' un huomo morto fra le dette 
case. Esaminato da me e dal medico, fu dichiarato morto di fame. » 



IN PARMA NEL 1630 63 

Il Dottor Sisto Zaffanelli di Colorno, Ispettore dei Lazzeretti 
stabiliti nei meno disadatti edifizì delle campagne, notifica al 
Magistrato 1" avvenuto decesso di parecchie persone accolte nei 
lazzeretti medesimi; però fa ogni sforzo per escludere il contagio: 
ostinazione, o finzione, biasimevole e dannosa, che si portava 
tant' oltre da non volere neppure pronunziare o scrivere la parola 
peste, ben chiara e tonda come si sarebbe dovuto. Vi si accen- 
nava, ma in modo fuggevole, e tale da farsi intendere senza 
spiegarsi. A quella maniera istessa che usano i contadini quando 
veggono da lontano nereggiare i nuvoloni temporaleschi. Yì di- 
ranno: « la pioggia sarebbe ottima, ma non dovrebb' essere 
bruita rohn ! » — « Quelle nuvole biancastre e liscie in mezzo 
alle nere, sono un cattivo segno ; basta, speriamo che non venga 
gìi\ porcìieria! Ma la parola vera nessuno la vuol pronunziare: 
pare che temano, dicendo grandule, che essa abbia a rispondere 
— son quìi ! — 

Intanto la malattia incalzava e le morti si susseguivano 
per le campagne con eccessiva frequenza ; percui i medici comin- 
ciavano a persuadersi, che negare il contagio era come negare 
la luce del sole. 

Lo stesso Zaffanelli, che dava indizio di relativa maggior 
cultura, si mostrava meno fermo nella primitiva opinione. « Dalli 
successi (scriveva) credo si puossi chiaramente conchiudere la 
mda qualità della nmlattia, specialmente nella villa di Saccha. » 

Non era una vera fuga innanzi alla peste incalzante, ma un 
bel principio di prudente e dignitosa ritirata. 

Antonio Labruna (un altro Delegato sanitario) riferiva che 
a Coenzo, dove molti erano colpiti dalla peste, e il Capitano 
voleva imporre le opportune discipline a giovamento del popolo, 
s' era fatto tumulto con pericolo del Capitano istesso, onde s" erano 
mandati birri in soccorso.... « ma i rei erano fuggiti. » 

Due più importanti relazioni sono quelle di Pirro Tagliaferri 
gentiluomo parmigiano, e del medito Zaftanelli. Il primo fa sa- 
pere al Governatore e ai Conservatori della Sanità, « che par- 
tendosi da Parma andò a Colorno il 27 dello scaduto Dicembre 
(1629) e prese quelle maggiori informazioni che potè. Il seguente 
giorno andò al Mezzano dei liondani e fece chiamare tutti quelli 



64 LA PESTE BUBBONICA 

già accolti nella casa del lazzeretto, dove trovò che erano alzati 
dal letto, meno due putte: e sentì dal Barbiere che presto sa- 
rebbero risanate. Gli altri se la passavano allegramente. I sospetti 
li fece riunire in tre casette a un miglio da Colorno, togliendoli 
da Sacca, dove la peste infieriva. In altre case riunì gì' infermi 
e i sospetti, però separatamente e vigilati dal Barbiere. Aggiunge, 
che domandò d' ottenere una somministrazione di tela per camicie, 
attesoché gli ammalati non se le erano mutate da quaranta 
giorni. 

Conchiude col dire che « per sapere la natura del male et 
quanto è passato fin" bora si è fatto fare la relazione del medico 
di Colorno. * (Zaffanelli). 

Fa maraviglia che un cittadino avveduto qual era Pirro 
Tagliaferri, che da tempo s'adoperava a recar soccorso ai poveri 
infermi nelle angoscie in cui si trovavano, avesse ancora necessità 
di chiedere al medico qual era la natura del male che li afflig- 
geva, e quel che fosse accaduto dacché si parlava di peste. A 
lui nulla doveva essere ignoto; solo non si sentiva in facoltà 
d' agire a modo suo. 

La matassa amministrativa era troppo arruffata perchè le 
autorità non avessero fra di loro a palleggiarsi le responsabilità. 
Tagliaferri, anche lui aspettava di rimando la relazione del me- 
dico di Colorno. 

E questa pervenne al Governatore il 3 gennaio 1630 (1). 
« Recapitò, per sua e d* altri niala fortuna, Andrea Chiozzi dal 
« Mezzano de' Eondaui, ma habitante in quello di Casalmaggiore, 
« con tutta la sua famiglia : era fratello di Francesco Chiozzi 
« del d." Mezzano; cognato di Marco Roudaui, avendo per moglie 
« una sorella del d.° Marco, et finalmente, parente di Gio: Pietro 
« della Torricelhi del Kabone, della villa di Sacca. Recapitò, 
« dico, questo Andrea in la ripa del Po, jnentre passavano alcuni 
« tedesclii dentro ad un burchiello, quali essendo passati, dicono, 
« per un luoco infetto, bave vano rubate alcune robbe nelle case 
« di quel luoco, onde arrivati in quello di Casalmaggiore si sco- 
« perse uno di quei tedeschi amalato nella barcha delti suoi 

(1) La copia è identica all' originale. 



IX PARMA SÉL 1630 65 

« compagni; quali dubitando che fosse morbo di contaggio per 
« essere già passati per quel luoco infetto, e per aver portate 
« quelle robbe rubate, lo volsero gettar nel fiume; ma esso do- 
« mandando misericordia cercò, per amor di Dio, fosse tosto 
« sbarcato sii la lippa, ove già si trovò d.° Andrea, per sua 
« mala fortuna: onde contentandosi li compagni ciò fare, detto 
« amalato si niccomandò a detto Andrea acciò lo ricevesse in 
« casa sua, con promessa che haveva alcuni danari et robbe, che 
« se fosse morto sariano stati di esso Andrea ; ma che gli faces- 
se sero servitio da discosto, di'-endoli che dubitava essere infetto, 
« dicono apestato; e che se moriva, lo facessero sepellire in 
« luoco profondo, che non fosse mangiato da cani; il che in bre- 
« vissimi tempo successe, che se ne passò a r.:iglior vita; et 
*c Andrea rimase herede di quelle poche robbe, fra le quali vi 
« erano alcune scarpette da figli, le quali essendo subito poste 
« a piedi de suoi figlioli, et il padre vestitosi di quei panni, 
« furono caggione che in breve tempo si estirpò la sua casa, 
« morendo lui et tutti li suoi figli: alla cui gramezza e dolore 
« andarono Francesco Ghiozzi suo fratello. Marco Eondani cognato, 
« per condursi a casa sua sorella, che era viva e sana, et anco 
« la moglie di Gio: Pietro dalla Torricella suo parente; quali 
« tutti al ritorno portarono séco quelle robbe: Francesco Ghiozzi 
« un colletto, dicono, che era del tedesco; Marco condusse la 
« sorella e portò seco un letto et una coperta di pelliccia : la 
« moglie di Gio: Pietro di quelle scarpette per gli suoi figli ; le 
« quali robbe, parmi, sono state caggione della ruina delle no- 
« minate ville; perchè subito dopo che Marco fu a casa sua 
« s'amalo et morse in poco tempo (1): la moglie, essendo gra- 
« Vida, gli venne un bubbone nell' inguinaglia et morse in breve 
« tempo: et anche i suoi figlioli, quali dicevano bavere alcune 
« posteme nell' inguinaglia ; non so se sia il vero poiché non li 
« vidi, dicono però essere cosa sicura ; e perchè Tognazzi e duoi 
« suoi figli andarono alcune volte a far servizio a questo Marco 

(1) Questo Marco Róudani è il med.° di cui ha parlato il Dottor Boc- 
cabianchi nella relazione della quale in principio s' è dato un sunto. 

Arch. St. Parm , IV. 5 



66 LA PESTE BUBBONICA 

« et alla sua famiglia, anco esso et gli suoi figli si infermarono, 

« et in breve morsero; come anche un certo Giorgio (1), che 

« doppo haver sepelito detto Marco portò un giorno solo il suo 

« vestito, si amalo et morse in duoi giorni ; et anco un suo 

« tìglio. Francesco Ghiozzi anch' esso amalo et gli venne il bu- 

« bone et fu mandato all' hospitale di S. Lazaro (2), e per quanto 

« ho saputo da un suo cognato, bora è sano ; ma tutta la sua 

« famiglia ha havuto il bubone in d.° hospitale, e però morse 

« solo un tìglio : onde le case di quelli tre nominati sono serrate 

« al Mezano de Rondani. La moglie di Gio: Pietro dalla Torri- 

« cella anco essa subito che fu a casa sua si amalo e morse; 

« si amalarono tutti gli figli et morsero e per quanto si dice 

« ciascuno hebbe la sua postema : questa fu la relazione del 

« Curato. Gio: Pietro fu mandato all' hospitale di S. Lazaro con 

« un apostema sotto una mamella: non so se sia vivo o morto. 

« Passando poi marito e moglie et una figlia per andare a Tor- 

« ricella di Cremona, per esser notte si fermarono in d."" Tori'i- 

« cella, e quella notte morse la figlia, che non si sapeva fosse 

« inferma: per aver dormito con le figlie di Gio: Pietro, inferme; 

« et perchè la madre et il padre furono forzati fermarsi anche 

« quell'altro giorno per la morte della figlia, non assicurandosi 

« più dormire nella casa per sospetto che la figlia avesse preso 

« il male dalle figlie di Gio: Pietro, vollero la notte seguente 

« dormire sopra il fenile, ma poco gli valse, perchè il giorno 

« seguente, cosi all' improvviso morse anco la madre ; et il ma- 

« rito, partitosi, andò a Torricella, e subito che fu arrivato, 

« anch' asso morse, per quanto fu detto. E perchè una donna 

« di Girolamo Bertone andò nella Torricella per fare il dolo 

« nel tempo che era morta la moglie di Gio: Pietro e portò 

« a casa sua una pezzetta di tela, quella fu caggione che sono 

« morte in quella casa almeno cinque persone: e perchè an- 

« che il seppelliente della Villa di Saccha, dopo aver sepellito 

« questi morti, portò a casa sua una pelliccia; ecco che questa 

« fu caggione della morte di sua moglie et un figlio in una 



(1) È quel Giorgio Ferrari del quale ha fatto cenno il Barbiere Brozzi. 

(2) Villa nel suburbio di Parma verso mattina. 



IN PARMA NEL 1630 67 

< notte istessa : et esso bora è al Lazareto cou un apostema sotto 
« una asela; et si sana. Un certo Biaggio Ferrari, similmente 
« essendo parente di Gio: Pietro, mandò un suo figlio et una 
« figliola alla Torricella per porgere aiuto al d." Gio: Pietro, che 
« era abandonato da tutti, quali portorono a casa sua iilcune 
« robbe pensando che dovesse morire d." Gio: Pietro, le quali 
« cose son state causa che sono morti nella casa sua cinque o 
« sei persone, e che al presente sono al Lazareto con il bubone, 
« per quanto ho inteso. Morse finalmente nel Lazareto un vecchio 
« che ajutava al Barbiere a servire gl'infermi; et Alessandro 
« Barbiero, quali non stetero infermi se non doi giorni. 

« Sisto Zafifanelli medico di Colorno ». 

Crediamo di non esserci ingannati attribuendo non poca im- 
portanza allo scritto del medico colornese, perocché appare all' evi- 
denza confermato che la peste si comunica per via di contatto 
personale, ma assai più rapidamente pel contatto colle vesti, le 
biancherie, le coperte, i panni appartenenti agli ammalati attuali, 
lasciati dai defunti (1). Ed è ugualmente evidente, che mentre 
coi Bandi si vietava sotto pene gravissime 1' entrata nello Stato 
di persone, e di roba quali si fossero, che venissero dagli Stati 
vicini, non s' era pensato fin da principio, a vietare in paese lo 
scambio o il trafugamento degli oggetti appartenenti ad appestati. 
Non è che si presuma, che a sì minute cose si potesse assidua- 
mente vigilare ; si pretende solo che la legge avesse punito con 
severità l' individuo trovato in possesso di simili oggetti. 

Appariscono dallo scritto del Zaftanelli altri gravi errori e 
mancamenti attribuibili, non alla plebe ignara, ma agli illustris- 
simi che tenevano il timone. 

Si allestisce in S. Lazzaro, a un miglio dalla Città, un Laz- 
zeretto, e si fa cosa prudente e lodevole: ma nessuno avrebbe 
supposto che queir ospedale dovesse servire ad ammalati che ar- 

(1) Ora pare accertato che i topi, fra le tante loro colpe, abbiano anche 
quella d' essere i propagatori più solleciti ed efficaci della peste. Così essendo 
sarebbero da lodare gli Egiziani autichi che tenevano i gatti fra gli animali 
sacri e li imbalsamavano per rispetto. 



68 LA PESTE BUBBONrCA 

rivassero dalle rive del Po. Periglioso il viaggio ai poveri infermi, 
minaccioso ai sani delle ville attraversate. Si sa dai documenti 
che si sono conservati, come le carra coi malati, i conduttori, i 
birri si fermavano alle osterie e s' accomunavano con quelli del 
luogo; si sa, e lo vedremo più innanzi, esservi stato il caso di 
persona che aggiunta ai malati per grave sospetto di contagio, 
in una di quelle fermate scese dal carro e si dileguò per la 
campagna. 

In tutto lo scritto del medico regna un grande sconforto: 
non si parla che di morti; mai di provvedimenti, di assistenza, 
di cura. Un lontano cenno del Barbiere che avrà aperti i bub- 
boni, e nulla più. 

Non bisogna però scordarsi che erano guai pressoché inevi- 
tabili nel XVil secolo, che la civiltà presente saprebbe evitare 
— quando vi avesse pensato a tempo. 

Il Duca Odoardo Farnese non negava il suo concorso, né 
r attività giovanile all' opera di preservazione. Sui primi di uov. 
1G29 usciva un Bando col quale si invitavano i cittadini a far 
buona guardia alle porte della Città e tenerle chiuse il più che 
si potesse: voleva che espellessero i forestieri, i vagabondi e i 
mendicanti. Presentava al pubblico la lunga serie de' paesi già 
colpiti dal morbo, e intimava a tutti del proprio Stato il divieto, 
sotto gravissime pene a chi contravvenisse, di aver commercio 
con quelli. Ai gentiluomini e ai cittadini di grado, raccomandava 
di vegliare attentamente ad impedire l' entrata di persone, di 
robe, di merci, d' animali, di cui non fosse sicura la sana pro- 
venienza. I luoghi messi alP interdetto dalla pubblica sanità erano 
molti; gran parte della Svizzera, dalla Francia, della Germania, 
la Valtellina, la Valsassina, lo Stato di Milano, verso Nord. Con 
una Grida dell' istesso mese ordinava che si creassero le Bullette, 
fedi di sanità, per lo Stato, spiegando il modo d' usarle e di 
giudicarle valide: additava i luoghi sui confini in cui erano sta- 
biliti i passi, colle guardie alle quali s" avevano a presentare le 
fedi : minacciate pene gravissime ai viandanti che fossero stati 
sorpresi per strade traverse. Ai passi di confine s' erano apposti 
cancelli e sbarramenti con qualche nerbo di soldati. Quando la 



IX PARMA NEL 1630 69 

jieste si fece innanzi arditamente si rinnovarono le Gride, i Bandi, 
gli ordini, intimando ai cittadini di non alloggiare persone scono- 
sciute, di curare la nettezza delle proprie case e vegliare a quella 
della città. 

Al novero dei paesi interdetti si aggiunse Casalmaggiore e 
Viadana. 

Entrati che si fu nel nuovo anno 1630 in cui la necessità 
di provvedimenti viemaggiormente incalzava, anche il Duca raf- 
forzava la sua azione diretta. 

Comandò che i denari dell' Abbondanza (1' annona) venissero 
in buona parte rivolti alla pubblica assistenza nel contagio : che 
il Governatore di Parma non indugiasse a convocare alla propria 
presenza i Conservatori della Sanità perchè ricevessero le oppor- 
tune istruzioni, anche sul modo di spendere il pubblico danaro. 
Scrisse quindi all' istesso Governatore raccomandandogli di rad- 
doppiare la vigilanza essendo noto a lui, Duca, che molti di fuori 
entravano in Città con fedi di sanità falsificate. 

Questo zelo del Principe faceva molto onore all' animo suo 
volenteroso e premuroso ; ma 1* andamento delle cose, quale ab- 
biamo potuto conoscere, ci indurrebbe a credere che piuttosto 
addimostrasse le buone intenzioni della eminente persona, anzi 
che un ordine di savie ed efficaci risoluzioni. 

All' ufficio di Sanità fu dato per Sopraintendente il Dottor 
Geronimo Borgarelli, designato alla carica dal merito suo e da 
vivo spirito di sacrificio, che gli faceva affrontare una fatica 
troppo pericolosa pel suo corpo indebolito ; e presto se ne videro 
le conseguenze. 

Altri partiti prese il Duca assai commendevoli, e fra questi 
uno che fu doloroso al suo cuore : dovette cedere alle istanze 
(dovrebbesi dire alle minaccie) dei vicini e dichiarare spontanea- 
mente che la capitale del suo Ducato era messa al bando. Fu 
una vera afflizione pel giovane principe; però più d'amor proprio 
che per gli effetti dannosi; poco differendo lo stato d'interdetto 
da quello di libertà; sì perchè di q^iesta se ne godeva poco, e sì 
perchè le cose andavano sempre a un modo — e ne sia prova 
r ardire che ebbero i Barl)ieri e i Medici di rifiutarsi di curare 
i colpiti dalla peste, e obbligare il Duca a raccomandarsi ai 



70 LA PESTE BUBBONICA 

Conservatori perchè inducessero quei sigiìori ad assistere con ri 
medi i poveri infermi; offrendo così un esempio di strana con- 
traddizione governativa : non usandosi in reggimento assoluto, e 
quasi quasi tirannico, la prepotenza dell' autorità in un caso in 
cui sarebbe stata indispensabile. 

Anche alle strettezze della Comunità cercò il Duca di venire 
in soccorso, concedendo facoltà di far danari alienando rendite e 
anche stabili, se fosse occorso. Di più : prese a prestito dodici 
mila scudi d' argento da adoperare in aiuto de' poveri infermi 
della Città. Non venne neppur meno il concorso pecuniario della 
Duchessa: la quale volle, iu sì dolorosa congiuntura, meritarsi 
la riconoscenza degli afflitti^ 

Abbiamo stimato opportuno di anticipare al lettore il cenno 
di fatti e di provvigioni che per ordine cronologico dovremo toc- 
care più innanzi : e 1' abbiamo fatto col desiderio di chiarire sin 
da principio quali fossero le condizioni e i procedimenti politici 
in un tempo così differente dal nostro. 

È, per così dire, la prima occhiata fuggevole che si dà alla 
scena. Più oltre non anderemo ; lasciando per tal modo indietro 
non poche cose che farebbero perder tempo senza frutto. 

Basterà accennare che il Duca desiderò e suggerì qualche 
miglior partito nel frangente in cui i cittadini si trovavano : ma 
per quanto si escogitassero e si decretassero misure per difen- 
dersi dal contagio non si sarebbe mai giunti a capo di ottenere 
i benefìzi desiderati. Era la condizione sociale che troncava i 
nervi e abbatteva le forze. Privilegi feudali ; immunità, premi- 
nenze, ignoranza nelle classi inferiori, pregiudizi senza fine, fiducia 
negli aiuti soprannaturali, disprezzo delle leggi per colpa delle 
leggi stesse e della esercitata inosservanza, agenti corrotti e auto- 
rità abbandonate in quella passiva rassegnazione che era la fata- 
lità dei Turchi assonnante la coscienza cristiana. 

Ecco ciò che disse un medico famoso, vissuto in mezzo alle 
pestilenze del XVI secolo — « La peste dura finché vogliono i 
governi » — 



Tornando alle vicende quotidiane del contagio troviamo oc- 
casione di encomiare il coraggio e 1' assiduità del Deputato Ta- 



IN PARMA NEL 1630 71 

gliaforri, che era il più attento e intelligente di quanti esercita- 
vano la carica. Fu egli che s" atlVettù a notificare ai Conservatori 
della Sanità il caso di quella donna, che avviata al Lazzeretto 
di Parma sovra un carro d' appestati, scappò lungo la strada e 
si perdette per la campagna. « ]\r ha detto il Mistrale (1) di 
Coloruo (così scrive Tagliaferri) che allorquando tornava jer sera 
dalla Città, aveva trovato a tre miglia dalla Città stessa, una 
vecchia di quelle che andavano all' Ospedale di S. Lazaro. la 
quale confessò d' essere smontata dal carro, perchè voleva andare 
a piedi al detto spedale. 

« Io non so come sia avvenuto tale disordine ne che sia 
avvenuto della vecchia, perchè a s. Lazaro non vi pervenne, ed 
è fra le cose probabili che sia stata accolta in qualche casa, 
dove avrà apportato disgrazia; e dove forse sarà morta. Torno 
a mandare in Città il Mistrale perchè faccia ricerche. Egli mi 
assicura che la colpa fu del birro di scorta (un certo Domenicone 
di Colorno), il quale non volle aspettare la donna, che forse sa- 
rebbe risalita sul carro. 

« Chissà il malanno che può derivare da questo caso. » 

L" episodio, di lieve conto in sé, vale solamente a dimostrare 
la sconvenienza e il pericolo che vi è a mandare in giro in tempo 
di pestilenza delle genti che possono ammalare e anche morire 
lungo la via, diventando fomite alla propagazione del male. 

Passati appena quattro giorni, l' istesso sig. Pirro annun- 
ziava d" aver fatto in quel giorno (20 febb.°) vuotare la casa dei 
Giaroni, proponendosi di far vuotare ali" indomani quella della 
Torretta; tutt' e due nella villa di Sacca. 

— « Neir ora del desinare (mezzodì) sono venuti gli uomini 
di Sacca a dirmi che Annibale Rondani era morto in cinque 
giorni; ma che aveva occultato il suo male, di maniera che nes- 
suno se n' era accorto. 

« Io sono andato alla casa di costui ed ho trovato non solo 

(1) Mistrale^ o Mùiislrale, fu in antico una delle primarie autorità Co- 
munali, come risulterebbe dal Gridario parmigiano 4 febb. 1538 e 18 die. 
1545 (v. Rezasco, Diz.° del lincruaggio amm °). 

Debbesì però ritenere che nel 1600 Mistrale si chiamasse e fosse il 
Messo Cursore comunale; e non di più. 



72 LA PES!E BUBBONICA 

lui morto, ma anche un suo figlio. Il medico ed il Barbiere hanno 
trovato la moglie con la febre e il bubone ; sicché 1' ho fatta 
condurre al lazzaretto con la madre del defunto e due figlioli. 

* Vicino alla casa Eondani abita Gio: Batta Cocchi, che 
ha la febre e gli duole sotto le coste ; percui il medico dubita 
di mal cattivo, appunto per la vicinanza. 

« L' ho fatto condurre con gli altri al lazaretto e venerdì 
mattina li manderò a San Lazaro (di Parma) tutti cinque. 

« Quel Francesco Ghiozzi al quale fu tagliato il bubone, 
guarisce. 

Di Golorno 20 febb. 1630. Pirro Tagliaferri. * 

Alla lettera del sig. Pirro fa seguito una relazione al Go- 
vernatore di Pietro Forti, delegato anch' esso dei Conservatori. 
Essa ha la data del 27 febbraio. 

— « Quello che è morto si chiama Messer Paolo Tartaglia, 
Barbiere famoso ; figlio di Mess.'' Domenico, ancor lui Barbiere 
al Mezzano di sotto ; il quale lavora quelli terreni della Ser.'"^ 
Camera, detti dei Bertini : et quando morse, stando queste sospi- 
tioni, procurai intendere il suo male, et hebbi informatione che 
erano alcuni giorni che si premeva di stanchezza ; ma per essere 
huomo feroce (1), et con molte occasioni di guadagno, sprezzava; 
et in questo istante andò a scalvare salici nei suoi terreni al 
Mezzana Rondini (sic), di modo che se li augumentò il male ; 
siche fu forzato andare a casa e ponersi in letto con febre ; al 
quale si scoperse un giaccio (bubbone) già solito venirgli altre 
volte discosto quattro dita dal muscolo, per quanto fui informato. 

« 11 padre mandò dal Medico di Bersello, quale ordinò la 
prima volta, serviziale e salasso; la seconda, ventosa sutta, con 
ontioni et impiastri ; ed eseguendo la ventosa generò dolore grande 
con spasmo, al quale volendo provedere senza ordine alcuno del 
medico, si applicò un polastro aperto: ma fu forzato morire.... 

« S" intese poi che il Medico di Bersello faceva mala 

relatione, et che il sig."" Governatore aveva impedito i passi sino 
a nuovo avviso.... » 

(1) Feroce — sta per audace, estremamente ardito — (trascriviamo 
questo scritto qual è). 



IN PARMA NEL 1630 73 

Si è aggiunto il nuovo caso di morte del Barbiere-Chirurgo 
di Mezzano di sotto, per viemeglio provare che il fomite primo 
e più vivo della pestilenza nel Ducato, si deve ricercare (almeno 
pel 1630) nel territorio di Mezzano del Vescovo, comprendente 
gli altri Mezzani. E forse non sarà inopportuno considerarne la 
probabile cagione. 

È opinione giudiziosa del Padre AfI'ò, che per effetto di 
straordinarie piene del Po, e per istrabocchevoli rigurgiti d'acque, 
accaduti negli ultimi anni del Xlll secolo, si formassero le isole 
dette i Mezzani, delle quali si trova fatta menzione solamente 
dopo il 1297 (1). 

Queste isole, che per volger di tempo e per vicende fluviali 
si unirono alla terra ferma, costituirono un grosso feudo vesco- 
vile, per essersi attribuite ai vescovi, e quindi sottoposte alla 
loro giurisdizione, le rive dei fiumi e le rispettive isole. 

Il fatto, assolutamente vero, che il Vescovo di Parma aveva 
il possesso de' Mezzani, portò seco delle non lievi conseguenze. 

Sono conosciuti a bastanza i privilegi, le immunità, le ec- 
cezioni, goduti dal Clero, e in ispecial modo attinenti alla giuris- 
dizione esercitata sulle terre da esso possedute: in fatto d'im- 
munità di asilo e di diritto forense, 1' autorità del principe era 
pressoché interdetta: onde avveniva che un luogo di giurisdizione 
ecclesiastica diventava aperto e favorito a persone, che 1' autorità 
civile avrebbe respinto. Erano i banditi, i micidiarì, i frodatori 
d' ogni qualità. Ivi si davano convegno i più tristi dei dintorni 
per delinquere, o almeno per far commerci di contrabbando. Così 
fu al Mezzano del Vescovo sino al 20 agosto 1763 in cui Mon- 
signor Francesco Pettorelli-Lalatta cedette al Duca Don Filippo 
di Borbone il Feudo Mezzanese in cambio di quello di Felino, 
per la parte allodiale. 

Al tempo della peste, di cui ora si discorre, il Feudo di 
Mezzano era un covo di banditi e di frodatori: un loro quarticr 
generale; il centro d' onde si sguinzagliavano colle merci di frodo 
negli Stati vicini; cioè, nel cremonese, nel mantovano, a Guastalla, 
a R eggio. a Parma, secondo che qui o là erano meglio avvan- 

(1) Affò, St. di Parma, Voi. IV, pag 93. 



74 LA PESTE BUBBONICA. 

taggiati. Grande soccorso traevano dal Po, che serviva al facile 
trasporto delle cose, e allo scampo, quando gli agenti vescovili, 
tanto per non parere d' esser di balla, davano loro qualche 
assalto. 

Si può quindi esser sicuri che la peste approdata al Mez- 
zano, risedeva nell' esercito Tedesco che assediava Mantova, e 
r erano andata a prendere quei brutti (^effì ospitati dalle autorità 
vescovili, portando vettovaglie al campo, o riportando robe che i 
soldati avevano rubato nelle case. Così non fu possibile in quel 
lembo di terra abbandonato all' inerzia, all' indiiferenza, all' e- 
goismo clericale, eseguire neppure il siniulacro d' una delle tante 
prescrizioni della legge civile per difendersi dal male. 

Già eravamo arrivati al mese di marzo, che ancora si credeva 
la città preservata per divina provvidenza: però il cerchio di sa- 
lute (non tenendo conto del lazzeretto suburbano, che era una 
continua minaccia) si andava via via ristringendo. 

Il zelante Podestà di Torricella, Gio: Aut.° Setti, dava per 
cosa certa al Governatore che a Sissa e nelle sue ville moriva 
una grande quantità di persone, che si seppellivano di notte per 
tenere la cosa occulta più che fosse possibile: accennava ad un 
Paolo Gregori e a tre altri di casa sua, morti quasi repentina- 
mente; poi ad un famiglio di lui e alla figlia, che era venuta a 
soccorrere il padre. Insomma, era una desolazione ; e pregava il 
Governatore a dare ordini rigorosi. 

Intanto il Deputato sanitario di Sala mandava ai (.'onserva- 
tori della Sanità pubblica gran copia di lauro per fare i profumi: 
— occorreva ben altro ! 

Tutto il contado era invaso ; le morti aumentavano di giorno 
in giorno, e la forza di resistenza si andava affievolendo nel co- 
mune abbandono. Da ogni parte arrivavano lettere che denuncia- 
vano casi nuovi, moltiplici nella stessa casa, spesso nell' istessa 
famiglia, e quasi sempre mortali: i soccorsi mancavano, tanto 
pel vitto, quanto per le cure mediche. Il Governo moltiplicava i 
bandi, le gride, gli avvertimenti, ma non avendo saputo preve- 
dere, restava anch' esso sopraffatto e impotente. 

I medici, a cui sono passate le perplessità, non temono più 
dire il vero : fanno le loro denuncie, e commettono spropositi con 



IN PARMA NEL 1630 75 

un coraggio deplorevole. S' ammala imo della famiglia e soc- 
combe ? — 11 medico o il barbiere fa chiudere iu casa tutti i 
sani, e avven(i^a che può : gran mercè se l'incaricato delle vet- 
tovaglie si curi di sapere se quei poveretti abbiano, o no, prov- 
viste per sfamarsi : gran problema, se il provvigioniere della villa, 
dopo aver saputo che non ne hanno, trovi il tempo, il modo e 
la voglia di somministrarne. La carità pubblica non fu sorda né 
lenta ; ma erano già cinque mesi che stava in quotidiano eser- 
cizio di beneficenza, e lo slancio diminuiva. 

Boccabianchi, che a quel che pare aveva preso stanza alla 
Badia di Sanguigna, riferiva al Governatore d" aver fatto una 
recente visita a Sacca, e d' avervi trovato una condizione gra- 
vissima. 

« Maria, moglie di Battista Zatelli, ferraio, è ammalata 
« con bubone. — In casa sono tre sani e li ho sequestrati : 

« Andrea, figlio del q. Pietro Coghi, ha un principio di 
« bubone, e sono tre in casa ; 

« Francesco Mognasco è sospetio con tutta la famiglia e 
« sono iu cinque ; 

« Giulia, moglie di Angelo Coghi ha il bubone. e sua 
« madre è ammalata ; 

« Domenico del Mezzano de Poli venne quindici giorni fa 
« a casa di suo padre a Sacca : ha un bubone. È con due figli ; 
« la femmina ha l'istesso male — furono condotti al lazzaretto » . 

Antonio Labruna Delegato a Coloruo manda al Governatore 
lunghe note di sospetti, senza tacere i frequenti casi di morte. 
Dà assicurazione d' averne fatti chiudere molti nel lazzaretto dei 
luogo, ma non nasconde che vi stanno a gran disagio : — 
« si procura di provvederli diligentemente delle cose necessarie, 
ma perchè non hanno barbiere che li curi, patiscono gagliarda- 
mente, et io non posso provvedere perchè qui non vi è persona 
a proposito » . 

Ormai, piìi che le cure mediche (le quali non si conosce 
bene quali fossero e quali potessero essere, dal taglio dei gavoc- 
cioli in fuori) occorreva il sostentamento quotidiano per tutti i 
poveri rinchiusi nelle case e nei lazzeretti ; dove cresceva il pe 
ricolo di morir di languore, se non di peste. 



76 LA PESTE BUBBONICA 

Boccaljiaochi addi 5 aprile rompeva gì' indugi e al gover- 
natore Moresco senza i consueti riguardi diceva — « le ville di 
Sacca e de' Mezzani da me ieri visitate, gridano perchè non è 
stato provvisto a soccorrerle nelle loro necessità » . Ma neppure al 
parlar chiaro del medico, e al gridare degl' infelici il soccorso 
arrivava. — Si aspettava da un momento all' altro 1' annunzio 
officiale che la peste era entrata in città : e diciamo 1' annunzio, 
non potendo noi, alla nostra volta, dire officialmente che v' era 
già entrata da un pezzo. E si taceva I — quasi che la vergogna 
per un principe, o per un governo, o per un popolo derivasse 
dall' essere colpiti da una grande calamità, e non dalla colpa di 
non averla saputa evitare, o moderare — potendo. 



Due celehri personaggi, Lodovico Antonio Muratori, anna- 
lista e antiquario di fama imperitura, e Giovanni Filippo lu- 
grassia, medico e filosofo siciliano, hanno lasciato ammonimento 
di proclamare la esistenza del contagio al suo primo apparire, 
per guadagnar tempo a gettarvi contro, senza titubanza, tutte 
le forze disponibili del governo e dei cittadini : tentando così di 
isolarlo, opprimerlo, e soffocarlo nell" inizio della sua espansione. 

Ingrassici, che combattè la peste a Palermo nel 157G, ser- 
vendo agli ordini di Marcantonio Colonna viceré di Sicilia ; eppoi 
arrivò a spegnerla nel seguente anno 1577, ha lasciato insegna- 
menti preziosi in una sua opera di polizia medica : insegnamenti 
che però si risentono del tempo in cui li praticò e li lasciò 
scritti. Fatta pertanto astrazione dai modi di esecuzione violenti 
e crudeli, che 1' età nostra respingerebbe inorridita, restano pur 
sempre apprezzabili i consigli dati. 

Voleva il medico siciliano che la tiifesa contro il contagio 
cominciasse appena che s' avesse da lontano il sentore della sua 
apparizione: voleva la inesorabilità dei castighi: e così, ne remis- 
sione, nò misericordia per chi avesse ommesso uno solo dei do- 
veri di combattimento assegnatigli; ovvero contravvenuto alla 
legge speciale. 

A suo dire, e per sua esperienza, a preservare una Città, 
una terra, dalla peste, occorreva oro, fuoco, forca. Coli" oro si 



IN PARMA NEL 1630 77 

provvedeva alle grandi spese pel sostentamento dei poveri — col 
fuoco si espurgavano le case, la robi e 1' aria : colla forc<i si 
facevano obbedite le leggi, le gride, le prescrizioni per 1' occa- 
sione sventurata. 

Le città non dovevano avere che poche porte aperte ; al- 
l' esterior parte delle quali eretta quella tal forca, e per di più, 
una tròclea per dar la corda: chi si accostasse per entrare, doveva 
restar persuaso anche da lontano, che avrebbe dovuto obbedire. 
Un' altra opinione manifestava Ingrassia (e V abbiamo già 
accennata di volo) « Che il contagio dura finché vuole il go- 
verno. » 

Scorrendo i volumi del celebre siciliano si trovano indicati i 
modi di preservazione, e le prescrizioni di cura (secondo la tera- 
peutica del secolo in cui viveva), che noi omettiamo, per non 
aggiugnere maggior noia al lettore. 

Lodovico Antonio Muratori dettando il suo libro — Del 
governo della peste — (1722), riassume i precetti d' Ingrassia; 
eppoi dedica massime lodi alla Città di Ferrara, la quale tro- 
vandosi nel 1630 chiusa dentro alla cerchia della peste che l'as- 
saliva, seppe con propositi coraggiosi e assidue diligenze, restare 
incolume. — Narrando egli questo fatto pressoché miracoloso, 
rileva le maniere di salvazione prescritte dalle autorità, e usate 
con ardore dai cittadini ferraresi, mettendole a confronto colla 
mollezza, la confusione, l' incertezza d" altri governi, e d' altri po- 
poli, colpevoli d' aver fatta la sventura propria, e quella dei vicini. 
« I savi Magistrati di Ferrai-.i — scrive Muratori — non 
<t si guidarono come altri ; il che resta provato dalle loro me- 
« morie stampate. 

« Appena a dì 13 maggio 1630 fu scoperto il male di 
« quel tale veronese, quantunque ancor dubbioso, venne risoluto 
« di pubblicarlo, come caso veramente jtestilenziale, coli' appor- 
« tare di bel mezzogiorno al lazzaretto tutti gli abitanti della 
« casa ove costui morì; e insieme tutte le robe : sequestrando 
« chi aveva conversato con lui ; credendo meglio, i ferraresi, il 
« perdere, siccome avvenne per tal romore, il commerzio coi vi- 
« cini, che 1' esporre la patria al pencolo d' un danno incompa- 
« rabilmente maggiore. Infatti, gli abitanti d' essa casa, al nu- 



78 LA PESTE BUBBONICA 

« mero di sette, morirono di poi, e parte di essi con buboni e 
« carboni evidenti. Altri casi di chi morì chiaramente di peste, 
« succedettero di quello stesso anno nella Città medesima ; ma 
« colla pronta provvisione si troncarono tutte le conseguenze pre- 
« giudicevoli. In una parola: dopo il primo caso si stabilì, e fu 
« conosciuta necessaria, non che utilissima quella gran massima 
« — (li sempre interpretare per caso di peste, ogni accidente 
« indicante indifferenteinente peste a non peste... — In effetto 
« nelle terre di quel Distretto (di Ferrara) contuttoché circon- 
« date dal morbo, seppero cosi bene difendersi col rigore e colla 
« diligenza, e opprimere il male introdotto, specialmente confi- 
le naudo esso, e collo starsene le persone ritirate per salvarsi. 

« Gioverà ad ognuno 1' aver sempre presenti simili rilevanti 
« esempi, per non dormire e per non disperarsi, quando mai 
« venissero que' miseri tempi. 

« Il perdere commercio de' vicini, il penuriare di molte mer- 
« canzie e d' altri comodi della vita, certo è un male, ma questo 
« male può dirsi un nulla in paragone del fuoco divoratore della 
« peste. Insomma, ebbero ragione i ferraresi di conchiudere nelle 
« loro memorie, poter eglino certificare agii altri, che il puh- 
« blicare prontamente il male, e il tenere per contagioso ogni 
« caso clic sia degno di sospetto, è l'unico rimedio all'estin- 
« zione del male medesimo (1) ». — E chi ha orecchie intenda. 



Non sajipiamo quanto possa giovare se non che alla curio- 
sità ; il ricordare le varie opinioni che insorsero intorno il modo 
col quale la peste entrò nella nostra città: però stimiamo non far 
cosa inutile, se non foss' altro, per complemento di narrazione. 

Era notajo e Cancelliere della Comunità il Dottor Giulio 
Lunato, ohe venne incaricato di fungere da segretario presso 
r ufficio de' signori Conservatori della Sanità, presieduto dal Go- 
vernatore. — Il zelante Dottor Lunato ci lasciò un grosso e 
affaticato lilìro delle Ordinazioni, in cui registrò gli ordini, le 
deliberazioni, le provvigioni prese dal principe, dal governo, e 

(1) L. A. Muratori, Del governo della peste. Lib. I. Gap. V., pag. 42-44. 



IN PARMA \EL 1630 79 

specialmente dai Conservatori nelle loro frequenti adunanze. — 
Il volume è sopraccarico di registrature regolari, comecché scritte 
in lingua barbara — e per di più contiene un cenno del corso 
che tenne la peste nelT invadere la Città. Dovrebb' essere il do- 
cumento più importante e sicuro per conosi'ere il cammino per- 
corso dal contagio, invece, anch' esso ci lascia nella incertezza ; 
ond' è che preferiamo il partito di riportare le varie opinioni. 

Cominciamo da Lunato. 

« Dal mese di ottobre 1629, cominciò a sentirsi in questa 
« Città sospetti contaggiosi, et morti di alcune persone per di- 
« verse parti di questa Città, et si è venuto a termine che ha 
« durato tutto questo anno, et il maggior numero che un giorno 
« siano morte persone, è stato a dì diciassette di maggio, che 
« u' è morto cìiiecentotre : et poi ha cominciato a declinare, sì 
« che alla fine di Novembre ne morevano diciotto e venti il 
« giorno : si è fatto la descritione che in Parma ne siano morti 
« più di vinti uiillia, et la Città era copiosissima, et passavano, 
« avanti il contaggio, piii di qui vanti t sei mila persone, et me- 
« glio di tutti lo posso sapere, come quello che son sempre stato, 
« et sono Cancelliere non solo dell' 111. ma Com.tà di Parma, ma 
« anco dell' Gif." di Sanità; et sempre son stato in Parma, et 
« esercitato 1' Offitio senza tema alcuna, et senza pigliare pre- 
« servativi alcuni; ma avevo il scopo di fare bene al prossimo. 
« et confidavo nella misericordia d' Iddio, et per la qual miseri- 
« cordia et confidenza son stato preservato io, et tutta la mia 
« famiglia. — Deo grà. 

« Quanto avvertimento ho havuto è stato quello che al 
« principio d' Aprile volsi che tutta la mia famiglia stesse in 
« casa, senza andare ponto in loco alcuno, et io non parlavo con 
« alcuno a fai^cia a faccia, nel resto facevo poi tutto: et così è. 
« — Giulio Lunato Cane." ra. p. » 

In questo documento si trova importantissima 1' affermazione 
— « Cirenei mese d'ottobre 1629 cominciò a sentirsi in Città 
casi sospetti di contagio, e morti di persone attribuite al con- 
tagio medesimo ». 

Della quale dichiarazione d'uomo che tanto doveva sapere le 
cose attinenti alla peste, dovrà il lettore ricordarsi. 



80 LA PESTE BUBBONICA 

Il Padre Gesuita Orazio Smeraldi, addetto alla Corte quale 
precettore d' uno dei figli del Duca Odoardo, ha lasciato una 
breve memoria sulla peste del 1630, che si conserva manoscritta 
nella R. Biblioteca parmense. 

Alla 3.* P^S" •^ P'ifhiudo dell' apparizione fatta dal contagio, 
così si esprime : — « Prima causa fu di un fornaro, il quale 
« essendo tornato da Sacca, villa sul Po confinante col Maoto- 
« vano che già era sospetto per li Tedeschi, s' appiccasse a quel- 
« li di casa sua ria peste) e poi a poco a poco agli altri del 
« vicinato e borgo, che è chiamato del Vescovo, il quale fu il 
« primo che si disertasse, per la morte di coloro che vi abitavano. 

« xVppresso si disse che certuni, detti i Bcrsani, perchè 
« dalla Città di Brescia venuti in questa, esercitavano la mer- 
« canzia incontro la Chiesa di S. Vitale, v' introdussero una 
« cassa di ferramenti comperati dai Tedeschi sul Cremonese, e 
« parimenti la peste ; che però morirono fino al numero di un- 
« dici in quella casa : e poi altri mercanti, pure di ferri, detti 
« Zurlini, che stavano nella strada di S. Lucia, che avevano da 
« detti Bersaui comperate delle dette cose ». 

Il Canonico prof. Allodi, autore della Cronologia dei Vescovi 
di Parma (1), tocca esso pure della pestilenza di cui ora si parla, 
e dice — « Che ai 5 di Nov. 1629 la peste fu portata a Parma 
« da un certo Soldato, chiamato Germano, della Villa di Sacca, 
« Comune di Colorno. 

« Ai 13 d'Aprile (1630) grandi funzioni religiose e proces- 
« sioni lunghissime ne' giorni 20-21-22. Il 1." dì, da S. Gio: 
« Ev."" ai PP. Serviti e a San Sepolcro: il 2.", da S. Tomaso 
« alla Steccata e S. Pietro Martire (2) : il 3." dalla Nunziata a 
« S.*^'^ Maria Bianca, Carmine e S. Eocco. 

« Ai 26 d' Aprile (com" era prevedibile) condizione lagrime- 
« vole della Città, nella quale ogni giorno si vedevano morire 
« molte persone di morbo contagioso. Le Chiese e la Cattedrale 
« trovavano pochissimi preti che officiassero. Il Capitolo non si 

(1) Allodi, Sarie cronologica ecc. V. II, pag. 201. 

(2) S. Pietro Martire; chiesa che sorgeva iu uu angolo del cortile della 
Pilotta, fondata dai Domenicani nel 1232, la quale servi al Sant' Uffizio. Fu 
demolita, insieme col Convento, dal Governo francese nel 1813. 



IN PARMA NEL 1630 81 

« convocò nei mesi di Maggio, Giugno e Luglio. Della Catte- 
« drale morirono di contagio quarantadue beneficiati, il sagrista, 
« più r Arcidiacono Giacomo Cornazzani, e i due Coadiutori Ca- 
« pitolari, ancora minoristi, Bernardino Picolelli e Cosimo Del 
« Bono, entrambi spenti in Luglio. » 

Carlo Malaspina, in un Compendio di Storia di Parma ri- 
porta r opinione dello Smeraldi, che attribuisce la colpa della 
importazione a quel fornaio andato a Sacca, e quindi tornato in 
Città a disertare d' abitanti il borgo del Vescovo. Ricorda pure 
la famiglia Bresciani, e quella de' Zurlini, che furono le prime 
colpite; ma non sono che copiature, le quali non danno mag- 
gior lume. 

Piuttosto sarà da por mente ad una seconda dizione in cui 
il mentovato Gesuita 0. Smeraldi racconta in un'altra parte del 
suo MS. r invasione della peste nella nostra Città. 

Lo Smeraldi viveva in Comunità nel Collegio di S. Rocco, 
sede dei Gesuiti, e volendo fare onore alla Compagnia che aveva 
indefessamente prestato soccorso ai miseri appestati, dà un cenno 
di quelli, professi o laici, che erano morti nell' esercizio del mi- 
sericordioso uffizio. 

Tessendo un po' d' elogio al Coadiutore Lorenzo Cortellini ; 
dice, — « che aveva ventiquattro anni e stava in Convento eser- 
« citandovi 1' arte di calzolaio e 1' ufficio d' infermiere : fu esso il 
« primo che si scoprisse ammalato di peste, non solo nel Col- 
« legio di San Rocco, ma nella Città. 

« Il medico Pompilio Tagliaferri, dopo averlo visitato, andò 
« subito in Corte e dichiarò ai Serenissimi che più non si po- 
« teva coprire e dissimulare lo stato dell' infermo. Aveva egli 
« preso il male, come poi si seppe, da un calzolaio allora ritor- 
ce nato dall' esercito Alemanno dilà dal Po, dove aveva portate 
« scarpe da vendere; e chiamato in Convento dal Frate Lorenzo 
« per lavorare del suo mestiere, poco dopo morì. S' ammalò il 
« 2 d' Aprile ; alli 5 si scoperse appestato e ai 7 era morto. » 

Sentiamo un' altra campana. 

Negli Atti della Deputazione di Storia Patria per le pro- 

AECH. STOE. PaRM , IV. 6 



82 ' LA PESTE BUBBONICA 

vincie di Modena e di Parma (1) si legge una ioteressante mo- 
nografia sulla peste da cui fu travagliata la Città di Modena 
neir istesso anno 1630. 

Ne riportiamo uno squarcio. 

« — In mezzo ai tripudi del carnevale (2) giunse avviso 
che in Parma era il contagio. La Sanità mandò Ippolito Bazzani. 

giovane medico assai distinto a sincerarsi Probabilmente i 

parmigiani, che occultarono la peste fino all' ultimo, riuscirono a 
ingannarlo, e nessuna provvisione venne presa. 

« Ciò fu alla fine di Febbraio (3), e si rimase nel dubbio 
per tutto il seguente mese; ma sui primi d'Aprile tornato il 
Bazzani a Parma col Cancelliere della Sanità, Antonio Pedrazzi, 
s' ebbe certezza che in quella Città era la peste cruda e potente. 
Intanto anche in Milano era entrata e s' allargava ogni dì piìi ; 
e Firenze, Ferrara, Bologna eccitavano Modena a bandirlo (Mi- 
lano) insieme con Parma. 

« Il Duca Francesco (d' Este) stava perplesso, perchè per 
Milano temeva inimicarsi lo Spinola, che governava per la Spagna. 
Quanto a Parma, era in affettuosa relazione con quel Duca (0- 
doardo), di cui uell' anno seguente sposò la sorella. Ma agli ec- 
citamenti aggiugnendosi la minaccia di rompere il commercio con 
Modena, fu d' uopo cedere, e Parma venne sospesa, Milano han- 
dito con Lodi, Cremona e con altre Città, più o meno lontane. 

« Tardi provvedimenti : il contagio era già entrato nel mo- 
denese, e dai confini di Parma s' avanzava verso Brescello ; da 
quelli di Guastalla verso Gualtieri. » 

Eesta pertanto avvalorata dalla Monografia del Ch.'"" Avvo- 
cato Odoaido Easelli l' opinione che sul finire del 1629 Parma 
era già in balìa del contagio. 

Altrettanta assicurazione ci porgono gli Annali del Ch."'° 
Professor Corradi, che seppe attingere alle migliori e più ricche 
fonti. — « Il Collegio Medico di Parma (così negli Annali) fu 
« d' avviso, forse per tener viva la fiducia nei salvacondotti, 

(1) Atti della Deptit. ecc. (Nuova Serie) Voi. VII. parte i.\ pag. 200. 

(2) Sulla fine del 1629. 

(3) Del 1630. 



IN PARMA NEL 1630 83 

« tedi di sanità, a cui nelle Gride parmensi di quel tempo 

« da vasi molta importanza, che la peste entrasse nella Città non 

« altro che per mezzo di vesti e di merci infette: e ciò fu nel 

« 2sov, 1629, dal quale mese al susseguente Marzo, non più di 

« 300 400 persone perirono. Ma poscia fino a tutto Giugno 

« le morti sommarono da 14 alle 16 mila. » 

Nel libro delle Ordinazioni si trova un documeuto (il primo 
registrato) che fa una certa impressione a chi lo legge, e a giu- 
dizio nostro spiega molte cose. 

Quando il Duca ebbe sentore che la peste era entrata in 
Italia insieme coi tedeschi, creò un Consiglio di Sanità, compo- 
nendolo di persone probe e zelanti del bene pubblico, alle quali 
impartì le necessarie istruzioni e quel tanto d' autorità che avrebbe 
lasciato loro il Governatore, cui fu affidata la presidenza del 
Consiglio. 

Addì 26 Dicembre 1629 i Conservatori della Sanità (che 
così vennero chiamati) tennero la loro prima seduta, della quale 
il Cancelliere-Segretario, Lunato ha fatto menzione nel Registro 
delle Ordinazioni. Ed è appunto questo il documento che deside- 
riamo di far noto. 

« Convocati davanti l" lll.mo sig.'" Gerolamo Moresco, Go 
« vernatore di Parma, per trattarsi negotij spettanti all' interesse 
« del pubblico, et particolarmente di conservare questo Stato 
« immune da ogni male et sospetto di contaggio: nella quale 
« convocazione et Congregatione sono intervenuti li infrascritti 
« molto illustrissimi Conservatori della Sanità di Parma. 

« Dottor Gasparo Trincadino, 

« Perfetto Azzone, 

« Gregorio Borascho, 

« Giulio Cesare Bravi, 

« Domenico della Galeotta, 

« Ottavio lucchese.... (cioè, Ottavio Montauti) 

« Quali tutti, così uniti et congregati, dopo diversi discorsi 
« liavuti per interesse di contagioni et suoi sospetti, hanno ordi- 
« nato, che ciascuno di essi Signori giuri per Sacramento, non 
« solo di non propalare cosa alcuna che si tratarà, udirà, vedrà; 



84 LA PESTE BUBBONICA 

« ma di stare in ogni modo et in ogni loco taciti, et cheti; et 

« che io Notaro infrascritto, giuri il mederao : et così, detto 

« Illustriss»'"'' sig/ Governatore ha dato giuramento a tutti li 

« sud.*' et a me Cancelliere inf.° di osservare il silentio ; et quali 

« hanno giurato tactis scrijìturis. 

« Il Not.° Cancell.® Giulio Lunati » 

Non crediamo di peccare, tenendo per sicuro che il giura- 
mento imposto ai Conservatori non aveva altro scopo fuor di 
quello d' ingannare la cittadinanza, addormentandola nella sicu- 
rezza di goder la salute, mentre la peste entrava nelle case. 



La Comunità aveva penuria di danaro, e gli Anziani chie- 
sero al Duca che approvasse un mezzo per farne. E il Duca 
approvò. 

— « S. A. S.™^ si contenta che le SS. VV. si possano va- 
lere per servitio dell' Officio della Sanità di tutto il denaro che 
le SS. W. hanno ritratto dal quattrino riscosso sopra il prezzo 
delle carni vendute nelle heccherie di questa Città, e di quello 
anco che ritraheranno fino al primo giorno della prossima qua- 
dragesima: e questo non ostante che non e' intervenghi 1' autorità 
del generale Consiglio, derogando 1' Altezza sua per questa volta 
sola, anco con la pienezza della sua podestà ducale, ad ogni cosa 
che facesse in contrario ; in conformità di quello che le SS. VV. 
hanno con loro memoriale supplicato V Altezza sua: di cui ordine 
tutto ciò scrivo alle SS. VV. alle quali bacio le mani. » 
« Di Parma, 15 Gennaio 1630. Aff.mo Servitore 
Gio: Ant." Guaeneri. » 

Il soccorso di denaro di cui s' era conceduto alla Sanità di 
valersi era ben poca cosa alle necessità in cui versava il Comune: 
ne, d' altra parte, si poteva considerare un soccorso vero; impe- 
rocché il Duca non faceva altro se non permettere che gli An- 
ziani spendessero per il contagio il ricavato d' una tassa riscossa 
dalla Comunità per le spese generali ; onde, soccorso non era, 



IN PARMA NEL 1630 85 

ma cambiamento d^ erogazione di denari che costituivano le en- 
trate municipali: se si spendeva di più da un lato, la deficenza 
si sarebbe manifestata dall' altro. Ai Conservatori occorrevano 
mezzi maggiori, nuovi, pronti ; tanti ne richiedevano le straordi- 
narie provvidenze dedicate alla peste: le quali s' andavano di 
giorno in giorno facendo più gravi per 1' estendersi del morbo. 
Era una morìa generale, alla quale bisognava lasciar fare il suo 
corso, non essendovi più mezzo di impedirlo. Abbiamo detto più 
volte che nemmeno le fedi di sanità giovavano ; che non giovava 
più nulla ; che il freno era rotto e 1' animale feroce divorava la 
via seminando la morte. Non si sentiva che un lamento, un' in- 
vocazione d' aiuto umano e divino. 

Fra i documenti ne abbiamo trovati molti del bravo Po- 
destà di Torricella a cui non sfuggiva occasione per dire la ve- 
rità al Governatore e per raccomandarsi alla sua provvidenza; 
ma r uomo inetto, il magistrato infelicissimo, non dava segno 
d' attività né di giudizio. 

Nel vicino territorio Cremonese moriva gente non poca, an- 
che perchè non si chiamavano medici, essendovene scarso numero. 
Molti si rifugiavano nel territorio parmigiano: « da Gramignazzo 
v' è chi tragitta alla sinistra sponda, dove è la peste grossa, e 
chi da questa, pel passo di Stagno, trasporta gente sulla destra: 
Quando hanno le fedi legittime di sanità. 

Kestava però a sapere quand'era che le avessero le fedi di 
sanità, se da una parte e dall'altra del fiume non si faceva che 
ammalarsi e morir di peste. 

« Intendo anche (seguitava a scrivere il Podestà) che nella 
« terra della Ghisola, quale è a tre miglia più in giù di Torri- 
« cella Cremonese, muore gente assai: pochi giorni or sono erano 
« da seppellire dieci persone in un dì solo. Anco di quelli della 
« Ghissola ne capita spesso qui, percJtè con le fedi si admet- 
« tono tutu. » 

Dopo questa lettera venuta da Torricella parmigiana, il Go- 
vernatore ordinò « che non si lasciassero passare persone prove- 
« nienti dal Cremonese e dalla Ghissola, sotto pena della vita e 
« della confisca dei beni ». E non si potrà negare la somma 
avvedutezza del Governatore, né la conseguente premura dei Con- 



86 LA PESTE BUBBONICA 

servatori, i quali spedivano 1' ordine del Moresco al Podestà di 
Torricella di non lasciar passar gente né con fedi ne senza : 
mentre 1' uno e gli altri sapevano che non v' era più rimedio di 
salvazione ; mentre era notissimo che da mesi la gente andava 
pe' traghetti del fiume, da una parte e dall' altra senza riserva. 
Sapevasi che presso Torricella e presso la Motta lombarda sta- 
vano ancorati molini natanti dai quali, nella notte, staccavansi i 
rispettivi burchielli per passar gente sulla ripa parmigiana, che 
poi si avviava ai mercati, e a quegli altri luoghi in cui era 
chiamata dall' interesse proprio. 11 Podestà di Torricella parmi- 
giana sapeva benissimo quel che accadeva, ma non poteva op- 
porsi, perchè i luoghi « non erano sotto la sua giurisdizione ». 
Però fé' consapevole il delegato Pirro Tagliaferri, che alla sua 
volta avvisò il Governatore, il quale ordinò che i soldati faces- 
sero buona guardia e fossero inesorabili: ma il Capitano (come 
fu riferito) al ricevere quel noioso comando colla giunta d' un 
rimbrotto, si strinse nelle spalle, riversando le colpe sul tenente, 
e questi sui bassi-offiziali, che non avevano impedito che due 
molini della desolata Ghissola fossero venuti, in dispregio delle 
gride, a dar fondo presso la ripa parmigiana. E così, passando 
la responsabilità per una troppo lunga trafila, a mezza strada 
non si trovavano più responsabili. 

Arrivati al Febbraio la confusione, il disordine e le tras- 
gressioni erano aumentate straordinariamente : i Signori, e spe- 
cialmente i Feudatari che avevano autorità ripatica sul fiume, 
non si trattenevano per meschini guadagni di commercio o di 
tassa d' approdo, dall' accogliere le barche cariche di persone e 
di roba: ciò facevasi di preferenza alla sponda presso lo sbocco 
del Taro, ove esisteva, come ha scritto il Deputato Tagliaferri, 
« il porto del signor Conte Girolamo Simonetta ». 



Veggasi ora se i Conservatori della Sanità potevano essere 
più ingenui di quanto apparivano col mandare a Lodi il Dottor 
Moraggi per informarsi, de visu, se in quella Città dominava il 
contagio, e se era prudente di rompere le comunicazioni, nel 
mentre che essi avrebbero studiati nuovi sistemi di conservare il 



IN PARMA NEL 1630 87 

territorio immune. Mandare a vedere...? Ma era un'affermazione 
generale, che durava da mesi, che la peste s' era diffusa per la 
Lombardia ; della qual cosa facevano prova i Bandi e le Gride 
dell' istesso Governo di Parma ; per cui il mandare a vedere se 
vi era proprio, si risolveva in una sciocchezza, o in una mistifi- 
cazione. Infatti, il Dottor Moraggi tornò indietro apportando no- 
tizie desolanti. — Intanto, però, i signori Conservatori avevano 
passati tre giorni tranquilli, perocché il popolo, nell'aspettativa 
di notizie consolanti non li aveva molestati. Se non che fu 
d' uopo di almanaccare qualche novità per assopire gli animi 
nella speranza ; e si pensò di rimediare con un Bando nuovo ad 
uno sproposito madornale commesso per mezzo di Bando vecchio. 

Bisogna sapere che in su gli ultimi giorni del 1629 si era 
segnata attorno alla Città una zona profonda tre miglia i cui 
abitatori potevano entrare e uscire liberamente dalla Città; cioè, 
senza hulleite, o fedi, o vincoli di sorta ; e tanto le persone, 
quanto le robe e le derrate. Un privilegio, una franchigia di sa- 
nità, che apportò un danno immenso. 

Tutti coloro che avevano necessità o desiderio di entrare in 
Parma, erano della zona suhnrhana, e passavano impunemente. 
Nell'ambito privilegiato formossi ben presto un'agenzia, una 
scuola d'ingannatori, una fabbrica di carte false di residenza, e 
una schiera di falsi testimoni. Vi era chi praticava il confine 
esterno della zona per accontarsi coi compari di fuori, e, per 
mercede, trafugare uomini, merci, e robe quali si fossero. Il gioco 
durò tanto, che quasi se ne stancarono quelli che tenevano il 
banco, e fu scoperto. Allora 1' Ill.mo Governatore aprì gli occhi 
e, sia detto per la verità, riconobbe 1' errare e volle correggerlo. 
Ma il male era fatto. 

— « Havendo mostrato 1' esperienza che 1" habilitazione con- 
* cessa dal Bando 19 Die. p.° p.° agli abitanti dentro tre miglia 
« da questa Città di poter entrare senza bollette di sanità, purché 
« fossero conosciuti dai Deputati, ha partorito cattivo effetto ; 
« perchè molti falsamente allegano d' habitare dentro li tre miglia, 
« e alcuni Deputati si valgono qualche volta di questo pretesto 
« per gratificare chi li piace, et per coprire la loro negligenza, 
« la quale è stata conosciuta apertamente nei particolari dei men- 



88 LA PESTE BUBBONICA 

« dicanti, perchè essendo stati condotti dalli sbirri fuori da una 
« porta della Città, d' ordine dell' Ill.rao sigJ Governatore, sono 
« stati lasciati entrare per 1' altra, 

« Si ordina sotto pena.... ecc.. Che i Comuni entro la detta 
« cerchia di tre miglia, debbano oggi stesso avere eletti i loro 
« hollettari (1). 

« Dichiarandosi, che per quelli della zona, sarà dal Dottor 
« Gaspare Trincadino rilasciata una ^ede di sanità generale che 
« servirà per più volte. 

« Di Parma ecc. li 30 Marzo 1630. » 

Che vi fosse gente che speculasse in mezzo a tanto disordine 
lo prova anche il fatto che ora stiamo per narrare. 

Il nostro Governo stimò opportuno di mandare un suo De- 
putato al ponte di Sorbolo perchè vigilasse sul passaggio delle 
persx)ne e delle robe provenienti da' luoghi infetti, come sarebbe 
stata Guastalla. Domenico Pellegrini venne prescelto all' incarico 
e partì per Sorbolo. Chiese conto dei Deputati della borgata e 
del sergente Longaretti e li pregò di additargli una casa dove 
avesse potuto alloggiare; ma nessuno volle rendergli servizio, e 
nessuna famiglia di Sorbolo volle accoglierlo; neppure il padrone 
dell' osteria. Cosicché egli dovette scrivere ai Conservatori che la 
Comunità di Sorbolo non voleva che alcuno sorvegliasse gì' inca- 
ricati propri, i quali facevano a modo loro ; cioè, non si cura- 
vano della peste, ma di lasciare ai Sorbolesi la piena libertà dei 
loro commerci. 

La demoralizzazione pubblica e il dispregio d' ogni preserva- 
zione era diventato un fatto comune e irreparabile. E il Duca 
Odoardo, cne pure era giovine di forti propositi e talvolta più 
fiero del bisogno, sopportava che si rispettasse così poco la sua 
volontà e gli ordini da lui impartiti, colla migliore intenzione di 
giovare al suo popolo. Forse la cagione di questo malanno, di- 
ventato cronico in ogni ramo del reggimento politico dello Stato, 
dipendeva dall' eccesso del potere, concentrato nella propria per- 
sona. Ma omai è passato il tempo delle utili provvisioni ; la peste 

(1) Bollettari erano quelli incaricati eli stendere e rilasciare le hoUetle 
di sanità, nei rispettivi uffizi. 



In Parma nel 1630 89 

divorava a piacer suo, e non era a far altro che pregar Dio che 
si saziasse. Da ogni luogo terribili notizie, e il Governatore non 
sapendo far altro se la prendeva coi Deputati e specialmente con 
quello del Mezzano del Vescovo, Pietro Forti, che era uno dei 
migliori; noa questi non tacque. — « È vero che io venni in 
« Parma per piìi occasioni e ragionando con Monsignore Vicario 
« Apostolico (1) gli diedi avviso della perdita d' un valentuomo 
« (il famoso Barbiere Paolo Tartaglia), e gli significai i partico- 
« lari del caso ; e se non venni da V. S. IH. ma mi tenga per 
« scusato. 

« Quanto poi la morte d' un uomo solo, al Mezzano, possa 
« causar disordine nello Stato di Parma, V. S. Ill.ma potria in- 
« formarsi da un Sig. Grironimo Oliano, che sta in Coenzo, il 
« quale mi disse jeri d' essersi trovato a Borsello in tempo che 
« ha sentito far relazioni che in Parma si caricano i carri dei 
« morti in tempo di notte ; sicché tutto il male non sta a Mez- 
« zano, ma in altre sinistre relazioni, anche di Golorno. » E i 
Governatore dovette inghiottire. 

Forti aggiunse nella sua lettera, che avutane una recente 
da Mons. Vicario aveva dovuto risolversi a far condurre al laz- 
zeretto tutti quelli della casa in cui era morto il Barbiere, e 
anche quelli altri che avevano secolui conversato ; formandosi così 
un gruppo ragguardevole di persone « e Dio voglia che nella 
« esecuzione non succedano guai, perchè costoro sono del diavolo, 
« per così dire; cioè, indomiti e senza timor di Dio, né della 
« giustizia, tanto sono usati alla libertà: e non vi è che imo 
« sbirretto, stimato poco, e volendosi servire dell' ajuto de' Sol- 
« dati si va in lungo e si perde 1' occasione. » 



Mentre duravano queste chiacchiere sciocche di battuta e di 
rimando, come se si fosse giocato alla palla per divertimento, la 

(l) Monsignor Pompeo Cornazzani, Vescovo di Parma, trovavasi da lungo 
tempo in IJoma, e Urbano Vili aveva eletto Mons. D. Mario Antonini nob. 
di Macera" a e Vescovo di Neocesarea, quale Vicario Apostolico della Città 
e Diocesi di Parma. In questa sua qualità, egli rappresentava il Vescovo ti- 
tolare nella giurisdizione feudale del Mezzano del Vescovo. 



90 LA PESTE BUBBONICA 

pestilenza cresceva d' intensità a dismisura, ovunque s' era inol- 
trata . 

A Casalmaggiore sedici cadaveri in un giorno: a Cremona 
avevano chiuse le porte, e intere famiglie perdevano la vita in 
brevi ore: dove avevano alloggiato, benché di passo, le truppe 
imperiali, s' erano ormai pe)- le tante morti vuotate le case. Il 
podestà di Monticelli d' Ongina dava anch' esso 1' allarme, e an- 
nunziava minacciato il territorio verso Cortemaggiore. 11 Sig. Oli- 
velli, Commissario parmigiano, s' era arrischiato di passare il Po 
e visitare Cremona per sincerarsi, e ritornò raccontando d' aver 
parlato con Kiccardo Persico Deputato di Sanità e coli' insigne 
medico Strada, i quali gli avevano fatte note cose miserande, a 
cui nessuna- forza umana era piti capace di metter riparo: tanto 
cresceva la mortalità, da dover credere che tutto un popolo fosse 
condannato a morire. 

Gli dissero d' aver dichiarate hanrlite le terre del Parmigiano 
lungo il fiume, e d' avere, sino dagli otto di marzo, imposta la 
quarantena in Casalmaggiore e in sedici ville vicine. 

Le novità di parte nostra non differivano. A Sissa un orri- 
bile contagio s' era risvegliato, che mieteva vittime ; e queste si 
seppellivano di notte, per non spaventare. In casa di Paolo Gre- 
gori, dopo essere in sul principio perite tre persone, toccò a lui 
di morire, e quindi il resto della famiglia, e un domestico. Né 
la strage bastò alla peste; perchè una di lui figlia, maritata a 
Tre Casali, feudo Simonetta, volle pietosamente visitare il padre 
negli ultimi istanti del viver suo, e da lì a poche ore s' ammalò 
e morì. Chi portò il male a Sissa fu una parente dei Gregori 
che abitava a Sacca, e venne a passare qualche giorno con loro. 

Di questi esempì di propagazione della peste da luogo a 
luogo, ne abbiamo registrati alcuni, e taciuti i più per brevità ; 
e abbiamo anche nella nostra mente formato il giudizio, che se 
debbesi permettere ad un parente o ad un amico d' accorrere da 
lontano per assistere un morente di contagio, non si dovrebbe più 
consentire al visitatore di far ritorno alla propria casa se non 
dopo una conveniente prova d' immunità. Dovrebb' essere una delle 
prescrizioni, a giudizio nostro, più rigorosamente fatte rispettare. 
Chi viene in mezzo al contagio, vi stia finché si abbia la cer- 



IN PARMA NEL 1030 91 

tezza che non lo porterà in giro. E il bisogno d' assistere un in- 
fermo? — ET amore di famiglia? — Per 1' assistenza in ge- 
nere, avrebbero dovuto pensarvi, come vi penserebbero ora, le 
Comunità, i Governi e gli Euti di pubblica beneficenza: all'amore 
di famiglia impedito nella sua più legittima e naturale espan- 
sione, si potrebbe contrapporre la salvezza d' una cittadinanza, 
d" un popolo intero. 

Dobbiamo però confessare che per cose di questo genere 
siamo un poco de V ancien r''gime. 

Altre ville soccombettero all' invasione ; e quelle che già 
conosciamo per essere state le prime offese, peggioravano sempre 
la infelice loro condizione. 

Di Enzano e di Coenzo correvano le più triste voci. 

In quest' ultima villa era morto Paolo Betta per aver pra- 
ticato coi mezzanesi infetti ; poi la Barbara Mosconi, che cadde 
estinta nel mentre che stava filando; e con lei due figlioli che 
tentarono di soccorrerla. Giovanni Olivieri mandato al lazzeretto 
di Parma. — Il 18 marzo fu scritto dal Delegato Labruna che i 
Mezzanesi si erano ammutinati perchè il Governatore aveva pub- 
blicato un Bando severissimo contro di loro, onde punirli della 
disobbedienza alle leggi di sanità, in un momento nel quale essi 
dovevano rispettarle più di tutti. 

Labruna consigliava il Governo a procedere con tutto il 
rigore, affidando la cura al sergente maggiore e ai soldati: ma 
nessuno s" induca a credere che i birri e le guardie ottenessero 
il desiderato effetto,* perchè i facinorosi s' imponevano ai militi. 

Al Governatore venivano di tratto in tratto de' strani ca- 
pricci, tanto per apparire presso il Duca informato dei minimi 
casi : e così spediva messi ne' luoghi in cui la peste infieriva per 
conoscere gli episodi; mentre avrebbe dovuto mandar gente ad 
apportare soccorsi ; tanto più eh' egli sapeva che i poveri infermi 
e i sequestrati mancavano di tutto, e persino dei medici ; che 
forse non era la peggiore delle disgrazie. Così venne il turno del 
Commissario Olivelli, il quale sul finire di marzo ebbe a recarsi 
lungo il Po, per visitare attentamente e riferire. 

Kiferì infatti che nella casa del Sergente Genesio Giovati 
giaceva col bubone la nuora sua ; che a san (iiorgio di Casal- 



92 LA PESTE BUBBONICA 

tone, presso il cav. Odoardo Bernieri, aveva trovata morta una 
giovane di Lentigione che era stata colta dalla peste ; che a Coenzo 
stava in fin di vita un giovane, detto Mangone; e che un'altra 
famiglia in causa del contagio doveva essere, tutta intera, spedita, 
al lazzeretto di Parma. Vide a Enzano Francesco Oddi coi buboni 
e presso a morire. Il poveretto s' era procacciato il malanno dalla 
propria moglie, la quale era già morta insieme con due figli ; 
ond" è che la famiglia si estinse quasi. 

Neil' istessa villa trovò cadavere Don Giulio Bazzi.... « Del 
resto (diceva il Comm.° ()livelli) non s' è trovato altro di male, 
se non fosse sospetto e paura. » 

E fa questa così stolta conchiusione che il Governatore co- 
municò al Duca ; il quale perdette un po' la pazienza e rivolse 
a Messer Moresco espressioni meno melliflue del solito. 

— « Conviene che 1' Officio della Sanità sia governato con 
« buoni ordini, e che i Conservatori sappiano qual sia l'autorità 
« che li viene comunicata dal Governatore, e quali siano le cose 
« particolari che spettano all' immediata cura del med.° Gover- 
« natore, ne possano da lui essere comunicate ad altro. Però 
« vogliamo che facciate radunare innanzi a noi i detti Conserva- 
« tori e formati gli ordini dell' Officio della Sanità, quali do- 
« vranuo essere inviolabilmente osservati da tutti per accertare 
« più che sia in cosa tanto importante pel servizio pubblico. 

« E perchè il denaro dell' Abbondanza, quale con altra nostra 
« lettera scritta agli Antiani, habbiamo applicato all' Officio 
« della Sanità per quella Somma che gli sarà bisogno, vogliamo 
« che si risparmi più che sia possibile e che si facciano le spese 
« con molta circospettione. Però prima di stabilire salario o pen- 
« sione a qualsiasi persona, ce ne darete parte, et havrete cura 
« eh' in fine d' ogni mese il Tesoriero dell' Officio di Sanità 
« renda i conti, quali dovranno esser visti non solo da tutta la 
« Congregazione delli Conservatori, ma anco da doi che saranno 
« deputati da gli Antiani per tempo, e voliamo che anche a noi 
« sia inviato il ristretto, perchè possiamo sapere le spese che si 
« faranno; et ordinarvi quelle che ci parerà per servitio pubblico. 
« Con che Dio vi conservi. 

« Di Parma, 22 Marzo 1630. 

« Odoardo Farnese. » 



IN PARMA NEL 1630 93 

Savio il comando di tenere i conti delle spese con rigore, e 
bene assegnate le responsabilità: altamente da encomiare nel 
principe la ferma volontà di rivedere cogli occhi propri l' impiego 
del pubblico danaro; non lodevole, a parer nostro, la manifesta- 
zione imperiosa di risparmiare il più che fosse possibile, e 1' ar- 
bitrio riserbato a se solo di giudicare della necessità d'accrescere 
i mezzi della pubblica assistenza. Doveva riflettere che 1' officio 
della sovranità e la vita della reggia non gli potevano consentire 
le minute indagini per conoscere l'urgenza di provvedimenti sti- 
mati utili dai medici e dai Conservatori, che aggirandosi spetta- 
tori diuturni innanzi a tanti infermi e a tanti cadaveri, erano i 
soli giudici delle necessità e degli espedienti: bene sarebbe stato 
che il Duca avesse riflettuto, che addimostrandosi esso propenso, 
volenteroso anzi, a fare tutte le economie possibili, avrebbe otte- 
nuto il pessimo effetto che le autorità soggette, per zelo eccessivo 
e per farsi merito, sarebbero arrivate alla spilorceria. 

D' altronde non si saprebbe indovinare la ragione vera per 
la quale il Duca fosse uscito a prescrivere tanta parsimonia nello 
spendere, se così poco danaro aveva conceduto alla pestilenza. 

L' imposta d' un quiitrino su ogni libbra di carne venduta 
non doveva aver pesato molto sulla cittadinanza, la quale, du- 
rante la peste, non era molta, ne ai conviti propensa; e neppure 
potevasi considerare molto esteso (economicamente parlando) l'uso 
delle carni: 1' acconsentimento dato alla Comunità di erogare a 
prò della Sanità le somme residuali dell' annona, non avrà ser- 
vito, di certo, ad arricchire 1' Ufficio de' Conservatori: e neppure 
il principe aveva troppo generosamente dato del suo a benefizio 
de' sudditi. 

Cosicché restiamo persuasi che non il Sovrano, né il Co- 
mune, e neppure i cittadini, in sì grave sciagura avevano fatto 
pecuniariamente il loro dovere. Bandi, Gride, minaccio, prigionia, 
chiacchiere molte e vane...., ma pochi atti ragionevoli ed efficaci. 



Ora che abbiamo esposto come erano andati, e andavano, i 
luttuosi casi della peste, nel contado e nella Città ; ora che si è 
chiamata 1' attenzione del lettore su molti errori e mancamenti 



94 LA PESTE BUBBONICA 

commessi da quelli che comandavano ; che si è dimostrato quanto 
improvvide e dannose erano state certe prescrizioni, dettate dai 
pregiudizi di persone, le quali non avevano ancora saputo profit- 
tare di quella scienza medica che già illuminava la nostra scuola, 
ne preso consiglio dalle istesse dolorose vicende dei passati con- 
tagi; crediamo che ci sia lecito, e forse non sia inopportuno, dare 
un cenno brevissimo di quello che i rappresentanti delle nazioni 
civili d' Europa (medici e diplomatici) raccolti, non ha guari, a 
consiglio in Venezia, hanno opinato intorno le difese che si do- 
vrebbero prendere, allorché la peste che ora s" è ravvivata nelle 
Indie, minacciasse l' Europa. 

I Diplomatici e i Medici hanno di pieno accordo stabilite le 
seguenti cautele pel caso di .pestilenza sviluppatasi in Europa, o 
fuori di essa. 

« 1.° Misure contro la peste in Europa. 

« Notificare reciprocamente fra gli Stati anche un solo caso 
di peste. — Dare informazioni esatte sulF origine, decorso ed 
eventuale sviluppo del morbo, almeno una volta per settimana 
— Dire le misure prese per limitare il più possibile la diffusione 
della malattia. 

« — Accettata in massima 1" obbligatorietà delle disinfezioni 
per le provenienze contaminate — Soppresse le quarantene ter- 
restri, sostituendovi le disinfezioni — Ogni paese però avrà di- 
ritto di chiudere le proprie frontiere alle persone malate, colpite, 
sospette di peste — Non saranno trattenute alle frontiere le 
vetture ferroviarie della posta e dei bagagli — Staccate e disin- 
fettate quelle in cui si fosse dato caso di peste. 

« — Saranno sottoposti a sorveglianza di dieci giorni i viag- 
giatori provenienti da luoghi infetti. 

« — Si potranno dai Governi prendere speciali misure contro 
i Zingari, i vagabondi, gli emigranti, e altri che passano le fron- 
tiere in comitiva. 

Per le Navi infette è stabilito il seguente Eegolamento. 

— I malati verranno sbarcati e isolati; gli altri messi in 
sorveglianza per dicci giorni — Disinfettati i bagagli e le merci 



IN PARMA NEL 1080 95 

— Cambiata 1' acqua nella stiva — Disinfezione generale della 
Nave. 

« Le Navi sospette saranno visitate dai medici — Gli ef- 
fetti d' uso de' passeggeri e marinai disinfettati. 

« Misure speciali per le navi che trasportano emigranti o 
fossero in cattive condizioni igieniche — le navi che non voles- 
sero pottoporsi potranno sbarcare passeggeri e merci, che subi- 
ranno trattamento di regola, e le navi prenderanno il mare. 

« 2° Misure contro la peste fuori d' Europa. 

« Nei porti di partenza sarà fatta una visita sanitaria obbli- 
gatoria individuale a ciascuna persotia che si imbarcherà, e al 
momento dell' imbarco — Disinfezione rigorosa a tutti gli oggetti 
infetti sospetti — Impedito 1' imbarco a chi mostrasse sintomi 
di peste. 

« I pellegrini dovranno dimostrare di aver mezzi per 1' an- 
data, il soggiorno o il ritorno dai Luoghi Santi. 

« Pel passaggio delle navi dal Canale di Suez, quelle rico- 
nosciute immuni avranno libera pratica immediata dal porto di 
partenza ; ma non potranno passare a Suez se non hanno già da 
dieci giorni almeno lasciato 1' ultimo porto, considerato infetto — 
Quelle sospette, se sono provviste di medico e di apparecchi di 
disinfezione, potranno passare il Canale in quaraiitma; le altre 
dovranno andare alle Sorgenti di Mosè (1) per disinfetti rsi e mo- 
strare la propria sanità. 

Così per battelli postali e di passeggeri, che abbiano fatto 
un tragitto almeno di quattordici giorni — In quelli, invece, che 
fecero un tragitto di durata minore, i passeggeri diretti per 1' E- 
gitto saranno sbarcati alle Sorgenti e isolati per 24 ore, e, disin- 
fettati i loro bagagli, verranno ammessi in libera pratica come i 
battelli. 

« I battelli infetti saranno trattenuti alle Sorgenti; le per- 
sone colpite, sbarcate e isolate nello Spedale ; gli altri passeggeri, 



(1) Sorgenti, o pozzi, di Mosè (IJyan Musa) — Insenatura nella costa a 
mattina del Golfo di Suez, non lanosi dall' entrata del Canale. 



96 LA PESTE BUBBONICA 

sbarcati e in osservazione per dieci giorni — Gli effetti e le merci 
disinfettati. 

— Maggiori agevolezze per le navi aventi medico e appa- 
recchi di disiufezione. 

— Venne regolata la sorveglianza e la disinfezione a Suez 
e alle Sorgenti di Mosè. 

— La visita sarà fatta di giorno — Il servizio medico af- 
fidato a sette sanitari : 

— Un Medico Capo collo stipendio di 12 a 15 mila franchi; 

— quattro Medici collo stipendio di 8 a 12 mila franchi : 

— due supplenti a 6 mila. 

« Tanto nei rapporti europei, quanto in quelli extra- 
europei, resta proibito il commercio di effetti personali, tappeti, 
coperte, pelli e altri merci, che possano troppo facilmente essere 
veicolo di peste » (1). 

Conosciuti questi recenti propositi di difesa dovremo persua- 
derci che non differiscono di molto da quelli d' una volta, e che 
se allora non arrecarono effetti giovevoli, tutto è dipenduto dalla 
incapacità e dalla disobbedienza degli esecutori : non che dalla 
rivalità (almeno per l' Italia) esistente fra i piccoli Stati in cui 
era divisa. Dipendè anche dal mancato soccorso che ora darebbe 
il modo con cui vive e si comporta il popolo civile. 

Al presente il preservarsi dalla peste, o il combatterla, l' iso- 
larla e il vincerla dovrà essere di più agevole riuscita, perocché 
il suo principio morboso, una volta ignoto, è caduto sotto il do- 
minio della scienza. 

I dotti che si sono raccolti in Venezia quest' anno (1897) 
giudicarono che miglior mezzo di difesa contro la peste sia quello 
delle disinfezioni : ed è vero, perocché si conobbe e di esso usossi 
anche in antico. Il nessun giovamento che ne ottennero i padri 
nostri derivò dalla deficiente potenzialità delle materie adoperate : 
nel 1630 erano i lauri, i ginepri, gli aromi, gli aceti, che dove- 
vano purificare le case, le robe e le persone; ma erano blandizie 
fatte al morbo, non attentati vigorosi contro la sua esistenza. 



(1) V. Rivista Clinica Terapeutica De-Renzi - Napoli, anno XIX, aprile 
1897 fase. 4." — V. anche il precedente fascicolo di marzo. 



IN PARMA NEL 1630 97 

La fede che le nazioni si sono promessa in qiiest' anno ; 
r azione collettiva e concorde, impediranno lo sviluppo del con- 
tagio e r Europa sarà preservata. Resta però sempre vero, che 
r uso e r utilità delle disinfezioiii erano stati nella mente dei 
popoli antichi, mentre che gli strumenti d' esecuzione mancavano 
di un valore assoluto. 

Dove r Italia si trovava negli ultimi secoli pressoché disar- 
mata, era sui mari. Le navi del Sultano, spesso prevalenti alle 
europee, toccavano le nostre coste sbarcandovi gente, talvolta in- 
fetta, a bottinare: altrettanto facevano i pirati d' Africa, ai quali 
né Francia, né Spagna avevano messo il freno. Quelle navi tur- 
chesche; quei maomettani scesi furtivamente sul nostro litorale 
seminavano il contagio sterminatore. Il diritto internazionale po- 
teva essere scritto sui libri, ma poco valeva con gente barbara, 
avida, audacissima, e lorda: trattati ve n'erano, ma i turchi 
non li rispettavano. A noi mancava il proposito comune, l' unità 
di difesa, mentre esuberavano le rivalità. Ora, tutto è mutato : 
ed è appunto dalla parte di mare che possiamo crederci più al 
sicuro. Le flotte italiane fra le più potenti a mantenere sicura 
guardia ; forti e in sull' avviso i difensori delle coste ; coraggiosi 
gli abitanti e ormai tutti provati nell' armi ; d' un poco inciviliti 
anche i turchi; distrutta la pirateria; regolati gli approdi in 
tempi di salute, disciplinati severamente se il contagio minacci. 
Tale è il fascio delle attuali resistenze che Parma non possedette 
nel 1630, e neppure Milano quando il Cardinale Federigo spie- 
gava le più belle virtii dell' animo suo, e del suo intelletto. 

Con questi mezzi di preservazione e pei nuovi splendidissimi 
portati della scienza, è a credere che le generazioni novelle non 
avranno a sopportare i terribili danni cui andarono soggetti per 
causa di peste i nostri antecessori. 

E ora ripiglieremo il filo del doloroso racconto. 



Conviene che ci fermiamo ancora per poco nel contado per 
vedere quanta e quale fosse 1' imprevidenza delle autorità domi- 
nanti, e r abbandono in cui si lasciavano le misere genti nel più 
fiero momento in cui la morte le sacrificava. 



Arce. Stor. Parm. , IV. 



98 LA PESTE BUBBONICA 

Stava per finire il mese di marzo e giugneva avviso dalla 
plaga padana che molte persone sospette o ammalate erano state 
chiuse nei lazzeretti di campagna, ove stavano a disagio per la 
strettezza delle camere e per la mancanza di soccorsi adeguati : 
non cibi da malati, non biancherie, non cure, né medici, uè chi- 
rurghi; i malati e i sospetti chiusi insieme, per cui una propa- 
gazione inevitabile di peste a chi non ne aveva ancor dato segno, 
e una morìa crescente. 

Chirurghi non ve n' erano, perchè in quasi cinque mesi di 
pestilenza non si pensò a invitarne, offrendo compensi proporzio- 
nati all'opera faticosa e pericolosa. Boccabianchi scriveva d'nver 
trovato un Barbiere per quelli di Torricella, ma alla sera del 
giorno stesso in cui 1' aveva assunto, se ne era andato « e non 
sappiamo come curare i poveri infermi ». 

I Delegati del Governo mandavano le liste dei morti, dei 
malati, dei rinchiusi, per eccitare le autorità a prendere provve- 
dimenti: a commoverle e spaventarle colla dimostrazione dello 
spettacolo miserando: ma il Governatore non dava ordini e i 
Conservatori s' acquietavano nell' aspettazione di riceverne. 

Un tale Giovanni Olivieri venne in sospetto d' aver rubato 
alcuni oggetti in una casa d' appestati, e non passò altro tempo 
che quello d" andare e tornare dalla Città per metterlo in pri- 
gione, dargli i tratti di corda, che sostenne con altri creduti com- 
plici; onde venne rilasciato. Quando si trattava di prigione e di 
tortura il provvedimento non si faceva aspettare; quando occor- 
reva pane, o medico, o medicina, non v' erano orecchi che sen- 
tissero. La qual cosa ci indurrebbe a credere che molto dipendeva 
dalla mancanza di danaro. 

Ad un tratto il Duca si scosse, e fece una mostra in favore 
(secondo lui) di quelli che stavano dentro la Città, ordinando che 
« per conservare Parma nell' ottimo stato di salute in cui si tro- 
vava, per la grazia del Signore Iddio, si riducessero tutti i men- 
dicanti in im luogo solo. » — E prescrisse ai Conservatori di pren- 
dere a pigione alcune case contigue a quelle già allestite per 
servigio dei poveri, e che pagassero il fitto coi denari dell' annona. 

II provvedimento in se non era inopportuno; sarebbe stato 
anzi utilissimo purgare la Città dai sozzi accattoni, chiudendoli 



IN PARMA NEL 1630 99 

in luogo appartato e sicuro fuori dalle mura; ma raccoglierli in 
case della città medesima, era quanto creare il piìi attivo foco- 
lare di contagio : ma nessuno osò movere osservazioni al Principe, 
il quale potè credere d' avere saviamente operato : come poi spie- 
gare r affermazione del Duca, che alla fine di marzo Parma 
s' era conservata in ottimo stato di salute, per la grazia del Si- 
gnore Iddio, se non contrapponendovi la piti sincera affermazione 
che 5' ingannavano ofjxciaìmenfe i cittadini, mentre non s' ingan- 
navano essi che erano testimoni di casi di morte? Come vantare 
una protezione che Iddio non aveva conceduto e non concedeva ? 
— E questi sono i misteri che i documenti d' archivio non 
isvelano. 

L' adottato sistema di negare la verità non poteva, come 
è da credere, impedire che la peste progredisse ogni giorno di 
più, rivelando da sé la propria esistenza. 

Addì 2 d' aprile Giovanni Nicelli dava avviso lOie « fuori 
« dalla porta san Michele si era trovata morta sui trai (1) una 
« donna che alla sera non era entrata in città; la quale aveva 
« seco la figlia, che è viva, mentre il marito è morto. » 

— « Il mistrale di S. Lazzaro è venuto da me, e mi ha 
« riferito che genti di mala vita hanno, con rottura, forzato l'in- 
« gresso d' una casa fatta chiudere perchè v' era morto un uomo 
« di peste, e che avevano involato alcuni panni. Ora dico a V. S. 
« Ill.ma, Governatore, che jeri notte i contadini della Villa di 
« S. Leonardo arrestarono due ladri, che condussero in queste 
« carceri (2), i quali erano in possesso di quelle robe involate a 
« S. Lazzaro, che io ho fatto custodire nel luogo dove si con- 
« serva la forca. 

« Ella, Ill.mo Signor Governatore, prenderà le provvisioni 
« clie stimerà opportune. » 

Noi lascieremo che Messer Moresco, Governatore, si perda a 
ricercare due ladri d' una giacca o altro cencio che fosse ; ma 
possiamo ben dirgli che tutta l'opera sua nel reggimento della 



(1) Traj ; così chiamasi in dialetto parmigiano il terrato alto delle 
mura. 

(2) Il S.r G. Nicelli era il custode delle carceri della Città. 



100 LA PESTE BUBBONICA 

Città e del territorio, era un assoluto vituperio: né delegati, ne 
medici, ne podestà avevano più fede in lui e neppure nell'officio 
di Sanità, che rispecchiava la volontà sua. Si era persino arrivati 
al segno che i Deputati del contado sdegnavano di scrivere nuove 
relazioni particolareggiate; e spedivano invece persone che in altre 
congiunture si sarebbero guardati di farlo. « Abbiamo risoluto 
di mandare a V. S. Ill.ma il Barbiere e il Mistrale perchè rap- 
presentino i nostri mali e supplichino a degnarsi di dare qualche 
rimedio proporzionato alla povertà di queste genti: non abbiamo 
ne medico, né spezieria; né qui vicino vi è chi voglia venire in 
aiuto. » 

Manifestando noi le sofferenze, varie e gravissime, che i 
nostri avi erano condannati a sopportare in tempi di pestilenza, 
crediamo di far sicura la generazione presente che un tanto e sì 
deplorevole oblio de' più semplici doveri d' umanità, non sarebbe 
possibile a' tempi nostri, se per disavventura una calamità consi- 
mile dovesse colpirci. Difesi e sorretti come siamo da buone leggi 
sanitarie, da preservativi igienici, da ordinamenti che ammettono 
e proteggono la riunione delle resistenze, la lotta sarebbe breve 
e certa la vittoria. La carità cristiana emerge nell' età nostra, 
sostituendosi alle forme, alle esteriorità, al feticismo che prevale- 
vano sulla religiosità del Seicento ; lo zelo del pubblico bene e la 
volontà di volerlo, è pur grande, e le coscienze d' ogni parte del 
popolo si associano all' infuori d' ogni preferenza e d' ogni pre- 
giudizio. Dobbiamo però lodare altamente, pel rispetto dovuto 
alla verità, l' abnegazione, le cure, il sacrifizio spontaneamente 
offerto a Dio e al prossimo, di molti pietosi claustrali, che nel 
tremendo contagio emularono in Parma, quelli che il Cardinal 
Federigo Borromeo aveva raccolti a Milano, operai di pietà e di 
salvamento. Vedremo più innanzi quanti sacerdoti caddero vittime 
in una battaglia, nella quale non infiammavano le alte grida di 
schiere assalitrici, non la vista di sangue versato da vendicare, 
né ambizione d' onori terreni, né orgoglio d' aver superati avver- 
sari ; ma una dolce pietà, un esaltamento dell' anima che induce 
a sparger balsamo sulle piaghe, e il conforto della speranza nel 
cuore dei morenti. Un' azione buona, modesta, meritoria, serena- 
mente compiuta, e quindi il ritorno alla cella silenziosa e alle 



IN PARMA NEL 1G30 lOl 

consuete salmodie, se la vita fu salva in tante occasioni di per- 
derla; se no, un numero di più sulla fossa comune per chi era 
caduto esercitando un' opera di misericordia cristiana. 



Le condizioni sanitarie della Città andavano aggravandosi e 
la Corte pensava di riparare altrove, deliberazione che poteva 
essere vantaggiosa, e la fu, ai Conservatori di sanità, che si 
sarebbero trovati più liberi d' agire a modo loro ; mentre il 
Governatore non poteva averne danno o benefizio, perchè la sua 
testa non era più capace di ragionevoli partiti. 

Quel po' di vigilanza, di buona guardia, di previsioni che 
s' andava facendo, era tutta opera zelante dei cittadini capi-de'- 
quarfieri, e di quegli altri, anch' essi zelanti e disinteressati, che 
attendevano alle vicinante, che rispondevano, più o meno esatta- 
mente, alle nostre Parrocchie. 

De' Capi di Quartiere e dei Visitatori delle Vicinanze ab- 
biamo trascritti i nomi nel Documento I." perchè vi sono di 
quelli le cui famiglie hanno tuttora vivo qualche discendente, al 
quale tornerà certamente gradito il ricordo d' un antenato, che 
senza speranza di lucro o di segni onorifici, e con pericolo della 
vita, prestò 1' opera sua per la pubblica salute. 

Sul principio d' aprile ogni sforzo d' occultare la peste era 
vano. Un sacerdote che apparteneva alla Chiesa della SS.""^ Tri- 
nità scrisse al Governatore una lettera notificandogli casi gravis- 
simi avvenuti in Città. Ecco la lettera nella sua grammaticale 
integrità. 

« Molto magnifico ecc. 

« Morse il dì di Pasqua nella Vicinanza mia della SS.™* 
« Trinità una tale chiamata per sopranome la Morte, la quale 
« era in lista per sepelirsi q.^* note p.* passata, e non 1' hano 
« sepelita, la quale è morta di sospetoso male, stando che ciò 
« ho dal medico, et inoltre quindici dì sono gli è morto il ma- 
« rito et la madre, perciò aspetarò il comando di V. S. 111. ma 
« circa di ciò. In oltre q.^* note è morta in casa d' uno detto 
« il Formaggio una giovenetta che haveva il bubone, come in- 



102 LA PESTE BUBBONICA 

« tendo dal medico (juarnerij, per cui attenderò anco circa q.'* 
« quanto comanda V. S. lll.ma cui faccio humiliss." inchino. 
* Di Casa li 2 Aprile 1630. 
« In casa di d.° Formaggio vi sono morti in quindici o 
« venti dì quattro persone » — Humiliss.° Servitore 

« D. Lazaro Cavalli della Trinità, Deputato. » 

A questa lettera è unito un documento di certa importanza. 

« Faccio fede io infrascritto Deputato della SS."* Trinità, 
« qualmente la sig/^ Paola Ognibene il p." dì di Pasqua hebbe 
« timore d" una morta, già bella et sua amica, al' bora fatta 
« deformissiraa per il male et con sospetto, havendo detta morta 
« il bubone, et d." sig.""* Pavola quella vide in Chiesa (1), si che 
« atterita, fu da me vista dare in freddo horrore e tremare, il 
« che può essere stato causa di sua improvisa morte, rimeten- 
« dorai al giuditio del presente giuditiosiss.'""' Medico — » 

« Io D. Laz. Cavalli. Deputato alla SS.''' Trinità ». 

Poche parole su questi documenti. 

11 Duca ordinava nel dì 28 marzo che si riunissero in un 
luogo solo i mendicanti — « per conservare immune la Città » — 
e il 2 aprile Don Cavalli della Trinità, con tutta candidezza si 
lasciava scappar detto e scritto che venti giorni prima orano 
morte quattro persone di peste, in quella casa del formaggio o 
formaggiaio che fosse: e noi non dubitiamo della verità schietta- 
mente rivelata dal sacerdote, che non aveva interesse di mentire 
intorno casi lagrimevoli accaduti nella parrocchia affidata alla 
sua vigilanza, e indubbiamente veduti cogli occhi propri: né 
mettiamo in dubbio che le accennate persone fosser morte di 
peste, perocché Don Lazzaro alludeva a casi di contagio, e perchè 
r ultima spirata, che era poi la quinta delle vittime di quel 
luogo nefasto, era finita anch' essa di peste. E anche quella bella 
donna, che dopo morte era diventata sì deforme e spaventevole 

(1) È noto che sino alle riforme francesi era costume nel nostro Stato 
e altrove, di trasportare i morti e deporli in chiesa sulla bara, lasciandoli 
scoperti nel volto, come adagiati nel letto. Talvolta le famiglie di grado li 
facevano acconciare, imbellettare, e impiastricciare, perchè sembrasser vivi. 
Ora questa funzione è riservata ai Vescovi, ai Cardinali, ai Papi e ai Principi. 



IN PARMA NEL 1630 108 

nell'aspetto da far morir di paura l'amica che volle guardarla 
in chiesa sulla bara, era morta dell' istesso male. 

Non v' era più modo d' inganuare alcuno, e non si poteva 
discutere che sul momento in cui il morbo aveva invaso la Città; 
che per noi era un momento passato da un pezzo ; e avremo forse 
occasione di provarlo. 

Non solo v'era la peste; ma l'accompagnamento di un di- 
sordine, d' una confusione e della più grande insipienza. All' ospe- 
dale di S. Lazzaro, cioè al lazzeretto, non v" era regola, ne di- 
sciplina, né forse onestà. 

Sorse ad affermarlo Gio: Ant:° Valenzano da Coloreto, uomo 
franco e coscienzioso. — « ler sera (era il 5 d'aprile) alcune 
« donne uscite dall' ospedale di S. Lazzaro, vennero qui a Colo- 
« reto (1), e discorrendo con altre accennarono a persone morte 
« in S. Lazzaro ; fra le quali un" Orsolina che serviva gì' infermi, 
« e aggiunsero : che M.'' Pietro, il Priore del luogo, aveva man- 
« dato in Città più e più volte diverse mobilie di detta Orsolina, 
« e anche di altri, per una sua serva, la quale, dopo due soli 
« giorni era morta anch' essa. E io figurandomi che il fatto non 
« fosse noto neppure ai Conservatori, ho risoluto darne parte a 
« V. S. Ill.ma, perchè non è improbabile che i mobili dell' Or- 
« solina siano messi all' incanto, e si spandessero per la Città 
« con danno di tutti. E con questa occasione la supplico a tener 
« memoria di queste genti che sono a Coloreto da undici giorni ; 
« e non è mai stato possibile che abbiano avuto provvista di 
« vino, né di legna, e qualche volta sono stati senza coperta : 
« percui hanno corso la campagna per procacciarsi il bisognevole : 
« onde la supplico a non mandarne altri se prima non si sia 
« ricevuto le provviste che occorrono, ecc 
(Al Governatore) 

G. A. Valenzano ». 

Ma al punto a cui siamo arrivati, de' piccoli fatti, de' casi 
isolati, del procedere della peste, non è più da tener conto: il 

(1) Coloreto — Villa a tre miglia da Parma, nella quale era stata sta- 
bilita una stazione pei convalescenti usciti dall' Ospedale di S. Lazzaro, (cioè, 
lazzeretto). 



104 LA PESTE BUBBONICA 

morbo non ha più freno; i morti si contano e si seppelliscono a 
ventine, a centinaja; e verrà presto il momento che non si con- 
teranno più. 

Il Duca Odoardo, pure insistendo nel manifestare la propria 
opinione che in Città non si fosse ancora manifestata la peste 
(condotta sua inesplicabile!), si risolse a prendere qualche prov- 
vedimento dal quale era da sperare un po' di bene, comecché 
r occasione propizia se la fosse lasciata sfuggire. 

Si rivolse a dì 8 aprile al solito Governatore per fargli 
noto, essere sua volontà che le diligenze che si usavano alle 
porte della Città per tenere indietro il contagio (!), si usassero 
anche dentro « per sradicarlo subito, quando accadesse mai che, 
da persona di paese infetto, fosse portato in avvenire (il che Dio 
non voglia) in questa Città. » 

Comandò che si trovassero cittadini onorati, diligenti e di 
buoni costumi, i quali si assumessero la cura di vigilare i quar- 
tieri della Città « per ovviare ad ogni minimo principio di male 
contagioso, che si scoprisse nelli loro quartieri, » E volle egli 
stesso eleggerli. 

La Congregazione di Sanità assegnerà i posti rispettivi; e 
neir occasione medesima eleggerà i Visitatori di ciascuna par- 
rocchia, Vicinanza ; i quali avranno cura « di tenere espurgata 
la loro parrocchia da ogni pericolo di morbo, e di eseguire le 
istruzioni che loro saranno date. » 

— « A questi Visitatori accompagnerete pii religiosi, ze- 
« lauti e caritativi, i quali visitino gli ammalati, se vi saranno; 
« e gli diano tutti quei aiuti spirituali di che havranno bisogno. 
« come anche si dovranno deputare ricchi, che siano come prov- 
« veditori delle cose bisognevoli per il vitto a quelli che saranno 
« poveri e non potranno mantenersi da se stessi. — E che Dio 
« vi conservi. 

« Capi Quartiere, 

« Li Dottori Pietro Giov. Monticelli e Camillo Vezzani: I 
« Cav.' Angelo Garimberti e Giacomo Borra ; Gio: Palmia, Giulio 
« Cerati, Francesco Becco, et Araldo Araldi. 
« Vostro 

« Odoardo Farnese. >♦ 



In PARMA NEL 1630 l05 

Nello stesso tempo volle il Duca rafforzare con nuove di- 
stiate persone il primitivo ufficio di Sanità, che componevasi di 
troppo pochi individui al confronto del carico da sostenere. 

Erano sei i Conservatori preseduti dal Governatore; vale a 
dire ; 

il Dott. Gasparo Trincadino, 

Perfetto Arzone, 

Gregorio Borasco, 

G. Cesare Bravi, 

G. Doni, della Galeotta, 

Ottavio Alontaiiti, 
ai quali il Duca di sua scelta aggiunse, 

il Canonico Bernieri — il Dott. Livio Cerati — Cassola 
Conte Ercole — Francesco Bergonzi — Giulio Ariani e Marsilio 
Ventura. 

Così furono dodici Conservatori. 

Le deliberazioni prese dal Duca somigliavano assai alle istru- 
zioni che i signori danno al fattore quando stanno per fare un 
viaggetto al mare colla Signora e i bimbi : chiusa la casa pa- 
dronale, tocca al fattore di pensare a tutto. E il Duca stava 
proprio col piede sulla staffa, non tanto per se, quanto per la 
famiglia e i cortigiani, che avendo poco interesse di restare a 
Parma per mostrare agli altri che si godeva la più perfetta sa- 
lute, desideravano di trovare un lembo di terra in cui non si 
sentisse parlare di bubboni. 

Erano già fatti i bauli, ma le ultime disposizioni di viaggio 
esigevano qualche breve indugio. 

Nel frattempo giunsero notizie gravissime da varie parti 
del Ducato, sì dalle parti lungo il Po, e sì dalle montagne, ove 
fu sollecitamente inviato Ercole Pesci, Notajo parmense, perchè 
sapesse dire se alla Selva del Bocchetto vi fosse tutto il male 
che si andava dicendo. Pesci adempì all' incarico avuto con pre- 
stezza e avvedutezza molta; porgendone ragguaglio ai Conserva- 
tori, i quali si meravigliarono che la peste avesse raggiunto i 
monti senza che se ne fossero accorti. « 17 Aprile 1630. Essen- 
te domi trasferito alla Selva ho parlato prima col sig/ Filippo 
« Bevilaqua, e havendo fatto venire in casa sua il Comune, ho 



106 LA. PESTE BUBBOI^ICA 

« avuto informatione che il male è proceduto da certi panni che 
« furono portati da Panna dalla casa d' un muratore che stava 
« dai Cappuccini, quale morse di d.° male. Domenico Gambetti 
« della Selva, parente del muratore, che aveva nome Filippo, 
« andò in casa di lui a Parma in un giorno della settimana 
« santa p.' p.*, e lo trovò già morto ; gli fu donato una cami- 
« sola rossa per 1" inverno, dai o tre colari da homo, et un ca- 
« misone da donna; et essendo tornato alla Selva, portò le robe 
« al fiocchetto dove abita\a, che sono otto case distanti un 
« miglio. 

« La Giacopina, sorella sua si provò la camisola alla sera, 
* et il dì seguente morse con una ghiandola tra la coscia e il 
« corpo : doppo tre giorni morse pure la Maria, altra sorella, et 
« la Domenica sua madre. Al S.*" Domenico vennero tre ghian- 
« dole, quali tiene ancora ; ma guarisce. 

« I parenti e gli amici del d.° S."" Domenico hanno prati- 
« cato in casa e tutte le famiglie si sono infettate, e ammalati 
« e morti, come si dirà. 

« In casa del S."" Domenico .... morti 3 

* « d' Horatio Bertoli .... « 5 

« * di Tognino Gambetta ... « 3 

« « di Giov. Zoni, detto Da Taro « 2 

« « di Giacopino Da Taro ... * 1 

« « di Tran." Silvagni .... « 2 

« * di Fil." Bevilaqua .... « 1 

« « di Giov. Berettini .... « 2 

« « di Stefano Berettini ... « 1 ». 

E cosi venti morti in otto famiglie, e in brevissimo tempo. Se 

non che, i morti della Selva non davano pensiero quanto quelli 

di Città ; e nella cronaca del Zunti è registrato che il venti d' a- 

prile (1) il Signor Duca, la Duchessa, Madama, i Principi e la 

Reale Famiglia vuotarono il Palazzo e mossero verso Piacenza 

« per fuggire il male contagioso scopertosi in Parma aUa ga- 



(1) Vi è chi ha lasciato scritto che la Corte partì da Parma la mattina 
del 18 aprile, non 20. 



IN PARMA NEL 1630 107 

€ gliarda; e che alli 21, 22, 23 d'Aprile si fecero processioni 
« generali per la Città, con l' intervento dei sig." Anziani e del 
« Governatore per impetrare dal Signor Dio la liberazione del 
« male contagioso. » — Le quali notizie rispondevano alla pre- 
cisa verità, finalmente riconosciuta dall' istesso Duca, che annunziò 
la sua partenza, allegando il riguardo dovuto alla preservazione 
della famiglia e della Corte. 

Il Gesuita Orazio Smeraldi ricorda anch' esso nella breve 
narrazione della peste, che il Duca Odoardo partì per Piacenza 
col Padre Provinciale dei Gesuiti, confessore di Madama Aldo- 
brandini, vedova di Ranuccio I e madre del Duca : col P. Ges. 
Girolamo Serravalle, confessore d' Odoardo: col P. Ges. Luigi 
Bardi, confessore della Duchessa Margherita ; e col P. Ges. 0- 
razio Smeraldi, maestro del Principe Francesco Maria, fratello 
del Duca. 

Prima d' allontanarsi dalla (Jittà, volle Odoardo sollevare il 
Governatore Moresco della carica di sopraintendente alla pubblica 
Sanità per affidarla al Dottor Geronimo Borgarello. consigliere 
ducale. 

Di lui potremo dir poco, perchè morì sollecitamente di con- 
tagio; limitandoci a lodare il Principe, che aveva finalmente ca- 
pito che dal Moresco era poco da sperare nello spaventevole fran- 
gente in cui la Città e lo Stato si trovavano. 

La conseguenza prevedibile dell' allontanamento della Corte 
fu la maggior libertà d' azione acquistata dai pubblici funzionari, 
i quali osarono dire, scrivere e operare ciò che la presenza im- 
mediata del Duca non aveva consentito. Di questa verità daremo 
qualche prova, e la prima servirà a dimostrare, come abbiamo 
promesso, che 1" esistenza del contagio in Città era nota, e si voleva 
tenerla rigorosamente nascosta. Allora non esistevano le libere 
Gazzette, ne i bracchi della stampa, né i gerenti responsabili, 
salvatori dei responsabili veri. 

Il Duca avrà detto — guai a chi fiata ! — E nessuno avrà 
aperto bocca, per quella certa corda.... 

L' uffizio dei Conservatori, ricevuta che ebbe una nota di 
sette Visitatori dalla quale appariva che dal 19 al 24 aprile 



l08 LA PESTE BUBBONICA 

nelle loro Vicinanze, o Parrocchie erano morte cento cinquanta- 
sfctte persone di peste (2), spedì al Duca la seguente lettera. 

Serenissimo Signore ; 

« Sintanto che abbiamo creduto di poter sostenere questa 

« Città nel buono concetto colli nostri vicini, ci è parso bene 

« d' incaminare le cose in modo che stessero più occulte che 

« fosse possibile. Ma ora che questa Città, per divina permis- 

« sione è caduta nel bando di tutte le Città circonvicine, non ci 

« resta da fare altro che preservarla al meglio che si può da 

« maggior male; e perchè il Borgo del Vescovo e il Borgo d'O- 

« gnissanti sono notabilissimi, e di là escono le persone che 

« vanno spargendo il contagio per la Città; però supplichiamo 

« umilissimamente V. A. S.'"* a volere dar subito 1' ordine op- 

« portuno, che sieuo chiusi i detti Borghi con guardie, acciocché 

« non caschi questa (Jittà in una ruina irreparabile — Con che 

« a V. A. S. facciamo um.""* riverenza. » 

(I Conservatori). 

Non possiamo astenerci dal fare una brevissima osservazione 
ai Conservatori, i quali attribuiscono la responsabilità di tutti i 
mali al Borgo del Vescovo e a quello d' Ognissanti, dimenticando 
il fatto di 6 Vicinanze (escludendo Ognissanti) che in meno di 
sei giorni avevano avuto una mortalità di cento ventitré per- 
sone; dimenticando che le Vicinanze erano cinquanta quattro, ed 
è a ritenere per sicuro che ciascuna avrà contate le sue vittime. 
Certo è che i primi casi di contagio si verificarono in Borgo del 



(2) Nella Vicinanza di S. Salvatore . 

id. di S. Caterina 

id. di Ognissanti ....... 

id. di S. Basilio 

id. di S. Cecilia 

id. di S. Bartolomeo — S. Anastasio — S. Marcellino 

S. Pietro 

id. di S. Maria Maddalena 



morti N.° 23 



« 


15 


« 


34 


« 


33 


« 


13 


« 


34 


« 


5 



in totale morti N.° 157 



IN PARMA NEL 1630 109 

Vescovo e lungo il corso del canale Naviglio, che è una delle 
parti pili basse e malsane della Città ; ma non bisogna attribuirle 
troppe colpe; di col{)e ne ebbero tanti che a circoscriverle poteva 
essere un' ingiustizia. 

Nella stessa adunanza fu deliberato, oltre a scrivere la let- 
tera al Duca, che il dì dopo s' andasse in giro per la Città a 
raccogliere lenzuoli per allestire attendamenti nella villa di S. 
Leonardo, presso la Città, e allogarvi gl'infetti, lungo il torrente 
all'aria pura. Di più; che venissero tosto vuotate le case di Bal- 
dassare Parmegiano, del Ferrone, di Angela Uccellina, di Pompeo 
Acerbi e le osterie del Termjolo e del Ponte Dattaro; affidando 
la cura della esecuzione al Cav. Ercole Cassola, che si dovrà 
servire del Sig. Giovanni Borsello. 

Un altro ordine di grandissima importanza diedero i Con- 
servatori; e fu di vietare in modo assoluto che i molti e molti 
cadaveri si seppellissero nelle tombe delle Chiese, ma in fosse 
appositamente scavate fuori dalle mura. Uno di questi cimiteri 
di circostanza fu allestito nella villa di Golese; un altro, il piìi 
ampio e quello che accolse più cadaveri, alla foce del Torrente 
Baganza, e precisamente in quel lembo di terra che sta fra la 
Baganza e la Parma. Per questo provvedimento al quale né il 
Governatore ne il Duca avevano pensato, diede valido aiuto Mon- 
signor Mario Antonini Vicario Apostolico reggente la Diocesi, il 
quale fece comando a tutti i parroci della Città di non seppel- 
lire morti nelle rispettive Chiese, sotto pena di cinquanta scudi 
di multa. x\tto assai commendevole in un Sacerdote di grande 
autorità, che avrebbe potuto patire il ticchio d' impuntarsi nel 
no: ma forse noi dimentichiamo che allora i Sacerdoti erano più 
ragionevoli. 

Nel corso di questa breve scrittura siamo stati un po' se- 
veri verso i Conservatori della sanità, e crediamo non a torto, 
perchè sopportavano troppo rassegnatamente l' azione negativa 
del Moresco, mentre avrebbero potuto, con maggior coraggio 
combatterla: ora però vogliamo tanto lodarli quant' è a biasi- 
mare il Governo, perocché si è trovato scritto che essi, per loro 
spontaneo divisamento avevano proposto sino dal dì 11 aprile 
di dividere la Città in Quartieri, e questi in suddivisioni di Vi- 



110 hk PESTE BUBBONICA 

cioanze, assegnando agli uni e alle altre i loro capi rispettivi, 
ma il Governo a cui spettava la esecuzione dell" eccellente pro- 
posta, non se ne diede pensiero, e non fu che sul finire del mese 
che il provvedimento venne posto in atto. 

Un' altra buona idea era venuta e fu proposta e decretata, 
ma finì per essere messa da parte (1). È un progetto nel quale 
è disegnata la divisione del Ducato Parmense in diciassette cir- 
condari, in ciascuno de' quali si sarebbe allestito un lazzeretto 
« nel quale (come dichiara lo scritto) saranno introdotti e serrati 
« tutti quelli tócchi dal male pestifero, acciò che in essi (lazze- 
« retti) sieno somministrati i rimedi necessari alla salute delle 
« anime loro, e anche delli corpi, posciacchè in detti luoghi sarà 
« provvisto di medici spirituali, et anco di corporali, con le altre 
« cose necessarie a tanto bisogno ecc. ecc. »; soccorso che sarebbe 
stato provvidenziale per le popolazioni di campagna, le quali 
avrebbero trovato in quei ceutri di preservazione e di assistenza 
quanto occorreva alla loro miseranda condizione. Ma il documento 
manca di data; ne in altri si trova sviluppato il progetto mede- 
simo, e molto meno eseguito in tutto o in parte. Abbiamo bensì 
veduto che nelle ville lungo il Po, e in altre del territorio anche 
elevato, si erano assegnate case speciali pei malati o pei sospetti, 
le quali fecero 1' uffizio di lazzeretti e ne portarono impropria- 
mente il nome, perchè erano beu altra cosa da quella che nel 
ricordato progetto si divisava : le case non erano a bastanza 
ampie ne adatte; il medico e il chirurgo non vi dimoravano: 
non farmacia, ne vitto conveniente, né corredo da spedale : invece, 
quelli che avevano fatta la proposta de' circondari volevano laz- 
zeretti completi ; ma avrebbero dovuto pensarvi a tempo, non 
quando il male era in casa. 

La Congregazione de" Conservatori della Sanità studiò un'altra 
maniera per giovare alla povera gente colpita : strinse in gruppi 
le ville tra loro vicine, e in ciascuno prescelse persone stimate 

(I) Dobbiamo alla somma cortesia del Ch.">o Cav. Alvisi, R. Bibliote- 
cario della Parmense, d' averci fatto conoscere il MS. col progetto di divi- 
sione del Ducato parmense in circondari, pel governo della peste. Della sua 
bontà lo ringraziamo, come pure di altri aiuti nelle ricerche di cui ci fu ge- 
neroso. 



IN PARMA NEL 1630 111 

per certo grado di coltura e per onestà, che formassero uua specie 
di Consiglio direttivo, al quale sarebbero state affidate le ville 
pel regime sanitario in tutta la sua estensione: ma anche questo 
partito, che pure dava speranza d' esser vantaggioso, non potè 
eseguirsi in causa della furia con cui il male procedeva. 

Si era appena cominciato a dimostrare un po' d' attività in 
chi stava a capo del reggimento eccezionale della Città,, che il 
Duca con lettera data da Piacenza il 20 aprile diede avviso 
« d'avere imposto, benché a male in cuore, il bando alla Città 
« di Parma: e questo per evitare che // laurJo sia imposto dai 
« vicini ». 

E anche qui una bugìa ; perchè i vicini non avevano man- 
cato di pensare ai fatti loro, e contenersi in uno stato d' inter- 
detto con Parma, che da tempo sapevasi in preda al contagio, 
quantunque si proclamasse la sua perfetta salute: era da non 
breve tempo che le transazioni commerciali erano sospese. Del 
resto, ridicolo, o almeno poco dignitoso per un sovrano il dire, 
chiudo la porta io, prima che gli altri me la chiudano in faccia. 

Altra lettera ducale del medesimo giorno, alle stesse auto- 
rità preposte alla conservazione della salute fu la seguente: 

« Kaccoraando tutte le possibili diligenze onde sollevare la 
« Città dal male che sovrasta, la qual cosa sarà graditissima a 
« noi e d' onore e merito per le autorità. 

« Avendo inteso che i Medici e Barbieri ricusano di medi- 
« care i poveri infermi, mentre l' intenzione nostra è che vengano 
« soccorsi, dovranno i Conservatori e Deputati ricorrere al Con- 
« sigliere Borgarelli per le provvisioni opportune : costringendo i 
« detti Medici e Barbieri a cominciar ì" opera et ajuto dell' arte 
« loro a chi ne ha bisogno, et la carità e zelo che si deve, e 
« riducendoli all' obbedienza per ogni modo e strada possibili. 

« Da Piacenza, ecc. 

« Odoardo Farnese. * 

I Conservatori avranno obbedito agli ordini ducali e intimato 
ai medici e chirurghi di esercitare il loro dovere di professione 
e di carità: ma non dovrebbero aver trovata la nei^essaria obbe- 
dienza, se fin da principio diedero a vedere che preferivano ca- 
varsi d' impaccio negando 1' esistenza del contagio. 



112 LA PESTE BUBBONICA 

Sul finire di dicembre del 1629, quando già si udivano da 
ogni parte le voci d' allarme per l' imminenza d' una terribile 
sciagura, e si affermava che la peste, se era a Milano e sulla 
sinistra del Po, presto avrebbe toccato il territorio parmigiano — 
se pure toccato già non 1' aveva — ; i Conservatori della Sanità 
chiamarono a consulto (e fu appunto il 31 di dicembre) i pro- 
fessori di medicina che godevano miglior nome nel paese, perchè 
dessero il loro parere sulla natura della malattia e sui partiti 
da prendere per combatterla. Furono dodici i chiamati, de' quali 
ricordiamo qui i loro nomi. 

1. Pompilio Tagliaferri — Lettore pubblico, 

2. Donnino Albasio idem. 

3. Girolamo Conti idem. 

4. Ilario Cioti idem. 

5. Antonio Maria Zucchi idem. 

6. Lorenzo Porta idem. 

7. Flavio Galli 

8. Stefano Alessandrini 

9. Antonio Zanelli 

10. Ovidio Barilla 

11. Camillo Anselmi 

12. Giulio Zandemaria. 

Dopo una lunga discussione avvenuta fra i Dottori e i membri 
dell'Officio Sanitario, la sentenza dei Medici consultori fu questa: 

« Che fino a quel giorno 31 Die. 1629, peste non si era 
« manifestata nel Ducato, e che i molti morti nelle ville di 
« Sacca, de Mezzani, e altre, erano stati presi da malattie diverse 
« tion dalia peste. 

« Che era stato un eccesso quello di impedire loro il com- 
« marcio colle altre ville, e che la maggior parte degli infermi 
« erano guariti ». 

Noi non perderemo tempo a confutare una sentenza così 
stolta e fatale; limitandoci a deplorare la menzogna, o la viltà, 
la trufferia di quel dotto Consesso. Chissà quale differenza di 
eventi si sarebbero avuti, e quanto minor male avrebbe aggravato 
il nostro popolo, se maggior sapere avesse illuminato quei barbas- 
sori, e più sincerità ornato le loro coscienze. Ma il male fu fatto 



IN PARMA NEL 1630 113 

sino da principio, e non restava nell' aprile del '30 che dibattersi 
neir ultima fase del contagio, quella della Città. 

V era bisogno di monatti e se ne chiamarono di fuori : 
quelli che trasportavano i malati e i cadaveri vennero detti brutti. 
La prima squadra la composero Lodovico de' Kossi da Castro, 
Giacomo Moraco e Antonio Veronesi del Lago maggiore: Andrea 
Villani, Francesco Venturini, Giovanni Vitali da Parma e Paolo 
Passera di S. Lazzaro. Questi e gli altri non pochi che furono 
assunti, non fecero il loro mestiere senza meritare qualche rim- 
provero, ma non si trova scritto che si conducessero tanto disu- 
manamente quanto i loro colleghi di Milano. 

Occorrevano anche buone persone che per amore del pros- 
simo, e non a scopo di guadagno, sollevassero gì' infermi nelle 
angoscio in cui si trovavano, che avesser cura del loro nutrimento, 
della somministrazione dei farmachi, del regolare intervento dei 
medici; sorvegliando gli assistenti, gl'infermieri; e oltre le per- 
sone, vigilare sul resto che poteva dare un po' d' ordine in mezzo 
alla cittadinanza, nella quale il diuturno spettacolo delle morti, i 
lamenti che si udivano dall' interno delle case, gli urli dei deliranti, 
il terrore insistente avevano sturbata la consueta tranquillità, la 
disciplina, il reciproco rispetto e gli affettuosi legami di famiglia. 
Per simili soccorsi furono accettate le offerte che molti religiosi 
fecero di loro stessi, i quali entrarono nel pietoso e insieme peri- 
glioso ufficio. 

I Padri Gesuiti e i Cappuccini furono quelli che addimo- 
strarono maggior zelo e che soffrirono maggiori perdite. De' Ge- 
suiti ne morirono trentadue ; de' Cappuccini ventisette ; di cui tre 
in servizio del lazzeretto ; nove assistendo gì' infermi nelle case ; 
quindici in convento (vedi il Documento III). 

L' ospedale di san Lazzaro rigurgitava di malati ed era opi- 
nione comune che fosse diventato un centro di così attiva infe- 
zione da aggravare d' assai lo stato d' infermità di quelli che vi 
si mandavano: onde i Conservatori divisarono che fosse migliore 
espediente di raccogliere i sos^ietti e gli ammalati all' aperto, 
in attendamenti, o sotto capanne all'uopo disposte: queste, sor- 
sero presso il ponte Dattaro, come risulta dal libro delle Ordi- 
nazioni de' Conservatori alla data 4 maggio. « Si ordina che si 

ARCH. Stor. Parm. , IV. 8 



114 LA PESTE BUBBONICA 



« continui et solleciti a far fare altre Capanne al Ponte Dat- 
« taro ». E da un'altra ordinazione appare che il Consigliere 
Bernieri, cui era affidata la direzione e vigilanza di questo tem- 
poraneo lazzeretto, aveva già S'^elte persone fra quelle che si erano 
offerte di attendere al servizio delle Capanne: venti circa fra uo- 
mini e donne. Gli Anziani sopraffatti in queste gravi contingenze 
dalle spese che stremavano l'erario (.'omunale, già indebolito per 
le rendite scemate in causa delle transazioni commerciali sospese, 
sentirono la necessità di rivolgersi al Duca e chiedergli danaro. 
Non tardò la risposta : « Conforme alla richiesta che ci avete 
« fatta haverao dato ordine che vi si imprestino dodici mila du- 
catoni d' argento per sovvenire ai bisogni di cotesti poveri in- 
ferrai: e siccome vi compatemo molto le calamità e travaglio 
che affligge cotesta Città, così non mancheremo di porgervi 
tutti quegli ajuti e soccorsi che potranno venir da noi a be- 
nefitio e oommodo vostro: non havendo, come dovete restar 
benissimo persuasi, cosa che maggiormente ci prema che la 
salute e quiete di tutti voi altri, a quali conserviamo sempre 
indiminuita 1' affetione, che havemo sempre portata. 

« Piaccia a Dio di liberar quanto prima cotesta Città, come 
« noi sopra ogni cosa desideriamo e preghiamo di continuo S. D. 
« Maestà, la quale vi conservi e prosperi. 
« Di Piacenza li 5 Maggio 1630. 

« Vostro Odoardo Farnese. 

«< Agli Antiani di Parma ». 

Al giovamento che il prestito arrecava al Comune, volle il 
Duca aggiugnere un'altra non meno buona sollecitudine; e fu 
quella di affidare la cura suprema della Salute pubblica a per- 
sona pili idonea. 

Il Consigliere Borgarello che sopraintendeva all' uffizio della 
Sanità, comecché degno d'ogni rispetto, non era tanto energico 
e avveduto quanto faceva duopo : la poca robustezza fisica e la 
mansuetudine del carattere, lo rendevano meno atto per un in- 
carico nel quale la dolcezza poteva talvolta essere una qualità 
negativa. A Parma si lagnavano sommessamente di lui, perchè, 



IN PARMA XEL 1630 115 

presente il Duca, nou volevano biasimare una scelta eh' egli 
aveva fatto; ma partito che fu, si lamentarono apertamente, 
e Odoardo lo seppe, e senza indugio sostituì al Borgarello il 
Dottor Lodovico Pallastrelli Auditore civile ; ottima scelta (1). 
La sostituzione venne ordinata con rescritto dato da Piacenza l'il 
maggio, nel quale stava scritto per cortesia del Principe, che 
esonerando il Borgarello dalla carica, altra intenzione non si 
aveva, se non quella di sollevarlo dalle fatiche di un sì grave 
incarico ; e l' infelice magistrato ne aveva somma necessità, pe- 
rocché soffriva (come più sopra abbiamo accennato) per mal ferma 
salute. Fu colto dalla peste e morì il 5 giugno. 

Neil' ultimo giorno eh' egli stette in carica ricevette dal 
Duca una lunghissima lettera coli' ingiunzione di comunicarla 
all' Assemblea dei Conservatori. Llssa dava a vedere che nella 
mente di Odoardo erano sórte molte idee rivolte a dominare l'im- 
peto del contagio, ma in modo disordinato, e conducenti a pro- 
poste di difficile applicazione. Il caposaldo consisteva nell' im- 
porre una generale quarantena in tutto lo Stato, circondata da 
tante rigorose prescrizioni che per loro stesse formavano un fe- 
nomeno di confusione e un colmo di difficoltà quasi insuperabile; 
come si potrà giudicare dal sunto della stessa lettera ducale. 

« L' avviso che mi avete dato della messa che ha fatto 

« dire la Congregazione a san Nicola di Tolentino, con fargli 
« elemosina d' un calice, ci dà occasione di lodare la pietà. Al 
« resto della vostra lettera, ci pare 1' unico rimedio la tanto da 
« noi predicatavi quarantena, sebbene sin' hora parci poco accet- 

« tata Essendo ciascuno serrato nella propria casa, e tolta 

« ogni pratica fra amici e parenti, meno gli strettissimi, non si 
« vedranno più andare attorno sospetti e infetti, e si impediranno 
« le occasioni delle unioni e concorsi, cause tanto potenti per 
« conservare e accrescere il fomite del contagio , perciò vi 

(1) La Famiglia Pallastrelli, del patriziato piacentino, è assai antica. Si 
ha memoria di un Azone sino dal 1097. Si vuole che i Pallastrelli (o Para- 
strelli) avessero parentela con Cristoforo Colombo, e chi desiderasse conoscere 
r origine di questa congettura, legga nel voi. VI pag. 33 degli Atti della 
Deput. di Storia patria (Modena-Parma) ciò che in proposito ha scritto il 
Conte Bernardo Pallastrelli, 



116 LA PESTE BUBBONICA 

« ordiniamo che in tutti i modi si faccia la generale quaran- 
ta iena ». 

Alla coDchiusione imperiosa del Duca, stanco di vedere che 
non s' era soddisfatto il desiderio già da tempo manifestato, di 
volere la quarantena, faceva seguito una serie di avvertimenti, 
consigli, prescrizioni, a cui era difficile ottemperare. Odoardo li 
ha scritti sotto numeri ordinali, e noi nello stesso modo in sunto 
li riportiamo. 

1.^ Si provveda al vitto delle genti chiuse, specialmente povere, 
2." Deputare persone integre per le spese del vitto in Città, 
3." Notare casa per casa le bocche da mantenere, 
4." Sapere il grano che si trova in Città; se ne manca, 

acquistarne, 
5.*^ Prescegliere tanti fornai, quanti richiederà il bisogno, 
6." Fare magazzini per le grascie, 
7.^ I magazzini daranno a credenza: i Conservatori faranno, 

a suo tempo, pagare d' autorità, 
8.^ Fare magazzino di vino, 
9." Pubblicare un Bando che obblighi a denunciare i malati 

non di contagio, per provveder loro, 
IO.'* Levar dalle case gl'infermi di contagio e ricoverarli nei 

lazzeretti. Pei lazzeretti servirsi delle case rimaste vuote, 
ll.*^ Pei gentiluomini trovar case vicine, 
12.'* Ai detti luoghi destinare persone laiche e religiosi per 

r assistenza. 
13." Tolti i malati dalle case, si lascino le robe, si sigillino 

si murino le porte e le finestre, 
14.** Ciò fatto, profumare la casa e imbiancarla. 
15.'' Indi, promulgare una Grida che, pena la vita, nessuno 

esca di casa, 
16.** Per ogni contrada porre un Capo che scriva i nomi, 

casa per casa; indi sigillare le porte col mezzo del 

Cancelliere, 
\1 .^ Al Capo affidare la sorveglianza della contrada, pel 

vitto, cure ecc. 
18." 11 Capo visiterà ogni mattina tutte le case; se troverà 

malati provvederà. 



IN PARMA NEL 1630 117 

19.° Se si trovassero dei morti, esportarli con cautela, 
20." Per ogui strada tre corpi di Guardia, ai due capi e in 

mezzo, 
21." Quelli che porteranno il vitto ai rinchiusi non avranno 
comunicazione, ne toccheranno gli usci; per dare e ri- 
cevere oggetti useranno ceste o altro, 
22." Prima che si chiudano le case, i sacerdoti confesseranno 

e comunicheranno, 
23." Trattare col Vicario Ap. per questa intelligenza, 
24." Trattare col med.° perchè nelle strade s' ergano altari 
per dir la messa, che i rinchiusi ascolteranno dalle 
finestre, 
25." I Delegati a provvedere il vitto anderanno a prendere 
le commissioni, compreranno al mercato e riceveranno 
i denari nell' aceto, 
26." Il Capo avrà cura che non s" ingannino quelli che fanno 

la quarantena, 
27." Il Duca amerebbe che alla domenica andassero in giro 
religiosi che da stare nella strada predicassero per con- 
forto dei rinchiusi, 
28." Che sia lecito alle famiglie di fare una gita nelle proprie 
campagne per far provviste e dare ordini, prima di 
esser chiuse in casa. 
Ai Conservatori non attalentarono le idee del Duca, ma non 
v'era da tirarsi in là; conveniva obbedire. 

Però essi 'profittarono d' un ultimo ritaglio di tempo per 
chiudere nelle case di Città il minor numero di gente possibile; 
desiderosi com' erano di incorrere al cospetto della pubblica opi- 
nione nella minore responsabilità dei danni che i comandi del 
Principe avrebbero apportati. Affrettarono pertanto la costruzione 
di capanne fuori dalle mura, che accolsero in breve molti del 
popolo; fecero vuotare completamente il borgo dcìle Carra e 
quello dei Salici: non che il horghetto dei Cappuccini; e for- 
mati in essi appositi ricoveri, o lazzeretti, vi raccolsero gì' infetti 
di male contagioso appartenenti al Capo di ponte, cioè alla parte 
della Città sulla sinistra sponda del torrente: fecero sgombrare 
tutte le case nei borghi del Vescovo, Guazzo, Gazzola e Xa- 



118 LA PESTE BUBBONICA 

viglio per allogarvi gV infetti de" quartieri all' Est : diminueDdo 
così di qualche poco la gravità degV impegni di quarentena. 

Chiamati a consulto nel dì 8 giugno alcuni medici della 
Città, i quali furono Pompilio Tagliaferri — Flavio Sacco — 
Stefano Alessandrini — Ilario doto — Antonio Maria Zucchi 
— Francesco Botti, venne loro proposto dai Conservatori il que- 
sito — « se fosse meglio imporre la quarantena subito o aspet- 
« tare che il gran caldo che faceva fosse diminuito? — » e i 
medici, che non ignoravano la volontà del Duca, risposero ad una 
voce « che il meglio era imporla subito ». 

Così nel giorno di S. Giovanni, 24 giugno, uscì la Grida 
che comandava la quarantena in Città da quel medesimo giorno 
sino al 3 d' agosto. In seguito venne estesa alle campagne e 
protratta sino al 14 agosto. Ai poveri di Parma fu assegnato un 
discreto trattamento settimanale: 

« Agli uomini sarà dato ogni giorno un Boccale e mezzo 
di vino; 

« Alle donne e ai ragazzi un Boccale ; 

« Agli uomini otto soldi di pane; 

« Alle donne e ai figlioli sol. sei da tre anni in sii: ai piìi 
piccoli sol. quattro: 

« La Domenica, alli uomini, donne e figli, la minestra di 
riso farro alla mattina: dando loro tutti quelli in- 
gredienti che saranno necessari per prepararla; 

« Il Lunedì, solo pane e vino ; 

« Martedì, tanto agli uomini, quanto alle donne e figlioli 
da tre anni in sii, una fetta di formaggio di tre onde: 
ovvero, una fetta di salame honesta e all' arbitrio del 
discreto provveditore; 

« Mercoledì, minestra a tutti, come sopra; 

« Giovedì, pane e vino; 

« Venerdì, minestra, come sopra; 

« Sabato, pane e vino. 

« — Chi non avrà pozzo in casa, ne persone per attingere 
« acqua, lo faccia sapere; che gliela porteranno — ». 

Tutto questo riuscì grave alle autorità e ai cittadini ; i quali 
avrebbero potuto trovar giovamento dall' espediente adottato quando 



IN PARMA NEL 1630 119 

i casi di peste erauo poclii e poche le famiglie cui imporre un 
isolamento assoluto chiudendole in casa ; ma, dopo aver consen- 
tito coir inerzia, la paura e la finzione, che il morbo si disten- 
desse pe' quartieri della Città, entrando ne" palazzi e nei tuguri, 
il rinserrare le famiglie in abitazioni già corrotte da precedenti 
casi di contagio e di morte, era quanto esporle a più grave pe- 
ricolo : pero.-chè si trovavano costrette (pena la vita) a vivere 
neir alito pestifero e a rinunziare al benefizio d' uscire all' aria 
aperta ne' bollori della state. Se nei lazzeretti giacevano in cura 
gl'infermi, non vi si aggiugnevano i >ani; invece, nelle case, 
infermi e sani erano commisti; mantenendo quel fomite di pesti- 
lenza che il Duca cercava sopprimere: ne importava che Odoardo 
comandasse di levar gì" infermi e i cadaveri con somma diligenza, 
e che si murassero poi le porte e le finestre, non riflettendo che 
ai poveri una sola camera serve di reggia. 

D' altronde si era sperimentato il giovamento dell' aria pura 
nei luoghi aperti ed elevati; nel castello di Felino si accolsero 
non pochi infermi, che presto migliorarono ; perchè dunque seguire 
un concetto diametralmente opposto al buono ? 

Molti fatti e moltissime notizie statistiche sono taciuti, perchè 
allora non usava dir tutto, forse per non lasciare testimonianze 
officiali degli errori commessi: così non si è potuto stabilire con 
certezza il numero de' morti dì per dì ; ma da qualche frase che 
si legge nei documenti e dalle provvisioni prese, si può argomen- 
tare che la quarantena fu cagione di un notevole aumento di 
mortalità. Né bastò questo sinistro effetto, che altri se ne tirò 
dietro. 

Costò una fatica enorme agli agenti della Comunità e ai 
cittadini reggenti l' Annona, la distribuzione giornaliera del vitto 
a parecchie migliaia di poveri e di altri che nelle strettezze in 
cui si trovavano non possedevano i mezzi pronti per mantenersi 
da sé stessi. Il fatto prevedibile, ma non preveduto, cagionò una 
grave perdita al Comune, il quale fu obbligato di dare a cre- 
denza grossa quantità di cibaria, il prezzo della quale andò nella 
massima parte perduto ; come Io attestano i registri d' Archivio. 
Nemmeno fecero difetto le frodi in tanta confusione d' uffici eser- 
citati colla fretta. Alle quali cose è da aggiugnere che la neces- 



120 LA PESTE BUBBONICA 

sita imperiosa di dar da mangiare a taute persone che sarebbero 
morte d' inedia se non glie ne avessero portato, metteva in giro, 
e anche in contatto, così gran numero di cittadini d" ogni condi- 
zione, da rendere presso che vana la prigionia di quelli che vive- 
vano neir isolamento della quarantena. 



Corsa la voce per 1" Italia dell' imperversare che faceva la 
peste nello Stato del Farnese e nella sua Capitale, non pochi 
medici e chirurghi si offerivano di venire a prestar 1' opera loro. 
La necessità d'averne s'era fatta sentire sin da principio; ma 
ora si poteva dire estrema per le persone anche mezzanamente 
istruite, mentre che il popolo ignorante viveva nella certezza che 
nessun rimedio valesse contro la peste. 

Esso non prestava che un po' di fede nel Barbiere. 

Gli empirismi e le teorie strane di Paracelso avevano ancora 
sul principiare del XVll secolo qualche credito fra i cultori del- 
l' arte salutare ; i quali innestandoli sulla medicina ippocratica e 
sul jnfrocliìiìiisìiio, che faceva dipendere le morbosità umane dalla 
effervescenza de' sali negli umori, discendevano all'uso de' creduti 
Alessifarinacìd (1). Da simili aberrazioni (se pur non erano in- 
ganni) nasceva la confusione e la interminata lista delle droghe 
di cui componevasi una medicina. 

I medici inventori dei piii composti farmachi si reputavano 
possessori di segreti prodigiosi, e nei loro cervelli grillavano le 
velleità dell' arte magica. Ai delirii d' una scienza, che non la 
era, si aggiugaeva 1' ardimento magistrale e iperbolico della pa- 
rola e dello stile con cui si decantavano i miracoli del balsamo 
e del cerotto. 

Fra le carte dell' Archivio Comunale che risguardano la peste 
del Seicentotrenta, ne abbiamo trovate alcune di medici che si 
offerivano a noi, che sono veramente tipiche. 

Permetta il lettore che a rompere la noia del nostro rac- 
conto gliene regaliamo una. 

(1) Alessi farmaco. Contravveleno, composto di vari ingredienti. 



IN PARMA NEL 1630 121 

« Ill.mi Sig/' (Joveruatori et Sig/' Deputati 
dell' 111. ma Comuuità di Parma. 

« Vedendosi uelli presenti tempi con qual strage miserabile 

« questo mal contagioso vadi infestando hor 1' una et hor l' altra 

« di queste Città dell' infelice nostra Italia, et come di giorno 

« in giorno con horribil strage si facci sentir maggiore con de- 

« solatione delli poveri populi e delle Città intere; questa tanta 

« miseria fa, che io Gio: Batta Rizzo, bora medico della Illus.^ 

« Commuuità di Novellara, mi sia risoluto di proponer a LL. 

« SS. lll.me, che quando le voglino acetarmi per loro medico, 

« con stipendio condecente, io mi esibisco di venir a servirle in 

« tanta sua calamità et bisogni, assicurandole, che essendo io 

« stato per molto tempo fuori d' Italia, et avendo ricercato tutta 

« r Europa, nostro Signor Dio mi ha fatto capitar cose nelle 

« mani et segreti così preservativi come curativi, così nell' Ale- 

« magna, come nella Francia, Polonia et altri lochi nelli quali 

« questa (peste) quasi sempre si fa sentire, con grandissima mia 

» gloria et riputazione, et con solevatione di tutti queli che 

« hanno bisogno di tal mia opera. Ho anco il vero et genuino 

« modo di liberar tutte le robbe appestate et contagiose in modo 

« tale, che si potrano adoperare senza alcun pericolo: questo ho 

« voluto proponer a LL. SS. lll.me acciò quanto prima mi diano 

« resolutione, affinchè proponendomi partito ragionevole io possi 

« con r aiuto di nostro Signor Dio venir a procurare la libera- 

« tione di essa Città, et di tutti queli che havrano bisogno del- 

« r opera mia ; et in caso non havesseron bisogno, darmi risposta, 

« acciò possi procurar altrove di far conoser quela virtù che Dio 

« mi ha data nel medicare, et in particolare questo mal conta- 

« gioso di peste, nel quale spero di far conoscer, come molte 

« altre volte ho fatto, il vero modo di curarlo et di preservar 

« li huomeni dalla infettione di quela : et con ciò li prego da 

« sua divina Maestà la loro benedizione. 

« Novellara 27 Zuggno 1630. 
« Di LL. SS. lll.me 

Dev.'"" Servitore Gio: Batta Rizzo 
« Medico dell" 111. ma Communità di Novellara ». 



122 LA PESTE BUBBONICA 

Il Eizzo aveva un bel vantare la sua abilità e le scoperte 
fatte in Alleuìagna, in Polonia.... e in altri siti, ma non sapeva 
che un pari suo, più furbo assai, aveva preso la migliore scor- 
ciatoia per arrivare alla meta ; s' era, cioè, fatto raccomandare al 
Duca da Pietro Aldobrandiui, forse parente del Duca stesso, il 
quale avendo molta entratura in Corte, tanto parlò in favore di 
questo nuovo Esculapio, che i cortigiani accorsero ai confini per 
accoglierlo. Preparava anch' esso un olio antipestilenziale tanto 
miracoloso da ricacciare il contagio d" ond" era venuto ; e Odoardo 
anticipò denari per la di lui venuta ; pagò, ordinò che si pagasse 
a piacere, e aspettò nell' ansia che arrivasse il salvatore della 
reale famiglia e dei fedelissimi sudditi. 

Tanto può un ciarlatano anche sull' animo di persone istruite, 
quando è consigliera la paura, 

I Deputati di Sanità ricevettero notizia dal mentovato Al- 
dobrandini che il celebre Francesco Isappini, medico ferrarese, 
quello che per ordine di S. A. il Sig."" Duca doveva recarsi in 
Parma a preparare V Olio del Castagno, non aveva potuto met- 
tersi in viaggio perchè aspettava da Venezia alcuni medicinali 
che gli occorrevano: 

« Ora però se ne viene, accompagnato sino al confine dello 
« Stato di Parma dal sig.*" Ercole Bajardi, il quale manderà av- 
« viso a ciò che si mandi a prendere 1* Isappini e le robe che 
« porta seco, non che un uomo di suo servizio. Egli presenterà una 
« nota di Scutli duecento da lui spesi per compero fatte, dimo- 
« strando così Y erogazione d' altrettanta somma anticipatagli dal 
« Duca con lettera di cambio della Casa Morandi di Piacenza». 

Bajardi condusse Isappini da Ferrara a Sant'Ilario di Keggio, 
e da questa borgata di confine, in carrozza spedita da* Conserva- 
tori, mosse alla volta di Parma, ove entrò il 15 luglio, portando 
seco tutta la batteria necessaria alla salvazione del povero popolo 
che andava morendo a centinaia per giorno (1). 

(1) La cassa del celebre Dottore conteneva: 

Eabarbaro — Zafferano — Terra sigillata — Bolo armeno — Miroha(?) 

— Aloe epatico — Coralli rossi — Corno dì cervo — Denti di Cignale — 
Radice di Tormentilla — di Capperi — di Ginepro — di Zedoaria — Nardo 

— Sandali rossi — Triaca — Mitridato — ]\Iandorle amare — Olio del 
Mattioli ecc. più i vasi e gli utensili per stillare 1' olio prodigioso. 



IN PARMA NEI, 1630 123 

L' Olio del Castagno (1) fece ai malati ciò che si poteva 
aspettare; li bisunto e li lasciò morire. 

Il Duca, che tanta fiducia aveva avuto, se ne rammaricò e 
se ne sdegnò ad un tempj ; se ne offesero i Conservatori, i quali 
chiamarono al loro cospetto il famoso mistificatore, gli diedero 
cento scudi e gì' intimarono d' andarsene. Egli pretese d' essere 
ricondotto a Ferrara, e bastò il tempo d' attaccare i cavalli per 
compiacerlo. 

La morìa cresceva a dismisura e 1' abbattimento dei citta- 
dini era così grande che ormai cessava ogni resto di attività e 
di quel po' d' ordine che li aveva sorretti nell' esercizio della pub- 
blica assistenza. I Delegati, i Conservatori, non pochi, veramente 
valorosi, si adoperavano ancora con perseverante e faticosa cura ; 
ma le forze minori venivano meno pel comune scoraggiamento. 

I provvedimenti si prendevano senz' altra guida che la im- 
provvisa urgenza de' nuovi casi; tutto — persino la scelta de'ri- 
medi — era affidato all'ispirazione delle persone volenterose. 
La quarantena, severamente imposta, durava sempre: ciò non 
pertanto 1' accampamento del Ponte Dattaro s' andava allargando 
coir opera di pietosa gente, e non pochi infermi v' erano accolti, 
togliendoli alle angustie del carcere di Città. Le cure medi- 
che non giovavano (2); un po' di sollievo dalle chirurgiche; 
ma gli operatori difettavano: il seppellimento dei cadaveri reso 
difficile dalla scarsità dei becchini: la schiera dei monatti as- 
sottigliata: nel palazzo Comunale un movimento incessante, ma 
disordinato: vivo il desiderio di dar soccorso, ma grande l'im- 
potenza. 

Livio Cerati, cittadino saggio e operoso, appartenente ai 
Conservatori, ordinava il 3 d" agosto, che tutti i Capi delle Vi- 
cinanze facessero tosto il novero delle giovinette rimaste orfane 
di padre e di madre, e si trovassero senza parenti che potessero 

(1) Nella Parmense si trova fra i volumi delle Miscellanee, un Opuscolo 
che ha per titolo — Reggimento cantra -peste — del già Maestro Pietro 
Castagno, spagnolo, per conservare li sani et curare gì' infermi. Con il modo 
d' usare il composto, over Oglio cantra peste et veleni^ che si fa ogni anno 
per r Ill.ma Communità di Ferrara. — (senza data). — 

(2) V. Documento IV. 



124 LA PESTE BUBBONICA 

averne cura: die si facessero indagini accurate per sapere quali 
beni possedessero ; aiutando così il Governo a preservarle dai pe- 
ricoli e a conservar loro il patrimonio. Ordinava agli stessi 
Capi di eseguire il censimento dei superstiti ; non essendo in 
grado gl'impiegati del Municipio d'attendere a un lavoro cosi 
minuto e meritevole di tanta esattezza, mentre erano occupati 
in cose urgentissime e sovracaricati di lavoro: gli stessi An- 
ziani si trovavano alle strette con quelli del contado, che in 
gran numero e con insistenza, che le sole sofferenze potevano 
scusare, domandavano soccorso alla Città, mentr" essa a se me- 
desima non bastava. La borgata di Traversetolo pativa assai: 
dal feudo di Solignano Ciro Pallavicino invocava la quarantena 
« perchè l' infelicità di quei paesi era indescrivibile » . Da ogni 
parte giugnevano voci e segni di universale desolazione. 

Ma se Parma piangeva, altre Città non erano liete. Pia- 
cenza, rimasta per qualche mese incolume, cadeva sotto l'im- 
pero della morte. Il Gesuita Orazio Smeraldi, che sappiamo aver 
seguito la Corte allorché nell' aprile si trasferì a Piacenza, ha 
lasciato scritto che il 10 agosto Finterà famiglia ducale e i 
cortigiani avevano con qualche premura levate le tende e tra- 
sportata la dimora a Cortemaggiore. 

Racconta che a Piacenza il primo ad esser colpito dalla 
peste in Corte fu un paggio di S. A.: un milanese della casa 
Ehò, nipote del Conte Girolamo Ehò, Mastro di campo generale 
degli stati farnesiani. Il giovinetto morì in casa del Conte Fer- 
dinando Scotti; e fu una sì gran sorpresa che indusse la Corte 
a rifugiarsi nella rocca di Cortemaggiore. Lo conferma Zunti 
nella sua cronaca, e aggiugne che a Piacenza morivano sino 
duecento persone al giorno. Da questi avvenimenti si desumeva 
che il contagio s'allargava verso ponente, scostandosi a poco a 
poco dal nostro territorio: ma non era ancora che un moto ini- 
ziale; però tale da far nascere buone speranze. Fu in questo 
momento in cui gli animi de' cittadini si consolavano nella fidu- 
cia che le loro sventure stavano per finire, che gli Anziani, pro- 
lungato il termine della quarantena in Città e nel contado, vol- 
lero chiedere misericordia a Dio e fare solenni voti, che poi sciol- 
sero con atti di riconoscenza e d' infinita pietà. 



IN PARMA NEL 1630 125 

Così deliberarono : 

« Vedendo li signori Anziani del presente trimestre che in 
« questo tempo di pestilenza, la quale per volere d' Iddio tanto 
« grandemente castiga, et flagella questa Città con mortalità di 
« numerose persone, che ogni diligenza et rimedio umano riesce 
« vano et frustatori© ; et che per placare l'ira et sdegno di 
« Nostro Signore, che voglia per sua misericordia et immensa 
« bontà perdonarci gli nostri peccati, con rimetterci le nostre 
« iniquità e misfatti, è necessariissimo ricorrere alla protezione 
« et aiuto della Gloriosissima Vergine Madre d'Iddio et del 
« Glorioso santo Gioseffo, hanno perciò a nome di tutta la Città 
« deliberato di fare le infrascritte devozioni con voti solenni, 
« quali s' abbino da effettuare, et eseguire senza dimora alcuna, 
« acciò col mezzo et intercessione della Gloriosissima sempre 
« Vergine Maria et del Glorioso S.'° Giuseppe, questa Città habbia 
« dal S/ Iddio ad ottenere et conseguire la liberazione di que- 
« sta pestilenza. 

1,** Hanno fatto voto gli S." anziani per un anno continuo 
tutte le feste delle domeniche intravenire alle compiete quali si 
canterano nell'Oratorio della S.'"* Vergine della Stechata di questa 
Città. 

2.° Quando saranno cessati tutti gli sospetti della pestilenza 
et che sarà permesso liberamente passare per li Stati del Ser.""" 
Sig."" Duca di Modena, hanno con solenne voto gli sud/' Sig.""' 
Anziani stabilito di andare tutti a piedi a visitare, et adorare 
la S.'"^ Vergine di Reggio, con farle offerta d' una Croce o Lam- 
pada d' argento di prezzo di rlacento ducatoni d' argento. 

3.*^ Hanno risoluto fare elemosina alla fabbrica della Chiesa 
di S.*" Gioseppo di ducatoni trecento, a fine che col mezzo et 
intercessione di questo glorioso Santo si habbia ad ottenere la 
remissione de'nostri peccati, et placare Tira d'Iddio benedetto, 
che per sua misericordia si degni bavere riguardo di questo 
popolo. 

« A chi piace dunque tutto ciò, dia la balla gialla, a chi 
« non piace, dia la balla bianca. » 

« — E tutti diedero la balla gialla, approvando — » 
I "voti fatti dagli Anziani furono sciolti più tardi, come ve- 



126 LA PESTE BUBBONICA 

dremo ; e non sarà chi voglia biasimare quegli ottimi signori 
pel loro intervento alle compiete e per altri atti di culto per- 
sonale ; ma non sarebbe fuor di ragione il biasimarli per la spesa 
di ciniueccìUo ducatoni in offerte alla Chiesa, se mancavano i 
denari per curare gl'infermi e sfamare i rinchiusi. Ma è sempre 
andata ad un modo: per pregare il Signore e invocare la cle- 
menza sua, non bisogna andare a mani vuote. 



Passiamo ora ad altro. 

Ci arrischiamo a credere che il lettore di questa disadorna 
narrazione, si sarà aspettato un episodio lagrimevole di untori 
torturati, appiccati e squartati ; perchè non vi può essere al mondo 
chi sappia leggere e abbia un po' di coltura, e non conosca la 
pietosa storia degli untori, che in quei medesimi giorni in cui 
la peste infieriva, erano a Milano ferocemente martoriati e spenti 
sul patibolo. Chi è che non ha avuta compassione, e non ha 
fremuto di sdegno leggendo ne' Fromessi Sposi la fine miseranda 
di quei poveri innocenti? 

A Parma per fortuna untori non furono; solo corse notizia 
che qualcuno s' aggirasse pel territorio, e il popolo s" allarmò : 
ma era vana paura, perchè il mestiere non esisteva che nelle 
imaginazioni. Forse le voci che giugnevano da Milano misero in 
vena qualche credenzone di volerne trovare anche qui; e il Go- 
vernatore, che beveva grosso, si rivolse subito al Pallastrelli, Capo 
dell'ufficio di sanità, perchè si mettesse in moto e scoprisse, 

— « Intendo che V. S. 1. ha avuto avviso da certo mercante 
di PontremoU che per quelle parti era per passare un uomo, il 
quale portava seco una scatola piena d'unguento pestifero; e 
perchè io tengo lettere d' un mio amico di Pontremoli, che è 
gentiluomo principale di quella, e mi scrive fra 1' altre cose un 
capitolo che concerneva la medesima materia, ho stimato bene 
di significarlo a V. S. I. acciocché possa far usare delle diligenze ; 
ed io se saprò cosa alcuna, non mancherò d'avvisamela. 

« Le parole della lettera sono le seguenti: 

«« Tre giorni sono fummo avvisati da luogo certo e sicuro 
«« che un huomo d'età d'anni quaranta in circa, di mediocre 



IN PARMA NEL 1G80 127 

«« statura, di pelo rosso, s'era partito da Milano con una sca- 
«« tela piena d'unguento pestifero con tale iscrizione sopra — 
«« al Kev. Fra Gio: Batta — con disegno di venire in Lune- 
«« giana e Toscana per portarvi la peste. 

«« Se capiterei, al sicuro non gli riescirà il disegno, perchè 
«« ?e gli è già posto la taglia, et si tanno grandissime dili- 
« « cfenze » » . 

< Quando sia vero che questo traditore abbia risoluto di 
trasferirsi in Lunegiana, è necessario ehe passi per lo Stato di 
S. A., onde non può se non giovare che Ella faccia fare quelle 
diligenze che le suggerirà la sua medesima prudenza. 

« Bacio a V. S. I. affett.*' le mani; 

« Di casa 6 sett. 1630. aft".'"" serv.« Girolamo Moresco » 

Due giorni dopo che fu scritta questa lettera del Governa- 
tore, cioè r 8 sett.^ il sig.'' losepho Ponzi, ad un' altra al Can- 
celliere della Comunità, Mess.' Giulio Lunati, aggiunse, in un 
proscritto, queste parole : 

« Questa notte hanno condotto prigione qua in rocca doi 
« di quelli, dicono, che vanno seminando della polvere per at- 
« taccare la pesta per la città et contado : se sarà vero paga- 
« ranno la pena. — « Sala 8 Sett. lOoO — » 

È a credere che quel tale di mezzana statura, coi capelli 
rossi, partito da Milano, fosse andato altrove colla cassetta, forse 
piena di mercerie; e che i due rinchiusi nelle prigioni della rocca 
di Sala, fossero gente dabbene, e quindi lasciati liberi; se no, si 
troverebbe nel libro dei processi tenuto dal Cancelliere Lunati 
chissà quante pagine miste di cattivo latino curialesco e di 
pessimo volgare, per far sapere ai posteri che il tale dei tali 
dai capelli rossi e i due spargitori delle polveri pestifere, dopo 
essere stati sottoposti ecc., dopo aver confessato le loro colpe, ecc. 
erano stati appiccati e quindi messi a pezzi per distribuire nelle 
ville e nella Città i simulacri della reità. 

E così conchiudiamo secondo le premesse. Cntori non ve ne 
furono : e pel popolo parmigiano apparve indizio di sano criterio, 
perocché in altri luoghi ove non erano e non potevano essere, 
seppero crearli falsificati. 

La peste a cui non premeva che alcuno la seminasse, per- 



128 LA PESTE BUBBONICA 

durava ancora nei maggiori centri popolati, e saltuariamente si 
estendeva nelle terre che aveva risparmiate sino alla fine d' a- 
gosto: troviamo anzi una Grida di Pallastrelli colla quale inten- 
deva di provvedere a combattere il male in Fontevivo e in Ca- 
stelguelfo: affidando con pieni poteri, il governo sanitario di 
quelle ville « al valoroso e integro Pirro Tagliaferri, questore 
della Camera ducale ». 

E noi dobbiamo ricordare con somma lode il Pallastrelli e il 
Tagliaferri, i quali primeggiarono per attività instancabile e av- 
veduta pre veggenza, pel fermo coraggio e pel sicuro esercizio 
dell'autorità in un corso così lungo di sventure, nel quale la 
mente di chi governava era soggetta a tenzonare fra il dovere 
e la pietà. Così avessero essi trovato piìi saldo fondamento al- 
l' opera loro nella sapienza del Principe, nella chiarezza delle 
leggi e nella educazione del popolo. Pallastrelli s'era fatto l' ispi- 
ratore d' ogni salutare espediente, e il vero capo, temuto e ob- 
bedito, del Governo; mentre il Moresco, primo in ordine gerar- 
chico, era passato in secondo rango, se non piti indietro. 

Durava ancora la quarantena tanto in Città quanto nelle 
giurisdizioni esteriori ; e più volte si dovettero rinnovar Gride 
per farla rispettare, perchè la minaccia della perdita della vita 
per chi fosse uscito di casa, era così grave, che nessuno vi ba- 
dava, sì poca era la paura che tanta pena venisse applicata — 
piuttosto si reputò opportuno di protrarre la detta quarantena 
sino al dì dei Santi : ma nel frattempo il contagio andava, ben- 
ché lentamente, diminuendo; vi contribuiva la frescura che ac- 
compagnava il principio dell' autunno, o forse la consueta evo- 
luzione delle malattie contagiose, le quali col tempo vanno con- 
sumando le forze, che prima le invigorivano ; ed è sì vero, che 
mentre la peste aumentava d'intensità in Piacenza, dove da poco 
era apparsa, scemava in Parma ove da mesi maledettamente 
uccideva. Era così aggravata la condizione di Piacenza che il 
Duca ordinò da Cortemaggiore che Pallastrelli mandasse in soc- 
corso della sua Città nativa, il Dottor Anselmi, i due Chirur- 
ghi ferraresi, il Barbiere napolitano e il Padre Eremitano, Capo 
infermiere nel lazzeretto di borgo delle Garra: di più, dodici 
monatti, sei brutti e sei netti. Pallastrelli obbedì e mandò: del 



IN PARMA NEL 1630 129 

che a Parma si compiacquero, arguendo dal fatto di privarsi di 
medici e barbieri, che il contagio andava decrescendo. Fatto av- 
venturatamente vero, che determinò la chiusura di quei lazze- 
retti di Borgo de' Salici e delle Carra, già popolatissimi. Però 
non si andava tropp' oltre nella fiducia, e ancora si prescrivevano 
cautele pel contatto delle persone e delle robe: la voglia di fare 
a fidanza colla peste e di non volerla riconoscere era passata da 
un pezzo, subentrando alla noncuranza ima specie di furore per 
espurgare le case, disinfettare le robe, e stare alla larga dai 
sospetti. 

Ad ogni modo il miglioramento generale procedeva bene e 
Pallastrelli, rallentò i freni. 

(1630 9 Nov.) « Essendo manifesto che per le necessità 
« pubbliche sia utile aprire qualche mercato di bestie bovine; 
« si additano quali luoghi appropriati Torchiarla e Traversetolo » . 

In questa occasione fu avvertito che, per la morte di molti 
mezzadri e contadini dipendenti dalle mezzadrie, un numero 
grande di stalle furono abbandonate da chi le custodiva, la- 
sciando che i bestiami vagassero pei campi, mangiando e deva- 
stando le messi. Conosciuto il doloroso caso vi venne provveduto; 
e si provvide anche ad aprire i mercati ne' luoghi stabiliti. 

Entrati nell' anno 1631, si pubblicò, a' 14 febb.", un Bando 
del Pallastrelli che apriva la Città a quelli del contado e agli 
stranieri, purché muniti delle fedi di sanità; revocando nell' istesso 
tempo alcime restrizioni già imposte al libero passaggio de' con- 
fini e al tragittare del Po: ordinava infine qualche alleviamento 
alla clausura di quelli che facevano quarantena. Si permise la 
vendita dei mobili, degli oggetti di vestiario e suppellettili varie, 
purché diligentemente espurgati. 

Cessati così i rigori precedenti, e ricominciato 1' andamento 
della vita consueta de' cittadini, il fisco ne approfittò per aprire 
processi contro quelli eh' erano debitori per vettovaglie ottenute 
mentr' erano reclusi. Orazio Cassola e Sigismondo Zunti rappre- 
sentavano il fisco, e il Cancelliere Lunati promoveva le azioni 
pel rimborso. 

Esiste (e lo abbiamo già annunciato) nell'Archivio Comu- 
nale un volume di questi processi, cui abbiamo data poca atten- 

ABCH. Stob. Pabm , IV. 9 



130 LA PESTE BUBBONICA 

zione: bastevole però a persuaderci, che la ComuDÌtà toccò perdite 
non lievi. — Anche per le huììette falsificate ci furono di molti 
processi, e pur questo abbiamo accennato : ma finirono quasi 
tutti in nulla; o per intromissione di persone nobili e potenti, o 
per false testimonianze : cosicché pel Comune furono piìi gli spesi 
che i tirati. Il Governatore a metà settembre del 31, diede 
r ordine ai Deputati che guardavano le porte della Città di non 
ammettere più bullette di provenienza da Cortemaggiore, ne per- 
sone che da quel luogo venissero, — di maniera che restava pro- 
vato che la peste era penetrata anche nel secondo rifugio scelto 
dalla Corte Ducale. 

Altrettanto prescrisse Pallastrelli per le persone che arrivavano 
da Massa, da Carrara, da Pisa e dalla Garfagnana, dove la peste 
mieteva di molte vittime. 

Ottimo provvedimento quello di respinger tutti indistinta- 
mente; che equivaleva alla abolizione delle fedi di sanità. Così 
l'avesse intesa sul principio il Duca; o glie l'avessero fatta in- 
tendere i ministri e i medici barbassori, che forse non si avrebbe 
avuto tutta quella strage che si ebbe. 

Ma a che recriminare dopo dugento sessant' anni ? 



Neil' ottobre del 1631 troviamo ancora qualche residuo di 
contagio sulle montagne; in valle di Cedra, sotto il monte Cajo, 
a Zibana e Trevignano ; per cui l' avveduto Pallastrelli elesse 
Podestà, il Magn.'^" Marco Comelli, ordinandogli di impedire che le 
genti di que' luogbi avesser contatto con quelle di ville sane. 

Questo, se non e' inganniamo, fu 1' ultimo episodio della im- 
mensa sventura, cominciata gli ultimi mesi del 1629 e durata 
due anni; o almeno è uno degli ultimi eventi percui l'autorità 
del Sovrintendente ebbe a manifestarsi. Il resto dei documenti 
s' aggira sulle condizioni gravi in cui era caduta la Comunità 
per le spese enormi che aveva costato la peste — e non erano 
ancor finite. — E noi avremmo voluto conoscerle e farle note; 
ma lo spoglio di una quantità di note redatte in modo incerto e 
confuso non ei avrebbe indicato una somma esatta ; e neppure la 



IN PARMA NEL 1630 131 

totalità dei morti di peste è possibile di ricavarla con sicurezza, 
perchè in quei tempi mancavano gli uffici di Stato-Civile e i 
parroci tenevano i registri di morte a modo loro: in caso poi di 
pestilenza, con tanta copia di defunti, potevano essere scusati 
delle inesattezze. 

Anche le dichiarazioni dei Visitatori e de' Capi Quartiere ci 
avrebbero condotti a riassunti approssimativi, non all' assoluta 
verità. Abbiamo quindi preferito attenerci a quello che hanno 
lasciato scritto il Cancelliere Lunati, il Padre Orazio Smeraldi, i 
medici parmigiani di quei giorni raccolti in Collegio ; e a ciò che 
ha ritenuto l' istesso Professore Corradi, così accurato indagatore 
di tutto che risguarda le pestilenze in Italia. 

La morìa che le nostre città e Y intero Stato ebbero a sof- 
frire era ormai cessala nel giugno del 1632: qua e là un caso 
isolato e lontano, con somma diminuzione d' intensità, e quindi 
facilità di risanamento. Si poteva dire che fossero gli ultimi e 
rari colpi d' un nemico che si andava allontanando, stanco di 
vittime, e quasi pentito dell" opera sua. 

Lasciate libere le persone d' uscire dalle case in cui erano 
state per lungo tempo serrate, movevano lente e timorose per le 
strade richiamando alla memoria i parenti, gli amici, i conoscenti, 
da cui si erano separati e de' quali ignoravano la sorte: tratte- 
nevano r eccitamento della curiosità e il desiderio di chiederne 
conto, pel dubbio di sentirsi rispondere: — son morti — . Quante 
lagrime dopo la verità conosciuta, quale aggiunta di dolori ai 
tanti sofferti ! — Famiglie intere, scomparse dal consueto con- 
sorzio dei cittadini : altre vedovate de' più cari, e talvolta dei 
soli che reggevano la casa colla fatica delle braccia o col lavoro 
della mente: quante eccelse persone e nobili cuori perduti per 
sempre: e i poveri religiosi che sereni e impietositi si gettavano 
nel fìtto dei morenti pur di rassicurare qualcuno timoroso del- 
l' ignoto ; e gli orfani a cui la pubblica pietà o la provvidenza 
del Governo salvava il patrimonio, che nella ruina generale era 
rimasto in balia di gente infida. Se è vero, come parrebbe, che 
nella sola Città fossero perite 14 alle 16 mila persone, dovranno 
essere state infinite le male conseguenze apportate ai superstiti. 
Molte preziosità perdute; titoli patrimoniali smarriti; testamenti 



132 LA PESTE BUBBONICA 

non potuti dettare, o sottratti o andati distrutti dalle fiamme 
delle disinfezioni : chissà qual numero di figli perdettero gli averi 
e il nome : quante le interessate sostituzioni, quante le accidentali. 

Fummo noi stessi testimoni di non dissimili ne meno stra- 
zianti fatti allorché nel dicembre del 1857 un terremoto de' più 
terribili fece migliaia di vittime nel regno di Napoli. 

Si videro allora pietose Suore di Carità accorrere dalla Ca- 
pitale nei desolati luoghi, guidate (lo diciamo per onore della 
nostra Città) da una Superiora, la Marchesa Clelia Meliliipi di 
Soragua, e qua e là per gl'improvvisati accampamenti raccogliere 
bambini abbandonati, de' quali non si conoscevano più i genitori 
già morti e sepolti; né essi, poveri piccini, sapevano dire chi 
fossero stati e dove avessero avuto la loro casa. Quelle buone 
Suore, che il cinismo e l' ingratitudine spesso avversano, condus- 
sero a Napoli una grossa schiera di creature, parecchie poppanti, 
sostenendole con ogni affettuoso artifizio, purché giugnesser vive 
all'Orfanotrofio che le aspettava; e vi giunsero dopo non breve 
cammino e superate fatiche. Ma, oimè, senza genitori, senza for- 
tuna, e senza nome ! 



Correva il mese di giugno del '32 quando i signori Anziani 
si risolsero di sciogliere il voto fatto alla Madonna di Reggio 
ond' essa placasse l' ira di Dio, che fieramente si manifestava col 
flagello della peste. 

Così infatti avvenne ; come si legge nel volume delle Ordi- 
nazioni Comunali, in cui è descritta la sacra funzione ne' suoi 
minuti particolari. 

« — 1632 18 giugno. 

« Convocatis.... Ill.mis DD, 



« Essendo stato fatto voto dalli sig," Conservatori dell'Officio 
di Sanità di Parma per jilacare l' ira dell' onnipotente Iddio di 
donare un calice et patena d' argento al Beato S.*° Nicola, eretto 



IN PARMA NEL 1030 183 

nella Chiesa de' Padri Eremitani di Parma, qiial fu esseguito con 
proprii danari di sig." Conservatori l'anno 1630: fecero anco voto 
di procurare che Monsignor Vescovo solenizzasse et facesse affe- 
stare la festa di S.^° Rocho, et che se li dovesse dalla Città 
donare in giorno della sua festa due torze di cera biancha, et 
fatte altre devotioni ; come d' andare per un anno continuo, anco 
la Domenica, alla compieta della Madonna Santissima della Ste- 
chata, che tutto è stato eseguito: sono poi state fatte diverse 
elemosine a luochi pij, a Monache, a Frati et poveri della Città ; 
ma non ostante questo, fu anco fatto voto dall' Ill.mi Sig/' An- 
tiani a nome di tutta la Città di dovere andare l' Ill.mi Sig/' 
Antiani a Reggio a piedi et presentare alla Madonna Sautiss.'"* 
di Reggio una Lampada d' argento, ogni volta che d.** Città 
fosse liberata in tempo che li infra.'' Ill.mi SS." Antiani resside- 
vano neir Antianato, li nomi de quali sono li seguenti: 

Dottor Ant.'^ Mar.'' Osnago, 

Francesco Beccho, 

Cavaliere Camillo Tarasconi, 

Paolo Galla, 

Marcho Ant." Sciena, in loco del S.'" Ottavio Visdomini che 
era andato a Roma, 

Odoardo Lallata, 

Pietro Paolo Veneri, 

Antonio M.* Frizzoli. 

Berniero de' Bernieri, 

Teodoro Stradivardo, 

Francesco Ugoleno, detto Castellina, 

Pietro Paolo Da Sii (1). 

« Et per mostrare maggior devotione, loro m edemi SS/' An- 
tiani comperorono oltre detta lampada molto bella et riguarde- 
vole, uno bacile grande d' argento, et lo donarono a d." Madonna 

(1) Nel verbale che si conserva nell' Arch. corti, di Parma è ommesso il 
nome dell' Anziano Da Sii : e noi lo agsfiungiamo — perchè nella nota che 
si conserva nell' Arch. di Reggio degli Anziani di Parma che andarono a 
render grazie alla Madonna della Ghiara in Reggio, figura il nome del Uà Su 
(ora Dassù) ; e perchè esso completa ii numera degli Anziani, che erano 
dodici. 



134 LA PESTE BUBBONICA 

Saotiss/ con d." lampada, et il S/ Paulo Galla del suo li donò 
una collana d' oro di valore di cinquanta scudi, et così oltre d.' 
lampada pagata dalla Comunità et d.° Bacile d' argento pagato 
de denari proprij di essi sig.'' Antiani et detta collana donata 
per d.° sig/ Galla; li Antiani li donarono anco otto grossi tor- 
zoni di cera biancha de quali si erano serviti in fare cantare una 
Messa solenne in d.° Oratorio della Madonna S.'"* et tutti colla 
famiglia si communicarono, et renderono grafie a d." Mad." S."* 
della recuperata salute, pregandola che per sua misericordia si 
degnasse di pregare N. S. acciò mai più occorresse straggie tanto 
grande, della quale si tiene per fermo che in Parma morissero 
più di veutimilla persone et nel Ducato più di sessantamilla, et 
acciò nell'avvenire si sappi come fu osservato in d." andata et 
che fameglia fosse quella che fosse condota, è parso bene espri- 
merla qui. 

« Ciascuno S/ Antiano, et il Cancelliere condussero con loro 
uno servitore, et condussero anco li musici della Madonna della 
Stecata, qual cantò in Reggio nell' Oratorio di essa Madonna 
sant."'* mentre si diceva la Messa solenne, et che assistevano a 
quelli d.'' Sig/' Antiani et famiglia : per condurre li musici con 
r organista si pigliarono quattro carrozze a nolo sopra quale venne 
poi sopra la robb;i che si conduceva colà et musici, quale carezze 
con altre si hebbero in prestito da Gentil homiui Parmeggiani, 
servirono per ricondure la famiglia in carozza, i musici et robba 
che si conduceva colà. 

« S. A. Ser.'"* prestò tre carezze da sei cavalli per cia- 
scuna, quali servirono per Y Illmi S.'' Antiani, et per me Giulio 
Lunato Cancelliere, sopra quale venissimo sopra nel ritornare da 
Reggio a Parma; sopra le altre venero li musici, robbe. Maz- 
ziere, Massarolo, Donzeli et servitori di ciascheduno. 

« Li Sig." Antiani erano vestiti di tella Sangalla (1) nera, 
veste che li arevava alli genocchij, senza cordone, et senza bor- 

(1) Tela Sangalla — Tela grossa e sostenuta, di vari colori; la nera 
serviva pei medici e pei Chirurghi negli Spedali. 

Si vestivano di questa qualità di tele anche i Pellegrini. 

Dicevasi Singalla perchè la mandava a noi la Città di S. Gallo di 
Svìzzera. 



IN PARMA NEL 1630 135 

done, con li suoi cappelli, ma sotto erano vestiti ooorevolmente, 
et con collane. 

« Ha ve vano con loro sedeci Donzelli vestiti a livrea del- 
l' 111. ma Comunità, et si servirono di quelli vestimenti che bave- 
vano fatti et serbati quando si andò a Bologna li anni passati 
a fare riverenza alla Ser.'"* Duchessa Margarita Medici, sorella 
del Ser.'"° Gran Duca di Firenze, et moglie del nostro Ser.""" 
S.*" Duca Odoardo. 

« Ciascuno di essi S/' Antiani, et d.° Cancelliere, have- 
vano con loro uno servitore, alimentati a nome dell" 111 .ma Com- 
munità. 

« Mandarono il Sig."" Clio: Batta Bertuzzi et il S.' Ester? 
Lunati, mio figlio, a Reggio a preparare vitovaglie, loco da de- 
sinare una sola mattina, et ajustare ogni cosa con li Padri Ser- 
viti; et cosi essi Padri prestarono camare a sutfìcenza per 1' al- 
loggio di essi S.'"' Antiani et famiglia nel loro convento, con loco 
da fare la cucina: detto Ester attese a complire ad ogni cosa, 
sì nel comprare vetovaglie come nel preparare ogni cosa neces- 
saria, et stete colà tre giorni avanti d.^' s/' Antiani partissero; 
il Sig."" G. B, Bertuzzi andava innanti et indietro sì per aiutare 
r andata, concertar le carozze et fare preparare il vivere et aloggio 
per d." sJ Antiani al ponte di Enza, dove deliberarono stare la 
sera; dove che per compire tal voto si partirono tuti li sudetti 
accompagnati da una infinità di populo che per il più di dol- 
cezza piangevano; et a dì vinti duoi di Maggio 1(332, giorno di 
lunedì, circa li vinti un' bora lartirouo dal Palazzo dell' 111. ma 
Comunità d.''' s.""' Antiani con tutta la d.^ servitù, accompagnati 
da grandissima frequenza di popolo, et andarono alla Madonna 
santiss.'"^ della Stechata a pigliare la perdonanza, et ivi fu can- 
tato un bellissimo motteto dalli musici che dovevano essere con 
d.*' s." Antiani con il Maciere (Mazziere) avanti con mazza, 
Canzelieri, sedici Donzelli, et servitori andarono a piedi all' Ho- 
staria del ponte d' Enza accompagnati sin a s. Lazaro dal po- 
pulo, alla qual hostaria del ponte d' Enza era stato preparato 
da d.° sig."" Bertuzzo l' alloggio, et quella note mangiorono et 
dormirono in d.'' hostaria, et per non fare tanta spesa, et anco 



136 LA PESTE BUBBONICA 

per causar manca confusione si lasciò il Sig/ Girolamo Rosso, 
Massarolo con tutti li Musici et carezze, quali partirono la ma- 
tina delli ventitré di maggio per giugnere in tempo in Reggio 
che d." sig/' Antiani havessero a fare d.^ lor entrata. 

« La matina delli vintitre di Maggio partirono dalla d.° 
hostaria del ponte d' Enza d.^' sig." Antiani, Canzeliere, Donzeli 
et servitori di due hore avanti giorno, et così piano piano an- 
dorono a Reggio, et si fermorono all' hostaria dell' Angelo, fuori 
di Reggio per aspetare le Carozze, et musici, come con effetto 
venero, et sebene havessero mandato a dar parte a quelli sig." 
Magistrati della Communità di Reggio, et anco alli Padri Ser- 
viti, che erano gionti per venire ad adempire il voto a quella 
Madonna sant."'% ad ogni modo ninno fu mandato ad incontrare 
d.*' sig/' Antiani, come conveniva il termine: et se ne entrarono 
senza mazza, accompagnati dalli loro Donzelli, et tutta la ser- 
viti!, et per diritura andorono a d." Oratorio della Madona San- 
tiss.™^ et si ripossarono alquanto in d.*" Camare che gli erano 
state preparate da esso Ester Lunato, et tanto si prepararono li 
Musici, et quello che doveva cantare la messa : et fatto questo, 
all' altare medemo di essa Madona Sant.'"'' si comunicarono d.*' 
sig." Antiani et tutta la familia, et poi offerirono d.=^ Lampada, 
et Bacile grande d' argento con d.*' otto torzoni di cera biancha, 
et il s.'" Paulo Galla offerì d.^ Collana d' oro, et indi andorono 
a desinare in pubblico in d.® Camare, alla quale tavola stettero 
li d.'' Antiani, et me Cancelliere in fine della tavola; et si man- 
giò in pubblico con scalchi et trenzanti che servivano a tavola, 
condoti da Parma, quali furono il sig."" Alessandro Marimò et il 
s.'" Rinaldo Sonsi; et desinato che fu, d.'' sig." Antiani con me 
Cancelliero montassimo sii le carozze di S. A. Sopra le altre 
montarono li Musici, et servitori, et il medemo giorno arivas- 
simo in Parma, et perchè la carozza dove era d.° Massiere si 
ruppe, restò a dietro; ma perchè la mazza era sii la carozza 
dove ero Io Cancelliere, si fece portare la mazza al s."" Dome- 
nico Leporati qual con molta gente era venuto ad incontrarci, 
et così dalla porta di San Michele si andò alla Madonna Sant."'" 
della Stechata et colà si ritrovarono li Musici, et fu cantato uno 



IN PARMA NEL 1630 137 

motteto, et doppo 1' liaver reso grazia alla Madona Sant.'"* del 
ritorno, ciascuno andò in Pallazo, et poi a casa ; et perchè non 
condussero con loro il M/" lll.mo signor Gio : Batta Verugoli 
loro Thesoriere volsero li d.'' III. ini Antiani che fossi quello lo 
Cancel/^ Giulio Lunato che facessi 1' offitio di vice Thesoriere 
come con eftetto fecci et hoggi che è il diciotto di Giugno 1632 
hanno ordinato che facci trascrivere tutto ciò sopra il libro delle 
Ordinationi a perpetua memoria ». 

(Ord.°' Com.'' 1632 pag. 72) 

Tutta la prolissa scrittura del Cancelliere Lunati rivela il 
sentimento religioso e la esteriorità che a quei tempi vi si dava, 
e noi non vi discorrererau sopra; solo osserveremo che la funzione 
solenne si sarebbe potuta effettuare qui, nella nostra Cattedrale 
dedicata a Maria Vergine protettrice della Città, come afterma- 
va in fiducia sino ai giorni nostri la iscrizione nella magna sala 
del Consiglio : — Hostis iurbefur quia Farmam Virgo fiictiir. — 
Ma se gli Anziani vollero andare a Reggio avranno avuto le 
loro ragioni, come F ebbero i Confratelli della i\[adonna del Fiore 
che nel maggio, prima ancora che si movessero quelli del Co- 
mune, avevano fatto la loro gita di ringraziamento a Keggio, ve- 
stiti di nero, scalzi e colle croci sulle spalle. Anch'essi nella 
Chiesa della Ghiara ascoltarono la messa, si comunicarono, do- 
narono uno stendardo d'ermisino e prima di lasciare la città fu- 
rono processionalmeute a riverire il corpo della Beata Giovanna. 

Gli Anziani se avessero compiuto il rito nel Duomo di Parma 
avrebbero risparmiato l' incomodo d' un viaggio e d" una spesa 
relativamente non lieve; ma eziandio (che è assai piìi, nel conto, 
del risparmio ) il dispiacere per 1' affronto di non essere stati 
accolti degnamente, come credevano. E neppur noi sappiamo ima- 
ginare la cagione d' un fatto così contrario all' indole d' una cit- 
tadiuanza buona e cortese: ma bisogna pur dire che quello 
spettacolo sacro avesse la jettatura, perchè nell' andata vi fu il 
cattivo ricevimento de' reggiani; nel ritorno la carrozza rotta; e 
negli effetti, che i doni offerti andarono a finir male. Quegli og- 



138 LA PESTE BUBBONICA 

getti sacri, di qualche valore artistico e dati per voto, cioè in 
segno perpetuo di venerazione, non si trovano più fra gli orna- 
menti del tempio. La lampada era opera di Bartolomeo Dossena 
argentiere della Comunità di Parma, in fama di artista valente : 
il bacile d' argento entro il quale i doni erano stati offerti do- 
veva avere qualche valore, perocché dalle carte rimaste si co- 
nosce essere stato di buon x^eso; a questo si aggiunga, che la 
lampada aveva fra gli esteriori ornati, due cartelle nell'una delle 
quali, sotto lo stemma della Città di Parma leggevasi; — Com- 
munitas Farmne vovlt anno 1630; — nell' altra: — Virgini li- 

heratrici a peste — 

Ora, di quei presenti non resta che la memoria in uu vec- 
chio documento; il quale ci fa credere che gli argenti e l'opera 
del Dossena siano stati fusi nel 1792 dall'orefice reggiano Lo- 
dovico Riva per rifar lampade di nuova foggia, e a noi non ri- 
mane altro conforto, che una ve ne sia, la quale abbia il valore 
artistico di quella che fu donata dai buoni Anziani di Parma. 

A questo punto il racconto della peste è finito: ma pei 
parmigiani d' allora vi fu uno strascico di guai lungo e penoso. 
11 dolor vivo e comune per tanti concittadini perduti; la penuria 
nelle famiglie; la mancanza di lavoro agli operai, cui non re- 
stava che stendere la mano indebolita e vivere di carità ; le 
campagne quasi incolte; la Corte che non dava aiuto perchè il 
Duca non avendo veduto da vicino i gravi e vari mali arrecati 
dalla pestilenza, non seppe rivolgere in adeguata misura 1' au- 
torità sua a benefizio dei miseri, né chiedere al proprio cuore la 
generosità che faceva d' uopo. Egli aveva fuggito la peste e 
pretendeva dare da lontano ordini imperiosi e mal ponderati 
consigli. 

La Comunità si trovava condotta in strettezze assolute; per 
essere stata quella che piìi di tutti aveva sopportato il pondo 
delle spese: le rendite non bastavano alla gravezza dei debiti ; e 
neir aprile del 1634 uscì dagli uffizi Municipali un Bando col 
quale s' invitavano gli speculatori a comperare parte del rica- 
vato dal Dazio del Sale, e parte deìV Addizione sulla macina 
di Città. * 



IN PARMA NEL 1G30 139 

Inoltre si pose in vendita la casa comunale nella vicinanza 
di Sant" Andrea ; quella che serviva di residenza agli Anziani (1): 
cosicché si può dire, senza esagerazione o malizia, che il Comune 
di Parma per pagare i suoi debiti e tener alta la fama del- 
l' onestà, vendette persino la casa. E fu azione che gli fece 
onore. 



(1) Doveva essere la casa che già fu V Albergo del Gambero^ e ora è 
casa They, contigua alla Canonica di Sant' Andrea (Strada all' Università, 
N.' 10). 



DOCUMENTI 



Capi dei Quartieri e Visitatori delle vicinanze. 

1.° Quartiere — Comiucia dal poute novo del Torr.*^ Par- 
ma e continua per la contrada di Malcantone sino alla porta S. 
Barnaba. 

Capo Quartiere — Dottor Pietro Gio: Monticelli. 

Vicinanze e visitatori: 

San Barnaba — Battista Salati - Aless. Milanini. 

San Bartolomeo — Fr.co Maghenzo - Gio: Ant.° Campa- 
nino - Pietro Fran.co Cigoguari. 

San Paolo — Franco Beruuzzi - Fabio Del Monte. 

2.° Quartiere — Dal Malcantone sino «Ila casa Clem.*« 
Sacco; indi strada Diritta sino al Naviglio. 

Capo Quartiere — Dottor Camillo Vezzani. 

Vicinanze e Visitatori : 

San Paolo — Achille Baffoli - Alfonso Orlandini. 

San Michele del pertiisio — Matteo Vosio. 

San Michele del Canale — Stef. Pelizzoni - Giulio Anghi- 
nolfi. 

San Biagio — Franco M.'' Muciaso - Ottavio Ceresa. 

Sant' Antonino — Fran.co Bandino - Fortunato Zandemaria. 

San Vitale — Alessandro Parasacchi - G. B. Da Sii. 

San Pietro — Giovanni Veneri - Ottavio Ferro. 

San Nicolò — Cristoforo Cantelli - Giacinto Tintera (questi 
hanno cura della Vicinanza ancorché una parte sia sotto altro 
Quartiere). 



LA PESTE BUBBONICA 141 

San Barnaba — Francesco Asta. 
Chiesa Magi^iore — Girolamo Tagliaferro. 
Sautiss.'"* Trinità — And.' Bacchiuo - Giù." Beruuzzi - 
Gin." Stermeri. 

San Marco — Paolo Giavarino - Paolo Forni. 
Sani' Alessandro — Ikrtolomeo Tartaglia. 

3.° Quartiere — Da casa Aiano a S.^ Antonio ; di qui fino 
a S. Benedetto col resto della Città sino a porta S. Michele. 

Capo Quartiere — Giovanni Palraia. 

Vicinanze e Visitatori : 

San Gio: Evangelista — Gio: Alfonso Piazza - Pietro M.' 
Fossa - Diofebo Del Monte. 

San Moderanno — (non essendovi alcuno, serviranno i so- 
prascritti;. 

Chiesa Maggiore — Gir.* Tagliaferro - Car.'° Aleotto - 
Aless. Visdomini. 

San Benedetto — Ottavio Da Sii - Od.° Scachino - Flam." 
SoDcino. 

San Sepolcro — Giacomo Stavoli. 

San Michele dall'Arco — Gio: Berselli - Bernardo Benci- 
vegna. 

San Stefano — Paolo Gallo. 

San Siro — Orazio Artardi. 

4." Quartiere — Dal ponte nuovo al malcantone (dalla 
parte di Casa Zobolo) sino alla piazza: volta insù per la Str." di 
Porta Nuova fino alla Mad.'"" degli Angeli. 

Capo Quartiere — Giulio Cerati. 

Vicinanze e visitatori : 

Sant' Uldarico — Cesare Cantello. 

San Marcellino — Alessandro Rabalia. 

San Tomaso — Carlo Pagano. 

Sant' Anastasio — Fran.co Mamiano - Aless." Scudellaro. 

Sant' Ambrogio — And. Baiardo - Giac, Malamatre, detto 
de' Bisi. 



142 LA PESTE BUBBONICA 

Sant' Andrea — Ortensio Banzola - Vin.° Anselmo ■ Giulio 
Lodesino. 

San Pietro — Simone Bocho. (Sta per Bocchi). 

San Bartolomeo — Sigismondo Zunti - Orazio Baistrochi. 

5.° Quartiere — Dal cantone di Bardotto al Castello (ex- 
cliisive), da B.° S> Cristina a S. Cristoforo. 

Capo Quartiere — Cavaliere Giacomo Borra. 

Viciname — Visitatori: 

San Salvatore — Lodovico Hiemi - Lod. Bortolotti. 

San Michele portanova — Bartolomeo Pitorelli. 

San Silvestro — Biagio Magnani - Donnino Saldina. 

Santa Cristina — Alessandro Atanasio. 

San Quintino — Alberto Balestrieri - Ranuccio Centoni. 

San Siro — Paolo Emilio Torra - Cornelio Del Bano {del 
Bono ?) 

Sant' Apolinare — Paolo Verghi - Baldassare Parmeggiano. 

Sant' Oldarico — Ranuzio Recordati - Tarquinio Calcagno. 

San Lorenzo — Lucrezio Colla - Paolo Bolzoni. 

6.° Quartiere — Si piglia il resto della Città di qua dal 
fiume includendovi tutta la Città andando verso S. Michele dal- 
l' Arco. 

Cajìo Quartiere — Francesco del Becco. 

Vicinanze — Visitatori : 

Santa Cristina — Paolo Vandoni - Annib.*' Imola (questi 
avranno cura, che sono verso mezzo giorno di S. Stefano). 

San Quintino — Cristoforo Mandria - Cesare Bolzoni. 

San Sepolcro — Agostino Cusano - Aless.° Coppellini - 
Alfonso Yezzano. 

7.° Q[T artiere — In Capo-ponte - Da porta S. Francesco a 
B-° Parente, San Basilio, Chiozza, Castello Piombino ecc. 

Capo Quartiere — Araldo Araldi. 

Vicinanze — Visitatori : 

Ognissanti — Giov: Cassio - Lor.^" Larini - Tiberio Fer- 
rarino. 



IN PARMA NEf, 1630 143 

Santa Caterina — Fed." Stradivari - Livio Saldina. 
San Basilio — Paolo Zanardo - Paolo Rovacchia. 
Santa Cecilia — Clio: Martinenghi - Licinio Del I3ò. 

8." Quartiere — Da Borgo Parente, a S. Spirito, e il resto 
di Capo di ponte. 

Capo Quartiere — Cavaliere Angelo Garimberto. 

Vicinanze — Visitatori: 

San Gervaso — Pier Ant." Lan franchi - Dario Calcagno. 

S.** Maria Borgo Taschieri — Gio: Biolco - Fulvio Camillo 
Robusco da Soragna. 

San Giacomo — Giul.° Cesare Azzoni - Pietro Lunato. 

San Spirito — Filip." Guastaleno — Domenico Viano. 

S." Cecilia — Franco Ciotti - Carlo Zalli. 



IL 
Capi assegnati ai Gruppi delle Ville. 

1.° Sistilio Scotto: — per S. Polo di Rivarola - Ravadese 

- Casalora - Rossa - Pizzolese - Sinzanese. 

2° Ottavio Tredicini: — Frassinara - Ramoscello - Frara 
Ferrarin - Pedrignano - Garabaretolo - Ugozzolo. 

3.° Biagio Magnani: — Cortile S. Martino - Castelnovoest 

- Paradigna - Baganzolino - Moletolo - S. Leonardo. 

4.° Michelan." Piloto: — Rivarolo di S. Vitale - S. Mart." 
di Beneceto - Beneceto - Masera - Vicopò - Paullo. 

5.° Giacinto Parasacchi - S. Donato - Crostolo - Casello 
dell' Abbate - Gazzano. 

6.° Gio: And.* Lodesino - Sorbolo - Casaltone - Casalba- 
roncolo - Tanzolino - Chiozzola - Nocetolo - Olmo - Casalpò (in- 
sieme con Lodovico Bergonzo). 

7.° Paulo Tagliaferri : — Enzola - S. Sisto - Fiesso - Pra- 
ticelli - Gattatico - Torre. 

8.' Vinc. Bergonzo: — Coloreto - S. Lazzaro - Marore - 
Porporano - Malandriano, 



144 IN PARMA NEL 1630 

9." Mario Cassola: — Antognano - Gaione - S. Ruffino - 
Corcagnano - Vigatto. 

10." Girolamo Cavalca : — Alberi e S. Prospero - Pan- 
nocchia - Arola - Casatico - Vidiana - Strognano. 

11,* Valerio Bernardo: — S. Ilario - S. Vitale - Limido - 
Lesignano-Palmia - Palmia Montepelato - Cavana. 

12." Cav. Anfrone Buralli: — Piantogna - Cella con Palmia 

- Sivizzano con Palmia - Riano - Gaiano - Terenzo. 

13.° Cav. Tarascone: — Vizzola - Ozzano - Gaiano con 
Oppiano - Talignano - Giarola - Collecchio. 

14.° Giacomo Vezzano: — S. Martino Sinzano - Lemignano 

- Vigheffio - Scarzara - S. Pellegrino - Valera. 

15." Giulio Bottone: — Vigolante • Madregolo - Fraore - 
Bianconese di qua dal Taro - Id. di là - Vicofertile - Eja. 

16.° Marcantonio Balestrieri: — Roncopascolo - S. Pancrazio 

- Fognano - Golese - Castelnovo sera. 

17.° Clemente Balestrieri: — Baganzola a sera - Cervara - 
Vicomero - Viarolo - S. Biagio di Viarolo - Ronco Campo Canneto. 
18.° Giulio Carcelli: — Mamiano - Gavazzolo. 

Nota — Non appare che il progetto di fare questi gruppi venisse 
messo in atto : e a noi sembra che avesse bisogno di non poche correzioni. 



III. 



Nome de' sacerdoti morti di peste, e in servizio 
d' assistenza agi' infermi. 

Gesuiti — 1. Roberti p. Vincenzo — 2. Colesanti p. Do- 
menico — 3. Zadeo p. Domenico — 4. Gherardi p. Francesco 

— 5. Grillo p. Giacinto — 6. Tedeschi p. G. Cesare — 7. Barpi 
p. Andrea — 8. Zucchi p. Emilio — 9. Malaspina p. Felice — 
10. Orsini p. Lucio — 11. Ravizza p. Pierantonio — 12. Naldi 
p. Ottaviano — 13. Garzoni p. Marco — 14. Cortellini Lod.°, 
coadiutore — 15. Gruraelli Bartolomeo — 16. Bolsi Girolamo 

— 17. Ubaldi Giovanni — 18. Riceieri Gio: Batta — 19. Se- 
dazzi Tommaso — 20. Parenti Lodovico — 21. Smeraldi Fran- 



IN PARMA NEL 1630 145 

Cesco — 22. Martinelli Giovanni — 23. Canestrino Bartolomeo 
— 24. Cantoni Vincenzo — 25. D'Elia Vincenzo — 20. Te- 
deschi Francesco — 27. Lanci Gio: Batta — 28. Gisalba Gio: 
Batta — 29. Liiparini Gio: Batta — 30. Borra Antonio — 31. 
Lucio Roberto — 32. Gandini Tomaso. 

Cappuccini — 1. Cornazzani p. F.° Liberato — 2. Venerio 
p. F." Vitale — 3. Feliciano F." — 4. Brasi p. f.° Angelo, pre- 
dicatore — 5. Cicognani p. F." Basilio, id. — 6. Giovanni p. 
F.°, id. — 7. Francesco p. sacerdote — 8. Beretta p. F.° Ga- 
briele sac. — 9. Verri F.° Paolo, chierico stud. — 10. Cassola 
F." Stef.», id. — 11. F.« Giosefo, id- — 12. F.° Giunipero 
Ferrarese, id. — 13. p. f.° Giovanni da Scandiano, sac. — 14. 
f.** Urbano da Piacenza, chierico stud." — 15. p. Guido da 
Mantova, id. 

Morti di peste in Convento 12. Il solo Cappuccino rimasto 
vivo fu P. Romualdo Castellina parmigiano, che serv: sino al- 
l' ultimo giorno del contagio. Morirono diversi Carmelitani e 
altri sacerdoti secolari e regolari, ma non restano di essi memorie 
particolari. 

Gesuiti morti. . . N.° 32 ) . , , , xto m 
Riassunto: ., • • ,r. ,- ^r, [ m totale N. 59. 

Cappuccmi 12 -f- Id » 27 ) 

NoT.\ — Dei Cappuccini i primi tre servirono e morirono nell' ospedale 
di S. Lazzaro. 

Gli altri nove servirono e morirono assistendo i malati nelle case. 
Gli altri quindici morirono in convento di peste. 

IV. 
Elettuario contro la peste di Guidone. 

detto Elettuario del Papa — nec plus ultra — {Teatro 
farinac° d'Ant.° De Sgohhis). 



Prendi — Bacche di Ginepro — Cariotilli — Hori noci mo- 
scate — Zenzero bianco — Curcuma - Genziana — Tormen- 
tili a — Dittamo — Aristolochia — Cardo benedetto — Salvia — 



ABCH, STJR l^ABM. , IV. 



146 LA PESTE BUBBONICA ECC. 

Euta — Balsamita — Menta crespa — bacche di Lauro — 
Croco orient. — Semi d' acetosa — di Cedro — di basilico — Aloe 
— Sandalo citrino, rosso, bianco — Mastiche — Olibano — 
Bolo armeno — Terra sigillata — Spodio prepar." — ossi di corno 
di cervo — rasura d" avorio — margherite prepar.® — coralli 
rossi — fragmenti di saffiro — di smeraldi — conserva di 
rosa — di buglossa — di Ninfea — Teriaca scelta — Zuccaro 
ottimo ■■ — Canfora. 

(Si omette la lunga istruzione per la preparazione) 

GIOVAMENTO 

Rompe gl'insulti delle febri maligne et contagiose: leva gli 
seminarli del male pestilenziale, scacciando la materia velenosa 
per gli sudori: et può essere adoperato così nella preservatione, 
come nella curatione. 

Nota. 

Nei vecchi Formulari o Teatri farmaceutici si trova un gran 
numero di questi Elettuari contro la peste, i quali sono presso 
a poco come questo che abbiamo stimato opportuno di riportare 
a dimostrazione della nessuna utilità che la terapeutica del 1 630 
poteva apportare alla guarigione della peste. 



GLI ARTISTI PONTREMOLESI 
DAL SECOLO XV AL XIX. 

Spigolature 



Solameate per raccogliere i nomi e dare qualche notizia 
degli Artisti, che nati in questa Città si sono applicati con 
qualche riputazione all' arte, mi sono deciso a pubblicare questo 
Opuscolo nella fiducia anche che altri si sarebbe occupato di 
correggerne le imperfezioni, compiendo così uno studio interessante 
per la Storia pontremolese. 

Pontremoli vanta pochi artisti, e se questi non hanno lasciato 
un nome illustre, pur tuttavia meritano per i loro lavori, di es- 
sere ricordati dai cultori delle memorie Lunigianesi. 

Riandando col pensiero ai secoli passati in cui fiorirono in 
Italia tanti Pontremolesi e fra i molti nel Diritto i Dodi, i Ca- 
valli, i Parasacchi, i Coppini ; nella medicina i Zambeccari e Ven- 
turini, e nelle lettere i Belmesseri e tanti altri; nomi tutti che 
Storia ha fatto suoi, torna difficile spiegare la ragione della pe- 
nuria negli Artisti, a meno che non voglia ricercarsi nella natura 
alpestre del luogo o nelle diverse dominazioni alle quali andò 
soggetta la nostra Città. 

Ho creduto dovere comprendere sotto il nome di Artisti, 
oltre quelli che adoperarono il pennello e lo scalpello, anche co- 
loro che trattarono le arti minori dove entra il disegno. 



148 GLI ARTISTI POVTREMOLESl ECC. 

Di molti di essi non posso dare nessun cenno biografico, non 
essendo riuscito a trovare qui negli Archivi pubblici e privati 
alcuna notizia che li riguardi ; giacche eglino abbandonavano 
sempre Pontremoli e difficilmente vi facevano ritorno, essendo 
loro impossibile trovarvi i vantaggi degli onori che solamente 
potevano ottenere nei grandi centri. Nelle mie ricerche non sono 
andato oltre il Secolo XV, anzitutto perchè da allora incomincia 
il rinascimento artistico in Italia, e poi perchè nei libri da me 
consultati non trovai cenno di nostri Artisti anteriori a quell' e- 
poca, e nemmeno potei cercarne nei Codici Municipali, essendo 
stato r Archivio del Comune di Pontremoli completamente di- 
strutto da un incendio, in occasione del passaggio dell' esercito 
di Carlo Vili. 

Infatti, il manoscritto più antico che si conserva nell'Archivio 
Pontremolese, è una raccolta di deliberazioni consigliari ed è da- 
tato Post incfindium - 1495. 

Per queste mie spigolature mi sono valso delle Opere del 
Marchese Campori e di quelle del Bertolotti; dell'Archivio del 
Comune e delle Notizie storiche di Pontremoli del frate Bernar- 
dino Campi, manoscritto autografo del secolo passato tuttora ine- 
dito, da me posseduto. 

In ultimo, dopo quanto ho promesso, chiedo venia ai lettori 
se avrò la fortuna di averne. 

Pontremoli, febbraio '95. 



Secolo XV. 



Pietro da Poiitremoli, fonditore, esercitava l'arte sua nella 
prima metà del 1400. Il Padre Bernardino Campi, scrittore di 
una Storia di Fontremoli tutt' ora inedita, afferma aver copiato 
dalla Campana maggiore della Chiesa di S. Lorenzo di Zeri la 
seguente iscrizione : 

+ CCCCII PETKUS DE PONTREMULO 
ME FECIT. 

Tale campana doveva essere stata indubbiamente fusa dal 
nostro Pietro ed il Campi ha certo scambiato la lettera M del 
millesimo con la croce che usavasi generalmente far precedere al 
millesimo stesso. L' iscrizione doveva leggersi : 

MCCCCII. PETEUS ecc. 

Sebastiano da Pontrenioli fu valentissimo tipografo. Uni- 
tamente ad Enrico Germano fece nel 1493 a Milano V edizione 
principe delle opere d' Isocrate nel testo originale. (1) 

Di un tale libro, ormai divenuto una rarità bibliografica, 
parlano con molta lode il Maittaire ne' suoi Aìinahs iupogra- 
phici ah artis inventae origine ad anniim 3ID., e l'Argelati nella 
Hisioria typograpliico-literaria ìiiediolatietisis. 

(\) G. Sforza. Epistola Peregrini de BeJmesseris Poniremulensis — 
Lucae, 1880. 



150 GLI ARTISTI PONTREMOLESI 

Sono ignoti l' anno di sua nascita come quello della sua 
morte, e nemmeno è conosciuto da quale famiglia pontremolese 
egli sia uscito. 



Secolo XVI. 



Geroljiino da Pontremoli, pittore. Neppure di questo 
artista si hanno notizie. 

Unicamente è noto che nel 1500 esercitava la pittura in 
Roma ed è da ritenersi che fosse valente nell' arte sua, figurando 
egli fra gli ascritti all' Accademia di S. Luca. 

Francesco Righetti, spadaro. Di lui nuli' altro si sa al- 
l' infuori cJie nel 1552 teneva in affitto stabili di proprietà del 
Monastero di S. Silvestro in capite a Roma. 

Gian Maria quondam Menichelll, di Pontremoli, vasceì- 
larius, abitante a Roma nel Rione Parione, è nominato con questa 
qualifica in un Rogito del 20 luglio 1517. 

Francesco da Pontremoli. Costui fu certamente un illustre 
Ingegnere. Di lui si legge in una lettera scritta da Parigi circa 
il 1530 da Gerolamo ]\Iuzio a Battista Egnazio e riportata dal 
P. Domenico Pellegrini al Tiraboschi, le seguenti parole: Alla 
Corte di questo Re (Francesco I) è un 3Iaestro Francesco da 
Pontremoli tenuto grande ingeniere et ha fatto un suo modello 
del Fonte di Cesare. Queste sono le uniche notizie che ho po- 
tuto rintracciare intorno a Francesco da Pontremoli. 

Cristoforo Zucchi fu valente archibugero; abitava sotto 
Castel S. Angelo ed insieme ad un suo collega bresciano, nel 
9 dicembre 1572, stimava una specie di mitragliatrice ordinata dal 
Papa Pio V. 

Egli viene pur accennato in un Rogito del Notaro di Roma 
Perotti, del giugno 1598. 



DAL SECOLO XV AL XIX 151 

Secolo XVII. 

Giacomo Costa. Di questo artista si ha memoria che teneva 
studio di pittura a Roma all'insegna del Ponte; e ciò si rileva 
da una sua denunzia fatta al Governatore di quella città nel 22 
maggio 1G24, nella quale dichiarava che gli era stato rubato un 
caìaììiaio in forma di cassetfino d' ebano. 

Cortesi Jacopo, detto Baeìla, nacque a Pontremoli nel 1650 
da padre Fivizzanese. Studiò scultura a Carrara, ma ben presto 
abbandonò questa per la pittura, alla quale si dedicò con pas- 
sione. Si portò a Roma ed ivi allogossi con un pittore per conto del 
quale lavorava ricevendo per unico compenso il vitto e l'alloggio. 

Tolse in moglie una fanciulla romana che gli portò in dote una 
casa, e, da allora, prese a dipingere per sé, acquistando bel nome. 

Giovane assai fu còlto dalla morte. 

Lasciò parecchi dipinti pregevoli : il più notevole fra essi è 
una Pietà, che si ammira nella Cappella dei Conti Fantoni a Fi- 
vizzano. 

Battaglia Francesco, intagliatore, nacque a Mignegno, sub- 
borgo di Pontremoli, nella prima metà del secolo XVII. 

Prese 1' abito Agostiniano e coltivò con amore e con abilità 
non comune F intaglio in legno. Sua opera principale sono gli 
armarli e i banchi della Sagrestia della SS. Annunziata che 
tutt' ora vi si ammirano. Essi sono un lavoro complicatissimo e 
di straordinaria ricchezza e costituiscono un' opera sontuosissima 
e di un gusto decorativo assai apprezzato. Per compierlo il Bat- 
taglia impiegò otto anni e lo tini nel 1076, come si legge in 
un' iscrizione scolpita in una cartella nel centro della decorazione 
della parete di prospetto alla porta, che è la seguente: 

P. PRANC. BATTAGLIA FÉ. 1676. 

A lui si attribuisce pure il Coro della Chiesa di S.*° Ste- 
fano di Empoli costruito nel 1693 : e che ne sia egli veramente 
r Antere lo fa credere il fatto che chi fece eseguire un tale la- 



152 fili ARTISTI PONTREMOLESI 

voro fu il Priore di quel Convento, Fra Pietro Bianchi da Fiviz- 
zauo, il quale indubbiamente doveva conoscere i>er fama il nostro 
Battaglia, che gli era non solo confratello in religione, ma quasi 
concittadino, essendo ambedue Lunigianesi. 

Natali Francesco fu pure di Pontremoli ed ebbe origine da 
famiglia oriunda di Casalmaggiore. I suoi primi lavori li eseguì 
in questa Città nel Palazzo Dosi, l' anno 1G97 ; questi finiti, 
venne incaricato di dipingere nella nostra Cattedrale, Chiamato 
a Massa da quel Duca, eseguì belle pitture in un Salone ed in 
un appartamento del palazzo ducale. Quelle del Salone andarono 
perdute causa la caduta della volta, e delle altre credo non ri- 
manga più traccia. 

Fu o]»erosissimo e valente pittore di prospettive. Lasciò 
opere commendevoli a Livorno, nel Coro della Certosa di Pavia 
ed a Parma; a Piacenza dipinse per il Conte Ercole della So- 
maglia ed a Modena nelF occasione del matrimonio del Principe 
Francesco con Carlotta Aglae d' Orleans ebbe incarico di decorare 
due stanze nel Palazzo Ducale. 

1 suoi biografi lo dicono morto a Parma fra il 1723 ed il 
1734, ad eccezione dello Scarabelli che lo vuole morto a Pon- 
tremoli. 

Per quante ricerche io abbia fatte nei libri dei morti delle 
Parrocchie della Città non ho trovato registrato il suo nome ; è 
quindi da ritenere errata V atfermazione dello Scarabelli. 



Secolo XYIII. 



Natali Oio. Batta, figlio di Francesco, ed egli pure pittore 
di ornati e di prospettive di qualche riputazione. 

Aiutò il padre nei suoi lavori e dopo la di lui morte si 
allogò alla Corte di Carlo III di Napoli. Il Batti nella sua Vita 
de' pittori, scultori ed architetti Genovesi, erroneamente dic6 il 



DAL SECOLO XV AL XIX 153 

Natali piacentino. Egli nacque a Pontremoli e da Pontreraoli lo 
chiama un manifesto d' associazione ad una raccolta delle auti- 
cliità di Pozzuoli, Baia e Cuma, intagliata su disegni da lui ese- 
guiti vari anni prima e che fu poi pubblicata a Napoli. 

In quel manifesto, inserito nel Corriere letterario che si 
stampava a Venezia nel 1767, il Natali si dice nato a Pontre- 
moli, « abbenchò per essere stato educato e per avere lungamente 
vissuto in Piacenza fosse detto il Piacentino » . Il Ratti assicura 
che morì a Napoli nel 1769, e lo Zani lo dice invece morto 
nel 1766. 

Contestabili Nicolò. Kbbe i natali a Pontremoli nel 1759. 

Studiò per diversi anni il disegno nell'Accademia Fiorentina 
e vi si dette poi albi pittura di paesaggio sotto la direzione dello 
Zuccherelli, artista di bel nome. 

Sono suoi lavori le pitture della Casa Gramoli in Pontre- 
moli, rappresentanti la favola di Niobe e 1' Aurora. 

Lasciò opere assai stimate a Firenze nel Palazzo Pitti, in 
(■asa Martelli e nel Teatro di Volterra. 

Mori a Firenze nel 1824. 

Giuseppe Hicci vide la luce in questa città il 2 giugno 
1774. Suoi genitori furono Camillo e Teresa Reghini-Costa. 

Dopo avere appreso le lettere nel Collegio di S. Oliveto a 
Firenze, tornò nel 1791 a Pontremoli e quivi, sotto la direzione 
del valente maestro Contestabili, intraprese lo studio della pittura. 

Dopo tre anni di assiduo lavoro andò a proseguire i suoi 
studi neir Accademia di Belle Arti di Parma e vi ebbe a maestro 
Gaetano Gorlani. 

Il Ricci avrebbe certamente legato all' arte il suo nome se 
la morte non lo avesse còlto nel 1804, appena trentenne. Alcuni 
suoi lavori che si distinguono per correttezza di disegno e per 
vivezza e morbidezza di colorito si possono tuttora ammirare in 
Casa Ricci. 

Fu seppellito a Pontremoli nella Chiesa dei Cappuccini. 



154 GLI ARTISTI PONTREMOLESI 

Itottaiiì Giuseppe nacque nel 1717. 

Il Pontremolese Vincenzo Pavesi (1) vuole il Bottani nato 
a Pontremoli (2) da famiglia oriunda di Cremona. Secondo il 
Campori invece fu condotto bambino a Pontremoli, e giovanetto 
fu mandato a Firenze a studiare pittura. 

Il Lanzi (3) lo vuole di Cremona, e dice che studiò a Roma. 

Ma il citato Pavesi assicura che incominciò i suoi studi a 
Firenze, ed andò poi a perfezionarsi a Roma sotto Pompeo Batoni. 

Morì nel 1784. 

Fu buon pittore paesista sul fare del Poussin, e nella figura 
imitò il Maratta. 

A molti de' suoi lavori però nocque la fretta dell'esecuzione. 

Ebbe la direzione dell'Accademia di belle arti di Mantova. 

A Pontremoli trovansi diversi suoi quadri abbastanza buoni. 

L'Assunzione di Maria Vergine con i dodici Apostoli, nel 
coro della Cattedrale; l'Assunta con S. Francesco, S. Andrea 
Avellino, S. Carlo Borromeo, S. Luigi Gonzaga e S. Maddalena 
nella Chiesa di S. Francesco, detta del Seminario. 

In quella di S. Giacomo d' Altopascio, annessa al R. Con- 
servatorio femminile dello stesso nome, trovasi l'Ascensione del 
Signore coi dodici Apostoli. 

Nella parrocchiale di S. Nicolò, vedesi il Transito di San 
Francesco Saverio. 

Bottani Giovanni, pittore, fratello del precedente vide la 
luce a Pontremoli nel 1720 circa, ed apprese l'arte dal fratello 
Giuseppe, che però non riuscì ad eguagliare. 

Nella Chiesa di S. Colombano vedonsi i seguenti suoi lavori, 
che sono opere assai mediocri di pittura: 



(1) II Marchese Vincenzo Pavesi nacque a Pontremoli nel 1714. 

Fu Arcidiacono della Collegiata di S. Maria del Popolo, ora Cattedrale. 

(2) Pavesi Vincenzo. Nota dei migliori autori che hanno opere nelle 
Chiese della Città di Pontremoli, manoscritta nel Codice miscellaneo numero 
1918 della pubblica Biblioteca di Lucca. 

(3) Abate Luigi Lanzi, storia 'pittorica della Italia dal risorgimento 
delie belle arti fin presso alla fine del XVIII secolo. — Milano. G. Sil- 
vestri. 18?3. 



DAT, SECOLO XV AL XIX 156 

La B. Veigiiie di Caravaggio con S. Ignazio, la B. Vergine 
col Santo Bambino Gesù, S. Luigi e S. Stanislao Kosta. 

<ìr. B. Grossi aveva nel 1774 ima fonderia di campane. 

Nel Eegistro delle deliberazioni del Comime di Pontremoli 
di queir anno, si legge una sua domanda con la quale chiede clte 
si continui a lasciargli la chiave dcìla foìtdcrìa 2>os1a in qmsio 
Castello ])er distruggere i cannoni. 

Nello stesso registro si dà cenno di una sua domanda di 
pagamento per 1' opera aa lui prestata ])er collocare a 2 osto la 
campana maggiore della pubblica Torre di questa città, ed il 
Grossi vien detto fonditore di campane. A me non è riuscito 
avere altre notizie su di lui, e per quante ricerche abbia fatto 
non trovai qui e nei dintorni alcun suo lavoro. 

Ped rolli Pietro fu un pittore di qualche riputazione. Studiò 
a Parma e andò poi a perfezionarsi a Koma, dove si acquistò 
(.•redito con un quadro d' altare rappresentante S. Pio V ed altri 
santi, da lui eseguito per commissione del Duca di Parma. 

11 Papa, veduto quel dipinto, lo incaricò di eseguirne un 
altro per la nuova Cattedrale di Subiaco. 

Fu a Napoli col M.^® Pavesi e poscia prese dimoia a Fi- 
renze, dove ebbe Y ufficio di maestro nell' Accademia di Belle 
Arti. 

Il Lanzi (1) lo reputa, se non un pittore di vaglia, un 
maestro egregio dotto nelle teorie fecondissimo e amorevolissimo 
neir insegnarle ai suoi allievi. Il Pucriiii (2) invece, lo giudica 
assai severamente, chiamandolo piuttosto dilettante che pro- 
fessore. 

Sabatelli, Benvenuti ed altri insigni pittori suoi allievi, ai 
quali si deve il rinnovamento della pittura in Toscana, provano 
invece quanto il Pedroni fosse valente nell'insegnamento. 

1 suoi migliori lavori sono quelli rappreseiitanti le quattro 

(1) Abate Luigi Lanzi, op. cit. 

(2) Puccini Tommaso. Lettera sullo stata alluale delie belle arti in 
Toscana. — Firenze, 1862. 



156 GLI ARTISTI PONTREMOLESI 

Stagioni, che sono posseduti dal Cav. Magnani di Massa, ed un 
atlante eseguito per il Granduca di Toscana. 
Mori a Firenze nel 1803. 



Secolo XIX. 



Cocchi Pietro nacque nel 1826. 

Ancora fanciullo eseguì un quadretto in pittura rappresen- 
tante il Sacro Cuore di Gesù, lavoro sorprendente considerata 
r et;\ dell" autore e la mancanza di qualsiasi nozione del disegno. 
I suoi genitori poveri di mezzi, volendo in qualche modo coltiv.ire 
le tendenze artistiche del figliolo, lo posero a studiare un pò" di 
disegno da certo Morotti. 

Furono tali e così rapidi i suoi progressi che parecchi egregi 
Signori Pontremolesi ammirando un ingegno così forte e precoce 
ed intuendo nel Cocchi un artista che avrebhe illustrato se e la 
Patria, lo inviarono a studiare a loro spese all'Accademia di Fi- 
renze. 

Le loro speranze ed i loro desideri non vennero delusi, poiché 
il Cocchi vi compì giovanissimo i suoi studii, riuscendo nei con- 
corsi annuali sempre il primo fra tutti gli allievi. 

Con un lavoro di soggetto biblico vinse il concorso al posto 
di perfezionamento a Roma, ma non potè raccogliere il premio 
del suo mento poiché il fato inesorabile lo rapì all' arte ed alla 
Patria appena ventenne. 

Fu sepolto a spese dello Stato nella Chiesa di S. Maria 
Novella a Firenze, distinzione che il Granduca di Toscana volle 
tributata air estinto. La seguente epigrafe, posta sulla sua tomba, 
che lo ricorda venne dettata dal Muzzi. 



dal secolo xv al xix 157 

Alla memoria e alle ceneri 

DI 

Pietro Cocchi 
Pontremolitano 

UNA delle tante GLORIE DELLA PITTURA 

SPENTA SUL NASCERE 

DATO all' ARTE IN FIRENZE DA FILANTROPI CITTADINI 

OVE GIÀ VINTI PREMI ED APPLAUSI 

, MOSTRÒ SEGNALATE PRIMIZIE 

DEL CINQUENNE SUO STUDIO 

DI SQUISITEZZE ARTISTICHE E LETTERARIE IDOLATORE 

GIOVANE d' ILLIBATI COSTUMI 

SENSIBILE GRAVE MODESTO 

VENTENNE APPENA PERDE LA VITA 

IL XIII Dicembre MDCCCX XXXVI 

E NOI perdemmo chissà QUANTE OPERE 

DA MAGGIORMENTE AMMIRARSI 

P. TUTTI I SUOI BENEVOLI P. 

AD EDIFICENZA E AD ESEMPIO. 

Lasciò lavori ammirevoli per disegno e colorito. 

Sono opere sue assai pregevoli un quadro della Madonna 
addolorata che si venera nella Chiesa di S. Nicolò. 

Un S. Michele Arcangelo da lui eseguito d' incarico di S. E. 
Mons. Orlandi Vescovo di questa Diocesi ed ora posseduto dal 
Sig. Andrea Miliani. 

Un quadro rappresentante Tre cantanti che si trova in Casa 
Kuschi. Altri suoi lavori sono conservati dal sig. Ricci Uberto e 
dal sig. Colonnello Zucchi-Castellini. 

Con quest' ultimo ed illustre figlio di Pontremoli, chiudo la 
serie degli Artisti di qui, che dal Secolo XV ad oggi hanno rap- 
presentato neir arte la nostra Città ; ed auguro che il genio del 
Cocchi aleggi su di essa e dia vita a nuovi Artisti che nel 
tempo avvenire tacciano grande il loro nome e quello del luogo 
natio. 

Camillo Cimati. 



PITTURE DEL SECOLO XVI 

RIMASTE IGNOTE FINO AD OGGI 



I. 



Verso la metà del secolo XVI i Monaci benedettini del 
Monastero di S. Giovanni Evangelista di Parma, dopo di aver 
fatte eseguire le stupende pitture di cui va celebre la loro chiesa, 
fecero anche dipingere alcune sale del Monastero e fra esse la 
Biblioteca. 

In questo scritto si daranno delle notizie sulle pitture della Bi- 
blioteca, attesoché per la maggior parte rimasero finora sconosciute. 

Infatti nelle Guide di Parma (1) a cominciare da quella 
del Baistrocchi che è la piìi antica, fino a quella anonima pub- 
blicata tre anni fa, dicesi clie nella Biblioteca vi sono dipinti 
degli « emblemi '> i quali veggonsi soltanto nella volta, ma 
nessuno parla delle pitture sulle pareti che sono ben altra cosa, 

L' ipotesi più semplice per spiegare questo silenzio è che 
prima del 1700 sieno aumentati i libri della Biblioteca in modo 
da rendere necessario di sovrapporre agli antichi « banchi » degli 

(1) Le « Guide di Parma » che parlano della Biblioteca dell'ex monastero 
di S. Giovanni sono : 

Baistrocchi, Guida per Forastieri (manoscritto del 1780 esistente nel 
Museo parmense). 

« Il Parmigiano servitor di piazza > — (Parma, 1796). 

Donati. Nuova descrizione di Parma — (Parma, 1824). 

Bertoluzzi, Nuovissima guida — (Parma, 1830). 

Lavaggi, Parma co' suoi contorni — (Parma, 1848). 

« Guida di Parma » — (Parma, Battei, 1897;. 



160 PITTURE DEL SECOLO XVI 

scaffali, che essendo alti fino alla volta coprivano interamente le 
pitture delie pareti, talché rimase ingannato persino il Baistrocchi, 
sebbene fosse un monaco dello stesso Monastero. 

In seguito quando il Monastero divenne una caserma, gli scaf- 
fali ed i banchi furono tolti, ma gli autori delle guide seguita- 
rono a ripetere la notizia degli « emblemi » fors' anche per la 
difficoltà di visitare quei locali. 

Anche sui pittori che lavorarono nella Biblioteca le guide 
non sono esatte, poiché talune seguendo il Baistrocchi dicono che 
le pitture sono di Ercole Pio, altre vi associano Antonio Paganini, 
ed altre non fanno cenno del pittore. 

Ma ogni dubbio cessa leggendo il rogito del 26 agosto 1574, 
che è neir « Archivio di S. Giovanni Evangelista » ora custodito 
nella Biblioteca Palatina (1). 

Però è rimarchevole che questo documento venne citato dal 
Baistrocchi a pag. 64 e dal Bertoluzzi a pag. 138, e nondimeno 
le loro descrizioni sono incomplete. 

Il rogito è del Notaio Pirro Arzoni, ha la data del 26 
agosto 1574, come si disse, e contiene la convenzione fra il Padre 
Tiburzio da Brescia « Cellerarius Monasterii » ed i pittori Er- 
cole Pio ed Antonio Paganini i quali « obligati sunt in solidum 
pingere.... omnes muros ex parte interiori Bibliothecae ipsius mo- 
nasterii, incipien." sub voltis, usque al repositoria Librorum, seu 
Banchos (2) et prò ut lì. Do. Stephanus Abbas d.'' monasterii 
ipsis Pictoribus dederit materiam picturae... » . 

Tutto questo al prezzo di « scutis dncentum auri in auro (3) 
hoc modo vid.^ scutis sexaginta nunc et incontinenti, scutis septua- 
ginta, postquam ipsi Pictores dimidia ipsius picturae fecerint, et 
residuum finita ipsa pictura.... » 

La finirono un anno dopo circa, poiché esiste un altro ro- 

(1) Biblioteca Palatina — Archivio di San Giovanni Evangelista. Caps. 13. 
1. 19. 

(2) Gli scaffali, o banchi della Biblioteca erano alti da terra l"" ,20, 
secondo l'uso di allora. 

(.3) Così si chiamavano gli scudi d' oro che correvano in quel tempo. 
Probabilmente sono quelli di Carlo V del 1538, del costo di L 10,63 (Mah- 
TiNi, Metrologia — Torino, 1883, pag.* 356). 



RIMASTE UJN'OTK F'I.VO AH UGCI Hi 1 

yito (.lello stesso Notaio in data del ì'\ agosto l.")75 (1) dove si 
legge che i due pittori ricevettero il saldo di « scutis ceiitum 
sexaginta aiui ». 

Da questi due documeuti si sa adunque in modo positivo 
ohi furono i pittori, come vennero pagati, e che il loro lavoro 
venne diretto dall'Ahbate Stefano, che è poi « I). Stephauus a 
Novaria » il quale, a quanto pare, doveva essere uiolto stimato 
nella comunità, essendo stato due volte Presidente della Congre- 
gazione dei Benedettini - Cassiuesi (2). 



11. 



La sala della Biblioteca e al primo piano del Monastero. È 
lunga air incirca metri ventuno, larga tredici, alta sei ed ha due 
(ile di cinque colonne ioniche, le quali assieme al muro perime- 
trale reggono gli archi di diciotto volte a tutto sesto che for- 
mano il soffitto. 

Nei due lati lunghi vi sono tre finestre sormontate da lu- 
nette a vetrata, ed in entrambi i lati minori vi è una porta. 

Le tinestre sono esposte a levante ed a ponente, e prospet- 
tano sui cortili del Monastero, cosicché la Biblioteca era situata 
ottimamente. 



IIL 

Le pitture della sala, oltre gli emblemi delle volte, sono 
disposte come segue girando verso destra: 
1. 11 sommo sacerdote della Bibbia. 



(1) Biblioteca Palatina — Archivio di S. Giovanni Evangelista, Caps. 13. 
I. -20. 

La differenza in meno sarà per un'anticipazione che avranno avuta 
i pittori prima della fine del lavoro. 

(2) Series Monachoì'um Congregatinni^ Benedectino-Ca^inemis edita 
post Capitulum generale anni MDCCCXXI (Parmae, Typis Carraignani). 

Arch. Stor. Parm., IV. 11. 



162 PITTURE DEL SECOLO XVI 

2. La Cronologia dei Re d" Israele. 

3. La l'erra di Canaan prima della venuta dei popoli d'Israele. 

4. Il Ducato di Parma. 

5. La Terra d' Israele. 

6. La Genealogia di Gesti Cristo. 

7. Il Tempio di Gerusalemme. 

8. La Città di Gerusalemme. 

9. La Cronologia dei Papi. 

10. La Grecia. 

11. La Battaglia di Lepanto. 

12. L'Italia. 

13. La Cronologia degli Imperatori romani. 

14. L' Arca di Noè ed il Tabernacolo. 

Vi sono adunque, oltre gli emblemi, quattro pitture bibliche, 

quattro cronologie, cinque carte geografiche ed una battaglia. 



IV 



Gli emblemi, come si disse, formano rornameuto delle volte, 
le quali sono tutte dipinte simmetricamente. 

Nel eentro, in una coruicetta tonda, di mezzo metro di dia- 
metro, vi è la figura simbolica principale, attorno vi sono quattro 
cartelli con sentenze allusive al simbolo sgritte in ebraico, siriaco, 
greco e latino e negli spazi vi sono dei ghirigori, delle figurine 
delle altre sentenze in caratteri minuti su cartellini di ogni 
forma. Anche negli archi vi sono delle sentenze e delle piccole 
immagini. 

Nell'insieme c'è molta minutaglia, ma per certo i pittori 
avranno contentato P. Stefano, il quale trovo modo di far scri- 
vere sulle volte della Biblioteca non meno di trecento massime 
morali, molte delle quali prese dalla Bibbia. 

Quanto agli emblemi in parte sono presi dal libro dell' Ai- 
ciati allora molto in voga (1), alcuni dalle « Figure del Vecchio 

(1) Alciati, Emhlemata — (Lugduni, 1548). 

Vedasi ad esempio le figure di Gerione, della meritrice, dell'elefante, 
di Marte e Mercurio ecc. Però non corrispondono le sentenze. 



RIMASTE IGNOTK P'INO AI) OGGI 163 

Testamento » (1) altri fiiroDO probabilmente combinati fra Padre 
Stefano ed i pittori, perocché non si trovano nell'Alciati e negli 
altri « simbolisti » di quel tempo (2). 



V. 



Le pitture bibliche sono quattro quadri, lunghi due metri 
ed alti altrettanto all' incirca, dipinti ai Iati delle due porte. 

Il Gran Sacerdote è vestito coi paramenti sacri descritti nella 
Bibbia (3): ed in questo la pittura va d'accordo colle figure 
delle Bibbio illustrate di quel temiio (4), differisce invece da 
tutte quanto all'azione, perchè qui è rappresentato presso l'ara 
fumante, con il coltello in mano e la vittima già pronta, mentre 
nelle Bibbie anteriori e contemporanee è sempre rappresentato col 
turibolo in atto d' incensare. 

Non è però una invenzione di P. Stefano o dei pittori. Il 
disegno venne copiato di sana pianta dal libro « De Sacris Fa- 
bricis » che fa parte della Bibbia detta di Filippo II pubblicata 
da Benedetto Arias Montanus nel 1572, vale a dire appena due 
anni prima dell' inizio delle pitture (5). 

(1) « Le Figure del Vecchio Testamento colle stanze di Gabriello Si- 
nieoui » — (Venetia, Bevilacqua, 1574). 

Vedasi : Eva, l'arca di Noè, l'arca Santa, e l'arca colla sacra fiamma. 

(2) Vadagnind, Figure — (Venetia, 1510). 
luNJcs, Emblemata — (Anlwerpiae, 1565). 
Bocchi, Simboli — (Bologna, 1555). 
Sambucus, Emblemata — (Antwcrpiae, 1564). 

(3) Sacra Bibbia, Esodo, Capo XXVII. 

(•1) Bihlia vut[/are historiata^ — (Venetia, Giunti, 1 i'.l4). 

Biblia vul/jare, — (Venetia, Bevilacqua, 1498). 

Bibita vulgare, — (Venetia, Giunti, 1511). 

Bibbia in lingua materna, — (Venetia, Bindoui, 1 56 1 ). 

Biblia polijglotta^ — (Parisiis, Steplianus, 1540). 

Biblia latina^ — (Lutetiae, Stephanus, 1546). 

Biblia latina^ — (Lugduni, Rouilliura 1569). 

Biblia latina, — (Antwerpiae, Steltii, 1570). 
(5) Biblia sacra hebraice, chaldaice^ graece et latine, cura et studio 
Benedica Ariae Montani — CAutwerpiae, Plantinus, 1572). 



164 PITTURE DEL SECOLO SVI 

I pittori vi hanno aggiunto soltanto un po' di paesaggio con 
uno sfondo di villaggi e castelli, ed lianno inventate le tinte, 
poiché Foriginale è inciso. 

II Tempio di Gerusalemme si scosta esso pure dai soliti 
Tempii della Bibbia, essendo fatto a guisa di chiesa cristiana 
colla torre, mentre comunemente gli viene data la forma di ba- 
silica romana, pur conservando le misure bibliche (1). 

Anch'esso è copiato dal libro suindicato» ed anche qui vi è 
l'aggiunta dello sfondo coi soliti castelli. 

La città di Gerusalemme è copiata essa pure dal predetto 
libro dell'Arias Montanus, o pare che sia la prima illustrazione 
di questo genere che trovasi nelle « Bibbie figurate » . 

L'originale è una carta colla planimetria pressoché regolare 
e colle montagne e gli edifici in prospettiva, come usavano allora. 
I pittori anche qui vi hanno aggiunti i colori. 

L'Arca di Noè ed il Tabernacolo sono, al pari delle figure 
precedenti, copiate tal quali dal libro « De Sacris Fabricis » già 
citato. Anche qui occorre osservare che l'Arias si è scostato dagli 
altri illustratori della Bibbia, perchè senza mutare le misure tra- 
dizionali (2) fece dell'Arca una specie di cassone, invece della 
solita barca, ed al tabernacolo pose il coperchio arcuato anziché 
ad angolo. 

Qui i pittori vi aggiunsero del paesaggio, ma 1" idea non fu 
appropriata, trattandosi di proiezioni geometriche. 

Le quattro pitture precedenti sono più grandi dei rispettivi 
originali di tre o quattro volte in ragione dello spazio che dove- 
vano occupare. 

VL 

Le cronologie sono nei quattro angoli della sala e consistono 
in lunghe file di targhette dipinte, in ognuna delle quali è scrittrO 
un nome col rispettivo numero progressivo e la durata del regno. 

(1) Sacra Bibbia, I Re, III, Capo VI. 

(2) Sacra Bibbia, Genesi, Capo VII — Esodo, Caj)o XXVI. 



RIMASTE IGNOTE FINO AD OGGI 165 

Le targhette hanno il fondo giallo; però ve ne sono anche 
col fondo rosso per distinguere quelli che morirono di morte vio- 
lenta, come ad esempio i Papi Martiri e gì' Imperatori uccisi. Così 
altre hanno il fondo nero per rappresentare i morti in esilio, ed 
altre col fondo celeste per i l'api che ebbero Antipapi ecc. 

Queste cronologie vennero probabilmeute tratte dalla Cronaca 
del Lignamine (1). 

In fondo alla Cronologia dei Re d' Israele vi è una targhetta 
bianca colla dicitura « Anno D.ni 1575 Parmae » che serve 
a precisare la data delle pitture indipendentemente dagli altri 
elementi. 



VII. 



le cinque carte geografiche sono larghe ad un dipresso 
quattro metri ed alte tre, ed occupano gli spazi fra le finestre. 

Sono tutte senza i gradi, senza la scala e senza l' indice 
dell'orientamento, non vi è traccia dell'autore o dell'originale e 
manca perfino il titolo, fatta eccezione delle due di Terra Santa. 

I pittori vi hanno data una certa uniformità mediante le 
tinte, avendo fatte le pianure giallastre, le montagne verdognole, 
le acque celestrine, le città e le borgate rossiccie e le scritture 
nere e tutte in capitale dritta. 

Contribuisce pure all'uniformità l'uso d'allora di fare le mon- 
tagne ed i caseggiati in prospettiva e di fattura convenzionale. 

La carta della Terra di Canaan comprende la Siria e la 
Palestina; quella della Terra d'Israele comprende solo la Palestina. 

Entrambe furono copiate dalle carte incise annesse al libro 
« De geutium sedibus » che fa parte del Tomo VII della Bibbia 
d'Arias Montanus già citata, e vennero ingrandite dieci volte circa. 

L'Arias nella prefazione del fascicolo intitolato « Canaan » (2) 

(1) Lkìnamine Jacorus r'iiiLipi'us, CronicK Pontifìcum Imperatorunq. 
(Romae, Scurner. 1476.) 

(2) Vedasi nella « Bibbia » citata nella nota 5* a pag. 7 il fascicolo in- 
titulato « ììen Arine Monianus i)i librum Clianaan praefatio *, pag. "2.* 



ino PITTURE DEL SECOLO XVI 

dice che le carte \ennero l'atte sul luogo da iiu « vir doctissimus -♦ 
ma uon lo nomina. Certo è che sono migliori di quelle poche 
carte di Terrasanta che allora si trovavano in commercio (1). 
di quelle carte « nuove » che fanno parte delle ristampe con- 
temporanee della Geografia di Claudio Tolomeo (2) ed anche 
delle carte speciali di Terrasanta intercalate nelle Bibbie illu- 
strate (3). 

Ad esempio, vi sono le strade, particolarità assai rara nelle 
carte dei secoli scorsi. 

Hanno però un orientamento eccezionale, quasiché si sia vo- 
luto dare al litorale la direzione del lato lungo della carta, senza 
tener conto dei punti cardinali. 

Le tende che sono disegnate nella carta della Terra d'Israele 
rappresentano le « mansioni » del popolo -< di Dio » nell'esodo 
dall'Egitto alla Terra promessa. 

La carta del Ducato comprende il Parmense ed il Piacentino. 
In alto vedesi il « M. S. Croce » (Cento Croci) che colle altre 
cime dell'Appennino forma la cornice superiore del quadro, come 
se si fosse voluto fare una prospettiva del Ducato stando sul 
« Torrazzo » di Cremona che spunta nel basso della pittura. 

Con questo orientamento si è ottenuto di mettere il Ducato 
per così dire in isquadro rispettivamente ai lati della pittura, poi- 
ché a destra scende la Trebbia, a sinistra l'Enza e di sotto vi è 
la Via Emilia che viene ad essere parallela al lato inferiore. Tale 
disposizione è una stramberia anche pel tempo in cui fu dipinta 

(1) Palaestinn (ìescriptio (Roiiiae, apnd Joann. Franciscum vulgo della 
Gatta, 1557). Questa carta trovasi nella Biblioteca dei Lincei in Roma, 
nel fascicolo < Carte Geografiche >. Raccolta dei secoli XVI e XVII. 

« Terra Santa > (Paolo Forlani int. Venetia, 1566). Trovasi nell.i 
Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma nella raccolta intitolata « Tavolo 
moderne di Geografia ». 

(2) Vedasi ad esempio: Ci. Ptoìomei geographiae — (Romae, De 
Turre, 1490) oppure l'odizio^io della stessa opera stampata dal Trechsel 
(Lngdiini. 1535). 

(3) TiC Bibbie cum figuris che hanno delle carte geografiche sono 
poche. La Bibl/'a latina, ( Lugduni, Rouillium, 1569) è una di queste ed 
ha delle carte buone, ma quelle dell'Arias sono migliori. 



RIMASTE IfiXOTR FINO AD OGGI 107 

hi cariii, iMiidiè luiclie allora o si racc\aiio le carte col mezzodì 
in allo, opjiuri', piìi (■oiiiiniL'iiU'iiltj, ni lacevaDO col settentrione in 
alto secondo l'uso tolemaico. 

Le città ed i villaggi sono raii[iresentati coi caseggiati in 
prospettiva, come si disse ; però vi sono delle esagerazioni nelle 
misure oltre al necessario, in modo che la città di Parma, ad 
esempio, invece d'avere fra Porta S. Michele e Porta S. Croce (1) 
la distanza corrispondente a due chilometri, ne ha non meno 
di otto. 

Inoltre l'cr far risaltare gli edifici principali come il Batti- 
stero, il Duomo e la Torre del Comune (2) vennero fatti ancor 
pili grandi di quello che richiede\a la prospettiva. 

Quanto al valore geometrico della carta si vede, anche a 
colpo d'occhio, che le distanze da paese a paese sono discreta- 
mente esatte lungo 1* Emilia, ma lo sono molto meno fuori di 
questa notissima linea itineraria. Per esempio ammessa come buona 
la distanza fra Parma e Castelguelfo, che è di centimetri 55 per 
13 chilometri, la distanza fra Parma e Colorno che è di 15 chi- 
lometri dovrebbe essere 63 centimetri ed invece è di soli 40. 

Anche in questa carta vi sono le strade e più specialmente 
quelle di pianura, ma sono tracciate un po' alla carlona. 

Nei nomi poi vi sono molti spropositi e delle voci dialet- 
tali (3). 

Parrebbe che questa carta non sia stata copiata da una 
stampa. In quell'epoca i territori di Parma e Piacenza erano com- 
presi nelle carte della Lombardia (4), cosa ben spiegabile, poiché 
il Ducato era sorto da trent'anni appena ed ebbe sulle prime 
un'esistenza molto contrastata (5). 

(1) Trattandosi di pitture antiche è lecito di ricordare i nomi vecchi. 

(2) La gran torre del Coniuue crollata il 27 gennaio 1606. 

(3) Eccone alcuni esempi : « S. Pollo, Traversedle, Biscanova, Castel 
gelfo, Fontanelà ecc. » 

(4) Lombardia (Romae, Ant. Lafreri, 1-564). — Nova descrittione di 
tutto il Diicado di Milano. (Venetia, Ferrando Bertelli, 1567.) 

Queste due carte comprendono il parmense ed il piacentino, senza 
denominazione speciale. La prima carta del « Ducato » trovasi nell'Atlante 
« Italia » di Antonio Magini — (Bologna, 1620) Tavola n. 17. 

(5) Come è noto, il Ducato di Parma e Piacenza, venne creato da 



168 PITTURE DEr SECOLO XVI 

Invece parrebbe che sia stata copiata da una carta disegnata 
a mano fors'anche espressamente, deducendola da qualcuna delle 
suddette carte della Lombardia. In ogni modo è indubitato che 
i pittori ebbero dinanzi un originale da riprodurre, essendovi 
nell'intonaco le traccie della quadretta/ione fatta a graffito. 

Al disopra della carta vi è lo stemma del Duca Ottavio 
Farnese, allora regnante, col motto « Bonorum imperium placi- 
dissimum » che certamente è un'aggiunta di P. Stefano. 

La cartii della Grecia comprende tutta la penisola Balca- 
nica, l'Arcipelago e parte dell'Asia minore. Essa è la copia della 
carta pubblicata a Eoma dal Luchini nel 1558 col titolo « Totius 
Graeciae descriptio » (1) e che, a quanto pare, sarebbe la prima 
carta a stampa della Grecia, fatta astrazione delle carte « tole- 
maiche » le quali però sono meno grandi e meno complete (2). 

L' originale ha l'orientamento col settentrione in alto, è senza 
strade e parrebbe dedotto dalle carte nautiche d'allora anziché 
delle « tolemaiche ». 

Papa Paolo III a favore del figlio Pierluigi nel 1545, ma vi furouo degli 
ostacoli seri da parte della Spagna, fincliè tutto venne appianato verso il 
1556 colla venuta di Ottavio, tìglio di Pierluigi e marito di Margherita 
d'Austria figlia di Carlo V e sorella di Filippo II di Spagna, allora regnante. 

(1) Trovasi nella raccolta di « Tavole moderne di geografia » della Bi- 
blioteca Vittorio Emanuele di Roma, citata nella nota 1^ a pag. 10. Una edi- 
zione anteriore di questa carta trovasi nella raccolta consimile della Biblioteca 
parmense colla segnatura « Carte geografiche e topografiche Q,° I. 16833. » 
Vi è una epigrafe che comincia così: « F)-anc/scus Salamanca Icctori... > 

(2) La prima edizione a stampa della Geografia di Claudio Tolomeo, 
colle rispettive carte, è quella di Roma, 1478 « edizione preziosa e rara » 
come dice il Brunkt nel « Manuel du Libraire (Paris, 1863) >>. Ivi sono 
soltanto le '27 carte che si chiamano « antiche » essendo la riproduzione 
delle tavole che erano annesse alle copie a mano. Ma nella edizione di 
IJlma, 1482, e di Roma, 1490 cominciano a comparire le carte « nuove >^ 
che sono la riproduzione di carte allora veramente nuove e migliori delle 
tolemaiche. 

Però giova osservare che le carte « nuove > della Grecia non sono 
molto diverse dalle « antiche » perchè la penisola balcanica, il Peloponneso 
e l'Arcipelago erano assai bene rappresentate fino dai tempi di Tolomeo, a 
ditTerenza dell' Italia che era invece molto sformata. 

Nondimeno la carta del Salamanca è indubbiamente migliore di 
quelle delle edizioni tolemaiche precedenti e contemporanee- 



RIMASTE KiNOTF FINO AD OCOI 109 

I i)ittori l'iiaiino copiata tal quale iiigiandendola sei volte 
mediaote la quadrettazione. 

La calta d" Italia comprende tutta la penisola e la Corsica, 
e rimane fuori la Sardegna e la Sicilia. 

L'originale di questa carta è « Il disegno della Geografìa 
moderna de tutta la provincia de la Italia di Giacobo di Ca- 
staldi cosmografo in Venetia 1561 » (1) che al pari della carta 
precedente, è una delle prime carte d'Italia pubblicata all' in- 
fuori delle carte « tolemaiche » ed essa pure ha tutti i caratteri 
delle carte nautiche contemporanee. 

II disegno sulla parete è sette volte piìi grande dell'origi- 
nale, senza alcuna correzione od aggiunta, essendosi perfino con- 
servate le diciture « Piasentino » e « Parmense > invece di 
sostituirvi la denominazione del Ducato. Vennero pure conservate 
le diciture alla veneta ed i nomi errati come « Golfo de Ve- 
netia. Golfo de Schilaci, Golfo de Gerasi, Contado de Tirol ecc. » 

Quanto all'orientamento occorre notare che sebbene nell'ori- 
ginale vi sia la rosa dei venti che indica essere la carta orientata 
col settentrione in alto, tuttavia per un errore comune a tutte 
le carte geografiche e nautiche d'allora e di due secoli dopo, la 
penisola nostra viene a trovarsi spostata in modo che Trieste è 
quasi sul parallelo di Ginevra ed Otranto sul parallelo d'Aiaccio. 



Vili 



La battaglia di Lepanto era allora una recentissima gloria 
della cristianità, poiché erano passati meno di tre anni dalla 
celebre data del 7 ottobre 1571, quando furono ideatele pitture 
della Biblioteca. Era dunque un tema di occasione (2) tanto 

(1) Trovasi nelle due « Raccolte >n citate nella nota 1* a pag-. IJ. 

(2) La hattacrlia di Lepanto fu sn)>ito rarcjoinento di pitturo celebri. 
Il papa fece dipinc^ero la battaglia dal Vasari nella « Sala Regia * del Va- 
ticano ; Filippo II diede incarico al Tiziano di fare il quadro allegorico 
che è nel Mnseo di Madrid; la Serenissima commise al-Tintoretto di rap- 
presentare la « battaglia delle Curzolari » (come dicevasi a Venezia; per la 
sala dello Scrutinio nel palazzo del Doge. Questo quadro nel 1577 fu preda 
d'un in cendio. ma venne rifatto dal Vicentino. 



170 riTTUKE DEL SECOLO XYI 

più a Parma, |)OÌcliò iu quella batta^^dia aveva fatto arditameute 
le prime armi il priucipe Alessandro Farnese figlio del duca 
regnante. 

Il dipinto è di fronte alla carta del Ducato ed è un quadro 
lungo quattro metri circa ed alto altrettanto. 

In alto a destra veggonsi le montagne dell* Etolia coi paesi 
di Natalico, Petalà e Lepanto. Più sotto jiresso la riva del Golfo 
vi è un gruppo di navi che combattono, ed è la squadra di Bar- 
barigo in lotta con Sirocco. Nel mezzo vi è una maggior ressa 
di navi che rappresentano la squadra del centro con Don Gio- 
vanni, Veniero e Colonna alle prese col centro turco ove trovansi 
Ali e Pertaù. Sul dinanzi vi è la squadra di Doria di fronte a 
quella di Occhiali (1). 

Per certo si è voluto rappresentare il punto culminante 
dell'azione, cioè quando la vittoria è oramai decisa a favore dei 
Cristiani. L'epigrafe che è scritta a lato del quadro conferma 
questa asserzione (2). 

Si distinguono anche alcuni episodi. Presso l'ala sinistra dei 
Cristiani molti rottami di navi in balia delle onde rappresentano 
la distruzione di parecchie galere di Sirocco per opera dei Veneti. 

Al centro si distingue la * Capitana reale » colla bandiera 
gialla e l'aquila bicipite, la « Capitana di Venezia » colla ban- 
diera di S. Marco e la « Capitana pontificia » colla bandiera 
azzurra e le S. Chiavi. Sulla capitana reale si può precisare la 



(1) La flotta della Lega era divisa in tre squadre: a sinistra Agostino 
B."rbarigo provveditore generale dell'Armata Venela con 5.3 navi, al centro 
Don Giovanni d'Austria comandante in capo della Lega, Sebastiano Yeniero 
comandante dell'Armata Veneta, e Marcantonio Colonna comandante dell'Ar- 
mata pontificia con 97 navi, a destra Andrea Doria, che allora militava per 
la Spagna, con 33 navi. 

La flotta turca era parimenti divisa in tre squadre : a destra Mehe- 
med Scirocco Viceré d'Egitto con 53 navi, al centro Ali pascià « Generale 
di mare » e Portaù pascià « Generale di terra » con 164 navi, a sinistra 
Uluch Ali (Occhiali) Re d'Algeri con 65 navi. 

E così in totale vi erano 225 uh vi cristiane contro 285 navi turche, 
fcfr. Guglielmotti, Marcantonio Colonna. (Firenze, 1862). 

(2) « POPOLI DEI DE HOSTE TRCCILENTO VICTORIA AUSPICE PlO V. P, M. 
CIO. 10. LXXl. NO. OCT. » 



RIMASTE IGNOTE FIN'O M) OfiCiI 171 

iìgiira di Don (iioviiuui, o cou un i^o' d' imiiiugiiiazioDc è lecito 
supporrò die sia nipprcscntato noi inoiu(!nio in cui gli viene recata 
la notizia della morte d'Ali, che fu come il se^^nale della vittoria. 

Dinanzi al centro vi sono tre « galeazze » venete che avan- 
zano sparando i cannoni contro la squadra di soccorso dei Turchi, 
e si distingue una nave turca in fuga, che parrebbe essere quella 
di Portati. 

Sul davanti del quadro si può precisare la galera del Doria, 
colla sfera armillare a poppa, e pare sia sul punto d' investire 
col rostro una galera nemica. 

Poco discosto dalla nave di Doria vi è ima galera colla 
bandiera azzurra e croce gialla, colla quale evidentemente si è 
voluto indicare la nave su cui era imbarcato Alessandro Far- 
nese (1). Egli è al posto del comandante, ha nella destra la 
spada che tiene abbassata, e nella sinistra ha il bastone di co- 
mando e lo tiene in alto come se facesse grazia ad una frotta 
di turchi che paiono inermi, quasiché fossero saliti allora sulla 
galera d'Alessandro, abbandonando una nave che affonda l'i presso. 

Riguardo al disegno i pittori hanno fatto del loro meglio 
per dare del movimento a tutta quella miriade di navi e di ar- 
mati, però il lavoro non fu condotto con molta accuratezza es- 
sendovi qua e là delle figure non finite. Pecca pure dal lato 
tecnico, attesoché quasi tutte le galere, e specialmente quelle sul 
dinanzi, sono troppo piccole. Infatti se si bada all'altezza degli 
uomini che sono a bordo, si vede che le galere sarebbero lunghe 
una decina di metri iucircn, mentre in realtà erano lunghe più 
di quaranta metri (2). In tal modo anche il numero di remi 
per ogni lato fu ridotto ad una dozzina invece di ventidue. 

Inoltre sulla nave di Don Giovanni venne ommesso il fa- 
moso stendardo della Lega donato dal Pontefice (:>) e fedelmente 

(1) « La Capitana di Genova della quale era Generale Ettore Spi- 
nola, .. e nella quale galera era il principe di Parma con una gran mano 
di scelti cavalieri » Skkkxo, Conunontari della Guerra di Cipro. (Montecas- 
sino, 1845) pag. Ì91. 

(2) CoRoxELLi, Atlante veneto (Venezia, 1691). Voi. H, pag. 140. 

(3) «. El estandarte de la Liga, era de damasco azul, con un cruci- 
fijo bordado en la parte superior, al pie las ariùas del Papa, las del Rej 



1 72 PITTURE DEL SECOLO XVI 

riprodotto nelle pitture del Vasari e del Vicentino ( v. nota 2, 
pag. 13). 

Nel paesaggio poi i pittori si sono sbizzarriti a dare la forma 
di guglie alle montagne delTEtolia collocandovi molti paesi e 
castelli, sebbene in realtà quelle montagne sieno tondeggianti, ed 
erano anche allora, come oggi, mediocremente popolate. 

Quanto al lato storico si può asserire senza dubbio che 
l'Abbate Stefano deve aver letta e spiegata ai pittori la descri- 
zione della battaglia che è nell' « Historia » del Contariui (1). 

Deve anche essere stato di buon aiuto ai pittori, per di- 
sporre la scena, lo schizzo della battaglia che è a pagina 49 del- 
l'opera. 

Vi è poi da notare che il libro del Contarini fu il primo che 
divulgò i particolari della battaglia di Lepanto e l'unico uscito 
anteriormente al 1574 (2). 

Anche l'episodio di Alessandro Farnese deve esser stato 
suggerito dalle poche parole che sono a pag. 54 dell' « Hi- 
storia » .... diede eterno testimonio del suo grande valore essendo 
restato vittorioso » . Altrimenti non si potrebbe spiegare questa 
scena che è diversa dal racconto riportato in molte altre. opere. 

Infatti nella biografia di Alessandro Farnese del Boterò (3) 
pubblicata nel 1607 si legge a pag. 86. « A gli Scurzolari egli 
(il principe di Parma) si lanciò dalla Galera ove era, in una 
Galera del Turco, con uno spadone à due mani, ove corse molto 
pericolo di restar morto, perchè i turchi veggeudolo tutto armato 
della persona, tiravano alle gambe, ma egli menando lo spadone 

''atolico a la tlerccha, cn el laJo opuesto las de Venecia, con unas cadenas 
que las ligaban entre si, y pendenties de ellas las de D. Juan » Rosell, 
Historia del Combate naval de Lepanto (Madrid. ÌSó'i}. 

{[) CoNTAKiNi « Historia delle cose successe dal priu-ipio della Guerra 
fino al di della (ìran Giornata vittoriosa contra Turchi » (Venetia, 1572). 

[2) Vi sono due altre opere, ben note, scritte prima del 1574. Quella 
di DiEDO, scritta nell'anno stesso della battaglia, ma pubblicata per le staffi]>e 
solo nel 1588 dal Zatta in Venezia col titolo « i ettera di G^ Diedo nella 
quale si discovre la gran battiiglia seguita à Curzolari » e l'opera del Sk- 
KKNO intitolata « Commentari della guerra di ''ipro » scritta nel \b~'2. ma 
pubblicata solo nel 184-">. 

l3) BoTFKo GIOVANNI. I Ca]Mtani (Torino. 1007). 



RIMASTE IGXOTK FFN'O AD 0(JfiI 173 

;i cerchio, prima ne trattò mal parecchi, e poi sopragioui,ani(lo 
i^'oute si fé, cou molto sangue de' nemici, padrone delln (Jiilera ». 

Lo stesso dicono Cabrerà, Strada. Bnislè. Salazar, l.itta, 
liosell, Frescott, Forneron e Laiigel nelle opere rispettive (1) 
forse copiandosi l'iin l'altro. 

Però vi è una conferma nei « Commentari >> del Sereno (2). 
Costui era un nobile romano che prese parte alla battaglia a 
bordo della nave pontificia « la Grifona » come « uomo d'arme » 
al seguito di Marcantonio Colonna. Foco dopo il ritorno in patria 
si fece Benedettino e nel ritiro di iMontecassino scrisse le sue 
memorie che hanno la data del 1572, ma rimasero inedite fino al 
1845, nel qual anno vennero pubblicate dalla stamperia del cele- 
bre convento assieme ad altri scritti antichi dei Monaci Cassinesi. 

Il Sereno a pagina 207 dice « Che narrerò io del non mai 
abbastanza lodato principe di Parma? Il quale i.-on tanto ardire 
saltò sulle nemiche galee... e diede di se al mondo meraviglie e 
stupore ». 

Dunque la narrazione del Boterò è confermata da una testi- 
monianza sicura, ma a quanto pare F. Stefano ed i pittori non 
ne sapevano nulla, altrimenti ne avrebbero tratto argomento per 
fare raesrlio risaltare le sreste del Farnese, 



IX. 



In conclusione le pitture dell'ex Biblioteca di S. (jiovanni 
sono dedotte da stampe contemporanee, eccetto la battaglia di 

(1) Cabrerà, Pilipe Segando (Madrid, 1619) pag, 689. 
Strada, J)e bello belgico (Roma, 1632) Voi 1." pag. 327. 
Bruslè (D. M.). L' histoire d'Alexandre Fanieze due de Panne et 

de Plaizauce (Amsterdam, 1692) pag. 57. 

Salazar, ludica de las glorias de la Casa Farnese. (Madrid, 1716.) 
pag. 91. 

Luta, Le famiglie celebri d' Italia. (Milaao, 1819). {Farnesi). 

liosELL, Historia (vedi Nota n. 3 a pag. 15) pag, 108. 

Prescott, Histoire du rógne de Philippe II (Paris, 1860) p. 102, 

Forneron, Histoire de Philippe II (Paris, 1881), T. 2." p. 204. 

Laugel, in « Revue des deux mondes » (Novembre, 1885) p. 176. 

(2) Srueno, Commentari della guerra di Cipro (Montecassino. Stam- 
peria della Badia Cassinese, LS'ió) (vedi Nota ii. 2 a pag. IGj, 



174 PITTURE DEI, SECOLO XVI ECC. 

Lepauto (1) che fu immagiuata sulla descrizione del Coutariui, 
e sebbene non siano state dipinte da artisti celebri (2) tuttavia 
sono inaportanti, massime le carte, perchè sono delle poche carte 
murali antiche tuttora esistenti, essendo anteriori anche a quelle 
della famosa « Galleria delle carte geografiche » del palazzo del 
Vaticano in Roma (3), 

Antonio Boselli. 



(1) Pare che runica staiui)a della battaglia di Lepauto auterioie al 
1574 sia quella di Giuvau Battista Cavalieri che riprodusse l'afl'resco del 
Vasari citato nella Nota u .'2 a pag. 15. E uua stampa rara di cui si con- 
serva un esemplare uella Biblioteca Alessandrina di Roma, < Raccolta di stampe 
varie » Voi. II, ultimo foglio. 

(2) I due pittori si trovano nominati soltauto dal Zani nell'oc Enci- 
clopedia artistica » (Parma, 1823) voi. 15, colle seguenti indicazioni: 

« Peganiui, Paganini o Paganino Antonio o Gianantonio di Gian- 
maria, pittore bolognese, operava dal I57i al 15S7 ». 

« Pio Ercole di Bonifacio detto Pio, liuouissimo pittore bolognese, 
operava dal 1574 al 1589. » 

Per entrambi è aggiunta questa nota speciale « operava alla cliinose ». 

(3) Queste carte furono dipinte nel 1581, come si legge nella lapide 
che è all'estremità sett^-itriouale della galleria. 



COMMEMORAZIONE 

DEL PRESIDENTE 

Conte FILIPPO LI NATI 

SENATORE DEL REGNO 



Dal giorno che corse l'Europa il grido di guerra contro i 
tiranni e le dominazioni straniere, contro i privilegi di nascita e 
di classe, i conti Liuati occuparono, in prima fila, il loro posto 
di combattimento e lo tennero con cavalleresca bravura per tre 
generazioni, difensori infaticabili della libertà dei popoli e dei 
principi d'umanità e d'uguaglianza. 

Insieme con questa devozione al pubblico bene, per tre ge- 
nerazioni fu trasmesso nella famiglia Liuati, puro e fecondo 
l'ardore del vero: alto e multiforme l'amore del bello: inesausto 
lo spirito di beneficenza. Nessuna famiglia fu superiore a questa 
nel comprendere ciò che si chiama civiltà. 

L'avo del conte Filippo, che col nipote aveva comune il 
nome, rapito d'entusiasmo pel genio di Napoleone, servì insieme 
la Francia e l'Italia come Deputato al Corpo Legislativo pel 
Dipartimento del Taro, esempio memorato di coraggiosa lealtà e 
d'incorrotto costume. 11 padre, coiite Claudio, prode soldato, 
gentile i)ittore, elegante poeta, dopo lunghe e tragiche vicende 
affrontate con imperturbata fortezza", privato delle sostanze, (1) 
strappato alla famiglia e alla patria, condannato a morte dalla 

(J) Verameute, durante la confisca, l'amministrazione dei beni fu affi- 
data al padre di Claudio, — Filippo, — che si giovò della rendita La 
confisca poi venne tolta. 



176 COMMEMORAZIONE DEI. P.^ESinENI'E 

COSÌ «letta Kestaurazioutì ; dopo aver sostenuto sottilmente la vita 
cou Fesercizio dell'arte, defraudato de' suoi onesti guadagni, per- 
seguitato per le diverse terre che l'ospitavano, morì tranquillo 
nella eertezza d"aver data tutta Topera sua alla causa nazionale 
d'Italia e di Spagna; morì in esilio senza aver domandato 
grazia a nessuno. 

Nella classica biografia di suo padre, il conte Filippo af- 
ferma con sereno orgoglio: « Questi sagrifizi sono il primo e il 
piìi nobile titolo della mia famiglia ». 

Così di tante altre famiglie del secolo XIX fu retaggio la 
lotta, che ritempra i caratteri, e la sventura, che li educa. La 
storia del nostro risorgimento è storia d'esempi insigni ; e parte 
notevole e nobilissima di ossa è la nostra emigrazione pa- 
triottica, gì" Italiani fuori d' Italia, l profughi come Foscolo, 
tJerchct, i Pepe, i Poerio, Tommaseo, (Uoberti, Pellegrino Rossi, 
Mamiani, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Aurelio Saffi, San- 
vitale, Giorgio Pallavicino, Pauizzi, Melegari, De Sanctis, Set- 
tembrini e cento altri prepararono all' Italia quel credito morale 
da cui seppe trarre un così gran frutto la sapienza politica di 
Cavour. 

11 conte Filippo era destinato a raccogliere quel retaggio e 
a continuar quella lotta : la sua lunga vita attesta che nessun 
uomo ne sarebbe stato più degno. 

Dal conte Claudio, già ricordato, e da donna Isabella de 
Bacardi, spagnuola, nacque Filippo il 9 gennaio del 1809 a 
Barcellona, dove Claudio si era stabilito per altari di famiglia, 
e dove aveva sposato Isabella, giovinetta d'animo eccellente e 
di gran senno, e che si conservò poi superiore ai molti e tristi 
avvenimenti che tempestosamente agitarono la sua vita. 

Filippo era il primogenito, e con lui e per lui pareva ihe 
si dovessero avverare le più soavi speranze dei genitori : i quali, 
invece, dopo quindici giorni da quella nascita festeggiatissima, 
furono costernati dalla scoperta che il bambino era affetto da 
cateratta congenita a tutt'e due gli occhi. Per uno di quei rigori 
della Provvidenza che restano inesplicabili alla breve e incerta 
ragione dell'uomo, le prove della vita dovevano per Filippo Li 
nati cominciar durissiiue sin dall' infanzia. 



CONTE FILIPPO LINATI 177 

Il tandullo rimase poro raeuo che cieco sino ai quattro auui 
e mezzo. Molto più tardi, a.'cennaiulo stoicamente a questa scia- 
gura, il Linati era solito di citai'e un verso dantesco. — lo ve- 
deva, — era solito di dire, — e vedo anche oggi, 

Nou aitriraenti che jier pelle talpe. 

Nel 1818 il conte Claudio tornò con la famiglia a Parma, 
dove il piccolo Filippo fu operato da un oculista che godeva 
molto credito. L'operazione, però, fatta per abbassamento, fallì 
interamente nell'o chio destro, e nel sinistro lasciò scoperto poco 
\nii d'un terzo della (lupilla. Da quel piccolo e informe pertugio 
egli potè vedere il mondo esteriore e scrivere, ma leggere non 
j)otè mai che a grande stento, e si dovette valere degli occhi 
altrui. 

Alla fine del 1820 il conte Claudio toi'uò con la moglie e 
il tìglio a Barcellona. 

Le vicende di Spagna di quegli auni, alle quali il conte 
Claudio prese parte come liberale e guardia nazionale a cavallo, 
furono infauste alla famiglia Linati. Claudio rimase prigioniero : 
sua moglie ebbe la confisca e l'esilio. La contessa riparò col 
figlio e con una minor figliuola, Emanuella, presso suo suocero 
a Parma, dove arrivarono il 23 novembre 1823 e dove il 3 
del mese successivo donna Isabella diede alla luce un" altra 
bambina, cui fu imposto il nome di Leocadia. A Parma era ri- 
masto un altro tìgliolino, Camillo, grazioso e intelligente (1). 

11 9 aprile del 1824 fu pronunziata condanna di morte 
contro il conte Claudio, e, conseguenza facile a prevedersi, la 
famiglia Linati fu abbandonata dai conoscenti e dai così detti 
amici. La vita riservata e ritiratissima di donna Isabella fu in 
gran parte dedicata all' istruzione e all'educazione del suo Filippo, 
a cui fu anche dato un lettore per un'ora ogni giorno. Ma più 

(1) Nac(iue in Panna il 1° luglio del 18J0. Destiuato alla carriera delle 
anni, fu messo in un collegio militare spagnuolo; entrò poi neiresercito pie- 
montese, e fece onorevolmente le campagne del 'iS, '49, '59 e '66. Si se- 
g'nalò per atti di coraggio e di carità nell'invasione colerica del '5b, e me- 
ritò per questo la medaglia d'argento al valor civile. 

Ora è Maggior Generale a riposo, e vive a Torino. 

Arch. Stor. Par.m., IV. 12 



178 COMMEMORVZIONE DEL PRESIDENTE 

di tutto contribuì a svegliare e a nutrire la mente del fanciullo 
la conversazione dell'avolo, uomo di vasta e moltiplice dottrina. 

A nove anni Filippo fu di nuovo operato da un famoso 
oculista r-he passava da Parma ; ma anche questa operazione non 
ebbe altro effetto che di rinnovare inutilmente lunghe e aspre 
sofferenze, che misero a letto lo sventurato fanciullo. A letto, 
Filippo, non potendo tollerare il tedio dell'ozio, e avendo osser- 
vato che il nonno imitava con cera vergine la cristalizzazioue di 
minerali che aveva raccolti in gran copia, volle provarsi anche 
lui in quel lavoro, e imparò a plasmare figure d'uomini e d'ani- 
mali, ornati, stemmi, ecc. Questi esercizi nella plastica furono 
poi una delle sue più gradite o-cupazioni sino ai cinquant'anni. 

Quattro volte dal 1821 al 1836 donna Isabella condusse 
Filippo in Spagna. In quegli anni il giovinetto prese amore alla 
musica, che coltivò meglio che da dilettante: sonava il piano- 
forte; interpretava felicemente la musica più in voga, e compo- 
neva dei ballabili, che gli procurarono il plauso de' bongustai 
e la tenera ammirazione di graziose signore, come egli stesso 
ricorda, non senza compiacenza, in un suo scritto autobiografico, 
confessando candidamente che il suo cuore ebbe sempre « una 
certa propensione verso l'altro sesso » (1). 

(1) l'ag. 15 dell' Autobiografia. 

L'autobiografia del Linati ha una storia. — Un'egregia e modestissima 
signorina, tutta studio e religione, la sip-norina Romea Brozzi, ora uovizia in 
questo Collegio delle Orsoline, carissima per la sua bontà e pel suo ingegno 
al Linati, ottenne, dopo « insistenti preghiere », che il conte dettasse « le 
memorie della sua vita ». 

Le « dettò solo per me », scrivo la signorina, e io « lo raccolsi col- 
l'animo commosso di riverenza o d'amore ». 

LTscirono con questo titolo: Linati e 1»^ sne Opere — Memorie aulo- 
hiogra/ichi', del Conte e Senatore Filippo Linati »; Comiìcndiosa rassegna 
de' suoi scritti — per R. B. — Parma ; Battei, 1896. 

Questa « rassegna > bibliografica (non definitiva, ma jireziosa ]ierche ci 
dà modo di fare delle aggiunte a quella che si poteva compilare col Cata- 
logo della Palatina, e con un Elenco delle opere del Linati preparato dal- 
l'esimio e compianto comm. Vayra) è così sottoscritta: Romba Brozzi — 
Insegnante di Storia e Geografia neW Istituto Normale di Teramo^ Parma, 
17 Settembre 1896. 

Le citazioni di passi dell'autobiografia si riferiscono all'edizione fattane 
dalla signorina Brozzi. 



CONTE FILIPPO I.INATI 170 

Doumi Isabella, ricuperati i beui che le erano stati couti^cati 
nel 1824. lasciò la Spagna, passò con Filippo a Bruxelles, dove, 
reduce dal Messico, si trovava suo marito, col quale stette tre 
mesi, sempre insieme col figlio: poi ritornò a Parma. Qui 
Filippo, sotto la sapiente direzione del nonno, continuò i suoi 
studi, nel modo, s' intende, come glielo permetteva la vista, cioè 
faticosamente e imperfettamente. 

Nessuno gli aveva insegnato a leggere e scrivere: ma avendo 
visto qualche esemplare di calligrafìa de' suoi fratelli, a grossi 
caratteri, Filippo s" ingegnò d" imitarli. 

Non si era neanche pensato di fargli studiare la gramma- 
tica, ma, per compenso, gli erano state fatte molte letture clas- 
siche, le quali prepararono in lui le qu;ilità di scrittore. Cominciò 
infatti sin da quegli anni a scrivere prose e versi. Piacquero al 
nonno quei primi saggi. 11 padre, invece, col quale Filippo si 
trovò di nuovo nel 1>^:!0 a Lugano, lettine alcuni, sconsigliò il 
(iglio dal coltivare gli studi letterari dicendogli ruvidamente che 
non sarebbe mai riuscito a nulhi. 

A questa spietata predizione, che il tempo doveva dimostrare 

Lo scritto autobiografico del Liuati fu consegnato a me, pochissimi 
giorni dopo la sua morte, dairouorandissimo mio amico Padre Cherubino 
dei Carmelitani, intimo e confidente de! conte. 

I;0 lessi senza metter tempo in mezzo, e m'affrettai a restituirlo al 
Padre, il quale me ne mandò poi le bozze, dove notai che 1' editore s'era 
permesso o, forse, a suo giudizio, s'era fatto un dovere,di sostituire la terza 
persona alla prima, sicché le memorie figuravano, non dettate dal conte, ma 
scritte da un altro. D' un'autobiografia, in somma, era stata fatta una bio- 
grafia, la quale fu inserita nel giornale La Lega lotnbarda, dove il Linati 
aveva pubblicato non pochi articoli. 

Porta precisamente questo titolo; Memorie circa la vita dd Conte 
Guìuin Filippo Linati. Senatun del Ikgnu, ed è preceduta da questa breve 
avvertenza : « Un illustre amico del conte Linati ci comunica queste noto 
liiografiche, che volentieri pubblichiamo, pur lasciando a chi scrisse la re- 
sponsabilità di alcuni giudizi e di alcune asserzioni. — Esse servono ad 
illustrare la memoria d' un personaggio che per vari titoli, e specialmente 
per la robustezza e la versatilità dell'ingegno, usci dalla comune degli uo- 
mini e meritò la riconoscenza de' suoi concittadini, e nello stesso tempo ci 
forniscono qualche nuovo dettaglio a proposito di qualcuno fra quegli avve- 
nimenti che contribuirono all'attuale ordinamento dello Stato italiano ». 



l 



180 COMMEMORAZIONE DEL PRESIDENTE 

anche fallace, il povero figliuolo restò umiliato : nonostante, se- 
guitò ne' prediletti esercizi, che dovevau fare di lui un prosatore 
severo e un facile ed elegante poeta. 

Quaudo nel marzo del 1831 donna Isabella si sgravò d'una 
bambina, Filippo vide di nuovo e per l' ultima volta suo padre. 
« Il suo carattere serio e poco espansivo », scrive Filippo nelle 
sue memorie autobiografiche, « m' ispirava piìi rispetto c-lie afte- 
zione » (1). 

Era imminente la rivoluzione che prese poi il nome da quel- 
l'anno. A Parma la precorse uua procellosa dimostrazione di studenti 
dell'univcisità, accesi da una « terribile prolusione » di ]\lace- 
doiiio Melloni. La Scuola di Fisica fu chiusa, e otto dei giovani 
più ardenti e risoluti furono imprigionati nel Castello di Com- 
piano. Le « stoltezze » del governo « misero il primo fuoco alla 
paglia » (2). La duchessa Maria Luigia abbandonò la città, che si 

(1) Pag. 16. 

(2) Le parole che ho virgolettate, si leggono uell' interessante e assen- 
nata monografia dell'onorando nostro collega Emilio Casa : / inoli rivolu- 
zunari accaduti in Puìiii'i nel 1S31. Parma; Tip. G. Ferrari e figli ; 1895. 

Sulla detenzione degli otto giovani nel Castello di Compiano, accennata 
nel giudiziosissimo libro del cav. Casa, potrei dir molte cose, le quali però 
occuperebbero qui un posto troppo largo. A ogni modo, giacché l'opportunità 
si presenta, devo spiegare perchè quella prigionia potè esser « piena delle 
spensierate allegrezze che uua comitiva di giovanotti sa far nascere in ogni 
occasione e in ogni luogo ». 

Emilio Róndaui, mio padre, di fedice memoria, che, per onor suo e della 
mia famiglia, fu uno degli otto detenuti di Compiano, riciirdava con grati- 
tudine, meritano d'esser ricordati con gratitudine da tutti, i due uomini 
egregi e ottimi, ai ijuali fu affidata la vita di quei giovani : il comandautc 
della fortezza, capitano Gandoltì, — eroe memorato della ijrandG armala, 
glorioso di tre baionettate nel petto, conosciuto personalmente e stimato da 
Napoleone, — e il medico di quelle prigioni di Stato, Calonga, virtuo,so Car- 
bonaro, padre, se non m' inganno, di quel dottor Calonga che parecchi anni 
fa aveva una farmacia in Via Cavour. 

Tutte le agevolezze che l'alletto, l' indulgenza e la generosità potevan 
permettere ai detenuti, furono spontaneamente, e direi quasi giulivamente, 
usate dal comandante. Tanto quel prode amava la gioventìi leale e corag- 
giosa. 

Avvezzo a non misurare i rischi, spinse una volta la sua benevolenza 
sino ad avvertire que' suoi « cari ragazzi » che si aspettava un'ispezione 



CONTE FIUHPO LINATI 1^1 

elesse un govorno provvisorio, di cui fu nominato presidente l'avo 
l»;iterno del Liuati, Filippo, ricordato dianzi. Kistaurato il governo 

(la un'ora all'altra. Fu in quella circostaii/a elio Antonio Gallenga bruciò il 
manoscritto di un suo poemetto, / DclumUi di Compiano^ del quale mio 
padre rammentava alcune ottave, e di cui ricordo anch' io un verso di quella 
in cui era descritto quel buon tomo di Werckleiu. 

Bella profonda e intrepida bontà del dottor Calonga i detenuti ebbero 
una prova, di cui valutarono più tardi la straordinaria importanza. Una 
mattina per tempissimo, il medico venne a visitarli e raccomandò premuro- 
samente, anzi impose con tenera ma enerj^ica sollecitudine, a tutti e a cia- 
scuno di darsi ammalati. 

Si seppe molto dopo che un distaccamento di soldati austriaci era pas- 
sato di là con l'ordine di trasportare, se trasportabili, i detenuti, i quali 
dovevano essere internati. 

Felici nella tranquillità della loro coscienza, il capitano Gandolfl e il 
dott. Calonga avevano assunta, senza esitazione, la jìcricolosa responsabilità 
di salvare in tal modo quegli innocenti. 

Uomini d'altri tempi. — Dio benedica la loro memoria I 



L'onorando signor Vittorio Benassi, vecchio amico della mia famiglia, 
il quale, pel privilegio d' una memoria mai-avigliosa, è come una cronaca 
vivente, si rammenta benissimo della voce, corsa allora, che i detenuti di 
Compiano dovevano essere trasportati a Piacenza. In quella fortezza, però, il 
convoglio non avrebbe fatto che una sosta. — Una signora di parte liberale, 
una signora di gran senno e di molta energia, che proteggeva il Gallenga 
come una donna sa proteggere un uomo, e che poteva dirgli : « abbiam 
modo di spiare i segreti della polizia, come se leggessimo al di sopra delle 
spalle d'ogni suo scrivano », aveva dato al suo giovane amico una notizia, 
positiva, che gli fece correre « un brivido « per le vene. « Le intenzioni 
del Governo », gli aveva detto. « non sono più un mistero ; si è perduta 

ogni fiducia nelle nostre prigioni italiane Si tratta si tratta di mandarvi 

allo Spielberg ». V. Gallenga: La nostra prima Carovana. Torino; Direz. 
delii Eivista Contemporanea, 1857, p. 60 

Qui mi si ripresenta il dubbio che i soldati che dovevano trasportar da 
Compiano i detenuti, fossero, non austriaci, ma ungheresi, che erano allora 
in buon numfro da queste parti, dove più tardi lasciarono un loro cappel- 
lano (il Neuschel) vescovo di Parma. — Il Reggimento a cui apparteneva 
il Xeuschel. si trovava a Casalmaggiore quando (non so precisare l'anno) 
alla Corte di Parma ammalò gravemente una camerista che non parlava 
bene che l'ungherese, e venne chiesto d'urgenza, come confessore, il cappel- 
lano di quei Reggimento P'u la sua fortuna. — 



li^2 COMMEMORAZIONE DEL PRESIDENTE 

ducalo daU'anui aii^triaclie il 13 marzo di qucirauDO, il vecchio 
Liaati non volle sottrarsi al giudizio che lo aspettava e si lasciò 
carcerare. Il processo contro di lui fu cominciato senza indugi, e 
finì il 7 d'agosto con la piena assoluzione di quell'insigne e he- 
neraerito cittadino. 

Nuovi patimenti fisici tollerò in quegli anni il nostro Fi- 
lippo ; ammalò, prima di meningite, poi di febbri intermittenti: 
altre due volte fu operato all'occhio destro, che era rimasto, e 
rimase poi sempre, estinto, mentre nel sinistro non restava e non 
restò mai scoperta che una terza parte della pupilla, e, bisogna 
anche aggiungere, d'un occhio difettosissimo per estrema miopia. 

Ne furono meno crudeli gli aifanni morali. Deluso in una 
tenera e profonda passione amorosa, il povero Filippo s'abbandonò 
a una disperata tristezza, a cui si associò un « misantropico 
scetticismo », che. — invece d'aiutarlo a superare l'acuta crisi co- 
minciando nel suo animo quel lavoro salutare di riflessioni e 
considerazioni che a poco a poco prepara una virile rassegnazione 
e diverte non oziosamente a nuove cose le migliori facoltà del- 
l'uomo, — lo inselvatich'i e lo tenne per lungo tempo in soli- 
tudine, cruciato e impotente in faccia al suo dolore. Era già 
vecchio quando scriveva: « La ferita aperta nel mio cuore da 
quella creatura non si rimarginò più mai, ed oggi, dopo tanti 
avvenimenti e tanto tempo, quella ferita dà sangue e amareggia 
ancora l'animo mio » (1). 

Dice un'antica sentenza: — la gioia fa il pittore; l'infe- 
licità, il poeta. — Ho. parlato non brevemente di quel travaglio 
di spirito del giovine Linati, perchè fu principalissima causa, non 
solo della mestizia, com' è troppo naturale, ma anche dalla rara 
bellezza de' suoi versi infimi. Tutto grazia e malinconia è il breve 
canto Alla mia Bornia: a Parma divenne popolare. Si legge in 
im piccolo volume stampato nel 1839 nella tipografia Donati. 
Anche perchè oramai quella prima raccolta di versi è molto rara, 
mi sia lecito di tornarlo alla luce, della quale è degnissimo. 

L'essere quei soldati di quella nobile razza permetterebbe di supporre 
che il cuore di patriotta del loro comandante si lasciasse persuadere molto 
facilmente che i giovani prigionieri non si potevan muovere dai loro letti. 

(!) Mem. autob. p. 19. 



CON'TE Filippo MXATr 1 S^' 

D'ogni siicranza vedovo 
l)'ogiii dolcezza ]irivo; 
De' prischi lauri iininemore 
Al duol soltanto io vivo. 
Che vai Febea corona 
A chi negletto muor V 
Non ha hi vita un fior 

Se amor noi dona. 

Non più il mio canto amabili 

alteri sensi ispira, 
Più de^li eroi le fervide 
Alme non desta all' ira : 
Sull'arpa mia non suona 
Che r inno del dolor: 
Non ha la vita un fior 

Se amor noi dona. 

Vieni, donzella, il candido 
Sen sovra il sen mi posa, 
Porgi al mio labbro cupido 

1 labbri tuoi di rosa, 
Le dolci a me ridona 
Gioje del primo ardor. 
Non ha la vita un fior 

Se amor noi dona 

Fin che a' tuoi sogni rosei 
Ride l'età fiorita 
E del diletto il calice 
A delibar t' invita, 
Dell'alma t'abbandona 
Ai caldi affetti ancor. 
Non ha la vita un fior 

Se amor noi dona. 

Che dico io mai ? Tu in lacrime 
La speme mia volgesti ; 
Se tu m'amassi, o vergine, 
Duol del mio duolo avresti. 
La mente invan ragiona 
Quando favella il cor, 
Non ha la vita un fior 

Se amor noi dona. 



184 COMMEMORAZIONE DEL Pl^^ESIPENTE 

Come viola pallida 
Tolta allo stel uatio 
Io luancherò sul rapido 
Mattili del viver mio, 
E sul mio sasso prona 
Tu dirai forse allor : 
Non ha la vita uu fior 

Se amor noi dona. 

Sul finire del 1832 il padre di Filippo ritornava nel Mes- 
sico, e la madre si rimetteva in viaggio per la Spagna a riven- 
dicarvi una seconda volta i beni, che le erano stati di nuovo 
confiscati per la partecipazione del conte Claudio ai moti del 
1830. Erano con lei Filippo e le sue tre sorelline. 

A Barcellona Filippo ritrovò le sue cuginette, colle quali aveva 
passata una parte della sua puerizia. Erano divenute eleganti 
signorine, briose e sollazzevoli. Non fu però attratto dai loro 
divertimenti, che, a quanto pare, erano continui e tali da non 
lasciar posto, non dico al proposito, ma nemmeno al pensiero di 
far qualche studio. Filippo fuggiva ogni compagnia ; amava i 
luoghi più deserti, passeggiava sulla riva del mare dove, egli 
scrive, « trovavo nella sua immensità e ne' suoi ruggiti fra le 
tenebre notturne un gradito pascolò alla mia tristezza » (1). 

Le ottave che diresse piii tardi ad Agostino Gagnoli, amico 
suo vero, riflettono quella tristezza. 11 dolore è ancora profondo, 
ma il poeta lo considera oramai con virile altezza di mente ; 
spera in qualche illusione; si conforta nell'amicizia d'un uomo 
così degno. Questo ragionare della propria passione, che può es- 
sere sommamente poetico, come è, per esempio, nel Leopardi, 
solleva l'animo del paziento a cui procura uno sfogo ; e se 
tale sfogo si esprime in un'opera d'arte di cui l'autore si com- 
piaccia, allo sfogo s'accompagna, ridesto e l)ramoso, l'eterno sen- 
timento che nemmeno l'amore può spegnere: l'orgoglio. 

In tale stato d'animo era certamente Filippo Linati quando 
scrisse le magistrali stanze Ad Agostino Cagtwìi, che sono, a 
mio giudizio, la più robusta e la meglio lavorata delle sue poesie. 

{{) Meni, autoh. p. 21. 



roXTK FTl.irPO I.INATI 1^.' 



Mo re]nignante invan trasse mia stella 
A vagar lungi dalle patrie sponde ; 
E l'etnèa sorger vidi alba più bella, 
E il sol tuffarsi nelT atlantic' onde ; 
Vidi terre, città, borghi e castella, 
Ubertose vallee, piagge infeconde. 
Rupi che la gran fronte ergono ai cicli 
Incoronate di perpetui geli. 



La gloria indi, ne invan, teudea novella 
Insidia al cor che a sue lusinghe apersi ; 
Donoinnii un' arpa e all'armonia di quella 
Di più soave pianto il volto aspersi : 
E spesso l'amorosa verginella 
Dal snon pendea degl' ispirati versi, 
E lamentando giva a' miei lamenti 
Il fuggir dei più verdi anni ridenti. 



Ma poiché s' apre al dolce tuo conforto 
Il cor che d' ogni affetto orbo languiva, 
Vieni, e dal volto addolorato e .>morto 
Tergi la mesta lacrima furtiva : 
E la fidanza, e l'estro antico e' 1 morto 
Ardir subitamente in me ravviva. 
Onde brev' ora alnien de' miei prim' anni 
Ai cari sogni io torni, e ai lieti inganni. 

1/ Il dicembre del 1838 morì al Messico Claudio Linati. 
La moglie sentì gravemente quella perdita; non no lìi molto 
a fHitto il tìglio, che non lo aveva visto che due sole volte e in 
tutto non aveva passato con lui jiiù di sei mesi. 

Donna Isabella doveva provvedere albavvenire del minor 
tìglio, Camillo, quattordicenne. D" accordo con suo suocero, deli- 
berò <U metterlo in un collegio militare di Spagna ; se non che 
ci sarebbe dovuto entrare prima del quindicesimo anno. Non 
potendolo condurre, obbligata com'era dagli attari a restare a 
Parma, prese coraggiosamente una risoluzione: lo af^dò a Filippo. 

Dio li protesse : i due fratelli arrivarono senza inconve- 
nienti a Barcellcna, dove Camillo fu subito chiuso nel collegio 



19>C) COMMRMORAZTOXE PRT, PRESIDENTE 

iiiilitaru, e Filippo, ospitato da iiu suo zio, aspettò la madre, 
che arrivò sette mesi dopo. 

Tumultuoso e sanguiuoso fu il 'o4 per la Spagna. Ferdi- 
nando VII, morto l'auno prima, aveva lasciata erede la maggiore 
delle due sue figlie, Isabella II, sotto la reggenza della regina 
vedova. Maria Cristina, non tenendo in nessun conto i desideri, 
diritti che fossero, di suo fratello Don Carlos. I Cartisti sol- 
levarono contro Isabella le provinole basche, dove il pretendente 
fu proclamato re col titolo di Carlo V. La reggente non ebbe 
la forza o il coraggio di resistere ; cercò l'aiuto dei liberali, 
diede uno statuto rappresentativo, che, appunto ai liberali, pei 
quali era fatto, parve insufficiente. 

Notevole nell'autobiografia del Linati la pagina che ricorda 
quegli avvenimenti, e spiega la reazione che essi operarono nel- 
l'animo di quel giovine, il quale, nonostante che fosse nato in 
una famiglia eroicamente devota alla libertà, dovette prendere 
in avversione i liberali. 

Nella notte dal 25 al 26 luglio i conventi di Spagna fu- 
rono assaliti da genti furibonde: seicento conventi furono in 
poche ore atterrati ; i monaci bruciati, o in altri barbari modi 
uccisi, fugati. Barcellona non fu meno funestata dell'altre 
città. Otto giorni dopo, vi eutiò il capitaLO generale della Ca- 
talogna per reprimere l'insurrezione, ma gli furono sedotti i 
soldati, fu assalito indifeso nel ^uo palazzo, trucidato con sel- 
vaggia ferocia e buttato sopra una catasta nella quale bruciavano 
i registri di polizia. Simili scene contristarono la Spagna in tutto 
quel terribile '34. Nell'anno successivo continuò l' infausta guerra 
tra Carlisti e Cristini. 

Disgustata di quel soggiorno, la contessa Linati tornò con 
la famiglia a Parma, dove era anche chiamata dal dovere di 
assistere suo suocero, oramai vecchissimo. Qui il giovine Filippo 
potè attendere in pace a' suoi studi letterari. Avendo imparato 
un poco d' inglese, fece traduzioni da Byron, allora in voga, che 
restarono inedite. Pubblicò invece poesie originali, che furono poi 
raccolte nel volumetto che abbiamo accennato, edito nel '39. 

Agli studi letterari cominciò nel '41 ad associare quelli 
della filosofia, della fisiologia trascendentale e del magnetismo 



fONTK Pn.rPPi» T.INATT 15^7 

aiiiniale. rurioso studio codesto, clic (jiii a\c\a un passiouuto 
cultore Del conte Jacopo Sanvitale, a cui dava <,'loria la poesia 
e conferiva l'universale reverenza l'indomabile amor patrio. 

Questi nuovi studi obbligarono il Linati a formarsi una 
complessa dottrina scientifica : dovi- occuparsi con lunga pazienza 
di storia naturale, di fìsif-n, di chimica, di anatomia, di psicologia. 

Viveva raccolto e tranquillo in queste occupazioni quando 
a tutt" altra attività lo chiamarono i nuovi doveri dei nuovi 
tempi. Col suo temperamento e con la sua educazione il Linati 
doveva necessariamente .mentire tutte le eccitatrici speranze del 
1 846 e partecipare poi a tutte le lotte e a tutte le riscosse 
patriottiche. In quell'anno si stac(ò da'suoi amici del governo e 
si riavvicinò ai liberali, che piìi non amava, o che credeva di non 
amar piìi, dopo gli orrori veduti nella povera Spagna. 

Morta Maria Luigia, nel 1847. il conte Linati. che non fu 
mai un uomo fortunato, entrò, con intendimenti non meno in- 
fruttuosi che buoni, nella vita politica. Sui primi insuccessi della 
sua vita pubblica lasciò nelle sue Memorie una pagina mesta, 
la quale, per altro, a chi conobbe lo spirito e gli spiriti del 
Linati, può anche parere qua e là discretamente fai-eta, perchè 
il Linati s'afflisse e s'indignò piìi volte d'esser lasciato in di- 
sparte, ma seppe anche sorridere, da par suo, con alta bonarietà, 
e nel modo come sorride l'uomo ben intenzionato che vede fal- 
lire l'opera sua, e condanna la sua dabbenaggine, pur sentendo 
che alla prima occasione si mostrerà più inesperto e piìi ingenuo 
di prima 

Del resto, comunque si vogliano giudicare quei primi atti, 
dirò così, diplomatici, del conte Linati, la pagina che li ricorda 
appartiene, più che alla biografia del cittadino, alla storia ]>ar- 
mense. la quale in quei dì non fu piccola parte della storia 
d' Italia, e perciò la inserisco qui, a onore del nostro amico, le 
cui intenzioni furono allora, come sempre, ottimissime. « Morta 
Maria Luigia •^. egli scrive, « io fui pregato da' miei nuovi 
amici politici, a recarmi da Carlo Lodovico Duca di Lucca e 
successore di Maria Luigia, onde pregarlo di ascriversi al nu- 
mero dei Principi Riformatori, lo ero caro a quel Principe e mi 
a.veva scritto varie lettere e insignito della sua Chiave d'Oro e 



ISS COMMFMORAZIOXE T)RL PRE^IDEXTE 

della croce di S. Lodovico. Mi vi recai dunque apposta, forzato 
e posso dire a precipizio oude essere il primo ad intrattenerlo 
delle cose del suo uuovo Stato. Egli mi accolse con freddezza e 
sorpresa, e mi pregò di passare da lui un'ora dopo a sentire la 
sua risoluzione. Ma quando vi tornai Egli era già partito per 
Milano. Io feci riattaccare la mia carrozza e ripartii alla volta 
di Parma. Ma giunto con un tempo disastrosissimo (era il 18 
Dicembre) a Voghera, seppi dall'albergntore di colà che il Duca 
era passato e gi ntovi da Fulcini e Soragna. 

Credetti allora una viltà abbandonare il campo, ed io pure, 
invece di Parma, mi volsi a Milano, ove giunsi tra monti di 
neve e col legno spezzato. Per quattro giorni stetti a Milano 
nello stesso albergo ove abitava il Duca, ma per quattro giorni 
furono inutili tutte le mie istanze jer essere ascoltato. 

Me ne tornai dunque a Parma il 23, mortificato ed afflitto. 

Pochi giorni dopo vi venne il Duca e la famiglia, ma io, 
offeso nella mia dignità, non accettai alcun invito da sua parte. 

Venne piìi tardi la rivoluzione del 20 marzo in cui il Duca 
-venne esautorato e voleva andarsene, ma fu trattenuto dal popolo. 
Intanto i Milanesi avevano cacciato gli Austriaci, e Carlo Alberto 
occupata la Lombardia. Allora suggerii al Duca di renderselo 
amico, e mi fece chiamare af^dandomi la missione di conciliarlo 
con quel Re. 

Tutt'altri avrebbe rifiutato, ma io ebbi sempre la dabbenag- 
gine di pormi dalla parte del più debole, e però non seppi ne- 
garmi al suo desiderio. 

Ma anche qui la mia diplomazia doveva fallire perchè quel 
Ke, saputo di che si trattava, non volle ricevermi, e mi mandò 
dal suo Ministro Franzini. Questi che da principio mi aveva 
ascoltato piuttosto male, si rasserenò subito appena seppe eh' io 
era figlio di un Linati, suo antico compagno d'armi. Le trattative 
continuate da altri a Torino, riuscirono alla peggio in modo che 
rimesse le cose in pristino, il Duca fu dall'Austria obbligato ad 
abdicare in favore del figlio. 

Venuto costui a Parma nel settembre di quell'anno m'invitò 
subito alla sua Corte, ma io rifiutai d'andarvi adducendo a pretesto 
la poca mia vista e nessun bisogno che s'aveva di me. Il Duca 



CONTE FILIPPO LIXAT[ 1 H9 

dunque Carlo III mi fece cancellare dal ruolo de' suoi Ciambel- 
lani, ed io mi ridussi ad una vita privatissima, data solo agli 
studi ». 

Agli stuJi ritornò il Liuati con intendimenti civili ; pubblicò 
nel 1848 un'operetta intitolata: Naooi Teorùi del Sistema rap- 
presentativo, che trovò un certo favore nel pubblico. Più tardi, 
tra il '54 e il '56 si occupò con serietà e coraggio degli eterni 
quesiti della pubblica istruzioue, che in Italia, pur troppo, paiono 
destinati a restare senza una soluzione pratica. Persuaso che, in 
questa materia, come in tante altre, è necessaria una forte pre- 
parazione fondata sopra studi comparativi, volle conoscere le 
istituzioni scolastiche della Germania, della Svizzera e del Piemonte. 
Frutto di queste fatiche fu un libro sulle scuole secondarie e 
primarie del Ducato parmense. Il libro conteneva, tra l'altre cose, 
una statistica, la quale fece la dolorosa rivelazione che le scuole 
parmensi erano frequentate da un allievo sopra 80 cittadini. 

La Duchessa, reggente dopo la morte di Carlo III, ne fu 
indignata come d'una menzogna diretta a screditare il governo. 
A codesto sentimento parteciparono altri che stavano in alto, 
tanto che si ventilò la proposta di mettere in prigione l'onesto 
raccoglitore di quei dati statistici. 

Bisogna ricordare che la Reggente vedeva ( e come non 
vedere?) che, dopo il male che suo marito aveva fatto, e il 
peggio che aveva lasciato fare in suo nome, il paese sentiva 
acuto il bisogno di tranquillità e sicurezza, di lavori produttivi 
e di studi ordinati. La Duchessa perciò avrebbe voluto che ogni 
atto del suo governo contribuisse a ridestare in tutte le classi 
della popolazione le speranze feconde una forte fiducia che 
facesse meno tristi e meno pericolosi i recenti ricordi. Si sarebbe 
anche voluto che le famiglie liberali pili in vista si avvicinassero 
al governo; il quale aveva l'occhio a molte cose e principalmente 
all'istruzione pubblica, a cui dedicò non timide cure. Memorabile 
e memorata resta la riforma dell'Università, dove furon chiamati 
a insegnare patriotti conosciutissimi e, come allora si diceva, 
compromessi. Di questo fatto parla con la sua solita equanimità 
Michele Lessona nella vita di Camillo Kóndani, che fu uno dei 
nuovi nominati. Il Lessona sapeva ogni cosa nostra dagli erai- 



190 COMMEi^IOliAZION'E DEL PRESIDENTE 

grati parmigiani a Torino. >.< Quando ueirauuo 1855 », egli 
scrive, « si videro in posto nuovi insegnanti, si disse che in 
quell'anno era avvenuto in Parma un 1848 in toga » (1). 

(1) Nalurali:>li iLaliani — Roma, Soimaaruga, I8?ii — p. lOò. 

Con la stessa imparzialità ricordano il tatto anche gli altri biografi di 
mio zio. V. Cenni sulla Vila e sulle Opere del Prof. Ccunillo Róndani per 
il D.r Alberto Del Praia - Parma; Ferrari e figli, 188!, p. 12. — G. B. Ja- 
nelli : Appendice al Diz. dei Parmigiani illustri. — Angelo Silva: Camillo 
Róndani: Commemorazione; Parma; L. Battei, 1881, p. 3i. 

Camillo Kóndaui era stato il jìredilctto discepolo di Macedonio ^[elioni. 
Nel '31 aveva preso parte a una spedizione di volontari, abortita, se m' è 
lecito dir cosi, pel precipitoso mutar degli eventi. Già celebre come entomo- 
logo nel 'i8, notissimo per le suo opiiiioni e jiel suo carattere, era stato 
eletto, in quell'anno, Deputato nel Circolo di Traversetolo, a voti quasi 
unanimi. 

E strano che sia stato dimenticato nell' Elenco (ufficialissimo) dei De- 
putali dal i84<^ a oggi., edito iioll<; feste nazionali del 1898. 

La pubblicazione del risultato delle elezioni nell'ex-ducato parmense nel 
1848 fu fatta nel Foglio UUlciale di Pinna (N. 2ri ; lunedì 24 luglio), nel 
(juale, tra i proclamati eletti, figura, pel Circolo di Traver.'ìetolo, Camillo 
Kondani. — 11 giorno prima, Z,' Unione Italiana (giornale che usciva qui) 
aveva data la notizia dei risultati non dimenticando quel nome. 

V. in proposito: Gazzetta di Parola dell' 8, 1?, 21 e 22 maggio 1898. 

La politica oculata del governo, il quale, nei primordi della Reggenza, 
aveva s^nza dubbio delle intenzioni ottime, non trascurava nulla. Sono ab- 
bastanza vecchio per ricordarmi d'un piccolo fatto sintomatico di quei giorni. 
Mio zio, che era Direttore d' un Istituto Agrario annesso alla sua cattedra 
di Agronomia., riceveva frequenti visite dal Presidente del Magistrato degli 
Studi (quel che oggi si direlibe Ministro dell' Istruzione [lubblica) marchese 
Gian Francesco Pallavicino (fratello del Ministro degli Esteri), e con lui era 
entrato in cordiale dimestichezza. 

Fn giorno il Presidente, senza tanti preamboli, gli dice: Professore, i 
suoi antenati tennero per vari secoli il primo posto in un paese al confine 
ilello Stato. Dovrebbe domandare per la sua famiglia il titolo niarchesale. 
Basta una semplice istanza. 

Mio zio, scienziato nato, che non conosceva nemmeno V stemma della 
sua casa, restò lì confuso e si schermì alla meglio : se uon che più tardi 
furono così stringenti le cortesi insistenze del Pallavicino che mio zio ne 
dovè pirlare a mio padre, che era il solo della famiglia che avesse discen 
■ lenza. Di quel colloquio mi rammento abbastanza bene. 

Com'era naturale, i miei vecchi ringraziarono. Mio zio poteva, e doveva, 
accettar k cattedra, partecipando in tal modo a un atto collettivo approvato 



CONTE FILIPPO MMATI 1!»1 

Si capisce come la Duchessa fosse addolorata dalla statistica 
del Linati, e come la prima impressione che ne aveva ricevuta, 
fosse quella d'una calunnia. Quando però una diligente statistica 
ufficiale, ordinata per riscontrare quella del privato cittadino, 
diede lo stesso risultato, il Liiiati parve, non più un colpevole, 
ma un benemerito, come effettivamente era, e i suoi consigli 
furono rispettosamente accolti. Infatti, dopo quel libro, vennero 
istituite anche a Parma le scuole femminili, le quali, cosa incre- 
dibile e vera, non c'orano ancora. 

dai liberali ; ma la famiglia non avrebbe potuto seguire il consiglio (evideu 
temente ufficiale) del Presidente senza dare al governo un segno e una prova 
di particolare adesione. 

Non paiano inopportune le note e le noticine che metto a questo scritto 
commemorativo d" un uomo: chi ha li penna in mano non deve mai trasau- 
dare l'occasione di lasciar memoria di certi fatti ; dico dei fatti che, per 
quanto piccoli, e circoscritti nelle loro conseguenze, servono a lumeggiar qua 
e là il quadro della storia. Talvolta l'aneddoto spiega l'avvenimento. 

E che cosa fanno, in sostanza, le Deputazioni di Storia palriu se non 
questo minuto lavoro studiando cose antiche su antichi documenti ? Se è 
oggetto di raffronti eruditi e di austere meditazioni l' inventario autentico 
(Iella biancheria d' una marchesana del Quattrocento, o l'atto di donazione 
d' un palmo di terreno fatta a un'abbazia nel Trecento, sarebbe curiosa che 
si lasciasse inutilment'! passar l'opportunità d'accennar fonti o notizie di 
storia moderna. Sarebbe curiosa che, mentre cerchiamo d'appurare i fatti 
antichi, tramandassimo volontariamente qualche enimma di storia contem- 
poranea alle Deputazioni che tra qualche secolo faranno lo stesso lavoro sui 
fatti no.stri. 

Bisogna tener conto anche delle piccole cose, le quali talvolta sono la 
causa non avvertita delle grandi. La diligente politica del governo della 
Duchessa, nonostante gli errori commessi più tardi dagli uomini di quel 
governo, mancò poco che non lasciasse una pericolosa soluzione di continuità 
neirnnifìcazione italiana Dopo la guerr.i ilei 'ò'.t, il Ducato p irmense si trovò 
in tal posiziono diplomatica che Vittorio P^manucle e Rattazzi tremarono 
considerando le possibili difficoltà di annettere queste provincie al Piemonte. 

Nella biografia del Linati, ricordata a pag. 178, si legge che quando il 
conte presentò a Napoleone IH una protesta di Parmigiani e Piacentini 
contro il ristabilimento dei Borboni nel Parmense, TLuperatore ebbe la cor- 
tesia di discutere « con lui come da privato a privato la questione del Du- 
cato di Parma, che a lui pareva giusto si restituisse ai Borboni ». 

La misericordia di Dio, non la sapienza degli uomini, ci scampò anche 
da quel pericolo. 



102 COMME.MORAZI0:^E DEL PRliSrOEXTE 

Ti-auquillo, se non tVlice, il coute Linati attendeva a tutti 
questi studi, quando fu improvvisamente percosso da nuove sven- 
ture. Sua sorella Albina, che era in collegio e stava per compiervi 
la sua educazione, « assoggettossi a delle rouvulsioni, che obbliga- 
rono a levarla di lì ^ (1). Fu condotta presso la madre, a Barcellona, 
dove morì di tifo un mese dopo, a quindici anni. A questa luttuosa 
scomparsa seguì non meno rapida quella d'un'altra sorella, Leocadia, 
che morì di parto. La povera madre, con uno di quei lunghi e 
continuati sforzi di reazione a cui l'organismo umano soccombe 
anche quando par che l'animo lo domini e lo disciplini, soprav- 
visse due anni a quel duplice lutto, cioè sino al 5 gennaio del 1856, 
occupatissima sino agli ultimi suoi giorni a riordinare a' suoi cari 
superstiti il patrimonio, che aveva purgato di tutte ^ le passività 
coQ un'amministrazione saggia e non gretta, signorile e prudente. 
'< La sua morte », scrive Filippo, « mi arricchì, ma se essa 
« fosse vissuta 15 anni ancora, avrebbe impedito colla sola sua 
« presenza ch'io facessi una quantità di spropositi che ulterior- 
« mente mi impoverirono » (2). 

Tre anni dopo la morte di sua madre, il Linati pubblicò 
la miggiore delle sue opere scientifiche, quella sul Planisfero, 
nella quale, come egli scrisse modestamente e sinceramente, volle 
« dimostrare che quanto la Religione c'insegna intorno alla vita 
dell'umanità passata e futura era noto agli antichissimi sapienti 
e lo avevano scritto nelle costellazioni onde potesse sopravvivere 
ai cataclismi di natura ed alle invasioni barbariche » (3). 

Per questa pubblicazione il Liuati fu ascritto a una (|uiii- 
dicina d'istituti accademici. 

Quest opera, uscita nel '50, segua pel Linati la line della 
vita cliiusa* di studioso. Coi [irimi fatti storici di quell'anno 
comincia la sua vita politica, la quale più tardi lasciò ancora 
un largo posto agli studi, speciiilmente di tilosotìa. 

La vita politica di Filippo Linati si associa a non pjochi 
fatti di storia e di cronaca: il solo accennarli sarebbe lungo 



(1) Mein. uutob. p. 38. 
r2) Mem. aulob. p. 39. 
(3) Mem aulob. p. 40. 



CONTK FILIPPO UXATI 103 

e ci poiterebboi fuori (lell'ambifo in cui ''i obblio-a a restare la 
legge fondamentale del nostro sodalizio, la quale però non ci 
può vietare di rinfrescar la memoria delle benemerenze civili 
dell'uomo che per tanti anni fu nostro amorevole e autorevole 
presidente. Nelle controversie dei partiti, alle quali il Linati non 
restò sempre estraneo, gli mincurono più volte le soddisfazioni e 
gli onori a cui aveva diritto. Render giustizia alla memoria d'un 
uomo disconosciuto, sia pure soltanto per essere stato franteso, 
non è una riparazione, pur troppo: ma a ogni modo, è un dovere, 
e tal dovere vei'si il nonn' di Filippo Linati è imposto prei'isa- 
ineiite a noi, i-he abbiamo ricevuto dalle sue mani il suo testa- 
mento politico, che è un libro, e ne restiamo l'ousegnatarì e 
custodi, e ne saremo, (|uando che sia, editori. Oggi le passioni 
alle quali nobilmente, ma non sempre mitemente, partecipò il 
Linati, non sono ancora una memoria storica serena. Pel Linafi 
non è ancora cominciata la posterità. 

in questa K. Deputar.ione, però, nella quale sfli studiosi del 
passato hanno il diritto di fare le loro previsioni e di esprimere 
i loro auguri, questo si può e si deve dire: che nella storia della 
nostra regione l'ombra di Filippo Linati si presenterà alta e pura 
a raccogliere tarde, ma durevoli lodi, come già raccoglie il tardo 
pentimento de' suoi concittadini di non aver ascoltato il suo 
giusto e coraggioso consiglio di salvare alla provincie parmensi 
il [latrimonio che apitarteiieva al Ducato. Noi dobbiamo essere, 
non dico soltanto italiani, ma umanitari; alla coudizione però di 
non dimenticare le minori patiie. cioè la provincia e la città in 
cui siara nati. Cosmopoliti sì, ma nel modo come lo era Giu- 
seppe Giusti: 

Prima, padron ili casa in casa mia ; 
Poi cittadino nella mia città ; 
Italiano in Italia, e così vìa 
Discorrendo, uomo nell'umanità : 
Di questo passo do vita per vita, 
E abbraccio tutti e son cosmopolita. 

Con la proposta, dunque, che voleva presentare alla Costi- 
tuente, di rivendicare alle nostre provincie i beni demaniali del 
Ducato che scompariva, il Linati, Italiano in Italia, si trovava 

Arch. Stor. Parm., IV. 13 



194 COMMEMORAZIONE DEL PliESIDENTE 

coscienziosamente d'accordo col Linati cittadino di Parma. La 
proposta però parve inopportuna e antipatriottica nell'Assemblea 
e fuori. Perchè una proposta potesse esser presa in con^iderazione 
era necessario che avesse l'adesione di dieci deputati. Quella del 
Linati non ne raccolse che sette. Io vorrei qui ricordare quei 
nomi, che resterebbero raccomandati alla riconoscente memoria 
dei nostri concittadini; ma due soli m' è riuscito di trovarne, e 
son quelli del prof. Arduini e del dottor Dalia-Turca. — Non 
ammessa all'onore d'una discussione nell'Assemblea, la proposta 
Linati ebbe peggior fortuna nel pubblico, universalmente biasi- 
mata, derisa, compatita. 

Eppure Filippo Linati nou intendeva di proporre altro che 
quello che s'era fatto nel 1848 (1). 

(t) "V. « Atto solenne della proclamazione dei voti del popolo dello àtato 
parmense per la riunione al Regno Sardo ». — Notaio Dottor Antonio Lom- 
bardi e Notaio Dottor Enrico Adorni, 25 inag"gio l'^'iH. — Archicio Noli- 
rile Provinciale di Parma. 

Questo Atto fu stampato nella Tipografia del Governo insieme con la 
Descrizone d'ina Solennità e lo Spercliio dei voti. 

Atti del Parlamento Subalpino Sessione del 1848 Documenti. Unione 
del ducalo di Piacenza agli Stali Saldi, p. 32 e segg. — Unione dei 
Ducati di Farina e Guastalla.^ p. 48 e segg. 

Discussioni parlamentari. Camera dei Deputati. Discussione sulla Legge 
d' unione di Piacenza. Tornata del 22 maggio, p. 48 e segg. Relazione e 
Discussione sul Progetto di Legge d' unione di Parma e Guastalla Tornata 
del 2 giugno, p. 89. 

Senato del Regno. Tornate del 23 e 25 maggio, p. li e 22; e del 5 e 
7 giugno, p. 25 e segg, 

Nell'Alto della proclamazione dei voti del })opolo parmense .^i l^gg^iiu 
queste parole ; 

« Dalla maggioranza grandissima de' quali voti ò determinata la riii 
nione di questo Stato a quello di 8. M il Re Carlo Alberto, la cui sapienza 
promette ai i)opoli istituzioni veramente liberali e civili, dalla cui magnani- 
mità Parma invoca ed attende radempimento di alcuni desiderii quasi uni- 
versali del popolo Parmense, espressi da moltissimi nel dare i loro voti per 
la riunione al Regno Sardo ; e sono : 

« Che Parma sia capo-luogo di provincia, e sede di un Tribunale Su- 
periore. 

Che i beni del patrimonio dello Stato di Parma siano destinati a 
particolar beneficio dello Stato medesimo, e le rendite erogate alle pubbliche 



comi; Fir.ippo lin'au 105 

11 coute Liuiiti rimase iiiclifterente all' opposizione, non cu- 
rante dell'impopolarità, dolente soltanto d'esser franteso, certo 
di aver giustizia nei giorni dell'esperienza e della riflessione. Più 
tardi, infatti, la proposta ch'egli aveva preparata, fu in varie cir- 
costanze ricordata con ben altro dolore da quello che aveva 
suscitato nel '59 ; e .si riconobbe e si disse che il Linati consi- 
gliando un atto di rivile previdenza, aveva anche compiuto un 
atto d* imu]en>o coraggio civile e anche di coraggio personale. 
.Ma, lo dirò con un verso suo, 

11 {leutiinonto iiou rifa il }:assato. 

Il rimpianto e inutile, ma se non avessimo il cuore di 
esprimerlo, offenderemmo la memoria del cittadino e dell' amico, 

istituzioni, ira le quali principalissima l' Università deijli studiì di antica 
fama e splendore ; e così a tutte le altre ohe ,già esistono, come a quelle 
die possono essere dimandate dal bisogno presente, e dal progresso delle 
arti e delle scienze, come fu già disposto nel decreto del Governo provvisorio 
del quattordici maggio corrente ». 

Non si può dire che, in fatto di previdenza, Parma avesse guadagnato 
dal '48 al '59. 

Nella discussione che fece il Senato dell'Atto d'annessione delle prò 
vincie parmensi, il Revel, Ministro delle Finanze, ricalcitrò davanti al voto 
espresso dai Parmensi di voler trasformare in provinciali i beni del Patri- 
monio dello Stato. 

Il debito pubblico di Parma sommava, disse allora il Revel, a circa 
3.900.000 franchi, portanti un interesse di 194.515 franchi; e 1 beni dema- 
niali di tutto lo Stato di Panna, Piacenza e Guastalla fornivano l'annuo 
reddito di franchi 1.159.000. 

Nella sua posizione di Ministro delle Finanze degli Stati Sardi nel mo- 
iLUMito clic il Piemonte stava jier annettersi questa regione, il Revel non si 
jioteva in nessun modo capacitare che i Parmen.si volessero salvar davvero 
alle loro provincie quel po' di reddito. I Parnicnsi, a giudizio del Revel, non 
avovan posta una coudizione, ma avevan espresso un voto astratto, onde 
« i ministri si erano limitati essi pure ad un voto senza entrare in nessuna 
l)romessa ». 

Difese le ragioni dei Parmensi Balbi Pioverà domandando che fossero 
dichiarati provinciali i beni demaniali del Ducato. 

La legge fu approvata « con 31 voti, cioè di tutti i membri presenti ». 
Chiuse la seduta l'Altieri con calde parole di gratitudine ai popoli dei Du- 
cati di Parma e Guastalla, fragorosamente applaudite. 



196 COMMEÌIOIJAZIONE DEL PRESIDENTE 

non tanto forse con l' ingratitudine quanto con l'esempio d'un'ipo- 
crita reticenza. 

Le contrarietà non piegavano il Linati: era uomo di lotta. 
Nel '59 fondò a Parma il giornale lì Patriota, di opposizione, 
e lo diresse e compilò poco meno d'un anno, cioè sino al marzo 
del 1860, quando il Farini, governatore dell'Emilia, lo nominò 
Provveditore agli studi di prima classe per la Provincia di Parma : 
ufficio che tenne soltanto sino all'aprile dell'anno successivo. Tn 
sì breve tempo però seppe fare molte cose buone: istituì le 
Scuole serali e le festive; propose e impiantò la R. Scuola Nor- 
male e quella professionale di Sant'Antonio: (1) chiamò dal Pie 
monte alcune egregie maestro che insegnassero coi metodi nuovi. 

Fra queste si trovò Angelica Ciaudano, che per la dolcezza 
dell'animo, la varia ed elegante cultura e la mente pronta e 
versatile, piacque sommamente al Linati: se non che al conte 
non era permesso d'ammogliarsi, essendo legato dai voti religiosi 
che aveva professati come Cavaliere di Malta, dai quali non 
poteva essere sciolto che dal Pontefice. Ricorse dunque a Lui, 
facendosi raccomandare da buoni e soc("orrevoli amici, i quali, 
vinte non poche difficoltà, gli ottennero la grazia desideratissima. 
Il proscioglimento fu pronunziato il 10 luglio del 1863, e il 15 
del successivo agosto il conte Linati spo:<ò quella degna signorina, 
che gli fu poi compagna amorosissima sin che visse (2). Da lei 
il conte ebbe nel 1867 un figlio, che fu anche lui segnato dal 
destino in modo anche più crudele che non fosse s^ato suo padre. 
Sin dai primi anni fu travagliato da una malattia nervosa, incura- 
bile forse, che non gli concedeva tregua. Nella puerizia e ancor 
pili nella giovinezza manife^^tò un animo franco, talvolta ecces- 
sivamente, un cuor buono, e un ingegno agile e aiuto, dotato 
di molta forza assimilativa, ben disposto cosi agli studi severi 
come a quelli che richiedono immaginazione e buon gusto. Con 
tutto ciò, la mente e il carattere di quel giovine non furono mai 

(1) È queir utilissima e moraiissima scuola, a cui dedicò tante e così 
sapienti cure l'egregia e sempre pianta signora ■Marianna Caggiati nata mar- 
chesa Guerrieri-Gonzaga. 

(2) V Alberto Róndani : Alla cara e venerata memoria della Contessa 
Angelica Linali. — Parma, Battei, 189». 



CONTE FlLIl'lM) LIXATI l!j7 

ili-scipliuabili, i»L'r (luella iiiurbosa Jicivositù che uoii iteimettt'Va 
quiete uè al suo spirito ni' alla sua persoua. 

Tutti noi rirordiamo il contimio dolore e la continua preoc- 
cupazione di quei poveri i^n'iiitori. Il j»adre mantenne sempre la 
sua dolce autorità sul giovinetto; se non clie, nella sua quasi 
cecità, poteva Ijensi ainnjoiiirlo, ii:a non assisterlo e guidarlo. 
Ottimi gì' intendimenti, attentissime le cure della madre ; ma, 
nervosa e sensibile anche lei, non era (orse adatta a migliorare 
lo stato psichico del suo Pierino, dato che tale stato fosse su- 
scettibile d' un miglioramento (1). 

Così, con questa continua afflizione, il conte Linati e la sua 
signora erano arrivati al 1892, anno in cui si rinnovarono quelle 
epidemiche malattie di petto che sono tanto pericolose ai deboli 
per età o per organismo. La contessa, naturalmente gracile, 
alìaticata dagli studi, prostrata da questo incessante patimento 
morale, ammalò, peggiorò precipitosamente: alla metà di gennaio 
ogni speranza era perduta. Il giorno 17 mancò al marito, al 
figlio, agli amici, numerosi e devoti. 

11 conte, nella desolazione in cui lo lasciò questo massimo 
e improvviso lutto, si sentì smarrito, e più che mai impensierito 
e angosciato dalle condizioni di salute e di spirito del figlio, che 
declinavano, si può dire, ogni giorno. 

Due forze morali mantennero ancora per qualche tempo una 
certa resistenza alla fibra fisica, non robusta, e faticatissima, di 
queir uomo : il sentimento dei doveri civili e domestici e la re- 
ligione. 

Dal '59 in poi non s'era concesso riposo. In quell'anno fu 
podestà di Parma e delegato dal nostro Comune a presentare a 
Napoleone III una protesta contro il ristabilimento dei Borboni 
nel Parmense. Memorabile la risposta dell' imperatore, la quale 
consolò Vittorio Emanuele e il suo ministro Rattazzi, che sull? 
sorti di questo ducato avevano, e con ragione, molti dubbi 
penosi : — « Dite ai vostri concittadini eh' io non interverrò, 
e non permetterò che l'Austria intervenga » (2). 

il) Mori a Torino il 17 settenilire del 1900; cinque anni precisi dopo 
la morte di suo padro. 

(2) Forse il Linati, dettando le sue Memorie negli ultimi anni della 



108 COMMEMORAZIONE DEI, PRESIDENTE 

Il 5 settembre di quello stesso anno il Linati fu eletto 
Deputato all'Assemblea parmense, cioè alla Costituente, pel 5° e 
pel 6° Collegio (1). 11 5 dicembre fu iiorairiato membro della 
Depuidzionc scohistica. 

Nel 1860, il 24 di febbraio, fu eletto Consigliere Provin- 
ciale per tre Mandamenti; il K) dello stesso mese fu nominato 
Senatore (2) : il 29 di luglio rientrava nel Consiglio del Comune 
di Parma: membro effettivo della Giunta TU di novembre. 

Viaggiò di nuovo per l'Italia, la Francia e la Spagna, in- 

sua vita, non ricordò la frase precisa di Napoleone III, la quale, secondo 
quello che allora si diceva e ripeteva, sarebbe stata questa: « farò rispettare 
i vostri legittimi voti ». le due frasi, per altro, si equivalgono, se non die 
questa è più nobile e diplomatica. 

Comunque si esprimesse l' Imperatore, le sue parole non devono far 
credere meno grave quello che s' è detto nell'ultima parte della Nota a pag. 
191, rispetto alle difficoltà d'annettere le provincie parmensi al Piemonte. 

Nella biografìa del Linati pubblicata nella Lega lombarda, si legge che 
il conte ottenne quell'assicurazione da Napoleone III soltanto dopo avergli 
fatto « proposta concreta, quella cioè, di costituire pei Borboni di Parma un 
nuovo Stato intitolato : Granducato di Lunigiana, composto di quella regione 
e dell'antico Ducato di Lucca n. 

L'Imperatore « accolse beguinaiiieute » quella proposta e « promise di 
sottoporla al giudizio del prossimo Congresso ». Da parte sua il Linati si 
tenne sicuro che la proposta, che « in quel momento gli tornava utile > 
di fare, « sarebbe rimasta senza effetto ». E, per verità, non c'era proprio altro 
da augurare, perchè, in sostanza, si trattava di regalare ai nostri fratelli 
d' Oltrappennino la dinastia di cui Parma \oleva disfarsi, sconciando così, 
sin dal suo principio, l" unificazione d' Italia. 

Come fossimo preservati da quel pericolo non m"è riuscito di sapere. 
Una cosa sola fu manifesta anche in quella circostanza : l" infinita bontà 
di Dio. 

fi) Il Dittatore Farini aviva ordinato che si radunasse per suffragio 
universale un" assemblea di 60 rappresentanti del Ducato parmense. Si legge 
in proposito nella biografia che dianzi ho ricordata : «e Naturalmente il 
Conte aveva degli amici che ve lo volevano mandare, ma la parte av\ersaria 
prevalendosi della sua qualità di cavaliere di Malta, lo pareggiò ai claustrali, 
ai quali era proibito di prendervi parte. Ci fu da fare e da dire per otte- 
nere dal ministro dell' interno una dichiarazione che i cavalieri di Malta 
non erano claustrali ; ma il Conte ebbe un completo trioufo ; proposto in 
cinque collegi sopra sessanta, egli fu nominato in tre e due ballottaggi ». 

(2) Fu nominato Senatore pel censo - Categoria 21*. 



CONTF. Fir.lI'PO LINATI 100 

sienic con la moglie, nel l.S(ìl, iaccndo noie jirezio.-e che gli 
servirono pel suo opiiscoletlo : Le- aoventnrc rV un Italiano in 
[xpafjnn. Nei due anni successivi pubblicò, oltre a parecchi arti- 
coli in vari periodici, due lavori notevoli : Tjo ReJifjiom: e la 
Scienza e Rnzioiialisnw r Ri-Jìj/ìoìi'', e continuò la sua opera 
sulla Fi.siolof/ia trasccudciitalc. 

Nel 1 f^(ì7 aimiialó e fu obbligato al letto per cinquanta- 
quattro giorni. Appunto allora compose il poema Vaìmgima 
dettandone man mano alla moglie le ottave, metro in cui il Li- 
nati era felicissimo. 

Nel 1871 condusse a termine, ma non come avrebbe vo- 
luto, l'opera sulla fisiologia trascendentale. Quanto egli sperasse 
da questo lavoro si rileva dalle parole con le quali si accom- 
miata, per cosi dire, da quel suo tesoro : « Iddio renda fruttuose 
quelle pagine destinate ad aprire un" èra nuova allumauità » (1). 

Dal '73 al '78, l'onorevole Linati ebbe la Presidenza del- 
l' Amministrazione del R. Collegio Maria Luigia, dove rifece i 
conti, che da quattro anni non erano stati fatti! A questo co- 
spicuo Collegio rivendicò i beni di Talignano e conservò quelli 
di Fontevivo, che il Demanio gli voleva usurpare. 

Esempio di alto decoro nella sventura, il conte Linati era, ne' 
giorni lieti, quel che si dice un uomo di spirito, nel senso più 
geniale della parola. Nei frequenti suoi viaggi, nelle molte e 
varie vicende di cui era stato parte o spettatore, nei rapporti, 
graditi spiacevoli, in cui s' era trovato con tante e sì diverse 
persone, aveva conosciuto molte cose e sentito molti e curiosi 
racconti. Con questa preziosa esperienza e col dono innato della 
parola facile, propria, garbatissima, il Linati doveva essere e fu 
realmente un uomo d' incantevole conversazione. Egli sapeva 
tenerla alta ; ma sapeva anche infiorarla d'osservazioni mondane 
e d'aneddoti graziosi e talvolta piccanti. 

Da questo spirito sano, libero, gentile, vivace, prontissimo, 
scaturiva una poesia satirica spontanea e abbondante, e mirabil- 
mente facile, non solo perchè non vi si avverte il piìi piccolo 
stento, ma anche perchè al Linati costava effettivamente pochis- 
sima fatica. 

(I) Meni, antoh. p ^lO. 



^00 C0MMEM01;AZIU\£ hEL l'iCESlDENTE 

Nella vita gaia di Montecatini, dove più volte gli fui com- 
pagno e dove da lui ebbi aneli" io, da amico ad amico, la mia 
parte di frizzi in versi rimati, lo vidi spesso buttar giù all'im- 
provviso dei souett! burleschi veramente felici anche per la fat- 
tura. Nò molto di più deve aver lavorato attorno a quelli che 
pubblicò, piaciutissimi ai bougustai. 

La forma poetica preferita dal Liiiati è appunto il sonetto, 
nel quale egli ottiene spesso, in uno stile piano e disinvolto, 
signorilmente modesto, e in una lingua senza ricercatezze, la 
perfetta unità e il completo sviluppo d" un pensiero, d" una mas- 
sima, d'un consiglio, d'una lameutauza, d"una confessione, ecc. 

La poesia satirica del Linati ha due argomenti principali: 
la donna e la politica. 

Le delusioni giovanili, che gli avevano avvelenato quegli 
anni « fugaci e brevi », che dovrebbero essere i migliori della 
vita umana ; i dolori che in quegli anni gli era costata la sua 
ingenuità, avevan fatto del Linati un poeta disperatam?nte pa- 
tetico. Se non che, a poco a poco, nonostante qualche fìtta nella 
prima ferita, anche quei dolori divennero memorie, e memorie 
antiche, fonti d'esperienza serena, e d' uno scetticismo ilare, ar- 
guto e facile alle ardite canzonature. Kestava però sempre in 
queir uomo, dotato di gran forza fantastic a. la <- propensione 
verso l'altro sesso », (1) non diminuita dal tempo. 

Ho bisogno di dire a qualche donna : 

— Ti voglio bene, e te ne voglio molto, — 
Sia dotta o indotta, bella o brutta in volto, 
Sia ragazza, sia R]iosa ed anche nonna. 

lo son poeta, ed il poeta assonna 

Se qualche cosa di cantar gli è tolto, 
Ed io ch'estri amorosi ho sempre accolto, 
Se ho da cantare, ho d'uopo d'una gonna 

Tie donne nel veder eh' io m'altatico 
Per lodarle, si credono adorate, 
Mentre di lor non me ne importa un fico. 

(1) Memorie autob. p. 15. 



CONTE FlIJI'ro LINAI 1 201 

Né il rimorso mi logora o mi tedia 
Di remlerle deluse o sventurate, 
Perclii' so ch'esse pur t'an la foiiiinedia. 

11 poeta conosce se stesso (; non lui illusioni; sente di non 
poter fare assegnamento sulle sue (jualità di conquistatore nelle 
hattaglie contro il sesso così detto debole. 

D'uopo saria eh' io fossi stolto e matto 
Per creder che una giovine tua pari 
Bramar potesse d'essere a contatto, 
Di chi, coni' io, sfogliò tanti lunari I 

E vero che d' inchiostro i fogli imbratto 
Meglio di tanti giovani somari. 
Ma sin eh' io m'assomigli al mio ritratto, 
Farò sempre in amor cattivi affari. 

Se il Leopardi fosse arrivato, in buona salute, alla sessan- 
tina, avrebbe forse cantato di se stesso con pari serenità. 

Quando l' uomo è innanzi negli anni, può dominarsi senza 
credersi per questo un eroe. 

Per rendere possibile il peccato, 

Per rinder meritoria l'astensione, 
Bisogna esser tentabile e tentato. 

Ma quando brutto e vecchio è il tentati>re, 
Quando incapaci siam di tentazione ; 
Abbiamo il gel, non la virtù nel core. 

Meglio del fuoco fatuo d'un poeta vecchio cadente, è il 
fuoco dei fornelli della cucina ; meglio il cuoco ; 

Perchè alla fin dei conti ei col suo fuoco 
Fa cuocere l'arrosto ed il bollito 
Mentr' io destar non posso altro appetito 
Che quello d' una fuga o d* un trasloco. 

Il poeta sa benissimo che le donne amano poco i savi e i 
dotti, anche se sono belli: 



202 COMMEMORAZIONE DF.L PHESIDENTE 

Clic sarà poi se liaii fisici difetti 

E son dalla vecchiezza oppressi e rotti V 

Oramai il poeta s" è ravveduto della sua credulità e si ram- 
marica soltanto d'aver buttato via uua parte del suo teuipo e 
del suo lavoro intellettuale. 

Se alcun gli avesse detto un bel nionieiito. 
Che quattr'anni di culto e d'amor vero 
Sarieno stati un seminare al vento : 

Più tosto che languir per due begli occhi, 
Cantato avria, come il divino Omero, 
Le vicende dei topi e dei ranocchi. 

Ma, per quanto disingannato e ravveduto, il poeta non sempre 
sa tollerare in santa pace la fortuna d'amore degli altri e la 
propria sconfitta. 

Io non sono di sasso ne di legno 

Per veder quel che ho visto e che vedrei, 
Senza schiattar dal duolo e dallo sdegno. 

Gl'insuccessi della vita mondana invogliano il poeta della 
vita claustrale, coi relativi amori pacifici, e sanabili sempre nel 
confessionario : 

Son pur da invidiare i preti e i frati, 
Son pur da invidiar le monachelle, 
Che vivon sempre chiusi nelle celle 
Senza tentare od esser tentati 

Che se la carne alla ragion ribelle 

Qualche volta gì' induce a far peccato, 
Ogni cosa riman tra pelle e pelle. 
Senza che i cor ne restino piagati. 

Vanno dal confessor che li rimette 

Con due parole in grazia del Signore, 

E quel che è stato più non conta un'ette. 

Così in questo mondacelo, gli amanti di buona fede sono i 
meno fortunati. Ha un bel dire Francesca da Kimini: « Amore 



COXTK FU, (ITO T.IXATT 20-'^ 

a nullo amato amai' perdoDa »: nii'iitf di più assurdo di questa 
famosa o popolare sentenza. E uua vera in<^iustizia, clic all'a- 
more possa mancare, e manchi così sj»esso, una sincera e calda 
corrispondenza: tra le armonie della natura, codesta è un'odiosa 
stranezza, della (luale il poeta, dimentico della sua ortodossia, fa 
risalire la responsabilità alla corte celeste: anzi, veramente, più 
che responsabile, la chiama, ed è anche peggio, incompetente per 
la materia. Il poeta, considerando questo stato di cose infelice e 
ridicolo, non risparmia le sue burlevoli critiche nemmeno al Pa- 
dre eterno. 

Quel ohe accade ad un cor che cerca un core, 
Dimostra chiaramente, a quel eh' io penso, 
('he il Padre eterno non avea buon senso, 
Quando obbligò la gente a far l'amore. 

Perchè non la virtù, non il valore 

E non r ingegno hanno in amor compenso. 
Ma sol la fantasia congiunta al senso 
Sono cagioii deiramoroso ardore. 

Se il cielo con criterio avesse agito 
Secondo le armonie della natura, 
Avrebbe un core a un altro core unito. 

Ma poiché invece adopera altrimente 

E segno che di noi non se ne cura, 
che d'amor non ne capisce niente. 

L'esperienza fatta dal Linati ne" suoi rapj^orti con l'altro 
sesso, gli aveva insegnato a diffidare e sorridere. L' esperienza 
della vita politica aveva invece lasciato nel fondo del suo animo 
amarezza e sdegno senza conforto di speranza. L' indignazione e 
la mestizia ebbero tìnalraente uno sfogo vigoroso in un libriccino 
di sonetti, nei quali la solita espressione faceta non poteva atte- 
nuare la gravità del contenuto. 'In sostanza, però, il Linati non 
faceva rivelazioni vere e proprie, perchè le cose che diceva, eraii 
note a tutti: e le diceva in poesia, che è un dirle un po' inuo- 
centeniente: la poesia non è la forma che più si confaccia a una fi- 
lippica, né quella che possa più facilmente esporre un galantuomo a 



201 GOMMIiMflKAZIOXE Ì)EL PKKSIDhXl E 

una querela. Mi dispiace di dover riconoscere che la forma poetica 
smiQuisce in certo modo la serietà del contenuto e la responsa- 
bilità dell'autore; ma cosi è. XonosLaute, il libricciuo, uscito 
auoDÌQio col titolo l'oi?cr-i Unii : ! fu sequestiato, i)rima, io credo, 
che si sapesse iIk; il [loeta era, un senatore. Ci fu la luinaccia 
d'un processo, ma non se ne fece iiulln. A ogni modo, è buon 
consiglio non ristamparne qui una silhiba, per nou mettere al 
rischio d'un sequestro anche questa commemorazione. 

Negli ultimi suoi anni il conte Linati partecipò assiduamente 
ed efficacemente ai lavori della H.'^ Deputazione di Storiu patria 
e della ConiDiissione A'fdrhca parmense. Dell'una e dell'altra 
^ra presidente; e nell'una e nell'altra lo vedemmo atìaticarsi 
con quell'amore diligentissimo che metteva in ogni suo atto di 
studioso di cittadino; lo vedemmo serenamente, oculatamente 
operoso, compagno nostro amorevole, nostra sicura guida, sino al 
completo esaurimento delle sue forze, da molto tempo stremate. 

Nessuno di noi dimenticherà mai l'aspetto del nostro pre- 
sidente all'ultima seduta di questa Deputazione. Pareva l'ombra 
di se stesso ; emaciato, pallidissimo, incerto in ogni movimento, 
quasi cieco, quasi sordo, con appena un fil di voce. Le parole, 
che pronunziava con uno sforzo penoso, accompagnava con brevi e 
piccoli cenni delle mani tremanti, scarne, bianchissime, venate 
leggermente d'azzurro. Ma quelle rare e lente parole, con le quali 
il presidente dirigeva per l'ultima volta i nostri lavori, e che, 
nel silenzio doloroso di noi tutti, sonavano profonde nel nostro 
spirito come l'addio paterno d'un amico che, pieno d'anni e di 
esperienza, sta per varcare i limiti della vita lasciandrci una 
grave eredità di doveri, attestavano ancora 1' inalterata po- 
tenza di tutte le facoltà iati'llettualì di quell'uomo, superstiti 
all'inerzia, lugubre oramai, di tutto l'organismo. Nel solo fuoco 
dell'anima attingevano oramai la loro forza quelle facoltà privi- 
legiate; queir intelligenza dirittissima, quella memoria chiara e 
ordinata, quell'intuizione esatta, sottile, previdente, che tante 
volte aveva tenuto sulla miglior via le nostre discussioni. 

L'uomo conosceva il suo stato; sentiva di precipitare, e ci 
pregò di volergli dare un successore; ci pregò in tal modo che 
lo esaudimmo. 



CONTE FILIPPO LI VA TI 205 

« Non ho più clie da aspettare la mia ora <>, mi aveva 
(letto poco prima di compiere quest'ultimo atto di rinuncia. 

Ritiratosi in se stesso, nelle supreme speranze della fede si 
andò sempre più confortando e veniva amorosamente confortato 
da un giovine e sapiente religioso che meritamente fu l'intimo 
e prediletto amico suo ne' suoi ultimi anni : Padre Cherubino 
di Santa Maria Rianca. Nelle braccia di lui spirò l'anima buona 
la mattina del 17 settembre 1895 (1). 

Non molti giorni prima del suo ultiuio. fu richiesto d'uno 
scritto che raccomandasse un istituto benefico e morali.s-simo, 
fondato per salvare le fanciulle dalla mala vita, per togliere 
dalla mala vita quelle che già ci fossero entrate. L' infermo, a 
questo invito, si rianimò e dettò un' istanza gentile e pietosa, 
che non si può l^iggere senza commozione. Con tale scritto sug- 
gellava la sua vita quell'uomo che aveva tanto amato i poveri 
e i deboli. 

(1) Da Vignalo di Traversatolo, dovo mi trovavo con la mia famiglia, 
l*adrc Clierubino, amico mio non meno che del binati, mi chiamò per tele- 
grafo a Parma, e qui. sotto i suoi occhi, dovei metter insieme l'iscrizione 
dell' esequie, mentre il pittore stava davanti a una gran tela bianca, fissata 
sopra una cornice rettangolare, aspettando che dettassi. Era mezzanotte : 
nonostante, si potè collocare a tempo sulla porta maggiore della Steccata il 
telaio, con questa iscrizione : 

ESEQUIE 

AL CONTE FILIPPO LINA TI 

COMMENDATORE DELl'oRDINE SOVRANO DI MALTA 

senatore del kegxo 

cne dati alla fede e alla l'atria 

l'opera il senno (}L[ studi 

CONSERVÒ SINO all'ultimo 

LE VIRTÙ E GLI ENTUSIASMI 

CHE FANNO INVINCIBILI LE COSCIENZE 

E I POPOLI 



I funerali di Filippo Linati furono modesti, troppo modesti. Il Muni- 
cipio non mandò nemmeno la musica cittadina, e alle guardie del Comune 
non diede nemmeno l'ordine di vestire l'alta tenuta. 

Davanti al feretro parlarono nobilmente V cuor. avv. Bocchialini e gli 
egregi dott. Amadei e avv. De Giorgi. 



206 COIVTMEMORAZIONE DEL PlfESIDl^NTE 

Né minore dello spirito di carità fu in lui l'amore della 
scienza e dell'arte, non superato che da quello dell'Italia e della 
nostra Parma, di cui voleva chiamarsi tiglio, quantunque nato 
in terra straniera. 

Abituato assai |«iù ad ascoltare rhe a leggere; a parlare 
che a scrivere, non si stancava mai della buona conversazione. 
Chi gli recava la notizia d'una scoperta o d'un' invenzione, spe- 
cialmente se italiana, chi gli parlava di qualche nuova opera 
d'arte o di letteratura veramente degna, gli diveniva amico. 
Quando il discorso cadeva sulle vicende del nostro epico risorgi- 
mento, l'animo del fiero vecchio si accendeva. Filippo Linati, 
disposto per atavismo alle febbri della rivoluzione, le aveva poi 
avute lunghe e ardenti. E quelle son febbri che danno al tem- 
peramento d'un cittadino uu'e 'citabilità salutare, che non finisce 
se non colla vita. — Ci sono degli affetti che non sono che 
della gioventù dell'uomo: ci sono dei sentimenti che non sono 
che della gioventù dei popoli. Fortunati i popoli a cui la gio- 
ventù si prolunga: noi siamo di quelli che l'hanno perduta più 
presto. Noi abbiamo già le corruttele, le pieghevolezze, gli egoismi, i 
compromessi della vecchiezza civile. Gli uomini della gran lotta 
italiana son quasi tutti scomparsi : gli Epigoni non si sono ancor 
visti. Sopravvive una gloria: il valor personale e l'infinita anue- 
gazione del soldato italiano. Dall'armi, dalla scienza e dall'arte 
e magari dalla diplomazia possiamo ancora sperare inestimabili be- 
nefici; ma gli uomini del '21, del '31, del "48, del '59, del '60 non 
hanno ancor successori, e Dio solo sa se ne avranno. E una pri- 
mavera che è passata, lasciando gli ultimi suoi fiori nel cuore dei 
nostri vei-chi, e a noi memorie illustri, che saranno benefiche se 
sapremo raccoglierle. Ne' suoi giorni tragici l'Italia visse di me- 
morie, e dello memorie classiche e delle medievali si alimentò 
preparandosi alla sua redenzione politica con una purificazione 
morale. Le memorie la salvarono, e forse la potranno ancora sal- 
vare, dalla volgarità. 

Ed è principalmente per questo che noi ricordiamo con 
grande amore i cittadini che hanno degnamente combattuto, tra 
i quali tiene un posto in prima linea Filippo Linati. La sua 
lunga vita agitata da tante e sì tempestose vicende, esposta alla 



CONTE FILIPPO IINATI 207 

tirannia della reggia e a quella della piazza, non ebbe un atto 
volgare. Nessuno fu più nemico di lui di ogni violenza; nessuno 
sentì come lui il disprezzo sicuro e sereno dell" impopolarità. 
L'ingratitudine non lo stancò mai nell'esercizio del bene, né lo 
fece mai disperare della correzione dei colpevoli. Nell'amore della 
libertcà lo scossero gli abusi della licenza ; ma tanto amava la 
libertà che cercava scuse a chi male se ne serviva. Nella vita 
che scrisse di suo padre, — con grande reverenza e non uiinor 
maestria, — racconta questo fatto e lo commenta da juir suo. 
« Mio padre nel 1813 era in Sassonia. Quel Ile, imparentato 
coi Borboni di Parma, come il conobbe e fu fatto consapevole 
del nome e dell'esser suo, volle fregiare del suo ordine equestre 
del valor militare il nostro Claudio, la cui famiglia per uffici e 
benefici era stata legatissima a quella. Poco godette il giovine 
ufficiale delle ottenute onoreficenze, che, avvenuta alcuni giorni 
appresso la battaglia di Lipsia, Claudio, dopo prodigi di valore, 
avendo sotto ucciso il lavallo, cadde prigioniero d'un corpo 
austriaco, fu spogliato di quanto aveva seco e spedito nel fondo 
dell'Ungheria. Raccontava egli di essersi nella lunga marcia che 
1(1 condusse, abbattuto in un suo prozio, il conte Ghisiglieri, 
famoso austriacante ed allora potentissimo alla Corte di Vienna ; . 
ma che colui non volle ne ascoltarlo, ne soccorrerlo e neppure 
incaricarsi d'una sua lettera per la famiglia. Di questi tratti 
dovrebbero ricordarsi coloro che fauno colpa alla libertà dei 
proprii eccessi. Lo spirito partigiano rende, come ogni altra pas- 
sione, duro ed egoista il cuore, e lo chiude perfino al grido del 
sangue e della naturn ». 

Sinceramente cattolico sin dall' età del disceruim^nito, il 
conte Linati, dal 187S .sino agli ultimi suoi giorni, dedicò gran 
parte della sua operosità alla difesa degl'interessi religiosi; anzi 
si può dire che non s'occupu più di politica .se non per questo. 
Contribuì nel '78 a far respingere dal Senato la legge contro 
gli abusi del clero; procurò ai Francescani il riacquisto del con- 
vento dell'Annunziata: fece aprire, nei Guasti di Santa Cecilia, 
un collegio alle Suore della Croce, alle quali furono, per merito 
suo, provveduti i mezzi per mantenere due Asili d'Lifanzia; 
ottenne aumenti e sussidi a poveri curati di città e di campagna. 



208 COMMEMORAZIONE DEL PRESIDENTE C. F. LIXATI 

Alcuui auni h, il eonte Linati. prossimo alla fine, a cui 
serenamente si preparava, volendo offrire pubblico tributo di 
devozione e di gratitudine all<^ virtù d^l padre e dell'avo, dimen- 
ticate, forse non conosciuto mai, dalla gente nova di Parma, 
fé '6 porre, a sue spese (vergogna nostra I) sulla fronte del suo 
palazzo una lapide ''o:i questa iscrizione sua, semplice, modesta, 
rigidamente veridica : 

POSSEDETTERO ED ABITARONO QUESTA CASA 

FILIPPO E CLAUDIO 

PADRE E FIGLIO LINATL 

IL PRIMO PROCESSATO COME CAPO 

DEL GOVERNO PROVVISORIO INSURREZIONALE DEL 1831 

IL SECONDO CONDANNATO A MORTE 

PER AVERE CONGIURATO NEL 1821 

ONDE REDIMERE L* ITALIA 

DALLA SERVITÙ DOMESTICA E FORESTIERA. 

Sotto questa, un'altra lapide dovrebbe esser collocata, e a 
spese del Comune, la quale ricordasse che nell'anima gagliarda 
e gentile di Filippo Linati passarono intatte le virtù del padre e 
dell'avo, sicché la vita di quei tre cittadini di tre diverse gene- 
razioni parve la lunga vita d'un sol uomo costantemente, eroica- 
mente devoto alla causa della libertà e della giustizia. 

Alberto Róndani. 



ELENCO DEGLI SCIUTTI PUBBLICATI 



FILIPPO PINATI 



<' Foglie di rose — Versi '-. — (Parma, Feriali e l'ellegrini. 
1885): 8°!)° 

« Foglie di rosa. — Versi ». — (Parma, Ferrari e F'ellegriiii, 
1890): 8°. 

<< Uu fiore sulla tomba del prof. Luigi Caggiati >. — (Parma, Fer- 
rari e Pellegrini, 1885J «°. 

<.< Gocce d'assenzio. — Versi >. — (Parma. Ferrari i- Pellegrini 
1886): 8°. 

<.< Intorno alla prof osta di riformare il J»onato — Considerazioni ' 
(Già stampato nel giornale Y Opinione il 15 settembre 1881) — (Parma_ 
Ferrari e Pellegrini, 1886): 8". 

■ Delusione e Sconforto ». — (Parma, Ferrari e l'elb'grini. isSO). 

« Come la conciliazione tra Chiesa e Stato sia ) ossibile in Italia». — 
(Parma, F^^rrari e Pellegrini 1887): 8^ 

" Ad una Colomba. — Ghirlanda di sonetti (Estratto dalla Rir/sto 
Contemporanea, gennaio IbS-). 

« Commemorazione del prof. Amadio Eonchini ». — Atti e Memorie 
delle Deputaz, di storia patria | er le prov. modenesi e i armensi. — (Mo- 
dena, 189U). Serie III. voi. 5". 

Aech. Stor., Pahm. IV. H 



210 COMMEMORAZIONE DEL PRESIDENTE 

« Dell'attuale scadimento dflle Lettere » (Estratto dalla Rnista 
Contemporanea) . 

« Il Manzoni e la Letteratura ». (Estratto dalla Eivista II Nuovo 
Risorgimeuto, ottobre. 189()j — Torino, (Eredi Botta, 1890): 8"- 

« Lei sesto centenario della iiì< rte di Beatrice Lortinaii. — Sonetti ». 

— (l'arma, Ferrari e Pellegrini, 189 i): 8°. 

« Un [rogramma pei conservatori italiani ». (Estratto dalla Eivista 
Il Nuovo Risorgimento, fascicolo d'agosto 1891). — (Torino, Botta 

1S91): 8°. 

« Gli astensionisti cattolici iu Italia >' (Estratto dalla Eivista 7? 
Nuoro Risorgimento). — (Parma, Battei, 1891i: 8". 

« Fllipi I.inati e l'igente delle Tasse •> , - ("lamia. Ferrari 
1893): 4", 

« Commemorazitiie di Eaimondo Meli Lu; i di Soragna ». Estrado 
(\h\V Archivio Storico per le i'rorivcie Parmensi, voi I — (l'armd, L. 
Battei, 189o'); h" 

€ Intorno al Socialismo. - I.etfeia al figlio suo avv. Pier Maria • — 
(Tarma, Ferrari e l'ellegrini. IS'Jl): 8". 

" La Famiglia e la Società. — Studi *. — (l'arma, Ferrari e I el- 
legrini, 1894). 

« Povera Italia ! - Sonetti ] olitico-sociali '>. — Torino, tip. Ered 
Botta, 188'J): 8°. 

« Cuore e senso. -- Sonetti cento » - (l'arma, tij'. Michele Adorni 
1x95): 8^ 

« Tre o])Uscoli di varia edizione » — 8*^ 

< Sonetto ». — (Parma, Ferrari e Pellegrini, s a >. 

€ Eivista bibliografica dell'opera Ollos di G. Gallone di Nociglia '_ 

— s. u t. 

« Commemoraz'one di Giovanni Andrea Charvaz, Arcivescovo di Ge- 
nova, (l'arma, Ferrari e Figli, s. a): 8^. 

« Fisica sintetica. Esistenza di due | rincipì opi-osti già conosciuta 
agli antichi. — Memoria mitologica ». 

<< Sulla necessità di governare in nome di Vittorio Emanuele li -- 
Discorso ». — (l'arma. Donati 1859): 8°. 



CONTE FILIPPO LINATI 21 1 

« Lettera del R, Provveditore agli studi nella Provincia di Parma 
ai Sindaci » (ISGo). — (Parma, Donati) 

« Le leggi Minghetti e la jubblica istruzione. — Cousiaerazioui ». 
- CHarma, Carraignani, 18f)l): S°. 

« Intomo alle condizioni fatte ai maestri municipali ilalhi legge 
scolastica delli 13 novemljre 1859. — Considerazioni ^, — (Parma, Gra- 
zioli, 186!): 8^ 

« Sulle antiche e nuove istituzioni scolastiche della | rovincia di 
l'arma. Eelazione » — (Parma, Carmignaui, 1801): 8". 

« Mazzetto di fiori per le nozze Ponti-Barbieri >. — (l'arma, Gra- 
zioli, 186-2): 8°. 

« La le,:ge Matteucci riformata. — Considerazioni ». — (Milano, tip. 
Lombarda, 186-2): 8°. 

« Un Governo utile oviero Considerazioni e Proposte ». — Parma, 
Carmignaui, 1862): 8°. 

« Elena di Belfurte. — Racconto poetico >. — (Parma, tij) del 
Patriota 1862/ 16°. 

« Regolamento del Dispensario oftalmico di Parma ». — (186.*^). 

« Affetti e Ricordi ». - (Parma, Grazioli. 1863): 16° 

<,< Le avventure di un Italiano in Spagna ». — (s. 1., tip della li- 
bertà italiana 1864 ?): 16°. 

« Il Diritto di Associazione italiana minacciato dalla legge Vacca. — 
Lettera del Senatore Linati ai Deputati delia Sinistra ». — (Naj oli, 
1865) 

« Intorno al nuovo assetto dell' Ordine giudiziario, — Lettera del 
Senatore Linati al Senatore Musio ». — (Estratto dal giornale ie Alpi^ 
Genova, tip. dei Sordo Muti, 186(5). 

* Canti patriotici ». — (Parma, Ferrari, 1806): 8°. 

« Abano, scherzo poetico •». — (Parma Grazioli. 1^66• s°. 

« Intorno al jirogetto di sopprimere parecchie Università italiane. — 
Osservazioni dirette al Parlamento Italiano ». — (Parma, tip. del Pa- 
triota, 1867): S°. 

« Razionalismo e Religione *. — Studi storici e filologici. — (Geno- 
va, 1867). 



212 COMMEMORAZIONE DEL PRESIDENTE 

« Religione e Scienza » — (1867?) 

« 1 a nascita del mio jrimugeuito ». — Sonetti G. - (Parma 
Grazioli. li=!68): s°. 

« Valsugana, ovvero la Divisione Medici in Titolo. — Poema • . 
Il" ediz.). — Parma. Ferrari, 1868): 8°. 

« Valsugana ovvero la Divisione Medici nel Titolo. — Poema pa- 
triottico (2* ediz ). — (Parma, Ferrari, 1886', 

« Delle elezioni politiche in Italia ». — (Panna, tip. del /atriota, 
1870): 16°. 

« Le risaie sotto l'aspetto sociale e legale ». — (l'arma, G. Ferrari. 
1870;: 16°. 

« Del pensiero nella generazione. — Memoria ». — (Parma, Grazioli, 
1S7 0: 8°. 

« Introduzione allo studio della fisiologia trascendentale *. — (Parma, 
Grazioli. 1S74): 8°. 

* Due cantiche (2* ediz) Il fiore di Margherita ». — (Parma, Fer- 
rari, 1876). 

« Versi — alla sua sposa ». — (Parma, Ferrari, 1876): 8°. 

« Discorso pronunziato al Senato del Regno nella tornata del 1° maggio 
187/ ». — (Roma, Forzani. 1877): 8°. 

« Discorso contro la legge sugli abusi dei ministri del culto (Senato 
del Regno, 1° maggio 1877) ». — (Parma, Ferrari, 1877); 8°. 

« Intorno all' Ingegnere Claudio Cogorani ■>. — Atti e Memorie 
delle Deputaz. di storia patria per le piov delP Emilia. — (Modena, 
Vincenzi 1879). Nuova Serie, voi. IV, parte i. pag. PjSJ; 8" 

« Affetti e Dispetti. Sonetti cento ». — (Parma, Ferrari, 18^0); 8°. 

« Il Divorzio ». — (Estratto dalla Massegmt Xasionale). — (Firenze, 
Cellini 1881): 8°. 

« Commemorazione di A. Cavagnari » — 'Parma, Ferrari, 18-<1): n°. 

« Vita del conte Claudio Liuati .seguita da un saggio poetico del 
-medesimo, da documenti e note ». — (Parma, Ferrari 1883): 8" 

« A Giselda Flaiani. — Sonetti ?r) ». — (Parma, Ferrari e l'elle 
grini, 1885): 16°. 



CONTE FILIPPO LINATI 213 

« In morte della contessa Elìsa Gigli-Cervi nata stocchi — Canne " 

— (Parma. Eossetti, 1837): 8°. 

<.< Tributo di dolore offerto alia memoria del già suo avo paterno ». 

— (Parma, Eossetti. 1837 : 8". 

« Versi al conte Alessandro Malaguzzi e alla contessa Enianuella 
Linati per le loro nozze ». — (Parma, Eossetti, 1838): 8"". 

« Versi a sua madre. Il Primo giorno dell'anno 1S38 ». — (Parma. 
Eos.setti, 1838): 8^ 

» Poesie ». — (Parma. Donati, 1S39): 8°. 

« Adelina di Rubbiano ». — (l'arma, Carniignani 1840;: 16°. 

« Adelina di Subbiano — Novella >■. — (Parma. ( armiguani, 1804/ 

* Villa d' Orta >.. 18.39 (1). 

« 11 Sogno del Pellegrino — (^antico . — (Parma, Ferrari e Figli, 
IS39 4U?) 

« Gli Spedalieri — Carme ». — (Parma, Donati, 1842): 'i°. 

« Maria — Eacconto poetico >. — (! i.rma, Donati, li^47): Ifì". 

« Nnova teoria del sistema rappresentativo esposta ». — (Torino, 
Pomba, 1848): 16°. 

«e Canzone a Pietro Giuria ». — (Torino, 1849): 8°. 

« Delle condizioni morali, materiali, politiche ed amministrative degli 
Stati di Parma innanzi al "20 marzo 184S. — (Parma, Carxnignani, 
18)3?Ì: 8". 

« Sulle pubbliche Scuole j rimarie e secondarie degli Stati parmensi . 
— (Firenze, Barbera, 1856): Hf. 

« Del magnetismo animale presso Talta antichità ». — Parma, 
Stocchi, 1857): 8^ 

« Intorno agli effetti della corrente elettrica continua sulle funzioni 
del 'ìran Simpatico. — Memoria ». — (Parma, Carmignani, IS57,): 16". 

« Suir istinto umano. — Studi psicofisiologici ». — (Parma, Car- 
mignani, lf^57): 8°. 

< Degli studi elettro-lisiologici presso l'alta antichità — Memoria ». 
- (Parma, 1858): 8°. 

(1^ ralblica7ione ricordata a pag. ;^0 ilelle Memorie autohiftginjiclie. 



214 COMM. DEL PRESIDENTE CONTE FILIPPO LINATI 

« Spiegazioni e Commenti >. — (Farma, Donati, 1859): 8». 

T.inati (Philippe) et raggiati (l'rof. 1 .). •• Recherches expérimenta'es 
sur les efiets du courant électrique applique au nerf Grand-Sympathique ». 
(Parma, 1859): 8o . 

♦ Studi sul I lanisferio, ossia esposizione del senso storico e biologico 
dei simboli siderali ». — (Torino, 1859): 8° . 

« Saggio di studi sulla simbologia siderea ». — (Panna, ("armi- 
gnani): 4" . 

* Fisica sintetica ». — Estratto dal Giornale dell' Jng. Aicb. ed Agr. 

« Discorso pronunziato alPAsseniblea dei Eap^.resentauti del Popolo 
parmense nella tornata del giorno 12 settembre 1859 ». — (Torino, Tip. 
lett., 1859): 8". 



INDICE DEL VOLUME 



pag- 


V 


>■> 


IX 


> 


XI li 


> 


1 



Albo della E. Deputazione ....... 

Necrologio , . . . . 

Sunto delle tornate dell'anno accademico 1894-95 

Kirri (cav. dott. Corrado). — Di alcuni quadri del Paiinigianiuo 
già esistenti in P'arina 

Sforza ("cav. Giovanni). — Fabrizio Marania'do, Governatore di 

Pontrcinoli .......... 27 

Casa (cav. dott. Emilio). — la peste bubbonica in Panna nel- 
l'anno 1630 .......... óT) 

Cimati (cav. Camillo). — Gli Artisti pontremolesi dal secolo XV 

al XVI. Spigolature. . . . . . . . » 147 

BosELLi (conini. nob. Antonio). — Pitture del secolo XVI rima- 
ste ignote fino ad oggi » 159 

RóNDANi (prof. nob. Alberto). — Commemorazione del Presidente 

Conte Filippo Linati, Senatore del Regno. . . . » 175 



ù 



ATTI E MEMOlììE 



DELLA 



K. DEPUTAZIONE DI STOUIA PATRIA 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



Serie IV. - Volume V. 



PARMA 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1903. 



I 



ARCHIVIO STORICO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



Volume V. 
1896 



PARMA 

PKE330 LA K. DEPDTAZIONE DI STORIA. PATRIA 
1903 



Parma, 1903 - Stab. Tip. L. Battei. 



Al.BO DILLA R. {DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE PARMENSI 



r Novembre 1896 
Sezione di Parma 

Mariotti dott. cornili. Giovanni, Presidente. 
Amadei dottor Alberto, Segretario. 
Pebreau cav. sac. Pietro, Tesoriere. 

MEMBRI ATTIVI 

Amadei dott. Alberto, precletto. 

Callegari cav. Carlo. 

Caputo cav. prof. Michele. 

Casa cav. dott. Emilio. 

Costa dott. Emilio. 

Mariotti comm. dottor Giovanni, predetto. 

Perreau cav. sac. Pietro, ]>redetto. 

PiGORiNi comm. prof. Luigi. 

Poggi cav. Vittorio. 

RóNDANi nob. prof. Alberto. 

ToMMASiNi avv. prof. Gustavo. 

Vayra cav. Pietro. 

Sottosezione di Piacenza 

Tononi arciprete Gaetano, Vicepresidente. 



vili 



MEMBRI ATTIVI 

xMarazzani coute Lodovico. 
Nasalli Rocca conte Giuseppe 
Tononi arciprete Gaetano, predetto. 

SOCI CORRISPONDENTI 

Alyisi cav. Edoardo. — (Parma). 
Ambrosoli dottor Solone. — (Milano). 
Barbieri ab. Luigi. — (Parma). 
Bkandileone prof. Francesco. — (Parma). 
Capasso dott. prof. Gaetano. — (Parma). 
Cimati cav. Camillo. — (Pontremoli). 
Claretta bar. Gaudenzio. — (Torifio). 
Crescio Giovanni. — (Piacenza). 
Da Ponte cav. Pietro. — (Brescia). 
Delisle Leopoldo. — (Parigi). 
De Paoli comm. avv. f]nrico. — (Roma). 
Faelli Emilio. — (Roma). 
Gemmi Raffaele. — (Piacenza). 
Giarelli Federico. — (Piacenza). 
Grandi avv. Giuseppe. — (Piacenza). 
Holder-Egger prof. Osvaldo. — (Berlino). 
Loria cav. Cesare. — (Parma). 
Magani monsignor Francesco. — (Parma). 
Modona prof. Leonello. — (Parma). 
Parazzi arciprete Antonio. — (Viadana). 
Passerini dottor Giorgio. — (Parma). 
Piacenza monsignor Pietro. — (Fiorenzuola d'Aida). 
Pplugk-Harttung dottor Giulio. — (Tubinga). 
Restori dott. prof. Antonio. — (Parma). 
Ricci dottor Corrado. — (Parma). 
RiDOLFi prof. E Lirico — (Firenze). 
Rossi cav. prof. Luigi. — • (Bologna). 
Saccani arciprete Giovanni. — (Cadelbosco di Sopra). 



IX 



Seletti cav, avv. Emilio. — (Milano). 
.Spineili cav. Alessandro Giuseppe. — (Modena). 
Tahakrini conini. ]\rar(0, senatore del Kegno. — (Roma), 



DEFUNTI 



Gallenga cav. Antonio. 
Hossi dott. Umberto. 



SUNTO DELLE TORNATE 

DELLA 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE PARMENSI 
NELL' ANNO ACCADEMICO 1895-96. 



I. TORNATA — 18 novembre 1895. 

Il comm. Marietti ringrazia i componenti la Deputazione per averlo 
chiamato alla Presidenza, e dice che non risparraierà cure e fatiche perchè 
il nostro Sodalizio abbia a continuare la tradizione lasciataci dai predecessori. 

Pronunzia quindi parole di rimpianto per la morte del Presidente emerito 
conte Filippo Linati, avvenuta il 17 settembre u. s. confidar.do che da un 
collega sarà fatta una commemorazione degna dell' illustre estinto. 

Poscia presenta un manoscritto suggellato contenente le « Memorie po- 
itiche » del predetto conte Linati dall'anno 1835 all' anno 1884 e che per 
desiderio dell' autore doveva esser letto alla Deputazione solo dopo la sua 
morte. 

Data lettura del manoscritto la Deputazione delibera di conservarlo 
« }ier ora » nel proprio Archivio e di non comunicarlo ad altri se non dopo 
una speciale deliberazione. 



II. TORNATA — 11 gennaio 1896. 

Il cav. Casa presenta un suo lavoro sulla Cittadella <li Parma, nel quale 
sono esposte le origini e le vicende di quell' opera militare. 

La Deputazione accoglie lo scritto con plauso e delibera d' inserirlo in 
un prossimo volume degli « Atti e Memorie ». 

Il segretario legge quindi una memoria del cav. Kicci, Direttore della 
Pinacoteca di Parma col titolo « La Madonna dal collo lungo del Parmi- 
gianin;) ». Questa memoria tende essenzialmente a propugnare il cambio 
d' un quadro di Cima da Conegliano esistente nella Pinacoteca parmense 
cella (( Madonna » suddetta che trovasi nella Pinacoteca di Firenze. 

A proposito di questo cambio progettato, il cav. Casa dice essere 



XII 



d' avviso che i tesovi delle Finacoteche, formando il patrimonio artistico 

delle città rispettive, non del'liano essere scambiali senza il parere dei Con- 
sigli comunali o | rovinciali interessati. 

I prof. Ròniìani e Costa ed il dott. Amadei si associano essi pure al 

parere del cav. Casa; dopo di che la discussione è rinviata alla prossima 
tornata. 



III. TORNATA — 23 aprile 1896. 

Il Presidente annunzia la morte del dott. cav. Umberto Rossi, Ispettore 
del R. Museo Nazionale di Firenze e Membro attivo del'a Deputazione, av- 
venuta i\ 31 marzo p. p., ricordando che il defunto si era reso benemerito 
degli studi storici, e del nostro Istituto particolarmente, del quale il Rossi 
fu segretario per vari anni. 

È data b-'ttura d' un nuovo scritto del cav. Ricci intitolato « Di alcuni 
quadri del Parmigianino già esistenti in Parma > nel quale l' autore ha 
trasfuso in parte il lavoro col titolo « la Madonna dal collo lungo » di cui 
si è parlato nella seduta precedente. 

La Deputazione approva la nuova memoria e delibera che sia inserita 
in uno dei prossimi volumi dell' « Archivio «. 

Il prof. Modena legge una sua proposta per commemorare il centenario 
della morte del P. Ireneo Affò mediante la pubblicazione di una bibliografia 
completa dell' illustre storico. 

La Deputazione encomiando la ]iroposta, delibera di solennizzare il cen- 
tenario dell'Affò, colla pubblicazione nep;li « Alti e Memorie » della bibliografìa 
.suddetta. 

A riguardo delle pubblicazioni degli « Atti e Memorie » la Deputa- 
zione delibera che qualora gli autori delle memorie desiderino gli estratti 
del volume subito dopo la stampa, senza attendere la pubblicazione del vo- 
lume intero, si dovranno con\unicare gli estratti anche ai Membri attivi. 

Delibera inoltre che i volumi dell' « Archivio » sieno d' ora innanzi, 
mandati anche ai soci corrispondenti per diffondere fra tutti i Colleghi gli 
studi della Deputazione. 



IV. TORNATA — 30 maggio 1896. 

Sull'argomento delle pubblicazioni della Deputazione, il cav. Casa rileva 
che sarebbe conveniente di studiare i mezzi per aumentarne la diffusione e 
fa alcune proposte a cui si associa il prof. Costa. 

Parlano nello stesso intento il cav. Vayra, il prof. Restori, ed il cav. 



XIII 



Loria e iiifìae li Deputazione delibera di affidare al prof. Restorl ed al 
Segretario lo studio della questione. 

La Deputazione dovendo nominare il suo Delegato presso l' Istituto 
Storico Italiano, ufficio reso vacante per la morte del Senatore Linati, c-lejjge 
ad unanimità di voti il comm. Mariotti, già Delegato supplente presso 
r Istituto stosso. 

Si procede poi alla nomina del Delegato supplente e viene eletto il 
prof. Emilio Costa 



V. TORNATA - 30 giugno 1896. 

Il cav. Vayra dà conto di una memoria di Leopoldo Delisle, Membro 
dell' Istituto di Francia, col titolo « Notice sur la Chroniiiuo d' un Dorae- 
nicaine de Parme ». Trattasi d' un codice membranaceo del secolo XIV 
esistente nella Biblioteca Marciana di Venezia, che il Delisle ritiene essere 
opera d'un frate domenicano parmense, ed il cav. Vayni ne fa risaltare l'im- 
portanza, proponendo che sia esaminato accuratamente, per vedere qual 
partito se ne potrebbe trarre per le nostre pubblicazioni. 

La Deputazione incarica lo stesso cav. Vajra di esaminare il testo e 
riferirne. 

Alberto Amadei, Segretario. 



MEMORIE 



LE CORPORAZIONI PARMENSI 

D' ARTI E MESTIERI 



Quale tesi per la laurea in giurisprudenza all' Università di 
Parma preparai due anni or sono questo lavoro sulle Corpora- 
zioni Parmensi; speravo in seguito di poterlo completare esau- 
rendo le ricerche, di modificarlo specialmente nella forma, di 
renderlo insomma organicamente migliore facendo scomparire quei 
difetti che inevitabilmente accompagnai» gli studi che hanno 
r origine di questo. Nuove occupazioni sopraggiuntemi me lo 
hanno assolutamente impedito, in modo che volendo aderire al 
desiderio della locale Deputazione di Storia Patria, mi trovo 
costretto a pubblicarlo quale allora lo presentai. 

E questo faccio con minore esitanza giacche spero di poter 
trattar di nuovo e meno indegnamente l' importante argomento, 
quando avrò modo di dare alla luce alcuni fra i più interessanti 
Statuti delle Corporazioni nostre. 



G. Micheli. 



Parma, 1 Gennaio 1899. 



ARCH Sr. Pakm., V. 



I. 



Con la deuominazioDe di « Corporazioue d'Arti e Mestieri » 
s' intende generalmente significare una consociazione di persone 
che, nei tempi trascorsi, sia presso i Romani, sia presso altri 
popoli, erano occupate in una stessa arte od in un medesimo 
mestiere, rette con proprie leggi, governate con speciali magistrati 
ed aventi per iscopo principale 1' assicurazione del lavoro per i 
suoi membri, il credito ed il decoro proprio (1). 

Sarebbe qui superfluo il discorrere a lungo sia della nascita 
che dello sviluppo di queste associazioni ; basti accennare che esse 
sorsero e si diffusero primieramente in Roma, dove presero il 
nome di Collegii e poi continuarono e fiorirono in quasi tutti i 
paesi d' Occidente. Che anche in quei tempi il nostro territorio 
non ne fosse privo viene alfermato da varie testimonianze che 
tutt' ora sussistono (2). 

Presso le nostre Repubbliche ebbero poi specialmente campo 
di espandersi e di fiorire; ma qui conviene accennare che si pre- 
sentano con caratteri aflatto diversi dagli antichi e con nuove 

(1) F. Meda. Le Corporazioni Milauesi. (Milano, Tip. Ghezzi). 

(2) Vedi prima parte dell' Appendice. 



4 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

estrinsecazioni, perchè nuovo e diverso è l' ambiente nel quale 
sorgono. 

Restando alla corporazione Medioevale, ne daremo una no- 
tizia abbastanza chiara e precisa riferendoci a quanto ne troviamo 
nel De ìawìihas Papice (1): « Omnes homines unius artis col- 
legium faciunt, quod paraticum vocant, etiam usque ad correrios 
communis, qiios missos vel servitores appellant, nec non burguii- 
diones, portatores biadi et vini paraticum faciunt et sunt circa 
viginti paratica habentia siugula sua statuta, quorum singula 
eligunt cousules siios et seniores, quos antianos appellant et 
aliquem de sapientibus et maioribus jtatronura habent cui de certo 
salario providetur. Habent autem j»alatiiim aliud magnum prò se, 
quod palatium populi nomiuatur, maguamque campanam quae 
quotiescumque pulsatur, quod rarissime fit, totus populus arma 
sumit » . 

Questo brano si può benissimo applicare anche alle Corpo- 
razioni nostre, le quali pur nella loro intima essenza non diffe- 
rirono certo da quelle delle altre città. 

La Corporazione sorta presso di noi, come una trasformazione 
di un istituto Romano, o come prodotto spontaneo delle nuove con- 
dizioni politiche ed economiche in cui le città italiane, dopo l'avve- 
nuta fusione del sangue Latino col Germanico, si trovarono (2), certo 
si presenta come un' associazione intimamente legata alla vita co- 
munale, anzi indispensabile al retto funzionamento degli ordini 
nuovi e piti che rivestita di quel doppio ufficio politico ed econo- 
mico che gli scrittori sogliono attribuirle, ci pare si potrebbe dire 
un vero potere dello Stato diretto al conseguimento di quell' unico 
bene cittadino, nel quale si assommano gli interessi, che male 
allora si sarebbero potuto distinguere, con linguaggio troppo mo- 
derno, in interessi politici, religiosi ed economici. 

Il carattere del Comune medioevale, considerato come ente 
politico, è sopratutto quello di un organismo semplice e completo, 
nel quale ogni parte si è formata quasi da se perchè necessaria, 

(1) McRATORi, Rcr. It. Scriptores, toni. XI, cap. XIII. 

(2) Vedi SoLMi. Le associazioui in Italia avanti le origini del Comune 
(Modem., 1898). 



d' ARTI E MESTIERI 5 

non tanto per deliberazione di maggioranza, quanto per consenso 
unanime e quasi per la natura delle cose. 

Così è naturale che in un istituto politico, nel quale i nobili 
eii il fiero rappresentavano, perchè organizzati, dei veri corpi 
capari di rispondere alla parte loro spettante nella vita cittadina, 
il resto del popolo che potremmo chiamare il popolo minuto, 
sentisse il bisogno di dare a sé stesso un ordinamento per cui 
esso pure fosse posto in grado di adempiere la parte sua nella 
economia pubblica, e che in pari tempo dove occorresse, lo ren- 
desse atto a difendere la propria influenza quando altri tentasse 
menomarla. 

Il bisogno della difesa però, ci pare sia stato un elemento 
piuttosto di conservazione e di sviluppo delle associazioni popolari, 
non già la causa della loro origine (1). 

Non possiamo esattamente, per mancanza di documenti, pre- 
cisare le origini delle nostre corporazioni, ed anche se lo potes- 
simo, questo non sarebbe che solamente per alcune, giacche altre 
sorsero eoli' andar del tempo secondo lo sviluppo del Commercio 
Parmense, e quando la necessità nel campo economico lo richiese. 

Muratori fissa nella metà del secolo XII le origini delle 
leggi Municipali e della speciale organizzazione della Mercatura: 
« l'otissimum vero ad fovendum a(- amplificandum mercium ac 
rerum venalium commercium exarsere Italicorum animi postquam 
complures e Civitatibus saeculo XII in libertatem sese vindicarunt; 
nusquam enim raelius est mercaturae quam in civitatibus liberis 
et Keipublicae formam custodientibus. Tunc ergo multis in locis 
invaluit mos creandi Consules Mercatorum... » (2). 

Quello che possiamo affermare sicuramente si è che l' origine 
di gran parte di esse coincide e si confonde con quella del Co- 
mune, almeno per la parte organica nuova; e per parlarne dob- 
biamo riferirri alle memorie storiche di questo e specialmente a 



(1) Questi pensieri togliamo ilall' opera citata del Meda. Confronta 
anche ScHcrFtRT. Manuale di Storia del Diritto Italiano, \189o, 2.* edizione) 
pag. 407 e .seg. 

(2) McKATORi, Antiqidtateft Italirae Medii Aevi. Tom. Il, col. 887. 



6 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

queir importantissimo monumento che ce ne rimane tuttavia, e 
che consiste negli Statuti Municipali (1). 

Non sta a noi il discutere qui la questione intorno a quale 
epoca i Parmigiani pensarono a raccogliere le sparse leggi e le 
ordinarono in volume a guisa di Statuto. Certo fu nei primi anni 
del secolo XIII, e nel 1221 abbiamo un atto che ci assicura 
essersi già costituito un corpo di Leggi Municipali (2). 

Ad ogni modo negli Sfatuta Communis Parmae digesta anno 
3ICCLV (3) troviamo un capitolo dell'anno 1215 col titolo 
Determinano coìnpositiouis ììtercadaìwidc, che fra le antiche me- 
morie intorno a questo argomento è certo la più importante. 
Eccola : 

« In nomine Domini amen. Nos Johannes de Colurnio et Ge- 
rardus Scaravaxia et Jacobus Abrae, et Matthaeus Buthulini, electi 
a Domino Roberto Manfredi Pizi Potestate Parmae in Conscilio 
generali Parmae facto ad sonum campanae in Palacio Communis 
sine fraudo coadhunato ad dixernendum et separandum et termi- 
nandum quae sunt placita et banna mercadanciae Parmae, videlicet 
quae debeaut exerceri et fieri per Kectores mercadanciae, a placitis 
et bannis Communis civitatis Parmae, ita in concordia dicimns 
et determinamus et separamus praedicta. Super placitis ita di- 
cimus in concordia et determinamus: quod Rectores mercadanciae 
cognoscant Inter infrascriptos negociatores civitatis Parmae et 
Episcopatus, scilicet Cambiatores, Drapperios, Beccarios, Calzolarios. 
Callegarios, Drapperios panni lini, Merzadros, Corezarios, Boai'olos, 
Sallarios, Sartorios, Napparios, Zappellarios, Parolarios et Fer- 
rarios controversiam Inter se habeutes sive inter se litigantes de 

(1) Le memorie più antiche delle nostre arti ci vennero conservate ap- 
punto negli Statuti Municipali, dei quali ci varremo largamente, special- 
mente in questa prima parte. 

Delle splendide prefazioni che A. Eonchini ha premesso a ciascuno di 
essi ci siamo valsi assai in tutto ciò che tratta dei rapporti delle corpora- 
zioni col Comune e nella storia di questo. 

(2) Vedi prefazione del Eonchini allo Statuto del 1255, più innanzi 
citato, pag. IV. 

(3) Monumenta Historica ad proi-incias Pannensem et Placentinam 
pertinentia. (Fiaccadori, 1856) Voi. 1, pag. 187. È riprodotta anche negli 
Statuti posteriori. 



D ARTI E MESTIERI / 

rebus niobilibus etMiiercibus iiiobilibus quas siiprascripti mercatores 
intor se emunt et venduot, seu perniutaut, gratia lucri acqiiirendi, 
scilicet quando emunt aliqnas res mobiles sive merces mobiles, 
sive ex permutatione aecipiunt a suprascriptis mercatoribus ad 
hoc scilicet ut revendant eas alicui vel aliquibus, vel ea e\ causa 
permutationis alii vel aliis conceduut cuicomque dent et con- 
cedati t ». 

Le questioni di cui sopra e fra i sopra nominati mercanti 
« coiifnoscaut Rectores mercadauciae tantum et non de aliis neque 
Inter alias personas huius eivitatis et episcopatus nee aliunde 
cuiuscumque misterii sive artis sint » . 

Le altre questioni e controversie però che nascessero fra i 
detti mercanti « de rebus quas emunt, vel in causa permutationis 
aecipiunt, ut in domo sua consumant et utantur gratia victus et 
vestimenti et nutrimenti hominum et animalium, sive de rebus 
inimobilibus » rimanevano di competenza del Comune di Parma. 
Così pure « per Commune Civitatis Parmae cognoscantur et de- 
terminentur » tutte le altre questioni « Inter quascumque per- 
sonas. .. sive mercatores et non mercatores, de quibuscumque rebus 
et iuribus mobilibus ». 

Al Comune pure si addimandavano le « appellationes causarum 
mercadanciae, et executiones sententiarum mercadauciae et banna 
laiidorum ruptorura mercadanciae » . Segue poi 1" enumerazione 
delle materie speciali nelle quali potevano i Rettori dei mercanti, 
eretti quasi in Tribunale Mercantile, condannare ; il Comune si 
riserva però sempre il diritto di appello: infatti « quod .««i ilio 
cui ablatum fuerit bannum. voluerit dicere ipsum bannum sibi 
iniuste ablatum esse per Rectores mercadanciae, cognitio sit sub 
Commune Parmae » (1). 

Dai brani citati appare chiaramente come le nostre Corpo 
razioni fossero al principio del secolo XIII già fiorenti e potenti, 
e come si sentisse la necessità di delimitare con apposita legge 
la competenza dei magistrati speciali che le corporazioni avevano. 
11 Comune peraltro mantiene sempre inviolata la sua giurisdi- 
zione, il suo potere supremo e questo non manca di afiermarlo 
ogni volta in cui se ne presenti il destro. 

(1) Luogo citato; pag. 189. 



8 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Fìq d' ora però si può notare una certa disuguaglianza di 
trattamento da parte del Comune verso le varie arti: infatti non 
tutte sono comprese nella Composifio. Anche fra noi quindi 
e' erano quelle differenze che altrove si estrinsecavano colla de- 
nominazione di Arti maggiori e minori. A Parma, vedremo poi, 
come fossero le cosidette quattro arti, che avevano una supremazia 
incontestata sulle altre e che in molte occasioni le rappresenta- 
vano. La differenza che esisteva allora non si spiega se non rite- 
nendo le arti escluse come non arrivate al grado di sviluppo e di 
potenza delle altre. Questo sarehbe confermato dalle aggiunte poste- 
riori, quando presumibilmente le arti escluse s' eran venute pari- 
ficando alle prime. Troviamo infatti nelle aggiunte al capitolo che 
abbiamo riportato, come nel 1253 alle arti già comprese nella 
legge municipale, si sieno unite queste-altre: « Aurifices, Textores 
pignolati, Cartarii et Coronarli, Patterii, Pellizzarii operae dome- 
sticae et salvaticae, Speciales et Textores pannorum de lana et 
Fublarii de auricalco » . 

Desta meraviglia il vedere come solo quest' anno siano state 
comprese nella Compositio le corporazioni dipendenti dall" arte 
della Lana, che da tutti i documenti ci apparve sempre come 
sovra ogni altra importantissima, tanto da meritare, come vedremo 
a suo luogo, che nel 1211 se ne facesse giurare al Podestà il 
mantenimento con speciale menzione in apposito capitolo. Così pure 
non si saprebbe spiegare il perchè delle corporazioni appartenenti 
alle quattro arti (beccai, ferrai, calzolai e pellizzai), solo questi 
ultimi siano compresi nell'aggiunta, mentre gli altri sono con- 
templati nella disposizione del 1215. 

Nel 1261 poi si aggiunse ancora « quod Carniiroli et Pisca- 
tores, Linaroli et Lanaroli sint eo modo et forma in hac deter- 
minatione ut praedicta misteria ». 

Gli Statuti accordano inoltre altri privilegi ed altri diritti 
ai Rectores Mercadanciae. Ad essi è attribuita la cura e la 
sorveglianza « guardam et custodiam » delle fiere della città e 
del Vescovado e dei mercati che sin d' allora tenevansi in Parma 
tutti i sabbati. 

Coloro che nelle altre città o nei luoghi di mercato avessero 
altri offeso o danneggiato potevano venire multati dai Bectores 



I) ARTI E MF'STIKHI U 

di 15 soldi, pur rimauondo al Comune la competenza della 
congrua pena. 

Se persona poi li avesse offesi nel!" esercizio delle loro 
funzioni « eam compellent, et ad ratioiiem stare conipellant et 
ad Coinmune (Jivitatis mittant ». Veniva così ad essere ad essi 
attribuita V autorità di officiali del Comune. 

Inoltre nei tre mercati principali dell' anno il Comune man- 
dava i proprii « advocati ad rationem faciendam » ed il « suum 
proprium nuncium... qui cognoseat de placitis quae pertinent ad 
Commune Parmae superius deterrainatis » (1). Così allora tutela- 
vansi la mercatura ed il commercio che erano le fonti precipue 
della ricchezza locale. 

Possiamo asserire, che le corporazioni nostre erano, nella loro 
maggior parte, unite in una specie di Federazione, la quale serviva, 
tenendole unite ed organizzate ad accrescerne la potenza e che 
veniva ad essere un altro Comune nel Comune; in questo loro 
organismo, oltre ai Redores ed ai magistrati giudiziarii. avevano 
esse pure un Podestà ed ufficiali per le altre gestioni. Se ce ne 
fosse bisogno, questo sarebbe provato dal Capitolo seguente (2) 
nel quale si stabilisce ^< quod Potestas mercatorum, advocati et 
consules et officiales mercadanciae » debbano, per rendere giustizia 
e per sbrigare le altre faccende del loro ufficio, avere il banco 
sotto il Palazzo del Comune e non già, come sino allora, nella 
Chiesa di San Pietro. Detta Chiesa, sopra la quale il Comune, i 
militi e le Arti ebbero sempre padronanza, continuerà peraltro a 
rimanere la Chiesa speciale di molte corporazioni. 

Più che dal fatto di rendere maggiormente autorevoli le 
sentenze e le deliberazioni degli ufficiali dei mercanti, attribuendo ad 
esse una specie di ufficialità, il legislatore ci pare mosso da reverenza 
verso il luogo sacro della Chiesa, cui forse non conveniva troppo 
la presenza frequente dei capi della mercadancia; il modo con cui 
egli comincia « capitulum ad honorem Dei et Sancti Petri » (3) 

(1) Statuto ciiato; pag. 190 

(2) Statuto citato; pag. 190. 

(3) Statuto citato; pag. 190. Il capitolo è intitolato: Quod Potestà^ 
et officiales mercadanciae debeant stare Hubtua palatium Communis ad 
jura reddenda. 



10 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

lo fa capire: del resto la sua intenzione non trova che in parte 
applicazione, giacché si permette ancora che « possint facere in 
praedicta ecclesia conscilia et areuga quando oportunum fuerit». 
Ciascun' arte, al pari dei collegi de' Giudici e Notaj (1), aveva i 
proprii consoli: la ììiercadaucia poi, come vedemmo, oltre ai con- 
soli, ed agli ufficiali proprii aveva anche un Podestà speciale, 
capo supremo di tutte le arti soggette e che veniva co&ì ad es- 
sere il rappresentante più autorevole della fazione popolare. 

Tutti questi corpi, reggevansi con Statuti propri e delibera- 
vano delle loro faccende con completa autonomia. 

La facoltà però di disporre della cosa pubblica, il vero po- 
tere legislativo risiedeva in altri corpi che facevano capo al Co- 
mune. 11 Podestà entro i primi quattro giorni della sua entrata 
in uffizio, delegava otto cittadini, due per quartiere, a formare 
un Consiglio di cinquecento sessanta fra i migliori cittadini (2). Essi 
formavano V assemblea detta concio, ad essi per diritto associa- 
vansi, oltre ai consoli delle vicinie, anche i Eectores artiuiu et 
misterioriim in modo però che « nulla vicinancia habeat ultra 
tres consules, vel iuratores vel misterium et minus secundum 
qualitatem viciniae ». Risulta qui come i rappresentanti delle 
arti fossero computati anche come rappresentanti delle rispettive 
vicinie, cosa che alle volte poteva limitarne il numero. A questo 

(1) Dei collegi dei giudici, dei notai, dei medici e dell' arte degli spe- 
ziali od aromatari non tratteremo, giacché ci è parso non avessero colle 
Corporazioni che una relazione di forma, ed anche per non allargare troppo 
i confini di questo lavoro. Nel secolo XIll esisteva già in Parma un fiorente 
collegio di medici, il quale ordinava per la prima volta i proprii Statuti nel 
1299, che vennero rifusi nelle successive compilazioni del 1412 e del 1440. 
(Affò. Letter. Parra. I, pag. XXIV). Nello stesso secolo esisteva pure un 
collegio di dottori e giuristi e per testimonianza dell' Aimi {Tractatus lìc 
allnvionibus, Epistola dedicatoria) sappiamo ch'esso pu-^e era fiorente nel 
139U. Della storia e degli statuti di quel collegio scrisse l'avvocato Giuseppe 
PiGozzi. (Sopra un manoscritto inedito di Statuto del Collegio dei Dottori 
dello studio di Parma, weW Archivio Giuridico^ 1872, Voi IX). Nello stesso 
tempo sorgeva il collegio dei Notai. (Ve.li Mauiotti. Sul pareggiamento della 
R. Università di Parma (1886; pag. 9, ile 12). 1 relativi statuti furon.» 
pubhlicati dall' Ugoleto, nel 1513. 

(2) Stat. cit., pag. H. I)e electione hominum de Conscilio^et quid sit 
statutum in eis. 



d" arti e mestieri 11 

si ovviò in seguito, con un' aggiunta del 1242 nella quale i 
rappresentanti delle Arti vengono considei-ati a parte, dicendosi : 
« quod quodlibet inisteriuni subieetum lueroadanciae et Potestati 
mercatorum habere debeat duos consules et debeant venire ad 
Conscilia » (1). 

Le arti così partecipano direttamente al goveiuo della cosa 
pubblica ; questa partecipazione s" accrescerà in seguito sino a 
diventare supremazia. 

Le disposizioni per favorire il commercio cittadino, disposi- 
zioni molto frequenti nello Statuto che (esaminiamo, ci rivelano 
indirettamente, r influenza delle Arti nella patria legislazione. 

Nel 1233 si obbliga il Podestà a visitare « cmu inzigneriis * 
il luogo ove fare, se fosse possibile, un naviglio « bonum et 
habile ita quod naves possint ire et redire bene et libere cum rebus 
venieutibus ad civitatem (2) ». Questo grande canale navigabile 
si voleva condotto <lalle fosse di Parma allo sbocco dell' Enza: 
e fu compita certamente V opera colossale, giacché vediamo or- 
dinato al Podestà di far porre nel naviglio tant' acqua quanta 
fosse necessaria perchè una nave potesse venire alla città in ogni 
tempo, e sorvegliare affinchè « nullus in ripis Navilii habeat 
aliquod plantumen » (3). 

Il sale forestiero ed altre merci condotte per acqua a Bre- 
scello, venivano a Parma pel detto Naviglio ; esso era stato fatto 
colla precipua intenzione di agevolare il nostro commercio coi 
paesi esterni ; a questo fine veniva inoltre fatto obbligo al Podestà 
di mantenere libera la navigazione del Po; di curare il libero pas- 
saggio ed il mantenimento delle strade che mettevano alla città 
« et nominatim viam Mantuae et Verouae, et aquam Paudi et 
specialiter stratam Franciscara per Mombardonum » ; e di conser- 
vare ed aumentare « amicitias omnes quas Parmenses nunc ha- 
bent aut in autea habebaut » e di proteggere sia negli averi 



(li Luogo citato; pag. \'t. 

(2) Luogo citato; pag. 378. De navilia per Poteatatem, imignerios , 
quatuorque Jiomines videnda, et navilio fiendo^ et qucditeì\ et infra quod 
tempus. 

(3) Luogo citato; pag. 45. 



12 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

che nelle persone: coloro che fossero fra noi venuti per causa 
di commercio (1). 

Questi provvedimenti, che aprirono un comodo e facile sbocco 
ai nostri prodotti, valsero a far prendere alle arti, specie alla 
mercatura, sempre maggiore sviluppo. 

Così nel 1211 vediamo l'arte del pignolato, ossia della lana, 
già stabilita fra noi, specialmente considerata dal legislatore che 
pensa a proteggerla contro la concorrenza delle città Lombarde e 
ad aumentarne la produzione coli' attirarvi i forestieri ad acqui- 
starla (2). 

Nel secolo Xlll i mercanti parmensi possedevano la maggior 
parte delle case e delle botteghe nella contrada, che dal ponte 
di pietra (ora di mezzo) conduce alla Piazza; appartenevano tutti 
all'arte merzadroram, la quale appunto in mezzo al suo sigillo 
ha un ponte. 

Il credito dei mercanti nostri era esteso eziandio nelle altre 
città Italiane; nelle principali anzi avevano case di corrispondenza 
e di traffico, specialmente in Pisa, nella quale, narrando di esser 
stato da giovane e mandato a questuare. Fra Salimbene, l'arguto 
nostro cronista, soggiunge: « et ibam per contratam Sancti Mi- 
chaelis de Pisis ex parte Vicecomitum, quia ex alia Mercatores 
Farmenses domum habebant ad hospitandum quam Pisani fou- 
dicum appellant » (3). 

Anche allora grande importanza avevano i mercati di be- 
stiame bovino, ed ai negozianti di esso era assegnata per mercato 
la Ghiaia lungo le mura della Parma. 

(1) Luogo citato; pag. 175. 

(2) Luogo citato; pag 191. Quid sii observandum super mislerio pi- 
gnolati. 

(3) Chronica Fr. Salimbene Parmensis, ord. min., ex cod. Bibl. Vat. nunc 
primuiu edita, (Parma, P'iaccadon, 1857), Di questo singolare diritto di ospizio 
vedi Pertile, Storia del Diritto Italiano, parte IV, p. 643, nota 33, e Lattes, 
Diritto Commerciale nella legislazione statutaria Italiana, pag. 91. 

Pochi altri accenni ha Fra Salimbene per le arti nostre: a pag. 344 
accenna all' intervento dell' autorità comunale per fissare il jirezzo dei pesci, 
venduti troppo cari dai pescivendoli. In altro luogo fpag. 19''^j racconta di 
una gentildonna, la quale facendo distillare in casa 1' essenza di rosa per 
distribuirla ai poveri suscitò forti malumori nei medici e negli speziali. 



d' arti e mestieri 13 

Ivi, ad evitare le frodi, stavano continuamente due Notai, 
detti notarli hovaroliim, incaricati a porre in iscritto ogni con- 
tratto che in mercato si facesse (1). 

l mercati, che tenevansi in città ogni Sabato, e che già 
vedemmo sotto la sorveglianza diretta dei Bccforcs nìprcadanciar, 
non dovevano manrare di concorrenti, giacché era proibito a tutti 
quelli del Vescovado e del Distretto di recarsi in detto giorno ad 
« alium forum nisi Parmae » e per questo fine sorvegliavano le 
strade di confine speciali custodi comandati dal Podestà (2). 

Oltre ai mercati si teneva in Parma, sin dai tempi antichi, 
una celebre fiera denominata di Sant' Ercolano, il luogo della 
quale dal prato del Comune venne traslocato nella Ghiaja già 
detta. A questa si aggiunse un' altra fiera da tenersi nel primo 
del mese di maggio e nella quale oltre al bestiame si vendevano 
mercanzie d' ogni sorta. 

Perchè potessero essere frequentate ognor più, nel 1255 
si aggiunse allo Statuto apposito Capitolo (3) pel quale « omnes 
homines illorum raisteriorum, quorum Consules veniunt ad Con- 
scilium Parmae teneantiir ire cum mercadanciis eorum » nelle 
dette due fiere « et binas (4) et stationes ibi habere » con minaccia 
a chi contravvenisse di tre lire parmensi di multa, pagabili dallo 
stesso console che non avesse denunziati i contravventori. 

Per favorirle ancor di più nel 1228 si stabiliva che le leggi 
severissime che erano in vigore contro i giuochi d' azzardo, re- 
fi) Statuto citato, pag 29. « Potestas teneatur facere eligere duos homines 
Notarios ad brevia, qui debeant stare in mercatis iu glarea Parmae ad 
coiiiponendum instrumenta de contractibus qui fuerint in ipso mercato et 
specialiter de bobus et vacis ». A pag. 144 altro capitolo stabilisce « quod 
notarius, qui debet stare in glarea, sacramento teneatur quod non habebit 
aliquam societatem cum aliquo bovarolo, nec cum aliqua persona, nisi esset 
notarius cum quo haberet societatem de notarla, et de lucro dividendo quod 
fecerit in dicto mercato ». 

(2; Idem, pag. 330. « Potestas teneatur sacramentum ponere custodes in 
confinibus episcopatus Parmae, qui prohibeant ne aliqua persona de districtu 
Parmae et episc^patu debeat sabbato ire ad alium forum nisi Parmae ». 

(3) Idem, pag. 347. 

(4) Bina è un luogo coperto, nel quale i mercanti espongono in vendita 
le loro merci (Ducange). 



14 LE CORPOKAZIONI PARMENSI 

stassero inomentaneameote sospese per i detti due giorni di fiera (1). 

È naturale quitidi che grande fosse il numero dei concor- 
renti; tra i forestieri lo Statuto nomina i Francesi ed i Fiam- 
minghi (2) « et potestas teneatur operam dare bona fide sine 
fraude quod Flanienglii et Francigenes veniant in Civitatem 
Parmae et drapos vendant in grosso et minuto ». 

11 Podestà era tenuto a fare « unam feram stazonatam de 
drapis et aliis rebus et bestiis », cioè provveduta di botteghe pei 
mercanti, che vedemmo piìi sopra chiamate hinas et stationes. 
Chi però era di queste possessore non poteva ne venderle né af- 
fittarle: poteva restarvi ed usarle se voleva, « et si non vult sit 
in arbitrio Potestatis vel Consulis Communis dandi et locandi cui 
voluerit » sino a che il primitivo proprietario o i suoi eredi non 
ne volessero ritornare in possesso. 

Nella stessa maniera poi che gli stranieri venivano alle 
nostre fiere per commerciarvi, così i mercanti Parmigiani, i quali, 
come i Piacentini, indubitatamente facevano parte della celebre 
compagnia dei mercanti Lombardi, si recavano oltremonti e spe- 
cialmente in Francia; ad alcuni di essi « qui fecere perditam 
ultra moutes » (3) il Podestà si obbligava a « facere saximentum » 
{saxire era la facoltà di far sequestrare tutta la roba che si 
trovasse nello Stato, appartenente agli abitanti di quella terra, nella 
quale i nostri erano stati danneggiati); non solo, ma questi do- 
vette mandare apposita ambasciata a spese del Comune al Re di 
Francia, al Conte di Sciampagna e ad altro potente Signore, af- 
finchè i nostri mercanti venissero reintegrati nei loro diritti : di 
più si chiese l'aiuto del Pontefice nella questione, spedendo a lui 
pure « nuncium bonum et idoneum ad voluntatem mercatorum » 

(1) Stat. cit., pag. 332. 

(2) Id., pag. 61. 

(3) Statuto citato, pag. 56. Il Ronchim pone a detto luogo questa uota: 
Da questo Capitolo sembra potersi arguire che i mercanti parmigiani faces- 
sero parte della celebre compagnia de' mercanti Lombardi, la quale appunto 
nel XIII secolo teneva sopratatto relazione con Francia. ^Vedi Sclopis, 
Storia della Legisl. Ital, pag. 180). Per quanto riguarda i mercanti Pia- 
centini, vedi il libro di C. Pito.\. Les Lombards en France et à Pnris. 
(Parigi, Champion, 1892) al capitolo intitolato P/awauce; e Tononi. I mercanti 
Piacentini in Francia, nella Strenna Piacentina del 1894. 



d' arti e mestieri 15 

e si supplicò anche V imperatore affinchè in risarcin:jento di detto 
danno, concedesse ai nostri mercanti un pedaggio. 

Così si proteggevano da un piccolo Comune i propri sudditi 
air estero, e in tah; considerazione era la mercatura tenuta da 
far considerare quasi aifare di Stato V interesse privato di pochi 
individui 1 

Né mancano altre disposizioni di questo genere. « Si discordia 
fuerit ioter negociatores Parmae et alias civitates, Potestas te- 
neatur dare ambaxatores, si requisitus a Potestate seu consulibus 
negociatorum, prò negociatoribus Parmae » (1) è il titolo d' un 
altro capitolo dello Statuto, fatto allo scopo che i negozianti nostri 
« possint ire et stare per Lorabardiam et du':-ere negociacionem 
in Parmam cum amicis Communis Parmae. Et hoc prò bone statu 
civitatis Parmae » ; né ci sarebbe difficile il dimostrare quanto 
r avviatissimo commercio conferisse alla floridezza, bono statu, 
d' allora. 

A questa teneva tanto il legislatore che nel capitolo se- 
guente fa obbligo al Podestà, nel caso in cui vi fosse discordia 
fra la città nostra ed altra, o fra altre città a noi amiche, e di 
Lombardia e fuori di essa, di interporre « favorem et conscilium 
et adiutorium prò suo posse ut concordia fiat inter ipsas civi- 
tates »; a far tutto questo, anche ragioni di altro ordine lo 
avranno mosso, ma qui non se ne esprime che una: « ad hoc ut 
negociatores et alii homines huius civitatis libere possint ire et 
redire et stare in illis eivitatibus, et illi de illis civitatibus in 
civitate Parmae sine 'impedimento et contradictione alicujus » . 

Ma fermiamoci un momento nell' esame dello Statuto e 
diamo una fuggevole occhiata alla storia del Comune. 

Fuggito, coir onta di turpe sconfitta. Federico II dall' as- 
sedio della città nostra (1248), non per questo potè essa godere 
di quel riposo e di quella pace che pareva prometterle una così 
insigne vittoria. 

Passati appena due anni Oberto Pallavicino, alla testa dei 
Cremonesi e dei fuorusciti, prese Borgo San Donnino, e si avanzò 
sin sotto le nostre mura ed azzuffata battaglia, imprigionava 

(1) Statuto citato; pag. 92. 



16 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

migliaia di cittadini, tradotti poi a Cremona, ove ebbero a subire 
ludibrii e tormenti indegni di città civile. 

Così rinacquero le gare intestine e le guerre desolatrici, solo 
momentaneamente sedate. A farle cessare si accinse un ambizio- 
sissimo concittadino, Giberto da Gente, allora podestà de' Mer- 
canti. 

Era il momento in cui le moltitudini organizzate reagendo 
alla lunga compressione, che avevano sofferto, si impadronivano 
del tutto dei Comuni Italiani. A Firenze i magistrati supremi 
del Comune si confondono con quelli delle Arti. Non altrimenti 
a Bologna, (tacendo d' altre città) pei rivolgimenti del 1245, 
rinnovati poi dieci anni dopo, il capitano del popolo diventa ma- 
gistrato comunale. 

Le altre città deir Emilia, dice l'Orlando (1), non risentono 
meno V influenza della democrazia Bolognese di quello che le 
città Toscane della Fiorentina. 

Giberto comprese il momento e se ne seppe valere; si in- 
sinuò così bene nelF animo dei mercanti, e degli altri della fazione 
popolare, della quale era già come Potesfas Mcrcadanciae parte 
importante, da essere, per voto di essi, dichiarato Podestà del 
Popolo. 

Questa carica straordinaria, che non è da confondersi con 
quella di Podestà del Comune e che attribuiva a lui larghi po- 
teri per mantenere, in così critici momenti, l'ordine pubblico, non 
ci appare molto diversa da quella di Capitano del Popolo del 
quale era offizio « militiam regere, et quoties exigebat occasio, 
tumultuantes compescere atque in eos aniraad vertere ... » (2), 

pj gli ordini da lui dati e poscia trascritti nello Statuto 
provano chiaramente che principale sua attribuzione si fu quella 
di organizzare e di dirigere i cittadini armati. 

Intanto Uberto Pallavicino, messosi paciere fra i nobili ed i 
popolari di Piacenza ebbe (1252) la Podesteria della Città, mezzo 
col quale potè poi 1" anno seguente farsene assoluto signore. 

CI; Orlando. Fratellanze artigiane in Italia. (Firenze Pellas, 1884) pag.84. 
(2) MuRATom. Ant. it. Medii Aevi. T. IV, col. 127. - Vedi la prefazione del 
RoNCHiNi al primo Statuto, pag. IX e seguenti. 



n' ARTI K MESTIERI 17 

Mosso (la quest'esempio tentò (liberto di imitarlo e vi riuscì. 
Per effettuare il disegno di una pacificazione, da tutti desiderata, 
ottenne che in lui facessero amplissimo compromesso Enrico da 
Monza, Podestà, pel Comune di Parma, Matteo da Sessa, Podestà 
di Borgo San Donnino per quel Comune ed i fuorusciti, tutti dispo- 
nendosi a stare a quanto egli avesse stabilito. 

Ai 20 maggio 1253 Giberto pubblicava solennemente una 
sentenza di pacificazione. Intanto, licenziato il Podestà succitato, 
veniva a Giberto conferita anche la carica di Podestà del Comune. 
Così venivansi ad assommare, come in altre città, in una sola 
persona i varii reggimenti d' allora. 

Le corporazioni, liete di vedere a capo della città chi era 
anche capo loro speciale, contribuirono potentemente ad innalzarlo 
all' auge della sovranità. La Comunità dei Beccai specialmente 
gli fu di grande ajuto; come dice Fra Salimbene « assumpsit 
sibi dominium Parmae cura adjutorio Becariorum » (1). Infatti in 
un' adunanza di fautori di Giberto, nella quale gli si confermano 
le già assegnate attribuzioni, troviamo un .Jacopo Clerici, Podestà 
de' Beccai (2), 

Ad assicurare i benefici effetti della sentenza di pace il po- 
polo volle prorogata la triplic-e Podesteria (Dominura Gibertum 
da Gente Potestatem tunc Communis et populi et mercadanciae 
Parmae) per cinque anni (3). Molte leggi in quel tempo emanò 
per rinforzare 1' autorità propria, fra le altre che corressero pronti 
ad ogni sua chiamata i consoli delle arti e dei mestieri e delle 
vicinie, coi gonfaloni e le bandiere di queste e di quelle, con 
tutti i dipendenti armati o disarmati a seconda dei suoi ordini; 
e precisamente « quod quilibet de quolibet ministerio, et quodlibet 
ministeriura, et quaelibet societas, et quilibet de qualibet societate, 
et quilibet alius de populo teneatur venire cum armis et sine 



(1) Cronaca citata, pag. 228. 

(2) Statuto citato, pag. 226. 

(3) Idem. Prima Giberto è chiamato solamente Potestas populi et 
mercadanciae . 



Arch. St. Parm., V. 



18 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

armis quandocomqne et quotiescomque voluerit idem Dominus 
Gibertiis, et stare, ire et redire suo velie » (1). 

Ad un uomo investito di così ampii poteri uon riusci mala- 
gevole il continuare nella via del comando. Da dittatore diventò 
se non tiranno, signore della sua patria; si fece infatti inve- 
stire delle sue cariche a vita e dichiarare signore della città con 
assegnamento annuo di 2000 imperiali (2). Tra le prime sue cure 
vi fu la revisione del codice statutario; in esso non mancano le 
disposizioni a favore delle arti, dalle quali avea avuto così pos- 
sente aiuto. 

Ebbe però breve dominazione, giacche, soverchiamente insu- 
perbitosi, pensando più al proprio che al pubblico interesse, venne 
nel 1259 dal popolo disingannato, deposto. 

Il codice di Giberto rimase però in vigore; solo vi si ag- 
giunsero nuove leggi. 

Più vive incalzarono le discordie intestine e Parma fu salva 
dal cadere iu mano dei Ghibellini e dei Pallavicino dall'ardimento 
di un sarto, Giovanni Barisello, il quale con una turba armata 
di popolo ne fece loro deporre ogni pensiero. 

La bravura del Barisello pervenne a Carlo d'Angiò, che 
mandò ai Parmigiani sue lettere, esortandoli a formare una rego- 
lare e stabile società in servigio della Chiesa, da nominarsi So- 
cietà dei Crociati. Venne infatti costituita, ed il Comune concesse 
ad essa molti privilegi, allettate dai quali gran parte delle cor- 
porazioni le si unirono in modo da renderla potentissima. 

Così anche a Parma il popolo costituendosi in compagnia 
d' arme veniva a provvedere più sicuramente alla sua esistenza. 
« Certo uno dei mezzi più poderosi con cui la democrazia ita- 
liana acquistò e mantenne quella politica supremazia furono le 



(1) St. cit., pag. 217. « Et consules arciutu et misteriorum, et capitanai sive 
coasules societatum et confalouerii eorumdem, et consules vicinearum teneantur 
ire eodem modo et forma ad Dominum Gibertum, ut dictum est supra, et 
ipsum sequi cum eornm confalonibus et banderiis ad voluntatem Domini Gi- 
berti, et operam dare ut quilibet, qui est sub eis, cura ipsis teneatur venire » . 

(2) Idem, pag. 225. Capitolo intitolato: ])e salano Nohilis viri Domini 
Giberti de Gente Potestatifi popuìi et mercadanciae Parmae, et ejus 
qiumtitate. 



U' ARTI H MKSl'IERI 19 

armi. Già nei primi tempi della corporazione, uoi troviamo ac- 
canto alle scuole dell'Arti quelle della milizia.. . Tutti i popolari 
vi erano iscritti esclusi sempre i nobili... sarebbe audacia il ne- 
gare che le Compagnie del popolo divise per quartieri non fossero 
che aggregazioni delle Arti in un dato quartiere comprese » (1). 

Di questa esclusione di nobili non abbiamo trovato cenno, 
ma essa è più che giustamente congetturabile, tanto più che 
questa organizzazione militare popolaresca ci pare possa esser 
nata in contrapposizione al Coinmime militum. Esso era composto 
di nobili cavalieri, formanti un corpo speciale ed una comunità 
a parte, la cui sede era nella Chiesa di San Pietro. Da essi di- 
pendeva la Valle de' Cavalieri, sopra la quale i loro consoli, che 
tenevano le adunanze nel Palazzo del Comune, esercitavano una 
speciale giurisdizione. La giurisdizione di questi consoli si eser- 
citava eziandio nella città sopra quelle arti che somministravano 
r arredo ad un cavaliere e al suo cavallo; dovevano infatti giurare 
di obbedire ai loro comandi « fabros et ferarios qui ferrant equos 
et scudarios et sellarios, et omnes alios vendentes frena et cava- 
cinas equorum et sperones et lauceas occasione eorum officii * (2). 

Dal capitolo seguente si scorge che i Consoli avevano sopra 
queste Arti una completa supremazia ed il diritto di sorveglianza ; 
li potevano punire di multa ed il Podestà stesso non poteva 
« compelìere Consules militum absolvere homines praedictorum 
misteriorum » (3). 

Così anche a Parma troviamo coesistere all'ombra del Comune 
due corpi o collegi della cittadinanza , secondo 1' opinione del Mu- 



li) Orlando, Op. cit., pag. 87. 

(2) Stat. cit., pag. 186-187. 

La Valle dei Cavalieri era un tratto della nostra montagna confinante 
colla Toscana e col Reggiano e comprendeva le alte valli dell'Enza e della 
Cedra, eccettuate le Corti di Monchio possedute dal Vescovo. Vedi la prefa- 
zione del RoNCniNi, a pag. XXTII. 

(3) « Capitulum quod si aliquis sciidarius malura colorem vel corium, vel 
selarium raalum aredum in sellis et scutis et cazetis, vel ferrarii male versati 
fuerint in ferrando vel fabricando, et non bene fabricaudo, quod istarum 
rerum sitcognitio Consulum militum. Insuper praedictis bene faciendis homines 
misteriorum jìraedictorum teneantur Consulum militum praecepta attendere >. 



20 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

ratori (1), l'uno dei nobili, appellati poscia miìites, e l'altro del 
popolo inferiore, che sarebbe quello già da noi accennato. 

Molte poi sono le provvidenze di questo Statuto intorno a 
ciascuna arte: così i beccai, i fornai, gli osti, i molinari, i mu- 
ratori etc. hanno speciali capitoli che li riguardano e che riferi- 
remo a suo luogo. 

Non ci restano che più poche osservazioni allo Statuto che ab- 
biamo tra mani; negli uffici pubblici si stava in carica un anno; 
perchè però in una persona sola non si accumulassero officii ap- 
partenenti alle varie istituzioni cittadine d' allora, provvede uno 
speciale capitolo. 

Il Podestà è obbligato a punire coloro che stessero in carica 
più del tempo stabilito e li deve rimuovere; a questo si aggiunge: 
« Et locum habeat in offi^-ialibus Communis et Militum et Mer- 
cadanciae, et praedicto tempore cesset per officia Communis ab 
officio Mercadanciae et ]\Iilitum, et per officia Militum vel Mer- 
cadanciae cesset ab officio Communis » (2). 

Vedemmo a suo luogo come i consuìes mercatoram rendes- 
sero giustizia sotto il portico del Comune: nel 1258 si stabilisce 
anche che il Podestà « teneatur permittere Potestati Mercatorum 
vel advocatis vel consulibus, facere congregare consilium merca- 
torum in palatio Communis, sicut concessum est consulibus mi- 
litum et hoc quociens voluerint » (3). Di più nel 1266 si con- 
cede « quod Rector Mercadanciae ^ossit libere et commode facere 
sonare consilium Mercadanciae ad campanam mezanam, quae est 
in turri Communis, ad modum qui placuerit Cmsilio mercatorum » 
quando « propter impedimenta obstancia » non potesse suonarsi 
la campana di San Pietro, oppure quando questa non venisse 
udita * per totam civitatem per mercatores » (4). 

Altra disposizione del già citato anno 1254 è quella per cui 
il Podestà è obbligato « totam mercadanciam quae vadit per 
Episcopatum Parmae, facere venire ad civitatem, undecumque 



(1) Muratori. Antùj. Ital.. Diss. XIX, tom I, pag. 166. 

(2) St. cit., pag. 15. 

(3) St. cit., pag. 472. 

(4) St., cit., pag. 472. 



I 



d' arti e mestieri 21 

veniat seu vadat » (1) ed alle ville ed ai luoghi ove fosse pas- 
saggio di negozianti far noto affinchè « praedicti negotiatores 
(ìebcant venire ad civitateni » . 

Se però il Comune protegge in questo modo, <;on evidente 
danno di altri interessi, le arti cittadine, non manca per altro di 
sorvegliarle, né manca di leggi che possano reprimere ed annul- 
lare quanto esse stabilissero di contrario al bene comune. In un 
capitolo ove si parla di venditori d" olio e di carne, si dice « et 
faciant consules praesentes et praeteritos venire qui ostendant ei 
soipta brevia nova et vetera ; et si quid erit in ipsis quod noceat 
communi utilitati, vel quod noceat praedicto ordinamento, faciet 
auferri » . Sin d' allora ogni anno si rivedevano gli Statuti delle 
Arti; abbiamo anzi un capitolo del 1262 nel quale per procurare 
ad esse minori spese, si limita il numero dei revisori. A chiusura 
dell'esame sopra questo primo Statuto, lo riportiamo per intiero: 
« Capitulum quod capitula et ordinamenta Misteriorum et Arcium 
Parmae debeant examinari et approbari per iudices Potestatis 
tantum, ita quod propter ea homiues dictorum Misteriorum et 
Arcium aliquid de cetero non expendant » (2). 



IL 



Esaminiamo ora il secondo volume degli Statuti Municipali 
contenente le leggi ah anno MCCLXVI ad amuim circiter 
MCCCIV. (3) 

In esso sono ripetute parecchie delle disposizioni che già 
trovammo nell' antecedente e fra le altre ritroviamo la Compo- 
sìfio 3Iercadanciae ; non mancano peraltro nuovi accenni. 

Nel Consiglio Generale detto dei Cinquecento continuano a 
partecipare i consoli delle arti, i consoli e l'avvocato dei mercanti 

(1) Stat. cit., pag. 412. 

(2) id,, pag. 443. 

(3) Slntuta Communis Parmae ah anno MCCLXVI ad annum cirniter 
MCCCIV. (Parma, Fiaccadori. 1857). 



22 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

(1); solo ora lichiedesi una condizione « dummodo sit de parte 
Ecclesiae et descriptus in Societate Oroxatorum » . 

Questa supremazia della Società dei Crociati e della parte 
Guelfa non poteva non essere di vantaggio alle Arti che ne erano 
la parte più numerosa. 

La Società dei Crociati, che ora diventa arbitra del Comune 
e sorgente del potere legislativo, perchè i suoi decreti ed i suoi 
ordini sono legge per il Podestà, non cessa di essere una vera 
milizia. 

Ma la forza principale della città, quella che coli* armi era 
la pili efficace salvaguardia del Comune contro le prepotenze del- 
l' aristocrazia, formavasi dai dueniiìa del popolo, eletti ogni anno, 
entro i primi quindici giorni di gennajo dai capi delle Arti insieme 
al capitano del Popolo. 

« Capita societahun et anciani misiprionim » dice lo Statuto 
dal quale non si è in caso di avere migliori spiegazioni intorno 
a queste Società: forse con esse s'intendono quelle che altrove 
si chiamarono arti maggiori, e che da noi erano quella dei mer- 
canti, anche nel presente Statuto chiamata « Societas negotia- 
torum » e le cosidette Quattro Arti, beccai, calzolai, fabbri fonai 
e pellicciai, ciascuna delle quali aveva uno speciale Podestà e 
che esercitavano, a preferenza delle altre, una grande influenza 
nella repubblica. 

Infatti nella alleanza fatta dai Pontremolesi colla Società 
dei Crociati, nel 1271, è fatta menzione di dette Arti (2); ed in 
qualunque altro fatto importante della nostra storia trovansi 
sempre alla testa di tutti, o per sedare rivolte o per promuovere, 
per atterrar case di fuorusciti o per altro. 



(1) Nelle aggiunte fatte nel 1261 al primo Statuto si era stabilito 
^pag, 342) « quod advocati et consules mercatorum, qui sunt et qui prò 
tempore fuerint, possint venire et stare ad conscilia generalia Communis 
Parmae, sicut electi de Conscilio ». ]1 secondo Statuto, a pag. 201, conferma 
la cosa * item quod advocati et consules mercatorum toto tempore sui officii 
sint sicut de electis de Consilio generali ». 

L' advocatus mercatorum viene considerato come uno degli Anziani 
« et habeat similem bayliam sicut liabet unus ex eis et simile officium ». 

(2) Vedi Affò, Storia di Parma, voi. IV, pag. 339. 



d' arti r mestieri 28 

Ed Ugolino, di Maestro Giovanni da Niviano, fondando con 
sua disposizione testamentaria del 1322, un nuovo Ospedale nella 
Viciuia di Santa Cecilia, in capo di Ponte, ne delega V ammini- 
strazione e la direzione « ad Potestates quatuor Misteriorum Ci- 
vitatis Parraensis et ad decem de melioribus hominibus cuiuslibet 
dictorum quatuor Misteriorum » onde, sino al non lontano suo 
total^^ cambiamento, fu sempre chiamato V Ospedale de' quattro 
mestieri. 

Nonostante 1' uso della frase accidentale in questo caso, mi- 
sfcn'a serviva sempre ad indicare le arti minori, dette anche 
semplicemente arfes; coli' andare del tempo poi questi nomi si 
applicarono indistintamente a tutte le Corporazioni, giacché negli 
Statuti di esse abbiamo sempre trovato una grande miscela di 
ars, colleyium, universitas, coimmitas, misterium, usate promi- 
scuamente e senza differenza di sorta. 

I mercati del territorio vengono aumentati; a Parma al 
mercato del Sabato si aggiunge anche quello del Mercoledì (1). Le 
disposizioni intorno al commercio perdono il carattere protezionista 
die avevano prima : ad ogni persona, cittadina e forestiera, viene 
ora concesso di trasportare merci d' ogni sorta e venderle in 
Parma all' ingrosso ed al minuto, cassando le contrarie leggi e 
garantendo la personale sicurezza di ciascuno, escludendo qua- 
lunque gravame « in rebus vel personis » (2). 

La famosa fiera di Sant' Ercolano non solo è dallo Statuto 
confermata, ma è commesso al Podestà V obbligo di curarne 
oguor più l'incremento e la floridezza (3). Doveva questi spedire alle 
terre straniere apposito invito col quale, fra 1" altro, richiamavasi 
alla memoria dei mercanti le leggi stabilite dal Comune per evi- 
tare ogni motivo di rappresaglia, materia nella quale il Comune 



(1) Stat. cit., pag. 68. « Capitulum quod bis in hebdomata cuiuslibet raensis, 
videlicet in die sabbati et in die mercurii, fiat mercatura in civitate Parmae ». 
Tuttora nella città nostra i mercati si tengono in detti due giorni; il mercato 
del mercoledì deve forse la sua minore importanza alla minore antichità. 

(2) Stat. cit., pag. 69. 

(3) Idem., pag. 66. Vedi il capitolo: De nundinis celebrandis Sancii 
Herculiani, et de modo ohservando in eis. 



24 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

nostro era audato incontro a molti disturbi, per evitare i quali 
aveva fissate norme piene di equità e di tatto pratico (1). 

È mantenuta la disposizione della durata di un anno per le 
cariche degli ufficiali. « Et hoc locum habeat in officialibus mer- 
catorum ita quod officiales Communis cessent modo praedicto ab 
officiis Communis et ab officiis mercatorura et e converso, et qui 
fuerit officialis mercatorum cesset ab officio mercatorum si- 
militer » (2). 

In detti uffici non poteva essere eletto « nullus de parte 
imperii » il quale oltre ad essere escluso dai Consigli « Com- 
munis, populi vel Societatis, militum, mercatorum » non si po- 
teva eleggere » nec consul nec ancianus alicujus artis seu mi- 
sterii seu collegii » (3). 

I Podestà e chiunque fosse « caput alicujus Societatis » 
dovevano essere maggiori di 25 anni, duravano in carica per un 
quinquennio; riguardo poi agli anziani delle Arti « eligentur 
coramuniter et aequaliter per portas et sucessive de porta in portara 
et nullus ancianus misteriorum seu artis duret ultra tres menses 
et cesset per duos annos a dicto officio » (4). 

I giudici ed i notai aveano due consoli per porta; ed è 
strano che ad essi fossero equiparati gli osti: et iabernarii si- 
militer ! 

Detto capitolo della elezione dei consoli continua : « et 
quodlibet misterium seu ars, subiectum seu subiecta merca- 
danciae habeat similiter in qualibet porta duos consules ad plus 
et debeant esse et venire ad Conscilium generale Communis ; et 
eligantur infra tres dies post electionem Consilii generalis sicut 
consueverant eligi per homines suae artis (salvo quod de consu- 
libus bechariorum unus ad minus eligatur de illis qui vendunt 
ad voltam Ghynamorum de capite pontis) et scribantur nomina 
eorum in libro Communis » (5). 



(1) Vedi RoNCHiKi, Prefazione al li Statuto, pag. XVII, 

(2) St. cit„ pag. 38. 

(3) St. cit., pag. 41. 
(4; St. cit., pag. 46. 
(5) St. cit., pag. 51. 



n' ARTI E MF.STIFRI 25 

Ai consoli ed ali" avvocato dei mercauti viene assegnato uno 
stipendio, ai primi di 30 soldi imperiali ciascuno, al secondo di 
tre libre Parmensi, a tutti però « infra quatuor menses sui 
offieii » (1). 

Di una importante disposizione intorno al signum, specie 
dell' odierna marca di fabbrica, parleremo trattando dell' Arte 
de' Ferrari, nello Statuto della quale si trovano varii capitoli 
suir argomento. 

In capitolo apposito viene sanzionata l'osservanza del riposo 
festivo in tutte le feste ecclesiastiche, concetto che vedremo sempre 
mantenuto e le infrazioni ad esso punite con multe non lievi, negli 
Statuti speciali di tutte quante le Arti (2). 

Affinchè « Deus misericorditer conservet civitatem Parmae 
in bono statu, quieto, pacifico et tranquillo, quod omnes personae 
Civitatis Parmae amodo teneantur celebrare devote omnes festivi- 

tates taliter quod in dictis festivitatibus nemini civitatis 

Parmae intus de Civitate Parmae liceat laborare » pena 20 soldi. 

Aggiuntasi alle altre feste quella di Santa Lucia, in memoria 
della rivolta sedata il 13 dicembre 1295, colorito episodio di una 
di quelle lotte accanite che furono travaglio 

di quei che un muro ed una fossa serra, 

venne equiparata in solennità alla festa di Sant' Ilario, patrono 
della Città, e come in questa, coli' intervento delle Arti, degli 
Anziani e di quanti erano in Parma rivestiti d' autorità civile, 
militare e religiosa « portari debeant canellae per dominos Pote- 
statem, Capitaneura, Antianos, capita societatum et per societates, 
misteria, artes et alios civitatis Parmae ibidem et eodem modo, 
in omnibus et per omnia, quemadmodum portautur et solita sunt 
portari ad festum Sancti Hilarii » (3). Nella festa di Sant'Ilario 
le Arti accompagnavano con tutti i loro . membri e coi gonfaloni 
il Podestà e gli altri ufficiali che si recavano nella chiesa del 
Santo, e tutti insieme vi facevano una oblazione in cera, usanza 
che le Arti mantennero sino al principio di questo secolo. 

ri) Statuto citato, pag. 98. 

(2) id., pag. 158. 

(3) id., pag. 158. 



26 LE CORPORAZIONI PARMENSI 



III. 



11 periodo che da Gibeito da Gente, toccando la supremazia 
di Giberto da Correggio, va alla dedizione del Comune nostro 
alla Santa Sede (1322), è uno dei più infelici della nostra storia. 
Piena di discordie e di guerre intestine, di incertezze e di muta- 
menti, dopo aver scossa la tirannide di due cittadini, non potendo 
piìi mantenere illesa la propria autonomia, mediante questa tem- 
poranea e condizionata dedizione al Pontefice, (il Podestà diventa 
Rettore prò Snncta Romana Eccìesia succedente, Ttomano vacante 
imperio) Parma diventata non libera del tutto ne serva, si pre- 
parava a curvare paziente il capo sotto maggiore servaggio. 

Nelle cronache di quei giorni burrascosi non rado primeggia 
r opera delle Corporazioni, le prime sempre in ogni circostanza a 
difendere le libertà comunali. Grande ne appare pure il loro spi- 
rito di solidarietà; ucciso nel 1270 da uno della famiglia Putalia 
un calzolaio, il Podestà con tutti i capi delle Arti e gran folla 
di popolo andarono a smantellarne le case « et tunc Statuta 
populi, facta in suum favoi-em, contra nobiles et potentes offen- 
dentes illos de Societate iucoeperunt fieri et servari » (1). Fatto 
analogo successe più tardi nel 1310, nei momenti della cacciata 
di Giberto da Correggio « homines misteriorum cucurrerunt ad 
domum illorum de Saca et destruxerunt eam, quia unus eorum 
offenderat unum ferrarium qui destruebnt domum Benedicti de 
Zabulis » (2). 

Gli incarichi più difficili vengono alle Arti affidati; e così 
nel 1289, debellato Reggio dai nostri e condottine a Parma molti 
prigionieri, vennero dati in custodia appunto alle Corporazioni. 

E continuando a spogliare il Cìtronicon Parmense (3) tro- 
viamo come nel 12G6, ridotta la repubblica in malo arnese, ne 
assumevano temporaneamente il potere alcuni anziani, il Capitano 

(1) lu Chronica Parmensia n saec XI ad exituvi saec. X7F; pag 46. 
(Parma, Fiaccadori, 1858). Vedi anche Affò, Storia della città di Tanna, 
voi. IV, pag. 41. 

(2) Cronaca citata, pag. 196. — Vedi Affò, idem, pag. 209. 

(3) Cronaca citata, pag. 30. 



d' arti e mestieri 27 

dei Crociati « coni potestatibiis beccariorum et calzolariorimi ,» 
sino alla vennta del Podestà novello, Alberico Siiardi di Bergamo. 

Nel 1287 « misteria et artes civiiatis Parmae, omnia simul 
in pieno Consilio generali Communis, corara Potestate et Capi- 
taneo, juraverunt se manutenere, et provisiones quasdam fortes 
fecerutit prò civitate manuteneuda in bono stata » per acquetare 
certi rumori « qui erant in Civitate et nesciebatur quare » (1). 

Sempre per sopire cose del genere, vi fu una ripetizione del 
fatto pochi anni dopo nel 1291. 

« Item eo anno quaedam murrauratio fuit in Parma, et sic 
quatuor misteria, scilicet beccariorum, ferrariorum, calzolario- 
rum, et pellicciariorum, cum judicibus et notariis et aliis misteriis 
civitatis, sacramentati simul fuere se manutenendo ; et, factis certis 
provisionibus, incontinenti cessavit omue murmuramentum » (2). 

Nel 1303, quando doveasi fare la pace tra le varie fazioni 
che dilaniavano Parma, coli' ammettere il ritorno dei fuorusciti 
« in ipso data fuit auctoritas et baylia dominis advocato mer- 
catorum, potestatibus quatuor misteriorum, proconsuli notqriornm, 
anziano iudicum ». Solamente le conclusioni di questo non 
piacquero troppo e l'amnistia concessa a pochi fu estesa a tutti. 
Essa fece acquistare il favore popolare ad uno dei promotori, 
Giberto da Correggio, che se ne valse per insignoriisi della città, 
spadroneggiando nella quale, si chiama poi « defensor sanctae 
pacis Ecclesiae, mercadantiae, artium et misteriorum protector et 
gubernator », Cacciato, ritorna e riesce a sommuovere il popolo 
a danno dei Guelfi; nel 1309 riesce a farsi eleggere Poclestà 
de' Mercanti, ricuperando così parte del perduto potere, che poi 
a poco a poco riesce a riafferrare. Sicché nel Chronicon citato, 
sotto l'anno 1314 troviamo la seguente memoria: 

« Eodem tempore, prò mense januarii deputati et electi 
fuerunt XII antiani Communis de voluutate d. Ghiberti de Cor- 
rigia et suorum consiliariorum, quibus proponebantur negotia 
Communis, et cum eis erant, more solito, anciani prò mercatoribus, 
iudicibus, notariis, beccariis, ferrariis, calzolariis et pellizariis, qui 
omnes eligebantur ad voluntatem dicti d. Ghiberti, et non elige- 

(1) Cronaca citata, pag. 69. 

(2) Cronaca citata, pag. 82. 



28 LE CORPORAZrONI PARMENSI 

baotur ad brevia » (1). Peraltro nel 1316 Parma fu stanca e se 
ne liberò definitivamente: il 26 luglio il consiglio dei tremila 
lo dichiarò decaduto; quel giorno e la notte antecedente le ban- 
diere dei quattro mestieri « associatae et custoditae a populo iinius 
ipsorum raisteriorum cum armis aportatae fueruut in plateam »: 
così pure il vessillo della Vergine che stava in Cattedrale fu 
portato in piazza « et positum fuit super alia vexilla seu banderias, 
desuper taurellum : et subsequenter omnes aliae artes et alia mi- 
steria omnes eorum banderias aportaverunt et tenuerunt in platea ». 

Interpretandosi il volere del popolo venne conferito il potere, 
in momento così difficile, ad Obizzo della Porta, che non avendo 
voluto esser Capitano del Popolo era avvocato dei Mercanti, al- 
l' anziano de' giudici, al proconsole dei Notai ed a Negro de 
Guidobovi podestà dei Beccai, a Gherardo Lupo podestà de' Cal- 
zolai, a Lionardo da Modena podestà de' Ferrai ed a Pino Berri 
podestà de' Pellicciai « qui omnes stabant de die et de nocte 
continue in palacio et in domibus Communis » et rexenint vi- 
riliter et sapieuter, aggiunge il cronista, con semplicità d' elogio 
che oggi meraviglia (2). 

E siccome per respingere i tentativi che si facevano da Gi- 
berto e dai suoi fautori contro la libertà, il Comune avea dovuto 
sobbarcarsi ad ingenti spese crebbero le gabelle e se ne pose una 
nuova sui vini: in quel frangente le corporazioni nostre che aveano 
aiutato il Comune colle armi e col concedergli le menti direttive, 
lo aiutano anche col danaro : « omnia misteria et collegia et artes 
mutuaverunt Communi Parmae MMMM libras imperiales » (3). 

Per non ripetere quindi in seguito quanto abbiamo già avanti 
detto, e quanto scaturisce dai fatti citati, non ci fermeremo più 
a far rilevare l'importanza e l'influenza politica che godettero in 
questi tempi le Corporazioni nostre: le poche citazioni, delle molte 
che avremmo potuto fare, ne saranno sempre irrefragabile prova. 

(!) Cronaca citata, pag 174. 

(2) Cronaca citata, pag. 195. Vedi anche Affò, luogo cit., pag. 203. 

(3) Nel 1332 i nostri mercanti concessero a prestito grande quantità 
di denaro al principe Carlo, figlio di Giovanni di Boemia. Nel 1334 Eo- 
laudo Eossi prende a prestito dagli stessi mercanti millecinquecento fiorini 

d'oro; e poco prima, sempre per cagiou di guerra, ne avea tolte quindi- 
cimila Malteo da Sommo, Vicario e Podestà di Parma nominato da Gio- 
vanni. Vedi Affò, luogo citato, pag. 282 e 283. 



I 



n' ARTI E MESTIERI 29 

Tornata così la patria nostra alla primiera indipendenza, 
ricliiaraò in vigore gran parte delle sue leggi repubblicane, mo- 
dificandone ed aggiungendone qualcuna e formando così il terzo 
Statuto ah anno MCCCXVI ad MCCCXXV (1). Lo Statuto 
è irto di precauzioni e di pene per togliere la prol)abilità di fu- 
ture tirannidi; quindi nessun Parmigiano, pena il capo, poteva 
aspirare alla carica di Podestà e di Capitano del "Popolo. 

La durata dell'ufficio degli Anziani è ridotta ad un mese, 
ed il loro numero a tredici; così cinque soli rimasero i rappre- 
sentanti delle arti: « duos de quatuor misteriis eligendos et di- 
videndos inter quatuor misteria secundum quod melius videbitur 
ipsis quatuor misteriis » uno, alternandosi un mese per ciascuno, 
pei collegi de' Notai e dei Giudici « et alii duo Antiani sint et 
ehgantur de aliis artibus, prò mercadancia et aliis artibus solitis 
habere Antianos in Communi extra dieta quatuor collegia et 
misteria, per illos de dictis aliis artibus secundum quod dictis 
aliis artibus melius videbitur » (2); inoltre « illi de illa arte 
sive artibus teneantur dictum Ancianum eligere de porta in por- 
tam » ed all' elezione, pena la nullità non doveauo concorrere 
« nisi illi de illa porta in qua electio Antianorum deveuerit » . 

Si esigeva di più ed era stabilito « quod nuUus possit eligi 
vel nominari Antianus prò aliqua dictarum arcium, qui ipsam 
artem, prò qua electus et datus fuerit, publice non exercuerit 
et exerceat; et solum possit esse quilibet in dictis officiis prò 
ipsa arte sive misterio, quod et quam exercuerit » (3). E questo 
certamente per impedire che quei nobili, i quali benché tali, ad 
arte, si erano iscritti in qualche corporazione non potessero essere 
eletti ai pubblici ufficii. 

Nel 1321 (4) si portò a questa parte ultima, una nuova ag- 
giunta resa necessaria dal fatto « quod, cum multi homines ci- 
vitatis Parmae sint in multis artibus et in collegiis multarum 



(1) Statuta Commnnis Parmae ab anno MCCCXVI ad MGGGXXV, 
Voi. 3.0 (Parma Fiaccadori, 1859). 
(2; Statuto citato, pag. 33. 

(3) Statuto citato, pag. 35. 

(4) Idem. È in data del 18 settembre. 



30 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

ai'ciura, qiias non exerceut neqiie faciunt et prò qiialibet arte 
seii collegio arcium, in quo scripti suut, accedunt ad accipieudum 
brevia domiuorum Anciauorum,.... qucd est indecens et absouum » 
in modo che se uno è iscritto a cinque arti, può avere diritto a 
cinque voti; per questo si stabilisce, pena la nullità delle elezioni 
che nessuno possa prendervi parte se non in un' arte sola « nisi 
in una arte tautumodo, scilicet in illa quam facit et exercet: 
et, si fecerit seu exercere faceret plures artes, teneatur eligere 
unam.... » 

Novella magistratura era quella degli Otto del Popolo, scelti 
fra i citladini più assennati e prudenti e che praticavano col 
popolo per esplorarne i bisogni. Una volta al mese chiamavano 
a sé i capi delle principali corpoi azioni della città e li interro- 
gavano se avessero proposte da fare in prò del Comune e del 
popolo (1). 

La Società dei Crociati si muta in Società dei tremila (2), 
e continua sempre ad essere il principale appoggio della repub- 
blica e come tale ha larga parte nel Consiglio generale. Di questo 
seguitano a far parte i consoli arcium et misteriorum, più Favo- 
gadro ed i considcs mercadanciae; anche questi però per essere 
eleggibili bisogna che paghino coltus Communis e siano perciò 
iscritti nei libri delle vicinie, diversamente, anche se rappresen- 
tanti di qualche arte, vanno soggetti alla sorte comune « faciant 
abradi et cancellari de ipsis libris consciliariorum ». 

Così venne ricostituita la repubblica Parmigiana, la quale 
mirando prima di tutto alla propria stabilità, emanò leggi seve- 
rissime contro chiunque avesse turbato 1' ordine pubblico. E per 
prevenire la opposizioni al nuovo ordine di cose, richiamò in vi- 
gore una vecchia ordinanza, che si trova anche nello Statuto an- 
tecedente, vietante la formazione di società e di congreghe, con 
pene gravissime ai contrafacienti, di quelle in ispecie che si creas- 

fl) Statuto citato, pag. 45. Vedi il capitolo: de officio dominorum 
oeto et eorum notarii^ et electione ipsorum^ et quantum tempiis durare 
debeat officium, et de haijlia ipsorum. 

(2) Stat. cit., pag. 47. Delle società dei tremila è detto ampiamente dal 
capitolo de modo et forma electionis capitancorum trium miìlium et eorum 
officio^ et iis quae circa haec sunt, lungo ben otto pagine. 



I)' ARTI E MESTIERI 31 

sero reggitori col titolo di Podestà, Capitano ecc. « salvo (luod 
mercatores possiut liabere advocatos et cousules secuuduni for- 
luam Statiitorum, et eos eligere, secuudiim quod cousiieveriuit, 
et qiiaelibet ars, collegiiiiu seii misterium civitatis suos consules 
et antianos, secundum quod cousiieti siiut et secuudiim fonnam 
Statutorum » (1). La parte popolare trioufa completameute e 
lo Statuto è pieuo di disposizioui contro i nobili, niuuo dei quali 
poteva esser eletto uè Anziano uè Sindaco; per tenerli maggior- 
mente soggetti viene creato un tribunale di cento cittadini a 
scelta del Podestà, del Capitano del Popolo e dei capi delle Arti: 
in esso si discutevano le accuse portate dai popolari contro gli 
aristocratici. E non poche disposizioni, anche di diritto privato, 
vengono in seguito ispirate a questi sentimenti di reazione po- 
polare. 

Non mancano le provvisioni intorno alle arti ed un apposito 
capitolo statuisce (2) « quod Potestas et Capitaneus teneantur et 
debeaut sacramento praeciso tueri et manutenere artes et misteria 
et collegia civitatis Parmae et homines, qui sunt de praedictis mi- 
steriis, artibus et collegiis civitatis Parmae, in omnibus eorura ju- 
ribus, honoribus, et non pati quod contra praedictos inducatur asse- 
tum, aliter quam in Statutis Communis et populi eoutinetur ». 

Così pure viene ora concesso di esercitare V arte in casa 
propria; si stabilisce infatti « quod, non obstante aliquo Statuto 
Communis, licitum sit cuilibet civi Parmae exercere artem suam 
in domo propria ; salvo quod non habeat locum in budellariis, 
nec in facientibus sepum, nec in aliquibus facientibus aliquod 
misterium imde putredo veniat seti putor, nec in aliis qui exer- 
cendo artem suam faciant incommodum audientibus ». 

Si aggiunge in seguito che « ad evitandum calumpniosas et 
falsas accusaciones et oppressiones quae fiunt plerumque homini- 
bus misteriorum et arcium »« liceat cuilibet civitatis Parmae fa- 
cere artem suam sive misterium ubicomque voluerit, bene et lega- 
liter sine poena, dummodo ipsa faciat extra loca prohibita » (3). 



(1) Statuto citato, pag 212. 

(2) Statuto citato, pag. 187. 

(3) Statuto citato, pag. 187. 



32 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Numerosi auche qui gli accenni ai fornai, ai beccai, ai for- 
naciai ecc. È poi singolarmente notevole un capitolo che promuove 
r arte del fare la carta, dando facoltà a tutti di liberamente fab- 
bricarne: in nessun' altra arte troviamo questa libera concorrenza 
così facilmente ammessa (1). 

Altra cosa che non ci pare dover tralasciare è un capitolo 
nel quale si obbliga il Podestà (2) « ne mercatores et aliae perso- 
nae avocentur a suis conciliis et mercacionibus » a non tenere 
mai Consigli Generali in giorno di Sabato, nel quale « fit raer- 
catum in civitate Parmae... nisi esset propter necessitatem a qua 
Deus avertat ». 

lu un capitolo, finalmente, « ad obviandum gravibus periculis 
immiuentibus Communi et populo Parmae propter enormia maleficia 
commissa hacteuus et quae eotidie committuntur >' si stabilisce 
« quod per capitaneos societatis trium millium et antianos col- 
legiorum, misteriorum et arcium eligautur singulis tribus men- 
sibus duo de qualibet societate, collegiis, misteriis et artibus » 
che reprimessero appunto e punissero questi delitti « quibus 
dentur advocati per capitaneos societatis, et antianos collegiorum, 
misteriorum et arcium, qui cum eis praedicta procurent, et faciant 
ultra hoc quod per praedictos capitaneos societatis, antianos colle- 
giorum, misteriorum et arcium et per omnes et singulos de dictis 
societate, collegiis, artibus et misteriis detur omnis favor et omne 
auxilium domiuis Potestati et Capitaneo ad praedicta omnia et 
singula facienda et exequeuda tam in extraheudo et veniendo ad 
eos et eis assistendo... cum armis et sine, etc. » (3). 

E tralasciando altre leggi di minore entità ed altre notizie 
lasciateci da' cronisti che troppo ci condurrebbero in lungo, ve- 
niamo ad un breve esame dell' ultimo Statuto. 



(l) Statuto citato, pag. 181. Vedi circa 1' arte della carta 1' Affò, luogo 
citato, pag. 207. 

(2ì Statuto citato, 92. 

(3) Statuto citato, pag. 222-223. 



d' ARTI E MESTIERI 33 



IV. 



Dalla sogc,^ezioiie al Pontefice Parma passò a quella di Lo- 
dovico di Baviera, iudi sotto Giovanni di Boemia, La lotta dei 
Correggesi contro i Kossi, dall' ultimo favoriti, la fece cadere in 
mano degli Scaligeri che le tolsero quel poco di libertà che, in 
mezzo a tante traversie, erasi conservata. L' esosità di questi fece 
alla città nostra acquistare novella e più duratura signoria per 
mezzo di Luchino Visconti. Così per Parma esulavano completa- 
mente i giorni gloriosi dell' autonomia comunale, della quale non 
avremo in seguito che un temporaneo e languido guizzo. 

La mutata condizione della cosa pubblica richiese una ge- 
nerale riforma delle patrie leggi; il nuovo codice, il quarto ed 
ultimo Statuto (1) fu compiuto nel 1347 e, nonostante 1' asso- 
luto potere del regnante, ritenne ancor molto dell'antico, serbando 
al municipio tali franchigie da fargli riuscire men duro il giogo 
della nuova dominazione. 

In esso però non troviamo più che pochissime traccia delle 
Corporazioni; né per gli Anziani, ne pel Consiglio Generale, dove 
prima aveano gran parte, si trova più cenno di loro. La fazione 
popolare, colla perdita dell' autonomie comunali, era stata pres- 
soché annientata e le Corporazioni seguono e dividono la sorte 
del popolo. 

I nuovi sospettosi padroni non potevano certo lasciare dentro 
di loro un centro così forte d' indipendenza, ed a poco a poco 
tolgono i privilegi delle Corporazioni nel campo politico. Così 
comincia ora per l' istituto nostro 1' epoca di transizione, finita 
la quale la Corporazione non resta ormai più che un aggregato 
economico. 

Resta solo intatta la costituzione della mercatura, della 
quale spesso ancora si ricordano 1' avogculrus ed i coìisiiles. A 
questo anzi viene stabilita l'esenzione e l'immunità da ogni 
« exercitus vel cavalchatas, nec facere vel fieri facere aliquas 

(1) Statuta Communis Parinae anni MCCCXLVII. Accedunt leges 
viceconiitum Parmae imperantium usque ad annum M(!CCLXXIV. (Panna, 
Fiaccadori, 1860) 4." voi. 

Arch. Stob. Parm., V. 3 



34 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

custodias diurnas vel notiirnas, sed sint iraraunes ab omnibus 
oneribus personalibus, durante eorum officio ». 

Ne viene mantenuta la giurisdizione verso gli appartenenti 
alle arti che già vedemmo ammesse alla coìiipositio mercadanciac, 
la quale è, con poche variazioni, nuovamente riportata. 

Le solite disposizioni per le fiere e pei mercati sono qui 
pure riprodotte ; vi si aggiungono anzi alcune leggi di carattere, 
diremo così, commerciale intorno ai crediti, ai contratti e cose 
simili. 

Per ovviare 1' esorbitanza dei lucri si statui che in capo di 
ogni trimestre il Podestà e gli Anziani, associatisi dieci savii per 
porta, stabilissero un calmiere da proclamarsi per la città ed in 
tutti i mer.-ati, ed obbligatorio per gli appartenenti ad ogni arte 
e mestiere sotto pena ai trasgressori di soldi 20 di Parma. 

Il protezionismo viene ora totalmente abbandonato giacche 
viene stabilito che « oranes mercadanciae, cuiuscomque condiciouis 
fuerint, possint conduci ad civitatem Parmae, et ibi vendi in 
grossum et ad minutum per quaracomque personam volentem 
vendere, non obstantibus aliquibus capitulis vel Statutis, ut major 
ubertas et melior numata possit haberi in civitate Parmae » (1). 

E per attirarvi i forestieri si dichiara che si avranno per nulle 
le rappresaglie concesse « non obstantibus aliquibus rapresaleis 
concessis et concedendis, et quolibet alio obstaculo cessante ». 

I capitoli che obbligano il Podestà a « manutenere artes 
collegia et misteria Civitatis » sono riprodotti identicamente dagli 
altri Statuti; solo si tace del Capitano del Popolo, istituzione 
soppressa dalla tirannide forestiera. 

Le Corporazioni vengono conservate evidentemente perchè 
non se ne poteva a meno, e perche un colpo ad istituzioni ancora 
così necessarie e così rispondenti ai bisogni dei tempi, poteva 
riuscire fatale, più che ad esse, a chi lo avesse tentato. 

Non si manca però di imbrigliarle, anche in quel poco di 
autorità che loro si lascia. 

Si ordina infatti che « artifices, misteria et collegia civitatis 
Parmae non possint nec debeant exercere vel habere inter se 

(1) Statuto citato, pag. 65. 66. 



d' arti e mestieri 35 

assetti lu seii oidinaraentiim titilitati communi contrarium », facile 
modo per torre di mezzo ogni organizzazione che potesse dar 
ombra (1). 

Si inserisce un nuovo capitolo, il quale, dopo disposizioni 
insignificanti, ne aggiunge altre, relative al giuramento, che con- 
cordano colle soprascritte: « Potestas teneatur facere jurare capita 
et cousules collegiorum, misteriorum et arcium quod non recipient 
aliquod servicium vel pecuniam ab aliquo, qui voluerit iutrare in 
eorum misterio Et teneatur facere consules et capita miste- 
riorum collegiorum et arcium praesentes et futures venire coram 
eo, vel ejus vicario, et facere quod ostendant sibi ordinamenta 
uova et vetera sui misterii ; et si quid erit in illis scripturis vel 
ordinamentis, quod noceat communi utilitati vel quod sit centra 
formam Statutorum Communis Parmae, teneatur illud facere 
auferri de dictis scripturis et ordinamentis » (2). 

Così pure si rimise in vigore V usanza che ogni anno venis- 
sero gli Statuti delle Arti corretti « per sapientes ad hoc eli- 
gendos ». 

« Omnia et singula capitula et ordinamenta misteriorum et 
arcium et collegiorum civitatis Parmae debeant approbari singulis 

annis de mense Januarii per sapientes ad hoc eligendos qui 

teneantur corrigere et approbare omnia et singula Statuta et 
ordinamenta artis et collegii, quae coguoverint et crediderint esse 
iniqua et iniusta aut centra communem utilitatem etc. Illa vero 
Statata quae fuerint reprobata, debeant eanzellari, ita quod aperte 
appareant reprobata ». 

(1) Ben diverso da quanto qui si stabilisce è il capitolo de societa- 
tibus et eoniurationihus destruendis del primo Statuto (pag 176). Ora la 
legge lascia campo all' arbitrio, mentre l' antica disposizione era assai più 
concreta, ed il podestà dovea cercare per consules vicinearum et societatiim, 
per juratores et per alias personas, quas ad hoc bonus seii utiles putaverit^ 
et zuras et conjurationes praedictas. Non bene quindi venne dal Fertile 
(Storia citata, Voi. II, pag. 203) questo accenno interpretato come una me- 
nomazione delle corporazioni ; non pare tale, giacché la legge ne chiama i 
capi a coadiuvare il Podestà nelle repressioni ordinate. Del resto or ora ab- 
biamo riportate dallo statuto del 1316 disposizioni quasi analoghe, fatte 
evidentemente durante il tempo d' incoutestata supremazia popolare. 

(2) Statuto citato, pag. 190. 



36 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Ad Ogni modo col cessare delle libertà repubblicane, conclu- 
deremo coir Orlando (1), eessa altresì ogni importanza politica 
nelle corporazioni. Importanza, intendo, aperta, palese, manifestata 
direttamente per mezzi legittimi. Che del resto si ingannerebbe 
d' assai chi credesse che nessuna influenza, d' allora in poi, avesse 
esercitata quella istituzione popolare sulle sorti della storia ita- 
liana. Un governo per quanto dispotico rigorosamente non lascia 
per questo di essere sempre 1' efficienza ultima di tutte le forze 
politiche ed il rappresentante di tutti gli organismi viventi nella 
società cui esso presiede. 

Resta inoltre la corporazione un potente organismo economico 
e come t;ile non piccola è la sua parte nella Storia. Solamente 
ciascun' arte d' ora innanzi fa da sé, ne i legami che una volta 
le rendevano temute, più li stringono in fascio; occorre quindi 
che per studiarle in questo nuovo periodo che ci si presenta noi 
le osserviamo separatamente, dando il primo posto ai loro Sta- 
tuti. Questo è quello che faremo in seguito dopo d' aver dato 
uno sguardo generale alla più intima organizzazione di esse, in 
quanto aveauo di comune. 



i molti Statuti, ai quali accenneremo più avanti, sono fatti 
tutti sopra un substratiini comune a tutte le Arti Parmensi, le 
quali alla lor volta in poco assai ditteriscono dalle Arti delle 
altre città. 

A capo della Corporazione si trova un Podestà, detto anche 
Consolo Rettore, aiutato nella gestione da alcuni altri ufficiali, 
fra i quali, in tutte le arti, il Massaro od Economo, obbligato 
spesso a dare cauzione ; gli altri ufficiali si chiamano sempre 
consoli, raramente consiglieri. 

Vengono eletti quasi sempre per estrazione, raramente per 
elezione; in quasi tutte le Arti gli ufficii sono gratuiti; come 
segno, più che di compenso, d' onoranza, in occasione della festa 
di Sant' Ilario, si regala loro un pajo di guanti. 

(1) Orlando. Opera citata, pag. 92. 



d' arti e mestieri 37 

Anche per questo non troppi si sentivano lusingati ad accettare 
queste cariche, onde pene severissime a coloro che eletti non aves- 
sero accettato. Quasi tutti doveano prestare giuramento di ammi- 
nistrare rettamente e d' osservare gli Statuti. Erano poi eletti i 
Sindaci che aveano per obbligo di sindacare e di rivedere i conti 
agli ufficiali scadenti. 

Gli obblighi dell' Arte riguardo alle pubbliche amministra- 
zioni non erano troppi; presentare ogni anno gli Statuti ajlla 
revisione ; prendere parte in corpo e col gonfalone alle visite fatte 
dal Podestà alla chiesa di Sant' Ilario, nel dì della sua festa, e 
quello più importante (e che in certi momenti riuscì gravosissimo, 
perchè in essi le Arti non pareano considerate che per quello) di 
pagare le collette che erano ripartite fra tutte le Arti della Città 
in ragione della rispettiva consistenza economica. 

Non tutte le Arti nostre erano esclusiviste al punto da non 
permettere che un dato mestiere si esercitasse se non da quelli 
che neir arte erano matricolati, solo a questi era riserbato il 
godimento dei privilegi che ciascun' arte aveva ; i non iscritti 
peraltro doveano quasi sempre pagare una ricognizione. 

La liniinnria o tassa d' entrata era varia, a seconda che 
chi chiedeva d' entrare era un cittadino, un abitante del territorio 
od un forestiero ; questi però doveva aver sempre esercitato 1' arte 
nella città per 5, 8 o 10 anni. Per tutti poi era fissato un esame 
per constatarne la idoneità. 

I figlioli dei maestri, detti figli cìeìV arte, aveano diritto 
d" entrare, previo sempre 1" esame, senza pagamento. 

Gli iscritti erano divisi in lavoranti o garzoni, detti antica- 
mente zignores, e maestri : i primi erano, si capisce, in una 
condizione molto inferiore, e minori erano anche le tasse che pa- 
gavano. 

Una disposizione comune a quasi tutti gli Statuti è quella 
per la quale nessun maestro poteva accettare lavoranti che fossero 
in debito col maestro dal quale si licenziavano, senza il consenso 
di quest' ultimo. 

Così r altra analoga che nessuno dell' Arte prestasse i propri 
servigi verso chi non avesse pagato i suoi debiti, per antecedenti 
lavori, verso altri dell' Arte. 



38 LE COKPORAZIONI PARMENSt 

Comune è anche 1' articolo riguardante le illecite concorrenze 
completamente vietate. Coloro che avessero commesso furto erano 
puniti severamente ed i recidivi erano cassati dall' arte. 

Ogni Statuto poi è pieno di dettagli tecnici di ciascun me- 
stiere, quasi tutti miranti al fine di salvaguardare il puhblico, 
fornendogli roba onestamente fatta, e di mantenere il buon nome 
ed il decoro dell' arte, del quale ciascuna andava gelosissima. 

Le pene erano quasi sempre pecuniarie, ed assai forti. Il 
provento di queste veniva impiegato nelle spese ordinarie ed il 
superfluo in dotare ogni anno una o piìi donzelle figlie di appar- 
tenenti all' Arte, caritatevole usanza che trovammo consacrata 
in quasi tutti gli Statuti. 

Gli ufficiali che non fossero zelanti nella riscossione delle 
multe andavano a rischio di pagarle del proprio ; verso coloro che 
fossero renitenti a sborsarle avevano diritto di pignoramento e 
potevano ricorrere per aiuto alla potestà Municipale. 

La giurisdizione delle questioni e delle liti fra gli apparte- 
nenti all' Arte, e fra essi ed estranei, ma in cose pertinenti alla 
stessa, spettava sempre a qualcuno degli ufficiali. Parecchi Statuti 
interdicono anzi 1' appello ad estranee autorità. 

L' obbedienza agli uf^ciali è dovunque inculcata, e pene 
severissime sono minacciate a coloro che li avessero insultati 
neir esercizio delle loro funzioni, e specialmente nella visita alle 
botteghe ed ai magazzini, che doveano fare assai di frequente. 

Speciali disposizioni riguardano la conservazione della pace, 
affinchè fra tutti i membri della Corporazione alberghi e regni 
sempre un sano spirito d'amore e di concordia. 

Obbligo a tutti i componenti d' intervenire alle congregazioni 
od adunanze, e di comparire, ad ogni richiesta, dinnanzi ai proprii 
Ufficiali. 

1 principii della mutualità e del soccorso sono comuni in 
molti Statuti ; molte arti si obbligano a soccorrere, non bastando 
le entrate tassandosi, i compagni caduti in miseria; tutte poi a 
sepellire a proprie spese gli indigenti. 

Al funerale degli appartenenti all' Arte doveano tutti prender 
parte, e gravemente multati venivano coloro che non lo facessero 
senza legittimo impedimento. 



d' arti e mestieri 39 

L' idea religiosa domina sovrana ; in tutti gli Statuti se ne 
trovano numerose traccia. Ogni Corporazione avea il suo Santo 
patrono, avea la sua Chiesa ove celebrare le funzioni prescritte; 
molte aveano obblighi per funzioni, mantenimento di lampade, 
doni di candele ecc. Proscritto severamente il bestemmiare; ed il 
riposo festivo, salvo i casi d" urgenza, rigorosamente obbligatorio in 
tutti i giorni, e non erano pochi, riconosciuti festivi dalla Chiesa, 
più negli speciali di ciascun' arte. Ogni anno inoltre, coli' intervento 
di tutti gli ascritti, si celebrava un solenne ufficio in suffragio 
dei defunti già all' arte appartenenti. 

Questi i concetti principali informatori degli Statuti delle 
Arti nostre; visto ciò brevemente possiamo accingerci a dare 
una rapida scorsa a ciascuno di essi e notare quello che ci parve 
maggiormente degno di nota. 

Di ciascun' Arte tratteremo partitamente, ed intorno a cia- 
scuna di esse aggiungeremo quelle notizie più importanti che ci 
fu dato di raccosfliere sull' argfomento. 



VI. 
— Barbieri. 

Il primo Statuto (I) che ci si presenta è del 1418, redatto 
in 23 capitoli. Doveva certo essere in latino, ma a noi non resta 
che la traduzione in volgare fatta nel 1597 (1). 

Si eleggevano a voce due dei più discreti e più vecchi dell'Arte 
consoli affinchè esaminassero senza strepiio tutte le questioni e per 
disob))edieuze (cap. 1.); non si poteva essere ufficiale per due anni 
di seguito; per la processione di Sant'Ilario tutti i capi bottega 
si radunavano nella bottega dell' Anziano, dalla quale partivano 
(e. 13); non si poteva essere ufficiale se non sapendo leggere e 
scrivere (e. 14); per le funzioni di Sant'Ilario e dell'ufficio dei 
morti r Anziano distribuiva un grosso pane a ciascun capo bottega, 

(1) Fra parentesi con numeri romani segniamo la numerazione degli 
Statuti, che corrisponde all' elenco pubblicato in appendice. 



40 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

uno al Kettore della Chiesa, uno a <;hi aveva cantato messa ed 
uno al sagrestano (e. 18). 

Del 1646 abbiamo un nuovo Statuto (II), di capitoli 31, in 
molto uguale all' antecedente, ma che vi si distacca per la parte 
riguardante i Chirurgi che sono d' ora innanzi uniti all' arte. < 'b- 
bligatorio il riposo festivo « eceto però se non fosse qualche am- 
malato, che bisognasse tosarli overo raderli il capo per necessità, 
overo in occasione di qualche forestiero » non mai però nella 
bottega ma nella casa o nell'osteria (cap. 6); per mettere su 
bottega si richiede\a si fosse esercitata l'arte per 10 anni, e più 
si doveva dar un esame nel quale « si babbi da mostrare tutte 
le vene et dichiarare li suoi nomi quale vengono dalli signori 
fisici ordinati con il segno evidente del modo di far con la lancetta 
colegatura et anco il modo di preparare dette vene ; che habbino 
a mostrar il modo di metter sanguete con il modo canonico d'at- 
tacarle; che habbino a mostrar il modo di metter le ventose et 
visicatorii con suoi proprii luoghi assegnati ecc. » (cap. 7); nes- 
suno può essere accettato « se non persoua honorata et che sia 
passato per partito et balotato » (e. 8); non si può far bottega 
in due o più « né alcun mastro possa far doi botéghe o vero farle 
fare ad altri mentre però non fossero doi boteghe conesse assieme 
cioè che una entrasse nell' altra, che venisse ad essere una sola 
afiuchè fossero doi ochii di botega, soto pena di uno scudo d'oro » 
(e. 28) ; morendo un maestro che lasciasse un figlio maschio può 
far bottega, ma non può far altro che tosare e radere sino a 
che sia stato esaminato, o non abbia in bottega un idoneo (e. 11). 
Alla fine dello Statuto si trova la lista dei 23 barbieri che eser- 
citavano allora in Parma. 

Chirurgi e barbieri vengono poi a formare definitivamente 
una cosa sola nel 1738, (III) del quale anno abbiamo « li capitoli 
stabiliti ed accordati tra li Sig.'' Chirurgi e li barbieri semplici 
intorno all' aggregazione che essi Sig." Barbieri sem.plici fanno al 
collegio dei Chirurgi ». 

E una delle pochissime Arti nostre delle quali ci resti il 
libro dei verbali delle adunanze; va dell'anno 1732 sino al 
177 8 (IV); non vi abbiamo trovato alcunché d'importante. 

Nel primo Statuto è detta protettrice Sant'Apollonia. Eisulta 



d' arti e mestieri 41 

però da documenti autentici che nel 1794 si venerava come pa- 
trono Sant'Anastasio vescovo e nel 179S S. Francesco di Paola. 
Negli ultimi momenti di vita come corporazione, ebbero San Lo- 
dovico. Non si può fissare la cagione dell'elezione di protettori 
diversi a sì brevi intervalli ; se non fosse ciò avvenuto o per essere 
i professanti 1' arte del barbiere divisi in diversi rami ciascuno 
dei quali avesse il proprio; o per essere l'arte decaduta e rista- 
bilita sotto nuovo protettore, il che è meno probabile. Sant'Apollonia 
era la protettrice dei chirurgi, e la accettarono forse anche i Bar- 
bieri quando, come abbiam visto, esercitavano la chirurgia minore. 
Nel 1578 l'Arte possedeva un altare nella Chiesa di San 
Pietro. 

— Beccai. 

Una delle quattro arti ed importantissima per l'influenza 
che vedemmo da essa specialmente esercitare, per mezzo del proprio 
Podestà, nella repubblica. 

Molto numerose sono le disposizioni degli Statuti Municipali 
che la riguardano. 

Nello Statuto del 1248 (pag. 341) si legge: « quod quilibet 
beccarius et quilibet alius civitatis Parmae, teueantur per sacra- 
mentum non vendere in grossum neque ad miuutum carues infir- 
mas nec morbosas nec viciosas nec malatas nec involtas, nec 
eciam porcos de malatis de sancto Lazaro in beccarla nec subtus 
beccariam nec etiam in civitate nec in burgis »; vi si aggiunge 
poco dopo « quod quilibet beccarius teneatur non vendere carnes 
feminas prò masculo, nec carnes de pecora seu de montouo prò 
castrono, nec carnes de bestia infirma » disposizioni che si tro- 
vano poi accolte e ribadite nello Statuto dell' arte. 

Nel secondo Statuto (pag. 205) oltre al rinnovamento di 
quanto sopra, si stabilisce « quod Potestas teneatur sacramento 
infra mensem, cogere becharios civitatis stare ad vendendum carnes 
in illis portis in quibus habitant et non alibi, aliquo modo vel 
ingenio, et hoc prò majori utilitate emencium carnes.... Itera 
quod nullus becharius, nec aliqua alia persona vendens carnes nel 
excorians eas, praesumat carnes inflare cum sprochis nel cum alio 



42 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

instmmento, vel buffare cum bocha in eis, vel aliter ciim alio in- 
strumeoto, qiialitercomque dici vel excogitari possit.... Item tenea- 
tur.... DOD tenere carnes excoriatas pellibus involutas. Itera te- 
ueatur.... tenere carnes pecudum separatas a carnibiis castracinis 
et a carnibus de montone.... Et Potestas Communis teneatur com- 
pellere Potestatem et consules bechariorum jurare de hoc capitiilo 
observando ed de accusando coutrafacientes ». Così pure per carni 
« lebrosas seu gramignosas, viciosas, morbosas, nialatas ». 

Nel terzo Statuto troviamo pure qualchecosa: vi è (pag. 182) 
un capitolo col quale si rende lecito « cuilibet bechariorum te- 
nere pellas circa bestias, et vendere carnes licitas et modo licito 
ubicomque voluerint, dummodo bechariae civitatis raanuteneantur 
more solito; et possint ire ad festum beatae Virginis de augusto 
per se, ut facere consueverunt.... ». 

Le disposizioni antecedenti sono ripetute in un nuovo capi- 
tolo, « Qualiter becharii teuentur tenere carnes unius condicionis 
separata ab aliis et non vendere carnes unius condicionis prò aliis 
seu alia ». 

Si aggiunge inoltre: « Capitulum quod potestas et consules 
bechariorum concedere ac praecipere possint cuilibet bechariorum 
quod debeant venire et interesse ibi ubi praeceptum fuerit per 
Dominos Potestatem et Capitaneum Parmae et alibi secundum 
praeceptum suae potestatis et consulorum suorum », obbligati 
questi a denunziare ed a multare i coutrafacenti. 

Importante è pure questo Statuto dove •stabilisce « quod 
unaquaeque persona licite possit facere carnes licitas, quantascomque 
voluerit et ubicomque voluerit. Et Capitaneus teneatur praecise 
facere quod aliquis non dampnificetur vel iujurietur occasione 
praedicta.... »; è bandito cosi il monopolio pei beccai, monopolio 
però che non tarderanno molto a riassumere. L" ultimo Statuto 
ha pure cinque capitoli intorno ai Beccai, ma non sono che la 
ripetizione quasi identica di quelli che abbiamo già citati. 

Lo Statuto che rimane dell" Arte, uno dei più importanti e 
che ancor più lo sarebbe se invece di una copia scorretta ne pos- 
sedessimo r originale (V), fu fatto nel 1309, e fu confermato nel 
1448 dal Podestà nel tempo « felicis regiminis defensionis liber- 
tatis Parmae ». 



I)' ARTI E MESTIERI 43 

Siccome sarebbe tra quelli che nutriamo speranza di poter 
pubblicare in seguito, non ci occorrerà di farue troppo lunga 
disamina. 

Per la festa della Madonna di Agosto tutti i beccai doveano 
seguire il Podestà andando processionai mente alla cattedrale; 
privilegio che abbiamo visto sanzionato dagli Statuti del Comune. 

Proibito il vendere « publice vel privatim » carne nei giorni 
festivi « nisi praedictae festivitates essent diebus sabbatinis, in qui- 
bus quilibet becharius possit vendere non obstante dicto statuto ». 

Non si potevano tagliare ne vendere carni nello stesso giorno 
nel quale le bestie fossero state uccise. 

Il podestà era obbligato ad andare o a mandare « unum 
loco sui ad omnia mercata Episcopatus Parmae » . 

Proibito severamente era a chiunque il vendere a credenza. 

Ciascun beccajo era tenuto ad unirsi al Podestà nel caso di 
funerali e di sposalizii: doveansi però disporre le cose in maniera 
che « dummodo remaneant due stattiones bechariorum fulcite et 
aperte cum bechariis et carnibus vendendis » . 

Coloro che avevano nei luoghi pubblici le banche o le botte- 
ghe non potevano affittarle se non a persone appartenenti all'arte. 

Il podestà veniva scelto, fuori di loro, da sei elettori nomi- 
nati da tutti i membri dell'Arte; durava in carica un anno ed 
aveva G libre parmensi di stipendio. I consoli erano nove. 

Vietato era il tenere siynorvs o garzoni; più severamente 
ancora 1" associarsi con loro. 

L'arte doveva avere « uno libro grosso » nel quale fossero 
segnati i nomi ed i cognomi di tutti gli appartenenti « de littera 
grossa nigra miniata prò quolibet nomine con zinabro » (1). 

In altro libro doveansi scrivere tutti gli altri che fossero 
al servizio della Corporazione: « stant seu stabunt ad mandata 
comunitatis bechariorium ». 

In un terzo libro doveansi scrivere « omnes habere et posses- 
siones bechariorum et quantitas ipsorum » la località, gli istru- 
menti e tutti gli altri diritti. Un ultimo libro « de carti de 



(1) Di tutti questi libri, che sarebbero interessautissimi, non si è po- 
tuto aver traccia. 



44 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

pecude » dovea contenere gli Statuti dell'Arte; tutti poi indi- 
stintamente « cooperiantur cura una bona coperta ». 

Le disposizioni già accennate degli Statuti Municipali sono 
incorporate e fatte proprie in tanti speciali capitoli. 

Infine allo Statuto sono aggiunte, quasi sempre per mano 
di notajo, le moditìcazioui non poche che venivano introdotte ad 
ogni revisione dei cosidetti Statutarii. 

Accenneremo le principali. 

Nel 1418 al capitolo » de forma eligendi potestatis et offi- 
cialium » si aggiunge che questi debbano essere « de antiquio- 
ribus, fìdelioribus et suffìeieutioribus dictae Artis; » si modifica pure 
« de fideiussione massarii » e « de beccariis accipiendis in dieta 
arte ». 

Nel 1421 si obbliga il Podestà al giuramento, e tutti gli 
iscritti « ad sociandum potestatem ad omnes oblationes civitatis 
ad quas portabitur gonfalonera dictae Artis » pena 5 soldi, metà 
dei quali si devolva « fabricae capellae S. Sebastiani », 

Nel 1428 « ex parte spectabilis Rolandi de Lampugnanis 
potestatis Parmae fiat crida generalis »; in essa si stabilisce * quod 
becharii non possint vendere carues ovinas, caprinas, ircinas. ca- 
stratinas et pecudinas » 1' una per l'altra e tutte le debbano tener 
separate, e così pure non possano tenere « super eodem banco 
carnes vitulinas et mancii ». Al Podestà inoltre è fatta obbliga- 
zione di dare entro otto giorni comunicazione al Comune delle 
multe inflitte. 

Nel 1430, con aggiunte rogate da Antonio de' Tardilessi, si 
fa una riforma di 8 capitoli, nei quali si insiste fortemente sul- 
r obbedienza che si deve prestare al Podestà, si rende obbigatoria 
la votazione « cum fabis albis et uigris » , si fissano a cinque 
gli elettori del Massaro e si aggiunge un nuovo capitolo « de 
iusto pendere ». 

Così pure pochi anni dopo, essendo podestà dell'arte Bosello 
de' Guidoboui, radunati tutti gli inscritti si viene d" accordo ad 
un' altra riforma di quattro capitoli ; si puniscono di libre dieci 
i disubbedienti al Podestà e coloro che condannati rifiutassero di 
pagare; che « si aliquis facieret becharium et non esset scriptus 
in misterio et non vellet obedire praeceptis banniatur » e con 



d' arti e mestieri 45 

essi « aliqui de ipso raisterio luilliim colloqiiluiu et imllam faini- 
liaritatem liabere possiut ». Vengono pure accettati alcuni nel- 
l'arte; fra questi si accetta Frciiiciscas de /'oiitawi index ag- 
giungendosi peraltro che « non aliquis iudex pouatur uec poni 
posseut iu dicto misterio tempore ino leruo. » 

Nel 1347 si trasportarono le beccherie rimaste sino allora 
sulla Piazza Grande presso la chiesa di San Giorgio, la quale 
era a capo della strada Santa Lucia. Si rese indispensabile tale 
trasporto allorché Luchino Visconti volle della Piazza fare quella 
fortezza cui pose nome Sfa in pace. Giovanni del Giudice, altri 
cronisti e l'Angeli, contrariamente all'Affò che lo assegna al- 
l' anno 1348, dicono in modo chiarissimo che le beccherie ven- 
nero condotte fuori della città nel 1348. Ottimo insegnamento 
datoci da quei tempi antichi, e che nonostante l' utilità sua fu 
trasandato nei tempi posteriori, e solo rimesso in vigore più re- 
centemente nel 1838, per la munificenza di Maria Luigia che 
eresse nella Ghiaja un sontuoso edifizio capace di tutte le bec- 
cherie della città. 

Nel 1386, sotto Gian Galeazzo Visconti, venne fatta una 
giunta ai Pacta Locationis Dationim, sulla scannatura delle 
earni, colla quale si ordinò : 1) uiun beccajo ne altri potesse en- 
fiare le carni da vendere; 2) non si poteva ferire sul capo bestie 
bovine, tranne i vitelli lattanti, se prima non fossero state visi- 
tate dal console delle vettovaglie; 3) non si desse giunta mag- 
giore di sei once a chi comperasse carni porcine in quantità mi- 
nori di quattro libre ; 4) non si desse per giunta fegato o milza 
in quantità maggiore di quella ne volessero i compratori ; 5) aves- 
sero i venditori di carni approntata ognora tanta carne quanta 
bastasse al bisogno, secondo la qualità del tempo ed il volere 
del Podestà o del Giudice sopra le vettovaglie. 

Nel 1393 poi in esecuzione di una lettera di Gian Galeazzo 
1.5 ottobre 1392, si stabilì che ogni macellajo, e qualsivoglia 
altra persona che macellasse bestie da carni mangerecce, pagasse 
air appaltatore del Dazio sulla scannatura, nel giorno stesso del 
macellamento o nel giorno dopo, un imperiale per ogni libra. 

Le beccherie erano tutte di proprietà comunale e venivano 
affittate; nel 1478 fu rinnovato l' affitto di dette beccherie per 



46 LE CORPORAZION'I PARMENSI 

cinque auni. In quel tempo erano quindici, dodici prossime alla 
Piazza e tre in capo al ponte. Si capisce che esse dal di fuori 
dov'erano state relegate aveano già fatto ritorno nel centro della 
città. La rinnovazione fu pattuita in lire imp. 115 per le dodici 
e 28 per le tre, annualmente. All' adunanza dell' Anzianato per 
questa deliberazione erano presenti il Podestà de' beccai, due 
sindaci e sette altri dell' arte. Ai conduttori fu concesso il pri- 
vilegio (li macellare e di vendere carni al minuto. E con pubblica 
grida ne fu proibita la vendita a tutti gli altri durante il tempo 
dell' affitto. 11 rogito fu rogato da Gaspare Del Prato e fu anche 
convenuto che chi, all' infuori dei conduttori avesse macellato o 
venduto carni in luogo diverso dalle dette beccherie, cadesse in 
multa di fiorini dieci a profitto metà dell'arte e metà del Comune. 

Pochi giorni dopo i beccai si dividero fra loro di buon accordo 
le botteghe prese in affitto; solo vollero escluso un Cabrino Fabi. 

Anche ciò rogò il Del Prato, e dall' atto risulta come le 
botteghe vicine alla Piazza erano tutte contrassegnate da una 
lettera dell' alfabeto. Era in questi tempi in Parma un canale 
speciale a comodo delle beccherie che si chiamava canale dei 
beccai. Il Comune pagava un salario di 4 lire imp. a chi intro- 
duceva r acqua in detto canale. 

Da un altro atto poi del 1470, col quale l' arte affitta 
« unam apothecam » a certo Marco Pezzali, si viene a stabilire 
come il Palazzo dei Beccai, vicino appunto a tutte le loro botteghe, 
parte delle quali erano anche in Strada Santa Lucia, che allora 
chiamavasi contrada de' Beccai, era attiguo all' allora Chiesa 
Parrocchiale di San Giorgio, precisamente sulla piazzetta ora detta 
Pescheria Vecchia. 

Del 1513 abbiamo una grida colla quale si ordina di vendere 
le victualie al prezzo del calmiere: in altra del 1515 si proibisce 
di vendere carni prima dell' Avemaria del mattino; una terza del 
1541 vieta a ciascun beccaio rli ammazzare più d' un vitello 
alla settimana; nel 1543 si notifica a chi volesse vendere carne 
di chiederne licenza agli Anziani che 1" avrebbero accordata dopo 
la lettura dei capitoli a ciò riferentisi. 

Con grida del 4 febbraio 1545 è data facoltà a chiunque 
di presentare le ragioni che avesse sulle case e botteghe distrutte 



I 



d' arti e mestieri 47 

per fare le beccherie della città, entro il teriniue d' im mese 
avanti il governatore di Panna. Nel 1GU2 gli Anziani fanno ag- 
giungere allo Statato che il Podestà faccia vedere ogni anno, in 
gennaio, lo Statuto dell'Arte al Vicario della Grassa (disposizione 
comune a tutte le Arti), più che venga « aggiunto inviolabilmente » 
che ciascun estratto officiale debba accettare incontanente, ed a 
lui obbedire padroni e famigli. 

Con grida del 1G44 si proibisce agli uffiziali e capitani di 
vender carni macellate nemmeno ai proprii soldati, ne di ammaz- 
zare bestie bovine. 

Nel 1651 infine, e tralasciamo molte altri gride posteriori, 
si pubblicano ordini e provvisioni perchè la città non manchi di 
carni e siano rigorosamente osservati i bandi antecedenti. 

Nel 1707 abbiamo la riforma dell'arte, la quale viene retta 
con nuovo Statuto (VI) di 24 articoli: l'arte è governata da un 
Anziano, un Sindaco ed un Massaro. Nessuna persona possa eser- 
citare r arte fuori del Vaso grande della Beccaria, e le botteghe 
di fuori si chiamino Soriane. In quaresima si tenga aperta una 
sola bottega, si ponga all' incauto ed i danari ricavati, non si 
lipartiscauo più fra i singoli, come prima, ma si devolvano alla 
cassa dell'arte. Le domande per essere iscritti non si accettano 
(he dal primo giorno di Quaresima al Lunedì Santo; per evitare 
« i susurri e discordie » i Triparoli non si fermeranno nelle 
Beccarle se non pel tempo necessario per ricevere le intestina 
degli animali. 

La Chiesa dell' Arte è San Pietro e si fa la solenne funzione 
il giorno di San Kocco. 

Il sigillo dei Beccai fu pubblicato dall' Affò nella Zecca 
Parmigiana e dal Zanetti nella nuova Raccolta delle monete e 
Zecche d* Italia - tomo V. Vi è scolpito un torello colla leggenda 
^ S. COMUNITATIS BECARIORUAI PARMAE. 

— Boccalari. 

Erano i lavoranti nell'arte della Ceramica, arte che nel 1500 
ebbe anche fra noi singolare sviluppo, come può vedersi in una 
memoria del marchese Campori sulle Ceramiche modenesi, nella 
quale in appendice si diffonde a parlare anche delle Parmensi. 



48 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Gli Anziani del Comune in seguito a petizione di Angelo 
Dieci ne stabilirono gli Statuti nel 1794 (VII) in capitoli. 

« li buon governo degli affari politici richiedendo che le 
arti riconoscano le loro regole ed i loro diritti, così ancora i Boc- 
calari che hanno vissuto sino al dì d'oggi con provvidenze incerte 
è bene che che si trovano in un sol corpo uniti, per godere dei 
privilegi che gli convengono ». 

Per essere iscritti all' arte bisogna provare il possesso stabile 
di un valore di Zecchini GOO (cap. 6); erano divisi in due cate- 
gorie, fabbricatori e negozianti. Seguono poi molte disposizioni 
tecniche intorno agli scarti, alla vernici ecc. 

Vincenzo Balestrieri decurione in seguito alla disposizione 
sopra citata « si è prestato ad esaminare le disposizioni ed ordi- 
nazioni date in diverse" epoche su tale proposito » ed ha concluso 
col proporre i succitati Capitoli approvati dagli Anziani il 9 aprile. 

— Brentatori. 

Arte antichissima e che in mezzo a vicende d' ogni sorta ha 
saputo mantenersi e conservarsi, unica fra le altre, sino ad oggi. 

Ad essi era affidato l' incarico di correre a spegnere gli in- 
cendii che divampassero nella città: così infatti parla di loro il 
secondo Statuto Municipale a pag. 106 « Capitulum quod mas- 
sarius Comraunis debeat dare singulis brentatoribos, et singulis 
vicibus quibus ibunt et fuerint et aquam portaverint ad ignem 
estinguendum in civitate vel burgis, XII imperiales de avere Com- 
munis. Et liceat ipsis brentatoribus stare cuni brentis suis iuxta 
Sanctum Fetrum, et alibi, in Platea Coramunis, sicut et ubi 
consueverunt, et breutas suas tenere in locis consuetis, non dando 
aliquid Communi nec speciali personae. 

Nel terzo Statuto a pag. 2()9 ne viene lor fatto obbligo pre- 
ciso: « brentatores teneantur et debeant venire cum brentis et 
aquam portare ad ignem extinguendum, quando et quociens esset 
in civitate vel burgis, poeua et hanno decem sol. parmen. prò 
quolibet et qualibet vice. Et non debeant ire praedicti brentatores 
in aliquibus exercitibus vel cavalcatis nec stare, nec facere aliquas 
custodias diurnas vel nocturnas: et, tempore cujuslibet exercitus 



d' arti e mestieri 49 

vel cavalcatae, sub poena praedicta, stent in platea Oommunis de 
die et de nocte ». 

Più iunanzi si stabilisce pure « quod nullus brentator audeat 
vel praesumat stare iu platea Oommunis, quando carariae vini 
sunt in platea Oommunis causa vendendi vinum et mustum, prope 
ipsas cararias per duas pertìchas, nec edam inter homines ven- 
dentes vinum seu sa^os (saggi) vini causa vendendi ; sed longe ab 
eis per unam perticham stent: salvo quod, facto mercato vini, 
possint ire ad portandum ipsum ». 

Sotto pena poi di cento soldi nessun brentatore poteva « ire 
ad sepeliendum aliquem defunctum * o a scavare fossa per sot- 
terrarvelo; sotto pena di 5 soldi non potevano i brentatori stare 

« prope staciones Oommunis quae staciones sunt sub scalis 

palacii Oommunis, super quo moratur dominus Oapitaneus » . Inol- 
tre « ut aquae puteorum civitatis et burgorum Parmae non vic- 
tuperentur *- nessun brentatore, od altri « debeat ascendere cum 
pedibus super tolta alicujus putei causa trahendi aquam de puteo » . 

Nel quarto Statuto a questi Oapitoli se ne aggiungeva un 
nuovo: « si aliquis brentator seu portator vini eft'ondent vinum 
alicujus, teneatur illud emendare, scilicet medietatem precii vini 
quod constiterit emptori, vel illi cujus fuerit, infra terciara di era 
postquam hoc contingerit, in poena dupli », 

Morto nel 1279 un Alberto da Bergamo, di professione bren- 
tatore, corsa per 1' Alta Italia la fama di molti miracoli avvenuti 
sul suo sepolcro in Oremona, vollero i Brentatori nostri recarsi 
colà, d' onde tornati, dice 1' Affò, pieni della novella divozione, e 
raccoltisi nella Ohiesa di San Pietro sulla Piazza, dove solevano 
radunarsi colle loro brente, dipingere ne fecero l' immagine nella 
tribuna di essa e tanto concorso vi promossero e tante offerte 
raccolsero che, radunata la somma di trecento lire imperiali, com- 
prarono nella Vicinia di Santo Stefano le case dei Malebranchi, e 
vi fondavano un Ospedale che si chiamò di Frate Alberto. Fra 
Salimbene nella sua Oronaca si mostra avversissimo a questo 
Frate, fu prima però che la Chiesa lo avesse santificato, e fra 
r altro lo chiama peccatore e più che brentatore bevitore di vino. 
Fatto sta che il culto che in Parma gli prestarono i brentatori, 
continuò forse sino a tanto che l' Ospedale citato s'incorporò, come 

Arch. Stor Parm , V. 4 



I 



50 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

gli altri, all' Ospedale Grande. « Dopo quel tempo, dice l' Affò, 
confuse le idee di quei buoni uomini, e secondate non saprei da 
qual testa loro pari, equivocando tra quel Santo Alberto, ed altro 
di simil nome carmelitano, si diedero a celebrare la festa di que- 
st* ultimo, che sino al dì d' oggi invocano protettore senza saperne 
il perchè ». Ed anche ora nell'umile fondaco che serve di bottega 
ai Brentatori, che tutt' ora mantengono l'Arte, si trova un quadro 
di buon pennello di Sant' Alberto, vicino ad una graziosissima 
Madonna, dovuta a Michel Angelo Anselrai, nostro pittore, e fatta 
appositamente per 1' Arte. 

Gli Statuti dell'Arte furono compilati nel 1553, nuovamente 
approvati poi nel 1602 (V[II). L'originale in pergamena si trova 
presentemente presso la Società dei Brentatori che abbiamo già 
accennata. Cousta di 27 capitoli. Così cominciano : 

« Essendo fra le altre Arti di questa magnifica città di 
Parma, una V Arte dei Brentatori, molto utile et necessaria, sic- 
come la esperienza il mostra, quale già tanti et tanti anni ha 
Privvilegi et Statuti, et è stata molto perservata, volendo si come 
conviene, vivere con ordine et drittura, et che le sue leggi, Sta- 
tuti et stabellimenti appaiono et siano osservati, et per abusione 
trascuragine sieno pretermessi quelli già fatti e statuiti, che 
furono latinamente composti, ridurli a parlare materno, talmente 
che possano da tutti essere intesi, a cui spetta et spetterà et 
agiungerli e sminuirli si come giusto ed honesto debbe essere ». 
così presentano alla superiore approvazione, che fu concessa, i se- 
guenti capitoli. 

Che il Brentatore non faccia fraudo nel suo officio, che non 
dica parole inoneste ad alcuno, che non faccia o dica ingiuria 
agli ufficiali dell' Arte, colle altre disposizioni solite, sono il sunto 
di questo Statuto. 

Il Brentatore che farà vendere vino a credito sarà tenuto 
in solido col compratore al pagamento di esso (cap. 4). 

« Ad effetto che facilmente si possine servire il Prencipe e 
li Rettori della Repubblica Parmeggiana e le altre persone » si 
statuisca che i Brentatori nei giorni di lavoro debbano stare 
continuamente, pronti al servizio del pubblico, al luogo del Dazio 
del vino. 



d' arti e mestieri 51 

Nel caso che uno dell' arte fosse ricercato di portar vino in 
campagna, egli debba chiamare con se i più vicini ed i primi 
che trova e non andare girando per cercare altri. 

I Brentatori non iscritti nell'Arte siano obbligati a pagare 
a questa ogni mese « un certo che » e precisamente 20 soldi imp. 

Al cap. 21 si obbligano « tutti li Brentatori di detta Arte 
ogni volta quando si sentirà o si oderà sonare campana di chiesa 
alcuna o del Comune al fuocho, andare con le brente loro al 
luoco dell' incendio e portare de l' acque per estinguerlo, e di 
indi non partirsi senza licentia di lo Antiano, se vi sarà, o de 
i Consoli di dett' Arte » sotto la pena comminata dallo Statuto ; 
e la pena « s'applichi per metta a l'Arte predetta, e per 1' al- 
tra metta al patrone del luoco abbruggiato ». 

Si riportano poi in tanti capitoli le prescrizioni comunali che 
abbiamo già viste ed a proposito delle esenzioni dalle caval- 
cate ecc., così si esprime lo Statuto: « Si come più carico si da 
a uno, ancho onesto premio più che agli altri se gli concede, 
pertanto essendo dalli Statuti della Magnifica Città di Parma 
datto Privillegio alli Brentatori, pare che sia ancho honesto questo 
in questi Statuti dell' arte predetta commemorare » . 

Seguono poi le approvazioni annuali sino all'anno 1804. 

Nel 1583 gli Anziani fecero aggiungere allo Statuto che 
alcun brentatore non potesse comprare vino per rivendere « così 
nella Città come fuori et tanto in Giara o altra Piazza quanto 
in altro loco pubblico o privato » né in questo possa avere so- 
cietà compagnia con altri; così pure si vieta che s' intromet- 
tano a far vendere vino di sorta. Quelli che antecedentemente 
avessero comprato vino entro tre giorni ne diano nota alla Can- 
celleria della Comunità, col numero delle botti, la quantità del 
vino e la provenienza. 

L' ordinazione degli Anziani non era che una ripetizione di 
quanto si era già stabilito nel 1524, e che i Brentatori pare 
avessero scordato. Infatti negli Ordinamenti di quell' anno si 
legge: 

« Vigesimo tertio statuerunt quod Brentatores non valeant 
quomodo intromittere prò vendi faciendo vinum quod a Mercato- 
ribus in Civitate Parmae defertur causa vendendi, neque emere 



52 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

valeant causa revendendi, uec precium aliquod a revenditoribus 
vini recipere, sed tantummodo ab emptoribus recipere possint 
mercedem causa gestationis dicti vini ad doraos emptorum et 
hoc in et sub pena ducatorum duorum auri a quolibet et qua- 
libet vice auferendum et aplicandum ut supra etc. » . 

Ma nemmeno all' ordinanza del 1583 si acquetarono tutti, 
ed alcuni 1' anno dopo fecero una domanda asserendo « che difi- 
cilmente si possi trovare chi dia vino alla minuta a brente e 
mezze brente per servitio delli lettori et scolari dello studio in- 
trodotto in Parma » . 

A questo rispondono abbastanza risentiti gli anziani dicendo 
che « detta obiettione è impertinente et si risponde che vi sono 
Provisori per lo Studio, quali hanno fatto fide nauti alli Signori 
Antiani che provvedano et provvederanno a' Signori lettori et scolari 
di maggior cosa non che di vino et che non solo si è provveduto 
che li ne sia dato a brente e a mezze brente, da grandi e pic- 
coli et d' ogni sorte, rossi e bianchi ma anco a fiaschi, se così 
vogliono.... che quindi quando Antonio Bornio Persuto (capo dei 
firmatarii della petizione) e gli altri vogliano essere mercanti e 
venditori di vino depongano la brenta » . 

Nel 1604, essendo il numero di quaranta sufficiente ai bi- 
sogni dell' Arte, perchè altri non chiedano di essere iscritti si 
accrescono le tasse portandole da L. 20 a 40 per i terrieri e da 
40 a 70 per i forestieri. 

Nel 1640 si rimette in uso la consuetudine, interrottasi per 
il contagio del 1630, di far celebrare ogni anno un solenne uf- 
ficio in suffragio dei defunti dell' arte stessa. 

Nel 1704 dietro petizione dell' Arte, che si lamenta d'essere 
ridotta in così miserabile stato da non sentirsi di pagare le pub- 
bliche gravezze, perchè tutti portano vino, persino i soldati, con 
apposita grida si stabilisce, pena 25 scudi d' oro, che ciò non 
possa farsi che dagli iscritti nell' arte. 

Nel 1715, a rogito di Alessandro Baroni, i Brentatori si 
obbligavano a pagare ciascuno cinque soldi al mese per costi- 
tuire un fondo « per soccorso di mano in mano dei poveri Bren- 
tatori che si trovavano infermi » ; i figli dell' arte all' atto del- 
l' entrata dovranno pagare solo un anno, e gli estranei quella 



d' arti e mestieri 53 

somma cbe sarà creduta sufficiente. Il sussidio si concederà sola- 
mente a coloro che siano già ammalati da 8 giorni. Così mode- 
stamente si iniziava in Parma sin d'allora una propria e vera 
società di Mutuo soccorso. Nel 1787 la cosa venne poi stabilita 
formalmente con tutte le dovute autorizzazioni, e venne costituita 
« una Cassa a favore degli Individui dell' Arte dei Brentatori o 
infermi o impotenti all'esercizio del loro mestiere ». 

Nel 1734 poi, dietro richi&sta della maggioranza dei Bren- 
tatori i quali non desideravano che i denari e la cassa rimanes- 
sero presso r Anziano, perchè ne vengono abusi, si stabilì dagli 
Anziani la nomina di un apposito Tesoriere. 

Attesa la tenuità della mercede corrisposta dagli Osti ai 
Brentatori in soldi 5 per brenta, era venuta la consuetudine che 
questi si appropriavano quattro boccali per ogni botte o carraro; 
con grida del 14 agosto 1779 si vieta questo severamente, ma 
nello stesso tempo si statuisce sia lecito in avvenire al Brenta- 
tore r esigere soldi 10 per brenta, per quel vino solo che verrà 
scaricato alle osterie, non per quello portato alle case dei privati 
per i quali resta intatto il prezzo di prima. 

La soppressione delle Arti non ha recato alcun pregiudizio 
a quella dei Brentatori, la quale come già dicemmo sussiste tut- 
t' ora nella nostra città, mantenendo parecchie delle sue antiche 
consuetudini, fra le quali quella di chiamare con un sopranome 
ciascun appartenente ad essa. Ora è regolata con un Regolamento 
Municipale (IX) andato in vigore nel 1864 ed approvato con Regio 
Decreto 11 ottobre 1863. Anche questo Regolamento è ormai 
lettera morta e gli articoli prescriventi la cauzione in lire 60 e 
le piastre di riconoscimento si sono per tacita dissuetudine abro- 
gate, e la Società continua a sussistere libera da ogni vincolo 
che non sia quello della volontà dei pochi consociati. 

— Caffettieri. 

In data 23 giugno 1751 da molti caffettieri si chiede l'ere- 
zione dell' Arte, per essersi questa estesa e diventata importan- 
tissima: « sin" ora li Professori di questa, essi dicono, hanno dovuto 
soggiacere ora ad una ora ad un'altra sotto semplicissimi e vani 



54 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

titoli e pretesti da antichi ed ostentati Statuti, quali al presente 
Stato di cose non sono verificati, ed a quali neppure adempiscono 
alcuni che pretendono tenere soggetti e dipendenti li Professori 
antedetti, chiamati Caffettieri » . 

Addì 26 giugno gli anziani leggono un memoriale del Col- 
legio degli Speciali il quale protesta « perchè li Cafetieri (che 
con tal nome vogliono appellarsi abbenchè sempre chiamato col 
titolo di Acquaroli) non si contentino di vendere Caffé, Acque 
ecc. ma pretendano manipolare dolci, confettorie, biscotterie, che 
invece sono attinenti » a loro, come si rileva dai loro Statuti e 
da un decreto del 1593 che vieta a chiunque non Speciale la 
vendita di molte cose e fra le altre delle citate; non aver mai 
mancato essi di fare le dovute proteste, e che inoltre nel 1737- 
38-41-42 vennero collettati anche i Caffettieri nella colletta o 
taglione imposta al loro collegio, il che prova come quelli siano 
sempre a questo stati sottomessi. 

Nonostante però questo cumulo di ragioni l'erezione dell'Arte 
viene concessa e ne vengono scritti ed approvati gli Statuti (X) 
che hanno questo mirabolante titolo: 

STAl'UTI E CAPITOLI 

dell'Arte dei Professori nella fabbricatura e manipolazione di 
Bevande, di Caffé, The e Ciocolato, di Acque rinfrescative, di 
Sorbetti ed altri Gelati, Siroppati, Biscotterie e dolci d'ogni sorta 
confettati di puro piacere e delizia del gusto umano! E scusate 
se è poco ! 

In essi all' infuori di prescrizioni tecniche su quel po' di 
roba di cui sopra, non e' è nulla che merita d" essere rilevato. 

— Callegari. 

Una anche questa delle arti più antiche: la vedemmo infatti 
nella Compositio mercailaìiciae; era composta dei confettori ossia 
conciatori e trafficanti di pellami. 

Nel secondo Statuto troviamo intorno ad essa un capitolo 
col quale si assegnavano ai callegari alcune norme da seguire 



p' ARTI E MESTIERI 55 

neir arte loro: « Potestas teneatur sacramento praeciso facere 
fieri seciindum inodiim antiquiim et iuventum, qui est in Camera 
Commiiuis, seciindum quem autiquitus soleae calegariorum con- 
sueverint designari, et secundum quem extra signa ipsae soleae 
cousueverunt esse amplae et loughae (eo quod secundum modum, 
ad quem de novo fiebant calzarii non poterant calzari nec guer- 
dolari (sic''; qui modo ferratus et legitimatus, ut antiquitus esse 
consuevit, est in camera Communis, ad quem soleae signabantur 
in eoreis confectis) et soleas facere incidi et vendi. Et si aliquis 
calegarius contrafecerit solvat prò banno XXV libras parmenses >. 

Da essi prese il nome certamente la « via gallegariae » 
ricordata nel terzo Statuto a pag. 143, e che tutt' ora porta quel 
nome. Di quell'arte ci resta uno splendido statuto (XI) conservato 
neir Archivio di Stato, cui fu regalato dall' Archivista Gasparotti 
che lo scoperse venale in un negozio di libri vecchi. 

È originale in pergamena, con i titoli dei capitoli in rosso, 
ed è scritto in italiano molto barbaro. È del 1473. 

Nelle prime pagine vi sono scritti un' infinità di nomi di 
appartenenti all' arte, parecchi dei quali sono resi dalla corrosione 
del tempo indecifrabili. 

Vi sono poi alcuni capitoli sparsi ed aggiunti poco dopo la 
formazione dello Statuto; in uno di essi si dà l' incarico all'anziano 
dell' Arte di porre all' incanto a calende di gennaio l'affitto della 
beccheria unica che, come abbiamo visto a suo luogo si teneva 
aperta in quaresima; affitto, s" intende solo relativo alle pelli, ed 
un altro che comanda « che nisuno di 1' arte predicta osa ne 
presuma per alcuno modo de impedire e molestare ne fare mo- 
lestare quel tale eh' bavera conducta la suprascripta becharia sotto 
la pena de livere dese de imperiali » . 

Dopo 6 pagine principia lo Statuto, di 34 capitoli, che co- 
mincia: « A honore e gloria de lo omnipotente dio et de sua 
madre Intercedente et exaltatione de 111.™° signor nostro e astato 
pacifico e tranquillo perpetuamente da essere observato da li 
huomini de larte de la Caligaria de la Cita e del Vescovato de 
Parma ». 

Nessuno che non sia e cittadino ed abitante della città, ed 
iscritto neir arte da 10 anni, può essere Anziano. 



56 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Coloro che, legittimamente impediti, non possono intervenire 
alle oblazioni delle feste di Sant' Ilario e Sant' Antonio (speciale 
per r arte) mandino 1 libra e mezza di cera. 

Seguono molte disposizioni intorno ai cuoi nostrani e spa- 
gnoli che vengono da « Sibilia e Lisboa », del tempo che deb- 
bono restare in concia, e del modo di confezionarlo. 

L' anziano, quando sospetti sull' osservanza di qualcuno agli 
Statuti, può fargli giurare toccando le scritture, e chi vi si rifiu- 
tasse paghi 20 soldi imp. di multa. 

Nessuno dell' arte può prendere in affitto più di una beccheria 
per averne le pelli; se un cittadino porterà una pelle da confe- 
zionare il maestro cui si dirige è obbligato ad esaudirlo purché 
r altro affermi di usarne per la sua famiglia et non aìiter. 

Nessuno della città, che non sia sotto l'obbedienza degli 
ufficiali dell' arte ardisca lavorare della medesima. 

Chi avrà mancato all' osservanza degli Statuti sia punito 
ipso jure « et senza altra scriptura di processo » in lire 10 imp. 

È vietato severamente il conciare pelli di porco. Colui che 
punito per trasgressione agli Statuti « si volesse defendere e 
piadezare contro gli ufficiali denauze ali giudici » abbia oltre 
r altra pena altre 10 lire imp. 

Seguono le firme annuali dei correttori, fra cui quella del 
celebre Grapaldo; la prima è del Notaio Petrus de Bono nel 1473 
e si viene anno per anno, salvo qualche salto, sino al 1732. 

Non fummo in caso però di trovare gli statuti che si devono 
esser fatti in quell' epoca; come pure non riuscimmo a trovare di 
quest' arte, che 'se visse di vita rigogliosa commercialmente stette 
peraltro quieta e modesta, se non queste altre poche notizie. 

Nel 1551 si aggiunge che tutti i figli dei maestri, vivi e 
morti, presenti e futuri, s" intendono nell' arte compresi, senza 
pagamento, purché la esercitino e siano approvati. Possano anche 
essere eletti agli uffici ai quali è di nuovo rigorosamente vietato 
rifiutare. 

Nel 1581 essendo nata contesa tra i callegari ed i calzolari 
e mercanti, che sogliono introdurre in città corami forestieri, e 
che fattili tingere li vendono come nostrani con grave danno dei 
primi, gli Anziani ordinano che sia vietato e punito il farli credere 



P' ARTI E MESTIERI 57 

non forastieri, che non si possano tingere in alcun modo ma solo 
venderli bianchi come sono. 

Loro patrona Santa Agnese, loro chiesa San Silvestro. 

— Calzettai. 

È chiamata ars Aguchinortiiii ed è certamente una parte 
dell' arte dei Merciai dalla quale si è in seguito staccata. 

Unica memoria che di questa ci rimane è uno Statuto (Xll) 
del 1597. 

Sono 15 capitoli e sono intitolati « Statuti Capitoli et or- 
dini dell' arte delle Calzette fatte all' agocchio et d' ogni altra 
sorta d'agocchiami dell'Ili.""' città di Parma ». 

I capitoli furono loro formati dagli Anziani che in quell'anno 
stesso ne approvavano 1" erezione in arte autonoma. 

L'Arte è retta da quattro uomini intelligenti, eletti dagli 
Anziani, che devono vedere tutti i lavori che si vogliono ven- 
dere (cap. 1); tutti quelli che vorranno aprire bottega dovranno 
essere approvati dai detti quattro, e cosi pure i garzoni (cap. 3). 
Viene poi fissata la lunghezza delle calze, la quantità della seta 
reale da impiegarvi ecc. Le multe e le tasse serviranno a mari- 
tare ogni anno una donzella figlia di un Maestro in esercizio. 

In questo Statuto non si trova alcun accenno all' idea reli- 
giosa, così pure vi si parla di ufficiali senza dire prima quanti e 
quali debbano essere: — questo fatto e l'essere la copia sprov- 
vista d' ogni altra aggiunta, lettera ed approvazioi;e posteriore, 
ci fa ritenere che più che dello Statuto sia una copia di un me- 
moriale delle direttive sulle quali si compilò poi lo Statuto 
dell' Arte. 

— Calzolai. 

Era una delle quattro Arti e conseguentemente delle ]»iù 
importanti della città. Nel 1215 la tro\inmo nella Composiiio 
Mercadanciae. 

Del 1256 ci resta tutt' ora una lapide, visibile presso l'Ospe- 
dale Maggiore, su cui è incisa una convenzione stipulata tra 



58 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

l'arte dei calzolai ed una casa di Ricovero (forse 1' Ospedale di 
Rodolfo, uno degli aggregati a questo) per la quale ciascun 
membro di essa avea diritto di esservi ricevuto e di ottenervi ciò 
clie gli fosse necessario per la vita e suffragi dopo morte. Eccola: 

HOC MEMORAI SCRIPTUM QUIA COPETIT UT MEMORAI 

QUANTiS CERDONUM. TURBA BONIS FRUITUR. 

QDISQUIS EG¥s FUERIT. SEU PAUPTATE C'JACT 

HIC RECIPI DEBET. QUODQ: NECESSE DARI. 

HIC HIIS DEFUCTIS. CaTaBITTaNNUA MISSA 

HINC SOLITO FACTO. PLENIUS OFFICIO. 

SCI MARTINI. POST FESTUM TÙC CELEBRATU 

PRIMA DIES LUNE. POSTULAI ID FIERI. 

DE PROPRIIS PONAT. HI IPI QUOLIBET ANNO. 

NON SINE RE DEGNA. TALI A CUM MERITANT. 

A DECIES QUÌTO. SEX RURSUM MILLE DUCENO 

TEMPORIB. CUNCTIS. HEC DOMUS HEC FACIET 

TEMPORE GERARDI. QUI TUNC MASSAR AGEBAT. 

CONSUL ERAT lACOB. PETRUS. UBALDUS ET Eli 

SIC lACOB. PETRUS. BERNARDUS QU JOHES. 

NE(; NON ALBERTUS lUNGITUR INDE SIBI. 

GAUDEAT ERGO DIU. CERDONU PARMEA TURMA 

QUAE MERITIS MULTIS. TALITER EST SOCIA. 

Protettore dell' arte San Crispino, che possedeva un altare 
in San Pietro (chiesa che nel 1578 di 13 altari ne aveva ben 
sette appartenenti ad altrettante arti); nel 1778 però celebravano 
le loro funzioni nell' Oratorio di M V. del Ponte. 

Il primo Statuto che ci si presenta, compilazione sugli anti- 
chi statuti scritti in latino, è di 27 capitoli e dell'anno 1568 (XIII). 

Nel giorno di San Cristoforo 1' arte estrae dal bussolo, nel 
quale son tutti i Maestri d'anni 25 e che n'abbiano 10 di esercizio, 
il Fo'lestà e i due Sindaci che dovranno assisterlo; essi a lor 
volta dovranno eleggere un benestante e giudizioso Massaro. 

Tre giorni dopo gli Ufficiali giurano in mano d' un cancel- 
liere della Comunità « bene et fedelmente e da liuomini da bene, 
rimossa ogni passione d' odio, malizia o rancore et ogni amicizia, 
aifetto, parentella o huraana grazia ». 



d' arti e mestieri 59 

Ogni mese siauo questi tenuti a visitare le botteghe e visi- 
tare diligenteraeute se vi siano fraudi di qualunque sorta; le cose 
sequestrate saranno portate dal bidello al Vicario della Grassa. 
« Non parendo conveniente che uno di un Arte sappia tutti gli 
interessi dell'altra rendendosi ancora impossibile il servire a due 
in uno stesso campo » si statuisce che non possa entrare nel- 
r arte chi sia iscritto in un' altra « et si tollerano i presenti 
perchè turpius ejcitur qua non admittitur hospes ». « Perchè il 
Signor Iddio nostro Giesu Christo ama sommamente la pace e 
molto volentieri alberga e si trattiene dove quella si ritrova e si 
mantiene > gli Ufficiali devono essere « vigilanti ed avvertiti in 
orecchio » e se nascono discusioni pacificarle. 

Le pene, comminate dallo Statuto, si applicheranno per /<, 
alla Mag" Comunità di Parma, per un terzo all' Arte, ed il 
riinanente all' accusatore o scopritore che sarà tenuto segreto. 

Del 1573 resta la matricola dell'Arte (XIV) ossia « uno qua- 
derneto de carta membrana nel quale siano scritti tutti i cappi 
mastri che fanno stazone.... a nome per nome, con la sua casata 
da una banda e dall'altra banda si scriverà tutti gli forestieri 
cioè zavatini et altri cho pagheranno su la nostra arte ». 

Detto libro « sarà chiavato nella cassetta delli Istrumenti 
dell' Arte nostra, le qual chiave (?) siano tenute con buona di- 
ligenza, cioè la prima al Podestà e 1' altra a uno deli sindaci e 
che deto quaderneto non si tira fuori senza licenza della maggior 
parte delli Hufficiali ». 

Sono in esso notati i pagamenti sino all'anno 1065. 

Nel 1686 si chiede « una riordinatione et riformatione de' 
Statuti della raedema arte, con aumentarsi le tasse al presente 
tenue per gli augumenti delle monete, per il che si rende diffi- 
cile ai potenti della medesima Arte eseguire le obbligazioni » ed 
i membri Fuhhlici Ecgintinis III.'""^ Coìii." Parmae riordinano 
e riformano gli Statuti (XV) i quali per altro vengono di poco 
cambiati. I capitoli sono 20. 

Al 4.° ci sono tutti i requisiti per entrare nell'arte; eccoli: 

1) dovranno essere di buon nome e vivuti onoratamente; 

2) nati in città o habitauti in essa da dieci anni ; 

3) dovranno provvedersi d'un capitale di bottega da scudi cento; 



60 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

4) fare la prova d'abilità dinanzi agli ufficiali; 

5) pagare al Massaro se della città Lire 14 soldi 18 danari 10 

se del vescovado » 20 > 18 » 10 
se forestiere » 29 » 17 » 8 

Se il capitale è stato momentaneamente prestato da altro, 
sia venduto a beneficio dell'Arte ed i due ne restino esclusi. 

Se alcuno in città o nel territorio, non essendo dell'arte, ar- 
dirà lavorare in detto esercizio e vendere incorra nella pena di 
uno scudo d' oro per ciascun lavorerio (cap. 6). 

È vietata 1' entrata nelF Arte a chi, anche se figliuolo della 
stessa, dispreizasse od affrontasse gli ufficiali della medesima, 
perchè, dice lo Statuto, « beneficio legis non meretur qui in legem 
committit » . 

Le tasse sono aumentate iti Lire 8 e 10 pei calzolai e 2 e 3 
pei ciabattini a seconda se sono o della città o del territorio. 

Lo Statuto è rogato dal notaio Franciscus Ferrus; segue 
r approvazione ducale e la presentazione regolare al cancelliere 
comunale sino al 1803. 

Nel 1707 vi si scrive una deliberazione degli anziani che 
chi ricuserà 1' ufficio, entro 3 giorni, sarà costretto a pagare 00 
lire imperiali da prendere anche con pignoramento. 

L'ultima aggiunta è del 1796; viene trascritto il verbale 
degli Anziani, col quale comandano che il giorno di Sant' Ilario 
i capi delle Arti debbano presentare 1' elenco di tutti gli appar- 
tenenti alle medesime. 

Numerosissime furono le questioni che nacquero tra i Cal- 
zolai ed i ciabattini, i quali formavano una specie di Ars Zava- 
tinornnì, si riunivano per eleggere i sindaci, sentivano comunica- 
zione degli ufficiali eletti dai calzolai, facevano fare i verbali da 
apposito notaio, ma pure erano legati ai calzolai per tasse, col- 
lette ed altro. 

Nel 1625 presentano un memoriale in cui chiedono la sepa- 
razione dell' arte come lo è a Roma, Milano, Verona e Piacenza, 
e di potersi fare un gonfalone con S. Bertoldo, dicendo che essi 
non sono contati « et non si riconoscono che per le gravezze, 
ingiustitie ed ingiurie che gli dicono et che gli fano chiamandoli 
ancho duo-aroli et altri brutti nomi » e che del resto non si 



n' ARTI E MESTIERI 61 

trattava che di rendere completamente autonoma un' arte che in 
molte cose è già indipendente dai calzolari: questi però risposero 
con un altro lungo memoriale e gli Anziani non ne fecero nulla 
ed i poveri ciabattini continuarono ad essere soggetti all' arte 
dei calzolari. 

— Cappellari. 

Abbiamo la costituzione dell' arte nel 1768. ed a staìiqm 
vi sono gli Statuti di quel!' anno. Non occorre quindi che ac- 
cennarli (XVI); sono di 24 capitoli ; il protettore è S. Giacomo 
(25 luglio). 

Fra le disposizioni che ci permetteremo di chiamare transi- 
torie vi è che « pel primo anno il Corpo dell' arte pregherà S. 
Ecc. il Sig. Marchese Ministro (Du-Tillot) affinchè gli sia in 
])iacere di eleggere e nominare pel primo anno 1' Anziano e li 
due esaminatori, mentre se di presente si eleggessero a voti, 
potrebbe cadere la sorta sopra certi soggetti poco abili e capaci, 
i quali invece di procurare la perfezione dell' Arte colla debita 
vigilanza e magistero, potrebbero, stante la loro insufficienza, dar 
luogo all'introduzione di varii errori ed abusi nell'Arte ». Inol- 
tre « che sia posta nel registro delle Arti e che essa debba in- 
sieme alle altre in argomento di obbedienza e dipendenza compa- 
rire alle consuete chiamate, che sogliono farsi dall' 111"'° Anzia- 
nato di quest' 111"^ Comunità ogni anno il giorno di Sant'Ilario, 
14 gennaio, quello dei Santi Fabiano e Sebastiano, 20 gennaio, e 
la vigilia dell'Assunta, 14 agosto, e rispetto a Sant' Ilario an- 
dare alla Chiesa di esso collo stendardo e con la offerta in com- 
pagnia delle altre arti.... » presentare gli Statuti ogni anno, e 
pagare le Collette secondo la tassa che alla nuova arte sarà fis- 
sata. Riguardo al posto nell' ordine delle arti, viene alla nuova 
assegnato quello che aveano prima gli Spadari. 

— Cassonieri. 

FJra anticamente chiamata Asimiriorum seu Somarioruin. 
Di quest' arte ci restano gli Statuti del 1526. 



62 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Convocati il 1.° di maggio da Giovanni de Gartiis, Anziano, 
tutti gli appartenenti all' arte, nella Chiesa di San Pietro, d'ac- 
cordo stabilirono i nuovi ordini in 18 capitoli. 

I cittadini che tengono bestie possono esercitare, ma per loro 
esclusivo vantaggio; se per trarne guadagno, paghino ogni anno 
all' Arte 40 soldi imp. (cap. 2). 

Chiunque quindi esercita, per uso del pubblico 1' Arte, deve 
nella medesima farsi iscrivere (e. 5.). 

Nel giorno di Sant'Ilario ciascun iscritto pagherà all'Anziano 
un soldo per ogni bestia da soma che abbia (e. 7). 

Segue dopo « amplam immunitatem et exceptionem uni- 
versitati Asinariorum.... ab omnibus consulatibus et custodiis » 
coir onere però di prestare alla Comunità « centum carigia 
gratis ». 

Seguono infine i pagamenti delle tasse sino al 1586. 

Molte sono le Gride intorno a questo mestiere: per non 
andare troppo per le lunghe, citeremo solo la più antica, del 15 
dicembre 1508, sul modo con cui debbono condurre la sabbia e 
la calce entro bigonci e some bollate. 

Altre prescrizioni sono loro imposte con un' ordinanza del 
1509, conservata nelle Ordinazioni Comunitative di quell'anno. 

— Facchini. 

Ci restano gli Statuti del 1567 « stabiliti per li fachini 
et portatori della Mag.'=* città di Parma » constano di 21 ca- 
pitoli (XVIII). 

Anche essi furono sempre esentati dalle guardie che si fanno 
in città, e furono, un certo tempo, obbligati a concorrere coi 
brentatori nello spegnere gli incendii. 

I denari che si caveranno dalle multe « s'habbino dispensare 
in opere pie » a piacimento degli iscritti nell'arte (cap. 8). 

Dieci soldi imp. di multa si comminano a colui che non 
essendo dell' arte, così con sacco et corda come senza, traspor- 
tasse roba a pagamento (cap. 11). 

Se un facchino non verrà pagato dal suo principale della 
sua mercede, nessuno possa più servire questo, se non ha pagato 



d' arti e mestieri 63 

il primo (e. 12). I figli dei facchini potranno esercitare senza pa- 
gare tassa di sorta, ma necessario si facciano iscrivere. 

Dopo gli Statuti viene la lista dei 27 esercenti 1' arte. 

Nel 1593, Cavirano Bergonzi, corrccfor S/afaforuin, corregge 
il cap. S"; le tasse non si diano più in opere pie, ma, visto il 
mutamento dei tempi, si mariti ogni anno una donzella. 

Nel 1673, ai 10 agosto, si aggiunge 1' obbligo ad ognuno 
dell' Arte di far dire una messa in suffragio di ciascun compagno 
che morisse. 

— Ferrari. 

Era una delle Quattro Arti, e nella Compositio mercaclanciae 
del 1215 è essa pure compresa. Come vedemmo, in quei tempi 
parte degli appartenenti a quest' arte, e specialmente quelli che 
fabbricavano le cose pertinenti alla milizia, erano sotto la sog- 
gezione del Coììiioie Militum. 

La più antica memoria che di quest' arte si ritrovi è in 
una lapide posta nella chiesa di San Silvestro (lapide che in- 
sieme ad alcune altre daremo in Appendice) affermante avere in 
quell'anno i Fabbri costrutta una capella in detta Chiesa, o 
meglio, secondo vogliono altri interpretare, la stessa chiesa, re- 
staurata poi nel 1480 dagli stessi. Sopra detta Chiesa godettero 
sempre padronanza i Fabbri, e nel 1716 nei verbali di una 
visita pastorale del Vescovo Mous. ]\rarazzani si trova « l'arte 
dei Ferrari di questa città meglio provveda all' altare maggiore 
di cui è padrona ». 

Ci rimane conservato un interessante Statuto del 1439 (XVIII) 
il cui originale pergamenaceo è tutt' ora presso la Camera di 
Commercio, dalla cortesia della quale potemmo ottenere di rico- 
piarlo per darlo con altri due in Appendice in un prossimo lavoro. 

Il Podestà deve essere « civis et oriundus civitatis seu epi- 
scopatus Parmae » e non deve durare in carica più di tre mesi. 
È coadiuvato da qwitaor sapientes che durano invece un' anno. 
I cinque ufficiali scadenti scelgono otto dell' arte, i quali alla 
lor volta « ad scurtinium cum fabis albis et nigris » eleggono i 
suddetti. 



64 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Vi sono inoltre quattro consoli, uno per porta, che pur essi 
durano in carica tre mesi. I primi cinque poi nominano un mas- 
saro ed un sindaco. Vengono pure eletti quattro cercatores, per 
ricuperare i crediti dell' arte sia verso gli associati che verso i 
terzi « et debeant habere (lieti cercatores, cum notarlo eorum, 
medietatem eius tocius quod recuperaverint » . 

Ogni volta che si deciderà di riformare gli Statuti si eleg- 
geranno a ciò « statutarii adminus quatuor videlicet unus per 
portam ». Il l'odestà, i consoli e i sapienti eleggeranno un no- 
taio, che dovrà anche essere il Sindaco dell' arte, e sarà obbligato 
a presentarsi « in pallatio ferrariorum vel alibi ubi necesse fuerit » 
« sub pena et hanno soldi unius prò qualibet vice *. 

Se qualcuno degli ufficiali, purché almeno in due, « de die 
vel de nocte iverint ad domum alicuius causa cercandi si fecerit 
seu laboraverit contra formam statutorum dicti misterii et ab 
eo petierint pignus prò utilitate, bono et honore dicti misterii » 
esser questo obbligato a concederlo immantinente, e se si ricuserà 
se vorrà portar la questione dinnanzi ai consoli ììiermtorum o 
ad altri giudici del Comune « cadat in penam XV sol. parm. ». 
Gli ufficiali dell' arte sono obbligati ad « inquirere et cercare 
omnes fiixinas novas et omnes ferrarios qui incepissent laborare 
de novo » ed a costringerli a pagare la tassa all' arte. 

Si accettano anche coloro * qui laborant carbonem ». E" 
vietato invece il tenere « secum prò socio » chi non fosse del- 
l' arte. Oltre al Notaio 1' Arte deve avere iscritto fra" suoi « unus 
sapiens iuris.... qui debeat componere Statuta Ferrariorum et 
suum patrociuium prestare in negotiis et causis et refformaciones 
firmare ». Se qualcuno de' ferrari fa parte o del Consiglio ge- 
nerale del Comune, o della Società dei Crociati, o della merca- 
tura « teueatur et debeat si habuerit breve aliquod illud dare 
uni ex ferrariis scriptis in dicto misterio ». 

L' arte si obbliga a mantenere, nella Chiesa maggiore, una 
lampada dinnanzi all' altare della H. Vergine. « Et teueatur 
ispam lampadem manutenere et facere ardere continue die noctu- 
que ». Quest' usanza era comune alle arti d'allora e nel 1458 se 
ne videro ardere a loro spese 25, fra le quali una dei Beccai e 
varie dell' Arte della Lana. Un' altra lampada s" obbligava l'Arte 
a mantenere in San Silvestro. 



d' arti e mestieri 65 

Debba l'arte avere « iiua tabula de aricaklio » nella quale 
si (lebbauo iucitlere « sigua cuiuslibct ferrarli » ed il contrassegno 
di uno non deve assomigliare a quello d' altri, ma deve essere 
ben distinto. 

Nel secondo Statuto Municipale (pag. 405) vi è appunto una 
disposizione a questo proposito, la quale benché non parli del- 
l' arte, pure si capisce che ad essa si riferisce: « Capituhim, ad 
conservacionem misteriorum et hominnm de artibus civitatis, et 
ad obstandum et cessandum multas fraudes quae committuntur 
et committi possent in artibus civitatis, quod nullus de arte vel 
misterio debeat se intromittere de signo alicujus alterius personae 
quae sit de misterio, nec facere signum alterius nec simile, nec 
contrafacere, in cultellis nec in spatis ; et, si aliquis de misterio 
vel arte civitatis consuetus est facere signum in cultellis, spatis 
vel aliis ferramentis per X. annos, et aliqua alia persona civitatis 
reperiretur incoepisse facere vel fecisse ab uno vel duobus annis 
citra idem signum vel simile vel stampitum vel formatum aliquo 
modo in similitudinem alterius signi vel quod alteri assimiletur, 
teneatur de cetero illud signum non facere nec operari in cultellis, 
spatis vel aliis ferramentis, et hoc in poena et hanno X. libr. 
parmen. prò quolibet et qualibet vice etc. » . 

Nel quarto Statuto e' è un' altro capitolo sulla questione 
(p. 302). « Nullus, qui sit in arte ferrariorum qui faciat cultellos, 
nec aliquis alius homo praesumat nec debeat facere super cultellis 
signum aliquod alicujus ferrarli civitatis Parmae, nisi suum. Et, 
si quis contrafecerit, solvat prò hanno centum sold. parmen... ». 

Si aveva quindi quello che oggi commercialmente si chia- 
merebbe marca di fabbrica, che senza essere depositata, come 
ora, attirava però l'attenzione del legislatore patrio. 

Tutte le arti, chi più chi meno, oltre alla propria sede, 
possedevano beni immobili, e quella dei Ferrari possedeva alcuni 
prati che lo Statuto ordina si debbano « terminari cum terminis 
lapidum in quibus sculpita sint incugine et martellum » che 
insieme alle tanaglie si vedono tutt' ora nelle lapidi che dianzi 
citammo. 

Sono obbligati con giuramento a non far chiavi sopra mo- 
delli di cera; così pure era vietato « facere aliquam mensuram 

Arch. Stor. Parm., V. 5 



66 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

de fero molio », ed appena fossero in possesso di ferri rubati 
doveano subito farli vedere ai consoli. 

L'arte doveva ajutare quanti ferrari « caderent in aliquam 
paupertatem infirmitatem et brigam » e dovea procedere contro 
quel nobile che avesse offeso qualcuno della medesima. 

Parecchie disposizioni vi sono intorno al carbone, che è l'a- 
limento del mestiere e l' arte pensa a farne grande provvista: 
« unam canevam de carbone bene fulcitam ». 

11 lavoro notturno era solamente permesso in parte della 
primavera e dell'estate; solo quelli che facevano elmi e schienali 
(avvelerias et schenerias) potevano lavorare sempre « de die et de 
nocte ». 

In mezzo agli articoli dello Statuto vi sono aggiunte, scritte 
nell'originale collo stesso carattere del testo, e vi sono accenni 
di correzioni e riforme, in una anzi è detto che fu deliberata di 
comune accordo da 36 presenti, ma non si può dare nessun ac- 
cenno preciso dell'anno giacché nelle date e nei nomi proprii vi 
sono delle abrasioni posteriori. Neil' ultima parte poi vi sono 
capitoli contenenti concetti già espressi ma che pure sono parte 
integra dello Statuto, non essendovi traccia, che in qualche punto, 
ove espressamente si dice di aggiunte posteriori. 

Importante è un capitolo col quale si statuisce « quod de 
cetero possint recipi in arte ferrariorum de bonis viris popularibus 
civitatis predictae et qui vere sint populares et prò popularibus 
comuniter habeantur, quamvis ferarii non sint nec exerceant di- 
ctam artem ». 

Altra disposizione di pubblica utilità è che « aliquis qui sit 
in rebellicne comunis non possit habere aliquod sagittamentum 
se variis » e che nessuno d' essi s' arbitri di fabbricarne senza 
espressa licenza del Podestà e dei quattro sapienti. 

I danari che si ricavano dalle tasse e dalle multe non si 
possono spendere che per « causa emptionis fiende prò dicto mi- 
sterio seu arte terrarum domorum et alliarum rerum immobilium 
et mobilium et causa redemptionis seu recuperatiouis stationum, 
pallacii ferariorum et pratorum eorundem ». Dette entrate si pa- 
ghino all' Arte entro il mese di aprile. 

Coloro che non volevano pagare e che di detti pagamenti 



d' arti e mestieri 67 

facessero questione, potevano venire condannati molto soininaria- 
mente * condepnare semel et pluries, alte et basse, ipsis presen- 
tibus, et absentibus, citatis et non citatis et eos privare offitii 
diete artis usque ad certum tempiis ». 

Anche tutti i fabbri del territorio erano sottoposti alla Cor- 
porazione della città « et obligati sint fuisse et esse intelligantur 
prò eorum ratis et coutingentibus portionibus servare adimplere 
et manutenere omnia et singula ordinata conclusa seu quod obtenta 
fuerint vel eciam sint nunc vel in futurum per Universitatem Fe- 
rariorum Civitatis Parmae ». Nello Statuto vi sono le approva- 
zioni comunali sino al 14(37 nel quale anno l'Arte ha un novello 
Statuto, pure in latino (XIX) e che varia in pochissimo da quello 
che abbiamo esposto sin" ora. Solo le feste, nelle quali è vietato 
il lavoro, sono molto diminuite ; se ne sentì forse il bisogno giacché 
i giorni seguati come festivi nell' altro Statuto sono 83, non com- 
prese le Domeniche. 

— Festari. 

Di quest'arte si conservano gli Statuti (XX) dell'anno 1605. 
Constano di 31 capitoli. 

Non era lecito ad alcuno il fabbricare sorta alcuna di feste, 
cialdoni, o cannoncini o simili (cap. 2); a quei dell'arte era 
proibito il fabbricare feste eccedenti il valore di lire 3, eccetto 
che per i giorni delle cresime (e. 5); vietato pure era al festaro 
rivenditore mettere banchi o tavoli sopra li sagrati delle Chiese 
dove si celebrano solennità, e molto meno siavi alcuno che si faccia 
lecito entrare nelle Chiese a vendere (e. 6) ; eleggono a loro pa- 
trono San Giacinto (e. 10); si obbligano ad eseguire lo statuto 
ad imguem, pena di un ducatene d' oro (e. 11); nessuno dell'arte 
possa avere in giro più d'otto rivenditori, grandi e piccoli, maschi 
e femmine, dei quali 6 in città e 2 in campagna, e più di due 
banchi con roba da vendere (e. 20). 

Nel 1610, dietro petizione dell' arte, nella quale si osserva 
che « i rivenditori di città per lo più sono putti che doppo aver 
venduta la robba o giocano o altrimenti perdono i danari » il 
capitolo ventesimo viene abrogato. 



68 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Nel 1630 dall' anziano dell' arte si fa noto come detta abro- 
gazione abbia apportato « grande disconcerto e pregiudizio alli 
festari e al pubblico »; chiede sia rimesso in vigore come fu di- 
fatti. Seguono alla fine degli articoli le approvazioni Comunali 
sino al 1742. 

A queir epoca 1' arte dei Festari decadde, ma venne poscia 
ristalibita e riconosciuta sotto il nome di Arte degli Offellari. 

— Fornaciai. 

Anche questa è una delle arti antiche, fra le più im- 
portanti e lavorando in cose di pubblica utilità, si trovano intorno 
ad essa non poche disposizioni negli Statuti Municipali. 

Nel primo Statuto (secolo XIII) è stabilito che essi « de- 
beant fact^re quadrellos ad modum uovum et ferratum eis datum 
a Communi Parmae ; et cum modulo copporum non debeant 
facere ultra XX milliaria cupporum ; et vendere calcinam ad 
culmum ad legitimum sextarium currentera de Parma et adlectam. 
Et teneantur cuppos et quadrellos de fornace trahere et eos ada- 
quare. Et teneantur quod non tenebunt assetum inter se aliquod 
quod non possint facere aliquod laborerium, et coquere fornaces 
quacomque bora voluerint. Et quod nullum sacraraentum inter eos 
facient, vel promissionem, seu consuhitura; et si fecerint non 
observabunt.... Potestas teneatur facere laborare omnes foruaxarios 
continue congruo tempore.... et dicti fornaxarii teneantur bene 
coquere cuppos, et quadrellos, et calcinas, et planellas sub prae- 
dicto hanno » . 

Viene fissato anche il prezzo dei generi in dieci sol. imp. 
per ogni mille mattoni o tegole, e 2 soldi per moggio di calce. 

Da un'aggiunta fatta nell'anno 1241 sappiamo come il 
Comune nominasse due soprastanti per gruppo di fornaci, le quali 
si trovassero verso San Barnaba, alla porta di Parma, ed a 
Porta Nuova. 

Nel secondo Statuto (pag. 178 e seg.) si stabilisce che i 
possessori di fornaci, che nel raggio d' un miglio d' intorno alla 
città debbano fare « quinque cotas adminus » all' anno. « Et 
teneantur cotam aperire in praesencia unius ex judicibus vel sociis 



d' arti e mestieri no 

vel ex notariis Domini Capitanei » . Seguono poi altre disposizioni 
intorno alla calcina la quale deve essere da essi ben cotta « bona, 
necta et monda et sino lapide ». 

Vengono cambiati i prezzi e ad essi si obbligano i fornaciai 
a stare. Inoltre « Dominus Capitaneus teneatur sacramento prea- 
ciso facere attendere et observare per omnes fornaxarios omnia 
Statuta et reformaciones Communis et populi Parmae loquencia 
contra eos, et de eis, et eis accipere honam et ydoneam securitatcm 
de praedictis osservandis, et eciam de ommibus praedictis iuquirere 
possit per denonciacionem et accusationem » e nessuno si lasci 
lavorare se non ha dato questa sicurtà che obbedirà agli Statuti 
Municipali. Così pure si statuisce « quod nullus fornaxarius 
praesumat cavare nec cavari facere penes aliquam stratam vel 
viam per duas perticas racionatorias in pena X lib. parm. et 
in restitucione stratae seu viae quam romperet ». 

Non mancano altre leggi nel terzo Statuto nel quale anzi 
si ordina che in tutti i paesi del Parmigiano nei quali « fuerit 
ecclesia batismalis » si debba fare, a spese degli abitanti, una 
fornace che debba fare almeno due cotte all' anno. 

Neil' ultimo Statuto poi abbiamo una ripetizione di tutti i 
capitoli antecedenti con leggerissime e non sostanziali modificazioni. 

Ci sono rimasti poi anche gli Statuti dell' Arte e nel loro 
codice originale, nel quale furono compilati circa Tanno 1458: 
così diciamo abbenchè non si trovi data di sorta nello Statuto, 
perchè la data della prima approvazione Comunale è del 1459 
(XXI). Constano di 17 capitoli e sono scritti in latino. 

Le adunanze o congregazioni dell' Arte si fanno nella Chiesa 
dei Predicatori, in San Pietro Martire, nel giorno del quale nes- 
suno lavorar potesse « salvo quod si aliquis fornaxarius ante 
ipsum diem vel festum diem vel festum posuisset vel posuerit iguem 
in fornaci » . 

Obbligatorio 1' ufficio annuale per Y anime dei defunti e se 
l'arte non ha danari da pagare paghino gli inscritti (cap. 8). 

L'Anziano dell'Arte è obbligato a fare una volta all'anno 
una visita alle fornaci per « revidere modulos, pensas, cavagnas 
et alia iisuriìia » (e. 12). Gli iscritti si obbligano a « facere 
bona et justa laboreria et calcem bene coquere ». 



70 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Non c' è coercizioDe di sorta per far entrare nell' arte quei 
lavoranti che non vi si trovassero iscritti, soltanto questi « non 
debeant uec possint nec valeant aliqualiter habere vel gaiidere 
aliquid de honoribus, commoditatibus et prebeminentiis ipsius 
artis » (cap. 15) — sia lecito inoltre « cuicumque civi Parmae 
coqni facere ad ejus fornellum laboreria prò uso suo ». 

Seguono le correzioni e le presentazioni Municipali sino al 1698. 

Fra le prime ne notiamo alcune: 

Nel 1640, essendo cresciuto il corso delle monete, « e quello 
che altre volte valeva quattro adesso vale otto >, si aumentano 
le tasse da 4 a 12 lire pei forestieri e da 20 soldi a 4 lire per 
i cittadini. 

Nel 1652 Camillus de Pavesiis antianus e i quattro ufficiali 
stabiliscono che nessuno « possit nec valeat per se neque per 
interpositam personam sub quoque pretextu coquere aliquam for- 
nacem cuiusvis hominum, sit qui vellet, ni illarum personarum 
quae sunt descriptae in arte praedicta.... et totiens quotiens casus 
evenient debeant solvere una dubla auri monasterio S. Petri 
Martiris ». 

Nelle Ordinazioni Comuniiative dell' anno 1794 (a carte 
165 e seg.) trovasi una copia di Statuti di quell'anno (XXII); 
non vi trovammo alcunché che meritasse essere rilevato. 

— Fornari. 

Anche questa è un' arte che ha dato molto da pensare e da 
stabilire al legislatore patrio, perchè essendo delle più necessarie, 
era conveniente fosse retta da savie e sicure leggi. 

Nel primo Statuto (pag. 158) si trova che i fornai erano 
obbligati a giurare che avrebbero custodito le loro case in modo 
che alcuno non riuscisse a rubare « de pasta seu farina quae vadit 
ad furnum » . I fornai sono obbligati a cuocer bene il pane « et 
levare seu saxonare », Se qualcuno volesse far il pane in casa 
sua gli fosse lecito, « Et omni die teneantur coquere si poterunt, 
nisi in die dominico et festis principalibus >■>. 11 Podestà era 
obbligato a far giurare a ciascuno di essi ed alla sua famiglia 
r osservanza di questo capitolo al quale si aggiunge in ultimo 



d' arti e mestieri 71 

« et si farinam vel pastara dimiserint in fumum illi qui fecerint 
panem, teneantur recidere domino vel dominae cujus esset. » 

Tanto poi premeva la cosa al Comune che fra le altre man- 
sioni attribuite ai cercatores e' è anche quella di vedere « si for- 
narii fecerint contra eorum statutum, et non observaverint eum 
in totum ». Statuto nel quale erano inserite le disposizioni suc- 
citate e del quale parleremo più innanzi. 

Nel secondo Statuto l' argomento è svolto più ampiamente. 

Ripetuto quanto sopra si aggiunge: « si aliquis voluerit con- 
queri de aliquo fornario vel de aliqno de sua familia sibi male 
cosisse panem, vel furtum sibi fecisse de pasta vel farina, vel 
furtum esse sibi factum in fumo suo, quod de furto seu de dampno 
facto in pane seu farina alicuius solvat fornarius, in cujus furnus 
factum fuerit, prò quolibet et qualibet vice 111 lib. parm. et 
nihilominus emeudet dampnum conquerenti; et soli sacramento 
cujuslibet conquerentis credatur ». La situazionne de' fornai non 
era per vero troppo privilegiata I 

Di più fossero anch'essi obbligati a prestare sicurtà: « et 
dominus Capitaneus teneatur in principio sui regiminis accipere 
securitatem cuilibet fornario de hoc capitulo observando ». L'ob- 
bligo inoltre di tenere « propria vasa, corba pulcra firma et 

necta ». E stabilita eziandio la tariffa e precisamente che un for- 
najo non possa pretendere di più di 4 imp. per la cottura di un 
pane di uno stajo di frumento, di 5 per pane di uno stajo di 
mistura, e due se di spelta. 

Affinchè poi « ex alieno facto periculum ignis non incurrant 
horaiues civitatis Parmae » quel fornaio che tenesse un forno con 
pericolo di prossimo incendio sia punito in cento soldi e debba tras- 
portarlo in una casa separata. 

E fra le altre seccature che i fornai avevano, essendovi un 
dazio sul pane, questa anche vi era che doveano « manifestare da- 
ciariis dicti dacii et suis nonciis quot staria panis venalis coxerint 
de alieno.... » 

A pag. 347 del 3.° Statuto trovasi il prezzo del pane e della 
pasta ed i patti approvati per il suddetto dazio, ed alla lettura 
di quello rimandiamo coloro che avessero vaghezza di saperne di 
più. E qui ci permettiamo di saltare a pie pari le citazioni di 



72 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

tutti i calmieri e di tutte le variazioni sul prezzo del pane, e le 
relative ordinazioni intorno ai fornai, giacché allora non finiremmo 
sì tosto. 

Gli Statuti dell' Arte de' Fornai, che ci sono rimasti nei loro 
originali pergamenacei, sono due; uno come dice il Soragna, porta 
la venerabile data del 1236, ma forse è una traduzione del 1583 
(XXIII) ed è in volgare; l'altro in latino, del 1461 (XXIV): ad ogni 
modo r uno e V altro sono perfettamente eguali e quindi, saltando 
la questione della data, questione che non ci porterebbe a sicure 
conclusioni, limitiamoci ad esaminarli come facemmo per gli altri. 
Del resto gli Statuti che portano la data del 1461, perchè furono 
collazionati, nella copia esistenti, in quell'anno, crediamo possano 
benissimo essere gli Statuti tli due secoli prima giacche nelle 
deliberazioni degli Anziani di queir anno, a questo proposito tro- 
viamo che « nulla novitas fieri posset ipsis Statutis et ordinibus 
tamen in addendo quam in diminuendo ». 

Lo Statuto mantiene 1" obbligo del giuramento di guardare 
e custodire in buona fede « el pan, la pasta e la farina, et di 
cosere el pan a tutta possanza * (cap. 1). 

Morendo un fornaio, o un membro della sua famiglia tutti 
gli altri siano obbligati a presenziarne il funerale « e se gè ve- 
nissino senza calze » paghino 2 soldi imp, di multa (e. 2). 

Se uno ha rubato nel mestiere, l'Anziano lo denunci al Pode- 
stà affinchè lo iiersegHìti e sia scacciato per sempre dell'Arte (e. 3). 
Il Sindaco dia i danari che gli occorrerà ricevere all' Anziano ed 
ai consoli e se esso « per cazoue dell" Università dovrà piadezare 
dei danari da riscodere abbia per libra soldi 2 per sua mercede 
e fatica ». I consoli si rechino una volta al mese dai fornai 
« per corezzerli ed admonirli che se abstengano da le male 
opere » (cap. 7.) 

Non cuociano pane nei giorni festivi ed in quelle di San 
Bastiano, protettore dell' arte, « salvo se li dicti Foruari fussero 
costretti a cosere in li dicti de sopra per li Ofiziali de la cita 
de Parma » (cap. 17). « Ohe se lo accadesse alcun Fornare 
litigare con l'Arte e Università de la Cita e Burghi de Parma, 
che non posseno né debiano condurre Procuratore né Advocati 
denanzi al Judice dove litigare, el quale debia procurare e ale- 



d' arti e mestieri 73 

gare per quello se la lite non sarà dubia e tale litigante sapia 
dire la sua razone in pena di soldi 20 » (cap. 19). 

Il cap. 24 fissa lo stipendio all' Anziano ed ai consoli; abbia 
il primo soldi 4 e ciascun de' secondi 3 per bocca di forno. 

« Ninna persona possa coserò o far coserò in lor casa pan o 
pasta, se non è scripto nel libro di dicto Misterio, salvo nel tempo 
della peste, dalla qualle Dio ne scampi » cap. 26). 

Le correzioni e le aggiunte allo Statuto sono numerosissime; 
guarderemo di scegliere lo più importanti. 

Nel 1477 si stabilisce « quod nullus fornarius audeat vel 
praesumat coquere vel coqui facere de pane in die carnisprivii 
siue expressa licentia Antiani » . 

Nel 1509 si ha una causa contro 25 fornai che non giu- 
ravano, come era prescritto dal cap. 1 dello Statuto; rispondevano 
essi che si era fatta una riforma, approvata con lettera di Ke 
Lodovico, nella quale si diceva che vista la difficoltà di far pre- 
stare a tutti questo giuramento « satis esset Antianus ipsius 
Artis iuraret prò se et prò aliis — et ita obtinuerunt de anno 
1449 >. I giudici dichiarando essere a loro conoscenza come il 
capitolo del 4." Statuto Municipale « sub rubrica de Fornariis 
non fuisse nec esse in viridi observantia » presa visione della 
riforma succitata, rogata a ministero del notaio Gaspare del 
Prato dichiarano come « non posse nec debere ad ulteriora pro- 
cedi contra dictos Fornarios >. Nel 1514 ci si presenta un'altra 
causa perchè alcuni fornai contrariamente al cap. 17 lavorarono 
nella festa di San Sebastiano non solo ma « quia noverunt per- 
mittere cerchari per Consulibus dictae artis quia immo negave- 
runt et noluerunt hostia domorum ipsorum aperire iuxta tenorem 
Statuti ». 1 Giudici « visis exceptionibus per suprascriptos For- 
narios qui dicebant Statutum ipsum non fuisse in viridi obser- 
vantia et quod erat de nocte et tempore uocturno non tenebautur 
aperire hostia sua praedicta » sentenziarono « praefatos fornarios 
non posse nec deberi molestari, prò hac vice, dumtaxat Statuto 
observandi ad literam omni exceptione remota » . 

Nel 1542 il Consiglio dell'arte preso in esame il cap. 24 
sullo stipendio degli ufficiali: « considerantes dictum Statutum 
fore et esse contra facientium seu cohentium panem in Civitate 



74 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Parmae et eorum prejuditio et quod non fuit nec est in viridi 
observantia Statntum (capitulum) praedictiim adhimerunt, cassa- 
riint, irrita verimt et acuiillaverunt, et salarium Officialium ha- 
benduiii sit in aliis bonis et reditibus dictae artis » . 

Dello stesso anno esiste una querela « per Dorainos Calme- 
raotes contra fornarios faceutes fraudem in venditionem furfuris 
seu rumuli » alla quale gli Anziani rispondono decidendo che si 
debba « vendere romulura iuxta bonitatem et mensuram solitam 
et convenientera accalcatam, prò ut consueverunt », 

Della stessa epoca è 1' altra decisione presa dall' arte, e 
rogata da Dionisius de Mediis e da Gaspare de Bretis, prò 
sccundo votarlo, colla quale si stabilisce « quod uullus ipsorum 
Ferrariorum qui faciant paneui vendendum , non possici nec 
valeant vendere nec vendi facere panera in Burgis nec in Stratis 
publicis nisi ad ejus vel eorum proprias habitationes et ad ejus 
Fornus et in Platea Magna Coramunis Parmae ubi est semper 
solitus vendendus dictus panis vendendus, sub poena ducati 
unius auri ». 

Nei 1548, ai 29 giugno, convocata Y Arte si delibera 
« quod singulo anno in perpetuo in die festo Sancti Sebastiani 
de beat dieta ars maritari unam pauperam domicellam. filiam 
unius dictae artis et detur dotis 25 lib. imp. et unum guarnellum ». 
Nel 1555, congregata 1' Arte « in disciplina uova Portae novae », 
si delibera « quod si aderii pecunia ipsius artis vel autem ex da- 
nariis et pecuniis propriis ipsorum Pistorura » se ne maritino 
parecchie « et quod estrahi debeant in festo Sancti Josephi et 
ire debeant in festo Beatae Mariae Virginis de mense Marcii ad 
oratorium Dominae Sanctae Mariae della Stechata vestitae albo, 
cum ilio guarnello seu pignolato, quo datum fuerit, et stare 
illam diem ad missam et ad divina ufficia et ire cum torcia et 
cum signo ipsius artis ... et facere aliud quod faciunt doraicellae 
quae raaritantur per ipsum oratorium » . 

Nel 1514 l'Arte emana alcune pirovvidenze sopra le adu- 
nanze, causate certo da qualcuna di esse (pare fosse un debole 
anche di quei tempi) riuscita troppo tumultuosa. Si stabilisce in- 
fatti « quod nullus Furnarius audeat vel praesumat percutere 
Dee verberare aliquo modo aliquem alium fornarium de dieta arte, 



d' arti e mestieri 75 

in aliqua congregatione fieiida per ipsos fornarios et quando erunt 
congregati prò tractaudis negotiis dictae artis » ; si aggiunge inoltre, 
ribadendo un capitolo dello Statuto suir argomento, « quod onines 
et singuli Foruarii teneant et debeant tacere et silentium praestare 
donec aliquis eorum consuluerit in Uuivensitate dictae Artis — 
et si quis contrafecerit solvat prò baano sol. 5 imp. ». 

Nel 157G, 11 aprile, gli Anziani, acciocché li Fornari pos- 
sano attendere all' impresa loro, li fanno liberi ed esenti dalle 
guardie, da consolati et da alloggiamenti de soldati; sieno però 
tenuti al pagamento delle gravezze così per soldati come per altro. 

Nello stesso anno 1.576, ai 27 di settembre, gli Anziani della 
Comunità rogano uu pubblico atto « cum Plstorihus stipulantibus 
prò se ipsis et prò eorum haeredibus et successoribus » in un com- 
plesso di 24 capitoli, con Y obbligo principale di fare quotidiana- 
mente pane per cento trenta staja di frumento (XXV). Nel cap. 1 
si obbligano a non comprar frumento nella Piazza ma solo nei 
granai dei cittadini ; col e. 2 a far pane buffetto, rodellato e tutto 
fiore senza vantaggio di soita; ciascun fornaio abbia i suoi luoghi 
e porte sulla Piazza, ne loro si possa mettere banco innanzi, ne 
essi debbano avere, comprese le botteghe, più di otto porte. 

« Accadendo venuta d' esercito di soldati, che Dio ne guardi, 
possino li fornari fabbricare pane per quelli, mentre che non man- 
chino di fabbricarne per uso della Città la tassata quantità, et 
non potendo essi per 1" uno e per 1" altra farne abbastanza, sia 
lecito agli agenti della Comunità farne fabbricare a qualunque 
persona; e se i soldati ntn pagassero o se pane avanzerà sarà 
pagato dal Comune (cap. 9). 

Non possino li Fornari in alcun modo, di pene corporali esser 
puniti (e. 10). Col 24.° ed ultimo capitolo si ordina che le Or- 
tolane e Revenderole stieno in Piazza dietro i banchi del pane. 

Degna pure di essere consultata è la tariflà (sono 68 pagine) 
calcolata da Stefano Triunfi d'ordine degli Anziani nel 1637 (XXVI). 

Nel 1602 gli Anziani, attese le richieste dell'arte dei Fornai 
tanto da pan venale quanto di quelli che cociono pane per le 
case, per ovviare contese future, statuiscono che i denari che si 
pagano all' arte debbano essere distribuiti in servigio di tutta 
r Arte medesima, giacché, siccome sono un corpo solo e cougre- 



76 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

gati sotto uno stesso stendardo, debbano così avere ogni cosa 
in comune. 

Non molti anni dopo l'Arte si divise in due, 1' una detta 
dei Fornari da Massaro, della quale si hanno gli Statuti del 1724 
(XXVI) e quello dei fornari da pan venale, i cui Statuti sono del 
1740 (XXVIl); questa divisione tra i fornai esiste tutt'ora, come 
si può vedere nello Statuto del 1886 della Società di M. S. fra 
Padroni e Lavoranti Fornai e Pastai della città e provincia di 
Parma » (Tip. Adorni). 

— Guantari. 

L'arte prenominata venne dietro domanda degli esercitanti 
la medesima eretta a parte e distaccata dalla Marzeria nel 1G82, 
dagli Anziani i quali considerano « che quanto più corpi d'Arti 
sono nelle Città e più conspicue appariscono e maggior beneficio 
ne riceve il pubblico ed utile grande ne sentono i cittadini », 

Nello stesso anno vengono scritti gli Statuti (XXIX), nella 
compilazione dei quali si è veduto quello dei Pellizzari, giacché, 
per r affinità dell' Arte, questi non ne restassero pregiudicati. 
Sono capitoli 16. 

È scelto a patrono Sant'Ubaldo, che dovrà essere dipinto 
nello stendardo da erigersi nel giorno di detto Santo. 

Quei maestri che non volessero entrare nell' arte possono eser- 
citare sino alla morte, riconosi'endo o 1' arte de" Pelizzari o quella 
dei Merzari, pagando però una recognizione di 20 soldi. Così pure 
quelli iscritti all' Arte dei pellizzari, che vendono guanti possono 
continuare come sopra. 

Seguono altre disposizioni sui corami, il far conciar i quali 
« salvo li Statuti de Callegari e Pellizzari che non s' intendono 
co' presenti pregiudicare », è proibito a chi non è dell'Arte. 

Gli Anziani si riservano in fine la facoltà di aggiungere, mi- 
nuire etc. e la cognizione d' ogni controversia. 

Nel 1682 si aggiunge che i Ballettini possano comprare 
pelli di animali porcini e farli acconciare a' Maestri loro confi- 
denti: si obbligano però ad una ricognizione annuale ed al con- 
corso per le eventuali gravezze. 



d' arti e mestieri 77 

Seguono le presentazioni al Comiin'3 e le firme sino al 1693, 
dopo il qiuil' anno 1" Arte si estiuse e si unì con (quella dei Pe- 
lizzari. 

— Lana (Arte della). 

Sino dal tempo dei romani il nostro territorio era famoso 
per le lane che prodiieeva ; questo ci assicurano Columella, e Mar- 
ziale, che nei suoi Epigrammi lasciò scritto : 

Tondet et inuumeros Gallica Tarma greges ; 
ed in altro luogo : 

Vellerihus primis Apulia, Parma seciindis 
Nobilis, Altinum tertia laudai Ovis. 

E sin da quei tempi erano oggetto di un commercio avvia- 
tissimo, e sin d' allora c'era chi si esercitava nel purgarle e 
scardassarle e chi nel tingerle a porpora. 

Non farà quindi meraviglia il sapere come nel 1211 l'Arte 
della Lana si trovasse già fiorente nella città nostra, e tale da 
richiedere la protezione del legislatore patrio. 

In detto anno, essendo Corrado Munari Podestà, gli fu fatto 
fare speciale giuramento, riportato nel primo Statuto (pag. 191) 
e che così suona : « Ego qui sum Potestas vel Consul Parmae 
juro quod bona fide et sine fraude manutenebo misterium pignolati 
in Parma, et faciam fieri ad bonura et utilitatem Oommunis 
Parmae et honorem hominum ipsius misterii toto tempore mei 
regiminis, et ita faciam jurare consulibus, vel Potestati, qui post 
me intrabunt ; et quod in Parma nec in episcopatu non permittam 
vendere, nec debeat vendi, aliquod pignolatum, nisi illud quod 
erit factum in civitate Parmae vel in burgis. Et nullum pigno- 
latum factum vel districtum de aliqua civitate Lombardiae debeat 
duci Parmam nec in episcopatum prò revendere ; et si sciverit (sic) 
aliquem qui ducat dictum pignolatum, ei auferam et super regiam 
Sancti Petri eum ardere facere (sic). Et ei qui detulerit vel de- 
ferri fecerit, prò unaquaque pecia pignolati per bannum XV sol. 
parm. auferam. Et omnes personae quae velint ^^enire Parmam 
prò facere pignolatum vel facere fieri [veniat], ad plenam fiduciara 
eundo et stando undecumque sunt et permanendo ad civitatera 



78 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

ad faciendum dietimi misteriiim piguolati, sicuti alii cives Parmae ». 
Una simile disposizioiie, cui la stessa autichità accresce importanza, 
meritava di esser citata per intero. 

Nel secondo Statuto (pag. 199) vi sono due capitoli dello 
stesso tenore: « Capitulum qaod Potesfas, Capitaneus, Auciaui et 
alii teneatur dare operam iiiodis omnibus, quibus poterunt, effi- 
cacem quod magistri seu artitìces paunorum lauae, lini et piguo- 
lati, in qua majori quantitate poterunt, veniant ad standum in 
Civitate Parmae ad facendum misterium lanae et pignolatorum » . 
E r altro aggiunge « quod Potestas teneatur dare et conservare 
plenam fidur-iam omnibus et singulis personis ad veniendura et 
standum seu morandum in civitate Parmae, undeciiraque sint, ad 
faciendum misterium pignolati, et illam securitatem habeant 
veniendi, standi e diseedendi de civitate Parmae sicut habent 
alii cives Parmae. Et totum piguolatum, quod fiet in civitate 
Parmae, fieri debeat eo modo et forma quibus antiquitus fieri 
consuevit, et cuilibet tam civi quam forasterio liceat ducere in 
civitatem Parmae pignolatum tam foresterium quam uostranum, 
et vendere absque poena et eciam ducere de civitate et forcia 
Communis Parmae, ut melior denariata sint in Civitate Parmae 
de piguolato ». Segue poi una tariffa minutissima di quanto 
debbano ricevere per mercede i tessitori in ogni singolo loro lavoro. 

Nei due ultimi Statuti vengono i capitoli citati ripetuti, ma 
benché non s' aggiunga nulla di nuovo, basta il fin qui citato 
per provare indirettamente quanta fioridezza e benessere dovesse 
detta arte recare al nostro paese. 

Dell'arte suddetta ci resta la Matricola (XXX) splendido 
volume in pergamena, fortemente rilegato, e scritto in rosso, e 
che ora si conserva presso l'Archivio di questa Camera di Com- 
mercio. 

Si incominciò nel 1307 « tempore Domini Adigherii anziani 
dicti misterii » ed in esso « scripta sunt omnia nomina et pro- 
nomina omnium et singulorum hominnm qui sunt in misterio 
illorum qui faciuut et fieri faciuut panos lanae ». La quantità 
stragrande di iscritti anche in un solo anno ci dimostra chiara- 
mente la floridezza e la potenza dell'arte. In essa troviamo iscritti 
persone appartementi alle famiglie più nobili del nostro patriziato, 



d' arti e mestieri 79 

come i Lupi, i Kossi ecc. come pure uomini d' ogui mestiere ; in 
poche pagine infatti trovammo un piUxnrhis, un (Jmpcrius, un 
fiìiforius, parecchi calcgarii, un cnrtìiarins, uu fornnrius e per- 
sino un campamiyiiis. Le leggi Statutarie, nelhi parte in cui si 
cercava di attirare a Parrai forestieri che professassero l'Arte, 
riuscirono nell' intento giacche tra gli is:ritti sono niimerosissim i 
i forestieri di Cremona, Reggio, Bologna, Brescia, Verona, Ber- 
gamo ecc. 

In mezzo ai nomi si trova anche qualche preziosa notizia. 
Così a carte 19 si rileva come Giovanni Veneri, certo congiunto 
alla Beata Orsolina, essendo podestà di Parma Gian Francesco 
da Pistoja, presentò nel settembre del 1408 ai Reggenti del Co- 
mune diciotto capitoli per 1' Arte della Lana, che sino allora 
« ars irregolata erat ». Passò però un certo tempo prima che si 
ponessero in eifetto; molte opposizioni s'incontrarono, come a 
novità inutile, negli Anziani, e non poterono venire approvati che 
dal Consiglio generale del 1411, che nominò ad un tempo quattro 
deputati che sorvegliassero gli interessi dell'arte medesima. 

E più minute particolarità si potrebbero avere di questi fatti 
se non fosse interamente guasta una parte di bei caratteri rossi 
di questo foglio. Nel seguente trovasi memoria come, dopo quei 
provvedimenti, si convocassero, ne' giorni di S. Stefano e di San 
Giovanni, i maestri dell' Arte, presenti nel numero di 72, nel 
capitolo dei Frati Predicatori, ed aver eletto ad Anziano « pro- 
vidum et discretum virum Dominum Marchionem Burallum » 
a Sapienti Genesio Zandemaria e Pietro Bertano, a Provveditori 
Giovanni de Silvestris e Lodovico de Gliisis. 

Dallo stesso libro ricaviamo pure come nel 1418, essendo 
Rettore Giovanni Antonio da Cassio, l'Arte fece consacrare l'al- 
tare di San Severo in cattedrale. San Severo era il patrono del- 
l'Arte, ed ogni anno al primo di febbraio, il Rettore doveva far 
pagare a ciascun membro dell'arte un Bolognino « per andare 
afare honore alo altaro de misere Sara Severo *; ciascun tessitore 
poi era obbligato ad accorapagnarvi il Rettore con 2 imperiali 
in mano. 

A carte 35 troviamo come nel 1422, 4 noverabre, 1' arte 
mandò suoi deputati alla cattedrale per l' offerta di un calice 



80 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

d' argento dorato che doveva servire all' altare di San Severo 
« positum in dieta Ecclesia itifra versus septentrionem ». 

11 calice apparteneva prima al nobile Simone da Borsano che 
fu Rettore di essa Arte, ed aveva cesellato sul piede le armi di 
Simone ed un Crocifisso smaltato. Pesava il calice colla patena 
once 13, un quarto e mezzo. 

Intanto, non bastando più i 18 capitoli del 1408, i nostri 
mercanti rivolsero le loro cure a compilare uno Statuto più vasto 
e più corrispondente ai bisogni. 

« Aveano nelle andate età veduto i nostri Padri, dice il 
Pezzana, che grande accrescimento di prosperità sarebbe per recare 
al paese solamente ricco delle produzioni del territorio il tessere 
fra noi le lane che le immense greggie della nostra montagna 
allora somministravano, ed anziché impoverire lo stato di danaro, 
comperando panni dallo straniero intessuti colle nostre lane me- 
desime, preferito avevano, con saggezza indarno desiderata nei 
tempi che si chiamano di progresso, di fabbricare in patria i 
panni occorrenti pel giornaliero consumo dello Stato. E bene è 
forza conchiudere che vi facessero loro prò, se lungi dal dismet- 
tere tale industria 1' ampliarono a tal foggia da comprare le lane 
altrui per moltiplicare la fabbricazione de' panni, e mandarne in 
gran quantità a forestieri ». 

Lo Statuto, elio fu promulgato nel gennaio del 1422 (XXXI) 
e del quale esistono due esemplari pera^araenacei in Biblioteca, 
riuscì veramente consono ai bisogni e rispondente all'importanza 
che allora avea l'Arte raggiunto. Di quanti Statuti rimangono 
delle Arti Parmensi è questo certo il più meritevole di studio e 
di osservazione ; questo impoueule corpo di leggi, comprese alcune 
aggiunte posteriori, è diviso in 122 capitoli, che pubblicheremo, 
a Dio piacendo, in seguito, giacché è tutt'ora inedito, nonostante 
che il Bonaini, il Gonetta, persino il Soragna e molti altri scri- 
vano che fu messo alla luce dal Pezzana, Appendice al Voi. ITI 
della sua Storia di Parma: pare impossibile che nessuno d'essi 
si sia presa la briga di consultare il citato volume; se qualcuno 
lo avesse fatto avrebbe visto che il Pezzana non pubblicò che 
una lettera di conferma di detti Statuti per parte del Duca di 
Milano (17 agosto 1462). 



d' arti e mestieri 81 

Diremo di più: il Pezzana stesso, iu altro luogo dice « che 
meriterebbero d' essere pubblicati colle stampe come modello del 
senno, dell'amore del retto, e dell" antivedere legislativo dei nostri 
avi ». 

Ed ora facciamone un breve esame. 

A capo dell'Arte si trovava un Rettore, il quale doveva 
essere straniero, « qui sit forensis », usanza che vedemmo già 
usata nel Comune pel Podestà e pel Capitano del Popolo ; era 
eletto ogni anno da una congregazione composta dell' Anziano, 
dei Sindaci e di altri Mercanti, iu modo che non fossero in meno 
di 25 membri. Doveva trovarsi nell' ufficio in giorni ed in ore 
fissate e doveva ottenere 1' approvazione del Duca di Milano 
(cap. 1). 

Aveva facoltà di esaminare e di provvedere intorno ad ogni 
tessuto di lana fatto nella città e nel territorio, affinchè fosse 
fatto secondo le disposizioni dello Statuto. A seconda pure di 
questo giudicasse « prò rebus et cansis tantummodo spectantibus 
et pertinentibus ad dictam artem lanae et ab eadem dependeu- 
tibus » e di qualunque persona all' arte attinente e cioè ritaglia- 
tori, tintori, cardatori, lavatori, gualchierai, filatori e filatrici ed 
altri ancora (e. 2). Avea diritto di percepire la terza parte del 
provento delle multe, oltre ad uno stipendio mensile di 10 lire 
imp.; avesse un sostituto che iu caso di bisogno lo supplisse, e 
scaduto di carica dovesse sottostare al Sindacato (cap. 3). Nessun 
Mercante poteva dare a filare più di quarantadue oncie di roba : 
e se ne fissa 1' epoca ed il prezzo : come pure seguono minutissime 
disposizioni tecniche sopra la lunghezza, la quantità, la qualità 
dei panni ; intorno alle varie lane « Angliae, de Sancto Matheo » 
Bolognesi, Mantovane ; così « de pannis bissetis, Pergaminis, Ca- 
mellinis etc. ». 

Tutti gli orditoi della città avessero lunghezza di 6 braccia 
e due terzi, e fossero inchiodati con grandi chiodi di ferro, da un 
capo bollato col Biscione Visconteo, dall'altra col Torello; lo 
stesso bollo doveano avere i panni, ed alcuno di essi non sortisse 
di città se non bollato (cap. 48). 

Vietato era il fare panni a clii non fosse dell' Arte, non 
solo, ma anche il fabbricarne per chi non fosse iscritto (cap. 50). 

Arch. Stor. Par.m., V. 6 



82 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Doveausi portare all' officio del Rettore « quaelibet petia 
panni et capitia cum testa et cauda » affinchè egli le potesse 
diligentemente esaminare « et illos defectiis quos reperiretur in 
ipsis panuis tarexare delitae et expensas illae personae » che ne 
avessero colpa (e. 52). 

Panni forestieri non potessero penetrare nello Stato, se non 
per « causa transitus et causa fui laudi purgandi et tiugendi » 
(e. 54). 

Tutti gli iscritti fossero obbligati a prender parte al fune- 
rale d' uno di loro, che fosse defunto « salvo quam ad hono- 
randum fuuera usurariorum non sint adstricti » (cap. 60) ; razza 
che trovava certo anche a quei tempi da far bene, giacche si 
vieta (cap. 109) che « judeus vel alius usurarius » prestino da- 
nari con pegno sopra tele e panni. 

Nella Piazza Grande si abbruciavano i panni fabbricati 
contro le prescrizioni ; il contraifattore pagava 70 lire imp. ed era 
cassato per sempre dall' arte. 

Ciascun tessitore dovesse « suum signum facere » in ciascun 
panno e da porsi « in testa vel in cauda » (e. 67). 

Seguono lunghe e minuziose disposizioni per i tessitori (te- 
xarii) per gli sguratores, purgatores^ faìlatores, garxatores, tiii- 
ctores et lavatores. Non si potevano lavare i panni di lana nel canale 
detto la Fossa, che scorreva dietro a Borgo Strinato, se non 
quando questa aveva chiara ed abbondante 1' acqua, che spesso 
avea « turbida et turpis » (e. 83) ; si lavassero invece nel la- 
vatoio a ciò, che era « prope portam Bonouiae » (e. 86). 

In ogni mercato eranvi deputati a misurare i panni che 
chiaraavansi Messetti, eh' erano poi anche specie di mediatori, ed 
i registri dei quali, autenticati dal Notaio dell' Arte facevano fede 
come pubblico istrumento. 

Si fabbricavano panni d'ogni sorta e d'ogni colore: « ce- 
lestri, azuri, monegini, viridis schuri, viridis clari, turchini et 
scarlattini ac morelli » (cap. 87); se ne facevano pure alcuni 
detti « a navigando » (cap. 113) perchè doveano esportarsi ol- 
tremare; non poteano però spedirsi altrove che a Venezia, Genova 
e Pisa (cap. 117). 

Nel caso che il Rettore chiedesse quelle che oggi italiana- 



d' arti e mestieri 83 

mente si cliiamano le generalità, « occasione officii » nessuno 
« aiideat sive praesumat nullo modo suum celare nomen vel 
prouomen nec viciniam » (e. 91). 

Non mancano molti capitoli escogitanti la maniera di far 
pagare i debitori e dell' arte e dei singoli. 

Il Rettore è obbligato a fare ogni settimana una visita 
(cnxhaiìì) a tutte le botteghe dipendenti dall'arte (101). 

Seguono poi cinque capitoli molto importanti intitolati : 
« Qualiter debeant decidi per Rectorem questiones coram eo ver- 
tentes sine aliqua cavillatione, inspecta qualitate facti ». 

L'ultimo capitolo, il 119, giacché le lettere e le aggiunte 
posteriori sono pure divise a capitoli, in modo che così diventano 
122, obbliga il Rettore a terminare « omnes inveutiones, accu- 
sationes et deuuntiationes quorumeumque delictorum comissorum 
contra suprascripta Statata infra duos menses » . 

Dalle cose che abbiamo visto in questo Statuto ognuno può 
leggermente arguire a quale grado di prosperità fosse arrivata fra 
noi l'Arte della Lana. Era essa la più potente delle arti in Italia, 
per questo anche a Parma, dove ne vedemmo Rettore un Mar- 
chese, come altrove « i grandi cittadini non solo, al dir del Ci- 
brario, ma anche famiglie nobilissime si facevano in essa scrivere 
senza timore di degradarsi attendendo al commercio ». 

Allora la città nostra mandava ogni anno a Venezia quat- 
tromila pezze, che valutate a 15 ducati ciascuna, davano un 
totale di60,000 d. che rientravano nello Stato; diciamo rientravano, 
perchè effettivamente noi ne sborsavamo 104,000 ogni anno ai 
Veneziani per derrate di necessità e di lusso, come si trae da 
un' arringa fatta nel 1421 dal Doge Moceuigo in Senato, e ri- 
portata da Marin Sanuto, colla quale si dimostrava la necessità 
di tenersi in pace col Duca di Milano, nostro Signore, con alcune 
terre del quale i Veneziani aveano così vitali intei-essi. 

Ma tornando ai nostri Statuti, diremo che sono seguiti da 
« una selva selvaggia ed aspra e forte » di lettere, di petizioni, 
di approvazioni, di correzioni eec. fra le quali guarderemo di 
raccapezzarci il meglio che ci sarà possibile. 

Prima viene la già citata lettera del 1402 del Duca Vin- 
cenzo, nella quale si approva che invece di un Rettore l' Arte 



84 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

venga retta da tre consoli: i mercanti aveano così motivata la 
loro richiesta : « Però che vivendo de tal misterio et exercitio 
una buona parte di questo populo in questa terra comò fanno, 
e cum diversi modi de lavorare, non è possibile uno offitiale soUo 
videre et intendere quanto è necessario, et fortius non avendo 
noticia di talli misterii, ni è credibil che tre notabili merchadanti 
se accordassino in seme a patire se comitesse falsitate o fraude 
in dieta arte che più facile saria contaminare uno che tre ». 

In una seconda lettera dello stesso (Galeazzo, del 14(39, egli 
conferma le disposizioni Statutarie intorno ali" introduzione dei 
panni forestieri « in quibus non intelligantur drapi urbis nostrae 
Mediolani quos libere conduci et vendi posse volumus *, dandi) 
facoltà al Kettore di inquisire e provvedere anche nei territorii 
dei feudatarii, che sinora aveano trovato modo di eludere la legge. 

Una nuova lettera dello stesso, datata da Pavia, 13 ottobre 
1473, concede alcune nuove riforme ed aggiunte agli Statuti 
conformemente a quanto l'Arte avea chiesto; eccone le principali: 
prima la facoltà di trascrivere gli Statuti « per essersi tali 
vecchi caduchi et raspati et più non si possano intendere » e poi 
una certa adiancta in otto capitoli per maggiore chiarezza e 
corroborazione degli altri. Si aggiunge al cap. 85 che sia creduto 
« alli libri delli merchanti bene et diligenter examinati per li detti 
ufficiali » ; al cap. 9(3 che alcuno non si possa appellare da sen- 
tenza data da questi « nisi la appellatione abbia da esser commissa 
in uno de dieta arte et confidente ad le parte » . Inoltre che 
nessuno non dell'arte possa « retagliare panni de lana, esclusi anche 
li sartori *; che non si possano introdurre « fasse ne rasse », se non 
di quelle fatte in Milano e che finito Y ufficio dei consoli venga 
questo sindacato da quattro mercanti, che esercitano, eletti dal- 
l' Università. 

Seguono le lettere de paìinis ultramontanis, ora solo vietati, 
et de pannis hisetis et bassis. Sono le solite proibizioni che rin- 
novandosi ogni giorno (abbiamo anche una grida del 1448) di- 
mostrano come non fosse troppo radicata nei popoli l' osservanza 
a leggi di tal genere. Dopo una provvisione fatta dall' Arte 
nel 1484, « supra solutione panorum purgandorum » rogata per 
Johannem de Burtiis, abbiamo un' ultima lettera di Galeazzo, 



T)' ARTI E MESTIERI 85 

del 1495, nella quale, cancellaDdo quanto avevano stabilito i 
correttori Municipali degli Statuti, che aveano ristretta la giuris- 
dizione dei consoli ai soli mercanti, concede nuovamente che i 
consoli abbiano giurisdizione sopra tutti i dipendenti dall' arte, 
e su tutti quelli che contraessero con loro cosa all'arte spettante 
« corno hanno facto fin qui et comò fano le altre Università dei 
^Mercanti ». 

Trovansi quivi diverse approvazioni degli Statuti, due di 
Lnduviciis rex Frcoìcoìuiit, una del 1500, l'altra del 1511 ed 
una terza di Fruncisciis Picx del 1516: una provvisione super 
jìonnis non bagnatis, rogata da Giovanni de Burtiis nel 1495, 
r altra quasi uguale, de jannis perfecie non hagnafis, rogata da 
Nicolò Chiaramouti nel 1533. 

Nel 1512 si fa allo Statuto l'aggiunta di quattro capitoli, 
nel secondo dei quali si da facoltà ai consoli di creare ufficiali 
che vadano ad investigare per la città, il Vescovado e luoghi 
feudali, se ivi si facciano cose contrarie agli Statuti e punirle : 
detti ufficiali possono, nell' esercizio del loro ufficio, portare armi 
« senza che per dieta portatione possino essere molestati da ufi- 
ciali regii. dando perhò denanti al Podestà de Parma idonea 
sigurtà » di non usarne male, e male usandone siano puniti « in 
duplum » . • 

Infine che sia vietato ad ogni pubblico ufficiale l' intromet- 
tersi in cose dell' arte « excepto che habiano a prestarsi ogni 
aiuto brazo et favore per exequire ». 

Nel 1547 i consoli dell'Arte presentano l'originale del Breve 
di Papa Paolo III, del 1539. (che conferma i privilegi dei mer- 
canti della Lana e che statuisce doversi prestare piena fede ai 
loro libri di commercio) — lo daremo in Appendice. — che 
venne fatto trascrivere negli Statuti colle firme di cinque notai. 

Dello stesso anno abbiamo i « Capitoli de l'Arte della Lana 
ed altre Arti de la Cita di Parma con le risposte del Consiglio 
di giustizia ». Sono 14 capitoli, contenenti ciascuno domanda e 
risposta, e troppo in lungo ci porterebbe l'esaminarne anche i 
principali: ma siccome per la loro importanza meritano di essere 
conosciuti, così li trascriveremo per intero in Appendice. 

Nelle concessioni di Papa Giulio II al Comune di Parma, è 
da notarsi il cap. 16 che così parla: 



86 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

« Qiiod officiales omnes iurisdicentes in Civitate Parmae, 
excepto nostro advogadro Mercautiae, et consulibus Artis Lauae 
externi et aliigenae semper siut numquam antera cives: eonimqiie 
omnium officia annua sint nec ulterius prorogentiir, sindacarique 
debeant omnes et semper inxta forraas iuris et dispositiouem 
Statutorum nostrorum etc. ». L'ultimo documento annesso allo 
Statuto è una nuova presentazione del breve di Papa Paolo III, 
anche questa volta autenticata da cinque notai. 

Fra gli altri documenti ohe abbiamo consultato merita certo 
il primo posto una lettera del 1437 del Duca Filippo Visconti. 

È noto come fosse proibita V introduzione di panni forastieri. 
e specialmente di quelli chiamati gualdemanni : ora alcuni avver- 
sarii di queste franchigie, fattosi mediatore il nostro Comune, 
presentarono al Duca suddetto petizione perchè si tenesse in 
Parma, a somiglianza dei tempi passati, una fiera o mercato 
nel quale non si pagassero dazii di sorta. I dazieri attestarono 
(;he detta fiera avrebbe avvantaggiato ed il paese e la Camera 
Ducale. Allora V Arte della Lana supplicò a sua volta il Duca 
affinchè non la concedesse, adducendo che per essa si sarebbero 
introdotti in città grande quantità di paoni stranieri, specie di 
Bergamo, Brescia, Verona, Reggio, Modena : da questo ne deri- 
verebbe che più di 500 bocche forestiere che in servizio dell" arte 
della Lana abitavano in Parma, mancando loro il lavoro, avreb- 
bero abbandonata la città ; e senza guadagno resterebbero grande 
numero di poveri della città stessa, impiegati ora nel lanificio 
pel quale erano allora in moto più di 300 telai, e più di 80(' 
mulinelli per filare lana ; cessati i lavori, cesserebbe l' introdu- 
zione di grande quantità d" olio, di sapone, di tinture per lavorare 
le lane stesse, con grave pregiudizio dell'erario; che infine 600 
lavoratori di queir arte, e molti colle loro famiglie avrebbero 
abbandonata Parma che ne rimarrebbe ognor più disabitata. 

Prese il Duca le debite informazioni, capì che ne sarebbe 
derivata certamente la rovina dell'Arte della Lana che era « il 
più utile ed il più vigoroso membro » della città; per questo, 
nella precitata sua lettera, comandò che si facesse la fiera, al 21 
settembre, ma nello stesso tempo per ciò che riguardava 1' Arte 
della Lana si osservassero rigorosamente gli Statuti di questa. 



d' arti e mestieri 87 

Nei Capitoli convenuti nel 1449 tra Francesco Sforza ed il 
Comune di Parma, al 32° si dà la facoltà all'Arte della Lana 
di eleggersi un Rettore cittadino, contrariamente agli Statuti, che 
vedemmo poi in questa parte rimessi in vigore da Giulio li. 

Nel 1487 l'Arte della Lana, che ne' suoi statuti abhorriva 
r usura, come già si vide, portò forte aiuto ad un' istituzione sorta 
in Parma per combatterla. Regalò infatti la forte somma di 800 
ducati d'oro al Monte di Pietà, instituito in quell'anno fra noi 
per opera del Beato Bernardino da Feltre. 

Nel 1525 fu rinnovato il consorzio dei Mercanti di Lana, 
nella Cattedrale, dove era stato già istituito sino dal 1358: ad 
esso si potevano ascrivere tutti gli onesti cittadini e ne era a 
capo il Vescovo. Tra gli statuti vi era quello di provvedere di 
dote le nobili giovani, che per famigliari strettezze, non potessero 
maritarsi. 

Anche in quei secoli l'arte suddetta non trovò sempre pro- 
spera fortuna; vicende di guerre e di principi, cambiamenti di 
costituzioni e di leggi influivano potentemente sull' ambiente eco- 
nomico; nel secolo XVI l'arte cominciò a decadere e non si rialzò 
pili, ma languendo a poco a poco andò, con nostro sommo disdoro, 
completamente spegnendosi. 

Nel 1551 si fanno dai fatturieri della lana istanze perchè 
si proibisse l' introduzione dei panni forastieri; parca che questa 
dovesse essere la panacea di tutti i mali, per poter dare lavoro 
a migliaia di persone povere. Sono firmati quindici classi d' essi 
fatturieri e si osserva che in essi non sono comprese le fìlere di 
lana che sono, senza le rispettive famiglie, più di tremila. Gli 
Anziani appoggiarono la domanda con molti argomenti, rispon- 
dendo ai contrarli ; osservando a chi obbiettava il troppo prezzo 
dei nostri tessuti come si lavorassero anche di lane venute di 
Spagna, da Costantinopoli, dalla Puglia, da Modena ecc. ed essere 
i panni forestieri « di minor condizione e di manco durata ». 
Che certo i mercanti li daranno a prezzi onesti * e quel che non 
farà un mercante lo farà un altro, perchè non tenghano botega 
aperta se no per tirare denari, che il pecco guadagno et farlo 
spesso, a cappo d' anno quel ricreante ha guadagnato molto più 
di quello che vuole vendere la sua mercanzia più cara, che molte 



88 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

volte li resta anco alle spalle doppo che passato la stagione della 
vendita ». Allora il Duca « per levare 1' ocio da cui derivano 
inconvenienti che turbano la città, e per augumentare 1' arte già 
quasi smarrita » concede il chiesto. 

L" odissea delle disposizioni sopra i panni forastieri non ter- 
mina qui certo e se volessimo riferire tutti i documenti riguardo 
ad essi ne avremmo ancora per molto; aggiungeremo solo che 
con grida del 1028 detti panni furono nuovamente banditi, e che 
nel 1631 furono riammessi nello Stato « non fabbricandosi più 
in questa città tanta lana che sia bastante per il bisogno degli 
abitanti ». Nel 1655 si richiama in vigore il dazio di soldi 40 
per ciascuna pezza alta e di 20 per pezza bassa, da pagarsi al- 
l' Università della Lana. 

Da un atto del 1590 veniamo a sapere che l'Arte avea la 
sua sede, nelle case proprie « existentes iuxta a latere plateae 
sitae inter Ecclesiam maiorem et Palatium Episcopale et ante 
Ecclesiam Baptisterii » ; detta sede chiarissimamente indicata, era 
nella casa ora Micheli sita in Piazza del Duomo; questo si ri- 
cava anche dal Mastro delle entrate e delle spese dell'Arte stessa 
dal 1668 al 1703 (XXXll); da esso si impara come l'Arte 
possedesse diverse altre case, con)e dovesse un annuo livello alla 
Mensa Vescovile, e come fosse molto in decadenza. 

Questo risulta ancor più esplicitamente da una convenzione 
del 1666 fra detti Mercanti e la Compagnia del SS.°^° Sacra- 
mento della Cattedrale, colla quale si riducono a 3 i 5 pesi 
d' olio per mantenere accese 12 lampade; viene questo motivato 
« ex quo dieta eorum ars a multis annis citra amplius non est 
in statu, in quo antiquo tempore reperiebatur, et ab ea amplius 
non fabricantur pannos, prout consueverat, et, ut est notorium, 
est quasi extincta ». In quell' anno infatti dieci sono i mercanti 
iscritti. Inutile è più che aggiungiamo parola e che con altre 
citazioni ne veniam provando la lenta agonia nel secolo XVIII; 
questo solo aggiungeremo che se sessanf anni fa esisteva ancora 
una fabbrica di pannilani ai Molini Bassi (V. Rescritti Sovrani, 
22 aprile 1824 e 18 marzo 1825), ora di quest'industria non 
rimane nemmeno la memoria. 



d' arti e mestieri 80 

— Lardaroli. 

Di quest' arte, che deve avere avuto certamente non poca 
floridezza, come quella che negoziava di salumi e di tVumaggio, 
che furono sempre, checché altri ne dica, una specialità della 
città nostra, esistono gli Statuti dil 1459 (XXXllI). in una 
copia autenticata del 1584. 

Sono composti di capitoli 28, ed all' infuori delle disposi- 
zioni speciali dell'arte, non si ritrova in essi gran che di speciale. 

Chi esercitasse, senza essere dell'arte paghi lire 20 imp. di 
multa. 

L" ufficio dei morti si faceva celebrare nella bella Chiesa di 
San Francesco in Prato, ove ora sorge il Carcere; la carne salata 
ed i formaggi, d'ogni genere, erano di spettanza dell'arte; erano 
proibiti i rivenditori aml»ulaoli di formaggeria e larderia ; veniva 
concessa ai privati la macellazione senza dazio, dal mese di no- 
vembre a febbraio. 

Del 13 aprile 1492 resta un rogito di Antonio Pavarani, 
stipulato fra l'Arte -ed il Vicario P]piscopale, intorno alla loro 
Chiesa. 

Nel 1589 si fanno varie aggiunte agli Statuti; si stabilisce 
che i nuovi venuti o quelli da venire dieno sicurtà di scudi 50. 
e dieno l'esame; siccome molti tenevano bottega solamente al 
tempo dei porci, con grave danno degli altri, vengono obbligati 
a tenerla aperta continuamente. Come vedemmo pei beccai, anche 
ad essi è proibita la vendita di carni gramignose. 

11 protettore era San Lucio, ed il quadro di ragione dell'Arte 
si trova ora nella Chiesa delle Cinque Piaghe: la sua immagine 
era incisa sulle licenze e sulle bollette di pagamento dell'arte; 
così in quelle che si concedevano, dietro certi pagamenti, ai ven- 
denti in Piazza rubioli e ricotte. 

— Librari. 

In una memoria a stampa (1774) di Benedetto Soncini An- 
ziano dell'Arte si dice che nell'anno 1641 « moltissime arti 
fiorivano in questa città, varie delle quali con ben regolati Sta- 



90 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

tiiti si governavano, e di alcune altre il Pubblico- gioiva bensì 
della loro manifattura, ina Corpo non formando, disgiunti non 
solo gli artefici vedevansi, ma inoltre altra legge non contavano, 
che quella che venivale dettata dal loro rispettivo volere », Fra 
questi si trovavano i Librai, i Venditori di carta ed i follatori. 
Nel 1649 questi presentano un loro memori.ile in cui si fa noto 
il grave pregiudizio di non essere arte costituita, specialmente in 
tempo di pubbliche gravezze, delle quali non pagano mai un 
centesimo coloro che esercitano l'Arte abusivamente. Nel 1650 
gli Anziani concedono l'erezione dell'Arte, e ne fissano gli Sta- 
tuti in soli 5 capitoli (XXXIY), il secondo dei quali proibisce ai 
non iscritti nell" arte di vendere libri e carta, e il quarto inibisce ai 
forestieri 1' esporre in Piazza banchi, ed in qualsivoglia luogo, e 
vendere senza licenza dello Anziano. Sono firmati da dieci librai, 
fra i quali da Seth Viotti, il famoso editore. Gli Statuti portano 
r approvazione di Ranuzio II Farnese, del 1658. 

In un memoriale del 1716 l'Arte espone le sue disgrazie 
derivanti dall' interrotto commercio coi paesi forestieri, coi quali 
non si può più fare esito di carta (la carta parmense, come as- 
serisce Grapaldo, fu sempre una delle più rinomate), e dal fatto 
che molti, senza essere dell' arte vendono o in bottega o nelle 
loro case. 

Si fa in proposito un' ordinazione che richiama in esecuzione 
il capitolo secondo. 

Ci resta anche un fascicolo, non troppo interessante, Pro 
Arte Bihìiotecarnm Paniiac in una questione con varii individui, 
nel 1720 (XXXY). Protettore era San Tomaso d'Aquino. 

— Magistri di Manara. (Falegnami). 

Gli Statuti Municipali se ne occupano di frequente. Nel 
primo Statuto (pag. 181) è stabilito che essi ed i muratori « sa- 
cramentum teneantur quod non facient aliquod sacramentum seu 
promissionem inter se quominus possint laborari mercede minori 
vel majori, et quod non habebunt, ncque tenebunt consulatum. 
Et teneantur' quod non facient dare prò mercede zignoribus suis, 
qui non stetissent in zignoria per duos annos, nisi tantum quantum 
haberet unus ex portatoribus maltae vel lapidum ». 



d' arti e mestieri 91 

In un'aggiunta a detto capitolo fatta nel 1241, il Comune 
fìssa, agli uni ed agli altri, la tarifta, e precisamente: 

— da ottobre a marzo, U den. imp. jier sé e 6 pei garzoni, 
7 pei maltaroli; 

— da marzo ad ottobre. 12 den. imp. per se e 8 pei garzoni, 
9 pei maltaroli. 

Nel secondo Statuto a pag. li»l, si fissa una nuova tariffa 
tanto pei muratori che pei falegnami : « liabeant singuli quolibet 
die a Pascila Resurrectionis usque ad festum omnium Sanctorum 
expensis ipsorum a conductore XVI imper., et expensis conductoris 
Xlll imper. A festo vero omnium Sanctorum usque ad Pascila 
Eesurrectionis quilibet eorum possit liabere a conductore expensis 
suis propriis XII imper. et Vili imper. etc. ». Segue poi la di- 
sposizione riguardo alle ore da rimanere al lavoro: « quod nullus 
magister de manaria vel de muris nec aliqua persona, quae laborabit 
ulterius ad raercedem in laborerio alicujus in civitate seu extra in 
aliquo loco in quo possit audire campanam Communis, quae 
pulsatur prò oracione, debeat exire de laborerio aliqua die ante 
ultimum souum dictae campanae in poena et banno C sol. parm. 
prò quolibet contrafaciente et qualibet vice et perdendi mercedem. 
Et annuatim.... jurent de hoc capitulo observando; et credatur 
sacramento conductoris contra queralibet qui non observaverit ca- 
pitulum supradictum ». 

Negli altri due Statuti si ripetono le disposizioni antecedenti. 

Gli Statuti che di quest'Arte ci restano sono fra i piìi in- 
teressanti, anche perchè scritti in barbaro volgare; la copia che 
ce ne resta, che è poi l'originale, porta la data del 1424 (XXXVI), 
ma da un rogito di Giov. Polizzari, reperibile uelK Archivio del 
Comune, si afferma gli antichi Statuti dell'arte rimontare al 1388. 
Sono quaranta capitoli. 

L' Anziano deve essere « un bon magistro de età d' anni 
30 » (cap. 1). 

Si tenera un bussolo col nome di tutti i maestri dentro e 
« quando caxo vegnesse eh' el bexognasse per alcune faciendi o 
de lo nostro Signore o de lo comuuo di Parma o de larte pie- 
dicta per andare fora de la cita in hoste o in alcune cavalchade 
debiano sir cavadi fora de quella buxola queli che bexognano a 



92 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

ventura » (cap. (3). L'Anziano non pos^a ricevere personale tri- 
buto, e ciascun maestro non possa avere più di tre lavoranti, e 
che non possa condurre se(0 al lavoro olii non sia dell'arte 
(cap. 7-10). L'officio solenne da morto si farà « in la disciplina 
uova con X preti che tutti diga messa » . 

Si ricordino i maestri di far festa il giorno di San Giuseppe 
« padre e conservator de larte corno sei fusse el. di de Pascha ». 

Molto originale e che rivela 1' avversione di quei tempi alle 
seconde nozze è il capitolo 18: 

« Ancora quando el morisse la mojere de alcuno magistro 
che queli chi la pcrtarano a sepelire, eh* el dicto magistro e 
quando el toga una altra mojere sia tegnu de dare o de fare 
uno disinaro alo antiano e a quilli chi laram porta a la sepul- 
tura. Ala pena de uno fiorino » aggiunta posteriore « salvo che 
se quello fosse povero e chel non possa far la spesa del desi- 
nare » . 

L' anziano ed i consoli siono esenti dalle cavalcate « azo (a 
ciò) che larte non porte damno alcuno » (e. 22). 

« Anchora per honestà et religione la qualle si debbe obser- 
vare in 1' esequie di morti è ordinato per tuta larte che nesuno 
de la dieta arte vada alexeqnie di morti ne in altra congrega- 
tione con grembale denanzi o gelerò intorno a pena de un. soldo 
per volta » (e. 25). 

Che nessun maestro vada, nei giorni di non lavoro, a fare 
trejìio in piazza. 

Ottenute nel 1425 alcune immunità dagli Anziani, si stabi- 
lisce r art. 30 affinchè « quando caso e desgratia incoresse che 
se lìcasse fogo in caxa alcuna in la cita de panna che tuti 1 
magistri di manara che sono abili a dare secorso a li dicti fogi 
e chi sono abili a oldere li rumori de li dicti fogi sieno tenud* 
de fin a 12 vicinanze de secorere li dicti fogi a soa possa queli 
magistri che sono abili a zo e quando li se volesseno scuxare 
chi non avesseno sapindo niente che lo antian o vero li sindaci 
siano tegnu de stare al so sacramento e queli che sarano stadi 
negligenti cazano in la pena de sol. XX per ciascadun magistro 
chi non se fosse trova al fogo etc. » . 

Un forestiero non possa lavorare in città più di sei mesi, e 
volendo lavorare ancora paghi la tassa all'arte (34). 



d' akti e mestieri 93 

Durante le adunanze non possa stare in piedi se non quello 
che parla; gli altri a soderò e si parli uno por volta (35). 

Seguono le approvazioni sino al 1512: nel 1507,1508 e 1510 
c'è la lìrnia di Grapaldo: il codice è pergamenaceo, con caratteri 
gotici larghi e molte aggiunte, i titoli e iniziali de' capitoli in 
rosso. 

Abbiamo inoltre un altro Statuto, di capitoli 25, fatto sotto 
il dominio di Papa Leone X. Eccone le varianti (XXXVll). 

Gli ufficiali vengono eletti dagli uscenti; il Consolato però 
sarà messo all' incanto e sarà aggiudicato a chi farà migliore 
otferta (cap. 1). 

Devono sottostare all' arte tutti' quelli <f che lavorano de 
larte predicta de manara, et che tengono banco o no, così banco 
da Vida, come senza vida, et che lavorano di veze, tino e vezoli 
e soj da dovelle et che lavorano de torchio scuti e arbori da 
molino e cotesser da tecchio et che faciano tasselli di legnaino 
et uscj e feuestre dove entrano legnami et che lavorano de torlo 
et ogni altra conditione de legnami » (cap. 4). 

Per gli inceudii dalla 12* si riduce alla terza vicinanza. 

« Si eleggano ogni anno oltre alli Ufficiali dodici uomini 
idonei pei'iti nell' arte » : ad essi debbano questi riferire e parte- 
cipare in tutte le occorrenze dell' Uffizio suo, ad essi si dà auto- 
rità di disporre quanto è necessario senza far convocare l'arte; 
ogni anno se ne estraggano sei, e questi scadenti eleggono gli 
ufficiali (e. 18). 

« Sei fosse bisogno fare qualche fattioni et opere per el 
signor Gubernatore de Parma o per altre cavalchate o altre fac- 
ceudi che sia in facoltà del autiano di darli tallo opere a suo 
beneplacito così di quelli de fuori de la cita cioè sul Vescovado 
de Parma comò quelli da dentro come appare per instruraento 
rogato per Zoanne Pelizzare, notarlo di Parma nel 1388, sotto 
pena di soldi vinti imper. » (cap. 19). 

Al cap. 20 — intitolato della declarazione et concordia del 
primo e deciuio ottavo capituli — perchè li soprascritti capituli 
pareno essere in se molto contrarli, si dichiara che l' elezione 
degli Ufficiali deve farsi dagli Ufficiali vecchi e dai sei scadenti. 

L'Arte deve essere esercitata « da homini fideli et da bene 
et non da tristi et de mala sorte » (cap. 23), 



94 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

L'ultima disposizione, iutorno all'Arte, di cui ci resta a far 
parola è un decreto firmato da Du Tillot nel 17G2; il Principe 
in esso deroga al decreto del 1 738, prescrivente il numero di 54 
individui per f.)rm:ire il regolamento dell' arte. Si faccia un bus- 
solo con tutti i maestri, poi se ne estraggano 24, questi nomine- 
ranno gli ufficiali, poi altri 24 che formeranno il Consiglio per 
trattare gli affari dell'arte : affinchè però tutte le cose procedano 
con frutto e senza disordine i bussoli si formeranno, e da essi si 
estrarranno i suddetti in presenza del Signor Conte e Governatore. 

Del 1713 è a stampa una causa se gli scultori in legno 
appartengano all' arte (XXXVIII). 

— Marescalchi. 

Di quest' arte abbiamo gli Statati et Ordini (XXXIX) del 
1620: constano di 24 capitoli. Protettore è Sant'Aio, e nel suo 
giorno si farà grande festa nella Chiesa della B. Vergine del 
Carmine. 

L'Anziano sia obbligato a leggere ogni anno gli Statuti. 

Oltre che a ferrare le bestie essi le medicavano anche, e chi 
ne avesse ferrata o medicata una, curata già da altri, era passi- 
bile di 50 soldi di multa. 

Nel cap. 16 si dà facoltà all'Anziano di domandare a tutti 
i maestri la parte loro per fare un desinare comune. 

11 17" stabilisce che l'Anziano sia obbligato ad andare a 
visitare i maestri quando saranno infermi, ricordando loro se vo- 
gliono lasciare qualchecosa all'arte per servizio dell'anima loro. 

Restano soggetti all' arte anche i maniscalchi fuori di città, 
che siano però distanti da questa solo un miglio. 

Seguono le approvazioni sino al 1624 nel quale anno gli 
Anziani riformarono ed ampliarono gli antecedenti, sovra istanza 
dell' arte stessa « perchè sieno poi inviolabilmente e perpetua- 
mente osservati » (XL). 

— Merzadri. 

Della parte storica più antica di questa importantissima arte 
non occorre discorriamo giacché già da tempo la cosa è nel do- 



I)' ARTI E MESTIERI 95 

minio degli studiosi, avendone il ciiiaiissimo Archivista Comunale, 
testò defunto. Eurico Scarabelli Zunti pubblicati gli Statuti (Sin- 
tuta Artis Merzadrornm ; Parma, Ferrari, ISGH) il cui volume 
originale trovasi presso la Camera di Commercio (XLI). 

In detta pubblicazione videro la luce gli Statata d oicVnia- 
menta del Secolo XIV, gli Statuti più recenti del 1567, com- 
prese tutte le aggiunte e le correzioni, numerosissime dell' epoca 
intermedia. 

Ci limiteremo a ricordare gli « Statuti et Capitoli et nova 
riforma sopra l'Arte della Merceria della città di Parma » (XLII). 

Sono del 1578, ne hanno molti uguali o con poche differenze, 
con quelli del 1567 e constano di 24 capitoli. L'originale per- 
gamenaceo, che è in Biblioteca, ha quattro facciate miniate, con 
varii stemmi, fra cui quello del principe, e con una bella imma- 
gine di San Francesco « figlio di M. Pietro Bernardone qual fu 
mercante nella detta città d'Assisi et per non farsi meutione 
della mercantia, che esso faceva, o di lana o di seta, estimiamo 
fosse di merce diversa et havendo il detto padre S. Francesco 
esercito 1' arte del padre sino alla vocatioue del SS.'"" Iddio lo 
voliamo da qui innanzi per avvocato nostro » (cap. 1). 

Prima dell' elezione degli Ufficiali si auderà a messa cantata 
alla Steccata nella quale si pregherà Iddio «■ che faccia cammi- 
nare le nostre Mercantie ad honore et gloria di sua divina Maestà 
et a salute delle anime nostre (cap. 2) ». 

Si eleggano tre dell'Arte, di 30 anni, affinchè con secretezza 
imbussolino 5 idonei al Kettorato e 5 al Provveditorato ; se ne 
estragga uno per bussolo e questi sia il Rettore ed il Provvedi- 
tore. Seguono tutte le disposizioni sopra i lavori di seta reale e 
fina, di bavella, e di tessuti d' oro e d' argento. 

I forastieri che volessero esercitare in città non lo possano 
se non dopo aver provato con esame la loro sufficienza, paghe- 
ranno L. 40 all' arte, e dopo che avrà dimostrato al Rettore che 
non era fallito nella sua antecedente dimora, e presentata una 
sicurtà di scudi duemila. 

Inoltre non potrà godere dei privilegi se non avrà bottega 
aperta da sei anni. 

Tutti i Mercanti debbano avere tre libri. Il primo denomi- 



96 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

nato sqnarzo « et sia di fogli imm. 300 iu circa di carta reale 
et sipra questo ciascun di bottega possa scrivere sopra ogni sorte 
di robba venduta et danari ricevuti, et un altro libro di carta 
reale di fogli n." 800 in circa et come più piacerà ad essi Mer- 
canti, coperto di corame con sopra rArma del Ser.'"<» Principe, 
qual sia nominato il (/ionotle, sopra quale si riporterà ogni par- 
tita scritta nello squarzo dal Mercante istesso o suoi agenti ai 
quali si dia giuramento di scrivere ogni partita fedelmente: ma 
ogni peso et misura die sai'à in squai'zo sia posto in libro gior- 
nale per lira et la somma per abbaco; et un altro libro di carta 
reale, di fogli 250, sopra quali siano riportati le partite del gior- 
nale per lira et per abbaco nominando a quanti fogli del libro 
si trovi la partita, coperto di corame con sopra la medesima 
arma, nominato libro Mustro; et un altro della medesima sorta 
per interesse delli fatturieri et perchè alle volte nasce qualche 
errore, o dallo scrittore, o da altro, questo tale non possa rimo- 
vere doppo averlo scritto da soldi quaranta iu su senza farne 
ricorso al Rettore, che sarà per tempo, il quale Rettore chiamato 
la parte, et chiarita la novità possa fargli di sua mano un segno 
che si conosca per errore a causa, che niuuo resti ingannato ne 
mal soddisfatto di tale mercante ». 

Nel penultimo capitolo si parla dell' autenticazione di tali 
libri prescrivendosi « che il Rettore abbia facoltà d' autenticare 
detti libri quali siano scritti, o sottoscritti di sua mano con il 
sigillo dell" arte predetta nel modo, et forma saranno et sono 
autenticati quelli dell'Arte della Lana, et autenticati che saranno 
habbino il medesmo privilegio tanto in vita comò in morte nel 
modo et forma nel far ragione, come hanno i Mercanti da panno 
per vigore del suo Breve ottenuto dalla felice memoria di Papa 
Paolo in l'anno 1547 ecc. (vedi Appendice).... qua! si esibisce 
ai quali sarà data piena, et indubitata fede, per qualunque somma 
concernente V arte della Merciaria in tutto et per tutto, come si 
contiene in detto privilegio, et sue confirraationi non ostante cosa 
alcuna facesse in contrario qual tutta si abbia per espresso, come 
se fosse qui narrata di parola in parola ». 

Per ultimo viene la descrizione della roba pertinente all'arte, 
e cioè « ciascuna sorte d' oro et argento filato, tirato, battuto ecc.; 



d' arti e mestieri 97 

ciasciin;i sorta di drappi di seta da per se, o seta et bavella ecc. ; 
ciascuna sorta di condizione di sete, crude et cotte et tinte d' ogni 
colore, ogni sorta di cotone e bambagia filato : ogni sorta di la- 
vorerii di Lana eccetto quelli che spettano alla drapparia di Lana; 
tutte le robbe che si conducano, et sono solite a condursi tanto 
da Lione, quanto da Bolzano, dalla Fiandra e da Venezia; infine 
ogni sorta di bottoni di cristallo, di smalto, di metallo ecc. ». 

Segue l'approvazione di Ranuccio Farnese, 2 maggio 1678. 

Vi sono inoltre alcune poche aggiunte. 

Nel 17U5, essendo nata controversia fra T Arte degli Spadari 
e quella dei Merzari sopra la pretensione che aveva la prima di 
costringere l'Arte della Merceria, che teneva nelle proprie bot- 
teghe spade, pugnali e simili, che si fanno venire da Stati alieni, 
a pagare una recognizione a loro, fattosi ricorso al Principe, questi 
per ovviare litigi, comandò che dette due arti si uniscano di 
nuovo tra loro, come prima che ne avvenisse la separazione nel 
1675. Solamente che i Merzari si elessero le cariche senza dirne 
nulla agli Spadari i quali fecero novella petizione per essere di- 
staccati. Allora gli anziani 1' 11 marzo sentenziarono che si dovesse 
formare una sola Ars Merzari or uni et Gladiarionnìi; che i Merzari 
non possano né ora né in seguito lavorare di cose spettanti alli 
Spadari, ma si debbano servire invece di quelli iscritti come 
Spadari nell'arte; che gli Spadari si iscrivano entro 15 giorni 
senza bisogno di dare esame ne di pagare tassa ; nelle elezioni si 
eleggano anche due Spadari eccetto che nelle cariche di Anziano 
e Massiiro; nelle pubbliche funzioni si porti un solo stendardo. 
Detta arte degli Spadari non fu nel 1675 eretta a nuovo, ma 
rinnovata, giacche se ne trova menzione in rogito del 1425. 

Nel 1706 vi fu aspra contesa fra Merzari e Librai, preten- 
dendo questi ultimi inibire ai primi il vendere uffizii legati, che 
venissero di Venezia e di Francia; ma con decisione degli Anziani 
vennero dette pretese dichiarate prive di fondamento. 

Lo Statuto contiene inoltre le approvazioni sino al 1736. 

Da tempo nel pagamento delle collette e delle imposizioni, 
le tre arti della Merceria, della Lana e della Seta venivano tas- 
sate di un' unica tassa, che fra esse poi si ripartivano : in detto 
anno si sentì il bisogno di un' unione completa e fu rogata il 9 

Arch. Stor. Parm., V. 7 



98 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

di maggio a ministero Barbieri. Pormarooo le tre Arti 1' Univer- 
sità dei Negozianti (XLV) e stipularono uno Statuto di 33 arti- 
coli, che diventato poi di 50, fu messo alle stampe nel 1751: 
essendo conosciutissimo e assai comune ci dispensiamo dal par- 
larne; l'Università suddetta poi, nel principio di questo secolo, 
diventò Camera di Commercio ed oltre alle tre arti suddette ab- 
bracciò tutte le altre. 

— Molinari. 

Intorno ad essi troviamo negli Statuti Municipali non poche 
disposizioni: ma non ci pare il caso qui di andare per le lunghe 
riferendole, giacche in quei tempi non erano considerati come 
arte ; ma bensì quasi impiegati municipali, sorvegliati da altri 
a ciò istituiti. 

L'Arte si costituisce più innanzi e gli Statuti che di essa 
ci rimangono (XLVI) sono del 1448 ; scritti in latino constano 
di 23 capitoli. 

Furono rogati da Bartolomeo da Pedrignacola, il quale as- 
serisce di averli letti e pubblicati « volgariter ad eorum plenam 
intelligentiam » . 

Un terzo delle multe andrà all'Avogadro « mercantiae et 
artium » (cap. 2). 

Si ordina « quod nullus praesumat augumentare vel in- 
cantare molendina existentia intra ipsam Civitatem et quatuor 
plebes » (e. 6). 

Inoltre « qui committet aliquam fraudem dolum vel ribal- 
dariara possit et debeat abolleri, cancellari et repelli » (e. 10). 

Per entrare occorre prestare giuramento di osservare gli Sta- 
tuti e macinare con onestà (cap. 15). Non si possa lavorare di festa 
« nisi ex causa necessitatis, ex causa siccitatis acquarum * (cap. 22). 

Oltre alle pene dello Statuto si ricordano quelle comminate 
dagli Statuti Municipali a coloro che esercitassero fraudi nel 
macinare. 

Vi è unita una piccola riforma del 1484, per la quale è 
data facoltà all' anziano ed ai consoli di « inquirere quascumque 



d' arti e mestieri 99 

fraiides et barataraenta » : infine nel 1582 le tasse sono portate 
pei terrieri da lire 6 a 12 e pei forastieri da lire 25 a 50. 

— Muratori. 

Per quest' arte richiamiamo le citazioni fatte dagli Statuti 
Municipali, parlando dei falegnami, giacché le disposizioni del 
nostro legislatore sono comuni alle due arti. 

Gli Statuti dell' Arte, divisi in 34 capitoli, sono del 1425. 
(XLVII). 

I danari che si pagano per entrare nelF arte « si debiano 
spendere in olio per mantenei-e una lampada accesa alla Vergine 
in Catedrale, acciò ne guarda da disgratie » (cap. 1). 

A richiesta sia 1' Anziano obbligato a presentare gli Sta- 
tuti, e nelle congregazioni « debiano tutti sedere et tenere si- 
lenzio » e non possano parlare e stare in piedi se non uno per 
volta, pena soldi 10. (cap. 5). 

Affinchè tutti sopportino egualmente le gravezze dell' Arte, 
debba il nome di ciascun Maestro essere posto in bussolo, e 
quando dovrà essere qualcuno comandato in servizio del Duca 
della Comunità si estraggano a sorte dal bussolo, e gli estratti 
siano obbligati ad andare pena 20 soldi. Nel caso che venis- 
sero estratti gli Ufficiali, non siano tenuti né ad andare né a 
mandare ma si estraggano altri in loro vece (e. 7). 

II cappellano ed il Prevosto di San Pietro sieno obbligati 
ad accompagnare i defunti appartenenti all' Arte, ed i poveri 
senza alcuna ricompensa: debba inoltre 1' Anziano far celebrare 
air altare di San Marino una messa tutti i lunedì, e quei del- 
l' Arte abbiano diritto di essere sepolti in detta capella, pagando 
soldi 5 per cadavere (cap. 13). 

Chi non é iscritto all' arte non possa lavorare per piìi di 
due mesi se non paga una tassa di soldi trenta; i fattori, i fa- 
migli ed i mezzadri delli cittadini possano lavorare sempre, 
(cap. 18). 

Sarà punito di 8 soldi chi « pianterà lì » un lavoro per 
andar ad un altro. 

« Ancora che li maestri dell' Arte sieno obbligati ad ogni 



100 LE COEPOKAZIONI PARMENSI 

richiesta delli Mag."' Signori Antiaui della Comunità di Parma, 
ovvero del suo massarolo dare et prestare opere quaranta in gli 
servitii de detta Comunità di Parma in la cittada de Parma 
senza pagamento alcuno et così anche sieno obbligati quando 
accadesse la necessità per fatti della Eccellentia del nostro 111.'"° 
Signor ovvero della predetta Comunità de andar fuori della città 
con pagamento de soldi dieoe de imperiali per ciascuna opera, et 
le spese sia Y Arte tenuta a pagarle a quello sera mandato fuor 
della Città ». (cap. 27). 

Se alcuno « fusse contrario et insopportabile overo impa- 
ziente ad obedire ... et perseverassi in simile contrarietà cootra 
gli ordini et Statuti dell' Arte » possa venire cassato dagli Uf- 
ficiali (cap. 32). 

Seguono i capitoli pattuiti fra i Muratori ed i Falegnami, 
nei quali questi s' interdicono ogni lavoro di muro, e quelli ogni 
lavoro di legname. 

Nel 1448, fattasi dagli Anziani revisione generale dello Sta- 
tuto anzidetto, vennero annullati, come inonesti, i capitoli nei 
quali si prescriveva che nessuno potesse lavorare di muro se non 
iscritto neir Arte, che nessun maestro potesse fare lavoro alcuno 
con chi non fosse dell' Arte, e che non si servisse chi non avesse 
soddisfatto il debito per antecedente lavoro. 

Nel 1518 e' è una approvazione di « Franciscus Francorum 
rex » colla quale si permettono le tasse per entrata, annullando 
gli Statuti Comunali che facevano giurare i consoli dell' Arte di 
non esigere nessuna tassa d* ingresso. 

Nel] 1449 « Magister Gabriel de Martinis de Placentia 
ingenierius > a nome dell'Arte de' Muratori fece una petizione 
agli Anziani nella quale esponeva « aver essi fatto per la Co- 
munità questo anno opere sessanta e piti, delle quale non ponno 
essere pagate e questo sia per impossibilità della Comunitade... 
et stendo utile per la Comunitade e Cittade et ad honor comune 
gè ne fosse più quantum ne gè ne sia pochi quando le Mag. 
Vostre si vogliano dignare di farli exempti come ha li magistri 
di legnamo, pagando imperò li dazi et Additioni » ed essi si ob- 
bligherebbero a fare gratuitamente opere trenta, e porranno 1' ob- 
bligo a coloro che entreranno in seguito di eseguire un' opera 
ciascuno per il Comune. 



d' arti k mestieri 101 

Gli Anziani, considerata la « penuria peciiniae * concedono 
le chieste immunità come ai falegnami, considerando compensate 
tutte le opere fin qui insolute, ed obbligando ciascun Maestro a 
far un' opera ali" anno. 

Nel 1487, minacciando ima casa, appartenente alla Chiesa 
di San Pietro e ad essa vicina, mina, viene concessa in enfiteusi 
perpetua ali" Arte dei ^Muratori, la quale si obbliga eziandio a 
costrurre in detta Chiesa una cappella a San Marino, con un al- 
tare e due sepolture, ed a regalare a detta Chiesa un calice d'ar- 
gento, un messale, paramenti ecc. 

Nel 1490, a rogito Andrea Cerati, 1' Arte concede in affitto 
« unam domum copatam et muratam iure dictae Artis » essa 
pure vicina a San Pietro e forse la stessa. 

Nel IGll l'Arte chiede im aumento delle tasse, che viene 
concesso, essendo cresciuti li prezzi d' ogni cosa. 

Lo Statuto porta le solite annuali segnature; 1' ultima è 
del 1689; ma evidentemente non si fermarono a quell' anno: 
mancano i fogli seguenti che vennero posteriormente tagliati. 

Nella Chiesa attuale di San Pietro la cappella dedicata al- 
l' Assunta fu decorata a spese dell' arte come fa fede la seguente 
epigrafe : 

n. 0. M. 

PLASTICAM ARAM HANC 

GEMINUMQUE TUMULUM 

UTRUMQUE SEXUM 

AMPLEXANTEM 

ARS MURARIA 

FIERI FECIT 

TEMPORE TExMPLI RENO VATI 

Alla rinnovazione di detta chiesa si dette principio 1' anno 
1707 e fine l'anno 1761. 

È ancora conservata la matricola dell' Arte « Kotullo delli 
muratori che sono in su 1' arte » che va dal 1594 al 1603. 
(XLVIII). 



102 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

— Orefici ed Argentieri. 

Troppo grave compito sarebbe per noi il toccare qui di que- 
gli Orefici che illustrarono nei secoli scorsi e l'arte loro e la 
città nostra dove pure fiorì moltissimo la cesellatura: noi do- 
vremo, come colle altre, limitarci ad una breve rivista degli Sta- 
tuti, non essendoci speciali notizie, e tralasciando quella parte 
più vasta che più che al nostro lavoro s' addirebbe ad uno studio 
artistico. 

Due sono gli Statuti che di quest' arte ci rimangono. 

Il primo del 1509 (IL) è composto di due parti; la prima 
contiene le disposizioni intorno al reggimento dell" Arte, nelle 
quali, salvo una speciale benevolenza riguardo ai garzoni, non 
vi è nulla fuori dell' ordinario: l'altra, composta di 24 capitoli, 
intitolata come si ha da lavorare^ che sono una minutissima 
descrizione teorica dei lavori, dei prezzi ecc. e che quindi non 
occorre che qui riportiamo in alcuna guisa. 

Gli altri Statuti furono fissati dagli Anziani nel 1627 (L); 
anche in questi ventiquattro capitoli non troviamo nulla degno 
di rimarco; solo in ultimo gli Anziani promettono di trovare un 
buon saggiatore e di procurare una grida del Principe, che vieti 
a chiunque, fuorché al Zecchiere, di contrattare di ori e di ar- 
genti. L' Arte però non si mostrò troppo pronta ad accettare 
r articolo che imponeva si facesse il gonfalone, e 1' altro si ven- 
desse r 010 della bontà di danari 21 per ouza, ma gli Anziani 
tennero duro per una cosa e per 1' altra, imponendo si facesse 
il Gonfalone entro il 1029, ed aggiungendo inoltre 1" obbligo 
per ciascun orefice di avere un sigillo coli' arma propria. 

Protettore era Sant' Eligio, e Chiesa dell' Arte prima San 
Vitale e poi San Pietro, che resta sempre, come dicemmo a suo 
luogo, la chiesa classica delle corporazioni. 

— Osti. 

Molte volte gli Statuti Municipali hanno occasione di ricor- 
darsi di loro: già vedemmo come i iahemarii avessero un con- 
sole speciale come i giudici e i notaj, a differenza delle altre arti 
che li aveano fra loro comuni. 



P' ARTI E MESTIERI 103 

Nel primo Statuto si comincia a fissare eh' essi non abbiano 
più a vendere vino « post terciura sonum campanae ». 

Nel terzo Statuto le leggi intorno air arte si moltiplicano 
(pag. 2 (U) ; prima vengono obbligati a vendere * vinum ad 
buzolas sibi datas per Commune, et non ciim buclialetis vel cum 
aliquo instrumento de vitro »; ad avere scritte nella loro bot- 
tega « scripturas fissas ... de quibus vinum haurient. denotantes 
quantitates precii quo debebit vendi tale vinum » . Alla gente 
di male aitare era proibito severamente vendere vino e solo sulle 
taverne si poteva tenere il Torello. 

Siccome poi <' cum prò vino quod venditur ad menutum et 
potatur continue, inebrientur homines infiniti, et facti ebrii sint 
proclives ad malum pocius quam ad bonum, prò conservacione 
boni et pacifici status civitatis Parmae et civium quorumcumque. 
et ad vitandos rumores misclanriae atque lietes quae occasione 
praedicta oriuntur et oriri possunt continue graviores » così si 
vieta, in pena di cento soldi, di veudei'e vino di sorta entro i 
confini della Piazza. 

Debbono inoltre gli osti tenere i bigonci pieni di vino « co- 
pertos, pulcros et nitidos » e non mai permettere entrata nei 
loro spacci a gente di mal affare 

11 vino si deve misurare « ad legiptimam mensuram Com- 
munis » e ciascun oste « compellatur habere mensuram Com- 
munis bollatam et adaequatam cum mensura Communis, et bul- 
letur et adaequetur quolibet anno quo Inxestus curret ». 

Un' altra importante disposizione si ha intorno alla quartina, 
che era allora il mezzo più usato per vendere vino. Devono es- 
sere di vetro « et debeant esse totae extensae et aequales sine 
aliqua pietà vel piegatura seu groppo ad spondas circoraquaque 
intus et extra ; et esse dabeant laciores desubtus, et desuper 
tantum esse debeant strictae quantum est quartina de ramo Com- 
munis. Et cum quartina sic facta de cetero debeant mensurare, 
implendo quartinam totam usque ad sommum desuper circulum 
bona fide » . 

Era inoltre punito chi vendeva « vinum adaquatum prò 
puro », ed ogni settimana tutte le taverne doveauo essere visitate. 

In fondo allo Statuto si trova la Beformntio fahertìariorum, 



104 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

cioè le riforme introdotte in seguito dal Consiglio Generale agli arti- 
coli succitati dietro petizione dell' Arte «hominuin tabernariorura », 

Nel 1317 r arte fa una petizione nella quale espone « quod 
tam tehotonici, quam alii forenses et cives, bibentes in tabernis 
ipsorum taberuariorum raultociens effondunt seu spargere et effon- 
dere consueverunt propter pressas et multitudinem ipsorum biben- 
cium, et aliis pluribus de causis, de vino eis bene et recte meu- 
surato, et postea, superveniente familia domini Capitanei inqui- 
rente de praedictis et tale vinum iterum mensurari facientem, 
propter talem effusionem vini quartina non potest reperiri nec vi- 
deri bene piena seu mensurata: propter quod raultociens dicti 
tabernarii indebite et iniuste et contra veritatem molestantur et 
condempnantur ». In seguito a questa domanda, con 664 voti 
favorevoli, si modifica il capitolo così: « quod poena tabernariorum 
ac vendencium vinum ad minutum cum quartina non piena, seu 
male mensurata. solum deinceps sit et esse intelligatur prò quo- 
libet et qualibet vice, c^ua deliquerint in praedictis, viginti sol. 
parm. et in tantum et in tantam quantitatem possint et valeant 
condempnari, et non in plus seu pluri vel majori quantitate etc. » . 

Nel 1323 altra domanda dei medesimi di riforma * quod 
quartina bene et diligenter mensurata per eos in majolis seu 
copis, expanditur et cadit in terram, propter moltitudinem gentium 
existentium in tabernis causa bibendi, aliqua pars dicti vini dili- 
genter mensurati sine aliqua culpa dictorum tabernariorum, seu 
propter pressam seu propter culpam portancium vinum ». Xel 
1324, chiedono nuovamente di potere vendere vino a qualunque 
persona, di qualsiasi sorte e condizione, loro si presentasse, non 
ostante gli articoli dello Statuto; ed entrambe le due domande 
furono accettate dal Consiglio Generale. 

Nel quarto Statuto però troviamo rimesso in vigore V arti- 
colo ora cancellato e che proibiva agli osti di ricevere e dare da 
bere a « ganeas, ruffianos, gaiufibs, latrones et alios malos ho- 
mines, quos sciverint infamatos essent ». 

C è inoltre la nuova proibizione di porre nel vino « bru- 
gnolis, cassaris et moris ». Ed un capitolo speciale inibente che 
« aliquis alius vendens vinum ad minutum audeat vel praesumat 
vendere nec vendi facere eodem tempore vinum, nisi solum de 



d' arti e mestieri 105 

uno vase. nec teneie in taberna sua, tempore quo venditur vinum. 
aliquam claudendani de storis vel assidibus vai parietibus, nec de 
aliqua alia re quae prohiberet publice videri quanilibet vegetem 
vel iu quacomqiie parte ipsius tabernae, nec tenere infra ostiuni 
ipsius tabernae aquam in aliquo vase etc, •». 

Gli Statuti però che di quest'Arte ci sono rimasti sono 
troppo recenti: sono infatti del 1738 (LI) ed è da rimpiangere 
come siano andati certo perduti gli Statuti molto più anticlii e 
molto più importanti che anche gli o>ti non avranno mancato di 
avere per quanto ]ùù innanzi si accenni ad una recente costi- 
tuzione. 

Dice il proemio alli Statuti che « avendo dimostrato l'espe- 
rienza, maestra delle cose, li moltissimi pregiudizii, che sotfrono 
gli Osti di questa città di Parma e che ne risente anche il pub- 
blico stesso, nel non essere da tempo radunati in un sol corpo 
legittimo e regolato da proprie leggi, come invece sono tant'altii 
Artefici e professori di questa stessa città, ^i sia pensato a scri- 
vere gli Statuti ». 

Protettrice è la Madonna dei Sette dolori: oltre all'Anziano 
ed al Massaro debbono avere quatti'o consoli. Un forestiero per 
essere iscritto dovrà dare sigurtà di scudi 100. 

Non potranno essere accettate descritte né matricolate nel- 
r arte donne pubbliche da partito, ne altre persone notoriamente 
infami e ciò per maggior quiete e decoro dell' Arte. Ogni osteria do- 
vrà avere la sua insegna, e sene cita il nome d'alcune, il Pavone, 
la Fontana, la Gallina, la Croce Bianca, parecchie delle quali si 
sono perpetuate sino al dì d' oggi. Anche gli osti, fuori di Parma, 
non lontani più di 5 miglia saranno soggetti all'arte. 

Gli Statuti vennero accompagnati da una grida del 27 set- 
tembre stesso anno, che ne raccomandano l'osservanza, ed ag- 
giungono che le bettole, perchè ognuno possa distinguere queste 
ed altri luoghi simili dalle osterie, si devano aprire nei siti e 
nelle strade piìi remote che sarà possibile, e non potranno portare 
insegna ma solo una frasca od un cerchio. 

Nel 1768 un' altra grida viene ad aiutare la prima nel 
comandare 1' osservanza di detti Statuti, i quali, pare, non ab- 
biano avuto troppa e spontanea ade.sione. 



lOG LE CORPORAZIONI PARMENSI 

— Pelizzari. 

Era una delle quattro Arti, delle quali già dicemmo a suo 
luogo. Non manca qualche disposizione a suo riguardo negli 
Statuti Municipali, ma di troppo lieve importanza, e relativa 
specialmente al non esporre nelle strade le pelli delle bestie ap- 
pena scuoiate. 

È arrivato sino a noi lo Statuto che l'Arte si dava nel 
1 568 (LIl). Consta di 32 capitoli, fu rogato da Giovan Andrea 
de' Notari nel codice pergamenaceo eh' esiste in Biblioteca. 

Non troviamo ne obbligo d'accettare cariche, né pene ai 
renitenti ; se vi è chi rifiuta si continui ad estrarre altri finche 
si trovi chi accetti (cap. 2). 

Gli eletti ad uffici;ili. che si eleggono uno con 1' altro, de- 
vono 3 giorni dopo entrati in carica giurare in mano del Can- 
celliere della Comunità osservanza agli Statuti. 

Tutti quelli che non esercitano l'arte della Pellizzeria, ma 
che pure sono in essa iscritti, non possono né debbono intromet- 
tersi ne intervenire nei consigli ed adunanze dell'Arte: ne in 
questa possono avere voce alcuna ne godere di quei privilegi ed 
emolumenti che godono i maestri dell'Arte (cap. 12). 

11 Podestà ed i Sindaci debbono almeno due volte al mese 
visitare le botteghe e punire le fraudi (e. 15). 

Chi condurrà fuori dello Stato pelle da confingersi, pertinente 
all'Arte, senza licenza dell'Anziano, perda la roba, e 10 s. di 
multa. 

Nessuno dell'arte comperi pelli se prima non saranno scor- 
ticate e levate dai dorsi delle bestie (e. 20). 

Non si possono durante 1" anno conciare pelli, ne prima delle 
Calende di marzo, nò passato settembre, e di questo facciano gli 
Anziani diligentissima inquisizione (e. 21). 

Perchè la Città possa avere le pelli a buon mercato a chiunque 
ne introdurrà si lascino vendere liberamente per otto giorni, né i 
Pellizzari possano intromettersi per far crescere il prezzo, pena 
un giulio (cap. 24). 

Sia lecito a chiunque vendere liberamente di detta mercanzia 
per tutto l'anno pagando all'Arte una recognizione di 20 sol. 



P' ARTI E MESTIERI 107 

I danari, che si riscuoteranno, si adoperino in maritar don- 
zelle, sovvenire poveri, ed in simili altre opere pie. Gli Statuti 
si conservino presso il Podestà, solo quando l'Arte non abbia 
nella sua sede una cassa od armadio a ciò. 

Segue la rubrica degli iscritti nell'Arte sino al 1657, e le 
revisioni comunali sino al 1703, nel quale anno, unendosi l'Arte 
dei Pelizzari insieme a quella dei Guantari, stabiliscono insieme 
nuovi Statuti (Lll). 

Assumono a protettore San Giovanni Battista e per loro 
Chiesa San Pietro. Molti articoli sono tolti di sana pianta dallo 
Statuto antecedente. L' arte dovrà avere il libro delle i^ove sul 
quale scrivere coloro che chiedono d' essere provati per entrare nel- 
r arte. E per entrarvi ciascuno debba avere un capitale pel va- 
lore di doppie cento d' Italia. Le pelli d' animali porcini possano 
essere comprate anche dai Ballettini, come vedemmo già parlando 
dei Guantari. 

Non s'intendono pregiudicati per nulla gli articoli del vecchio 
Statuto dei Pelizzari e del moderno dei Guantari, in quelle di- 
sposizioni però che non sieno contrarie ai capitoli suesposti. 

— Pozzaroli e Dugaroli. 

L' arte dei Pozzaroli e Dugaroli era come quella dei For- 
naciai essenzialmente necessaria: era quindi come l'altra, sotto il 
dominio diretto del Comune che negli Statuti Municipali dà ad 
essa tutte le leggi e le disposizioni. 

Oltre ai pozzi, ai canali, alle latrine doveano pensare anche 
ai selciati; erano quindi veri e propri impiegati municipali e nello 
Statuto viene sempre detto « ut in Statutum eorum officii conti- 
netur » appunto perchè le varie disposizioni Comunitative a loro 
riguardo formavano come uno Statuto. 

È inutile del resto che riportiamo qui queste numerose di- 
sposizioni: esse per la loro specialità poco ci possono interessare. 

Gli Statuti (LIV) sono del 1011, in 12 capitoli. 

Quelli dell' arte « non faccino altro che far pozzi et fatti 
cavarli et espurgarli, et espurgare parimenti cloache, condotti, 
landrone et altri simili, stopar buche de condotti ecc. ». 



108 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Si obbligano ogni anno a maritare una donzella o a fare la 
dote a qualcuna che si volesse dedicare a Dio in qualche mo- 
nastero. 

Erigeranno un gonfalone con la loro insegna cwn aspa una 
sojoìa et tin badile, e scelgono per protettore S. Giovanni Battista. 

Sono obbligati ogni anno ad espurgare il condotto che passa 
per la Piazza Grande, ed anche il pozzo del Palazzo del Gover- 
natore. 

Si dichiara dipendente dalla Comunità, ma libera da qua- 
lunque altra arte della Città. 

— Ramari. 

Arte pur questa antichissima e che vediamo prender parte 
alla Compositio Mercadanciae sotto il nome di Paroìarii ; in 
seguito venne detta arte Fahrorum ^rariorwìi. Di essa però 
pochissime memorie ci rimangono. 

Infatti lo Statuto che ce ne resta è del 1773 (LY). Erano 
allora riuniti all'Arte dei Fabbri Ferrai, dalla quale chiesero di 
staccarsi essendo « presentemente di un numero sufficiente, in 
maniera che possono da se soli formare un corpo competente. 
Sentito il parere dell'Arte dei Ferrai la quale risponde che quanto 
è stata aliena dal promuovere detta segregazione altrettanto non 
intende opporvisi, gli Anziani li erigono in arte autonoma. 

Lo Statuto è di 20 capitoli. A protettore è scelto Sant' E- 
ligio. Possono lavorare rame e ferro spettante alla loro profes- 
sione solamente, comprar carbone ovunque e vendere ogni sorta 
di ferramenta proveniente dall' estero. 

Ciascun padrone potrà mandare in giro due lavoranti al più. 
munendoli d' una sua fede. 

Tutti quelli che non essendo maestri approvati vorranno an- 
dare in giro colla bolgia dovranno levare licenza dall' anziano, col 
pagamento d' uno scudo d' oro da lire 7. 

Tutti i Magnani dello stato di Parma saranno obbligati a 
riconoscere ed a dipendere dall'arte. 

Per ultimo è proibito ai rigattieri, e ad ogni altro, il ven- 
dere e tenere esposti al pubblico vasi di rame. 



d' arti e mestieri 109 

— Sarti. 

Abbiamo gli Statuti del 1568 (LVI) compilati in ventisette 
capitoli, ma che dal contesto si capisce non essere clie una mo- 
dificazione di Statuti antecedenti dei quali non coDoseiamo nò il 
contenuto né la data. 

Vi è un Anziano, un Massaro, due Sindaci ed un consolo 
per convocare le adunanze « et per fare tutte quelle cose che 
saranno espedienti alla dett' Arte secundo il solito ». Gli ufficiali 
devono esercitare le cariche personalmente e non per sostituti. 
Patrono Sant' Omobono. 

Vietato qualunque lavoro ai non iscritti * eccettuate le fan- 
tesche dei Cittadini ». 

La festa del Patrono è celebrata nella Chiesa dei Santi Ger- 
vaso e Protaso, nella quale i Sarti possedevano una cappella : ad 
essa doveano intervenire anche i sarti foresi. 

Se alcuno « per infirmità o per qualsivoglia altro sinistro 
accidente pervenisse in estrema necessità » Y arte lo sovvenga e 
non essendovi danari si ponga, caso per caso, un' imposizione. 
Nessuno osi tagliare drappi di seta e panni tanto di filo che di 
lana se non in presenza dei padroni, o se non ne avrà avuto da 
essi commissione e licenza. Nel caso di discordie, l'Anziano obblighi 
ad accomodarsi « et perchè ci sono alle volte qualche persone 
talmente seditiose et ostinate che non si vogliano acquettar mai 
al giudittio de suoi magiori et ufficiali jterfidiando sempre la lor 
perversa et ostinata opinione in gran confusione e scandolo • 
sieno condannate e non possano appellarsi ad altri magistrati. 

Nel 159G, avendo gli Anziani saputo che alcuni Sarti « poco 
timorati da Dio hanno cassati » tre capitoli, il 7°, 8" e 9° (di 
andare all'arte quando invitati; pene contro chi insulterà gli 
ufficiali: obbligo del riposo festivo) e ne hanno tagliato le carte 
nel libro degli Statuti, .si rimettono in vigore minacciando per 
r avvenire pene severissime a chi nuovamente commettesse tali 
mancanze. 

Nel 1797 vengono fatte aggiunte in 17 capitoli, vietanti la 
consanguineità dell'Anziano coi Sindaci, concedenti piena libertà 
pel numero dei garzoni, crescente le tasse, con altn^ disposizioni 
di minor conto. 



no LE CORPORAZIONI PARMENSI 

— Sellai. 

Anche di quest' arte, che pure è aDtichissima e deve aver 
avuta la sua importanza, sfortnoatamente non ci sono rimasti che 
gli Statuti, abbastanza recenti, del 1570 (LVII). 

Sono 23 capitoli e furono compilati da Giacomo Bechigni e 
Paolo Zucchi per autorità loro conferita da tutti i sellai del- 
l' arte. 

Gli Ufficiali sono pochi; T Anziano che fa anche da Massaro 
ed un Sindaco e l'uno non possa fare senza dell'altro. Il primo 
debba dare sigurtà di 100 lire imp. ed abbia per ricognizione 
delle sue fatiche un paio di guanti all' anno. 

Gli articoli generali sono uguali a quelli dei Sarti, dallo 
Statuto dei quali essi sono evidentemente tolti. Anche i Sellai 
non possono interporre appello sulle sentenze dei loro ufficiali. 

Non possono tenere insieme con loro al lavoro nessuno che 
faccia cose pertinenti all' arte dei Bastari. 

Ciascun maestro paghi 10 soldi all' anno, ed i lavoranti due. 

Gli Statuti portano la conferma di Ottavio Farnese. 

— Seta (Arte della). 

L' esempio della vicina Reggio e la speranza di apportare 
vantaggio non lieve alla città indussero il Duca Ottavio Farnese 
a far studiare il modo col quale anche in Parma si sarebbe po- 
tuta introdurre quest' arte. 

Ai 3 di giugno del 1553 il Consiglio generale, sentito il 
desiderio del Duca a questo proposito, dà facoltà agli Anziani ad 
•ai Conservatori di eleggere quel numero di persone che essi cre- 
deranno, appunto perchè la cosa venga eseguita. Vennero infatti 
eletti Niccolò Lalatta, Gerolamo Bajardi, Gerolamo Toccoli e 
Gerolamo Cavalca, i quali si radunarono molte volte (e delle 
loro adunanze sino al 1568 esiste verbale in un quinterno nel- 
r Archivio Comunale) (LVIII) e fecero in modo che, introdotta 
r Arte in città pel 1558 ne presentarono alla superiore approva- 
zione gli Statuti. 

Nel 1562 Cesare da Castiglione, milanese, tessitore « tellarum 



n' ARTI E :\ii:stii:ki 1 1 1 

siricariim aure compositarum » lii'eveva dal Comune lire 20 imfi. 
pel semestre (V affitto di una casa da lui appigionata sin dal 20 
decembre antecedente, allo s^opo di abitare in Panna affinchè 
« artem ipsam siriceam parmenses edoceat ». 

Nello stesso anno si fanno venire da Lucca due donne « artis 
siricei magistras ut alias feniinas civitatis Parinae artem prae- 
dictam edoceant ». E sin nel 1584 Giuseppe Luppari di Lucca, 
rettore dell' Arte della Seta, godeva di uno stipendio di scudi 
12 % d'oro per ogni trimestre, che gli veniva pagato dal Co- 
mune nostro in seguito a convenzione tra essi antecedentemente 
fatta. In questo modo il Comune nostro riuscì ad introdurre 
quest'arte che fu poi di tanto vantaggio alla città. 

Gli Statuti, in 28 capitoli (LIX) sono copiati alla lettera 
da quelli di Reggio Kmilia, ed essendo questi editi dal Campa- 
nini in Ars Siricca Bcgii, 1888, è inutile che noi li ripetiano o 
li sunteggiamo in questo luogo. 

Sono muniti di un decreto di Ottavio Farnese col quale si 
dà facoltà ai quattro deputati suddetti di condurre persone foresi 
in città per lavorare nella nuova arte ; il Duca inoltre li rende 
« liberi sine solutione aliquorum datiorum et gabellarum » per 
quelle cose che detti foresi porteranno in città, « nessuno di loro 
si possa « conveniri vel gravari realiter... prò aliquibus eorum 
debitis vel obbligationibus per eos contraetis per annos quinque » . 
Gli operai siano immuni « omnibus oneribus personalibus et 
hospitationibus in domibus in quibus habitaverunt,.. nec occasione 
militum possint ab eis durante earum locatione eipelli » . 

Per dieci anni poi possono entrare in città « sine aliqua 
solutione datiorum * sete, follii'elli e lavori del genere ; come 
pure è proibito il vendere e l' estrarre dal territorio Parmense 
sete e follicelli, ma tutti debbansi vendere in Parma. 

Nel 1563 i mercanti di seta « che con ogni fatica et in- 
dustria si sforzano introdurre et augumentare in questa città », 
essendo « con lungi litigi stratiati da suoi debitori a quelli danno 
a credito li suoi drapi » temono che ne possa derivare la fine 
dell' arte. Chiedono quindi di potere convenire i debitori di qua- 
lunque sorte innanzi a qualsivoglia giudice il quale abbia a 
« ministrar sommaria et eipedita iustitia senza figura e strepido 



112 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

di iudicio iu di fenato e non fenato, et secando il stillo mercan- 
tile, atesa la verità del fatto, remossa ogni cavillosa dilatione, 
uè la minorità oxciisi alcuno debitore purché ecceda i vintidua 
anni ». 11 che viene dal Principe concesso. Nel 1568 « per l'au- 
gumento dell' arte et perchè possiuo entrare altri » i mercanti 
chiedono al Principe che voglia prorogare loro di dieci anni « le 
immuuitadi, privilegi, honoranze, esentiorii et honori », che ri- 
sponde annuendo, ina per un'epoca « minore, prorogamus ad trieu- 
nium. » Nel 1572 si aggiunge un capitolo vietante di porre oro 
in cordoni di velluto pena 1 scudo d'oro. Nel 1587 fa una pe- 
tizione nella quale chiede che il privilegio concesso, per breve 
di Paolo III, ai libri dei Mercanti delle arti della Lana e di 
Merceria, sia pure ad essa esteso, il «he viene concesso con po- 
steriore decreto. 

Nel 1606 vi è una importante delibera dei Decurioni del- 
l' Arte, intorno ai drappi di seta, che in quel tempo, godendo di 
straordinaria fama per tutta Italia, rivaleggiarono con quelli 
della vicina Reggio; si danno intorno ad essi molte disposizioni 
tecniche, si dà facoltà ai cittadini di fabbricarseli per proprio uso, 
ma si comanda ai mercanti, che prima di porli in vendita, li 
ficciano approvare dall' arte. 

Si capisce però come queste disposizioni non abbiano in 
seguito ottenuto il desiderato effetto, perchè il Maggior Magistrato 
con grida del 5 luglio 1651 ♦ intendendo i pregiudicii fatti 
continuamente al pubblico dall' Arte della Seta che viene fabbri- 
cando drappi di seta d' ogni sorta mal tessuto » fa obbligo al 
Rettore dell' Arte, di rii-everli, iu presenza di Notaio e del Can- 
celliere d^lla Comunità, tutti in consegna. Nel 16S7 1' Arte 
delibera che, non essendovi negli Statuti provvisione alcuna circa 
i denari della medesima, non si possano spendere in quantità al- 
cuna fuori dei casi consueti, e contrafaeiendo alcuno s'intenda 
questo aver speso del proprio e senza speranza di conseguire 
alcun men che minimo rimborso. Nel 1684 prende nuovo vigore 
la lite che da tempo esisteva fra l'Arte della Seta e quella degli 
Aromatari, le quali entrambe pretendevano di occupare nella 
processione per Sant'Ilario il secondo posto, e quindi subito dopo 
]' Arte della Lana: la questione era già stata risolta in antece- 



d' artf e mestieri 113 

denza dal (jovernatore che diede la precedenza a quei della Seta, 
ora rinasce e questi con loro memoriale sostengono i loro diritti, 
fra r altro uno traendone dalla loro importanza « come quella 
che mantiene doi terzi della città colle loro maestranze e varietà 
d'operai ». Il 29 dicembre dello stesso anno un decreto di 
Khiiuzìo Farnese pone fine alla disputa dando completamente ra- 
gione all' Arte della Seta. 

Per il periodo posteriore ci restano i verbali delle adunanze 
tenute dall'Arte dal 1610 sino al 1688 (LX), e se in animo 
avessim) di scrivere in ispe^nal modo dell'Arte della Seta, avremmo 
abbondante materiale al nostro servizio. Solo aggiungeremo, per 
la statistica, ed in Appendice, la stima dei capitoli dell'arte fatta 
nel maggio del 1816. 

Vedemmo già come poi V Arte della Seta siasi congiunta colle 
altre due affini della Lana e della Merceria, formando l'Università 
di negozianti. Non mancarono dopo molti provvedimenti sulla 
materia specialmente (LXl) durante il regime di Du Tillot, sotto 
il quale si introdussero nel nostro ducato i mori o gelsi. 

Chi avesse vaghezza di più conoscerne in proposito può 
consultare « La Storia dell'Amministrazione di Guglielmo Du 
Tillot » studio del Prof. Bernardino Cipelli, pubblicato dal Oav. 
'Jasa neir Archivio Storico per le Frovincie Parmensi (1895). 

~ Sogai. 

Abbiamo gli Statuti del 1531 (LXII), rogati da Martino 
Garbazio, presenti 16 dell' arte e compilati in 15 capitoli. 

Quelli dell' arte « lavoreranno di corde, lasse, sforcino, cingie, 
spighetti et fili ». Protettore San Paolo e loro chiesa San Pietro. 

Oltre all'Anziano, c'è il visitatore: questi debbano scegliere 
per loro aiuto anche un corriere della Comunità per meglio po- 
tersi far obbedire. Chi porterà o venderà canepa fuori della 
città sarà punito di soldi 10. Vietato il commettere e fare corde 
bagnate. 

L'Anziano debba visitare ogni mese le botteghe dell'Arte. 

Le cause sono demandate all'Avogadro della Mercanzia. 

Arce. Stor. Parm., V. 8 



114 LE CORPORAZIOXI PARMENSI 

— Tessadri da filo. 

Le non poche leggi che intorno ai tessitori si trovano nei 
nostri Statuti Municipali, più che a questi, costituitisi in arte 
assai pili tardi, si riferiscono spe-iiilincite a quelli che (lipeudevano 
dall'arte della Lana, o qualcosa già ne vedemmo uell" osservare 
gli Statuti di questa. 

Gli Statuti per i Tessadri di toh' di lino e di canepa sono 
del 1567, in capitoli 25, ed hanno molta affinità, nelle generali 
disposizioni, con quelli dei Sogai (LXIII). Eccone alcune noi'me. 

Xeir estrazione dal bossolo per fare gli ufficiali non eriino 
eleggibili che i presenti. Ogni telajo pagava una tas^a annuii. 

Si erano obbligati a mantenere una lampada accesn alla 
Steccata in tutte le feste. Saranno privati dell'esercizi.} quelli 
che porteranno fuori della città tela così fatta che da farsi; non si 
poteva inoltre tenere in casa teki ordita per più di sei mesi, uè 
dar tela da fare fuori della bottega senza licenza dell' ufficiale. 

Xel 1504 si aggiunge che nessun forestiere (e questi Tessi- 
tori erano iu gran parte gente venuta di fuori) possa e.ssere uftì- 
ciale se non è da dieci anni iscritto uelTArte: e che, essendo 
gran parte dei telai esercitati da donne, era giusto che esse, pur 
non essendo iscritte uelT arte, sopportassero proporzionatamente i 
pesi e le gravezze comuni. Facessero però eccezione le serve dei 
cittadini, quelle degli ospedali, le figliole e sorelle di Tessadri 
che esercitano in compagnia d' essi. 

Nel 1613 lo Statuto ebbe una specie di rinnovamento 
(LXIV), ed una copia se ne trova nelle minute delle Ordinazioni 
(Jomuuitative di quel!' anno, con poche ed inconcludenti variazioni. 

Nel 1680, nelle Ordinazioni pure del Comune si trova un 
ordine « quod non admittatur aliqua excusatio cuiuscumque de 
arte textorum a fìllo, eundi causa ad venerationera Sancti Pro- 
tectoris dictae Artis » : il protettore era San Pellegrino. 

— Vetturali. 

« Li non pochi disordini, che sono accaduti, o che purtroppo 
tuttora accadono nell'Arte della Vettura di questa città di Parma, 



i 



d' arti e mestieri 115 

hanno più volte dato motivo agli professori della medesima di 
radunarsi ad oggetto di togliere e sradicare i medesimi, ma sic- 
come li disordini stessi soiiosi piiitosto aumentati e resi irrime- 
diabili, cosi gli Professori ed infrascritti principali sono venuti in 
])arere d'unirsi affine di comporre la loro arte e con ciò rendere la 
medesima più propria e confaceute anche a v;intaggio del pubblico ». 

Questo è il proemio agli Statuti, che sono del Secolo XVIII, 
ma che non portano più precisa indicazione (LXV). 

A patrono eleggono San Riccardo « che vivendo ebbe ma- 
neggio di cavali >» . 

Per entrare bisogna avere almeno quattro cavalli: tutti però 
saranno dipendenti dall'Arte. Dipenderanno anche gli esercenti 
fuori di Parma « nel distretto della fortificazione, cioè dal Taro 
alla Città, da Enza per tutte e due le parte alla Città, da Cor- 
cagnano in giù, da Castelnovo in su e in qualsivoglia altra parte 
distante cinque miglia da Parma » . 

I vetturini forastieri nei giorni di passaggio non possono 
stipulare contratti con chicchessia. 

L' amministrazione è formata da un Anziano e due Sindaci ; 
un Cassiere, che ci pare un vero impiegato, ed un Cancelliere. 

Inoltre due Massari, che hanno l' obbligo di invitare alle 
adunanze, di sorvegliare i vetturali forestieri, sollecitare i debitori 
dell'arte; saranno pagati, ma non potranno assumere noli ma 
denunciarli all'Anziano che li dovrà cedere a quelli dell'Arte che 
avessero un maggior numero di cavalli. 



116 LE CORPORAZIONI PARMBNSI 



j^i=^:p.'Bi^r)iCE] 



I. 

Elenco degli Statuti <ielle irti Parmensi. 

I. — Statuto dei Barbieri, 141 S. Copia in volgare del 1597. 
(Archivio Comunale). 

II. — Statuto dell" Arte dei Barbieri e Chirurghi, 164t5. 
Copia. (A. C). 

III. — Capitoli stabiliti et accomodati tra li Sig." Chirur- 
ghi e li Sig." Barbieri semplici, 1738. Copia. (A. C). 

IV. — Libro delle ordinatioiii dei Signori Chirurghi e Bar- 
bieri, 1732-1778. Originale. (A. C). 

V. — Statuta Artis Beccariorum, 1309. Copia molto scor- 
retta. (A. C). 

VI. — Statuti Regole e Provissioni dell' Arte dei Macellari, 
1707. Copia. (A. C). 

VII. — Statuti, Ordinazioni e Privilegi per 1' Arte dei Boc- 
calari, 1794. Copia. (A. C). 

Vili. — Statuti et Ordeni dell'Arte dei Brentatori, 1553. — 
Originale in pergamena presso la Società dei Brentatori. 

IX. — Regolamento pei Brentatori della città di Parma. 
1864; a stampa. (Tip. Carmignani, Parma). 

X. — Statuti e Capitoli dell' Arte dei Professori nella fab- 
bricazione e manipolature di Bevande ecc., 1751. Copia. (A. C.) 



d' arti r mrstieri 117 

XI. — Statuto dell'Arte dei Callegari. 147:3. Originale in 
pergamena, (li. Archivio di Stato.) 

XII. — Statuti Capitoli et Ordini dell'Arte delle Calzette fatte 
all' Agocchio, 1597. Copia. (A. C). 

XIII. — Statuto dell'Arte dei Calzolai. 1807. Copia. (A. C). 

XIV. — Matricola dell' Arte de sotularia, 1573. Originale 
in pergamena. (Archivio di Stato.) 

XV. — Statuti delli Calzolari, 1686. Originale cartaceo. 
(Ardi. d. S.). 

XVI. — Statuti dell'Arte dei Capellari — a stampa. 
(Parma, 1768). 

XVII. — Statuti dell'Arte degli Asinari, 1526. Copia. (A. 
C. e Biblioteca). 

XVIIT. — Statuta Ariis Ferrariorum Parmae. 1439. Origi- 
nale in pergamena. (Archi\io della Camera di Commercioì. 

XIX. — Statuta Arti.s Ferrariorum Parmae, 1467. Copia. 
(Bibl. e A. Com.). 

XX. — Statuti per l'Arte dei Festari, 1605. Copia. (A. 
Comunale). 

XXI. — Statuta Artis fornaxariorum Civitatis Parmae, 1458. 
Originale in pergamena. (Arch. Comunale). 

XXII. — Statuti per 1' Arte delli Fornaciari. — Nelle Or- 
dinazioni Comunitative dell'anno 1794. (Arch. Comunale). 

XXIII. — Statuti dell' Arte dei Fornai — colla data del 
1236 (1583?). Originale in pergamena. (Arch. Comunale). 

XXIV. — Statuta Artis Foruariorura Parmae, 1461. Orig. 
pergamenaceo. (Archivio Comunale). 

XXV. — Capitoli contrattati tra 1' 111. mi. Signori Anziani 
e l'Arte dei Fornai, 1576. Originale in pergamena. (Archivio Co- 
munale). 

XXVI. — Tarifl'a del pan venale calciilata per me Stefano 
Trionfi d'ordine dell' 111.'"' Signori Anziani, 1673. Copia (A. Cora.). 



k 



118 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

XXVII. — Capitoli per l'Arte de' Fornari da Massaro. 
Copia. (Archivio Comunale). 

XXVIII. — Statuti dei fornai da pan venale, 1740. Copia. 
(Biblioteca). 

XXIX. — Statuti e Capitoli con li quali gì' 111.'"' Signori 
Anziani ereggouo l'Arte dei Guautari, 1628. Originale cartaceo. 
(Archivio di Stato). 

XXX. — Matricola dei mercanti della Lana, 1307. Origi- 
nale bellissimo pergamenaceo. (Camera di Commercio). 

XXXI.' — Statuta Artis Lanae Civitatis et Epàtus Parmae 
compillata in anno presenti 1422. Originale e copia in pergamena. 
(Biblioteca). 

XXXII. — Mastro dell' Arte della Lana, Originale carta- 
ceo, 1 608-1703. (Camera di Commercio). 

XXXIII. — Statuti et ordini per reformatione et manteni- 
mento dell'Arte di Lardarla, 1459. Copia. (Archivio Comunale). 

XXXIV. — Statuti per 1' Arte de' Librai, 1650. Copia. (Bibl.). 

XXXV. — Pro Arte Bibliotecnruiii Parmae centra D.D. 
de Rosetis et Gerbelis, 1720. Copia. (Archivio Comunale). 

XXXVI. — Statuti per l'Arte de niagistri di raanara, 1424 
— Originale pergamenaceo. v^Bibl.). 

XXXVII. — Statuto per l'arte di manara, 1515. Copia in 
pergamena. (Biblioteca). 

XXXVIII. — Juris et facti iiiformatio (si scultores et 
celafores sinf de Arie Fabrorniu Lic/iiarionoìt) .J. Consulti A. 
Beghini. (Parma, Tip. Rossetti, 1713). 

XXXIX. — Statuti et ordini dell' Arte di Magnifici Ma- 
rescalchi. — Originale cartaceo. (A. Coni.). 

XL. — Statuti et ordini fatti dall' IH.'"' Sig. Anziani 
dell' 111.'"^ Comunità di Parma alla M.*^** Arte dei Marescalchi. 
Ordinazioni Comunit., 1624. (A. Comunale). 

XLl. — Statuta artis Meizadrorum. — Contiene gli Statuti 
XLll e XLIII. Originale in pergamena. (Cam. di Comm.). 



1 



n' ARTI E MESTIERI 119 

XLll. — Statata et ordiuamenta Merzadroruni. Secolo XIV. 
Kdito da K. Scarabelli Ziiiiti. (Parma, Tip. Ferrari. 1869). 

XLIII. — Statuti dell'Arte dei Merzari, 1507. Editi nello 
stesso volume. 

XLIV. — Statuti et capitoli et nova Riforma sopra 1' Arte 
della Merceria. 1578. Originale pergamenaceo. (Biblioteca; copia 
neir Ardi, di Stato). 

XLY. — Costituzione e nuovi Statuti dell'inclita Univer- 
sità dei Mercanti, 1751. (Tip. Monti. Parma). 

XLVI. — Statuta et ordinamenta artis moliuariorum, 1448. 
Copia. (Ardi. C. e Bibl.). 

XLVII. — Statuti dell' arte dei Muratori, 1425. Orig. per- 
gamenaceo. (Bibl.). 

XLVIll. — RotuUo de li Muratori che sono in su l'Arte, 
1594. Originale in pergamena. (Archivio di Stato). 

IL. — Ordini dell'Arte degli Orefici, tanto nel fare gli 
ufficiali quanto alli ordini del lavorerio, 1509. Copia. (Archivio 
di Stato). 

L. — Statuti degli Orefici ed Argentieri, 1627. (Copia. Ar- 
chivi di St. e Com.). 

LI. — Statuti e Capitoli da osservarsi inviolabilmente et in 
perpetuo dall'Arte degli Osti ecc., 1734. Copia. (Arch. Com. e Bibl.). 

Lll. — Statuti dei Pelizzaii, 1568. Originale perg. (Bibl.). 

LIH. — Statuti per l'Arte dei Pelizzari e Guantari, 1703. 
Copia. (A. C. e Bibl.). 

LIV. — Statuti Capitoli et Ordini delli Pozzaroli et Duga- 
roli, 1611. Originale pergamenaceo. (Archivio Com.). 

LV. — Statuto dei Magnani e Ramari. 1778. Copia. (A. Com.). 

LVl. — Capitoli Statuti et Ordini fatti et stabiliti per gli 
Sartori di questa Mag.'=* Città di Parma, 1568. Copia. (Ar- 
chivio Comunale e Bibl.). 

LVII. — Statuti dell' arte dei Sellai, 1576. Copia. (A. Com.). 



120 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

LVIll. — Provvedimenti dei deputati per V introduzione 
dell'Arte della Seta, dal 1553 al 1568. (Archivio Comunale). 

LIX. — Capitoli che si hanno a fare sopra 1' Arte della 
Seta dell'oro et argento nella .Mag.'^" Città di Parma, 155S. Ori- 
ginale pergamenaceo. (Cam. di Comm.). 

LX. — Libro delle ordinationi dell'Arte della Seta. 1610 
al 1688. Originale cartaceo. (Cam. di Comm.). 

LXI. — Editto sia nuovo regolamento ordinato da S. A. K. 
per il Commercio delle Sete, 1760. (Tip. Monti. Parma). 

LXll. — Statuti dei^ Sogai, 1531. Copia. (Arch. Comunale). 

LXIII. — Capitoli Statuti et Ordini fatti et stabiliti per 
gli Tessadri da tela di lino et canepa. 1567. Copia. (A. Com. e 
Biblioteca). 

LIV. — Statuto dei Tessadri. Copia nelle Ordinazioni Co- 
munitative del 1613. (Archivio Comunale). 

LXV. — Capitoli concernenti all' Arte della Vettura in 
questa città di Parma. Sec. XVIII. Copia. (Archivio Comunale). 



II. 

Trovasi ora nel nostro Regio j\Iuseo d" Antichità, trasporta- 
tovi dalla facciata della Cattedrale, il seguente marmo con questa 
iscrizione acefala: 



PRAE. LEG. XX. VaLER. 

YICT. PRIMOP. LEG. 

X. GEMIN. PIA E. FIDEL. 

CENT. LEGION. IIII. SCI 

THIC. XI. CLAVD. XIIII. GEM. 

VII. GKMIN. 

PATR. COL. lYL. AVO. PARM. 

PATR. MVNICIPIORVM 
FORO DRVENT. ET. FORO 

NOVAN. Patron col 

LEGIOR. FABR. ET. CENT. ET 
DENDROPHOR. PARMENS. 
COLIEG. CENT. MERENTI. 



d' arti e mestieri 121 

l'i posteriore all' anno 40 di Gesìi Cristo e da esso si ap- 
prende come sino dal 23 prima di G. C. esisteva in Parma un 
collegio di Fahìn-i, che con quello dei Ccitfoì/ari (faldiricatori di 
centoni o schiavine) e quello dei r/o/iJro/or/ (tahbricatori di navi), 
era od-upato in cose di utile jiubhiico e necessarie alla difesa 
della patria (1). Altri due uiarmi. pure del Regio JMuseo. (i 
filano menzione l'uno di un toiì^or, l'altro di un pìirpnrariuK: 
segno evidente che queste aiti erano anche allora esercitate fra 
noi; i detti due marmi non sono posteriori al 400 d. C 

Bonaventura Angeli poi nella sua Ilisioria della città di 
Parma, ci dà. come esistente ancora a' suoi tempi, nelle case 
dei Zoboli, della vicinanza di San Bartolomeo, la seguente iscri- 
zione, abbastanza importante, giacché accennerebbe ad una cor- 
porazione di scardassatori di lana : 

D. M. 

HA.EC LOC\ SVNT 

LANARIORVM 

C A R M I N A T O R \' M 

SODALICI 

QVAE FACIVNT 

IN AQRO P. C. 

ADVIAM P. LV. (2). 

Così della non lontana Velleja si ha nel Museo un marmo 
che ricorda Gnejns Antoniiis SkIjÌìuis Prrefectiis Fahronuìi. 



III. 

Ecco le iscrizioni, relative all'Arte dei Fabbri Ferrai, che 
si trovavano nella Chiesa di San Silvestro, e che dopo la sua 
distruzione, vennero trasportate nella Chiesa di San Tommaso, 
ove sono tutt' ora. 

Fuori della Chiesa era la seguente: 

(1) Vedi Affò, Storia di Parma, I, 4'j, 

(2) Muratori la pubblicò coinè esistente a Brescello, e molti credono che 
r Angeli possa aver preso abbaglio con questa. Vedi Affò, 1 cit., 59. 



122 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

MCXXI Ferrara Civifafis Parniae fieri fecenint haiic 
frutnani (capella corale) cuiìì ìncdiefain Ecdcsùìe tempore Johan- 
nis de Giaudis tane potcsfas frrniriorunt. 

Presso quella era pure quest'altra: 

MCCCCLXXX liane enpcJIaìn redi fieafaìn per nniversitate 
ferariormi Farmae. — Y"è scolpita un' incudioe ed uu martello 
(insegna dell'arte che si trova pure nelle altre due lapidi) e sotto: 
Antonius Parniianii Maciister. 

Nel coro della Chiesa ve ne erano altre duo. 

La prima così s' esprime : 

Capeìlani liane Ferrar ii Farmae constrnxere anno 1121, 
restattrarnnt 1480 ut extra pariefon. 

L' altra è la seguente : 

I). 0. M. Antonius de Soldafis potestas artis Ferrarioriini 
restaurava anno domini 1627. 



IV. 



Elenco delle Corporazioni Parmensi, estratto da un 
rogito di Gherardo Mastagi (1425). Pagavano a lui come notaio 
della mercanzia una tassa per le capelline, ove forse celebravano 
la festa dei loro Protettori, e questo a cominciare dal 1 gennaio 
di detto anno. 

1. Boccalari — 2. Pattieri — r5. Stacciaj — 4. Sellai — 
5. Tessitori di Lana — 0. Pittori — 7. Oiniatori — 8. Olian- 
doli — 9. Fornai — 10. Callegari — 11. Ferrai — 12. Cor- 
reggiai — 13. Lardaroli — 14. Sogari — 15. Tessitori di To- 
vaglie — 16. Faleo^uami — 17. Muratori — 18. Pescatori — 
19. Librai — 20. Beccai — 21. Barbieri — 22. Spadai — 
23. Merciai — 24. Calzolai — 25. Brentatori — 26. Sartori 

— 27. Osti — 28. Speziali — 29. Scodellai — 30. Pellicciai 

— 31. Cordai — 32. Corainai — 33 Cardatori — 34. For- 
naiMai — 35. Fabbriratori di diapiii — 3(>. Mugnai — 37. 
Maniscalchi — 38. Gualchierai — :59. Tintori — 40. Vetrai. 



D ARTI E MESTIERI 

V. 



123 



Riparto sopra 1' Arti della Città di Parma per occa- 
sioue del douativo fatto a S. A. S. dalla ('ittà stessa T amio 
1060. (Ardi. Com.). 



Le Arti 



/ Mercanti da panno (Lana). 
Mercanti da seta. 







f M 


arzari (Complessivamente) 


L. 


24,345 


Arte 


degli Speziali . 




» 


2.303 


» 


dei 


Lardarci i. 




» 


2,960 


» 


» 


Calzolari 




» 


888 


> 


» 


Hosti . 




» 


888 


» 


» 


Fornari . 




» 


888 


> 


» 


Ferrari . 




» 


740 


» 


» 


Cai lega ri . 




> 


1,480 


» 


deg] 


1 Orefici . 




» 


590 


» 


dei 


Beecari . 




. L. 


295 


» 


» 


Falegnami 




» 


295 


> 


» 


Festari . 




» 


29 


» 


» 


Forn asari 




» 


295 


* 


M 


Frntaroli e 


Poi a r oli. 


» 


148 


» 


» 


Venditori d 


' Acqua Vita . 


» 


295 


» 


» 


Peli za ri . 




» 


29 


» 


» 


Tentori da 


Setta . 


» 


59 


» 


» 


» » 


Lana 


» 


47 


» 


» 


Boccalari 




» 


88 


* 


» 


Cartari . 




» 


11 


» 


» 


Sellari . 


. 


» 


73 


» 


» 


Tessadri da 


fillo . 


» 


35 


» 


» 


Sogari 




» 


92 


» 


* 


Cassonieri 




» 


35 


» 


(li quelli che fanno lavori alla cassetta tav 


el- 






1 


arai e pizzi 


. 


» 


29 


» 


dei 


Moli nari . 




» 


59 


» 


» 


Venditori da jiaiini vecchi 


» 


590 


> 


degl 


i Oleari da o 


io di noce 


» 


23 



14 



13 



124 



I.E CORPORAZIONI PARMENSI 



Arte dei Facchini .... 

» » Muradori 

» » IJreiitadori 

» degli Agocliiui .... 

» » Ortolani .... 

» dei Librili .... 

» * Fola tori da carta . 

> » Bavellini 

» » Pira pietra 

» » Venditori di Giesso e bianco 

» » Pozzaroli 

» » Cavagnari 

» » Peltrari .... 
Collegio dei Procuratori e Notni 
Arte dei Pestai 

» » Barbieri . 

^ * Sartori . 

» degli Otlellari . 

» dei Bicherari . 

» » Stuchatori e Bianchini 

» degli Indoratori e Battilora 

* dei Venditori di Maiolica . 



29 — 

41 — 

148 — 



207 

295 

590 

35 

29 

73 

5 

35 

47 

295 

148 

148 

236 

136 

500 

50 

200 

40 



13 



VI. 



Hìpa'i to di una tassa sui Capitali dell' Arie della 

Seta. — Rogito G. Battista Valla. 14 maggio 1616. 
Alessandro Bertaechini. stima del capitale, L. 7.000 tassa L. 70,14 
Pompeo Acerbo 30,000 303:— 

Odovardo Lalatta . 20,000 202.— 

Camillo Gabbi 10,Q00 101.— 

Michelangelo Filoso 17,000 171:14 

Filippo Donino 20,000 202,— 

Lodovico Cm-ti e compagno 70,000 707, — 

Ottavio Montanari 25,000 252:10 



n' ARTI E MESTIERI 125 



Biaso Guastalla 

Giovan Domenico de' Felini 

Pietro Paolo Carina 

Luciano Zanella 

Pietro Antonio de' Barbieri 

Giulio Cosare di Pratiselo 

Giulio Cesare Rondaui 

Francesco e Nepote de" Biondi 

Gio. Maria Benecchio 

Andrea e fratello de' Pelizzoiii 

Gioanni Tirelli e corap. 

Paolo Forisi e fratello 

Bartolomeo Tartaglia 

Antonio e fratelli de" Banzoli 

Lodovico de Gonesi 

Giulio Panerà 

Claudio e Battista Musoni 

Giulio e fratelli de' Martinelli 

Giac. Antonio Ugolino detto Castelina 

Alfonso Orlandino 



23,000 


232:6 


2,000 


20:5 


10,000 


101,— 


4,000 


40:8 


5,000 


50:10 


1,000 


10:2 


7,500 


75:l2 


3,500 


35:7 


25,000 


252:10 


70,000 


707,— 


2,000 


20:4 


20,000 


202,— 


63,000 


636:6 


50,000 


550,— 


14,000 


141:8 


2,000 


30:8 


70,000 


707,— 


5,000 


50:70 


4,000 


40:8 


6,000 


60:12 



Somma 7028:14 
Per il compimento della Tassa si aggiungono Lire 234, — 



che paga come da accordo con essa, 1' Arte della 

Merceria. Tassa totale L. 6162:14 



VII. 

Breve di Paolo III all'Arte «Iella Lana. — (Da 

copia esistente alla Cam. di Comm.). 

PauUis Papa III ad perpetuam rei memoriam. 
In suprema iustitiae sede meritis licet imparibus disponente Do- 
mino constituti et personis quibuslibet presertim nobis. et Romana 
Ei'clesia immediate subieetis iu.stitiam administrare cupientes nobis 
ad id tendenlibus libenter annuimus aeque favoribus prosequimur 



126 LE CORPORAZIONI PARME^fSI 

opportimis sane prò parte dilect iruiu filiorum Uiiiversitatis Mer- 
catorum artis Lauae Civitatis nostrae ParmeQ. nobis nuper exhi- 
biu pretio coutinebat: quod licot ipsi Prooonsules, et alii Offitiales 
ac iudicjs proprios qui de causis ad eoium forum pertiueutibus 
cogiioscuut, et illas decidunt ac particularia privilegia statuta, et 
co;isuetudiues, et iiiter alia quod libris legalibus manu raercatorum 
artis lauae scriptis, i-t io partitis iuteresse scribentium coucer- 
ueutibus, fides cum eorum iuramento adliibeatur ab autiquo ha- 
buerint, et habeaut quia tameu pleruinque contiogit quod merca- 
tores qui merces suas credideruut ante exactum illariim pretium 
moriuntur, et haeredes sui deficiente mercatoruin defuuctorum 
iuramento, contra illorura debitores partitas librorum eorumdem 
raercatorum negautes, eredita sua per eosdem libros sufficienter 
probare non pjssunt, sitque pauperes haeredes iu successione sua 
defraudantur, et probationes suas in vita morientis ammittunt, et 
uonnulli mercatores artis praedictae diversas merces siriceas, et 
laneas, ac tapeta, et alias mercerias noncupatas in diversis mundi 
partibus confectas ad dictam Oivitatem couducant, et illas iusimul 
cum rebus ad artem lanae speotautibus, in uno, et eodem fum- 
daco sive apotecha tenent, et veudunt, et propterea saepe haesitatur 
an libris mereatorum praeiietoruraeasdem artesinsimulexercentium. 
in bis quae exercitiura, et artem lauae huiusmodi non coucernunt 
sit fides adhibenda, aliasque ob variationes rerimi, et calumnias 
litigantium Statuta hujusmodi non suffìeiunt, sed novis indigeut 
declarationibus, et arapliationibus. Quare eadem Universitas nobis 
bumiliter suplicare fecerunt, ut ad praedictas, et eas quae prò eo 
quod plerumque mercatores praedicti merces suas ad credentiam 
veudunt, et prò eorum cautela cedulas ab emptoribus manu 
trium testium subscriptas accipiunt in excussionibus bonorum 
debitorum, inter eosdem mercatores, seu eorum liaeredes, et alios 
creditores habeutes iustrumenta posteriora. super potioritate cre- 
diti hujusmodi exoriuntur lites, contentiones, et ad contro versias 
dirimendum. Quod libris legalibus Mereatorum tam vivorum, 
quam defunctorum, ac tam prò eiercitio artis lanae quam mer- 
zariae, prò quibusvis summis partitis in dictis libris contentis. et 
descriptis tìdera indubiam adhiberi, et ab eisdem Proconsulibus, et 
Offitialibus ius, et iustitiara secundum eorum Statuta, et consue- 



[)' ARTI E MESTI KRF 127 

tiidiues eisdein Mercatoribiis ac pio rebus coiiìuik tim, vel divisim 
utiamque artetn coucenieutibus reddi, et admiiiistrari debere de- 
cernere, et declarare ac talibiis auterioribiis cedulis in favorem iiier- 
c;itoruiu prò rebus ad utrasque artes pra'edictas pertiiieiitibus sic, ut 
l»raefertur scriptis, et subscriptis privilogiis, hippotecae i>eiiii(le, ac 
si tales cedulae m:iQu Notarii publici sob^iniiiter factae et pub- 
blicatae essent adiicere. Kt cum saepe Mercatores praedicti credaiit 
uierces suas et prò potiori cautela, duo principaliter praetium 
rerum creditaruiu iu termiuis coiiveutis solvere promittaut, et 
propterea dubitar! coiitingat super facultate ageiidi in solidiini 
coiitra debitores. sic priucipaliter obbligatos ad toUendum dubium 
hujusmodi eisdeiu mercatoribus coutra queuiìibet dictoruui de- 
bitorum iu solidum obbligatoruui vigore scripturaruni, et libroruui 
praedictoruiu periode, ac si ab eisdem debitoribus legibus loqueu- 
tibus de duobus reis debentibus specialiter renuutiatum fuisset 
eonveuiendi, et centra eos agendi, et credituni ipsum exigeodi 
auctoritatem, et facultatem concedere, et indulgere aliasque in 
praemissis opportune providere de benignitate apostolica dignaremur. 
Xos igiturhuiusmodi supplicationibus inclinati, quod libris legalibus 
mereatorum taiu vivorura, quam defunctorum, ac tam prò exer- 
citio artis Lauae, quam merciariae dumodo libri praedicti sint 
fideliter compilati, et raanu ipsorum mereatorum viveutium vel 
post modum mortuorum scripti, et cum bastardelle (libro dei 
primi conti), ac giornali mauu dictorum mereatorum vivorum, 
vel defunctorum, seu eorum iustitoruiu, et ministrorum scripto 
concordent, ac tales mercatores tam Artem Lanae de per se una 
cum merceria insimul, ut praefertur exercentes iuramentum in 
manibus Proconsolum, et Offitialium artis Lanae hujusmodi de 
arte ipsa de per se, seu insiuiul cura merceria fideliter exercendo 
praestiterint, et praestant prò quibusvis summis, et partitis in 
dictis libris contentis, et descriptis fidem indubiam adhibent, et 
ab eisdem prò consulibus et Offitialibus ius, et iustitiam secun- 
dum eorum Statuta, et consuetudines eisdem mercatoribus, ac prò 
rebus coniunctim, vel divisim utramque artem concernentibus reddi. 
et administrari debere apostolica auctoritate tenore praesentiura de- 
cernimus, et declaramus, ac anterioribus cedulis in favorem mer- 
eatorum, et prò rebus ad utrasque artes praeseriptas pertiuentibus, 



128 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

sic ut praefertur scriptis, et siibscriptis privilegiiira hippotecae 
perinde, ac si tales cedulae inanii Notarii pubblici soleraniter 
factae, et publicatae esseut auctoritate, et tenore praedictis adii- 
cimus, nec non eisdem mercatoribus centra queralibet debitonim 
in soliduin obligatorum vigore scripturarum, et Jibrorum praedi- 
ctoriim perinde, :ic si ab eisdem debitoribus legibus loqueutibus 
de duobus reis debentibus speei;iliter reuuntiatum fuisset conve- 
niendi, et contra eos Jigeudi, et creditum ipsum exigendi aucto- 
ritateni, et facultatem eisdem aui-toritate, et tenore concedimus, 
et indiilgemus ac postremo Proconsulibus, et Offitialibns, ac iudi- 
cibus dictae artis prò tempore existeutibus ad obviandum fraudi- 
bus, quae in Arte Lanae cujusmodi a diversis personis textoribus, 
tinctoribus, ac et mulieribus stamina uentibus committunt, contra 
easdem personas, ac mcrcatores in exercitio huj ti smodi male se 
gerentes ad peuas in statutis Inijusundi contra tales impositas 
procedendi, ac illas eorum arbitratu aggravandi et prò ut rei 
qualitas postulare eis visum fiierit, duinodo poenara sanguinis, 
aut mutilationem membri non inferant, ne: duplum poeuarum in 
ipsis Statutis couteutarum oxcedant moliendi, ac penas ipsas prò 
una fisco nostro, et prò alia accusatori, et pio reliqua tertiis 
partibus ipsi arti applicandi facultatem, et auctoritatem concedimus, 
et indulgemus maudautes presentes litteras in volumine aliorum 
Statutorum ipsorum mercatorum describi, et annotari, et per 
eos ad quos spectat in locis solitis, et consuetis publicari, et 
descripta, ac publicata ab omnibus firmiter custodiri, et observari, 
et secundum illa in decisiouibiis causarum per quoscumque iudices 
quavis auctoritate fuugentes etiam causarum per Pallatii apostolici 
auditores sublata eis, et eorum cuilibet, quavis aliter iudicandi, et 
interpretandi facultate, et auctoritate iudicari, et deffiniri debere, 
ac decernentes irritum, et inane quicquid secus super bis a 
quoquam quavis auctoritate scienter vel ignorauter oontingerit at- 
tentari non obstantibus r-ostitutionibus, et ordinationibus aposto- 
licis, ac civitatis, et artis Lanae iiuiusniodi etiam iuramento, con- 
firraatione apostolica vel gravis firmitate alia roboratis, statutis, 
et cousuetudinibus ceterisque coiitrariis quibuscumque cneterum vo- 
lumus, et eadem apostolica auctoritate decernimus quod praesen- 
tium litterarum trasumptis seu earum registro in Libris dictae 



d' arti e mestieri 129 

artis mauii Notarii pubblici, et legalis civitatis Pannae cura 
appositioue signi, et aliis solemiiitatibus requisitis subscriptis et 
facto iu iudicio, et alibi ubi opus fuerit cadera prorsus Hdes 
adhibeatur, quae adhibetur eisdem {ireseutibus litteris si foreiit 
oxhibite vel ostease. 

Datura Romae apud S.'" retium sub aniiulo piscatoris 
die X Januarii lUDXXXIX Poutifioatus uostii anno quinto. 

Caesar Accursius, et cura sigillo a tergo in forma solita 
sub annulo piscatoris in cera rubea. 



Vili. 



rapitoli de 1' Arte della Lana ed altre arti de la citlà di 
Parma con le risposte del Consiglio di Giustizia. (Dallo 
Statuto XXXI. Biblioteca). 



11 Presidente et Consilio di Giustitia di Parma et Piacenza, 

Havendo noi veduta la deciraaquarta petitione fatta a 1' ec- 

.ellentissirao S. Duca nostro jter gli Anciani de la Mag.*=* città 

di Parma et la risposta data sopra di ciò per sua Alt. Ecc.'"* 

e Ser.'"* del susseguente tenore e cioè: 

14' petizione. 

Gli onorevoli raccordi di V. Ecc. za già dati per gli niag.ci 
suoi ministri a li Mercadanti de larte della Lana per coniisione 
di quella, che ciascuno sono giudicati di tanta prudenza e bontà 
che in nome del pubblico le riraanemo con obligo perpetuo : perciò 
umilmente la suplichiamo si degni far domandare M. Diomede 
Verri et compagni deputati in ciò et dar animo a loro di fare 
una honorata impresa et concederli le immunità, Seta, armi, 
birette, fustagni et altre il che nel vero saranno soggetti a per- 
petua memoria di quella et più che di bisogno per rimover l'ozio 
et povertà d'essa città per cui quanto sia possibile di cuor glie 
le raccomandiamo. 

Arch. Stor. Pabm., V. 9 



130 LE CORPORAZIONI PARMENSI 

Risposta. 

Ci piace et .'oinmettiaiuo al coasilio aostro di giustitia che 
ci faccia tutte le provvisioui necessarie et opportuae et si conceda 
quelle itniuunità che giudicherà espediente. 

Non volendo noi mancar d' eseguire quanto sua Ecc.'^^' ci ha 
ordinato et havendo molte volte udito M. Diomede Verri et coiii- 
pagni deputati a questo negotio e fatto lungo discorso circa il 
provvedere et dare buon ordine così a l'accrescimento de larto 
de huia come ad introdurre nove arti ci hanno ultimamente dati 
li capitoli infrascritti ali quali avendo prima minutamente consi- 
derato tutto quello che sia convenevole et espediente pei' far 
questi buoni effetti havemo risposto nel modo che infine di ciascun 
d'essi capitoli sarà notato e così ordiuamo che interamente sia 
eseguito et ordinato. 

Primo Capìtolo. 

Sarà necessario far opera che molti Dianifaturieri qualli sono 
absentati dalla cita con loro famiglie per eserli mancato il lavo- 
rare da poi r introduzione di detti panni forastieri havessino a 
ritornare a casa dove essendo essi i^anni handitti non li mancnà 
il lavorare. 

Risposta — Procurisi di far opera di persone particolari 
et bisognando si faccia anchora per via di bandi promettere 
qualche esentione come di sotto si farà mentione. 

Secondo Capitolo. 

Che pili sana cosa utile et proficua non solo ali mercanti 

accio che potessino haver copia de chi lavorasse circa a lesercitio 

del fabricare panni ma ancora util universale de tutta la città 

il provvedere che tanto numero di persone vagabonde facessino 
qualche esercizio. 

R. — Facciasi per opera delli deputati sopra di ciò con l'a- 
iuto del Signor Governatore. 



d' arti e MESriRRI 131 

Terzo Capitolo. 

AncoiM si potrìa tare una diìscnzziouo [)er tutte le visiuanze 
Je la città dove si trovarauo molte persone così maschi come 
temioe di ettà di aimi diece iu vinti atti a tarli imparare a chi 
non sapesse di lavorare e far molti e diversi essercizii a quali 
essendo postesi si potrieno convertire di molte elemosine forse di 
minor merito essendo date a chi possa e non voglia lavorare. 

R. — Si faccia la descrizzione da li otto deputati con l' inter- 
vento de li parocchiani et provvedine a far convertire dette ele- 
mosine a quelle persone che vogliono lavorare. 

(Quarto Capitolo. 

Ancora sarìa da prò vedere che le cenere non potessino es 
sere escondutte dal territorio e conceder eh' esse cenere fossero 
esente del datio de l' iutrata perche invero è cosa di poco valore 
e paga molto, et senza esse non si possono fabbricare saponi per 
purgare li pani. 

R. — Si concede. 

Quinto Capitolo. 

Ancora si potrìa provvedere che tutte le lane che nasceno 
sul territorio si havessina a lavorare sopra esso territorio e non 
potessino esser escondutte fora perchè essendo necessario il fab- 
bricare molto maggior numero de panni li sera bisogno di maggior 
quantità de lane. 

R. Si concede ordinando però che le lane siano pagate per 
houesto pretio a dichiaratione del Signor Governatore o deputati 
da Lui, havendosi considerazione delli pretii dei liiochi circon- 
vicini. 

Capitolo Sesto. 

Anchor sarìa necosario prohibire tutte le filiere del contado 
il fillare lane da forasterii. 



132 LE CORPORAZ[0.>II PARMENSI 

R. — Si conceJe purché si preveda che gii sia dato da 
filare abbastanza dalli tcmeii. 

Capitolo Settimo. 

Anchora se li fossino alchiini nella città qualli avessino il 
modo non seria di poco utile suo et de la cita nostra esortarli e 
indurli a far (lualche esercitio perchè moltiplicando li mercanti 
moltiplicherebbero le facende. 

R. — Quest' opera si facia per li quatro eletti sopra ciò et 
si vagliano bisognando V autorità e 1" opera del S.'" Governatore. 

Capitolo Ottavo. 

Aochora sarìa necessario acciò che avessimo tutte le sorte 
de panni secondo le qualità sue a esser ben lavorati e ben con- 
dizionati quali alle volte in ciò manchino tanto per defetto de 
mercanti quanto de manifaturieri et anchora acciò che molti or- 
dini et Statuti fatti et che si faranno s' habbiano ad osservare 
pertanto sarìa da prevedere che persona alcuna così nella città 
come nel suo contado non potesse fjibbricare vendere pani se 
prima non fosse descritto nella matricola d' essa arte et anchora 
s' obbligasse per giuramento esser sottoposto et ubbidiente al 
Tribunale d' essa arte in Parma e così tutti li manifaturieri lia- 
vessino ad esser soggetti et obbedire a esso tribunale et potessero 
esser condennati mancando d' obbedire dalli proconsoli di detta 
arte et per essere essa arte sottoposta a molte spese si fosse 
lecito aplicaie esse condemnationi a detta arte de la lana sino a 
la somma di scutti uno per volta. 

R. — Si concede. 

Capitolo Nono. 

Anchora si considera per accrescimento de 1' utile et honore 
di questa città et in 1' avvenire proficuo a sua Ecc.za esser ne- 
cessario far opera per introdurre in essa città 1' arte della setta, 



T>' ARTI R MESTIERI 133 

ili friistagno, birette anni et altri nuovi esercizii quali al presente 
non sono in essere nella città no<;tra et per dar animo a molti 
(li dar principio a tal impresa saria ben fatto fìire essento da li 
caridii personali ciaschuuo così tenero come forastieri che facessi 
detti arti per anni diece. 

R. — Questa esenzione si concede a qualche persona che intra 
tre anni introdurano simili arti et quelli che lavorarano di pre- 
sente larte della setta nella città sieno compresi in detta esenzione. 

Deci ino Capitolo. 

Anchora acciò che molti manifaturieri forastieri havessino a 
ritornare a la cita per far 1' esercitio dependente da larte de la 
Lana et anchora de altre arti dette di sopra si li potrà far 
qualche essemptione per essi et per le loro famiglie per dieci 
anni. 

R. — Si concede 1' essenzione per detto tempo da tutti li ca- 
richi personali tanto di giorno quanto di notte da li alogiamenti 
di soldati. 

Undicesimo Capitolo. 

Anchora si potrà per il suddetto tempo fare essento da ogni 
dazio tutte le robbe che iutrassero nella città quali son necessarie 
per la fabrica d' essi mestieri et ìirti cioè della seta, frustagnii 
berette ed armi et altri nuovi esercizii. 

R. — Si concede 1' essenzione predetta per la metà solamente 

Dodicesimo Capitolo. 

Anchora si potrìa conceder eh' esse robbe fabricare potessino 
nel detto tempo essere escondutte fuor de la cita nostra e suo 
teritorio >enza pagamento di datio alchuno purché ne rimanesse 
in la cita per uso di quella intendendo però di tutto quello che 
depende da li detti esercizii et arti cioè di seta, berette, frustagni 
armi et altri nuovi esercizii. 

R. — Si concede 1' essenzione predetta per la metà solamente. 



134 LE CORPORAZIONI PARMtlNSI 

Tredicesimo Capitolo. 

Pertanto facendosi le suddette provisioni con molte alti- 
come meglio parerà al savio e prudentissimo consiglio di sua 
Ecc.za sperano che in breve tempo moltipliiarano li manifaturieri. 
ma acciò che si habbia a crescer 1' animo non solo a noi mer- 
canti di cominciare di presente a crescere il fabricare: ma si 
habbia ancora a dare animo a molti qualli non fabricano pani 
da cominciare et introdursi ne l'arte nostra teniamo esser cosa 
necessaria far di presente il bando che passato il mese di ottobre 
del 1549 s' intendessino banditi et espulsati tutti li panni fora- 
stieri eccetuando però li panni morelli di grana rosati accolonati 
di Spagna del segno de la spada et chiave et peluzzi di Fiorenza 
et anchora li panni bassi cioè lisetti grossi da Tossignauo, Rusti- 
gasso. da Castelnovo di Grnfagnana et di Provenza quelli per uso 
di contadini si potriano per qualche tempo tollerare. 

R. — Si faccia il bando da parte di sua Ecc.za. 

Decihio e quarto (apitolo. 

Anchora si considera che vedendo li manifaturieri che di 
presente sono ne la cita che li mercanti si vorranno sforzare di 
fabricare maggior quantità di panni et altre robbe di quello che 
sin al presente si sia fabricato vorano come suo solito crescere 
li prezii alle sue manifature a modo loio per li che seriano co- 
stretti li mercanti a crescere li prezii a li pani et altre robbe 
ecessivamente dil che la città resteria danificata perchè non 
potessino absentarsi da la città e suo teritorio per andare in altro 
loco a lavorare ma restare in essa città o contado et lavorare 
ali prezii soliti overo a li prezii che si lavora ne la cita di Pia- 
cenza vero di Reggio a sua ellezione et anchora che essi ma- 
nifaturieri sieno obligati a insegnare li esercizii loro a qualonche 
li vorrà imparare et maucaudo essi in cosa alcuna pertinenti 
all' essercizio de 1' arte de la Lana possano li proconsoli di detta 
arte che sono et saranno per tempo constringerli a fare quanto 
nel presente capitolo si contiene. 



d' arti e mestieri 135 

R. — Quanto a l'absentarsi ai concede che si prohibisca purché 
non li manchi di lavorare nella città quanto a li prezi de le 
manifiiture il S."'" Governatore con li proconsoli li moderi secondo 
che porterà la qualità dei tempi. 

Dato in Parma alli 4 de Pebraio 1547. 

Subscriptus : A. Charus. 

Cum sigillo solito prelibati ex.'"' et ili."" D. Ducis in cera 
rubea more solito. 



INDICE 



Le 


CoKPORA/ 


IONI Parm 


I. 






II. 








Ili 


. 






IV 








V. 








VI 








— 


Barbieri 




— 


Beccai 




— 


Boccalari 




— 


Brentator 


1 


— 


Caffettieri 




— 


Callegari 




— 


Calzettai 




— 


Calzolai 




— 


Cappellari 
Cassonieri 




— 


Facchini 




— 


Ferrari 




— 


Festari 




— 


Fornaciai 




— 


Fornari 




— 


Guantari 




— 


Lana (Ar 


e della) 


— 


Lardaroli 




— 


Librari 




— 


Mag 


istri 


di nianara 



ENSI I) ARTI E 



(Falegnami) 



Pag 


! 


> 


3 


» 


21 


» 


26 


)» 


33 


» 


36 


> 


39 


> 


39 


» 


41 


» 


47 


» 


48 


> 


53 


» 


54 


» 


57 


» 


57 


> 


61 


> 


61 


> 


62 


» 


63 


» 


67 


» 


68 


> 


70 


> 


76 


» 


77 


» 


89 


» 


89 


» 


90 



INDICE 



137 



— Marescalchi 

— Mezzadri ... 

— Molinari 

— Muratori 

— Orefici ed argentieri 

— Osti .... 

— Pelizzari 

— Pozzaroli e dugaroli 

— Ramari . . . - 

— Sarti . . ' . 

— Sellai .... 

— Seta (Arte della) . 

— Sogai .... 

— Tessadri da filo 

— Vetturali 
Appendice .... 

— Elenco degli Statuti delle Arti Parmensi 

— Iscrizioni Romane .... 

— Iscrizioni pertinenti all'Arte dei Fabbri 

— Elenco delle Corporazioni Parmensi 

— Riparto sopra V Arti 

— Riparto di una tassa sui capitali dell'Arte della Seta 

— Breve di Paolo III all'Arte della Lana . 

— Capitoli deU'.Arte della Lana ed altre arti 



Pag 


. 94 


y* 


94 


> 


98 


* 


99 


» 


10-2 


» 


103 


» 


106 


> 


107 


» 


108 


» 


109 


> 


110 


» 


HO 


» 


113 


» 


114 


» 


114 


» 


Ufi 


x> 


116 


» 


1-20 


» 


121 


> 


12-2 


> 


Mi 


» 


12i 


» 


125 


» 


129 



CENNI STOUTCl 

SULL'ARCHIVIO DEL COMUNE 
DI PARMA 



L'Archivio dol Comune (Vi Parma (già Archivio Segreto 
dell' Illustrissima Comunità) ha sede nel palazzo del Comuce 
stesso (1), ed occupa tutto intero il secondo piano composto di 
dieci grandi saloni. 

Le prime notizie che si hanno di questo Archivio sono ben 
tristi, perchè ricordano che per disastrose vicende e per lo sper- 
pero fatto, andarono perduti molti antichi documenti che ora 
arricchirebbero il materiale storico. 

Già fin dall'anno 1308 ebbe l'Archivio a subire gran danno. 
Quelli della famiglia Lupi volendo togliere il potere a Giberto 
da Correggio, corsero armati in città, e alle case degli avversari 
uccidendo e rubando senza pietà. 1 villani entrati con Eolandino 
Scorza, secondati dalla piìi vile plebe, assaltarono il vecchio e 
nuovo palazzo del Comune, le case del Podestà, del Capitano di 
Gabella, e del Giudice riscuotitore delle pubbliche entrate, non 
solo saccheggiando, ma cercando i libri de" bandi e de' malefizi, 
gli atti antichi e nuovi della Keforraagione del Comune e del 
popolo, e quante scritture si conservavano negli armadi lacerarono 

(Ij L'attuale Palazzo fu eretto nel 1627 sopra disegno dell' Ingegnere 
Gian Battista Magnani, su una porzione d' area d' altro antico Palazzo co- 
strutto dal Podestà Torello da Strada nel Sec. X.'ll, e che poi rovinò in 
parte nel 1606 per la caduta della Torre del Comune. 



140 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

e gittarono dalle finestre, per morlo che la piazza fu coperta di 
quei preziosi documenti i quali andarono per sempre perduti. 

Altrettanto fecero nel palazzo Vescovile delle ricchezze, e 
dei libri e delle carte ritrovate iiell' abitazione di Giberto, non 
ad altro fine che di liberarsi dalle condanne, bandi e debiti, di 
cui per alcune di quelle scritture potevano apparir gravati (1). 

Ripresa Giberto nel 1313 in mano la somma delle cose e 
dispiegando l' antico dispotismo, giunse a dare alle fiamme i 
vecchi registri de' Consigli municipali, per abolire ogni traccia 
delle precedenti leggi non sue (2). 

Nel 1324 divenne luogo di conservazione dei documenti an- 
tichi del Comune, salvati al saccheggio, una Chiesa entro il Co- 
munale palazzo, dove solevano congregarsi gli Anziani ai Consigli, 
che in seguito si chiamò volgarmente la Chiesuola, come luogo 
sacro, ma ciò non bastò a preservarli da nuovi danni (3). 

Nell'aprile del 1404 quando Ottobono Terzi e Pietro Rossi 
tolsero Parma ai Visconti, nel mutamento di dominio la plebe 
commise grandi nefandità, fra le altre abbruciò, non solo tutti 
gli usci del palazzo del Podestà, ma anche tutte le scritture che 
racchiudevansi in esso e nella Chiesuola (4). 

Passata Parma nell'anno 1449 al dominio degli Sforza, fu 
turbata ancora da gravi disastri, dei quali ebbe a subirne anche 
il nostro Comune. La plebe, secondo il solito, arse tutti i libri 
e le scritture nella Chiesuola e spezzò gli usci e i banchi (5). 

Restò per questa ribellione, vivo ma vano il desiderio di 
tante memorie che sarebbero state utilissime. 

Malgrado tante perdite soilerte, l'Archivio nostro contiene 
grandi ricchezze. 

Importantissima è la serie degli Statuti del Comune, che 
contengono le leggi fondamentali del nostro paese. Per primo 
diremo dell' unico esemplare, dei quattro che furono compilati 

(1) Affò, Storia di Parma, Toni. IV, pag. \:ì1. 

(2) Mon hist. ad Prov. Par in. et Plac. pertinentia — Statuta Coni- 
inunis Parmae. Voi. Ili, pag. V. 

(3) Affò, Stoiia di Panna. Tom. IV, pag. 240. 

(4) Pezzana, Storia di Parma, Tom. II, pag. 52. 

(5) Pezzana, 1. e, pag. 715. 



DEL COMUNE PI PARMA 141 

nell'anno 1226 all' unno 1446 che si trovava assiciirato con 
catena nel palazzo del Comuue a disposizione dei cittadini. 

Sono quattro grossi volumi in foglio, tre dei <iuali in per- 
gamena ed uno, cioè il/ secondo, in carta bambagina, i quali tutti 
furono pubblicati dal Prof. Houcliiui nella raccolta dei Moun- 
menta Hi storica. 

Preziosissimo pure è quello impresso da Angelo Ugoleti nel 
1494, in pergamena con miniature nelle iniziali. Altro cartaceo 
impresso nelP officina di Erasmo Viotti nel 1590. 

Il codice Statutario De Offìoio Sindaci del 1317 (1). 

A questa serie va pure aggiunta la ricca raccolta degli Sta- 
tuti delle Arti e Mestieri; e quelli anche di altre città. 

I libri Pacta Datii Civitatis et Ejnscopattu Parinae dal- 
l'anno 1426 al 1542: quelli dell' Equalaucie dal 1510 e 1515 ;i 
Capitoli dell'estimo civile ordinati dal Re di Francia Francesco I 
nel 1517 e riformati dal Pontefice Clemente VII nel 1533 per 
la Città di Parma e suo Contado. 

Le Literae Decreta et Capitala dal 1421 al 1548 : le let- 
tere missive e responsive che incominciano dall'anno 1347. 

Le Ordinazioni Comunali che trattano tutto quanto riguarda 
1,1 vita amministrativa del Comuue. È un' ordinata raccolta con 
poche lacune, che abbraccia il periodo dal 1442 al 1805, in nu- 
mero di 286 volumi (2). A corredo di esse ordinazioni vi sono 
unite le minute, le quali incominciano coli' anno 1432. 

In apposito cassabauco sono riordinate quasi un migliaio di 
pergamene dal secolo XIl al secolo XVIII, contenenti trattati di 
pace, diplomi imperiali, bolle, lettere e brevi Pontifici ecc. 

A queste vanno aggiunti i Capitoli accordati al Comune di 
Parma da Francesco Sforza, da Giulio II, da Leone X, da Cle- 
mente VII, da Paolo III ecc. 

Il (Gridario, che comincia dall'anno 1389 e viene sino ai dì 
nostri, corredato da rispettivo indice. 

Importante è il carteggio dell' Estimo, dello Studio Pubblico, 

(1) Edito dal Dott. Umberto Benassi. (Parma, Tip. Sociale, 1898). 

(2) Mancano gli anni 1449 al 1475 inclusive; il volume 1521 al 1523 
fu dato a prestito e non più restituito. Mancano pure gli anni 1602 - 1603 
- I60i, come risulta anche dal volume delle annotazioni del cane. Lunati. 



142 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

i registri delle Entrate e Spese della Coiuimità dal 1448 in avanti: 
il carteggio dell'antica ragioneria, nonché una quantità non in- 
differente di documenti riferentisi ai Canali Maggiore, Comune e 
Naviglio: e altri di Chiese e Conventi della Città e Diocesi. 

Contiene pure i titoli da cui si rilevano le ragioni e azioni 
di non po..'hi privati, le prove delle famiglie patrizie, i documenti 
che corredano il Libro d'Oro; una gran quantità di documenti 
di case titolate che formano speciale Archivio gentilizio. 

Piti di seicento autografi d' uomini illustri, sia letterati, 
guerrieri, artisti: pregievole raccolta nella quale figurano i nomi 
di Enrico II Re di Francia, di Andrea Boria, di Gian Luigi 
Fieschi, di Annibal Caro, di Francesco Guicciardini ecc. 

Tutto quanto slam venuti fin qui accennando forma la parte 
più importante del nostro antico Archivio Municipale. 

Ed ora continuando nei nostri cenni storici, osserviamo che 
quasi un secolo trascorre dai fatali infortunii che ebbe a subire 
il nostro Archivio, senza che si trovino memorie precise di esso : 
solo nel 1518 gli Anziani volendo preservare l'Archivio da nuovi 
saccheggi, risolvettero di trovare un luogo piìi sicuro che non 
era il Palazzo del Comune, e deliberarono il 27 aprile di questo 
anno di mettere all' incanto alcuni lavori da eseguirsi a spese 
pubbliche, fra i quali anche quelli nella base della Torre della 
Chiesa Maggiore « prò Archivio fiendo in ea prò reponendis 
^cripiuris conimtinitntis » (1), ma non ci fu possibile di trovare 
memoria che questo lavoro fosse poi eseguito. 

Due anni dopo, e cioè il 1520, 24 febbraio, il Consiglio 
generale deliberò di eleggere qnattro persone da bene alle quali 
venisse data autorità di far fare un Archivio nella base della 
Torre del Duomo, dove si dovevano riporre tutte le scritture 
della Magnifica Comunità (2). 

In esecuzione di detta deliberazione il 27 dello stesso 
mese, gli Anziani nominavano a Deputati per detta fabbrica, 
Gabriele Longhi, Gherardo Cerati, Simone Cozzano (3) Diomede 

(1) Ordinazioni del Comune, 1518, pag. 336. 

(2) Documento IL 

(3) In atto notarile di Domenico Ambanelli dell' 11 febbraio 1513 (Arch. 
Notarile) è detto : « Egregms vir Simon de Cozanno, filius condam D. 



DEL COMUNE PI PARMA 143 

Veni (l), i quali veimero poi coufei'inati iu carica il 17 ottobre (2), 
e questi diedero subito mano a far eseguire i lavori necessari e a 
provvedere gli armadi per custodirvi i documenti; spendendo com- 
plessivamente circa 400 lire imperiali (3). 

]\Ia poi non sappiamo perchè si cessò di tenore 1' Ar.hivio 
nella Torre del Duomo, e si trasportò in quella del Comune. 

Si può però affermare che detto trasporto sia stato effettuato 
prima del 1531, perchè troviamo un ordine di pagamento del- 
l' Anziauato di lire 25 iuip. soldi 17 e denari (> a Francesco di 
Grate marmista (4) « 2Jro cias mercede poìioidi lapideiii unum 
ììiarmoreiun ad hosiium Archi vii in Turri communis » (5) — 
E ci conferma detto trasporto una lettera degli Anziani del 1" 
aprile 1531 al nostro concittadino Nicolò Cassola, iu allora resi- 
dente a Roma per servizio del Comune, che gli partecipava che 
avevano fatto riporre uell' Archivio nuovamente allestito, tutte le 
scritture, libri, privilegi e ragioni della Comunità, incaricandolo 
di ottenere T autorizzazione di pubblicare un editto, onde ricupe- 
rare i documenti, privilegi ecc., posseduti da altri, sotto pena di 
scomunica (6). 

L'autorizzazione venne infatti, e gli Anziani in base alle 
disposizioni a loro assegnate, iu conformità della delibera del 24 
aprile, dal Consiglio generale (7), elessero a Deputati per racco- 
gliere tutte le carte del Comune nell'Archivio nuovo, Cristoforo 
Aleotti e Angelo Cantelli, con autorità di farsi consegnare da 

Nicolai civis et habit ttor civitatis Parme in vieinia Sancti Johannìs prò 
b. Riolo. 

(1) Ordìaazioai a. 1520, pag. 515. Per Diomede Verri vedi rogito 
d' Andrea Anibanelli 28 febbraio 1520 (Archivio Notarile) ove è detto: 
« tìglio del fu Baldassarre e cittadino di Parma della vicinanza di S. Mar- 
cellino ». 

(2) Ordiuaz. cora., 1520, pag. 566. 

(3) Minute delle Ordinaz., a. 1520, Il luglio — 1521, 24 aprile— 1521, 
3 agosto — 1522, 7 marzo — 1524, 28 settembre. 

(4j Francesco d' Agrate parmigiano. Architetto civile e militare, Idraulico 
e Scultore in marmo, assai lodato, 

(5) Ordinazioni, 1531, pag. 9. 

(6) Documento III. 

(7) Documento IV. 



144 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

chiunque, sotto pene civili e ecclesiastiche, tutte le scritture del 
Comune e raccoglierle uell" Arcliivio prima della festa della Ma- 
donna d'agosto, assegnando a ciascuno dei Deputati tre scudi 
d' oro, da pagarsi ad opera finita. 

11 Cancelliere del Comune doveva ordinarle e stenderne il 
catalogo (1). 

Era allora Cancelliere e Notaio del Comune Francesco Sacca, 
e nel dicembre del 1538 fece la consegna dell' Archivio già ordi- 
nato e presentò 1' esatto inventario. Esistono tutt' ora due copie 
di questo inventario fatte dal Sacca (2), una delle quali senza 
data, composta di due parti, di cui la prima in fogli 19 portante 
il seguente titolo : « Uepertoriitm eoruui iiiriuni que continentur 
inventario seii sumniario scripturarain cotnmnnis panne in pu- 
hìico eiusdem Archivio existentiwn et confecto per me Jo: Fran- 
ciscwn de Sacca; la seconda parte in fogli 27 e così intitolata: 
Repertoriwu nonullonini contentorum in regisfris Cancellarie 
et ecclesiole communis existentibus in Armario Archivii scri- 
pturorum Cancellarie. 

L'altra consiste in un volume di fogli numerati 135, legato, 
avente per titolo: Sacca - Indice 1531, ed è precisamente quest'ul- 
tima copia che fu compiuta e consegnata dal Sacca nel dicembre 
1538 dopo sette anni di lavoro pel quale gli fu dato una ricom- 
pensa di scudi 6 d' oro (3). 

Il 31 agosto del 1531 i Deputati Cristoforo Aleotti e An- 
gelo Cantelli venivano compensati dal Comune con lire 34 e soldi 
10 pei lavori fatti, secondo l' ordine avuto il 28 aprile dello 
stesso anno (4). 

Di nuovo nel 1534, 22 gennaio si deliberava dal Consiglio 
generale di eleggere altri Deputati per la sorveglianza, e per 
comporre ordini mediante i quali si avesse a governare l'Archivio, 
e per curare la raccolta in esso di tutte le scritture e ragioni 
della Comunità che fossero presso terze persone, limitando le 

(1) Documento V. 

(2) Archivio Com — Sala d' Uff." H. p. 2. 

(3) Ordinazioni, 1538, pag. 158. 

(4) Ordinazioni, 1531, pag. 43. 



DEL COMrNE DI PARMA 145 

spese occorrenti (1). Due giorni dopo con altra delibera incarica- 
rono a tale lavoro Cosimo Tagliaferri, Cristoforo Aleotti e Giu- 
seppe Balestrieri (2). 

Con pubblico atto roi^ato il 1540, 27 novembre dal Notaio 
Cancelliere Baldassarre de" l'Aquila, gli Anziani, • considerando 
che spesso per interesse pubblico o privato venivano tolti dal- 
l' Archivio del Comune documenti iiuportauti contenenti diritti, 
privilegi, capitoli, lettere apostoliche ecc. e che per la mutazione 
degli Uffiziali quei documenti non erano restituiti, deliberarono 
che d' allora in poi non si potessero portare fuori d' Archivio 
scritture, se non alla presenza di due Anziani e di uno dei Can- 
cellieri della Comunità, il quale doveva annotare in apposito libro 
il contenuto degli atti esportati, e il giorno e 1' ora dell' espor- 
tazione, e questo allo scopo che gli Uffiziali del Comune potessero 
far ricerca di essi documenti e prociu-ai-ue la restituzione prima 
di riferire al Consiglio generale sull' operato degli Anziani sca- 
duti; essi Uffiziali dovevano poi riporre tali scritture nell'Archivio 
ed uno dei Cancellieri doveva notare nel suddetto registro di 
fronte all' esportazione la restituzione del documento con 1" ora e 
giorno (3). 

Ma r impresa doveva essere lunga e difficile e quindi ancora 
nel 1545, ai 4 dicembre, il Consiglio domandava ed otteneva di 
eleggere uno o due depositari idonei e fedeli, e capaci di riordi- 
nare l'Archivio, coir obbligo di ritirare i documenti, come altre 
volte s' era prescritto di fare ; e ogni anno di compilare un in- 
ventario e render conto dell' operato ai Signori Anziani (4). 

In conseguenza dell' autorità attribuita dal Consiglio generale 
con la deliberazione suddetta, gli Anziani elessero Gian liattista 
Lalatta e Pietro Angelo Cozzano (5) a custodi e depositari, ossia 

( I ) Documento VI. 

(2) Ordinazioni e. 1534, pag. 169. 

(3) Documento VII. 

(4) Documento Vili. 

(5) Il Cozzani fu buon versegofiatore del suo tempo. — Il Pezzana nelle 
Memorie dei letterati, dice che « fabbricò pur versi latini di cui stanno al- 
« cu ni autografi presso 1' Abate Tonani. Da questi si trae com' egli scrivesse 
« in tempi di Pier Luigi e dì Ottavio Farnese. Ivi è un epigramma contro 

Arch. Stob. Pabm , V. 10 



146 CENNI STORICI SUIJ ' ARCHIVIO 

Deputati alla couservazione dei libri, iustromenti, provvisioni e 
scritture di qualunque genere esistenti nell'Archivio, e coi capi- 
toli e modi che seguono detta deliberazione, e collo stipendio di 
un solo scudo per ciascuno ogni mese, finché dunisse il loro uf- 
ficio, ad arbitrio degli Anziani (1). 

Nel febbraio del 1550 il Cozzani venne rieletto in tale ca- 
rica, avendo per alcuni anni disimpegnato il suo ufficio con dili- 
genza e regolarità. 

Io seguito poi restò in tale ufficio senza ulteriori conferma- 
zioni (2). Invece il Lalatta figura soltanto avere prestato servizio 
pochi mesi, senza poi sapere il motiva del suo abbandono. 

Così da questo tempo si comincia ad avere Custodi Archi- 
visti stipendiati, de' quali si fa seguire fra i documenti una serio 
cronologica (3). 

Nel giugno del 1552 moriva il valente Pietro Angelo Coz- 
zano (4) che da anni occupava la carica di Custode depositario, 
e a' 1 4 giugno dell'anno medesimo per deliberiizione degli An- 
ziani succedevagli il M.'=° Gio. Battista Dalla Torre « aynascciitca 
honunt ficìeni, oiriutem et pnir/entiai». ne suffìcientiam prcdicfi 
magnifiei D. Jo. Bcqjtintae » (5). 

Gli Anziani deliberarono 1" S ottobre del 1555 di spendere 
50 scudi d" oro siili" entrate della Magnifica Comunità per lavori 
diversi, fra i quali, le riparazioni ali" Archivio (6). 

< Carlo V infesto ad Ottavio suo genero, ed uno al suo contemporaneo Ni- 
<,< colò Manlio, di cui dicemmo. — È quel Cozzani di cui I-Angeli riferì 
« versi elegiaci a .531 della sua storia, ristampati poscia dal Pico a "200 
« dell'appendice. Sguardauo essi la Torre della Piazza di Parma incendiata 
« dal fulmine, regnando Pier Luigi. — Foràc ora da Cozzano Castello poco 
« distante da Berceto nel Parmigiano. 

« Il Gozzi dice che le suo poesie furono stampate, e che nel libro V 
« predisse la morte di Pier Luigi accaduta sotte mesi dopo ». 

(1) Documento IX. 

(i) Ordinazioni, 1550, pag. "25. 

(3) Documento I. 

(4) L' Affò ne' suoi spogli notò che il Cozzani morì nel 1577 ; ora pos- 
siamo accertarci che invece morì nel giugno 1552, come si ricava dall'Ordi- 
nazione del Comune, a pagina 62. 

(5) Ordinazioni, 1552, pag. 62. 

(6) Ordinazioni, pag. 93. 



I 



DEL COMUNK DI l'AmiA 147 

Morto utìl maggio del 1558 l' Archivista Gio. Battista Dalla 
Torre, si propose al Consiglio generale la nomina di altro, ma 
tale proposta venne respinta (1). Restò quindi per alcuni mesi 
detto utfìcio privo di chi lo goveinasse, e lo sarebbe restato 
chissà per quanto tempo, se il Cardinale Alessandro Farnese non 
avesse mosso lagnanze, per lettera agli Anziani in data 9 aprile 
1559, colla quale faceva intendere, che con suo sommo dispia- 
cere avea saputo che i documenti conservati nell'Archivio del 
Comune erano in disordine, anche per la poca pratica delle per- 
sone adibitevi, e per questo ordinava a loro di eleggere un cit- 
tadino idoneo alla carica di Archivista custode salariato, e fargli 
consegna con inventario di tutte le carte e stampe coli' obbligo 
assoluto di non ne dar fuori se non per ordine degli Anziani (2). 

Dietro tale comando nel dì 21 aprile il Consiglio del Co- 
mune nominò Baldo Puelli, retribuendolo con 120 lire imperiali 
annue da pagare trimestralmente; coli' obbligo per lui di osser- 
vare quanto il Cardinale aveva ordinato (3). 

In questo tempo un repertorio fu compilato dal Cancel- 
liere del Comune Alessandro Callegari, e questo pure conservasi 
nel nostro Archivio (4). È un repertorio compilato nel 1559, di- 
sposto a rubrica in un grosso volume di pagine numerate 390. 
Nella pagina anteriore della prima numerata si legge: 

Deo op. Max: Auspice. 

Repertoriiun jurium, et munimentorum Magnifice Comuni- 
tatis Pannae in eius Archivio inveniorum Ine per me Alcxandrutu 
de CaUegarijs Notariuin Parniensem per ordinem alphaheti 
nuper reforniatuiii sub Illustrissimo et Excelentissinio D. N. 
Octavio Farnesio Parmae, et Placentie Duce Secundo meritis- 
simo. Ita mandantihus ììuKjnifìcis et clarissiinis viris Dominis 
Christophoro Longo, Jureconsulto, Baptista Pennatio, Riero- 
nymo Toccalo, Julio Cesare Balduchino, Angelo Cassio, Joanne 
Jlalgario, Arcangelo Spagio, Francesco Balduchino, Angustino 
Bocca, Francesco Cerato, et Aemtlio Zandemaria regimini huius 

(1) Ordinazioni, pag. 145. 

(2) Documento X, 

3) Ordinazioni, 1559, pag G9. 
(4) Ardi. Cora. — Sala d' Uff.'' H., p. 2. 



148 CENNI STORICI SULl/ ARCHIVIO 

Reipuhlicae : Trimestri jìofesfafe presmtihus. B. Me: capiendo 
initium sub anno virginei partas qniiiqaagesimonono saprà mil- 
lesimam qniìKientcsimiun sept'nno cnìcnclas Maji. 

Morto Baldo Piielli sul finire del 1587, fu prescelto a so- 
stituirlo, con deliberazione dell' 11 gennaio 1588, Battista An- 
dreotti, detto de Cassi ; ma* questi non potè esercitare subito il 
suo mandato perchè gli eredi del l'uelli ritardarono a fnre la 
consegna dell' Archivio al nuovo eletto. 

Perciò gli Anziani, visto che molto si indugiava con danno 
del Comune e della cittadinanza, ordinarono ai detti eredi di 
consegnare la chiave deli" Archivio, e tutte le scritture che fossero 
presso di loro. E questo ebbe luogo il 30 giugno 1589 (1). 

Un altro notevole danno ebbe a soffrire il nostro Archivio 
nel 1606 per la caduta della Torre maggiore della <Jittà, nel 
piede della quale custodivasi, come abbiamo accennato, 1" Archivio 
segreto. In causa di quella rovina ben molte carte andarono per- 
dute e segnatamente quelle che alle Ordinazioni antiche si rifcri- 
vauo, non che parte di altre più recenti e di pregio. 

Il sinistro caso fu cagione che 1" Archivio venisse alla rin- 
fusa trasportato in due umide stanze del palazzo Farnesiano, ove 
ebbero a patire deperimento. 

L' anno stesso l' Archivista Enea Biondi incominciò a fare 
il regolare inventario, di cui aveva già preparato 1" abbozzo nel 
1603. Rimessosi all' opera nel febbraio per ordine del Duca Ra- 
nuccio I, compilò il nuovo inventario che fu completo, e che 
costituisce un volume di 166 fogli col titolo: Bion/i - Inven- 
tario delV Archi 010, JIDCVI (2). 

Nel fiontespizio di questo registro leggesi: 

Si è cominciato a fare V Inventario delie scritture dtlV Ar- 
chivio delV III/^ Conimunità d' ordine dell' Alt. Serenissima del 
Signor Duca Ttanatio nel suo Palla3zo redatte per la raina 
della Torre, et Fallazzi alla presenza dell- Illustre Cavaglicro 
Cantelli Deputato sopra a ciò d' ordine della medesima A. S."^^ 
et del Signor- Enea Biondi Archivi.^ta, et di Alberto Visdomini 
Vice Archivista sotto la ressidenza degV Illustrissimi SS/* Au- 

(1) Ordinazioni, 1589, pag. 172. 

(2; Archivio Com. — Sala Uff." H., p. 2. 



DEL COMUNE r>I PARMA 149 

relio Gianrlemarid Dottore et Cai'Ufjìiero, Furio Camillo Cor- 
unzzaiìi, Sif/ììor C/dìuJio Vaghi, Signor Ottaviano Gariniberti, 
Signor Hercolc Balestrerò, Signor Tompeo Cavalca, Signor 
Gaspar Mei/eri de Pezzina, Signor Ottobono Baiardi, Signor 
Agesilao Sacchi, Signor Marsiglio Ventura, Signor Alessandro 
Tanasi fìonzagni, Anziani. 

Per l'età decrepita dell'Archivista Enea Biondi fu duopo 
assegnargli un coadiutore, e questi fu Alberto Visdomini, impie- 
trato alla Kagioneria ; che stette nel nuovo incarico fino alla 
morte del L^iondi in luogo del quale subentrò Gerolamo Mamiani 
(30 dicembre 1G22) (1). 

Gli Anziani deliberarono in quest' anno che le cariche della 
Comunità non dovessero essere affidate sempre alle stesse per- 
sone; perocché tutti i cittadini hanno diritto di partecipare agli 
Uffici pubblici, agli onori ed ai vantaggi, sia che le elezioni si 
abbiano a fare di anno in anno, o di biennio in biennio; purché 
le persone abbiano idoneità. Due sole eccezioni vennero ammesse, 
quella dell'Archivista e del Cancelliere (2). 

Per non tenere occupate le stanze del Ducale Palazzo, avute 
provvisoriamente dal Duca Ranuccio, non atte a contenere i do- 
cumenti dell'Archivio, perchè umide e malsane, gli Anziani ri- 
volsero domanda nel giugno del 162G alla Duchessa ^Margherita 
Farnese, perchè tali documenti fossero trasportati in altre stanze 
nel Palazzo del Comune, e così togliere il pericolo eh" esse andas- 
sero a male. La Duchessa concesse la domandata permissione, 
raccomandando che si avesse cura di detti documenti (3). 

A preparare il locale del nuovo Archivio si elesse dagli An- 
ziani Angelo Garimberti, il quale compiuto il lavoro ne avrebbe 
fatto consegna all' Archivista Ferrante Ambanelli (4). Pel restauro 
del locale ed il trasporto dei documenti dal Palazzo Ducale a 
quello del Comune, e per la custodia in avvenire, furono stabilite 
norme speciali che hanno la data del 30 giugno 1626 (5). 

(1) Ordinazioni, pag. 289. 

(2) Ordinazioni, pag. 272. 

(3) Documento XI. 

(4) Ordinazioni, pag. 176. 
(.5) Documento XII. 



150 CENNI STORICI SUÌ>L* ARCHIVIO 

Nel 1G30, il 2(1 giugno, gli Anziani nominarono il Cancel- 
liere del Comune Vice Archivista senza stipendio, coli' incarico 
di tenere una chiave dell' Archivio differente da quella dell'Archi- 
vista; e ordinarono che nell'Archivio si dovessero riporre tutte 
le scritture non più in uso che si trovavano nelle mani dei Ra- 
gionieri, ed anche i libri e le scritture della Macina e degli in- 
cauti : ed inoltre che si coraprasseio per l'Archivio tutte le opere 
stampate reperibili e sopratutto quelle concernenti l'uftìiio della 
Sanità, delle quali specialmente si lamentava la mancanza (1). 

Ma' poi ad esempio di tante altre città gli Anziani vennero 
nella determinazione, li 30 marzo 1643, di nominare quattro Archi- 
visti obbligati a prestare gratuitamente servizio, in sostituzione 
di Giulio Cesare Bravi (2), revocando la delibera d' elezione di 
Galeazzo Cerati, fatta il 20 dicembre 1(U2, comprendendolo però 
negli eletti, i quali erano il Dottor Pietro Lodovico Toccoli. il 
Cav. Paolo Camillo Tagliaferri e Troiano Fognani. e il mentovato 
Galeazzo Cerati, che dovevano restare in ufficio a vita. 

11 Cancelliere della Comunità doveva essere anche Cancel- 
liere di detti Archivisti con determinati obblighi e diritti. Col- 
r istessa deliberazione si stabilirono purp speciali norme per 
l'Archivio, per le quali rimandiaino il lettore al documento nu- 
mero tredici. 

Galeazzo Cerati saputo di questa nuova disposizione, e della 
revoca della sua nomina, non accettò la nuova elezione, prote- 
stando perchè egli era già stato eletto solo coi privilegi sin al- 
lora in uso. Così gli Anziani dovettero surrogarlo con altro. 

La Duchessa non contenta delle raccomandazioni già fatte, 
e per aver saputo che in causa del trasporto delle carte da un 
luogo air altro s" era generata in esse molta confusione, scrisse 



(1) Ordinazioni, cart. 38. 

(2) Non si ha notizia della nomina di questo Archivista né della di lui 
morte. 

Nella deliberazione di nomina dei quattro Archivisti fatta li 3U marzo 
1643, dice: . ... « Giulio Cesare Bravi ch'era Archivista dell' Illma Comu- 
« nità, i enchè non si vede ordinazioni della sua elletione, qual sera stata 
« fatta a bocha, non si sa publicameute che con effetto tal foutione esserci- 
n tava anzi per essa essigeva il solita salario ». 



DEL COMUN'h; IH PARMA 151 

agli Anziani il 7 novembre 1(544, ordinando che tutte le scrit- 
ture fossero riposte nelle casse stesse nelle quali erano iirima, 
secondo 1' ordine dell' inventario già esistente, per potere ad ogni 
bisogno trovarle; lasciando la facoltà agli Anziani stessi di de- 
putare uno più Consiglieri a tenere la chiave dell' Archivio per 
la cura e custodia del modesimo (1). 

L'esperimento dei quattro curatori dell'Archivio, fatto ad 
imitazione di tante altre città d" Italia, non ebbe in Parma buon 
esito; inflitti nel 1645 si tornò al vecchio sistema, nominando 
ad Archivista Agosto Mamiani, in luogo di Giulio Cesare Bravi (2). 

Neil' anno 1058 si deliberò di fare un inventario di tutte 
le scritture dell'Archivio segreto e furono deputati a ciò alcuni 
del Consiglio generale. Ma essi non ne fecero nulla, per cui gli 
Anziani stabilirono addì 31 dicembre 1660 che a tale lavoro 
« giudicato di molta utilità » s' avesse a dar mano nei giorni 
di lunedì e giovedì d' ogni settimana, alla presenza dell' Archi- 
vista ilei Cancelliere e d' uno dei Consiglieri Piazzesi a ciò 
deputato (3). 

Ala anche questa volta il desiderio degli Anziani restò de- 
luso: onde l'Archivista Giulio Cesare Garimberti, con lettera del 
14 novembre 1661, propose che fosse accresciuto il numero dei 
deputati a far l' inventario « essendovi più signori Deputati — 
« esso diceva — si potrà non solo tirare con più facilità avanti 
« il suddetto Inventario, ma non sarà ne anco di grande inco- 
« modo ad alcuno dei detti Signori ». Gli Anziani aderendo alla 
proposta dell'Archivista elessero altri quattro deputati (4). 

Avendo dal 1659 in poi il Vice Cancelliere Pizzelli omessa 
la trascrizione solita di tutte le ordinazioni ed iiistromenti nei 
libri del Comune per la sua poca abilità, il 21 maggii) 1670 
gli Anziani, per riparare a tale mancanza, diedero l'incarico della 
trascrizione per gli anni 1659 al 1670 al signoa- Stefano Euzola, 
la cui scrittura piaceva ad essi Anziani. Inoltre avendo in luogo 



(1) Documento XIV. 

(2) Ordinazioni, pag, 15, 76. 

(3) Ordinazioni, 1660, pag. 355. 

(4) Ordinazioni, 1661, cart. 254 



152 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

del Pizzelli fatte le trascrizioni per gli auui 1654 al 1658 alcuni 
amanuensi poco pratici e poco attenti, da cui omissioni ed errori 
molti, si ordinò una nuova e più accurata trascrizione, che fu 
eseguita dal già mentovato Enzola. Venne eseguita per volumi 
annuali, colle rispettive rubriche. 11 compenso fu di otto soldi 
per carta (1). 

Avendo il Duca Ranuccio II provveduto la città nostra di 
un Archivio pubblico (2), e liordinato il suo particolare, volle 
pensare anche a quello del nostro Comune, e nell'aprile del 1681 
scrisse agli Anziani perchè si disponessero a riordinare l'Archivio 
segreto, dando a loro per fare il detto riordinamento, e un in- 
ventario di tutte le scritture, il Presidente Nicolli e con esso il 
Cancelliere Ferri ed un Zileri; avvisando che a tal fine l'Archi- 
vista Visconti dovesse consegnare le chiavi dell'Archivio agli in- 
caricati per ripigliarle a lavoro ultilnato. E il Consiglio appro- 
vando tale risoluzione sovrana, elesse all'uopo il D/ Lodovico 
Cantelli (3). 

Gli Anziani in una lettera a 8. A. in data 18 dicembre 
1705 le rimostrarono che trov;indosi spesso fuori di Parma Pier 
Francesco Visconti depositario della chiave dell'Archivio, già da 
anni ne seguiva l' inconven ente, che non si potevano in ca-o 
vedere d' urgenza gli archetipi dei posi e delle misure conservati 
in Arcliivio. né le scritture bisognevoli; per cui proponevano che 
fosse tolta la chiave al Visconti, e che se ne facesse un* altra 
differente; e così, una di esse fosse affidata al capo della Comu- 
nità, e r altra al Cancelliere (4). A noi non risulta se questo 
desiderio degli Anziani fosse esaudito. Sappiamo che la carica 
d'archivista il Visconti la tenne sino al ?A marzo 1707, e che 
in questo tempo l' ebbe a rinunziare per essere passato dallo 
stato secolare a quello ecclesiastico. 

Allora si nominò Giambattista Bardini. Questi, come d" ob- 
bligo, fece una parte d' inventario, che però il nostro Archivio 

(Pi Ordinazioni, 1670, pag. 171. 

(2) L' Archivio pubblico o notarile, come oggidì suole chiamarsi, venne 
eretto nel 1678 dal Duca Ranuccio II. 

(3) Documento XV. 

(4) Ordinazioni, 1705, cart. 169. 



DEL COMUNE DI PARMA 153 

ora nou possiede: essendo stato di gradimeuto del Duca, allo 
sguardo del quale il Banliiii lo aveva sottoposto, ebbe in ricom- 
pensa l'aumento dello stipendio (1). Tale carica il Bardini occupò 
sino al 1717, anno in cui fu dispensato dal servizio per gravi 
mancanze commesse (2). 

Nel 1721 il Cancelliere del Comune compilò in un grosso 
volume l'indice di tutte le carte d'Archivio, che tuttora è 
conservato (3). — Esso porta per titolo: Indice (ielle scritture 
e libri che si custodiscono nelT Arcliivio segreto dell' lUnstris- 
sima Comunità di Parma, compilalo V anno 1721 dal Can- 
celliere Giovanni Corradi; divisa in cinque parti: La prima, 
contiene Y indice delle scritture attinenti a diversi interessi della 
Comunità; la seconda, l'indice dei libri; la terza, l'indice dei 
libri del Dazio della Macina ; hi quarta, dei libri e scritture an- 
tiche; la quinta, dei libri della rijarazione. 

Il Ministro Du-Tillot scrisse nel 17(17 agli Anziani che per- 
mettessero agli Ut^ziali della Ragioneria, di fare nell'Archivio 
la scelta delle filze e dei libri a quella relativi, già trasportati 

(I) Ordinazioni, 1707, paj,'. l'iO ; — 170?^, cart. 125-130. 

(i) Questo Bardini da molti anni occupava anche la carica di Conimis- 
sario generale degli alloggi e godeva molta fiducia. Nelle incombenze che 
aveva in occasione dei passaggi di truppe si scoperse nel 1716 ch'egli com- 
metteva infinite « mangerie » con danno grande della Cassa mililare, avendo 
per conijìlici anche tre scrittori d Ila Comunità, e un certo Cesare Scorza suo 
amico, che in tale circostanza egli aveva creato Commissario generale. — 
Per simile enorme fatto furono presentati al Duca molti ricorsi, affinchè 
la Congregazione dell" Uguaglianza rivedesse i conti, ma questa fu impotente 
a farlo, avendo il Bardini fatto sparire le filze nelle quali contenevansi tali 
conti, e di più ne furono trovate un' enorme quantità semi-abbruciate. — 
Intanto che si istruiva la causa, la Polizia aveva 1' ordine d' arrestare il Bar- 
dini, e tentò il 28 settembre di sorprenderlo in sua casa posta in Borgo 
della Pace, ma egli accortosi del tiro, riusci a salvarsi rifugiandosi nell'Ora- 
torio della Pace, contiguo alla sua abita'-ione. — Nel 1717 gli fu fatto il 
processo e il 6 dì aprile il Bardini venne condannato alla pena di morte. — 
Esso ricorse al Duca di Mantova per avere il salvacondotto, ma non 1' ot- 
tenne. — La sentenza poi non veniva eseguita essendo il Bardini rimasto 
nel luogo d' esiglio. — {Vedi Bouua - Diarii Parmensi. Voi. II. Auto- 
grafo neir Archivio del Comune di Parma.). 

(3) Archivio Comunale — Sala Uff.» H, p. 2. 



154 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

ntìir Archivio stesso, per tenerli i,i seguito presso di loro; e iuvitò 
gli Anziani stessi a proporre quanto stimassero necessario per 
regolare le scritture rimaste nella Comunità. — Quindi gli An- 
ziani ordinarono di farne la consegna agli Uffiziali, incaricando 
il Dottor Antonio Garbarini di assistere alla scelta, con 1" inter 
vento dei Cancellieri, ritirandone ricevuta all'atto di consegna (1). 

Pel riordinamento delle scritture, in seguito a deliberazione 
presa il 12 settembre dell' anno stesso, gli Anziani con lettera 
al predetto Ministro, in data 4 gennaio 17(58. gli esponevano la 
necessità che l'Archivio venisse riordinato e fornito di imposte: 
chiedendo pure che le loro deliberazioni in i^roposito fo>sero con- 
fermate dal Duca (2). 

Avutane 1' approvazione e fatta dall' Ingegnere Cocconcelli (-) 
la perizia dei lavori, che ammontò a lire quattromila, vennero 
eseguiti sotto la sorveglianza di Gaetano Bernini e Pietrantonio 
Zurlini (4). 

Nel 1781 il Padre Ireneo Affò Vice Bibliotecario di S. A. S. 
ottenne la permissione di esaminare tutti i documenti che si 
trovavano nel nostro Archivio segreto,- onde potere raccogliere 
i materiali per dettare le sue Memorie sugli scrittori parmi- 
giani (.')). 

In tale circostanza essendo la camera contigua all'Archivio 
molto in disordine, e ingombrata da un ammasso di carte ap- 
partenenti air Uffiiio drir Annona, il Decurione legale incaricato 
di visitare l' Archivio, trovò sconveniente tale disordine, anche 
per rispetto alla prossima visita dell'Aliò: e attesa l'inutilità 
delle scritture anzidette, (le quali però erano state esaminate 
attentaraenLe), propose che si vendessero al libraio Ceresini che 
aveva offerto cinque lire al peso: e di convertire la somma rica- 
vata nel provvedere una tavola col tappeto, ed una guantiera 

(1) Ordinazioni, 1767, cart. 181. 

(2) Documento XVI. 

(3) Giuseppe Cocconcelli, bravo Ingegnere Idraulico, fu padre all' In- 
gegnere Antonio, che ai tempi nostri fece i disegni dei Ponti del Taro e 
della Trebbia 

(4) Ordinazioni, 1768, pag. 205. 

(5) Documento XVII, 



DEL COMUNE DI PARMA 155 

per l'Anzianato. Tale proposta veuue accettata ed eseguita dagli 
Anziaoi (1). 

Il padre Affò ottenne pure nel 1794 da S. A. S. di traspor- 
tare dall'Archivio al suo convento, gli antichi statuti del Comune, 
per valersene nella Storia patria che stava scrivendo: « ma sic- 
« come alcuni di detti Statuti trovansi assai logori nei cartoni 
« e quasi affatto sciolti con pericolo di andarne anche i fogli 
« dispersi » si deliberò di farli rilegare con altri volumi di Or- 
dinazioni, purché la spesa non oltrepassasse le lire 2865 (2). 

Per la morte seguita il 24 aprile 1787 del Dottor Giam- 
paolo Volpi, che copriva la carica di Archivista, gli Anziani co- 
nosciuta la necessità, in cui era 1" Archivio, d'essere sistemato, 
credettero conveniente che invece di un solo vi fossero in avvenire 
quattro Archivisti, e così uno per ciascuna classe del Generale 
Consiglio (3). 

Se non che notificata tale proposta al Ministro per ottenere 
r approvazione del Duca, questi volle che due soli Archivisti si 
nominassero, quali furono il Marchese Francesco Bergonzi della 
Classe dei legali (4), ed il Conte Giuseppe Aurini della Classe 
dei Cavalieri (5). 

Per porre poi in regolare sistema tutto l'Archivio, gli An- 
ziani destinarono a coadiuare i nuovi Archivisti il Dottor Ales- 
sandro Maestri, impiegato della Cancelleria Civica, il Capitano 



(1) Documento XVIII. 

{•J) Ordiuazioni, 1794, pag 26-86-98. 

(3) Ordinazioni, 1787, cart. 104. 

|4) l^ergonzi Francesco figlio del Marchese Giulio Cesare e della D. Te- 
resa Bonetti, nato nel IT'^O. Sposò Teresa ÌMaratìi. — Patrizio parmigiano 
— Decurione dell" Illustrissima Comunità — Cittadino Cremonese — Impie- 
gato per comando del Supremo Governo, e come dagli atti civici per gli 
affari d' annona — Impiegato anche al mantenimento delle truppe Francesi 
e Cisalpine transitanti in questo R.le Stato — Delegato sopra le C(dleft ■ 
civiche e Conservatore dei Civici Archivii — continuamente impiegato in 
servizio del pubblico e della patria (Vedi Ardi." gentilizio). Nel 1804 fu col 
locato a riposo dall' incombenza di Archivista, ponendolo fra gli onorari della 
classe degli individui attivi del generale Consiglio (Ordinazioni e. 1804, cart. 
170-190-199. 

(5) Ordinazioni, 1787, cart. r23. 



156 CENNI STORICI sull'archivio 

Gianfrancesco Corradi, il Tenente Carlo Venturini, e il Capo 
Mastro Ferrari. 

Nel 26 giugno si approvò un' altra perizia dell' Ing. Coc- 
concelli, ascendente alla spesa di lire 2200 per lavori diversi (1). 

Il nostro Archivio fu visitato nell'll febbraio del 1788. 
come lutti gli altri uffici municipali, dal Duca Don Ferdinando 
di Borbone, il quale più di ogni altra cosa, si interessò delle 
lettere di S. Ignazio di Lojola e volle assicurarne la conserva- 
zione facendole porre sotto cornice ed in armadio appositamente 
costrutto, come si ha dal rogito steso in tale circostanza (2). 

A compimento delle opere già eseguite nell" Archivio in 
quest'anno (1788) dietro proposta del Deputato, Capitano Gian- 
francesco Corradi, fu provveduto 1' ufficio di tavole e sedie, furono 
colorati i credenzoni ed armadi, e dipinta la stanza che serve 
d' ufficio agli Archivisti (3). Per riordinare le scritture, per siste- 
mare i registri, copiare documenti, furono assegnate lire trecento 
mensili, che sarebbero state pagate finché l'Archivio medesimo 
non fosse condotto in ottimo riordinamento (4). 

L' onorario di lire 120 annue fissate agli Archivisti, nel 1794 
venne soppresso; e furono ammessi per l'avvenire a partecipare 
« di tutte quelle regalie » di cui partecipavano i Deputati Civici 
all' erario (.")). 

Il libro delle Ordinazioni Comunali dal 27 dicembre 1442 
al 31 dicembre 1447, già da anni, anzi da secoli tolto dall'Ar- 
chivio comunale, venne nel 1802 restituito al Comune dal Padre 
guardiano e Frati dell'ordine di San Benedetto di Parma; percui 
i Decurioni scrissero a costoro una bella lettera di ringraziamento, 
che porta la data del V agosto 1802 ((3). 



(1) Ordinazioni, 1787, cart 132156. 

(2) Ordinazioni, 1788, cart. 32. 

(3) Ordinazioni, 1788, cart. 6^>. 

(4) Ordinazioni, 1788, cart. 106-120. 

(5) Ordinazioni, 1794, pag. 280. 

(6) « Reverendissimo Patri Antistiti ac R R.'s Monachis Ordinis Sancti 
Benedicti. 

« Decuriones Regiminis Communis Parmae — Quod ammissum non 
« aunis tantummodo, sed variis ab hinc Saeculis injuria temporuni, seu in- 



DEL COMUNR PI PARMA 157 

Aderen.ìo all'istanza del Cittadino Antonio Ceretoli, Civico 
Archivista, per avere un aiuto nella circostanza delle operazioni 
straordinarie dia si f.u'evano nell'Archivio segreto, per porsi ad 
ordinare il Gridario, del tutto disordinato e scomposto, gii An- 
ziani decretarono il 23 gennaio 1804 di concedergli come aiutante 
una persona a di lui scelta e piacimento con una mercede di 
lire sei al giorno; di più pagargli tutte le spese sostenute per 
r addietro pel suo Ufficio (1). Fu scelto dal Ceretoli il Dottor 
Zanraatti, che in seguito tu nominato (1805, 23 gennaio) Se- 
gretario particolare dell'Archivio collo stipendio di lire tremila 
annue (2). 

Nel 1821 si diede incarico a Francesco Fercoli, vecchio im- 
piegato del Comune, di mettere in chiaro molte e molte cose 
attinenti all'antica Communità, e riordinare le carte dell'Archivio 
degli ultimi anni, che erano in grande parte confuse, e fu scelto 
per riordinatore il Fercoli stesso perchè piìi d' ogni altra persona 
in grado di fare tale lavoro (3). 

I libri dei Notai riguardanti i contratti privati che antica- 
mente erano tenuti nella Chiesuola, ne furono tolti nel 1606 
per la caduta della Torre, e custodironsi nel nostro Archivio, ove 
rimasero sino al 1850; anno nel quale vennero consegnati all'Ar- 

« curia fortasse alicujus ex custodibus Tablini Secreti Communis Parmae 
* restitutum liodie comiter obtitiemus ab liumanitate vestra, Reverenflissinie 
« Pater Autistes, et R.K Monachi Orlinis Sancii Benedicti hujusce Urbis. 

« Libcr enim, in quo conscripta leguntur Acta praefati Communis a 
« die vigesima scptima decembris 1442 inclusive, usque ad et per totani 
« diem ultimam anni 1447 ex Tabularlo Vestro nuperrime sponte depromptus, 
« Nobisque benigne largitus gratum Communis animum, ut fas erat, sum- 
« mopere excitavit. 

« Vobis igitur prò hac erga Noj largitate publicas bisce Litteris grates 
« quara maximas aequo, libentique animo rependiraus. 
1803: die prima Augusti. 

< Firmat.: Decuriones. 

« Subscript. — I. 0. Pridericus Pavesi Cancellarius. 

« It. — Cum Sigillo Comunis Parmae in nebula rubea impresso. (Voi. 
Ordiuaz e. 1412-1447). 

(1) Ordinazioni comunali, 1804, Lib, I, cart. 41. 

(2) Ordinazioni comunali, 1805, Lib. I, cart. 89. 

(3) Delibera del Consiglio degli Anziani, 29 settembre 1821. 



158 CENNI STdKICI SULI,' ARCHIVIO 

eluvio pubblico, come da lettera del Presideute dell" luteruo (11 
luglio 1850, ij. 301)5) e dalla risposta alla postilla Governativa 
(10 giugno 1850, u. 7593) (1). 

Con decreto Sovrano del 30 aprile 1821, la custodia degli 
Archivi Comunali vemie affidata ai Segretari, sotto la vigilanza 
e l'ispeziono dei Podestà: ma morto il Fereoli nel 1825, nessun 
impiegato speciale attese al riordinamento dell'Archivio. 

Finalmente il Segretario generale Dottor Luigi Konchiui, 

collocato a riposo nel 1853 « si ritirò nell'Archivio 

« Comuuitativo, e ne intraprese il riordinamento: attingendovi 
« anche per proprio conto importanti notizie storiche ; colle quali 
« potè, infra l'altro, compilare una memoria intorno all'origine 
« e alle vicende dell' Archivio stesso, degne di vedere la luce * (2). 

Più tardi, cioè nel 1867, il Segretario Giuseppe Ubaldi, 
dietro sua domanda fu collocato a riposo col titolo di Segretario 
em.erito, e incaricato alla continuazione del riordinamento del- 
l' Archivio (3). Ma poco tempo potè il Comune giovarsi ancora 
dell' opera di questo egregio impiegato, perchè questi già vecchio 
e affranto dalle fatiche moriva nel 1873. 

Nel 1860 per incarico avuto dal Governo, il Prof. Fran- 
cesco Bonaiui visitò, come gli altri Archivi dell' Emilia, il nostro, 
e ne fece una succinta relazione, parlando sopratutto degli Sta- 
tuti e delle Ordinazioni, senza potere che ricordare fuggevolmente 
i documenti raccolti in tre grandi stanze, tanto era il disordine 
e la confusione in cui si trovavano (4). 

Il Chiarissimo Dottor Cav. Emilio Casa nel 1866, allora 
Consigliere Comunale, concepì il disegno di far lo spoglio e dar 
sesto agli antichi documenti che giacevano scomposti nel nostro 
Archivio segreto: e dopo intelligenze seguite tra lui e il Prof. 



(1) Documento XIX. 

C2) Così il Iaxklli — Dizionario hio[iritfico, voi. I, pag 506 — Ma 
por quante ricerche abbiamo noi fatte e presso il Sig. Dario Ronchini, e 
nel R.° Archivio dello Stato, di cui il figlio Prof. Amadio Ronchini era Di- 
rettore, non ci fu dato di trovare queste memorie. 

f3) Delibera Giunta 18f)7, 13 marzo; - del Consiglio coni. -5 aprile 1867. 

(4) BoNAiNi Fu\NCKsco — Gli Archioii delie Provincie deW Emilia 
e loro condizione al finire del 1860. 



DEL COMUN'K DI PARMA 150 

Amadio Kouchiui Ar-hivista di Stato, coiiveiiiieio di affidare 
tale opera al Prof. Emilio Bicchieri, impiegato sotto il Koncliini. 
Quindi la cosa fu proposta alla Giunta, che ad unanimità 1' a •- 
cettò, e per due anni si stanziò noi hilancio Lire 8<.)0,00 (1). 

Ma per infermità soprag,i(iiinta al Prof. Picchieri questo la- 
voro non venne eseguito, e nel preventivo del 1809 scomparve 
lo stanziamento delle 800 lire (2). 

Finalmente nel 1876 durante 1' Amministrazione del Sindaco 
M/*" Guido Dalia-Rosa si pensò sul serio al riordinamento del 
nostro Archivio, che per le troppe carte accumulate ne aveva 
necessità. 

Con atto della Giunta del 28 aprile si deliberò di mettere 
a concorso il posto di Archivista, e nel maggio si nominò una 
commissione per rivedere i titoli dei concorrenti (3); la quale 
poi con sua relazione del 14 settembre « riconoscendo (fra i 
« concorrenti) il Signor Cav. Enrico Scarabelli-Zunti, fornito di 
« buoni studi di storia locale, ed esperto in materia di paleografìa, 
« ritiene che per questo rispetto il Municipio parmense potrebbe 
« avere in lui un ottimo Archivista ». 

Il Consiglio comunale accogliendo il 18 ottobre 1876 il 
voto della Commissione, nominava lo Scarabelli Archivista del 
Comune. 

Questa carica egli o.-cupò per 17 anni, e così sino al gen- 
naio 1893, nel qual tempo morì nell' avanzata età di 84 anni (4). 

li) Deliberaz. di Giunta, 12 marzo 1866 — Deliberai, del Consiglio, 31 
marzo 1866. 

(2) Cade qui iu acconcio notare che tutte queste proposte di riordina- 
mento dell' Archivio che noi siamo venuti riportando, hanno valore solo in 
quanto ci manifestano il buon volere del Comune: ma nessuna di esse fu 
seriamente e totalmente eseguita, e di veri riordinamenti non si può parlare 
prima dello Scarabelli. 

(3) Detta (Commissione era composta degli Egregi Signori : Prof. Amadio 
Ronchini — Dottor Giovanni Mariotti — Peroni Avv. Leonida — Róndani 
Prof. Camillo — Zanzucchi Prof. Ferdinando. 

(i) Dopo la morte dello Scarabelli il R." Commissario nominò una Com- 
missione di vigilanza dell'Archivio composta dei Signori Mariotti Dott. Cav. 
Giovanni, Callegari Cav. Carlo, Amadei dott. Alberto e Bruni Cav. Avv . 
Ernesto. 



160 CEXXI STORICI SULL' ARCHIVIO 

In proposito di qiiest' egregio e benemerito personaggio, ai 
cui meliti di Archivista debbono essere aggiunti quelli di cultore 
della storia generale e della storia dell' arte cittadina, sotto del 
quale l'autore di questi Cluìiì sloricl ebbe la fortuna di ini- 
ziare la sua modesta carrier.-i, si riferisce quanto è stato 
scritto dal Chiarissimo Comm. Dott. Giovanni ^lariotti, nel cenno 
necrologico di lui (1): non si potrebbe anzi meglio finire se non 
riportando dal cenno medesimo la parte che riguarda l'opera sua 
nel nostro Archivio Comunale. 

« Chiamato, inliue, il 18 ottobre 187G, con deliberazione 
« unanime del Consiglio Municipale di Parma, a dirigere il ricco, 
« importantissimo Archivio del Comune, si accinse, con giovanile 
« vigore, a riordinare quelle svariatissime serie di carte, che rac- 
« colgono gran parte dei ricordi politici, amministrativi, giudi- 
« ziari della nostra Città dal secolo XII sino ai nostri giorni. 

« E in quìjl lungo e faticoso lavoro potè trarre in luce 
« documenti che si crerlevano per sempre perduti: fra i quali è 
« sopratutto degno di nota il codice statutario : De Officio Sin- 
« (ìaci generalis Ctvifafii Coiiinnnis et popuJi Parmae, scritto 
« splendidamente in un volume di pergamene nel 1317: . 

« Ne fra i molti documenti che lo Scarabelli ha tratti di 
« nuovo in luce in quella colluvie di vecchie carte, si debbono 
« dimenticare i- Rotoli dei professori, le matricole degli scolari e 
« altri atti relativi alla storia della nostra Università; 

« ]\Ia lo Scarabelli non si limitò a riordinare le carte che 
« trovò nell'Archivio del nostro Comune. — Egli, che da tanti 
« anni andava raccogliendo documenti sulla storia delle famiglie 
« illustri di Parma: che aveva coadiuvato il Litta nella pubbli- 
« cazione delle genealogie dei Pallavicini, dei Rossi, dei Sanvi- 
« tali, dei Torelli e di molte altre famiglie; che aveva già pre- 
« parato tutto il materiale per pubblicare, in continuazione al 

(l) Atti e Memorie della R.* Deputazione di Storia Patria — Archivio 
Storico, voi. II, pag. VITI. 



DEL COMUNE DI l'AKMA l'il 

« Litta, le geuealogie dei Terzi e degli Scotti, douò al Uomiine 
« e ordiDÒ uell' Archivio tutto il materiale raccolto, e vi aggiunse 
« il proprio Archivio domestico, e quello importantissimo dei 
« Zuuti, a lui pervenuto in eredità — E volle poi completare 
« r insigne dono con molte centinaia di volumi di manoscritti e 
« di stampati relativi alla storia patria, affinchè chi dovrà, d' ora 
« in poi, recarsi, per ragione di studio, all' Archivio del Comune, 
« vi trovi, oltre a preziosi documenti, anche tutti i libri ueces- 
« sari per consultazioni e raft'ronti » . 

Rimasta vacante la carica d'Archivista per la morte dello 
Searabelli, questa venne dal Commissario straordinario pel Comune, 
con sua deliberazione del 3 aprile 1895, affidata all' Egregio Av- 
vocato Italo Bianchedi, che attualmente la esercita con tutto zelo. 

Giuseppe Siiti. 



Arch. Stob, Pabm , V, 



162 



CENNI STORICI SULL ARCHIVIO 



DOCUMENTI 



Cognome k Nome 



3 
4 
5 
6 
7 
8 

ì 
10 

11 



Lalatta Gio. Battista . 
Cozzano Pietro Angelo 
Dalla Torre Gio. Battista 
Puelli Baldo .... 
Andreotti Battista . . 
Biondi Enea .... 
Visdomini Alberto . . 
Mamiano Gerohnio. . 
Ambanello Ferrante . 
Bravi Giulio Cesare . 
Cerati Galeazzo . . . 



Carica 



Data 
della nomina 



Custodi 
Depositari 



Custode Prefetto 

Custode Archiv.* 

Prefetto 

Prefetto 

Vice Archivista 

Prefetto 

Archivista 

Archivista 

Archivista 



Data 
della cessazione 



1545, 30 Dicemb. 

(1) 

Morto nel Giugno 

I 1552 
1552, 14 Giugno Morto nel Maggio 



1559, 21 'Aprile 

(3) 
1588, 11 Gennaio 

(4) 

(5) 



1622, 25 Ottobre 
30 Dicembre. (6) 

1625,21 Ottobre 



1642, 9 Dicemb. 



1558 
Morto nel 1587 



Cessa nel 1622 
25 ottobre 

Morto nel 1625 



Morto nel 1642 



11) Ordinar, pag. 159. (2) Ord. pag. 02. (3) Ord. pag. 09. (4) Ord. pa^. 0. (ò) Noa fu possibile tro- 
vare la data della nomina — Morto alcuni anni prima d^lla nomina del M.imiano. (6^ Ord. pag. 239-280. 
(7; Ord. pag. 191. (8) Ord. pag. 90. 



DEL COMUNE DI l'AKMA 



163 



SS 

3 O 


Cognome e Nome 


Carica 


Data 
della nomina 


Data 

della cessazione 


12 


Toccoli Dott. Lodovico . 








13 

14 


Tagliaferri Cav. Camillo . 
Cerati Galeazzo .... 


> Archivisti 


1643, 30 Marzo 




15 


Pognaui Troiano . . . i 








16 


Monticelli Paolo .... 


Archivista 


1643, 31 Marzo 
(3K4) 




17 


Vandoni Alessandro . . 


Archivista 


1613, 11 Aprile 
(5) 




18 


Mamiani Agosto. . . . 


Archivista 


1645, 3 Giugno 


Morto nel Pebbraio 
1657 


19 


Garimberti D.' G. Cesare 


Archivista 


1657, 26 Pebbraio 

(7; 


Morto il 18 Agosto 
1671 


20 


Visconti Prancesco . . . 


Archivista 


1671, 25 Agosto 
(8) 


Morto il 4 Gen- 
naio 1679. 


21 


Visconti Pietro Prancesco. 


Archivista 


1679, 26 Settemb. 
(9) 


Piinuncia 1707, 
31 Marzo (10) 


22 


BarJini Gio. Battista . . 


Archivista 


1707, 17 Marzo 
(H) 


Licenziato 
1717, Aprile (12; 


23 


Bonesi Gio. Battista . . 


Archivista 


1717, 27 Aprile 
(13) 


Morto, 1722, Di- 
cembre 


24 


Maghenzi Cav. Giuseppe . 


Archivista 


1722, 24 Dicerab. 
(14) 

1753, 7 Agosto 
(15) 


Morto, 1753, Ago- 
sto 


25 


Scutellari Conte Giulio . 


Archivista 


Morto, 1771, 12 
Febbraio 


26 


Sacco Giuseppe .... 


Archivista 


1771, 25 Pebbraio 
(16) 


Eletto Ministro di 
Stato, 1773, 31 
Dicembre 


27 


Volpi Gian Paolo . . . 


Archivista 


1774, 15 Febbraio 
(17) 





(1) Ordinsz. 1643 pag. 55. (2) Ordinaz. 1G42 pag. 96. (3) Ord. 1643 pag. 30. (4) Ord. 1643 pag. 31 
5) Ord. 1643 pag. 31. (6) Ord. 1645 pag. 76. (7) Ord. 1657 pag. 17-22. (S) Ord. 1671 pag. 282-2^6 
9) Ord. 1079 pag. 270-257. 110) Passato dallo stato secolare a quello ecclesiastico. (11) Ordina/. 1707 

pag. 14-15. (12j Borra — Diarii parm. Voi. II, 176. (13) Ordina/.. 1717 pag. 42-50. (14) Ord. 1722 pag. 151. 

(15) Ord. 1753 pag. 155. (16) Ord. 1771 pag. 15. (17) Ord. 1774 pag. 18. 



164 



CENNI STORICI SULL ARCHIVIO 



il 


Cognome e Nome 


Carica 


Data 
della nomina 


Data 
della cessazione 


28 


Bergonzi M.^" Fraucesco . 






Collocato a riposo 






.archivisti 


1787, 24 Maggio 


nel 1804 


29 


Autini Conte Giuseppe . 




(1) 


Morto. 1798, Feb- 
braio 


30 


Maestri Alessandro . . . 


Coadiutore 


1787, 29 Maggio 
(2) 


Promosso V. Can- 
celliere - 179>!, 
12 Maggio 


31 


Ceretoli C te Cav Antonio 


Archivista 


1798, 23 Febbraio 
(3) 


Morto 
1830, 5 Maggio 


3? 


Pavesi Dott. Antonio . . 


Coadiutore 


1801, 14 Agosto 

(4) 




33 
34 


Nasali! Gaetauo .... 
Zaumatti Dott. Giuseppe. 


Archivista 

Coadiutore 
Segretario 


1804, 27 Marzo 

(5) 

1804, 23 Gennaio^ 

1805, 23 Gennaio^ 

^6) . 


Morto 
1828, 27 Febbraio 


35 


Fereoli Francesco , . . 


Incaricato di rior- 
dinare r Archi 
vio 


l821,29Settemb. 

(7) 




36 


Ronchini Dott. Luigi . . 


Incaricato del 
riordinamento 


1853. 

(8) 


Morto 
1867, 8 Febbraio 


37 


TJbaldi Cav. Giuseppe. . 


Incaricato del 
riordinamento 


1867, Aprile 
(9) 


Morto 
1873, 21 Agosto 


38 


Scarabelli-Zunti Cav. Enrico 


Archivista 


1876, 18 Ottobre 
(10) 


Morto 
1893, 6 Gennaio 


39 


Visniara Dott. Odoardo . 


Aggiunto 


1877, Aprile 


Nel 1887, trasfe- 
rito in altro uf- 
ficio. 


40 


Sitti Giuseppe .... 


Commesso 


1893, 20 Gennaio 
(11) 




41 


Biancliedi Avv. Italo . . 


Archivista 


1895, 3 Aprile 
(12) 





(1) Or.limz. I7Sr cart. 123. (2) Or.!. 1787 cart. 132.(3) Ord. 1798 pag. 41-12-83. (4) Ord. 1801 pag. 
289-298, (.-■,) Ord. 18()4 Voi. II, e 1-3. (6) Ord. 1805 Voi. I, e. 89. (7) Ord.; Del. Cons Anziani 1821, 
29 Setteml.rtì. (8) lanelli — Dizionario liiografico, Voi. I, pag. 506. (9) Del. Giunta, 1867. 13 Marzo — 
Cons. Aprile 1867. (IO) Del Cons. 1876, 18 Ottobre. (II) Del. R. Commissario, 1S93, 20 Gennaio. (12) 
Del. R. Commissario, 189.5, 3 Aprile. 



DEL COMUNK DI PARMA 165 



II. 



{Ordinazioni Comimaìi, a. 1512-20, pag. 514). 
MDXX, die XXIIll februarij 

Convocatis etc. 

A chi piace de le S. V. 111. sia dato auctorità a li presenti 
magnifici Signori Autiaiii de ellegere quatro homiiii da bone, quali 
liabiano auctoritcà de far fare uno Arcliivio in lo piede di la Torre 
del Domo, dove se habia ad repponer tutte le scripture di la 
magnifica comunità, et di spendere in questo de ogni sorte de 
dinari de la predicta comunità, et etiam se bisogno sera, de quelli 
dinari che avanzano rescosso le Notarle de I/aduogadrici, qual resto 
se ha ve va etiam ad convertir in rescoter altri beni et intrate 
alienate de la predicta <-omunità, et de dare omni neccessario ordine 
per la repositione de diete scripture et conservatione de dicto 
Archivio et scripture se reponerano in quello, dia la fava, et a 
chi non piace dia lo fasollo. Obtentum nemine discrepante, aucto- 
rante Spectabili D, Vic.'^ et Lociimtenente Magnifici D. Potesta- 
tis Parmae. 



IH. 

{Beg. Coj ia Lettere, a. 1530-31, fog. 57, Arch." e). 

Comunitas D. Nii^olao de Cassolla. 

R/^^ Ooncivis Char.^® — Procuramo de repouer in Io Ar- 
chivio novameiite fatto tutte le scritture, libri, privillegi et ragioni 
della Maguifii/a Commuuità nostra, a ciò se qualchune a inane 
de qualche persone fosse pervenute, meglio se possano reha\ere, 
vi pregamo senza dimora vogliate far expedir uno significavit in 
forma a ciò possiam fare comettere le monitorie et publicare la 
excomunicazione contra li occupatori ...... 

Bene valete — Parmae, a lo primo aprilis 1531. 



1 66 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

IT. 
{Ordinazioni Comunali, a. 1531-32, pag. 22). 
MDXXX, XXIV aprile. 

Convocatis etc. 

A chi piace de le S Y. che alli Magnifici Signori Antiaui 
presenti sia data aiictorità de i^llegere quello numero de idonee 
persone gli parerà, quali habiano facultà di reponere o sij procu- 
rare chel sia reposto cum effetto in lo Archivio novo tutte le 
scritture, ragioni, privilegii et libri sono de la magnifica Com- 
niuuità cuni quello bono ordine sera expediente, et a talli elli- 
gendi constituirli una houesta mercede et termine per far detto 
effetto, quale effetto fatto cessi tal mercede et non possino haver 
essa mercede insino non sia compita l'opera; dia la fava, et a 
chi non piace, dia lo fasollo. Obtentum quatuor discrepantibus etc. 



V. 

{Ordinazioni Comunali, a. 1531-32, pag. 23). 
MDXXXI, XXVIII aprilis. 

Convocatis etc. 

Volentes omui cuia providere quod iura magnifice Commu- 
nitatis Parme in unum reddigantur in Archivio novo, juxta or- 
diuacionem magnifici generalis Cousilii sub die XXIIII* instnntis 
meusis celebrati, providendo ellegerunt in curatores ad premissa 
facienda D. Cristophorum Aliotum et D. Angelum Cantellum 
cum auctoritate compelli facendi per officiales civitatis quoscumque 
qui penes se habent iura et scripturas quaslibet ac libros Com- 
munis ad ipsa consignanda Communi Parme, tam per viam pro- 
clamacionum penalium quam penarum et censurarum ecclesiasti- 
carum et seu excomunicationis, et hec fieri et omnia reponi hinc 
ad festum D. S. Marie mensis augusti proxime futurum, et cum 



DEL COMUNE DI PAHMA 167 

salario sciitorum trium ami pio utroque eorum per Uommune 
Parme solveudo cum opus perfeotum fuerit ; 

Ordinaates qiiod Cauzellarii Commuuis ope et opera in unum 
rediganliir omnia et ordinentur ac repertoriiim reponendorum 
conficiatur, solvanturque prò hiiiusmodi labore senti sex auri, 
cum opus predictum completum fuerit, a Commune Parme. Ob- 
tentum etc. 



VI. 

{Ordinazioni Connmali, a. 1533-35. pag. 168). 
MDXXXIIII: 22 jannuarij. 



Convocatis etc. 

A chi piace delle S.S. V.V. cbe per li magnifici S.S. An- 
tiaui presenti si debba fare un bussolo o più, come parerà 
expediente, de Deputati sopra l'Archivio di questa Magnifica 
Comunità, qualli habbino a componere et stabillire ordini, medianti 
li qualli se babbi a governare et conservare esso Archivio, ragioni 
e scritture de questa Magnifica Comunità et pertinente et con- 
cernente interesse suo, sonno et seranno per l'avvenire collocati 
in esso Archivio, et habbino auttorità di procurare che le scritture, 
raggioni, libri, privillegij, insti-omeuti et comparti di questa Ma- 
gnifica Comunità sonno et' seranno appresso qualunque persona 
di qualunque grado se voglia, se debbano in esso Archivio ponere, 
et in ciò far quelle spese seranno necessarie e opportune, come 
puotria questo Magnifico Conselio, servati però l'ordini nel spen- 
dere; dia la fava, a chi non piace, dia el fassolo. Obtentum 
duobus licet discrepantibus, authorante ut supra. 



168 CKNNI STORICI SULL' AKCHIVIO 

VII. 

{Ordinazioni Comunali, a. 1540-41, pag. 212). 
MDXXXX, 27 novembris. 



Convocatis : 

consciderantes piedicti magnifici 
D. Anciani quod aiinis retro actis in scriuio seii Archivio tinris 
Coramiiuis ex ordinatioiie magnifici generalis consilij colecta fiiernnt 
omnia instrnmenta, scripture omnes et alia quampliira uova iura. 
instrumenta, privillegia, capitula principum, litere apostolice et 
omuis alterius generis scripture ad hunc usum fabricato et de 
qnibus in inventario seii repertorio earum omnium in eo existente 
apparet; et quia prò debito eorum officij spectat providere ne 
extra ipsum arcliivium remaneant ipsa jura. instrumenta, privil- 
legia et alia munimenta pertinentia utilitati Communis, que se- 
pissime prò interesse juiblico extrahuntur et ob mutationem 
officialium extra ipsum Archivium remanent: propterea indemni- 
tati Communis Parm.ne providere volentes ordinaverunt quod si 
coutingent prò futuro extrahi aliqua jura et omnes alterius generis 
scripturas tam prò interesse publico quam privato, ipsa extractio 
similium jurium et scripturarum fiet et fieri debeat per duos ex 
magnificis D. Ancianis rescidentibus in presentia unius ex can- 
zelarijs magnifire Communitatis Parmae qui teneatur ilio tunc 
scribere et annotare sustantiam et naturam sive continentiam 
similium jurium extraliendorum diemque et mensem extra- 
ctionis et per quos aucianos extracta fuerunt similia jura 
super vacheta nova reponenda in ipso Archivio de qua infra, ut 
in fine cuiuslibet trimestris ancianatus possit per magnificos Do- 
miuos siudicatores iuspici et videri si ex ipso Archivio extaut 
aliqua jura et possint propterea dare operam ut reponantur in 
ipso Archivio ante quam reiferant magnifico generali Consilio 
gesta per dominos Aucianos et que jura omnino ipsi Domini 
sindicatores debeant reponi facere, et si per aliquem recusatum hoc 
fuerit debeant refferi-e uiagnifico generali Consilio ut opportunam 



DEL COMUNE DI PARMA 169 

provisionem adhibeat; et qiiotiescumque acciderit reponere aliqua 
jiira, debeat interesse tali repositioni et consignationi iinus ex 
ipsis canzelariis qui teneatur annotare dieiii et lioram talis repo- 
sitionis et consignationis talium scripturarum et per qiios facta 
fiierit ad iocontrum alterius annotationis similis seripture et pri- 
villegii. Et hoc ordiuaverunt in perpetuimi ohservari inviolabiliter 
per quoscuraque futures D, Ancianos et magistratus prò bouo 
publico. Obtentum nemine discrepante, auctorante predicto Domino 
Vicario ut supra. 

Ego Balthasar de Laquilu notarius et Canceliarius ut supra 
rogatus fui et in fidem me subsiripsi cum appositione signi mei 
tabellionatus. 



Vili. 

(^Ordinazioni Comunali, a. 1545, pag. 271). 
1545, 4 dicembre. 



Convocatis etc. 

A chi piace delle S."^ V.^« che sia datta auttorità alli ma- 
gnifici Signori Antiaiii presenti et futuri d" elegere uno o due 
Depossitarij iddonj et fedeli et btìiio intendenti sopra ali "Archivio 
di questa raagnifii-a Communitìi, qual o quai siano tenuti et 
ubligati ad accettare tutti li Jibbri, scritture, brevi et d' ogni 
altra sorte d" Inslrumenti, che sono in detto Archivio et fuori 
d' esso, concernenti all' interesse di questa Magnifica Communità 
per Instruraento publico et Inventario, con segurtà idonea et con 
li Capitoli saranno fatti per li Signori Anliani, et ch'essi De- 
possitarij siano obbligati ogn' anno farne uovo Inventario, et ren- 
derne conto alli magnifici Signori Antiani che saranno alla prima 
mutta dell' anno, con quel salario honesto, patti e conventioni 
parreranno a sue Signorie; dia la fava, et chi non piace, dia il 
fasuolo. Obtentum tribus reprol»antibus auctorante ut supra. 



170 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

IX. 

{Ordinazioni Comunali, pag. 317). 
1545, 30 deccmbris. 



Convocatis etc. 

Volentes uti aiictoritate sibi attributa per magnificum gene- 
rale consilium celebratum sub die quarto decembris presentis ro- 
gatum per D. Arcbaugelum de Spagijs Cancellarium predicte 
magnifice comunitatis, provideudo ut supra ellegerunt et elligunt 
Domioos Jo. Baptistam de Lalata et Petrum Angelum Cozanum 
eorum collegam antedictum ipso iu hoc non utente voto suo, in 
custodes seu depositarios, et Deputatos librorum, iustrumentorum, 
provisionum et aliarum quarumcunque scripturarum existentium 
in Archivio predicte magnifice Communitatis et sic Archivij pre- 
dicti cum capitulis et modis infrascriptis ac etiam cum sallario 
et mercede scuti unius prò utroqne eorum singulo mense durante 
dicto eorum officio ; quod durare voluerunt et voluut ad eorum 
et successorum suornm arbitrium 

Obtentum nemine discrepante etc. 

Tenor autem dictorum capitulorum sequitur ut infra: videlicef: 



Capitoli per li Sovrastanti dell'Archivio. 

P.° che li Sig." Antiani habino da tenire una chiave di 
lusio desso Archivio nel luoco solito, a causa che senza saputa 
di loro S." et anchor presenza non possino li sovrastanti p.*"^ an- 
dare in detto Archivio. 

E più che siano obligati li presenti detti Sovrastanti di 
tuorre in consigna et in deposito per instromento publico et per 
nota dun libro o sia rubrica overo inventario scritto tutte le 
scritture, instromenti, libri et ragioni d' ogni sorta d' esso Archivio 
che vi si ritrovino esser al presente, et oltre di ciò siano obligati 



DEL COMUNE PI PARMA 171 

di far tutta 1' opra a loro possibile discretamente per ritrovare 
qualunque altre scritture, libri, instromenti et ragioni date fuori 
d' esso Archivio che non vi sono state iusin a lora ritornate, et 
in questo li Signori Antiani saranno per tempi habbino da dargli 
ogni favore per far che dette ragioni siano restituite a detto 
Archivio facendo notare il tutto sopra l'inventario predetto quando 
ne sarà uscito ett'etto. Et il simile si dice in tutto et per tutto 
di tutti li libbri, scritture, instromenti et raggioni che sono o 
saranno appresso li Canzelieri Ragionati et qualunque altra per- 
sona di ragione et d' interesse d' essa Republica de anno in anno 
che meritano d' esser reposti in detto Archivio et tanto più quando 
gli sarà fatto instantia da detti sovrastanti. 

E più siano obligati detti sovrastanti di dar segurtà di 
rendere buon conto d' ogni cosa ogni anno, et ogni volta sarano 
richiesti mentre durarà il suo officio a detti Signori x4.ntiani. 

E più che siano obligati di consegnare alla prima muta 
d" Antiani et nel principio d'ogni anno tutto detto Archivio, et 
renderne bon conto, et se detti Signori Antiani ritrovassino detto 
Archivio non esser ben governato per detti sovrastanti come sa- 
rebbe conveniente debbano privarli di tal ufficio et locarlo ad 
altri da qualli sperassino meglior governo di ciò. 

E più che non possino dar fuori cosa alcuna d'esso Archivio 
a persona particolare, se non per copia, ne ancora per copia 
senza licenza et partecipazione delli Signori Antiani presenti, et 
non possino avere per mercede di ciò se non quanto importerà 
la simplice scrittura cioè soldi tre per carta de scrittura. E pur 
quando fosse necessario per benefìcio d' essa Comunità dare fuori 
qualche originale d' esse ragioni allora s' havessi fargli sovra ciò 
ordinatione per partito per li Signori Antiani presenti. 

E più che detti sovrastanti siano tenuti di locare et tenere 
per bon ordine dette scritture, instromenti, libri et ragioni in 
esso .\rchivio per alphabeto o per altra via come parerà essere 
meglio, a causa che a un tratto si possa ritrovare qualunclie 
scrittura o altra ragione fossi ricercata a jjenefìcio d' essa Com- 
munità, o d' altri particolari come si dice disopra. 

E pili ogni volta quando per li Signori Antiani presenti 
overo per alcuno deputato d'essa Republica fossi ricercato cosa 



172 CENNI STORICI SULI ' ARCHIVIO 

e ragione alcuna in beneficio di detta Commimità che fossi in 
detto Archivio, siano obligati detti soprastanti ricercarli trovarli, 
et instruirsi dil tutto, et dargli nota, o, a bocha o vero in scritto 
et per copia autteutica, come parerà meglio. Ma acascaudovi 
scrittura di notabile qualità quella habbia da essere judicata 
dalli Signori Antiani presenti, che se gli debba per mercede pa- 
gare tal scrittura a soldi tre per carta ut supra. 

Et di più per tal carirho habbino d' bavere dal pubblico in 
ragione d' ogni mese per ciascuno di loro ducato uno d' oro. 

Ultimo se non fessine detti sovrastanti persone habili per 
autentichare le copie s" havesero a dare fuori d' esso Archivio 
per loro come si dice di sopra, che siano obligati di farsi habi- 
litare per quella meglior via gli parerà, altrimente non possine 
esercitare detto ufficio. 

Subscripti: Petrus Rugekius — Antonius Carpesanus 
Balthasar Garimbertus. 



X. 

{Ordinazioni Comimali, a. 1559, pag. 69-70). 

Magnifici Antiani nostri Dilettissimi. — Habbiamo inteso 
con molto nostro dispiacere come poco anzi per un'altra nostra 
simile havemo fatto intendere ai Predecessori vostri che li libri, 
scritture, instromenli, capitoli et altre ragioni di cotesta Commu- 
nità che sono nell'Archivio così antiche come moderne sono in 
molto disordine, et alle volte per la poca pratica che hanno 
quelle persone che al presente governano detto Archivio, è dificile 
cosa a ritrovarle ancor che vi siano, et molte volte ne sono state 
cavate per alcune cause, le quale non sono poi state restituite, 
cosa di molto male essempio et danno del publico. Perciò deside- 
rando noi quanto più possiamo di provedere che siano nell' ave- 
nire meglio governate et conservate che non sono state fin qui, 
vi ordiniamo et comandiamo che senza alcuna eccettione debiate 
subito elleofere un cittadino vostro che sia idoneo et sufficiente 



PEIi COMUNE DI PAIOIV 173 

di buona et timorata eonsienza iu Archivista et Custode di dette 
scritture con quel sallario houesto che vi paierà ragionevole et 
tutte quelle che si trovarano al presente in esso Archivio consi- 
gnargliele per inventario con obbligo di conservarle et non darle 
fuori altrimente si come ordinarete, et quelle che sono state date 
fuori rihaverle, et così non mancherete di esseguire questa nostra 
volontà, non ostante ordiuat.® de altri nostri precessori, ne al- 
cuna cosa che sia iu contrario alle quali tutte deroghiamo. Et con- 
servativi sani. 

Di Parma li IX d'Aprile 1559. 

Sub.* A. Car. Farnesius. prò Duce. 
Jo. Ficus, sec.^- 
(Et cum sigillo). 



XI. 

(Cartella - Archivio - Ricevute e memorie - Sala Uff.^_ U.). 
1626, 20 giugno. 

Madama Serenissima 

Per non continuare in tenere impedite due stanze di V. A. 
S.*^* dove sono le scritture dell'Archivio della Communità, et 
perchè anco dette stanze che furono prestate per modo di provi- 
sione dalla gloriosa memoria del Serenissimo Signor Duca Ranutio 
(che Iddio V babbi in Cielo come si crede) sono humide per non 
essere cavate anci sono malsane da tenervi scritture, et causano 
pericolo di fare marzire esse scritture anci quando si va in dette 
stanze il fettore che esce da esse scritture che stano rinchiuse et 
in loco humido causano a chi li va dolor di capo come ne può 
far fede il Signor Cancelliere Borgarello, et altri che ci sono 
stati, et 1' esperienza moderna lo mostra, perciò li Antiani della 
(Jomunità di Parma hanno pillato ispidiente per schiffare danno 
maggiore a dette scritture di riporle in uno luocho essistente 
nel Palazzo della Comniunità atto et sicuro qual ha molt' aria 



174 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

per essere iu liiocho emiuente del che ne dauuo parte a V. A. 
S.^^ per attendere quanto comanda et con questa occazione li 
fanno humilissima reverenza. 

A tergo: 

Memoriale a V. A. Serenissima 
Per la Com.*^ di Parma. 

Molto Mag.'^'' nostro Amatissimo. — Questi Antiaui ci hanno 
pregato per la licenza di trasportare le scritture del loro Archivio 
dalle stanze del Duca nostro figlio ad altro luogo, et come ve- 
drete ueir incluso memoriale. Ci è parsa la loro dimanda molto 
ragionevole trattandosi di conservare le scritture attinenti al ser- 
vigio publico. Però direte alli medesimi Antiani, che potranno 
far trasportare le dette scritture a loro piacere, et che ci sarà 
di molta sodisfattione, che di dette scritture s' abbia quella cura, 
che conviene. E Dio vi conservi. 

Di Parma li 20 di giugno 162() 
Firmata: Marg.*-'^ Due.'' di Parma. 

Nel piede: 

Al Governatore di Parma, col Memoriale de' Signori 
Antiani. 



XII. 

{Ordinazioni Comunali, a. It32ȓ, pag. 228). 
1626, 30 giugno. 

Poiché li Signori Antiani dell" Illustrissima Commuuità di 
Parma vogliono estraere le scritture dell* Archivio di essa Com- 
munità dalle Camere dove souo, et ridurle nel palazzo dell' Illu- 
strissima Comunità; perciò si è eletto il loco che è sopra la 
Caiicellaria, ma perchè esso Inoco pare picolo per farlo più ampio 
si ordina che si levi via il primo tassello. 



DEL COMUNE 01 PARMA 175 

— Che si levi via la caua del camino, che va dalla llag- 
giouaria iu predetta muralia, et iu alciiua d'esse muralie uon si 
possi fare camino alcuno ne meno cane da camino. 

— Che si faccia a detta Camera una fenestra, qual sia or- 
dinaria, ma sia in mezzo alla faciata di detta Camera, et tanto 
sia il mezzo per rispetto dell' altezza quanto delle sguanze, qual 
fenestra habbi due ferrate di ferri grossi. 

— Che si facci fare all' uscio di detta Camera anco uno 
carcaro di ferro, che risguarda al contrario, et così vi siano tre 
carcari per parte, et che esso uso sia fatto di buono legno di 
rovere, et habbi la sua lamara di ferro, qual lamara debbi anco 
essere alla finestra che riguarda la corte della casa, che si affitta 
a Gio. Maria Brusco, con ramata et fenestra di vetro di quello 
che e in casa. 

— Che il Massarolo dell' Illustrissima Comunità di Parma 
tenghi conto di quanto si spenderà, et ad esso si dij il carico di 
spendere quello che occorerà. 

— Che r Illustre Signor Angelo tìarimberto habbi la so- 
praintendenza di questo negotio sino che sarà perfetato et asisti 
à fare operare conforme all'ordine che ha da tutto l'Antianato, 
ma non se gli dij danari da spendere. 

— Che si faccino fare in detto Archivio li cassetti da porsi in 
questo uovo Archivio, quali siano della qualità di quelli, che 
sono restati dall' Archivio vecchio della Comunità, et parte anco 
ve ne sono dove adesso sono le scritture, uelli quali si ponerano 
poi le scritture di esso Archivio. 

— Che quando si trasportarano le scritture vi sia sempre 
presente il Signor Ferrante Ambanello Archivista, il Signor An- 
gelo Gariraberto, il Cancelliere, il Vice Cancelliere et Massarolo, 
quali tutti stiano occulatissimi a far fare tale trasportatione fe- 
delmente. 

— Che detta Camera dell' Archivio habbi due chiavadure 
grosse differenti, et due chiavi pur differenti una delle quali te- 
nera il Signor Archivista, et 1' altra il medesimo Cancelliere della 
Comunità come anco di presente, ne tengono una per ciascuno, 
ma quando sarà fatto 1" inventario delle scritture, quello si debbi 
rogare dal Cancelliere, et tenere una copia in (^'ancellaria oltre 



176 CENNI STORICI SULL'ARCHIVIO 

il rogito, affiue che li Signori Antiaui, che sarauo per tempo 
possiuo sempre sapere quello che sarà nell' Archivio senza an- 
darvi et che al 0;uieelIiere e Vice Cancelliere si dij conveniente 
mercede per osse fatiche straordinarie, et fatto che sarano queste 
cose la chiave che lia il Cancelliere si debbi consignare ali" Ar- 
chivista qunl dovrà tener particolar cura d' esse scritture. 

— Che detto Archivista non possi condurre alcuno nell' Ar- 
chivio ne dar copia di scritture ad alcuno se non havrà la licenza 
in scritto dalli Signori Antiani, che sarano per tempo. 

— Che non permetti che alcuno porti fuori dell'Archivio 
predetto scrittura alcuna, come anco questo si prohibisse a detto 
Signor Archivista. 

— Che si debbi questi Capitoli scrivere sopra il libro delle 
ordinationi, 

— Che non si possi mai andare ne dal Signor Archivista, 
ne da altro nell'Archivio di note, ne meno di giorno con lume 
alcuno, ne con focho, ne con tenervi escha, ne fucile, o polvere, 
cosa atta ad accendervi fuocho. 

— Che li presenti ordini si debbano racopiare sopra una 
tavoleta da tenersi in detto Archivio, et da osservarsi inviolabil- 
mente dalli Signori Archivisti futuri sotto pena della privatione 
dell' officio. 

Dat. in Parma il di ultimo giugno 1626. 



XIII. 

{Ordinazioni Comunali, a. 1643-44, cart. 25). 
1643, 30 marzo. 

Convocatis etc. 

Essendosi estimato bene, che in loco del Molt' IH. Signor 
Giulio Cesare Bravi eh' era Archivista dell' Illustrissima Comunità 
di Patvma benché non si vede ordinazione della sua elletione qual 
sarà stata fatta a' bocha ma si sa publicamente, che con eft'etto 
tal fontione essercitava anzi per essa essigeva il solito salario, 



DEL COMUNE DI l'AKMA 177 

et perche si ha che nelli altri Aivliivij de ali re Città insei^Mio vi 
sono più Areliivisti 1" infrascritti Signori tulli in solido li nomi 
de (juali sono li seguenti: 

Il Molt'lll. Signor Dottor l'ietro Ludovico Tocculo, Il Molflll. 
Sig. Cavagliere ruolo Camillo Tagliaferri. Il Molt'lll. Sig. Ga- 
leazzo Cerati et L'Ili. Sig. Troiano Fagnani, qualli debbano 
servire gratis senza emolumento alcuno et debbino durare sin tanto 
che viverana. 

Che il presente Giulio Lunati Canzeliere dell" 111. ma Com- 
munità sia nu^o Canzeliere di essi Archivi] et che ancor lui 
debbi avere una chiave di esso Archivio, rhe sia difiterente delle 
altri et quando occorrerà darsi fuori qual si voglia copia di 
scritture, iustromenti, o altra qual si voglia cosa, che siano in 
qual si voglia Archivio di essa Comuiunità quelli debba autenti- 
care (mediante la sua condegna mercede) da darsegli da chi ri- 
cercara tal copia qual mercede dovrà essere comune col Vice 
Canzeliere di essa Communità qual Canzeliere dovrà anche con il 
Vice Canzeliere et non altri ordinare le scritture, instromenti, 
libri, privileggij et altro di esso Archivio, con 1' assistenza di 
essi Signori Archivisti ò almeno uno di essi, et cosi fare loro 
quelle fontioni che saranno necessarie, con bello, et laudabile or- 
dine, che di sotto si diià, et sarà anco con maggior comodità 
prescritta. 

(Seguono le prescrizioni per 1' Archivio notarile, dopo le quali 
a carte 28 vengono le seguenti norme jier l'Archivio segreto): 

Che sopra l'Archivio S'^creto dell" 111. Communità vi debbino 
essere ([uattro chiavi tute differenti una delle (|uali dovrà tenersi 
da qual si voglia Archivista d'essi, ma il detto Canzelliere non 
dovrà bavere chiave dell' Archivio Secreto, ma si bene una degli 
altri duoi Archivij dell* Instromenti. et ordinationi. 

Che non si possi andare in detti Archivij se non in tempo 
di giorno, et che non vi si possi mai portare ne candelle accese 
ne fuocho per modo alcuno. 

Che occorrendo, che qualche particolare volesse condurre qualche 
notaro per vedere qualche instromento o altro, che fosse o spe- 
rasse fosse profìtevnle ni detto infoi-pssato glielo possi menare ma 

Akch. Stor. Pabm., V. 18 



I 



178 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

sempre con l'assistenza delli detti Siguori Archivisti o almeno 
uno (li loro, et del detto Cauzeliere o in sua ahzouza del Vice 
Canzeliere ma che questo non habbi loco se non nelli Archivij 
ove sono rogiti de Notari morti escludendosi sempre che non s'in- 
tende concessa tal facultà d'andare nel Archivio Secreto d'essa 
111. Comraunità. 

Che il detto Canzeliere, et vice Canzeliere debbino, (sempre 
però con l'assistenza di essi Signori ArehivisH almeno uno di 
loro) regulare tutti li libri si di ordini come de altra sorte di 
sci'itture, instromeiiti, )>rotocolli, privileggi, lìlze di lettere, motti 
proprii et altro con belli ordini, et regole ben distinti et separati 
uno dall'altro, et quelli instromeiiti et altre scritture, che sono 
sparse chi qua chi là, et senza cartone infilzarli, et farvi sopra 
le sue inscritioni denotante, che cosa sono, et farvi li suoi nu- 
meri con li inventari] a filza per filza, et poi fare un inventario 
generale, et sempie regolarsi con belli ordini et facili a potersi 
ritrovare le cose che si vorano cercare. 

Che in occasione che moresse alcuno di detti Archivisti 
r 111.°^^ Signori Antiani, che saranno per tempo, debbano fare ellet- 
tione de un altro si che sempre vi siano quattro. 

A chi piace dunque tutto ciò dia la balla gialla a" chi non 
piace la dia biancha. Obtentum etc. 



XIV. 

(Ordinazioni Comunali, a. 1643-44, cart. 92). 

Molto Magnifico nostro Dilettissimo. 

Conviene per servitio di cotesta Città, che le scritture quali 
voi faceste sigilare quando morse il Canzeliere Lunati, siano 
esposte a' servitio, e commodità pubblica. 

Quanto poi alle scritture proprie della Communità direte 
agli Antiani, che sapendo noi, che furono alquante confuse, quando 



DEL COMUNE DI PARMA 179 

(kl Pallazo vecchio si trasportarouo al uovo, prtMiiiamo grande- 
nieute, che le uiederae scritture si riponghiii<i nelle cas^e istesse 
nelle (jiiali erano prima servendosi per ordinarle del reportorio 
delle dette scritture, il quale come ci dice il Presidente Moresco, 
che ha haviito occasione di vederlo più volte è assai ben distinto 
onde conviene di agiiistare le scritture come erauo perchè così in 
un momeuto si potrà trovare la scrittura «he farà bisogno. 

Quanto jtoi alla depulatioue di persone alla cura e custodia 
delle scritture sud(K'tte, farete sapere alli Autiaui, che rispetto a 
i|iielle del loro Archivio Segreto notate nel detto repertorio lasciamo 
eh' essi medesimi si faciano quella jirovisione, che gli parerà con 
deputare uno o due del Consiglio, che ne tenghino le chiave. 

Dovrete di più sugierire a' gli Antiaui, che deputano uno ò 
dui del Corpo del Couseglio ad assistere mentre gli uotari faranno 
la recognitioue de rogiti publici, e molto più quando si farà la 
recoguitione di quelle dell'Archivio Secreto. 

Confidiamo nella vostra prudenza che incaminarete questo 
negocio con applicatione proportiouata alla premura grande, che 
ne habbiamo. 

et Dio vi guardi — Di Piacenza li 7 di Novembre 1G44. 
Sott. — La Duchezza di Parma. 
Nella mansione sta scritto : 
Al molto Mag.*^^" nostro Dilettissimo 

il Governatore di Parma. 



XV. 

{Ordinazioni Comunali, a. 1681, cart. 135), 

111,™' e Gioiti Magnifici Nostri Amatissimi, 

Dopo d" haver proveduto al bene universale de' nostri sudditi 
colla fojdazioue dell' Archivio pubblico e fatto fare i registri del 
nostro privato habbiamo subito rivolto l'animo à far noi ancora 



180 CENNI STORICI SULL' ARCHIVIO 

parteciiie di così qualificato beuelizio coi farci disporre, et ordi- 
nare quello ancora della Coinnmnità onde voi al)biate in tutte 
le oc-asioni ogni maggior contrasegno del nostro cordial affetto 
verso cotesto pubblico da noi molto stimato et ugualmente amato : 
e pero ci contentiamo di concedervi il Presidente NicoUi e di 
tenere sospeso qualche nostro grave affare à cui dovreblje egli 
applicare, perchè impieghi l'opera sua in vostro serviggio prefe- 
rendo noi sempre volentieri i vantaggi vostri a nostri interessi. 
Potrete voi ancora deputare altra persona che sia col detto nostro 
Ministro per l'accennato registro, et ordinare al Ferri vostro 
Cancelliere che v'intervenga quando non sarà occupato per altri 
affari pubblici perchè in quel tempo supplirà il Zilerio che vogliamo 
contribuisca pur anche 1" opera sua in questa funzione. Avisarete 
r Archivista Visconti che à tal line consegni le chiavi dovendo 
poi ripigliarle con un Inventario esatto delle s.n-itture registratte 
quando si sarà dato sesto all'Archivio. Sia questo a voi argo- 
mento della ottima nostra volontà e del nostro vero affetto che 
vi confermiamo pregandovi da Dio ogni bene. 

Parma, 22 aprile 1681. 

Vostro : 
Soft.* Kanu. Farnese. 

Nel piede: Antiani di Parma. 



XVL 

(Ordinazioni Comunali, a. 1768, cart. 3). 
Convocatis etc. 

Eccelenza, 

Dopo aver consegnato agli Utfìziali di questa Eagioneria 
Civica, le tìlze, ed i libri già un tempo trasportati nell' Archivio 
di questa Comunità, e contenenti materie più importanti di detto 
iiftìzìo, essendosene anche formata la nota di dette filze, e libri 
giusta l'ordinatoci da V. E. dovendo ora passare a proporre 



DEL COMUNE DI PARMA 181 

quanto si è da noi giudirato necessario per meglio regolare le 
rimanenti scritture di detto Anhivio a norma pure di (luanto in 
secondo luogo ci ordinò la prefata E. V., veniamo perciò di ri- 
ferirle, che usatesi da noi le dovute deligenze, sonosi appunto 
ritrovate le filze, e le scritture in detto Archivio molto disordi- 
nate, ed i proclami segnatamente, e le gride qua e là sparse, e 
malmenate dal vento, che entra per le aperte finestre senza li 
dovuti ripari . e però si è da noi giudicato indispensal»ile una 
nuova diligente, e generale visita di tutte le ridette gride, e 
scritture, onde poterle in seguito riordinarle con migliore, e piìi 
accurato metodo, e simetria, separando anche e collocando in 
luogo appartato certe scritture di minor conto, e di rarissimo uso. 

Per l'esecuzione di tutto ciò abbiamo destinato il nostro 
Cancelliere, e Vice Cancelliere, e scrittore di questa Cancelleria 
Civica sotto sempre la vigilanza, e direzione del Dottor Antonio 
riarl^ariui presentaneo Decurione Legale di Reggimento, che dovrà 
prestare la sua assistenza sino al compimento di tal operazione; 
abbiamo pur stabilito di far eseguire alcuni necessari risarcimenti 
con li dovuti ripari alle finestre, del che ne faremo in appresso 
rilevare l'occorente perizia, dipendendo tutto dalla Sovrana lieal 
approvazione che veniamo ora implorare col mezzo ossequiatissimo 
della E. V. passando intanto a confermarci col piìi distinto rispetto. 

D. V. E. 

Parma, 4 gennaio 1768. 



XYII. 

{Orclmasioni Conmnaìi, a. 1781, 25 maggio, cart. 69). 

Convocati etc. 

111.°^^ Signori Miei Signori Col.™\ 

Il Padre Ireneo Aft'ò Vice Bibliotecario di S. A. K. che sta 
raccogliendo le Memorie degli Scrittori Parmigiani per pubblicarle 
colle stampe, ha ottenuto dalla prefata 11. A. S. il permesso di 



182 CENNI STORICI SULL'ARCHIVIO 

poter avere con libero accesso all'Archivio Segreto di codesta 
Comunità, per indagare nel medesimo quelle notizie che potranno 
essere conducenti all'utile fine che si è proposto. In conseguenza 
di ciò debbo di R. ordine prevenirne le Signorie Vostre 111.'"*' 
acciocché diano le disposizioni opportune, onde il detto Padre 
Affò possa l'accesso suddetto, e quindi trarre dai documenti esi- 
stenti in codest' Archivio tutte le nozioni, che gli occoreranno ; E 
con piena stima passo a dichiararmi 

Delle Signorie V.^« lll.'^^e 

Parma, 22 maggio 1781. 
Sottost. — Div.""" Obb.™" Serv.® Gioseffo Sacco. 

Nell'occhio: Signori Anziani di Parma. 



XVIII. 

{Ordinazioni Comunali, a. 1781, carta 73). 
1781, 2 giugno. 

Convocati etc. 

Avendo rappresentato il Signor Decurione Legale d'aver vi- 
sitato l'Archivio grande di (juesta Illustrissima Comunità, e d'aver 
osservato nella camera contigua uH'Archivio Secreto un ammasso 
sorprendente di scritture inutili in confuso collocato per terra non 
essendovi luogo di disporle con ordine nelle scanzie presso che 
tutte occupate, e per cui non liastarebbe un'intera cameia, e le 
quali scritture altro affatto non sono che tutte antiche uotifira- 
zioni di grani, e cose simili appartenenti al detto ufficio, le quali 
furonvi collocate in occasione che fu trasportato l'ufficio mede- 
simo dal palazzo del Governo a questo dell' Illustrissima Co- 
munità, e che perciò attesa l'inutilità delle scritture anzidette, 
già visitate attentamente, e la mancanza del sito ove riporle, e 
l'indecenza di un tale ammasso, e di tal confusione, massime 
nella circostanza che devesi portare all' Archivio Segreto il Padre 
Vice Eegio Bibliotecario Affò per Supremo Regio ordine, come 



DEL COMUNE DI PARMA 183 

dagl'atti crederebbesi espediente di farne esito al maggior offe- 
rente, e dopo d'essersi informato, (juaiito al peso possansi ven- 
dere dette scritture, abbia detto Signor 1).'' Decurione sentiti al- 
cuni oblatori, e fra (questi due librai vale a dire i Signori An- 
tonio Borsi, che ha esebite lire quattro, e Donnino Ceresini, che 
ne ha esebite cinque, senza che siano comparsi migliori oblatori, 
e quindi aver egli pensato di deliberarle al predetto Ceresini, e 
di convertire il prezzo in far provvedere una tavola grande con 
suo tapeto per rillustrissimo Anzianato, e di provvedere anche 
una fruttiera d" argento per servirsene in occasione di distribuire 
agi' IH."*' Signori Anziani li guanti, e le pernici, senza che al>- 
biavi r indecente necessità di andare, come per lo passato, in 
prestito di una fruttiera per tali distribuzioni. 

Li medesimi Illustrissimi Signori hanno approvato in tutto 
quanto resta divisato da esso Signor Decurion Legale, e per la 
suddetta vendita, non meno, che per la successiva provvista di 
tavola, tapeto e fruttiera, e tuff altro che crederanno convenire, 
hanno deputati il Signor Decurione medesimo, ed il Signor Conte 
Cesare Ventura. 



XIX. 

{Cartella • Archivio • Ricevute e Memorie, Sala Uff.° U.). 

Risposta alla postilla Governativa 

del 10 giugno 1850 - N. 7593 — ^|- 

TI Cardinale Oambara. Legato del Governo Pontificio al di 
qua del Pò, ad ovviare allo malizie dogli uomini, e a prevenire 
le frodi, con decreto del 28 gennaio 1543 ordinò che i contratti 
di donazione di vendita o- alienazione, ed altri contratti speciali 
avessero ad essere notificati entro otto giorni, a cura delle parti 
contraenti, alla Cancelleria dell'antica Comunità, e registrati con 
indicazione della data dei contratti, dei nomi dei contraenti, del- 
l' oggetto delle obbligazioni, e del notaio che ne era stato rogato. 



184 CENNI STORICI SULL' ARfHIYIO DEL COMUNE l'I PARMA 

I relativi registri erano custoditi in una Chiesuola entro il pa- 
lazzo della Comunità, sicconoe luogo sacro e inviolabile. Caduta 
nel 1606 la Torre del Comune, la quale trasse seco gran parte 
del palazzo Comunitativo i registri furono trasportati nell" Archivio 
privato della Comunità, non essendosi aperto l'Archivio pubblico 
che verso 1' anno 1680. 

Giusta l'art. 35 del Sovrano Decreto del 26 agosto 1757 
siffatti registri dovevano trasportarsi e incorporarsi con quelli 
della notulazione, e non potendosi ciò facilmente eseguire, lasciati 
nello stesso luogo dove erano conservati, cioè nell'Archivio pri- 
vato della Comunità, dove sono anche di presente. 

Col trasportare i registri di cui si tratta, nell'Archivio pu- 
lilico non si fa che adempiere la detta Sovraua disposizione, che 
senza dubbio non ebbe etletto, perchè allora mancava il sito op- 
portuno per collocarveli. 

Oltre l'utile che può venirne al puldico per la facilità di 
trovarne gli atti che si cercano, ne verrà T acconcio di far luogo 
nell'Archivio privato del Comune agli atti dell'odierna ammini- 
strazione. 

Parma, 4 luglio 185(i. 

Il Commissario Straordinario 
Firmato : Enrico Mazzari Fulclni. 



COMMEMOI? AZIONE 

DKL SOCIO CijURISPONDEME 

Cav. ANTONIO GAI.LENGA 



È lidio, Signori, di raffigurarci rimagiiip d'un Collega 
rapito non ha guari da morto, il quale fu in vita Antonio Gai,- 
lenqa; cittadino di mente vigorosa, di saper vasto, degli avve- 
nimenti politici presagente avveduto e giudice sicuro; che amò 
la patria fervidamente, e fu instancabile nel pensiero e nell'a- 
zione del suo risorgimento. Ripensando a lui si dimenticano le 
meschinità che spesso ci umiliano, perocché 1 "animo assorge alla 
grandezza degli avi nostri, i quali, pur vivendo modesti nelle loro 
repubbliche, diventavano oratori nelle assemblee e guerrieri in 
campo, alloia che ai diritti e alla libertà del jiopolo si attentava. 

Gallenga appare a me uno di quei forti, che agitati dallo 
spirito istesso che in altri tempi e in altri cuori ispirò generose 
imprese, seppero nel secol nostro stringersi insieme e restituire 
all'Italia la nazionalità. Furono essi, i quali con gl'insegnamenti 
dati e l'esempio del sacriti zio, provarono al mondo che la terra 
nostra non poteva più essere né divisa in feudi, ne sfruttata da 
stranieri. Solo è a dolersi, che mentre l'avventurato periodo poli- 
tico si compie, la morte rapisca i piìi insigni di loro. 



* 



Antonio Gallenga nacque in Parma nel 1810, e sortì dal 
padre, pieraontese-canavesano, l' indole fiera e la mente acuta degli 
alpigiani. A lui che di storia seppe fin da giovinetto, apparvero 



186 COMMEMORAZIONE 

in armi e pugnanti, qiie' soldati delhi valle d'Aosta, cui il batta- 
gliero Vittorio Aroedeo II diede le ordinan'/.e Del 1690, serbate 
intatte e gloriose di guerra in guerra, di governo in governo, dal 
memorando assedio di Torino alla vittoria di S. Martino; e cer- 
tamente s'infiammò alle glorie d'Italia meditando i volumi di 
Carlo Botta, storico insigne, pensatore profondo, scrittore purgato; 
canavesano anch'esso, di S. Giorgio, non lungi da Castellamonte, 
ove ebbe origine, e dove tutt'ora esiste la discendenza dei Gal- 
lenga. 

Antonio nacque fra noi, ma si credette e si sentì sempre 
legato con affetto al suo castello, alla valle, alla famiglia d'ori- 
gine ; i ricordi della quale rispondevano così bene al proprio carattere- 
li nonno era stato medico: de' numerosi figli suoi, tre se 
guirono le milizie repubblicane francesi, per esser quindi soldati 
napoleonici. Uno morì in Spagna, due in Russia. Celso (il padre 
d'Antonio) fuggì dal seminario e andò a combattere con Mas- 
sena: poi in Lombardia, in Egitto, in Germania, in Spagna 

ovunque le aquile imperiali conducevano a vincere o a morire. 
Caduto l'Imperatore e mutati gli ordini politici, Celso si trovò 
io Parma, dove prese stanza e sposò Marianna Lombardini, che è 
ricordata per donna avvenente, di bello ingegno e di elevati sen- 
timenti. La poveretta morì giovane, lasciando cinque figli in tenera 
età. Il marito, insofferente di posa, e forse poco adatto alle cure 
della famiglia, abbandonò la città e i figli, in cerca di fortuna, 
che non trovò. A cinquaut'anui accorse con altri patrioti a com- 
battere per la indipendenza della Grecia; e, sinistrato il glorioso 
impeto di quegli eroi, fece ritorno alla famiglia : ma, scoppiata 
nel "31 in Parma la rivoluzione suscitata dal partito liberale e 
presto domata dagli Austriaci, l' irrequieto patriota non potè sop- 
portare il freno del ristaurato governo ducale. 

Saputo che il figlio Antonio, che alla ribellione aveva preso 

parte coraggiosa, s"era messo in salvo fra gli africani del Marocco, 

pensò di raggiugnerlo comecché si trovasse in malferma salute. 

Furono vane le riraostianze e le preghiere; volle partire, e 

partì. Arrivato a Livorno gli si aggravò il male, e morì. 

Ho insistito alquanto sulle avventure e la vita randagia del 
padre per dimostrare che la propensione a mutai- di luogo, di 



DEL CAV. ANTONIO GATLENGA 187 

nazione, (]i ufficio che ebbe Antonio, fu per avventura ereditata: 
colla clitlercii/ii però, clic il <,'io\ane non Ibnuù i^ropositi all'iiii- 
peusata, ma poiKleratiiineiite. llattc bensì vie diverse e nsò diversi 
ukhIì, seuza deviare dallo si-oj'O ]irefisso; (|nello, cioè, di ac(|ui- 
star fama e fortuna per se medesimo, non clic autorità bastevole 
a ben servire la patria. 

Intanto clie il jiadre stetle lontano dalla fami^Mia, i tìglioli 
vennero allevati dallo zio pn.il'ossore Lombaidiui, e Antonio, il 
mat^giore de' maschi, si era dato a<(li studi della medicina, dai 
quali in breve si distolse, per attendere alle lettere e alle liDjjiie. 

Melanconico spesso, solitario quasi sempre: raccolto in sé e 
lungamente astratto, non lasciava conoscere l'interna agitazione 
dell'anima ardente, né le idee che s'atibllavano in quella mente 
di poeta. Chissà quali imagini, o aspirazioni, o speranze, o sogni 
di lotte e di vittorie, tormentavano il suo spirito ! 

Attendeva allo studio con intensità meravigliosa; e diceva a 
me una sua sorella (anch'essa di bella mente e di forte animo) 
che una volta il suo diletto Antonio si raccolse in una stanza 
appartata della casa, e vi jtassò ben sei mesi, non uscendo che 
qualche ora del mattino o a sera tarda per prender aria alla 
campagna. In quei sei mesi egli aveva sì bene appreso la lingua 
greca, che i ])iù dotti letterati della città l'incoraggiarono a con- 
correre alla cattedra venuta vacante nella Università. Sostenne 
infatti la j»rova, e si disse allora, e si ripetè dopo, che egli su- 
però di molto un suo competitore, il quale \enne preferito, perchè 
la fortuna giudica e manda secondo che protegge. 

L'ingiustizia l'offese e lo irritò; e forse depose in cuor suo 
il germe della ribellione contro tutte le altre ingiustizie, ben |>iii 
gravi, e pur tollerate e soventi volte applaudite nella società in 
cui viviamo. 



* 

4: :S: 



Aveva vent'anni quando nel 1880 il celebre professore di 
fisica ^Macedonio Melloni. redu(\' da Parigi dopo la rivoluzione di 
Luglio, aprì il corso delle sue lezioni nella parmense Università 



188 COMMEMORAZIONE 

con lina prolusione nella quale inneg^riò al valore degli studenti 
parigini, che avevano combattuto, e non pochi data la vita per 
la libertà. — « lufiaiimiatevi. o giovani, diss'egli, a quell'amore 
di patria, a quello sprezzo della vita, a quel glorioso esempio ! » 

Nessuno potrebbe descrivere i tnisporti di commozione, d'en- 
tusiasmo, a cui si abbandonarono i giovani a quelle insolite e 
coraggiose parole <\c] maestro: le aule, i lunghi corridoi del- 
l'Ateneo risuonarono d'applausi, cVcvvivn, di arditi propositi....; 
e Gallenga, che già aveva dedicato un oda saffica al Fisico il- 
lustre, fu tra la scolaresca plaudente, uno di quelli che mag- 
giormente sfidarono Tira del Governo. — In quel giorno, in 
quelle aule, la balda gioventii si preparò alla rivoluzione, che 
poco dopo scoppiò. Intanto la polizia reagì. Essa imprigionò G;il- 
lenga e altri sette con lui (1) — che furono chiusi nel forte di 
Compiano, sull'alto Appennino, 

Se alla prigionia di Gallenga e de' compagni suoi, si voles- 
sero attribuire rigori e patimenti gravi, si peccherebbe di esage- 
razione; percioccliè la Sovrana e i Ministri non erano propensi a 
troppa severità. Il popolo, insorto contro il Governo nel dì 13 
febbraio 1831, mandò subito a libeiare i prigionieri, che arriva- 
rono io città fra la pubblica esultanza. 

Gallenga diventò presto uno dei campioni piìi attivi della 
libellione, com'era stato oratore primario della parte liberale. Si 
dedicò a raccogliere armi, a organizzare le milizie cittadine e a 
infervorare la gioventù. 

* 

* * 

Domato il moto insurrezionale di Parma, e quello piti vasto 
del Modenese e delle Romagne. il nostro concittadino dovette 
pensare a mettersi in salvo. Lo accolse nella propria villa la 
spettabile famiglia Mariotti. e ve lo tenne nascosto finché non si 
trovò il modo sicuro di mandarlo a salvamento. Superò l'Appen- 
nino (oir aiuto d'amici e parenti de' suoi primi ospiti, i quali 

(1) Campanini Pietro — Hondani Emilio — Gasparotti Agostino — 
Ricci Antonio — Sidoli Giovanni — Dazzi Giacomo — Mori Alessandro 



DEL CAV. ANTONIO fJAI.I.KXfU 1 !^0 

gli diedero un passaporto al nome di Luigi Ma riotti, col quale 
raggiunse senza ostacoli la nave die doveva condurlo in esilio. 
Fu pertanto in c.iusa di questo passaporto clu; sostituì al nomo 
proprio quello di Luigi Marietti, sotto del quale venne per molti 
anni conosciuto in varie parti d' li'uropa e d'America. 

Tale fu il principio della vita aspra e periglio-a di un fuo- 
ruscito al quale fu dato, per la tempra fortissima e la costanza 
nel lavoro, di vincere le avversità e raggiugnere la mèta, die 
nei giovanili entusiasmi aveva sognato. 

Forestiero alla patria sua per piìi di sessant'anni, senza 
averla mai dimenti( ata, senza aver cessato di amarla e di cospi- 
rare per la sua indipendenza ! Ecco quello che vorrei scolpito 
sull'avello che accolse a Chepstow il dì IO dicembre 18'J5 la 
salma dell'esule parmigiano. 

La Francia di Luigi Filippo diede rifugio ai prolughi ita- 
liani, assegnando loro la dimora, e soccorrendoli di qualche de- 
naro, llallenga andò in Corsica, quindi iieirinterno della Francia: 
ma deluso nella aspettativa d'aiuto per l'Italia oppressa, né 
volendo vivere del pane altrui, riparò in Isvizzera, dove sperava 
di trovare una profìcua e decorosa occupazione. A Ginevra co 
nobbe Mazzini, antesignano, maestro, idolo di tutta la nuova ge- 
nerazione di liberali. Si ascrisse alla Giovine Italia e cominciò 
l'apostolato, di cui non mutò gl'intenti nei modi, se non quando 
gli parve più savio e sicuro di accettare con Garibaldi e coi pa- 
trioti pili insigni, la forinola plebiscitaria. 

Fu in ({uesti giorni di intimità con Mazzini che gli accadde 
un caso giudicato gravissimo dalla voce pubbli(;a, un caso di 
cui durò la memoria lungamente e il biasimo, (iuantun(|ue così 
vivo e insistente noi meritasse. 

A Luigi Marietti venne fatto rimprovero acerrimo d'avere 
assunto l'incarico d'uccidere Carlo Alberto. 

Vi fu chi lo rappresentò quale un sorteggiato esecutore dd 
comandato regicidio: vi fu chi risalì alla giovinezza del nuovo 
settario, e vi trovò le tendenze a far sangue; vi furon quelli, i 



190 C0MMEM(3RAZI0NE 

quali asserirono che spoutaneo offrì il braccio, aspettando che 
Mazzini gli offrisse il pugnale; e, finalmente, s'è detto che in 
Torino, nella reggia, stette in agguato; ma che alla vista del 
Ke, titubò, si senti vinto e t'uggì. 

Errori, giu<li/.ì arrischiati o fantastici, che tardarono molto 
ad esser corretti, se june interamente li furono. 

Sentiamo lui stesso nella storia rhe ha scritto del Piemonte 
e prestiamogli fede. 

— « Giunse in Ginevra la madre di Ruffini col rimanente 
« della famiglia, che veniva a ricovero in Svizzera ancor tutta 
«< trambasciata dalla fatale tragedia, che aveva insanguinato le 
« mura del carcere di Genova. (1) — (i>uello spettacolo di muto 
« dolore scaldò la fantasia del giovinetto (Gallenga) ammiratore 
« dei Bruti e dei Tolomei, il quale si offerse di vendicare la 
« desoli! ta madre, togliendo di vita il tiranno. 

« Fu fornito da Mazzini di denaro e di lettere; e venne 
« così a Torino noH'agosto del 1<S33, sotto il mentito nome di 
« Luigi Mariotti ». 

Non è dunque vero che avesse alienato a Mazzini il privi- 
legio della propria volontà per farsi esecutore obbediente e fe- 
roce d'un terribile assassinio in nome di lui e della sètta — 
non è vero che l'indole sua lo spingesse al delitto: fu, invece, 
uno slancio di sentimento, una vivissima commozione dell'animo, 
la pietà verso una madre straziata dal dolore, che* superando il 
limite assegnato dalla prudenza e dalla giustizia alle azioni umane, 
suscitò il fanatismo inconscio, che addusse a proposito di regi- 
cidio. Quando si distolse da si truce intento, non fu per atto 
subitaneo, o ptr causa sopravvenuta, o per altrui consiglio: fu 
invece, l'effetto dell'intima riflessione della mente, già da tempo 
tornata in calma; furono i dubbi, la voce della coscienza, l'amore 
cristiano disceso spontaneamente nel cuore a scacciarvi il sen- 
timento pagano della vendetta. 

A quest'avventura giovanile si è dato un carattere settario 

(1) Jacopo Rutilai si uccise in prii^ione per sottrarsi al patibolo. — Sul 
muro della gran torre del palazzo ducale di Genova si leggo la seguente 
iscrizione: — « Consacrò questa carcere il sangue — di Jacopo Ruffini — 
morto per \\ fede italiana - 1833. » 



nEL CAV. ANTONIO fi \ ILKNUA 101 

che uou obbo; o uo sia liimiuosa prova la generosità, dico anzi, 
la giustizia di Vittorio H'iiauiiele, il quale dopo molti anui e in 
casi nuovi che al Gallenga si lifeiivauo, ricouoblte che tu l'er- 
rore d'una mente esaltata, e perdonò. E noi jtossiamo essere con- 
tenti se del perdono ottenuto, che è poi l'assoluzione di Cial- 
lenga, abbia or ora data la dimostrazione irrefragabile un egregio 
nostro collega, col pubblicare la lettera istessa colla quale il Wi- 
nistro Cavour annunziava i generosi sensi del lie. (1) 

Questa pu))blitazione concorre così bene e tanto opportuna- 
mente, a preservare da ogni sospetto la memoria d'un illustre 
patriota. 

Vittorio Emanuele non sarebbe mai stato indulgente se vera 
colpa avesse riconosciuto in Gallenga. Ecco la lettera di Cavour: 

« Signor avv. Gallenga. — Torino. — (manca la thita) - (2) 

« Avendo reso consapevole il Ke degli esagerati rumori che 
« tuttora circolano in Inghilterra intorno ai fatti che deterraina- 
« rono lo spontaneo di Lei ritiro dui Parlamento, S. M. mi ha 
« autorizzato a rinnovarle l'assicurazione che, tirato il velo del- 
« l'oblio sugli atti della sua prima gioventù, ricordo va solo le 
« molte e numerose prove date da oltre dieci anni dalla S. V. 
« di devozione ed affetto alla causa nazionale ed all'augusta sua 
« dinastia, che la rappresenta; onde la considerava siccome non 
« immeritevole dei contrassegni onorifici di benevolenza e di 
« stima che gli erano stati concessi. 

« Possa quest' assicurazione animare viemaggiormeute la 
« S. V. a continuare in Italia e fuori, a propagare virilmente 
« con la distinta sua penna le idee e le opinioni che debbono 
« condurrò all'italiano risorgimento. 

€ C. Cavour. » 

Ho voluto sbarazzare la via da un importuno intoppo, e 

(1) P. Vayka, Documenti di un episodio della vita di Antonio Gal- 
lengaìn Riv. Storica del Risorgimento italiano^ Voi. I. (a. 1896) pag. 551-54 
(Torino, Roux, Frassati e C.°). 

(2) La lettera fu scritta omettendo la data, che le si diede poi col 
giorno 15 Gennaio 1858 (Si noti anche che Gallenga non era avvocato) 



192 COMMEMOK AZIONE 

nello istesso tempo render nota la stima che il gran Re aveva 
d'un uomo, la cui condotta politica nell'età matura non lasciò 
dubbio sulla rettitudine delle intenzioni e la bontà del cuore. 



Un'occasione propizia lo fece allogare a Tangeri presso il 
Console di Napoli, che lo tenne in ufficio di segretario due anni, 
e ve lo avrebbe tenuto di più se alTaltro fosse piaciuto restare. 

Ha scritto Giuseppe Gallenga in una affettuosa necrologia 
del fratello Antonio, che questi mandava dal ^larocco alla fa- 
miglia i risparmi che faceva sullo stipendio che gli era assegnato 
dal Console; la qual cosa addimostra quanto fosse regolare e 
prudente la maniera del viver suo, e quanto grande l'affetto pei 
suoi congiunti. Se non che nell'agosto del 1836 prese commiato 
dal Console, passò lo stretto, toccò Gibilterra e andò diritto a 
Boston, senza che ivi fosse alcuno che gli stendesse una mano 
amica mentre approdava. 

Era coraggio o baldanza o indole avventuriera che lo spin- 
geva ai lontani lidi? — Non sarebbe facile il giudizio: ma certo 
è, che quegli che sa, e sa di sapere, e ha voglia di lavorare, 
non trova ostacoli che lo fermino, né paesi che lo respingano. 

I cittadini di Boston furono lieti d'accogliere un forestiero, 
che parlava e scriveva la loro lingua, che sapeva la loro storia, 
che volontieri s'assideva pensoso all'ombra dell'albero sotto il 
quale Beniamino Franklin aveva parlato al popolo di indipendenza ; 
UQ italiano che versava nei loro cuori gli affanni dell'esule; un 
letterato che illustrava colle opere del proprio ingegno le pagine 
della Rivista dell'America del Nord; la famosa effemeride della 
libertà; che insegnava la lingua italiana e commentava agli am- 
mirati bostoniani i grandi poemi che l' Italia aveva dato al mondo. 
Là tutto sorrideva all'esule: ma l'esule non poteva sojtportare a 
lungo che fra se e l'Europa si distendesse l'Oceano immenso. 

Nel 1839 tornò in Inghilterra. 

Gallenga ebbe anch'esso una grande predilezione per l' In- 
ghilterra, pel suo popolo, per la forma del governo, per la sicu- 
rezza che vi si god-^va. Quell'aura di libertà che ivi si respirava. 



DEL CAV. ANTONIO GALF,KNGA 108 

la Jifesa sempre pronta per gli onesti, le vie aperte ai guadagni, 
attirarono in ogni tempo quanti dovevano sottrarsi alle tirannie 
di casa loro. Ma io credo che Gallenga, più che altri, avesse in 
se le tendenze, direi il temperamento dell'anglicano. Non gli 
mancava nepiuiie l'aspetto esteriore. La fronte larga e un po' de- 
pressa, gli ocelli cilestri e tissi, il crine biondo, la ju-rsona mem- 
bruta, l'incesso grave, poche le parole e concitata la frase; nos- 
buna esclamazione, ne gesto, nò atteggiamento scomposto: pareva 
un anglosassone. 11 suo giungere a Londra non fu del tutto av- 
venturato. Nella immensa metropoli, fra milioni d'abitanti, nel 
campo vasto e aperto ad ogni espansione del pensiero, fra le in- 
numerevoli officine della stampa, pronte a servire l'universalità 
delle idee, degli studi, delle novità, egli, forse egli solo, merite- 
vole quanti altri mai, corse pericolo di non trovare da vivere! 

Mazzini lo rivide in quella grave congiuntura, e lo conobbe 
Eurico Mayer, eletto patriota livornese, il quale tanto gli fu amico 
e benevolo e intimo, da potergli fare intendere che non era più 
opportuno di restare avvinto al maestro cospiratore. 

» — Che volete far qui pel vostro paese? — cospirare con 
» Mazzini? ma siete troppo franco e impetuoso per questi lavori 
» sotterranei: lasciateli a lui. Unitevi a noi. 1 suoi istinti sono 
» la cospirazione, il nostro la educazione. Egli lavora nelle te- 
» nebre, noi alla luce aperta. Venite in Italia con me (1) ». 

Gallenga si lasciò persuadere e il dì 4 aprile '40 lasciò 
Londra con Mayer, e viaggiò alla volta di Firenze. Non fu un 
distacco assoluto da Mazzini, ma le parole del nuovo aiuico, la 
rivelazione de' modi onde voleva procedere la scuola italiana e la 
speranza di propugnare in piena luce la indipendenza nazionale, 
gli accrebbero il dubbio già sorto nella sua mente, che la via 
battuta da Mazzini non fosse la buona. 



Giunto a Firenze — la città ospitale che accoglieva i libe- 
rali che in altre parti d'Italia correvano pericolo di galera o di 

(1) V. Biografia di A. Gallenga scritta da David Levi in Risorgimento 
italiano — Biografie etc. per cura di L. Carpi, Voi. III. 

Akch. Stor. Parm., V. 13 



194 COMMEMORAZIONE 

patibolo — ebbe amichevole entratura nell'Istituto Vieusseux, ove 
conobbe i più ciotti e illustri patrioti. Ivi parlavasi di sr-ionze, 
(Varti belle, di letteratura, d'ogni altro argomento nobile e geo- 
Cile: ivi si divisavano i libri e i periodici die dovevano, come 
disse Mayer, educare il popolo al metodo nuovo, lento ma sicuro. 
di ricostituire la nazione, senza congiure tenebrose e uso di pu- 
gnali. Gallenga rallegrossi d'aver trovato il campo aperto alTe- 
sercizio del proprio valore e mandò fuori scritti che gii fecero 
onore; non però cessando dal fornire ai giornali di Londra i rife- 
rimenti sulle condizioni politiche d'Italia, le quali premeva che 
fossero conosciute dai più influenti uomini di Stato. Di più ; trovò 
impiego di maestro in una famiglia inglese che dimorava a Fi- 
renze; e così le co>e gli andavano a seconda. La fortuna di vivere 
in patria e in mite governo ; l'onore (dirci volontieri la gloria) 
di trovarsi diuturnamente nel consorzio di personaggi quali erano 
Capponi, Peruzzi, Ridolfi, Lambruschini. Salvagnoli, e altri non 
pochi fra i più celebri cultori delle lettere e i più ardenti fautori 
di libertà. Pareva quindi che Firenze dovesse prestare all'esule 
parmigiano l'opportunità d'una lunga sosta, ma così non fu. 

Non indagherò le cause per le quali egli abbandonò quasi 
improvvisamente il soggiorno e gli amici di Firenze, restringen- 
domi a ricordare quelle che al suo biografo Levi sembrarono le 
vere. 

— « 11 governo Toscano (dice egli) aveva già scoperto che 
« il nome di Mariotti copriva quello del cospiratore, dell'esule 
* Gallenga; i suoi discorsi tro[)po liberi e importuni, il frequeu- 
« tare che faceva i liberali e i mazziniani accrebbero i sospetti... 
« .... Fu consigliato a lasciare l'Italia per evitare danni e 
« dispiaceri. Egli non se lo fece ripetere. Appena un amico gli 
« disse d'andarsene, salutò gli amici, corse a Livorno a stringer 
« la mano a Mayer, e s'imbarcò per l'Inghilterra. > 

A Londra dovette faticare non poco per vivere: scriveva e 
pubblicava libri di vario genere; articoli pei giornali; insegnava 

le lingue ma il profitto non rispondeva alle speranze. Provò 

un insolito abbattimento, s'irritò contro la fortuna; ma sollevato 
l'animo virilmente, deliberò di tentarla altrove ; ne fu tarda l'oc- 
casione. Tornò nell'America Settentrionale ed ottenne in un col- 



DEL CAV. AMTONIO GALLENGA 105 

legio non linifici da Halifax la cattedra di linj^iit» moderne. Afferma 
il Oh."'" Levi nella ricordata bioormlia, che Windsor (il luogo ove 
sorgeva il Collegio) teneva un po' della città e un po' del vil- 
laggio; che nell'istituto si conduceva una vita quasi claustrale. 
Era dunque da aspettarsi the il nostro concittadino non avrebbe 
dimoralo a lungo in quella terra silenziosa, in quell'isolamento 
uggioso. Infatti, dopo quindici mesi sbarcava di nuovo sulla riva 
del Tamigi. 

Non credo, o Signori, che un sì frequente mutar di paesi 
debba attribuirsi a incontentabilità di stato in un uomo di senno 
e di modeste aspirazioni qual era Gallenga: credo piuttosto che 
fosse la febbre dell'esilio che tormentasse lo spirito d'un giovine 
il quale in ogni luogo, sentiva la mancanza della patria, degli 
amici — per lui non v'era più splendore di cielo, né sorriso di 
natura : lo affannava la continua lotta fra un ardente desiderio e 
una foiizata privazione. 

« Pellegrino io vidi 
< Città diverse, ma nessuna avea 
« Una memoria che parlasse al cuore; 
« E d'ogni loco mi sembrò piìi bella 
« La terra ove tornava il mio pensiero — » 

Londra questa volta gli fece migliore accoglienza. 

Nei cinque anni in cui vi tenne stanza (dal '43 al '48) 
venne in fama di robusto e originale pensatore, di letterato esimio 
e fecondo, riempiendo di meraviglia i sommi scrittori inglesi, e 
fra questi Bulwer e d'Israeli, per la sicurezza e l'eleganza colle 
tjuali parlava e scriveva la loro lingua. Pubblicò volumi che me- 
ritarono ed ebbero fortuna; e si assicurò il campo del giornalismo 
nel quale doveva fra non molto essere uno degli ammirati cam- 
pioni. Ma oltre il miglioramento notevolissimo della condizione 
economica, venuto formandosi colle opere del proprio ingegno, un 
altro bene ottenne ; e fu l'amore e la mano d' una gentile e ricca 
donzella. Giulietta Shunk, di famiglia tedesca da anni stabilita 
a Manchester per esercizio fortunato di commercio. Fu allora, 
come ce ne assicura il biografo Levi, che andando a nozze nel 



196 COMMEMORAZIONE 

luglio del '47, lasciò il nome di Miriotti per assumere il proprio 
e tramandarlo ai figli. 

L'esule riceveva finalmente dalla Provvidenza il bene pre- 
zioso dell'amore e della famiglia, e dall'opera propria l'agiatezzu. 



Sul principio del "48 corse oltre la Manica la notizia che 
l'Italia stava per insorgere contro l'Austria, e clie il Pontefice 
benediceva il suo popolo: e Miizziiii esultò spelando die l'impeto 
della insurrezione conducesse a repubblica. Qu;isi tutti gli emi- 
grati jiartivano con lui e con Gallenga alla volta d' Italia : ma 
arrivati che furono a Parigi seppero che l'esercito piemontese, 
(luce Carlo Alberto, s'era messo alla testa della grande impresa. 
L'intento mazziniano falliva e (ìallenga, che nei convegni di 
Londra aveva già sostenuto che il dovere di tutti i p.itrioti stava 
nel combattere, senza curarsi della forma di governo che la na- 
zione vittoriosa avrebbe preterito, pregò il maestro di desistere da 
propositi, che avrebbero divise le forze e data causa vinta al- 
l'Austria: ma non fu possibile di persuadere un uomo, che fra 
molte virtù e prerogative, era orgogliosamente tenace nella propria 
opinione. Perduta la speranza di convincerlo, Galleuga mosse da 
solo verso l'Italia, staccandosi dagli altri. Giunse difilato in Lom- 
bardia e al campo del Re, oltre il Ticino: domandò d'esseie ac- 
colto nell'esercito piemontese e gli fu risposto che l'ordinamento 
fondamentale vi si opponeva; cosicché procedette in cerca di un 
corpo di volontari che lo arruolasse, e fu quello di Griffiui. Volle 
l'ordine di marcia che la colonna in cui era Antonio Gallenga 
raggiugnesse l'altra de' volontari parmigiani capitanata dal di 
lui fratello Giuseppe, valoroso soldato che già s'era fatto onore 
a Pastrengo, e uomo di criterio retto e sicuro. 

Calmata la gioia d'essersi incontrati dopo quasi vent'anni di 
separazione, Giuseppe procurò di persuadere il fratello d'allonta- 
narsi dal campo alle cui fatiche non avrebbe potuto resistere: e 
cer.'^are invece di giovare alla buona causa percorrendo le città, e 
colla parola e la penna eccitare il popolo alle generosi azioni. 
Insistette perchè si recasse tosto a Parma, dove la sua presenza 



DEL GAY. ANTONIO GALLENGA 197 

sarebbe stala utile. AntoDio titubò alquanto, poi cedette alle ra- 
,i,MOuevoli osservazioni del fratello e prese la via di Parma. 

Non ricorderò a Voi, onorevoli colleghi, i casi di quei giorni; 
casi gloriosi e in uno infelicissimi — pure provvidenziali. Gl'ita- 
liani combattevano valorosamente; e quella era la sola prova che 
doveva condurre la patria nostra a migliori destini. 

Gallenga propugnò l'unione dei minori Stati d'Italia al Pie- 
monte; aderì fortemente e lealmente al partito costituzionale; corse 
a Torino e sotto l'egida dell" Ambasciadore inglese, Sir Hudson, 
lavorò energicamente, lodato e richiesto da Cavour, a propagare 
savi priucipii e risolute azioni, che avrebbero risparmiata la rotta 
di Novara, piìi dovuta alla malvagità dei partiti estremi, che al 
valore delle schiere nemiche. 

Ohi volesse conoscere i particolari della nobile condotti! del 
comjiianto nostro collega in questo periodo di dolorose vicende, 
legga ciò che egli medesimo ha scritto nel volume « Ejtisodi 
dplla mia seconda vita >•> che fu vita saggia e operosa d'un pa- 
triota monarchico costituzionale. 

* 

* * 

Li! prove che diede allora d' essersi ben persuaso della ne- 
cessità d'aversi a stringere attorno alla bandiera spiegata dal ile 
Sabaudo fu la cagione per cui il Governo di Torino gli affidò la 
missione di rappresentare il Piemonte presso il Vicariato Impe- 
riale Germanico in Francoforte. Doveva egli perorare la causa 
italiana al cospetto dei membri più autorevoli di quell'Assemblea: 
se non che la missione non approdò per vicende politiche di cui 
sarebbe penoso il ricordo. 

Tornato dalla Germania nel tempo che trascorse fra rnrmi- 
stizio Salasco e la ripresa delle ostilità nel '49. impiegò tutte le 
proprie forze ad evitare i danni che le male arti del partito ra- 
dicale arrecavano alla causa che stava per decidersi sul campo 
di l).ittaglia. Dimostrò con assennate e vivaci scritture come 
fosse vero tradimento quello di spargere diffidenze e odi nell'eser- 
cito, e dubbi sulla fede del Re.... Ma a Novara si chiuse il 
periodo degli errori di governo, e delle iniquità de' settari. 



198 COMMEMORAZIONE 

Dopo SÌ dolorosa caduta parve a Gallenga che la patria non 
avesse, almeno per allora, più bisoono dell'opera sua, e fé' ritorno 
coir animo atlranto in seno alla famiglia, che aveva lasciata in 
Inghilterra. 

Ebbe una sola consolazione dipartendosi dall'Italia; quella 
di portar seco la stima e Taftezione del Conte di Cavour, e la 
piomessa che si sarebbe ricordato di lui quando fosse venuto il 
momento di ritentare le prove. 

E il grande ministro tenne la promessa più presto di quello 
che si sarebbe creduto. 

* 

L'azione diplomatica tra la Francia imperiale e il Piemonte 
— diventato egemone della ricostituzione nazionale italiana — 
era svolta dal conte di Cavour e dai ministri francesi, con va- 
stità di concetti ed ispirazioni ardite. Attorno al Contesi era for- 
mata una corona di eletti ingegni e di liberali coraggiosi: egli 
stesso chiamava a sé i migliori e più fidati onde l'aiutassero. 
Chiamò Gallenga, che nel '54 ottenne seggio in Parlamento. L'in - 
llessibilità del carattere e la sua ammirazione per le forme e i 
metodi di governo inglesi gli fecero credere che si potessero met- 
tere in pratica in un popolo di natura accesa e in periodo di for- 
mazione. Gli accomodamenti, le transazioni pur necessarie in mo- 
menti d'asprezze partigiane, erano agli occhi suoi errori politici 
e offese alle leggi. 

L'educazioue politica ricevuta in Inghilterra, e veramente 
pregevolissima, gli faceva scordare d'essere al di qua della Manica 
e in luogo di confusione grande. 

Non ebbe quindi fra i Deputati l'autorità che gli eia do- 
vuta, aè sentì egli d'essere iu un campo a se propizio. 

Fece ritorno alla prediletta Tngliilterra e vi si fermò n lungo, 
componendo libri e dimostrando nei grandi e più diffusi giornali 
la necessità di liberare la più bella e meritevole contrada d'Eu- 
ropa dal servaggio straniero e dai pessimi governi che in questa 
in quella parte di essa, sedevano come un'onta alla moderna 
civiltà. 



DEL GAY. ANTONIO GALLENGA 199 

Stretta clie fu l'alleanza tra la Francia e il Piemonte; in- 
timata la marcia dei due eserciti, rotta In guerra, Gallenga ri- 
passò lo stretto e tornò fra noi corrispondente del Times. Seguì 
gli eserciti, assistette alle battaglie, scrisse, e il popolo inglese 
seppe, di giorno in giorno, mercè sua, gli eventi della guerra e 
le fasi politiche dell'azione memoranda che stava svolgendosi. 

L' evoluzione ardita che doveva cacciare i sovrani assoluti 
dalla parte mediana della penisola, dopo la pace di Villafranca, 
chiamò Gallenga nei Ducati, nelle Romagne, nella Toscana, dove 
per due diversi modi serviva l'opera di emancipazione del paese; 
scrivendo nel Times la storia dei pessimi governi, e consigliando 
le popolazioni a liberarsi dalla tirannia. Giammai si ebbe esempio 
d'un'azione così finamente condotta; né mai si raccolsero a com- 
pierla tanti valorosi operai. In questa scabrosa impresa Gallenga 
addimostrò non solamente un grande coraggio, ma un'avvedutezza, 
una instancabilità prodigiosa e l'acutezza dell'uomo di stato. 

Compiute le annessioni al Piemonte della mediana parte 
d'Italia, cominciò il miracolo dei Mille. 

Egli non indugiò — scese in campo, vestì la camicia rossa, 
ottenne dal duce un grado nei militi e l'amicizia di lui. Passò 
lo stretto, e a fianco del trionfatore entrò in Napoli, rappresen- 
tando la vittoria degl' italiani e la simpatia del popolo inglese 
che l'aveva aiutato. 

Conquistato il regno di Napoli e sospese per allora le armi, 
prese stanza in Torino, sedendo di bel nuovo in Parlamento. 

Ma il Deputato non seppe rassegnarsi alla quiete succeduta 
al remore delle trascorso vicende; né seppe la direzione del Times 
far senza di lui in altre regioni verso le quali avvenimenti nuovi 
e gravi attiravano l'attenzione e la preoccupazione dell'Inghilterra. 

Qui cominciò pel nostro concittadino o collega una meravi- 
gliosa odissea. Egli acrorse da un estremo all'altro del mondo 
con un moto che apparve soggetto anch'esso alla legge fìsica — 
in ftne velocior. 

Il Times lo mandò nel '(53 in America spettatore e narra- 
tore della guerra di secessione. Sei mesi dopo in Danimarca ad 
osservare gli eventi di un'altra guerra; e fu allora che rinunciò 
la dignità di Deputato alla Camera, non potendo esercitarvi il 
mandato. 



200 COMMEMORAZIONE 

Di questi suoi viaggi David Levi ci ha lasciata una traccia 
così sicura ch'io non potrei far di meglio di presentarla anche a Voi. 

— « lu Danimarca (scrive Levi), nella Spagna, nelle Ame- 
« riche, iu Oriente, egli prese parte a tutti gli eventi che agita- 
« rono i due mondi nel decennio dal "64 al "74; e le sue cor- 
« rispondenze, che poscia iva di mano in mano riassumendo in 
« altrettanti volumi, ritraggono le condizioni politiche, sociali e 
« gli avvenimenti che agitarono il mondo in questi venfanui. 

« Accenneremo di volo, che dalla Danimarca recossi in 

« Austria e iu Inghilterra. Nel "66 fu jireseDte alla battaglia di 
« Sadowa: quando fu conchiusa la pace fra TAustria e la Prussia, 
« va, inviato sempre dal Times, nella penisola Iberica: nel '68-'(39 
« assiste alla caduta della Kegina Isabella, al trionfo della rivo- 
« luzione con Prin alla testa del governo. Dalla Spagna \eleggia 
« verso Cuba; visita le Antille e l'America Meridionale 

« Hientra in Londra, incaricato di scrivere articoli su argo- 
« menti esteri, e sopratutto di seguire le op( razioni militari della 
« guerra Germanica e della Franco Prussiana del 1870: sulLas- 
« sedio di Parigi, sulla caduta delllmpeio, sui furori della Co- 
« muue, sulla repubblica che si costituì sotto il dominio di 
« Thiers. 

« La campagna e l'ingresso degl" Italiani a Roma furono 
« descritti da lui una serie di articoli iu cui inneggia all'evento 
« provvidenziale 

« La pace in Europa pareva assicurata, quando fu mandato 

« neir India orientale visitò Cuba, poi nel 77 passò alla 

« Giamaica: ritornando in Europa ardeva di rivedere l'Italia 

« Fissò la sua dimora in Roma, ma percorse per due anni la 
« penisola, terra per terra, città per città; descrivendo le città. 
« le campagne, le provincie, prendendo ad esame tutte le qui- 

« stioni politiche, religiose e sociali poi ritornò in Ispagna. .. 

« e fu presente alla ristorazione Borbonica e all'ingresso di Al- 
« fonso XII in Madrid. 

« Dalla Spagna all'Erzegovina: due anni a Costantinopoli; 
« indi a Roma per la morte di Vittorio Emanuele e di Pio IX. 
« In Grecia, e un'altra volta in Spagna e nell'America i\Ieri- 
« dionale sino alla metà del 1880. » 



DEL CAV. ANTONIO GAI.LENGA 201 

Finalmente intraprese nella f^rave età di oltre settanfanni 
(1881) il t'aticoso viagccio attraverso la Russia. 

« Pubblicò a Londra due opere: L'America Meridionale e 
« una gita iu Kussia nell'estate » (1882). 

Tornato a Londra non fu più contento della Direzione del 
Times. Credette forse che essendo morto il vecchio Direttore, col 
quale da molti anni s'era accontato e di cui grnleva la benevo- 
lenza e la tìducia, i nuovi facessero meii conto di lui, o volessero 
introdurre novità che a lui non andavano a versi. Era vero? 
Era un'apprensione sua e non altro? — Noi posso saper io; 
ma è ben vero ch'egli stimò opportuno di cessare da ogni im- 
pegno col Timos per riposarsi nell'agiatezza. Comunque sia, si 
può essere certi che negli uffici del maggiore istituto di pubbli- 
cità che esista in Europa la memoria del cavaliere Antonio Gal- 
leiiga non anderà mai perduta; avendo egli date jirove luminose 
d'essere stato uno dei più illustri pubblicisti del nostro tempo. 
Aggirandosi pei due mondi, testimone delle gravi perturbazioni 
insorte nelle società civili e nelle barbare, fu un attento osserva- 
tore e un savio giudice, che dai fatti veduti, e non da altro, ri- 
cavò ammaestramenti che sotto forme semplici e persuasive pre- 
sentò al popolo. 

L'opera sua, lunga, faticosa e talvolta perigliosa, sarebbe 
stata maggiormente utile, se tutti sapessero discernere e volere 
il proprit) bene. 



« « 



Presa dimora a Chepsto\A% nella contea di Montmouth, colia 
seconda moglie sua — Anna Robinson, signora di vivo inge- 
gno, di buoni studi, e s.-rittrice di merito non comune — seguitò 
a pubblicare libri e articoli ne' giornali inglesi e italiani, nei 
quali manifestava le sue opinioni sulle cose del mondo con quella 
franchezza rigida e cora>?giosa che era propria del suo carattere. 

A Chepstow morì — come ho detto in principio — il di 



202 COMMEMORAZIOXR DEL CAV. ANTONIO GALLENGA 

16 die. 1895 nella tarda età di ottantacìnque anni; ed è a tener 
per fermo che il suo ultimo peusiero sarà stato rivolto alla patria, 
che tanto amò. 

Voglia Dio che le generazioni nuove gli sieno riconoscenti 
e scrivano il nome di lui fra i gloriosi operai della risurrezione 
nazionale. 



E. Casa. 



COMMEMORAZIONE 



DEL SEGRETARIO 



Dottor UMBERTO ROSSI 



L* Università di Parma, a pochi mesi di intervallo, il 26 
giugno e il 25 ottobre 1878, laureava in Giurisprudenza Soloue 
Ambrosoli e iscriveva al primo corso di Medicina Umberto 
Rossi: i due giovani valentissimi che, pochi anni appresso, do- 
vevano indiscutibilmente tenere il campo nella Numisn atica fra 
tutti gli studiosi italiani; novella prova — se nuove prove oc- 
corressero — che non giusto, non provvido fu il decreto 22 
gennaio 1860, col quale, all'alba del nuovo Eegno, il Governa- 
tore delle Provincie dt^ll'Eiuilia toglieva all'Ateneo Parmense una 
delle Facoltà che avevano fra noi più antiche e splendide tra- 
•lizioni: quella di Filosofia e Lettere. 

Infatti l'Ambrosoli, della natia Como, e il Kossi, dalla sua 
Guastalla, erano attratti all' Università di Parma, non soltanto 
dalla indiscutibile valentia dei dotti uomini che vi insegnavano 
leggi e medicina; qui fra noi li chiamava la fama di ]\Iusei, di 
Gallerie, di Gabinetti Numismatici ricchissimi di preziosi cimelii; 
qui essi cercavano lo copiose Hibliotccho accomodate ad ogni 
studio di Archeologia, di Storia, di Arte, che il Paciaudi, TAfifò. 
il De-Lama, il Lopez, il Pigorini erano venuti man mano accu- 
mulando in due secoli di assiduo lavoro; qui li attraeva l'Ar- 
chivio di Stato, ricco, quant'altro mai, di inediti documenti sulle 
zecche, sui zecchieri, sui medaglisti d'Italia; qui li chiamava il 
nome illustre di Amadio Konchini, maestro a tutti in quei dì, 



204 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

non pf^l sapere soltanto, ma più ancora per la rara bontà con 
cui era largo ai giovani di preziosi documenti e di saggi 
consigli. 

Vj il Kossi, nel giorno stesso in cui ila va il suo nome al- 
Vdìho dell'Ateneo Parmense, veniva al Museo di Antichità e al 
.Medagliere, che egli, ti atto da naturale inclinazione agli studi 
numismatici, aveva sognato }er tanti anni. 

(ili fu guida, in quel suo primo ingresso al Museo, un 
uomo insigne per potente ingegno di Artista: Francesco Sca- 
niiiiii'/za. Direttore dell'Istituto di Belle Arti e della Galleria 
Parmense; il quale, nel jiresentarmi e raccomandarmi il Eossi, 
non s.ipeva darsi pace che, ai meravigliosi capolavori ammirati 
poihi minuti prima nella Galleria, quel giovane, che pur si mo- 
strava di svegliatissimo ingegno e di fine gusto artistico, dovesse 
preferire le piccole monetuccie e i libri polverosi do1 Museo. 

Quei libri — una delle biblioteche speciali ])iìi complete 
che si abbiano per gli studi numismatici — quei libri da quel 
giorno non ebbero segreti per Umberto Kossi; non ne ebbero le 
collezioni del Medagliere; non i manoscritti della vicina Biblioteca 
Palatina, af^dati alle cure dotte, affettuose, ma non avare, di 
Pietro Ferreau e di Luigi Barbieri; non i registri Farnesiani e 
gli altri inediti documenti dell'archivio di Stato, sui quali Ama- 
dio Ronchini, col modesto nome di lezioni di paleografìa, dava 
ai suoi giovani alunni insegnamenti vastissimi in ogni ramo 
delle scienze filologiche e storiche. 

* 

Umberto Bossi, nato il P2 maggio 1860 in Guastalla, ebbe 
fin da giovanetto spinta e incoraggiamento agli studi della Nu- 
mismatica, oltreché dalla naturale )>ropensione alle ricerche sto- 
riche ed artistiche, dal fatto di aver passati i primi anni nel 
centro di quella pianura mantovana e modenese ove quasi ogni 
terra aveva avuto zecca, dacché i diversi rami dei Gonzaga di 
Guastalla, di Novellara, di Pomponesco. di Sabldoneta. di Re- 
digo, di Bozzolo, di ^an Martino dell'Argine, di Castiglione delle 
Stiviere, di Médole, di Solferino, e gli Ippoliti di Gazzoldo, e i 



DOTI' umi;ki;tu rossi 205 

Pico della Miraudola, e i Pio di Carpi, o i Principi di Correg- 
gio, tutti avevano ottenuto il privilegio di I);i(terc moneta pro- 
pria, e tutti, quasi tutti, si enino anche arrogato il diritto di 
contrattare monete altrui. 

E le vecchie monete di tutti questi Signori e le altre dei 
duchi di ^Mantova, di Ferrara, di Modena, di Parma e di altri 
stati vicini, coi conii alcuna volta s}>lendidi di bellezze artistiche 
ignote alle monete d'oggi, con rovesci fantastici jiieni di riniini- 
scenze classiche e di strane allegorie, colle leggende latine irte 
di abbreviature ribelli ad ogni interpretazione, molte volte de- 
stinate a celare la coutraftUzione di altre monete d'Italia e di 
oltralpe, tutto pareva tatto per fermare Pocchio osservatore e per 
stuzzicare la mente immaginosa del giovinetto, che avidamente 
cercava vedere, spiegarsi, acquistare, ordinare in collezione tutte 
le monete che venivano m;in mano scoprendosi sotto terra o nei 
ripostigli di qualche vecchio mobile dimenticato nei solai. 

Unica guida a lui in (|uei primi studi fu un libro che a 
caso gli era capitato fra mano ; la classica Gjicra sulle Zecche 
e Monde di lutti i Principi di Casa Gonzaga che fuori di 
Mantova signoreggiarono^ edita dal Padre Affò fino dal 1782; 
ma quell'opera eruditissimi!, scritta a tanta distanza di tempo 
e per menti più mature agli studi, mal poteva adattarsi ai de- 
sideri del giovane raccoglitore; e pare che egli stesso se ne ram- 
mentasse anc('ra molti anni dopo, quando nel suo primo scritto 
di numismalicii, cerco di raccogliere compendiosamente tutte le 
notizie sulle monete guastallesi che restano ancora sconosciute; 
notizie, egli dice, che « sono sparse in tutta l'opera » del dotto 
storiografo pai mense, ove riesce « malagevole il cercarle, essendo 
« esse frammisihiate a tutte quelle cognizioni erudite di cui ri- 
« beccano gli scritti dell' Alfó, che rasenta qualche volta il 
« pericolo di diventare indigesto ». (1) 

Negli studi giovanili fu grande fortuna pel Possi 1' avere 
avuto a Professore di Filosofia, nel Liceo Spallanzani di Reggio, 
un uomo dottissimo in ogni ramo delle scienze archeologiche, 

(I) Monete sconosciule di Gmstnìla — (In Gazzetta Xìimismatica à\ 
Como, anno I, u 1, 15 maggio 1881, a pag. 2), 



206 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

Don Gaetano Chieiici, che gli fu guida sapiente ed affettuosa 
nelle prime ricerche scientifiche e nei metodi razionali di studio 
che dovevano tramutare, a poco a poco, il giovane raccoglitore 
di monete patrio in uno scieiiiato profondo ed acuto. 

Per chi ha potuto conoscere dav vicino Don Gaetano Chierici, 
non j)uò recare ogui meraviglia che un suo giovane alunno del 
primo anno di Lieec, a soli sedici anni, vista a caso « fra le 
« mani di un negoziante » una moneta sconosciuta, e non 
avendo i mezzi per acquistarla, ubbia pero avuto « cura di ri- 
levarne il calco e la descrizione »; sicché poteva poi, cinque anni 
dopo, richiamare su di essa, con dati esattissimi, l'attenzione 
degli studiosi (1). 



Tale era Umberto Kossi, quando nell'ottobre 1878, termi- 
nati in Reggio gli studi liceali, si iscriveva alla Università e 
cominciava a frequentare con assiduità ammirabile il Museo di 
Piirraa. 

Quivi lo attendeva una nuova fortuna. — 11 Dottor Solone 
Ambrosoli, laureatosi iu giurisprudenza pochi mesi prima, volle 
ritornare a Parma per citmpletare il biennio di studi pratici di 
avvocatura sotto la scorta di uno de' suoi antichi maestri, vicino 
al Museo che egli ormai considerava casa sua. 

Così i due giovani studiosi si conobbero, lavorarono a lungo 
insieme e contrassero quoUamicizia esemplarmente fraterna che 
durò inalterata per tanti anni e sopravvisse alla immatura tìue 

(1) Dopo aver lamentato che alcune monete battute dal Duca di Giia- 
stilla Don Ferrante Gonzaga nel 159) e nel 1602 rimangano ancora scono- 
sciute, il Rossi soggiunge: \< Altrettanto non può dir.-i della moneta da 
« soldi 42 battuti nel 1604 che io vidi fra le mani di un negoziante circa 
« cinque anni fa e di cui ebbi cura di rilevare il calco e la descrizione. Essa 
« reca nel diritto l'arme del Gonzaga sormontata da co"ona a gigli e dece 
« rata dal Toson d'Oro, entro cerchio di punti; in giro corre la leggen la 
« PERDINANDUS: GON: GUAS: DNS: il rovescio ha il solito tipo d,-l- 
*. l'Annunciata, entro cerchio di punti, col motto ECCE: ANClll.A: 
« DOMINI, e neir esergo il valore in cifre romane XLII. » Guzz N'nn. 
anno I, u. I, 15 maggio 1881, a pag. 3). 



DOTT. UMREUTO ROSSI 207 

del povero Rossi, cui l'Ambrosoli intesseva il più completo ed 
affettuoso elogio funebre ciie mente di sciftnziiito e cuore d'amico 
potesse immaginare (1). 

La coltura dell' Arabrosoli, varia, profonda, di carattere 
all'atto moderno, i suoi lunghi viaggi giovanili in ogni paese di 
Europa e in America, la conoscenza pratica e lo studio filologito 
di molte lingue straniere, parevano fatti appositamente per com- 
pletare la coltura vasta, ma severamente classica, del Kossi, già 
espertissimo conoscitore della letteratura greca e latina e di ogni 
ramo delle dis'Mpline tìlosofiche e storiche. 

Le vaste coguizioni di entrambi furono presto poste a base 
di un lavoro comune; lavoro reso più facile, sia dalla biblioteca 
del Museo, cui nulla mancava delle antiche e delle nuove 
pubblicazioni sulla Numismatica, sia dalle ricchissime collezioni 
del Medagliere cui, in ogni dubbio, si poteva avere ricorso. 

Ai due giovani sopratutto doleva che, cessata nel 1874 la 
pubblicazione del Periodico di Ninnifìnuiiica e Sfragisticd edito 
in Firenze dal Marchese Carlo Strozzi, niun' altra pubblicazione 
fosse venuta a sostituirlo. 

« Il riflesso che simili periodici si sostengono e fioriscono 
« presso le altre nazioni » poteva naturalmente fiir nascere il 
dubbio che la vita effìmera del periodico fiorentino e degli altri 
che lo avevano preceduto dovesse attribuirsi « albi sconsolante 
« teorica che l'Italia numismatica non possa alimentare un pe- 
« riodico prò) rio ». (2) 

Da ciò il progetto di un nuovo giornale italiano di Numi- 
smatica, a lungo accarezzato e maturato dai due giovani amiri 
nel Museo di Partila, e attuato poi due anni appresso in Como, 
dopo che l'Ambrosoli, terminati fra noi anche gli studi pratici 
di avvocatura, era ritornato in ]>atria. 

L'Ambrosoli si assunse geni rosamente le spese, le maggiori 



(1) Ambrosoli S., Necrologia: Umberto Rossi — (In Rivista Italinna 
(li Numismatica, anno JX, 1896, fase. II, Milano. Cogliali, 1896, a pag. 
'.J61-'278, con ritratto inciso) 

[i) Ambuosoli S., Programma — fin Gazz. Niim. anno I, n. I, 15 
maggio 1881, a pag. I). 



208 COMMEMONAZIOXE DEL SECiKETAKiO 

cure e la direzione del nuovo periodico: e il Rossi gli si offerse 
— e fu davvero — il più assiduo e infaticabile collaboratore. 



Il primo umilerò della Gdzzeitn Numisììiatica di Como 
usciva m luce il 15 maggio 1881, quando Umberto Rossi, al- 
lora studente del III corso di mediciiui. compiva il ventunesimo 
anno. 

In quel primo numero il Rossi comincia uno studio accu- 
ratissimo sopra molte monete dei Gonziigii, ricordate da antichi 
documenti, ma che --< restano ancora sconosciute »; e inizia il 
lavoro dalle monete guastallesi. « La carità del ìiafio loco » 
egli dice « mi spinge a cominciare il mio esame da Guastalla, 
« che del resto fu anche la principale e la {tiìi onesta di tutte 
« le officine monetarie minori della famiglia dei Gonzaghi (1). 

Lo studio continuò ]ioi, nei numeri successivi, su altre mo- 
nete guastallesi e su quelle di bozzolo, di Castiglione delle Sti- 
viere, di Sabbioneta e di Redigo (2); importante sopra tutti que- 
st'ultimo lavoro, che dando notizia di diverse monete inedite del 
duca Vespasiano Gonzaga, che fu anche Conte di Ródigo, por- 
tanti nel rovescio la leggenda ROTINGl - QVE - COMES, fa si 
che quell'oscuro paesello del Cremonese « debba prender posto 
« fra le zecche italiane jier monete più certe che non è quella 
« di cui il Zanetti forni il diseguo all'Aft'ò ricavandolo da un 
« manoscritto Forlivese dell'Avvocato Marrantouio Albicini » (8). 

Altre due monografie dedira il Rossi nei numeri 6.° e 8." 
della nuova Gazzetta a due ripostigli di monete, dissotterati 
suirAppeuuino Reggiano, uno nei lavori per « nitrire una nuova 

(I) Gazz. Num. anno I, u. J, 15 maggio 1881, a pag. 2. 

(?) Veggasi l'elenco bibliografico, cbe fa seguito a q icsta coniniemora- 
zione, ai numeri 2, 3, 4 e U. 

(3) Le monete di Uódigo = (lu Gnzz. Num. anno I, u. i', 20 ni- 
vembre 1881, a pag. 46) — Si confronti 1' Affò, Delle zecche e mon- te di 
lutti i principi di Casa Gonzaga che fuori di Mantova Kigwreggiiirnno 
Bologna, tip. Dalla Volpo, 1782, a pag. 123, e tav. VI, n. 1. 



DOTI'. UMBERTO ROSSI 200 

« strada fra le Carpiiieti e Vallestra », l'altro « presso Vczzano 
« e precisa meu te sulla stracla del Crostolo», ac(|uistati entrambi 
al Museo di storia Patria di Reggio dall'illustie Prof. Chierici, 
eutrambi di uoii lieve importanza per gli ' studi numismatici, 
perchè il tesoretto di Vezzauo giova al Rossi per assegnare data 
certa ad « una moneta di ^lantova a mi lino ad oggi furono 
date diverse attribuzioni » (1), e l'altro, delle Carpiueti, con- 
tiene, in mezzo ad un centinaio di monete di Parma, Cremona, 
Pavia e di al! re zect-he italiane, nove ììiezzaìii della zecca piacen- 
tina di tipo ancora inedito, coniati durante il dominio di Oberto 
Pelavicino dopo la convenzione monetaria del 25 maggio 1254, 
e contiene pure un'altra moneta, rarissima, di Urosio II Re di 
Serbia o Rascia, quel troppo famoso Re 

di Rascia 
Che male af/f/iusfò il conio di Vinegia, 

come notò Dante nelle ultime terzine del canto XIX del Pa- 
radiso. — E infatti, osserva il Rossi, anche la moneta di 
Urosio II trovata alle Carpineti è precisamente una falsifica- 
zione dei matapani di Venezia (2). 

Alla zecca di Reggio-Emilia durante la dominazione dei 
Papi Giulio II, Leone X e Adriano VI; alle tre zecche del Du- 
cato di Urbino (Urhiìw, Gubbio e Pesaro) durante il Governo 
di Lorenzo de' Medici e di Leone X: alla zecca di Messerano 
durante la dominazione di Lodovico e di Pier Luca Fieschi (dal 
1521 al 1528); ed a questa stessa zecca durante il governo dei 
Ferrerò e dei Besso, successi ai Fieschi, dedicò il Rossi nello 
stesso primo anno della Gazzetta Numismatica, quattro erudite 
monogiafìe, dando la prima notizia e la descrizione di molte 
monete inedite del Museo di Parma (3); e pure da monete ine- 
dite ed interessantissime del nostro Museo, traeva argomento ad 
altre due memorie sopra una nuova imitazione del 31ntapane 

(l) Un nuovo riposliglio nd Museo di Reggio Emilia — (iu Gazz. 
Ntcm. anno I. n. 8, a pag. 42), 

(C) Un ripostiglio di momte nel Museo di Storia Patria di Reggio 
Emilia — (In Gazz. Num. anno I, n. 6, a pa^. 33). 

(3) V. i nani. 7, 9, 12 e t3 dell'elenco bibliografico. 

Abcr. Stor. Pabm., V. 14 



210 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

Veneto coniata da un Gran Maestro dell'Ordine Gerosolimitano 
nel sec. XIV o nel XV (Ij, e sopra un quarto di grosso di 
Secondofto Marchese di Monferrato; quello sventurato Secon- 
dotto Paleologo, che, sposo ancor giovinetto a Violante Visconti, 
jierseguitato dallo suocero e dagli altri congiunti, fuggente dalla 
infida Corte di Pavia, « nel passare per lo stato di Parma 
« a Langhirano, ricevette un colpo di spada sulla testa da 
« un soldato tedesco e dopo quattro giorni morì, senza lasciar 
♦ tigli, nel dicembre 1378 « (2). 



* 
* * 



Ancora più abbondante è la mosse di monete inedite e rare 
che il Museo di Parma offre al giovano numismatico nel 1882 
e negli anni successivi. 

Un mezzo bisante di Giovanni di Brienne Re di Gerusalem- 
me e diverse altre monete di quattro Re di Cipro (Guido, En- 
rico I, Enrico li, e Ugo IV) gli porgono materia ad una mono- 
grafia nel primo numero della Gazzetta Numismatica pel nuovo 
anno (3) ; un gettone di Carlo d' Orleans, terzo genito di 
Francesco 1 di Francia, gli dà modo di pubblicarne, pochi giorni 
dopo, una seconda (4) ; e così via via, quasi in ogni numero 
della Gazzetta escono nuove illustrazioni di monete del Museo 
Parmense; e basta citare per tutte — dacché 1" indugiarsi su 
ognuna non è possibile in una modesta commemorazione — 
basta citare per tutte la lunga serie delle Moìiete inedite del 
Piemonte^ iniziata nel 111 anno della Gazzetta. Numismatica, 
e continuata nel IV e nel VI, lavoro magistrale, che è « fon- 
dato quasi interamente » come osserva 1' Ambrosoli (5) « sulla 

(1) Gazs. Nichi, auuo I, u. 3, a pag. 14-15. 

(2) Gaz2. Num. auno I, n. 4, a pag. 18-19. 

(3) Alc'tne monete dei Principi Crociati in Oriente — (In Gazz. 
Num., anno II, n. ì, 25 gennaio 13 "2, a pag. 2-3). 

(4) Un gettone inedito di un pretendiinte al Ducato di Milano nel 
secolo XVI — (In Gazz. Num., auno II, n. 2, 22 febbraio 1882, a pag. 5-6). 

(5) Necrologia: Umberto Rossi — (la Rivista Ital. di Numism., anno 
IX, 1896, fase. II, a pag. 273). 



DOTT. UMBEKTO ROSSI 211 

doviziosa .suppellettile scieutilica del Museo di Parma » e che 
illustra molte monete iuedite della Casa di Savoia, di Toriuo, di 
Susa, di Vercelli, di Aosta, di Asti, di Novara, di Acqui, di 
Ceva, di Cliivasso, di Oasalmouferrato, di Carmagnola, di Mes- 
serauo, di Desaiiii, di Passeraiio e di Friuco (1). 

Né le curo e gli studi assidui per le antiche zecche piemon- 
toi^i gii fanno dimenticare (|uelle dell'Emilia e della Lombardia; 
■illa zecca di Guastalla dedica altre quattro memorie (2); due 
a quella di Parma (8); due a Mantova (4); una a Modena 
[ò); una a Castiglione delle Stiviere e a Correggio (6); e, non 
essendo più ormai campo sufficientemente ampio a' suoi studi le 
zecche numerosissime dell' Alta Italia, pubblica nuove e preziose 
notizie sulle tre zecche pontificie di Macerata, Ancona e Fano e 
su quella farnesiana di Camerino (7j, sulle monete dei Vescovi 
di Volterra (8), sulle zecche siciliane di Catania (9) e di Pa- 



(1) Monete inedite del Piemonte — (In Gazz. Num., anno III, n. 
11-12; anno IV, n. 8-10; anno VI, n. 9-11). 

(2) Un documento inedito sulla Zecca di Guastalla — (In Gm2 Num. 
anno II, n. 12) — Una moneta inedita di Guastalla, (ivi, anno II, n. 18) 

- Documenti sulla Zecca di Guastalla, (ivi, anno III, n. 3) — Le ultime 
vicende della Zecca di Guastalla (ivi, anno IV, n. 3-4). 

(3) Una grida parmense inedita — (In Gazz. Num., anno III, 
n. 1-2, jjennaio febbraio 1883, a pag. 10-11) — Contraffazioni inedite di 
monete parmigiane (ivi, anno IH, n. 9 10, Fettembre-ottobre 1883, a pag. 
69-72, con disegni del Rossi a pag. 65). 

(4) Di alcune monete inedite dei Gonzaghi di Mantova — (In 
Gazz. Num., anno li, n. 2 <, 22 dicembre 1882, a p\g. 90-91 e n 24, 31 
dicembre a pag 94-96) — Nuove monete inedite di Mantovt (ivi, anno 
111, n. 1-2, gennaio-febbraio 1883, a pag. 3-5, con disegni del Rossi) 

(5) Gipitoli della Zecca di Modena — (In Gazz. Num, anno IH, 
n. 910, sef-embre-ottobre 1883, a pag. 72-75) 

(6j Di alcune contraffazioni, operate in Castiglione delle Stiviere ed 
in Correggio — (In Gazz Num , anno II, n. 10, 3 agosto 188"2, a pag. 37 39. 

(7) Notizie su alcune Zecche pontifìcie al tempo di Paolo IH — 
(In Gazz. Num, anno VI, 1886, a pag 84-87). 

(8) Volterra e le sue monete — (In Gazz. Num.^ anno li, n. 21, 7 
dicembre 1882, a pag. 81-83). 

(9) Le moti'ite di Cxlania — (In Gazz. Num., anno II, n. 3, 9 marzo 
1882, a pag. 10 11 e n. 4, 18 marzo a pag. 13-14). 



212 COMMEMORAZIONTK DEL SEGRETARIO 

lei'ino (1) e su quella riaperta iu Avignone nel 1548 durante 
il pontificato di Paolo III (2). 

E a tanta e così svariata produzione di memorie numisma- 
tiche par quasi che più non possa bastare il nuovo periodico di 
Como; sicché nei primi mesi dui 1883, quando il Rossi, studente 
del V corso di medicina, ancora non aveva compiuto il ventesimo 
torzo anno, il Balìettin de lo, Société saìsse de Nuiìiisniaf/que 
accoglie, con viva soddisfazione di quegli scienziati, una nuova 
monografia su Alcune lìionefe inedite di Bellinzond, nella quale 
il Rossi pubblica, disegnate magistralmente da lui stesso, e illustra 
con raffronti storici e artistici, alcune monete bellinzoiiesi del 
Museo di Parma ed un'altra moneta dello stesso Museo, uscita 
dalla zecca dei Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, manifesta 
contraffazione di quelle coniate a Belliuzoua dai tre Cantoni di 
Uri, Schwitz e Unterwalden (3). 



Tutte queste pubblicaziooi destavano vivo interesse negli 
studiosi, non solo per le monete inedite che il Rossi veniva 
man mano illustrando, ma anche per i molti e interessantissimi 
documenti, del pari inediti, che secondato dalle cortese liberalità 
del Ronchini, traeva dagli Archivi Farnesiani e da quelli dei 
Gonzaga di Guastalla, riuQiti insieme a formare il R. Archivio 
di Stato di Parma. 

Già in molte delle monografie or ora accennate aveva 
potuto porre in luce documenti preziosi; le carte dei Gonzaga gli 
avevan dato modo di completare la storia di diverse delle zecche 
minori di quella famiglia, e di portare nuova luce sulle vicende 
delle zecche di Sicilia ove Don Ferrante fu, per lungo tempo, Vi- 
ceré; quelle dei Farnesi gli avevano consentito di aggiungere 

(1) Un documento inedito sulla Zecca di Palermo — (In Gnzz. Num.. 
anno li, n. 2-^, 14 dicembre 1882. a pag. 87-88). 

(2) Lt. Zecca di Avignone nel seeolo XVI — (lu Gazz. Num., anno 
VI, 1886-1887, n. 19, a pag. 89-91). 

(3) Bulleltin d; la Société sicissc de Numismatique; aunée II, u. 3 
[Fribourg,] Impriraerie Aut. Heusler, 1883j con una tavola disegnata dal Rossi ; 



POTT. UMBERTO ROSSI 213 

molte pagine alla storia, non snltiinto (lolle zecche farnesiane di 
Parma e di Camerino, ma anche di quelle [lontifìcie di Mar-orata, 
di Ancona, di Fano, e yperialmente di Avignone. 

Ma nello spogliare quei carteggi collo scopo di trovai'e do- 
cumenti nuovi por la storia delle zecche italiane, il Kossi si era 
« imbattuto molte volte in lettere, che parlavano di medaglie o 
« di antichità acquistate dai Farnesi o ad essi regalate dai per- 

« sonaggi con cui erano in relazione documenti che 

« gettano luce su una delle più celehri raccolte di Antichità, 
* qual'è il Museo Farnese ». 

Alcmie di quelle lettere, e fra esse venticinque di Fulvio 
Orsini, erano già state pubblicate ed ampiamente illustrate con 
profazione e note da altri Soci della nostra Deputazione, il Eoii- 
chini od il Poggi (1); ma ne rimanevano inedite molte altre 
scritte al Cardinale Alessandro Farnese dai luogotenenti pontifici 
di Tivoli e di Spoleto e dal vicelegato a Perugia, relative a tesoretti 
di monete ed altre anticaglie dissepolte in quelle città; altre del 
Govorr.atore di Roma relative alle scoperte archeologiche fatte 
negli scavi per le fondazioni del baulardo di Belvedere presso il 
Vaticano; altre del Nunzio a Lisbona, che inviava medaglie di 
oro d'argento colà rinvenute e mandate in dono al Cardinale 
dal Re di Portogallo, Giovanni 111; altre del Re Francesco I di 
Francia e di parecchi altri personaggi, tutte relative a monete, a 
medaglie, ad antichità d'ogni fatta, raccolte con gran cura dal 
Cardinale Farnese e dallo stesso Papa Paolo III, e primo inizio 
del celebre medagliere Farnesiano e di quel grande Museo che 
fu un tempo uno dei maggiori vanti di Parma, come oggi lo è 
di Napoli. — E il Rossi trascrisse, ordinò e illustrò con erudite 
annotazioni tutte quelle lettere dell'Archivio Parmense e le puli- 
blicò liolle annate V e VI della GazsiUa Kinn/.'^vialica; aggiun- 
gendovi, con altre annotazioni, il Catalogo del medagliere di 



(1) Fulvio Orsini e sue lettere ai Farnesi, memoria di Amadio Ron- 
CHixi con Aìinotuzioni di Vittorio Poggi — iJii Atti e Memorie delie Ufi. 
Deiynlazioni di Stori i Patria per le Provincie dell' Emilia, Nuova Serie, 
Vcl IV, parte II, a pag. 37-106). 



214 COMMEMORAZIONR DEL SEGRETARIO 

Monsignor Camillo Capranica trovato inedito fra le carte farne- 
siane del 1545 (1): 

Dallo stesso Archivio di Parma trasse pure un progetto per 
il rovescio di una moneta di Clemente VII (2); sei lettere ine- 
dite di Cipriano De Kore e diverse di Ottavio Farnese, di Mar- 
gherita d'Austria e di altri personaggi relative a questo grande 
musicista fiammingo venuto a Parma nel 1561 a fondare la Cap- 
pella Ducale (3); e ne trasse pure altii preziosi ricordi, ohe qui 
non è possibile accennare ad uno ad uno, ma che portano nuova 
luce alla storia artistica e letteraria delle nostre Provincie. 



La maggior parte degli articoli scientifici e delle monogra- 
fie ricordati fin qui, furono pubblicati in meno di tre anni, dal 
maggio 1884 ai primi mesi del 1884. mentre il Rossi era intento 
nella nostra Università agli studi di medicina e di chirurgia; e 
<j negli articoli e quelle monografie valsero ad acquistare fin 
il'allora al giovane studente di Parma la fama di scienziato pio- 
vetto e coltissimo. 

In sui primi del 1833 la Società Svizzera di Numismatica 
lo nominava suo Socio attivo; e la nostra Deputazione, che dal 
19 febbraio 1882 lo aveva avuto Socio corrispondente, lo nomi- 
nava Segretario nel luglio 1883 e lo aveva poco dopo Socio at- 
tivo pel E. Decreto 20 dicembre dello stesso anno. 

Del molto lavoro fatto dal Rossi per la Deputazione fanno 
fede i verbali delle nostre tornate dal 1° dicembre 1883 al 21 
n(wembre 1889, compilati da lui con grandissima cura. 

In quei verbali sono riassunte in breve, ma con cenni pre- 

(1) Le raccolte nrcheolofjiche dei Farnesi^ documenti raccolti neìT Ar- 
chivio di Stato Parmense — (lu Gazz iSuni., anno V, 1880, n. 10 a pag. 
74-78, e anno VI, n. 8, pag. 57-73). 

(2) Un progetto per il rovescio cVuna moneta di Clemente VII — (Vn 
Gazz. Num., anno VI, 1886, a pag. 87-88). 

(3) Lettere di Cipriano De Rore musico del secolo XVl — (Reggio 
Emilia, tip. Degani, s. a.). 



DOTT. UMBERTO ROSSI 21 5 

cisi dei fatti e dei documeuti di maggiore rilievo, le molte Me- 
morie da lui presentate e lette alla Deputazione. 

Nella tornata del P dicera hre 1883 commemorava il com- 
pianto collega Dottor Domenico Bosi e leggeva una memoria so- 
pra alcune ('ovirnffazioni hicd/ir di monete parnngianr^ dimo- 
strando come « Parma non fu tra le meno colpite dalla rea in- 
« dustria » di alcuni principotti contraffattori delle monete al- 
trui, e più specialmente dei Signori di Frinco, di Passerano, di 
Castiglione delle Stiviere e di Bozzolo (1); nella tornata del 19 
dicembre 1884 comunicava i risultati di alcuni suoi studi sulle 
ultime vicende della Zecca di Guastalla (2) e in quella del 12 
maggio 1885 illustrava novantadue monete inedite di zecche 
piemontesi conservate nel nostro Museo (3). 

Di argomento meno strettamente numismatico sono le comu- 
nicazioni fatte dal Rossi alla nostra Deputazione nelle due tornate del 
1" e del 28 marzo 1886; una relativa ad Ermes Flavio de Bonis 
architetto, scultoree medaglista padovano del sec. XV (4), 1' al- 
ira riguardante Pier-Jaropo Alari-Bonacolsi detto V « Antico » 
scultore e medaglista mantovano dello stesso secolo (5). Su 
entrambi egli raccoglie dai copialettere e da altri documenti inediti 

il) Atli e Memorie delle fili. Deptitazioni di Storia Patria per le 
Provincie Modei esi e Parmensi^ Seiie 111, voi. Ili, parte I, a pag. XXXV- 
XXXVr — Modena, Vincenzi 1885. — La memoria fu poi pubblicnta 
nella Guzz. Kum., anno III, n. 9-10. a pag. 69 7?, con disegni del Rossi a 
l>ag. '5. 

(2) Alti e Mem^ e. s. serie III, voi. IV, parte I, a pag. XXV — La 
memoria fu pubblicata nella Gazz. Nuvì.. anno IV, 1884, n. 3-4 a pag. 17-29. 

(3) Atti e M'm , e. s. serie III. voi. IV, i)arte I, a pa?. XVVill — 
XXIX. Anche questa monografia fu pubblicata nella Gmz. Nnm., annoili, 
a pig. 82-94 con disegni del Eossi a pag. 81; anno IV, a pag. 57-fi2 e 
73 7tì; anno VI, a pag. 81-8i5 con disegi'i del Eossi a pag. 81. 

(J:) Atli e Meni , serie III, voi. V, parte 1. a pag. LXIII-LXIV — 
Fu insolita nella nuova Rivista Italiana di Isumi^malicn di jSlihtno, anno 
1, 1888, fase 1. a pag. 25 40 e tav. III. 

in) Atti e Mein., serie IH, voi. V, parte 1, a pag. LXIV-LXVI — 
La lettura di qnesto interessante studio fu continuata nella successi' a tornata 
del .^ dicembre 1887 (v. Atti e Meni, serie IH. voi, V, parte 1, a pag. LXX- 
LXXIj; e l'intera memoria fu poi pubblicata nella Eiv. Ital. di Num. 
anno I, fa?c. Il, a pag. 161-194, e fase. IV, a pag. 433-38 e tav. XII. 



216 COMMEMORAZIONE PEF- SEGRETARIO 

degli Archivi di Parma e di Mantova notizie preziose; e può così 
ricostrnirela biografìa di quei due insigni artisti, dei quali, fino ad 
ora, poco o nulla avevano saputo dirci gli storici del rinasci- 
mento dell'arte. 

E alla storia del rinascimento portano pure luce novella 
ia Memoria intorno alle relazioni del Pisauello coi Marchesi di 
Mantova letta dal Kossi nella tornata del 19 novembre 1886 
(1) e l'altra sopra lo scultore e medaglista Cristoforo Geremia 
letta nella tornata del 4 marzo 1887 (2). 

Tre lettere inedite di Francesco March", scoperte dal Kossi 
nell'Archivio di Parma, gli oftVoDO occasione di fare, nella tornata 
del 3 giugno 1877, una nuova lomunicazioue di grande interesse 
jier alcune notizie intorno alla vita giovanile di Alessandro Far- 
nese, intorno alle lotte fra il Duca d'A'ba e Margherita d'Austria 
nel governo delle Fiandre, e intorno alle medaglie coniate per 
Margherita da Giacomo J( nghelinck (3). Nella tornata del 10 
gennaio 1888 il Rossi ritorna agli artisti italiani del rinascimento, 
e comunica alla Deputazione due lettere inedite relative al Pa- 
storino scoperte nell'Archivio di Parma e cortesemente comunicate 
a lui dal Konchini ; e su quelle lettere e su altri documenti 
ricostituisce una pagina avventurosa della vita del grande artista 
e una pagina gloriosa della storia della Zecca di Peggio, ove il 
Pastorino lavorò negli anni 1553 e 1554 (4). 

Gvm Marco Cavali i orelìce e scuìtoie viadanese del secolo 
XV (5) Francesco Forhus il giovane, pittore fiammingo dei 

(1) Atti e Mem. serie 111, voi. V, parte I, a pag, LXVII — Fu in- 
serita n&W Archivio Storico delVAìte, anno I, fase. XI-XII, novembre-di- 
cembre 1888, a pag. 453-56. 

(2) Atti e Mem. serie III, voi. V, parte I, a pag. LXVlll — Fu 
i •merita anch'essa neW Arch. Stor. delYArte, anno 1, fase. X, ottobre 1888, 
a pag. 404-411. 

(3) Atti e Mem., serie IIJ, voi. V, parte I, a pag. LXVIU-IXIX — 
È pubblicata nella Riv. Ital.di Xum. anno 1, 1888, fase. Ili, a pag. 332-350. 

(4) Alti e Mem., serie III, voi. V, parte I, a pag LXXl — Queste 
lettere furono pubblicate neWArrh. Stor. dell Arte, anno 1, fase. VI. Roma, 
giugno 1888, a pag. 229-30. 

(5) Alti e Mem., serie III, voi. V, parte I, a pag. LXXII — Fu 
pubblicata nella Riv. Hai. di Nim., anno I, 1888, fase. IV, a pag. 439-454. 



DOTT. UMBERTO ROSSI 217 

sec. XVI e XYII (1) Zaccaria e Giovanni Zacchi da Volterra 
scultori del secolo XVI (2) diedero argomento a tre nuove 
memorie lette da liossi alla Dt-putazione nelle tornate del 12 
marzo e del 17 novembre 1888 e in quella del 28 marzo 1889. 

Nello stesso anno 1889 il Kossi rappresentò la Deputazione 
nostra al IV Congresso Storico Italiano, tenuto in Firenze dal 19 
al 28 settembre, e vi difese l'autonomia delle Deputazioni Par- 
mense e Modenese contro l'awiso del Tresideni-i di quel Con- 
gresso, l'illustre Prof. Ariodante Fabretti; il quale credendo « che 
« le Deputazioni dell'Emilia (Bologna. Modena. Parma) costi- 
c tuiscano in sostanza una sola Società » riteneva che a questa 
Deputazione unica Emiliana dovesse spettare nel Congresso un 
solo voto (3). 

Presentò, pure, a quell'Assemblea una Kela'/ione sui lavori e 
sulle pubblicazioni della nostra Deputazione nei quattro anni 
decorsi dal Congresso di Torino a quello di Firenze (4); e due 
mesi dopo, nella tornata del 21 noveml)re 1889, lesse alla 
Deputazione un'altra relazione sui lavori del Congresso fiorentino 
notando le divergenze insorte sui metodi di votazione e riassumendo 
brevemente i temi svolti e le « deliberazioni prese in ordine alle 
« relazioni delle Società e Dejiutazioni storiche eoli' Istituto; alla 
« Scuola Superiore di paleografìa e Archivistica di Firenze; e al 
« Catalogo generale degli oggetti d'arte del Eegno » (5), 

* 

Questa, ora accennata, del 21 novembre 1889 fu Fultima 

(1) Alti e Mcm., serie III, v*»!. VI, parte I. a pa?. XI T-XLT] — 
Fu ])ubl)lioata weW Arch. Stor. dell' Arie, anno II, fase. X, ottol>re 18S9. a 
pag. 404-408. 

(2) Atli e Mem., serie III, voi. VI. p.^rte I, a pag. XtlI XLlll — 
Fu pubblicata nellMrc/j. Stor. delV Arte, anno III, fase. Ili, Roma, gennaio- 
febbraio 1890, a pag. 69-73. 

(3) Atti deJ IV Congresso Storico Italiano — Firenze Vieusseux, 
189«, a pag. 39. 

(4) Atli del IV Congr. Slor. Ital., a j.ag. 200-20 1. 

(5) Archivio Storico p'r le Provincie Parmen.^i. voi. I, 1892, Panna, 
Battei, 1894, a pag. IX. 



218 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

delle nostre tornate cui potè prendere parte Umberto Bossi ; il 
quale, obbligato ormai, per ragioni di ufficio, a risiedere stabil- 
mente lungi da Parma, dovette poco dopo rassegnare le dimis- 
sioni dall'ufficio di Segretario della Deputazione; e, con grave 
rincrescimento di tutti, fu necessità accettarle. 

Già altra volta egli aveva espresso il desiderio di rinunciare 
all'ufficio; e fu quando — ottenuto dalla nostra Università, con 
splendido esame, il 13 luglio 1884, la laurea in medicina e clii- 
rurgia — dovette, per doveri di servizio militare, passare alla 
Scuola d'applicazione di Sanità militare in Firenze ; ma allora 
conlribuirouo a dissuaderlo le insistenze dei colleghi e la fortu- 
nata circostanza che, appena terminato il corso d'applicazione, 
potè subito essere di ritorno fra noi, 'J'enente Medico in questo 
Ospedale militare. 

Volle di nuovo rassegnare le dimissioni nel 1887, quando 
fu chiamato alla condotta medica di Gazzuolo Iklantovano; ma 
la vieiminza di quella borf.'ata a Parma, e le facili comunica- 
zioni, e le nuove insistenze nostre valsero anche allora a distorlo 
dal proposito di lasciare l'ufficio tenuto nella nostra Deputazione 
con tanta soddisfazione di tutti. 

Ma con decreto del 18 agosto 1888, senza alcun concorso, 
per la meritata fama che già correva di lui, il modesto medico 
condotto di Gazzuolo era nominato Conservatore dei Musei e gli 
veniva affidato uno dei più insigni Istituti Archeologici ed Ar- 
tistici del Regno, il Museo Nazionale di Firenze. 

E il Rossi entrava nel grande Museo fiorentino proprio 
quando Luigi Carrand « fVance!-e che amò l'ita'ia » morendo il 
21 settembre 1888 lasciava al Ccmune di Firenze i « tesori di 
« nnlicbità. conquista, cura ed amore di tutta la sua vita » 
come ben dice il marmo che la Città tece murare al munifico 
donatore. 

Quella collezione ricchissima veniva dal Comune affidato al 
Museo Nazionale; e Umberto Rossi « con vari anni di assiduo 
« studio » ne curava l'ordinamento e ne compilava il catalogo 
che «riuscì lodatissimo dai conoscitori italiani e dagli estranei»; 
come affermò il eh. Enrico Ridolfi Direttore delle RR. Gallerie 
di Firenze nell' affettuoso discorso funebre pronunciato innanzi 
al feretro del nostro compianto amico. 



POTI UMBERTO ROSSI 210 

lu quel discorso l'Illustre Uomo, che più d'ogni altro potè 
conoscere davviciuo ed apprezzare 1' opera del Rossi nel Museo 
lìoientiuo, ci ricorda anche come « egli imprese a riuno- 
« vare con non lievi fatiche tutte le schede dell'amplissima col- 
« U'zioue dei Sigilli, onde le leggende di molti fossero dichia- 
« rate con maggiore esatezza »; e come * con eguale ardore 
« pose mano ad un nuovo catalogo generale ed illustrativo del 
« Museo, che per l'accrescimeuto grande degli oggetti e per il 
« rinnovato ordinamento era divenuto indispeusalile ». 

« Ed è ben da dolere » soggiunge il Eidolfì « (he a com- 
« piere il lavoro già in parte «ondotto gli venissero meno le 
« forze, perchè sarebbe certo tornato d'onore a lui ed al Museo 
« tanto era l'amore e lo studio che vi poneva » (1). 

* 
* * 

Le gravi cure pel Museo, quelle per l'Ufficio di esportazione 
degli oggetti d'arte della Toscana e le altre per la Scuola pro- 
fessionale delle arti decorative industriali di Fircììze, della 
quale il Rossi fu per più anni Ispettore « chiamato a tale uf- 
« tìrio dalla tiducia del Consiglio Direttivo di quella fiorente ed 
« utilissima istituzione » (2), valsero, per dura necessità di 
cose, a privare la nostri Deputazione dell'opera sua, così apprez- 
zata e gradita da tutti noi; non valsero, però, a ìm cessare la sua 
feconda operosità letteraria e scientifica. 

La Gazzetta Numismatici di Como, alla qnale il Ros<i 
aveva collaborato con tanta assiduità, aveva dovuto cessare le 
sue pubblicazioni quando il fondatore e Direttore di essa, Dottor 
Solone Arabrosoli, col R. Decieto 1 agosto 1887, fu nominato 

(1) Il bel discorso del Prof, Ridolfl e riportato per intero nel pcriedico 
fiorertino Arte e Sl'^rin, anno X7, n. 8, 30 aprile 1896, a pag. H2-63. 

(2) RinoLFi E., DUcorso già citato — (In Arte e Storia, anno XV, 
n. 8, a pag. 63. 

Per giudicare dell'opera comniendevolissima del Russi in quell'Istituto 
veggasi: — Scuola, professionale delle urli decorative industriali di Firenze 
(Relazione letta dal Dott. Umberto Rossi nella solenne distribuzione dei 
premi agli alunni il 14 marzo 1894) Firenze, Tip. Cooperativa, 1><96, 



220 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

Conservatore del II. Gabinetto Numismatico di Brera; ma col 
nuovo anno 1888 essa risorgeva in Mihino, sempre sotto la di- 
rezione delTAmbrosoli, ma con jàìi ricca veste, e col nuovo nome di 
Bivisia Ilaliaua di Nmìiismahcfi — Il Kossi fu, tìn dal prinio 
anno, membro del Consiglio di Redazione della Riviftfa e vi scrisse 
pregiate memorie, dapprima in ogni numero, poi, man mano che 
il lavoro del j\hiseo si face\a maggiore, a lunghi intervalli, fin- 
che negli ultimi mesi del 1895, colto dalla grave malattia che 
doveva trarlo a così immatura tine, dovette cessare del tutto. 
// fiorilo (Toro di Urlavo T, pubblicato nel 111 tremestre del 
1895, parve, e fu ]uir trojtpo, Tultimo saluto del povero Rossi 
ai suoi diletti studi di Numismatica. (1). 

Il Rossi fu pure apprezzato collaboratore del Giornale Sto- 
rico della LeHerainra I/a/iana, diletto e redatto da Arturo 
Graf, Francesco Novati e Rodolfo Ranier. La interessante me- 
moria sulle Comiiedie rJassiclie in G-azBnolo ììcì 1501-1507, 
formata su documenti inediti dell'Archivio di Parma e pubbli- 
cata nel voi. XIII di quel Giornale, fu l'ultimo saluto del Se- 
gretario della nostra Deputazione alle carte parmensi, sulle quali 
tanto aveva aHaticato l'occhio e la ir,eiite; fu rultimo saluto del 
valente Medico Condotto ai buoni terrazzani di Gazzuolo, ai 
quali volle ricordare le antiche glorie della loro terra, sede un 
giorno di una delle piti munifiche ed intellettuali fra le piccole 
Corti d'Italia (2). 

Anche al jieriodico Arte e Storia di Firenze, diretto dal 
Prof. Guido Carocci, il Rossi diede largo contributo della sua 
operosità: ed ha speciale importanza lo studio, in osso pubblicato, 
sulle maioliche di Faenza e Cafaggiolo (3). 

iMa il periodico che. piti di ogni altro, assorbì l'attività del 
Rossi dal 1888 sino agli ultimi anni fu V Archivio Storico del- 

(1) Le pubblicazioni del Rossi nella Rwisla Italiana di Numismatica 
s >no indicate partitaiiiente nell'unito elenco bibliografico ai num. 47,50, 51. 
52, 55, 59, 72, 78 e 77. 

(2) Rossi Umbkrto, Commedie classiche in Gazzuolo nel 15011507 
— (In Giornal' Storico (tela Letteratura Italiana^ voi. XIII. pa? 305- 
315) Torino, Loeseber, 1889. 

(3) Rossi U. Faenza e Cafuggioìo — (In Arte e Storia, anno 1 890, n. 14). 



DOTT. UMUEIiTO ROSSI 221 

VArte, pubblicato in Roma dal Danesi sotto la direziono di 
Domenico Gnoli (1). 

E fra le molte monografie del Rossi che videro la luce in 
quel classico Archivio dell'Arte italiana, sono puro le due ina- 
'jfisirali relazioni sulla Collezione Carrand (2) e sui ]iro^Messi 
del Museo fiorentino dal 1880 al 1801 (;'>); relazioni le (juali, 
non soltanto fauno fede della grande dottrina e dello squisito 
gusto d'arte del Ross:i — ciò che del resto era già largamente 
dimostrato da tante altre sue pubblicazioni — ma attestano lu- 
minosamente l'attività, lo zelo, l'uftelto immenso da lui posto a 
servigio del Museo Nazionale; e sono elotiueute conferma che 
« nel Museo l'opera sua fn per otto anni indefessa nello stu- 
« diarne le collezioni, nellordinarle, con un ardore ed una pas- 
« sione commeudevolissimi * come il eh. Ridolfi aveva solenne- 
mente afiTermato (4). 

* 

Ne le molte e gravose occupazioni d'uffifio, nò la costante 
collaborazione a tanti periodici scientifici, letterari, artistici, im- 
pedirono al Rossi di coadiuvare con larga liberalità altri scienziati 
italiani e stranieri fornendo loro comunicazione di documenti 
inediti di grande interesse per gli studi cui essi intendevano. 

Alfredo Armand nel III volume della opera classica Les Médail- 
leurf! itnliens fìes quinzième et sei^iè'ne scièrJes, mette il Rossi, 
ancora giovanissimo, alla pari con due illustri e provetti scien- 
ziati, lo Schneider di Vienna e il Frati di Bologna, ed esprime in 

(1) Le pubblicazioui del Rossi nell'Archivio Storico delV Arie sono 
indicate nell' uuito elenco bibliografico ai num. 49, 53, 5i, 56, 57, 58, 62, 
64, 65, 66, 70, 71 e 74, 

(2) La colleziune Cirrand nel Museo Nazionale di Firenze — (In 
Arch. Star. dell'Arte, anno II, fase. I, gennaio I8S9, a pag. iO-23 e fase. 
V-VI, maggio-giugno 1889, a pag. 215 228; anno III, fase. I-II gennaio- 
febbraio 1890, a pag. 24-34). 

(3) Il Museo Nazionale di Firenze nel triennio ISS91S91 — (Tn 
Arch. Star. dell'Arte, anno Vi, 1893, a rag- 1-24). 

(4) Ridolfi E. Discono e. s. — (In Arte e Storia, anno XV, n. 8, 
a pag 63). 



222 COMMEMOHAZIONE PEL SEGRETARIO 

Ugual modo a quei tre valenti e generosi collaboratori la sua più 
viva gratitudine (1). 

Eugenio Ploii, altro dotto francese, al pari dell' Armand 
amantissimo dell'I! alia, eltbe dal Rossi preziose comunicazioni di 
documenti inediti intorno alla celebre statua di bronzo eretta a 
Ferrante Gonzaga in Guastalla, uno dei capolavori di Leone 
Leoni Aretino (2); e si dichiara juire deliitore al Rossi di altri do- 
cumenti inediti della Biblioteca Comunale di Guastalla, relativi 
alle opere commesse al Leoni da Maria Regina di Ungheria (3) 
e di una interess;intissima lettera inedita di Carlo V a don 
Ferrante Gonzaga riguardante altri lavori del grande scultore 
aretino (4). Ciò che spiega come il Plon unisca poi il nome del 
giovane Segretario della nostra Deputazione a quello dei piìi 
insigni letterati e scienziati d'Italia e dell'estero, rivolgendo loro 
parole di ringraziamento vivissimo (5). 

Né il contributo del Rossi agli studi di questi e di altri 
dotti stranieri si limitava alle comunicazioni di nuovi documenti 
fatte loro durante la preparazione dell'opera. 

Se a lavoro finito e pubblicato si avvedeva di qualche 

(1) « En publiant ce Supplétncnt, notte premier devoir est de payer 
un triljut de recounaissance à ceux qui ont bien voulu noa« en fouruir les 
niateriaux. 

« Une grande partie des médailles et monnaies que nous venons ajouter 
il celles décritcs dans les deux preniiers volumfs de cet oU'Tage provieni du 
(,'y.binet imperiai de Vienne, du * Museo civico » de Bologne et du Musée 
rojal de Panne; n us les devons a l'obligeance de MM. Robert von Scbneider. 
Lui;i Frati et Umberto Rossi » Armano Alfred. Les méìnilleurs ilalifns 
iles quinziéme el seiziéme siéeles Parii, Libr. Plon \^9,1, a pag III. 

(2) Plon Edgène, Leone Leoni sculpteur de Ch ties V el Pompeo 
Leoni sculpteur de Philippe II, Paris, Librairie Plon, 1887, a pag. 303-304. 

(3) Plox e. 1. e, a pag. 56-57 — L'illustre scrittore pubblicando dal 
manoscritto della Biblioteca Comunale di Guastalla la lettera della Regina 
Maria di Ungheria a Don Ferrant • Gonzaga, nota che deve la interessante 
comunicazione al Segretario della nostra Daputazi^me : — Noiis devons l'ob'i- 
treante commun'catioii de cette pièce a M. le docteur Umberto Rossi, 
cecretaire de la Deputation royale d'histoire de Parme ». 

(4) Plom e I. c , a pig. 97-9S — Il Pl)i pubbl.ca poi il test» spa- 
glilo iella lettera di Carlo V al Gonzaga nell'Appendice a pag. 349-37'). 

(5; Plon E. 1. e, a pag. IV. 



DUTT. UMMKlil'O Rf'SSI 223 

lacuna non mancava di dare all'autore elementi e documenti 
nuovi per eventuali aggiunte all'opera; oppure con accuratissiuie 
rassegne bibliografiche procurava colmale quelle lacune, come 
appunto gli avvenne nel dar conto della splendida opera del 
Plon nella Gazzetta Nnìni.siiKit/ca; ove trovò ìuodo di aggiungere 
all' accuratisisimo catalogo delle sculture di Leone Leoni « il 
« monumento sepolcrale di Vespasiano Gonzaga esistente a 
« Sabbioneta » nel (juale « la statua di bronzo che ne forma la 
« parte principale porta la firma del nostro artefice » (1), 

In quella rassegna bibliografica — che per vasta erudizione 
è davvero un modello in sitVatto genere di scritti — il Rossi, 
valendosi delle lettere di Pietro Aretino, restituisce a « Lodovico 
Marmitta artista parmigiano » una medaglia che l'Armand aveva 
erroneamente attribuita al Leoni, ma che l'occhio acuto del Plon 
aveva riconosciuta di altra mano; a ne trae argomento per no- 
tare le differenze di stile fra le medaglie delhi scuola parmigiana 
al principio del secolo XVI e quelle della stessa scuola dopo che 
i Bonzagni le « diedero un altro indirizzo, affatto diverso dal 
« primitivo » (2). 

Il dire della collaborazione del Rossi nelle opere di molti 
dotti italiani ci trarrebbe a troppo lungo elenco; ci limiteremo 
quindi a notare che alla raccolta di documenti e studi pubbli- 
cati dalla R. Commissione Colombiana pel IV Centenario della 
scoperta dell'America contribuì colla accurata illustrazione di 
otto medaglie -oniate in onore del sommo navigatore in tempi 
ed in paesi diversi (3); e contribuì del pari alla versione che 
il Luzio e il Carotti ci diedero dell'aureo libro di Eugenio Muntz 
sull'arte italiana nel Quattrocento, introducendovi tutte le va- 
rianti « rese necessarie dagli spostamenti avvenuti nelle colle- 
« zioni di Firenze e dai nuovi documenti venuti alla luce » (4). 

(1) Rassegna bibliogrnfiea : Eugène Plox, Leone Leoni etc. — (In 
Gazz. Nuni.^ anno VI, l886-§7, n. 12 a paij. %, colonna 1, nota 1. 
(?) Ibidem, a rag. 95, colonna I, nota 2. 

(3) Raccolta d documenti e studi pubblica'i dalla R. Commissione 
Colombiana pd Quarto Centeti'irio della scoperta dell' America. Parte III, 
voi 111, Roni=», 1804. 

(4) Muntz EugEìNio, Z-' Arte Itali ma nel Quattrocento (trad. di Ales- 
sandro Luzio e Giulio Carotti) Milano, Tip. Beraardoni, 1894 ; lettera agli 
abbonati, a pag. V. 



224 COMMKMOH AZIONE DEL SEGKETAKIO 



* 

* * 



Recherà meraviglia che in luezzo a così assiduo lavoro di 
collaborazione nei miggiori periodici seieii (itici ed artistici e nelle 
opere di insigni scienziati italiani e stranieri rimanesse ancora 
tempo al Rossi j>or curare altre pubblicazioni proprie. 

Eppure nel 1887 dava in luce, coi tipi del Calderini in 
Reggio Emilia, una com[>leta illustrazione delle due zecche dei 
Malaspina di Tresana e di Fosdiuovo, interessanti entrambe, ma 
sopra tutto quest'ultima per i ìnifjnil coniati per il Levante e 
contraffatti da quelli di Dombes (1); nel 1888, pure in Reggio, 
coi tipi del Degani, pubblicava la monografia su Cipriano de 
Rore, ricca di nuovi interessantissimi documenti sulla vita di 
quel grande musicista fiammingo (2); nei primi iiiosi del 1891, 
in Firenze, coi tipi del Carnesecchi, dava in luce il Catalogo del 
Museo che l'Opera di Santa Maria del Fiore aveva formato per 
accogliervi le C;mt«irie ài Luca della Robbia e di Donatello e le 
iscrizioni, i mosaici, i dipinti, e le altre numerose opere di arte 
che erano state man mano tolte dalla insigne Basilica (3) ; e 
poco dopo, nello stesso anno 1891, pure in Firenze, coi tipi 
Bonducciani, pubblicava in un volume di oltre trecento cinquanta 
pagine il Catalogo della collezione numismatica del Senatore 
Tomaso Corsi, straordinariamente ricca di medaglie moderne (-1). 

Ma r opera a cui negli ultimi anni rivolse maggiori cure 
fu il Catalogo generale del Museo Nazionale di Firenze, livore 
magistrale a cui, contro le prescrizioni dei medici e le vive 
preghiere della sua gentile Signora, de' suoi figliuoletti, degli 



(1) trozze M ilaspina - GìacobnzzL — Reggio iiell' Emilia, Calderini, 
1887, con du", tavole litografate. 

("2) LaU-evà di Gioriari') De Rore musico del secul > XVI — Repfrio 
Emilia, Tip. Degani s. a. 

(3) Gdlalogi) del Muteo di Sinta Miria del Fiore — Firenze, Carne- 
secchi, 1891. 

(,4) Citalogo della collezioni del fu comm. Senatore Toììi^-<o Corsi — 
Firenze, Tip. Bouducciana, 1891. 



DOTT. UMBERTO ROSSI 225 

amici, dedicò il febbrile lavoro delle ultime sue giornate, delle 
sue ultime notti (1). 

Invano la Famiglia e gli amici lo pregavano di prendere 
un po' di riposo, di uscire all' aperto abbandonando per qualche 
giorno il vecchio Palazzo del Bargello, ove in poche e piccole 
stanze, prive di aria, di luce, teuea casa e ufficio per lasciare 
più spaziosi i locali destinati alle collezioni ricchissime, cui le 
sue cure solerti procuravano ogni giorno nuovi aumenti. — Ri- 
spondeva costantemente che voleva completare e dare in luce il 
più presto possibile il Catalogo did Museo, perchè poi doveva 
metter mano ad altro più ampio e [Ah geniale lavoro intorno alle 
monete italiane ! 

Infatti il povero Rossi — lo ricorda anche TAmbrosoli nella 
sua affettuosa commemorazione — « intorno alle monete italiane 
« stava meditando ed apparecchiando un'opera di lunga lena, 
« inconscio come egli era della prossima fine alla quale lo spin- 
« gevano le troppe diuturne fatiche » (2). 

Ma, e quella poderosa opera, a cui il Rossi voleva affidare 
più che ad ogni altra, la sua fama di scienziato; e il Catalogo 
del Museo Nazionale, opera meravigliosa per diligenza di ricerche 
per gusto d'arte, per erudizione; e l'avvenire di felicità che egli 



(1) 1/ opera, rimasta incompiuta por la iminatnra fine dell'autore, fu 
data alle stampe, due anni dopo la morte del Rossi, a cura del suo dotto 
successore Prof. I. B. Supino, in un volume di i84 pagine coi tipi dell'Unione 
Cooperativa editrice di Roma. 

In quel volume appartiene integralmente al Rossi l' illustrazione della 
Collezione Carrand (da pag. 71 a pag. 340); e sono pure dovute a lui le 
descrizioni delle stoffe e degli arazzi della detta collezione collocati nella 
Sila della Torre (pa^c. 69-7?), nella Sagreslia (pag. 359-365) e in diverse 
altre sale del Museo. 

Le parti che ancora mancavano a completare il catalogo furono aggiunto 
dal Prof. Supino, continuatore veramente degno dell'opera del Rossi. 

Nella prefazione al volume il Prof. Supino promette che « sarà dato 
<< alle stampe in edizione separata » un altra parte del Catalogo del Museo, 
già condotta a termine del Rossi; quella che illustra la ricchissima collezioni 
dei Sigilli. 

(2) Ambrosoli 1. e. — (In Rivisla Italiana di Numismatica^ anno IX 
1896, fase. II, Milano, Cogliati, 1896, a pag. 295). 

Ahch. Stok. Faru., V. 16 



226 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

sognava per la Sposa adorata, per i suoi due angioletti, tutto 
fu troncato dalla inesorabile anemia che lo uccideva, a soli 
trentasei anni, il 31 marzo 1896. 

Fu quello per il giovane medico che troppo aveva presunto 
delle forze di un uomo, per l'infaticabile lavoratore che alla scienzii. 
all'arte avea data la mente elettissima, l'indomabile energia, la 
terrea tenacità di propositi, tutta la sua giornata e alcuna volta 

la notte intera fu quello per Umberto Rossi il primo di di 

riposo. 

G. Maeiotti 



PUBBLICAZIONI 

NUMISMATICHE E STORICHE 



DEL 



DoTT. UMBERTO ROSSI 



1881 



1. — Monete sconosciate di Guastalla (In Gazzetta Nunii- 
smatica di Como, anno I, n. 1, 15 maggio 1881, a pag. 2-3). 

2. — 3Ionete sconosciute di Guastalla — (In Gazz. Num., 
a. I, n. 2, 1 giugno 1881, a pag. 5-6 — È una breve ag- 
giunta alla memoria precedente. 

3. — Bozzolo e Castiglione delle Stiviere, monete scono- 
sciute. (Ibidem, a pag. 6). 

4. — Sabhioneta, appunti numismatici. — (Ibidem, a 
pag. 6-7). 

5. — Una nuova imitazione del Matapane Veneto. — (In 
Gazz. Num., a. I, n. 4, 20 giugno 1881, a pag. 14-15). 

6. — Un quarto di grosso di Secondotfo march, di Mon- 
ferrato. — (In Gazz. Num., a. I, n. 4, 1 luglio 1881, a 
pag. 18-19), 

7. — Alcune moìiete inedite di Messerano. — (In Gazz. 
Num., a. I, n. 5, 15 luglio 1881, a pag. 25-26). 

8. — Un ripostiglio di monete nel Museo di Storia patria 
di Reggio-Emilia. — (In Gazz. Nu ii., a. 1, n. 6, 5 agosto 
1881, a pag. 30-33). 

9. — Osservazioni sopra alcuni sesini di Messerano. — 
(Ibidem, a pag. 33-34). 

10. — Un nuovo ripostiglio nel Museo di Heggio-Emilia . 
— (In Gazz. Num., a. I. n. 8, 10 sett. 1881, a pag. 42). 



228 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

11. — Le monete di Bódigo (In Gasz. Num., a. I, n. 9, 
20 novembre 1881, a pag. 46-47). 

12. — La Zecca di Reggio neW Emilia sotto la domina- 
zione pontifìcia. — (In (Jazz. Num., a. I, n. 11, il dicembre 
1881, a pag. 54-55). 

13. — Le Zecche del Ducato d'Urbino sotto Lorenzo de 
Medici e Leone X. — (In Gazz. Num., a. I, n. 12. 31 di- 
cembre 1881, a pag. 58-59, e a. II, u. 1, 25 gennaio 1882, a 
pag. 2). 

14. — Puisseyna bibliografica: Promis Vincenzo, Le mo- 
nete di Castiglione de' Gatti, Torino 1881. — (In Gazz. Num. 
a. I, n. 12, 31 dicembre 1881, a pag. 60). 

1882 

15. — Alcune monete dei Principi Crociati in Oriente. 
— (In Gazz. Num., a. II, n. 1, 25 gennaio, 1892, a pag. 2-3). 

15 — Un gettone inedito di un pretendente ni Bucato di 
Milano nel secolo XVL. — (In Gazz. Num., a. II, n. 2, 22 
febbraio 1882, a pag. 5-6). 

17. — Rassegna bihliogrnfica: Biondelli Bernardino, Di- 
cldarazione di parecchi medaglioni e monete romane inedite, 
Milano, 1881. — (In Gazz. Num., a. II, 22 febbraio 1882 a 
pag. 7). 

Questa rassegna bibliografica e le altre indicate più sotto ai num. 18. 
24 e 25, relative a pubblicazioni del Trachsel, dal Serrure e dello stesso 
Biondelli, non portano la firma dell'autore; ma il eh. Direttore della Gazzetta 
Numismatica Dott. Solone Ambrosoli, nell' aftettuosissima necrologia del 
Rossi, già più volte citata, le dice opera di lui. 

18. — Rassegna bibliografica: Trachsel C. F., Monografie 
des monuments numismatiques des comtes et du prince de Li- 
nange, Bruxelles, 1891. — (Ibidem, a pag. 7-8). 

19. — Le monete di Catania. — (In Gazz. Num., a. Il, 
n. 3, marzo 1882, a pag. 10-11, e n. 4, 18 marzo, a pag. 13-14). 

20. — Di alcune contraffazioni operate in Castiglione 
delle Stiviere ed in Correggio. — (In Gazz. Num., a. II, 
n. 10, 3 agosto 1882, a pag. 37-39). 



DOTI. FMBERTO ROSSI 229 

21. — Di un lìiccolo riposfifilio in Piemonte. — (Ibidem, 
a pag. 39-40). 

22. — Bassegna hihh'of/raficn: Kuoz Carlo, Monete inedite 
rare di Zecche italiane, Massa Loinhardo. Memoria IV. — 
(In Gazz. Nnm., a. II, ii. 11, 11 settembre 1882, a pag. 44). 

23. — Un documento inedito sulla Zecca di Guastalla. 
— (In Gazz. Num., a. II, n. 12, 19 settembre 1882, a 
pag. 45-46). 

24. — Rassegna bibliografica : Serrure C. P., Notice sur 
le Cabinet monétaire de S. A. le ^^rince de Ligne, Gand. — 
(In Gazz. Nuu/.,2l.U, n. 13,26 settembre 1882, a pag. 51-52). 

25. — Rassegna bibliografica: Biondelli B., Prima serie 
di monete e medaglioni greci inediti del R. Gabinetto Numi- 
smatico di Milano^ Milano, 1882. — (Ibidem, a pag. 52). 

26. — T^ìì(( ìiioneta inedita di Guastalla. — (In (razz. 
Num., a. II, n. 17, 31 ottobre 1882, a pag. 62-66, e n. 18, 
5 novembre, a pag. 69-70). 

27. — Volterra e le sue monete. — (In Gazz. Num., a. 
II, n. 21, 7 dicembre 1882, a pag. 81-83 e n. 22, 14 dicem- 
bre 1882, a pag. 86-87). 

28. — In documento inedito sulla Zecca di Palermo. — 
(In Gazz. Num., a. II, n. 22, 14 dicembre 1882, a pag. 86-87) 

29. — Di alcune monete inedite dei Gonzaghi di 3Ian- 
tova. — (In Gazz. Num., a. II, n. 23, 22 die. 1882, a pagina 
90-91, e n. 24, 31 dicembre, a pag. 94-96). 

1883 

30. — Nuove monete inedite di Mantova. — (In Gazz. 
Num., a. Ili, n. 1-2. genn. febb. 1883, a pag. 3-5, con disegni 
di U. R. a pag. l). 

31. — Una grida parmense inedita. — (Ibidem, a pa- 
gina 10-11). 

32. — T)i alcune monete inedite di Bellinzona. — (Cn 
BuUettin de la Sociéfé Suisse de Numismatique; a. II, n. 3; 
Fribonrg, Imp. Aut. Heuseler, 183; — con una tav. dis. da U. R.). 

33. — Documenti sulla Zecca di Guastalla. — (In Gazz. 
Num., a. III. n. 3, marzo 1883, a pag. 18-19). 



230 COMMEMOIUZIONE DEL SEGRETARIO 

34. — Contraffazioni inedite fìi monete parniigiarK , — 
(In Gaz2. Xiii)/., a. Ili, n. 9-10, sett. ottobre 1883, a pagina 
G9 72, con disegni U. R. a pag. 65). 

35. — Capitoli delia Zecca di 3Iodena. — Ibidem a 
pag. 72-75). 

36. — Necrologia: Domenico Bosi. — (In Atti e 3Ie)no- 
rie delle lìR. Deputazioni di Storia Patria per le Provinri( 
Modenesi e Parmensi, Serie HI, vo]. Ili, pag. XXXV-XXXVl. 
tornata 1° dicembre 1883). 

37. — Monete inedite del Piemonte. — (In Gazz. Kuììì.. 
a. Ili, n. 11-12, nov. die, 18S3, a pag. 82-94, con disogni di 
i;. R. a pag. 81; a. lY, n. 8. a pag. 57-62, a. IV, n. 10 a 
l>ag. 73 76; e a. VI, n. 9-11, a pag. 81-83, con disegri di U. 
K. a pag. 81). 

1884 

38. — Le ultime vicende della Zecca di Guastalla. — (In 
(iazz. Num., a. IV, 1884, n. 3-4, a pag. 17-29). 

1885 

39. — Le raccolte archeologiche dei Farnesi. — (In Gazz. 
Xam., a. V, 1885, n. 10, a pag. 74-78, e a. VI, n. 8, a pa- 
gina 57-63). 

1886 



40. — Lodovico e Giannantonio da Foligno, orefici e me- 
daglisti Ferraresi. — (In Gazz. Xum., a. VI 1886, n. 9-11 a 
pag. 66-78, con fotografie a pag. 65). 

41. — Notizie su alcune Zecche pontificie al t<in})0 di 
Paolo IIL — (In Gazz. Xum., a. VI 1885, a pag. 84-87). 

42. — Un progetto per il rovescio d' una moneta di Cle- 
mente VII. — (Ibidem, a pag. 87-88). 



DOTT. UMBERTO ROSSI 231 

43. — La pai ria di Spcmndio. — (In (ìazz. Numis., 
a. VI, 1886-87. n. 12, a pag. 89-01). 

44. — La Zecca d'Ai-if/nonc nel siecoìo XVI. — (Ibidem, 
a pag. 93-94). 

45. — Fiassìcffna hihliof/rafica: Eugène PIod, Leone Leoni, 
^culptenr de Charle.'^ V et Pompeo Leoni, sculpteur de Phi- 
lippe II, Paris. — (In Gazz. Num., a. VI, 1886-87, n. 12 a 
pag. 94-96). 

1887 

46. — Nozze Malaspina-Giacohazzi — Reggio nell'Emi- 
lia, tipografia di Stef. Calderini e figlio, 1887. 

È un opuscol(» (li 30 pagine con '2 tavole litoy-r. dedioato il 10 gen- 
naio 1887 dal Kagioniere Prospero Montanari alla Marchesina Laura Ma'a- 
spina per le sue nozze col Conte Francesco Giacobazzi; contiene una inte- 
ressante monografia del Dott. Eossi sulle zecche dei Malaspina di Tresana 
e di Fosdinovo. 

1888 

47. — I medaglisti del Pinascimento alla Corte di Mau- 
tova. — I. — Ermes Flavio de Bonis. — (In Eivisfa lialiana 
di Xniiismatica di Milano, anno I, 1888, fase. I, a pag. 25-40 
e alla tav. III). 

48. — Lettere di Cipriai/o De Bore musico del secolo 
XVI. Reggio Emilia tip. Degani, senza data — (Dal Registro 
dei Boni del Museo di Anticliità di Parma risulta, per la copia 
donata dal Rossi al Museo, In data del 7 giugno 1888). 

49. — Pastorino a Jleggio d' Fui ili". — (In Archivio 
Storico dell' Arte: a. 1, fase. VI; Roma, giugno 1888; a pagina 
229-30)- 

50 — / medaglisti del Rinascimento alla Corte di Man- 
tova. — 11, — Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto r *i Antico * . 
— (In Riv. Ital. di Xum., a. I, 1888, fascicolo II, a pagina 
101-94, fase. IV, a pag. 433-38 e alla tav. VII). 



232 COMMEMORAZIONE DEL SEGRETARIO 

51. — Francesco 3Iarchi e le MeJagìie eli Margherita 
cV Austria. — (Ibidem, fase. Ili, a p. 332-50). 

52. — Necrologia: Ai f redo Armand. — (Ibidem a pa- 
gina 377-69, con ritratto). 

53. — Cristoforo Geremia. — (In Ardi. Stor. dclV Arte; 
a. I, fase. X; Roma, ottobre 1888; a pag. 404-11). 

54. — Il Pisanello e i Gonzaga. — (Ibidem, fase. XI 
XII, novembre-dicembre, a pag. 453-56). 

55. — 1 medaglisti del Tiiuascimento alla corte di Man- 
tova. — III. — Gian Marco Cavalli. — (In Rivista Ital. di 
Num., a. I, 1880, fase. IV, a pag. 430-54). 

1889 

56. — La Collezione Carrand nel Museo Nazionale di 
Firenze. — (In Ardi. Stor. delF arte; a. IL fase. 1, Roma, 
gennaio 1889, a pag. 10-23, fase. Y-YI, maggio-jiiiigno, a pa- 
o-ina 215-228; e a. III, fase, MI, gennaio febbraio 1900, a pa- 
gma 24-34). 

57. — Quadri del Sustermans nella Galleria degli Uffìzii 
in Firenze. — (In Ardi. Stor. dell' Arte: a. II, fase. III-IV, 
marzo aprile 1889, a pag. 172). 

58. — Jehan Baudoìiyn, arazziere fìanniiingo. — (In 
Ardi. Stor. dell'Arte; a. II, fase. V-Vl; maggio giugno 1889; 
a pag. 252-253). 

59. — La Zecca di Tresana. — (In Biv. Ital. di Num., 
a. II, 1889, a pag. 35-52, con disegni nel testo). 

60. — Commedie classiche in Gazzuolo 1501-1507. — 
(In Giornale Storico della Letteratura Italiana, voi. XIII, pa- 
gina 305-315 — Torino, Loescher, 1889). 

61. — Dei lavori e delle pidihlicazioni della B. Deputa- 
zione di Storia Patria per le Provincie Parmensi, relazione 
inserita negli Atti del VI Congresso Storico Italiano, settembre 
1889, a pag. 200-201; Firenze, Vieusseux, 1890. 



DOTT. UMBFJRTO ROSSI 233 

62. — Francesco Forhns il giovane e il suo sof/giorno a 
Parigi. — (lu Ardi. Sfor. (ir IT Arte: a. II, fase. X, ottobre 
1889, a pag. 404-408). 

63. — Sui lavori del I T Congresso Storieo liaìiano te- 
nuto in Firenze nei settenibrc l^S!); relazione letta alla Depu- 
tazioue nella tornata del 21 novembre stosso :inno, e riassunta 
nel voi. I di questo Archivio Storico, pag. IX. 

1890 

64 — Zaccaria e Giovanni Zacchi da Volterra. — (In 
Ardi. Stor. dell'Arte; a. Ili, fase. I-II; Roma gennaio-febbraio 
1890; a pag. 69-72). 

65. — I deschi da parto. — ^Ibidem, a pag. 78-79J. 

QQ. — Due dipinti di Piero PuUajolo. — fin Arch. 
Sfor. dell'Arte; a. IH, fase. III-lV; marzo-aprile 1890; a pa- 
gina 160-161;. 

67. — Faenza e Cafaggiolo. — (Nel periodico: Arte e 
Storia, a. 1890, u. 14). 

1891 

68. — Catalogo del Museo di Santa Ilaria del Fiore. — 
Firenze, Tip. Carneseeehi, 1891. — (Un opuscolo di pag. 35, 
in 8). 

t;9. — Catalogo della collezione del fu comm. senatore 
loinaso Corsi. — Firenze, Tip. Bonduceiaua, 1891. — (Un 
voi. in 8, di pag. 138). 

1892 

70. — Bassorilievo in maiolica nel Museo Nazionale di 
Firenze. — (In Arch. Stor. dell' Arte; a. V, 1892, fase. V; a 
pag. 366-367). 

71. — Oggpffi di orifìceria acquistati dal Museo Nazio- 
nale di Firenze. — (Ibidem, a pag. 367). 

72. — Gian Marco e Gian Battista Cavalli. — (In Riv. 
Ital. di Nwn., a V, 1892, fase. lY, a pagina 481-86). 



234 CfniMEMOHAZIONE DEL SEGRETA HTO 

73. — Gride relative al corso delle monele milanesi in 
Tteggio d'Emilia — (Ibidem, a paff. 487-92). 

1893 

74. — Il Museo Nazionale di Firenze nel triennio 1I^R9-91. 
— (In Ardi. sfar. delT Arie: a. VI, paf]f. 1-24; Roma, Danesi, 
1893). 

1894 

75. — Le medafflie di Cristoforo Colombo. — (In Rac- 
colta 'li documenti e studi pnhldicntt dalla 7?. Commissione 
Colombiana pel Quarto Centenario dalla scoperta dell'America. 
Parte II, voi. Ili; Roma, 1894). 

1895 

76. — // fiorino d'oro di Urbano V. — (In Riv. Rai. 
di Nnm., a. Vili, 1895, fase. III, a pag. 385-87, con foto- 
incisione). 



OPERE STAMPATE 
DOPO LA MORTE DELL'AUTORE 



1896 

77. — Scuola professionale delle arti decorative industriali 
in Firenze. — (Relazione letta dal Cav. Dott. Umberto Rossi 
nella solenne distfibiizione dei premi agli alunni il 14 marzo 
1894) — Firenze, Tip. Cooperativa. 

Questa relazione )inl)l)licata a cura del Coii^isrlio Dirigente della Scuola 
pochi mesi dopo la morte del Rossi, era stata letta in occasione del 25° an- 



DOTI. UMBERTO ROSSI ^5" 

niversario dalla fondazione di quell'Istituto, e ne tesse brevemente la storia 
— Credo, quindi, non debba escludersi dall'elenco delle opero storii-lie 
del Rossi, quantunque lo scopo dello scritto sia sopratutto didattico. 



1898 

78. — C(tf((ÌO(fO del Pi. Museo NuzìoìkiÌc di Firenze, — 
l\oin;i, Tip. Unione Cooperativa editrice, 1898 — (Un voi. di 
pagine 484). 

L'edizione fu curata con vivo affetto e completata con grande dot- 
trina dal Prof. I, B. Supino, 8UCce-;so al Rossi nHla direzione del Jluseo 
liirentino. Già si notò piiì sopra, alla pag. '225 quale parte ilelT opera spetti 
al nostro compianto Rossi, quale al suo illustre successore. 



G. M. 



INDICE DEL VOLUME V. 



Albo della R. Deputazione 

Suato delle tornate dell' anno accademico 1895-9fi . 

Micheli (dott. Giuseppe) — Le corporazioni parmensi d'arti ( 

mestieri ......... 

SiTTi (Giuseppe) — Cenni storici suU' Archivio del Comune d 

Parma ......... 

Casa (dott. cav. F^milio) — Commemorazione del Socio corrispon 

dente cav. Carlo Gallenga ...... 

Mariotti (dott comra. Giovanni) — Commemorazione del Socii 

corrispondente dott. Umberto Rossi .... 



pag. 


VII 


» 


XI 


» 


1 


> 


139 


» 


185 


» 


203 



D 



«p 



- sr» 



-.A 



4. ÌV' ^0 1^64 



DG 

975 

P25A7 

v.^-5 



Archivio storico per le 
province parmensi 



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