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Full text of "Archivio storico per le province napoletane"

I 



n 



ARCHIVIO STORICO 



PROVINCE NAPOLETANE 



PUBBLICATO 



A ClJiiA \)V.UA SOCIKTÀ IH STOIIIA PATKIA 



Anno XXVII. — Fascicolo I. 



NAPOLI 

STAR. TIP. PIERRO E VERAI.DI 

fie//' Istituto Casa nca'a 

1902 



^ 






^ 




ì^6S90 



► / ■ / ■/ 



LA POLITICA ORIENTALE 

DI ALFONSO DI ARAGONA 



Allorché ^ìì storici ricordano e descrivono la intensa 
vita intellettuale, la stupenda fioritura artistica e lette- 
raiia, la prosperità industriale ed economica , lo splen- 
dore, cui r altissimo senno del Malanimo Alfonso fece 
pervenire questo Re^no e (piesta Città che ne era fa- 
stosa Capitale, non vi ha cuore di vero napoletano che 
non esulti di nohile orgoglio e non sia punto ad un tempo 
da un mesto dolcissimo rimj)ianto. Però, come sono ri- 
cordati e descritti, quegli anni di memorabile grandezza 
i-endono immagine più di un nobile riposo che di una 
efficace operosità. Rij)os() da Re, naturalment(% e da gran 
\le, clie dopo aver logorato la gioventù e parte della vi- 
lilità nelle azioni guerresche e nelle lotte diplomatiche, 
gode da par suo il premio conseguito col proprio valore, 
con la propria sapienza: e nelle cacce, nelle giostre, tra 
la i^ompa della Cor^e, nella amena libertà dei convegni 
letterarii e ])oetici, nell' amore appassionato per Lucrezia 
(T Alagno, la bella delle belle, è sempre liberale , gene- 
roso, magnifico. Per opera sua una nuova vita l'igogliosa 
e fattiva rifluisce per questa Città , cui così brevi sono 
state lo gioie, così lunghi i doloii: e la classica musa del 
Pontano rivede la incom])arabile leggiadrìa di Paiienope, 
le incantevoli grazie di Antiniana, Prochite, Porticina, 
(^ delle altre ninfe alpestri e boscherecce che le fan 
corona. 



4 — 




Ma il fascino di questo pittoresco spettacolo non riesce 
a far sì che chi è avvezzo a ricercare le riposte cagioni 
delle cose non sia colto da meraviglia nel considerare 
che quel Re, veramente instancabile, potè passar cosi ra- 
pidamente da una febbrile opei'osità ad una inerzia quasi 
totale : e che quello Statista , dotato di una 2)r-evidenza 
quasi divinatrice , potè contemplare la tempesta che si 
addensava in Oriente contro il suo Regno e contro tutto 
il mondo cristiano, senza nulla tentare per scongiurarla, 
senza jiunto distogliersi dalle sfarzose eleganze del Ca- 
stelnuovo, dalle delizie venatorie degli Astroni e di ( -a- 
pua, dall' r.mena e solitaria quiete di Torre del Greco. 
E se le cose stessero proprio in questi termini, la somma 
prosperità avrebbe indotto nel carattere del Re un mu- 
tamento tanto degno d'investigazione, quanto jier nulla 
confacentc alla fama di lui. Ma^ purtropi)0, negli storici, 
numerosi ed alcuni anche elegantissimi , che trattarono 
di Alfonso e delle sue gesta , è una grande lacuna , la 
quale, se si spiega e si scusa nei libri di coloro che, scri- 
vendo da lontano, per contemplar ciò che era appariscente 
e vistoso, di necessità non discernevano o perdevan di 
vista quel che per la natura stessa delle cose non |)oteva 
esser paleso e manifesto a tutti, appare inesplicabile ed 
ineìBcusabile negli scritti del Fontano, che del cuore del 
Magnanimo conobbe tutti i segreti , e tutte le vicende 
dell' opera di lui ^). 



*) A volte a questa meraviglia si aggiunse 1" aperta e non meno 
ingiusta censura. (]osì, per addurre lui solo esempio preso fra tanti, 
il Villemain, in un libricciuolo che al suo tempo ebbe grandissima 
voga, scriveva: ■ — L' annonec du perii de la ville imperiale n'avait ae'- 
ricusement occupe' que quelques marchands de Pitse et de Venise, qui ne'- 
(jociaient dans les mcrs du Levant et qui avaient salsi rette ocpasion de 
vendre a la fois aux Grecs et aux Turcs de la pondrc et des annes. 
Mais la Siede e'tait alors tellement dénue'e de commerce et d' industrie, 
que Voti ne s'tj e'tait arise d'aucune expe'dition seìidtlahlc: et l' oìì i(jno- 



Olii, su (jucsta lacuna getta vivissima luce, una serie 
(li documenti, che, custoditi nell' Archivio di Barcellona, 
ricco di tant(^ memorie aragonesi, qui si pubblicano per la 
prima volta *). Da essi è chiaramente dimostrato che Al- 
fonso, non avendo dimenticato i mali arrecati alla Spagna 
ed alla Sicilia dal pre[)otere delle orde maomettane, vo- 
leva che non si rinnovassero. Con mirabile intuito pre- 
vedeva che i Turchi sarebbero riusciti a compiere la uni- 
ficazione dei " credenti „ , come poi avvenne regnando 
Sclim I; e prevedeva altresì che, fatta loro la sponda in- 
f(MÌore del bacino del Mediterraneo , ne sarebbero deri- 
\ati danni infiniti a tutto il mondo civile. Tenere a bada 
una gente così audace e pericolosa, j)OÌ risospingerla nelle 
natie steppe asiatiche ed innalzarle alle spallo una insor- 
montabile barriera, ecco il grandioso concetto ignorato 
sinora, al quale il Magnanimo consacrò gli anni migliori 
del suo regno. Oratori, legati e persone di sua fiducia 
percorrevano le conti-ade che un tempt) formarono l' im- 
pero ili Oriente, e l'Asia Minore, 1' Africa: scandagliavano 

idit ildUH celle ile quel c'tait le nort oti le (lanijer de Constantinoph. Un 
il'h arenylc patir la religion romaine rendait senlemtnt le uovi de Bi/- 
zanve odieux panni le peuplc, qui ra/ardait Ics Grccs vomme des inipies, 

eiiiìeniis de Dica et des saintes images — V'illbmain, Lasrnris ou 

/t's- Grecf! dii quinziènie xièrlc. Paris. Ladrdrat. 1825. pa«;. 3. 

1) Lillustie Dottor Luigi de Thalloczy. l. R. Consigliere Aulico 
e Direttore dell' I. K. Archivio delle Finanze a Vienna, faceva tra- 
scrivere questi documenti. Ma come la pubblicazione di essi lo 
avrebbe distolto dalle ricerche nelle quali meritamente ha conse- 
guito sommo onore , ne faceva dono a questa Società di Storia Pa- 
tria, dando prova di un amore della scienza tanto più lodevole 
(juanto più raro. Al Dottor de Thàlloczy, all' insigne scienziato che 
allo studio dell' Albania ha consacrato una dottiùna ed un' attività 
non comuni, le vivissime grazie di questa Società, di Storia Patria, e 
(juelle non meno cordiali dei ^Napoletani che veggon rimesso in 
luce, per merito suo, tutto un nobilissimo periodo dei loro fasti più 
lì'loriosi. I . • . 



— 6 — 

i mari, eyaniinavano i porti, fosteggiavano le isole, stu- 
diavano le strade, osservavano le fortezze, prendevan nota 
dei mercati e delle ])iazze, fermando ])atti, concliiiidendo 
convenzioni, stringendo alleanze, fomentando e sostenendo 
le ribellioni dei grandi capi turclii e turcomanni, rinco- 
rando i piccoli despoti orientali, passando da Bisanzio a 
Trebisonda ed a Rodi, dai confini della Persia al Cairo 
e nella Siria ; mentre nelle sontuose aule della Reggia 
napoletana avvicendavansi le ambascerie e le legazioni 
dello " Imperatore dei liomei „ e del " Soldano di Ba- 
bilonia „ , dello " Imperatore dell' Etio[)ia e dell' India 
Maggiore „ e ( lei " Gran Caramano „ : né a volte manca- 
vano di esservi rappresentati il Re di Cipro, quello diTu- 
nisi ed i Principi di Acaia, di Atene, di Lacedemone, di 
Arta, di Corinto, di Corfù *). 

Insomma, Napoli era diventata centro di un vastissimo 
movimento internazionale clie, sfuggito alla memoria dei 
cronisti, è attestato con sicurezza dai documenti barcel- 
lonesi: ed avrebbe acquistato nella politica e nel commer- 
cio dell' Oriente il primato cui le davan diritto la sua po- 
situra geografica, la industria dei suoi cittadini e la virtù 
del suo Gran Ile, se il disegno di Alfonso avesse avuto 
successo pali alla nobiltà degli intenti ed alla gagiiai'dia 
degli sforzi coi quali questi procurò metteiio in atto. 
Egualmente lontano dalla intolleranza e dall' avidità di 
H,oma, dal mercantilismo e dalla imprudente fallacia di 
Genova , dalla insaziabile sete di dominio e dall' egoismo 
di Venezia, alla sapiente equità delle intenzioni il Magna- 

1) Un'eco eloquente di questa prosperità v grandezza napole- 
tana rimane nei seguenti versi del poeta popolare Verardinielio, 
che vìsse tra la fine del secolo XV e la prima metà del secolo XVI: 

Saie quan.no faste, Napole, corona '^ 
~ Quanno regnava Casa <V Aragona. 



niiiio ac(()j)j)i;iva la piemi consapevolezza della sua mis- 
sione civile , la inciollabile fermezza dei pro])ositi, la in- 
domita alacritìi dell' animo, la costante operosità del cor- 
po, la vigile diligenza nel curare le più [)iccole parti di 
una impresa che, fallita e non j)er sua colpa, merita esser 
distesamente raccontata e largamente ammirata. Tanto più 
che mentre essa si connette, da un lato, con la [jolitica 
generale di Ruroi)a e coi tentativi vanamente rinnovati 
jìor ricacciare il mondo nella barbarie dei secoli trascorsi 
e nelle insanie delle ('rociate: dall' altro vale a spiegar lu- 
cidamente la particxjlare politica orientale del Regno di 
Naj)oli, nella (piale la guerra di Otranto non fu che un 
sanguinoso ma logico episodio. 

V] j)oichè questa parte della storia napoU*tana e dciro])era 
di Alfonso non ancora è stata studiata ed esposta , oc- 
corre , affinchè si possa esattamente valutarla , che sia 
messa in confronto e come inquadrata nelle (condizioni 
degli Stati e dei poj)oli, fra i quali si adoperavano i di- 
plomatici e gli emissarii di lui, abili nel trar partito dalle 
opportunità che appunto (jnelle consentivano. Onde, co- 
minciando dai Turchi, contro i (piali era diretto tutto lo 
sforzo dell' Aragonese, e tra i (piali egli procurò trovare 
utilissimi alleati, conviene ricordare che, dopo la immane 
sconfitta di Angora (30 giugno 1402), (piando Bajezid 1, 
detto Ivldervm, cioè il Fulmine, venne in potere di Timur- 
leng, parve che l' Impero Ottomano fosse condannato a 
rapida inevitabile rovina. La debole e ristretta signoria, 
cui, quasi per dolorosa ironia, restava ancora il pomposo 
titolo di Impero di Oriente , ebbe come una risurrezione 
che ad essa permise ancora mezzo secolo di vita grama 
e stentata: mentre la Bulgaria, la Serbia, la Valachia, la 
Morea ed altri Stati oppressi o minacciati riprendevano 
fiato: e, nell'Asia Minore, le dinastie di Mentescè, di Tekke, 
di Qastamùni, di Sarù-khan, di Ajdiij e di Qaramàn, in- 



— 8 — 

frenate con, grande stento dagli Osmanli , raequistavano 
il pristino vigore. E queste dinastie sarebbero state na- 
turali alleate dell' Impero Bizantino e dei varii principati 
fr-anchi costituiti durante il torbidissimo periodo prece- 
dente; perchè, come si era veduto, la stessa loro esistenza 
era assolutamente incompatibile con l' ingrandimento e 
perfino con lo stabile assetto del Sultanato osmano , se 
nelle relazioni politiche di quei temj)i e di (juei luoghi 
avesse potuto prevalere un concetto uni(;o, e svincolato 
da ogni calcolo di ordine puramente commei'ciale. 
. Rimesso nel jjossedimento del suo dominio, che si sten- 
deva nel territorio dell' antica Caria, all'angolo sud-ovest 
dell'Asia Minore, Iljàs (Elia) beg, emiro di Mentescé, re- 
gnava sopra un vasto paese, sopra un popolo bellicoso 
ed audace: e i)ossedeva Palatia (Mileto, in turco: Balàt), 
dove i Veneziani avevano cospicui interessi. Per tute- 
larli ed anche perchè quel principato con le coste adia- 
centi era tutto un nido di molestissimi pii-ati, dai quali 
era pur necessario che si garantissero le flottiglie veleg- 
gianti all' ombra del vessillo di San Marco, Venezia trat- 
tava assai amichevolmente con Iljàs beg : ma questa ami- 
cizia, incostante e spesso turbata, non usciva dai confini 
imposti dal bisogno di assicurare una protezione, non mai 
disinteressata, né sempre leale, alle navi ed alle merci che 
erano in esse. Invece la signoria turca di Tekke era del 
continuo minacciata dalle velleità invadenti del reame di 
Cipro, e do230 che Pietro I, re di quella isola, aveva con- 
quistato Satalia (1361), colonia cipriota e grande emporio 
del commercio distiano, sebbene , trascorsi dodici anni, 
la detta città fosse tornata al primitivo sovrano, era im- 
possibile che costui divenisse un fido e sincero alleato 
dei suoi projDrii nemici. L' emiro turcomanno di Qastamùni 
che regnava nelF antica Paflagonia, lungo le c-oste del 
Mai' Nero, non si trovava in migliori condizioni verso i 



— 9 — 

(Genovesi, i (inali, del resto, spiegavano di (jiiei tempi una 
azione del tutto destituita del più elementare senso ili 
prudenza. Poieliè il territorio soggetto a quel principe 
circondava in buona [)arte le due città greclie di Ponto- 
Kraklea (Punderekli) ed Aniastri (Amasyrv) dal duplice 
porto, e questa a])parteneva a Genova, innumerevoli at- 
triti ed irritanti discordie eian sempre tra lui ed i suoi 
vicini, senza dire che costoi-o ardentemente agognavano 
impossessarsi di Sinope, così cara ai signori di Qasta- 
niùni che, stretti dalle armi turche, consentirono ad ab- 
bandonare tutto il [)i-inci])ato, tranne (piella cittìi, nella 
quale dimorava 1' ultimo emiro, alloi'chè da Maometto II 
fu obbligato a rinunciare ai meschini avanzi dell' antica 
signoria. Altre contese e lotte non meno acca.nite ed aspre 
fervevano tra i successori di Sarù-khan, Sultano di Ma- 
gnesia e di parte della Lidia, a settentrione della Caria, 
ed i Genovesi a causa dei loro possedimenti di Focea: 
uè privi di sospetti e di diffidenze erano verso i turbo- 
lenti latini i discendenti di Ajdyn, — il potente signore 
che, scampato alle armi vittoriose di Ruggiero de Fior 
e dei Catalani, si era insignorito del teiritorio compreso 
tia il Meandro ed il Caistro ed aveva fondato la monar- 
chia che da Ajdyn (Tralles) si stendeva su tutta la Ionia: — 
massime pel possesso di Altoluogo, continua cagione di 
controversie e di guerre coi Veneziani, coi Genovesi e 
con r ordine dei C'avalieri di S. Giovanni *). 

^) Calcondila, (io, (W , 244 chiama lljàs beg col nome Msvòsaiar, 
"signore d i M e n t e s e é „. In due documenti veneziani è detto: 
Aiiasbeis, Aliesbei. Lo Stanley Lank Fole in Joum. of the Asiatìc 
Societi/ of Great Britain orni Irelamì. N. S. XIV, parte IV, pag. 776- 
780, dimostrò che egli non fu 1" ultimo principe di sua dinastia, se- 
condo affermò il De Hammek, ma ebbe un altro ed unico succes- 
sore. Sul principato di Mentescé, ingrandito con le rovine del sulta- 
nato dlconio, cfr. Sani'TO, Histoiia della Romania in Hopf, Chron. 
Greco-rovi., pag. 14.5 e seg.; Ibn-Batuta, II, 273-280: S'ad b'ddìn. 



— le- 
solo elio alcuni non fossero stati offesi senza speranza 
di riconciliazione, e tutti gli altri non fossero stati s])a- 
ventati dalle mene invadenti dei vicini, non sarebbe stato 
difficile clie questi capi di una forte aristocrazia militare, 
spinti dall' istinto della propria conservazione, si fossero 
raccolti intorno alla possente casa di Qaramàn, e sovvenuti 
di soccorso anche lieve , avessero ricacciato indietro , e 
forse per sempre, il nemico onde erano minacciati. Que- 
sto espediente, certo non trop])0 sottile ed arduo a ritro- 
vare, die fu tentato, (piando già era troppo tardi, con lo 
pratiche affannosamente rinnovate da Venezia e da altri 
Stati cristiani con V ultimo ( -aramano e con IIzùn-Hasàn, 
il Turcomanno del Montone Bianco , mai come in rpiel 
tempo aveva tanta certezza di riuscita. Poiché, incorag- 
giate dalla sottile jjolitica del Tar-taro vincitore, le lotto 
e le gare fratricide tra i figli del vinto erano per ripiom- 
bare la monarchia ottomana nello sfacelo, che ne aveva 

pag. 'S'ò8 e seg. — Sul principato di Tekke e le ostili relazioni di 
esso col regno di Cipro, cff. De Mas-LatkU':, L'Ue de (Mypre, Paris, 
1879, pag. 205 e seg. — L'emiro di Qastamiìni che trovò protezione 
presso Timur-leng, è indicato col nome, evidentemente svisato, di 
DiNOS da Phuantzks, pag. 82. Circa le relazioni dei signori di Qasta- 
nu'ini e Ponto-Hei'aklea,cfr. HopF. C/troy;. greco-rotti, pag. 145: AbO'l 
VRUA, Géogr., trad. Reinaud, II. 1. pag. 39. — Perciò che concerne 
Amastri, detta anche Samastri, cfr. Geocìk. Acroi». pag. 20: Canta- 
CUZENO II, .089. Clavljo, che vi fu nel 1404, la designa come città 
genovese, Vida del (/rati Tamoiian, Madrid, 1782, pag. 80. — A Si- 
nope era una prospera colonia genovese, Hkvd, Histoire du Coiii- 
ìiierce dn Levant aù ttioyen àge, Leipzig, 1885-1886, t. II. p. 359. — 
Saru-khan è il Sxp-/av:? degli storici greci. Magnesia ad Sipylum era 
allora comunemente detta Manglasia , cfr. Pindeu e Fhieulandeh, 
Bcitrdge zar altereii Miinzkunde, pag. 52. — Non pare inopportinio ri- 
cordare che in tutte queste signorie, e massime a Magnesia, Alto- 
luogo (Efeso), Palatia (Mileto) .si coniavano monete di argento con 
leggende latine, che riproducevano il tipo dei gigliati coniati a Na- 
poli sotto gli Angioini. Lo Schlumheh(u<:i{, ìiiniiÌKttìatiqìic de l'Orieiìt 
latin, pag. 478 e seg. fa il catalogo di ((uesti gigliati turcomanni. — 



— 11 — 

reso ((jsì stentata la esistenza al juincijuo del secolo XIV. 
Si lasciò, al contrario, clie Muliamnied, soprannominato 
Gjureshgì Celebì, vale a dire 1' atleta gentiì signore, dopo 
nove anni di tempestoso interregno, riunisse sotto la sua 
autorità i dominii sì di Asia e sì di Europa e ristabilisse 
l'unità dell'Impero (1418). Non solo: ma non vi fu soc- 
corso di cui non si largheggiasse con lui, da (piegli stessi 
che avrebbero dovuto a(loj)erarsi ad ogni modo j)er pro- 
curarne la rovina. Così, allorché cpiesti assalì Giunejd 
(Jannitus), antico luogotenent»' di Sulejmàu, suo fratello, 
che si era impossessato del })i'inci])ato di Ajdyn ed ave- 
vaio ampliato aggiungendovi Altoluogo (Efeso), Smirne, 
Pergamo, erangli intorno ad aiutarlo il Gi-an Maestro de- 
gli Spedalicri, Iacopo Gattilusio signore di Lesbo, Gio- 
vanni Adorno fittuario della Nuova Focea ed il ])odestà 
preposto alla mahona di Scio, o ("hio *)• 

La nuova Efeso, un pò più disco.sto dell' antica, era detta in turco 
AjasliKj, parola che è la trasformazione dell' epiteto &y'^* {v\\q per 
abbreviazione si pronunciava a ) HsoXóyo; , assegnato all' apostolo 
Giovanni, nativo di essa. Da Ajaslùq ed anche Ajallug (M08TR.\s, 
Dictionnahe geographiqne <1e V Empire Ottotuan. S. Petershourg, 184:1 
pag. 3H. 87) è agevole intendere come per semplice assonanza deri- 
vasse il nome Altoluf)go: cfr. Hevd, op. cit., t. I. pag. '}40 e seg. - 
Ciò che accadeva per (juesta città è chiaramente indicato, senza bis<j- 
gno di ulteriori comeuti, dal trattato di Hidr beg, emiro di Altoluogo. 
col (Iran Maestro degli Spedalicri e col Papa, come capo della Santa 
Unione: cfr. trattato del 1848 pubblicato dal 1)k Mas-L.\tkik in Coli. 
(IcH (lor. iìted. mei. hist. IH. 112 e seg.: e dal trattato del 1351 con 
Genova, cfr. HoiT, (Triechenlandiu Eksch e (ìkObeu, LXXXV, 447. 
*) Molte e diverse interpetrazioni sono state proposte per spie- 
gare il significato della parola ** m a h o n a „ , da Sbkka , Staria 
dell'antica Liguria e di (ieiioca, ('apologo. IV, 163: Paoaxo, DeUe iui- 
presr e del dominio dciGenoresi nella Greria. pag. 132: 'J.\n.\lk. Xnora 
istoria di Genova, 1, 277: Pkomis, La zecca di Scio. L" Asi.\Ki, Storia 
dei MìUHìdniani in Sicilia, 11, 88(5, nota 4, propone la etimologia di 
mahona dall' arabo Ma'anah, che significa assistenza . contribuzione 
straordinaria ed anche società commercialo. 



— 12 — 

Poco dopo , il " gentil signore ,, costrinse con varie 
sconfitte Muhammed principe di Qaramàn ad implorare 
una pace umiliante (1415): v rimise nelF antica sogge- 
zione Isfendyjàr, principe di Qastamùni, privato altresì di 
quasi tutto il suo dominio. Ma questo risorgere della po- 
tenza ottomana non era scevro di gravi minacce per la 
])ace e la incolumità degli Stati cristiani, fra i quali era 
così saldamente piantata, che non poteva crescere e pro- 
sperare, senza che le ragioni del sub incremento e della 
sua prosiDcrità non fossero quelle della decadenza e della 
r-ovina dei confinanti. Onde è che, non appena le cose (\A 
disfatto impero di Bajezìd furono alquanto ricomposte, 
gli Stati vicini cominciarono a vedersi minacciati e mo- 
lestati dalla nazione, che nelle sue stesse sventure aveva 
trovato novello slancio , nuovo vigore. Senza dubbio , il 
buon successo non sempre arrise a questi primi tentativi 
di aggressione e di assalti: ma' essi, sebbene per lo più 
mandati a vuoto, già lasciavano intendere con quale im- 
peto prepotente sarebbero stati rinnovati, (^he se in Ya- 
lachia, a causa delle discordie intestine, Muhammed potè 
assumere 1' ufficio di ])acificatore, afforzare Isakgi e Je- 
nissale, castelli sulla riva destra del Danubio, costruir di 
là dal fiume e rimpetto Kusciuq la fortezza cui dette nome 
di Jer-Koki, imporre un tributo al voivoda: non godè di 
eguale fortuna, allorché si volse contro Venezia, contro 
la Bosnia e la Croazia. Poiché il nobile veneto Pietro 
Zeno, duca di Nasso, signore di Andro, Paro , Milo ed 
altre Cicladi (non compreso nella convenzione del 1413, 
negoziata da Francesco Foscari tra Venezia e Muhammed) 
esercitava la più crudele pirateria su quante navi turclie 
eran sorprese dalle sue, fu armata a Gallipoli una flotta 
di quarantadue vele per assoggettare le isole da lui go- 
vernate e liberare il mare dalle sue violenze. Però , la 
flotta turca si trovò a fronte quella veneziana, inferiore 



— 13 — 

(li numero perchè contava appena (piindici galere, ma 
comandata con avvedutezza ])ari al valore da Pietro Lo- 
redano; e nelle acque di Gallipoli subì una completa scon- 
fitta con la perdita di ventis<^tte navi (29 mag^^io 141(5). 
Un mese ed alcuni giorni dopo (9 luglio), tra i Veneziani 
ed i Turclii era di nuo\'o stretta la pace, segnata, da parte 
di quelli, da Andrea Foscolo e Dolfino Veniero : ma, ad 
onta di ciò, e quantuncpie l' anno seguente il legato turco, 
apportatore della ratificazione del trattato, fosse accolto 
in Venezia con grandissima solennità, da quel primo con- 
flitto aveva princi])io la lotta che per più di tre secoli 
imj)erversò accanitamente tra la mezzaluna ed il leon di 
San Marco. Similmente Ahmed beg, che aveva assediato 
Uadkeisbuig, fu disfatto dal duca Ernesto in una batta- 
glia camj)ale ed ucciso: ed Ishak, il beg di Jiosnia pene- 
trato nel banato di Temesvar fu sconfitto ed ucciso dal va- 
loroso Nicola Peterfy, Vicepalatino di Ungheria: e jìoco 
dopo (4 settembre 1419), Sigismondo riportava vittoria 
sulle trn))pe osiiiane ti-a Nissa e Nicopoli *). 

1) Sul regno di Muhamine»! cfr. Dk Hammeu , Storia dell' Impero 
Ottomano, Venezia 1832, t. II, parte I, pag. 183 e seg. — Lavallék, 
Histoire de la Tnrquie, Paria, 1859, t. I, p. 230-234: Lebeak, Histoire 
dx Bas Empire, Paris, 183(>, t. XXI, 1. CXVI. Gibbon, Histoire de la 
décadew^e et de la chute de l'Empire roniain, Pans. 1819, t. Xll, pag. 
384 e seg. — Notevole, a proposito di questo Sultano e del suo so- 
prannome, il sodisfatto compiacimento col (juale il De Hammek più 
volte insiste sull' errore di Calcon'uh^a, III. pag. 57, che ne fa mi 
mercante di tendini: di Phuaxtzès. I. 29, che ne fa un costruttore 
di archi: ed, assai dopo, di Petis de la Croix che ne fa un fab- 
bricante di corde e di liuti. Il nome della fortezza Jer-Kòki (pro- 
n\iuzia moderna: Jer-Kòkii), ** r ad i e e di t e r r a „, corrotto dai 
Valachi in Giurgiowa, ricorre spesso nelle storie delle più recenti 
guerre turche. — Sulla battaglia navale di Gallipoli cfr. Duca, XXI. 
pag. 60: Daru, Histoire de Venise, Bruxelles, 1838, t. I, 1. Xll, cap. 
X, pag. 190: L.\ugiek, Histoire de Ve'nise, pag. 428, dove è la rela- 
zione del Loredano, il (piale, naturalmente, si astiene dal dire che 



— 14 — 

I medesimi assalti, ma con esito più avventurato, eon- 
tinuarono durante il i-egno di Muràd II: il paese dei Bor- 
zen nella Transilvania fu messo a feri'o e fuoco, il ma- 
gistrato di Kronstadt fu tratto in servitù, e 1* Ungheria 
dovè concliiudere tregua per cinque anni. Nondimeno, i 
potentati cristiani più impigliati nelle cose di Oriente — 
o perchè accecati da precarii interessi, o perchè i com- 
plessi e sottili maneggi ai quali eran costretti da una po- 
litica subdola ed artificiosa oltre ogni dire, impedivano 
la sicura percezione di eventi che non fossero i (piotidiani, 
offuscavano la industre e provvida previsione , proprio 
dei veri statisti — non badavano, sebbene avvisati dai fatti, 
al grande pericolo che ei-a ])er essi nelF unificarsi e nel 
l'insaldarsi della potenza turca. Sicché, lungi dal A^alersi 
avvedutamente della guerra scoppiata tra Muràd ed il 
])retendente Mustafà per indebolire ed opprimere 1' uno 
e r altro , contemplavano inoperosi il triste spettacolo , 
quando la speranza del lucro immediato non gli induceva 
ad abbracciare il }>artito del più forte e, perciò, del più 
temibile. Così appunto i Genovesi, i quali, tlel resto, in 
questa ultima agonia della civiltà occidentale in Oriente, 
non ebbero la ventura nonché di compiere, ma solamente 
di assumere una missione degna della loro forza e del 
loro avvedimento, pei mediocri lucri del presente barat- 
tarono la sicurezza dell' avvenire , che conveniva fosse 
stata in cima a tutti i loro calcoli, a tutli i loro pensieri ^). 

egli stesso, avendo inseguito una nave genovese, che i Turchi cre- 
derono della propria nazione, dette luogo alla battaglia, cfr. Duca, 
XXT, p. 51. Il Lbbeau, 1. e. pag. 77, afferma che i Veneziani abu- 
sarono della vittoria con estrema crudeltà , perchè massacrarono 
buona parte delle ciurme catturate ; ma non riflette che si trattava 
di disertori e di rinnegati. — Sulla vittoria di Peterl'v cfr. Bosfinus, 
Dee, III, 1. in. pag. 400: En(ìel. Siorin di Ungheria, II, pag. 298. 
1) Sullo devastazioni in Transilvania cfr. Pray di Vi.\1)?:k in Ka- 



— 15 — 

Essi tnievano copiosissimi guadagni da un loro posse- 
dimento nella Focide. <^ui, e proprio rimpetto a Mitilene, 
erano sui monti alcune abbondantissime miniere di al- 
lume, elle essi cavavano e che avean rese sicure da ogni 
violenza, edificando nel piano una ben munita città cui 
fu imposto il nome di Focea Nuova. I signori Cataneo 
ne avevano il dominio feudale; e ])er assicurarsi da ogni 
scorreria , si erano obbligati a pagar tributo ai principi 
turchi della Lidia, successori di Sarù-khàn; ma la città era 
retta dal medesimo podestà che, secondo usavano i Ge- 
novesi, aveva suj)rema autorità sulla jjrossima isola di 
Lesbo. Ora questo podestà, ed era Giovanni figlio di Gior- 
gio Adorno Doge (U Genova, dopo che nelle vicinanze 
(U A(h'ianoi)oli il solo esercito che Muràd il aveva in 
FiUropa, passò tutto intiero sotto h' bandiere del preten- 
dente Mustafà, offrì al Sultano le navi della sua i)atria 
[)er trasportarvi 1' altro esercito che quegli aveva raccolto 
in Asia. La esibizione fu accettata volentieri: un oratore 
turco andò a Focea per determinare ogni cosa: ed a Lam- 
l)saco Muràd coi suoi salì sulle sette grosse navi condot- 
tegli dall' Adorno *). 

Il Genovese che avev^a stabilito di non restringere l'opera 
sua al solo trasporto, aveva guarnito le nav^i di valorosi 
soldati, e sulla maggiore ne aveva collocati ottocento: e 
di ciò Muràd pi-ese tanto sospetto, che non volle imbar- 

TONA, XII, pag. 373: Enxjel, Storia della Valarhia. pag. Iti.'): Schw.wd- 
TZBR, t. I, pag. 88(j.— Sulla tregua di Unghoria cfr. Ex(;ki., Storia 
(li Ungheria, li, pag. 302. 

1) Sulla curiosa diserzione dell' intero esercito di Muràd , cfr. 
Dica. XXIV, pag. 81: De Hammer. II, pag. 380. Il luogo dove av- 
venne, era detto Sazly-dere, "Valle giuncosa„. ^ — L'oratore 
mandato a Focea fu Khatib, cfr. Duca, XXV, pag. 82, che scrive: 
Xa:T;7ir/c. ìCdris per dispregio lo chiama : Taharatsyz Khatib, "pre- 
dicatore impuro „. — Duca dice che il nolo delle navi am- 
montava a 50 mila zecchini: Edkis lo riduce a 5 mila. 



— 16 — 

carsi prima che in tutte le navi i turchi fossero stati 
eguali (li numero ai franchi , e che su quella a lui desti- 
nata fossero salite cinquecento sue guardie bene armate. 
Costretto dalla necessità, si affidò, non senza un secreto 
batticuore, ai giaurri, non mai reputati amici sinceri dei 
veri credenti: né furono lievi le sue apprensioni, allorché 
vide giungere un legato di Mustafà e con grandissime 
promesse chiedere che egli fosse consegnato ai nemici: 
ed é agevole immaginare con (jual premurosa sollecitu- 
dine si affrettò ad acconsentire alle istanti richieste del 
Fregoso, che lo pregava di condonargli il tributo arre- 
trato per le cave di allume. Il debito ammontava a ven- 
timila zecchini, e per questa somma le milizie franche , 
valorosamente combattendo, resero possibile lo sbarco di 
Muràd sulla spiaggia gallipolina , ove i nemici stavano 
attelati in buon ordine: per (jucsta somma e per qualche 
altro minuto vantaggio i Genovesi salvarono il trono va- 
cillante a colui che, insieme col figlio, doveva essere lo 
sterminio del nome cristiano in Oriente. Non trascorse 
un anno, e già il Sultano, saldo oramai nella sua potenza, 
(dngeva di assedio Costantinopoli ^). 

Proseguiva intanto alacremente V opera della unificazio- 
ne turca: a Wlad Drakul principe di Valachia era imposto 
tributo: gli Albanesi erano sconfitti : era invaso l' istmo 
ad Hexamilon nel Peloponneso : erano es^jugnate le città 
di Lacedemone, Cardi ca, Tavia: Isfendyjàr, sovrano di Si- 
nope nel Ponto, era ridotto alla obbedienza: e Giovanni 
Paleologo, nuovo imperatore di Bisanzio, era costretto ad 
un tributo di trecentomila aspri ed a cedere tutte le città e 



*) Le notizie più diffuse sullo sbarco di Gallipoli sono iu Duca, 
XXVII, pag. 99 e seg. — L' assedio di Costantinopoli cominciò il 
10 giugno del 1429. Per esso è autorità fondamentale Jóannks ('a- 
XAXO, Narrntlc) de hello Constantiiìopoìitano, TAiletidc. ad Acrop. 




— 17 — 

fortezze che erano sul Mar Nero, eccetto Selimbria e Der- 
kas ed i paesi che erano sullo Strimone. Dal canto loro, 
perseverando in una politica di spensierata imprudenza, 
per non dir peggio, i Genovesi, con tre grosse navi co- 
mandate da Percivalle Pallavicino, resero possibile a Mu- 
ràd r impadronirsi della fortezza di Hypsela , edificata 
sulla costa rirapetto all' isola di Samo , nella quale ga- 
gliardamente difendevasi Giunejd, e l'uccidere questo va- 
loroso avventuriero , che pel corso di venti anni aveva 
tenuto in iscacco i sultani turchi, ed avrebbe ancora po- 
tuto vantaggiosamente contrappesarno il potere e le forze. 
Accecati dalle avidità e dalle inconciliabili rivalità com- 
merciali, pei facili successi dell' oggi non vedevano i ter- 
ril)ili pericoli del domani: e loro parve aver superato un 
gran punto, allorché, al Congresso di Efeso (1425) — dove, 
a fare omaggio al Sultano, intervennero essi stessi come 
signori di Lesbo e di Ohio, e i legati di Dan voivoda della 
Valachia, e di Lazaro despota di Serbia, e di Giovanni Im- 
peratore di Oriente, e dei Cavalieri di San Giovanni signori 
di Rodi — non furono ammessi i Veneziani , venuti in 
odio a Muràd per aver comprato la città di Selanik (Tes- 
salonica). 

Poco dopo, in Asia, venivan distrutti i Turcomanni del 
Khogia rosso, sottomessi i Turcomanni figli di Alp-arslan: 
in Europa, era occupata Gogerlink (Columbatz) sulla riva 
destra del Danubio (1427): Giorgio Brankovic despota di 
Serbia era obbligato ad un tributo di cinquantamila zec- 
chini : e Selanik cadeva nelle mani dei Turchi con un 
saccheggio, una strage, uno sterminio, che preannunzia- 
vano ciò che sarebbe avvenuto a Costantinopoli (1430). 
Mentre durava la espugnazione della infelice città, Muràd, 
assunta la protezione di Mennone figlio naturale di Carlo II 
di Tocco, despota dell' Epiro, dell' Acarnania e dell* Eto- 
lia e conte di Cefalonia, contro i fi-atelli ed il cugino di 
Anno XXVII. 2 



— 18 — 

lui, Carlo di Tocco, signore dell' Etolia, poneva guarni- 
gione in Janja (Giannina). Due anni dopo entrava in 
Transilvania, riportava la vittoria di Szoreni e s' inoltrava 
sino a Krissd : e nel tempo stesso costringeva Giorgio 
Brankovic a rassegnarsi alla perdita di Alagià-hissar (Krus- 
sovaz) conquistata da Sinan beg , ed a promettergli in 
isposa la figlia Mara. Poi , insinuandosi abilmente nelle 
contese che fervevano tra Suleymàn beg principe dei Tur- 
comanni di Du'1-qadr ed Ibrahim beg, succeduto al padre 
Muhammed nel principato di Caramania, e sposo di una 
sua sorella, volgeva tutte le sue forze contro questo po- 
tente competitore della sua propria dinastia, gli toglieva 
Beg-shehri, Aq-shehr, Qonja (Iconio), lo costringeva a fug- 
gire nel Tasli-il (Cilicia Petrea) e non gli concedeva pace 
(1436) che a condizioni onerosissime *). 

Tutte queste imprese, a prima vista staccate e indipen- 
denti r una dall' altra, erano invece strettamente connesse 
e con evidente chiarezza rivelavano un piano abilmente 
architettato e messo in atto con lenta ma incrollabile co- 
stanza. La Serbia, la Bulgaria, 1' Ungheria erano grada- 
tamente invase ed occupate sì perchè potevano arroton- 

^) Sui progressi dei Turchi in Serbia cfr. S'ad e'ddìn in Bratu- 
Ti II, pag. 46: Engel, Storia della Ungheria, pag. 324: Engel, Sto- 
ria della Serbia pag. 383. — Sulla presa di Salonicco è d'importanza 
capitale Giovanni Anagnosta, De excidio thessalonicensi, Venetiis, pag. 
99. La presa di questa città avvenne il 1° marzo del 1430. Su tale 
data cfr. De Hammer, op. cit., voi. II, pag. 605, nota 22, che si 
poggia suir autorità di Phrantzés e di Canano, il quale fu testi- 
mone oculare. — Sulla occupazione di Giannina cfr. Calcondila, V, 
pag. 63, 71. Il Khatt-i-sherif che conteneva la convenzione per que- 
sta città, fu sottoscritto dal Sultano il 9 ottobre 1431. Il De Ham- 
mer, op. cit., t. II, pag. 392, usa il cognome " T o e i „ per indicare 
la potente famiglia di Tocco, ed in ciò è seguito ciecamente dal 
Lavallée, op. cit., t. I, pag. 238, che bene spesso si restringe a 
riassumerlo. — Sulla guerra contro Ibrahim beg (seconda guerra 
cai-amana) cfr. Duca, XXIX, 114: Calcondila, V, 76. 



— 19 — 

dare con ricchi e desiderabili domimi l'Impero, e sì per- 
chè erano 1' unico saldo baluardo alle regioni occidentali 
di Europa, verso le quali il desiderio dei Turchi tendeva 
con tutte le forze di uno slancio rinnovellato. Il mede- 
simo paziente lavoro compievasi intomo a Bisanzio, per 
guisa che, soggiogate o estremamente indebolite le varie 
signorie in cui si era spezzato l' Impero di Oriente, af- 
fievolito, in altri termini, il vigore e recisi i nervi ad ogni 
efficace resistenza, la grandissima città sulla quale si ap- 
puntavano, avidamente bramose , le mire ottomane , più 
per la necessità delle cose stesse che per impeti e vio- 
lenze di lunghe guerre, venisse nelle mani di coloro che 
già la consideravano come indispensabile loro metropoli. 
Affinchè la nazione conquistatrice non mancasse della 
saldezza e della coesione necessarie a mettere in atto l'una 
e r altra impresa, con successive spedizioni si andavano 
al tutto abbattendo la indipendenza e la libertà delle 
varie signorie turche e turcomanne, che poco prima ave- 
vano minacciosamente gareggiato col potere centrale, onde 
a mano a mano venivano ora assorbite, e che sostenute 
od aiutate dagli Stati i quali avevano interesse a tener 
lontani i Turchi da Costantinopoli, per lunghi anni an- 
cora avrebbero potuto ostacolarne l'avanzata. Così pel 
vigore e la forza dei Turchi, non meno che per gli er- 
rori e la imprevidenza degli avversarli , 1' ultima rovina 
dell' Impero Bizantino e delle signorie latine e greche di 
(3riente ajìpressavasi rapidamente, e con essa la terribile 
e lunga tempesta che parve dovesse sommovere e distrug- 
gere tutta la cristianità. 



— 20 — 

I. 
LE RELAZIONI E LE ALLEANZE AFRICANE 

l' EGITTO. 

Le notizie di questi eventi , forieri di altri anche più 
gravi e dolorosi, erano divulgate esattamente in Euroj^a 
ed in Italia pei frequenti messaggi dell' Impei-atore di 
Oriente, e per gli apj)elli disperati dei varii principi e 
principotti latini che ivi erano a capo di signorie e do- 
mimi, e già sentivansi soffocare tra le mortali strette del- 
l' Islam. Inoltre, le relazioni j)olitiche e commerciali tra 
r Oriente e l' Italia erano più fi-equenti ed intime che mai, 
senza dire che il desiderio di conciliazione tra le due 
Chiese, cui da qualche tempo ispiravasi l' opera del pa- 
pato e dell' episcopato cattolico , aveva moltiplicato tali 
relazioni e con esse i modi di apprendere quelle notizie. 
Sin da quei tempi le pratiche necessarie per giungere alla 
desiderata unione avevano imposto lo scambio di nume- 
rose legazioni: fra le quali notevolissima quella che i Pa- 
dri raccolti in Concilio a Basilea mandarono a Costanti- 
nopoli per volgere a loro profitto e gloria i tentativi rin- 
novati non senza qualche buon successo da Eugenio IV: 
e quella che in risposta fu inviata dall' Imperatore Gio- 
vanni Paleologo j composta da Demetrio Paleologo suo 
parente : da Isidoro egumeno di San Demetrio , che poi 
fu Cardinale dei Ss. Pietro e Marcellino, Patriarca di Co- 
stantinopoli e conosciutissimo sotto il nome di Cardinal 
iiuteno: e da Giovanni Dishypato , ufficiale di palazzo. 
Costoro giunsero a Basilea nel luglio del 1434; e tra la 
fine di questo anno ed il principio del seguente, due nuovi 
ambasciatori , Giorgio e Manuele Dishypato , vennero a 



— 21 — 

('hipdcir(* (^lic si riunisse un (Concilio a Costantinopoli, e 
nel .settembre del 1435 ripaitirono accomjtui^nati tla unn. 
commissione di prelati *). 

Sicché le condizioni disastrose nelle <juali agitavasi in- 
darno tutto r Oriente, dovevano essere perfettamente co- 
nosciute nel mondo occidentale; ed altrettanto conosciuta 
doveva essere la minacciosa grandezza della nazione in- 
f(>dele, che ogni dì più si estendeva e si consolidava a 
danno di quello e di questo. Tuttavia, tranne 1' agitarsi 
(lei prelati per venire ad una sterile e vana composizione 
meramente spirituale, nulla di attuoso da vero e di real- 
mente utile sarebbesi tentato per porgere un valido soc- 
( orso al crollante Impero JMzantino e per opporre una 
solida diga al dilagare della potenza osmana, se, per rag- 
giungere r uno e V altro intento. Alfonso di Aragona con 
( ostanza tenacissima non avesse proseguito gli sforzi im- 
j)rontati ad una politica oculata e previdente, che sono 
attestati dai preziosi documenti dell' Archivio di Bar- 
cellona. 

Era stato appena liberato dalla sua prigionia presso 
Filippo Maria Visconti , e già in data del 2 novembre 
del 1436 rilasciava un salvacondotto per gli ambasciatori 
che dovevau venirgli dal " Soldano di Babilonia „, come 
allora chiamavasi il Sultano di Egitto. Così, gli intricatis- 
simi maneggi diplomatici e le pericolose lotte militari che 
egli aveva a sostenere nel Regno di Napoli e per 1' ac- 
quisto di esso, — che pure eran tali da trascendere 1' atti- 
vità e la vigoria di ogni sovrano e di ogni politico per- 

*) Succinte, ma esatte notizie di queste legazioni sono in Pier- 
LiNG, La Russie et le Saint-Siège, études diplomatiques , Paris, Plon, 
1896, t. 1, pag. 5, 12, 14. — La chiesa cui si riferiva il titolo car- 
dinalizio di Isidoro, era sulla Via Merulana e traeva origine da 
Gregorio III: fu poi ricostruita da Benedetto XIV su disegni di 
Gerolamo Teodoli. 



— 22 — 

sonaggio, meritamente illustri, — non eran sufficienti a di- 
strarlo da quella cura assidua delle cose di Oriente che, 
come si vedrà più innanzi, era in cima a tutti i suoi pen- 
sieri; talché, cessata la cattività di Milano , ritornava a 
pratiche ed a trattative che precedentemente erano state 
bene avviate. Bene avviate, perchè questo salvacondotto 
rilasciato a favore di una solenne ambasceria {amhasia- 
tores o, forse, missi) che doveva inviargli il Sultano di 
Egitto, lascia bene intendere che tutto un lungo ed im- 
portante lavorio preliminare aveva dovuto esser compiuto. 
Esso è redatto nei seguenti termini: 

Salvusconduotus prò ambasiatoribus soldani babilonie desti- 
nandis. 

Tenore presentinra Hterarum nostrarum. do nostra certa scien- 
cia et expresse quemcunique aut quoscumque missos sive am- 
basiatores ad nostrani maiestatem per Soldanum babilonie desti - 
nandum seu destinandos, cum eius seu eorum comitiva quorum 
nomina et cognomina in presentibus haberi volumus prò decla- 
ratis et suficienter expressis, necnon equis balissis pecunia re- 
bus et bonis eoruin. de die sive de nocte equester vel pedester 
cum armis et sine per vias et extra ubicumque fuerimus intra 
regnum Sicilie citra farum, se ad nos conferendo ibidemque mo- 
rando alogiando pernoctando et ab inde prò eius seu eorum ar- 
bitrio discedendo et redeundo si et quotiens infra scriptum ter- 
minum ei vel eis videbitur et placebit necnon et in eiusmodi suo 
accessu et redditu cum equis famulis auro argento bonis et re- 
bus praedictis, transeundo per civitates terras castra et loca alia 
quaecumque nostra et nostro rum fidelium nostroque dominio et 
gubernationi submissas et submissa tam intra quam extra regnum 
nostrum Sicilie , ad illas et illa declinando in eisque similiter 
morando pernoctando et alogiando et eis discedendo, asecuramus 
et affidamus ex nunc et usque per totum unum annum cum di- 
midio primo venturi in personis pariter et bonis. Ecco namque 
nniversos et singulos collegiatos nostros requirimus et hortamur 
attente ac officialibus nostris quibuscumque quocumque titulo 




— 23 — 

et denoniirijitione notentur officiisque fungantur, armonim capi 
taneis armigeriis stipendiariis capitaneis et patronis subpatronis 
comitis et naucleriis ac etiam marinariis et sociis navium galea- 
rum aut aliarum fustium , subditis et fidelibus nostris tam in 
mari quam in aqua dulci et intra quam extra praedictum regnum 
Sicilie constitutis presentes litteras inspecturis damus vigore pre- 
sentis expressius in mandata ut forma praesentis nostre asecu- 
rationis per eos diligenter atente eam ipsi et quilibet eorum 
dictis ambasiatoribus et aliis predictis eorum familiis, supradicto 
durante termino sive tempore observent efficaciter et observari 
ab aliis inviolabiliter faciant atque mandent, neque aliquam in 
huiusraodi accessu transitu mora et redditu inferant vel inferri 
paciantur ab aliis realiter vel personaliter molestiam novitatem 
noxiam vel ofensam. Et contrarium non faciant sicut honorem 
nostrum diligunt et habent nostram gratiara caram. In cuius rei 
presentem fieri iussimus nostro comuni sigillo pendenti munitam. 
Datum in nostris felicibus castris apud Natlionum rosariun prope 
liospitalectum (?) die II novembris anno MCCCCXXXVI. Rex 
Alfonsus. 

Aliiid simile prò inissis seu amhasiatoribtis magni teucri destinandis 
ad dominum Regem i). 

Dal tenore puro e semplice dell'atto, che non esce dal 
formulario consueto in tali documenti, non è dato dedurre, 
né pure in via di semplice ipotesi, quali cose fossero per 
trattarsi dagli ambasciatori di Egitto ed a quali intenti 
fossero diretti siffatti negoziati. Ad un primo esame ed 
a considerare che nel medesimo tempo e con due copie 
dello stesso diploma , conforme si rileva dalla nota ag- 
giunta a pie di esso, si provvedeva al sicuro viaggio di 
un' ambasceria da inviarsi dal Soldano di Babilonia e di 
un' altra da mandarsi dal Gran Teucro (come con analo- 
gia imposta dalle pretese classiche del tempo si chiamava 
il Gran Turco o Sultano dei Turchi) sembrerebbe che lo 

i) Archivio della Corona di Aragona, Barcellona, Keg. 2656, p. 256. 



— 24 — 

scopo di tali pratiche avesse ad essere al tutto pacifico. 
Secondo questa prima impressione parrebbe presumibile 
che, so nella corte del Re di Aragona e Sicilia, assorta 
a tanta autorità che i due maggiori potentati dell' Islam 
volevano mandarvi rappresentanti, tali rappresentanti do- 
vevano insieme convenire o succedersi a breve intervallo, 
certo non era per stringere alleanze e per avviare trame 
dirette al reciproco danno, alla vicendevole rovina: che 
sarebbe stata imprudenza, quando, giunti insieme, pote- 
vano sorvegliarsi e spiarsi scambievolmente : arrivati a 
(jualche distanza di tempo, potevano aver notizia dei ri- 
spettivi loro trattati. D' altro canto la lealtà religiosa del 
grande Sovrano ed il suo lisoluto proposito di acquistare 
il Regno di Napoli, soggetto j^er un certo verso alla au- 
torità del Pontefice, e di conciliarsi, per quanto era pos- 
sibile, la neutralità se non la benevolenza di lui, bandi- 
scono recisamente il sospetto che quei negoziati avessero 
ad esser rivolti contro uno Stato cristiano. È fuor di dub- 
bio che una legittima ambizione spingeva il Magnanimo 
a desiderar l' incremento sempre maggiore della sua po- 
tenza ed a far valere le pretese e i diritti suoi proprii o 
da lui acquistati e da acquistare su talune regioni di 0- 
liente: ma è paiimenti fuor di dubbio che il monarca il 
quale non per studiati infingimenti, ma per intima con- 
vinzione professava con fervore la religione dei suoi pa- 
dri e dei suoi popoli, per proprio impulso non meno che 
per ragione politica giammai sarebbe stato per accettare 
dalla mano di un principe maomettano ciò che fosse stato 
tolto ad un principe cristiano. Né, finalmente è da pen- 
sare che il Ile, uso a curare con la più solerte diligenza 
ogni parte della sua amministrazione, questa volta inten- 
desse ad avvantaggiare il commercio dei suoi Stati, som- 
mamente da lui incoraggiato e protetto, perchè per ne- 
goziati di simile genere anche di quei tempi solevasi spedir 



— 25 — 

poche persone, che, senza scalpore, senza sfoggi pomposi, 
componessero le cose con la tranquillità e la quiete pro- 
prie delle transazioni commerciali. Tanto più che in que- 
sta sorta di affari il Re Aragonese era assai largamente 
rappresentato in Egitto, dove, ad Alessandria, i Paler- 
mitani avevano un fondaco, un altro i Catalani, ed un 
altro i cittadini di Napoli e di Gaeta, prossimi a diven- 
tare suoi sudditi *). 

Ma se il salvacondotto per gli ambasciatori di Egitto 
si pone in relazione con tutto il carteggio che da esso 
ha principio, no resta singolarmente lumeggiato. Peroc- 
ché, come si vedrà qui appresso, e per 1' acuta genialità 
della sua mente, e pel continuo e non pacifico contatto 

*) Una prova di non dubbio valore circa la condiscendenza di 
Alfonso verso il Papa, è il trattato che egli strinse col bellicoso Car- 
dinale Scaranipo, e che fu ratificato da Eugenio IV il 6 luglio del 
1443: dopo del quale furon richiamati i prelati napoletani, che pren- 
devano parte al Concilio di Basilea, di cui in tal modo si accelerò 
la fine ingloriosa. E sebbene di alto sentire e di spirito illuminato, 
il Magnanimo non si sottraeva in tutto alle idee ed alle supersti- 
zioni proprie del suo tempo: così, il 19 settembre del 1443, donava 
a Fra Giovanni Desta, supplente del suo cappellano, un ducato, lui 
tari e dieci grana, per farne celebrare messe a S. Antonio, affin- 
chè gli concedesse la grazia di fargli trovare un suo cane da caccia 
disperso : Cedole di Tesoreria, Ced. 7, fol. 1. t. Intorno al valore della 
parola " fondaco „ cfr. Hkyd in Sitznngsb. der Miinrhen. Akad. 
Inst. Cl, 1880, V, pag. 617-627. In generale si può ■ dire che essa 
deriva dalla voce araba F u u d u q , usata in Oriente per designare 
certi grandi edifizii costruiti a pubbliche spese, nei quali i mercanti 
potevano alloggiare e riporre le loro mercanzie. — Sul fondaco dei 
Palermitani ad Alessandria cfr. Lannov. Generai puhlies par Ch. 
Potvin, LoHiain, 1878, pag. 110, dove, nelle precedenti edizioni 
si leggeva , invece della espressione "de Palerme„, l' altra 
'•de pelerins„, che non aveva significato alcuno. — Sul fon- 
daco dei Catalani cfr. Heyd, Hist. du Commerce dìi Levant. II, 412. — 
Sul fondaco appartenente a Napoletani e Gaetani uniti insieme cfr. 
CAMERA, Mem. d'Amalfi, I, 593, dove due individui di Gaeta com- 
prano il posto di console ad Alessandria (1398, 1399). 



— 26 — 

della patria sua coi vicini maomettani, Alfonso era ve- 
nuto nel convincimento clie nell' Africa potevansi trovare 
il modo e la forza da infrenar 1' Asia e ricacciarla nei 
suoi confini naturali. C era in quel convincimento qual- 
che poco della fede ingenua die aveva determinate le 
disastrose imprese di Luigi IX: ma e' era pure, ed in più 
larga misura, la divinazione dell' ardito concetto che poi 
ebbe a brillare alla mente di tre grandi : Albuquerque , 
Leibnitz, Napoleone. Però, se l' insigne viaggiatore voleva 
scompaginare il settentrione africano , mutando persino 
il corso al Nilo, per assicurare ai concittadini la via delle 
Indie: se il sommo filosofo invitava il Re Sole ad occu- 
parlo , dimostrandogli con le serrate argomentazioni di 
una logica impeccabile che 1' acquisto gli sarebbe stato 
scala ad una immensa monarchia asiatica: se il fortunato 
guerriero ei'a sicuro di trovare in Egitto la rovina del- 
l' Inghilterra e lo scettro del mondo: Alfonso per la sua 
natura equilibrata e fattiva sperava solo che da quella 
parte potesse schiudersi una via di salvezza all'Impero 
ed ai principati di Oriente, e di sicurezza efficace e du- 
revole ai regni suoi ed a tutti gli Stati bagnati dal Me- 
diterraneo *). 

Tali speranze non erano soverchiamente avventate. Il 
Sultanato di Egitto e di Siria serbava ancora una con- 
siderevole potenza ed era in grado di esercitare su tutto 
ciò che accadeva di là dall' istmo, massime nei paesi di 

1) Mémoire, adressé à Louis XIV snr une expedition a entreprendre 
en Egypte in Leibnitz, Oeuvres, par le Oomte Faucher de Careil, 
Paris, Didot, 1864, t. V; vedi anche Michaud, Histoire des Croisades, 
pièces Justificatives, t. IV. — Sulle idee che il Richelieu, Luigi XIV 
e lo Choiseul avevano, relativamente alla politica africana, e su 
ciò che da essi fu tentato per mettere in atto tali idee, massime 
in Abissinia, cfr. De Caix de Saint-Aymour La France en Èthio- 
pie, Histoire des relations de la France aver /' Ahyssinie chréliennc 
(1634-1706), Paris, Challamel, 1880. 



4 



— 27 — 

fede islamita, una influenza, la (juale, forse non decisiva, 
ina certamente grandissima, lucidamente si desume dal- 
l' attitudine ora longanime , ora deferente, che verso di 
esso assumevano persino i Tartari vincitori. Timur-leng, 
in fatti , mandò al Sultano Barquq Zahir il dottissimo 
sliejkh Sawe per chiedere che tra essi fossero pace e con- 
cordia, assicurate con la libertà del traffico e con gli scam- 
bievoli donativi: quantunque Ahmed Gela' ir della dina- 
stia di 11-khàn, da lui detronizzato, avesse avuto ricovero 
nella corte di quello. Poco dopo, allorché il " Gran Lupo „ 
che così Timur era chiamato dai suoi fedeli, si avviava 
contro Sinùb (Sinope) per vendicare la morte di Ebu'l- 
Abbàs Burhan e'ddìn, ucciso da Qara-Jusùf della dina- 
stia turcomanna del Montone Nero , signore di Dijarbe- 
kir, costui fu largamente soccorso dall' Egitto: e sebbene 
Timùr-tàsh, governatore di Haleb (Aleppo), gli avesse im- 
pedito di trovare uno scampo nello Stato del suo sovrano, 
nuove offese annullarono il merito di questo servigio. 
Perocché, con oltraggiosa violazione dei diritti più sacri, 
lo shejkh Sawe, benché protetto dalla inviolabilità degli 
ambasciatori, fu fatto morire: Otlamìsh Kucìn, governatore 
di Avvenìk, ed uno dei migliori generali di Timur, era 
tenuto in strettissima })rigionia : ed una seconda amba- 
sciata , mandata per chieder conto delle offese arrecate 
alla prima, non ai)pena ebbe varcato la frontiera, fu cat- 
turata e gittata nelle carceri di Haleb. Il Tartaro offeso 
si vendicò, facendo macello dell' esercito di Egitto sotto 
le mura di quella città (1400) : pure avanzatosi presso 
Damasco , ove era lo stesso Sultano Faràg , e malgrado 
questi avesse tentato farlo assassinare, gli offrì vantag- 
giose condizioni di pace, le quali furono respinte. Timur 
prese Damasco, espugnò Baghdad, e di " città di salute „ 
(;he era, ne fece " uh luogo di rovine „ : e tuttavia, tanto 
era ancora il credito del Sultano di Egitto e di Siria nelle 



— 28 — 

intricate guerre e nella intricatissima ])olitica orientale , 
che raffrenò F impeto del suo carattere, divenuto anche 
più violento dopo la vittoria di Angora, e gli mandò un 
terzo ambasciatore nella persona del celebre dottore Ju- 
sùf Gezerì, chiedendo che, in segno della propria supre- 
mazia, gli riconoscesse il diritto che per lui si pregasse 
dal pergamo delle moschee e da lui s' intitolassero le mo- 
nete. Non altrimenti il turco Muhammed, dopo aver vinto 
Giunejd, da Ajne-gol mandava una lettera al Sultano i^bu- 
Nasr shejkh Mahmùd (1414), e ne riceveva cortese rispo- 
sta; ma la risposta ad una nuova lettera, spedita alcuni 
anni dopo (1421), giungeva quando il " gentil Signore „ 
era già spirato *). 

Se tali erano le condizioni in cui si trovava 1' Egitto 
rispetto agli altri Stati della medesima religione, ben si 
comprendono le ragioni che consigliavano Alfonso a sol- 
lecitarne l'amicizia e 1' alleanza. Da tutto il carteggio gli 
intenti che egli si proponeva raggiungere con le alleanze 
africane, appariscono così chiari, che non è possibile du- 
bitare delle cose che dovevano esser trattate dall' attesa 
ambasceria. Non si negoziava, né, come sopra si è detto, 
pel carattere leale del re poteva negoziarsi, un' alleanza 
tra lui ed i Sultani di P]gitto e di Turcliia , che neces- 
sariamente sarebbe tornata di danno e di rovina nonché 

1) Suir ambasciata dello shejkh 8awe cl'r. Histoire de Timoiirbeg 
par Cherefeddin traduite par Pktis de la Cuoix, 1. Ili, e. 32, pag. 
240. — Sui soccorsi dell' Egitto a Qara- Jusiìf, cfr. op. cit., V. 2, 
pag. 233. — De Hammer, op. cit., II, pag. 73. afferma, poggian- 
dosi suir autorità di Akabshah , che Otlamìsh Kuciii (Buattuti 
lo chiama: Otiamis Kocino) aveva sposato la figlia della sorella di 
Timur-leng. Sulla prigionia di costui vedi Cheref., op. cit. V, 17, 
pag. 277. — La prima lettera di Muhammed ha in Feridun il num. 
138; la risposta di Abu-Nasr shejkh Mahmiid il num. 139: la seconda 
lettera di Muhammed ha il num. 165, ed il num. 166 la risposta 
in data del 27 safar 824 della egira. 



— 29 — 

all' Oriente latino, ma a tutta quanta la cristianità. D'altro 
canto, poiché Alfonso per lungo tempo sperò trovare 
in Africa 1' aiuto necessario per assumere, impresa supe- 
riore (V assai alle sue forze, la salda difesa di quelle si- 
gnorie orientali, die, troppo deboli per destare apprensioni 
nelle monarchie occidentali, erano in grado, se collegate 
tra loro ed opportunamente sostenute, di far da insormon- 
tabile baluardo contio le invasioni asiatiche: — il supporre 
che, vagheggiando appunto questo suo intento, si fosse 
rivolto al Sultano Bursbaj 'al 'Asraf Sayf 'ad-din, non sem- 
bra sia troppo lontano dal vero. In tal caso 1' avere ot- 
tenuto che anche un' ambasceria turca si fosse accinta a 
recarsi presso di lui appare un espediente consigliato dalla 
artificiosa pratica dii)lomatica del tempo: perchè il rischio 
che questa scoprisse ciò che si conchiudeva o si era con- 
chiuso da (piclla, potevasi evitare col silenzio e col ri- 
serbo proprii delle Cancellerie di tutti i tempi , mentre 
niente era tanto acconcio a sopire le diffidenze ed a ban- 
dire i sospetti, che gli indispensabili preliminari potevano 
o avevan potuto destare nell' animo di Muràd , quanto 
il far mostra, invitando i legati di lui, che non gli si vo- 
leva nascondere alcuna cosa. E che questa ambasceria la 
quale ha tutta 1' apparenza di un ripiego, fosse per Al- 
fonso di molto secondaria importanza , si può in cei-ta 
guisa arguire dalla forma stessa del salvacondotto, il quale 
è intestato agli ambasciatori di Egitto, solo nella postilla 
dicendosi che uri' altra copia potrebbe poi valere per gli 
ambasciatori o pei messi che il gran Teucro fosse per in- 
viare. È ragionevole, in vero, che, conforme suole acca- 
dere nelle cose non destinate a diventare di pubblica ra- 
gione, il sovrano ed il suo secretarlo, che nessun motivo 
obbligava a non esser sinceri, provvedessero anzitutto a 
ciò che costituiva il maggiore loro pensiero , colorendo 
in seguito le parti minori del complicato disegno. 



— 30 — 

Per ciò poi die concerne la divisata alleanza con l'Egitto 
è da notare che, senza dubbio, le complesse e continue 
relazioni commerciali dei Catalani, dei Siciliani e dei Na- 
poletani nel Cairo ed in tutte le città marittime del set- 
tentrione africano, col contatto intimo ed assiduo, avevan 
dovuto rendere di nessun valore, per la mente illuminata 
di Alfonso , i pregiudizii e le diffidenze che la intolle- 
l'anza religiosa allora ispirava: sebbene Venezia che aveva 
banchi assai più remuneratori e negozii assai più fiorenti 
in ogni punto di quelle contrade, con assai meno scru- 
poli e con assai più indifferenza in fatto di fede , non 
avesse osato imprendere un" o^^era così ardita, pur essendo 
interessata più di lui a mantenere in Oriente 1' ordine , 
la tranquillità e, come ora dicono, lo statu quo, cioè l'at- 
tuale assetto delle cose. Vero è che, nel seguire tale con- 
dotta spregiudicata e liberale, il Magnanimo era incorag- 
giato e spinto dalla tradizione politica dei suoi maggiori 
e dei sovrani onde voleva ed era per raccogliere la suc- 
cessione. 

Nelle medesime condizioni era il Regno di Napoli. È 
noto che anche prima del mille la Siria saracina era fre- 
({uentemente visitata dalle navi mercantili di Bari. Del re- 
sto, Napoli cosi di frequente ospitava viaggiatori e mercanti 
Saracini, che senza inverosimiglianza Ludovico II potette 
accusarla di esser divenuta una seconda Palermo, una colo- 
nia dell'Africa. Assai prima Willibald, vescovo di Eichstàdt, 
di cui è celebre il pellegrinaggio a Gerusalemme, raccon- 
tava che nel 722 aveva veduto nel porto di Napoli una 
nave venuta di Egitto; ed a porre un limite alla soverchia 
prosperità economica della medesima città, nella pace con- 
chiusa r anno 836, Sicardo principe di Benevento volle 
che si stipulasse la condizione, che i mercanti di essa non 
più avrebbero comprato merci di Lombardia, per poi ri- 
vendei-le dall' altra partii del mare. Sopra tutto eccelleva 




— 31 — 

in questi negozii Amalfi. Per le sue vie si vedevano mer- 
canti arabi e persiani, mentre i suoi stessi mercanti da 
gran tempo erano accolti assai cordialmente in ogni punto 
del Levante, c^ome quelli che apportavano i più ricercati 
jnodotti deir Occidente. Guglielmo di Tiro affermava che 
Amalfi aveva proprii alberghi in tutti i porti della Siria: 
al dire di Amato quella era " la città dove V oro e la seta 
abbondano „ : e Guglielmo di Puglia esclamava : 

Hic Arabes, Lihii, Siculi noHcuntur et Afri : 
Haec gens est tottim prope nnhilttata per orbetn^). 

E se ad Amalfi aveva nociuto moltissimo 1' essere stata 
assoggettata dai ^ioi-manni, accaniti nemici dei Greci, onde 
<la costoro furono imposte sul suo commercio gravezze 
che alteravano in suo danno le condizioni della concor- 
renza con Venezia: altre città cominciarono a primeggiare 
in questo campo veramente civile. La Sicilia, posta a mezzo 
della via percorsa dalle navi che dalla Spagna, dalla Fran- 
cia , dalle coste occidentali d' Italia facevano rotta per 
r Africa settentrionale, non aveva voluto essere inoperosa 

1) Forse queste intime relazioni di commercio erano state spe- 
cialmente favorite dal fatto che Bari era stata sede di un Sul- 
tano (842-871 \ che potè dare al monaco Hernardo un passaporto 
atto ad accreditarlo presso i iSultani di Alessandria e del Cairo : 
cfr. Petuoni, Storia di Bari, 1, pag. 197. — Circa le accuse di Lo- 
dovico II, cfr. Chronicon Salem, in Pertz, IH, 527. — Sul racconto 
del Vescovo di Eichstàdt cfr. Hodoeporintvi S. Willihaldi, ed. Tohlbii 
ET Mounier, I, 256. — Il Capitnlare Sicardi è in Pertz, Legg. Ili, 
218. — La prova legale più antica sugli affari degli Amalfitani in 
Egitto è un contratto stipulato nel 973 a Salerno, che doveva 
avere effetto al ritorno di uno dei contraenti da Babilonia, cfr. 
De Blasio, Series princip. longobard. Salem., App., pag. CCCXXXVIl 
e seg. GaiiLELM. Apul. . Gesta Roberti Viscardi , 1. III , v. 483 , in 
Pertz, IX, 275. Prima, invece di Libii, si leggeva Indi, ma era un 
errore evidente, perchè Amalfi non ebbe mai relazioni con 1" India. 



— 32 — 

spettatrice dell' immenso movimento die si andava deter- 
minando: subito vi aveva preso parte e , favorita dalla 
sua posizione, Trapani aveva acquistato un giro di affari 
estesissimo. Pertanto i Siciliani godevano in Egitto lar- 
ghe concessioni e privilegi, come si rileva da un diploma 
di Ruggiero II (1137), nel quale questo Re, per remune- 
r-are degnamente la fedeltà dei Salernitani, loro promette 
di adoperarsi affinché le tasse ed altri balzelli pagati dai 
loro concittadini in Alessandria, sieno ridotti al tasso fis- 
sato pei mercanti di Sicilia. Il medesimo Re conchiudeva 
più tardi un trattato di commercio col sovrano di Egitto . 
e, come bonariamente osserva il cronista contemporaneo, 
ne ritraeva onori e profitti. Qualche volta, è vero, 1' ami- 
cizia era turbata, flotte siciliane facevano incursioni sulle 
coste, prendevano per breve tempo qualche città , bloc- 
carono anzi per alcuni giorni la stessa Alessandria, ma, 
subito dopo, il traffico riprendeva l'usato suo corso e gli 
scambi si moltiplicavano *). 

E se la tradizione commerciale e gli stessi interessi 
della Sicilia e del Regno di Napoli, — che, sin dal tempo 
in cui fu emesso il salvacondotto. Alfonso poteva conside- 
rare come un suo immancabile acquisto, — eran tali da con- 
sigliargli e da persuadergli una politica di avvicinamento 

1) Per odio dei Normanni Alessio Comneno decretò che ogni 
Amalfitano, proprietario di una bottega nel territorio dell' Impero, 
era tenuto all' annuo contributo di tre iperperi a beneficio della 
Chiesa di S. Marco in Venezia: Anna Comneno, ediz. di Bonn, I, 
286. — Sulla importanza di Trapani nel traffico levantino cfr. Ibn- 
GiOBAiR tradotto da Amari in ^rc^.-S'ior. /to^. App. 4, pag. 41-43. Il 
diploma di Kuggiero II ai Salernitani è in Ughellt, Italia Sacra, 
VII, 399. Pel trattato dello stesso Ee con 1' Egitto cfr. Eomualdo 
Salernitano in Pertz, XIX, 424, — Sul periodo di ostilità tra Si- 
cilia ed Egitto, .548-550 della egira (1153-1154) cfr. Wììrstenfeld, 
Geschichte der Fatimiden Chalifen, parte III in Ahh. dcr Gott. Ges. der 
Wiss.. XXVII, pag. 92. 



— 88 — 

e (li intima unione economicH col regno di Kgitto, eguale 
ti-adizione ed eguali interessi imponevano lo stesso da 
parte dell' Aragona. E noto che Beniamino di Tudela, tra 
i mercanti che dice di aver veduti in Alessandria, novera 
anche cpielli di Aragona. S' intende subito che qui si tratta 
della Catalogna e di Barcellona, capitale di essa , unite 
air Aragona nel 1 187, le quali in Alessandria, prima che 
in altra città , mandarono un console a presiedere alla 
loro colonia. (Quando ]»oi le nazioni cattoliche ripresero il 
traffico con la Siria e 1' Egitto, sospeso per volontà del 
|)ontefice, i mercanti catalani ritornarono agli antichi ne- 
gozii con tanta solerzia ed abilità, che in loro favore i 
diritti di dogana furono ridotti dal 15 al 10 ^f^, che era, 
come dicono oi-a , il trattamento della nazione più fa- 
vorita *). 

Sicché, sommariamente esposte , le i-elazioni economi- 
che tra r Egitto, la Sicdia, Napoli e V Ai-agona eran tali 
da costituire una tradizione , dalla quale un vero uomo 
di Stato non ])Oteva discostarsi. Con questo di più che i 
legami pubblici rafforzavano singolarmente (j[uelli privati. 
Federico II, in fatti, per gli interessi della politica e del 
commercio dei suoi dominii italiani, aveva annodato ami- 
clun'oli Tf^lazioni coi ]irincipi ainbiti: il trattato con Malik 

1) Una prova efficace dell'attivo traffico di Barcellona e della 
Catalogua con 1" ?]<>itto e la Siria è fornita dal codice marittimo 
(letto Consuiado del mar in Paruessus, Coìlection des lois mantime.% 
11. 80, 301. — 11 DE C.\i'MANV DE MoNTPALAC. Meiiìorins historicfifi 
fiohre la marina comerch ij artes <ìc la antìffua riudad de Barcdomu 
Madrid, 1779-92, li, app., afferma che il primo console catalano ad 
Alessandria fu Jayme de Fivaller, nominato nel 1270: ma in altro 
luogo, I, pag. 47, designa come il piìi antico console catalano in 
Alessandria Petrus Guillelmi , nel 1272. — La ripresa del traffico 
fu autorizzata verso il 1338: la riduzione dei dazii fu ottenuta iiel 
13.Ó0, con un" ambasciata. di cui le spese ammontarono ad 800 bi- 
sunti di oro, cfr. De Capmanv, T^■. 307. 

Alino XXVII. 3 



— 34 — 

Kamil gli aveva disjchiuso la via e le pDi'te di Geiusa- 
lemme (1229), e<l era stato anche j)iù cordialmeiite rin- 
novato con Malik Salili, successore di lui. Eguali patti 
aveva avuti Manfredi c;ol Sultano Bejbars: mentre Gia- 
como I di Aragona che aveva dato in moglie a Pietro 
suo figlio Costanza figlia di Manfredi, forse indotto dai 
consigli e dagli esempi che gii venivano dalla parentela, 
mandò anche lui ambasciatori a Babilonia. Più tardi, al- 
lorché la casa di Angiò ebbe completo trionfo sulla casa 
di Svevia, e la corte di Aragona ragionevolmente vide 
un grandissimo pericolo nella soverchia prosperità dei si- 
gnori di Provenza, lo stesso Pietro stringeva (;on Boliap, 
re di Tunisi, un trattato col quale si rinnovavano le an- 
tiche l'agioni della corona di Sicilia su quel regno. An- 
nodava del pari quelle pratiche, che poi misero capo al 
noto trattato tra suo figlio Alfonso ed il Sultano di Ba- 
bilonia: ed intanto, tra la corte di Carlo di Angiò e quella 
del Cairo era un frecjuente scambio di ambasciatoli *). 

1) Circa r amicizia con Malik Xainil, 1' Amar), Trattato stipolaio 
da Giacomo II di Aragona col tiultano di Egitto il :29 gennaio 129H 
in Atti R. Accademia Lincei serie 'ò\ voi. XI (15 aprile 1883), pajj^. 
4, cita r autorità di Bejbars , cronista contemporaneo, e due let- 
tere di Federico II a Fakhr e'ddin, fidatissimo del Sultano, una 
delle quali è datata da Barletta, 23 agosto 1229, che sono nel con- 
temporaneo Tarikh Mansuri. Maqrizi poi afferma che, appunto per 
esser fedele a questo trattato, Federico II informò il Sultano del^a 
partenza della crociata capitanata da Luigi IX alla volta dell' E- 
gittò. — Suir ambasciata mandata da Giacomo I cfr. Surita, AnalcH 
de la corona de Aragona 1. II. e. (54. Sul trattato con Bohap cfr. 
Amari, La Guerra del Vespro Siciliano, Parigi, Bandrij, 1843, v. 1, 
cap. 12, pag. 455. Nel medesimo libro è citato il Maqrizi, dove dice 
che erano arrivati al Cairo gli ambasciatori di Pietro di Aragona. — 
11 trattato stipulato da Alfonso nel 1290 fu tradotto in francese 
da. Silvestro de S.\cv ed inserito nel Magasin Encgclopédique del 
Millin, II, pag. 145 e seg.: e fii pubblicato nella lezione testuale e 
nella versione italiana dall" Amari in Biblioteca araho-sicidn. cap. 
XLIII e, nella sola versione, nella Guerra del Vespro. — A torto 



— a5 — 

Poi'o dopo , si negoziava aru'ora un trattato tra Gia- 
coino II ed al Malik all'Ashraf, sovrano dell'Egitto e della 
Siria. Non è sicuro che esso fosse legalmente stipulato, 
ma è certo che esso fu discusso e preparato e redatto 
(1293), perchè esistono ancora le isti'uzioni e le creden- 
ziali che Griacomo dava ai suoi auihasciatori. Ma, ratifi- 
cato () no, (piesto trattato esattamente calcato su quello 
di Alfonso, che a sua volta non differiva dalle precedenti 
convenzioni , mostra che nell' amichevole accordo della 
" casa (li Babilonia „ e^ di quella di x^ragona, oltre la parte 
offensiva determinata dalle necessità del tempo, era una 
parto difensiva S])ecialmente diretta alla pi'otezione ed alla 
tutela dello Stato cristiano , insidiato da troppo potenti 
nemici. Senonchè , a misura che gli anni passavano ed 
una nuova sovranità eminentemente conquistatrice si ele- 
vava sulle rovine dell* aristocrazia militare musulmana, un 
tempo c;osì formidabile, la scambievole difesa diveni\a 
un vantaggio bilaterale e forse più utile alla potenza 
che in principio ne aveva avuto meno bisogno. Onde è 
che, se, per proteggere i suoi propri i Stati e quelli del- 
l' Oriente latino e greco, Alfonso, seguendo le tradizioni 
dei suoi maggiori e le consuetudini dei suoi popoli, si 
rivolgeva al Sultano del Cairo , Bursbaj al Asliraf Sayf 
e'ddìn , bene a ragione doveva esser sicuro che le sue 
profferte eran degne di essere accolte con premurosa sol- 
l(H'itudinc. come quelle che garantivano allo Stato alleato 



il WUiKEX. Gesch. der Kreiisz. VII, 713, vede iu esso un puro e sem- 
l)lice "trattato di e o m m e r e i o „, perchè il primo posto è 
dato alle clausole di natura strettamente politica: seguono poi al- 
cune condizioni concernenti il commercio. — Sullo scambio di am- 
basciatori tra il Sultatio di Egitto e Carlo di Angiò cfr. MixiEUi 
iliccro, Il Regno di Cado I ili Angiò negli anni 1271 e 1272, pag. 13, 
\h. Ih : Drl Oh ■dice. CUuI. dipi. nug.. pag. 222 e sog. 



— 36 — 

un soccorso di cui più clic mai sentiva l' indispensabile 
necessità *). 

Però , è bene avvertire che , tranne il salvacondotto , 
questi negoziati non hanno lasciato altra traccia. E lecito 
quindi giudicare che essi non uscissero dai limiti di un 
semplice tentativo: quantunque, anche ristretti in queste 
modeste proporzioni, valgano ad attestare il mirabile senno 
politico e r acutissima percezione onde Alfonso era così 
largamente dotato : mentre, dall' alti'a parte, ed a causa 
dello sterile risultato, sono una novella prova della in- 
conscia e spensierata imprudenza, con la quale la " Casa 
di Babilonia „, assistendo impassibile ed inerte al continuo 
ingrandimento della monarchia turca, preparava la propria 
rovina e 1' asservimento del paese , in cui era stato il 
maggior nerbo della forza musulmana. Forse, a questo 
sterile risultato contribuirono non poco i malumori susci- 
tati da precedenti attriti e conflitti. Perché, malgrado la 
pacifica natura propria delle relazioni commerciali, di tem^jo 
in tempo la calma era turbata da accanite contese, da so- 
prusi e da sanguinose vendette, massime durante il regno 

1) Il testo del trattato di Giacomo II col Sultano di Egitto, tratto 
da una ricca collezione di documenti della cancelleria del Cairo, 
compilata da Qalqasandi e custodita nella Biblioteca Bodleiana di 
Oxford , fu pubblicato insieme con la traduzione dall' Amaiìi. op. 
cit. — Le credenziali in latino, le istruzioni in catalano ed in data 
del 10 agosto 1292, furon pubblicate dal De Capmanv de Mont- 
PALAU, op. cit., IV. pag. 17 e seg., e ripubblicate dall' Amari nella 
sua Guerra del Vespro siciliano. — A proposito della "Casa di 
Babilonia „ scriveva 1" Amari, Trattato slipol. ecc. pag. 4:^ — 
" C a s a „ toi'nava a quel che oggidì con voce francese diciamo 
gabinetto; che a intenderla " dinastia „ sarebbe stato grosso 
errore Alla metà del XIII secolo gli schiavi di razzza turca com- 
perati ed armati da loro (i principi aiubiti), i Mamlfdvi, come suona 
in arabico il nome di schiavo, avevano ucciso l'ultimo aiubita sotto 
gli occhi di San Luigi, e d'allora in poi faceano e disfaceano a 
loro piacimento dei sultani presi di loro medesima gente. 



— 37 — 

ili P)iirsl)HJ al Ashraf, jucpotente tiranno e fanatico mao- 
iiu'ttano. In tali occasioni, i Catalani audaci, pronti di 
mano, avidi di lotte e di bottino, non solevano lasciarsi 
sopraffare. Il sultano ne aveva avuto durissime prove. 
Sin dai primi anni del suo avvento al potere, stanchi 
(lolle sue vessazioni, alcuni Catalani, da mercanti muta- 
tisi in corsari, avevano invaso e sacclieggiato varie sue 
terre : e poco prima che Alfonso cominciasse le pratiche 
))er l'alleanza, altri Catalani, sdegnati che Bursbaj voleva 
esercitare il monopolio del pepe e delle spezie, si erano 
impadroniti di cinque navi saracine nel porto di Beirut 
e di diciotto altre in varii porti della Siria (I432-I433). 
Naturalmente, a queste imprese Alfonso non era estraneo: 
una di (pielle navi fu predata, nelle acque di Tripoli 
di Siria, da tre galere del Principe di Taranto, che era 
suo fedelissimo partigiano. Conseguenza diretta di questo 
incidente fu la sospensione del traffico catalano con l'E- 
gitto : ma quando, sollecitato dai mercanti di Barcellona, 
Alfonso s'indusse a trattare, affinché si riprendessero gli 
scambi consueti, nominò un console pel porto di Ales- 
sandria, e gli affidò tale missione. Questi trattò col suc- 
cessore di Bursbaj, e riuscì ad ottenere che ai Catalani 
fosse permesso di tornare in Egitto ; ma l'accordo ebbe 
breve durata. Ad ogni modo da ciò risulta sempre mag- 
giore la importanza del riferito salvacondotto. È chiaro, 
infatti, che, se per trattare di tutta la somma degli af- 
fari commerciali tra l'Aragona e l'Egitto si delegava il 
solo console di Alessandria, affari assai più gravi ed im- 
portanti eran quelli che richiedevan l'opera di una vera 
e propria ambasceria. Che se il Sultano del Cairo non 
seppe far tacere a tempo il suo dispetto e, forse, i suoi 
rancori, e cogliere a volo l'occasione portagli di rafforzare 
il suo regno e di ampliarlo, ciò nulla toglie ai meriti di 
Alfonso. Egli, misuiando gli altri principi alla sua stessa 



— 38 — 

stregua, si era rivolto al Sultano di Babilonia, stimando 
che per costui, come per se medesimo, le proprie passioni, 
i proprii affetti fossero un nulla a petto al benessere del 
popolo ed al vantaggio dello Stato. Ma ebbe a ricredersi, 
e solo in seguito, la distruzione della monarchia di Egitto 
e r asservimento di quel popolo mostrarono tutta la giu- 
stezza delle sue sagaci previsioni. Perchè, purtroppo, nella 
vita delle nazioni come in quella degli individui la prospe- 
rità, la sicurezza, la stessa esistenza dipendono dall'attimo 
propizio, che, lasciato trascorrere, non torna più indietro^). 

l' ETIOPIA. 

Ma se non era stata possibile una intesa cordiale ed 
efficace con un potentato da lui diviso per la diversità 
della fede , Alfonso non disperava di trovare in Africa 
un aiuto prezioso. Nelle brigate , allora, bene spesso si 
discori-eva di un Impero dalla estensione sterminata, dalle 
dovizie inesauribili , dagli eserciti sempre vittoriosi : si 

1) Non più che dieci anni prima della data del salvacondotto ri- 
lasciato da Alfonso, il Sultano di Egitto era stato in grado di ese- 
guire uno sbarco nell" isola di Cipro e di sconfiggere (juel re, Gio- 
vanni II, e di farlo prigioniero (1426). — I Turchi ottomani s' im- 
padronivano dell' Egitto nel 1517, regnando Selim [, grande uni- 
ficatore del maomettismo; ma già da mezzo secolo il Sultanato di 
Babilonia non serbava più che 1" ombra di un grande passato. 
Bursbaj ammise in Egitto Genovesi e Veneziani a patto che gli 
facessero ottenere indennità per le prime devastazioni catalane : 
cfr. Fel. BiiANCAOCi. Diario in Arch. Star. Itat.; 4. serie. Vili. 160. 
— Sulle navi predate nel 1432-148.3 e su quella presa dalle galee 
del Principe di Taranto, cfr. Bertrandon-de la Broquiére, Voi/- 
nge d'outremer ecc. in Mémoires de V Institut, Scietices morales et po- 
Utiques, t. V, Paris, an. Xll, pag. 499-500. — Sul console di Ales- 
sandria e sulle pratiche a lui affidate , cfr. De Capmany , op. cit. 
TI, 232, 236. — SulF accomodamento ottenuto da costui cfr. De 
Capmany, op. cit. , IV. , 229. Di esso il Heyd, II, 483, rettifica la 
data con molta giustezza. 



— 39 — 

affcMiiiiUH, clic il sovrano di esso, un vero imperatore per 
potenza e per ricchezze, pieno di ogni sapienza, conforme 
si addiceva ad un salomonide, in se congiungeva la gran- 
ii (^zza civile e quella ecclesiastica, pontefice e principe in- 
sieme, insignito della croce e dello scettro, benedicendo 
e ad un tempo comandando. Infinite altre meraviglie ag- 
giungeva la fantasia di coloro che narravano e di coloro 
che lipetévano ciò che avevano udito intorno ad un ar- 
gomento così circonfuso di attraente mistero : ma sulla 
Etiopia (; sul Prete Gianni, che tali appunto eran chia- 
mati queir Impero e quel Monarca, 1' Aragonese non man- 
cava di notizie assai più precise e sicure. Sempre vigile, 
sempre intento a non trascurare alcuno dei doveri che 
gli venivano imposti dalla sua l'cale i-ondizione, che egli 
intendeva nel più lato senso della parola , con sommo 
studio provvedeva atl incoraggiare e favorire il commer- 
cio e la navigazione dei sudditi. E gli audaci marinari 
di Sicilia e di Catalogna , gli occhiuti mercanti non di 
altro cupidi che di frugare e raccogliere informazioni gio- 
vevoli ai loro traffici, gli avevan dato modo di formarsi 
intorno al misterioso reame un concetto, che se assai si 
discostava dalla opinione popolare, di altrettanto si av- 
vicinava alla verità. Perciò , innanzi che gli altri Stati 
d' Italia e di Europa e la stessa Repubblica Veneta — già 
usa a giunger prima dovainque si potessero estendere con 
(jualche utilità le fitte trame de' suoi negozii — avessero 
[)ensato a penetrare nell' Impero ancora involto nelle te- 
nebre di favolosi racconti. Alfonso aveva intavolato con 
esso pratiche e trattative tanto intime, quanto jDermette- 
vano le difficoltà delle vie e i pericoli delle insolite spe- 
dizioni. 

Veramente il primo documento che illustra questa parte 
importantissima della politica estera di Alfonso, rimonta 
al 18 settembre del 1450: ed è una lettera spedita dal 



— 40 — 

Re a Zar'a-Ya'qób, o, come scriveva il Regio Protono- 
tario Arnaldo Fonolleda , a Zara lacoho filio David de 
domo Salomonis, Imperatore di Etiopia e, secondo è ag- 
giunto in un' altra lettera, dell'India Maggiore *). Ma tale 
documento contiene una notizia, la quale permette di as- 
segnare con sicurezza alle relazioni- siculo-etiopiche una 
data anteriore di molto. Perocché , a scusare la grande 
difficoltà che trova Alfonso, oramai Re anche di Napoli, 
per accontentare il suo " fratello ed amico carissimo „, 
col mandargli gli artefici e gli operai da lui richiesti, cita 
specialmente la perdicio de quelli tredici homini, mastri 
in diverse arte, li quali dimandati ad noi ya fa uno grande 
tempo per lo serenissimo uestro fratre, li mandahamo. e es- 
sendo in ca,mino, per no potere passare morero. 

*) Gli Etiopi i'urou chiamati " Indiani „ da Orosio e da Pro- 
copio: Virgilio disse che il Nilo aveva origine nell' India: Socrate 
e Sozomeno affermarono che Frumenzio, il quale convertì gli Axu- 
miti e gli Abissini, era stato 1' apostolo degli Indi Interiori. Perciò 
il LuDOLF, Comment. ad hist. aethiop., pag. 66, scriveva: — Postremo 
Indiae nomen atqne Aethiopiae tam vagum et ìncertum est, ut nisi cer- 
tae circumstantiae adsint. nescias de quibus populis auctorcs loquantur. 
Secondo Marco Polo 1" India Maggiore era 1" Indostàn (1. TU, e. 20): 
r India Minoi'e era la regione che dal paese di Ciampa si esten- 
deva sino al regno di Orissa: l'India Mezzana era l'Abissinia (1. Ili, 
e. 38). E da notare che in questa denominazione può essere una 
parte di vero. 11 Pauthibr , Essai sur V origine et la formation des 
differents sgstèmes d'écritures orientales et occidentales in Encijdopédie 
Nouvelle , art. Ècriture , affermò che l' alfabeto etiopico era stato 
formato su quello devanagari o sanscrito, e fu fautore della opi- 
nione che r P^tiopia fosse stata popolata da vma colonia venuta 
dall' India, secondo si era già affermato da William Jones, ed assai 
prima nel Sincbllo : — Alì^-toTùsg àriò toò 'IvSoO Ttotai-ioO àvaatavtsg 
upòj TiQ AtyuuTw (jr/.r/aav, ed. Venezia, pag. 120. — Il Eawlinson nella 
traduzione di Erodoto, I, pag. 6.50, in nota, procurò dimostrare che 
una razza Etiopica o Kushita si sparse sui lidi dell" Oceano Meridio- 
nale, dall' Abissinia sino all'India, finché fu assoggettata dalla in- 



— 41 — 

È fuoii ilubbio, in conseguenza, che 1' amicizia di Al- 
fonso coi sovrani di Etiopia ebbe principio non solo pri- 
ma che Zar'a-Ya'qób ascendesse al trono imperiale , ma 
anche in tempo abbastanza lontano da quello in cui fu 
scritta la lettera che ora si esamina. Perchè a Dawit 1, 
figlio di Sayfa Ar'àd, che regnò dal 1380 al 1409, suc- 
cesselo i figli Tewodros I (1309-1412) e Yisliaq (1412- 
1427): poi P]ndriyas, figlio di costui: quindi 1' altro figlio 
di Dawit 1, 'rakla-Maryam, " pianta di Maria „, detto col 
nome di regno Hezb-Nan (1429-1433), cui per i)Ochi mesi 
sottentrarono i pioprii figli Saiwe Ivasus , " pilastro di 
Gesù ., , ed Amda lyasus , •' colonna di Gesù „ , finché , 
estinti tutti costoro, l' impei-o i)ervenne a Zar'a-Ya'qób, 

vasiune degli Aiii da una parte . dei Semiti dall' altra. In questa 
opinione egli era specialmente tratto dalla speranza che nella lin- 
gua dei Galla potesse trovarsi la chiave per decifrare le iscri- 
zioni cinieifornù , poi lette con tutt' altri mezzi, dopo sforzi de- 
gni di perenne encomio, e narrati assai giudiziosamenfe dal com- 
pianto assiriologo. Mbnant, Les langues perdues de la Perse et de V As- 
Ki/rie, Paris, 1885. — Nel presente studio si fa uso, sempre, della deno- 
minazione " Etiopia y,, che è quella usata nei documenti qui comen- 
tati. Del resto, si è detto che la designazione Habesh , " popolo me- 
scolato „ e, forse, " senza genealogia „ (così, almeno, scrive il Rak- 
FRAY, Abyssinie, Paris, 1880) — dalla quale i Portoghesi fecero Ha- 
beschi e poi Ahexim — pare ingiuriosa ai moderni Etiopi : i quali 
amano meglio chiamarsi secondo le varie province cui apparten- 
gono. Amariti. Tigrini, o, in modo più generale, Casctam, cioè Cri- 
stiani: mentre nei loro libri sono ancora chiamati Etiopi; cfr. Caix 
DE Saint Aymoi:u, op. cit., pag. 3. E né pure in questa denomi- 
nazione i Portoghesi si emanciparono dagli Italiani. Assai prima di 
loro Marco Polo aveva parlato della grande provincia di Abascia. 
secondo il testo Ramusiano, che nel testo Magliabechiano XIII. IV. 
104, pubblicato dal Baldelli Boni, Il Milione di Marco Polo, Fi- 
renze 1827, diventa Xabasce: Abasce nel codice Riccardiano: Masriam 
nel Codice Magliabec. II. 11 mano.scritto francese, pubblicato dal 
Pauthier, ha Abbasìe. 



— 42 — 

" benedizione di Giacob])e „, ultimogenito di Dawit I. Ora 
lo serenissimo uestro fratre potrebbe essere così Yisliacj 
come Takla-Maryam. A favore del primo che, come si è 
detto, regnò dal 1412 al 1427, potrebbe essere interpe- 
trata la non inutile menzione tja fa imo grande tempo : 
se a favore del secondo (1429-1483) non stessero gravi 
ragioni politiche, e proprio quelle medesime che indus- 
sero Alfonso a ricercare 1' alleanza egiziana. Infatti , se, 
come si vedrà in prosieguo, la sua politica orientale era 
informata ad un concetto fondamentale puramente difen- 
sivo, con la speranza, ma solo in seconda linea, di esu- 
mare le antiche ragioni Normanne, Sveve, Angioine su 
})0ssedimenti e domimi da lungo tempo perduti, non si 
vede qual motivo potesse muoverlo a ricercare le alleanze 
africane per difendere i suoi Stati da un nemico che, 
travagliato dalle discordie intestine, tenuto in iscacco e 
minacciato da una formidabile aristocrazia militare, non 
ancora era tale da farsi temere da chi con esso non era 
in prossimità immediata. L' Aragonese , classico tipo di 
statista equilibrato e sagace, non poteva concepire il bi- 
sogno di una difesa, prima che ne vedesse, sia pur lon- 
tana, la necessità; e questa non dovè manifestarsi, e solo 
ai suoi occhi acutissimi, che verso il 1480, quando la indo- 
mita energia di Muràd II impresse alla unificazione turca 
uno slancio decisivo, e 1' eccidio di Selanìk annunziò a 
qualche mente eletta le stragi e i lutti , onde aveva ad 
essere il doloroso foriero *). 



1) Circa la successione dei sovrani di Etiopia, cfr. la Cronaca 
(ms. 132 della Bibl. Naz. di Parigi, fondo Etiop.), descritta dallo 
ZoTBNBBRG, Catalogne des m.ss. ethlopienu de la Bibliothèque Nationale, 
pag. 217, tradotta e dottamente illustrata dal Basset, Ètudes sur 
V histoire d' Èthiopie in Journal Aslatiqne, VIE serie, t. XVIL — Gli 
Annali di Zar'a-Ya'qób (1434-14(>&), come (pielli di Ba'eda-Maryam 



-^ 43 — 

Riportando 1' oi'i^^inc delle relazioni di Alfonso eon 1" E- 
tlopia al 1480, o poco prima, o i)oeo dopo (ed il ven- 
tennio trascorso da allora sino al 1450 , anno in cui fu 
scritta la lettera , a buon diritto ])uò dirsi uno grande 
tempo) , esse coincidono con le trattative delle quali il 



(14()8-147«). (li Eskender (U7«-l-*9'>). « i^« Na'od (1495-1508), furonci 
redatti durante il regno di Lebna-Dengel: cfr. DlLl^MAN, Catalogns 
cndicHiH Bìhl. Bodl. . 1. VII , pag. 77: Zotenbero, 1. e. — 11 Padre 
Manoel d' Almeyda, missionario gesuita, dettò la prima storia com- 
pleta di Abissinia secondo gli annali indigeni: ma questa opera non 
fu stampata e non è conosciuta che pel compendio fattone dal Pa- 
dre TeìAjKZ , Historìa gemi de Ethiopìa a alta oii Preste Joan ed o 
(/Ite ndla ohraron os padrcs da Coinpaiihin de Jesì^s, Coimhra. 1660. li- 
bro diventato una preziosa rarità e di cui generalmente, non »'• 
dato conoscere che i brani tradotti in latino e riportati dal LldoIìF, 
Hiat. Aethiop., Francofurti, 1681. La espulsione dei Gesuiti e dei Mis- 
sionarii portoghesi avvenuta sotto Fasiladas (Basilìdes), che regnò 
dal 1632 al lOOó: la diffidenza degli Etiopi verso gli stranieri, nei 
(|uali vedevano tanti avversarii della religione nazionale: e, d'altn» 
canto, il massacro della missione francese a capo della quale era il 
Du Houle, fecero dimenticare la intimità che per un certo tempo 
era stata tra la Etiopia e le nazioni europee. Cosi, quando il viag- 
giatore scozzese James Bruce visitò (juel paese e ne riportò gli 
annali che tradusse nella relazione del suo viaggio {Voyage en Xìi- 
hie et en Abgssinie etc. par M. James Bruce, a Paris, MDCC'XC) V A- 
bissinia era al tutto dimenticata e sconosciuta. Dopo di lui , per 
lunghissimo tempo nulla fu pubblicato di originale intorno a tutto 
il periodo che va da Yikunnó — Amlàk (r2()8) sino alla prima metà 
del secolo XVIII: cfr. Basskt, op. cit.. pag. 315, 317. — A dare una 
idea più chiara dell" avvicendarsi dei figli e dei nipoti di Dawit I 
sxd trono etiopico, ecco lo schema della loro successione: 

(1) Dawit 



(2) Tewodros [ (3) Yisha<| (5) Takla-Maryam (8) Zar'a- Ya'qcb 

14) Endriyas 1 , 

{(i) Sarwe [yasus (7) Amda lyasus 



— 44 — 

salvacondotto per gli ambasciatori di Babilonia è indiscu- 
tibile prova , e rivelano lucidamente le riposte ragioni 
della politica del Magnanimo. Aveva proposto al Sultano 
di Egitto una lega difensiva, ma temeva che, dovendosi 
la difesa esplicare non contro principi cristiani, come nei 
secoli precedenti, ma contro un sovrano ligio alla fede 
di Maometto, quegli non preferisse, come avvenne di fatto, 
il restarsene inoperoso , per tema che " i miscredenti ,,, 
i-esi sicuri e divenuti sempre più forti, non avessero a 
rivolgersi contro di lui. A causa di tali timori, ricorreva, 
nello stesso tempo ed ispirato dalla stessa idea, all' Im- 
peratore di Etiopia, presso il quale la medesimezza delle 
credenze religiose poteva essergli di tanto aiuto, di quanto 
ostacolo gli era la diversità presso il sovrano del Cairo. 
In tal maniera, se la secolare amicizia, durata tra la " Casa 
di Babilonia „ ed i suoi antecessori , veniva meno pei 
tempi mutati e per le mutate condizioni , non gli man- 
cava un gagliardo alleato da tenere a segno il Sultano 
di Egitto ed anche quello dei Turclii. Né è da credere 
che Alfonso si lasciasse lusingare dal chimerico sogno di 
stringere in un medesimo nodo Egitto ed Etiopia , per- 
chè non poteva ignorare che antiche gelosie e rivalità 
facevan sì che non si potesse acquistar 1' amicizia di que- 
sta senza incorrere nella inimicizia di quello. Talché, sin 
da alcuni anni pi-ima della battaglia di Ponza e della sua 
cattività (1435), Alfonso conduceva contemporaneamente 
tre pratiche diplomatiche di somma gi'avità: la prima col 
sovrano di Egitto, per farsene un alleato; la seconda col 
Sultano dei Turchi, per sopirne le diffidenze ed i sospetti; 
la terza con 1' Etiopia, per procurarsene 1' aiuto, nel caso 
che la prima alleanza gli venisse a mancare ^). 

l) Fra Miccolò da Poìuuiìo.nsi, lAhro dei SautHari (Voltre mare, 
pubblicato da A. Bacchi della Lega, Bologna, 1881, osserva con molto 



— 45 — 

Le trattative etiopiche, sia che gli inizii se ne ascri- 
vano al regno di Takla-Maryara, sia che a quello di Yishaq 
rnentr-e ridondano a grandissimo onore della perspicace 
attività , della inesauribile energia di Alfonso , valgono 
ancora a stabilire c^on certezza un importantissimo punto 
di storia geografica : 1' epoca in cui 1' Etiopia ricominciò 
ad aver comunicazioni certe con 1' Kuropa e ad essere in un 
(pialche contatto, sebbene per breve tempo, col mondo ci- 
vile. Che se intorno a (^[uesto punto veramente capitale 
non [)Ossono accettarsi le tradizioni degli antichi, esube- 
ranti di fantastiche invenzioni, sembra che del ])ari non 
sieno da seguirsi le stiticlie restrizioni del Heyd e della 
scuola critica tedesca. Per fermo , la lettera che Papa 
Alessandro III spediva al Prete Gianni Re delle Indie 
per raccomandargli col [)iù affettuoso calort^ il medico 
Filippo , è un documento apocrifo e privo di (jualsiasi 
valoic: l'ambasceria inviata dal Re di Etiopia a Clemente V 
in Aviofnonc non ha lasciato alcuna traccia storica : ma 



sfinno (anno 134.') e seg.) che i cristiani di Etiopia amano i cristiani 
franchi e volentieri si collegherebbero con loro: ma il Sultano di 
Babilonia non lascia giungere alcun latino nel loro paese. II, 277. 
La lettera di .alfonso, (pii appresso pubblicata, dimostra chiaramente 
che r alleanza etiopica era diretta a combattere anche l'Egitto, o 
almeno a rendergli impossibile ogni azione militare di qualche 
momento. A chiarire la profondità delle vedute di Alfonso è utile ri- 
cordare che il DFjH ^KRfiKKfi. Abi/ssinie, in UnircrK Pittoresque, Didnt. 
pag. 10, parlando dei tempi trascorsi, osserva che. essendo i re di A- 
bissinia padroni dell'Eritreo, la loro alleanza era importantissima. 
Così, quando Giustiniano fu in guerra coi Persiani, sollecitò il soc- 
corso della nazione cristiana che si trovava in condizione favorevole 
ai suoi disegni: e mandò ambasciatori con ricchi doni al monarca 
etiopico, cui Procopio dà il nome di Hellestoco ed altri quello di 
p]l-Esboas , per persuaderlo a muovere contro i suoi nemici. Cfr. 
Le ìi tre (le Marco Polo ete. par P.\rTHiER. Paris, 186.i, parte II, pag. 



— 46 — 

la cosa muta aspetto, allorché si viene a ciò che Maqrizi 
ra(^conta di Yishaq , (piando scrive che (juesto sovrano 
vagheggiava il disegno di liberarsi dalla molesta vici- 
nanza degli infedeli, assalendoli e combattendoli, e chea 
tale uopo aveva mandato lettere ai principi Franchi, per 
j)rocacciarsene 1' aiuto. Il Heyd che pur si valse larga- 
mente di Maqrizi, autore degno di fede e • contempora- 
neo degli ev^enti che narra, essendo morto verso il 1440, 
non tenne alcun (-onto di (]uesta grave e recisa afferma- 
zione, forse perchè non conveniva alla tesi da lui soste- 
nuta; e lo stesso Basset, nei suoi giudizii tanto dotto ed 
acuto quanto moderato ed equanime, la citò tra le notizie 
che han bisogno di una stor-ica conferma *). 



1) La lettera di Alessandro I[L " l n d o r u in r e ^' i s a e e r d n- 
t u m s a n e t i s s i m o „, datata da Venezia, le^gesi nel Baronio, 
Ann. EccL, Lucae, 1746, t. XII. p. 4.ó() e seg. ad annum 1177, ed è 
riportata anche da Rtiggero de Hoveden e da altri cronisti. Intorno 
ad essa. cfr. Zaunckb, f'ommentatio de epistola Alexandri papae IH 
ad preshi/tenim Joaiinon, Lipsiae, 1875, che la dimostra apocrifa. — 
Oon la credula facilità propria del suo tempo, il Godinho scrive- 
va: -— Ad Clementem V Arenionem in Galh'a, ad Florentinum Conciìhim 
Hìib Eugenio IV celebra lavi, ad Clementem VII Bononinm in Italia ex 
Aethiopia Abassinos venisse certuni est: — De Abassinonun refms etc. 
NicoLAO GoDiCfNo AUCToKE , Lufjduni , MDCXV, I. r, cap. XXIX. 
pag. 177. — Il Godinho è seguito, per non dire trascritto, dal Li- 
DOLF, Comm. ad hist. aeth., Francofurti, 1691, pag. 467. — E poiché 
si è detto della facile credulità del Godinho, giova osservare che 
essa non passa oltre un certo segno. Così nel cap. \'I — Quanta 
olim fiierit, quanta hodie si t Pretejannis potenti a — pag. 31 scrive: — 
Addii (novus auctor) in eadem esse saxosae cuiusdam rupis parteni, 
pene tripalmarem, in Nigro amne repertam, in qua mille gemmarum dif- 
ferentiae a natura sint insertac. Apparcre in ea adamantas plusquani 
centum et sexaginta, quorum alti sint volae pares, olii duos a e tres lati 
digitos: nullus avellana nucc minor : primac omnes auctoritatis. Appa- 
rere plusquam trcecntos smaragdos , maiores quosdam , alios minores: 
plnsquam quinqiiagìnta carbunculos, omnium qui passini usqaani repe- 



— 47 — 

Questa loiilViiua t^ data, ì-ì\ in una manicia iucontio- 
vcitibilé dal (-aiteggio di Alfonso d'Aragona, (^ sej^nata- 
ni(>nt<* dal ct^nno che vi è fatto di relazioni anteriori, le 
quali non avrebbero avuto Iujìijjo, se «la tempo alla Corte 
di Etiopia non si fosso determinato uno stato di animi 
e di tendenze favorevoli oltre ogni dire alla intima unione 
con ([ualclie [tiineipe Franco. Ivi, (juindi, non si doveva 
ii^norare la granfie ])otenza cui eran giunte talune delle 
nazioni cattoliclie: e sotto (piesto aspetto, collegato con 
la testimonianza di Maqrizi, a sua volta confermata dalia 
lettera di Alfonso , quel passo di Matteo Paris dove è 
detto che gli emissarii commerciali di Federico II , col 
consentimento del Sultano del Cairo, estesero i loro v'iaggi 
sino air india, lungi dairap|)arire esagerato, acquista una 



/•//•/. iiiti.iiiiéds: (ij)i),iiiii Sii jiplih <)■■<. itisj/iilt's. Ixilaxi-s, (I iittUuji^Uns, topa- 
sÌ08, hi/ndiithos, rhri/iioUthon. et honam partevi aliannn gemiìiarum, qua- 
ntìii (ìdhxf ii/iiorniìtur lìomina. (pnic etfti mnf/nae non snnt, puirhritii- 
lì'nie tanien uidlift redìint. Addit ìteni imperatorcm Daridem haìminae in 
animo hoc odmirahile, ut ita diram. gemmaruni textiiin. naturae mani- 
hìiH in tino lapide fahriratiini, Apontolicae xedi dono mittere. nini Pnn- 
Ins HI dare illi in inatrimoninni Victoriain FarneMÌani cogitnhat: rernni 
KÌcìit oì) ipsins Ponti/iris niorteni initnni mairi monili ni non est. ita neque 
lìiniHin niimnm. Haec omnia Hcribit de Ahan.vni imperatoria opihns no- 
rns aìictor, et multa alia piane admiranda, tamprompte, tam ronstanter 
et confdenter ac ni nihil e^se rerins queat. — Ad onta di ciò reca 
ostroma moraviglia che, al principio del secolo XVII, uno storico 
il (|uale voleva aver fama di accurato ed esatto, s'indugiasse per 
molto e molte pagine nel riferire siffatte bazzecole: delle quali si 
r qui ricordata quella concernente le gemme possedute dal so- 
vrano di Etiopia, perchè si connette strettamente con la novella 
" Della ricca ambasceria, la (j u a 1 e fece lo Presto 
( « i o V a n n i al nobile I m p e r a d o r e Federigo ,„ che è 
nel Novellino (I nella edizione del Manni, II in quella del Guaite- 
ruzzi), dove appunto si racconta di tre pietre rtobiìissime che furon 
mandate in dono allo Svevo e poi riprese per malizia di un avve- 
duto lapidaro. E la fama di ([uesti tesori di gemme doveva essere 



— 48 — 

singolaro verosimiglianza, (^on ciò non si nega elie il 
Sultano si opponesse a qual si fosse commercio degli 
Occidentali con gli Rtiopi , si perchè aveva da temere 
che, messi di accordo, non fossero j^er j)renderlo in mezzo 
e schiacciarlo: sì perchè non è credibile che di sua vo- 
glia linunciasse ai lauti guadagni che gli venivano dal 
monopolio della mediazione negli affari commerciali tra 
gli uni e gli altri. Ma solamente si osserva che quella 
opposizione, protratta per secoli ed estesa per tutta una 
vasta regione , non potè esser mantenuta sempre e do- 
vunque col medesimo rigore: e dovette essere a volte 
intransigente e rigidissima , a volte invece cedevole e 
mite, secondo il vario carattere dei principi che si suc- 



assai estesa, tanto che K. Gislason, Copenhagen, 1860, pubblicò un 
racconto islandese del sec. XIV sul medesimo argomento. Il Kòhlek 
in Romania, voi. V, pag. 76 (anno 1876), giudicò più antica la le- 
zione italiana, e trovò che alcune frasi somigliavano ad alcimi passi 
della "Epistola lohannis regis Indiae Emanueli 
regi Graecorum miss a, et ab ipso Friderico Impera- 
tori d i )• e e t a „, che è nella Cronaca di Alberico delle Tre Fontane 
ed in fine della Cronaca di Giovanni ViUani (ediz. Maglieri, Firen- 
ze, 1823), e fu ripubblicata nel 1878 dallo Za*rnkb, Leipzig, Edel- 
iiiann. Cfr. D'Ancoxa, Studii di Critica e Storia letteraria , Bologna, 
l'RSO, pag. ;300. Cfr. ancora Zarnckb, Der Priester lohannes in Ab- 
handlungen d.philol.histor. Classe d. /r. sdàisischen Gesdlschaft d. Wis- 
sensch.fYll, Lipsia, 1879, p. 828-10:-30. Si connettono ancora, le favole 
raccolte dal Gpdinho, coi noti versi dell'Ariosto, e. XXXIII, dove 
si dice che la reggia del re di Etiopia era colonnata di limpido 
cristallo e di pietre preziose, e si aggiunge 

In mura, in tetti, in pavimenti sparte 
Eran le perle, eran le ricche gemme, ecc. 

11 Maqrizi (M arrisi, Hist. des sultans mamlnks) è citato dal Bassrt, 
op. cit., pag. 135, t. XVin. La discussione del Hevd sulle prime re- 
lazioni dell" Abissinia con 1' Europa è nel t. IT, ediz. cit.. pag. 438 
e seg. 



— 49 — 

cedevano al (3airo, e secondo gli ondeggiamenti delle 
loro relazioni estere, appunto come accadeva del divieto 
imposto ai Cristiani di trafficare con gli Infedeli , che 
veniva più o meno rispettato, più o meno inacerbito ad 
ogni mutamento, anzi ' ad ogni .oscillazione della j)olitica 
generale *). 

1) Il Hbyd, op. cit., t. II, pag. 439, scrive: — Mathieu Paris ra- 
conte qWils (gli agenti commerciali di Fedei-ico II) poiissaient jns- 
qu'aux Indes dn consentement du sultan; mais il s" est exage'ré les bon- 
nes rdaiions qui regnaient entre les deux princes: pour nous cela ne 
pcut plus faire Vobjet d' un doute. — Però il dotto bibliotecario di 
Stuttgart non dà alcuna prova di questo suo giudizio. — Sugli 
ostacoli che il Sultano del Cairo opponeva al passaggio dei Fran- 
chi neir Impero di Etiopia, il Hevo, 1. e, pag. 439, adduce la te- 
stimonianza di tre scrittori del secolo XIV e del secolo XV, che 
sono: Sanuto [Marin Sanuto l'anziano (senior), soprannominato Tor- 
cello, terminò il primo libro della sua opera nel 1313, cfr. Kunst- 
M.\NN, Stndii su Marin Sanuto seniore in Ahhamllungen der Miinchener 
Akad., CI. Ili, voi. VII, sez. 3, pag. 697] Secreta fidel. Crucis, pag. 23: 
LuDOLPHUS VON SuTHEM (detto anche de Suchem), De itinere terrae 
sanctae liber, ediz. Deycks in BibUothek des literar. Vereins, voi. XXV, 
Stuttg., 1851, pag. 64: Lannov, Oeuvres, pardi. Potvin, Louvain, 187R, 
pag. 130. Ma nella stessa nota in cui indica queste fonti, ricorda 
il passo di Ulrico Leman, Beschreibung seiner Reise nach dem gelob- 
ten Lande (Cod. Gemi. Monac.) , pag. 54, dove questi afferma che 
per entrare in Etiopia, occorreva un permesso speciale del Sultano. 
Sicché la via per quella regione non era assolutamente chiusa. 
Non solo : ma lo stesso Hevd , nella sua lealtà , non nasconde 
che Joos VAN GHtSTELE, Voijage, Ghendt, lo72, pag. 279, potè per- 
venire sino ad Aden: che il veneziano Bonaiuto degli Albani che 
il Ghistele incontr") a Tor (al sud-ovest della penisola sinaitica), 
aveva dimorato a lungo nelle Indie e potè fornire ai Portoghési 
notizie utilissime: cfr. Relazioni di Jjeonardo da CaMasser in Archivio 
stor. ital, app. II, n. 10, pag. 18, 19: e che il genovese Hieronimo 
da Santo Stefano partì dal Cairo per visitare llndia e l'Indocina, 
cfr. Hamusio, Navigationi et Viaggi, I, 345. Egli' aggiunge: — tutti 
({uesti esempii non provano nulla contro la regola affermata dai 
nostri tre testimoni: — ma non dice perchè la regola deve essere 
Anno XXVn. ' 4 



— 50 — 

Questo ingrandii-e a dismisura ed esagerare le diffi- 
coltà di ogni genere che dovevansi superare per entrare 
in Etiopia — avvenga per deliberata volontà o, come ap- 
pare più facile, senza propositi partigiani — tende a to- 
gliere agli Italiani e a dare ai Porto gli esi il merito di 
essere entrati pei primi in quella estesissima regione afri- 
cana. Pure, non si dovrebbe dimenticare che, senza tener 
conto delle relazioni assai anteriori rivelate dalla pre- 
ziosa lettera del Magnanimo, qualche anno dopo le trat- 
tative di Alfonso, il pittore veneziano Francesco Bran- 
caleone si recò presso quella Corte Imperiale, vi dimorò 
a lungo, e quasi vi tenne l'ufficio di residente diploma- 
tico della patria sua : mentre la spedizione di Pedro 
Covilhao e di Alfonso de Paiva non ebbe principio che 
nel 1487. Sicché in questa come in tutte le altre opere 
di vera civiltà gli Italiani furono precursori, seguiti ad 
una certa distanza di tempo e poi, al solito, soppiantati 
dagli stranieri. Non è qui luogo da discutere se il viag- 
gio di Bartolomeo Diaz (1487) e l'avventurosa spedizione 
di Vasco de Gama (1498) fossero , come apj^are verisi- 
mile, la continuazione e la rinnovazione dell'audace ten- 
tativo dei fratelli genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi, i 
quali, per trovar la via delle Indie, sin dal 1291 oltre- 
passarono 

quella foce stretta, 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 
Acciocché Tuoni più oltre non si metta. 

Ma non è ne meno necessario indugiarsi a dimostrare, 
che nelle imprese marittime del Portogallo è come l'eco 



stabilita sui tre autori che cita nel testo, e non già sui quattro che 
cita nelle note. — Del resto le lettere di Alfonso dimostrano che 
vi era modo, sebbene non poco faticoso, di eludere questo divieto, 
anche quando dovè essere più rigoroso. 



— 51 — 

efficacissima delle cognizioni nautiche e geografiche ap- 
prese a Venezia. Ivi andarono i Portoghesi e vi attinsero 
quante notizie poterono: forse vi lessero ed ammirarono 
il Milione: non altrimenti che più tardi il re Don Alfonso 
proseguì a trarne informazioni per mezzo di Stefano Tre- 
visani e ne ebbe anche un mappamondo eseguito da Fra 
Mauro, l' insigne cosmografo. Pure, malgrado tutti questi 
valevolissimi aiuti, non così presto i Portoghesi perven- 
nero nonché a superare , ma solo ad eguagliare i loro 
maestri: onde alla fine del secolo XV essi movevano alla 
volta della Etiopia, partendo da un concetto volgare ed 
erroneo: il pensiero di ritrovare il Prete Gianni, mentre 
in Italia da gran tempo di esso si curavano soltanto la 
fantasia dei poeti e la facile credulità popolare *). 

1) Questo desiderio di attribuire ai Portoghesi la scoperta della 
Etiopia è rivelato assai ingenuamente dal Godinho, op. cit., 1. I, e. 1, 
pag. 2, dove scrive: — illud quoque sii compertnm, si quid eril de hoc 
gente scriptum, quod videatur dignum fide, id nobis esse patefactmn o- 
pcra LìiHÌtanoruììì, ab eo ferme tempore {centum hodie et decem circiter 
anni snnt) cuin Petrus Coviìlanius, ad res Indicas et Pretejannis tetTas 
explorandas, rum Alfonso Paytm a Ioanne sernindo missus , illas adiit 
Abassinorum regiones, etc. E per citare un autore popolare, sebbene 
poco uso ad approfondire le cose di cui scrive, il Cantù , Storia 
Universale. Torino, 1888, voi. VII (Scoperte e Viaggi), 1. XXIV, cap. 
HI, pag. 78, attribuisce anche lui ai Portoghesi la scoperta della 
Abissinia, in una lunga chiacchierata, assai enfatica ma poco con- 
cludente. — Alla spedizione dei Vivaldi era associato anche Tedisio 
Doria, il quale non prese parte alla navigazione : Hbyd , op. cit., 
t. II, pag. 140. Intorno ad essa vedi: Bblgrano, Degli Annali Ge- 
novesi di Caffaro in Arch. Stor. Ital., 3. ' serie, II. 124 e seg.: Pbrtz, 
Der (ilteste Versuch zur Entedeckung des Seeveys nach Ostindien, Berlin. 
1859. Sorleone Vivaldi andò alla ricerca del padre suo Ugolino, e 
questa seconda spedizione è narrata del pari che la prima dal mo- 
naco francescano di Siviglia, autore anonimo del Libro del coììoscì- 
miento de todos los reynos e tierras e senorias que son por el mundo, 
escrito por un franciscan espanol a mediados del siglo XIV. pubblicato 



— 52 — 

Si deve, in gran pai-te, alle notizie diffuse dai Porto- 
gliesi circa i proprii viaggi, se nel secolo XV e nel XVI 
l'opinione africana j^revalse su quella asiatica, che nel se- 
colo XIII e nel XIV aveva avuto autorità inappellabile 
intorno al monarca, che 

Senàpo detto è dai sudditi suoi, 
Gli diciam Presto o Preteianni noi. 

Fra Mauro , conviene riconoscerlo , fu tra i primi a 
porre il dominio del Prete Gianni in Africa, e propria- 

dal JiMBNES DE LA EsPADA, Madrid, 1877, in Boletin de la Sociecìacì 
geografica, t. II, App.. Vedi anche Belgrano, Nota sulla spedizione 
dei fratelli Vivaldi in Atti della Società ligure di Storia Patria , XV, 
323. Notevole anche, rispetto alla seconda spedizione, V Itinerarium 
Antonii Ususmaris ( Antoniotto Usodimare ) , edito dal Gràberg di 
Hemsò in Annali di geografia e di statistica, Il , pag. 287 , Genova, 
1862: e poi, in una lezione migliore , dal Belgrano in Atti della 
Soc. lig. di St. p., XV, pag. 320, anno 1881 — Lo Zurla, Dissertaz., 
t. II, pag. 115, dimostrò che le scoperte portoghesi cominciarono 
nel 1429, cioè dopo il viaggio di Don Pietro a Venezia ( 1328), a 
causa delle utilissime cognizioni che dovette acquistarvi. Circa il 
mappamondo di Fra Mauro mandato a Lisbona e sul quale erano se- 
gnate le più recenti notizie intorno alla via delle Indie ed intorno 
ad un giro dell'Africa non privo di esattezza, cfr. Zuhla, Relazione 
del Ca dà MoTto, T^ag. 10: Mappamondo di fi a Mauro, pag. 87. — Un 
passo dell' Alvarez in Kamusio, Navigationi et Viaggi, Venetia, 1550, 
voi. I, lascia intendere, ed assai chiaramente, che da questo mappa- 
mondo fu ispirato il viaggio di Etiopia, dove dice che al Covilhao ed 
al'Paiva-fu data una carta da navegar copiata da un mappamondo, 
dietro il quale si avessero da governare per andare a trovare i paesi 
donde Denivaìio le spetierie, e di passare anche un di loro in Ethiopia e 
vedere il paes3 del Prete Gianni, e se nei suoi mari vi fosse notizia al- 
cuna che si possa passare nei mari di ponente. Come si sa, il Eamusio 
traduc'eva e riassumeva I'Alvarez, Verdadeira informa:om do preste 
Ioao, Lisboa, 1340. Tutti gli storici e tutti i documenti affermano 
còsi unaiìirhi, òhe la spedizione del Covilhao e del Paiva era di- 
rettala scoprire il regno dèi Prete Gianni, e che qui non è necessa- 
rio addurne le testimonianze. 



— 53 — 

ment(^ in P]tioj)ia: ma 1' errore del laboi'ioso ed accurato 
cosmografo fu rapidamente divulgato dai Portoghesi con 
grandissimo danno della verità. Perocché gli studii di 
storia orientale, compiuti sulle stesse fonti indigene, han 
dimostrato che quel famoso monarca non era una crea- 
zione leggendaria e fantastica, come generalmente- si pre- 
tendeva , e non era né meno il Dalai-Lama del Tibet , 
sorto in epoca piìi recente, ma un personaggio perfetta- 
mente storico. E veramente il capo della potente tribìi 
dei Keraiti, di stirpe mongola, aveva aggiunto al suo ti- 
tolo Jiazionale di chan quello cinese di uàng, re, conce- 
thitogli dair Imperatore della Cina settentrionale, in modo 
che si chiamava Uàng-chan e, per corruzione, Ung-chan 
ed Ong-clian , ripetendosi così in due lingue diverse la 
medesima cosa. E come in Occidente era assai comune 
la credenza che i Keraiti fossero cristiani, o meglio ne- 
storiani , non si tardò ad affibbiare al loro principe la 
(}ualità sacerdotale. Sicché Marco Polo non si allontanò 
dalla consueta veracità e precisione, riconosciutegli solo 
dalla tarda . posterità , quando , discorrendo di quello, 
dettò: — ....un gran signore (che come intesi), nella lingua 
loro si chiamava Umcam, qual è opinion d'alcuni che voglia 
dire nella nostra Prete Gianni *). 

*) La identità del Prete Gianni col Dalai-Lama fu tratta in mezzo 
la prima volta dai traduttori (di seconda mano ) della Histoire ge- 
néaloffique dei Tartares. par Abulgasi-Bahadur Khan, Lei/de, 1720, 
pag. 43, in nota.^ — 11 nome variamente alterato ung, oune. da uang, 
avrebbe potuto dar luogo alla sostituzione, per assonanza, di lean, 
lohannes. — Sul Prete Gianni, cfr. fra tanti: Assemanni in Biblioth. 
Orient., t. Ili, pag. 481; Zurla Dissertaz. , t. I; Histoire generale de 
la Chine, tradiate du Tong-kien-kan-mon par le r. P. Anne de Manriac- 
Mailla, Paris, Glousier, 1789, t. IX, pag. 9; Oppeut , Der Preshyter 
lohannes in Sage und Geschichte, Berlin. 1864; Jule, The Cathay and 
the way ecc. London^ 1864; id., The hook of ser Marco Polo, London, 



— 54 — 

La veracità e la precisione del grande viaggiatore sono 
frutto, in parte, della sua giudiziosa esperienza personale, 
in parte delle cognizioni piuttosto esatte, che dominavano 
a Venezia intorno alle cose di Asia, di Africa e di Etio- 
pia. Sin dal secolo IX i mercanti veneti portavan legno 
lavorato, ferrarecce , tazze di vetro , armi alle tribù dei 
beduini della Nubia per gli abitanti dell' Africa interna: 
penetravano oltre le cateratte del Nilo e trascorrevano 
di là dal tropico. Più tardi, per sottrarsi ai danni onde 
era cagione la mala fede dei beduini, compivano questo 
traffico direttamente, ed attirati dalla speranza del gua- 
dagno , toccavano Massaua e Suakin. È rimasta anche 
memoria del viaggio di Benedetto Dei, che nel 1465 fu 
mandato dalla Signoria Veneta al Sultano dei Turchi e 
quasi certamente visitò Tombuctù: ma, tranne queste e 
poche altre notizie vaghe ed incerte, nessun fatto posi- 
tivo e sicuro, sulle relazioni tra Etiopi ed Italiani, è sfug- 
gito alle ingiurie del tempo ed alla incuria degli uomini. 
Perciò è grandissimo il valore dei documenti barcellone- 
si , che per la prima volta rivelano intimi e prolungati 

1891 ; Zarnckb , Der Priester lohannes in Abh. d. philol. ìiist. Classe 
d. k. scichsische Gesellschaft d. Wissensch., VII, Lipsia, 1879, pag, 828- 
1030; UziBLLi, Il Prete Gianni in Bullett. d. sez. fiorent. d. soc. afric. 
d'Italia, Vili (1892), 137; D'Avezac in Becueil des voyages et des mé- 
moires, pubblicato dalla Società Geografica di Parigi, t. IV, p. 547 
e seg.. — 11 regno di questo sovrano è stato identificato in seguito 
alle ricerche ed agli studii del Pauthier in Revue de V Orient etc. 
Maggio 1862; del Baldelli Boni, op. cit., t. II, pag. 134; del Mur- 
ray, Travels of Marco Polo, pag. 267; del Klaproth in Journal A- 
siatique, nuova serie, t. IX, pag. 299 ; del Eémusat, Recherches sur 
Kara Koruni. — La citazione del Polo è presa dal Testo Ramu- 
siano ristampato dal Baldelli Boni, pag. 110. Il CodiceMagliab.il 
ha: appellato in loro lingua Vocham. La traduzione latina di Fra Pi- 
pino nel Codice Riccard. ha : tributarti eranl magni Rcgis qui dice- 
hatur Unchan, quem Latini presbyterum loannem vocant. 



I 



— ot> 

rapporti sì diplomatici o sì commerciali tra Napoli , la 
Sicilia e r P]tiopia. Se fo^se vero ciò che narrarono gli 
antichi storici, i quali badavano al magistero della forma 
e non alla esattezza della sostanza, tali documenti sareb- 
bero prova manifesta del secondo tentativo, dopo quello 
pel Concilio di Firenze, per attirar 1' Etiopia nell'orbita 
della politica e della civiltà europee. Ma un rapido esame 
delle condizioni in cui avvenne il primo tentativo, e dello 
sterile risultato ottenuto mostra lucidamente che ben al- 
tro posto spetta ai negoziati aragonesi , e che Alfonso, 
come ebbe il merito di essere il primo nel tentare, così 
ebbe la ventura di essere anche il primo nel riuscire *). 
Gli atti del Concilio di Firenze, nel quale ebbe luogo 
la così detta Unione della Chiesa Etiopica con la Roma- 
na, potrebbero esser fonte di utilissime e decisive notizie 
sul i^rimo contatto degli Etiopi stessi coi Latini, se esso 
fosse realmente avvenuto. Ma, purtroppo , su tutta 1' o- 

') Sulle antiche relazioni di Venezia con l' interno dell'Africa cfr. 
FlLiASi, Ricerche storiro-critiche, Venezia, 1803. — Sul commercio dei 
Veneziani coi beduini, cfr. M.\rin , Storia del commercio vetieziano. 
Venezia, 1802. — Circa il pas.saggio dell' istmo di Suez da paite dei 
Veneziani giova ricordare che nell'iso/or/o del Corokeltj, Venezia. 
1606, è indicato questo transito in tre giornate: cfr. Bkhchbt, Sulle 
cognizioni che i Veneziani avevano dell' Ahissinia in Bollett. d. Soc. Geo- 
graf. Bai., fase. 2, febbr. 1869, pag. I.i7. — Il Dei (Codice cartaceo 
della Bihliot. di Monaco ) scriveva : — sono stato a Tomhettu luogo 
sottoposto al Reame di Barheria fra terra e favvisi affai assai e Ven- 
desi panni grossi e rosei e ghoi-ndli con quelle costola che si fanno in 
Loìnbardia: cfr. Am.4t di S. Fruppo, Biografìe dei viaggiatori italiani 
e Bibliografìa delle loro opere in Stndii biogr. e bibliogr. sulla storia 
della geogr. in Italia, Roma, 1875, pag. 70. — É deplorevole che sia 
andato smarrito il codice: De Xili origine et incremento, item de E- 
thiopum regione et maribus, liber s'tigidaris eompositus per me Paulum 
Trevisanum nobilem venetum anno reparatae salutùf 1483: perchè l'au- 
tore era stato ambasciatore al sultano di Egitto e doveva essere 
informatissimo. 



— 56 — 

pera di quel Concilio aleggia una specie di equivoco, pel 
quale .le conclusioni appariscono assai diverse dai fatti 
comprovati da documenti, ed infinitamente maggiori di 
essi. Certo, questo non è luogo da esaminare e discutere 
se la unione dei Greci fu sincera e, sopra tutto, se ebbe 
una base larga e reale di convincimenti religiosi e non 
di necessità politiche , e se fu proclamata in buona 
fede, subito dopo la morte del Patriarca di Costantino- 
poli e malgrado le acri proteste di taluni vescovi greci 
e dello stesso fratello dell' Imperatore. La maniera onde 
fu accolto il decreto di unione in tutto l' Impero Bizan- 
tino e , segnatamente , la relazione del Siropulo che il 
Cecconi , con arguzia toscana , chiamava il Paolo Sarpi 
di quel Concilio, sono prova eloquente, fra le altre mol- 
tissime, della necessità di rifare da capo e con concetti 
al tutto^ razionali e scevri di ogni pregiudizio la storia 
di quella importantissima Assemblea ecclesiastica , che, 
come ora è narrata, apjDare troppo vaga e contradditto- 
ria. E questa necessità diventa anche più sensibile, quando 
si esamina e si considera la lunga pratica concernente 
la Chiesa lacobita e quella Etiopica che , strettamente 
soggetta al Patriarcato di Alessandria, sin dai secoli V 
e VI ne aveva ricevuto il triste dono del monofisitismo. 
Anzitutto si racconta che Eugenio IV, volendo che le 
altre nazioni orientali si unissero, al pari della greca, con 
la Chiesa latina, nel settembre del 1439 delegò Frate 
Alberto da Sarteano ai Copti e Giacobiti di Palestina, 
di Siria, di Egitto, d' India e di Abissinia , affidandogli 
lettera per Zar'a-Ya'qób e per altri sovrani e j^relati. 
Questo frate , scolaro in Verona del celebre Guarino, 
compagno in varie peregrinazioni di San Bernardino 
da Siena , amico del Poggio , dotto teologo , oratore' 
insigne , sin dal 1435 aveva alacremente lavorato al 
buon successo del Concilio Fiorentino, inducendo i Greci 



— 57 — 

ad intervenirvi , ed aveva dato prova di quella infa- 
ticabile operosità che , insieme con le elettissime virtù, 
gli meritò la beatificazione. Egli ben conoscendo le dif- 
ficoltà della impresa, si elesse a compagni oltre a qua- 
ranta confratelli, fra i quali erano Lorenzo da Levanto che 
poi fu Vicario Generale dell'Ordine, e Tommaso da Firenze 
che fu, a sua volta, beatificato. Partito nel seguente anno 
1440, egli stesso trattò con Nicodemo, 1' abate del con- 
vento etiopico di Gerusalemme, e non trovò alcuna dif- 
ficoltà a persuaderlo di mandare inviati a Firenze : seb- 
bene quel prelato, pur prodigando le espressioni dell'os- 
sequio più rispettoso, facesse, rispetto al valore ed alla 
efficacia della propria adesione, le riserve più caute e 
prudenti: sine ipso Bege nostro illam (unionem) concludere 
non veUemus *). 

1) Le lettere onde era latore il Beato Alberto, sono in Waduino, 
Ann., t. XI, ad ann. 1439, n. XV, XVI, XVII, XVIII; si trovano 
anche nel Cozza, De Graecorum schismate, e qua e Ik nelle grandi 
raccolte conciliari, che, per brevith, non si citano, ma che sono il 
fondamento naturale di ogni ricerca di tal fatta : cfr. pei prelimi- 
nari e per la preparazione del Concilio di Firenze, Cecconi, Studii 
storici sul Concilio di Firenze, Firenze, 1869, di cui non si è pubblicato 
che solo il primo volume. — La vita, le lettere, i viaggi del Beato 
Alberto da Sarteano meriterebbero un accurato studio ispirato ad 
intenti moderni. Per ora l'opera fondamentale e piuttosto rara che 
si ha intorno a lui è: Beati Alberti a Sarthiano Ord. Min. Reg. Ob- 
serv. vita et opera: illam collegit et conscripsit, ista in ordinem redegit, 
omnia argumtntis et annotai ionibiis illustravit Fronciscus Haroldns Hi- 
bernus, etc. opus posthumum revisum etc. per Fr. Patrieium Dustinum, 
Romae , apud 1. B. Bussotum , MDCLXXXVIII. Da essa si rileva 
che Frate Alberto venne a predicare nel regno di Napoli nel 14.33, 
e vi faceva incetta di libri per conto di Cosimo dei Medici, al 
quale ne mandò parecchi greci e latini comprati in Napoli, cap. X 
e lett. XX, XXV. Non fu però molto fortunato nella Magna Gre- 
cia e nel littorale adriatico , dove, secondo scrisse , non trovò né 
pure i volumi più usati e comuni, per colpa, aggiungeva, dei pò- 



— 58 — 

Le difficoltà, invece, cominciarono , quando Frate Al- 
berto volle trattar direttamente con l'Imperatore di F]tio- 
pia. Conforme aveva potnto dirgli 1' Abate Nicodemo, che 
non esitò a farne cenno anche nella sua epistola, e come 
egli stesso doveva pensare, l'adesione ed il consentimento 
di quei pochi sacerdoti etiopi, che erano a Gerusalemme, 
separati dal resto della nazione , non tanto per le vie 
troppo lunghe e difficili, quanto per gli ostacoli insupe- 
rabili opposti ad ogni specie di comunicazione, più che 
dal malvolere, dalle necessità politiche del Sultano di 
Egitto , non potevano aver forza impegnativa per tutta 
la nazione, se j^rima non fossero state sancite dal sovrano 

tenti di quelle contrade, quos maxime eruditos esse oportere non du- 
himn est, cap. X, lett. XX. — La famosa lettera dell' Abate Nico- 
demo, che si trova in tutte le raccolte conciliari ed è stata esa- 
minata nel testo autentico , conservato nella Laurenziana di Fi- 
renze, dal Dott. Francesco Gallina , Professore di Amarico nel E. 
Istituto Orientale, cui si rendono le più vive grazie per le molte 
notizie e chiarimenti sul Concilio di Firenze, da lui accuratamente 
studiato, contiene questi brani significativi: — Haec vero res quum 
ad Regem nostrum pervenerit , maximae UH laetitiae futura est. Nam 
isdem admodum cupit ut omnes in unam fidem pariter uniantur. . . . 
Post haec, o Pater magne, ut de unione inter nos facienda aliquid tibi 
respondeam , eam quidein de certo et nos et Rex noster vehementissime 
cupimus, verumtamen sine ipso Eege nostro illam concludere non 
vellemus.... Postremo, o beatissime Pater, quicquid a nohis velis mitte 
ad Regem Aethiopiae nostrum qui quum ca quae ciipias audierii, a 
nohis in iis in mdlo penittis refragabitur, sed quaecumque velis libentis- 
sime audiet atque assentiet, accepturus ingens de voluntate tua solatium, 
quum sit fidei christianae benevolus et obediens. et quae ad favor em re- 
ligionis pertinent, avidissime complectatur. — Come si vede, l'Abate 
Nicodemo non risparmiava le espressioni di osseqviio e di deferen- 
za, cui lo costringeva il trovarsi lontano dalla patria , fra tanti e 
così audaci cattolici: ma tutto rimetteva al beneplacito dell' Impe- 
ratore, forse , nella intima convinzione, che , essendo impossibile 
pervenire sino a lui, il chiederne come indispensabile il consenso 
fosse un mandare a monte la unione. 




— 59 — 

(li essa. Partì, quindi, alla volta del Cairo, nella speranza 
di ottenere da quel Sultano licenza di passare in Etiopia: 
ma questa speranza fallì. Sicché, non sapendo rassegnarsi 
a vedere abortita la sua missione, decise compierla in altra 
maniera: e, come più tardi gli ambasciatori di Alfonso di 
Aragona, giudicò agevole penetrare in Etiopia, avvian- 
dovisi per la grande via che conduceva al Golfo Persico e 
di qui, con le navi addette al traffico dell'India, al Mar 
Eosso. Ma, giunto alle spiagge del Golfo Persico, infermò 
gravemente, onde Frate Tommaso da Firenze con tre com- 
pagni proseguì il pericoloso viaggio: e poiché Frate Al- 
berto, aggravandosi sempre il suo male , fu costretto a 
tornare indietro, altri tre suoi confratelli formarono una 
seconda spedizione verso l'Etiopia. Sicché , quando egli 
arrivò a Firenze, nell'agosto del 1431 — e già sembra 
incredibile che un anno a pena bastasse a tutte quelle 
complicate peregrinazioni — oltre i delegati del Patriarca 
di Alessandria seco non conduceva che solo i messi di 
Nicodemo , inviati con quelle restrizioni e riserve delle 
quali si é già discorso. Ora se questi erano i plenipoten- 
ziari! di Zar'a-Ya'qób , dei quali f^ugenio IV annunziò 
solennemente il prossimo arrivo nella nona sessione ge- 
nerale del Concilio, si deve convenire che , a non dire 
altro, le informazioni del Beato Alberto, le quali non po- 
tevano esser mendaci, ei'ano state assai male interpetrate 
e con eccessiva ampollosità. Dispiacevolmente , é forza 
riconoscere che tutto fa credere ad un equivoco forse 
volontario, forse fortuito. La nona sessione generale fu 
tenuta il 26 aprile 1441: in Hardouin essa si trova spo- 
stata sino all' anno 1442, ma questo è un errore cagio- 
nato probabilmente dalla confusione generata dalla' ime- 
rologia dei Fiorentini, che avevano un proprio ^calenda- 
rio. Il Mansi, in fatti, ricorda che nell'ottobre del 1441 
i messi etiopici si recavano a Koma per visitarla, e nota 



— 60 — 

che il decreto di unione coi Giacobini fu pronunziato il 
4 febbraio 1442 (e, secondo il computo fiorentino, 1441), 
e con ciò implicitamente fa osservare che l'adesione de- 
gli Etiopi non poteva ottenersi, prima ancora che se ne 
annunciasse l'arrivo ^). 

*) Sui tentativi che Frate Alberto fece in Egitto per passare in 
Etiopia, la biografia scritta da Hakold e la narrazione che ne 
tesse il Cozza, op. cit., t. IV, parte VI, cap. 20, sono sovi-accariche 
di particolari favolosi e di avventure assolutamente leggendarie. 
Frate Marcellino da Civezza, Stoiia Universale delle Missioni Fran- 
cescane, Roma, 1860, voi. IV, p. IV, cap. 14, narra le gesta del 
Beato Alberto con arcadiche pretese di eleganza e con ingenuità 
affatto francescana. Egli che pure aveva a sua dzsposizione i te- 
sori degli Archivii di tutto il suo Ordine, raramente ne usa, e 
sempre senza alcuna norma di critica, sia pure rudimentale: ed è 
tanto credulo che non pone ne meno in discussione 1' autenticità 
della famosa lettera di Alessandro III, sulla quale non concepisce 
l'ombra del dubbio, 1. e, pag. 580. Senza dire che assai spesso ri- 
vela una preparazione manchevolissima. Così, dove tratta delle 
Missioni di Cina, gli capita a volte di confondere nomi di luoghi 
con nomi di persone, e viceversa. Riguardo al viaggio di Frate 
Alberto da Sarteano, egli scrive : — .... passato in Gazarla e imhar- 
catosi sul Tanai, si recò al Golfo Persico, che ha VAhissinia a destra 
e l'India a sinistra.... Questo immenso viaggio, veramente romantico, e 
quasi favoloso.... 1. e, pag. 571 ; dove, oltre la singolare disinvol- 
tura geografica, è straordinario da vero che si chiami favoloso un 
viaggio da secoli percorso da una delle principali correnti del 
commercio del mondo. — Frate Alberto scrisse egli stesso un'ampia 
relazione della sua missione verso l'Etiopia, che mandò al Duca 
di Borgogna : ma pare che essa sia andata smarrita. — Per la data 
della nona sessione generale del concilio, cfr. Héfélé Histoire des 
Conciles, Paris, 1876, t. XI, pag. 527 : Pathicuts, Hist. Conc. Basii. 
in Harduin , t. IX, pag. 1183: Mansi, Adnotat. ad Raynald , ad 
ann. 1441, n. 2. Il Pastor, Histoire des Papes depuis la fin du moyen 
dge, Paris, 1898, t. I, pag. 330, afferma che i Giacobiti e gli Etiopi 
si unirono alla chiesa latina nel 1443 e, con una svista sorpren- 
dente in uno scrittore di solito diligentissimo, cita proprio Héfélé; 
che pone quella unione nel 1441, discorrendone piuttosto distesa- 



— 61 — 

Il giudizioso Héfélé intende a jjieno la importanza che 
la data del decreto può avere rispetto al valore di esso, 
ed a prevenire qualsiasi obbiezione , afferma che Zar'a- 
Ya'qób dovè riconoscere come suoi inviati gli stessi mes- 
saggeri dell'Abate Nicodemo: e da ciò deduce che Frate 
Alberto assai sollecitamente passò da Gerusalemme alla 
corte di quel sovrano. Ma queste asserzioni risultano prive 
di ogni fondamento di fatto, sol che si ricordino le tra- 
versìe del viaggio di quel monaco operoso, e non si di- 
mentichi la resistenza ostinata che egli trovò alla Corte 
del Cairo. D' altro canto il Mansi nelle sue annotazioni 
al Rainaldi dimostra, e sta nel vero, che le ambascerie, 
le quali, secondo per lo più apparisce nelle raccolte con- 
ciliari, sarebbero state tre, in verità si debbono ridurre 
ad una sola. È chiaro, in conseguenza, che la decantata 
unione non fu accettata dalla intera nazione etiopica, o 
almeno da tutto il clero di quella , ma solo dall' esiguo 
drappello di laici e monaci i quali vivevano nel convento 
di Gerusalemme ed intorno ad esso , sotto la direzione 
dell'abate: ed anche da costoro non fu ammessa ed accolta 
che negli angustissimi limiti già tracciati da Nicodemo 
nella sua lettera quanto umile ed ossequiosa, altrettanto, 
in questa parte, ferma e recisa. 

E che il Mansi stia nel vero, sostenendo che una sola 
ambasceria pervenne al concilio di Jj irenze, risulta dalla 
storia delle due spedizioni inviate verso la Etiopia da 

mente. Meglio, forse, avrebbe fatto a citare il Rainaldi, ad ann. 1442, 
n. 1, sebbene questi sia incorso in due gravissime inesattezze. Per- 
chè, per potere attribuire la data della unione al 1443, afferma che 
il decreto Cantate Domino fu promulgato dopo la traslazione del Con- 
cilio a Roma : mentre nel decreto stesso ne è chiaramente indicato 
come luogo della proclamazione Firenze e la chiesa di S. Maria 
Novella. E poi sostiene che tal decreto si riferisce ai Siri, Caldei e 
Maroniti, mentre una lettura anche sommaria mostra il suo errore. 



— 62 — 

Frate Alberto da Sarteano. La prima, guidata dal Beato 
Tommaso da Firenze, fu catturata dai pirati che infesta- 
vano quei mari: ed i frati furono allogati nelle ciurme, 
come rematori e galeotti , finché non vennero riscattati 
da alcuni mercanti fiorentini. Ripreso il loro cammino, 
caddero nelle mani di altri infedeli , che li gittarono in 
una prigione. Riscattati ancora da caritatevoli europei, 
con mirabile costanza si rimisero nuovamente in via, ma 
furon presi da Maomettani, forse dipendenti dal Sultano 
di Egitto, e non furono liberati che dopo il 1443. Peroc- 
ché, solo dopo il Capitolo generale dell' Ordine France- 
scano, tenuto in Padova nella Pentecoste del 1443, Frate 
Alberto fece destinare al loro riscatto cinquecento scudi 
di oro, avanzati dalle spese di quella solenne Assemblea: 
e poiché Eugenio IV ad essi ne aggiunse altrettanti, tutta 
la somma fu mandata a Giovanni Martino, mercante vene- 
ziano in Cipro, il quale finalmente ottenne la liberazione 
degli sventurati viaggiatori. Della seconda spedizione 
nulla si sa di certo e di sicuro ^). 

1) Sulla prima cattura di Fra Tommaso e compagni, cfr. Waudin(i, 
t. XI, ad ami. 1447, n. XXX li. Sulle altre catture e sul definitivo 
riscatto, WADDiNa, 1. e, n. XXXIV, XXXVI ; e, nelle opere di Al- 
berto da Sarteano, lett. XCI, XCII e le annotazioni di Frate Fran- 
cesco Harold. — Alcuni affermano che la seconda spedizione riuscì 
nell'intento : ma non si è trovata copia, né menzione della lettera 
che il Papa avrebbe mandata a Zar'a-Ya'qób, congedandone gli 
ambasciatori condotti da essa. Ad ogni modo, posto anche che la 
seconda spedizione avesse avuto quel felice risultato, da taluni ad 
essa attribuito con asserzioni al tutto prive di documenti, i legati 
imperiali sarebbero arrivati, allorché il decreto di unione era già 
stato proclamato, con quanto rispetto alla verità ed alla legalità 
ad ognuno è facile intendere. E pure il 7 agosto 1445, con una 
Bolla, Eugenio IV magnificava ancora una volta la unione, che si 
voleva far passare per uno straordinario avvenimento, malgrado 
le dubbiezze, le ambiguità e gli scaltriti ripieghi che ne limitavano. 




— 63 — 

11 AV'adding ha una lunghissima lettera, in data del 1" 
febbraio 1444, diretta al Pontefice da Frate Gandolfo di 
Sicilia, Guardiano di Monte Sion e Commissario Aposto- 
lico per r India , 1' Etiopia, V Egitto e Gerusalemme , la 
quale sarebbe di grandissima importanza , se non fosse 
sfornita di ogni carattere di autenticità, e non avesse tutte 
le apparenze del documento apocrifo. In essa si descrive 
l'arrivo a Gerusalemme di un ambasciatore di Zar'a-Ya'qób 
al Sultano di Egitto: e le cose che vi si narrano, hanno 
della favola e non della storia. L' ambasciatore avrebbe 
offerto al Sultano il dono di un jjiccolo cavallo di oro, 
con lancia, spada, elmo, pettiera, scudo, arco , faretra e 
dieci frecce dello stesso metallo: quando si sa che in E- 
tiopia non era allora e non fu per lungo tempo alcun 
orafo atto ad eseguire un tale lavoro. Chiamato tre volte 
presso il Sultano, l'ambasciatore avrebbe rifiutato di pre- 
sentarglisi, perchè non ancora era giorno chiaro ; e con 
al collo " una splendidissima croce di oro „, cavalcando 
un palafreno tutto coperto di ricchi drappi " parimenti 
ornati delle insegne della Croce „, facendosi portare " una 
magnifica seggiola da allungarvisi „, si sarebbe sdraiato 
comodamente innanzi a lui, quando gli altri legati e messi 
non potevano parlargli che dopo esserglisi prostrati in- 
nanzi: gli avrebbe rivolto non poche minacce ed intimi- 
dazioni , e avendolo quegli regalato di uria " sontuosis- 
sima sopravveste „, 1' avrebbe fatta indossare al suo in- 
terpetre. Queste pazze insolenze, nonché da principi or- 
gogliosi ed insolenti e fieri quali erano i monarchi del 
Cairo, ma non sarebbero state sopportate ne pure da un 
vassallo e da un tributario; e se la " Casa di Babilonia „ 
si trovasse in tali condizioni d'inferiorità verso l'Impero 
di Etiopia da doverne tollerare gli insulti quanto gratuiti 
altrettanto grossolani, è dimostrato dal fatto clie quella 
potè precludergli, e per lunghissimo volger di tempo, o- 



— 64 — 

gni adito al commercio ed agli scambi internazionali, sen- 
za che questo nulla osasse mai tentare per affrancarsi 
dalla tirannica ed esosa imposizione *). 

Sicché — dopo questo excursus, un po' lungo, è vero, 
ma necessario a determinare con esattezza il valore dei 
documenti barcellonesi — si può con sicurezza affermare 
che le relazioni del mondo civile con la Etiopia furon 
rannodate per la prima volta per opera di Alfonso di A- 
ragona e dei Naj)oletani. Furon rannodate, secondo si è 
già detto , assai prima che Eugenio IV pensasse ad in- 
viarvi i suoi emissarii, e con una intimità che assai age- 
volmente si desume dalla seguente lettera: 

Illustrissimo et serenissimo principi domino Zere lacobo Filio 
David de domo Salomonis imperatori Etiopie fratri et amico nostro 
carissimo, Alfonsus Dei grafia rex Aragonum etc. salutem et pro- 
speros ad vota successus. 

Illustrissime et Serenissime Princeps, frater et amice noster ca- 
rissime. Sonno stati da noi \\ nobili homini pero rombolo de Me- 
sina bassallo nostro et seruitore, et il subdito de uestra exoe- 
lencia fratre Michele priore de Sancta Maria de Cadaber ano- 
merjandi (?) uestri ambasiatori. li cuali, essendo pero prima stato 

1) La lettera di Fra Gandolfo è in Wadding, t. XI, ad ann. 1444, 
n. LUI. A torto Fra Marcellino da Civezza, 1. e, pag. 612, rim- 
provera il Fleury ed il Ehorbacher per non aver tenuto conto di 
questo documento che egli chiama prezioso : mentre 1' uno e 1' al- 
tro, non curandosene, furon più cauti di lui. — Il Sapeto, Viaggio 
e Missione Cattolica d' Abissinia, 1. I, § 2, scrive : nel 1446 Zara Yaqob 
mandò un ambasciatore al Concilio di Firenze ; mentre tutti sanno 
che di quei tempi a Firenze non esisteva più alcun concilio, senza 
dire che questo unico ambasciatore non risponde in alcun modo 
alle asserzioni di quegli storici, secondo i quali i pretesi ambascia- 
tori sarebbero stati due, cioè Tommaso e Giorgio. Costoro erano 
probabilmente i delegati del Patriarca Alessandrino. Assai utile in 
proposito il DiLLMAN, lieber die Begierung, etc. des Kiinigs Zar'a- 
Ja'qoh. 



— 65 — 

con nostro senyore lo papa, ne hanno esplicato tupto cuanto uoi 
li cometeste che da uestra parte ne riferissero, e hoditi uè rispon- 
(lemo: i\ prima al facto delli mastri et artifici che uestra Exco- 
Inncia ne tlimanda, come uenne mandariamo assai e tanti elianti 
noi ne uolisseuo, se lo viario fosse securo e senza pericnlo: lo 
cuale non essere chiaro per più respecti e specialmente per la 
perdicio de quelli tredici homini mastri in diverse arte, li quali 
dimandati ad noi ya fa uno grande tempo per lo serenissimo 
uestro fratre li mandabamo, e essendo in camino per no potere 
passare inorerò. Per la cuale casione noi non ne mandarne de 
presente le coso che uestra excelencia ne demanda e che faci- 
lemonte poteramo mandare si lo viario come e dicto de sopra 
fosse securo, ciò e panni de brocato panni finissimi de lana basa 
doro et dargento e tucte altre cose per uoi demandate. Uestra ex- 
celencia trovi uia secura (! ordene che le cose per uoi deman- 
ilate se posano conducere, e noi seme aparecchiato ad manda- 
rele: nientediraino al presente uè mandamo alcuni delli mastri 
ch(5 uoi ne dimandate e mandamene cuelli che per lo presente 
abomo poduto trovare abenche sacciamo li periculi li quali hanno 
ad passare: pregamo uestra excelencia ne haggia per excusato 
e pigli questo in paciencia. Preterea perche collo adjutorio de 
Dio lo più presto che poterimo seme per mandare in termino 
de mari circa cento quincuagenta fuste fra nave e galee per pas- 
sare a la casa sancta de .Terusalem, uè pregamo uogliate essere 
solicito in fare marcare le acpie che corrono al caire e metere 
gente alle uestre frontere. le cual cose come per uestra exce- 
lencia serimo advisato esser facte et messe in ordene, de con- 
tenente ne meterimo in puncto per venire ad exequere lo sii- 
soscripto, secondo tucte queste cose più difusamente entenderite 
dalli nostri ambasiatori . alli quali darrite in dubia fide e cre- 
denza cerca lo supradicto cuanto nd noi proprio. E si alcune 
cose de nostri reami e terre uè piacheranno, aduisatene che le 
compliremo de bona voluntiite. E sia illustrissimo e serenissimo 
principe nostra guardia la sancta Trinitate. Dafum in Castello 
turris ocfave die XVIII septemhris anno domini MCCCCL. Re.r 
Alfonsus. 
lìlustrissimo et serenissimo pHndpi domino Zere lacoho fiìio 
Anno XXVIL 5 



— 66 — 

David de domo Snlomonis imjìerafori Etiopie frafri ef amico 
nostro carissimo i). 

Questa, lettera mostra che , prima della data di essa , 
tra il Re di Napoli e F Imperatore di Etioj^ia era così 
intima amicizia, che a buon diritto Alfonso si aspettava 
da Zar'a-Ya'qób non solo un prezioso servizio d' infor- 
mazioni {uè pregamo vogliate essere solieito in fare marcare 
le aque che corrono al caire), ma ancora (piel c;oncorso e 
quell'aiuto non meno preziosi che sarebbero venuti alla 
impresa, cui egli aveva consacrato tutto se stesso, da una 
dimostrazione aggressiva eseguita sui confini di Etiopia 
{uè pregamo ....metere gente alle uestre fronteré). Questa di- 
versione avrebbe necessariamente provocato la disgrega- 
zione delle truppe del Soldano di Babilonia e forse pure 
di quelle del Sultano dei Turchi : mentre contro ambedue 
si sarebbei'o volte le forze dell' Occidente e dell'Oriente 
cristiano, insieme collegati. Ma di ciò e delle cose che 
potevano essere state comunicate a voce agli ambascia- 
tori etiopici {più difusamente entenderite dalli nostri am- 
hasiatori olii quali darrite in dubia fide e credenza cerca 
lo supradicto cuanto ad noi proprio ) , si discorrerà dove 
sai'à trattato del sistema genei-ale di alleanze preparato 
dal Magnanimo, del quale quella con l'Etiopia non era 
che un elemento e, per così dire, un episodio. 

Rispetto alla storia delle relazioni commerciali e di- 
plomatiche tra r Etiopia, la Sicilia ed il Regno di Na- 
poli, questa medesima lettera è di un valore incontesta- 
bilmente decisivo. Perchè oltre alla menzione di piratiche 
e trattative anteriori a Zar'a-Ya'qób — e questa ha reso 
possibile il determinare con certezza l'epoca in cui co- 
minciarono i negoziati officiali — vi sono altre notizie , 

1) Arch. della Cor. di Arao;., Keg. 2658, l'ol. .576. 



— 67 — 

lo quali non si possono, ne si debbono trascurare. Anzi 
tutto pare degno della massima considerazione il fatto 
che dal regnante Sovrano e da quello che lo aveva pre- 
ceduto sul trono parecchi anni prima , venissero chiesti 
prodotti napoletani (panni de brocato, panni de lana finis- 
simi, basa doro et dargenio) ed artefici napoletani (mastri 
et artifici, homini mastri in diverse arte). Questa richiesta 
non sarebbe stata possibile, se la eccellenza degli uni e 
degli altri non fosse stata ben conosciuta in Etiopia per 
mezzo di traffici tanto attivi, quanto poteva permettere 
la somma difficoltà delle vie. Mancano , è vero , indica- 
zioni più determinate e precise intorno a questo periodo 
fortunato, nel quale Napoli si faceva conoscere ed am- 
mirare fin nei lidi più remoti e meno frequentati per la 
bontà delle sue manifatture, per la valentia dei suoi ope- 
rai : e con 1' assidua industria dei suoi mercanti a})riva 
l'adito 6 schiudeva il campo alla provvida energia del 
suo Gran Re: ma quella richiesta è già una importantis- 
sima rivelazione *)• 

♦) Ottanta anni dopo, e propriamente nel 1530, un' altra amba- 
sciata etiopica giiuifjfeva presso Clemente V^IE. che era a Bologna 
per la incoronazione di Carlo V. Gli ambasciatori recavano una 
lettera dell' Imperatore nella quale egli pregava gli si manda.ssero 
artefici che sappiano fare imagini et spate et (V ogni sorte <V armi et 
scultori d'oro et d'argento et maestri di legname et spetialmente archi- 
tettori che sappiano edificar cafic di sassi et di mattoni , et tegole di 
piombo et di rame, per potere i tetti con quelle coprire; et oltre a que- 
sto molto a caro mi seriano maestri di vetri et d'organi, et sonatori di 
fistole et di trombe, ecc. — Lettere di principi, Venezia. 1581, voi. Ili, 
1. HI, pag. 1. — Ora come tali artefici sono appunto quelli di cui 
l'Etiopia ha bisogno tuttora, e dopo quasi (juattro secoli, è lecito 
supporre che quelli richiesti ad Alfonso dovevano essere mastri 
appunto nelle arti indicate. — La richiesta, poi, dei panni finissimi 
de lana dà luogo ad un curioso confronto. Nella redazione francese 
del Milione, attribuita a Rusticiano da Pisa, pubblicata dal Pai:- 
TUlER, Le line de Marco Polo, Paris, 1865, t. II, cap. 187. pag. 703, 



— 68 — 

Tanto più che ad essa si connette , lumeggiandola , 
un'altra notizia contenuta nella medesima lettera, la quale 
( e ciò conferma che le cordiali relazioni con 1' Etiopia 
rimontavano ad un tempo anteriore di molto al 1450) è 
una risposta consegnata ai due ambasciatori inviati dal- 
l' Imperatore. Uno di essi era Pero llombolo da Messina, 
che Alfonso chiama hassallo nostro et servitore. Ora se co- 
stui si fosse trovato in Etiopia come legato del Ile di 
Napoli e di Sicilia, è certo che, o non avrebbe potuto 
essere investito del medesimo ufficio dal monarca presso 
il quale era inviato, verso quello onde era il rappresen- 
tante : o , se la estrema necessità avesse imposto in lui 
questo cumulo singolare di carichi, sarebbe stato diver- 
samente indicato che col consueto epiteto uestro amjya- 
siadore. La meticolosa esattezza della Cancelleria Arago- 



è scritto : — en ceste province de Ahbascie il s' y fait moult grani 

marchandise. Et s' y fait moult beaux hougerans et aiitres draps de 
colon. — Il Testo Magliabec. scritto di mano di Michele Ormanni, 
edito dal Baldelli Boni , non parla affatto di queste produzioni 
tessili, cfr. Il Milione ecc., Firenze, 1827, t. I, pag. 209. Il Testo Ila- 
musiano ha solamente la menzione. Gap. 38: — ... li mercanti vi vanno 
volentieri con le loro mercanzie, perchè riportano gran guadagno. Il 
Codice Magliabec. II chiarisce di più questa notizia, Gap. 168: — 
E favisi grande mercatanzia di hambagia, di drappi di bambagia e 
molti bucherami (tela che ha l'ordito di lana ed il ripieno di ca- 
napa). — Sicché i moult beaux hougerans et axitres draps de coton .vi 
erano importati e non già prodotti, come lascerebbe intendere il 
testo francese. Ciò spiega perchè e Zar'a-Ya'qób ed il suo pre- 
decessore chiedevano così istantemente panni ad Alfonso di Ara- 
gona. Di quei tempi le arti tessili erano a Napoli in notevole 
progresso, onde 1" anonimo encomiatore del Conte di Sarno af- 
ferma che questi aveva fondato nella sua casa un opificio , dove 
mille lavoratori intessevano stoffe con oro e ricami nunquam visa: 
onde il poeta conclude: Ausoniam externos pannos penetrare vetusti: 
cfr. De Blasiis, Un poema latino inedito in lode del Conte di Surno, 
Arca. Stor: Napol., 188.3, pag. 747, 757. 



— «9 — 

n(\s(' è trojìpo conosciuta , jx-rchè si possa concepire il 
minimo dubbio su tal proposito; talché è certo che Pero 
Rombolo doveva trovarsi in condizione privata in Etio- 
pia , dove aveva dovuto acquistar tale credito da meri- 
tar r onore di essere insignito della fiducia di quel prin- 
cipe, pur non essendone suddito. Viaggi tanto lunghi e 
pericolosi, quanto quello verso le terre etiopiche, di quei 
tempi non potevano imprendersi che per cause politiche e 
religiose o per scopi commerciali; e poiché per Pero Kom- 
bolo è al tutto eliminata la prima cagione, resta la seconda, 
la quale spiega altresì per qual modo la bontà di talune 
manifatture napoletane si conosceva in luoghi così lon- 
tani dall' orbita consueta del commercio levantino. In 
conseguenza, il messinese, diventato di un tratto amba- 
sciatore inqìeriale, doveva essere uno di quei mercanti 
audaci e foitunati, i quali, cinti il cuore della saldissima 
quercia e del triplice bronzo ricordati dal Venosino, con- 
tem[)lavano a ciglio asciutto e sfidavano le pauroso furie 
del mare, solo intenti ad allargare la sfera dei loro traf- 
fici, e che fecero onorato , ammirato e temuto il nome 
d' Italia dovunque ad uomini animosi e prodi era dato 
pervenire. Più che iniziato, è verosimile che avesse se- 
guito una corrente di conmiercio propria alla Sicilia ed 
a Napoli e volta verso le contrade Eritree, dove i gran- 
dissimi pericoli rendevano impossibile la concorrenza. Di 
tale corrente non si può per ora ricostituire la storia, ma 
non si deve negai- la esistenza: e gli argomenti addotti dal 
Heyd contro la probabilità di un seguito traffico con 1" E- 
tiopia, cadono tutti innanzi alla evidenza dei fatti conte- 
nuti nella lettera di Alfonso o in essa semplicemente ac- 
cennati *). 



1) Il BuucK, op, cit., t. II, pag. 74, affermava: La henevolenza del 
Sultano fli Egitto che allora regnava, sembra essere stata assai favore- 



— 70 — 

Così si spiega perchè in Etiopia si aveva tanta stima 
degli artefici napoletani, e perchè Zar'a-Ya'qób, non altri- 
menti che il fratello, dal quale era stato preceduto sul tro- 
no imperiale, ne richiedeva un certo numero con vivissime 
istanze. Istanze vivissime, perchè, dopo la sventurata fine 
dei tredici operai mandati molto tempo innanzi. Alfonso 
il quale amava i sudditi suoi da padre più che da re, non 
si sarebbe risoluto ad esporre ai medesimi pericoli un al- 
tro manipolo di essi, se non ve lo avessero in certa guisa 
costretto le urgenti lichieste del suo carissimo fratello ed 
amico. Ad ogni modo, gli artefici inviati doverono essere 
assai pochi. Una prima indicazione se ne ha dalla lettera 
stessa: ne mannamo Citelli che per lo presente ahemo potuto 
irouare; uestra excelencia pigli questo in paciencia. Ma non 
manca una prova anche più diretta e stringente, per- 
chè, come le spese della sj)edizione furon sostenute dal 
Re, nei registri della Tesoreria Aragonese trovasi questa 
cedola : 



vote alle intenzioni di Zar'a-Yn'qób, mantenendo le comunicazioni del- 
l'Europa con V Africa. — Ma questo è un errore, e le terribili vi- 
cende della spedizione del Sarteano e dei confratelli di lui, il lungo 
giro che doverono percorrere gli inviati di Alfonso per penetrare 
in Etiopia , ne sono la palmare dimostrazione. Senza dire che le 
stesse lettere qui pubblicate attestano innegabilmente la medesima 
cosa , perchè , oltre il tratto già mentovato per no potere passare 
morero, e la intonazione generale di esse, nella prima trovasi un 
cenno significante (se lo viagio fosse securo e senza periculo. lo cuale 
non essere chiaro ecc.) ed un altro nella terza {ei ad nos quampri- 
mum redire queat, favorem et directionem prestare etc). D'altro canto, 
le tre ambascerie successivamente partite da Napoli ed anche altre 
notizie che si riferiscono a tempi ad esse precedenti, dimostrano 
che in fondo il Heyd non ha torto, quando sostiene l'esistenza del 
divieto che impediva di penetrare in Etiopia per l'Egitto: ma che 
ha torto, invece, quando vuol far credere all'assoluta impossibilità 
di eludere tale divieto, passandovi per altre vie. 



— 71 — 

Iteni lo flit Jorn donj do inanament del Senyor Key 
per niig lo })ancli de pere Cimart a micer petro rumbe 
de iiiecina embaxador o al ij altres companyons seus 
dinscrjts Ics (juantitats a casca dells danall particiilar- 
iiicnt designades lesqnals le dit Senyor las lii inana 
donar per les despesas las coue fer tornant sen al pe- 
stre Johan de las Indias co es al dit mie. potrò rumbolo 
do niecins embaxador . . . L d. 

A frore miguel embaxador . L d. CCL d. 

A l)uaiiiar moro embaxador . . L d. ;' 

AI dit micer petro rumbolo 
per donarlos a iiij servidors e homens quo 
van al) ells con lur comjjanya per la dita raho 
ad raho de XXV ducat lany. . . . Cd. 

Los (]uals damunt dites quantitats muntan la suma 
fora posada en lo pagament dels quals es entrevenjnit 
Andreu Feror *). 



') Aldi, di iStato, Nap., Cedole della Tesoreria Aragonese, anno 
14.^0, reg. 12, e. 388'". Dalle cedole precedenti si rileva che «piella 
sopra riportata è in data del 26 settembre 1450. Es.sa viene ora 
pubblicata per la prima volta: però il Minibri Riccio, Alcuni fatti 
(li Alfon-HO I di Aragona dal 15 aprile 1437 al 31 viaggio 1458, in 
Ardi. Star. NapoL, anno VI, 18S1, pag. 257, ne dava la seguente notizia: 
// re fa pagare '^50 ducati a Fra Michele, a Buamar moro ed a De- 
metrio amhasciadoi-i del Pestre Gioramii delle Indie che tornano inpatria, 
per le spese del viaggio , ed altri durali 85 per le loro vesti. Ced. 13, 
fol. 389. La segnatura ^, duncpie, inesatta : inesatto anche il modo 
di enunciare il pagamento , perchè la somma, almeno nella parte 
maggiore (150 ducati), fu sborsata nelle mani del Kombolo , che 
doveva dirigere l'ambasceria. Di lui il Minieri liicno non fa men- 
zione , ed introduce invece quel Demetrio che nella cedola non 
esiste affatto, e di cui il nome differisce tanto da quello di Pero 
Rombolo, che non è possibile pensare ad un equivoco per erronea 
interpetrazione e trascrizione del documento. Questo, invece, è 
potuto accadere per quelle tali vesti , di cui non sì fa cenno nei 
registri aragonesi, perchè in una frettolosa lettura le h di " raho „ ra- 
gione, forse è sembrata b, onde è venuto lo scambio: rtdio, rahó, roba. 



— 72 — 

Questo documento mostra quanto ei'a ristretto il numero 
degli artefici mandati in Etiopia. Se, in fatti, l'ambasceria 
conduceva seco solamente quattro persone, espressamente 
distinte in servi ed uomini che van con essa (iiij servi- 
dors e homens que van ab ells con lur companija), è chiaro 
che questi ultimi, cioè gli operai, non potevano essere 
più di due o al massimo tre. Dal documento si apprende 
pure che nell'ambasceria era anche tal Buamar, proba- 
bilmente Abu-Hamru , moro , designazione che non ha 
alcun valore specifico, perchè di quei tempi adoperavasi 
a denotare indifferentemente tutti gli indigeni dell'Africa 
ed , a volte , anche i maomettani che non si potessero 
designare col nome di Tui'chi. E da ritenere che questo 
Buamar o Abu-Hamru facesse da interpetre o turcimanno, 
o anche dovesse esser guida nel lungo e pericoloso viaggio 
terrestre che la comitiva aveva da percorrere : ma è certo 
che, né meno ricordato nella lettera di Alfonso, egli aveva 
una parte molto secondaria nella legazione. L' autorità e 
la direzione di essa erano affidate a Pei'o Rombolo da 
Messina ed all'indigeno Fra Michele Priore di Santa 
Maria, come con espressione latina non usata dagli Etiopi, 
veniva indicato un indigeno, insignito di qualche grado 
e dignità nella gerarchia ecclesiastica del suo paese, e 
prescelto appunto perchè fosse messaggero gradito alla 
Santa Sede. Di vei'o i trattati tra Alfonso e Zar'a-Ya'qób 
eran condotti con l' intesa ed il consentimento del Pon- 
tefice, onde uno degli ambasciatori etiopici, e propria- 
mente il Priore, fu ammesso al consjjetto di costui, prima 
che entrambi fossero ricevuti dal Re. Non ancora i Mis- 
sionarii e poi i Gesuiti portoghesi avevan posto piede in 
Etiopia e destato la indignazione di quei popoli , pre- 
tendendo asservirli , conforme era loro usanza , ai pro- 
prii concittadini; perciò, scevro di ogni sospetto, l'impe- 
ratore , trovandjosi nella necessità di chiederne 1' aiuto. 



— 73 — 

nulhi [(ili |»()t<va desiderare che far cosa utile alla grande 
famiglia cristiana ed insieme grata al supremo Capo di 
essa ^): 

Perocché Zar^i-Ya^jòb , col nome di regno chiamato 
(guastanti nos, era l'alleato che meglio convM^niva ad Al- 
fonso per la generosità del carattere e per la nobiltà delle 
virtù, onde era largamente dotato. Non allevato nella 
speranza del regno, j)erchè varii fratelli lo precedevano 
ed alcuni avevan prole, aveva appreso ad esser suddito 
obbediente, talché non gli fu difficile esser sovrano ob- 
bedito, quando la fortuna lo elevò al sommo potere. Forse 
i suoi pregi erano in (jualche modo offuscati dalla intol- 
leranza religiosa, non rara del resto nei principi di quei 
tempi, per la quale il cominciamento del suo regno fu 
segnato da una violenta persecuzione contro i pagani, spe- 
cialmente contro gli Agaw, e tutti i culti idolatrici furon 
puniti di morte, in guisa che anche due generi del mo- 

') l'orst- a micsLo periodo, o a ijuello .>cguìlu iiuuu;diaLan»cuU' 
dopo, devesi ascrivere la fondanone di uu convento etiopico a Roma. 
Il Bahonk» che bonariamente credeva alla autenticità della lettera 
<li Alessandro III " Indorum regi sacerdotum sanctissimo „, ne at- 
tribuiva la fondazione appunto al papato di quel Pontefice; ma il 
Salt, Voi/age cu Abi/ssink, t. II, pag. 274, in nota, forte dell'autorità 
di Abi'amo Peritsol, la rimandava vei-so il principio del secolo XVII. 
La più antica iscrizione che si trova in S. Stefano, è quella della 
tomba di Tasfa-Sion, monaco dell' ordine di Takla-Haimanot, che 
rimonta al 1550: cfr. l'eccellente monografia del Gallina, /»mz/o»t 
etiopiche, ed ambe in ò'. Stefano dei Mori , in Airh. Stor. Rovi. , voi. 
XI, 1888, il (juale ha raccolto le prove della dimora di Abissini a S. 
Stefano non molto tempo dopo il concilio di Firenze. — Circa l'opera 
dei Portoghesi e dei loro preti in Etiopia, basta ricordare che, re- 
stituito il trono a Fasilides (Alani Saghed), e stretto col pascià 
turco di Suakin il famoso trattato che impediva la entrata dei Por- 
toghesi in Abissinia dai porti di Suakin e di Massaua, gli indigeni 
andavan cantando " la liberazione delle pecorelle di Etiopia, scam- 
pate dalle iene di Occidente „ ecc. 



— 74 — 

narca furon tratti all'estreino supplizio. E quando infie- 
rivano siffatte persecuzioni, Zar'a-Ya'qób, che amava le 
lettere non meno della religione, scrisse un libro, Mashafa 
Berhan, " il libro dei lumi „, in cui eran raccolti precetti 
concernenti le varie fasi e i diversi stati della vita umana. 
Più tardi , sotto la sua direzione fece redigere il libro 
EgzVabher Nagsa, " il Signore regna „, nel quale furon 
trascritti ed ordinati molti saìam, ovvero poesie in onore 
dei Santi. E nel settimo anno del regno egli ordinava la 
traduzione del Ta'ammra Martjam, " libro dei miracoli di 
Maria „, e mandava al convento etiopico^di Gerusalemme 
numerose e pregiate opere sacre *). 

1) Sul Mashafa Berhan, cfr. Dillmann, Verzeichniss der abysmii- 
schen Handschriften zu Berlin, n. 38. — Sul libro Egzi'abher Nagsa, 
cfr. DiLLMANN , Lexicon linguac aethi>p. , Prolegom., col. XI. — Al 
convento etiopico di Gerusalemme Zar"a-Ya'qób mandò il testo 
ge'ez dei canoni degli Apostoli e dei Concilii ammessi dalla Chiesa 
Etiopica: cioè 127 canoni degli Apostoli, 38 canoni di Ippolito (A- 
bulides) papa: i canoni dei Concilii di Nicea , Ancira, Neocesarea, 
Gangres e Cesarea : i canoni di Basilio e Giovanni Crisostomo e 
del Concilio di Costantinopoli. In Ludolf, Hist. Aeth., 1. IV, cap. III. 
n. 27, e Comment. ad hist. aethiop., pag. 301-340, trovansi la lettera 
del monarca, la tavola delle rubriche ed il testo dei primi 23 ca- 
noni degli Apostoli. Cfr. ancora Gbddes, Ghurch Mstorij of Ethiopia, 
London, 1696, pag. 17 e seg.; FblIj, Canones apostolormn aethiopice, 
Lipsiae, 1871 : Zotbnberg, op. cit., n. 121 : Wkight , Catal. of the 
ethiop. manuscr., n. 359, 360, 361 V", 362 Z**. Sui fatti e sul carattere 
di questo principe gli scrittori di storia ecclesiastica cadono in non 
poche contradizioni. Il Rohrbacher, ad esempio, comincia col dire 
che il vero nome di lui era Costantino e che Zarea Jacqob era 
quello della famiglia da cui discendeva: 8t. Univ. d. Chiesa Catt. 1. 
XXXII. — Fra MarcelIjINO da Civezza, 1. e, pag. 606, asserisce 
che egli era sinceramente desideroso di unirsi in fede a Roma e a'po- 
poli d'Occidente, il quale in effetto pose speciali cure nel far rifiorire in 
tutti i monasteri la cattolica religione di cui era amantissimo. — E pure 
il Ludolf, Comni., ad lib. Ili, e. 9, n. 97, pag. 467-8, aveva scrit- 
to: ...sed potius Zera-Jacobum ab Ecclesia Romana aliemim fuisse, te- 



éO 

Principe, del resto, prode di mano e sapiente nel con- 
siglio, risoluto e tenace nel mettere in atto i suoi pro- 
positi, bene era in grado d' intendere la grandissima uti- 
lità del progetto di Alfonso, mentre dal canto suo questi 
non era tale da sconoscere la forza mateiiale e morale 
che gli poteva venire da siffatto alleato. Così Alfonso 
non si stancò di essergli largo di amabili cortesie, e fece 
di tutto per accattivarseue l'ambasciatore. E nei registri 
della Tesoreria Aragonese è rimasta memoria della mu- 
nificenza che egli usò verso di lui, facendogli un dono 
di molto valoi'c ed appropriato al carattere ecclesiastico 
di lui. Poiché gli etiopi mancavano specialmente di orafi, 
il Re che voleva procacciarsi con qualche regalo la de- 
vozione di Frate Michele , pensò di donargli un lavoro 
di oreficeria e prescelse un reliquiario, che per quel tempo 
doveva esser di considerevole valore, conforme è attestato 
da questa cedola : 

Item lo dit .Ioni tloiij de muniuiient del Senyor Rej per mig 
lo l)iuuh de pere Cimart a micer franci perez argenter XXXX 
d. j tar. X gr. les quals lo dit Senyor los lii mana donar por 
lo i)rou do luia eaxeta petita dargent daurat una crou petita 
dargent buyda o cona lesquals oneontinent lo Senyor Rey las 
luanii donar graciosaniont al cmba.\ador de pestre Johan de las 
hulias por metro Ili certes reli(piios on lo preu paganient e con- 
signacion dels quals es entrevenyut Andreu Ferer. — XXXX d. 
IIIJ tari *)■ 

Ktantnr ipsi Patren Sovidatis . qui sic introilucunt ipitum Begem Su- 
Hìicum, Romanis fnventissinmm, loquentem: makvertat Uegi Zera-Ja- 
cobo, qui ferit ut hodie ronstitnti simus extra rdigionevi Lusitanonim, 
quofi Uh satin ìuet in inferno, uhi nunc existit. Ita Swfneus Zera-Jacobum 
manifcMc schismatis uuitorem facii. — Del resto, sugli errori degli 
storici ecclesiastici hanno potuto influire le citate allusioni della 
lettera di Nicodemo al proprio sovrano, le quali sono state prese 
alla lettera e non considerate come espressioni di deferente cortesia. 
*) Ardi, di Stato, Nap., Cedole della Tesoreria Aragonese, anno 



— 76 — 

Ne con questa ambasciata cessarono le pratiche con 
la Etiopia. Anche in seguito Alfonso curò che la distanza 
non interrompesse i primi negoziati, e nel gennaio del 
1452 tornò a scrivere, e naturalmente spedì una seconda 
ambasceria, apportatrice di una lettera così conce])ita : 

Serenissimo Princixd Zara Jacoho Filio David de domo Salo- 
monis Etiopie imperatori amico nobis carissimo, Alfonsus Dei 
gratia etc. salutem et prosperos ad vota suecessus. 

Serenissime princeps, nonnullorum agendorum nostroruiii gra- 
tia mittimus in partes aliquas dominii vestri nobilem et dilectum 
familiarem nostrum Micaelem Desiderio, cui imposuimus, dum- 
modo fieri sine persone sue incomodo posit, maiestatem uestram 
visitet et alloquatur eamdem : per inde maiore quo possumus 
studio deprecamur quod fidem ipsi Michaeli in dicendis velut 
nobis prestando, ipsum favorabiliter et propicie in eius reditu 
et omnibus que ad suam directionem attinent velit suscipere pro- 
picie commendatur : succedet autem id nobis in non modicain 
complacenciam. Et si qua ex regnis nostris vobis placita fue- 

1450, reg. XII, e. 379. b Dalle cedole precedenti si rileva che la 
data di quella sopra riportata è : XXII settembre 14.50. Ne dà no- 
tizia il MiNiERi Riccio, op. cit., pag. 257, scrivendo: 1450 settembre 
23. Il re regala all' aìnhasciatore del Pestre Giovanni delle Indie che 
sta nella sua corte , una piccola cassetta, di argento indorato ed una 
piccola croce di argento che ha comprate dal suo orefice messer Fran- 
cesco Perez pel prezzo di ducati 96 tari 4 e grana 4 1\2. Ced. XIIL 
fol. 379t. Questa notizia è fedelmente trascritta in Filangieri, Do- 
cumenti per la storia, le arti e le industrie delle prov. napolet., Napoli 
1891, voi. VI, pag. 263. Però, segnatura e data sono inesatte. E 
vi è di più : il Minieri Riccio non ha tenuto conto che il prezzo 
era stato notevolmente ridotto. Originariamente era scritto LXXX.VI 
(86 e non 96) : ma sul documento la L del principio e la cifra VI 
della fine appariscono cancellate. La stessa correzione è nella ri- 
capitolazione del prezzo, riportata sul margine interno del foglio e 
qui il riporto dei tari è alquanto aumentato. Senza dubbio Alfonso, 
principe che soleva aver occhio a tutto, non aveva saldato la nota 
del suo argentiere, senza discuterne 1' ammontare e senza ridurlo 
di più della metà. 



— 77 — 

rint, profitomur nos [ìaratos omnia beneplacito prò vostro adiiu- 
pleturos. Datum in castello novo Neapolis XVIII monsis Ja- 
nuarii anno a nativitate Domini MCCCCLIl. Rex Alfonsns. Do- 
minus rex mnndnvif mihi Arnaldo Fonolleda. 

Serenissimo principi zara Jacobo Filio David de domo Salo- 
monis Etiopie imperatori amico nóbis carissimo. 

Sub simili forma fuit scriptum sequentibus : Sereniss. jìrincipi 
Constantino imperatori romeorum et Moree paleologo scmpcr au- 
gusto consanguineo et amico nostro carissimo; Seren. Cabla Catri- 
cato magno Catago amico nostro cordialissimo (ì); lllustr. princ. 
Johani Cummino imperatori Trihisundarum fratn et amico caris- 
simo ^). 

La nota aggiunta a questa lettera mostra che essa era 
una credonzialc cnrcolare , diretta egualmente e nei me- 
desimi termini all' Imperatore di Etiopia, a quello di Co- 
stantinopoli ed a quello di Trebisonda. Sotto questo aspetto 
non è ])unto probabile che la espressione nonnuUonim 
agendorum nosfrorum grafia , dove si accenna all' invio 
doli' ambasciatore napoletano Michele Desiderio , alluda 
ad affari di politica e di commercio particolari alla Etio- 
pia. In questo caso il Regio Protonotario Arnaldo Fo- 
nolleda non avrebbe mancato di segnare a pie della let- 
tera, secondo era suo (postume, e come si vede più volte 
nello stesso carteggio che qui si esamina, la nota formula 
inufafis mufandis : dove invec(> egli adopera 1' altra sua 
postilla consueta: sub simili forma fuit scriptum, ecc. Sic- 
ché, alla corte di Etiopia, Michele Desiderio non ebbe a 
trattare di altro che della impresa vagheggiata con tanto 
amore e con tanta costanza proseguita dal Magnanimo: 
la costituzione di ima lega formidabile per liberare dal 
pericolo turco il mondo civile. Certamente , da tale im- 
{)resa Alfonso si aspettava 1' ampliamento dei suoi do- 

1) Ardi, della Cor. di Ara^.. Rej?. 2658. f. 178 a. 



— 78 — 

minii e, sopra tutto, la sicurezza del suo Liegno di Na- 
poli e di Sicilia: ma 1' aver presentito i gravi pericoli cui 
questo sarebbesi trovato esposto in tempo non lontano, ri- 
vela la vista lincea e, si direbbe, divinatrice dell'incompa- 
i-abile uomo di Stato, che con un senno pratico superiore 
ad ogni elogio vedeva tutta la inanità degli sforzi della 
Santa Sede, la quale, per giungere al medesimo punto, 
si perdeva nella faticosa preparazione e nel non meno 
faticoso mantenimento di una effimera unione ecclesia- 
stica. 

In cosa che implicava così grande pericolo e così in- 
genti sacrifizii , 1' Aragonese dalla profonda esperienza 
era consigliato a fare appello solamente ai più vitali in- 
teressi dei potentati cui si rivolgeva. E proprio in nome 
di questi vitali interessi richiedeva 1' alleanza o almeno 
r efficace concorso di Zar'a-Ya'qób : perchè, ispirato da 
un servizio d' informazioni per quei tempi meraviglioso 
da vero, non ignorava le gravi molestie che a quello ar- 
recava la vicinanza di principi e di popoli maomettani, 
i quali dalla rapida esaltazione della più vigorosa mo- 
narchia sorta a rappresentare la loro credenza avrebbero 
tratto ardire e forza pei- esser sempre più fieri e prepo- 
tenti. Non poche turbolenze, in fatti, e sedizioni e san- 
guinose sommosse e guerre accanite erano suscitate sui 
confini e nel cuore stesso dell' Impero Etiopico dai tur- 
bolenti vicini. Uno zio di Zar'a-Ya'qób aveva vinto ed 
ucciso Mihico , indomito capo tributaiio del Gadai: e 
r Imperatore in persona aveva dovuto correre contro la 
gente del Hodya che , sobillata e comandata da un tal 
Khair-éddìn, maomettano, erasi ribellata e si avanzava sac- 
cheggiando , devastando , uccidendo. Un' altra e non 
meno terribile rivolta era stata provocata da Sheàb-éddìn 
Ahmed Badlai, re di Aufat; e questa volta, rinnovando 
i fasti degli eroi greci e latini, l'Imperatore aveva 



— 79 — 

affrontato il capo dei i-ibeJli e lo aveva ucciso di sua 
mano *). 

Questi non lieti eventi non dovevano essere ignorati 
da Alfonso , sicché, bene intendendo che alla saggezza di 
Zar'a-Ya'qób non poteva sfuggire: la necessità di dare 
addosso ai Turchi ed a tutti i Maomettani per rimettere 
la tranquillità nella Etiopia , non si stancava di solleci- 
tarlo a mettersi in una impresa che sarebbe stata di co- 
mune vantaggio. Perciò all' ambasciata del 1450 ed a 
(juella del 1452 seguì una terza nel 1453: e fu inviato 
Antonio Martinez, gentiluomo rlj cauìcra dt»! Ilo. cIk' re- 
cava questa lettera: 

Serenissimo principi Zara Jncoh Fiìio David de domo Saio- 
monis maioris indie et efyopie imperntori Aìfonsus eie. saìuiem 
et fraternos affecttis. 

Mittimus in presentia in uestra ista dominia nohilem viruni 
dilcctuni iainiliarem et de nostra camera Antonium M.artincz 
visondi gratin dominia uestra: ipsum ad nos quamprìmum rever- 
siinim et nobis nnnciaturum incolumitatem iiostram et statnm 
persone nostre quam longe maxima benivolentia complectimur: 
rogantes nos maiorem in modura ut ipsum Antonium grato ani- 
mo videro velitis et ad nos quamprimum redire queat favorem 
et directionom prestare quia nobis gratum futurum est. Et si 
(jua ex regnis et dominiis nostris nobis plaeita fuerint, nos eer- 
tiores reddere onretis (pio bene placitis uestris morem gerere 
valeamus. Datum in castello novo civitatis nostre Neapolis die 
ITI mensis julii anno a nativitate domini MCCCCLITI. Rex Aì- 
fonsus 2). 



1) Su queste agitazioni e guerre in Etiopia, cfr. BurcE. op. cit.. 
t. II, pag. 77-82: Buuton, First Fnotsteps in Fast Afriea . London , 
1SÒ6, pa<»;. 306-307: Basskt, op. cit., pag. 135-136, che cita il ma- 
noscritto etiopico n. 141 della Bibliot. Naz. di Parigi. 

2) Arch. della Cor. di Arag. Reg. 2658, fol. 57. b. 



— 80 — 

Antonio Martinez fu 1' ultimo ambasciatore inviato da 
Napoli in Etiopia. Quivi le cose volgevano al peggio, e 
r Imperatore, stretto dalle urgenti necessità del j^resente, 
non aveva più modo di perseverare nei disegni concepiti 
in tempi meno agitati. "Al pari del clero bizantino, il clero 
etiopico forse era restato offeso dalla vaga notizia della 
unione della propria con la Chiesa latina, che conside- 
rava come una ignobile e non consentita sottomissione; 
e poiché, forse, ne addossava la colpa al sovrano, aveva 
cessato di favorirlo e di estollerlo , e lo avversava, 
procurava scalzarne la popolarità ed il potere. Così, più 
tardi, Syon Mogasa, la Imperatrice, trovò il teri-eno pre- 
parato per quella sua cospirazione diretta a detronizzare 
Zar'a-Ya'qób ed a sostituirgli il figliuolo Ba'eda-Marvam, 
" colui che è nelle mani di Maria „. Però era ancora grande 
la fedeltà del popolo verso il suo antico signore: e questi 
potè sventare la cospirazione e punire severamente i colpe- 
voli. Poco prima i Veneziani, cui non erano rimaste celate 
le ardite ambascerie inviate da Alfonso, ne avean seguito 
r esempio, mandando in Etiopia il pittore Francesco Bran- 
caleone: ma costui, malgrado il favore goduto pei' lunghi 
anni in quella Corte, non seppe restare estraneo alle dispute 
ed alle controversie religiose: e non è difficile che con ciò 
avesse contribuito alle agitazioni ed ai disordini cJio re- 
sero così penosi a Zar'a-Ya'qób gli ultimi anni di regno *). 



1) Syon Mogasa fu fatta morire sotto il bastone, e fu poi sepolta 
a Dabra Berhan: e poiché il figlio Ba'eda-Maryam ne onorava la 
tomba bruciandovi incenso, fu esiliato col suo amico Mehrata-Kre- 
stos, " clemenza di Cristo „, sopra un'amba, che il Basset, op. cit., 
pag. 137, suppone qiiella di Gesena, dalla quale fu tratto, quando, 
morto il padre, gli successe nel regno (1468): cfr. Brucio, t. II, 
pag. 82-84. — La cronaca pubblicata dal Basset, pag. 95, racconta 
di Zar'a-Ya'qób : — al suo tempo ebbero luogo discussioni sulla 
fede e Abba Griyorgis discusse con un Franco e finì per comporre 



— 81 — 

Tanto j)iii ])('nosi , perchè lo popolazioni maomettane, 
contro le (piali saiel)bp stata diretta la lega con Alfonso, 
se j:;li eventi ne avessero permesso una fruttuosa ese- 
(Mizione, divenivano più moleste a misura che si faceva 
))iù potente il Sultano dei Turchi, in cui esse vedevano 
un naturale protettoi-e. Così i dieci anni del regno di 
Ba'eda-Maryam furon tutti spesi nel tener testa ai mu- 
sulmani dell' est, nel sottomettere il re dei Danachili, nel 
distruggere il popolo pagano dei Dobas , segretamente 
aiutato dai Mauri di Adal. E contro costoro fu diretta l'ul- 
tima cam[)agna di <piel sovrano, che, entrato nel regno 
di Adal pel Goggiam, vinse una battaglia campale nella 
(piale fu ucciso Ahmed, figlio del sultano Mohammed: 
ma, mentre si MccinL:,"<'va a traiTc utile |)ai'tit(> dalla vitto- 

(> rivelare " il libro (1<*1 mistero „. — Questa discussione dovè accadere 
dopo il 14")(). — Bki'cf: , rr, pai?. 74, afferma che Brancaleone fu 
l'avversario di Ahba Giyorj^is, fifjlio di Hezba Syon , " popolo di 
Sion „, della città di Sa^la nellAiidiara. L'opera che costui scrisse 
ora essenzialmente consacrata alla confutazione delle eresie : cfr. 
Zeitschrift fiir lìic Kvivìe tfex MorfjeulniKÌex, t. V, pa;?. 194 : D'Ab- 
KADIB, ('alni. iìe.s msx. r'thiop. n. 4»: Zotkn'BKR»!, op. cit, n. 113. — 
Più tardi, e propriament«> durante il rejjjno di Ba'eda-Maryam (1468- 
1478), per ordine di costui, Brancaleone dipinse la Verp;ine cx)l 
Bambino in un (juadro collocato nella città di Atronsa-Maryam. 
" il trono di Maria „, che era nel distretto di Amara nell'Amhara 
settentrionale. Gli annali riassunti dal Bbi'ce, op. cit., t. II, paj;. 92. 
riferiscono che mi sinodo di monaci e preti etiopi condannò il di- 
pinto, perchè in esso la Verj^ine, secondo l'uso italiano, aveva Gesù 
sul braccio sinistro, reputato meno decoroso del destro dayli Etiopi 
' ed in generale da tutti gli Orientali. E nel terzo anno di Tewoflos 
(Teofilo) i Gallas andarono a distruggere quel quadro. Uccisero i 
preti, fecero schiavi tutti gli uomini e le donne che poterono avere 
tra le mani. Non risparmiarono uè meno la salma di Ba'eda-Ma- 
ryam e la gittarono in un precipizio con tutta la bara in cui era 
racchiusa, e con gli avanzi dell'aborrito dipinto, una domenica del 
mese di uahaac, che è il decimo dell' anno etiopico e comincia il 
'2.') luglio dell'anno giuliano. 

Anno XXVn. (j 



— 82 — 

ria, morì, forse di veleno. Queste lotte accanite, fomentate 
specialmente dalla diversità di religione, turbarono anche 
il regno di Eskender, e furono causa non ultima del ra[)id() 
decadimento dell' Impero Etiopico. 

Bene a ragione, dunque, il Magnanimo si rivolgeva a 
Zar'a-Ya'qób nella speranza che gli volesse esser largo 
di aiuti contro i Turchi ed, in generale , contro tutti i 
maomettani, perchè costoro minacciavano non meno l'Eu- 
ropa che r Africa cristiana ; ed insisteva nelle sue pra- 
tiche e nelle sue richieste, malgrado le enormi difficoltà 
che i suoi messi dovevano superare per giungere sino 
in Etiopia. E queste difficoltà avevano ad esser veramente 
tali da sgomentare, se Alfonso stesso non si astenne di 
farne menzione nelle sue lettere. Del resto, è agevole im- 
maginare quali e quante fossero — ci àuse le vie dell' E- 
gitto pel divieto di quel Sultano — sol che si voglia ri- 
flettere al lungo e complicato cammino che dovevasi per- 
correre, superando a volte gli ostacoli opposti dalla na- 
tura, a \'olte quelli creati dalla mala volontà degli uo- 
mini. Questo itinerario può essere ricostituito sino ad un 
certo punto in forza di una commendatizia circolare, onde 
furono muniti gli ambasciatori clie reca^'ano la prima let- 
tera di Alfonso. A prima vista le indicazioni in essa con- 
tenute sembrano troppo più generali di quel che conver- 
rebbe, per essere di qualche utilità ed autorità in così 
difficile ed intricato argomento; ma se quelle indicazioni, 
benché generali, si pongono in confronto con le poche no- 
tizie contemporanee intorno a siffatto viaggio, per que- 
sto confronto, per questo vicendevole comento, una qual- 
che luce può rifulgere su tale oscurissimo tratto della 
storia commerciale italiana. 

La circolare commendatizia è redatta nei seguenti 
termini : 



83 — 



TUustrissimo princijn Joani Cummìno imperatoli Tribusunda- 
nim fratri et amico nostro carisfiitno Alfoìì.sus Dei gratta Ber 
Aro(/ovnm cfc. Sdhifrm ef prn/fpryos ad i-ofa <:>irrf<isiiis. 

Illustrissime i>iiiicoj)s l'rater et aiuice iiuster carissime , Viri 
nobiles et nobis dilecti Petrus Rombulo de Mesana vasallus no- 
ster et frater Micliael prior Sancte Marie de Cadaber Anamer- 
jundi (?) oraton^s illustrissinii prineipis domini Zere .Tacobi Fili 
David de domo Salomonis imperatoris l'Etiopie in India ad eun- 
deni imperatorem Etiopie revertuntur , quos complurimis de 
causis ab omnibus in hoc suo tam longo itinere bene trac- 
tandos amicccpie et benigno suscipiendos esse exoptemus , et 
l>otissime quod per aliquot dies penes nos commorati sunt et 
nonnidla tam sanctissimo Domino nostro pape (piani nobis 
nomino ipsius im[)eratoris Etiopie explicuverunt. (Quorum re- 
sponso eidem imperatori ab ipsis relato, ad nos denuo redituri 
sunt. Vos strictissime rogamus {>ì obsei-ramus ut prefatis respe- 
otibus eosdem oratores eum per regiones uostro ditioni subiectas 
tam in eundo quam redeundo transierint , quum plurimum 
eommissos habere velitis impendentes ipsis omnem favorem au- 
xilium et consilium eisdem noeessarium donee in nostra maria 
pervenerint. Quod si effeceritis ut speramus, non panim in nos 
hoc tempore ab vobis coUatum beneficium existimabimus. Da- 
tum in castello turris octave die XVf II mensis septembris anno 
a nati vitate Domini MCCCCTj. Rex Alfonsus. — Illustrissimo 
principi Joani Cummino imperatori Tribusundarum fratri et a- 
mico nostro carissimo. 

Sai) simili formu mutaiis mutandis scriptum fuit secuentibus : 

lìlusfrissimo lìrincipi domino Comtonfiiio imperatori ac mode- 
ratori roiiieorum paleohgo ac sempcr augusto fratri et amico uo- 
stro carissimo: 

Bev.mo et religioso viro fratri Joani de Lastico hospitnìis sacre 
donuts sancti Joanis jerosoìimitani magno magistro et amico no- 
stro carissimo M. 

1) Ardi. (Iella Tor. di Aras;., Reo-. 26.i8. fol. hi b. 



— 84 — 

Per se stessa ed assolutamente considerata, questa cir- 
colare non ha gran valore, e null'altro può attestare ol- 
tre la nota difficoltà del viaggio verso V Etio])ia. Ma se 
si scriveva ai principi indicati a [)iè della lettera non 
per vana mostra di cortesia, ma, come appare verosimile, 
per ottener veramente queir aiuto e (juella ])rotozione che 
si domandavano , è fuori dubbio che essi notoriamente 
dovevano aver modo di concorrere al l)uon successo della 
spedizione. Solamente, nel rivolgersi all' Imperatore dei 
Romei, forse Alfonso potè essere ispirato dal desiderio 
di farlo consapevole di tutto ciò che da lui si operava 
per la difesa e la incolumità dell' Oi'iente cristiano, più 
che dalla certezza di ottenerne una diretta ed efficace 
cooperazione; ma è presumibile che ben altre ragioni lo 
consigliassero a rivolgersi all' Imperatore di Trebisonda 
ed al Gran Maestro dell' Ordine di S. Giovanni. L' isola 
di Rodi era sempre stata uno scalo cospicuo nei com- 
merci catalani del Levante, e sebbene il movimento mer- 
cantile avesse preso diversa direzione, vi dimoravano an- 
cora parecchi mei-canti di Barcellona, i quali traevan gua- 
dagno più che dalle incerte vicende della mercatura, dalle 
sicure operazioni di banca, che essi eseguivano facendo 
da intermediarli tra la sede centrale degli Spedalieri ed 
i loro ricchi baliaggi spagnuoli. Inoltre, Rodi, non altri- 
menti che Candia e Modone, era uno dei ])orti di a|)prodo 
e di rifornimento per le navi dirette ad Alessandria e 
Beirut; e sebbene in questo traffico avesse una seconda- 
ria importanza, non è difficile che vi si fermassero le ga- 
lere francesi, con le quali Jac(pu>s Coeur — il finanziere 
di genio clie solo seppe tener testa a Veneziani e Geno- 
vesi e Catalani — procurò acquistare alla produzione fi-an- 
cese la clientela del settentrione africano. In consegnenzu, 
se fosse stato permesso penetrare in Etiojùa (hdl' Egitto, 
qui si sarebbero arrestate le raccomandazioni di Alfonso 



— 85 — 

j)(M' ii^evoltirc la via agli ambasciatori di Zar'a-Ja'qób ed 
ai suoi j)ropiii messi. Invece dovè ricorrere anche all' Im- 
[x'iatore di Trcbisonda: e ciò lascia pensare clie ai suoi 
inviati l'Kgitto doveva essere interdetto, non solo pel di- 
vieto generale del quale si è già discorso, ma sopratutto 
per r animosità che in quel Sultano avevan dovuto la- 
sciare le abortite trattative del 1436. Ad ogni modo era 
sempre utile ottenere alla spedizione partita da Napoli 
la benevola protezione dei (liovanniti, già usi a spadroneg- 
giare, e s[>esso (piasi da pirati, [»er (piei mari: anche perchè 
])resso i Catalani di Jiodi non eran j)er mancare ai fidi 
sudditi ileir Aragonest^ larghi sussidii di informazioni 
sicure ^). 

La stazione, quiu<li, che do\f\a cstTrUan* fi'i'ii-aria »lc- 
cisiva sulla riuscita della s[)edizione, era Trebisonda: ontk' 
non a caso la commendatizia fu in ]»rimo luogo intestatti 
a (Giovanni Comneno, sovrano di quelT Imj)ero: aggiun- 
g«*ndosi in seguito che altre due copie ne sarebbero fatte, 
mutiith mutandis , i)el (rran Maestro dell' Ordine Gero- 
solimitano e per Costantino Paleologo. — Il " Cairo „, — 
scriveva Piloti verso il 1450, — " posto tra il Mar Rosso 
ed il M('(litciraneo , è |)adrone della cristianità da una 
paite. e (hdr altra dell" India „. — Si comjn-ende, quindi, 

') Sui ("atalaiii a lìodi, cfr. C'ai'Manv, (jp. cìl.. 11, 'llb: l\', app., 
pag. 5: Hevi), op. cit.. II, 292. Che Rodi, nella via per Alessandria 
e Beirut, fosse preferita dai Fiorentini, cfr. Amari, Dipi, arab., pag. 
442, App. pag. ()2. ^ — Che le navi di Jacques Coeur facessero scalo 
a Hodi non è difficile, perchè un pellegrino tedesco vi vide nel 1472 
una nave che batteva bandiera francese : Conuauv, Vier rheinische 
Pilgersvhiifteu, pag. 168 e seg.: e si sa che nelle antiche navigazioni 
la consuetudine era seguita (juanto più fedelmente si poteva. — 
Sin dal 1447 era prescritto alle galee fiorentine nel viaggio di Le- 
vante approdare alle stazioni di Livorno, Siracusa, Modone, Rodi, 
Alessandria, Beirut, Giaffa: ed al ritorno a Rodi e, secondo i casi 
a Cipro, t'andia, »Scio o Chic: Documenti sulle relazioni toscane, pag. 291. 



— 86 — 

che, dovendosi pervenire in Etiopia, e non potendo per 
la via ordinaria e naturale , sbarrata dal monarca che 
aveva in suo potere il Cairo, si tentasse riuscir nell' in- 
tento anche a costo di triplicar le fatiche ed i pericoli 
inerenti alla impresa. Perocché se in quattro anni appena 
partirono alla volta dell' Etiopia tre diverse ambascerie, 
non si può supporre che per la riuscita di esse si facesse 
conto di eludere il divieto del Sultano di Egitto con l' in- 
ganno, con la frode o con la corruzione. E forza ammet- 
tere, invece, che si fosse trovata una via, se non breve, 
certo sicura, di cui il punto iniziale era Ti'ebisonda, che as- 
sai giudiziosamente il Heyd chiamava " vestibolo dell'Asia 
Centrale „. Ivi mettevan capo la via che a traverso la 
liussia Meridionale e 1' Asia Centrale menava sino in Cina, 
e quella che per la Persia conduceva sino al Golfo Per- 
sico, e poi per mare all' India ed alla Cina stessa. Que- 
sta seconda via assai probabilmente fu prescelta dai le- 
gati di Alfonso, ai quali forse parve assai preferibile il 
fare un lungo circuito, risalendo il Mar Rosso sino a qual- 
che porto di Etiopia, al venir nelle mani del Sultano del 
Cairo, o al veder falliti i loro tentativi ardiuientosi. 

Di quei tempi il Mar Rosso era un' attivissima arteria 
del commercio con l' India : e ad esso potevasi agevol- 
mente pervenire , imbarcandosi ad Ormuz o as2)ettando 
in qualche altro porto le navi che facevano il traffico 
indiano. Si può anche supporre che Pero Bombolo ed i 
suoi compagni, percorrendo qualcuna delle sti-ade caro- 
vaniere, dalle quali 1' Arabia era allora solcata e vivifi- 
cata, e fortemente protetti dalle intelligenze palesi e se- 
crete che r Impero di Trebisonda aveva con tutti i mer- 
canti e con molti principi di quelle regioni, giungessero 
alla sponda orientale dell' Eritreo a piede asciutto. Però, 
probabilità maggiori, più numerose analogie militano in 
favore della prima ipotesi ; e quando si riflette che il 



— 87 — 

via^^io <la Trebisonda e da Laiazzo ad Ormuz non ora 
insolito, e die la via di mare offriva minori disagi e pe- 
licoli (ho ([iiolla di terra, è ragionevole erodere, almeno 
sino a ])rova eontraria, elio (quella aj)punto fu la strada 
j)re8uelta. In tal easo i Portoghesi , come nel disegnare 
la loro spedizione etiopica, così nel metterla in atto, non 
fecero che seguire le orme degli Italiani: perchè fu ap- 
j)unto da Ormuz, dove si era recato per ordine del suo 
Ile , che Fedro Covilhao , munito di carte veneziane e 
forse non ignaro delle audacie napoletane, si avviò verso 
il paese nel i piale egli ed i suoi sicuramente reputavano 
che regnasse il favoloso Prete Gianni *). 

Sicché, anche rispetto alla storia degli scambi e delle 
relazioni commerciali italiane, le lettere di Alfonso dono 
di un valore non comune : tanto più che attestano rap- 
porti, dei quali non è possibile revocare in dubbio l'au- 
tenticità. Gli uni e gli altri, in fatti, per la copia dello 
prove recise e sicure , non possono confon<lersi col mi- 
tico intervento dei legati di Zar'a-Ya'qób nel Concilio di 

1) Col via^x'f» «1»^k1ì aiiibasriatori di Alfonso liu molta analo*j;ia 
i|iiello di Benedetto \ivaldi che, partito da Genova nel 1315, andò 
a Trebisonda o a Laiazzo, traversò la Pei-sia, s'imbarcò ad Ormuz 
e fece vela per 1" India; Hkvd, II, 143. Come si è veduto, questo 
fu pure il viaggio seguito dal Sarteano e dai suoi compagni. Del 
resto, tale via, descritta da Giovanni da Montecorvino, fu percorsa 
da lui stesso e dal Beato Oderico da Pordenone ed , in senso in- 
verso, da Marco Polo al suo ritorno dal Catajo. Utili notizie sono 
nella Pratica della mercatura del Pecìolotti, nato nella prima metà 
del secolo XIV o, come appare più probabile, nella seconda metà 
del secolo XIII. Da Tannah, a dodici miglia inglesi dal luogo ove 
sorge Bombay . frate Giordano scriveva di aver saputo ex ììostris 
)nercaton'bi(s latinìs che, partendo da quel punto, il viaggio per lE- 
tiopia era facilissimo: cfr. Waddinc;, VI, 359. Lungo era il viaggio 
ina innanzi a quali ostacoli si airestavano le ardenti audacie degli 
antichi: Sul viaggio di Pedro rovilhao, cfr Ai-vakkx in Bamusio 
op. cit., T, 236. 



— 88 — 

Firenze: ne, d' altro canto , lianno nulla di comune cou 
le pretese missioni ed ambascerie, onde lian serbato il 
ricordo le storie e, più spesso, le cronache di quei tempi. 
Perocché nel secolo XV e nel XVI abbondarono le così 
dette mistificazioni diplomatiche, le quali, e non è difficile 
intenderne la ragione, furon tanto più frequenti ed au- 
daci, quanto più si trattava di paesi dischiusi di recente 
all' attività euro])ea. Sotto questo aspetto ben si può dire 
che la Moscovia — così allora chiamavasi lo Stato che 
fu come il nucleo della odierna Russia — e la Etiopia 
eran jjredestinate ad offrir larghissima fonte di trappo- 
lerie e di guadagni a taluni avventurieri siu'egiudicati e 
mendaci, ma sottili, industriosi, argutissimi. Però, il vi- 
centino Giambattista Volpe, il consigliere del Gran Mae- 
stro dell' Ordine Teutonico Dietrich Schoenberg , il ge- 
novese Paoletto Centurione, il cittadino di Goslar Hans 
Schlitte, i quali successivamente empierono il mondo col 
irrido della imminente conversione dei Moscoviti alla Chiesa 
latina, non furon colpevoli, in fondo, che di avere allar- 
gato oltre ogni misura gl'intenti ed i limiti di missioni 
loro affidate realmente, sebbene in ristrettissimi confini. 
Al contrario , gli impostori che da sé stessi si attribui- 
rono r ufficio di rap])i-esentai' F Etiopia, non avevano, né 
})otevano avere in loro favore né puro questa lieve giu- 
stificazione. E, a giudicare dall' interesse che allora do- 
veva esservi per le cose etiopiche, i tentativi di questo 
genere ebbero forse ad essere non pochi , sebbene an- 
cora non se ne sieno scoperti che soltanto due. 

Primo ad incappare in un tranello di tal fatta fu il 
Duca di Milano, Francesco Sforza. Nel- 1459 gli si pre- 
sentò un don Giorgio Michele canonico di S. Agostino 
di Saba, che asseriva di recar lettere di Simone lacobo 
Preteffianni. Già solo i nomi ed i titoli sarebbero bastati 
a smascherar l'impostura, se a Milano si fosse avuta una 



— 80 — 

'lii;il<lie eoj^nizione anclie elementare delle usanze di Etio- 
[)ia. Quivi, di vero, generalmente non si soleva denomi- 
nare le persone dall' apjiellativo dei Santi : sebbene, ad 
evitare le difficoltà ineienti ad una così diversa ononia- 
tologia, ({uesto prete avesse potuto ricevere per sempli- 
ficatzione e j)er comodo il nome di Giorgio Michele, per 
la stessa ragione che fece chiamare Frate Michele l'am- 
basciatore venuto alla corte di Nai)oli. Però, mentre (jue- 
sti era designato con la qualità di j)rioie, che rispondeva 
esattamente all' oi<l inamento ecclesiastico della sua na- 
zione, (piegli assumeva il titolo di canonico, cioè di una 
dignità che non esisteva punto nella gerarchia etiopica. 
Vasl poi singolare per un ambasciatore 1' errore sul nome 
del pro[)rio sovrano, che veniva detto Simone lacobo in 
luogo di Zara o Zarea lacob , come in <piei tempi era 
chiamato: e la malizia dello pseudo legato si smascherava 
tutta nella designazione di quel canonicato o prebenda: 
S. Agostino di Saba, che, se ris|»etto alla Etiopia era as- 
solutamente fantastica, per gli Italiani si connetteva alle 
favolose tradizioni concernenti la bella visitatrice di Sa- 
lomone, e dava come un' aureola di venerabilità a chi era 
insignito di titolo così cospicuo. Ad ogni modo, come al- 
lora Francesco Sforza attendeva a raccoglier libri con tutto 
lo slancio di un a])passi()nato bibliofilo, e al dire di don 
Giorgio Michele presso il Prctegianni trovavansi tutte le 
opere di Salomone — opera sayientis Salomoìiis — donate 
alla regina Saba in jiremio debile amorose dolcezze onde 
ave\a allietato le meditazioni non troppo austere di <[uel 
soN'rano, il Duca si-i-isse una lettera St/nioni Turolto Pefre 
lolian (sic), per chiedergli il prezioso volumi . 

(Questa lettera fu ritrovata dal dotto Marchese Gero- 
lamo \y Adda, il (piale, nel primo volume di un suo pre- 
gevolissimo libro, non mancò di cantar vittoria, sciiven- 
do: — non è dunque poco singolare il rinvenire fra le cor- 



— 90 — 

rispondenze ducali niilanesi sino daìV anno 1459 un docu- 
inento che ci prova già esistenti, sotto questa data, le re- 
lazioni del ducato di Milano coW Ahissinia, vivente ancora 
Francesco Sforza — Ma pel D' Adda, come pel non meno 
ingenuo Duca di Milano , il disinganno non si fece at- 
tendere a lungo : nel secondo volume di quel medesimo 
libro, r erudito lombardo dette alla luce altri documenti, 
dai quali chiaramente apjjarivano il suo errore e l' in- 
ganno del prete. Sul principio, Francesco Sforza , aggi- 
rato dal furbo don Giorgio , aveva scritto al papa per 
presentarglielo (27 giugno 1459): ed aveva invitato il Mar- 
chese di Varese suo ambasciatore a Venezia a prodigar- 
gli ogni protezione e favore: te lo recomendamo et voleino 
che in ogni suo facto gli sij propicio et favorevole, et faci 
per lui come facessi per uno di nostri (30 giugno). Poco 
dopo, tuttavia, il sospetto cominciò ad insinuarsi nell'animo 
del Duca, onde, in data del 3 luglio, tornava a scrivere 
al Varese a proposito del canonico di Saba: et perche non 
si è guari d' oppinione de facti soj, dicendosse che V è quo- 
dammodo impossibile el venire da quella parte, lo invitava 
a chiedere informazioni a persone indicate dal medesimo 
prete, che dimoravano a Venezia. Le indagini ebbero un 
risultato sfavorevolissimo. Il Varese (dispaccio 8 luglio) 
informava il suo signore : già o parlato con alcuni , che 
dicono non lo conoschono: si dano inaraviglia che più prre- 
sto dehia esser qualche persona falsa et doppia. Alcuni che 
luj ha dicto sono morti... E con un dispaccio consecutivo 
( 1 1 luglio) dava l' allegro mot de la fin, chiudendo il biz- 
zarro episodio con le parole: si dà judicio che piìi presto 
sia frate Zacchera, come allora dicevasi per indicare per- 
sone intriganti, versute, poltrone e da poco *)• 

1) I documenti che couceniouo 1' episodio di don Ciiorgio Michele 
sono in: Indagini Storiche, Artistiche e Bibliografiche mila libreria Vi- 



— 91 — 

Più tardi, noi 1481, un alto sedicente ambasciatore di 
p]tiopia piesientavasi a Sisto IV. Annunziava grandi cose. 
L' lm]»eratore chiedeva di essere incoronato solennemente 
ed in cambio prometteva un ricco censo. Tutti abbocca- 
rono all' amo provvisto di esca cosi appetitosa: e già il 
l^apa aveva deliberato che dodici francescani insieme con 
alcuni vescovi ed arcivescovi fossero mandati in Etiopia: 
mentre una commissione di cardinali avrebbe ricercato 
gli errori nelle credenze di cjuella gente per estirparli , 
allorché fu scoperto 1' inganno *). 



sron teo-Sfoizescd . Milano, opera ik'l Marche.se Gerolamo D Adda. La 
lettera del Duca al Papa per raccomandargli Don Giorgio è a 
pag. 118 della parte prima (187.Ó): gli altri documenti sono nella 
parte seconda (1879), pag. 40 e seg. — È da notare che Francesco 
Sforza, chiedendo infonua/ioni al Varese sul canonico di Etiopia, 
aggiiuigeva: sforzatene — forse sarebbe da leggere: sforzateve — de 
intendere circhà a quelle cosse del piete Johanne più che sia possibile 
et lo reritade de queato nayho de questo frate pei' più nontra inteiitione. 
Che la mistificazione gli avesse fatta sorger nell' animo il deside- 
rio di mettersi iu relazione diretta col Prete Gianni ? Forse appunto 
per dissuadernelo il Varese (di.spaccio 8 luglio) avvertiva: tntti di- 
cono che mai andò persona in quella parte che ritornasse , che a tntti 
lo prci/tc Janni dh niaistrato. Sua Signoria non gli lassa ritornare per 
(ircre de li honieni , che quasi tucto quello suo pai/se sono a niotlo be- 
stiali. E questa è un' altra prova che ribadisce la importanza delle 
relazioni tra Napoli e 1' Etiopia. — Tra le otto pei-soue indicate da 
don Giorgio per dar notizia di lui era anche un Domino Jacoino 
Barbaricìw de Antonio tncintan (cioè turcimanno, dall' arabo turgiu- 
inan , tema (juadrilittero taryiania-explicavit) presso prete Johanne. 
Gli eruditi veneti potrebbero mettere in sodo .se l' impostore men- 
tiva anche in questo particolare, o se in esso era (jualche parte 
di vero. 

^) Quest' altra mistificazione si rileva da uu dispaccio (1(5 novem- 
bre 1481) spedito al Duca di Milano dagli ambasciatori milanesi a 
Roma, e pubblicato da P. Ghinzoni, Un' ambasciata del Prete Gianni 
(I Roma nel 1481 in Arch. Stor. Lonib., Anno XVI (1889), fase. I.— 
Ij' impostura sarebbesi scoperta immediatamente, sol che si fosse 



— 92 — 

Nou è necessario, ora, indugiarsi a dimostrare eli e le 
relazioni tra Napoli e l'Etiopia non vanno, non i)Ossono 
andar comprese nella categoria di cineste ingegnose ri- 
l3alderie. Durate dal 1430 al 1458, svolte sotto gii occhi 
del Gran Maestro di liodi e dell' Imperatore di Trebisonda, 
entrambi in grado — 1' uno a caiisa della sua ])aTÌicolare 
condizione, l'altro perchè dominava il punto terminale 
delle grandi vie carovaniere dell' Arabia e dell" india — 
di constatare la veracità di esse, sono un nobilissimo do- 
cumento della sapiente previdenza di Alfonso, dell'ai-dita 
operosità dei sudditi di lui. Con questo di ))iù die, come 
r ambaseiata etio])ica al Concilio di Firi^nze non fu che 
una missione spedita da Nicodemo abate in Gerusalem- 
me: e r ambasciatore pervenuto a Clemente YIl in T^olo- 
gna (1580) non fu ciie un cattolico ed un ])oii.ogìu'se , 

mi po' riflettuto a ciò che andava spacciando il l'intcj ambasciatore. 
Egli, in fatti, diceva, che il suo signore lui iiiniHÌato ini ddìio al ca- 
sino che è estimato ducati dtiecentot/n'lo, et tra le altre cose dice aver- 
gli mandato una lanza, uno scudo et un arco tutti de oro massizo etc. 
In queste fanfaluche è come 1" eco di quelle contenute nella let- 
tera, della quale si è già discorso, di Fra Gandolfo di Sicilia: onde 
non è difficile che la lettura di essa ispirasse la mistificazione del 
1481, nel modo stesso che le opere di Paolo Giovio ispirarono l'al- 
tra di Hans Schlitte. ■ — Come questo impostore sosteneva che V Im- 
peratore manderebbe a Eoma il necessario per stabilirvi xui colle- 
gio di connazionali e per mantenerlo: è presumibile che il convento 
etiopico non ancora fosse sorto, non parendo possibile che quegli 
osasse mentire in cosa direttamente conosciuta dai Eomani e par- 
lasse della prossima fondazif)ne di una comunità etiopica, ijuando 
(piesta era già stata fondata. — Sulle mistificazioni diplomatiche 
moscovite cfr. Puorlinmì , op. cit. La serie delle imposture etiopi- 
che è dm'ata sino ai nostri gioj-iii . e nou ancora si è dimenticato 
quel tale Abba Michael che, dandosi per inviato del re dello Scioa, 
non solo carpì ricchi presenti a Vittorio Emanuele II, ma rovinò 
parecchi Italiani , perchè gli indusse a vendere precipitosamente 
ciò che possedevaiu) in Alessandria di Egitto, per seguirlo nello 
Scioa, e ])()[ li abl)andonò in Aden. 



— 93 — 

latore (li una lettera nella (jiiale nulla attestava l'origine 
etiopica e tutto svelava la retorica dei missionarii del 
Poi-to^allo: — si ])nò con certezza conchiudere che le trat- 
tative del Mat^naninio segnarono il solo, genuino, auten- 
tico contatto che in (|ueir epoca 1' Etiopia ebbe col mondo 
civih'. Fj ciò, ])cr Na])oli, non è piccola gloria *). 

(confimi a) 

l''l< A.\t'KS((t ( 'kUOXE 



*) Si rendono le pHi vive «grazie al Prof. Gherardo de \incentiis. 
venerato maestro di ehi scrive , al Doti. Luip;i Bonelli , al Dott. 
Francesco (Jallina . inseminanti nel ]{. Istiinto Orientale, che con 
benevolenza pari alla dottrina hanno curato la trascrizione delle 
parole arabe, turche ed amariche. 



RELx^ZIONI 

DEI PATRIOTI NAPOLETANI COL DIRETTORIO 
E COL CONSOLATO 

E l/ IDEA DRM/ unità ITALIANA 

(1799-1801) 



La Società Storica Napoletana ebbe occasiono di acqui- 
stare, nel passato anno, una ricca collezione di carte, che 
fu già di Francesco Paolo Ruggiero, ministro e pari del 
Regno nel 1848. Fra queste carte si trova una serie di 
documenti sugli avvenimenti del 1799-1801, provenienti 
da Francescantonio Cima, inviato della Repubblica Na- 
poletana a Parigi nel 1799 , restato colà esule per pa- 
recchi anni e morto nel 184:9. Tali documenti furono dati 
dal Ciaia al letterato Nicola Basti , anche esule napole- 
tano, fermatosi stabilmente in Parigi *); e, doj)o la morte 

*) Niccola Basti era un albanese di Calabria (e probabilmente nato 
in S. Nicola dell'Alto, provincia di Catanzaro , nel 1 767, se è da 
identificarsi col Niccola Bassi, di cui nelle Filiazioni dei rei di Stato, 
p. 64). Datosi ag-li studii delle lettere, nel 1791 faceva parte di 
un'accademia fondata da Antonio lerocades, insieme con Giuseppe 
Abbamonti, Dionigi Pipino ed altri, che furono poi patrioti e gia- 
cobini (cfr. Arch. Stor. Nap., IV. .ó26). Era sotto processo come reo 
di Stato nel 1795 (cfr. Registro dei processi dell' inquisizione dei rei 
di Stato, ms. Soc. Stor.", f. 64 t.°); e nel 1797 è segnato tra gl'im- 
putati pei quali c'erano denunzie (Rossi, Nuova Luce, p. 200). Fu 
scarcerato il 25 luglio 1798 (cfr. Arch. Stor. Nap., XXIII, 815). Egli 
stesso allude (Lettere a N. Basti, ms. Soc. Stor., f. 216) alla snia 
triennale prigionia. Nella Repubblica fu " capo di Burò „ nel Mini- 
stero di finanze ; e nella reazione fu sfrattato dal regno {Fondo 



— 95 — 

del Basti nel 1848, vennero eoniprati, con altri libri e 
carte, dal lluo-^iero *). Oi-a la lettura di essi avendo atti- 
rato l'attenzione su di un altro [)atriota del 99, del (Maia 
amico e cooperatoi-e, Cesar?: Pabibellt, la Società Sto- 
ri<'a iniziò ricerche in Lombardia j)resso i discendenti del 
Paribelli, per aver notizie c(ìncernenti «piestultimo, e, se 
mai, le carte da lui lasciate, relative a quegli stessi avve- 
nimenti. Le ricerche , mercè la cortese sollei-itudinr» del 
general (liuscppc» Miiuri Mori, ebbero un risultato assai 
felice. Si scj)pe che le carte del Paribelli si trovavano 
in ])aitc |»r('sso il discendente di lui, avv. Cesare Paribelli, 

Bngy'uro, f. 20.')). Ksule in Francia, visse |«)veramente come iuse- 
;:;nante di lingua e letteratura italiana ; e, bibliofilo erudito ed 
intelligente, ebbe larga corrispondenza con letterati e bibliofili del 
tempo. Tornò a Napoli per poco nel 1813 e nel 1828; e morì a 
Parigi, come si è detto, nel 1843. Nel ms. cit. «li Lettere a Nicola 
Basti ve n'ha a lui dirette del Botta, del liiagioli. dell'Ugoni, del 
Lampredi, di Luigi Angeloni, di Gaspare Selvaggi, dello Scrofani, 
di Guglielmo Pepe , e di altri molti. Il Basti fu autore di buona 
parte del Grand Dictionnairc Fram;ais-Italien d Italien- Francai» re- 
dige sur un pian entiereiiieiit iicmvean par J. Pìi. E. xnnKHi. con tiniie et 
termine par MM. Basti et ('kklti (Parigi. Henouard. 1838-9): ma- 
lamente incominciato dal Barberi, ed ottimamente terminato dal 
Inasti, che era gran cono.scitore di cose di lingua. Allorché si scri- 
verà il libro, augurato dal Dejob (Un bel libro ria fare, in Miscel- 
lanea D'Ancona. Firenze. H>01. pp. 133-143). s\dla letteratura degli 
esuli italiani in Francia . il Basti darà luogo ad un attraente ca- 
pitolo, e le lettere a lui, che si conservcino presso la Società Storica, 
offriranno un prezioso materiale. Una lettera dell'Angeloni del 1839 
concerne il cambiamento di cognome fatto allora da Niccola Basti, 
dalla fonna Basti in Basta (ms. cit., f. 62). 

M A questi documenti fece un accenno il iUooiKUO, nel suo 
Catalogo di una scelta biblioteca da vendere, Napoli, 1873. I. 131, II. 
173: promettendone un elenco minuto, che poi non diede. Cfr. ivi 
anche pel Basti 1, 47. Del Basti provenne anche al Ruggiero quella 
Memoria di Amodio Ricciardi, che il Maresca pubblicò, da una copia 
del Principe di Belmonte. nel voi. XIII (1888) dell' Archi rio storico 
napoletano. 



— 96 — 

in Milano; in parte presso il signor Osnago, industriale; e 
in parto presso un altro degli eredi. L'avv. Paribelli, 
officiato dal Mauri Mori, con liberalità di cui gli rendiamo 
vivissime e pubbliche grazie , inviò alla Società Storica 
tutti i documenti desiderati, che furono per cura di ([uesta 
copiati e legati in un volume; come in un altro volume 
erano state ordinate e legate le carte del Ciaia. La So- 
cietà ha poi voluto dare a me 1' incarico di trascegliero 
quei documenti, e del Ciaia e del Paribelli, che avessero 
maggiore interesse, e di pubblicarli, illustrandoli breve- 
mente; il che vien fatto nelle pagine seguenti. Avverto 
che col titolo : Fondo Ruggiero si cita il volume delle 
cai-te provenienti dal Ciaia, e con l'altro : Fondo Pariheììi. 
il volume di quelle provenienti da Cesare Pai-ibelli \). 



1) Eingrazio cordialmente 1' amico Augusto Franchetti , clie ha 
aggiunto a questo scritto parecchie noto, con notizie attinte ai 
documenti degli archivi francesi, da lui investigati per la parte 
che concerne la rivoluzione napoletana. 



— 97 — 



1. 



LA DEPUTAZIONE DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA 
AL DlRErrORTO PHANTESE 

Fn sontimento colmine dei lontemporartei t^he il gene- 
lale Championnet, nell'oc* ù])ar Napoli con l'esercito fran- 
cese, intendesse sul serio di rigenerare democraticainentf- 
il ])aese , fondando una llepulihlica Napoletana, forte e 
capace di vita. E vero clie i patrioti napoletani erano po- 
liticamente molto ingenui : di ciò si accorgeva finanche. 
e già nel marzo del 1790, uno dei francesi collaboratori 
dello Championnet, il cittaflino .luUien, che, pur facendo 
Irìogio dei componenti del (roverno provvisorio, osser- 
\a\a in una sua iclazionc : ** Si vede che non hanno co- 
noscenza della nostra rivoluzione nei suoi precisi parti- 
colaii : giacché prendono per danaro »ontante tutte le 
belle cose che noi sci'iviamo e stampiamo, e restano tutti 
nuM'avigliati, e come sbalorditi, della profon<la corruttela, 
il cui spettacolo ripugnante si moltiplica loro intorno da 
tutti i lati „ *). Ma sulle intenzioni dello Championnet essi 
non s'ingannarono : lo t'hampionnet , col «piale ebbero 
tante reciproche simpatie, era della stessa loro stoffa; e 
jìarlava ed operava sinceramente. Tutti i documenti che 
son venuti in luce, o che si vanno scoprendo, confermano 
(piesto giudizio, ed escludono ogni dubbio in ]»ro])Osito. 

liepiibblicano esaltato, vissuto tra le armi e lontano 
dagli intrighi e dalle transazioni politiche, bravo sul cam- 
po ili battaglia ma di carattere mite ed ottimistico , so- 
gnatore di pace e felicità sociale: tale lo descrivono con- 

1) Hela/.ione (in frane.) cou la data ilei lo ventoso (5 marzo) da 
Napoli, in A. R. C. de Saikt-Albix. C'hnmpmmet l"^ ediz., Pariiffi. 1861, 
pp. 347-357. ved. p. 348. 

Anno XXVII. 7 



— 98 — 

cordemente coloro clie lo conobbero da vicino. Gli stessi 
suoi difetti lumeggiano queste virtù. " Era un uomo dab- 
bene — scrive il Botta, — ch'è qualche cosa più che uo- 
mo ingegnoso; perciocché l'ingegno suo era piuttosto suf- 
ficiente che grande; ma, come buono, si rimetteva facil- 
mente nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni re- 
jDutava „ *). 1^ il rivale dello Championnet, il generale 
Macdonald, pur insinuando che avesse scai'so ingegno po- 
litico, e che lo stesso alto grado militare dovesse piuttosto 
alla fortuna e alle opinioni rejìubblicane che non alla ca- 
pacità, lo dice " un molto brav'uomo „, " di carattere molto 
dolce, molto facile „ '^). Il Pignatelli Strongoli, che nel 1799 
fece parte dell'esercito dello Championnet, scrivendo pa- 
recchi anni dopo una storia di Napoli, riconosce che 
quegli era sincero " promotore di repubblica „, benché 
" uomo di poco talento, ed incapace d' immaginare un 
ordine di cose , transitorio ma efficace a render meno 
malagevole alla Francia il sostenere la nuova Repubblica, 
e l'endei'la peimanente „ ^). 

Al contatto dei patrioti e letterati napoletani, dei per- 
seguitati dalla tirannia, che giungevano ora al potere dello 
Stato, lo Championnet sentiva rinascere i sentimenti più 
generosi della sua prima gioventù. Napoli — egli scriveva 
al cittadino Richard, ministro di Francia in Toscana, — 
presenta in questo momento lo spettacolo della Francia 

1) Storia d'Italia dal 1789 al 1814 nella sua integrità riprodotta, 
Prato, Giachetti, 1862, L. XVI, p. 518 : cfr. 1. XVII, p. 592. 

2) Macdonald, Souvenirs, Parigi, 1892, p. 58. 

3) Brano ined. da me pubbl. nella Rivoluzione napoletana del 1T99, 
Albo (Napoli, 1899), p. XXVII n. — Nel 1899 fu annunziata la non 
lontana pubblicazione delle Memorie dello Championnet, a cura 
di Maurizio Faure. M. Pellet, Le general Ch. et Véducatioìi patrio- 
tique, Paris, Quantin, s. a., pubblica un ms. di disegni eseguiti e di 
aneddoti compilati dallo Championnet, col titolo: Renieil des Fnits 
He'roiques ou le Livre dn saldai franmis. 



— 99 — 

qbI 1790. L'entusiasmo è nel grado più alto. Forse mi 
faccio un'illusione, ma è un'illusione soave : io credo di 
poter rend(>re il [)Opolo di Napoli in tutto degno del 
nome di repubblicano „ *). — Ma della bontà delle sue 
intenzioni testimoniano, più che le parole, tre fatti: uno 
dei quali molto noto, perchè fu la cagione del suo allon- 
tanamento e del processo iniziato contro di lui , cioè la 
lotta coi commissarii civili per la contribuzione e le altre 
esazioni e confische, che si pretendevano da Napoli ; gli 
altri due, meno noti: il disegno di una spedizione in Si- 
cilia per discacciare anche di là i Borboni ed assicurare 
lo stato democratico; e l'invio, da lui voluto, di una de- 
})utazione del Governo provvisorio napoletano presso il 
Direttorio di Francia. 

Un Piano di sollevamento (hlla Sicilia era già stato sot- 
tomesso al general Joubert, e quindi allo Championnet, 
da quell'Andrea Vitaliani (fratello di Vincenzo, giustiziato 
nel 1794), che, esule, aveva avuto parte nelle rivoluzioni 
della Cisalpina e della liepubblica Ligure ; e fu dei più 
efficaci, se non dei più famosi, repubblicani napoleta- 
ni ■^). Altro disegno analogo era stato inviato al Diret- 
torio francese, dal cittadino Benoit Borde il 19 ventoso 
a III (9 marzo 1795), che ne richiamava pure uno ante- 
cedente del 1794 , da lui trasmesso al console Lachèze 
pel Massena; e molti più se ne trovano negli archivii 
di Stato dei Ministeri degli Esteri e della Guerra, in Pa- 
rigi, col nome o senza compilati da militari e da diplo- 
matici, da francesi e da italiani, ugualmente intesi a fa- 
vorire l'invasione e la liberazione delle nostre provincie. 
Basta ricordare oltre quelle assai note del Cacault , del- 
l' Hénin, del Bonaparte, una memoria inedita mandata dal 

i) Brano di lettera in Saint-Albin, o. c, p. 191. 
2) Saint-Albin, o. c, docum., pp. 306-308 : cfr. Cuoce, Stiulii 
sloìùci sulla rivol. del 99, pp. 257-9. 



— 100 — 

cittadino ;ivv. Poo-gi al cittadino Scrhelloiii il l'2 ven- 
demmiatore dell'anno A' e primo della Li1>ertà Lombarda 
(13 ottobre 179G) ])er esporre qua! via avesse tennta (*ar- 
lo III, e qnalo converrebbe prendere per conquistare il 
Regno di Napoli ^). 

Quando era ancora alle ])orte di Napoli , il 25 ne- 
voso (14 gennaio "99) , lo Chanipionnet già discorreva 
della spedizione di Cicilia, in una lettera al direttore Bar- 
ras '^). Ed essa entrò nel piano nrilitare delle varie spedi- 
zioni , che dispose nel feb1)raio i)er sottomettere le ])ro- 
vincie. Che non si trattasse di un* impresa fantastica o 
disi^erata, possono mostrarlo le preoccupazioni che destava 
nella corte in Sicilia, espresse per liocca del Nelson, nelle 
lettere di costui del 13 e 16 febbraio al Saint Vincent e 
allo Stuart : " In quale? stato ci troviamo noi qui I Senza 
truppe, e col nemico pi-ossimo I: giacché, (juantunque vi 
siano (pii ({Liattromila napoletani di truppa l'egolare, non 
c"è da fidarsene. Si stanno levando 13000 soldati di truppa 
siciliana e 26000 di milizia: ma io teìna che prima che que- 
sti siano riuniti, i Francesi, così attivi, si saranno impadi-o- 
niti di ]\lessina, cììiave della Sirilia .. '^). 



1) Archivio del Ministero degli affari esteri di Francia, FoììcIh de 
Naples) T. 128, pp. 198 e 201, e T. 124, p. 33. 11 primo indicato ò 
un disegno anonimo, forse dettato dal Mackan. dove si siiggerisce 
(l'invadere la penisola fino ad Ancona, dalla parte di Genova, e di 
proceder da Napoli alla Sicilia, che può conquistarsi con 10 o 12 
mila uomini — Cfr. per altri documenti dello stesso genere Sybel. 
Hist. de V Europe p>'Md. la Ber. (trad. Bousquet) , I. 569 e seg. — 
Cotresj). de Xap. I. (ed imp.), 1, 55 e seg. — Fkaxc:hetti St. d'Italia 
dal 17R9 al 1799. Il, 3, p. 103, e Il[, 2, p. 105, e III, 2, p. 159 (in 
corso di stampa) — Bouvier, Bonaparte en Italie (Eli, 15, e Itt), 1()3 
e seg., 172 e seg. 

2) Ivi, docum., pp. 322-3. 

3) Lettcrs and Despatches. HI, 263, 2()7 : cit. in Fkaxciietti, Sto- 
ria d'Italia dopo il 17R9. od, \'n]lnrdi. annot.. \^. 410. 



— 101 — 

T.a <l('j>ntiizic»uo al Direttorio venne composta di Gi- 
rolamo Pi^-iiat<'lli, r\.]»riiicij,e (li '>rolitei-n(>. r di ">r;ircaii- 




(ìlROI.AMo PlGXATKl.I.?. PrINCII'E DI MOI.IIERNO *) 

*) Dubbiamo (luesto ritratto (e ne le rendiamo vive grazie) alla sig.ra 
Mareliesa tìi Nicjiiesa Gentile J*ignatelli , pronipote del >roliterno. 
Il (|nale è (|ui rappresentato nell" uniforme <li generale borbonico: 
ha bendato mi occhio, perduto nella campagna del 179b. 



— 102 — 

tonio Doria, ex-i^rincipe di Angri; ai quali furono aggiunti, 
come consiglieri della Deputazione, Leonardo Fanzini e 
Francescantonio Ciaia *). Il Moliterno, com'è noto, ufficiale 
di cavalleria, si era battuto valorosamente nella guerra di 
Lombardia del 1796, e nella recente, presso Capua; nelle 
giornate di gennaio era stato, per breve tempo, capitano 
generale del popolo napoletano. Il Doria era uno dei più 
nobili e ricchi di quei signori di Napoli, clie avevano 
aderito alla Rej^ubblica. Leonardo Fanzini, letterato na- 
tivo di Mola, aveva acquistato fama con una bella Vita di 
Pietro Oiannone (Londra, 1766), e, dopo aver servito per 
molti anni nella segreteria degli Affari Esteri, era stato 
chiamato come istitutore dei figli del principe di Valac- 
chia Ypsilanti, ed impiegato in varie negoziazioni con la 
corte di Vienna ^). Francescantonio Ciaia, finalmente, era 
fratello del poeta Ignazio Ciaia, già fra i primi cosjìiratori 
giacobini, a lungo restato in prigione, ed allora fra i 25 del 
Frovvisorio : una delle più belle anime, uno dei più squisiti 
ingegni di quella generazione; il quale, ahimé !, doveva fi- 
nire in quell'anno, appena trentatreenne, sul patibolo. 
Francescantonio era a lui minore di anni, essendo nato 
nel 1771 ^). 



i) Vedi il decreto del 18 piovoso, con cui s" istituisce la Depu- 
tazione, firmato dal Laubert e controfirmato dallo Championnet, 
in Proclami e Sanzioni dei Generali in capo Championnet e Macdonald, 
Napoli, A. Nobile, 1799, T. II, parte I, pp. 96-7. 

2) Vedi il Monitore napoletano, n. 5, 16 febbraio 1799. 11 Fanzini era 
nato il 30 dicembre 1739: cfr. intorno a lui G. de Sanctis, Ricordi 
storici di Mola di Bari, Napoli, 1880, p. 160. 

3) Fondo Ruggiero, f. 20. Lettera a firma del Laubert, diretta al 
cittadino F. A. Ciaia, 13 piovoso (1 febbraio): " Il Governo provv., 
credendo necessario spedire in Parigi una Deputazione per mani- 
festare al Direttorio della Eepubblica Francese i sentimenti della 
più viva riconoscenza per lo dono inestimabile della libertà, che 
la Repubblica Napoletana ha già ottenuta mercè la generosità della 



— lOB — 

Il 24 piovoso (12 febbraio) furono ai deputati conse- 
<^nate le Istruzioni, firmate dal Laubert, da Ignazio Ciain, 
(Ud liisceglia e dal Paribelli, nonché dal Jullien, segreta- 
rio del Governo provvisorio *). Portavano le istruzioni 
che la Deputazione dovesse, anzitutto, tributare al Diret- 
torio esecutivo francese la gratitudine del popolo napo- 
letano; e descrivere poi vivamente lo stato delle popola- 
zioni, uscite dall'oppressione del dispotismo, ma non an- 
cora del tutto conscie del gran benefizio ottenuto : donde 
le instirrezioni, non ancora domate, nelle provincie. Per 
queste gravi condizioni interne, era opportuno sollecitare 
dalla Repubblica Francese " un atto solenne con ctii sia 
riconosciuta rindi])endenza della Repubblica Napoletana, 
per mostrare così al popolo traviato che non si vuol con- 
siderarlo come vinto, ma come amico, non come schiavo, 
ma come libero : che la sua religione e le sue proprietà 
sono assicurate dalla garanzia della prima potenza d'Eu- 
ropa; e che, infine, esso sarà sempre napoletano e con- 
serverà l'integrità del suo territorio „. Certamente, era im- 
possibile che fosse nel pensiero del Direttorio esecutivo di 
lasciar che questo paese tornasse sotto il giogo del suo an- 
tico padrone: ritorno contrario " alla ben conosciuta lealtà 
della nazione francese e agli stessi interessi di questa „, 
essendo i Borboni di Napoli nemici affatto irriconcilia- 
bili della democrazia francese. Il far di Napoli una Re- 
pubblica indipendente non susciterebbe complicazioni 
internazionali, né irriterebbe troppo la Spagna, e neanche 
l'Imperatore. Posta dunque l'impossibilità che si pensasse a 



gran Isazione Francese , e il valore della sua invitta armata , ha 
prescelto voi, etc. „. 

*) Una copia originale con le firme autografe è in Fondo Rug- 
giero, ff. 24-27: ma si trovano già stampate dal Saint- Albin, o. c, 
docum., pp. 331-38, dove però le sottoscrizioni non sono completa- 
mente ed esattamente riferite. 



— lói — 

transigere col Borbone, conveniva far notare al governo 
francese " l'importanza d'inoltrarsi nella Calabria e nella 
Sicilia per assicAirare cosi la sua potenza nell'Italia intera, 
l'espulsione assoluta clegl'Inglesi dal Mediterraneo, le co- 
municazioni con r Egitto, le sussistenze delle isole francesi 
del Mediterraneo, ed anche in parte quelle della Repuli- 
blica; giacché la Sicilia, che fu in altri tempi il granaio dei 
Romani, supplirebbe abbondantemente alle biade barba- 
resclie „. Il Direttorio, " anziché perdere la sua influenza 
sulle contrade napoletane col dichiararle indipendenti, la 
conserverà sempre in tutta la sua forza su di un governo 
costituito dalla volontà e sostenuto dalle armi di Francia „ . 
Che, se il trattato di riconoscimento e d' alleanza avesse 
dovuto richiedere troppo tempo, sarebbe bisognato cer- 
care, che il Direttorio proclamasse l' indipendenza almeno 
come principio. Infine, conveniva insistere sullo stato disa- 
stroso delle finanze pubbliche e private, per cui il paga- 
medto delle contribuzioni dovea procedere con qualche 
lentezza; risparmiandosi esazioni troppo i-apide e gravose, 
die avrebbero recise le radici della vita della giovane Ke- 
pubblica. 

Il significato politico di quest' atto risulta chiaro : la 
guerra tra la Francia e Napoli era scoppiata senza voglia 
alcuna da parte del governo francese, che si era mostrato 
alieno dal tirarsi addosso anche la questione dell' Italia 
meridionale e della Sicilia: né la facile vittoria riportata 
e la proclamata repubblica eran ragioni sufficienti j^erchè 
la linea di condotta del governo francese dovesse neces- 
sariamente mutare. Un accomodamento col Ile di Na])oli 
non era, in verità, tra le cose impossibili, specialmente a 
cagione dell'atteggiamento dell'Imperatore e delle minacce 
di una nuova guerra generale *). Ad accrescere la per- 

1) 11 re di Napoli — dice il Paribelli in una sua ineinoiia intorno 
al Championnet, di cui parleremo più oltre — •* malg-ré tous les torts 



— 105 — 

plessitìi si aggiungevano le misure depredatorie, iniziate 
•lai Commissario civile Favpoult, ch'era stato per 1* ap- 
punto scacciato da Napoli dallo Championnet, con decreto 
del 1 8 piovoso a. Yll, (6 febbraio), ossia di 6 giorni prima 
della data delle Islruzìonì. Ottenere il riconoscimento del- 
l' indipendenza della Repubblica, e quindi la moderazione 
nelle esazioni a jiro dell' erario francese ; era l' intanto 
comune dello Championnet e del Govenio provvisorio 
napoletano : onde 1" invio della Deputazione *), 

La quale partì tra il 15 e il 16 febbi-aio : il 15 il Prin- 
cipe d'Angri col Fanzini, il 10 il Moliterno col Ciaia. I 
due gruppi si seguirono a distanza di qualche giornata : 
l'Angii e il Fanzini erano il 22 a Firenze, il 27 a Milano, il 
() marzo a Torino, il 13 a Lione; il Moliterno e il Ciaia, il 19 
febbraio a Roma, il 3 marzo a Milano, il 9 a Torino, il 15 



c|u'il avait onver.s la Natiou Franvai.se, ne mauquait pas de protec- 
teui-s dans le sein du Directoire méme et parrai ses Ministres mè- 
nies les plus influents. qui avaient lieu d'étre bieu contents de la 
générosité avec laquelle la Oour de Sicile récompensait leurs fa- 
veurs „. I patriotti sospettavano specialmente del Talleyrand. 

*) Vedi anche Thiébailt. MémnireJt, IT. 4.')0. Nove giorni prima 
dello sfratto, cioè il 9 piovoso (29 gennaio 1799), il Faypoult scri- 
veva al Direttorio : " le redoute les suites de la nouvelle 

conquète. Le General conciuérant vient de se mettre en insurrection 
contre les arrètés du Directoire, qui ont créé un Commissaire ci- 
vil. 11 vient de s'emparer de tonte l'administration; il ne me reconnait 

plus Je suis réduit k rendre conipte de tout ceci au Directoire, 

et k me retirer k Rome.... Le general Champiomiet a aussi pro- 
damé 1' indépendance de la République Napoletaine. Voilk une 
nouvelle difficulté dans les combinaisons diplomatiques „ — Arch. dc- 
f/li affari esteri di Fratwia — Fonds de Xaples — T. 120 (A. VII), p. 79. 

■ — Il Pa RIBELLI, nel ms. citato , attribuisce esplicitamente allo 
Championnet 1' intenzione di spingere il governo francese a rico- 
noscere l'indipendenza del nuovo stato napoletano, con l'invio della 
Deputazione, col battere monete, e con altri atti, che impegnavano 
l'oiiore e la lealtà francese. 



— 106 — 

a Lione '): il 20 marzo si trovavano tutti quattro a Parigi. 
Il Ciaia raccolse sul suo passaggio lettere di raccomanda- 
zione di repubblicani italiani: ne ebbe una a Koma dal cit- 
tadino Bonelli, diretta al Villa, " primo uffiziale delle rela- 
zioni estere „ a Torino: nella quale si diceva che il Ciaia 
aveva tutti i diritti a raj^presentare la Repubblica Napo- 
letana, " percliè nessuno più di lui e di suo fratello, mem- 
bro del Governo provvisorio, travagliò alla liberazione 
della sua patria, disprezzando per anni la morte e l'impla- 
cabile livore di chi crudelmente resisteva alla rigenerazione 
di tanti popoli, che lottarono già di gloria contro Roma, di 
cui poi divennero parte. Ciaia ha sortito dalla natura un' a- 
nima intrepida, infiammata dall'amore della santa libertà, 
come un vero discendente dei Democratici Sanniti. A que- 
sta gforia egli aggiunge 1' avere convertito in proprio 
sangue le massime degli antichi legislatori filosofi, che 
furon padri delle rinomate rej)ubbliche italiche alla si- 
nistra del Tevere. Il farvi conoscere un cittadino, che ha 
la lingua e il petto pien di valore e di senno, è l'unico 
mezzo, e più prezioso, eh' io m'abbia, d'esservi grato, sod- 
disfacendo così alle simpatie per l'anime grandi, infiam- 
mate della sacra libertà. „ ^). A Milano il cittadino lia- 
mondini lo forniva di una lettera pel cittadino Masche- 
roni, del consiglio dei luniori della Repubblica Cisalpina 
a Parigi ^); e un' altra gliene aveva data il Martinengo, 
ex-ambasciatore cisalpino presso il Re di Napoli, j)el se- 
gretario dell' ambasciata cisalpina a Parigi ^). 

1) Caviamo questi particolari da un ms. del Principe d'Angri, che 
è stato cortesemente messo a nostra disposizione dal presente Duca 
d'Eboli e Principe d'Angri, Francesco Doria. È intitolato: Viaggio da 
vie fatto nell'anno 1799 fino all'anno.... [1801], e conta pp. 134, — Cfr. 
anche il passaporto del Ciaia, Fondo Ruggiero, ff. 28-9. 

2) Da Roma, 1 ventoso a. VII {Fondo Ruggiero, ff. 30-1), 

3) Da Milano, 12 ventoso, a. VII (ivi, ff. 31 bis-32). • 
^) Da Koma, 2 ventoso, a. VII (ivi, f. 16). 



107 — 



II. 



I PATRIOTI NAPOLETANI ALLE PIIESE COL MACDONALD 
E COL FAYPOULT. 

Il Direttorio della Grande Nazione, al quale si avviavi^ 
la Deputazione Napoletana, composto allora dal Barras 
e (lai suoi quattro colleglli, Hewbell, La Revillière, Merlin 
e Treilliard, aveva ben altro pel capo che non l'indipen- 
denza della llepubblica Napoletana, il buon ordine delles 
finanze di questa, e la nuova spedizione militare per li-. 
berare la Sicilia dal Tiranno. Se avesse potuto darsi pen- 
siero di questioni di finanze, avrebbe provveduto a quelle 
della Repubblica Madre, che, nell'ultimo anno, su seicento 
milioni previsti di entrate, aveva a stento potuto esigerne 
trecentotrentacinque: ai (juali, per rattoppare i buchi più 
urgenti, si erano ojDportunamente aggiunti, come entrate 
straordinarie, i milioni di Roma e di Napoli; ed altri da 
Napoli se ne aspettavano con ansietà. In quanto alla 
guerra, anziché stendersi fino in Sicilia, occorreva tenersi 
pronti sul Reno e sull'Adige. In quanto alla propaganda 
livoluzionaria, quel Direttorio, tra le altre difficoltà, doveva 
lottare contro il partito estremo o giacobino, che non gli 
dava tregua ; ed uno degli eroi prediletti tli questo era 
appunto il vero repuìMicano, Championnet. 

Cosicché, prima che i deputati napoletani giungessero 
a Parigi , un' implicita risposta alle loro richieste , una 
chiara manifestazione delle intenzioni del Direttorio, si 
ebbe a Napoli con la sostituzione, accaduta il 9 piovoso 
(2 febbraio) , del general Macdonald allo Championnet, 
chiamato quest' ultimo a render conto del suo procedere 
verso i commissarii civili , e delle sue dilapidazioni, lì 
Macdonald era tutt'altro uomo dallo Championnet: le va- 
ghe idealità non lo ammaliavano e disviavano. Il suo 



— 108 — 

programma era : di tenere in buone eondizioni 1' armata 
di Napoli a disposizione del governo franeese, e [)el pro- 
fitto della propria brillante carriera militare; di spremere 
quanto più danaro potesse alle popolazioni meridionali, 
per inviarlo, in parte, alla cassa dello stato a Parigi, 
ed, in parte forse maggiore, ai suoi amici politici (egli 
era — dice il Tliiébault — il generale della combriccola 
dei eommlssariì) ; ed infine, che male ci sarebbe stato 
se avesse fatto anclie per suo conto (lualche bella spe- 
culazione, accumulato un qualche peculio, raccolto delle 
offerte (beninteso, spontanee !) per mettere insieme, ad 
esempio, un museo privato di statue , pitture , vasi ed 
altre anticaglie ? Il concetto , eh' egli aveva dei Napo- 
letani, si riassumeva in poche parole : — gente da non 
meritare troppi complimenti , gente da nulla. — Que- 
sto -disprezzo pei napoletani lo accompagnò per tutta la 
sua vita. Allorché, parecchi anni dopo, essendo quasi in 
disgrazia dell' imperatore Napoleone , ricevette 1' offci'ta 
di Giuseppe Bonaparte di recarsi ad organizzare l'esercito 
napoletano, il bravo avventuriere irlandese, nel rifiutare 
l'invito, fremette di orrore, pensando com'egli sarebbe sceso 
basso, se si fosse messo a capo dei codardi soldati napo- 
letani, che aveva così facilmente sbaragliati a Civita Castel- 
lana, ad Otricoli, e nelle altre fazioni della campagna del 
1798! 1). 

Con un generale così benevolo, col Faypoult che tornò 
trionfante insieme coi suoi colleglli, è facile immaginare 
le tribolazioni dei governanti della E,epubblica Napole- 
tana. Addio alle liete speranze, suscitate dallo Champion- 
net ! L'idillio repubblicano s'andava mutando in dura 
prosa, appena infiorata dalle vuote formule della retorica 

V) Soiwcnirs, p. 124. — Cfr. V hxschììtt\, Macdonald secondo i suoi 
ricardi, e Maedonaìd e la Itep. nap.. in Nuora Antologìa. 1 giiigiut e 1 
luglio 1892. 



— 100 — 

ufficiale, nel nir.ss((f/(/io inviato «lai Diivttorio ai (^inqne- 
lonto il 19 ]>iovoso (7 febbraio) <• nella concioni? pronunzia- 
ta il giorno stesso dal Garat, nell'assemblea degli Anzia- 
ni ^). — -A noi sono note j»er molti racconti le prÌDCÌpali 
di (pielle tril)olazioni: ma saia bene leggerle nei loi'o ]»ar- 
ticolari, così come le versavano nel j)etto di Francescan- 
tonio Ciaia, sotto V impressione viva degli avvenimenti 
del giorno, i suoi compagni del governo na])oletano, suo 
fratello Ignazio, Tamico Paribelli, il Laiibert, e gli altri 
del Provvisorio. K forse ci avverrà di ritrovare in queste 
lettere confidenziali «pialcbe conferma dell'alto sentire di 
quei nostri patrioti. Sono, esse lettere, fra i [tocliissimi do- 
cumenti intimi, che ci sieno restati dei repubblicani del 
1 799, durante la Repubblica. Eccole , dunque, quali le 
Mbl)i;uiio copiate dagli originali: 



M II nicssaj^jiiu (lir(n-;t, tra It- altiv cosp: - Jj t'uerxi»- des patrio- 
tes napolitains. si lonj^-temps comprimée, s'était raniniée aver for- 
ce...: réunie ii la ("lémenco des vaia [ueurs , elle convertii en un 
Saint enthousiasme poiir la liberto le fanatisme (^u'on avait soxifflé 
dans le coeur d'une multitude ég;arée.et la Republique napolitaine est 
proclaiTiée „ — Ecco poi la chiusa del discorso del Garat: - Mal- 
tres un instant de l'Italie pour la rendre à janiais indépendante et 
libre, voyez i|uel accroissement d' influence et de piiis.sance nous 

pouvons exercer sur le monde du haut de cette Péninsule Les 

Roniains se servirent des avantages de cette situation pour rava- 
ger l'univers; les F'rancais s'en serviront pour en ètre les bienfai- 
sem*.? „ — Un esemplare a stampa di questi atti trovasi nel prelo- 
dato Archino. FouiIh de Xapìeti. T. 12H (A. VII), p. 84 e seg. — Vi ten- 
gono dietro l'indirizzo scritto il 22 piovoso (lo febbraio) del Governo 
provvisorio della Repubbica napoletana an D. E. de la R. F. che in- 
comincia: " C'est au nom d" un peuple long-temps enseveli.... «, ac- 
compagnato da una lettera al Ministre des relntions exterienrs. Ibid.. 
pag. H() e seg. 



^ no — 



II- «OVEUNO PROVVISORIO ALLA DEPUTAZIONK NAPOLETANA 
PRESSO IL DIRETTORIO. 

Libertà Eguaglianza 

Napoli li 16 Ventoso (6 marzo) anno Settimo. 

Alla Deputazione Napoletana presso il Direttorio di Parigi. 

Cittadini 

Dopo la vostra partenza da qui una gran mutazione ebbe luogo 
presso di noi. TI bravo Gen.le Championnet, l'amico ed il libera- 
tore della nostra Nazione, fu richiamato presso il suo Grò verno. 
Vi potete immaginare quanta impressione abbia dovuto fare sui 
cuori di tutti l'allontanamento di un uomo tanto amato e tanto 
amabile. La lettera di richiamo è sotto la data de' 28 Piovoso. 
quindi è che non può riguardarsi come un effetto del passo dato 
da lui, che voi sapete portar la data de'19 dello stesso mese *). 
Bassal ^) fu anche obbligato a seguirlo , ma non fino a Parigi, 
da dove anzi è stato proscritto, come da tutt' i luoghi occupati 
dalle armi Francesi ; e ciò per aver accettato cariche a Roma 
ed altrove, controvenendo alla legge, che vieta ai Cittadini Fran- 
cesi di coprif impieghi sotto Governi stranieri. Non è forse il 
ma^^giore de'mali per le nuove Repubbliche, che si richiami in 
vigore una tal legge; sebbene qui non siasi ancora eseguita pie- 
namente, e sarebbe desiderabile, che si procurasse destramente 
di ottenerlo. Bonammy ^) è stato anche richiamato a Parigi, ma 

* ) Il decreto di espulsione del Faypoult e della Commissione 
civile, che è in data del 18 piovoso: vedi Monitore, n. 4, 26 piovoso, 
12 febbraio 1799. 

2) Francesco Bassal, ex-curato demagogo, era stato dallo Cham- 
pionnet nominato, unico francese, tra i 25 del Provvisorio. 

3) lì general Bonnamy era capo dello stato maggiore dello Cham- 
pionnet. Fu autore della prima narrazione della campagna del 1798-9 
col Coup d'oeil sur les operations de le compagne de Nciples, stampato 
a Berna, anno Vili. 



— Ili — 

in un'aria di piena disf^razia. 11 Gen.lo Macdonald è venuto ad 
occupare il posto del bravo Championnet. Malgrado la notti ri- 
valità tra cotesti duo Generali, che forse fu la cagione di t^le 
cambiamento, gli atti tutti dell'antecessore sono stati approvati 
confermati dal successore. Il carattere di questo è più auste- 
ro e più fermo di quello di Championnet. Lo di lui intenzioni 
non sono forse meno favorevoli alla Repubblica ; ma pare che 
voglia giungere allo stesso scopo per diversa via, ottenendo colla 
severità ciò che l'altro sperava dalla dolcezza. Egli sembra però 
voler accarezzare i leoni *), che l'altro voleva atterrare. I di lui 
rapporti coli' annata e col suo Governo gli fanno fórse credere 
d'aver bisogno di guadagnarsi un cosi potente partito. Gli espulsi ^) 
non sono ancora ritornati, ma ci si annunziano a momenti. 

Le coso sono l'un dipresso come lo avete lasciati;. L' impronto 
forzoso dà tenue prodotto, e bagnato di amare e giustissime la- 
crime. Non si è ancora al mezzo milione, e la Nazione è deso- 
lata. I più alti atti di rigore, che riescono vani, sono una prova 
irrefragabile dell'assolutji impossibilità. Riguardo a ciò, la nuova 
mano è più grave dell'antica. 

Le insurgenze continuano , ma i Ribelli sono domati da per 
tutto, se})bene siano le Idre rinascenti^ A S. Severo in Puglia 
vi fu un fatto d'armi fra le falangi di Duhesme e i ribelli, che 
costò la vita a più di tremillo di costoro, i quali in numero di 
diecimila con cavalleria, offiziali dell'antico esercito e cannoni 
hanno opposto una resistenza veramente imponente e regolare, da 
far onoi'e al loro coraggio se avessero difeso una miglior causa. 
La vittoria di S. Severo tranquillizzò gran parte della Puglia , 
ma, non apri ancora le comunicazioni, cosicché il Governo possa 
trarne de' soccorsi , né promuovervi la nuova organizzazione 3). 

In Apruzzo le armi della Liberti'i hanno ancora trionfato: ma 
liv pei'tinacia de' Ribelli non è ancora all' intutto domata. Il di- 
partimento del Garigliano è quasi tutto insorto, e Sora e S. Ger- 
mano sono in potere degli assassini. Il Sele ha presentato degli 
altri quadri di orrore , e le stragi e la distruzione vi è stata 

M Intendi: i commissarii civili ed altri agenti. 

'^) 11 Faypoult coi suoi compagni. 

3) La presa di Sansevero ebbe luogo il 25 febbraio. 



— 112 — 

air ordine del giorno per una settimana con prodigi di valore 
dell' lina e dell' altra parte : ma il genio della libertà guidò al 
solito il bravo Olivier al trionfo. I Pati-ioti e le loro famiglie 
hanno assai sofferto si nelle persone che ne' Ijeni; ma i super- 
stiti nulla hanno scemato del loro ardente zelo per la causa. 
Meritano dalla Gran Nazione i più segnalati riguardi, e voi do- 
vete dare ogni opera per procurarglieli. Le Calabrie, dopo l'u- 
niversale loro democratizzazione, per l'opera ed i scellerati ma- 
neggi dell" infame Cardinale Ruffo e de' suoi satelliti stanno 
(piasi tutte immerse in una guerra civile , sostenuta d'ambo le 
parti con quel vigore, che ispirano agli uomini il fanatismo, e 
rcmtusiasmo della Liliertà. Ecco il prospetto della nostra Be- 
pul)blica: non è certamente il più consolante pel momento, ma 
lascia travedere in lontananza lo sviluppo di quella energia re- 
pubblicana, che dovrà un giorno rinnovare le antiche glorie de- 
gli abitanti di (pieste belle contrade. Il governo è paralizzato 
in tutte le sue ojierazioni dalla mancanza dei mezzi di finanze: 
né è in grado di fare per ora (piei grandi sacrificii, die gli sug- 
gerirebbe la di lui riconoscenza per l'armata della Nazione Fran- 
cese: pure ne fa d' ingentissimi a proporzione delle sue forze, 
ma ciò molto male produce nell'opinione de' Popoli, che. per ri- 
durli nel buon sentiero , avrebbero bisogno di essere accarez- 
zati , anziché oppressi e irritati nelle loi'o miserie. L'idea tlella 
passata ricchezza di (questa Nazione ha forse fatto fare de' falsi 
calcoli ai nostri Liberatori ; ma da un prospetto ragionato e do- 
cumentato delle dilapidazioni e spogli del Tiranno, che noi stiamo 
preparando, e che vi si trasmetterà per presentarlo al Diretto- 
rio *), si vedrà con stupore quali debbano essere le nostre mise- 
rie. La generosità Francese gemerà dei mali di un Popolo, che 
col suo valore ha eretto alla dignità di suo Fratello . renden- 
dolo libero; e sentendo le voci di quella generosità, che ha sem- 
pre mai distinta la G-ran Nazione . non soffrirà che un si bel 
dono metta alla disperazione chi deve rendere felice secondo le 
di lei intenzioni. Le nostre risorse non sono momentanee, come 



1) Questo memoriale si trova pubblicato nel Saixt-Albtn' . o. e. 
pp. 299-306. 



— 118 — 

quello dell" industriii e del commercio; sono lente, ma sicure 
e continuo, venendo dalla fertilità del nostro suolo. Col tempo 
la riconoscenza nazionale potrà estendersi anche al di là delle 
pretese : per ora, o^ni cosa è ^ran sacrificio. Non si soffochi 
nella sua debolezza un germe, che sviluppando potrà un giorno 
dare abbondantissimi frutti. liisogna ottenere che tutti gli agenti 
della Repubblica Madre ricevano insinuazioni di risparmiarci per 
ora, tanto in particolare quanto in generale. 

Il general Championnet, convinto per propria esperienza dello 
nostre miserie, ha promesso *) di appoggiare presso il Direttorio 
le nostre pretensioni per la riduzione: le (|uali sono presso a poco 
lo seguenti. 

Ridurre il più che si può la contribuzione, e lo stes.so Cham- 
pionnet proponeva sino a 40 milioni di franchi , comprenden- 
dovi le contribuzioni parziali esatte dai generali nei diparti- 
menti, quando siano giustificate. 1 pagamenti dovrebbero e.ssere 
a lungo termine od in derrate, beni nazionali ed in numerario: 
ma di (juesto il meno che si può. 

Sotto la rubrica dei beni dell' e.\-Re e famiglia . sono da 
compriMidorsi i soli beni pervenuti loro per dritto di sangue e 
con titolo ]>rivato. 

Le couunende di Malta si devono riguardare come di pro- 
prietà nazionale in virtù della capitolazione stessa di Malta, che 
le dichiara tali, coll'obbligarsi che fa la Francia d'interporre i 
suoi officii presso lo Repubbliche amiche, affine che queste ac- 
cordino sul di lei esempio unu pensiono ai cavalieri, che ven- 
gono si)Ogliati dei dritti ai boni dell' Ordine. 

L'ordine Costantiniano, essendo arricchito o di beni ecclesia- 
stici o di commonde create da privati, non ci aveva il Re ve- 
run dritto, se non quello della preminenza e della direzione; e 
perciò non si ituò mettere in dubbio, che non ha da riguardarsi 
come un bone nazionale. 

Tali sono all' incirca lo nostre pretensioni , che Championnet 
riconoì)be por giuste . o ci promise di appoggiare. Voi dunque 

1) Nella lettera diretta al Governo Provvisorio sul punto di par- 
tire in data del 9 ventoso (27 febbraio): vedi Monitore, n. 11, 19 
ventoso, 9 marzo. 

Amw XXVIL 8 



— 114 — 

dovete concertarvi con lui , perchè ci siano accordate dal Di- 
rettorio. 

Il Governo è stato completato dei membri mancanti nelle per- 
sone dei cittadini Leopoldo Renzis e Vincenzo de Filippis *). Al 
Ministro delle Finanze Bassal è stato sostituito il cittadino Do- 
menico de Grennaro. 

La Confederazione è differita, giacché sarebbe stato impossi- 
bile di avere i Federati a cagione dei torbidi de' Dipartimenti. 

L'esempio nostro, e forse una nobile invidia fondata sulF e- 
terna rivalità di preminenza che ha sempre esistita tra questa 
nostra Comune e quella di Palermo, ha eccitato un felice fer- 
mento. Il timido e sospettoso tiranno si crede mal sicuro colà, 
e si fa approntare un asilo in Messina. Il suo fato lo preme. 
La di lui dimora vi sarà più mal sicura che altrove, e la fuga 
più incerta: chi sa che i vortici di Scilla non siano per essere 
in breve popolati di nuovi mostri '? 

Attendiamo ansiosamente che per opera vostra si proclami 
sollennemente la nostra indipendenza , e si riconosca e faccia 
riconoscere dalle Potenze Amiche la nostra Repubblica. Conti- 
nuate a meritare col vostro coraggio, col vostro zelo Patriottico, 
colla vostra destrezza e colla vostra indefessa attività quella 
stima che vi hanno già meritato le vostre ottime disposizioni, 
e contate sulla riconoscenza nazionale. 

Il cittadino Nicola Celentani 2), pel cui mezzo vi perverrà que- 
sta lettera, va a Milano, incaricato di affari provv." della nostra 
Repubblica. Siavi d'avviso per aprir con lui una corrispondenza, 
che è troppo necessaria. Viva la Repubblica. Salute e Fratellanza. 

Paribelli 
Per lo Segretario Generale: De Filippis Rappresentante ^) 

1) Pel De Eenzis e pel De Filippis, vedi La Bivolnzione napole- 
tana cld 1799, Albo, note 95 e 63. 

2) Nicola Celentani, con Lauberg ed altri pochi, era stato fonda- 
tore della prima Società giacobina, e aveva preso parte alla celebro 
cena di Posilipo deiragosto 1 793, in cui ne fu discusso lo statuto. Sal- 
vatosi con la fuga dal processo del 1794, il 10 novembre fu pro- 
nunziato contro di hii decreto di forgiudica (cfr. Rosst, Xanva iure, 
pp. 55, 68, 74, 172). Vedi intorno a lui § IV di questa Memoria. 

3) Fondo Ruggiero, ff. 33-35. 



— 115 — 



lOXAZrO riAIA ai. KRAXEI.r.O KRAXrKSCO A.NTOXIO. 1) 

Libertà E^ia^lianza 

Napoli It) Ventoso (6 marzo) anno 7 della Repubhlioa 

Caro Fratello - Non ti ho risposto finora, perchè non avrei 
sa})uto (love dirigerti le mie lettere. Partendo adesso Celen- 
tani, in qualità di nostro Agente diplomatico per Milano, pro- 
fitto dell'occasione, e ti scrivo, lasciando a Ini 1' incarico d' in- 
dirizzarti la lettera dove saprà che ti trovi. Si è purtroppo av- 
verato il richiamo di Championnet, per tatt'altro però che per 
li disgusti con Faypoult. trovandosi l'ordine in data anteriore. 
Magdonal (sic) è venuto in suo loco. Sulle prime io era fuori d'ogni 
coraggio per siffatto caml)iamento: ma in .«seguito ho cominciato 
a respirare. La bontà di Championnet è veramente senza pari: 
ma ((uesta bella (pialità morale non era sempre in felice accordo 
con la politica, atteso le circostanze. Ella nell'opinione pubblica 
cominciava già ad e.><sere confn.>Ja con la debolezza. La partenza 
di Championet è rincresciuta Jissaissimo: ma io spero, anzi son 
certo, che Magdonal potrà fare obliarne il dolore. Non ha esso 
(|uella medesima faciltA di maniere, ma le sue intenzioni, almeno 
fino a (ju«^sto monuMito. non ci adombrano per nulla. L'energia, 
che lo caratterizza, ci dà l'agio ili prendere misure più rigoro- 

*) Su Ignazio (.'iaia. oltre Guski'I'K dki, iJio. Ii/nazio Ciaia e le 
sue poesie Napoli, 18H0, vedi gli scritti recenti di V. 8pix,\zzola. 
Gli anniimeiìtl del 1799 ( cstr. dalla Xnpol! nohììhn. ), Napoli, 1899. 
pp. 131-137: Lruov. I'ki'K, Ljiiazin Cinin tnaitire <1d 1799 e le mie 
poesie, Trani. 1899; .Vxtonio Fr.sc'o. Nello ('olouia Sehezia. Beneven- 
to, 1901, pp. 1)9-101. — Aggiungo una notiziola bibliografica, sfug- 
gita ai suUodati biografi e critici. Una poesia del Ciaia si trova 
giìi stampata nella Tfacrnlta di Poe.<tie Hepubhli'-fnic dei più celebrali 
autori drenti. Fatta «la N. Storno Bolognini (Parigi. Galletti, anno 
Vili): cfr. lìCiiOiKKO. Calnlngo. II. 1(U. 



— 116 — 

se ; ed io m' augairo che la sicurezza pubblica ne sarà meglio 
garentita. Se l'armata si terrà in maggior disciplina, e se le re- 
quisizioni saran meglio dirette, sicché non s' annientino le pro- 
prietà de' privati, avremo fatto un gran passo verso la pubblica 
felicità. Sinora però non abbiamo che lagrime. La contribuzione 
militare di due milioni e mezzo di contanti, che assolutamente? 
non vi sono, è ciò che ci penetra del più alto dolore, e ciò che 
diviene veramente un'oppressione. I Tiranni avevano tutto invo- 
lato con un sistema di dilapidazione e di spoglio , che tu ben 
sai. L' anarchia seguente fini di distruggere i fondi e le risorse. 
La comunicazione co' dipartimenti manca tuttavia per gì' insor- 
genti, che il fanatismo vende all'oro di Sicilia. I pesi, che porta 
di necessità seco la presenza d'un'armata ed il passaggio duna 
ad un' altra forma di governo , sono immensi. Tutto dunque è 
chiuso alla ricezione, ed intanto tutto si vuol pronto abbisogni. 
Ecco in breve il nostro stato attuale, e le cause d'affanno del 
Governo e della Nazione. Championnet partì con 1' anima piena 
del dolore medesimo , e ci assicurò che al primo giugnere in 
Parigi, avrel)be altamente esposto al Direttorio lo stato luttuoso 
del nostro Paese , e ne avreblie dimostrato la certa ruina , se 
non si usava di somma moderazione verso il medesimo. Noi 
eravamo ricchi, è pur vero: noi lo saremo ancora, lo è egual- 
mente. Ma è un distruggere ogni germe di futuro bene, se una 
mano di gelo s'abVjassa sopra di noi, e ci sterilisce. Si è ordi- 
nata una Commissione di pili individui, perchè senza perdita di 
tempo ci presentino il quadro luttuoso della miseria, in cui ci 
ha gettati la tirannia *). Non sarà possibile di non commuoversi, 
a vista del medesimo. Lo spediremo anche apposta \)er vostro 
mezzo al Direttorio Esecutivo, perchè non annienti la più bel- 
l'opera della vittoria, lo stabilimento cioè di questa Repubblica 
La Sicilia ci guarda, e calcola sulla marcia della nostra rivohi- 
zione. Tolga il cielo e la trovi in sua mente come un mezzo di 
nuove infelicità. Ella sarebbe allora presto decisa a favore della 
Tirannia, che oggi la lusinga e la palpa ; e noi e la Francia a- 
vremmo immensamente perduto. È bene ancora che sappi es- 

1) Vedi sopra p, 112. 



— 117 — 

servi ne' I)i[)iiitiiueiiti molti satelliti, elio speudon oro in }Xv:\n 
copia, 0(1 acc.'iparriino gente sempre più che non fanno i nostri 




I(;.\A/.I<> ClAlA *) 

*) L'originale dì (piesto ritratto è posseduto dal rev. sac. Giuseppe 
Sampietro, di Fasano, il (piale gentilmente ce ne ha inviato la fo- 
tografia. 



— 118 — 

sterili 2)roclami. Un Popolo , che non .sente i suoi dritti nella 
sua ragione, non ci sarà veramente amico che quando comincerà 
a sentirli nel disgravio de'pesi. Or, se questi crescono, dove ne 
saremo ? Tutto sta che la Francia ci lasci respirare un momen- 
to. Ella farà male i suoi interessi se si ostina a ricusarsi a que- 
sta grande verità. Io ti dico cose . che tu già sai ; ma non è 
male il ripeterle. Ecco quali debbono essere gli oggetti da star 
presenti a' vostri occhi. Togliere al possibile ogni idea di con- 
tribnzione in numerario, perchè non ve n' ha affatto ; e qui fi- 
nalmente non abbiamo miniere. Scemare di molto quella che si 
fissò da Championnet colle prime condizioni, che impose a' vinti. 
Abilitarci a pagarla a dati intervalli, ma in terre, in gioie, ed 
in generi. Esentarci da ogni Commissione Civile , che voglia 
mettere la mano in tutto, per non vedere gli orrori che si son 
commessi in altri luoghi. Far valere il decreto del Direttorio, 
che richiama tutti gli agenti secondarli, che si trascinano con 
l'armata, e che van prendendo impieghi, dovunque giungano: e 
poi sii certo che noi saremo felici, e la Francia avrà nella no- 
stra Repubblica la più utile amica. Con quanta impazienza aspet- 
tiamo la nuova, che sia subito legalmente riconosciuta ! Abbiam 
sospesa la Festa della Federazione , perchè non tutt' i Diparti- 
menti sono ancora tranquilli. L' Apruzzo e la Puglia sono rien- 
trati nell'ordine con la morte di più migliaia di ribelli. Gli esem- 
pii d' un giusto terrore van richiamando tutte le popolazioni 
al dovere, ed io conto che fra giorni sarà fissata la tranquillità 
dipartimentale. Posso assicurarti che si va sviluppando un co- 
raggio , eh' io non sapea dare a questa Nazione. Felici noi, 
felice la Francia, se sapremo obbligarcelo ed attaccarlo alla ri- 
voluzione ! In altro caso io non veggo che tombe. Napoli 

è in silenzio, ma non iu perfetta calma. Alcune misure di rigore 
adottate da Magdonal faranno il maggiore effetto , ne sono 
sicuro. S. Elmo si è messo tutto in mano de' Francesi, e ne son 
contento *). E il punto che più disarma le speranze de' male in- 

1) A proposito di S. Elmo narra il Paribelli: " Après la prise de 
Naples, pour ne pas blesser l'amour propre des Patriotes, qui s'en 
étoient emparès, Championnet consentit de les y continuer k faire 
rester (nel castello) en garnison sous le commandement du citoyen 



— 119 — 

tenzionati. La Guardia Civica fa prodigi, o rivalizzu con lei la 
(jliandarmeria. Va innanzi con attività la Guardia Nazionale, e, per 
(pianto si può, anche la Truppa di Linea. Io spero che avremo presto 
una forza efficace sotto tutti i rapporti. Far tanto senza mezzi 
di sorte alcuna, tiene veramente del miracolo. Perciò si deve fare 
o^^ni sforzo, perchè la generosità Francese sia rivolta verso que- 
st' ultima parte d' Italia. Se ci tolgono il poco che ci è rimasto, 
essi non avranno altro bene che quello di formai'si un deserto 
di più. Siate forti. 

Son dolentissimo dello stato di deperizione, in cui trovasi la 
Repubblica Romana. Le notizie posteriori alle tue non annun- 
ziano cho morte. Civitavecchia a (piesf ora dev' esser re.sa *). 
Non mi dispiace 1' idea d' Angelucci, relativamente all' equilibrio 
delie Repubbliche Italiane *). Non si tenti però mai di smem- 
brare la nostra por accrescere la Romana: sarebbe un voler qui 
la controrivoluzione. Son cose, che si hanno a trattare con somma 
delicatezza. 

Ti prego di far accpiisto in Parigi della Classe dell' Enciclo- 
pedia, che abbraccia la Morale e la Politica , e vorrei che per 
la prima mi acquistassi pure quanto si è stampato in questi ul- 
timi tempi, a cominciare da' libri elementari. Mandami le leggi 
organiche e fondamentali dell' Istituto Nazionale . e quant' altro 
crederai che mi convenga e mi giovi. 

Non ho ancora notizie di casa, dopo V ultime che furou tristi. 
In Fasano vi è stata pure insurrezione , e misero il foco alla 
casa nostra. Però felicemente si estinse, ed i Genitori son salvi '). 

Arcovito ; mais ensuite , ne se croyant pas en sureté contre les 
raouveraents populaires jusqu' k ce qu" il n' eut mis gamison fran- 
^aise dans St. Elme, les rempla^a par des Fran(jais , et ce ne fut 
(|ue dans ce moment qu' il crut vrainient achevé la conquète de 
Naples " (Fondo PoribcUi, f. 27). 

1) Si allude alla ribellione di Civitavecchia contro la Repubblica 
Romana. 

■-) Il medico Liborio Angelucci (174H-Ì811), caldo repubblicano 
romano, era tra i cinqxie consoli della llepubblica Romana. 

3) I genitori Michele Ciaia e Camilla Pep(>. I ("iaia erano di Fa- 
sano (prov. di Bari). 



— 120 — 

Spero che tra oggi o Joinuni giunga la posta, e clie mi consoli 
in tutto. L' esempio di più luoghi ne" dipartimenti dati alle fiamme 
servirà di gran lezione a' ribelli. 

Io sto bene ancora, ma ippocondriaco. L' anima mia avrebbe 
voluto ad un istante tutti felici, ma trovo che sogno si caro non 
è facile a realizzarsi. Non mi perdo però di coraggio, e tiro al 
meglio innanzi la gran soma. Dammi di te ottime nuove. Ram- 
mentando quanto ti amo, ti sarà facile intendere quanto le aspetti. 
M. Vittoria, Margherita *), e tutti gli amici, stanno bene, e ti sa- 
lutano mille volte. Marcia bene e felice nella tua linea , e ti 
stringo teneramente al mio cuore. 



Il tuo fratello ed amico 
Ignazio 2). 



3. 

Carlo Laubeko a F. A. Ciaia. 
Napoli il 25 ventoso {15 marzo) anno VII della Libertà 

11 Comitato centrale. 

Caro Ciaia, Ho ricevuto varii vostri pieghi, ai quali non oc- 
correndo risposta, passo a parlarvi dei nostri affari. 

GÌ' insurgenti si mantengono ancora in grandissimo fermento. 
Le truppe, che erano in Puglia e nel Dipartimento del Sele, 
avendo fatto un movimento retrogrado, in conseguenza d'un piano 
militare, hanno dato motivo a qualche rivoltoso di spargere delle 
false voci. Oggi alcune colonne avanzano, e speriamo ottenere un 
buono effetto. Andria e Ruvo nella Puglia sono i paesi i più fa- 
cinorosi; hanno attaccato Barletta, ma sono stati battuti quelli 

1) Maria Vittoria era la sorella, che aveva sposato un Francesco 
Colucci-Latilla (efr. Pepe, o. c, p. 76); Margherita dev' essere la 
Margherita Fasulo, sorella di Nicola, capo del comitato patriottico 
nel gennaio 1799 e giustiziato nella reazione. Intorno a Marghe- 
rita, eroica donna, vedi § V di questa Memoria. 

2) Fondo Ruggiero, ff. .37-40. 



— 121 — 

insnr^tMiti dai ropubblicani, rifugiati in Jiarlotta. Xi'llc CaUibrio 
Ruffo fa dei guasti orribili. Ma i patrioti fanno dei progressi. 
Una Legione si sta organizzando nel Dipartimento del Cìarigliano, 
e già ha arrestato molti facinorosi. Schi[)ani parte domani per 
le Calabrie con cinque a seicento patrioti. Carafa è partito per 
la Puglia con molti patrioti *). Nella insufficienza dei mezzi si 
son preso quelle misure che si sono credute le più efficaci; ma 
})ochi mezzi, poco si è potuto conseguire. 

» Sarebbe necessario che tu facessi presente al Direttorio un 
oggetto molto importante; io te ne darò una breve idea, e hiscio 
a te di svilupparla. 

Ne' stabilimenti di Corfù, di Malta e di Egitto, i bi.sogni dei 
Dipartimenti meridionali di Francia, la necessitji di cacciare gli 
Inglesi dal Mediterraneo esigono che i Francesi sieno presto pa- 
droni della Sicilia. Tralascio una infinità di altre ragioni. So noi 
battiamo i tedeschi sull'Adige, si potrebbero tener questi pre- 
sto dello truppe nostre, dalla guardia civica e da (juei francesi 
che si credono necessarii per custodire i castelli: intanto le truppe 
francesi, unite ai patrioti calabresi, potrebbero tentare uno sbarco 
in Sicilia: non bisogna dare molto tempo ai nostri nemici, per- 
chè si potrebbero fortificare ed arrecarci grandissimi ostacoli. 
Vorrei dunque che le truppe francesi si avanzassero verso la 
Calabria, per quindi aspettixr le opportuniti'i onde tentare uno 
sbarco; e che un altro corpo restasse in o.sservazione negli Abruzzi 
per accorrere al bisogno e tenere in rispetto quei popoli. 

I Francesi volendo naturalmente conservar la Sicilia, sarebbe 
conveniente cederci la Repubblica Romana per una specie di com- 
penso. La Repubblica Romana esausta ha bisogno di questa ces- 
sione, perchè ritirerebbe lo ri-sorse noce.ssarie allo sue orribili 
circostanze. 

A proposito di risorse, devo aggiungere un'osservazione per 
la Sicilia. Noi abbiamo bisogno dei grani di quel paese per l'ar- 
mata e por noi; giacché è incalcolabile il guasto che si è fatto 

i) Il C'arafa giunse a Barletta con la Legione Napoletana il 17 
marzo, per congiungorsi col Broussier. Lo Schipani faceva affiggere 
il 13 marzo im proclama per l'arrolamento della siia Legione Bru- 
zia: vedi De Nicola, Diario, I, 78. 



— 122 — 

dagl' insurgenti. e ci mancano le braccia per la coltura. Altri- 
menti mancheremo anche noi di risorse, e non so come potreb- 
bero andare gli affari nostri. 

Si presenta che ci vogliano togliere gli avvanzi della, marina. 
H Gen. Championnet non ha specificato questo negli effetti che 
appartengono alla Repubblica Francese. Prendi in considerazione 
questo oggetto importante, e dà quei passi che credi convenienti. 
Bisognerebbe che il Direttorio stabilisse una giusta e sicura li- 
nea di demarcazione ti-a gli oggetti che appartengono alla Re- 
pubblica Francese, e quelli che spettano alla Repubblica Napo- 
letana, affinchè gli agenti rispettivi non s' inviluppassero nelle 
loro operazioni. 

La voce pubblica annuncia una riforma nel Governo. Non sa- 
prei dirti precisamente chi sono quelli che escono; ma si parla 
di me, di Cesare *) o di altri. 

Comunica questa lettera a tutti i tuoi compagni, ai (puili in- 
tendo che sia scritta. Abb.** mio fratello. Addio. 

Laubor -) 
Mille cose a Selvaggi ed Adamucci ^). 



1) Cesare Paribelli; vedi § 111 di questa Memoria. 

^) Carlo Lauberg o Laubert: vedi intorno a lui Amodeo-Ckuce, 
in Arch. Stor. Na/poL, XXIII, 251-257; dove si citano anche gli scrit- 
tori che si sono occupati di questo padre del movimento giacobi- 
no nel Napoletano. Era matematico e filosofo. Una sua operetta 
filosofica, restata finora ignota, è stata da me ritrovata di recente. 
Ha il titolo: Biflessiont sulle operazioni delVuinano intendimento, Na- 
poli, s. a., in 8", di pp. 116; e dovette essere pubblicata fra il 1786 e il 
1789. Il nome dell'autore: Carlo Laubherg , si desume dalla dedica 
all'Acton. Vi è seguito il sensismo , ma non senza qualche osser- 
vazione originale in teorie particolari. Di questa operetta si discorre 
nel libro dell'amico prof. Giovanni Gentile, Dal Gcnoveftì al Gal- 
luppi. ricerche storiche, in corso di stampa. 

3) Fondo Ruggiero, ff. 41-42. 



— 123 — 



4. 



Il Comitato ckxtkai.k ai JJki'itati i>kli.a Rki*. Nai'«h.kta>a 

l'KKSHO LA RkV. FrANCKSK. *) 

(Jittadini 

Abbiamo ricevuto per 1' organo ili Ciaia le vostre nuove di 
Lione , e speriamo che a quest' ora sarete in grado di darcene 
delle più precise rapporto a' pubblici affari. 

Vi abbiamo scritto alcune lettere, che non sappiamo se vi siano 
pervenute per lo disordino delle poste. 

Dal qui annesso decreto del generale in capo Macdonald ^), 
vedi'ete sin dove si estendano le prevenzioni della Commissione 
Civile, e quale ampia interpetrazione voglia darsi all' art. 7.™° 
del famoso decreto di Oham])ionnet circa la risenta de' beni ap- 
partenenti al Re e sua famiglia a titolo privato. Vi si accludono 
ancora la risposta e le nostre osservazioni a ciò relative. 

Non possiamo dissimularvi , che la persistenza del Generale 
in capo in tali pretensioni, sostenuta con tutta la vivacità mi- 
litare, e la pubblicazione imperiosa del suo decreto, non abbiano 
molto allarmato gli spiriti della Nazione. Noi non abbiamo man- 
cato di rilevare alle autorità francesi li cattivi effetti , e siamo 
entrati in una negoziazione, che più volte aveva ridotto l'affare 
ai termini convenevoli ed utili alle due Nazioni: ma le frapposte 
notti avendo dato luogo a nuove riflessioni della Commissione 
Civile, ci han tolto sempre di mano 1' accomodo da noi bramato, 
ed a noi tanto necessario. Tuttavia, si è riaperta la negoziazione, 
non siamo fuori di spci-iin/.n di trovare una via media, che salvi 
tutte le convenienze. 

1) Questa lettera è seir/.a data, ma da tutto il contesto, e in ispe- 
cie dalla menzione del decreto del Macdonald, si ricava che fu scritta 
nei primi di aprile 1799. 

^) Il decreto del Macdonald è in data del 7 germile (27 marzo): 
vedi intorno ad esso De Nicoi..\, liarin, sotto il 2 aprile (I, 95). Nei 
conflitti resi acuti da (juesto decreto , ebbe luogo la celebre in- 
vettiva del Manthoné. per la quale, oltre il Colletta e il De Nicola, 
vedi F. Masci, Gabriele Matithoue', Casalbordiuo, 19(»0, p. 39. 



— 124 — 

La nostra gratitudine [)or la Gran Nazione Francese, ed il de- 
siderio che sia ben mantenuta 1' armata, ci fa sembrar ])ieciolo 
qualunque sacrifizio; quindi è, che noi ci contentiamo di dare al 
decreto di Championnet, contro del quale ci siamo sempre pro- 
testati, una estensione maggiore di quella di cui sarebbe suscet- 
tibile. 

E però verissimo che il ritardo della conclusione definitiva di 
un tale affare ci sia dannosissima, perchè ci mette fuori del caso 
di operare su dei beni nazionali per lo ristabilimento de' nostri 
Banchi e delle nostre carte, che ormai perdono il 70 per cento: 
giacché la confidenza publica non può nascere so})ra beni, che 
sono in controversia e sopra dei quali ancor si fa sonare il dritto 
di conquista. 

La nostra legge de' Banchi è pronta, e porta in sostanza: Che 
saranno aggregati alla dote de' Banchi tanti beni Nazionali quanti 
bastino a livellarne il vuoto, eh' è di circa 29 milioni: che so- 
pra una parte di tali beni si faccia una lotteria , che può ser- 
vire per la estinzione delle picciole polize, un' altra sia assegnata 
ad ima Tontina, che può essere utile a' mediocri proprietarii, ed 
il rimanente alle vendite, che servirà per gli ])m grandi. Den- 
tro un certo tempo poi tutte le carte dovranno estinguersi , o 
non avran piìi valore. Dal momento della designazione de' beni 
assegnati ai Banchi saranno questi amministrati dagli ammini- 
stratori degli stessi Banchi . che saranno i più probi ed i più 
ricchi possessori di carte, né il governo vi avrà più alcuna in- 
gerenza Voi vedete bene quanto importa il definire quali sieno i 
nostri beni e qiiali quelli che pretende la Nazione Francese. 

Lo stato delle nostre finanze é nell' ultimo decadimento , né 
può essere altrimenti, atteso le universali insorgenze, che ci pri- 
vano di ogni risorsa, intercettando il commercio, e devastando, 
saccheggiando e dilapidando tutto. GÌ' insorgenti cominciano a 
dare il guasto; e 1' orrore della guerra, che si fa per debellarli, 
lo terminano. La Repubblica . almeno per questo ramo , non é, 
per cosi dire, che nelle mura di Napoli, e Napoli non rende niente: 
ciò non ostante, si deve soggiacere alle gran speso . che porta 
un' armata forestiera di 32 m. uomini e 10 m. cavalli in un tempo 
ove la difficoltà dei trasporti raddoppia il prezzo delle derrate; 



— 125 — 

o a tanto e tanto spose; d' o^ni <;enoro. Iniina^inatovi in (jualo 
desolazione (lol)l)a trovarsi il ffovorno, fra un' assoluta mancanza 
e tante necessarie ed imperiosissime domande. 

Se almeno <?i fosso sanzionata la le^ge per 1' abolizione dei 
Feudi, la (pialo, formata ^ià da un mese, è attesa ansiosamente 
dai popoli, una gran parto dei quali è insortiv ed insorge per lo 
ritardo di cpiesta logge si giusta e salubre , potremmo sperare 
di s(;daro lo insorgenze , o di tranquillizzare le provincie : ma 
V intrigo baronale che si sigita in tutti li sensi, e per tutti gli 
mozzi diretti ed indirotti, non rispanniandola né a curo né a sa- 
crifizii, ha trovato il modo di sospenderne la sanziono da oltre 
un mese. Che volete dunque sperare da un popolo, cui si pre- 
dica la libertà con parole, nel mentre vien ritenuto di fatti nei 
cepi)i della più odiosa servitù ? La legge è ben considerata , è 
giusta e generosa più tosto per gli baroni : tutta volta soffro 
ritardo *). 



Ljìnazio Ciaia ai. FKATKI.I.o. 

Napoli 19 Germile {8 Aprile) anno 7 della Repubblica. 

Caro Fratello. E da gran tempo che non ti scrivo, perchè ho 
voluto aspettare che tu giugnessi a Parigi, e con 1' ultima mia 
già tei i)revonni. Dovrei aver lo spirito estremamente abbattuto, 
so r estremo dei mali non mi fo.sse motivo da svilujtpare qjiel 
coraggio . che lo circostanze esigono. Non è già eh' io paventi 
il risultato delle cose, ma le vie per lo quali si pa.ssa sono si 
aspro che manca spesse volte la lena da sormontarle. Avrai a 
nome del Governo lettera, onde ti sia tutto dettagliato, per quanto 
è possibile in tempi cosi difficili. Io mi restringo a poche ideo 
più jìarticolari. 

Il ritorno alla guerra è stato un balsamo a' nostri cuori lace- 
rati da tanta incertezza su i destini d'Europa. La vittoria, som- 

*) Fondo R>i(/(/iero. IT. .").'}-.')4. Sembra che alla lettera manchino al- 
cune pagine. 



— 126 — 

pre sicura dove son aruil repubblicane, ci agevola oltre modo il 
calcolo de" risultati. La Gazzetta, che leggesti a Lione, non mi 
turba per niente; e tu devi convenire che in un tempo, in cui 
v'è bisogno de' maggiori sacrificii. è qualche volta utile artificio 
il far nascere de" palpiti, che rendono i sacrificii più cari. Io so. 
e veggo più che mai, sin dove l'umana perfidia ])uò esser por- 
tata; ma so pure e veggo che vi è un termine immutabile alle 
sue funesto combinazioni. Il secolo d' Attila era necessariamente 
quello delle barbarie , come il nostro lo sarà sempre della ra- 
gione e della Libertà. E de' secoli come delle persone , vale a 
dire, che han sempre una passione dominante, un carattere esclu- 
sivo. Io almeno mi trovo a sbagliar poco col mio fatalismo. Credo 
dunque che 1' attuai guerra decide per sempre i destini d' Italia, 
e matura in gran parte quelli d' Europa. Napoli non può esser 
più serva: ogni ragione politica me n' è garante. Anelo per que- 
sto il momento che tu giunga a Parigi, ed è di là che mi aspetto 
riscontri più sicuri e piix lieti. 

(Tiunse qui, son già molti giorni. Ab rial, il Commissario poli- 
tico, che tu conoscesti a Torino *). Nient' egli ancora ha cangiato 
alla forma del Governo ; ma. le sue istruzioni . e noi stessi esi- 
giamo, che presto si metta una mano d' ordine e di stabilità a 
tutto ciò che la cattiva organizzazione reca di danno al pub- 
blico bene ed alla nostra pace. Sento susurrare come d' idea 
che parte sin dal Direttorio esecutivo, che vi sono fra noi per- 
sone malvedv;te dal medesimo, e tinte di non so qual macchia, 
che han molti in Italia contro i Francesi. Io non so compren- 
dere come si possa dar per vero un partito contro la Nazione 
in massa, e quella Nazione, che va prodigando il suo sangue per 
la causa dell' uomo. Debbo solamente credere che si voglia cosi 
da' pochi, che la disonorano , salvar loro stessi, facendo passar 
per generale un odio, che si ha solo contro i dilapidatori ed i 
concussionari i. Questi calunniano perchè sono scoperti; ma presto 
o tardi la voce della verità sarà intesa, e si vedrà che i popoli 
non son fatti per odiarsi. Questa piccola digressione mi rimonn 



1) L'Abrial giunse a Napoli negli ultimi giorni del marzo: vedi, 
sotto la data del 30 marzo. Dio Nicola. Diario. I. 92. 



— 127 — 

il dirti elio ogni pi'oveiizioiie contro i membri, che compongono 
r attnsil governo, è ingiusta. Abrial mostra le migliori intenzioni 
per questa repubblica , e m' auguro tutto il bene. Intanto noi 
siam riflotti a pochi, perchè sei «le" nostri colleghi han data la 
dimissione. I nomi li saprai altrontle. Pos.so però dirti che Io 
spirito, che gli ha guidati, è .stato non l'amor della Patria, ma 
il presentimento che in un altro Governo non .sarebbero stati 
considerati. Han colta (iun(iue un' occasione fuor di tempo, e si 
.^on dimessi. Io non ne sono afflitto , ma vorrei che presto si 
passasse a un' altra forma. 

La liOgge de' Feudi non è stata ancor sanzionata, e ciò reca 
al Popolo il maggior disturbo. Spero che Abrial voglia presto 
farla passare, e tanto più facilmente (juanto che è senza para- 
gone più dolce di quella portata in Piemonte. Gli ex-nobili però 
fan troppo male il lor conto, perchè, so riescono ad allacciare 
la podestà legislativa, saran presto più fortemente battati dalla 
giudiziaria, che si organizza , e che li colpirà imo dopo 1' altro 
in dettaglio. 

Ciò che ci occupa attualmente è il grande articolo della demar- 
cazione de' beni, che non va innanzi senza contrasti. Grida sempre 
con chi conviene, perchè s'intenda, che noi vogliamo dar tutto alla 
Repubblica Madre, ma che ci si accordi un respiro. L'insorgenza 
de' Dipartimenti non ancora ce.ssata per mancanza di truppe, ed il 
mare del tutto chiuso, fan si che manchino a questa vasta capi- 
talo le risorse solite. Ecco ciò che rende difficile la situazione di 
chi governa; ma chi govenia si darà tutto il coraggio (quando se 
gli corrisponda con altrettanta moderazione. Faipoult parte, ed 
abbiamo in suo loco Bodard. La loro ragionevolezza ci lascia 
sperare che fra due o tre giorni possa vedersi conchiusa qual- 
che cosa d' importante sulle vicendevoli pretensioni. Io mi sentirò 
rivivere qiiando avrò veduto, in parte almeno, assodato questo 
punto. 

Lo spirito pul)l)lico è ancora nella Capitale qual tu lo lascia- 
.sti. Benché abbiamo in mano le fila d" una congiura *). pure io non 

*) La congiura detta dei Baccher. per la quale cfr. CuoCK. Luisa 
San felice e ìa coDf/lKra dei Baccher. in Stadi nUirici salla Ricnl. napol. 
del 1799, J{oma, 1897. pp. 139-243. e i documenti pubblicati"poste- 



— 128 — 

so nulla temere per una vera cospirazione. La forza francese è 
sufficiente per la capitale, i castelli sono in poter nostro , e la 
truppa nazionale agisce con un vigore inesplicabile. GÌ' Inglesi 
non mancano d' affacciarsi nel Golfo, ma non osan nulla, perchè 
non rispondono le speranze dal lido. Solo vorrei aver pronti i 
mezzi da rendere al Popolo più sensibile la Libertà acquistata: 
ma, infelicemente per tutti , la sorte ci obbliga ad aggravarlo 
tuttavia. Possa giunger presto quelF ora in cui cessino tanti sa- 
crificii, e sia pur 1' ultima della mia vita. Caro fratello, io non 
tengo al mio posto che pei* non abbandonare una Madre in do- 
lore. Tal' è la nostra Repubblica, benché lasci vedere non lon- 
tana quella mano, che le asciugherà le lagrime. E tempo di ri- 
voluzioni e di guerra: coraggio, dunque, e sacrificii. 

Non entro a dipingerti gli orrori commessi nelle Provincie. 
La mancanza di truppe opportune e la comunicazione mancata 
colla capitale le- ha messe sotto il soffio degli assassini, che han 
tutto divorato. I nostri genitori son vivi per miracolo, e debbon 
la vita alla Ijravura Martinese. Che non ha fatto quel Paese, de- 
gno della memoria de' posteri ! Ora un tradimento lo ha messo 
in mano degi' insorgenti, e la perfidia venne dal Palazzo Ducale. 
Tutti però vivono, e i nostri genitori son passati in Cisternino. 
Spero che vogliano presto indursi a venirsene in Napoli. Peppa, 
che si è salvata co' figli da Massafra, è qui giunta felicemente, 
ed abita con me in casa di Colucci. Io non la vedo che a cena 
la notte. Quale stato di fatica e di agitazione I Tutto però è 
dolcezza, quando la Repubblica è salva. Gli amici si trovano tutti 
egregiamente bene, e t' abbracciano teneramente. Io non li vedo 
che di rado , perchè me ne manca il tempo. Le tre sorelle ti 
salutano, e con me ti abbracciano. Addio ^). 

riormente da C. Cuispo Monoada, in Arch. Stor. Nap., XXIV, 485- 
493, XXV, 467-88, e da A. Sansone, Gli ovvemmenti del 1799, Pa- 
lermo, 1901. 

1) 11 D' AvALA che conobbe questa e la precedente lettera di 
Ignazio Ciaia al fratello, non si sa perchè non ne stampi altro che 
il bi-ano da: " I nostri genitori sono vivi etc. „ fino a : " Le tre so- 
relle ti salutano e con me ti abbracciano „; e questo brano stesso 
con parecchie omissioni. Cfr. Vite degìi Italiani... uccisi dal carnefice. 



— 129 — 

P. S. Non «liiiicnticiU-ti mai <le" fogli, clic ti coiuiuisi, e clolhi 
.sceltii eli (iualche buon libro. Fra questi, ti prego a mandarmi 
il piano dell' Istituto Nazionale , quello del Collegio di Francia 
o r altro (lolle scuole centrali ^). 

«. 

Il, (rOVKU.No l'KOVVISOlUO AI.I.A i )K1'LTAZU»NK. -) 

Un richiamo impiovviso di tutt*» lo truppe francesi , dirette 
per le provinole, diede occasione ai nemici della causa pubblica 
d' ingannare i popoli o di diminuire a' lor occhi la forza ed il 
valor francese; e quindi, rassicurati da (juesto lat^i, ed intimiditi 
dall' altro con false ed esagerate luiove della potenza tirannica, 
si lanciarono nella carriera della ribellione . ove adesso si son 
ostinati. Si rinviò nelle Puglie truppa francese e nostra, e doi)«> 
gran strage ed immense desolazioni . si ridusse Andria , che 
vid<e il massacro di oltre 4 m. de* suoi, e di molti de' nostri, e 
fu saccheggiata ed incendiata. La stessa sorte, dall'incendio in 
fuori, ebbe Trani, la più ostinata delle citt^'i insorgenti '■*). Ora 
siamo a Bari, eh" è il contraposto di Tnini, la più segnalata fra 
le città difenditrici del sacro albero: ed in breve speriamo che 
tutto il resto della provincia rientrerà nelP ordine; giacché .so- 
stonevasi nella insurrezione per lo solo esempio della proterva 
Trani. Le Calabrie però sono decisamente in mano degl' insor- 
genti, comandati dall' infame Cardinal Ruffo. 

[l massacro ilo' patriotti è stato in queste provincie immenso 
e crudele , non men eh' in Puglia ed in tutti li luoghi insorti. 
Il generale non ha |)otuto risolversi a mandarvi truppa francese: 

Konia, I8b;i, pp. HS'l-'-i. — Pei fatti, ai quali si allude nella chiusa di 
([ue.sta lettera, vedi Pei'K, o. c. pp. (i4-(i8. Peppa era la sorella 
Oiuseppa che sposò un Caprioli: easa ('nlurei. era la casa del co- 
gnato, marito dell'altra sorella Vittoria. 

1) Fondo Kiiggicro, ff. 77-79. 

'-) Anche questa lettera è s n/a data: ma si può con sicure/za 
datarla dell'S o « aprile 179». 

3) I fatti di Andria e di Traui accadtlero il 23 marzo o il 1 aprile. 

Aimo XXVEL 9 



— 180 — 

noi vi abbiamo mandato una si)edizione comandata da J'^rance- 
.sco Pignatelli e da Schipani di circa 3 ni. uomini ili ogni arma. 
di un buon numero di patriotti volontarii. La spedizione non 
è ancor compita; ma la vanguardia è in Eboli i). Da questa spe- 
riamo il migliore effetto; ma quanto più ne spereremmo, se fosse 
accompagnata dal nome francese. Gli Abruzzi non sono ancor 
tranquilli: né tutte le altre provincie. neppure la Terra di Ija- 
voro. Nella Città vi è un fermento; ma non di gran conseguenza. 
Il peso insopportabile degli alloggi militari, la contribuzione, la 
scarsezza del numerario, ed alti'e simili cagioni, non possono certo 
produrre i migliori effetti. 

Abbiamo qui il Commissario politico Abrial. uomo semplice e 
pieno di lumi e delle più belle doti. Noi lo ravvisiamo come 
r ancora sacra della nostra speranza. 

Il nuovo Commissario Civile Bodard ^) finora merita ancora la 
nostra stima. Il suo predecessore Faypoult è destinato al conso- 
lato di Hambourg; ma, prima d'andarvi, passerà per Parigi 3). 

Saprete la sorte di Championnet. Egli è arrestato e posto in 
giudizio a Torino. Rey, Bonnamy, Bassal, Duhesme sono an- 
cora inviluppati nella di lui disgrazia; ma la sensibilità dei po- 
poli non si è interessata in lor favore come per lo primo , cui 
non si rimprovera che una certa facilità di carattere, che diede 
luogo agli abusi e vizii degli altri. Jullien è ancora arrestato, e 
costui è da tutti compianto *). Bassal è riuscito a sottrarsi finora 

1) Lo Schipani ebbe poi il 14 aprile l'infelice combattimento con 
le genti dello Sciarpa alla Castelluccia. 

2) Felice Bodard. " P'aypoult fut remplacé par un Felix Bodard. 
qui prìt son role en prenant sa place et continua légalement le 
.système des remises et des profits, qui s" élevérent pour la com- 
mission à deux millions et demi...... (Thiéballt, Mejnoires, II, 492-3). 

3) Il Faypoult fu poi prefetto con Bonaparte. e ministro delle 
fiuanze in Ispagna con re Ginseppe. e prefetto di nuovo nei cento 
giorni. Mori nel 1817. Personalmente, sembra che fosse onesto, e 
morì povero. 

'') In data del 19 germile (8 aprile) è un attestato a stampa a fa- 
vore del Jullien e della sua irreprensibile condotta verso il popolo 
napoletano, firmato dal Manthonè. dal l*aribelli. dairAlbanese. da 
1. Oiaia. e dalTAbbamonti come Presidente (JFf)/?^/o P(^r/v7W//. ff. (i-7). 



— lai — 

lilla ])(U's('cnzi()iio, clic inerita forse più di o<^ni altro. Cotesti atti 
segnalati della giustizia del Direttorio esecutivo dovrebbei'o pro- 
durre do' grandi buoni effetti in sollievo de' poveri popoli Ita- 
liani. Areambal lasciò il nostro servizio *). Bremont, ex-ministro di 
guerra in Roma, ci fu dato dal generale Macdonald per generale 
di Brigata. Noi non lo volevamo por ri.spetto agli ordini del Di- 
rettorio Francese. 

Una flotta di cin(jue vascelli ed alcune fregato inglesi ci bloc- 
cano, e si sono impadroniti di Procidu e d' Ischia % commet- 
tendo al loro solito le più gran barbarie, eccitando i partiti al 
massacro fra di loro, stabilendo 1' anarchia in quelle Isole infe- 
lici, ed arrestando tutte le autorità costituite repubblicane, e le 
loro famiglie sino ai fanciulli. Essi sono già da più giorni nel 
Canale di Precida; hanno mei^so a terra alcune centinaia di sol- 
(lati del Reggimento estero, e circa 2(K) galeoti portatisi da Si- 
cilia, ove spediscono sempre legni corrieri, forse ])er .sollecitare 
altre forze. Abbiamo però predato un loro cutter con un tenente 
ed otto marinari , (piale cnticr fu gittato dalla tempesta sulle 
spiagge di Castellamnian». Mandarono un parlamentario a terra 
col pretesto di reclamare i mobili di Haniilt-on. Voi lo sapete 
(pianto è ridicolo ? Macdonald li mandò a vedere il palazzo di 
Hamilton, che trovarono vuoto. OguTuio vede che il motivo era 
di vedere lo stato della Città e delle coste che ra.sero nel ve- 
nirvi. La comparsa di questo parlamentario diede luogo a mille 
dicerie. Si era pregato il Generale di smentirle con ini proclama, 
WVA non ha giudicato conveniente di farlo. Si parla di cambio, 
di vendita, di imione di forze terrestri, che .si sparge venir dalle 
Calabrie colle maritiujc inglesi, e di mille altre cose da fanciulli: 
ma tutto ciò non lascia di esaltare alquanto gli spiriti, e di ani- 
mare \\\\ poco la speranza de" malcontenti. Cil' Inglesi insultarono 
Capri, e la punta di Sorrento: dalla prima furono respinti, nella 
seconda incendiarono cinque felluconi, che a gran stento eransi 
(pii caricati di ogni sorta di [)rovisioni per le isole di Malta, e' 



1) L'Arcauibal era stato Ministro della (incira e Marina della 
|{epnbl)lica Napoletana. 

2) Iju s(jiia(lra inglese comparve a vista di Napoli il 2 aprile. , 



— 13'> — 

Corfù. Questa perdita è iiicalcolal)ile nel sito valore e ne' suoi 
effetti , tanto più che altre (|uattro simili felluche. già spedite 
prima, si sono naufragate nel Golfo di Salerno. Di Corfìx se ne 
parla male; ma non ci è stata comunicata per anche dal Gene- 
rale Francese, né da altri alcuna notizia uffiziale. onde speriamo 
che siano false voci. Partecipate tutto ciò a chi si conviene. Pro- 
curate al più presto farci riconoscere solennemente, e di fare ac- 
cettare la legge feudale, che vi si trasmette, giacche da (questi 
due punti dipende la nostra salvezza. Istruiteci intorno al carat- 
tere ed al credito costà di Abrial. e degli altri, (jiudi sono fra 
noi, che possono avere influenza. 

I membri, che si sono dismessi, sono Porta, Doria. Bruno, De 
(rennaro. Vaglio, e Paribelli, che dice ritirarsi alla sua patria 1). 

Molti si agitano per occupare le sedi vuote, e per essere nella 
nuova rappresentanza nazionale. Medici, Colombrano e S. Angelo 
Imperiale '■*) non tralasciano veruno sforzo per essere in carica. Voi 
conoscete troppo bene si fatti individui . per non aver bisogno 
di stimolo a farne il carattere ben conoscere a chi V ignora. 

Dal decreto di Benevento 3) rileverete quanto poco abbian 
fatto effetto le nostre dimostranze su tal rapporto, affare tanto 
dibattuto, e nella ragion politica deciso a nostro vantaggio. 

Non dovete dismenticare quanto ci sarebbe ruinoso lo smem- 
brare da noi gli Abruzzi. Sappiamo inoltre de' piani che la corte 
presentò nelle trattative di Campoformio per estendere il nostro 
territorio, piani, che sembrerebbero più giusti. Se li stimate op- 
portuni, ve li invieremo. 

I vostri ragguagli sieno })iù frecpienti e più prolissi , e noi in 
cambio faremo lo stesso con voi. Le notizie che possono concer- 
nerci ci dovrebbero pervenire per lo vostro mezzo , })rima che 
nelle bocche degli altri fossero invecchiate. 

M Vincenzo Porta, biaffaeie Doria. Vincenzo Bruno. Domenico 
(li Gennaro, Diego Pignatelli del Vaglio, e Cesare Paribelli. 

2) Luigi Medici, il Principe di Colubrano Francesco Carafa, il Prin- 
cipe di S. Angelo Imperiale. Erano tutti di dubbia fede repubblicana. 

3) Il decreto del Macdonald del 4 germile (24 marzo), che ag- 
gregava Benevento e il suo territorio alla Repubblica Francese: 
vedi Monitore, n. Ifi. l.S germile, 2 aprile. 



— 133 — 

Avvisateci ><• tiuva>i un certo Scillari. che cusa faccia e (juale 
sia il suo carattere. 

GÌ' Inglesi sonosi impadroniti di Capri. Questi attentati, an- 
ziché scoraggire, destano energia, che ci assicura che lo spi- 
rito pubblico sia per la libertà. Si è costrutta una batteria dalla 
|)arte di Miseno, la quale difende quel sito del Cratere. In tutti 
gli altri siti si son corretti i nxenorai sbagli nelle batterie. 

La spedizione di Calabria si è sospesa, mentre per ordine di 
Scherer Macdonald lui dovuto far retrocedere parte delle .sue 
truppe: e le nostre comandate da Pignatelli scorreranno la Puglia. 

Salute e Fratellanza 

Abbanionti P. 

Azzia S. ') 

Insit UIC (UH (iueste lettere, Fraucescautouio (Jiaia rice- 
\ t'va (locuiiienti e memoriali sugli affari, di ini iu esse si 
tocca : la copia della lettera che il Faypoiilt aveva scritto 
il 20 ventoso (18 marzo) al Governo provvisorio intorno 
ai beni eh' egli stimava ili spettanza della Repubblica 
Francese '^) : la copia di ima transazione, proposta dal 
Governo provvisorio '*) ; la coj)ia della lisjiosta del Prov- 
visorio in data del 29 piovoso (19 marzo) *); una rimo- 
stranza dell'S germile (28 marzo) del Provvisorio al Gene- 
rale Macdonald contro il suo ordine del dì precedente dì 
esecuzione del decreto del Fayj)oult ^) ; una memoria sulle 
ragioni della legge per l'abolizione della feudalità, che il 
Macdonald impediva che fosse pubblicata *). Ed il Ciaia, 
in Parigi , rcdigexa a sua volta dei memoriali su tutte 

1) Fluidi» Hiiijt/lcio. If. J»4-0."). 

■-) Fomìo Bìifff/ìero. ff. 43-4. 

•n Ivi. ff. 4.'>(). 

M Ivi, ff. 47-8. 

•') Ivi. ff. 48-.JI. 

'•') Ivi. ff. W-1 (».-). 



— 134 — 

questo faeeende : tra le sue carte si trova l'abbozzo di un 
ragionamento, clie tendeva a dimostrare l'ingiustizia delle 
pretensioni del Faypoult *) ; e di un altro per dimostrare 
la necessità, in cui fu lo Championnet di scacciarlo da Na- 
poli '^). Questi memoriali eran dii-etti ad un personaggio, 
che s'era incaricato di propiziare il Direttorio esecutivo 
francese. 

III. 

Missione del Pariheltj 

Fu in mezzo a (piesti dibattiti e conflitti, in mezzo a 
questi dubbii toi-mentosi, che i patrioti del Governo Prov- 
visorio si determinarono a spedire un de' loro a Parigi per 
informare a viva voce i Deputati di quel che succedeva, 
e con istruzioni segi-ete su ciò che occorreva tentare '^). 
La scelta cadde su C'osare Paribelli: né, in verità, poteva 
scegliersi uomo più sicuro e ca]iace. 

1) Fondo Ruggiero, ff. ."jó-fiO. 

2) Ivi. ff. 74-(). Tra le stesse carte si trova l'opuscolo a stampa 
del Faypoult: " Coup d'oeil sur la couduite du General Champion- 
net et sur les dilapidations conimises en Italie „ (ivi, ff. 6-1-73). 

3) Fondo Ruggiero, f. .Ó8 bis, è un foglietto di appunti, inviati in 
vuia lettera al Ciaia, che dice : " Può mettersi molti sospetti del 
Generale Macdonald: molta durezza, avarizia, aristocrazia; tratta con 
gl'Inglesi e nulla ne fa sapere al Governo : commettono essi delle 
cose contra nostri, riceve e manda parlamentarli e non usa rappre- 
saglia nemmeno coi prigionieri del cottcr, mandato a fomentare in- 
sorgenze nelle provincie e nella capitale: è disgustato del Governo 
e lo avvilisce, favorisce i Baroni e ne riceve danaro. Cerca scre- 
ditarci presso il Direttorio per tradirci : dice ciò abbia scritto al 
Direttorio, essere* noi indegni della libertà, per venderci, e dice che 
la (Jorte tenga agenti costì per compilarci. Opporsi a tutti i ma- 
neggi. Ti'a breve, avrà una persona fidata : saprete le nostre an- 
gustie e le nostre intenzioni „. 



— 185 — 

11 ['ari belli fu uno dei più attivi e notevoli dei repubbli- 
cani del 99; ma anche a lui, come al Laubert e a qualche 
altro, è toccata minor fama rispetto ai Cirillo, ai Carac- 
ciolo, ai Pagano, sia per non essere, come questi ultimi, 
già noto per alta situazione letteraria o sociale; sia perchè 
sfuggì all'ecatombe della reazione, che consegnò tante 
teste al carnefice e tanti nomi alla storia. 

Era nato a Sondrio in Valtellina il 17 marzo 17(>a. di 
nobile famiglia. Non ci è noto come trascorresse i primi 
anni della sua gioventù : ma sappiamo da lui stesso che, 
prima del 1790, stette per quattro anni impiegato presso 
il viceré di Sicilia *)• N<'1 1791 lo troviamo uffiziale ai 
servigi del Ive di Napoli, in qu;ditìi di secondo tenente, 
r//7f/rc</^(/o al 2" Reggimento Aò/m (Svizzeri) : nel maggio 
di (jneiranno, con real j»atente in data del giorno (>, passò 
secondo tenent»' effettivo «lei 1" ii«'gginn"nto Esieri , nella 
n'^ coiupagnia del .'5° iiatra-lioiic '). (gualche giorno dopo, 
ebbe ordine di recarsi a Palermo per la causa di un cadetto 
del 2" Reggimento Katcìi, accusato di omicidio, nella (juale 
il Paribelli fungeva da difensore: •• tornò a Xa])oli sulla fine 
del settembre^). Due anni dopo, nel novembre del 1798. 
fu imprigionato in Xa^^di nel castello di S. Klmo ''per motivo 
(li (l/.scorfìi sediziosi e tìemocrutici „ : e il 26 dello stesso 
anno per oidine reale fu trasferito nella cittadella di Mes- 
sina M: dopo il 1796 forse, passò di nuovo a Napoli in 
S. Kluio. In carcera' egli i'«'stò per circa sei anni. Anche 

1) FoinU) l'iuibdli.L A\.\)-A\VA\niW 17fStUii vicM-t- di Sicilia Fran- 
i-esco irA(|UÌiio Principe <ìi (.'aiamanico. succeduto al celebre inar- 
cliese Domenico Caracciolo. 

■J) Archivio di Stato di 2sapoli. Sezionr iiolitici. I.'aiiic Cìuerra. 
liidsk Militari, voi. 202, Parte 11. 

3) Ivi: cfr. anche Ramo Guerra Beali Ordini, voi. 7". f. 22->. 

M Jiiriìtte Militari, voi. 203. ]Sota marginale alla Kivi.sta del i:} 
dicembre 1793: cfr. Beali Ordini; voi. 77. f()l. 7t> : dove però, per 
errore, si se.ona la data del 179'^. 



— \m — 

nella generale liberazione dei detenuti politiei del 25 luglio 
1798, il Paribelli fu mantenuto in arresto *). Intanto, il fra- 
tello maggiore di Cesare, Giovanni Paribelli (il quale, si 
narra, recatosi a compiere gli studii a Vienna, aveva conce- 
pito odio vivissimo contro gli Austriaci per essere stato 
messo per un lieve fallo in dura prigione) '^), ebbe parte 
importante nei rivolgimenti di Lombardia: contribuì a 
staccare la Valtellina dai Grigioni e ad unirla alla Ci- 
salpina; e nella Cisalpina fu membro, e poi presidente» 
del Gran Consiglio della Repubblica ^). Onde il cittadino 
Martinengo Colleoni, giunto a Napoli ambasciatore della 
Cisalpina presso re Ferdinando nel luglio del 1798, fece 
pratiche per la scarcerazione di Cesare Paribelli ; e il 13 
settembre credette di poter rivolgersi in iscritto al mi- 
nistro Marchese di Gallo per rinnovargli le istanze " per 
la sollecitazione dei processi riguardanti quei Cisalpini, 
che trovansi detenuti nelle carceri , accusati di avere 
esternate opinioni contrarie a questo Governo, o di aver 
fatto' unioni sospette al medesimo, e ])articolarmente poi 
per ciò che riguarda il detenuto Cesare Paribelli, fratello 
di un Rappresentante del Popolo al Gran Consiglio della 
Repubblica Cisalpina „ invocando, infine, " quei solléciti 
effetti di giustizia, che convengono ad ogni ben regolato 
Governo „. Al che il Marchese di Gallo rispondeva (bi- 
sogna dire il vero , con molta dignità) il 24 settembre : 

1) Vedi le Riviste Militari dal 1793 al 1799, voi. iuy e 204, dove 
accanto al suo nome è segnato : " in arresto a Messina „, o sem- 
plicemente: " preso „. Un francese, tal Nicola Marcha, era accu- 
sato di aver, prima del 1799, ospirato contro la Monarchia, " pa- 
gando i Giacobini , e mandando e confabulando col reo di Stato 
Cesare Paribelli, detenuto allora in S. Elmo „ (Sansone. Gli avve- 
nimenti del 1799, Palermo, 1901, p. 280). 

■2) Vedi il Dizionario hìograpr-o iitiirer^ale. edito dal Passigli (Ki- 
l'enze, 1840), sub noni. 

3) Fondo Pariheìli. ff. 40-1. 



— 187 — 

"" Jl Marchese di (ìallo lui dato eontu al l{c .suo signore 
della nota passata dal littadino Martinengo , ministro 
plenipotenziario della Repubblica Cisalpina, relativamente 
alla detenzione ed al proe(^sso di* Stato contro il Tenente 
d'Infanteria D. Cesare Paribelli; e si trova in dovere di 
rispondergli, per ordine di S. M., che la qualità del detto 
Paribelli di Offiziale al servizio della M. S. rende inoj>- 
portuni gli officii, che il signor Ministro Plenipotenziario 
ha voluto jjassare a riguardo suo ; siccome non può neanche 
appartenere al signor Ministro ogni altra riflessione sulle 
leggi interne e le forme giudiziarie di questo Governo „ *). 

Così Cesare Paribelli restò in larcere fino alle giornate 
di gennaio del 1799, quando probabilmente fu del Comitato 
patriottico di tasa Fasulo; ed, entrati i Francesi, venne 
assunto tra i 25 del Provvisorio *). 

Accettato il segreto incarico, del (juale furono a cono- 
scenza solo pochissimi, il Paribelli presentò la sua dimis- 
sione dal Governo Provvisorio, adducendo come pretesto 
eh' egli doveva lecarsi nella Cisalpina sua patria; e il 9 
ai)rile la dimissione fu accolta, con lettera controfirmata 
dal nuovo commissario Abrial ''). 

i) Corrispoud. pubblicata da (!. M. Monomi. // Castello di C'ater- 
nagoc i coìitì Martiiicni/o CoUeoni, Eorgamo. 1884, pp. 503-4. Di (|ue- 
sti ed altri docmnenti. conceriuMiti il Paribelli, dovette aver notizia 
anche Ck.sahe C'antì , Conitipontlema tìi diphimitid della Repubblica 
e del Regno d'Italia (Milano. 1884), che a p. 19. parlando del sog- 
giorno del Martinengo a Napoli , scrive le seguenti stravaganti 
parole, degne del suo caotico cervello : - A lui ricorrono i molti 
prigionieri di Stato, fra cui il noto colonnello Paribelli di Sondrio, 
i (^uali denunziano delle spie, e così essi stessi fanno la spia „ (!). 

2) Nelle Riviste Militari, voi. 204, Rivista del 23 gei-mile (12 a- 
prile), è di nuovo segnato come secondo tenente del Irreggimento 
Esteti. 

3) " Napoli il dì 21 1 germinale (9 aprile) anno VII. — 11 Comitato 
centrale al cittadino Cesare Paribelli. — Si è proposta in seduta 
generale la vostra dimissione, che avete domandata. Se fosse stato 



— 138 — 

Il Macdonald lo forniva , intanto , di una lettera di 
raccomandazione pel generale in capo deirarniata d'Italia 
Scherer, non dimenticando, neanche in questa occasione, 
di lanciare un'impertinenza all'indirizzo dei patrioti na- 
poletani, colpevoli di non lasciare spogliare le popolazioni 
con la docilità, (di'egli pretendeva : 

Au quariier general de Xaples le 26 germinai An 7 de lo Re- 
puhlique Francaise une et indivisibile. 

Macdonald Ge'neral en chef de Varmée de Naples au General 
en chefScKERFM. 

Je vous recommunde. inon clitjr General, le porteiu- de cutto 
lettre, le Citoyen Paribelli; il étoit inembre du Gouvernenunit 
provisoire et des affaires 1' ont force de donner la dcmission. 
Mieux qu'un autrc il vous inettra au courant de ce qui s" est 
passe dans ce pays, et l'esprit qui anime les habitants. Très peu 
sont sincères pour la liberté, et aucun d'eux n'ost dispose à faire 
des sacrifices pour elle. 

Le citoyen Paribelli vous dira les réi'oruies tic 1" état iiu[)oli- 

possibile di non accorda rvela. certamente il governo non avrebbe 
permesso mai di perdere dal numero dei suoi membri lui cittadino, 
di cui per lo sperimentato zelo , e per la sua troppa conosciuta 
probità, poteva la nazione far gran capitale. Ma, poiché non è per- 
messo di violentare la volontà di alcuno, mossa certamente da ne- 
cessarie circostanze, il governo vi accorda, cittadino, il permesso di 
potervi ritirare dalle vostre l'unzioni. Voi non lascerete, secondo il 
vosti'o fortissimo attaccamento, che sempre avete dimostrato per 
la nostra repubblica, di ricordare di ritornare, ove il crediate con- 
facente alle vostre circostanze in questa nostra repubblica, la quale 
non dimenticherà mai i servigi che le avete prestati. Salute e fra- 
tellanza. — Abamonte Pres., Albanese per il Segr.'' — J'ai re9u la 
démission (jui m' a été volontairement donnée par le citoyen Pa- 
ribelli, membre du gouvernement provisoire à Naples le 20 germi- 
nai an 7 de la Pepublique francaise. — La Coiinnission du Gouver- 
nement frnnniis- daits leji Ètats Napoli ta in fi. .Vr.KiAT. {Fondo Parihelli, 
folio «). 



— 130 — 

tain <'t l'iinpo.s.sibilité [nw nutre peu do force, et los insurrec- 

tioiis piirtielles et, génériiles des provinces des réulistes. 

Oe citoyen peut vous rendro «ineUpies services; et je vous invite 

ù utili.ser !ses talents. 

Saint et ainitié. 

>rA('r)0\AM> M 

-Oiuiitoil Paiilulli a U'nnia, incontrò Leonardo Pan/ini, 




Marc \N TOMO Doria, im-k d" Anc.ki "•') 

rcdiuc (la l^uij^i, dal tpial»' seppi- ria- la Ui']nitazi(Mi(' na- 
})oletana non solo non aveva ottenuto nulla, ma non era 
stata nemmeno liccviita dal Direttorio ; ch-e anzi, dopo 



I) Fondo Fancelli. 1'. s. 

'•') Da una miniatura, cortesemente favoritaci dal presente Duca 
«r Eboli e Principe d" Anidri, Francesco Df>ria. senatore del l>e<i,no 



— 140 — 

av^er fatto varii tentativi per essei-e ascoltata, come unica 
risposta le erano stati mandati i passaporti, perchè se ne 
tornasse in Italia ! E , dopo quattro giorni da questa ri- 
sposta, il Ministro di polizia aveva inviato un commissario 
al domicilio della Deputazione per domandar la cagione 
che li aveva impediti di lasciar Parigi, e aveva preteso da 
ciascuno dei componenti la parola d' onore, che sarebbero 
partiti fra due giorni ^). Ed altri particolari in proposito 
ci vengono narrati dal Principe d'Angri in un suo ine- 
dito diario. La deputazione ave^'a dato avviso il 2 ger- 
mile (22 marzo) al Talleyrand, ministro degli affari esteri, 
del suo arrivo, pregandolo di fissare il giorno in tiii 
avrebbe potuto jjresentare le credenziali. Il 28 il Tal- 
leyrand r invitò a passar da lui la mattina : e, andata, 
le disse di tornare alle ore tre per sentire la risposta del 
Direttorio. E alle tre la i-isposta, che ebbe, fu questa : 
— Il Diiettorio ringrazia la Rejjubblica Napoletana; ma non 
crede di dovere ricevere per ora la sua Deputazione, non 
essendo questa repubblica aucoi'a tranquilla. Yi dice che 
torniate subito a Napoli, essendo voi [)ersone di cui la 
vostra nazione ha bisogno, e fa alto conto, tanto è vero 
che vi ha mandato qui ! Vi fa sapere, inoltre, che a Na- 
poli e' è un (Commissario civile del Direttorio, al quale 
potrete comunicare i vostri sentimenti. — I Deputati, 
sbalorditi, chiesero il passaporto per un corriere, che in- 
tendevano spedire al (3roverno della Repubblica Naj)ole- 
tana per far conoscere la risposta del Direttorio ; ma il 
Talleyrand si rifiutò, e ribattette che avrebbe mandato 
invece i passaporti per tutti i componenti della Deputazio- 

1) Fondo Ruggiero, f. 88. — Anche Carlo Botta, rappresentante ilei 
l'iemonte a Parigi, ebbe nel giugno 1 799 ordine di partire dal mi- 
nistro di Polizia Duval : ordine, al quale egli si oppose e che non 
ebbe poi seguito per le mutazioni avvenute nel Direttorio il .HO 
pratile (ved. Lettere iìi ed ite, ed. di P. Pavesio, Faenza, 1875, pp. 142-.')). 



— 141 — 

ne, e die fossero subito partiti *). — Chi desiderasse cono- 
scere il dietroscena «lei fiasco, le caj^ioni di (luesto tratta- 
mento indecoroso, troverebbe probabilmente (pialclie lume 
nella corrispondenza che il Macdonald teneva col Ministro 
della Oueiia, e col Direttorio *): ma ^ik la menzione del 
Commissario civile, in bocca al Tallcyiand. è |)iù che 
sufficiente per is]>iegare tutto. 

Il Principe d'AnjJjri (Ma ripartito subito il 5 aprile, col 
Fanzini ; il Moliterno, avendo ottenuto un certificato 
medico sulla necessità di una certa cura di bagni, era 
lestato a Parigi come [)rivato, mandando al governo di 
Napoli la sua rinunzia al grado di (Generale del Poj)olo na- 
poletano: e, come privato, era rimasto anche il Ciaia ^). Ma 
<[uest* ultimo seguitava tuttavia ad occuijarsi di maneggi 
l)olitici: ed il Paribelli lesse in Roma, per facoltà avutane 
dal goNcrno di Napoli, lettere ili lui, inviate [)er mezzo del 
Laubert, dalle (juali aj)prese che il Ciaia aveva bisogno di 
un l'ooperatore nelle sue fatiche. Si disponeva così a rag- 
giungerlo a Parigi; quando i rovesci dell' armata francese 
d'Italia, la disfatta di Cassano, l'occupazione di Milano per 
parte degli Austro-russi, l'invasione di «piesti nel Piemonte, 
lo condussero, con tanti altri patrioti fuggiaschi d' altre 
parti d'Italia, a Genova : dove ritrovava anche il Celen- 
tani *) e donde il 20 maggio scriveva al Ciaia la seguente 
lettera, alla ([uale il Celentani faceva in ultimo una jìostilla: 

1) Pkincu'K D'AxdKl. V'nuj(iio ila ine fatto, etc. iiis. cit. pp. :^y-40. 

■-) I registri ili corrisponden/.a del Macdonald si conservano negli 
Archires hwton'qai's del Ministero della Guerra in Pariiii: cfr. Snit- 
l'enirs, p. 60 n. 

3) Puixcu»E d'Anmìki. Viay(ji(K pp. 42-3. Il Moliterno ebbe poi lor- 
dine di stare quaranta leghe discosto da Parigi , come narra egli 
stesso in alcune sue carte, teste donate alla Biblioteca della So- 
cietà storica, e delle quali ci occuperemo in altra occasione. 

*) A Genova era riparato il principe d" Angri, e v'era giunto da 
Milano il 6 fiorile (2.ó aprile). - Qui è il rifugio di tutti li forestieri — 



— 142 — 
Libertà Eguaglianzit 

Genova li 1 Prairial (^0 maf/f/io) anno T.mo 

AT, (UTTADINO PllANCKHCO ANTONIO ClAlA 
li, CITTAOINO CksAI{K PaUIUKI.I.I 

Cittadino Amico , 
Lo disgrazie dell' armata d' Italia , che ti saranno riferite in 
dettaglio .dal cittadino Dandolo, già Rappresentante del Popolo 
Cisalpino, latore della jìresente ^), hiinno prodotto un inceppamento 

scrive in una lettera a F. S. Ciaia del 1") pratile (3 giugno) : — siamo 
molti Napoletani, e 1' altro giorno arrivò cpii Giuseppe Serra di 
Cassano per Ministro di quella Bepubblica. Fanzini e Sciret sono 
paa"titi per Napoli fin dal giorno 17 floreal, ma ai 4 praireal ebbi 
una di loro lettera da Livorno, ove erano giunti il giorno avanti 
dopo essere se(piestrati per quasi un mese in una spiaggia; gli ho 
rimesso la vostra lettera. Questa mattina si vede la flotta francese: 
ci giova sperare che vogliano finire i mali della sventurata Italia. .„ 
(Fondo Ruggiero, f. 80). Cfr. Viaggio cit., p. 49. 

^) Il cittadino Vincenzo Dandolo era un antico farmacista di \'e- 
nezia , ardente e sincero fautore dei Fi"ancesi ; ebbe molta parte 
nella democrotizzazione della Repubblica di S. Marco , e fu (juindi 
del Comitato di salute pubblica, eletto dal Nuovo magistrato comunale, 
il 16 maggio 1797. Fece ogni sforzo per salvare 1" indipendenza di 
Venezia , anche dopo la pace di Campoformio , e mandato con lo 
Spada a Parigi, il 27 ottobre, a portare il voto cittadino per la li- 
bertà, venne costretto a tornare indietro dal Konaparte, che, avu- 
tolo a sé, in Milano lo accolse con violenti rimproveri; ma egli li 
ribattè con dignità e con fermezza, tanto che la sua disperata elo- 
quenza commosse fino alle lacrime il Generalissimo corso. Il quale 
(secondo il Marmont, presente alla scena) non solo non gliene serbò 
rancore, ma per lui dimostrò, da quel giorno, singolare predilezione. 
Infatti, volendo introdurre subito una dozzina di fuorusciti vene- 
ziani nel corpo legislativo della Cisalpina, aggiunse di suo pugno 
alla lista il nome del Dandolo; nel 18()H lo creò governatore della 
Dalmazia, col titolo antico di Pro(.vef//^ov //enerrt/c; ed ancora Conte, 
senatore, membro dell'Istituto, £cc. — Marmont, Mémoires, I, 188, 
JioMANiN, St. doc. di Venezia, X, 186-192, 269 e seg., 299 e seg.; 
Fraxchetti. Storia d'Italia dal 17S9 al 1799 (IV. 16 e 24). 2ó7. 28.-> 
e «ess:. ■ . . 



— 143 — 

nelle comunicazioni, che ti avrà lasciato all'oscuro di tutte le 
vicende della nostra Repubblica, e dell' Italia. 11 Governo, co- 
noscendo la necessità di rendere di tutto informata la Depu- 
tazione, |»riina che ^li fosse noto il pessimo di Lei accoglimento, 
mi avea fatto |)rendere la mia dimissione dal governo per ve- 
niivi ad informare di tutto verbalmente, non vedendo né sicura 
né politica una corrispondenza per iscritto. Io mi sono prestato 
alla di Lui volontà , e facendo mistero della cagione del mio 
richiesto congedo a tutti fuorché ad alcuni pivi puri membri del 
Governo, sono partito da Napoli col pretesto di recarmi nella 
Cisalpina mia Patria. I rovesci ilell' annata d' Italia mi hanno 
forzato a venire a Genoya, ridotto di tutti i principali Patrioti 
Italiani, che (jui stanno tutti pieni di buona volontj'i, attendendo 
l'occasione di rendersi utili alla causa, comune odi sacrificarsi 
per Lei. Il rinvio della nostra Deputazione da costi , la posi- 
zione dogli affari di Italia . la difficoltà de' viaggi, ma mplto 
più alcune notizie j)rovvenienti da costi, venute per un felice 
azzardo a mia cognizione, mi hanno detonninato a sospende^*^ jl 
mio viaggio sino al ritorno d'un corriere <la me e da Celentani, 
che è qui meco, spedito a Napoli al Governo ed a' nostri amici 
l)er informarli di tutto, e per ricevere loro ulteriori oracoli. In- 
tanto, mi si presenta 1' occasione del Cittadino Dandolo, eh* ip 
credo opportuna per iscriverti molte cose, e per farti mettere 
verbalmente al fatto di molte altre fino al mio arrivo costà, che 
sarà fra pochi giorni: tanto più. che ho rilevato dalle tue lettere 
mandate per mezzo di Laubert a Napoli, e chip lessi a Roma 
per autorizzazione avutane dal Governo, che tu avevi bisogno 
d" un cooperatore ne' tuoi travagli. Le cose d'Italia in generale 
le saprai <la Dandolo : (jucUe di Napoli in particolare! sono lo 
seguenti. 

Dopo la tua partenza ed il richiamo di Chainpionnet le cose 
nostre cambiarono molto il' aspetto. Ma(:donald. successore di 
Chanipionnet, sebbene nulla cambiasse pubblicamente del sisticma 
<lel suo predecessore, non numcava però di contrariarlo in se- 
greto indirettamente. Le operazioni energiche del Governo 
venivano tutte paralizzate. Faypoult. colla sua orda divoratrice, 
venne a Napoli ti*ionfante . e sitibondo d" oro e di vendetta. 



— 144 — 

Estese la sua iiumo rapace sopra tutte le proprietà pubbliche 
e private ; non vi era cosa di qualche valore nella Centrale e 
in tutta la Rejjubbliea. che non fusse munita d'un suggello della 
Commissione civile. Le casse pubbliche, la Zecca, i Banchi, le 
Fabbriche ex-Regie, le Ville, le Caccie, le Delizie, l'azienda Ge- 
suitica, quella d' Educazione, la Dogana, le saline di Barletta, 
le case degl' assenti da Napoli e dei seguaci della Corte , qua- 
lificati come emigrati : tutto in somma, non esclusi li beni mal- 
tesi e costantiniani e 1' altre abbazie di Regia collazione, erano 
muniti del fatale suggello. Faypoult, dando un' interpetrazione 
latissima ed arbitraria all' articolo 7.mo del decreto Champion- 
net , circa le riserve a favor della Francia dei beni pei'sonali 
dell' ex-Re e sua famiglia, volea divorarsi tutta la Repubblica. 
Tuo Fratello, Laubert od io. a nome del Cloverno, ci siamo op- 
posti, totis virihus, a tali usurpazioni , tutte contrarie alla giu- 
stizia ed allo spirito di generosità della gran Nazione. Si pre- 
posero da noi varie transazioni ragionevoli e generose, propor- 
zionate alla nostra gratitudine ed ai meriti della Repubblica 
Francese, nostra Liberatrice. Ci si lusingava d'essere entrati nelle 
nostre vedute, e, quando doyeasi concludere, si facevano insorgere 
nuove difficoltà e si eludevano le nostre speranze. Intanto , si 
agiva per via di fatto , e si operava dispoticamente sopra al- 
cuni oggetti, e ci s'impediva di tirare dagli altri quelle risorse, 
che la necessità de' tempi ci rendea indispensabili. Malgrado 
tutto ciò, si dovea fornire per 200000 ducati il mese in nume- 
rario per la sussistenza delle Truppe, per le q\aali richiedeansi 
32000 razioni e 10000 di cavalli , malgrado che non vi fusse 
la metà di questo numero di truppe. Il (loverno si oppose vi- 
gorosamente a tante ingiuste pretese ; e ciò indispose molto il 
Grenerale e tutte le autorità Francesi contro di lui ; ma Egli, 
sicuro della rettitudine delle sue intenzioni e della giustizia 
della sua condotta, senza tralasciare alcun mezzo di riconciliazione, 
si mantenne nella sua fermezza. Finalmente il generale Macdo- 
nald ni) alto, e nel mentre che manteuevasi ancora il rioverno 
nella lusinga d" un felice accomodamento, pubblicò un decreto, 
col quale avvalorava tutte le ingiuste e stravaganti pretese di 
Fayponlt. Il (roverno rappresentò contro un fai decreto, e rifintò 



— 145 — 

(li ])ri'stiirvi la huji nuiiio e il suo consenso per r«>so('nzion('. Il 
(Tenerale rispose con una lettera fieni e laconica, confermando il 
suo tlecreto e onmu.'tteiiilo perfino il saluto. Allora il (toverno. 
che avea spossato o^jni mezzo di conciliazione, risolvette di di- 
niett(!rsi tutto, piuttosto che di prestar la mano allo spoglio della 
Nazione; nui, essendo in punto arrivato il Commissario organiz- 
zatore Ahrial con ampli poteri, sospese 1' esecuzione della sua 
determinazione, per vedere se codesto nuovo venuto potesse colla 
sua mediazione, o colla sua autorità, accomodare l'affare. Discor- 
darono dalla sospensione Bnmo , Porta, Riario , De Gennaro, 
Doria e Vaglio . che diedero le loro dimissioni parziidi , moti- 
vate sulle ragioni di sopra allegate. Le loro dimissioni furono 
accettate; ma i migliori del (ìoverno stiedero al loro posto, ri- 
soluti di non abbandonare la causa pubblica, finché c'era ancora 
(lualcho speranza di poterla salvare. In fatti, riusci loro il dise- 
gno; perchè Abrial, uomo savio, onesto, giusto, di.screto e ben 
intenzionato, valutò le ragioni del Governo, e indusse il (Generale 
I' Kaypoult a intavolare ima seconda negoziazione. Il Governo, 
[>er chiudere la l)occa a Faypoult . che allegava i bi.sogni del- 
l' armata per motivo dello di lui esorbitanti j)retensioni, ayea 
proposto fin ila [irincipio di mettere alla disposizione della Com- 
missione civile una massa di l)eni Nazionali i)el valore prima 
di due, oppoi sino di trecento mille ducati di rendita, valutan- 
done il capitah^ a ragione del prezzo medio di tutt« le vendite 
pubbliche e private, che seguirebbero nel corso d" un anno nei 
luoghi de' rispettivi beni; e ciò a buon conto delle contribuzioni. 
lasciando alla decisione del Direttorio Esecutivo Francese l'inter- 
petrazione dell' articolo delle riservo e la fissazione della contri- 
buzione totale; giacché il famoso decreto di Championnet circa 
la contribuzione non era stato accettato ed era stato da lui stesso 
con sua lettera al Governo flichiarato ingiusto ed esorbitante. 
Nella seconda negoziazione, intavolata "sotto gl'auspicii d'Abrial 
da me, da tuo Fi*atello, tla Albanese e da Abbamonte. si ritornò 
alle stesse offerte, che non furono accettate. Si propose poi una 
transazione, che fu accettata da principio e dopo ributtata. In- 
fine, si era al pimto di conchiudere nei seguenti termini: che la 
Repul)lica Francese avi'sse iMuniiziato all' articolo delli' riserve, e 
Anno XXVI [. li) 



— 146 — 

restando tutti i boni supposti cx-R,ejii alla Nazione, (juesta tivrel)- 
be pagato in tutto una contribuzione di 12 millioni di ducati in 
dieci anni a rate eguali, A questi termini fu da me lasciato il trat- 
tato, ma non più con Faypoult, eli" era stato richiamato ed era 
partito portando seco l'esecrazione di tutta l'Italia e l'indegna- 
zione di tutti i buoni Francesi: giacché a lui, ed a })ocir altri suoi 
pari, devesi la mina della prima e i rovesci dei secondi, resi 
(sebbene ingiustauTcnte) partecipi dell' odio de' popoli, che spesso 
confondono con jiochi rei molti innocenti. Le nuove vicende, 
sopraggiunte all' armata d'Italia, che l'obbligarono a riunire tutte 
le sue forze, e perciò a lasciar Na])oli ablìandonata al suo fato 
o alle sue proprie forze, mutarono all' intutto la posizione degli 
affari, e resero inop])ortuno (piel trattato. 

Abrial, riconosctmdo la cattiva organizzaziane del ])rimo Go- 
verno Provvisorio, già stata osservata dal GJoverno stes.so, che 
tentò rimediarvi, ma non vi potè riuscire jier il di-ssenso di alcuni 
membri dello ste.s.so Groverno, che portarono anche nella grande 
politica le piccole gelosie forensi, riformò il Governo e lo rifuse in 
due Commissioni, come vedrai dalle carte stampate che ti sop- 
piego. La riforma è nel senso di quella progettata dal Governo 
avanti il di lui arrivo. Essendomi io reso privato ))er una di- 
missione parziale ])er l'oggetto indicatoti di sopra, ma ignorato 
da tutte le autorità Francesi e Napoletane, fuorché (hi pochi 
Patrioti, ho potuto parlare liberamente ad Abrial, presso il (pialo 
avevo trovato grazia ])er essere egli onest' uomo e amante dei 
suoi pari; ed ho avuto una massima influenza nella nomina delle 
due Commissioni, specialmente dell' Esecutiva, nella quale ero 
stato collocato io stesso, ma non volli accettare. Il solo Ercole 
d' Agnese fu di nomina spontanea di Abrial. Costui è un Na- 
politano di Piedimonte, stato già da .'50 anni in Francia, ove fu 
amministratore dei Dipartimento del Rodano, e nominato anche 
al corpo Legislativo. Egli si è fatto ricco , è di mediocri ta- 
lenti, non par cattivo uomo, ed, avendo la pratica della ri\olu- 
zione e la confidenza d'Abrial e do' Francesi, si potea trarne 
molto partito senza che potesse fare molto male (se non fosso 
stato male intenzionato), essendo solo contro quattro^). Non ti 

1) Sul D'Agnese, vedi La Ri col . Nap. dei 99, .Mbo, nota 77. 



— 147 — 

posso diro quanto moto si diedero gl'intriganti in occasione della 
rifusione del Ctoverno. Mt'dici, S. Angelo ln»i)eriale, Colonihra- 
no, i Rieciardi. ed alti'i simili *). t^a lo credev.ano in paggio; ma 
furono tutti (esclusi e svergognati. Abrial, avendomi domandato 
una nota di Patrioti da mettere nel (fovemo, io gliene presentai 
due, una d'inclusione e l'altra di perpetua esclusione: in (juesta 
erano in capolista i sopramentovati. Ti .stupirai di non veder 
fra i governanti Laubert, Fasulo, liisceglie , Cestari, e (jualche 
altro, conu' anciic di vedervi CJalant/C. Questo vi fu collocato 
dopo la mia jìartenza, ed era nella mia nota conie un uomo da 
utilizzarsi per le sue cognizioni prattiche dalla Repulihlica. ma 
da non mai situarsi nel (Toverno: malgrado tutto ciò. vi si è in- 
truso, non so come '^). Tiaubert poi fu calunniato in mille modi 
dagl' intriganti, che giunsero perfino a farlo arrestare da (piattro 
bricconi della Guardia Nazionale senz'ordino, col pretesto ch'ai 
vole.sse fuggire do[)o data la sua dimi.s.sione. Io fui co.strett« 
a domandare la punizione di un t.ide attentato contro la sicu- 
rezza individuale, come uno del Popolo, prima al (governo: ma 
non avendo ottenuto piena giustizia per il pregiudizio d' alcuni 
membri, die pretendevano che il punire lo zelo indiscreto delle 
Guardie Nazionali potea niffretldarne l'ardore, sono stato costretto 
a ricorrere al (ì onerale, che ordinò la severa punizione di codesti 
])erturbatori della pubblica quiete. Laubert fu la vittima d' al- 
cuni suoi primi moti e dell'odiosa commissione avuta per l'esi- 
gon/a della tassa, '-he ])ort.ò la calunnia sino a dire eh' Egli e 
Piatti servivansi di falsi pesi por pesare i metalli preziosi dei 
contribuenti. Tu conosci la persona , puoi facilmente giudicare 
del valore d'una tale .sciocchi.ssima accusa. Laubert però era in 
ottimo credito presso Abrial, e mi avea i)rome.sso d" impiegarlo 
presso di sé: ciò che sarebbe stato a.s8ai più utile alla Repubblica 

1) Poi primi tre, vedi sopra p. ì'-i'l. — Ricciardi, forse Francesco 
Iticciardi, che fu poi ministro di giustizia nel decennio. 

') Giuseppe Maria Galanti, autore della Dem'ìizimte del Regno delle 
due Sicilie, e di altre opere storiche ed economiche pregevolissime, 
riuscì a schermirsi dal prender parte al governo repubblicano. Son 
da leggero sul proposito le sue inedite Manorie. che si conservano 
presso il sig. \'inconzo Galanti, suo discendente. 



— 148 — 

che (li metterlo nel Governo ^). Cestari è .stato escluso [ìer la sua 
imprudenza, e, per quanto sia un buon uomo, non può negarsi 
che non fosse un pessimo governante 2); Bisceglie era troppo pa- 
glietta ed attaccato alla clientela, ma non sarà obliato nelh^ alto 
cariche della magistratura ^). Di Rotondo si è detto molto male, e 
forse con qualche ragione. Tu sai che costui era un intruso nel Pa- 
triottismo ^). A Fasulo ^) si è imputata la sua relazione con Medici, 

1) Pel Laubert, vedi sopra p. 122. Suirattentato, che ebbe a patire 
per parte della guardia nazionale, vedi anche De Nicoi..\, Diario, 
I, 106-7. Era patriota sincero, e di condotta illibatissima. 

2) Il letterato Giuseppe Cestari fu nominato dei 2r> del Provvi- 
sorio nel febbraio; vedi Monitore, n. ó, 28 piovoso, 16 febbraio. In 
un Compendio Storico della rivoluzione e controrivohizione di Napoli 
del cittadino Fabrizio de' Fabricj, ms. della Società Storica, an- 
che proveniente dal Ruggiero, si legge che il Cestari fu tra i pri- 
missimi Griacobini napoletani, ed alla venuta della squadra francese 
nel 1792 " invitò ad una colezione in casa sua il viceammiraglio 
Latouche, il quale, essendovisi portato in compagnia di parecchi 
dei suoi, vi trovò una scelta società dei più bi-avi patrioti napole- 
tani: si stette allegramente, e si mangiò, e si bevve alla Libertà „. 
Fu ucciso il 13 giugno, combattendo contro le orde del Ruffo. 

'•^) L'avv. Domenico Bisceglie, dei 25 del provvisorio, processato 
prima del 99, fu poi giustiziato nella reazione il 28 novembre. 

'') Sul Rotondo e le accuse mossegli, vedi Coco, Saggio storico, 
e. XXII. Fu giustiziato il 30 settembre. 

■j) L'avv. Nicola Fasulo tra i più caldi e benemei'iti patrioti na- 
poletani, giustiziato poi il 29 agosto 1799. Allorché il Medici fu so- 
spettato dalla Córte (narra il ms. citato del De' Fabrici) " un tal 
Michele Perier, francese, offerse al Fasulo a nome della Regina la 
toga, qualora avesse Medici denunziato. L' avvocato Fasulo, qual 
uomo di onore, ne intese offesa, e, recatosi nella segreteria di Acton, 
coraggiosamente gli disse che la sua casa era assediata da una 
turba di emissarj, che tentavano di sedurlo; ch'egli rinunziavaalla 
toga, allorché la dovea avere a prezzo sì vile ; ma conosceva bene 
che queir era un intrigo ministeriale per perdere un magistrato 
d' onore qual era Medici. Intrigo ministeriale ! — col veleno sulle 
labbra ripose Acton — badi bene, signor Fasulo. che di questa parola 
Lei mi darà conto. Dì fatti la notte de' 28 febbraio (1795) furono 
per ordine del re arrestati e tradotti in orridi ergastoli Liagì de 



— 149 — 

ma caluiiiiiusamente. Egli però è anche riservato agli alti iju- 
|)ioghi (li magistratura. Il nuovo (-roverno ha spiegato una mas- 
sima energia, e gode 1' universale confidenza di tutti i partiti 
in Xa))oli: ed è rigxiardato dal resto degli Italiani' come 1* an- 
cora sacra delle sue speranze. La (ìuardia nazionale di 12 m. 
uomini scelti è organizzata, e i)iena d'energia. Mantiene il buon 
ordine nella città, ed accorre a respingere valorosamente tutti 
gì' insulti che tentano gl'Inglesi nei diversi luoghi «Iella Costa. 
A Salerno, a Sorrento, a Castellammare, a liaia , i superbi Ti- 
i-anni del mare fuggirono malconci davanti ai bravi Patrioti 
Xa|)olitani, e vi lasciarono morti, feriti e prigionieri. Diverse le- 
gioni <li linea sono organizzate, ed hanno già dato prove del loro 
valore contro gl'Insurgenti della }*uglia, ch'hanno (juasi del tutto 
ridotti, e contro (juelii della Calabria, contro i ([uali hanno già 
combattuto [)iù volte con vantaggi . e ultimamente vi fu luogo 
di avanzare 70 individui benemeriti e di degradare un solo uf- 
l'iziale [)er viltà. Matera comanda una spedizione in Puglia, Fran- 
cesco Pignatelli da generale (li Brigata un' altra in Abnizzo e 
Jiasilicata, una terza da capo di brigata Schipani in Calabria. 
ed una (puirta il generale di (.-avalleria Federici alla testa di 4 
Reggimenti di Cavalleria (juasi completati. Ogni dipartimento 
avrà una sezione di linea, ed un dato numero di gendarmi, che 
sono già organizzati. Le guardie nazionali de' Dipartimenti sono 
organizzate in modo di poter prevalersene in linea nei casi ur- 
genti, e sono comandate da tui offiziale di Linea in capo e da 
un Patriotta in secondo. 1 Lazzaroni fraternizzano di buona fede 
col Governo, e, poiché questo ha abolito la gabella delle farine, 
amano il sistema Repubblicano: ed una Deputazione di 12 capi 
Lazzari andiedero a ringraziarne il Governo, che li accolse amo- 
revolmente, e li jyromosse tutti ad offiziali della Guardia Nazio- 
nale. Il Cardinale e il Clero si prestano ili buona fede alle mire 
del Governo. Il Cardinale ha dichiarato caso riservato a lui qua- 
lunque atto o pensiero controrivoluzionario, o pubblico o segreto. 

Medici, r avv. Fasiilo ed altri amici loro al numero di quattordici, 
tra i quali il P. Abate D. Eramauuele Caputo, benedettino, l'avvo- 
cato Saponara, e Giuseppe Danieli, segi-etario della Cassa Sagra „. 



— 150 — 

S. Gennaro fece prontamente il miracolo alla presenza di tutte le 
autorità costituite Napoletane e Francesi, con stupore di molti e 
con universale soddisfazione. Tutti li sforzi, i uuuieggi e le spese 
fatte dai Baroni per impedire la sanzione della Legge de' feudi, 
fatta dal primo Governo Prov\isorio e che restò sospesa per 
qualche tempo in mano di Macdonald, non riuscirono a mandarla 
a vuoto in mano d'Abrial. Ella è giusta, sebbene un poco rigida; 
è ora in vigoro ed ha non poco contribuito a guadagnarci le Pro- 
vincie 1). Le polizze acquistano un poco di credito, ma una legge 
già fatta intorno ai banchi dall'antico Governo Provvisorio, che 
non si è ancor pubblicata perchè ha bisogno di molti preliminari, 
potrà rimediare in tutto a cotesto sconcerto. In Napoli regna 
l'abbondanza d'ogni cosa, tranne che di formaggio : e i Lazza- 
roni, nelle loro effusioni di cuore, dicono, che andranno in Sicilia 
a provvedersene colle baionette. Il Governo adesso è indipen- 
dente, e fuori di tutela. Abrial è in Roma, e non se ne mischia 
più. Egli ha fatto una requisizione volontaria di cavalli e n'eb- 
be due mille in 24 ore solo in Napoli. ]'are che tutti concor- 
rano di buon cuore alla causa pubblica, tanto })iù dopo che la 
veggono affidata a loro stessi. L' orgoglio Nazionale raddoppia 
l'energia, a segno che, dovendosi rialzare la batteria del Molo, 
opera che avea bisogno di più settimane per compiersi coi mezzi 
ordinarli, fu fatta in ])Oche ore col consenso di tutti i buoni cit- 
tadini d'ambi i sessi, che vi travagliarono indefessamente. Non 
sono rimasti che 300 Francesi in S. Elmo, e pochi altri a Capxui e 
Gaeta: tutto il resto è nelle nostre mani, Il progetto di costitu- 
zione è già stampato. E veramente democratiche. Ora il Governo 
si occupa della di lui discussione , ed in breve la Federazione 
avrà luogo. Si può dire che vi è la tranquillità in tutte le Pro- 
vincie, tranne che in Calabria, ove l'antipapa Ruffo fa cose degne 
del suo nuovo carattere; ma una Legione di volontarii Calabresi, 
già organizzata in Napoli, e le altre forzo della Repubblica pur- 
gheranno la terra di quel mostro , e restituiranno alia Magna 
Grecia il suo antico onore. Egli ha scomunicato il Governo Prov- 
visorio, e questi lo farà scomunicare dal Cardinale di Napoli: cosi 

*) Per la legge dei Feudi, cfr. Covo, Saggio, cap. XXIV. 



— 151 — 

lii falsa monota vion ricamhiata in false cedole. La <^ià Arca- 
(leinia dei Cavalieri è stata assegnata per la riunione di tutte 
lo sale Patriottiche, delle <[uali è Presidente Salfi '): e nella pri. 
ma seduta, delil)erando sopra i pericoli della Patria, si risolse di 
proi)orre al (Joverno l'universale coscrizione militare, o lo società 
diedero il primo esemi)io. coscrivendosi tutte spontaneament*'. 
I/alta Coiuinissione militare punisce con severità, ma senza cru- 
deltà uè aì>uso, i r«>i di Stato. Quattro ilegli assassini del Duca 
della Torre, fra i ([uali il [)arrucchiere, sono stati fucilati. 

Da codesto (juadro della nostra posizione, e da quello di più, 
che ho incaricato Daiulolo di dirti a voce e che tu gli donuuide- 
rai, se mai si scordas.se di dirtelo, potrai vedere ciò che ti con- 
viene di fare, ed essere in grado di agire un poco più a causa 
cognita. Se non ci viene il male ila coloro dei ijuali non do- 
vremmo iispettare che il bene, noi ci sosterremo a dispetto di 
((uahuKiue altro ostacolo. Sta in prevenzione che Faypoult, e tutta 
l'orda amministrativa e li suoi aderenti, vengono in Francia ir- 
ritati di non aver potuto fare a Napoli tutto quel male, che vo- 
levano, e che hanno fatto nell' altre parti della misei'a Italia, e 
pronti a calunniare la nazione ed il Governo, tanto per vendetta 
che jier loro giustificazione, affine di rifondere sul poco amore 
de' Popoli Italiani per la Libertà e per la Francia tutti i mali, 
che la di loro scellerata condotta ha cagionato all' armata neil'in- 
surgenza universale delle Nazioni, che, disperate per la miseria, 
nella quale veggonsi ridotte per la rapacità di costoro, hanno cre- 
duto da stolte di trovar sollievo nel so.stenere le armi nemiche, 
nui non tardarono ad aver occasione da ricredersi del loro er- 
rore, e molte ritornano amiche dei buoni Francesi. Per disgra- 
zia alcuni Generali, chi per scusare i proprii torti, chi })er so- 
stenere la propria opinione, chi per spirito di partito, sono en- 
trati nolla cabjda amministrativa, e appoggiano le di lei calun- 
nie; ma i più ed i migliori la smentiscono, e sono per noi. 

Ciò ti serva di regola, ed o|)poniti fotis virihus all' effetto di 



1) Fraucesco Salti : vedi per la sua presidenza della Societìi pa- 
triottica il Nardini, Mémoires, pp. r21-(), dove per errore è detto: 
'• Antonio Salfo „. 



— 152 — 

si atróci calunnie. Al mio arrivo ti porterò i documenti irrefra- 
^•abili per la nostra difesa. 11 Governo di costì è troppo amante 
della sua Patria, di cui conosce troppo bene le convenienze e 
gi' interessi, per non volere abbandonare l' Italia, la di cui sal- 
vezza,, libertà e prosperità possono solo consolidare e accrescere 
quelle della stessa Francia. La Ragione e l'interesse ben inteso 
son per noi : che ci resta adunque da temere ? La cabtda coi 
suoi oscuri maneggi si dilegua avanti lo splendore della verità. 
Può soi'p rendere per un momento nell' oscurità , ma al ])rimo 
raggio di luce è jierduto. Ti mando })er Dandolo la mia tradu- 
zione del Discorso della Boezia sulla Schiavitù volontaria. Questo 
ti servirà di cifra per scrivere a Celentani , ed a me qui in Ge- 
nova, o altrove. Il metodo, che terrai, sarà questo: marcherai le 
[)agine con un segno sotto , come p. e.: 40 : e poi ogni lettera 
avrà due numeri: iL primo indicherà la linea, il secondo la posi- 
zione della lettera nella stessa linea. Serviti di questo per tutte 
le cose importanti. Celentani ti saluta. Le tue genti stavano 
bene alla mia partenza, ed anche dall' ultime notizie che ne ho. 
Salutami tanto Selvaggi, Adamucci, e tutti gl'altri l)uoni amici 
di costì. T'abbraccio con tutta la pienezza del sentimento. Addio 
di vero cuore *). 

P.S. Caro Amico. Ti ho scritto costantemente dopo la mia 
partenza da Milano. Ti ho informato di tutti gli avvenimenti 
che hanno avuto luogo e dei passi da me dati. Non ho potuto 
parlarti di Napoli, perchè senza la venuta di Paribelli ne sarei 
stato all'oscuro al pari di te, essendo rimaste interrotte tutte 
le comunicazioni. La mancanza di tue risposte mi fa dubitare 
che non ti sieno pervenute le mie lettere, e ne vivo in angu- 
stie perchè contengono delle cose molto interessanti. Dal canto 
mio, ho fatto quanto ho potuto per rendermi degno della Patria 
e dei miei principii. Ardo intanto di voglia d' andare in Napoli 
per dividere cogli altri amici le pene, i pericoli e la gloria. — 
Dal dettaglio di Cesare ben vedo che la nostra Patria si mo- 
stra ben degna della libertà, cui da lungo tempo aspira; ed in 

1) Qui termina la lettera del Paribelli. Il poscritto, che segue 
d'altro carattere, è del Celentani. 



— 158 — 

mtizzu il tutti gli o.stacoli risurgi.' più gloriosa. Dandolo , come, 
ti scrive Cesare, ti ilirù a voce delle altre cose, le quali a que- 
st'ora sono ancor note ad alcuni solamente dei nostri amici in 
Napoli: e son persuaso che, ben lontano dall'avvilirli, gli daranno 
nuiggior coraggio ed energia. Scrivo all'ottimo amico Testi, cJie 
tu gli darai le notizie di Napoli, Ti prego dunc^ue a comuni- 
carcele fedelmente per sua consolazione. Ti continuerò a scrivere 
por la posta e per tutte le altro occasioni, ed al presente spe- 
cialmente che abbiamo una cifra. Amami e credimi costante- 
mente tuo vero amico 

Celentani ') 

IV. 

L' IDEA dell' unità d' Italia. 

Si Stira uotiita «pianta l'idiu-ia .sj»iii da (iiu-sta lettera. 
La situazione di Napoli era, in verità, disperata ; ma i 
patrioti sentivano tal gioia di essersi tolto di dosso i 
Francesi, che al ])aragone la feroce guerra che li attorniava 
era da essi affrontata con serenità. Questo sentimento, 
che ci è attestato dagli storici del tempo, riceve ora una 
bella conferma dai nostri documenti. Agli occhi poi degli 
esuli, che s'accoglievano in Genova ai j)rincipii del giu- 
gno 99, la Repubblica Napoletana, resistente ai molte- 
plici nemici, ricca di tanti sinceri ed animosi difensori, 
appariva come un segno di sjjeranza per l'Italia intera. 

A dare un i)iù vigoroso avviamento a queste speranze 
sopravvenne il rivolgimento in Francia del 30 pratile 
(18 giugno) : la caduta dell' antico Direttorio; l' insedia- 
mento del nuovo con prevalenza di elementi radicali e 
giacobini ; le minacce di porre sotto processo il La Ke- 
villière e il Merlin, e gli agenti e commissarii, che con le 

1) Fondo Biujf/iero, ff. 82-87. 



— 154 — 

'loro malversazioni avevano eccitato Todio contro la Fran- 
cia dei popoli già a lei devoti ; la liberazione dello Chani- 
pionnet dalla prigione e dal processo, e, poco dopo, In 
la nomina di Ini a generale dell'armata delle Alpi. 

Quei rifugiati ed esuli di (renova e di Francia fur'ono 
unanimi nella persuasione che la fortuna del sistema re- 
pubblicano non potesse restaurarsi in Italia se non sulla 
base dell'indipendenza e deìV unità italiana. Diventavano 
così concrete , e assumevano carattere collettivo , (juelle 
idee di unità, che negli ultimi anni erano apparse (pia e 
là sporadicamente *). E fui'ono compilati, e sottoscritti 
largamente, indirizzi e petizioni ai nuovi legislatori fran- 
cesi per esporre questo voto dei patrioti italiani. Najìoli 
era già caduta il 13 giugno ; ma di tal fatto non si era 
avuta ancora notizia, e i castelli, a ogni modo, ancora re- 
sistevano. L' Indirizzo, che possiamo dire primo per la 
data tra quelli nel senso suindicato, fu scritto da Cesare 
l'aribelli. 

11 Botta, che gli era amico e che doveva ben conoscere 
i casi di lui, ci ha conservato una notizia imj)ortante, die 
ci spieglierebbe anche in qual modo il Paribelli impie- 
gasse parte dell' aprile e del maggio 1799 ; il che non 
appare dalla sua lettera al Ciaia. È risaputo che nella 
C^isalj)ina, per effetto degli arbitrii, delle arroganze e delle 
oppressioni francesi, si suscitò ai principii del 1799 un 



1) Tra i pi-imi le espresse il napoletano Matteo Galdi, esule del 
1794, ed autore nel 179f) del libro: Sulla lìeresslth di stnhilire una 
liepìibblica in Italia. — Vedi per la storia dell'idea unitaria : A. Fran • 
CHETTi, Storia d'Italia dopo il 1789, pp. 397-408 ; D'Ancona, Unita e 
Federazione, studii retrospettivi. 1792-1H14, in Varietà storiche e lette- 
rarie, II, pp. 399-347; Fk^nchetti, Dell'unita italiana nel 1799, •in 
Niioiia Antologia, 1 aprile 1890; C. Tivaronc, L'Italia durante il do- 
minio francese, Torino, 1889, II, 450-46H ; Franc^hktti, Storia mo- 
derna d'Italia (in corso di stampa), pp. 39-41. 



15Ó — 



movimentcj per rirKli|t('n<l('n/.a italiana, del quale furono 

capi i ij:('nerali Lalio/, Pino e T<'MÌllrt, pil un iJirai^o di 




< "l s \kl- l'VKIHl- I IT *) 



■'•) (^)uosto ritratto, olio mostra il l'aribolli in iinifonne d'ispettore, 
e con la decoraziono della t'orona di ferro di cui fu insignito il 
24 febbraio 1810 dall'imperatore Napoleone, ci è stato anche fa- 
vorito dall' avv. Osare Paribelli. 



— 156 — 

Cremona. Per ottenere la liberta e l'indipendenza, costoro 
avrebbero anche appoggiato gli Austriaci contro i Fran- 
cesi (e così infatti fece poi, per suo conto, il Lahoz ^) ); 
ed ordinarono a tale scopo una società segreta, la cui 
sede principale era in Bologna, donde spargendosi per 
ogni parte d'Italia a guisa di l'aggi, la Società era detta 
dei Raggi. " Questo tentativo — scrive il Botta — era 
contrastato da coloro tra gli amatori della libertà e <lel- 
l'indipendenza, i quali, memori dei servigi fatti loro dai 
Francesi che gli avcA'ano libeiati, alcuni dal carcere, altri 
dall'esilio, ed altri anche da peggio, e persuasi che senza 
l'aiuto di Francia era impossibile resistere ad un tempo 
stesso alla parte che in Italia desiderava 1' antico stato 
ed all'armi austriache, mal volentieri sopportavano che 
per acquistare un'indipendenza dubbia si volesse non so- 
lamente scostarsi dai Francesi medesimi, verso i quali 
professavano gratitudine, ma anche voltar l'armi contro 
di loro, ove le occorrenze dei tempi il volessero. Fra que- 
sti ultimi, più di tutti, insisteva Cesare Paribelli, il quale 
era stato mandato da Milano in Romagna ed a Napoli '^) 
per consultare su di queste faccende coi novatori del 
paese. Pure, essendosi col tempo viepiù scoperto che il 
Direttorio di Francia aveva l'animo troppo contrario alla 
libertà e all'indipendenza d'Italia, questi medesimi, e Pa- 
ribelli principalmente, erano venuti a voler l'indipendenza 
contro e a dispetto di tutti. Queste cose si tramavano, 
e già i semi se ne spargevano ; ma vennero poco dopo 
i tempi grossi e le rotte dei Fi'ancesi, per le quali, so- 



ì) Cfr. Botta ^Storia (V Italia dal 1789 al 1814, 1. XV Ili, pp. «32-6. 

■^) Qui il Botta sembra confondere, giacché il Paribelli mosse da 
Napoli ; ma è possibile che, prima di recarsi a Genova, si spin- 
gesse in Romagna e nella Lombardia. 



-- 157 — 

{)rabbondan(lo un'estrema foiza di «jjcnti settentrionali, 
tutti questi sentimenti diventarono vani „ *). 

Per tali vicende sarebbe passato, secondo il Botta, il 
disegno dell'Indipendenza italica nella mente di Cesare 
Paribelli : fincliA, dopo il 18 crintrno 1799, ])rese forma nel 
seo-ucntf : 

I.NDiKi/zn DKi Patkiotti Itai.iani 

Al DlUKIIoUl K LkiìIHI-ATOKI H(A\<KS1 

Cittadini Legislatori e Direttori 

Voi avete finalmente aperti gli occhi sul precipizio, che mi- 
nMcc'iava d'ingoiare la Libertà. Voi avete riprov.ito il sistema spa- 
vontevole di roncussione e di tirannide. <;lie gravitato avea trop- 
po lungamente sopra alcune contrade sventurate sacrificate, al- 
l' ambizione, all' avidità , Jilla perfidia di certi uomini inetti o 
scellerati, che usurpavano con imj)ndenza il nome e 1' autorità 
della Repubblica francese. 

E permesso una volta di farsi sentire alia voee della verità. 
Ci è lecito finalmente di mettervi sotfo gli occhi tutti i misfatti 
che compromettevano la gloria e la sicurezza del nomo francese 
in Italia. No. noi non imputiamo uè a voi, né alla nsvzione ge- 
nerosa, che riempi tutto 1' orbe delle sue prodezze, le nostre 
disgrazie; noi ne accusavamo soltanto i soliti intrighi, che ad- 
densato avevano intorno di voi, che potevate e volevate repri- 
mere gli abusi le tenebre dell' errore. 

La corrispondenza non sarà ormai più interrotta. Le frontiere 
della Francia non saranno ormai più chiuse ai Patriotti Italiani 
rifugiati e proscritti pel solo delitto d' aver amato i Francesi, 
e che nella loro disperazione, nel mentre che la lor patria era 
invasa dai barbari, s" erano veduti oppressi e disannati <la tanti 
supposti agenti della Repubblica Francese. 

Si. Legislatori e Direttori, si, che portavano il nome d'amba- 

*) BoTT.\. op. olt.. L. Xl\'. pp. 4t)ó-(). 



— 158 — 

sciadori Francesi coloro che, invece d' accogliere le nostre sup- 
pliche per essere associati ai vosti'i vessilli, ci respingevano e ci 
colmavano di persecuzione e d' ignominia, e ci trattavano quasi 
Iloti a Sparta, o schiavi in Roma, cui niegato veniva 1' onore di 
portar 1' armi per la patria. 

Troppo numerosi sono i fatti, che presentar vi si devono re- 
lativamente alla condotta amministrativa, militare e ])olitica de- 
gli agenti Francesi, per j)oter essere contenuti in una semplice 
memoria, che i Repubblicani Italiani non possono più a lungo 
ritardare di farvi ])orvehire. 

Noi dimandiamo ai Rapjìresentanti e ai supremi Magistrati del 
j)opolo Francese, che in nome di ({uesto popolo magnanimo, e al 
cospetto dell' Europa, ])er eterna vergogna dell' insolente casa 
d' Austria, che crede d' aver già disonorata l'Italia e messi in 
pezzi la Francia, 1' Indipendenza Italica sia proclamata. 

Legislatori e Direttori, il vostro interesse lo esige, non meno 
del nostro. Chi potrà impedirvelo ? Chi tra di voi potrebbe mai 
concepire 1' atroce idea di patteggiare colla cavillosa casa d'Au- 
.stria, da tanti secoli nemica giurata e naturale della Francia, e 
che la Repubblica francese deve per sistema isolare dall'Italia, 
e smembrare o distruggere ? Chi vi sarà fra di voi che possa, du- 
bitare de' successi che otterrà la Libertà, restituita nel suo pri- 
miero ascendente , e a quei generosi slanci, che sono stati ca- 
gione di tanti prodigi V 

Pensate che i piccoli stati Italiani, ducati e regni, sono già 
disorganizzati, e che non vi è più verun' altra alternativa per 
loro se non di vederli inghiottiti dalla dominazione Austriaca, 
riuniti come in un fascio per presentare una nuova Repùb- 
blica all' universo. Potrete voi ancora esitare? 

Proclamate dunque la Repubblica Italica, e voi avrete delle 
legioni che si uniranno alle vostre, e non sarà allora solo il san- 
gue francese che verserassi per difesa dell'Italia e della Francia. 

Porzia diceva a Bruto ch'ella non era soltanto qual concubina 
la compagna del suo letto, ma che dovea essere " associata alle 
sue imprese , e partecipare della sua buona e cattiva" fortuna. 
Cosi noi altri Italiani non vogliamo essere semplici ed inutili 
spettatori delle battaglie dei- vostri guerrieri;, ma vogliamo '.es- 



— 159 — 

sore il itiii'tc ilei Imii pcrii^fli. «Ifi loro ii\ \ aiitiiiiiri •• dcllii lor 
gloria. 

[n (juesto moinento, noi (juale il Piemonte non è né Monar- 
chia ne Repubblica, la Cisalpina, troppo lungamente governata 
(la certi proconsoli tiranni e briganti, che le davano a un tempo 
stesso e leggi e signori ben lungi dalla sua scelta: la Toscana. 
la di cui protesa rivoluzione non è stata che tm semplice pas- 
saggio (lolla potenza suprema dallo mani del suo Granduca a 
(piella d' alcuni Commissarii ed agenti Francesi ; la deplorabile 
Repubblica Romana, ove i nomi di Consoli , di Senatori o di 
Tribuni non sono che una feroce e barbara ironia; la Repubblica 
Napoletana, elio sola offre una democrazia nascente, ma soffocata 
in culla dall' insorgenze che la circondano, e che, create dagli 
eccessi e dagli assassinii di t^duni agenti Francesi, sono st.at-e nutri- 
te e mantenute a suo profitt(ì dalle cure della Corte di Sicilia. 
Tutto in.somma le parti d'Italia, che non prosentano ai loro 
abitanti uè libertà né Patria, uè un regolamento stabile, ne al- 
cun punto centrale, né veruna forma di goven.o, implorano ad 
alta voce dal Popolo e dal CTOverno Francese un atto sollenne. 
e che solo può contenero la loro salvezza, che riattacchi e riunisca 
gli avanzi disj)orsi di (piesto gran Tutto, e renda all'anima Italia- 
na l'energia, di cui sono ormai prive, proponendo loro una molla 
potente ed un segno determinato, tàoè la Rcpubhlieo Italica. 

Allora tutti gì' Italiani a gara prenderanno le armi, e sapranno 
almeno per (pialo cagiono e per quale avvantaggi avranno a ci- 
mentare la loro vita. Una Repubblica ambulante e guerriera 
verrà tosto organizzata sotto il gran, vessillo doli' unione Ita- 
lica per rovesciare, disgregare o cacciare i barbari dal Nord. 

E voi. Francesi, voi sarete giustificati agli occhi dell' Europa o 
della posterità di tanti orrori si lungamente commessi sotto il 
vostro nome, sebbene senza vostra saputa. ii\ (nubile contrade. 
alle quali voi avevate promessa la libertà. 

Voi proclamerete al cospetto di tutta Italia dolio leggi o de' 
regolamenti severissimi per prevenire la rinnovazione dei delitti 
che hanno desolata la nostra Patria, e per offrire alle Repub- 
bliche ricevuto sotto i vostri auspicii una garanzia, o por limi- 
tare (> definire gì' attributi o i potori dogli agenti militari e pò- 



— 160 — 

litici, che potranno ancora da voi essere inviati nei paesi stra- 
li ieri. In tal guisa, venendo distrutta la prima sorgente delle 
insurrezioni , esse non tarderanno a calmarsi ; e gV insurgenti 
stessi si verranno a ricoverare sotto gli stendardi repubblicani. 
e non riguarderanno più a' Russi e agli Austriaci, che quali ne- 
mici delle loro proprietà e della loro libertà. 

Noi vi proclameremo nostri liberatori, e troverete in noi de- 
gli alleati e degi' Amici fedeli e pronti a tutto. Noi saremo ri- 
vali vostri in coraggio e amor Patriottico. Noi imiteremo i vo- 
stri sublimi esempii; e la prospettiva della nostra indipendenza 
e della nostra felicità diventerà contagiosa per gli altri popoli, 
che vorranno partecipare de* nostri felici destini. 

Noi non ci brigheremo più di rispondere a quelle calunniose 
imputazioni, con cui ci denigrano i nostri comuni nemici per 
avere un pretesto di mantenerci in (juello stato di op])ressione e 
di spoglio, .sul quale riposavano le speranze dei Re. 

Legislatori e Direttori, osate alfine di soddisfare il voto uni- 
versale dell' Italia, e di proclamare la sua indipendenza e la sua 
riunione, il di cui centro esiste già nella santa energia dei figli 
del Vesuvio, nello spirito repubblicano dei montagnari Liguri, 
nello sdegno invano ritenuto dei figli dell" infelice Vinegia, e 
nella disperazione di tutti i ril'ugiati Piemonte.si, Romani e To- 
scani, cui non resta più ormai verun' altra alternativa, che o di 
cercare per via d' una morte volontaria un asilo nella tomba, 
o di crearsi di bel nuovo, per mezzo d' una volontà ferma e de- 
terminata, il felice avvenire, eh" era stato promesso alla loro Patria. 

Legislatori e Direttori del popolo francese, parlate e la Re- 
pubblica Italica esisterà. Un' assemblea Nazionale e un Governo 
provvisorio, riunito in Firenze nel centro dell' Italia, saranno in- 
vito a tutti gì' abitanti di queste belle contrade; un"armata au- 
siliaria sarà formata, lo stendardo Italico sventolerà nell" aria ac- 
canto al vessillo tricolorato, e gì' intrighi stranieri saranno sven- 
tati ancor questa volta; e il secolo decimonono vedrà folgorare 
questi due astri vittoi'iosi e protettori, che annunzieranno all'Au- 
stria e al Grabin etto Brittanico la vicina distruzione, o ai discen- 
denti dei germani e agi' abitanti delle tre isole orni:ii troppo 
serve la prossima loro libertà. 



— 161 — 

Un gran numero di Putriotti, i più pronunziati di divertii Stati 
Italiani, non temendo dichiararsi 1' organo della Nazione intera, 
hanno riunito lo loro firme al piede di codeste memorie, affine di 
ottenere dai Legislatori e Direttori del Popolo Francese, che la 
Repubblica Italica indipendente, una, indivisibile, e alleata della 
Repubblica Francese, venga prontamente e solennemente procla- 
mata. 

Questo indirizzo fu firmato dalla maggior parte dei 
patrioti italiani che si trovavano in Genova *). 

Circa lo stesso tempo, il 10 messidoro (28 giugno) Nic- 
cola (Vlontani, che abbiamo visto compagno in Genova 
del Paribelli, scriveva ima lettera al Sieyès, che era nel 
nuovo Direttoiio, e al quale il Celentani era legato d'a- 
micizia, esponendo sensi simili a quelli del Paribelli. La 
lettera doveva essere consegnata al Sieyès dal Ciaia *). 
Vi si faceva un quadro molto forte delle ruberie dei 
Francesi in Italia; e della Repubblica Napoletana (che il 
Celentani credeva sempre in piedi) si diceva: " Il fatto è, 
che la Repubblica Napoletana è forse la j)arte d' Italia 
dove c'è maggiore spirito nazionale ed energia repubbli- 
. cana; e questa osservazione è avvalorata da ciò ch'è ac- 
caduto a Napoli dopo la partenza dei Francesi.... La par- 
tenza deireseicito fiancese ha dato luogo all'energia na- 
poletana di manifestarsi intera. 11 popolo e il governo, 
abbandonati ai loio mezzi soltanto e che s' erano egual- 

*) Fendo ParihdU, ff. 12-13. Unaltra copia in francese, ff. 44-47. 
In quest' ultima si legge neirintitolazione : " Adresse etc. presen- 
tée au tems des revers des Armées Francaises en Italie après la 
journée du mois de Juin 1799, la dernière arrivée en faveur des 
principes républicains. L' aiiteur 1" a redigée à Génes, et Y a faite 
signer de la plus part des patriotes Italiens. qui s' y trouvaìent, et 
r a presentée personnellenient à Paris ,. Per isfortuna, uè in que- 
sta nò nella copia in italiano, sono trascritte le firme. 

'^) Vedila in SAiXT-ALBtN, o. e, docum , pp. 357-3(52. 
Anno XXVIL 11 



-^ 162 — 

rùeiite cotópromessi pei' la causa della libertà, non lian 
voluto espoi'si ad essere preda o degl' Inglesi o della 
córte di Palermo, che sarebbe tornata trionfante; é vi è 
stata un' imponente riunione di forze e di volontà , per 
prepararsi a rassodare la Repubblica „. E soggiungeva, 
esagerando o illudendosi: " Le colonne spedite nelle pro- 
vinole si sono già battute con successo, e ventimila uomini 
idi^ guardia nazionale, levati prestamente in Napoli, come 
altre leve' per effetto di una coscrizione militare, hanno 
mostrato ciò • che può l'ardore della libertà. Io non sarei 
ìneravigliato che , tra breve, la Repubblica Napoletana 
potesse fornire delle forze ausiliarie alla Repubblica Fran- 
cese per combattere gli Austriaci, e rendere anche j)iù 
nazionale l'odio contro il despotismo „. 
.! ' Le stesse iUusioni nutriva Francescantonio Ciaia a Pa- 
rigi. Tra le sue 'carte è un ragionamento sulla situazione 
dei partiti politici in Francia in relazione colla liepub- 
.blica. Napoletana, nel quale si dimostra che Napoli re- 
pubblicana è nemica naturale della fazione realista e del- 
l' orZeajni^^rt, e che non ha interessi con quella termido- 
riana, che protesse il Faypoult e imprigionò lo Champion- 
•net; e che tutto spinge all' intesa e alleanza della parte 
•repubblicana del nuovo governo con Napoli, contro i co- 
muni nemici *). • 



*) Fondo Ruggiero, ff. 137-1.57. Giova riferirne integralmente le 
•ultime pagine : 

■ ** TautFan 6 et totit Fan 7 se passa donc de manière que le Di- 
¥6ctoire ^fe tfouva entre deiJx sortes d' oppositions contraires: 
•" " Léis'restes de Clichy d'un coté avec les emigrés, les prétres re- 
fracìaii-es que le gouvernement thermidori^n enclouait, deportait. 
hiitrà'llait, fusillait. 

"; Les reptìblicains^ qu'' il destitviait, qu' il decimait, qu" il empe- 
chait d'entrér dans le Oorps legislatif. . 

" Oet ignorant gouvernement ne savaìt pas qu'un gouveiuiement 




~ 163 — 
Il 25 giugno egli scriveva in cifra al fratello a Napoli: 

Gli affari prendono buona piega : è uopo profittare del mo- 
mento. Spedite subito una persona colle credenziali por far ri- 
conoscere la nostra Repubblica e. se è opportuno, oonchiudere 
un trattato di alleanza. 



s'écroule (piand il y a doux partis d' opposition contraires contre 
lui, car alors il demeure isole et denué de ses apuis. 

" Il se croyait appuyé des puissances etrangères que le trahis- 
saient: elles exigeaient le retour aux anciens limites, la chute des 
nouvelles republiques; le vii Directoire y consentait. Tout k coup, 
les restes de Clichy ou les royalistes de 1788, la royauté d'Espagne 
se reveillent d'un coté contre la royauté d'Orleans, d'un autre coté 
les republicaius se reunissent, Tennemi et le danger approche : len 
republicains s'emparent de la revolution, et Merlin et Revillière soni 
precipités du trone dictatorial. 

" Quelles sont les suites de cettes journée '' Elles seront neces- 
sairement les oscillatious d'un mouvement imprimé contre le parti 
d'Orleans par deux partis contraires; la république toujours en mi- 
norité et detestée des royalistes de 1788, unis cette fois au repu- 
blicains pour la première fois contre les Orléanistes, sera triom- 
phante si elle ne commet pas les fautes que Merlin d' une part 
avec Talleyrand, eu place ou hors do place, hii ffiout cninniettre, 
ainsi que Clichy. 

" Quant an pauvre Clichy, (jui s etait uni au rei)ublicaius con- 
tre d'Orleans parce (|u' il esperait tout des Kusses et qu'il croyait 
(pie la journée serait pour son profit, le pauvre Clichy fait la paix 
en ce moment-ci avec Merlin et son parti. 

" Et alors le Gouvernement actuel va se trouver assailli par la 
doublé opposition royale : 

** 1") de Clichy royaliste de 1788 unie ìi 

" 2"*) d'Orleans, qui est son ennemie jurée. 

" Et conime mon ouvrage et la nature demontrent cjue deux op- 
posit'ons contraires detruisent un gouvernement: 

" Le gouvernement républicain peut dans quelque tems d'ici de- 
perir par cette simultanee opposition, alors surtout (pie les royali- 
stes s'empareront de la liberté de la Presse. 

" Ré.sultat — Naples et la .Kepubli(pie. 



— 164 — 

Date tutte le vostre cure alla forza: qui non vi è bisogno di 
molto danaro: si spenda dunque alla forza armata per fare che 
tutta la nazione sia ad un cenno su l'armi. Organizzate dei club 
nei cantoni tutti dei dipartimenti. 

Badate ai maneggi della Spagna nella nostra Repubblica per 
procurarsi un partito. Non permettete mai alcuno sbarco delle 
sue truppe. 

Spero tra breve spedirvi un corriere con consolanti nuove. 

Questa è la quinta lettera da me scrittavi in cifra. Parigi 
sette messidoro. ^). 

Mentre egli così scriveva, il fratello Ignazio, chiuso in 
Castelnuovo , era di quelli che sconsigliavano la sortita 
violenta e l'abbandono dei vecchi, delle donne e dei fan- 
ciulli: " solito ad abbellire — scrive il Botta — colla in- 
nocente e placida fantasia tutte le umane cose, abbelliva 
ancora quell' estrema sventura „ ^), e si consegnava ai 
carnefici di Be Ferdinando. 

" De tout ceci il résiilte : 

" P Que la République Napolitaine n"a aucune sorte d'elemens 
miscibles avec Clichy: il est l'ennemi des republiques, il était l'en- 
nemi de Bonaparte. 

" 2° Il resuite que Naples république n'a aucune miscibilité avec 
Thermidor, qui n'en a voulu qu"à son or, parce que Thermidor, vou- 
lant une rojauté orléaniste ne peut vouloir fonder en Italie des 
republiques. 

" 3** Il résulte que Naples ne peut avoir des interéts réels qu'a- 
vec la République; car elle seule peut vouloir créer des gouveme- 
ments analogues. 

" 4" Il resuite que Naples peut avoir des interéts avec la faction 
Barras espagnole ; mais e' est entre Naples royaliste et la France 
royaliste et espagnolisée. 

" Il résulte, enfin, que dans le concours des brigands de Faypoult 
et de Ohampionnet républicain, celui ci a du étre enchainé par Ther- 
midor et delivré par le nouveau Directoire; et viceversa pour Fay- 
poult „. 

^) Fondo Ruggiero, ff. 106-7. 

2) Botta, Storia, L. XVIll, p. G20. 



■ 



— 165 — 

Poto (l()j»(>, Cc«aic Paribclli, portatore (leir7/ir///v.ì^o mu- 
nito dello firme dei patrioti, partiva da Genova per Pa- 
rì^ì, per presentarlo di persona al Consiglio dei Cinque- 
conto. Egli })assò per Grenoble, dove rivide lo Cham- 
pionnet, nominato il 17 messidoro (5 luglio) generale 
dell'Armata delle Alpi. A questo, come ad antico amico 
e protettore provato degl' Italiani, il Paribelli tenne pa- 
rola del disegno della Repubblica Italica, e della necessità 
di dare agli Italiani, per avere il loro attaccamento alla 
Francia, una garenzia. Lo Championnet approvò, incorag- 
giò, gli procurò " potenti appoggi „ *) ; confortato dai 
quali, il Paribelli i)roseguì per Parigi. 

In questa cittìi si trovava di certo nell'agosto, quando 
Carlo Botta (in data del 26 di quel mese) scriveva al 
Fantoni a Grenoble: " Ho visto ieri Paribelli e Ciaia. Oh 
Dio ! che atroci scene in quella sgraziata Napoli ! Ci han 
tolti i nostri più cari , i più virtuosi amici ; ed i Russi 
ed i Turchi occupano la più bella parte del mondo „ *). 
Il disogno dell' Indipendenza italiana era il 2)ensiero co- 
mune dogli esuli raccolti in Francia. Nel luglio del 1799 
veniva sottoscritta, da ventotto di essi, una Petizione 
indirizzata da Italiani rifugiati in Francia al Consiglio 
dei Cinquecento ^). Erano, tra i firmatarii, Cailo Botta, 
Giulio Robert , il Lancetti , il Mascheroni, il Labus ; e 
due napoletani, il Ciaia, e un altro rifugiato, Fedele Grécy, 
Questa petizione, insieme con altri due scritti intitolati, 
l'uno: Il Grido d'Italia, e l'altro: Sguardo sulle cause, che 
hanno depresso lo spirito pubblico in Italia e sul modo di 



i) Fondo Fmibdli, ff. 29, 30, 32. 

■-) Lettere inedite, ed. Pavesio, pp. lH4-(it). Ledit. stampa: " Pari- 
belli e Gioia „; ma ci sembra evidente che debba leggersi " e Ciaia „. 

3) È stampata in C. Dio^\sott\, Vita di Carlo Botta, Tonno, 1867, 
pp. 509-512. 



— 166 — 

riamarlo, fu presentata al Consiglio dei Cinquecento il 14 
termidoro ( 1 agosto ) dall' ardente deputato giacobino 
Briot (del Doubs): il Consiglio nominò una commissione 
per esaminarli, e poi non se ne parlò altro *). Il Grécv, 
per sua parte, scrisse il 7 fruttidoro (24 agosto) una let- 
tera al ministro della guerra general Bernadotte, cliie- 
dendo con appassionata eloquenza garen.zia, garenzia, ga- 
renzia per gì' Italiani , e la Repubblica italica, una , in- 
dipendente, democratica e indivisibile '^). 

Sostegno ed alimento delle speranze degli Italiani e- 
rano i due generali posti a capo degli eserciti francesi 
in Italia, Joubert e Cliampionnet. " Quelli fra i repubbli- 
cani d' Italia — dice il Botta ( testimone au.torevole per 
questi fatti , quorum pars magna fuit ) , — (-he , cacciati 
dalla patria , avevano cercato riparo in Francia , molto 
insistevano, e con le parole e con gli scritti e con le o- 
pere, nel proposito della Indipendenza e dell' Unità ita- 
liana, persuadendosi che con questo nome in fronte aves- 
sero i Francesi , e chi sentiva con loro , a far coi-rere i 
popoli in loro favore. Joubert secondava questi sforzi con 
volontà sincera. Li secondava altresì, ma solo con qual- 
che dimostrazione esteriore e non con l'animo, il Diret- 
torio , desideroso di riacquistare il dominio d' Italia , e 
confidando che questo generoso ed alto proposito fosse 
per essere mezzo potente dell'esecuzione „ ^). 

Con lo Championnet il Paribelli tenne in quei mesi 
una viva corrispondenza. " Generale, — gli scriveva, — le 
speranze dei vostri fratelli italiani, e specie dei napole- 
tani che vi appartengono anche più strettamente, sono 
riposte in voi, e nel vostro valoroso fratello d' armi, Jou- 



1) DlONISOTTI, o. e. pp. 507-8. 

2) Saint-Albin, o. c, docum., pp. 8(j2-370. 

3) Botta, Storia, L. XVIII, p. 592; eh-. L. XVI, pp. 559-()l. 



— 167 — 

beit. Kssi tutto aspettano dal coraggio , dalla bravura, 
dalla lealtà, dalla prudenza e dalle buone intenxiioni di 
due uomini celebri, e tanto degni della loro fiducia. 
Sarebbe possibile che speranze così belle fossero, rese, 
vane? „. E, quando, poco dopo, il Joubert fu ucciso ^lla 
battaglia di Novi (15 agosto 1799), il Paribelli esortava 
il superstite Championnet a risparmiare la jjropria per- 
sona: quelle speranze italiane ormai si concentravano solo 
in lui. " Generale, circondatevi , come i grandi capitani 
dell' antichità, di cui imitate le virtù, d'una falange o di 
un battaglione sacro: chiamate intona© a voi gì' Italiani, 
i vostri amici; assicurateli eh' essi stiano sicuri di prodi- 
gare il loro sangue per la libertà del loro paese, cercate 
di proiurarn(^ loro (pialche garenzia solenne che possa 
indurli a dimenticare lo sciagurato trattato di Campofor- 
mio e la vergognosa consegna di Venezia all' Austria, e 
distorni da loro ogni timore di diventare una seconda 
volta la vittima di (pialche perfida combinazione diplo- 
matica; ed essi voleranno da ogni parte a servirvi di ba- 
luardo, ed affrontare ogni sorta di ])ericoli i)er difendere 
r Eroe, ch'essi considerano come loro liberatore e padre. 
Voi conoscete, Generale, il voto nazionale degl' Italiani 
per r Unità delle loro Repubbliche ; e voi non potete 
ignorare in che cosa consisterebbe la garenzia, di cui vi 
parlo : voi ne avete trovata la richiesta giusta , ragio- 
nevole ed utile, e 1' avete appoggiata con tutte le vostre 
forze, ma come un semplice i)rivato. Degnatevi di farlo 
ora come uomo pubblico, e di dimostrarne al vostro go- 
verno la necessità per aumentare le vostre forze e ma- 
teriali e morali, e siate sicuro che, ottennendola, raddop- 
pierete il vostro esercito „ *). 



1) Fondo PanhdU, ff. 28-9. 



— 168 — 

Ma il Direttorio , a tutte le insistenze del Paribelli e 
degli altri italiani, e dei loro protettori, per la proclama- 
zione dell' indipendenza ed Unità italiane, rispondeva col 
rimandare ogni trattativa di quella sorta " a dopo le 
future vittorie „ *). 

{continiia) 

Benedetto Croce 



1) Fondo Paribelli, f. 28. 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA 

( 1900-1901 ) 



Deutzer Bernhard. Topographie del Feldziige Robert Guiscards 
gcgen das hyzantinische Reich — pp. 81-121. 

E un opuscolo ostrtitto dalla Festschrift del Seminario geo- 
grafico dell' università di Breslavia (1901) , e, con la scorta di 
Anna Comnena, di Guglielmo Appulo e degli altri storici e cro- 
nisti del periodo Normanno, ritorna sulla nota doppia spedizione 
di Roberto Guiscardo contro l'Impero di Alessio Comneno. L'A. 
non ignora lo .studio speciale sullo stosso soggetto dello Schwarz, 
e quegli più generali sulla conquista nonnanna del de Blasiis , 
del Hoinemann, e si avvale di essi e anche di altri. Ma il suo 
intento è tutto particolare: vuol rappresentare con la più esatta 
precisione il teatro della guerra, prima sulle costo dell'Adriatico 
o dello Ionio, e poi nell' interno della penisola greca. E riesce 
a dare un esempio molto istruttivo di quanto le armi offerte 
dalle condizioni naturali di un paese , sapientemente utilizzate, 
riescano alla prova più gagliarda della rude bravura militare. 

• 

JsEHR K. A. Die Urkunden der normannisch-sicilischen Kònigen. 
Innsbruck, 1900 — pp. 33. 

Questa dissertazione inaugurale pel conseguimento del dotto- 
rato neir università di Berlino, è propriamente un saggio, o un 
capitolo, anzi parto di un capitolo (il quinto) d'un'ampia tratta- 
zione diplomatica de' documenti de' re normanni di Sicilia , da 
Ruggero II a Guglielmo III (1130-1194). Il Bresslau già nel 



— 170 — 

1888 espresse il bisogno di un" opera simile, e il giovane A. si 
è proposto di soddisfarlo. Il quinto capitolo di tale opera rag- 
grupperà i diplomi falsi o sospetti; e a questi appartengono le 
carte di S. Maria di Valle di Josaphat, l'esame delle quali co- 
stituisce il contenuto dell'opuscolo che annunziamo. 

Haller J. Die Belehnung Renès von Anjou mìt dem Koeni- 
greicli Neapel (1436). 

L' opuscolo è estratto dal IV voi. delle Fonti e ricerche di 
archivi e biblioteche d' Italia edite dal Reale Istituto Storico 
Prussiano in Roma, e si fonda precisamente su due documenti 
trovati dall' A. nell' Archivio di Stato di Firenze. Con 1' uno, il 
pontefice Eugenio IV, a' 23 febbraio 1436, commette a Cosimo 
de' Medici di consegnare la bolla d' investitura del regno di Si- 
cilia a Renato d' Angiò, depositata presso di lui, appena effet- 
tuati i patti convenuti. E nella lettera pontificia è inserita una 
dichiarazione di Cosimo, la quale, a sua volta, contiene il testo 
di una lettera di Carlo VII re di Francia. Cosimo, in pari data 
23 febbr. 1436 , dichiara di aver ricevuto in deposito la bolla 
d' investitura che consegnerà all' atto dell'esecuzione de' seguenti 
tre capi: consegna al papa o ad esso Cosimo della lettera pa- 
tente del re di Francia, cauzione di Renato per 30 mila ducati 
da sborsare al Santo Padre in due rate semestrali eguali, paga- 
mento di mille fiorini d' oro di camera allo stesso Santo Padre. 
Nella lettera menzionata il re di Francia s' impegna di accet- 
tare e sostenere quanto il Pontefice potrà disporre in ordine al 
concilio di Basilea. Il secondo documento, datato cinque giorni 
dopo , contiene gì' impegni , relativi alla stossa questione , che 
Cosimo assume innanzi a' procuratori di Renato. Questi docu- 
menti analizza ed illustra 1' A., e riesce a confermare, integran- 
dolo, correggendolo e precisandolo, il noto racconto del Zurita, 
che, dopo morti Luigi III d' Angiò e Giovanna II , Alfonso di 
Aragona comunicò al Papa per un' ambasceria la sua risoluzione 
di conquistare il Regno. Ma in pari tempo vennero a Roma am- 
basciatori di Renato, minacciando e " prometiendo tambien di- 
nero „. E il Papa, che aveva dato speranze agli ambasciatori 



— 171 — 

Aragonesi, fini per cedere a' secondi, accordando la bolla sotto 
certe condizioni, fra le quali il trasferimento a Firenze o a Fer- 
rara de' Padri di Basilea. 



Teza e. Federico II e i Veneziani — Padova, Randi, 1901 — 
pp. 14. 

La breve Nota, estratta dagli Atti e Memorie della R. Acca- 
demia di Padova, dà conto della edizione fatta dallo Strauch 
delle storie di Jansen Enikel nei Monumenta Germaniae historia 
[Scriptorum qui veì'nacula lingua usi sunt to. III). L'A. ha vo- 
luto tradurre in prosa italiana un cencinquanta versi dell' esu- 
mato poetastro viennese ; e aggiunge alcune strofette latine in 
lode del doge Andrea Contarini, tratte da un manoscritto della 
Universitaria di Padova, dif non liantio altro interesse pel no- 
stro Archivio. 



Paolucci Giuseppe. La giovinezza di FedeHco II di Svevia e 
i prodromi della sua lotta col Papati) I*alermo IftOl — In-4 
di pp. 55. 

Molte opere, ohe hanno trattato della lottai ilei grande impe- 
ratore col papato, appaiono ora " deficienti o perchè nella loro 
indole di lavori generali non potevano scendere a larghi e com- 
piuti esami, o perchè da vent' anni a questa parte sono venuti 
alla luce molti documenti che ci permettono di vedere nel fondo 
delle cose meglio che sinora non siasi potuto fare „. Di questo 
materiale nuovo, che trae principio dagli Ada del Winkelmann 
si giova l'Autore per ritessere la storia di Federico U, o piut- 
tosto delle sue relazioni co' pontefici, dalla nascita sino all'anno 
122(i; anzi ancor prima della nascitii, perchè si piglia la mossa 
già dall'opposizione pontificia alle nozze di Enrico VI con Co- 
stanza Altavilla. Né solamente sulle ricerche altrui è fondata la 
esposizione. E infatti seguita da un' Appendice contenente un 
gruppetto di sedici documenti inediti de' re Svevà o de' loro 
tempi, tratti la maggior parte dagli archivi palermitani. 



— 172 — 



DaVidsohn R. Foschungen zar Geschichte von Florcuz Drif- 
ter Thoil — Berlin, 1901 — pp. 339. 

Delle oramai meritamente celebrato ricerche dell'A. sulla sto- 
ria Fiorentina annunziamo con piacere questa terza parte, con- 
tenente: 1) regesti per la storia del commercio, delle industrie 
e delle corporazioni d' arte nel XIII e XIV secolo : 2) cinque 
capitoli di storia de' Bianchi e de' Neri; il secondo e terzo dei 
quali s' intitolano dal Calendimaggio 1300 e dal Priorato di Dante. 
Basterà ciò per mostrare le grandi attrattive del nuovo volume, 
per ogni buono italiano. Ma pe' nostri lettori particolarmente 
dobbiamo aggiungere eh' esso presenta una buona messe fatta 
dall'autore nell'Archivio di Stato di Napoli, un largo spoglio dei 
Registri Angioini del tempo di Carlo II. Sicché anche per Na- 
poli e per le nostre provincie, alla loro storia politica, ed alla 
storia de' loro commerci queste ricerche di Storia Fiorentina re- 
cano un importante contributo. ^ 

Del Giudice G. La Vita e le Opere del Cav. Giibsepp'e di Ce- 
sare — Napoli, Tessitore, 1901 — In-8 di pp. 65. 

Occasione allo scritto che annunziamo fu la commemorazione 
che l'A. ebbe a fare del compianto Capasse nella nostra Società 
storica. Di là fu mosso a ricercare un elogio che del Di Cesare 
aveva proniinziato il Capasse nell'Accademia Pontaniana, l'anno 
1856; e che era [)0Ì rimasto nell'oblio lungamente, quantunque 
già, sin dal 1860 , stampato in bozze, che non furono corrette. 
L' A. pubblica adunque postumo lo scritto dell' amico perduto, 
al termine del presente opuscolo (pp. 55-65), e vi premette una 
più ampia e più particolareggiata biografia dello storico di Re 
Manfredi. Nato in Napoli nel 5 gennaio 1777, per poco nel 99 
non finì sul patibolo; esulò invece in Francia; donde, dopo Ma- 
rengo, venne a Genova e a Firenze, e di qui, dopo la seconda 
fuga di Ferdinando IV, fece ritorno in patria, già salito in fama 
pe' suoi scritti su Tacito e su Dante. In Napoli, continuando i 
suoi studi, particolarmente di storia e di filosofia, ebbe ufficii , 



— 173 — 

onori favori dal governo Mnratiano; persecuzioni, <lispetti. o 
noncuranza dalle reazioni .se<^iite al 1820 e al 1K48, fnchè. a'15 
aprile '56 cessò di vivere. De'casi di questa viti\, de'meriti dei 
varii scritti del Di Cesare, 1' A. discorre con calore di affetto, 
soffermandosi ora in un episodio, ora in un raffronto, ora in una 
considerazione , che danno varietà piacente a quest* Memonn 
senza dubbio istruttiva. 

Croce B. Giambattista Vico pnmo scopritore della scienza este- 
tica — Napoli, 1901 — In-8 di pp. 45. 

Il titolo è molto chiaro , e non dà luogo ad alcun equivoco 
sulla conclusione a cui l'A. è pervenuto. Questa pagine, prece- 
dute e sostenute dalla teoria estetica che l'A. già espresso (nel 
1900 ) nelle sue Tesi fondamentali di un' Estetica come Scienza 
(It'ÌV Espressione e Linguisficn generale, sono solamente una parto 
del primo capitolo di una Storia dell'Estetica di prossima pub- 
blicazione. E precisamente una rassegna storica delle idee este- 
tiche nell'antichità, nel medio evo, ne' tempi moderni da Simo- 
nide e da Sofocle a Filostrato, da i\ilgenzio al Ctustelvetro , al 
Gravina, al Muratori, al Du Bos, e finanche al Baumgarten, che 
trovò il nome, ma non il contenuto della scienza estetica — una 
rassegna storica , va inteso , procedente per grandi linee attra- 
verso lo idee, ha condotto l'A. al risultato che il titolo dell'o- 
puscolo, annunzia. 

ScANDONE F. Documenti e congetture sulla famiglia e sulla pa- 
tria di S. Tommaso d' Aquino — Napoli. D' Auria, 1901 — 
pp. 40. 

„ Ancora nuovi documenti per S. Tommaso d' Aquino. 

Napoli, d' Auria. 1901 pp. 15. 

Nel primo opuscolo i documenti raccolti dall'A. nell'Archivio di 
Stato di Napoli non riescono certamente (lo stesso diligente rac- 
coglitore lo riconosce e dichiara) a risolvere ne il problema so l'An- 
gelico D(^ttnn> fosso campano, romano o calabros(\ nò altri diibltii 



— ^H — 

ancora avvolgenti la vita e le parentele di lui. Ma pareccliie no- 
tizie essi aggiungono alla biografia del Santo, da quando Carlo 
d'Angiò ne autorizza, a' 10 settembre 1272, la qualità di esecutore 
testamentario del fu Ruggiero dell'Aquila, alla infermità che lo 
colse già al principio del 74 e poi lo trasse a morte. Intorno 
alla qual morte, l'A. non manca d' informarci della nota voce che 
corse, e fu immortalata da Dante , sulla parte che vi avrebbe 
avuto il re di Sicilia. E cosi altri dati vengono fuori, riguardo 
a' più prossimi congiunti del Santo ; onde diviene molto proba- 
bile l'opinione che sua madre Teodora fosse figlia o sorella del 
Conte Simone di Teate, contro la leggenda che la affermò una 
Caracciolo di Teano; e altri spiragli s' aprono verso la verità. 
Intanto molto opportunamente le notizie scaturite sinora da que- 
sto esame diretto de' fonti vengono qui fissate in una tavola ge- 
nealogica; e ne resta fortemente scossa l'opinione sulla nascita 
calabrese doD'autore della Sumnia. 

Eguale interesse à il secondo opuscolo , nel quale si espon- 
gono i risultati di altre ricerche. Si può cosi stabilire la data 
della consegna fatta a " fra Tommaso dei beni mobili di Rug- 
giero dell'Aquila „. E s'apprendono nuovi particolari intorno ai 
figli e alla vedova del conte di Fondi, Adelasia d' Aquino, so- 
rella del Santo. E in ultimo si riesce a scoprire che la ragione 
eh' indusse questi a recarsi da Traetto a Capua presso il Re, 
fu per impetrare che fosse assegnato a sua sorella il castello 
d' Itri. 

m; S. 



Diploma purpureo di Re Ruggiero II per la casa Pierléoni — 
(estr. dall'Arch. della R. Soc. romana di Storia patria — vo- 
lume XXIV). . 

Dei molti diplomi scritti con lettere d'oro su membrana pur- 
purea registrati dal prof. Bresslau {Handbuch der Urkundenlehe- 
res), sette appena se ne sono conservati, tra i quali uno del 1140 
di Ruggiero II per la cappella Palatina di Palermo. A questi 
sette documenti dell' arte calligrafica medievale, so no agefiunee 



— 175 — 

<n-ii un altro. Lo aveva ;j;ià additato il lietliniann {Arcfi. XII. 
495) come proveniente da s. (Giovanni (s. Vincenzo) al Volturno, 
attribuendolo a Roberto Guiscardo, e la notizia era statsi ripe- 
tuta dal Wattenbach , dal Bresselau , e dal v. Pflug-Harttunp:. 
Ma il Kehr, che lo trovò fra le pergamene sciolte della biblio- 
teca Barberini , pubblicandolo integralmente , ne fa meglio co- 
noscere r importanza pjdeografica e storica. A differenza del- 
l'altro di Ruggiero, scritto su carta, le lettere auree di questo 
diploma furono segnate sopra un materiale sottile, flessibile, a- 
sciutto, ch(* mostra apparenza d'una vera pergamena, e la scrit- 
tura à qualche cosa di artificiale e di ricercato con nodi e ghi- 
rigori; Vi si legge, che Giovanni, figlio del quondam P. Leoni 
console dei Romani , s* era presentato nella reggia di Palermo. 
E revocnns ad memoriam gli onori e i beneficii, eh' egli, il pa- 
drOj i fratelli, avevano ricevuto da Ruggiero re di Sicilia e dai 
genitori .suoi, gli aveva offerto per sé ci congiunti ligium ho- 
minium et rece2}f acida omnium municionum et castrorum sua, et 
domorum fratrum et nejwtum. Quindi il re, accettando 1' omag- 
gio , la sicurtà dei castelli , 1' obbligo assunto di far guerra ai 
nemici, come atto di sua liberalitii, nel febbraio 1134, promise 
d'assegnare a lui, ai fratelli, ai nipoti, e agli eredi, ducentas 
quadraginfa uncias auri itingulis annis aut reddiius ad valens in 
posscssioììibus , et VII equitos et duo ethiopes. E confermata la 
donazione precedente del padre , ricevuto nelle solite forme il 
giuramento di fedeltà, fece scrivere a durabile firmnmentum quel 
privilegio ])er manus H. Panonnitaui archidiaconi. 

Il Kehr afferma, che il diploma nel secolo XVI era ancora in 
possesso della famiglia Pierleoni, e accenna alle relazioni che 
v'erano state tra quella famiglia e il re Normanno. Ma il contenuto 
scopre anche che le relazioni erano già cominciato col gran Conte 
di Sicilia, prima elio Anacleto II usurpasse il papato e coronasse 
Ruggiero; e lascia supporre, con quali mire poi furono stretti 
quei vincoli di soggezione feudale nel tempo in cui, tornato in 
iloma Innocenzo II, s' eni rinnovata la lotta tra i <lin^ emuli 
pontefici. 



176 — 



ScAKAMELLA G. Aìcuìie antiche carie di Campobasso — Cumpo- 
basso, tip. del " Corr. del Molise,,, 1901, p. 28 in 8. 

E un utile contributo alla storia di Campobasso, che non ebbe 
sin'ora una vera e propria storia, perchè, specialmente in quanto 
all'epoca medievale, ad eccezione del Galanti e dell'Attellis, che 
videro alcuni pochi diplomi dell' Archivio Comunale , ninno si 
avvalse dei documenti sparsi negli altri archivii della città. Il 
prof. Sommella , nel <iar conto di questo materiale , addita ed 
illustra le pergamene e le carte .rinvenute nel Municipio, nelle 
chiese di s. Leonardo, della Libera, in altri luoghi, e da tutte 
raccoglie con diligente cura le notizie che si riferiscono al go- 
verno, alle vicende, e la topografia di Campobasso. Tra i docu- 
menti che pubblica, il più importante è 1' atto di convenzione 
del 1277 tra Roberto di Molise e 1' unìversitas. Stanchi de' so- 
prusi sofferti, i cittadini avevano reclamato contro il loro signore 
feudale; e le lites quesfiones seu controversie, agitate tra le due 
parti contendenti , furono discusse e composte a Napoli innanzi 
a Giovanni Tamarello, index civitatis, a Benzuto Brussato pub- 
blico notaio, e ad Andrea da Capua ed a Giovanni d'Aversa, l'uno 
patrono, l'altro avvocato della regia Curia. Roberto promise di 
rinunziare ad ogni ingiusta pretesa, ad ogni usurpazione, s' ob- 
bligò a non reddere rationem odii concepti, pur ritenendo integro 
l'uso di certi dritti. E forse non fu estraneo a quel solenne com- 
promesso, l'editto di Carlo I d'Angiò, pubblicato in quell'anno 
stesso nel quale ingiungevasi che fossero punite di morte le sfre- 
nate violenze contro i deboli {Minieri Riccio Sag. di Cod. dipi. I, 
p. 143). Difatti non mancano esempii d'altri reclami di vassalli, 
d'altri giudizii di prepotenti feudatari! nei registri Angioini. Ad 
ogni modo l' inedito documento à d' altra parte anche un inte- 
resse storico. Esso è il solo nel quale si trova menzione di 
Roberto di Molise , la cui famiglia , sbandita già dal dominio 
dell'omonimo contado nel 1166, aveva avuto poi, come pare per 
ragioni dotali, la signoria di Campobasso. E quel ricordo ge- 
nealogico si compie con 1' altro riferito in una pergamena del 



— 177 — 

1287 conservata neirarchivio del Capitolo di s. Giorgio. Perchè 
vi iippariscc V esistenza, anch'essa ignorata di Hugo (U' Molisio 
(ìominus (ìc Camjnhassi, ultimo di quell'antica stiq)e, finita pro- 
l)jd)ihii(!nt<' nel bastardo Gnijlielmo. accolto nella scola d'un Be- 
nedetto Ruggiero di Stolto, ai cui ni])oti. pei irrati servizii, Ugo 
aveva concesso due vigne. 

I. Hki'XO-vStofi'A. Ctipiiula. Pn'rìltf/io. ac Sfai aia Uvivtrsitatis 
Tirrr Lnurcfi Aprufini. diulianova, 1901 p. 124 in 8". 

Non è improbabile die gli abitanti d un antico pago detto 
Fiornìio. distrutto non si sa quando, si riunissero in un luogo 
vicino che chiamavasi Laurelum. Ma se del pago sparito ancora 
resta memoria nell' omonimo titolo dato a una chiesa campestre 
e nello anticaglie scavate nei dintorni, del nuovo centro di vita, 
finché scorsero i primi secoli del medio evo , nulla si conosce. 
Appena j)uò dirsi . clu; esisteva nella seconda metÀ del secolo 
IX, e che al 1066 era terra tli (puilche importanza. Però dive- 
nuta contea normanna comincia a prender posto nella storia. E 
dai cronisti di Casauria, di Carpinete, dal Breve Chronicon Lau- 
retntiuin, da altre fonti, si più') apprendere, se non sempre , al- 
meno in gran parte la successione dei signori che n' ebbero il 
dominio feudale. Invocando che altri s'accinga a scriverne una 
compiuta monografia, il liruno-Stoppa, si limita ora a raggrup- 
pare alcune date e alcuni fatti, e a pubblicare alcuni documenti. 
Tra questi è la grazia di tenero una fiera annuale concessa da 
(Giovanna II ai Loretani nel 1429. che erroneamente l'a. crede 
scritta in carattere gotico. Seguono dopo i capitala. Prima quelli 
dnvnorum (ìantium Vniversitatis. ricopiati al 1703 da una più antica 
comi)ilazione, dei quali un esemplare si con.serva presso il cav. 
Casamarte. Poi gli altri, rimasti nell'archivio municipale, largiti 
nel 1561 da Francesco Ferdinando d'Avalos-Aquino , . e confer- 
mati al 1571 da Gian Francesco d'Afflitto. 



Anno XXVII. 



— 178 — 



D.r Bresciano G. Di tre sconosciuti tipografi {napoletano l'uno: 
tedeschi gli altri) dimoranti in Napoli, nel sec. XV. (Estr. dal 
Sonderahdruck aus Sammalung hibliotheksnnssenschaftlicher Ar- 
heiten. Heft 14. 1901) *): 

Un documento, inedito sin'ora, ma che aveva richiamata l'at- 
tenzione del Tutini fin dal secolo XVII, riferisce i patti stabiliti 
al 29 ottobre dell'anno 1481 fra il magnifico Domenico Carafa 
e i maestri Staingamer di Londsperg e Werner Raptoris di 
Marburg per stampare libri. S' impegnava il Carafa, fra l'altro 
a fare le spese di tutto anche pel vitto e l'alloggio dei soci, e si 
obbligavano questi a prestare 1' opera loro , dichiarando che i 
libri si dovessero vendere " [)ro comune et indiviso „. L'A. nelle 
schede notarili del tempo rinvenne altre notizie del Carafa che 
riguardano l'esercizio di varie industrie; ma non trovò alcun ri- 
cordo intorno a Giovanni Steigamer. Però dell'altro socio si con- 
serva un incunabulo a stampa del 1478 nella biblioteca Nazionale 
di Napoli , sconosciuto ai bibliografi , che tratta " de la divina 
doctrina data alla gloriosa vergine santa Caterina da Siena ... 



Savio F. Pietro suddiacono napoletano agiografo del secolo X. 
- p. 17 in 8. (Estr. dagli Atti dell' Accademia delle scienze di 
Torino, voi. XXXVI, an. 1900-901. 

Dalla simiglianza dello stile e della lingua , e da altri con- 
fronti, deduce, che le pie leggende, le quali si dicono composte, 
ritoccate, o tradotte, da quel Pietro, che ora prende il titolo di 
suddiacono partenopense, ora di levita, e ch'ora chiamasi sempli- 
cemente Pietro . non furono scritte de due agiografi in tempi 
diversi , come alcuni affermano . ma da un solo nella seconda 

1) In una recente scrittura inserita nel Voi. Ili disp. 9-10 della 
Bibliografia diretta da L. S. Olschki , il sig. T. de Marinis , i-ivon- 
di<;a a sé l' indicazione del documento, e fa alcune critiche ossei-- 
vazioni sulle stampe del libro di s. (Caterina. 



— 179 — 

in(!tà del secolo X. Perciò a lui debbono attribuirsi lo vite dei 
ss. Agnello, A«>:ni>])ino, Artenia. Caterina. Ciro e Giovanni, Co- 
ronati (.ss. Quattn/) , Cristofaro . Fortunata , Giorgio , Giuliana. 
Massimo, Quirico e Giuditta , e la continuazione della cronaca 
dei vescovi Napolitani del diacono Giovanni. 

CoMMANDAXT W'eh.. L'cììfire de Murai dam la coalition. Rap- 
pori conpdcnfU'l du comic de Mier au prince Mettei'mch. (Estr. 
de la Corrosi», liistor. et archèologique An. 1001) Saint- 
Denis, liouillant. 1901, pp. 52 in 16°. 

11 documento importante , clic fu rinvenuto nell'Archivio di 
Stato a Vienna, rivela le vere cause della fatale rìsoluziono 
di Gioacchino. Ormai, dopo la lettura di quel rapporto . non è 
più po.ssibilo dul)itare. che non al 22 ottobre 1813. nell'ipotetico 
incontro di Okrdruff, ma in Napoli fra il 10 ottobre e il 14 no- 
vembre furono cominciate, in a.ssenza del Re. le trattative del- 
l'accordo coH'Austria, j)roseguite poi al suo ritorno. In quanto 
alla parte die v'ebbe Carolina Bonaparte a iniziarle e a favo- 
rirle, s' apprende dalle stesse sue parole . riferite nel rapporto, 
eh' essa n'aveva assunta la responsabilità, dichiarando di rimet- 
tersi intieramente sotto la protezione della Corte Austriaca. 

F. Lemmi. Uu diario dei barone Von Hiigel duratile la campa- 
f/na d'Ttaìin del 1S14. Fin>nzo. tip. Galileiana. 1901. p. .55 in 8**. 

Il l)aronp von Hùghel , addetto alla corrispondenza politica 
px'esso il feld-maresciallo Bellegarde, nel diario, che ora si pub- 
blica la prinui volta . narrò giorno per giorno . dal 4 febbraio 
al 25 maggio 1814. gli avvenimenti che prepararono la caduta 
del regno Italico, e la restaurazione Austriaca. Sono brevi ri- 
cordi e giudizi! dei fatti, che vale la pena di confrontare ai ricordi 
e ai giudizi! di altri scrittori, anche perchè alcuni confermano 
quanto fu detto intorno alle mire di Gioacchino Murat, o aggiun- 
gono altri pai-ticolai'i intorno ai rapporti eh' egli ebbe coi nemici 
di Francia. 

D. 



180 ^ 



Michele Ianoba. Memorie sionche critiche e diplomaticìie delia 
citta di Montepeloso {og,g,\ Trsinu). Matera. Conti. 1901. 

" Nell'ambito dello stato di Metaponto, a sinistra del Bradano, 
" erano i popoli Irsini: de" quali altro non avanza che un' arcaica 
"iscrizione greca e il nome di Irso, che tuttavia ritiene una col- 
" lina presso Montepeloso „. Cosi Giacomo Racioppi ricordò con 
la grande lucidità del suo vivido intelletto 1' esistenza di Irso in 
Basilicata: e quanto l'ubicazione sua fosse topograficamente di- 
versa da quella della assai meno vetusta Montepeloso. A" moderni 
suoi abitatori piacque testé mutare di un tratto questo, che loro 
parve più ignobile nome, con l'altro di Irsina. Sicché nell'elenco 
dei comuni italiani la voce Montepeloso, che pur contava nove 
o dieci secoli di vita é scomparsa. E ne ha preso il luogo un 
nome che vuol essere di quell'JmMm antico che i cittadini della 
più moderna Montepeloso nel secolo decimoquarto assorbirono 
e del tutto annullarono. Strana vicenda delle umane contraddi- 
zioni I In un momento così critico per la storia del suo loco na- 
tio, il signor lanora ha avuto 1' o{)portuno pensiero di racco- 
glierne faticosamente le memorie storiche, e di pubblicarne un 
volume, che nella mole sua anche dimostra il sincero affetto 
con cui il giovane Autore si è dato a lavorare sulle antiche 
vicende del loco natio. Il primo punto, (juindi. su cui il signor 
lanora veniva necessariamente chiamato a fermare le sue inda- 
gini, era la diversa ubicazione topografica dell" antica Irso , e 
della Montepeloso medievale. Egli si avvale sopratutto di alcuni 
documenti editi ed inediti della preziosa collezione Angioina di 
Napoli. E sarebbe stato certo un bene, ciregli ne avesse tratto 
nelle sue considerazioni assai più partito di quello che in effetti 
non si vede abbia ricavato. A sostenere la sua tesi, che è esat- 
tissima, sarebbe bastato dimostrare alla base di quei documenti 
la coesistenza per varii secoli di Irso e di Montepeloso. E già 
essa appariva evidente dal simultaneo intervento che nel 23 set- 
tembre 1276 facevano Guido da Montepeloso, e Ruggiero di 
Erso in un publico istrumento stipulato a Stigliano, in diocesi 



■ 



— 181 — 

(li Triciu-ico, f c;li(! in transunto .sin dal 1H24 fu edito a Napoli 
nel Syllohus membro noium (voi. I: pag. 25). 

Ma (luestxì accenno, che pure è evidente di per se. trova una 
conferma . la quale tronca il più lontano dubbio , nei cedolari 
angioini, di cui il signor lanora si sarebbe certo avvalso, se fosse 
vissuto qui a Najjoli. 

Nella cedola UiHsaxioniH Basilicatne ilei ^ennajo 122(5 MoxsFl- 
Losis è tassato per onde CXIU. tr. XILJ e grana IILJ , men- 
tre Ti'sium pa^java onde XXVII.T, tr. XVIIJ e orrana XLl {reg. 
angioino 207, fol. 53). Così distinti appariscono entrambi , per 
diversa contribuzione in un' altra cedola del giugno 1276 (reg. 
ang. 29, fol. 202-253): e tralasciando, per brevitii, le altro cedole 
del 1317 e cel 1319, che si trovano nello stesso registro ^fol. 
KM e 182), anche in anni più inoltrati, cioè nel 1330, Monte- 
peloso è tassato por once centodieci, (juattro tari e cinque grana, 
mentre lisin paira venticinque once e tari dieiotto (>vy/. hiki. 285, 
fol. ItJó). 

Innanzi a prove cosi chiare e moltiplicate ogni dubbio sulla 
coesistenza di quei due centri abitati cade , e riesce ultronea 
(jualunque faticosa dimostrazione dottrinale. — Sbarazzatosi di 
(juesto |>rimo punto, ch'era il j)iù oscuro della storia locale, l'A. 
percorre i tlieci secoli di storia corsi dal 988 a 190(J per la sua 
Montepeloso. Con industre diligenza egli è andato raccogliendo 
(juanti documenti ha potuto, e ne ha tratti, oltre che dagli ar- 
chivi locali, e di Napoli, perfino da quelli di Roma e di Fran- 
cia, dapoichè " un'abazia jiresso Montepeloso dipendeva ab an- 
" tico del famoso monastero di Casa dei nella diocesi di Cler- 
" mont in Francia. „ 

La diocesi, il feudo, i frati, i nobili gli uomini notevoli del 
luogo, fra i (piali eccelsero, Domenico Mangieri , giureconsulto 
notissimo a Napoli, e Vito Caravelli, matematico insigne, rice- 
vono piena luce dall'opera del lanora. Di più insistenti ricerche 
sarebbe stato bene che l'A. avesse circondato l'istituto Univer- 
sitario di Montepeloso. E se all'amore intelligente, ch'egli ha col- 
locato nel l'accogliere tante disperse memorie del loco natio, il 
lanora vorrà col tempo unire una più organica distribuzione del 
.suo lavoro, e togliere (juel molto che inutilmente ora 1' ingom- 



— 182 — 

bra, ed iiggiiingere (jiianto e più op})ortuiio vi sia in una storia di 
illustrazione locale, ne uscirà fuori un libro sistematico, che sarà 
sicura fonte di storia basilicatense. 

Giovanni Guerrieri. La Terra d'Otranto nel 1734. Trani, Vecchi, 
1901. 

Sono, oltre l'appendice di documeiiti , sessanta pagine che si leg- 
gono di un fiato. L'A. ci ha ormai abituati a (questi suoi lindi e ter- 
si lavori; che costituiscono tante piccole monografie, pregevoli per 
indagini nuove, per valore di critica moderna e per sobrietà di 
dettato. Illustrando una riinzionc di don Giuseppe Gioacchino 
de Monteallegro, che l'A. publica, della rivoluzione della citta di 
Lecce 19 maggio 1784, si indagano ed espongono le ragioni che 
produssero un movimento assai notevole nella Terra d' Otranto 
alla venuta di Carlo di Borbone nel Regno. Le quali cagioni si 
riassumono nelle triste condizioni economiche della provincia, 
che oltre la guerra , erano venute accumolando simultanee 
meteore distruggitrici , occorse nel decennio precedente. L' A. 
si ferma sugli abusi del Governo austriaco , sull' azione delete- 
ria esercitata da' vecchi privilegi, che impastoiavano la vita cit- 
tadina, e sulla speranza della costituzione di uno Stato indipen- 
dente, la quale finalmente appariva a' popoli come prossima a 
realizzarsi. I fatti occorsi sono vagliati e descritti con sicuro 
criterio. Sicché il lavoro nel suo insieme riesce assai utile per 
la cognizione loro, e molto se ne avvantaggia la storia di quel 
periodo, che sollevò tante speranze nel Napoletano, e che inve- 
ce vennero cosi dolorosamente sfatate nella reazione sostenuta 
nel 1799 dal figlio appunto del re Carlo. 

La Stella della Dauniu. Memorie utoriche del Santuario Mariano 
di Valleverde, raccolte e documentate dal canonico Francesco Ba- 
rone, Napoli 1901, 800. 

Francamente noi auguriamo alla nostra regione che di libri 
cosi fatti se ne stampino, se non nessuno, il più di rado che è 
possibile. Le scarse notizie che vi si comprendono sull'etnogra- 



— 183 — 

fin di Jiovino, sulla .su;i diocesi, e su vescovi che loccuparono. 
non hanno alcuna base di ricerche serie e nuove, e sono ingom- 
brate da preghiere ascetiche e da narrazioni di miracoli , che 
con la storia hanno il solo nesso nelle memorie tristi di miseria 
intellettuale in cui si consumarono parecchi secoli di vita del 
clero del mezzogiorno. Si fosse almeno il signor Francesco Ba- 
rone ispirato a' tempi ed all'opera dell'abate Ferdinando Ughelli. 
Vi avrebbe trovato, pare incredibile, un progresso immenso su" 
suoi metotli di ricerche. Occorre, che per decoro del mezzogiorno, 
si smetta una buona volta dal pubblicnve troffaggini simili sotto 
il titolo tli Memorie storiche. 

W IhAitiu HiMKHi. iJvlIa rocdia di mix mumirchia. — Relazioni 
storiche tra Pio VI e la Corte di Xapoli negli anni 1776-1778, 
secondo documenti inediti dell'archivio vaticano. Torino. 1901, 
p)). HOO. 

E libro che si prosenta con le sembianze di un'opera seria- 
mente pensata e meglio condotta. Cognizione delle pubblicazioni 
recenti italiane e straniere, largo uso di fonti istoriche auten- 
tiche ed inesplorate, forma organica e disposizione moderna delle 
varie parti del libro. Ma questa prima favorevole impressione 
viene completamente distrutta dallo studio intrinseco del lavoro. 
Il (juale ben ])resto si rivela allo studioso per una di quelle 
opere, che si fondano su di un sofisma, e che vanno combattute, 
perchè non restino i loro effetti perniciosi nella letteratura sto- 
rica del paese. 

Si annida proprio nella premossa ilei sillogismo 1" errore fon- 
damentale della tesi sostenuta dall' A., sicché ne rimane capo- 
volto addirittura il giudizio sui fatti che ne costituiscono l'argo- 
mento. Il p. Riniori non tiene conto della evoluzione storica 
della società sino al periodo in cui comincia la sua esposizione. 
La società umana dall' ejtoca del Risorgimento avea lottato , e 
furono lotte di sangue, a ricondurre le relazioni giuridiche della 
Chiesa e degli Stati fuori dell'empirismo e de' pregiudizi me- 
dioevali. Co" trattati di Westfalia (1648) si erano alfine rotte le 
tradizioni del governo politico del medio-evo. Non più rimase 



— 184 — 

indiscussa la suj)reniazia politica del Vaticano ne^"li Stati. I Prin- 
cipi lottarono quinci innanzi por l'indipendenza e per la libertà 
giuridica e politica dell'Autorità religiosa. Tra noi, nel napole- 
tano, i libri di Antonio Serra, dell'avvocato Amenta, del presi- 
dènte Argento, le memorie istesse di Tiberio Carafa, non avevano 
reso chiaro quali erano i più urgenti problemi napoletani al prin- 
cipio del secolo decimottavo? Bisogna chiudere gli occhi alla piena 
luce del meriggio per mostrare di non darsi conto di questa evo- 
luzione degli spiriti, che noi avevamo comune con parecchi altri 
Stati civili, negli anni che precedettero l'opera di Pietro Gian- 
none. Si chiedeva dappertutto, che l'autorità religiosa non piìi 
si arrogasse il diritto di far leggi civili e ])olitiche negli Stati. 
Altri acclamava si sopprimesse 1' asilo nelle chiose, rifugio di 
rei e di condannati che si sottraevano al sommo ])otere primitivo 
dello Stato. I più strepitavano perchè gli ecclesiastici , al pari 
degli altri cittadini, pagassero i comuni tributi, perchè la giustizia 
penale e civile su di loro si esercitasse da' magistrati e da' tri- 
bunali civili. Il merito grande del Giannone fu di avere coordinate 
queste esigenze sociali, e di averle tradotto dallo stadio di po- 
stulati intellettuali e morali in desùleratum di riforme politiche 
urgenti. 

Invece il padre Rinieri pone come capo-saldo della sua indagine 
questo, che il perno maestro, al quale s'incardinò la storia del 
regno di Carlo Borbone, fu " la questione religiosa „. Enunciare la 
tesi cosi vai quanto, né più né meno, in gergo comune, che scam- 
biare le carte in mano. Era una questione religiosa il limitare il 
numero dei chierici e dei frati nel Regno, il limitare lo spaventoso 
accrescimento dell a manomorta ecclesiastica, il sottoporre ai tri- 
buti comuni gli ecclesiastici, l'abolizione di quel tipico segno di 
vassallaggio feudale, la chinea, il disciplinare con le leggi dello 
Stato tutta la materia beneficarla e giurisdizionale, che sconvol- 
geva la compagine del Regno, e che lo aveva ridotto ad uno 
Stato nello Stato? 

Falsate così enormemente le premesse, tutto il sillogismo del 
padre Rinieri ne risente le conseguenze. Ed egli viene ad unA 
conclusione, che è l'antitesi della verità storica. Ed allora ap[)a- 
risce il titolo del suo libro quale è, un paradosso. La Monarchia 



— 185 — 

njipulfjtiuia |)nxiirù a sr »j(l allo Stato (quella gran ruina del no- 
vantanove, i)roprio per la ragione opposta a quella pretesa. Se nel 
fatalo convegno di Roma del 1791 Ferdinando IV e sua moglie 
non si fossero fatti avvincere dalle persuasioni di Pio VI, e non 
avessero cambiata la rotta della loro politica, né la congiura, né 
il conseguente processo del 94 avrebbero funestato il Regno; né 
i Francesi lo avrebbero invaso nel novantanove; né sarebbero se- 
guite tutte quelle luttuose vicende, nelle quali soccombettero le 
])iù elette intelligenze del paese, e venne spezzato il benefico, 
largo, universale, movimento di progresso civile della nostni So- 
cietà. Il p. Rinieri tramuta in demeriti della dinastia borbonica 
(pielli che furono meriti suoi e dei ministri che la ispiravano nel 
ventennio che precedette la rivoluzione. 

Data questa disposizione dell' A. più alla polemica che alla 
storia proclive, i suoi giudizi sugli uomini che ebbero parte at- 
tiva in quei casi si risentono completamente ilelle passioni suo. 
e riescono non pure ingiusti . ma volgari quasi sempre. E per 
raggiungere la dimostrazione di una tesi, che è sbagliata a priori, 
è costretto ricorrere a iin-zzi . clu' iiific-ijiiio hi serietà dell' d- 
pera sua. 

Egli, dopo avervi prenuissia una introdnziont! . che si occupa 
della storia di Pietro Giannone. e dei ministri Tanucci e Della 
Sambuca, divide il libro in due parti, delle quali una tratta la 
controversia religiosa (I) tra Roma e Napoli nella fine del se- 
colo decimottavo, e l'altra si occupa della Massoneria nel Re- 
gno e nella Corte di Napoli dal 1751 al 1797. Or bene, nel com- 
pulsare i documenti dij)lomatici del Vaticano sulla missione Ga- 
leppi, si è spesso imbattuto in lettere, in memoriali dei ministri 
Napoletani, che trattavano diffusamente dal loro punto di vista 
delle questioni in corso. E allora il p. Rinieri, appunto per- 
chè sbagliata era la sua tesi, lungi dal publicare integralmente 
quelle carte importanti . e fare che spontaneo sgorgasse dalla 
lettura il giudizio degli studiosi su di esse, è ricorso ad un espe- 
diente assai malizioso, ({nello di evitare, quando per una ragione, 
e quando per un' altra . di stamparle. Per esempio . a pag. 20 
dice: " non pubblico uiu» lettera del Caracciolo al Buoncompagni. 
perchè tra breve tlovrò riferirne un' altra ,,. E poi scordandosi la 



— 186 — 

proincs.sji, si appiglia ad un nuovo espediente, e mutila anciie 
il secondo documento, dandone due brani soli. 

L" A. inoltre rimpicciolisce le origini della missione Galeppi, 
attribuendole alle esortazioni che il vescovo di Caserta, Pigna- 
telli, faceva al nuovo ministro Caracciolo. Credere invero che 
solo quelle esortazioni avessero mosso 1' animo di costui vai quanto 
darsi assai scarso conto di quel complesso di idee e di convin- 
cimenti che sarebbe stato strano non preesistesse nell' animo di 
un uomo di valore, elevato a Ministro di Stato. Si sapeva, e si 
ripeteva nei circoli diplomatici, che il Caracciolo, essendo am- 
basciatore del re di Napoli a Londra ed a Parigi, avea publica- 
mente detto , che s' egli un giorno fosse Ministro dello Stato 
napoletano avrebbe saputo renderlo indipendente da Roma. E, 
durante la luogotenenza di Sicilia, aveva fatto abolire il tribu- 
nale dell' inquisizione. Il Caracciolo dunque, da lunga pezza vo- 
leva che un concordato con Roma si facesse, ma per regolarne 
le condizioni secondo i suoi convincimenti. Altro che persuasioni 
del vescovo di Caserta. I contemporanei dissero, e ne sapevano 
più di noi, che fu in seguito ad un discorso avvenuto a Ter- 
racina , fra il Papa ed una dama dell' aristocrazia napoletana, 
che questa, tornata a Napoli , espose con grande energia al 
Ministro i sentimenti pacifici del Pontefice e la disposizione 
in cui era di concordarsi con il Re. Appunto perchè i convin- 
cimenti del Caracciolo erano notissimi, la sorpresa fu generale 
ed intensa quando si seppe eh' egli aveva parlato al Re, per di- 
sporlo ad un concordato. E, durante la manifestazione di tal me- 
raviglia, Caracciolo, celiando, si lasciò dire: " La Chiesa di Roma 
" è a tale nel Regno, che non può trovare compassione che in 
" me „. Roma, invece, che si era vista sin qui preclusa ogni via 
di componimento, fu presa da pazza gioia, credendo, di essere 
sul punto di ripigliare nel Regno la posizione da tanto tempo 
perduta. Cosi le due parti , che si accingevano a concordarsi , 
erano ciascuna agli antipodi, e guardavano ad un fine diverso a 
cui ciascuna anelava pervenire. Bel principio in vero di un con- 
cordato ! 

Il p. Rinieri nel ricostruire la storia della missione Galeppi 
si è avvalso quasi esclusivamente dei documenti dell' Archivio 



— 187 — 

V'jiticiinu. E|>i)Uie uvea a sua (li.sposiziuiiu liuulli del granile Ar- 
chivio (li Na])oli, e gli altri dell' Archivio di Stato di Roma, clie 
erano stati già usufruiti dal Lioy, e pubblicati dal Villari, dallo 
Schipa, dallo Scaduto etc. Non solo quindi per il metodo poco 
imparziale seguito, ma anche per la mancata comparazione delle 
altre fonti con quelle d(d Vaticano, il lavoro non è punto deffi- 
nitivo. 

La seconda parte del libro dedicata jdla Massoneria s' aggira 
sugli ultimi cin(iuant'anni del secolo XVIII. Ma basta rammen- 
tare quello che prima aveva scritto il d'Ayala sopra lo stesso 
tema per accorgersi quanto poco s'aggiunge a quello che già si 
sapeva. E il nuovo in tutto si può ridurre ad alcune poche no- 
tizie tratte dal memoriale che un monsignor Giovanni Barberi 
])reparò pel cardinale Zelada, nel quale si leggono gl'ignoti nomi 
fli alcuni massoni Napoletani, e s' accerta 1' esistenza di alcune 
loggie istituite a Foggia e a Barletta. Ne va tramandato che 
r opera si chiude con una irosa filippica contro la cort^ Borbonica, 
e contro le orde giacobiniche che invsusoro lo Stato Romano. 

Gli statuti inediti del Cilento. Memona presentata aW Accademia 
di scienze morali e politiche di Napoli del prof. Pasquai.e 
DEL Giudice. (Najmli 1901, HOO). 

Questi statuti rimontano allanno 1487, e vennero confermati 
dal re Alfonso 11 nel 1494, primo ed unico anno del suo regno. 
Poi il principe Ferdinando Sanseverino vi fece delle addizioni, 
che portano la data del 1(1 novembre 1531. E fu proprio questo 
Ferdinando, l'ultimo della sua famiglia a possedere il feudo del 
Cilento, che i suoi antenati tenevano dall'epoca normanna. 

Il eh. Autore fa precedere il testo dello Statuto da alcune 
erudite illustrazioni. Chiarisce come gli statuti propriamenti detti 
si compongono di due parti ben distinte, una che comprende i 
capitoli deliberati dalla Università ed aijprovati dall'autorità regia, 
l'altra contenente le grazie eil i privilegi concessi dal principe. 
Lo statuto consta di (juarantasei capitoli, che riguardano le gra- 
sce, la polizia campestre, i danni dati, non senza comi)rendervi 
disposizioni di tliritto pubblico , penalo e processuale. Le addi- 



— 188 — 

zioni sanciscono inveco norme per la elezione dei pubblici ufficiali, 
jjer l'esercizio delle cariche, per i rispettivi salarii, per l'esazione 
dei pesi fiscali; per il sindacato che quelli erano tenuti rendere. 
Degno di menzione è il penultimo paragrafo in cui rimangono 
tracce di quel fenomeno curioso che fu il processo e la pena 
dell'animale. Il del Griudice indaga attraverso le disposizioni sta- 
tutive r ordinamento amministrarivo della terra nella sua sem- 
plicità primitiva; ed offre nel tutto insieme un utile contributo 
alla più serotina legislazione statutaria del mezzogiorno. 

Gr. B. Beltkani 



Alfonso Sansone. Gli avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie. 
Nuovi documenti (voi. VII della IV serie dei Documenti per 
servire alla storia di Sicilia pubblicati a cura della Società 
Siciliana per la Storia patria) Palermo, Era Nuova, 1901. In 
-!«, pp. CCLXX-505. 

I documenti che il Sansone offre in questo volume all'esame 
degli studiosi del periodo del 1799 sono tratti dagli incartamenti 
della Real Segreteria conservati nelF Archivio di Stato in Pa- 
lermo , una fonte che era rimasta pressoché inesplorata finora. 
Il Sansone li ha aggruppati in cinque serie. La prima , col ti- 
tolo " provvedimenti per la difesa della Sicilia ed il riacquisto 
del regno di Napoli contiene centodiciannove documenti, dispo- 
sti cronologicamente dal 1.5 maggio 1798 al 18 ottobre 1800. 
Provengono da varie categorie di carte, e riguardano gli arma- 
anenti per la difesa della Sicilia, la spedizione del cardinal Ruffo, 
la missione del giudice Speciale nelle isole Flegree, la Giunta 
di Grò verno, la Giunta di Stato ecc. 

La .serie seconda ha il titolo " registri di rappresentanze e 
risoluzioni corrispondenti per gli affari di Stato , Giustizia , ed 
alta Polizia del ripai'timento di Napoli „. Vi si riproducono dai 
registri 1964 e 1965 le rappresentanze dello Speciale e del De 
Curtis sui giudizi e le esecuzioni nelle isole dal 15 Aprile al 20 
Luglio 1799), e altre del Damiani , del Cardinal Ruffo, delle 



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Giunte di Governo e di Stato . dall' agosto al diceiahre 1709 . 
riguardanti i giudizii e le esecuzioni in Napoli. 

" Risoluzioni prese nella Giunta di Governo od eseguite per 
mezzo della Real Segreteria di Stato, Giustizia e Grazia „ è il 
titolo della terza serie . che contiene documenti dal 7 settem- 
bre 1799 al 17 luglio 1800 provenienti da varie categorie, e 
riguardanti in gran ])arte 1' opera dei visitatori regi nello i)ro- 
vincie, ed anche alcuni affari della Giunta di Stato in Napoli. 

Esclusivamente le " sentenze della Giunta di Stato in Napoli „ 
(dal 17 agosto 99 al 7 aprile 1800) contiene la quarta serie. 
Sono ricavate dai registri 19H4 e (i5, spogliati in |)arte nella se- 
conda serie, e da due altri registri seguenti. 

La quinta serie racchiude gli elenchi completi dei comlannati 
dalla Giunta e dai Visitatori, e il registro dei dispacci pei sus- 
sidi! " accordati a diversi individui benemeriti allo Stato „. 

A questi bisogna aggituigero i mnUi nitri dncnnienti inclusi 
noi testo. 

Si poteva ordinarli più rigorosamente , contentarsi di ria.ssu- 
more i meno importanti, e in generale evitare di stamparli due 
volte, in sunto con larghe citazioni nel testo , e integralmente 
neir appendice. Ma bisogna esser grati al San.sone per aver riu- 
nito e reso pubblico un cosi ingente materiale per la storia de- 
gli avvenimenti del 1799. La luco, che emana da esso, se non 
modifica nelle linee principali il quadro che s' era formato collo 
testimonianze note finora, . e se non corregge il profilo dei per- 
sonaggi principali, mette certamente più in evidenza gran nu- 
mero di particolari o di personaggi secondari. Spocialmento sono 
da rilevare i riassiuiti delle sentenze della Giuntai di Stato che. 
dal 17 agosto in poi , contengono anche la motivazione per i 
particolari sull' opera dei j)atrioti . e le suppliche delle ricom- 
pense, per i pju'ticoliiri udì' opera dei rejdisti. 

Giovanni Belthani. Forgcs Davanzati e i mnnoscntfi di Vincenzo 

Manfredi e Filippo Festa. Trani. Vecchi. 1901. 

In questo studio il Beltrani esamina l'accusa mossa dal Ficher 
al Forges Davanzati di aver foggiato quei brani dell'anonimo ero- 



— 190 — 

nista pugliese del secolo decinioterzo che pubblicò in appendice 
della sua notissima opera sulla seconda moglie di Re Manfredi. Il 
Forges affermò di aver tratto quel frammento di cronaca dai " zi- 
baldoni „ di Vincenzo Manfredi di Trani, un appassionato raccogli- 
tore di tutto ciò che riguardava la sua patria, vissuto nel principio 
del secolo XVIII. Difatti, come ricava da sicure fonti il Beltrani. 
proprio in quel turno di tempo visse Vincenzo Manfredi (1685- 
1 732) universi juris dodor, che un pò pei bisogni della sua profes- 
sione, un pò per amor patrio, copiò e ria,ssunse quanti documenti 
ebbe a mano. Ma non tutti i manoscritti, che vanno sotto il suo 
nome e che si conservano ora in casa Vischi, sono opera sua. Due 
volumi rappresentano il frutto delle diligenti fatiche di un altro 
avvocato suo contemporaneo, Filippo Pesta (1698-1763), del quale 
il Beltrani anche narra la vita. Sono solamente di Vincenzo Man- 
fredi due codici: il primo, in tre tomi, porta il titolo chiave d'oro 
dei benefici, e contiene transunti di atti notarili che riguardano 
benefici ecclesiastici; l'altro è l'unico volume superstite della rac- 
colta di memorie patrie citate dal Forges Davanzati col titolo di 
zibaldoni. In questo volume sono, fra le altre alcune notizie tratte 
dall'archivio dei Domenicani di Trani, ma non i brani della cro- 
nica dell'anonimo pugliese che doveva avere la stessa provenienza. 
Risulta dal contesto che erano varii i volumi di questa raccolta, e 
deve essere andato smarrito, nelle traversie della sua vita agitata, 
quello che era presso il Forges-Davanzati e che conteneva la tra- 
scrizione della cronica. Ma non si può dubitare che vi fosse tra- 
scritta. Il Forges stampò la sua opera nel 1791, e non avrebbe 
arrischiata un'affermazione che poteva essere contraddetta dai 
suoi colleghi del clero tranese, che contava persone erudite, e dagli 
stessi figli del Manfredi. Che inoltre non fosse capace di una 
falsificazione è ampiamente provato da quanto sappiamo delle 
qualità morali del detto prelato. 



— 191 — 



(Uov A^ìsi hELTRAm. iJoincnico Forgcs Davanziiti. Lti sito rifa e 
ì e sue opere, Napoli, tip. Hellsi R. Università. lOOl. In 8." 

pp. 73. 

Pochi cenni biof^rafici .si avevano per le stampo intorno a Do- 
menico For^cs Davanzati. o soltanto il suo libro sulla seconda 
moglie di Re Manfredi è comunemente conosciuto e citato. E 
l)nro la sua vita fu ricca di nobili opere, come studioso, corno 
valente sostenitore dei dritti dello Stato contro la Curia, come 
propujt^natore di razionali sistemi di agricultura. come membro del 
fi^overno repubblicano nel 1 799, come esule in Francia durante il 
periodo della reazione, e infine come socio dei matjgiori corpi 
.scientifici di Napoli durante il Decennio. Dotato di versatilità non 
comune e di soda preparazione egli partecipò in varie branche 
al movimento scientifico del suo tempo, nella storia, nell' archeo- 
logia, neir etnografia, nella geografia, nella geologia. Con lode- 
vole intento il Boltrani ha raccolto 4a documenti di archivi e tla 
pubblicazioni poco note le vicende di (piesta vit« nobilmente 
spesa, e ha rimesso nella giusta luce rim[)oi'tanza scientifica e 
letteraria del Forges. E se per una parte delle sue opere, misera- 
mente perduta, il Beltrani ha dovuto contentarsi degli scarsi 
accenni negli atti accademici o noi giornali contemporanei, ha 
avuta la fortuna di rintracciare la vita del vescovo Serao, pubbli- 
cata in Francia della quale un unico esemplare, conservato nella 
Biblioteca Nazionale di P;irigi, è conosciuto i)resentemente. Que- 
st'opera, che il Beltrani, si apparecchia a ristampare è di un gran- 
de interesse perchè contiene l'esposizione degli avvenimenti poli- 
tico-ecclesiastici nel reame di Nai)oli dal 17(i7 al 1797, scritta tla 
chi. come il P'orges, vi aveva avuto una j^arte rilevante. 

V. FoNTANAROSA. Studi sul decennio francese in Napoli (1SU()- 
1S15). NapoH. Detken. 1901. In H", pp. 118. 

Sono sette articoli. Il primo tratta della congiura promossa 
nel 1H07 dalla Regina Carolina contro il reirime francese, la- 



— 192 — 

sciando insoluti i dubbi generati dalle versioni sostanzialmente 
discordi che abbiamo di quegli avvenimenti. Il secondo descrive 
i festeggiamenti per l'ingresso in Napoli di Gioacchino Murat, 
e il terzo la cerimonia della prima sua visita al Duomo nella 
quale furono distribuite le decorazioni dell' ordine delle due Si- 
cilie. 11 quarto contiene un cenno biografico di Giuseppe Gu- 
glielmo Cottrau, e il quinto i decreti per la costituzione del 
Consiglio di Stato. Nel sesto si pubblicano le lettere del Duca 
Giovanni Carignani, rappresentante del regno di Napoli a Parigi, 
indirizzate al Ministro degli Esteri Marchese di Gallo dal 20 
Gennaio al 15 Aprile 1813, che contengono poche notizie di 
rilievo per la nostra storia. E infine nel settimo si stampa il 
rapporto del capitano di vascello Ignazio Cafiero. dove si ha una 
notizia della cattura dei due parajizelli corsi che avevano seguito 
Murat nella sfortunata discesa in Calabria, e una lettera di Gio- 
vanni Danero , Capitan generale della Marina, al Maresciallo 
Nunziante nella quale gli partecipa quelli) cattura. 

R. Sarra. La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. 
Matera, V. Angelelli, 1901. In Ifi". pp. 88. 

Il titolo andrebbe com]>lotato con 1' accenno alla controrivo- 
luzione borbonica che, come ebbe maggior imj)ortanza in realtà 
cosi occupa rriaggior spazio nel volumetto. Il quale è un utile 
contributo alla co>ioscenza dei fatti occorsi nel 1799 in Materii, 
capoluogo allora della Basilicata, e nei seguenti altri paesi di 
quella provincia: Miglionico, Montescaglioso, Pomarico, Pisticci. 
Stigliano, Montalbano Ionico, S. Mauro, Montepeloso , Venosa. 
Saiandra, Ferrandina. Grottole, Grottano, Forenza. Pietragalla e 
Ruvo. 

La narrazione è condotta sui documenti conservati dai muni- 
cipi e dalle famiglie di quei hioghi . e più sui protocolli nota- 
rili nei quali, durante il periodo della reazione molti fecero con- 
sacrare con testimonianze le loro benemerenze verso la causa 
realista. Quest' ultima fonte è alquanto impura . ma il Sarra si 
studia di vagliarne le notizie e di confrontarle con altre narra- 
zioni e documenti contemporanei. 



— 193 



AvEitóA A Domenico Cimahosa nel primo centenario [(Elf-a 
SUA morte. Napoli. Giannini, IQOl, p. LVI-456 in 4". 

Questo volume, stampato con lusso e illustrato colla riprodu- 
zione (li molti ritratti e ricordi del Cimarosa e dei monumenti 
della natia Aversa , contiene una raccolta di musiche versi e 
prose di noti musicisti e scrittori moderni messa insieme in onore 
del sommo maestro dall'on. Pietro Rosane. Ecco l'elenco defjli 
scritti di argomento storico o biografico: 

P. RosANO. Lo pafna dì Cimarosn. notìzia .<<io)'ìca della città 
di Avii'sa (p. XVII a XLVII) riassunta dalle opere del Capas- 
se, de Blasiis, Moschetti, Parente ecc. 

A. Broccoli. L' armo della città di Averna illustrala dai ca- 
pitoli di Carlo V ([). ^2 a 72). Dissertazione araldica alla quale 
segue la stamjìa dei Capitoli concessi alla città di Aversa nel 154rt. 

B. Croce. Luigi Serio (p. 118 a 121): profilo di questo medio- 
cre poeta morto eroicamente nel 1700 combattendo contro le 
orde sanfedistiche. 

R. DE Cesare. Cimarosa nella politica (p. 12H a 128). Su do- 
cumenti dell'xrchivio di Stato di Palermo, che attestano avere 
il maestro musicata la cantata realista nel periodo della reazione 
dopo aver musicato l'inno giacobino a tempo della repubblica. 
mostra la poca sua consistenza nei principii politi(U. 

N. F. Faraglia. La Biblioteca musicale del Comenatorio 
della Pietà e una notizia di D. Cimarosa (p. 162V E il richiamo 
al maestro di spedire lo spartito della Penelope alla Biblioteca 
del Conservatorio della Pietà, nella qmUe por dispaccio del 1795 
dovevano e.sser depositate le copie di tutte le opere in musica 
(»he si rappresentavano nei teatri della città. 

P. MoLMENTi. L' atto di morte del Cimarosa (p. 234 a 235). 
E estratto dal Necrologio dei provveditori della Sanità che si 
conserva nell'Archivio di Stato a Venezia. Porta la data degli 
11 Gennaio 1801. 

N. D'Arienzo. // Melodramma ihtilc <iri(/iiii n tutto il secolo 
XVTTI {\^. 263 a 268). 

Anno XXVLl. 13 



— 194 — 

I. Valetta. L'opero nazionale da Cìmarosa a Bossini (p. 269 
a 280). 

R. Parisi. Vn inteìyetre del Cimarosa (p. 207 a .'M5) cioè il 
cantante Girolamo Crescentini. 

C. Ricci. Cimarosa a Bologna (p. 345 a 346). Opero del mae- 
stro rappresentate a Bologna durante la sua vita. 

A. RONDANI. (p. 350 a 355). Pra le altre notizie pubblica l'e- 
lenco delle opere Cimarosiane rappresentate a Parma dal 1780 
al 1831. 

P. ROSANO. Gaetano Parente (p. 356 a 362). Biografia del be- 
nemerito storico di Aversa. 

— Quisquilie (p. 364 a 373), note sul cognome del 
Cimarosa, sui suoi ritratti, sull'inno repubblicano e su altro 
particolarità biografiche. 

— Francesco de Renzis (p. 376 a 381): cenno bio- 
grafico di questo scrittore nato a Capua nel 1836. e morto ad 
Auteuil nel 1900. 

M. ScHERiLLO. L' opero buffa napoletana {\). 391 a 393). — 
Schema del libro da lui scritto su questo argomento. 

V. Spinazzola. La prigionia di Cimarosa (p. 410 a 412).- — 
Corregge il racconto del Botta, e mostra che il maestro non fu 
arrestato dai sanfedisti nei primi giorni della reazione, ma più 
tardi nel Dicembre 1799, e che non vi è alcuna conferma con- 
temporanea .sulla liberazione dal carcere provocata dai soldati 
Russi . 

F. ToRRACA. Pietro della Vigna (p. 415 a 417), pagine stac- 
cate dal discorso " Il Regno di Sicilia nelle opere di Dante „. 

L. A. ViLLARi, Un aneddoto del Cimarosa (p. 426 a 427). E 
tolto da una lettera da Napoli di un tal D. Lelio del 1778 stam- 
pata in Lettere missive e responsive per Zfaccaria] Sfteriman]. 
Padova. 1782. 

Michelangelo D'Ayala. Napoli nel terrore 1799-1800 (estr. 
dalla Nuova Antologia del 16 ottobre e 1 Novembre 1901). 
Roma, 1901. In 8" pp. 43. 

E una narraz/one, efficace nella sua semplicità . del periodo 



— 195 — 

del terrore napoletano, nel quale collaborarono con più ferocia 
0(1 accecamento il Borbone e la plebe. I fatti , accertati dalle 
testimonianze contemporaneo, pubblicate in gran copia in que- 
sti ultimi tempi, e alle quali altre ancora ignorate aggiunge il 
D' Ayala, sono raggruppati in maniera da far risultare evidente 
il carattere di (luella reazione. 

Benedetto Spila. Un monumento di Saneia in Napoli. (Opera 
illustrata con rilievi e disegni originali del Bemich) Napoli. 
Cooperativa tipografica. 1001. In 8. pp. XII-408. 

Questo bel volume, adorno da [)iìi che cinquanta fotozincoti- 
pie, vuol essere una illustrazione completa, per rispetto alla storia 
e per rispetto all' arte , della chiesa e del duplice convento di 
S. Chiara fondati nel 1310 da Sancia d'Aragona moglie di Re 
Roberto. 

Si compone, oltre l' introduzione e 1' appendice, dove sono ri- 
|)rodotti i disegni ricostruttivi del Bernich, di nove capitoli. Ma 
non riguardano propriamente 1' argomento i ilue primi nei quali 
si danno cenni biografici di Re Roberto e della Regina Sancia, 
e si raccontano aneddoti, e si danno giudizi non bene ponde- 
rati su Federico II, su Manfredi, su Carlo d" Angiò. 

Nel capitolo terzo si espone la storia della costruzione e dei 
successivi avvenimenti dell' edificio , aggiungendosi alle notizie 
già conosciute una rilevantissima copia di documenti nuovi tratti 
dell' archivio che è ancora in possesso delle monache. Questi do- 
cumenti riguardano principalmente la rifazione della chiesa se- 
condo lo stile barocco eseguita intorno alla metà del sec. XVIII, 
ma contengono anche molti elementi per determinare l'aspetto 
della costruzione originaria. Nello stesso capitolo si descrivono 
partitamente la chiesa e le opere di pittura e scultura che l'ador- 
nano, per molte delle quali lo Spila indica per il primo il nome 
degli artefici. 

Le indulgenze e i privilegi concessi dai Pontefici tdla chiesa 
e alle monache di S. Chiara danno la materia al quarto capi- 
tolo. 11 quinto ci conduce nella magnifica clausura , di cui si 
mostrano i chiostri e le ampie sale nelle nitide vignette e se ne 



— 196 — 

dà la descrizione minuta. Si fa inoltre la storia giurisdizionale 
del monastero e delle lotte da esso sostenute per il manteni- 
mento delle sue prerogative ecclesiastiche. Dei diplomi con- 
tenenti donazioni e privilegi concessi "nel potente monastero dai 
re Napoletani da Re Roberto a Carlo V . sì riportano i tran- 
sunti nel capitolo sesto. Nel settimo si raccontano le vite delle 
monache " che morirono in fama di singolare virtù „, e nei due 
ultimi si descrive il piccolo convento dei Minori annesso al son- 
tuoso monastero delle Clarisse, e si narrano le vicende dei frati 
ai quali è affidato 1' esercizio del culto nella chiesa famosa. 

Ct. Ceci 



M. H. Weil. Le Prince Eugène et Marat, 1818-1814, Ope'rations 
militaires, Ne'gociations diplomatiques, Paris, Fontcmoing 1902. 
Voi. I e lls con carte della Dalmazia, del Tirolo e dell' II- 
liria ecc. 

Questo libro, oltre la somma importanza che ha come studio 
Coscienzioso ed accurato di storia militare, ha ancora un gran- 
dissimo valore rispetto alla storia del Regno di Napoli. Accanto 
all' opera molteplice e geniale del Beauharnais, si espone in esso 
1' azione di Gioacchino Murat, la quale in quegli anni più poli- 
tica e diplomatica, che militare e guerresca, era non poco oscura 
e difficile ad intendere ed a spiegare. Ma 1' A. si preparava al- 
l' arduo compito con dieci anni di dotte e pazienti ricerche nei 
maggiori archivii di Europa, consultava altresì e studiava i ma- 
noscritti appartenenti a questa Società Napoletana di Storia Pa- 
tria , e raccoglieva una copiosa messe di documenti inediti al 
tutto ignorati. Poggiandosi su queste fonti di prima mano, e gui- 
dato da un senso critico sottile si , ma retto e spassionato . in 
questi due primi volumi 1' A., oltre le operazioni di guerra, ha 
illustrato con sobria chiarezza gli avviluppati maneggi diploma- 
tici, che si svolsero nella Corte di Napoli durante il 1813. ed 
esercitarono un cosi fatale influsso sulla vita e sul regno di Murat. 
E come è necessario tratteggiarne distesamente la condotta e 



— 197 — 

raccontiirc i noj^'oziati che ne precederono l" entrata nella coali- 
zione, per un pietoso riguardo verso la memoria di quel sovrano 
sventuratissimo, 1' A. pubblica, ora in extenso, ora nella parte più 
importante, tutti i documenti che ne rivelano e ne spiegano l'a- 
zione. Studiato con acume, è narrato con garbo il lento distacco 
di Gioacchino da Napoleone e dalla Francia, che cominciò alla 
nascita del Re di Roma, ed ebbe una spinta decisiva, allorché 
r Imperatore investi di poteri eccezionali il viceré d' Italia, Eu- 
genio Beauharnais, nel quale il Re di Napoli a torto vedeva un 
rivaio odioso e pericoloso. Fu allora appunto che il Murat con- 
gedò le truppe francesi, e con decreto (14 giugno 1811) ratifi- 
cato ad onta delle vivissime preghiere della Regina , impose a 
tutti i funzionarii francesi si civili e si militari che erano nel 
Regno, r obbligo di naturalizzarsi napoletani. Era questo un gra- 
vissimo segno, e come 1' annunzio della imminente defezione : e 
se le cose di Spagna non avessero preso una piega tale da im- 
pensierire, se la Russia non avesse assunto un' attitudine sempre 
più minacciosa, è certo che Napoleone non si sarebbe ristretto 
a punire il cognato solo con lettere e con decreti. Tuttavia, Ca- 
rolina corse a Parigi. Si pretendeva che, senza contare le gra- 
vissime imposizioni pecuniarie, l' Imperatore, per arrotondare il 
dominio di Roma, volesse staccare dal Regno di Napoli i duo 
Abruzzi e la Terra di Lavoro. Ella ottenne qualche cosa. Per 
le sue istanti preghiere fu tolto il sequestro dai beni di casa 
Farnese: ma, durante la sua assenza da Napoli, l' accordo tra lei 
ed il consorte fu alquanto turbato, e parve che questi fosse per 
sottrarsi alla influenza di lei. 

Ad onta di ciò, e sebbene non fosse stato invitato a Dresda, 
dove ebbe luogo il " congresso dei sovrani „ , Murat si sentiva 
ancora tanto legato al suo antico compagno di armi, che corse 
a raggiungerlo a Danzica (1812): ed agli affettuosi rimproveri 
di Napoleone si commosse , pianse , dimenticò tutto. Era stato 
vittima della virtuosità filodrammatica deU' Imperatore, il quale, 
quella sera stessa, descrivendo ai suoi intimi i mezzucci teatrali 
posti in opera da lui stesso, aggiungeva: il faut tout cela avec 
ce Pantalone: au fond . il m'aime encore plus que ses lazzaroni. 
Però, dopo gli incomparabili disastri di Russia, Murat partiva 



— 198 — 

da Poson il 6 gennaio 1813, ed abbandonava la Grande Armata. 
Qualche tempo dopo (29 febbraio 1813) lord William Bentinck 
faceva occupare V isola di Ponza da un battaglione di fanteria 
imbarcato sul Thames e sulla Furiosa. Sicché Gioacchino, stretto 
da una parte dal timore dei danni che potevano venirgli dal- 
l' Inghilterra, e dall' altra dalla certezza che Napoleone disegnava 
annettere il suo Regno all' Impero Francese, senti la necessità 
di assicurarsi la benevolenza dell' Austria, che pareva sul punto 
di dover fare da mediatrice tra Bonaparte e la coalizione. In- 
viò, quindi, a Vienna il principe di Cariati, e mentre si molti- 
plicavano i suoi misteriosi colloqui con 1' austriaco Conte de Mier, 
attendeva a grandi preparativi militari, portando 1' effettivo del 
suo esercito a circa 40 mila uomini. 

D' altro canto , la situazione interna di Napoli imponeva a 
Gioacchino altro trattative che dovevano riuscire non meno sgra- 
dite in Francia. I Carbonari eran divenuti sempre più numerosi 
e potenti. I più audaci tra essi ed i piìi immaginosi speravano 
che dalle agitazioni presenti e dalla crisi imminente si potesse 
assorgere alla unificazione italiana. Senza dubbio alcuni di essi 
vedevano nel Re piuttosto un ostacolo che un aiuto alla gran- 
dissima impresa: ma altri giudicavano , ed erano nel vero , che 
il carattere avido di avventure del sovrano poteva trarlo a farsi 
campione di si nobile idea. Cosi , all' insaputa del Mier e del 
ministro di Austria a Palermo, Murat, che i Carbonari avevano 
informato dei loro disegni, cominciò a trattare col Bentinck, che 
egli sperava guadagnare alla sua propria causa. E sin dal di 11 
giugno 1813 il Morniny Chronicle dava notizia di queste prati- 
che, che r A. espone con somma chiarezza, pubblicando tutti i 
documenti poco o punto conosciuti, che ad esse si riferiscono. 
Esse ebbero luogo nell' isola di Ponza , dove si recò lo stesso 
Bentinck, e terminarono con un progetto di convenzione (6 giu- 
gno 1813), con la quale si sarebbero assicurate la libertà e la 
indipendenza d' Italia da ogni arbitrio napoleonico , si sarebbe 
rimessa Gaeta nelle mani degli Inglesi come piazza di deposito, 
si sarebbero riconosciuti i diritti di Ferdinando IV sul Regno 
delle due Sicilie, e riconosciuti anche i diritti di Sovranità di 
Murat, non gli si sarebbe contestato il possesso del Regno di 



— 199 — 

Napoli, fincliè non gli si fosse assicurato un sufficiente componso. 
Per allora, le conferenze di Ponza non ebbero grande effetto . 
ma già Gioacchino si ora compromesso con le due maggiori ne- 
miche della Francia, 1' Austria e l' Inghilterra, in modo da non 
poter più ritrarsi indietro. 

Perciò, quando, dopo l' infausto armistizio di Poischwitz e la 
convenzione di Reichenbach, era imminente una nuova e più ter- 
ribile guerra, e si reclamava istantemente da Murat un esercito 
di 20 mila uomini, egli con lettere al Viceré d' Italia, al Duca 
di Feltro ed allo stesso Imperatore, si schermi di obbedire, ad- 
ducendo ragioni, che, so messe innanzi da lui avevano 1' appa- 
renza dì pretesti più o meno plausibili, non cessavano di essere 
valide e gravi per un sovrano che veramente amasse il decoro 
ed il bene del suo popolo. Scriveva, infatti, al suo dispotico co- 
gnato, che nessuna truppa sarebbe partita da Napoli, se non co- 
mandata tla lui, ed in forma e con titolo di esercito napoletano. 
Ed aggiungeva: jc le dois a mex troupes, qui souffrent et se de'- 
sorganisent, lorsqu'elles soni disse'minee's, et qui ont verse des flots 
de sang h Lutzen et a Warschen, sans qu'on ait daigne' les nom- 
mei'. Je le dois a la naiion napolitaine qui se lasse et se de'cou- 
rage, en voyant, aprés des efforts inouis pour creér un e'tat mi- 
litaire, que les troupes h peine formee's se dispersent, se dissipent 
et de'perissent, san.s qu'il resuite pour l'Etat,ni aucun accroisse- 
ment de force, ni aucun accroissement de gioire. 

Frattanto il Duca di Gallo ed il partito francofilo si adope- 
ravano a rimettere la concordia tra Murat e Napoleone. Il Prin- 
cipe di Cariati , intervenuto al Congresso di Praga, più come 
spettatore che come attore, aveva proposto a lord Aberdeen un 
accordo col gabinetto napoletano. Sin dal principio, queste of- 
ferte erano state respinte. L' Inghilterra non voleva più trattare 
senza il consentimento e l' intesa dell' Austria. Forse a questo 
contegno degli spregiudicati ministri britannici contribuiva non 
poco ciò che allora cominciava ad agitarsi a Praga rispetto ad 
una ricostituzione dell' Italia. Si pai-lava di restituire Piemonte 
e Sardegna all' antico sovrano, di dare 1' Alta Italia, Modena, le 
Legazioni e le Marche all' Austria: Y Italia Centrale ai principi 
Toscani ed Estensi: la Sicilia ai Borboni: Napoli a Gioacchino. 



— 200 — 

Evidentemente , in questa partizione V Inghilterra non avrebbe 
molto guadagnato, onde prendeva tempo: e nelle inc'ertezze, nelle 
ambagi dei negoziati la posizione di Murat, che da Vienna era 
invitato ad assùmere un' attitudine franca e senza equivoci, di- 
veniva tormentosa , intollerabile. Da essa il Re di Napoli pro- 
curò di uscire con uno di quei suoi scatti impetuosi e violenti: 
e parti alla volta di Dresda (2 agosto 1813), Ma la sua conci- 
tazione era tale che, secondo riferisce il Diario Napoletano di 
de Nicola, appartenente a questa Società di Storia Patria e ci- 
tato dall' A. , avendo incontrato lungo la via di Roma un cor- 
riere austriaco, che da Vienna portava dispacci al Mier, gli tolse 
a viva forza il plico e lo dissuggellò, ma non potè leggerlo, es- 
sendo scritto in cifra. 

L' accessione della Baviera alla coalizione , annunziata prima 
che avvenisse, la ritirata del Principe Eugenio, la occupazione 
austriaca dell' Illiria, persuasero il Re di Napoli a non lasciarsi 
piegare dalle preghiere o dalle minacce francesi: e sebbene egli 
stesso combattesse nell' esercito imperiale, non volle punto or- 
dinare che r Armata d' Italia fosse raggiunta dal contingente na- 
poletano, che, arrivato in tempo opportuno, forse avrebbe potuto 
mutare le sorti della guerra. Ed anche prima che fosse firmata 
la convenzione di Ried e si fosse combattuta la disastrosa bat- 
taglia di Leipzig, la politica napoletana aveva assunta una orien- 
tazione, tenuta gelosamente secreta , al tutto conforme ai desi- 
derii ed agli intenti austriaci. L' A. pubblica il lunghissimo rap- 
porto con cinque documenti giustificativi che il conte de Mier 
presentò al principe di Mettemich (16 dicembre 1813), che chia- 
riscono singolarmento quei negoziati tanto poco conosciuti e cosi 
avviluppati e confusi. In sostanza la Regina stessa aveva com- 
preso la necessità di staccare la propria cavisa da quella troppo 
compromessa di suo fratello: e quando anche a lei lo Schininà, 
che già aveva trattato con Murat, espose le intenzioni dell'Au- 
stria , cioè di Metternich , ella non esitò a dichiarare al Mier, 
che, come Reggente, poteva adottare in casi straordinarii quei 
provvedimenti che reputasse opportuni : e che in conseguenza 
era determinata ad intavolar trattati con 1' Austria , ad assicu- 
rarsene la protezione, ed a concorrere con le proprie forze af- 



— 201 — 

fincliè lussi-i'u iiies.-M- in atto le veduto di essa. Più tardi aggiun- 
geva, che non avrebbe fatto uscire un solo uomo dal Regno, an- 
che se no avesse ricevuto ordine dal Re. 

Questi parti da Erfurt il 24 ottobre e viaggiò con tale pre- 
cipitosa celerità che il 4 novembre era a Napoli. Da Milano 
scrisse a Napoleone una lettera, nella quale apparivan chiaro le 
sue pretese e le suo intenzioni. Con un tono in lui affatto nuovo, 
chiedeva in compenso del suo concorso lo Stato Romano ed il 
comando supremo nella penisola , col quale sperava eseguire il 
suo disegno favorito: unificare l' Italia sotto il suo scettro. Non 
solo, ma con una perfidia, imputabile senza dubbio alle grandi 
agitazioni dell' animo suo, osava lanciare contro il Beauharnais 
alcune insinuazioni quanto velenose altrettanto destituite di sodo 
fondamento. Il Fain . il de Montvèran . il Helfert ascrivono la 
defezione di (rioacchino . della quale questa lettera era segno 
certo, ad un colloquio che egli avrebbe avuto ad Ollendorf col 
Mier: ma 1' A. con mia stringente discussione e con abbondante 
copia di prove dimostra che quel convegno non ebbe mai luogo. 
A tale estremità era ridotto l' Impero napoleonico, così intenso 
era in Gioacchino il desiderio di salvare il proprio regno e di 
ampliarlo, che (juella defezione . oltre le precedenti pratiche e 
trattative, non abbisogna di altre spiegazioni. Come purtroppo 
suole avvenire nelle grandi catastrofi, il Re di Napoli aveva per- 
duto ogni misura: e, tornato a Napoli, fu ora impnidente, ora 
snaturato, ora ingenuo. Imprudente, quando lasciò intendere al 
Mier, cioè al rappresentante di Casa d* Austria, che gli ingran- 
dimenti da lui desiderati potevano aver luogo a spese del Papa, 
che, secondo lui. era inutile ristabilire in Roma. Snaturato, al- 
lorché gli offri di andare in persona a scacciare i Francesi dal- 
l' Alta Italia per mettervi gli Austriaci. Ingenuo , finalmente, 
perchè alla fine di quel lunghissimo colloquio, invitò il Mier ad 
esporre ogni cosa alla Regina . la quale si sarebbe rinsaldata 
nelle buone disposizioni. Dunque, non solo ignorava ciò che erasi 
conclùuso a Napoli nella sua assenza, ma non si era accorto né 
meno del lento lavorio che gli si faceva d' intorno per predi- 
sporlo e poi trarlo a quella politica piena di artificii e di pericoli, 
nella (piale dalla sua stessa natura era condannato a soccombere. 



— 202 — 

Qui termina il secondo volume del libro del Weil. L" A. rosta 
calmo, sereno, mnanzi ai due personaggi che sono i protagonisti 
dell' opera sua: non mostra preferenze, né abbandona mai la sua 
spassionata ed equanime obbiettività. Solamente, accumula prove, 
adduce documenti , discute questi e quelle con una critica pa- 
cata ma inflessibile. Tra 1' uno e 1' altro eroe 1' A. non tenta né 
meno un paragone , ma esso sorge involontariamente dalla co- 
scienza stessa del lettore, e non è affatto favorevole allo sven- 
turato martire del Pizzo , di cui in queste pagine magistrali è 
mirabilmente delineata la politica, ma sono ritratte con pari pre- 
cisione le debolezze, le ambizioni e quella impetuosa precipita- 
zione, fatta di presunzione e di inettitudine, che fu causa non 
ultima della sua rovina. 

D.K E. Oreste Mastroianni. Giovanni Gioviano Fontano e 
Carlo Vili, Napoli, Marghieri 1901. 

11 buon professoi-e Tallarigo in un libro, non scevro di pregi, 
consacrato ad illustrare la vita e le opere dell' umanista spole- 
tino {Giovanni Fontano e i suoi tempi, Napoli, 1874), tentò, pel 
primo, scagionare il suo autore prediletto da quell' antica accusa 
di tradimento , che a lui derivò dal racconto del Guicciardini. 
Tentò, solamente: perché, sebbene 1' ammirazione pel classico e 
geniale scrittore lo spingesse a purgarne la memoria da quella 
nota d' infamia, non ebbe tempo, né modo di esaminare a fondo 
il difficile problema. Toccò, tuttavia , il nodo della quistione , 
quando, a scemar fede allo storico fiorentino, osservò che il si- 
lenzio dei cronisti napoletani, sopra una defezione che non po- 
teva trascorrere inosservata , non era fatto per avvalorare le 
parole del Gruicciardini. Ma di rimando il Torraca [Studi di stor. 
leti, nap.) obbiettava, che in una solennità come quella nella 
quale Carlo Vili cinse le insegne di re , si doveva essere più 
intenti ad ammirare le sfarzose vesti dei cavalieri francesi e gli 
apparati e gli addobbi della chiesa, che ad ascoltare le parole 
di un semplice umanista. Arguta osservazione : ma che , come 
tutte le arguzie, sacrificava una parte della verità : perchè né 
il Fontano, giunto oramai alla celebrità, poteva reputarsi e dirsi 



— 203 — 

un semplice umanista: né le abbaglianti magnificenze della pompa 
reale potevano impedire che, anche senza badare a ciò che di- 
ceva r oratore , si notasse che un oratore aveva parlato , mas- 
sime quando questi, ed era il caso del Fontano, andava famoso 
sì pei grandissimi meriti letterarii e si per la somma autorità 
politica, onde era stato rivestito. Ad ogni modo, questa obbie- 
zione ed il noto sonetto del Pistoia ribadirono 1' antica accusa: 
sebbene il Gaspary con palese incertezza scrivesse: il Fontano, 
secondo il Guicciardini, si sarebbe lascialo andare in modo scon- 
venevole alla vituperazione dei re aragonesi, il che è ben possi- 
bile dati i lamenti da lui mossi anche altre volte sui principi, 
anche se li aveva sei'viti fedelmente finché era stato in ufficio. 

Il Dott. E. Oreste Ma.stroianni , professore di storia nel R. 
Liceo di Materu, ha sollevato di nuovo la importante quistione, 
e ha dettato a favore del Fontano una memoria, nella quale 
r equa esattezza del metodo critico si accoppia all' abbondante 
ed opportuna erudizione. Egli, anzi tutto, si domanda in nome 
di qual ceto e dì quali persone avrebbe parlato il Fontano : e 
giustamente afferma che la hol)iltà dei Seggi non avrebbe mai 
consentito la prerogativa di perorare in nome suo ad uno stra- 
niero, illustre si ma non inscritto in alcuno di quei consorzi gen- 
tilizii. Con questo di più, che, la nobiltà avendo chiesto a Car- 
lo VII! come prima grazia la libertà e la incolumità dei princìpi 
Aragonesi e dei loro beni , non ó possibile intendere perchè , 
proprio in quel momento , il rappresentante della nobiltà (dato 
pure che pel Fontano si fosse fatta una eccezione, inverosimile 
e non attestata da alcun documento) osasse pronunciare un vero 
atto di accusa contro la famiglia, a favore della quale istante- 
mente s' intercedeva. Né, d' altro canto, è dato pensare che il 
Fontano parlasse in nome della città , cioè del popolo , perchè 
questo allora non aveva alcuna [jrerogativa . alcuna rappresen- 
tanza. A favorire i nobili gli Aragonesi avevan depresso singo- 
larmente il popolo: lo stesso Alfonso il Magnanimo aveva fatto 
demolire il sieggio pittato, centro dei popolani e fomite di non 
brevi , né lievi controversie : e non fu che per concessione di 
Carlo VITI, che il popolo potè raccogliersi nella chiesa di S. Ago- 
stino, istituir la Banca, formulare i Capitoli, presceglier 1' Elotto. 



— 204 — 

Del resto, i cronisti francesi e lo stesso Carlo Vili non han 
serbato ricordo di questa famosa orazione. E qui opportunamente 
r A. fa notare, che in punto di discorsi e di orazioni non è dif- 
ficile cogliere in fallo il Guicciardini. Costui non riferisce per 
disteso la lunga orazione pronunciata dall' ambasciatore veneto 
Antonio Giustiniani al cospetto di Massimiliano, quando le te- 
stimonianze più fededegne attestano che l' Imperatore non volle 
ricevere né lui , né i due colleghi di lui ? Senza dire che , se 
fossero esatti i notamenti di Cesare Pagano, della collezione De 
Lellis, pochi giorni prima di recitare il vituperoso discorso (12 
maggio), il Fontano, a Canneto, presso Termoli, ed in tre pro- 
cessi diversi avrebbe sostenuto a fronte alta la legittimità dei 
diritti di Casa di Aragona sul Regno di Napoli. 

Non minore interesse offre quella parte della memoria, nella 
quale r A. studia giudiziosamente in che maniera ebbe a for- 
marsi la leggenda, che al Fontano é stata di tanto disdoro. Co- 
stui, come secretario del Re, custodiva le chiavi di Castel Ca- 
puano e del magnifico palazzo della Duchesca : e dovè conse- 
gnarlo di persona agli invasori. Non è inverosimile che in tale 
occasione pronunciasse alcune parole per salvare dal saccheggio 
e dallo spreco i tesori artistici e le ricchezze di ogni sorta ac- 
cumulati neir uno e nell' altro edifizio. Queste parole, suggerite 
dal tenace affetto, dalla incrollabile fedeltà verso la dinastia fie- 
ramente provata dalla sventura, poterono dar luogo alla trista 
leggenda. Fanto più che se il Fontano si fosse reso colpevole 
di un tradimento cosi pubblico e sfacciato: né il Cariteo avrebbe 
esaltato il " fedele ministro „, il " santo e puro e nitido Fon- 
tano „ : né il Sannazaro in una elegia gli avrebbe volto il saluto 
come a " santo vecchio „. Ambedue questi poeti eransi serbati 
troppo fedeli agli Aragonesi, per ammettere che potessero estol- 
lere in tal guisa chi avesse risposto ai beneficii di quelli con 
una perfidia imperdonabile. 



205 



Giacinto Demaria. Benevento sotto il Principe Taììeyrnnd, ap- 
punti storici. Benevento. De Martini, 190L 

Malgrado la promessa contenuta nel titolo, l'A, consacra quasi 
una metà della sua memoria, 10 pagine su 40, a trattar di Be- 
nevento «otto la dominazione! pontificia. Così, il tema, già vasto 
per se stesso, diventa più vasto ancora; o la breve memoria non 
vale a svolgerlo convenevolmente. Tanto più che l'A. si diletta 
straordinariamente in vaghe considerazioni ed in apostrofi, qua 
e là ripetute , contro i tnhuni da comizio ed i programmi elet- 
torali: mentre avrebbe fatto opera assai più utile alla scienza, 
se, spastoiandosi da tutto ciò che era estraneo ad essa-, avesse 
pensato a dar più esatta e sicura notizia dei documenti da lui 
esaminati. Del resto, il Dottor Demaria non rivela un'ampia co- 
noscenza della letteratura che concerne il suo argomento. Gli è 
sfuggito, ad esempio, l'ottimo studio sulla storia del Principato 
di Benevento dal 15 giugno 1806 al 22 marzo 1809, pubblicato 
da J. P. P. Martin in Rcvuc des questions historiques ( gennàio 
1897). Gli è sfuggito del pari il recentissimo eil importante stu- 
dio del de Nouvion, Tallcurnnd Prince de Be'nevent, inserito in 
Bevue historiquc, anno XXV, tomo 73 ( maiggio-giugno, luglio- 
agosto) e tomo 74 (settembre-ottobre 1900). Se l'A. avesse esa- 
minato e studiato questi due ottimi lavori , non solo avrebbe 
avuto notizia di molti documenti da lui ignorati, ma ancora — 
e gli sarebbe tornato di sommo onore — avrebbe potuto com- 
pletare le ricerche proseguite e contenute nell'uno e nell'altro. 
Perchè buona parte dei documenti circa il Talleyrand furono 
sottratti dall'Archivio Nazionale di Parigi durante l'onnipotenza 
di costui: sicché il Martin compose il suo studio su carte capi- 
tategli per un caso avventurato. Naturalmente , tanto il lavoro 
del Martin, quanto quello del de Nouvion presentano parecchie 
lacune , massime intorno al periodo che va dal 1809 al 1812. 
Ora, quat servigio l'A. non avrebbe reso alla storia della patria 
sua. se, conoscendo documenti ignoti ad entrambi gli scrittori. 
li avesse pubblicati integralmente? E se avesse ristretto il suo 
compito ad illustrare il breve periodo, che negli scritti di'i due 



206 



eruditi francesi appare più monco ed oscuro ? Del resto ciò che 
non si è fatto ieri, si potrà fare domani: ed al Dottor Demaria 
che è giovane, non possono mancare lena e vigore di ritornar, 
sol che lo voglia , sul tema da lui prescelto , con miglior suc- 
cesso per lui. con maggiore utilità per gli studii storici. 

F. C. 



Guido Bigoni. Una fonte per la storia del Befano di Sicilia. Il 
Carmen di Pietro da Eholi. Genova, Pagano 1901. 

Il Carme di Pietro da Eboli è una delle fonti principali per 
la storia della misera fine della monarchia normanna e del non 
lieto cominciamento di quella sveva. Perciò questa memoria . 
nella quale assai accuratamente si studia la vita e V opera dello 
sfacciato piaggiatore degli Svevi, è di somma utilità ed impor- 
tanza. L' A., che insegna storia nel R. Liceo Colombo in Genova, 
esamina le varie edizioni del Carme, da quella di Samuele Engel 
che fu la prima (Berna, 1476), a quella del Winkelmann (Leip- 
zig, 1874) che è la più recente : raccoglie con molta diligenza 
tutte le notizie che ha potuto trovare intorno alla vita del poeta 
o, come è chiamato in un documento del 1221, del versificatore 
di Eboli: ed espone con lucida brevità il contenuto di tutto il 
poema. Seguono, quindi, 1' esame critico del Carme , la descri- 
zione delle figure del Codice di Berna, e due quadri genealo- 
gici per servire alla storia del Re Tancredi. In tutta 1' accurata 
monografia 1' A. rivela piena e sicura padronanza dell' argomento 
da lui prescelto, e dei tempi e degli eventi ai quali questo si 
riferisce: mostra una notevole erudizione e, quel che è più, se 
ne avvale con discreta sobrietà: nulla tralascia infine che possa 
conferire chiarezza al suo lavoro. Certo, svolgendo un tema sif- 
fatto, r A. non ha avuto modo di eseguire ricerche originali e 
proprie: tuttavia ha reso un utilissimo servigio alla scienza: per- 
chè nella sua monografia ha succosa' ii ente compendiato tutto ciò 
che si è detto , tutto ciò che poteva dirsi intorno a Pietro da 
Eboli ed al suo poema. 

F. Cerone 




— 207 — 



Felice Barnabei. La villa Pompeiana di P. Fannio Sinistore 
scoperta presso Boscoreale, Roma 1901. 

Dopo il dotto lavoro di Angelo Pasqui sopra una villa rustica 
rimessa a luco presso Boscoreale {Monum. ined. de' lAncei, voi. 
VII, 1897) è venuta questa pubblicazione del Barnabei sopra 
un'altra villa, ma urbana. A dir vero, come la prima non era 
soltanto una fattoria, cosi la seconda non è tutta quanta sipio- 
rile ; poiché l'una aveva anche le stanze destinate al padrone, 
come l'altra ha il caseggiato che serviva al colono; ma a giu- 
dicare dalla parte che prevaio in ognuna, rettamente quella può 
dirsi rustica e questa urbana. 

La quale ultima non è importante per la suppellettile, per- 
chè questa vi era scarsa e povera ; non importante sotto il 
rispetto architettonico, perchè il materiale adoperato per la co- 
struzione non è ricco, e la disposizione degli ambienti non è nuova: 
ma ha un valore straordinario, unicamente) j)er la decorazione 
dipinta, che fu fatta nello stile realistico prevalente verso la fine 
della Repubblica. Costruita in quel tempo, la villa fu dal .sno 
primo padrone L. Fannie Sinistore venduta all'incanto nell'anno 
12 dopo C. (come si rileva da un ricordo graffito soj)ra una colon- 
na), e l'ultimo suo proprietario fu Lucio Herio Floro (nome dato 
da un suggello di bronzo trovato nella villa): ma le diverse per- 
sone, che successivamente la possederono, ebbero tutte la cura 
più grande delle sue pitture. Dello stile in cui sono eseguite 
non mancano altri esempi nelle case di Pompei e negli scavi del 
Palatino, ma senza la ricciiozza e varietà di motivi, che appaiono 
dentro la villa di Boscoreale. Questi furono studiati dal Barnabei 
con mente di archeologo e sentimento di artista, si che parec- 
chi elementi di quel più antico modo decorativo sono stati messi 
da lui in una luce nuova e rannodati fra loro con una più stretta 
connessione. 

Di ciò non contento, egli ha voluto fare la reintegrazione della 
villa e rappi'esentarla cosi com'era quando la irradiava, dician- 
nove secoli dietro, il sole della Campania Felice. Non era scevro 
di difficoltà questo suo proposito : poiché le pitture, in massima 



— 208 — 

parte tagliate, erano state rimosse dal luogo originario, e talune 
stanze erano state anche rinterrate. Ma col soccorso di tutti i 
dati, che 1' Amministrazione del Museo aveva diligentemente 
raccolti durante lo scavo, e con 1' entusiastica sua ammirazione 
per rantico, ha potuto rimettere ogni cosa a posto, e dare la più 
viva e paecisa descrizione di quel raro complesso di opere d'arte;. 

(tiulto de Petra 



CENNI ED APPUNTI BIBLIOaRAFICI 

P. N. Mattioli. Fra Oinvanni da Salerno delV ordine Roniitano di 
S. Agostino del secolo XIV e le sue opere volgari inedite, con uno 
studio cofnparativo di altre attribuite al P. Cavalca, Roma, tip. Sa- 
lesiana 1901. 

La biografia è compresa nel terzo volume deWAntologia Agosti- 
niana edita dal Mattioli, il quale la trae da alcuni documenti del- 
l'archivio diocesano di Salerno, e dalle lettere di fra Giovanni. Di- 
mostra che indubbiamente quel frate fu l'autore: della esposizione 
volgare della regola di S. Agostino secondo il testo di S. Vittore: 
della regola di S. Agostino volgarizzata e ristretta alle suore : e 
della esposizione volgare degli Evangeli. E oltre queste opere gliene 
attribuisce pai'ecchie altre, che sono appunto (pi elle che dai più si 
attribuiscono al Cavalca. 

Cr. Leo. Leonardo Leo celebre musico del secolo XVIII ed il suo ono- 
nimo Leonardo Leo di Corrado. Napoli, Cozzolino, 1901 p. 8 in 8". 

„ I signori Leo — / di Leo ricchi e poveri nel secolo XVII e XVIII 
in S. Vito dei Normanni , ed il celebre musicista Leonardo Leo. Na- 
poli, Cozzolino 1901 p. 12. 

Nella prima nota distingue i due onomini eh' ebbero patria co- 
mune e furono quasi coetanei. Nella seconda, dalle numerazioni dei 
fuochi degli anni 1630, 1641, 1658, esistenti nell'Archivio- di Stato 
di Napoli, rileva che in S. Vito dei Normanni, v' erano parecchie 
famiojlie che avevano coo;nome Leo o di Leo. e che il di Leo musi- 



— 209 — 

cista, educato nel Conservatorio della Pietà Dei Turchini, fu certa- 
mente povero. 

I. (iKii.iOLi. Sopra l'erbario di Ferrante Imparato, (/Hi appartenente a 
Donteniro Cirillo. Portici, stub. Tipogr. Vesuviano 1901, p. H in 8". 

Mostra l'importanza dell" erbario che componevasi di ottanta vo- 
lumi, conservati poi dal Cirillo, ed arsi dalla plebe furibonda nel 
1779, dei quali uno solo ora si conserva nella Biblioteca Nazionale 
tli Napoli col titolo Colleftio plantarum natHrah'utn. 

V. Savini. [l Libcr Cen-walis del 1:ì4R del Capitolo Apnttino, Roma, 
Forzani. 1901, p. UH. 

E il più antico registro dei censi e dei servigi che si conservi 
nell'Archivio capitolare. La copia dei nomi di luoghi, di persone, 
e di cose che in esso si trova può utilmente servire alla conoscenza 
delle famiglie, della toponomastica, della filologia dialettale, degli 
usi e dei costumi della città di Teramo nel secolo XIV. 

V. FoNTANAROS.\. Intomo al figlio di un ex Ministro di tiioaefhino 
Murat. (Documenti di Polizia 1836-1838) Napoli, 1905. p. 24 in 16. 

1 dopunienti riguardano Giuseppe Ricciardi, figlio del Conte di 
Camandoli. espulso dal Regno, come Carbonaro e rivoluzionario. 

L'Araldo. Abnanaeco Nobiliare del Napoletano ì^9,^o\\,'DetV.en 1901, 
p. 323 in 1(>. 

Oltre alle consuete notizie genealogiche , il conte F. Bonazzi, 
enumera in appendice le famiglie nobili che furono ascritte ali" e- 
lenco definitivo regionale, additandone le Arme, e i titoli ai quali 
anno dritto. 

Cav. L. MiANi. LI brigantaggio nel tetritorio di Ginosa. Taranto 1901, 
p. 68 n 16". 

Raccoglie e pubblica i fatti avvenuti in quel territorio dal 1860 
al 1866. dei quali fu spettatore. 

Anno XXVII. 14 



— 210 -^ 

Mons. D. Taccone-Gai.luoci. Monografia del santvarìo di s. Franee- 
seo in Paola. Eeggio di Calabria. Morello. 1901. p. (i2 in <S". 

SoiiO ricordi storici della vita dpl santo e del luogo ove nacque. 

M. Schifa. Troya. Napoli, Morano, 1891, p. 22 in «". 

Discorso comroemoratiV^o letto quando fu apposta ima lapide alla 
casa, ove morì Tillnstre storico. 

G. Beltrani. Carlo Troya. Napoli, Soc. Cooperat. largo Spirito Santo, 
1901. p. 40 in 8". 

Conferenza tenuta al Circolo Filologico. 



^ 



•,•,-,■ r 1. 1 . • .•■''■■ 

Napoli Nobilissima, Rivista di topografìa ed arte Napoletana. Voi. X. 
Trani,, Vecchi, 1901. 

Fas. T. A. BoRZELLi. Ij' Accademia di disegno durante la prima re- 
staurazione Borbonica 1799-1805. La rivoluzione e la breve repubblica 
non avevano . apportati vantaggi all'arte. Nel 1800 volendosi far ri- 
vivere l'Accademia che doveva darle impulso, fu chiamato Gugliel- 
mo Fischdein da Amburgo. Ma non venne, e le scuole restarono 
chiuse. Riaperte in fine nel 1803, ninno riuscì ad essere di sprone 
e d'esempio per indurre gli artisti A^ecchi e restii ad abbandonare' 
il manierismo del secolo XVIIT — N. Faraolia. Il libro di s. Marta. 
Non, pi sa come pervenne all' Archivio di Stato, e niuno sin ora 
l'illustrò. Un attento studio mostra, che non pochi. fogli furono 
coloriti ed ornati da una stessa mano, o che almeno provengono 
dalla stessa, scuola, ancorché, vi. sia una grande distanza d' anni 
nelle date d' iscrizione dei confratelli. Oltre quello che rappresenta 
s. .Marta, si descrivono ,e si esaminano tecnicamente le tavole se- 
gnate coi nomi, di sovrani, di regine, di principi, d'illustri persone 
dal fol. 2 e al fol. 54 (co/?i.)— L. SAh.^iZAU. Marmi dei castelli di Na- 
poli esposti nel chiostro di s. Martino. Fra le iscrizioni che furono 
ivi ti'asferite dai depositi del Museo Nazionale di Napoli, ve n" è 
una d' ignota provenienza. Vi si legge il nome dell' imperatore 
Federico II e l'anno 1236, ma non si sa^dov"era collocata, e in 
qriàlé occasione fu pòsta. È credibile che poss^ riferirsi all' am- 
pliamento di Castel Capuano, ma i cronisti segnano (juel restauro 



— Oli _ 

al 1234. Altre due iscrizioni ricordano, la ricostruzione del ponte 
del Castello dell" Ovo nel 1595, e i lavori di restauro fatti nel 1823 
in Castelnuovo — A. Filax(ubri, de Candida. Monumenti ed oggetti 
d'arte trasportati da Napoli a Palermo nel 1800. Gli elenchi degli 
oggetti spediti si conservano nell' Archivio di Stato, è da essi si 
traggono notizie utili per rintracciare gli oggetti che rima.sero in. 
Sicilia dopo il ritorno della Corte Borbonica a Napoli. 

Fas. II. A. Makksca di Sekracai'KIola. Battenti e d eror azione di- 
anticlie porte enintcnti in Napoli. Le porle di t'astelnuoro. Descrive i 
bassoriliéri che ornano le porte di bronzo del castello, nei quali 
sono raffigurati gli episodi pivi importanti della lotta che Ferdi- 
nando 1 d'Aragona sostenne contro i baroni del regno. Guglielmo 
Monaco cominciò quel lavoro dopo il 14(i2, e lo condusse a termine 
nel 1408 — A. Bokzei.li. L'Accademia del disegno nel decennio 1805-15. 
Il nuovo governo chiamò artisti stranieri a Napoli, altri vi accor- 
sero, e fu iniziata la riforma dell'Accademia, a favorirla s' aggiun- 
sero, il buon gusto di Maria Carolina Bonaparte e di alcuni mini- 
stri. Le R. scuole delle arti del disegno ebbero stabile ordinamento, 
e nelle pitture e nelle poche scolture, che ornarono la reggia di 
Napoli e i palazzi di Portici e di Caserta, apparvero (juei caratteri 
di classicismo idealizzato che faceva le delizie della Francia. Il pro- 
getto delevare nella piazza di Gaeta ini monumento alla memoria 
del generale Leone Pascal N'allongue, rimase incompiuto, (cont.) 
N. FAUAdLiA. // libro di s. Martft (vont. e fine). Al fol. 59 la tavola 
di Pascasio Diaz Garlon chiude la .serie delle graziose miniature; e 
quelle che seguono non anno il gusto delle quattrocentine, anche 
<]uando furono imitato; vi appare la nuova fase dell'arte che si con- 
tenta delleffotto. Dallo cose esposte, s'apprende, che le miniature 
non furono fatte nellanno dell'ammissione dei confratelli; e dalla 
tecnica e dal cai-attere dell' ornato risulta, che vennero eseguite a 
gruppi e in tempi diversi. — Don Feruantk. // palazzo di Fede- 
rico IL ad Orto in. Capitanata. Ad Orto - — nuova, dove si credè che 
doveva essere un palazzo dell' imperatore Svevo , si rinvenne in- 
castrata nel muro questa iscrizione : Prereptu domini Cesaris Fride-. 
rici. N. Isgranm Poto. M. Agii [qìie\ Palacii. 0. [Pus]. La scoverta 
verrebbe ad aggimigere un nuovo nome all' elenco degli architetti, 
che lavorarono per Federico. 

Fase. III. A. DI Candida Filancìieui. La Pinacoteca Nazionale di 
Napoli ed il suo riordinamento. La Pinacoteca, ebbe origine dai te- 
sori d'arte passati dalla famiglia Farnese ai Borboni. Moltissimi di 
(]uoi monumenti noi 1759 furono raccolti nella reggia di Capodi- 



^ -212 — 



monte- ma questo museo fu saccheggiato da, 1^ rances. nel 1.9. 
uS a quadreria fu collocata nel palazzo detto di ìrancavdla. 
PHit'diT collezioni archeologiche, la biblioteca, le opere d arte 
a Lsdute per nuovi acquisti, e colle spoliazione d. chiese e mona 
sterT'"nnero allogate nel palazzo overa F Università degli studi, 
e d"ve ora si trovano. Ma, la Pinacoteca, data sua importanza , 
lo stato "abbandono in cui fu tenuta, lascia scorgere la neces^ta 
lo stato a duu convento (h santa Ca- 

stio MB un»' importante perchè serve a stabilire 

31 Ine b^ inatton:;.» i./etriate che hi parte ora ricoprono 
iTa^meno Probabilmente, esse non furono importate da Faenza, 



I 



orrnlerpi-'appos.» a nn aitro --^-..^^re o sTl: 
ii ra«is.. ..n .^-^fC^ X^Ernome Corra. 
OiCi^to";- 'rc;e^ MoUetta.''ma svolse la sna attiviti apistica 



siLo È il rifacimento d'nno scritto pubblicato nel 1891 coUi- 

r Th- * ^-— ^« f :;t: f: :: :rie':anr 

fatte aggiunte, e 7'— . ^g^^^^J^^^f^. l„„L„-„ rfi ,ise,no né 
^lr"^r.^^^7,t^/Zi francesi « ->. ael re,no 
decennio loiu y dipinsero e scolpirono nella 

lavorarono per conto elei we e ui diu , ^ Smola 

re.<,ia di Caserta. E ancorché le riforme, introdotte nella B. bcnola 
noTsempre secondassero i desideri del K"™'™ ' 7" Boma 1- 
incoraggramenti ai giovani che mandati ='«'"'»;.-; ■"»°'^;';7,i 
«irono fa loro educazione, sorretti dai consigli e dall esempio 
i' ::i^Canra-E. BKBH.OH. VarU in ^«««-.«^^ »• i;:"?.". 
„•,; Mla^atteirah. Anche quella chiesa, a s,m,i?lian.a d Fu 



— -213 — 

gliesi, ebbe originariamente due campanili costruiti nei primi de- 
cennii del secolo Vili. Quello a nord-est, minacciando ruina fu ri- 
costruito nel 1488, e poi rinnovato nel 1630. Laltro a sud-est, pur 
esso rifatto più volte, venne abbattuto, all'inizio del secolo XVlll. 
il campanile della vecchia ahhadia di «. Leo. Rimane ora quale fu co- 
struito nel secolo XIII; gli altri che sono in Bitonto anno minore 
importanza. 

Fas. \. D. MoKEM.i. Filippo Palizzi e la scuola Napoletana di pittura 
dopo il 1840. Discorso commemorativo letto all'Accadema Reale di 
Napoli (contin.) — A. Maresca di Serracafriola. Battenti e dero- 
razioni di anticfie porte esistenti in Napoli. Studia i pochi battenti 
che offrono esempio di pretto stile del cinquecento . e descrive 
(jiielli della sagrestia di s. Maria della Grazie a Caponapoli. del coro 
dei ss. Severino e Sossio, delle chiese di s. Pietro ad Aram , di 
s. Marcellino e di s. Giacomo degli Spagnuoli. (cont.) — M. Ci- 
nuAAì. Ancora del palazzo di Feder^ico II ad Orto. Dalle nuove ricer- 
che fatte, da un esame più accurato dei luoghi , apparisce che le 
più antiche case dell'attuale Orta non rimontano ad un'epoca an- 
teriore al l.'MX), e perciò (luella descritta non poteva essere la casa 
di Federico II, Sarebbe meglio supporla posta tra Ortanova ed Or- 
tona in luogo detto Durante; ma é dubbio se i ruderi che vi si tro- 
vano appartennero ad essa, o Hordonea. In quanto all'iscrizione che 
trasse il Manzi in errore, può credersi, che rinvenuta in altro sito fu 
poi murata dove ora si vede. (Certamente il nome del protomaestro 
non va letto Iseranm ma AìiseraHUS; come chiamossi 1' artista che 
scolpì l'altare maggiore della cattedrale di Bari nel r228-.S3, e una 
tomba nella chiesa di s. Margherita in Bisceglie nel 1246 — 0. Pi- 
scicELia TAE<}(a. Un'officina Napoletana di mattoni smaltali nel secolo 
XVI. Le carte esistenti nell'Archivio della R. Basilica di Bari, ad- 
ditano un mastro Luca Jodice che lavorava mattimi pintati in Na- 
poli. 

Fas. VI. D. Morelli. Filippo Palizzi e la scuola Napoletana ecc. 
(contin.) A. Maresca di Serracapriola. Battenti e decorazione mar- 
morea ecc. Segue a descrivere la porta d' ingresso della chiesa di 
Donna Romita, le due porte della sagrestia di s. Domenico Mag- 
giore, e la porticina della cappella di s. Filippo Neri nella chiesa 
dei Gerolomini (contin) — E. RotJADEO. NdV arte del marmo. Fra i 
processi del Sacro R. Consiglio nell' Archivio di Stato, ve n'è uno 
che dà molte notizie sugli scultori e marmorari ch'erano in Napoli 
nei primi decenni del secolo X\'Il, e riguarda la controversia di- 
battuta tra i consoli dell'arte e il raarmoraro Costantino Morosi, 



— 214 — 

eh' erasi rifiutato a pagare la somma spettante alla corporazione 
sulle opere a Ini commesse. — G. Guarini. Chiesette medievali in 
Basilicata. Sono poste sull" altipiano che s'incunea nella valle del- 
l' Ofanto, e atti-averso le restaurazioni, e le imbiancature lasciano 
scorgere, capitelli fogliati, timpani a sesto acuto, e profili di sacre 
figure dipinte in tempi remoti, 

Fase. VII. V. Spinazzola. Dhc marmi figurati del Museo di s. Mar- 
tino. Il primo è la statua che fu creduta immagine della madre di 
Corradino, e poi di Margherita moglie di Carlo I d'Angiò. L' a. si 
propone avvalorare la più antica tradizione. Ritiene come vei'a e 
possibile la notizia che attribuisce ad Isabella Sveva la fondazione 
della nuova chiesa del Carmine, o per lo meno d'aver largito denaro 
ai monaci che custodivano il santuario ov' era sepolto suo figlio. 
Suppone che per gratitudine del benefizio i popolani, o i frati, ele- 
vassero quella statua a ricordo della munifica donatrice. E in quan- 
to ai gigli Angioini, che ne adornano la corona, e ch'egli crede sia, 
il solp argomento che potrebbe opporsi alla sua affermazione, dice 
che furono tracciati dopo " a molto basso rilievo „ ma ignora da 
chi, in qual tempo, ed a qual fine. Il secondo marmo è il basso 
rilievo, nel quale il Salazar aveva voluto scorgere la figura di La- 
dislao {fa^p. IH), che ora con buone ragioni ■ si assegna a Ferdi- 
dinando I d'Aragona — G. Ckci. La Chiesa e il Convento di santa 
Caterina a Fotmello. Fra le opere d'arte per irppprtanti del secolo 
XVI che vi furono eseguite, o vi furono poste ad ornamento della 
chiesa e del chiostro, descrive il bel coro d'ignoto artefice, due qua- 
dri del Curia, e le tombe degli Spinelli, (contin.) — A. Borzelli. 
L'Accademia del disegno dal 1815 al 1860. Al ritorno dei Borboni, col 
mutarsi del governo non migliorò l'andamento delle cose. Fiirono 
modificati gl'incarichi dati al Canova, e non si tenne conto d'altre 
commissioni. La maggioi-e riforma, fu quella di mutare il nome di 
R. Scuole nell'altro di Accademia. Ma se nei quadri storici esposti 
in ottobre del 1826, non ancora si scorge uxi solo dei moti che a- 
gitano l'animo umano, nella pittura di paese le tele anno già ve- 
rità e forza nei particolari (contin.) — A. Makesoa di Serracapriola. 
Battenti e decorazioni marmoree ecc. Si descrivono le porte delle 
chiese di s. Lorenzo, s. Martino, di s. Crispino e Crispiniano, e del 
palazzo appartenente ai Muscettola, e se ne additano i pregi de- 
corativi (contin.). 

. Fase. VIII. M. SOHiPA. Una nuova sanzione di tm vecchio sproposito. 
Il titolo di III che fu scritto a pie della statua di Carlo Borbone 
nella facciata della reggia di Napoli sancisce un errore. Il Papa dando 



— 2Vd — 

•a quel Ke l'investitura lo uvea cliiaiuato VII. ma egli non aggiunse 
alcun numero, al. suo nome, e fu detto ILE , quando passò a regnare 
in [spaglia — d. Tbsorone. A proposito dei pavimenii maiolicati del 
XV e XVI secolo delle chiese Napoletane. La mancanza di ogni altro 
])rodotto ceramico, la certezza che spesso le opere decorative so- 
levano farsi venire da lontano, e l'impronta artistica o tecnica dell^ 
mattonelle di alcune chiese, provano che a Napoli parecchi fra i 
pavimenti più antichi non sono riferibili a fabbriche locali, e che 
una fioritura vera e propria di (jueU'arte non vi si diffuse — A. BoK- 
ZBLLI. \i' Accademia di disegno dal 1815 al IBOO. Mancò in Napoli e 
nel regno sotto Francesco 1 e Ferdinando II qualunque incorag- 
giamento a trovar nuova via, fuor della vecchia e logora, e tutte 
le opere di pittura e di scoltura, s'assomigliano troppo. ,^ ed i est- 
ratteri sono sempre gli stessi (contin.) — E. Bbrnich. L'Artein Pu- 
ylia. [ campanili della cattedrale di Griovinazzo. La chiesa cominciò 
a fabbricarsi all'inizio del XII secolo; e i campanili, restaurati e 
deturpati, più volto dopo, i)ordettero quasi in tutto la loro forma 
originai'ia. 

Fase. IX B. ('Koi'K. La lastt ili timi podi-s-sn. .Vddita il luugu i.(V t-ra 
posta la casa o villa nella (juale abitò Laura Terraciiia, e supplisce 
con altre sicure notizie , per lo più raccolte nell' attenta lettura 
delle opere di lei, all' incertezza e alle lacune delle notizie biogra- 
fiche e bibliografiche conosciute sia'ora -«- A. Bordelli. L'Accademia 
del disegno dal 1S15 al 1860 {cont. e fine). Il vecchio indicizzo, meno 
poche eccezioni, continuò nella produzione artistica; finché appai"- 
vero tentativi . non dispregevoli di mutamento nella mo.stra del 
1848, e. s'iniziò dopo, prima del ISHU, una più compiuta evoluzione. 

Fac. X. A. QoLOMHU. Il Monastero e la chiesa della Sapienza. U. car- 
dinale Oliviero ('arafa ebbe in mente nei primi anni del secolo XVI, 
di trasformare un antico edificio, posto all' angolo dell' antica, via 
Marmorata, a ricovero di studenti poveri.. Ma il disegno non fu 
compiuto, e piìi tardi venne istituito in quel luogo un nipnastero 
di Clarisse, Nel 1530 chiamata ad assumerne la direzione ^uor~ M^ 
ria CJarafa, lo trasformò in un rigorosa clausura di domenicane; al- 
lora cominciò pel chiostro una prospera vita, e fu ampliato negli 
anni che seguirono coli" acijuisto di alcune case vicine {contin.) —^ 
B. Croce. Il palazzo t'elLammare a Chiaia. Alla fine del secolo XVII 
' fu acquistato dal principe di Cellammare Antonio Giudice, e rimase 
proprietà di quella famiglia sino al 1733. Durante quel tenipo i 
possessori , che mostraronsi fedelissimi alla Spagna , lo restaura- 
rono, l'abbellirono, lo ridussero presso a poco alla forma presente 



— 216 — 

Francesco Caracciolo, che 1 ebbe sposando 1' ultima erede, ottenne 
anche d' aggiungere al suo cognome il cognome e il titolo dal- 
l' estinta famiglia (contin.) — M. Schifa Baimondo di Sangro castigato 
nel 1752 dal Cmisiglio Comunale di Napoli. Il marchese Nicola Fra- 
gianni, delegato della reale giurisdizione, propose, che fossero bru- 
ciati gli esemplari d' un libello scritto dal P. Innocenzo Molinari 
contro il principe di Sangro. Fra le accuse calunniose, vera stata 
(juella, che il principe avesse sci*editato il miracolo di s. Gennaro, 
e perciò i cavalieri del suo Seggio lo avevano escluso dalla de- 
putazione della cappella del Tesoro. 

Fase. XI. B. Croce. Il palazzo Cellammare a C'hiaia (contin. e fine). 
Per gran tratto del secolo XVIII fu abitato da don Michele Im- 
pellale principe di Francavilla, che 1" aveva tolto in fitto e che vi 
condusse vita splendida e fastosa; vi spese grosse somme per ar- 
redarlo; e vi diede feste corrispondenti al suo carattere e alle sue 
ricchezze. V'erano accolti i forestieri di maggior nome, fra i quali 
si mescolò Giacomo Casanova, che ne lasciò ricordo nei suoi Me'- 
moires. Morto il principe il palazzo fu temito in fitto dalla Corte, 
divenne poi propietà di Gioacchino Murat, finché in ultimo lo rieb- 
bero i principi di Cellammare — A. Colombo. Il Monastero e la chiesa 
di 8. Maria della della Sapienza. Il monastero continuò ad ampliarsi ed 
a trasformarsi con l'acquisto di altri edificii; e perciò nacquero litigi 
col limitrofo monastero della Croce di Lucca, composti per accordo 
(contin.) — A. Mark.sca di Serracapuiola. Battenti e decorazioni mar- 
moree di antiche porte ecc. si trasformarono nel seicento secondola fanta- 
sia degli artisti. Tra i migliori possono notarsi quelli delle chiese di 
Donnalbina e dei Gerolomini, e del palazzo di Gaspero Romei (contin.) 

Fase. XII. G. Ceci. La Chiesa e il conrento di s. Caterina a For- 
mello (contin. e fine). Prosegue a parlare delle opere d'arte dei se- 
coli XVII e XVIII che sono nella chiesa , e rammenta la libreria 
e il museo, ch'ebbero im tempo numerosi visitatori, ed ora più non 
esistono — A. Colombo. Il Monastero e la chiesa di s. Maria della 
Sapienza. Tra le claustrali illustri per nobiltà di stirpe e per virtù 
singolari che vissero in quel chiostro, furono Cassandra Marchese 
amata con affetto di padre dal Sannazzaro , e Costanza Piccolo- 
mini, figliuola del duca d' Amalfi. Altre arricchirono con cospicue 
largizioni il monastero , che venne soppresso nel 1808; ma le suore 
vi rimasero, insieme alle domenicane di s. Sebastiano colà trasfe- 
rite, icontin.) — A. Maresca di Serracapriola, Battenti e decora- 
zioni marmm-ee ece. Nel secolo XVII s'ornarono le porte di lamine 
metalliche coperte da teste di chiodi faccettate in molte guise, e 
sono numerosi gli esempii di questo motivo di decorazione (contin.) 



I 



217 — 



Rivista Abruzzese Anno XV^I. Teramo 1901. 

Fase. I. L. Fera e S. de Chiara. Un episodio del 1199 con docu- 
menti. Scagionano Gaspare de Chiara dairaccusa che gli fu apposta 
dal (bolletta e dal Cocf), d'aver tradita Cosenza, allorché vi si ac- 
costarono le orde del Cardinal Euffo. (cont.) — A. CaselIìA. La r&ìova 
ed i figli di Re Manfredi. Coni})ilazione priva d'ogni importanza — 
Fase. 11. F. Ercole. Il pugnorum privilegium. Nega quanto aveva 
asserito lo Zecca (Scavi della ria Ulpia in Chieti) intorno a un pri- 
vilegio concesso da Carlo V che limitava la pena a coloro che 
duellassero a pugni {coni.) — Fase. III. L. Fera e S, de Chiara. 
Un episodio ec. (cont. e fine) — Fase. V. F. Ercole. " Il pugnorum 
privilegium ,, (coni, e fine). — Fase, V^ll e Vili. E. Persiani. Al- 
cuni avvenimenti polìtici nella massima parte ahrii2zesi al cadere del 
secolo XVIII e principio del XIX sec. Lettere del generale francese 
Coutard e dell'arcivescovo di Chieti Francesco Saverio Bassi (cont.) 
Fase. IX e X. A. Gadaleta. Ladislao e la riforma degli Statuti d'A- 
scoli. Ascoli, travagliata da lotte intestine, verso il 1395, era venuta 
in possesso di Andrea Matteo Acquaviva, forse nton senza consenso 
di Ladislao, il (juale l'ebbe poi in diretto dominio nel 1406, per 
concessione d'Innocenzo VII. E destinato un suo rappresentante a 
governarla, il Re nel .seguente anno introdusse col diploma che si 
pubblica importanti riforme negli Statuti della città — Fase. XII. 
I. Persiani. Alcuni ricordi politici nella massima parte ahhruzzesi ec. 
Sono brevi i-icordi del perioilo repubblicano , raccolti da memorie 
locali. 

Bollettino della Società di Storia Patria Ludovico Antinori Aquila 1901. 

Punt. XXV' G. Rivera. Catalogo delle scritture appartenenti alla 
Confraternita di S. M. della Pietà. Le scritture sono perdute , ma 
ne rimane l'inventario compilato nel 1743. I tran.sunti di questa 
prima parte (r28(>-1350) contengono per lo più atti privati notarili. 
Alla storia Aquilana può servire il ricordo che vi si fa di luoghi, 
di persone, dei traffici. 11 Rivera v'aggiunse altre notizie, special- 
mente genealogiche. — De 'Siso.Nuove congetture stdVorigine dell'Aquila. 
Crede che la città, fu così chiamata dalla villa succeduta al pago 
Offidius, che anche oggi ricorda il nome di AquUanera, e che concorse 
con altri villaggi alla sua fondazione — G. db Nino. / ruderi di 
«., M. della Vittoria nel lenimento di Seurcola. Nel lavoro di sterro 



— 218 — 

dei ruderi vennero a luce oggetti di uu pago, o vico, scomparso. 
Punt. XXVI L. Palatini. larxìpo Dmiadei et suoi dia ni. 'N3iC({ne in 
Aquila verso la metà del secolo XI V, nel tempo in cui l'Abruzzo 
era sconvolto dalle fazioni dei Camponeschi e dei Petratti, e fu 
àrcivescoyo di Aquila eletto durante lo scisma da Clemente VII, 
e poi vescovo legittimo della stéssa città. Sciùssé i diarii latini dal 
1407 al 1414, che ora si pubblicano la prima volta, nei quali notò 
alcuni fatti degli ultimi anni di Ladislao, che specialmente riguar- 
dano la regione Abruzzese. Gr. Rivbjra Catalogo delle scritture ecc. 
Transunti dal 1351 al 1369 (contin.) — G. de Nino Notizie ricavate 
dalla mappa rimessa alla Curia di Valva e Sulmona nel 1794-1796. 
Sono notizie statistiche di molti paesi delle due diocesi — L. Ri- 
VERA. / capitoli per la córte baronale di Rocca S. Stefano nel secolo 
XVI. Contengono ima tariffa per i singoli atti giudiziarii in materia 
civile e criminale. 

' ' '■ ■ • . ■ 

Rivista Storica Calabrese Aimo IX. Reggio di Calabria 19U1. 

Fase. le 2. C. Guakna-Loooteta. Storia della cattedrale e delle 
parrocchie della diocesi Reggina, (cont. del fase: preced..) — G. Cozza- 
Luzzi. Lettere Calai/resi. Fu Calabrese S. Tommaso d'Aquino '^ Mancano 
le prove per accogliere l'asserzione del cardinale Sirleti, che lo dice 
nato a Belcastro. Né può prestarsi fede all'atto di nascita e di batte- 
sirtio pubblicato da un periodico calabrese. Gioverebbe ricercare altri 
documenti e assicurarli con giusta critica — G. Andrich. I diplomi 
concessi da Ferdinando il Cattolico, Carlo V, Filippo ILI a Reggio di 
Calabria. Nel primo il Re Cattolico, commemorando e lodando la 
fedeltà serbata durante l'invasione dei Francesi, approva le grazie 
.(jhieste nel 1503 dai cittadini di Reggio. Nel secondo, del 1699 Fi- 
lippo III conferma i capitoli e i privilegi trascritti nel diploma, e già 
Wncessi alla stessa università da Carlo V. {contin.)— R. Calvaneo. 
Ija diocesi di Cassano nel 1500. Da oltre mezzo secolo la città, e la 
■'diocesi di Cassano si trovavano in misero stato. Un breve di Pio V 
-nel 1566, reintregrando l'arcivescovo di Reggio nei dritti metropoli- 
■ticisu quella diocesi, gli diede istruzioni per togliere gli scandali. 
" Fase. 3 e 4. R. Cotroneo. Inizio e sviluppo, scomparsa e reliquie del 
rito Greco in Calabria. Impostò daLeone Isaurico, non si mantenne 
dovunque con egual sorte. Nell'XI secolo, dopo che i Normanni 
ébbel'o introdotta la nuova polizia ecclesiastica , scomparve nelle 
diocesi di Reggio, Mileto, Nieastro, Nicotèra, Tropea; invece rimase 
■fino nll'inizio del ^secolo XVF in (juella di Oppido Mamertino. E 



I 



— 21-9. — 

ancoia più a lungo prosperò nella parte australe di Reggio, spe- 
cialmente a Bova e in Rossano, ove assai tardi decadde (cont.) — 
G. Romano. Tre dommenti Calabresi del secolo XIV. Sono tolti dai 
registri Angioini dell'Archivio di Stato di Napoli. Il primo, del 1337, 
riguarda le lotte combattute in Cosenza tra popolani e nobili pel 
possesso delle cariche elettive del maestro Giurato, del Giudice a 
contratto, e del Collettore fiscale. Il secondo fa cenno d' un con- 
flitto scoppiato nel 1342 a Stilo in occasione d'una carestia tra la 
gente più povera e la classe dominante. Il terzo è un diploma col 
quale re Roberto nel 1333, tra gli altri i)rivilegi concede a Michele 
Cantone, esule Messinese, di far fabbricare sulla marina àe\ castrum 
Gnardiae alcune case a ricovero delle famiglie Siciliane che seguen- 
do la ma fede avevano emigrato con lui — R. CotroneO. Bova e C'a- 
ntellace dall'arcivescovo di Reggio si ' cedono al r. fìsco. La contea di 
Bova e la baronia di Castellare erano state assegnate in feiido al- 
l'arcivescovo da Arrigo VI di Svevia, con diploma che il Canonico 
Nava asserisce aver letto. Ma dopo i terremòti che funestarono 
la Calabria nel 1783, nel nuovo assetto dato ai luoghi pii, monsi- 
gnor Cenicela fece rinunzia al fisco dei suoi dritti, ritenendo il solo 
titolo di conte di Bova — Fas. 5. R. ('otron'ko. Inizio e sviluppo, 
scomparsa e reliquie del rito Greco (cont.). Esamina le cause del de- 
cadimento e della scomparsa, e le rinviene nel grecismo stesiso, e 
nella successione degli eventi, tra i quali furono la conquista di 
Costantinopoli fatta dai Turchi, e che scemarono e ruppero le re- 
lazioni con l'oriente. Vi contribuirono anche la decadenza dei mo- 
nasteri basiliani, lo stato miserrimo delle chiese e il diffondersi delle 
dottrine ereticali — G. CozzA-Luzzr. Lettere Calabreéi. DdV epigrafe 
blasfema murata nella chiesa della Trinità di Mileto. Mostra óh'è co- 
pia d' un marmo più antico eh' è nel Museo Vaticano. Frammento 
di bassorilievo in Xicotera. Fu già esaminato da mia commissione 
archeologica, della quale faceva parte il Lenormant. Vi riconósce 
le figure di s. Giacomo Apostolo, di s. Giovanni Battista , e del 
Vescovo Giacomo d'Ursa, e crede che il marmò sia Una parte del 
sepolcro a costui edificato — R. Cotkonko. Storia della cattedrale e 
delle parrocchie della Diocesi di Reggio — S'inizia la pubblicazione d'un 
inedito manoscritto di C. Guarna Logoteta , con aggiunte (coni.) 
Fase, (i e 7. R. Cotuoneo Inizio e sviluppo, scomparsa e reliquie del 
rito Greco (cont.). Parla più direttamente dei protopapi e ditterei, 
di alcune reliquie rimaste dall'antico rito — G. L. Andrich. La leg- 
genda Longobarda di Anturi a Reggio. Riconosce che uè Autari, né 
alcun altro dei suoi successori scese fino all' estrema parte deUa 



— 220 — 

penisola, e s'intrattiene parlare anche nei seguenti fascicoli delle isti- 
tuzioni e delle costumanze longobarde. Conchiude che tutto il con- 
torno della leggenda mostra che con essa si volle significare il 
dritto di dominio di Autari suUMtalia — Fase. 9 e 10 11 e 12. 0. Guarna 
LoGOTBTA. Storia ddla cattedrale e delle parrocchie della diocesi Reg- 
gina (coni.) — G. L. Andrich. / diplomi concessi da Ferdinando il 
Cattolico a Reggio ecc. Fa conoscere 1' importanza di quei diplomi 
per vedere quali patti legislativi regolassero i rapporti tra i sud- 
diti reggini e il re di Spagna. 



Rassegna Pugliesk Voi. XVIIl. Trani 1901. 

N. 1. F. Carabbllese. La Puglia e la 'lerr asanta dalla pne del 
secolo XIII al 1310 (coni, e fine) Clemente V , preoccupato dalle 
tristi condizioni dei Cristiani d'Oriente, invitò i vescovi a procac- 
ciare sussidi pecuniarii. La bolla diretta anche all' arcivescovo di 
Trani, lo esortava a porre nella cattedrale archa rei tritncns per 
raccogliere le elemosine, che servirono all'Ordine degli Ospedalieri 
per compiere l'impresa di Rodi. E a favorirla contribuì anche l'aiuto 
di Re Roberto, il quale nel 1313, volle, che non ostante il monopo- 
lio concesso ai Bardi per l'estrazione delle vettovaglie dai porti di 
Puglia e d' Abruzzo, si permettesse ai Gerosolimitani di esportarne. 
N. 2. e 3. Beltrani. Forges Davanzati {v. Bibl.). — G. de Ninno. Illustri 
Gravinesi per virtù, scienze, lettere ed arti. Brevi note biografiche {cont.) 
G. Guerrieri. La Terra d' Otranto nel 1734. (v. Bibl.) — G. Cenna 
e la sua cronaca di Venosa. Parla delle chiese diroccate dentro e 
fuori la città (cont.) — F. Carabellesb e B. Colanoelo. Il Con- 
solato Veneto in Puglia nel primi anni del secolo XV. Sì esamina la 
commissione data a Francesco Michael console generale dal Doge 
Michele Steno, al quale re Ladislao aveva confermati i privilegi 
sino allora goduti dai Veneziani in Puglia, {cont.) — L. Pepe. Un 
documento inedito della disfida di Barletta. È una lettera scritta il 
14 febraio 1503 dal Gran Capitano a Luigi Dentice valoroso uomo 
d'arme; nella quale racconta la sfida e l'abbattimento grandissimo 
dei francesi " li quali non solamente resteranno in dispreccio et 
odio de ytaliani che sono dal canto nostro, ma molto più di quelli 
son dal canto loro „ — Cenna. Cron. ec. La chiesa della Trinità, e 
i casali di Venosa — N. 6. R. Rivoire Lucerà sotto la dominazione 
Angioina. Nella prima parte si rammentano fatti già noti. Nel- 
r altra 1' a. avvalendosi anche dei diplomi dell" archivio munici- 
pale, s'intrattiene sulle condizioni economiche e le vicende, della 



città, dopo l'eccidio dei Saraceni, e dopo che Carlo II, mutandone 
il nome, le concesse speciali privilegi — N. 7. 0. Cenna. Cron. ec. 
DelU vescovi ddla città Hi Verotta (coni.) — N. 8 G. (Jknna ec. Del- 
Vacquedotto e fontane dentro e fuori Venosa (cont.) — G. de Ninno 
Illustri Gravincsi per virtù: scienze, lettere ed arti (contin.) — B. Co- 
LANiiKLO. / pesi, le monete e le mis^urc nel commercio Veneto-Pugliese 
Il Pegalotti porge notizie assai minute sul commercio di Puglia 
nel suo tempo. Ma l'a, rinvenne luialtra testimonianza più impor- 
tante intomo ai traffici dei secoli XIII e XIV tra Venezia e la 
Puglia, in un codice della liiccardiana di Firenze, che riguarda la 
cognizione pratica dell' aritmetica e geometria. Fa 1' esame e il 
confronto delle (jualità e del prezzo delle merci ricordate nel libro 
del Pegalotti con quelle additate nel manoscritto dell' anonimo 
icmit.) — N. 9 G. DE Ninna. Illustri Gravinesi ec. (coni.) — I. Ve- 
spasiani. Le Mnrtje e la città di Altnmura. Alla parte descrittiva e 
topografica segue una breve monografia della città — G. Cenna Cron. 
ec. Ddli privikggi della città di Venosa — B. Colanoelo. / pesi , le 
monete e le misure ec. Prosegue il ragguaglio. — N. 10. C. de Gior- 
(si. La cattedrale di Nardo. Allorché nel 1882 s'incominciò a demo- 
lire la vecchia chiesa per ampliarla, ninno avrebbe potuto imma- 
ginare che sotto la veste barocca posta a coprirne le interne pa- 
reti stesse ancora celata la medievale chiesa di s. Maria de Neri- 
tono. E poiché si vuole restituirla nella forma che aveva nell'un- 
decimo secolo, se ne fa una minuta descrizione (cont.) — U. Congedo. 
La vita e le opere di Scipione Ammirato. Precede un breve cenno 
sulla famiglia, ch'emigrò in Puglia da Firenze. Dopo, dalle opere 
dell'Ammirato e da quelle di altri scrittori contemporanei, si rac- 
colgono notizie intorno ai primi anni della sua vita avventurosa. 
(contin.) -^ G. Cenna. Cronaca Venosinn ec. Delle caccie e gran perso- 
naggi nella città di Venosa. Delle persone littoate della città di Ve- 
nosa (contin.) — N. 11. U. Congedo. La vita e le opere di Scipione 
Ammirato. Esamina il Capitolo al Costanzo, la commedia / Trasfor- 
mati, i dialoghi II Dedalìone, Il Maremonte. e la Mescolanza — N. 
12. C. DE Giorgi. La cattedrale di Nardo (contin.) — Ricorda le fonti 
storiche dalle quali si può attingere notizia della prima fondazione, 
e delle successive trasformazioni dell'insigne cattedrale nel corso 
di nove secoli. E si serve dei risultati dell'esame del monumento, 
delle pitture, e delle iscrizioni in essa esistenti, per parlare dello 
sviluppo dell'arco acuto nelle nostre chiese dall' XI secolo sino 
:il XIV. 



222 — 



La Rassegna Italiana. Anno IX, voi, I Napoli 1901. 

Fase. *4 e 5 C. Morgkini db Manthoxé. Gahriele de Manthonc. 
Ài fatti della vita', riassunti da alti-i biografi, e dal Diario di de 
Nicola, aggiùnge poche notizie intorno ai genitori e ai fratelli di 
Gabriele. — Fase. 6. B. Capasso. Musei e collezioni di antichità e di og- 
getti di bèlle atti in Napoli dal secolo XV ài 1860. Questa relazione, 
già scritta da parecchi anni, e ora pubblicata dal sig. G. Beltrani. 
è divisa in due parti. Nella prima si rammentano i raccoglitori 
d'anticaglie del secolo XV, é le numerose collezioni di monete di 
statue, di lapidi , di vasi, d'oggetti preziosi , dei tempi successivi. 
Nella seconda, si parla delle- quarantadue Gallerie di quadri e di 
altre opere d' arte, C'he in Napoli ornavano le case di famiglie o 
nobili o ricche — Fase. 10 e 11. E. Parisi. Documenti per i Lazzari 
del 1799. Gli Avella. Antonio Avella fu l'uno dei due soli popolani 
che abbracciarono la eausa della repubblica. Le notizie che riguar- 
dano i suoi genitóri, V età la professione, la famiglia , la dimora, 
sono trascritte dalle carte dell'Archivio generale del Municipio di 
Napoli, 

Archivio 8t()hk'o Italiano. Serie V, 1. XVII. Firenze 1901. 

Disp,. 2. C. A. Garuki. Sull'ordinamento Amministrativo Normanno 
in Sicilia. I varii pareri sull'influenza che un popolo o l'altro abbia 
potuto avere sull' ordinamento amministrativo e giudiziario Nor- 
manno, possono nelle linee generali ridursi a due teoriche dovute 
al Gregorio e all'Amari. Per l'iuia quell'ordinamento sarebbe la ri- 
produzione dell' exhiquier Inglese . per Taltra la continuazione del 
diivan Arabo; e le diverse ipotesi furono difese e contradette in 
Francia, in Inghilterra, in Germania con molta dottrina anche da 
alti'i. Ma ancora non si è fatta una rigorosa dimostrazione che. ac- 
contenti le esigenze della critica storica. 11 Garufi, riprende in esa- 
me i documenti già noti, e gli altri raccolti da lui per risolvere 
il grave problema,. B conchiude: che qiumto al niiovo regime feu- 
dale vi fu i' influenza del dritto pubblico franco ; mentre d' altra 
parte è innegabile che i Normanni in Sicilia abbiano continuato 
nelle Imee fondamentali il regime amministrativo del mondo ro- 
mano, modificato dairinfluenza del dritto bizantino dppo Eraclio. — 
N.RoDOLico. Genesi e svolgimento della scrittura Longobardi. Ca.<i- 
sinese. Esamina le varie fasi della scrittura dei codici principalmente 
per il sussidio che può derivarne alla critica della loro cronologia. 



1 



^ 223 — 

Archivio uei.la lì. Saciirrv Khmana di Sroi:! a 1'\ii;i\. Aniin 
XXIV, Coma 1901. 

Fase, ò e 4. L. Schiapf.vuklm. Le carte antiche dell'archivio capito- 
lare di 8. Pietro p. 418 e sq/. In un fascicolo, pergamenaceo inserto 
in un antico inventario del secolo XVI, tra gli altri documenti, ve 
ne sono parecchi che jiguardano la città di Ortona , al tempo di 
Carlo II, di Roberto e di Giovanna I d'Angiò, di Carlo filai Ì)u- 
razzo e di Ladislao; ed altri pertinenti a Napoli, Benevento. Fran- 
cavilla, dell'epoca stessa. 

Archivio fSTOKico Siciliano. Anno XV. Palermo. U>oi. 

Fas. H. 4. S. Romàno. Htdla battaglia della Fàleonm-ia e sull'assedio' 
di Trapani nel l'Uà. La battaglia non avvenne nel hiogo additato' 
dall'Amari col nome di feudo Falcoueri , ma alla Falronaria, eh" è 
in un vallone, e confina al sud con Ballotta, a nord con Fontana : 
Salsa, e ad est con Misiliscemi e Maransa. I cittadini di Marsala, 
non presero parte all'a-ssedio di Trapani, e il diploma di re 'Fede- 
rico a loro favore, fu dato per altre ragioni. 

Giornale xVraldico-oenbalogico-diflomatico. Bari. 1»()1. 

— XXVIII, 1. E. Bernich. Stcvuna d'Isabella d'Aragona duchessa , 
di Bari. E murato su d" una casa eli modesta apparenza, ovo pr»)- . 
bal>il^ne^te alloggiò non Isabella,, ma la.sua. cortf. 

Mélanoes d'Archeòlooib et. dHistoìre. Anno XXL Paris- Romei 

1901. 

Fase. I-II. Z. Povi'ARDiN. Etnde sur la diplomatuiue des Princes. 
Lombards de Bcnévent, de Capoue et de Salenie. Esamina gli atti po- 
steriori alla caduta della monarchia Longobarda , promulgati neì- 
ritalia meridionale, distinguendone ed additandone le speciali qua-, 
lità, i titoli, il coiitenuto, ed ogni altro minimo particolare. In ul- 
timo osserva, che il preceptum del principi Beneventani del secolo. 
IX, eh erasi sviluppato dagli atti Longobardi d"un tempo anteriore, 
noi secolo X diede origine a due categorie di documenti. E da una , 
parte in Capua. l'influenza per imitazione dei diplomi imperiali, 'si 
modificò nei caratteri e Jielle formole, mentre dall'altra in Salerno 
conservò presso u poco le forme primitive. Fincl>è , a cominciare 



•224 



(la Gisulfo li, il preceptum trasformandosi unultima volta, servì di 
modello ai diplomi dei dinasti Normanni — Fase. V. F. Chalandon 
l'État politiqiie de l'Italie meridionale a Varrive'e del Normands. Quan- 
tunque ritalia meridionale apparisse divisa in un gran numero di 
Stati, i Bizantini avevano continviato ad attribuirsene se non il di- 
retto dominio, almeno la sovranità. E quella teoria serve a spie- 
gare la politica seguita per tre secoli. Ma in realtà nel secolo XI 
era ben diversa la condizione delle cose. Ormai essi non possedevano 
più nuUa in Sicilia. Gaeta, dopo esser passata d' una dipendenza 
all'altra, era alla fine riuscita a stabilire un governo autonomo. I 
duchi di Napoli, destreggiandosi tra Greci, Franchi, Longobardi, 
s'erano fatti indipendenti. La stessa Amalfi, solamente per trarne 
vantaggi ai suoi commerci, aveva mantenuti più amichevoli rapporti 
con l'Impero d'Oriente. E in quanto ai dinasti Longobardi, ora al- 
leati, ora molesti nemici, i Greci stessi li avevano banditi ribelli. Pe- 
rò nel secolo X i Bizantini, favoriti dai mutabili eventi, sottomessa 
altra volta gran parte delle estreme provincie della penisola, aveva- 
no cercato d'assimilarsi i paesi riconquistati, ed estesa l'influenza el- 
lenica in Terra d'Otranto e in Calabria. Ma tutti i mezzi adoprati non 
ebbero vigore a vincere la resistenza della Puglia, già longobardizza- 
ta. Ai loro sforzi s'opposero i tentativi di riscossa, finché a sottrarre 
gl'indigeni da quel giogo, intervennero i Normanni — I. Gay. L' état 
Pontificai, les Byzantins et Ics Lombarda sur le litteral Ca/ìnpanien (d'Ha- 
drien la leanVIIl). Costituito lo Stato pontificio da Carlo magno, 
i Papi mirarono a rivendicare gli antichi patrimonìi della chiesa , 
posti oltre i confini meridionali, e confiscati dai Longobardi e dai 
Bizantini, e in parte riuscirono ad occuparli. Ma dopo lunghi con- 
trasti la Santa Sede, troppo lontana e troppo debole, fu^costretta 
ad abbandonarne il dominio diretto infeudandoli. 



Atti dell'Accademia Pontaniana — Napoli, 1901. 

Voi. XXXI, Serie II, Voi. VI. P. G. Taglialatela. La villa del- 
l'imperatore Tiberio a Miseno. Gli scrittori non anno ben distinta la 
villa di cui fa menzione Fedro dalle altre ville che Lucullo ebbe 
negli ameni lìdi della Campania. Bisogna notarne innanzi tutto 
due , r una a Chiaia , juxta Neapolim, Y altra a Miseno. Intorno a 
(quest'ultima, ch'era la più antica e la più celebre fra le ville sparse 
nel suolo di Baia e di Miseno, può nascere una difficoltà, perche 
Fedro la dice posita manu Limilli, e Plinio ed altri ne attribuiscono 
la costruzione a C. Mario. Ma svanisce la difficoltà, .spiegando che 



— :>25 — 

Lucullo nooa aedificia extruxit loco veto-uni. Venne poi in possesso 
di Tiberio, che partitosi infermo da Capri vi morì; né dopo di 
(luella villa si conosce altro. Tutto induce a credere ch'era posta 
sul monte di Precida, detto anticamente promontorio di Miseno o 
di Cuma — O. Mancini. Il pago Interprominum utabilito nel territorio 
Sìdmonense sul finire della, guerra sodale. Esamina due questioni. Ri- 
spetto alla prima, emenda il nome del pago, che doveva essere w- 
terpromimim e non interproviiam, e ribatte l'opinione del Mommsen 
che reputò false le iscrizioni nelie quali si legge quel nome. Ri- 
spetto alla seconda, che riguarda la topografia del pago, ov'era un 
ponderarium, fra tante discordi opinioni, afferma, che doveva sor- 
gere nel luogo dell'attuale comune di Popoli, e dal nome latino e 
dall'arcaica dizione, crede anche potersi stabilire, che i primi abi- 
tatori furono Latini e non Peligni, e conoscere 1' epoca approssi- 
mativa nella quale fu fondato. Divenuto quel luogo centro com- 
merciale, s'intende la ragione delle tessere rinvenute àe\Y ospitalità 
d' Inteì'promino — C Mancini. Epigrafe preziosissima recentemente 
Hcovcrta nel territorio delVantica ('ciò supplita ed intcrpetrata. ^eì IS'M) 
si rinvenne nel territorio di Celano una piccola lastra calcarea, 
sulla sommità della (jiiale erano inciso alcune lettere indicifrabili. 
Esaminata meglio la lapide, il prof, de Petra, supplendo un i alla 
epigrafe vi lesso Pagi Ceitvni {R. Arcad. di Arch. Leti, e Belle Arti, 
giugno 1900). Ma Ceio, che il Momsen pretese fosse una villa, ora 
una città, e l'iscriziono va letta Pnhlicìun Agri Ceiani — P"". Amodeo. 
Stato delle matcìnatiche a Napoli dal 1650 al 1732. La restaurazione 
degli studii fu iniziata nel 16 L'i dal Viceré conte di Lemos, ma sol- 
tanto dopo i tumulti del lb47. il Conte d' Ognatte. nella riapertura 
solenne dogli Studii. v'aggiunse la cattedra di Matematica affidan- 
dola a Tommaso (^ornelio. Gli successero, il Locatelli, e 1' Arioni, 
che contribuirono anch'essi ad innalzare il prestigio di (juell' inse- 
gnamento. Servirono anche a favorire la diffusione delle scienze, 
l'istituzione di un'accademia reale, e le riforme introdotte alla fine 
del viceregnato spaglinolo , e durante il viceregnato Austriaco. 
E allora rifulse per A-arietà e profondità di dottrina Giovanni Al- 
fonso Borrelli, al quale seguì nella vita scientificn iiajioletatia An- 
tonio de Monforte. 

Atti del Reale Istituto V^knbto di scienze lett. ed arti. A'o- 
nezia. 1901. 

I. LX. P, IL G. Biadeoo. Galeazzo Florimor\te e il Galateo di Mon- 
Anno XXVII. 15 



— 226 — 

signor della Casa. È lo studio più compiuto che finora sabbia in- 
torno la vita di questo umanista, che nacque a Sessa, e fu disce- 
polo del Nifo. Vissuto in mezzo alla società allegra e sensuale del 
cinquecento, e nelle corti di pi'incipi e di signori ; adoprato dalla 
Curia Papale e da eminenti dignitarii della Chiesa negli ufficii più 
gravi, vescovo della città nativa, amico del Flaminio, del Frasca- 
storo, d'altri letterati, Florimonte, meritò la fama di filosofo dolce 
e giocondo , e insieme di rigido osservatore dei doveri religiosi , o 
d'assertore convinto di essi. V" è ragione a supporre, che nel suo 
libro delle inettie, ove erano alcuni avvertimenti da lui raccolti " pe- 
regrinando per lo mondo „ debba cercarsi il germe del Galateo di 
Monsignor della Casa, che lo scrisse ad istigazione sua, e lo inti- 
tolò con quel nome di Galateo che a Florimonte soleva darsi. 

R. Accademia dki Lincei. Notizie degli scavi di antichità. J?oma 1(^91. 

Gennaio. Pompei. Relazione degli scavi. In contrada Casa Gallo 
presso Torre Annunziata , tornavano a luce antichi muri costruiti 
sulle deiezioni vulcaniche, e in contrada Casa Vitiello materiali del- 
l'eruzione pliniana — S. Vittorino. Nel luogo detto campo s. Maria, 
furono scoperti avanzi della via Salaria — Viggiano. Si rinvennero 
nell'agro due epigrafi sepolcrali, e da varii indizii può supporsi che 
ivi esistesse un pago di Grumentuin — Ciro. In un predio vicino, ri- 
apparve una tomba, ovvero un hcroon — Febraio. Pompei. Relazione 
degli scavi. Notevole è la scoperta di una casa per la decorazione 
dell'atrio ben conservato, e per le pitture delle stanze. Non è im- 
probabile che essa negli ultimi tempi sia stata di M. Lucrezio Fron- 
tone — Marzo. Atri. A nord della città si trovarono i ruderi di un 
tempio di epoca romana, e avanzi di doni voti, testine e statuette, 
in fosse circolari e profonde un metro. In altre vicine località ter- 
recotte. D'importanza maggiore, è la scoperta d'una necropoli pre- 
romana , circa due chilometri a sud-est di Atri , che si fa risalire 
al IV secolo a. C. — Altarnura. Numerose grotte esistono scavate 
nelle colline dette murgie, disposte in pili piani, che esplorate con 
metodo scientifico apporterebbero nuova luce alla storia dei primi 
popoli di questa parte d' Italia. Altre grotte e tumuli sono presso 
Gravina. — Aprile. Pompei. Relazione degli scavi — ■ Castelmezzano. Si 
rintracciarono presso il cimitero avanzi di suppellettile funebre. — 
Grottole, tombe con vasi appartenenti ai primi prodotti italioti fab- 
bricati da coloni greci — Melfi, nei pressi della cattedrale tombe an- 
tichissime, e vasi di fabbriche locali di Puglia; e in Armento, sepol- 



— 227 — 

(•li d' epiM-a greca. ie..rxjjmuia.^s^31aggia-. Tane- dei: Jiastteri. V\i sca- 
vato un bassorilievo con figure di Athena e di Demeter, copia d"un 
originale greco del V secolo — Giugno. Baia. Nel teniniento, presso 
le così dette stufe di Nerone, si è rinvenuto un mosaico figurato, 
che forse doveva ornare una sala di terma — Pompei. Relazione 
degli scavi. Nell'atrio d'una casa si rinvenne una statuetta di bron- 
zo, che rappresenta mi giovane robusto, ed è un buon lavoro ro- 
mano — Fossa. Dei blocchi di marmo lavorati, e dei cippi sepolcrali; 
che si rincontrano nella contrada S. Lorenzo, si deve tener conto 
per l'ubicazione di Areia — Luglio. Pompei. Relazione degli scavi. 
Tra gli oggetti tornati a luce, v'è un tavolino rotondo formato da 
un monopodio di bronzo, che termina a zampa leonina , e finisce 
superiormente in un calice d' acanto, dal quale sorge un grazioso 
amorino — Agosto. Pompei. Relazione degli scavi. Disterrato un 
tratto del muro di cinta a sinistra della prima torre , a contaro 
dalla porta Ercolauese, sono apparsi segni di scalpellini incisi nel 
tufo — Sorrento. Dagli scavi in piazza Tas.io venne fuori un'iscri- 
zione. Vi si apprende che nella. 8 d. (^. l'imperatore Tito dispose 
(•he venisse rifatto con la sua decorazione , 1' orologio caduto per 
terremoto — Settembre. Pompei. Relazione degli scavi. É notevole 
un bassorilievo marmoreo che rappresenta il sacrifizio dell' ariete 
al simulacro di Afrodite. La composizione può risalire ad un ori- 
ginale del IV secolo. Notevole anche è una testina ad erma di 
baccante in manno giallo antico — Ottobre. Pompei. Si dà conto 
tlegli scavi in contrada Bottaro nel tenimento di Torre Annunziata 
che anno rivelato in parte il borgo marinaro di Pompei — Alf'edena. 
Oltre le nuove indagini nella necropoli, s' iniziarono scavi nell'acro- 
poli, ove al centro si rinvennero 1' avanzo di un edificio in blocchi 
congiunti, ruderi e strade. I dati raccolti serviranno a completare 
la descrizione e la storia di Aiifìdena — Novembre. Atena Lucana. 
Alla costa Savino apparvero tombe ad incenerazione e frammenti 
di grossi dolii, e anche altrove, vasetti rustici, piramidette fittili. 



Uliiii 



np:crologxe 



Ludovico Pepe 



Ls storia i-egionale ha perduto in Ludovico Pepe, morto an- 
cor giovane il 21 Novembre 1901 a Monopoli, uno dei più va- 
lenti suoi cultori. Era nato nel 1853 ad Ostumi. Nella vita tra- 
vagliata di direttore di tipografia a Valle di Pompei e poi di 
insegnante nelle scuole di Sessa Aurunca e di Monopoli il Pepe 
dedicò la miglior parte della sua soda e varia cultura e della 
sua intelligente pazienza di ricercatore alla illustrazione delle 
memorie della sua città natia. I lavori che pubblicò su questo 
argomento vanno additati come modelli del genere. Ma temi di 
un interesse più generale lo tennero anche occupato e la fair 
di storico coscienzioso e sapiente gli è assicurata dai libri sulle, 
rivoluzione del 1647-48 in Terra di Otranto, sul Vincenti e sul 
Ciaia, e particolarmente da quello sulla successione degli Sfor- 
zeschi negli stati di Puglia e di Calabria di cui si è discorso 
nel volume precedente di questo archivio. Ecco 1' elenco degli 
scritti del compianto nostro socio : 

Notìzie storiche ed archeologiche delV antica Gnathia , Ostuni, 
G. Tamborrino, 1783. — I documenti jper la storia di Villnnova 
nel porto di Ostuni (estr. dalla Rassegna Pugliese, voi. I) Trani, 
Vecchi. 1884. — Scene della vita romana in Pompei, in Rassegna 
Pugliese, voi. I (1884), p. 137. — Pietro Vincenti, appunti bio- 
grafici e hibliografici ( estr. dalla Rassegna Pugliese ), voi. III. 
Trani, Vecchi, 1887. — Gli scavi di Pompei. Valle di Pompei, 
tip. Bartolo Longo, 1887. — Memorie storiche delV antica valle 
di Pompei. Valle di Pompei, tip. B. Longo, 1887. — Il libro 
rosso della città di Ostuni, codice compilato nel 1609 da Pietro 



— i>20 — 

Vincenti. Valle di Pompei, tip. i5. Jjongo, i>s«f^. - Memorie sfo- 
nco-diplomatiche della chiesa vescovile di Ostuni. Valle di Pom- 
pei, tip. B. Longo, 1891. — Il cieco da Forti, cronista e poeta 
del secolo XVI. Napoli . De Rubertis, 1892. — La suocera di 
Pietro de Medici, in Rassegna Pugliese, voi. X (189.3) p. Ifi2 a 
1 69. — Il primo Duca di Bari di casa Sforza, in Rassegna Pu- 
gliese, voi. X (1893) p. 117 a 121. — Storia della città di Ostuni 
dal 1463 al 1649. Trani, Vecchi , 1894. — / Veneziani a Brin- 
disi nel 1482, in Archivio Storico Pugliese, voi. I (1894) p. 173 
a 176. — Bona Sforza da maritare, in Rassegna Pugliese^ volu- 
me XII (1895) p. 138 a 166. - Nardo e Tetra di Otranto nei 
moti del 1647-48. Trani, Vecchi, 1895. — La cattedrale di Sessa 
Aurunca, in Napoli Nobilissima, voi. VII. (1898) p. 55 a 61.- 
Le pirgarnene dell Archivio capitolare di Monopoli, in Rassegna 
Pugliese, voi. XV (1898) p. 97 a 103. — Della Vita e degli scritti 
di Pietro Vincenti (estr. dalla Rassegna Pugliese, voi. XV). Trani. 
Vecchi, 1898. — Sommario della Storia di Ostuni. Monopoli. 
1898. — Ignazio Ciaia. martire del 1799. e le sue poesie. Trani. 
Vecchi, 1899. — Storia della Successione degli Sforzeschi negli 
stati di Puglia e di Calabria. Bari, 19(M). 

(}. C. 

DoMKMoo r>E GrinoBALm 

Delle più antiche lapilli di'Ua regione Abruzzese, di <iuello che 
ci rappresentano i primitivi dialetti italici, fu assai benemerito 
il barone Domenico de Guidobaldi. Non era pas.sato un anno da 
che il Mommsen aveva pubblicata negli Unteritnlischen Dia- 
lekte (1858) la lapide Picena di Cupra Marittima, che egli vi 
aggiunse nel primo suo lavoro {Alessandro e Bucefalo, bassori- 
lievo Pompeiano. 1851) l'altra di S. Omero scavata presso Ne- 
reto. Poi nel 1864 pubblicò e interpretò dottamente {Iscrizione 
arcaica di T. Vezio con ricerche su V Ercole Giovio e sul Brato 
od erba Sabina) un cippulo trovato presso Navelli, che il Momm- 
sen, pur non credendolo latino, incluse nel Coìpus Inscripfio- 
nnm (voi. IX, n. 3414), e che il Buecheler considera come do- 
cumento del dialetto dei Vestini. Nel 1876 illustrò altre due 



— 280 — 

lapidi Picene: una intera, ina l'ino ad oggi non ancora spiegata 
{Breve Commentario su di una iscrizione di Bellante), che arric- 
cili il III Supplemento al Corpus Inscr. Italicar. del Fabretti, 
e un'altra simile, ma assai detrita e lacunosa [Notizie degli Scavi, 
1876, pg. 91). 

Oltre a queste iscrizioni italiche, diede a luce i seguenti studi 
sulla topografia e i monumenti della stessa regione abruzzese; 
Su la sede dell' antica Beregra. 1875 — Gigantonvachia in- una 
coppa di bronzo di Aptruzzo, 1875 — Su di un' antica iscrizione 
di Gontroguerra nell'Abruzzo Teramano. 1878 — Statua marmo- 
rea acefala donata dal famoso L. Mummio alla citta di Palma 
nelV Abruzzo Teramano, 1879 — Xecrojwli araica in Ripa Quar- 
quellara presso S. Egidio al Vibrata, 1877-78 — L' antichissima 
via Salaria da Roma a Vali orino, 1882 — Lapide col Decreto 
de' cultori di Ercole nel vico Stramento presso S. Omero, 1885. 
Un tema, che trattò per commissione del Consiglio Provinciale 
di Teramo [Sul conflitto giurisdizionale della Rampigna presso 
Castellammare Adriatico fra la Provincia di Teramo e quella di 
Chieti), e . che a prima giunta pare • abbia importanza pe' soli 
tempi moderni, egli seppe rannodarlo all'antica topografia della 
regione e discuterlo assai dottamente. 

I monumenti della Campania gli diedero materia per questi 
altri scritti : Imagine cerea e scheletri acefali in Cuma, 1853 — 
Dola vinarii al Musigno sul Sarno, 1859 — Dipinti Pompeiani 
di Danae e Perseo, 1861 — Monumenti C aleni , 1861 — Damia 
Bona Dea in un' iscrizione osca su terracotta Campana. 1865. 

II barone Guidobaldi si occupò anche dell'arte medievale, di 
parecchi monumenti cristiani, e in questo Archivio pubblicò -neÀ 
1882 (voi. VII, pg. 421-36) un' iscrizione graffita sopra un te- 
golone di Campomarino. 

Fu, come si vede, assai varia la sua cultura; e passando dalle 
iscrizioni italiche all' epigrafia latina, ai monumenti figurati e a 
(juistioni di topografia, si appalesò profondo cultore degli studi 
classici. Cosi l'Istituto di Corrispondenza Archeologica in Roma 
e l'Accademia Ercolanese lo aggregarono loro socio; dal Governo 
Italiano fu nominato Ispettore degli Scavi e dei Monumenti nella 
Provincia di Teramo, e nella sua privata corrispondenza si tro- 



n 



— 821 — 

vano le testimonianze tli .stima . di cui 1' onorarono archeologi 
lusitani, come Mommsen. il duca de Luynes . Raoul-Rochette. 
Cavedoni, Garrucci. Insieme al plauso dei dotti seppe meritare 
anche quello degli uomini onesti, avendo egli conformata rigorosa- 
mente la sua lunga esistenza ai dettami della morale cristiana. 
Nacque in Nereto a di 1 gennaio IHll e mori in Napoli a di 
18 gennaio 1902 nella grave età di 91 anni. 

G. DE Petra 



ASSEMBLEA ANNUALE 
1902 

Nella sera del 15 marzo, presieduta dal Sindaco Senatore 
Luigi Miraglia, si è convocata l'assemblea generale dei Soci. 

Letto ed approvato il verbale dell'ultima riunione, il Segre- 
tario Benedetto Croce nella consueta relazione anmtnzia , eh" è 
imminente la pubblicazione d'un supplemento all'Indice dell'^r- 
chwio, dal 1896 al 1900, compilato con la solita diligenza dal 
Marchese Maresca. E che la stampa dell'opera postuma del Ca- 
passo, affidata alla revisione del prof, de Petra sar.à compiuta 
nel corrente anno , adornandosi il volume di copiose incisioni. 
Enumera poi gli acquisti fatti e i doni ricevuti dalla Società. 
Tra i primi nota l' importanza delle carte vendute dagli eredi 
di Francesco Paolo Ruggiero, nelle quali sono numerosi auto- 
grafi d'uomini illustri o di memorabile fama, e documenti pre- 
ziosi ed inediti di Storia Napoletana. Tra i secondi ricorda il 
dono della Contessa Pi aneli , che lodevolmente volle deporre 
nella nostra biblioteca, tutto il carteggio ufficiale del defunto 
marito sino al 1860. Infine dà conto di due deliberazioni del 
Consiglio Direttivo. Spiega perchè, accettando l'offerta dell' 0- 
norevole Abignente, di far trascrivere e stampare a sue spese 
i Riti della Vicaria di Biagio da Morcone, il Consiglio assentì 
a porre quel volume nella Serie dei Monumenta. Ed anche per 
quali ragioni stabili d' inserire nei prossimi fascicoli monografie 
e documenti che concernono la storia dell'Italia meridionale sino 
al 1840. 

In seguito .il Cons. Riccio riferisce sul bilancio consuntivo del 
1901 e su quello preventivo del 1902. E i due bilanci insieme 
alla relazione dei conti, si approvano ad unanimità. L'assemblea 
si toglie dopo aver nominati revisori dei Conti per 1' anno in 
corso il conte Ludolf ed il prof. Luigi Correrà. 



ARCHIVIO STORICO 



PROVINCE NAPOLETANE 



PUBBLICATO 



A CUriA OKl.l.A SOCIKTÀ DI STORIA PATRIA 



Anno XXVIl. — Fascicolo li. 



NAPOLI 

STAB. TIP. PIERRO E VERALDI 

neW Istituto Casanova 

1902 



^ 



RELAZIONI 

Di:i PATRIOTI NAPOLETANI COL DIRETTORIO 
E COL CONSOLATO 

K l/ lUKA DKLL' l'NITÀ ITALIANA 
(1799-1801) 

(Continuazione — Vedi Anno XXVII fascicolo I) 



Il Pari belli e il Ci ai a 

AL SOCCORSO dei PATRIOTI NAPOLETANI. 

Quei grandiosi disegni politici furono interrotti per al- 
lora , e i loro autori distratti ad altro , non solo per la 
mala voglia del Direttorio, ma })er più urgenti occorrenze 
sopravvenute, cui bisognava prontamente provvedere. Alla 
notizia della caduta della Repubblica Napoletana e degli 
eccidii e devastazioni che 1' avevano accompagnata, erano 
seguite quelle della violata capitolazione e degl' iniqui 
processi e condanne , che andava facendo la Giunta di 
Stato. Il Paribelli e il Oiaia, già inviati del governo della 
Repubblica, si trovarono naturalmente, in Parigi, alla testa 
del movimento di proteste e di ricrorsi presso il Governo di 
Francia, Al quale si diressero subito perchè , in nome 
del diritto delle genti , spiegasse un' azione diplomatica 
verso il Re di Napoli, a garanzia della capitolazione. Ma, 
poiché ogni giorno di ritardo portava seco nuove vit- 
time , il Paribelli scrisse anche allo Championnet come 
a generale in capo dell' armata d' Italia. 

" Tutti i vostri amici napoletani — gli diceva il Pari- 



— 236 *- 

belli — vi supplicano per mezzo mio a non tardare un 
solo istante a far intimare per via di parlamentarii ai 
generali nemici di costringere il re di Sicilia a cessar 
d' infrangere, e ad osservare, in quel ch'é ancora possi- 
bile, gii impegni così solenni e sacri d' un trattato, ch'egli 
viola con tanta impudenza „. E illustrava allo Champion- 
net la completa validità della capitolazione : l*^) perchè 
sottoscritta in nome del Re da chi aveva i suoi pieni po- 
teri; 2**) perchè già messa in esecuzione dai patrioti nella 
parte ch'era loro di detrimento; 3") perchè l'eccezione 
di esser quelli dei ribelli non reggeva, sia per la consi- 
derazione che il re aveva abbandonato i propri! Stati 
e lasciato che vi si stabilisse un altro governo , sia per 
la ragione che coi ribelli non si negozia , e il re aveva 
negoziato ; 4°) perchè gli articoli della capitolazione di 
S. Elmo, circa la consegna dei sudditi regi, non potevano 
avere alcuna efficacia sulla capitolazione anteriore ^). — 
Poco dopo, il Paribelli gli scriveva di nuovo: " Dopo sup- 
pliche le mille volte ripetute, siamo finalmente riusciti ad 
ottenere dal Direttorio un ordine, che voi avete forse già 
ricevuto o che vi giungerà immantinente, il quale vi au- 
torizza a spedire al re di Napoli, e ai capi delle armate 
alleate, dei parlamentarii, per esigere l'esecuzione della 
capitolazione conclusa coi patrioti „. E gli raccomandava 
di comprendere nella intimazione la salvezza della vita 
e delle proprietà così di coloro eh' erano restati in pa- 
tria, come degli espatriati; e di badar bene alla scelta 
dei parlamentarii ^). 

Le stesse suppliche il Paribelli e il Ciaia mandavano 
al generale Bonaparte, che nell'ottobre 1799 era dall'E- 
gitto tornato in Francia. Riassunta la storia della Repub- 

i) Lettere allo Championnet, senza data {Fondo Paribelli, ff. 31-32). 
2) Ivi, f. 33. 



— 237 — 

blica na])olf3tana , e senza voler indagare il destino che 
la Repubblica Francese riserbava alla loro patria: " noi 
ci limitiamo a domandare — essi dicevano — che il Diret- 
torio esecutivo voglia salvare i resti dei patrioti napole- 
tani, che ancora esistono, esigendo con intimazioni pre- 
cise e solenni la stretta esecuzione delle due capitola- 
zioni „ *). Il Paribelli ebbe anche allora un' udienza dal 
Bonaparte, che lo accolse con molta benevolenza, e gli 
parlò con simpatia del fratello di lui, Giovanni, che gli 
era stato cooperatore nelle faccende della Cisalpina du- 
rante la prima campagna d' Italia *). 

Accaduto il rivolgimento del 18 Brumaio, il Paribelli 
presentò subito al Consolato provvisorio una nota , nel 
senso sopraindicato '). E scrisse al nuovo Ministro della 
Guerra , generale Berthier , a nome dei patrioti nai)ole- 
tani , per indurlo a proteggere presso il Primo Console 
la causa loro *). Alla sua lettera in data del 23 bru- 
maio a. Vili (15 novembre 1799) il Berthier rispose così 
il 3 frimaio (24 novembre) : 

Paris, lo 8 frimaire an 8 de la Róp. Fran^aiso, otc. 

Lk M1MI8TRK DE LA UUERKK 

AU ciTOYEN Pakiuelli, kx membre uu Gouv. Pkov. Napoutain. 

J'ai re^u, Citoyen, la lettre quo vous m'avez adressóe le 23 
du mois dernior au nera des Napolitains réfugiés à Paris : vos 
plaintes sur la violation de la Capitulation conclue pour la red- 
dition des forts Neuf et du Chàteau do 1' Oeuf ne pourroient 
qu' étre accueillies par lo Gouvernement Francois; et vous avez 
parfaitement raison de croire qu' il ne negligerà pas de récla- 

1) Fondo Paribelli, i. 47. 

2) Ivi, ff. 40-1. 

3) Ivi, ff. 57-8. 
<) Ivi, ff. 49-50. 



— 238 — 

mer la stricte exócution d' un traité, qui devoit" étre sacre de 
part et d' autre. 

J' écrirai en conséquence au Ministre des Relations extérieu- 
res povir 1' engager à user de tous le moyens qui seront en son 
pouvoir pour rappeller au Gouvernement Napolitain actuel ce 
que nous avons droit d' exiger en vertu de cette Capitulation. 
Dans le cas cu les représentations que nous ferons à cet égard 
seroient infructueuses, je proposerai alors aux Consuls d' adop- 
ter des mesures propres à faire respecter par nos ennemis les 
engagements qu' ils prennent avec nous. ou au moins telles qu' el- 
les le feroient repentir de les avoir violés. 
Salut et fraternité. 

Berthier 

P. S. J' ai ócrit aussi au General en chef de V armóe d'Italie *). 

Il Paribelli ringraziò, ed aggiunse nuove esortazioni '■'). 
Noi non sappiamo se la promessa fu mantenuta, e quali 
passi si tentarono per intimidire il governo napoletano. 
Certo, nel gennaio 1800, il Paribelli e il Ciaia ricevettero 
notizie da Marsiglia, per le quali poterono credere che 
le proteste del Governo francese avessero prodotto qual- 
che effetto. I patrioti napoletani , giunti allora a Marsi- 
glia, raccontavano che e' era stata una sospensione nelle 
esecuzioni capitali, e molte commutazioni di pene. " Qual- 
che cosa si è dunque ottenuto — essi si affrettarono a 
scrivere il 10 piovoso (31 gennaio 1800) al Berthier; — 
ma è ancora poco „. La perfida corte di Sicilia non do- 
veva limitarsi a commutare ai patrioti una morte pronta 
in una più lunga e penosa, ma rimetterli in libertà e rein- 
tegrarli nei loro beni ^). 

i) Fondo Paribelli, L 18. 

2) Ivi, f. 50. 

3) Ivi, ff. 8-9. 




— -289 — 

Altre (HIP ricliitMlevuiH) >[\U'i patrioti, eli»' giungevano 
a frotte di più centinaia in Francia, vecchi, giovanetti, 
malati, con donne e bambini , <]ua8Ì tutti sprovvisti del 
necessario. Erano tra essi molti che avevano coperto im- 
portanti imj)ieghi civili nella Repubblica, moltissimi mi- 
litari, e in genere, assai persone capaci e degne. Dal- 
l' agosto del 1799 al maggio del 1800, approdarono a 
Marsiglia, in varie volte, legni carichi di tutti quei mi- 
serandi avanzi della gran ruina. Talvolta, si ritrovavano 
fra i superstiti alcuni che erano stati già creduti vittime 
del carnefice *): o si sapevano i particolari orribili della 
fine di altri. La Francia esercitò verso gli esuli na]»ole- 
tani come verso quelli di altre parti d'Italia, una nobile 
ospitalità ^). I napoletani erano in numero preponde- 
rante. Dalle carte, del Ciaia e del Paribelli si potrebbe 
cavare una statistica di quell' emigrazione , che illustre- 
rebbe in molte parti gli elenchi , conservatici nelle Fi- 
liazioni dei Rei di Stato, che sono a stampa ^). 

Spontaneamente dapprima, e senza alcuna veste ufficiale, 

i) Fondo Paribdli, f. 37. 

■-«) Vedi Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814, L. XVI, ed. cit. 
pp. .559-561. 

3) V^edi gli elenchi e le ricevute di sussidio in Fondo Ruggiero, 
ff. 197-299. Da altri elenchi .simili, che si conservano tra le carte 
di Andrea V'aliante , che col grado di capo di brigata reggeva il 
Deposito degli emigrati italiani in Tolone, dà notizia Alfonso Per- 
KKLL.'V, L'anno 1799 nella provincia di Campobasso, Caserta. 1900, pp. 
517-544. Erano a Marsiglia il .30 ventoso a. Vili (21 marzo 1800) 
548 esuli napoletani sus.sidiati. Da questi elenchi si possono fissare 
alcune date biografiche. Tra gli arrivati il 28 ventoso a. Vili (19 
marzo 1800) erano Gabriele Pepe , Giovanni Bausan , Lorenzo de 
Montemayor, Oronzio de Donno; tra gli arrivati il 15 fiorile (5 mag- 
gio 1800) era Vincenzo Cuoco. In imo stato degli esuli in Marsi- 
glia è. segnato: •'Pietro Paolo Perrelli, prelato „. Anche Monsignor 
Perrelli ! 



— 240 — 

il Paribelli e il Ciaia si adoprarono in favore dei poveri 
esuli. Il Ministro della guerra aveva invitato con un suo 
proclama i napoletani a recarsi all' esercito; e il Paribelli 
si rivolse allo Championnet per sapere di quanti posti 
egli poteva disporre, per coloro che non erano andati alle 
armi, nei suoi ufficii amministrativi e negli ospedali. Sog- 
giungeva in queir occasione che , vedendo ormai ritar- 
dato il disegno dell' Indipendenza italiana , egli stesso 
desiderava un piccolo impiego militare in qualche mezza 
brigata, o presso la persona dello Championnet; e che, 
ad ogni modo, si recherebbe all' armata d'Italia, " sicuro 
di trovarvi un fucile e un pane „ *). E, valendosi di un 
suo permesso, parecchi esuli napoletani gì' indirizzò per- 
chè li adoperasse '^). Ma, nel novembre , essendo stata 
costituita una Commissione di soccorso per gli esuli ita- 
liani in Francia , il Paribelli e il Ciaia furono ufficial- 
mente chiamati in essa come " deputati dei Napoletani „. 
Per la legge del 7 frimaio (28 novembre 1799) ai mili- 
tari si corrispondeva la mezza paga , e a tutti gli altri 
patrioti esuli la razione completa, sia in natura, sia, a 

l) Fondo Paribelli, f. 28. 

'^) Ivi, ff. 32-3. Allo Championnet dava notizia della sorte dei 
loro comuni amici di Napoli. In una lettera gli diceva eh' erano 
periti per mano del carnefice il Caracciolo, " et le brave Vitaliani, 
le méme qui combattit à votre coté au moment de votre entrée 
triomphante dans Naples, et dont le frère avoit subi le méme sort 
durant la première persécution royale „ (ivi , f. 28). Il Paribelli 
s' interessò anche presso lo Championnet pei patrioti italiani di- 
moranti in Grenoble, ch'erano stati accusati " d'aver presentato un 
piano di costituzione e d'aver fatto altre mozioni sediziose in una 
pretesa Società patriottica italiana in Grenoble, come anche di aver 
accusato e proscritto ì membri del Direttorio Cisalpino, che si tro- 
vava a Chambéry „. Il Serbelloni, in nome di questo , ne aveva 
mosso lamento al Presidente del Direttorio francese, che minac- 
ciava misure severe (ivi f. 31). 



— 241 — 

scelta, in danaro; nella ragione di 75 centesimi al giorno 
per persona *). 




FRANCFSC ANTONIO (^TAIA *; 



1) Fondo Parihelli, f. 9. 

*) Dobbiamo anche questo ritratto alla cortesia del sac. Sam- 
pietro, che ce ne ha inviato l'originale, dal quale a cura della So- 
cietà Storica è stato tratto un acquarello, che ora si vede nel Museo 
di S. Martino. 



— 242 — 

I due deputati curarono il pagamento di questi sus- 
sidii, per quindicine , spesso anticipando essi le somme 
col proprio danaro. E provvidero a trovare impiego ai 
militari , che preferivano il combattei'e nella imminente 
campagna, all'oziare con la mezza paga. Così il 1** piovoso 
(31 gennaio 1800) il Paribelli e il Ciaia scrivevano al 
Berthier, che tra gli esuli di recente arrivati erano una 
ventina di ufficiali di artiglieria e una decina di marina 
'' du premier mérite „ , che desideravano impiego nelle 
armate della Kepubblica *). Per lo stesso oggetto il Pa- 
ribelli si rivolgeva al vice-ammiraglio La Touche Tié- 
ville — quello stesso che nel 1792 aveva fatto la dimostra- 
zione navale contro Napoli, e sparso in questa città i semi 
delle prime società giacobine, — richiedendolo dei suoi 
buoni ufficii presso il Ministro della Marina '^). Molti dei 
napoletani furono accolti nella Legione Italica, che orga- 
nizzava a Dijon il generale Giuseppe Lechi ^). Ed è da 
leggere sul proposito una lettera del Lechi al Paribelli, 
in data del 6 germile a. Vili (27 marzo 1800): 

Légion Itaiiquc 
Au quartier general de Dijon, le 6 germinai an 8 de la Rép. 

Lkchi, general 1)k Briuauk, commanuant la Légion Italique. 

All' amico Paribelli. 

Amico, quanto m' è stato possibile fare per i Napoletani, che 

1) Fondo Paribelli, f. 9. 

^) Ivi, f. 37. Menzionava tra gii ufficiali di impiegare il capitano 

di fregata Tommaso Montanari, e l'aspirante di 1. classe Michele 
Starazio. 

3) Sul generale Giuseppe Lechi ved. A. Lu.mbkosC" , Il generale 

(V armata Teodoro Lechi di Brentia e la sua famiglia, in Rivista Sto- 
rica del Risorgimento italiano (Torino), 1898. 



1 



^ 248 — 

tanto amo e stimo, e che tanto meritano, io 1' ho fatto, anche con 
visibile predilezione, assicurato sulle loro cognizioni e bravura. 

Non è stato possibile impiegare alcuno che non fosse presente, 
perchè assolutamente mi fu proibito dal Ministro. 

II vostro Fasulo sarà col suo grado nel deposito, e farò per 
lui quanto mi sarà possibile. Fate che si presenti a me con una 
vostra lettera. Per il povero De Leon non m' è stato possibile 
far nulla: egli non è atto alle armi, e per (piartiormìistro li han 
voluti tutti France.si. L' ho però munito d' una rotta, e d' una 
provvisoria commissione per Parigi. 

La legione è già tutta partita per Bourg. Amico, che bel corpo I 
quali speranze si sente rinascere nel cuore un Italiano I Ma, oh 
Dio !, se li vedeste in quale orribile nudità, senza paga, con un 
solo tozzo di pane nero ; eppure nessuna lagnanza; piangevano 
di contento nel partire da Dijon col dire : ecco i primi passi 
verso la nostra Patria. Oh Italiani I oh Patria I 

Amico, (juello che mi rende l'uomo il più felice, è 1' amore 
e la confidenza, che mi mostra il soldato; ti giuro, avranno in 
me un amico ed un padre, che non li abbandonerà giammai. Il 
governo deva assolutamente servirsi di questo corpo . e farne 
conto ; ma prima vestirlo , nutrirlo per un paio di decadi , poi 
armarlo, ed io rispondo del successo di qualunque impresa. 

Aggiungerò la Legione a Bourg tra pochi giorni. Mi si dice 
che il vestiario vada confezionandosi a gran passi , e che non 
mancheranno in avvenire di nulla: lo voglia il Cielo. 

Il deposito della Legione è già forte di mille e più individui, 
quasi tutti offiziali. Ho fatto un progetto al Ministro per utiliz- 
zare quegl' individui, e m* aspetto riscontro. 

Scrivimi, Amico, ed amami. 

Leghi ♦). 

i) Fondo ParihelliJÌ. 10-11.— È da vedere tra le carte del Valiante 
la nota, in data del 22 fiorile a. Vili (12 Maggio 1800), dei " ri- 
fugiati militari giunti da Napoli, ì quali hanno dichiarato di voler 
continuare la carriera delle armi per difendere la patria e di esser 
pronti ad andare al campo di organizzazione, che sarà loro indi- 
cato .,. 



— 244 — 

Il Paribelli e il Ciaia reclamarono presso il Berthier 
per la non esecuzione degli ordini relativi alla mezza 
paga ed alla razione *); al Ministro della marina o co- 
lonie, Forfait, perchè si pagassero i due mesi di soldo 
promessi agli ufficiali della marina napoletana, che in- 
sieme coi Francesi avevano contribuito alla difesa della 
libertà '^). Al ministro di giustizia Abrial — già commis- 
sario organizzatore della Repubblica Napoletana, — il Pa- 
ribelli comunicava notizie degli esuli , molti dei quali 
r Abrial aveva conosciuti a Napoli , e faceva vive rac- 
comandazioni per la famiglia Fasulo. Famiglia di magi- 
strati ed avvocati, stimata e agiata prima del 1799; che 
neir anarchia del gennaio di quell'anno aveva avuta sac- 
cheggiata la casa dai lazzari, e gli uomini cercati a morte, 
e le donne arrestate, tutti sospetti di corrispondenza coi 
Francesi, (ed, infatti, il comitato patriottico si radunava 
in casa Fasulo): nella Repubblica, i tre figli maschi erano 
stati, uno componente del Governo provvisorio ; il se- 
condo, caposquadrone della Gendai-meria; il terzo, ammi- 
nistratore dip9,rtimentale. E nella reazione, il primo, Ni- 
cola, era stato impiccato: il secondo, sepolto nelle fosse 
della Favignana; il terzo, scacciato dal Regno. Anche la 
loro sorella, Margherita, che aveva attivamente parteci- 
pato all' opera patriottica, era stata esiliata, ed era giunta 
in Francia. La vecchia madre ottuagenaria, inferma, libe- 
rata dal carcere e ridotta a mendicare, per un vero mi- 
racolo di amor materno si era trascinata fino a Parigi, 
presso la figliuola; ed ivi languiva su un pagliericcio, idro- 
pica, senz'altri soccorsi che quelli della Commissione e di 
qualche sventurato loro pari ! ^). — Allorché il Bonaparte 



1) Fondo Paribelli, f. 9. 

2) Ivi, f. 36. 

3) Ivi, H, 34-5. 



— 245 — 

mosse per la nuova campagna d'Italia, avendo egli dato 
ordine che i rifugiati na])oletani partissero per la frontiera, 
il ministio di polizia, Fouchè, li scacciò tutti da Parigi; 
ma il Ciaia e il Paribelli ottennero la revoca dell'ordine, 
avanzando proteste a (;ostui e al Ministro degli esteri, Tal- 
leyrand *). Fra le carte del Paribelli e del Ciaia si po- 
trebbero spigolare parecchi aneddoti. Il Paribelli prestò la 
sua penna al vecchio letterato Pietro Na[)oli Signorelli, che 
non sapeva scrivere il francese, per una supplica al Primo 
Console ^). Il Ciaia era in corrispondenza con la cittadina 

i) Fondo Paribelli, ff. 37-39. 

2) Ecco la supplica: " S' il est vrai quo la France soit la métro- 
pole de la Jlépublique des lettres, ceux qui par leurs travaux peu- 
vent se flatter d'avoir acquis quelque nom dans cette République, 
doivent avoir des titres speciaux k la bienfaisance de cette Nation 
grande et généreuse, qui cultive les sciences avec tant de succès et 
protège leurs sectateurs avec tant de libéralité. 

" Plus de trente volumes sur différentes raatières, dont douze 
existants méme dans la Bibliothèque Nationale de Paris, courrant 
l'Europe avec mon nom, et non sans quelque succès, m'ont acquis 
un rang quelconque parmi les cultivateurs des lettre» et sous ce 
rapport m'ont constitué votre confrère. Souffrirez-vous donc qu'avec 
cette (jualité je perisse, faute des moyens de subsistance en Fran- 
ce, et pendant qu'elle est gouvernée par vous 7 

" Mon àge au delk de soixante cinq ans , mes malheurs , mon 
injuste proscription, la place de Legislateur que j" ai occupée pen- 
dant la courte existence de la République Napolitaine, et celle de 
secrétaire de TAcadémie des sciences que j" ai remplie l'espace de 
seize ans sous le gouvemement du Roy, avaient déterminé votre 
illustre frère Lucien à m' accorder une pension de 100 francs par 
mois sur les fonds du Ministère de 1' Intérieur : son successeur, 
quoique mon confrère lui méme, a jugé à propos de me retirer ce 
secours et m' a plongé dans cette saison rigide dans 1" état du dé- 
nuement le plus complet. 

'• Je vous supplie donc très humblement de vouloir bien venir 
à mon secours en ordonnant que cette pension me soit continuée 
jusqu' au printems prochain, afin que je ne perisse point de misere 
sous vos yeux avant (jue la saison puisse peniiettre à un vieillard 



— 246 — 

Chiara Belmonte PignateUi Spinelli , 1' ex-Principessa di 
Belmonte; eh' era anch'essa tra gli esuli , sussidiata con 
novanta lire al mese *). Un poeta, dei parecchi ch'erano 
tra quegli emigrati, dirigeva il seguente sonetto : 

A I-l CITTADINI PaRIHELLI K CiAIA 
DKl'UTATI UKl PATRIOTI RIFUGIATI IN FRANCIA. 



Se del Sebeto i figli, allor che tutto 
Vider di proprio sangue asperso e tinto 
Il patrio suolo, e, d' atri globi cinto. 
Il natio lor soggiorno arso e distrutto, 

Di tante morti avvanzo e tanto lutto, 
E di rei ferri onde ciascun fu avvinto. 
Questo di Libertà sacro recinto 
Tolse al furor di procelloso flutto: 

E se nel vostro cor, nel vostro ingegno. 
Della Patria conforto, invitti Eroi, 
La lor speme ha serbato, il lor sostegno: 



valétudinaire comme moi de se trainer jusqu' en Italie „ (Fondo 
Paribelli, ff. 71-2). 

/ i) La Belmonte prima del 1799 era un'arrabbiata realista; e pa- 
recchi aneddoti intorno a lei si leggono nel cit. ms. del De Fabriciis. 
In una sua lettera al Ciaia si lamenta di non aver allora ricevuto il 
sussidio, e dice: " Se ci è chi abbia fatto de' sacrifizj, sono io; e se 
mi vedono andare in carrozza non è 1" effetto dell' opulenza (che 
.manco di tutto), ma di una lunga abitudine, che la mia età e la 
mia salute non mi permette di ommettere: so che ci sono alcuni 
Napoletani, che cercan farmi del male, come ne ho le pruove... so 
che nel mio paese, ove avevo dell'influenza, ho fatto bene a tutti: 
questo mi rende contenta, e, malgrado la loro ingiustizia, se fossi 
nel caso, gli farei ancora del bene, e mi vendicherei colla benefi- 
cenza „, etc. etc. [Fondo Ruggiero, ff. 306-7). Ivi anche (ff. 382-5) 
sono altre lettere di una dama, che crediamo sia la Duchessa di 
Oapracotta. 



— 247 — 

Qual tempio un di, sciolta da' lacci suoi. 
Partenope inalzar potrà, che degno 
Sia del franco valor, di sé, di Voi ? *). 

Ed era un elo^o meritato. — Accanto a queste cure 
della pietà, bisogna [)orre l'omaggio che il Paribelli, fa- 
cendosi interpetre dei sentimenti dei patrioti napoletani, 
i-endeva in quei gioi'ni allo Championnet, morto il 9 gen- 
naio 1800 a Antibes. Vi è tra le sue carte una lunga 
memoria col titolo: Notes historiques sur le general Cliain- 
pionnet et son expédition dans le rot/aume de Naples pour 
servir d'éelaircissement au citoijen Rosselin, secretaire ge- 
neral du Ministre de la guerre Bernadotte, qui compile 
la vie de Championnet. E un racconto minuto e fedele 
di tutto ciò che lo (Jliami)ionnet fece nella conquista di 
Napoli e nella fondazione della Repubblica Napoletana. 
E chi era il cittadino Rosselin ? Nessun altri che quel 
conte Bousselin de Saint- Albin, la cui Vita dello Cham- 
pionnet, venuta a luce molti dccennii dopo postuma i)er 
cura del figliuolo di lui, abbiamo j)iù volte citata, in 
questa Memoria. 

Ed un altro compito il Paribelli si assunse: la vendetta 
dei patrioti, calpestati e traditi dal Méjan, comandante 
francese di 8. Elmo , con la vergognosa capitolazione 
dell' 11 luglio 1799. È noto che il tenente Boquet ed 
altri ufficiali francesi della guarnigione, appena sbarcati 
a Marsiglia , sottoscrissero e divulgarono j)er la stampa 
con la data del 28 messidoro a. VII (16 luglio 1799) un 
atto di accusa contro il Méjan , e che lo Championnet 
neir agosto fece arrestare costui, deferendolo a un con- 
siglio di guerra ^). Il processo si trascinò per le lunghe. 



*) Fondo Parìhelli, f. 11. 

'h Vedi sul Méjan il Bertaux in Arch. Star. Nap., XXIV, 478484. 



— 248 — 

L'anno dopo, il Boquet, che si trovava di g'uarnigione 
in Olanda con la 27^ mezza brigata di fanteria leggiera, 
scriveva da Bergpzoom il 24 termidoro (13 agosto) al 
Paribelli, per ricordargli la promessa che gli aveva fatto 
d' inviargli i particolari di quanto i repubblicani di Na- 
poli avevano da imputare al va\)o di brigata Méjan: 

Méjan — scrivea il Boquet — mendie sans cesse des certifi- 
cats auprès des Officiers de notre Demi Brigade. Ceux qui cora- 
posent le Conseil d'administration lui ont constamment refusé 
ce qu'il demandait. Mais quelques uns, sans caractère et cou- 
verts du masque du patriotisme, viennent de lui signer une atte- 
station en sa faveur. De manière que, si vous ne vous hàtez de 
seconder la résistence qu'il nous faut opposer aux coups que 
l'on cherche à porter contre les braves officiers, qui se sont dé- 
clarés protecteurs de vos compatriotes persecutés cu devenus 
victimes du despotisme, il serait possible que Vinnocence prif la 
place du crime. 

E soggiungeva: 

J'envoie par le present courrier au Ministre de la guerre un 
exemplaire de mon Mémoire Historique, joiiit à une copie do 
notre première dénonciation contre le perfide qui vous a si mal- 
traités. J'en saurait bientòt le résultat. Mais, avant tout, jo vous 
domande le détail des faits dont j'ai déjà parie, et je vous in- 
vite essentiellement à faire connaìtre au Ministre de la guerre, 
cu à déposer dans le Bureau do la police et des tribunaux mi- 
litaires, une copie des pièces que vous m'aurez envoyées, au lieu 
de les aventurer auprès du président du Conseil de Guerre de 
Grenoble. Evitez toute espèce de retard en cotte circonstance, 
et donnez de vos nouvelles le plus promptoraent possible *). 

Il Paribelli, ricevuta la lettera del Boquet, si mise su- 
1) Fondo Paribelli, f. 14. 



1 



— 240 — 

bito al lavoro, »• laccolse le aicusc in uii im-nioiiaU', scritto 
in forma di lettera ad un amico, del quale ci resta tra le 
sue carte una copia, che sembra monca della fine *). 

Lo scj-itto a stamj)a del Boquet — notava il Pai-ibelli — 
si estendeva in ispecial modo sugli av'venimenti, accaduti 
nel castello di S. Elmo e nei contorni, e dei (juali l'au- 
tore era stato testimone oculare; ma non vi si parlava 
punto di ciò eh' era ])assato tra il Méjan e il Governo 
na])o]etano, e dei fatti che, durante la difesa di S. Elmo, 
accadevano in Napoli, ed avevano, con quella, immediata 
relazione. Tale ignoranza rendeva, qua e là , il Boquet 
più benevolo verso il Méjan, che costui non meritasse. — 
11 Paribelli descriveva il castello di 8. Elmo, pentagono 
per quattro lati inaccessibile, e pel quinto, ch'è verso la 
salita della Cesai-ca e dell'Infrascata, ani^lic molto forte. 
Si faceva poi a dimostrare clie il Méjan, diventatone co- 
mandante, aveva il modo di procacciarsi tutti i mezzi di 
difesa occorrenti, senza nej)pure interrogare il governo 
na|)oletano, potentlo disporre di tutti i forti , magazzini 
e depositi d' armi e d' artiglieria. Ai principii del giugno 
il Méjan, mandando a chiedere al Governo napoletano 
alcune torce incendiarie ed altii oggetti simili, soggiun- 
geva nella sua lettera (ch'era stata vista dal cittadino 
Ferdinando Carcani): " Quand vous m'aurez procure ces 
objets, j'aurai tout ce qu'il me faut „. E, in quanto agli 
a])provvigionamenti di bocca , al momento della resa ce 
n'erano per più di sei mesi, coni' era attestato dai citta- 
dini Fonsi, Pelusio, Agresti e Gaetano Rossi, che si tro- 
vavano nel forte. Cosicché — conclude questa prima parte 
del memoriale — " o il castello non era in istato di di- 
fesa e la colpa ne spetta al Méjan ; o era , ed allora la 
sua difesa doveva essere proporzionata ai miv.zi eh' egli 
aveva, ed all'importanza della cosa „. 

1) Foiuhì Farihdìi. ff. 15-'27. 
Anno XXVII. 17 



— 250 — 

Le istruzioni, che il Méjan aveva ricevuto dal Mac do- 
nali!, erano delle più rigorose ; l' ultimo le aveva co- 
municate, prima di partire, al governo napoletano per 
rassi('urarlo; le fece leggere, inoltre, nel 1800 a Parigi nel 
suo Livre (Vordres ai due fratelli Amato, capi di brigata 
napoletani, e le confermò verbalmente al Paribelli. Vi si 
diceva, tra l'altro : " Il consumera jusqu' à la dernière 
on(;e de pain et de poudre, et ne le rendra jamais qu'aux 
dernières extremités et avant qu' on y aura ouverte une 
brèche praticable, et en tout cas il ne separerà jamais son 
sort et celui de la garnison francaise de celui du Gou- 
vernement et des Patriotes Na])olitains, qu' il fera com- 
prendre dans la méme capitulation „. Anzi api^unto per 
una difesa estrema era stato scelto il Méjan, che aveva 
arie da Sacripante o Rodomonte. Il Macdonald era con- 
vinto che il Méjan, da S. Elmo, poteva in ogni caso det- 
tar la legge ai vincitori *). 

Il Méjan peccò, anzitutto, di negligenza e d'imprevi- 
denza. Non curò di liberare il terreno all'intorno: ed, 
infatti, le batterie nemiche, che maggiori danni recarono 
al castello, furono quelle costruite nelle due ville del ne- 
goziante Sinno e del Principe di Montemiletto, e nel pic- 
colo villaggio di Antignano. Il Méjan avrebbe jDotuto 
radere queste case, o, almeno, occuparle con piccoli di- 
staccamenti muniti di artiglieria. Egli, inoltre, non avendo 
ritirato nel castello alcuni pezzi di artiglieria, che erano 
nella città, lasciò che le masse del Ruffo se ne impa- 
dronissero, e se ne servissero contro S. Elmo. Egli mandò 
a monte tutte le spedizioni, che i patrioti concertavano, 
accompagnate dai Francesi, le quali avrebbero forse can- 
giata la sorte delle armi; e tuttavia richiese a questo 

*) Il Macdonald, anche nei Sonrem'rs, p. 82„ o-iiulica sovoi-ainonto 
la capitolazione di S. Elmo. 



— 251 — 

scopo somme di danaro, che, non essendoci allora nello 
casse della Repubblica, vennero paj^ate del proprio dal 
D' Agnese, presidente della Commissione esecutiva, e 
da Antonio Piatti, tesoriere nazionale *). K alla memoria 
di questi ])atrioti, che a nulla si i-icusarono , tutto ten- 
tarono, il Me Jan osava scagliare insulti nella sua Apolo- 
gia. " F]gli vuol farli passare per vili ed effeminati, men- 
tre hanno formato l'ammirazione universale, e specie dei 
Franciosi, che sono giudici molto competenti in fatto di 
i oraggio, pei prodigi di valore che fecero in ogni occa- 
siono, e per la foi-mezza con cui difesero sino all'ultima 
estremità, malgrado di tutti gli ostacoli moltiplicati , la 
santa causa della libertà, della quale dopo essere stati i 
difensori più ardenti, furono i martiri più costanti „. 

11 popolo napoletano era assai timoroso dell'azione del 
castello di S. Klmo. Se il Méjan avesse minacciato la 
città, avrebbe impedito o raffrenato lo scatenamento della 
plebe e la strage dei })atrioti. Egli non sostenne , nem- 
meno con (jualche colpo di cannone, il castello del Car- 
mine; non so'stenne i patrioti, che, trincerati presso S. El- 
mo, per molti giorni vi si difesero ostinatamente *). Lo 
bando del Ruffo poterono, senza essere disturbate, stabi- 
lire il loro quartiere generale sotto il tiro di S. Elmo, al 
Mercatello; e il Cardinale e il Micheroux prender dimora 
nel palazzo Angri a Toledo. Ciò che il Méjan avrebbe 



1) A ciò si allude anche in un poscritto della lettera del Boquet 
al Paribelli: " lies malheureux, qui forment le restant de la famillo 
Piatti, viennent d'euvoyer leurs réclamations au Conseil d'admini- 
stration de notre Demi-Brio-ade et auprès le Ministre de la guerre, 
pour ce qui leur est du. Je vous en,i>a<;e à conseiller à la veuv<' 
Agnese d'en faire autant. „ 

■-) Era fra costoro l'Agresti, e le con 72 patrioti superstiti si era 
dal posto (li Oapodìmonte ritirato su S. Elmo. 



— 252 — 

potuto ottenere, è mostrato da un aneddoto, del quale fu 
protao-onista Andrea Vitaliani: 

Sdegnato dalla condotta del Méjan, il cittadino Vitaliani (ch'era 
emigrato dalla sua patria nel 1794 per sottrarsi alla prima per- 
secuzione della corte contro i patrioti, e s' era rifugiato presso 
i Francesi ed era stato ammesso dapprima nel loro esercito col 
grado di capitano del genio e poi aggregato a quello della Re- 
pubblica Cisalpina, che l'aveva dichiarato suo cittadino, ritenendo 
pur tuttavia l'uniforme francese, onde era vestito (juando si chiuso 
in S. Elmo come parte della guarnigione), questo bravo patriota, 
disperato di veder la sua patria in preda a tutti gli orrori, senza 
che il forte di S. Elmo cercasse d'impedirlo, fece tirare di suo 
capo alcuni colpi di cannone e lanciare due bombe suHa città. 
Il popolo e gl'insorgenti, che non se 1' aspettavano e che ripo- 
savano tranquilli sulle promesse del Cardinale e del cavaliere 
Micheroux, che l'avevano assicurato che non avevano nulla da 
temere da parte del castello di S. Elmo, divennero furibondi, e 
corsero in folla dal cardinale a chieder conto di ciò che succe- 
deva. Il cardinale, spaventato del tono audace e minaccioso con 
cui l'avevano affrontato, e temendo di conseguenze ancor più 
funeste, credette di dovere svelare il mistero per rassicurarli, 
dichiarando loro che non avevano veramente nessuna ostilità 
da temere da parte dei Francesi di Castel S. Elmo, e che ciò 
ch'era accaduto era solo un ultimo effetto della rabbia dei gia- 
cobini napoletani, eh' erano nel castello; ma che ci si sarebbe 
rimediato, e fra pochi giorni S. Elmo sarebbe in potere del Re. 
Alcuni giorni dopo , le parole del cardinale erano su tutte le 
bocche, e i capi dei realisti e gli amici del cardinale . tra i 
(juaìi il ])relato Carata di Colabrano, le ripetevano. 

Il Méjan era stato sentito dire dal cittadino Giacinto 
So/io a un suo compagno: " Le 18 de ce mois le car- 
dinal lluffo entrerà dans Naples: je ferai une benne ca- 
pitulation avoc lui, et nous rentrerons en Provence „. 
Dopo avere concertato (;oi patrioti una conteui])oranea 



— 258 — 

sortita (la Castelnuovo e da S. Elmo, nou ne fece altro. La 
consegna del castello alle truppe coalizzate fu una .sor[)resa 
pei suoi stessi ufficiali. Ai noti racconti del suo infierire 
contro i patrioti napoletani, che corcavano di mescolarsi 
ai Francesi per non essere consegnati ai regi, fa séguito il 
racconto dell'emigi-ato Dionigi Pipino, il quale, mentr' era 
sui bastimenti, domandato dal Méjan s'egli era francese, 
rispose di sì; e un altro che fu scoperto per napoletano, 
fu immediatamente scacciato. Dopo la resa, mentre i Fran- 
cesi della guarnigione di Capua furono accolti con insulti 
e sputi, il Méjan potè }»asseggiare senz' essere insultato 
[)er le vie di Napoli in carrozza ai)erta in compagnia di 



una sua y:anza 



u ! 



(Queste sono le linee i>riuci[)ali della memoria del l'a- 
ribelli in aggiunta all' atto di accusa drl T)(>i|iirt <(»ntro 
il Méjan *). 



VI. 



Parkuk di ('. Pabibelij al Bonapakte 

CIRCA LA RICONQUISTA DEL ReGNO DI NaPOLI. 

Giunta notizia ilella grande vittoria di Marengo (14 
giugno 1800), gli esuli napoletani indirizzarono al l*rimo 
Console un nuovo memoriale , che fu redatto , al solito, 
dal Paribelli, e sottoscritto da molti" di essi. Dopo avere 
riassunte le colpe della Napoli regia verso la Francia, 
e rilevata l' impossibilità di lasciar la nazione napoletana 
sotto r iniquo governo borbonico, il memoriale ritornava 
sulla com-eiiienza politica , per la pace di Europa , " di 

1) Circa lo stesso tempo veniva pubblicato contro il Méjan il 
Rapporto al cittadino Carnot di Francesco Lomonaco , altro esule 
napoletano. 



— 254 — 

riunire tutta 1' Italia sotto un solo governo analogo a 
(quello della Francia , abbastanza potente da essere in 
grado di garantire con le sue proprie forze la sua indi- 
pendenza e la sua felicità , e da servire da baluardo a 
tutti gli alti'i popoli repubblicani, che lo circondano, con- 
tro il furore e 1' ambizione della loro implacabile nemica, 
la casa d' Austria; la quale, mediante (juesta combinazione 
politica, sarebbe confinata di là dalle Alpi italiane , ter- 
mine che la natura stessa sembra avere segnato al suo 
dominio „. Solo così , aggiungendo alla massa repubbli- 
cana francese un altro grande stato i-epubblicano , era 
possibile " stabilire un equilibrio di forze tra le due opi- 
nioni politiche, dominanti attualmente in Europa, e che 
ne minacciano la totale ruina , per gli sforzi che fanno 
d' inghiottirsi 1' una 1' altra „. La Francia aveva interesse 
di stendere la sua influenza sulle due Sicilie , per com- 
battere r egemonia inglese sul Mediterraneo. Tuttavia, — 
soggiungevano, per bocca del Paribelli, i patrioti napo- 
letani, — " se la felicità generale richiede che le si sacrifi- 
chi quella degli sventurati paesi napoletani, noi vi pre- 
ghiamo , Cittadino Primo Console , di avere a cuore in 
modo particolare, nei negoziati che seguiranno, gì' inte- 
ressi individuali di tanti martiri della libertà e della loro 
devozione pei francesi , i quali gemono ancora nei ferri 
del Tiranno , o in penosi esigli , privi dei loro par-enti, 
della loro patria, e di tutti i loro beni „. Ma, nel nego- 
ziare con la sleale corte di Napoli, bisognava procedere 
con somma cautela. " Noi vi supplichiamo. Cittadino Primo 
Console, di scegliere tra noi quelli, che voi crederete più 
adatti ad esser sempre presso di voi , o presso i nego- 
ziatori della pace, per fornire tutti gli schiarimenti di par- 
ticolari locali, necessarii in simili occasioni „ *). 



^ 



1) Fondo Paribelli, f. 54. 



— 255 — 

Coni»' si vede, l'idea dell' Unità italiana, [)riuia (.osi 
speranzosa e baldanzosa, è diventata (^ui modesta e timida: 
essa sentiva intorno a sé 1' ambiente poco favorevole. La 
possibilità di lina i)ace della Frani-ia eoi Ke di Napoli, era 
spuntata sull' orizzonte politico. Pure, (piesto «'ra ancora 
molto incerto; e perciò la prima e grandiosa idea non era 
stata abbandonata del tutto. — Un' altra lettera scrisse 
il Paribelli al Bonaparte, qualche mese dopo; e fu in oc- 
casione dell' attentato della muccliina infernale del 3 ne- 
voso a. IX (24 dicembre 1800). Proprio il giorno seguente 
all' attentato, la posta recava al l^aribelli la lettera di un 
suo amico, da Firenze, nella (piale si riferiva, tra 1' altro, 
che Maria Carolina aveva scritto da Vienna al marchese 
di Fuscaldo queste parole: " Dans un mois environ vous 
entendrez 1' éelat d' un tonnerre, qui fera ebranler 1' Ku- 
ro[)e „. Parole che il Paribelli volle che fossero subito 
note al Bonaparte, perchè potesse cercare nella vera di- 
rezione gli autori dell' attentato, attribuito nei primi tempi 
non al partito reazionario e realista, ma ai giacobini, tanto 
che centinaia di questi vennero deportati. Il Paribelli os- 
servava: " Maria Carolina annuncia alla fine di ottobre 
a uno dei suoi cortigiani ciò che deve accadere press* a 
poco tra un mese, e che accade difatti. Essa aveva dun- 
que conoscenza pei-fino della maniera in cui il colpo do- 
veva essere dato , giacché si esprime con una metafora 
che contiene precisamente la natura del fatto' „J). — Noi 
non giureremun) né suU' esattezza delle parole di Maria 
Carolina, né su quella dell' interpetrazione malevola del 
Paribelli; ma ne})piire giureremmo sul contrario. Gli at- 
tentati contro Napoleone furono concertati con 1' intesa 
dei governi nemici; e Maria Carolina non rifuggiva dagli 
assassinii e dalle stragi: 1' attentato della macchina infer- 

i) Fondo Fa ribelli, f. 52, cfr. f. 74. 



— 256 — 

naie si dovette , come il Paribelli ben supi^oneva , alla 
fazione realista, e forse v' ebbe mano anche Giorgio Ca- 
doudal. — Riferendosi poi ad alcune notizie, che si leg- 
gevano nella stessa lettera, sul malcontento delle popo- 
lazioni del regno, il Paribelli coglieva 1' occasione per 
aggiungere: " La lettera v' indica anche quali sono le di- 
sposizioni degli sventurati Napoletani e Siciliani, che, aiu- 
tati e secondati dalla Francia, potrebbero dare lo scacco 
alla politica inglese, e sconcertare i suoi disegni di do- 
minazione esclusiva sul Mediterraneo. Se mai entrerà nel 
vostro piano di fare qualche impresa in quei paesi, io vi 
avverto che molti dei Napoletani rifugiati in Francia, per 
le relazioni e pel cr-edito che hanno nella loro patria, po- 
trebbero ben esservi di qualche utilità, e che non vi sarà 
nulla che non sieno pronti ad imprendere per sollevare 
le loro belle contrade dal giogo di ferro dei mostri che 
la tiranneggiano „ *). 

Non sappiamo se in conseguenza di questa lettera, o in 
previsione di possibili complicazioni durante il periodo che 
scorse tra il giugno 1800 e il febbraio 1801 , dalla bat- 
taglia di Marengo alla pace di Lunéville, il Bonaparte 
meditò una nuova invasione del regno di Napoli, e pro- 
pose al Paribelli un questionario di sette domande , alle 
quali r alti'o rispose con una speciale memoria '^). 

Le sette domande del Bonaparte erano queste : 

1°) Quelles sont les dispositions des diff erentes classes d' hu- 
bitants pour leur Gouvernement et pour les Fnincais dtms Na- 
ples, les Provinces, en Calabre et en Sicile ? 

2") Quelles sont les ressources en hommos , en argent, con- 
tributions, denrates, et objets nécessaire? à 1' année ? 



1 



1) Fondo Paribelli, f. 51. 

2) Ivi, ff. 156-171. 



— 1.^1 — 

3") (^iM'UfS .suut l(-'s i'ussuuic<;s [njur hi inariin'. (;r Ics muyeiis 
(lo coiumunication uvee 1' Egypte ? 

4") Quel système politiquo serait-il convenable d' adopter pour 
Ics états do Naples ? 

5°) Quel systéine financier faudraifc-il y adopter ? 

6") Quel système railitaire faudrait-il y établir ".' 

7**) Quels sont les ménagements à garder, soit puur 1 iutérét 
des Fran(,-ais, soit pour le bien du pays ? 

Uisj)Oso alla [)riina d' esse il Paribelli, clu.' il miglior 
modo e più sicuro di conoscere le disposizioni di un po- 
])olo verso il proprio governo, è la conoscenza della con- 
dotta di questo verso il suo poj)olo. P] il po[)olo napoletano 
era infelice: il sistema feudale, la mostruosa legislazione, 
i tribunali stabiliti dalle varie dominazioni straniere con 
intenti fiscali , facevano soffrire la classe media : né la 
nobiltà (?ra soddisfatta , insidiata abilmente dal Tanucci 
e brutalmente maltrattata dall' Acton; ed egualmente il 
Clero. La persecuzione contro i patrioti, e la guerra disa- 
strosa, e le depredazioni della Corte in fuga, fecero ac- 
cogliere nel 1799 i Francesi come liberatori. Ma, sfortu- 
natamente, questi si condussero in modo assai biasime- 
vole, ed eccitarono 1" odio delle pojìolazioni. Malgrado ciò, 
i Patrioti fecero una ostinata resistenza alle masse rea- 
zionarie. La condotta del governo regio, do])o la sua vit- 
toria e restaurazione , ha accresciuto gli odii contro di 
esso: i Francesi sono ora invocati di nuovo; ma importa 
che facciano dimenticare la loro condotta passata. Tutto 
dipendeià, dunque, dai capi militari e civili, che guide- 
ranno la spedizione. " Io non dubito — diceva il Pari- 
belli — che, se il generale in capo fosse Moreau, o altri 
della medesima reputazione di lui per saggezza e mode- 
razione, il rivolgimento accadrebbe senza colpo ferire. E 
se il Commissario del Governo fosse un uomo probo, 
prudente e dolce, un' organizzazione qualsiasi si farebbe 



'Z'ùl 



con la massima facilità. L' unico uomo per questa impor- 
tante commissione sarebbe il general Pommereuil, grande 
amministratore, adorato e rispettato dalla nazione napo- 
letana, e clie ne conosce tutte le inclinazioni , le circo- 
stanze, le risorse militari e politiche, per la lunga dimora 
che vi ha fatto come ispettore generale dell' artiglieria e 
organizzatore di quest' arma nel tempo della dominazione 
tranquilla di Ferdinando „. — Per la Sicilia si può ripetei-e 
lo stesso, salvochè la nobiltà e il clero sono ivi favorevoli 
al Re, che ha ora stabilito nell' isola la sua corte. 

Quanto alla seconda domanda , dopo avere affermato 
la fertilità del paese, il Paribelli constatava che non si 
poteva fare assegnamento sulle risorse in numerario, giac- 
che , oltre lo sperpero della guerra e dei saccheggi , la 
corte aveva portato via in Sicilia settanta milioni di fi-anchi 
in oro ed argento , e almeno trenta milioni i Francesi. 
C era invece abbondanza di derrate; e di queste le Si- 
cilie fornivano in tal modo la Francia pel passato , che 
è da cercare in ciò una delle ragioni per le (juali lo stesso 
(Comitato di salute pubblica evitò di dichiarare la guerra 
alla corte di Napoli. Che, se si fosse venuto all'idea d' i- 
solare gì' Inglesi, chiudendo i porti alle loro mercanzie, 
gli stati delle due Sicilie potevano supplire per parecchi 
generi coloniali, con la coltivazione dello zucchero, del 
tabacco e dell'indago. Potevano dare inoltre in abbondanza 
buoni soldati: 



(jrli abitanti di quasi tutte le provincie del regno di Napoli 
sono bellicosi , ma specialmente i Calabresi e gli Abruzzesi e 
Salernitani amano le loro armi più delle loro donne. Imparano 
prima di tutto, e forse, unicamente , a tirare con le armi da 
fuoco, e giungono a tal grado di perfezione in questo esercizio, 
che colgono con la palla un soldo di Napoli che si gitti per 
r aria. Non avendo occasione di battersi coi nemici della loro 



— 259 — 

patriu a per lu giuria, si aiiiuiazzaiio tra di loro come ilei mi- 
.serabili, battendosi partito contro partito, quasi in battiiglia or- 
dinata. I Francesi hanno fatto una dura prova del loro coraggio, 
della loro energia e della loro destrezza nel maneggio dello armi; 
giacché tutti gli uccisi o feriti da loro erano colpiti in mezzo 
della fronte, e hanno reso ad essi la giustizia di dire : che, se 
avessero conosciuto la disciplina e la tattica militare, non avrcb- 
beix) ceduto in nulla ai Francesi stessi. 

Mh uet-unc iiieitei-e ili oiiorc lo stato militmc, i-he sotto 
il gov^erno regio era schivato , tanto che le famiglie re- 
putavano infamia avei-e un dei loro nell' esercito, reclu- 
tato ({uasi del tutto tra galeoti e hriganti: laddove, sempre 
elle il He formò dei corpi distinti e privilegiati, come le 
guardie italiane e i Liparotti, dove si ammetteva solo 
gente onesta, gli aspiranti si j)resentavano in gi-an numero. 

La terza domanda riceveva risposta favorevole, essen- 
dovi nel Napoletano e nella Sicilia molti ottimi porti , e 
facilità ])el i)assaggio in Kgitto. " Questo passaggio — se- 
condo il Parihelli — è tanto più facile e sicuro in quanto 
non ci è bisogno di i>assare né lo stretto di Messina né 
quello tra la Sicilia e 1' Africa, e perciò la crociera in- 
glese non nuocerebbe molto „. 

Ma la (piarta domanda porgeva ociasione al Parihelli 
di ripigliare e svolgere la sua idra favorita dell' Fnità 
Italiana: 

E impossibile rispondere cuu precisione a questa domanda 
senza sapere qual sistema politico si adotterà per tutto il resto 
d' Italia, dal quale il sistema politico da adottare a Napoli deve 
essere assolutamente dipendente e subordinato. Se la Francia, 
in questo momento che le sue vittorie 1' han messa in grado di 
dettar la legge, e di eseguire tal cosa che i politici non hanno 
osato considerare se non come un voto del loro cuore, ma troppo 
lontana dalla possibilità! dell' esecuzione, avesse voluto veramente 



— 260 — 

pronunziare una parola risolutiva , e assicurar per seuii)re la 
propria gloria, la sua felicità e la sua tranquillità, e quella del- 
l' Europa intiera, essa non avrebbe certamente lasciato sfuggire 
questa occasione, che probabilmente non tornerà più per un lungo 
avvenire, di fare di tutta Italia uno stato solo. 

Non importa la costituzione che questo stato avrebbe allot- 
tato , posto che una sola e medesima voce fosse risonata dalla 
cima delle Alpi fino al Mar Jonio, almeno pei suoi rapporti con 
gli stranieri, conformandosi quanto all' interno alle circostanze, 
che non permettono forse pel momento 1' unità e 1" indivisibilità 
di questo stato , finché gì' Italiani per nuove abitudini si adu- 
sino a guardarsi tra loro come figli di una medesima patria e 
abbandonino le antiche che , a cagione del frazionamento dei 
loro stati, li hanno portati a considerarsi come rivali e stra- 
nieri, piuttosto che compatrioti. 

Per questa felice combinazione si giungerebbe a stabilire una 
nuova bilancia politica in Europa , tanto più durevole che non 
sarebbe fondata soltanto sopra una proporzione di forze reali 
particolari, soggette a mille alterazioni in ogni istante, ma so- 
pra una proporzione più generale di forze, appoggiata da duo 
opinioni diametralmente opjioste, che dividerebbero 1' Europa in 
duo grandi parti , cioè le costituzioni rappresentative e le Mo- 
narchie iissolute, che si terrebbero in dovere, osservandosi ed 
equilibrandosi le une con le altre. 



Limitandosi al caso di Napoli, era necessario da prin- 
cipio , fatta la conquista , stabilire un governo rigoroso, 
militare senz' averne il nome , che impedisse le reazioni 
e vendette dei sedicenti patrioti. Il generale in capo, il 
commissario straordinario del governo francese, un altro 
francese che avesse l' incarico delle finanze, e alcuni degli 
uomini di maggior credito ed influenza del paese, dovreb- 
bero formare un consiglio supremo che reggerebbe tutto. A 
questo modo, se la sorte delle armi costringesse la Francia 
a ceder di 'nuovo il paese al suo antico sovrano, non si 
sarebbe compromessa troppa gente. In ogni caso, anche 



— 261 — 

nel breve periodo eli un' occupazione militare, bisognava 
alméno, per migliorare le condizioni delle popolazioni , 
abolii(> fin le ultime tracce del feudalismo, in modo che 
fosse inii.()ssil)ile di rimetterlo in piedi ; e far il mede- 
simo di tutte le altre leggi, usi e costumi che gli somi- 
gliano. Così il popolo trarrebbe almeno un tal profitto da 
tutte le disgiazie e sacrificii, che le rivoluzioni e l' inva- 
sione francese gli avrebbero arrecato. — Che se conve- 
nisse accettare un cambiamento di dinastia , i Francesi 
stessi dovrebbero lasciai-e al paese una costituzione mo- 
narchica moderata. Se però si volesse farne uno stato li- 
bero, occorrerebbe, dopo sei mesi , porvi un governo re- 
golare , sul genere press' a poco di quello di Francia e 
delle altre repubbliche italiane. Durante il periodo di tran- 
sizione, era da raccomandare di tener distinti gli interessi 
dei Francesi da quelli nazionali , fissando con esattezza 
le contribuzioni, le cpiali erano da distribuire su più anni. 

La quinta domanda concerneva il sistema finanziario. 
E pei- le condizioni del paese, in cui la riccdiezza era 
quasi interamente fondiaria, il sistema non poteva essere 
se non quello delle imposte dirette. " L' industria vi è 
quasi nulla , e non fa tutt' al ])iù se non fornire molto 
im[)erfetta mente ai j)rimi bisogni dei popoli, senza giam- 
mai arricihire coloro che 1' esercitano. Il commercio non 
fa se. non facilitare in qualche modo 1' esito dei prodotti 
dell' agricoltura , e non procura neanch' esso grandi ric- 
chezze , fatta eccezione di alcuni monoj)olisti delle der- 
rate princijìali „. I comuni dovevano essere resi respon- 
sabili delle t\sazioni per le terre del loro tenimento. Oc- 
correva abbattei-e le ban-iei-e e gli ostacoli di ogni sorta 
al commercio. 

Alla sesta domanda, sul sistema militare, il Paiibelli ri- 
spondeva che, neir ipotesi che le due Sicilie formassero 
stato da sé, conveniva introdurvi la coscrizione generale. 



— 262 — 

esercitando una parte dei coscritti con V irreggimentarli 
e formando dei depositi d'armi per gli esercizii militari 
nei comuni. Accanto a queste milizie, dovevano esserci 
alcuni corpi di truppe regolari come nucleo per F eser- 
cito, e per servire in qualche occorrenza improvvisa, e per 
occupare gli ufficiali. Questi corj)i dovevano stare sempi'e 
uniti coi Francesi, e forse era bene formarne dei batta- 
glioni al séguito delle mezze brigate francesi. La caval- 
leria, per la natura montuosa del paese, doveva essere 
po(;a ; preferibili le truppe leggiere : j)er la polizia in- 
terna formare dei gendarmi organizzati al modo dei miclie- 
letti spagnuoli; da conservare e da svolgere gli artiglieri 
litoranei. 

Suir ultima domanda, il Paribelli mostrava ancora una 
volta l'importanza, che aveva per la Francia 1" influenza 
suir Italia meridionale, e la difficoltà di aver questa ligia 
se vi si stabiliva un re invece di una repubblica. Dava, in- 
fine, dei consigli sui modi di guadagnarsi il clero, con It- 
])rom()zioni e col rinnovare del tutto il clero alto. 



^ 



VII. 



La pace di Firenze. 



Le cose per allora volsero alla pace: dopo un piccolo 
fatto d'arme a Siena, il Murat concluse col Re di Napoli, 
prima l' armistizio di Foligno , e poi la pace di Firenze 
(26 marzo 1801). Il Paribelli e il Ciaia, deputati dei na- 
])oletani, s])iegarono anche in questo caso, e con miglior 
successo, r attività loro. Sin da quando , nel febbraio 
1801, il marchese di Gallo, inviato dal re di Napoli, si 
era recato a Parigi per aprire le trattative di pace col 
Talleyrand (trattative rotte per non aver voluto il Gallo 
accettare le condizioni disastrose e umilianti clic vennero 



— 268 — 

])0Ì accettare a Firenze), essi avevano scritto al Primo 
C'onsolc, p(>r avvertirlo di procedere cauto in quelle tratta- 
tive. È vero — essi dicevano — che il Re di Napoli aveva 
mandato il solo uomo cajjace, e probo e c>;alantuomo che 
possedesse, il marchese di Gallo; ma 1' aveva circondato 
con uno sciame di spioni, capo dei quali era un tal Ora- 
zio de Mattei, spione contro i patrioti al tempo della 
prima persecuzione, spione della Regina })resso il Gallo 
(;osì nella sua missione a Vienna come allora a Parigi, sotto 
titolo, lui non nobile, di alunno in diplomazia. Per ga- 
rentire i pel-seguitati politici non bastava un semplice ar- 
ticolo generico, come si era fatto con l' Imperatore ; e 
ciò per varie ragioni, tra le quali la seguente: che la lealtìi 
della corte di Vienna era ben superiore a (piella della 
corte di Napoli, e che 1" Imperatore non si era, come il 
re di Napoli, t;ostituito nemico personale e vendicativo dei 
suoi avversarli politici. Sbozzavano inoltre uno schema 
degli articoli da introdurre: libertà di tutti i prigionieri 
di stato con facoltà di restare o andai- via, richiamo degli 
esuli, salvaguardia francese e russa per questi, reintegra- 
zione nei beni e restituzione di eiò (he la corte aveva in- 
debitamente esatto nelle confische, facoltà di vendere, 
l)eniiiitaie o alienare in (qualunque maniera i beni mobili 
ed immobili, per trasportarne le rendite o i valori capitali 
dove si credesse, senza alcun impedimento. Davano poi 
dei chiarimenti sulle varie forme della proj)rietà nel re- 
gno di Napoli, distinguendole in cinque: proprietà libera, 
fedecommessi in linea diretta, fedecommessi con sostitu- 
zione in linea trasversale, j)i-oprietà feudali, pensioni vita- 
lizie dei cadetti di famiglie nobili; e sui varii accorgi- 
menti, ehe ciascuna di queste classi richiedeva nel for- 
mularsi gli articoli relativi *). Le medesime cose i-i])ete- 

i) Fondo ParihcllK ff. 58-62. 



— 264 — 

vano il Paribelli e il Ciaia in una lettera al Beitliier, 
in cui tra 1' altro l' esoi-tavano a far degli ufficii presso 
il ministro degli Esteri Tallevrand, il quale, come appare 
da un appunto del Paribelli, si credeva , generalmente 
dai napoletani che fosse stato corrotto dall' oro di Ca- 
rolina *). 

Mentre la pace si negoziava, i ])atrioti napoletani ap- 
presero che il re di Napoli aveva ottenuta la mediazione, 
l'intercessione e la protezione dell'Imjìeratore d(^lle Rus- 
sie. Il Paribelli non pose tempo in mezzo. Egli cono- 
sceva personalmente il generale Barone di Sjuingponten, 
primo negoziatore russo, venuto a Parigi in qiiel tempo. 
Al Barone di Springponten presentarono i deputati dei 
Napoletani una nota , la quale fu presto seguita da una 
più lunga memoria , destinata direttamente allo czar 
Paolo I. Entrambi questi documenti furono redatti dal 
Paribelli. 

La nota al Barone di Springponten è in data dell' 11 
febbraio 1801, e prende le mosse dalla lettera del 5 pio- 
voso del genei-al Murat al general Damas , dalla (|uale 

*) Fondo PariheUi, f. (54. lu uno scritto del Paribelli siilla corte di 
Napoli si racconta che il Barone di Tillemont, ambasciatore di re 
Luigi XVI a Napoli, noii avendo voluto giurare la costituzione del 
1791 , fu destituito; ma Maria Carolina " logea tonte la l'amille dans 
une maison de pertinence royale et donna de 1' emploi dans les trou- 
pes aux enfarits et des pensions très généreuses au pére et à la mère 
jusqu' à ce que le crédit de cette famille ayant donne de T ombrage 
ù Acton, il la fit chàsser de Naples, oìi elle ne fut rappellée que 
qviand 1' Evèque d' Autun entra au Ministère des rélations extérieu- 
res en France. Alors on lui dépécha un Courrier extraordinaire à 
Vienne pour V inviter a retourner à Naples, oìi les deux Baronets 
sont Colonnels et se battireut contre les Fran9ais, la mère est dame 
de la covn- de la Beine avec 16 mille francs d' appointement pai- 
an, ayant été déclarée telle sur les vaisseaux anglais au moment 
de la fuite, et le Baron jouit d' ime pensiou anniu'lle de '24 m. 
francs. „ {Fondo Pnrì/icUi. fol. 147). 



1 



— 265 — 

risultava clie " la sorte del i-e di Napoli di]>end(Bva dal 
grado di protezione che S. M. l' Imperatore di Russia 
voleva accordargli „. K all' imperatore di Russia faceva 
appello non solo in «piesta (jualità di [)rotettore <lel re di 
Napoli, ma anche per la parte ])resa nella capitolazione 
dei castelli come uno dei firmatarii, spiegando in questa 
occasione^ i particolaii, a noi ben noti, della caj)itolazione, e 
ribattendo tutte le obiezioni che si potevano fare ad essa *). 
La memoria, diretta a Paolo I *), aveva per iscopo di 
svelare l'intenzione segreta dei coalizzati che volevano 
sorprendere la buonafede dell' imperatore di Russia, e di 
denunciare a (piesto V iniquità della corte di Napoli in 
ra})porto alla violazione della capitolazione. 11 Paribelli 
vi si estende lungamente ad esaminare la situazione politica 
del tempo, e a mostrare V interesse di costituire una 
grande coalizione delle potenze del Nord, accompagnata 
dal blocco continentale contro l'Inghilterra. La violazione 
della capitolazione qui è attribuita specialmente all'Acton, 
che avrel)be avuto l'intento ili screditare per tal modo 
il Ruffo e il IMicheroux. E da notare in questa memoria 
il caldo elogio, che il Paribelli fa allo (.'zar di Russia dei 
|)atrinti naiiolctìuii. Ksso suona rosi nel testo fi-ancese : 

Ces homiiies cólèbres, ces illiistres martyrs de leur amour pour 
leur Patrie , étaient ceux qui , désignés par 1' estiuie pubhque. 
avaient été appellós par le vainciueur à reiuplir les premières 
placos de l'Etat et qui, cédant à la necessitò, consentir^t à les 
accej)ter. 

C était il leur dóvouement qii' oa avait dii le bonheur, rare 
(laus do soiublables circostances, de voir un royaume changé en 
république sans une seule arrestation , ni aucun acte de von- 
geance ou de tyrannie , et de voir un gouvernement nouvean 

1) Fondo raribdÌK ff. 70-80 

2) Ivi, ff. 81-127. 

Anno XXVIL 18 



— 266 — 

compose d'hommes vertueux et sans aatre passion (jue celle du 
bien de leur Pays. 

La conduite qu'ont tenue ces homnies dans l'exercice de leurs 
fonctions, a bien justifié la réputation qui les avait précedées. 
Le zèle le plus ardent pour le bien public, un désintéressement 
trop rare dans ceux qui concourreat à une revolution, une Arae 
exempte d'ambition et de toutes vues personnelles, une activité, 
une sagesse, une pureté d'intentions à toutes épreuves, signalè- 
rent leur administration. Mais ce qui doit le plus surprendre c'est 
leur extréme modération, qui, ayant donne à la revolution do 
Naples un si grand caractère de douceur, offrit à l'univers étonné 
le spectacle jusqu'à present nouveau d'un changement de gou- 
vernement sans échafauds, sans proscriptions de partis, et sans 
effusion de sang des citoyens. Une telle modération était d'autant 
plus admirable chez eux, qui })resque tous avaient été victimes 
de longues et cruelles persécutions excitées par les mémes en- 
nemis, qu'ils avaient en leur puissance et auxquels ils surent 
pardonner. Qu'on veuille comparer cotte noble superiorité d'esprit, 
eette élévation de sentimens des patriotes Napolitains uvee l'a- 
trocité des traitemens que la Cour et les Royalistes leur firent 
éprouver, et qu'on juge à laquelle de ces deux classes d'hom- 
mes la posterité doit adjuger la palme de la vertu. 

Mais ce qui fit encore briller leur héroisme dans tout son 
éclat ce fut le courage, la fermeté inebranlable, par lesquelles, 
(sntendant gronder l'orage sur leurs tètes, semblables aux sé- 
nateurs Romains lors de l'invasion de Brennus, qui périrent sur 
leurs chaises curules, ils aimérent mieux mourir à leur posto 
que racheter leur vie au prix d'une bassesse ou d' un lAehe 
abandon de leur Patrie et de leurs Concitoyens. 

Voila quels étaient les hommes qui furent voués à l'exécration 
publique et trainés en spectacle sur les échafauds ! ^) 



*) Fondo Paribelli, f. 100. A f. 104 si conferma che il Cirillo ricusò la 
grazia, offertagli purché firmasse ima domanda al Re. A f. 103 si 
legge, a proposito dell' iniquo procedere della Giunta di Stato, que- 
sfaneddoto concernente Mario Pagano: " Ce fut dans une de ces oc- 
asions que le célèbre ph ilosophe et jurisconsulte Mario Pagano, 



— -IG' — 

(Questi ])Hssi, fatti verso il governo russo, ebbero " un 
pieno lisultato „, come ci fa sapere il Paribelli stesso *). 

Intanto, si divulgava il trattato di pace di Firenze: e 
r articolo VII di esso, concernente i perseguitati politici, 
parve agli esuli insufficiente, e in (pialche parte equivoco. 
Prima che il trattato fosse ratificato, il Paribelli e il Ciaia 
sciisseio al Primo (^onsole, richiamando la sua attenzione 
sulle difficoltà clic 1* articolo destava. Si diceva in quel- 
r articolo: " Tutti i sudditi del Re di Napoli, che non 
sieno stati perseguitati, banditi o costretti a spatriare 
volontariamente se non j)cr fatti relativi al soggiorno dei 
Francesi nel regno di Napoli, potranno tornare e saranno 
reintegrati nei loro beni „. Ma non vi si diceva che tutti 
(pielli, che fossero stati condannati prima di «luell'epoca 
a cagione delle loro opinioni politiche e della loro affe- 
zione alla causa della libertà e dei Francesi , sarebbero 
chiamati a godere del beneficio dell'articolo. Si parlava 
in (^sso di " tutte le persone presentemente detenute a 
cagiono delle loro ojiinioni politiche „, e da dover essere 
rimesse in libertà: uui detenuto^ negli usi napoletani, im- 
porta sem])licemente un accusato, non ancora condannato. 
Ed, infine, l" articolo non provvedeva alla libera disposi- 
zione dei beni di coloro, che non fossero tornati in patria '^). 
Anche (piesta nota ebbe buoni risultati: l'articolo VII 



auteiir des Essais politiques des réflexions sur le procès criminal, 
et de plusieurs autres ouvrages estimés pronon<,'a ce grand mot, 
qui honorera sa sagesse et sa constance. Lorsque le monstre Spe- 
ciale voulait r empècher de demontrer son innocence , il lui dit: 
— Tout est inutile: ta téte est dévouée à la mort ; la cour t' a- 
bhorre, et le Peuple la veut — Ce héros répondit avec le sang froid 
de Socrate: — Le peuple est maintenant égaré ; mais je mourrais 
content si ce peuple avait une volont('\ qui put en imposer ti ses 
niagistrats — „. 

*) Fondo FnrihcUi, f. 05. 

2) Ivi. f. 66. Cfr. Fondo Buggiero, ff. :^ll-4. 



— 268 — 

ricevette una maggior estensione, e il Paribelli fu asso- 
ciato per conispondenza al cittadino Alquier, ambascia- 
tore a Napoli , per concertare insieme 1' esecuzione del 
trattato per ciò che concerneva i Patrioti. L' Alquier, così 
istruito e sostenuto , tenne fermo : e i detenuti e con- 
dannati d'ogni specie furono messi in libertà, e gli esuli 
l'ichiamati con ogni garanzia. Gli è perciò clie i depu- 
tati scrivevano al Primo Console per fare i ringrazia- 
menti dei loro rappresentati , ed esprimere la speranza 
che si ottenessero nuovi risultati per ciò che concerneva 
i beni non solo dei patrioti superstiti, ma anche dei figli 
ed eredi di coloro, ch'erano stati vittime della reazione *). 
E giacche, passati alcuni mesi, la corte di Napoli non 
aveva ancora messo in esecuzione le stipulazioni su qué- 
st' ultimo punto , essi intervennero di nuovo presso il 
Primo Console, nel momento che stava per concludere 
la pace di Amiens. »?copo del ritardo della corte era 
probabilmente la voglia di godersi per qualche témJDO 
ancora i proventi dei beni confiscati '^). E un' ultima' volta 
dovettero intervenire, quando la corte di Napoli pretendeva 
che i pati'ioti limborsassei-o al valore nominale (e benché 
in quel tempo le carte di banco, con cui si erano effettuati 
quei pagamenti perdessero i tre quarti del loro valore), 
tutte le somme che avevano esatto come impiegati ed uf- 
ficiali della Repubblica napoletana ; e ciò senza resa di 
conti, eh' era per altro impossibile, essendo state distrutte 
tutte le carte della Repubblica. Iniqua pretensione : sia 
perchè i patrioti non avevano potuto ricusarsi al nuovo 
governo sorto per la diserzione del Re; sia perchè costui, 
al suo ritorno, aveva esatto da capo tutte le imposte, di- 
chiarando nulle quelle vei-sate ai Francesi e ai repubbli- 

i) Fondo Pariheìli, ff. 07-8. 
2) Ivi, ff. ()8-9. 



— 269 — 

cani; e sia, infine, perchè la corte aveva goduto per due 
anni le rendite dei beni sequestrati ; ed anzi per cinque 
mesi dopo sti})ulata la pace di Firenze. Anche quest'ultimo 
j)asso dei de[)utati dei Na])oletani venne coronato dal suc- 
cesso '). 

Vili. 

Conclusione 

I documenti, da noi passati in rassegna, mettono sotto 
bella luco le due figure di C'esare Paribolli e di Fran- 
cescantonio Ciaia, ed illustrano 1' attività da essi spesa a 
]»ro' della Repubblica Napoletana, e per alleviare le sven- 
ture cagionate dalla caduta di questa. Priuia di chiuden*, 
sarà bene dar un cenno intorno alla vita posteriore dei 
due protagonisti della nostra esposizione. 

II Ciaia si trovava ancora a Parigi nella seconda metà 
del 1806. In quel tempo il suo amico Boccapianola gli 
mandava da Napoli , tornata di nuovo sotto il dominio 
francese , una copia dell' ode d' Ignazio Ciaia, scritta in 
S. Elmo: E notte alfine, etc. " Eccoti, mio carissimo amico, — 
gli scriveva il ]^occapianola — 1' ode, che tre anni sono 
mi domandasti. E finalmente arrivato il momento , nel 
quale senza nuocere a te e a me possa mandartela e man- 
tenere la parola data. L' ho copiata piangendo: quanto mai 
piangerai tu nel leggerla ! Possano le tue e le mie lagrime 
sanare le piaghe del tuo bel cuore „. E lo esortava a tor- 
nare tra le braccia dei suoi amici, lasciando Parigi ^). Il 
Ciaia tornò difatti in patria in quel tempo, e visse a Fa- 
sano o presso la sorella , a Massafra. Nel decennio fu 

1) Fondo Fa nbeUi, ff. 69-70. 
^) Fondo Ruggiero, ff. 126-7. 



— 270 — 

consigliere cV intendenza a Lecce, e poi a Melfi e a Bar- 
letta : ufficio, che lasciò dopo la rivoluzione del 20. Nel 
1829 sposò in Martina Franca la signora Desiati, vedova 
Basile, e prese stabile dimora in quella città. Amò sempre 
di vivere in corrispondenza coi suoi vecchi amici del 1799. 
A Martina Franca chiuse l'onorata vita il 10 ottobre 1849, 
nell'età di settantanove anni *). 

Il Paribelli ebbe nel 1802 una missione in Elvezia, come 
agente diplomatico a Berna. Ma nel settembre di quel- 
l'anno scriveva da Milano al Ciaia comunicandogli che la 
missione era cessata subito , per essere egli valtellinese 
e (quindi in opposizione d' interesse coi Grigioni, appar- 
tenenti alla Confederazione Elvetica; e parlava del posto, 
che il Vicepresidente della Cisalpina gli destinava, d'Ispet- 
tore alle riviste della Guardia del Governo, con grado ed 
onorario del Capo di brigata '^). Ma non pare che le sue 
speranze si realizzassero presto. Cesare Paribelli fu dal go- 
verno del Regno d'Italia nominato sottoispettore delle ras- 
segne di seconda classe nel gennaio del 1809; e nell' a- 
prile 1813, delle rassegne di prima classe. Nel 1819, sotto 
Francesco I d' Austria, ebbe il grado di colonnello; col 
quale venne poi pensionato. Aveva una vena di letterato 
e poeta: appartenne anche dal 1811 all'Accademia Vir- 

*) Dobbiamo queste notizie al sopralodato sac. Giuseppe Sam- 
pietro di Fasano, cbe le ha attinte dal signor Angelo Basile, ul- 
timo superstite dei cinque figliastri del Ciaia. 

2) Fondo Ruggiero, ff. 315-20. Nella lett. del 18 sett. 1802 raccon- 
tava di avere riveduto in Svizzera il loro " sventurato amico Giu- 
seppe Piatti „, e in Ginevra " lo scopritore della quadratura del 
circolo, Gaetano Rossi, che mi fece ridere a crepare „. Mandava sa- 
luti alla Duchessa di Capracotta, al " buon Cassano „, all'amica 
Margherita (Fasulo) , al Battiloro, al Jullien e a tutta la famiglia 
di lui, etc. In un' altra lettera del 27 ottobre 1802 parlava " del- 
l' amabile sua cugina e del bravo amico Imbonati „, di Titta Ma- 
stelloni e di Atimonelli. 



— 271 — 

giliana di Mantova. Durante i lunglii anni della vecchiaia, 
fece spesso cantare la Musa, nei lieti avvenimenti di parenti 
ed amici. La madre ottuagenaria dell' avv. Cesare Pari- 
belli juniore, die lo ricorda peifettamente, lo dice persona 
di carattere allegro, piacevole, e molto gradita in società. 
11 28 marzo 1847, ad 84 anni, morì in Milano quest' uomo 
che, nativo dell' Italia settentrionale e vissuto a lungo 
nella meridionale, fratello del presidente del Gran Consi- 
glio della Repubblica Cisalpina, ed egli stesso componente 
del Governo provvisorio della Repidiblica Na})oletana , 
z(datore in comj)agnia di najìoletani d'interessi nazionali 
e napoletani, sembrò per un momento impersonare in se 
medesimo le aspirazioni, i sentimenti e i destini delle due 
parti d'Italia. 



— 272 — 



^ 



APPENDICE 



Nuovi PARTicor.ARi sulla rivoluzione di Napoli. 



Tra le carte del Paribelli si trova una scrittura incompleta 
col titolo; 'Notes sur la Cour de Naples et sur la Revolution et 
Ics causes qui l'ont amene'e (Fondo Paribelli, ff. 132-154). La nar- 
razione è condotta fino al tempo del tradimento del Dumouriez 
(aprile 1793). Vi si trovano notizie non prive d' interesse sulla 
politica dell' Acton. 

Maggiore importanza hanno le Notes historiques sur le general 
Championnet , menzionate di sopra (p. Q2) , eh' egli aveva com- 
pilate nel 1800 pel Rousselin de Saint-Albin , biografo di quel 
generale. Queste note non furono adoperate, o molto poco, nel 
men che mediocre lavoro del Saint-Albin. Da esse apprendiamo 
alcuni particolari nuovi, specialmente intorno alla cooperazione 
che lo Championnet ebbe nella sua impresa dai patrioti napo- 
letani. 

Appena messosi a capo dell' armata di Roma, lo Championnet 
— dice il Paribelli — " s' entoura donc des meilleurs parmi les 
Patriotes Napolitains exilés, ou échappés de leur patrie du temps 
de la persécution royale, afin de s'aider de leur conseils pour 
la réussite d' une entreprise aussi grande, et aussi difficile. Lau- 
BERT était le premier de ce nombre. Homme extraordinaire sous 
tous les rapports , et digne de 1' amour et de 1' admiration de 
toutes les honnétes gens, ses talents et ses vertus, qui lui ava- 
ient meritò 1' estime et l'amitié de Joubert, ne tardèrent pas à 



— 278 — 

^^agiior le coeur du bon Championnet. 11 se concerta dono avec 
lui sur lo moyen do tirar parti de la bonne disposition et de 
r enthousiasme dcs Patriotes Napolitains, dont Laubert jouissait 
à bon droit d' une entière confiance „. 

Giunto a guerra incominciata, lo Championnet impedi che il 
Macdonald continuasse ki ritirata su Ancona. Il Paribolli pre- 
tende che il Macdonald fosse stato disposto in favore del re di 
Napoli mediante la Duchessa Lanti di Roma , eh' egli corteg- 
giava, e ch'era s|)ia di Maria Carolina. Afferma ciò in base di una 
lettera, a costei diretta dalla Duchessa Tianti, ed intercettata a 
Vasto dai patrioti abruzzesi. 

Entrato negli stati napoletani, lo Championnet, " voulant d'un 
coté recompenser ces officiers de 1' arméo royale , qui avaient 
principalement contribuó à ses victoires, et empècher ceux qui 
s' étaient tenus dans l' indifférence de se déclarer contre lui, do 
crainte de i)erdre leur état, et gagner méme ceux qui étaient 
cncoro attachés au parti de la Cour par 1' assurance d' ètra con- 
servés dans leurs rangs sous le Gouvemement républicain , fit 
une proclamation par laquelle il assurait à chacun leurs places 
et des larges ricorapenses à coux qui s' étaient déja distingués, 
ou se ilistingueraient ensuite, en faveur de la liberto. Cotte pre- 
mière opération produisit le plus gi'and effot, car presque tous 
les officiers embrassèrent le parti de la Républi(iue. Il organisa 
ensuite une Commission composée des exiles Napolitains , qui 
étaient rentrés dans leur Patrie avec son armée , afin de lier 
une correspondance plus étroite et plus suivie avec leurs com- 
patriotes de l' intérieur, et surtout de la Capitale. Cette Com- 
mission était présidée par Laubert, et produisit le plus grand 
bien. Elle commenda d' abord à dépécher par ordre du General 
plusieurs apótres dans toutes les Communes pour y précher les 
principes révolutionnaires, y démentir toutes les calomnies, <iue 
le Royalisme et les prètres y avaient débitées depuis dix ans 
afin de rendre partout les Fran<;ais odieux et les faire regarder 
comme des vrais antropophages, et afin de les disposer à rece- 
voir en amis leurs libérateurs. Elle lia ensuite une correspon- 
dance directe avec les patriotes les plus influents de la Capi- 
tale, pour concertor les mésures à prendre pour effectuer le 



— 274 — 

changeinent du Gouvornement avoc le inoin.s de désordres pos- 
sibles dans une Capitale immenso , où le Royalisme ne cessali 
pas de s' agitar dans tous les sens, et de travailler les Peuples 
par tant de moyens mensongeux et seducteurs. La Commission, 
connaissant tous les principaux Patriotes des armées, et jouis- 
sant de leur confiance, ne tarda guére à se pratiquer des intel- 
ligences dans 1' armée qui restait encore, et surtout dans la For- 
teresse de Capone, au moyen desquelles cette dernière ressourco 
de Mack et du Grouvernement Napolitain devoit étre livrèe aux 
Fran^ais sans coup ferir, en enipèchant en méme temps la dé- 
sorganisation totale de l'armée royale et la disposant à passer en 
i)on ordre sous 1' étendard de la Répu})li{pie „. 

Il Macdonald è stato biasimato anche dal Tliiébault per avere 
procurato innanzi a Capua uno scacco all' esercito francese, sin 
allora vittorioso in tutta la campagna. Il Paribelli illustra bene 
questo punto. 

" Ces mésures sages et humaines {dello Championnet), des quel- 
Ics dépendait le bon succès de tout le reste, avaient été si bien 
concertées qu' elles ne pouvaient manquer de róussir si la j)ró- 
cipitation du G.l Macdonald, commandant l'avant garde. qui s' é- 
tait presque tout-à-fait émancipé de la subordination du Gene- 
ral en chef, pour la sotte ambition de faire un coup d'éclat, ne 
les eùt pas faites échouer „. 

" En effet, lorsque tout était arrangé dans la Place pour que 
au moment de 1' atta(][ue des Fran(,'ais toutes les Batteries exté- 
rieures et intérieures fussent servies par des officiers et des sol- 
dats du complot, et qu' on espórait méme de faire marcher sur 
Naples une partie de la Garnison sous les ordros des Généraux 
Patriotes pour y contenir les Lazzaroni, et d' arréter Mack et 
les autres chefs qui tenaient pour le Roi , et que ce pian 
avait été communiqué au General Fran9ais par des Patriotes qui 
au risque de leur vie étaient sortis de la Place à cet effet et 
par r ambassadeur Cisalpin Martinengo, qui se retirai-t de Naples; 
Macdonald, sans attendre 1' heure marquée , sans concert , sans 
artillerie, avec environ mille hommes de cavalerie, se presènte 
devant la place de Capone et la fait sommer de se rendre. Mack 
d' abord se mit à rire de cette gasconnade , et lui fit une ré- 



pon.se très fière, iiiai.s voyant son insistenct'. ut ne povivant con- 
cevoir qu' un General en son bon sens puisse oser de honno foi 
sojnmer avec uno poignée d' homines sans artillerie une place 
assez forte, défendue par une henne et nombrouse artillerie, avec 
une garnison de 2000 liomnies commandés par un General en 
chef, soutenue par des ouvrages extérieures assez considérables, 
et pur une rivière, dont les bords escaq)ós étaient impraticables 
à la Cavalerie, qui 1* attaquait, il commenda à se douter do la 
vérité et de ce qui se passait, et ayant observó quo les canno- 
niers tiraient toujours de volée. et manquaient la colonne enne- 
mie avec la initraille, il fit fusiller sur lo canon quelques artil- 
leurs. et menala d' en faire autant avec tous les autres qui man- 
queraient leurs coups. Alors la Colonne franc^aiso fut forcóe do 
se retirer, laissant sur le pavé environ 500 homines, et de cette 
manière le «fniit de tant de peines et de tant de risques des Pa- 
triotcs fut perdu „. 

Le conseguenze furono disastrose . scoraggiando i patrioti e 
incoraggiando le popolazioni già irritato dalle violenze dei Fran- 
cesi. — Dopo la rottura dell' armistizio di Sparanise, i Patrioti, 
eh' erano in Napoli, operarono sugli Eletti della Città , perchè 
si mettessero in corrispondenza con lo Championnet. Quelli ac- 
cettarono, e mandarono una lettera per mezzo di uno dei pa- 
trioti esiliati, che era rientrato in Napoli; ma il messo, nel re- 
carsi dal generale francese, fu arrestato dai lazzaroni, e non si 
salvò dalla morte se non perchè inghiotti la lettera pericolosa. 
Anche i patrioti fecero nominare generalissimo del Popolo il 
Principe di Moliterno, (juantunquo non avessero in lui molta fi- 
ducia per la sua ambizione e pei suoi rapporti con la Regina; 
ma ne avevano ottenuto in anticipazione promesse e giuramenti 
solenni. 

Durante 1" anarchia popolare lo Championnet " s' occupait à 
Capoue de 1' organisation d' une Legion Campanienne, composée 
de tous les désérteurs Napolitains (pii avaient passe de son coté et 
de tous les soldats qui venaient lui demander du service après 
la dissolution de 1" armée roj^ale. Il confia ce soin au Prince Pl- 
GNATELLi Strongoli, exilé napolitain militaire „. 

Il Club dei patrioti, eh' era in Napoli, " résolut de tout ten- 



— 276 — 

ter pour empéclior 1' entree de 1' unuée fran(;aise dans la Capi- 
tale; mais, en méme tems, de viser aux luoyens le plus prompts 
pour l'aire cesser 1' anarchie. Les Patriotes, voulant toujours con- 
server une espèce de régularité dans les alfaires, nialgré la con- 
duite très-equivcqu*^, et quelquefois ouvertement perfide, du Ma- 
gistrat de la Ville, le ménageaient encore, et souhaitaient que son 
autorité intervint dans le traité qu' on allait ontreprendre avec 
les Fran^ais. On fit donc prier Championnet de lui en faire l'ou- 
verture le premier, et il eut la bonté d' y consentir pour con- 
tenter les Patriotes, et pour gagner du tems, jusqu' à ce qu' il 
fut en mesure de pouvoir donner la loi , et niéme parce qu' il 
ótait lui méme convaincu que 1' entrée de son armóe en con- 
quéraute dans une ville comme celle de Naples, aurait óté dé- 
sastreuse pour le peuple, et aurait porte au comble l' indiscipline 
et la démoralisation du soldat. 11 écrivit donc une lojtti-e au Ma- 
gistrat do la ville, qu' il confia à un Patriote Napolitain, nommé 
POERIO, pour la lui l'emettre, en le chargeant l'e 1' accompagner 
de vive voix de tous les moyens de persuasion 2)ropres à faire 
ontrer les Royalistes mémes dans ses vues salvatrices. Il lui dé- 
clara en outre qu' en cas de refus il aurait avance sur Naples; 
mais qu' il n' aurait pas hazardé d' y pénétrer sans que les Forts 
de la ville, ou au moins colui de St. Erme, ne fussent entro les 
mains des Patriotes. „ 

" POERIO, à son arrivée à Naples. communiqua sa mission au 
Club centrai Patriotique, et celui-ci envoya chercher un des Mem- 
bres du Magistrat de la Ville , afin que sous ses auspices ce 
messager de Championnet put traverser la ville sans accidents, 
et se transférer à la Maison de Ville pour y remplir la com- 
mission de Championnet. La lettre, lue en public, on y écouta 
toutes les autres réflexions verbales, dont le General avait cliargé 
POERIO de l'accompagner. Les membres du Magistrat, qui étaient 
du parti des Patriotes, entrai ent parfaitement dans les vues de 
Championnet; mais les autres, qui formaient la plus grande ma- 
jorité , étaient dans des dispositions tout à fait différentes , et 
loin d' accèder à la proposition, ti^aitérent la lettre d' apocrife, 
et PoERiO d' imposteur, et poussèrent la méchanceté jusqu' an 
point de déliberer s' ils ne 1' auraient pas livré aux fureurs pò- 



— 277 — 

pulaires, ce qnì ne s' exécuta que pour un resT-e de pudeur de 
«luelques uns d' entre enx „. 

" Les Patriotes, indi^nés de cette conduite equivoque et i)er- 
fide de la pari du Magistrat de la Ville, firent partir incéssam- 
ment POERio, en lui enjoignant de solliciter Championnet à avan- 
cer sa marche, et 1' assurant que le Fort St. Erme à son arrivée 
serait en main des Patriotes, et concert«rent plusieurs signaux 
d' intelligence entre les Patriotes de St. Erme et 1' armée fr«n- 
Vaise. „ 

Cosi lo Championnet si avanzò su Napoli. I patrioti tentarono 
anche d' impadronirsi del Castolnuovo, ma furono prevenuti ed 
impediti dai lazzari col negoziante Verrusio , già deputato del 
Popolo, alla loro testa. 11 Paribelli racconta che, allorché fu in- 
nalzato il vessillo tricolore su Castel s. Elmo, il popolo dapprima 
non capi ciò eh' era accaduto, tratto in inganno da un marinaio 
astuto e ferocissimo contro i Francesi, che a.ssicurava essere quello 
non il vessillo francese, ma 1' olandese I 

Segno nel manoscritto mia narrazione minuta del governo «lollo 
Chamj>i()nnot dopo la conquista, fino al suo richiamo per ordine 
del Direttorio. 



Intorno a S.werio Sprofani. 

Lo storico ed economista siciliano Savorio Scrofani , di Mo- 
dica, è noto specialmente per la sua opera : Dello dominazione 
degli strtinicri in Sicilin (Parigi, 1H24). Nel carteggio di Nicola 
Basti è una serie di lettere dello Scrofani a lui, dal 22 giu- 
gno 1824 al 22 ottobre 1831 {Lettere a N. Basti, ms. Soc. Stor.. 
ff. 505-523), dalle (piali si cava che lo Scrofani aveva affidato 
al Basti in Parigi la correzione dell' edizione della sua opera 
storica sopracitata. In una di queste lettere, del 25 dicembre 
1824, lo Scrofani prega insistentemente il suo corrispondente 
parigino di vedere qual sorte avesse avuto un cenno autobiogra- 
fico, eh' egli aveva dettato a richiesta dell' editore dell' opera 
(\tì\V Orloff. " Vi prego (diceva) a discifraro in grazia ciò che è 



— 278 — 

successo, e a qual uso yi è domandato da me, non volendo che 
il mio povero nome cadesse in potere di persone invidiose e 
malediche ; parlatene con Lampredi, e vedete se v' è cosa da 
fare „. 

Questo sospetto contro i maledici non era senza fondamento. 
Che cosa avrebbe detto lo Scrofani se avesse potuto leggere 
gì' informi segreti, che sul conto di lui mandava nel 1800 o 1801 
il nostro Paribelli al cittadino Marescalchi, ambasciatore Cisalpino 
a Parigi? {Fondo Paribelli, ff. 41-2). 

Il Marescalchi, con una sua nota, aveva chiesto al Paribelli 
notizie su " un certo Scrofani siciliano „, affin di " i)revalersene 
pel bene della causa comune. „ E il Paribelli, che ne conosceva 
delle belle sul personaggio, e che aveva apprese quelle notizie 
dalla voce pubblica e dalle proprie relazioni nei quattro anni 
eh' era stato impiegato presso il Viceré di Sicilia; il Paribelli , 
che aveva avuto " ordini dal Governo Provvisorio di Napoli di 
sorvegliare lo Scrofani nel corso della propria missione diplo- 
matica „; e che credeva " doverci essere guerra aperta tra gli 
uomini onesti e i bricconi „, non tardò a dare le più sfavore- 
voli informazioni. 

Lo Scrofani — racconta il Paribelli, — figlio di un farmacista 
di Modica, essendo parente di Monsignor d' Alagona vescovo di 
Siracusa, uomo irrequieto e litigioso, fu incaricato da costui di 
risiedere a Palermo presso il governo siciliano per occuparsi di 
affari contenziosi. 

" Le séjour d'une capitale aussi corrompue et livree au luxc 
comme Palermo mit une enorme disproportion entre les moyens 
péeuniaires, que l'evéque di Siracuse fournissait à son agent et 
ses besoins. Celui-ci, dont l'esprit inventif dans le mal ne manque 
jamais de ressources, y suppléa d'abord au moyen de quelque 
faux, qu' il fit sur les rentes de l'Evèché de Syracuse, qu'il lui 
étoit très aisè de couvrir pour quelque tems, vu l' immense ri- 
chesse de cette administration; mais bientòt ces moyens parti- 
culiers devinrent trop au dessous de ses desirs et il s'essaya à 
des vols plus' sublimes. 11 forgea donc un faux mandat sur la 
banque de Palerme, et ayant faussé la signature du Président du 
Tribunal du Patrimoine et du Viceroi Prince de Caramanicn, il 



— -270 — 

se vit sur le point d'excroquer 15 m. onces d'or, ou 180000 francs: 
mais ilès quii hit question de touoher l'argent, le conservateur 
eonsoiller Xavier de Andrea vérifia la chose, et découvrit le fauxi 
et Scrofani auroit été victime de sa friponnerie, si de Andrea, qui 
avoit de.s égards poiir lui à cause de l'Evécjue son parent, n'eut 
pas a^ assez lentement dans sa poursuite. pour lui douner lo 
tems de se sauver à bord d'un bàtiment, ou dans le moment que 
les agens de la justice le cherchoient il s' était cache dans uno 
voile amenée sur la grosse vergue ou mat. Son crime flit jugé 
en contumace et il fut condamné suivant la rigueur des loix. ^ 

" Pendant son oxil il ne negligea rien pour obt«nir sa graco, 
et pour y réussir il prit la tàclie ile flatter la Reine et son fa- 
vori Acton de toute sorte de manière, s' offrant et se prètant 
en qualité d'espion et intrigant au près des Gouvernements etran- 
gors à toutes les conuuissions les plus basses, dont ils vouloiont 
bien le charger. 11 écrivit méme un petit livre imprime à Flo- 
rence, et dedié à Acton, intitulé: Tutti hanno torto, où los princi- 
pes de la Revolution fran<;aise étaient calomniés. avilis et sou- 
verainement meprisès et ceux de la tyrannie exaltés et portés 
an cieux, et ou l'on faisait les éloges les plus magnifiques et les 
plus impudents de la conduit<i de la cour de Naples et de son 
ministre. Ce livre lui valut une belle lettre de remercimens ile 
Acton ot la continuation do la protection. Mais soit qu' Acton 
craignit de trop scandaliscr la Nation, en lui permettant de re- 
tourner dans sa patrie pendant que la raómoire de son crime y 
était encore aussi fraiche , soit (ju' il crut de pouvoir mioux 
profiter de ses services choz l'etranger, en lui laissant sa qua- 
lité de disgracié, qui éloignait de lui tous soupcyons, il n' osa pas 
lui accorder son pardon. 

" Scrofani fut longtems l'ami du chevalier Micheroux pendant 
quo celui était ministre de Naples à Venise et ce fut là qu'il 
écrivit un antro ouvrage sur 1' oxportation du blé des royauraes 
do Naples et do Sicile. Cet ouvragé, protegé par Micheroux, fut 
bien accueilli par le Princo, qui daigna l'en remercier par une 
lettre autographe. L'un ou l'antro de cos ouvrages contenoit 
quolquo choso (pii déplaisoit au Gouvornoment de Veniso. à cause 
de tiuoi il fut oliasse do cotto villo, et on prétond (ju'il so sauva 



— 280 — 

en Dalmatìe ou dans le Levant. Enfin, il put eiicore réjoindre Mi- 
cheroux à Milan, lorsqu' il y étoit en qualité d'envoyé de Naples 
auprés de la Rép. Cisalpine, et c'étoit nne voix; generale à Na- 
ples, surtout panni les patriotes, qu' il y continnoit son metier 
d' espion diplomatique. Après la revolution de Naples, il s'y tran- 
sporta je ne sai ni coinment ni à quoi laire; et y étant demeuré 
quelques jours, il trouva encore le nioyen de se soustraire aiix 
poursuites de la Police generale, qui le eherclioit comnie un 
homme suspect et très dangereux. „ 

Il Paribelli, avutolo nella lista degli uomini sospetti di cui 
doveva esplorare la condotta , nel mese di pratile a. VII fece 
dei passi presso il cittadino Rossi, ministro della Polizia a Ge- 
nova per farlo cacciare da questa città, e fai-gli insieme rifiutare 
i passaporti per recarsi in Francia, in un tempo in cui l'entrata 
in questa Repubblica era vietata a tutti i patrioti. Ma il mi- 
nistro gli rispose che lo Scrofani era già partito per Nizza con 
un passaporto, essendo stato raccomandato dal Belville, inviato 
francese a Genova ! 

Queste le notizie, per le quali il Paribelli si scusa se non ha 
sempre serbato l'ordine cronologico. — A noi non è riuscito di 
vedere l'opuscolo : Tutti hanno torto. La Memoria sulla liberta dei 
grani della Sicilia presentata a S. M. il Re di Napoli fu stam- 
pata a Firenze il 1791, e seguita da un altro scritto: Riflessioni 
sopra le sussistenze desunte da' fatti osservati in Sicilia (ivi, 1795): 
entrambi ristampati nel tomo XL degli Scrittori classici italiani 
di economia politica (Milano, 180,ó). A Parigi, appunto nel 1801, 
si pubblicava la traduzione francese del Voyage en Grece de Xavier 
Scrofani, sicilien, fait en 1794 et 1795, tradotto dal Blanvillaire: 
opera, eh' egli aveva scritto (diceva) in occasione dell' incarico 
avuto dal Governo della Repubblica Veneta di fare un quadro 
dell'agricoltura e del commercio di Levante. A Venezia nel 1793 — 
si dice ancora nella prefazione — lo Scrofani aveva già pubblicato 
" un Cours d' agri culture, un Essai sur le commerce general des 
Nations de l'Eiirope, un Coup d'oeil sur celui de Sicile, et plu- 
sieurs autres ouvrages intéressans sur l'economie politique „. Una 
di queste opere : Essai sur le commerce general des Nations de 
l'Europe, avec un apergu sur le commerce de la Sicile en par 



— 281 — 

culiev . fu tradotta o pubblicata anche a Parigi nel 1803. Nel 
frontespizio delle sue pubblicazioni posteriori eoli si fregia del 
titolo di Membro corrispondente dell'Istituto di Francia. Accademia 
delle iscrizioni e belle lettere ^). 

Benedetto C^roce 



*) Scrisse amiche : Delle guerre serrili in Sin'ìin sotto i Romoni (Pa- 
rigi, 1806); La guerra dei tre mesi (Napoli. 1807); Lettre h Ennio 
(Quirino Visconte sur un paysage de Claude Lorrain (Napoli , 1812); 
Elogio di Giuseppe Piazzi (Palermo. 1826). — Morì nel 1835. 

Anno XXVIL 19 



IL REGNO DI NAPOLI 

AL TEMPO DI 

CARLO DI BORBONE 



^ 



PARTE PRIMA 
Governo 

LIBRO I 

IL GOVERNO PRECEDENTE 



CAPITOLO I 
IL RE LONTANO. 

L L'ultimo degli Absburgo in rapporto al regno di Napoli; amore 
de' Napoletani per lui , ad onta delle offese e delle oppressioni 
patite. — 2. La sua corte, a causa dell'elemento spagnuolo, costosa 
a' Napoletani assai più della antica di Spagna. — 3. Natnrah'zza- 
zioni da lui ordinate ad eludere la esclusione legale de' forestieri 
dagli uffici e benefici del Eegno. — 4. Spese de' Napoletani per 
la diplomazia di Carlo VI. 

La generazione che vide Carlo di Borbone fondare o, più ve- 
racemente, restaurare l' indipendenza del regno di Napoli, era 
vissuta in questo regno per ventisette anni sotto il dominio e il 
governo di Carlo d'Austria. Sarà ritratta tutta in una volta, nella 
sua struttura sociale, nei suoi sentimenti, nelle sue costumanze, 
nelle sue condizioni, materiali, morali, intellettuali. E destinata 
specialmente a ciò la parte seconda del nostro studio. E, mo- 
strandola quale era stata nel vecchio tempo , potrà far vedere 
quale divenne, in quanto mutò, nel tempo nuovo, ossia nel corso 
di quel quarto' di sècolo in òui fu suddita di Carlo di Borbone. 
Si vedrà che . quel ' mutaiiiènlo non fu ne vasto né profondo. E 
però mancherebbe materia ad una doppia trattazione, che volesse 



— 283 — 

rappresentare due società diverse: una verehia e una nuova. La 
società fu lina soia, e restò la stessa, trapassaniio dal vecchio al 
nuovo tempo, con le ricordanze del primo, che potettero esser 
norma e misura a' suoi giudizi sul secondo. Ma due diversi ttem- 
pi corsero davvero, sotto j^li occhi di quella generazione, sepa- 
rati dalla successione del governo di Carlo di Borbone a quello 
di Carlo d'Austria. Sicuramente, furono due governi molto diffe- 
renti, per più ris[)etti, un dall'altro. Ma, per altri essenziali ri- 
spetti, rimasero sorai^ianti, anzi identici fra loro. Per questa 
doppia ragione, chi si assume il compito di ritrarre il nuovo 
governo, stabilito nel Regno con la venuta del liorbone, non può 
far a meno di prender le mosse dal governo anteriore. A dar 
questa ba.se alla futura esposizione mira il presente primo libro. 

Cominciando dal re, noi di Carlo d'Austria non diremo se non 
(juel tanto che al regno di Napoli si riferisce. E del governo 
che egli ne fece non mostreremo le qualità generali, comuni a 
tutti i governi vicereali che lo avean preceduto, nui solo i tratti 
suoi propri, jìarticolari e differenzianti. 

1. Poco più che trilustre, quel principe era stato speranza 
nuova e sospiro a' Napoletani, o non più sofferenti dello stato 
di provincia *), o atterriti al pensiero di dovere obbedire alla 
casa del despota della Francia. L'imperatore Leopoldo, suo pa- 
dre, procacciando allora opposizioni contro la successione lior- 
bonica ne' dominii dell' ultimo re Austriaco delle Spagne, man- 
dava a Napoli, e il figlio .suo confermavi^ questa solenne pro- 
messa: " Il Regno di Napoli dichiarandosi per l'Augusti.ssima Casa 
(d' Austria] non sarà provincia della nostra Corona , ma aven'i 
per .sé suo proprio Re il serenissimo Arciduca Carlo nostro di- 
lettissimo figlio, dal quale sarà personalmente governato...„ ■*) 

Dietro quella speranza, Napoli era insorta (nel settembre 
del 1701), in nome di Carlo d'Austria, re suo proprio indipen- 
dente. Poi, vinta l'insurrezione, profughi o celati (puinti odiavano 

1) Testimouianze di (jiiella insofferenza si trovano in TiH. Ca- 
KAFA, Memorie, passim; Makco Foscauini, Stor. Are, 20; Granito. 
Congiura di Macchia, I. 89 sgg., e Documenti, 75 e 80. 

'^) Gk.\nito. T, 90: diploma imperiale del 81 ago.«;to 1701. 



— 284 — 

men la Spagna che il nome de' Borboni, non si eran più dato 
pace, sinché il Regno non venne in potere del sospirato Au- 
striaco. Ma, quando il favore de' popoli e le anni dell' Impero 
effettuarono quell'intento, Carlo, con danaro e forze altrui (d'In- 
ghilterra, d'Olanda, di Portogallo) contrastava a Filippo di Bor- 
bone il dominio della Spagna (1707) <). Sicché prima, come re 
di Spagna in una parte della Spagna, e col nome di Carlo III, resse 
Napoli da Barcellona; poi, succeduto nell'Impero al fratello, resse 
da Vienna : sempre, dunque, da lungi, anche lui, ignoto ai po- 
poli e ignaro del paese. 

Ma la somma di mali derivanti dalla lontananza del re, e prin- 
cipalmente rappresentati dalla finanza . esattrice nel Regno e 
dispensiera fuori, crebl)e quasi del doppio sotto Carlo d'Austria. 
al confronto dei re passati. 

Certo, come é risaputo, il diritto pubblico del secolo XVIII non 
concepiva le entrate dello stato se non come patrimonio del so- 
vrano. Ma quel concetto non era si cieco da non vedere modi e 
misura, che regolassero e limitassero l'uso di quel patrimonio. E, 
pel regno di Napoli in particolare, c'era un complesso di obbli- 
ghi della sovranità, corrispondenti ad altrettanti diritti de' varii 
ordini della popolazione, noto col titolo di " Privilegi, Capitoli 
e Grazie „. Ed uno de' più antichi, tra quei capitoli (accordato 
sin dal 1442 da Alfonso I) stabiliva appunto che le pubbliche 
entrate non si destinassero ad altro che al " conservamento dello 
stato reale del Re e per beneficio, conservazione e difesa ,di 
questo Regno „ 2). Come quanti lo avean preceduto, anche Carlo 
d'A,ustria riconobbe quegli obblighi. Accordò, come si diceva, 
quelle grazie, a tre riprese e a prezzo sempre crescente ^). Ma 



1) Granito, I, 90, sgg.— L.\ndau, Rom, Wien, Neapel, etc. , 293; 
Geschichte Kaiser Karls VI eie, 456 sg.; Ekdmann.sdorffer, II, 229 sg. 

2) Archiv. munic. di Nap. u. 2226, f. 44 segg. Di esso Gaetano 
Argento, delegato della real giurisdizione, chiamato a riferire su' sin- 
goli capi, scriveva : " Se nei tempi trascorsi si fusse praticato, non 
si vedrebbe distrutto il Regio Erario „: Società Stor. Nap., Ms. XX, 
b, 2, f. 144 sg. 

8) Archiv. munic. di Nap. n. 6, contenente i tre privilegi orijo-i- 



— 285 — 

non mai la trasgressione e la violazione assunsero proporzioni 
si vaste e forme cosi inattese come sotto di lui. 

Del fatto furon cagione la proverbialo povertà della casji 
d'Austria , la politica quasi sempre battagliera del suo ultimo 
principe e, sopra tutto, la singolare e notissima passione sua 
per gli Spagnuoli, che ebbe nel Regno gli effetti più disastrosi 
e più deplorati. Trasferita che fu dalla Spagna nell'Austria la sede 
della sovranità, non cessò punto il dominio degli Spagnuoli .su' Na- 
poletani ; divenne anzi più gravo.so in sé stosso, e raddoppiato del 
dominio nuovo de' Tedeschi *). Di che derivava, come vedre- 
mo, doppia offesa: agl'interessi materiali e al sentimento nazio- 
nale del paese, comunque potesse vibrare a quel temj)o. 

Ma né l'amarezza della disillusione, per la indipendenza man- 
cata, né lo strazio degli aumenti di aggravii e di offe-se, valsero 
ad alienare dalla .persona del principe gli animi e l'opinione della 
gran maggioranza de' Napoletani. Preferito l'esilio da* più illu- 
stri della parte devota ai Borboni, nel Regno n'mn segno ap- 
parve pur di semplice avversione all'augusto dissanguatore; non 
trame, non diserzioni, sino all' ultimo istante, sinché non ne 
fu certa l'imminente rovina. E. pur dopo questa. sopravvis.sero 
a lungo affetti, simpatie e rimpianti a prò suo e della sua casa. 
Solo, a (juanto si narra, qualche spruzzata dell' arguzia monel- 
lesca napoletana colpi, nel punto più debole, l'Augusto lontano. 
Si narra di un certo Ildefonso Garofalo , che girava per la 
città con ima " Cassettolla „ gridando: " Fate Elemosina al pez- 
zentone dell'Imperatore „ '^). Ma ne' più non si vide che devo- 
zione affettuosa. 



nali del 1713, 1717 e 1720, pagati dal l{f;;ii.i. rispettivamenu*, 3.')0, 
400 e 616 mila ducati, (^fr. Capasso B., Catalogo, 1, 34 sg. 

1) Al doppio giogo accenna una nota pasquinata, mordente uno 
de' viceré col suo segretario di stato : 

" Scrottenbac e Cavaniglia 
L' una dorme e 1' altro piglia, 
Napole mio come stai frisco 
Tra no Spagnolo e no Tudisco.: Racconto, 37. 
-) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7, fo. 84: denuncia di D. Vincenzo 
Rondelaios al viceré Visconti. 



— 286 — 

A formare que' legami concorsero vecchie e nuove ragioni, 
generosi e bassi impulsi, oneste persuasioni e loschi interessi. 
Riuscirà forse sorprendente, ma è pure un fatto che, contro le 
aspirazioni di molti alla indipendenza, stava l'attaccamento di 
altri al vecchio sistema viceregnale. E da uomini di non mez- 
zano intelletto si ragionava su per giù in questo modo: La storia 
non. narra forse gli scompigli e le sventure del Regno ne' tempi 
in cui ebbe re e regine sue proprie? Che cosa è mai il suddito 
di un re di Napoli, a petto del suddito di un monarca domina- 
tore di più regni ? L'uno non può ricevere che qualche presidato 
di provincia; l'altro può ottenere vicereami e generalati di terra 
e di mare. E con che mezzi potreste voi mantenere una corte 
di re, distratto come è sttito e dissipato tutto l'antico patrimonio 
reale *). Le recenti riforme a freno de' poteri vicereali piac- 
quero a' baroni, lasciati più liberi nei propri feudi. E, resone 
più agevole il ricorso alla corte centrale, per chi fosse colpito 
dalla giustizia locale, tornava comodo 1' andare a Vienna " mu- 
nito di raccomandazioni e di regali „, e poterne ripartire " per 
lo meno assoluto, se non anco fregiato di qualche grazia „ ^). 

Oltre a ciò, l'attaccamento alla tradizione teneva sempre vivo 
(jui l'ossequio a Casa d'Austria. E, verso quell'ultimo principe, 
lo rendevano più reverente e più caldo l'aureola della dignità 
imperiale e la notorietà delle squisite sue doti personali: la dol- 
cezza e bontà dell'animo, la nobiltà e soavità dell'indole, la cul- 
tura dell'intelletto ■^). Ma, a conciliargli e cattivargli gli spiriti 
più illuminati e dabbene, valse, o potè valere, sopra tutto, un 
complesso vario di promesse, e di prove di cose nuove, che, se 
non recò d'un subito evidenti vantaggi, potè nondimeno aprir 
gli animi alla speranza di un migliore e non Lontano avvenire. 

') Precisamente questi speciosi argomenti furono addotti contro il 
Manifesto del duca della Castelluccia. V. Granito, I, Doec, 60 sg. Una 
lettera di Matteo Egizio, che sarà pubblicata in seguito, c'informa 
che il famoso archeologo fu autore di una simile Risposta a quel Ma- 
nifesto; né altra ne conosciamo, oltre quella pubblicata dal Granito. 

2) FOSCARINI, 21 sg. 

3) Landau, Gesch. Kaiser Karls VI, pp. 6, 7, 13. Altre biografie di 
Carlo VI vedi nelle citaz. di Erdmannsdorffer, II, 375, in nota. 



% 



% 



— 287 — 

2. È noto come ìi socondo figliuolo dell'imperatore Leopoldo, 
condotto nella prima giovinezza dalle potenze nemiche ai Bor- 
boni a regnar nella Spagna, restasse preso dalle incognite forme 
di ossequio colà trovate; e poi commosso a gratitudine profonda 
dalla costanza di quanti gli rimasero fidi, nelle avversità della 
guerra *). Costretto a sloggiare, per andare ad assidersi in Vienna 
sul trono de' Cesari, partì, con la Spagna nel cuore *). E fu se- 
guito, e fu raggiunto da una moltftudine di spagnuoli, che venne 
sempre crescendo, e giunse a formare una vera popolazione, senza 
patria e senza averi. Era, agli occhi del giovane imperatore, quella 
folla di parassiti, incarnazione vivente di quella monarchia spa- 
gnuola, della quale egli non volle mai abbandonare il titolo. Nel 
suo cuore, memore e riconoscente, egli sentiva l'obbligo di nutrirli, 
mantenerli, onorarli. Nel suo giudizio, foggiato per tempo all'am- 
mirazione di ogni cosa spagnuola, oran dessi i legittimi domi- 
natori de' brandelli a lui lasciati della vecchia monarchia ago- 
gnata; ed un qualunque di loro valeva meglio del più capace 
tedesco o italiano a governare ed amministrare i p;u\si soggetti 
un tempo alla Spagna ^). 

Da questo concetto e dagli argini delle regolo finanziario de' 
paesi germanici degli Absburgo *) fu tracciato l'indirizzo e il corso 
a' modi di mantenere quella turba di bisognosi. Trasferito a Vienna 
il Supremo Consiglio (V Italia, al (luale Napoli forniva due de' 
principali ministri, se ne gonfiò il titolo in quello di Supremo 
Consiglio di Spagna, pur assegnandosi ad un particolare Consiglio 
di Fiandra gli affari di quest'altro lembo austriaco della vecchia 
monarchia spagnuola. Se ne aumentò a più del doppio il numero 
de' componenti, e se ne accrebbero, per giunta, i soldi. Quindi Na- 
poli, oltre la quota per gli stipendi del presidente, sempre spa- 

*) FOSCAKINI, 4'2 sg. 

*) " Spanien gehort mir ìuid meinem Hause, ùnd ich werde es so 
lange als mòglich halten... „ scriveva nel 1711 al conte Wratislaw: 
Landau, Geschichte K. A'., 653. 

') GiANNONE, Autobiogr., 100 sg. 

*) FoscARiNi, 14 sg.. Sulle perenni angustie finanziarie di Carlo 
d'Austria, v. Landau Gesrh. K. K., 398, 49t> e altrove; ed Erdmanns- 
pòRFFBR, II, passim. 



— 288 — 

gnuolo, e degli ufficiali inferiori, ebbe a pagare, coU'annuo soldo 
di novemila fiorini per uno, non più due, ma quattro ministri 
preposti agli affari del Regno *). E, mancata la norma della 
distribuzione per metà tra Spagnuoli e Italiani, il Consiglio non 
fu composto che di Spagnuoli 2). 

E pensare che, proprio quando toccò quel colmo di numero, 
di fasto e di dispendio, quel Supremo Consiglio lontano non ebbe 
nulla da fare per gl'Italiani, che lo mantenevano. L' imperatore 
lo ridusse ad " una vana apparenza „ ^), quando ebbe reso vero 
arbitro dell'Italia sua lo spagnuolo marchese di Rialp, vale a dire 
un notaio di Barcellona, di nome don Raimondo Villana Perlas, 
che, da scribacchino di segreteria, sali al grado eccelso di " se- 
gretario di stato per l'universale dispaccio delle provincie di 
Spagna „ *). E va inteso che al suo stipendio concorse Napoli, 
stanziata per lui nel bilancio del Regno 1' annua spesa di due. 
4800 5). Anzi, come volle una graziosa concessione sovrana, quella 
somma dovette anche essere assicurata in sopravvivenza agli 
eredi futuri dell'onnipotente marchese **). 

Ed un'altra apparenza, vana quanto il Supremo Consiglio, fu 
il " Vicariato generale d'Italia „ istituito nel 1725 per una inve- 
reconda compiacenza all'elemento spagnuolo della Corte, e con- 




') GiANNONE, Postume, 'AVO e sg.; Autobiogr., 100 — Foscarini, 38 — 
Archiv. munic. di Nap., n. 2228, f. 50. 

2) Foscarini, 22 sg. Pur nell'ufficio di " segretario delli Negozj 
per il Regno di Napoli ,, fu messo uno Spagnuolo. V. Notiziario 
dell' a. 1734, p. 141. Quando morì Alessandro Eiccardi, uno dei più 
eruditi avvocati napoletani e avvocato fiscale in quel Consiglio, 
la pubblica opinione in Vienna ne additava successore Pietro 
Giannone; ma gli fu preferito un Alvarez spagnuolo. V. Giannone, 
Autobiogr., 105. Solo il napoletano Giuseppe Positano ebbe la sorte 
di vivere sinché durò la dominazione avistriaca, e così vietò che il 
suo posto fosse dato a Spagnuoli. V. Notiziario dell'a. 1734, p. 140. 

3) Giannone, Autobiogr.. 139. 
'') Racconto, 145. 

•'' Archiv. di Stato di Nap. (Sez. Ammin.) Scrivania di Razione, 
voi. XXII, certificato ria 18 aprile 1730 e seguenti. 
♦*) ivi. 



— 289 — 

ferito al principe Eugenio di Savoia *). E fu anche più gravosa 
per Napoli, obbligata a pagargli metà del cospicuo emolumento 
di 140 mila fiorini all'anno ^). Similmente ebbe a contribuire agli 
stipendi di altri ufficiali della corte lontana, de' quali non saprem- 
mo definire le competenze o le cure particolarmente relative al 
Regno 3). 

Ma, per quelle spedizioni ordinarie, si diceva almeno in quali 
borse andava a colare l'oro emigrante dal Regno. Documenti 
ufficiali presentano anche stanziata qui la mercede di due. 2985 
e tari 4 pe' " Politici di Barcellona e Maiorca che per l'impo- 
tenza del Real Erario si soccorrono con quattro paghe l'anno „ *): 
e " in gran numero assegnate agli Spagnuoli „ le pensioni gra- 
vanti sul Regno per non meno di fiOO mila ducati all' anno *). 

Ma l'Imperatore, oltre a questo, adottò puro il sistema di 
smungere con le sue proprie mani quest' " una dello mammelle 
dell'Austria „ senza addurne ragione. E fu smungimunto perio- 
dico, ordinario anch' esso; che, crescendo via via di forza, formò 
un tributo annuo di circa 80 mila ducati dovuto a" misfori ilei 
real servizio o del real borsiglio •). 

*) Gì ANNONE, Autobìogr., 103 sg. 

h Archiv. di Stato di Nap., Scrivania di Ras., XXII: 28 aprile 
1729: liberanza per due. 103950 (valore di fior. 157500) sborsjati a' 
28 nov. 1728 per nove quartali maturati da" 23 agosto 1726. Se- 
guono le altre liberanze sempre per l'annualità di 70 mila fiorini. 

') ivi: dal luglio 1730 si vedono " ijituati in questo Regno , an- 
nui fior. 310 (due. 199) come parte del soldo di Francesco Carlo 
Nies " segretario della Giunta Economica militare nella Corte di 
Vienna „ — ivi, voi. XX, f. 158t.: si mandano mensilmente 2 mila 
fiorini allo spagnuolo Don Gio. Antonio Alvarado y Colone " se- 
gretario del Ke „. 

*) Rdaziùne sullo stato della Cassa Militare nel 1732: Soc. Stor. Nap., 
Ms. XXI, a, 8. 

5) Memoria pel viceré Visconti: ivi, Ms. XXI, a, 7. 

6) Archiv. di Stato di Nap., Snir. Ha;., XXII: dal 26 aprile 1728 
al 27 febbraio 1734 liberanze conformi alla Reale Cedola 4 febbra- 
io 1719 che " comandò doverseli rimettere in quell'Imperial Casa 
per un gasto segreto, urgente et inescusabile del suo^Real servi- 
zio „ annm Fior. 21 mila (due. 15930) in mesate anticipate — ivi: 



— 290 — 

Li forse aveva sorgente lo spettacolo onde fremeva il Gian- 
none, esule a Vienna: quell'incessante " somministrare straordi- 
narii soccorsi di danaro a Spagnuoli non pur pe' funerali de' 
lor defunti, o per loro infermità, ma fino pe' loro viaggi , pe' 
parti delle loro mogli e per le spese di nozze „ *); il Gianno- 
ne, che, quando andava a riscuotere la macra pensione assegna- 
tagli sulle entrate del suo paese, udiva il più delle volte rispon- 
dere dal vecchio cassiere spagnuolo " no ai dinero „ I '^) Ma è 
pur vero che non è raro incontrare nei volumi della " Scriva- 
nia di razione „ napoletana partite straordinarie per nozze, mo- 
nacazioni o altre solennità di persone spagnuole ^). 

Codeste spese imprevedute per le piccole cose eran sorelle 
minori di altre, che, di quando in quando, piombavano su' Na- 
poletani per motivi piij grossi, come bisogni di guerra, nascite 
di principi e cosi via. Di tali tributi straordinari, che con vec- 
chio eufemismo si usavan chiamare " donativi „, se ne conta- 
rono nove ne' ventisette anni di dominio austriaco; e toccarono 
la cifra di quasi tre milioni e dugento mila ducati ^). 



n 



(lai 12 giugno 1728 in poi, si libera in base al Rea! Dispaccio 12 
maggio 1722, che volle in quartali anticipati altri Fior. 40 mila (due. 
29444, e più col cambio); spedizione che con dispaccio 9 febbr. 1726 
fu aumentata di altri due. 3 mila: ivi, dal 19 giugno 1728 in poi. 
Indipendentemente da questa, per " gasti del Real Borzillo „, l'im- 
peratore volle in mesate anticipate annui Due. 20 mila, che poi ele- 
vò a 21 e poi a 23 mila: ivi, dispacci 27 maggio 1727 e 18 maggio 
1728 in liberanze de' 19 giugno 1728, 13 luglio 1730 e seguenti. 

1) GiANNONE, Autobiogr., 138. 

2) ivi. 

3)V. p. es., il voi. XXII: liberanze 17 maggio 1728, 1» aprile 
1732, ecc. 

^) Nel 1707, due. 350 mila per l'ingresso delle armi austriache in 
Napoli. Nel 1716, due. 200 mila per le /«sce dell'arciduca Leopoldo, 
e nell'anno seguente altri 200 mila per le fasce dell' arciduchessa 
Maria Teresa (Oapasso, Catal, I, 34 sg.) Per la conquista imperiale 
della Sicilia, vi fu nel 1718 un donativo baronale di due. 300 mila, 
e nel 1720 un donativo generale di due. 616 mila (ivil Nel 1725, si 
fece un donativo di due. 150 mila con contrasto di titolo, se per le 
fasce della terza arciduchessa o per nuove grazie accordate (ivi. 



— 291 -:- 

Né, l'esodo rattristante fu di solo danaro. E risaputa la spo- 
gliazione di una preziosa suppellettile scientifica, perpetrata il 
1718 nelle biblioteche napoletane, a prò di quella di Vienna*). 
E, se tentativi posteriori di altre rapine, di opere d' arte delle 
nostre chiese monumentali, non ebbero effetto , ciò fu perchè, 
morti i Riccardi e gli Argento, s'incontrò men zelosa servilità 
ne' sudditi, quando già soffiava l'aura de' t^mpi nuovi *). 

3. Tanta sfrenatezza di fiscalismo, tanta multiforme rapacità 
di governo, che fu lo spigolo più visto e più sentito del " vec- 
chio regime „ , se non giunse a scuotere 1' affetto o 1* ossequio 
pel principe, valse bene però a renderne odiosi i tristi consiglieri. 
E particolarmente contro gli Spagnuoli puntarono i Napoletani lo 
loro maledizioni e rampogne. E altri mali imputavan loro, oltre 
la oppressione finanziaria. Ad uno de' viceré si dichiarava fran- 
co che il Regno non poteva sperare alcun bene dalla clemenza 
dell' Imperatore, " sino a quando nella Corte di Vienna saranno 
ammessi nei Consigli i Spagnuoli „ ^). E il principe di Chiù- 
sano , uno de' più fervidi ed efficaci fautori di casa d' Au- 
stria, piangeva sulle sorti del suo paese " abbandonato quasi 



Cfr. Soc. Stor. Nap., Ms. XX, a, 17. f. 86: Manifesto fatto per parte de' 
Nobili della Piazza di Nido nel mese di settetnbre 1724 circa il donativo 
che si pretende doversi fare a S. M. per causa del nascimento della III 
Arciduchessa). Per bisogni di guerra nel 1730, due. 480 mila, pari a 
Fior. 800 mila (Soc. Stor. Nap., Ms. XXV, d, 10). Nel seguente anno, 
altri due. 300 mila (Capasso, Catal. I, 26). Nel 1733, per la guerra di 
Lombardia, due. 600 mila (ivi). Non sarebbe qui inopportuno aggiun- 
gere alla lista l'ordine imperiale de' 7 dicembre 1733 al governo di 
Napoli di spedire a Mantova assediata 100 mila fiorini (Archiv. 
di stato di Napoli, Scriv. Baz., XXII: 6 aprile 1734), oltre diecimila 
tomola di grano comprato in Sicilia con daharo napoletano (Ti- 
berio Carafa, Relaz., 3). — È noto che Marco Foscarini, Stoi: 
Are. 64, calcolò a 82 milioni di fiorini il danaro sborsato dal Regno 
per spese interne e per le guerre esterne in que" 27 anni , oltre 
18 milioni per fasce ed altri graziosi tributi. Ma bisogna credergli 
sulla parola. 

1) Capasso in Arch. Stor. Nap.. Ili (1878), 568 sgg. 

*) Napoli Nobilis., VII (1888), 31. 

3) Soc. Stor. Nap., Ms. XXII, b, 10. 



— 292 — 

preda al non equo governo di quei rapaci Catalani ed altri Spa- 
gnuoli „ 1). 

Stava bene la legge contro un' eventuale loro invasione ne- 
gli uffici come ne' benefici del Regno: una " grazia „ antica e ge- 
losa, che i Napoletani con sollecito zelo eran riusciti a far con- 
fermare, sin dal 1713, dall'ultimo sovrano ^). Ma che scrupoli 
egli avesse ad osservarla, si misuri dagli ordini di questa specie: 

.^:z " Siendo tan indispensable, comò proprio de mi Cesareo R.l 
Decoro atender al Consuelo de tantos Espanoles de distincion, me- 
ritos, y prendas personales, que abandonando sus Haziendas, Pa- 
trias, y t^mpleos, han seguido con invariable fidelidad la lusticia 
de mi Causa , llamados de su propria obligacion , y de mis E.os 
Edìctos ; Y conveniendo poner en pratica todos los medios mas 
conducentes a este fin, despues de haver dispensado quantos han 
permitido las presentes urgencias de mis R.» Erarios para las asi- 
stencias de muchos de los que me han seguido; Considerando que 
podrà ser de macho Consuelo a otros la Gracia de que sean na- 
turalizados en mis Dominios a imitacion de lo que en diversas 
partes se ha praticado en iguales Casos... He resuelto que en esse 
Reyno se naturalizen los Sugetos... contemplados en las adjuntas 
listas.... De Viena a 11 de Mayo de 1715 — Io el Rey — „ ^). 

L'offesa raggiunse lo scherno, quando gl'ingenui Napoletani 
ebbero procurato che , tra' " privilegi nuovi „ , chiesti a suon 
d'oro, si dichiarasse " nazionale „ la carica di " reggente „ ossia 
presidente della Vicaria. L'imperatore accordò il privilegio (1727), 
fece naturalizzare lo spagnuolo Villamar, e conferi a lui la ca- 
rica *). E la reggenza della Vicaria divenne allora più che mai 
bottega d'immondizie morali ^^). Ma, innanzi di guardare l'anda- 

1) Carafa, Relaz., 1. 

2) Schifa, Il Regno di Nap. descritto da P. M. Dorici, p. 17 segg. 

3) Archiv. munic. di Nap., n. 2229, f. 126: Al conte Daun — Le li- 
ste allora erano tre: 18 ecolesiastici, 21 politici e 16 letterati; e, 
accordata dalle " piazze „ la naturalizzazione (ivi, ff. 131, 191 e 195), 
d'un colpo — e fu uno de' tanti colpi - — si sottrassero a' Napoletani 
cinquantacinque tra uffici e benefici del regno. 

*) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a. 7: Notizie. 
5) Racconto, 158. 




— 293 — 

monto interiore del governo del Regno, abbiamo ancora da se- 
gnalare un altro sbocco del suo sangue vivo nel gran mare delle 
spese imperiali. 

4. La condizione di provincia potrebbe far credere clie di- 
spensasse da certe spese che. come quelle per la diplomazia, 
sono inerenti al possesso di una personalità propria di stato. 
Napoli non aveva tale personalità ; ma tuttavia sosteneva una 
.sposa, e non indifferente, per diplomazia *). 

Risedevano in Napoli alcuni ministri stranieri, non a rap- 
presentanza politica, ma a tutela di interessi speciali de' propri 
mandanti. Il nunzio pontificio avea da guardar da vicino un 
campo tanto fruttuoso e tanto contrastato alla Santji Sede. Un 
residente veneziano dovea vigilar 1' osservanza de'privilegi com- 
merciali da tempo accordati alla Repubblica, e particolarmente 
r esportazione d'olio dalla Puglia, contrastata dal fisco e dagl'in- 
teressati delle ferme. I consoli di Genova, d' Olanda, d' Inghil- 
terra e di Francia tutelavano i connazionali qui trafficanti ; e 
r ultimo, al solito, impediva la rituale visita ai bastimenti fran- 
cesi. C era anche un agente di Parma ed un altro del Palati- 
nato; ma non erano che semplici amministratori dei feudi ed altri 
beni posseduti nel Regno da' loro padroni *). 

La paralisi commerciale, che, per colpa del goveVno spagnuolo. 
aveva da tempo colpito i Napoletani avrebbe forse potuto esimerli 
dal mantenere per conto proprio pur cotali tutori lungi dal loro 
paese. Tuttavia, tenevano loro " inviati „ a Genova e a Firen- 
ze 3); un console a Porto Maone (col soldo annuo di due. 1080); 
un console a Livorno (con 660), un altro a Venezia (con 600), 
ed un altro a Genova (480); un altro a Zante (300) e, infine, uno 
a Ragusa (con 150 ducati, oltre due carri di grano) *). Ma, 
oltre a ciò ebbero a fornire due quinti del soldo a con.soli 

*) Il BiAN'CHiNi, p. 246, calcolò a duo. 8172 le spese del Regno 
per le sue relazioni coli" Estero, comprendendovi i consolati. Si 
vedrà quanto quella cifra fosse inferiore al vero. 

*) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7: Notizie. 

3) ivi, Ms. XXI, a, 8, f. 13. Non si dice con. che soldo. 

*) ivi, Ms. XXI, d, 30. 



— 294 — 

imperiali a Tripoli e a Tunisi (per la somma di ducati 1488 a 
ciascuno) *), e contribuire al soldo dell' imperiale " ministro 
dello poste „ a Venezia, conte Salvioli (per la somma di 834 
ducati) 2). Ma ciò che dovette colpirli a sangue fu l'ordine impe- 
riale che pagassero tremila pezze all' anno al conto di KOnigsegg, 
ambasciatore cesareo presso la corte spagnuola ^), e quattro- 
mila cinquecento scudi al cardinale Cienfuegos, ambasciatore 
cesareo in Roma *). A quest' ultimo anzi ebbero i Napoletani 
non solamente a sborsare 20 mila scudi per le spese del Con- 
clave nel 1 730 5) ; ma anche a pagare un archivario , quando 
fu accordato quest' ufficiale al porporato ambasciatore ^). 

CAPITOLO IT 

I POTERI LOCALI. 

1. Diminuzione de* poteri del viceré. — 2. Aumento di spese per 
la persona e la corte del viceré. — 3. 11 Consiglio Collaterale, sca- 
duto nella pubblica opinione; qualità personali de" suoi compo- 
nenti. — 4. Le forze militari : punti di difesa; creazione di una 
cassa di guerra, opere di fortificazione; forze di terra, forze di mare. 

Restando, adunque, come ci toccava, ancora fuori del Regno, 
possiamo già avere un'idea di quanto la lunga dominazione stra- 
niera fosse, in quell'ultima fase, divenuta piìi oppressiva di pri- 
ma. Ma, volgendoci per poco alle condizioni interiori, vedremo 
ancora, in quell' ultimo periodo del viceregno, calar di più la 



*) Archiv. di stato di Nap., Scrivania di Raz., XXII: 21 febbr. 1729; 

2) ivi: 28 apr. 1730. 

3) ivi: 28 apr. 1730, 8 febbr. 1732 sgg. L' ordine fu dato con di- 
spaccio del 1" marzo 1730. La somma pagata da Napoli era il de- 
cimo dello stipendio, e valeva due. 3510 (fiorini 6000). 

'') ivi: 17 giù. 1733. Erano due terzi della somma, di cui il resto 
gravava su Milano. 
•■■•^ ivi: 15 apr. 1730. 
«) ivi: E. Disp. 22 nov. 1732. 



— 295 — 

(lefj^nuUizione politica o crescer le offese e alla digita nazio- 
nale e al senso morale del paese. 

1. Quali che fossero i motivi del governo di Spagna a lasciar 
divenire onnipotenti nel Regno i suoi viceré; comunque fosse 
sentita, dentro, quella pienezza di poteri, è pur vero che essa 
dava al paese ima certa forma, e fors' anche sostanza, di au- 
tonomia. Il viceré spagnuolo era poco men che un re, quan- 
do ebbe ridotto a suo sommesso consiglio di stato il Consiglio 
^Collaterale, già instituit^ a vigilarlo e frenarlo ; quando potè 
eleggere a suo talento, ed aver puri esecutori del suo volere, i 
due segretani, quello di stato e guerra e l'altro di giustizia : 
(juando ebbe reso semplici elementi decorativi, benché pur sem- 
pre costosi, i possessori degli antichi sette grandi offici del Re- 
gno *). 

Ma, sotto l'ultimo Carlo d' Austria, il viceré scadde notevol- 
mente dal potere raggiunto. E quella certa autonomia del Re- 
gno, in quell'ultimo periodo vicereale, disparve anch'essa. Po- 
trebbe dirsi che 1' origine del muUimento si rinviene più facil- 
mente tra gli stessi Napoletani che non presso il monarca lon- 
tano. Tra' 66 capitoli di grazie chiesti dalle piazze di Napoli a 
Carlo d'Austria, ce n'eran 14 di conio nuovo. E precisamente 
un di questi volle che l'autorità vicereale fosse ridotta a" limiti 
originari ; che fosse libero il ricorso al re contro il potere lo- 
cale ; che il Collaterale fosse restituito all' antica indipendenza 
e autorità *). Ma Carlo VI, che concesse e, contro l'uso, man- 
tenne la grazia chiesta, la riconobbe egregiamente consona, a' 
fini della sua corte: allentò i freni locali per avvinghiare più stret- 

*) Neirultimo anno del governo austriaco, grandi ufficiali erano: 
Gran Contentabile il principe Fabrizio Colonna ; Gran Cancelliere il 
principe d'Avellino, D. Marino Fr. Caracciolo ; Gran Giustiziere il 
principe di Bisignano, D. Luigi Sanseverino ; Gran Camerario il mar- 
chese del Vasto, D. Giov. B. D'Avalos ; Gran Protonotario il prin- 
cipe di Melfi D. Giov. Andrea Doria ; Gran Siniscalco il principe di 
Cariati, D. Scipione Spinelli ; Grande Almirante vacava : Notiziario 
del 1733, p. 130. L'annuo soldo di ciascuno variava dai due. 2190 
(Stato ufficiale del 1701) ai 2381 (Bianchini, 2.38). 

*) Archiv. munic. di Nap., n. tt. 



— 296 — 

tamente la provincia al potere centrale. Si ritenne infatti, o si 
affermò, che la diminuzione de' poteri del viceré fosse anch'essa 
conseguenza dell'influsso spagnuolo ^). 

Non più quindi, sotto Carlo VI, il viceré di Napoli die alcun 
segno di autorità legislativa. Se qualche prammatica allora fu 
fatta o confermata, essa emanò direttamente da Vienna 2). 

Continuò il viceré ad intitolarsi anche Capitan generale del 
regno. Ma, apparsa, da' primi mesi del nuovo dominio, la riva- 
lità tra il viceré e il governator generale delle armi 3), in seguito 
venne in questo a concentrarsi tutta l'autorità militare ''•). 
Come le forze di terra, cosi furon sottratte all' autorità vice- 
reale le forze di mare. L'amministrazione della marina, già com- 
petenza del viceré, fu sottoposta (con regolamento del 1715) ad 
una Giunta speciale ^). La corte nominò, essa direttamente, un 
Delegato de' fondi della Beai Marina, di solito fra spagnuoli "). 

In conseguenza, tutto il capitanato del viceré si ridusse alla 
scelta dell'uditor generale dell'esercito e delle galee, ed a quella 
del tenente e del capitano della Guardia alemanna di Palazzo ''); 
alla formazione del Battaglione e degli Uomini d' arme, milizia 
indigena, a piedi e a cavallo, che per que' tempi può riguar- 
darsi come abolita **) ; e infine, per casi di eccezionale gravità, 
alla nomina de' Vicari generali di provincia '•'). 

*) Così il FOSCAKINI, 21 sg. 

2) Archiv. di Stato di Nap., Sez. polit.: Lettere Reali, 2139-68. 

3) Granito, II, 194 sgg. Landau, Rom., etc, 327 sgg. 

*) Landau, op. cit., .343. Diario (ed. De Blasiis) 643 sgg. Con 
quél grado, il maresciallo Giovanni Carafa rifixitò al viceré Porte- 
carrero il " solito squadrone „ per la parata di Piedigrotta nel 1728, 
perchè non ne aveva ricevuto ordine dal Consiglio Aulico di Vienna. 
V. Racconto, 132. Quel maresciallo fu l'anima della Conferenza di guer- 
ra (composta di un altro militare, il principe di Belmonte, e di quat- 
tro leggisti quasi tutti spagnuoli) dalla quale l'ultimo viceré ebbe 
ordine di non mai dissentire. V. Carafa, Relaz., 3. 

5) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a. 7: Memoria. 

6) ivi, Ms. XXI, a, 8, fo. 2. 

•7) Soc. Stor. Nap., Ms. XXL a, 7: Notizie; Ms. XXll, b, 10, P. IL 

8) Soc. Stor. Nap., Ms. XXT, a, 7 cit. Cfr. Carafa, Relaz., 3. 

9) Carafa, loc. cit. 



— 297 — 

Non toccò più a lui eleggere il segretario di stato e guerra, 
come nommen 1' altro di giustizia ; né il Reggente di Vicaria 
(presidente di quel tril)unale e insiemo capo di polizia) né i pre- 
sidi di provincia. Onde anche le facoltà amministrative e giudi- 
ziario del viceré rimasero mutilate. E non sfuggi a' contempora- 
nei che i segretari, eletti che furono direttamente^ da Vienna, non 
solo cessarono di esser docili strumenti del viceré, ma sovente 
fenderò ed ordinarono 1' opposto, secondo il loro interesse per- 
sonale o la loro particolar dipendenza *). Per cosi fatto tramite 
toccò al viceré governare ! Altronde, oramai non altro poteva 
che conferire i men considerevoli uffici e benefici regii (non ecce- 
dtMiti l'annua rendita di cento ducati) o qualche delegazione, limi- 
tata pur essa ') 

Gli era vietato, in ordino alla finanza, mandare alla Cassa mi- 
litare ordini di pagamento non sottoscritti dal Collaterale e diU 
luogotenente della Sommaria ; vietato far nuove costruzioni a 
carico dell'erario '^). E. quanto a giustizia, concessagli la nomi- 
na, oltreché de' magistrati inferiori, di arbitri nelle cause che po- 
tessor compromettere 1' economia governativa (come, ad esem- 
pio, quelle fra magnati parenti) e di ministri aggiunti a diri- 
nKU'c parità *). gli era, per qual si fosse altro affare, imposto 
r invio al tribunale, negato ammettere suspicione, graziare in 
delitti gravi, procedere contro magistrati perpetui o ordinare 
giudizio per delegazione alla Vicaria criminale ^). 

Tanto era sceso il' un colpo il vicino capo supremo del Re- 
gno ! E la discesa, parve, ed era, causa di disordini: " disprez- 
zevole quel principe che non tiene pronti esecutori „ "). Mancato 
il freno vicino, ne crebbero hi licenza e gli abusi, come ne' pub- 
blici ufficiali cosi noU'elomonto più prepotente e più turbolento 



1) Soc. Stor. Nap., Ms. XXII. b. 10, I'. II. 
^) ivi. Ms. XI. a. 7 : Moiiorin. 
3) ivi. 
*) ivi. 

5) ivi. 

6) Soc. Stor. Nap.. Ms.. XXII, b, 20, II. 

Anno XXVII. 20 



— 298 — 

dellti società. L'esempio scese dall'alto : da' segretari di stato e 
da' reg'genti di Vicaria. Don Agostino Colome, marchese di Cava- 
nillas, che fu segretario di guerra co' viceré cardinali Schrot- 
tenbach e Di Althan.fu il tipo di una condotta apparsa scandalosa 
pur quando era regola la immoralità ne' pvd)blici rapporti *). E il 
reggente Villamar. che prendeva " colle proprie mani cinque e 
sei carlini per la commessa delle cause „ 2), può fornire un'idea 
delle regole date all'amministrazione della giustizia. 

2. Cosi diminuito di autorità il viceré , dovette esser bene 
amara la disillusione di quanti, dalla sconfitta de' Borboni, s' e- 
rano atteso un re proprio indipendente. Ma, almeno, quella di- 
minuzione di poteri valse ad alleviare al Regno le spese di 
mantenimento del capo vicino ? Tutt' altro. Anche su quel Ra- 
pitolo venne aggravata la passività del Regno. Carlo VI, do- 
po aver assegnato al viceré di Napoli un emolumento com- 
plessivo di due. annui 61125 ^), ve ne aggiunse poi (con cedola 
7 novembre 1728) altri 9230 '*). E similmente a' due Aiutanti 
l'cali ed alle quattro compagnie (due di cavalleria, una di fan- 
teria tedesca e un'altra di fanteria spagnuola), addette alla custo- 
dia di Sua Eccellenza, aggiunse una Guardia alemanna, che co- 
stò al Regno quasi settemila ducati ^). 

Con codesti custodi, co' duo segretari e i loro rispettivi uffi- 
ciali ''); col noto personale, discretamente numeroso , compi-eso 

i) Soc. Stor. Nap., Ms. XXH. b, 10, P. Il — Racconto, 37 sg. 

2) Racconto, 22. 

3) Composto di d. 29700 di soldo, 7425 di aggiuto di costa e 24000 
di gasti segreti: Soc. stor., Ms. XX, b, 10, p. II; Ms. XXIV, b, 13. 

*) Distinti in due. 8000 per un gusto riservato, e 1230 per quattro 
gasti segreti straordinari: Soc. stor., Ms. XXI, a, 8: Relazione sui pesi 
della Cassa mil. del 1732 — Archiv. di Stato Nap. , Sez. ammin., 
Scrivania di Razione XXH, 12 gennaio 1729. 

^) Cioè 4699 di soldi, 290 di pigione e ]978 di vestuario: Ms. cit.: 
Relazione cit. Vedi anche Bianchini, 239, che però inesattamente 
riduce a 6367 la somma, ufficialmente certa, di 6967 ducati. 

•») Ciascuno de' due segretari percepiva annualmente due. 3360, 
V. Arch. di Stato di Nap. Scriv. Raz., XXII: 20 maggio 1729, libe- 
ranza al barone Peralta. — Gli ufficiali nel 1734 erano 32 sotto 



— 299 — 

nel nome di " Casa reale „, e ne' gradi più alti retribuito in 
maniera sinistra *), col confessore, cogli altri pr<!ti e co' musi- 
ci componenti la " Cappella reale „ ^), il Viceré alloggiava nella 
grandiosa reggia del Fontana. 

Il palazzo reale, costruito, al principio del seicento, per ospi- 
tar degnamente Filippo 111 di Spagna, ma non mai visto da' re 
(li quella Casa, rimasto alloggio ,di viceré passaggeri, era stato 
lasciato senza cure, sia di manutenzione che di decorazione. Solo 
del conto di Harrach " assai di genio all'agricoltura „. si ha notizia 
elio aggiungesse un viale e qualche abbellimento al giardino sot- 
toposto alla roggia ^). Famoso un tempo era stato quel giardino, 
col nome di Parco di Castelnuovo, e celebrato fra' più belli d'Ita- 
lia; ma poi sepolto in gran parte dalle due eostruzioni del " Voc- 
cliip „ e del " Nuovo „ palazzo reale ^). Di altro cure, nessun in- 
dizio; mentre le altre più vecchie roggie e case di delizie degli 



D. Enrico Crumpinen, segretario di stato e guerra; e 12 sotto D. 
Giuseppe Benedetto Peir, segretario di giustizia: Notiziario dell'anno, 
14.5. Percepivano tutti insieme la somma di due. .30518, compren- 
dente 24.570 di soldi, 3113 per cera e servizio, e 2835 per carta: Soc. 
stor., Ms. XXI, a. 8: Relazione cit. 

*) Il maestro di camera, il maggiordomo maggiore, il cameriere 
maggiore e il cavallerizzo ricevevano in retribuzione il governo 
d' ima cittìi (destinate a ciò Pozzuoli, Somma, Cava e Afragola: 
Società Stor. Nap., Ms. XXII, b, 10, P. II). Perciò quelle città 
(come anche Taverna, Bitonto, Monopoli e Bari) furono designate 
col nome di Oovcnii palatini: Notiziario del 1734, p. 180. La rendita 
ili ciascuno di quei governi era valutata oltre mille scudi. Ma, poi- 
che l'uffizio di corte impediva governar di persona, il governo ve- 
niva venduto al maggiore offerente, e questi si rifaceva con infinite 
estorsioni: Ms. cit. XXII, b., 10, p. II*. 

'^) La sola Cappella (Cappellano Maggiore, 8 cappellani, 2 chie- 
rici, un maestro di cerimonie ed una quarantina di musici) costava 
oltre 8200 ducati all'anno: Soc. nap., Ms. XXIV, b, 13. Xel 1719 i 
musici erano 43, e prendevano essi soli 3760 ducati 1' anno: Scriv. 
Eaz., XX, f. 20. ., '"".V' "' ' 

^) Racconto 245. — Il mantenimento di quel gi^dino. costava du- 
cati 1134 all' anno: Soc. Stor. Xap.. Ms. XX t,' a", 8. "'' ' 

*) Mun.A e F.\RA(}LiA in Nap. Nobilis., 1, 15 e 100:, li, ,61 sg. 



— 300 — 

Angioini e Aragonesi eran lasciate deperirò e cadere e sformare 
destinare ad altri usi. Ad ogni sopra.ggiungere di viceré 
nuovo, si arredava alla meglio il quartiere della Reggia die 
doveva essere occupato. Quando si attendeva il conte Viscon- 
ti, ne' soliti ritrovi si canzonava il marchese Rota, che faceva 
" parare il Palazzo da un che fa in pubblico lo pulcinella „ i). E, 
dopo che ne parti, " per il' felicissimo ingresso che seguir dovea 
in questa Capitale dalla Città d' A versa della Real Persona „ di 
Carlo di Borbone, " a tenore dell'incarico che fu dato dall'Illu- 
stre Conte di Charny al Presidente D. Giuseppe Odoardi ed av- 
vocati Fiscali D. Matteo di Ferrante e D. Nicola de Sarno, di 
ammobiliare il quarto Reale di questo Regio palazzo e procu- 
rare altresì il bisognevole nell'altri quarti del suo Nobile segui- 
to... pratticarono li suddetti Ministri tutte le piìi esatte dili- 
genze.., con aver procurato ad imprestito per quanto paterno al- 
cuni apparati, dal Banco della Pietà ivi impegnati da diversi, 
ed alcuni altri Mobili da particolari, con la promessa della re- 
stituzione fra lo spazio di giorni venti... „ ^) 

Pe' mesi di villeggiatura, i viceré degli ultimi tempi usarono 
noleggiare una casa a Mergellina o a Posilipo, o, a prefereza, a 
Barra ^). Né davan più i divertimenti estivi a Posilipo, regate 
e passeggiate in barca, un tempo tanto sfarzose e tanto gradite 
ed ora tanto rimpiante. La taccagneria nuova de' viceré , cui 
pur si pagava un migliaio in circa di ducati all'anno, per gondola 
e brigantino "*), suscitava mormorii e rancori. Già l'ultimo viceré 
veniva ammonito della " poca avvedutezza „ con cui s'era smessa 
un'usanza che obbligava i ricchi a spendere, e ristorava i po- 
veri, sollazzandoli e distogliendoli dal pensiero delle loro "gra- 
vezze e miserie „ ^). Alle tendenze naturali del popolo napole- 



i) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7, f. 84. 

2) Arch. di Sta. di Nap., Casa Reale, fase. I; Cons 'Ha 26 giugno 1734. 

3) Racconto, passim. 

4) Soc. Stor Nap., Ms. XXI, a, 8: Relaz.: due. 8859 per diciotto 
marinai e due. lOó pel capitano della gondola e brigantino di Sua 
Eccellenza. 

^y ivi, Ms. XXI, a, 7: Memoria. 



— 801 — 

tano. alimentate o ingigantite dalle usanze degli Spagnuoli, tor- 
nava ingrato il sordido abbandono di quello e di altri sogni di 
grandezza, di liberalità, di magnificenza in qualche modo proficua. 
E ne' convegni di bottega, come nella stamperia del Ricciardi alla 
Pietà, non si mancava di tartassare quei vicari di Sua Maestà C<?- 
sarea, che la Corte di Vienna destinava a Napoli, morti di fame, 
pieni di debiti e buoni a governare ranocchie *). Tanto basso era 
sceso nell'opinione del popolo il vicino capo supremo dello Stiito, 
cosi come avealo ridotto un sovrano . che aveva invece promesso 
un tempo solennemente a' Napoletani di venire a reggerli egli 
stesso di persona. 

3. L'immihente scomparsa di un istituto cosi degradato, come 
(juello del viceré, annunziava anche prossima la fine o la tra- 
rsformazione di un altro istituto, che con quello era intimamente 
connesso. Il Consiglio Collaterale ora nato appunto per essere 
consiglio e controllo del viceré. Consiglio di stato, qancelleria, 
magistratura suprema, giudiziaria e finanziaria, (luel consesso a- 
vova curato di ricuperare, nelle " grazie „ dell'ultimo re lontano, 
tutte le antiche prerogative, via via scadute col crescere di po- 
tenza do' viceré spagnuoli. Nondimeno, anche a quello era poco 
propizia l'opinione pubblica. 

Se ne censuravano come vizi comuni la mania del lusso, ** es- 
sendo sbandita <iuella modestia e moderazione che per il pas- 
sato faceva il carattere del ministero „; e quindi il continuo chie- 
dere aumenti di soldo *); la propalazione del segreto; gli eccessi 
di autorità nelle " visite „ '); il sacrifizio del vantaggio pubblico 
Mglintcressi privati *). A quo' vizi comuni si aggiungevano le 
({ualità personali e, nel mutamento di governo, poco dopo av- 
venuto, le tendenze politiche degli otto reggenti togati , che 
contava il Collaterale quando venne a Napoli il secondo Bor- 
bone 5). 



1) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7, fo. 84. 

2) ivi, Ms. XXI, a 7: Reta.:. 

3) ivi. Memoria. 
*) ivi. Notizie. 

^) Notiziario dell'a. 1734. 



— 302 — 

Non un solo fu tra loro, che al nuovo governo non fosse rap- 
presentato, e non fosse davvero, attaccato al governo caduto, o, 
come dicevasi, geniale tedesco *). Primo Francesco Ventura, 
nativo di Cosenza e nipote di Gaetano Argento, era descrit- 
to all'ultimo viceré come " d'ingegno perspicace, ma, benché 
simulasse il contrario, amicissimo della Corte Romana, avendo 
in Roma un nipote prelato, colmo di benefici da quella Corte „ ^); 
secondo altri, zelante e integro, ma vano e passionato per chi 
lo frequenta o ne dipende „ ^). Da un dotto se non sereno 
scrittore, suo concittadino, fu giudicato superbo fino alla noia, 
affettante potenza e nobiltà, proclive agli amori, miscuglio di 
grandi vizi e di grandi virtìi; dottissimo in diritto civile e cano- 
nico, privo di moderazione nella prosperità, come di fermezza 
nella sventura *). 

Dopo il Ventura, D. Domenico Castelli, da avvocato fatto mi- 
nistro, veniva rappresentato al viceré Visconti come " inteso 
delle materie forensi e giurisdizionali e amante della giustizia 
e dell' onore, ma fratello del vicario del cardinal Pignatelli „ ^) 
e " parolaio „ •*). Altri lo riteneva un " pallone di vento „, aggiun- 
gendo che al governo di Foggia commise le più enormi oster- 



ia Bibl. Cuomo, M.s. I. 3, 50: Informazione al principe di Fran- 
cavilla. 

2) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7: Memoria. 

3) ivi: Notizie. 

*) Spiriti, I. Altri aggiunse altre accuse. " Più ignorante che 
dotto, presume molto di se, è iniquo e riflessivo, inimico giurato 
della Corte di Eoma. Avendo posto in su la duchessa di Miner- 
vino sua nipote per parte di sorella e che tiene in casa sua, perchè 
vorrebbe farla pareggiare colle prime dame, però molto favorisce 
chi la corteggia , ed essendo bellina ha moltissimi che fanno li 
cascamorti... E fa tutto a riguardo della Nipote, che sta in casa, ove 
si vende la giustizia per mezzo di un Cameriero favorito „: Bibl. 
Cuomo, Ms. cit. — Lo Spiriti, I, c'informa che quella nipote, di nome 
Costanza Santomango , era chiamata comunemente la Minervina, 
perchè moglie al duca di Minervino. 

5) Soc. Stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria. 

^) ivi: Notizie. 



% 




— 303 — 

sioni, ( landò motivo a vario satire pubbliche *). 11 Marchese 
D. Ludovico Paterno , ritenuto da alcuni come il più dotto 
del Collaterale, era, per altri, abbastanza dotto, ma bu^iarilo '^}. 
Ultimi che Carlo VI avesse nominato reggenti togati furono: D. 
(TÌuse[)po Cavalieri. i<^norante , malcreato e ** puzzulente „: D. 
Giuseppe Lucini, marchese di Valletta, né ignorante né dotto, ma 
premiato \)er aver tradito a Barcellona la Sede Apostolica, e pel 
movijuento austriacante promosso nell'Abruzzo da suo fratello 
nel 1707 "*)., Loro degni compagni erano Francesco Santoro, la- 
dro, simoniaco, inquisito di truffa, dissipatore del non suo, a prò 
di canterino e donno di partito: Orazio Rocca, dotto ed integro, 
ma intrattabile per l'orgoglio, e il Villani " vero assassino „ *). 
Questi eran gli uomini elevati al supremo degli uffici che fosse 
lecito ambire nel Regno. 

4. Visto il potere a" suoi culmini, enumeriamo le forze mili- 
tari su cui poggiava. Il Regno era aperto al mare lungo tutta 
la distosa delle suo coste: ad un'invasione di t<'rra offriva cin- 
(pxo vie: tre por l'Abruzzo o duo por Terra di Lavoro "'V ÌM:i. a 

*) Bibl. ('uomo, Ms. cit. 

2) ivi. 

») ivi. 

<) ivi. 

5) Eccone una Nota, che dovette esser fatta al tempo e a ca- 
gione della ricontpiista borbonica: Soc. stor. nap., Ms. XXII. a, 3: 1* 
quella del Tronto, quasi lungo il mare, per Giulianova (feudo del 
duca d'Atri), Ortona (del duca di Parma) Lanciano. Vasto, Puglia 
piana; calessabile adatta all'artiglieria, benché non senza incomodo, 
pe' molti fiumi da traversare, privi di ponti; la più breve per chi 
di Lombardia si avanzi per la strada di Romagna e della Marca. 
Può condurre a Napoli senza pa.ssare in Puglia, volgendo a destra 
a Pescara, e quindi , per Chieti , Popoli e Sulmona, a Capua; ma, 
benché calessabile, ha qui passi difficilissimi fra stretti valloni, dove 
poca gente può tenere indietro eserciti interi — 2.* quella di Rieti 
(città del Papa, a 4 miglia dal confine) per Civita ducale (feudo 
del duca di Parma). Aquila, Sulmona, Capua; calessabile anch'essa, 
ma con passi malagevolissimi, in cui conviene andar a piedi o a ca- 
vallo per miglia intiere — 3. di Tivoli (città del Papa) per Carsoli, 
Tagliacozzo (feudo del contestabile Colonna), Sulmona ; disastrpsa, 



— 304 — 

difesa, l'Abruzzo opponeva una piazza forte (con castello) e due 
castelli; Terra di lavoro, due piazze forti (con castello) e tre ca- 
stelli 1). Ciascuna poi delle cinque vie aveva punti eccellenti di 
resistenza 2). Munir questi, tenere in punto e ben provviste le 
piazze e i castelli, tenere in arme una guarnigione sufficiente e 
capace, ecco che cosa esigeva la difesa del Regno verso gli stati 
pontificii. A tutto ciò aveva bene volto lungo tempo le cure il 
governo di Carlo d'Austria ; ma venne meno colpevolmente al 
suo compito, proprio quando fu più imperioso il bisogno di prov- 
vedere. 

Nei primi anni si eran restaurate Gaeta, Pescara e altre piazze 
e castelli, fabbricata artiglieria, provvedute di vestiario e di ar- 
mi le truppe 3). Si attese, sopra tutto, mercè nuove imposizioni, 
a rifare i fondi sperperati della Cassa militare o tesoro. E rifat- 
tala, se ne separò e distinse una Cassa di guerra (con un fon- 
do di due. 200,000) <). Si costituì un altro fondo (di 200.000 
(lue.) ad una speciale Delegazione delle truppe ^), e un terzo 
(di 800.000 ducati) pel mantenimento delle truppe**). Con ciò, il 
Regno fu messo in grado d' esser guardato da più che 20.000 
soldati ''). E tanti in circa no ebbe effettivamente nel 1730, fra' 



I 



non praticabile che a cavallo — 4"^ la via della Posta , per Terra- 
cina e Fondi — 5* quella di Oeprano (dopo Poma , Valmontone 
Ferentino e Frosinone) preferita quasi sempre dagl'invasori e ul- 
timamente dal conte Daun; quasi tutta piana, salvo qualche stretto 
e incomodo passo verso Prosinone. 

1) Notiziario del 1730, p. 95. 

■^) Nota cit. La via della Posta , prima a Terracina, poi presso 
Itri, terzo al liarigliano; la via di Ceprano, prima a Frosinone, in 
secondo luogo al Garigliano , in terzo a S. Germano, in idtimo a 
Mugnano; e così le vie abruzzesi. 

3) Archiv. di Stato di Nap., sez. polit.. Regia Camera, Consultatio- 
num, A. 1712, n" 114^8, p. 36. 

^) Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 5, f. 77. 

f') ivi, Ms: XXI, a, 7, f, 117. 

6) ivi, Ms. XXI, a, 4, f. 98. 

") Ventiduemila, diceva il Giannone, Autobiogr., 180. 



— 305 — 

timori destati dalla le^a di Siviglia. Ne 'vennero per mare, da 
Fiume, e, per terra, dal Milanese. Si divi.sero fra Napoli, la Cala- 
bria e la Puglia, in modo da potersi facilmente e rapidamente riu- 
nire e soccorrere *); mentre con attività febbrile si lavorava alle 
fortificazioni. Pescara fu munita di gualmigione e di canaloni; 
Gaeta ebbe perfezionati i suoi ripari; Capua ebbe ad ospitare 
seimila operai addetti a far trincee e terrapieni ^). 

La stessa capitale, usa da tempo a mand^ir le sue chiavi ad 
ogni invasore che oltrepassasse Capua '), fu allora ** così bene 
ordinata alla difesa, che ogni palmo di terra deverà costare 
la perdita di centinaia di soldati alli Spagnoli „ *). Fortificati 
i due castelli di Baia e Ischia; raddoppiata la guarnigione e le 
juunizioni di Castel dell' Ovo ; guarniti di cannoni i baluardi 
di Castelnuovo e aggiuntovi un nuovo fortino verso il mare; 
aumentate lo trincee di Castel Sant'Elmo ^). 

Gli ordini, come gli uomini della difesa, venivan di fuori, 
perchè fuori era il Padrone; al paese non toccava che pagare. 
Quella stessa larva di forza indigena che erano il Battaglione 
e gli Uomini d'arme era scomparsa di fatto, dacché 1' impera- 
tore aveane promesso 1' abolizione. Sotto il pubblico dileggio, 
sotto r odio de' poteri locali, a' quali quella milizia si sottraeva 
co' suoi privilegi, incombendo su' popoli col peso del suo vesti- 
mento e dello sue armature, quella larva di forza indigena s' era 
anch' essa dileguata. 

I difensoi'i del Regno orano tedeschi. 1 loro ufficiali intende- 
vano a far risparmi qui, per mandar danaro fuori, alle case loro. 
Gli abiti delle truppe si facevano in Germania, sotto specie che 
costassero meno •*). Perfino i fornai venivan di Germania, a fare 
il pane per le truppe del Regno: cencinquanta a Capua, in quel- 
1' anno 1730 ''). 

1) Racconto, 234, 257, 262, 277. 

2) Soc. stor. Nap., Ms. XXII, a, 3; Nota cit. 

3) Racconto, 257. 
*) ivi, 257. 

5) ivi, 257 sgg. 

8) Soc. stor. nap., Ms. XXI, a. 7, f.'61. 

■') Racconto, 250. 



— 306 — 

Questi mali ed oltraggi non sfuggivano a' contemporanei. E 
crebbtìro, col dileguarsi delle apprensioni destate dalla lega di 
Siviglia e col ristabilimento della pace fra le due corti spa- 
gnuola ed austriaca. Perchè i Napoletani allora videro uscire da' 
porti tartane cariche di soldati, trasferiti altrove i); e il denaro 
destinato alla loro difesa seppero " trasmesso la maggior parte 
in Vienna , per servire , siccome alcuni dicevano , alle non 
oneste delizie de' ministri e de' cortigiani „ '^). Al " governa- 
tore ,dcA\e armi „ del Regno rimasero quindi assegnati cinque reg- 
gimenti di fanteria e due di cavalleria. Ma de' primi, distac- 
cati tre battaglioni a' Presidii toscani, non restarono che un set- 
timila uomini, sparsi per le piazze e i castelli (di Napoli, Baia, 
Capua, Gaeta, Aquila, Pescara, Civitella, Reggio, Brindisi e Bar- 
letta). Della cavalleria, mancate rimonte e reclute, appena una 
metà poteva uscire in campo ^). 

Pili serie furono le cure per la Marina. Alla difesa delle spiag- 
ge del Regno nulla giovavano le numerose torri marittime '*). 
Perciò il governo imperiale aveva persin vagheggiato, ma non 
messo in atto, il partito di venderle ^). Che la vera difesa ma- 
rittima consistesse negli armamenti navali , quel governo non 
mancò di vedere. Volse ad essi le cure sin da' primi anni. E il 
Regno, da tempo muto ne' suoi cantieri e inerte spettatore delle 
correrie rapaci de' barbareschi, tornò, sotto Carlo VI, all'opera as- 
segnatagli dalla natura, e consegui qualche trionfo contro i pirati. 

Costruito, ne' primi cinque anni, un vascello, il S. Leopoldo, 
e varie galere *'), fu nel 1715 (con real dispaccio de' 26 otto- 

*) Racconto, 337. 

') Carafa, Relaz., 3. 

3) ivi. 

*) 42 in Terra di Lavoro, 25 in Capitanata, 89 in Principato citra, 
13 in Basilicata, 16 in Terra di Bari (oltre 4 castelli ), 82 in 
Terra d' Otranto (oltre 5 castelli), 36 in Calabria citra (più 3 ca- 
stelli ), 60 in Calabria ultra ( più un castello e una piazza forte) 
6 nell'Abruzzo ulteriore, e 7 nel Citeriore: Notiziario del 1739, p. 95. 

f») Archiv. di Stato di Nap., Lettere Beali, 2139i68, f. 155 sgg. 

") Nel 1712 la Sommaria ne indicava al viceré le spese sostenute: 
Archiv. cit., R. Camera, Consultatlon., A. 1712, num. 114[8, f. 136. 




— 307 — 

bre) promulgato un " Cesareo Real Regolamento della Marina „. 
Esso affidava queir ammin strazione ad una R. Giunta dell'Ar- 
senale, e fissava la pianta della squadra del Regno a quattro va- 
scelli e quattro galere {Capitana, Padrona, e due setisiglie o sem- 
plici). Stabiliva la portata delle navi, e per la loro sussistenza e 
manutenzione assegnava alla Giunta due. annui 220 mila, l'unno 
dopo aumentati a 240 '). La costruzione gravava a pa^to sul 
bilancio. Fu inoltre, da quel regolamento, destinato alla marina 
un reggimento di 600 soldati comuni con ufficiali e piana mag- 
giore '^). - 

Continuarono quindi le costruzioni. A' 19 maggio 1723 si comin- 
ciarono, contemporaneamente, le due galero Capitana e S. Carlo; 
e furon varate, 1' una a' 18, e l' altra a' 24 decembre dello 
stesso anno. Il doppio varo non si era ancora fatto, che già 
(a 6 decembre 172.3) si dava mano al vascello S. Michele. Va- 
rato a' 24 decembre dell' anno dopo , il nuovo vascello fu 
messq in punto a' 17 marzo del 1725 ^). E, in quest'anno 
medesimo, le galere napoletane " fecero presa di tre galeotte 
turche con centoventisei Turchi „ *). Oltre quel successo la 
stoi'ia della marina napoletana, in quegli anni, non conta che 
qualche servizio di scorta o di altro •''). Ma si giunse a formare 



1) Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 8, f. 21: Memoria a S. E. per la Ma- 
rina del 1733. 

*) ivi. 

3) ivi, Archiv. di stato di Nap., Aff. est., Vienna, 17: Testa a Reg- 
gio 28 agosto 1739. 

*) Racconto, 51. Cinque anni dopo però un pinco turco predò a 
Ischia quattro barche napoletane cariche di vino: ivi, 288. 

^) Nel 1728. venne ordine imperiale che la S. Carlo, la ^S'. Barbara 
e la ^. Michele passassero a Messina per dare aiuto all'estrazione 
di cinque navi colà sommerse: Soc. stor. nap., Ms. XX, a, 3, f. 56. 
Due anni dopo, la .S'. Carlo e la >?. Leopoldo convogliarono le truppe 
che venivano nel Regno dal litorale austriaco. Ne furono allora 
accresciuti gli equipaggi di ufficiali e marinai, e salì a 800 il reg- 
gimento di 600 soldati di marina. Generale della squadra era il 
marchese D. Stefano Doria; colonnello del reggimento di marina 
il generale di battaglia conte D. Emanuel Barbon. La-S. Carlo, co- 



— 308 — 

un naviglio di tre o quattro vascelli e di quattro galee, e se 
ne curò l' equipaggiamento, la riproduzione, l'armamento ^). Un 
C'erto slancio ne veniva al Regno. Ma l'imminente ritorno alla 
indipendenza, come doveva crear di pianta le sue forzo di terra, 
cosi rendeva impari a' nuovi bisogni- quella allor nata forza 
navale. 



mandata dal capitano D. Giovanni Viglesas, che prima in viaggio 
costava, due. 1780, costò quind' innanzi 2200: Soc. stor., Ms. XXI, 
a, 8, f. 31: Memor. cit. — Nel 1733 il reggimento di 7/i«rma presen- 
tava nella tabella 887 uomini; de' quali, 7 nello stato maggiore; 20 
ufficiali ; 86 granatieri, 774 fucilieri: Soc. cit., Ms. cit., f. 32 — Di- 
sfatta allora, perchè troppo vecchia, la S. Barbara, i suoi arma- 
menti furono utilizzati alle fortificazioni che si andava facendo: 
Racconto, 266. 

1) Nel 1728 fu costruita la Padrona, da' 16 febbr. a', 24 luglio 
(Arch. di stato cit., loc. cit.); nel 1731 una nuova S.ta Elisabetta, 
in sostituzione di un'altra omonima, vecchia oramai è inutile (Soc. 
stor., Ms. XXI, a, 8, f. 21). Con lo stesso nome, si fece anche un 
nuovo vascello. Gli fu posto nell'arsenale il primo chiodo a' 21 
luglio di quel medesimo anno, e fu varato a' 3 maggio 1 732 " con 
musica marittima, vistoso apparato e intervento del viceré e di 
molti forestieri „ {Racconto 430; Arch. cit.). Tra fabbrica e arma- 
tura, il nuovo legno costò 2.5 mila ducati. Un altro vascello, il «V. 
Luigi, fu cominciato al principio del 1733, presuntane la spesa in due. 
30 mila; mentre se ne ordinava ancora un terzo, e si costruiva una 
nuova Capitana, e si fondevano sedici pezzi di cannone per le quat- 
tro galere. (Soc. Stor., Ms. cit.). Il Notiziario di quell'anno (p. 157) 
indicava la sqvjadra del Regno come composta di " quattro Galere 
e quattro Vascelli „, nominandone i rispettivi ufficiali; ma avver- 
tiva che " Vascelli presentemente sono tre „: S. Leopoldo, S. Michele 
e S.' Elisabetta. Intanto un reale dispaccio riservato (de' 27 ottobre 
1728) aveva ordinato al viceré di far subito consegnare dalla Giunta 
dell'Arsenale al reggente Castelli e al conte De Aguirre i conti delle 
spese dal 1715 in poi (Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 3, f. 54). La re- 
visióne inattesa ebbe per conseguenza che lo stesso Giuseppe de 
Àgiiirre venne eletto a delegato commissario per la marina " con 
amplissima e indipendente facoltà, e tutte le prerogative, onori, 
potestà della Giunta delfArsenale „ 30 aprile 1729 (ivi, Ms. XXI, 
a, 7, f.-2 e 8): 




— 309 — 

CAPITOLO HI 

Ordinamento finanziario. 

l. La Regia Camera della Sommaria organo supremo dell'ammini- 
strazione finanziaria : sue attribuzioni e funzioni ; vizi dell" isti- 
tuto, e delle persone. — 2. Secondo organo dell'amministrazione fi- 
finanziaria la città di Napoli. Consenso di Carlo VI d'Austria al- 
l'ainpliamento di Napoli, e primi miglioramenti edilizi. Le Piazze 
di Napoli: loro attribuzioni, funzioni e vizi.— 3. Sistema tributario. 
— 4. Le » Università „. — 5. Stato delle finanze anteriore a Carlo 
di Borbone. — 6. Buoni provvedimenti e disegni economici del go- 
verno austriaco: Trattato co" Turchi; Banco di San Carlo; Giunta 
4Ìel buon Governo ; nuova numerazione ; proposta di un Catasto. 

Dogi' istituti del vecchio regime, alcun eran destinati a spa- 
rire, come il viceré e il Collaterale: altri, ad essere profonda- 
mente modificati, come gli ordini militari, per effetto necessario 
e spontaneo della ricuperata indipendenza. Ma ve n'erano altri, 
fuori della politica e della guerra, che non richiedevan meno le 
curo del nuovo governo. Anzi, negato ad essi il beneficio di 
quella spontaneità di effetto, esigevano occhio più vigile e mano 
più coraggiosa. Su di essi ci tocca sostare più a lungo innanzi 
alla storia di Carlo Borbone; ma ci accadrà d'avere anche var- 
cato la soglia de' tempi nuovi. Sotto Carlo Borbone, la finanza 
continuò ad essere amministrata da' vecchi organi e co' metodi 
vecchi; la giustizia continuò ad essere impartita da' vecchi tri- 
bunnali e, su per giù, co' vecchi procedimenti. E però, ritr.iendo 
qui i congegni delle due amministrazioni, nella loro vecchia fi- 
sonomia, ci troveremo d'aver già presentato due de' più brutti 
aspetti del tempo di cui dovrem narrare la storia. 

l.__A capo dell'amministrazione finanziaria, intesa come 
cura del " real patrimonio „ *), stava il supremo tribunale della 
Regia Camera della Sommaria. Era preseduta da un Luogote- 
nente, (lotto così per riguardo all'antico Gran Camerario, uno dei 

1) Soc. stor. nap.. Ms. XXI, a, 4, f. 26. Cfr. Baffi, 135 sg. 



— 310 — 

sette o-randi ufficiali del Regno, che conservava il soldo *), ma 
non aveva funzioni. E si componeva di Presidenti: i più togati 
(di solito 12, quante eran le provincie), gli altri idioti o di cappa 
e spada. A ciascun de' primi il luogotenente commetteva la 
ispezione particolare d'una provincia ed un particolare gruppo 
di amministrazioni, annualmente '■^). 

Vi erano inoltre un avvocato e un procuratore fiscale, a cu- 
stodia e difesa de' diritti dell'erario ; razionali in buon numero, 
con titolo di magnifici, prorazionali, mastridatti, conservatori di 
libri (libri delle entrate, libri de' feudi concessi, stato delle 
rendite e delle spese annue di ciascuna comunità) ed una turba 
di attuanti. 

La più essenziale delle sue funzioni era l'esazione de' tributi. 
Per questa, aveva tesoriere e percettore in ogni provincia, cpn 
commissari e birri; e usava addossargli particolari spese locali ^). 
Il denaro riscosso dalla R. Camera era versato nella Tesore- 
ria e principalmente nella Cassa militare, addetta alle spese più 
iBSsenziali, oltre le militari '*). La Camera conservava nella /Scr?- 
vania di Razione il ruolo di tutti gli stipendiati. Quindi la Rota 



1) Duemila e più ducati annui: Bianchini, 238. 

2) Per esempio, nel 1734, al march. D. Fr. Del Tufo : Terra di 
Bàri, patrimonio reale, certificatone e significatone, regia dogana; 
a D. Fr. Santoro: Principato ultra, portolania di terra, arrendamento 
della manna zecca, sbarre e ferie; a D. Carlo Ruoti: Calabria citra, 
dogana di Foggia, officii venali, cedolario, libro delle devoluzioni; 
a D. Fr. M. Salerno: Terra d'Otranto, passi, arrendamenti del proto- 
medicato e delle sete ; a D. Pietro Contegna: Calabria ultra, ga- 
bella de' pesci e cavalli e arrendamento di piazza maggiore, e così 
via: vedi Notiziario del 1734. 

3) Per esempio, la percettoria di Salerno doveva 6 due. al mese 
ad un sacerdote per la celebrazione d'una messa secondo la reale 
intenzione: Scriv. Raz., LXIV, 3: 25 apr. 1755; la tesoreria di Mor.- 
teleone 50 due. di limosina ad \m parroco per la fabbrica di una 
chiesa: ivi, 9: 22 mag. 1755; 100 due. ad un monastero danneggiato 
da un incendio : ivi, 16: 18 giugno 55. 

'*) Bianchini, 229 sg, . 




— 311 — 

de' conti deliberava e certificava, la Scrivania rivedeva e libe- 
rava, la Cassa sborsava *). 

Per le riscossioni de' diritti d' importazione ed esportazione, 
la Camera presedeva ad un vero esercito di ufficiali '^). Piti, 
vigilava alle rendite, pesi e spese di ciascuna università ^). 
Giudicava della validità o meno degli amministratori di quelle ehe 
eran dedotte o fallite ^) ; e, in generale, di tutti i debitori. 

Ma, da un pezzo, si segnalavano i vizi dell' istituto, a' quali 
davan rilievo gli abusi delle persone. " La Regia Camera (si 
diceva all'ultimo viceré) è provvista di tanto infinito numero di 
Ministri che basterebbe a regolare le entrate del Gran Mogol, 
i quali divorano il Regio Patrimonio, a segno che si vedono in 
un momento divenir ricchi, comprar Palazzi e Ville^. Le en- 
trate regie, trapassando di mano in mano agli esattori, e poi 
per li Ministri di Camera, oltre il Cambio, si riducono quasi 
alla quiuta parte di ciò che rendono „. E si consigliava a rime- 

1) Galanti, I, 278. 

2) Solamente per le marine si contavano mastri portolani e loro 
luogotenenti; portolani, credenzieri generali, mastritìsitti, portulanoti, 
credenzieri particolari, vicesecreti, credenzieri di Calabria, assistenti 
a' caricamenti, guardiani di porti; esattori del jus di lanterna, del 
Jus decinae, fulangagii, plagae maris, pennelli e mondezza. (Soc. stor. 
nap., Ms. XXI, d. 30: 14 gen. 1738). A guardiani contro le clan- 
de.stine estrazioni e contro i contrabbandi per la via di terra, essa 
aveva duo Capitani della grascia, uno in Terra di Lavoro ed uno 
in Abruzzo. E ciascun d'essi si sceglieva un mastrodatti, un con- 
sultore, soldati a piedi e a cavallo con un tenente, e ufficiali per 
le cftsse e i passi, ove si esigevano diritti, e che egli usava affittare. 
(Ivi: 8 maggio 1738). 

Quando venne Carlo di Borbone, la Sommaria aveva, oltre il 
luogotenente, 18 presidenti, 3 avvocati fiscali e un procuratole fi- 
scale del real patrimonio, un segretario, 19 razionali, un segretario 
della seconda rota, un archivario, un archivario della zecca, un ar- 
chivario e conservatore de' quinternioni, un percettore dei beni straor- 
dinari; 14 regi tesorieri e percettori di provincia, oltre la turba dei 
subalterni e gli ufficiali doganali \Xotiziario del 1734). 

3) Galanti, I, 270. 

\) Costituzione 30 luglio 1737. 



— 312 — 

dio ridurre il tribunale a pochi ministri e pochi subalterni, con 
a capo un fiammingo *). 

Al giovane Borbone, i più tra' presidenti venivan dipinti con 
foschi colori, a parte il lor genio politico ^). L' esazione dello 
dogane e delle gabelle era rappresentata come una solva di 
frodi *). Il governo spagnuolo non aveva atteso che a moltiplicare 

<) Soc, Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7: Memoria. 

2) Giovanni Sottomaior era chiamato ignorante ; Carlo Ruoti , 
scarso nella legge, presuntuoso, maligno, ipocrita e, nel governò 
di Foggia, ladro e tiranno; Giuseppe Odoardi, uomo dabbene, ma. 
incapace; Pietro Conte gna letterato, ma non legale; Matteo de 
Ferrante, ignorante nella sua carica di fiscale e superbissimo, che, 
alia creaziTine della propria fortuna avea sacrificato gì' interessi 
del re e de' privati; e ignoranti Saverio Garofalo, Mattia de Franco, 
Antonio Coppola, Girolamo Vespoli; Nicola Sarno, pratico della sua 
carica di fiscale, ma non avverso ai regali. De' razionali , buoni 
solo sei; gli altri per lo più ladri. (Bibl. Cuomo, Ms. I, 3, 50). 

3) La Giunta del Commercio, istituto dei tempi viceregnali, con- 
servato dal nuovo governo, additò gli abusi,' le frodi, le estorsioni 
che venivan commesse dagl'innumerevoli esattori de' diritti d'im- 
barco e di sbarco. (Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, d, 30: 14 giugno 1737. 
Peggiori ritrasse, un anno dopo, gli abusi dei Capitani della grascia, 
che era ufficio venale. Quello d'Abruzzo risiedeva a Chieti, e no- 
minava un sostituto per Aquila. Così nominava tutti gli ufficiali 
delle regie casse e passi, ove si esigevano diritti, de' quali non eia 
affissa alcuna tariffa a sicurezza del trafficante; e affittava o ven- 
deva tali esazioni. Si badi che la sola provincia di Aquila aveva 13 
di tali casse, e 'ò' passi; quella di Chieti 8 casse e 2 passi. Poiché il 
Capitano eleggeva egli stesso il consultore, s'intende quanto ciò 
liuscisse a scapito della giustizia. Era sua facoltà transigere ogni 
specie di contrabbando inferiore a cento ducati , procedendo per 
inquisitionem, ancorché mancasse il corpo del delitto. Ma, sopra quella 
somma dovendo assumere informazione e rimetterla alla liegia Ca- 
mera, per attenderne le disposizioni, si dispensava da quel dovere. 
Di più, non potendo avere altra mercede che di 300 ducati, da ri- 
tenere sidle transazioni e con cui' pagare i subalterni, esigevano 
1500 dal sostituto. Questi, dietro l'esempio, nominava il tenente, e, 
invece di pagarlo, l'obbligava a dargli 350 due. annui e mantenere 
il terzo de' suoi 24 soldati. Quali effetti derivassero da codesto si- 



— 313 — 

lo dogane e le gabelle, per poi venderle a privati ^). Le nume- 
rose dogane eran raggruppate in tre dipartimenti (Napoli, Pu- 
glia e Calabria). Questi fra loro si guardavan come paesi stra- 
nieri, anzi nemici *). Ma tutti più o meno agivano allo stesso 
modo, commettendo gli stossi arbitri, le stesse violenze e le stesse 
frodi, sotto l'alta sorveglianza della Camera della Sommaria. 

2. Un altro importante agente, nel congegno finanziario del 
Regno, e non men funesto della Camera della Sommaria, era la 
città di Napoli. Se straniera era agi' Italiani del mezzogiorno 
la rimanente Italia, i cittadini di Napoli o. come pur si dice- 
vano, la " nazione napoletana „ riguardavano come poco più che 
una razza inferiore il rimanente popolo del Regno. Tanta copia 
di privilegi la capitale ora riuscita a raccogliere in sé; quasi 
esclusivo a lei ed al baronaggio, quelle che si dicevano grtizie 
accordate al Regno. Esente la capitale da ogni tributo, franchi 
da ogni gravezza i generi occorrenti alla sua grascia, nulle in- 
nanzi alle sue gabelle le franchigie altrui ^). Il suo cittadino, 
dovunque stesse, conservava sempre lo esenzioni, le immunità, 
le prerogative natie *). 



stema, è facile immaginare. Di que.ste piccole miserie si componeva 
la grande sventura del Regno. La Giunta descriveva una per una 
le estorsioni e le prepotenze che avvenivano in quelle casse e passi. 
Fra' molti abusi segnalati, riferiamo, ad esempio, questo : era vie- 
tato tener vettovaglie in casino o luogo aperto, ad otto miglia dal 
mare. Numerosi in Abruzzo tali luoghi, il povero naturale doveva 
far rivela e pagar diritti al tenente e allo scrivano per ciò che 
gli occorreva a mangiare o a seminare; se no, perdeva il grano ed 
il resto, e dovea pagar le giornate al commissario, tassate a ca- 
priccio. Talora il capitano, tal' altra il tenente si dava a girar la 
provincia, in traccia di contrabbandieri, e citava, arrestava, forzava 
a transazione i sospetti. Ma, per risparmio, noii giungeva mai a dare 
ai soldati di guardia il numero legale di 24; e il fine per cui il 
capitano era stato istituito veniva a mancare. 

1) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7: fol 89. 

2) Galanti, II, 296. Bianchini, 212. 

3) Soc. stor. nap., Ms. XXV, d, 10, f. 44— Capasso, Calai. I, 131. 
■ *) Capasso, op. cit., 14 sg. 

Anno XXV IL 21 



— 314 — 

Allora Napoli era ben lungi dall'avere la estensione, come la 
popolazione d'oggidi. Chiusa da due secoli nello stesso recinto 
delle mura antiche e delle più recenti, de' re Aragonesi e del 
viceré Pietro di Toledo, i dominatori spagnuoli le avevano per 
legge impedito d' espandersi: vietando ogni nuova fabbrica, sia 
in prossimità delle mura, sia sulla collina e nei borghi *). I Na- 
poletani, non mancando di trasgredir la legge ad ogni destro, 
non s' eran mai stancati di chiedere in grazia che venisse a- 
bolita. E l'abolizione finalmente venne, tra le grazie del 1717. 
Ma, di opere notevoli del periodo austriaco, non possono ricor- 
darsi che due strade: quella della Mannella, ordinata dal contt 
di Harrach, ma pagata dalla città 2); e l'altra di Borgo Loreto, 
lastricata, fornita di fontane e ombreggiata di salici, a spese dei 
complateari, sussidiati dalla città ^). 

Tanta quant'era, Napoli conteneva allora cinque grandi rioni, 
detti sedili o piazze, suddivisi in nove quartieri, comprendenti 
ventinove ottine. Amministrativamente, un' ottina, comprendendo 
borghi e villaggi, dilatava fuori la cinta cittadina il proprio di- 
stretto. E, fuori di questi distretti, il territorio di Napoli si esten- 
deva su 37 casali, soggetti alla capitale sol per quanto riguar- 
dava r annona e alcuni dazi *). 

Su tutto quel suo territorio, Napoli, allora senza pari più po- 
polosa di Vienna, nonché di Berlino, comprendeva 292196 citta- 
dini, oltre 100 mila forestieri, 12825 persone chiuse in monasteri, 
conservatori, collegi e ospizi, le truppe e gli abitanti dei ca- 
stelli 5). 



1) Giustiniani, Pragm. 1, 314. Capasso, Circoscriz., 31 sg. 

2) De la Ville, in Nap. Nobilis., Vili, 4. 

3; Racconto, 383. La nuova strada di Borgo Loreto . bella come 
l'altra di Borgo di Ghiaia, fu aperta al pubblico ne' primi giorni 
del 1732. 

*) Di qui il bisogno di un'esatta confinazione tra' ristretti della 
città e il tenimento de' suoi casali. Ghiesta nel 1600, se ne fece la 
platea nel 1696 , e si apposero i termini lapidei nel 1700. Dopo 
altri 77 anni se ne fece una pianta miniata per 1' archivio dell' ai- 
rendamento delle farine : Soc. stor. nap., Ms. XX, d, 36. 

->) Soc. stor. nap. Ms. XXII, e, 29. Le indicazioni sono dall'a 1742. 



— 315 — 

Su quella popolazione primeggiavano un centoventi famiglie 
nobili (ìi piazza, ossia aggregate ad una delle cinque piazze (di 
Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portauova), dalla quale pi- 
gliavan nome i). Ogni piazza aveva un portico, dove s' aduna- 
vano i suoi cavalieri o gentiluomini maggiorenni delle famiglie 
ascrittevi. Cosi discutevano, deliberavano, votavano, formavan lo 
varie deputazioni, ordinario o straordinarie, con o senza giurisdi- 
zione. Eran queste deputazioni ohe presedevano ai vari rami 
dell' amministrazione cittadina »). Ma taluno deplorava che vi 
s' impiegassero " non solo i capi di famiglie e i primogeniti, 
ma contro ogni disposizione di legge, anche i cadetti „ ^). Cia- 
scuna piazza nominava, ogni anno, a suoi direttori sei cavalieìH 
[cinque (piella di Nido), che la convocavano al bisogno; più, un 
Eletto (due, ma con un voto quella di Montagna) *). 

Di fronte a quelle cinque piazze nobili, tutto il popolo non for- 
mava che un'unica piazza. I suoi capi-famiglia, distinti per oitina, 
a maggioranza sceglievan sei candiilati, fra cui il re nominava 
il Capitano d'otfina, annuale e riconfermabile, più due procura- 
tori dell'ottina, biennali. V'erano cosi 29 capitani e 58 procura- 
tori. Ciò che si chiamava Piazza del Popolo, non era se non la 
riunione de' primi, che usava farsi nella Chiesa di S. Agosti- 
no •'•). I secondi, adunandosi nella stessa chiesa, eleggevano a 
maggioranza sei candidati all' ufficio, semestrale e confermabile, 
di Eletto del popolo e dieci Consultori, anch'essi semestrali •). 



È noto che il De Brosses I, 377, nel 1739 ali" opinione locale di. 
una popolazione di 500 m. ab. opponeva l'affermazione del cardi- 
nale Spinelli che non superasse i 280 mila. Il Landau, Gesch. Koi's. 
Karls VI. ecc., p. 267, pe' primi anni del secolo assegna 110 mila 
abitanti a Vienna, a Berlino non più di 40 mila, a tutta la Spagna 
circa 8 milioni. 

1) ivi, Ms. XX, a, 2: Capuana aveva 29 famiglie. Nido 44, Monta- 
gna 18, Porto 18 e Portauova 10. 

*) Galanti 1, 244 e 241 — Cahasso, C'atal. I e II, passim. 

3) Soc. Stor. nap., Ms. XXV. b, 6 bis, f. 4 sg. 

<) CAPASSI), C'atal. II. 4. 

^) op. cit., I, "J e 4. 

6) op. cit., Il, 4-7. 



— 316 — 

L' Eletto, scelto dal re, governava la Piazza coirassistenza de' 
consultori. Con lui i sei Eletti nobili formavano il Tribunale di 
S. Lorenzo o, come pur si diceva, la Città, preseduta da un 
Grassiero o Prefetto dell'annona, di nomina regia, e preposta al- 
l'annona, alla polizia, all'ordine pubblico e al pubblico costume 
della capitale ^). Da essa eran nominati un Regio Giustiziere (giu- 
dice civile e penale di quanto riguardava la grascia) e un Regio 
Portolano (addetto alla cura del suolo pubblico ed al giudizio 
delle relative contravvenzioni) 2). 

Ma la fama che circondava que' magistrati cittadini era tanto 
sfavorevole, quanto la loro principale attribuzione riusciva dan- 
nosa all'economia generalo del Regno. Nel compito di fornire an- 
nualmente la capitale di quanto occorresse alla sua sussistenza, 
gli Eletti o formavan le provviste comprando o facevano spedire 
dal potere regio commissari nelle provincie a " fare partito „ vale 
a dire incetta delle derrate occorrenti ^). Erano quindi costretti 
i privati a vendere a basso prezzo, i ricchi a prestar danaro ■*), i 
possidenti a rivelare annualmente le raccolte, a non serbarne o 
infossarne oltre il proprio uso ^). Quindi vietate le compei'e nel 
raggio di venti o trenta miglia da Napoli, vietate le esporta- 
zioni dalla capitale e non di rado da intere provincie, e talora da 
tutto il Regno *^). 



1) Capasso, Catal, II, 94. 

2) op. cit., passim. 

3) op. cit., I, 119 sg. 

'') Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 7: Memoria. 

5) Capasso, op. cit. I, i21 e 130. 

6) À 21 luglio 1732, per esempio, l'Eletto del popolo Giuseppe 
De Rosa scriveva al viceré: " Per adempiere al debito della mia 
Carica consiglierei la pubblicazione d' un Editto a Presidi e Por- 
tolani di provicie per impedire l'estrazione de' Grani dal Regno; 
per ordinare che ognuno riveli i grani che ha immessi ne" suoi gra- 
nai o deve raccogliere o immettere nella presente raccolta „ ^Soc. 
Stor., Ms. XXI, a, 4, f. 48 sg.) In conseguenza, il viceré ordinò alla 
Sommaria di far " serrare le tratte de' Grani in tutto il Regno „ 
fino al compimento della provvista della capitale. La Sommaria 
protestò pp' danni dell'erario, che dalle tratte cavava 30 e 40 mila 



— 817 — 

Del disordine dell'amministrazione cittadina si dava colpa alla 
" poca probità „ degli Eletti. Si affermava che. per illeciti lucri 
[ìersonali, tassassero alti i prezzi, celando le frodi de' ]}arlilari 
e de' venditori, a danno dell' erario cittadino e del pubblico *). 
11 patrimonio infatti del Tribunale di S. Lorenzo, della rendita, 
un tempo, di 70 a 80 mila scudi, era andato sperperato per gli 
abusi degli Eletti % 

Quelle stesse jJ?flZi<;, a(lun(|ue, onde emanava cusì mala am- 
ministrazione particolare della Città, entravano a far parte del- 
l' amministrazione finanziaria di tutto il Regno. Arrogatasi hi 



ducati l'anno; pregò che il divieto si limitasse a Terra di Lavoro 
V al rarieatoio di Taranto; ma l'ordine fu mantenuto (ivi, f. 94: (i 
ago. 1732). 

ì) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Notizie. 

2) Schifa, // Regino, 67. L'affermazione è di P. M. Boria. Ma lo 
stesso De Rosa, eletto del popolo, confermò ijuella condizione della 
finanza cittadina, presso al termine del vecchio regime : " Oltre 
della scarsezza indicibile di denaro, di cui penuriava affatto l'Erario, 
e del debito strabocchevole che ave già con i Banchi, e con tutti i 
Negozianti di (juesta Cittìi che erano creditori per i partiti fatti, non 
ritrova più nelle fosse della Città, che la sola quantità di tomola 
50 mila di grano in circa „: Gius. De Rosa al viceré, 21 luglio 1732 
(Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 4, f. 48). Dalla metà del seicento^fin 
oltre la metà del settecento mancandoci un bilancio dell' entrata 
e dell'uscita, giunge preziosa la informazione, data all' ultimo vi- 
ceré, che l'Annona era " debitrice co' Pubblici Banchi di due. 9.5 
mila, co' Publici Negozianti ossia Partitarj di moltissime migliaja 
per prezzo d'olii e di grani; in attrasse universale con tutt'i cre- 
ditori e fin co' Santi Patroni per cera e denari che per voti se li 
presentano „. Aggiungeva che l'Introito incerto era di D. 42 mila 
(consistente in affitto, avanzi de' mulini e portolania, e dell'ultimo 
imposto della neve, ufficio del Giustiziere, censi di case e vendita 
dell'olio); V Esito imlispensahile di D. 47 200. C'era, dunque, un de- 
ficit di almeno ducati 5200. (Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 4, f. 106). 
La vendita dell'olio era stata dal Tribunale di S. Lorenzo chiesta 
al viceré in monopolio temporaneo (28 giugno 32); sicché furon 
chiuse tutte le cisterne private di Napoli e suoi borghi e distretti, 
con ordine del conte di Harrach, comunicato agli Eletti il 22 luglio 
32 (Ms. cit., f. 45). 



— 318 — 

facoltà di votare i donativi, e assegnarne i fondi, s'eran rese abu- 
sivamente procuratrici e dispositrici delle provincie. Chiesto che 
si fosse, proposto o imposto, un donativo, esse lo votavano: 
una dopo l'altra, per turno fisso, decisa dalla sorte del bussolo 
la prima a votare. Votatolo, ciascuna piazza eleggeva alcuni de' 
suoi cavalieri a costituire la Deputazione, che dovea fissar la 
somma (o piuttosto prenderne notizia) e cercarne i fondi i). 
E tale ricerca si risolveva nell' aggravio de' vigenti, tributi 
nell'imposizione di tributi nuovi, a carico di tutto il Regno '^). 
3. I donativi eran per la corona proventi straordinari ; ma 
pel popolo, nel loro strascico, solean risolversi in aggravio delle 
imposte ordinarie. Di queste, la diretta avea radice nel focatico 
di un ducato (dieci carlini) sostituito nel 1442 a tutte le impo- 
sizioni e collette anteriori. Ma, col tempo la radice cresciuta in 
tronco e rami, il ducato si era più che quadruplicato. Quando 
venne Carlo di Borbone, si esigevano quarantadue carlini per 
fuoco famiglia, oltre la tumefazione de' fiscali straordinari o 
nuove partite venutesi via via aggiungendo alla somma ordi- 
naria 3). Ripartita la totalità del tributo tra le varie università, 
in ragion del numero de' fuochi riconosciuto a ciascuna, ogni 
università, custodendo la nota de' propri fuochi nel suo libro 
d'introiti, doveva solidalmente al percettore provinciale la quota 
assegnatale ^). 

1) Soc. stor. nap., Ms. XXV, d, 10, f. 8. 

2) Così nel corso del governo austriaco fu imposto il 2 per cento 
sopra ogni rendita e ufficio; e aumentato il focatico, una prima volta 
(1707), una seconda (1717) e ima terza (1720), in proporzione sem- 
pre crescente. Riscosso il 13 per cento sulla rendita dei feudi ru- 
stici; il 24 (1717), poi il 25 (1720) su quella de" forastieri; 1*8 per cento 
su quella degli assegnatari e consegnatari; accresciuto il dazio della 
ne ve. per Napoli e Casali. V. Capasso, Gatal.,1, 64 sg. — Nel 1730 
s'impose il valimento, o ritenuta straordinaria, dell'intera annata di 
rendita de' forestieri, e il 20 per cento sulle mercedi. Racconto, 237 sg. 
Ma già Gaetano Argento aveva avvertito Carlo VI che " la fa- 
cilità delle Piazze „ a votar donativi si attribuiva a " premura di 
sgravare il Ceto Nobile e Civile „ fSoc. stor., Ms. XX, b, 3). 

3) Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 4, f. 2 sg. 
'') Ms. XXI, a, 4 cit., f. 19 sg. 



— 319 — 

Non s'era fatta altra numerazio o di fuochi dopo (juella del 
16ii9, che ne aveva *' situato „ 394721. In base a quella, dun- 
que, la totalità del provent-o doveva giungere a ducati 1.657.82H. 
E quel provento era stato assegnato per fondo alla Cassa militare. 
Ma la maggior parte, i due terzi, ne era stiita venduta o, come si 
diceva, consegnata, innanzi alla conquista austriaca *). E i baroni 
ricchi, i capitalisti, i luoghi pii, che aveano sborsato il danaro alla 
corte bisognosa, fatti consegnatari, riscuotevano per proprio conto. 

Similmente dell' adoa imposta su' feudatari *) circa due terzi 
erano stati alienati a consignatart degli adohi '). 

Ma il maggior danno del pubblico proveniva dal sistema delle 
esazioni doganali. Come i fiscali, cosi eran venute salendo le do- 
gane- E generale era il grido contro 1' altezza dello tariffe, ri- 
tenute esorbitanti al confronto degli altri paesi, perchè pari e 
pur anche superiori al valor della merce; generale la persuasione 
che da essa e dalla tiranna importunitsi de' publicani e do' ga- 
bellieri fossero principalmente derivate la rovina del commercio 
o delle industrie, l'avvilimento delle manifatture *). Vi eran doga- 
no regie, e dogane baronali, con diritti rappresentati da una .selva 
di nomi, non affissi in pietra murata a pubblica guarentigia, ma in 
balia degl'ingordi capricci dell'esattore *). 

*) Soc. stor., Ms. XXIV, b, 13, — È noto che il metodo di quelle 
vendite non fu vizio esclusivo del governo del nostro Regno. 
Quello di Luigi XIV vi raggiunse una celebrità scandalosa. Anche 
Carlo Emanuele IH. dopo la prima guerra, alienò entrate pubbliche 
per sei milioni e mezzo di lire (v. C.xim'TTI, Carlo Em., I, 126). 

2) Non più l'adoa antica del 52 e mezzo per cento sull'annua 
rendita; ma la somma totale di due. annui 165,559 ratizzata fra' 
baroni secondo le vecchie quote conservate nel Cedolario. 

3) BiANCHixr, 208 e 295 stabilisce la proporzione di 116 693 e 
48 865 come proventi rispettivi de' consegnatari e della corte. Ma 
uno stato del 1730 dà l'altra di 109 198 e 56 360 (Soc. stor. nap., 
Ms. XXV, d, 10, f. 39. 

■*» Schifa II Regno, 55 — Soc. stbr., Ms. XXI, a. 7: Memoria; No- 
tizie; Alcune riflessioni. 

'"') Alcuni di que* diritti (fondaco, gabella nuora, nuoro imposito ecc.) 
particolari a' luoghi, e varii secondo i luoghi; (piali imposti per 



— 320 — 

Vendute o date in fitto anche le dogane regie *), concessi 
circa cinquanta passi, e varie scafe, con diritto d'esiger dazi di 
transito, i concessionari, di propri arbitrio elevavano il dazio pat- 
tuito, spostavano i passi, per renderli più fruttuosi, ne crearono 
nuovi. Ne, dopo (|ualche lieve transazione fatta al tempo di 
Carlo II, si prese alcun provvedimento, a sgravio de' poveri o a 
prò de' traffici ^). 

Usanza molto frequente era stata questa : che, colpita d' im- 
posta una produzione e vendutane, una prima volta, l'esazione, 
alla prima imposizione eransene venute aggiungendo in seguito 
altre, per fare di ciascun aumento una vendita nuova ^). 

Quanti uffici, quanti istituti, quante giurisdizioni recavan lu- 
cro, tutto s' era dato in fitto o venduto in piena proprietà o, 
come allora si diceva con una parola assai in ttso. arrendato '*). 



legge, quali pretesi per consuetudine. E ad una stessa norma sot- 
tostava l'importazione e l'esportazione, tassati alla pari, se non peg- 
gio, i lavori paesani, senza distinzione fra il commercio interno e 
l'esterno. Una merce anzi per giungere a Napoli da un luogo 
del Regno pagava più che venendo di fuori, perchè il pagare una 
volta non esonerava dal pagar di miovo; e il tre per cento, impor- 
to dell'antica dogana, riscosso tre volte nella dogana di Puglia, di- 
veniva nove. Cfr. Galanti, II, 62 sg., e Bianchini, 210 sg., 317 e 819). 
^) Venduta la Dogandla d'Abruzzo, filiazione di quella di Foggia 
(Galanti, I, 292), data in fitto la dogana di Napoli, per due terzi al 
duca Carignani, e per un terzo al duca Barretta, dal 1724 al 1728. Nel 
primo di questi anni il Carignani spese due. 291,235, e introitò 295,292; 
nel secondo, la spesa scese a 283,239 e l'introito salì a 322,003; 
ma negli ultimi due anni quella si rialzò a 285,299 e 289,507, (piesto 
calò a 318,572 e 318,562 (Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 3, f. 21 e 29). 

2) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7, f. 105. 

3) Galanti, II, 61 e 162. Il produttore di seta che in origine 
(oltre alle 10 grana a libbra di dogana) pagò cinque grana a libbra, 
giunse a pagarne 60 in Calabria e 55 oltre ve (Bianchini, 214). 

'') L'ufficio di Montiero maggiore (per le licenze di caccia), la 
corte di zecca (pe' pesi e misure) quella di portolania (per 1' uso 
di luogo pubblico). V. Galanti, I, 260 sgg. e 279. Le entrate de' 
Presidi toscani (consistenti in terratici di grani, erbe da pascolo, 
gabelle, ancoraggi, peschiere, tratte di grani per mare) erano state 



— 321 — 

Che più? Resi privative i prodotti della terra e della mano, 
f'iiron venduto a privati lo proro^ative annesse alla privativa ; 
e, con queste, un cumulo di privilegi odiosi od esiziali, come 
(juello di giudicar sé stessi, o 1' altro d'impedire ogni industria 
che paresse pregiudicarli *). 

Per tal modo, accanto alla finanza dello Stato, era pullulato 
un brulicame di amministrazioni particolari, ingrassanti dell'esi- 
nanizione deUa finanza pubblica e di ogni sorta di estorsioni 
su' privati. Lo Stato aveva, è vero, un'ing&renza su quelle am- 
ministrazioni, e la esercitava per via di rf^/e^a^t. Ma degli abusi 
ili costoro son ripiene le carte del tempo *). La Sommaria usava 
por gli arrendamenti lontani da Napoli, subdelegare quello de* 
ministri locali (presidi, fiscali ecc.) che gli stessi arrendatori le 
(U^signassero ^). E, se poi non piaceva, si mutava a lor vo- 
glia *). Quindi rapine, da un lato ; compiacenze e connivenze, 
chiU'altro; e reclami di università e di baroni, di solito ina- 
scoltati 5). 



arrmdate (Soc. stor., Ms. XXII, b, 10, f. 174: l'arrendamento frut- 
tava due. 17 mila all'anno, che servivano pe' soldi alla fanteria che 
vi risedeva). Le " difese reali „, inalienabili per legge, erano state 
asm/nate (nel viceregno del conte di Santostefano) agli assentisti o 
appaltatori della corte, a sodisfazione " non solo delle sorti prin- 
cipali dovute dalla Corte, ma anche di altissimi e illegali interessi 
e a vilissimo prezzo „ (Soc. stor., Ms. XXI, a, 7, f. 107). 

*) Jj'anendaiare dell'acquavite, per esempio, proibiva agli altri di 
estrarla dal proprio vino, salvo che non la vendessero a lui stesso 
a vii prezzo (V. Galanti, II, 65, 111 e 175}. I privati amministra- 
tori delle saline di Barletta (che fruttavano oltre 80 mila ducati 
l'anno) non aveano ottenuto da'la Sommaria quell'amministrazione 
che come interesse di due. 300 mila (prestatile al 7 per cento al 
tempo di Filippo IV) e con l' obbligo di pagarle solo 15 mila 
(lucati all'anno. La rendita delle saline era stata valutata 36 mila 
ducati! (Arch. Sta. Nap., Aff. Est., Vienna, 14: Geronimo della Rocca 
al Ee, s. d.). 

2) Soc. Stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria, Notizie, ecc. 

3) ivi, 121. 
<) ivi, 124. 
5) ivi, 124. 



— 322 — 

4. Alla Camera della Sommaria ed alle Piazze di Napoli sog- 
giacevano le università o comunità, base fondamentile della fi- 
nanza del Regno. Millenovecentonovantanove tutte, tra città, 
terre e casali, sole 59 obbedivano immediatamente al potere 
regio 1); le rimanenti eran feudali. Qui il barone possedeva ed 
esercitava, oltre il potere giudiziario, il diritto di gravar di tribu- 
to le torre, i traffici, gì' investimenti di capitale, 1' uso delle brac- 
cia de' vassalli. Ne esigeva anche parecchi de' vecchi diritti per- 
sonali : servigi in casa e fuori, lavoro nei fondi, somministra- 
zione di animali da lavoro , commutati gli altri in prestazioni 
pecuniarie. Obbligavali ad aprire le lor proprietà al pascolo 
del suo bestiame, e ne assoggettava la cultura a limiti di tempo 
e di qualità '^). 

Ma riconosceva la persona giuridica della comunità, sia che 
avesse preceduto l'infeudazione, sia che fosse sbocciata di fondo 
al feudo, e sviluppata via via, per grazie o privilegi o capitoli, 
per vendite o permute o transazioni, per prescrizioni. Sicché, a 
pie e fuori del castello, ove risedeva il governatore baronale, 
inteso a far giustizia e riscuoter diritti, a vegliare sui vari in- 
teressi del padrone, viveva la comunità dei vassalli, non altri- 
menti che quella degli abitanti d'una terra regia o demaniale. 
Possedeva un patrimonio suo e deliberava sugl'interessi comuni 
in " pubblico parlamento „. Cosi eleggeva il proprio " reggi- 
mento „ collegio esecutivo, annuale o altrimenti temporaneo, 
di uno o più sindaci e di eletti, a cura de' fondi dell' entrata 
comune (patrimonio, imposte, giurisdizioni) e de' modi di di- 
stribuirla 3). 

*) Soc. stor., Ms. XXVI, b, 13. 

■^) Winspeare, 38 sg. 

3) V. su ciò particolarmente Racioppi, Storia, II, 163-67. GÌ" in- 
troiti comunali eran destinati a sodisfare l'esattore del barone, in 
primo luogo; il regio percettore, per la quota de" fiscali assegnata 
alla comunità; altri creditori eventuali; poi i bisogni propri del co- 
mune: provvisione della grascia, manutenzione di strade, fontane, 
carceri, orologio, salario del medico, e talora anche del maestro di 
scuola. (Cf r. Galanti, I, 223; e Fararlia, // Comune, 364, 373, 383). 
Per tali spese avendo la Camera della Sommaria fissato un limite 



— 328 — 

Venduti, come dicemmo, due terzi de' fiscali che le universi- 
tà pagavano; comprati, di solito, dagli stessi baroni " per non 
veder le loro terre esposte a' danni degli Esattori provinciali „ *V 
la più parte delle terre feudali non fruttava allo stato, che pe' 
sussidi straordinari '^). 

Ma ciò importava poco, e giovava meno. Le riscossioni de' 
consegnatari non eran meno spietate di quelle de' regi percettori. 
Essi stessi confessavano che, dove non trovavan danaro contante, 
s'impadronivano de' " frutti del paese „ per venderli per conto 
proprio (aggiungevano " con disagio „) ^). Gli stessi baroni, rap- 
presentando le miserie delle loro terre, lamentavano d'esser co- 
stretti a rifarsi de' crediti " colle fatiche de' loro vassalli o col 
frutto prodotto nei lor territorj dal loro sudore ,, *). Dovevano 
mandar commissari, che o tornavano a mani vuote o prendevano 
" quei generi che le terre e le industrie dei luoghi dar sogliono, 
ma per lo più restando sempre creditori „ ^). 



a ciasciuia comunità, di tutte teneva lo stato de' pesi come delle 
entrate. E, credendo veder da Napoli ciò che avveniva alla estre- 
mità dell'Abruzzo o della Calabria, approvava o rigettava le deli- 
berazioni degli amministratori comunali (v. Galanti, I, 216 e 2fiP 
sgg.; II, 224). 

^) Supplirà de deputati per gli espedienti in soccorso della guerra 
del 1730: Racconto, 356. 

2) In tal caso usavasi gravarle per metà di quanto imponevasi 
alle terre regie. Nel 1720 furono aggiunti a ciascun fuoco L'i car- 
lini per le terre regie (che fruttarono due. 99780) e 7 */, per le feu- 
dali (che fruttarono due. 222.738): Soc. stor., Ms. XXV, d, 10, f. 29 t. 

3) Supplica cit. del 1730. « 

*) Supplica de' Deputati degli Arrendamenti e Fiscali del 1733: Soc. 
stor., Ms. XXI, a. 4, f. 2. 

■'•) ivi. Qualche università si sdebitò tagliando fuori un pezzo 
delle sue proprietà per cederlo al creditore, e aumentando la sua 
povertà. È noto che la comunità di Tito in Basilicata, ricevuto 
dal suo barone il grano occorrente all'annona del 1741, ne pagò 
il prezzo parte in denaro e parte con una sua tenuta. V. Racioppi 
Storia, II, 218. — De 'creditori regii poi, del tesoriere di provincia, 
ancor molti anni dopo la partenza di Carlo Borbone, si deplorava 
che, non pagati a tempo, spedissero alla comunità morosa un cora- 



- 824 - 

A questi mali, che venivan di fuori, davano alimento e aggiun- 
gevano asprezza i vizi e i difetti delle amministrazioni interne. 
L' amministrazione ordinaria di una università emanava dall'as- 
semblea generale, il più delle volte immediatamente, talora pel 
tramite di un collegio di " decurioni „ *). Quest' organo inter- 
medio potea parere una guarentigia di buon ordino ^). Ma, per lo 
più, le comunità non aveano che l'assemblea popolare e il reg- 
gimento , eletto da essa e non di rado composto di anal- 
fabeti 3). 



missario con due armigeri, a restarvi otto giorni a spese della 
terra e quindi ad accrescerne il debito. Poi, mancando la riscos- 
sione, una brigata di soprascapola ghermiva indistintamente uomini, 
bestie, frumento. Ancora a quel tempo eran numerose le univer- 
sità fallite, il cui patrimonio era " dedotto „ alla Sommaria, e l'am- 
ministrazione delegata a magistrati napoletani. Galanti, 1, 216; 
II, 225. 

*) Valgano di esempi, per quest'ultima forma, Keggio, per cui 
puoi vedere Spanò-Bolani, II, 159 sg., e Taranto. In questa seconda 
città, il numero de' decurioni era di sessanta, in pari proporzione 
fra' tre ceti, nobile, civile e popolano (comprendente artefici, cam- 
pagnuoli e marinai). Le liste eran fatte in parlamento in numero 
doppio; la scelta di ciascuna ventina toccava alla Camera di S. Chia- 
ra. La carica di decurione durava cinque anni. Soc. Stor. NapoL, 
Ms. XXV, b, 11: Tanucci alla Sommaria, 19 gen. 1758. 

2) I decurioni, oltre a convocare all'occorrenza il pubblico par- 
lamento, nominavano annualmente, nel pi-oprio seno o fuori, il 
sindaco e cinque eletti: quello ed un di questi sempre nella " no- 
biltà generosa „; gli altri, in pari numero, nel ceto civile e nel 
popolano. I due primi esercifavano gli uffici propri del ceto; gli 
uffici rimanenti erano affidati per sei mesi alla coppia civile e per 
sei alla popolana (Soc. Stor., Ms., cit.). — Il reggimento, o potere 
esecutivo, riuniva il decurionato a tempo fisso, per l'elezione de" 
nuovi amministratori, o, al bisogno , per imporre un tributo stra- 
ordinario, per decretare un' azione in giudizio o per altro simile 
motivo (v. Galanti, II, 224 sg.). 

3) Una fede rilasciata il 4 gennaio 1735 dal reggimento di Castel- 
luccia al regio percettore di Principato citra (Carte volanti dello 
Archiv. di Stato di Nap., Sez. amministrativa) non ha, che due firme 



— 325 — 

A que' reggimenti toccava, per compito principale, distribuire 
fra gli abitanti della terra i debiti comuni, raccogliere e, pagare. 
Per tal funziono, v' eran norme fisse che la legge imponeva : 
cospicua, per antichità, per frequenza di riconferme e per te- 
nacia di violazioni, (luella che non si gravasse eccessivamente 
su' poveri. A questo fino, s'era ordinato, sin dai tempi angioini, 
a ciascuna università di formare annualmente il jjroprio catasto 
o apprezzo di tutti i beni, stabili e mobili, di ciascun cittadino, 
p<!rchè in ragione di essi si contribuisse *). A questo fine, si 
fissò per legge un massimo imponibile per quanti non avessero 
altro capitale che le braccia *) ; e si prescrisse che, dove l'im- 
posta doppia, su' beni e sul lavoro , non rendesse il pieno de' 
pesi . il di più fosse ripartito tra' ricchi, ninno esclusone, dal 
chierico e dal napoletano in fuori '). 

Ma le più delle università " vivevano a gabelle „: raccoglie- 
vano cioè il danaro necessario da' tributi sul consumo, su' pro- 
dotti del suolo e dell' industria, e su' commerci e traffici. Gra- 
vavan, dunque, massimamente su' poveri, non senza colpire an- 
che alla radice la produzione della ricchezza *). Nelle altre 
^ viventi a battaglione „ avveniva peggio *). 



di Eletti, e tre segni di croce: del Sindaco e di altri due Eletti, perchè 
non sanno scrivere. 

*) Vecchie prammatiche prescrissero i modi comuni della for- 
mazione. Ma r esecuzione o variò da luogo a luogo o mancò ad- 
dirittura: dove perfettamente condotta, in registri compiuti e ricchi 
di notizie; dove ridotta ad uno scheletro di nomi e numeri; dove 
monca; dove non fatta. V. FARA(tLiA, in Nap. Nobili^., VII, 65. 

2) Carlini 15 a fuoco pe' pastori, agricoltori, pescatori, marinai, 
beccai, muratori, osti e vetturali; 30 pel massaro di campo o colono, 
cuoco, fornaio , barbiere, carrettiere, bottegaio , panettiere , fabro, 
calzolaio e sarto. Cfr. Galanti, II, 141; Bianchini, 309; Fara<jlia, 
// Comune, 188 sg. e 233. 

^) Pragmat. De admin. Univ. 13 e 14, presso Galanti, Bianchini 
e Fakaglia citati. 

*) Galanti, II, 225 sg.— Bianchini, 222 e 388 sg, 

•'>) Si valutavano, in onde, moneta di conto (sestuplo del ducato), 
i redditi dei beni stabili, dell'industria, del lavoro manuale (ponia- 
mo che sommassero a 10 mila oncie, pari a 60 mila ducati); si raf- 



— 326 — 

Qui. soccorse da una giurisprudenza cariata la fiacchezza e , 
ancor più, la corruzione degli amministratori, si trovavan ragioni 
e modi di sgravare i più ricchi, e mutar nel fatto in personale 
un tributo prevalentemente reale nel concetto *). La giurispru- 
denza del foro esentava dall'imposta, oltre i chierici, i " nobil- 
mente viventi „ ossia gli oziosi, i dottori di legge, i medici, i 
notai, i giudici a contratti. E atrocemente interpetrava Iq, legge 
nel senso che' essi potessero esser gravati sol quando il mas- 
simo del tributo su' lavoratori non bastasse al pieno de' pesi '^). 

Alle università feudali il barone doveva un tributo {bonntc- 
nenzn) per le proprietà libere clie possedeva; ed era di solito 
il maggior proprietario. Ma egli, oltre a sottrarsi a quell' ob- 
bligo, usava la sua potenza ad usurpane lo proprietà comunali. 
E v' erano, tra quelle magistrature popolari, alcuni che, non 
solo lasciavan fare, ma giungevano a trafugare i documenti del 
diritto della comunità, per guarentigia dell' usurpatore '^). 

Conniventi col barone gli amministratori delle terre feudali, 
quelli delle terre regie, cointeressati coi ricevili, traevano facil- 
mente a' lor fini gli ufficiali regi del luogo. Il male era cono- 
sciuto; ma non per questo fu mai guarito "*). 



frontava la loro somma con quella de" pesi (che supponiamo di 
mille ducati), e sul loro rapporto si tassava ciascun reddito, a tanto 
l'oncia (un sessantesimo nel caso nostro, vale a dire un carlino) 
(cfr. Galanti e Bianchini, 11. ce). 

1) op. ce. 

2) Galanti, II, 141; Bianchini, 311. 

3) Per Melfi, leggi 1' episodio narrato dal Racioppi, Storia, II. 
182-184. 

*) Per l'amministrazione di lleggio, che, prevalentemente patrizia, 
gittava su' più p'overi il peso delle imposte, v. Spanò-Bolani II, 87 
sgg. Al governo di Carlo Borbone non si nascose la radice del 
male. " Il carico de' debiti (constatava il bando per la formazione 
del catasto nel 41) non viene ripartito secondo le sostanze di cia- 
scun cittadino, ma per la maggior parte caricato sopra la minuta 
gente, che non potendo soffrire quel peso di tasse, di gabelle o di 
altri dazi imposti viene tutto giorno angustiata e strapazzata dagli 
Esattori e Gabellieri delle Università stesse. „ (v. Fahaglia 1. e). 



— 327 — 

5. Alla venuta dell' Infante Borbone, vigeva ancora, per 
quanto apparisse agonizzante, la numerazione del 1669 *). In base 
ad essa, i " fiscali ordinari „ fruttavano all'anno ducati 1469619 ^). 
Ma di quella somma, destinata in origine a fondo della " Cassa 
militare „, due terzi erano stati alienati dagli Spagnuoli (ducati 
938 437). Quindi il governo austriaco, sin da' primi giorni, si vide 
costretto a restaurare quel fondo. Una Deputazione, nominata a 
ciò dalle " Piazze „, si mise all' opera sin dal 1709, e in pochi 
anni, con nuovi giri al torchio doloroso, ebbe rifatto la Cassa mili- 
tare 3). Sicché nell'anno 1717 potè sodisfare tutti i suoi pesi e " as- 

Ma quanto poco benefica riusci.sse la con.statazione, attestò Giu- 
seppe Maria Galanti, 1, 247, dopo mezzo secolo ancora deplorando 
che delle amministrazioni comunali alcune non dessero i conti, al- 
tre li dessero a piacere ed altre formassero (connivente il regio 
e.saUore co' magistrati del popolo) due stati diversi, quello delle 
imposte e 1" altro delle esazioni. Ne il povero contribuente osava 
reclamare, difficilmente potendo documentare la somma pagata. 

1) Essa contava nel Regno fuochi 3'.)4 721; sicché, come dicemmo, 
l'imponibile generale dei fiscali (a 42 carlini per fuoco), sommava a 
•lue. I,().')7.b2h. Ma " fuochi fumanti „ o.s.sia paganti non se ne con- 
tavano, in verità, al principio del secolo, che 369.919 (Soc. Stor. 
Nap., Ms. XXIV, b, 13) ; i quali, nel corso del governo austriaco, 
discesero via via a 369,223, nel 1720 (ivi, Ms. XXV, d, 10); a 369 
019 nel 1730, " detrattine 264 di Terre disabitate e distrutte (ivi); a 
362 122 n, più tardi (ivi, Ms. XXI, a 4, f. 84). Occorre avvertire 
che, concesso ad alcune terre di pagar meno dell'imponibile, per 
ragion di compenso il prodotto del fuoco veniva in media calcolato 
di 40 e non 42 carlini (ivi, Ms. XXV, d, 10, f. 39). 

2) ivi, Ms. cit. Secondo i calcoli precedenti avrebber dovuto ren- 
dere due. 1449 765; ma tanti se ne dissero entrati nel 1730. 

3) V. Capasso, C'atal., I, 40 sg. Uno de' provvedimenti allora sug- 
geriti, ma non attuati, fu l'abolizione delle franchigie degli eccle- 
siastici (Arch. Stato Na ;., Lettere Reali 2139|68. f. 155 sgg.). Uno 
degli " espedienti temporanei „ eseguiti fu l'esazione del decimo 
su' frutti de' fiscali, arrendamenti e adoe alienate. E, poiché quella 
esazione rese due. 250 mila (Areh. munic. Nap., Depittaz. Capitoli, 1. 
98), si può congetturare che almeno due milioni e mezzo di pubbli- 
che entrate si trovasse allora in mano de' privati. Contro l'afferma- 
zione del BrANCHiNi, 232, che ridusse a due. 375000 tutto l'aumento 



— 328 — 

segnamenti „ , e presentare un avanzo di due. 130 734 i). Rinsan- 
guata che fu, parve di nuovo condannata a intisichire; ma non 
più perchè se ne sperperassero in man di privati i fondi rifatti; 
sibbene per un riordinamento del congegno finanzario, che " se- 
parò „ dalla Cassa molti de' pesi, e coj:-rispondenteraente molti 
de' fóndi. ^). E, con quel riordinamento, altre riforme s'inizia- 
vano o concepivano, ond'era da augurarsi un men triste avve- 
nire e alla finanza ed alla economia del paese. Ma l'eccesso di 
spese d'ogni sorta gravanti sul Regno fece trovar quasi vuote al 
nuovo conquistatore le casso dello stato, e un disavanzo annuo di 
quasi dugentomila ducati ^). 



d'entrata ottenuto dal governo austriaco, basterà avvertire che il 
solo aver elevato l'imposta sul sale da grana 42 'y^ a 82 '/^ per to- 
molo, e l'avere aggiunto cari. 10 a soma per l'esportazione dell'olio, 
e 8 cari, ad oncia per tutte le merci non commestibili nella dogana 
di Napoli (Arch. Stato Nap., Lettere Beali cit.; Soc. Stor. Nap., Ms. 
XXI, a, 4: Supplica del 1733) versarono alla dassa militare due. 480 
mila in più. Tra quegli ed altri aggravi, si affermò d'aver dato, 
innanzi al 1731, circa 12 milioni pel " rifacimento della Cassa mi- 
litare „, oltre le contribuzioni per le guerre e per le difese (Memo- 
riale de' Deputati delle Piazze, nel Racconto, 376). 

1) Soc. Stor. Nap. Ms. XXI, a, 4, f. 98. 

2) Le furono tolti gli effetti della imposta sul sale e il nuovo 
ducato sull'olio, assegnati in fondo separato per la Marina, prima 
di 220, poi 240 mila ducati (Soc. Stor., Ms. XXI, a, 8, f. 21); un 
altro fondo, di due. 800 mila, per le truppe, oltre 100 mila per la 
" delegazione di esse „ (ivi, Ms. XXI, a 4, f. 96 e 98; XXI, a 7, f. 
117), ed altri ancora, pel Consiglio di Spagna, per le mercedi degli 
Spagnuoli e simili (ivi, Ms. XXI, a, 4; XXI, a, 5, f. 77; XXI, a, 7: 
Memoria). La " Cassa militare „ fu ridotta al mode to compito di 
pagare due. 177685 di soldi (al viceré, segretarii, guardie ed altri) 
con un fondo formato di entrate incerte e contingenti , come le 
tratte, le risulte di Cedolario, le transazioni di contrabbandi (ivi., Ms. 
XXI, a, 4, f. 98). 

3) Sopperitosi per alquanti anni alle nuove spese con espedienti 
fuori del patrimonio, come donativi, valimenti e sussidi straordinari; 
quando questi vennero esauriti, si trovò nel 1731 un disavanzo di 
due. 198 828 (Soc. Stor., Ms. XXI, a, 4, f. 98). Nel 32 la Sommaria 
era " in attrasse ogni mese di ducati 20 mila e più „ (ivi Ms. XXI, 



— 329 — 

6. Tuttavia, a lode di quel dominio dissanguatore, vanno ri- 
cordati alcuni atti e tentativi, intesi a riordinar la finanza in 
un assetto razionale ed equo, e ad avvivare le energie economi- 
(•he del mezzogiorno d' Italia. Caduto quel dominio nel corso 
delia bella impresa, era compito doveroso e non malagevole del 
nuovo governo mettersi sulla stossa via e procedere coraggio- 
samente avanti. Col trattato di Passare vvitz (1718), l'Imperatore 
volle compreso il Regno nella pace co' Turchi *). Mirava ad 
aprire a' Turchi i nostri mercati, a noi i mercati dell' Impero 
Ottonuino; ad assicurare le nostre navigazioni e i nostri traffici 
marittimi, e .e nelle correrie piratesche de' musulmani incon- 
travano il maggiore ostacolo. Che se gli effetti non risposero al- 
l'intento, la col[)a fu dell' opposizione de' capitalisti del Regno, 
interessati ad attraversare in tutti i modi il buon impulso del 
governo. Colpa maggiore la pietà beghina, la venalitìi, l'assenza 
di spirito pubblico ne" componenti la Camera della Sommaria. 

Il trattato co' Turchi riduceva nel Regno al solo 3 per cento 
il dazio sia d' importazione che d'esportazione. Ciò minacciava 
lo sterminio a' possessori di arrendamenti *); e ne levarono stiùda 
altissime. Il Collaterale, poco decorosamente, cercò mezzi ter- 
mini •^); ma la Sommaria stette risolutamente per gli arrendatori. 

Quando poi, nel 1 724. viceré il cardinale di Althann. una ee- 



a, 7: Memoria); e a' 2.5 settembre di (iiiellaiuio dichiarò, senz' altro, 
al viceré di non poter soddisfare neppure a' pesi mensuali della 
Cassa militare. 

<) Per quel trattato, v. Ekdmannsdorffku . II, 369. e le fonti 
che egli cita. 

•i) Soc. Stor. Nap. Ms. XXI, d, Mh Consulta 30 apr. 173(). In Tur- 
chia, come è noto, non si pagava che un'unica dogana (del 7 per 
cento) con la quale la merce andava franca per qualunque luogo 
dell" Impero. Nel >iapoletano non solo erano senza confronto più 
alte le tariffe (fino al 40 per cento, per certi generi), ma c'erano 
parecchie dogane, e ad ogninia di esse, come dicemmo, la merce 
era tassata, passando pe' varii luoghi del Regno. 

3) Illegalmente escluse dal dazio convenuto le vettovaglie prin- 
cipali. Più, a (juanti venivano con bandiera turca " per condotta 
politica si usarono varj modi dilatanti per cui si annoia.ssero di 
venir (jui altra volta a commerciaro „: ivi. 

Anno XXVn. 22 



— 330 — 

dola reale chiese parere sulla convenienza o meno di stipulare 
altri trattati con le " repubbliche africane „, non con abbassa- 
mento di tariffe, ma per la libertà e sicurezza della navigazione, 
la Sommaria votò contro. Meno impudente, il Collaterale, fu fa- 
vorevole; e a' nunzi pontifici , che strepitavano a Vienna e a 
Napoli, rispose adducendo gli esempi della Francia e di altri Stati 
cattolici. E si conchiusero i trattati con Tunisi, con Tripoli (non 
però con Algeri), con grande sodisfazione della nostra marineria ^). 

Maggiore, o almen pari importanza ebbe una risoluzione ap- 
parsa nello stesso anno del trattato di Passarowitz: il riscatto 
cioè delle pubbliche entrate alienate a vii ])rezzo dal governo 
spagnuolo, con conseguenze per ogni verso disastrose. Nel 1718 
si volle col danaro alla mano ricuperare i proventi della priva- 
tiva dell'acquavite. Ma era tempo di guerra, premeva assai più 
avere che dar danaro ; e bastò che gli arrendatori offrissero 
una transazione di 28 mila ducati, perchè l'idea per allora non 
avesse corso ^). 

Volti però gli animi, da' trattati di Vienna del 1725, alle opere 
più proficue della pace, l' idea riapparve sotto altra forma. Si 
pensò istituire un nuovo Banco, col nome di S. Carlo. Grli furono 
assegnati un'annua dote (di 100 mila ducati) e il compito di ri- 
cuperare gradualmente gli effetti della corona. Ciò importava 
non solo finanza meglio ordinata, più ricca, più sicura e meno 
oppressiva, ma anche restituzione di capitali, d' intelligenze e 
di operosità sociali all'agricoltura, alle industrie e a' commerci, 
e demolizione de' maggiori ostacoli al civile progresso del paese. 
Eran notorii, e s'imponevano i tristi effetti del sistema invalso 
ne' tempi passati ^). 

1) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, d. 30. 

2) B(ANCHixi, 318; 

3) L'ufficio del Corriere maggiore che, dato in fitto, rese nel 1724 
poco più che 68 mila ducati , incorporato quell' anno alla finanza, 
fruttò nel 1725 non meno di 81 mila ducati (Bianchini, 248). Un 
<lotto]-e napoletano , Nicola d' Andrea, dimostrava che la vendita 
del sale, produttrice in arrendamento di due. 671524, ne darebbe, 
oltre questi, più di dugentomila, se venisse avocata allo stato; e 
ne respirerebbero le università e si diminuirebbe il prezzo, a sollievo 




— 331 — 

Ma la fitta rete degl'interessi materiali fece velo all'evidenza, 
e oppresse la benefica idea *). Si riusci a procacciare un pa- 
rere dei " Supremo Consiglio di Spagna „ contrario al progetto 
imperiale. Ma l'imperatore non ne tenne conto. Con cedola de' 
2 deceml)re 1726, spedita per segreteria, institui il Banco di 
.9. Carlo . guarentendolo con speciali ])rivilegi e assicurandogli 
r annuo fondo, aumentabile via via per gli avanzi continui del 
prendere il danaro al 4 per cento e ricomprarne effetti di ren- 
dita superiore 2). Persistettero però le opposizioni e le resistenze, 
con pertinacia maravigliosa '■^). Sulle prime, parvero restar vinte: 
quando, all' entrare del 1727, il Banco fu aporto sotto il governo 
di una Giunta, preseduta dal viceré *), e die principio all'opera 

de' poveri. Ma il progetto del D" Andrea su quel j'us prohihendi, 
sottoposto al parere della Sommaria, fu da (juesta rinviato a Vien- 
na con obiezioni insussistenti e balorde. Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, 
a, 4, f. 62, 65, 76 e 84. 

1) Si disse in Napoli che ispiratore (cattivo genio, nel concetto 
del tempo ) del nuovo istituto fosse Pietro Contegna di Arienzo 
(Rat-conto, 198). Quando ne giunse la nuova , le " piazze „ furono 
convocate replicatamente. Dopo varie sessioni , tennero una con- 
sulta di avvocati ; ne ebbero parere che l'istituto avrebbe gittato 
nella miseria numero.se famiglie; che la necessità a baroni e a bene- 
stanti di risecar le spese avrebbe danneggiato la generalità del po- 
polo. Furono consigliate di offrire un donativ^o di mezzo milione 
per la sospensione del progetto ; ma " aenipre negligenti al ben 
pubblico „ (avverte ingenuamente il narratore) noti osarono seguire 
il consiglio (ivi, 182). 

■-) Memoriale, in Racconto, 186 sg. 

3) Giunta la Cedola, la Deputazione de Capitoli inviò all'impera- 
tore, collofferta segreta di mezzo milione, supplica che abbando- 
nasse " la molesta idea di tale specie di Banco „; e presentò al 
viceré un memoriale con una filza di argomenti e di spauracchi: 
il fallimento degli altri banchi, la rovina d'infinite famiglie, l' in- 
tangibilità della Cassa militare, l'inalienabilità del diritto di ricom- 
pra, r aumento delle proprietà ecclesiastiche, la mancanza di cre- 
dito e di traffici, il vespaio di cause inevitabili, l'illegalità di mia 
novella Giunta (ivi, 186, sgg.). 

*) ivi. La Giunta era composta di due ministri (il reggente Al- 
varez, sostituito poi dal consigliere Lucini, e il presidente Aguirre), 



— 332 — 

riparatrice *). Ma finirono per trionfare, e ridussero il nuovo 
istituto a consumarsi miserevolmente in sette anni di vita grama -). 

Insieme con la redenzione delle pubbliche entrate, si pensò 
anche all' assetto delle amministrazioni comunali, vera necessità 
sociale e opera umanitaria ad un tempo. 

Qualche provvida legge era stata promulgata da' viceré spa- 
gnuoli, a guarentigia delle università, specialmente contro gli 
abusi e le prepotenze baronali. Ma che avesse esecuzione, niuna 
cura si prese ^). Carlo VI ora, con prammatica de' 31 gen- 



due avvocati (duca Borgia e Pietro Contegna) un cavaliere (Carlo 
Capuano) e un negoziante (duca Brunasso); oltre un fiscale (Gius. 
MoIe.s) e un procuratore (Michele de Curtis). 

1) Con 150 mila ducati avuti subito, il Banco cominciò il riscatto 
de' fiscali ultimamente venduti da Filippo V: una rendita comples- 
siva di diic. 63 mila, alienata per un capitale di 1,060,000 (.\rch. 
Munic. Nap., Deputaz. Capitoli, I, f. 89). 

2) La prima dote, derivata da un donativo, non ebbe seguito di 
altre sovvenzioni , mancando dal bel principio 1' alimento annuale 
deliberato. Si andò avanti alla meglio " per via di moltiplico con 
poche altre somme, impiegate da particolari „. E pur si giunse in 
sette anni a costituire una rendita di 27 mila ducati, che sarebbero 
stati almen 120 mila, se l' impresa si fosse spinta avanti con un 
pò più di calore, se i ministri della Giunta mancanti si fossero ve- 
nuti sostituendo, se Vienna, da un lato, e Napoli, dall'altro, aves- 
sero sostenuto e non avversato il benefico istituto (Soc. Stor., Ms. 
XXI, a, 7, f. 117). 

^) Numerose tenute comunali restavano in potere de' baroni o 
ingombrate di servitù e prelazioni per contratti generalmente do- 
losi, ad onta di una prammatica del 1650, che ordinava la restitu- 
zione delle terre indebitamente occupate. Similmente era venuto 
enormemente ingrossando il cumulo di debiti, la più parte illegit- 
timi, addossati da' baroni alle università, in onta ad un'altra pram- 
matica del 1681, che sospendeva l'effetto di quei contratti, finché 
non se ne fossero riconosciuti giusti i titoli ("Wi.n'SPEARE, 40 sg. e 
Bianchini, 194). Questa prammatica del 1681 mirava a reintegvare 
le università nel possesso delle proprie entrate, rivedendone i con- 
tratti di vendita o pegno col barone. Ordinava, da un lato, al cre- 
ditore di contentarsi, come tale, dell'interesse del 5: dall'altro, alla 
debitrice di non prender danaro a cambio e nf)n vendere avanti la 



— 888 — 

nuio 1729, volle ridar vigore alle buone leggi spagnuole sulla 
ainmiriistraziono delle università. E il suo maggior merito sta 
nell'aver provveduto al modo di farle eseguire *). Ma né quel 
modo fu scevro de' difetti del tempo; né il buon volere dell'Im- 
peratore seppe essere, anche in (piesto. piìi forte delle opposi- 
zioni locali ''^). 



raccolta; e, intanto, sospendeva il pagamento degl'interessi scaduti. 
L'altra prammatica del 1650 mirava a restituire alle università, ol- 
tre il libero possesso de' lor beni, la libera amministrazione di se 
stesse. Proibiva perciò le usurpazioni di patrimonio e le ingerenze 
amministrative; imponeva i pagamenti della " bonatenenza „ ; ri- 
chiamava ad esame i contratti passati, e prescriveva norme e cau- 
tele pe" contratti avvenire. (Cfr. Wixspeare, 36, 40 e 144; Bianchini, 
253; Faha(h-ia, Il Comune, 232 seg.). 

1) Prima di dar fuori quella prammatica, con dispaccio de' 4 de- 
cembre 1728, institui all'uopo una speciale " Giunta del buon go- 
verno „; e le ordinò di udire da' sindaci le proposte atte ad alle- 
viare le loro università; la quantità e qualità delle entrate, e lo stato 
in cui si trovavano: se vendute o permutate o impegnate, o se in 
jiossesso della comunità; di giiidicare della legittimità o meno dei 
debiti, e licpiidarli, applicando speditamente la legge a giusto van- 
taggio degli oppressi; di suggerire, infine, quanti provvedimenti le 
paressero opportuni al riordinamento e risanamento economico delle 
università. Un'altra prammatica (10 marzo 1729) annunziò la forma- 
zione di quella Giunta, deplorando che le università fossero " tutte 
o la maggior parte ridotte in istato assai compassionevole, e quasi 
che impotenti a sodisfare la Regia Corte ed i loro creditori „; 
che il fiscale ordinario di 42 carlini a fuoco fosse quadruplicato da 
pesi strardinarii che con varii pretesti s'imponevano alle università 
e si esigevano rigorosamente sulle entrate più pronte. " restando 
a dietro la Regia Corte „ (cfr. opere cit.). 

■•') L'estirpazione o la cura d' un male che 1' ordinaria magistra- 
tura avea lasciato incancrenire bene fu affidata ad una magistra- 
tura nuova e straoi'dinaria; ma non si osò distrigarla dalle ordinarie 
forme giudiziarie. E la lentezza, che ne provenne all' azione, le 
tolse efficacia, mentre le forze de' potenti lavoravano ad annien- 
tarla. Fu notato all'imperatore che, in un anno di vita, la Giunta 
del buon governo era costata ottantamila ducati, solamente per 
-rasinissione di scritture e per salario di avvocati, senza (si avver- 



— 3.34 — 

Impulso infine più spiccatamante fiscale , ma non per questo 
meno eqiio, ebbe l'ordine di una nuova numerazione. Già va- 
gheggiatane r idea dalla corte di Spagna *); sollecitata da (4ae- 
tano Argento '^) e approvata dal Collaterale sin dal 1726 ■*), le 
oi)posizioni della " Città „ riuscirono a paralizzarne l'opera, sino 
al termine del 1731 *). E, fra gl'indugi, si fece strada un'altra 
idea, inspirata alle prime esperienze di quella che era stata pre- 
diletta e più che trentenne opera di Vittorio Amedeo II: la pe- 
requazione de' tributi sulla base della misura dei terreni e del- 
l' estimo de' redditi, senza riguardo di persona o di ceto •''). 

La proposta non ebbe corso. Se pur venne al governo l'idea 
di accoglierla, la guerra, poco dopo scoppiata, la mandò a monte. 
Ma già, da' 22 dee. del 1731, era stato spedito da Vienna al pe- 
nultimo viceré l'ordine di far eseguire la nuova numerazione de' 
fuochi, con la più viva sollecitudine ed attenzione. E si ordinava 
che fosse fatta per rivela, riuscendo troppo gravoso alle comunità 
l'invio dei numeratori sul posto ^). 



ti va) che se ne cavasse alcun bene (Soc. Stor., Ms. XXV, d, 10, f. 
48 — Racconto, 359). Era già molto per impensierire un" ammini- 
strazione che avesse bisogno di danaro pur men di quella di Carlo 
VI. Ma la Giunta, da parte sua, svegliò tanti litigi, interminabili 
secondo lo stile del foro napoletano, che " come dannosa e di poco 
profitto all' erario „ fu tolta via prima dell' arrivo in Napoli del- 
l' ultimo viceré (Soc. Stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria).- — Erroneamente 
il WiNSPEARE, 36, attribuì alla riconquista Borbonica 1' abolizione 
di quella Giunta, ti aendo nell'errore altri, fra' qiiali il Bianchini, 2.53. 

1) Granito, II, 115. 

2) Soc. Stor., Ms, XX, b, 13, f. 77: alla. 1713. 

3) Racconto, 407. 
•M ivi, 406. 

5) " ...Sarebbe utile ai Laici per poter soffrire il peso delle con- 
tribuzioni, formare un Catasto di tutti i Fondi e rendite da lor pos- 
seduti, con stabilire che passando in potere d' ogni altro che sia, 
restassero soggetti alle medesime gravezze , siccome fé' Carlo V 
in favore de' Milanesi e a' nostri giorni il trapassato Re di Sicilia 
e duca di Savoia... „ — Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria al Vi- 
ceré Visconti. 

^) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Notizie — Racconto, 407 sgg. 



— 335 — 

All'ordine imperiale tutti nel Regno si mostriiron restii *). Ma 
lordine fu mantenuto, e rigorosamente replicato e chiarito '^). F'u 
nominata la Giunta che presedesse all'opera, e cominciarono i la- 
vori, pur tra lo proteste e i clamori incessanti •^). Ma sopraggiunst- 

1) Primi, il Consiglio Collaterale e la " Città „, per mezzo della sua 
Deputazione de' ('apitoli, rappresentarono all'Imperatore gì' incon- 
venienti che la nuova numerazione produrrebbe, la grande agitazione 
suscitatane già nel Regno. Alla prima rappresentanza la Deputazione 
ile' Capitoli ne mandò dietro un'altra, supplicando la revocazione 
dell'ordine. Ma il conte di Montesanto rispose da Vienna che S. M. 
aveva già dichiarato di non voler udir parola sull'argomento; che 
l'agitazione era un panico; che la numerazione era assolutamente ne- 
cessaria all'ecjuità delle contribuzioni (Soc. stor., Ms. XXI, a, 4, f. 59). 

'^) Un bando vicereale, pubblicando la cedola dell'imperatore, or- 
dinò e comandò che in ogni università, sì regia come baronale, i 
sindaci e gli eletti facessero in pubblico parlamento nominare, tra" 
più facoltosi e probi cittadini non esenti dalla regia giurisdizione, 
due o più deputati, e con questi formassero una nota distinta de' 
fuochi e sottofuochi dell'università secondo norme che venivano ac- 
curatamente indicate. Per le terre feudali, si prescriveva che lo stesso 
barone facesse e autenticasse la nota di quella ov'egli risiedeva, che 
ordina.sse le altre a' suoi Erari o governatori o fattori o altri mini- 
stri, e le autenticasse. Per le università regie, doveva il governa- 
tore e il giudice riveder le note e o autenticarle o palesarne le frodi. 
In ogni università, formata la nota, doveva esser letta in pubblico 
parlamento e restare affissa per quindici giorni alle porte della corte 
o dell'università; quindi suggellata e spedita alla Giunta nominata 
all'uopo (testo del Bando 81 gennaio '1732, nel Barcoitto, 409 sgg.). 

3) La Giunta speciale, nominata dal viceré si componeva, del luo- 
gotenente (conte De Aguirre)e d'un presidente (Francesco Galdiani) 
della Sommaria; di due Consiglieri (Rocca e Castagnola) e tre fi- 
scali (De Ferrante. De Sarno e Paziente). Spedite da essa minute 
e rigorose istruzioni agli amministratori delle comunità (22 marzo 
1732), cominciarono i lavori. Sorse allora anche la Deputazione de- 
gli arrendamenti e fiscali, ad impedire che il sicuro riconoscimento 
dell' aumento de' fuochi recasse tutti i danni di cui era capace. ¥j, 
scritta una lunga supplica per l'Imperatore, pensava darla alle stampe 
(|uando l'Eletto del popolo, Giuseppe de Rosa, giudicando questo 
• un passo molto irregolare e scandaloso „, lo impedì accortamente 
(Soc. stor., Ms. XXI, a, 4, f. 59). La supplica metteva avanti due 



— 836 



la guerra, l'opera restò interrotta, e il nuovo governo, derivato 
da quella guerra, cedette alla comune avversione, rinunziando 
ad ogni idea di riprenderla e condurla a termine. 



^ 



interessi: quello delle università contribuenti, e il proprio de" fisca- 
lari o consegnatari delle funzioni del fisco. Pel primo, distin- 
gueva nella imposta tre parti diverse o tre diverse specie di 
pesi: quella connessa al numero de' fuochi, e però capace di au- 
mento o diminuzione secondo le oscillazioni del numero; un' altra, 
connessa al bisogno di una data somma, e però fissa nella somma 
e variabile nelle quote, secondo le variazioni del numero; e una 
terza, richiesta a tempo determinato o a compimento di una som- 
ma di donativo o per spese oramai cessate, e però da abolire. Nella 
prima, categoria rientravano soli i primitivi l.ó carlini di focatico; 
nella seconda le imposizioni pe' barrigelli o soldati di campagna, per 
le torri, per gli scoli d'acqua, pel rifacimento delle strade e simili ; 
nella terza infine (di cui si reclamava 1' abolizione) una cospicua 
somma di contribuzioni, tra le quali, anzitutto le 73 grana a fuoco 
del donativo del 1611, dato perchè non si facessero nuove nume- 
razioni. Neil' interesse poi de' consegnatari, si rappresentavano le 
difficoltà e gli stenti delle esazioni. Che avverrebbe mai, quando i 
sudditi, già impotenti a reggere i pesi in vigore, dovessero sop- 
portarne maggiori ? Nel 1648, per supplire alla diminuzione avvera- 
tasi nel numero dei fxiochi, s'era tolto provvisoriamente a' conse- 
gnatari circa un terzo delle loro rendite (che importò pe' Napoletani 
due. 210 mila, e pe' regnicoli e forestieri 400 e più mila). Ragion 
voleva che, cresciuti ora i fuochi, si restituisse il tolto. " Vi sono 
(dipeva poi la supplica) molte terre con privilegio di non pagare nulla 
per Fiscali ; molti fuochi dipendenti da Famiglie con questo stesso 
privilegio; molte città e terre che pagano per un numero fisso di 
fuochi, con proprio danno o vantaggio nel caso di diminuzione o 
d' aumento; altre concedute a feudatarj colle funzioni fiscali colla 
(^lausula Nihil reservans Cum j'ure focularìorum et salis rum aumento 
etc. Ne' quali Casi 1' aumento de' fuochi deve andare a beneficio 
non della Corte, ma de' feudatarj che tengono tali concessioni „. 
Quindi rappresentava le pur troppo vere miserie del Regno, l'estre- 
ma povertà degli abitanti, i salari insufficienti alla sussistenza. Quali 
funeste conseguenze non si trarrebbe dietro la rovina de' fiscalarì, 
inseparabile da un aumento dell' imposta fiscale proporzionato al 
cresciuto numero de' fuochi! (Soc. Stor., Ms. cit., f. 2 sgg.: testo in- 
tero della supplica; f. 41: un " ristretto „ ufficiale di essa. 



— 337 — 

CAPITOLO IV 
Ordinamento giudiziario 

1. Molteplicità di leggi, e primi tentativi di codificazione.^ — 2. Giuri- 
sdizioni straordinarie : il Cappellano maggiore ; «uccessione di 
monsignor Galiani ai Vidania. — 3. 11 Sacro Consiglio: suoi com- 
ponenti. — 4. La Gran Corte della Vicaria: importanza del suo 
Reggente; suoi vizi fondamentali; il Commissario di Campagna. — 
5. Le Udienze provinciali. — 6. Le Corti locali: corti regie e corti 
baronali. 

Come l'ordinamento finanziario, così il giudiziario sopravvisse 
al viceregno. Eppure, era annoso il desiderio di una miglior 
giustizia. Da tempo si chiedeva, prima base ad una retta am- 
ministrazione giudiziaria, un' ordinata e chiara compilazione delle 
leggi a cui si doveva obbedire. In niun paese questo desiderio fu 
j)iù vivo e più insistente che nel regno di Napoli, perchè niun 
paese ebbe leggi più numerose, più disparate, più contradittorie 
e i)iù intralciate delle napoletane: ammasso caotico di detriti di 
ogni età, di ogni civiltà, di ogni dominazione, dalla romana alla 
austro-tedesca, che già abbiam visto alla prova arrestar la mano 
ai governo nella sua opera riparatrice. 

l. Le compilazioni del cincpie e seicento *) avean cresciuto di 
prammatiche e decisioni la mole indigesta di leggi romane, lon- 
gobarde, franche, feudali, canoniche, normanne, sveve. angioine, 
aragonesi, di consuetudini, di privilegi. Primo a tentare una vera 
codificazione del diritto del Regno era stato il reggente Carlo 
Tappia (1598-648), sull'esempio di Filippo III, che aveala data 
alla Spagna 2). Con l'ordine del codice di Giustiniano, egli aveva 
posto sotto ciascun titolo le leggi relative, distinguendo le di- 
.s usate dalle vigenti, tentando conciliare le contradittorie, aggiun- 
gendo nuove note alle altre de' precedenti giureconsulti. Ma, in- 
feriore al bisogno la dottrina del compilatore, impari gli sforzi 

*) LOMONACO, 52-54. 

2) Cyrilli Codex Pkaek., XXXI. 



— 338 — 

conciliativi alla molteplicità degli screzi, mancata la regia sanzione, 
sopraggiunte infine prammatiche nuove ad invecchiare l'opera del 
Tappia, il suo " Codice Filippino „ non giovò ne alla pratica de' 
giudizi né al progresso della scienza. 

Quindi l'opera fu ripresa ne' primi anni del settecento , non 
più da un uomo solo, ma da una giunta di ministri , composta 
del reggente Serafino Biscardi, de' consiglieri Francesco Gascon 
e Biagio Altimari e del presidente Nicola Caravita. E spuntò già 
allora il problema se il nuovo codice (" di Filippo V „) andasse 
compilato in latino o in ispagnuolo o in italiano. Bene allora il 
Collaterale decise per l'italiano: " convenendo che le leggi siano 
niìlla lingua naturale del luogo ove devono osservarsi „ *). Ma, 
in seno ad esso, il reggente Biscardi oppose tante obiezioni, tra 
cui il pericolo di disgustare il clero, e intralciò e menò in lungo 
r opera, tanto che sopraggiunsero gli Austriaci 2), il libraio Bu- 
lifon, che si era addossata l'impresa, fuggi da Napoli, dove fu dato 
il sacco al suo negozio 3), e il " Codice di Filippo V „ si dileguò. 

Tiberio Carafa per tanto ne reclamò un altro da Carlo d'Au- 
stria, come uno de' più urgenti bisogni e della più facile sodi- 
sfazione in un paese tanto ricco di giureconsulti ^). E pur di 
({uest' opera dava l'esempio Vittorio Amedeo li, in un codice, 
che, se al confronto de' moderni può sembrare monco e confuso, 
segnò in quel tempo un vero progresso ^). In Napoli, cosa poco 
avvertita, Gaetano Argento ottenne che Carlo VI commettesse 
la stessa opera ad una giunta di giureconsulti, ma, non si seppe 
perchè né come, anche allora il buon effetto svani ''). Quindi 



lì Granito, I. 226, Note, 111. 

2) ivi. 

3) Bibl. Naz. di Napoli, Istoria di Nap. ms., II, f. 10 sgg. Cfr. 
Croce in Strenna Giannini 1892, p. 140. 

^) Carafa, Meni., XV. 

•'') ScLOPis, 405 sg. 

") ClRiLij Codex, Praef. XXXII: " Patrum nostrorum memoria 
Cajetanus Argentus... eam curam susceperat. Is enim prò ea, qua 
pollebat, gratia, auctor fuerat Carolo VI Imp., ut publica aucto- 
ritate per selectos lurisconsultos Codex Neapolitanus melìori ornine 



— 339 — 

tornava a raccomandarsi airultimo viceré: " Le leggi della Città 
del Regno .sono in grandissimo numero, onde formano tre vo- 
lumi in foglio, in cui son registrato tante e varie costituzioni 
sopra una stessa materia e titolo, le quali ad una sola si possono 
ridurre per maggior facilità del Foro... Si potrebbero porre sotto 
il nome del Nostro Augustissimo Padrone, e intitolare la raccolta 
Codice Carolino. Tal provvedimento fu fatto in Francia sotto 
l'Enrico III, e ai nostri giorni il Duca di Savqja, e il trapassato 
duca di Lorena ne seguirono 1' esempio „ *). 

Un anno dopo, venne Carlo di Borbone; e il vecchio polipo strin- 
geva pur sempre negl'immani tentacoli tutta la vita civile del 
R(;gno. Poiché quelle leggi davano o toglievano al cittadino l'e- 
surcizio delle sue facoltà e la libera disposizione della sua per- 
sona e de' suoi beni, a volontà del magistrato (o, come usava 
ilirsi più comunemente, ministro) e secondo 1' abilitji dell'avvo- 
cato. Il ministro e l'avvocato, sorretti dalla confusa e incerta 
legislazione, ebbero in pugno lo facoltà, gli averi, le persone dei 
cittadini, vale a dire le sorti del paese, data forma di tribunale 
ad ogni organo di amministrazione e di governo, e carattere di 
discettazione e di controversia ad ogni principio di bene pubblico 
e ad ogni norma direttiva. Conferito il dottorato in leg^e da un 
priuilegio, che il Collegio de' dottori larg va a pagamento, die- 
tro una prova di pura formalità; accordato 1' esercizio di giudice 
da una Giunta competente '^), la porta del ministero era aperta. 
E il ministero aveva, non l'amministrazione della giustizia sola- 
mente, ma la direzione generale e quasi esclusiva di tutto il go- 
verno civile. 

2. Scrisse uno de' più insigni campioni della giurisprudenza 
iiiipoletana: " Non vi é parte del mondo dove i Ministri tengano 
maggiore autorità che in Napoli, poiché come non tengono ob- 
bligazione di render conto delle loro azioni che al Re N. S., il 



conficeretur. Qui tamen statini ac fuit ineoatus, ignotum qua de 
causa, ad irritum recidit: ulla postmodum alia de eo mentio „. 

1) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria. 

■^) Composta nel 1631 di un reggente, un consigliere e un presidente; 
poi del presidente del Consiglio, del luogotenente della Sommaria e 
di un consigliere capo-ruota: Galanti, I, 264. 



— 840 — 

quale è. lontano, né i Signori Viceré tengono sopra di loro al- 
cuna giurisdizione, la loro potestà si riconosce tanto maggiore . 
(juanto è più indipendente... „ *). A questo singoiar primato il 
regno uni l'altro d' un' abbondanza di tribunali e di un movi- 
mento forense superiori ad ogni altro paese. Ciò derivò non solo 
dall 'accennata costituzione, ma anche dall'infinita varietà di giu- 
risdizioni, sotto cui fu scissa la società del Regno. Poiché non 
solo la diversità della materia di giudizio, ma la varietà di stato 
e di professione delle persone, il luogo di nascita, il luogo di di- 
mora crearono, accanto alla giurisdizione ordinaria de' tribunali 
regolari, altrettante giurisdizioni speciali, straordinarie e di dele- 
gazione; sicché quella parve un ramo e quasi un' eccezione in 
mozzo a queste. 

Fu notato che sola Napoli avea non jnen di trentanove giu- 
risdizioni distinte, esercitate da tribunali diversi, non contati gli 
ecclesiastici ^). Il cittadino di Napoli avea privilegio eli non es- 
ser torturato senza previo processo informativo , di non andar 
soggetto a confisca (salvo in caso di lesa-maestà), di trarre al 
[iroprio foro chiunque, attore o convenuto che fosse '•^). Solo por 
dare un'idea di tale molteplicità di giurisdizioni, accenniamo che 
il reato di caccia mandava avanti al tribunale del Montiero .mag- 
ai ore\ quelli di peso e misura o di uso di luogo pubblico, rispet- 
tivamente, a' tribunali delki Zecca e del Portolano ''). Le cause 
di commercio marittimo appartenevano al Consolato di mare •''); 
(luelle toccanti la grascia al tribunale CìgW Annona "); quelle di 
(Ianni cagionati da animali e, in generale, quelle d' importanza 
minima alla Bagliva '). I soldati di terra aveano un foro [ìro- 
prio, quei di mare un altro **). Quanti erano occupati a Palazzo 
reale, quanti abitavano ne' castelli di Napoli , il personale dei 

1) D'Andrea, in Lomonaco, 40. 

'^) SoLOPis, 417, 

3) Capasso, Catol, I, 14. 

*) Galanti, I, 260, 262, 279. 

^) op. cit., 345. 

6) Capasso Catal II. 

') Galanti, I, :3.S.ó. 

*) ivi. 



._ 341 — 

teatri, i giocolieri sottostavano all'Uditore dell'esercito *). Quanti, 
da qualunque punto del Regno, erano ascritti come locati alla 
dogana di Foggia, dipendevano dal tribunale di quella dogana; 
quanti esercitavano mestiere di mare, dal Grande Almirante; i 
setaiuoli e lanaiuoli, dal rispettivo Consolato dell' Arte; gli uffi- 
ciali degli arrendamenti, delle dogane , de' banchi , de' luoghi 
pii, dal relativo Delegato '^). 

Fra questi tribunali straordinari e delegati, notiamo la curia 
del Cappellano maggiore. Era composta d' un consultore, un fi- 
scale, un mastrodatti e scrivani; e si riuniva nella stessa casa 
del Cappellano, a giudicare di tutti i cappellani e chierici e musici 
della cappella reale; di tutte le persone appartenenti alle chiese 
regie di Altamura, Bari, Altavilla, Canosa, Acquaviva, Sant'An- 
gelo a Fasanella, di tutte le persone del Publico Studio o Uni- 
versità di Napoli 3). 

Ne' primi giorni di febbraio 1732, concesso il riposo al cap- 
pellano maggiore D. Diego Vincenzo Vidania, vegliardo (sembra 
incredibile) di centoventidue anni *), gli successe monsignor Ce- 
lestino Galiani, arcivescovo di Taranto. Prese possesso della co- 
spicua carica a' 9 di quel mese ,• e la tenne sino alla morte, 
per ventun anno *). (ìiudicato comunemente dotto e zelante, lo- 
dato, da' primi giorni, dell'" idea di porre in buono stato l'Uni- 

*) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7. Nel 1750 le persone di Casa reale fu- 
rono sottoposte alla giurisdizione deW Alcalde, o prefetto di Palazzo: 
Galanti, I, 371. 

•i) Galanti, I, 284 sgg.; 345 sgg 

3) Soc. stor., Ms. XXII, b, 10. Cfr. Galanti, I, 401 sg. e Baffi, 
146 sg. 

*) Gli fu assegnata l'annua mercede di due. 1000, oltre 1500 di 
soldo " franchi da qualsivoglia valimento „: Serie. Raz., XXII: 26 
marzo 1733. 

5) Oltre il soldo complessivo di due. annui 1500 t600 come- cap- 
pellano, 600 di soprassoldo e 300 come prelato di palazzo : Scriv. 
Raz., XXII, 3 sett. 1732; gli fu concesso un a'mto di costa di non 
men che due. 4000: ivi 24 ott. 32 — Morto sul cadere del giugno 53, 
la pigra dappocaggine del successore" (Nicola de Kosa vescovo di 
Pozzuoli 1 fece sentire più grave la perdita del Galiani: (Spiriti, HI). 



— 342 — 

vei'sità „ ^) egli legò il suo nome e alla riforma universitaria e 
al Concordato del 1741, di cui tratteremo. 

3. Nella giurisdizione ordinaria, il tribunale supremo era il 
Sacro Consiglio, che continuava a dirsi di Santa Chiara, benché 
trasferito da quel monastero a Castelcapuano sin dal secolo X\'l. 
Composto, oltre il presidente, di ventiquattro consiglieri, divisi 
in quattro ruote, forni di poi al nuovo re , nel suo presidente 
e ne' quattro capi di ruota, la Reale Camera di S. Chiara. Il pre- 
sidente era di diritto vicario dell' antico Protonotaro (uno de" 
grandi uffici), e nella qualità di Viceproionoiaro poneva il vidit 
ad ogni prammatica, legge, patente o privilegio ^); più nominava 
i notai e i giudici a contratti, vigilati da lui stesso nella capi- 
tale, e da' capi-ruota di udienza nelle provincie 3). Unite le quat- 
tro ruote a definire articoli controversi, la lor decisione diveniva 
legge ''). 

Tribunale di appello, civile e criminale, dalle sue sentenze non 
poteva aversi che revisione nello stesso Consiglio ^). Gli appar- 
tenevano le cause civili sopra i 500 ducati, le cause feudali tra 
privati e quelle di nobiltà, le cause sulla validità o meno delle 
amministrazioni municipali non " dedotte „ "). 

Nella pubblica estimazione, il Sacro Consiglio stava innanzi a 
tutti gli altri tribunali, non per la ragione estrinseca del suo 
posto gerarchico, ma per quella intrinseca del suo merito '). Non- 
dimeno, non si mancò di metterne in vista i vizi, e prima e du- 
rante e dopo il regno di Carlo Borbone. E si censurò, innanzi 
tutto, la provenienza de' consiglieri. Paolo Mattia Doria notò che 
l'alto ufficio si conferiva o, per fama, ad avvocati primari o, per 
favore e per simonia, a dottori ignoranti. I primi portavano noi 
giudizio l'abito causidico: i secondi o serbavan vergine la pro- 

1) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Notizie. 

2) Soc. stor., Ms. XX, a, 17, f. 122: Costituzione delle Segreterie 
di stato del 1737. 

3) Galanti, I, 264 sg. 

'') Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Memoria, 

^) ivi. 

'■•) Soc. Stor. Ms. cit. Costituz. del 1737. Cfr. Galanti, 1. 296 sgg. 

") Schifa, Il Regno. 53. 



— 343 — 

pria ignoranza, o l'accoppiavano alla furberia nel proprio perso- 
nale vantaggio *). Dopo più che settant' anni, Giuseppe Maria 
Galanti deplorava che i consiglieri fossero reclutati tra' giudici 
di Vicaria e non tra' professori di diritto dell'università '^). 

Di ventidue ministri che aveva il Sacro Consiglio all' arrivo 
di Carlo Borbone, non tenuto conto del colore politico, soli cinque 
s'indicavano fomiti della dottrina conveniente alla carica: An- 
tonio Magiocca, Vitale''di Vitale, Francesco Crivelli, Ferdinando 
Porcinari e Giovanni^ Antonio Castagnola; gli altri, mediocri, i- 
gnoranti o sciocchi; corrotti i più ^). 

Il Doria, aveva segnalato tra'maggiori vizi del Consiglio, la man- 
canza di una prescrizione di termine, la concessione di quattro 
rimedi ad ogni decreto interlocutorio, l'incuria della prammatica 
relativa a' calunniatori e di quella che regolava l' introduzione 
delle cause, la eccessiva libertà di parola agli avvocati e la durata 
interminabile delle cause *). Al re Carlo Borbone, il napoletano 
Nicola Piccinni presentò una " Supplica „ a stampa, su " alcuni 
inconvenienti nei Tribunali „, trattando principalmente del Sacro 
Consiglio. Egli non toccò i magistrati. " I fabbri di tutti i mali 
(diceva) sono i Curiali, che col loro depravato costume fan si: 
Che i poveri Litiganti languiscano in eterno: E che finalmente 
la loro ragione non incontri la ponderata giustizia „. Additava 
tra le sorgenti del male, la pratica d'informare i ministri; per essa 
fra le opposte allegazioni delle parti , la verità stentava ad 
aprirsi la via. L'incertezza del giorno di decisione importava che 
o in quel giorno i ministri avesser dimenticato fino il titolo del 
processo, o che gli avvocati mancassero, non potendo, per un'unica 
causa, restare inchiodati innanzi alla stessa ruota. E, in que- 
sto caso, r attore doveva attendere per mesi, per anni, la se- 
conda chiamata, non senza probabilità che ritornassero gl'incon- 
venienti passati. Cosi avveniva che al giorno della trattazione si 
trovassero mal preparati alle difese e alla relazione gli avvocati 

1) Schifa, Il Regno. 52. 

■i) Galanti, I, 805. 

3) Biblioteca Cuomo, ms. I, 3, 50. 

*) Schifa. Il Regno. 53. 



— 344 — 

e il ministro commissario , e peggio intesi a votarla gli altri 
ministri. " 11 Commissario studia il processo oggi, ma quando 
proporrà la causa? Dopo quindici mesi, duo, quattro, sei anni, 
non è sua colpa che la si decida alla cieca „. Di qui i mo- 
tivi de' gravami, ciascun de' quali correndo lo stesso itinerario, 
la causa diveniva eterna e sempre soggetta ad una decisione 
tumultuaria *). Perciò il Piccinni proponeva che, cosi in Con- 
siglio come in Vicaria , si accordasse il fatto tra le parti, ante- 
riormente alla proposta della causa e in guisa da non suscitare 
controvèrsia in ruota. Ed egli stesso ne suggeriva il modo, senza 
crear novità, ma solo con la diligenza, a tenore delle leggi vi- 
genti: {aggiungendo un ministro per ruota, eschisivamente por 
l'accertamento del fatto. Parimente chiedeva una sicura designa- 
zione della giornata, mercè un pubblico registro presso il ma- 
strodatti. " Ne verranno (conchiudeva il supplicante) benedizioni 
alla M. V. , in vedendo co' Ministri de' tempi futuri non più 
contemplate le persone, ma la giustizia „. 

Il regno di Carlo passò; e, quasi al termine del secolo, il Ga- 
lanti ripeteva, rispetto al Sacro Consiglio , i lamenti di Nicola 
Piccinni; e, di più, rilevava la vacuità solenne e l' inutilità de' 
riti usati dal tribunale 2), e, peggior male, che gli scrivani vi 
" dirigessero le più gran decisioni „ ^). 

4. La Gran Corte della Vicaria, allogata anch'essa in Castel- 
capuano, ei^a divisa in due sezioni, civile e criminale, ciascuna 
con due ruote. Capi delle ruote criminali eran due consiglieri 
del Sacro Consiglio; i giudici, in tutto, dodici, sei per seziono; 
un avvocato fiscale, un avvocato dei poveri e numerosi subal- 
terni: mastridatti, scrivani, portieri '''). A capo del tribunale si 
poneva un cavaliere napoletano, col titolo di Reggente della Vi- 
caria, biennale e riconfermabile. Interveniva quotidianamente 
nella sala delle ruote criminali; quando erodeva , e nello cause 
più gravi, in quella delle ruote civili. Presedeva, senz aver voto: 

d) Soc. Stor. Ms. XX, a, 17: stampa senza data. 

2) Galanti, I, 428 sg. 

a) ivi, 327. 

*) Soc. stor., Ms. XXI. a, 7: Xoticiee Memoriu: Ms. XXII, b, 10. 



— 345 — 

proponeva le cause e ne nominava il commissario. Ma la sua vera 
importanza stava nell'ampia giurisdizione che aveva sulla città 
(li Napoli e casali, di cui si poteva dire " vero governatore „ M- 
Poiché la polizia, custodia sociale e fondamento delle istituzioni, 
non era altrimenti considerata che come una funzione accesso- 
ria del potere giudiziario; e nella capitale era commessa alla 
Vicaria, come nelle provincia alle Udienze. Come capo quindi 
della polizia, il Reggente aveva a' suoi ordini 16 capitani di gì ti- 
si i zia '■*) con fanti, scrivani e spie, e facoltà di arrestare, di 
spiccar mandati contro nobili, di accordare porto d'arme '). No' 
pi'imi anni di Carlo Borbone, ebbe quella carica D. Marcello Ca- 
1 afa de' principi di Pietralcina. Rinunziato eh' egli ebbe " a causa 
de' suoi acciacchi „, al termine del 1736, gli successe il principe 
di Centola Pappacoda, chiave d'oro e maresciallo di campo '■). 

La Vicaria era riguardata come un tribunale inferiore , per 
([uanto grande ne fosse l'autorità e l'importanza. Perciò i buoni 
avvocati sdegnavano di divenirvi giudici; e dottori esordienti o 
ministri di provincia eran chiamati ad un compito, che richie- 
deva dottrina- e probità eccezionali *). 

La corte civile trattava le cause non superiori a 150 ducati, 
li (guidava qualunque strumento, spediva disvincoli, tutele o pream- 
Ijoli o intestazioni di eredità "). Giudicava in appello le sentenze 
delle udienze, ed anche direttamente quelle dello " corti locu- 
li „, purché superassero per le provinole vicine i 50 ducati (ele- 
vati a 100 nel 1738) e per le lontane i 100 (elevati a 200). Da' 
suoi decreti si appellava al Sacro Consiglio ''). 

La corte criminale giudicava i dehtti di Napoli e. in jtppello. 



^) Ms. cit. XXI, a, 7: Notizie — Ch: Schipa, Il Regno, 57. 

2) Archiv. di stato di Nap., Sci-ir. Raz., XXIII, 33t.: 26 sett. libi: 
il capitano percepiva due. 10 al mese, il fante 3. 

8) Schifa, Il Regno, Ò7. 

<) Archiv. di Stato di Nap., Aff. est.. Spagna. 1721: foglio de' 25 
dee. 1736. 

5) Soc. stor., Ms. XXII, b, 10. Cfr. Galanti, I, 310. 

") Schifa, // Regno, 56 sg. 

■') G.\LANTI, I, 307 sg. 
Anno XXVII. 23 



— 846 — 

quelli delle provincie ; ma solo quando procedeva per delega- 
zione la sua sentenza era inappellabile i). 

[1 campo libero alla malizia dei calunniatori e de" falsari, nella 
corte civile; l'impero degli scrivani, viventi sullo inquisizioni , 
nella criminale, erano i vizi fondamentali attribuiti alla gran 
corte -). 

Da essa era distaccato un giudice criminale, col titolo di Com- 
missario di Campagna , per amministrar la giustizia in Terra 
di Lavoro. Procedeva per delegazione ne' delitti di furto di 
strada, d'incesso con armi e sequestro di persone, d'incendio di 
pagliai e pirateria; vigilava su' contrabbandi e sull' entrata in 
Re^no di persone sospette 3). Ed anche quel tribunale suscitava 
reclami per frodi ed estorsioni ''). 

5. Le altre undici, o meglio dieci provincie, contando per una 
la Capitanata e il Molise, erano sottoposte ciascuna ad wnlJdienza. 
unico legame, oltre l'esattore, fra le diverse comunità d' una 
provincia. Non contiamo lo t^ato de' presidi in Toscana , . che 
aveva un regime prettamente militare •^'). 

1) Gal.\nti e ScHiPA, 11. ce. 

2) Galanti, I, 336 sg. — Schifa, 1. e. 

3) Soc. stor., Ms. XXI, a, 7: Notizie. 

^) L'ultimo Commissario de' tempi austriaci, Francesco Mastel- 
lone, trovò che il suo predecessore (Francesco M. Salerni) pagava 
ventotto armigeri non obbligati a servire " positiva mancanza nelle 
squadre „ e "disservizio „ del tribunale (ivi Ms. XXI a 4, f. 179 
e 182. E una supplien di " fedelissimi e zelanti Vassalli „ della 
provincia rappresentò che lo stesilo, falerni, oltre a riscviotere di- 
rettamente i ducati 20628 assegnatigli (parte sul regio erario e 
parte sulle università di Terra di Lavoro), esigeva " sotto varii co- 
lori „ due. 1.5 al mese da' sei dipartimenti, e per limosina a" car- 
cerati altri 108 dalle università; anzi affittava a privati tali esa- 
zioni (ivi, f. 20). 

•'') ivi, Ms. XXII, b, 10, f. 174: un Governatore - castellano in Por- 
t'?Jrcole; un Mastroportolano, un munizioniere, un ingegnei'c e un 
Mastro di campo governatore a guerra, in Orbetello e Telamone, un 
Udito}- generale con un masti'odatti e due alguzzini, uno in Port'Ei- 
cole e l'altro in Orbetello; un chinu'go in Port'Ercole e un altrf) in 
Piombino. 



— 347 — 

L'udienza era tribunale civile e criminale, e corte di appello 
dalle corti locali. Residente sempre in una città regia, (Bari, 
Lecce. Salerno, Montefusco. Matera. Cosenza, Catanzaro. Lucerà. 
Aquila e Cliieti) si componeva di un Preside , un Capo-ruota. 
due o tre Uditori, numero irrisorio per la giurisdizione di un'in- 
tera provincia, un fiscale, un segretario, un mastrodatti. un av- 
vocato de" poveri e ufficiali subalterni. Di questi, gli scrivani 
erano addetti, senza retribuzione, a prendere informazione del 
reato e rimetterla al fiscale e all'uditor commissario, perchè ne 
estraesse In rubrica o titolo del processo. La squadra di cam- 
pagna e i fucilieri di montagna ne costituivano la forza mili- 
tare 1). 

Il presidi! da' viceré era stato ("letto tra' cavalieri napoletiini 
o tra' militali vecchi o invalidi; per decreto di Carlo Borbone 
fu preso tra gli ufficiali superiori 2). Come il Reggente nella 
Vicaria, il preside nell'Udienza presedeva e commtstteva le cause; 
Mia non votava. Capo auch'egli della polizia, poteva a suo ar- 
bitrio imprigionare e trarre dal carcere; procedere contro i ban- 
diti ad modum belli, q per delegazione giudicare do' reati di 
contrabbando e di annona. Per questi ultimi, dalle sue sentenze 
si a})pellava alle giunte annonarie della capitale ^). 

Espresso desiderio de" tempi del dominio austriaco era " ayer 
buoni Presidi, buoni Auditori „ ^): que' vecchi soldati o quei 
cavalieri senza fortuna si valevan del presidato per far quattrini, 
compiacendo a' baroni ^). Il provvedimento del Borbone, se pur 
dette alla carica una maggior j)robità personale, non migliorò il 
sistema. Scarsa e mal pagata la Squadra, i Fuciliei'i non basta- 
vano al bisognò di una- provincia; il Capitano attendeva a far 
pili lucrativo che faticatg e periglioso il mestiere "). Pochi del 
pari gli uditori, lasciavano il canapo al segretario, al mastrodatti. 
agli scrivani. La venalità de' due primi uffici mutava il tribu- 

1) GAt..\NTi, 1. 311 sgg. - Scmi'A, // lieyno,, ,62. 
•2) Sor. stor., Ms. XXI, a, 7: Notizie — Galanti, I, :U2. 
■*, Soc. stor., Ms. cit. — G.\i.axti. I, 2r)9 — Schipa. // Regno. iS'l. 
<) Ms. cit. 
.•'■') Schifa, Il licgno, ()3. ■ \ ! .i 

") (ÌAT-A\Ti. r. :^I1, ;^1."). •> .T24 — Winsi-kake. nota 99 a p. 200. 



— 348 — 

naie in officina di estorsioni, dove, pur sotto i re Borboni, si 
trafficava l'impunità e dovea comprarsi l'innocenza *). E gli scri- 
vani, digiuni di procedura, lasciati far le rubriche (fondamento 
alla citazione e alla carcerazione) o poi i notamenii fiscali (fon- 
damento alla revisione della Vicaria), or si astenevano dal pren- 
dere informazioni infruttuose, or rubricavano un innocente per 
salvare il reo 2). 

6. Ogni provincia conteneva un numero di città e terre regie 
meschino di fronte alle città e terre baronali: in media nella 
proporzione di tre a cento. Quando venne Carlo Borbone , fra 
1994 città e terre ^), sole 58 non eran feudali. Di esso, 45 aveano 
" governo regio „ '■), ricevevano cioè dal sovrano un " governa- 
tore „ per giudice. Otto eran " governi palatini „ ■''): il che vuol 
dire che i proventi della giurisdizione erano assegnati ad un mi- 
nistro di corte; e cinque si chiamavano " governi di nomina „ '"'). 
Tutte le altre appartenevano a baroni. Delle città regie, venticin- 
que, oltre il governatore avevano anche un " giudice „ '^) magi- 
strato di seconda istanza. 

11 governatore , forestiero ed annuale, e un raastrodatti, pur 
forestiero, formavan la " Corte locale „. Generalmente, senza car- 
cere, sempre senza archivio né armigeri, la corte locale era tut- 
tavia un tribunale civile e penale, decideva co' riti della Vicarin, 



1) Galanti, 394 e 318. 

2) Galanti, 1, 322 sg. 

3) Soc. stor., Ms. XXIV, b, 13. 

*) Erano: Lecce, Lettere, Matera, Capri, Salerno. Lucerà, Hisce- 
glie, Reggio, Gaeta, Modugno, St' Agata, Amalfi, Otranto, Manfre- 
donia, Cotrone, Barletta, Trani, Gallipoli, Teramo, Tramonti, Aver- 
sa, Sorrento, !Nola, Gragnano, Maiuri, Scala-Ravello, Catanzaro, Co- 
senza, Maratea, Amantea, Guardia Regia, Nereto, Aquila, Civitella, 
(^hieti. Tropea, Scigliano, Viesti, Brindisi, Taranto, Cisternino, La- 
gonegro, Agerola, Campobasso, Foggia, Ariano: Notiziario del 1734, 
p, 178 sg. 

5) Taverna, Afragola, Cava, Bitonto, Pozzuoli, Monopoli, Somma 
e Bari: ivi. 

t») Torre del Greco, Positano, Stilo, Eavello e Massalubrense: ivi. 

1) ivi. 



— 349 — 

o poteva fin condauiiiire a morte. Ma c'era appello all'Udienza, 
o quindi alla Vicaria e al Consiglio *). 

Accanto a questa giurisdizione regia, anche l' università offri- 
va lo spettacolo di una molteplice varietà di tribunali , ad im- 
magine ridotta della capitale. Eran piccole giurisdizioni. g(!ne- 
ralmente vendute o affittate alle comunità, sulla polizia, urbana 
e rurale, amministrativa, annonaria, commerciale: la bagliva. la 
portolania, la catapania, il maestrato di fiera *). 

Gli stessi istituti s' incontravano nelle universitji feudali. Ma 
il potere giudiziario de" baroni, servigio al re, in principio, in- 
teso a sgravargli il compito della tutela sociale, era riuscito a 
cancellare nel paese ogni o|)inione di giustizia e di forza pub- 
l)lica. Il barone, in principio delegato dal re a giudicare i suoi 
vassalli, s'era arrogata la facoltà di delegare altri all'ufficio. Quindi 
il governatore baronale nella terra feudale, come il regio nella 
terra regia. Ma profonde differenze distinguevano l'uno dall'al- 
tro; e lasciano intendere quanto peggio andasse la giustizia nel 
gran numero de' feudi, rispetto all'esiguo numero delle torre re- 
gie. Il governatore, a cui il barone dovea retribuire il servizio 
(con sei ducati al mese), doveva anzi tutto dar guarentigia di 
zelo per gl'interessi particolari del signore: poi pagargli la pa- 
tente per r esercizio della carica, poi non esigerne alcun sala- 
rio 3). Scelto più facilmente tra' paggi e tra* camerieri che tra' 
dottori di legge, egli era inteso, più che ad altro, ad accrescere 
la fruttuosità del corpo di rendita, e a conservarsi la grazia di 
chi avevaglielo dato o venduto <). Ciò riusciva tanto più facile, 
in (guanto il governatore baronale, oltre avere una giurisdizione 
più ampia che non il regio, a differenza di questo veniva anche 
riconfermato dopo l'anno •''). 

La corte locale ne' feudi era composta da uno di cosi fatti 
governatori e da un mastrodatti , nominato più spesso tra bar- 



M Galanti, 1, 329 sgg. 

'^) ivi, 335 sgg. 

3) ivi, 331 sg. 

*) Cfr. Galanti, I, 332, e Winspeake, 27 sg. 

^) Faraglia, Comune, 253, 



— 350 — 

bieri e calzolai che tra notai *). E giudicava di qualuiifiue de- 
litto, salvo per lesa-maestà, divina o umana , per moneta-falsa, 
per veleno, per delitto di strada. E anche il barone usò aggiungere 
un giudice al governatore, e talora ad un primo anche un se- 
condo giudice, a fine di aumentare i proventi ^). Da tali corti 
c'era, è vero, appello all' udienza della provincia e poi alla Vi- 
caria e al Sacro Consiglio in Napoli. Ma l'udienza poco poteva 
contro i baroni potenti. ^) Il barone avea modo di distruggere 
un vassallo in carcere, indugiando lo spaccio d'uria causa nella 
sua corte. Arrogatosi il diritto di grazia e di transazione, poteva 
del pari e usava tanto graziare un omicidio, perpetrato per or- 
dine suo, quanto, a suon di moneta lasciar libero un malfattore ^). 
Provare un delitto del barone, cosa difficile nell'azione pubblica, 
era impossibile nella privata. E, ancorché ne sfolgorassero le 
pruove, la giustizia de' regii tribunali si rimpiattava tanto \nù 
in fondo, quanto piìi alta era la potenza del reo. Basterà sem- 
plicemente ricordare, per Sarno, la nota causa del conte di Ce- 
lano ^) come, per Melfi, quella del barone Doria-Landi *>), 



n 



1) Galanti, 1, 33?. 

•i) Galanti, I, 224 e 327 sg. — Schipa, // Regno, 62. 

3) Schifa, op. cit., 63. 

i) Galanti, I, 329 sg. — Schifa, 62 sg. 

5) Galanti, UT, 125 e 265, 

6) Eacioppi, Stor., Il, 182. 



— 351 — 

LIBRO 11 
Caulo di Borbone. 

CAPITOLO V 

L' INFANTK DON CaRLO PRIMA DELLA RICONQUISTA BORBONICA 

DEL Regno (1716-1733). 

1. Sua educa/ione; qualità fisiche, (|ualitìi morali.- 2. Sue relazioni 
coiriniperatore ('arie VI, anteriori alla venuta in Italia; sua pri- 
ma fiflanzata .una Orleans; seconda. Maria Teresa d' Austria; prin- 
cipio dolla popolarità di don ('arlo in Napoli. — 3. Sua succes- 
siono negli stati Farnesiani. d' accordo coli' Imperatore ; forze 
militari che lo precedettero in Italia; corte e provvisioni fonnate- 
gli nella Spagna; partenza. — 4 Relazioni di don Carlo Borbone- 
Farnese, duca di Parma, coll'Imperatore, con Lucca e co' Napo- 
letani ; aumento della sua Casa, con nuovi elementi, toscano, 
parmense o jìlacentino ; richiamo dell' amba.sciatore spaglinolo 
da Vienna. 

Nelle condizioni in cui ubbiaui veduto il Regno dianzi, pur 
cominciando a muoversi per certe vie, fuor della gora ove son- 
necchiava da secoli, storia sua non aveva. Se, dopo i tempi de- 
scritti, potè anch'esso avere una storia propria, questo fu mellito 
indubitato di Carlo di Borbone. Ma, a dar la misura vera di cpiel 
merito, esaminiamo l'uomo e gli eventi che lo condussero sul 
trono di Napoli. 

1. Carlo di Borbone era nato spagnuolo (a' 20 gennaio 171(ì) 
da un j)rincipe francese, che valeva raen di una donna, e da 
una principessa italiana, che valeva assai più di un uomo *)• 

') Il KlNiKRi, p. (i() e Doc. VI, ha te.stè messo in luce una tar- 
diva diceria riguardo alla paternitìi di Carlo, attribuita né* più né 
meno che all'Alberoni. 



— 352 — 

Sino a' sette anni, restò affidato alle cure di un'aia spagnuola (^la 
marchesa di Monteliennoso); da lei ebbe instillato il primo sen- 
timento de' due doveri fondamentali: obbedienza cieca a' g'eni- 
tori, ossequio incondizionato alla religione cattolica *). Le prime 
nozioni intellettuali ricevette da un precettore francese (Giusepjìe 
Arnaud), e potè scrivere una lettera nella lingua del maestro, 
a poco più che quattro anni ^). Giunto a' sette, ebbe apparta- 
mento proprio, nell'Escuriale, per aio il figlio della stessa Mon- 
tehermoso (Francesco Antonio de Aguirre) ^) e per precettore un 
altro francese, gesuita (P. Ignazio Laubrusel). Da questo ap- 
prese le lingue latina, italiana e tedesca; la storia sacra e la storia 
[ìrofana, particolarmente di Spagna e di Francia *). Tuttavia, 
sembra che, assai piìi tardi, già re di Napoli, Carlo ignorasse an- 
cora i fatti del bisavo paterno ^), non men che quelli de' suoi 
avi materni *•). Si aggiunge ch'egli studiasse pure tattica e nau- 
tica, geometria e fortificazione ''). Affidato, in ultimo, alle cure 
di D. Emanuel de Benavides y Aragon, conte di Santisteban, fu 
questo grave hidalgo — illustre per natali e per parentela con 
le case di Spagna più antiche, diplomatico e statista " di grandi 
talenti particolarmente sul gusto dei sentimenti spagnuoli „ ^) — 
che ne compi l'educazione e ne foggiò il carattere. Ma non seppe 
o non volle formarne un principe che uscisse dalle sue mani capace 
di governare col suo capo ^). Bene Elisabetta, avviandolo al prin- 

1) Fbrnan, I, 15. — Danvila, 64 sg. 

2) Danvila, 14 sg. 

3) Danvila. 26. 

*) Danvila, 14, dove alla lingua italiana son surrogate le lingue 
fiorentina, lombarda e napoletana (!), e 31. 

5) Così affermò l'ambasciatore Mocenigo, Relazione. 

6) Padiglione, p. 38 , n. 36, descrive il volumetto manoscritto 
delle Vite de' duchi Farnese, tradotte dal francese in latino dal 
piacentino B. Sampellegrini " primis studiis Hispaniarum Infantis, 
Siciliarum et Jerusalem Regis „ conservato nella biblioteca del 
Museo di S. Martino. 

7) Danvila, 14 e 52. 

8) Mocenigo, Relaz. 

9) Su questo punto, la concordia di gravi testimonianze può 
confermare la insinuazione dello Spiriti, (I, ripetuta in seguito) che 



— 353 — 

cipato . lo avvertiva che " no es solo gobernar los Estados, sino 
(|ue es preciso p;ol)ernarlos bien „ *): ma non provvide a' mezzi 
competenti. Ciò che ella fece doveva anzi alienarlo e dal ben go- 
vernare e dal governare. E c'era da augurare anche a lui, come 
a suo padre Filippo V, che cadesse in buo.ne mani, giacché ora 
si facile abusare della sua bontà ^). 

A guardarne le fattezze o, per esser più esatti, a computar 



" il Benavides non si curassi' d' ammaestrare il regale alunno nò 
in ciò che si riferisce a pace o a guerra né nelle finanze e altre 
cose pertinenti al governo dello stato ..; e che, con la caccia e la 
pesca, la i)ittura e l'incisione lo distogliesse dalle cure di stato, sia 
per contenerne la foga dell'età giovanile, sia per conformarsi agli 
usi e costumi della corte spaguuola. Anche Alvise Giovanni Mo- 
cenigo, ambasciatore a Napoli e poi doge di Venezia, riferì che " a 
riserva di un cidto esteriore di pietà [Carlo] tenne sempre un'edu- 
cazione lontanissima da ogni studio e da ogni applicazione per di- 
ventare da sé stesso capace di governo „ (Rdaz.); e insistette su " la 
ninna educazione datagli sinora e il limitato commercio concessogli 
sotto il conte di S. Stefano «. .\ddusse a prova il fatto che il medico 
Biionocore, per avergli datf), richiestone, ima storia di Luigi XI\', 
per poco non fu scacciato dal grave (^onte, che tolse al re i) libro 
desiderato. L'ambasciatore non seppe dire se ciò avvenisse per or- 
dine della regina o pel dubbio del maggiordomo che il giovane re 
traesse da quella lettura altri ammaestramenti, oltre quelli della 
grandezza e valore del bisavo. Un altro giudizio di peso, identico 
a' precedenti, anzi pili franco, fu dato dal ministro sardo. " Il di 
lui talento, diceva il conte Solare di Monasterolo a Carlo Ema- 
nuele III (Arch. Stato Torino, Rdaz. del 1742) è naturale, e non 
stato coltivato da maestri, sendo stato allevato all'uso di Spagna, 
ove i ministri non amano di vedere i loro sovrani intesi di molte 
cose, per poter indi più facilmente governare a loro talento. Po- 
che sono le notizie eh' egli ha delle corti straniere, delle leggi, 
de' Regni, delle storie de' secoli andati, e dell'arte militare, e posso 
con verità assicurare la M. V. non averlo per il più sentito parlar 
d'altro in occasione del pranzo che dell'ettà degli astanti, di caccia, 
delle qualità de' suoi cani, della bontà ed insipidezza de' cibi , e 
della mutazione de' venti indicanti pioggia o serenità „. 

1) Danvila, 30 sg. 

■2) Baudrillart, I, 624. 



854 



le impressioni che ne ebbero i contemporanei, parrei)l)e che il suo 
aspetto fosse piuttosto brutto che piacente. Tale, almeno, ebbe 
a divenire col tempo, cogli abiti, colle infermità. " Assai biondo 
e bianco e bello „ ^) da fanciullo, si guastò poi. Ancora quindi- 
cenne, meritò una descrizione abl)astanza favorevole da una dama 
francese 2); e cosi, due anni dopo, da un vecchio uomo di guerra, 
ptir francese ^), che lo guardò con occhio da innamorato ^), ma 
che non ne tacque qualche difetto ^). Certo, il troppo assiduo 
esercizio della caccia — se gl'invigori l'asciutta e muscolosa strut- 
tura, temprandola ad ogni malvagità di stagione — lo trasformò 
stranamente. Chi ebbe l'onore di vederlo in costume adamitico, 
lo as.somigliò ad una statua con testa e mani di porfido e corpo 
d'alabastro *'). E, a parte l'oscurità della tinta, l'eccessiva gran- 
dezza del naso aquilino, lunghissimo, dava al volto, anche agli 
occhi de' più devotamente affettuo.si, una i)ruttezza da spaven- 
tare, a prima vista ''). A sviluppo compiuto, non raggiunse che 
una " statura mediocre „ •*). E il corpo, se a' pili devoti parve 



1 Fern.w, 11, ;}9. 

2) Baudrillakt, IV, 11.'). 

3) Gay, 190. 

*) •' El Marques de Villars (scriveva da Parigi D. Ferdinando Tri- 
viguo, ambasciatore spagnuolo, al Montealegre, segretario di stato 
deirinfante , ha escrito muchas cartas a està Corte con imponde- 
rables expresiones de las honras y agasajos qué recivio del Real 
Infante; y por explicarme con una frase vulgar, aunque propria, 
habla de S. A. H. corno lui amante pudiera hablar de su Dama „ 
(Archiv. di Stato, Napoli, Affari Esteri, Francia, voi. 280: Parigi 
21 dicembre 1733). 

''•; "... il n'a pas soia de sa per.'-onue; allongeant le col, baissant 
la téte... Vous connaisez le peu qui me contente de certaines 11- 
bertés: aussi ai-je pris celle de lui dire qu'un prince devait tou- 
jours avoir sa tète haute „: M. De Villars à M. D' Angervilliers, 
presso Gay , i9tt. Il difetto del capo chino innanzi al collo allun- 
gato fu avvertito anche in Napoli, dallo Spiriti, lib. IV. 

•') Fbrnan,-II, 39. ' 

7) ivi. 

**) Relaz. MoxASTiOKOLo. -- Secondo Fkrnan, II, 39, 5 piedi e 2 
pollici. 



— 855 — 

molto ben latto M: l"u trovato da altri non scevro di difetti -): 
storte le gambe, un po' come rattratte le braccia, lunghi i piedi ^)- 
Cosi i " grandi occhi cilestri chiari „ , che per alcuni eran 
" molto espressivi „ *), apparivano " senza gravità „ ad altri •''). 
E, contro chi ne lodò le " maniere assai gentili ed obbliganti "), 
tu chi ne biasimò la fisonomia " triste e timida „ ') e la sgra- 
ziataggine **). Il ministro di un altro re si limitò a ritrarlo alla 
sua corte di " capigliatura bionda , iispetto gioviale e placido, 
occhi chiari, statura mediocre , cor]>oratura muscolosa e tempo 
raiuento assai robusto „ "). Ma è certo che . se non il vaiuolu. 
onde r Infante fu colto al suo primo porre piede in Italia . il 
mal di denti, che di frcrpiente lo afflisse , lasciò traccie peren- 
nomente deturpatrici. E, largamente basato quel naso al di sopra 
delle labbra, pendenti e schiuse per difetto di denti molari ^^), il 
volto di Carlo aveva davvero " la fisonomia e 1' espressione d'un 
ni()iitnn(' „ **). Tuttavia . poiclin clii scrisse l;i più iiicritaiiK-tit»' 

i) F'kknan, loc. cit. — Bbcattini, :5tì. 

•i) Dk Bkossbs, r, H77. 

') Spiriti, IV. 

*^ Fkk\an,,1oc. cit. 

'"') Spiriti, loc, cit. 

") Bkoattini, 36. 

') Dk Brosses, loc. cit. 

*) " ITn ragazzo bnmo, magro in viso, con tanto di naso e sgra- 
ziato (juanto mai. „: Tom.maso Gray, citato dal Croce. / Teatri, 341. 

^) delazione Monastkrolo. 

i") Spiriti, loc. cit. Delle sofferenze che Carlo aveva a* denti, 
l»iinia della sua venuta in Napoli e ne' primi giorni della sua ve- 
nuta, scrissero il Montealegre al Trivigno ambasciatore spagnuoh» 
in Francia (Arch. di Stato di Nap., .\ff. Esteri, Plancia, voi. 2i<(k 
24 maggio 1734) e il conte Solaro nella citata Relazione. 

**) Così Giacomo Casanova, MI, 452; così pure lo Spiriti, loc. 
cit. Parecchi ritratti si fecero di Carlo in, Italia. Nel maggio del 1732 
gliene fece il primo a Firenze Giov. Maria dalle Piane , detto il 
^Molinai-etto " celebre Pittore in Ritratti ,» che 1" Infante richiese ed 
ottenne colà dalla duchessa vedova di Parma (Arch. di Sta; Nap.. 
Farncsione, fase. 384) e che poi condusse o chiamò a Napoli, dove 
il Molinaretto si trovava nel 1738 (ivi, Crt«ff i?efl/e, fase. 4). 11 Dan- 



— 356 — 

diffusa fra le storie del Regno lo affermò bello *), nacque, fra lo 
altre leggende, anche quella della maestosa bellezza del fondatore 
del regno Borbonico delle Due Sicilie, e gittò radici, e perdura 
ancora. 

Penetrare da quella esteriorità non bella nel fondo del cuore 
è cosa poco agevole. A sentire uno de' più beneficati, parrebbe 
che le brutte qualità fisiche si sperdessero fra la moltitudine 
de' pregi morali ^). Primo tra questi, fu segnalato da un altro 
biografo, egualmente colmo di beneficii, il sentimento sincera- 
mente religioso ^). E sta bene; ma, lo vedremo, fu sentimento 
non scevro di pratiche superstiziose. Pari a quello il debito 
d' obbedienza verso i genitori, sopra tutto verso la madre, giunto 
alla comicità, per certi atti e per certe astensioni; alla fine ve- 
nuto in uggia, ma non per questo osservato meno ^). 



viLA, 69 e lb7, ne nota due, uno del De' Piani e un altro del Mo- 
linaretto del 1737, come fossero due pittori diversi, e ne aggiunge 
(ivi, 115) un altro del Casella del 1734. Varii altri pittori lo ritrassero 
poi in Napoli; tra' quali il l'annini, nel 1744, in due belle tele, che 
sono nel Museo Nazionale di Napoli, e un altro, anonimo, in un 
buon quadro dell' Albergo de' Poveri. V. quanto aggiunge in pro- 
posito D' Onofri , p. LIV, n. 12. Di altri sarà data notizia in se- 
guito. 

1) Colletta, I, li, 19, p. 14. — " di aspetto ilare e grazioso „. 
- Ilare e di beli' aspetto „ lo chiamò il Botta, XI, p. 329; XII, 159: 
e così, press' a poco, la ZoBi, I, 65, ed altri. 

•2) Fernan, I, 36; II, 39 sg. 

3) D' Onofrj, Secondo punto, p. XXII sgg. con le note relative. 
Cfr. Ferree, 198 ; Colletta, I, III, 32; Carignani, 130 sg. ; Dan- 
viLA, 15 e 46 sg. 

'*) " Le caractère de ce prince est douceur , sagesse et timidité 
surtout pour les ordres de la Reine sa mère „. Così Villars: v. Gay, 
189. Non gustando il tabacco, finì in Toscana per stabaccare an- 
che lui, per obbedienza a' genitori : v. Danvila, 69 e 113. Ancora 
nel 1740, e nel campo politico, la corte francese assicurava il suo 
ambasciatore a Napoli, riguardo al re " que pendant longtemps il 
n' agira que suivant les inspirations, ou, pour mieux dire, la vo- 
lente du Eoi et de la Heine catholique „ : Istruzione al march. De 
r Hópital del 12 marzo 1740, presso Bbinach, 72. Nel 42 scriveva 



— 357 — 

Con gli altri, usò affabilità ed anche dimestichezza ; ma frenò 
il genio naturalmente allegro, in ossequio alla maestà reale *). 
Il ministro sardo scorse in lui tutte le virtù morali, ma tarpate 
dalla educazione. E , notando coni' ei parlasse poco ai ministri 
stranieri , attribuiva la cosa o a difetto di materia o alle am- 
monizioni del conte di Santo Stefano , che non si stancava di 
ripetergli: " prima la gravità, e poi il timor di Dio „ *). D'or- 
dinario, vestito alla buona, era egualmente semplice al tratto 
r facile ne' modi esteriori ; ma . so a taluno parve nemico- di 
ogni vanità e finzione ^), fu detto da altri sospettoso dentro o 
diffidente sempre, e amante dell' adulazione e largo cogli adu- 
latori, da' quali fu guasto , perchè condotto a presumer troppo 
(li se *). " Sufficientemente versato nella dissimulazione „ fu 
giudicato più tardi, all'. età già matura di trentasette anni*). 
C era insomma anche in lui del bene e del male ; ma . a dif- 
t\'renza e all' opposto delle testimonianze sulle doti fisiche , la 
somma de' pregi morali sembra maggiore e più sicura de' difetti. 

Degli usi , de* costumi , delle inclinazioni , sappiamo che fu 
" assai parco nel mangiare e nel bere „ ^). Dalla caccia av- 
vezzato a sfidare in campagna le più furiose bufere, quando però 
avvenne 1' eruzione del Vesuvio del 1737, non osò uscire dal suo 
ai)partamento ''). La sua " estrema castitsi „ o. più propriamente. 



il conte Solare (Arch. di Stato di Torino, Rdaz. cit.) : " Soffre egli 
non senza gran pena quella cieca dipendenza dalla volontà della 
madre, la qviale colla sua autorità da madre regola ogni suo cenno 
e passo , di modo che avendo egli preso genio al gioco del Bi- 
i-ibisso , a cui divertivasi la sera , gli venne ordine che più non 
si giocasse e fu costretto ad astenersene „. 

1) Fernan, 11. ce. 

^) SoLARO, Relazione. 

3) Fernan, 11. ce. 

*) Spiriti, IV. 

^) Arch. Stato Torino : Ministri a Napoli: il Conte Solaro al re, 
17 aprile 1753. 

^) Solaro, Relaz. cit. 

■'I Becattini, 102. — Spiriti. IV. 



— 358 — 

r unicit/i del suo amore, per la regina sua moglie, ebbe fama 
potremmo dire mondiale ; ma non mancò di correre qualche 
diceria in , contrario *). Per confessione di lui stesso, sue passioni 
vere furono la caccia e la consorte '^). E, a scusa della prima, 
il buon conte di Fernan-Nunez addusse che Carlo , avendo co- 
nosciuto per esperienza la tendenza della sua casa alla malin- 
conia, e vistine i tristi effetti nel padre e nei fratelli, si propose 
evitarla con un' azione continua e possibilmente violenta 3). E sarà 
vero. Ma, quando fece que' dolorosi esperimenti, egli era. da un 
bel pezzo, sotto il giogo di (juella passione *). Lo allettavan pure 

^1 Bibl. Gnomo, Ms. I, i, 50; il Manifesto della ruiNCiPKSSA di 
ToRCHiAUOLi, coii note marginali che qui segno in parentesi quadre, 
nomina " Cleopatra [la principessa di Stigliano] che, avendo fatto 
voto a S. Vincenzo di moderare suo costume , perchè il marito [in 
amore con la principessa di Montemiletto] ritornasse in sensi, tentò 
prima coli" andar picchiando tempj , e poi sotto mentite spoglie 
tirar nelle reti 1' innocente bambino [ Questo è il Re ] che dal- 
l' accorto e cauto custode (Conte di S. Stefano] fu distolto e sal- 
vato „. Vedremo fatto in Andria argomento di conversazioni sa- 
tiriche un amoretto di Carlo con ima bellissima dama, al suo primo 
arrivo in Napoli. Lo Spiriti, I, aggiunge che : " al giovane prin- 
cipe die air occhio una femminuccia, con cui attaccò tresca amo- 
rosa. Al Benavides parve riieglio lasciarlo sfogare con quella che 
con illustri dame , e la cosa si copri per qualche tempo „. E af- 
ferma, inoltre, IV, che il re avesse violato la figliuola del generale 
Lanega (La quale si andò a chiudere in un monastero) e di più se- 
dotto la moglie del marchese D" Onofrj (^il (piale avrebbe dato la 
sua tolleranza a prezzo di onori e di danaro). — Per gli anni piìi 
tardi, è conosciuto 1' accenno del Casanova, VII, 452, ad amori di 
Carlo III con la consoi-te del ministro De (xregori di Squillace. 

2) D' Onofki, LV, 13. 

3) Fbrnan, II, 49 sg. 

*) V. Danvila, 15 e 43. 11 ministro sardo scrisse nella cit. Re- 
lazione del 1742; " Verrà ben presto logorato dalle quotidiane fatiche 
della caccia, le (juali le hanno di già cagionato nonostante la sua 
giovanile età flussioni ai denti assai pertinaci, massime quando stava 
ancora a Parma, (]uesta ha per lui tanto allettamento che astener 
non se ne puole che nei soli giorni di domenica, onde si può con 
raggione avanzare esser la medesima la sua passione dominante „. 



— 359 — 

lu poscu e, in assai minor grado, il bigliardo *), il lavoro al tornio 
e al bulino -), lo spettacolo del ballo e dell' opera buffa ^). Gli 
era, al ^jontrario, fastidioso .il dramma serio e addirittura odiosa 
la musica *). Ma del suo cuore di re, del sentimento, delle inten- 
zioni, del senno che lo guidarono nel governo, del R^gno, dell'at- 
tività che vi spese, qui non diciamo nulla. Meglio sarà. scJiivando 
l'anticipazione d'un ritratto di manioni •''), che il giudizio scatu- 
risca u suo tempo da' fatti. 

2. Traverso quanti e quali maneggi etl evtMiti il primogenito 
(li Elisabetta Farnese perveidsse ad assidersi sul . trono reale di 
Napoli, sbalzandone 1' imperatore Carlo VI, è risaputo. A noi 
non resta che il facile e modesto compito di riassiunere rapida- 
mente i risultati di anteriori indagini su tal soggetto. A lui 
un principato in Italia era stato destinato ancor prima della 
nascita "). Venuto appena al mondo , fu quindi la mal' ombra 
dell'Imperatore, che bramava maggior dominio in Italia, e vide 
in lui un ostacolo e una minaccia ''). Da quell'istante, divennero 

*) Danvil.\, 68. 

■-) Si fece da sé il pomo del bastone: Danvu.a, 4.') ; e nel 1735 
spedì in Ispagna figure di cui egli stesso aveva inciso i rami: 
ivi, 117. 

^) Danvii-a, 68. — Croce, I Teatri, 315 sg. e 343. 

*) Stando al San Carlo il presidente de Brosj^jes (III, ibò), " lo 
roi y vint; causa pendant une moitié de 1' opei;a et dormit pen- 
dant r autre: cet home assurémeut n' alme pas la musique „. V. 
Cuoce Teatri, 343 e 345. B'brnan, I, 104, attribuendo quel!' aborri- 
mento al conte di S. Stefano, che costrinse, spesso il principesco 
alunno ad andare di malavoglia all' opera, trova singolare che il. re 
più avverso alla musica costruisse il maggior teatro del mondo; ma 
aggiuiige, non senza arguzia: " A esto puede decirse que comò el 
palco del Rey està en el fondo, lo ha echo para estar mas lejos de 
la musica „. V. pure Ferrbr, 193, e Casanova, VII, 452. 

^') Tale quello del Colletta, I, II, 19, p. 14. 

") Il re di Francia Luigi XIV approvò le nozze di Filippo V con 
la Farnese in considerazione de' diritti che ella, nata dal figliuolo 
di una Medici, avrebbe recato al nipote sugli stati di Parma e di 
T(»scana. V. lettera di Giudice a Filippo V de' 30 giugno 1714, presso 
Baidrillakt, I, 593. 

T) LaFUENTE, XIII, 168 sg. — F]l).MAN.\SDOKKFEK, II, .370 Sgg. 



— 360 — 

focolari di nuova guerra europea le due corti di Vienna e di 
Madrid. A concordarle, le potenze interessate al mantenimento 
della pace, Francia , Inghilterra , Olanda, convennero (nel noto 
trattato dell'Aia, del gennaio 1717) di offrire alla regina di 
Spagna la futura successione del figliuolo, non ancor di un anno, 
negli stati Farnesiani e Medicei:- all'Imperatore, la permuta della 
Sardegna cou la Sicilia. Ma la Spagna dell' Alberoni rispose as- 
salendo la Sardegna. E, mentre l'Imperatore angosciato da' nuovi 
amori tra Francia e Inghilterra, fulminato dal colpo audace degli 
Spagnuoli, si avvinghiava a' maneggi della diplomazia, e s' incro- 
ciavano pretese ed offerte cozzanti, ecco un'altra flotta spagnuola 
attaccar la Sicilia. Il nuovo colpo forzò l' Imperatore a trattare 
coir Inghilterra, e con essa e colla Francia sottoscrisse il noto 
trattato di Londra (2 agosto 1718). Nel suo artic. 5.", quel trat- 
tato presunse di conciliare le opposte ambizioni , accordando a 
Carlo VI la sovranità feudale degli stati Medicei e Farnesiani. 
e destinandone a don Carlo il dominio *). 

1) " ... È stato convenuto che i predetti stati o dominj posseduti 
attualmente dal Granduca di Toscana e dal Duca di Parma e Pia- 
cenza saranno riconosciuti in avvenire e in perpetuo da tutte le 
parti contraenti... per feudi mascolini del Sacro Romano Impero ; 
e allorché per difetto di maschi si farà luoga alla successione, S. 
M. I. come Capo dell'Impero acconsente che il figlio primogenito 
della Regina di Spagna e suoi discendenti maschi nati di legittimo 
matrimonio... succedano in tutti i detti Stati. E siccome è neces- 
sario per ciò il consenso dell'Impero, S. M. I. impiegherà tutte le 
sue premiu'e per ottenerlo, e dopo averlo ottenuto farà spedire le 
lettere di espettativa, che conterranno l'investitura eventuale pel 
figlio... di detta Regina.... e le farà rimettere prontamente in mano 
di S. M. Cattolica, almeno nel termine di due mesi, dopo il cambio 
delle ratifiche... E le LI. Mm. Imperiale e Cattolica sono convenute 
inoltre di non fare entrare né introdurre soldati di proprie Truppe 
in detti Stati, come neppure truppe di Francia, e qualunque altra 
nazione, ma affine di procurare una maggior sicurezza in qualsiasi 
evento al figlio della Regina di Spagna....; come ancora per pre- 
servare da qualunque intacco la feudalità stabilita su questi Stati 
a favore dell' Imperatore e dell' Impero : è stato convenuto tra le 
parti, che i Cantoni Svizzeri metteranno per guarnigione nelle prin- 



— 361 — 

Ma la pace, cui quel trattato e particolarmente quell'articolo 
mirava, suscitò invece un nuovo viluppo di scontentezze, di dif- 
fidenze, di gelosie, di timori. Destinato l'infante Borbone a fu- 
turo vassallo di Carlo VI, non era quello il sogno materno della 
regina di Spagna. Altronde l'aggiunta di quella nuova sovranità 
alla potenza imperiale, già troppo cresciuta, non andava scevra 
di preoccupazioni e di apprensioni per altre potenze, e intanto 
già provocava proteste e querele in Parma, in Firenze, in Roma. 
Dal lato opposto, Carlo VI, che fuori d' Italia aveva ingrandito 
con importanti acquisti gli stati di casa sua; che, con pensiero 
dominante, mirava a trasmetterli, in tutta la loro ampiezza pre- 
sente e futura, alla prima delle sue figliuole; che ora, col con- 
corso de' recenti alleati di Londra mutava il dominio della Sar- 
degna in quello della Sicilia, era troppo potente per tollerare in 
pace un cuneo di dominio borbonico fra' suoi stati italiani. Egli 
segnò il trattato per la forza delle necessità del momento, ma 
col proposito di negare a miglior tempo quanto aveva promesso 
per r Infante spagnuolo. 

Le prime opposizioni però vennero dalla Spagna. Carlo VI, do- 
vendo, conforme al trattato, rinunziare solennemente alla Spagna 
ed alle Indie in favore dell' antico rivale, subordinò la rinunzia 
sua allo corrispondenti rinunzie di Filippo a' dominii della smem- 
l)rata monarchia eh' erano stati assegnati a Casa d' Austria. Ma 



cipali piazze di detti Stati, cioè Livorno, Siena, Portoferraio, Parma 
e Piacenza , un corpo di Truppe che per ora non eccederà il nu- 
mero di t) mila uomini, ed a tale effetto le tre parti contraenti pa- 
gheranno ai detti Cantoni i sussidj necessari P^l ^'^^'^ mantenimento. 
Queste vi resteranno fino a tanto che succeda il caso di detta suc- 
cessione, e allora saranno tenute di consegnare al Principe desti- 
nato per succedere le Piazze che sono loro state affidate... E sic- 
come potrebbe succedere, che un'opera cosi salutare restasse ritar- 
data dal tempo ch'è necessario impiegare per convenire con i Can- 
toni Svizzeri..., S. M. Britannica... non avrà difficoltà di sommini- 
strare per quest'uso le proprie Truppe, per quel tempo che sarà 
necessario aspettare che quelle degli Svizzeri siano in grado di 
prenderne la custodia „: dalla trad. ital. datane dal Becattinf, p. 9 
— V. per altro B.\udrillart, II, 298. 

Anno XXVII. 24 



— 862 — 

Filippo, consigliato dall' Alberoni, rifiutò (juella rinunzia. Quindi 
la guerra, riaccesa dal ministro piacentino, parve dover ardere 
})er un pezzo; ma non fu così. Appunto il vecchio sovrano del- 
l' Alberoni, il duca Francesco Farnese, intermediario il marchese 
Annibale Scotti, indusse il re di Spagna a toglier di mezzo il 
turbolento ministro e ad aderire al trattato di Londra (26 gen- 
naio 1720) '). Questa volta, Filippo V con esatta, quantunque 
dolorosa, osservanza delle clausole impostegli, sgombrò tutte 
e due le isole occupate; rinnovò le rinuncia cosi alla Francia, sem- 
pre rimpianta, come a' dominii austriaci d' Italia; designò i ple- 
nipotenziari pel congresso che s'era indetto .pel prossimo otto- 
bre a Cambra!,, ad appianare le varie questioni rimaste pendenti. 
Ma Carlo VI venne meno agi' impegni suoi, e tenne vivi i mo- 
tivi di guerra. Preso che ebbe possesso della Sicilia, non si dette 
altra cura che di evitare l'avveramento, ostico a lui quanto mai, 
della venuta del piccolo Borbone in Italia. E però né destinò 
ministri pel (congresso, né spacciò le prome.sse lettere d'investi- 
tura eventuale; ma si adoperò invece a trarrje a sé il malcontento 
re di Sardegna, per farsene nn argine contro i destini già asse- 
gnati all' Infante -). 

La buona stella de' ]iorboni sventò quelle trame, e parve già 
allora levar più in alto le sorti di don Carlos. Il reggente di 
Francia, mutata rotta, ristabili l'armonia fra' due regni borbo- 
nici, consentendo, contro il 5. artic. della quadruplice alleanza, 
una pronta introduzione di guarnigioni spagnuole nelle piazze 
parmensi e toscane. Al trattato di alleanza (marzo 1721), tenne 
dietro anche la convenzione di un triplice matrimonio, che fi- 
danzò, allora per la prima volta, il fanciullo don Carlos. La sposa 
assegnatagli era madamigella Filippa di lieaujolais. quinta fi- 
gliuola del duca d'Orleans. E, poiché a]!' alleanza franco - spa- 
gnuola accedette anche l'Inghilterra, intere.ssata a tener in freno 
la potenza austriaca in Italia (13 giugno 1721). l'Imperatore, 
preoccupato di ciò, inviò i suoi plenipotenziari a Cambrai, e il 
congresso finalmente si potè aprire (gennaio 1722) 3). Ma, non 

1) Lafuente, XIIl, 194 — Baudrillai.t, li, 300 sgg. 
*) Lafuente, Xlll, 201 — Baudrillart, II, 402, 445. 
3) Lafuente. XIII, 201 .sgg., — Baudiuli.aht, II, 445 sgg. 521 sgg. 



— 36a — 

dissipatene in tempo le cagioni di un imminente ritorno alle armi, 
Filippo V dichiarò, sin d'allora, che, se una guerra felice gli ren- 
desse in Italia i dohiini smembrati dalla corona spagnuola, e' li 
cederebbe al figlio suo don Carlos i). 

Si affilavano le armi ; ma non si guerreggiò che a paro- 
le. Plenijìotenziari spagnuoli al congresso di Cambrai erano il 
conte di Santisteban e il marchese Bevetti - Landi. Essi volevano 
il pronto ingresso dell'Infante in Italia e una dichiarazione del-. 
l'Imperatore che non gli contrasterebbe la presa di possesso de- 
gli stati assegnatigli. Poiché la Francia e 1' Inghilterra, restie 
alla prima esigenza, appoggiarono la seconda, l' Imperatore pro- 
mise la dichiarazione: ma ne volle a prezzo un'altra di re Filippo. 
che nulla la Spagna intraprenderebbe in Italia contro il trat- 
tato della quadruplice alleanza *). Questa fu data; ma Carlo VI, 
accampando nuove difficoltà, pretese inoltre che Filippo s'impe-j 
gniusse a non inviare il figliuolo in Italia se non a successione già 
aperta ^). Incontrata un'energica resistenza nel carilinal Dubois, 
primo ministro del Reggente in Francia , il maleintenzionato 
Augusto accordò le lettere reclamate (9 dee. 172.3), ma in tale 
forma da scontentare tutti *). Se ne interruppero le conferenze ; 
poi si ripresero, tra le insistenze de' ministri di Spagna e i 
ruvidi rifiuti della corte irtiperiale. Il congresso fu in punto di 
chiudere ingloriosamente la sua inconcludente esistenza ; Elisa- 
betta Farnese ebbe a deporre lo scettro, per l'abdicazione del con- 
sorte, in favore di Luigi I ^): le sorti di don Carlos parvero 
declinate. Ma Elisabetta ritornò sul trono, più potente che mai, 
perchè più che mai padrona del marito, alla morte del figliastro, 
stato re sette mesi. E, sotto l'influsso dell'avventuriere olandese 
barone di Riperda . ]ìensò battere altra strada : rompere le 
lentezze e le dilazioni degli alleati, vedersela direttamente, col 
proprio nemico e, col suo mezzo , preparare alla propria prole 
pili alto avvenire. Levato l'animo al disegno di fare de' suoi "dtt^e 

1) Baudrillart, II. 521. 

2) op. cit., 521 sgg. 

3) op. cit.. 528 sgg. 

*) LaPUBNTE, 204 Sg. r— BaUOKILI.AUT. 528 sgg. . .,.;/.(; . 

5) Bauurillaut, hi. 21 sgg. 



— 864 — 

figli gli eredi di Casa d'Austria, con istruzioni informate a quel 
disegno spedi segretamente a Vienna lo stesso intrigante avven- 
turiere. In brevi termini , ella chiedeva Maria Teresa per don 
Carlos , col retaggio di tutti gli stati austriaci fuori d'Italia, 
e la seconda arciduchessa per don Filippo, con tutti i domini 
d'Italia. Repugnando le prime nozze all' Im])eratore. e più an- 
eoi'a all'arciduchessa primogenita, un primo trattato, che il Ri- 
perda riusci ad ottenere (30 aprile 1725), senza accennare ad 
esse, non fece che assicurare a don Carlos la presa di possesso 
degli stati farnesiani e medicei in virtù delle lettere imperiali. 
Tre altri trattati, seguiti ai primo (di pace, d'alleanza difensiva 
e di commercio) non si ottennero che a tutto svantaggio e sacri- 
ficio degl' interessi delia Spagna. Ne forse Filippo V li avrebbe 
accettati. Ma il duca di Borbone, primo ministro di Luigi XV 
(già maggiorenne), avuto ch'ebbe sentore degli accordi di Vienna, 
disgustato dal rifiuto del grandato spagnuolo al marito della sua 
amante, marchese di Prie, impaziente di dare un delfino alla 
Francia, sposò al giovinetto re l'esule polacca Maria Lecsczynska, 
e rimandò in Ispagna a' parenti l' infanta Anna Vittoria ^). 

Quale sdegno accendesse 1' offesa inaspettata nell' animo di 
Filippo V e più di Elisabetta ; con quale esplosione di contumelie 
all'indirizzo del pi'imo ministro francese ella facesse rinviare in 
Francia a rappresaglia madamigella di Beaujolais, non occorre 
rammentare qui. Palese la rottura fra le due corti di Spagna e 
Francia (marzo 1725), premiati pubblicamente da Elisabetta i 
fa^^tori dell' alleanza austriaca (con la nomina del Riperda a duca 
e grande di Spagna e poi a ministrp degli esteri, e col conferi- 
mento del marchesato della Pace a. Giambattista Orendayn, solo 
de'ministri spagnuoli informato de'negoziati diVienna), fu sciolto il 
congresso di Cambrai: airalleanza austro-spagnuola la Francia e 
l'Inghilterra contrapposero le lega di Annover con la Pru-sia 
(settembre 1725). E allora gli estremi tra gli sforzi incessanti del 
Riperda in Vienna parvero dar effetto finalmente alla maggiore 
delle aspirazioni di Elisabetta Farnese. Il quinto ed ultimo de" 
trattati di Vienna (5 novembre 1725). con le convenzioni per la 

1) Danvii.a, 24 sgg. — Lafukntk. 2.W sgg. — BAUORrLLAirr. IH, 

128 sgg. 



— 865 — 

guona eventuale e per uno .smembramento della Francia, con- 
teneva pur l'altra, per quanto limitata da riserve, circa le nozze 
(lei due infanti collo arciduchesse *). 

Dogli effetti della strana alleanza (^sensibili . più elio a tutti, 
a' popoli della Spagna, per le convenute rimesse di danaro alla 
corte imperiale) *), notiamo solo questo, che, messe in moto k- 
lingue dt'gl' italiani , si cominciò a render popolare in Napoli il 
nome di Carlo Borbone ^). Ma. benché le due leghe nemiche 
s'ingrossassero, unendosi a quella di Annover l'Olanda, la Svezia 
e la Danimarca: all'altra di Vienna,- la Russia e la Polonia, la 
grande guerra, co' soldati di Filippo \i o Carlo VI combattenti 
in un medesimo campo, non si vide. Cominciò invece a palesarsi 
privo di base tutto l'edificio costruito dall'avventuriere olandese. 
Quindi caduto in Ispagna dal ministero il Riperda, gli successero, 
un dopo r altro, il marchese (xrimaldo e il marchese De la Paz, 
mentre anche in Francia il duca di Borbone era rimosso dal 
potere. E, dopo qualche mostra e (jualche azione guerresca, ap- 
parse navi britanniclu^ a' lidi spagnuoli d'America, accintisi gli 
Spagnuoli all'assedio di (Tibilterra, avviatosi il principe Eugenio tli 
Savoia verso il Reno, a sicurezza de' Paesi Bassi, .sceso con un 
altro esercito il conte di Staremberg in Italia, tornarono a incro- 
ciarsi contestazioni diplomatiche, assai più che palle di cannone *). 

In fondo, nessuno voleva guerra, meno che tutti il giovane rt 
di Francia, e meno che mai col proprio zio re di Spagna. E an- 
cor meno di Luigi XV avea tendenze battagliere il vecchio abate 

M \'. opere citate. 

2) Lafuente, 263 sg. 

3) Recattini. 18, e Fbrnax Nuhez, 21, notano solamente la rimessa 
(li doppie 200 mila 'pari a due. nap. 900 mila) come prezzo del di- 
spaccio eventuale de' 9 nov. 1726. Ma il Racconto, 233 sg., ripro- 
ducendo i discorsi napoletani del tempo, narra che Carlo VI chie- 
se a Filippo V diciassette milioni di ducati, promettendo, a rival- 
sa, la sua figliuola per l'infante don Carlo colle due Sicilie in dote: 
ma, avuti in conto solo 8 milioni, mutò pensiero, negò le nozze e 
dichiarò quell'oro prezzo della futura investitura. E al racconto 
non manca un fondamenta di verità. 

*) Lakuentk, 264 sgg. 



— 866 — 

Fieury. assunto allora, alTetà di settantatre anni a reggere il 
timone della politica francese. Gl'innaturali legami tra Spagna 
ed Austria cominciavan dentro ad esser rosi dal verme dello in- 
sistenze di Elisabetta, pel matrimonio del suo primogenito con 
Maria Teresa, e degli schermi della corte di Vienna. Tornò, per 
giunta, a spuntar fuori la repugnanza invincibile delFlmperatore 
per la venuta d'un Borbone in Italia. Quella repugnanza fu in- 
traveduta ne' maneggi imperiali presso le corti di Firenze e di 
Parma. Qui morto il duca Francesco Farnese (colpito d' apo- 
plessia il 26 febbraio 1727),' l'Imperatore provocò o favorì le nozze 
del successore con la nvdenese Enrichetta d' Este. Egli voleva 
guadagnar tempo. Il primo ministro di Francia anelava a dissi- 
]iare dall'orizzonte il brutto nembo della guerra. A questo fine, 
si offrì mediatore. Carlo VI, per ricuperar l'agio di differire, ac- 
colse la mediazione, e fermò con la Francia e le potenze ma- 
rittime alcuni preliminari (maggio 1727), rinviando le trattative 
])er un accordo definitivo ad un nuovo congresso. Non ci voleva 
(li più, perchè Elisabetta Farnese s'insospettisse degl'intenti 
del poco sincoro alleato. A scoprirli mandò in Italia, col doppio 
. carattere di ambasciatore a Venezia e plenipotenziario di Spa- 
gna presso i principi italiani, l'abile siciliano marchese di Mon- 
teleone, stato già nel 1718 ambasciatore a Londra. Intanto 
fece aderire anche il marito ai preliminari proposti dal Fleury, 
o si riconciliò con la Francia (agosto 1727) i). 

Nuovo congresso, dunque. Fissato prima in Aquisgrana, poi 
di nuovo a Cambrai, si apri a Soissons il 14 giugno 1728, e 
vaneggiò anch'esso, per quasi un anno. Fra le varie questioni, 
subito vennero a galla i dissensi e le antipatie principali. Elisa- 
betta volev^a ad ogni costo l'arciduchessa Maria Teresa pel suo 
don Carlo; l'Imperatore velatamente la negava. La regina di Spa- 
gna chiedeva di presidiare immediatamente con sue guarnigioni le 
piazze toscane e di Parma e Piacenza, secondo gli accordi presi 
nel 1721 con la Francia e Inghilterra; l'Imperatore si opponeva, 
richiamandosi all'artic. 5° della quadruplice alleanza. Ricorrendo 
infine ad un mezzo estremo, Elisabetta scrisse direttamente allo 
stesso Carlo VI. fece dal marchese De la Paz scrivere al principe 

1) Lafuente, 267 sgg. — Baudrillart, III, 246 sgg. 



— 867 — 

Eugeiiiu. (-hitHlemlo iiiicor imu volta per l'infante don Carlo la mano 
deirardduchessa. Ne ricevette un ultimo rifiuto; e allora, esa- 
sperata dalla disillusione, non pensò più che ad introdurre le 
suo forze in Italia e a vendicarsi dell'Austria *). In conseguenza, 
si scompose lo scacchiere delle alleanze, originato da' trattati di 
Vienna, e si ricompose conforme a nuovi sentimenti, a nuovi in- 
teressi, a nuove i)alesi o recondite mire. 

In Francia, la nascita del delfino (14 maggio 1729) sgombra- 
va le vec(;liie ombro di protensioni di Filippo V alla successione, 
li' Inghilterra era insofferente di (piello stato di cose pernicioso 
a' suoi commerci. Fu quindi facile alla Spagna un'intesa coll'altro 
regno borbonico e coli' Inghilterra, sancif4i nel trattato di Siviglia 
(0 novembre 1729), a cui, poco di poi. Jiccedetto anche l'Olanda. 
Ia' nuove alleate guarentirono ad Elisabetta la succe.ssioue di don 
Carlo nei ducati di Parma e di Piacenza e nel granducato di 
Toscana e l'immediata introiluzione di seimila spagnuoli nelle 
piazze di cpiegli stati. Ma, mentre agli accordi presi in Siviglia 
si opponevano il papa, il ihica Antonio Farnese, il granduca Gian 
Gastone de' Medici, l'Imperatore, appoggiato dalla Russia, sicuro 
della cooperazione del re di Sardegna, dichiarò non voler di- 
staccarsi da' patti della quadruplice alleanza, richiamò 1* amba- 
sciatore da Madrid, si mostrò risoluto ad impedire anche colle armi 
l'esecuzione de' patti di Siviglia '^). (Quindi, inviate effettivamente 
milizie imperiali in Italia, ingrossanti a Mantova, nel Milanese, u 
Massa, in Lunigiana, fervendo le opere di difesa ne' territori au- 
striaci d'Italia, anche il Regno di Napoli risonò allora di nuove 
truppe affluenti, e vide accrescere gli equipaggi alle navi e febbrili 
le opere di fortificazione ^). Ripercosse anche ciui le preoccupazioni 
imperiali, che l'entrata di milizie spagnuole in Italia potesse, già 
allora, aver di mira le due Sicilie, .sin d'allora cominciò a pensarsi 
ad un'eventuale venuta del giovane Borbone a Napoli. E, ne' voli 
delle fantasie napoletane su per que' paesi pieni d'oro, onde sa- 
rebbe mosso l'Infante, si novellò che Elisabetta gli avesse appa- 



') Lafuentk, 277 sgg. — Bauukillart, Ili, 423 sgg. 

') Lafuente, 284 sgg. — Baudrillakt, TV, 17 sgg. 

3) .So<-. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 8, 31 — Racconto, 2.57 sg. 



— 368 — 

recchiato una " credenza tutta d' oro fatta a Parigi del valore 
di 50 mila doppie „ ^). 

L'Infante era atteso per la primavera del 1730, e con lui la 
guerra. Luca Spinola era stato messo dalla Spagna a capo de" 
corpi di spedizione. Ma gli alleati di Siviglia non mostrarono 
per l'Infante molto maggior fervore che il precedente alleato di 
Vienna. Nemmen questa volta si voleva mandare in fiamme 
l'Europa, per giovare al figlio della Farnese. Si conferi, si ne- 
goziò, riguardo alla spedizione; ma non si conchiuse se non l'at- 
teggiamento da assumere coll'invio di un ultimatum, per piegare 
l'Imperatore all'introduzione de' presidi spagnuoli in Italia. L'Im- 
peratore ricevette 1' ultimatum, lo prese per ciò che valeva, e 
lasciò correre. Cosi giunse l'autunno, e fu quindi impossibile il 
trasporto de' soldati ^). 

Elisabetta, già indignata delle nuove lentezze, non ne potè 
pili. Inviò a Parigi il marchese di Castelar (fratello di don Giu- 
seppe Patino, che le infermità del De la Paz avean reso quasi 
primo ministro di Spagna) biasimando 1' inazione degli alleati , 
richiamandoli al compimento degl' impegni ^). Fece scrivere dal 
Patino al granduca di Toscana che più non era possibile a S. M. 
Cattolica differire l'invio dell'Infante. Desiderava quindi concor- 
dare i mezzi dell'ingresso delle guarnigioni, le precauzioni per 
risparmiare alla Toscana un' invasione e la guerra. Promettendo 
vantaggi commerciali per Livorno, sicurtà al decoro ed all'au- 
torità della vedova Elettrice, sorella del Granduca, il re catto- 
lico chiedeva che si stabilisse tra lui e le LI. Aa. Reali " una 
convenzione particolare come di famiglia a famiglia a tenore 
dell'art. V del trattato di Londra „ ^). 

Dando il Fleury parole. , Roberto Walpole offri la mediazione 
del suo re per ottenere l'assenso imperiale alla occupazione spa- 
gnuola delle fortezze Medicee e Farnesiane. Elisabetta quindi, 
nuovamente e giustamente irritata con la Francia, accettò 1' of- 



*) Racconto, 232 sg., 238. 

2) Lafuente, 286 — Baudrillart, IV, 36 sg 

3) Lafuente, 288. 
*) Becattini, 19 sg. 



— 869 — 

fertii inglese, l'i-oprio allora, il jij^iorno 20 jii;enii:uo 1781, usciva di 
vita il duca Antonio Farnese, ultimo discendente, in linea maschi- 
le, di i»apa Paolo [II. Lasciava i suoi stati ad un suo figliuolo 
presunto nel ventre della duchessa Enrichetta; dove (juesto man- 
casse, nominava suo erede il bisnipote spagnuolo primogenito di 
Elisal)etta. In conseguenza, il conte Stampa penetrò con seimila 
Austriaci no' ducati Farnesiani, dichiarando che li consegnereb- 
be air Infante, sol quando la gravidanza della vedova avesse 
dato femmina o fosse svanita *V 

Lo stesso giorno, che pose termine alla Casa Farnese, chiuse 
il decimoquinto anno dell' etii di don Carlo di Borbone. Da' 
balocchi dell'infanzia e dalle cure dell'aia, egli era passato a' di- 
vertimenti dell'adolescenza ed agli ammaestramenti di precettori 
ed educatori, senz' aver forse neanche il sentore del proprio peso 
negli affari del mondo. Eppure, da quattordici anni i gabinetti 
dei ministri europei e i congressi de' diplomatici si occupavan 
(li lui: personaggio, se non principale, tra* i)rincipali nella str)- 
ria della diplomazia di (juel tempo. Contro di lui. l'ultimo degli 
Absburgo avea dovuto impiegare gli sforzi e la sapienza e l'a- 
bilità de' suoi statisti più lungamente che non avesse adope- 
rato i suoi uomini di guerra contro il padre di lui. Ma è su- 
perfluo avvertire che quell'importanza non aveva altra base che 
la volontà di Elisabetta Farnese e l'autorità della potenza spa- 
gnuola. In quanto sinallora s' era fatto per Carlo di Borbone, 
egli non aveva avuto personalmente parte veruna. 

3. Solo quando morì Antonio Farnese, l'infante don Carlo co- 
minciò ad avere una certa personalità: divenuto da quell'istante, 
almeno virtualmente, duca di Parma e di Piacenza. Pure, ancor 
per lungo volgere di tempo, nell' interesse e in nome suo agirono 
i sovrani di Spagna, e propriamente la regina Elisabetta. Ella, 
resa dall'occupazione austriaca de' ducati de' suoi avi tanto piti 
irosa contro la Francia quanto sollecita dell'offerta mediazione in- 
glese, ottenne che l'Inghilterra e l'Olanda segnassero con l'Austria 
un trattato, che ratificava, da un lato, la Prammatica Sanzione 
di Carlo VI; dall'altro, la successione di don Carlo neo-li stati 

1) Becattini, 22 Si?. 



— 'ÒIO — 

Faruu.siaui e Medicei, con rintroduzione iiuuiediata di .seimila spa- 
gnuoli di guarnigione (16 marzo 1731). E cosi, pe' buoni uffici del- 
l'Inghilterra, a dispetto de' ministri francesi, sulla base di (^uel 
trattato , potette esser sottoscritto in Vienna (da' due amba- 
sciatori spagnuolo e inglese, duca di Liria e Robinson) un altro 
trattato , clie impegnò formalmente Carlo VI a lasciar venire 
l'Infante e presidiare le piazze (22 luglio 1731) *). 

Il ministro toscano a Vienna (marchese Ferdinando Barto- 
lommei), annunziando :il suo principe quell'assentimento imperiale 
a' voleri dell' Inghilterra , lo defini come la caduta dell' unico 
ostacolo alla venuta dell'Infante, come 1' ultima ora della dignità 
di Casa Medici e dell'onore di Toscana. Ma prudenza voleva 
che si facesse virtù della necessità, e Giovan Gastone de' Medie i 
non osò più cozzare co' fati. Come gli ebbe insinuato il furbo 
ministro spagnuolo (il domenicano P. Salvatore Ascanio), il 
granduca sottoscrisse in fretta e segretamente una Convenzione 
[ìarticolare col re di Spagna, una specie di patto di famiglia, 
indipendente da mediazione altrui ; e in essa riconobbe . egli 
con la sorella Elettrice , ed accettò per successore ed ex'ede 
r Infante tante volte rifiutato 2). 

Piegato r Imperatore dall' accorta energia di Elisabetta, vie- 
tata dal trattato della quadruplice alleanza a' sovrani di Spa- 
gna la tutela del figlio, pi'incipe in Italia, un decreto dello 
stesso Imperatore (de' 17 ottobre 1731) pose l'infante don Carlo 
sotto la contutela del granduca di Toscana e dell'avola materna 
duchessa Dorotea di Parma ■^). Assicurata cosi da Elisabetta, 
sotto l'ombra. deU'Inghilteri'a, la venuta del figlio, allestite sotto la 
sua vigilanza le truppe di spedizione, in quello stesso giorno 17 

1) Lafuente, 289 sgg. — BAUm{iLLAKT, IV, 71 sgg. 

^) ZoBi, 1, 61 sg. — Bbcattini, 24 sgg. 

3) Danvila, 47. Ma il diploma originale di Carlo VI " Tiitelae 
Serenissimi Eealis Infantis D. Caroli Hispaniarum in Serenissimam 
D. Ducissam Doroteani eius Aviam „ è datato sub die .'il Octobris 1731. 
Rilegato in velluto oro-vecchio, e contenente 8 fogli .membranacei 
(de' quali soR6 scritti' fu rinvenuto nel fase. 383 delle carte Parne- 
siane delI'Arch. di Sta. di N"ap.. ed ora è collocato nel Museo del 
medesimo .\rchivio. 



— 871 — 

ottobre salptiroiii) da Barcellona verso Livorno una scjuaJra spa- 
^nuola ed una squadi-a inglese *). Conducevano i reggimenti 
destinati a presidiare le jìiazze di Toscana, di Parma e di Pia- 
{^enza sotto il comando del conte di Cliarny, un francese ne- 
mico di Francia, discendente da Gastone d' Orleans, per linea 
doppiamente bastarda ^). Pervenute, dopo dieci giorni di navi- 
gazione, a Livorno (2fi ottob. 1731V fu regolata, tra' ministri di 
Spagna, d'Inghilterra e di Toscana, l'entrata e la distribuzione 
tielle guarnigioni nelle piazze de* due stati. Lo Charny, passato 
subito a Firenze, prestò in nome di tutte le truppe giuramenti 
di fedeltà al Granduca ed all'Infante .suo erede ^). 

Elisabetta provvide intanto a Siviglia, dove trattenevasi la 
Corte, a comporre la " Casa di don Carlo „. Una delle pri- 
me nomine, se non la prima, fu quella di " don Manuel de Be- 
navides y Aragon conde de Santistevan fo San Esteban] del 
Puerto Ayo del Senor Infanto Don Carlos „ agli uffici " ((ue de- 
berà ejercer en la asistencia de S. À. quando pasarà Ti Italia „ *). 
Fu cioè nominato maggiordomo maggiore dell' Infante e ple- 
nipotenziario del re Cattolico in Italia 5), con l'ingente stipendio 
0, come si diceva, pensione di seimila dobloni all'anno *). Dopo lui. 
vennero: cavallerizzo maggiore il principe Corsini, somiglierr o 
granciambelìano' il duca di Tursi e, via via. gli altri dignitari e 
cortigiani, ed alti e bassi familiari e servitori, in tutto 250 per- 
sone, al seguito dell'Infante, più 30, al seguito del maggiordomo 
maggiore '). Uno de' primi dodici " gentiluomini di camera „ 

') La prima contava 2.ó navi da guerra comandate dal march. 
Stefano Mari, 7 galere al comando di Michele Reggio e gran nu- 
mero di barche da trasporto; la squadra inglese aveva 12 vascelli 
e 3 fregate sotto il cav. Wager. V'erano a bord!o circa 7500 uo- 
mini d'ogni arma: L.\fuentk 291. — B.\ui)R1llakt, TV, 109 sg. 

2) Baudrili..\rt, IV, 110. 

3) Lafuent?:, 292 — Baudkillakt, IV, 110 sg. 

^) Gli venne comunicata da don Giuseppe Patino, sin da' (i agosto 
1731: Arch. Sta. Nap., Casi Reale, I. 
'') Lai'uente, 292. 

«) Arch. Sta. Nap.. Casa Reale, l: ordine 19 àpr. HS."). 
') I nomi e gli stipendi presso Danvii>a . 48, nota 3. Ofr. Hav- 

DRILLART, IV, 112 Sg. 



— 872 — 

fu il inai'chese piacentino Giovanni Fogliani ^), destinato a più 
alta fortuna. Primo cavallerizzo lo spagnuolo don Giuseppe Mi- 
randa Ponce de Leon -), fu tra quelli che esercitarono la mag- 
giore e più durevole influenza sull'animo di Carlo Borbone. Più 
tardi fu creato duca di Losada. Unico segretario del dispaccio 
fu don Giuseppe Gioacchino di Montealegre marchese e duca di 
8alas, stato già consigliere alla corte di Spagna ^). Oltre quel 
seguito, Elisabetta assegnò al figliuolo la compagnia di cento 
Guardie del corpo a cavallo, sotto il comando del capitano don 
Lelio Carafa napoletano, tenente il conte Triulzi ''). 

Una " troupe de mendiants „ lo stesso conte di Santo Ste- 
fano avrebbe definito all'ambasciatore francese tutta (quella gen- 
te della Casa del Principe, che egli doveva condurre in Italia. 
Ed è parsa a taluno esagerazione da grande di Spagna •''). Ma. 
poiché la recente sodisfazione alle brame materne di Elisabetta 
era avvenuta ad insaputa e a dispetto del ministero francese, 
la frase riferita dal conte Rottembourg al ministro Chauvelin, 
rivelerebbe piuttosto, o il dispetto dello stesso ambasciatore, o 
una sua compiacenza verso il ministro. Tanto più che egli af- 
fermava l'esistenza di un debito della Corte a tutte le persone 
di quel seguito di quattro anni di arretrati ''). E quel debito non 
solo è inverosimile , per ciò che riguarda uffici d' un' ammini- 
strazione allora organizzata; ma è contradetto dallo stato ufficiale 
d'introito ed esito della casa dell'Infante '). 

1) Arch. Sta. Nap., Casa Reale, 1: Patino a Fogliani. da .Siviglia 
27 ott. 1731. 

'^' ivi: Montealegre a Sautostefano. da Livorno, 4 febbr. 1732. 

^) Baudrillaut, IV, 420. 

1) D' Onofri, Elogio, LV sg., 15. 

•^) Così al Baudrillaht, IV, 112. 

^) ivi. 

') Arch. di Sta. Nap. C'as't Reale, L: Resnmen f/eneral del Carr/o. // 
Data del M.ro de C mara de la Real C 'sa de S. M. desde 20 de Octo- 
hre 1731, hasta fin de Diz. 1735. Per l'anno 1731 si ha un Introito 
di Reali 44.873.980; pel biennio 1731-32, un esito di Sueldos de 
pianta di soli Reali 1 1.843.370. Per Cedulas de diferentes gastos, dal 
1731 alla fine del 1733: Reali 48.003.873. Gl'introiti variarono ne' 
quattro anni successivi nel modo che segue: 



~ 373 — 

Come la pianto delle persone e degli onorari della Casa del- 
l'Infante, cos' fu fissato in Ispagna l'itinerario del suo viaggio, 
(composto da don Giuseppe Patino: giornata per giornata, da Si- 
viglia, per Valenza e Barcellona, alla frontiera de' Pirenei *J. 
All' Infante assegnò la madre una pensione di 150 mila ducati 
per alimenti '^), e fece dono di un'argenteria del valore di Reali 
24(5298 e maravedis 50 e del peso di 8895 inarchi. 8 once e 2 
ottave e mezzo •'). 

Il giorno 20 ottobre 1781. fissato alla partenza, don Carlos, 
togliendo a Siviglia commiato da' genitori, s'inginocchiò davanti 
a loro e chiose la benedizione. Filippo V gli fece in fronte il se- 
gno della croce, e gli cinse al fianco la spada di Luigi XIV. 
tutta d' oro e riccamente ingioiellata. Elisabetta gli fece lo stes.sjf» 
segno, e gli pose al dito un anello con un diamante di straor- 
dinaria grandezza *). Viaggiò per terra sino alla frontiera de' 
Pirenei e poi, traverso la Francia, .sino ad Antibo. Qui, ricevnito 
come fils de France, fu presentato, a nome di Luigi XV, d'un'al- 
tra ricca spada ornata di diamanti •^), non vietate le cortesie 
(li principi e congiunti dal rallentamento de" legami politici. Ad 



1732; R. 11.003.000 
1733: „ 23.453.491 
1734: ,. 75.043.389 
17.3.5: „ 23.913.574 

Le speso (li soldi furono: 

1733: E. 10.483.783 

1734: „ 12.393.559 

1735: „ 15.143.973 
Le spese diverse crebbero nel 

1734: R. 34.393.227. 

1735: „ 37.293.841 
Al termine del quinquennio 1731-35, la Reale Azienda aveva 
dunque un avanzo di Reali 93.138.0(i e Maravedis 14. De* maravedis 
non ho tenuto conto nelle partite notate sopra. 
1) B.\ll)RILLART. IV. 111. 
■^) Fbrnan, I. 24. 
3) Danvila. 48 sg. 
*) DOnofrj. Elogio, LV sg., 15. 
5) Baudrillart. IV. Ili sg. 



— B74 — 

Antibo fu raggiunto dalla squadra angio-spagnuola, reduce dall'I- 
talia, e aumentata dal granduca di Toscana di tre sue galere. 
Imbarcato il 23 decembre 1731, colto per mare da una burrasca, 
non fu a Livorno che dopo quattro giorni ^). 

4. Non aveva ancora il giovinetto Borbone messo il piede 
nella sua patria novella, che già era fatto segno a nuovi malu- 
mori di Carlo V^I. 11 conte Stampa, che comandava i corpi au- 
striaci di occupazione ne' ducati Farnesiani , come plenipoten- 
ziario dell'Imperatore, aveva protestato al primo sbarco delle 
milizie spagnuole, dichiarando contrarli a' trattati e il numero 
delle guarnigioni e la distribuzione fissatane; e procurato poi 
d'impedire l'invio delle tre galere che Griangastone avea cre- 
duto dover mandare incontro a colui che l'Imperatore cogli al- 
tri aveagli imposto per figlio adottivo ed erede. Infine, si con- 
venne che, quando il marchese di Monteleone avesse assicurato 
il rinvio delle milizie oltrepassanti il numero pattuito, gli Au- 
striaci si sarebbero ritirati da Parma e da Piacenza '^). E il 
Padre Ascan io. andato incontro' all' Infante a Livorno (il 27 de- 
cembre 1731), potè annunziargli che fra due giorni quello sgom- 
bro si sarebbe compiuto ^). 

Il 29 decembre infatti, la vedova duchessa Dorotea, madre 
della regina di Spagna, prese possesso degli Stati Farnesiani 
come tutrice del nipote, e il conte Stampa il di seguente ritirò 
i suoi soldati nel Mihvnese ^). Ma la reggente, non frapponendo 
indugio all' esercizio del potere, coniò moneta, col busto del- 
l' Infante e il motto Spi'S puhlica \ e ciò. oltre le proteste del 
Papa, ridestò i disgusti dell' imperatore 5). Accadde inoltre che 
da Livorno l'Infante spedi a Parigi un gentiluomo, per annun- 
ziare il suo arrivo a quel re, e complimentarlo; a Vienna, no ")■ 
Tale omissione aumentò ({ue' disgusti. In sostanza. l'Infante in 

1) Per la descrizione del viaggio, v.-,Uanvii.a. 51 sgg.; Lafiikntk, 
292; Baudkillart. IV, 114 sgg. 
') Becattini, 34. 
3) Baudrillart, IV, 117. 
*) Danvila, 63. 

5) Lafuente, 292 — Becattini, 40 sg. . . 
•*) Becattini, 40 sg. 



n 



— 375 — 

Italia era una specie di ostaggio dell'Iraperatore come dell' In- 
ghilterra: pareva destinato a servire a' diversi e non segreti 
disegni ohe avean formato sulla Spagna le due potenze. L'Im- 
peratore! voleva smungerne sempre più danaro: l'Inghilterra mi- 
rava alle Indie. Bisognava sottrarre il giovane duca a (juello 
.stato di soggezione: ma si doveva evitar»' un' attitudine o.stile 
verso r Imperatore. Il problema era indurlo bonariamente ad ac- 
cordare a don Carlo la dispensa dall' età e tramutare in effet- 
tiva l'investitura eventuale. E a i-isolvere (pud problema attese 
(piind'innanzi il ministero e la diplomazia della Spagna *). 

In attesa dell'esito. Carlo, che avea pensato di svernare a Pisa 
e poi pa.ssare a Firenze, fu colt^ dal vainolo, poco dopo sbar- 
cato a Livorno. Fu curata principalmente dal suo medico or- 
dinario Francesco Buonocore. napoletano d' Ischia, venuto con 
lui dalla Spagna: ma si chiamarono anche altri medici da Fi- 
renze. Solo a' 20 gennaio fu dichiarai) " fuori periglio ^ in una 
specie di bollettino, che appunto il Buonocore veniva scrivendo. 
E, quattro giorni dopo, il colonnello toscano Conte Clemente 
Neri de' Lapi, fatto " Ministro di S. M. Cattolica a Livorno e 
a Firenze presso il R. Infante „. annunziò alla duchessa reg- 
gente di Parma che i medici fiorentini erano stati licenziati e 
rimunerati '^). Passato poi a Pisa, 1' Infante vi si trattenne un 
mese; quindi si trasferi a Firenze (3 marzo). Qui come il popolo. 
sempre aperto alle speranze nei giovani eredi, cosi la Elettrice 
e il Granduca fecero al " figlio politico „ festosa accoglienza. 
Volle anzi Ciangastone che, nella pro.ssima ricorrenza della festa 
di 3- Giovanni, anche l'Infante, come già i Medici designati alla 
successione, ricevesse dal Senato il consueto giuramento d' o- 
inaggio 3). 

In ([uel- soggiorno di don Carlo in Toscana, il suo maggior- 
domo maggiore si volse ad accrescerne la corte e la Casa ve- 
nute di Spagna, con elementi nuovi italiani di Toscana e di 
Panna e Piacenza. Quindi alla diichessa Dorotea, come al gran 

1) Bauduii.lakt, ì\. 134 sg. 

2) Arch. Sta. Nap., Famesiane, f. 284. Erroneamente lo Zobi. I. 65, 
seguito da altri, disse " sorpreso 1" Infante dal vaiolo a Pisa „. 

3) Bec.\ttini, 42 sg. — Zobi, I, 65 sg. 



— 376 — 

(luca Giangiistone, si chiedono Cavalieri da impiegare " nel 
servizio della Eeal Casa dell' Infante in qualità di G-entiluomini 
(li Camera, Maggiordomi di settimana ed altri Posti, poiché S. 
A. R.ie vorrebbe dividere in questi Impieghi rispettivamente al- 
cuni Nobili di Parma, Piacenza e Firenze „ ^). Quindi la ressa 
de" sollecitatori, e ignobili e nobili, e presso le due corti vi- 
cine 2) e presso quella di Spagna 3). Cosi il seguito del giovane 
]iorbone (cominciò ad assumere quell'aspetto ispano-italico, che 
lo stesso principe presentava nella sua propria persona, o piut- 
tosto neir origine sua, e che espresse ora, per suggerimento del- 
l' avola, nel cognome materno aggiunto al suo di Borbone ''■). 
E r Italia, dal Po alla Puglia, prese già allora a cantare la 
"Venuta d' Ascanio „ ■'). e 1' innesto del rampollo Esperio sul 
" reciso arbore augusto „ della casa Farnese "). 

Prima, fra" varii stati, a salutare il nuovo astro fu la repubbli- 
chetta di Lucca ''), che non vedeva l'ora di propiziarsi il novello 

*) Arch. Sta. Nap. Farnes., f. 884: Copia deW Istruzioni portate dai 
sig. Conte Colonnello Neri Lupi. 

2) ivi: Dorotea da Parma, 28 marzo 1732, raccomanda due figli 
del suo maestro di ballo, perchè siano impiegati presso l'Infante, 
uno nell'istesso ufficio e l'altro come musico nella Cappella. 

3) ivi: il marchese De la Paz d'ordine de' suoi sovrani invia al 
conte di Santostefano una Nota de diferentes sugetos de esos Estados 
que solicitahan emplearse en servino del Senor Ynfante. 

■*) ivi: Montealegre al marchese Santi da Firenze, 19 luglio 1732. 
Ignazio Felice Santi era allora, e rimase per parecchi anni ancora, 
segretario di stato per gli affari esteri in Parma (Soc. stor.. Ms. 
XXI, b, 4: f. 4). 

5) Capasso G., // Collegio de Nobili di Parma, 1 0. 

6) Sonetto dell" Antinori de' 4 nov. 1732: presso Casti, A. L. 
Antinori, p. .ó6. 

'') Lucca, a' 24 decembre 1731, gli mandò un inviato straordina- 
rio con la seguente lettera: " Altezza Reale — Si presenta avanti 
l'Altezza Vostra Reale il Senatore Carlo Mansi spe(3ito da Noi in 
qualità d'invdato straordinario della nostra Repubblica per mani- 
festare all' Altezza Vostra Reale i sensi del nostro pi-nfondissimo 
ossequio, e di quell'immenso giubilo che provano gli animi nostri 
nel vederla destinata alla successione deo'li Stati della Sprenissi- 



— 377 — 

e pili jM)t,onte vicino. Dopo di lei, il papa *); poi altri, principi. 
Ma intanto già guardavano u lui le popola/àoni da più luoghi 
del Regno di Napoli. 

L' antico albero de' Farnese da tempo aveva allungato le sue 
radici nel Regno di Napoli, co' numerosi feudi ottenutivi. E no' 
leganii degli abitanti di quelle terre col novello signore dei do- 
mini Fame.siani. metton capo le prime relazioni fre questo Regno 
e Carlo Borbone. Erano governatori, imploranti dal nuovo barone 
la conservazione dell' ufficio *) ; erano universits'i, che interce- 
devano pel governatore ^) ; erano affittatori di rendite baronali 
ricorrenti contro magistrati del Regno che ne ostacolavano l'esa- 
zione '*). Il tempo correva per Austria e Spagna un' altra volta in 
poca armonia. L'orizzonte per breve ora sereno, delle relazioni 
tra le due corti, era tornato a rannuvolarsi. L'animo, già gon- 
fio . (li C/urlo Vr ruppe in aperta collera, quando si seppe 

ma Casa Medici e Farnese, mentre in questa forma riporta la Ke- 
pnbblica nostra la sorte d'avere in confine un Prencipe dotato di 
si rare e sublimi prerogative... „ So.scrivevano come " Umilissimi e 
devotissimi Servitori „ gli Anziani e il Gonfaloniere della repub- 
blica: due in tutti (Giuseppe Nicolini e Filippo Vanni,. L'anno ap- 
presso, per dare a S. A. un nuovo e riverente argomento della 
loro devota attenzione imposero al senatore Lorenzo Diodati, de- 
stinato ambasciatore presso il Granduca, di darsi l'onore di rasse- 
gnarsi anche al principe ereditario. Arch. Stato Nap., Aff. Est.. 
Lucca, 306. 

1) Con lettera de' 4 gennaio 1732, il Pontefice Clemente Xll si 
congratulò coH'Infante del suo felice arrivo a Livorno. Soc. Stor. 
Nap., Ms. XXI, b, 4: f. 9. 

2) Arch. Sta. Nap., Farnesiaiu', fase. 384: Memoriale del dottor 
Dom. Pieracini. che, da 19 anni " ammesso nel giro de' Governi di 
questi Ser."i' Stati in Abruzzo „ chiede di conservare quello attuale 
di Campii. 

^) ivi : Memoriale deHuuiversità di Pianella. 

M Ciò precisamente faceva il reggente Mazzaccara del Collate- 
rale in un suo vasto feudo presso Altamura. a danno del " Gene- 
rale Affittatore di tutte le Pubbliche rendite „ di Altamura, parte 
delle quali era dovuta a" Farnese ed ora a Carlo Borbone. Ivi: 
Supplica di F. M. Caputi di Altamura de' 26 apr. 1732. 

Anno XXVII. 25 



378 



:i Vienna della cerimonia fiorentina do' 24 giugno 1732 e del- 
l' omaggio del Senato all'Infante. Al conte Salviati , inviato a 
calmare l'Imperatore e ad ottenerne la dispensa e le investiture, 
fu risposto con una mala accoglienza e un reciso rifiuto. Carlo 
VI era incoraggiato da un'insinuazione inglese che pur l' inve- 
stitura eventuale del Milanese era rimasta altra volta senza ef- 
■ ietto. Disposto quindi ad annullare V atto fiorentino del giorno 
di S. Giovanni, avverti la duchessa reggente di Parma che non 
permettesse la presa di possesso all' Infante, senza 1' esibizione 
del regolare atto d' investitura i). Alla sfida imperiale, l'energica 
Elisabetta rispose, disponendosi ad allearsi con la Francia, pur- 
cliè (juesta s' inducesse subito alla guerra, mandando ordine al 
figlio in Italia che prendesse, senz'altro , possesso di Parma e 
di Piacenza. Obbediente a' voleri materni, il giovane duca , 
assunto il titolo di Gran Principe di Toscana, si trasferi da Fi- 
renze a Parma (9 settembre 1732), e prese possesso, prima, di 
quel ducato (12 ottobre), e poi dell' altro di Piacenza (22 dello 
stesso mese) '^). La tempesta era per iscoppiare sin d'allora: don 
Carlo aveva oltraggiato l'augusta maestà dell' Imperatore, violato 
le sacre leggi dell'Impero. Di ciò Carlo VI si querelò presso il re 
d' Inghilterra; cassò, con decreto del Consiglio Aulico, il giura- 
mento fiorentino, aumentò gli armamenti. Dall'altra parte, Elisa- 
betta accusò allo stesso re d'Inghilterra (per mezzo del suo amba- 
sciatore a Londra, conte di Montijo) gli oltraggi fatti dall' Im- 
peratore al Granduca e al Senato fiorentino ; decise 1' alleanza 
con la Francia, richiamò bruscamente il duca di Liria, amba- 
sciatore a Vienna 3). Cadendo quindi l'anno 1732, era già imminen- 
te la guerra. Parvero scongiurarla, ancor una volta, i buoni iiffici 



^) Baudrillart, IV, 136 sgg. 

2) Cfr. Becattini. 48 sg.; Fernan, I, 26; Danvila, 83 sg.; Bau- 
drillart, IV, 145 sg. Plenipotenziario dell'Infante presso il Gran 
duca fu allora nominato don Sebastiaiio Esclava, il cui carteggio 
va da' 4 ott. 1732 al 1° marzo 1735 (Soc. Stor. Nap.. Ms. XXI, b, 
4, f. 1). 

') Baudrillart, IV, 146 sgg. 



— n70 — 

• 

(li (iioigio 11. per cui r Iinporatoro promi.se infine le investiture 
effettive, contro 1' abbandono di quel titolo di Gran Principe *). 
Ma 1" illusione fu breve; il primo giorno di febbraio del nuovo 
anno 1738 mori il re di Polonia Augusto II. 

{continua) 

Michelangelo Schifa 



M Bauduillaht. IV. 152 sg-. 



LA POLITICA ORIENTALE 

DI ALFONSO DI ARAGONA 

(Continuazione -Vedi Anno XXVfl , lascic-olo 1 ) 

1. 
LE RELAZIONI R T>E ALLEANZE AFHIOANE 

Tunisi. 

Assidue e cordiali relazioni con Tunisi .omi.letavano 
il fascio di alleanze, il complesso di amicizie, <lie da gran 
tempo con somma cura. Alfonso di Aragona coltivava 
in Africa. E, veramente, una sana politica, ispirata a con- 
..etti alti e fattivi, che aveva a sua base Napoli ed il Re- 
.„o cui questa città era fastosa metropoli, e i-lie mirava 
:d un cospicuo ingrandimento nelle regioni orientali del 
Mediterraneo, non poteva trascurare quelle relazioni. La 
o-iudiziosa genialità della dinastia hafsida aveva assicu- 
^ato a Tumsi, e per lunglu anni, una notevole grandezza 
e r assoluta preminenza sulle regioni vicine, bieche a 
questo Regno spettava un importantissimo posto tra e 
potenze mediteiTanee: tanto più importante, poi, rispetto 
Illa Sicilia ed a Napoli, a causa .Iella -*™-.-;'-- . 
In ragione appunto ,li tale vicinanza, la Sicilia e Napoli 
l:;vano avuto' con Tunisi un antico e non interrotto con- 
tatto a volte ostile, a volte pacifico : onde si era costi- 
tito' tutto uno storico passato, del 'l-'; ";-;! ;;;;:; 
.,i Stato non poteva non tener gran conto. Ma, e i «np 
,„„tati, eransi mutate altresì le reciproche ,.ondiz,oni di 



— 381 — 

<|iirgli Stati, moflificandosi radicalmente l'attitudine ed 
il contegno che gli uni potevano assumere verso 1' altro. 
Ora, nei negoziati tunisini, fu proprio questo il grandis- 
simo merito del Magnanimo : aver compreso (rioè, dopo 
le })iime durissime prove, che l'adattarsi con prudenza 
alle presenti necessità valeva assai più dell* ostinarsi con 
cajjarbietà n<'lle antiche [)retese. ('erto, egli non era uomo 
da rinunciare ad nn solo d«'i diritti che reputava gli ap- 
|tartenessero: ma sapeva rimetterne la rivendicazione al 
momento ()pj)ortuno. Così fece con Tunisi , iniziando 
verso (piesto Regno una nuova jiolitica, senza j)erder di 
vista r antica. E poiché (pianto più sostanziale era la dif- 
ferenza tra una politica e 1' altra, tanto jùù salda fu la 
costanza di lui, tanto più acuto il discernimento nel fai- 
{)revalere sul vano rimpianto <li un passato irrevocabile 
la sicura percezione del presente : 1' insigne merito del- 
l' opterà sua non potrebbe valutarsi con qualche giustizia, 
se non si facesse brevissimo cenno delle precedenti re- 
lazioni tra la Sicilia, Napoli e Tunisi, dalle (juali rampol- 
larono (pielle aragonesi, pui- essendone totalmente diverse. 
Con (piesto di più, che il Magnanimo, come con le sue 
incessanti pratiche e negoziati, mirava ad assumere e ad 
assicurarsi una pacifica egemonia, quasi un protettorato, 
volontariamente accettato eil esercitato senza sforzo di 
armi, sul settentrione africano, non si ]»uò dubitare che 
doveva riporre gran parte delle sue speranze appunto 
nelle grandi tradizioni ivi lasciate dalla supremazia tutta 
militare, acquistata, a volta a volta, dai Normanni, dagli 
Svevi , dagli Angioini. In verità , non si può affermare 
con sicurezza che Ruggero, re di Puglia e Sicilia, con- 
quistasse anche Tunisi, ed aggiungesse questa altra gemma 
alla magnifica corona, che con valore pari alla prudenza 
aveva saputo acquistarsi nell* Africa Settentrionale. Ma è 
fuori dubbio che quella città fu da lui assoggettata a pa- 



— 382 — 

gar tributo; e che, più tardi, Guglielmo II, re di Sicilia, 
riuscì a confermare la proficua consuetudine (1180). Del 
resto, non si trattava di un tributo nel senso politico della 
parola, ma piuttosto di un' annua imposizione, di un bal- 
zello durevole e costante, che rispondeva a determinate 
franchigie. Il Re di Sicilia permetteva che le granaglie 
fossero liberamente esportate dai suoi Stati per Tunisi, 
assicurava le navi di quel paese dalle insidie e dalle ag- 
gressioni dei pirati, ed in compenso riceveva una contri- 
buzione che era come un censo annuo ed invariabile ^). 

i) Lia conquista di Tunisi per opera di Ruggero è attestata da 
un solo contemporaneo cristiano , Roberto Del Monte, in Pertz, 
Srriptores, t. VI, pag. 50.3. L' arabo el Marràksci (=:il Marocchino), 
di cui TAMARI, Bihl. Ar. Sic, pref., pag. 41. pone in dubbio la ve- 
racità, assevera che Ruggero aveva in Tunisi come suo Vicario 
Ibn Khoi-asàni, Bihl. Ar. Sic, t. 1, cap. 37, pag. 511. Questi era 'Ali 
ben Ahmed della famiglia dei Ben Khorasàni, che regnava in Tu- 
nisi, avendo riconosciuto la supremazia del Re di Sicilia : di qui, 
forse, r equivoco di el Marràksci, che ne fa a dirittura un Vicario. 
Del resto, questo stato di cose ed il potere di costui non durarono 
a lungo, perchè il 14 luglio 1159 'Ali ben Ahmed fu scacciato da 
Tunisi da 'Abd el Miìmin ben 'AH : cfr. Mpdrcier, Hist. de V Afri- 
qtie septentr., Paris, Leroux, 1888, t. II, pag. 100. Il silenzio di tutti 
gli storici non è fatto per confermare , nella accezione letterale , 
r affermazione di el Marràksci e quella del Del Monte: onde, ac- 
cettando r opinione degli scrittori francesi, il Romano, L' Italia Me- 
ridionale e Tunisi sotto i re normanni, svevi ed angioini, Salerno, 1883, 
pag. 31, scriveva: -- Bimasero fuori del dominio siciliano i territori di 
Kairewan e Tunisi, la quale tdtima città barcamenandosi tra Ziriti ed 
Hammuditi di Bttgia era riuscita a costituirsi in un principato quasi 
indipendente sotto la dinastia dei Beni Abi Korassdn. — Anch'e il Mer- 
ciER, op. cit., t. II, pag. 88, affermava: — tout le territoire compris 
entre Tunis et Tripoli se trouva soumis a V autorité du roi de Sicile. — 
E questa era vera sommissione, pei'chè il popolo dei " credenti „ 
era tenuto a pagare ai* Cristiani la Gezia, cioè il testatico. — Dan- 
dolo, in Muratori, Ber. Ital. Scr., t. XII, pag. 283, che scrisse un 
secolo dopo, dice solo che Ruggero costrinse il sovrano di Tunisi 
a pagargli tributo. La memoria di questo è conservata anche da 



— 883 — 

11 carattere iiiertiiiiente commerciale di tale prestazione 
s])iega perchè questa potè durare a lungo, e restare in- 
variata persino dojjo la estinzione della dinastia normanna. 
p]sistono prove, in fatti, sebbene scarse e, secondo lo stile 
del tempo, involute ed oscure, le quali attestano che, an- 
che durante il regno di Arrigo VI, il consueto tributo non 



Tolomeo da Lucca, in Mikat.. Rit. [tal. Script., t. XI, pag. 1099, 
()uando scrive che rex (Tiiillelmuft postea raiovarit (jiiel tributo: allo 
stesso modo che Makin Sancdo, in Hoi'K, Chron. gr. roin., p. 137, 
parlando del tributo imposto a Tunisi da ('arlo di Angiò, ricorda 
che anche Guglielmo re di Sicilia fece la medesima cosa. Non senza 
meravìglia, pertanto, si vede il Rousseau, Annales Tunmennes, Al- 
ger, 1864, pag. 423, affermare: — il eM prohahU qu on y stipula le 
trihnt (pie la Sicile derait paga: — E dire che, amico dell' .\mari, ne 
conobbe e ne consultò tutte le pubblicazioni ! — Il carattere del 
tributo è assai bene specificato da Saba Malasimna. in Cronisti e 
Seritt. Sincroni XapoL, voi. II, Napoli, 1868, pag. 294, n. 10. dove 
scrive: — .... qnemdam anumun rcdditum , sire censitm., qìiem regi 
Siciliae prò cenoni (Rex Tunisii) exhihet annuatim, ut victi(alia in Tn- 
nisiuni libere coviportentur , et mare Siculum remegare Urite valeant 
Arahes. — È notevole che in tempi posteriori e più vicini a noi, la 
condizione di cose onde sorgeva la necessità del tributo, fu al tutto 
mutata e, si direbbe, capovolta: talché furon gli Stati Italiani che 
pagaron tributo alle Reggenze Barbaresche, e sempre per liberarsi 
dai pirati: cfr. Db Mas-Latrik, Traite's de paix et commerce.... con- 
cernant Ics relations des Chre'tiens aree les Arabes de VAfriqne septentr., 
Paris, 1868, pag. 52 della introd.. — Per la cronologia diplomatico- 
commerciale si ricordi che Genova ebbe con Tunisi, nel 1236, un 
completo trattato scritto dovuto ai buoni uffici! di Fra Giovanni, Mi- 
nistro dei Minori di Barberia, mandato a tale scopo da Gregorio IX, 
ed alla mediazione di Corrado di Castro: cfr. De Mas-Latrie, A- 
pergu des relations de V Italie septentr. avec les Etàts miisuhnans , in 
Tableau des posseas. frang. de V Alg. publie par le Min. de la guerre 
nel 1843-44: che poi pubblicò il trattato in Traite's ecc. pag. 116, 
da un documento dell' Archivio di Torino. Però gli accordi parziali 
o verbali rimontano ad una data assai più antica: il De Mas-Latrie, 
Relations et Commerce de VAfrique septentr., Paris, 1886, pag. 69,' giu- 
stamente suppone che Genova ebbe un accordo verbale con Tunisi 
contemporaneo o di poco posteriore a quello ottenuto dai Pisani 



— 384 — 

cessò (li esser pagato. Federico li, però, ebbe il ineiito 
di provvedere a questa come ad ogni altra ])arte della 
sua vasta amministrazione, con quell' altezza di concetti, 
con quella inalterabile nettezza di vedute , die furono 
guida ed insieme vanto dell' opera sua. E nonché rinno- 

uel 1134: cfr. Mauangone , Antica Cronaca di Fina, in Aldi. Star. 
Ital., t. \l, pai'te li, pag. 8 e 46 : e questo trattato è confermato 
dalla lettera di Abu 'Abdallàh Ibn 'Abd-el-Aziz re di Tunisi all'ar- 
civescovo ed al popolo di Pisa: cfr. Bihlioth. de l'Ècole des Chartcs, 
2.e sèrie, t. V, pag. 137: Amaki, Diplomi Arabi, pag. 1. Nel 1188 fu 
negoziato un trattato di pace e di commercio per la durata di venti 
anni. — Pisa, erede del predominio marittimo perduto da Napoli e da 
Amalfi, vide giungere nel 1133, su due navi africane, gli inviati 
del sultano almoravida lahja che concbiusero con essa un trattato 
o pace , come allora si diceva. Una convenzione piìi completa fu 
negoziata dal console della repubblica Cocco Griffi nel 1166, (juando 
i Pisani si erano stabiliti a Mers el Ginn e vi avevano impreso la 
pesca e la. industria del corallo. I Pisani ebbero un vero e proprio 
trattato con Tunisi tra il 1229 ed il 1234, negoziato dal podestà 
Torello da Strada: cfr. Flam. Del Borgo, Raccolta di scelti diplomi 
pisani, Pisa. 1765, pag. 210: Takbl e Thomas, Fontes rer. Austriac, 
t. XTII, pag. 300. — Venezia conchiuse un trattato nel 1231, nego- 
ziato da Pietro Delfino: cfr. Tafel e Thomas, op. cit. , t. XIII, 
pag. 303: Marin, St. civile e politica del cominercio de' Veneziani, Ve- 
nezia, 1798-1808, t. IV, pag. 280. Tutti (juesti trattati furon rinno- 
vati: nel 1250 per Genova, ambasciatore Guglielmo Cibo: De Sacv, 
Notices et extraits des manuscrits, t. XI, pag. 22; nel 1251 per Ve- 
nezia , ambasciatore Filippo Giuliani : De Mas-Latrie in Nouvelle 
Reviie Enc, t. II, ann. 1847 , pag. 130 : Tafel e Thomas . op. cit., 
t. Xni, pag. 450; nel 1264 per Pisa, ambasciatore Parente Visconti: 
Del Borgo, op. cit. pag. 213. — Il regno di Aragona e Maiorca ebbe 
un trattato con Tunisi nel 1271: Champollion et Keinaud, Doc. hist. 
extraits de la Bihl. roìjale, t. I, pag. 81; la Francia nello stesso tempo, 
cioè dopo la infelicissima fine della Settima Crociata e dopo la 
morte di Luigi IX: De Sacy, in Meni, d'i l'Acad. des Inscr., t. IX; 
e Firenze, per opera di Bartolomeo de Galea , conchiuse un trat- 
tato nel 1421: Amari, Diplomi Pisani, pag. 151 e 326: che fu rati- 
ficato nel 1428 per cura di Neri Fioravanti: De Mas-Latrib, Re- 
lations etc, pag. 344. 



— 385 — 

Xiiic lu (onsuotndine del censo o tanone, la (juale fois»' 
potè essere sospesa durante le tempestosissime vicende 
della sua minorità , esercitò su Tunisi una influenza al 
tutto simile a quella ili uno Stato sovrano sopra uno Stato 
tributario. Mii-abilmente secondato nei suoi intenti di vera 
civiltà dall' emiro Abu Zakarìja, il principe hafsida, potè 
strint^ere con lui un trattato (19 aprile 1281), in forza 
del (piale i Tunisini non ebbero più a temere i mali della 
carestia e della fame, che lo Svevo giunse a mandare ad 
essi in una volta sola ben cin(juantamila salme di fru- 
mento : mentre egli da tali spedizioni ritraeva cospicue 
somme di denaro, del (piale per le continue guerre aveva 
incessante bisogno, ed i beni incomparabili di un' amicizia 
sincera e costante. Tanto costante che, quando la ff)rtuna 
della casa sveva tramontò jier sempre, 'Abdallàli el Mo- 
stànsir b' illàh , il quale allora regnava su Tunisi , non 
volle punto riconoscere la sovranità del fortunato angioino. 
Forse contribuì a fargli adottare e serbare «pi està linea 
di condotta la speranza di sottrarsi finalmente al grave 
balzello, che j)esava sul suo regno: ma è innegabile che 
egli fu ti'a gli ultimi ad abbandonar la causa degli antichi 
amici, poiché da Tunisi a})])unto Federico di Castiglia e 
(^orrado Capece , largamente sovvenuti di uomini e di 
armi, presero le mosse per tentare quella loro disperata 
impresa di Sicilia, così agevolmente mandata a vuoto *). 

M Sul tributo esatto da Arrigo VI, eh: Ann. ( ol., in Pektz, Script., 
t. XVIL pag. 203. Pbtkis de Ebulo, in Cronisti e Scrittori Sincroni 

Xapol.. voi. I, Napoli. 1845, pag. 432, v. 14:— quantum Calaber 

seu quantum debeat Afer, Apìdus etc. con ricercato parallelismo del 
famoso verso inciso sulla spada di Buggero: A ulus et Calaber, Si- 

ndus mihi servii et Afer: e pag. 436, v. 13 : — Me grave pondus 

Arabs niissi deliberat auri etc. — Altri cronisti parlano a dirittura di 
uua nuova conquista dell' Africa: ma il Romano, op. cit., pag. 48, 
a ragione congettura che questo è un equivoco cagionato forse da 
spedizioni ed imprese compiute nell' isola di Malta o in quella di 



— 886 — 

Carlo di Angiò , principe che non lasciò mai trascor- 
rere impunita una offesa arrecatagli, e non mai trascurò 
di aumentare le fonti dei suoi redditi, nulla più arden- 
temente desiderava che punire 1' amico dei " ribelli „ e 
rimettere in vigore il tributo, cioè un provento del quale 
le urgenti sue strettezze gli facevan sentire tutta la ne- 
cessità. Ma, come era suo costume, finché non fu in grado 
di venire ad aperta violenza, non sospese punto i nego- 
ziati e le trattative coi nemici, forse per ingannarli, forse 
per smungerne il meglio che allora poteva. Così il 18 
agosto del 1269, mentre ancora assediava Lucerà , scri- 
veva a Guido di Monfort suo Vicario in Sicilia , a Gu- 
glielmo Stendardo Maresciallo del Regno ed a Folco du 
Puy Richard, i quali risiedevano tutti in quella isola, che 
era imminente 1' arrivo di un' ambasciata tunisina , ed 
ordinava che tali messi fossero ricevuti onorevolmente e 
lautamente trattati. Nel tempo stesso , risoluto ad ogni 



Pantelleria. • — Per le prove del tributo esatto da Federico II, cfr. 
Romano, op. cit., pag. 50, .51 e passim. Un documento dell'Archi- 
vio di Napoli, pubblicato dal Tutini, poi dal Giannone, poi dal De 
Mas-Latrie, da 1" esatto valore di questo tributo che ammontava a 
8.3.33.S bisanti, pari a 3.3023 tareni di oro, pari a 2833 once di oro, 
cioè valeva, secondo i computi dell' Amari, B hi. Araho-Sic, voi. Ili, 
pag. 631, 325 m. lire in moneta attuale. 11 trattato tra Federico li 
ed un principe hafsida trovasi in Lbibnitz, Cocìcx juris gcntlum di- 
plomatmis, t. 11, pag. 13: Lunig , Codex Italiae diplomaticìis , t. TI. 
pag. 878: Diimont , Gorps Diplomatiqne , t. I, pag. 168: Huili.ajjd- 
BiiÉHOi.LE,s, Hist. dipi. Frid. 11, 1852, t. Ili, pag. 276. Il testo arabo 
forse fu distrutto nell' incendio dell' Escuriale nel 1671. Il monco 
riassunto latino devesi a Mario Dobelio Citerone, arabista spagnuolo 
del secolo XVI. Il trattato ha la data: dimidio mensis Jmnadalacheri 
(Giomàdhi el Akhir) anno DCXXVIII: ed è stipulato tra Federico 11 
ed il Senior excellens , magnificus etc. Ahuissac filitis Senioris Ahje- 
hrahim filii Senioris etc. Ahi-Hafsi. Questo Abuissac ad alcuni è sem- 
brato Abu Zak, abbreviazioni di Abu Zakarìja, ma ad altri sembra im- 
possibile che si sia sformato in tal modo il nome del potente prin- 



— 887 — 

cosa per liustiiu noi suoi fini, spiegava sul fratello Lui- 
gi IX tutto il suo sinistro ascendente, ed otteneva che 
la Settima Crociata — una impresa diretta a quello che 
allora pretendevasi il bene della intera cristianità — fosse 
volta al suo particolare vantaggio. Tuttavia, pur essendo 
imminente la grande spedizione, da lui tanto desiderata 
e così iniquamente consigliata e poi pretesa , né meno 
cessava di discutere e di negoziare. Pertanto , tre mesi 
prima della sua partenza dalla Sicilia alla volta dell' Africa 
(agosto 1270), mandava a Tunisi il domenicano Fra Be- 
rengario con altri suoi ambasciatori. Avvenuta, finalmente, 
la Crociata, il Re di Francia morì: le miserie di una spe- 
dizione mal preparata e la peste ed il ferro dei nemici 
mieterono il fiore del baronaggio francese: quell' ultimo 
sforzo di una fede intollerante e cieca abortì miseramente: 
ma Carlo I potè costringere il Re ili Tunisi ad un trat- 



cipe hafsida. 11 KorssBAU , op. cit., pa^-. 4J4, suppone the il uome 
sia Abu Ishaq ed indichi qualche principe che avrebbe usurpato il 
re<>;no ai tempo di Abu Zakarija. — Ohe le relazioni tra Tunisi e gli 
ultimi Svevi proseguissero non interrotte ^ attestato, tra gli altri, 
da un documento riportato dal Minieri Riccio, Alami fatti rigìiar- 
(lanti Carlo I di Angiò. Napoli. 1874, pag. 5.5. In esso Carlo I che 
trovasi air assedio di Lucerà , scrive ai Secfeti di Sicilia (24 giu- 
gno 1269) in favore di Nicola Pipitone da Palermo. Costui aveva 
avuto ordine da Manfredi di recarsi presso il sovrano di Tunisi, e 
per le spese aveva ricevuto 50 once di oro. Ucciso Manfredi, egli 
non aveva eseguito 1" incarico: ma tra i preparativi della spedizione 
ed un suo viaggio a Napoli , per ricevere istruzioni verbali dallo 
stesso Ee, aveva dato fondo alla somma anticipatagli. Poiché lo 
si voleva costringere a restituire tjuel danaro, aveva fatto ricorso 
a Carlo I , che ordinò di sospendere ogni procedimento contro di 
lui , perchè gli aveva affidato una missione per Babilonia. Pare, 
dunque , probabile che Nicola Pipitone fosse singolarmente atto 
alle legazioni africane o per perìzia nella lingua araba, o per estese 
conoscenze locali , o per altre ragioni ; e così si spiega il favore 
concedutogli dall' Angioino, malgrado i precedenti legami con l'a- 
borrito Manfredi. 



— 888 — 

tat(j (21 novembre 1270), che i'ii riconosciuto e ratificato 
(la varii [principi e sovrani europei. Con esso, oltre le in- 
dennità di guerra, di cui un terzo toccava all' Angioino, 
'Abdallàh, detto el Mostànsir b" illàh, si obbligava a pa- 
gare il consueto annuo tribitto, [)rometteva che pei primi 
quindici anni ne sarebbe stato raddoppiato V amnu)ntai'e, 
e che gli ai-retrati degli ultimi cinque anni sarebbero stati 
sborsati immediatamente. Sembrava che m tal modo si 
rinnovassero i legami e le i-elazioni tra la Sicilia e Tu- 
nisi: ma, in realtà, 1" antica prestazione puramente com- 
merciale aveva cambiato natura ed era divenuta tributo 
nel vero senso della parola, simbolo cioè e prodotto di 
una sudditanza non solo economica, ma ani-ora politica *). 

1) La lettera di Carlo di Augiò ai «uoi rappresentanti in Sicilia, 
in data del 18 agosto 12(59, è citata dal Minieri Riccio, Alcuni fatti 
ecc., pag. 67: ed è stata pubblicata dal Del Giudick, Codice Diplo- 
*matico Angioino, t. Ili, Napoli, 1902, doc. LXVll, pag. 114.— La le- 
gazione di Fra Berengario è attestata da una lettera di Cai-lo, da- 
tata da Napoli, 21 aprile 1270, e diretta al Secreto ed al Maestro 
Portolano di Principato e di Terra di lavoro , nella (juale ordina 
che si dia una barca a dieci remi, sollecita a navigare, con mari- 
nai decenti, e ben fornita, a Fra Berlingieri (Berengario), che con 
un altro frate e dieci persone va in Sicilia per importantissimi af- 
fari del Re: Minibhi Riccio, Alcuni fatti ecc., pag. 112; — e da un'al- 
tra lettera di Carlo, datata da Napoli, 22 aprile 1270, e diretta al 
Se-'reto di Sicilia ed al Vicesccreto di Messina: Minieri Rkhuo, Alcu- 
ni fatti ecc., pag. 113. E da notare un curioso particolare. Nel 
caso Fra Beiengario vorrà visitare Guglielmo Stendardo , Vicario 
Generale di Sicilia, Carlo di Angiò raccomanda che si appresti l'oc- 
corrente pei cavalli , pel trattamento e per ogni altra spesa per 
lui, pel compagno di lui e per quattro fanciulli che ha seco. Non 
si comprende che cosa facessero in compagnia del frate quei quat- 
tro paggi o, forse, assai giovani discepoli e novizii. Ma, a giudicar 
per congettura, non pare che tale un corteggio fosse per incutere 
grande rispetto nei musulmani , usi a circondarsi di fanciulli per 
ben altri motivi. — Oltre che per gli iniqui disegni di Carlo di Angiò 
sembra che la Settima Crociata fosse diretta contro Temisi anchp 




— 389 — 

L" Angioino, in fatti, non esitò ad arrogarsi il reddito 
ed i profitti del Consolato e del Fondaco di Tunisi , di 
cui concedeva la esazione in appalto, dato con pubblica 
gara e prendendo a base il prezzo annuo di novanta once 
di oro. Né qui restringeva le sue pretese, persuaso o fin- 
gendo esser persuaso che al suo Regno spettasse infinito 
numero di diritti sullo Stato tributario. — Omnia hira . 
rcddìtus ci proveiitus (pie curia nostra hahet et liabere de- 
bet in consuìatu et fundico Tunisis, — è detto in un suo 
diploma a favore di tal Martino de ('antono , con (jnel 
tono d'incrollabile risolutezza che era nell' indomito ca- 
rattere di ('arlo. Serbando il medesimo stile , nel TiTH 
scriveva al Re di Tunisi ingiungendogli di fare eseguire 
a proprie spese e sollecitamente molte riparazioni occor- 
renti al fondaco siciliano. Aggiungeva che t^li spese erano 



per private ragioni commerciali. AbuTAbbàs el Luliàui, ricchissimo 
mercante tunisino, fu spossessato dei suoi beni e fatto morire da 
el Mostansir. I mercanti provenzali sostenevano di aver crediti su 
lui per 300 m, bisanti, cioè per più di tre milioni di lire: ma come 
non avevano prove sicure del fatto loro, non ottennero nulla dal 
sovrano, che aveva confiscato ogni cosa. Di qui una vera e propria 
" campagna „ dei mercanti provenzali a favore della spedizione 
contro Tunisi, citta, dicevano essi, facile a prendere: cfr. Mercier, 
Exaine» r/cs causcs de la Croisade de Saint Louis rontre Tunis. in Bente 
Africaine, luglio-agosto 1872. — Guglielmo de Nangis, Gesta Philip- 
pi III, ap. Bouquet, t.XX, pag. 476, che pure è benevolo verso Carlo, 
così riferisce i sentimenti dell'esercito francese: — ... Regem auteni 
Sìciliae qnasi per simililndinem objnrgantes. dicebant consilium Achitòfel 
utile eius niachiìiatione et Consilio dissijìari. qni propter hoc huiusmodi 
treugarutn coitressioiiein procurarat. ni vegon Tunoruìn nietn Francornm 
pertern'tum iani annis plurihns a solntione tributaria dissuetum, per 
talem quasi pacis compositionem in solituni tributum reduceret, qnod 
antea annis aliquibus non fuerat persolutum. Illnd enim regnum regno 
Siriliae subiectuni est, et a longo tempore tributariis conditionibns est 
oUigatinn. — - Il trattato tra i principi crociati ed il Re di Tunisi è 
in data del 5 E.abi'e'ssàni (letteralmente : " seconda ]>rimavera „) 
del (i(W (20 novembre, 1270). 



— 390 — 

state sempre a carico dei sovrani tunisini. Non è sicuro 
se con ciò, come a volte suole accadere, Carlo di Angiò 
tentasse legittimare in cei-ta guisa la sua richiesta, deri- 
vandone il diritto da prerogative già passate in giudi- 
cato: o se affermasse un fatto giuridicamente constatato. 
Certo, in ogni luogo dove sorgevano fondaci , le spese 
per la manutenzione di essi eran sostenute da quei me- 
desimi che ne percepivano il reddito. Non è difficile , 
però, che pel fondaco siciliano di Tunisi, di cui è indi- 
scutibile la esistenza in tempi assai anteriori , si fosse 
adottata una consuetudine diversa. Perchè, se gli affari 
che ivi si conchiudevano , an-ecavano ingenti lucri agli 
Italiani, col commercio e con la importazione dei grani 
liberavano i Tunisini — e questo era vantaggio di gran 
lunga maggiore — dalla minaccia e dal pericolo della fame. 
Può darsi, dunque, che in altri tempi, e volendo sempre 
più aumentarne la salutare attività, col fondaco siciliano 
si fosse largheggiato di graziosi favori e di spontanee 
concessioni. Ma, quando appunto si stringevano i freni 
della sudditanza del Regno di Tunisi, e su di esso co- 
minciava a pesare il dispotismo angioino, non pare che 
gli uni e le altre potessero essere nonché argomento, ma 
solo pretesto ad altre vessazioni e soprusi. Del resto Carlo 
di Angiò faceva gravare su Tunisi la sua supremazia non 
solo in ciò che concerneva la finanza e la economia, ma 
ancora e più in altri lati più gelosi e delicati della vita 
pubblica di uno Stato. E come uomo implacabile coi ne- 
mici, anzitutto aveva provveduto ad imporre ai Tunisini 
una rigidissima estradizione politica. Senza dubbio anche 
Federico II nel 1227 ordinò che fossero espulsi da Tu- 
nisi quanti Genovesi ivi commerciavano: e più tardi im- 
pedì che costoro s' intrudessero nel commercio dei grani, 
tanto profittevole alla prosperità dei suoi Stati. Ma Carlo 
di Angiò volle e seppe ottenere assai di più, imponendo 



— 391 — 

vere persecuzioni contro i suoi nemici, che dovevano es- 
sere scacciati e malmenati sistematicamente , e non già 
volta [)er volta , secondo se ne presentava la necessità. 
Così , (piando nel 1273 si accin.crev^a a fare incarcerare 
tutti i Genovesi che erano in Puglia ed in Sicilia, ed a 
farne sequestrare gli averi, non mancò di ordinare al Re 
di Tunisi di perseguitare i suoi avversarli *). 

•) Il diploma di Carlo I di Angiò a favore di Martino de Can- 
tone di Amalfi è in Mixifi^Ki Ricck», // regno dì Carlo I ecc., p. 49. — 
La lettera al Re di Tunisi fu pubblicata dallo stesso, in riassunto, 
in Genealogia di Carlo I, pag. .53, e per esteso in Saggio di Codice 
diplomatico, pag. 141. doc. XX. Essa è diretta yfagnifico viro Hemi- 
rainamninino (cio^ Emiru'l Mumenin, " comandante dei credenti „, 
ondo il Mìramomeni e V Almiralinonieni e V Ahnironni iimin dei trat- 
tati di Aragona e Maiorca, ed il Miramolin dei romanzi cavallere- 
schi spagnuoli , citati nel Don Quij'ote) Machomeéto Regi Tunisii et 
domino Africae. Che, forse, le spese di riattazione del fondaco, in 
altri tempi e con altre condizioni, fossero a carico del sovrano tu- 
nisino, si può in certo modo desumere dal brano: — .... intdleximus 
relatu veridico quod fimdicm ipse semper consuevit cnm expensis i^cstris 
et predevessorum vestroriim retroactis temporibus reparari... — Però è 
bene avvertire che al principio del secolo XIII i Genovesi , i Pi- 
sani, poi i Veneziani, ì Provenzali avevano consoli a Tunisi. Quelli 
di Genova, Pisa, Venezia ricevevano la investitura ufficiale a Mar- 
siglia. Ciascuno esplicava l' opera sua nel fondaco della propria 
nazione, ma non vi è esempio di pretese simili a quelle di Carlo 
di Angiò. Anche i Catalani, quelli di Maiorca, gli Aragonesi e gli 
abitanti del Rossig ione e della contea di Montpellier avevano as- 
sidue relazioni con Tunisi: cfr. De i.a Primai'd.^ie, Villes maritimes 
dti Maror, in Rrvuc Africaine, n. 92 e seg.. — Sulla espulsione dei 
Genovesi da Tunisi nel 1227, cfr. Annales Genuenses, in Muratori, 
Ri'r. Ital. Script., t. IX, pag. 466. Sulla persecuzione dei Genovesi 
nel 1273, cfr. Caff.aro, pag. 155. — Le imposizioni di Carlo di An- 
giò circa i Genovesi risultano dalla lettera di lui pubblicata dal 
Mixnoui Riccio, in riassunto, in Della dominaz. angioina nel Reame 
■di Sicilia, Napoli, 1876, pag. 7, e per disteso nel Saggio ecc. Ivi è 
detto: — ... cuvì Januenses violaverint conventiones imtas inter nos, 
et gentes nostras offenderint, nos eis giwrram facimus: et ciim conven-' 



— 892 — 

Ad ogni modo, per opprimere quel reame, Carlo I si 
valeva abilmente della sua potenza , e , più ancora , dei 
disordini, delle discordie e delle lotte civili e domestiche 
(;he vi infierivano. Perchè Jahja che col nome di el Uà- 
thiq era succeduto ad el Mostànsir b'illàh, si vide con- 
teso il regno da Abu Ishaq , dal quale fu poi detroniz- 
zato. Ed è probabile che , quando più ferveva il tristo 
litigio, Carlo I imponesse all' infelice Jahja el Uàthiq (1279) 
un trattato assai più oneroso di quello del 1270. Ciò si 
arguisce a ragione da un documento del 1284, col (piale 
Carlo II, in qualità di Vicario di suo padre , ordinò a 
Giacomo Embriaco ed a Misucibo (?), cittadini genovesi 
e suoi familiari, di recarsi presso Eodar Re di Tunisi e 
signore di Africa. Essi dovevan chiedere che , a tenore 
del trattato conchiuso tra Yey (Jahja) e re (Jarlo, e da 
costui scrupolosamente osservato ed eseguito, Fodar man- 
dasse a titolo di prestito il danaro occorrente per le spese 
della guerra di Sicilia. Il momento non poteva esser più 
propizio. Quel preteso el Fàdhil (Fodar), sedicente figlio 
di el Uàthiq e legittimo erede del trono, altri non ej-a che 
l'impostore Ahmed ben Merzùq ben Abu Amara, oscuro 
plebeo e sarto di mestiere. Avver.^ato e combattuto dai 
veri discendenti ed eredi di el Uàthiq, non seguito, né ben 
veduto dal popolo che lo sopportava a stento, non poteva 



tiane intcr nos et vos teneamini nostros inimicos non permittere in terra 
vestra morarl, sed expellere, et si redierint, capere, propterea rogamus 
et requirimìis vos prò hoc. Sub datimi Capue die 23 martii prime in- 
dici. 1273. — Ed il Del GnnncR, op. cit., t. Ili, pag. 166, nota, ha: 
nostros inimicos non permittere morariset exinde ipsos expellere ac expul- 
sos capi facere si postmodum redierint. — Nello stesso tempo, con sol- 
lecitazioni che erano ordini indeclinabili, Carlo I, da San Gervasio, 
raccomandava al Re di Tunisi Raimondo de Guben da Marsiglia, 
fidelis noster, che per suo mandato aveva armato una galea ed una 
saettia in nffensioiiein Januensium: Del GiiTnicE, 1. cit.. 



— 393 — 

londere più difficile la sua posizioDe con una guerra ester- 
na. La prudenza più elementare doveva consigliargli di 
non inimicarsi gli Angioini, mentre già contro di se aveva 
tanti avversarli. E pure non è certo che il prestito fosse 
conceduto: le traversie grandissime e le inopinate disfatte 
degli angioini danno adito a ritenere invece che la mis- 
sione avesse un esito al tutto negativo. Solito destino 
delle imposizioni troppo gravose ed ojjpressive, le quali 
sono rispettate, sinché sono da temere la forza e la po- 
tenza dell' opj)ressore *). 

Pare inoltre che il Rn di Napoli si arrogasse una illi- 
mitata autorità anche sulla politica interna tunisina , e 
come principe sovrano esercitasse il suo arbitrio persino 

1) La giudiziosa ipotesi di un trattato stipulato nel 1279 fu mes.sa 
innanzi dall' Amari in una breve notizia , pubblicata dal Minieri 
Riccio, Saggio di codice diplomalico , Napoli , 1878, voi. I, pag. 47, 
nota. Il documento che ispirava quella ipotesi, in data di Lunedì 
13 marzo 1284, trovasi riassunto dal Minieki Riccio , Diario An- 
gioino dal 4 gennaio 1284 al 7 gennaio 1285, Napoli, 1875 , pag. 15. 
Il Del Giudice, op. cit., voi. ILI, pag. 35, nota , tratta di questa 
lettera a Fodar e del mandato intestato al Misucibo ed allo Em- 
briaco, osservando giustamente che il Minieri Riccio, Saggio ecc. 
voi. I, pag. 47 e 48, ha sbagliato la data di entrambi i documenti 
assegnandoli al 13 marzo del 1269. Occorre, però, avvertire che il 
medesimo Minieri Riccio in Diario Angioino (1873), pag. 15, ed in 
Memorie della guerra di Sicilia (1876), pag. 57, attribuiva a tali di- 
plomi la data esatta. — Sul falso el F'àdhil cfr. Ibn Khaldun, Hist. 
des Berhh-es (trad. De Slane), t. II, pag. 374. Egli fu sconfitto da 
Abu Hafs Omar, vero discendente degli hafsidi, e fatto morire tra 
i tormenti nel luglio del 1284: cfr. Ez-Zerkchi, Hist. des Beni Hafs 
(traduz. Rousseau), ih Journ . Asiatiqiu\ Aprile Maggio 1849 , pag. 
299. — l due legati dovevano petere nomine nostri a Bege Tunisii 
mntimm alicuius quantitatis pecunie, quam nohis voluerìt mutuare. — 
Si aggiunga che già si disponeva liberaniente di questa esazione, 
perchè, più oltre, è detto: — placet nohis et volumus quod ipsam pe- 
cunie quantitatem quam ab eodem Bege mutuo hahere potuerilis alieni 
.societati mercatorum de tuscia quam ibi invencritis ditiorein, requiratis. 
Anno XXVII. 1^6 



— 394 — 

su ciò die concerneva la successione al trono. Questa era 
conseguenza necessaria della sua particolare condizione 
di principe sempre squattrinato, sempre bisognoso di de- 
naro, perchè se nello stato tributario fossero divampate 
lotte e guerre, difficilmente avrebbe risc^osso quel tributo 
che gli era così indispensabile, da dover richiederne il 
[ìagamento, sotto forma persino di anticipazione e di pre- 
stito. Nello stesso tempo gli era uopo impedire che i prin- 
cipi regnanti, afforzandosi troppo, concepissero idee di 
liberazione e di riscossa. Senza dire che la sua nota avve- 
dutezza doveva spingerlo a non tenersi estraneo alle con- 
tese domestiche e civili del reame tributario. Questo suo 
intervento, non gradito, certo, ma cauto e previdente, si 
può desumere dalla presenza, alla corte di Napoli, di tal 
Pietro, che vien detto figlio del Re di Tunisi, ed al quale 
a spese del tesoro angioino, si fornivano armi ed orna-, 
menti militari. Non altrimenti Federico II aveva tenuto 
2)resso di se 'Abd-el-Aziz, nipote del Re di Tunisi, e — 
malgrado le recriminazioni di Gregorio IX, che lo avrebbe 
voluto in poter suo, forse per ritrarne il jirofitto che più 
tardi Alessandro VI seppe ricavare dallo sventurato Zi- 
zim , — lo aveva ospitato tra le magnificenze orientali di 
Lucerà ^). 

^) MiNiERi RICCIO, Saggio ecc., doc. CCV, pag. 200, anno 1284, 22 
febbraio : — scriptum est discreto viro magistro Ade de Dussiaco the- 
saurario etc. di pagare dieci once di oro domino Petro militi /ìlio il- 
lustris Regis lunisii prò indumentis et armaturìs sìiis cmendis ad opus 
persona sue. — Questo diploma che il M. Riccio attinse nei NotnmenM 
del De Lbllis (miniera inesauribile per tutti coloro che hanno 
avuto in potere quei preziosi manoscritti), fu dallo stesso M. Kic- 
cio poco esattamente riferito in Diario Angioino, pag. 82. ed altrove. 
Circa r episodio di 'Abd-el-Aziz e Federico II, cfr. Huillard-Brè- 
HOLLBS, op. cit., t. V, parte II, Parigi, 1859, pag. 907, che pubbli- 
cava un documento in data del 17 aprile 1240, dal quale si rileva 
che questo Ahdellasis, iwpos Regis Tunisi/, aveva un corteggio ab- 



— 895 — 

Nondimeno, questi legami, (juantunque in principio 
tanto stretti e complessi, non tardarono a venire allen- 
tati e poi totalmente troncati. La crescente debolezza della 
casa di Angiò non le permetteva di seguire una energica 
j)olitica estera: e solo a questo patto il Regno di Tunisi 
potevasi tener costretto nella prisca soggezione. Tanto più 
cli(>, dopo la guerra del Vespro, la quistione del tributo, 
anche dal lato giuridico, erasi singolarmente comj)licata: 
j)erchè, se la esazione di esso era una specie di diritto 
accessorio, conglobato ab antico con tutti i diritti annessi 
alla corona di Sicilia, era chiaro che, perduto il possesso 
di questa, la Corte di Napoli aveva perduto del pari ogni 
ragione su quello. Di ciò si facevano foi-ti i monarchi 
tunisini e dei varii trattati stipulati con gli Aragonesi di 
Spagna e di Sicilia: sebbene, poi, al tirar delle somme, 
si valessero abilmente della controversia [)er esimersi da 
ogni jjagamento. Invano, verso il 1800, Carlo II mando 
al Califfo Abu 'Abdallàh Mohammed, detto Abu Asida, 
l'ammiraglio Ruggero di Lauria: invano nel 1309 Giacomo 
di Aragona i^ronunciò quel suo lodo arbitrale tra Fede- 



bastanza cospicuo. Si parla, in fatti, di tre acndierì {tribtis scuteriis) 
e di quattro cavalli {quatuor cqnis), e di tal Porrono de Panormo, 
fideli nostro ad ipsius servitium deputato, che aveva uno scudiero e 
due cavalli.^ — Questo 'Abd-el-Aziz era nipote di Abu-Zakarìja, dal 
({uale suo padre era stato spossessata del vicereame di Tunisi. 
Gregoi'io IX sosteneva che il principe profugo aspirava a battez- 
zarsi, per averlo nelle mani. Federico II resistè tenacemente. I Ve- 
neziani ed i Genovesi, alleati col papa e coi comuni guelfi, minac- 
ciavano la guerra: e pare che lo stesso Zakarìja fosse incitato a 
muover contro l'Imperatore, che con la sapienza dei suoi provvedi- 
menti riusci ad evitare la g .erra ed a serbare in suo potere l'emiro 
africano. — Nel 1278, 20 aprile, erano inviati, come messi della corte 
angioina al Re di Tunisi. Andrea de Mediobladi, Giovanni Galardo 
e Mastro Goberto di San Quintino : Del Giudice, op cit., t. Ili, 
pag. 116, nota. 



— 396 — 

rico Re di Trinacria e Carlo Re di Sicilia. Contendevano 
per diritti meramente nominali, ed in nulla poteva aiutarli 
una sentenza, che non avevan modo di eseguire. Tutta- 
via, sebbene né i sovrani di Napoli, ne quelli di Sicilia 
fossero in grado di tentare una spedizione decisiva con- 
tro il Regno di Tunisi , non si può dire né meno che 
sopportassero in perfetta pace ciò che i-eputavano una 
iniqua ribellione. 

Solamente, quelle minute guerricciuole, rivolte contro 
(juesta o quella delle isole prossime a Tunisi, non ad al- 
tro riuscivano che a prolungare uno stato di ostilità estre- 
- inamente dannoso al commercio, alla quiete ed al benes- 
sere dei popoli che vi prendevano parte. In siffatto pe- 
riodo di crudeli ma sterili correrie, l' isola Gerba in ispe- 
cie fu fatta segno ad ogni sorta di violenze; ed appunto 
assaltandola , Alfonso di Aragona accelerò lo svolgersi 
della sua avventurosa ed avventurata carriera. Nel 1424 
regnando a Tunisi il Califfo Abu Fàris, egli, dalla Sici- 
lia, mandava contro quella isola una squadra che, respinta, 
ri])iegò su Cercina (Kerkenah) e vi fece tremila prigio- 
nieri , con la restituzione dei quali si ottenne la libera- 
zione di Aratjonesi e Siciliani detenuti a Tunisi. Alcuni 
anni dopo (1431), Alfonso in persona guidò una seconda 
spedizione contro la medesima isola. I suoi alti destini 
erano presso che maturi. La voce, sparsa in Italia che, 
a capo di poderosa flotta, egli era per toccar le coste di 
Barberia, gli procacciò, nota 1' arguto Zurita, reputazione 
grandissima. Si era annunziato que el Rey haria alguna 
empresa contro Moros en el Bei/no de Tunez: pero todos en- 
tendian que se llevarìa fin de proseguir la guerra en la con- 
quista del Regno. Intanto, per un singolare riscontro di 
,casi. Alfonso con le sue navi sfavasene ancorato al Gozo, 
allorché Covella Ruffo Duchessa di Sessa compiva quel 
suo arditissimo col])o di Stato, o meglio menava a ter- 



— :597 — 

mine (|ii('lla sua cospirazione di palazzo, ed ucciso Ser- 
gianni Caracciolo, diveniva arbitra, ma per breve tempo, 
della Regina e del Regno di Napoli (1432). Si comprende 
agevolmente che 1' annunzio della improvvisa e radicale 
mutazione non era fatto per indurre Alfonso a perseve- 
rare nelle imprese africane. Poco dopo , in fatti, faceva 
vela per Ischia, che si teneva per lui. Alcune scaramuc- 
cie coi Tunisini , la contestata e precaria conquista del- 
l' isola (xerba , ecco» il frutto apparente del suo grande 
sforzo di guerra. Ma dalla impresa così frettolosamente 
abbandonata egli era })er ricavare un utile di gran lunga 
maggiore , perchè le cose erano state ordinate in modo 
da circondarlo di quell' aureola cavalleresca, onde era ed 
è appassionato il popolo, sul (piale Alfonso si accingeva 
a regnare *). 

*) Il primo trattato ara<^oueso (V27i^) ò i[ne\U> tv.x JariìU' Rvji d'A- 
ra;/<>, de Malorcha e de V(deitcin, ('omtc de Barcelona e d'Unjel. Srni/or 
de Monpdì'er e ci noble Miraniomeni Aboabdille (Emiru'l Mumenìn 
Abii 'Abdallàh) R/'y de Tuniz : e trovasi in Champollion , op. cit., 
t. ir, pag-, 81. doc. XXXITI. Il secondo è quello del 1285 tra Eh 
Pere (Pietro III) re diAragona e Sicilia ed ElHonrat Miralmomni 
Bohap (Abu Hafs): e trovasi in Capmanv, op, cit., t. IV, pag. 9, 
doc. IV. Seguirono quello del 1313 tra il Mirometti Aboyahia Qacha- 
ria, fi del senyor nostro Alamir Abolabcc fil deh Aniirs Artexedi (E'r- 
rascidin) et Sanxo fil de Jaenw Bey de Maiorca: Champollion, op. 
cit., t. II, pag. 100, doc. XXXV; e quello del 1323 tra Giacomo di 
Aragona ed Albnbace ('Abu-Hafs) fil del mir Abouzecri (Emir Abu 
Zakarìja) : Capmanv. t. IV, doc. XLI. — Abu Asida era figlio di 
el Uathiq. e secondo il De Slane questo soprannome gli derivò da 
una distribuzione di zuppa fatta otto giorni dopo la sua nascita. 
Il diligentissimo ed informatissimo Zurita. Anales de la Corona 
(le Aragon, (Jarago^-a, 1669, t. IV„ pag. 210, dove narra per sommi 
capi la impresa dell' isola Gerba , ha serbato memoria della parte 
cavalleresca, onde fu abbellita la spedizione al tutto infeconda; e 
scrive che Bosseriz (forse: Bo-feriz. per Abu Fàris) d Bey de Tunez 
l'scririò al Bey una carta en qìie desia que él aria mbido su llegada, 
y que le rogava, que le esperasse, y diese manera, que se viessen cara a 



— 398 — 

Tuttavia, nelle relazioni con Tunisi, Alfonso mutò po- 
litica di un tratto, senza alcuna transizione. Ciò non può 
recar meraviglia, se si considera quanto era acuto il suo 
discernimento, quanto fattivo il suo carattere. Da principe 
oramai sicuro di diventar sovrano di un regno eminen- 
temente marittimo e di un popolo atto oltre ogni dire 
alla navigazione ed al commercio, e da sovrano di que- 
sto regno e di questo popolo, egli non poteva conside- 
rare i suoi rapporti con 1' Africa Settentrionale sotto il 
medesimo aspetto, dal quale li aveva considerati, quando 
non era che un principe animoso e colto in cerca di una 
corona pari ai suoi meriti ed alla sua ambizione. Il re- 
gno che era per acquistare sicuramente e che poi acqui- 
stò, per la vastissima distesa delle coste, piane, favore- 
voli agli approdi ed agli sbarchi, offriva somma difficoltà 
alla difesa ed uguale facilità agli assalti di flottiglie an- 
che poco numerose. Queste condizioni, già per se stesse 
poco propizie, eran fatte più pericolose ancora dalle guerre 
continue che travagliavano il Regno, e delle quali , nei 
primi tempi almeno, non era dato sperar la fine. Forse 
Alfonso, che sapeva osare , quando sentiva giunta 1' ora 
degli ardimenti, avrebbe tentato sopprimere con un colpo 
sólo, ma gagliardo e tale da non fallire, il pericolo inces- 



cara, porque el huir entra ellos seria vergn£nga. Mandò el Rey respon- 
der, que era contento de esperarlo tanto tiempo, ecc.. — Lo stato di non 
interrotte ostilità tra gli Aragonesi ed i Barbareschi da una parte, 
tra la Oastiglia ed i Mori dall' altra annunziava chiaramente che, 
quando quella e questa cesserebbero di avversarsi e sarebbero riu- 
nite nelle mani del medesimo principe, sarebbe avvenuto l'ultimo 
sterminio dei conquistatori arabi del secolo Vili, rimasti stranieri 
tra le popolazioni .aborigene, malgrado il soggiorno di settecento 
anni nella penisola iberica: cfr. EosSEUW Saint-Hilaire, Hist. d'E- 
spagne, t. V, pag. 201 : Oardonne, Hist. de V Afrique et de V Espa- 
gne sons la domination des Arabes, t. Ili: Oonue, Hist. de la domi- 
nai, des Arabes en Espagne (ediz. Baudry) posssim. 



— 899 — 

saiUc: se, [tiiueijtc geniale e grande da vero, non avesse 
avuto di fronte un principe non meno geniale e grande. 
Perocché Abu Fàris 'Azzùz, il Califfo hafsida che aveva 
regnato a Tunisi con fermezza e giustizia, era 
stato tale che el Qairuuàni potè scrivere di lui: — fu fra 
i migliori principi che sederono in trono. — Intento a pro- 
seguire e compiere 1' opera del padre suo Abu'l'Abbàs , 
idoè r annientamento degli Arabi e la sommessione delle 
città del mezzogiorno, aveva costretto i Beni Hilàl a pa- 
gargli le imposte zekàt ed 'asciur, aveva aggiunto al suo 
Stato Gabes, El Hamma, Trij)oli, Nafta, Biskra, ed era 
[penetrato nel Sahara sino ad una latitudine assai avan- 
zata. La preponderanza dell' impero hafsida si estendeva 
su tutta r Africa Settentrionale; ed il Califfo, con lo scam- 
bio dei doni , conservava amicizia più che (cordiale con 
le corti ili Fez e del Cairo; ne dimenticava i Musulmani 
di Spagna, ai quali era largo del suo appoggio sì morale 
e sì materiale. Egli moriva nel 1484 , ma era naturale 
che gli sopravvivesse ancora per (jualche tempo la po- 
tenza acquistata e rinsaldata durante un regno glorioso 
di (juarantun anno. Così, il nipote Muley Abu 'Abdallàh, 
che gli successe immediatamente e per non più di un 
anno, ed il fratello Abu 'Omar Othmàn, che subito dopo 
ebbe il Califfato (1485-1488) , non doverono affaticarsi 
del soverchio per non decadere dall' ereditato splendore. 
Di questo ultimo principe el Qairuuàni dice che visse 
lunghi anni e fece molto bene, alludendo alle 
moschee, alle cappelle , alle scuole , delle quali arricchì 
Tunisi : e questo rifiorire delle arti della pace è prova 
non dubbia della prosperità e della forz^ che restavano 
al regno "tunisino *). 

1) Circa il regno di Abu Fàris 'Azzùz. cfr. Mercier. op, cit., t. 
Il, pag. 384: Ibn Khaldun, op. cit., t. Ili e \\,pas»m: Godard, 



— 4()() — 

Ai tempi di Alfonso, quindi, ed alcuni anni prima che 
egli avesse occupato la città di Napoli, una guerra con- 
tro quel regno non poteva sembrare agevole, ne scevra 
di pericolo. Che se, in prosieguo e mutate le condizioni, 
essa fu tentata e con vittorioso successo, non ebbe punto 
(:[uei durevoli e proficui risultati cbe se ne speravano. 
Nondimeno, poiché anche in questa " Conquista di Tu- 
nisi „ , tanto strombazzata dai poeti e dagli scrittori che 
formavano la stampa gialla dell' epoca, i Napoletani me- 
ritarono altissima gloria ed incomparabile vanto di auda- 
cia, di disciplina, di, valore, non si può non ammirare la 
prudenza del Magnanimo che, duce valoroso, certo di es- 
ser seguito da numerose schiere di valorosi , alle lotte 
guerresche preferiva le pacifiche industrie. In sostanza, 
il ristabilimento del tributo, così irregolarmente percepito 
dagli Svevi e dagli Angioini, non era poi tale un gua- 
dagno, che, per conseguirlo , fosse lecito arrischiarsi in 
una impresa lontana e lasciar libero il campo a nemici 
potenti e pronti a valersi di ogni propizia occasione. Tanto 
più che alla perspicace penetrazione di Alfonso non po- 
teva sfuggire che, tra Tunisi, la Sicilia e Napoli, al tri- 
buto, per dir così, politico si era andato sostituendo quello 
commerciale, di gran lunga più i-emunerativo e costante 
e sicuro. L' antica ed assidua consuetudine aveva fatto sì 



Hist. du Maroc, pag. 385. Il zekdt, dovere religiosa, è la limosina 
prescritta dal Corano ; 1' '■asciur è la decima dei prodotti della terra. 
La tribù dei Beni Hilàl apparteneva alla famiglia dei Moder ed, 
all'avvento degli Abassidi, si era stabilita nel deserto del Higiàz, 
presso la provincia di Reggid. Nomadi, questi Arabi sì erano inol- 
trati a volte sino ai confini dell'lrak e della Siria, a volte sino ai 
dintorni di Medina. Nel secolo XI i Beni Hilàl invasero la Barbe- 
ria e compirono Yorahizzazione di quelle contrade. Allora essi si di- 
videvano nelle tribù Othbég, Gescen'i, Riah, Zor'ba, Makil ecc. che 
a loro volta, crescendo di numero, si suddivisero ancora : cfr. Leone 
Africano (trad. Temporal), Divisions des Arabes, t. 1, pag. 36. 



— 401 — 

che tra (|[uegli Stati si iosseio annodati molteplici e saldi 
legami di commei'cio: e sebbene altre nazioni e città fa- 
cessero a na})oletani e siciliani una forte concorrenza, a 
costoro era restato il monopolio di alcune voci. Genova 
aveva la non invidiabile prerogativa della esportazione 
degli schiavi: 1' Aragona era sottentrata a Pisa nella pe- 
sca e nella industria corallina : la Provenza mandava a 
Tunisi sete, velluti e panni di Borgogna, di Linguadoc- 
ca, di Firenze: ma la Sicilia e Napoli imj)ortavano quasi 
tutti i cereali bisognevoli al consumo di quelle contrade, 
e ne esportavano cavalli, zucchero, sj>ezie e, specialmente, 
lana. Ora, per Alfonso, romper la pace con Tunisi valeva 
(pianto chiudere ai suoi sudditi buona parte dei pochi 
mercati, che ancora ad essi avanzavano di quella magni- 
fica clientela, che avevano avuta nel Metliterraneo durante 
i primi tempi del Medio Evo; onde solo costrettovi dalln 
necessità, si sarebbe indotto ad affrontar tanta iattura , 
egli che sopra ogni altra cosa doveva mirare ad aumen- 
tare gli shocchi air attivissima industria dei sudditi suoi *). 
Né è fuori proposito avvertire che uno dei principali 
articoli della esportazione tunisina, la lana, poteva dive- 
nire pel liegno di Napoli una fonte di cospicui lucri ed 
una materia di prima necessità. Ciò sarebbe immancabil- 
mente avvenuto , sol che la lavorazione dei panni fosse 
[)ervenuta alla eccellenza ed alla intensità cui Alfonso vo- 
leva giungesse. In questo punto della vastissima opera 

*) Sono note le grosse spedizioni di grano che dalla Sicilia si man- 
dava a Tunisi per conto di Federico IT. La tradizione commerciale 
non fu interrotta, onde di Ee Roberto il Camera. Annali delle Due 
Sicilie. Napoli, 1860, t. II, pag. 260, scriveva: — ne minor profitto 
traeva dalk speculazioni commerciali marittime , in cui era associato 
cogli Assalite, Cossa e Cipolletta d' Ischia: inviando costoro con nari di 
traffico (usserij) in Tunisi, iìi Genova, in Pisa. — Così nel reg. 287, 
fol. 57 V. è detto: — a Jacobo Cipolletta de Iscla prò lucro usserij de 
mercimoniis delatis ad partes Tunisii, ecc.. 



— 402 — 

sua si può dir sicuramente che egli si mostrò degno erede 
dei suoi più grandi predecessori. Carlo di Angiò, sul prin- 
cipio del suo regno — e questo è proprio, anche oggidì, 
di tutti i Francesi — nonché incoraggiare la produzione 
nazionale, ma non permetteva né meno che per lui e per 
tutti della sua Casa si facessero compre altrove che nel 
suo paese natio. I registri angioini parlano chiaro e con- 
tengono precisa memoria delle somme vistose che , in 
cambio di frivole futilità, uscivano dal Regno per non 
più tornarvi. Con l'andar del tempo, però, si accorse del 
grave pregiudizio che arrecava alle cose sue ed a quelle 
del Regno la mancanza delle arti tessili largamente eser- 
citate, e prov\^ide subito ai rimedii. Anzitutto, per non 
patir difetto di scelta materia prima , disegnò rtmder 
migliori le razze ovine. A tale uopo ordinò abbondanti 
compre di pecore e di montoni tunisini , ed in uno dei 
suoi mandati usciva nella lamentosa esclamazione, già 
citata dal de Blasiis : — regnum nostrum singulìs ad re- 
gimen humani generis abundat, cxceptis pannis laneis. — 
Poi tentò incoraggiare la lavorazione di tali ])anni : e 
Ciarlo II procurò condurre a compimento la paterna in- 
trapresa, trattando coi frati Umiliati, affinchè costruissero 
gualchiere, tessessero e tingessero panni fini di lana, come 
facevano a Firenze. Fallito questo tentativo, si rivolse a 
•tal Ioannino de Milano, e con lui stipulò una conven- 
zione, con la quale gli assegnava per dieci anni un sus- 
sidio annuo di cinquecento once di oro, da sborsarsi metà 
dalla regia Curia e metà dalla Univei'sità o Comune di 
Napoli (5 dicembre 1508). Né meno (][uesta volta riuscì 
neir intento *). 

1) Sulle compre che Carlo di Angiò faceva in Francia, un cenno 
assai preciso e minuto è in De Blasiis, La dimora di Giovanili 
Boccaccio a Napoli, in Arch. Stor. per le prov. nap., Anno XVII. pag. 
85: — nei registri angioini ancora si leggono le lettere colle quali (Carlo) 



— 408 — 

Però, da alcuni pagamenti, fatti a Pi«^.tro ed a Francesco 
Corazze da Firenze, si desume chiaramente che tra tante 
pratiche (4ualcuna potè giungere felicemente in porto. 
Perciò, a canto ai potenti mercanti fiorentini clie, o di- 
rettamente per mezzo di loro compagni e fattori, im- 
])ortavano panni di lana e li smerciavano nelle fiere di 
Gaeta, di Barletta, di Salerno : — a canto alla Compagnia 
degli Scali, clie era riuscita a costituire come un primi- 
tivo trust dei panni : — a canto ai mercanti regnicoli, 
consueti emere pannos ìaneos in civitate Fìorentia , non 
mancavano umili negozianti, i quali, contenti di spigolar 
nel campo ove quelli mietevano, si restringevano ad in- 



ordinava ai tsuoi agenti che stacaìw in Francia, di comprare camellotti 
di Douai, veli di Lione, stoffe aurate , rabescate , guanti di più sorte, 
fìnisfiivu' tele, sete e lane vagamente in tessute e colorate , ricche foggie 
dì cappelli, cuffie . cinture merlettate , dorati' , argentate , tre^ciere con 
perle, preziose pelliccie, tappeti variopinti, nappi, gioielli e persino spilli 
ed aghetti. — Non potevano non far rinsavire Carlo di Angiò, prin- 
cipe accortissimo, pagamenti che non dovevano differire da questo 
avvenuto più tardi e riferito anche dal Minibri Riccio, Studi Sto- 
rici ecc.. pag. 110: Georgio Spinole de .Janna provi,tio prò soluliom' 
ime. 1018, tar. 13, gr. 7 prò pretio pannorum de lana ecc. prò indù- 
mentis certe gentis nostre, ecc. — Sulle compre di ovini di Tunisi è 
notevole il documento, Minieri Riccio, Nuovi Studi ecc., pag. 14: 
Secreto Sicilie mandatum prò eviendis ovibtts 700 et arietibus 300, ferti- 
libus, invenibm et lanigenosis iu Barbarla. — Le pratiche degli An- 
gioini per r incremento delle arti tessili nel Regno di Napoli sono 
lucidamente esposte dal De Blasiis, op. cit., pag. 97. Ivi è citata 
la lettera di Carlo II, in data 23 giugno 1307, religioso fratri Griii- 
docto geiwrali magistro ordinis humiliatorum, nella quale il Re dice 
(li avere stabilito ogni cosa con Fra Daniele, ut certi ex fratriìms eius- 
dem ordinis cum aliis magistris ipsarum partiuni aptis et expertis iìi 
competenti numero ad regnuni nostrum Sicilie veniant vacaturi: Reg. 
167, fol. 258. Ma sebbene ogni cosa fosse convenuta tra il detto 
Fra Daniele e Giovanni Pipino e Nicola di Somma, consiglieri del 
Re e Maestri Razionali: ed i patti interceduti fossero resi noti uni- 
versis con altro diploma, 1' ordine degli Umiliati non riuscì ad avere 
nel Regno di Napoli alcuna colonia. 



— 404 — 

vestire i loro modesti capitali nei tessuti del Regno, che, 
né fini, né eleganti, ma di prezzo discreto, venivano ri- 
cercati dai compratori poco agiati e desiderosi di rispar- 
mio. E come la consuetudine voleva che i maestri di una 
medesima arte lavorassero e, possibilmente, dimorassero 
in un medesimo luogo, la Ruga Scalesia seu Drapparie, la 
Ruga Panni de lino , la Ruga DrnpperioruTn e qualche 
altra, della quale non é rimasta memoria , bastarono a 
' contenere i produttori ed i venditori di panno indigeno. 
Questo, col trascorrere degli anni, cominciò a diventar 
più fino, più elegante, quantunque migliorando in qua- 
lità non aumentasse in quantità : e giunse a tale eccel- 
lenza che la fama ne pervenne sino in Etiopia, talché, 
secondo si é già veduto , quell' Imperatore istantemen- 
te chiedeva al Magnanimo panni de lana finissimi ed 
artefici, che fossero maestri ai suoi sudditi nelle arti tes- 
sili. Ora, allorché tali arti, dopo replicati e costosi sforzi 
cominciavano ad attecchire : allorché era imminente la 
fondazione di quell'opificio del Conte di Sarno, nel quale 
mille operai dovevano attendere ad intessere stoffe di 
ogni sorta : la lana di Tunisi, così ricercata per la sua 
bontà, era divenuta indispensabile agli ai'tefici napole- 
tani. Pertanto, Alfonso, più clie a chiudersene le vie di 
rifornimento con inconsulte imprese militari, doveva vol- 
ger l'opera sua ad assicurarsele ed a rendersele sempre 
})iù facili con trattative amichevoli e cordiali *). 

1) Sui fratelli Corazze cfr. 1" ordine di pa<2;are a Pietro Coracze. 
jJìo park' certorum Trapperiorum, qui venerimt Neapolìm facturi Trap- 
periam, once 22 in suhsidium cxpensarum ecc.: Eeg. Ang. 167, fol. 
376 V.; e l'ordine di pagare a Pctro et Francisco de Coraciis de Flo- 
rentia once 48 prò expensis Trapperiorum ecc.: Eeg. 167, fol. 417 v. 
Le notizie sui mercanti fiorentini nel Regno di Napoli son tratte 
tutte dalla citata monografia del De Bla.siis. — La Compagnia de- 
gli Scali fallì il 3 agosto 1236, con un passivo di 400 mila fiorini: 
cfr. Giovanni Villani, 1. X, e. 4: De Blasiis, op. cit., pag. 504. — 



- 405 — 

Adunque ragioni non solo j)olitiche, ma altresì econo- 
miche e, sopra tutto , la esportazione dei cereali, nella 
quale il re stesso a volte era direttamene interessato, e la 
importazione della lana inponevano ad Alfonso un' atti- 
tudine verso Tunisi tutt'altro che bellicosa. Perciò gli 
ambasciatori di quel Re furono accolti da lui con ogni 
sorta di amorevolezze e di riguardi , e fu continuo lo 
scambio di doni tra un sovrano e 1' altro. Giova , però, 
avvertire che uguali e forse più imperiose ragioni tli con- 
venienza economica e commerciale facevan sì che Abu 
'Omar Othmàn desiderasse da parte sua , ed anche più 
vivamente, l'amicizia di Alfonso. Talché parecchie amba- 
scerie tunisine giunsero all' Aragonese, richiedendolo di 
amicizia, ma [ìrobabilmente le relazioni tra lui ed il Re 
di Tunisi diventarono benevole e poi quasi affettuose, 

Dei mercanti regnicoli che smerciavano tessuti fiorentini, è memo- 
ria in Camera, 11, pag. 21(5, citato dal De Blasiis. — Sulla ruga Sca- 
lesia seii Drapparie, Reg. Ang. 321, fol. 26, a proposito di un corso 
di acqua che dal fonte Pistasi correva al mare (anno 1340): e Reg. 
Ang. 48, fol. 152 v. (anno 1284); sulla ruga Panni de lino, Reg. Ang. 
n. 30, fol. 90 vanno 1278) ; sulla ruga Draperiorum, Reg. Ang. 45, 
fol. 135, 193 (anno 1283.) — Dalle notizie raccolte dal Fil.vxoieri, 
Docum. per la storia, le arti eie industrie delle prov. napolet., t. VI e 
VII, appare che nei primi tempi della monarchia aragonese primeg- 
giava nei tessuti Cava dei Tirreni, dove, in sèguito, doveva giun- 
gere a tanta eccellenza il setificio. Ivi, allora, si notavano: Pietro 
(yola de Abundo, Gentile de Crescentio , Martinello de Curti, Sa- 
batello de David, Fazio Gagliardi, Angelo de Grifone, Blandolino 
Salerno, Giovanni Senatore, Miuzzo de Rosa, tutti maestri nell'arte 
della lana e del tessere. Pare che a Napoli reputati maestri nella 
medesima arte fossero, allora, Andrea e Benedetto Gaetano. Il Fi- 
langieri annovera tra gli artefici napoletani dediti al essere anche 
A niello de Glena; ma il documento da lui citato e quello inedito 
che si riferisce qui appresso, chiaramente dimostrano che il de Clena 
era un sarto. Di quei tempi, a Piscopo (Monteleone di Calabria) 
lavorava Menico de Composta, fabbricante di broccati: sicché po- 
trebbe rimontare a lui ed anche oltre di lui la produzione di que- 



— 406 — 

solo nel luglio del 1438, e propriamente sei anni dopo la 
spedizione all'isola Gerba. Giunse allora a Capua l'am- 
l)asciatore tunisino Emìr Mendozza, il quale, come suona 
il suo stesso nome {Signor Mendozza), forse era un moro 
più o meno convertito, restando esclusa la ipotesi che 
egli potesse essere uno spagnuolo o un catalano rinne- 
gato o, malgrado la sua fede cattolica, adoperato dal lie 
di Tunisi, dal fatto che nei documenti del tempo è 
indicato con la parola moro, come allora si diceva di 
tutti gli indigeni dell'Africa. L' Emìr Mendozza si trat- 
tenne a Capua ventuno giorno, largamente spesato con 
tutto il suo séguito, da Alfonso di Aragona. Il tratta- 
mento della comitiva fu computato alla ragione di un 
ducato per giorno : e di quei tempi, con tale assegno si 



gli stupendi damaschi, onde la provincia di Catanzaro va giusta- 
mente superba. Ivi , del resto, 1' arte della seta datava da tempi 
assai più antichi, ed è noto il mandato di Federico II ad Angelo 
della Marra circa la gabella della seta di Calabria (20 apr. 1240): 
Huillard-Brèholles , t, V, pars II, pag. 910. — Conviene , però, 
riconoscere che la mancanza e la timidezza dei capitali, male in- 
veterato in questa parte d' Italia, non permise all' arte della lana 
raggiungere quella eccellenza e quella forza di produzione che 
avrebbe potuto. I panni di lusso continuarono a venir di fuori e 
si pagavano ben caro. Nel 1353 un mercante fiorentino ebbe 20 
once e 22 tari per 20 palmi di drappo in seta azzurro, lavorato a 
rosetta e ad uccelletto a mò dei damaschi. Sei canne di velluto az- 
zurro f uron vendute 2 once e 6 tari: Faragli.\, Storia dei prezzi in 
Napoli, Napoli, 1873, pag. 96. Ivi è pure notato che verso la fine 
del secolo XV, vendevansi nel Regno i seguenti panni indigeni : 
panno rosso napoletano, ducati 4 1{2 la canna: panno di Teano, ducati 
2 1^2: panni mischi napoletani, due. 4: Alife bagnato et aczimato, due. 
1: panno di Piedimonte, due. 1: panno aquilano accalorato, due. 1,10: 
panno aquilano in sessanta accolorato, due. 12,10: panno teramano, 
due. 1,15: panno di Amatrice largo accolorato, taiù 4 e grani 10: panni 
stretti accolorati, tari 2. Per un confronto è utile conoscere che in 
quel medesimo tempo lo stametto verde di Milano si vendeva a due. 
4,40 la canna, allo stesso prezzo lo stametto verde di Bergamo: il pan- 
no mischio di Parma a due. 5: il panno mischio di Londra, a due. 7. 



— 407 — 

poteva viver lautamente anche in parectlii. L'ambascia- 
tore, dal e-anto suo, non si era presentato a mani vuote. 
Aveva arrecato al Ile, da ])arte del suo ])rincipe, cinque 
ginnetti, che cosi chiamavansi allora non solo i cavalli 
di S[)at5na, ma ancora quelli di puro sangue arabo, e tre 
leoni. Entrambi i doni dovevano tornar graditissimi ad 
Alfonso. Valoro.so guerriero, infaticabile cacciatore, lieto 
diesi ammirasse la sua. abilità di maestro consumato nella 
arte della equitazione, desideroso di fare sfoggio della 
sua magnificenza, in un tempo in etri non si concepiva che 
l'uomo di qualche condizione potesse mostrarsi altrimenti 
che a cavallo, volgeva non poche cure alle sue reali scu- 
derie, ed era amantissimo di ampliarle e di renderle mi- 
gliori. 1 leoni, poi, gli riuscivano non meno accetti, come 
quelli che valevano a tener viva una tradizione di gran- 
dezza e di sfarzo, continuata sotto tutte le monarchie 
na[)oletane. Il magnifico serraglio che Federico II aveva 
raccolto tra gli splendori ed il fasto "orientale di Lucerà, 
con leoni, leopardi, camelli ed elefanti, non .si era più 
cancellato dalla memoria popolare. Anche Carlo I di An- 
giò, sebbene l'incessante bisogno di denaro' non gli con- 
sentisse di emulare il lusso dello Svevo , aveva sempre 
avuto leoni e leopardi. Ma quelli donati ad Alfonso fu- 
rono assai meglio trattati. Perocché, mentre, al tempo 
angioino, il pasto di un leone consisteva in otto rotola di 
carne di montone: regnando Alfonso, ogni leone riceveva 
cinque rotola di carne di bue, di vitella o di bufalo. K 
questa ultima specie di carne era somministrata così di 
rado, che in un conto nel quale son compresi cinquanta 
giorni di spesa pel vitto dei leoni tunisini, la carne di 
bufalo si trova fornita appena otto volte'. Curioso con- 
fronto, ma che pure vale a mostrare anche nelle piccole 
cose la differenza tra i due governi. E mentre il custode 
maggiore delle bestie feroci o maestro dei leopardieri, du- 



— 408 — 

rante il regno di Carlo I di Angiò, fu tal Salem , Sara- 
cino, probabilmente educato ed istruito nel serraglio 
svevo di Lucerà : Alfonso affidò il medesimo ufficio a 
Petruzzo da Catania, siccliè anche nella difficile arte di 
domare e custodire le belve, i suoi sudditi si erano eman- 
cipati dagli stranieri *). 



1) L'ambasciata dell'Emìr Mendozza, la durata della missione e 
le spese sostenute dal Ee pel trattamento di essa, risultano da 
questo documento: — (9 settembre 1438) A hamer tnendozza moro 
emhaxador del Reij de Tunig qui vench al senyor e lo dit senyor li fey 
la despesa per XXI dia que stech. en la ciutat de Capua a raho de j 
due. ab tota sa familla, e per a anthon serrano por ter — XXI due, — 
Ced. Tes. Arag. : voi. Il, e. 63 v.. — Quali doni avesse arrecati 
r Emìr Mendozza, che cosa si fosse speso per la ferratura e pel 
foraggio dei ginnetti e pel pasto dei leoni si ricava dal documento 
che segue, in data de^ dicembre 1438: 

Primo decemhre cn la eiutat de Capua donj a ali 
e abdalla moros per xxxij dias qui aquclls peusaren, 
los ginets que lo emhaxador moro presenta al Senyor 
Rey per hir itiessia de mengar e beure a raho de J i. 



vj due. ij t. 



A ells mateix per vii/ tumels de ordi pev obs del \ . , .... 

1 (lue. 1111 u. 



dits ginets a raho de j tr. lo tumel, 

A mestre Johan lo menescal de easa del senyor Rey 
per ferrar los dits V ginets que lo dit messager moro 
haria presentats al dit senyor e per ferrar los eavalls 
de la carrera del dit Senyor. 

A ali e petrucgo qui peusen los leon^ que son iij los 
qìials presenta al senyor Rey lo emhaxador muro de 
tunÌQ per tur messia de mengar e beure a raho de j 
t. per Ixiij dies. 



j due. ij t. 



xj due. iij t. 



xxxj due. iiij t. 



Als dits ali e petrttcgo per XV rotols de carn de 
bau vedetta cascun dia per los dits leons a raho de 
iiij gran, lo rotol per L dies XXX due. e per riij 
dies earn de hrufol a raho de j gr. j dìie. iiij t. 

Ced. Tes. Arag.: voi. II, ced. 70. — Circa il pasto del leone 



— 409 — 

Intanto le pratiche eseguite dall'Emìr Mendozza, e le 
trattative da lui intavolate avevano un completo successo. 
Il Magnanimo non solo vedeva la necessità di conchiu- 
dere e })oi di mantenere con Tunisi un franco e sincero 
accordo commerciale : ma ancora doveva essere lieto e 
soddisfatto dell' omaggio che con quell' ambasceria si 
rendeva alla sua potenza ed al suo senno politico. Poi- 
ché quello stesso sovrano barbaresco, che da potenti 
principi e da città marittime non meno potenti veniva 
richiesto di amicizia con le più riguardose ed istanti pre- 
mure, era stato il ])rimo a rivolgersi a lui ed a solleci- 
tarnt> a sua volta l'amicizia. Così, a pena partita la mis- 
sione tunisina, Alfonso si affrettò a mandare in Africa 
un suo legato, affinchè tutto ciò che erasi trattato a Ca- 
pua, fosse definitivamente conchiuso e ratificato. Sicché 
il compito di questo inviato disegnavasi nella mente tlel 
Uè in maniera assai netta e precisa: e con eguale net- 
tezza e precisione egli lo detei-iuinjìva nel diplnuìH, nel 



di Carlo I d'Angiò: Minieki Riccio, Alcuni fatti ecc., pag. 72: IH set- 
tembre 1269. B/' Cario ordina al Segreto di Faglia che a richiesta del 
milite Salem saraceno, maestro dei leopardieri regii, il pasto pei leopar- 
di, pel leone, per la leonza.... deve essere di rotola 8 di carne di mon- 
tone pel leone, di 4 per ogni leopardo e per la leonza, ecc. Del Ghtdice. 
op'. cit.,vol. Ili, pag, 129, doc. LXXVI, pubblica il medesimo docu- 
mento, ma la lezione magister nostrorum leopnrdorum per leopardero- 
rnm non sembra esatta: tanto più che subito dopo si nominano i 
varii leopardieri, dei quali Salem era il capo o magister.— ideile Ce- 
dole Aragonesi Petruzzo de Catania comparisce la prima volta, ed 
è nella cedola su riferita, in compagnia di AH. Ma è probabile che 
costui, tunisino, avesse accompagnato i leoni e , come tuttora si 
suole, fosse restato qualche tempo a Capua, per adusare il nuovo 
custode ai costumi di quelli; e poi fosse partito. In altre cedole, 
in fatti, a canto a quello di Petruzzo non comparisce alcun nome. 
Così, ad esempio, in questa: (15 ottobre 1438) A Petrucgo de Cata- 
nia que pensava los leons per una roba gracipsa meni, barchinonn morat. 
canns ij palms iiij. Ced. Tes. Arag.: voi. II, ced. 85 v. 

Anno XXVII. 07 



— 410 — 

quale, trasmettendo i pieni poteri a quell' inviato, non di- 
menticava di esporre ciò che gli era tornato particolar- 
mente gradito, vale a dire clie la iniziativa dei negoziati 
non era partita da lui. Scriveva, in fatti, che un suo am- 
basciatore veniva spedito di là dal mare, havendu nui cle- 
terminaiu in la menti nostra mandavi a li inclitu re di 
Tunisi per firmari li negotii suhscritti, de li quali ipsu re 
fu promotore, mandandomi prima cum lettri diversi et fina- 
liter missagi a la nostra Majestati *). 

La scelta dell'inviato fu fatta con quella sagacia e con 
quel senso di attuosa opportunità che si ammirano in tutti 
gli atti dell'avvedutissimo Principe. Fu jjrescelto, in fatti, 
Fra Giuliano Mayale : nfiui venerabili e religiosu homu, 
d'ce il diploma, e qui , come assai di rado succede, la 
formula della Cancelleria reale si appone al vero, mira- 
bilmente. Fra Giuliano, un benedettino del convento di 
S. Martino delle Scale in Sicilia , era anzitutto uomo 
di ardente carità, di operosa, instancabile energia. Tutto 
dedito ai poveri, agli infermi, agli infelici , fu il fonda- 

J) Il documento relativo a questa missione fu pubblicato dal 
De Mas Latrie, Bclations commerciales de Florence et de la Sicile avec 
V Afrique au moycn àgc, nella Bihliothe'que de l'Èeole des Charles, anno 
XX (1859), 4.C serie, t. V, pag, 233: e poi , Traite's ecc., t. II, pag. 
169. Esso era custodito tra le carte della badia di S. Martino delle 
Scale tra Palermo e Monreale: e nella intestazione è notato che 
il Re manda a trattar pace o tregua per un certo tempo, siciit i/pse 
rcx Maurus requisieraì. E notevole poi che in esso il Re s'intitola: — 
Don Alfonso per la gratia de Deu, re d^Aragon, di Sicilia dieza e dilla 
di lu Farv, di Valentia, di Hungaria, di Hierusalem, di Maiorca, di 
Sardigna e Corciga, Conti di Barsilona, DUCHA D'ATHI^NAS E DI 
NEOPÀTRIA, ecc. Il diploma ha la data, del 1." dicembre 1438. 11 
De Mas Latrie potè studiare, stando in quella badia di S. Martino, 
una Ci-onaca che egli affermò composta nel secolo XVIII, e su 
documenti che in gran parte esistevano ancora n'ell'Archivio aba- 
ziale. Nella detta Cronaca trovò riferiti i documenti relativi alla 
ambasceria di Tunisi. 



% 



— 411 — 

toro e, ])er molti anni il rettore del maggiore ospedale 
di quella città (maioris Nosocomii institutor) : e nella sua 
laboriosa esistenza seppe dar tali prove e così numerose 
di virtù e di pietà veracemente cristiane, che lasciò ottima 
l'ama di se, ed, a giudizio di tutti, fu stimato e cliiamato 
Jieato. Ora, la carità, quella che da vero intende ad al- 
leviare i mali della sofferente umanità , era, più che ne- 
cessaria, indispensal)ile a colui che, ambasciatore di un 
monarca cristiano , di (juei tempi si recava nell' Africa 
settentrionale. Gli Stati Barbareschi, non più intimoriti, 
nò raffrenati da una nazione o da un sovrano che, pre- 
dominando nel Mediterraneo, se ne arrogasse la polizia, 
già avevan fatto della corsa la loro industria |)refe- 
i-ita. Onde è che per tutte quelle regioni la schiavitù, 
resa i)iù atroce dalla differenza e dal contrasto delle re- 
ligioni, mostrava quelle orrende sue piaghe, cui solo un 
uomo di grandissimo cuore poteva apprestare un qualche 
sollievo di conforti e di aiuti. Ma alle nobilissime doti, 
])roprie del suo carattere, il buon Frate doveva accop- 
piare quelle i)iù mondane, ma non meno pi-egevoh, che 
si richiedono nel maneggio e nel disbrigo degli affari 
imj)ortanti e gravi. Perocché per ben tre volte i Siciliani, 
ragionevolmente orgogliosi di lui, lo mandarono come 
loro oratore ad Alfonso di Aragona : ed a tale altezza 
giunse la sua fama, che di lui volle valersi ])ersino Nicolò 
Y in opera che, rivolta alla beneficenza ed alla carità, 
richiedeva stanno, esperienza ed integrità riconosciuta. 
Quel Pontefice aveva bandito il giubileo del 1450, che 
il Droysen giustamente chiamò il primo gran trionfo della 
restaurazione religiosa: e sebbene l'immenso concorso di 
pellegrini avesse trasceso ogni previsione, notò con do- 
lore l'assenza di quei Cristiani, i quali, dimorando a Tu- 
nisi e tra altri Saracini, avevan trovato insormontabili le 
difficoltà opposte al loro viaggio ed avevan dovuto ri- 



— 412 — 

nunciare all'acquisto dei grandi benefici spirituali largiti 
dalla Chiesa. Per costoro nei primi giorni del dicembre 
1451, Nicolò V promulgò una Bolla, nella quale prescri- 
veva il modo da tenere per guadagnare le indulgenze 
deìVanno di oro senza allontanarsi dalla pi-opria residenza, 
e tra le altre cose ordinava che la quinta parte delle 
spese che sarebbero state richieste dal viaggio , iuxta 
qualitatem personarmn, fosse mandata a Fra Giuliano Ma- 
yale o a qualche altro frate, affinchè si fossero riscattati 
i ])rigionieri che penavano nelle mani degli infedeli *). 

11 buon Benedettino, quindi, doveva essere di una spe- 
ciale competenza nelle cose africane : e ciò appare tanto 
più verosimile, quanto più il salvacondotto mandatogli 
da Abu 'Omar Othmàn si discosta dal consueto tenore di 
tali atti. Per fermo, nella insolita esj^ansione che im- 
pronta questo documento, dovè aver parte, e non piccola, 
la soddisfazione del Califfo nel veder presso che con- 
chiuso un accordo pel quale si era dato tanta ])ena : ma 
è fuori dubbio altresì che, ove il messo mandatogli non 
fosse stato, come ora dicono, persona grata, quella sod- 
disfazione avrebbe trovato qualche riserva, né si sarebbe 
manifestata, lispetto all'ambasciatore, nei seguenti termini: 

Laudato un Solo senza moglie, né figli, Saperà il 
frate della fé, Cristiano, e eremita desviato del mondo., 
Julian. Dio lo consegli e complisca in gratia, e li com- 
plisea la promessa. Qui arrivò vostra carta per mano 
deli' alcalde delli cavalieri Christiani , dichiarandoci 
la causa della vostra venuta, e havemo inteso la bona 

^) Su Fra Giuliano Mayale, cfr. Pirro, Sicilia Sacra, Panarmi, 
1733; t. I., pag. 302. — 11 giudizio intorno al Giubileo del 1450 è 
in Droysbn, GescJdchtc der preussischen Poìitik, t. II, pag. 138. — La 
Bolla di Nicolò V era, in riassunto, nei documenti di San Martino 
delle Scale. 



— 418 — 

v'oluntii. liiivemo spedito il detto alcalde per voi ve- 
nire alla nostra città di Tliunisi, che Idio la con- 
servi ! e intendere da voi a bocca. Noi comandamo 
il vostro venire con la forza di questa carta, potente, 
securo. senza diibio publico, secondo in letto di (jne- 
sto securamente. Salve. Scritto al mese di Moliarani 

(Questo (locumento mostra che in tali pratiche ebbero 
parte anche i Cavalieri Gerosolimitani : ed è assai pro- 
babile che la loro mediazione fosse invocata da Abn 'Omar 
Othmàn allo scopo di rendere piìi sicura la buona riu- 
scita delie sue trattative. Certo, costui non tardò a spe- 
rimentare i vantaggi dell'amicizia da lui tanta desiderata. 
Già, sin dai primi giorni del 1489, quando forse Fra Giu- 
liano non era ancora pervenuto a Tunisi, i magistrati 
municipali di liarcellona annunziavano a quel Re che in 
Sicilia era stato imj)iccato il capitano di una galeotta per 
essersi impadi-onito di alcuni vassalli di lui, e che costoro 
gli erano stati subito rimandati. Giunto che fu a Tunisi, 
il Benedettino vi esercitò l'ufficio di residente a dirittura, 
perchè la sua dimora in quel regno è certamente com- 
provata almeno sino a mezzo il 1443. Si sa che in quel- 
l'anno l'Aragonese ordinava al suo rappresentante in Tu- 
nisi di interporsi, affinchè si restituisse al mercante sira- 
cusano, Michele Lorn^s, una nave carica di grano, inde- 
bitamente predata. E nel maggio dello stesso anno il 
Viceré di Sicilia Lop Ximenes Durrea gli scriveva per 
lamentarsi che non gli avesse trasmesso alcuna notizia, 
mentre era tenuto ad informarlo di tutti gli affari del 
Regno *). 

1) Non poco curiosa apparisce la lode del celibato fatta dal capo 
di un popolo avvezzo alla poligamia maomettana. — La lettera dei 
(':)!i'iellt-rs di la ciutat de Bareelona al Re di Tunisi, in data del dì 
8 gennaio del 1439, fu pubblicata dal Capmaxv, op. cit., II, pag. 



— 414 — 

Evidentemente il Frate era in diretta corrispondenza 
col He, ed interpetrandone fedelmente la volontà, si stu- 
diava di rendere intime quelle relazioni , onde gli era 
stata affidata la cura , allorché cominciavano a pena. E 
quanto fosse efficace ro])era sua è dimostrato dal fatto: 
perchè, nel maggio "del 1442, giunse a Napoli una seconda 
ambasceria tunisina. Esso venne in forma pomposa, so- 
lenne, sopra una galera barbaresca che batteva bandiera 
di Tunisi, con gran numero di servi ed ufficiali inferiori, 
con l'interpetre, e persino con suonatori di trombe e di 
timballi. Erane a capo Sidi Ibrahim beg oglì {Cidi Abra- 
ham hcUolj), che offrì il consueto dono, presentando al Re 
due ginnetti. Questi cavalli dovevano esser veramente 
perfetti, perchè Alfonso regalò all'ambasciatore quaranta 
ducati , e pochi giorni dopo mandò alla cucina della ga- 
lera due buoi e sei montoni da lui pagati diciotto ducati. 
Sidi Ibrahim beg oglì dimorò a lungo presso Alfonso, 
onde è da supporre che vi trattasse affari assai gravi; poi 
partì con la sua nave, lasciando in Napoli una parte della 
sua comitiva *). 



239, e poi dal De Mas Latrib, Traites ecc., pag. 330, doc. XXV. 
Ivi è detto : — Reduìiints a niemoria a vostra gran magnificentia covi 
los vig-reyes de Sicilia, no ha gran temp, han fai penj'ar nn home pairo 
de galiota, lo qual havie preses certs vassaylls vostres los quals ben con- 
tents han trameses a la dita vostra gran Alteza. — Nelle carte di San 
Martino delle Scale era scritto : — Alfonsus rex covimisit fratri Ju- 
liano Magali, nostro monacho, suo a,mba sciatoti, dum esset in civitate 
thtmeti quatemis deberet se operari cimi Octumen (Othmàn) rege tuneti, 
ut restitìteret Michaeli Lores, mercatori in Syracusis, navilium onustum 
frumenti quod Mauri indebite occupaverunt. Apparent eius litterae anni 
14i3 — Ed in seguito: ■ — Lop Ximen Durrca prorex in Sicilia fratri 
Juliano Magali nostro monacho, regis ambasciatori , per suas litteras 
dircctas in civitate Tuneti significavit qualemcs deberet eum de regiis 
nrgotiisadvisare, nam post eius recessum a Sicilia nihil novi de eo habue- 
rnt. Apparent eius litterae sub ultimo Maii 1443. 

*) Il dono di Sidi Ibrahim beg oglì ( " nobile signor Abramo „, 



— 415 — 

Quasi un anno tlopo, in fatti, il 7 aprile 14:43 , il Ke 
donava uu vestito di panno fino di Maiorca a ciascuno 
dei dieci famiìlos moros del emhaixador del Rey de Thu- 
nja qui ha turat aìgun temps en la Cori del dit Scnijor e 
scn formi de j)resent ed dit Bey : e per 25 ducati noleg- 
giava la nave di Antonio Alverga, affnchè trasportasse 
(juesti mori e le cose loro a Palermo. E da tale notizia 
si deduce che in quel porto era agevole trovare imbarco 
per Tunisi, e che le relazioni commerciali tra questo Re- 
gno e la Sicilia erano più cdie mai animate e frequenti. 
Né si può porre in dubbio che si trattasse, allora, di affari 
assai gravi, perchè subito dopo la partenza di Sidi Ibrahim 
beg oglì e, forse, contemporaneamnte ad essa. Alfonso 
mandò a Tunisi come suo ambasciatore un Dentice, forse 
nomato Antonino *). 

L'ambasceria napoletana fu ordinata in modo, che ispi- 
rasse ad Abu ' Omar Othmàn ed al suo popolo un' altis- 
sima idea della potenza e della ricchezza di chi la in- 
viava. Le poche notizie che intorno ad essa serbano i 
documenti del tempo, lasciano immaginare di quanta ma- 
gnificenza dovè essere circondata. Il nolo della nave — era 



letteralmente " Àbramo figlio di gentiluomo „ì e la somma con 
la quale fu rimunerato da Alfonso si rilevano da questo docu- 
mento: — donj (ìe manament del scni/or Bfy a CidJ ahraam hellolj em- 
baxador del Rey de Thynjs los quals lo dit senyor li mana donar gra- 
dosament per sgnart coni li presenta per par t del dit Bey de Thunj's dos 
gi)iets los quals furen eonsignats a micer paduano pagano cavallari^ del 
dit Senyor, ecc. — ZXXX due. (5 maggio 14-42). Ced. Tes. Arag., voi. 
V, ced. 238. — ^ Circa i buoi ed i montoni mandati alla cucina della 
galera di Tunisi, la notizia è contenuta in Ced. Tes. Arag., v. V, 
ced. 219 V., dove, tra altro, è detto : — an Bernart de Torregrossa 
de offici de strjva de rado per go coni aquells havja bestret en la compra 
de ij hous e vj moutons que lo Senyor Bey mana donar a la chucina de 
la galera del Rey de Tunjs — -xviij due. 

1) Il douo alla servitù di Sidi Ibrahim beg oglì è attestata dalla 
seguente cedola : 



— 416 — 

una galera appartenente a Pietro del Bust e da lui co- 
mandata — ammontò a trecento ducati. Ora, se, per farsi 
un concetto del costo dei trasporti marittimi, si ricorda 
che ad Antonio Alverga, il quale menò a Palermo quei 
dieci tunisini, furono sborsati venticinque ducati e si av- 
verte che a Bernardo Soldevila, il quale con la sua nave 
trasportò da Tunisi a Naj^oli un altro messaggero del Ile, 
Bernardo Ijopez, col sèguito, furono pagati cinquantasei 
ducati, s'intende subito ohe nave doveva esser quella di 



ij pez — V ca. 

VJ pi. (le HKll- 

lorchn 



Item abrafim e azmet trompetes, azinct quj sona ta- 

bals, alage aguznwn alacis azamorj mobarch Ahraìiim 

magalnch e alj famillos moros tots del ambaixador del 

Rey de Thunjs qui ha turai algun temps en la Cori 

del dit Sengor e sen torna, de present al dit rey de 

Thunjs graciosament per lur vestir 

blau-j pez , ,, , 

„ . . de viallorcha 

verme U-ij pez 

Munteli les dites quantitats de draps dels quals he 
cobrat albara de scriva de racio sci'it en Napols a vij 
dies del present mes dabril segons en aquell se conte. 

Ced. Tes. Arag., voi. VI, ced, 246. — Qui è notevole un curioso 
lapsus calami del Minibri Eiccio, Alcuni fatti di Alfonso ecc., pag. 
8, dove, riassumendo questa cedola, dice : — dona dei drappi ad 
Abrafim e Azmet trombettieri che suonano i timpani, mentre la con- 
suetudine di tutti i paesi del mondo vuole che chi è trombettiei'e 
suoni la tromba, ed il timpano sia suonato dal timpanista. La ce- 
dola, è vero, parla di ahrafim e azmet trompetes, ma subito dopo chi 
l'ha scritta, quasi ad emendare un suo errore, aggiunge la nota 
esplicativa : azmet quj sona taballs. Sicché è molto probabile che il 
M. Riccio non abbia né meno veduto questa cedola, e ne abbia at- 
tinto il contenuto ai soliti Notamenti del Db Let.lis. — Pel valore 
del dono giova ricordare che il panno nero di Maiorca si vendeva 
due. 3,20 la canna: Faraglia, op, cit., pag. 98 ; e che trattandosi 
di panni tinti con colori vivac", il prezzo ne doveva essere un pò 
più elevato. — Il nolo della nave di Antonio Alverga risulta dalla 
Ced. 236, voi. VI, dove è detto : — Ad Anthon Alverga patto de nau 
per portar -X moros del embaxador del Bey de Thunjs e certes robes 
ab la sua nau en palerm — XXXV due. — La identificazione del Dentice, 



— 417 — 

Pietro del J5ust, e come annata ed e(|uii)a^^iata e di ({uali 
agi fornita. Al Dentice, inoltre, furono dati quattrocento 
ducati ])er le despeses que ìj cono fcr , onde se all' Emìr 
Mendozza ed ai suoi conipagni bastava un ducato al giorno 
per viver lautamente, 1' assegnazione di una così forte 
somma indica che V ambasciatore napoletano doveva es- 
sere accompagnato da un ben numeroso corteggio , ed 



ambasciatore di Alfonso, non sembra por ora possibile in altra forma 
che di congettura. Il Pacìano, Excerpta ex regiis ArrhinLs. ms. che 
si conserva nella Biblioteca di (questa Società di Storia Patria, pag. 
171 V., da notizia, citando le exequutorìales del 1444, di un Antonio 
Dentice miles et consiliarius feudalis: e, citando le Cedole di Teso- 
reria del 144-2 e 43, di un Antonino Dentice castellano di Lucerà. Il 
primo doveva esser personaggio troppo grave ed autorevole, per- 
chè gli si assegnasse una missione che non doveva essere tra le 
più ambite : e poiché, d'ordinario, si giungeva all'ufficio di lui in 
et-i piuttosto matura, anche a causa degli anni poteva non essere 
in grado di sobbarcarsi ad un incarico assai pieno di pericoli e di 
fatiche. A favore del secondo sta la stessa citazione del Pagano, 
perchè appunto nelle Cedole di Tesoreria del 144.S si parla dell'am- 
basceria affidata ad un Dentice. La grafia catalana Antonj, Anthonj 
ed Anthoiih che è nei documenti ed è diversa dalla consueta grafia 
Anthon ed Anton, potrebbe es.ser la fedele trascrizione del nome 
Antonino, se sulla esatta scrittura degli amanuensi del tempo si po- 
tasse far sicuro affidamento: e se un'annotazione al margine di una 
delle dette cedole non offrisse la chiara lezione latina : Anthonius. 
D'altro canto non è facile trovare più sicure notizie nelle Esecu- 
toriali. Quelle esaminate danno notizia di un Antonio Dentice, mil^'s, 
coìisil/arius et (liìectìis fwster nel febbraio del 1444: Exequutor. lleg. 
Cam. l, 1442-1460, e. 74; e di un Antonio Dentice, miles, tenuto verso 
i magnifici Loisc Caracciolo et Nicola Marta Bocznto ad un certo pa- 
gamento sopra li fiscali prò focularìbue terre sue vigianj de provincia 
hasiìicote numero nonaginta trium: ivi, e. 134. —Infine, nelle Cedole 
(li Tesoreria ve ne è una, in data del dì 11 novembre 1442, che con- 
cerne il pagamento di cinquecento ducati a messer Dentice, già 
castellano di Lucerà, per aver consegnato ad Alfonso quel castello 
che teneva per Renato di Angiò: cfr. M. Riccio, pag. 35. 



— 418 — 

aveva dovuto ricevere istruzione di mostrarsi liberale, 
generoso. Perchè non è il caso di supporre die una così 
grossa somma fosse assegnata al Dentice per compre ed 
acquisti particolaimente commessi dal Re : si ti'ova me- 
moria, in vero, clie gli furono contati ancora trecento du- 
cati, affinchè ne comprasse ginnetti di Barheria *). 



*) Sul nolo della galea di Pietro del Bust si ha questa notizia: 
- — (ìonj a nioss. pedro del bust patro de galea los quals li acovicijìij m 
la chitnt de Napols a iiij dì'es delprescnt mes de Juliol en acorriment 
del sou de la sua galea per sgnart com de present va cn les parts del 
realnw de Thimjs per afes de la cort — CCyC dw.. Oed. Tes. Arag., 
V. VI, ced. 377. — Questo Pietro del Bust doveva essere uomo di 
mare reputato e cospicuo armatore, specialmente addetto al ser- 
vizio del Re. Ciò si rileva da una cedola di Tesoreria pubblicata 
dal Faraglia: — .. XXV companjons qui deven anar.... ah les galeres 
de mossen Fedro del Bust (per manifesto errore di trascrizione, il 
M. Riccio, pag. 26, ha mutato questo nome in Pietro del Bosco) 
e mossen Consalvo de nava ala ijila de Crapi per ceri tractat que lo 
dìt Fedro mena ab certs ìiommes de la dita Jilla per que la dita yila 
fos del dìt senyor : in Diurnali detti del Duca di Monteleone pubbli- 
cati a cura di N. F. Faraglia, Napoli, 1895, pag. 119, nota 12, dove 
è detto come Alfonso s' impadronì di Capri (ottobre l'141). — La 
larga anticipazione al Dentice risulta da questa Cedola: — (1** aprile 
1443) donj de manament del Senyor Rei/ a micer Anthonj dentichi los 
quals lo dit senyor me mona yo Ij doner ah letta sua patent de la sua 
ma signada ab son sugeU en lo pea sugellada a mi dregata. dada en 
Napols lo printer dia del nws dabril per raìio de les messions e despe- 
ses que Ij coue fer anant de present al Rey de Thunjs ou lo dit Senyor 
lo tremet per embaxador seu segons en la dita letra patent se conte ecc. 
ecce due. Ced. Tes. Arag., v. VI, Ced. 323 v. — La cedola con- 
cernente i trecento ducati sborsati al Dentice per comprarne ca- 
valli, trovasi riassunta ia M. Riccio, Alcuni fatti di Alfonso ecc. , 
pag. 23.Ó. — La data della partenza del Dentice messa in relazione 
coi documenti dai quali è provato che Fra Giuliano Mayale dimorò 
a Tunisi sino al maggio del 1443, dimostra che per un certo perio- 
do almeno la rappresentanza del Re di Napoli a Tunisi non soffrì 
alcuna interruzione. 



— 419 — 

Del resto, la splendidezza del Magnanimo ebbe a ina- 
ni testarsi anche verso altre persone dell'ambasceria. Michele 
Dosde, l'interpetre del Dentice, ebbe un vestito di panno 
fino di Maiorca e venti ducati : uguale vestito ed altret- 
tanti ducati furon dati a Faquinet, che era il turcimanno 
dell'ambasciatore tunisino. Le cedole in cui questi doni 
l'uron registrate, lasciano intravvedere un fatto notevole. 
1/ interpetre tunisino viaggiò insieme col Dentice e col 
Desde, acciocché insieme con questo facesse da drago- 
manno al primo : miguel desde e faqujnet los quaìs lo 
(Ut scnijor mana anar per turcirnantjs ah micer Antonj 
dcntichi. La presenza, nella missione napoletana, di colui 
che, da interpetre , aveva dovuto aver la parte mag- 
giore neir ambasciata tunisina, fa giudicare che (piella 
dovè essere inviata tli accordo con Sidi Ibrahim Beg oglì, 
e forse per suo consiglio. Probabilmente si erano stretti 
))atti, si erano formulate convenzioni , cui mancav'a solo 
la ratificazione del Califfo : ottenere questa sanzione po- 
teva essere lo scopo unico o principale del viaggio del 
Dentice, ed in questo caso la presenza del Faquinet, lungi 
dall'essere inopportuna o pericolosa, era utile e tale da 
ai)pianare ogni difficoltà. Ciò. spiegherebbe, inoltre, perchè 
lo due ambasciate partirono quasi contemporaneamente, e 
cioè tra l'apiile ed il maggio del 1443. In quel tempo, ad 
ogni modo, Napoli era divenuta la residenza ordinaria dei 
lappresentanti di Tunisi , e se un ambasciatore partiva, 
subito gli sottentrava un altro. Così, è certo che già ai 
primi di dicembre dello stesso anno 1443 si trovava a 
Napoli un altio ambasciatore tunisino, del quale ignorasi 
il nome. E poiché gli si affidarono 33 ducati di oro 
veneziani, da servi i-e pel riscatto di un cristiano tenuto 
prigioniero a Tunisi , giova credere che costui o era 
stato preso sopra nave che non apparteneva a sudditi 
(li Alfonso, o fatto schiavo da pirati ed infedeli di altro 



— 420 — 

contrade, fosse poi capitato in potere di mercanti tuni- 
sini *). 

Perocché il Re di Napoli non era molto disposto a sop- 
portare le offese arrecate alla sua bandiei-a e i danni ca- 
gionati ai suoi sudditi. Ed è da ricordare che, malgrado 
l'amicizia e i doni e le amhascerie, (luando alcuni tuni- 
sini osarono commettere in Sicilia atti da nemici e da 
pirati, egli non esitò a far gittarli in prigione, minaccian- 
doli di pena maggiore e sin della morte. La (juistione po- 
teva divenir grossa e cagionare un irriconciliabile dissidio 
tra i due Stati. Per rappresaglia Abu 'Omar Othmàn fece 
incarcerare cinquecento cristiani aragonesi che erano nei 
suoi Stati. I magistrati municipali della città di Barcel- 
lona si rivolsero ad Alfonso, affinchè , interponendo i 
suoi buoni uffici, ottenesse che a quelli fosse ridata la 
libertà. E la vertenza ebbe ad esser composta con reci- 
proca sodisf azione, perchè negli anni seguenti non man- 

f) I doni ai compagni del Dentice, risultano da (jnesta cedola, — 
(7 aprile 1443) donj de in mament del Scìii/or Re// a les pcrsons dcin- 
scrites nxi moros com cn'sticins los drcrpH de lana dcins mcncionats los 
qìicds lo dit Scìiijor los iiuDxt doìuir pc>- Ics ìydioi/s scguents. Es asaber 
a Mc'kjìicI dczdc e faqìijìwt los qiuds lo dit scnyor mana anar per tur- 
cnnaiìi/s ah mlecr Antonj dentichi amhnixador seti de present al Rey de 
Tunjs graciosament per lur vestir. — Vermell. — Vca. - i]/ pi. de mal- 
lorcha. — Oed. Tes. Arag., v. VI, ced. 245 — Il dono dei venti ducati 
a ciascuno degli interpetri è cosi attestato : — Aii Miquel <h'sdc lo qnal 
de present tremet lo dit Seni/or per turcimanij ah mieer Anthonì dentichi 
qui va per emhaxador del dit sem/or al Re// de Thnnj's — XX d.; Item 
(i ffaquinet tiii'ciii/nni/ del etnhedaxor moro qui ìia stat gran teinps en 
la C'ort del dit Scngoi' graciosa)n'.;nt p:'J' ro coin ah la dit onhexador 
moro sen retorna en les p'irts de Thunjs — XX d. — Ced. Tes. Arag., 
voi. VI, Ced. 291 V., 202. — Circa il riscatto di quel prigioniero cri- 
stiano: -- A rj del dit Ines de decendìre en Capita.... donj.... al Em- 
baxador del R'n de 7 iiiiis j>er l'eeiidire Inni rrestid radit (/ni era pre- 
■HOììer en Tiinlr -'xxxiij due. dor ceneeians a ridi.o de .vj gillats per 
caseii x.r.rej ('.j'.t.. — Ced. Ter. Arag., \'ol. VII, ('ed, 77, 



._ 421 — 

cano alti'(^ prove di scambievole benevolenza e considera- 
zione ^). 

Nel maggio del 1450 Alfonso regalava airambasciatore 
tunisino Mues una lunga giubba di fustanella, una veste 
ed una berretta : e gli faceva cucire camicie bianche e di 
coloie. Nell'agosto del 1454 donava ad Ali Mascoy, ca- 
vallerizzo del Re di Tunisi, tanto })anno quanto bastasse 
a fare una piccola cappa da indossare sulla giubba. Tut- 
, tavia, proprio in quel medesimo tempo, avveniva un altro 
dispiacevole incidente. Una nave tunisina nella quale erano 
due ambasciatori che il Califfo mandava al Gran Turco, 
si fermò o dal mare grosso fu costretta a fermarsi nel 
})orto di Siracusa. Subito le galere del Re la circonda- 
rono. 1 due ambasciatori furono presi e, condotti a Na- 
j)oli, furon rinchiusi nel Castel dell'Uovo. Una così ma- 
nifesta violazione del diritto delle genti, a danno poi di 
antichi amici, non potrebbe spiegarsi, se non si sapesse 
di quale odio veemente Alfonso era infiammato contro i 
Turchi e contro tutti coloro i quali se ne facevano amici 
e fautori. Potrebbe darsi ancora che, richiestone da lui, 
il Re di Tunisi gli avesse promesso di combattere o, per 
lo meno, di non annodare alcuna pratica coi Turchi da 
lui tanto aborriti : sebbene, per mancanza di documenti, 
queste supposizioni, quantunque assai plausibili, non pa- 
iano destinate ad uscire dal campo delle mere congetture. 
Ad ogni modo anche questo conflitto fu composto paci- 
ficamente. I due ambasciatori riceverono doni che li ri- 
facessero, per quel che si [ìoteva, delle ingiurie patite : Na- 

1) 11 Capmanv, op. cit.. pag. 248, e poi il De Mas Latrif, Trai- 
tcs ecc.. n, pag. 331, doc. XXVI. pubblicarono la lettera dei con- 
siglieri della città di Barcellona ad Alfonso, dalla quale si desume 
l'arresto dei Tunisini in Sicilia ■ — stani treca entre vos, Senyor, e lo 
(Ut rcy ile Tuni<^ — e la consecutiva prigionia degli Aragonesi e Ca- 
talani che erano a Tunisi. 



— 422 — 

poli e Tunisi ritornarono nel buon accordo di prima. E 
nel gennaio del 1456, su nave Catalana, Bernardo Lopez, 
scriva de rado, tornava da Tunisi, dove era stato per co- 
niando del Re. Verosimilmente egli aveva dovuto trattare 
affari commerciali. Almeno questo s'immagina, se si pon 
mente alle mansioni ed all' ufficio che il Lopez aveva 
presso la Corte Aragonese. Finalmente, nel marzo del 145.6, 
era ambasciatore di Tunisi ad Alfonso di Aragona, J3iagio 
Sibori, personaggio così gradito e così familiare al Re,. 
che questi giunse persino a commettergli 1' esame e l'a- 
cquisto di un cavallo che fu venduto a Napoli e fu com- 
prato per le scuderie reali. Né l'amichevole consuetudine 
dei doni fu interrotta o sospesa, finché il Magnanimo ebbe 
vita. Sicché, nell' aj^rile del 1457, partiva da Napoli, su 
nave veneziana, Giovanni E-ialbes, lioniere di Valenza. Egli 
conduceva in quella città un leone, che poco prima Abu 
'Omar Othmàn aveva regalato ad Alfonso ^). 

Le relazioni con Tunisi, dunque, erano più che amiche- 
voli e cordiali. Esse rispondevano al concetto generale, 
cui Alfonso procurava informare la sua politica africana, 
secondo glielo consentivano tutti quei fatti che non di- 

*) Sulle cose donate a Mues è sufficiente questa informazione: 
■ — (19 maggio 14.50) don/.... a micer agne de clena sastrc del Senyor 
Ecì/.... per lo preii de j gipo Inngh de fustanjn per les costurcs cincr- 
jes de una roba una barrcta ha fats de drap de la cort per lo ern- 
baxador moro apellat mues j d. E per lo pan de ecrts camiscs bian- 
gus e altres fiasins (?) ha vennuds per lo dit embaxador dos d. don. 
tar. deu gr. en lo pagament preti et consign ciò deh quals coses es en- 
trevengnt Andreu Ferver. — iij d. — ijt. — xg. Ced. Tes. Arag.: V, lì. 
(anticam. \'ò\ Ced. 111. — Del dono ad Ali Mascoy serbasi que- 
sta memoria: — (19 agosto 1454) ad ali mascoy nigro moro cavalle- 
rizo di re di Tunisj graciosament per una coppetta siipra la jube — 
Fiorenza Torquesca Canna una palms iiij. — Ced. Tes. Arag.: V. 22, 
Ced. 186 V. L'imprigionamento e la liberazione dei due ambascia- 
tori tunisini rilevansi dalla seguente cedola : 



— 423 — 

pendevano dalla sua volontà. Poiché la somma maggiore 
dei suoi interessi era in Oriente, e verso l'Oriente lo spin- 
<^evano da una parte la necessità di difendere il projìrio 
regno, dall'altra l'audace ma ragionevole speranza d'in- 
grandire il suo dominio a dismisura, voleva che le sue 
forze, non distratte in alcuna maniera, convergessero tutte 
verso quel punto. Che se i negoziati con l'Egitto e con 
la Etiopia, se le assidue pratiche con Tunisi non valsero 



Auf/usto secunAe Indictionis Anno MiUemno ccccUUj Dir iiij 
A Mastro pctruzo sarturj de la casa 
di lo S. Re Canne sei palmi iiiJ di gra- 
na morata di florenza per fare ij juhe 
r M u a de \ ^^"//''<' ^0 ^'">''' Avdìaxatori di Be di Tu- 
f ì o r e u t. i a ( nisi a lo gran Tiircho, li quali erano stati 
m o I- a t a j ^jy^j {», Jq porto di syracusa dj Sicilia e. vj jils iiij 
da Ij galej di lo S. Re portati a Nea- 
polj et posti a lo castello di loco et nl- 
' timamente liberati per lo S. Re 

s Item pir fare ij cappette a li ij mori 
floronza { ri j rr j j canne vii 

' prope dicti Turqnesca canne ly 

tafetta do > Item per forratnra di li ij juhe prope 

b lorenca f diete Russo canne sej palmi j ^ j i jj . 

Ced. Tes. Arag.: V. 23, Ced. 185. — Intorno alla missione di Ber- 
nardo Lopez : — (9 gennaio 1456) donj an Bernart solderila Patro 
de nau calala LVII d.. .. per lo nolit a di taxat per fo que ab la sua 
nau ha por tot de TunÌQ en Xapols an bernart lopiq scriva del senyor 
Rcy ab la sua roba e famillos. Era stat trames lo dit be. nari lopiq al 
Rey de Itmiq per lo dit Senyo per affers de la sua Cort. — Ced. Tes. 
Arag.: Voi. 30, Ced. 178 v. — La compra di un cavallo fatta dal 
Re in Napoli, per mezzo dell' ambasciatore tunisino , rilevasi dal 
seguente documento : — donj a Biasio sibori embaxador del Rey de 
Tunis tramez al Senor Rey qui se troba de present en cort -LX due. 
los qiials li cren deguts,.... per lo preu de un grnet de pel falbo lo qual 
de manameat del dit senyor dell es stat comprat en la ciutot de napols 
e cn lo dit present mes de marq es stat consignat lo di^ ginet en la Ca- 
vallerÌQa en poder de placito de sangro Caealleriq del dit senyor. ... — 
Ced. Tes. Arag., Voi. 30, Ced, 398 v. — 11 M. Riccio, Alcuni fotti 



— 424 — 

ad assicurargli quel concorso clie egli aveva pensato : — la 
sicurezza (Ielle coste del suo regno da ogni aggressione 
Barì)aresca, quando l'intera sua flotta e tutti i suoi sol- 
dati se ne sarebbero allontanati, per mettere in atto la 
impresa cui aveva consacrato la prudenza ed il senno dei 
suoi anni maturi, doveva sembrargli premio adeguato agli 
sforzi fatti per conseguirlo *). 



(li Alfonso ecc. da sommaria ed erronea notizia di questa cedola. 
Egli .scrive, pag. 44.5 : — // re regala un ginetto di pelo falbo a Bia- 
gio Sihori ecc. : dove la cedola espone un fatto assai diverso, per- 
chè si tratta di un ginnetto che, d' ordine del Re, è stato da lui 
(Siboi-i) comprato in Napoli e poi mandato alla reale Cavallerizza.^ 
Da una lista (Exido de draps feto.... en la present mesada de marQ — 
1456) si rileva che 1' ambasciatore fu largamente compensato : — 
a blasio qibori embaxador del rey de Tuniq, graciosament carmesi pz. 
X. iij ca. ij ples vellnt. — Ced. Tes. Arag., Voi, 30, Ced. 415. — TI 
dono del leone che fu mandato a Valenza, risulta da una cedola 
di Tesoreria, 29 aprile 1457, riassunta dal M. Riccio, op. cit., pag. 456. 
1) Dopo il succinto esame delle relazioni tra la Sicilia, Napoli e 
Tunisi al tempo di Alfonso, fa meraviglia che, parlando di quel 
tempo, il Meucibk, op. cit., pag. 418, affermi: — La Sicile, en pie ine 
de'cadence, avait renonge' a tonte initiative. — Forse, in questi ultimi 
tempi, le relazioni con l'Egitto erano un pò aspre. Potrebbe esserne 
una prova il fatto che alla corte di Napoli era un buffone o pazzo 
cui a dileggio si dava il soprannome di Anibasciator di Egitto, 
secondo si rileva dalla Ced. 171 v., del Voi. '22, dove è detto: — 
mibxa moro pazo dicto lo amhaxatori di lo Cairo. In essa il Re, che 
per regalarlo vuol vestirlo da capo a piedi, da a Real blanch sar- 
turj francesi sei canne di propino covimunj azzurro per la cappa e 
la veste, sette palmi di propino covmnc rosso per le calze e la ber- 
retta : tre canne e quattro palmi di borello per fodera (forratura de 
la roba) : due canne e quattro palmi di fustagno pel giubbone: 
qviattro canne di canapazzo de burgo per camicie e mutande piccole. 



— 425 — 



II. 



RELAZIONI, NEGOZIATI ED ALLEANZE IN ORIENTE 
PRIMA DELLA CATASTROFE 

(1444-1453) 

11 carteggio (li Alfonso di Aragona ( oi principi e so- 
vrani che regnavano o avevan dominio in questa o in 
quella parte dell'Impero Greco, incomincia con una let- 
tera, nella quale con tono fermo e deciso egli afferma i 
suoi diritti sui ducati di Atene e Neopatria, e ne chiede 
la restituzione. Così, sin dal principio, si delincavano niti- 
damente il concetto informatore della sua opera diploma- 
tica, e l'orbita nella quale la sua azione era per essere 
rigidamente circoscritta. Primo dovere del monarca era 
per l'Aragonese l'adoperarsi in modo , che in ogni atto 
avesse sempre di mira il benessere e 1' utile del proprio 
popolo. E tanto piìi imperioso diveniva tale dovere, ne- 
gli intricati maneggi della politica orientale, quanto più 
era sicuro che essi, per ineluttabile necessità, avrebbero 
determinato una guerra lunga, costosa , micidiale. Ora, 
egli conosceva troppo il valore delle sostanze e delle vite 
dei suoi sudditi, per voler perigliare le une e le altre 
in imprese, che non tendessero ad uno scopo concreto, 
preciso ed atto a procurare col sacrificio di alcuni il van- 
taggio di tutti. Sotto questo aspetto si può affermare che 
Alfonso non sarebbe mai riuscito a concepire e ad inten- 
dere una spedizione contro i Turchi, che somigliasse an- 
che lontanamente a quelle sterili insanie che furono le 
prime (crociate. Né di questo modo accorto e giudizioso 
di considerare le cose va data lode, più che a lui, alla età 
in cui visse (; che volgeva contraria ad ogni opera priva 
Anno XXVIl. 28 



— 426 — 

di un contenuto di sostanziali beneficii. Il Conte di Ne- 
vers col suo intemperante ardire, il Boucicaut col suo 
cavalleresco valore, il Cardinale Cesarini con la sua fo- 
cosa legazione attestano che l'antico lievito, qua e là, fer- 
mentava ancora. Non solo: ma propiio in quel tempo, 
o poco dopo. Cristiano l'e di Svezia e di Danimarca affer- 
mava di veder nel Turco la bestia dell' Apocalisse che 
sorge dal mare : e Filippo il Buono duca di Borgogna 
giurava di pr-endere la croce, e meritava che Nicolò V lo 
chiamasse fìdei ferocisslmus athleta et intrepidus pugil 
cantra turpissimi hostis huiusmodi conatus *). 

1) Circa le iftfocate parole del re Cristiano, eh'. Voigt, in Histo- 
rischc Zeitschrift di Sybel, t. Ili, pag. 135. — Arenst, Beschreiìnmg 
(Icr Festfeier ecc., Treviri, 1868, descrisse la strana festa del Fagiano, 
celebrata a Lilla nel 1454, nella quale Filippo il Buono giurò di 
prender la croce. Le singolari espressioni laudative a lui rivolte da 
Nicolò V sono nella Bolla Nuper cum, Romae, MCCCCLIV, VI Id. 
Mai't. — Il senso di sapiente misura cui Alfonso ispiravasi nel va- 
lutare gli eventi orientali, non è stato né meno intravveduto dal 
Pa.stou, Histoirr des Papes depuis la fin du moyen àge (trad. Furcy 
Raynaud), Paris, 1888, t. IL, pag. 264, il quale ha scritto: — Le fin 
pnliliqiie (Alfonso) ne ménagea pourtant pas leshelles paroles. Au prìn- 
temps du 1454, il fit mente mine de vouloir se poser en défenscur de VI- 
talic cantre le 1 uve, en vengeur de l'af front ineffaQable infligé a la chre'- 
tiente' par la prise de Constantinople. Il espérait, écrivait-il aux cardi- 
vaux, entrainer par son exemple les aìdres princes chre'tiens a cntrer en 
campagne aveclui et a la mener de ielle sorte qu' il ne restai bientòt plus 
nn Seul Ture en Europe. Mais les acles ne re'pondirent pas aux paroles. 
Alphonseuniquement préoccupé du maintien de sa dynastie, se souciait, 
au fond, fortpeu du salut de la chrétimté: rien ne put l'arracher a son 
inaction, ni alors ni plus tard. — Tutto il carteggio che qui si pubblica, 
confuta trionfalmente tali asserzioni. Del resto, se il dotto Profes- 
sore della Università di Innsbriick avesse considerato quanto era 
minaccioso pel regno di Alfonso l'ingi-andimento dei Turchi, non 
avrebbe dubitato delle buone intenzioni e della leale sincerità di 
luij a meno che, con manifesta offesa della verità, non avesse voluto 
farlo passare per un sovrano destituito di ogni senno politico. Inol- 
tre, la guerra dì Otranto, ancorché incoraggiata e voluta da alcuni 



— 427 — 

Non si vuole dire intanto che, perqesta parte almeno, l'o- 
pera dell'Aragonese sia da paragonare a quella di Carlo di 
Angiò nella Settima Crociata: perchè tra esse sono dif- 
ferenze grandissime. L' Angioino con scaltriti infingi- 
menti faceva mostra di curare la buona riuscita della im- 
])resa, mentre ad altro non badava che al suo ])artico- 
lare interesse : e ciò per valersi delle forze di tutti, non 
essendo quelle sue proprie pari all' arduo cimento. Al- 
fonso, conoscendo la vanità delle promesse, che erano 
l'unico frutto degli assi»lui negoziati pontificii coi sovrani 
di tutta Europa, sapeva ili dover fare assegnamento sulle 
sue j)roprie forze, e solo su qualche piccolo aiuto estra- 
neo : e pure, sin dal ])rimo momento, annunciava franca- 
mente le rivendicazioni che si proponeva eseguire nello 
Impero Greco. E la franchezza gli era più agevole, come,, 
a quello che, secondo le idee giuridiche del tempo, era 
forte del più evidente buon diritto. 

La Compagnia Catalana, in fatti, aveva ac(juistato alla 
(\isa Aragonese di Sicilia i ducati di Atene e di Neopa- 
tria. Catalani ed Aragonesi avevan riconosciuto la sovra- 
nità di Federico II di Aragona re di Sicilia: e questi 
aveva mandato a reggerne le conquiste, in nome ed in 
luogo del suo secondogenito Manfredi, Don Alfonso Fe- 
derico suo figlio naturale. Don Alfonso aveva sposato Ma- 
rulla, unica figlia ed erede del nobile Bonifacio di Ve- 
rona, signore di Caristo nella Eubea, dell'isola di Egina 



principi d'Italia e, forse, dalla stessa Santa Sede, fu non solo una 
solenne prova della gravità del pericolo turco pel Reg^o di 
Napoli, ma una rivincita altresì che i Turchi vollero avere per 
tutte le agitazioni loro arrecate dalla instancabile attività dell'Ara- 
gonese.' Fa dispiacere cogliere l'illustre storico in flagrante colpa, 
d' ingiustizia e di preconcetto: ma chi conosce quale immensa quan- 
titii di fatti tìgli ha dovuto esaminare e vagliare, si spiega l'errore 
agevolmente. 



— 428 — 

e di tredici castelli : e più tardi ei-a stato creato Vicario 
Generale dei ducati di Atene e di Neopatria. Alla sua 
morte il suo proprio dominio era stato diviso fra tre fi- 
oliiioli e si eran così costituiti altrettanti grandi feudi di- 
pendenti dal Regno di Sicilia. Frattanto, i due ducati, 
retaggio dei secondogeniti della casa reale siciliana, pas- 
savano a Guglielmo II, poi a Giovanni II, detto di Ara- 
gona-Iiandazzo, quindi a Federico, ed estintosi costui, a 
Pietro IV di Aragona. Per tali ragioni ereditarie, le quali 
di quei tempi erano validissime. Alfonso s'intitolava duca 
di Atene e di Neopatria nei suoi atti ed anche nella leg- 
genda di talune monete clie furon coniate in Sicilia. E 
come, allorché rivendicava gli aviti ducati, era padrone 
di Napoli, della Sicilia, della Sardegna, dell'Aragona, del 
Reame di Valenza e delle isole Baleari — sebbene, per 
mancargli la Corsica, posseduta dai Genovesi, e per fargli 
s])esso difetto i denari, non potesse arrogarsi 1' assoluta 
suj)remazia del Mediterraneo — era in grado di sostenere 
le sue giuste pretese con un grandissimo sforzo di uomini 
e di navi *). 

^) L'Amaui, Storia delVcspro, ed. cit., voi. Il, pag. 315, dice bre- 
vemente dell'acquisto che i Re di Sicilia fecero in Grecia per opera 
della Compagnia Catalana. Per maggiori notizie cfr. la cronaca di 
Kamon Muntaner dal cap. 119 in poi. Importantissimo su questo 
pvuito l'ottimo lavoro del RuBió ¥ Lluch, Los Navarros en Grecia 
y el ducado Catalan de Atenas, Barcelona, 1886. — Sopra Alfonso 
Federico, Vicario Generale di Atene e Neopatria, cfi'. SciiLUMBERGEn, 
Numismatique de l'Orient latin, pag. .343. — Sul retaggio dei tre fi- 
gli di costui , cfr. HoPF, Chroniques Gréco-romaines , pag. 474, — 
Circa la successione, nei ducati di Atene e Neopatria , degli Ara- 
gonesi di Sicilia, cfr. Fazello, Storia di Sicilia, t. TU, pag. 314 e 
seg. : HoPF, Griechenlnnd, VII. • — Il RuBió, op. cit., pag. 45, enu- 
mera tra le adesioni alla sovranità di Pietro IV, che si conservano 
nell'Archivio della Corona di Aragona a Barcellona , quelle di 
Matteo Arcivescovo di Neopatria, di Simone Arcivescovo di Tebe, 
di Antonio Ballester Arcivescovo di Atene, di Juan Bovi Vescovo 



— 429 — 

Perciò, con quella calma sicura che la coscienza del 
diritto assistito dalla forza suole ispirare, Alfonso recla- 
mava la restituzione dei due ducati. Li possedeva allora 
Costantino Paleologo, chiamato a volte Dragasès, l'infeli- 
cissimo principe che poco dopo ascendeva al trono di 
Oriente, e cui la sorte serbava il dolore di assistere alla 
rovina dell'Impero, ma la gloria di cader jier esso eroi- 
camente. Il Ile di Napoli e Sicilia, che doveva conoscerne 
il carattere leale e , per quel che era possibile , alieno 
dalla proverbiale versuzie bizantina, scriveva a lui ed al 
fratello Tommaso col tono fermo di chi reclama il suo, 
ma in modo da escludere inopportune contestazioni ed 
altezzose minacele. Né è a dire che egli volesse trar par- 
tito dallo sgomento in cui erano i Greci a causa dei Tur- 
chi, per intimidirli vieppiù e costringerli ad arrendersi 
al suo volere. Appunto allora pareva che l'Islam avesse 
ricevuto tale un colpo da non risollevarsene più. Gio- 
vanni Unniade e Ladislao re di Polonia e di Ungheria, 

che Alfonso designa più specialmente ( per ilhisfris- 

simum rcgcm Polonie) avevano vittoriosamente condotto 
quella breve campagna, che aveva messo i Turchi a mal 
partito e li aveva costretti ad implorare la pace di Szc- 
gedino (luglio 1444). Senza dubbio il concedere ai Tur- 
chi l'agio di rifarsi delle perdite subite era stato un gran- 
dissimo errore, contro il quale indar*no aveva protestato 
il Car-dinal Legato Cesarini : ma in quei giorni il credito 



di Megara, di Galzeraiio di Peralta castellano di Atene, del Conte 
di Salona, del Conte di Demetriades, del signor di Egina, del ca- 
stellano di Lebadia, del signor di Tebe, ecc.. — Il medesimo Rubió 
ha accurate notizie geografico-topografiche sopra ambedue i du- 
cati, pag. 46 e seg. Su questo punto è utilissimo consultare l'ottimo 
lavoro del Bory de SAiNT-VrNCENT sulla Geografia e la Storia 
Naturale della Morea. Cfr. ancora l'opera erudita, ma un pò prolissa, 
del BucHON, Nouvelles reelwrches historiques sur la pnncipaute franqaise 
de Moree ecc., Paris, 1855, specialmente voi. I, pag. 364 e seg.. 



— 430 — 

e la reputazione erano dalla parte dei Crociati. Con 
quella pace che doveva prolungarsi per dieci anni e non 
durò che pochi mesi, si era impedita ogni operazione 
alla flotta raccolta dal Papa con tanti stenti, quando era 
sul punto di entrare in azione ; ma pare che le navi di 
Napoli e di Sicilia già si trovassero sul luogo. Cosi si 
spiega la presenza presso i due Paleologo del Marchese 
di Gerace, al quale se si ei-a affidata la difficile missione 
di racquistare ad ogni modo i due ducati {Iniunxlmus.,.. 
marcMoni Oeracii eos qiiod deheat acquirere prlstinoque 
nostro dominio agregare), si eran dovute somministrare le 
forze da far valere le sue richieste. E prohabilmente fu 
lui stesso che fece consegnare o consegnò di sua mano 
ai due despoti la seguente lettera *) : 

Rox Aragonum etc. 

Illustris despote nobis plurimmn dilecte, Exacta, ut accepi- 
inus, per illustrissimum regem Polonie Teucrorum manu, eisque 
victis in fugam versis et' a romania pene tota expulsis, ducatus 

1) Costantino Paleologo era detto Dragasès (assai meglio che 
Dragoscs), perchè era figlio dell' Imperatore Manuele e di Irene, 
figlia del principe Costantino Dragasès. Aveva, quindi, preso il 
nome di sua madre. Alcuni etimologisti ingenui o sciocchi , cfr. 
Lebeau, op. e ediz. cit.,: t. XXI, pag. 274, sostennero che questo 
nome significasse Dragone, e gli fosse affibbiato pel valore mostrato 
nella guerra del Peloponneso. — La campagna del 1843-44 contro 
i Turchi è detta dagli storici ungheresi la 1 u n g a spedizione : 
mentre dovrebbe chiamarsi breve: perchè veramente non durò 
che cinque mesi, ed in questo breve periodo di tempo furono ri- 
portate cinque insigni vittorie , furon prese cinque grandi città: 
cfr. De Hammer, op. e ediz. cit. t. II, pag. 411; Thurocz,, Chron.,, 
parte IV, e. 40: Bonfinio, Dee. ITI, 1.. V. p ig. 44?. — Sulla , pacp 
di Szegedino, eh. Hbrtzberg, Geschichte Grie(;hcnlands ecc., Gotha, 
1867, t. II, pag. 511 : Zinkeisen, Geschichte des osmanischen Eeichs ?« 
Europa, Gotha, 1840-18.54, t. I, pag. 611. — Sulla flotta crociata al 
momento della pace di Szegedino, cfr. Guulielmotti, Storia della 
marina pontificia ecc., Roma 1880, t. II, pag. 163. 



— 481 — 

Atlioniiniin et Neopiitrie, qui nostris iunguntur titulis, ad do- 
luiniurn nostriiiu rovocari posse equidem fuimus arbitrati; iniunxi- 
mus propterea marchioni Geracii illustri et magnanimo viro eos 
quod debeat lune acquirere, pristinoque nostro dominio agre- 
gare. Fuerunt quippe predecesso res nostri qui ducatus ipsos ac- 
quisitos suis admiserunt titulis, nobisque superstitibus cum aliis 
regnis et torris, peculiare taniquam, reliquerunt, et iure ad nos 
pertinentur et debentur. 

Cum vero susceperimus cuiiatem Athenarum, quc caput ut 
cognomentum ducatuum unius esse a vobis teneri, illieo nobis 
persuasimus vos juris et successionis nostre predicte coscien- 
tiam non liabere. Itaque jus nostrum vobis significandum duxi- 
mus hortantes, requirentes et affectuosius deprecantes civita- 
tem ipsam Athenarum iam dicto marchioni prò nobis velitis 
restituere : iniuste enim et in nostri preiudicium a quoque alio 
possidetur. Sperabamuscpie, ni hec si occasio actulisset , regni 
Imi US nostri Sicilia acquisi tiene finita, recuperationi ducatuum 
ipsorum vos reddidisse intentos, quod et insuper alia marchio 
referet, cui fidem eque quam nobis poteritis adhiberé, 

Datum in nostris castris felicibus prope civitatem belcastri, 
die XXVII novembris. Vili indictione, anno a nati vitate Do- 
mini MCCCCXXXX im. Rex Alfonsus. 

Dominus Rex mandavit mihi Arnaldo FonoUeda. — Illustri 
despoto Costantino Draghes nobis plurimum dilecto. — Fuil ex- 
pedita alia directa dispoto Thome Draghes fratri suo *). 

Evidentemente, questa lettera , in data del 27 novem- 
bre , fn scritta prima che giungesse a Napoli la nuova 
della battaglia di Varna (10 novembre 1444). Quella in- 
fausta giornata mutò così lo stato delle cose e degli animi, 
che dove, poco prima, quasi tutti giudicavano imminente 
la cacciata de' Turchi dalla Europa: subito dopo, ben 
pochi carezzavano ancora queste lusinghiere illusioni. Cer- 
to, Alfonso di Aragona, il politico sottile che nell'esame 
dei fatti non abbandonava mai la più serena obbiettività, 

1) Arch. de la Cor. de Arag. : Eeg. 2690, iol. 123 b. 



— 432 — 

non si sarebbe risoluto ad affermare i suoi dnitti sui 
possedimenti di Grecia , proprio in quei momenti nei 
quali, sul primo annunzio della immano strage dei guer- 
rieri ungheresi e polacclii , e del Cardinal Legato e dei 
Vescovi di Strigonia e di Varadino e dello stesso re La- 
dislao, lo sgomento e la confusione erano in ogni cuore. 
Una disfatta come quella necessariamente doveva sospen- 
dere rallentare le operazioni ed anclie le pratiche con- 
cernenti i Turchi ed, in generale , tutti gli affari di 0- 
riente ; e 1' Aragonese che più di ogni altro possedeva 
il senso raro della opportunità, più di ogni altro era atto 
a comprendere che per allora le sue richieste e le sue 
insistenze eran per valere a nulla. Onde è che noli' epi- 
stolario diplomatico qui esaminato trovasi una conside- 
rovole lacuna tra la lettera al despota Costantino, scritta 
nel novembre del 1444, e quella che le seguì a grande 
distanza e fu spedita al fratello di lui, l'Imperatore Gio- 
vanni Paleologo, sulla fine del maggio 1447. 

Non già che Alfonso rinunciasse intieramente alla po- 
litica orientale: la sua perseverante tenacità non gli avrebbe 
consentito un abbandono di tal fatta: ma se egli prose- 
guì a curarsi delle cose greche con attenzione e con in- 
teresse, per allora non potè più farne 1' obbiettivo prin- 
cipale della sua azione. Perocché , da un canto , 1' acer- 
bissima lezione di Varna aveva non poco raffreddato gli 
ardori di quelli che volevano la guerra ad oltranza contro 
i Turchi , e la predicavano e si adoperavano con ogni 
sforzo affinchè si facesse : dall' altro, le cose d' Italia si 
erano ingarbugliate in modo , che il Ile di Napoli e di 
Sicilia era costretto a concentrare in esse tutto l'acume 
del suo intelletto, tutte le forze del suo Regno. Egli aveva 
colto il premio della sua attitudine giudiziosamente neu- 
trale tra il Concilio di Basilea ed il Papa: ed Eugenio lY, 
il suo acerrimo nemico , 1' ardente fautore di Renato di 



— 433 — 

Angiò, col trattato finiiato a Terracina dal Cardinale Sca- 
rampo il 14 giugno 1443, e poi ratificato da lui stesso 
a Siena il 6 luglio dello stesso anno, aveva riconosciuto 
la validità della adozione fatta da Giovanna II a favore 
di Alfonso, lo aveva investito del Regno di Napoli e gli 
aveva ceduto il possesso vitalizio di Benevento e di Ter- 
racina. Questo trattato, per opera di Alfonso di Borja, Ve- 
scovo di Valenza, che così meritò di esser promosso alla 
porpora cardinalizia, aveva ricevuto il compimento e come 
la necessaria conclusione con una convenzione addizio- 
nale (15 luglio 1444), per la (^uale il Pontefice aveva ri- 
conosciuto in Ferdinando, figlio naturale di Alfonso, la 
capacità di succedere al padre nel Regno di Napoli e di 
Sicilia. Naturalmente, in cambio di questi importantissimi 
favori , il Magnanimo erasi obbligato a renderne altret- 
tanti al Pontefice e non meno importanti. Primieramente 
aveva dovuto richiamare i prelati del suo dominio che 
erano al Concilio , e tra essi il dotto Tedeschi, Arcive- 
scovo di Palermo, che 1' Antipapa Felice V aveva nomi- 
nato Cardinale. 1 suoi ordini erano stati scrupolosamente 
eseguiti: ma chi conosce 1' ombrosa riluttanza e l'umore 
litigioso dei prelati , quando han da trattare con le au- 
torità laiche , può immaginare quanta energia e quanta 
operosa attirata il Re aveva dovuto prodigare per giun- 
gere a tal risultato. Questi maneggi lo avevano alquanto 
distolto dalla veemente aspirazione di crearsi una vasta 
signoria in Grecia: e ne fu distolto anche di più, allor- 
cliè per r accordo conchiuso col Papa ebbe a preparare 
la spedizione contro la Toscana. E si trovava a Tivoli, a 
capo di un esercito di quattromila uomini , quando la 
morte pose termine alla travagliata esistenza di Eugenio 
IV (27 febbraio 1447). Stando così vicino a Roma, con 
truppe disciplinate e numerose e che pure aumentavano 
pei rinforzi i quali giungevano ogni giorno, ispirava non 



— 434 — 

poche, né lievi inquietudini ai Cardinali, che il 4 marzo 
si riunirono in Conclave. Pure, a rassicurarli, egli aveva 
mandato come suoi ambasciatori Francesco Orsino, Ma- 
rino Caracciolo, Garzia Cavaniglia e Carrafello Carafa, 
per mezzo dei quali aveva promesso di osservare una 
strettissima neutralità. La promessa fu attenuta , onde 
senza alcuna turbazione il 6 marzo fu innalzato al soglio 
pontificio Nicolò V. In verità dalla lunga esperienza Al- 
fonso era stato adusato a serbar nella politica ecclesia- 
stica un contegno tutt' altro che arrendevole: — li preti, 
— soleva dire, — sonno homini da bastonate et non dei 
jì reghiere; — ma come, questa volta, i suoi interessi erano 
in completa armonia con quelli della Santa Sede, non si 
fece troppo pregare per rinnovare con Nicolò V l'accordo 
già stretto col predecessore di lui, e nel pubblico conci- 
storo del 24 marzo 1447 i suoi ambasciatori Onorato Gae- 
tani conte di Fondi, Carlo di Campobasso conte di Ter- 
moli, Marino Caracciolo e Raimondo di Moncada giura- 
vano obbedienza al novello Pontefice ^). 

1) Sulla battaglia di Vania e sui suoi effetti, cfr. Koehler, Die 
Sclilachtcn bel Nikopolis und Vania, Breslau, 1882; Lo stato dagli a- 
nimi poco prima di questa battaglia è ritratto magistralmente dal 
Pala,cky, Geschichte von Bohmen, Praga, 1845-1860, t. IV, parte I, 
pag. 338: dove 1' A. nota che il Cesarini non era una- eccezione e 
che Eugenio IV e quasi tutti i popoli cristiani vicini al teatro della 
guerra reputavano giunto il momento favorevole per ricacciare in 
Asia tutti i Turchi. — Assai notevole, circa la politica di Alfonso 
verso il Papa ed il Concilio, il suo decreto del 1442 : cfr. De ì.x 
FuENTB,. Historki EcUsiastica de Espana, Madrid, 1873, t.. IV , pag. 
577. — Sul richiamo dei prelati di Napoli e di Sicilia dal Concilio 
di Basilea, cfr. Hbfelé, op. cit., t. VII, pag. 808. — Sulle ansie ed 
i timori del Sacro Collegio per la dimora di Alfonso a Tivoli, cfr. 
P.\STOH, op. cit., t. II, pag. 2, che cita molte notizie da manoscritti 
e carteggi inediti. Anche il Gregorovius, Storia della città di Roma 
nel Medio Evo, Roma, 1901, t. Ili, pag. 737 ,.scri\^e: —Alfonso era 
venuto con milizie a Tivoli e vi accampava sotto pretesto di vegliare alla 




— 435 — 

Ora , iiienti-e il Ilo stavasene a Tivoli , circondato di 
milizie, e ila maneggi, pratiche e trattati di non lieve 
imj)()rtanza, venne raggiunto dall' ambasciatore dell' Im- 
pei-atore di Oriente. Con questo sovrano Alfonso aveva 
mantenuto continue relazioni: e fin dall'ottobre del 1447 
aveva provveduto al sostentamento di Pietro Rosso, ora- 
tore del medesimo principe che era alla sua corte. Né 
gli affari che allora trattava con lui, dovevano essere di 
poca gravità, perchè, essendosi recato a caccia nella valle 
del Sangro , aveva condotto seco 1' inviato di Giovanni 
Paleologo. Questa volta trovavasi presso di lui Giovanni 
Torzelo, un greco che amava spacciarsi ])er servo, cava- 



Hicnrezza (Idia citUi. ma ccxiiniiili' iwll' iiiU'iito di doiiiiìiare coti la sua 
influenza la elezione (hi nuovo Papa. — Ora Alfonso .si trovava a Ti- 
voli nei primi giorni del 1447 (Pa.stoh, op. cit., t, II, pag. 2), ed 
Eugenio IV era ancora così sano, che il dì 12 gennaio potè accor- 
dare udienza ai sessanta delegati di tutta la Germania, tra i quali 
erano Giovanni Lysura pel Principe vescovo di Magonza, il Can- 
celliere Sesselniann per 1' Elettore di Brandeburgo, Enea Silvio e 
Procopio di Rabstein pel IJe dei Romani. La relazione dettata da 
Enea Silvio è in Muratori, Ber. It. Script., t. Ili, parte 2. pag. 880. 
Il giorno seguente il Papa era ammalato, ma non mori che all'alba 
del 23 febbraio. Alfonso, dunque , si recò a Tivoli per necessità 
della guerra e quando non era da temere la morte di Eugenio IV. 
Del resto, questa insinuazione non è recente. Per riferirne una tra 
le tante prove , nella Storia del Regno di Napoli d' inr-erto autore, 

Napoli, Gravier, 1769, pag. 225, è scritto: — .... accettò V impresa 

cavalcò verso Toscana : ma succedendo a quel tempo la morte di Papa 
Eugenio IV, si fermò a Tivoli a procurare che si facesse papa persona 
quieta ed a lui amica. — Il detto di Alfonso intorno ai preti è rife- 
rito da Marcolino Barbavara a Francesco Sforza in un dispaccio (8 
marzo 1447), riportato dall' Osio, Documenti diplomatici tratti dagli 
Archimi Milanesi, Milano 1864-1877, t. Ili, pag. 486: e che il Busen, 
Die Beziehungcn der Mediceer zn Frankreich irdhrend der Jahre 1434 
bis 1494 in ihrem Znsammenhagen mit den allgemeine Verhdltnisscn, 
Leipzig, 1879, pag. 486, ritenne inedito, onde fu poi rimbrottato 
dal Pastók, op. cit., t II, pag. 24, n. 1. 



— 436 — 

liere e ciambellano dell' Imperatore. Egli aveva reso no- 
tevoli e lunghi servigi alla corte bizantina quale amba- 
sciatore, ed in tale qualità era restato presso il Sultano 
dei Turchi dodici anni. Ciò faceva credere a lui ed ai 
suoi concittadini che egli fosse informato come meglio 
non si poteva sul conto degli eterni nemici del suo paese, 
avendo attinto le svie cognizioni a fonti dirette ed alla 
propria esperienza. Ma, nell' ultimo scorcio della loro de- 
cadenza , i Bizantini non erano più adatti alla rapida e 
sicura percezione delle cose ; e questo servo ed insieme 
cavaliere e ciambellano scriveva dei Turchi , come se, 
nonché dimorare tra loro, non li avesse veduti né pure 
una volta. Perchè di lui esiste ancora una strana scrit- 
tura, una lettera spedita da Firenze il 16 marzo 1439 a 
Filippo di Borgogna, il buon Duca che reputava tuttora 
possibile la rinnovazione delle Crociate. In essa il Tor- 
zelo fa ascendere le milizie turche a diecimila uomini di 
fanteria e centomila di cavalleria, dei quali ventimila bene 
agguerriti e soli diecimila armati di tutto punto: ed af- 
ferma che sarebbe assai agevole raccogliere contro di essi 
un esercito di duecento ventimila uomini , coi quali en 
moins d^uìig mois tout serait fini/ par la grdce de Dleu *). 

1) La dimora di un ambasciatore greco presso Alfonso di Ara- 
gona nel 1443 è dimostrata dal seguente documento: — Itcm a xxij 
del dit mes (ottobre) en lo dit camp (de valle de sango) a mosscn 
pero roczo emhaxador del emperador de Contestinoble per lo sustcniment 
seu — XXd. — Ced. Tes. Arag.: Voi. VII, ced. 29. Nelle cedole pre- 
cedenti e seguenti non sono altre indicazioni topografiche: sebbe- 
ne sieno nominati altri campi, quali quello del mago de la rosa, lo 
camp prope monterotundo, lo camp de la silva de Yeyrano, la fontana 
del xupo (fontana del chiuppo, ad un miglio da Teano), ecc. Qui si 
tratta della valle del 8angro, tra il Molise e 1' Abruzzo citeriore: 
cfr. Faraglia , Numerazione dei fuochi della valle del Sangro. — Li 
curiosa lettera di Giovanni Torzelo a Filippo di Borgogna , che ò 
poi una memoria completa intorno ad una spedizione decisiva con- 
tro i Turchi, fu pubblicata dallo Schkfer, Le voyage d'outre-tner de 



— 437 — 

Però nei negoziati con Alfonso , intelletto eminente- 
mente positivo, il Torzelo non potè librarsi nei consueti 
suoi voli pindarici, nelle sue inconsistenti fantasticherie. 
Una pratica che si svolgeva nella corte napoletana, non 
poteva non esser diretta ad un fine molto concreto e 
preciso : e sebbene i documenti del tempo tacciano in- 
torno alla missione del progettista bizantino , una frase 
contenuta nella lettera che segue qui appresso, ne lascia 
intravedere lo scopo e la riuscita. Il Ile di Napoli scrisse 
al suo sempre augusto fratello e amico carissimo, Giovanni 
Imperatore di Bisanzio: — Joanem Torzelum.... piene au- 
divimus in vis que voluit nomine vestro nobis referre : prò 
quibus rebus egimus instanti opera ac sumo studio apud 
sanctum dominum nostrum, ut a sanctitate sua vestra in- 
tentio obtineretur, sicut idem TorseUus vidit, que adirne ne- 
quivit. — Si trattava, in conseguenza, di affari che con- 
cernevano il Pontefice e dipendevano da lui, e dei quali 
il Torzelo stesso non era riuscito ad ottenere alcuna con- 
clusione {que adhuc nequivit). Perciò aveva invocato la me- 
diazione dell'Aragonese, e questa era stata feconda di ot- 
timo successo. In linea di mera congettura è dato sup- 
porre che la missione del Torzelo fosso diretta a placare 
il Papa, giustamente indignato per ciò che avveniva a Co- 
stantinopoli, e ad invocare quella serie di provvedimenti 
pontificii, che cominciarono a venir fuori, allorché il Giu- 



Bertrandon de la Bronquière, Paris, 1892, pag, 263 a 268. Il Pibrling 
op. cit., pag, 47 , in essa non vede che chimera ed ironia. Per la 
prima egli ha ragione completamente. Furono appunto quei sogni 
chimerici, quella più che salda certezza di una riscossa non pre- 
parata in alcuna maniera e solo affrettata col desiderio ed affidata 
alle discussioni ed alle chiacchiere , che accelerarono la fatale ca- 
duta della seconda Roma. Per la ironia, poi, non pare che il dotto 
Padre Gesuita sia nel vero. Tutta la scrittura del Torzelo spira 
buona fede e candore. Del resto egli aveva comuni con numero- 
sissimi personaggi di Occidente quei suoi iperbolici convincimenti. 



— 438 — 

bileo del 14ó0 destò un improvviso ed intenso fiammeggia- 
mento di fervore religioso. Perocché la tenace resistenza 
che i Greci opponevano al decreto di unione, in luogo di 
affievolirsi, con V andar del tempo si afforzava e 's' inve- 
leniva. Le lettere di Marco Eugenico, il mordacissimo e 
dotto polemista : la Storia vera della falsa unione di 
Silvestro SirOpulo : l'attitudine da pretendente e da co- 
spiratore del despota Demetrio , che , carezzando la in- 
transigenza religiosa del j^opolo, sperava farsene scala al 
trono imperiale: e, sopra tutto, la disfatta di Vania, che 
aveva mostrato quanto vana era stata negli- effetti poli- 
tici la sommessione della Chiesa nazionale, avevano ac- 
cresciuto a mille doppi 1' odio contro Roma , ed avevan 
fatto sì che nella manifestazione di esso non si conoscesse 
più alcun ritegno. Il Torzelo, pertanto, il quale da tempo 
negoziava presso i principi di Occidente e presso il Papa, 
era forse incaricato di placare il corruccio e la indigna- 
zione che nella corte pontificia avevan destato le continue 
ostilissime dimostrazioni di Costantinopoli. E se questa 
fu la ragione che gli fece invocare la mediazione di Al- 
fonso, si deve riconoscere che egli non poteva provveder 
meglio agli interessi del suo sovrano e del suo paese. 
Perchè di là a breve tempo Nicolò V dette solenni prove 
del suo buon volere e del suo zelo per la difesa dell'Im- 
jiero di Oriente *). 

1) Giustamente il Pastok, op. cit. t. II, pag. 230, scagiona Ni- 
colò V dall'accusa di non aver voluto la guerra contro i Turchi 
(Kayser, Papst Nicolaus V und das Vordringen der Turken ìir Histor: 
Jahrbuch. der Gorresgesellschaft, t. IV, Monaco 1885, pag. 219h e da 
quella di non aver voluto far nulla a favore del popolo greco (Voir.T. 
Enea Silvio de' Piccoloìnini aìs Papst Pius der Zweite und sein Zeitol- 
ter, BerlinOj 1856-1863, t. II. pag. \A%). -^Ija, hoWa. Roma nus Ponti- 
fex (1450, pridie Id. Aprii.), pubblicata in modo incompleto dal 
Ravnaldi, op. cit.. ad ann. 1450 n. 6: la interposizione per ricon- 
ciliare Giovanni Unniade e Gislira capitano dell'Impero: il decreto 



— 439 — 

Sicché , se la congettura non è priva di fondamento, 
la posizione di Alfonso presso il Pontefice come media- 
tole e protettore di Giovanni Paleologo, e le cure di costui 
per dissij)are il malumore del Papa, sono notevolmente 
rischiarate da questa lettera : 

Alfonsus Dei grafia Rex Antgonum uhiutìque Sicilie etc. Se- 
renissimo et illustrissimo princij)i lonni in Christo fiiìeìi impei'a- 
iori et moderatori Romeorum paleoìogo semper augusto fratri et 
amico nostro calassimo salutem et prosperos ad vota succesus. 

Serenissune et illustrissinie princops frater et amioe noster 
carissime, Accepimus Utteras vostre fraternitatis tenoris conse- 
(pientis : lohsinos in Christo fidelis imperator et moderator ro- 
meorum paleologus semuer au^stus ilhistrissimo et excelentis- 
simo principi Alfonso Regi Aragonnm Sicilie citra et ultra fa- 
rum etc. Amabili fratri imperatori nostro carissimo salutem et 
prosperos ad vota succesus: vestre fraternitatis curam indefes- 
sam solicitudinem ac omnimodam et ferventem promptitudinem 
(pias ad bonum etgloriam geritis christianorum ampie et evidenter 
cognovimus etc. Quas libenter vidimus, habentes eidem vestre 
fraternitati gratias prò tali mente et animo, quem de nobis liabet. 
Preterea Joanem Torsellum eiusdem oratorem piene audivimus 
in iis, que voluit nomine vostro nobis referre: prò quibus rebus 
egimus instanti opera ac sumo studio apud sanctum dominnm 
nostrum , ut a sanctitate sua vestra intentio obtineretur , sicut 
idem Torsellus vidit, que adhuc nequivit. Non cessabimus tamen 
et in his et in ceteris omnibus omni cura studio diligencia dies 
ac noctes ea cogitare et facere, que ad decus laudem salutem- 
que et conservationem status vestri pertinebunt quantum res 



del dì 12 aprile 1450 che scioglie T Unniade dal gixxramento di non 
passar per la Serbia (così fu possibile la grande vittoria di Belgra- 
do) sono altrettante prove del'a costanza, con la quale il Papa pro- 
curò impedir la rovina dell' Impero di Oriente. Sebbene, a volte, 
come persino nella lettera a Costantino Imperatore (11 ott. 1451 : 
Raynali). ad ann. 1451, n. 1 e 2) il suo malumore per la resistenza 
dei Greci nel campo religioso trasparisse vivamente. 



— 440 — 

proprias, in quo gratissimum nobis erit ut sic de nobis ad vestra de- 
sideria vobis persuadeatis. Datum Tybure XXVI mai anno domini 
nostri lesu Christi millesimo CCCCXXXXVIT. Rex Alfonsus. 

Dominus rex mandavit mihi Arnaldo Fonolleda. 

Serenissimo et illustrissimo principi Ioani imperatori et mode- 
ratori romeorum paleologo semper augusto f'ratri et amico nostro 
carissimo *). 

Di anno in anno , di giorno in giorno le relazioni di 
Alfonso con tutti i principi dell'Impero greco diventavano 
più frequenti ed intime : perchè , secondo imponevano i 
suoi propositi, non lasciava trascorrere alcuna occasione 
di ricordarsi alla loro memoria e di far loro intendere 
quanta fosse la sua potenza. Pertanto , insieme con le 
lettere consacrate agli affari , altre se ne sono trovate 
nell'Archivio di Barcellona, che sono semplicemente det- 
tate dalla cortesia e richieste dalle convenienze. Tuttavia, 
anche in j[ueste il Re di Napoli serbava quella cauta 
misura che gli era propria, ed a ciascuno scriveva te- 
nendo esattissimo calcolo della condizione, del carattere, 
delle mire della j^ersona cui si rivolge s^a : e dei servigi 
che essa poteva prestargli. E , pria che ad ogni altro, 
mando sue lettere a Demetrio Paleologo, fratello dell'Im- 
peratore e di Costantino Dragasès. Uomo ambizioso, vio- 
lento, senza fede e senza scrupoli , pronto a sacrificare 
ogni cosa fuorché le sue sfrenate cupidigie, era l'elemento 
necessario, il fattore precipuo della intricata politica gre- 
ca. Aspettava o spiava 1' occasione , pronto a piombare 
sui fratelli o sui nemici, sui Turchi o sui Cristiani , ma 
deciso a cingersi il capo di una corona. Mortagli da po- 
chi mesi la moglie, e malgrado la opposizione di tutti i 
suoi, aveva sposato, con nozze clandestine e quasi sfor- 
zandola, la figliuola di Paolo Asan. E jjoichè, essendo il 

1) Arch. de la Cor. de Arag.: Reg. 2654, f. 151 v. 



— 441 — 

fratello Imperatore privo di prole, il diritto ereditario e 
r affetto dei parenti assicuravano la successione a Co- 
stantino, die per necessità politica si professava fautore 
della unione stretta nel Concilio di Firenze : egli si at- 
teggiava a vindice del decoro nazionale, facendosi capo 
e fomentatore dei malcontenti. Quale sincerità fosse nei 
suoi atti e nelle sue intenzioni poteva chiaramente sco- 
prirsi da cliiunque non fosse accecato dagli odii religiosi, 
assai più intolleranti ed acerbi di quelli politici. Peroc- 
ché nel 1441 non aveva esitato a mendicare soccorsi con- 
tro il fratello presso Murad, e forte di considerevoli aiuti 
turchi, si vva avanzato sin sotto le mura di Costantino- 
poli, devastandone i dintorni. Ma, per Alfonso, avvezzo 
a trattare con venturieri e con partigiani non meno spre- 
giudicati ed iniqui di costui , egli potea diventare uno 
strumento prezioso nella rivendicazione o conquista cui 
si accingeva. Occorreva soltanto tenerlo a freno , ed in 
questa arte 1' Aragonese ed i consumati politici che for- 
mavano il suo consiglio , ei'ano più che maestri. Però, 
Alfonso comprendeva che il despota Demetrio non avrebbe 
mai sposato più che con sole parole il partito di chi non 
fosse in istato da garentirgli un validissimo soccorso: 
onde, prima di cominciare qualche pratica con lui, aspettò 
che si fosse assodata la prosperità del suo regno. E come 
era raro che un ambasciatore greco non si trovasse presso 
di lui, attese che Manuele Dishipato, l'inviato imperiale, 
ritornasse in patria , per affidargli una lettera che , in 
doppia copia, doveva essere consegnata ai due despoti 
fratelli, Demetrio e Tommaso *). 

1) A proposito di questo secondo matrimonio di Demetrio, giova 
ricordare che di lui scrisse il Ducange, Familiac Byzantinac, Lu- 
tetiae Parisionmi, 1680, pag. 244: — Bis nuptias inicrat, ac primo cum Zoe 
Parnspondyli Magni Dwis fìlia, exeunte Martio anno MCCCCXXXVII, 
qnac biennio post obiit, coniuge in Italia tum commorante. Alteravi pò - 
Anno XXVII. 29 



— 442 — 

In tal modo i discorsi dell' ambasciatore, al quale non 
ei-ano ignote la forza e la magnificenza cui era giunto 
il liegno di Napoli , sarebbero stati valevole cemento e 
spontanea conferma delle sue parole: mentre l'Imperatore 
non avrebbe avuto ragione di concepire alcuna diffidenza 
[)er una lettera, inviata nel medesimo tenore a due prin- 
cipi suoi fratelli, e portata dal suo stesso inviato. Piutto- 
sto avrebbe avuto a rallegrarsene , come di un atto di 
coi'tese deferenza verso persone della sua famiglia. Per 
tali ragioni, ed anche perchè non ancora conveniva sco- 
prire il suo giuoco, Alfonso fu oltre modo esplicito e 
breve, scrivendo : 

Alfonsus etc. Illustrissimo principi Dimitrio paleologo despote 
lacedomonie otc. consanguineo nostro carissimo salutem et pro- 
sporos ad vota suecessus. Cum vertatur ad ihas [jartes vestram- 
que caritatem magnificas miles Manuel Dissipatus , serenissimi 
imperatoris romeoruni semper augusti etc. fratris vestri caris- 
simi ad nos orator, piitavimus eidem vestre cantati auditu gra- 
tissimum fore, si de nostra statusque nostri valetudine et pro- 
speritate illi significaremus. Has propterea litteras nostras ad 
il)sam scripsimus, eadem illa significantes offerensque nos pieno 
in omnibus que honori et commodo ipsi vestre cantati per nos 
attendere valexint. Datum in castello turris octavo dio XX au- 
gusti anno MCCCCXXXXVIIE. Rex Alfonsus. 

Illustrissimo j^ì'incijn Dimitrio paleologo des^jote lacedemonie et 
consanguineo nostro carissimo. Sub simili forma fuit scriptum 
Illustrissimo principi Tbome paleologo despote principjatus et con- 
sanguineo nostro carissimo ^). 

Poco tempo do])0 , Costantino Dragasès ascendeva al 



sUa sibl adscivU coniugem MCCCC'XLIII Azaniiwm Paulì Azanis fi- 
lifiin, Matthaei Asanis sororcm, qui eo aevo primns scdcs in aula Con- 
staniinopolitaìia obtinebant. 

^\ Ardi, de la Cor. de Arag,: Reg. 2656, f. 66. 



— 443 — 

trono imperiale (1'^ novembre 1448), malgrado le aeri pro- 
teste e gli audaei tentativi del fratello Demetrio. Questi, 
a sostegncj delle sue jiretese , accampava ragioni degne 
della sottigliezza bizantina: e non potendo negare di es- 
soi- minore di etìi del fratello, asseriva die l' impero Spet- 
tava a lui [)iù che ad ogni altro, per essere egli il primo 
porfirogcnlto , cioè il primo figliuolo nato quando il pa- 
dre regnava. Per poco non si venne alle mani : e se la 
lotta fratricida fu evitata, ciò accadde perchè Demetrio 
sentiva di non essere il più forte. E pure gli onori ai 
quali era stato assunto Costantino, non eran da invidiare. 
Il cerchio di ferro onde i Turchi avean cinto C'ostanti- 
nopoli, stringevasi l' un dì più che l' altro: mentre i di- 
sperati apjìelli del nuovo sovrano non avevan virtù di 
spingere i principi di Europa ad un' azione concorde e 
simultanea. Costantino riponeva grandissime speranze nei 
soccorsi che gli potevano venii-e dal Regno di Napoli: e 
(jui aveva rimandato Manuele Dishipato , fatto esperto 
orauiai della corte napoletana e del modo di trattare con 
Alfonso. Ma la somma abilità dell'ambasciatore ed il fermo 
proposito del Ile d' intervenire, e con forze prepondeianti 
nelle cose di Oriente non valsero ad assicurare all' Im- 
pero agonizzante il soccorso del quale aveva urgente bi- 
sogno. La spedizione di Toscana, la guerra di Lombar- 
dia ed altri disordini esterni ed interni si seguivano — 
ed è questa la energica espressione dt^l Ii& — come anelli 
di una medesima catena {suhsequuie in modwìi catene Italie 
perturhafiones): imponevano che le forze del llegno non. 
si disgregassero e che, insieme raccolte , fossero pronte 
ad ogni evento, ed impedivano che si recasse in atto il 
più vivo desiderio di Alfonso. 

Perocché non si può menomamente dubitare del sincero 
rincrescimento che egli provava nel vedersi costretto a 
restarsene in Italia , quando le cose dell' Impero eran 



— 444 — 

giunte a tali estremi, che non era difficile prevederne la 
prossima rovina: e quando la energica azione di un po- 
deroso alleato, oltre ai grandi premii che avrebbe con- 
seguiti, poteva esercitare una influenza incontestabilmente 
salvatrice. Inoltre è da credere che alle grandi ed urgenti 
ragioni, le quali sforzavano il Magnanimo ad aiutare e, 
si direbbe, ad infonder nuova vita nel crollante Impero 
bizantino , per farne uno schermo ed una difesa al suo 
proprio Kegno, altre ve ne fossero, di origine più inti- 
ma, e forse perciò più. stringenti. Consolidata la sua au- 
torità e la sua potenza, liberato dalla pericolosa vicinanza 
di Francesco Sforza, il Re si riposava delle fatiche e dei 
travagli e dei pericoli che aveva sojDportati con mirabile 
fortezza di animo, tra gli agi e le delizie di una corte, 
che più splendida , più colta ed elegante non si poteva 
desiderare: ed aveva incominciato ad intessere quel suo 
dolcissimo idillio con Lucrezia di Alagno, che la stupenda 
bellezza faceva degna . dell' amore di quel Sovrano. Sen- 
nonché, varcata e già da tempo la cinquantina, forse egli 
doveva sentire che le splendide larghezze prodigate a 
Madonna Lucrezia, e le feste, le giostre, i banchetti, le 
cene che andava moltiplicando per divertirla e per glo- 
rificarla, il fasto e la magnificenza onde la circondava, 
non potevano accontentare tutti ed i più riposti desiderii 
di una donna così giovine, così bella, così amata: e forse 
per lei desiderava procacciarsi altre glorie militari , che 
quasi lo ringiovanissero con la copiosa messe di novelli 
allori. 

Qual rincrescimep-to, dunque, non ebbe a provare, ve- 
dendosi impedito il tentare una impresa che gli veniva 
consigliata dalle esigenze di Stato, e forse gii veniva im- 
posta dalla passione ! Pure, j^oichè 1' arte politica di quel- 
r epoca si esplicava massimamente coi negoziati matrimo- 
niali, e due di questi erano stati affidati al gai'bo ed al- 



— 445 — 

r avvedutezza di Manuele Dishipato: per essi almeno Al- 
fonso volle mostrare quanto ^li stesse a cuore creare 
nuovo amicizie e nuove aderenze intorno al cadente Im- 
j3cro. Dallo scaltro ambasciatore, oramai divenuto ospite 
assiduo dei Principi di Occidente, la Corte di Ci\n-o aspet- 
ta\a uno sposo, ([uella di Bisanzio una sposa. A Cipro 
Giovanni II aveva una sola figliuola , Carlotta : sicché, 
scegliendo a lei un marito, avrebbe scelto a se stesso un 
successore. La" preferenza del Re e forse pure i voti della 
figliuola erano per Don Giovanni di Coimbra, fratello 
del Re di Portogallo; e questa unione poteva esser som- 
mamente agevolata da Alfonso, che era zio del giovine 
principe. Sua sorella. Donna Eleonora, aveva sposato 
Don Eduardo, primogenito del Re Don Giovanni di Por- 
togallo: e con lui aveva procreato varii figliuoli maschi 
e femmine, tra i quali era appunto Don Giovanni. Sif- 
fatti legami di strettissima parentela, rafforzati da assi- 
due ed amorevoli relazioni, facevano del Re di Napoli 
un autorevolissimo patrocinatore delle desiderate nozze. 
Queste, sì pei vantaggi che offrivano all' una ed all' al- 
tra famiglia reale, sì pei buoni ufficii del Re di Napoli, 
furon celebrate alquanto piìi tardi , nel 1455. Al suo 
giungere a Cipro , Don Giovanni di Coimbra ebbe dal 
suocero il titolo di principe di Antiochia : ed in breve 
tempo ascese a tale potenza e per modo s' insignorì del 
volere del Re e del maneggio di ogni cosa , che i cor- 
tigiani, invidi e gelosi, cospirarono contro di lui, e nel 
1457 egli morì miseramente avvelenato. 

Anche per 1' altro matrimonio gli occhi dei Greci eran 
volti al Portogallo. Già era principiato per questo regno 
un periodo di sempre maggiore grandezza mannaia e di 
pr'osperità commerciale: e F alleanza con esso, cementata 
dalla parentela, veniva considerata assai utile e deside- 
rabile. E poiché col primo matrimonio questo Stato sa- 



— 446 — 

rebbe in qualche modo avvinto alle sorti dei Paleologo, 
perchè Carlotta di Cipro era figlia di Elona, figlia a sua 
volta di Teodoro, fratello di Costantino, che avevala avuta 
da Cleope, nata da Malatesta signor di Ilimini; si sperava 
rafforzar di più questi legami, dando in moglie a Costan- 
tino stesso che era vedovo, una sorella di Don Giovanni 
di Coimbra, cioè un' altra nipote di Alfonso di Aragona. 
Però r ammogliare l' Imperatore Costantino non era cosa 
di poco momento. Più che una sposa si ricercava una 
proficua e solida alleanza: e per ottener 1' intento, si era 
disposti a transigere su tutto. Per tal motivo , a pena 
Costantino fu asceso al trono, si pensò a dargli in mo- 
glie Mara, la vedova del sultano Murad, la figlia del d.'- 
spota della Serbia. Si sperava che, oltre al soccorso con- 
siderevole della jjatria sua, ella avrebbe arrecato al ma- 
rito r amicizia, o alla men peggio la tolleranza del sul- 
tano Mohammed, il quale non avrebbe potuto essere osti- 
natamente implacabile contro uno Stato , di cui era so- 
vrana la vedova del suo proprio padre. Ognuno inten- 
deva quanto sarebbe stato sconveniente questo sollevare 
agli onori del talamo impei'iale una donna contaminata 
dal contatto con un turco: ma non era più tempo da ba- 
dare a sottigliezze, e le nozze sarebbero avvenute, se la 
bella Sultana non avesse preferito la quiete del cliiostro 
alla pompa della reggia che dell' antica potenza serbava 
solo le pretese e 1' orgoglio *). 

i) Il narratore più diffuso ed autorevole di tali pratiche nuziali 
è FiiANZÈs, in MiGNE, Vatrologia graeca, voi. 156, 1. Ili, il quale fu 
colui che trattò questi matrimonii. La sultana Mara era stata bel- 
lissima, ed era ancora bella, ma aveva cinquanta anni. Pui'e Fran- 
zés imperturbabilmente asseriva che da lei poteva sperarsi un erede 
all' impero. Sarebbe curioso conoscere quali indizii gli ispiravano 
alti speranze. Franzès affermava ancora che Murad corpus ehis ne 
tetigit quidem : — 'J"g ày.ouo[jisv, oòx èyvwpiasv aùxvjv, Siò xai àxsxvóg 




— 447 — 

Si era j)OÌ ricorso a Venezia, e poiché (]ui si sperava 
clic in tal guisa alla Repubblica verrebbe assicui'ato l'even- 
tuale (loiuiuio (li (Costantinopoli, fu offerta all' imperatore^ 
una figliuola del Doge Francesco Foscari. Questa proj)o- 
sta fu scartata come sconveniente all' augusta maestà della 
porpora: ed il rifiuto, ritenuto oltraggioso dai Veneziani, 
intie})idì non poco il loro zelo nella difesa dell' Impero 
Greco e , forse , ne accelerò la rovina. Altre trattative 
erano state annodate con la corte di Trebisonda e con 
quella del regno di Georgia: ma senza alcun effetto. E 
senza effetto rimase anche il progetto i)el quale Costan- 
tino si era rivolto ad Alfonso di Aragona , ed egli non 
riuscì a sposare la sorella del «Ile di Portogallo, sebbene 
la seguente lettera attesti che il Magnanimo fece (pianto 
era in lui ))er ai)pagare il voto dell' amico. 

Alion-sus etc. Seronissimo et illustrissimo principi Constantino 
piileologo romeorum imperatori semper augusto etc. consangui- 
neo nostro carissimo salutt^ra et prosperorum successuum incre- 
menta. 

Serenissime et illustrissime princeps consanguinee noster ca- 
rissime. Audivimus piene ih omnibus que nobis retulit vestre 
fraternitatis nomine magnificus vir, ejusdem ad nos orator, Ma- 
nu(il disipatus: simulciue legimus litteras per ipsum nobis red- 
ditas vestre ejusdem fraternitatis iuxta convenientiam sequen- 
tem. Constantinus in Christo Deo fidelis imperator ac modera- 
tor romeorum paleologus ac semper augustus illustrissimo et ex- 



àaii, ib. Ili, col. 813. Anche qui si deve ammirare la ingenuità o la 
iinprontitudine di Franzès, quando si riflette che quella era stata 
sposata al Sultano, bellissima, giovanissima, desiderabile per ogni 
riguardo, ed aveva coabitato con lui per ventisette anni di seguito. 
iSiffatto matrimonio era considerato con avversione generale nel- 
r Impero; e divenne impossibile, perchè la Sultana si rifugiò in un 
convento, desiderosa di pace e di preghiera, e non di feste e di 
amore. Quando i Turchi presero Costantinopoli, ella ebbe ricovero 
nel harem di Maometto II. 



— 448 — 

cclentissiino principi Alfonso Dei Gratia Regi Aragonum Sicilie 
Valentie Maioricarum Sardinie, Comitique Barcinono Rossilionis 
et Ceritanie consanguineo nostro etc. prosperos ad vota succes- 
sus. Quia illam cupiditatem erga res christianorum gerendas ve- 
stram. claritudinom habere conspicimus, quod nulla aliorum vel 
persuasione voi exhortatione indigeat, verbis opus nobis super 
hoc esse non oxistimavimus, nobilem militem Manuelem disipa- 
tum ad vestram claritudinom legatura, niittimus, qui nostri prò 
parte ea dicturus est, que sibi comisimus. Placeat itaque sibi ple- 
nariam fidem adhibere in omnibus referendis ut nostro ex ore ea 
contigissoaudiro. Die XXV februarii millesimi CCCCXXXXVIII. 
Ad que quidem responsionem facientes, ad bellum centra Ma- 
gnum Toucrum per nos sumendum, vobis significamus illud sem- 
per nobis insitum fuisse in .primis desiderium ab eo usque tem- 
pore, quo primum promovimus classem nostram ad hujus regni 
nostri Sicilie citra farum acquisitionem. Que quidem acquisitio 
nos ideo in primis attraxit, ut potissimum tueremur dictum no- 
strum regnum, juro hereditario ad nos pertinentem (sic); post- 
modum vero cum jam arbitrati requiem hic ex toto comparasse, 
intenderemus optatissimam illam semper nobis expeditionem con- 
tra fidei catolice inimicos et felicissima arma sumero : inconti- 
nenter subsequute in modum catene Italie perturbationes quam 
plurime nos in diem hodiernum distraxerint: ac potissimum no- 
vissime magnifico communitatis Mediolani ab liis reliquis Italie 
communitatibus invasioues acerbissimeque opresiones, a qua cum 
ultro implorati fuerimus ad ferendum sibi subsidium , nosque 
constituerimus quod vostri et nostri status facultas valebit nus- 
quam sibi in omno quod nobis licebit auxilium deesse: propto- 
rea non est juxta illud diuturnum nostrum desiderium, bis ne- 
gociis tam perturbatis ita relictis , ea longinqua tamquam diu- 
turni temporis et infinito rum sumptuum futura bella sic rapido 
et immaturo impetu sumere , nisi prius ipsa Mediolani pace et 
concordia, ad quam precipuo nunc studio anhelamus, Deo bene 
juvante compositaque, Mediolani communitate, sicut speramus, 
in quietem reducta, tunc prò nostro principali desiderio et hoc 
vostro invitatu aptissimo iustissimo et sanctissimo ei bello di- 
vina ope intendemus. 



— 449 — 

Subinde vero cuiu perJoquendum venissemus in sennonem de 
conjugio tractando inter vestram fraternitatem et illustrora so- 
rorem illustrissimi Regis Portugalie nepotis nostri carissimi, et 
praeterea do alio conjugio tractando inter illustrom nepotom 
nostrum carissimi illustrissimi Regis Portugalie fratrem et filiam 
illustrissimi Regis Cipri neptem vestram: et quoniam hec nobis 
grata venirent, nos etiam interoa ad ipsos Regem Portugalie su- 
per camdom rem scribemus et fratrem ejus ut sic de ipsorum 
mentibus fuisso plenius certiores, postmodum confidemus si vobis 
gratum fuerit, cum ipsa vestra fratornitate has predictas res com- 
ponamus et conficiamus, Quemadmodum hoc et cetera omnia 
circa hec pertinontia et mentem nostram prefato oratori oxpli- 
camus vestre eidem fraternitati plenius referonda. Datum in 
castello Turris octavo dio XXII augusti XII indictionis anno 
MCCCCXXXXVIII, Rex Alfonsus. 

Scì'cnissimo et illustrissimo pnncipi domino Constantino impe- 
rafori ac moderatori romcorum paleologo ac semper augusto con- 
sanguineo et amico nostro carissimo. Dominus rex mandavit mihi 
Arnaldo Fonolleda i). 

L'azione che Alfonso spiegavci nell'Impero e che si ri- 
prometteva di rendere infinitamente più intensa e frut- 
tifera, imponeva nn continuo e grave dispendio. Anda- 
vano e venivano ambasciatori, legati , messi: nelle corti 
dei varii principi di Oriente sì latini e sì greci, ed in (pielle 
dei signori indipendenti turchi e turcomanni erano ami- 
ci, aderenti, partigiani, informatori, spie dell'Aragonese: 
taluni degli stessi principi e signori eran da lui stipen- 
diati o sovvenuti con doni di danaro, di granaglie, di ar- 
mi: la flotta napoletana con frequenti spedizioni in quei 
mari, con lunghe stazioni in quei porti ne teneva vivo 
il credito dovunque: e tutto ciò , naturalmente , non si 
faceva che con ingentissime spese. Era altresì da preve- 

Arch. de la Cor. de Arag.: Eeg. 2655. fol. 65 v. 



— 450 — 

dorè elle, se le speranze e i voti del Ile fossero esauditi, 
queste spese sarebbero cresciute in maniera strabocche- 
vole: perchè un interv(;nto diretto non poteva essere di 
alcuna utilità, se non fosse sostenuto da un numeroso 
esercito e da una flotta bene annata. Ma le finanze di 
Alfonso non erano in grado di sopperire a tanti sacri- 
ficii. In quel tempo, essendo i feudatarii padroni di ogni 
cosa, il tesoro di qualunque principe era limitatissimo, 
ristretto a jjochi cespiti e non sempre di agevole e certa 
esazione. Perciò il E-e di Napoli , nel proposito di ope- 
rare in Oriente durevolmente e con fi'utto, cercava schi- 
vare le ristrettezze pecuniarie che già avean fatto fal- 
lire più di una impresa, e si studiava di far sì che i 
mezzi da soggiogar l'Oriente gli venissero somministrati 
dall'Oriente stesso. Vi faceva trasportar grano , che poi 
si vendeva con suo guadagno: e non rifuggiva né meno 
dalla corsa. Le sue navi aggredivano qaelle turche, ese- 
guivano qualche sbarco, e facevano ricche prede. Qual- 
che volta, però, la vendita del bottino diveniva un vero 
affare di Stato: ma il Magnanimo non disdegnava seguire 
con solerte diligenza la esecuzione dei suoi disegni nei 
pili piccoli particolari, ed interveniva in cpieste piccole 
faccende con giudizio ed accorgimento, ma con fermezza 
e risoluzione. 

Uno di questi caratteristici episodii commerciali è ri- 
velato da una lettera di Alfonso al Pontefice (17 settem- 
bre 1450). Una sua squadra erasi fermata a Rodi per 
vender la preda ondo era carica: ma come tra le navi 
predate alcune appartenevano al Sultano di Egitto, e con 
lui r Ordine aveva un trattato , tale vendita fu ineso- 
rabilmente vietata. Era Gran Maestro Fra Giovanni de 
Lastic (1437-1454) , del (piale si è già fatto brevissimo 
cenno. Gran Priore di Auvergne allorché fu eletto, partì 



— 4Ó1 — 

subito per Rodi e trovò l'isola minacciata dalla formida- 
bile coalizione del Sultano di Egitto con quello dei Tar- 
di i. (yon la prudenza che in lui era pari al valore, e lo 
rese meritevole di essere annoverato tra i più insigni 
Gian Maestri dei Gerosolimitani, riusci a staccare Murad 
dall'alleato. Cosi gli fu facile sconfiggere la flotta egiziana 
nel settembre del 1440; sconfiggerla di nuovo quattro 
anni dopo, e conchiudere finalmente un trattato di pace 
(1446). Fra Giovanni de Lastic, avendo avuto la ventura 
ed il merito di superare il grandissimo pericolo che aveva 
minacciato la esistenza dell'Ordine, ne aveva valutato tut- 
ta la irravità: ed affinchè non si rinnovasse, voleva che 
il trattato non s'infrangesse alla leggiera e senza una di- 
ligentissima [)reparazione alla guerra. Sopra tutto, egli non 
era disposto a permettere che il casus heìli provenisse da 
persone estranee alla milizia dei Giovanniti, le quali jon 
insane provocazioni attirassero una nuova tempesta sulla 
isola di Eodi. P] la guerra di corsa era una di quelle pro- 
vocazioni, alle quali non resisteva la pazienza e dei ere- 
debiti e degli infedeli. Lo stesso Gran Maestro ne aveva 
avuto prove non dubbie qualche anno prima, che per uno 
di tali incidenti per poco non gli era stata intimata la 
guerra dei Turchi. Proibì, quindi, che i marinai di Al- 
fonso vendessero nell'isola la preda, con una fermezza 
ed una prudenza che, se fossero state seguite, nei tempi 
posteriori, dai commilitoni, avrebbei'O risparmiato alla Re- 
pubblica Veneta ed all'Ordine stesso molte controversie, 
molte lotte, molti dolori. Può darsi anche che alla in- 
transigente severità del divieto non fossero estranei mo- 
tivi al tutto personali, e che essa fosse una rappresa- 
glia contro il Ile di Napoli, o anche una rivincita presa 
su lui. Forse a Rodi non si era dimenticata l'acrimonia, 
con la quale Alfonso aveva proceduto contro i cavalieri 



— 452 — 

in Aragona ed in Catalogna, e si era colta a volo 1' oc- 
casione di farne dispettosa vendetta *). 

Dal canto sno il Magnanimo aveva corde per tutti gli 
ardii, e poiché si accingeva a mandar nelle acque greche 
una seconda e più forte spedizione, comandata dal suo fido 
e valoroso Bernardo di Villamarina, ricorse direttamente 
al Pontefice, acciocché l'inconveniente non si rinnovasse. 
La Santa Sede esercitava ancora una grande autorità sul 
commercio del Levante: poteva vietare che si vendessero 

1) Qualche tempo prima tra i Turchi ed i Gerosolimitani era av- 
venuto un conflitto che il Bosio, Dell'istoria (Iella sacra Religione et 
ill.via militia di S. Giovanni Gerosolimitano, t. I , pag. 223. narra così: 
Havea la Religione, per aver alquanto di tempo da respirare e per po- 
tere con maggiori forze e vigore risospingere il Soldano di Egitto, trat- 
tato e conchiuso pace con Amuratte re de' Turchi, et essendo andato in 
questi tempi un certo Gabriello Corsale con una sua, fusta armata in 
Turchia e sbarcati havendo alcuni htiomini in terra per far preda, sco- 
perti furono da' Turchi, e la maggior parte di loro uccisi rimasero. Et 
esseiidovi con esso loro un vassallo della Religione dell'isola di Langò, 
fu preso e menato vivo innanzi al Turco, il quale in'eso havendo che 
egli era vassallo della Religione, facendolo menare carcerato, mandò su- 
bito a lamentarsi col Gran Maestro, dicendo che i sudditi e vassalli suoi 
in tempo di pace erano danneggiati e traditi da quelli della Religione. 
Per il che desiderando il Gran Maestro ed il Consiglio di confermar 
la detta pace, che in quegli estremi bisogni era tanto necessaria, mandò 
incontanente a discolparsi, scusandosi di quell'eccesso con Amìiratte, et 
mandò ordine che il detto suddito e vassallo della Religione che era stato 
preso fosse impiccato. Et oltre di ciò sdegnato grandemente contro il ba- 
glivo di Langò Fra Fantino Qìdrini, perchè contro l'ordine suo avesse 
ricevuto il detto Corsale in quell'isola, gli scrisse una lettera inolio risen- 
tita e collerica, comandandogli in virtù di santa obbedienza che ritener 
dovesse tutti i beni e le robbe di detto Gabriello, e di tutti coloro che seco 
erano andati in corso. — Ciò accadde nel 1445. La pace col Sultano 
di Egitto fu conchiusa nel 1446, ma se ne ignorano tutte le con- 
dizioni , fuorché quella concernente lo scambio dei prigionieri. — ■ 
Alfonso aveva avuto aspre contestazioni con l'Ordine di S. Gio- 
vanni nel 1427, e ne aveva venduto i beni di Aragona e Catalogna: 
cfr. Bosio, op. cit., t. II, pag. 197, 198. 



— 453 — 

agli Infedeli merci di ogni sorta o solo quelle che (^rano 
atte ad essere adoperate in apparecchi di guerra: e poteva 
con un privilegio escludere da tal divieto qualche indi- 
viduo o qualche Stato. Questi dii'itti che la Santa Sede 
esercitava su (qualunque persona appartenesse alla fami- 
glia cattolica, diventavano infinitamente più imperiosi ri- 
spetto all'ordine di S. Giovanni, tenuto come era ad una 
sommessa e docile obbedienza verso il Papa. Talché, ri- 
correndo a lui, Alfonso scriveva : 

Sanctissime Domine, Superioribus diebus, ut Sanctitatem Ve- 
stram non ignorare scimus, nostra classis in orientales partes 
profecta fuit, ubi cum Inter bona infidelium ecclesie ab eadera 
arrepta aUqua bona sul)ditorum soldani in insulam Rodi deferrot, 
roverendissimus magistor Hospitalis Sancti Joanis Hierosolimi- 
tani, qui nonnulla capitala cura ipso soldano ohm se inisse et fir- 
masse asserebat, prò ipsorum capitulonim conservationo minime 
a nostris in eadem nostra classe navigantibus bona prefata ibi- 
dem vendi passus est, quod in magnum incommòdum eisdem 
cessit. Et cum in presentiarum in partes illas orientales ipsam 
nostram classom denuo missuri simus, dubitemusque ne magister 
predictus illud idem efficiat in hoc quod in alio ipsius nostre 
classis itinere effecit, Sanctitatem vestram ea de causa humil- 
lius et vcliementius quo possumus suplicamus, ut tum nostri 
amore et gratia, tum vel maxime quod hoc in excidium et dam- 
num infidelium eclesie sit, suis apostolicis litteris eidem magi- 
stro strictissimo mandare dignetur quatenus, non obstantibus 
quibusvis capitulis pactis conventionibus et obbligationibus cum 
dicto soldano aut aliis infidelibus ab eodem initis et factis, si 
classera nostram prefatam cum bonis subditorum ejusdem sol- 
dani, seu cum quibuscumque aliis bonis infidelium predictorum 
ad illam insulam applicare contigerit, eam benigne suscipiat atque 
traetot ac suscipi et tractari a suis faeiat, et si bona ipsa ven- 
dere vv\ comunitari voluerint, id fieri libere permittat, provi- 
der! faciendo eidem pretiis condecentibus de commeatibus et 
rebus sibi nocossariis. Ad quod peragendum, ut facilius magi- 



— 454 — 

ster idem impellatiir, Sanctitas vestra eum a juramentis et 
obbligationibus quibuscumque, in ipsis capitulis et pactis forsi- 
tan adiectis,. quoad hoc penitus absolvat. Significabimus itaque 
vostre sanctitati quod si id ab eodein consequemur, in beneficium 
singularissimum sanctitati prefate ascribemus, prò quo eidom 
Sanctitati vestre, quam Deus in sunima febcitato conservare di- 
gnetur ad vota, gratias immortalos habituri sumus. Datum in Ca- 
stello turris octave die XVII Septembris anno Domini MCCCCL, 
Rex Alfonsus. 

Sanc.mo ac Bca.mo domino nostro pape *). 

Il tono di questa lettera lascia comprendere clie, sino 
al 1450, tra l'Ordine Gerosolimitano ed il lie di Napoli 
non correvano rapporti molto amichevoli. Ma altre let- 
tere posteriori attestano che in prosieguo la natura di 
tali relazioni ebbe a mutare radicalmente. Dovendo svol- 
gere la sua azione proprio in quei mari, nei quali 1' Or- 
dine con le sue squadre bene armate e maestrevolmente 
comandate aveva un grandissimo potere, Alfonso preferì 
averlo amico che avversario. ì>lon è qui luogo da indagare 
su qual ter-reno fu trattato un accordo che l' indole per- 
malosa dei Giovanniti rendeva non poco difficile, e quali 
concessioni furon fatte, quali promesse scambiate : basta 
conoscer con certezza che avvenne questa riconciliazione, 
forse poco leale , ma certo necessaria. Perchè questa è 
un' altra prova della sincerità delle intenzioni, con le 
quali Alfonso si preparava ad una energica azione poli- 
tica e militare in Oriente : e della minutissima diligenza 
che poneva nel curare i più piccoli partic3lari della im- 
presa. E questa diligenza si ammira anche a proposito 
della spedizione della squadra capitanata del Villamarina: 
perchè, non contento di averne scritto al Pontefic-e , il 
Magnanimo rivolse al Re di Cipro questa lettera : 

1) Arch. de la Cor. de Arag.: lieg. 2655, fol. 85. v. 




— 455 — 

Serenissimo j^rincipi Toanni dei gratia regi Cipri etc. consan- 
guineo nostro carissimo Alfonsus endem gratia Rex Aragonum 
utriusque Sicilie etc. salutem et honoris niigmentum. 

Serenissime princeps et illustrissimedoininc consan<;uineenostcr 
carissime. Rediens superioribus diebus ab ipsis orientalibus plagis 
vir magnificus dilectusque consiliarius classis nostre generalis 
capitaneus Bernardus de Villamari miles, ex bis quo per vos in 
nostris agendis vestra opera assidua curaque pervigili acta fuere 
plura nobis retulit. Ex quo ingentes gratias vobis reddimus da- 
musque, hoc quippe a tanto principi sperari debebat. Remittimus 
in {)roscntiarum, cum nostra classi ad oras ipsas magnificum ca- 
pitaneum predictum plura gloriam honorem et demum statum 
totius fidei cristiane augraentum concernentia gesturum. Vc- 
stram propterea serenitatem quanto possumus studio et affectione 
procamur, quod classi ipsi et cunctis nostris gentibus, cum casus 
advcnerit, favori et adjumento osse velitis cibariaque et arma- 
menta ót deni<iue omnia illis necessaria preciis debitis per sub- 
ditos vestros ininistrari eisdem et faciatis et curetis. Rem qui- 
dem nobis acceptissimam faciet serenitas vestra, Demum capi, 
tanoo eidem super bis et uliis plura comisimus vobis nostra vice 
reforenda, ejus itaque relatibus dabitis non secus ac nostris fidem 
indubiam. Datum in castro Turris octave die XVni mensis sep- 
tembris anno MCCCCL. Rex Alfonsus. 

Illustrissimo et serenissimo principi Tolnnii rr(/i Cipi-i cotìsnìi- 
giiineo et amico nostro carissimo *). 

(3osì, con diligente solerzia Alfonso procurava assicu- 
rarsi tutti i mezzi acconci al trionfo della sua sapiente 
jìolitica. Ma le minute ture rivolte alla parte amministra- 
tiva della impresa , non lo distoglievano punto da più 
alti concetti. E mentre chiedeva l'intercessione del Papa 
])resso il Gran Maestro dei gerosolimitani, mentre raffei'- 
mava l'antica amicizia col sovrano di Cipro, gittava le 
pririie basi di un' alleanza, la quale poteva dargli una in- 

*) Arch. «le la Cor. de Arag.: Reg. 2655, fol 85 v. 



— 456 — 

fluenza prevalente su tutta la Grecia. Un' alleanza che, 
secondo la pratica diplomatica del tempo, doveva essere 
accompagnata e come ribadita da un matrimonio ^). 

(continua) 

Francesco Cerone 



1) Le relazioni della corte di Napoli con quella di Cipro erano 
assai frequenti e benevole. E sin dall'aprile del 1447 si trova presso 
Alfonso di Aragona un ambasciatore cipriotto, trattato con note- 
vole larghezza: (30 aprile 1447) cìonj de manamcnt del Senyor Rey 
ales persones deinssrrites les quantit. a eascuna dells danall designades 
lesquals lo dit senyor loì mana donar per les rahons seguentes. Es as- 
saher a micer ffelìpo celean amhaxador del Rey de xlpre al dit senyor 
graciosameoit — C duch. Ced. Tes. Ar. : voi. 9, e. 312 v. — Si rendono 
qui le più vive grazie al signor Don Francisco de Bofarull, Capo 
dell' Archivio Generale della Corona di Aragona in Barcellona, il 
quale con la sapienza e la cortesia, ereditarne nella sua nobile fa- 
miglia, si è compiaciuto curare che i documenti sopra riferiti fos- 
sero diligentemente collazionati con gli originali serbati nell' Ar- 
chivio , cui egli presiede con solerzia pari alla competenza. Vive 
grazie si rendono pure al Prof. De Vincentiis, del R. Istituto Orien- 
tale, cui si deve la trascrizione delle parole arabe e turche. 



ARCHIVIO STORICO 



PROVINCE NAPOLETANE 



PUBBLICATO 



A CURA DELLA SOCIETÀ DI STORIA FATKIA 



Anno XXVII. — Fascicolo III. 



NAPOLI 

STAB. TIP. PIERRO E VERALDI 

neir Istituto Casanoi'a 

1902 



IL REGNO DI NAPOLI 

AL TEMPO DI 

CARLO DI BORBONE 



PARTE PRIMA 
Governo 

(Continuazione — Vedi Anno XXVII fascicolo II) 



CAPITOLO VI 

La Riconquista Ispano-borbonica del Regno 
(1738-1784). 

1. Ordini della Spagna per la spedizione d'Italia; forze da essa 
mandate; uscita di tutela dell'Infante generalissimo (novembre 
1733 - gennaio 1734). — 2. Sua marcia alla volta di Napoli: aspor- 
tazione delle suppellettili Farnesiane; forza numerica del corpo 
di spedizione ; il proclama di Monterotondo ; arrivo a Montecas- 
sino. — 3. Apparecchi austriaci per la difesa del Regno : il pro- 
clama imperiale del 10 marzo. — 4. La guerra nel Regno: fazioni 
navali; abbandono di Mignano; partenza del viceré da Napoli. — 
."i. Continuazione della marcia dell" Infante da S. Germano per 
Napoli : sua lettera de' 5 aprile '34 dal campo di S. Angelo, e ri- 
sposta della Città; omaggio di Napoli all'Infante in Maddaloni; 
in Aversa i primi atti del sovrano potere; distaccamento del Mar- 
sillac per Napoli , del Castropignano per la Puglia ; il conte di 
Charny luogotenente del re Filippo V in Napoli ; i veri posses- 
sori del potere militare e del potere politico nel paese occupato ; 
resa de' castelli napoletani; entrata dell'Infante nella capitale (10 
maggio 34). 

Di fronte alla necessità della Francia di sostenere col con- 
corso spagnuolo la candidatura di Stanislao Leszczynski al trono 
polacco, Elisabetta Farnese levò 1" animo a più vaste ambizioni. 



— 460 — 

Divenuta allora assai misera cosa la promessa condizionata delle 
investiture, fatta dall'Imperatore per compiacenza agl'Ingiesi, ella 
pensò sulle prime di porre uno de' suoi figliuoli sul disputato 
trono della Polonia *); poi, di aggiungere il Mantovano a' do- 
mini già assegnati al primogenito don Carlo; procurare le due 
Sicilie al secondogenito don Filippo, dodicenne allora; i Paesi 
Bassi al terzo, don Luigi, di sei anni. Piena di tali concetti, re- 
sistette alla nobile aspirazione del marito, che avrebbe preferito 
rendere alla corona spagnuola le provincie smembratene ne' primi 
anni del secolo, per lasciare, morendo, agli Spagnuoli la gran 
monarchia quale aveala tenuta re Carlo II ^); e resistette del pari 
alla necessità della Francia d' appagare le ambizioni del re di 
Sardegna, per averne la indispensabile alleanza ^). Di quel gran- 
dioso avvenire la Farnese non vide avverata che piccola parte. Era 
troppo smodata la distesa delle sue pretensioni, perchè tutte po- 
tessero tradursi in fatto; ma dell'effetto ottenuto bisogna riconosc(ir 
lei principalissima autrice. Il mezzogiorno d'Italia dovette a lei i 
suoi nuovi destini; e la sua violenta opposizione all'ingrandimento 
di Casa Savoia, tracciando, già allora , il cammino avvenire al 
non ancor nato regno Borbonico delle due Sicilie, segnò le sorti 
future della nazione italiana. 

1. Il cardinal Fleury, costretto, contr'ogni suo genio, ad un'ener- 
gica azione dalla politica imperiale nella questione polacca, segnò 
con Carlo Emanuele III il trattato di Torino (26 settembre 1733), 
accordando a lui tutto il ducato Milanese, quale avealo avuto Fi- 
lippo II da Carlo V, e riservando a don Carlo le due Sicilie 
co' Presidii di Toscana, ■*). La Spagna non volle saperne; pretese 
condizioni inaccettabili , per aderire all' alleanza franco-sarda : 
cooperazione de' re di Francia e Sardegna alla conquista di tutti 
i domini austriaci d' Italia ed esclusione di Parma o Piacenza 
dal ducato Milanese , dipendenza de' generali franco-sardi , che 
si unissero alle forze spagnuole , dal comando di don Carlo, 

1) Bauurillart, IV. 155 sg. 

2) ivi, 168 sg. 

3) ivi, 165. 

^') ivi, 175 sg. 



— 461 — 

passaggio iiiuuediato a questo di tutte lo conquiste che venis- 
sero facendosi fuori del Milanese in senso stretto, dichiarazione 
di Luigi XV e Carlo Emanuele che non esistesse convenzio- 
ne veruna né articolo segreto , oltre quelli comunicati al re 
Cattolico dall'ambasciatore conte di Rottembourg *). Ma, agen- 
do intanto per conto suo, il 20 ottobre 1733 dette 1' ordine 
d' imbarco per le forze destinate in Italia. E, cinque giorni 
dopo, dall'Escuriale e da S. Ildefonso, vennero spedite quattro 
lettere in Italia : due di don Giuseppe Patino (arbitro oramai, 
sotto gli ordini della regina, della politica esteriore di Spagna, 
dopo r apoplessia del marchese De la Paz) al conte di S. Ste- 
fano e al conte di Charny, e due del re alla duchessa Dorotea 
ed all'infante don Carlo. 

Al conte di S. Stefano, aio e maggiordomo maggiore dell'In- 
fante-duca. si scriveva più a lungo e con più minuto ragguaglio: 
il re aver sempre inteso a' vantaggi del figliuolo ; non aver 
turbato la pace europea, sinché ha potuto usare non altri mezzi 
che le negoziazioni ; m.i, insufficienti queste ai desideri, volere 
adesso coglier l'occasione della guerra insorta tra la Francia e 
r Imperatore, del trattato fra la Francia e la Sardegna e delle 
istanze che riceveva ad accedervi : esser quindi venuto * en ad- 
mitir la proposicion a ciertas condiciones convenientes „ , ob- 
bligandosi a spedire in Italia un considerevole esercito, subito 
che siano entrate in Piemonte le truppe francesi, ed aperte le 
ostilità. Il primo ministro comunicava al maggiordomo l'ordine 
dato al conte di Montemar di affrettarsi a passare in Italia, e 
porre la sua provata esperienza e intelligenza al servigio di Sua 
Altezza. Ma soggiungeva : " Entiende S. M. que V. E. continue 
a asistir a S. A. R. en todo lo que mira al cuydado de Su Real 
Persona, y al regimen politico y de su Real Hazienda comò 
basta aqui unidamente con las Personas que se destinaren para 
concurrir en ol Cavinete que devera tener S. A. R. para el De- 
spacho de los referidos Negocios „. 

Incompatibili per tanto i nuovi provvedimenti col governo di 

^) BAUnRlI.LAHT. IV. 185 sg. 



— 462 — 

tutela, si ordinava al Santo Stefano di notificarne il termine alla 
duchessa e al pubblico, subito che ne vedesse il momento op- 
portuno. Doveva allora, in nome di S. A., impartire i relativi 
ordini a' tribunali, a' governatori, alle comunità ; impedire, da 
quell'istante, ogni ingerenza della duchessa negli affari di gover- 
no, usare le più prudenti cautele, di fronte al dispiacerò che a 
lei ne potesse venire ed alla naturale inclinazione che ella (nata 
alemanna) potesse avere per la nazione e la corte alemanna. Do- 
veva inoltre nominare (tra gli ufficiali attualmente in Toscana e 
neir isola dell' Elba e tra quelli destinati all' esercito) generali go- 
vernatori delle piazze di Parma e Piacenza, che no potessero di- 
rigere le difese contro eventuali insulti de' nemici. Ordinavasi 
infine che, alla imminenza delle novità derivanti dalle prese 
risoluzioni , S. A. inviasse al granduca di Toscana una perso- 
na di grado e di fiducia, a dargli ragione di quanto s'impren- 
deva, in conformità delle prescrizioni di Sua Maestà Cattolica *). 

Al conte di Charny, che comandava le forze spagnuole attual- 
mente in Italia , si annunziava il prossimo arrivo di un nuovo 
corpo di truppe. Quelle e queste si sarebbero unite in un eserr 
cito, sottoposto al nominale generalato supremo dell'Infante, e al 
comando effettivo del capitan generale conte di Montemar. Si 
avvertiva che, essendo i sette tenenti generali all' immediata di^ 
pendenza del capitan generale tutti meno anziani di esso Charny, 
a lui in conseguenza toccava , al bisogno , prender le veci di 
capitan generale e assistere Sua Altezza '■^). 

Alla duchessa Dorotea, Filippo V, partecipando la nomina del 
figlio a generalissimo, e quindi la necessità che egli assumesse 
l'assoluto e indipendente dominio de' suoi stati, espresse l'augu- 
rio che Ella non scemerebbe per ciò l'affetto verso l'Infante, 
come questi per certo non mancherebbe alle attenzioni che le 
doveva. In ultimo, all'Infante il re di Spagna spedi il diploma 
di generalissimo per la guerra , nella quale doveano assisterlo 
il Montemar, lo Charny e gli altri tenenti generali ^). 

1) Arch. Sta. Nap., Affari Esteri, Spagna, fase. 1716. 
®) ivi. 

3) ivi. 




— 463 — 

Qualche giorno dopo, aprirono la campagna per la Francia il 
maresciallo duca di Berwick, operando oltre il Reno (per incon- 
trare la morte , di li a pochi mesi , all' assedio di Filipsburgo), 
e il maresciallo di Villars, scendendo in Italia e congiungendosi 
con Carlo Emanuele. E, scorsi appena pochi altri giorni, men- 
tre i Franco-sardi , sotto il comando supremo del re, iniziava- 
no la conquista del Milanese (28 ottobre 1733), che dovean com- 
piere in non più che tre mesi *), Luigi XV, riusci a dissipare le 
ultime opposizioni spagnuole, scrivendo direttamente a Filippo V 
(1** nov. 1733), e segnò con la Spagna il trattato dell' Escuriale 
(7 nov. 1733). Ma la nuova alleanza francese era in contradi- 
zione con r altra di Torino. La Francia cioè s'impegnava a soste- 
nere per don Carlo tutti i diritti riconosciutigli cosi nel trattato 
della quadruplice alleanza come in quello di Siviglia: il presente 
possesso di Pai-ma e Piacenza e, alla morte del Medici, l'altro 
della Toscana, più tutti gli acquisti che, fuori del Milanese (in 
senso stretto), si facessero per la guerra in Italia. Luigi e Filippo 
obbligavansi vicendevolmente a non prendere alcun impegno 
all' insaputa dell'alleato, e a non deporre le armi che di comune 
accordo. Fuori de' 14 articoli palesi, un articolo segretissimo annul- 
lava esplicitamente ogni altra convenzione anteriore, che non fosse 
di carattere puramente commerciale '^). L'art. 10 fissava i contin- 
genti militari. In esso, Filippo V si obbligò a mandare in Italia 
15 mila uomini, oltre 10 mila di già spediti. E li mandò con 
artiglierie e munizioni da guerra e da bpcca , a varie riprese, 
agli ordini di dieci tenenti generali (tre de' quali francesi ed uno 
napoletano) ^) e di quindici marescialli di campo. Il comandante 



1) Carutti, Carlo Em., 1,52 sg. ; Diplom., 5S sg. — Baodrillart, 
IV, 202 sg. 

2) Baitdrillart, IV, 169 sg. 

') Sette, come s'è visto, aveane anuimziato il Patino allo Chamy, 
oltre lo stesso conte ; ma se ne aggiunsero due altri: in tutto, 
dieci, secondo la concorde testimonianza di Tib. Carafa Rdaz., 
I, la Istoria ms. della Bibl. Naz. di Nap., III, 12, ed altri: Charny, 
duca di Liria, conte di Marsillac, march. Di Pozzoblanco, duca di 



— 464 — 

supremo , capitan generale conte di Montemar , fortunato con- 
quistatore di Orano, con parte dell' esercito, tenne il cammino 
seguito due anni innanzi dall'Infante, per terra sino ad Antibo, 
e quindi per mare a Livorno. Una squadra di nove vascelli , 
al comando del generale Alderate , condusse uno dei corpi di 
spedizione ; un altro ne fu condotto dall' ammiraglio conte Di 
Clavijo con sedici vascelli e varie fregate *). Dovevan formare 
ventitre reggimenti di fanteria (di 52 battaglioni) , undici reg- 
gimenti di cavalleria (di 34 squadroni) e sette reggimenti ói 
dragoni (di 19 squadroni) ^). 

Era primo disegno della Corte spagnuola che quelle forze, 
unite a' Franco-sardi, chiudessero i passi Alpini agl'imperiali, 
conquistassero, senza indugiare in assedi di piazze forti, Man- 
tova all'Infante, e quindi marciassero immediatamente su Napoli, 
non avendo i Franco-sardi bisogno di loro per la difesa del Mi- 
lanese. Ma, spuntata inevitabilmente la discordia sulla destina- 
zione di Mantova, Elisabetta capovolse l'ordine delle operazioni; 
e comandò al Montemar di muover subito alla conquista delle 
due Sicilie, per ritornare poi, a conquista compiuta, presso i 
Franco-sardi e con loro marciare su Mantova ^). Con tali istru- 
zioni, fu impossibile al comandante spagnuolo mettersi d'accordo 
cogli alleati e cooperare con loro in Lombardia. Tolto quindi 
agli Austriaci dal suo tenente generale Castropignano l'impor- 
tante forte di Aula, che metteva in comunicazione la Toscana 
con Parma (24 decembre 1733) *), il Montemar da Pisa mandò al 
Villars r annunzio della imminente sua marcia per Napoli (7 
gennaio 1734), e passò a Parma a raggiungere l' Infante ge- 
neralissimo ^). Questi, come fu entrato nel decimottavo anno 



Veraguas, duca Eboli di Castropignano, march. Di Castelforte, march. 
De Las Minas, Conte di Mazeda, march. Di Grazia Reale. 

*) Danvila, 79 sg. 

2) Carafa, Bel., I. 

«) Baudrillart, IV, 209. 

^) Carafa, Relaz., I ; cfr. Becattini, 55,e Fernan, I, 29. 

•'') Baudrillart, IV, 210 sg. 



— 465 — 

(20 gennaio 1734), si dichiarò fuori tutela, disponendo che i 
suoi successori divenissero maggiori a quattordici anni *) ; ma 
non per ciò dipeso meno dagli ordini della Corte spagnuola. 
Tanto vero che quando il Villars, inquieto per 1' annunziata par- 
tenza, volle tentare un passo estremo presso di lui, e passò da 
Milano a Parma, nel colmo dell'inverno, sul Po ghiacciato (25-27 
gennaio 1734), l'Infante si scusò col vecchio maresciallo, addu- 
cendo gli ordini assoluti de' suoi genitori *). E , conforme a 
questi, affidati a generali spagnuoli (Bartolommeo Ladron de 
Guevara, maresciallo di campo) e a ** Giunte di governo „ il go- 
verno generale e I' amministrazione de' Ducati 3), fece ritorno in 
Toscana. 

2. Partendo egli da Parma alla volta di Firenze (a' primi di 
febbraio del 1734), furono anche asportate le più ricche sup- 
pellettili di Casa Farnese. I palazzi, i castelli, le ville ducali 
furono spogliate d' ogni opera d' arte, di pregio, di lusso, de' 
libri, de' manoscritti, d'ogni sorta di documenti di archivio *). 
Fu rapina salutare, che salvò all' Italia tanto patrimonio d' arte 
e di storia, pericolante nello stato di guerra lungamente durato 

*) La.ki'knte. 302 — Danvila, 94. 

h Bai DRrLLART, IV, 211 sg. 

3) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, b, 4. fo. 6: il carteggio col De Gue- 
vara va da' 24 apr. 1734 a' 2 ott. '36 — Arch. Sta.- Nap., Aff. Est., 
Spagna, fase. 1716: Montealegre al march. Aiinibale Scotti, da Na- 
poli 30 nov. '34. Fa rimproveri alla Giunta d'aver proceduto a no- 
mine di ufficiali e ad aumenti di salarii ** doppo li repplicati ordini 
di non far cosa alcuna senza la previa approvazione di S. M. „. 

^) Becattini. 62 — Cfr. Bonaini, 214 sgg. ; Dalbono Cesare, 81 
e 92. Sulle sorti particolari degli Archivi Farnesiani, le cui carte 
da un pezzo si attende a riordinare nell' Arch. Sta. Nap. , v. il 
Gachard. — Altre spedizioni di suppellettili Farnesiane a Napoli se- 
guirono posteriormente. La Gazctte di Berna nel n. 38 del 1736 (se 
ne ha copia nell' Arch. Sta. Nap., Aff. Est., Francia, voi. 285) an- 
nunziava, in una corrispondenza da Napoli de' 25 aprile di quello 
anno , " arrivé un Bàtiment ayant à bord 140 Ballots de Meubles 
du Palais de Parme et deux Mores Américains, que la Beine D'E- 
spagne a envo^'é à S. M. „. 



— 466 — 

in quei ducati i) , e nel loro conseguente passaggio sotto il 
dominio straniero. Ma la furia frettolosa degli strappi non 
ebbe sempre riguardi di ammirazione o di pietà per tanto 
tesoro. 

Trattenutosi due settimane a Firenze, don Carlo cominciò di là 
In sua marcia di conquista, il giorno 24 febbraio 1734. Ne die 
conto da Arezzo il suo segretario di Stato alla diplomazia spa- 
gnuola, in modo, che può dare un'idea delle cure che principal- 
mente occuparono il generalissimo durante la spedizione: " ... S. 
A. R. emprendio su viaje el dia 25 del corrente segun lo tenia 
resuelto, salio de Florencia escortado de los Granaderos Reales, 
que es la tropa mas lucida y no menos fomiidable que puede 
tener Monarca, accompagnado en la forma acostumbrada de su 
Real Compania de Guardias de Cuerpo, y seguido de la nume- 
rosa familia, que està destinada a servirle en està Campana, 
todo lo qual bacia una Comitiva digna de un tan gran Prin- 
cipe. El primero transito lo hizo S. A. R. en Figline, donde se 
detuvo un dia a divertirse en un delicioso bosque del Duque 
Salviati, el segundo en Laterina, y oy a medio dia ha entrado 
Su A. R. con muy buena Salud en està Ciudad, donde ha sido 
recivido y cortejado con el correspondiente aplauso y obse- 
quio delos Generales del ejercito „. La fermata in Arezzo doveva 
esser breve , volendosi presto raggiungere gli alloggiamenti a 



1) " La Comunità di Parma ha già esposto li gravissimi danni 
che la maggior parte di quel territorio ha sofferto per causa delle 
armate, ed ha implorato qualche soglievo da S. M., la quale es- 
sendo benignamente disposta di procurarglielo se ne sta ora pen- 
sando il modo. — Li danni fatti da' Tedeschi alla Eocca e Giardini 
di Colorno montano, secondo la nota che se ne è richiesta a poco 
meno di ducente mila lire, delle quali ce ne vorranno piii di qua- 
rantamila per risarcire le fontane e le fabriche, ed il residuo per 
rimettere la pianta delle fontane medesime ed alcuni mobili guasti 
od esportati. Ciò nonostante si faranno fare li risarcimenti che 
occorrono, e di già S. M. ha ordinato all'Intendente Voschi di tro- 
vare li fondi necessarj „ (Arch. Sta. Nap., Aff. Est., Spagna, fase. 
1716: Montealegre al march. Scotti, da Nap. .SO nov. '34). 



— 467 — 

Perugia, dove s' ebbero a concentrare i varii corpi della spe- 
dizione 1). 

Quivi, a Perugia, l'Infante li passò in rassegna generale (5 
marzo 1734). A che numero salissero, non possiamo affermare 
con precisione, oscillandone le indicazioni fra' 14 e i 36 mila 
combattenti 2). Ma, oltre l'esercito e la " Casa Reale „ . s'affol- 
lava dietro 1' Infante una turba d' avventurieri, circa diecimila 
persone, spinte a seguirlo dall' amore eh' egli inspirava , come 
dissero allora ') ; fors' anche da brama di guadagni , dietro le 
nuove fortune del Principe. Tanto vero che, passati nello Stato 
pontificio, soldati e avventurieri commisero ogni sorta di ruberie 
e sconci, in presenza di quel giovinotto, cui chiamavano figlio 
di Spagna. " So ben io (aggiunge un grave storico, a cemento 
della notizia) di cixi il chiamassero figlio i danneggiati e gli svil- 
laneggiati „ *). Nello Stato pontificio cominciarono a venire in- 
contro all' esercito incoraggianti novelle circa le condizioni del 
Regno e le disposizioni de' popoli. 

Da Civitacastellana scrisse lo stesso segretario di Stato che 
si sarebbe fatta sosta colà parecchi giorni, per dar luogo alla 
riunione di tutto l'esercito ; e riferiva " las favorables noticias 
que se tienen de la inclinacion de aquellos pneblos a nuestro 
Generalisimo y de las pocas tropas que tienen efectivas ; pues 
se sabe que se hacen tan embarazados, que se Ijan valido basta 
delos esbiros para hacer enmpos v(ilantes . corno si se trattase 

*) Arch. Sta. Nap., Aff. Esteri, Francia, voj. 280: Moutealegre a 
Trivino, da Arezzo, 27 febbr. '34. 

2) Carafa, Relaz., I, calcolò che, non venuti di Spagna ancora 
tutti i combattenti designati, e diradati i corpi venuti da' presidi 
lasciati in Parma, Piacenza, Toscana, dalle morti , dalle infermità 
e dalle diserzioni, la for^za effettiva avviata alla conquista giun- 
gesse a 14 m. uomini. Il Colletta, I, II, 19, p. 15 : 16 m. fanti e 
5 m. cavalli. Il Logerot, I, 1 : 14 m. fanti e 6 m. cavalli. Il Ca- 
RiiTTi , Diplom., ò7 : 18 mila tra cavalieri e pedoni. Il Danvila, 98, 
seguito ora dal Bauurillart, IV, 226 : 22 m. fanti e 3 m. cavalli. 
Infine il Notiziario del 1737: 36 mila. 

3) Becattini, 51, e Fernan, I, 30. 
*) Botta, XII, 150. 



— 468 — 

de resistlr a alguna tropa de bandidos „ ^). E a' tetri rancori 
delle turbo offese ne' domini del papa non si badò, fra quelle 
allegre speranze e le scintillanti onoranze de' Grandi. Primo il 
Papa, neir attesa di alcun vantaggio per Parma e Piacenza, fu 
compiacente e largo con l'esercito traversante i suoi Stati, e 
accordò il passaggio del Tevere presso Roma, mentre la flotta 
spagnuola giungeva a Civitavecchia '^). 

A Monterotondo, cardinali, principi e principesse si recarono 
da Roma ad inchinare l'Infante. E, tra loro, le due principesse 
di Sora e di Santo Buono, vennero ammesse alla mensa del 
principe 3). Di là, da Monterotondo. a' 14 marzo 1734, fu lan- 
ciato un proclama a' popoli del Regno, " in nome di Don Carlo 
per la grazia di Dio Infante di Spagna, Duca di Parma e Pia- 
cenza, Castro ecc. Gran Principe ereditario di Toscana, e Ge- 
neralissimo delle Armate di S. M. Cattolica in Italia „. Il pro- 
clama conteneva , in doppia lingua ( spagnuola e italiana ) un 
dispaccio di Filippo V, dato dal Pardo il 27 febbraio , con le 
ragioni che lo avean mosso ad anteporre ad ogni altra cosa la 
redenzione de' due Regni. 

" Han penetrato (diceva Filippo V) il mio reale animo i cla- 
mori delle eccessive violenze, oppressioni e tirannia che da tanti 
anni a questa parte ha commesso il Governo Alemanno. Ho sem- 
pre presenti le dimostrazioni di Giubilo... con le quali io fui 
ricevuto in Napoli „. E continuava, assicurando non ambir ven- 
dette né rammentare offese ; aver per unica mira la restituzione 
di Napoli alla felicità, alla reputazione, al decoro di altri tempi 
[di quali ?]. Autorizzava intanto 1' Infante, come suo generalis- 
simo, a confermare in suo nome l'indulto e perdono, generale e 
particolare, e i privilegi presenti, e l'abolizione d'ogni imposta 
inventata e stabilita dall' insaziabile ingordigia del governo di 

1) Arch. Stato Nap., Aff. est., Francia, voi. 280 : Montealegre a 
Trivino, 12 marzo '34. Tre giorni dopo, questi scriveva a quello da 
Parigi : " la meditada Conquista a qui se discurre podrà estar fe- 
lizmente concluida en menos de dos meses „. 

2) Fernan, I, 30 sg. 
^^ Carafa, Relaz., 4. 



— 469 — 

Vienna. Lo stesso don Carlo, al termine del dispaccio paterno, 
aggiungeva in proprio nome che assumeva e confermava i me- 
desimi impegni *). 

Per trasferirsi da Monterotondo a Coprano, termine dello 
Stato Pontificio, 1' Infante impiegò dodici giorni. Parti da Fre- 
sinone il 26 marzo, all' ora solita delle 8 del mattino ; e, poco 
dopo il mezzogiorno, giunse a Ceprano. Qui, il giorno appresso, 
fece alto 1' esercito. " En Sn. Cipriano (scrisse il segretario di 
Stato) se hallaba el Conde de Montemar y la mayor parte delos 
oficiales Generales del ejercito. alli se hallo tambien Monsenor 
Turrigiani Comisario Pontificio, y el Gobernador delas Armas 
de Civitavecchia, visita que no fue solo de cumplimiento sino 
de negocio , para ultimar con el Intendente del ejercito Don 
Joseph de Campillo las quentas de quanto se havia submini- 
strado a la Corto, y al ejercito en su transito por el Estado del 
Papa „ 2). 

Tolto finalmente il campo da Ceprano (28 marzo), l'Infante, alla 
testa dell'esercito, si diresse verso Aquino, sette miglia distante, 
e si trovò in territorio del Regno. Un'altra sosta di due giorni 
si fece in Aquino, per attendere l'arrivo delle provvigioni. Quindi, 
traversa una spaziosa pianura, si passò a S. Germano, metropoli 
dello stato di Montecassino (30 marzo '34) ^). L' abate, primo 
tra' baroni del Regno , discese ad incontrare il Principe due 
miglia lontano. Gli uscirono del pari innanzi i deputati delle 
terre circostanti, presentandogliene le chiavi. Il Reale Infante 
volle salire a visitare il famoso Santuario di S. Benedetto, e vi 
ebbe magnifica accoglienza. La dimane, 31 marzo, venne informato 
che gli alemanni avevano sgombrato il campo di Mignano, dopo 
aver lavorato assiduamente un mese e mezzo per fortificarlo *). 

1) Uno de' fogli volanti del tempo , contenente il Proclama, si 
trova nella Soc. Stor. Nap., Ms. XXV, 6, 8, f. 981. Il testo (inserito 
nelle storie del Senatore , 56 ; Becattini , 64 ; Da.nvila , 99 ecc.) 
prese posto fra le Prammatiche del Regno. 

2) Arch. Stato Nap., Aff. Est., Francia, voi. 280 : Montealegre a 
Trivino, dal Campo di Mignano 1** apr. 1734. 

3) ivi. 

^) Carafa, Rdaz., 3. 



— 470 — 

3. Oltre quelle fortificazioni, riuscite cosi miseramente infrut- 
tuose, nulla aveva fatto il governo che pareggiasse le misure di 
difesa di quattro anni prima. Il Regio Aulico Supremo Consi- 
glio di Spagna, residente a Vienna, non volle spendere un fio- 
rino né un uomo, per conservare il Regno all'Imperatore. Pre- 
tese che il Regno stesso si difendesse co' mezzi suoi. Il Regno 
aveva in mare la piccola squadra, costruita col suo danaro: tre 
vascelli e quattro galee, al comando delle quali venne, nel gen- 
naio di quell'anno 1734, il vice-ammiraglio marchese Giovan- 
Luca Pallavicini *). Poteva essa resistere all'urto poderoso della 
flotta spagnuola? Per terra, il maresciallo Carafa non aveva ai 
suoi ordini che solamente 7082 uomini ^): un terzo di quanti ne 
pagavano i Napoletani. 

Non tenendo conto di ciò, il Supremo Consiglio, informato che 
i due reggimenti di cavalleria lasciati al Regno mancavano di 
reclute e di rimonte ^) , spediva ordine che ne fossero provve- 
duti a spese della nobiltà del Regno •*). Per altri ordini di 
Vienna, il maresciallo Carafa obbligò il povero viceré Visconti 
ad imporre, contro l'augusta promessa dell' Imperatore, l'arma- 
mento del Battaglione e degli Uomini d'arme; e, più ancora, un 
donativo di 600 mila ducati ^). 

A compenso de' fatti atroci , si prodigarono blande parole. 
L'Imperatore lanciò anch'egli un proclama, il 10 marzo '34, in- 
dirizzato agli Eletti della " Eccellentissima e fedelissima Città „. 
Protestando ancor una volta 1' eccezionale suo affetto pe' sud- 

Carafa, Relaz., 4 — Notiziario del 1733 — Maresca, Notizie, 3; 
La Marina, T) sg. 

2) Carafa, Relaz., 3. 

^) ivi. 

<) " Poiché il Eegio Aulico Supremo Consiglio di Spagna se- 
condo il suo parere spera potersi supplire dalla Nobiltà Napole- 
tana col titolo di dono gratuito senza nessun dispendio del Cesareo 
Beale Erario, si lascia e raccomanda alla sua destrezza il ridurre 
ad effetto cosa tanto desiderata „ (Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 5, 
f. 77 : Nota del 12 nov. '33). 

5) Carafa, Belaz., 3. Il Bianchini, 246, inesattamente disse già 
abolito quell'armamento. L' abolizione era soltanto promessa. 



— 471 — 

diti napoletani , definiva 1' impresa borbonica contro il Regno 
come la più sensibile al suo cuore paterno, fra quante altre osti- 
lità gli venivan mosse contro. Si diceva sicuro del trionfo finale 
della sua causa giusta [e come no ?] contro la cecità de' nemici ; 
poiché " non può aver lume colui , che infringendo le Leggi 
Divine, ed Umane... fa fondamento colle sue operazioni del solo 
desiderio d'usurpare i Regni e Stati che la Divina Providenza, 
per la quale i Sovrani regnano, con accordo di tutta 1' Europa 
restarono [è napoletanismo del traduttore] a mia cura... „. An- 
nunziava quindi [non senza mentire] aver ordinato la subita 
marcia di un grosso distaccamento delle sue " Truppe , ed E- 
sercito di Lombardia a sostenere la vostra Fedeltà e la vostra 
Costanza „. Ma conchiudeva: " Mi comprometto che sia il vostro 
sforzo corrispondente alla mia Real speranza... E dovete star 
sicuri che si conserverà nella mia Real mento il sacrificio e 
r incomodi che l' Invasione Inimica potrà cagionarvi... „ *). 

Divulgati nel Regno i due proclami , dell' un Carlo e del- 
l' altro, agirono variamente sugli animi, secondo le varie pre- 
disposizioni. Non mancavano conservatori a spacciare sinistri 
presagi, contro i Borboni , e a toglier fede alle loro promesse; 
l'Infante, nutrito nel sentimento delle offese fatte al padre, non 
poteva recare che odii e vendette *). Ma i più credevano ancor 
meno alle promesse imperiali, e la stessa " Città „ rispose con 
sdegnosa energia al proclama de' 10 marzo ^). Gli aggravi tri- 
butari, le imposizioni novissime di militare servizio, commutato 
anch' esso in danaro, *) esacerbarono le già esauste università. 
Il furore contro i procedimenti del governo cresceva tanto più, 

1) Una copia del proclama, anch' esso in doppia lingua, spagnuola 
e italiana, si trova in un voi. miscellaneo già del Capasse , ora 
della Soc. Stor. Nap. 

2) Spiriti, I. 

'•') La risposta della Città si legge nel Sknatore, p. 50. 11 Gian- 
none, Autohiogr. , 179, l'applaudi, denunciando come " manifesta 
menzogna del Rialp „ il movimento ordinato alle truppe di Lom- 
bardia. 

^) Beltrani, 79 sg. 



— 472 — 

quanto più divenivan sicure le previsioni della sconfitta austriaca. 
Dichiarata che fu dall' Austria la guerra alla Spagna, pubbli- 
cata nel Regno la dichiarazione, quando per le vie delle città di 
provincia , sindaco ed eletti a cavallo , preceduti dal tamburo, 
la venivano bandendo, " da tutti si prese a burla „ ^). E, a' 
primi avvisi della sorte delle armi, scoppiarono qua e là moti 
selvaggi, specialmente contro i rappresentanti e gli esecutori del 
fiscalismo governativo 2). 

Il governo locale, travagliandosi all' ultim' ora a preparar le 
difese, ritenne saggia precauzione allontanare la nobiltà pivi so- 
spetta. XUosi, mascherando 1' esilio con una chiamata della corte 
imperiale, bandì i Carafa più strettamente congiunti a Don Le- 
lio, comandale le Guardie del Corpo dell' Infante: il conte di 
Cerreto, il princijDe di Belvedere, il principe di Colubrano. Ma 
riusci a rendere più brillante e più imponente il seguito del ne- 
mico, perchè parecchi di qua' nobili andarono a raggiungere il 
campo spagnuolo. Cosi de' Carafa il Colubrano, che s' ingraziò 
il novello padrone anche col presente d' una ricca carrozza '^). 

Contro cosi deboli ostacoli ebbero gli Spaglinoli a compiere 
il riacquisto del Regno , che gli storiografi più o meno aulici 
decantarono come gloria di Carlo Borbone, e che, per un mi- 
scuglio di adulazione e di patriottismo, si fini per celebrare co- 
me gloria napoletana ! 

4. Quando ancora 1' esercito degli Spagnuoli accampava ne' 
domini del papa, il venerdì 19 marzo '34 apparve avanti a Pre- 
cida r avanguardia della loro armata navale: nove vascelli, duo 
pinchi da corso , oltre settanta navi da trasporto ben cariche. 
E, d' un colpo, s'impadronì di quell'isola (feudo del marchese del 
Vasto) come dell' altra, vicinissima e più importante d' Ischia *). 

Sgomentato dal primo apparire di quelle navi, il vecchio vi- 
ceré si narrò che ordinasse al marchese Pallavicini di condurre 
sollecitamente in salvo in Sicilia le nostre galero ■>). Ma il co- 

1) Così avvertiva un pugliese del tempo: v. Bki-tr.vni, 80. 

2) GURRRIERI, 3, 11 sgg., 21 sgg. 

3) Bibl. Naz. Nap., Istoria di Nap. ms., voi. Ili, f. 2 e 22. 
^1 Carafa, Relaz., 3. 

5) Spiriti, I. 



— 473 — 

mando, se dato, non fu eseguito. La mattina del 25 marzo , il 
Pallavicini, vedendo favorevole il vento, usci con la sua squadra 
incontro al nemico. Ma, mutato il vento, un vascello spagnuolo 
si avanzò ad affrontarla , con grave pericolo sotto la scarica 
nemica, e, rinforzato dal sopraggiungerè di due pinchi, obbligò 
il Pallavicini a ritirarsi sotto la protezione del cannone di caste! 
dell' Ovo *)• 

Lasciate scorrere alcune ore, alle ventidue, si presentò verso 
la spiaggia di S. Lucia lo stesso vascello spagnuolo con .altre navi. 
Bersagliato dal nostro cannone, dette indietro, e si fece inse- 
guire dalle nostre galee e dal vascello San Luigi : la " gran 
Nave da guerra poco prima fatta, ma non ancora ben corredata 
ed abile alla navigazione „ '). Ma , come le ebbe a tiro , fece 
da' fianchi una forte scarica ; e, nonostante un fuoco di risposta 
assai nutrito , tornò ad avanzarsi, girando sul lato opposto , e, 
con un'altra più solenne scarica, danneggiò oltre la prora d" una 
galea napoletana , periin le fabbriche della prossima spiaggia. 
Supplicatone dalla Città, il viceré, allora sicuramente, die ordine 
al Pallavicini di cessare dal fuoco; e questi, quando già annot- 
tava, si ritrasse nella darsena, attendendo il momento propizio 
per uscire dal porto. Dopo alquanti giorni infatti, sul finire del 
marzo , potè di notte tempo, all' insaputa de' nemici , condurre 
seco in salvo le quattro galee '), sacrificando il S. Luigi, per- 
chè non atto alla navigazione. H capitano catalano, che lo co- 
mandava, per non lasciarlo a' nemici, preferi distruggerlo, e lo 
affondò in rada sotto gli occhi de' cittadini, che ne sentirono 
" universa! dispiacimento „, e in vista degli spagnuoli, che non 
poterono impedirlo, stando la nave sotto il cannone del castello *) 

*) Bibl. Naz. Nap. Istmia ms. Ili, 5. 

») ivi. 

3) ivi. Cfr. Maresca. Notizie, 3 sg.; La Marina, 7. 

*) Istoria cit.. Ili, 6 ; dove si aggiunge che il capitano, affondata 
che ebbe la bella nave, fuggi .sopra un battello; e, inseguito dalle 
feluche della milizia urbana (formata allora dal viceré a custodia 
dell' ordine nella capitale) , disperando salvarsi per mare, sbarcò 
alla marina della Pietra dd Pesce. Raggiunto dalla stessa milizia , 
presso S. Agostino alla Zecca , fu consegnato al Reggente della 
Anno XXVIl. 31 



— 474 — 

Cosi cessò ogni difesa sul mare; la resistenza si ridusse alle 
forze di terra. Circa il sistema da seguire, i partiti nel consiglio 
di guerra eran diversi. Pochi, col maresciallo Carafa, volevano 
che le scarse milizie si chiudessero nelle piazze forti, in attesa di 
rinforzi. I più, col conte Traun, non calcolando la presente de- 
bolezza de' mezzi, vollero cimentarsi in operazioni di campagna, 
assicurando e coprendo le posizioni più importanti. In conse- 
guenza, lasciato al maresciallo il governo militare della capitale, 

10 stesso conte Traun, con circa 4600 tra fanti e cavalli, si 
trincerò nelle strette gole di Mignano, tra S. Germano e Pre- 
senzano, per contrastare vigorosamente quel passo a' Borbonici. 

11 principe Ferdinando Pignatelli di Monteleone fu distaccato 
con 400 cavalli alla custodia del vantaggioso sito di Venafro. 
Un altro distaccamento di 40 cavalli fu mandato a Sessa *). 

Ma il Trai;n come seppe passato, alle sue spalle, per alpestri 
sentieri, il duca di Castropignano con 5000 granatieri sulle al- 
ture di Caspoli, tolse il campo a precipizio. Fuggendo gli Au- 
striaci verso Gaeta e Capua, dopo avere inchiodato sei pezzi di 
artiglieria e abbandonato la più parte dei bagagli, inseguiti per 
diverse vie, perdettero trentatre uomini , venticinque de' quali 
caduti prigionieri, e tra loro il capitano Vaschi, gli altri uccisi ^). 
Pervenuto a Capua, il Traun vi si trincerò , fermo a resistere 
in modo da lavar 1' onta del subito abbandono delle Termopili 
napoletane. Gli si potette congiungere il distaccamento di Ve- 
nafro, avvertito in tempo ; ma 1' altro di Sessa venne tagliato 
fuori delle comunicazioni ^). Alla custodia delle piazze forti 
restò, quindi ridotta la difesa del Regno, sinché non giungesse 
il rinforzo di 20 mila uomini , che la corte di Vienna aveva 
promesso ed annunziato ■*). 



Vicaria. Il fatto dovette aver luogo dopo il 3 aprile, perchè il narra- 
tore avverte che il viceré era già partito da Napoli ; e che il Reg- 
gente mandò il comandante catalano prigioniero alle navi spagnuole. 
1) LoGEROT, I, 1. 

«) Beltrani, 82— Arch. Sta. Nap., Aff. Est., Francia, voi. 280: Mon- 
tealegre a Trivifio, dal campo di Aversa, Il apr. '34. 
^) LoGKROT, I, 1. 
*) Febnan, I, 31. 



— 475 — 

Ma , poiché la difesa della capitale riposava principalmente 
sulle linee di Mignano, inutilizzate oramai, il vecchio e imbelle 
viceré non si tenne più sicuro dentro Napoli *). Fece sgombrare 
il debole forte del Carmine , e tutta la guarnigione della città 
distribuì fra' tre castelli Nuovo, dell' Ovo e Sant' Elmo. La si- 
curezza e le sorti della popolazione egli affidò alla cittadina 
** Deputazione del buon governo „. E, mandate la giovane con- 
sorte a Roma e le carte d'archivio più importanti a Gaeta, la sera 
del sabato '? aprile 1734, fra le 23 e le 24 ore, parti da Napoli, per 
la via di Avellino, verso la Puglia *). Lo accompagnavano, oltre 
i due segretari di guerra e di giustizia e il maresciallo Giovanni 
Carafa col generale Pignatelli di Belmonte, un corpo di duemila 
tra fanti, corazzieri ed usseri e il distaccamento di Venafro ^). 
Ebbero anche ordine di seguirlo, oltre 1' uditor dell' esercito e 
il " segretario del Regno „, cinque reggenti del Collaterale, cui 
fu assegnato un " aiuto di costa „ di cento zecchini per uno. 
Ma tre di essi protestarono d' essere infermi e, restituendo il 
danaro, rimasero. Un altro , il Ventura , -tenne i zecchini e si 
scusò per lettera di non poter partire *). Il viceré si trattenne 
alquanto in Avellino; indi prosegui per Bovino , dove alloggiò 
nel palazzo ducale, e si fermò molti giorni. Nel pomeriggio del 
12 aprile giunse a Barletta ; donde , dopo altri cinque giorni , 
parti per Bari, dichiarando dovunque che egli " obbediva a quello 
li ordinava il generale Carafa , che lo portava di qua , ed in 
là „ 5). I nemici intanto già spadroneggiavano nella capitale. 

5. Da San Germano intanto il giovane Borbone , diretto al 
vallo di Mignano, cosi oltre ogni speranza sgombrato dal Traun, 
e quindi occupato dal duca di Castropignano e assicurato con 
forte custodia, per un cammino travaglioso di dieci miglia, v'era 

1) È assolutamente contraria al vero la nobile frase, nella quale 
il Botta, XII, 153, riassunse 1' azione del viceré Visconti, il quale 
" da queir uomo valoroso eh' egli era , si deliberò di mostrare il 
viso alla fortuna „. 

2) Carafa, Relaz., 3 e 4 — Logerot, 1, § 1 — Beltrani, 82 sg. 

3) Logerot, 1. e. 

*) Bki.trani, 82 sg. 
5) ivi, 83-87. 



— 476 — 

giunto la mattina del 1. aprile. E venivangli incontro novelle che 
il gran popolo napoletano lo attendeva con la maggiore impa- 
zienza *). 

Scorsero tre giorni negli studi dell'itinerario successivo, e alla 
ricerca del giù agevole passaggio del Volturno. Alla fine, il 3 
aprile, nel giorno stesso della partenza del viceré da Napoli, gli 
spagnuoli levarono il campo da Mignano, e, per sentieri alpestri 
e angusti, passarono a Presenzano (feudo di casa Del Balzo). Il 
giorno appresso (4 aprile), lasciando a destra la via di Teano, po- 
sero il campo nella pianura di Vairano (feudo de' Grimaldi). E il 
5 pervennero al Volturno, che valicarono comodamente. La corte 
alloggiò a Rocca Canina (altro feudo de' Grimaldi 2). L'esercito 
accampò a S. Angelo. E dal campo S. Angelo, in quel giorno 5 
aprile, fu diretta alla Città di Napoli una lettera, firmata dall'In- 
fante-duca e controfirmata dal segretario di Stato, nella quale, 
rammentando la clemenza del re di Spagna e l' indulto del 14 
marzo, si dimandava un pronto atto di sottomissione *). Dopo 
un'altra marcia di 12 miglia, furono a Piedimonte, " popolata, 
ricca e deliziosa signoria del Duca di Laurenzana „ , che fece 
loro accoglienza magnifica (16 aprile) *). Di là, il giorno 7, la- 
sciando a destra Caiazzo, stabilito un corpo a Pignataro e nelle 
adiacenze, a fine di toccare Capua, passarono ad Amorosi; e qui, 
oltre un gran numero di signori napoletani , recatisi ad osse- 
quiare il novello padrone, gli si presentò " il segretario della 
Città „ a nome degli Eletti ^). 

Come gli Eletti ebbero ricevuta la lettera de' 5 aprile 1734, 
inviata dal campo di S. Angelo , unitamente a' cavalieri della 
Giunta generale deputati dalle Piazze (19 in tutti), stesero e 
sottoscrissero la risposta. Essi riconoscevano nella " gloriosis- 

1) Arch. Sta. Nap., Aff. Est., Francia, 280: Montealegre a Triviiio, 
dal campo di Aversa, 11 apr. '34 — Cfr. Logkrot, I, 1. 

2) Arch. Sta Nap., Aff. Est. Francia, voi. 280: Monteal. a Trivino, 
11 apr. '34. 

3) Maresca, Belaz. Oaraf.v, p. 562. 
<) Carafa, Belaz., 4. 

5) Arch. Sta. Nap.: lett. cit. del Montealegre— Cfr. Logerot, 1. e. 



— 477 — 

sima persona „ di S. A. R. " non solo un degno ed eccelso fi- 
gliuolo del piissimo Nostro Monarca Filippo V Re delle Spagne; 
ma un visibile instrumonto dell'Eterna Divina Provvidenza „. 
Gli restituivano per tanto le chiavi e " quella obbedienza, che 
mai per variar di fortuna non è stata scancellata da' nostri 
petti „. Ma, a un tempo, lo supplicavano di confermare alla 
Città, Baronaggio e Regno i privilegi vigenti, oltre quelli sperati 
in più opportuna occasione *). 

Don Gaetano Maria Brancone, segretario della città, conse- 
gnando in Amorosi all' Infanto quella risposta , fece una " re- 
verente y bien expresiva harenga a S. A. R. „ '^). Quindi, doj o 
altre otto miglia di buon cammino, la corte e V esercito giun- 
sero , il 9 aprile , a Maddaloni , nobilissimo feudo di un ramo 
" parzialissimo sempre del Re nostro Signore „ ') della cana 
Carafa, che " da più generazioni reputavasi la più liberale e la 
più magnifica di quante fossero in Napoli „ *). E liberale e ma- 
gnifico fu il trattamento che don Marzio Carafa, duca di Mad- 
daloni , fece all' Infante , ricevuto alla porta della città sotto il 
pallio, acclamato con strepitoso e continuo Viva e tiri di pe- 
tardi e di moschetti, e ospitato nel palazzo ducale ^). Colà gli 
si recarono le nuove che il viceré, ritiratosi dalla capitale coi 
presidenti della Camera e del Consiglio e con altri togati catalani, 
si trovava a Bovino, per passare a Barletta ; che nei castelli di 
Napoli avea lasciato 900 uomini, a Capua 4000, meno a Gaeta "). 

La sera, a ventun'ora, giunse a Maddaloni con galessi di posta 
la " Città „, ossia i diciotto tra eletti e deputati di Napoli ''). 

•) Maresca, Relaz. Carafa, 559. 

-) Arch. Sta. Nap. : lettera cit. del Montealegre. 

^) Arch. cit.: lett. cit. 

*) Caraka, Relaz., 4. 

5) Arch. cit.: lett. cit. — Istoria di Napoli ms. della Bibl. Naz. di 
Nap., Ili, 14. 

fi, Arch. cit.: lett. cit. 

'') Il solo duca di Castellaneta restò a Napoli pei bisogni della 
città: Carafa, Relaz., 4 — Il Montealegre scriveva : •' Puedo asegurar 
V. E. que no ha quedado Varon ni CabaUero de alguna distincion en 
Napoles que no se aya ofrecido a los pies de S. A. „ : lettera cit. 



■^ 



— 478 — 

Furon ricevuti dal maggiordomo maggiore conte di S. Stefano 
e dal capitano della guardia don Lelio Carafa (zio del duca di 
Maddaloni), e introdotti in presenza del principe. Un dopo l'altro, 
mettendoglisi davanti in ginocchio, gli baciaron la mano, e, posti 
in circolo e fatti coprire (pel grandato di Spagna già conferito 
da Carlo d'Austria alla Città i)), uno di loro, il Princi])e di Cen- 
tola, profferì le seguenti parole : 

" Quella soprabbondante maravigliosa letizia di cui in (jucsto fe- 
lice giorno è ricolma la nostra fidelissima Città di Napoli rende 
noi quasi confusi e sforniti di parole, per rappresiMitarlo conve- 
nevolmente alla Vostra Reale Altezza. Pure quello stesso lume di 
Clemenza e di Carità, che chiarissimamente sfavilla nella vostra 
Real Persona ci rincora e ci affida; onde a' piedi di V. A. R. in 
pubblico nome rinnoviamo alla Cattolica Maestà del K'o Filippo V, 
Suo Gloriosissimo Padre e nostro amabilissimo' Monarca, quella 
stessa fedeltà che un tempo autenticammo colle opere. 

Queste Altezza Reale sono le chiavi della Città nostra , che a 
ninna mano più valorosa e più atta a difenderla pouno donarsi. 
Le riceva lietamente, ed in contrassegno di generoso gradimento 
umilissimamente la supplichiamo a confermarci tutte lo Grazie e 
Privilegij che insino ad ora il nostro fidel servire ha uieritato da' 
Serenissimi Re possessori di questo Regno; talché il ricevere V. 
A. R. il rinnovamento del nostro vassallaggio, ed il dare verso di 
noi principio alla Sua Real Munificenza sia una cosa medesima, e 
godano questi devotissimi popoli colla vostra amabilissima pre- 
senza l'adempimento de' loro voti e gli effetti della vostra innata 
generosità „ ^). 

Mentre cosi il principe di Centola dava la stura ai suoi tesori 
retorici, il maestro di cerimonie della città, stando in ginocchio, 
presentava in un bacile le chiavi indorate e il libro de' Privi- 

1) Carafa, Relaz., 4. Con più errori, il Botta, XII. 106. dice qui 
eletto del Popolo il duca di Maddaloni, lui pronunziatore del di- 
scorso all'Infante, avvenuta in Aversa la consegna delle chiavi e 
data dall'Infante la grandezza di Spagna alla città di Napoli. 
. ^} Soc. stor. nap., Ms. XXI, a, 6, f. 90: Orazione fatta dal Signor 
Principe di Centola a S. A. R. Principe D. Carlo nel prescnlarli le 
chiavi della Città di Napoli — Cfr. Berwick, p. 54 sgg. 



— 479 — 

legi, rilegato in velluto con galloni d' oro *). Ma, al gonfio di- 
scorso pronunziato in lingua italiana dal magistrato municipale 
napoletano , l' Infanto si limitò a rispondere nella sua lingua : 
" Yo por lo que el Rey tiene determinado recivo en mi proprio 
nombro vuestra obediencia y aseguro vuestros privilegios y 
aquellos observar „ ^). 

Dopo ciò, i rappresentanti, ribaciata in ginocchio la mano del 
giovane principe, passarono agli appartamenti del maggiordomo 
e del capitano della guardia, per complimentarli, e cosi al pa- 
lazzo dov'era il conte di Montemar, e ripartirono per Napoli ^). 

Il giorno appresso (10 aprile 1734, che fu sabato), ripresa la 
marcia, si giunse in Aversa. Quivi le accoglienze furono anche 
più liete e clamorose. Sua Altezza vi fu ricevuta sotto il pallio 
dal vescovo (cardinale Inico Caracciolo) e dal clero, processional- 
mente accompagnata, con concorso maggiore di gente e maggiori 
applausi e acclamazioni e segni di letizia e di affetto, sino al 
palazzo, di un don Pisano della Valle, preparato ad alloggiarlo *). 

Da Aversa cominciarono ad apparire i primi atti di sovrano 
potere del nuovo signore. Date dal conte di Montemar le disposi- 
zioni per inseguire in Puglia e sterminare il viceré, e attaccare 
i castelli e bloccar le piazze ; affidata la prima impresa al nostro 
duca di Castropignano e al marchese de Las Minas ; fatto pro- 
cedere oltre, a Napoli e a Pozzuoli, il conte di Marsillac, si ri- 
teneva, a giudizio del segretario di Stato Montealegre, che den- 
tro un mese si sarebbe condotta a termine la conquista e assi- 
curata r obbedienza dell' intero Regno ^). 

Di quei primi atti e delle prime condizioni del nuovo go- 

*) Carafa, Belaz., 4. 

*) Soc. stor., Ms. cit. — Lo Sclopis, 427, errò affermando che sotto 
Carlo Borbone non si fossero " punto rinnovate le franchigie del 
Regno „. Il Danvila, 147, non intese il valore di quell'atto, osser- 
vando che " a los que sostenian que en toda Europa en el siglo 
XVIII eran privilegios delos nobles o delas ciudades contestò 
Carlos III con jurar los privilegios del reino „. 

^) Carafa, 1. e. 

'') Arch. cit.: lett. cit. del Montealegre — Istoria ms. cit., Ili, 15. 

5) Arch. cit. : lett. cit. 



— 480 — 

verno, diamo qui, nella sua forma genuina, una nota del tempo, 
scritta in Napoli a' 17 aprile 1734 e, come pare da più d'un 
luogo, da persona di parte borbonica né privata ne di poco 
conto ; 

" Sin da Sabato scorso Sua Altezza Reale si ritrova in Aversa, 
dove ha ricevuto e tuttavia riceve li complimenti de la Nobiltà, 
Ministero e Città del Regno, e sin da Sabato della scorsa setti- 
mana ave la Città di Napoli scritto alle Città principali del Regno, 
dandoli parte d' aver presentate le chiavi al Principe Carlo, e di 
averne ricevuto la confirma de' Privilegj, e fa entrar tutti in grandi 
speranze la formalità di detta confirma, essendosi spiegato S. A. 
che quella confirmava in nome di suo Padre ed anche in suo pro- 
prio nome i). 

" Lunedi sera capitò in Napoli un distaccamento de Spagnoli 
che al numero di 8000 in circa andarono a formare il Campo vo- 
lante dal ponte della Maddalena sino a S. Giovanni aTeduccio, da 
dove poi si sono distribuiti parte per il porto di Baia, parte in 
S. Martino ed altri ne' qiiartieri del Presidio, Cavallerizza e Chiaia. 

" Per le Castella, quello del Carmine essendo stato abbandonato 
da' Tedeschi che vi erano non più che il numero di 30, che si ri- 
tirarono al Castello Nuovo, è stato occupato da' Spagnoli; e n'è 
rimasto anche Castellano l'istesso Velasco, giacché avendo egli 
richiesto a' suoi Superiori, come dovea contenersi , li fu risposto 
che nell'ultimo caso avesse fatto trasportare la Milizia al Castello 
Nuovo, e per la sua persona lo lasciarono nella sua libertà. Onde 
ebbe di bene di presentar le chiavi al principe Carlo, dal quale fu 
accolto benignamente. 

" Al Castel Nuovo e a quello dell'Ovo non si è fatto alcuno ten- 
tativo ; quello di S. Elmo sta assediato da' Nostri, e da quando 
in quando si sente qualche tiro di cannone ; ma da Baia si sente 
che si faccia gran fuoco, premendo di avere quella Piazza per la 
armata Navale che si aspetta per l'impresa di Sicilia. 

" Tutto il forte dell'Esercito sta in Aversa con l'Infante. Ma se 
n' è fatto distaccamento per 1' impresa di Capua, avendo i nostri 
occupata S. Maria, li Cappuccini, l'Agnene ed altri luoghi convicini, 
ed altro distaccamento di sei mila uomini fra Cavalleria e Fanteria, 

1) Come esempi di tali avvisi e delle conseguenti acclamazioni 
in provincia (Andria, Trani ecc.), v. Beltrani, 87 sgg. 



— 481 — 

sotto il comando di Castropignano e direzione di Torella, si è por- 
tato ad inseguir li Tedeschi nella Puglia. 

" È stato dichiarato Viceré ossia luogotenente del Kegno il Sig. 
Conte di Cerni della Casa d'Orleans, ed è andato ad abitare nella 
Casa deirOlim presidente del Sacro Consiglio Solanes i). 

" Per li Ministri non vi è sinora né confirana né alcun ordine 
di prosieguo, tanto che il possesso al Sig. Conte di Cerni é stato 
dato solamente dalla Città senza l'intervento del Collaterale. Solo 
il Sig. Eletto del Popolo '^) ed il Sig. Reggente di Vicaria hanno 
avuto prosieguo ed al detto Reggente se Té dato per assessore il 
Sig. Andreassi e Fiore che al presente vanno in toga. 

* De Ministri che sono stati accolti con qualche distinzione sono 
.stati il Sig. Ulloga, Santoro, Castagnola e pochi altri. Onde tutto il 
Ministero sta in moto, tanto più che si dice, che l' Infante porti 
un librone con la vita e costumi di ciascheduno Ministro , e di 
quelli che si fanno portare o per impegno d'amici o per impegno 
di dame per non dir altro ^). 

1) Nominato luogotenente il 13, il conte di Charny giurò in Na- 
poli la osservanza de' privilegi ; ricevette da' deputati il possesso 
della città, e ordinò loro di continuare a tenere il governo civile : 
C A RAPA, Relaz., 4. 

^) Giuseppe Brunasso. duca di S. Filippo. 

•^) Spiriti, I, dice che, alla venuta del Borbone, il segretario della 
città Gaetano Brancone rivelò con somma vergogna del nome na- 
poletano il vario parteggiare di ciascuno. Del Brancone o di altri, 
un'informazione somigliante al /«è/wi^ cui accenna la scrittura, ma 
fatta qualche mese dopo, ci resta ancora nella Biblioteca Cuomo, 
Ms. I, 3,50. E intitolata : Informazwne fatta al Marchese di Franca- 
villa per farla presente a S. M. {Dio guardi) di tutti i Ministri che 
componevano i Trihmali al di lui felice arrivo in questo Regno. Il 
vecchio Michele Imperiali, marchese d' Ox-ia e principe di Franca- 
villa, travolto in un turbine di liti nel viceregno , fu co' principi 
di Torcila e di Colubrano tra' primi apostati: " visti non senza 
scandalo al campo borbonico avanzante alla conquista „. Così lo 
Spiriti contemporaneo (1. I.). Il Pautmbo {Storia di Francavilla, 
Lecce 1870, p. 247) narra che il principe, scopertosi partigiano del 
Borbone, fu rinchiuso in Castel dell' Uovo, donde fu liberato il 10 
maggio '34, all'ingresso dell'Infante in Napoli. 

Il libro, scritto per lui o inspirato da lui, accenna i meriti e de- 
meriti, e sopratutto l'inclinazione politica (se per Austria o Spa- 



— 482 — 

" Le milizie urbane continuano tuttavia a mantener la quiete di 
questa capitale e si sono mostrate spiritose in diverse congionture 
essendosi fatti avanti a qualsivoglia opposizione che l'è stata fatta, 
e dove non han potuto soli han chiamato aggiuto da vicini po- 
sti, tanto che sempre ne sono usciti in gloria, ed in diverse occa- 
sioni essendosi posti in moto la gente, hanno avuto 1' attenzione 
di stagliare le strade affinchè la voce de' rumori non fosse pas- 
sata per il rimanente della città. 

" Quelli che più prevalgono presso il principe Carlo sono Monte 
Mar, Castro Pignano, Liria, ed il conte di Clavic nel Militare, ed 
il sig. conte di S. Stefano assolutamente nel politico. 

" Il figlio di Montemar sin dalla settimana passata fu spedito 
in Ispagna a dar notizia dell' omaggio prestato dalla città in Mad- 
daloni. 

" Per le Gabelle non vi è sinora novità alcuna. 

" L'Armata Navale sta facendo sbarco dell' Artiglieria, ed altri 
attrezzi Militari nella rivera di Morveglino (Mergellina). 

" Si sono fatti li nuovi Vicarij delle Provincie, essendo stato 
destinato Francavilla per Lecce, Eoccella con suo zio per Cosenza, 
Andria per Bari, Termoli per Lucerà, il duca di Senisi Sangro per 



gna) di ciascun de' Ministri del Collaterale, della Sommaria, del 
Sacro Consiglio e della Vicaria , e infine avverte : " Si danno le 
suddette notizie per il buon servizio di S. M., e precise perchè è 
necessario che tutto o quasi tutto il Ministero si levi e si eligano 
di nuovo altri soggetti affezionati ed impegnati al servizio della 
M. S., mentre è pregiudizialissimo che perdurino li presenti, perchè 
partoriranno danni irreparabili, prima perchè capitando la apertura 
(delle ostilità?), saranno questi uniti co' nemici, secondo perchè per 
la grande autorità che ha il Ministero, questi coltivano e fomentano 
il partito contrario, e se ne vedono gli effetti ma che (1.: anche) 
nel Donativo che si tratta per S. M, ; quantunque la maggior parte 
per li maneggi conclude favorevolmente, pure sempre vi sono 
moltissimi voti segreti «ontrarj, ne' voti segreti che si danno, ed 
infine il ritardo di questa mutazione cresce infinitamente i mali 
effetti (1.: male affetti) perchè li nuovi pretensori sono malcon- 
tenti , li presenti Ministri sono offesi dal vedersi tenere in aria, 
ed ogni altro ceto di persone disgustatissime nel veder perdurare 
questo Ministero, ,phe tanto gli ha oppressi, e non esaudire le ge- 
nerali suppliche cl^e tutto il Ministero fosse mutato „. 



— 483 — 

Basilicata, Montemiletto per Moritefuscolo, Laurenzana per Salerno, 
Sora per Chieti, Scanno per 1' Aquila, e se non vi piacciono tutte 
queste provviste, cambierete Roccella per Catanzaro e Fuscaldo 
per Cosenza *). 

Infatti a Catanzaro fu mandato il Principe della Roccella, e a 
Cosenza il marchese di Fuscaldo ; per Chieti al duca di Sora , 
destinato ad altro, fu sostituito il principe di Santo Buono *). 

Sin da' 29 decerabre 1733, come usava ne' momenti più gravi, 
il viceré Visconti avea nominato anch'egli i Vicari generali. 
Per tal modo, ciascuna Provincia ne ebbe due: quello del vec- 
chio e l'altro del nuovo governo. Ma non vi fu conflitto. De' 
dieci nominati dal viceré Visconti, cinque si sottomisero al 
nuovo padrone " in modo disonesto „ ^) : il principe di Bisi- 
gnano e il duca di Monteleone nelle due Calabrie, il marchese 
del Vasto e il principe di Crucoli ne' due Abruzzi, e il duca di 
Bovino nella Puglia e Molise *). Quest' ultimo in Orta al ma- 
resciallo Carafa, che ne prendeva commiato il 16 aprile, disse: 
" Sta mane ho dato il pranzo a voi, sta sera darò la cena ai 
nuovi ospiti „ , e fece cosi ^). Anche il marchese di Trevico 
nella Basilicata si sottomise, ma in modo scusabile **). In Terra 
di Lecce il conto dell'Acerra agi di sghembo '). E que' pochi, 
i tre soli, che all' officio serbarono forte e costante la fede, si 
videro aperto sotto i piedi il terreno da defezioni di presidi e 
di governatori, come il principe di Chiusano nel Principato ul- 
teriore 8), e il conte di Conversano in Terra di Bari *). Con 

*) Soc. Stor. Nap., Ms. XXI, a, 5, f. 327. 

*) ivi, Ms. XXr, a, 6, f. 91. 

') Carafa, Relaz., 3. 

*) ivi — Notiziario 1734, p. 176. 

5) Cakaka, Relaz., 4. 

*) Carafa, Relaz., 3. 

■') Guerrieri, 64. 

8) Caraf