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Full text of "Atene e Roma: Rassegna trimestrale dell'Associazione italiana di cultura ..."

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BOOK 






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Established by Professor E. A. Sophoclks of Harvard 

University for " the parchase of Greek and Latin 

books, (the andent classica) or of Arabie 

books, or of books illastrating or ex. 

plaining such Greek, Latin, or 

Arabie books.» WiU, 

dated 18S0.) 



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'ATENE E 




BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 



PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



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ANNO I. - 1898 

[NUMERI 1-6 J 



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l^JRENZE-RO^IA 
TIPOGEAFIA DEI FEATELLI BENCINI 

1898 






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INDICI 



A. MEMOBIB ED ARTICOLI. 

Ai nostri lettori p. 1 

G. Beloch, Le città dell'Italia antica 257 

F. d'Ovidio, Non soltanto lo bello stile tolse da lui. 15 
N. Festa, Sul cosi detto ' Alfabeto dell'Amore ' . . 228 

G. Ghirardini, Il Museo topografico dell' Etruria . . 186 

C. Laudi, Dei Caratteri di Teofrasto 209 

E. Loewy, Il Teatro greco secondo gli studi recenti. 113 
Li. A. Milani, Due contributi alla Storia della cera- 
mica etc 140 

E. Piccolomini, Le odi di Bacchilide 8 

E. Pistelli, La ' Scuola unica ' 25 

» Il Greco e il Latino negli Stati Uniti . 90 

F. Bamorino, Tacito e il Duca di La Bochefoi^cauld . 85 

S. Kicci, Notizie di Epigrafia greca 92 

E. Romagnoli, La ' Commedia Fiaba ' in Atene ... 177 

» L'ode X di Bacchilide 278 

G. Schiaparelli, Come i Greci arrivarono al primo 
concetto del sistema planetario eliocentrico detto 
oggi di Copernico 65 

D. Vaglieri, Notizie di Epigrafia romana ....... 194 

R. Vari, La filologia classica in Ungheria nel 1896. 80 

C. Vitelli, Le Selve di Stazio 288 

B. Zumbini, Il Copernico del Leopardi 80 

B. RECENSIONI ED ANNUNZI. 

Bacchylidea 108, 172, 204, 254, 310 

Babrii fabulae Aesopeae ed. O. Crusius 44 

A. Balsamo, L'Ippolito di Euripide (G. Vitelli). . . 303 

H. Belling, Albius Tibullus (F. Ramorino) 149 

G. B. Bellissima, Vocabolario per il ditone di Pla- 
tone (A. Pirro) 102 

A. Biese, Ist das Hellenentum eine iiberwundene.... 

Macht? ((£.]) 165 

G. B. Bonino, Brani scelti di prosa latina etc. (M. 

Fuochi) 247 

J. G. Brambs, Studien zu den Werken Julians des 

Apostaten 100 

H. Brunn, Kleine Schriften etc 204 

I. Bywater, Aristotelis de arte poct 164 



F. Caccialanza Di alcuni rapporti dell' Alcesti ecc. p. 45 
» Quaenam verborum itaQ* ovàerégM 

xutat ij fÀV&onoUa sententia sit 46 

L. Cantarelli, Cecilia Attica (A. C.) 169 

E. Cocchia, Del passaggio di Annibale et<5. (G. Grasso). 168 
V. D'Addozio, Orazioni di Cicerone etc. (P. Reisì). . 806 

D. de Grazia, Demostene e i suoi accusatori 46 

R. Ellis, Noctes Manilianae (F. Ramorino).. 245 

F. Eusebio, Luteus, lutum, pali or luteus 46 

N. Festa, Favole di Fedro scelte etc. (E. Pistelli) . 46 

» Theodori Lascaris epistulae (K. Krumba^ 

cher) 159 

R. Fisch, Tarracina Anxur etc 106 

M. Fuochi, n Ubro III dell'Iliade (E. Pistelli) . . . 253 
H. Fumeaux, Comelii Taciti vita Agricolae (F. Ra- 
morino) 246 

V. Gardthausen, Die griech. Handschriften der Uni- 

versitats-Bibliothek zu Leipzig 164 

J. Geffcken, Studien zu Menander 99 

F. Gnesotto, Intorno alle origini di Roma 170 

Groblet d' Alviella, Ce que l' Inde doit à la Grece 

(P. E. P) 166 

Th. Gomperz, Beitràgo zur Kritik etc 103 

Graux-Martin, Traitó de Tactique etc. (C. Laudi). . 244 

Grenfell e Hunt, I papiri di Oxyrhynchos 297 

Gudemann, Il dialogo di Tacito (F. Ramorino) . . . 167 

A. Harrent, Les ócoles d'Antioche ([f.]) 101 

.T. J. Hartman, De emblematia in Platonis textu obviis 302 

W. Helbig, Eine Heerschau des Peisistratos 108 

T. Kipp, Le fonti del diritto romano, tradotte da 

G. Pacchioni 47 

Klotz, Die Aussprache des Lateinischen in der Schule 

(Zemiàn) 809 

S. Kraus, Griech. u. latein. Lehnworter ini Talmud etc. 

(B. Nogara) 242 

G. Landgraf, Grammatica latina trad. da Martino 
Martini (E. Pistelli) 808 

G. Leopardi, Pensieri di varia filosofia (E. Pistelli). 200 
C. Litzica, Das Meyersche Satzsclilussgesetz in der 

Byzantinischen Prosa etc. (N. Festa) 202 

G. Lundstrom, La nuova edizione di ColumcUa (F. Ra- 
morino) 105 



vn 



INDICI 



VII! 



V. Lutoslawski, The origin and growth of Plato's 

Logic (P. Tocco) p. 35 

C. Marchesi, La vita e le opere di C. Elvio Cinna 

(F. Eamorino) 105 

Mólanges Weil (G. VitelH) 295 

V. Menghini, Le Vite di Cornelio Nepote (L. Casali) . 250 
J. Menrad, Studi sui papiri omerici 102 

E. Paia, Storia di Roma (B. .Niese) 147 

G. Patroni, La ceramica antica etc. (L. A. Milani). 140 
U. Pestalozza, I caratteri indigeni di Cerere (A. C). 201 

S. Piazza, L^ Epigramma latino (E. Cocchia) 158 

A. Pirro, La seconda guerra sannitica (A. Solari) . 201 
J. P. Postgate, Silva Maniliana (F. Ramorino) . . . 245 
L. Primiani, Note su Onorato Fascitelli (E. Pistelli). 107 

F. Ramorino, Cornelio Tacito nella Storia della Cul- 
tura (A. C.) 104 

L. Randi, Cornelii Nepotis Vitae (E. Pistelli) .... 308 

G. Reichardt, lohannis Philoponi de opificio mundi. 45 
G. E. Rizzo, Forme fittili Agrigentine (L. A. Milani) . 144 

A. Romano, Raccolta di esercizi greci 103 

P. Segato, Gli Elementi ritmici di Aristosseno (E. Ro- 
magnoli) 97, 161 

A. Solari, La Navarchia a Sparta (F. R.) 165 

W. Soltau, Livius Gteschiohtswerk etc. (F. R.). . . . 170 

E. Stampini, Sui carmi trionfali (F. R.) 170 

» Il codice torinese di Lucano (F. R.). . 171 

C. Stegmann, Grammatica latina trad. da G. Decia 

e G. Rigutini (E. Pistelli) 808 

G. Thiele, Antike Himmelsbilder etc. (N. Festa) . . 243 



G. Tropea, Tucidide e il confine orientale 'el Mare 
Siculo; Giasone il Tago deUa Tessaglia i^J*. R)p. 246 

G. Vailati, Il metodo deduttivo etc. (F. Tocco) . . . 95 

G. Voigt, Il risorgimento dell' antichità classica etc. 
(R. S-) 171 

U. von Wilamowitz-Moellendorff, Das Skolion de» Si- 
monides an Skopas (N. Festa) '2'óH 

C. ATTI DELLA SOCIETÀ. 

Statuto e Regolamento 48 

Elenco dei Soci 53, 109, 172, 206, 256, 310 

Soci onorari 2(H) 

Consiglio Direttivo 59, 172, 205 

Bilancio preventivo dell'anno 1898-99 205 

Nomina dei Sindaci pel bilancio consuntivo 1897-98. 2(Wì 
Conferenze promosse dalla Società 61 

D. NECROLOGIE. 

Girolamo Bertolotto (G. Vitelli) (U 

Francesco Brioschi (V. Cerruti) 62 

Carlo Castellani (G. Vitelli) H'ò 

Alberto d'Altemps (N. Festa) 174 

Eugenio Ferrai (F. Ramorino) Ili 

Luciano Mueller 171 

Ottone^Ribbeck (E. G. P.) 207 

Ervino Rohde lOH 

Attilio Taddei (A. d. V.) 175 



-^^^•^•^^ 



Anno L 



Gennaio-Febbraio 1898. 



Kì. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



DI&SZIOITE 
Firenze — 2, Piarasa S. Marco 



Abbonamento annnalo 
Un fàsoloolo separato 



L. 8.- 
> 1.60 



AMMIiriSTKÀZIONE 
6, Via Faenza — Firenze 



SOMMARIO 



I. Ai nostri lettori p. 1 

£. Piccolomini, Le Odi di Bacchilide » 8 

F. d* Ovidio, Non soltanto lo beUo stile tolse da lui . » 16 

E. Pistelli, La * Scuola unica * . . > 26 

II. B. Vàri, La Filologia classica in Ungheria nel 18B3 . > 80 



Vincenty Lntoslawski, Tfte origin and grotclh of Plato*» 
Logic (F. Tocco) p. 85 

Annunzi bibliografici e notizie > 44 

III. Atti della Società. Statato, Begolamento ed Elenoo dei 

soci. Notizie. Necrologie » 48 



AI NOSTBI LETTORI 



Il primo numero dì un giornale, specialmente se 
letterario o scientifico, dovrebbe esser composto in 
maniera da rendere inutile un ' programma ' . Ma 
tale non può essere il primo fascicolo nostro, perchè, 
a non voler dire altro, molto spazio è occupato questa 
volta dagli atti ufficiali della Società che al giornale 
dà vita. Sono dunque indispensabili alcune poche 
parole, che dichiarino non quello che abbiamo fatto, 
ma quello che ci proponiamo per T avvenire. 

Il Regolamento della Società nostra, nel suo ultimo 
capitolo (art. 23 sqq.), definisce con chiarezza gli 
intenti del ' BuUettino ' sociale. Noi pubblicheremo 
r ' Atene e Roma' , per questo anno 1898, in fascicoli 
di 24 pagine; e i fascicoli non saranno meno di 6 nel 
corso dell'anno. In seguito, quando, come è lecito 
augurare, i mezzi saranno maggiori, si potrà anche 
accrescere il numero e delle pagine e dei fascicoli: 
per ora non converrà scandalizzarsi neppure di qualche 
ritardo nella pubblicazione, che regolarmente do- 
vrebbe avvenire di due mesi in due mesi. 

La parte maggiore dello spazio in ciascun fascicolo 
sarà serbata, di regola, ad articoli e memorie, ori- 
ginali di divulgazione, sopra soggetti attinenti o 
agli studi dell'antichità greca e romana, o aUe 
scuole donde tali studi non sono esclusi: sempre 
essi vorranno essere scritti con l'intento di esser 
letti non tanto da coloro che fanno professione di 
studi classici, quanto da tutte quelle persone colte 
che reputino elemento non inutile di coltura cono- 
scere le varie manifestazione dell'ingegno greco e 



romano nelle lettere, nelle arti, nella storia politica 
e civile, nella scienza. Sappiamo che di tali persone 
in Italia è relativamente esiguo il numero: se la 
Società nostra riescirà cosi ad aumentarlo, questo 
sarà per essa titolo di grande benemerenza. 

L'altra parte di ciascun fascicolo conterrà (oltre 
gli atti ufficiali e la cronaca della Società) notizie 
ed appunti, forse neppure essi inutili a quelle per- 
sone colte alle quali si accennava testé, ma composti 
ad ogni modo con l'intento di giovare anzitutto 
agli studiosi dell' antichità classica, sieno essi filologi 
storici o scenziati. Molti di costoro, per la maggior 
parte insegnanti, vivono in piccole città di provincia, 
senza libri e senza compagni di studi: dedicare a 
questi valentuomini una parte almeno del ' BuUet- 
tino ' è per la Società dovere imprescindibile di 
gratitudine. Con grande entusiasmo essi salutarono 
il sorgere della nuova istituzione, e furono dei primi 
ad inscriversi fra i nostri Soci: né, cosi facendo, 
ebbero mai altra speranza oltre quella nobilissima 
di rivedere in onore una più solida e più squisita 
coltura nazionale, e di potervi contribuire efficace- 
mente. Non fu risparmiata, è vero, neppure ad essi 
l'accusa volgare di combattere jrro domo; ma chi 
accusava o non pensò o dissimulò il valore morale 
di questo entusiasmo degli insegnanti, mentre ap- 
punto di là donde vantaggi materiali si aspettano, 
era bandita la guerra santa alla scuola ed alla cul- 
tura classica. Per loro, dunque, nei fascicoli suc- 
cessivi del ' BuUettino ' raccoglieremo copiose notizie 
da libri e Riviste, italiane e straniere; di opere 
e memorie importanti daremo larghi sunti e, quando 



Atene e Boma I, 1 



3 



Anno I. 



N. 1. 



possano farlo persone veramente competenti, anche 
ampie recensioni Critiche; alle richieste che nel- 
l'interesse dei loro studi essi volessero rivolgerci 
risponderemo con premura e con zelo. 

Si aggiunga che, in omaggio alla lettera ed allo 
spirito dello Statuto sociale (art, 1), al nostro pe- 
riodico non mancheranno articoli e memorie che 
valgano a definire e dichiarare le relazioni di di- 
pendenza delle letterature moderne, segnatamente 
della nostra, dai monumenti letterari ed artistici 
deir antichità classica; e già questo stesso primo 
fascicolo — cosi insufficiente, del resto, per biblio- 
grafia e notizie filologiche — con un magistrale 
articolo sulla concezione Dantesca della città di Dite 
risponde, come meglio non si potrebbe, agli intenti 
non meschinamente esclusivi della Società nostra. 
Possa questa esplicita dichifirazìone avvicinare a noi 
molti altri dei dotti insegnanti e cultori di lettere 
italiane, che dei larghi intendimenti della nuova 
associazione forse non ebbero esatta notizia. 

Pertanto non è molto quello che promettiamo, e 
ben altro dovrà fare la nostra associazione per giu- 
stificare il titolo ambizioso di ' Società italiana per 
la diffusione e Tincoraggiamento degli studi classici ' . 
Potrà farlo, quando saremo molti; ma molti non 
saremo mai, se coi molti non ci porremo in comu- 
nione intellettuale. A questo vorrebbero modesta- 
mente provvedere i fascicoli dell' ' Atene e Eoma ' . 

Ammonimenti e consigli accetteremo da ogni be- 
nevolo che vorrà darcene; ma oltre i consigli e gli 
ammonimenti invochiamo l' auxilium praesens di 
dotti scrittori che non abbiano a disdegno V intento 
nostro, di frequenti e volenterosi lettori che assi- 
curino all'associazione influenza larga e duratura. 



LEODIDIBACCHILIDE') 



È oggi il poeta nipote di Simonide e contempo- 
raneo di Pindaro, 

l'usignuolo di Coo dal dolce canto 

— cosi Bacchilide di sé stesso — che toma a far ri- 
suonare la sua voce da circa quattordici secoli am- 

1) (I) Tìie poems of Bacchylides from a papyrus in the 
BritUh Museum edited hy F. G. Kenyon (8<>, pp. Liii-24fì), 
(II) Facsimile o/Papynuf BCCXXXIII in Uve Britiah Mur 
senni; printed by arder o/the Truatees of the Brllish Muacum, 
Oxford, 1897. 



mutolita 0- 111 tin settennio, la Repubblica degli 
Ateniesi di Aristotele, i Mimiambi di Eroda, le Odi 
di Bacchilide e più altre cose, accrebbero impensa- 
tamente le reliquie del grande naufragio della lette- 
ratura greca. Assistiamo meravigliati ad una serio 
non interrotta di classiche scoperte *) che fanno ras- 
somigliare l' età nostra all' età del rinascimento, con 
questa diiferenza a nostro vantaggio che gli scritti 
da noi ricuperati, per molti secoli rimasti incolumi 
dai danni della tradizione scritta nell' asilo delle 
tombe egiziane, risorgono in una forma dalla origi- 
naria assai meno lontana, che non sia quella delle 
opere pervenuteci per il tramite della tradizione 
bizantina. 

Il papiro DCCXXXin della collezione del Museo 
Britannico, senza dubbio la prima del mondo, tro- 
vato dagli indigeni in una tomba (cosi almeno par 
credibile), giunse in Inghilterra sminuzzato in circa 
200 frammenti più o meno estesi. Facile, dice il 
sig. Kenyon, fu la identificazione dell' autore (a cui 
successe un anno fa l' annunzio della scoperta), dif- 
ficilissima la ricostruzione del papiro. Attualmente 
i frammenti di esso sono ordinati in tre sezioni, con- 
tinue in sé, ma non reciprocamente connesse. 

Il papiro cosi ricomposto misura 14 piedi e 9 pol- 
lici di lunghezza, con un' altezza massima di jwl- 
lici 9 Va» ® contiene 39 colonne di scrittura di 
linee 32-36. Ad un certo numero di minuscoli fram- 
menti non fu possibile assegnare un posto. 

Il papiro è scritto tutto da una mano in belle let- 
tere unciali ; fu emendato dall' amanuense stesso e 
da due altre mani ; offre un testo in complesso no- 
tevolmente sano. La divisione delle strofe è indi- 
cata, ma non sempre, con la paragraphos. 

Gli accenti sono dalle tre diverse mani segnati 
sporadicamente, più spesso nelle parole più lunghe, 
oppure per evitar malintesi. L' interpunzione (un sol 
punto) è regolare. Il sig. Kenyon crede di poter 
assegnare la scrittura del papiro alla metà del se- 
colo I a. Cristo. 



1) Pare almeno che le poesie di Bacchilide non sì con- 
servassero al di là del secolo V dopo Cristo (V. Kenyon, 
Introd. p. xiv). 

i) Altre se ne annunziano. I Sip;^/' Grenfell e Hiint 
portarono ad Oxford 280 casse di papiri provenienti da 
Oxyrhinchos, dei quali fu esplorata soltanto una dofima 
parte. Questa, oltre ad im numero grande di documenti, 
privati, contiene frammenti di Omero, Sofocle, Aristofane, 
Tucidide, Isocrate, Platone, Demostene, e frammenti di 
opere perdute: 5 strofe di Saffo, 4 esametri d'Alcmano, 
2 frammenti di commedie, frammenti dei (tv&fxixù aroi- 
XH€t di Aristosseno con citazioni di versi di poeti impioti 
(Blass, CcntralòLf. Bibllothekwescn, 1897, 10 u. 11 p. 524). 



Anno I. — K 1. 



6 



Il prezioso manoscritto contiene venti odi, sei 
delle quali intiere, le altre, qual più qual meno, 
frammentarie. Quattordici sono canzoni epinicie; sei 
s<-)no d'altro genere. Oltremodo probabile è che an- 
che nel papiro precedessero le odi epinicie, seguis- 
sero le altre, secondo V ordine adottato dall' editore. 
Probabile è inoltre che il volume, o rotolo, conte- 
nesse una scelta di componimenti bacchilidei. 

Dati nuovi intomo alla malnota biografia di Bac- 
chilide non offrono queste sue odi *). È confermato 
ch'egli fu ospite di Qerone a Siracusa (l'epoca di 
questo soggiorno si può porre ora o nel 476, o prima 
di quest'anno), ma nessuna allusione si trova alla 
pretesa invidiosa rivalità tra lui e Pindaro, né alla 
})olemica che gli antichi scoliasti vollero arguire da 
alcune espressioni di Pindaro *). Nò del suo esilio 
da Geo, né del suo soggiorno nel Peloponneso ricor- 
dati da Plutarco (De exil. p. 605 e) è alcun cenno 
nelle odi ricuperate ; tuttavia il sig. Kenyon ne trae 
alcuni probabili indizi per determinarne approssima- 
tivamente l'epoca. 

I vincitori celebrati nelle odi epinicie sono Ge- 
rone di Siracusa (III, IV, V), due compatriotti del 
poeta (I, n, VI, Vn), un Fliunzio (IX), un Ate- 
niese (X), un Metapontino (XI), due Egineti (XII, 
Xm), un Tessalo (XIV), un ignoto d' ignota pa- 
tria (Vin). Le vittorie furono riportate nei giuochi 
delle quattro grandi feste nazionali, salvo una otte- 

1) Un dato nuovo sarebbe T accenno agli antenati del 
poeta nell'ode XI 119, secondo la congettura del professor 
Palmer (nQÓyoyoi, saaav èfÀoL, Pap. éacafieyoi) accettata 
dal Kenyon. Mi sembra singolare che il poeta parli qui 
di se in prima persona: penserei che il verbo finito po- 
tesse esser sottinteso desumendolo dal precedente y€(Ì€i>g, 
e.1 intenderei : ' e con buona fortuna abiti Metaponto, ^tu) 
o aurea regina, e (Vabitcmo) (cioè * vi sono sepolti ' ; cfr. 
oixsty, di Solone estinto, in Gratino, Xel^taveg fr. 228 Kock) 
i progenitori, che fondarono il tuo culto nel bosco sacro 
presso il Gasa dalle belle onde ' etc. I nQÓyoyoi non pos- 
sono essere, mi sembra, che gli antenati Achei, che pre- 
sero stanza a Metaponto, patria del vincitore, 

«) Questi pettegolezzi rispecchiano piuttosto P animo 
«rretto e ringhioso dei grammatici che li riferiscono e 
j)robabilmente se li inventarono, anziché una mente ele- 
vata come quella di Pindaro. Prima di affermare recisa- 
mente, come fu fatto, che Bacchilide rassomigliandosi al- 
l' aquila (ode V 16) volle dare a Pindaro (01. II 94, Nem. 
Ili 80) una risposta, che sarebbe del resto molto puerile, 
bisognerebbe stabilire che la III* Nemea è anteriore al 470 
e che Bacchilide, quando nel 476 scrisse la sua V* ode, che 
può benissimo essére stata scritta in Geo e di là mandata 
a Siracusa, conosceva la II* OL a Terone d'Agrigento, 
composta anch'essa per una vittoria riportata nel 476. 
L'idea del Kenyon, che nella menzione del poeta beoto 
Esiodo (Bacchilide V 90) vede un complimento a Pin- 
daro, se fosse certa com'è ingegnosa, taglierebbe la testa 
al toro. 



nuta in una gara delle Petree, festa a noi sinora 
sconosciuta, che si celebrava in Tessaglia in onore 
di Poseidone. Le gare superate sono quelle del pen- 
tatlo, delle corse col cocchio e col celete, dello stadio, 
della lotta e del pancrazio. Le vittorie di Gerone col 
cavallo da corsa Ferenico (ode V) e di Pitea nel 
Pancrazio (ode XIII) furono celebrate anche da Pin- 
daro (01. I, Nem. V). 

La composizione degli epinicii di Bacchilide non 
diiferisce in generale, per ciò che riguarda la ma- 
teria, da quella degli epinicii di Pindaro. Una parte 
considerevole degli epinicii più lunghi è occupata 
dalla narrazione di un mito, che spesso comincia e 
finisce ex ahrupto, ed è variamente collegata col sog- 
getto. La storia di Minosse si collega verosimilmente 
con la storia di Geo, patria del vincitore (ode I). Il 
racconto di Creso, per la sua pietà {dC s^é^siav) 
salvato da Giove e da Apollo, par motivato dal ri- 
cordo della ricchezza, della magnificenza di Gerone 
e soprattutto della sua pietà verso gli dei (ode HI). 
Una vittoria riportata nei pubblici giuochi, era sti- 
mata dagli Elleni come una suprema felicità; Ge- 
rone era potente, ricco, ed invidiabile per questo e 
per la vittoria procuratagli dal suo cavallo Ferenico ; 
ma una piena felicità non concedono gli Dei a nes- 
sun mortale. Il poeta descrive T incontro di Ercole 
con Meleagro nell'Ades, e a Meleagro fa narrare il 
suo funesto caso, avvenutogli quando, per le sue vit- 
toriose imprese era al colmo della gloria. Onde il 
racconto ha 1' aria di contenere un velato avverti- 
mento a Gerone (ode V). La vittoria del giovinetto 
lottatore Alessidamo da Metaponto, è dovuta alla 
protezione di Artemide, venerata a Metaponto. Quivi 
il suo culto era stato importato dall'Arcadia dopo 
il ritomo dalla guerra di Troia. Ma in Arcadia il 
culto di Artemide era stato inaugurato da Prete per 
gratitudine dei benefizi ricevuti; il che apparisce 
dal mito di Prete e delle sue figlie, che il poeta un 
po' meccanicamente inserisce e assai diffusamente 
racconta (ode XI). La scena omerica della difesa 
delle navi fatta da Aiace nel campo acheo, si ran- 
noda con le antiche memorie di Egina, patria del 
vincitore (ode XTTI). — La instituzione dei giuochi 
nei quali il personaggio celebrato ottenne la vittoria, 
la enumerazione dei suoi successi in altre gare, le 
frequenti considerazioni morali suggerite ora dalla 
condizione del vincitore, ora dalle narrazioni leggen- 
darie introdotte, sono pur materie che, come quella 
degli episodii mitici, Bacchilide ha comuni con 
Pindaro, e che sembra quindi siano da ritenere come 
elementi tipici della canzone epinicia. 



Anno L — N. 1. 



Un interesse più vivo destano le altre sei odi, che 
sì succedono secondo l'ordine alfabetico dei titoli 
(Blass). La XV intitolata i figli di Antenore, ossia la 
richiesta di Elena, se non fossero il metro e la into- 
nazione lirica, potrebbe dirsi un frammento epico; 
nò credo che sia possibile assegnarla con sicurezza 
ad una delle classi a noi note di componimenti lirici. 
H principio è frammentario ; il che e' impedisce di 
penetrare nella ragione del primo dei due titoli. La 
parte conservata descrive l' adunanza del popolo 
troiano convocata dagli araldi, e riferisce una breve 
arringa moralistica di Menelao, di questo tenore: 
causa delle sciagure umane non è Giove (concetto 
omerico); ogni uomo può, se vuole, attenersi alla 
giustizia, e questa rende felici; mentre la violenza 
dà a chi l' adopera, la roba altrui, ma poi lo manda 
in rovina. 

La strofe dell'ode XVI con la invocazione di 
Apolline Pitie, fa credere che abbiamo dinanzi a 
noi un peana. Ma il mito di Ercole e Deianira, fu- 
gacemente narrato nelF antistrofe e nelP epodo, cosa 
ha che fare col culto di Apollo? 

Niente più di quello che, almeno agli occhi nostri, 
abbia che fare con esso la leggenda di Teseo e dei 
giovinetti Ateniesi da Minosse condotti a Creta per 
essere immolati al Minotauro, nairata nell' ode XVII, 
che pure per T invocazione di Apollo degli ultimi 
tre versi sembra doversi col Kenyon qualificare come 
una peana. Di questa ode do qui una interpretazione 
metrica. Mi si perdonerà se ho accozzato versi lirici 
non rimati 0- Per una traduzione in rima, anche 
libera, non mi bastavano le forze; preferii una in- 
terpretazione fedele ; per la quale non disperavo che 
le forze mi bastassero, purchò avessi rinunziato alla 
pastoia delle rime. Credo di non aver nulla omesso 
nò aggiunto, o ben poco. Ho tentato di riprodurre, 
per quanto sapevo, il colorito delP originale. 

(XVn. I giovinetti e Teseo.) 

(Strofe I.) 

Fendòa la nave dalla prora bruna 
il mar di Creta, 
r intrepido Teseo seco recando 
insiem con sette giovinetti e sette 

1) Temevo di aver fatto cosa nuova. Il mio antico di- 
scepolo e caro amico prof. I. Della Giovanna mi allegge- 
risce, quanto alla novità, la coscienza, indicandomi una 
traduzione deir ode oraziana III 18, fatta dal Varchi in 
strofe di tre endecasillabi piani e di un settenario senza 
rime ; e del Baldi, im poemetto, * il DUuvio universale ' , 
in versi composti ciascuno di un settenario e di un en- 
decasillabo, pur senza rima. 



vaghe ionie donzelle; 
chò sulla vela di lontan splendente 
cadeau l'aure di Borea 
per voler della dea che scuote V egida, *) 
della gloriosa Atena. 
Punse a Minosse il cuore 
dolce desio, *) che dono è di Ciprigna 
dall'amabil corona. 

Nò più la man trattener seppe, e ad una 
delle fanciulle accarezzò le bianche 
gote. Chiamò Eribea 
delPeroe Pandione 
il nepote, di bronzea 
lorica armato il petto. 
I negri occhi a tal vista 
sotto le ciglia roteò Teseo, 
e il cuor gli lacerò fiero dolore. 
E disse; ' o figlio dell'ottimo Giove, 
' il cuor dentro al tuo petto 
' tu santamente omai più non governi; 
' raflfrena, eroe, la violenza ingorda. 
(AnUatrofe L) 

^ A quella sorte che dei numi il cenno 
onnipotente 

indisse a noi, là dove il peso inclina 
la lance di giustizia, al nostro fato 
andrem, quando sia giunto; 
ma tu, contieni la funesta voglia. 
Se te sommo in valore 
tra i mortali, nel talamo di Giove 
sotto le vette Idee 
generò di Fenice 
la cara figlia dall' amabil nome ; 
in braccio a Poseidone 
iddio del mar, me generò la figlia 
deir opulento Pitteo ; e un aureo velo 
le Nereidi le diero 
dal crine di viola. 
Frena, o signor di Cnosso, 
cotesta oltracotanza 
di lacrime feconda. 
Non sosterrò veder T amabil luce 
dell'aurora, dal di che riluttante 
alcun dei giovinetti alle tue voglie 
tu domi. Il nostro braccio 
sperimentar dovremo innanzi; i numi 
decideranno del futuro evento.' 
(Epodo L) 

Cosi parlava il valoroso eroe; 
e a quel sovrano ardir stupì la ciurma. 



Anno I. — N. 1. 



10 



Arse di sdegno in cuore 

d'Elio il genero, e ordì trama improvvisa, 

e ' o Giove padre 

' potente ', disse, ' ascoltami. Se vero 

è che la donna dalle braccia candide 
' di Fenicia nativa 
' a te mi partoria, 
' manda or dal cielo la veloce folgore 

dalP ignea chioma, manifesto segno. 
^ E tu, se la Trezenia 

Etra te generava a Poseidone 
' scuotitor della terra, 
' nella magion del padre 
' gittati arditamente, e dal profondo 
^ oceano riporta 

^ quest' aureo della man vago ornamento. 
^ Or tu vedrai se la mia prece ascolta 
' il Cronide, del fulmine 
' signor, che a tutto l'universo intende.' 

(Strofe II.) 

Udì V incensurabile *) preghiera 
Giove potente; 

ed il figlio onorar volle d'onore 
tal che visibil fosse al mondo intero. 
E lampeggiò. — Scorgendo 
il gradito prodigio, alzò le mani 
verso l'inclito cielo 

l'eroe Minosse imperturbato in guerra; 
ed a Teseo rivolto 
disse: ' o Teseo, tu vedi 
' il chiaro segno del favor di Giove. 
' Or tu balza nel mare 
' risonante; il tuo padre, Poseidone 
' il Cronide, daratti immensa gloria 
' sulla arborosa terra.' 
Disse; ma di Teseo 
non si piegò l'ardire. 
Sul ben commesso ponte 
piantossi, e spiccò un salto; 
e lui dell'oceano i sacri prati 
volonterosi accolsero. Nell'imo 
del cuore si struggea Minosse; e impose 
che a seconda del vento 
si governasse la sua nave adoma. 
Ma di scampo altra via porse il destino. 

(Antistrofe II.) 

Ratto il legno correva, che da tergo 
premealo *) il soffio 
di Borea. Colse un tremito d'Atene 



i garzoni, alla vista dell'eroe 

che in mar balzò; pel volto 

candido al par de' gigli, a ognun di loro 

le lacrime scendevano, 

mentre attendeano il luttuoso fato. 

Ma i delfìni del mare 

abitatori il grande 

Teseo recaro alla magion del padre, 

Poseidone equestre. 

Giunse all'aula divina, e quivi scorse 

del beato Nereo l'inclite figlie, 

e ammirò sbigottito; 

che dalle belle membra 

splendea come di fuoco 

un fulgore, e alle chiome 

s'agitavan d'attorno 

le aurate bende; e si prendean diletto 

l'agii piede movendo insieme a danza. 

Vide del genitor la cara sposa 

nelle ridenti case, 

la onoranda dai grandi occhi Amfitrite, 

che lo ravvolse di purpurea veste, 

(Epodo IL) 

e sulle chiome folte un vago serto 
poneagli, intreccio amabile ') di rose, 
a lei già d'Afrodite 
ingannatrice dono nuzi'al. — Dei numi 
non v'ha decreto 

a cui fede non presti il saggio. — Presso 
la snella nave •) apparve. Oh in quai pensieri 
di Cnosso il condottiero 
travolse allor che asciutto, 
maraviglia ad ognun, surse dall'onde! 
Dei numi i doni alle sue membra attorno 
splendean. Con improvvisa 
gioia un grido le nobili donzelle 
alto levare, il mare 
ne risuonò, e i garzoni 
a lor d'appresso con amabil voce 
cantarono il peana. — 
Delio Apollo, il cantico dei cori 
di Ceo deh ascolta, e intenerito in cuore, 
una sorte concedine 
che dai numi inviata il ben 'ne apporti. 

i) n[s]X€f4alyidog Housman. — «) [a^g]tx dtàQa Blass. — 
s) Blass legge nel Pap. AM€nTON {afJtBfJinxoy), Kenyon 
AM€TPON. — ♦) C0€I|N6IN il Pap. (cioè vty^ come notò 
il Blass). — B) Vedi la nota in fine del presente scritto. — 
6) n Pap. yàtt naqd XsmoTtQvfÀyoy. A me pare incredibile 
che il poeta abbia attribuito V epiteto sottile o snella alla 
poppa della nave. Ho girato la difficoltà, non sapendo 
come superarla. 



11 



Anno L — N. 1. 



12 



Il Teseo (ode XViil) presenta una forma di com- 
ponimento intermedia tra la lirica e la dramatica. 
I due semicori rappresentano le parti di due perso- 
naggi in un dialogo che si alterna nelle quattro 
strofe. L' uno dei personaggi (ignoto) chiede, l' altro 
(Egeo re d* Atene) dà informazioni sopra un avve- 
nimento che commuove P Attica : la venuta di Teseo. 
Una breve scena di un drama dunque, che secondo 
una osservazione del sig. van Branteghem, scioglie- 
rebbe Penimma dei àgàfiata TQayixà attribuiti a 
Pindaro nel catalogo di Snida. 

Chiudono la raccolta due odi agli Ateniesi e ai 
Lacedemoni. Jj ode XIX intitolata Io, lacunosa nella 
sua seconda parte, è indirizzata agli Ateniesi. Il 
poeta non si cura di scegliere un argomento di spe- 
ciale interesse per Atene, ma cerca un argomento 
nuovo *)) © canta la storia delle peregrinazioni di Io 
fino al Nilo, ove essa dette principio alla stirpe onde 
nacquero Cadmo e Semele, la madre di Dioniso. Il 
che ha fatto giustamente pensare ali* editore che 
questa ode sia un ditirambo. Se ciò è vero, e se 
peani sono le odi XVI e XVII, è proprio il caso di 
applicare il proverbio o^àèv TtQÒg zòv Jióvvcop *). 

Dell' ode XX ed ultima intitolata Ida, forse an- 
ch' essa un ditirambo, non sopravanzano che le prime 
undici linee, tutte in fine mutile, dalle quali si ri- 
leva soltanto che argomento dell' ode era il mito del 
rapimento di Marpessa per opera di Ida. 

Il principio e la fine del rotolo, erano, per quanto 
pare, particolarmente danneggiati; cosi possiamo 
spiegarci i guasti del principio della prima ode e la 
perdita di gran parte dell'ultima. 

Nelle odi di Bacchilide dell' uno e dell' altro 
gruppo, colpiscono soprattutto le descrizioni. Sia che 
il poeta inserisca il mito come episodio nelle odi 
epinicie, sia che lo adotti come argomento integrale 
nelle altre, ne sa scegliere le situazioni più toccanti 
e insieme più pittoresche, e colorisce maestrevol- 
mente un quadro pieno di vita, di passione, di mo- 

i) Accettando la lezione primitiva del testo {xaivóy) si 
evita la contradizione in cui, come osserva il Kenyon 
(Introd. p. xLiii), cadrebbe il poeta secondo la correzione 
della terza mano {xXbivÓv). Ma forse congiungendo stretta- 
mente V v(p«ivBy con r èv *A&fjyttKj anziché con il ti xXeiyóy, 
si può riferire 1' v<paivB^ invece che alla composizione del- 
l' ode (come in V 11), al momento in cui essa sarebbe 
stata cantata in Atene. Anche cosi la contradizione spa- 
risce. 

«) Del ditirambo già adoperato in Sidone per argo- 
menti estranei al ciclo di Dioniso, fa menzione Erodoto 
V 67 ta XB órj aXXa ol 2txviayiot èrifÀSoy xòv ^AÓQtiatoVy 
xai &ij 7TQÓS rà nd&ea avrov TQayixotai x^Q^^^^ éyéQaiqoyy 
ToV fAèy Jtóyvaoy ov rifiéoytes, ròy dè^ÀdQtjaioy. KXeia&éyrjg 
de xoQovg fièy rt^ Jioyvat^ ànédtoxe. 



vimento, cosicché può dirsi che la sua poesia nelle 
descrizioni è veramente, secondo l' ingegnosa defini- 
zione al suo zio Simonide attribuita da Plutarco 
(De Gloria Athen. p. 346 f), una pittura parlante, 
^(ùYQa(fla XaXodCa, Creso, vinto dai Persiani, per 
isfuggire alla imminente schiavitù, ascende con la 
moglie e con le figlie piangenti il rogo da lui fatto 
inalzare innanzi alla reggia; e levate al cielo lo 
mani, rimprovera arditamente gli dei che lo abban- 
donarono. Le figlie abbracciano la madre; divampa 
il fuoco. Ma gli dei ascoltano Creso ; la pioggia di 
Giove arresta le fiamme ; e Apollo trasporta il vec- 
chio re con le figlie nella beata regione degli Iper- 
borei (ode m). Commovente è la pittura dell' in- 
contro di Ercole con Meleagro nell'Ades. Accanto 
alla malinconica figura del giovane eroe, che narra 
le sue gesta e la immatura sua fine, grandeggia 
quella del figlio di Alcmena, a cui ' soltanto allora ' 
si inumidiron le ciglia (ode V). Efficace è la descri- 
zione della difesa fatta da Aiace delle navi achee 
(ode Xm), ancorché la imitazione bacchilidea non 
raggiunga l'altezza dell'originale omerico. Soprat- 
tutto nell' ode XVII profonde il poeta le sue qualità 
di pittore, presentando una svariata serie di scene 
popolate di oggetti e personaggi svariati. La nave 
in alto mare, col contrasto della bruna prora e delle 
vele bianche; la carezza di Minosse, il grido d' Eribea, 
lo sguardo turbinoso di Teseo, che precede le sue pa- 
role pacate, ma ferme, e da ultimo minacciose; lo 
stupore della ciurma; Minosse, ardimentoso anche 
con Giove, provocante ed ironico con Teseo ; il lampo 
di Giove, la gioia di Minosse ; il salto nel mare, il 
rapido allontanarsi della nave, la trepidazione dei 
giovinetti ; i delfini che recano Teseo alla reggia di 
Poseidone; la danza delle Nereidi; l'accoglienza 
d'Amfitrite; l'apparir di Teseo presso alla nave, sono 
immagini che si incalzano, senza che alla loro evi- 
denza nulla detragga il loro incalzare. Il poeta, 
conscio delle sue attitudini di pittore, aveva scelto 
un soggetto trattato anche da pittori, quali Micono 
(pittura parietale nel Theseion di Atene, Pausan. 
117, 2), Eufronio (kylix del Louvre) e forse Clizia 
ed Ergotimo (anfora Eran9ois in Firenze). 

Abbondano nelle odi di Bacchilide le sentenze e 
i luoghi sentenziosi; in proporzione di gran lunga 
maggiore, nelle odi epinicie; il che mostra che il 
frequente sentenziare non è peculiarità pindarica, ma 
piuttosto elemento proprio del genere epinicio. No- 
tevole mi sembra ed utile a valutare la finezza del- 
l' arto del poeta, la maniera con la quale egli in- 
serisce talora le sentenze. Nella ode XVII, giunta 



13 



Anko I. — N. 1. 



14 



che è la narrazione ai doni fatti a Teseo da Amfi- 
trite, è interrotta da una breve sentenza: * il savio 
non diffida mai della onnipotenza degli dei *. L'at- 
tenzione di chi ascolta o legge, si volge tutta a mi- 
surare r immensa portata della concisa sentenza. 
Onde tanto maggiore è l'impressione che producono 
quelle quattro parole seguenti, con le quali è dipinto 
r improvviso riapparire di Teseo. Un artifizio con- 
simile è adoperato nell'ode IH 51-57. 

Lucida e scorrevole sempre è la forma; i periodi, 
anche se lunghi, si svolgono con grande facilità, 
congiunta ad una grande arte nel collocamento delle 
parole. E un' arte stilistica che par naturalezza ; la 
chiamerei perfetta, se non le nuocesse talora la so- 
vrabbondanza degli epiteti, il loro cumulamento, la 
ripetizione di uno stesso epiteto nella stessa ode, e 
infine il collocamento monotono degli epiteti, sepa- 
rati con una o più parole dal sostantivo *). La copia 
degli epiteti ha, credo, la sua ragione in questo, che 
Bacchilide è pittore, e pittore principalmente colo- 
rista ; onde non bastando a lui gli epiteti dell' uso, 
ne forma in gran numero, circa una novantina, di 
nuovi. Il dialetto è, come in Pindaro, il dorico, ma 
con maggior frequenza di eolismi. I metri adope- 
rati sono il logaedico e il dattilo-epitritico ; in una 
sola ode (XVII) il peonico. 

Bacchilide fu compreso tra i nove lirici del canone 
alessandrino, fu commentato da Didimo (Ammon. 
s. V. NrjQstàsc) ; imitato da Orazio (Porphyr. ad Hor. 
I 15); Q-iuliano imperatore ne leggeva con piacere 
le odi (Amm. Marc. XXV 4, 3). L' autore del trat- 
tato del sublime (33, 5) laddove instituisce un para- 
gone tra i poeti dotati di alto ingegno dalla natura, 
e i poeti che debbono all'arte la perfezione dello 
opere loro, ad Omero paragona Apollonio Rodio e 
Teocrito ; ad Archiloco, Eratostene ; a Pindaro, Bac- 
chilide ; a Sofocle, Ione da Ohio ; e conclude ragio- 
nevolmente che per quanto Bacchilide,»^ìone e i tre 
poeti Alessandrini siano sempre immuni da mende, 
sempre eleganti nella forma, nessuno però vorrebbe 
preferirli ad Omero, ad Archiloco, a Pindaro, a So- 
focle, che pur non sempre egualmente alti manten- 
gono i voli del loro genio divino. 

Questo giudizio, del quale poteva presentirsi l'ag- 

1) Neir ode XVII, strofe I, su 26 sostantivi, soli nove 
senza epiteti. — Vv. 109-110, tre epiteti dati ad Amfitritc; 
V. 7, due epiteti ad Atena ; vv. 29-32, due epiteti ad Eu- 
ropa; w. 55-56, due al lampo; vv. 60-61, due alP anello. 
Nella stessa ode tre volte xAvrof, due volto èQaróg e inoltre 
èQfeitóyvfÀo^j e forse due volto èQctvvóg. — Ivi, strofe I, 
su 17 epiteti, 10 separati dal sostantivo, senza contare 
quelli separati con particelle. 



giustatezza dai frammenti di Bacchilide che cono- 
scevamo sinora, tanto più apparisce vero dopo la 
recente scoperta. Bacchilide non è certamente un 
poeta grande per altezza d'ingegno, né in questo 
rispetto paragonabile ai poeti di alto ingegno; ma 
grande è per arte, da non temere il confronto dei 
poeti che per arte riescirono grandi. 

La scoperta delle XX odi di Bacchilide, sia per 
il loro pregio intrinseco, ^a per la meravigliosa 
conservazione di alcune, sia per la forma corretta 
del testo, sia per l' antichità del papiro che le con- 
sarva, è una scoperta di prim' ordine. L* editore 
sig. Kenyon ha adempiuto da par suo al geloso 
compito affidatogli dalla Direzione del Museo Bri- 
tannico, di pubblicare il prezioso tesoro. La tra- 
scrizione e il riordinamento dei frammenti, le prime 
basi poste alla costituzione del testo non solo, ma 
anche allo studio di esso nel rispetto paleografico, 
critico, esegetico e letterario, tutto questo ingente e 
coscienzioso lavoro, sommamente meritevole della ri- 
conoscenza di quanti concorreranno a continuarlo e 
perfezionarlo, fu condotto a termine nel breve spazio 
di un anno dal dotto inglese *), che con singolare 
versatilità d'ingegno e copia di dottrina sa d'im- 
provviso e in poco tempo impadronirsi delle opere 
risorte di scrittori cosi diversi come sono Aristotele, 
Eroda e Bacchilide. 



Pongo qui, senza pretendere affatto di aver colto 
nel segno, qualche mia osservazione sul testo. IH 40 
[nimov(Si]v'> ^A. à. — 64 segg. x^eXr^aei \ [Xs- 
y€i]v [a]éo nX. XQ» I [-^o?*]^ (Blass) ntfii^iai . | 
fÌQOT(^ [sv XèY]€iv (Blass) Tiàqsanv^ 5cr-|[T/.g jii]^ 
(fO^óvif maiv8Tcc[i,] \ (cf. V 87) [ei)<rTa]A^ (cf. Fiat. 
Men. p. 90 A) (fiX. dviga — Vili 11 TsX€<f(T[ov 
^fi€TéQa]g I (nel Facs. spazio per 8-9 lettere) xhsoó. 
sdxccg' — IX 42 tcc % èn [sdv\a6tn, — 45-46 rcSi', 
(relativo; Pap. a<òv) & n, à, n, \ è. (cf. Aethiop. 
fr. 1) y. xa,>' (Jebbs) é. T. i. — 55 [xaì ròv 
€QaTévv](xov (?cf. XVn 31) Aiy.; — X 15 Sa<ra 
(cF^>? {Saaa mostra che questi versi annunziano 
la enumerazione (vv. 26 segg.) delle vittorie prece- 
denti). — 18 àó^av — 20 [vdv ys nq.] — XTTT 
61 segg. nagO-èvoi liéXnovfn T[aviaifVQoC a^] & \ 
i[6a]noiva noi ^€[Cvtiìv (f(Xa^ \ ['E. t. ^.J ài:[ig 

1 Alcune congetture furono a lui comunicate dai pro- 
fessori Jebbs, Palmer, Sandys. Il prof. Blass ricompose 
due frammenti assegnandoli all'ode I; e nel lÀter. Cen- 
tralhlatt del 25 dicembre 1897 pubblicò parecchie osser- 
vazioni sul testo. 



15 



Akko I. — N. 1. 



16 



innÓTolv e. UJ] \ — XVI 1 Ex. gr. [o^q]ov 
[nvo^ €éTQ]€n€t— B [olg ys nagi^^evog à. *E. | 
[(PoTfiog à]yàXl€tm XVH 17 ÌQavvóv7 (Pap. 

lQ€fAVÓv). — 119 XéTtTÓrtQùùQOV? (Pap. AéTTTÓ- 

TtQv^vov). — XIX 28 àylXfov]? cf. Hippon. fr. 1. 



Roma, 8 del 1898. 



E, Piccolojììim. 



Non soltanto Io bello stile tolse da Ini 



Ricamando sulla vecchia storiella che V Io dico 
seguitando fosse una ripresa deirinfemo dopo lunga 
interruzione, il Minich opinò che tal ripresa avvenisse 
in seguito ai falliti tentativi di pacificazione del car- 
dinal da Prato (marzo-giugno 1304); e che Dante, 
accortosi come con lo schema penale tenuto fin li, cioè 
dei peccati mortali, in pochi altri canti la prima can- 
tica sarebbe beli' e spedita, escogitasse dMnnestarvi 
abilmente a quel punto un altro sistema penale, V ari- 
stotelico, risparmiandosi cosi di rifare i primi setta 
canti. L'ipotesi fu subito combattuta con ragioni in 
parte buone dal Todeschini, e poi da altri ; ed anch'io 
l'ebbi a oppugnare or non è molto *)• Piir ricono- 
scendo che la contaminazione dei due schemi do- 
vess' essere stata confortata da ragioni d' arte, le quali 
il Minich intravide e io m' adoprai a dichiarare, due 
obiezioni mi parvero soprattutto da fare a quel modo 
cosi materiale ed ingenuo di rappresentarsi gì' im- 
pacci e gli espedienti di un tanto artefice : l' una, che 
questi in ogni caso non avrebbe lasciato a noi il modo 
di toccar con mano il dove e il come ei si pentisse 
strada facendo e ricorresse ad un ripiego ; l' altra, che, 
essendo l'inferno un carcere anteriore al cristiane- 
simo e già descritto da poeti pagani che Dante imi- 
tava, ben gli s' addiceva sin dalla sua prima conce- 
zione uno schema in buona parte paganeggiante. Su 
questo secondo tema vorrei oggi insistere, non col 
ripetere le osservazioni già svolte altrove, ma con 
lo svolgere quella che accennai troppo brevemente 
dicendo : ' cosa più che mai pagana e virgiliana è la 
Città di Dite'. 

Ricorrere di continuo all'Eneide per meglio in- 
tendere la Commedia par cosa che in ogni tempo 
e da tutti si sia dovuta fare ; pure molti non ricor- 
darono l'Eneide se non una volta tanto, in termini 

«) Della topografia morale dell* inferno dantesco, nella 
Kuova Antologia del 15 settembre 1894. 



generali, e non pochi la ricordarono per dire che un 
poeta originale come Dante ne tolse solo un certo non 
so che nel modo d'intender l'arte, ed al più qualche 
minimo particolare. Alcuni anni sono si riaccese, per 
esempio, una disputa sul passaggio dantesco del- 
l'Acheronte, e ci fu bisogno d' un valente latinista, 
il prof. Federico Eusebio, perchè la questione er- 
meneutica fosse pienamente dichiarata e sciolta col 
risalire al modello latino. Nonostante i parecchi raf- 
fronti virgiliani che pur si raggranellerebbero in 
tutta la secolare letteratura dantesca, da Pietro di 
Dante e da Benvenuto al Tommaseo e al Moore, si 
può dir che sia ancora da fare tra i due poemi uno 
stretto confronto perpetuo, che registri così i contatti 
certi come i più o men probabili o i meramente pos- 
sibili, cosi nelle concezioni generali come nei parti- 
colari grandi o mediocri o minimi, notando con ana- 
lisi delicata e discreta le somiglianze e le differenze 
in tutte le loro sfumature. Qualcun di coloro che 
trovan gusto a bandire come una verità intera e 
nuova un principio ove non tutto è nuovo e non 
tutto è vero, potrebbe non senza ragione inalberar 
l' insegna Dante spiegato con Virgilio, Ma lasciando 
i paradossi, che Dante non si spiega pienamente né 
con Virgilio né con se stesso né con san Tommaso 
e via via, veniamo a Virgilio, in quanto gli abbia 
suggerito il modo di costruire l' inferno. 

Se prescindiamo dagli Elisii e da quella specie di 
purgatorio che costituiscono la parte lieta dell'in- 
ferno virgiliano, dalla quale alcuni elementi furon 
tratti nella seconda e terza cantica e nel nobile ca- 
stello del limbo, com' è articolata la parte tetra del- 
l' inferno visitato da Enea ? Al di qua dell' Acheronte 
v' è una turba di anime impazienti d' esser tragittate 
al di là. Questa smania sarà forse l' ultima eco di un 
più semplice concetto dell'inferno pagano, secondo 
cui esso non era che il. convegno delle ombre, il na- 
turale loro rifugio per trascinarvi un' ombra della vita 
anteriore, senz' alcun' idea di premio o di pena *)• Co- 
munque, in Dante la ressa delle anime a Caronte è 
alla sua volta un' eco della descrizione virgiliana, eco 
che toma in fondo assurda per un inferno cosi esclu- 
sivamente e terribilmente punitivo, e che egli deve 
perciò coonestare con una precisa ragione psicologico- 
teologica (lo sprone della divina giustizia volge la 
tema in desio); la quale, con un dei soliti artificii, è 
messa in bocca a Virgilio stesso, spiegante come 
anima quel che come poeta avea descritto, secondo le 
sue credenze tradizionali, senza spiegare. D Caronte 

i) Cfr. redizione delP Eneide dol prof. Sabbadini, p. XX. 



17 



Akno I. — N. 1. 



18 



dell'Eneide rifiuta il tragitto ai morti non ancora 
sepolti, che restan li a vagolare per cent'anni aspet- 
tando che Caronte si degni. Or lasciando stare quel 
che Dante ne ha tratto per la imbarcazione curiosa- 
mente capricciosa che delle anime purganti fa V an- 
gelo alla foce del Tevere, e quel numero tondo eh' egli 
applica ai dannati come Brunetto che se interrompon 
la corsa devon giacere cenf anni, e il trentuplo di 
contumacia che devono scontare a pie del purgatorio 
i morti in contumacia della Chiesa, è evidente che 
gl'ignavi danteschi e il loro etemo scorrazzare erra- 
bondi sulla triste riviera, rifiuti del vero inferno, 
riproducono il concetto pagano degl'insepolti, meta- 
morfosato sotto l'azione del concetto dell'Apocalisse 
sugli angeli né caldi né freddi. 

Passato l'Acheronte, Enea si trova in faccia a 
Cerbero, che di guardiano generale dell'inferno da 
Dante fu* semplicemente retrocesso a guardiano del 
terzo cerchio, e, proprio come Caronte, non solo con- 
serva nella Commedia gran parte dei suoi tratti 
virgiliani ma v' è ridotto al silenzio dal savio duca 
in modo assai simile a quello tenuto dalla Sibilla. 
Al primo entrare nell' Èrebo, Enea e la vates cu- 
mana odono voci, vagiti e pianti infantum, cosi come 
Dante e il vates mantovano odono i sospiri d'infanti 
e di femmine e di viri. Gl'infanti dell'Eneide pian- 
gono sol perchè infanti, ma nella Commedia non 
v'ò pianto, perchè con le turbe di bimbi vi son 
quelle degli adulti, nei quali il pianto avrebbe 
tutt' altro significato, mentre il poeta a tutte quelle 
turbe d' innocenti per 1' età stessa o per le qualità 
personali vuol ascriver soltanto un sospiroso duolo 
senza martirio, conveniente al lor difetto puramente 
negativo del non aver il battesimo. Il limbo dan- 
tesco è una costruzione non del tutto armonica, 
come avverti anche troppo vivamente il Bartoli, 
nella quale si confondono il limbo dei santi padri, 
il limbo dei bambini ed altro ancora, ma è mani- 
festo che al poeta cristiano quadrò molto quell'asilo 
infantile che l' Eneide pone in limine primo del- 
l' Èrebo. Veramente, codesto sostrato pagano era 
forse già sotto alla stessa credenza cristiana, e ad 
ogni modo Dante per attenersi a questa avrebbe 
posto il limbo dei pargoli al lembo dell'inferno pur 
se l'Eneide, poniamo, fosse giunta a lui monca di 
quei quattro versi (426-29). Ma resta sempre che 
in grazia di questi la conformità tra l'inferno suo 
e quel del maestro procede senza scosse. Anzi la 
conformità è qui maggiore che non abbiam detto, 
perchè pure Virgilio accanto ai pargoli (hos iuxfa) 
mette i condannati ingiustamente a morte : vale a 



dire che già in lui s' ha, se non l'accozzo, la conti- 
guità d'innocenti di età diversa. 

Alla troppo fugace e scolorita menzione di cotali 
adulti s' attaccano con un legame un po' sciatto i tre 
versi, anch'essi troppo fugaci né perfettissimamente 
chiari, su Minosse; ma quel che importa é che questi 
è il giudice istruttore o il presidente del tribunale, ed 
esamina vitas et crimina delle ombre, donde risulta 
la loro assegnazione a questa o a quella sede. Qui è 
fin superfluo avvertire come Dante, nel porre anch'egli 
Minosse immediatamente li a giudicare e ad assegnar 
a ciascun' ombra il posto conveniente, si séguiti dun- 
que a tenere stretto alla falsariga virgiliana. Di qui 
ricomincia nell'Eneide una classificazione di anime 
e successione topografica: prima di tutto i suicidi 
innocenti che rimpiangono il dolce lume ; poscia una 
sparsa campagna, detta del Pianto (lugentes campi), 
dove secreti calli e una circostante selva di mirti ce- 
lano i morti per crudel tabe d' amore, e dove Didone é 
ancora tenera con Sicheo, quasi come Francesca, nella 
schiera ov' è Dido, si stringe a Paolo ; finalmente una 
zona in cui stanno i guerrieri, tra i quali i troiani 
s' affollano intomo a Enea, i greci ne rifuggono 
spaventati, e Deifobo gli mostra le sue orrende 
ferite, come farà poi Manfredi a Dante. Ma a quel 
l^unto la Sibilla, con un' esortazione a non perder 
tempo che arieggia alle tante consimili della Comme- 
dia, tronca l' affettuoso colloquio e dice : questo é il 
luogo ove la via si biforca, la strada a destra va 
agli Elisii e passa sotto le mura di Plutone, quella 
a sinistra è pei tormenti dei tristi e mette all' empio 
Tartaro. 

Enea, che deve andare solo agli Elisii, prima pas- 
sando innanzi alla reggia di Plutone per deporre 
sulla soglia l'aureo ramoscello a Proserpina e spruz- 
zarsi d'acqua lustrale (cose simili a quelle che farà 
Dante appena uscito d'inferno!), non deve entrare 
nel Tartaro; né ciò sarebbe lecito a niun giusto. Ma 
intanto Enea guarda in basso a sinistra (anche qui 
la sinistra è la mano del male) e lo vede un po' quel 
Tartaro: circondato di triplice muraglia cerchiata dal 
Flegetonte, con una porta solidissima, con un' alta 
torre di ferro, con Tisifone sedutavi a guardia della 
soglia. Il suono che n' esce, di gemiti, di pianti, di 
percosse, di ferree catene, muove la curiosità d'Enea 
che vorrebbe sapere le colpe e i castighi. La Si- 
billa, che già visitò il Tartaro, gliene concede una 
breve descrizione. Il giudice del Tartaro é Rada- 
manto (Dante ha naturalmente concentrato tutto in 
Minosse, per la ragione che tra poco risulterà chia- 
rissima) ; appena quel conoscitor delle peccata ha 



19 



AxNO I. — N, 1. 



20 



pronunziato la sentenza, Tisifone batte il dannato 
e chiama le sue sorelle; s'aprono le porte, dentro 
v' è un' idra dalle cinquanta bocche, e poi il vero 
Tartaro, profondissimo. Là sono i Titani, e sono 
altri celebri colpevoli esemplarmente puniti, e i rei 
tutti delle colpe e vizii imperdonabili. 

Orbene, come si fa a non vedere il persistente pa- 
rallelismo fra la linea virgiliana e la dantesca? Colà 
tre territoriì, dei suicidi, degrinnamorati, dei guer- 
rieri, e poi la voragine del Tartaro ; qua i quattro cerchi, 
degl' innamorati, dei golosi, degli avari e prodighi, 
degP iracondi e accidiosi, e poi la voragine di Dite. 
La fantasia di Virgilio, meno operosa, quei tre ter- 
ritorii non li delinea con netti confini, contentan- 
dosi di trapassi indeterminati (Proxuma deinde te- 
nent loca, Nec procul hinc, lamque arva tenebant 
ultima, Hic locus estpartis xibivia sefindit in amhas)] 
li concepisce come tutt' una vasta landa, come una 
mera superficie; e quando finalmente col Tartaro 
viene allo spazio a tre dimensioni, non sa che ac- 
cennarne la spropositata profondità, non si prova 
nemmeno a scompartirlo, lo lascia li come un im- 
menso caldaione di delinquenti e di pene. Invece 
la michelangiolesca fantasia dell'Alighieri dà a quei 
territorii la forma circolare e digradante, ne deter- 
mina i confini, segna le discese, e giunto al concen- 
trico Tartaro suo se lo scompartisce con minuzia 
maravigliosa. Inoltre, le tre zone virgiliane, dei sui- 
cidi, innamorati e guerrieri, non che la zona dei 
bambini e dei condannati a ingiusta morte, costitui- 
scono la parte piuttosto penosa che penale dell' in- 
ferno, abitata da gente tutta morta anzi tempo, e 
però degna di compassione, non d' obbrobrio ; e solo 
il Tartaro è veramente punitivo. Questa distinzione 
è 1' ultimo strascico del concetto omerico, per cui 
il Tartaro è il carcere dei Titani, posto nei più pro- 
fondi abissi della terra e del mare, e ben diverso 
dall'Ade, posto soltanto dentro la terra, a dimora 
semplicemente malinconica dei trapassati. Di poi il 
Tartaro fu unito all'Ade, e più tardi Tartaro divenne 
anche sinonimo d'Inferno; ma in senso proprio ri- 
mase sempre il carcere dei tormenti, come l'Elisio 
fu il posto del premio, mentre un'altra parte dei 
luoghi sotterranei era per quelli la cui vita non 
fosse meritevole né di beatitudine nò di punizione : 
vita mancata, rimasta priva d'un completo svolgi- 
mento. S' intende bene, nell' inferno cristiano questa 
sezione neutrale diveniva assurda, ed al più poteva, 
come fece, rannicchiarsi nel limbo, sicché i cerchi ri- 
sjxjndenti alla triplice landa virgiliana doveva Dante 
popolarli di veri dannati ; ma col concentrare quivi 



i peccatori di semplice incontinenza, relegando in 
Dite i peccati di bestialità e malizia, appunto non 
fece che ricalcare e ridurre a modo suo quel che 
trovava in Virgilio. 

Perchè il Tartaro divenne addirittura la Città di 
Dite, ossia, come veramente dice Dante (Vili, G8), 
la Città che ha nome Dite f Ovidio non e' entra, che 
se egli, forse per il primo, parlò di una urbs Stygia 
(Metam. IV, 437, 440), dai mille aditi e con le porte 
undique aperte, intese con essa tutto insieme l'in- 
ferno, comprendendovi come semplici parti il palazzo 
di Plutone (438, 444) e il chiuso carcere tartareo 
(446, 453 sgg.). Da Ovidio può Dante essere stato 
ispirato solo nel chiamar città dolente tutto l' inferno 
(m, 1), sebbene cosi poi chiami (IX, 32) anche in 
particolare la città del foco (X, 22) o roggia (XI, 73); 
e del rimanente già il contrapposto dell'agostiniana 
città di Dio e della tradizionale Gerusalemme celeafc 
sarebbe stato bastevole a suggerirgli quell' espres- 
sione generica, come ad altri avea suggerito la Ba- 
bilonia infernale. Invece il Tartaro virgiliano gli do- 
veva dar subito l' idea d' una vera città fortificata, 
soprattutto per il 

Moenia lata videt triplici circumdata muro (549). 

Inoltre, poco prima (541) è detto che la via a 
destra Ditis magni suo moenia tendit, dove moenia 
non indica che il palazzo di Plutone, cioè l'ovidiano 
imi tecta tyranni (IV, 444) o, se pur non ha valore 
più generico, il nigri fera regia Ditis (438 *). Sen- 
nonché quel vocabolo, che die sempre da fare ai si- 
nonimisti e anche oggi affatica un po' in singoli testi 
lessicografi ed interpreti, ma insomma o all' estema 
muraglia o al complesso interno della città propria- 
mente suol riferirsi, potè fare al povero latinista 
fiorentino l' impressione che anche qui implicasse per 
forza una città '), sicché Ditùf facesse in quel caso 
da vero nome di città. S' aggiungeva il 

Noctes atque dies patet atri ianua Ditis (127), 

che, come trascina anche qualche moderno ^) a jwrre 
forse troppo assolutamen.te che ^ Dis sumitur etiam 
prò ipsis inferis ' , cosi a fortiori potè spinger Dante 
a credere che, non per sola parificazione momentanea 
e poetica del dio al suo regno, ma per stabile e quasi 
prosastica accezione, potesse Dite prendersi come un 

1) Cfr. la mia edizione dello Metamorfosi (Napoli, 
Pierro, 1895) a pp. 139-40. 

2) Anche Annibal Caro, ai guardi, traduceva: ' Quc^sto 
[sentiero] a man dritta a la citta no porta Del gran Plutone ' . 
Come i)iù giù dice citth il Tartaro. 

») Cfr. De-Vit nel Lessico e noli' Onomastico. 



21 



Anno I. 



N. 1. 



22 



vero nome locale *) ; sebbene in altri tre luoghi egli 
stesso V usi rettamente come nome personale e sino- 
nimo di Lucifero '). Comunque siasi, egli confuse o 
fuse insieme i moenia Diiis sotto i quali passava la via 
destra e i moenia del Tartaro a cui menava la sini- 
stra. Se nel concetto pagano era naturale che Plutone 
e Proserpina, dèi d' un inferno largamente inteso, aves- 
sero una reggia verso la parte migliore di esso, sulla 
via elisiaca, e ivi convivessero patriarcalmente in 
vera corte, fu altrettanto naturale che Dante levasse 
loro la reggia e li cacciasse nel Tartaro, mettendoveli 
a stare in cristiano divorzio: l'uno, Vimperator del 
doloroso regno y il rex inferni '), nel fondo delP ultimo 
cerchio, T altra, la regina delV eterno pianto, a reg- 
gere più direttamente il primo dei cerchi di Dite. 

Viceversa, cava Dante di dentro il Tartaro il Fle- 
gias miserrimusy che a tutte le ombre additava, per 
verità non si capisce con che frutto, il proprio esem- 
pio gridando ' Discite iustitiam moniti et non tem- 
nere divos ' , si da arieggiare alla lontana il geremiaco 
esordio di maestro Adamo sulla miseria sua. Lo cava 
di laggiù e ne fa il custode dello Stige; il quale, si 
badi, è alla città di Dite quel che il Plegetonte è al 
Tartaro. Entro Dite, e coi piedi sul suo fondo ghiac- 
ciato, stanno i Giganti, cosi come nel Tartaro virgi- 
liano /wndo volvuntur in imo i Titani. La parificazione 
tra i Giganti e i Titani era già avvenuta nella poesia 
classica; e nulla è più caratteristico della pagana 
origine della città di Dite che questo suo esser ri- 
masta la propria sede dei Giganti, e che i Giganti 
danteschi sian tutti della mitologia pagana, salvo il 
biblico Nembrotte e Lucifero biblico sol per metà, e 
che nel tratteggiarli il poeta si sia abbandonato a un 
quasi spensierato esercizio di pretta poesia classica *). 
Il virgiliano Salmoneo, fulminato da Giove perchè 
aveva voluto imitarne la folgore, ha un bel riscontro 
nel Capaneo dantesco, fulminato anche lui per Tempia 
sua sfida a Giove: episodio tratto da Stazio, con ag- 
giuntovi un particolare (la ressa nella fucina di Vul- 
cano) desunto da un tutt' altro luogo dell' Eneide 

i) E istruttiva a questo punto la chiosa del Buti. 
A\Temmo potuto ricordare anche Valla ostia Ditis delle 
Georgiche (IV, 467), ma par che Dante non conoscesse 
queste, di che v. Scherillo, Alcuni capitoli ecc., 475. 

«) Del nome greco Pluto, di cui Bis è la traduzione 
latina, si giovò Dante per farne un' altra personalità di- 
vina o demonica, che mise a guardia del cerchio degH 
avari e de' prodighi. Ma su codesta allotropia mitologica 
e su altri carcerieri infernali non è ora il momento di 
riprendere il discorso già bene iniziato dal Fauriel. 

3) Cfr. Siygio regi in En. VI, 252. 

*) Cfr. a questo proposito le belle osservazioni dello 
Scherillo, op. cit., 420 sgg. 



(Vm, 439-43), Vero è, nella enumerazione, o, me- 
glio, scarna, scialba e scucita esemplificazione delle 
varie categorie di delinquenti anonimi (608-613, 
621-24), come nella esemplificazione, ancor più ma- 
gra, delle pene che non sono ad personam (616 sg.) 
com' è invece quella di Tizio o d' altri (595-607), il 
poema latino è rispetto all'italiano quasi una brocca 
d'acqua torbida ad un limpido fiume. Per giunta, 
il testo è sin lacunoso in qualche luogo (601-2) e 
certamente di quelli che a Virgilio più dovè cuocere 
di non aver potuto limare. Ma, anche l' avesse potuto 
limare, le proporzioni tra questo speciale assunto e 
V intero poema non gli avrebbero permesso di andar 
molto più oltre dei suoi sommarii accenni di delitti e 
di pene, non messe in dantesca connessione queste 
con quelli, e delle sue proteste d' impotenza ad enu- 
merare tanta varietà di cose (614-15, 625-7). La pena 
indicata con le parole saxum ingens volvunt alii nem- 
men la lasciò Dante nel Tartaro suo, bensì la trasferì 
al terzo cerchio; come in questo anticipò i colpevoli 
indicati coi versi 

Aut qui divitiis soli incubuero repertis 

Neo partem posuere suis, qtiae viaxinia turba est (610 sg.), 

sfruttando pure quest' ultima insinuazione ; 

Qui vid'io gente più ch'altrove troppa (VII, 25). 

Cosi traspose nel secondo cerchio gli oh adulte- 
rium caesi. Tuttavia, pei tre cerchi della violenza, 
della frode e del tradimento, un qualche accenno già 
gli forniva il Tartaro virgiliano coi fratricidi (quihus 
invisi fratres) e i parricidi o quasi (puUatusve pa- 
rens)y con la frode (fraus innexa clienti), coi tra- 
ditori della patria (Vejididit hic auro patriam do- 
miniimqiie jwtentem Imposuit)y coi barattieri (fixit 
leges pretio atque refixit). Ma codeste son quisquilie, 
benché nemmen esse prive di significato, e quel che 
veramente importa è la conformità nel concetto so- 
stanziale di questo inferno dell' inferno, che in Vir- 
gilio è uno scolatoio di peccatori che vien dopo lo 
spazio occupato da semplici sventurati, e in Dante 
è lo scolatoio dei grossi peccatori che vien dopo i 
cerchi occupati da semplici incontinenti. 

E nella disposiziono materiale dei due luoghi e 
nella loro custodia e nelle impressioni che destano, 
quante conformità o intere o approssimative, e, che 
toma lo stesso, quante disformità antitetiche, sugge- 
rite dal bisogno o dal gusto di correggere ! Entrambe 
le città son fortificate, entrambe hanno un' alta torre 
(sfat ferrea turris ad auras), beuchò io Dante se 
n' ag;2:iunga pur una estema. A lui le mura jxirea 
che ferro fosse, come ferrea è la turris e di metallo 



23 



Anno I. — N. 1, 



24 



durissimo (solido adamante) la porta e lo colonne. 
Contro quella chiusura nulla potrebbero, non che gli 
uomini, gli Dèi stessi (ip$i caelicolae) ] ma per il 
vero Iddio (ecco la correzione!) è tutt' altro: un angelo 
mandato da Lui basta ad aprirla disdegnosamente 
con una verghetta, senz' alcuno sforzo (IX, 88-90). 
Tisifone cruenta guarda di e notte dalla torre il ve- 
stibolo del Tartaro (555 sg.), e appena un dannato 
deve entrare lo flagella e lo minaccia con le serpi 
che ha nella sinistra, e vocat agmina saeva soro- 
rum (670-72). E sulla torre di Dite comparisce di 
sangue tinta e anguicrinita la stessa Tisifone, non 
appena sì minaccia la visita importuna di Dante. 
Comparisce con le due sorelle ai fianchi *)» delle 
quali i nomi egli aveva se non altro da altri luo- 
ghi dell'Eneide; come dall'Ovidio maggiore (IV, 
604 sgg. ; V, 177 sgg.) trasse il tipo e il nome di Me- 
dusa e r omonimia di questa col Gorgone (IV, 699) •). 
Intanto U7i duolo annunzia agli orecchi di Dante 
l'appressarsi della Città (Vm, 65), come ad Enea 
avviene del Tartaro: hinc exaudiri gemitus.,. (557-9). 
A Enea non è permesso di passare lo sceleratum 
limen (la sedes scelerata di Ovidio, 456), e ciò non 
fu senza efficacia suggestiva sugli ostacoli che Dante 
immaginò di frapporsi al suo ingresso in Dite. Questi 
furono cristianamente superati ; ma nella estrema ri- 
pugnanza, non del tutto spiegabile in sé medesima, 
dell' inferno cristiano a ricever la visita d' un uomo 
vivo, ci si vede chiaro lo strascico del concetto pa- 
gano, e ne fan fede le Eurie quando, inferocite della 
pretesa di Dante, esclamano 

Mal non vengiammo in Teseo V assaltò (IX, 54). 

La Sibilla conosceva il Tartaro, perchè Ecate quando 
la prepose all'Averne la menò laggiù: ipsa poenas 
docuit perque omnia duxit; e cosi Virgilio conosce 
Dite per esservi stato altra volta, a sostituire uno 
spirto del cerchio di Giuda richiamato temporanea- 
mente in vita dagli scongiuri di Erittone. Dopo la 
porta del Tartaro v'è prima uno spazio dove ha 
sede l'Idra, e poi viene il Tartaro propriamente 
detto, tuvi Tartarus ipse; e cosi entro la muraglia 

*) Tisifone anche in Ovidio (IV, 474, 481) è la sola 
nominata, ma ha seco le sorelle (451-6, 473). 

») A nulla gli potevano giovare di per sé le Gorganes 
che fra altri vani mostri Enea trova nel vestibolo del- 
l' inferno (YI, 289). Al più le nozioni ovidiane gli erano 
confermate da Servio e da altri, e una spinta gli potè 
pur venire dal Gorgonels Alecto infccta vcnenis dell'Eneide 
(VII, 841). Però la viva impressione poetica, e quindi 
il pensiero di giovarsi di Medusa per aumentare il ter- 
rore della scena, gli venne di corto, ancor più che la 
pretta cognizione mitologica, dallo Metamorfosi. 



fortezza di Dite v' è prima una grande campagna 
seminata di avelli, e poi nel mezzo, in posizione 
cioè più geometricamente determinata, c'è il baratro 
dei tre ultimi cerchi. Questo nome baratro (XI, 69) 
è pur dall' Eneide (VEH, 245), dove però significa 
tutto l'inferno. L'Eneide, al solito, non definisce 
l'ampiezza dello spazio che intercede fra la porta 
e la voragine tartarea; ma Dante lettore potè im- 
maginarlo abbastanza ampio, Dante imitatore lo 
fece grande quanto gli piacque, bastandogli la tri- 
partizione virgiliana per accomodarla ai suoi fini. 
E chi sa se è proprio un caso che l' idra dell' eresia, 
peccato cosi multiforme, cosi facile a ripullulare, 
punito qui nei tanti avelli dalla bocca scoperchiata, 
si trovi in quel sesto cerchio che corrisponde giusto 
alla zona ove ha sede l'Idra: 

Quinquaginta cUrU immanis hiatibus Hydra 

Saevior intus habet sedem. 

Certo però che gli eretici sono bensi dentro Dite 
ma staccati dal baratro dei tre ultimi cerchietti 
e non entrano nelle spiegazioni del canto XI, ap- 
punto come l'Idra sta dentro la città tartarea ma 
fuori del vero Tartaro. 

Insomma, sotto la topografia materiale e sotto 
quella morale dell' inferno dantesco ci s' intravedono 
le linee dell' una e dell' altra topografia dell' inferno 
virgiliano. Non insistiamo per oggi sulle tante altre 
reminiscenze dell'Eneide in Dante, studio pieno 
d' attrattiva e di novità anche dove è stato già fatto 
incoato. Scriveva il Landino : ' non senza cagione 
il nostro poeta si propone per guida e duce Virgilio, 
perchè quello va imitando per ogni parte, benché 
si copertamente che pochi se ne accorgono'. Ma, 
bisogna pur dirlo, non tanto il poeta fu coperto 
imitatore, quanto paiono aver gli occhi velati i più 
degl' interpreti. Qui ci basti concludere come la tesi 
del Minich fosse una di quelle escogitazioni av- 
ventate non men che miopi, le quali ingombrano 
continuamente il campo della critica dantesca con 
problemi mal posti e peggio risoluti. Si pongono i 
problemi come sciarade, si vogliono sciogliere più 
o meno astrattamente con qualche bel ritrovato. Si 
vuol addentrarsi nel mondo del poema, senza aver 
l'occhio al mondo del poeta: alle sue letture pre- 
dilette, alle dottrine dei suoi maestri, alle fantasie 
dei suoi autori, le quali furono come la materia 
greggia rilavorata dalla fantasia sua. Le stesso 
Visioni medievali, mi manca qui lo spazio per 
mostrarlo, riecheggiarono, per quanto rozzamente, 
l'Eneide, assai più che non si creda o che a primo 
aspetto non paia; e appunto distinsero quasi sempre 



Anno I. — N. 1. 



26 



nell'inferno una speciale cavità più tremenda e 
inaccessibile, che in sostanza è sempre P antico 
Tartaro. Il divino poeta, che dai poveri precursori 
si distingue soprattutto per esser risalito alla fonte 
classica, per aver preso F Eneide a guida della sua 
composizione, e principalmente perciò finse di pren- 
dere l'ombra dell'autor di quella a guida dell'im- 
maginario viaggio suo, si sarebbe dall' Eneide dilun- 
gato più di quei precursori se non avesse mantenuto 
il Tartaro. L'innesto dunque dello schema pagano, 
poeticamente virgiliano e dottrinalmente aristotelico, 
dovette essere un de' più saldi e più congeniti tratti 
del primiero abbozzo della prima cantica. 

F. d'Ovidio, 



LA " SCUOLA UNICA " 



Prima di tutto, che s'intende per ' Scuola unica' ? 
Ormai lo sanno tutti, ma non sarà inutile ripeterlo, 
perchè nella definizione è già la condanna della 
cosa. S'intende una scuola che segua immediata- 
mente le Elementari, e debba esser frequentata: 

a) da chi cerca un' istruzione un po' più che 
elementare, per lasciar poi gli studi e darsi alle 
industrie, ai mestieri, agli impieghi più bassi, etc. ; 

h) da chi vuole poi seguire i corsi professio- 
nali quello fisico-matematico nell'Istituto Tecnico; 

e) da chi sceglierà il corso classico. 
Chi dubitasse dell' esattezza di questa definizione, 
vegga quello che sul!' argomento ha scritto il Chia- 
rini *), il quale del nuovo progetto s' è fatto pala- 
dino; e troverà che, subito nella prima pagina del 
suo lavoro, egli premette che la ' Scuola unica ' dovrà 
avere appunto quei tre scopi diversi. 

Dico ' nuovo progetto ' , perchè molto se n' è par- 
lato recentemente ; ma l' idea è tutt' altro che nuova. 
Se ne cominciò a discutere una trentina d' anni fa, 
e poi, a intervalli più o meno lunghi, è tornata in 
ballo, benché sino al 1888 timidamente e senza me- 
nar troppo scalpore. Ora invece i tempi sembrano 
maturi; ed anche se il Ministro che governa in 
questo momento l' istruzione pubblica non accetta il 
disegno di legge già preparato dagli onorevoli Gian- 
turco e Codronchi, siamo certi che tra pochi mesi 
saremo da capo, perchè s' è ormai molto diffusa ed 
è molto creduta la chiacchiera che la ' Scuola unica' 
goda il favore dei ' competenti ' . Poche settimane 

1) Vita Italiana, anno 8®, fase. 18. 



fa il Ministro del Tesoro, dimenticandosi che uomini 
come il Villari e il Gabelli non ne avevano voluto 
mai sentir parlare, proclamava alla Camera dei De- 
putati che i cultori della scienza pedagogica ornai 
concordano nel voto di congiungere in un istituto di 
cultura generale comune la scuola tecnica e il gin- 
nasio ; la qual ' congiunzione ' darà all'Erario il 
profitto annuo di un milione nel periodo di cinque 
anni. Lasciamo stare che si potrebbe a priori nu- 
trire qualche dubbio ragionevole sulla possibilità di 
riordinare e migliorare l'istruzione secondaria, ri- 
sparmiando un milione all' anno : su questo non in- 
tendiamo per ora di insistere, perchè quella semplice 
affermazione del Ministro non ci dà gli elementi 
necessari a un giudizio qualunque *)• ^^ ^^ ^^ 
in nessun modo può esser menato buono all' onore- 
vole Luzzatti, è d'avere affermato quella tal con- 
cordia dei ' cultori della scienza pedagogica ' . Già 
glie ne ho ricordati due che non concordano; ed 
a' quei due ho da aggiungere, per esempio, il D' Ovi- 
dio, il Tocco e.... la maggioranza del Consiglio Su- 
periore per la Pubblica Istruzione! Se dunque il 
consenso non c'è, e il Ministro ha traveduto per 
il desiderio di quel milione — povero milioncino, 
non sarai tu che spianterai l'Italia! — possiamo 
ancora liberamente discutere, né deve preoccuparci 
troppo il timore di non esser compresi tra quegli 
illustri ed anonimi ' cultori della scienza pedago- 
gica ' , ai quali si appoggiava il Luzzatti. 

C è chi crede che la discussione sia inutile, fin- 
ché il progetto della ' Scuola unica ' non sia dav- 
vero presentato e conosciuto nei suoi particolari. Ma 
come altri, senza occuparsi dei particolari, lo di- 
fende, cosi sarà lecito, io credo, di combatterlo; 
tanto più perchè i particolari in questo caso signi- 
ficano ben poco. Quel che importa è il principio 
fondamentale; e il principio fondamentale è radical- 
mente sbagliato. Né i migliori regolamenti né i più 
perfetti programmi potrebbero rimediare a nulla, 

1) Ma, almeno in nota, vogliamo ricordare la sorte mi- 
seranda d'un altro milione, ohe si sarebbe trovato da 
risparmiare, alcuni anni fa, sul bilancio dell'Istruzione, 
secondo un certo disegno di legge. Come questo fu pub- 
blicato e strombazzato, un semplice impiegato del Mini- 
stero si accorse che la vantata economia non era altro 
che un errore di calcolo in una somma. L' on. Luzzatti è, 
senza dubbio, più esperto e più esatto nel calcolare ; ma 
la conclusione sarà la stessa, e se non sarà la stessa, 
sarà sempre deplorevole che proprio nel nostro paese, 
con un bilancio delP Istruzione tanto meschino, si racco- 
mandino riforme scolastiche con intenti fiscalL 



27 



Anno I. — N. 1. 



28 



quando fosse accettata Pidea madre del nuovo 
istituto. 

C^ è un principio nel quale davvero consentono 
tutti i cultori delle scienze pedagogiche ; ma, nep- 
pure a farlo apposta, è un principio affatto opposto 
a quello della ^ Scuola unica ' . Cosi la teoria, come 
r esperienza di quelle nazioni che hanno più per- 
fette istituzioni scolastiche, ci dimostrano in modo 
inoppugnabile queste verità: che una stessa scuola 
non può servire a più fini ; che quando una scuola 
è costretta a ricevere due diverse categorie di alunni 
(e nel caso nostro sarebbero tre !), non può provveder 
bene ai bisogni di nessuna; che perciò i tipi di 
scuole debbono oggi essere i più diversi e i più sva- 
riati, perchè ognuno trovi facilmente quel che gli 
bisogna *). In verità, solamente in Italia, dove si 
disputa di cose pedagogiche molto e da molti, ma 
a orecchio, e per lo più col solo scopo di esaltare 
di combattere un Ministro, solamente in Italia 
era possibile venir fuori con questa maravigliosa 
scoperta di una scuola ' omnibus ' , dove troveranno 
un' educazione intellettuale ugualmente buona i clas- 
sici, i tecnici e i futuri.... ^ giovani di studio ' ! Il 
male più grave che affligga le nostre scuole è ap- 
punto r esservi confusi elementi troppo diversi : ed 
ora la confusione si dovrebbe consacrare per legge ? 
Le Elementari son fine a sé stesse e insieme sono 
il primo passo per chi vuol seguitare gli studi : di 
qui la difficoltà enorme di ordinarle bene. La Scuola 
Tecnica è aduggiata e ingombrata da una turba di 
gente, che non anderà all' Istituto e che la frequenta 
soltanto sinché non trovi un'occupazione qualunque 
da guadagnare il pane ; tant' è vero, che appena il 
trenta per cento degli inscritti al primo anno, arri- 
vano fino alla licenza. Il Ginnasio e il Liceo non 
sentirebbero il bisogno di riforme troppo radicali, se 
dovessero servire soltanto a chi s'avvia per l' Uni- 
versità; ma pur troppo sono affollati dai futuri 
Impiegati postali e telegrafici. L'Istituto tecnico è pro- 
fessionale ; ma poiché nella sezione fisico-matematica 
è una scuola secondaria, ha provato e prova an- 
ch' esso tutti gli inconvenienti di chi deve servire 
a due padroni. Insomma, in ogni ordine di scuole si 
avvera la parola di Dante: 

Sempre la confusion delle persone 

Principio fu del mal 

1) Vedi A. Gabelli Vlatruzime in Italia I 211 sq. 315 sq. : 
!F. Tocco La scuola secondaria in Rassegna scolasi, anno I 
193 sqq. 227 sqq. Degli scritti di questi due valentuomini 
ho osato liberamente; né avrei ripetuto cose già dette 
megUo da altri, se tanta brava gente non mostrasse o di 
non averU letti o di averli dimenticati. 



* * 



Ai sostenitori della ' Scuola Unica ' vorrei pro- 
porre questo caso pratico. Immaginate due ragazzetti 
di dieci undici anni, i quali, compiuto già il corso 
Elementare, vogliano continuare i loro studi ; e che 
l'uno intenda di entrare, più presto che può, in 
qualche officina, ma prima gli sia necessario im- 
parare un po' più d' aritmetica e d' italiano ; l' altro 
pure debba studiare aritmetica e italiano, ma con 
r intenzione di diventare a suo tempo o ingegnere 
o matematico o avvocato. Vi sembra davvero pos- 
sibile che uno stesso maestro, nello stesso tempo 
e con gli stessi metodi, possa dare all'uno e all'altro 
quell'educazione intellettuale che gli bisogna? E se 
ai maestri fosse lecito dire di no, credete voi che 
se ne troverebbe uno solo di cosi poca coscienza da 
prestarsi a far lezione a tutti e due quelli scolari 
insieme? Che se invece la cosa a voi sembra pos- 
sibile e facile, per parte mia rinunzio alla discus- 
sione; perchè vuol dire che avrete letto dei libri 
dei programmi dei regolamenti e fatto degli studi 
teorici profondi, ma delle scuole non ne avete viste 
mai da vicino e perciò ve le figurate cosi a occhio 
quali non dovranno nò potranno esser mai. 



* 



Che poi in questa ' Scuola unica ' debba inse- 
gnarsi il latino, come voleva una volta il Martini, 
oppure soltanto le materie oggi prescritte alla Scuola 
Tecnica, come ora vogliono il Martini stesso e il 
Chiarini, è quistione di ben poca importanza. H 
Chiarini che rivolge i suoi ragionamenti special- 
mente contro i ' paurosi ' amici del classicismo, e 
fa suo principale argomento quello che insegnare il 
latino a ragazzi di nave o dieci anni l semplice- 
mente un torturare V infanzia, e si sforza di per- 
suadere che, facendo cominciar gli studi classici a 
tredici o quattordici anni e continuare per cinque 
soli invece che per otto, se ne otterrebbero frutti 
molto più copiosi, non ha pensato che la Scuola 
unica ' da lui vagheggiata non ha contro di sé sol- 
tanto quei ' paurosi ' cultori ; perchè il progetto è 
cattivo in se, indipendentemente dal vantaggio o dal 
danno degli studi classici *). Il latino — ammettiamolo 
per un momento — è un tormento a dieci anni, e da- 
rebbe più frutto un insegnamento più intenso inco- 

1) Per esempio, la delegazione nazionale dei rctgionieri 
non deve essere molto tenera della filologia classica ! Ep- 
pure, in un^ adunanza che tenne a Boma nel dicembre 
scorso mostrò poca simpatia alla cosi detta fusione delle 
scuole classiche con le tecniche. 



29 



Anno I. 



N. 1. 



30 



minciato più tardi? Ebbene, nei primi anni del Gin- 
nasio non si insegni ; ma il Ginnasio resti Ginnasio, 
e la Scuola Tecnica resti Scuola Tecnica, e si prov- 
veda ad altre scuole per chi, non contento delle 
Elementari, non vuole o non può frequentare le 
secondarie. Ma per un momento solo abbiamo di- 
chiarato di ammettere che sia vera quella ' tor- 
tura dell* infanzia ' che spaventa il Chiarini. Nei 
primi due anni di latino il lavoro imposto ai ragazzi 
è quasi del tutto un lavoro materiale, meccanico, 
mnemonico ; e per i ragazzi non è supplizio un la- 
voro di quel genere, che anzi è adattatissimo a 
un- età che il prof. Decia chiama felicemente V età del 
pappagaUesimo, Vero e crudele supplizio è quando, 
grandi o piccoli che siano, li costringiamo a studi 
superiori alla loro intelligenza, come sarebbe TArit- 
metica ragionata nel Ginnasio Superiore; ma per 
imparare a memoria dei nomi e dei verbi latini non 
c' è davvero bisogno d' un lavorio cerebrale che possa 
riuscir dannoso. Senza dubbio lo studiare costa sem- 
pre fatica a quell' età ; ma se cerchiamo di rispar- 
miare ai ragazzi ogni fatica, tant* è chiudere le 
scuole che abbiamo e non perdere il tempo a esco- 
gitarne delle nuove. 

* 

Tutto dunque va bene e non e' è bisogno di ri- 
forme? Che tutto vada bene nessuno oserebbe affer- 
marlo ; ma, per parte mia, oso affermare che i lamenti 
insistenti e continui sulP insegnamento classico se- 
condario, hanno si un fondo di vero, ma per non 
so qual vezzo o vizio tutto italiano, sono enorme- 
mente esagerati. Acutamente osservava il Chiarini 
nel 1894 che a noi Italiani sembra d'andare a nozze 
quando possiamo dir male di noi stessi e delle cose 
nostre più del vero e più del bisogno ; mentre (sono, 
anche queste, parole del Chiarini) e un fatto, rico- 
nosciuto da tutti, che la Scuola classica e quello fra 
i nostri istituti d' istruzione che dà i frutti migliori 
e più abbondanti *). Non si potrebbe dir meglio.'Pur 
troppo però sembra che, a soli due anni di distanza, 
r egregio uomo abbia mutato opinione ; e invece di 
dar frutti buoni e abbondanti, trova ora che la 
scuola classica, non riuscendo co' suoi otto anni di la- 
tino a ispirare nei giovani nessun gusto e nessun 
amore verso i grandi scrittori antichi, fa perdere il 
tempo, ed è perciò da mutare, da rifare, da rifor- 
mare radicalmente. E in questo, dico modestamente 
ma liberamente il mio parere, non si potrebbe dir 



L'effetto di certi giudizi, specialmente quando 
chi li pronunzia è Direttore generale delle Scuole 
classiche secondarie, sarà quello solamente di aggra- 
vare il male, poiché le riforme o non si faranno o 
tarderanno ancora (Dio lo voglia !) parecchi anni ; 
e intanto i nostri ragazzi dovranno studiare il la- 
tino, mentre senton dire da chi presiede ai loro 
studi che il latino è un tormento dell' infanzia, che 
come è insegnato ora non s'impara, e che è un 
assurdo pretendere che resti la base della nostra cul- 
tura generale! 

Chi può migliorare le scuole classiche? Chi può, 
quanto è possibile in una Società poco adatta a in- 
tendere il valore tutto ideale della educazione di 
quelle scuole, liberarle dal troppo e dal vano? Chi 
può cacciarne fuori la noia, che è la loro nemica 
capitale ? Non i Ministri, non il Parlamento, non i 
Direttori generali, non leggi nuove o nuovi Pro- 
grammi e Regolamenti, ma soltanto i maestri. Prima 
dunque di metter sossopra tutto il nostro ordinamento 
scolastico, chi può e deve veda un po' se per i maestri 
(e non dico per lo stipendio solamente) s' è fatto* 
quanto si poteva e si doveva ; e se non s' è fatto, 
si cominci una buona volta. 



Dicembre 1897. 



E, PisteUu 



LÀ HLOLOGIÀ CLÀSSICA IN UNGHERIA 

nel 1896 



peggio 



i) Nuova Antolj 1» Agosto 1894. 



Tentando per la prima volta di dare una breve notizia 
dello stato della filologia classica in Ungheria nel '96, 
vogUo prima gettar nno sguardo sul passato di tali studi 
nel nostro paoso, affinchè il lettore italiano dalla poca 
fecondità attualo non tragga la conseguenza che in quella 
disciplina gli Ungheresi abbiano prodotto sempre cosi 
poco. La filologia classica si coltiva da noi seriamente da 
quando il prof. Emilio ThewTewk fondò (nel '74) coi suoi 
colleghi la ' Società Filologica ' e la provvide (nel '77) di 
un organo speciale: VEgyeteniea Philologiai KdzUìny (* Gior- 
nale universale di Filologia ' ), dove fu pubblicato, con po- 
che eccezioni, quanto di megUo i filologi ungheresi pro- 
dussero in questi due ultimi decenni. Ernesto Finàczy, 
scrivendo la storia della Società {K&zUhiy XXI 198-201) 
calcola a 366 il numero degli articoli di filologia classica 
che fin a quel tempo vi si stamparono. Tra i collabora- 
tori del K&zHyny si possono citare nomi celeberrimi : Gio- 
vanni Arany, col Petòfi il più gran poeta dell' Ungheria, 
traduttore valentissimo di Aristofane ; Gregorio Csiky, 
gloria del teatro drammatico ungherese, che ci diede le 
opere di Plauto e di Sofocle in versi magiari; Eugenio 
Abel che curò le edizioni critiche di Colluto, dell' Ekphrasis 
di Giovanni di Gaza, degU scolii pindarici, delle poesie 



31 



Anko I. — N. 1. 



32 



orfiche, e scrisse opere fondamentali sull'umanesimo in 
Ungheria e in Italia, tra le altre sopra Isotta Nogarola. 
La Società, che ogni mese tiene una seduta con letture 
scientifiche, prospera assai ; alla fine del '96 aveva 659 soci. 
Vi è inoltre la commissione filologica classica dell' Acca- 
demia scientifica Ungherese, commissione istituita neir 88. 
Oltre a molti lavori critici (p. es. i * Dieta Catonis ' ed. Né- 
methy) e studi di storia letteraria (p. es. Pecz, ' La tra- 
gedia greca ' ), questa commissione fece pubblicare tradu- 
zioni di molti autori greci e romani: Anacreonto, Gaio, 
Virgilio, Tucidide, Erodoto ecc. Ha un bilancio speciale 
per i suoi lavori, ma anche il jìl-eno dell'Accademia pro- 
cura la pubblicazione di opere filologiche ; cosi poterono 
esser pubblicati il primo volume del Pesto di E. Thew- 
rewk, la biografia terenziana dell' Abel, le ' Euhemeri re- 
liquiae ' del Némethy, i facsimili fototipici del rinomato 
codice napoletano del Festo. Infine la * Società del Museo 
Transilvanico ' a Kolozsvàr (Klausenburg) pubblica una 
buona rivista, che offre le sue colonne anche ad articoli 
di filologia classica. 

In poco tempo, dunque, si è prodotto molto in Unghe- 
ria, e più d' uno dei lavori pubblicati dal ' 77 in poi ha 
importanza non Heve. Ma l' anno ' 96, purtroppo, non fu 
fecondo di opere attinenti alla filologia classica. Fu, come 
è noto, l'anno del nostro millennio, pieno di feste nella 
xapitale ed anche nella provincia. Il ministero dell' istru- 
zione pubblica diede incarico a molti dei nostri professori 
di scrivere, per il giubileo, le storie delle singole scuole, 
e però molti furono occupati in lavori d' altro genere ; nò 
i ' Programmi scolastici ' potevano pubblicare memorie 
filologiche, pieni oom' erano di questi articoli d' occasione. 
Un altro motivo della poca fecondità è lo stipendio picco- 
lissimo dei nostri insegnanti, in ispecie di quelli della ca- 
pitale: grave ostacolo «dia loro attività letteraria. 

Bibliografia utilissima della letteratura filologica unghe- 
rese è il * Repertorio ' pubblicato annualmente dal bravo 
Hellebrand nel Kdztóny. Comincia col ' 86, e si estende an- 
che alla filologia moderna. Delle opere che vi sono anno- 
verate, noi, naturalmente, teniamo conto solo di quelle che 
o segnano un passo innanzi nella nostra scienza, o rendono 
importanti servigi alla coltura nazionale. 

Progredendo secondo le discipline, mettiamo in primo 
luogo i due volumi di Antonio Badò: ' Storia della let- 
teratura italiana ' (Budapest, Accademia), dove nelle pa- 
gine 267-291 la storia dell'umanesimo ò trattata molto 
bene. Il prof. Stefano Hegediis, uomo di profonda coltura 
estetica, scrisse un opuscolo su Guarino da Verona ed il 
suo discepolo ungherese Giano Pannonio, traducendo pure 
il noto ' Panegirico ' di quest' ultimo in fluidi esametri 
magiari ed aggiungendovi dei commenti. Vi ò dimostrato 
che il ' Panegirico ' del Guarino fu scritto nel 1458. L' A. 
vi dipinge pure tutta la vita letteraria di quel tempo. Il 
Hegediis tradusse pure un'altra poesia di Giano (* Bullet- 
tino del Museo Transilvanico ' pp. 377-383), quella che si 
trova a pp. 304-312 dell'edizione di Utrecht. L'Accademia 
ungherese ha intenzione di far preparare una nuova edi- 
zione completa delle opere dell' umanista magiaro. 

Il docente Remigio Békefi pubblicò tre studi intorno 
allo stato dell'istruzione in Ungheria al tempo dei re della 
oasa Arpad dal 1000 al 1801 (v. la rivista storica Szàzadoh, 
pp. 207-222, 310-837, 413-428). Molti interessanti partico- 



lari egli comunica sulla quistione dell' esistenza dell' uni- 
versità di Veszprèm, sugli studi fatti da giovani ungheresi 
all' estero e sulla cultura generale in Ungheria a quel tempo. 
Quanto alla scuola di Veszprèm, nega che fosse un' Univer- 
sità, come molti sostennero fin oggi; era semplicemente, 
come egli dimostra (pur abusando talvolta della critica dei 
testi), una scuola di ecclesiastici. Quanto agli studenti un- 
gheresi all'estero, ne trova fin dal 1265 all'università di 
Bologna, fin dal 1209 a quella di Vicenza, fin dal 1231 a 
quella di Padova. Vi furono studenti ungheresi che stu- 
diarono giurisprudenza ecclesiastica persino in Aleppo! 
Quanto allo stato della coltura ungherese in quoll' epoca^ 
si occuim del sinodo di Buda (1*289), ove si trattarono i 
modi per aumentare la coltiu*a del clero. Infine il prof. Ales- 
sandi'o Màrki scrisse un beli' articolo sul re Mattia e sul 
rinascimento in Ungheria (* Bollettino del Museo Transil- 
vanico ', XIII 359-376). 

Nel campo della paleografia è da notarsi lo studio 
del docente Rodolfo Vàri : * Santi Gregorii Nazianzeni co- 
dicis Mediceo Laurentiani, celeberrimi, coUatio ' (Philol. 
KòzWny, XX 759-772), che tratta, nella sua prima parte, 
dei folii 1-53 del codice groco Laurenziano VII 10, donde 
fra il resto sono indicati non pochi versi inediti del Na- 
zianzeno. 

Per la grammatica greca vi è lo studio del prof. Stefano 
Hegediis, ' L' accusativo nel greco ' ( * Bollettino filologico 
dell'Accademia ' 67-77 e 202-211). Basandosi sul Delbruck 
(Die GrundUtgen der griachièclien Syntax) aggiunge alle tre 
specie dell'accusativo che vi sono trattate, una quarta: 
lo accusativo schematico ovvero ellittico, esclamatorio ed 
assoluto. 

Antonio Bartal offre dati pregevoli riguardo alla gram- 
matica latina del medio evo e dell'evo moderno nel sno 
studio ' SuUe qualità speciali della latinità ungherese ' 
(Philologiai Kdztóny, XX 641-654). È noto che parte impor- 
tante abbia avuta il latino nelle sedute della Dieta e in 
quelle delle provincie (comitati) fin al 1840 ; il latino che vi 
si usava, doveva naturalmente arricchirsi di molte nuove 
forme e costruzioni. Di ciò fece studio speciale il Bartal, ed 
a lui l'Accademia diede incarico di compilare il Dizionario 
della latinità in Ungheria. Neil' articolo ricordato di sopra 
egli ci dà notizia dei lavori da lui compilati per il Dizionario. 
Per le antichità latine e greche e l'archeologia con- 
viene ricordare lo studio di Antonino Csapò, * Sulla teoria 
del governo dello stato in Senofonte e in Platone ' , ove 
da una parte ci presenta il q-uadro Senofonte© dello Stato 
guerresco (PhiloL KSztówy 517-533), e dall'altra parte 
quello Platonico dello Stato filosofico (p. 669-687), po- 
nendo a riscontro le differenze fra le due forme di Stato, 
ed argomentando che la * Ciropedia ' fosse diretta contro 
la ' Repubblica '. 

Importante è pure lo studio di Gabriele Téglàs * Sulle 
fortificazioni limitrofe romane ai piedi della montagna 
di Hargita, e sullo scopo e sul sistema di difesa dei con- 
fini orientali * (neìVErdélyi Muzeum XIII 384-9 e 416-27. 
L'A., il quale già prima aveva dimostrato che l' occupa- 
zione della Dacia era motivata, oltreché dal desiderio di 
conquistare quella regione, dallo scopo di sfruttarne le 
miniere, dimostra che i Romani possedevano anche ai 
piedi della detta montagna una linea di limite, e che il 
centro della difesa delle frontiere orientali si trovava a 



33 



Anno I. 



N. 1. 



34 



Enlaka, posta sulla linea di divisione dei due fiumi Kù- 
kùllò, ove il servizio di guardia fu fatto dalla ' Cohors lY 
Hii panorum equitata ' . Questa coorte doveva fare il ser- 
vizio di esplorazione e di osservazione ; in caso di bisogno 
doveva dare degli avvisi al quartiere generale (Apulum) 
e socxìorrere i punti minacciati sulle rive dei due Kiikiilld. 
Gabriele Finàly pubblica nella stessa rivista (p. 112-114) 
un nuovo disegno della * Fibula Palatina ' , descritta dal 
Gatti nelle * Notizie degli Scavi * (ottobre 1895), e la 
confronta col secondo dei tre esemplari finora conosciuti, 
con quello di Apahida, custodito nel museo di KolozsvÀr. 
Doscrive inoltre neìVArchaelogiai Érte»Ud (XVI, 148-152). 
* Un paio di briglie etruscho ', confrontando le briglie 
trovat-e nel comitato di Zólyom con quelle etrusche sco- 
I)erte durante i nuovi scavi del Museo Archeologico di 
Firenze nella ' tomba a cerchio ' della necropoli di Ye- 
tulonia. 

Nella stessa rivista il prof. Giulio Ziehen di Franco- 
forte sul Meno descrive una statuetta di bronzo, trovata 
in Pannonia e custodita nel Museo nazionale di Budapest ; 
raffigura Dionisio, colla nebris, la corona di viti sulla 
testa, nelle mani un grappolo d' uva. Lo Z. sostiene che 
la statuetta imita un lavoro di Cefisodoto, il quale era 
quasi il padre dell'arte di PrassiteJe, poiché deriva da 
Prassitele anche la statuetta fiorentina di Sambon, la 
quale ci dà la fedele immagine di quel Dionisio di Pras- 
sitele che si trova descritto in Callistrato e che differisce 
poco dalla statuetta in questione. Oltracciò nella imita- 
zione di Cefisodoto raffigurante TEirene (ora a Monaco 
di Baviera) egli riconosce motivi affini a quelli della no- 
stra statuetta. Quindi a p. 118-120 lo Ziehen ci presenta 
una statuetta di Ercole, in bronzo, alquanto lesa, T ori- 
ginale della quale dovè essere opera di un artista eclet- 
tico del secolo lY a. C. ; questi nella tenuta del corpo 
prese a modello Policleto, nella forma della testa Pras- 
sitele, e neU' ombreggiare speciale degli occhi Scopas. No- 
tiamo infijie un articolo di Luigi Bella (ib. p. 255-259), 
che tratta dei nuovi scavi a Sopron (Oedenburg), l'antico 
Scarabantium, e descrive in ispecie una testa d' argento 
di Fauno, oggetti di schiuma di mare, vasi di bronzo. 

Sono molte le opere riguardanti la storia letteraria 
greca e romana. Cominciamo dalla dissertazione di laurea 
di Stefano Acsay, sopra il grammatico Erodiano, della 
cui opera Uegl fioyiJQOvg Xé^etag si determina il valore e 
se ne dà anche la versione ungherese. Giulio Gyomlay 
tradusse le orazioni di Demostene * Della legazione in- 
fedele ' e ' Della corona ' (Budapest, Accademia, p. 880) : 
Carlo Yajda, dialoghi scelti di Luciano ( ' Programma della 
scuola di Fehértemplom ' p. 8-101) ; Colomanno Kacsko- 
vics il voi. II delle Biografie Parallele di Plutarco, Sa- 
lomone Schill la ' Legatio ad Gaium ' di Filone (Buda- 
pest, p. 100). Di versioni dal latino non è senza valore 
letterario quella di Yelleio Patercolo, fatta da France- 
sco Szolgyómy (Budapest, Accad., p. 129). Géza Némethy 
scrisse uno studio estetico sulla Didone di Yirgilio {Phi- 
lol. Kdal&my p. 1-18). L'A. vi dipinge il processo psico- 
logico dell'amore nel poema, indagando d'altra parte in 
che cosa sia originale Yirgilio come poeta dell'amore. 
Il numero dei paragoni fra VEneide e la PharscUia 
viene aumentato da uno studio di Giov. Bartha {PhiloL 
KSzUhiy 97-112 e 198-217), il quale cerca di definire il 



posto occupato da Lucano nella poesia narrativa romana. 
Besulta dalle sue ricerche estetiche che l'Eneide è il pro- 
dotto di un' arte tranquilla che ha la coscienza di sé e 
che non guarda ad altro che allo scopo poetico, mentre 
la Pharsalia sarebbe il frutto della eccitazione febbrile 
di queir epoca. Lucano non imitava Yirgilio neppure nello 
stile, e riguardo poi al verseggiare non gli è superiore 
nessuno all' infuori di Ovidio. 

Il docente di Kolozsvar, Giuseppe Cserép tratta in un 
suo opuscolo stampato a Arad delle questioni riguardanti 
la vita e le opere di C. Sallustio Crispo. L' A. vi asserisce 
che l'invettiva sallustiana contro Cicerone fu scritta dopo 
la morte di Cesare ; l'autore non la condusse a termine, 
ma nonostante Asconio la inseri nella sua biografia sal- 
lustiana ora perduta. Invece l'invettiva attribuita a Ci- 
cerone sarebbe opera di un retore posteriore. Tutti e due 
gli scritti diretti a Cesare sono di Sallustio; sono due let- 
tere, r una scritta tra il 9 agosto e il 28 settembre del 48, 
l'altra un po' prima, quando Pompeo lasciò Boma ed i 
partigiani di Cesare rimastivi erano terrorizzati- Sallustio 
aveva scritto la Giugurtina prima di quelle lettere, nel 42, 
il * Bellum Catilinae * nel 40, e deve aver cominciato a 
scrivere le * Historiae ' nel 39. 

Emilio Tory pubblicò una monografia intitolata ' La 
teoria di M. Yitruvio Pollione sui santuari antichi * 
(Budapest, Pàllas, p. 181). Premettendo alcuno parole 
sulla vita e sul tempo di Yitruvio, vi tratta dei santuari 
antichi in generale, poi dà un commento alla teoria di 
Yitruvio, e specialmente alle cinque specie di colon- 
nati che questi distingue. Cosi quest'opera, arrichita di 
40 figure, ò valido aiuto ai lettori del libro cosi difficile 
di Yitruvio. 

Infine dobbiamo a Beni Incze un trattato * Sull' autore 
del Dialogus de oratoribus ' (PhiloL K&zUhiy 119-182 
e 227-248), dove sono esposte ed esaminate tutte le que- 
stioni che sorsero intorno all'autore di quel prodotto 
prezioso dell'età dei Cesari. Anche secondo lui ne è Ta- 
cito l'autore. 

Degli studi riguardanti la letteratura bizantina non 
occorre fare qui menzione, e ci basterà rimandare il let- 
tore ai Eendiconti del prof. Guglielmo Pecz nella Byaan- 
iinische Zeitsehrifi (YI, 179-181 e 587-591). Yi si parla 
dei lavori del Pecz, di Oscarre Bàrczay e del sotto- 
scritto. 

Prima di finire però mi sia dato permesso di registrare 
un lavoro che per merito non dovrebbe esser posto in 
ultimo luogo; ed é il grosso volume di Carlo Szabó ed 
Arpàd Hellebrant, intitolato ' Biblioteca antica unghe- 
rese *, dove in 2547 numeri si ha la descrizione biblio- 
grafica precisa di opere ed opuscoli non ungheresi, pub- 
blicati da autori ungheresi all'estero, dal 1480 al 1670 
(Budapest, Accademia, 1896). Yediamo da quest'opera 
che una volta l'Ungheria gareggiava degnamente cogli 
altri popoli europei in erudizione e coltura. E valgano 
ora le poche notizie che abbiamo raccolte, a dimostrare 
che anche oggi gli Ungheresi procurano di tenere dietro 
ai progressi degli studi filologici e a contribuirvi del loro 
meglio. E in avvenire, speriamo, non vorranno dimenti- 
care le splendide tradizioni antiche. 

Bodol/o Vàri 



36 



Anno I. 



N. 1. 



30 



Vincenty LutOSlaWSki, The origin and ffroìoth of 
Pialo* s Logic. (London, Longmajis, Qreen and Co., 1897). 

Quest^ opera importante, che per la ricca bibliografia 
vince tutte le altre, e per la novità di alcuni risultati 
da tutte si dilunga, merita senza dubbio alcuno un attento 
esame, principalmente da parte di chi non sia affatto d^ ac- 
cordo con r autore. Il quale da parecchi anni attende a 
questo lavoro, e le opere di Platone ha con grande studio 
frugate e rifrugate per rendersi conto dell'oscura cro- 
nologia. Non dirò che sempre sia riuscito nel suo intento, 
n& certo troverà molti consensi nellUpotesi di un muta- 
mento di dottrina, a parer mio troppo brusco e radicale 
da potere essere ammesso senza prova molto più strin- 
genti di quelle, che a lui sia riescito di addurre. Ma co- 
mxmque sia, anche la discussione di punti cosi controversi 
gioverà alla retta intelligenza del Platonismo e della sua 
storia interna. 

£ per cominciare dal titolo stesso, io credo che dica 
di meno e di più di quel che si trova nel libro. Di 
più; perchè nel libro è trattata tutta la gnoseologia e 
buona parte della metafisica e psicologìa Platonica, non 
soltanto la logica, se pure sotto il nome di logica non 
s' intenda tutta la scienza del pensiero, al modo, poniamo, 
dalla scuola Hegelliana. Di meno; perchè gli accenni 
metodici, sparsi nelle opere platoniche, non sono raccolti 
in un tutto, né messi in confronto con V Organo Aristo- 
telico, che serve loro di complemento ed integrazione. 
L' autore stesso confessa che ' nei primordi della sua atti- 
vità Platone mostra scarso interesse per la logica ; poiché 
i dialoghi minori e il Protagora fanno tentativi di defi- 
nizioni, ma procedono in generale in modo induttivo e 
per una via non diversa, per quel che ne sappiamo noi, 
dalla Socratica. Vi si discutono le quistioni morali, senza 
porre mente alle difficoltà, all' infuori forse del Carmido 
dove s'incontra la parola avXXoyMafisyog applicata ad un 
sillogismo di seconda figura. Il che non è da meravigliare ; 
poiché le argomentazioni sono più vecchie della logica, 
e anche la parola stessa sillogizzare é più vecchia di Pla- 
tone' (p. 118). Nei dialoghi seguenti, a cominciare dal 
Cratilo e dal Simposio sino al Fedone, alla Eepubblica 
e al Fedro, sebbene vi si dimostri un interesse logico 
ognor più crescente, pure le quistioni principali sono le 
glottologiche, le gnoseologiche, le metafisiche, le psicolo- 
giche, se vogliamo, non le logiche propriamente dette. 
Anche nei dialoghi critici, come il Teeteto e il Parmenide, 
e nei dialettici, quali il Sofista, il Politico e il Filebo, 
troviamo accenni ad \ina enumerazione dei concetti astratti, 
quale poi fu fatta nelle Categorie d'Aristotele, e ad alcune 
norme per le migliori classificazioni e divisioni dei con- 
cetti ; ma tutto questo è ben poco per la logica propria- 
mente detta. E molto meno di questo si trova nei dialoghi 
più tardivi, come il Timeo e le Leggi, e l'autore stesso 
lo dichiara espressamente. Non discutiamo l'ipotesi, che 
Platone ' forse dava un maggior numero di regole logiche, 
che non sieno notate sulle sue opere ' ; ipotesi che se 
anche fosse accettevole, non ci gioverebbe gran fatto ; 
poiché qui non si tratta d'altro se non degli scritti. Tutto 
sommato, non vedo il motivo perché si debba intitolare 
dalla logica uno studio sulla successione delle opere pla- 
toniche, la maggior parte delle quali colla logica non 
hanno punto che vedere, e quelle pure che qualche cosa di 



logico contengono, non ne fanno però l'argomento prin- 
cipale. Più giustamente potrebbe intitolarsi l'opera in 
esame: Origine e sviluppo del pensiero Platonico. 

Intorno allo sviluppo del pensiero Platonico le opinioni 
son discordi, e talvolta sembra di ravvolgerci in un circolo ; 
perché non si può ricostruire la storia del pensiero senza 
fissare la cronologia dei dialoghi, né si può fissare la cro- 
nologia senea prima conoscere la storia del pensiero. Dal 
qual circolo si uscirebbe di certo se avessimo dei dati 
estrinseci da servirci di criterio cronologico. Parecclii di 
questi dati sono stati pazientemente raccolti dagU studiosi, 
allusioni a fatti contemporanei, polemiche filosofiche e 
letterarie, e più che tutto modificazioni più o meno impor- 
tanti nello stile Platonico, a cominciare da quei dialoghi, 
che per consenso pressoché unanime si tengono come gio- 
vanili, né si allontanano dal fare Socratico, per finire a 
quelU che indubbiamente appartengono alla tarda età, 
come le Leggi, lasciate incompiute. Su questo studio dello 
stile Platonico il nostro autore ha un capitolo importante, 
il terzo, dove se non ha potuto e forse neanco voluto fare 
osservazioni sue proprie i), ne ha per compenso raccolta 
una buona quantità, da non meno di quarantacinque pub- 
blicazioni ; e su tutte queste osservazioni, numerate pro- 
gressivamente dall'uno al cinquecento, ha fondata una 
nuova dotti'ina, che egli chiama stilometria, in base alla 
quale si potrebbero risolvere le difficoltà cronologiche non 
solo per le opere di Platone, ma anche per quelle di altri 
scrittori, come ad esempio lo Shakspeare. 

Di questa parte posso sbrigarmi brevemente; poiché, 
stante la sua importanza, fu a mia preghiera riassunta 
dal prof. Covotti in tre note presentate all' Accademia dei 
Lincei. Dirò solo che il Lutoslawski giustamente riven- 
dica il merito del Campbell, il quale già trent'anni or 
sono aveva fatta sullo stile Platonico tal copia di osser- 
vazioni, da offrire alla lista presente 169 numeri, dal 12 
al 181. Alle quali osservazioni recentemente ne aggiunse 
altre per determinai-e il posto del Parmenide (n. 458-.500 
della lista). E a differenza non pure del Dittenberger e 
dello Schanz, ma benanche del Bitter e del von Amini, il 
Campbell ben vide che il numero delle peculiarità stili- 
stiche dev'essere molto alto perché dia luogo a conclu- 
sioni accettevoli, non potendo la statistica lavorare se 
non su grandi numeri, e che le conclusioni si debbono 
tenere solo come probabili. Sagge cautele, che si debbono 
sempre osservare per non cadere nell' assui*do del von Ar- 
nim, il quale fece il Liside più recente del Simposio e 
del Fedone, solo perché vi si trova una volta il ri fitjy. 

Giovandosi di queste cautele del Campbell il nostro 
autore distingue le peculiarità di stUe in quattro classi, 
accidentali, frequenti, importanti e importantissime, se- 
condo il numero delle volte che occorrono, tenuto conto 
o della lunghezza del dialogo o (nei dialoghi maggiori, 
come la BepubbHca e le Leggi) del numero delle pagine. 
A ciascuna di queste peculiarità é attribuito un valore 
numerico ; le accidentali valgono come uno, le frequenti 
come due, le importanti come tre e le meno importanti 
come quattro. Termine di confronto sono le Leggi, le cui 
peculiarità di stile sono 175 accidentali, 176 frequenti, 

*) ' Sarebbe stato facile raccogliere qualche migliaio di par- 
ticolarità stiliatiche invece delle cinquecento della nostra lista. 
Ma la nuda enumeraziona non mena a conclusioni valevoli ' p. 146* 



37 



Anno I. — N. 1. 



38 



37 importanti e 20 importantissime, vale a dire in tutto 
718 = 175 + (176 X 2) -h (87 X S) + (20 X 4). Dividendo 
])er questo numero 718 quello che per ciascun dialogo 
indica il complesso delle peculiarità dell'ultimo stile no- 
tatevi, sì ha Vindice che il Lutoslawski chiama dell' affinità 
relativa, o in altre parole la distanza che lo separa in 
ordine cronologico dalle Leggi. Cosi il Gorgia ha 31 pe- 
culiarità dell'ultimo stile, 20 frequenti, 6 importanti, nes- 
suna importantissima ; in tutto sono 89 unità di affinità. 
Dividendo questo numero per 718, si ha Vindice di affinità 
relativo 0,12, H Fedro ha 54 peculiarità accidentali, 86 fre- 
quenti, 22 importanti, 7 importantissime, in tutto 200, 
che diviso per 718 dà un indice di affinità 0,81. Il Sofista 
139 accidentali, 36 frequenti, 59 importanti, 20 impor- 
tantissime, in tutto 468 coir indice 0,65. 

Io non so se questo metodo incontrerà favore. Per 
conto mio dubito assai che le differenze stilistiche si pos- 
sano esprimere adeguatamente in rapporti numerici. Non 
si guadagna se non in apparenza a mutare la qualità in 
quantità ; perchè si può trovare una peculiarità stilistica 
di tale importanza, che basterebbe da sola a fissare il 
posto di un dialogo. In ogni modo quando mi si dice che 
H Simposio ha un indice di affijiità 0,14 e il Fedro 0,81, 
il che importerebbe che il primo fosse quasi il doppio più 
giovane del secondo, ho forti motivi a dubitare di questi 
numeri. Peggio ancora quando mi si dà per indice di affi- 
nità 0,34 per il Parmenide, e 0,65 per il Sofista e 0,60 
per il Timeo. Comunque sia, in base a questi raffronti 
statistici il Lutoslawski stabilisce quattro gruppi di dia- 
loghi, n primo che chiama Socratico, abbraccia V Apologia 
(indice 0,02), TEutifrone (0,03), il Critone (0,04), il Car- 
mide (0,06), il Lachete (0,07), il Protagora (0,07), il Me- 
none (0,08), il (Jorgia (0,12). D secondo gruppo, che 
chiama il primo Platonico, abbraccia il Cratilo (0,16), il 
Simposio (0,14), il Fedone (0,21), il I libro della Eepub- 
blica (0,07). n terzo gruppo, che chiama il medio Pla- 
tonico, abbraccia i libri II-IV della Repubblica (0,81), 
i libri V-VII (0,86), i Hbri VIII-IX (0,26), il Hbro X (0,18), 
il Fedro (0,81), il Teeteto (0,82), il Parmenide (0,84). 
L'ultimo gruppo infine abbraccerebbe il Sofista (0,65), il 
PoHtico (0,69), il Filebo (0,56), il Timeo (0,60), il Crizia (0,24), 
le Leggi (1,00). 

Questa classificazione non mi soddisfa del tutto, benché 
nel complesso approvi i quattro gruppi. Che il Menone e il 
Gorgia si debbano mettere tra i dialoghi socratici ben pochi 
accetteranno, e molto meno che il Cratilo debba aprire la 
serie dei diàloghi propriamente platonici, e che il Fedro non 
solo sia posteriore al Convito e al Fedone, ma perfino al 
sesto e al settimo libro della Repubblica. Per parte mia poi 
non accetto affatto che tra il Parmenide e il Sofista ci sia 
tale stacco da dovere essere collocati in periodi differenti. 
D criterio numerico dice poco : perchè se dovessimo cre- 
dere all'indice di affinità, il primo libro della Repubblica si 
sarebbe dovuto mettere accanto al Lachete e al Protagora 
e innanzi non solo al Gorgia, ma benanche al Menone ; il 
Filebo dovrebbe precedere il Sofista, e questo far seguito 
al Timeo. Ma l' autore stesso confessa non potersi dalla sti- 
lometrìa aspettare determinazioni cosi precise, e non pago 
del suo metodo statistico confronta un dialogo con 1' altro 
per ricavare dal contenuto stesso la successione cronolo- 
gica. Confessa inoltre che nel Menone, nel Gorgia e nello 



Eutidemo appaiono, al dire dello Zeller, vestigi della teoria 
delle idee; ma egli le tiene per germi soltanto, dai quali in 
seguito la teorica delle idee sarà per isvilupparsi. Come? 
Non scrive l' autore stesso (p. 209) : * La teoria delle idee 
innate nel Menone non solo è introdotta con meravi- 
gliosa audacia, ma è fondata sopra un assioma generale 
come quello dell' unità della natura ' ? Abbiamo dunque 
qui solo il germe di una dottrina, ovvero una dottrina 
già fatta e dimostrata? E come l'autore può dire che 
r eìdog nel Menone non è preso nel senso tecnico, quando 
è identificato coli' essenza delle cose? E non solo vi s'in- 
contra il vocabolo ovaia, ma ben anco la dicitura avrò 
xad^ ttvTOy che anche secondo Aristotile è caratteristica 
della teoria delle idee? E nel Menone non c'è come nel 
Teeteto la distinzione precisa tra opinione e scienza, sulla 
prima delle quali si fonda la virtù popolare e sulla se- 
conda la razionale ? Perchè dunque separare cosi profon- 
damente questi dialoghi che nella dottrina, nella dicitura 
si completano a vicenda? Direte che l'uno ha l'indice del- 
l' affinità relativa 0,08 e l' altro 0,82? Ma in tal caso s' ha 
da inferire piuttosto che l'indice è sbagliato e con esso il 
metodo tutto quanto. Si potrebbe ripetere lo stesso discorso 
per il Gorgia e per l' Eutidemo. E quando i dialoghi, nei 
quali la dottrina delle idee appare cosi evidente, si mettono 
tra i socratici, si corre il rischio di perdere tutto quello 
che s' era guadagnato dall' Hermann in poi. 

L'indice di affinità vuole che il Convito non si metta 
col Fedro, col quale ha tante analogie per l'imx)eto, per il 
colorito smagliante, per la vena mitopeica, ma che invece 
tra Puno e l' altro s'interpongano il Fedone e tutta la Re- 
pubblica non pure dei primi libri, ma benanco del sesto 
e del decimo; perchè il Simposio ha per indice 0,14, la 
Repubblica sale a 0,81 e 0,86, e il Fedro ha lo stesso in- 
dice 0,81. Lasciamo che secondo questi numeri il Fedro do- 
vrebbe mettersi tra i libri II-V e VI- VII della Repubblica 
e non dopo questi ultimi; perchè ci si potrebbe rispondere 
che la differenza nella seconda cifra decimale è troppo pic- 
cola per potere essere tenuta in calcolo, quando altre 
ragioni dimostrino, contro l'ipotesi del Krohn, l'unità 
della Repubblica stessa. E sia; noi non ci serviremo della 
statistica per combattere la statistica. Ma le dimostrazioni, 
che l' autore adduce in favore della sua cronologia, non mi 
sembrano rigorose. Uno di questi argomenti è la teoria 
della reminiscenza, che nel Fedone è accennata con ri- 
serva {si àXrj&fjg iatiy 72 E), nel Fedro è assunta come 
certa (250 A). Ma se questo argomento dovesse valere, il 
Fedone dovrebbe precedere non pure il Fedro, ma il Me- 
none ancora; perchè in quest'ultimo dialogo non si dubita 
punto della dottrina della reminiscenza, anzi la si dimo- 
stra in via esperimentale col famoso saggio matematico 
che riesce a dare il giovinetto. E per questo rispetto il 
Fedro deve andare innanzi al Menone ; perchè nel Fedro la 
dottrina della reminiscenza è ravvolta in un mito, mentre 
nel Menone è sottoposta a prova induttiva. 

Ma lasciamo pur da banda questi e simili confronti, ai 
quali l' autore stesso tien poco, e veniamo a quelli, che egli 
jeputa più importanti Fra i quali certamente il primo po- 
sto dev'esser dato alle prove dell'immortalità; perchè men- 
tre nel Fedone ce ne sono parecchie, nel Fedro invece e' è 
questa sola, che l' essere, il quale è principio di ogni moto, 
I non può subirne alcuno che lo distrugga, e quindi è immor- 



39 



Anno I. 



N. 1. 



40 



tale. La qnal prova sarebbe posteriore alle altre del Fe- 
done ; perchè è ripresa quasi a parola neirultimo dialogo, le 
Leggi. A parer mio si potrebbe rovesciare questo discorso ; 
poiché nel Fedone e' è anche quest' argomento fra gli altri : 
P anima essendo il principio della vita non può mai acco- 
gliere in sé il contrario di essa o la morte, come ciò che è 
pari non può mai accogliere in sé il dispari (105 E). Se 
dunque, dico io, nel Fedro V anima ò dimostrata immortale 
solo in quanto principio del movimento in generale, nel 
Fedone si va ancora più addentro, e si determina quella 
particolar forma di movimento impresso dalP anima, cioè 
la vita. Inoltre questo argomento è rincalzato da tanti 
altri, che suppongono le differenti dottrine platoniche, 
come quella delle idee, della reminiscenza, della semplicità 
dell^ anima e somiglianti. Quale dialogo è più probabile che 
preceda: quello in cui si dà una dimostrazione più spiccia 
ed elementare, o V altro dove si va più a fondo e si giarda 
V argomento da tutti i lati, il che suppone che una grande 
quantità di teorie preliminari si sieno già svolte? Che la 
coincidenza del Fedro con le Leggi provi ben poco, lo 
posso provare con le parole stesse del Lutoslawski, che dice 
come nelle Leggi Platone combini le due vie di argomen- 
tazioni seguite nel Fedro e nel Fedone, e adoperi il con- 
cetto della vita come anello di congiunzione tra il prin- 
cipio che si move da sé e l'anima (p. 497). Se dunque 
nelle Leggi troviamo le due vie di argomentazioni, perchè 
s'hadadire che solo il Fedro trovi riscontro nell'ultimo 
dialogo? • 

Veniamo ora al confronto tra il Fedone e la Repubblica. 
Secondo il nostro autore, non è dubbio che il primo pre- 
cede la seconda; perchè nel Fedone (69 B) è dato il primo 
posto alla g}Q6yr]aig come nei dialoghi schiettamente so- 
cratici e nel Convito; laddove nella Repubblica (433 A) è 
dato il primo posto alla giustizia. Quest'argomentazione 
non mi convince ; perchè seguendo il metodo stesso del Lu- 
toslawski si dovrebbe all' opposto far seguire alla Repub- 
blica il Fedone, in quanto nelle Leggi, l'ultimo dei dia- 
loghi platonici, (631 C) alla ipQÓurjins è dato il primo posto 
e alla giustizia il terzo. Che poi nel Fedone la dottrina 
delle idee sia data come ipotesi, mentre nella Repubblica 
è affermata come cosa certa e indubitabile, io non potrei 
ammettere. Perchè la dicitura del Fedone (100 B * pren- 
dendo per supposto che vi sia un bello per sé ') si deve 
intendere come un artifizio espositivo, da non prendersi 
alla lettera, se non vogliamo che nello stesso dialogo 
Platone si contraddica grossolanamente, e dia per ipo- 
tetico ciò che in altro luogo chiama cosi evidente che 
di nessuna cosa si possa essere tanto sicuri come dell' esi- 
stenza del bello e del buono in sé (Cfr. le pp. 247 e 250 del 
L. medesimo che cita 65 E, 77 A del Fedone). 

Il Fedone adunque a parer mio non è dimostrato che 
preceda la Repubblica. Ma la quistione non è molto im- 
portante ; perchè nei due dialoghi dominano non solo le 
stesse dottrine, ma è uniforme quel tono pessimistico, 
secondo il quale il corpo non differisce da una tomba, e 
il mondo sensibile non vai più di una caverna, dove pe- 
netra scarsa luce e solo le ombre dei viventi si scorgono* 
Altro tono certo domina nel Fedro, dove erompe l' inno 
all'amore e alla bellezza, ed anche il sensibile appare 
come nel Convito avvivato da ideali splendori. S'ha da 
dire che il Fedro sia posteriore alla Repubblica? Argo- 



menti ben forti occorrerebbero, né quelli del Lutoslawski, 
né gl'ingegnosi confronti del Thompson e del Teichmiillcr 
mi sembrano tali. Non capisco ad esempio perché il passo 
del Fedro (267 A) si debba mettere in confronto del Pa- 
negirico d' Isocrate (§ 8), mentre il Fedro cita espressa- 
mente Tisia e Gorgia come quelli che pongono l'arte ora- 
toria nel fare apparire piccolo ciò che è grande, e grande 
ciò che è piccolo. Sarebbe verosimile la supposizione in- 
versa che Isocrate piuttosto si riferisca a Platone e ri- 
sponda alle critiche del Fedro in questo modo : il torto ài-i 
sofisti non sta nell' aver posto questo o quel fine all' arie 
oratoria, ma nel non aver conosciuto i mezzi più confacenti 
per ottenerlo. Né ai confronti del Lutoslawski io saprei dar 
peso ; perchè le prove si possono invertire con la massima 
facilità. Se egli dice che la dimostrazione dell' immortalità 
del Fedro serve di complemento a quella della Repubblica, 
io posso sostenere il contrario. Nel Fedro, dico io, Platone 
non dà altra dimostrazione dell' immortalità se non questa: 
ciò che si muove da sé non può ricevere dal di fuori alcuna 
interruzione al moto suo. Ma nella Repubblica aggiujige : 
si potrebbe dire però che se nulla d'esterno vale a di- 
struggere l'anima, ella stessa potrebbe darsi la morto, 
affievolendo la sua forza fino a consTimarla tutta. No, egli 
risponde ; perché anche l'ingiustizia, che è il male proprio 
dell' anima, non la distrugge né a quel modo che la rug- 
gine consuma il ferro, né in altro modo qualsia. Al qual 
confronto mi piace di far seguire quest'altro, che se la 
dialettica nel Fedro si assolve nella definizione o nella 
divisione, nella Repubblica si va ancor più in là, e si 
paragona la deduzione dialettica con la matematica; in 
quanto quest'ultima muove da presupposti, come le de- 
finizioni e i postulati, ed ha bisogno delle figure per pro- 
cedere avanti, laddove la dialettica non ha bisogno di 
presupposti o di postulati, né dell'aiuto dell'intuizione 
sensibile. La deduzione dialettica, secondo la Repubblica, 
sta alla matematica, come la percezione delle cose reali 
a quella delle loro immagini negli specchi o nelle acque, 
H Lutoslawski non attribuisce grande importanza a questo 
distinzioni, che sarebbero state fatte solo per amore di 
simmetria; io al contrario le tengo per le più profondo 
e le più vere, dato l' indirizzo Platonico ; perchè rispon- 
dono a capello alle teorie sul valore della matematica, 
che è come una introduzione al pensiero pui'o, una pre- 
parazione alla filosofia, e mostrano che in fatto di gno- 
seologia la Repubblica va molto innanzi al Fedro. 

Col Teeteto, secondo il Lutoslawski, s'apre l'ultimo 
periodo del filosofare Platonico, e al Teeteto succedono 
il Parmenide e, ad una certa distanza, il Sofista, il Po- 
litico, il Filebo, e infine il Timeo e le Leggi. Mi gode 
l' animo d' essere in molti punti d' accordo col nostro au- 
tore. Anche egli fa parte di quella schiera sempre più 
numerosa di scrittori, che non ritengono il Parmanide 
e il Sofista come preliminari ai dialoghi costruttivi. An- 
ch' egli ammette che le difficoltà della prima parte del 
Parmenide sono mosse contro la dottrina stessa di Pla- 
tone, non contro i Megarici, ai quali de^percUionis caiièa 
fu attribuita una teorica delle idee, che nessuna fonte 
ci attesta ; ma non crede che la maggior parte di queste 
obbiezioni si debbano far risalire ad Aristotele. Questa 
ipotesi da me esposta e ribadita in due diverse pubbli- 
cazioni molto prima del Teichmiiller e del Siebeok, i soli 



41 



Anno I. — N. 1. 



42 



autori citati in questo luogo i) ; questa ipotesi, che tutti 
e tre c'ingegnammo di provare con abbondante ed evi- 
dente confronto di testi, è combattuta dal L. con questa 
sola osservazione ' Aristotele venne nell' accademia nel 
St>7 av. 0. all'età di diciassette anni; ora tenuto conto 
(lei sei dialoghi posteriori, il Parmenide non può essere 
stato scritto molto dopo quest' epoca * . Tutto questo ra- 
gionamento poggia sopra due ipotesi V una più discu- 
tibile dell'altra, che cioè il Parmenide sia stato scritto 
intorno al 367, e ohe il Timeo faccia parte dell'ultimo 
]H>riodo e non segua la Kepubblica, come s' era tenuto 
finora. Capisco che queste due supposizioni sono per 
r autore fuori di controversia in grazia del famoso in- 
dico di affinità stilistiche ; ma egli stesso ha ammesso col 
Campbell che tutti i confronti statistici offrono soltanto 
probabilità, non certezza assoluta. £ quando i risultati 
statistici non coincidono con quelli, che dal confronto 
minuto e coscienzioso dei testi si sono ottenuti, ai primi 
s' ha piuttosto da rinunziare, non ai secondi. In ogni modo, 
a chi combatte i suoi predecessori incombe l'orna probandi, 
e fi.no a che il nostro autore non trovi argomenti mi- 
gliori, metto pegno che anche il Siebeck resterà come me 
più che mai fermo nella sua opinione. Né credo che al- 
cuno potrà mandar buone all'Autore le analogie che trova 
fra r argomento del terzo uomo nel Parmenide e la qui- 
<tione sollevata nella Kepubblica (597 B. e.) se vi sieno 
anche delle idee di cose manufatte, e peggio ancora con 
r altra del Timeo (81 A) se al di là del nostro mondo ne 
esistano altri infiniti. La stiracchiatura di questi riscontri 
va di pari passo con la soppressione assoluta di alcuni 
arfjomenti, come quello del /a»^t?, che ritorna due volte 
nel Parmenide (130 B e 133 A) e trova copiosi riscontri 
in Aristotele, come io dimostrai con testi precisi ' Studi 
ital. ' II 452, 458). Ben si comprende come l' autore non 
essendo andato molto addentro nella polemica della prima 
parte, non possa intendere in qual modo la seconda sia 
volta a risolverla ; né certo qui è il caso di ripetere l' espo- 
sizione, che per ben due volte ne feci. Spettava al Luto- 
slawski di combatterla, se voleva che si credesse a quello 
che senza il più leggero vestigio di dimostrazione egli 
sostiene, che cioè la seconda parte del Parmenide non 
serve dì risposta alla prima >). 

Anche nel Sofista Platone intendo di rispondere ad 
alcune obbiezioni che si muovevano agli amici delle idee, 
che cioè queste non potessero tenersi per principio di al- 
cun moto o mutamento, e richiamandosi alle stesse teorie 
del Fedro, della Repubblica e del Fedone stesso dice che 
nessuna forza può essere più operosa dello idee ; perchè 
fon esse che apportano al mondo sensibile ordine e mi- 
:«ura. Se il Lutoslawski avesse atteso meglio al passo 
[Uh C) dove è mossa alla teorica delle idee un' obbiezione 



*) n Siebeck nella Zeilsehrifì fUr Phiìoaophie und philosophuehe 
Kritik (106 p. Ili) riconoflce lealmente qaesta priorità; vedi anche 
Gomperz (ib. 109 p. 176 n.). Il Siebeck nel fare i saoi riscontri 
nel 1895 non conosceva nò le mie * Bicerche ' del 1876 nò tampoco 
la mia memoria del 1893 pubblicata negali ' Studi italiani di Fi- 
lolof^ia classica ' (II 891-468); e ciò non pertanto battendo la 
stessa via siamo pervenuti entrambi presso a poco agli stossi ri- 
sultati. 

') H> eannot aecBpt the tecond part of the Parmenide» aa a refit- 
tation of obiections raised in the first pari (p. 401). Veramente nella 
Huconda parte si tratta di sciogliere i nodi, non di mostrare che 
non ci sono. 



che troviamo in Aristotele, non potersi cioè attribuire alle 
idee né passione né azione di sorta, non si sarebbe più 
meravigliato come Platone attribuisca alle idee anima e 
vita. Ed avrebbe intesa questa espressione nel suo signi- 
ficato metaforico, come quando gì' idealisti dei nostri giorni 
soglion dire : non le baionette ma le idee vincono le batta- 
glie. Ne gli sarebbe venuto in mente d' intendere sotto 
il TiayxiXùis oy V espressione cosi caratteristica di Platone 
non V ovaia di poche righe più sopra, ma l' anima addirit- 
tura. Che la xoi^ùìyia xtày ysyiày poi risponda a capello 
alla dimostrazione implicita nella seconda parte del Par- 
menide, non potersi cioè pensare né l'unità senza la mol- 
teplicità, né la molteplicità senza l' unità, il nostro autore 
non dovrebbe avere difi&coltà di ammetterlo. Ed in tal 
caso il significato della seconda parte del Parmenide par- 
rebbe chiaro, ed é che nessuna idea possa considerarsi 
come staccata dalle altre, il che anche è confermato dal 
Filebo, dove l' idea del Bene non è più quell' unità, quel- 
l'iperusia della Bepubblica, ma invece si determina dai 
tre aspetti della bellezza, della simmetria e della ve- 
rità, (64 E). 

A questa interpretazione, che nell'ultima fase della 
sua s]>eculazione Platone consideri ciascuna idea non in 
sé, ma nei suoi rapporti con le altre, sicché non solo 
nel mondo sensibile ma benanche nell'ideale appaia la 
molteplicità, a questa interpretazione, che a me sembra 
la più naturale e non rompe la continuità del pensiero 
Platonico, il Lutoslawski sostituisce un' altra che ben pochi 
si sarebbero aspettata ; che cioè Platone se nella seconda 
fase del suo filosofare accennava a considerare le idee 
come entità a sé, ora invece nella terza, vista la difi&coltà 
della sua navigazione, vira di bordo, e tiene le idee per 
né più né meno che pensieri della mente o umana o di- 
vina che sia. La vera realtà, quindi, il nayxBXiàg oy, non é 
più r idea, ma l'anima, o per meglio dire le anime, poiché 
oltre alla divina v' hanno anche le umane in numero ben 
determinato, che ab aetemo non cresce né scema. Il Pla- 
tonismo si convertirebbe quindi in un monadismo non 
saprei dire se alla Leibnitz o alla Lotze ; il che se a noi 
sembra improbabile, non offre difficoltà veruna al nostro 
autore, che attribuisce a Platone tal mente divinatrice 
da precorrere le moderne teorie dell'antichità dei periodi 
geologici, della generazione per spermatozoi, e perfino 
della composizione chimica dell'acqua (p. 484). 

La sola prova che dà l'autore dell'interpretazione sua 
é questa : nel Parmenide a p. 132 B Socrate, per sfuggire 
alle difficoltà del suo contraddittore, aflferma che le idee 
potrebbero essere dei pensieri non esistenti altrove se 
non neir anima. Questa scappatoia, secondo il nostro au- 
tore, dev' essere il vero pensiero di Platone ; perché non 
é più oltre contraddetta. Ma come mai, se Parmenide 
risponde a Socrate non potersi tenere le idee come pen- 
sieri ; perché siccome tutte le cose partecipano delle idee, 
si dovrebbe quindi ammettere o che tutte sieno for- 
nite di mente, o che pure essendo pensieri non pensino ? 
Adagio, replica il Lutoslawski: qui non si combatte la 
teorica delle idee-pensieri, ma ben piuttosto quella della 
partecipazione, alla quale Socrate sostituisce l'altra del- 
l'imitazione, e cosi la dottrina delle idee-pensieri resta 
salva. Il che io non posso ammettere; poiché contro la 
teorica dell'imitazione non solo si rivolge un'argomen- 



43 



Akko L — N. 1. 



44 



tazione simile a quella del terzo uomo, che cioè tra si- 
migliante e simigliato dovrebbe correre un medio, e tra 
questo e i precedenti un altro, e quindi un altro e cosi 
air infinito ; ma per soprammercato Parmenide aggiunge 
che poste le idee come modello non cesserebbero per que- 
sto di essere entità a sé (p. 188 A), con tutte le difficoltà 
che ne provengono. Non è dunque provato che la dot- 
trina delle idee-pensieri sia quella di Platone, anzi piut- 
tosto è provato V opposto. Ed è ben naturale, perchè sa- 
rebbe stato ben strano che il divino filosofo nella sua 
tarda età fosse tornato alle antiche opinioni del periodo 
socratico, quando senza dubbio le idee non gli apparivano 
se non come concetti scoperti dalla nostra mente dopo 
un lungo lavorio d^ induzioni e di analogie. Tuttavia anche 
allora in uno dei dialoghi più acuti, nell'Eutifrone, era 
già apparso a Platone, avere Tidea un valore a sé, fa- 
cendovisi intendere che la santità (ro offioy) non è tale 
perchè la amano gli Dei, ma gli Dei la amano perchè è 
santità. Sarebbe stato, ripeto, ben strano che a questa 
veduta geniale, principio supremo di tutta la sua filo- 
sofia, Platone rinunziasse e non piuttosto si adoperasse 
a tutt^ uomo per salvarla dalle obbiezioni e dai malintesi. 

Del resto il Lutoslawski stesso mi offre il più forte 
argomento contro l'ipotesi da lui sostenuta; poiché egli 
mette il Timeo dopo il Sofista, né altri dialoghi gli po- 
spone all' infuori del Crizia e delle Leggi. Io non credo, 
checché si argomenti dall'indice di affinità, che le cose 
stieno cosi. Kon mi so persuadere, che un dialogo nel 
quale nessuna importante divergenza puoi notare dalla 
Bepubblica e dal Fedone, si debba mettere prima del Par- 
menide, del Sofista e del Filebo, dove parecchie delle dot- 
trine della Bepubblica e del Fedone sono combattute e 
parzialmente modificate. Pur non di meno, se dimostra- 
zioni stilistiche più evidenti di quelle addotte dal no- 
stro autore mi sforzassero, non esiterei ad arrendormivi ; 
poiché al postutto io sostengo che Platone ha sempre 
creduto al suo /w^tcrroV, intendendolo però in modo diverso 
da Aristotele, non come una entità a sé, ma come un 
valore a sé. Quindi non sarebbe grande meraviglia, se 
dopo aver date le spiegazioni opportune, Platone ripren- 
desse la sua via nel modo come è esposto nel Timeo. Ma 
per il Lutoslawski questa spiegazione non potrebbe stare ; 
perché per il Timeo si deve distinguere quello che è sempre 
da quello che sempre diviene (28 A) e queste due cose 
si debbono mettere separate l'una dall'altra. Ciò che è 
sempre, è evidentemente l' idea che solo daUa ragione può 
essere colta ; ciò che sempre diviene, è il mondo sensibile, 
il regno dell'opinione e del disputabile. Come si concilia 
questo X(oqU con l'ipotesi del Lutoslawski? 

È poi affatto arbitrario ciò che egH dice, che cioè nel 
Timeo le idee sono i pensieri di Dio; perché in quella 
vece Dio ordina il mondo e forma le anime secondo l' arche- 
tipo immortalo. Dio non potrebbe fare il bello brutto, 
o il disordinato ordinato, ed anche qui, come nell'Eu- 
tifrone, il vero non è tale perchè Dio lo pensa, ma Dio 
lo pensa perchè è vero. Che infine gli ultimi dialoghi di 
Platone si riferiscano alla classificazione o divisione delle 
idee, ciò non vuol dire le idee non essere altro se non 
un prodotto logico ; perché anche nel Fedro e nella Re- 
pubblica questi procedimenti logici intervengono, eppure 
le idee vi si considerano come entità a sé. Il modo di 



scoprire o di ordinare le idee non dice nulla sulla loro 
entità o sul loro valore. 

In conclusione, io riconosco il merito dell'opera del 
Lutoslawski e per l'abbondante bibliografia, e per lo studio 
diligente non pure di Platone, ma della maggior parte 
degl'interpreti. Ma con mio grande rincrescimento non 
posso accettare buona parte delle sue conclusioni, benchò 
egli sia con me d' accordo nel punto più scabroso e con- 
troverso e faccia del Parmenide del Sofista e del Fileb<i 
dei dialoghi tardivi, nei quali Platone modifica le sue 
precedenti dottrine. 

F. Tocco, 



Babrii FablXlae AeSOpeae. RecoffnovU, prolegonienh 
et indicibus inatruxit Otto Cruains. Accedunt fabidarum 
diicti/licarum et iamhicarum reliquiae. IgTiatii et cUiorum 
tetrasticha iambica recensita a Carolo Friderico Muellcr. 
Lipsiae (Tetdmer) 1898; edit, maior pp, CXCV'43S, con 
facsimili del codex Athous e delle tavolette cerate di 
Leida. 

Di ristampe facilmente accessibili delle favole di Babrìo 
la meno ignorata e relativamente più adoperata, almeno 
in Italia, sarà stata quella che si trova nella seconda 
edizione dell'^n^^o^wi Lyrica del Bergk. Non si trova 
più in commercio, e se si trovasse sarebbe inutile, sj^e- 
cialmente dopo che è venuta fuori questa del Crusius, 
cioè di quel dotto che aveva indubbiamente i maggiori 
titoli per farsi editore di Babrio. La sua dissertazione 
De Babrii chetate, pubblicata venti anni or sono nel secondo 
voi. dei Leipziger Studien, aveva già dimostrato qual raro 
complesso di felici attitudini possedesse il giovane filo- 
logo : i molti successivi lavori suoi sopra argomenti sva- 
riatissimi di filologia greca, gli hanno assegnato un posto 
eminente fra i dotti del nostro tempo. Mirabile ne è V eru- 
dizione speciale pronta e sicura, l' acume critico ed erme- 
neutico, la coltura vasta non nelle sole letterature clas- 
siche, il fine gusto di scrittore e di traduttore. Per indicare 
il contenuto del libro, che raccomandiamo vivamente ai 
nostri lettori, dovremmo anzitutto riassumere la lunga 
prefazione, né brevemente potremmo sbrigarci se voles- 
simo indicare almeno le più importanti differenze per cui 
questa edizione è tanto migliore delle precedenti. 

Basterà dire che se presto avremo una edizione cri- 
tica delle favole Esopiche prosastiche (quella dell' Halin 
pare fatta apposta per rendere impossibile ogni ricerca 
scientifica), in fatto di favole greche potremo esser con- 
tenti per un pezzo, senza desiderarne edizioni nuove : pur- 
ché, beninteso, l'Egitto non voglia ridonarci anche favolo, 
di che non siamo per verità molto ansiosi. Molta cura ha 
spesa anche il Miiller nel ridurre alla lezione genuina i 
tetrastici di Ignazio, né c'era altri che potesse far me- 
glio di lui, che da molti anni se n' era occupato con zelo 
non comune. Alla copiosa lista de' manoscritti (p. 254 sqq.) 
egli avrebbe certamente aggiunto il n.^ 1427 della bibl. 
di Lucca, se avesse avuto in tempo notizia dell' * Indice 
dei codici greci di Lucca e di Pistoia * , che il Festa ha 
pubblicato nel V volume degli ' Studi italiani di filologia 
classica'. 



45 



Anno I. 



N. 1. 



46 



loannìs Philoponi De opificio mundi librivi I, Recensuit 

Gnalterus ReicharcU. Lipsiae (Teitbner), 1897 ;pp. xvi-342. 

E il primo fascicolo di una collezione di 'Scriptores 
pacri et profani ' che, con eccellente consiglio, hanno im- 
preso a pubblicare professori e antichi scolari dell'Uni- 
versità e del Seminario filologico di Jena. Avremo in essa, 
oltre il resto, nuovamente edita la * Topographia Chri- 
stiana ' di Cosma Indicopleuste ; della importante opera 
Filoponea * De aetemitate mimdi centra Procium ' ci è 
annunziata prossima la nuova edizione. 

n Beichardt ha compiuto il suo ufficio di editore con 
«rrande assennatezza e diligenza. Nella prefazione è sta- 
bilito con precisione il tempo in cui T opera di Filopono 
fu scritta (546-549 dopo Cr.) ; e sono identificati il Sergio 
e l'Atanasio nominati nel proemio col Sergio patriarca 
tU Antiochia e con l'Atanasio nipote dell'imperatrice Teo- 
dora e ardente fautore dell' eresia dei triteiti da Filopono 
promossa. Per quel che riguarda poi il testo, e' era addirit- 
tura tutto da fare, perchè il primo editore, il Corderius, 
aveva trascritto orribilmente male l'unico codice (Vien- 
nese) che ci ha conservato il 'De opificio mundi', e anche 
j)oggio aveva tradotti in latino i suoi malintesi del testo 
greco e gli errori di trascrizione. L'Importanza del libro 
consiste principalmente nell' averci esso conservate le an- 
tiche versioni (Aquila, Simmaco, Teodotione) del primo 
capitolo della Genesi: ma s'intende che dall' opera di chi 
aveva per tanto tempo atteso alla filosofìa, e' è da trarre 
profitto anche per la storia dell' esegesi e della critica di 
Aristotele e di Platone. Il E. stesso annota (p. xii) come 
ora soltanto venga alla luce dal codice Viennese la ge- 
nuina lezione di Teodotione nel 1. e. della Genesi ij óè 
yij r^u ^èy xal ov&éy, e ricorda il déy Democriteo : si veda 
del resto Philopon. in Ar. Phys. p. 110, 10 ed. Vitelli; 
Simplic. in Ar. de Caelo p. 295, 5 ed. Heiberg. 

TJn indice molto accurato dei luoghi biblici, dei nomi, 
e delle parole notevoli, chiude il volume. 

Filippo CaCCialanza. Di alcuni rctpporti delVAlc€8ti di 
EuHpide con altri miti e opere grecìie e latine, Roma 
(Tipogr, della R. Accad. dei Lincei) 1897 j pp, 27. 
Di molti miti e leggende tratta il C. in piccolo spazio : 
per nessuno quindi egli ha modo di presentare al lettore 
tutto quel materiale di condizione che pur sarebbe ne- 
cessario aver presente per giudicare delle conclusioni che 
VX, ne trae. È poi evidente che intendendosi 'rapporti' 
in significato molto generale, i miti da porre in 'rapporto' 
con quello di Alcestide sono innumerevoli; né forse si 
^adagna molto a notar rapporti tali. Ad ogni modo U C. 
dimostra molta ed amorosa lettura dei classici greci e 
romani, ed il suo scritto si legge con interesse. Non egual- 
mente estesa conoscenza egli dimostra della letteratura 
mitologica e filologica moderna; il che non farà troppa 
meraviglia a chi conosce le condizioni delle principali 
nostre biblioteche. Comunque sia, la Psyche del Eohde 
era libro indispensabile per trattare de' miti in cui l' oltre- 
tomba entra per qualcosa; V Orpheu» del Maass avrebbe 
forse indotto l'autore a modificare alcune espressioni ri- 
guardanti l'orfismo; e cosi via. Il greco non è sempre 
stampato accuratissimamente ; chiamale ' Eleo ' la città 
del Chersoneso Tracio (p. 9) varrebbe quanto diro 'Flio' 
e 'Bamno' invece di Fliunte e Bamnunte. 



Qtux^CTiam, verhorum naQ^ ov^etégu» xBixah fj (Ao^onoita »«n- 
teniia sii, Scripsit PhilippUS CaCCialanza. Romae 
(ex officina Reg, Lync, AcadL) 1897; pp, 24, 

n C. ha buone osservazioni sul vario significato della 
parola fÀv&onoita (noi non vediamo ragione per non scrivere 
fjivd'onoua, senza i punti diacritici) nelle Hypotheaeis di 
molte tragedie greche. Non ci persuade la congettura che 
le indicazioni contenute in tali Hypotheseis derivino dai 
supplementi di Aristofane di Bizanzio ai Pinakeè di Cal- 
limaco. Eimandiamo l' A. alla prima edizione dell'-ETeraA:^ 
del Wilamowitz (I 144 sqq.) Curioso malinteso è che (p. 19) 
anche espressioni come èv r^ &6vtéQ(^ &QafÀt(n e aim. do- 
vrebbero derivare dai Pinakes alessandrini, mentre è noto 
che tali indicazioni numeriche si riferiscono alla silloge 
bizantina di tre soli drammi di ciascuno dei tre tragici 
e di Aristofane. Citazioni della falsa Eudocia (p. 1 e 23) 
sono affatto inutili; che alle Tragedie gli autori stessi 
non dessero un titolo, e che 'inscriptiones stabiles' sieno 
dovute ai grammatici ordinatori della letteratura tragica, 
nessuno lo crederà oggi, purché non s'intenda di titoli 
distintivi come atetpayfjgiÓQog e sim. 

DometriO dd Qrazia. Demostene e i suoi accmatori. 
Catania (GiimnoUa), 1898; pp, xx-419. 

Di questo libro abbiamo letta la sola prefazione, e 
questa ci è parsa tale da invitare i dotti cultori di studi 
Demostenici ad esaminare l'opera accuratamente e far 
conoscere quanto essa contenga di buono e di nuovo. Se 
quindi alcuno di questi dotti vorrà farlo, il nostro giornale 
accoglierà ben volentieri una reoensione di ampiezza com- 
patibile con lo spazio di cui disponiamo. 

Luteus, lutum, pallor luteus, (Note del prof. Federico 
^Eusebio; latr. dal Bollettino di filai. cla$8,, Agosto- 
SeUembre 1897). 

Prendendo occasione da una falsa interpretazione pro- 
posta del pallor luteus (Hor. Epod. 10, 2, 16), l'È. esamina 
con grande diligenza ed acume un'infinità di luoghi di 
scrittori romani, per determinare, come egU determina, 
con esattezza il sig^nificato della espressione oraziana. Noi 
crediamo non saranno pochi a ringraziare l' Eusebio delle 
non ovvie notizie cosi accuratamente raccolte e vagliate. 

N. Festa. Favole di Fedro scelte, ordinate e annottUe ad 
uso della 2^ ellisse del Ginnasio. Firenze (Sansoni), 1898. 
La scelta e il commento sono ugualmente ottimi. Unico 
scopo del prof. Festa ora, com' egli avverte, * di fare un 
libro utile per gli alunni di quella scuola in cui Fedro si 
suol leggere ' ; e noi ci rallegriamo non soltanto ohe gli 
sia riuscito di conseguirlo cosi felicemente, ma anche più 
del buon esempio che ha dato ; perchè troppi commenta- 
tori ormai nei loro lavori - doctis, luppiter, et laboriosis ! - 
a tutto pensavano fuorché alla scuola e agli scolari. In- 
vece il Festa parla sempre allo scolaro e non ne dimen- 
tica mai l'età e il grado di studi: gli spiana la via con 
garbo, gli suggerisce frasi e parole vive ed efficaci perchè 
impari a tradurre italianamente, lo costringe a fermar l' at- 
tenzione su molte piccole difficoltà che gli sfuggirebbero, 
lo educa con opportune osservazioncelle estetiche di buona 
lega; in una parola, appUca quel metodo savio e pieno di 
buon senso che Francesco d'Ovidio segui nel suo eccel- 



47 



Akno I. — N. 1. 



48 



lente commento scolastico alla Metamorfosi. Qua e là si 
potrà notare dai critici più severi qualche lievissima scor- 
rezione di forma. Non tutti, per esempio, vorranno appro- 
vare costrutti come questo; ' Èm quest' ultima maniera 
che bisognerebbe tradurre * (p. 7 e altrove); e a p. 28 'il 
dover sopportarti ' invece di * il doverti sopportare ' ; 
né si riesce a intendere perchè il F. scriva (pp. 6 e 7) 
scimia e non scimmia. Ma osserv&kzioni di questo genere 
non tolgono nulla al merito di un lavoro, che dovrebbe 
esser tenuto a modello da chiunque voglia illustrare gli 
scrittori latini in modo da farli intendere e gustare dai 
giovanetti delle nostre scuole. 

E. pumi. 

Le fonti del diritto romano, introduzione allo studio 
delle istituzioni e della storia del diritto romano di Teodoro 
Kipp prof, di diritto nella Università di Erlangen, Tradu- 
zione italiana per cura di Giovanni Pacchioni prof, di di- 
ritto TieW Univ. di Innabruck. Lipsia, Deichert, 1897, pp, 120, 

Sebbene non manchino, nemmeno fra noi, ottimi lavori 
didattici sulla storia delle fonti del diritto romano (ba- 
sterà ricordare quello pubblicato dal Ferrini nel 1885), 
pur nondimeno il libro recente del Kipp, giustamente ap- 
prezzato pei suoi pregi di forma e di sostanza, può es- 
sere oggi preferito ad ogni altro, perchè espone assai bene, 
in modo adeguato alla scolaresca universitaria, tutta la 
dottrina delle fonti, quella cioè che studia cosi le forme 
nelle quali il diritto romano sorse e si svolse, come i 
mezzi pei quali venne a noi tramandato. 

Ci parve quindi lodevole V intendimento del prof. Pac- 
chioni (romanista valente, discepolo del compianto Se- 
rafini) di curarne una traduzione italiana, con aggiunte 
di indicazioni della ricca nostra letteratura giuridica; e 
saremmo stati lieti di poterla raccomandare, oltreché ai 
giovani studenti, a tutte le persone colte, che cercano 
riassunte, concisamente ed esattamente, le nozioni più 
necessarie ed essenziali suir importante materia. Se non 
che, scorse appena le prime pagine, abbiamo dovuto 
persuaderci che, non ostante la buona intenzione del 
Pacchioni, la sua fatica non consegue per nulla lo scopo 
eh' egli si è prefisso, né può essere da noi raccomandata. 

In primo luogo, la traduzione stessa lascia molto a 
desiderare, sia per la forma, ora troppo negletta, ora 
troppo ligia alla frase del testo, sia per mancanza di 
chiarezza, derivante o dal difettoso virgoleggiare o dalla 
irregolare posizione degli incisi. 

In secondo luogo, la stampa è tutta cosi stranamente 
scorretta, che nessun lettore può reggere alla noia di 
tanti numerosi e grossolani errori tipografici ; i quali, come 
facilmente s' intende, suscitano anche continui dubbi sul 
significato della frase e qualche volta lo alterano addi- 
rittura. Si può asserire che non vi sia una sola pagina 
immune; in parecchie (pp. 7, 8, 12, 14 ecc.) ne abbiamo 
contati, fra grossi e piccini, sei o sette, e in taluna x>er- 
sino dieci (p. 9). Ce n'è per tutti i gusti: virgole o man- 
canti o fuor di posto ; acconti quasi sempre omessi, spesso 
scambiati con l'apostrofo e viceversa; l'articolo al maschile 
col sostantivo al femminile; il singolare col plurale; in 
in luogo di sul; tavoletto per tavolette; quando e quante per 
quanto, da per la; valore per valere; aedo per artio ec. ec. 
Non mancano gli errori che fanno ridere : generalam.ente, 



suÒbietivi, obliettivo, il regolamente, appunte, % magistrate, il 
pontefco, il proprie volere, il contenute constante ©e. ec. 

Noi non sappiamo capacitarci come il prof. Pacchioni 
abbia potuto mandar fuori un libro simile; e per conto 
nostro lo crediamo, cosi com'è, addirittura inservibile. 



L'editore Carlo Clausen ha pubblicata la prima parte 
del primo volume della 'Storia di Boma* ('Storia d'Italia' 
parte II) di Ettore Paia (Torino 1898; pp. xxiv-62i>). 
Contiene la ' Critica della tradizione sino alla caduta del 
Decemvirato ' . Di questa opera importantissima daremo 
ampia notizia in uno dei prossimi fascicoli. 



ATTI D ELLA S OCIETÀ 

STATUTO 

(approvato nelle adunanze del tf) e 95 Aprile 1307). 

I. — Oggetto della Società. 
1. È istituita una Società Italiana, la quale si pro- 
pone di diffondere e incoraggiare gli studi delP antichità 
classica, in tutte le sue manifestazioni letterarie, artisti- 
che e scientiiiche, e nelle sue attinenze con le lettera- 
ture e con la civiltà moderna. 

La sede centrale della Società è in Firenze. 
2« Con questo intendimento, la Società: 

a) si adopera principalmente a propagare fra tutte 
le persone colte l'amore e il gusto della cultura clas- 
sica, combattendo le contrarie tendenze; 

b) promuove e incoraggia il lavoro e le ricerche nel 
campo filologico, linguistico, storico e archeologico, con- 
tribuendo anche, secondo i suoi mezzi, a raccogliere ed 
acqmstare nuovi materiali di studio; 

e) prende in esame le questioni riguardanti T inse- 
gnamento dello discipline classiche nelle scuole secon- 
darie e superiori, e T ordinamento dei vari istituti pub- 
blici in quanto hanno relazione con la cultura classica. 
8. La Società terrà, da Novembre a Giugno, adu- 
nanze, almeno una volta al mese, per comunicazioni, con- 
versazioni e discussioni su argomenti che corrispondano 
agl'intenti esposti negli art. 1 e 2. A queste adunanze 
potranno, per invito della Presidenza, assistere anche per- 
sone estranee alla Società. 

Essa promuoverà pubbliche letture, conferenze e giri 
archeologici ed artistici ; avrà un proprio Bullettino pe- 
riodico ; e, nei limiti dei suoi mezzi, potrà istituire premi 
e intraprendere od aiutare pubblicazioni cosi scientifiche 
come di divulgazione. 

II. — Soci e contributi. 
4* I Soci possono essere italiani o stranieri, e sono 
di tre categorie: 
Soci effettivi, 
» aggregati, 
» onorari. 
5. I Soci effetti tÌ si distinguono in tre classi: 
a) perpetui, h) ordinari, e) benemeriti. 
a) Soci perpetui son quelli che largiscono aUa So- 
cietà una somma non inferiore a lire cinqtiecento a fondo 
perduto. Ad essi sarà conferito uno speciale diploma 
d'onore. 



49 



Aimo I. — N. 1. 



60 



b) Soci ordinari sono quelli che pa^no un annuo 
contributo di lire dodici, 

e) Saranno dichiarati benemeriti quelli tra i Soci or- 
dinari che, oltre al contributo annuo, faranno un' offerta 
non inferiore a lire cento, o doni di egual valore in libri 
od oggetti. 

I Soci effettivi sono ammessi dal Consiglio Direttivo, 
a proposta o coU' adesione di almeno due Soci ; interven- 
gono aUe assemblee con voto deliberativo; sono eleggi- 
bili a tutte le Cariche sociali; e ricevono, di regola, gra- 
tuitamente le pubblicazioni della Società. 

6. Soci aggregati son quelli che pagano un annuo 
contributo di lire sei. Hanno diritto soltanto al Bullet- 
tino della Società. 

7. Possono esser Soci effettivi o aggregati anche 
gr Istituti e Corpi morali, con diritto di farsi rappresen- 
tare da uno speciale delegato. 

8. Sono finalmente Soci onorari quelli che per sin- 
golari meriti scientifici ottengono tale nomina dall' assem- 
blea generale a proposta del Consiglio Direttivo o di 
almeno dieci Soci. Non potranno mai eccedere il numero 
di ventiquattro, 12 italiani e 12 stranieri. 

Avranno facoltà d'intervenire e discutere nelle adunanze 

scientifiche, e sarà loro spedito il Bullettino della Società. 

9« Cessano di far parte della Società: 

a) quelli che abbiano dato le loro dimissioni per 

iscritto almeno sei mesi prima che cominci il nuovo anno 

sociale ; 

h) quelli che saranno dichiarati morosi secondo le di- 
sposizioni che verranno stabilite in apposito Regolamento. 
L'anno sociale amministrativo va dal 1® Luglio al 
30 Giugno. 

III. — Direzione della Società. 

10. I Soci effettivi, in assemblea generale, eleggono : 
un Presidente, 

due Vice-Presidenti, 
e dodici Consiglieri. 
Questi formano il Consiglio Direttivo della Società. 
La elezione si fa a schede segrete e a maggioranza re- 
lativa. In caso di parità di voti, la scelta sarà rimessa 
alla sorte. 

Possono partecipare alla votazione anche gli assenti, 
mandando ciascuno la sua scheda, in busta suggellata e 
firmata est'Cmamente. 

11. Il Presidente e i Vice-Presidenti durano in ca- 
rica un triennio e sono rieleggibili. 

Il resto del Consiglio Direttivo si rinnova per un terzo 
ogni anno. Questo terzo per i primi due anni sarà desi- 
gnato dalla sorto, in seguito dall'anzianità. 

Oli uscenti sono rieleggibili. 

12. Il Consiglio Direttivo nomina nel proprio seno : 
due Segretari, 

un Archivista-Bibliotecario, 
un Economo, 
e altre Cariche speciali, so occorrono. 

13. Le attribuzioni delle singole Cariche saranno de- 
terminate da apposito Regolamento, che verrà compilato 
dal Consiglio e comunicato ai Soci. 

14. Il Consiglio Direttivo: 

a) delibera sull'ammissione di nuovi Soci; 



b) dirige l' attività scientifica della Società ; cura la 
redazione del Bullettino e le altre pubblicazioni sociali ; 

e) amministra i fondi sociali a forma del bilancio 
preventivo, che verrà approvato anno per anno; 

d) provvede al servizio di cassa, nominando un Cas- 
siere fra i Soci o anche fra gli estranei, o valendosi d' un 
Istituto di credito; 

e) provvede pure a ogni altro servizio sociale e alle 
nomine del personale occorrente. 

15. n Consiglio Direttivo si aduna, per invito della 
Presidenza, ogni volta che occorra. 

In caso di assenza non giustificata per cinque seduto 
consecutive, i membri di esso saranno considerati come 
dimissionari. 

IV. — Adunanze dei Soci. 

16. I Soci si riuniscono: 

a) in adunanze scientifiche, come all'art. 3; 

b) in assemblee generali amministrative, alle quali 
intervengono i soli Soci effettivi; 

e) in un' adunanza annua, che sarà pubblica, per il 
rendiconto morale della Società. 

17. L'assemblea generale amministrativa si aduna 
in via ordinaria due volte l' anno ; in Giugno per discu- 
tere il bilancio preventivo dell'anno prossimo, per le elo- 
zioni del Consiglio Direttivo, e per la nomina di tre Sindaci 
che dovranno rivedere il bilancio consuntivo dell' anno ca- 
dente ; e in Novembre per la discussione di esso bilancio 
consuntivo. 

Oltre agli argomenti sopra accennati, in tali assemblee 
si potrà trattare qualsiasi altro affare che sia indicato 
nell'ordine del giorno. 

In via straordinaria l'assemblea si aduna ogni volta 
che il Consiglio Direttivo lo creda opportuno, o ne sia 
fatta domanda motivata e scritta da almeno dieci Soci. 

18. L'invito alle assemblee ordinarie o straordina- 
rie dovrà essere comunicato ai Soci almeno otto giorni 
prima di quello fissato per l'adunanza. Le deliberazioni 
si prendono a maggioranza e sono sempre valide qualun- 
que sia il numero degli intervenuti, salvo quanto è di- 
sposto negli art. 19 e 20. 

Le votazioni dovranno essere segrete quando concer- 
nono persone. 

19. Il carattere della Società non potrà esser mu- 
tato. Qualunque altra modificazione si voglia fare allo 
Statuto, dovrà essere comunicata ai Soci nella lettera 
d'invito all'assemblea per questo indetta, e l'assemblea 
non sarà valida se non saranno presenti la metà più uno 
dei Soci effettivi. 

20. La Società non potrà essere sciolta se non per 
deliberazione dell'assemblea generale, secondo le stesse 
norme indicate nell'articolo precedente. 

Ove non si consegua il numero legale ivi prescritto, 
sarà indetta un'adunanza in seconda convocazione, la 
quale sarà valida qualunque sia il numero degli inter- 
venuti; ma la deliberazione dovrà essere presa con due 
terzi dei voti. 

Intorno all'erogazione del patrimonio sociale delibe- 
rerà l' assemblea ; ma i libri e gli altri oggetti scientifici 
dovranno essere ceduti o donati nel loro complesso ad un 
solo Istituto. 



61 



Anno I. — N. 1. 



REGOLAMENTO 

(approvato dal Consiglio Direttivo nelle sedato 
del 18 e 19 Giugno 1897) 



L — Dei Soci. 

1. Chi desidera esser Socio, ne farà domanda per 
incrltto al Consiglio Direttivo, dichiarando di accettare le 
disposizioni dello Statuto e del Regolamento ; ovvero fir- 
merà un^ apposita scheda a stampa, che sarà inviata a 
chiunque la richieda. 

I nomi dei nuovi inscritti saranno volta per volta pub- 
blicati nel BuUettino sociale. 

2. La dichiarazione di Soci Benemeriti, a forma del- 
l' art. 5 (comma e) dello Statuto, sarà fatta dal Consiglio 
Direttivo, e ne sarà data partecipazione per iscritto ad 
essi Soci. 

8* I Soci effettivi, dovunque risiedano, oltre i diritti 
loro conferiti dall' art. 5 dello Statuto, potranno rivolgersi 
alla Presidenza per comunicazioni, notizie ed aiuti in 
materia di studi classici ; e il Presidente, o chi ne fa le 
veci, dovrà porre ogni cura nel soddisfare i loro desideri, 
secondo i mezzi di cui la Società potrà disporre. 

4» Il pagamento dell'annuo contributo sociale deve 
essere anticipato ; ma i Soci ordinari potranno pagare in 
due rate semestrali. 

5* Quando un Socio trascuri il pagamento della tassa 
nei termini indicati dall' articolo precedente, né corrisponda 
all' invito dell' Economo, questi ne riferirà al Presidente, 
che per lettera rinnoverà l'invito; e se ciò nonostante 
il pagamento non avvenga, il Consiglio Direttivo dichia- 
rerà il Socio moroso, 

I Soci dicliiarati morosi cessano di far parte della Società, 
senza che questa perda i suoi diritti alla riscossione del 
credito. 

6. Gl'Istituti o Corpi morali che sono Soci effettivi, 
designeranno nominatamente il delegato che li deve rap- 
presentare nei loro rapporti colla Società, dandone comu- 
nicazione alla Presidenza. Qualora il delegato da loro 
scolto sia un Socio esso stesso, avrà doppio voto nelle 
adunanze. 

Nessuno potrà avere più di una delegazione. 
II. — Delle Càriche sociali. 

7. H Presidente dilige i lavori e soprintende all' an- 
damento della Società, presiede alle adunanze del Consiglio 
Direttivo e dei Soci, ha la rappresentanza legale della 
Società e ne firma gli atti. 

I Vice-Presidenti coadiuvano il Presidente e lo sur- 
rogano in caso di assenza o impedimento. 

8. È ufficio dei Segretari: 

a) redigere i processi verbali delle adunanze del 
Consiglio Direttivo e di quelle della Società; 

b) curare la corrispondenza coi Soci e con gH estranei 
e) tenere in ordine il Registro dei Soci; 

d) provvedere alla spedizione del BuUettino e del- 
l' altre pubblicazioni sociali. 

Queste attribuzioni saranno dal Consiglio Direttivo 
distribuite fra i due Segretari, secondo le opportunità. 

9. L' Archivista-Bibliotecario custodisce l' Archivio e 
la Biblioteca Sociale, e ne tiene i registri e gì' inventari. 

Per il servizio della Biblioteca si atterrà alle norme 
ohe saranno stabilite dal Consiglio Direttivo. 



10. L'Economo provvede all'acquisto di quanto oc- 
corre alla Società e alla gestione degli affari amministrativi: 
vigila su tutte le cose mobili di proprietà della medesim: 
e ne tiene esatto inventario, eccettuato quanto ai riferisf,. 
all'Archivio e alla Biblioteca; prepara i bilanci preventivi 
e consuntivi; cura l'esazione dei contributi dei Soci, rila- 
sciando le relative ricevute ; firma col Presidente i mandati 
di cassa, d'entrata e d'uscita, e tiene la scrittura del- 
l'amministrazione sociale. 

11. n Cassiere riscuote e paga sopra mandati firmati 
dal Presidente e dall' Economo ; ha la custodia dei fornii 
sociali e provvede all'impiego di essi fondi, secondo h' 
deliberazioni che verranno prese volta per volta dal Con- 
siglio Direttivo, al quale dovrà comunicare mensilmente, 
e ad ogni richiesta, lo stato di Cassa. 

12. Il Consiglio Direttivo, come amministratore d.n 
fondi sociali, sentito il parere dell'Economo, provvede a 
collocare i fondi disponibili, e a capitalizzare le offerti- 
in contanti dei Soci perpetui e benemeriti. 

13. n Consiglio Direttivo si aduna ordinariameiit.- 
l'ultima domenica di ciascun mese. 

III. — Dki Soci residenti fuori di Firenze. 

14. I Soci effettivi non residenti in Firenze hannn 
gli stessi diritti di quelli che vi risiedono, non osolu-^ì' 
il prestito dei libri della Biblioteca sociale; sono invitati 
a tutte le adunanze scientifiche o amministrative, e pos- 
sono anche mandare per iscritto le loro comunicazioni e 
proposte. 

15. I Soci ordinari e aggregati residenti fuori di 
Firenze potranno pagai-e il loro contributo mediante car- 
toUna-vaglia diretta all'Economo o con altro mezzo di 
trasmissione, salvo H caso previsto dall'art, 16. 

16. Nelle città ove siano almeno trenta Soci effettivi, 
questi possono costituire un Comitato locale con la pro]»ria 
Rappresentanza. 

Ciascun Comitato locale provvederà al proprio ordina- 
mento intemo, conformandosi al carattere e agli inten- 
dimenti della Società ; e si terrà in rapporto con la t^edo 
centrale. Può tenere adunanze scientifiche (art. 3 e 1(5 dello 
Statuto); può formulare proposte relative all' amministra- 
zione della Società, le quali saranno trasmesse alla Pro -Fi- 
denza per essere discusse nelle assemblee generali dei So i. 

La Rappresentanza del Comitato locale è incaricata di 
esigere le tasse dei Soci che lo compongono, e trasmetterle 
alla sede centrale, con facoltà di ritenere il 10 '^/o sulle 
esazioni. 

Delle adunanze e delle deliberazioni locali la Rapi)re- 
sentanza terrà informato il Consiglio Direttivo, percliè. 
secondo l'opportunità, se ne dia notizia nel BuUettino 
sociale. 

I Comitati locali non possono aggregarsi persone 
estranee alla Società. 

II Consiglio Direttivo può, per gravi motivi, dichiarare 
che un Comitato locale cessa di far parte della Società. 
In tal caso, esso Comitato ha diritto d'appello all'as- 
semblea generale. 

IV. — Delle adunanze. 

17. Nelle adunanze indicate nell'art. 3 dello Statuto 
avranno diritto d'intervenire e di partecipare alle discus- 
sioni tutti i Soci, effettivi ed aggregati. 



53 



ÀITHO I. 



N. 1. 



64 



18. Anche nei mesi da Luglio a Ottobre si potranno 
tenere adunanze scientifiche e didattiche, quando un certo 
numero di Soci lo desideri e il Consìglio Direttivo ac- 
consenta. 

19. In mancanza del Presidente e dei Vice-Presidenti, 
alle adunanze scientifiche potrà presiedere un Socio scelto 
dal Consiglio Direttivo. 

30. Nessuna questione può essere discussa nelle adu- 
nanze, se prima non ò stata comunicata al Consiglio 
Direttivo e posta all'ordine del giorno. 

21, Ogni Comitato locale ha facoltà di farsi rappre- 
i^ontare alle assemblee generali da un delegato apparte- 
nente alla Società, il quale avrà doppio voto, senza pre- 
giudizio del diritto di voto spettante ai singoli soci che 
od esso Comitato appartengono. 

23* Per la constatazione del numero legale nelle 
assemblee generali indette per modificazioni allo Statuto 
(art. 19 dello Statuto medesimo), saranno considerati come 
presenti tutti i Soci di ciascun Comitato locale rappre- 
sentato nel modo stabilito dall'articolo precedente. 

V. — Del Bullettino. 
23* n BuUettino ò il solo organo ufficiale della Società. 
24* Esso contiene una parte scientifico-letteraria e 
una parte amministrativa. 

La parte scientifico-letteraria, ordinata principalmente 
alla generale diffusione degli studi classici, conterrà: 
a) articoli e memorie, originali o di divulgazione; 
h) recensioni, comunicazioni, notizie ecc., non escluse, 
occorrendo, riproduzioni grafiche e artistiche e altre illu- 
strazioni. 

Nella parte amministrativa saranno compresi: 
a) gli atti della Società; 

h) r elenco dei Soci e delle Cariche sociali, e le re- 
lative variazioni; 

e) la nota dei doni ricevuti; 

d) ogni altra comunicazione che concerna gl'inte- 
ressi della Società. 

25« Alla redazione del BuUettino provvedo la Pre- 
sidenza. 

Il titolo da dare al medesimo, i modi di pubblicazione, la 
composizione tipografica, le condizioni d'abbonamento ecc., 
sono deliberate dal Consiglio Direttivo. 

ELEKCO DEI SOCI ') 

(fino al 81 Dicembre 1897). 



I. — Soci perpetui. 

Lattes prof. Elia, Milano 

IL — Soci benemeriti. 

Barbèra cav. Piero, Firenze 

Bargagli march. Piero, Firenze 

Cootani di Sermoneta duchessa Enrichetta, Firenze 

Gandino prof. Giov. Battista, Bologna 

Hoepli comm. Ulrico, Milano 

*) Neil' elenco pubblicato nel Lnglio 1897 fa omesso il nomo del 
socio ordinario signor Demetrio Marci, e furono registrati per 
errore fra gli ordinari i signori prof. Ersilio Bicci, avv. Angelo 
Cocconi, prof. Arturo Linaker, e fra gli aggregati la signorina 
Fiorenza Richard. 



Milani signora Laura, Firenze 
Torrigiani march. Piero, Firenze 
Vaccaro prof. Vito, Palermo 

III. — Soci ordinàri. 

Amatucci prof. Giusepi)e Aurelio, Monteleone 

Ambron avv. Eugenio, Firenze 

Anau aw. Flaminio, Firenze 

Andreini Guido, Firenze 

Amone prof. Niccola, Beggio di Calabria 

Arrò prof. Alessandro, Aosta 

Ascoli cav. Clemente, Firenze 

Ascoli prof. Graziadio, Milano 

Azzolina prof. Carmelo, Caltagirone 

Bacci prof. Orazio, Firenze 

Balbiano prof. Luigi, Boma 

Balzani conte Ugo, Boma 

Barbèra cav. Piero, Firenze 

Bargagli march. Piero, Firenze 

Bamabei prof. Felice, Boma 

Bartolomasi padre F. A., Firenze 

Bassi prof. Domenico, Milano 

Belleli dr. Lazzaro, Corfù 

Belilo prof. Vittore, Pavia 

Bemporad cav. Enrico, Firenze 

Benedetti prof. Giovanni, Firenze 

Berlingieri barone Arturo, Cotrone 

Bersanetti prof. Fedele, Sansevero 

Berti avv. Paolo, Firenze 

Berti comm. Pietro, Firenze 

t Bertolotto dr. Girolamo, Genova 

Biagi comm. Guido, Firenze 

Boeri aw. Giovanni, Firenze 

Boralevi prof. Gustavo, Livorno 

t Brioschi prof. Francesco, Milano 

Brugnola prof. Vittorio, Fano 

Brunetti prof. Giovanni, Firenze 

Bruschi cav. Angelo, Firenze 

Bruschi prof. (Gennaro, S. Maria Capua Vetere 

Caccialanza prof. Filippo, Boma 

Caetani di Sermoneta duchessa Enrichetta, Firenze 

Calisse ing. Luigi, Firenze 

Camin prof. Pietro, Fano 

Camozzi prof. Giov. Battista, Forlì 

Cantagalli Ulisse, Firenze 

Carabellese prof. Francesco, Bari 

Carducci prof. Giosuè, Bologna 

Carpi avv. Arturo, Firenze 

Carrozzari prof. Baffaele, Taranto 

Carrozzini prof. Alfonso, Taranto 

Casagrandi-Orsini prof. Vincenzo, Catania 

Casali prof. Leandro, Faenza 

Casini avv. Luigi, Firenze 

t Castellani prof. Carlo, Venezia 

Castellani prof. Giorgio, Cremona 

Cavazza prof. Pietro, Boma 

Cocchi dr. Francesco, Poscia 

Ceci prof. Luigi, Boma 

Corretti prof. Cesare, Orvieto 

Cerruti prof. Valentino, Boma 

Chiapponi prof. Alessandro, Napoli 



55 



Anno L — N. 1. 



56 



Chilovi conmL Desiderio, Firenze 
Ciàceri prof. Emanuele, Messina 
Ciamician prof. Giacomo, Bologna 
Cinquini prof. Adolfo, Firenze 
Cipelletti prof. Luigi, Sondrio 
Cocchia prof. Enrico, Napoli 
Coen prof. Achille, Firenze 
Coli prof. Edoardo, Bologna 
Comparetti prof. Domenico, Firenze 
Consumi prof. Stanislao, Firenze 
Corazzini avv. G. O., Firenze 
Comaglia prof. Alberto, Fossano (Cuneo) 
Corradi prof. Augusto, Tivoli 
Cosattini prof. Achille, Udine 
Costa prof. Emilio, Bologna 
Costanzi prof. Vincenzo, Trani 
Covotti prof. Aurelio, Palermo 
Cremoncini Giulio, Firenze 
Croce Benedetto, Napoli 
D^Addozio prof. Vincenzo, Napoli 
Dalla Vedova prof. Giuseppe, Eoma 
t D'Altemps dr. Alberto, Firenze 
Danesi prof. Umberto, Firenze 
Davidsohn dr. Eoberto, Firenze 
Decia prof. Giovanni, Firenze 
De Blasi prof. Pietro, Noto 
De Lollis prof. Cesare, Genova 
Del Vecchio prof. Alberto, Firenze 
De Notter aw. Giulio, Firenze 
De Petra prof. Giulio, Napoli 
De Stefani prof. Luigi, Siena 
D'Ovidio prof. Francesco, Napoli 
Eusebio prof. Federigo, Genova 
Fabris prof. Giuseppe Andrea, Prato 
Fano prof. Giulio, Firenze 
Fasòla prof. Carlo, Firenze 
Febraro prof. Stefano, Firenze 
t Ferrai prof. Eugenio, Padova 
Ferrari prof. Severino, Firenze 
Festa prof. Niccola, Firenze 
Fiaschi cav. Tito, Firenze 
Fighiera prof. Luigi, Campobasso 
Fogliani maggiore Tancredi, Modena 
Fraccaroli prof. Giuseppe, Torino 
Franchetti prof. Augusto, Firenze 
Fuochi prof. Mario, Ascoli Piceno 
Gabrici dr. Ettore, Napoli 
, Gandino prof. Giov. Battista, Bologna 
Gargano prof. Giuseppe Saverio, Firenze 
Garofalo prof. Francesco Paolo, Catania 
Gemma prof. Scipione, Firenze 
Gentile prof. Luigi, Firenze 
Gerunzi prof. Egisto, Firenze 
Gherardi cav. Alessandro, Firenze 
Gigliotti prof. Carlo, Firenze 
Gigliucci conte Mario, Firenze 
Giorni prof. Carlo, Firenze 
Giri prof. Giacomo, Palermo 
Gnesotto prof. Ferdinando, Padova 
Goidanich prof. P. G., Napoli 
Gotti prof. Tommaso, Firenze 



Grati aw. Artidoro, Firenze 

Graziani prof. Francesco, Napoli 

Gualtieri prof. Gaetano, Livorno 

Halbherr prof. Federigo, Boma 

Hoepli comm. Ulrico, Milano 

Inama prof. Vigilio, Milano 

Jaia prof. Donato, Pisa 

Kero dr. Giorgio, Firenze. 

Laudi prof. Carlo, Tivoli 

Lasinio prof. Fausto, Firenze 

Levi dr. Emesto, Firenze 

Levi Giacomo, Firenze 

Levi prof. Lionello, Parma 

Lisio prof. Giuseppe, Firenze 

Lo Cascio prof. Sante, Palermo 

Loewy prof. Emanuele, Boma 

Longhena Mario, Parma 

Longhi prof. Enrico, Cagliari 

Lupi prof. Clemente, Pisa 

Macé dr. Carlo, Aix-les-bains 

Maioli dr. Alberto, Roma 

Malfatti signora Luisa, Firenze 

Mancini prof. Augusto, Palermo 

Manni prof. Giuseppe, Firenze 

Marcello prof. Silvestro, Matera 

Marenduzzo prof. Antonio, Campobasso 

Marino Zuco prof; Francesco, Genova 

Martini dr. Emidio, Napoli 

Marzi Demetrio, Firenze 

Mazzatinti prof. Giuseppe, Forlì 

Melli prof. Giuseppe, Firenze 

Menozzi prof. Eleuterio, Palermo 

Merci aw. Cesare, Firenze 

Messeri prof. Antonio, Potenza 

Michelangeli prof. Luigi Alessandro, Messina 

Milfitni signora Laura, Firenze 

Milani prof. Luigi Adriano, Firenze 

Modigliani aw. Angiolo, Firenze 

Moratti prof. Carlo, Pavia 

Mordenti prof. Francesco, Lugo 

Morici prof. Medardo, Firenze 

Mosca dr. Domenico, Berna 

Moschettini prof. Luigi, Benevento 

Mosetti padre Domenico, Firenze 

Nardini dr. Carlo, Firenze 

Nasini prof. Raffaello, Padova 

Nesi prof. Napoleone, Firenze 

Niccolini prof. Giovanni, Sassari 

Nieri prof. Alfonso, Messina 

Nitti di Vito prof. Francesco, Bari 

Nosei prof. Giuseppe, Firenze 

Novati prof. Francesco, Milano 

Novelli sac. Nazareno, Castelplanio (Ancona) 

Oliva prof. Gaetano, Rovigo 

Olivetti cav. Nino, Firenze 

Olivieri prof. Alessandro, Napoli 

Olivotto prof. Giuseppe, Pontedera 

Orefice ing. Ermanno, Firenze 

Orvieto dr. Angelo, Firenze 

Paglicci prof. Leopoldo, Pistoia 

Pandiani prof. Giov. Battista, Pavia 



57 



Anno I. — N. 1. 



68 



Paoli prof. Alessandro, Pisa 
Paoli prof. Cesare, Firenze 
Parodi prof. Emesto Giacomo, Firenze 
Pascal prof. Carlo, Milano 
Pascoli prof. Giovanni, Messina 
Pasdera prof. Arturo, Potenza 
Patroni prof. Giovanni, Napoli 
Pavolini prof. Paolo Emilio, Firenze 
Pecchioli Adolfo, Firenze 
Pedroli prof. Uberto, Siena 
Pellegrini prof. Astorre, Firenze 
Pellegrini dr. Giuseppe, Firenze 
Persiano dr. Filippo, Firenze 
Persico prof. Federigo, Napoli 
Pescatori prof. Giuseppe, Alba 
Petrone prof. Giuseppe, Napoli 
Piazza prof. Salomone, Padova 
Piccini prof. Augusto, Firenze 
Piccini aw. Giovanni, Firenze 
Piccolomini prof. Enea, Roma 
Pilacci avv. Arturo, Firenze 
Pirro prof. Alberto, Campobasso 
Pistelli prof. Ermenegildo, Firenze 
Poggi prof. Vincenzo, Catania 
Primiani prof. Luigi, Campobasso 
Proto dr. Enrico, Atrani (Salerno) 
Pullè prof. Francesco Lorenzo, Pisa 
Puntoni prof. Vittorio, Bologna 
Rajna prof. Pio, Firenze 
Ramorino prof. Felice, Firenze 
Rasi prof. Pietro, Pavia 
Easia dal Polo prof. Settimio, Empoli 
Ridolfi prof. Enrico, Firenze 
Rigutini prof. Giuseppe, Firenze 
Romagnoli dr. Ettore, Boma 
Romano sac Antonio, Firenze 
Romano prof. Antonio, Napoli 
Rosadi aw. Giovanni, Firenze 
Rosi prof. Arcangelo, Siena 
Rossi prof. Giorgio, Cagliari 
Rossi prof. Salvatore, Potenza 
Rostagno dr. Enrico, Firenze 
Sabbadini prof. Remigio, Catania 
Saliuas prof. Antonino, Palermo 
Sanesi prof. Giuseppe, Siena 
Sanesi prof. Lreneo, Siena 
Sartini prof. Vincenzo, Firenze 
SaveUi prof. Agostino, Urbino 
Scerbo prof. Francesco, Firenze 
Scherillo prof. Michele, Milano 
Schiaparelli prof. Giovanni, Milano 
Schiff signora Ida, Firenze 
Schupfer prof. Francesco, Boma 
^enigaglia dr. Graziano, Firenze 
Senise prof. Tommaso, Napoli 
Serafini prof. Enrico, Messina 
Setti prof. Giovanni, Padova 
Severini prof. Antelmo, Firenze 
Sfomi-Levi signora Emma, Firenze 
Sogliano prof. Antonio, Napoli 
Stefanini aw. Tommaso, Firenze 



Straccali prof. Pilade, Firenze 

Stromboli prof. Pietro, Firenze 

Taddei prof. Attilio, Firenze 

Taviani Niccolò, Firenze 

Terlizzi prof. Sergio, Firenze 

Tocco prof. Felice, Firenze 

Tommasini comm. Oreste, Boma 

Toppino prof. Giuseppe, Pavia 

Torrigiani march. Piero, Firenze 

Tria prof. Umberto, Campobasso 

Troiano prof. Paolo Baffaello, Napoli 

Tropea prof. Giacomo, Messina 

Vaccaro prof. Vito, Palermo 

Valacca prof. Clemente, Bitonto 

Vandelli prof. Giuseppe, Firenze 

Vannuccini prof. Giovannina, Firenze 

Vecoli prof. Alcibiade, Potenza 

Venturini dr. Luigi, Milano 

Verdaro prof. Giuseppe, Siena 

Villani prof. Luciano, Potenza 

Villari prof. Pasquale, Firenze 

Vitelli prof. Girolamo, Firenze 

Vivanti-Castelli signora Begina, S. Bartolommeo di Spezia 

Zambaldi prof. Francesco, Pisa 

Zambra prof. Bomedio, Prato 

Zanichelli prof. Domenico, Siena 

Zappia prof. Vincenzo, Sansevero 

Zippel prof. Giuseppe, Boma 

Zumbini prof. Bonaventura, Napoli 

Zuretti prof. Carlo Oreste, Torino 

Biblioteca Comunale di Verona 

Collegio Nazareno di Boma 

B. Liceo di Fano 

Bettore del Collegio degU Scolopi alla Badia Fiesolana, 

S. Domenico (Firenze). 
Scuole Pie di Firenze 

IV. — Soci ÀOGREOÀTI. 

Agnoli dr. Galileo, Venezia 

Ambrosoli dr. Solone, Milano 

Bandini Gino, Firenze 

Barbi prof. Michele, Firenze 

Bassi prof. Ignazio, Milano 

Beltrami prof. Achille, Brescia 

Bianchi Enrico, Firenze 

Brandileone prof. Francesco, Parma 

Buonvino prof. Gennaro, Napoli 

Cantarelli prof. Luigi, Boma 

Cardini Francesco, Signa 

Castelli prof. David, Firenze 

Chiminello prof. Francesco, Como 

Clero prof. Valentino, Firenze 

Cognetti de Martiis prof. Salvatore, Torino 

Conforti Giuseppe, Firenze 

Conti prof. Luigi, Firenze 

De Buggiero prof. Ettore, Boma 

Enriques prof. Federigo, Bologna 

Ferraris prof. Carlo Francesco, Padova 

Franchi de' Cavalieri dr. Pio, Boma 

Franchini Franchino, Firenze 

Giambelli prof. Carlo, Torino 



59 



Anno L — N. 1. 



{\0 



Gorra prof. Egidio, Pavia 
Maroarino prof. Filippo, Ancona 
Maruffi prof. Gioacchino, Palermo 
Mele prof. Beniamino, Cosenza 
Merkel prof. Carlo, Pavia 
Mirenda prof. Antonino, Patti 
Montioolo prof. Giovanni, Roma 
Muggio comm. Francesco, Cuneo 
Orio dr. Alessandro, Como 
Pacini Mario, Firenze 
Palazzi dr. Pio Giuseppe, Como 
Piccinini padre Antonio, Empoli 
Pincetti padre Benedetto, Empoli 
Poggi Giovanni, Firenze 
Pratesi prof. Plinio, Potenza 
Prunai dr. G. B., Firenze 
Puini prof. Carlo, Firenze 
Raffaele prof. Gaetano, Patti 
Rambaldi prof. Pier Liberale, Firenze 
Rios dr. Antonio, Venezia 
Rodriguez prof. Francesco, Patti 
Rossi prof. Vittorio, Pavia 
Sandias prof. Francesco, Trapani 
Scorza Gaetano, Pisa 
Soffiantini dr. Giuseppe, Milano 
Storino prof. Giuseppe, Cosenza 
Tacchi- Venturi padre Pietro, Roma 
Taddei avv. Giuseppe, Firenze 
Tancredi prof. Giovanni, Cosenza 
Virgili prof. Antonio, Firenze 
Vitelli Camillo, Pisa 
Volpi prof. Guglielmo, Pistoia 
Zappata prof. Alessandro, Ancona 
Zardo Emilio, Firenze 
Zenoni prof. Giovanni, Venezia 
Zenoni prof. Luigi, Venezia 
R. Biblioteca Nazionale di Torino 

CONSIGLIO DIRETTIVO 

(eletto neir adimanza del 27 maggio 1897) 



Presidente: Girolamo Vitelli. 

Vice^Preaidenti: Felice Ramorino, Piero Bargagli. 

Consiglieri: Niccola Festa, Cesare Paoli, Luigi Adriano Mi- 
lani, Ermenegildo Pistelli, Giuseppe Rigutini, Augusto 
Franchetti, Gaetano OUva, Piero Barbèra, Pio Rajna, 
Giovanni Decia, Augusto Piccini, Enrico Rostagno. 



Nella seduta del 80 maggio 1897 il Consiglio Direttivo 
nominò: 

Segretari: N. Festa, G. Decia. 
ArchivÌ8ta''BÌbliotecario: E. Pistelli. 
Economo: P. Barbèra. 



Nella seduta del 16 gennaio 1898 il Consiglio Direttivo, 
considerando che il Bullettino della Società cominciava 
col secondo semestre delPanno sociale (art. 9 dello Statuto), 
deliberò che, in via transitoria, coloro i quali si iscrive- 
ranno come Soci nei mesi di febbraio-giugno 1898, paghe- 
ranno solo la metà del loro primo contributo annuo, cioè 
L. 6 80 Soci ordinari, L. 8 se aggregati. 



/ Soci ordinari che pagarono solo la 
P rata 1897-98 sono pregati di trasmettere 
la 2'* aW Economo Fiero Barbara (Firenze^ 
Via Faenza 66). 

Quei pochissimi che non pagarono an- 
cora nessuna rata, e furono inscritti nello 
scorso semestre^ dovranno trasmettere senza 
ritardo V importo di entrambe le rate. 



LIBKI MANDATI IN DONO 

ALLA BIBLIOTECA DELLA SOCIETÀ 



Dalla signora Enrichetta Caetani, duchessa di Sermo- 
neta: La nuUeria della Divina Commedia dichiarata in VI 
tavole da Michelangelo Caetani, Roma 1872. 

Da U. HoepH : 1. Corpus acriptorum eccleaiasticorum con- 
silio et impejisis Academiae litteramm Caesareae Vindobo- 
nensis editum. Nova Series, 1888-92; 2. Catal4>go cronologico, 
alfahetico-critico, sistematico e per soggetti delle edizioni Jloepli 
1872-1896, con introduziorie di Gctetano Negri, 

Da V. Vaccaro: 1. Friderid Bitschelii opuscula phllo- 
logica (Lips, 1866-1879); 2. J, Mueller, Uandimeh der cìoi- 
sischen Alter tumsoissensehaft. 

Da C. Macé cinquanta copie dell'opuscolo: Utilité des 
études greco-latines par le dr. Macé médecin à Aix-Us-haim. 
Troisième editimi, 1896. 

Da A, D'Altemps (f): 1. A. D*Altemps. TI sistema sche- 
dale D^Altcmps presentato cdV esposizione generale in Torino 
nel 1884, Firenze~Jioma (Bencini) 1884; 2. Spiegazione del 
sistema schedale Altemps, Torino 1890 *). 

Da Giacomo Tropea: Rivista di Storia antica e scienze 
affini, II, 1^4. 

Da F. Chiminello: F. Chiminello, Alcune idee sull'inse- 
gnamento classico. Malta 1895. 

Da N. Novelli: 1. N. Novelli, Saggi poetici, Castclpla- 
nio 1895; 2. La Madonna greca della Basilica di Porto in 
Bavenna, Jesi 1894; 3. Poesia di Nazareno Novelli in lode 
delp. Antonio Cesari pubblicata da Giuseppe Guidetti, Beggio' 
Emilia, 1898. 

Da D. Marzi: 1. D. Marzi, Una questione libraria fra % 
Giunti ed Aldo Manuzio il vecchio, Milano 1896; 2. Giovanni 
Maria Tolosani e Giovanni Lìtcido Samoteo, Casteljioren- 
tino, 1896; 8. Giovanni Maria Tolosani, Alessandro Picco- 
lamini e Luigi Giglio, Ccuitel fiorentino 1897. 

Da N. Festa: Optiscoli di vario argomento del dottore 
Giambatisia Kohen, Venezia 18S3. 

*) A questi due opuscoli il nostro compianto socio aggiun- 
geva un saggio dello schedario di sua invenzione, e sì offriva di 
fornire gratuitamente alla Società altri esemplari sufficienti a 
contenere un catalogo di un migliaio di titoli per la biblioteca 
sociale (.lettera al prof. Festa, 28 luglio 1897). 



61 



Anko I. — N. 1. 



62 



GIROLAMO BERTOLOTTO 

È morto pochi giorni fa in Grenova, dove da più anni 
dimorava in qualità di Vice-Bibliotecai'io della Biblioteca 
Civica Beriana, il Dr. G-irolamo Bertolotto. Era nato in 
Savona il 31 di agosto del 1861, e dal novembre 1880 
tìiio all'estate del 1885 lo avemmo qui in Firenze dili- 
«reiite ed operoso scolaro del nostro Istituto di Studi Su- 
periori. Predilesse gli studi di filologia classica, special- 
mente greca, e sin dai primi anni di corso vi attese con 
candissimo amore. In poco tempo acquistò pratica non 
comune della lingua greca, e si dedicò quindi con ardore 
allo studio di Luciano. Assiduo frequentatore delle nostre 
Biblioteche, specialmente della Laurenziana, non disdegnò 
gli studi di paleografia e di critica del testo ; e se le con- 
dizioni di famiglia gli avessero permesso di rimanere più 
a lungo in città ricche di codici greci, sarebbe divenuto 
l)aleografo di non comune valore. Le sue buone attitudini 
sono ad ogni modo attestate dal lavoretto * Il codice mode- 
nese di Luciano * (Torino, Loescher, 1886; estr. dalla ' Ri- 
nata di Filologia '), e dal catalogo che più tardi pubblicò 
in Genova dei codici greci di quella Biblioteca delle Mis- 
sioni Urbane (* Il codice greco Sauliano di S. Atanasio ' 
[in 'Atti della Società Ligure di Storia Patria' XXV] ecc., 
Genova, 1898). Della medesima collezione abbiamo anche 
un catalogo del Ehrhard, molto più completo nelle indi- 
cazioni della letteratura sacra; ma per la descrizione pa- 
leografica gli appunti del Bertolotto non sono neppure 
ora inutili. 

I suoi primi lavori filologici furono, se non erriamo, 
(jnello * Sulla cronologia ed autenticità dei Macrohil attri- 
buiti a Luciano *, e l'altro intitolato 'Appunti Lucianei' 
(Torino, Loescher, 1885 ; estr. dalla ' Riv. di Filol. ' ). Otto 
anni più tardi pubblicò un opuscoletto ' De argumento 
in Luciani ludicium vocalium subdititio ' . Aveva avuto in 
mente di preparare una edizione degli Scolii Lucianei, 
ma gli mancarono i mezzi per raccogliere il materiale di- 
sjierso in tante biblioteche. Sappiamo che farà ora questo 
indispensabile lavoro un giovane dotto tedesco, il Graeven ; 
forse non gli saranno interamente inutili le notizie e gli 
appunti cedutigli dal Bertolotto. Molto altro questi pub- 
blicò sopra eruditi e letteratura genovese (ricordiamo lo 
opuscolo ' Grabriello Chiabrera Ellenista? '), e si rese poi 
benemerito della Biblioteca in cui fu impiegato, con lo 
scritto ' La Civica Biblioteca Beriana di Genova, Notizie 
storiche e statistiche ' (Genova 1894). Citiamo ancora una 
i^lizione scolastica di orazioni di Demostene (Torino 1886) 
e di Anacreontòe (Savona 1889), e del 1892 un primo 
fascicolo di 'Spicilegio genovese' (' Un codice ignorato 
di Catullo ' ecc.). Altri suoi scritti ( ' Il trattato di Andalò 
fli Negro sull'Astrolabio ' , * Urbano Vili o F. Rondinelli ? ' , 
' Studi Liguri ' ecc.), alcuni dei quali pregevolissimi, non 
riguardano gli studi classici, ma tutti dimostrano l'ope- 
rosità e la varia erudizione delP autore. 

L' affetto pel nostro caro discepolo non e' impedisco di 
riconoscere in alcuni dei suoi lavori monde non Uovi. Ma 
f^ìxM ebbe schietto entusiasmo per gli studi classici, por 
studiare si assoggettò a penoso privazioni, nò senza com- 
mozione ricordo come, avendo poco più di quanto impor- 



tava la spesa del viaggio per Modena, riescisse a tratte- 
nersi lunghi giorni in quella città e studiarvi serenamente 
il suo Luciano. Fu laboriosissimo sebbene cagionevole di 
salute : la Biblioteca di Genova ha perduto in lui un ec- 
cellente bibliotecario, i nostri studi un cultore dotto ed 
operoso. 

G, Vitelli. 



FRANCESCO BRI08CHI 

Con la morte quasi improvvisa di Francesco Brioschi, 
avvenuta in Milano la sera del 18 dicembre, è sparito uno 
de' geometri più illustri che abbiano onorato la seconda 
metà del nostro secolo, e uno dei più autorevoli fautori 
della coltura classica in Italia. Le sue ricerche sulle forme 
binarie algebriche, sui determinanti, sulla risoluzione del- 
le equazioni di quinto e sesto grado, sulle funzioni ellittiche 
ed abeHane, suUa meccanica, sulla geometria differenziale, 
suir integrazione delle equazioni differenziali lineari a coef- 
ficienti variabili ed in particolare delle equazioni di Lamé, 
hanno portato al progresso delle dottrine analitiche un 
contributo rilevantissimo, procurando a lui vivo una ripu- 
tazione mondiale ed insieme un salutare e insperato ri- 
sveglio negli studi matematici del nostro paese. 

Nella prima metà del secolo ebbe V Italia cultori della 
matematica dotati di grande ingegno, ma, salvo rare ecce- 
zioni, dell'opera loro la scienza ben poco si è avvantag- 
giata : solevano essi occuparsi di quistioni più curiose che 
utili, si cullavano in una specie di Arcadia logorando la 
mente intomo a quistioni di mediocre e talora anche di 
ninna importanza in se, le quali servivano unicamente 
per mettere in mostra penetrazione ed abilità nell' esco- 
gitare combinazioni più o meno felici. Ed era quello il 
tempo che la gloriosa scuola francese continuava la sua 
carriera trionfale con Fourier, Poisson, Ampère, Poncelet, 
Cauchy, e che in Germania per impulso e sulle orme di 
Gauss, Abel e Jacobi venivano aperte nuove e non più 
vedute vie all'indagine matematica. Invece in Italia non 
solo si rimaneva indifferenti al grande movimento scien- 
tifico francese e germanico, ma, levato qualche studioso 
solitario, dai più se ne ignorava anche l'esistenza. 

Fu merito singolare del Brioschi di avere scosso la 
nostra gioventù da uno stato di torpore tanto esiziale e 
di aver dato finalmente l' ostracismo a' trastulli matema- 
tici, ne' quali sciupavano il tempo anche gli uomini mi- 
gliori. Ebbe il Brioschi per tutta la vita due preoccupa- 
zioni costanti, necessariamente connesse l' una coli' altra : 
egli voleva che i nostri studiosi affrontassero arditamente 
i problemi più ardui e più fecondi per l'avanzamento 
della scienza, e che si stabilisse una corrente di commu- 
nicazione intellettuale fra l'Italia ed i paesi più colti di 
Europa. A questo alto intento miravano i suoi lavori per- 
sonali; l'insegnamento, massime nel decennio dal 1850 
al 1860 che fu professore nell' Università di Pavia; e la 
trasformazione degli Annali fondati nel 1850 in Roma 
dal prof. Tortolini negli Annali di matematica pura ed 
applicata, de' quali assunse più tardi e conservò sino alla 
moi*te la suprema direzione. Gli sforzi i)rodigati dal Brioschi 
con indomabile tenacia, furono coronati dal successo; oggi 
la matematica italiana occupa un posto cospicuo e le sue 



63 



Anko I. — N. 1. 



64 



produzioni reggono degnamente il confronto con le più 
pregiate fra le straniere. 

Non diremo nulla del Brioschi come uomo politico, 
né della parte ragguardevole e bene spesso preponderante 
avuta nelle controversie più vitali ed intricate intomo 
ali* assetto economico ed amministrativo dello Stato: a 
noi basta ricordare Vazione che egli ha esercitato nel risor- 
gimento e nell'organizzazione degli studi dopo il compi- 
mento dell'unità nazionale. 

Nominato nel 1863 professore e Direttore dell' Istituto 
tecnico superiore di Milano, fece dell' Istituto una Scuola 
che venne ben presto citata ed assunta come modello per 
bontà d' indirizzo e rigore di disciplina. Inspirandosi agli 
esempi della Scuola centrale di Parigi e del Politecnico 
federale di Zurigo, vi seppe ordinare e contemperare gli 
insegnamenti di scienza pura e gli insegnamenti tecnici 
in guisa da conseguire una preparazione razionale all'eser- 
cizio della professione, senza spegnere, anzi coadiuvando, 
la forza d'iniziativa individuale che dev'essere la quaUtà 
caratteristica dell'ingegnere. 

Membro per trenta e più anni del Consiglio superiore 
dell'Istruzione pubblica, fino all'ultimo momento parte- 
cipò ai lavori del Consiglio con vivacità giovanile, non 
disdegnando, ove occorresse, di esaminare e discutere con 
cura diligente e minuta anche le minime questioni Cosa 
veramente meravigliosa in un uomo distolto senza tregua 
in tanti e si ponderosi affari ognuno de' quali sarebbe ba- 
stato a qualunque vita operosissima. 

Delegato nel 1870 a Boma quale consigliere di luogo- 
tenenza per l' istruzione pubblica, iniziò la trasformazione 
dell' antico Ateneo romano, chiamandovi da ogni parte di 
Italia insegnanti di grido e provvedendo alla creazione 
di istituti sperimentali, de' quali era difetto quasi assoluto. 

Dal 1884 in poi Presidente della B. Accademia de' Lincei 
continuò l'opera instauratrice del Sella, avendo guida esclu- 
siva nelle sue risoluzioni il bene della scienza. 

Coloro cui toccò la fortuna di conoscere da vicino il 
Brioschi, sanno quanta fosse la sua semplicità di modi, 
quale e quanto entusiasmo abbia continuamente serbato 
per la ricerca scientifica anche in mezzo a vicende tempe- 
stosissime e dolorose. La vasta coltura, le vedute larghe 
e la consuetudine cogli uomini lo avevano reso superiore 
a qualsivoglia pregiudizio di scuola. Uomo dalla rapida 
percezione giudicava prontamente del merito di im lavoro 
e, se v'era del buono, lo teneva in pregio senza badare 
al nome dell' autore, anche se si trattasse del più modesto 
esordiente. Misurato sempre e quasi gelido, discorrendo di 
scienza si accalorava e seguiva con affetto le parole del 
suo interlocutore : in que' momenti non pareva già di tro- 
varsi alla presenza di un personaggio tanto celebrato e 
collocato tanto alto nella scala delle pubbliche dignità, 
ma di conversare con un compagno di studio, con un 
vecchio amico. 

F. CermtL 



CARLO CASTELLANI 

Era nato a Boma il 27 luglio 1822. Esule dopo la re- 
staurazione del Governo pontificio nel 1849, dimorò lun- 
gamente a Londra. Tornato in Italia, una traduzione di 



Sallustio gli valse la nomina a professore di greco e di 
latino nei Licei (1864). Il Bonghi lo chiamò poi ad ordi- 
nare la nuova biblioteca Vittorio Emanuele in Boma, a 
vi restò per molti anni a dirigerla. Passò quindi alla Lau- 
renziana di Firenze e all'Universitaria di Bologna, e 
nel 1885 alla Marciana di Venezia. In Venezia morì im- 
provvisamente il 7 d'ottobre dello scorso anno 1897. 

Delle sue molte ed importanti pubblicazioni ricordiamo 
quelle che hanno maggiore attinenza coi nostri studi Tra- 
dusse il Pluto e le Bane di Aristofane, pubblicò per la 
prima volta e tradusse in versi due Epitalami di Teodoro 
Prodromo, iniziò il nuovo Catalogo completo dei codici 
greci della Marciana, del quale fu pubblicato il primo vo- 
lume nel 1895, ed è quasi pronto per la stampa il secondo. 
Interessanti ricerche istituì, e rese di pubblica ragione, 
sopra il grammatico greco Pacomio Busano, sopra Aldo 
Manuzio, sopra l'Accademia aldina e l'arte della stampa 
in Venezia, su Pietro Bembo bibliotecario della Marciana, 
e sul prestito dei libri della biblioteca medesima quando il 
Bembo ne era bibliotecario. 

Nessun dotto si rivolse mai invano a quest' uomo ope- 
rosissimo; gli studi di tutti egli aiutò con prontezza e 
diligenza somma, con abnegazione e disinteresse mirabile. 
Chi scrive queste parole contrasse col dotto bibliotecario 
Laurenziano amicizia sincera e debito grande di ricono- 
scenza, che non estinse, anzi accrebbe oltre ogni discre- 
zione col bibliotecario della Marciana: rimpiange ora Ta- 
mico e il fautore dei suoi studi 



O, VMU. 



N.B. Per difetto di spazio siamo costretti a rimandare 
al prossimo fascicolo le necrologie dei soci A. D' Altemps 
ed E. Ferrai, e la cronaca della Società. Qui diremo 
soltanto che in due adunanze sociali fu discussa la qiii- 
stione della cosi dotta 'Scuola unica' , e quasi all'unanimità 
fu votato il seguente ordine del giorno: 'La Società ec 
ritiene: 1) che la Scuola Unica, essendo rivolta a più fini 
ad un tempo, non potrebbe raggiungerne convenieut<ì- 
mente alcuno; 2) che l'istituzione di una scuola siffatta 
recherebbe grave danno agli studi classici, che sono il 
miglior fondamento di ogni elevata cultura.' 

Promosse dalla Società vi furono due lettul-e : una del 
prof. sen. D. Comparetti sopra / Cavalieri di AristofcmCf 
un' altra del prof. G. Vitelli sopra Le nuove poesie di Bac- 
chUide. 



MP" IH tatti 1 libri ed opuscoli, attinenti all'an- 
tichità greca e romana, che saranno inviati alla 
Presidenza della Socie tÀ italiana per la diffusione 
e l'incoraggiamento degli Stndi classici (2, Piazza 
S. Marco, Firenze), sarà data, secondo i casi, o 
una recensione o nn annunzio nell'ATENE k EOHA. 

G. VITELLI, Direttore. 

Aristide Bennabdi, Gerente responsabile. 

Firenze, Tip. dei Fratelli Benoini, Via del CastolUccio 6. 



Anno I. 



Marzo-Aprile 1898. 



N. 2. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLÀSSICI 



DIREZIONE 
Firenze — 2, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale L. 8. — 

Un fasoioolo separato > 1. 60 



AMXENISTRAZIOKE 
66, Via Faenza — Firenze 



-^ SOMMARIO ^ 



G. Schiaparelli, Como i Greci arrivarono al primo 
concetto del sistema planetario eliocentrico ecc. . p. 65 

B. Zumbini, Il Copernico del Leopardi » 80 

F. Bamorino, Tacito e il Daoa di La Bochefoucauld. » 85 
E. Pistelli, Il greco e il latino negli Stati Uniti. . . » 90 



II. S. Bicci, Notizie di epigrafia greca p. 92 

Beoensioni, annunzi e notizie bibliografiche > 96 

III. Atti della Società. Supplemento all' Elenco dei soci. 
Notizie. Necrologia del socio Eugenio Ferrai. Libri 
nuovi » 109 



COME I GRECI 

arriTareno al prioio concetto dei Bisteoi 
detto oggi CopernicaDO. 



Le speculazioni dei filosofi e degli astronomi 
greci intorno alla disposizione generale dell' uni- 
verso, ed intomo al movimento dei corpi celesti, 
costituiscono uno dei capitoli più interessanti e più 
belli nella storia dell'ingegno umano. Veramente 
la scarsità dei documenti, e lo stato imperfettissimo 
della tradizione, hanno reso assai difficile il rendersi 
conto dei varii gradi, per cui dalle più rozze e pri- 
mitive costruzioni il genio ellenico seppe, in meno 
di due secoli, elevarsi all'idea del sistema eliocen- 
trico, di quello cioè clie più tardi fu rimesso in 
onore da Copernico. Tuttavia, grazie alle recenti 
fatiche d'alcuni dotti investigatori, allo studioso 
della storia astronomica è concesso di seguire, per 
lo più con qualche continuità, l'evoluzione delle 
idee dei Greci intomo a questo argomento. Certe 
lacune rimangono però, le quali finora non fu dato di 
supplire con piena soddisfazione, ma non è dubbio 
che l'esame più diligente d'ogni speciale questione 
possa produrre ancora qualche maggior luce, e con- 
durre ad un grado di probabilità più soddisfacente; 
in particolare, se alla critica filologica ed isterica 
dei testi antichi falla quale giustamente si è data 
e si dovrà sempre dare primaria importanza), si 
aggiunga un'altra critica non meno necessaria, della 
quale l'abito si può acquistare soltanto colla diu- 
turna e meditata osservazione di quei medesimi fe- 
nomeni, che agli antichi sapienti servirono già a 
stabilire le loro ipotesi astronomiche. 



Fra tali questioni ancora capaci di ulteriore 
dilucidazione, nessuna sembra più importante di 
quella segnata in fronte al presente scrìtto; e nes- 
suna mi pare più degna di essere studiata colla 
maggior cura possibile. Noi vediamo infatti in Atene, 
intomo all'anno 330, Aristotele ancora affaticarsi 
con gli astronomi Callippo e Polemarco, per adattare 
il sistema omocentrico di Eudosso alle proprie teorie 
fisiche dell' universo. Cinquanta o sessant'anni dopo, 
Aristarco di Samo proclama al mondo, come ipotesi 
probabile, il sistema astronomico che poi fu detto 
di Copernico ! Quale fu la rapida evoluzione d' idee, 
che in tempo cosi breve produsse cosi straordinario 
risultato? Ma vi ha di più. Il grandioso concetto 
non trova terreno adatto a metter profonde radici ; 
i matematici greci, invece di appoggiarlo, lo respin- 
gono ; e quindi, quasi subito dopo annunziato, scom- 
pcire, lasciando di sé scarsa ed oscura memoria. Per 
quali cause ed in qual modo è ciò avvenuto? — 
A tali questioni io mi sono industriato per molti 
anni di trovare qualche plausibile e probabile ri- 
sposta; risposta che non può essere semplice, com- 
plicata com'è di questioni secondarie, ed intessuta 
di elementi astronomici, geometrici, istorici, ed anche 
filologici. Vorrei ora tentare di riassumerne in 
modo chiaro e breve i risultati principali, senza 
entrare in prolisse e spinose disquisizioni, che sap- 
ranno riservate ad altra pubblicazione più estesa. 

Lasciando da parte le costruzioni cosmiche pri- 
mitive, quali si narra fossero quelle di alcuni fra 
i più antichi filosofi, e ancora richiamano alla mente 
il mondo di Omero e di Esiodo ; troviamo le prime 
razionali concezioni dell'universo presso Anassi- 
mandro, il quale primo osò concepire la Terra come 
un corpo isolato da tutte le parti e sospeso nel 



Alene e Roma I, 2 



67 



Anno I. — N. 2. 



68 



centro del mondo; e presso Pitagora, del quale sì 
dice che già osasse attribuirle la forma sferica. 
Idee ardite e sublimi ! che nulla cedono in pregio 
scientifico alle più brillanti scoperte dei moderni. 
Da quell'epoca (VI secolo avanti Cristo) vediamo 
succedersi, circa la struttura generale dell' universo, 
concetti sempre meglio determinati, con tendenza 
sempre più decisa all' accurata osservazione del cielo, 
e sforzi di genio talvolta veramente mirabili per 
giungere ad ipotesi geometriche capaci di rappre- 
sentare esattamente i fenomeni osservati. In questo 
periodo, che si chiude con Tolomeo (140 di Cristo), 
e colla multiforme ed artifiziosa compagine dei cieli 
descritta nell'Almagesto, sono a distinguere nella 
speculazione astronomica tre stadi principali di evo- 
luzione, rappresentati da altrettante forme caratte- 
ristiche di teoria; forme che non già si succedono 
a caso, ma trovansi nel tempo ordinate successiva- 
mente secondo il loro ordine logico, per modo che 
l'una di esse non compare, se non quando l'espe- 
rienza dei fenomeni ha dimostrato l'insuiEcienza 
della forma precedente, e la necessità d'introdurre 
sul corso degli astri ipotesi nuove e capaci di adat- 
tarsi meglio ai risultamenti delle nuove e più perfette 
osservazioni. 

Al primo stadio appartengono i sistemi dei filosofi 
da Anassimandro fino a Platone, incluse le sfere 
omocentriche d'Eudosso. In questi si pone per prin- 
cipio, che i movimenti dei corpi celesti debbano 
tutti esser rappresentati da rivoluzioni circolari ed 
uniformi intomo ad un centro unico, che è quello 
dell'universo; potendo del resto tal centro esser 
occupato dalla Terra o da altra cosa. 

Nei sistemi del secondo stadio si ammettono anche 
movimenti circolari intomo a centri diversi dal centro 
del mondo; ma si pone la legge, che tali centri 
secondari siano occupati da qualche astro principale. 
Quindi si stabiliscon due categorie di astri; l'una di 
astri primari, circolanti intomo al centro del mondo; 
l'altra di astri secondari, circolanti intomo ad al- 
cuno dei primari, in forma di satelliti. E tali furono 
i sistemi di Eraclide Pontico e d'Aristarco Samio. 

Nei sistemi del terzo stadio si pone per base, 
che gli astri possano anche circolare di circolazione 
secondaria, non intomo ad astri primari, ma intomo 
a centri ideali privi di ogni fisica entità; potendo 
del resto questi punti essere fissi, od anche avere 
una circolazione primaria intomo al centro del 
mondo. E tali furono i sistemi fondati sugli eccentri 
e sugli epicicli, da Apollonio di Porga fino a To- 
lomeo ed ai suoi seguaci e commentatori. 



n. 

Finché nell'osservazione dei movimenti celesti si 
considerarono soltanto le linee principali dei feno- 
meni, non tenendo conto delle minori variazioni e 
delle anomalie dei movimenti, bastarono alla spe- 
culazione filosofica i sistemi della prima specie ; nei 
quali la durata dei periodi e la giacitura delle orbite 
apparenti rispetto ai poli del mondo costituivano 
tutti i principali elementi. Tali furono i sistemi dei 
più antichi cosmologi, specialmente quelli di Anas- 
simandro, di Pitagora e di Parmenide, ed ancora 
più tardi quelli di Anassagora, di Leucippo e di 
Democrito. Nei quali tutti si supponeva che il centro 
comune delle orbite dei corpi celesti fosse la Terra, 
sospesa ed isolata da tutte le parti, e collocata nel 
mezzo. 

Alla stessa categoria appartiene il sistema pita- 
gorico, che fu, se non immaginato, almeno divul- 
gato da Filolao, e perciò è conosciuto sotto il suo 
nome. In questo si poneva al centro del mondo non 
la Terra, ma il principio animatore dell'universo, 
a cui si davano i nomi di focolare del mando, di 
casa degli Dei, di custodia di Giove, ed era anche 
considerato come l'altare, il vincolo comune e la 
misura della Natura; la sede insomma dell'attività 
cosmica, operante a distanza per mezzo delle leggi 
dell'armonia e dei numeri. Intorno ad esso si sup- 
poneva circolassero dieci corpi divini, cioè, seguendo 
l'ordine dal centro alla circonferenza, 1** la TeiTa 
e l'Anti terra secondo il piano dell'equatore celeste 
nello spazio di un giorno ; 2^* la Luna nello spazio 
di un mese, il Sole nello spazio d'un anno, i cinque 
pianeti ciascuno nei suoi proprii periodi, tutti nel 
piano dello zodiaco; 3° da ultimo la sfera stellata 
con moto lentissimo *). Cosi Filolao spiegava in 
modo approssimato il movimento diurno comune a 
tutti i corpi celesti, ed i movimenti speciali ap- 
parenti del Sole, della Luna e dei pianeti, senza 
supporre altro centro di movimenti, che il focolare 
dell'universo. Tal modo d'interpretare le principali 
apparenze degli astri piacque a molti dei contem- 
poranei di Socrate e di Platone, ed ancora ai tempi 
d' Aristotele conservava molti fautori, siccome egli 
stesso ci narra. 

Gli schemi del mondo descritti da Platone nel X 
della Repubblica e nel Timeo appartengono alla 
medesima specie. Intorno alla Terra, immobile al 

1) Una più completa esposizione del sistema di Filolao 
può vedersi nella mia Memoria I Precursori di Copernico 
nelV antichità, stampata fra quelle del Beale Istituto Lom- 
bardo, voi. XII. 



69 



Anno I. — N. 2. 



70 



centro ed intomo air asse del mondo, teso da un 
polo all'altro, si aggirano in orbite concentriche la 
Luna, il Sole, Venere, Mercurio, Marte, Giove, Sa- 
turno e la sfera delle fisse. Questi movimenti nel X 
della Repvòblica sono prodotti da un gran mecca- 
nismo, per azione di un principio designato da Pla- 
tone sotto i simboli della Necessità e delle Parche; 
nel Timeo è T anima dell'universo, che tutto lo 
pervade dal centro alla circonferenza, e variamente 
distribuisce la sua azione, manifestandola con di- 
versi effetti. 

Ai tempi di Platone però le osservazioni degli 
astronomi, e specialmente quelle di Eudosso, avevano 
già fatto vedere che i movimenti dei cinque pia- 
neti lungo lo zodiaco non potevano più esser con- 
siderati come uniformi; molto studio si era fatto 
delle loro stazioni e retrogradazioni, ed anche delle 
deviazioni trasversali, per cui si allontanano ora 
a destra ora a sinistra del cerchio principale dello 
zodiaco. Platone non ignorava tali fatti, e narra 
Eudemo (il quale venne una generazione dopo di 
lui, e fu il più antico storico dell'astronomia) che 
appunto indotto da quelli propose ai geometri il pro- 
blema non facile di trovare ' con quali supposizioni di 
movimenti regolari ed ordinati si potesse render conto 
delle anomalie planetarie \ Il problema fu sciolto 
da Eudosso Gnidio (verso il 360) per mezzo del 
sistema delle sfere omocentricke, vero miracolo di 
elegante simmetria e di sottile speculazione geo- 
metrica. Secondo Eudosso il movimento di ciascun 
pianeta era vario ed irregolare soltanto in appa- 
renza ; in realtà risultava dalla combinazione di più 
movimenti regolari prodotti da altrettante sfere per 
mezzo delle loro rotazioni uniformi intomo alla Terra, 
posta immobile al centro dell' universo. Queste sfere 
erano concentriche alla Terra, e incastrate le une 
entro alle altre per modo che ognuna di esse par- 
tecipava ai movimenti delle superiori, e li comu- 
nicava alle inferiori,^aggiungendovi un movimento 
suo proprio. In tal modo riusciva Eudosso a render 
conto non solo dei movimenti generali dei pianeti, 
ma anche delle loro anomalie sopra accennate, sempre 
serbando il principio di non ammettere più che un 
solo centro. Di tutti i sistemi cosmici ordinati se- 
condo tal principio, quello d' Eudosso fu senza pa- 
ragone il più perfetto, specialmente dopo le modi- 
ficazioni e le correzioni che l'astronomo Callippo di 
CizicQ v'introdusse intomo all'anno 330. Con esso 
l'astronomia e la geometria avevano fatto tutto ciò 
che era umanamente possibile per spiegare i feno- 
meni planetari in tutta la loro apparente compli- 



cazione, senza punto deviare dalla condizione imposta 
della assoluta omocentricità. Aristotele vide in esso 
il modo di rappresentare con un solo unico e gran- 
dioso meccanismo tutta la compagine dei cieli e di 
far valere cosi il principio fondamentale della sua 
dinamica cosmica, secondo cui la forza motrice del- 
l' universo doveva esser collocata alla circonferenza 
e propagarsi verso il centro. E le sfere omocentriche 
di Eudosso furono adottate come base delle specu- 
lazioni cosmologiche e fisiche dalle scuole Aristo- 
teliche nel primo periodo della loro esistenza *)• 

m. 

Tuttavia fin dal primo apparire delle sfere omo- 
centriche si elevarono contro di esse alcune dif- 
ficoltà, delle quali la più formidabile era questa: 
che ogni astro essendo condotto in giro sopra una 
superficie sferica concentrica alla Terra, la sua di- 
stanza da questa ed il suo splendore (secondo le 
idee di quel tempo) avrebbero dovuto rimanere as- 
solutamente invariabili; mentre invece dalle osser- 
vazioni lo splendore di alcuni risultava molto diverso 
in diversi tempi, specialmente per Marte e per Ve- 
nere. Già allo stesso Polemarco, il quale aveva im- 
parato il sistema omocentrico dalla voce d' Eudosso, 
questo fatto non era intieramente sconosciuto, e nep- 
pure era sconosciuto ad Aristotele, il quale ne di- 
scorreva nei suoi Problemi fisici, oggi perduti. Se, 
ed in qual modo eludessero la difficoltà, non è più 
possibile sapere. Ancora molto tempo si continuò a 
disputare su questo argomento; si cita in proposito 
il matematico Aristotero (che visse intomo al 300 
e fu maestro del poeta Arato), contro il quale scrisse 
di ciò una dissertazione un altro matematico più 
noto. Autolieo di Pitana; e sembra che il tentativo 
fatto da quest'ultimo per sciogliere la difficoltà non 
fosse molto felice. L'impossibilità di spiegare colle 
ipotesi d' Eudosso la variazione dello splendore ap- 
parente di alcuni pianeti fu la causa principale, per 
cui in progresso di tempo quelle ipotesi furono ab- 
bandonate anche da quegli stessi Peripatetici, i quali 
da principio le avevano accolte con tanto favore. E 
cosi si riconobbe subito, essere impossibile spiegare 
tutti i fenomeni celesti col mezzo di moti circolari 
ed uniformi intomo ad un solo centro. Esaurite tutte 
le supposizioni che tal principio poteva fornire, di- 
ventò necessario introdurre qualche principio nuovo. 

1) Notizie più complete sul sistema delle sfere omocen- 
triche si trovano in una Memoria stampata fra quelle del 
E. Istituto Lombardo (voi. XIII) col titolo : Le ^ere omo- 
centriche di JEndosso^ di Callippo e di Aristotele. 



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Anno I. 



N. 2. 



72 



Un tal principio fu suggerito dallo studio dei 
movimenti di Mercurio e di Venere, e dalle varia- 
zioni notate nel loro splendore apparente. Le loro 
digressioni alternate e regolari a destra ed a sinistra 
del Sole, che fa apparire questi pianeti nel? aspetto 
or di stelle mattutine or di stelle vespertine, e le 
vicende della loro luce (notabili specialmente in Ve- 
nere), con evidenza quasi intuitiva spingevano a 
supporre che il centro della loro circolazione fosse, 
non già la Terra, ma un altro punto collocato nella 
direzione del Sole; e quale altro punto poteva essere 
questo, fuor che il Sole medesimo? L'idea di as- 
sumere come centro di queste e d'altre circolazioni 
celesti un semplice punto ideale privo d' ogni fìsica 
entità, dovette allora sembrare, come ancora a noi 
sembrerebbe, assurda. 

Questo passo importante nella speculazione astro- 
nomica fu fatto, siccome è storicamente attestato, 
da EracHde Pontico, filosofo originale ed indipen- 
dente, che aveva frequentate tutte le scuole e co- 
nosciute tutte le filosofie di quei tempi, e non s'era 
attaccato esclusivamente a nessuna; le cui opinioni 
ardite e nuove erano fatte per scandalizzare il vulgo 
letterato di quei tempi, e gli procurarono infatti la 
riputazione di uomo bizzarro, e il nome di naga- 
So^oXóyog. Leggendo la breve biografia che ne ab- 
biamo nella compilazione di Diogene Laerzio, si cre- 
derebbe quasi ch'ei fosse ciò che oggi noi diciamo 
un mattoide; ove non sapessimo qual compilatore 
era Diogene, ed a quali fonti torbide soleva pescare. 
La verità è che Platone lo onorava della sua con- 
versazione e della sua amicizia, al punto da con- 
fidargli la direzione della scuola durante l'ultimo 
viaggio ch'ei fece in Sicilia; che Cicerone era lettore 
assiduo dei suoi scritti; che Plutarco lo metteva 
in linea coi più grandi pensatori, annoverandolo in- 
sieme con Socrate, Aristotele, Pitagora, Protagora, 
Teofrasto ed Ipparco. Uno dei suoi paradossi fu la 
rotazione della Terra, che egli ammetteva dietro 
l'esempio di Ecfanto Pitagorico, pur supponendola 
fissa nel centro del mondo. 

Un altro di questi paradossi è quello che stiamo 
esponendo. Eraclide Pontico è stato il primo a ve- 
dere, che Mercurio e Venere si aggirano intomo 
al Sole in orbite speciali esteriori alla Terra; ed a 
comprendere che con una una tale circolazione si 
poteva dare dei loro fenomeni assai miglior conto, 
che non si potesse fare colle sfere di Eudosso. Cosi 
s' introduceva per la prima volta nell'astronomia il 

1) Non posse suaviter vini sectmdum Epicurum, e. 2. 



concetto di far muovere con circolazione secondaria 
un astro intomo ad un altro girante intomo al centro 
del mondo con circolazione primaria. Mercurio e 
Venere diventavan satelliti del Sole, e lo seguivano 
nel suo giro annuale intomo alla Terra. 

IV. 

Come dalle difficoltà concernenti il moto e lo 
splendore di Venere ebbe origine l'idea di collo- 
care nel Sole il centro delle orbite dei pianeti che 
noi chiamiamo inferiori, Mercurio e Venere; cosi 
dalle difficoltà ohe presentava lo studio di Marte 
trassero origine analoghe indagini per i pianeti da 
noi detti superiori, Marte, Giove, e Saturno, e si 
venne alla conclusione che anche per questi fosse 
da porre nel Sole il centro dei circoli da loro de- 
scritti. 

A chi segue con qualche attenzione il corso di 
Marte lungo lo zodiaco, non possono sfuggire le 
grandi mutazioni di splendore che hanno luogo in 
quel pianeta. Nel suo massimo fulgore esso brilla 
più di qualunque stella di prima grandezza, Sirio 
non escluso. Quando s'immerge la sera nel crepu- 
scolo od emerge la mattina dall' aurora, appare come 
una piccola stella di terza o di quarta grandezza. 
Ma in certe configurazioni esso può tanto accostarsi 
alla Terra, da vincere lo splendore anche di Giove ; 
allora è, dopo Venere, la più fulgida stella del cielo. 
Queste grandi variazioni di splendore apparente 
erano ben note agli osservatori greci; interpretate 
da loro come indizio di corrispondenti variazioni 
nella distanza, erano considerate come l'argomento 
più potente contro l' ipotesi omocentrica di Eudosso. 
Essi non tardarono ad avvedersi, che le epoche del 
massimo splendore si rinnovano ad intervalli di circa 
ventisei mesi, e sempre coincidono colle opposizioni: 
sempre cioè hanno luogo nelle epoche, in cui il pia- 
neta occupa nello zodiaco il luogo opposto al Sole. 
Facile era concludere, che impunto dell'orbita più 
vicino alla Terra è ogni volta quello che si trova 
in direzione opposta al Sole. 

Per chi volesse dunque rappresentare (secondo 
il concetto sempre fin allora mantenuto invariabil- 
mente dagli astronomi e dai fisici) il motx) di Marte 
con un giro circolare ed uniforme, la prima conse- 
guenza era questa: che il centro di tale moto cir- 
colare doveva essere collocato fuori della Terra. Cosi 
per la prima volta nelle speculazioni cosmologiche 
fu introdotto il concetto à^W eccentrico. Ma se in 
un tal circolo il punto più vicino giace in direzione 
opposta al Sole, il punto più lontano, e con esso 



73 



Anno I. — N. 2. 



74 



anche il centro dell'eccentrico, deve giacere nella 
direzione stessa del Sole. Dunque anche qui il cen- 
tro del circolo descritto da Marte dovea trovarsi 
costantemente in un punto della linea condotta 
dalla Terra nella direzione del Sole; e quale altro 
punto poteva essere questo, fuor che il Sole mede- 
simo, già riconosciuto qual centro dei giri di Mer- 
curio e di Venere? L' orbita di Marte aveva dunque 
il suo centro, non nella Terra fissa, ma nel Sole 
mobile, come Mercurio e Venere ; come le orbite di 
Mercurio e di Venere, essa seguiva il Sole nella 
sua rivoluzione annua intomo alla Terra. 

Questa nuova ipotesi, studiata nei suoi eflfetti, 
mostrò di corrispondere bene alle osservazioni di 
Marte, ciò che con V ipotesi delle sfere omocentriche 
non era mai stato ottenuto. E non solo alle osserva- 
zioni di Marte, ma ancora a quelle di Giove e di 
Saturno. Anche a questi fu assegnato pertanto il 
proprio eccentrico mobile, e il Sole come centro del 
movimento. Cosi mentre invano i fautori delle sfere 
omocentriche si applicavano per adattarle ai feno- 
meni, da uno studio più accurato dì questi nacque 
per la prima volta V idea di porre il centro comune 
delle orbite dei cinque pianeti minori nel Sole; la 
Terra rimanendo centro dell'universo, e centro an- 
cora della rivoluzione mensile della Luna, e della 
rivoluzione annua del Sole. Questo è lo schema co- 
nosciuto sotto il nome sistema di Ticone, dal nome 
dell' astronomo che lo inventò per la seconda volta 
alla fine del secolo XVI ; schema che fu per qual- 
che tempo seguito da quelli, che ancora dopo Co- 
pernico volevano ad ogni costo mantenere l'immo- 
bilità della Terra. 

Noi abbiamo detto che di questo nuovo concetto 
la parte riguardante Mercurio e Venere è dovuta ad 
Eraclide Pontico. Chi sia stato il primo ad esten- 
derlo anche ai tre pianeti superiori, non risulta 
chiaramente dalle poche notizie che abbiamo. Solo 
è certo che fu, se non Eraclide Pontico stesso, un 
contemporaneo di lui ; ed è certo ancora, che Era- 
clide conobbe questa estensione; infine è più che 
probabile, che egli l' abbia adottata. Vi aggiunse di 
proprio la rotazione della Terra intomo fA suo asse, 
come abbiam detto. 

V. 

Cosi dunque, verso i tempi di ^Filippo Macedone, 
od al più tardi d'Alessandro Magno, erano i Greci 
pervenuti a rappresentarsi i movimenti planetari se- 
condo il sistema che poi fu detto di Ticone; anzi 
ne avevano già sorpassato il concetto) introducen- 



dovi la rotazione della Terra, che da Ticone fu 
poi respinta. Ma dal sistema di Ticone a quello 
di Copernico è noto esser brevissimo e facilissimo 
il passaggio. La questione è ridotta a considerare 
il moto relativo del Sole e della Terra. 

Da una parte abbiamo la Terra con un satellite 
unico, la Luna; dall'altra il Sole, corteggiato da 
cinque satelliti, cioè dai cinque pianeti minori, 
de' cui giri esso forma il centro. Se la Terra sup- 
poniamo fissa, ed il Sole facciamo che giri intomo 
ad essa di moto annuo, sempre restando centro alla 
circolazione dei cinque pianeti, e portando le orbite 
di questi con se; abbiamo il sistema di Ticone. 
Se invece poniamo fisso il Sole e con esso il centro 
delle orbite dei cinque pianeti, e facciamo muovere 
intomo ad esso la Terra, restando questa sempre 
centro all' orbita della Luna, e portandola con sé 
nel suo giro annuale intomo al Sole; avremo il 
sistema di Copernico. Nel quale la Terra, perdendo 
il suo posto centrale nel mondo, viene arruolata 
nella schiera dei pianeti; nuli' altro distinguendola 
dagli altri, che l'unico satellite. Certo quest' ipotesi 
dovette sembrar molto ardita a chi primo la concepì, 
come quella che includeva la circolazione della Terra 
intomo al centro dell'universo; ma una tal circo- 
lazione non era idea interamente nuova, e le menti 
vi erano già avvezzate dal sistema di Pilolao, dove 
si fa girare la Terra intomo al Fuoco centrale. 

Questo nuovo grado nella scala delle deduzioni 
non era dunque difficile ad essere superato; e lo 
fu infatti, ancora vivente Eraclide Pontico. Egli 
stesso ci dà questa notizia, in un breve frammento, 
che per somma fortuna ci è stato conservato, e che 
costituisce uno dei documenti più importanti nella 
storia dell'astronomia *)• Da esso apprendiamo, che 

1) qtijaly "^QaxXsldrjg 6 Ilovnxós, on xal xtvovfxévtii 

no)g rrjg yrjg, rov Sé ijXlov (lévovzóg ntag^ óvvaxtti 17 nB^l 
xòv rjXi,ov (paivofÀévr} àvutfxaXla ai^CBad-M. Cod scriveva 
Q^mino, matematico contemporaneo di Cicerone, in un 
suo compendio della Meteorologia di Posidonio; e forse la 
citazione appartiene già a Posidonio medesimo. Da Gemino 
Tebbe Alessandro Afrodisiense, che la riportò in un suo 
commentario (perduto) ad Aristotele in Phynca; dal quale 
poi la riprodusse Simplicio (in Ar. Phys. p. 292, 21 sqq. 
Diels). Ciò che qui si chiama 17 tib^I xòv riXiov ayta/ÀaXla, 
da Ipparco e da Tolomeo nell'Almagesto ò designato tal- 
volta col nome di nagd roV ^Xtov dvfofjLaXla, tal altra con 
quello di n^òg xòy tjXìov dvafjiaXia; è un termine tecnico 
dell'antica astronomia, con cui si soleva indicare quella 
massima irregolarità dei movimenti planetari, da cui di- 
pendono le stazioni e le retrogradazion' ; irregolarità che 
sola era conosciuta al tempo di Eraclide Pontico. Questa 
anomalia è regolata dalla configuraz'one dell'astro rispetto 
al Sole, e si manifesta in modo simmetrico a destra e a 
sinistra del medesimo; indi le sue varie designazioni. 



75 



Anno I. 



N. 2. 



76 



non solo Pìdea Copernicana era stata afferrata, ma 
ancora si era giunti a comprendere, che per mezzo di 
essa si poteva dare una buona spiegazione delle irre- 
golarità planetarie. Non è detto, se tale scoperta fosse 
fatta veramente da Eraclide o da altri. Ma se fu Era- 
clide il primo a concepirne l'idea, bisogna dire che 
non seppe apprezzarla in tutto il suo valore. Abbiamo 
infatti da notizie precise che egli manteneva fìssa 
la Terra nel centro del mondo, pur ammettendone 
la rotazione diurna *)• 

Eraclide Pontico sembra finisse la sua carriera 
presso a poco nel tempo medesimo che Aristotele, 
ad ogni modo intomo al 320 o pochi anni prima. 
L'indipendenza e P originalità delle sue opinioni, 
che gli avean procurato l'appellativo di nccgaSo^O' 
^óyog^ non erano proprie ad assicurargli molto cre- 
dito presso le due scuole dominanti in quel tempo, 
degli Academici e dei Peripatetici; il Pitagorismo, 
come scuola filosofica, era ormai ridotto al nulla. 
Eraclide medesimo non potè, o non volle, essere 
caposcuola; di lui non si sa che lasciasse alcun di- 
scepolo; né alcun rappresentante delle sue dottrine, 
altro che i suoi libri. Questi sono oggi tutti per- 
duti. Non è certo neppure, che egli facesse una 
esposizione accurata, e confortata da prove geome- 
triche, delle ipotesi cosmiche da lui approvate od 
almeno considerate come possibili teoreticamente. 
L' idea Copernicana, da lui conosciuta, ma non col- 
tivata, sarebbe probabilmente ritornata nell'oscurità 
da cui egli l'aveva tratta per un momento, se in- 
tomo a mezzo secolo dopo non avesse cominciato 
ad occuparsene il gran matematico ed astronomo 
Aristarco di Samo, la cui vita possiamo collocare 
approssimativamente fra il 310 e il 240 av. Cr. 

VI. 

Secondo che Archimede attesta nel suo Arenario, 
Aristarco pubblicò la descrizione di certe ipotesi, 
nelle quali è impossibile non ravvisare il sistema 
di Copernico. I pochi cenni di Archimede e di alcuni 
altri scrittori sono sufficienti a produrre in noi la 
convinzione che egli si rendeva conto esatto delle 
conseguenze di questo sistema, e delle obbiezioni 
che ad esso si potevano fare. Il Sole era collocato 
da Aristarco nel centro del mondo; intomo ad esso 
si aggiravano con moto circolare ed uniforme sei 
pianeti, fra i quali un solo, cioè la Terra, era prov- 

i) Su ciò non rimane possibile dubbio; secondo Eraclide 
la Terra si muoveva non di moto traslatorio, ma di moto 
rotatorio, ov fiijy ye fAetafianxàSj «AAa tgennxdjg (Doxogr. 
p. 378, 10 sqq.). 



veduto di satellite. Tutti questi movimenti avevano 
luogo nel piano obliquo dello zodiaco. La Terra poi 
aveva, oltre al moto di rivoluzione nel piano dello 
zodiaco, anche un moto rotatorio intomo ad tin asse 
proprio, il quale conservava una direzione costante 
verso i poli della sfera celeste. Lo spostamento ap- 
parente, che dal moto della Terra doveva derivare 
per le stelle fisse, era da lui evitato, od almeno 
ridotto a misura insensibile, col supporre che queste 
si trovassero ad una distanza dal Sole molte e molte 
volte più grande che il raggio dell'orbe terrestre: 
ciò che, come ognun sa, è pienamente conforme al 
vero. 

Opportuno sarà di notare qui, che Aristarco e 
prima di lui Eraclide poterono arrivare al concetto 
eliocentrico senza mai dipartirsi dai principi fisici 
fin allora ritenuti come plausibili in questa materia, 
e soprattutto senza introdurre nel cielo alcuna cir- 
colazione intomo a punti ideali e privi d'ogni fisica 
entità. Questo si fece più tardi dai matematici, i 
quali delle ragioni fisiche non solevano tenere gran 
conto. Ma Aristarco non era matematico soltanto; egli 
aveva atteso altresì alla parte fisica di tali questioni, 
ed era stato discepolo di Stratone Lampsaceno, cui 
fu dato il nome speciale di Fisico, perchè nella 
fisica poneva la base principale del suo insegna- 
mento. 

Tale ripugnanza ad ammettere circolazioni dei 
corpi celesti intomo a punti ideali fu la principal 
causa che accelerò l'avvento dell'idea Copernicana. 
Infatti posta una volta la condizione impreteribile, 
che un astro non potesse circolare che intomo alla 
Terra od intomo ad un altro astro, due ipotesi sol- 
tanto rimanevano capaci di soddisfare all'anomalia 
dei pianeti con moti circolari ed uniformi; e sono 
l'ipotesi di Eraclide Pontico (e di Ticone), per chi 
voleva fissa la Terra al centro del mondo; e l'ipotesi 
di Aristarco (e di Copernico), per chi consentiva 
alla Terra di muoversi come un astro qualsiasi. 
Perciò arriviamo a questa conseguenza singolare, 
ma pur vera; che se motivi d'altro ordine non fos- 
sero intervenuti a turbare l' andamento naturale dei 
ragionamenti, ed a consigliare l'adozione di ipotesi 
più consentanee a certi pregiudizi delle scuole, i 
Greci non avrebbero avuto da scegliere che fra le 
due ipotesi sopradette, e quindi forse più presto 
sarebbero giunti alla verità. Invece avvenne che 
le idee di Eraclide Pontico rimanessero quasi intie- 
ramente ignorate; quelle di Aristarco poi vissero 
ancora per qualche tempo presso discepoli di oscura 
fama, fra i quali non si cita che un nome, quello 



4 i 



Anno I. — N. 2. 



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di Seleuco Babilonico. E quantunque il nome di Ari- 
starco fosse in tutta l'antichità celebratissimo, le sue 
dottrine sul sistema del mondo furono ricordate sol- 
tanto come opinioni bizzarre e singolari, facili ad 
esser confutate con argomenti allora in apparenza 
invincibili, e di cui soltanto diciannove secoli dopo 
si cominciò ad apprezzare giustamente la totale in- 
sufficienza. 

vn. 

La difficoltà di far prevalere nell'opinione uni- 
versale il concetto della mobilità della Terra, contro 
i dogmi considerati come indiscutibili dai Platonici, 
dai Peripatetici, e poco dopo anche dagli Stoici, non 
permise che le idee di Eraclide e di Aristarco por- 
tassero i loro frutti. Quando i matematici finirono 
per convincersi, che le ipotesi omooentriche di Eu- 
dosso e di Callippo erano insufficienti a salvare i 
fenomeni, si diedero ad escogitarne altre, che non 
fossero in cosi flagrante contraddizione coi placiti 
delle scuole dominanti. A tal fine essi abbandonarono 
il principio fin allora tenuto fermo, che ogni cir- 
colazione di un astro dovesse farsi intomo al centro 
del mondo, od almeno intomo ad un altro astro. 
Profittando del concetto Eraclideo di una circola- 
zione secondaria, essi soppressero l' astro che di tali 
circolazioni fino allora aveva formato il centro, e 
cosi arrivarono al concetto àéìV epiciclo: cioè di una 
circolazione secondaria, al centro della quale nulla 
esiste che abbia una fisica entità o sia contrasse- 
gnato in qualsiasi modo. 

Di questo nuovo meccanismo la più antica men- 
zione si trova presso Apollonio di Perga (270-200) 
che fu di circa mezzo secolo più giovane d' Aristarco, 
e anche un poco più giovane di Archimede. Esso 
aveva il vantaggio di prestarsi in modo facile a 
rappresentare la principale anomalia dei pianeti, 
senza che per ciò fosse necessario abbandonare il 
concetto dell'immobilità della Terra; inoltre, con- 
venientemente applicato, dava il mezzo di conser- 
vare una certa uniformità nelle ipotesi di tutti e 
sette gli astri erranti per lo zodiaco, non esclusa 
la Luna ed il Sole. H metterli tutti e sette nella 
medesima categoria importava moltissimo in un 
t«mpo, in cui cominciava a farsi sentire nell' astro- 
nomia l' influsso dell'astrologia matematica, portata 
in occidente da Beroso Caldeo intomo al 260, e 
coltivata più tardi con zelo dagli Stoici e dai Neo- 
pitagorìcÌ4 È facile comprendere infatti, come le 
ipotesi di Eraclide Pontico, e ancora più quelle 
d'Aristarco, dovessero riuscire incomode ad una 



dottrina fondata essenzialmente sull' immobilità della 
Terra al centro del mondo, e sull'ordine regolare 
dei sette pianeti, destinati ad esercitare i loro in- 
flussi sugli umani eventi per mezzo delle reciproche 
loro configurazioni. Caratteristiche a questo riguardo 
sono le espressioni di Dercillida, filosofo Platonico, 
il quale, secondo che narra Teone Smimeo *)> ^- 
chiarava degni di maledizione tutti quelli che met- 
tono in quiete il cielo, ed in moto la Terra, scon- 
volgendo così i principii dell* astrologia. 

Ma un altro fatto ancora cospirava a render poco 
accettabile agli astronomi di quel tempo le ipotesi 
di Eraclide e d' Aristarco. Infatti la loro simmetria 
e semplicità era dovuta principalmente a ciò, che 
in esse tutti i movimenti si supponevano esatta- 
mente circolari, concentrici ed uniformi. Ma, come 
ognun sa, le vere orbite dei pianeti intomo al Sole, e 
della Luna intomo alla Terra, non sono circolari, ma 
leggermente ellittiche; non sono riferite al centro 
delle ellissi, ma al foco; in queste orbite i movimenti 
non possono esser considerati come uniformi se non 
in modo grossolano ed approssimativo. Diventava 
per tal modo impossibile ottenere l'esatta rappresen- 
tazione dei fenomeni con quelle supposizioni troppo 
semplici ; e sotto un' altra forma s' imponevano anche 
qui gli eccentrici e gli epicicli, dai quali neppur 
lo stesso Copernico potè liberarsi, neppur Ticone, 
ma soltanto Keplero, introducendo le sue ellissi 
invece dei circoli. Adunque il principio mantenuto 
da Eraclide e da Aristarco, di non ammettere ctr- 
colazioni intomo a punti ideali, andava perduto; 
con esso andavan pure perdute la simmetria e la 
semplicità che distinguevano quelle costruzioni. — 
Poiché dunque da un lato gli eccentrici e gli epicicli 
s'imponevano in qualunque modo, ed era forza am- 
mettere nel cielo circolazioni intomo a punti ideali 
privi di fisica entità; e poiché d'altra parte i geo- 
metri avevan trovato il mezzo di rappresentar con 
sufficiente esattezza, per mezzo di questi nuovi or- 
digni, l'andamento dei fenomeni celesti senza muover 
la Terra e senza toglierle la posizione assegnata 
dai dogmi dell'astrologia: qual ragione rimaneva 
ancora di attenersi alle speculazioni, soltanto a mezzo 
elaborate, di Eraclide e d'Aristarco? 

Adunque il regresso che avvenne, quando s'in- 
trodussero nell'astronomia gli eccentrici e gli epi- 
cicli, fu conforme all'ordine naturale delle cose. 
Rimaneva però da parte dei fisici un'obbiezione 
gravissima. Come ammettere che un corpo libero 

1) De a8ir<momia p. 828 Martin (p. 200, 11 Killer). 



79 



Anko I. 



N. 2. 



80 



ed isolato, qual'è un astro, sia regolato e frenato nei 
suoi movimenti da un centro ideale e privo d'ogni 
fisico influsso, in modo da esser costretto ad aggi- 
rarsi intomo a quello con moto regolare ed uniforme? 
A questa difficoltà provvide col tempo la sagacia 
dei Peripatetici, presentando la teoria del moto epi- 
ciclico sotto una forma assai diversa dall'originaria, 
e facendone quasi una modificazione delle sfere d' Eu- 
dosso. Essi supposero per ciascun pianeta una sfera 
cava trasparente, concentrica alla Terra, di cui fa- 
cevano il raggio esteriore uguale alla massima di- 
stanza del pianeta, e uguale alla minima distanza 
il raggio della cavità interiore. Rivolgendosi questa 
sfera intomo ad un asse perpendicolare allo zodiaco o 
quasi, conduceva lungo lo zodiaco in giro, incastrato 
nella sua grossezza, un globo pur trasparente, il cui 
diametro era uguale a quello dell'antico epiciclo. 
Il globo poi, ruotando anch'esso sui propri poli 
con proprio periodo, portava, incastonato solidamente 
in un punto del suo equatore, il pianeta, sola parte 
visibile di si enorme compagine. Questo globo rap- 
presentava l'epiciclo, del quale cosi il centro era 
centro del globo, ed otteneva in questo modo un 
significato meccanico molto evidente. Pertanto il 
globo colla sua rotazione provvedeva a ciò che prima 
si rappresentava col moto nell'epiciclo; col suo moto 
periodico, che portato dalla sfera cava faceva intomo 
alla Terra, dava luogo alla rivoluzione siderale. Cosi 
tutto era accomodato ai dettati della fisica Ari- 
stotelica, non meno bene che prima fossero le sfere 
omocentriche d'Eudosso. Ai Platonici poi non ripu- 
gnava un meccanismo, che non troppo differiva da 
quello spiegato da Platone nel X della Repubblica; 
anzi alcuno di essi andava ripetendo, che gli epi- 
cicli ed i globi loro equivalenti erano invenzione 
di Platone, e che queste appunto fossero le Sirene 
da lui poste a produrre il concento armonico del- 
l'universo. 

Cosi incontrò molto favore la teoria delle sfere 
solide, la quale offidva una certa base fisica all' ipo- 
tesi degli epicicli. Essa apparve col rifiorire delle 
scuole Aristoteliche nel secolo che precedette l'èra 
volgare, e continuò ad essere insegnata nei secoli 
seguenti e per tutto il medioevo fino quasi alla 
fine del secolo XVII, quando Newton aveva già 
proclamato il vero principio fisico dei movimenti 
planetari, quello dell'attrazione universale fra tutte 
le parti della materia* 

Gk Schiaparelli. 



Il COPERNICO del Leopakdi 



Or congiunte or divise, ricorrono frequenti nelle 
poesie e nelle prose leopardiane due specie di con- 
trasti: l'una fra la nullità dei destini umani e T im- 
mensità ed eternità dell'universo, l'altra fra quella 
nullità stessa e l'altissima idea che l' uomo, ciò no- 
nostante, si è fatta di se medesimo. H conti-asto 
della prima specie suscita in noi il dolore; senti- 
menti, invece, di beffa e di scherno, quello della 
seconda. Ciò è chiaro dalle varie impressioni che 
ci vengono dalle cose del nostro poeta, il quale, del 
resto, accennò anche espressamente ad una cosi gran 
differenza in quel suo paragone della ' Ginestra ' : 
Uom di povero stato e membra inferme ecc. 

Amendue quei contrasti sono adombrati nel ^ Co- 
pernico'; ma il secondo prevale di gran lunga al 
primo; e da tal prevalenza derivano gli effetti co- 
mici che crescono bellezza al componimento. Se nei 
suoi ultimi lavori, il Leopardi, interrompendo spesso 
la dipintura o la rappresentazione, die luogo all' a- 
rida sentenza e al filosofico ragionamento, qui volle, 
invece, che tutto fosse azione; e seppe cosi uscir 
di se stesso e cosi obbiettivarsi nei suoi personaggi, 
come poche altre volte gli venne fatto. Qui fece 
un vero dramma, dove, pur senza contradire alla 
storia, ei vesti di nuovi e bizzarri atteggiamenti i 
personaggi messi in azione. Ecco, ad esempio, il Sole 
che, rispondendo alla Prima Ora, la quale vorrebbe 
ch'egli continuasse a muoversi, grida: ' Che, sono 
io la balia del genere umano; o forse il cuoco, che 
gli abbia da stagionare e da apprestare i cibi? 
Egli è deliberato di starsene in ozio, perchè, incal- 
zando oramai gli anni, si era voltato alla filosofia. 
I poeti, se lo avevano lusingato nella sua giovinezza, 
ora non gli facevano più effetto ; e intanto sorrideva 
di tutto, della gloria, dell'ambizione di Cesare e 
delle sentenze magnanime di Cicerone. 

Allo stesso modo, Copernico, pur significando il 
concetto scientifico eh' è tutt' uno col suo nome, si 
mostra di un' ingenuità mirabile, quando, poiché non 
vede far giorno all'ora solita, dice: ' Io sono per 
andare a tutti i laghi e a tutt' i pantani eh' io potrò, 
e vedere se io m' abbattessi a pescare il sole. ' Teme 
poi che le terre di sua Eccellenza non producano 
di che apparecchiargli una colazione, e, all' ultimo, 
che, per il suo libro, non abbia ad essere abbru- 
ciato vivo come la fenice. Anche le Ore vogliono, 
all'occasione, dar prova di spirito ; e l' una di esse, 
dicendo Copernico: ' Oh, che sei tu dunque? l'ultima 



81 



Anno I. 



N. 2. 



82 



ora dell' ufl&cio del breviario? ', risponde: ' Credo 
bene io, che celesta ti sia più cara che l'altre, quando 
tu ti ritrovi in coro. 

Copernico, dunque, il Sole e le Ore fanno come 
un piccolo dramma a cui noi assistiamo da vicino; 
ma eccone, continuazione ed effetto di quello, un 
altro che, descritto dai medesimi personaggi, si svolge 
a distanza ognor crescente, senza aver mai più fine. 
La Terra, partendosi da quel suo luogo di mezzo, 
si aggira intomo al Sole; e gli altri pianeti, ciò ve- 
dendo, vogliono ancor essi aver fiumi, mari, monti 
e abitatori. E poi ecco tutte le stelle, anche le più 
lontane e quelle altre che sfuggono alla vista, voler 
regnare come il Sole, e circondarsi di pianeti adorni 
e popolati come la Terra. Cosi quei dialoghi fra il 
Sole e gli altri personaggi ci sembrano come un sem- 
plice prologo; e noi, da queste medesime scene, ve- 
diam succedersi rapide e turbinose le altre scene 
remotissime, dove mondi si aggiungono continua- 
mente a mondi, e gli spazi si aprono sempre più 
immensi ed eccedenti i termini dello stesso pensiero. 
Abbiamo innanzi a noi queir infinità al cui para- 
gone, come disse il Kant, un mondo o una via lattea 
di mondi non è dappiù di un fiore o di un insetto 
al confronto della terra 0« 

Ma ecco in questo momento ripresentarcisi alla 
vista l' immagine che l' uomo s'era fatta di se me- 
desimo, come imperatore della terra, del sole, dei 
pianeti e delle stelle visibili e invisibili, tutte create 
per lui: per lui causa finale dell' universo! L'effetto 
comico nasce indirettamente dalla stessa immensità 
dello spettacolo; se non che quel medesimo contrasto, 
com'era naturale in una concezione leopardiana, im- 
pedisce che il nostro spirito si abbandoni tutto al 
diletto che suol produrre la vista delle follie umane. 
A noi non è dato di sorridere più intensamente, né 
più a lungo di quello che potesse il Leopardi me- 
desimo. 

IL 

A commento di questo lavoro, vedo citato dagli 
interpreti quel luogo del Fontenelle, dov' è detto 
come Copernico, fatta man bassa su tutti i cieli so- 
lidi degli antichi, cacciasse la TeiTa dall' usurpato 
centro del mondo, mettendoci invece il Sole che 
n'era assai più degno, ecc. *). Certo, in tutto quel 
bel luogo abbiamo qualcosa di simile alla finzione 
leopardiana, nella quale, per comando del Sole, quel 

1) Kant, Allgemoino Naturgoschichte und Theorie des 
Himmels, IV (Immanuel Kants Scimmtliche Werke; Leip- 
zig 1889, VI Theil) S. 166. 

*) ErUretiena sur la pluralité des viondes. Premier soir. 



famoso astronomo ci si presenta come l' autore delle 
medesime leggi da lui scoperte, e i rivolgimenti 
della scienza, che dovevan seguirne, sono descritti 
come rivolgimenti cosmici non incominciati prima 
di quel tempo. 

Ad illustrar poi certe altre finzioni e immagini 
particolari, gioverebbe addurre alcuni altri esempi. 
Cosi quello di Luciano che, nel dialogo di Mercurio 
e il Sole, mette in bocca al primo le seguenti pa- 
role: ' Sole ', Giove dice, ' non uscirai né oggi, 
né domani, né diman l'altro, ma ti rimarrai dentro, 
e intanto sia una sola notte lunga: onde le Ore 
sciolgano i cavalli, tu spegni il fuoco e riposati un 
pezzo ' *)• ^^ ragione del divieto é che, come sog- 
giunge poco dopo lo stesso Mercurio, Giove in quel 
momento se ne stava con la moglie di Anfitrione, della 
quale era innamorato fradicio. E già anche il no- 
stro Copernico, non potendo intendere come il Sole 
non si levi all'ora solita, si rammenta di quella 
notte famosa. 

Li proposito poi del Sole che, nella concezione 
leopardiana, si risolve di non più prestare il consueto 
ufficio alla Terra, perché, dopo tanto affaticarsi, 
sentiva ormai bisogno di riposo, ci toma spontaneo 
alla mente l'episodio dell'Apollo ovidiano; il quale, 
inconsolabile della sorte toccata a Fetonte, adduce 
in favore del suo nuovo proposito, una ragione della 
stessa natura (Metam. II, 385): 

satis .... ab aevi 
Sors mea principils fuit irrequieta; pigetque 
Actoram sine fine mihi, sine honore, laborum. 
Quilibet alter agat portantes lamina currus. 

E non gì' importa niente se il mondo, per quella sua 
risoluzione (come, supplicando, gli fanno avvertire i 
Numi) abbia ad essere involto nelle tenebre. Pure, 
alla fine egli cede ; laddove il Sole leopardiano, non 
lasciandosi punto smuovere dalle preghiere simili 
dell'Ora prima, costringe la Terra a pensare da sé 
ai fatti suoi. 

Inoltre, la maniera lucianesca, onde Icaromenippo, 
dall'Olimpo, ' con un po' di provvisione levasi di- 
ritto al cielo ' (Settembr. II, 283), si fa sentire 
anche là dove lo stesso Copernico del Leopardi, 
pensando al lungo viaggio che deve intraprendere, 
esclama: ^ E come potrò portare io tanta provvisione 
che mi basti a non morire affamato qualche anno 
prima di arrivare? '. E non diversamente dello 
stesso Menippo, a cui le città della terra parevano, 
di lassù, un formicaio, parla (p. 387) presso il Leo- 

1) Traduz. del Settembrini (I, 212). 



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Anno I. 



N. 2. 



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pardi il Sole, al quale gli uomini rendono figura 

di quattro animaluzzi, che vivono sopra un pugno 

di fango, tanto piccino, ch'egli che aveva buona 
vista, non lo arrivava a vedere. 

m. 

Questi ed altri esempi di vari autori potrebbero 
dunque essere ricordati a chiarire certe forme e 
maniere di arte del nostro poeta; ma ciò che, in 
ogni modo, importa sopra tutto, è l'intendere come 
egli abbia originalmente trattato un soggetto non 
nuovo. I danni che la scoperta di Copernico ap- 
portò al teismo e, in particolare, ai' dommi cri- 
stiani, erano stati già avvertiti da scrittori di vari 
tempi e paesi, e segnatamente da quei filosofi che 
nel secolo passato mossero la gran guerra al cri- 
stianesimo. Mi basti ricordare fra essi il barone 
d'Holbach, al quale il Leopardi, in parecchie oc- 
casioni, si accosta ancor più che ad altri di quella 
filosofica famiglia eh' egli mostrò di avere in tanto 
pregio. Quanta poi fosse l'importanza di quell'ar- 
gomento, si vede anche da ciò, che, pure in tempi 
più recenti, alcuni pensatori insigni ci sono tornati 
su, in proposito delle più alte quistioni filosofiche 
e religiose. Cosi, lo Schopenhauer era d' avviso che 
nessuno più di Copernico avesse nociuto alle cre- 
denze teistiche Ol © lo Strauss, benché attenui il 
valore di quelle scoperte quanto al cristianesimo, 
pure, coli' accennare alle scoperte posteriori che fu- 
ron come gli effetti di quell'effetto, viene a con- 
correre nell' opinione degli altri '). Or il Leopardi, 
nell' ideare il suo Copernico j non fu mosso da in- 
tendimenti meno ostili di quelli che abbia mai avuto 
qualsiasi più fiero nemico della religione cristiana. 
Egli vedeva come le opinioni delle nuove scuole 
teologiche venissero accolte in Francia e in Italia 
con favore ognor crescente ; e ciò 1' offendeva, anzi 
nulla poteva sembrargli altrettanto contrario alle 
sue opinioni filosofiche, espresse già in prosa e in 
versi, ed altrettanto odioso a tutti i suoi sentimenti 
più intimi. Da ciò il ^ Copernico ', il quale, come 
tante altre concezioni filosofiche del Leopardi, ha più 
strette e più immediata relazioni colle condizioni 
dei tempi, che d' ordinario non si creda. In ogni 
modo, quest' opera è da considerarsi come un nuovo 
frammento di quella sua filosofia naturale, rimastaci 
pur sempre frammentaria, che in ogni tempo si di- 

1; /. Fratienstadtf Mcnwrabilien ecc., citato dal Ribot, 
Philosophie de Schopenhauer, Paris, 1874, p. 37. 

«) Uancienne et La nouvelle foi, trad. de Valleniand sur 
la huiiième édition par L. Narval, Paris, 1876, p. 95. 



mostrò tanto amica ai miscredenti del secolo XVm. 
quanto avversa ai nuovi credenti del XIX. 

Fra il nostro, dunque, e parecchi altri insigni 
autori che toccarono della scoperta copernicana, non 
ci fu gran differenza d' intendimenti. Se non che, il 
Leopardi reca questi ad atto in maniera tutta sua; e 
levasi ad un' altissima idea che abbraccia tutta la 
vita dell' uomo e dell' universo. Cosi, per valore 
storico non meno che per pregio di arte, questo 
suo lavoro può annoverarsi fra le più notevoli di 
quelle concezioni di ogni secolo e paese, nelle quali 
il nostro mondo e le miserie umane sono guardate e 
dipinte da grande altezza. "NeìV Icaromenippo quella 
dipintura si fa dalla luna e dal cielo di GKove; vi 
si ritrae più particolarmente la filosofia contempo- 
ranea come falsa e bugiarda; ma è manifesto che 
nel cuor dell'autore lo scetticismo prevale ad ogni 
altra idea affermativa. Ancor dalla luna la FoUia 
di Erasmo guarda e descrive le innumerevoli forme 
ch'ella medesima assume sulla terra; e nelle stesae 
più bizzarre descrizioni ritrae quel sentimento dei 
tempi nuovi onde l'umanista di Rotterdam fu uno 
dei maggiori interpreti. 

Come poi la dipintura erasmiana, pur nella sua 
originalità, ci ridesta nella mente quella lucianesca, 
cosi dell' una e dell' altra ci fa rammentare il Mi- 
cromégas del Voltaire. Anche qui la terra è detta 
un formicaio, e le punte del sarcasmo sono volte 
contro quelle molteplici filosofie onde vaneggiavano 
le menti umane. Se non che, qui campeggia un'idea 
tutta propria di quel derisor sovrano, il quale in- 
tendeva a schernire più particolarmente quelle dot- 
trine teologiche, secondo cui l'universo fu creato 
ad utilità e gloria del genere umano. 

Nel ' Copernico ' , in ultimo, stando sulle regioni 
del Sole, seguiamo col pensiero tutti quei rivolgi- 
menti cosmici e storici che si finge abbiano ad 
avere in breve cominciamento. Erasmo derideva 
quanto di medievale facesse ancor contrasto a quella 
vita moderna, che, anche per opera sua, si vantag- 
giava cosi meravigliosamente della cultura antica. 
Il Leopardi, invece, considerava quasi come un nuovo 
medioevo quel ri tomo della filosofia, anzi, di tutta 
la scienza contemporanea, alle credenze religiose: 
servitù da cui lo spirito si sarebbe dovuto liberare, 
rinnovando le famose ribellioni del secolo passato. 

Ma ciò che meglio distingue la concezione leo- 
pardiana dalle altre più o meno simili, è quel sen- 
timento poetico che non vi si scompagna mai dalla 
scienza, e che, anche quando questa parrebbe vo- 
lersi fondare sulle rovine di lui, la scalda delle sue 



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Anno I. — N. 2. 



m 



fiamme. Eppure, a prima giunta, si direbbe che 
l'autore, proprio come qui dice di aè il Sole, vol- 
tatosi alla filosofia, non volesse lasciarsi governare 
da altri clie da essa; si direbbe, anzi, che, se non 
pago, fosse ornai indifferente al perir di quelle fole 
e immagini che un tempo gli eran sembrate cosi 
belle, e cosi necessarie alla vita ! E quasi vorremmo 
interrompere il suo discorso con una voce pur sem- 
pre cara a noi, se non più a lui stesso: 
Nostri sogni leggiadri ove son giti 
Dell^ ignoto ricetto 
D^ ignoti abitatori, o del diurno 
Degli astri albergo, e del rimoto letto 
Della giovane Aurora, e del notturno 
Occulto sonno del maggior pianeta? 

Se non che, ben presto sentiamo che la sua coscienza 
poetica, non che esser morta, ferve ancora di gio- 
vinezza, e avviva tutta la concezione del filosofo. 
Saranno perite o periranno le fole più leggiadre di 
altri tempi, ma non già quel? amore che, da qua- 
lunque nuova maniera di guardare il mondo, fa na- 
scere nuovi fantasmi e nuovi moti nello spirito 
umano. Cosi, la terra e il cielo, spogli di tante 
cose belle che li popolavano un tempo, non altro 
ci dovrebber parere che un immenso e spaventoso 
deserto: eppure, la visione di questa stessa im- 
mensità nuda non è pimto meno poetica di ogni 
altra antica contemplazione del mondo. Lo spirito 
si sente come annichilato ; ma sente nel tempo stesso 
di non aver mai avuto più piene e più vive in- 
tuizioni deir infinito, cioè di quel mar dell* essere 
in cui gli è dolce di naufragare. 



Tacito e Duca di La Rochefoacaald 

1. La letteratura francese è ricca più d'ogni altra 
in raccolte di sentenze o massime o pensieri stac- 
cati, dove una verità psicologica o morale, relativa 
a singoli individui o a tutto un popolo, è esposta 
in termini precisi, brevi, atti ad eccitare la curio- 
sità del lettore e soddisfarla con inaspettati ravvi- 
cinamenti o contrasti. Già nel '500 il Montaigne 
co' suoi Saggi e il Charron col trattato Della Sa- 
viezza avevano bene iniziato questo genere di filosofia 
pratica, ricco di fine osservazioni psicologiche e di 
nobili verità morali ; ma più specialmente nel secolo 
seguente, nell'età di Luigi XTTT e XIV, molti dei 
più eletti ingegni della Francia o si volsero di pro- 
posito a coltivare questo ramo della letteratura 
filosofica, o almeno si adoprarono, scrivendo lettere. 



discorsi e simili, di dar risalto alle loro idee con 
inserirvi belle e nuove sentenze, quasi gemme ad 
arte incastonate, per rendere più brillante lo stile. 
Ognuno sa quanto spirito, quanta finezza sia nelle 
opere del Pascal, del La Bruyère, di Madame de 
Sévigné, del Bossuet; ma anche le massime e ri- 
flessioni raccolte in separati opuscoli dal Duca di 
La Rochefoucauld 0» dal Mere *), da Madame de 
Sablé •) e da altri, ebbero pronta e larga diffusione 
e vennero da chi ammirate da chi discusse, cen- 
surate, corrette ; onde tutta una letteratura critica 
che, iniziata in quel secolo stesso da Amelot de 
La Houssaye, si propagò sino ai nostri giorni ; 
mentre nel '700 un altro celebre scrittore, il Mar- 
chese di Vauvenargue, ritentava la prova pubbli- 
cando in appendice a' suoi studi sul!' intelligenza 
umana la raccolta sua di Riflessioni e sentenze. 

2. Ora se si considera questo tesoro di massime 
morali nelle loro fonti, certo dobbiamo riconoscere 
che molte di esse erano nuove e dovute allo spi- 
rito d' osservazione e, per quel che riguarda la ma- 
niera di formolarle, a un' abilità tutta propria di 
quegli scrittori ; ma d' altra parte dobbiamo pure 
persuaderci che moltissimo ricavarono essi dai clas- 
sici antichi, specialmente latini. Il rinnovamento degli 
studi classici in Francia, conseguenza del rinasci- 
mento italiano, indusse appunto gli scrittori francesi 
ad abbellire le loro opere modellandole in parte 
sulle antiche, e togliendo da fonte antica pensieri, 
sentimenti, immagini. Publilio Siro, Cicerone, Seneca, 
più di tutti Tacito, furono studiati e messi a partito 
dai raccoglitori di sentenze e massime morali: e 
fra gli altri dal Duca di La Rochefoucauld. Intento 
del presente scritto è appunto di mettere a confronto 
alcune sentenze di questo scrittore con altre di Ta- 
cito. Sarà evidente, come a me sembra, che Tacito 
ha qua e là servito di fonte, o almeno è stato ispi- 
ratore del pensiero del La Rochefoucauld. Si limita 
qui il confronto al capolavoro del La Rochefoucauld, 
cioè alle Maximes, perchè dell'altra opera di lui 
(Mémoires de la minorité de Louis XIV) ho fatto 
cenno nel discorso intitolato : ' Cornelio Tacito nella 
storia della coltura' (Milano, Hoepli 1898). 

3. Cominciamo da quelle Massime che portano 
evidente l' impronta tacitiana. Scriveva il La Roche- 
foucauld al n.° XXV : Il faut de plus grandes 

*) Meflexions ou sentences et itutximes morales, 1* edizione 
Parigi 1665. 

*) McaimeSj sentences et reftexiona morale» et poUtiqueSf 
Parigi 1687. 

s; MaxinieSj Parigi 1678. 



87 



Anno I. — N. 2. 



8R 



vertìis pour soutenir la honne fortune que la mau- 
vaise. Chi negherà che egli aveva in mente le pa- 
role messe da Tacito in bocca all' imperatore Galba 
(Storie 1, 15) nelPatto di designare Pisene a suc- 
cessore: secundae res acrioribus stimvJis animos 
exphrant, quia miseriae tolerantxiry felicitate car- 
rumpimur? Pensiero che già era stato espresso da 
Sallustio nella Catilinaria (e. 11, 8), ove parlando 
dei^ soldati di Siila ringalluzziti dalle vittorie e 
pronti ad ogni eccesso, soggiunge : quippe secundae 
res sapientium animos fatigant ; ne UH corrnptis 
morihus victoriae temperarent — Al n.^ XXIX il 
Duca francese: Le mal que nous faisons ne nous 
attive pas tant de persécution et de haine que nos 
bonnes qualités. Tacito nella vita d'Agricola (e. 5, 
fine) aveva detto che la bramosia di gloria militare 
riesce poco gradita in quei tempi, quibus sinistra 
erga eminentes interpretatio, nec minus pericvlum 
ex magna fama quam ex mala. Alludeva a tempi 
di tirannide, quindi di malizia e sospetti: gli è 
appunto allora che chi emerge per le sue virtù corre 
più pericolo, per la ragione detta altrove dallo stesso 
Tacito (Agric. 1) che virtutes iisdem temporibus 
optime aestimantur quibus facUUme gignuntur. Il 
La Rochefoucauld generalizzò il pensiero tacitiano 
estendendolo a tutti i tempi e a tutte le società, 
e attribuendo il fatto non alla tirannide sospettosa 
ma all'invidia maligna. — Più d'una volta nelle 
sue Massime volle lo scrittore francese colpire la 
inerzia umana, per la quale spesso immaginiamo e 
chiamiamo impossibili talune cose che con la buona 
volontà potrebbero essere effettuate. E scrisse al 
n.^ XXX : Nous avons plus de force que de vo- 
lonté, et e' est souvent pour nous excuser à nous 
meme que nous nous imaginons que les choses sont 
impossibles. E al n.° CCXTJTT : Il y a peu de 
choses impossibles d' elles-memes, et V application 
pour les faire réussir nous manque plus que les 
moyens. Or già Tacito, raccontando la storia della 
congiura di Pisene nel 15° degli Annali, e ricor- 
dando il suggerimento che, dopo scoperta la con- 
giura, davano alcuni a Pisene di tentare arditamente 
un'aperta sollevazione (e. 59), aveva addotto que- 
sta ragion generale: mxdta experiendo confieri quae 
segnibus ardwi videantur. E lo stesso pensiero del 
La Rochefoucauld sebbene in forma alquanto di- 
versa. — Tacito nel 3° delle storie descrisse mae- 
strevolmente lo stato di un uomo già potente, che 
poi trovandosi in pencolo di perdere la potenza 
e la vita, è invaso dalla paura e comincia a lar- 
gheggiare in promesse, tanto più esagerate quanto 



è maggiore la trepidazione. Trattasi di Vitellio stretto 
già dalle truppe di Vespasiano e ridotto a cercare 
aiuti fin dagli schiavi. Allora dice: non deerat ipne 
vultu voce lacrimis misericordiam elicere^ largm 
promissiSy et quae natura trepidantium est, immo- 
dicu^. Il Duca di La Rochefoucauld avendo in mente 
i potenti del suo tempo, la reggente Anna d' Austria 
il cardinal Mazzarino, rilevò anch' egli lo stridente 
contrasto tra il largo loro promettere e l'attender 
corto, e ne formolo la massima seguente, che è la 
XXXVin*: Nous promettono selon nos esperances, 
et nous tenons selon nos craintes ; sentenza che nella 
sua apparente precisione lascia però qualche ombra 
di dubbio nella mente del lettore, forse per questo 
che mentre le promesse e le speranze sono in ra- 
gione diretta, il mantenimento delle promesse e i 
timori sono in ragione inversa. — Che l'eccesso 
nel beneficar certa gente vi attiri più odio che gra- 
titudine, lo dissero già in coro gli antichi ; onde 
Seneca in un' epistola a Lucilio (la 81*, fine) : peri- 
culosissima res,,. beneficia in aliquem fnagna con- 
ferire ; e Tacito a proposito di Tiberio ostile a Silio, 
che troppo vantavasi di aver beneficato l' imperatore 
col tener ubbidienti le sue legioni, beneficia, dice 
(Ann. 4, 18), eo usque laeta sunt dum videntur 
exsolvi posse : ubi multum antevenere, prò gratta 
odium redditur. lì La Rochefoucauld ripete nella 
massima CCXXXVILL : H n' est pas si dangereux 
de faire da mal à la plupart des hommes que de 
leur faire trop de biens;e altrove (CCXCIX): Pres- 
que tout le monde prend plaisir à s' acquitter des 
petites obligations; beaucouj) de gens ont de la recon- 
noissance pour les médiocres; il n' y a qv^si per- 
sonne qui n' ait de V ingratitxide pour les grand^s, — 
Per ultimo ricordiamo la massima relativa alla virtù, 
che è si rara, del saper beneficare a modo, a tempo 
e luogo. H La Roch., CCCI: Assez de gens méprisent 
le bien, mais peu savent le donner. Or già Tacito 
aveva messo in bocca all' imperatore Gb-lba un giu- 
dizio severo intorno a Ottone sollevato sugli scudi 
contro lui; falluntur quibus luxuria specie libera- 
litatis imponit: perdere iste scit, donare nesciet. Si 
osservi in generale come il La Rochef. sia più largo, 
e più ricercato nelle sue fonnole, ma Tacito è più 
chiaro o persuasivo. 

4. Talvolta, anzi spesso, nelle massime del La Ro- 
chefoucauld si sente come un'eco, una reminiscenza 
di luoghi tacitiani; il pensiero vi ha preso un di- 
verso atteggiamento, non è più la stessa sentenza, 
ma qualche elemento pur vi è rimasto dell' antica. 
Cosi la massima XLVII: Notre humeur met le prix 



89 



Anno I. — N. 2. 



90 



à io ut ce qui nous vient de la fortune, massima 
cosi vera e che spiega tanta parte della infelicità 
umana, ha pure una reminiscenza delP osservazione 
<rìh fatta da Tacito della abitudine che ha la gente 
volgare di fortuita ad cìdpam trailer e (Ann. 4, G4). 
— Una delle più originali e belle riflessioni del 
La Bochef. è la XCV: La marque d'un mérite 
exiraordinaire est de voir que ceux qui V envient 
le phis sont contraints de le louer ; ma anche Tacito 
a proposito di Mario Celso, che fu generale apprez- 
zato e ben voluto sia dai soldati di Galba sia da 
quelli di Ottone, aveva già (Stor. 1, 71) rilevato la 
ammirazione che desta una virtù grande anche se 
questa vi eccita a sdegno : eandem virtidem admiran- 
iihus cui irascebantur, — Più d' una volta il La Ro- 
chefoucauld toma sull* argomento delle lodi, che 
egli giudica sempre interessate e non mai sincere, 
e ricorda il fatto di certe lodi avvelenate che per 
contraccolpo fanno vedere nelle persone lodate dei 
difetti che altrimenti non si sarebbe osato scoprire. 
Anche Tacito ebbe spesso occasione di stigmatizzare 
adulazioni e adulatori, e ad es. nel 1*^ delle Storie 
definiva le hlanditiae usate verso i potenti come 
pessimum veri adfectus venenum, e vi contrappo- 
neva quello che effettivamente predomina nel cuore 
umano, la sua cuique utilitas. Un preciso confronto 
ai può istituire tra la massima CXLVII: Peu de 
gens sont assez sages pour préférer le hi ime qui 
ìeur est utile à la louange qui les trahit, e quello 
che Tacito dice di Vitelli© (Stor. 3, 58): ita for- 
matis principis aurihus ut aspere quae utilia nec 
quicquam nisi iucundum et laesurum acciperet, — 
Infine ricordiamo la massima CDXC: On passe 
souvent de V am^ur à V ambitioìi, mais on ne re- 
vient ffulre de V ambition à V amour, frutto di un 
fine studio di queste due potenti passioni del cuore 
umano, forse occasionato dai casi occorsi a qualche 
l)ersonaggio influente della Corte di Francia ; ma il 
La Rochefoucauld scrivendo tali parole non doveva 
neppure aver dimenticato Vetiam sapientihus cupido 
gloriae biavissima exuitur, detto da Tacito (Stor. 4, 6) 
a proposito del valoroso Elvidio Prisco, che alcuni 
giudicavano un po' troppo desideroso di gloria. 

Si può conchiudere con certezza che Tacito fu 
uno degli autori più studiati dai moralisti francesi 
del XVn secolo, i quali T ebbero a modello nello 
studio del cuore umano e nel formolare le più belle 

verità psicologiche e morali. * 

F. Ramorino. 

* [L'amico Ramorino ha opportunamente ricordato 
anche il Montaigne: ora appunto nel licenziar queste 



stampe mi giunge, per cortesia dell'autore, un discorso 
accademico del Bruns, *) dove con garbo e con sano giu- 
dizio è dichiarata l' influenza e V estensione della dot- 
trina e dell'arte classica nei celebri Essais, Non è 
facile, in qualsivoglia letteratura, trovare altro libro 
più nutrito di classicismo e insieme più schiettamente 
moderno per analisi psicologica, per indipendenza 
di pensiero filosofico e religioso, per spigliatezza mi- 
rabile di forma. Gran sincerità accompagna costan- 
temente le confessioni di quell'uomo singolare, e" tra 
le confessioni ve ne ha di quelle che neppure uomini 
sinceri hanno l'audacia di fare; ma certo egli ca- 
lunnia sé stesso quando si rappresenta come un sem- 
plice dilettante che ha sfiorato ogni studio senza 
approfondirne nessuno, che delle astruserie dei filosofi 
non sa che farsi, che non può giudicar di Omero 
(e pur ne giudica egregiamente) perchè non si crede 
padrone della lingua greca, e cosi via. Ho presente * 
una edizione del Ledere (Gamier frères, Paris; 
senza data!), dove per solito sono indicati gli autori 
delle citazioni testuali; ma troppo più di classicismo 
vi ha in Montaigne, oltre le citazioni di parole e 
di versi, le più delle quali furono, anzi, aggiunte 
a lavoro finito, sur la fantasie du siede et jmr 
oysifveté (IH e. 12). Sicché uno studio più ampio 
di quello pur cosi meritorio del Bruns, non sarebbe 
vana fatica ; e quando fosse fatto con ingegno e senza 
pedantesca erudizione, e rappresentasse vivamente 
l'elaborazione continua della sapienza classica nella 
menttì del grande scrittore francese, si avrebbe, a 
non dire altro, una delle prove più evidenti della 
fecondità perenne del pensiero antico. G, V,] 

1) Montaigne ami die Alien. Rede zur Feier des GeburU- 
tagea Sr. Maj. des Deutscìien Kaisers etc. gehcUten an der 
Christian- A Ibrecht^-Uìiiversitat ani 27. Januar 1898 von Pro- 
fessor Ino Bruns, Kiel 1898; pp. 20. 



Il greco e il latino negli Stati Uniti 

A quei non pochi che avversano gli studi clas- 
sici in nome della scienza moderna e delle nuove 
aspirazioni delle società moderne, è stato risposto 
più volte con l' esempio dell' Inghilterra e della Ger- 
mania; le quali nazioni nessuno oserebbe accusare 
d'esser timide amiche del progresso, benché conti- 
nuino a coltivare e diffondere l'amore e l' intelligenza 
del classicismo, con un entusiasmo che non s' è raf- 
freddato in Germania e in Inghilterra s'è fatto 
sempre più vivo. Ma appunto perchè e Tedeschi ed 
Inglesi hanno, anche negli studi, tradizioni antiche. 



91 



Anko I. — N. 2. 



92 



gloriose e non interrotte, si potrebbe supporre che 
il rispetto a queste tradizioni, e il cosi detto ' feti- 
cismo del passato \ impedisca loro di abbandonare 
la vecchia strada per altre più direttamente rivolte 
agli ideali nuovi della scienza. Veramente non è 
cosi ; e V Inghilterra che è nazione tanto pratica e 
tanto moderna, non vorrebbe coltivati con ardore 
gli studi classici, se non ne vedesse i frutti nella 
educazione intellettuale. A quei molti parolai, che 
hanno sempre in bocca la scienza e i tempi nuovi, 
dovrebbe dar da pensare il vedere come il paese 
dove fumano più macchine, dove i treni corrono più 
celeri, dove più numerosi e più carichi approdano e 
salpano i piroscafi, dove è nato Darwin e fioriscono 
più che altrove le scienze della natura, è anche quello 
che diffonde per il mondo attonito i nuovi tesori del- 
l' arte Greca ; — tal quale, del resto, come quegli 
antichi Fiorentini, che erano artisti e mercanti, uma- 
nisti e banchieri. Ma a chi, per le ragioni che accen- 
navo, non si persuade neppure con esempi cosi evi- 
denti, non sarà inutile proporre V esempio d' un paese 
anche più moderno; d' un paese, dove la libertà, anche 
neir ordinamento degli studi, è sconfinata ; dove non 
erano tradizioni venerabili che sembrasse sacrile- 
gio il violare ; dove se il latino si studia molto, è 
soltanto perchè molti vogliono studiarlo: gli Stati 
Uniti d'America. Basterà qualche cifra che tolgo 
dal Report of the CommUsioner of education for 
the year 1894-95 (Voi r, Washington 1896), Nel- 
Tanno scolastico 1894-95 studiavano il latino agli 
Stati Uniti nelle scuole pubbliche 60777 maschi 
e 931 78 femmine: nelle private, 28210 maschi e 
22846 femmine. Studiavano il greco nelle scuole 
pubbliche 6361 maschi e 4498 femmine: nelle pri- 
vate, 9318 maschi e 1982 femmine. In tutto dun- 
que 205006 studenti di latino e 22159 di greco. 
Ed anche più di queste cifre, è istruttivo l'osser- 
vare che, di tutte le altre materie di studio, l' algebra 
sola ha più studiosi del latino (245465); le altre, 
cioè la geometria, la geografia fisica, la fisica, le 
lingue moderne ecc., ne hanno un numero senza pa- 
ragone minore. La storia soltanto gli si avvicina, 
ma resta di gran lunga al di sotto (162336). L'al- 
gebra e il latino sono dunque là i fondamenti del- 
l' educazione intellettuale. 

Ma l'argomento più valido a dimostrare la gran 
diffusione della cultura classica negli Stati Uniti 
ò nel fatto che il latino ha più studenti femmine 
(116019) che maschi; e che anche al greco atten- 
dono oltre 6400 femmine. In Italia, anche ai fautori 
degli studi classici, queste più che centomila signo- 



rine che studiano il latino faranno paura; e io mi 
guarderò bene dall' augurarne al nostro paese altret- 
tante, perchè so che, quando il numero è troppo 
grande, è segno non dubbio che c'entra la moda, 
anzi qualche cosa di peggio e di più ' moderno ' 
della moda, voglio dire la posa. Ma non per questo si 
potrà negare che se, lasciata da parte ogni esagera- 
zione, si estendesse anche in Italia, tra le donne che 
studiano, un po' di cultura classica, sarebbe un van- 
taggio inestimabile. Molte di loro ormai — bene o 
male che sia — scrivono e stampano anche di argo- 
menti letterari e critici : chi non vorrà augurar loro 
che gli studi classici diano sangue e nervi e vita 
a quei loro libri cosi anemici e vuoti? E se pen- 
seranno alle loro compagne Americane, non le tratr 
terrà più dal dedicarsi a questi studi la paura di 
apparire noiose, pedanti e poco ' moderne ! 

E. PisteUl 



NOTIZIE DI EPIGRAFIA GRECA 

Le ricerche e i ritrovamenti epigrafici nel mondo greco 
ebbero in questi ultimi anni non poco incremento in se- 
guito ad esplorazioni condotte con fine sia epigrafico sia 
archeologico, da istituti speciali e da privati. Si deve notare 
con soddisfazione che gli studiosi comprendono meglio di 
giorno in giorno l'importanza dell'epigrafia, non solo come 
scienza ausiliaria degli altri rami della filologia, ma anche 
come scienza a sé, per i progressi della quale occorrono 
revisioni su luogo, copie esatte, illustrazioni su vasta scala 
delle epigrafi già conosciute o rinvenute di recente. 

La nuova edizione generale del Corpm inttriptumum 
graecarum occupa fin d'ora epigrafisti di professione di 
varie nazioni nelle varie regioni del continente ellenico ed 
orientale, ed anche gli archeologi raccolgono e rivedono, 
nei loro viaggi d' indole più generale, il maggior numero 
possibile d' epigrafi. Cosi l'Halbherr e il Mariani a Creta, 
il Riddel a Paros e a Naxos, il Perdrizet a Delfo, lo stesso 
Perdrizet con il Fossey nella Siria del nord, il Fouguet in- 
tomo alle antichità di Ptolemais, il Dobrusky intomo a 
quelle della Tracia, e soprattutto lo Hiller von Gaertringen 
a Therfi^ diedero e stanno per dare contributi preziosi alla 
storia dell'antichità classica, perchè, con l'esatta cono- 
scenza dei luoghi e con l'aggiunta di documenti auten* 
tici, favoriscono la ricostruzione storica delle antiche ci- 
viltà. E questo fatto è degno di considerazione special- 
mente per le isole di Thera e di Creta, perchè queste, 
indicando i punti arcaici di trasmissione tra la civiltà fe- 
nicio-orientale e quella occidentale, si possono dire, in 
certo qual senso, la culla della stessa civiltà ellenica. 

A Thera il precitato barone Hiller von (Jaertringen 
s'intrattenne fin dal 1895 a studiarvi profondamente la 
cultura antichissima, e diede già un piccolo saggio dei risul- 
tati dei suoi scavi nell' opuscolo Die archaiselie KuUxtr der 
Iruel Thera (Berlino, Beimer, 1897), eh' è la stampa di una 
conferenza tenuta il settembre scorso a Dresda. Questo 



93 



Amho I. — N. 2. 



91 



saggio è r abbozzo di un gran lavoro destinato a dare una 
illustrazione completa delle antichità dell^ isola. 

Per ciò che ritarda le iscrizioni, che egli pubblicherà 
prossimamente in un nuovo volume del Corpus, lo Hiller 
osserva che, dopo le ultime ricerche e i nuovi scavi, il 
numero delle epigrafi arcaiche è cresciuto da trenta a cento- 
cinquanta, parte graffite su cocci di vasi, parte in rozze la- 
pidi sepolcrali, il maggior numero scolpite nella roccia, 
con alfabeto da destra a sinistra e bustrofedico, in cui sono 
scritti nomi di divinità o di uomini con appellativi spedali : 
r alfabeto ritiene talora segni più fenici che greci, come 
quello del beta che riproduce rovesciato il segno semitico 
per la medesima lettera- 
Alcuni nuovi testi arcaici importanti, e qualcheduno 
non arcaico, ci vengono da Greta, e pcurticolarmente dalle 
ultime ricerche fatte dal prof. Halbherr a Grortyna, i cui 
risultati furono pubblicati recentemente néìX' American 
Journal of Archaeology (Voi. XI, n.« 4; e Voi. I della nuova 
serie, n.® 8). Innanzi tutto è da segnalare un decreto che 
prescrive Puso della moneta di bronzo, vietando il .cambio 
con oboli d^ argento, sotto pena della multa di cinque 
stateri; le contestazioni devono essere presentate alla7ieoto«, 
sette membri della quale sono eletti come agoranomoi, 
Quest' iscrizione ci offre un dato certo per la storia della 
coniazione del bronzo in Greta, che sarebbesi diffuso du- 
rante o poco dopo il primo quarto circa del secolo IV a. C. 
È degna di studio anche un^ iscrizione bustrofedica, incisa 
su due blocchi contigui d^ edificio antico, la quale contiene 
il trattato più antico stipulato fra città cretesi, quello fra 
Grortyna e Bhizene, la 'PiCrjyla di Stefano di Bisanzio, alle 
falde del monte Ida. Non meno importante è una gran 
lastra inscritta, di pietra locale, contenente una legge sui 
sequestri illegali di alberi, case e oggetti non appartenenti 
alla persona, contro la quale si credeva di agire giuridi- 
camente. 

n Syllogos di Gandia, che h per chi noi sapesse una 
società di dotti benemeriti degli studi classici ed archeo- 
logici nell^ isola, lavorando per trarre i calchi in gesso 
della Gfrande laerizione di Qortyna, scoperta nel 1884 dal- 
l' Halbherr ed illustrata dal Gomparetti, mise in luce altri 
frammenti descrizioni non completamente copiati nelle 
prime esplorazioni. In quell'occasione si trovò anche un'altra 
epigrafe importantissima su due blocchi appartenenti al- 
l' edifìcio circolare primitivo ed ai resti di quelle parti di 
tale edificio che furono demolite per la costruzione del 
teatro romano. I due blocchi inscritti, copiati dal Prof. Xan- 
thoudidis di Gandia e pubblicati contemporaneamente dal 
prof. Halbherr neìV American Journal e dai fratelli proff. Bau- 
nack nel PhUologut, contengono nuovi frammenti di leggi 
relative all' ivsxvQaala o alle pignorazioni, che completano 
in parte le leggi relative a questo soggetto scoperte nel 1885 
sai blocchi del muro settentrionale presso il Letheo. Un 
altro frammento parla di xagnodaìaral, o divisori di pro- 
dotti, forse in caso di eredità, dei quali non conoscevamo 
né il nome nò le attribuzioni. 

Di Greta abbiamo inoltre la ripubblicazione corretta di 
un'iscrizione finora attribuita a Gorcira {Corpus InscripL 
graec. 1840; Dittenberger, Sylloge, 820; Gollitz-Bechtel, 
Dialektinsehriflen, 8198), che lo Ziebarth riferisce invece 
alla città cretese di Gydonia per l'indicazione del Pinelli 
in un codice dell' Ambrosiana di Milano : ' ViscrizUme greca 



dorica fu portata di Candia da Aloysis Eeniero, che la donb 
G. B, Bamuno ed altre iscrizioni* (sic). L'iscrizione tratta 
di concessioni o donativi di terreni dati dal popolo ai pros- 
seni della città (Ziebarth Mittheilungen d, d. Instituts, Athen. 
Abtheilung 1897, fase. I-II, p. 218 sqq.). La stessa iscri- 
zione fu rivendicata a Greta anche dal signor Th. Beinach, 
che vi dedicò un articolo nel penultimo fascicolo della 
Bevue des Études grecques. 

Dagli scavi diretti dall'infaticabile prof. Dorpfeld nel- 
V Agora, o Foro d'Atene, e sul luogo del condotto Ennea- 
krunos nulla usci di importante, sotto il rispetto epigrafico; 
ma dagli scavi dell' Acropoli d'Atene, diretti dal Gawadias, 
per cura della Società greca di archeologia, venne in luce, 
sotto la grotta d' Apollo, un' epigrafe, incìsa su due lati di 
una medesima lastra, appartenente al V sec. a. G., che con- 
tiene da un lato l'incarico decretato all'architetto Gallicrates, 
costruttore (insieme ad Ictinos) del Partenone, d'inalzare 
la facciata di un tempietto, dall'altro lato si comprende 
che questo è il noto tempio alla Nike Apteros, o Vittoria 
senz'ali, che sporge tuttora dallo sprone occidentale del- 
l'Acropoli. Secondo l'iscrizione la data della costruzione 
di questo tempietto risulta ora contemporanea al Parte- 
none (447 a. G.), o di poco anteriore (v. Mittheilungen cit., 
p. 227; cfr. Beri, philolog. Wochenschrift, 1898, n. 2. p. 61). 

Interessante fu il ritrovamento nella capitale dell'isola 
di Paros di un'epigrafe contenente il riassunto degli av- 
venimenti più importanti della storia greca dalla morte 
di Filippo II di Macedonia (336 a. G.) fino al 299 a. G., 
poiché fu riconosciuta dagli editori Krispi e Wilhelm come 
altro frammento della nota Cronaca di Paros, 

Lavoro fecondo di risultati fu quello dell' HomoUe negli 
scavi di Delfo, che portarono dati certi suUa topografia 
della città antica. Ma questa volta i risultati archeologici 
superano di molto quelli epigrafici, poiché, mentre l'Homolle 
ci fa rivivere in quei sacri luoghi, fra gli ex- voto di Mara- 
tona, degli Arcadi di Mantinea, degli Argivi, dei Gnidii, noi 
non abbiamo, fra le ultime iscrizioni, che decreti in parte 
lacunosi, di prossenia, concessi a benemeriti della città, 
che l'Homolle raggruppa, aggiimgendoli ad ogni singola 
serie di monumenti, secondo il luogo di ritrovamento 
{BuUet d. corresp. hellén. 1897, p. 274-420). 

Gon tutto ciò, considerando quale attività negli scavi 
e nelle pubblicazioni dimostrino i Francesi, non solo a 
Delfo, ma in altre regioni del mondo antico, non si può 
loro negare preparazione e coraggio pari alla loro fortuna. 
Mi é noto ch'essi preparino una grande campagna di scavi 
a Cnossos, e la scuola francese d'Atene mandò già in 
Gandia uno de' suoi membri per preparare la via. Spe- 
riamo che non siano essi soli, e i loro coraggiosi e forti 
emuli tedeschi, i benemeriti in questo ramo scientifico. 

Io mi auguro, anzi non dubito punto, che il Ministero 
italiano dall' Istruzione e l' Accademia dei Lincei, memori 
dei successi già ottenuti nell'isola di Greta pei meriti del 
Gomparetti e dell' Halbherr, non ci facciano perdere i 
frutti di quanto essi stessi promossero anni fa e i)oi 
interruppero; né vogliano lasciare agli altri il vanto di 
ciò che abbiamo iniziato noi con ottima riuscita e tanto 
plauso, specialmente ora che l'isola é illustrata, sotto varii 
aspetti, da una giovane schiera di archeologi italiani. 

Durante la rivoluzione dell' anno passato, gli edifici ar- 
caici del Pythion di Gortyna, escavati dal nostro Ministero 



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Anno I. — N. 2. 



06 



deiristmzionei furono pur troppo assai danneggiati, e 
parecchie di quelle iscrizioni antichissime furono rovinate 
dai cercatori di materiale da costruzione. Speriamo però che 
Passetto politico dell'isola impedisca peggior male, e per- 
metta agli studiosi, come agli eserciti e alle flotte, la loro 
opera di civiltà. 

Intanto le ultime ricerche dell' Halbherr hanno fatto 
rinascere la speranza che, se non tutti, una buona parte 
dei codici arcaici di Gortyna sismo tuttora conservati sot- 
terra, nei dintorni del Pythion e nei pressi del Letheo. 
E siccome il Syllogos e l'Assemblea nazionale cretese 
stanno meditando una legge che apra interamente agli 
scavi archeologici di qualsiasi nazione U terreno dell' isola, 
speriamo che presto questa legge abbia effetto, ed agevoli 
anche a noi l'indagine epigrafica nell'isola, cosicché pos- 
siamo contribuire fra i primi al risultato desiderato, che 
tutta l'isola di Creta risorga nuovamente, non solo alla 
libertà, ma anche alla luce della sua arcaica grandezza. 
Torino, U marao 1898. Serafino Ricci. 



Dottor Giovanni Vailati. Il metodo deduttivo come stru- 
mento di ricerca (Lettura d' introdìtzione al corso di lezioni 
sulla storia della meccanica tenuto ali* Università di Torino 
l'anno 1897-98). Torino (Roux e Frassati) 1898; i>p. 44. 
Questa lettura, che interessa vivamente i cultori della 
filosofia antica, combatte apertamente il concetto, preva- 
lente da Bacone in poi, di un' opposizione metodica tra 
la scienza antica e la nuoya; in quanto, si dice, la scienza 
antica è fondata tutta sulla deduzione, mentre la nuova 
si serve principalmente dell'induzione e all'induzione deve 
i suoi più grandi trionfi (p. 20). È un concetto, il cui 
errore molti han già rilevato ; poiché nella nuova scienza 
U campo della deduzione, in luogo di restringersi, s'è 
allargato. Lo stesso speidmento, che in tanti campi s' è feli- 
cemente sostituito alla nuda osservazione, fu dal ' Pasteur 
giustamente definito : un' osservazione guidata da precon- 
cetti, in altre parole, un' osservazione preceduta e accom- 
pagnata da processi deduttivi ' (p. 12 n. 1). La differenza 
dunque tra la scienza antica e la nuova non sta nei 
differenti metodi, ma nell'uso differente del metodo stesso. 
Gli antichi filosofi, e principalmente i più creatori come 
Platone e Aristotele, non abusavano della deduzione, come 
fecero più tordi i neoplatonici e gli scolastici principal- 
mente (p. 22); ma consideravano la deduzione come un 
mezzo di dimostrazione, non di scoperta, tutto al contrario 
dei moderni che adoperano la deduzione più come mezzo 
di scoperta che di dimostrazione. La deduzione per Ari- 
stotele è ' anzitutto uno strumento che serve a garantii*e 
la verità di proposizioni solo probabili e plausibili, ricol- 
legandole ad altre più sicure e meno contestabili.... seb- 
bene non manchi di considerare il caso di deduzioni fatte 
partendo da proposizioni non solo malsicure, ma anche 
espressamente riconosciute false, egli non attribuisce in 
tal caso ai ragionamenti altro scopo che quello che hanno 
in matematica le dimostrazioni dell' assurdo, oppure tutto 
al più, nel caso di una disputa, quello di trar partito 
delle opinioni anche false dell'avversario, per spingerlo 
ad ammettere qualche altro fatto vero o falso del qual 
lo si vuol persuadere ' (p. 9). Per i moderni invece la 
deduzione si applica ' anche a quei casi nei quali le pro- 
posizioni prese come punto di partenza sono considerate 



più bisognevoli di prova che non quelle a cui ai arriva ; e 
nei quali quindi sono queste ultime che debbono comuni- 
care, alle congetture fatte, la certezza che attingono diret- 
tamente dal confronto dei fatti e dalle verifiche sperimen- 
tali. L'impossibilità a trovare, nei fatti spontaneamente 
presentantisi all' osservazione, U materiale adeguato per la 
verifica delle conclusioni a cui spingevano dedazioni che, 
per quanto corrette e rigorose, non erano basate su iire- 
messe riconosciute per sé stesse meritevoli di fiducia in- 
condizionata, come quelle dei matematici, fece nascere il 
desiderio e il bisogno di allargare con artifici la sfera dei 
fatti da utilizzare per controllo delle teorie... onde è lecito 
affermare, che fu in certo senso l' applicazione sempre più 
vasta e sistematica della deduzione allo studio dei fenomeni 
della natura, che forni il primo impulso allo sviluppo dei 
metodi sperimentali moderni, e che non é da attribuire 
al caso se i più eminenti iniziatori di questi fUrono anche 
nello stesso tempo i più grandi instauratori e fautori del- 
l' applicazione alle scienze fisiche di quel potente stru- 
mento di deduzione che é la matematica * (p. 12 sq.). 

Per quanto sieno giuste e finamente pensate siffatte 
distinzioni ; pure vanno intese sempre con una certa discre- 
zione. Perché non s' ha da credere, come qualche lettore di 
questa memoria potrebbe supporre, che la scienza moderna 
non si serva, e in larga scala, della deduzione quale mezzo 
dimostrativo. Il Mill e lo Spencer hanno già notato essere 
l'ultima fase di ogni scienza la sintetica o la deduttiva, 
nella qual fase, più che scoprire nuovi fatti o nuove leggi, 
si tratta di ordinare le scoperte antiche in una teoria, o 
anche in un sistema di teorie, come fece per esempio lo 
Spencer stesso nella sua Biologia. E dato, come non è 
da revocare in dubbio, che la deduzione sia una fonte di 
scoperta, non è la sola, e l'autore stesso riconosce qnal 
ricca vena di nuovi fatti e di nuove leggi scaturisca non 
pure dall' esperimento, ma si dall' osservazione più accu- 
rata e più metodica. 

Qualche restrizione dobbiamo anche fare alla veduta 
del nostro autore rispetto alla scienza antica. Poiché anche 
gli antichi intendevano a costruire sui fatti delle teorie 
e a coordinare le teorie in sistema. La Fisica, il De caelo. 
la Meteorologia di Aristotele servono a riunire in un 
corpo di dottrina tutto quello che allora si sapeva di 
astronomia e di fisica terrestre. E se queste opere di Ari- 
stotele non si possono paragonare a quelle del Newton o 
del Laplace, la ragione non sta nel volere egli * garantire 
la verità di proposizioni solo probabili e plausibili, ricol- 
legandole ad altre più sicure e meno contestabili ' i.p. U). 
ma piuttosto nel ritenere come sicure e incontrastabili 
alcune premesse, che non erano né evidenti da sé stesse, 
né ricavate da un' esperienza metodica. La distinzione dei 
coi-pi in gravi e leggeri, dei moti in circolari e rettilinei, 
degli elementi in aria, acqua, terra e fuoco, e tanti altri 
di questi creduti principii, non erano se non traduzione 
di osservazioni grossolane ed incomplete in un linguaggio 
che avea tutta l' apparenza di tecnico. Ed un sistema della 
natura, che su questi principii s'incardinava, era falso 
non tanto perché non potesse suggerire osservazioni od 
esperienze per controllarlo, quanto perché su basi poco 
salde poggiava. In conclusione la tesi del Vailati é giusta 
a parer mio ; ma intesa senza le debite restrizioni, potrebbe 
dar luogo a conclusioni fallaci. F. Tocco. 



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Paolo SG(fSltO. 6^^ì elementi ritmici di Aristoàseno tra- 
dota e iUustrati Feltre 1897, 

Gli studi ritmici non fioriscono, come non fioriscono 
tante altre belle cose, in Italia ; e il danno che deriva da 
tale trascuranza è grave e molteplice. 

Lasciamo stare la poesia latina: per quella sua molto 
significante inclinazione a far coincidere nella ultima parte 
del verso gli accenti tonici delle parole con gli ictus <), 
la poesia latina può essere letta ed intesa armoniosamente 
anche senza tener conto delle ragioni metriche; ma che 
diventa una strofe di Safifo, di Alceo, di Anacreonte, detta 
secondo F accento delle parole? E non teniamo neppur 
conto di queste minori strofe liriche, le quali, alla fin fine 
presentano uno schema fisso e costante, e, imparato mac- 
chinalmente codesto schema, ognuno le può leggere conve- 
nientemente ; ma come potrà avventurarsi fra la immensa 
e sovente intricata varietà dei maggiori complessi lirici, 
degli epinici, dei cori e delle monodie della tragedia e della 
commedia, chi non abbia capita a fondo la natura del ritmo, 
chi non possa quindi rendersi presto familiare ogni forma a 
cui esso assoggetti V indeterminato fluire delle sillabe, Pin- 
forme varietà prosodica delle parole? E d'altronde come 
possono rivelare la loro intima bellezza, come possono 
indurre entusiasmo nel lettore una strofe di Pindaro, un 
coro di Sofocle, se destituiti della misteriosa onda ritmica 
che vivifica e colorisce ogni loro parte come le membra 
umane il pulsare misurato del sangue? 

£ a parte F antichità classica, un maggiore impulso 
dato in tutte le scuole agli studi razionali di ritmica — 
io ricordo una circolare ministeriale in cui si raccoman- 
dava anzi ai professori d' insegnarne meno che potessero ; 
non ce n'era davvero bisogno — porterebbe necessaria- 
mente a un gran rinfrescamento delle forme della poesia 
italiana. Tutte, non e' è dubbio, bellissime forme, così le an- 
tiche, come le recenti introdotte dal Carducci e vive del suo 
genio. E bellissime furono, presso i Greci, quelle inven- 
tate da Saffò, da Alceo, da Alcmane. Ma non però i poeti 
posteriori seguirono e imitctrono quelle servilmente ; anzi 
ognuno ne creava di sue, quali e quante ne esigesse la 
estensione e il vario atteggiarsi di ogni sua concezione 
poetica. Poiché ogni idea, se si voglia esprimere con arte o 
poesia, esige una forma s})eciale, duttile e docile ad ogni 
suo ripiegarsi, quasi direi ad ogni sua anfrattuosita e spor- 
genza; e volerla costringere a forza in una delle forme 
già fatte, pare metodo procusteo. 

La poesia inglese, tanto studiosa della greca, da questa 
trasse ispirazione a grande e bella varietà di forme. Il 
Goethe — senza parlare delle forme tolte di peso dalla 
poesia antica che la Germania aveva già da tempo — ha 
nei vermiachU Gedichte dello combinazioni ritmiche di 
una plasticità e di una evidenza meravigliosa; si veda, 
per esempio, l'ultima parte del Promethem, La poesia 
francese, rimasta per tonto tempo la più consuetudinaria 
d'Europa, oggi, con la sua scuola recentissima, arriva 
anch'essa — sebbene per altra via, e in gran parte per 
reazione ai Parnassiani — alla conclusione che non il pen- 
siero deve assoggettarsi a un dato schema metrico, ma il 
ritmo dev'essere come l'eco dell'idea. Non con questo 
che alcuno dei popoli moderni abbia per intiero inteso e 

') Zambaldi, Il ritmo dei versi italiani, p. 16 gq. — Stampini, 
^ poesia romana e la metrica, p. 18 sq. 



fatto suo lo spirito (lo spirito, intendiamoci, non le forme; 
che le forme i tedeschi le riproducono tutte, e qualcuna 
anche noi) della antica versificazione greca; ma insomma 
da per tutto si vedono sforzi conscienti od inconscienti 
per riafferrare quei principii semplici in sé, ma fecondi 
di una varietà infinita,- che i Greci trovarono spontanea- 
mente nella loro profonda genialità artistica. 

La poesia italiana, invece, malgrado qualche recente 
genialissimo tentativo del D'Annunzio (Odi Navali), ispi- 
rato anch'esso però, se non m' inganno, a tutt' altra fonte, 
rimane la più strettamente roìUinièrey la meno curiosa e 
investigatrice, la più ignorante, diciamo la parola, di tutte 
le sue sorelle. Oh perchè l'artista dovrà sempre gittare 
il suo metallo, oro o ferro, nelle solite forme? Perchò 
negargli o risparmiargli un'opera in cui potrebbero pur 
tanto rivelarsi la fantasia ed il gusto, in cui il poeta di- 
viene più strettamente artista, la composizione della forma? 
E si che la nostra lingu8^ se non possiede le facoltà di 
spezzature e spezzettature e composizioni della tedesca, 
non sempre gradite ne armoniose, ha però una duttilità 
veramente cerea, e non v'è effetto che essa neghi all'artista 
amoroso e paziente. 

Lo scarso fiorire degli studi ritmici fa sentire la sua 
sinistra influenza, se non m'inganno, anche negli studi 
musicali. La musica moderna — parrà molto strano, a 
molti — è nell'uso del ritmo d'una ristrettezza molto 
maggiore che non la musica dei secoli scorsi, d' una timi- 
dità davvero sorprendente di fronte alla sua molteplicità 
e arditezza tonale. Il ritmo peonico ò bandito quasi af- 
fatto anche dalle minori unità ritmiche (battute); nelle 
maggiori (periodi) si riscontrano quasi costantemente dei 
ritmi tetrapodici (quattro per quattro battute). Elisioni, 
code, alternarsi di ritmi sono veramente molto comuni; 
ma i maggiori aggruppamenti peonie! o trocaici sembrano 
quasi esclusi, specialmente nella musica strumentale, che 
è priva della falsariga del verso. Io non ne ricordo che 
uno, di bellissimo effetto, che ci offre Beethoven nello 
scherzo della nona sinfonia ; e ce ne saranno, non ne du- 
bito, molti altri; ma il fatto è che di una successione 
continua di battute %» ^ periodi di tre o di cinque bat- 
tute, le orecchie moderne non hanno l'impressione. E quali 
effetti non potrebbe ricavare un artista geniale da simili o 
da più complessi e varii aggruppamenti, composti, natu- 
ralmente, secondo le infrangibili leggi governatrici del 
ritmo ? 

Per queste e simili altre considerazioni ho veduto con 
piacere grande il volumetto che Paolo Segato consacra 
alla volgarizzazione ed al commento del più illustre teo- 
rico di musica dell' antichità, di Aristosseno. L'opera ari- 
stossenica ci appare anche una volta non solo mira- 
bilmente acuta e profonda, ma d'una chiarezza e d'una 
lucidità che i trattatisti di musica moderni hanno, o 
meglio fino a poco tempo fa avevano perduta. Io non 
son qui davvero per fare una raccomandazione al Segato? 
che non conosco, e d'altronde il suo libro, nò per il prezzo, 
nò per il tipo, ò tale da potersene giovare l' insegnamento ; 
ma credo che se nelle scuole si volesse incominciare ad 
occuparsi sul serio di ritmica, non si potrebbe scegliere 
un libro migliore dei vetusti ^v&fiixà atoix^ia aristosse- 
nici: il testo greco (e converrebbe cominciare dal ristam- 
parne una edizione economica che per quanto so non esisto) 



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nelle scuole superiori; una buona versione debitamente 
illustrata nelle secondarie e (perchè no?) nei licei musi- 
cali, dove in genere si fanno lavorare abbastanza le orec- 
chie, poco o punto i cervelli. Ma sono utopie : intanto la 
versione del Segato, scritta in un italiano elegante e per- 
spicuo, e corredata di note che rivelano neir autore non 
solo coltura musicale, che non basta, ma seria medita- 
tone dei fenomeni ritmici, è veramente raccomandabile 
a quanti desiderano formarsi una idea precisa delle leggi 
che governarono le antiche creazioni poetiche e musicali, 
senza ricorrere ai poderosi e ponderosi lavori del Westphal. 
(continua nel prossimo fascicolo) 

Ettore Romoffnolù 

StucUen zu Menander, Von Johannes Geffcken. (Bei- 

lotge z, Jahresber, des Wilhelm'Oymnas, in Hamburg), 1898; 
pp, 20. 

Molti aspettano con fiducia commedie di Menandro dalle 
tombe egizie, e la fiducia è ben giustificata. Sarebbe infatti 
cosa strana che di là donde ci giunsero, per esempio, i 
carmi di Bacchilide, che non furono mai, a quel che sem- 
bra, in gran voga, nulla ci dovesse giungere di un poeta 
fecondissimo, che per tanti secoli fu delizia di dotti ed 
indotti. Ma non per questo, dice giustamente il Oeffcken, 
ce ne staremo inerti ad aspettare e rinunzieremo al lavoro 
di combinazioni e di ipotesi sui miseri frammenti che ora 
abbiamo. E, aggiungiamo noi, quando anche una fortunata 
scoperta dimostrasse, fra non molto, che le combinazioni 
del Q-eficken sui frammenti del Dyskolos Menandreo non 
danno nel segno, ci sarebbe sempre da imparare dal suo 
ingegnoso lavoro, e si vedrebbe, nella peggiore ipotesi, 
quanto maggior cautela e rigore di metodo sia necessaria 
in future ricerche analoghe. 

Egli comincia da una indagine semasiologica della pa- 
rola duaxoXog, e ne conclude che essa non è resa del tutto 
con Murrkopf: traducendo invece con Der Vngeniesshare 
il titolo della commedia di Menandro, si renderebbe inte- 
ramente la parola greca. Noi non abbiamo forse bisogno 
di cercar tanto: la nostra parola ' difficile ' rende abba- 
stanza bene tutto quel complesso di difetti di carattere 
che sono indicati col greco àvaxoXoSi ma neppure in ita- 
liano un titolo di commedia come ' L^uomo difficile ' o 
sim. sarebbe felice traduzione del titolo Menandreo. 

Fanno seguito interessanti e fini osservazioni dirette 
a dimostrare che VAulularia Plautina ha tutti i caratteri 
di commedia di Menandro: esse però, a nostro giudizio, 
hanno certamente valore come concomitanti, ma per se 
stesse non possono indurre nell' animo nostro persuasione 
sufficientemente sicura. Che per es. il carattere dell* avaro 
sia rappresentato neWAulularia con finezza impareggia- 
bile, è verissimo; ma che tale finezza sia dote escliisiva 
di Menandro, è soltanto probabile: per il Q^ffcken è 
invece cosa da non ammettere dubbio, mentre altri po- 
trebbe, anche senza allontanarsi troppo dal giudizio del 
Gteffcken, pensare ad imitatori di Menandro. 

Acutamente è osservata la stretta relazione del pro- 
logo àeìVAulularia col resto del dramma, donde con molta 
verisimiglianza è dedotto che la scena del dramma origi- 
nario non fosse in Atene, ma in campagna. H Lar dunque 
del prologo ha preso il posto del Dio Pane che, come 
aveva mostrato il Bibbeck, pronunciava il prologo del 



Dyskolos, Felici sono anche alcuni dei raffronti di fram- 
menti di Menandro con versi di Plauto, ma appunto npi 
frammenti maggiori il riscontro è più stentato, e qualche 
volta, forse per colpa nostra, non riesciamo addirittura 
a vederlo. Non manca ali* autore V accortezza d* insistere 
sulla libertà plautina nell'uso degli originali greci. E que- 
sta libertà è innegabile ; ma appunto perciò non conviene 
farsi la illusione di dimostrar qualcosa con confronti poco 
evidenti; abbiamo T obbligo di constatare quella libertà, 
quando ò già per altra via accertata la relazione di dipen- 
denza; ma è pericoloso indurre dipendenza dove sieno 
scarse analogie e di pensiero e di forma. 

In conclusione, anche a noi, per quello che possiamo 
giudicare, T insieme dei fatti e delle considerazioni espo- 
ste dal Geffcken, è sembrato tale da render molto pro- 
babile V ipotesi che VAulularia sia riduzione del Dyskolos 
di Menandro; ma neppure nel Geffcken abbiamo però 
trovata una soddisfacente spiegazione del noto passo di 
Goricio Kyijfitoy àè dvaxóXovg inoitjaBy sJyaif JfiiXQlyr.s 
de g>iXaQ^vgovg, sebbene appunto le parole immediata- 
mente seguenti (o deduòs fàtj r* Xiày ìydoy 6 xanyòg oizotro 
fféQioy) offrano uno dei più seducenti confronti con versi 
àeìVAulularia (v. 800). 

Molto più brevemente tratta il Geffcken dell*^ero« di 
Menandro, che egli vorrebbe riconoscere in una epistola 
di Alcifrone (3, 37;, dove Moschion abusa di una * vedova ' . 
mentre nel solito passo di Goricio leggiamo Mo^f^iiay [lìy 
fjfiàg naQ€Cxevac€ nag&éyovg pid^ea&ai xtX, Dice il G. che 
sarebbe pedanteria farsi imporre da questa differenza, e 
sia : ma non si è mai abbastanza pedanti quando si tratta 
non già di riconoscere fatti altrimenti accertati, bensì di 
ricostruire sopra tenui indizii edificii congetturalL 

Comunque si8^ ci auguriamo frequenti lavori come que- 
sto del Greffcken, che unisce larga dottrina ad acume d'in- 
gegno. D'ingegno e dottrina egli aveva già dato ampia 
prova negli studi sulla ' Geografia dell'occidente * di Timeo 
{PhiloL UnUrsuch, Voi. XIII); qui riconosciamo inoltre 
singolari attitudini alla fine critica letteraria della com- 
media antica, greca e latin8^ nell'indirizzo co^ splendi- 
damente rappresentato dalle Plautinische Forsckungen del 
Leo. E il giovane filologo fa veramente grande onore alla 
scuola del Wilamowitz e del Leo, donde proviene. 

Studien zu der Werken Julians des Apostaten, I Theil, Von 
Dr, J. G. BrambS, (gymnas. Programm) EickstHU, 1807; 
pp. 68, 

L'autore di questo primo fascicolo di studi Giulianei, 
a cui presto, speriamo, faranno seguito altri fascicoli non 
meno interessanti, è favorevolmente noto agli studiosi di 
Euripide per una edizione (l'unica veramente buona che 
esista) del Christus patìens, pubblicata a Lipsia dal Teubner 
nel 1876. — [Ai manoscritti del centone indicati a p. 6 di 
quella edizione si aggiungano Mutinens. 16 (Studi italiani 
IV 891 sg.) e Taurinens. append. 18 (i6. IV 216).) — Il 
primo capitolo contiene osservazioni sulla lingua, cioè sui 
caratteri dell' atticismo di Giuliano : uso del duale, parole 
cadute in disuso e rimesse in onore dagli Atticisti, forme 
pronominali e parole esclusivamente poetiche, influenza 
della xoiytj neVa morfologia e nella sintassi, parole che 
occorrono soltanto in Giuliano o non prima di lui eco. 
Accogliamo naturalmente con viva gratitudine queste 



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osservazioni, ma ci dnole che P autore non abbia esaurito 
tutto il materiale da lui, a quanto sembra, già raccolto. 
Ci dice egli in una nota che all^atticismo di ciascun autore 
Guglielmo Schmid ha dedicato un volumetto, mentre egli 
non aveva disponibili se non poche pagine : ci auguriamo 
che possa disporre in seguito di spazio maggiore, e un 
volumetto su questo argomento non sarebbe davvero inu- 
tile. Come inutile non sarebbe, neppure ora dopo la pubbli- 
cazione degU indici dello Schmid, un libro che presentasse 
tutto insieme ordinatamente esposto quanto in questi ul- 
timi decenni si è venuto raccogliendo di materiali per la 
storia dell'atticismo. 

n secondo capitolo tratta estesamente delle citazioni 
poetiche nelle opere di Giuliano, genere di investigazioni 
a cui r autore aveva mostrato già eccellenti attitudini e 
nella ricordata edizione del Chrisius patiens, e nella dis- 
sertazione (a noi nota, pur troppo, solo per V uso che ne 
hanno fatto altri) Ueber Citate und Bemmiscenzen cms Dick- 
lem bei Lucian rmd einigen ap?Ueren Schriftstellem (Eioh- 
statt 1888). Egli può darci e ci dà più di quello che è 
anuotato nella edizione dell^Hertlein, e se la ristrettezza 
dello spazio non ce lo vietasse, potremmo dimostrare 
quanto utile riesca questo lavoro che non tutti possono 
fare, sia per stabilire i limiti della cultura poetica di 
Giuliano, sia per la storia della tradizione dei singoli poeti. 
Oggi converrebbe certamente investigare anche quali tracce 
nella prosa Giulianea abbia lasciate Bacchilide, poeta fa- 
vorito del dotto imperatore (Ammian. Marceli. 25, 4). Bac- 
comandiamo intanto, a quanti hanno interesse per la tradi- 
zione della poesia greca, queste buone pagine del Brambs. 
Qualche rara volta forse egli riconosce imitazione o al- 
lusione dove non saranno molti a vederla: per es. in 
Giulian. p. 209 A Spanh. xal rò Tio^tjréoy evQiaxsty oixod-ey, 
àXÌÌ ov fiay^àyety e^<i}d'€y (Brambs richiama anche p. 298 C 
ed Epist 77 p. 600, 4 Hertl. : si poteva allora richiamare 
egualmente p. 161 ótxo^ev àmyota) con Eurip. Med. 240 
àeìfidyuy etyat (Arj fiad-ovaay oìxo&ey. Giustamente poi egli 
nega che Epist. 76 p. 559, 10 Hertl. si riferisca, come vo- 
leva Eustazio, a Soph. Ai. 1852 : si riferisce invece, e il 
Brambs ne avrebbe potuto trovare V indicazione nella se- 
conda ediz. dei Tr<3g, gr. fragra, del Nauck, a versi di 
Euripide (fr. 902): 

Tòy ic^Xóy ayé^a, xay éxds yal^ x^oyós, 
xay fiijnot oanotg eialduì, xQiyto g)Uoy. 
Cf. A. Nauck in Mélanges gr,-rom, IV 513 sqq.; e nella 
sua ediz. di Giamblico ViL Pythag, p. 196 sq. 

Albert Harrent, Les écoUs d'Antioche, Essai sur le 
sawnr et Venseignemeni en Orient au iv* siècle (après J.-C). 
Paris (Fantemoing) 189S; pp, 288. 

L^ Autore di questo libro dice di essere à un age où Von 
croit à rindulgence. 

Fondandosi specialmente sulle opere di LibaniO) vuol 
presentare un quadro completo deir istruzione privata e 
pubblica nell'Antiochia del iv secolo. Ma ci parla d4n- 
segnamento e di cultura antica in genere, più spesso che 
del suo tema speciale. Una certa superficialità e mancanza 
di precisione costituisce il principale difetto dell' opera, che 
in compenso h scritta con garbo, sa destare e tener vivo T in- 
teresse del lettore, e rivela in chi Tha composta un entusia- 



stico ammiratore dell' antichità classica i). H primo capitolo 
tratta delle scuole ùi rapporto con lo Stato e con la so- 
cietà, i due seguenti si occupano dei programmi d'inse- 
gnamento, il quarto si aggira intomo all'educazione nella 
famiglia e all'opera del pedagogo, il quinto riguarda più 
direttamente le condizioni degl'insegnanti, il sesto, infine, 
ha per titolo la rhétorique supérieure, ed è tutto dedicato 
ai retori erranti, cioè ai sofisti o, come oggi si direbbe, 
ai conferenzieri. 

La stcunpa ò poco corretta, specialmente le parole greche 
sono quasi sempre maltrattate. Le citazioni sono fatte a 
memoria e senza esattezza. 

[L] 

^ FoBsiamo sottoscrivere a molte delle idee che THarrent 
manifesta sulla tendenza troppo utilitaria e poco educativa 
dell* istruzione moderna. Temiamo però ohe nell'antica, e in 
quella del iv seo. in particolare, egli veda un po' troppo tutto 
color di rosa ; quantunque a lui stesso vien fatto di registrare 
qua e là, necessariamente, qualche cosa che lascia intravedere 
il rovescio della medaglia. 

G. B. Bellissima. Vocabolario per il Crittme di Pia- 
Urne. Torino (Tip, Lit, Camilla e Bertolero) 1897; pp, 31. 

Opera utile alle nostre scuole secondarie classiche a 
noi pare che sia questo Vocabolario. Opportuna ò la scelta 
del diàlogo, non solo perchè esso, come dice l'A., contiene 
il nobile insegnamento dell'osservanza delle leggi patrie, 
ma anche perchè spesso si traduce nei nostri Licei. H lavoro 
è condotto con lodevole diligenza ed esattezza : l'A., oltre 
a dare di ogni singolo vocabolo il senso fondamentale, 
raggruppa ancora in categorie tutte le forme che di esso 
s'incontrano nei varii luoghi del dialogo, indicandone sem- 
pre i rispettivi significati; dichiara le costruzioni sintat- 
tiche che possano riuscire difficili, e accuratamente esar 
mina il valore delle particelle, che sebbene abbiano tanta 
efficacia nel rendere le sfumature del pensiero, sono spesso 
molto trascurate nei libri scolasticL Siamo certi che un 
cod buon lavoro troverà nelle nostre scuole tutto il fa- 
vore che merita. 

A. Pirro, 

Nei Sitxungsherichte dell'Accademia di Monaco (1897, II 2, 
p. 821-888) I. Menrad esamina i frammenti omerici con- 
tenuti nel volume di (Jrenfell {An alexandrian erotic frag- 
ment and other greek papyri chiefly Ptolemaic, Oxford 1896), 
ed in ispecie quelli più recentemente pubblicati da Gren- 
feU e Hunt {New classieeU fragments and other greek and 
latin Papyri, Oxford 1897). Nei primi è importante l' ac- 
cordo del papiro con la lezione di Aristarco e dei nostri 
migliori mss. fAìjcrtoQS {9 108), mentre Platone ecc. hanno 
fiijaTù}Qa. Non senza interesse inoltre sono le indicazioni 
no {= notrjzijs) e J {= Mofujdrjg) in © 97 e 102, che ci ri- 
cordano le ùidicazioni analoghe ' il tale disse ', il ' nar- 
ratore continuò ' , inserite fra gli ploka del Mah&bh&rata. 
(Si confronti del resto Vllias Bankesiana, per esempio negli 
* Soripturae graecae specimina ' del Wattenbach, tav. IV.) 
Negli altri il Menrad esamina partitamente le varianti pu- 
ramente ortografiche (per es. # 394 xvydfiva) e di poco 
valore (*P 168 xatav&t), quelle di maggiore importanza 
sotto il rispetto della forma e del senso (8 217 [y^as 
*AX€si]ày, 251 sìóoyjo Atóg xéqas [aiyi6x^^^]y 896 Tvàeiàn 
JtofAijéeh aytoyag, 897 Tiayéif/toy con la yarìante di Anti- 
maco soprapposta [vnoy6a<pioy] ecc.), e finalmente i versi 



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e le tracce di versi che non compaiono nella vulgata (uno 
innanzi a S 217, due dopo 9 262, uno dopo ^f 162 ecc.). 
In questo esame trovò modo il Menrad di dare una spie- 
gazione plausibile del lìavòìjfiov in #897; e a proposito 
della lez. del papiro (V^ 198) xatjfxeyai • toxa éè I(itg, come 
già il Bentley aveva corretta la vulgata tixéa <f ^QiSj tro- 
viamo addirittura una piccola interessantissima disserta- 
zione sulla etimologia di Iqi>s. Infine egU non nasconde 
che in due luoghi (^118 e W 226) i papiri danno anche 
essi ' adxen mit l&stiger Synizese * , ' und das noch uner- 
tr&glichere ij/iog tf' éa}a<pÓQog, wo die reUio svr fjwKpÓQog 
erfordert '. — Bi questi frammenti omerici avevano già 
trattato il Crusius nelle Beilagen der Allgem, Zeitung {n,^ 80, 
7 Aprile 1896; n.« 52, 5 Marzo 1897) e J. van Leeuwen 
jun. nella Mnemosyne (xxv 262-81). 

Nel medesimo fascicolo dei SitzungàherichU dell'Acca- 
demia di Monaco (p. 259-820), col titolo J^ne Heerachau des 
PeiaÌ8tr<Uoa, troviamo un notevole articolo di W. HolbÌQ^, 
dove la rappresentazione intema di una patera del Museo 
Britannico {Catalogue of the greek and etnukan vcues o/the 
Br. Mu8. II p. 224 B 426 : appartenne già ad Alessandro 
Castellani e fu pubblicata da B. Schoene nei ' Monum. 
dell' Istit. • IX 9-10, Ann. 1869 p. 245-58) è interpretata 
appunto come una ' rivista militare ' di Pisistrato o di 
Ippia. Il lavoro dell'Helbig tratta, e non solo incidental- 
mente, quistioni di grandissima importanza (cronologia dei 
vasi attici a figure nere e rosse, imprese militari attiche e 
relazioni commerciali del tempo de' Pisistratidi, impiego 
degU Sciti come arcieri e della cavalleria tessala ecc.), che 
non possono in nessun modo essere riassunte in poco spazio. 
Egli annunzia inoltre una sua memoria * Sur le développe- 
meni de la cavalerie athénienne ' che sarà letta in occasione 
del cinquantesimo anniversario della scuola francese in 
Atene. 

Teodoro Oomporz ha pubblicato un sesto fascicolo 
di BeitrSge zur Krittk und Erkl&rung griechUcher Schrift- 
èteller (nei Sitzungsherichte dell'Accademia di Vienna, cxxxix), 
e a chi conosca i fascicoli precedenti, ricchi di osserva- 
zioni acute e squisitamente dotte, non c'è davvero bisogno 
di raccomandare il fascicolo nuovo. Esso contiene appunti 
ed osservazioni sopra Bacchilide, Dione Crisostomo, Pseudo- 
Ippocrate ('Apologie der Heilkunst'), Giuliano, Lisia, 
Platone, Telete, Teofrasto. In un'appendice polemica sono 
trattati alcuni luoghi della Poetica di Aristotele, dove il 
Gt)mperz mantiene e conferma le sue opinioni contro gli 
appunti del Vahlen {Sitzungàberichte dell'Accademia di Ber- 
lino, XXIX, 8 Giugno 1897). 

Dott. Antonio Romano. Raccolta di esercizi greci se- 
condo le grammatiche di Curtitu-Hartel e Inama, con pre- 
fazione del prof» N, Festa. Parte prima (per la 4" Gin- 
nasiale), G. B. Paravia, 1898, 

Dei molti pregi di questa nuova raccolta di esercizi 
greci, compilata secondo il metodo che il Gandino segue 
per gli esercizi latini, parla molto bene il prof. Festa 
nella prefazione, alla quale rimandiamo volentieri il let- 
tore. Qui aggiungeremo soltanto che, dal punto di vista 
didattico, i libri di questo genere non saranno mai troppi; 
perchè ad evitare che nelle scuole si formi quella dan- 
nosissima ' tradizione *, della quale gl'insegnanti pur 



troppo vedono gli effetti, sarebbe cosa utilissima che le 
raccolte di esercizi greci e latini fossero rinnuovate qn&nt? 
più spesso si può. Per la grammatica invece è da desi- 
derare che sia una e sempre quella; e noi ci uniamo al 
prof. Festa nell'augurio che le scuole italiane abbiano 
presto una grammatica greca rispondente al progresso 
della scienza e ai bisogni dell'insegnamento secondario. 

E. PUullU 

Felice Ramorino. Cornelio Tacito nella Storia della 
Coltura. Firenze, 1897, 

n discorso inaugurale dell' a. ^97 al B. Istituto di Stadi 
Superiori in Firenze fu tenuto dal prof. F. Bamorino. 
trattando di ' Cornelio Tacito nella Storia della Coltura*. 
L'ottima impressione che aveva prodotto sul numeroso 
pubblico presente, non viene punto diminuita da una let- 
tura calma e diligente che ora si può fare del discorso 
stesso uscito per le stampe ; anzi si può dire che aumenti, 
sia perchè l' autore ha svolto più ampiamente alcuni punti 
che per difetto di tempo aveva dovuto riassumere nella 
lettura, sia perchè lo ha corredato di numerose note. Il 
concetto che guida il lavoro è il medesimo che ispirò il 
Comparettinel ' Virgilio nel medioevo' e il filologo russo, 
lo Zielinski, a proposito di 'Cicerone*. Tacito, sebbene 
meno popolare di questi due scrittori, non è però meno 
importante pei rapporti che intercedono fra lui e i vanì 
storici moderni, nostrani e forestieri, oltre di che la mag- 
giore o minore frequenza degli studi e delle edizioni delle 
sue opere si può considerare come la espressione di certi 
sentimenti morali e politici dominanti in una data età. 
n Bamorino, dichiarata nelle prime pagine la ragione 
del tema scelto, premette un cenno brevissimo ma chiaro 
delle opere storiche tacitiane, e dell'occasioni in cui furono 
scritte. Dal cap. 2^ al 4P inclusivo espone quali fossero 
i caratteri e i pregi per cui i lavori di Tacito si racco- 
mandarono all' ammirazione dei posteri, dal principio del 
Binascìmento fino ai nostri giorni, presso i vani popoli 
civili dell'Europa. 

Questa parte, che è la più importante del discorso, è 
cosi densa di notizie e di erudizione che è impossibile dame 
un riassunto, n lavoro aumenta di pregio per le moltis- 
sime note di cui è corredato, e se la parte espositiva è 
atta ad essere intesa da qualsiasi ordine di persone colte, 
la parte delle note si rivolge specialmente ai dotti, i quali, 
allato ad una ben nutrita bibliografia di opere nostrane 
e forestiere, antiche e moderne, troveranno accennate e 
riassunte tutte le questioni principali che possono avere 
attinenza col tema trattato. 

Fra tutte le note è notevolissima la settima, dove Tan- 
tore riprende la tesi già sostenuta nella ' Biblioteca delle 
scuole italiane ' (a. 1889), che la composizione della vita 
di Agricola ò posteriore a quella della G*ermania, e pnò 
aggirarsi intomo all' a. 100. Tale congettura è degna di 
essere discussa, se non accettata. 

Parimenti, completa nella sua semplicità, ò la nota terza 
nella quale si riassumono le varie opinioni sullo scopo 
che ebbe Tacito nello scrivere l'opuscolo della G^rmama: 
per la quale oltre alle opere di consultazione che cita il 
prof. Bamorino, gioverà ricordare un bel programma del 
Weinberger Die Frage nach Enstekwng U'nd Tendtnz der To' 
dteischen * Germania ' , e le poche pagine, ma ricche di 



105 



Anno L — N. 2. 



106 



soda dottrina, ohe vi consacra il Thomas nel suo recente 
lavoro Bome et V Empire aux deuxpremiera aiècles de notre ère, 
(Paris '97). Alla nota 81 veggo citato il lavoro di V. E. Cor- 
nelius, Quomodo Tofiihu in hominum memoria versatus »it etc., 
allato al qnàle mi par utile ricordare anche uno studio del 
Manitins {F&rtleben dee Tadtua in PkUol, XLVII, 564). 

Se non erro, è la prima volta che vedo citate in un 
lavoro a stampa le segnature delle biblioteche italiane 
che posseggono alcuni dei lavori rari che si ebbe occasione 
di consultare: Pidea mi pare ottima e degna di essere 
seguita. 

Ck>ncludendo, le pagine di questo discorso si leggono 
con piacere e profitto, perchè chiare, semplici e piane, né 
mancano alcuni confronti fra le condizioni del mondo an- 
tico e reta nostra ad aumentare T interesse del lettore. 

A. C. 

La nuova edixione di Columella, a cura dì Ouglielmo 

litLndstrom. 

Un manipolo di studiosi svedesi ha intrapreso a pub- 
blicare ad Upsala una raccolta di classici col titolo Col- 
ieciio 8eriptorum veterum Upsalienns. N'è uscito il primo 
fascicolo, contenente il libro de arhorilma di Columella, 
testo con apparato critico {Upsaliae, in libraria Lunde- 
qxiiaticma; Lipsiae, Otto Harrassowitz, 1897) ; lavoro dovuto 
alle cure del prof. Guglielmo Lundstrom, già conosciuto 
fra i dotti come studioso di Columella e autore di alcune 
monografie concementi quest' autore (v. specialm. le Ihnen- 
datiomu in Columellam da lui pubblicate nei primi fasci- 
coli dell' Sranoa), Questo fascicolo è stato dal Lundstrom 
dedicato al suo maestro Haeggstroem, ora defunto, per im- 
pulso del quale egli ha preso a studiare il detto autore la- 
tino e prepararne un'edizione critica. I codici che ci hanno 
trasmesso il testo delle opere rustiche di Columella sono 
abbastanza numerosi, ma due soli sono alqusinto antichi, 
gli altri son tutti del quattrocento. I due smtichi son il 
San^ermanense ora a Pietroburgo (n. 207) del nono secolo, 
e r Ambrosiano L. 85 Sup. che fu scritto tra il nono e 
il decimo secolo. Fra i codici più recenti meritano più. 
fede due codici della Laurenziana, uno della biblioteca di 
Brera e un altro di Cesena. Il Lundstrom fu in Italia 
più d' una volta e studiò i detti codici e molti altri, e si 
è COSI preparato a mettere assieme un. testo di Columella 
che ha certo molto maggiore autorità di quelli precedenti. 
Il saggio dato da lui colla pubblicazione del libro sulla 
coltura delle piante, che sta da sé e sembra facesse parte 
di una opera rustica minore, diversa da quella univer- 
salmente conosciuta in 12 libri, lascia con fondamento 
sperare che per opera del Lundstrom s'avrà una buona 
edizione critica di quest' autore finora troppo trascurato. 

F, Eamarino, 

C. Marchesi. La vita e le Opere di C. Elvio Cinna. 
Catania (Giannotta) 1898; pp. 72. 

È lavoro giovanile e ha tutta l'impronta dell'età, co' suoi 
pregi e coi suoi difetti. Vi si studiano in tre capi la vita 
di Cinna per quelle poche e incerte notizie che ce ne sono 
state trcbsmesse, le opere di lui, ossia il poemetto Zmyma, 
il Fropemplicon Follionis e altri lavoretti di minor conto, 
per ultimo le condizioni generali degli studi poetici in 



Boma all'età di Catullo. Or qui v'è un certo slancio, un 
interesse vivo per l'argomento preso a trattare; non 
manca l'erudizione bibliografica, ma questa è alquanto 
indigesta; vi si scorge il raccogliere che fanno i giovani, 
quasi con lena affannata, da tutte le parti notizie con- 
cementi il proprio tema, senza troppa cura di vagliarle 
e scartare ciò che è inutile o dannoso; i giudizi sono 
talvolta avventati e domanderebbero più matura rifiessione, 
né mancano sviste o errori; però nel tutto insieme l' A. 
dà buona speranza di sé, quando dia retta a' suoi maestri, 
e si disponga a correggere via via i propri difetti, pren- 
dendo dal suo Cinna l'esempio di nonum premere in annuni. 

F. Bamorino, 

Tarracina-Anocur tmd Kaiser Gàlha im Bomane dee Petro- 
niw Arbiter von Dr, phiL Richard FiSCh, Berlin 
(Gaertner) 1898; pp, 43. 

L' ultima parte dei frammenti che abbiamo del romanzo 
di Petronio indica Cotrone come luogo dell'azione (e. 116, 
124, 125) : si dubita quale sia il luogo d' azione supposto 
nella prima parte, cioè fino al e. 100. H Fisch esamina 
tutti gl'indizi! che offrono i frammenti e giunge alla con- 
clusione che debba essere Terracinsu Era una città sul 
mare (e. 77, 81, 90, 99), 'colonia' (e. 44, 57, 76) romana 
col latino come lingua ufficiale (e. 79). Dunque il 'graeca 
urbs* del e. 81 (*in deversorio graecae urbis') va inter- 
pretato, secondo il Fisch, con discrezione ; e conviene ram- 
mentarsi che essendo Encolpio colui che parla, può aver 
detto città greca anche una città veramente non tale, ma 
ritenuta tale dagli eruditi Greci, i quali come scrivevano 
a volte ^Av^iov per ' Antìum ' , cosi etimologizzavano 
*Anxur' da avev ^vqov. Non si deve inoltre dedurre dai 
ce. 58, 62, 104 che quella città fosse vicina a Capua ed 
a Baia, altrimenti (e qui non intendiamo bene l'argomen- 
tazione) bisognerebbe dedurre lo stesso per Roma dai 
ce. 29, 71, 76, e specialmente dai ce. 69 e 70. Non sap- 
piamo poi che ci fosse a Terracina un 'Capitolium' (e. 88), 
come esisteva in molte altre città: ma c'era il culto di 
*Iupiter Axoranus* (Serv. ad Aen. VII, 799; CIL. X, 
6488), e nulla vieta di supporre che il *clivus' ricordato 
nel e. 44 sia identico al ' Capitolium ' , dove avrà avuto 
stanza il culto della triade terracinese, 'lupiter Axora- 
nus', 'Feronia' e 'Apollo Soranus*. Che uno poi dei 
duumviri di Terracina potesse dirsi 'praetor' (e. 65), do- 
vrebbe resultar provato dal fatto che anche in Anzio tro- 
viamo un magistrato con tal nome (CIL. X, 6667). Di 
più (e neppur qui riesciamo ad intendere la forza della 
argomentazione), Trimalcione nel e. 48 dice una grossa 
sciocchezza di geografia; 'quidquid ad salivam facit, in 
suburbano nascitur eo quod ego adhuc non novi: dicitur 
confine esse Tarracinienaibua et Tarentinia* ] e a giudizio del 
Fisch, la sciocchezza è tanto più graziosa se è proprio un 
Tarracinese colui che dà prova di cosi crassa ignoranza. 
A Terracina c'erano inoltre sassi e legna in abbondanza; 
perciò non ci meraviglieremo se Habinnas (e. 65) e C. Pom- 
peius Diogenes (e. 38) sieno l'uno 'lapidarius, qui videtur 
monumenta optime facere', e l'altro.... 'modo solebat 
collo suo Ugna portare'! Di più ancora, l'enigmatico *pa- 
taracina' del e. 41 deve emendarsi in *pa<tera maiore) 
Tarracina': Damas voleva dunque una gran patera, una 
patera più grande di Terracina! 



107 



Anno I. — N. 2. 



108 



N& basta. Trimalcione (*C. Pompeins Trìmalchio Mae- 
cenatianus') dovrebbe essere la caricatura del Terraoinese 
Servio Sulpicio Galba, che poi divenne imperatore. A noi 
manca lo spazio per riferire, sia pur brevemente, tutte le 
analogie che il Fisch trova fra il G-àlba della storia e IL 
Trimalcione del romanzo : basti accennare ad una sola che 
non sappiamo davvero come egli sia riescito a vedere. 
Si sa da Svetonio che Galba pretendeva di discendere, 
per parte di madre, da Minosse e Pasifae : ebbene nel o. 52 
Trimalcione sproposita con un ' Daedalus Niobam in equum 
Troianum includit', appunto lui che non avrebbe dovuto 
confondere Niobe con Pasifae, e il cavallo di Troia col 
toro famoso. Come non abbiamo inteso più sopra il valore 
riposto dello sfarfallone geografico, cosi non comprendiamo 
neppure come questo sproposito mitologico possa servir 
d'appoggio alla tesi che il Fisch sostiene, quantunque egli 
dica: ^da liegt die Absicht Petrons doch klar zu Tage!* 

Ma saremmo ingiusti se lasciassimo credere che tutte 
le argomentazioni sieno tali. Diciamo anzi che alcune sono 
speciosissime, e T intero opuscolo, che è anche stampato 
molto bene, si legge con interesse e non senza diletto, 
sebbene troppo spesso sia evidente lo sforzo di ridur tutto 
a conferma di preconcetta opinione. Pochi però si persua- 
deranno della bontà deUa tesi; e forse V autore stesso molte 
argomentazioni avrebbe soppresse ed altre notevolmente 
modificate, se avesse conosciuto T ingegnoso e dotto la- 
voro del Cocchia sul medesimo argomento (* Arch. storico 
per le provincie Napoletane', anno XVIII, fase. II; Na- 
poli 1898). — [Nel correggere le stampe ci viene a mano 
il ' Lexicon Petronianum composuerunt I. Segebade et 
E. Lommatzsch' (Lipsia, Teubner, 1898), dove in una nota 
alla p. Ili il Lommatzsch tratta brevemente la medesima 
questione, anche lui ignorando il lavoro del Cocchia, e 
conclude : * Mihi videtur Petronius duo oppida quasi in 
unum conflasse : Neapolim urbem graecam et municipium 
quoddam cuius cives rusticani et stupìduli in cena tam 
egregie deridentur. Attentius enim e. 1-99 legentem non 
puto fugiet Petronii animo alium locum obversatum esse 
in cena Trimalchionis, alium in reliquis rebus enarratis. 
Colonia certe urbs ista non appellatur nisi a libertinis 
(e. 44, 57, 76). »] 

Dott. Luigi Primiani. Note storico-critiche 8u Onorato 

FcucitelU, Campobasso, 1897. 

Di Onorato Fascitelli (1502-1564), monaco Benedettino, 
vescovo d' Isola in Calabria, umanista di qualche merito, 
scrittore di versi latini non spregevoli e amico di quel 
G-ianfrancesco Alois che nel 1564 fu bruciato a Napoli 
come eretico, il dott. Primiani ha ricercato con amore le 
notizie biografiche ed ha analizzato e illustrato gli scritti 
in questo dilìgente studio che annunziamo. Gli anni e 
ima maggiore maturità di studi libereranno Tegregio au- 
tore dal difetto, comune ai giovani, di esagerar T impor- 
tanza delPargomento che prendono a trattare ; poiché ve- 
ramente il Primiani ha del Fascitelli come poeta un' idea 
soverchiamente ottimista, e ci è parso che qualche volta 
gli sembri ' poesia squisita ' e ' arte finissima ' quello 
che è semplice esercitazione retorica. Ma del difetto gli 
auguriamo che non si corregga tanto, da perdere quel 
bello entusiasmo onde h vivificato questo suo primo lavoro. 

E, Pistelli. 



n giorno 11 di Gennaio di questo anno moriva Ervino 
RolldO in Heidelberg, dove era professore di filologia 
classica. Nato nel 1845 in Amburgo, fu discepolo del 
Ritschl a Bonn ed a Lipsia, poi di O. Bi})beck a ElieL Al- 
Tuno e ali* altro maestro fu affettuosamente devoto; al 
Eibbeck, ohe lo ebbe amico carissimo, è anche dedicato 
il libro che rese celebre il nome del giovane filologo fra 
tutte le persone di elevata coltura: Der griechische Boman 
tmd scine VorUiufer, 1876. Non meno nota, anche fuori 
della cerchia dei filologi, h T altra sua opera, Psycke, di 
cui or ora ò comparsa una seconda edizione. In altri mi- 
nori scritti studiò molteplici e importanti quistioni di 
storia delle lettere e della cultura antica; mai non fu 
inutile Topera del suo ingegno finissimo e della sua vasta 
dottrina. Un affettuoso articolo alla memoria del collega 
e deir amico, dedica Fritz Schòll nella Beilage tut Allgt- 
meinen Zeittmg del 81 Gennaio 1898. 



BACCHYLIDEA 



(Anonimo) in Atkmaeum n.« 8669, 19 Febbraio 189b, 
p. 241 sqq.; ed in Academy n.® 1841, p. 49 sq. 

F. Blass in Litterarisches CerUralblaU 25 Dicembre 1897 
e 22 Gennaio 1898. 

O. Crusius in Beilage zttr AUgemeinen Zeitung 1898 n.» 20; 

ed in Philologus LVII, 1. 
(N. Festa) in II Marzocco 19 Febbraio 1898. 

G. Fraccaroli in Eivista di Filologia XXVI 70-118. 

Th. Gomperz in Neue freie Presse 24 Dicembre 1897; ed 
in Beitr&ge zur Kritik tmd ErklUrung grieehischer Sckrift- 
steller VI p. 1-4 (dai SitzungsherichU dell'Accademia di 
Vienna, voi. CXXXIX). 

H. van K&rwQTdenhì.Berlinerphilol. Wochensehr. 1898 n.*5. 

A. E. Housman ed A. Platt in Athenaeum n.« 3661, p. 887. 

E. Kestner in National Zeitung 10-11 Febbraio 1898. 

A. Ludwich, Bemerkungen xu den Insckriften der tUscheti 
Tafeln tmd zu Bakchylides. Mit einem Anhang von 0. Rost- 
hack (in Index lectionum aestiv, a. 1898 dell' Università 
di Kònigsberg). 

G. E. Marindin in Classictd Beview XII, 1 p. 37. 

L. A. Michelangeli in Bivista di Storia antica ecc., HI n.*> 1. 

A. Naim in Classical Beview XI 449-58. 

F. Nencini in Rivista dltaUa fase. 1», 1898. 

E. Pantini in II Marzocco II 47 (26 Dicembre 1897). 

G. Pascoli in La Tribuna 1897 n.» 355 (25 Dicembre) e 
1898 n.0 3 (3 Gennaio). 

E. Piccolomini in Atene e Roma I, 1 p. 3 sqq. 

A. Platt, R Ellis, W. Headlam, A. E. Housman ecc. in 
Classical Review XII, 1 p. 58-83. 

C. Robert, Theseus vnd Meleagros bei Bakchylides in Her- 
mes XXXIII 130-159. 

E. Romagnoli in Rassegna universale seUimanaU 1898 
n.« 5 e 12. 

J. E. Sandys in Athenaeum n.» 8661, p. 887. 

O. Schroeder in Berliner philoL Wochensehr, 1898 n.* 11. 

E. J. Walker in Athenaeum n.» 8660, p. 856. 

H. Weil in Journal des Savants Grennaio 1898. 

U. von Wilamowitz-Moellendorff, ' Bacchylides ' Berlin 
( Weidmannsche BucKhandlung) 1898, pp. 84 ed in Goti- 
tingische gel, Anzeigen 1898 n.^ 2. 

C. O. Zuretti in Rivista di Filologia XXVI 134-149; ed 
in Bollettino di Filologia class, IV 8 p. 170-72. 



109 



Aimo I. — N. 2. 



110 



ATTI DELLA SOCIETÀ 

SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

II. — Soci Benemeriti. 
Clausen Carlo, libraio-editore, Torino 
R. Accademia di archeologia, lettere e belle arti, Napoli 

III. — Soci OSDIMABI. 

Alfieri di Sostegno marchesina Adele, Fireuze 

Allatini cav. uff. Carlo, Salonicco 

Amato Pojero dr. Giuseppe, Palermo 

Barbolani di Montauto avv. Ardeugo, Firenze 

Beloch prof. Giulio, Roma 

Bianco Placido, Salonicco 

Bonuccelli prof. Alberto, Spezia 

Bruschetti prof. Francesco, Napoli 

Casagrande prof. Giuseppe, Caserta 

Cestaro prof. Francesco Paolo, Firenze 

Clausen Carlo, libraio-editore, Torino 

Colella prof. Giovanni, Nicotera (Catanzaro) 

DìpIs prof. Ermanno, Berlino 

Ercole prof. Pietro, Foggia 

Faggi prof. Adolfo, Palermo 

Fonio ing. Alessandro, Firenze 

Galardi aw. Carlo, Firenze 

Giussani prof. Carlo, Milano 

Guastalla Gildo, Milano 

Hùlsen dr. Cristiano, Roma 

Maccari prof. Latino, Urbino 

Zanetti prof. Alfredo, Cerignola (Foggia) 

Marinelli prof. Giovanni, Firenze 

Mommsen prof. Teodoro, Charlottenburg (Berlino) 

Muratori prof. Santi, Pontedera 

Negri sen. Gaetano, Milano 

Xencini prof. Flaminio, Roma 

Xigra cav. Costantino, Vienna 

Pampaloni aw. Temistocle, Firenze 

Pestalozza prof. Emesto, Firenze 

Fi'stalozza dr. Uberto, Roma 

Piccoli prof. Gedeone, Caserta 

Pierleoni prof. Gino, Napoli 

Pierre Luigi, libraio-editore, Napoli 

Pistelli prof, Giuseppe, Siracusa 

Ricci dr. Serafino, Torino 

Rizzo prof. Giulio E., Trapani 

Hondoni prof. Carlo, Milano 

Hoselli prof. Raffaello, Catania 

Scliiaparelli dr. Attilio, Firenze 

Schiaparelli prof. Celestino, Roma 

Scialoia prof. Vittorio, Roma 

Selltto prof. Giuseppe, Aver sa 

Tarant'ni prof. Agostino, Napoli 

Torell.-VioUier cav. Eugenio, Milano 

Visconti- Venosta march. Carlo, Roma 

Zenà prof. Giovanni, Aosta 

B. Accademia di archeologia, lettere e belle arti, Napoli. 

H. Accademia delle scienze morali e politiche, Napoli. 

Collegio A. Manzoni, Merate (Milano). 

IV. — Soci Aggbeoati. 
Bicchierai aw. Jacopo, Firenze 

Bolognini prof. Alessandro, Cava dei Tirreni (Salerno) 
Bolognini prof. Giorgio, Verona 



Bonazzi don Benedetto, Cava dei Tirreni (Salerno) 

Bonfante prof. Pietro, Parma 

BonoHs aw. Guido, Firenze 

Braccianti prof. Angiolo, Roma 

Brusa prof. Emilio, Torino 

Calzi prof. Carlo, Parma 

Cei prof. Caronte, Volterra 

Cervi prof. Antonio, Campobasso 

Cervi prof. Vincenzo, Parma 

Cigliutti comm. Valentino, Roma 

Cisorio prof. Luigi, Campobasso 

Codebò nob. Guglielmo, Firenze 

Colfì prof. Benedetto, Modena 

Corcos signora Emma; Firenze 

Corubolo prof. Decio, Verona 

D'Alfonso Roberto, Firenze 

Da Passano march. Manfredo, Firenze 

Della Giovanna prof. Ildebrando, Roma 

De Negri prof. Enrico, Pontedera 

De Vries dr. G. S., Leida (Olanda) 

Di Tante prof. Placido, Firenze 

Errerà Bettino, Firenze 

Fabris prof. Giuseppe, Campobasso 

Ferrari prof. Vittorio Pio, Ascoli-Piceno 

Ferreri prof. G. C, Siena 

Germino not. Niccola, Molitemo (Potenza) 

Grosso dr. ab. Stefano, Albissola Marina 

Grottanelli conte Ugo, Firenze 

Heiberg prof. Giov. L., Copenhagen 

Licitra sac. Angelo, Roma 

Maffii Maffio, Firenze 

Marchese prof. Giuseppe, Sansevero 

Mariotti prof. Stanislao, Napoli 

Melardi prof. Antonio, Cava dei Tirreni (Salerno) 

Mion prof. Giuseppe, Mirano Veneto 

Monti-Rubbianesi prof. Raffaele, Parma 

Morselli Luigi, Firenze 

Norsa dr. Umberto, Mantova 

Parisio prof. Vincenzo, Rogliano (Cosenza) 

Passerini conte G. L., Firenze 

Pellizzari prof. Celso, Firenze 

Pica prof. Vincenzo, Casandrino (Napoli) 

Rafanelli prof. Antonio, Cava dei Tirreni (Salerno) 

Rasponl Guido, Firenze 

Rocca prof. Luigi, Milano 

Romagnoli aw. Giuseppe, Piedimonte d'Alife 

Romani prof. Fedele, Firenze 

Ross miss J., Firenze 

Rossetti prof. C. Luigi, Lucerà 

Sbigoli prof. Ferdinando, Firenze 

Stella dr. Niccola, Lanciano 

S.oppani dr. ab. Pietro, S. Venerio (Spezia) 

Tamilia Donato, Roma 

Tassis prof. Pietro, Faenza 

Troya Sebastiano Enrico, Napoli 

Vailati dr. Giovanni, Tornio 

Venturi prof. Giovanni Antonio, Milano 

R. Biblioteca Angelica, Roma 

R. Biblioteca Palatina, Parma 

R. Liceo-Ginnasio Francesco Stabili, Ascoli-Piceno 

R. Scuola Normale Superiore, Pisa. 



Ili 



Ammo I. 



N. 2. 



112 



EUGENIO FERRAI 

Grave perdita fecero i buoni studi colla morte di questo 
egregio uomo; e tanto più vivamente è sentita questa 
perdita dalla Società nostra, perchè il Ferrai fu dei primi 
ad approvarne Pidea e a concedere la sua autorevole ade- 
sione. 

Era nato il Ferrai ad Arezzo nel '32. Sua madre era 
figlia della celebre sciittrice e poetessa Massimina Fanta- 
atici-Rosellini. Fece i suoi primi studi a Montepulciano, 
poi li prosegui a Pisa, dove ebbe la laurea dottorale nel 
Luglio del '53. La valentia di cui die' prova fin da gio- 
vane nelle discipline classiche, gli aperse T adito ad una 
splendida carriera didattica; giacché ottenne subito la 
cattedra di lettere greche e latine nel Liceo di Firenze, 
dopo pochi anni, nel '59, passò a Siena supplente di greco 
in queir Università, e già l' anno dopo vi otteneva la no- 
mina ad ordinario. Nel '65 fu segretario generale del mi- 
nistro Berti, ed ebbe allora il delicato incarico di fare un 
viaggio in Francia, Inghilterra, Olanda, Grermania per 
istudiarvi gli ordinamenti scolastici. Nel 1866 fu trasfe- 
rito air Università di Padova ed ivi rimase sino alla morte, 
avvenuta il 17 luglio dello scorso anno, in segato a grave 
malore da cui già da molto tempo egli era stato colpito. 

La sua ox>erosità scientifica fu tutta rivolta al g^eco. 
Cominciò traducendo dal tedesco la grammatica greca del 
Diibner e (insieme a Giuseppe Miiller) la storia della let- 
teratura greca di Ottofredo Miiller. Di poi attese al com- 
mento e all' edizione di diversi autori greci, sia nella col- 
lezione Aldina di Prato sia in quella Loescheriana di Torino. 
Pubblicò diverse monografie di vario argomento negli Atti 
e nelle Memorie del R. Istituto Veneto di Scienze Let- 
tere ed Arti. Specialmente si segnalò il Ferrai per la in- 
trapresa traduzione italiana dei dialoghi di Platone con 
lunghe prefeizioni e commenti. Un primo volume usci fin 
dal 1872, e successivamente vennero a luce un secondo 
nel '74, un terzo nel '75, un quarto nell' '83; un quinto 
volume, contenente il Timeo, il Crizia, il Fedone, era già 
pronto per la stampa, ma non potè essere pubblicato. Si 
dice che abbia lasciato ne' suoi manoscritti la traduzione 
finita e anche il Commento alla Repubblica, aUe Leggi, 
al Parmenide. Se la cosa è vera, è lecito sperare che 
editore ed eredi si vogliano adoperare a completar la 
stampa di questa traduzione, che per quanto lasci a de- 
siderare rispetto alla precisa interpretazione di tutte le 
finezze del testo platonico, è pur sempre una delle più 
notevoli opere uscite nel campo classico da trent' anni a 
questa parte. 

Del resto è ancora da considerare come il più bel 
libro del Ferrai l'insegnamento suo vivo ed efBlcace, il 
quale, durato ininterrotto per più di un trentennio, era 
di natura tale da impressionare vivamente gli uditori e 
innamorarli degli studi e del classicismo. Laonde negli 
animi loro la memoria del maestro rimane indelebile, e 
con vera e sentita gratitudine venerata, monumento di 
gloria di cui invero il più bello non può un insegnamto 
desiderarsi. 

Felice Ramorino, 



LIBRI NUOYI 

(Bono indicati con un asteri«oo i libri dei quali confidiamo poter 
dar notizia nel prossimo fascicolo) 

* Enrico Cocchia, Del passaggio di Annibale per lo Alj.i 

(a proposito di alcune pubblicazioni recenti). Memoria 
letta alla R. Accad. di Archeol. eie. Napoli 1898; pp. 41. 

* Theodori Ducae Lascaris epistulae CCXVII. Nunc pri- 

mum edidit Nicolaus Festa. Accedunt appendices IV: 
1. Theodori litterae de pace a Bulgaris per Bussos ][H'- 
tita, 2. Eiusdem sermo adversus maledicos, 8. Kicephori 
Blemmidae epistulae XXXIII, 4. Sabae ad Nicephorum 
Blenmiidam epistula. Firenze (Pubblicazioni del R. Isti- 
tuto di Studi Superiori), 1898; pp. xii-414. 

* Salomone Piazza, L'epigramma latino. Parte prima. Pa- 

dova (Drucker) 1898; pp. 310. 

* Prolegomena in Eunapii vitas philosoph. et sophi.-it. 

scripsit Yilelmus Lundstrom. Upsala-Lipsia 1898 ; pp. 3.'). 
Neue platonische Forschungen. Erstes Stiick. Von Franz 

Susemihl. Greifswald 1898. 
Lexicon Petronianum (v. sopra p. 107). 
Festgabe fiir Franz Susemihl (3 memorie: di M. Well- 

mann, A. Schmekel, G. Knaack). Lipsia 1898 ; pp. OH. 
Carmina sepulcralia latina coUegit lohannes Cholodniak. 

Pietroburgo 1897; pp. 609. 
Comicorum roman. fragmenta (= Poesis seaenicae voi, II ■ 

recogn. O. Ribbeck. Lipsia 1898; pp. viii-898. 

* G. E. Rizzo, Forme fittili agrigentine ecc. (Bollett. del- 

l' Istituto arch. germ. xii, 3-4), Roma 1897. 

* L. Cantarelli, Cecilia Attica. Roma 1898. 

* F. Gnesotto, Una congettura sull' origine di Roma. Pa- 

dova 1898. 



Alla biblioteca della Società pervennero in dono molti 
libri, per es. dal prof. C. Paoli (ricca collezione di opu- 
scoli), dal prof. Emilio Costa, dal Dr. Macé, dal signor 
Carlo Clausen, e da altri non pochi. Ne daremo l' indice 
nei prossimi fascicoli 

Al prossimo fascicolo siamo costretti a rimandare anche 
la necrologia del socio A. d'Altemps. 

Nella seduta del 16 Gennaio 1898 il Consiglio Direttivo, 
considerando che il BuUettino della Società cominciava 
col secondo semestre dell' anno sociale (art 9 dello Statutoì. 
deliberò che, in via transitoria, coloro i quali si iscrive- 
ranno come Soci nei mesi di febbraio-giugno 1898, paghe- 
ranno solo la metà del. loro primo contributo annuo, cioè 
L. 6 se Soci ordinari, L. 3 se aggregati. 



V Di tntti i libri ed opuscoli, attinenti all'an- 
tichità greca e romana, che saranno inriatl alla 
Presidenza della Società italiana per la diffusione 
e l'incoraggiamento degli Studi classici (S, Piazza 
S. Marco, Firenze), sarà data, secondo i oasi, o 
una recensione o nn annunzio nell' ATENE b ROMA. 



G. VITELLI, Direttore. 



Aristide Bennàbdi, Gerente respoTtsaòiis. 
Firenae, Tip. dei Fratelli Bencini, Via del Gastellaccio 6. 



■^1 



Anno L 



Maggio-Giugno 1898. 



N. 3. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



DIREZIONE 
Firenze — 3, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale L. 8. — 

Un fasoioolo separato 1.60 



AMMINISTRAZIONE 
8, Via Faenza — Firenze 



-^ SOMMARIO ^ 



X. £. Loewy, Il teatro greco secondo gli studi recenti, p. 113 
II. II. A. Milani, Due contributi aUa storia della cera- 
mica e dell'arte plastica dell* Italia antica . . . . > 140 
Hecensioni : E. Pais, Storia di Boma (B. Niese) ; H. Bel- 
ling, Albius Tibullus (F. Bamorino); S. Piazza, 



L' Epigramma latino (E. Cocchia) ; N. Festa, Theo- 
dori Lascaris epistulàe (C. Krumbaoher). — An- 
nunzi bibliografici e notizie p. 147 

III. Atti della Società. Supplemento all'Elenco dei soci. 

Notizie. Necrologie. Libri nuovi 172 



IL TEATRO QBEOO 

SECONDO GLI STUDI RECENTI 



Da qualche tempo si riparla con vivo interesse 
del teatro greco. Tra filologi ed archeologi, benin- 
teso : ai quali, a dir vero, il tema da un pezzo era 
venuto alquanto in uggia. Infatti ci voleva un co- 
raggio che non tutti si sentivano, per afiFrontare, 
non fosse altro che per formarsi un giudizio pro- 
prio, quel ginepraio irto di discussioni sterili, susci- 
tate dalla tradizione antica confusa e contradditto- 
ria : che tal aspetto ofl&iva appunto il complesso delle 
questioni riguardanti le rappresentazioni sceniche 
degli antichi. Fuori della cerchia dei dotti invece 
l'argomento godeva e gode innegabile popolarità; 
anzi su nessuno come su questo cadono frequenti e 
tipiche le interrogazioni, che dai dilettanti si so- 
gliono dirigere agP interpreti di mestiere dell' anti- 
chità classica. Ma forse questa curiosità giusto per 
l'esecuzione delle opere drammatiche (mentre nes- 
suno si dà mai pensiero del modo come si reci- 
tava p. e. un' ode di Saffo, un epinicio di Pindaro), 
molto più che dall'amor d'istruirsi muove dal se- 
greto desiderio di sbarazzarsi di una nozione fa- 
stidiosa, che al concetto del teatro antico associa 
Timmagine di attori stranamente camuffati, con alti 
coturni e grandi maschere dall'espressione stereo- 
tipa, i quali recitavano sparpagliati su e giù per 
la scena secondo l'indole della parte rappresen- 
tata: idea che cosi irrazionalmente contrasta non 
solo con la consueta superiorità artistica dei Greci, 
ma con 1' alta perfezione delle poesie stesse, che di 
quelle forme esteme si rivestivano. Ed anche tra i 
difensori ufficiali di quella superiorità chi sa quanti 



non si sentivano impacciati a dover sostenere, con 
la formula un po' trita della soggettività e mu- 
tabilità di apprezzamenti estetici, un dogma, a cui in 
fondo il loro sentimento medesimo si ribellava. 

Ebbene, da osservazioni e studi recenti pare in- 
fatti, che il sentimento dei più non fosse tanto male 
ispirato, e che, per una parte fondamentale, le an- 
tiche idee sul teatro greco si debbano, se non altro, 
essenzialmente restringere. 

Questa parte riguarda la diversità del luogo dove 
agivano i diversi esecutori del dramma e che, cosi 
ci s'insegna, sarebbe stata V orchestra per il coro, 
un podio alto (logeion) per gli attori nelle circostanze 
ordinarie, mentre le parti degli dei si recitavano 
da un piano anche più elevato (il theologeion). 

Caposaldo dell'opinione comune è Vitruvio, il 
quale, trattando nel suo manuale di architettura dei 
teatri (1. V, e. 6-8), na distingue due tipi: il la- 
tino romano, ed il greco. I precetti che egli dà 
per la costruzione dell'uno e dell'altro, si hanno tra- 
dotti in disegno nelle nostre figure (1 e 2). Identici 
sono nei due teatri gli elementi costitutivi, vale a 
dire : 1° lo spazio ascendente a gradini destinato agli 
spettatori, ossia il theatron nel senso proprio ; 2** la 
scena o luogo dello spettacolo, consistente in un edi- 
ficio più meno decorato (la skene) al quale, dalla 
parte rivolta verso gli spettatori, è addossato un 
podio palcoscenico elevato (logeion o ptdpitimi: 
obliquamente tratteggiato in figg. 1 e 2) ; 3** l' orche- 
stra, ossia il piano che rimane tra il theatron e 
la scena. Le differenze stanno nella disposizione e 
nelle rispettive dimensioni di questi elementi. Men- 
tre cioè nel tipo romano il theatron e l'orchestra 



Atene e Boma I, 3 



115 



Anno I. — N. 3. 



!!♦; 



formano un semicerchio preciso, i cui fianchi toc- 
cano la facciata anteriore della scena col suo podio, 
nel teatro greco invece è assegnato agli spettatori 
più d'un semicerchio, e la scena col podio è alquanto 
discosta dal theatron, lasciando da ciascuna parte un 
accesso scoperto alP orchestra (le parodoi), i quali 
accessi nel teatro romano sono coperti a tunnel dalle 
estremità laterali del theatron. Per giunta, il pal- 
coscenico nel tipo greco ha minore profondità che 
nel romano; e la sua altezza è prescritta in non 
meno di 10 né più di 12 piedi (circa m. 3,00-3,60), 
laddove il podio del teatro romano non deve supe- 
rare i 5 piedi (m. 1,50). 

Di quest' ultima diversità V autore stesso spiega 
le ragioni. Nel teatro romano Forchestra era riser- 
vata agli spettatori, e precisamente ai più distinti. 



ai senatori; e quindi, per non togliere la vista a 
questi, il palcoscenico non poteva superare un' al- 
tezza modesta. Nel teatro greco slÌV incontro V orche- 
stra, sempre secondo Vitruvio, era destinata alle 
produzioni di certi artisti detti da lui thymelid 
(e thymele non è se non un altro nome dell'orche- 
stra); mentre sul podio agivano gli artisti scaenici. 
Esplicitamente dunque Vitruvio attesta il palcosce- 
nico alto e stretto su cui, nel teatro greco, recita- 
vano gli attori; ed essendo non meno accertato, da 
numerose altre notizie, che il posto del coro era 
nelPorchestra, ne consegue con evidente necessità la 
separazione degli attori dal coro. 

È vero che contro questa teoria insorgevano an- 
zitutto i drammi stessi, i quali spessissimo ofirono 
situazioni, che senza comunicazione diretta e stretto 





Fig. 1. — n teatro romano secondo Vitruvio. Pig. 2. — Il teatro greco secondo Vitruvio. 

Da Doerjifeld, Mittheih dea deutschen archdolog. Instituta, athen. Abtheilungy 1897, p. 452 sq. 

(I cerchietti e le figure ausiliari disegnate nell'orchestra si riferiscono alla costruzione geometrica prescritta da Vitruvio). 



contatto locale degli attori con il coro, e qualche 
volta anche con la prima fila degli spettatori, re- 
sterebbero inesplicabili, e che quindi sembrano esi- 
gere un livello uguale per tutti. Ma che potevano 
deduzioni tratte dalla semplice interpretazione dei 
testi contro la deposizione chiara ed esplicita d' un 
autore, a cui nessuno osa contestare esperienza e co- 
noscenza pratica di quanto descrive? 

Ora se negli ultimi anni il dilemma ha trovato 
una soluzione inaspettata, ciò si deve alla consulta- 
zione di testimoni, la cui autorità è anche superiore a 
quella di Vitruvio: gli avanzi dei teatri stessi in 
cui i drammi antichi si recitavano. Non che prima 
non si sia mai pensato a studiarli. Ma per inter- 
pretare correttamente i ruderi architettonici, non 
basta quel che o£B:^ la loro superficie; mentre lo 



scavo sistematico si era tentato — e nemmeno com- 
piuto — in un solo teatro della Grecia, quello d'Atene; 
e giusto questo, per le ripetute modificazioni che ha 
subite fino a tarda età, si presenta in un aspetto par- 
ticolarmente intricato. Ecco dunque il compito a cui, 
da una quindicina d'anni, Guglielmo Doerpfeld ha 
atteso con singolare energia ed acume d' ingegno. 
Dagli scavi dovuti per lo più o all' opera sua 
personale o al suo esempio, si conoscono oggi esat- 
tamente le piante di parecchi teatri in varie parti 
della Grecia, cominciando da quello stesso teiitro 
di Dioniso ad Atene, il quale, come è stato la culla 
delle rappresentazioni sceniche, compendia nelle sue 
vicende e successive trasformazioni tutta V evolu- 
zione del genere di edifici, che dalla poesia dram- 
matica ebbe origine. E sono in sostanza le esser- 



117 



Anko I. — - N. 3. 



118 



vazionì e conclusioni del Doerpfeld, già svolte da lui 
in numerose conferenze ed ora raccolte in un vo- 
lume pubblicato in cooperazione con E. Beisch *), su 
cui si basano le seguenti esposizioni. 

* 

Troviamo nelle diverse provincie della Gb^cia buon 
numero di teatri, i quali quando si prescinda dalle 
ricostruzioni toccate a più d* uno nell'età romana, pre- 
sentano una pianta sostanzialmente identica (iig. 4). 
Lo spazio assegnato agli spettatori estendendosi oltre 
il mezzo cerchio, corrisponde in massima a quello 
del teatro greco vitruviano. Ai piedi dei gradini 
la spianata dell'orchestra è quasi sempre d'un cir- 
colo intiero, con i due accessi laterali delle parodoi 
che, come sappiamo, servivano d'ingresso non solo 
agli esecutori che agivano nell' orchestra — cioè, 
secondo la teoria comune, ai coreuti e soltanto ecce- 
zionalmente agli attori — ma anche al pubblico, che 
per l'orchestra si recava ai suoi stalli. In qualche 
caso le parodoi si decoravano con porte. Più in là, 
e fuori del cerchio dell'orchestra, sorge la skene 
(cfr. anche fig. 5), nelle cui sale inteme si con- 
servavano gli attrezzi, si esercitavano i cori, si ra- 
dunavano e vestivano gli esecutori, e cosi via. La 
pianta di quest'edificio non segue un tipo determi- 
nato. Di fuori, alla facciata rivolta verso gli spetta- 
tori è ftgolarmente addossato un portico costruito in 
plebea (proskenion), il cui pavimento è sempre al 
medesimo livello del piano dell'orchestra, e le cui 
estremità qualche volta (^gg. 3 e 4), ma non sempre 
(fig. 5), formano degli avancorpi (paraskenia). Me- 
diante una più porte nel fondo il proskenion comu- 
nica con l' intemo della skene ; degl' intercolunni 
dalla parte anteriore del portico, quello nel mezzo 
era sempre aperto; gli altri in parte chiusi con 
tramezzi, in parte aperti, di maniera però che tra 
le colonne si potevano inserire tavole dipinte (pi- 
nakes). Con queste, e con tappeti che all' occorrenza 
coprivano i tramezzi fissi, era possibile cambiare 
l'aspetto abituale del portico. Cosi pure negl'inter- 
colunni delle ali laterali (paraskenia) una volta (a 
Epidauro) si notano certe tracce, che forse si rife- 

9 Da8 griechùche Tlieater. Beitràge xur Qeschickte dea 
DicnytoS'ThetUers in Athen und cmderer griechischer Theater, 
V<m Wilhelm Doerpfeld und EnUl Beisch. Atene, editori 
Barth e von Hirst. Lipsia, Cari Fr. Fleischer, 1896. — 
In quest'opera sono citati e discussi anche ffli altri studi 
dedicati all'argomento negli ultimi anni. Di lavori susci- 
tati dall'opera di Doerpfeld e Beisch mi limito a segna- 
lare: la recensione del Bethe, in Q&ttingÌ9che gelehrte 
-A^nzeigen, 1897, p. 704 ss., e l'articolo del Bobert: Zur 
Theaterfrage, in Hermea, 1897, p. 421 ss. 



riscono alle periaktoi o quinte girevoli ivi collo- 
cate, le quali, con la pittura della facciata rivolta 
verso gli spettatori, indicavano a questi il luogo 
donde veniva chi per entrare nell' orchestra do- 
veva passare dal paraskenion. Nel caso di Epidauro 
le periaktoi sarebbero state tavole con pitture nei due 
lati; mentre di regola, secondo gli scrittori, erano 
prismatiche ed avevano tre facciate dipinte. Dietro 
il proskenion la skene, elevandosi ad altezza mag- 
giore, forma un piano superiore, la cui facciata volta 
verso il theatron, nell'unico caso in cui è possibile la 
ricostruzione (a Oropos), ofire nel mezzo una larga 
apertura. Di un podio o palcoscenico dinanzi alla 
skene non si è mai trovato né il fondamento né altro 
indizio; e la sua esistenza viene esplicitamente esclusa 
dall' orlo di pietra che in un caso (a Epidauro : figg. 3 
e 5) segna la circonferenza dell' orchestra. Cosi pure 
di scale che dall' orchestra mettano al piano superiore 
del proskenion un solo teatro recentissimamente sco- 
perto (a Priene) ') ha fornito un' esempio, con una 
scaletta addossata e quasi nascosta al fianco del pro- 
skenion; mentre in tutti gli altri ne mancano asso- 
lutamente le tracce. 

In tutto ciò si stenterà alquanto h riconoscere 
il teatro greco di Vitruvio. L' orchestra d' un cerchio 
intiero è diversa da quella da lui prescritta : che se 
in due teatri (a Megalopoli e Delo) il proskenion 
invade il cerchio, questi si scostano anche per altri 
particolari dal tipo normale. E per ritrovare in tutti 
i nostri teatri l' alto podio richiesto da Vitruvio, non 
resta altro che identificarlo col proskenion. Infatti que- 
sta identificazione pare suggerita dall' altezza del por- 
tico, la quale, variando da m. 3 a 4, corrisponde 
suppergiù ai 10-12 piedi prescritti da Vitravio; ed 
anche nella profondità dei proskenia ricorre appros- 
simativamente la misura relativa che dal disegno 
risulta per il pulpito vitruviano, cioè tre decimi del 
raggio dell'orchestra. D'altra parte Vitruvio con nes- 
suna parola accenna che il podio del teatro greco 
fosse foggiato a portico decorato di pinakes ; e ciò 
pare escluso anche dal riscontro del pulpito romano, 
la cui facciata era certamente liscia. Dobbiamo per- 
tanto interrogare quei proskenia in sé, per vedere se, 
considerati come podio, potevano essere luogo accon- 
cio agli attori nei drammi antichi. 

Si potrà forse opporre che già la sola coscienza 
delle forme architettoniche, che nello spettatore an- 
tico doveva mantenersi viva, si sarebbe ribellata ad 



i) Cfr. Archdologiacher Anzeiger (in Jahrhwìh dea deu- 
Uchen archHologiachen JnatOuU), 1897, p. 187. 



119 



Anno I. — N. 3. 



120 



un simile uso, che faceva apparire gli attori come 
sopra un tetto. Ma molte cose possono essere rese 
sopportabili dalla consuetudine e dalla convenzione; 
e non si potrebbe con ugual diritto censurare il col- 
locamento di statue non solo su colonne, ma pure 
sul tetto di ediiizi, come giusto in facofei al teatro 
d'Atene quel Dioniso seduto sopra un' edicola, o la 
quadriga posta sulla cima della piramide nel Mauso- 
leo d' Alicamasso ? Un' altra obiezione invece è asso- 
luta : il podio alto rendeva invisibili le gambe degli 
artisti agli spettatori delle prime file ; mentre questi 
appunto dovevano essere i più favoriti, come attestano 
i seggi distinti che in più d' un teatro sono collo- 
cati nella prima fila, e che ad Atene hanno iscritti 



i titoli dei sacerdoti e funzionari dello Stato, a cui 
erano d'ufficio destinati. Anche questo difetto per 
altro, considerata la grande distanza, non si doveva 
sentire eccessivamente, e forse nella tragedia il co- 
turno contribuiva inoltre ad attenuarlo. Ma v' ha di 
più: un ballatoio sfornito di parapetto e la cui pro- 
fondità nei teatri conosciuti (eccettuato quello di Me- 
galopoli) è tutt' al più di m. 3,20 (Epidauro), e qual- 
che volta soltanto di m. 2,40 (Eretria) e persino 1,95 
(Oropos), poteva esso oflPrire spazio sufficiente al 
personale numeroso che tanto la tragedia quanto^la 
commedia del quinto secolo amano riunire sulla 
scena oltre il coro? E con quanta sicurezza e compe- 
netrazione della loro parte potevano gli attori, che 




Fig. 3. 



Il teatro di Epidauro. Stato attuale. (A destra i ruderi della skene). 
Da fotografia di L. Savignoni. 



avevano il moto impacciato dal costume e la vista 
impedita dalla maschera, eseguire i loro movimenti 
spesso concitati, quando un passo falso poteva farli 
cadere dall'altezza di alcuni metri? E tenendosi in 
fondo, allora sì che si sarebbero sottratti ad una 
parte non indifferente degli spettatori. E principal- 
mente: in che modo comunicavano, come spesso 
richiede la chiara parola dei drammi, gli attori col 
coro, mancando — 1' esempio isolato di Priene non 
fa testo — le scale che dal piano superiore del 
proskenion conducessero nell'orchestra? 

Tutti questi fatti vietano, sembra, senz' altro di 
attribuire al proskenion dei teatri in parola la fun- 
zione del logeion vitruviano. Ma abbiamo posto pro- 
prio bene il quesito ? Il nostro esame si è fatto con 



i criteri fomiti dal dramma dell'età classica J quei 
teatri invece, secondo si desume dagl'indizi archi- 
tettonici e qualche volta anche da iscrizioni, appar- 
tengono all' età ellenistica, per lo più al secondo o 
primo secolo a. Cr. Poco invero è quel che sappiamo 
della produzione drammatica di quei tempi; pare 
però che il coro vi fosse o del tutto soppresso o ri- 
dotto ad un ufficio prettamente musicale senza par- 
tecipare all'azione. Ed anche i drammi antichi, eu- 
ripidei ed altri, che si seguitava sempre a recitare 
oltre a quelli dei poeti contemporanei, si era forse cer- 
cato di adattarli alla maniera nuova, convertendo in 
puro dialogo quelle parti che non si potevano staccare 
dalla trama dell'azione. Se dunque, come è lecito 
supporre, quei teatri sono l'espressione delle esigenze 



121 



Anno I. -^ N. 3. 



122 



sceniche del loro tempo, ben poco ci potrebbero dire 
di quella scena di cui sopratutto desideriamo farci 
una idea chiara, della scena cioè in cui prendevano 
forma ed in vista della quale si concepivano le opere 
dei grandi poeti drammatici del quinto secolo. 

* 

Or a questa età classica ci possiamo infatti, con 
la scorta dei monumenti, avvicinare ancora di un 
passo. Tra i suddetti teatri ellenistici ce ne sono 
alcuni (come quelli d'Atene, Eretria, Megalopoli), i 
quali ad un esame più accurato si presentano quali 
ricostruzioni di teatri più antichi, eseguiti in pietra 
ugualmente, e la cui pianta si può ancora rilevare 



di sotto i ruderi della fabbrica ellenistica. In so- 
stanza quest'ultima si limitava a trasformare la 
skene, mentre l' orchestra ed il theatron non offi*ono 
modificazioni essenziali. Le differenze della skene 
nella costruzione più antica (fig. 6) da quella elle- 
nistica, sono le seguenti. Le ali laterali (paraskenia), 
che pare che sempre ci fossero, hanno maggiore esten- 
sione e sporgenza. La skene non ha che im solo 
piano costruito in pietra; il piano superiore, se c'era, 
doveva essere eseguito in legno. Lioltre manca — 
differenza notevole — il proskenion fisso, che nel 
teatro ellenistico sorge regolarmente avanti la skene. 
Questa, nel modo onde vi era trattata la facciata ri- 
volta al theatron, non lascia riconoscere un tipo unico. 




i mimi ii 



40K 



Fig. 4. — Pianta ricostruita del teatro di Epidauro (età eUenistioa). 
Da Doerj^eldrReischy Dos griechische Theater, p. 122. 



Ad Atene, secondo la ricostruzione del Doerpfeld, 
quella facciata era foggiata a portico con interco- 
lunni chiusi, salvo una porta nel mezzo e due late- 
rali. A Megalopoli sorgeva dietro l'orchestra un altro 
edificio pubblico, che serviva anche di skene, e si 
apriva con un portico verso il teatro. Altre volte si 
erigeva avanti la skene con travi e morali di legno 
un proskenion, che poteva anche essere permanente, 
e dava sostegno allo scenario che possiamo immagi- 
nare dipinto in tavole di legno o telai rivestiti di 
stoffa, i quali s' incastravano tra gli stipiti o si ad- 
dossavano all' impalcatura. Negli altri casi, in cui 
la skene si presentava abitualmente come portico, 
bastavano poche aggiunte per farlo figurare ora un 



tempio, ora un palazzo, ora un gruppo di case, e cosi 
via; ed occorrendo uno scenario diverso, p. e. un 
paesaggio, questo si poteva introdurre, o in un pezzo 
diviso in due metà, dai fianchi, tra la skene ed i 
paraskenia, in modo da coprire il fondo {scaena dvr 
ctiliSj cfr. ^g. 6): però sicuri indizi monumentali 
di siffatto provvedimento non si hanno. Gl'interco- 
lunni del paraskenion non erano chiusi; vi si po- 
tevano collocare le periaktoi sopra dette o inserire 
delle tavole, e fors' anche rimanevano aperti. D'un 
podio qualsiasi costruito avanti la skene non si è 
potuto scoprire traccia alcuna. 

Chi dunque pretende che gli attori recitassero 
sopra un livello elevato, li deve, nei teatri di cui ra- 



123 



Airao I. 



N. 3. 



124 



gioniamo, collocare addirittura sul tetto della skene. 
Senonchè in tal caso i principali degl* inconvenienti 
notati già nell'analoga ipotesi per il teatro elleni- 
stico, si ripeterebbero tali e quali; anzi essendo 
maggiore la distanza tra la circonferenza dell' orche- 
stra e la skene (distanza che nel teatro d'Atene p. e. 
è di m. 6), il distacco tra gli attori ed il coro era 
anche più forte, e si può dire, intollerabile. La con- 
clusione quindi è imprescindibile: se nel tempo in 
cui questi teatri furono costruiti, cioè nel quarto 
secolo a. Cr. — quello d'Atene fu terminato sotto 
l'amministrazione di Licurgo, verso il 330 a. Cr. — , 
il coro manteneva sempre la sua parte tradizionale 
nel dramma, sarebbe stato sommamente inopportuno 
un ordinamento scenico, che relegasse gli attori sul 
tetto della skene. Mentre tutto sta in perfetto or- 
dine, quando assegniamo al coro l'orchestra, agli 
attori ugualmente il piano dell' orchestra aumen- 
tata di quello spazio tra la facciata del proskenion 
ed i due paraskenia (cfr. fìg. 6), riservando il piano 
superiore della skene soltanto a quelle situazioni 
in cui era eccezionalmente richiesto un posto più 
alto per qualcuno degli esecutori. 

E cosi la struttura non solo del teatro ellenistico, 
ma anche di quello del quarto secolo, non si può 
ragionevolmente accordare con la premessa d' un 
posto separato degli artisti e del coro, come si do- 
vrebbe supporre secondo Vitruvio. Ma perchè affan- 
narci ad interpretare le funzioni di questo teatro 
conformemente alla regola vitruviana, quando il tea- 
tro che Vitruvio descrive, differisce nelle parti più es- 
senziali, nella skene e nell' orchestra, da quelli che 
nel quarto secolo si costruivano effettivamente nella 
Grecia? Checché ne sia del teatro ' greco ' di Vi- 
truvio (e di ciò vedremo), egli è evidente che l'or- 
dinamento scenico da lui contemplato non si riferisce 
al teatro del quarto secolo. 

E di quest' osservazione ci potremo valere anche 
per il teatro del quinto secolo, di cui veramente ci 
mancano testimonianze monumentali. Edifici dure- 
voli in pietra per gli spettacoli scenici pare che non 
si fabbricassero prima del quarto secolo. Gli strati 
più antichi che si sono potuti rintracciare sotto la 
fabbrica licurgea ad Atene, e che appartengono al 
teatro del quinto ed in parte, forse, del sesto secolo, 
fanno conoscere l'aggiustamento del terreno a sca- 
glioni per collocarvi i palchi di legno per gli spetta- 
tori, con le rispettive mura di rinforzo, e, se gli esi- 
gui avanzi non illudono, qualche pezzetto del muro 
circolare che sosteneva il piano dell' orchestra. Della 
skene nessun avanzo o indizio. Il che fa supporr© 



che fosse costruita in legno — come ancor più tardi 
troviamo un modesto teatrucolo di provincia (a Tho- 
rikos), in cui ai rozzi sedili di pietra non corrisponde 
alcuna costruzione permanente per la skene. Ma 
quando abbiamo riconosciuto che l' affermazione di 
Vitruvio intomo al collocamento degli attori non ha 
che un valore condi^onato — e delle altre testimo- 
nianze, addotte in appoggio della teoria medesima, 
nessuna ha autorità per il teatro del quinto secolo — 
che cosa ci può impedire di dare ascolto ai drammi 
stessi, che a vog!6 alta reclamano unità di luogo per 
gli attori ed il coro ? Ed ancora un argomento po- 
sitivo combatte in favore della teoria del Doerpfeld, 
ed è che da essa apparisce in linea continua e di- 
ritta tutta l'evoluzione del teatro antico. 



* 

* 4! 



n dramma degli antichi è nato dai canti e dalle 
danze dei cori bacchici. Un' area rotonda, con forse 
in mezzo un altare del dio che si festeggiava, fa 
dunque il requisito più primitivo di queste produ- 
zioni : l' orchestra è il nucleo da cui si sviluppa tutto 
quanto il teatro, É ovvio supporre che fin da prin- 
cipio il sacerdote del dio ed i maggiorenti assistes- 
sero allo spettacolo seduti ; agli altri si poteva o no 
dar dei sedili, che là dove l'orchestra si trovava 
alle falde d'una collina, erano offerti dal terreno 
stesso. E questo collocamento degli spettatori sulla 
pendice, che ad Atene ed altrove era suggerito dalla 
configurazione del suolo, è stato un altro elemento 
decisivo che ha dato al teatro greco la sua fisono- 
mia particolare. Aggiunto un attore al coro e creato 
cosi il dialogo, le due parti tuttavia erano troppo 
strettamente legate perchè potesse venire in mente 
di attribuir loro posti separati ; bastava l' opportuna 
disposizione delle masse, per distaccare l'attore dagli 
altri, specie quando il pubblico guardava dall'alto. Né 
l' aumento consecutivo degli attori fino a due, e poi a 
tre, valse ad alterare quella stretta relazione col coro, 
tanto più che mancava anche un apparato scenico, che 
potesse motivare tale segregazione : ancora i primi 
drammi di Eschilo si accontentano dei più primitiri 
accenni del locale, quali sono un' ara, una tomba, e 
cosi via, senza esigere alcuno scenario proprio, che 
facesse da sfondo agli esecutori. Cresciuta la pretesa 
d' illusione scenica, si passò a rappresentare in fondo 
il locale richiesto; e probabilmente si prestò a tale 
scopo V estemo del casotto medesimo (crxijii}) in cui 
gli artisti si allestivano e nelle pause si ritiravano. 
Questa introduzione dello scenario, dovuta ad Eschilo, 
rese definitiva la restrizione a meno d' un cerchio 



125 



Aimo I. 



N. 3. 



126 



dello spazio assegnato agli spettatori: restrizione av- 
viata già prima, se non dalle condizioni del snolo, 
dalla distinzione di posti d'onore, a cui con natu- 
rale preferenza si rivolgevano le arringhe degli at- 
tori. La facoltà che dava l'invenzione dello scenario, 
di trasportare gli spettatori in un ambiente qual- 
siasi, sbrigliò la fantasia dei poeti; i quali, specie 
nella commedia, si mostrano inesauribili nell' ideare 
i locali più variati ; e susseguendosi nelle feste più 
drammi a brevissimi intervalli nel medesimo giorno, 
la costruzione della scena non potè essere che prov- 
visoria, eseguita cioè in legno, stoffe, fors' anche col- 
r aiuto di terra, pietre, piante naturali ecc. Le 
condizioni mutate del dramma dalla fìne del quinto 
secolo in giù semplificarono anche le esigenze sce- 
niche. La commedia, di politica trasformata in do- 



mestica, si svolgeva per lo più sulla strada, con 
qualche casa in fondo; la tragedia si limitava sem- 
pre più a pochi scenari tipici, come la facciata d' un 
tempio, d'un palazzo e simili. E cosi, quando nel 
quarto secolo si pensò, in varie città della Grecia, 
a costruire solidamente in pietra quelle parti del 
teatro i cui usi si erano ormai stabiliti, come l'or- 
chestra ed il theatron, si potè — il che pare che 
avvenisse p. e. in Atene — dare anche alla skene 
una decorazione permanente in forma d' una facciata 
con colonne, la quale senz' altro o con leggiere mo- 
dificazioni serviva alle esigenze più frequenti del 
dramma, ed al tempo stesso offriva un fondo archi- 
tettonico alle altre produzioni ed alle assemblee del 
popolo, che d'allora in poi si solevano tenere nel 
teatro: pur riservandosi sempre la possibilità di com- 




Fig. 5. — Disegno sohematioo di un teatro ellenistico (orchestra e skene). 

Da DoerjifeldrReischf op. cit., p. 884. 

(I tramezzi fissi del proskenion sono tratteggiati orizzontalmente). 



porre, in casi speciali, qualunque altro scenario ri- 
chiesto, o mediante impalcature innalzate nel modo 
antico avanti la skene, o mediante le scene scorrevoli. 
Ed in questo stato durò il teatro per molto tempo; 
fino a quando, stereotipatasi sempre più la scena 
sotto r influenza prevalente della commedia, si fece 
ciò che, secondo il Doerpfeld, non fu se non la tradu- 
zione in format durevole dell' ultimo elemento rima- 
sto ancora provvisorio: si fissò l'immagine dell'am- 
biente con quei proskenia di pietra, che caratterizzano 
il teatro ellenistico, ed in cui la variabilità della 
scena si riduce a quelle tavole inserite al bisogno 
negl' intercolunni, le quali, facendo apparire il fondo 
di paesaggio come attraverso un colonnato, che ormai 
si era avvezzi a vedere in quel luogo, potevano ba- 
stare a modesta pretese d'illusione scenica. 



* 



Cosi nella storia del teatro greco quale il Doerp- 
feld la traccia, ogni anello cousecutivo si rannoda 
spontaneo al precedente ; e con il proskenion elle- 
nistico, spiegato come successore ed erede della fun- 
zione del proskenion mutabile del quarto secolo, si 
compie logicamente la catena. In nessuna fase di 
questo sviluppo il podio alto ha trovato posto. Ma 
non si sarebbe mai potuta sostenere con tanta 
tenacia la bizzarra separazione degli attori dal coro, 
se il concetto d' un palcoscenico elevato in servizio 
di spettacoli scenici fosse rimasto del tutto estraneo 
agli antichi. Eppure questo concetto nel mondo antico 
e' è ; lo attestano, oltre a Vitruvio, fatti innegabili ; 
e noi, prima d' ogni altra discussione, dobbiamo 



127 



Anno I. 



N. 3. 



128 



guardare in che modo il Doerpfeld può conciliare 
la sua teoria con quei fatti. 

Cominciamo da una serie di dipinti vascolari pro- 
venienti dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, in cui 
sono figurate scene burlesche eseguite da pochi attori 
in costume fliacico, che del resto è quello delP antica 
commedia attica *)• Sono queste le più antiche opere 
d' arte che dalla scena non solo prendano l' ispirazione, 
ma che ne ritraggano fedelmente anche le forme 
esteme, il costume e lo scenario in fondo. £ qualche 
volta accede ancora un terzo elemento, cioè un podio 
su cui agiscono le persone. Questo podio in alcuni 
vasi è disegnato basso, secondo indicano le scalette 
ed altri oggetti davanti (cfr. fig. 7); altre volte invece 
mancano le scalette, e la facciata del palcoscenico è 
decorata soltanto di colonnine o pilastrini, i quali, es- 
sendo sempre tagliati di sotto, non lasciano precisare 
r altezza totale del podio (cfr. fig. 8). Gorre il pensiero 
da quest'ultimo gruppo al proskenion del teatro elle- 
nistico, la cui funzione come podio, e non come fondo 
dietro agli artisti, sembra ricevere un' inaspettata 
conferma dai vasi in parola. La cronologia di questi 
invero non è ancora bene definita, ma difficilmente 
si possono attribuire ad un' età posteriore al terzo 
secolo a. Or. ; e forse si dovrà risalire, almeno per 
una parte della produzione ceramica medesima, agli 
ultimi decenni del quarto secolo, cioè al tempo in 
cui, in molte città della Ghrecia, si erano appena 
costruiti i primi teatri in pietra. Se dunque i vasi 
in questione illustrassero un teatro comunemente 
ellenico, bisognerebbe ammettere, che non pure nel- 
V età ellenistica, ma già nel quarto secolo, quando 
si concepirono i teatri in pietra, gli attori recitas- 
sero sopra un piano rialzato. Ma prima d' imporre 
il peso d'una tale conclusione alle esili colonnine 
di quei dipinti vascolari, dobbiamo vedere se i podii 
figurati in essi sieno proprio indiscutibilmente iden- 
tici al proskenion dei teatri ellenistici. Manca, nei 
vasi, la foggia caratteristica della trabeazione so- 
pra le colonne, e dei pinakes intramezzati non vi è 
mai accenno. E volendo supplire l'altezza del po- 
dio nelle proporzioni dei proskenia, si porterebbe 
un dualismo difficilmente esplicabile della veste 
esterna nella manifesta unità degli spettacoli, a cui 
cosi questo come l'altro gruppo di vasi (fig. 7) concor- 
demente si riferiscono. E poi, che sappiamo della di- 
sposizione degli spettatori nei teatri che i nostri vasi 
riflettono ? Se il pubblico vi era collocato in piano, 

1) Cfr. A. Koerte, Archdologische Studien sur alten Ko- 
mikUe, in Jahrbwch dea deuUcìien archàolog. Imiituts, 1893, 
p. 61 68. (PMyakes sono detti i drammi burleschi Italioti). 



allora 1' esperienza doveva ben presto aver sugge- 
rito un palcoscenico elevato come quello il quale, 
purché in altezza non superasse la linea visuale de- 
gli spettatori (ossia m. 1,50 circa), offiriva la mi- 
gliore vista a tutti, nella stessa guisa come ad uno 
spettacolo svolto nell' orchestra si confi, nel modo 
più perfetto un emiciclo ascendente. In conclusione, 
i teatri figurati nei vasi potrebbero rappresentare un 
uso particolare, un tipo locale, e fino a che essi 
stessi in parti essenziali mancano di chiarezza, non 
se ne può pigliare argomento per infirmare la teoria 
sopra esposta. 

Passiamo al teatro romano, in cui il posto elevato 
degli attori è attestato non solo da Vitruvio, ma 
dai ruderi conservati. Accedono le proprietà della 
pianta sopra rilevate (fig. 1), più, in un altro ordine 
d' idee, il velario o la tettoia di cui o tutto il teatro 
almeno la skene solevano essere coperti, mentre 
il teatro greco è del tutto scoperto. Abbiamo dun- 
que anche qui un tipo a sé, una creazione auto- 
noma? Cosi fu generalmente creduto. Eppure lo 
schema fondamentale e la reciproca disposizione delle 
parti costitutive presentano, nonostante le diversità 
notate, tale un' identità sostanziale con il teatro 
greco, da escludere il pensiero che tutto ciò fosse 
ideato due volte indipendentemente, tanto più che 
lo stesso genere di spettacoli scenici, a cui quell' in- 
sieme architettonico era destinato, pervenne ai Ro- 
mani dai Greci. Ed infatti il Doerpfeld espone come, 
una volta introdotte nello schema del teatro elleni- 
stico le due novità del podio e della tettoia, tutte 
le altre difiPerenze si possono considerare semplici 
conseguenze di quelle modificazioni. Le parodoi met- 
tendo capo non più nell' orchestra, ma sul palcosce- 
nico, il pubblico avrebbe dovuto troppo salire e scen- 
dere prima di giungere al suo posto nell' emiciclo. 
E quindi 1' ingresso del pubblico si trasportò accanto 
alle parodoi sotto il theatron, le cui estremità late- 
rali vi passavano sopra a volta. Per ottenere poi il 
sostegno necessario per il velario, bisognò alzare 
1' edificio della skene fino alla sommità del theatron ; 
e lo stesso era richiesto quando la sola scena era 
coperta dalla tettoia, la quale, se fosse stata troppo 
bassa, avrebbe tolto la vista a parte degli spettattori. 
Per conseguenza si dovè ingrandire anche in lar- 
ghezza la fronte della skene ; e la facciata così in- 
gigantita diede luogo a quella ricca decorazione con 
statue poste nelle nicchie ecc., che distingue la fronte 
della scena nel teatro romano (cfr. fig. 9J, e la quale 
per altro ha i suoi precedenti nel proskenion elle- 
nistico, dove pure in qualche caso troviamo i pi- 



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Anno I. — N. 



130 



nakes sostituiti in parte da statue : ed i proskenia 
della Grecia, paese molto povero allora, non danno 
certo un' idea adeguata dello sfarzo, di cui sopra- 
tutto questa parete del teatro era sflscettibile nelle 
splendide capitali dei regni ellenistici. !^inalmente, 
per completare 1' appoggio della tettoia, convenne 
inserire un' altra costruzione fra la skene ed i mu- 
raglioni che dai fianchi sostenevano il theatron : co- 
struzione che determinò probabilmente la riduzione 



del theatron a mezzo cerchio, e che ha anch'essa 
il suo prototipo nille porte, onde qualche volta (cfr. 
figg. 4 e 5) sono ornate le parodoi nel teatro elle- 
nistico. 

Si tratta dunque di spiegare, nel teatro romano, 
r apparizione del palcoscenico : poiché la tettoia, non 
toccando alle funzioni vitali del teatro, può rima- 
ner faori della nostra discussione. E questa spie- 
gazione è data da Yitruvio con l' uso a cui, nel tear 




Fig. 6. — Pianta ^ricostruita del teatro di Dioniso ad Atene. Secolo ifi a. Cr. 

Skene, orchestra e parte del theatron. 

Da Doer^eld-ReUclif op. cit., tv. IV. 

(n proskenion della ricostruzione ellenistica è accennato con linee punteggiate.) 



tro romano, si adibì una parte dell'orchestra. Il 
cerchio intiero essendo divenuto inutilmente grande 
per gli spettacoli, una parte se ne adattò per gli 
spettatori distinti. E per dar modo a questi, in tutte 
le file, di veder bene gli artisti, senza scemare la 
vista al pubblico dell' emiciclo ascendente, si abbassò 
opportunamente la parte dell' orchestra assegnata ai 
primi, tanto che la loro linea visuale corrispondesse 
all' altra parte dell' orchestra rimasta all' antico li- 
vello. 
Il teatro romano quindi secondo il Doerpfeld non 



è che il teatro ellenistico, in cui una parte dell' or- 
chestra, per essere ceduta agli spettatori, fa sbas- 
sata. Nella parte rimanente nulla vi ha di mutato : 
pure recitando sopra un podio elevato rispetto al 
pubblico della platea e di qualche fila dell' emiciclo, 
gli attori, geneticamente parlando, stanno tuttora sul 
livello antico dell' orchestra. E non importa che in 
pratica il dislivello, anziché con lo sbasso della 
parte ceduta agli spettatori, si potesse anche ottenere 
alzando il posto degli attori con 1' architettura della 
skene. H palcoscenico romano pertanto non implica 



1 



131 



Ajwo I. — N. 3. 



132 



che già nel precedente teatro greco gli attori reci- 
tassero in alto; anzi, se regge la it)iegazione di esso 
come parte dell' orchestra primitiva, ne verrebbe ad- 
dirittura escluso, che nel prototipo greco il posto 
degli artisti fosse sul piano superiore del proskenion. 

* 

Resta solo Vitruvio ad attestare il posto elevato 
degli attori nel teatro greco : poiché dalP interpreta- 
zione di Vitruvio dipende in gran parte anche quella 
degli altri luoghi d' autori antichi, che si possono 
addurre nel medesimo senso. Ma dove troviamo, tra 
i teatri greci superstiti, esempi di quelli costruiti 
secondo la regola dell' architetto romano ? Cosi dun- 
que questo teatro greco vitruviano, da cui per tanto 
tempo le idee sulla scena di Eschilo ed Aristofane 
furono tratte in falso, finirà forse per essere una fin- 
zione, un teorema astratto o un equivoco dell'autore? 
A quest' ultimo partito si appiglia infatti il Doerp- 
feld nel suo libro. Ricordando l' identità delle mi- 
sure del logeion di Vitruvio con i proskenia con- 
servati nei teatri ellenistici, il Doerpfeld crede che 
Vitruvio nel descrivere il teatro greco, che non po- 
teva essere se non quello del suo tempo ossia l' elleni- 
stico, abbia per malinteso attribuito al proskenion 
di questo l'ufficio del logeion del teatro romano, po- 
sto come quello avanti la fronte della skene (scae- 
nae frons). Congettura abbastanza temeraria, e che 
costituiva il lato vulnerabile della teoria del Doerp- 
feld. Ma possiamo dispensarci dal discuterla, l' autore 
stesso proponendo ora un' altra soluzione *). 

Esistono nell'Asia Minore parecchi teatri, i quali, 
distrutti ed interrati come si presentano, potrebbero 
ritenersi leggiere varianti del tipo romano, ma che 
ad un esame più attento rivelano differenze essen- 
ziali. Hanno bensì un podio avanti la skene, ma 
questo è più alto del palcoscenico romano, e quan- 
tunque la sua facciata anteriore non esca dal cerchio 
dell' orchestra, tuttavia è più distante dagli spetta- 
tori che non sia concesso dalla regola romana. Tanto 
il theatron quanto 1' orchestra superano il mezzo 
cerchio, ed anche le parodoi si trovano, sebbene non 
sempre, scoperte. In altre parole, quei teatri corri- 
spondono al teatro greco di Vitruvio (fig. 2). Che se 
nei pochi esemplari finora studiati l'altezza del podio 
rimane invero un po' al di sotto della misura vi- 
truviana (m. 2,45-3,00, ossia 8-10 piedi invece 

1) Doerpfeld in Bulletin de correspoTidance Jiellénique, 
1896, p. 563 S8., e più ampiamente in Mittheilungen dea 
kaÌ8. detitschen archUoIogiscJien Jìistituts, athenkclie Ahthei- 
lung, 1897, p. 489 ss. 



di 10-12), ciò può dipendere da circostanze par- 
ticolari. Ed anche per la profondità del podio, ge- 
neralmente abbastanza spazioso, questi teatri non si 
possono dire in* massima refrattarii alla regola ; poi- 
ché le grandi dimensioni che sogliono avere le or- 
chestre di quei teatri, fanno si che anche dove la 
profondità del podio non supera i prescritti tre de- 
cimi del raggio orchestrale, il piano superiore del 
logeion è sufficientemente largo. Quanto all' uso del 
suo teatro ' greco ', Vitruvio, come accennammo, 
distingue le produzioni sceniche (tragedie e comme- 
die) rappresentate sul logeion, dalle timeliche icicȏ 
pantomime, danze, produzioni musicali) che si ese- 
guivano nell' orchestra. E cosi un documento epi- 
grafico, riferibile ai ludi secolari del 17 a. Cr., ri- 
corda, oltre a spettacoli latini e drammatici* greci, 
che ebbero rispettivamente luogo in un teatro di 
legno presso il Tevere e nel circo Flaminio, ludi 
thy melici tenuti nel teatro di Pompeo. Dal che il 
Doerpfeld argomenta che questo teatro, che Plutarco 
dice fedelmente copiato da quello di Mitilene, ap- 
partenesse appunto al tipo in parola. Dobbiamo no- 
tare invero che il disegno del teatro di Pompeo, quale 
comparisce in un frammento ora perduto della Pianta 
di Roma, non è favorevole alla congettura del Doerp- 
feld ; ciò peraltro potrebbe spiegarsi con la ripetuta 
distruzione e ricostruzione di quel teatro. Comun- 
que, l'epigrafe accennata ci fa comprendere, come 
anche i Romani si servissero di quei teatri ' greci , 
e quindi Vitruvio fosse indotto a dedicare ai me- 
desimi un capitolo del suo manuale. 

Alle suddette categorie di spettacoli accedevano, in 
molti teatri dell'Asia Minore, anche i combattimenti 
gladiatori e gli spettacoli delle fiere. E sono appunto 
questi ludi circensi che, secondo il Doerpfeld, diedero 
luogo alla divisione dell'antica orchestra in due piani, 
il logeion in alto e la konistra in basso ; divisione che 
si ottenne, in massima, nella stessa guisa come nel 
teatro romano. Senonchè, una volta introdotto il disli- 
vello, potè parer opportuno di alzare il logeion a mag- 
giore altezza che non sia quella del podio romano : 
cosi si utilizzava meglio, per le belve ed altro, il vano 
sotto il podio, in cui altrimenti un uomo non avrebbe 
potuto star ritto ; e quando la trasformazione si ese- 
guiva' in un teatro già esistente, questa si otteneva 
con la minore spesa ed alterazione dell' architettura 
della skene, se, invece di scavare la konistra, il 
podio si portava al livello del piano superiore della 
skene. 

Identificato cosi con il teatro dell'Asia Minore, 
il teatro greco vitruviano col suo alto palcoscenico 



133 



Anno I. — N. 3. 



134 



non solo non contraddice con V evoluzione stabilita 
dal Doerpfeld, ma vi aggiunge, al pari del teatro 
romano, un anello ulteriore. Entrambi sono discen- 
denti diretti del teatro ellenistico. Neil' uno come 
nell' altro analoghe cause hanno prodotto effetti ana- 
loghi : 1' estensione dell' orchestra essendo divenuta 
soverchia per le esigenze degli spettacoli, si cercò 
di darle in parte un altro destino introducendovi 
parte del pubblico in Italia, spettacoli di genere 
nuovo nell'Asia Minore. E cosi al termine d'una 
lunga storia — fenomeno tipico d'ogni evoluzione 
giunta a compimento — quello stesso organo, da cui 
tutto quanto il teatro greco ha preso origine, l'or- 
chestra, è divenuto quasi una forma vuota che sol- 
tanto snaturata continua ad esistere. 

Eppure non è senza riserva che noi possiamo acco- 
gliere il modo onde il Doerpfeld spiega la creazione 
del palcoscenico alto con la posteriore introduzione 



degli spettacoli circensi nel teatro: introduzione che 
egli, oltreché per i teatri dell'Asia minore, è dispo- 
sto ad ammettere anche per qualcuno della Grecia 
propria. Che in questi teatri il posto elevato degli 
artisti scenici fosse originato appunto dagli spet- 
tacoli in parola, e non esistesse già da prima, que- 
sto, almeno allo stato presente della nostra cono- 
scenza dei teatri dell'Asia, non è che un' ipotesi. Per 
dimostrare che anche nei teatri dell'Asia Minore 
in origine non vi fosse un palcoscenico elevato, il 
Doerpfeld allega la seguente osservazione. In qualche 
teatro si riconosce come le file più basse del thea- 
tron fossero posteriormente murate o tolte del tutto. 
Il Doerpfeld spiega questa trasformazione con le con- 
dizioni ottiche cambiate in seguito alla costruzione 
del palcoscenico; quei posti che quando si recitava 
nell'orchestra erano i migliori, offrivano invece la 
peggiore vista quando gli attori erano trasferiti sul 
podio. Ma anche ragioni di sicurezza poterono sug- 
gerire, una volta introdotti gladiatori e fiere nel- 




1TT7I 





Fig. 7. Fig. a 

Scene di burle fliaoiohe in dipinti vascolari. 

Da Benndorf, VorUgebldtter far arch&olog. Uebungen, serie B, tv. Ili, 2 e 1. 



1' orchestra, un maggiore distacco tra questi ed il 
pubblico, vi fosse o no il palcoscenico alto; il quale 
del resto, stante la grande distanza dall'emiciclo, 
tagliava anche al pubblico della prima fila appena 
i piedi degli attori. 

Un altro indizio di evoluzione conforme all'idea 
del Doerpfeld si potrebbe scorgere nella facciata liscia 
che ha il logeion in alcuni teatri dell'Asia Minore; 
il che, mentre pare cojatrario alla sua origine dal 
proskenion ellenistico, sembra insieme escludere che 
già questo avesse la funzione di palcoscenico. Ma an- 
che quest'argomento resta problematico, finché igno- 
riamo, se quelle facciate lisce rappresentino il tipo' 
primitivo dei teatri dell'Asia: potrebbero essere al 
contrario una trasformazione della facciata del pro- 
skenion cagionata appunto dalle esigenze degli spet- 



tacoli circensi. Le colonne o semìcolonne, onde è 
decorata la fronte della skene dietro agli attori, non 
si devono necessariamente interpretare come soprav- 
vivenza della facciata del proskenion; poiché oltre 
a non essere unite a vero portico mediante una tra- 
beazione comune, quelle colonne rappresentano un 
elemento decorativo troppo ovvio per rompere la mo- 
notonia d'una grande parete; e se nel teatro dì 
Oropos — l'unico che abbia conservato parti del piano 
superiore del proskenion, e su cui é basata anche la 
ricostruzione schematica riprodotta in fig. 5 — il 
Doerpfeld ristabilisce la facciata superiore senza co- 
lonne e pilastri, la manifesta meschinità di tutto 
quanto quell' edifizio si oppone ad una soverchia ge- 
neralizzazione. Invece non mancano gli esempi in 
cui, come a Priene, il proskenion, secondo lo stesso 



135 



Anno I. — N. 3. 



136 



Doerpfeld ammette, fu posteriormente adibito a lo- 
geioD, senza alterazione alcuna tranne un ingrandi- 
mento in profondità. In tutto il resto il teatro di 
Priene evidentemente non si distingue dai teatri della 
Grecia propria di tipo ellenistico (figg. 4 e 6), i quali a 
loro volta in alcuni casi, come a Megalopoli e Delo, 
dove riscontrammo un'orchestra minore d' un cerchio 
intero, presentano in sostanza la medesima pianta del 
teatro greco vitruviano e dell'Asia Minore. Eppure, 
per mantenere la teoria del Doerpfeld dovremmo sup- 
porre, che negli uni gli spettacoli scenici avessero 
luogo in basso, negli altri in alto. E se cosi era, e 
quindi le due forme coesistevano con uso diverso, 
perchè in Italia, dove ai ludi circensi non serviva il 
teatro, si adottò per i ludi greci, insieme con la 
separazione non più motivata degli artisti scenici dai 
timelici, piuttosto quel tipo di teatro che il Doerpfeld 
come teatro dell'Asia Minore distingue dal teatro el- 
lenistico della Grecia propria? 

Se dunque, come i fatti accennati lasciano sospet- 
tare, il teatro vitruviano o asiano non è una innova- 
zione radicale di fronte all'ellenistico, ma da questo 
si sviluppa attraverso una serie di fasi intermedie, 
allora è lecito e doveroso domandare, se il colloca- 
mento degli attori sul podio, che troviamo beli' e 
vigente nel teatro vitruviano, s'introducesse preci- 
samente con quest'ultima fase, o se non poteva esi- 
stere già da prima, e da quando. Finché il coro 
era elemento integrale del dramma, mancherebbe 
ogni ragione attendibile per un tale collocamento. 
I drammi del quinto secolo, come fu detto, esigono 
unità di livello per gli attori ed il coro, e la strut- 
tura di tutti i teatri conosciuti, compreso quello 
descritto da Vitruvio, si oppone alla premessa d' uno 
spettacolo, in cui gli attori ed il coro, pur coope- 
rando nell'azione drammatica, recitassero da posti 
separati. Dal momento però in cui si deve supporre 
un dramma senza coro, cambia l'aspetto della que- 
stione. Conosciamo troppo poco la storia del dramma 
dal principio del quarto secolo in poi, per poter 
precisare quando ed in quale estensione avvenisse la 
soppressione del coro. Ed i ruderi dei teatri del quarto 
secolo, non permettendo una ricostruzione di tutto 
punto sicura ed uniforme giusto del proskenion, che 
sarebbe l' elemento decisivo, non ci fanno vedere, se 
quei teatri fossero concepiti in vista d'un dramma con 
senza coro; tanto più che non sappiamo nemmeno 
esattamente il tempo, in cui lo schema di quei teatri fu 
stabilito. La variabilità dello scenario che si desume 
dal carattere provvisorio del proskenion in alcuni 
dei teatri in parola, non prova a rigore, che il posto 



degli attori fosse nell' orchestra avanti al proskenion, 
e non sul piano superiore di questo. Poiché anche 
altre produzioni non drammatiche che si eseguivano 
nell'orchestra, come i cori ditirambici, potevano ri- 
chiedere uno scenario in fondo; ed alla provvisorietà 
della facciata del proskenion fa riscontro l'assenza 
d'una costruzione definitiva del piano superiore, sic- 
ché, supposto che gli attori recitassero dall'alto, anche 
li lo scenario si poteva comporre volta per volta, 
secondo i bisogni dei singoli drammi. D'altro canto 
non vi é nulla nel teatro del quarto secolo che esiga la 
separazione degli esecutori ; anzi il largo più volte ac- 
cennato tra la fronte della skene ed i paraskenia {&g. 6} 
sembra fatto apposta per offrire spazio agli attori. 
Conoscenza più ampia della scena del teatro greco co- 
minciamo ad averla soltanto per il periodo ellenistico. 
E non saprei proprio cosa ridire a chi, badando alla 
sola idoneità tecnica, sostenesse che per uno spetta- 
colo senza coro nel senso antico, e limitato a pochi 
esecutori, anche il piano superiore del proskenion elle- 
nistico offrisse spazio ed opportunità sufficienti. Tra 
le situazioni di commedie plautine e terenziane con 
cui, in mancanza degli originali greci, il Beisch illu- 
stra le esigenze sceniche dei drammi ellenistici, non 
ne vedo infatti alcuna, che non si potesse rappresen- 
tare senza pericolo degli artisti — e sulla disposi- 
zione di questi si confronti p. e. la nostra fig. 7 — 
sopra un podio lungo ed alto, quand'anche la sua 
profondità non superasse i m. 3 e persino 2,40 
e 1,95: e si noti bene che questi ultimi casi sono 
estremi, e che alla profondità del proskenion di 
m. 1,95 corrisponde, nel modesto teatro di Oropos, 
un'altezza di soli m. 2,50. Accedono taluni parti- 
colari, che non si concordano tanto facilmente con 
l'idea, che ancora nell'età ellenistica si recitasse 
nell' orchestra. I seguenti furono notati già dal Bethe. 
Nel teatro di Delo esistono ancora le sostruzioni 
di statue od altri doni votivi, che sorgevano asim- 
metricamente avanti il proskenion. In quello del 
Pireo l'orchestra presenta in qualche punto una 
superficie di roccia vergine più alta del pavimento 
del proskenion. Ad Eretria le sale inteme della 
skene sono tanto distanti dall' orchestra, che lo stesso 
Doerpfeld deve assegnare agli attori, come luogo 
dove si vestissero e si trattenessero nelle pause, l' in- 
temo del proskenion tra la facciata dei pinakes 
ed il muro frontale della skene: ubicazione poco 
felice per la difficile illuminazione e per il disturbo 
che ogni rumore di li doveva recare agli spettacoli 
di fuori. E se nel teatro ellenistico gli attori reci- 
tavano nell'orchestra, confesso di non comprendere 



137 



Anno I. — N. 3. 



138 



l'opportunità della striscia di pietra bianca che ad 
Epidauro (fig. 3) circoscrive il cerchio orchestrale 
anche dalla parte della skene, e che vi passa tanto 
rasente che gli attori per forza la dovevano varcare : 
il che doveva ogni volta sembrare quasi un' invasione 
in terreno altrui. Tutto questo certo non basta a pro- 
vare, che gli attori nel teatro ellenistico recitassero 
realmente sul proskenion: ma almeno la possibilità 
non si potrà negare, che, data la posteriore restri- 
zione dell'ufficio del coro, da questa fosse cagionata 
anche quella trasformazione dell'aspetto esteriore de- 



gli spettacoli drammatici, che alla nostra conoscenza 
si presenta per la prima volta nel teatro vitruviano. 
E nemmeno si possono dire esaurienti le considera- 
zioni tecniche portate fin qui nella discussione: chi 
pensi p. e. alla stupenda scienza degli effetti acu- 
stici che nel teatro di Epidauro tuttora si rivela, 
concederà che nel giudicare le convenien^se dell'uno 
dell'altro sistema di rappresentazioni, anche al 
criterio acustico potrebbe spettare una parte non 
indifferente. Credo quindi che il perchè ed il quando 
del passaggio degli attori dall'orchestra, dove cer- 












Fig. 9. — La skene di un teatro romano ricostruita. 
Da Caristie, Monumenta antiquea à Orange, tv. L. 



tamente recitavano per tutta l'età classica, sul podio 
sia ancora questione aperta. Ma comunque abbia ad 
essere risoluta questa parte del problema storico, 
il problema estetico del teatro greco non esiste più, 
dacché la critica stringente di Guglielmo Doerpfeld 
ha distrutto i pregiudizi, che fin qui turbavano le 
idee sulla scena del dramma classico. 



* 
* * 



La questione del palcoscenico è la parte capitale 
del problema della scena antica; ma non lo esau- 
risce. Restano altre questioni che riguardano i det- 
tagli tecnici delle rappresentazioni drammatiche. Le 
peculiari condizioni del teatro greco, per le quali era 
difficilissimo il cambiamento dello scenario durante 
lo spettacolo, esigevano quell' unità di luogo che, 
tranne rarissime eccezioni, vediamo scrupolosamente 
osservata nei drammi dei Greci, tanto da sacrificarle 
non di rado la verisimiglianza intrinseca. Talvolta 



però non si poteva a meno di rompere temporanea- 
mente queir unità per mostrare al pubblico persone 
o situazioni le quali, pur presentandosi virtualmente 
sulla scena, si dovevano immaginare in un luogo di- 
verso, p. e. nell' intemo del palazzo ecc. Vincolata per 
questo verso l' inventiva dei poeti si sfogava tanto 
più in un altro senso : sono frequentissime nei drammi 
antichi non solo le apparizioni di divinità nell'alto, 
che rimasero tipiche nella forma del deus ex ma- 
china, ma anche, almeno per un certo periodo, le 
situazioni in cui persone mortali si muovono attra- 
verso l' aria ; e nel ' Prometeo legato ' di Eschilo 
persino l' intiero coro delle Oceanidi scende dall'aria. 
Alla fine della medesima tragedia Prometeo con la 
rupe a cui è attaccato sparisce nella profondità; e 
parti dello scenario in fondo crollavano anche nelle 
' Nubi ' di Aristofane ed in alcune tragedie euri- 
pidee. Li più d' un dramma poi gli attori ed il coro 
si presentano fin da principio uniti in un aggrup- 



189 



Anno I. — N. 8. 



140 



pamento, la cui formazione innanzi agli occhi del 
pubblico avrebbe contrastato con le premesse della 
situazione. Altre volte la necessità di distribuire 
tutte le parti del dramma fra soli tre attori sembra 
rìchiedere dei provvedimenti che permettessero agli 
attori di scomparire dalla scena senza che gli spet- 
tatori se ne avvedessero. Tutte queste esigenze die- 
dero luogo a quel numeroso apparato di espedienti 
tecnici, la cui discussione occupa cosi largo posto 
nella letteratura teatrale degli antichi ed anche più 
dei moderni. Si tratta di stabilire la forma, V uso e 
la relativa età di tanti meccanismi ed espedienti 
scenici, di cui gli scrittori antichi ci tramandano i 
nomi e qualche volta la descrizione, come le scene 
mobili o scorrevoli (ekky1dema\ le ribalte o accessi 
sotterranei (charoneioi Jdimakes), il sipario (ani-aia), le 
macchine per sollevare ed abbassare ecc. Ma tali di- 
scussioni, non potendosi fare senza una minuta analisi 
di quella letteratura e dei drammi stessi 0> si so^ 
traggono ad una breve sintesi quaPè il proposito 
di quest'articolo. £ tanto più ne possiamo far grazia 
al lettore, in quanto che, mancando sicuri confronti 
monumentali, la decisione dipende quasi sempi-e da 
un criterio altamente soggettivo, cioè dal grado del 
bisogno d' illusione scenica che si crede di attribuire 
al pubblico antico. 

Certo, quand' anche fossimo meglio illuminati su 
tutti questi quesiti, di strano e di refrattario al 
nostro modo di vedere rimarrebbe sempre abba- 
stanza nel teatino antico; non solo per la rigida 
immobilità delle maschere, che nessuna scoperta mo- 
numentale varrà a farci concepire diversamente, ma 
anche per tanti altri particolari della messa in scena. 
Ma quell'impassibilità del viso che ci urta tanto 
pensando alle maschere, perchè non la sentiamo nelle 
opere della scultura, che ancora nel quinto secolo 
a. Cr. rendono assai limitatamente nell'espressione 
del volto le emozioni psichiche ? ") è tutto con- 
forme al nostro sentimento nella motivazione e nelle 
premesse etiche dei drammi stessi? Se non ci do- 
vesse mai essere nessun residuo irrazionale in ciò 
che ammiriamo, quante cose ci resterebbero da am- 
mirare? 

E, Loetcy. 



i) Cfr. quella che fa il Reisch nel capitolo lY dell'o- 
pera citata. 

>) Cfr. su questo anche il fine studio di P. Girard, De 
Vexpreuùm des ma$que$ dona les dramea d'Eschile, in Eevue 
dea étudta grecquea, 1894, p. 1 ss., 387 ss. ; 1895, p. 88 ss., 
al quale rimando anche per la bibliografia relativa alle 
maschere. 



Due eontributi alla Storia della ceramica e dell'arte plastica 

DELL'ITALIA ANTICA 



Qiovanni Patroni, uscito or ò poco dalla Scuola italiana 
di archeologia, si è reso veramente benemerito de^li studi 
ceramografici con una memoria premiata dalla R.* Ac- 
cademia' di Archeologia, Lettere e belle Arti di Napoli, 
intitolata: La ceramica antica nelVItoUa merxdJUmale (Na- 
poli, Stab. tip. della R.» Università 1897 in 4», pp. 181 ; 
con molte illustrasioni nel testo). L^A., conscio della no- 
vità dell^ argomento e della importanza delle proprie ri- 
cerche, premette alcune dichiarazioni ohe suonano una se- 
vera critica all^ indirizzo odierno degli studi archeologici 
germanici. Egli parla un po^ troppo dall'alto, essendo tanto 
giovane, ma ha completamente ragione. Taluni corifei delle 
scuole archeologiche germaniche oggidì esercitano in ge- 
nerale un' influenza suggestiva soverchia verso i -loro al- 
lievi, e questi non sanno progredire, se non per rara ec- 
cezione, non vedendo più in là, che per gli occhi dei loro 
maestri, e troppo spesso esagerando i difetti delle scuole da 
cui escono. Cosi c^ è voluto un quarto di secolo dal lavoro 
dello Heydemann {Neapeler V€uen8am7nlìmg, Berlin 1872) 
per iscoprire nei vasi dell'Italia meridionale cose sem- 
plicÌBsime e che si presentano vere al solo enunciato. 

♦ 

Il Patroni vi traccia nella prima parte del suo lavoro 
(I libro) la storia della ceramica dipinta italiota dalle ori- 
gini fino ai primordi del sec. Ili a G. Nel titolo della 
sua memoria avrebbe fatto però bene di aggiungere la 
qualifica dipinta, non trattando egli affatto della ceramica 
a figure ed a rilievo. Già in un notevole scritto antece- 
dente lo stesso Patroni ci fece conoscere la ceramica an- 
tichissima dell' Apulia stabilendo, con giustezza di vedute 
e di osservazioni, doversi specificamente ai Messapi la 
principale produzione ceramica italiana nell'età preelle- 
nica e protogreca {Monum. Ant. dei Lincei, voi. VI, 1896, 
p. B49 tav. xiii). Con i vasi Messapici l'A. rannoda giusta- 
mente quelli simili di Taranto a decorazione geometrica, 
parimente anteriori alla colonizzazione greca e riflettenti 
le prime relazioni degli Italici con l'Oriente greco. Ma 
io non potrei seguire l'A. nelle sue disquisizioni su tali 
vasi, senza entrare in particolari crìtici che non interes- 
sano il comune dei lettori. Me ne dispenso tanto più vo- 
lentieri, trattandosi di materiali scarsi e ancora poco stu- 
diati. (Sui vasi Messapi v. ora Meyer in Rthn. MiUheil., 1898 
p. 201 sgg.). 

Il cap. II del I libro (p. 29-36) è consacrato ai vasi 
ellenizzanti, serie campana a figure nere; vasi a ùguTQ 
rosse; vasi Nolani; il primo stile pugliese. 

La serie campana a figure nere, che l'A. riattacca a 
modelli ionici, ò troppo magramente rappresentata per po- 
tersi dire costituita in modo soddisfacente. Dai vasi ta- 
rantini e messapi a decorazione geometrica e schematica 
o matematica, come la direbbe il Brimn, si passa, h vero, 
troppo bruscamente ai bellissimi vasi nolani del sec. Y a. C. ; 
ma forse gU scavi futuri colmeranno l'attuale lacuna e 
studi più approfonditi ci determineranno le cause della 



141 



Anno I. — N. 3. 



142 



mancanza di una produzione imitativa dei vasi greci a fi- 
gure nere delle fiorentissime fabbriche corinzie, ioniche, 
calcidiche e attiche. L^ A. avrebbe fatto bene, ad ogni modo, 
di occuparsi e preoccuparsi di tale lacuna. 

Dai vasi nolani a figure rosse di bello stile, decorati 
generalmente con doppia zona di figure a soggetto mito- 
logico, e costituenti quello che PA. chiama < puro stUe 
pugliese », si passa ai vasi del sec. lY che si raggruppano 
intomo al nome delPartista Assteas. TaH vasi, già attri- 
buiti dal Winnefeld, per causa della provenienza, alla fab- 
brica di Pesto (Posidonia), al confine occidentale nord 
della Lucania, rappresentano, come bene osserva il Pa- 
troni, una ceramica di deciso carattere indigeno. Con As- 
steas andrebbe insieme Tartista Python, che tratta, come 
Assteas, soggetti ricercati desunti dalla scena e special- 
mente dalla conmiedia italiota ((pXvaxeg). Caratteristica 
comune di tali vasi è, dal lato tecnico, il largo impiego 
della policromia, dal lato decorativo, lo spediente pittorico 
delle teste e delle mezze figure delle divinità che, uscendo 
dai balconi delle case, o dalla linea lontana del cielo, o 
dall^ombra, assistono alle scene eroiche, quasi come dei ex 
machina (es. cratere di Assteas, desunto dall' Eracle di Eu- 
ripide; e cratere di Python, desunto dalPAlcmena pure di 
Euripide). L'A. avrebbe potuto ricordare a proposito di 
questo genere pestano T importante imitazione etnisca of- 
ferta daU^olla orvietana con la nascita di Ercole, edita 
dal Conestabile in Pitture murali ed affresco della tomba 
Golini, tav. xv-xvi. 

I vasi della Campania (cap. II, p. 79) VA. distingue in 
cinque fabbriche, dando per sicure : Cuma, Saticula, Abella ; 
iucerte: Capua e Napoli. La fabbrica cumana natural- 
mente è quella meglio definita, grazie alla Raccolta Cu- 
mana del Museo di Napoli. Le specialità tecniche della 
forma e decorazione dei vasi cumani sono molteplici. 
I soggetti si riferiscono con spiccata predilezione al culto 
delle tombe. Ovvia è quindi la rappresentanza degli heroa, 
sebbene in forma più sempHce che nei vasi apuli e lu- 
cani. Caratteristica nei vasi cumani è la fedele rappre- 
sentazione dei costumi indigeni sanniti, cosi nelle donne 
fornite di pellegrine, simili a quelle tuttora in uso nel 
paese, come negU uomini, recanti elmi pennuti e corazze 
coperte da peculiari dischi concentrici. Dopo Cuma, fra 
le fabbriche della Campania meglio determinate dairA., è 
(ia segnalare ScUiciUa, oggi S. Agata dei Goti, la quale 
produce quasi esclusivamente crateri a campana deco- 
rati con straordinario uso ed abuso di bianco. I sog- 
getti sono desunti per lo più dal culto dionisiaco (Bacco, 
Arianna, Satiri) ed Apollineo (Arimaspi); non mancano 
però temi eroici (Enomao, Perseo, Bellerofonte, Tritto- 
lemo, Teseo), accoppiati a scene generiche di efebi ed atleti. 

Sorvolo sui vasi attribuiti alle fabbriche di Capua e 
Napoli, giacché lo stesso Patroni, pur distinguendone le 
classi, mostra di dubitare delle sue attribuzioni. Tali vasi 
starebbero per forma e decorazione strettamente collegati 
con quelli di Cuma, ciò che del resto h naturale. 

Bue vasi, provenienti da Abella, inducono VA. a sta- 
Inlire in questo luogo una fabbrica speciale; ma anche 
per questa fabbrica mi pare prudente fare delle riserve. 
I vasi di Abella si connettono troppo da vicino con quelli 
di Pesto, e nella stessa Pesto potevano esistere varie fab- 
briche di genere affine. 



Nel cap. ni del Ubro II (p. 118-181) l'A. tratta deUa 
ceramica lucana e specialmente della fabbrica di Anzi 
(Anxia)^ perchè Pesto, che pure sta in Lucania, aderisce 
più alla Campania che alla Lucania propria. Il luogo prin- 
cipale della produzione ceramica indigena della Lucania 
l'A. crede di poter determinare sulla base della prove- 
nienza da Anzi, nel cuore della regione. Le caratteristiche 
di Anzi l'A. mette in chiara luce, tanto nei riguardi tec- 
nici, che in quelli della forma e decorazione dipinta. L^an- 
tichissima anfora indigena messapica (torzella) dà l' into- 
nazione alle forme dell^ anfora, per quanto variate V una 
dall^altra. Molto usitato è pure lo stamnos a coperchio 
xiphoide, tipo anch^esso probabilmente derivato dall^olla 
messapica a doppio recipiente. La decorazione è policroma, 
lo stile della pittura semplice e severo. Fra i miti pre- 
domina Ercole j di quando in quando delle teste isolate 
od uscenti dalle finestre o dalVombra richiamano il ge- 
nere Pestano. 

lì cap. IV (p. 181-147) è consacrato ai vasi pugliesi 
del sec. IV e III a. C. L'A. rivendica con ragione alle 
fabbriche di Ruvo (Rubi) e Canosa (Canuaium) i prodotti 
che il Lenormant aveva molto arbitrariamente assegnati 
a Taranto. Questa classe di vasi è conosciutissima per le 
grandiose anfore policrome generalmente decorate con 
gU heroa e con rappresentanze complicate a più piani. 
L^A. tenta di stabilire le caratteristiche della fabbrica di 
Ruvo e di quella di Canosa ; ma, se si eccettua V impiego 
del color rosa, proprio dei vasi canosini e non mai incon- 
trato dal Patroni sui vasi ruvestani, tutto il resto appa- 
risce come la nuance tecnica di una fabbrica secondaria 
ruvestina. Canosa tuttavia sembra prediligere talune spe- 
ciali forme di vasi, come Panfora a incensiere, la grande 
patera a manichi verticali, la brocca pugliese a bocca 
trilobata. 

Gli ultimi prodotti delle fabbriche di Kuvo e Canosa 
VA. crede rappresentati dai cosiddetti vasi di Gnatia o 
di Brindisi a vernice fosca, ornati di semplici tralci, pal- 
mette fiori e ghirlande in color bianco-giallo, e raramente 
con figure di Eroti e Vittorie. Questi vasi preannunziano 
la completa cessazione della pittura vascolare italiota e 
ravviamento al gusto dei vasi a vernice brillante nera, 
e di quelli argentati e dorati, imitanti strettamente i pro- 
dotti della metallotecnica (vasi a rilievi). 

Arrivato a quest^ ultima fase della parabola vascolare 
italiota VA. non manca di parlare dei vasi dozzinali a ver- 
nice nera sovrapinti di rosso opeuoo (cap. V, pag. 148-152), 
propri di varie fabbriche della decadenza. 

Il Patroni nella seconda parte della sua memoria (li- 
bro III, p. 158) affronta la questione ermeneutica dei sog- 
getti, e qui rompe una lancia contro gli interpreti moderni 
che vogliono spiegare le rappresentanze dei vasi italioti 
coi canoni delParte greca puramente decorativa; e una 
lancia spezza contro gU antichi interpreti che videro nella 
maggior parte dei vasi italioti, con scene complicate mito- 
logiche e specialmente dionisiache, delle allegorie dei mi- 
steri eleusini. 

Egli ha perfettamente ragione, quando dichiara che non 
si possono capire i soggetti comuni dei vasi italioti senza 
fare una larga parte all^ elemento locale indigeno; ed & 



143 



Anno I. 



N. 3. 



Hi 



giusto del pari il suo richiamo ai monumenti dell'arte 
etrusca, i quali non possono similmente esser capiti senza 
conoscere TEtniria e T ambiente, cui appartengono. I mo- 
derni archeologi, aggiungo io, ribattendo il chiodo, non 
vedono altro che attraverso la lente greca; e tutto quel 
che non à greco pare a loro barocco e capriccioso, mentre 
appunto ciò ohe è barocco dal punto di vista greco ed 
apparisce capriccioso, serve a lumeggiare l'arte etrusca, 
ridea etrusca e il vero soggetto della rappresentanza fi- 
gurata. Ma la scienza progredisce e le traveggole della 
moderna scuola a poco per volta cadranno. 

Per ciò che riguarda i soggetti comuni FA. ha colto 
nel segno. La maggior parte delle scene non mitologiche 
si riferiscono semplicemente al culto dei morti ed espri- 
mono r ambiente ideale della famiglia in tomo al defunto 
eroizzato (heroa), — I vasi italioti, rettamente osserva il 
Patroni, sono per la massima parte creati per la desti- 
nazione sepolcrale e quindi esprimono frequentissimamente 
i pensieri dei superstiti verso i trapassati, il culto ideale 
per la persona cara. Le figure e gli emblemi, mentre ser- 
vono alla decorazione del vaso, convergono però tutti a 
questo fine altamente simpatico. Si hanno cosi rappresen- 
tanze affatto analoghe e parallele a quelle espresse nelle 
lekythoi attiche a fondo bianco, pure di destinazione sepol- 
crale, nelle lekythoi marmoree e nelle stele greche; sola- 
mente in Ghrecia predomina Pambiente reale di famiglia, 
laddove nei vasi italioti T ambiente ò per lo più idealiz- 
zato, e le figure, anziché reali, sono simboli degli affetti 
dei vivi per i defunti. 'L'Jieroon occupa perciò spesso il 
posto principale; e anche quando non è espresso mate- 
rialmente, la scena va interpretata in rapporto al culto 
ideale verso il morto. Per dare ad intendere la cosa ri- 
porto (abbreviando un poco la dizione, come sarebbe stato 
bene di fare) il saggio d'interpretazione offerto dallo stesso 
Patroni a proposito del vaso ruvestino del Museo di Na- 
poli n. 2880 (p. 165, fig. 114); cfr. il disegno ridotto che 
qui riproduciamo. < Al centro del vaso siede a sinistra 

sopra un capitello ionico (ab- 
breviazione della stele fu- 
nebre) una giovine donna. 
Ella si rivolge ad un efebo. 
Quale sia la loro relazione 
lo dicono i doni che la donna 
ha ricevuto nell'ampia pa- 
tera che tiene in mano, cioè, 
a quanto sembra, una co- 
lomba (dono afrodisiaco), che 
l'efebo tende alla sua bella, 
e più di tutto l'Eros che 
aleggia in alto, recando uno 
specchio ed una corona. Ai 
simboli che caratterizzano 
la donna come amante, ac- 
cedono quelli della sua toe- 
letta, che si concretano nello 
specchio e nel fiore porti 
dalla donna che è dietro la 
figura principale, e nella borsa, forse piena di monete e 
gioie, nella corona e nella patera tenute dall' altra donna 
che apparisce nel piano superiore. Tutto quindi converge 
alla donna designata come figura principale ' amante * 




' sposa ' ' morta * , ed esprime il culto idealizzato e fan- 
tasticamente rappresentato che a Lei si rende. Né T ar- 
tista si é contentato; ha aggiunto la benda svolazzante 
nel campo fra i due amanti, forse perchè non mancasse 
l'altra allusione funebre della ' vittoria * . » 

Dove non sono d' accordo con l'A. è nell' escludere 
questa idealizzazione in certi soggetti mitici. Per es. io 
credo che nel vaso di Napoli n. 808. (Patr. p. 168 fig. 112) 
sia intenzionalmente rappresentato il defunto nelle sem- 
bianze di Apollo, e parimenti nel vaso n. 887 (Patr. p. 164 
fig. 118) la defunta come Nike, anzi come Eirene, ossia la 
Pace che in simile attitudine apparisce alata e senza aH 
nelle monete di Terina e in altre rappresentanze (ved. 
il mio scritto: Dionyaoa, Eirene e Fiuto nelle BUm. MU- 
theil., 1890, p. 92 sgg.). Allo stesso modo nella classe dei 
vasi di soggetto mitologico, della quale il Patroni parla 
nell' ultimo capitolo del suo libro, la defunta sposa appa- 
risce nei tratti di Elena che si veste, di Afrodite corteg- 
giata da Eros, e di Arianna ; lo sposo in quelli di Bacco. 
Ma qui si entra appunto nei soggetti mitologici, sui quali 
l'A. dice cose giuste, ma non ancora abbfkstanza appro- 
fondite. 

La disamine di questa parte del lavoro mi porterebbe 
troppo in lungo. Mi limito a dire che io approvo in mas- 
sima le interpretazioni dell'A. e il suo richiamo agli altri 
monumenti greco-italici, etruschi e romani che vanno in- 
terpretati in modo analogo. Solo l'A. trascura la correla- 
zione talvolta strettissima tra i soggetti comuni e i sog- 
getti mitologici di carattere specialmente religioso, come 
sono quelli dei misteri dionisiaci ed orfici. A mio avviso 
anche da questo lato bisogna ritornare un po' indietro e 
non considerare, come si fa oggi generalmente, le rappre- 
sentanze dal solo punto di vista decorativo. La religione 
in Italia è tutto. Senza conoscere le idee religiose degli 
antichi, è assurdo interpret€u:e i monumenti della religione, 
come sono per eccellenza quelli sepolcrali. Nel citato mio 
scritto su Dionysos, Eirene e Pluto io mostrai appunto 
come alcune rappresentanze mitologiche dell' Italia meri- 
dionale vanno intese e interpretate, ma l' argomento è tal- 
mente vasto che occorrerebbe più di un volume a volerlo 
solamente sfiorare. 

II. 

Un più modesto contributo alla storia della ceramica 
e della plastica italo-g^eca porge il sig. G. E. Bizzo in uno 
scritto testé edito nel fase. 8-4 del Bull, dell* IsL arch, ger- 
manico {Bihn. MiUheiL), 1897, p. 258-806, tav. xi. Il lavoro 
del Bizzo è tanto più lodevole in quanto è frutto di studi 
fatti in paesi, dove mancano i ferri del mestiere, cioè ì 
libri, e in quanto è lavoro di un insegnante liceale, che 
con la buona volontà, trova dunque il tempo e il modo 
di occuparsi perfino di archeologia, una scienza oggi di- 
sgraziatamente poco in onore in Italia, ma che è la base 
vera e più sicura per la retta intelligenza dei testi an- 
tichi, della vita e della storia antica. L'esempio del Rizzo 
dovrebbe esser segpiito da molti dei nostri giovani sbal- 
zati a insegnare nelle lontane e spesso inospiti contrade 
della Sicilia, Sardegna e Italia meridionale; e allora gli 
studi diventerebbero più proficui per tutti, e molti tesori 
si salverebbero del nostro patrimonio storico, che i Musei 
stranieri e' invidiano e che prendono troppo di frequente 



145 



Anno L — N. 3. 



146 



la via dell^estero, per un malinteso interesse privato o per 
la nostra ignoranza. Nelle colte Americhe pullulano ogni 
giorno nuovi Musei delle cose nostre; e noi, fra poco, 
dovremo andare in America a studiarle. 

Si deve al Bizzo se furono salvate dalla dispersione e 
dall^ incuria cittadina una serie interessantissima di ma- 
trici di terracotta trovate da un frugatore di tombe nella 
campagna di Girgenti, presso il cosiddetto tempio di Ca- 
store e Polluce. Ora si conservano nel locale (Gabinetto Ar- 
cheologico di Girgenti, diretto dal CeH. 

Queste matrici si riferiscono alla ceramica a rilievo in 
uso nell^età in cui la moda dei vasi celati di oro, argento 
e bronzo (toreumcUa) era diventata una frenesia, un vero 
delirio, pari a quello dei tempi del GeUini, che pure si 
era dedicato, come tutti sanno, a questo ge^^re d'arte. 
Non tutti potevano avere opere originali in metallo, quindi 
r uso delle imitazioni fittili, il quale data del resto da tempi 
immemorabili, rimontando oltre un millenio avanti Omero 
(ceramiche d^IHo dèi più profondi strati). 

La trattazione del Bizzo sulle imitazioni fittili dei vasi 
metallici si può trovare giustificata dall'occasione della 
pubblicazione di taU matrici, ma essendo molto incom- 
pleta e troppo vasto argomento per essere toccato anche 
di volo, avrebbe fatto meglio di accennarvi con meno pa- 
role. Oggi conviene esser brevi per esser letti, e, quando 
specialmente si scrive per un pubblico archeologico come 
è quello delle JRSm. MiUheil., bisogna limitarsi a dire esclu- 
sivamente ciò che gli altri non sanno e che è frutto di 
uno studio particolare approfondito. Per fare la critica a 
ciò che dice il Bizzo, sotto questo punto di vista, dovrei 
farla agli autori che egli ha consultati e sulla cui fede 
egli scrive senza poter vagliare la loro autorità e la base 
dell' idee da loro espresse. Del resto se uomini del più. alto 
valore archeologico come è il Loeschke prendono T abbaglio 
di credere siracusani i ben noti pithoi arcaici di Cere, deco- 
rati di rilievi, per la semplice ragione che se ne trovarono 
in Sicilia presso Siracusa, ai può molto meno meravigliarsi 
se lo Schreiber giudichi senz'altro alessandrini i vasi inar- 
gentati di Orvieto, anzi, dicasi meglio, di Bolsena. 

A questo proposito, per l'esattezza, avverto l'A. che il 
nome di De Stefani non ha nulla a che vedere con gli 
articoli delle Notizie 1885 e 1896, relativi ad alcuni vasi 
di tale specie. Fui io stesso che li feci conoscere dichia- 
rando, come dichiaro anche qui, appartenere essi ad una 
fabbrica volsiniese. Ma venendo alle matrici di Girgenti, 
che sono quelle che importa di spiegare, l'A. giustcunente 
si preoccupa della loro origine: sono importate di fuori 
sono opera locale? I soggetti derivano dalla toreutica 
alessandrina o derivano dalla toreutica dell'Asia Minore, 
nominatamente da quella Bodia? 

Il Bizzo impiega anche troppe parole per combattere 
il miraggio alessandrino dello Schreiber ; certo l'arte ales- 
sandrina ha esercitato una notevole influenza nei prodotti 
italiani, ma non bisogna dimenticare per Alessandria il 
resto del mondo. L'A. conclude benissimo mettendo in rap- 
porto il centro commerciale manifatturiero Siculo rappre- 
sentato da Gela ed Agrigento con la madre patria, che è 
Bodi. Il confronto poi con le matrici di Kertsch, sugge- 
ritogli dal Von Duhn (p. 265), è stringentissimo per dimo- 
strare il rapporto più generale della ceramica a rilievo 
greca e dell'Asia Minore con quella locale Sicula. Troppo 



peso dà inoltre l'A. ai tipi plastici, trattandosi di un tempo 
di universale sincretismo artistico. I modelli potevano ve- 
nire da qualunque parte, quindi impossibile definire la 
priorità e l'origine diretta di tali tipi. Il lungo discorso 
sulla matrice principale pubblicata a tav. xi cosa conclude? 
Egli vede identità fra il tipo dell' Ercole che combatte con 
il toro o con Acheloo (starei per la prima interpreta- 
zione) e il creduto Alessandro della stele di Messene; io 
non vedo questa identità, e' è una certa analogia di a^one 
ma nulla più ; la sola circostanza che là il creduto Ales- 
sandro 'è armato di bipenne e qui, Ercole, di clava, basta 
a differenziare i soggetti; poi da quando in qua la bipenne 
è attributo di Ercole? La critica del resto che fa lo stesso 
Petersen in parentesi quadra (p. 271 n. 8) aUa interpreta- 
zione del Loeschke, mostra che la congettura sull' origine 
lisippica di quel tipo è molto discutibile. L'A. ha richia- 
mato giustamente il tipo pergamico della Minerva col Gi- 
gante a proposito dell'altra matrice principale, data a ta- 
vola XI ; perchè non citare l'altro calzante confronto fra 
il gruppo dell'Ercole che combatte il Leone Nemeo e quello 
similare di Pergamo (Baumeister, tav. xl)? Non credo Dio- 
nysos, ma una semplice baccante, la figura su patera rap- 
presentata sulla matrice data a p. 278. 

La distinzione poi che fa il Bliimner, e che l'A. accetta, 
fra «grm» o aigilla procttsa ed eaxulpttt, è falsa. Trattasi di 
opere non già lavorate a sbalzo (repoussé) e cesellate in 
pieno, come ha definito Bliimner, ma semplicemente di 
lavoro a giorno (procuaa), o a notte (exculpta); in g^eco 
TìQÓazvna ed exxvna^ parole pure da tutti fraintese, come 
avrò fra breve occasione di dimostrare. Dunque, per il 
caso del Bizzo, gli enìòlemcUa delle patere erano general- 
mente procusa, cioè lavorati tutti di un pezzo con le pa- 
tere, le crustae generalmente exciUptae, cioè lavorate a 
giorno ed applicate posteriormente. 

Quanto alla data delle matrici vasculari pubblicate dal 
Bizzo egli, a mio giudizio, è più nel vero quando pro- 
pende a dichiararle del sec. II-I a. C, che quando cerca 
di riportarle al sec. III o IV. Ad ogni modo per risol- 
vere il problema della data bisognerebbe cercare nel luogo 
dove furono trovate le matrici dei frammenti più signi- 
ficativi dei relativi vasi. E questa una lacuna importante 
dello studio del Bizzo ; manca un' idea concreta sui vasi 
fabbricati con tali matrici. Parlando del frammento d'ansa 
con mascherone silenico dato a p. 288, dice che non pre- 
senta traccia di colore, né di doratura, né di argentatura. 
Bisognerebbe dunque fare qualche ricerca sul luogo per 
stabilire la natura tecnica dei prodotti che vanno insieme 
con tali matrici. Il Municipio di Girgenti potrà, spero, 
spendere cinquanta o cento lire per questa ricerca; di più 
forse non occorre. La grande officina di M. Perennio si 
è trovata in Arezzo, perchè si è cercato nel luogo dove 
apparvero alcuni frammenti di matrici. Non mi meravi- 
glierei, con l' indirizzo archeologico che oggi corre, che si 
fosse finito per dichiarare alessandrini o megaresi o sami, 
i celebrati prodotti delle fabbriche aretine, se gli scavi 
non avessero gettato fuori a migliaia i frammenti delle 
forme originali di quelle officine e a mig1in.ifi. i frammenti 
dei relativi vasi. 

* « 

Nella 2* parte del suo scritto il Bizzo pubblica tre ma- 
trici agrigentine di arte arcaica, di cui solamente l'ul- 



147 



Anno I. — N. 3. 



148 



tima appartiene propriamente alla ceroplastica. Le altre 
due spettano, se non m^ inganno, alla plastica monumen- 
tale. Egli parla di maschere andando dietro air idea molto 
discutibile dell' Heuzey sull'origine delle maschere sepol- 
crali, e perchè effettivamente la prima di tali maschere {A) 
richiama i tipi mummiformi dell' Egitto ; ma è ben sicuro 
l'A. della destinazione funebre di questa maschera? Non 
potrebbe esser questa una matrice per antefissa? Così, io 
non sarei alieno di credere antefissa anche le più piccole 
matrici date a p. 808 e 805; non mi sembra che, né l'una, 
né r altra, abbiano carattere sepolcrale. Ma su questo 
punto, senza vedere gli originali, non posso pronunciare 
un giudizio sicuro. 

Per carità, l'A. non si lasci troppo suggestionare dagli 
scrittori che studia, cerchi su monumenti e cerchi soprat- 
tutto i monumenti stessi se vuol rendere un grande ser- 
vigio alla scienza. Invece di far venire da Rodi le sue 
matrici pensi che la Sicilia è la patria di Damofilo e Gror- 
gaso, i famosi plasticatori e pittori siculi fatti venire a 
Soma nel 498 a. C. per decorare di sculture fittili il 
tempio di Cerere nel Circo Massimo. (Plin. h. n. 85-154). 
Egli ha davanti i primi esempi di matrici plastiche di 
questo tempo, (sec. V a. C), cerchi dunque e faccia cer- 
care; chi sa che non trovi di che giustificare la fama 
ch'ebbe la Sicilia in questo genere di monumenti, la Si- 
cilia, vera emula e rivale dell' Etruria. 
Firenze, 18 Marzo 1896. 

Litigi Adriano Milesni. 



Storia di Roma di Ettore PaiS. Voi. I. Parte I. Cri- 
tica della tradizione sino alla caduta del Decemvirato, To' 
rino (Carlo Clauaen), 1898; pp, XXIV-629. 

Il grosso e bel volume, che il benemerito Pais ci re- 
gala, k dedicato alla critica dell'antichissima storia leg- 
gendaria di Roma. Egli muove dai lavori dei critici che 
lo precederono, specialmente da quelli del Mommsen, ma 
va molto al di là dei suoi predecessori. Comincia meto- 
dicamente con una rassegna delle fonti e del loro valore 
(cap. I p. 1-128), mostrando come, per il tempo più an- 
tico, non esistevano in Roma né monumenti né notizie, 
donde si potesse attingere vera storia; anzi, i primi a dar 
notizie storiche, furono scrittori greci, segnatamente si- 
ciliani e dell'Italia meridionale. E quando più tardi i 
Romani stessi vollero scrivere la storia e le antichità del 
loro popolo, i loro storici, da Fabio Pittore a Livio, non 
poterono se non seguire i modelli greci, dai quali tolsero 
anche la retorica con tutti i suoi effetti, aggiungendovi di 
proprio tendenze politiche, patriottismo ed indagini jmti- 
quaiie. Sorse cosi a poco a poco, di generazione in gene- 
razione, la storia romana antichissima, che in realtà è 
poesia. 

Ecco in breve le idee dell'autore, giuste in genere 
e ben fondate. Egli si dimostra buon conoscitore non 
soltanto della letteratura romcma, ma anche della greca. 
GHi si può contraddire in qualche particolare ; io dubito, 
per es., che egli abbia ragione a far giungere Timeo i)er- 
sino a Lavinio (p. 7. 18. 19), e mi pare che esageri i meriti 
letterari! di Appio Claudio e di G-neo Flavio (p. 43) ; ma 
in complesso il capitolo è ben riuscito. 



n cap. IX. contiene la storia della fondazione di Roma, 
e vi si tratta degli Aborigeni (che son considerati come 
'popoli della montagna', in opposizione ai Campani 'genti 
del piano ' ), dei Pelasgi, di Enea e de' suoi successori, dei 
re Albani, di Romolo e Remo, e delle orìgini della città, 
n cap. Ili comprende i sette re e la loro storia; il rv ed 
ultimo i primi settanta anni della repubblica (509-489 
av. Cr.), dove h specialmente da rilevare la critica del 
Decemvirato e delle Dodici tavole (p. 570 sqq.). H Pais 
rigetta tutta questa tradizione, ed opina si sia attribuito 
ai Decemviri quello che in realtà fecero molto più tardi 
Appio Claudio e Grneo Flavio. Due soli fatti storici crede 
dì dovere ammettere per il tempo più antico: il Lazio 
invaso una volta dagli Etruschi, e ne ebbe orìgine la 
leggenda di Porsenna e dei Tarquinii; un'altra dai Sabini 
o Sanniti (verso il 438 av. Cr., contemporaneamente al- 
l'invasione sabina della Campania), e ne nacque la leg- 
genda di Numa, Tito Tazio etc. Ma anche qui egli crede 
che alla influenza della letteratura siciliana e dell'Italia 
meridionale si debba la particolar forma che la tradizione 
assunse. Non Enea soltanto fu importato dalla Sicilia nel 
Lazio, ma anche la storia della prima secessione e di altre 
agitazioni politiche fu, a suo giudizio, modellata sui moti 
siracusani presso a poco del medesimo tempo (p. 511. 
548 sqq.). 

Con la sua critica il Pais si propone un doppio scopo. 
Vuol mostrare cioè che l'antichissima storia romana fu 
inventata, e insieme vuole interpretare i racconti e di- 
chiararne i .presupposti, le cause, le tendenze e il tempo. 
Ed in questa interpretazione hanno la loro parte e reto- 
rica e poesia e curiosità antiquaria e intenzioni politiche ; 
ma uno spazio notevolmente più ampio è lasciato alla 
spiegazione mitologica. Ciò è caratteristico per il nostro 
autore, e se ne deve far qui menzione. I sette re di Roma, 
intesi come rappresentanti dei sette coUi, per lui sono 
propriamente Divinità; e così anche il liberatore G^iunio 
Bruto, Valerio PopUcola, Orazio Coclite, Lucio Minucio 
ed altri personaggi della leggenda. Tarquinio, ad esempio, 
non è se non Giove stesso, Bruto emana da Giunone, 
'Orazio Coclite da VuIceuio o dal Sole. Inoltre i varii 
personaggi mitici e semidivini derivano da duplicazione 
o triplicazione di pochi tipi. Tulio Ostilio è duplicazione 
di Romolo, come già altri avevano pensato ; Anco Marzio 
è una ripetizione di Numa; Servio Tullio è mezzo Romolo, 
mezzo Numa; la sua morte per opera di Tullia ricorda 
il mito solare; Servio è quindi identificato con Virbio, e 
il culto di Diana, istituito da Servio sull'Aventino, con 
le misteriose cerimonie nel tempio di Dieoia presso Aricia; 
Tarquinio vale originariamente lo stesso che Taruzio, Ta- 
racia e Tarpeia. Questo principio mitologico, come ognun 
vede, è molto pericoloso per la ricerca seria, e conduce 
alle più arbitrarie conclusioni. È il punto nero del Hbro. 

L' autore ha poi, come a me sembra, trascurato la storia 
e lo svolgimento della tradizione, che pure nessuno co- 
nosce meglio di lui. Tratta tutte le notizie, senza distin- 
zione di età^ come di ugual valore e non disdegna nep- 
pure i racconti dei parallela minora dello Pseudoplutarco. 
Donde avviene che certe versioni, considerate come molto 
recenti da altri, sono da lui riferite a un tempo assai an- 
tico, per es. la lista dei re di Alba, che egli riferisce alla 
seconda metà del iv secolo (p. 185 sq.); e per contrario 



149 



Anko I. — N. 3, 



150 



dì versioni più antiche non è fatto quel conto ohe si do- 
vrebbe. In generale, alla forma antica degli Annali, come 
ci è conservata da Diodoro, ed anche ai Fasti Consolari, 
attribnisce tanto poco valore storico, quanto ai racconti 
di Livio e di Dionigi, mentre i più degli odierni critici 
fanno diversamente. Ciò si vede, per dare un esempio, 
quando egli tratta di Spurio Cassio e di Spurio Melio 
(p. 504 sqq.). Gli si può opporre che le versioni dftcor- 
danti che trova, non esistono nò punto né poco nella tradi- 
zione più antica, ma sono aggiunte posteriori, le quali perciò 
non possono avere alcuna importanza per V origine della 
tradizione stessa. Io non credo ohe Tautore in tali ricerche 
abbia scelto la via buona; ma per un giudizio definitivo 
converrà aspettare che egli abbia svolto interamente le 
sue opinioni. E si deve anche concedere che la qui- 
atìone del valore storico di Diodoro non è affatto risoluta 
finora e che essa richiede indagine larga e profonda. 
Il Pais stesso promette un volume di complemento, dove 
si troveranno più ampie spiegazioni. Sarebbe anche impor- 
tante sapere qual grado di credibilità egli attribuisca alla 
tradizione sui tempi più recenti, sulle guerre Sannitiche, 
Puniche ecc. 

Ma qui dobbiamo far punto. Solo conviene aggiun^re 
che dappertutto V autore dimostra ammirabile dottrina ed 
acume, e dappertutto occorrono osservazioni eccellenti e 
' suggestive * . Mi duole che il breve spazio di una re- 
censione non mi consenta di recarne qualche esempio. 
Marborg, 19 Aprile 1886. 

Benedetto Niese. 

Albiua Tibulltu, UnUrsiichtmg und Text. Von H, Belling. 
Zicei TeiU. Berlin 1897; pp, 412-56. 

Fra noi in questi ultimi anni Tibullo non die^ luogo 
a lavori e studi di qualche importanza ; se non si voglia 
fare un' eccezione per la polemica che, or son diciannove 
anni, ai trascinò qualche mese non senza asprezza tra il 
Carducci e Bocco De Zerbi *), e per V analisi fine e ge- 
niale che delle elegie amorose di Tibullo pubblicò POc- 
cioni nella Nuova Antologia s) poco tempo prima di morire. 

Invece presso le altre nazioni d^ Europa e specialmente 
in Germania si son dedicate parecchie monografie al poeta 
di Delia. All^ indirizzo iniziato dallo Scaligero che consi- 
sisteva nel proporre qua e là violente trasposizioni nel 
testo, indirizzo ripreso non senza grande ingegno e dot- 
trina dall^ Haase e dal Ritschl >), ma combattuto già dal 
Lachmann e dall' Haupt *), ò sottentrato un indirizzo più 
sano, per il quale si tenta dare una ragionevole inter- 
pretazione del testo tradizionale senza sottoporlo a for- 
zate alterazioni. Ha dato buon esempio il Vahlen con 
on suo scritto del 1878, nei Bendiconti dell'Accademia 

') La polemica ebbe oocasione da un articolo del De Zerbi, 
pubblicato nel Fanfolla della Domenica il 7 Settembre 1879. Vi si 
parlava di Tibullo come poeta della oorrozione romana. Il Car- 
ducci Boese in lizza a difesa di Tibullo, con un articolo che com- 
parve nello stesso giornale. La questione s' accalorò e fu tra- 
scinata anche in giornali politici, il Piccolo di Napoli e la Patria 
di Bologna. G-li articoli furon poi tutti raccolti in volume dai 
fratelli Treves (Milano 1860). 

^ Anno 1801, serie terza voi. 26*. 

*) Haase. Disputaiio de trihuB Tibulli loda tranapositione 
emendandiSf Breslau 1866. Bitschl, Opuacula 8, 616. 

*) Haupt, Optuc. 8, 90. Lachmann, recensione dell*ediz. 
del Dissen che era del 1886. 



delle scienze di Berlino,* lo segui il Leo colla sua illu- 
strazione delle più difficili elegie tibulliane, pubblicata nel 
secondo volume (1881) delle PhUologxèche Untersuchtmgen 
del Wilamowitz e del Kiessling. Poi contribuirono molti 
altri, come il Karsten »), lo Scheidemantel «), THennig»), 
il Wilhelm *) eco. 

Ultimo di questa schiera è il Belling che, dopo un 
volumetto di Prolegomeni critici a Tibullo (Berlino 1898) 
e un fascicolo di Quaesiiones TibuUianae (ib. 1894), ha pub- 
blicato ora il libro che annunziamo, di cui la prima parte 
è un volume di ricerche, e la seconda è Tedizione delle 
elegie certamente Tibulliane, escluso dunque il terzo li- 
bro che è di Ligdamo e il panegirico a Messalla eh' è di 
ignoto autore, e incluso, solo per comodità di confronti, il 
foglio dei brevi componimenti di Sulpicia (IV, 8-12). 

L^ originalità di questo lavoro (faticosissimo a leggersi, 
perchè il discorso seguita per quattrocento fitte pagine senza 
veruna distinzione di capitoli o paragrafi) consiste nel rin- 
novato tentativo di fissare un ordine cronologico tra le 
elegie tibulliane e sceverare in esse le parti credute com- 
poste prima dalle aggiunte fatte di poi. 

Il risultato delle ipotesi e ricostruzioni del Belling sa- 
rebbe il seguente. Anzi tutto, i primi lavori poetici di 
Tibullo sarebbero la 2», la 6» e la 5' elegia del primo 
Ubro, i veri canti d'amore che hanno ad oggetto Delia, 
ma, secondo il Belling, seguace in questo del Leo, piut- 
tosto elaborazioni poetiche alla maniera alessandrina che 
canti ispirati veramente da una passione reale. È però da 
notare che il Belling stacca dalla 2' elegia l'esordio, o 
i versi 1-4, e la chiusa o i versi 89-100, ritenendoli ag- 
giunte posteriori ; parimenti stacca dalla 6' i versi 57-86, 
e dalla 5» i versi 19-86 per analoghe ragioni. Le elegie 
così monche sarebbero state composte dopo che già era 
stato pubblicato il primo libro di Properzio, e questi at- 
tendeva al secondo. — Alle elegie di Delia seguirebbero, 
secondo il Belling, le elogio di Marato, in quest'ordine: 
8*, 9* e 4» (libro I). Queste sarebbero state fatte dopo la 
pubblicazione delle Greorgiche, cioè dopo il 725 di R. — 
Verrebbe poi l'elegia del trionfo aquitanico di Messalla, 
o la ?• del primo libro, dell'anno 727; anno in cui fu 
pubblicato da Properzio il suo secondo libro di elegie e 
comiciato il terzo. Farebbe parte di questo gruppo di 
elegie in onor di Messalla anche la 8', comunemente an- 
noverata tra le elegie di Delia, perchè contiene il saluto 
che il poeta, malato in Corcira, dava alla coorte di Mes- 
salla salpata alla volta di Oriente. — Fa seguito un pe- 
riodo della vita di Tibullo, in cui egli si sarebbe ispirato 
alle bellezze della vita rustica. Allora dettò la 1* elegia 
del primo libro, le aggiunte alla 2», 6» e 5» di cui sopra 
s'è discorso, e la 10*; e co^ potè dar fuori un primo 
libro de' suoi saggi poetici da far degno riscontro alle 
Ecloghe di Virgilio, e al primo delle Satire d' Orazio. An- 
cora lo stesso periodo della vivamente gustata vita cam- 
pagnuola ispirò a Tibullo la 1* elegia del secondo libro, il 
noto canto ambarvale. Intanto usciva il terzo di Properzio 
verso il 781-82, ed era dal poeta d'Assisi cominciato il 

') V. Mnemoayne voi. 15 (1887) e 16 (1888). 

') Nel volume delle Commentationea dedicate al Bibbeck 
(Lps. 1888) p. 875. 

*) Bioerche sa Tibullo, Wittenberg, 1886. 

*) Nei JahrbUcher del Fleckeisen, 1895; e in Satura Viadrinat 
Breslau '96, p. 4&58. 



151 



Anno I. 



N. 3. 



152 



quarto. — S' intrecciano qui, secondo il BelUng, le elegie 
di Sulpicia ossia la 3», 4*, 5», 6» e ?• del quarto libro, 
elegie scritte da Tibullo come risposta alle poesie di Sul- 
picia stessa {IV, 8-12), e fatte precedere dalla IV, 2 a 
mo^ di preambolo. Alla dibattuta questione ohe riguarda 
r elegia IV, 7, se essa cio4 appartenga al gruppo 2-6 ov- 
vero al gruppo 8-12, in altre parole se sia opera di Ti- 
bullo o di Sulpicia, dedica il Belling più di 80 pagine del 
suo libro, e la risolve tornando all' idea del Gruppo, che 
la riteneva TibuUiana. Contemporaneamente a queste ele- 
gie del quarto libro, avrebbe Tibullo cominciato a cantar 
Nemesi, e prima Nemesi in villa colla 8* elegia del secondo 
Hbro, poi Nemesi in città colle elegie 4-6 del medesimo Ubro. 
Aggiunta ancora la 2* elegia che è pel natalizio di Cornuto, 
verso il 734 sarebbe stato da lui pubblicato tutto il se- 
condo libro che da Nemesi si denomina. L*anno dopo mori, 
e solo più tardi ai due libri tibulliani già fatti di pub- 
blica ragione, s'aggiunse quella silloge parte tibuUiana 
parte no, che Tetà della rinascenza divise nei due libri, 
terzo e quarto. 

A render conto del lavoro del Belling, bisognerebbe 
esporre anche in succinto gli indizi, le argomentazioni a 
cui egli ricorre per giustificare il suo sistema di ipotesi 
cronologiche ; ma a tutto ciò manca lo spazio. Ci conten- 
teremo di fare due osservazioni, dalle quali può dipen- 
dere il giudizio che s'ha a dare dell'ardito tentativo. 
L' osservazione prima riguarda la pretesa di sceverare in 
certe elegie parti più antiche e parti più recenti. Tale pre- 
tesa non pare a me ragionevole. Sia esempio la elegia 5' 
del primo libro. È l'elegia del dissidio, ohe Tibullo cre- 
deva di poter tollerare impunemente, ma invece non può 
e ha l'anima tormentata dall'amore, dalla gelosia, dallo 
sdegno, ed esce nelle più gravi imprecazioni contro la 
lena, per sollecitazione della quale DeHa lo ha abbando- 
nato. A un certo punto il poeta contrappone al dolore 
presente una graziosissima pittura dell' idillio d' amore di 
cui già egli aveva concepito la speranza : ei s' immaginava 
già di poter vivere colla sua DeUa in campagna e atten- 
dere con lei a lavori campestri, venerando gli Dei della 
terra, onorando di cortese ospitalità Messalla che venisse 
a far loro visita ecc. Questo bellissimo idillio si contiene 
nei versi 18-86. Ora il Belling sostiene che tale pittura 
di felicità rusticana non può appartenere al periodo della 
vita di Tibullo in cui egli compose l'elegia del dissidio, 
perchè allora egli abitava in Roma ed era tutto dominato 
da' suoi sentimenti erotici e non pensava alla campagna : 
perciò quei versi 18-36 sarebbero stati scritti più tardi, 
quando il poeta compose anche le altre sue poesie cam- 
pestri. Or chi vorrà far buon viso a tale curiosa ipotesi? 
Chi crederà Tibullo incapace di concepire un grazioso idillio 
di vita rustica, quando aveva l' animo pieno dell' amor di 
DeHa ? Anzi nella elegia quinta il contrasto che nasce dal 
sognato idillio, messo a confronto della rabbiosa vita pre- 
sente, dà tanta bellezza, che ò il punto più bello e caratte- 
ristico del lavoro ; e vi rinunzieremo per seguire una cer- 
vellotica ricostruzione cronologica? Qua! pretesa è codesta 
di fissare la cronologia dei motivi artistici che sorgono 
in mente a un poeta, se non forse ricavjmdoli appunto da 
una successione già nota ed accertata delle sue opere? 
Laonde tutta questa parte nel lavoro del Belling a me 
pare non accettabile. 



Una seconda osservazione è da fare rispetto ai raffironti 
istituiti dal Belling tra luoghi diversi di elegie tibulliane, 
tra loro e con passi d'altri autori, raffronti da cui egli 
vorrebbe ricavare indizi di anteriorità o di posteriorità. 
Per lo più questi raffronti non hanno alcun valore di- 
mostrativo della tesi che si vuol sostenere. Ad es. volendo 
il Belling provare che i w. 87-98 della 2» del primo li- 
bro xfon facevano in origine parte dell'elegia, ma furon 
composte dal poeta dopo le elegie di Marato, ne dà come 
indizio il raffronto di frasi come: 



a»eleg.,90: 



di 



96: 



87: 



post Veneris vin- 
cUs ntbdere colla 
9ibi hlandiUa» covìr 
ponete 

earae puellae an^ 
ciUam medio detU 
nere foro (consuU 
tandam) 

stare nec ante fo- 
ree puduit 
at tu qui rides ma. 
la nostra 



4* eleg., 16 : pauUatim sub iuga 
colla daòit 

> 71 : hlandiUis volt eae 
loeum Venu» 

• 77: me qui spernentur 
amantes consultent 



78: 



8A: 



cunctia ianua nos- 
tra potei 

mea ridebunt ma- 
gieteria. 



Par di sognare; ma sul serio crede il Belling che Ti- 
bullo non fosse in grado di scrivere la frase Veneris vin- 
culis sitbdere colla se non dopochò aveva composto l'altra 
patdlatim sub iuga colla dabit f E per foggiare il costrutto 
sibi hlanditias companere, bisognava proprio avesse già al- 
trove usato la voce blaruUtiae f Su per giù son tali i mol- 
tissimi raffronti onde il professore Berlinese ha rimpin- 
zato il libro j sicché parole e locuzioni dell' uso e frasi o 
motivi popolari dello stile poetico son presi per remini- 
scenze e imitazioni. Per lui non poteva Tibullo scrivere 
le fiere imprecazioni della 5* elegia contro la lena che 
staccò DeHa da lui : ' Mangi colei cibi sanguigni e beva 
fiele, e svolazzino intomo a lei l' anime lamentando il pro- 
prio fato, e il barbagianni canti violento dal suo tetto, 
ed essa stimolata dalla fame vada a cercar dell' erba fra 
le tombe e dell' ossa lasciate dai lupi crudeli ' ecc., non 
poteva Tibullo scriver questo se non aveva sott' occhio 
il quinto epodo d' Orazio, l' epodo dei filtri magici ; men- 
tre tutto induce a credere che di tali scene terribili fos- 
sero piene le leggende popolari. Per il Belling non po- 
teva Tibullo nella 5* elegia paragonare la sua bionda 
fanciulla a Tetide bella, portata a dosso d' un delfino alla 
casa di Peleo, questa semplice imagine mitologica non 
poteva Tibullo inventare senza aver a mente le nume- 
rose reminiscenze mitologiche di cui fé' sfoggio Proper- 
zio, segnatamente quelle della seconda elegia del primo 
libro a Cinzia. Or tutte codeste asserzioni non hanno, 
pare a me, ombra di fondamento. E quando il prima e 
il poi in una serie di fatti si basa su tali fantastici in- 
dizi, che cosa diventa l'edifizio cronologico che si crede 
tirar su? 

Aggiungiamo una parola sul testo pubblicato dal Bel- 
ling in volumetto a parte. La persuasione di aver colto 
nel segno rispetto all' ordinamento cronologico delle ele- 
gie tibulliane, lo ha indotto a pubblicarle appunto in que- 
sto ordine, separando le parti credute primitive dalle 
aggiunte ritenute posteriori. Ne segue che 1' edizione può 
servire soltanto a chi s'ò reso ragione delle ipotesi dal 
Belling esposte nel suo maggior volume. Ad altri non 
può servire che si troverebbe disorientato; per quanto 



153 



Anno I. — N. 3. 



154 



un ìndice richiami V ordine tradizionale in confronto col 
nuovo. 

Del resto Taver detto qui francamente il nostro pa- 
rere sul lavoro del Belling non impedirà a nessuno (ci 
piace chiudere con questa osservazione) di ammirare la 
profonda conoscenza eh' egli mostra di avere e di questo 
e degli altri poeti latini, e la costanza con cui egli si de- 
dicò a studiare Tibullo, da cui tolse anche il motto tuus 
luque numebo, per apporlo come epigrafe al suo studia- 
tissimo libro. 

F, Bamorino. 

Dott. Salomone Piazza. Vepigrcmma latmo, Pavte 
prima. Padova (Drucker), 1898; pp. VI 1-310, 
Pregevole l' attività, larga la cultura, quasi sempre giu- 
sto e sereno il giudizio, di cui dà prova da alcuni anni 
il Dr. Salomone Piazza nei suoi scritti filologici. Salutiamo 
dunque con gioia il nuovo e cospicuo volume che egli ci 
offre intomo all' epigrànoma latino, ed auguriamoci di ve- 
dere al più presto compiuta T opera, alla quale si è ac- 
cinto con tanto vigore ed entusiasmo. 

L'epigramma appartiene al numero assai ristretto di 
queUe forme letterarie, delle quali è consentito di rico- 
struire la storia, quasi direi indipendentemente dalle altre 
manifestazioni della vita artistica del poeta o del popolo 
che rha coltivato. Esso si presta, per la sua natura così 
semplice e pur così universale, ad esser determinato e 
circoscritto assai agevolmente nei suoi caratteri fondamen- 
tali, i quali rivelano o, meglio, riflettono l'indole stessa 
del poeta e del popolo che l'ha prodotto. Da questa par- 
ticolare sua natura deriva, che lo storico, il quale si ac- 
cinge a studiare ed esporre .le vicende di questa forma 
dell'arte, debba prescindere quasi interamente da quelle 
considerazioni generiche, onde non demverebbe luce alcuna 
all' argomento speciale della sua trattazione ; e debba limi- 
tarsi, quasi esclusivamente, all' esame di quelle circostanze 
storiche, che hanno determinato una trasformazione ov- 
vero anche una novella manifestazione di questa forma 
artìstica, sia singola sia collettiva. 

La considerazione generica qui espressa mi dispensa dal- 
l' insistere sulle ragioni, per cui io reputo insieme super- 
flua ed insufficiente la prima parte del capitolo (pag. 1-15), 
che il dr. Piazza ha dedicato alla poesia alessandrina. 
L'epigramma, come egli riconosce ed accenna, ha origine 
più remota, ohe conveniva forse di ricercare ed esporre 
con maggiore larghezza; e, se si trasformò anzi dilagò 
nell'età alessandrina, dei soli caratteri storici ed artistici 
di questa bisognava tener conto, che ne favorirono e pro- 
mossero lo sviluppo. A compenso di questa omissione, 
forse non involontaria nello scritto del Piazza, siamo lieti 
di notare che è oltremodo pregevole, ricca ed interessante 
la scelta e l' esposiidone che egli ha fatta degli epigrammi 
alessandrini (p. 15-48), la quale basta a dar saggio dei 
varii sentimenti che vi furono riflessi e di alcuni carat- 
teri dell' arte ellenistica, che ebbero poi séguito e svolgi- 
mento anche al di fuori della letteratura latina, che più 
direttamente ne deriva. 

Col secondo capitolo l'autore entra nella trattazione 
del suo argomento, e premette ad essa, come in forma 
di prologo, un quadro sintetico intomo allo svolgimento 
dell'epigramma latino dalle sue origini fino a Marziale 



(p. 49-79). n Piazza procede acconciamente dalla ben 
nota definizione, che diede il Lessing, della natura del- 
l' epigranmia. Ma, poiché questa ne limiterebbe notevol- 
mente il numero, soprattutto nel periodo preaugusteo della 
poesia latina, si prova a renderne più elastico il concetto 
con questa sua variazione, che l'epigramma latino ' è il 
più breve fra i componimenti poetici, nel quale lo scrit- 
tore vibra a guisa di dardo un concetto acuto e rin- 
chiudente in sé qualche cosa di nuovo e di peregrino ' 
(p. 56). Più che una definizione nuova, noi troviamo qui 
attenuato il concetto arguto del Lessing, per renderlo ca- 
pace di comprendere in s& un numero di componimenti, 
maggiore di quello che veramente gli appartiene. Ma 
egli non avverte, che l'epigramma non ha il carattere in- 
dividuale della lirica propriamente detta, e, anche quando 
muove da ispirazione personale, riverbera sempre un con- 
cetto generico, di cui il poeta ha ritrovato la ripercus- 
sione nella sua coscienza o meglio nella sua esperienza. 
Il nostro egregio autore, notando la fisonomia caratte- 
ristica dell' epigramma latino, si avvede bensì che, mentre 
l' epigramma greco ci dà l' immagine dell' elegia ringiova- 
nita, il romano invece * è la forma più concisa della sa- 
tira ' (p. 50). Ma, in luogo di tener conto di questa dif- 
ferenza, e di ricercare le orìgini indigene dell' epigranmia 
latino, si ferma a notare da ultimo, e come di passaggio, 
la sua conformità coi carmina trìumphalia (p. 79) ; laddove 
era di tanto più agevole e naturale che questi gli apris- 
sero la via allo studio degli elementi nazionali, onde &D. 
dal principio fu così ricco e fiorente questo genere d' arte. 
Da questo punto di vista s'intende come debba parere 
superfluo lo sguardo riassuntivo sulle vicende dell' epi- 
gramma latino, che meglio sarebbe stato sostituito da 
un'indagine speciale limitata alle sue origini; e come 
debba parere eccessivo lo studio storico sui primordii della 
lirica latina e sui caratteri della nuova scuola poetica che 
s'intitola da Catullo, la quale derivò bensì, per mezzo 
di Valerio Edituo, di Porcio Licino e di Lutazio Catulo, 
dalla scuola alessandrina anche questo genere letterario, 
ma per richiamarlo alle sue sorgenti e ricongiungersi con 
esso alle sublimi ispirazioni classiche della lirica greca. 
Da queste considerazioni generiche, a cui ci ha richia- 
mati l'ampia trattazione del Piazza, scendendo all'esame 
dei singoli carmi da lui interpretati, noi non ci fermeremo 
a rilevare l' acume e la dottrina di cui egli ha dato prova, 
e che già ci avevano largamente abituati a pregiare le sue 
lunghe ed accurate indagini intorno alla successione cro- 
nologica dei carmi Oraziani e ai sentimenti politici che 
ispirano le tragedie di Sofocle. Di questi caratteri, già ben 
noti e pregiati, della sua attività filologica, sarebbe quasi 
superfluo di additare le tracce pur in questo nuovo vo- 
lume, dove si espongono minuziosamente le manifestazioni 
più cospicue dell'epigramma latino, nel primo periodo della 
sua storia. Ci fermeremo invece a mettere in mostra al- 
cuni pochi fra i molti punti di vista, in cui dissentiamo 
dall'egregio autore, nei molteplici problemi ermeneutici 
e critici da lui dottamente e scrupolosamente illustrati. 
Intrecceremo insieme argomenti d'importanza diversa, per 
seguir l'ordine stesso in cui si trovano svolti nel libro, 
che è qui preso in esame. 

A p. 55 si definisce il verso saturnio come * l' orrido 
metro in cui Catone aveva espresso il suo malcontento 



166 



Anno I. — N. 8. 



156 



contro ogni genere dUnuovazìone ', laddove era forse più 
conveniente ricordale che quel verso armò Vira del fiero 
poeta campano; poiché dei satnrnii, che forse scrisse Ga- 
tone, a noi non resta più alcuna traccia. — A p. 56 si 
accenna agli epitafìi di Nevio, Ennio, Plauto e Pacuvio, 
per notare che * la maniepa caratteristicai con coi essi 
esaltano i pregi di questi scrittori, si trova in uno stri- 
dente contrasto colla grande modestia e semplicità che tra- 
spare dagU epitafìi letterarìi scolpiti sulle erme greche ' . 
L^ autore non esprime nettamente qual sia il fine, a cui 
questa osservazione è diretta. Ma il divario notato è ca- 
ratteristico dell'indole diversa dei due popoli e sUnfiltra 
anche in altre manifestazioni poetiche; sicché potrebbe 
essere indizio, come già avvertii altrove, della genuinità 
di quegli epigrammi, per la chiara coscienza che i poeti 
vi rivelano della missione altissima, a cui s' informò tutta 
la loro carriera artistica. — A p. 84 Pa. ribatte giusta- 
mente la fallace interpretazione data dair Ellendt del fa- 
moso luogo del (2e orcUore 8, 225, dove si parla dell' ora- 
tore 0. Gracco, che modulava la sua orazione al suono 
di un flauto, messo in movimento all'occorrenza da un 
abile schiavo che stava nascosto dietro di lui. Il Piazza 
nega che questo schiavo si chiamasse Licinio, e addita 
molto acutamente in Plutarco la prima fonte dell' errore, 
in cui ò incorso il critico tedesco. Sennonché a chiarire 
la natura della proposizione relativa, che ha dato ori- 
gine a questo equivoco (idem Ghracchus, — quod potes au- 
dire, Catule, ex Licino cliente tuo litterato homine — 
quem servum stU ille hàbuit ad numum, cum ebumeola so- 
litus est habere fìstula.... perilum hominem qui etc), a me 
parrebbe utile di mettere in mostra, che la funzione pro- 
lettica del quem è attestata dall'apposizione successiva 
peritum hominem, la quale esclude recisamente che si possa 
considerare la proposizione relativa quem senmm ille ha- 
ìnUt ad manum come apposta al litterato homine che pre- 
cede. — A p. 90, per mera svista, si chiama campano il 
poeta ' Calabro o rudino ' Ennio, per una momentanea 
confusione con Nevio. — A p. 91 1' a. interpreta i versi 
famosi di Orazio: Sema enim Oraecia etc., col notare che 
Orazio facesse cominciare da Ennio, alla maniera di Per- 
ciò Licino, la letteratura Romana. Sennonché il nuovo 
concetto, che ebbe ed incarnò il Venosino dell'imitazione 
dell' arte greca, non lo portava a distinguere tra l' attività 
letteraria di Ennio e quella dei suoi predecessori Livio 
e Nevio, a cui egli non poteva negare il merito di aver 
fatto pei primi conoscere e pregiare a Roma, nell'a. 240 
av. Or. /514 di R., la drammatica greca. — A p. 104, a 
proposito del famoso epigramma di Perciò Licino, l'au- 
tore accetta al secondo verso l' emendazione congetturale 
del Biittner: 

Quaeritis ignem? ite huc! huc agite! ignis homost, 

ritenendola assai ingegnosa e meglio adatta alla rappre- 
sentazione drammatica del sentimento espresso dal poeta. 
E crede di trovare una giustificazione all' ardito tentativo 
nel fatto che la lezione conservataci dai codici: 

Quaeritis ignem ite hùc" quaeritis (ite huc) ignis homóst, 

é evidentemente guasta. Ma a me par facUe avvertire che 
delle due ripetizioni quaeritis e huc agite é più naturale 
la prima e più corrispondente all' indole di questa poesia 



popolare; e che se il copista aggiunse una seconda volta 
dopo quaeritit la frase interiettiva ite hue, fu solo per av- 
vertire che nel verso: 

Quaeritis ignem? ite huc! Quaeritis? ignis homost 

l'ordine naturale delle parole fu invertito soltanto per ra- 
gione metrica, e che la successione spontanea del pensiero 
si deve ricostruire in questa forma: 

Quaeritis ignem, quaeritis? ite huc! ignis homost; 

forma questa che congiunta col verso genuino spiega in 
modo del tutto soddisfacente l'alterazione che esso ha su- 
bito nei codici. — Parimenti a p. 114 l'a. accetta nel fa- 
moso epigranmia pompeiano : 

Quid fi]t? vi me oculei, posquam deduxstis in ignem. 
No]n ad vim vestreis largificatis geneis? 

la sostituzione di non ad vim con lumphae vim. Ma a me 
pare che l' antitesi resti distrutta ed annebbiato il concetto 
ai'tistico dell'epigramma, nel quale il poeta rimprovera 
agli occhi, che neghino perfino il conforto di lacrime ab- 
bondanti alle sue povere guance, che bruciano per loro 
colpa del fuoco d' amore. Sennonché egli tempera in baon 
punto il suo ingiusto rimprovero, perché le lacrime di 
amore non inumidiscono, ma bruciano il volto ed inari- 
discono l'animo: 

Verum] non possunt lacrumae restinguere flammam, 
Hae]c OS incendunt tabificantque animam. 

È un concetto un po' artifizioso, ma non privo di vita, 
e trova ad ogni modo riscontro in quell' epigramma di 
Posidippo, dove si parla di una fanciulla nel bagno, che 
' colle sue carni bagnate accese nel cuore ddll' amante 
secchi carboni ' (Antol. Pai. V. 209, 8), remoto e lontano 
preludio delle goffe e languide imitazioni che ne fece più 
tardi la poesia secentistica. — A p. 117-119 l'a. giudica 
correttamente, contro il parere del Bibbeck, della origi- 
nalità e bellezza dell' epigramma latino di Q. Lntazio Ca- 
tulo (Aufugit mi animua) di fronte a quello di Callimaco 
(42 fj/Liicv fjtèy tffvx^s ^t» tó nyéoy), da cui si crede comu- 
nemente che sia derivato. Ma si prova ad emendare in 
questa forma il secondo distico: 

Quid, si nnnc interdixem, ne illune fngitivum 
Mitteret ad se intro, sed magia eiceret? 
Le quali parole egli poi interpreta a p. 118 nella seguente 
maniera : ' l' animo mio é fuggito da me, credo come al 
solito da Teotimo. La é cosi, presso di lui egli trova il 
suo rifugio. E chef ee or proibissi a Teotimo di lasciar 
vatrtxre dentro di sè(f) il fuggitivo e gli ingiungessi di re- 
spingerlo Umtano da «è * ? Lascio le mende minori, che 
questa interpretazione in sé racchiude, e noto che inttr- 
dixem per interdixissem >) non equivale a ' proibissi ' ma 
ad ' avessi proibito ' , e si rende quindi incompatibile col 
nunc, che il Piazza vi congiunge. Donde risulta la neces- 
sità di ritornare all'antica lezione: 

Qui, si non interdixem, ne illune fugitivum 
Mitteret ad se intro, sed magia eiceret? 



') Affermando ohe interdic-sem ha il valore di interdixUtemy 
io non voglio punto inoolcare che le due forme abbiano certa- 
mente origine identica ; ma solo questo che interdic-sem non 
si può fare equivalente ad interdice-rem, perchè al potenziale 
it. 'proibissi' il lat, risponderebbe col cong. pres. interdican. 



157 



Anno I. — N. 3. 



168 



n qual concetto ( ' e che avverrebbe, se io non gli avessi 
proibito di accoglierlo, ma di respingerlo *) serve como- 
damente come di passaggio alla terza parte dell^epigramma, 
che contiene lo scioglimento curioso ed inaspettato di una 
situazione drammatica cosi tesa: 

Ibimus quaesitum. Yerum, ne ipsi teneamur 

Formido. Quid ago? Da, Venus, consilium. — 

A p. 121, non credo che P autore sia nel giusto consi- 
derando, alla maniera comune degli altri critici, il prota- 
gonista del ben noto epigramma di Gatulo come un amante 
del celebre attore Boscio, più seducente della stessa aurora. 
Il saluto: 

Constiteram exorientem auroram forte salutans, 
Cum subito a laeva Boscius exoritur. 

Pace mihi liceat, caelestes, dicere vestra, 
Mibrtalis visust pulchrior esse deo 

presenta una forte e vivissima rassomiglianza colla ma- 
gnifica apostrofe rivolta da Bomeo a Giulietta nel dramma 
di Shakespeare ('che veggo? qual luce splende da quel 
verone ? ah ! T oriente è quello e Giulietta ne è il sole. 
Sorgi, bel sole, sorgi ed eclissa col tuo splendore quest' in- 
vida lana, che mal sof&e che tu, vergin del suo culto, 
splenda più chiara di lei ') ; ed ha, per quel che a me pare, 
allusione e significato metaforici. Il poeta saluta in Bo- 
scio, sul principio della sua carriera drammatica, un nuovo 
astro che sorge nel cielo dell' arte ed è destinato ad ec- 
clissare quelli che già brillano nella natura *). — A p. 126 
il P. avverte ' che la poesia latina cominciò a svolgersi 
molto prima della prosa, e che lento fu il suo progresso e 
ben lunga ìdk via che dovè percorrere prima di pervenire 
all^ eccellenza dell^ età augustea ' . L' autore certamente 
non tien calcolo dell^età arcaica, in cui pure ai versi 
popolari dei v£Ues corrispondeva il linguaggio ritmico ado- 
perato nelle formole delle leggi, ma intende solo di ri- 
ferirsi alle prime manifestazioni di arte dotta o riflessa 
che sorsero in Boma sotto T influenza àella letteratura 
greca ; e in tal caso non può dimenticare, che le Origines 
di Catone son quasi contemporanee agli AnncUes di Ennio. 
E ad ogni modo non dovrebbe, esagerando fallaci apprez- 
zamenti che prevalgono tuttora con A palese ingiustizia 
contro il tardivo svolgimento dell^ ingegno Bomano, rite- 
nere che la letteratura latina abbia risentito troppo de- 
bolmente e lentamente della efficacia della greca, se le 
bastò poco più di un secolo per raggiungere la perfezione 
quasi in ogni forma dell' arte e gareggiare non senza for- 
tuna con quella, che rappresenta ognora V ideale insupe- 
rato in ogni manifestazione dell' arte. Certo la letteratura 
a Boma si rinnovò rapidamente, e il diverso concetto, che 
ebbero dell' arte le successive scuole poetiche, fé' tramon- 
tare rapidamente le manifestazioni anteriori di essa, poi- 
ché il genio Bomano non ebbe tregua se non quando potò 
emulare nell' età Augustea la perfezione dell' arte ellenica. 
Ma d'altra parte è ingiusto ritenere col Piazza, 1. e, 
che le tragedie di Ennio, di Azzio e di Pacuvio furono con- 



*) [L'amico Gooohia avrà le sue ragioni per pensare cosi; 
convien però aggiungere che Cicerone {de deor. nat. 1, 29, 79), 
a cui dobbiamo la conservasione di quei versi, non ebbe il me- 
nomo sospetto di tale interpretazione metaforica; e questa 
sembra a me non facilmente conciliabUe col carattere ales- 
■andrineggiante dell'epigramma. G. V.]. 



dannate all' oblio per decisa avversione del pubblico, per 
gravi difetti di arte o per povertà di lingua; poiché, come 
non vi fu età in cui il pubblico Bomano manifestasse in- 
teressamento per il teatro, pari a quello per cui va cosV 
meritamente celebrato il sesto secolo di Boma, cosi non 
vi furono anche dopo poeti, che superassero i tre qui ri- 
cordati, per potenza d'ingegno e feconda ricchezza di 
ritmi e di lingua. — A p. 129 l' a. interpreta i famosi 
versi dell' epigramma riferito da Svetonio intomo a Va- 
lerio Catone, epigramma che io credo di dover attribuire 
per la sua mordacità a Furio Bibaculo, col riconoscere 
nel grammatico Catone l' attitudine ' a fare dei suoi sco- 
lari altrettanti poeti ' . A me pare invece che i due versi : 

Cato grammaticus, latina Siren, 

Qui solus legit ac facit poetas 

accennino all' autorità incontrastata di Catone, il cui giu- 
dizio bastava da solo a dare o a togliere la fama di poeta. 
E infatti il legit, come esclude l' opera vera e propria della 
scuola, cosi richiama alla memoria U giudizio chiesto da 
Azzio a Pacuvio, quando venne in Taranto a dargli let- 
tura dell' Atreo, cioè di uno dei suoi primi tentativi nel 
campo drammatico, così efficacemente da lui coltivato più 
tardi. — Nello stesso luogo il P. accenna anche alla Lydia 
e alle Dirae di Catone, senza pur soffermarsi a ricordare o 
ribattere l'ipotesi recente, per quanto inverosimile, del 
Bibbeck, il quale scorge la continuazione diretta di queste 
composizioni poetiche nei carmi omonimi che fanno parte 
di^Yi^Appendix Vergiliana, — A p. 152 l' a. nota una contra- 
dizione stridente tra il giudizio che dà Cicerone nel Bru- 
tus 19,75 intomo ai precursori di Ennio e le lodi che egli 
tributa altrove all' arte altissima dell' autore degli Annali, 
senza osservare che l' un fatto non contraddice punto al- 
l' altro, e che le lodi di Nevio come precursore nulla de- 
traggono ai meriti del poeta, che da lui prese l'ispirazione 
dei suoi Annali, quantunque ostenti di disprezzarlo. — A 
p. 188 il Piazza crede di riconoscere, in modo evidentis* 
Simo, l'intonazione satirica dell'epigramma che Catullo 
dedicò a Cicerone. A me pare invece che il centro di quel- 
l'epigramma (di sette versi), essendo costituito dal quarto 
verso : 

Gratias tibi maximas Catullus 
Agit, 

il quale ha un'intonazione perfettamente seria e bonaria, 
escluda affatto la punta ironica, che il Piazza con altri 
scorge nella chiusa: 

Quanto tu optimus omnium patronus. 

Questa chiusa, ad ogni modo, non si presta affatto all'in- 
tepretazione che da lui gli vien data di ' avvocato di tutti' , 
poichò D verso precedente pessimm omnium poeta, che Ca- 
tullo riferisce a se medesimo e che deve far le veci di 
pessimus omnium poetarum, dimostra a chiare note che an- 
che optimus omnium patronus è adoperato analogicamente 
per opHmtis omnium patronorum, — E qui sospendo la serie 
delle mie osservazioni, perchè se mi invescassi a parlare 
di, un soggetto per me cosi attraente, quali sono i carmi 
di Catullo, rischierei di non porre più fine a questa recen- 
sione. Alla quale darò termine col ricordare ancora due 
lievi sviste in cui è incorso il nostro autore, l' una a p. 192, 



169 



Ahko I. — N. 3. 



160 



dove pubblica lo spiritoso epigramma di Calvo contro 
Pompeo 

Magnus, quem metuont omnes, digito caput uno 
Scalpit. Quid credas huno sibi velie? virum, 

spostando accUpit alla fine delP esametro, invece che a 
principio del pentametro; e l'altra a pag. 243, dove vien 
dato il nome di esametro, invece che di priapeo, al ritmo 
del notevolissimo carme di Catullo intomo a Colonia: 

O colonia quae cupis" ponte ludere longo. 
Cesinali, 16 Aprile, 189S. • 

Enrico Cocchia, 

Theodori Ducae Laacaria epistidae CCXVII. Nunc primum 
ediàit NiCOlaUS Fosteu Accedimi appendice^ IV: 

I. Theodori litterae de pace a Bulgaris per Btusoa petita, 

II. Eiusdem sermo adveraua mcUedicoa, III, Nicepkori 
Blemmidae epiatulae XXXIII, IV. Sabae ad Nicephorum 
Blemmidam epistula, Firenze (tip, Cameaecchi efigU), 1898; 
pp, XII-éM (Fubblicazimti del R. latittUo di Studi Supe- 
riori in Firenze), 

L'imperatore Teodoro II Lascari (f 1258) è indubbia- 
mente una delle figure più interessanti cosi della storia 
come della letteratura bizantina: nell'una e nell'altra 
infatti, non diversamente da parecchi altri principi, prin- 
cipesse e grandi dignitarii dell'impero orientale, egli ebbe 
una parte di somma importanza. Abbiamo di lui, oltre 
scritti retorici, una ricca collezione di lettere, indirizzate al 
celebre filosofo Blemmides (il Festa preferisce questa grafia 
al Blemmydes adottato dal mio caro discepolo Heisenberg 
e da me), allo storico Giorgio AcropoUte, al maresciallo 
di campo Giorgio Muzalone, ad alti personaggi ecclesia^ 
etici e a diversi professori. L' editore di questa corrispon- 
denza ha meritato egregiamente non della letteratura bi- 
zantina soltanto, ma anche della storia. Certo il gusto 
bizantino si rivela costantemente anche in queste lettere 
principesche : lo smodato compiacersi di eleganze formali, 
l' orrore per ogni dato di fatto e soprattutto l' indifferenza 
per ogni particolare concreto, sono qualità comuni cosi 
alle lettere ora per la prima volta pubblicate dal Festa, 
come ad altre moltissime di scrittori bizantini. A con- 
siderar queste di Teodoro solo superficialmente, si po- 
trebbe proprio credere che tutto il contenuto si riducesse 
a vani saggi di dottrina filosofica, matematica, teologica 
e mitologica, mescolati ad assicurazioni di stima, di ami- 
cizia e di gratitudine e, in non lievi proporzioni, a la- 
menti per la malattia che afiOUlggeva l'autore. Gli argo- 
menti latini, che l' editore ha posti sotto il testo greco e 
che in realtà dimostrano come non si renda servizio a 
nessuno con sommarii cosi magri, sembrano adatti a 
confermare in questa opinione. E in verità parecchie let- 
tere sono addirittura esercitazioni retoriche di scuola o 
formularii apparecchiati per una occasione opportuna (cf. 
ToV óetya p. 202, 17); ma pur da epistole cosi artificiosa- 
mente composte si riflette non poca luce sui tempi e sul- 
r ambiente, e persino di fatti positivi non c'è difetto: 
purché a tale scopo si studino accuratamente e, cosa per 
verità non facile, s'intendano a dovere! Appena si sia 
approfondito con cura ed amore il contenuto delle sin- 
gole lettere, ecco che si trovano copiosi particolari no- 



tevoli ; si riconoscono tratti in sommo grado interessanti 
del carattere del principe e dei suoi corrispondenti; si 
apprende non poco di nuovo sulla cultura alla corte di 
Nicea e sulle agitazioni militari, politiche e religiose del 
tempo ; perfino lo studioso del linguaggio popolare vi gua- 
dagnerà notizie non spregevoli. A .preferenza delle altre 
sono ricche di contenuto concreto le lettere al maresciallo 
di campo Giorgio Muzalone, che di regola sono militar- 
mente brevi. 

La forma retorico-filosofica, di cui il principe si serve, 
ò solo una veste artificiosamente disposta secondo anti- 
chi modelli, attraverso la quale, spesso, e abbastanza di- 
stintamente, traspare la realtà delle persone e del tempo. 
Poiché non sono cose e persone di poco conto quelle che 
v'incontriamo. In primo luogo Teodoro Lascari stesso: 
un soggetto come non si potrebbe pensarne uno migliore 
per im saggio psicofisico, in questa nostra età cosi ap- 
passionata per i tipi anormali di degenerati. Uomo di non 
comune ingegno, pieno di nobile entusiasmo per la filo- 
sofia, che, come egli finamente osserva (p. 8, 14 sq.) 
' creata dai Greci ne à ora disprezzata, come cosa stra- 
niera *, ricco di sapere, blasé anzi di dottrina, della sua 
superiorità intellettuale ha piena consapevolezza. Inces- 
santemente tormentato da gravi dolori fisici, e per in- 
fluenza di essi divenuto iroso e diffidente, sa però ancora 
scherzare con grazia, e anche piÌL spesso ricorre alla sa- 
tira mordace, specialmente contro i suoi medici ignoranti 
e stolti. Finché resta principe ereditario non si cura gran 
fatto di faccende politiche e militari ; ma vestita la por- 
pora imperiale, il dotto malaticcio si trasforma ad un 
tratto in accorto ed energico generale, che guerreggia 
lontano dalla sua comoda residenza in condizioni diffici- 
lissime, e ripetutamente debella i pericolosi Bulgari: se 
avesse avuto vita più lunga, avrebbe forse legata al suo 
nome la gloria della riconquista, da lungo tempo vagheg- 
giata, di Costantinopoli. 

Complicata al pari del carattere di questo principe h 
la lingua che egli adopera. Ora si compiace di uno stile 
saltellante, che a volte, come nelle omelie di Sofronio, a 
furia di rime e di antitesi finisce col non sembrare più 
prosa; ora invece fabbrica magniloquenti periodi, gravi 
di pensieri filosofici e teologici. Ora scrive secondo idee 
e concezioni sue, ora invece le sue lettere non sono se 
non passi cuciti insieme di scrittori sacri e profani, senza 
nulla di suo, talché si può paragonarle a centoni in prosa. 
Il suo vocabolario è ricco di parole rare, talvolta addirit- 
tura racimolate faticosamente nei lessici, per mezzo delle 
quali s'ingegna di dare all'elocuzione colorito dotto ed 
elegante; ed anche gl'ionismi, disseminati qua e là da 
Teodoro non meno che dagli altri rappresentanti della 
prosa artistica bizantina, sembrano adoperati a questo 
medesimo fine; a volte però l'umore del principe si ab- 
bassa senza ritegno alla lingua del popolo, e ne ritrae 
parole e frasi tutt' altro che decorose secondo il codice let- 
terario dei bizantini, ma pure eminentemente vivaci ed 
espressive. C'è una contraddizione anche in questo, che 
Teodoro, ad onta della sua educazione retorica e delle 
cure minuziose che spende nella politura della forma, 
tratta con sovrano disprezzo la legge, investigata da Gu- 
glielmo Meyer, delle clausole ritmiche. 

Ciò che più ripugna al nostro g^to é la predilezione 



161 



Anno I. — N. 3. 



162 



per puri giuochi di parole tirati eccessivamente in lungo, 
in modo da rìcordaroi i peggiori romanzi bizantini. Occorre 
del resto un' evidente differenza e nel contenuto e per- 
sino nello stile fra le lettere di Teodoro principe eredi- 
tario e quelle di Teodoro imperatore. Queste ultime sono, 
se è possibile, ancora più oscure; si direbbe che, in os- 
sequio al principio ' Noblesse oblige * , egli cercasse allora, 
più che non prima, di avvolgere i suoi pensieri nel velo 
impenetrabile dell'etichetta di corte. Non posso adden- 
trarmi a parlar del contenuto delle lettere; voglio però 
porre in rilievo un particolare, che specialmente ai let- 
tori di questo giornale non dovrebbe riuscire indifferente, 
intendo dire quel non so che di sentimentale, con cui 
Lascarì ricorda le rovine di Troia e di Pergamo (p. 88 
e 107) : sentiamo che non è lontano il tempo degli umanisti. 
Alle lettere di Teodoro il Festa ha aggiunto una rela- 
zione, indirizzata ai suoi sudditi asiatici, delle trattative 
coi Bulgari e coi Bussi, un'apologia, diretta all'impera- 
tore suo padre, contro le calunnie di maledici, finalmente 
una scelta di lettere di Niceforo Blenmiides ed una lettera 
di un tal Sabas a Blemmides. Il lavoro dell' editore era 
difficile in più sensi. I manoscritti, donde gli toccò trarre 
il materiale, sono in parte mal conservati e solo a stento 
leggibili. La lingua delle lettere, anche per lo specialista 
di filologia bizantina, è insolita e piena di oscurità, che 
del resto, come abbiamo la consolazione di vedere, nep- 
pure coloro che ricevevano le lettere riuscivano sempre 
a dichiarare (cf. p. 88, 88 sqq.; 88, 14 sq.). Quel variopinto 
miscuglio di dottrina antica, peculiarità ecclesiastiche e 
novità bizantine, propone alla critica un compito gravo- 
sissimo, solo in parte attenuato per il fatto che le lettere, 
bene ordinate a gruppi cronologici e raccolte in buone 
edizioni mentre vivevano ancora coloro che le scrissero, 
ci furono conservate da copie antiche e relativamente 
molto corrette. Non si esprime felicemente il Festa, quando 
(p. Ili) dice che la maniera di scrivere di tali autori non 
si presta all'applicazione di severe regole critiche (' cri- 
ticae artis reguHs severioribus '): le leggi della critica 
sono egualmente severe qui e per i testi classici, mag- 
gior rìlasciatezza è solo negli scrittori. In complesso il 
lavoro filologico del Festa merita piena lode. La costitu- 
zione del testo, per cui egli si è data ogni maggior cura, 
gli è riuscita bene, quantunque forse si possa desiderare 
qua e là tendenza ancora più conservativa. Diligenza ed 
estese letture attestano le identificazioni dei luoghi citati 
da opere sacre e profane. Di speciale gratitudine gli siamo 
debitori per gì' indici copiosissimi. Peccato è che il Festa, 
per motivi estranei al lavoro, non abbia recato ad effetto 
il suo proposito, di dar nei Prolegomeni più abbondanti 
contributi all' interpretazione. Poiché ancora e' ò molto da 
dichiarare in questo Eraclito bizantino, e molto da ri- 
trame; ed a questo converrà ora por mano. 

Monaco. 

Carlo Krumhitcher. 

Paolo Segato. Q^H eUmenU ritmici di Ariétosseno tra- 
dotti e iUuatrati. Feltre 1897. 

(continuazione; v. eopra p, 97 sqq.) 

Aprono il volumetto alcuni cenni brevissimi intorno 
alla vita e all' attività di Aristosseno, e una enumera- 
zione delle sue opere d' argomento musicale e di quanto 



ci è pervenuto dei suoi studi ritmici. Seguono alcune no- 
tizie bibliografiche intorno alle varie edizioni dei (v&fnxà 
atoix^Za e alla loro critica. E qui per comodità dei lettori 
il Segato avrebbe potuto essere meno conciso e adden- 
trarsi un po' più neU' esame e nella critica delle varie 
opinioni e discussioni. Viene poi la parte sostanziale del 
lavoro, la traduzione cioè dei frammenti, continuamente 
illustrata di note in cui l'autore completa, per quanto si può, 
le dottrine aristosseniche con le notizie degli altri antichi 
teorici di musica e di metrica, e, dov'è il caso, rischiara 
i luoghi del testo col confronto della musica moderna. 

La coscienza e competenza con cui la versione appare 
condotta, m'hanno spinto a un diligente confronto col 
testo. Così mi sono venute fatte alcune osservazioni circa 
il modo di rendere alcuni luoghi. E non so se potrà pa- 
rere che vada troppo per il sottile ; ma le esporrò perchè 
sarei ad ogni modo contento se da una eventuale discus- 
sione potesse sorgere la verità. 

Le parole di Aristosseno (p. 28, 18 sqq. ed Westphal, 
Lips. 1861) sono cosi tradotte dal Segato (p. 8 § 8): * Sono 
poi da considerare due nature, quella del ritmo e quella 
del ritmizzabile, i quali 8<mo affini Vuno ali* altro, si come 
sono tra loro la figura e il figurabile. * Potrebbe nascere 
nel lettore il dubbio che fra il ritmo e il ritmizzabile, la 
figura e il figurabile esistessero, secondo Aristosseno, delle 
affinità che in realtà non sussist<3no. Aristosseno parla 
infatti di rapporti che intercedono fra le nature del ritmo 
e del ritmizzabile, della figura e del figurabile. Tradurrei : 
* fra i quaU intercede su per giù il medesimo rapporto 
che fra la figura e il figurabile.* 

Più oltre (Arist. p. 29, 4 sqq. Westph.) leggiamo nel 
Segato (p. 10 § 5) : * Nessuno dei corpi figurabili è la cosa 
stessa che alcune delle figure : bensì la figura è una certa 
disposizione delle parti del corpo, che nasce dal rapporto 
reciproco di ciascuna di esse : onde fu chiamata schema, 
che è tanto a dire, quanto rapporto. U simigliante è del 
ritmo ' ecc. Mutando nel primo periodo la posizione sin- 
tattica dei termini, il pensiero dell'autore non viene più 
rispecchiato fedelmente. Aristosseno dice che convien guar- 
darsi dal credere che il ritmo e la forma, che hanno esi- 
stenza propria ideale, se bene divengono a noi percepi- 
bili solo in qualche loro incarnazione con la materia, siano 
tutta una cosa con la materia: l'illusione contraria, che 
la materia cioè sia figura, il ritmizzabile ritmo, non pare 
supponibile. L' ambiguità che nel testo può nascere dalla 
forma — tó avxò Bivai, — è corretta dalla sintassi di 
— oidèv r<ày cxfìfJtdxoìv: o te Qv&fióg — , soggetti. Con- 
viene, mi sembra, tradurre : ' Ninna delle forme è tutta 
una cosa con alcuna delle materie atte a riceverla; ma la 
forma è ecc. Cosi il ritmo non è la stessa cosa con al- 
cuno dei ritmizzabili ' ecc. 

Nell'inciso seguente (p. 29, 11 sqq.) il Segato traduce 
(p. 10 § 6) : ' Sono conformi anche in ciò figura e figurabile, 
ritmo e ritmizzabile, che da se non divengono.' Ed annota: 
' Si osservi come qui Aristosseno appaia rigoroso seguace 
delle teorie aristoteliche. Aristotele sostiene che la forma 
e la materia vanno bensì distinte tra loro, ma che ciascuna 
per essere ha bisogno di compenetrarsi nell'altra; che co- 
stituiscono, in altre parole, un reale unico. * Non credo. 
Che nella realtà il ritmizzabile esista anche senza il ritmo, 
è indiscutibile: l'urlo d'una fiera o i soffi del vento sono 



163 



Anno L — N. 3. 



1»)4 



in sé ritmizzabili, sussistenti senza ritmo ; né Aristosseno, 
credo, affenna il contrario. Il suo rw eiQrjfiéya sembra 
riferirsi ai due soggetti delle proposizioni precedenti, allo 
^XVH'^ì ^^^^ ®^ ^^ ^vd-fÀÓg. E infatti, dilucidando poi la 
sua affermazione, di ritmo solamente ]>arla e di figura: 
Tó XB yÙQ axfj/^tty fÀtj vTiaQXovxog rov de^ofiét^ov «l'ro, JrjXof 
tog uóvvarn yeyéa&ai' o re (w&uóg vj&avTtog /oi^iì; rov 
(wd-fita&tjao^uéyov xal léfxvotfiog xòy XQ^^^^ ^^ óvvuxdi 
yiveod'tti xxX, Del resto pare che poco dopo Aristosseno 
ammetta una esistenza del ritmizzabile indipendentemente 
dal ritmo, quando afferma che xò ^v&fÀtCóf^e^óy èaxi jnèy 
xoiyóy Tiojg ag^vd-fÀlag xe xal ^v&fiiov (p. 30, 17). Sicché 
direi : * Cotesto ritmo e cotesta figura, offrono poi ana- 
lofgia fra loro in quanto da sé non divengono.' 

Comunque, tali mende, se pure s' hanno a chiamar 
mende, non intaccano per nulla la parte sostanziale della 
versione che è buona e fedele. Ma — come potrebbe non 
esserci un ma in questioni cosi delicate come le ritmiche? 
— non si aspetti il lettore di trovare il trattato aristosse- 
nico chiaro in tutto da cima a fondo. Molti luoghi sono 
realmente oscuri e intomo a qualcuno in sé ovvio la cri- 
tica s^ è tanto ingegnata che ' al corpo sano ha procurato 
scabbia ' . 

A discutere le difficoltà e le divergenze e ad appro- 
fondire insieme alcune delle osservazioni già fatte nelle 
' Note' al testo, è destinata l'ultima parte del lavoro del 
Segato. E qui confesso ohe non mi trovo sempre d'ac- 
cordo con lui. Gli appunti che egli fa al Westphal mi 
sembrano sempre giusti, e mi piace specialmente come egli 
purifica le questioni dalle nebbie teoriche in cui talvolta, 
con la solita predilezione dei critici tedeschi, le avvolge il 
dottissimo autore ; ma quando poi afferma, non sempre mi 
persuade. Cosi, per esempio, si può senz'altro asserire (p. 45) 
che per i Greci * non vi erano normalmente che valori 
posti nel numero di 2 : 1, doppi e metà, lunghe e brevi? 
E crede il Segato (p. 16 ; cf. p. 49 sg.) che la ^v&fionoUa 
possa identificarsi senz'altro con V esecuzioTie? E il luogo 
veramente arduo (p. 38, 16 W.) Jai xi de ov ylyBxai nkelto 
arjfÀettt xuiy xexxccQoiy, olg 6 novg /^^rat xaxà xtjy avxov 
àvyafiiy xxX.y non meritava un pò più di considerazione? 
Certo la ragione del Westphal, che da un numero maggiore 
di movimenti sarebbero stati impacciati il direttore e gli 
esecutori, non mi sembra tale da potercisi acquetare. Le 
peu*ole xaxà xijy avxov évya^jtiy accennano ad una ragione 
inerente alla natura intima del piede. 

E su tali questioni avrei anch' io da dire la mia. Ma 
ho già troppo varcati i limiti di una recensione; ne delle 
ipotesi — che anche le mie, naturalmente, sono ipotosi — 
starebbero qui in casa loro. Intanto, giacche mi son messo 
sulla via degU appunti, farò ancora al Segato una osser- 
vazione puramente metodica. Nel suo libro si trovano 
citati autori antichi e moderni, Psello o Westphal senza, 
alcuna indicazione, ne dell'opera, nò del luogo. Sono pedan- 
terie ? Ma senza simili pedanterie, che i)erdita di tempo non 
esigerebbe ogni ricerca scientifica? Ad una analoga non- 
curanza si debbono anche parecchi errori tipografici, spe- 
cialmente nelle parole greche e noi segni metrici, che offen- 
dono l'occhio e possono talvolta ingenerare confusione in 
iiu lettore poco versato nella materia. 

E faccio queste ultime osservazioni perchè il Segato 
possa, se vuole, dare un aspetto un pò più moderno e 



scientifico ad una eventuale ristampa del suo volumetto 
che sinceramente auguro prossima a lui ed agli studi in 
Italia. 

Roma, 29 dicembre 1887. 

Ettore HonujufìioU. 

Arintotelis de arte poetica lihcr. Rccognovit breviqìie adnofa- 
tione critica inatnixit I. ByWater. Oxonii (e typotjra- 
pheo Clarendoniano), 1897 ; pp. VISI. 

Seguendo l' esempio del Vàhlen, l' editore si attiene 
strettamente al codice parigino : ' cum mentem manum- 
que Aristotelis satis fideliter in co referri arbitrer, et si- 
cubi vitiis laborat, non ambitiosa opus esse sed modica 
tantum ac modesta emendatione, qualis ad tralaticia li- 
brariorum delieta semovenda etiam in aliis graecarum Ut- 
terarum relUquiis facile conceditur ' . Ma fortunatamente 
il Bywater, del cui giudizio non si può non aver grande 
stima, mette in pratica con molta discrezione questa teoria. 
Qualche volta anzi la dimentica più che non vorremmo. 
Ci sembra infatti che dopo aver scritto : * eorum quae in 
in Poetica aegre ferimus nonnulla, nisi fallor, ad ipsum 
(se. Aristotelem) redeunt, festinanter et parum conside- 
rate scribentem atque, ut fit in opere adumbrato sed nun- 
quam relecto, quod semel minus recte scripserat intactum 
relinquentem ' , si sarebbe dovuta tollerare, per esempio, 
la mancanza dell' articolo, se non in luoghi come 1418* 88, 
almeno in altri come 54'^ 26 e 31 ecc. Ad ogni modo, non 
è per noi senza importanza sapere in quanti e quali luo- 
ghi un critico cosi sagace e insieme prudente, come è il 
Bywater, ritenga necessario allontanarsi dal codice pari- 
gino. Ben raramente avremmo in verità il coraggio di 
esser più conservatori di lui, il che non toglie che egli ci 
sembri addirittura audace quando 51*» 21 scrive 'Ayd-eì {con 
Welcker), 49^ 1 xtxifit^ói^y ib. 9 fJiixQi' (Jtky xov (éia)fiéT^ov 
(cosi, e inoltre fAeyaXr] per fisydXov, Papageorgios nel 
1.0 voi. dell' 'Ad^yà, p. 4 dell' Estr.), ib. 84 xavxfjy (per 
avxijy)i 51» 9 aXXox" eitód-aciy (con M. Schmidt) ecc. Invece 
emendazioni sicure ci sembrano per es. 52^ 7 àxelvov, di'" 3 
<rvaxt]fÀàx<ay (cf. 50^ 84 anay ngày^ia o <rvyéaxrjx6y ix xiym-) 
e sim. A parecchie congetture dello Spengel e di altri e 
resa piena giustizia. Sicché a far la somma, converrà il 
Bywater stesso che la decantata bontà delle pergamene 
parigine è molto relativa ; e deve far meraviglia che esse 
abbiano imposto all' editore persino un KXvxa^fxyrjaxqay 
(58^ 28), dove, per non dire altro, la stessa traduzione 
araba attesta KXvxa^fi^axqay. 

Il Bywater conosce egregiamente la letteratura este- 
sissima della Poetica: avrebbe fatto bene a tener conto 
anche dell' articoletto del Laudi (in Stu/di ital. III 68 sqq.) 
sopra le lezioni del codice Riccard. 46, del quale sarebbe 
stata opportuna la menzione a p. 48** 85. 49* 7. 54* 22. 
55* 16. 58*> 20. 25. 29. 59* 18. 60» 1. 28. 61* 25. 35. 61»» 2 ecc. 

In conclusione, chi voglia oggi usare (e non intendiamo 
uso filologico soltanto) la Poetica di Aristotele, avrà il 
dovere di consultare 1' elegante edizioncina del Bywater, 
né avrà mai a pentirsi di averla consultata. 

Katalog der Handicriften der UmversitOtS'Bibliothek zu Leip- 
zig. III. Die griechiachen Ilandscriften von V. Gardt- 
haUSen. Leipzig (0. Harrcuaowitz), 1898; pp. XIX'92. 

Fra cinque anni sarà pubblicato l'intero Catalogo dei 
mss. della biblioteca dell'Università di Lipsia. Int-anto 



165 



Anno I. 



N. 3. 



166 



Vittorio Gardthausen ci dà i codici greci; e fra breve 
Teodoro Anfrecht darà i codici sanscriti; e Carlo YoUers 
gli arabi e tutti ^li altri orientali. 

I greci in questo indice del Gkirdthausen ammontano a 
settantadue (1-8 biblici, 9-17 Padri e scrittori ecclesiastici, 
1».23 liturgici, 24-81 Filosofi, 82-86 Poeti, 87-40 Storici, 
41-49 Giuristi, 50-66 Medici e Alchimisti, 67-72 miscel- 
lanei). Sono per lo più, come è naturale, codici conosciuti e 
<pà adoperati largamente ; ma nonostante è tutt^ altro che 
piccolo il merito del Gardthausen, sia per la esattezza 
delle descrizioni, sia per la ricchezza delle indicazioni bi- 
bliografiche. Specialmente nelle pagine di prefazione oc- 
corrono notizie interessantissime, quali noi italiani non 
avremmo mezzo di cercare altrove. Chi poi rammenti che 
fra i msB. di Lipsia si trovano 48 fogli del celebre ' codex 
Sinaiticus', altri frammenti Tischendorfiani, il codice im- 
portantissimo dello Pseudo-Aristotele * De Zenone, Got- 
gia ' ecc., e non pochissimi altri di primari scrittori sacri 
e profani, sarà anche in grado di valutare il servizio reso 
dal prof. Gardthausen ai nostri studi, offrendo ai dotti 
di ogni paese informazioni sicure e precise, quaU da un 
uomo della sua competenza erano da aspettarsi. 

A< Solarì* La Navarchia a Sparta e la Usta dei Naoarchi. 
Estratto dagli annali della B. Scuola Normale Superiore 
di Pisa. Fisa Nistri, 1897. 

È un diligente studio intomo alla Navarchia Spartana, 
e presenta alcuni risultati nuovi anche dopo il lavoro 
del Beloch sullo stesso argomento {Bhein. Mus. 1879, 
p. 117-180) e gli articoli del Busolt e del Gilbert nei loro 
manuali di Antichità greche. In appendice U Solari ag- 
gionge una Usta dei navarchi di Sparta dal 480 al 874 av. C. 
La lista è documentata con la citazione delle testimonianze 
antiche, e si può dire completa. • 



I^' A. HÌeS6. Isl das Hellenenium eme Uberwtmdene, oder 
isl es eine noch heute die Geister Uberuyindende Machtf — 
(Programma del GUrmasio di Coblenza) 1898. 

£ un discorso pronunziato nella solennità per il na- 
talizio dell^ Imperatore. Non c^è, quindi, da aspettarsi di 
Teder trattata in modo ampio ed esauriente la questione 
annunziata nel titolo del fascicolo. In compenso, con una 
forma smagliante, sono opportunamente presentate molte 
buone idee sull^ importanza educativa degli studi classici, 
idee non certo nuove, ma troppo spesso dimenticate o 
messe in non cale, anche da taluni che di scuole parlano 
con la persuasione d^ intendersene. ' Che cosa ' , ad esempio, 
domanda il Biese, ' vogliamo combattere con Teducazione 
e con l'insegnamento, se non V egoismo soprattutto e il 
freddo calcolo dell^ interesse materiale, secondo il quale 
cultura e ingegno hanno solo quel valore che può conver- 
tirsi in danaro sonante? Non combattiamo forse T andazzo 
così generale di condannare come inutile, superfluo e vano 
tatto ciò che merita il nome d^deale nel sentire e nel 
pensare? * 

Lo spazio concesso a questo breve cenno ci vieta di 
entrare in un esame particolcureggiato di tutto il discorso ; 



ma non sappiamo resistere alla tentazione di dar qui tra- 
dotto anche il passo seguente: ' Chi, dotato di buone di'- 
sposizioni naturali, è stato da mano esperta introdotto 
nel mondo dei Greci, nella loro poesia, nel loro modo di 
pensare, acquista ripugnanza per tutto ciò eh' è triviale, 
falso, svisato nell'arte ; guadagna ricchezza di percettiva, 
profondità di sentimento, vivezza d'intuizione; attinge, 
cioè, alle fonti primarie, da cui deriva la schiettezza nel 
volere e nell'agire, insomma il perfezionamento del ca- 
rattere. ' 

Goblet d' Alviella. Ce que Vlnde doit h la Chèce. Paria 
(E. Leroux) 1897; pp. VI-198. 

È da augurarsi che questo libro, piccolo di mole ma 
abbondante di notizie e di osservazioni quasi sempre 
giuste, trovi numerosi lettori fra gli ellenisti, ai quali 
mi sembra più specialmente destinato : che gli indianisti 
hanno dovuto già da tempo convincersi della indipen- 
denza assoluta dello spirito indiano dal greco, nelle ma- 
nifestazioni filosofiche, religiose e letterarie. Anche let- 
terarie, poiché dopo la confutazione fatta da Sylvain Levi 
{Le théàtre indien p. 844-366) delle conclusioni del Win- 
disch (Der griechische Einfluss im indischen Brama), non si 
dovrebbe più pensare ad alcuna influenza deUa commedia 
greca nuova sul dramma indiano classico ; e quanto alla 
questione della migrazione delle favole, all' autore del bel 
libro La migratùm des symboles era facile dimostrare an- 
cora una volta come dalle numerose coincidenze fra le 
novelle ed apologhi dei due paesi non si possa necessa- 
riamente trarre la conclusione nò di un imprestito nò di 
una comune origine. È innegabile invece che l' astronomia 
e la medicina degli Indiani di molto sono debitrici a quelle 
dei Greci ; come ò innegabile l' influenza grandissima che 
gli artisti cileni esercitarono sulle arti plastiche e deco- 
rative dell'India. La medaglia di Niceforo Antialcida, 
nella quale una testa di elefante, con la proboscide alzata, 
rende omaggio ad un Giove seduto, ò un bel simbolo della 
superiorità dell'arte forestiera sui timidi tentativi pae- 
sani. E possiamo dire che quell'arte meravigliosamente 
trionfasse, nobilitando ed ingentilendo, quando ritroviamo 
l'immagine del Buddha rivestita del /*t£oV e dell' if«a- 
riov^ e (}v79, sotto le spoglie di Poseidone armato di tri- 
dente, e il ratto di Ganimede adoprato a raflfigurare una 
leggenda buddistica, e 'il carro di Surya (= Helios) tirato 
da quattro destrieri, conforme alla iconografia greca, e 
non da sette, come lo descrivono gli inni vedici : mentre 
sui capitelli si svolgono i temi ornamentali, prettamente 
greci, dell' acanto e delle file di perle, e sui bassorilievi 
degli stùpa sono scolpiti tritoni e chimere. 

Questa, dedicata ai rapporti fra l'arte indiana ed el- 
lenica, è senza dubbio la parte migliore del libro: nella 
quale non sarebbe forse stato fuor di luogo un qualche 
accenno alle profonde differenze psicologiche fra Greci e 
Indiani ; che in tali differenze è facile ravvisare il perchò 
della superiorità artistica di quelli su questi. 

P. E, P. 



167 



Amro I. — N. 3. 



16R 



VeàÀxùme Gudemail del Dialogo di Tacito intomo agli 
Oratori. 

Sebbene si tratti di un libro uscito gi& dal ^94 (BoBtan, 
CHnn & Company) y pure se ne fa qui memoria, come d'un 
lavoro che attesta con quanto interesse e successo si col- 
tivino gli studi classici negli Stati Uniti d' America. Al- 
fredo Gudeman appartiene all^ Università dello stato di 
Pennsylvania, e fu già uditore a Berlino di Giovanni 
Vahlen, a cui volle in segno di gratitudine dedicata questa 
sua opera. Attese al lavoro di preparazione negli anni 
dall' '88 al '98 ; periodo di tempo che non sembrerà troppo 
lungo a chi consideri la straordinaria diligenza da lui 
adoperata nel raccogliere le varie lezioni proposte al testo 
del dialogo De oratortbua dai critici di tutto il mondo, e nel 
mettere assieme le copiose note illustrative ed esegetiche. 
Precede il testo una lunga introduzione (pagg. cxxxviii) 
dove si tratta in modo largo e compiuto la questione 
dell' autor del dialogo, si espone la struttura del dialogo 
stesso e se ne delineano i personaggi; e si danno in ultimo 
notizie sulle fonti letterarie da cui fu tolta la materia 
del dialogo, sulla lingua e lo stile che vi si osserva, sui 
libri manoscritti nei quali è a noi pervenuta questa ope- 
retta. Le pagine contenenti il testo (55) hanno in calce 
un apparato critico compiutissimo, almeno per tutto il 
tempo che scorse dall'edizione del MichaeHs (1868) infino 
a noi. Le note occupano la parte maggiore del volume, 
da pag. 56 a 882. Si chiude con una serie di indici bi- 
bliografico, degli autori, dei passi e delle cose illustrate 
nel Commento ; indici alla cui compilazione contribuirono 
i proff. Muss-Amolt dell' Università di Chicago e Edmiston 
dell'Università di Itaca (nello stato di New- York). Meritano 
speciale attenzione i prolegomeni e le note. Nei prolegomeni 
la questione sull' autor del Dialogo è risolta in favore di Ta- 
cito, per diverse ragioni, dal Gudeman largamente svolte e 
che qui si riassumono : 1* per la testimonianza concorde dei 
codici; 2^ perchè l'operetta non potè essere stata composta 
dopo il regno di Tito (79-81), e questa data concorda colla 
cronologia della vita di Tacito ; 8^ per somiglianza di at- 
titudini mentali e di giudizi osservabili nel dialogo e 
nelle opere genuine di Tacito; 4<» per coincidenze stili- 
stiche; mentre le pur notevoli differenze hanno la loro 
spiegazione in una cotale evoluzione dello stile tacitiano 
da quest' opera giovanile alle altre di età più matura, che 
è r idea svolta già magistralmente dal Wolfflin (nel Phi- 
lologus, Voli. 24-29). In tutto questo il Gudeman non ha 
dato nessuna novità, ma ha raccolto molto bene i varii 
argomenti addotti prima di lui, ed è certo che la tesi del- 
l' origine tacitiana del Dialogo è resa grandemente pro- 
babile. Si noti tuttavia che è sempre cosa soggetta a dubbi, 
e non è molto, nel Giornale Americano di Filologia (voi. 17* 
p. 289-818) un conterraneo del Gudeman, il prof. Steele, 
pubblicò osservazioni non ispregevoli contro la teoria 
WdMiniana. Le note poi del Gudeman sono cosi copiose 
e comprendenti ogni punto disputabile di critica o di 
esegesi del testo, cosi ricche di confronti greci e latini, 
che proprio non si può desiderar nulla di meglio. Certo 
vi son qua e la dei luoghi ove l'opinione del Gudeman 
è discutibile e troverà, come ha trovato, degli oppositori ; 
cosa che qui non è il luogo di rendere evidente con esempi 
e prove; ma ninno potrà d'or innanzi far a meno del 
suo commento o disconoscerne il valore. Sicché è da con- 



cludere che anche di là dall' Atlantico ci vengono nobili 
esempi di amore agli autori classici e di diligenza imitabile 
nello studiarli e illustrarli. 

F, Raimorino, 

SnriCO Cocchia, Dei paataggio di Annibale per le Alpi 
(a proposito di alcune pubhlicassioni recenti). Memoria Ulta 
alla R, Accad. di Archeol. etc. Napoli, 1898; pp. 44. 

Le pubblicazioni recenti, alle quali si riferisce il Coc- 
chia, sono la tedesca del Fuchs (HcmnibaU AlpenUbergan^, 
Wien 1897), la francese dello Chappuls (Hcmmbal dcnu U4 
AlpeSf in Ann. de VUniv. de Grenoble 1897), il quale ultimo 
rimette in campo una ipotesi tra le meno fondate, col far 
rìmontare ad Annibale la valle superiore dell' Ubaye fino 
al colle di Boure o Bona. Ma quando si pensi che sosten- 
nero il passaggio di Annibale per il piccolo S. Bernardo 
uomini autorevolissimi, come il Mommsen ed il Yon Bnhn, 
che altri non meno autorevoli, come Q Nissen, si rivol- 
sero al Cenisio, apparirà evidente, anche sensa le nuove 
pubblicazioni, l'opportunità di rincalzare con nuovi argo- 
menti l' ipotesi del ' Monginevra ' che H Cocchia ste^sso 
aveva propugnata sette anni fa, in appendice al 21<* libro 
di Livio. Cioè in questa questione, che ha appassionato 
cosi gran numero di studiosi, si tratta per il chiaro lati- 
nista napoletano non tanto di desumere dagli scrittori an- 
tichi una direzione più a sud o più a nord tra le Alpi 
occidentali, quanto di dimostrare il fondamento del rac- 
conto liviano, che al Monginevra chiaramente ci conduce. 
Ne deriva quindi che la questione del passaggio di An- 
nibale si allarga ad una tesi d' indole generale, per il bi- 
sogno di sgombrare il terreno di * quel certo discredito in 
cui a torto è tenuto Livio e che perturba tuttora gli studi 
critici intomo all'antica storia di Boma ' . £ nella conclu- 
sione il Cocchia non si limiterà ad assicurare la vittoria 
al passo del Monginevra, ma coglierà anche l'occasione 
per ricordare * la lode che già Tacito attribuiva al Pa- 
dovano, come eloquenticte ac fidei praeclarue tn primis ' . A 
parte questa questione d' indole generale, egli è certo che 
il cammino di Annibale lungo il Bodano, l' itinerario al- 
pino in relazione ai giorni necessari all'esercito cartagi- 
nese per superarlo, la topografia dei popoli coi quali questo 
esercito prima venne a contatto nella sua discesa in Italia, 
la diversa epoca dell'apertura dei valichi alpini, il bisogno 
di integrare il luogo di Polibio 8,56,3 con un altro (8,60,2; 
di Polibio stesso, hanno suggerito al Cocchia ampie, acute 
ed efficaci osservazioni a profitto del racconto liviano. Forse 
qualche dubbio lascia la congettura che V Insula, alla quale 
Annibale pervenne prima di cominciare il passaggio delle 
Alpi, si possa cercare a sud dell' Isère. O tutt'alpiù do- 
vremmo ammettere che in corso di tempo ^ il nome di /n- 
8ida, dovuto allo speciale svolgersi del corso del Bedano, 
di fronte all' laère, tra la punta caratteristica di S. Génis 
e Lione, si sia esteso fuori dei confini fisici, nei quali si 
era potuto formare. Ma non sarebbe cotesta una difficoltà 
da infirmare la conclusione fondamentale. Se di varia na- 
tura è presso Livio e presso Polibio l' intervento di An- 
nibale tra i due fratelli allobrogici, che si contendevano 
la sovranità del territorio, non pare veramente che Tevi- 
denza del successivo itinerario verso il Monginevra possa 
sofl&ime gran cosa, ove il pervenire di Annibale all'/n- 



169 



Anno I. — N. 3. 



170 



fttla 8* interpreti per rarrivo sulla riva sinistra dell' Isère, 
che quell'/f»t</a a sud limitava. Anzi avremmo cosi un 
accordo più completo tra le esigenze toponomastiche e le 
conclusioni del Cocchia. IL quale, a mio parere, ha ben 
ragione di chiedere che il preconcetto, almeno in questo 
punto, non faccia anteporre notizie vaghe ed incerte ad 
un racconto chiaro e ben determinato. 

O. Grcttso. 



Luigi Cantarelli. Cecilia Attica. Roma (tip, della B. Ac- 
cademia dei Lincei), 1898. 

Le lettere ciceroniane, cimeli preziosissimi per riprodurre 
al vero l'immagine della società romana, ci disvelano non 
solo Tanirno di Cicerone, ma ancora quello di altri per- 
sonaggi che gli furono compagni e amici nella vita pub- 
blica e domestica; e come giovarono al Boissier (Cicéron 
etses amis. Paris, 1867 etc.) a ricostruire le figure di Attico, 
di Celio, di' Bruto, ad altri quelle di Dolabella, di Terenzia, 
di Tulliola, di Tirone, cosi oggi servirono al Cantarelli 
per uno studio delicato sulla figlia di Pomponio Attico. 
Cecilia Attica (e non Pomponia, come a torto amarono chia- 
marla tutti dopo il Drumann, giacché Attico nell'anno 58 
venne adottato dallo zio materno Q. Cecilie, e quiudi sua 
figlia doveva assumere da un lato il nome gentilizio Caecilia, 
dall'altro il cognomen 'pa.teTno Attica), nacque nel giugno del- 
l'anno 51, pochi anni dopo il matrimonio di suo padre con 
Piiia; ricevette probabilmente quelVeducazione greco-latina 
che allora si richiedeva per le condizioni della società e pel 
posto che vi occupava la donna, e, andata assai per tempo 
sposa ad Agrìppa, V amico famoso di Augusto, mori forse 
nel fior degli anni (non dopo Tanno 32), prima del pad^re. 
Come il padre suo era intimo di Cicerone, cosi anche Ce- 
cilia aveva il suo posticino nel cuore del grande oratore 
romano: egli, chiamandola con amoroso vezzeggiativo At- 
ticuloy dimostrava per lei quasi le stesse cure, gli stessi 
affetti che nutriva per la sua Tulliola, 

L'opuscolo del Cantarelli à scritto con forma semplice, 
lucida e animata; peraltro il fondo, per cosi dire, è solido, 
riposando su ricerche erudite, che opportunamente l'au- 
tore ha relegato nelle note, delle quali, oltre quelle a 
p. 10 sulle ville che Attico possedeva in Italia e a p. 18 
sulla vUla cumana, richiede speciale attenzione quella a 
p. 15, dove alla lezione corrotta dei mss. (ad Att, XU, 14) 
si sostituisce Piliam angi vela: satia est eam maerere prò 
omnibus: correzione che risponde completamente al con- 
testo della lettera, ed è non meno ingegnosa di. quel- 
l'altra che lo stesso prof. Cantarelli propose per un passo 
di Svetonio (nel Bollettino cU Filol, Class. IV, 110), sempre 
a proposito di Cecilia Attica. A p. 6 si ha la bibliografia 
delle opere moderne che esaminano la vita privata e gli 
affetti intimi di Cicerone: ai lavori italiani che vi si ci- 
tano, si deve aggiungere un grazioso studio del prof. At- 
tilio De-Marchi su Tulliola (edito a Milano nelPanno 1889). 
Concludendo, lo studio del prof. Cantarelli nella sua bre- 
vità reca nuova luce su un'anima gentile dell'antichità 
romana, e ad un tempo prova ancora una volta quanto 
profondamente Cicerone sentisse gli affetti della famiglia 
e dell'amicizia. 

A. C. 



Ferdinando GnO sotto. Una congettura intorno alle 
origini di Roma (Atti della R. Accademia di Padova 
voi. XIV)y Padova 1898; pp, 60. 

La congettura è cod formulata a p. 54 : ' Stando di 
fronte i Latini ed i Sabini, due nazioni affini tra loro ed 
estranee agli Etruschi dominatori degli Umbri, à possibile 
che o gravi fatti precedenti o l'interesse politico abbiano 
fatto intrawedere a quei guardiani dei reciproci loro con- 
fini l'opportunità di costituire, fondendosi, un nuovo Stato. ' 
Il resto dell'opuscolo è esposizione delle varie opinioni di 
storici antichi e recenti: più degli altri è adoperato lo 
Schwegler. Sembra a noi che non sia nel vero lo Gnesotto 
negando l'origine greca della leggenda romana. Che del 
resto tutta la cosi detta ' storia ' dell'antichissima Boma 
sia leggenda, lo crede anche lui; e neppur lui evita poi 
l'inconveniente gravissimo di porre a fondamento della 
sua congettura alcuni dati che pur non dovrebbero aver 
fondamento storico per chi tutto il racconto considera come 
l^gQiidario. Ciò non toglie che qualche giusta osserva- 
zione non possa trovarsi nell'opuscolo dello Gnesotto, seb- 
bene, in parte per la natura stessa dell' argomento, i re- 
sultati npn sembrino plausibili. 

W. Soltau. Livius ChschicìUawerlc, scine CompoMon und 
scine Quellen — Ein Hilfsbuch ftlr Geschickisforscher u. 
Liviusleser, — Leipzig, Dieterich' sche Verlagsbuchhand- 
lung (Theodor Weicher), 1897, 

Riassume e conclude gli studi fatti sin qui sulle fonti 
Liviano. In un'Introduzione, l'A. discorre delle tendenze 
di Livio, più retore e filosofo che storico, e dell'intento 
suo non scientifico ma formale e patriottico. Poi espone 
i risultati dei recenti studi intomo alle fonti usate da 
Livio, cominciando con quelle della IV* e V* decade più 
facili a determinare (Polibio prima di tutto, poi fonti ro- 
mane: Pisene, Anziate, e Claudio Quadrigario), poi venendo 
a quelle della III» decade (Polibio ancora. Celio, Claudio), 
infine venendo a quelle della 1* decade, che è materia più 
complessa a cui dedica buona parte del libro (da pag. 85 
a 200). Conchiude con cenni sul modo di lavorare di Livio 
e sulla storia dell'annalistica romana, studiata quest'ul- 
tima attraverso le varie correnti poetiche, retoriche, pa- 
negiriche, antiquarie che hanno su esse esercitata qualche 
influenza. 

F. R, 

£j< Stampini. Alcune osservazioni sui Carmi trionfali ro- 
mani — Prolusione letta il 15 Dicembre 1897 cUV Università 
di Torino, — Estratto dalla Riv, di FUoL e d'istruz. cZ., 
voi. 26, fase. 2. 

Discorre del contenuto di questi carmi e della loro 
forma a cori alternantisi. Trova in questi carmi il primo 
esempio e quindi l' impulso agli epigrammi politici come 
quelli di Catullo. Ricerca la causa della tollerata licenza 
di questi ioci militares, riponendola nella necessità di pre- 
servare il generale trionfante e anche lo Stato da disgrazie 
possibili appunto a causa della loro gloria; sicché i carmi 
trionfali avrebbero avuto lo stesso effetto àelfascinus posto 
sotto il carro dei trionfanti e dell'ammonimento che il 
servo pubblico soleva dar loro colle parole respice post 



171 



Anho I. — N. 3. 



172 



te, hominem te memento; si confronti Puso dei Fescennini 
nelle cerimonie nuziali. £ unUdea già vecchia, ma sempre 
probabile. Però il luogo di Plinio (88, 89), su cui lo Stam- 
pini si basa seguendo il Preller (eo9, i. e. triumplumtes, 
ivbet retpicere medicina linguae, ut sit exorata a tergo FoT' 
tuna gloriae camt^ex)^ non ha che vedere, secondo me, coi 
carmi trionfali, non potendo quel medicina linguae riferirsi 
ad altro che all^ammonimento del servo pubblico. 

S. Stampini* il codice torinese di Lucano del aec. XII, 
Estratto dalla Biv. di Filol. e d^istruz, ci, a. 26, fase. 2. 

Prendendo occasione lo Stampini dalla recente edizione 
del Francken, nota che il cod. Torinese già collazionato dal 
D^ Orville per uso dell'Oudendorp non è altrimenti perduto, 
come il Francken crede, ma è il cod. D. YI. 34 della Na- 
zionale di Torino, del sec. XII, per errore (di stampa?) as- 
segnato nel catalogo del Pasini al sec. XY. Lo Stampini 
descrive questo codice e ne riporta le varie lezioni del 
lib. IX, per il quale mancava la collezione Dorvilliana. 

F, R. 

Giorgio Voigt, Il risorgimento delVantiehilà classica. Giunte 
e correzioni con gli indici bibliografico e analitico per 
cura di Giuseppe Zippel. Firenze {Sansoni), 1897; 
pp. VI-137. 

Degli studi umanistici hanno di che avvantaggiarsi gran- 
demente anche gli studi classici, e il lavoro dello Zippel è 
condotto con molto amore e molto discernimento. Il libro 
mira ad essere un complemento della traduzione italiana 
deU^opera del Yoigt, ma lo consulteranno pure con frutto 
i possessori deiroriginale. 

B. 8. 

Nelle Abhandlungen della Società reale delle Scienze in 
Gottinga è stata pubblicata una importante memoria di 
Giorgio Kaibel sopra i Prolegomena Ue^l xtafAt^dlag, e 
un altra non meno interessante di FritZ Bechtel sopra 
i nomi propri monotematici greci derivati da nomignoli 
(per es. KvXXog, KvXXlag, KvXXtoy da xvXXóg-, Fvdd'tav, rydd-ig, 
Fyad'iog da yrd^og ecc.). 

Il primo fascicolo del volume ottavo delle Breslauer phi- 
lologiscke Abhandlungen contiene una monografia di HUQ'O 
Jiittner De PoUmonis rhetoris vita operibus arte. Buona 
parte deir opuscolo tratta della composizione, dello stile, 
della lingua, del ritmo nelle due declamazioni che abbiamo 
di Polemone. Interessante è anche il primo capitolo sul- 
Tongine della cosi detta seconda Sofistica. 

Nella Bivista di Storia Antica (III 2) ha pubblicato 
L. A. Michelangeli uno studio storico letterario sul 
poeta Asio, con accurato esame dei frammenti che vanno 
sotto il suo nome. 

Il 24 dello scorso Aprile morì a Pietroburgo l'eminente 
latinista Luciano MliUer, che era nato a Merseburg 
nel 1836. La prima edizione dell'opera De re metrica poe- 
tarma latinorum, opera che dette subito all'autore grande 
celebrità, è del 1861. Notissime sono poi le sue edizioni di 
Catullo, Tibullo, Properzio, Rutilio Namaziano, Ennio ecc. 



BACCHYLIDEA 

(y. sopra p. 108) 



(Anonimo) in Atlantic Monihlyy Marzo 1898; ed in Qmr- 

terUf Beview, Aprile 1898, p. 422-445. 
H. von Amim, Vier Gedichte des Bakchylides in Deuiick 

Bundschau, Aprile 1898, p. 42-61. 

F. Blass, Bakchylides* Gedicht auf Pytheas von Aigina in 
Bheinisches Museum 52, 288-807. 

W. von Ghrist in Sitzungsberichte der bayr. Akad, dtr Fti- 
senschaften {philos.-philoL Classe) 1898, I, p. 3-52. 

G. M. Golumba in Bassegna di antichità classica, Genn.* 
Febbr. 1898, p. 81-108. 

A. M. Desrousseaux, Les poèmes de Bacehylide de Ci» 
traduit du grec, Paris (Hachette) 1898; e Notes sur Bac- 
ehylide in Bev. de philoL 22, 184-195. 

C. A. M. Fennel in Athenaeum, 12 Febbr. 1898, p. 215; 
e 21 Maggio, p. 651 sq. 

0. Hense, Zu Bakchylides in Bheinisches Museum 58, 318^22. 
A. E. Housman in Athenaeum, 15 G^nn. 1898, p. 87. 
Jebb, Kenyon, Platt, Bichards, Housman, Harrison in 

Classical Beview XII, 2, Marzo 1898, p. 123-141. 

Y. Inama in BencUconti dell'Istituto Lombardo, s. Il 
voi. XXXI, 1898. 

H. Lipsius in J^^CMC JakrbUcher hrsg, v, Ilberg w. Bichter, I u. 
II Bandes 4 Hefi, 1898, p. 226-247. 

U. Pestalozza in Bassegna Nazionale, 16 Aprile 1898 (Fi- 
renze), p. 697-780. 

1. M. Stahl, Zu Bakchylides in Bheinisches Museum 53, 
322-324. 

F. Yivona, Due odi di Baochilide (Saggio di versione ita- 
liana). Palermo (A. Beber), 1898. 
H. Weil in Journal des SawmU, Marzo 1898, p. 174-184. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Col 80 Giugno 1898 cessano di far parte del Consiglio 
Direttivo, a norma degli articoli 11 e 15 dello Statuto 
sociale, i signori Augusto Franchete, Gaetano Oliva, Pio 
Bajna, Enrico Bostagno. L^assemblea generale, dei Soci 
effettivi, per la elezione di quattro Consiglieri in luogo 
degli uscenti, e per la discussione del bilancio preventivo 
deiranno 1898-99, h convocata per il giorno 12 di Giugno: 
sarà mandato apposito invito ai Soci che hanno diritto 
di intervenirvi (articoli 16, 17, 18 dello Statuto). 



SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

(v. sopra p. 63 sqq. 109 sq.) 

ILE. — Soci ordinari. 

Albini prof. Giuseppe, Bologna 
Correrà prof. Luigi, Napoli 
Da Ponte nob. dr. Piero, Brescia 
D'Ovidio prof. Enrico, Torino 
Franchetti càv. aw. Leopoldo, Firenze 
Gadaleta prof. Antonio, Bisceglie (Bari) 
Grasso prof. Gabriele, Milano 
Marcheselii dr. Ulisse, Sondrio 



173 



Anno I. — N. 3. 



174 



Muccio prof. Giorgio, Modica 
Persico Leopoldo, Napoli 
Poma prof. G-iacomo, Milano 
Sapienza Castagnola aw. Giuseppe, Trani 
Schwartz prof. Edoardo, Strassburg 
Spiro dr. Federigo, Boma 

Amministrazione del giornale ' Il Corriere della Sera ' , 
Milano. 

IV. — Soci AGGREGATI. 

Alexander signora Charlotte, Siena 

Azzolini prof. Emesto, Fossano (Cuneo) 

Bassani prof. Francesco, Napoli 

Bemardy signorina Amy, Firenze 

Bozano avv. Francesco, Genova 

Oammarota comm. Gaetano, Boma 

Caroselli prof. Giuseppe, Napoli 

Cupaiuolo prof. Giovanni, Lecce 

De Grazia prof. Demetrio, Catania 

Del Giudice prof. Pasquale, Pavia 

Desroussoaux prof. A. M., Parigi 

Galante Luigi, Firenze 

Gamalero prof. Francesco, Torino 

Ghigi prof. Domenico, Urbino 

Guerrieri prof. Ferruccio, Cava dei Tirreni 

Nogara dr. B., Milano 

Ortolani dr. Giuseppe, Feltre (Belluno) 

Passamonti prof. Emesto, Boma 

Pinter prof, don Comelio, Ala (Trento) 

Pironti signorina Carolina, Napoli 

PittarelU prof. Giulio, Boma 

Ruberto prof. Luigi, Napoli 

Van der Yliet prof. Giovanni, Utrecht 

Vianello prof. Natale, Cagliari 

Volterra prof. Vito, Torino 

Liceo comunale di Asti 



Nella seduta del 16 Gennaio 1898 il Consiglio Direttivo, 
considerando che il BuUettino della Società cominciava 
col secondo semestre delPanno sociale (art. 9 dello Statuto), 
deliberò che, in. via transitoria, coloro i quali si iscrive- 
ranno come Soci nei mesi di febbraio-giugno 1898, paghe- 
ranno solo la metà del loro primo contributo annuo, cioè 
L. 6 se Soci ordinari, L. 3 se aggregati. 



I Soci che non sono in regola col pagamento 
del contributo sociale, sono pregati di trasmet- 
terne senza ritardo l' importo air Economo 
signor cav. Piero Barbèra (Via Faenza 66, 
Firenze). 



Quei signori, Soci o non Soci, che del primo 
fascicolo dell' ' Atene e Roma ' possedessero più 
esemplari, né avessero interesse di tenerli, farebbero 
cosa grata rimandandoli alla Direzione (2 Piazza 
S. Marco, Firenze). 



ALBERTO D'ALTEMPS 



Quando fu annunziata la fondazione della nostra So- 
cietà, uno dei primi a domandare di fame parte fu il 
nob. Alberto d'Altemps, che intervenne anche alla seconda 
seduta dell'assemblea generale per T approvazione dello 
Statuto e a quella per la nomina del Consiglio Direttivo. 
In seguito mostrò di aver molto a cuore la prosperità 
deU' associazione nascente, mandandoci un saggio del si- 
stema schedale di sua invenzione e due opuscoli illustra- 
tivi accompagnati da una lettera, in cui esprimeva T in- 
tenzione di fornire gratuitamente alla nostra biblioteca 
tante schede da bastare per un catalogo di un migliaio 
di titoli. Ma prima che con questa generosa offerta po- 
tesse acquistare il diritto ad esser dichiarato socio bene- 
merito, fu colto dalla morte, di poco oltrepassando il sessan- 
tesimo sesto anno d'età. Era nato a Boma il 14 Luglio 1831 
dalla nobile famiglia Altemps stanziata in Italia fino dal 
tempo di Carlo V. Fu educato in Cesena, prima dalla 
saggia e colta Margherita Fabbri, sua madre, che rimase 
vedova nel 1884, poi dai Gesuiti, quando anche la madre 
gli venne a mancare nel 1846. Indubbiamente egli acqui- 
stò una larga cultura classica e arrivò ben preparato a 
Boma, dove attese agli studi di giurisprudenza. La sua 
agiatezza gli permise di dedicare, quindi, il resto della 
sua vita agli studi, nei quali cercò più l'intima soddisfa- 
zione dell'apprendere e la via di giovare agli altri, che 
la propria rinomanza e gli onori. Ogni studioso che sappia 
fare buon uso dello schedario D'Altemps, deve benedire 
lo zelo illuminato e il fervore di carità che spingeva quel 
valentuomo a cercare di perfezionare quel piccolo e sem- 
plice, e pur cosi prezioso, strumento di lavoro erudito. Lo 
stesso sentimento umanitario ispirò gli atti del D'Altemps 
in campi assai diversi dal nostro. Chi legge il Bullettino del 
Comizio agrario di Cesena del 1874, deve ammirare la 
copia delle dottrine tecniche ed economiche raccoltevi dallo 
stesso D'Altemps, prima Segretario, poi Presidente di detto 
Comizio. Il senatore Finali, amico dell'estinto, è persuaso 
che se questi avesse perseverato nella direzione di quel 
bullettino, avremmo forse oggi in Italia una completa bi- 
bliografia degU studi teorico-pratici riguardanti l' agricol- 
tura nazionale col confronto di quella d'altri paesi. La 
brevità dello spazio c'impone di tralasciare un esame di 
quanto il D'Altemps ai propose di fare nel campo della 
giurisprudenza e degli studi latini. Prima di esser troncata 
dalla morte, la sua molteplice attività fu limitata dalla per- 
dita della vista, la più grave sciagura che possa colpire uno 
studioso. Bicordiamo ancora il suo volto sereno dall' ampia 
fronte, la figura nobile e tranquilla, il parlare franco e 
garbato, che denotavano il gentiluomo e la persona av- 
vezza a riflettere e assorta nella contemplazione dei più 
nobili ideali. 

iV. Fesiu, 



175 



Ahno I. — N. 3. 



176 



ATTILIO TADDEI 



Con vivo rammarico annunciamo ai lettori la morte del- 
Tegregio nostro socio ordinario, avv. Attilio Taddei, profes- 
sore nel E. Istituto di Scienze Sociali * Cesare Alfieri ' , 
avvenuta dopo breve malattia, il giorno 26 di maggio. 

n Taddei fu un forte, instancabile lavoratore ; e forse 
Teccesso della fatica mentale gli ha logorato la fibra, por- 
tandolo al sepolcro a soli 48 anni. Dall'esercizio della pro- 
fessione (dove per V integrità del carattere, la scrupolosa 
diligenza, e la sicura conoscenza delle leggi, ebbe meritato 
successo) non scompagnò mai lo studio teorico delle di- 
scipline giuridiche. Gli scritti suoi sul Diritto di Fami- 
glia 085), sugli ArUichi Municipi ('86), sulla Prescrizione Pre- 
mrUiva ('87), meritano d'essere favorevolmente ricordati; 
ma l'opera più notevole del compianto nostro amico è 
quella intitolata Istitttxioni di Diritto Civile Italiano, di 
cui aveva intrapresa la stampa pochi mesi addietro, e che 
ora resta purtroppo incompiuta. Essa attesta non comune 
dottrina e singolare attitudine didattica. 

Alle doti della mente il Taddei univa quelle del cuore. 
La sua perdita sarà vivamente rimpianta da quanti lo 
conobbero. 

A, d. V. 



LIBRI NUOVI 



Cassii Dionis Cocceiani historiarum romanarum quae su- 
persunt edidit Ursulus Philippus Boissevain. Voi. II. 
Adiecta sunt specimina phototypica duo librorum Lau- 
rontiani et Marciani. Berolini (apud Weidmannos), 1898 ; 
pp. xxxi-690. 

"^ Studia CalEmachea soripsit K, Kuiper. II. De Callimachi 
theologumenis. Lugduni Batavorum (Sijthoff), 1898; 
pp. viii-159. 

* De emWematis in Platonis textu'obviis soripsit J. J. Hart- 

man. Lugduni Batavorum (Sijthoff), 1898; pp. 144. 
Alph. Schaeffer. Quaestiones Platonicae. Diss. inaug. Ar- 

gentorati 1898, pp. 71. 
Alberto Pirro. La seconda guerra Sannitica. Parte 1 

(sino alle Forche Caudine). Salerno (tipogr. Jovane), 

1898; pp. 46. 

* Aurelio Covotti. Per la storia della letteratura bizantina. 

La filosofia di Michele Psello. Napoli (tipogr. della 
E. Università), 1898; pp. 43. 

* il subbiettivismo nei poemi d' Omero. Ricerche critiche 

di Placido Cesareo. Palermo (A. Eeber) 1898; pp. 196. 

* Euripidis fabulae edd. E. Prinz et N. Wecklein. Voi. I. 

Pars IV. Electra. Edidit N. Wecklein. Lipsiae (Teub- 
ner), 1898; pp. 69. 
Demetrius de Gratia. De Isocratis quae feruntur epistulis. 
Catinae (Giannetta), 1898; pp. 66. 



Carlo CaniLli. Esercizi di traduzione dall' italiano in latino. 
Brani scelti dalle Storie Fiorentine di N. Machiavelli. 
Milano-Palermo (E. Sandron), 1898; pp. 148. 

Camillo Sapienza. Saggio di versioni metriche dal greco. 
Sciacca (Barone e Figli), 1898; pp. 66. 

E. Ciaoeri. Le vittime del dispotismo in Roma nel primo 
secolo dell'impero (da Augusto a Domiziano). Catania 
(tip. Sicula ecc.)j 1898; pp. xn-137. 

Analecta Plautina. De figuris sermonis II. Soripsit Fri- 
dericus Leo. Gottingae; pp. 40. 

Q. Horatius Flaccus. Erklfirt von Adolf Kiessling. Erster 
Teil. Oden und Epoden. Dritte Auflage besorgt von 
Eichard Heinze. Berlin (Weidmann), 1898; pp. 488. 

T. Lucreti Cari De rerum natura libri sex. Eevisione del 
testo, commento e studi introduttivi di Carlo Giussani. 
Voi. Quarto. Libri V e VI. Torino (Loescher), 1898: 
pp. 819. 

P. Papinii Statii Silvarum Hbri. Herausgegeben und er- 
klaert von Friedrich Vollmer. Leipzig (Teubner), 1898 : 
pp. xvi-598. 

Die Elegien des Sextus Propertius erklaert von Max Eoth- 
stein. Due volumi. Berlin (Weidmann), 1898 ; pp. lxviii- 
875 e 884. 

Programma scolastico di Paleografia latina e di Diplo- 
matica esposto da Cesare PaoU. III. Diplomatica. Di- 
spensa 1*. Firenze (Sansoni), 1898; pp. 158. [La seconda 
dispensa uscirà nel corso del 1898, e conterrà la con- 
tinuazione e fine dell'opera. Precederà una breve in- 
troduzione e si chiuderà il volume con l'Indice gene- 
rale analitico dei tre Libri dell'opera.] 

Codices graeci et latini photographice depicti duce Scatone 
de Vries BibHothecae Universitatis Leidensis Praefecto. 
Lugduni Batavorum (A. W. Sijthoff). [Sono pubblicati 
finora: Voi. I. Vetus Testamentum graece. Codicis Sar- 
raviani Colbertini quae supersunt eie, ed. H. Omont; 
Voi. II. Codex Bernensis 868. Augustini de disi, et 
de rhetor., Bedae Hist Brit. I, Horatii carmina eie. eie 
ed. H. Hagen. Fra poco sarà pubblicato: Plato, Codex 
Oxoniensis Clarkianus 89 saec. IX (a. 895), cioè il ce- 
lebre codice Bodleiano, con prefazione di Th. W. Alien. 
Questo comprenderà due volumi, e costeranno 250 lire 
l'uno. Dei volumi già pubblicati il primo costa 200 lire, 
250 il secondo.] 



V Bi tutti 1 libri ed opascoli, attinenti all' an- 
tichità greca e romana, che saranno inTiati alla 
Presidenza della Società italiana per la diffusione 
e l'incoraggiamento degli Stndi classici (8, Piaiaa 
S. Marco, Firenze), sarà data, secondo i casi, o 
nna recensione o nn annnniio nelP ATENE a ROMA* 



G. VITELLI, Direttore. 



Aristide Bbnnabdi, Gerente respomabile. 



Firense, Tip. dei Fratelli Benoini, Via del Castellaocio 6. 



y- 



Asso L 



Luglio-Agosto 1898. 



N. 4. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



DIREZIONE 
Firenze — 3, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale L. 8. — 

Un fascicolo separato » 1.60 



AMMINISTRAZIONE 
6, Via Faenza ~ Firenze 



-^ SOMMARIO ^ 



I. £. Bomagnoli, La * Commedia fiaba " in Atene. . . p. 177 
Q. Ghir&rdini, Il Mnseo topografico dell' £tr«ria. . » 186 

II. D. Yaglierif Notizie di Epigrafia Bomana » 104 

fiecensioni, annunzi bibliografici e notizie » 200 



LA "COMMEDIA FIABA" IN ATENE 



Sepolti fra i gorghi lutulenti della tarda erudi- 
zione, dispersi, frantumati, corrosi, brillano ancora 
in tutto lo squisito loro garbo attico, i frammenti 
delP antica commedia ateniese. I dotti volgono le 
papille bramose a quelle rovine : come far risorgere, 
almeno in parte, Tedificio incantato, che, al cenno 
di savi maghi, cuopri con favolosa prontezza i re- 
gni di Dioniso delle sue fantastiche architetture? 
Ahimè, ninna scienza può riuscirvi, niun potere; 
anzi, è temerità cimentarsi. Per le tragedie che ave- 
vano a fondamento il mito, si possono tentare rico- 
struzioni che faccian quasi rivivere T opera d'arte 
perduta ; ma che appiglio danno pochi versi, magre 
notizie, a riordire la trama di commedie in cui gli 
episodi si succedevano inaspettati e capricciosi come 
i voli d' una rondine ? 

Penso tuttavia che meritasse più attenzione di 
quanta ne abbia riscossa fra iniziati e profani, il 
tentativo dello Zielinski. Questo scrittore, che ha 
poi dimostrato con altre opere di saper assurgere 
a più alta speculazione, aveva già dato prova d' una 
dottrina, d' un acume e d* un senso d' arte vera- 
mente notevoli nel suo scritto giovanile ' La Com- 
media-Fiaba in Atene ' 0» dove tentava di deter- 
minare resistenza di un tipo speciale, fino ad allora 
non sospettato, di commedia attica, e di ricostruirne 
alcuni esemplari. Era la sua e rimane un'ipotesi, 
in più parti assai discutibile; ma contiene anche 
molto di vero, ed ha innanzi tutto vivacità afFa- 
scinante. Non ispiacerà pertanto ai lettori una corsa 
l)ei campi dell' antica poesia," della moderna e viva 

'; Dif; M&rchenkomddie in Athen. Pietroburgo 1885. 



III. Atti della Società. Supplemento aU' Elenco dei soci. 

Necrologia. Libri nuovi p. 206 

(N. B. — Il presente fascicolo è di sole 16 pagine, essendo stato 

di 92 il precedente). 



leggenda greca, anche se dovremo raccogliervi assai 
più fiori che frutti. 

Gli UcceUi d'Aristofane, dice lo Zielinski, pre- 
sentano innegabili caratteri di fiaba; e molti luo- 
ghi di altre sue commedie sembrerebbero derivati 
da raccontini e fole popolari. Ma per la mancanza 
dei confronti parrebbe impossibile determinare se 
e fino a qual punto il dramma comico attingesse 
a quei tesori di fantasia e di poesia che i gram- 
matici, per il disprezzo onde avvolgevano le schiette 
creazioni del genio popolare, hanno lasciato misera- 
mente disperdere. Però, aggiunge egli con una fan- 
tasiosa immagine, mentre l' antica mitologia crollava 
sotto . l' insostenibile cozzo delle idee nuove, la fiaba 
viveva fra il volgo un' umile perenne esistenza, 
finché, dopo un sopore due volte millenario, fu ri- 
destata, questa bella al bosco dormente, da un' ani- 
mosa schiera di cavalieri, al sole ed alla scienza. 
Le novelline, cioè, e le favole che dice ora il po- 
polo greco, sono, consumate, rinfronzolite o conta- 
minate, le stesse che narrarono a' bimbi le nutrici 
e le nonne de' tempi di Aristofane e di Eupoli. Quel 
che sembrava impossibile, è ora possibile ; e il con- 
fronto e' insegna anche più di quanto potessimo 
sperare. 

É assai notevole — parla sempre lo Zielin^i, le 
cui argomentazioni riportiamo qui e nelle seguenti 
pagine — una incoerenza nella tela degli UcceUi, 
Peitetero ed Euelpide cercano una città tranquilla, 

dopo gravi stenti la trovano e allora non se 

ne occupano più, tanto che nella seconda parte 
del dramma non si discorre affatto di città, ma di 
usurpare il regno a Giove. Qtli v' ha dualismo, ag- 
gruppamento meccanico di parti ; che per altro si 
giustifica pienamente quando si sappia che Aristo- 



Alene e Roma I, J: 



179 



Anno I. — N. 4. 



180 



fané non ideò la trama egli stesso, ma la ordì con* 
due favolette che il popolo greco narra tuttavia. 

' C'era una volta un re ' , dice la prima, che aveva 
tre figli e tre figlie ; e in punto di morte ordinò ai 
maschi di trovar marito alle sorelle e poi di ammo^ 
gliarsi loro. La più grande delle' ragazze sposò un • 
leone, quella di mezzo una tigre, la minore un'aquila. 
Il figliuolo più giovane sposò allora una Nereide; ma, 
compiute appena le. nozze, essa gli fuggi, e gli disse 
che, se voleva, l'andasse a cercare in un paese miste- 
rioso dai monti di marmo e dai prati di cristallo. 
Dove però fosse quel luogo, ninno potò dirglielo. Il 
giovanotto andò allora dal cognato leone, che radunò 
tutti gli animali ; ma nessuno sapeva niente. Andò 
dal cognato tigre, meno che meno. Infine andò dal 
cognato aquila che chiamò a raccolta tutti gli uc- 
celli. E e' era fra gli altri uno sparviere zoppo, che 
sapeva, e condusse il giovane in una città fantastica, 
dove finalmente potè ria-^ere la sua Nereide. ' 

Spogliato il racconto da quel ricorrere, del tre che 
appare in tutte le fiabe, e che lo Zielinski chiama 
trigeminazione (tre fratelli e tre sorelle; tre tenta- 
tivi, due falliti, uno riuscito), rimane quale motivo 
della favola un viaggio ad un paese misterioso, guida 
un uccello zoppo. I tratti appunto della prima parte 
degli Uccelli. Peitetero corrisponde al figlio del re, 
il cognato Bubbola al cognato aquila, il graccio e 
la cornacchia non sono che uno sdoppiamento dello 
sparviere zoppo. 

Ed ecco la favoletta che ispirò la seconda parte 
della commedia. 

' Il re de' granchi mandò un bel giorno a chie- 
dere la figliuola in isposa al potente signor del paese. 
Questi non ha nulla in contrario, desidera soltanto 
farsi un' idea di ciò che valga il pretendente, 
e gli fa sapere che la mattina dopo vuol veder 
costruito un ponte di perle e pietre preziose, dal 
proprio palazzo al palazzo del granchio. La mattina 
dopo, il ponte è fatto. Allora il re chiede un giar- 
dino avanti alla sua casa, con fontane che buttino 
gemme, oro e brillanti. E il giardino fu compiuto 
in una notte. Allora il re volle un muragliene avanti 
al su(f castello, più alto del castello; e quando poi 
vide anche il muragliene, non esitò più, e il re 
de' granchi celebrò le nozze. ' 

Similmente Peitetero, ppr virtù del muragliene 
innalzato dagli uccelli, guadagna la mano della ra- 
gazza Begina (Basileia). E Aristofane è rimasto cosi 
fedele alla favola, ch^ mentre da prima si tratta 
di. edificare una città, poi si parla senz'altro di un 
semplice muro. 



Dunque, dalla leggenda i poeti comici trassero 
talvolta non solo particolari e motivi, ma la tela 
intera delle loro composizioni. Ci brilla ora fra le 
tenebre un fuocherello guidatore; che se tra i fram- 
menti di qualche dramma comico il cid titolo si 
conìietta con una data fiaba, ne troviamo alcuni che 
in essa abbiano luogo adeguato, potremo concludere 
la commedia aver tolta in prestito e sceneggiata la 
materia appunto di quella fiaba. E con questo cri- 
terio, qualche ricostruzione pare possibile. 

Delle Capre di Eupoli sappiamo poco o nulla. 
Sembrerebbe da alcuni frammenti che vi avesse part« 
un uomo rozzo, pastore o contadino, il quale andava 
per erudirsi da un sofista (fr. 3, 4, 11, 13 ecc.): 
dunque, probabilmente, una satira di costumi, un 
alcunché di simile alle Nubi aristofanee. 

Ma vediamo. Un frammento (10) dice : 

Appressa, ch'io Tolezzo ne aspiri, la tua bocca; 

e se confrontiamo questo luogo con l'altro di Fe- 
recrate (fr. 26) 

Qual capretta, di favi la bocca avere aulente, 

sembrerà assai probabile che quel vezzo eupolideo 
fosse rivolto ad una capretta. Ma non ad una delle 
caprette del Coro, le quali, separate dagli attori '), 
si trovavano nell'orchestra: dunque ad una che aveva 
parte attiva nell'azione. 

Questo personaggio capra, innegabilmente ci con- 
duce nel regno delle favole ; e d' una favola sem- 
brano proprio le parole (fr. 1) 

S' una di loro inferma gìAGe^ subito 
Dice al pastor : comprami del aelctchio *): 
£ che, se vede il lupo? innalza un grido 
E lo dice al pastore. 

Che se si aggiunga l'altro verso (fr. 2) 

Tu qui siedi, e non sai ohe ragionar di capre; 

potremo senz' altro narrare la storiella ispiratrice del 
poeta: 

' C'era una volta due sposi che non avevano figli. 
La moglie pregò un bel giorno Iddio che le man- 
dasse un bambino, fosse magari una capretta. Iddio 
la esaudì, ed essa diede alla luce appunto una ca- 
pretta, svelta e intelligente, che ciangotta con la 
mamma e porta bevere al babbo ne' campi. ' Q^i 
si potrebbe abbastanza bene inserire il frammento 
primo. 

'Quando toma da' canapi, la capretta si spoglia 
del vello per nettarlo, e in t%le occupazione la 
sorprende il figlio del re. Essa sguisoia di nuovo 

1) Cosi credeva lo Zielinski nel 1885; ma vedi ora 
Atene e Borna., I, 118 sgg.- 

«) Da servire coiAe rimedio {<re^((;(ioy è nome di pesci 
minuti; una specie di sardine). 



181 



Anno I. 



N. 4. 



182 



nella sua pelle, e corre a casa. Il figlio del re inna- 
mora perdutamente, e dice alla madre che vuole 
sposare la capra. La regina è desolata. « Sposa una 
principessa, gli dice, e non una capra ! » Ma non e' è 
verso ; il principino vuole la capra o nessun' altra. ' 
Ed ecco il posto del secondo fraonmento. 

' La regina deve alla fine accondiscendere e manda 
a chiedere la capretta alla sua madre. Ma questa 
da principio non vuole saperne, e la regina deve 
andare ella stessa a prender^ la bestiuola. Come il 
principe la vide, si riebbe, l'abbracciò stretta stretta, 
e la baciò e ribaciò; 

Appressa, eh' io T olezzo ne aspiri, la tua bocca. 

La sposa uccella per alcun tempo lo sposo appa- 
rendogli ora come fanciulla, ora come capra, finche 
quello un giorno, trovata la pelle, la bruciò e cosi 
ruppe l'incanto per sempre. ' , 

Aggiungiamo ancora V Eolosicone di Aristofane. 
Di che si trattò in questa commedia? Il titolo ci 
risponde: di un tal Sicone che si trovava in .con- 
dizioni analoghe a quelle di Eolo, conosciuto per le 
nozze peccaminose de' suoi figli Macareo e Canace. 
Ma fu questa commedia una parodia pura e semplice 
à^lVEolo di Euripide? Da un luogo di Libanio *) 
parrebbe veramente che Sicone commettesse egli 
stesso la colpa di cui nella favola si bruttava Ma- 
careo. I frammenti in sé non ci permettono di risol- 
vere la questione; ma sentite un po' questa favoletta. 
C'era una volta un . re che aveva una figliuolina 
bellina bellina, e quando fu cresciuta, le disse : tu 
devi essere mia sposa. La fanciulla corse dal ve- 
scovo; ed al vescovo disse il re: Quando uno s'è 
cresciuto un agnellino, meglio è che lo mangi lui 
od un altro? — Meglio, disse il vescovo, lo mangi 
lui. — La povera figliuola deve apparecchiarsi alle 
nozze; ma chiede prima tre vestiti di puro oro, 
piene le tasche di ducati, e una fossa fonda dieci 
tese. E il re tutto le concede, certo dicendole, come 
in un frammento (2) conservato della commedia. 

Spicciati dunque, indugio non si frapponga, oh' io 
Possa comprare, o donna, tutto ciò e' hai desio. 

La fanciulla prende le vesti, salta sul letto, balza 
nella fossa, e dice: terra, sprofondati. Subito si trova 
d'incanto in un paese sconosciuto, dove, cinta di 
rozze vesti, entra al servizio del re, guardiana delle 
oche. Ma di quando in quando s'avvolge nei suoi 
broccati, e come una visione fantastica appare al 

*) ' È più vanaglorioso di Alcibiade, e fa azioni da Si- 
wne; e ciò che questi faceva, chiedilo ad Aristofane ' 
<Li'ìan. Epist. 420, p. 215). A rigore, non si può indurrò 
dal luo«^o (juel ohe dice lo Zielinski. 



figliuolo del re per poi subito dileguare. Il po- 
vero giovanotto delira d* amore. ' A questa circo- 
stanza dovè bene, in una maniera qualunque, rife- 
rirsi il verso (fr. 9) 

Se il garason s' innamori d' una giovane schiava. 

' Infine ella vuol far da coppiera al principe ; ma 

mentre mesce, la rozza pelle che la ricuopre si fende, 

e i presenti vedono tralucer tutto (cioè l' ì^bito d'oro) 

attraverso V abito servile. ' — Non si può proprio 

pretendere una più precisa corrispondenza con il 

brano aristofaneb (fr. 8). 

£ come dalla lampada la fiamma, scintillava 
Cosi la sua bellezza <) dall' abito di schiava. 

I sagaci lettori avranno volta per volta osservato 
quanto di eccessivamente acuto e di specioso vi sia 
nelle argomentazioni pur tanto ingegnose dello Zie- 
linski. Cosi, senza il tedio di una minuta confuta- 
zione, mi basterà esporre le principali difficoltà che 
secondo me si oppongono alla sua teoria. 

II dualismo che lo Zielinski cred^ di ravvisare 
nella tela degli Uccelli, in realtà non sussiste. Pei- 
tetero ed Euelpide cercano, si, una città tranquilla, 
ma nessuna di quelle proposte dal Bubbola li sod- 
disfa. La città sul Mar Bosso, no, perchè un bel 
mattino hanno paura di veder giungere la galera ^a- 
laminia che richiami loro, come già Alcibiade dalla 
Sicilia, in Atene ; a Leprèo dell'Elide, no, perchè da 
Lepreo a lebbra è breve il passo (i calembours di 
Aristofane sono quasi sempre agghiaccianti) ; fra gli 
Opunzi della Locride, nemmeno, poi che sanno per 
prova che razza di briccone sia il sicofante Opunzie. 
Euelpide pensa allora a rimaner fra gli Uccelli; onde 
a Peitetero, giacché l' appetito vien mangiando, ba- 
lena V idea della città fra cielo e terra, di Nubicu- 
culia che dovrà intercettare i viveri ai Numi. Il du- 
plice disegno s' incarna perfettamente nella seconda 
parte. I Numi sono costretti dalla fame a capitolare ; 
e alla tranquillità di Nubicuculia ci si tiene tanto, 
che a colpi di bastone se ne discacciano tutti gli ele- 
menti turbolenti, indovini, affaristi, ufficiali pub- 
blici, siQofanti, e, con predilezione, poeti. Dunque, 
non aggruppamento meccanico, ma un' azione mira- 
bile per coerenza, ncllla quale i tratti degli uccelli 
guide e della costruzione del muro, attinti, anch' io 
lo credo, a fonte popolare, rimangono particolari ac- 
cessori ed eliminabili senza danno della economia 

*) Il greco ha veramente ndyia, ogni cosa, che s'ac- 
corderebbe meglio con la novelletta; ma credo di rendere 
il pensiero del poeta traducendo cosi. Cfr. Kock, nota al 
framm., Aristof. Eanc, 409 sq. 



183 



Anko I. ~ N. 4. 



184 



generale. Gli Uccelli sono veramente una favola, ma 
una favola che ha sola origine dalla sovrana fantasia 
di Aristofane. 

Perduto cosi quest' unico preteso esempio, non ab- 
biamo più diritto d^ ammetter V esistenza di una 
commedia-fiaba come lo Zielinski la intende, e dob- 
biamo guardare con scetticismo anche le altre ri- 
costruzioni, per quanto siano acuti e curiosi i rav- 
vicinamenti su cui poggiano. Del resto, senza neppur 
qui addentrarmi in particolari, mi par duro ammet- 
tere un personaggio Capra fuori del Coro. E se fra 
le commedie d'Aristofane, che non finiva mai di pa- 
rodiare a proposito e a sproposito Euripide, e che 
insieme con Strattide fu uno dei più zelanti cul- 
tori della commedia-parodia^ troviamo un Eolosicone 
scritto quando quel genere era in voga, difficilmente 
possiamo liberarci dall'idea che questo Eolosicone 
fosse una parodia appunto àeìTEolo euripideo. 

Ma non si può davvero negare il valore dei molti 
e quasi sempre persuasivi raffronti istituiti dallo Zie- 
linski fra motivi di fiabe neo-elleniche, spesso co- 
muni anche ad altri popoli, e passi poetici delle 
commedie; i quali raffironti ci mostrano come il 
dramma comico s' abbeverasse ben più largamente di 
quanto si supponeva alle sorgive popolari, e ci spie- 
gano quello spirito che alita in esso di spontaneità 
e d' incantevole freschezza. Le barzellette del man- 
gione e del raccontafrottole, le fantasie del paese di 
Bengodi, degli animali parlanti, ed altre ancora (cfr. 
Zielinski, p. 6 sq., 19 sq.), furono usufruite dai 
poeti comici. E in taluni casi possiamo vedere in 
che modo essi seppero crescere ed educare quei fiori 
semplici e selvatici. 

Raccontano ora, le donnette greche, di Cenerentola, 
che ottenne di poter mutare in realtà i sogni della 
sua fantasia. ' Ella chiede un gran palagio, fornito 
di ogni comodità e ogni agio. Non ha finito d'esprì- 
mere il desiderio, ed eccola in un gran castello, dove 
tutte le masserizie sapevano parlare, rispondevano 
alle sue domande, adempievano i suoi ordini. Quando 
aveva appetito, bastava dicesse : Vieni qui, tavola, 
apparecchiati ; qui, cucchiai, coltello, forchette, bic- 
chieri, bottiglie ; qui cibi. E dopo il pranzo doman- 
dava : Siete ancora tutti ? manca nessuno ? — Siamo 
tutti, nessuno manca. ' 

Ecco come Cratete sfaccettò e bruni nelle sue 
Fiere quel diamante greggio. Parlano (fr. 14) due 
persone, un avvenirista che vuol abolire la schiavitù, 
e un retrogrado che gli oppone: 

A. Né più servi nò serve alcun possederà? 

Ma dovrà danque un uomo già avanti con l'età 
Far da servo a sé stesso ? 



B. No no, ohe semovente 

Ogni cosa io vo* rendere. 

A, (con ironia) Bell'atil per la gente! 

B. Oerto! perchè ogni oggetto correrà da sé stesso 
Quando alcuno lo chiami. — Tavolo! vìen qui presso, 
Apparecchiati. — O sacco, giù, e impasta la farina. 
O boccia, mesci. — Ov'^ la tassa? Va in cucina 

E sciacquati! — Scodella le bietole, marmitta. — 
Pane, sul desco !-^Bhi, pesce! — «Ma se non mi s*è fritta 
Ancora, questa parte ! > £ dunque ungila un poco, 
Sprussala con del s&le, poi rivolgila al fuoco <). 

Non cosi evidente, ma secondo me abbastanza si- 
curo, è il ravvicinamento fra la prima scena della 
Pace d'Aristofane e la storiella, a noi italiani molto 
nota, del re che si condusse in casa una pulce e la 
fece ingrossare ingrossare, poi* la uccise, la scucio, 
e pose la pelle, divenuta smisurata, come enigma ai 
pretendenti di sua figlia. Per altro scopo, veramente, 
Trigeo nutrì uno scarafaggio ; ma lasciamo la parola 
ad uno dei suoi servì (v. 54 sqq.). 

SEBVO {al pubblico) 
i passo il mio padrone, passo d' una maniera 
Tutta nuova, non della vostra >). Da mane a sera 
A bocca aperta guarda su in cielo, e scaglia affironti 
A Qiove, e dice : « O Giove, ma dunque, cosa conti 
Di far ? Metti giù quella granata ! non spassare 
L'EUade!» 

TBIGEO {dal di dentro) 
Ahimè, ahimè! 

SEBVO (id.) 

SUensio, ohe mi pare 
D' udir come una voce ! 

TBIGEO (id.) 

O Giove, i nostri Ellèni 
Come vorrai conciarmeli? non vedi ohe malmeni 
Le città? 

SEBVO (td.) 
Proprio questa, questa è ben la follia 
Ch* io dissi. Eccone un saggio. E udite : ei qui venia 
Fra sé dicendo, quando gli prendeva la bile : 
e Come andar su da Giove ? ». E una scala sottile 
Poi fatta, s* ingegnava d' arrampicarsi al cielo, 
Finché cadde, e si rupi>e la testa. E ieri, ce lo 
Vediam ohe porta in casa, donde vattelapesoa, 
Un etnèo *) scarafaggio di rasza gigantesca. 
E poi, perchè ne avessi cura, me l' affidò. 
Ed egli stesso il dorso gli druscì'ava, a mo* 
D' un puledro, e diceva : « Oh Pegasuccio, oh alato 
Generoso, deh, a Giove portami difilato ! » 
Ma vo' sbirciare un poco per vedere ohe fa. 

{Si china a guardare da una fessura dentro la casa: poi 
balza esterr^atto e grida:) 
Povem' a me ! Vicini, vicini, aiuto qua ! 
Va per aria il padrone, fa verso il ciel viaggio. 
Salito a cavalcioni sopra lo scarafaggio ! 

Come si nutrisse lo scarafaggio, era rappresentato 
nella prima scena in una maniera « che col naso 
e con gli occhi facea zuffa ». La scelta poi, e forse 
la sostituzione di quel sudicio animaletto alla pulce 
si dovè al fatto che Esopo narrava lo scarafaggio 
essere, solo fra i volanti, pervenuto a Giove per ven- 

1) n senso dev^ esser questo. L^ esegesi precisa dell'ul- 
timo verso è però disperata. 

<) La mania che avevano gli Ateniesi per i processi. 
8) I cavalli etnèi erano rinomati per il loro fooco. 



185 



Anno I. — N. 4. 



186 



dìcarsi dell' aquila (Pace, 129 sg.). Cosi nella com- 
media s' intricano bizzarramente vermene divelte da 
ogni suolo. 

E ricordiamo, per finire, la costruzione del muro 
di Nubicuculia (Aristof. Uccelli, 1133 sg.). Lo Zie- 
linaki ha osservata la sua relazione con quello in- 
nalzato dal re de' granchi ; ma non ha trovato che 
questo nella favola si faccia aiutare dai suoi sud- 
diti. Per altro si può appena dubitare ohe il motivo 
di piccoli animaletti i quali, supplendo col numero 
alla pochezza delle forze, menano a fine imprese co- 
lossali, motivo cosi comune alle nostre favole, man- 
casse alle greche. E mi sembra anzi che in alcune 
parole di Peitetero rimanga traccia dell' imprestito 
fatto dalla Musa popolare alla aristofanèa. Un mes- 
saggero narra vivacemente come fu costruito il muro: 
lo hanno innalzato, egli dice 

Gli ncoelll soli soli: non vi prestò servizio 
Pietraio o muratore, non manoyale egizio : 
Di lor mano lo alzarono, si eh' io trasecolassi. 
Oinnsero trentamila gru di Libia, co' sassi 
Pei fondamenti in corpo ; co' becchi li conciayano 
I traili ; le cicogne, diecimila, spianavano 
Mattoni. L' acqua, poi, la portavano a volo 
Pivieri e ogni altro ncoello fluviatile, dal snolo. 

PEITETEBO 
Chi porgeva il cemento ? 

MBSSAGGEBO 

Col giornello, gli aironi. 
PEITETEBO 
Come ce lo buttavano ? 

MESSAOOEBO 

Questa da talentoni 
La trovarono : V oche ficcando i piedi in quello 
Come se fosser pale, lo mettean nel giornello. 

PEITETEBO 
Che non fÌEuriano i piedi ! i) 

MESSAGGEBO 

Poi l'anatre, in grembiale, 
Trasportavan mattoni. E in alto battean 1' ale 
Le rondini; e portavano del cemento, tenendolo 
Nel becco ; e trascinavano dietro a lor V archipendolo 
A mo' dei bimbi. *) 

PEITETEBO 
E ora,' chi vorrà pagar più 
Gli operai ? Ma il lavoro di legname, di' su, 
Chilo ha fatto? 

MESSAGGEBO 

Spertissimi maestri erano i picchi 
Che il legno per le porte oonci&r co' becchi ; e i picchi 
Eran cosi gagliardi, che parea pel fracasso 
D'essere in arsenale. — Siochò ora, ogni passo 
È sbarrato da porte serrate a catenaccio ; 
Si fa guardia all'intorno, si va col campanaccio 
In giro a far la ronda, ci sono sentinelle 
In ogni posto, e fiaccole pronte ai segnali nelle 
Torri; ma io vo' a lavarmi. Tu omai provvedi al resto. 

^) Un proverbio greco diceva: che non farebbero le 
mani? 

1) Luogo difficilissimo. Si segue V esegesi data dal 
prof. E. Piccelomini nel suo *Ynay<oyevg (Bendiconti della 
K. Accademia dei Lincei, Voi. II, fase. 2. pag. 101 sq.). 



E qni Peitetero, per la gran meraviglia, rimane 
fermo,* pare, come don Bartolo, nna statua. Il Coro 
deve riscuoterlo da quello stupore : 

COBO 
Ehi ! ohe fai ! Ti stupisci tanto che cosi presto 
Sia sorto il muro ? 

PEITETEBO {riaeuotendosi) 

Certo, pe'Kumil e c'ò di ohe! 
Somiglian proprio a fole, codeste, pare a me ! 

Supponete che egli alluda a fole conosciute da 
ogni spettatore, e una nuova arguta grazia si ef- 
fonde su tutto il luogo. Ma anche altri passi delle 
commedie ricevono da simili confronti più o meno 
ampi schiarimenti: alcuni ne ricorda lo Zielinski 
(per es. p. 6 sq.) ; e forse in questo campo e' è an- 
cora più che da spigolare. 

Concludendo, la teoria dello Zielinski è proba- 
bilmente, nel suo insieme, essa stessa una fiaba ; ma 
una fiaba piena di vivacità e di vita, che ci am- 
malia il pensiero, anche se, non più creduli, ne rico- 
nosciamo l'insussistenza. E resta merito del geniale 
scrittore V averci chiaramente additato uno dei più 
puri e cernii rivi che derivò nel suo alveo la com- 
media attica, quel meraviglioso fiume che travolge 
tanto limo ateniese, ma non riflette però meno lim- 
pidamente tutti gli azzurri, tutte le nevi, tutte le 
porpore del cielo. 

22 giugno 1806. 

Ettore Romagnoli. 



IL MUSEO TOPOGRAFICO DELL' ETRUEIA 



L'archeologia è giunta oggidì al momento più sa- 
liente del suo storico sviluppo. Alla smania verti- 
ginosa delle ricerche, che ha condotto le nazioni 
civili non meno che i privati a strappare alla terra 
le ascose reliquie del passato, risponde la infaticabile 
operosità degli scienziati, intesi a scrutarle, a discu- 
terle, a giudicarle, a ricostituire su di esse, come 
su basi nuove e più solide e più sicure di quelle, 
sii cui poggiava per l' innanzi, la storia non solo 
dell' arte e dell' industria, ma di tutta quanta la vita 
religiosa e politica, civile e domestica, intellettiva e 
materiale de' popoli antichi. L'Italia, massime dacché 
si ò ricomposta a nazione, ha preso viva ed effica- 
cissima parte al disseppellimento della sua anti- 
chità, alla restituzione della sua storia cosi dell'età 
romana, come dei tempi primitivi ; e fra le regioni, 
che più hanno richiamato le cure dello Stato e de- 
stato l'interesse dei dotti, è l'Etruria: il paese che, 
come nell'età moderna fu la culla delle lettere e 
delle arti rinascenti, cosi nell'antichissima ebbe 



187 



Anno I. — N. 4. 



ÌHH 



il primato della civiltà e delParte italica. Ma a 
quanti problemi non ha dato luogo la storia mi- 
steriosa di questo paese! D'onde vennero gli Etru- 
schi, per qual via, in che tempo? Da qual ceppo 
uscirono? Qual era il patrimonio originario della loro 
cultura? Quali gli elementi di civiltà, che andarono 
a mano a mano esplicando nella . nuova lor sede? 
Quale r indole della religione, le forme del culto, gli 
ordini politici e sociali? In che rapporti vissero con 
le altre genti italiche ? E come mai in questo pro- 
digioso fiorire degli studi glottologici seguitano ad 
essere parole di colore oscuro le numerosissime leg- 
gende, ch'essi lasciarono scritte ne' monumenti?.... 
Problemi gravi ed ardui, i quali, aifaticandò le menti 
degli eruditi nostrali e stranieri, li hanno condotti 
a dare giudizi cosi vari, cosi stranamente disformi, 
da far parer vana la lusinga di giungere quando 
che sia a una soluzione, che appaghi. 

Ma frattanto un cammino grande si è percorso 
ancQ negli studi etruschi. H materiale è andato via 
via crescendo, adunandosi, moltiplicandosi con rapi- 
dità mirabile ; ed un metodo nuovo si è applicato 
alla investigazione di esso : quello, che possiamo chia- 
mare il metodo topografico. 

Era vecchia consuetudine che, tratte fuori dalle 
antiche città dell' Etruria, e segnatamente dalle ne- 
cropoli, svariate specie di monumenti, si tenesse conto 
di questi, come di obbietti di curiosità, di erudi- 
zione e di arte, e si classificassero a serie giusta 
la materia, la forma, lo stile, i soggetti da essi fi- 
gurati. Cosi fatto sistema fu seguito non solo nelle 
pubblicazioni di sillogi, trattati e memorie di anti- 
chità etnische, ma anche ne' musei, ove quelle an- 
tichità furono deposte e custodite. Accadeva cosi, 
che oggetti provenienti da una determinata contrada 
venissero a esser scomposti e disgregati per andare 
a ritrovare gli esemplari dello stesso genere usciti 
da luoghi diversi ; per modo che alle singole pro- 
venienze non si badò né punto, né poco, e se ne 
perdette il più delle volte ogni ricordo. 

Con cotesti criteri si era andata formando e or- 
dinando in Firenze per cura del Governo grandu- 
cale de' Medici e de' Lorenesi una raccolta di monu- 
menti etruschi, cui rivolsero • cure amorose 1' abate 
Lanzi e lo Zannoni: raccolta, che, serbata per un 
pezzo nella Galleria degli Ufiizi, nel 1872 ebbe se- 
parata sede e venne a formare il più importante 
nucleo del nuovo museo etrusco fiorentino di via 
Faenza. Questo alla sua volta fu nel '79 trasferito 
nel Palazzo della Crocetta e affidato ad un giovane 
alunno della Scuola italiana d' archeologia. Luigi 



Adriano Milani; il quale, dedicando ad esso tutta 
la tenace vigoria dell' ingegno e il fervore dell' a- 
nima, gli dette non solo nuovo assetto scientifico 
nella parte che lo costituiva, ma largo incremento 
ed impulso di vitalità rigogliosa e feconda. 

La vecchia collezione, quale era passata nelle mani 
del Milani, non poteva essere ordinata con metodo 
sostanzialmente dissimile da quello seguito dai suoi 
predecessori: il metodo della partizione delle anti- 
chità per serie. E cosi si videro distribuiti gli og- 
getti costituenti il museo nel primo piano del Pa- 
lazzo della Crocetta, secondo la materia e il ramo 
dell'arte, al quale appartengono; si videro esposti in 
separate sale i vasi di bucchero, i vasi greci dipinti, 
gli arredi metallici, le statue e statuette di bronzo, 
le urne istoriate, le sculture in pietra od in marmo, 
le iscrizioni, e via. Il riordinamento dato dal Mi- 
lani agli esemplari delle singole serie è tale, che 
chi le passa in rassegna viene a conoscere a mano 
a mano la genesi e il successivo sviluppo di de- 
terminate forme; ne intende il processo stilistico e 
cronologico ; vede svolgersi innanzi a sé le figure e 
gli episodi fantasticamente vari de' miti celebrati 
dall'epos e dalla tragedia ellenica, i soggetti e le 
scene inspirate alla religione etnisca o alla vita reale. 
E in ogni serie il visitatore si arresta meravigliato 
innanzi a capolavori superbi, quale la Chimera di 
Arezzo, l'Arringatore, il vaso Fran9ois, la situla di 
Bolsena istoriata con la rappresentanza del ritomo 
di Vulcano in Olimpo, il sarcofago d'alabastro di 
Tarquinii col combattimento de' Greci contro le Ama- 
zoni, il sarcofago fittile di Chiusi coli' effigie gra- 
ziosamente civettuola di Larthia Seianti. 

Senonchè nell' accrescere il vecchio patrimonio del 
Museo etrusco sia col frutto di scientifiche scava- 
zioni, sia mediante doni ed acquisti, parve con ra- 
gione al Milani di dover mutare affatto il modo del- 
l'ordinamento e alla divisione del materiale per serie 
sostituire la divisione per provenienza. Cosi andò 
iniziandosi una nuova sezione del museo, che, esposta 
nel pian terreno del Palazzo della Crocetta, costi- 
tuisce quello che il Milani ha chiamato a ragione 
Museo topografico dell' Etruria. Qui non ha più luogo 
la ricerca esclusiva e ristretta della storia dell' arte : 
non si tratta più di vedere la origine, la fortuna, le 
modificazioni de' tipi rappresentati da numerosi esem- 
plari congeneri studiosamente classificati ; si tratta di 
conoscere gruppi di prodotti svariatissimi dell' art« 
e dell' industria, tali quali si trassero in luce nelle 
singole città, ne' singoli luoghi, ne' singoli strati e 
depositi, in cui giacevano, per modo che la dispo 



IHU 



Axxo I. — N. 4. 



190 



sizione di cosi fatti oggetti è, per dir cosi, obbiet- 
tiva ; è la disposizione, che ad essi hanno dato gli 
antichi e che l'ordinatore del museo ha creduto dover 
suo di mantenere inalterata. 

Non è chi non vegga come un tale museo risponda 
ai più rigorosi postulati della moderna scienza ar- 
cheologica. Solo in questo modo ci è consentito di 
giudicare criticamente delle cose, che gli antichi ci 
hanno tramandato: lasciandole stare tutte al loro 
pQsto, guardandole nella loro colleganza antica, non 
rimuovendole dall'ambiente, cui appartenevano, fa- 
cendo ch'esse da sé medesime vicendevolmente si 
lumeggino e si illustrino. Tolti i monumenti dai 
gruppi, in cui trovavansi topograficamente riuniti, 
essi perdono, la loro genuina significazione, cangiano 
figonomia, diventano qualcosa d' isolato,» di mutilo, 
spesso d'oscuro e d'incomprensibile, perchè viene 
a mancare ogni dato per determinarne l' età, la de- 
stinazione, il carattere. Noi abbiamo bisogno di ve- 
dere reintegrato l'insieme topografico: e abbiamo 
bisogno di veder conservato tutto, anche ciò che non 
è punto bello o appariscente, e che parrebbe inutile 
a conoscersi ; non solo quello, che aveva per gli 
antichi ed ha anche per noi un pregio suo peculiare 
per la materia o la fattura, ma quello altresì, che 
non ha in sé pregio di sorta; le umili suppellettili, 
il vasellame più rude, gli arnesi più volgari e in- 
significanti, i frantumi d'ogni maniera. Noi vogliamo 
veder raccolto e serbato tutto, per conoscere la 
vita antica in tutti gli aspetti suoi, Cantica civiltà 
in tutti i fenomeni del suo svolgimento. In questo 
solo modo potremo sperare di mettere insieme i 
materiali per la trattazione sicura, ordinata e vera- 
mente scientifica degli ardui problemi concementi 
gli Etruschi, ai quali sopra abbiamo accennato. 

Luigi Adriano Milani ha egregiamente e felice- 
mente applicato il metodo topografico a quella se- 
zione del museo fiorentino, che deve interamente al- 
l'opera di lui illuminata e infaticabile l'essere suo. 

Il 5 maggio 1897 convenivano nel museo le LL. 
AA. RR. i Principi di Napoli, un'eletta schiera di 
egregi^ uomini rappresentanti le autorità fiorentine 
e molti chi^i cultori delle lettere e delle scienze, 
per assistere all' inaugurazione della nuova sezione. 
Il Milani pronunciava in quel giorno un nobilissimo 
discorso, in cui, iRccontata brevemente la storia delle 
vicende del museo etrusco, si intratteneva più spe- 
cialmente a esporre l'origine, la ragione, il modo di 
ordinamento della sezione topografica, e dava un ra- 
pido sguardo alle principali collezioni, che la com- 
pongono. H discorso del Milani, ascoltato con vivis- 



simo interesse e salutato dal plauso universale del 
colto uditorio, fu da lui divulgato or ora con un 
ampliamento della parte descrittiva e col corredo di 
una serie numerosa di erudite note illustrative e 
bibliografiche *). Al testo furono intercalate belle 
riproduzioni in zincotlpia « di alcuni fra i più co- 
spicui e caratteristici monumenti del museo ». 

n discorso cosi accresciuto venne a formare, un 
bel volumetto, che riesce non soloi scientificamente 
utile ai cultori degli studi archeologici, ma anche 
praticamente opportuno al visitatore del museo fio- 
rentino ; un volumetto, che potrebbe dirsi al |;empo 
stesso una guida di quel museo ed un manuale di 
archeologia etrusca. 

Non possiamo qui prendere in particolare disa- 
mina il libro del Milani, condotto con genialità pari 
alla dottrina, nel quale si pongono in luce il carattere 
e il valore delle raccolte provenienti dalle singole 
città etrusche, rappresentate nel museo topografico. 
La esposizione de' principali gruppi archeologici, pre- 
ceduta da qualche cenno storico sulle città, cui ap- 
partengono, procede in modo preciso, perspicuo, ef- 
ficace. Pur sorvolando sui particolari, di cui l' indole 
del libro non consentiva all' autore di occuparsi, egli 
non ha passato sotto silenzio quelli, che hanno una 
qualche importanza per la religione, per la storia, 
per l'arte del popolo etrusco. * 

Le città, cui spettano le più copiose e cospicue 
raccolte, sono Vetulonia, Volsinii, Clusium, Luna, 
Telamon, Tarquinii, Volci, Florentia, Faesulae. Ve- 
tulonia, riconosciuta dal dottor Isidoro Falchi con 
felice intuito su di un poggio, che sorge alto e 
sereno in mezzo alla triste solitudine della maremma 
grossetana, fu esplorata da lui in questi ultimi anni 
con ripetute canìipagne di scavi fortunati ; e dalla 
vasta necropoli uscirono molteplici suppellettili fu- 
nebri, tesori incomparabili di cimeli, i quali si am- 
mirano ordinatamente disposti nelle tre prime sale 
del museo. H Milani fa una rapida, ma vivacis- 
sima dichiarazione delle varie specie di tombe e 
de' principali arredi in esse racchiusi. Interessante 
e nuova è 1' attribuzione ch'ei fa delle due prin- 
cipali classi di sepolcri : di quelli a pozzetto ed a 
fossa, che ascrive alla stirpe timbro-latina, già fusa 
e convivente con la plebe etrusca; e di quelli a tu- 
mulo e a circolo, che considera propri della stirpe 
Patricia consanguinea alla protogreca e di origine 
egea o mediterranea. La indicazione di taluni tipi 
d'oggetti, a cominciare dalle urne a foggia di casa, 

i) Museo topografico c£eW*JS^rttr»a,Fir«nze-Ilomajtip.Ben- 
cini, 1898. 



191 



Anno I. 



N. 4. 



192 



apre la via al Milani a discorrere delle abitazioni, 
dei costumi, degli ornamenti, delle armi delle po- 
polazioni etrusche, e gli porge materia d'opportuni 
raffronti. La celeberrima tomba del duce è descritta 
col suo vasellame metallico di svariata specie e di 
squisita iattura, colla sua magnifica arca cineraria, 
rivestita d' argento e cesellata di figure zoomorfiche, 
colla sua singolarissima barchetta di bronzo, sulla 
quale il Milani s^ntrattiene in modo speciale, e di 
cui propone una interpretazione nuova e sottile, con- 
siderandola siccome il più ragguardevole monumento 
non solo di Vetulonia, ma delPEtruria intera. I limiti 
di questo articolo non ci consentono di riferire tale 
interpretazione; né d'altra parte ci sentiremmo in 
grado di esprimere il parer nostro intomo ad essa, in 
quanto forma parte di tutto un sistema ermeneutico 
nuovo, cui il Milani si richiama più d' una volta 
nel suo libro, ma che si riserba di svolgere e do- 
cumentare in una prossima pubblicazione periodica: 
«Studi e materiali d' archeologia e numismatica». 

Gli avanzi di sculture in pietra tratti fuori dal 
grandioso tumulo della Pietrera, che il Milani chiama 
a ragione « vero mausoleo regale analogo ai &6loi 
monumentali X. Frigia, Lidia, Creta, Micene, Or- 
comeno », una stele portante graffita una figura di 
guerriero ed una iscrizione etnisca estremamente 
arcaica, le^bule, ì monili, le armille d'oro ornate di 
figure di stile orientale con magistero ^q e perfetto 
di lavorio: tutte cotesto opere preziose, ridonate alla 
luce dalla necropoli vetuloniese, sono riferite dal Mi- 
lani ad un'età notabilmente diversa da quella, che 
suole ad esse comunemente attribuirsi : ai secoli X 
e IX av. Cr. A noi pare questa data troppo remota, 
né crediamo si possano allegare validi argomenti 
per dimostrarla. Il recente lavoro,, con cui Oscar 
Montelius *)? indipendentemente dal Milani, si è stu- 
diato di gettare le basi del nuovo edificio cronolo- 
gico per la civiltà primitiva dell' Italia, è ben lon- 
tano dal persuaderci della solidità di questo edificio. 

Tra gli altri gruppi topografici del museo fio- 
rentino importantissimo e ricchissimo è quello pro- 
veniente dall' agro chiusino. La sala VI è occupata 
in gran parte da monumenti, che non solo topogra- 
ficamente, ma anche tipologicamente stanno questa 
volta insieme, e che già il Milani stesso fece og- 
getto di acute disquisizioni in una sua speciale mo- 

1) Pre-Classical Chronology in Greece and Italy^ nel 
Journal of (he Anthropological InstiltUe, 1897, p. 261 sqq. 
Cfr. Reinach, L'anthrapologUy 1897, p. 220 e sgg. (favo- 
revole all'opinione del Montelius), e Karo, Bullettino di 
paletnologia ilal., 1898, p. 144 sqq. (contrario). 



nografia. Comparve questa nel Museo italiano d'an- 
tichità classica '), la cui pubblicazione, dovuta alla 
nobile iniziativa personale di Domenic© Comparetti, 
segna veramente l' inizio di un nuovo .e più lieto 
periodo della moderna letteratura archeologica ita- 
liana. I monumenti, di cui si tratta, conferiscono a 
chiarire le umili origini e il lento graduale processo 
di quella scultura iconica, che, improntata di un sen- 
timento vivo e schietto della realtà, doveva svolgersi 
con tanta pienezza nell' £truria da prima, in Eoma 
di poi; e che, anche dopo la immane mina del 
mondo antico e dopo tanti foschi secoli di barbarie 
doveva, ravvivata dal genio toscano, rinascere e ri- 
fiorire gagliarda e gloriosa nella primitiva sua sede. 
Dall' uso di maschere di bronzo e terracotta appli- 
cate all'ossuario, si svolsero gli ossuari a testa e 
busto umano, come da questi derivarono le statue 
sepolcrali isolate o aggruppate. La transizione dal- 
l' una all' altra fase di questo svolgimento è posta 
in pienissima luce dalla classificazione fatta dal Mi- 
lani dei singoli esemplari. 

Insigni sono nell'agro chiusino le tombe pro- 
tette da ziri, certi vasi panciuti di enormi dimen- 
sioni, ove si deponevano le ossa del defunto e gli 
arredi funebri. Una di quelle tombe conteneva una 
situla d'avorio intagliata superbamente di rappre- 
sentanze figurali, che il Milani, opponendosi alla 
comune sentenza degli archeologi, giudica lavoro 
etrusco, anziché fenicio. Perocché egli, vissuto la 
parte migliore della sua vita fra mezzo alle antichità 
dell' Etniria, pieno d'amore e d'ammirazione ardente 
pei monumenti della religione e della cultura di 
quel popolo misterioso, ha una tendenza invincibile 
a rivendicare ad esso molti di que' prodotti del- 
l' arte, i quali, come la situla d' avorio chiusina, 
sogliono credersi opere dell' Oriente, trasferite dal 
traffico marittimo sulle coste del Tirreno. Sarebbe 
prematuro pronunciare un giudizio assoluto su taU 
questioni; giacché il valoroso archeologo — l'abbiamo 
già detto — ha in animo di offrire raccolti e com- 
mentati, secondo le sue particolari veduta, i mate- 
riali, per dimostrare l'indole e il carattere dell'arte 
etrusca in rapporto massimamente alle idee religiose. 
In cotesto idee religiose, concretate per via di un 
mistico simbolismo, sarebbe, a parer suo, da cercar 
la ragione di certe forme artistiche, che si credono 
ordinariamente prive di significato, e d' impronta 
meramente decorativa.' 

Se in Chiusi abbondano i monumenti dell'età 

« Milani, Monumenti etruschi iconici d* ìuo cinerario, nel 
Museo italiano, 1885, p. 289 sqq. 



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Anno I. — N. 4. 



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arcaica e classica dell' Etmria, altrove si hanno resti 
copiosi di opere appartenenti a quel tempo, in cui 
la cultura greca, specialmente del periodo alessan- 
drino, aveva pervaso il campo dell'arte etnisca, fa- 
cendovi fiorire lussureggiante la messe di nuove e 
leggiadrissime forme. Così poterono crearsi gli splen- 
didi gruppi statuari in terracotta, che- ornarono i 
frontoni dei templi di Luni, l'estrema città etnisca 
finitima alla Liguria. Le membra disiecta di questi 
gruppi, ricomposte dal Milani con intelletto d'amore, 
furono da lui già illustrate nel Museo italiano d* an- 
tichità classica ^), ed ora si ammirano con nuove 
e felici reintegrazioni disposte nella Galleria de-, 
stinata alla raccolta lunese. Due di cotesti gruppi 
esprimono consessi di divinità, fra le quali trionfa 
Timagine di Zeus di tipo rispondente al busto di 
Otricoli. Il terzo rappresenta la strage dei Niobidi, 
in una forma e con particolari, che richiamano viva- 
mente la descrizione ovidiana. Ai frontoni lunesi 
può riscontrarsi un altro fastigio fittile di tempio 
etrusco, i cui resti, pazientemente riconnessi dal 
conservatore del museo fiorentino Pietro Zei sotto la 
direzione del Milani, provengono da Telamone. Anche 
questo frontone decorato di statue raffigura un epi- 
sodio mitico del ciclo tebano: Anfiarao, che preci- 
pita nella voragine e Adrasto in fuga sul famoso 
cavallo Arione. 

Due sale del museo topografico ed il cortile sono 
occupate dagli avanzi di Firenze e di Fiesole, coi 
quali si compie il giro delle collezioni. 

Ad un vico" paleoitalico sorto al confluente del 
Mugnone con l'Arno appartengono le tombe pri- 
mitive e povere, le cui suppellettili uscirono dal 
Centro di Firenze negli anni 1892-94. All'etrusca 
Faesulae e al territorio circostante spetta una serie di 
stele sepolcrali, che raffigurano, come le stele greche 
arcaiche, con forme rìgide, ma efficaci, i personaggi 
defunti ne' costumi e ne' tratti più caratteristici, in 
cui apparivan viventi. Finalmente dalla Florentia 
romana, da prima municipio, poi colonia, proviene 
una copia svariatissima di avanzi architettonici, che 
il Milani 'rimise insieme, restituendo con essi, me- 
glio che fosse possibile, gli edifici o porzioni degli 
edifici, di cui formavan parte. Non poteva il con- 
cetto topografico, a cui s' informa questa sezione del 
museo, essere più felicemente tradotto in atto. Il 
visitatore ritrova qui le sostruzioni del tempio di 
Giove Capitolino; una porta della città con una 

*) Milani, I frontoni di un tempio luscanico scoperti in 
I-mi, nel Museo italiano cit, 1884, p. 112 sqq. 
^) Cfr. Milani, Monumenti antichi, 1895, p. 5 sqq. 



fontana ad essa addossata; lastricati di strade si- 
mili a quelli delle vie di Pompei; porzioni impor- 
tanti di case dell'epoca repubblicana con particolari 
interessanti, che appellano all'architettura etnisca, e 
con tarde riedificazioni, che di quelle case mutarono 
1' aspetto originario. S' aggiungono gli avanzi delle 
terme, ed altri resti molto poveri e frammentari di 
un tempietto d'Iside, dell'anfiteatro e del Campi- 
doglio. 

Il Milani conchiude il suo discorso, dichiarando 
modestamente che il museo topografico dell'Etnirìa 
è un abbozzo, perchè non vi sono rappresentate an- 
cora alcune città importanti, quali Volterra, Perugia, 
Veio, Cere, ecc., e lamentando che i locali male rispon- 
dano ancora al concetto, ch'egli vagheggia. < Ma > 
soggiunge « l' idea informatrice del museo topogra- 
fico è ormai palese, la trama e' è ; i fili della tela 
mancano; devono venire ». 

Noi, pur augurando che siano secondati ih avve- 
nire i suoi nobili sforzi e s'aggiunga nuovo e ricco 
materiale a incremento del museo topografico, osser- 
viamo che questo, anziché un semplice abbozzo, 
office già un quadro luminoso dell' antica civiltà 
dell' Etruria ; e che la istituzione felicemente inau- 
gurata, come risponde ai canoni severi della scienza 
moderna, cosi è ben degna della insigne metropoli 
della Toscana, della città, che fu patria gloriosa del- 
l' Umanesimo. 

Pisa. 

Gherardo Ghirardini. 



NOTIZIE DI EPIGRAFIA ROMANA') 



La più importante delle iscrizioni recentemente tor- 
nate in luce è certamente quella di H.*' Mettich, circa 
dieci chilometri 'a nord-ovest di Testur nella Tunisia. Il 
testo è stato pubblicato dal Gagnat nei Comptes-^endus de» 
iéances de VAcadémie des inscriptions et heUes-lettres 1897 

1) Lo epigrafi vanno, a mio avviso, distinte non, come si 
snole, secondo la lingua, ma secondo la diversità del contenuto, 
in quanto questo rappresenta vita ed istituzioni proprie e ca- 
ratteristiche di tre diverse forme di civiltà, la greca, la romana 
e la cristiana. In queste mie rassegne entrano di diritto anche 
le iscrizioni greche che riflettono fatti ed istituzioni del mondo 
romano, iscrizioni che non fan parte di quella che si chiama 
epigrafia latina, ma di quella che meglio s'appellerà epigrafia 
romana, perchè serve di sussidio allo studio della storia e delle 
istituzioni romane. 

Le notizie che noi qui raccogliamo possono tornare tanto 
più vantaggiose a coloro cui sono veramente dirette, a coloro 
cioè che non si occupino in nlodo speciale di studi antiquari i, 
in quanto che son tali e si numerose le pubblicazioni in cui si 
dà ragguaglio delle scoperte epigrafiche, che non a tutti riesce 
facile il prenderne cognizione. Certo per V Italia giovano non 
poco lo nostre benemerite Notizie degli acavì, si opportunamente 
istituite dal Bonghi, e nello quali si possono avere sott'occhio 
tutte le scoperte archeologiche ohe mano a mano si vanno fa- 
cendo nel nostro paese. Ma non cosi è per gli altri paesi e forse 
più specialmente per quelli dove i nuovi ritrovamenti diventano 
ai nostri giorni sempre più abbondanti. 



196 



Anno I. - N. 4. 



llMi 



p. 146-158 e dallo Scialoia (con qualche mia leggera va- 
riante) nel Butlettino deWIstUtUo di diritto romano 1897 
p. 185 seqq. Al testo aggiungono il commento il Toutain 
(nei Mémoires de VAcadémie de$ inscriptiona), il quale ne 
ha parlato ampiamente anche nella Nouvelle reviie hiato- 
rique de droit fran^is et étrcmger 1897 p. 878 seqq., e lo 
Schulten nelle Ahhandlungen der kgL QeseUschaft der Wia- 
$en9ckaften zu GSUingen (N. F. II, 8): Die Lex Mondana, 
cine afrikaniache DomiPnenverordnung, Non ho visto una 
più recente memoria del Cuq. L^ iscrizione incisa sui quat- 
tro lati di una grande base e guasta più o meno su cia- 
scuno di essi ma specialmente nel quarto, contiene un 
completo regolamento sulla conduzione di un* estesa pro- 
prietà provinciale, il fundua Villae Magnae Variani aive 
Mappalia Siga, fondo che il Toutain non esattamente 
ritiene privato, lo Schulten più co^ettamente un fondo 
imperiale. La coltivazione è regolata in diversi modi, se- 
condo che vien fatta dai proprietari (dowitni), dai condut- 
tori {conduetorea)j o dai fattori {vilici); accanto a questi 
sono nominati coloni, inquilini e atipendiarii. Questa lex 
è emanata per incarica dell* imperatore Traiano dai pro- 
curatori Licinio Massimo e Feliciore e viene comunicata 
ai coloni da tre persone del paese, un magisier, un de- 
fenaor ed un terzo. Spetta all'anno 116-117 ed è quindi 
il più antico documento sui aalitta africani. È insieme il 
più antico documento se non proprio per T enfiteusi, al- 
meno per il diritto di occupazione donde T enfiteusi si 
è svolta. 

Per V argomento si avvicina un documento relativo al 
saltus di Tembrion nella Frigia, pubblicato dair Anderson 
nel Journal of hellenic Studiea 1897 p. 418. Appartiene 
all'epoca dei Filippi. Contiene anzitutto, a quanto pare, 
il rescritto imperiale con cui si partecipa che la que- 
stione è deferita al proconsole d'Asia; ma per queste tre 
linee si aspetta una lettura migliore. Segue poi la sup- 
plica rivolta agli imperatori e redatta in lingua greca da 
un certo Aurelio Eclecto, evidentemente un capo dei vi- 
cani. I coloni si lamentano di essere molestati. da quelli 
che proprio dovrebbero aiutarli ed accusano per ciò i 
grandi proprietarii, i soldati e gl'impiegati imperiali. L'iscri- 
zione ha bisogno di un commento migliore: anche i sup- 
plementi deir Anderson non sono molto felici. 

All'amministrazione finanziaria dell'Egitto nell'epoca 
imperiale si riferisce un'iscrizione di Koptos pubblicata 
dal Jouguet nel Bulletin de correapondance Jielléniqtte ed' 
illustrata dal Bostowzew nelle Mittheilungen dea k, d. or- 
chaeol. Inatituta 1897 p. 75 seqq. Spetta ali* anno 90 e con- 
tiene l'indicazione della tassa che dovevano pagare per 
sé, le donne ed i bagagli, persone che esercitavano indu- 
strie private in rapporto colla flotta e che partissero da 
Koptos forse dirette a Berenice e Mvòg oa/4og. Questa 
tassa probabilmente si pagava per la protezione che l' ara- 
barchia prestava alle carovane per mezzo del praefectua 
montia Berenicidia. E curioso che pagassero più di tutti 
le meretrici. — Al veetigal lervocinii si riferisce una legge 
di Chersonneso pubblicata dal Latyschew, il cui testo 
però io non conosco. 

Del Corptia Inacriptionum Latinorum è uflcita Ift prima 
parte del supplemento al quarto volume : Inacriptionum pch 
rietariarum Pompeicmartim aupplementum edid^runt Augnatila 
Man et Carolua Zangemeiater, Accedunt toibulcte cercUae editae 



a Carolo Zangemeiater et Vaaorum fictUium inacriplionea editae 
ab Auguafo Mau, Para I: Tabulae ceratae Pompeia repertae 
annia MDCCCLXXV et MDCCCLXXXVII edUae a Co. 
roto Zangemeiater, Di queste tavolette cerate è inutile di 
riparlare essendo notissime. Voglio notare soltanto che per 
quelle trovate nel 1887 lo Zangemeister ripete un errore 
dei suoi predecessori : il consolato di L. Giunio Cesennio 
Peto e di P. Calvisio Rusone non h dell' anno 61, ma di 
uno degli ultimi del regno di Vespasiano, come tanti anni 
fa aveva già veduto il Borghesi. Questo volume contiene 
un indice accurato. ' 

Sul muro orientale della dmnua Vettiorum di Pompei si 
legge la seguente iscrizione dipinta in lettere corsive : Tu- 
dicia Augnati felix Puteoha Antium Tegeano Pompeioa ; kae 
aunt verae colonia[e]. Questi iudicia Augnati sono ricordati in 
altre iscrizioni pompeiane, senza che alcuna ci chiarisca 
sulla loro natura. Questa nuova permette al Sogliano 
(Rendiconti dell'Accademia dei Lincei 1897 p. 889 seqq.); di 
proporre una soluzione che sembra possibile, per quanto 
la parola iudicia poco vi si presti e non s' intenda perchè 
in altra simile iscrizione al nome di Nerone sia aggiunto 
quello dell'imperatrice. Egli considerando le parole: Aa« 
aunt verae coloniae, ricorda che Antium e Puteoli sono cer- 
tamente colonie neroniane e crede probabile che lo sieno 
state anche Pompei e Tegeanum non ricordate dagli scrit- 
tori perchè di minore importanza. Iudicia Augnati si rife- 
rirebbero alla concessione dell' ina coloniae. Tegeapum poi 
egli noni crede sia il Tegianum della Lucania ma vuole 
cercarlo nella Campania e ricorda la stazione ad Teglor 
nnm della Tavola Peutingeriana tra Nuceria e Nola. 

In Atena il Patroni ha trovato un nuovo termine grac- 
cano pubblicato ed illustrato dal Bamabei nelle Notizie 
degli acavi 1897 p. 120 seqq. Se ne conoscevano prima 
solamente sei, tre del territorio di Aeclanum, uno del 
territorio di Suessula, uno di quello di Sala Consilina ed 
uno infine di Capua coli' indicazione del cardine e del de- 
cumano, la cui lettura è corretta dal Bamabei. Il nuovo 
termine spetta agli anni 622-8 e porta i nomi dei treaviri 
agria dandia adaignandia G. Sempronio Gracco, App. Clau- 
dio e P. Licinio Crasso. In direzione dall' altp in basso 
è segnato il numero del kardo; superiormente vedonsi i 
segni gromatici. Al De Petra questa colonnetta e quella 
campana hanno offerta l'occasione per un'importante me- 
moria letta alla R. Accademia di archeologia di Napoli 
(// decnmcmo primo, 1897), nella quale esamina la que- 
stione se il cardine o decumano immediatamente prossimo 
al cardine e al decumano massimi debba chiamarsi primo 
o secondo. 

Un nuovo frammento dei celebri fasti che Verrio 
Fiacco nel foro dell' antica Preneste a ae ordina$oa et mar- 
moreo parieti inciaoa pìihUcarat è stato edito dal Gkbtti {No- 
tizie degli acavi 1897 p. 421 seqq.). Spetta al primo di 
Agosto. Nuova è l'indicazione non registrata in altro 
calendario: VictoHae, Victoriae Virgini in Patatio. Essa si 
riferisce al tempio principale della Vittoria, antichissimo, 
che trae origine da un sacello edificato dai prìmitiyì àbi- 
ttttori del Palatino, e all' edicola della Victoria Virgo edi- 
ficata nel 560 da M. Perciò Catone. D frammento ricorda 
pure l'occupazione dell'Egitto da parte di Augusto. — 
D Gatti pubblica insieme anche un frammento dei fasti 
consolari di Preneste che spetta ad un anno tra il 14 ed 



197 



Anno I. — N. 4. 



198 



il 37 ; egli vorrebbe attribuirlo al 18 e riconoscervi i con- 
soli suffetti L. Sefitta, L. Acisculus — va inteso L. Begu- 
Im^ e C. MufsHuSj Q. Marcius], Le difficoltà però che 
ci sembra non permettano di accettare tranquillamente 
questo supplemento, sono indicate dall^ editore stesso. 

Di quell^ insigne complesso d'iscrizioni, che sono gli 
atti dei Fratelli Arvàli — su cui ho pubblicato delle Os- 
servazioni nelle Notizie degli scavi 1897 p. 309 seqq. — 
sono tornati in luce recentemente altri sei frammenti. Uno 
piccolissimo, pubblicato dal Gatti (Notizie degli «covi 1897 
p. 453) spetta ad un anno tra il 61 e 68; degli altri 
cinque, da me editi {Notizie degli scavi 1898 p. 120), il 
primo appartiene forse all'anno 89 e contiene il ricordo 
del sacrifizio all' ara della Pace; il secondo, dell'anno 89, 
collega altri due frammenti di cui uno perduto e ci fa 
conoscere il giorno natalizio di Agrippina (26 Ottobre); 
il terzo spetta all' anno 55 o 56 ; il quarto, dell'anno 78, 
ci fa conoscere un nuovo console suffetto di cognome 
Paetus; il quinto infine contiene il ricordo forse della 
cooptazione dell'imperatore Didio Giuliano. 

Notevolmente si aumenta con le nuove scoperte il nu- 
mero dei diplomi militari: uno dell'anno 94 spetta all'eser- 
cito della Moesia superior (CoTiiptea rendus 1897 p. 499), 
due frammenti, uno del 116 ed uno del 138, si riferiscono 
all'esercito della Pannonia superiore {ArckeoL-epigr. Mitth, 
a?« Oesterreich 1898 p. 155), uno del 139 si riferisce alla 
Syria Palaestina (Comptes rendita 1897 p. 499) ed uno mu- 
tilo del 199 alla flotta (ivi p. 537) ; ad un classiario spetta 
probabilmente anche uno del 178 rinvenuto anni addietro 
nella parte inferiore delle campagne della Barbagia di 
Senio in Sardegna {Notizie degli acavi 1898 p. 41). 

Un'iscrizione di Cagliari, rinvenuta dal Vivanet e da 
me illustrata {Notizie degli scavi 1897 p. 280) risolve de- 
finitivamente una questione relativa al governo della Sar- 
degna. Nerone, com'è noto, cedette nel 67 al senato l'isola 
in cambio dell' Achaia resa libera. Il Mommsen ha cre- 
dalo che il governo senatorio vi sia durato da quell' epoca 
sino a quella di Settimio Severo o almeno di Gomm^o. 
La nuova iscrizione, che ci dà un governatore imperiale 
già sotto Domiziano, dimostra che bisogna tornare alla 
vecchia opinione, che cioè Vespasiano — prima del 78 — 
ritolse al senato la provincia. Più tardi tra 1' 83 ed il re- 
gno di M. Aurelio tornò al senato, per ritornare poi, sotto 
Commodo o Settimio Severo, definitivamente all' impera- 
tore. Questi continui passaggi dimostrano come i torbidi 
intemi, per cui Augusto nel 6 riebbe la provìiMìia dal 
senato, ricominciavano ogniqualvolta al forte governo im- 
periale si sostituisse il fiacco governo senatorio. 

M. Celio Bufo nella lettera scritta a Cicerone circa 
il 24 Maggio del 708 (8, 1, 21) tra altro gli dice: .,,ego, 
qui scirem, Q. Fompeium Baulis embaeneticam facere ecc. 
Questa parola emòoeTie^icam, che ha fatto impazzirei filologi, 
ha trovato la sua spiegazione in un' epigrafe di Baia de- 
dicata ad un L. Caecilius Bioscorus, il quale tra altri ufiici 
oocupò anche quello di curcUor perpetuità ernhoenitariorum 
trierum piscinenaium. Gli embaenitarii sono evidentemente 
quelli che embaeneticam faciuntj^ cioè i barcaiuoli e ve- 
ramente i barcaiuoli di piscine (Sogliano, Notizie degli 
ifaoi 1897 p. 12; Di un luogo delle epiatole Ciceronicme 
• ad familiarea ' illustrato da una iscriHone Baicma negli 
Atti dell' Acoad. di archeologia di Napoli voi. XVIII p. 1). 



Nel suo eccellente lavoro sugli Scritti latini di Adriano 
imperatore {Studi e documenti di atoria e diritto 1898) il 
Cantarelli illustra con molta dottrina i due noti discorsi 
di quel sovrano conservatici in pietra, le allocuzioni mi- 
litari Lambesitane e^ l' elogio di Matidia maggiore. Per 
quest'ultimo il Cantarelli esprime l'ipotesi che non si 
tratti dell'elogio funebre detto nel giorno dei funerali, 
ma di altro detto poco tempo dopo a Tivoli nell'inaugu- 
razione ài una statua innalzata alla principessa defunta. 
Egli si fonda sulle parole dell'elogio supplite dal Volbner: 
.... cnUe ocìdoa] eat imago triatiaaima aocrua opiumae labentia, 
frogum video, aurea nenijia etiamnum atrepunt, luctuoaia con- 
clamatiofnibìta ,reaonant forca aedijum mearum. ' Queste pa- 
role, egli dice, alludono, come ognun vede, ai riti fune- 
rari, alla immagine di cera rappresentante Matidia, ai 
pianti degli amici e dei parenti che formavano il corteo 
funebre, ma l'imperatore non ne discorre come di cosa 
presente (si bcuii soprattutto all'e^ianinum), ma di cosa 
ormai passata della quale egli, quamquam animua memi- 
niaae horret, fa risorgere il ricordo dinanzi alla mente sua 
e di coloro che V ascoltano ; per conseguenza, se tali pa- 
role richiamano alla memoria la scena dei funerali e del- 
l' apoteosi di Matidia, non possono, panni, essere state 
pronunciate da Adriano in ipao funere vel in ipaa conse- 
cratione *. A me non sembra invece, che le parole del- 
l'imperatore si debbano riferire ai funerali. JjHmago tri- 
atiaainuz aocrua labentia — che ricorda V ovidiana triatisaima 
noctis imago — non è la maschera, il ritratto, perchè non 
si ritrae la maschera di un morente, di un labenaj con- 
clamatio poi è la parola tecnica per quelle grida altissime 
ohe sorgevano intorno al letto del defunto appena spirato. 
L' imperatore accenna quindi alla morte di Matidia ; e le 
nenia^ ed il rogum sono disadatti supplementi del Yollmer. 
Ed è poi ad ogni modo da notare, quello che ricorda 
anche il Cantarelli, che di Matidia proprio sappiamo che 
fu consacrata il giorno de' suoi funerali e veramente sul 
rogo stesso; onde sembra strano che l'imperatore in un 
elogio detto dopo quella consecrazione, non dia alla suo- 
cera l' epiteto di diva e ne parli siccome di una persona 
mortale e non di una dea immortale. Panni poi di poter 
arrischiare un' ipotesi. Nel Palazzo dei Conservatori nella 
parete prima dell' ingresso al Museo sono murati due bas- 
sorilievi provenienti dal cosi detto Arco di Portogallo che 
si trovava allo sbocco di Via Lata ; uno di essi rappresenta 
l'apoteosi di una donna, nell'altro un imperatore che 
parla al popolo. In questo imperatore, che si vede assi- 
stere anche nell'altro rilievo all'apoteosi, l'Helbig rico- 
nobbe Adriano anziché M. Aurelio {Fahrer 1 p. 424 seg.); 
per ciò l'Hiilsen ed il Kiepert nella loro Forma chiamano 
quell'arco Arcua Hoé^icmi, opinione questa già espressa 
nei secoli passati, ^^ la quale aderisce anche il Borsari 
nella sua Topografia (p. 818). Non mi sembra perciò im- 
possibile che quéi due bassorilievi rappresentino proprio, 
l'uno l'apoteosi di Matidia, l'altro Adriano nell'atto di 
recitarne l'elogio. 

Nel 1892 n^l fondare un pilone del monumento al 
re Vittorio Emanuele si scopri un piedistallo marmoreo 
iscritto, eretto il 13 Novembre del 259. Esso è dedicato 
ad una Flavia Epicaride, sacerdotessa della dea Virgo 
Caelestis e moglie di un Giunio Hyla anch' esso sacerdote ; 
ed è offerto da due donne insieme colle donne iniziate ai 



199 



Anno I. — N. 4. 



200 



misteri del culto e alle canistrarìe. Importante h il predi- 
cato che vi si dà alla dea Virgo di prae^entisnmum numen 
loci montis Tarpeij e che ha offerto argomento ad nna me- 
moria del Gatti (Di una antica iscrizione che ricorda la dea 
Virgo Caelestia, nelle Dissertazioni d4Ua Pontificia Accade- 
mia Bomana di archeologia S. II, tomo VI). La dea Gae- 
lestis protettrice di Cartagine fa' trasportata a Eoma da 
Scipione nella terza guerra punica. Ma si diffuse insieme 
cogli altri culti semitici circa la metà del secondo secolo, 
quando appunto V elemento semitico aumentava a Boma 
di numero e vi acquistava influenza. Quella iscrizione la 
mostra patrona dell'arce Capitolina, dove probabilmente 
— per r identificazione che si fece tra la Caelestis punica 
e la Inno — sorse un' ara a lei dedicata. Da ciò, conclude 
con fondamento il Qtitti, venne quel nome di Ara eoeli, su 
cui tanto si ò scritto. 

Il Wuensch, V editore delle Defixionum tabellae Auicae, 
ha studiato una sessantina circa di tavolette di piombo 
trovate nel 1850 sulla Via Appia in certi piccoli sarco- 
fagi e conservate nel Museo Kircheriano. Erano quasi 
tutte inedite ; egli ne pubblica ora le 48, che più o meno 
si possono leggere, di cui cinque latine e le altre gre- 
che — degli anni tra il 890 ed il 420 — e vi aggiunge 
una greca rinvenuta in Via Nazionale e conservata nel ma- 
gazzino archeologico comunale {Sethianische Verfluchtmgs- 
tafeln Xììis Rom^ Leipzig, Teubner, 1898). Sono tutte ta- 
volette di devotio, con cui degli aunghi consacrano i loro 
competitori agli dei infernali, i quaU debbono impedire 
loro la vittoria. Il Wuensch le illustra sia partitamente 
sia in complesso, specialmente dal punto di vista della 
loro importanza religiosa. Sono espressione volgare di una 
setta gnostica e veramente di quella dei Sethiani,' che si 
vede aver fatto un solo essere dell' egiziano Typhon-Seth 
dalla testa d' asino, simile al giudaico Sabaoth, e di Seth, 
figlio di Adamo, che è Gesù Cristo. Questa conclusione 
gli permette di studiare il noto graffito del Palatino, dove 
si è creduto schernito il Cristo rappresentato colla testa 
asinina, e dove egli per molte ragioni, che non posso ri- 
ferire per lo spazio, vede semplicemente V espressione della 
devozione di un Sethiano. 

AU'istessa credenza volgare della devotio si riferiscono 
probabilmente otto figurine di terra cruda rinvenute a 
Pozzuoli in una tomba, dove giacevano sulle ossa com- 
buste (Notizie degli scavi 1897 p. 529 sqq.). Sono rozzis- 
sime e ciascuna di esse porta scritto sul davanti in senso 
verticale un nome greco, che pure in senso verticale leg- 
gesi ripetuto sul dorso. L'Hùlsen ha visto per il primo 
trattarsi di devotiones; vi son rappresentati cioè gli av- 
versarii consacrati. La terra cruda ricorda il Vergiliano 
(ec. 8, 50 seg.): 

limus ut hic durescitf et haec ut cera liquescit 
uno eodemque igni, sic nostro Daphnis amore. 

Chiudo ricordando la scoperta avvenuta a Coligny 
(Ain) di centocinquanta frammenti di una iscrizione in 
bronzo in lettere latine, ma redatta in una lingua sco- 
nosciuta, che, secondo il Seymour de Bicci (Hev. celi, 1898 
p. 213 sqq.) sarebbe ligure. Tujbto induce a credere che 
si tratti di un calendario. Il testo è diviso in colonne ed 
ogni colonna in capitoli di 14 o 15 linee numerate, pre- 
ceduti ciascuno da un titoletto in caratteri maggiori. Ad 
ogni linea è preposto un foro circolare destinato a rice- 



vere un chiodo o qualcosa di simile, come nel feriale di 
Ghiidizzolo. 29 o 80 linee devono formare un mese, il cui 
nome sta in testa; dopo 15 linee s'ha la parola Atenoux^ 
cui segue un capitolo di 15 o di 14 linee; in quest'ul- 
timo caso il paragrafo termina con Divertomu o Divartomu. 
L'anno che ne risulta è il lunare di 855 giorni. Esiste però 
anche il mese intercalare. L'iscrizione sembra comprendere 
il calendario di almeno sei anni successivi. 
B^ma, 28 Giugno 1868. 

Dante VaglierL 



OiaCOmO Leopardi. Pensieri di Daria filosofia e di bella 
UttercUura, Voi. primo. Firenze, Success. Le Mon- 
nier 1898. 

Lo ' zibaldone ' di pensieri filosofici e filologici 
(1817-1882), trovato tra i manoscritti leopardiani di Na- 
poli, è, come dice la Commissione Ministeriale, ' una mole 
di ben 4526 facce * ; delle quali in questo primo volume 
sono comprese soltanto le prime 45^. La pubblicazione 
di tutti i ' pensieri ' richiederà dunque almeno otto vo- 
lumi; e sia per questa ragione, sia perche i richiami, le 
aggiunte, le correzioni dell' Autore sono continue, e spesso 
un ' pensiero ' appena abbozzato in un luogo h poi svolto 
o conmientato o illustrato in più altri, non h possibile 
per ora raccogliere quanto su un argomento ha qui scritto 
il Leopardi, e non sarà possibile se non a pubblicazione 
completa. Dagli indici copiosissimi, compilati dal Leopardi 
stesso, e già stampati tutti sul principio del volume 
(pp. 1-71), si rileva qual larga messe di osservazioni sulle 
lingue greca e latina e sugli scrittori classici potremo 
raccogliere da questi volumi; osservazioni che soltanto 
in piccola parte saranno ormai direttamente utili agH 
studi dell'antichità classica, ma dimostreranno una volta 
di più a qual profondità rara anche oggi, ed a' suoi tempi 
forse unica in Italia, era giunto in essi il Leopardi. Il 
8U(Hpensiero ò intimamente nutrito di classicismo, e lo 
dimostra in qualunque argomento prenda a trattare ; cosi 
che, per istudiarlo da questo punto di vista, sarebbe er- 
rore grave il fermarsi soltanto a quei luoghi che parlano 
ex-professo di lingua e di letteratura : bisogna legger tutto 
e per le vie più diverse seguire quell'alto intelletto. A 
ogni pagina c'imbattiamo nel nome d'uno scrittore antico,- 
e non nei grandi soltanto. Al gran poeta, che èra anche 
un grande erudito (e me ne duole per quei recentissimi 
poeti, non ancora grandi, che sorridono con disdegno degli 
studi d'erudizione), sono ugualmente familiari cosi Omero, 
Pindaro e Virgilio, come Diogene Laerzio. Ben venga 
dunque, anche per esempio ed ammaestramento in questi 
tempi iconoclasti, la nuova pubblicazione ; della quale, ap- 
pena compiuta, non mancherà chi renda conto in questo 
Bullettino. Intanto anche nel primo volume sono da ri- 
cordare alcune belle parole su Omero * che diceva otti- 
mamente per natura * quello che noi ' con infinito arti- 
fizio non possiamo dirlo se non mediocremente e in modo 
che lo stento, più o meno, quasi sempre si scuopre ' (p. 8); 
dei pensieri notevoli sulla vis comica e altre qualità di 
Plauto (p. 10); le finissime osservazioni sulla difficoltà di 
render bene in iteJiano, specialmente dal Greco, le parole 
novamente foggiate dallo scrittore che traduciamo (p. 12) 



201 



Anno I. — N. 4. 



202 



altre su quelli che potremmo chiamaxe iUUianumi àì]mgn.Sk 
e di sintassi in Celso (pp. 82 sqq.); i pensieri sulle dif- 
ferenze del ridicolo negli scrittori moderni e nei classici 
(p. 41 sq.), e molti altri luoghi 

£ però da rammentare sempre che scorrendo una rv- 
di» indigestaque moles di questo genere, non destinata alla 
pubblicità, c'è il pericolo di attribuire al Leopardi quello 
che non h suo, ma talvolta ò soltanto una nota o un ap- 
punto suggeritogli da qualche libro che egli aveva fra 
mano in quel momento; delle quali note o appunti non 
sempre è chiaro che cosa avrebbe fatto in un completo 
ampliamento e riordinamento dei suoi ' pensieri *. Sarà 
dunque bene che non usi con troppa disinvoltura di questi 
nuovi scritti dii non abbia ben presenti e attentamente 
studiati quelli già editi riconosciuti dall'autore stesso per 
suoL E. PitUUi. 

Alberto Pirro. La seconda guerra sannitica. Parte I 

(sino alle forche Caudine), Salerno (Tvpograjìa fratelli 

Joxxmt), 1898, 

Bicercate le cause della guerra, il P., parlando della 
spedizione fatta dai Bomani nel Napoletano (827 a. Gr.), 
si trattiene sulla questione dell' esistenza di una città di 
nome Paleopoli, e crede, seguendo in parte l'opinione del 
Mommsen, del Beloch e del Burger (de hello cura Som- 
nitlbmy B[arlemi, 1884), che questa non sia mai esistita 
e che stia a significare solo la parte antica della stessa 
Napoli, detta appunto HaXavónoXvg per distinguerla da 
quella parte, che si venne, per le nuove immigrazioni, 
formando come una città nuova = NednoXig, Delle im- 
prese compiute dai Bomani nel terzo anno della guerra 
(325 a. Or.) essendo consoli Lucio Furio Camillo e Giunio 
Bruto Scova, come della guerra coi Yestini e degli av- 
venimenti che ebbero luogo nel Sannio, poco sappiamo. 
Livio si diffonde invece a narrarci con compiacenza l'aspro 
conflitto sorto fra il dittatore Papirio (successo al con- 
sole Furio Camillo, ritiratosi per grave malattia) e il 
maestro de' cavalieri, Fabio Bulliano, per la battaglia di 
Imbrìnio, senza darci precise notizie dei fatti guerreschi 
felicemente compiuti dal dittatore, i quali indussero i 
Sanniti a chiedere pace. Il Pirro crede che questa con- 
tesa sia una aggiunta posteriore dell' Annalista Fabio Pit- 
tore, a glorificazione del suo antenato. 

Circa ai fatti d'arme negU ultimi anni della guerra 
(324-822) ci sono giunte poche notizie, e per di più di- 
scordi fra loro. I Sanniti, vinti nel 822 dai consoli Q. Fabio 
e L. Fulvio, o secondo un'altra versione dal dittatore 
Cornelio Arvina, maifdarono a Boma per la pace; ma 
non avendola ottenuta, di nuovo presero coraggio dalla 
disperazione stessa, e l'anno dopo alle forche Caudine 
fiaccarono l'orgoglio romano. 

n lavoro, in conclusione, ò abbastanza diligente ; solo 
avremmo desiderato più ordine e maggiore chiarezza. 

A, Solari, 

Dr. Uberto PestalOZZa. I caratteri indigeni di Ce- 
rere. Milano (Cogliati) 1897. 

È un nuovo contributo che l' A., già noto per la col- 
laborazione al Dizionario epigrafico di aftUichith romane del 
prof. E. De Buggiero, porta allo studio dei culti nell'an- 
tica Italia, e tanto più notevole in quanto a proposito di 



Cerere il Lenormant (DicL des Antiq, greeq, et rom. XV. 
pp. 1076-78) aveva scritto essere « extrèmement difficile 
de remonter pour Cérès jusqu'en une epoque antérieure 
à la penetration d'éléments grecs qui forme saphysonomie 
classique ». 

Baccolte ed esposte le varie opinioni intomo all'eti- 
mologia della voce Ceres (dove forse poteva trovar luogo 
anche l'etimologia data da Yarrone e accanto al Grassmann 
meritava menzione il Pott), l'autore dimostra da prima 
che anche nella Cerere latina come in tutte le altre di- 
vinità paleoitaliche della terra, il carattere agricolo si av- 
vicenda con quello di divinità infera; in seguito studia 
i rapporti d'identità di Ceres con TelluSf con Dea Dia, e 
con altre divinità agricole, per le quali l'A. rimanda al 
Preller-Jordan BOm, Myth., che h l'opera che servi di 
principale guida pel presente studio. Speciale attenzione 
l' A. consacra alla connessione di Ceres con Venus, per pas- 
sare poi a trattare di alcune feste, a cui prendevano parte 
gl'iniziati al culto di Cerere, della fondazione del tempio 
di Cerere stessa sull' Aventino, degli aediles plebis eco. 
L'A. sulle traccio dell' Hoffmann conclude che in Boma 
vi fu un momento in cui, accanto al rito greco di Cerere, 
esisteva pure un rito indigeno, che aveva il suo centro nel 
tempio di Ceres, Liber e Libera sull'Aventino e la sua mas- 
sima e caratteristica esplicazione negli annui Cereaiia, 

Tale h lo studio del Pestalozza, il quale, sebbene lasci, 
come è naturale in queste ricerche minute, qualche 
dubbio al lettore, e l&irgo campo di discussione pel critico, 
riesce nondimeno a far conoscere nel giovine autore larga 
dottrina e attitudine a studj tanto delicati. La correttezza 
però dell'opuscolo non è somma: fra le altre mende ri- 
corre più volte de agri coltura, a pag. 38 si attribuisce a Ca- 
tone qitod praelibatonis causa, a pag. 11 si ha un Kqaalvio ecc. 

A. a 

Dos Meyerscke Satzschlussgesetz in der ByzarUinischen Prosa 
mit eineni Anhang Uber Procop von Kàsarea, Inaugurai- 
Dissertation ztir Erlangung der DoktoncUrde der Hohen 
philosophischen Fakultàt der Kgl. Bayer, Luduoigs-Maxi- 
milians-Universitàt zu MUnchen vorgelegt von Constan- 
tin Litzica ot^ Berlad {Bumànien), Mtinchen (Buch- 
holz), 1898; pp. 52. 

Chi non ha mai pubblicato un testo bizantino inedito, 
può anche vivere nella beata illusione che, quando si tro- 
vasse nel caso di doverlo fare, gli basterebbe un po'di pra- 
tica paleografica. Alla prova, le cose cambiano, e si vede 
quanto sia difficile quello che pareva cosi faoUe e cosi sem- 
plice. Tra le difficoltà che si presentano all'editore ha un 
posto importante quella dell'interpunzione, da cui non solo 
deve risultare s'egli ha inteso e come ha inteso il suo 
testo, ma deve anch'essere eliminata possibUmente ogni 
causa d'errore per chi dovrà leggere. Sarebbe, dunque, 
cosa desiderabile conoscere una regola, costantemente se- 
guita da quegli scrittori, nel modo di disporre le x>arole 
avanti le pause e specialmente alla fine del periodo. Gu- 
glielmo Meyer credette di avere scoperto questa regola, 
che a suo giudizio vale per i prosatori greci dal lY al 
XYI secolo. Sarebbe una legge ritmica, in cui si terrebbe 
conto dell'accento indipendentemente dalla quantità, e si 
potrebbe, in sostanza, formulare cosi: tra i due accenti 
che precedono immediatamente la pausa si trovano al- 



203 



Anno I. — N. 4. 



204 



meno due sillabe non accentate. Quindi (prendiamo ad 
esempio Senofonte, Hell. 1. 1) sarebbe legittima la chiusa 
di una frase quando fosse, per la disposizione degli ac- 
centi, simile a Aaxeàatfióyioi xal *À^vaioi, o ijyovfAéyov 
*Àyi]auydQÌdov ec.; sarebbe illegittima, invece, una chiusa 
come yavg oXiyag o ovdèy Tiqà^avxBg ecc. 

Il Meyer fondava naturalmente questa sua legge sopra 
una statistica. Ora il Litzica osserva che una legge fondata 
sulla statistica acquisterà valore scientifico solo quando 
venga confermata da una o, s^è possibile, più contro- 
prove. Nel caso presente, si potrebbe opporre che, se negli 
scrittori bizantini si trovano quasi esclusivamente chiuse 
come anavxBq ay&Qtono^ e solo pochissime come aotpòs 
uy&QiOTiog, ciò dipende dallo stesso materiale grezzo della 
lingua, anzi che da una tendenza degli scrittori. Per ve- 
dere se questo sia vero, il Litzica prende in esame il mate- 
riale linguistico in un^opera bizantina e trova che la natura 
stessa della lingua produce da sé circa PSO per cento di 
chiuse rispondenti alla cosi detta legge del Meyer e circa 
il 20 per cento di contrarie. A conferma di questo primo 
esame, né fa un altro sopra scrittori anteriori o posteriori 
al periodo di 12 secoli stabilito dal Meyer, e trova che 
tanto negU antichi quanto nei moderni scrittori greci quel 
rapporto si mantiene indipendentemente dal dominio di 
una regola retorica. Tornando quindi alla statistica sopra 
gli scrittori bizantini, il Litzica trova che si possono 
stabilire tre classi: a) scrittori che osservano la chiusa 
ritmica come una legge rigorosa, h) sorittori che nell^ap- 
plicazione si permettono molte libertà, e) scrittori che la 
trascurano affatto. In questi ultimi la media delle infra- 
zioni raggiunge o supera quella prodotta spontaneamente 
dal materiale linguistico di tutti i tempi, sta, cioè, fra TU 
e il 29 per cento; e nella classe h) varia dal 6 ali* 11 per 
cento. Nella classe a) non ci dovrebbero essere infrazioni ; 
se qualcuna ce n^è, andrà a carico della tradizione o di qual- 
che altra causa accidentale. Tali risultati differiscono da 
queUi del Meyer, sia perchè questi non aveva tenuto conto 
della natura stessa della lingua, sia perchè, secondo lui, 
non si poteva parlare di una classe e). Quanto air uso di 
questa legge (ognuno vede oramai come il nome| di legge 
sia poco appropriato, ma il Litzica continua ad usc^lo per 
la difficoltà di trovarne uno migliore) per la critica, essa 
può essere utile quando si discuta T autenticità d^un^opera 
giunta sotto il nome d^uno scrittore della classe a), o 
quando si debba curare il testo di uno di questi scrittori. 

Il lavoro del Litzica mostra buon metodo e vigore di 
argomentazione. Solo temo che la statistica abbia fatto 
anche a lui qualche scherzo di queUi che suol fare ai suoi 
seguaci. Di parecchi scrittori egli non ha potuto esaminare 
se non i primi cento casi, e non sempre si è attenuto al 
canone Meyeriano di considerare come atone senza re- 
strizione le parole di secondaria importanza, articoli, pre- 
posizioni, congiunzioni, avverbi e anche pronomi. Ad ogni 
modo, egli ha aperta felicemente la via ad ulteriori ricer- 
che, e promette di fare egli stesso qualche cosa di più. 
Non possiamo, dunque, se non congratularci con ,lui. Nel- 
Tappendice è distrutta, se non m* inganno, definitivamente 
la tesi dell' Haury (Zur Beurteilung des Geschichtschrei- 
bers Procopius von Casarca, Gymnasialprogramm, Miin- 
chen 1896) circa l'attinenza di Procopio di Cesarea con 
la scuola di Gaza. Tra gli altri argomenti, però, c'è que- 



sto, che Concio, di cui secondo V Haury sarebbe stato sco- 
laro Procopio, appartiene alla classe a), mentre Procopio 
appartiene alla classe e). Solo vorremmo che il Litzica ci 
dicesse come mai questa discrepanza si trovi anche, se- 
condo i suoi calcoU, tra Niceforo Blemmida e Teodoro 
Lascari, dei quali indubbiamente il primo fu maestro 
dell'altro. 

Firenze. 

N. Festa. 

Heinrich Brunn'S Kltine Schrifleny geBommeU von 
Hermann Bruna und Heinrich Bulle. JBfuier Bamd, Rs- 
mÌ8ehe DenkmiUer. AlUialische und Etrushisehe DenkmUUr, 
Mit dem Bildnisae des Verfasaera und 65 AhbUdungen 
im Texl. Leipzig (Teulmer), 1898; pp, XII 1-277. 

Ai filologi ed archeologi di ogni paese sarà senza dubbio 
gradita questa raccolta di opuscoli di Enrico Brunn; gra- 
ditissima dovrà essere a molti studiosi italiani, che in 
quell'uomo di dottrina eminente e di animo squisitamente 
buono ebbero una guida, un fautore, xm amico. Suo figlio, 
nell'affettuose parole premesse al volume, ci avverte che 
questi opuscoli sono in parte ' antiquati ' , ed è vero. Ma 
fossero anche tutti ' antiquati ' , fossero anche addinttura 
inutili per la particolare indagine scientifica di ciascun 
argomento, inutili non saranno mai a chi voglia imparare 
qualcosa più che non sieno le interpretazioni ora accettate 
dei singoli monumenti, inutili non saranno mai a chi voglia 
acquistare severo abito scientifico, e saper comunicare 
idee, impressioni, osservazioni, con lucidezza, con proprietà, 
con elegante precisione. Molti articoli sono in italiano, 
ne è raro il caso che o l'uso delle parole o il giro della 
frase rivelino l'autore non italiano : ma molti italiani pos- 
sono impararvi a scriver di scienza archeologica senza 
montar sui trampoli, senza abuso di un gergo che, se è 
talvolta indispensabile, più spesso ancora serve a masche- 
rare concetti poco o punto precisi, ipotesi più o meno 
aeree. 

A quanti poi conobbero personalmente il Brunn (e tale 
fortuna toccò anche a chi scrive queste poche righe), il 
volume sarà un caro ricordo. 



BACCHYLIDEA 



F. Blass, Bacchylidia carmina cum fragmeniis, Lipsiae, 

Teubner. 
E. Brahm, Ein neuer {Utgriechiacher Dickter [BacchylidesJ 

in Gegenwctrt 1898, n. 8. 
J. Braime, Ein Lied dot Bakcht/lides in BeUage z. Hamburg. 

Corresp. 1898, n. 5. 

A. Croiset, Lea Poémes de Bacchylidea in Revue Bleue 1898, 
n. 23, p. 705 segg. 

N. Festa, in Miscellanea per nozze Bostagno-Cavazza, Fi- 
renze, Camesecchi, 1898), p. 4 segg. 

B. HassouUer nei rendiconti àeìVAcadémie des Inscriptions 
19, XL '97. 

H. van Herwerden in Classiccd RevieWy XII, p. 210 seg. 
A. £. Housman, ivi p. 216 segg. 
ft. C. Jobb, ivi p. 152 segg. 



205 



Anno I. 



N. 4. 



206 



£. Piccolomini, Onservazumi sopra le odi di Bctechilide nei 

RendìeorUi della R. Accademia dei Lincei, voi. VII, 

fase. 8° e 4.<> 
A. Platt, in Class. Beo. 1. e. p. 211-216. 
Beatric6 Eeynolds, ivi p. 254. 

jV. B. — Nel n. 8 f u indicato come anonimo V articolo 
àeìYAUaniic MoTUhlyy che, invece, è del sig. J. Irving 
MAnatt. 

n voL II dell'^wtotre de la LiUérature Grecqìie del Croi- 
set nella 2* edizione (1898) contiene un nuovo capitolo su 
BacchUide (p. 858-365). 



ATTI DELLA SOCIETÀ 

Il 12 Giugno Tassemblea generale dei Soci effettivi, 
invitata ad eleggere quattro membri del Consiglio Di- 
rettivo, in sostituzione dei Consiglieri uscenti Augusto 
Franchetti, Gaetano Oliva, Pio Bajna, Enrico Bostagno, 
eleggeva il signor prof. G. B. Gandino delP Università di 
Bologna, e rieleggeva i signori Franchetti, Bajna e Bo- 
stagno. 

AlPassemblea fu anche presentato il seguente schema 
di bilancio preventivo per Tanno sociale 1898-99: 

a) Entrate. 
1. Besto di cassa presunto non consolidato 

al 30 giugno 1898 L. 2000. — 

64.— 

60.— 

3200.— 

720.— 

80.— 



2. Frutti del capitale consolidato .... » 

3. Frutti del capitale in conto corrente libero » 

4. Da Soci ordinari per tasse » 

5. Da Soci %Lggregati per tasse » 

6. Proventi diversi » 

Totale L. 
h) Uscite. 

1. Spese di stampa del Bullettino. . . . L. 

2. Spese di spedizione del medesimo . . . 
8. Spese di compilazione del medesimo . . 

4. Fondo disponibile per pigione di un Locale 

5. Acquisto, di Mobili 

6. Spese di Cancelleria 

7. Spese postali per corrispondenza . . . 

8. Spese per lavori tipografici diversi . . 

9. Stipendio al' Commesso 

10. Salario al custode e piccole gratificazioni 

11. Spese di esazione 

12. S^ese varie 

13. Fondo disponibile per acquisti di mate- 

riale scientifico 

14. Avanzo di cassa . * .• 



6124. — 



1200.- 
140.- 
960.- 
200. 

50.. 

50.- 
100.- 
300.- 
860.- 

40.- 

60. 
100.- 

500.- 
2064. 



Totale L. 6124.— 



L'Economo cav. Barbèra espose quindi i criteri con 
cui questo schema di bilancio era stato compilato, facendo 
soprattutto osservare che nella previsione delle entrate si 
era usata cautela persino eccessiva, e nella determina- 
zione delle spese si era partiti dal concetto che, ad ogni 
costo, il resto di cassa presunto per la fine dell'anno 
sociale 1897-98 dovesse resultare piuttosto aumentato ohe 
diminuito alla fino dcll'apno 1898-99. L'assemblea ap- 



provò quindi il bilancio preventivo come dall'Economo 
era stato proposto; e a sindaci del bilancio consuntivo 
dell'anno 1897-98 nominava i signori Avvocati Eugenio 
Ambron, Luigi Casini, Arturo Pilacci. 

Finalmente su proposta del consiglio Direttivo erano 
nominati Soci onorari i signori 

. Gastone Boissier 
Domenico Comparetti 
Teodoro Mommsen 
Enrico Weil 
Edoardo Zeller. 

Essi hanno dato incarico al Presidente di ringraziare 
in loro nome i Soci, .e fanno caldi voti che la Società 
prosperi e raggiunga il fine a cui intende. 



SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

(v. sopra p. 63 sqq. 109 sq. 179 sq), 
III. — Soci OBDINARI. 

Agnoloni prof. Francesco, Maddaloni 
D^ Leila prof. Agostino, Lucerà 
Fortunato on. Giustino, Napoli 
Krumbacher prof. Carlo, Monaco 
Petersen prof. Eugenio, Boma 
Thewrewk de Ponor prof. Emilio, Budapest 
Zanetti prof. Gualtiero, Bologna. 

IV. — Soci AaORBOATI. 

Avelardi Arturo, Livorno 

Baldi aw. Paolo, Firenze 

Bersi prof. Adolfo, Boma 

B. Biblioteca Marciana, Venezia 

Cima prof. Antonio^ Boma 

Drachmann prof. B. A., Copenhagen 

Friedmann prof. Sigismondo, Milano 

Grandi dr. Mario, Firenze 

Lambros prof. Spyridon, Atene 

Mondolfo Emanuele, Asciano (Pisa) 

Morpurgo "dr. Salomone, Venezia 

Nerucci prof. Gherardo, Montale (Pistoia) 

Pantazidis prof. Giovanni, Atene 

Pettina prof. Giovanni, Vicenza 

Fontani prof. Costantino, Boma 

Buediger dr. Guglielmo, Francoforte sul Meno 

Salerno aw. Michele, Cercemaggiore (Benevento) 

Schiappoli prof. Giuseppe, Napoli 

Solari dr. Arturo, Livorno 

Staderini prof. Giovanni, Boma 

Staffetti prof. Luigi, Massa (Carrara) 

Tosi Tito, Pisa 

B. Liceo Mamiani, Boma 



9^ DI tutti i libri ed opnseoli, attinenti all' an- 
tichità greca e romana^ che saranno inriati alla 
Presidenza della Società italiana per la diffusione 
e P incoraggiamento dogli Stndi classici (8^ Piazza 
S. MarcOy Firenze), sarà data, secondo i casi, o 
una recensione o un annunzio nelP ATENE bBOMà« 



207 



Anno I. — N. 4. 



•208 



OTTO RIBBECK 



n 18 Luglio scorso è morto a Lipsia Giovanni Carlo 
Otto Bibbeck| F illustre filologo, che ha legato indissolu- 
bilmente il suo nome a quello di Virgilio, e a cui tanto 
devono in genere gli studi classici e più specialmente 
latini. Era nato ad Erfurt il 28 Luglio 1827, e dopo fatti 
gli studi ginnasiali a Breslavia (suo padre fu dal 1832 
al 1848 sopraintendente generale della Slesia) e a Berlino, 
frequentò le Università di Berlino e di Bonn, ove si se- 
gnalò tra i migliori discepoli del Bitschl. Dopo qualche 
anno d^ insegnamento secondario, venne chiamato air Uni- 
versità di Berna, nel ^56, poi nel '61 a quella di Basilea, 
colla promozione ad ordinario, nel ^62 a Kiel, nel ^72 ad 
Heidelberg e finalmente nel ^77 a Lipsia, ove succedeva 
al suo illustre e venerato maestro, il Bitschl, che più 
tardi volle onorar degnamente con uno studio compiuto 
della vita e dell'opera sua. Anche di lui non si po- 
trebbe dire in poche righe nò in poche pagine: oltre la 
sua celebre edizione di Virgilio, modello di metodo (Lip- 
sia '59-'68), sono notissimi i suoi studi su Giovenale, uno 
degli autori che predilesse anche nella scuola, i suoi libri 
sulla ' Tragedia romana al tempo della Bepubblica ' ('75), 
e sulla ' Poesia romana' ('87-'92) ; i suoi Scenictte Romcmorum 
poenis fragmenta, che pubblicò per la prima volta dal '52 
al '58, proprio al principio della sua carriera di dotto, e 
poi di nuovo, in una seconda edizione, dal '71 al '78, e 
finalmente, in una 8*, pur ora, come volesse, ad attestar 
la saldezza de' suoi amori, terminare là dove aveva co- 
minciato. Erudito profondo e accuratissimo, gli studi che 
chiamano aridi, della ricerca metodioa e minuziosa, non 
avevano assopito, come si suol credere che avvenga, l'in- 
timo ardore del suo animo; in Virgilio, in Orazio, in Gio- 
venale, i' suoi grandi autori, attingeva l'amore e l'intel- 
ligenza delle cose nobili e belle, e l'entusiasmo della vera 
poesia, che cercava dovunque, dagli antichi traendo inse- 
gnamento a giudicare ed apprezzare i Diodemi. Io, ch'ebbi 
la fortuna di averlo a maestro e di frequentar la sua casa 
ospitale, lo trovai più d'una volta, in quelle ch'erano le 
sue ore d'ozio, intento alla lettura del nostro Leopardi, 
che intendeva e gustava nel testo italiano, e pel quale 
esprimeva una grande ammirazione, con calde parole e 
con sicuri giudizi e confronti. E molte altre cose ricordo 
del suo amore pel nostro paese, che aveva visitato una 
prima volta nel '52, in un di que' loro viaggi scientifici, 
e che conosceva assai bene, eppure avrebbe voluto, nono- 
stante la ^ave età, rivedere ancora prima di morire. Come 
tanti de' più nobili spiriti tedeschi, egli cercava, non so 
se nella moderna, ma certo nell'antica Italia, la sua x>atria 
intellettuale, e a conoscerla e farla conoscere degnamente 
fu spesa, con lungo ed operoso amore, tutta la sua vita. 

K G, P. 



LIBRI NUOYI 



Polffìnos-Forachungen, BeitrSge zar Sprctch-und Kulturge- 
achichie vùn Karl Wunderer. /. Teìl: SprichwSrter 
und sprichwdrtliche Bedtruarten bei Polyhio», Leipzig 
(Dieterich'sche Verlaga-Buchhandlung), 1898\ pp. 123. 

'IfftoQÌa tov fiaaiXsiov Xfjs Nixaias xal tov deanoxtéxov tijg 
*H7i€ÌQ0V (1204-1261) vnò 'Àytcjylov Mi]Xiagaxrj, *Ey 
'A&ijyai^ (Leipzig, bei M. SpirgctUs), 1898; pp. 676. 

Die Euripideiachen Verazahlen/ayatenie von Dr, Jakob Oori. 
{Berlin Weidmann), 1898. 

Aetna. Erklaert von Sieg&*ied SudhaUS. Leipzig (Teuh- 
ner), 1898; pp. X-230 

Pio Franchi de* Cavalieri. Gii atti dei sa. Mondano, 
Lucio e compagni. Recensione del testo ed introduzione 
sulle atte relazioni con la Passio s. Perpetuae. (Estr, dalla 
* Bomische Quartalschrift ', 8^ fasc.^ di Supplemento) 
Roma, 1898; pp. 102. 

/ Cavalieri di Aristofane tradotti in versi italicmi da Au- 
gusto Franchetti con introduzione e note cU Do- 
menico Comparetti. Città di Castello {Lapi)^ 1898; 
p, L-110. 

iiber die GedicfUe dea Empedokles. Von H. DielS. Ber- 
lin (Sitzungsber. derpreuss. Akad. 1898, XXXI); pp. 20. 

Albei*tO PilTO. La seconda gwerra sannilica. Parte IL 
(dalle Forche Caudine al 318 a. C). Salerno (lìpogr. 
Jovane), 1898; pp. 50. 

Luigi Cantarelli. Gli scritti latini di Adriano Impe- 
ratore. (Estr. dagli * Studi e docum. di storia e diritto ' 

. a. XIX). Roma, 1898; pp. 58- 

Eugippii Vita Se verini denno recognovit Tli. Mommsen 
(Accedit Tabula Norici). Berlino (Weidmann), 1898; 

pp. xxxii-eo. 

Aristotelis IloXixsla *A&t]yaLwy. Tertium ediderunt G. Kai- 
bel et U. de Wilamowitz-Moellendorff. Berlino (Weid- 
mann), 1898; pp. XVII-98. 
p. VI. * Londinum nuper profectus (U. Wilcken) ma- 

gnam chartae partem de integro legit, alia impeditiora 

iteratis curis expedire temptavit, multa quae dubia vide- 

bantur suo testimonio confirmavit, in quarti denique vo- 

luminis lectione, compluribus maxime chartae schedulis 

feliciter inter se coniunctis, tantum profeoit ut eventus 

omnem spem excederet '. 

Illustrissimo atque excellentissimo viro summo studio- 
rum moderatori Guido (sic) Baccellio Michael Gorgty- 
Unius S. P. D. Beneventi (Typis d'Alessandro), 1898. 

GUidO Inferrerà. Su la città morta di G. d' Annuncio. 
Messina (Libreria editrice Ant. Trimarchi), 1898. 

Quelques observations sur l' Aulularia de Piante par Paul 
Le Breton. Paris (Klincksieck), 1898. 

Introduction à la critique des textes latins par W. M. 
Lindsay traduit par J. P. Wàltzing. Paris (Klinck- 
sieck), 1898. 

Vincenzo Ussani. Orazio Lirico. Roma, 1898; pp. M. 

■■■■■■—■ ' ' ■■"^~^~— ^-^^— ■ ■ I.... . — «.— i^— ^»^-^^.-^^^— ^-» 

G. VITELLI, Direttore. 

Abistidb Bennabdi, Gerente responsabile. 

Firenze, Tip. dei Fratelli Benciai, Via del Castellacoio 6. 



JJ.I 



Amo L 



Settembre-Ottobre 1898. 



N. 5. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



DIREZIONE 
Firenze — 2, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale L. 8. — 

Un fasoioolo separato > 1. 60 



AHHmiSTBÀZIONE 
8, Via Faenza — Firenze 



-^ SOMMARIO ^ 



I. C. Landi, Dei * Caratteri " di Teofrasto e dei recenti 

stadi sTii medesimi p. 200 

N. Festa, ^nl cosi detto "Alfabeto dell'Amore; . . > 223 



DEI "CAMTTERI,, DI TEOFRASTO 

E DEI RECENTI STUDI SUI MEDESIMI 



Quando Teofrasto scriveva i suoi ' Caratteri ', 
avrebbe mai immaginato ch'essi sarebbero divenuti 
cosi popolari e cosi comunemente preferiti, a sca- 
pito delle maggiori opere scientifiche, alle quali rac- 
comandava la fama della propria versatilità e no- 
Ivfia&ia meravigliosa? E non li avrebb'egli allora 
dettati * in numero più spessi, in stil più rari ' ? Ma 
in Italia una vera popolarità non P hanno forse an- 
cora raggiunta : che da noi, tranne i filologi di pro- 
fessione, i quali, peraltro, non hanno lasciato al- 
cun' orma notevole nello studio di quel libro, di cui 
non si ebbe mai per le stampe un' edizione italiana 
compiuta 0) quasi ogni maggior contezza che se ne 
abbia o avesse tra la gente colta è dovuta alla 
celebre traduzione o parafrasi che ne die già il 
La Bniyère •). Ben diversamente altrove, massime 
in Germania, dove a diecine e diecine si contano 
r edizioni dei ' Caratteri ' . Se non che, in verità, 
anche oltr' Alpe la passata generazione li avea 
lasciati pressoché in abbandono, poiché dal '69, cioè 
dalla edizione del Petersen in poi, sj è dovuto at- 
tendere sino all' anno scorso per averne una nuova, 

1) Fn impressa a Venezia (nel 1552) Pediz. del Camozzi, 
la prima ohe^ntenesse 28 capitolL Una semplice ristampa 
del testo del Gasaubono (28 ce.) sta a fronte della tradu- 
zione italiana nei ' Caratteri greco-toscani ' di L. Del Bic- 
cio, Firenze 1761-68. 

«) Anche nel * Lessico d'antichità ' del LtLbker-Mu-_ 
rero, all'artic. ' Teofrasto ', si lamenta T incaria degli 
Italiani verso quest'autore. Ivi però all'elenco dei tra- 
datteri de' ' Caratteri ' vanno aggiunti i nomi di A.. Co- 
stantini (1758) e di D. Leondarakys (1830); molti.poi vol- 
tarono in italiano singoli capitoli. 



II. Becensioni, annunci bibliografici e notizie p. 288 

m. Atti della Società. Comunicazioni. Libri nuovi ...» 256 
Inserzioni a pagamento » 256 



venuta finalmente in luce per cura della Società Fi- 
lologica di Lipsia 0- Ma di questa ben può dirsi 
che- ha compensato largamente l' attesa. Frutto della 
collaborazione di otto insigni filologi, ai quali inoltre 
vennero da varie parti utili contributi, essa segna 
un grande progresso rispetto alla critica del testo, 6 
altresì, mentre molto si avvantaggia del copioso ma- 
teriale accumulato per l'esegesi, la promuove per pro- 
prio conto validamente in un esteso commentario, cui 
fa seguito una nuova versione tedesca. Non ultimo 
merito di questa edizione è quello d^ aver ridestato gli 
«ssopiti studi su Teofrasto : onde i recentissimi scritti 
del Wendland, del Rtihl ») e d' altri. Di più, le que- 
stioni d'alta critica letteraria, escluse di proposito 
dalla nuova edizione, hanno avuto una trattazione spe- 
ciale in un articolo comparso sul Philologus di qu&- 
st' anno •) e dovuto a 0. Immisch, uno dei collabo- 
ratori di quella e autore dei prolegomeni critici che 
l' accompagnano. — Il momento è opportuno per in- 
trattenere i lettóri à^W Atene e Roma sull'operetta 
di Teofrasto e sugli studi recenti ad essa relativi; 
tanto più che trattasi, come già dissi, d' un di quei 
libri che ben meritano d' avere larga diffusione. 

Veramente se, come in generale ai giorni nostri, 
cosi nell'antichità fosse conosciuto il libro di Teofrasto 
non è dato asserire. Nessun antico ne fa menzione; 
nessuno degli scrittori greci o latini che possediamo 
cita mai un passo dei ' Caratteri \ o allude alla 

1) Theophrasts Chabaktese, hermisgegeben erklSrt u. 
Uberseizt v. d, PhUoL Gesellachaft za Leipzig (Lpz., Teab- 
ner 1897). Non è finora comparsa l'edizione Teubneriana 
promessa gran tempo addietro da F. Hanow in sostituzione 
delia vecchia oggi esaurita del Foss (Lps. 1858). 

s) Kel PhUologu» e nel Rliein, Mmeum dell'annata in 
corso. • 

8) ' Ueber Theophrasts Charaktere * Philol. LVII, 
pp. 198-212. 



Atene e Boma I, 5 



211 



ANITO I. 



N. 5. 



212 



loro esistenza; sebbene a testimoniare la stima in 
che soleva aversi Teofrasto basti nominare Cicerone, 
il quale lo chiama deliciae meae e allega più volte 
la sua autorità. Che ad ogni modo il libro dovesse 
esser letto e gustato eziandio nell'età classica, lo di- 
mostrano indirettamente le imitazioni che ne furon 
fatte sin d' allora, e delle quali mi basterà ricordare 
una sola, la più rilevante : intendo i caratterismi di 
Aristone da Ceo, conservatici nel 1. X de vitiia di Fi- 
lodemo da un papiro ercolanese, e arieggianti nello 
stile il fare dei Theophrastea, cui essi imitano, pur 
nei particolari, assai patentemente. Il qual fatto ba- 
sterebbe, ove mancasse ogni* altro argomento, a dis- 
sipare le dubbiezze che già furono sollevate suU' au- 
tenticità di questi ultimi. À me, anzi, non parrebbe 
temerario affermare che l' etopea o dipintura de' ca- 
ratteri umani, vuoi come genere letterario a sé, vuoi 
anche come semplice episodio incastonato secondo 
opportunità in scritti d'altro genere,, procede tutta 
e per tutt' i tempi dall' imitazione di Teofrasto. 

* . 
* * 

Che cosa sono, dunque, i 'Caratteri'? 

Considerato il libro nel suo insieme, consta d'una 
trentina di capitoletti, che rappresentano al vivo 
altrettanti tipi morali ; sono generalmente di quasi 
eguale estensione, e messi l' un dopo l' altro in un 
ordine indipendente da un criterio logico e organico.» 
Che anzi, se si ponga mente al contenuto di ciascuno, 
la loro distribuzione apparisce ciò che può esservi 
di più ineguale e di meno sistematico, a tal segno 
che deve considerarsi come eccezione unica più che 
rara il trovare un paio di caratteri tra loro affini che si 
succedano consecutivamente (come 19 e 20). Occorre 
appena dire quanto vani fossero e quanto arbitrari 
i tentativi talora fatti *) di raggruppare i caratteri 
che presentassero tra loro qualche intima analogia, 
attuando un piano di disposizione ordinata, che ef- 
fettivamente non vi fa mai. Un ordine più fortuito 
che voluto sembrerà anche talora nell'interno di 
ciascun capitolo quello dei singoli detti e fatti che 
l' autore prescelse a rappresentarci un tipo ; se non 
che, il più delle volte, l'ordinare in un modo o nel- 
l' altro riesce del tutto indifferente, e altre volte 
invece troveremo una condotta rigorosamente logica. 
Piuttosto importa notare che i 30 capitoli sono tutti 
quanti foggiati sul medesimo stampo: in principio 
una breve definizione del carattere che si vuol de- 
scrivere, considerato in astratto, e quindi, in altret- 
tanti brevi paragrafi, i molteplici tratti in cui quel 

1) P. es. nell'ediz. Tauchnit. del 1821 (ristampata nel 1870). 



carattere si rivela, cioè le .aasioni e il linguaggio di 
cui sia capace chi abbia appunto quella data indole ; 
e son questi come i singoli lineamenti che, combi- 
nati insieme, danno la fisionomia dell'individuo. 
Scelgo subito ad esemplare uno dei caratteri meglio 
riusciti e meno manomessi: l'incontentabile (e. 17 
fiefiipifAOiQog 'colui che si lagna del destino'). 

« L' incontentabilità è il vezzo di chi si lagna 
ingiustamente di ciò che gli viene assegnato. L'incon- 
tentabile è così fatto che, se il suo amico gli manda 
a regalare una porzione di qualche vivanda, egli dice 
a chi l'ha portata: ' Si vede che m'ha voluto de- 
fraudare della minestra e del vino, non invitandomi 
a pranzo '. Baciato dalla sua ragazza, è capace di 
dirle: Mi farebbe specie, se questi baci venissero 
anche dal cuore ' . Si sdegna con Zeus, non già per- 
chè piove, ma perchè piove troppo tardi. Se trova 
per via un borsellino, esclama : ^ Ma un tesoro non 
1' ho trovato mai ! ' . Dopo aver comprato a buon 
patto uno schiavo ed essersi perciò molto raccomaji- 
dato al venditore, ' Non so ' dice ' che posso aver 
comprato di buono a cosi poco prezzo ' . A chi viene 
ad annunciargli : ' Ti è nato un figlio ' risponde : 
' Se aggiungerai che se n' è ita in frimo la metà della 
mia sostanza, dirai il vero ' . Dopo aver vinto una 
causa e aver avuto per sé tutt' i suj&agi, si lamenta 
con chi gli ha scritto la difesa, dicendo che ha tra- 
lasciato di far valere molte delle sue ragioni. Se dagli 
amici gli si prepara un desinare a bocca e borsa 
e gli si dice: 'Sta allegro', ribatte: 'E com'è pos- 
sibile ? se poi bisogna pagare ciascuno la sua parte 
e per giunta aver l'obbligo di ringraziare, come se 
fosse tanto di regalato? '». 

Qualsivoglia versione in lingue moderne, anche 
condotta con la più pedestre fedeltà, non arriverà mai 
a rendere esattamente il fare dell'originale, in quanto 
non potrà mantenere quella serie non inteiyotta di 
proposizioni consecutive che si hanno nel testo greco 
in eguale dipendenza da ó.... roiodróg %^g olog, for- 
mula stereotipata che, come un'esil trama, regge 
l'orditura dei caratteri in tutto il libro. Non vanno 
messe in conto le cosiddette clausulaey brevi ag- 
giunte di carattere parenetico alla fine di alcuni 
capitoli, le quali, sia per la loro speciale fattura, 
che si stacca da tutto il resto del capitolo, sia — 
e più — per la futilità del loro contenuto e la tri- 
vialità della lingua, si rivelano tarde interpolazioni. 
Anche il proemio ai caratteri, che nei codici porta 
l'intestazione 0€Ó(pQaaTog lIokvxÀeT, da oltre un 
secolo ormai nessuno più lo considera genuino ; 
tanto è pieno di scipitaggini e d' incongruenze. "Vi 



213 



Anno I. — N. 5. 



214 



si esprìme meravìglia perchè, mentre la Grecm è 
tutta sotto uii medesimo clima e tutti i Ghreci rice- 
vono la stessa educazione, -pur siavi tra loro co- 
tanto divario di caratteri : in realtà, né quelle pre- 
messe rispondono al vero, nò può, comunque, trovare 
luogo quella meraviglia. Bene esperto dell'umana 
natura, 1' autore sarebbesi accinto quasi centenario 
a descrivere i costumi de' tristi e de' buoni, affinchè 
le generazioni vegnenti, fuggendo quelli e questi 
imitando, divenissero migliori. Ora, non solo ì carat- 
teri virtuosi (rà xpiytfrà ireSv iJ^dJv) mancano; ma 
se è vero, come vedremo più tardi, che nello scri- 
vere ì ' Caratteri' che possediamo non potè Teofrasto 
prefiggersi mn intento morale, tanto meno è ammis- 
sibile ohe a questi facesse seguire non si sa quali de- 
scrizioni di costumi virtuosi, incompatibili col resto 
dell'opera. Giustamente osservava 1' Hottinger, un 
antico traduttore di Teofrasto, non potersi la viiiiù 
rappresentare in caratteri di tal sorta, puramente 
impersonali, sibbene mediante azioni e tipi desunti 
dalla realtà della storia o creati daÙa fantasia del 
poeta ; ma descrizioni astratte, compilate a guisa di 
erte, come le voleva Seneca, riuscirono ognora ciò 
che di più freddo e di più noioso si possa mai im- 
maginare. Se pertanto Teofrasto non scrisse nò potè 
scrivere di tali modelli di virtù, l' autore del proemio 
è convinto di falsità. Ma, per non andar troppo in 
lungo, quando avrò soggiunto che la lingua di 
esso (benché meravigliosamente conservato, mentre 
il testo de' ' Caratteri ' presenta gravissimi guasti, 
spesso insanabili) è un vero fH^ofiàQ^aQoVj mi parrà 
d'aver speso fin troppe parole per riepilogare gli 
argomenti che infirmano l'autenticità del proemio. 
Restano adunque, sotto lo schema suaccennato, 
le pure e semplici notationes morum che ritraggono 
il carattere, presentandolo or dall'una or dall'altra 
faccia del prisma, legate insieme anche pel vincolo 
tutto formale dello stile, che testò dicemmo. Gravi 
sospetti destò invero quella grande uniformità: la 
costante ripetizione di tutti quegli infiniti dipèn- 
denti da olog pareva stucchevole e insopportabile; 
segnatamente il Sauppe insisteva a negare che Teo- 
fi-asto per ben trenta capitoli potesse serbare nel 
suo dire tanta eguaglianza e monotonia, aliena da 
ogni forbitezza. Pu quindi in gran voga fino a questi 
ultimi tempi l'idea che altro non fossero quei /«- 
QaxtrjQiCfAoi, se non Q^trattì da una più voluminosa 
opera («e non anche da più opere) che Teofi:asto 
scrisse intomo all'etica, ih particolare dal trattato 
ITsQÌ ij^div oggi perduto, dove sarebbero state in- 
tercalate, a mo' delle consimili che leggiamo nei Ma- 



gna Moralia, neWEiica Nicomachea di Aristotele e 
altrove. Al contrario il Gomperz *)» giustamente 
levando la voce a. dimostrare la perfetta conve- 
nienza di quello stile e di quella forma alla materia 
trattata, ^ in quanto lascia scomparire in una piena 
oggettività la persona dello scrivente coi suoi mezzi 
artistici soggettivi ' •), ne toglieva argomento a im- 
pugnare decisamente la sopradetta Excerptentheorie 
e rivendicare a Teofrasto la paternità del libretto 
cosi come lo abbiamo oggi, nella sua parte sostan- 
ziale. Quanto alle descrizioni aristoteliche di carat- 
teri morali spesso chiamate a confi:onto, è da notare 
che, quando pur presentino con le teofrastee una certa 
somiglianza di forma, son però sempre di diversa 
natura, perchè generiche, astratte, analitiche; lad- 
dove in Teofrasto si hanno tipi individuali, concreti, 
sintetici. Questa diflferenza non è dì piccolo momento: 
piuttosto essa è un indizio — o forse una riprova — 
della ben diversa destinazione che questi avevano 
per rispetto a quelle. Ma, senza scendere a partico- 
lari (pei quali cfr.il citato articolo dell' Immisch), 
basti frattanto rilevare come sia merito degli studi 
recenti aver affermato in modo inconcusso che i 
' Caratteri ', si pel contenuto — sul quale vera- 
mente non si manifestarono mai gravi dubbi — , 
si anche per la forma loro, sempre con le restri- 
zioni sopra indicate, risalgono a Teofrasto. La cri- 
tica, ritornata sui propri passi, come sovente le 
accade di dover fare, respinge ogni pregiudiziale 
sull' autenticità. 

* 

Ma a qual genere letterario andrà propriamente 
ascritta quella raccolta di caratterismi? appartiene 
al dominio dell'arte o della filosofia quell' ' aureo li- 
bretto ' , com' erano soliti denominarlo i nostri an- 
tenati? 

Opera d'arte non è: almeno non è un'opera d'arte 
per sé stante — ne vedremo poi la ragione — e che 
sia fine a sé stessa, come siamo usi a concepirla 
noi moderni, e come sono, a mo' d' esempio, i ' Ri- 
tratti ' di Gaspare Gozzi, e queUi anche del La 
Bruyère disseminati in mezzo alle noterelle e agli 
aforismi di filosofia mondana, che costituiscono la 
più gran parte del suo libro immortale. Nemmeno 
è un lavoro di scienza come moltissimi composti dallo 
stesso autore e dal maestro di lui, dal ' maestro 
di color che sanno ' : che vi si cercherebbe invano 
qualunque accenno di trattazione sistematica, e troppo 

1) SUzungsbenchU d. Wiener Akad. d. Wias. CXVII (1888). 
«) Of. Immisch, 1. e. p. 199. 



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Anno I. — N. 5. 



216 



gli manca, del resto, perchè meriti detta qualifica. 
Bensì potremmo dire che, senza essere nò l'una 
cosa né l'altra, tuttavia in certa guisa partecipa 
d' ambedue un pò*, in quanto — se cosi m' è lecito 
esprimermi — la composizione di quel libro muove 
da un indirizzo scientifico, e d'altra parte mira 
a un fine artistico, estetico, benché eminentemente 
pratico. Come ciò sia mi faccio ora ad esporre in 
succinto, sulla scorta delle ultime indagini. 

Teofrasto, non meno che il suo caposcuola, fu 
essenzialmente uomo di scienza. Fra i duecento e 
più scritti che di lui ricorda Diogene Laerzio, sva- 
riatissimi di contenuto, non se ne trova alcuno che 
possa classificarsi come opera d' arte letteraria. Studi 
positivi occupavano la mente e lo zelo indagatore 
dei peripatetici: filosofia, storia, critica letteraria, 
critica scientifica, insomma, quasi ogni ramo dello 
scibile; ma la letteratura come arte essi non col- 
tivavano. E tutta queir età, ricca d' intellettuale fer- 
vore, inaugurata da un uomo le cui opere faranno 
testo anche in diverse condizioni di civiltà e di co- 
scienza, Aristotele, età paragonabile in certo modo ai 
tempi successivi a Galileo e alla diffusione del metodo 
sperimentale, fu una fioritura di scienza e di posi- 
tivismo. Viene gradatamente a mancare, non tanto 
per esaurimento quanto in grazia del fatale andare 
dello spirito umano, quell' ispirazione poetica, la quale 
già produsse i grandi capolavori artistici, che si am- 
mirano, si studiano, magari si imitano, ma non si 
creano più. La scienza chiama a sé^ gì' ingegni più 
eletti; il metodo si afferma, fecondo di nuovi tro- 
vati ; la tecnica, perfezionata, sempre più invade il 
campo e infine usurpa il posto di quella primigenia 
ispirazione. E intanto che ciò accade e ' gli dei 
se ne vanno ' , e con essi ' i semidei ' , dacché tra- 
montarono gli aurei secoli della vita nazionale con 
la loro idealità eroica, si viene accrescendo di gran 
lunga nelle nuove generazioni l'interesse per tutto 
ciò che sia umano: un primo umanismo si affaccia 
sulla terra. La tendenza della cultura e della lette- 
ratura a quel tempo può bene esser simboleggiata 
dal motto cosi opportunamente richiamato dall' Im- 
misch : /ii} fioi ys fivd-ovg, àXXà tcBv àvd^Qcomvcov, 
Allora, soggiunge il medesimo, ' la tragedia e il 
pathos cedono alla commedia e alV ethos ' *)• 

In cosi mutate condizioni di spirito e di cultura, 
non poteva acciidere che non si portasse l'esame 
anche sui caratteri degli uomini. Livero, l'etica dive- 
nuta scienza sottopone ad analisi minuta la loro stra- 
bocchevole varietà e li classifica, o secondo lo schema 

1) Of. artic. cit. p. 194. 



delle siStigie prediletto dalla scuola peripatetica, per 
cui ogni virtù é una fÀetfórrjg che sta frd due eccessi 
parimenti viziosi, b secondo altri sistemi. Ma tutta 
la letteratura doveva risentirsi delle nuove ten- 
denze. E se ne risentono, infatti, due generi let- 
terari in particolar modo : l' eloquenza forense e la 
commedia nuova. Quanto alla molteplice attinena^a 
di questa, ch'é commedia di costumi ed ha per 
principale antesignano Menandro, dalla tradizione 
fatto discepolo di Teofiitisto, coi ' Caratteri ' , mi ac- 
contenterò di rimandare alle belle monografie eto- 
logiche del compianto Otto Eibbeck intitolate Kolaa:, 
Agroikos, Alazon *); nelle quali si espone lo svol- 
gimento che nella letteratura classica § sopratutto 
nella commedia ebbero rispettivamente i tipi dell'adu- 
latore (Teofr., e. 2), del rustico (id., e. 4), del mil- 
lantatore (id., e. 23). Una stretta relazione, del 
resto, risulta evidente non pure pei particolari, ma 
altresì per l' impressione generale del complesso, a 
qualunque lettore dei Theophrastea voglia dare una 
fugace scorsa ai frammenti dei comici greci *), od 
anche al teatro di Plauto e di Terenzio. 

Quanto poi all'eloquenza, è molto significante e 
istruttivo il parallelo istituito dall' Lnmisch tra al- 
cuni passi degli oratori Dinarco e Demetrio Falereo, 
che furono ambedue in relazione con Teofrasto, 
e altri passi corrispondenti dei ' Caratteri ' . Ciò ben si 
comprende, quando di Teofrasto appunto ci vien detto 
che la sua attività come trattatista d'arte retorica 
dedicò in principal modo allo svolgimento dell' li^^g 
obiettivo : alla dipintura, cioè, dei caratteri che — 
segnatamente, é da credere, nelle invettive -^ tro- 
vasse opportuno di fare l' oratore •), onde l' etopea 
diveniva come una figura orationis, e rientrava 
in certo modo nel dominio della topica. Gettando 
uno sguardo sui Rhetorica ad Herennium, vi leg- 
giamo consimili descrizioni di caratteri fatte ad uso 
degli oratori. Se poi osserviamo coli' Lnmisch *) che 

t) Lips. 1883. 1885. 1888: i due primi nelle Ahhandl, 
d, K. Sachs, Gesell d, Wùs., phiL-hist. KL, IX, 1. e X, 1, 
— n Eibbeck scrisse anche ' ùber den Begriff des eÌQtoy 
(Th. e. 1) nel Rhein, Mus. XXXI. 1876, pp. 381-400, con 
riferimento aJla persona di Socrate. 
, «) Oltre i predetti tre,, abbiamo i seguenti titoli di 
commedie greche identici a quelli di caratteri teofrastei : 
nn "Jn^Ttog (= Th. e. 18), un Me/ÀìplfÀoiQos (e. 17), un 
JsKUÓaifAtay (e. 16). Si potrebbero aggiungere : un JvaxoXog 
(cf. Th. 15 e 19) un IloXvn^dyfitoy (cf. e. 13), un #Ua^ 
yvQog (in Teofr. vediamo ritratto V avaro con tre diverse 
sfumature, ce. 10, 22, 30), ecc. 

3) Dicesi invece 47^0? subiettivo la dipintura*che Po- 
ratore faceva di sé stesso ' ad captandam benevolentiatn ^ 
innanzi ai giudici e al pubblico. 

*) Artic. cit. p. 204 s. ; e sopratutto nella nuova edÌ2. , 
Einl., Kap. II, pp. xxix ss. 



217 



Anno 1. — U. 5. 



Sl8 



nei codici, la conservazione dei Theophrastea trovasi 
dovuta quasi esclusivamente a retori, che gì' incor- 
porarono con scritti di Aftonio, di Ermogene, di 
Dionigi d'Alicamasso e simili, potremo ben con- 
cludere con lui che tale raccolta di tipi umani era 
destinata ad animare ed integrare l'esposizione teo- 
rica che Teofrasto dava dell' ^1^05 nei suoi scritti 
retorici *)• 

Siffatta soluzione del problema letterario, già si va- 
riamente tentato intorno ai ' Caratteri ' di Teofrasto, 
potrà tenersi, credo, come addirittura definitiva. Senza 
punto nascondere, all' occhio d' un esperto lettore, 
la prima origine loro dalla scuola aristotelica, essi 
sfruttano abilmente un tema ch'era nello spi- 
rito del tempo e accennava a divenir comune, il 
caratterismo, in servigio dell' arte retorica e del- 
l' arte poetica. Insisto nel nominarle insieme, perchè 
come l' una cosi l' altra zsx'^rj — sorelle carnali giusta 
il concetto peripatetico •) — se ne giovarono, ed è 
incontestabile che alcuni tipi si attagliano piuttosto 
a questa che a quella, come il ' rustico ' il ' pa- 
rassita ' , il ' vecchio che vuole imparare ' , il ' mal- 
contento ' . Non poca analogia coi Theophrastea doveva 
presentare qualche capitolo del secondo libro della 
Poetica d'Aristotele, oggimai perduto, come pure, 
forse, i ' Caratteri ' dei peripatetici Eraclide Pontico 
e Satiro dei quali non sappiamo più che tanto. 
Ciò che nella parola e nell' azione apparisce solo 
ridicolo . né altro mostra d' avere in mira fuor- 
ché d'eccitare il riso, si alterna e si mescola, nelle 
descrizioni offerteci dall' illustre poligrafo greco, con 
ciò eh' è moralmente turpe e non può in guisa al- 
cuna produrre lo stesso effetto. Se moltissimi tratti 
si convengono eguahnente bene e alla scena comica 
e alla concione oratoria, altri invece ve ne hanno che 
con l'una o con l'altra non sopportano affatto 
d' esser messi in qualche relazione. Ora, tale simul- 
tanea presenza, e quasi contaminazione de' due ele- 
menti, dava molto da fare a quanti nei tempi andati 
movevano da idee preconcette per giudicare del va- 
lore dei ' Caratteri ', assegnandoli a questo a 
quel genere letterario; né difficile era il caso che 
qualche parte del libro, inconpiliabile con l' opinione 
abbracciata, venisse dichiarata spuria indegna del 
suo autore. Di tali espedienti non avremo più bisogno, 

1) Artic. cit. p. 212 e pctedm, 

s) Fra i tanti luoghi che farebbero all^uopo, bastimi 
acceiinare a uno di Teofrasto medesimo (schei. Arist. 94 
a 16), dove poeti e oratori, presi insieme, sono contrap- 
posti ai filosofi. 



se ammetteremo che l'accennata duplicità di fine 
sia, almeno potenzialmente, insita nei ' Caratteri ' . 

L'uso pratico della silloge giustifica altresì la 
forma, direi quasi, informe di quegli abbozzi, che 
sembrarono al Gomperz ^ un libro di schizzi a mo' 
di promemoria \ all'Immisch ' una scatola di co- 
lori ', ad altri persino ' una raccolta di materiali 
preparati per una lezione ' . — Ma il tenore sempre 
eguale del dettato non vale a sminuirne il pregio 
intrinseco. Oggi che li leggiamo senza preoccupa- 
zioni di sorta, l'interesse è tutto prammatico; né pos- 
• siamo trattenerci dall' ammirare la varietà, la viva- 
cità, la comicità di quelle descrizioni, che tradiscono 
un osservatore arguto e sagace. Volendo presentarne 
qualche saggio ai lettori, incomincio con uno dei 
rarissimi caratteri — appena due o tre *) — che 
hanno un'interna unità d'azione per una sequèla 
di scenette tra loro concatenate: il SstXóg (e. 25). 

« La codardia parrebb' essere, senza più, una pau- 
rosa depressione di spirito. Il codardo è tale che, 
navigando per mare, afferma che i promontori sono 
battelli di corsari; giunto in mezzo ai flutti, do- 
manda se e' è a bordo qualcuno non iniziato, e pie- 
gandosi all'orecchio del pilota, s'informa se tiene 
la via retta, e che cosa gli pare dello stato del 
cielo, e a chi gli sta accanto dice d' essere spaven- 
tato per cagione d'un sogno. Quindi si toglie la 
sottoveste e la consegna allo schiavo, e scongiura 
che lo mettano a terra. — Se poi fa parte d'una spe- 
dizione militare, mentre la sua schiera muove al soc- 
corso, chiama a sé i compagni, e vuole che prendan 
posto innanzi a lui e guardino bene intorno, soste- 
nendo eh' è difficile distinguere se ci sono o no i ne- 
mici. Quando poi ode lo schiamazzo e vede quelli che 
cadono, costui, dicendo a chi gli sta vicino che per 
la precipitazione si è dimenticato di prendere la spada, 
corre nella tenda, e mandatone fuori lo schiavo, in- 
timandogli d'osservar bene dove siano i nemici, 
nasconde quella sotto il capezzale,' e poi si trattiene 
a lungo come per cercarla. Quand' ecco che nella tenda 
vede arrivare un ferito portato a braccia; subitogli 

1) Anche U ciarliero (e. 3) e segnatamente il novel- 
liere (e. 8). Quest^ ultimo h particolarmente interessante 
perchè da certe allaaioni ad avvenimenti politici contem- 
poranei nei §§5 ss., raffrontate con altre del e. 28, 4, 
il Cichorius, nno de' nuovi interpreti di Lipsia (pp. lvh 
ss.), trovava di dover riferire la data della composizione 
dei * Caratteri * all' a. 819 av. Or. Bitengo però che abbia 
più ragione il Bùhl {Rhein, Mus. LIII pp. 824-27), il quale 
dall* esame di altri passi nei ce. 26. 28. 29, presupponenti 
in Atene la presenza di un reggimento democratico, in 
contradizione con quei primi, viene a conclusione che i 
diversi capitoli doverono essere scritti in periodi di tempo 
alquanto diversi. 



219 



Anno I. — N. 6. 



220 



corre incontro, e, dicendogli che si faccia coraggio, 
se lo prende addosso per trasportarlo: lo cura, l'u- 
metta con la spugna, gli si pone accanto a scacciargli 
le mosche dalla piaga e ne fa di tutte, pur di non 
combattere coi nemici. Se il trombettiere suona alla 
'c€u*ica, egli, seduto nella tenda, esclama: ' Vanne 
in malora! non lascerai prender sonno a questo po- 
vera uomo col tuo continuo sonar la caricai ' — Poi, 
tutto grondante, del sangue dell' altrui ferita, va in- 
contro ai reduci dal combattimento, e racconta loro, 
come se avesse corso pericolo: 'Uno n'ho pur sal- 
vato de' nostri! ' , e introduce a visitare il giacente i* 
compagni dello stesso quartiere e della stessa tribti, 
e a ciascuno di costoro narra come egli stesso con 
le sue proprie mani lo abbia trasportato dentro la 
tenda ». 

Spigolando poi qualche altra macchietta dai ri- 
manenti, nel T5ap. 4 vediamo ritratto il rustico che 
' dopo aver bevuto un purgante, se ne va all'as- 
semblea ; dice che per lui nessun profumo ha odore 
più grato del timo.... Andato in persona ad aprir 
la porta all' arrivo d' un visitatore, chiama a sé il 
cane, e afferratolo pel muso, dice : Ecco chi custo- 
disce la casa e il podere ! ' 

Nel cap. 12 l'importuno {dxaiQog= mancante di 
tatto) ' si rivolge a chi è stato condannato per aver 
prestato malleveria, a chiedergli di rispondere per 
lui ;... invitato a nozze, va blaterando centro il sesso 
muliebre '... 

Nel cap. 13 l'impaccioso {nsQCsqyog)^ ' ptir es- 
sendosi convenuto che la tal causa è giusta, insiste 
su d'una obiezione e si fa confutare; — pretende 
guidare altri per un sentiero, facendogli lasciare 
la via, e poi non sa raccapezzare da che parte vol- 
tarsi '. 

Nel cap. 14 il distratto ' dopo aver fatto il cal- 
colo colle pietruzze e tirata la somma, domanda a 
colui che gli sta vicino: ' Quanto fa? ' Avver- 
tito della morte d' uno de' suoi amici, egli, dopo ' 
essersi smarrito in volto e dopo aver pianto, esclama : 
' Oh la buona ventura I ' — D' inverno tarocca col 
servo perchè non gli ha comprato de' fichi; e in 
campagna, cocendo egli stesso delle lenticchie, ci 
mette due volte il sale e le rende immangiabili'. 

Nel cap, 27 l' opsimate^ colui cioè che in tarda 
età vuole imparare, vecchio di sessant'anni è in- 
namorato, e quando va a trovare la sua bella, ' si 
piglia delle buslse da un rivale, sicché compaiono 
in giudizio; — mentre, andando in campagna su d'un 
cavallo non suo, vuol esercitarsi a caracollare, casca 
e si fracassa la testa;... e quando ci siano delle 



donne, si esercita a ballare, accompagnandosi da sé 
col fischio ' . 

Finalmente, per non moltiplicare gli esempi, nel 
cap. 21 si osservi come, a denotare la ristrettezza 
d' idee del vanesio, si trovino ripetute, con frequenti 
diminutivi, le stesse parole : ' Convitato a desinare, 
vuol desinare accanto al suo convitatore; — a una 
cornacchia che alleva in cada compra una scaletta e 
uno scudettino di bronzo, col quale la cornacchia sal- 
tellerà sulla scaletta; — e, avendo sacrificato un bue, 
fa in modo che tutti ' sappiano che ha sacrificato 
un bue ' — ; e cosi via dicendo *)• 

Chi non sorride a leggere questi tratti cosi co- 
mici? Ma, se vedo giusto, non si appose il re- 
cente istoriografo della letteratura greca, il Christ, 
quando sentenziò che i ' Caratteri ' dovessero l'ispi- 
razione e la materia loro non alla vita ;;eale, ma 
alla Commedia *), da ciò ripetendo l'interesse loro. 
Secondo me, invece, essi ci presentano, a mo' d' un 
cinematografo, tutta una serie di macchiette e sce- 
nette piccanti, d' istantanee colte dal vero, non senza 
umorismo, per op^a del bonario filosofo di Lesbo; 
tesoreggiate poi, giusta l' intenzione dell' autore, da 
logografi e da commediografi. 

Ma ben più grave torto ebbero coloro che attri- 
buirono a Teofrasto un intento morale nel comporre 
quelle descrizioni. Che il tenore delle medesime lo 
smentisca, fu già osservato da tempo, ed è chiaro 
pei. saggi surriferiti; si pensi inoltre alla presenza 
di tipi come V òipifiaSi^gj che dimentica le leggi 
della convenienza e si rende ridicolo, ma nulla più, 
1' àX(YccQX^^ì tipo di natura politica, il dvifx^Q^g 
che, in parte almeno, non desta ripugnanza fuorché 
per la sua sconcezza fisica, in quanto non ha cura 
della propria persona e del proprio decoro. Certa- 
mente i ' Caratteri ' non hanno che fare con l'etica, 
né Teofrasto dettandoli volle fare opera di mora- 
lista '). Tuttavia, si spiega abbastanza Qome già in 
antico *) volessero farli servire al miglioramento dei 

1) Gfir. nella nnova edizione il commento del Gtiesecke 
al fÀUQoiftXóufÀog. 

>) ' Nicht nach dem Leben, sondem nach der Biihne, 
od. neuen Kom3die * Chrìst, Oriech, LUer.-gesch^, p. 496. 

3) L* Immisoh (art. cit. p. 201), dopo aver posto il di- 
lemma: ' Eins von beiden: die Ghar. haben ihren An- 
kniipfungspmikt entweder in der nicomachischen Ethik 
oder sie haben ihn im 2. Buch der Ehetoiik tind Poetik. 
Tertium non datar ' , esclude il primo caso e ammette il se* 
condo per gli argomenti già in parte accennati ; laddove 
il Gomperz (op. cit.) pensava che il libro di Teofrasto fosse 
come un^ ajppendice al suo Hegl ^d'tòy, col quale stesse in 
ima relazione analoga a quella dei * Problemi omerici ' 
rispetto alla * Poetica * di Aristotele. 

«) Gf. la nuova ediz. di Lipsia 1897, Einl. p. zzxvi. 



221 



Anno 1. — N. 5. 



222 



costumi, se porremo mente all'indole del soggetto 
trattato, avente per campo V UQiana natura, anziché al 
modo peculiare onde lo trattò Teofrasto. L' analogia 
stessa dell' argomento ci suggerisce un parallelo che 
ci sembra opportuno. Forsechè la commedia di co- 
stumi antica o moderna — beninteso, generalmente 
parlando — si propone d' impartire lezioni di mora- 
iità? Non già: essa mira semplicemente a rappresen- 
tare la vita e gli uomini; se ciò facendo riesce a edu- 
care e castigat ridendo moresj sarà ottima cosa, ma 
è un noQeQyov nella maggior parte dei casi estraneo 
affatto all'intenzione dell'autore. Cosi avvenne dei 
^ Caratteri ' di Teofrasto: essi ci presentano oggetti- 
vp.mente, in una forma mimica e quasi drammatica, 
certi lati deboli di Ateniesi del IV sec. av. Cr., 
eh' è quanto dire, press' a poco, degli uomini di qua- 
lunque ten^po ; ma l' attenzione del lettore, massime 
poi essendosi obliterato il fine primitivo dell'opera, 
è stata già richiamata su quelle debolezze, in guisa 
che, venendone a discoprire la bruttura, la scon- 
venienza, la ridicolezza, egli deve sentirsi subito 
portato a guardarsene, e quindi a correggersi, a mo- 
ralmente perfezionarsi. 

A disegno parlai testé di debolezze da discoprire. 
Ne gravi passioni viziose, né malvagità abbomi- 
nevoli, sibbene semplici difetti son quelli che di- 
pinge Teofrasto ne' più dei casi (analogamente ope- 
rando, salva ogni assenza di elementi soggettivi, alla 
satira oraziana di tre secoli posteriore) : difetti i 
quali meglio si prestano alla parodia che all' invet- 
tiva, e anzi, secondo il prefato Hottinger, riescono 
più spesso di nocumento a chi li possiede che non 
ad altri. Cosi nei singoli xaQoxvriQiafAot non ritro- 
viamo alle volte le manifestazioni più emergenti del 
carattere descritto, intendo dire quelle che più sal- 
tano all'occhio, bensì di cosiffatte che, quanto al loro 
significato, potrebbero sfuggire a un osservatore su- 
perficiale, al pari di certi contrassegni somatici sui 
quali richiamerà l'attenzione la fisiognomonica. Esempi 
nel e. 1, nel e. 5, e altrove. Si vede che Teofrasto scelse 
e vagliò tra i fenomeni che potevano sembrare oppor- 
tuni a caratterizzare un tipo, non meno che tra i tipi 
medesimi, nella varietà quasi interminata che lo studio 
del mondo umano gli presentava. 

Stimo superfluo soffermarmi a istituire un confronto 
tra quelli e i consimili offertici dalle odierne let- 
terature, magari coli' espresso proposito d' imitare 
Teofrasto, per rilevarne insieme con le somiglianze 
le differenze inevitabili. Che certo, a prescindere dal 
fatto che i ' Caratteri ' doverono esser composti 
con lo speciale determinato fine che noi già ve- 



demmo, restano tuttavia giuste le generiche osser- 
vazioni che sul tema, appunto, di tali disparità si 
leggono nel Diacours swr Theophraste del La Bru- 
yére. D'altronde, la cosa riescirà ad ognuno evi- 
dente per sé medesima. Già l' intuizione psicologica 
degli antichi non era né poteva essere cosi profonda, 
cosi sottile, cosi raffinata come' quella dei moderni ; 
ma soprattutto le condizioni sociali d' oggi non sono 
più quelle di oltre duemil' anni addietro in Atene. 
Sarà poi agevole riconoscere — altro segno de' tempi 
mutati — come certi tipi de' teofrastei si trovino di- 
pinti cpn tinte alquanto più cariche, più vive, altri 
oserà dire più grossolane, di quel che oggi non ^ 
farebbe né si tollererebbe, pur come fonte di ridi- 
colo, sia nella vita, sia sulle scene. Esempi vedansi 
nei ce. 11, 19, 28 ecc. *)• 

Potrà ragionevolmente dirsi che si tratta di mere 
contingenze, le quali non alterano il fondo dell'opera? 
Porse si. La natura umana, per volgere di secoli e di 
eventi, non ha sostanzialmente mutato: variano i co- 
stumi, come gl'istituti e le leggi positive; varia lo 
stato sociale, varia la concezione e la rappresentazione 
che I' uomo fa a sé di sé e del suo ^ ambiente ' mo- 
rale: ma sopravvivono le stesse passioni, ma per- 
mangono gli stessi errori, e con identiche cause e 
con identici effetti. Quindi resta pur sempre vero 
che leggendo i ' Caratteri ' ci ritroviamo tanta parte 
di noi stessi, dei nostri conoscenti, dei nostri con- 
temporanei. 

La lettura dei ^ Caratteri ^ nell'originale greco 
non é delle più facili. Licontestabilmente senza i 
guai d'ogni sorta patiti dal testo nella tradizione ma- 
noscritta e senza la confusione che vi é non di rado 
sopravvenuta e ha determinato l' inconveniente di 
dover leggere sotto la rubrica d' un carattere quello 
che logicamente spetta ad un altro, li gusteremmo 
molto di più. Dissi non esser probabile — come 
vorrebbe p. es. il Diels •) — un largo rimaneggia- 
mento seguito per opera di bizantini ; ciò non per- 
tanto, molte trasposizioni sono innegabili '). Ed é 

1) Come saggio modernissimo di studi etologici, mi si 
conceda di poter ricordare ' Gli Amici ' di Edmondo De 
Amicis. 

1) Oltreché nei suoi Theopkraatea (Beri. 1888), il Biels 
ribadisce Pidea anche nella sua recensione nella DetU. 
Lit'Zeit, 1898, p. 151 s. 

. s) Anche Plmmisch nella già più volte citata Einì. 
p. xxxiz dice che, per parte sua, avrebbe proceduto in tal 
materia con più libertà di quella adoperata nel testo della 
nuova edizione. Vedasi relegante dissertazione del Werle 
(Ooburgo 1887). 



223 



Anno I. — N. B. 



224 



pure un fatto innegabile che la seconda metà del 
libro (ce. 16-30) ci è conservata da un solo codice- 
non buono e d'età relativamente tarda, il Vat. del 
sec. XIV; e la prima metà (ce. 1-16), per la quale 
grazie ai codici Parigini AB ci è dato risalire assai 
più indietro nel tempo, sembra purtroppo aver sof- 
ferto gravi amputazióni, come fa sospettare la brevità 
di alcuni capitoli (massime dall' 1 1 in poi) e la pre- 
senza di vaste lacune come quella verso la fine del 
e. 14 *)• Troppo abbondano, inoltre, i luoghi corrotti, 
a sanare i quali — come a colmare quelle lacune — 
si proposero un visibilio di congetture, buone o me- 
diocri, raccolte in gran numero dalla recente edizione 
della 8oc, FiloL di Lipsia •). Ciò è doloroso anche 
per r importanza ragguardevolissima che hanno i 
Theophrastea rispetto allo studio dell' antichità, onde 
essi furono non ingiustamente messi a fianco delle 
commedie di Aristofane. A dissipare, almeno, buona 
parte di tanta ' oscurità non resta* da sperare se 
non nelle tombe egizie, che già furono si feconde ai 
dotti di grate sorprese. E sarebbe in verità una 
grata sorpresa se, come un papiro egiziano ci ridiè 
recentemente qualche scena àiòWAgroikos di Monan- 
dro, cosi altri ci offrissero in una forma più cor- 
retta e piena l'omonimo ^ carattere ' di Teofirasto 
o qualsivoglia altro, portando la luce su molte que- 
stioni non ben chiare. 

Con questo voto mi piace chiudere la presente no- 
tizia degli studi recenti intorno ad un libretto clas- 
sico, il cui interesse, non solo letterario, pia umano, 
è perenne come i tipi veramente umani ch'esso 

descrive. 

C. Lcmdl 

i) Di tutti gli altri nnmerosiBsimi codd. è ^ scarsa la 
autorità, che potrebbero quasi senza danno esser trascu- 
rati (cf. Wendland, PhUol LVII, pp. 103-112); né potrà 
persuadere il contrario la comunicazione che nella Riv, di 
Filol, XXYI p.494 ss. ha data di fresco D. Bassi intomo ad 
alcune nuove lezioni di codd. ambrosiani. Ma per occu- 
parsi delle questioni relative ai mss. non h questo il luogo. 

«) Oltre le numerose proposte dal citato Wendland (1. e. 
pp. 112-122) ricordo quella assai geniale del Boscher ette 
nel e. 4, 15 vorrebbe correggere in xa(ov l'incomprensi- 
bile ày(óv dei codd. {PhUoL LVII, pp. 218 ss.). 



Sul così detto "Alfabeto dell'Amore" 



A) La catena poetica. 

La raccolta di versi erotici greci, che Ghiglielmo 
Wagner pubblicò circa vent'anni addietro da un 
codice del British Museum col titolo arbitrario di 
ALFABETO DELL'AMORE, si considera Oggi in un modo 



molto diverso da quello seguito nella prima, e 
finora, pur troppo, unica, edizione *)• D Wagner non 
vide se non una serie di canti popolari indipendenti, 
disposti qua e là in ordine alfabetico, e si persuase 
che il miglior partito fosse quello di sej^re rigo- 
rosamente un ordine sifiatto, anche dove nel mano- 
scritto non appariva. Questo « fatale errore», come io 
chiama giustamente l'Heisenberg •), rende poco meno 
che inservibile l'edizione, perchè, per leggere questi 
componimenti nel loro ordine naturale, si è obbligati 
a correre di continuo da un estremo all' altro del 
libro. Meno male che, a facilitare questo incomodo 
esercizio di pazienza, il Wagner ebbe la buona ispi- 
razione di comporre una tabella comparativa dei nu- 
meri suoi con quelli del manoscritto. Questo incon- 
veniente, ad ogni modo, ha tolto e toglie a molti 
lettori il godimento di una poesia piena di pregi 
reali, nonostante corte sottigliezze poco adatte ai no- 
stri gusti, e meritevole di essere più largamente 
conosciuta. Auguriamoci di veder presto l'edizione 
promessa dal Krumbacher '), e intanto non rinnn- 
ziamo a farci un' idea di questa raccolta. 

Esaminando la serie dei componimenti nell'ordine 
del manoscritto, si riesce a distinguere vari gruppi 
cicli poetici primitivi più o meno completi, più o 
meno affini tra loro. Ciascuno di questi gruppi va stu- 
diato separatamente, se si vuole acquistare un concetto 
esatto del suo valore e di quello dell' intera raccolta. 
E siccome sembra, almeno per ora ♦), indifferente 
che si cominci dall' uno o dall' altro, prendiamo qui 
subito in considerazione il più caratteristico senza 
dubbio e il più importante, che chiamerò provvisoria- 
mente la catena poetica^ del qual nome si vedrà la 
ragione in seguito. 

I canti di questo gruppo sono nella numerazione 
del manoscritto i numeri 27-46 •) e formano un tutto 
armonico: una serie di canti erotici è compresa in 

i) In Italia i più ne conoscono quel tanto che ne scrisse 
il Bonghi nel FamfuMa della Domenica (1880). L^ articolo 
è ristampato nel volume Horae Svbseeivae (Bon^a, 1888), 
pp. 169-180, al quale si riferiscono i miei richiami nelle 
note seguenti. 

«) Byzant, Zdtachrift, II, p. 549. 

«) V. Geschichte der ByzanL Liti. « p. 814; che qui cito 
una volta per sempre, mentre, com^ è naturale, me ne servo 
poi ad ogni passo. 

*) La ragione di questa riserva apparirà, spero, nel se- 
guito di questo studio. 

8) Corrispondono ai ce. 83, 62, 25. 101, 78, 40, 89, 87, 
22, 53, 28, 102, 88, 77, 64, 26, 68, 35, 81, 107 del Wagner. 
Lo noto nella speranza che qualche lettore s^ invogli a 
seguirmi tenendo presente il testo. Perciò d^ora in poi 
segnerò fra parentesi i numeri del Wagner, imitando in 
ciò Tesempio dato dall^ Heisenberg. 



225 



Amso I. — N* B. 



226 



una novella e intrecciata con essa^ e la novella stessa 
fa parte di una lettera scritta da un poeta innamo- 
rato alla sua donna. 

La novella non è che un pretesto per i versi di 
amore, o piuttosto un' invenzione per spiegare l'or- 
dine singolare di detti versi, ohe sono anch'essi este- 
riormente legati da un acrostico, ma da un acrostico 
numerale invece che alfabetico. Yale a dire, la 
prima parola di ciascun canto è un numero o un 
termine numerale, e la successione è in modo che 
dovrebbe aversi la serie delle unità fino a dieci e 
quella delle diecine fino a cento. « Dovrebbe » dico, 
perchè, come vedremo, qualche cosa manca nel ma- 
noscritto; qualche anello della catena è andato per- 
duto, qualche altro ò stato rimesso fuori di posto. 

Intanto vediamo come sono fatti questi versi, come 
son fatti, voglio dire, per il loro contenuto, che qui 
dalla loro forma poetica mi convien prescindere quasi 
affatto 

28 (62) Una fanciulla fissai con lo sguardo, ed ella 
mi prese nella rete. Tu mi tieni alla tua pania, ed io 
dimentico tutte le cose mie più care>) per pensar solo 
a te, leggiadra, che mi hai tolto il senno. Io che mi 
vantavo, e dicevo che non mi sarei lasciato prendere 
all^ amore! Ma tu con le tue arti mi prendesti nella rete. 
£ il tuo amore si radicò dentro il mio cuore. 

29 (25) Due paia d^ occhi tu tormenti, o leggiadra, due 
cuori fai languire, due petti ardono dal grande amore 
di te. Ma tu hai cuore di macigno e animo inferocito, 
mente di ferro e labbra serrate. Non volesti mai perdere 
una parola per conversare con me dolcemente, per con- 
fortare me ohe sono tanto affannato. 

80 (101) Trr anni mi tengano pure in prigione per ca- 
gion tua: mi sembreranno tre ore dal gran bene che ti 
voglio. No, mia signora, né per amicizia, né per alcun 
timore, né infine per la prigionia, potrò dimenticarti. 
Finché sarò vivo e sarò al mondo, ti avrò nella mia mente. 
Ma il tuo amore mi arde d che non posso resistere. 

Il canto col numero quattro manca, ma forse po- 
tremo, seguendo un consiglio dell' Holzer •), cercarlo 
in un altro luogo del manoscritto, nel n. 108 (94) : 

Quattro colombine volano al cielo, ed ora poggiano 

«) La traduzione poetica di Vito Palumbo (Lipsia 1882) 
è poco nota anche in Italia. A giudicarne dal saggio ri- 
feritone dal Bonghi, 1. e. p. 178 seg. in nota, il tono vi é 
interamente falsato. Ai versi alessandrini senza rima sono 
sostituite delle sestine di endecasillabi rimati, e il lin- 
guaggio pieno di passione é piuttosto diluito in un fra- 
seggiare che sta fra T accademico e T arcadico. 

>) Qui e altrove non posso accettare la traduzione del 
Wagner, ma non mi fermo a ^dime il motivo, perché an- 
drei troppo per le lunghe. Già il Bonghi si trovò nello 
stesso caso: cfr. 1. e. p. 78. 

s) Riferisco dalP Heisenberg, 1. e. p. 554, perché non 
ho sott'occfaio r articolo dell' Holzer {Berliner PhU, Wo- 
chenschrift, 1685, p. 518 ss. e 545 ss.). 



e guardano in giù: cercano i loro amori per vivere in- 
sieme. Cosi pure il giovine innamorato: per vivere in- 
sieme! 

Per lo meno, il numero quatteo non si potrebbe 
spiegare in questi versi se non come un pretesto 
per farli entrare in un ciclo ad acrostico numerico. 
E un puro pretesto è, quasi sempre, nella riunione 
degli anelli di questa catena. Il e. 31 (78) comincia 
col verso 

CINQUE volte al giorno, o mia signora, cado in deliquio. 

Per il numero sette, invece, l'ordine delle idee 
sembra suggerito, come già notava il Vikelas, da un 
proverbio ancora vivo in Grecia : « i gatti e le donne 
hanno sette anime » *) 

88 (89) SETTE anime avesse pur messe il creatore in 
me, tutt^e sette me le avrebbe rapite il soverchio tuo 
amore. Pure non mi prende V angelo >) come in punto 
di morte ; ma sono in agonia per .te senza aver malattia 
né acciacco. E se tu volessi, o leggiadra, io non morrei. 

Dopo di questo manca il canto col numero otto, 
ma seguono gli altri due che compiono la diecina; 
degno di nota è specialmente il primo: 

84 (87) NOVE pernici volavano in cielo in alto; una 
aveva Pali d'oro, e io dissi: e Ohi sei tu? » Quindi mi 
fermo e rifletto, quale pernice abbia a prendere. Metto 
le reti a terra e prendo una bella pernice, simile a te, 
proprio come te, con la tua figura, con labbra di scar- 
latto, agile, dal canto leggiero, candida come la rosa 
bianca, scarlatta come la rosa rossa. pernice dal cin- 
guettio soave, di molti fai languire i cuori! 

H canto seguente descrive ancora le pene del- 
l' amore, considerandole, se non erro, come effetto 
d'una malia. 

85 (22) DIECI spade configgesti, o signora, sul mio nome; 
in me stesso le piantasti, me tu fai perire. Non le ponesti 
per crudeltà né per male alcuno: per amore le ponesti, 
me trafigge il dolore. Mi consuma l'amor tuo, e non 
posso più reggere. Penso a te? mi logoro ; ti vedo? impal- 
lidisco ; mi butto giù per dormire? non assaporo il sonno. 

Il lettore si sarà accorto che non ho fatto cenno 
di alcun canto che portasse il numero sei. Nel posto 
dove un tal canto dovrebbe trovarsi, ecco che cosa 
leggiamo : 

82 (40) Stavo presso alla tua porta, contemplavo i tuoi 
due pomi. Splendevano le tue membra, le tue incantevoli 
bellezze. Di muschio e d^aloé odora la tua persona; di 

«) Lo stesso detto si trova tra i proverbi del popolo di 
Matera e, credo, di altri luoghi della Puglia e Basili- 
cata: e le donne hanno sette anime come i gatti ». 

«) Cioè l'angelo della morte. Anche qui sarebbe facile il 
confronto con credenze popolari ancora vive anche fra noi 



227 



Anno I. — N. 6. 



228 



rosa 1) sono colme le tue labbra, di zibetto le tue ciglia 
e di zucchero e miele la tua lingua dalla dolce favella. 
Assaporai la tua delizia, ma di te, di te, sono privo. 

Vuol dire, se bene intendo P ultimo verso, che 
V amante finora non ha potuto godere se non con gli 
occhi ; e ciò s' accorda bene col contenuto della mag- 
gior parte degli altri componimenti di questa serie, 
che sono tutti tessuti di sola brama e di speranza. 
Sicché, se nel primo verso trovassimo il numero sei, 
non avremmo nessuna ragione di arrestarci su questo 
breve canto, sul quale torneremo invece, un po' più 
giù, nel dire in genere qualcosa sull'origine di questo 
sistema acrostico. Intanto diamo un'occhiata ai nu> 
meri delle diecine, che per loro natura sono un po' meno 
adattabili alla poesia, e quindi richiedono un mag- 
gior lavoro d' imaginazione da parte di chi si è im- 
posto l'obbligo di servirsene in congegni poetici. 

87 (28) VENTI pomi sono disposti sopra un piatto d^oro, 
pomi rosseggianti e dolcetti come le tue due labbra. Io 
m^ arresto e me ne invoglio, e dico : e Se avessi un pomo ! 
ne sarei profumato a sera, e prenderei un dolce sonno ! e 
lo bacerei a sera e ne sarei consolato ! > Cosi, se tu fossi 
al mio fianco, n'avrei conforto. 

88 (102) Cipresso dai trenta rami, dai rami d'oro e 
dall'ampio fogliame, dalla grande ombra, dall'aria dolce e 
dal fresco delizioso ! giardinetto leggiadro piantato di rose! 
Dolce melo rosseggiante, carico di pomi! incurva la tua 
giovinezza, perchè io posi air ombra tua, perchè al tuo 
rezzo io trovi refrigerio e al tuo conforto. 

89 (88) QUARANTA braccia scavai la terra, o mia signora, 
per seppellirvi l'amor tuo, e tu lo scopristi per andare 
a vantarti eh' io t' adoro. Ma io passo spesso di costà, e il 
mondo se ne accorge; e dicono che m'hai abbandonato 
e non vuoi più saperne di me. Per questo mi tormento 
e m'affanno e sospiro amaramente. 

40 (77) Se pure cinquanta fontane si versassero da cento 
convalli e giungessero alla tua porta secondo il mio vo- 
lere, con una secchia») d'oro in mano verrei dove tu dormi 
a cantare, per svegliarti, e a lamentarmi. E riempirei la 
secchia per bagnarne il mio cuore ch^ è acceso, o leggiadra 
dall'intenso amore di te. Io lo spengo, o leggiadra, e tu 
l'accendi ancor più. E se non lo bagni con le tue care 
mani, anche a versarvi sopra un fiume, in nessun modo 
ne estinguo l'incendio. 

Invece del canto col numero sessanta che do- 
vrebbe seguire a questo, il manoscritto presenta 

1) S'intende, probabilmente, del profumo, non del colore, 
come mostra il paragone dello zibetto. Perciò non è molto 
esatta neanche qui la traduzione del Wagner: Wie Bosen 
ist die Lippe roth. 

«) Credo col Vikelas (nell' edizione del Wagner, p. 84) 
che una secchia si adatterebbe al coutesto meglio d'un IkUOj 
come intende il Wagner. Ma, se ^vara non può avere 
quel senso, sarà forse da intenderlo come ^varga nel si- 
gnificato di spazzola da bagno? 



qui quattro versi, 41 (64), in cui l'amante prega 
la donna che non lo disprezzi solo perch'egli non 
è del suo paese e del suo sangue ; e V assicura che, 
se volesse stringere amicizia con lui, si rallegrereb- 
bero i loro amici comuni e ne avrebbero dolore i 
nemici. Procede quindi regolarmente V acrostico fino 
alla fine. 

42 (26) settanta porte aveva la gabbia ch'era nella 
mia corte, e quella gabbia chiudeva in sé un usignolo 
addomesticato e affezionato a me, dal dolce cinguettio, 
pieno d^ogni grazia, e ben nutrito! >) Ma dopo giorni e 
mesi volò via l'usignuolo, e lo prese un altro cacciatore, 
che lo colma di dolci carezze. E quando io passo per la 
sua strada e per il suo vicinato e lo sento cantare, mi 
tremano le membra, si consuma il mio cuore; non ho 
forza di resistere, finché non l'abbia richiamato alla gab- 
bia a cui era avvezzo. 

43 (68) ottanta volte fui messo a dura prova per te, 
mia signora, e te ne diedi notizia per mezzo del messaggero. 
Suvvia! come tuo schiavo, suvvia! comprami, perch'io ti 
serva, mia padrona, la notte e il giorno. La notte accen- 
derò il lumino in mezzo alla tua lampada, e ti farò lume 
quando tu ceni, come tuo schiavo fedele. 

44 (35) In NOVANTA modi m' abbattè il tuo vivo amore ; 
saccheggiò e mise in tremito tutto il mio cuore. Sii pio- 
tosa, o leggiadra ; che guadagno avresti, se rigettassi l'amor 
nostro e mi facessi morire? se rigettassi il buon giovine, o 
mia signora, che t^ama? 

45 (31) CENTO anni devono passare prima che tu mi dia 
un bacio? ecc. 

E qui, dopo pochi versi, segue la chiusa di quella 
novelletta a cui accennavo, che contiene in sé tutta 
la serie acrostica, essendo cominciata nel e. 27 (83) 
e poi ripresa nel e. 36 (53). Ecco in breve di che si 
tratta. Un giovinetto da lungo tempo innamorato riesce 
a fare la sua dichiarazione, che viene accolta con 
disprezzo, perchè la fanciulla lo trova troppo piccino. 
Ma il piccino si fa coraggio e tenta di dimostrarle 
con molti esempi che la grandezza non forma il 
pregio delle cose. La fanciulla comincia ad ammi- 
rare r ingegno del giovinetto e gli dice che consen- 
tirà al suo amore, se avrà da lui cento Xóyta. Egli 
dice modestamente che non si sente capace di tanto, 
ma per amore non ricusa la prova, e comincia sen- 
z' altro la serie dei canti che abbiamo già esaminata. 
Dopo il canto 35 (22), compiuta la diecina, la fan- 
ciulla è già cosi tenera del giovinetto, che non gli 
nasconde più il suo amore, e ha tanto desiderio di 
non andare per le lunghe, che gli riduce il penso^ 

1) La traduzione è poco sicura e anche il testo è in- 
certo in questo punto. A me pare che ipovfiiafiéyoy nel 
V. 3 debba correggersi in tpovfiicfiéyoy da ìlfovfÀÌ^<o rispon- 
dente al classico ìptafil^w 'dar da beccare*. 



229 



Anno 1. — N. 6. 



230 



permettendogli di procedere oramai per diecine. Cosi 
i cento Xóyut diventano, infine, diciannove. Compiuto 
il cantare, il giovinetto ottiene l'amore della fan- 
ciulla; ma, appena soddisfatto il suo desiderio, la 
sua condotta cambia in modo assai brusco e quasi 
inesplicabile, perchè comincia a schernire quella che 
era dianzi l'oggetto del suo amore, ed ai lamenti 
e alle lagrime di lei risponde ingiuriandola con le 
sole parole villane che siano in tutta questa raccolta, 
informata, del resto, a una gentilezza squisita. La 
chiama brutta, deforme, bocca a pentola, guarda- 
basso, nera ecc. Ed ella piange, e comincia un di- 
scorso, di cui ci restano solo queste parole: 
Non mi offendere^ giovinetto, non mi svillaneggiare. 
É chiaro che la novella non poteva finire cosi; 
ma ci consoleremo facilmente della perdita della 
chiusa. Intanto il suo sapore un po' scipito e la sua 
andatura un po' goffa ci mettono sull' avviso, che 
essa non nacque insieme ai canti che ora contiene, 
ma, come già da principio accennavo, fu composta 
con l' intenzione di spiegare quella serie, di fornire 
come la cornice a quel quadro. La stessa cosa ci 
dicono ancora più chiaramente alcuni dei canti stessi. 
Il 39 (88) accenna ad un amore scambievole già 
esistente e fatto palese al mondo dall'indiscrezione 
e vanità della donna; sicché non s'adatta al gio- 
vine che s' è appena ora dichiarato e non sa ancora 
se i suoi voti saranno esauditi. Il 41 (64), comin- 
ciando con Nà *fiPiX^9Jjh interrompe, come sopra 
accennavo 1' acrostico, e, per questo, si può supporre 
che un verso o due siano perduti da principio, tanto 
più che nel 44 (35) abbiamo l' esempio di un altro 
verso cominciante allo stesso modo e preceduto da 
due versi contenenti il numero dell'acrostico. Ma 
anche con questa ipotesi resterebbe qualcosa di poco 
adatto alla situazione; perchè nel breve componi- 
mento l' orgoglio e la freddezza della donna sareb- 
bero prodotti dall'essere l'amante un estraneo e 
un forestiero, mentre nella novelletta abbiamo ve- 
duto eh' ella lo disprezza per la sua piccolezza. Infine 
il 42 (26) mostra a chiare note che in origine era 
composto per esprimere i sentimenti di una donna 
abbandonata dal suo amante. Questo, infatti, e non 
quella, può essere paragonato a un usignuolo, come 
lo è nei bellissimi versi dei componimenti 61 e 52 
(32 e 52), che avremo occasione di esaminare in 
seguito, e dell' amante è più naturale dire eh' è pri- 
gioniero dell'amata. In ogni modo, anche questi 
versi trattano d' un amore che fu, che si vorrebbe 
rinnovellare, e perciò non s'adattano né alla per- 
sona, né al disegno della novella. Quanto all' origine 



della serie di canti a cui s' ispirò l'autore della novella, 
non andremo forse troppo lontani dal vero pensando 
che l' acrostico numerale, trattandosi di versi greci, 
non è se non una degenerazione, per cosi dire, del- 
l' acrostico alfabetico. La serie alfabetica da a a ^ 
è, com' è noto, anche una serie numerica delle unità, 
meno il 6, e delle diecine, meno il 90; e questo 
doppio uso delle lettere può avere consigliato un rac- 
coglitore a ricorrere a un ordinamento, superiore in 
sottigliezza al solito ordinamento alfabetico, e tale 
da prestarsi anche a qualche bisticcio o a qualche 
indovinello: l'una cosa è l'altra spesso gradita alla 
poesia popolare, sia pure a danno dell'ispirazione 
e del sentimento. Di un bisticcio probabilmente si 
tratta nel e. 32; (40) che comincia col verso 
^Eaxexa els trjy nogta aov, xà óvo aov fi^Xa &taqovv; 

perchè mi pare che il principio vada corretto o in 
'2r€xa (.ìpèg) sig ttÌjv n, o in ^E(^i)<ftt]xa 'g %rjv n. 
Nel primo caso, in luogo del numero, s' avrebbe da 
principio il gruppo cr rappresentabile col medesimo 
segno (e) che ha il valore numerico di 6 ; nel se- 
condo caso, invece, il sei sarebbe implicitamente 
espresso nelle prime due lettere del verbo. 

Ma, giacché ho accennato a indovinelli, non sarà 
forse inutile rendersi conto di ciò che propriamente 
la fanciulla della novella imponeva al suo innamo- 
rato prima di dirgli di si. I cento Xóyia eh' ella chie- 
deva sarebbero, secondo l'interpretazione del Wagner, 
appunto cento indovinelli di cui il giovine avrebbe 
dovuto dare la spiegazione. A intendere cosi il Wagner 
fu indotto dalle parole stesse della fanciulla e del 
giovinetto nel e. 27 (83), w. 53 segg.: 

« Cento Xóyitt, o giovine, voglio domandarti, e se li di- 
scemerai con franchezza, ti sazierò di baci ». E allora di 
nuovo il giovine parlava alla fanciulla leggiadra: e Io, mia 
signora i tuoi Xoyia non conosco affatto; ma fisserò la 
mente e raccoglierò tutto il mio sapere. Tu contali, o 
leggiadra, ed io li discemerò ». 

Ma la serie dei canti esaminata da principio ci vieta 
di attenerci all'interpretazione del Wagner, a cui, per 
il nuovo ordine da lui dato a tutta la raccolta, sfaggi 
la connessione dei vari canti fra loro. Abbiamo ve- 
duto che il giovine risponde dei ' rispetti ' , come 
ben potremmo chiamarli col Bonghi, e in ciascuno di 
essi prende le mosse da un numero. Se immagi^ 
niamo che ogni volta la fanciulla pronunzi il nu- 
mero, e quindi il giovine cominci il suo canto, non 
troveremo più tanto oscure le parole su riferite: 
' Tu contali ' ecc. Chi, per un'ipotesi, volesse in- 
ventare oggi un racconto somigliante a quello di cui 
ci occupiamo, farebbe probabilmente pronunziare 



2S1 



Anno I. — N. 6. 



232 



dalla donna una parola, a cui il giovine risponde- 
rebbe per rima. In questi canti invece, i cui versi 
non ^ono rimati, all'obbligo della rima è sostituito 
Tobbligo del principio, e la difficoltè. ò accresciuta 
dal fatto che un canto appassionato deve prender le 
mosse da un termine tanto poco poetico, quanto può 
essere un numero. 

£ pure questo artificio, cosi, in parte, puerile, 
nasconde qualcosa di poetico, o per lo meno tra- 
duce quasi in atto una delle idee che più spesso 
ricorrono nella poesia erotica: l'amore occupa tal- 
mente r anima tutta dell'amante, che qualunque 
discorso egli cominci, va sempre a finire in lodi 
dell'amata o in lamenti per le sue pene. 

Dicevo da principio che la novella stessa è a sua 
volta racchiusa in una lettera d'amore,* e di questa 
ci conviene ora occuparci, perchè una buona parte 
di ciò che dice il giovinetto della novella, si deve 
intendere come detto da chi scriveva la lettera a chi 
era per riceverla; e inoltre, anche la novella stessa 
e la sua serie di canti acquistano nuova luce dalle 
parole della lettera. 

Questa comincia con la prima parte (vv. 1-24) 
del e. 27 (83) e termina col e. 46 (107). Dapprima 
l'amante, che scrive, chiede alla sua bella con molta 
insistenza 'dove, quando, in che modo e per qual 
via ' potrà finalmente avvicinarsi a lei, raccon- 
tarle quanto ha sofferto nel suo amore per lei, 
confidarle i suoi segreti affanni e piangere dinanzi 
a lei, che certo non potrà non commuoversi e non 
permettere a lui di dirle quanto 1' ama. Poi prosegue 
cosi (v. 16-24): 

Lasciami cominciaro a dire versi per amor tiio, le do- 
lenti serie di versi che intrecciai per te, quei versi 
che mi proruppero dal mezzo del cuore. Come quando 
tu pianti, o leggiadra» basilico nella grcuta i) e te ne 
metti delle foglie nel seno, sicché dovunque vai mandi 
odore, e quanti passano e guardano sentono U profumo ; 
cod trassi anchMo versi dal mio cuore e come una ca- 



1) Spero ohe mi si perdonerà di aver usata questa pa- 
rola che non è (forse non fu mai) d'uso in Toscana, ma 
è comunissima nell'Italia meridionale. Una volta in To- 
scana dicevano testoy che ora, almeno a Firenze, s'adopera 
nel senso dì ' coperchio da pentola * anzi che di ' vaso 
da piantarvi fiori o erbe odorose ' . La parola grcuta e la 
parola yuarga, che troviamo in questi versi, sono, come si 
vede, la stessa cosa (i greci moderni dicono yuargl) ; sicché 
non o' è bisogno di ricorrere al provenzale come faceva il 
Bedi a proposito di una canzone siciliana citata dal Boc- 
caccio (Decameron, giom. lY, nov. 5). Per non essersi 
accorto della identità di ydaxQa e grcuta, il Bonghi e il 
Falumbo pensando a yaaxÉQtty intendevano che la fan- 
ciulla dovesse spandere U basilico nel grembo o nel grem- 
biaiel La traduzione del Wagner è anch'essa poco esatta. 



tena li intrecciai proprio per amor tuo. Come io li 
scriverò o leggiadra, possa tu ascoltare i miei detti. E 
comincerò a dirti le pene dell'amore. 

Dopo di ohe, senz'altro, comincia il racconto sopra 
esposto. Finito il quale, l'epistola ò ripresa in questi 
termini: 

46 (107). Un foglio ti mando, luce degli occhi miei; 
anima mia, leggilo. Kon disdegnare i caratteri, non bia- 
simare l'inchiostro; che, quand'io lo scrissi con molte 
lagrime, mentre con una mano tenevo il foglio e con l'al- 
tra la peima, la mia mente rifietteva come dovessi com- 
porlo. 

Tu, bionda biondissima dalle tempie coperte di riccioli, 
dal collo d'alabastro, splendida come cristallo e neve, 
coppa dall'orlo porporino colma d'amore, candelabro so- 
speso in oro, cintura con fermaglio! Potessi io averti a 
cintola sempre, si che tu mi strìngessi la vita, o mìa si- 
gnora! 

Anche la chiusa di questa lettera rivela la sua 
affinità con la serie dei canti che abbiamo prima 
esaminata ; anch'essa è un ^ rispetto ' , è un ultimo 
anelletto della catena poetica intrecciata dall'amante. 
Ma non cosi bene come s'accorda con la serie dei 
canti, s' accorda questa lettera con la novelletta, in 
cui quella serie si trova. Come si può concepire 
che un innamorato, facendo versi per conquistare il 
cuore di una fanciulla, pensi di raccontarle che 
un'altra fanciulla, per aver ceduto, fu maltrattata dal 
suo seduttore? Per questo, e per ciò che della no- 
vella, per se stessa e in relazione coi canti d'amore, 
abbiamo detto acanti, non è ammissibile che la no- 
vella e la lettera provengano dalli^ stessa persona. 
Si può, d'altra parte, pensare che un poeta popolare, 
trovando già la novella con la sua serie di canti, 
pensasse di servirsene, aggiungendovi solo un cap- 
pello e una coda, che formassero insieme una let- 
tera di dedica a una vera o supposta fanciulla? 
Certo niente è addirittura impossibile in questo 
campo; ma bisogna riconoscere che chi avesse pro- 
ceduto in questo modo, avrebbe dato segno di as- 
soluta mancanza di tatto e d'intelletto; il che s'ac- 
corda poco bene con la delicatezza e col garbo di cui 
dà prova la lettera. C è, mi pare, un' ipotesi molto 
più soddisfacente. 

Diciannove brevi canti d' amore, più o meno af- 
fini tra loro, erano già disposti secondo un acro- 
stico numerico, e avevano avuto una certa diffusione. 
Continuando nella patria di quei canti la fioritura 
della poesia popolare, due ignoti, all'insaputa l'uno 
dell'altro e probabilmente in tempi diversi, pensa- 
rono di completare la serie e in certo modo di dame 
la spiegazione. L' uno, ch'era veramente poeta, com- 



238 



Asuo I. -r- N. 6. 



284 



pose la lettera; l'altro non compose, credo, la no- 
vella, ma la trovò belPe fatta e la fuse con la serie 
dei canti. Più tardi un raccoglitore o trascrittore 
di testi popolari si trovò dinanzi la ' catena poe- 
tica ' in due redazioni diverse, quella con la let- 
tera (I) e quella con la novella (II). Procedette 
quindi da par suo a una fusione o confusione del- 
l' una con l' altra in un modo affatto meccanico. Segui 
la redazione I fino al principio della ' catena ^ , poi 
ed attenne costantemente alla redazione II sino alla 
fine, poi tornò ancora alla redazione I e ne tolse 
la chiusa della lettera. 

Qui potrei smettere di stancare la pazienza dei 
lettori, se non mi sembrasse quasi un dovere di 
ofifrir loro ' un corollario an(X)r per grazia '. Ho 
avuto occasione di citare in una nota, più su, una 
novella del Boccaccio, in cui è spiegata l'orìgine 
di una canzone popolare; ^ spiegata \ s'intende, solo 
nell'intenzione dell'autore. In realtà chi esamina 
la poesia e la novella, deve convincersi che questa 
è stata inventata *) per spiegare la canzone che già 
esisteva e che molto probabilmente aveva un'origine 
ben diversa. La confessione si trova in queste pa- 
role del Boccaccio (giorn. IV, nov. 6) : « Quella no- 
vella che Filomena aveva detta fu alle donne ca- 
rissima, per ciò che assai volte avevano quella 
canzone udita cantare, né mai avevan potuto, per 
domandarne, sapere qual si fosse la cagione per 
che fosse stata fatta. » Se altri che il Boccaccio 
avesse scritta la novella, e in versi dello stesso metro 
della canzonetta dolente, e le parole di questa avesse 
riferita per intero e poste in bocca alla sconsolata 
Lisabetta, noi saremmo tratti quasi inevitabilmente 
a considerare lui stesso autore della canzonetta, e 
ciò non sarebbe senza qualche peso nel giudizio che 
daremmo del suo talento poetico. 

B) Lamenti di donne innamorate. 

Un altro gruj^o di canti attira 1' attenzione di 
chi percorre la raccolta di cui ci occupiamo, quello 
che contiene i co. 61-66 *), in cui spesseggiano la- 
menti di donne innamorate. La passione vi si ma- 

i) Da una nota del Cappelletti (Propugnatore^ t. xvii, 
parte 1*, p. 855) si può argomentare che la fonte della 
novella boocaccesca non si conosca. Nel noto libro del 
Landau manoa ogni indizio in proposito. 

t) Cioè 32, 52, 71, 27, 28, 42, 4, 90 + 96, 78, 59, 3, 
67, 11, 105, 18, 72 del Wagner. Non so perchè V Heisen- 
berg (1. e. p. 555) non comprese in questo gruppo i ce. 51 
(82) e 52 (52). 



nifesta a volte con un' impronta cosi personale e con 
tali particolari, che non siamo lontani dal cogliere 
con la fantasia l' immagine d' una gentile poetessa e 
indovinare un pietoso dramma d'amore, di cui ella fu 
vittima. Disgraziatamente anche questo gruppo non è 
in ogni parte omogeneo ; più che nella catena poetica 
ci sono elementi o del tutto estranei o affini solo 
per l'argomento. Siccome però questi si tradiscono 
da sé, non ci possono essere di grande impaccio nel 
nostro esame. 

E cominciamo dal e. 51 (32), una lettera tutta 
piena di gentilissimo affetto a lui eh' è andato lontano: 

Partisti, mio signore. Dio e i santi siano con te. Sia 
basilico sulla tua strada, balsamo sul tuo cammino e rose 
vermiglie intomo alle tue chiome ! Dovunque andrai, mio 
signore, nel paese in cui entrerai, un^ altra fanciulla tro- 
verai ai tuoi amplessi e ai tuoi baci. Ma dopo quei baci 
dovrai mandare un sospiro ; e la fanciulla, se accorta, ti do- 
manderà: € Che hai, signor mio, che sospiri amaramente?» 
— e Te ]o dicevo i), mia damigella? Non m^avessi tu fatta 
questa domanda! Ma giacché lo vuoi sapere, conviene 
ch^ io te lo confessi. La fanciulla che fu mia, V ho lasciata 
a Bodi, essa che sta a paro della stella >) e splende con 
la luna: va attorno per me, o mia signora, e domanda 
mie nuove: — che fa il mio usignolo? che fa il mio uc- 
cellino? che fa il vago uccellino, che non pensa punto 
a me ? » — Ti esorto, signor mio, due o tre volte : narra 
le mie grazie, narra la mia bellezza ; ma il fallo che com- 
misi non lo rivelare! Io stolta rifeci il letto e stolta vi 
giacqui, stolta diedi i dolci baci, perchè t' amavo molto ! 

n breve canto ohe segue a questo, è in parte, 
come osservò già l' Heisenberg, una ripetizione e una 
amplificazione dei concetti espressi nei w. 13-15 
del precedente ; ma può considerarsi come una con- 
tinuazione di esso, giacchò in tali argomenti non 
è strano il ripetere un concetto già espresso e l' in- 
sistervi con nuova lena: 

52 (52). E chi di notte passeggia e aU^alba cammina ? 
e chi mi rapi U mio bell'uccellino? bello, dal collo leg- 
giadro, la gioia dell'anima mia! Vorrei ora essere morta, 
perchè, finché vivrò e andrò per il mondo, sospirerò ama- 
ramente per la nostra lontananza! 

Altro tono, altra passione si manifestano nei 
due brevi canti seguenti. Non più l'affetto pienp 
d' abnegazione e il dolore dell' abbandono, ma la ge- 

1) Ingenuamente è presentata senz'altro la risposta 
del giovane alla nuova amante. Nel testo come è costi- 
tuito dal Wagner: ày(ò Xeya e xvgdr^a xrA. >, non c'è più 
senso. 

>) La stella {tdaTQlTiiy propriamente ' la stellina ') 
sarà, secondo il solito, lo bel pianeta eh' ad amar conforta. 
Ma l'interpretazione di questo verso (12) è per me tut- 
t' altro che sicura. Nun eitzt eie in dem Stemenlicht und 
etrahU im Mondeeechinwier, traduce il Wagner; ma è trar 
duzione arbitraria e che poco s'accorda con ciò che segue. 



236 



Anno 1. — N. fe. 



236 



losia e il dispetto. Non si può neppure pensare a 
stadi diversi dello stesso amore; perchè qui non si 
tratta più d'un fedele amante che ha dovuto partire, 
ma di un perfido che, pur restando vicino, diviene 
indifferente verso la sua prima amante e ne cerca 
un' altra : 

58 (71). Quando passi, non dici una parola, non guardi <) 
e non mi salati. Dicono le damigelle, le mie compagne, 
che di me non ti ricordi e guardi qualche altra. Ma se 
pure tu ami colei, non vedi forse lei e me»)? Or bene, 
se essa è più bella, e tu guardala; ma se sono più bella 
io, che le possano cadere tutt^e due gli occhi! 

54 (27). Io mi aspettavo che il tuo amore fiorisse, che 
germogliasse, che risplendesse; risplendesse come la lam- 
pada e crescesse come la luna. Ma mi accorgo che il tuo 
amore per me è ambiguo, ambiguo e repugnante e « « >) 
come sono le tue chiome folte ed attorte, cosi è il tuo 
amore pieno d^ intrighi. Colui che amo conobbi crucciato 
quand^era ferito d^ amore ; se non mi possedeva, si afflig- 
geva, se non mi vedeva, ardeva, se non mi abbracciava, 
non dormiva bene. Se mi bacia ora, mi bacia con fred- 
dezza; mi tiene lenta lenta ^); non gli rimane che aprire 
le braccia per farmi ruzzolare e cadere a terra >). A questi 
indizi che ho, egli si dispone a lasciarmi. £bbene voglio 
prevenirlo, voglio essere la prima a dirglielo, innanzi che 
m^ abbandoni. 

Il proponimento è messo ad effetto nel canto se- 
guente, che perciò è stato a torto staccato da quello 
che lo precede. Ne giudichi il lettore: 

55 (23) — Hai sentito, mio signore? mi danno marito. 

— Se te lo danno, prendilo. A me lo racconti? Ebbene, 
anche a me la mia mamma vuol dar moglie. 

— Ecco, signore, Tamor tuo! non voglio darmene pena. 
Metterò io al mio fianco un tralcio più bello di te, e 
quando lo vedrai, arderà il tuo cuore ; arderà il tuo mi- 

4) Leggo, secondo la proposta del Vikelas, ov XaXeTg, 
(^ov) pXénevSj /ai^fr^ff fxe e non, come ha il Wagner, ov 
XaXeig, pXénetg, <ow) /. fi. 

«) Il V. 4 e^ de xal xrjv iydntjasg xal /néya ttjy ov fiXé- 
Tietg non ha senso, e Vemendazione proposta dal Vikelas 
x' ifiéya, ti fie fiXénstg] è per me incomprensibile. Mi 
sembra che la cosa più semplice sia leggere fiéva xal 
Tijy invece di. xal (léva ttjy e porre un interrogativo dopo 
pXénetg. 

s) Segue tijg ^tXta^ xafxéyoy che ha bisogno di corre- 
zione per poter avere un senso. 

*) Il Wagner arrivò, non so come, a un'interpreta- 
zione affatto opposta: JEr kUsst, bedeckt mit KUssen mich, 
er hHlt mich fest und fester. Il testo presenta qualche dif- 
ficoltà; ma non dubito che una tale interpretazione sia 
da escludere. 

») Sembra che questo verso (11) dnXóyet xal tà /^^la 
tot;, xvXv(à xal néq>xtù xatoì sia un commento e un'am- 
plificazione del concetto XQarev (i àyéai àyéffi; la tra- 
duzione più letterale sarebbe : (ae) apre anche le sue braccia, 
ruzzolo e cado giù. La freddezza dell' amante è rappre- 
sentata come una mancanza di cuore, che dista poco dalla 
crudeltà. 



sero cuore, come arde il mio cuore; ti torcerai le mani 
e ti fermerai a guardarlo, e, come se ne avvedranno gli 
amici, ti biasimeranno. 

Se i versi del seguente e. 66 (42) fossero da 
unire ai precedenti, il tono di sfida assunto dalla 
donna si muterebbe troppo improvvisamente in la- 
mento e preghiera. Invece il tono sarcastico ritorna 
col e. 67 (4): 

— Davvero, nocche-d'oro! davvero, porta-sproni! Mi 
meraviglio, quando passeggi, come mai non si profumi la 
tua via%' come non odorano i poggi ? come non fioriscono 
i campi? Non te lo dicevo io, signore, non te lo avevo 
avvertito ? Giacché ti sei fatto un giardino, bada di non 
distaccartene i), e fa' una porta e una chiave e chiudilo 
bene. Non sai ch'io sono frutto maturo, e tutti mi vo- 
gliono? Anche il viandante mi desidera, anche i malati 
mi cercano. 

E di nuovo il giovinetto parla in questo modo: 
Oh vedi la mia mente stolta e confusa ! Quando mi amava 
la leggiadra e quando m' invitava, s' io l'avessi presa e fossi 
fuggito con lei, ora la sarebbe mia; ma io la disprezzai 
e un altro me l'ha tolta; ora un altro bacia quella ch'io 
amo, ed io son privo di lei. 

Come mostra chiaramente la chiusa di questi 
versi, essi appartennero a un ^ contrasto ' , che ci 
richiama alla mente l' ultima parte della novelletta 
esaminata sopra nella catena poetica. Per cause a 
noi poco evidenti, il raccoglitore non ebbe se non 
frammenti staccati di questo e d' altri contrasti, che 
sarà opportuno esaminare un' altra volta. Torniamo 
alla donna innamorata, che troveremo intenta a ri- 
camare un berretto per lui, e a farsi, come è natu- 
rale, un confidente anche di questo muto lavoro delle 
sue mani: 

58 (90 4-96). Mio berretto, tutto fregiato e ricamato >), 
quando ti prenderà il mio signore per porti sul suo capo, 
o mio berretto, piegati e bacia la sua bella testa s) : « La 
fanciulla ohe amasti, l'orfana e straniera che ti saziò di 
baci, ora perchè la rinneghi? » 

1) n testo è poco flicuro in questo punto, e la tradu- 
zione non può pretendere di essere esatta. Ma credo che 
stando al manoscritto tln po' più di quel che ha fatto il 
Wagner, si possa avere il v. 5 in una forma meno impro- 
babile : tò nsQifióXiy xoxafÀsg, fiè tò xoXXti^rj ce r^.... (alla 
lettera: *il giardino che facesti, coU'attaccarti ad esso....*). 

«) Ammesso che questo sia il senso di nayxXaffldattrj 
xal nayxXaaidutfÀéyt]. 

s) e Der letzte Yers zeigt deutlich, dass hier der echt 
griechische Fez gemeint ist, dessen Quaste sich nieder- 
beugen und den Freund kiissen soli » Heisenberg, 1. e. 
p. 560. Ma io credo che, Tina volta che il berretto ò con- 
siderato come una persona, la fanciulla può dirgli : ' ba- 
cialo per me ' senza pensare nò punto nò poco alla 
forma e alla posizione che il berretto prenderà sulla te- 
sta. Questa osservazione non sarà inutile per una que- 
stione che dobbiamo trattare in seguito* 



237 



Anno L — N. 5. 



238 



Curioso è il seguente rimprovero che la donna 
fa all'amante di non mandarle sue notizie: 

59 (78). Non c^era dìtO| cartai penna, inchiostro per 
scrivermi due parole, un piccolo conforto? E si ch'egli 
mi prometteva con suoi dolci discorsi : e Aspetta com' hai 
finora aspettato, abbi pazienza come n^ hai avuta, d oh^ io • 
trovi dito, carta, penna, inchiostro per dirti due parole 
di conforto >). » 

Osserviamo subito una cosa che finora mi pare 
sia sfuggita a quelli che hanno studiato questi canti. 
H ' dito ' che r amante deve ' cercare ' per prima 
cosa allo scopo di scrivere una lettera, non può in- 
tendersi se non come ' segretario \ la mano, cioè, 
d'un altro; il che significa che quel bel giovine è 
illetterato. Se, come è probabile, il fatto che questo 
amante che non sappia scrivere è considerato qui 
come cosa naturale e comune, ognun vede quanta 
importanza abbia questo fatto per fissare il carat- 
tere veramente popolare di queste poesie. 

Seguono tre versi che avrebbero bisogno di com- 
mento ; perchè, sebbene si capisca, cosi all' ingrosso, 
che debbono contenere un elogio dell'abilità, della 
fierezza e del valore del giovine, pure il modo con 
cui si profilano nel confronto il genovese e il vene- 
ziano, non riesce del tutto chiaro: 

60 (59). Mamma, il giovine che amo, io lo conosco bene ; 
a Venezia veneziano, faor dì patria genovese, alla spada 
Turcopulo, alla lancia il primo. 

Lasciando da parte per ora il commento, che giun- 
gerà più opportuno in un altro luogo di questo studio, 
esaminiamo rapidamente anche i seguenti canti del 
gruppo. C'è prima di tutto un curioso frammento di 
contrasto, 61 (3), su cui torneremo più innanzi, tra 
una donna, che invita, e un cavaliere che non può ac- 
cettare l'invito. Segue un altro breve canto 62, (57), 
che possiamo anche lasciare da parte, perchè in tre 
versi non contiene se non un'apostrofe dell'innamo- 
rato alla brocca da cui beve la sua fanciulla. Dopo 
ciò parla sempre una donna fino alla fine del gruppo; 
ma non .è difficile distinguere anche qui elementi 
eterogenei. Ora sono avvertimenti all' amante perchè 
la saluti senza farsi scorgere, 63 (11), poi, subito 
dopo, un lamento pieno di sconforto e di passione: 

64 (105). Lo dico ad alta voce, parlo al mondo intero, 
ne chiamo a testimonio ogni persona : quest^ anno si è ri- 
velato verso di me terribile come un serpente, le setti- 
mane come tante belve e i mesi come tanti leoni e i 



8) Gli ultimi duo versi sono mutili. Non ho seguito il 
tentativo di ricostruzione fatto dal Wagner, ma ho reso 
il senso della parte che si legge. 



giorni pieni d^ affanno, come continuano ad essere! i) Anche 
nell^ amore non ho punta speranza di aver bene: vedo 
che Tuomo che amo è con un^ altra e la bacia, ed io mi 
sento morire e non ho forza di parlare. Essi conversano 
a voce bassa e ridono forte! 



(Contiti uà) 



N. Feata. 



i) Leggo nel v. 4 cJ;* dtsfxfiéyovy invece di (J^ ài* 
èfÀéva che difficilmente sarebbe tollerabile dopo Big ifiè 
nel V. 2. 



Dod Skolion des Simonides an Skopcts. Von Ulrich. VOU 
WilamOWitz-Moellendorff. Aus den Nachrioh- 
ten der K. Gesellschaft der Wissenschaften zu Got- 
tingen, Philologisch-historische Klasse. 1898. Heft 2 
(p. 204-286). 

n noto carme di Simonide, su cui s^ intavola nel Pro- 
tagora la discussione tra Socrate e i sofisti, ha dato molto 
filo da torcere alla filologia, e riceve ora da uno dei più 
insigni luminari di quella scienza una trattazione ampia, 
che in massima parte mi sembra definitiva. Perciò non 
credo inopportuno riassumerla, specialmente per como- 
dità di coloro che non possono aver sott^ occhio la me- 
moria del Wilamowitz. 

L^ unica fonte per quella poesia di Simonide è Platone, 
e se vogliamo ricostruirla con qualche sicurezza ed in- 
tenderla, dobbiamo necessariamente partire dalP esegesi 
del Protagora. Ora questo procedimento ha le sue diffi- 
coltà. Innanzi tutto Platone scriveva per lettori che co- 
noscevano bene il carme di Simonide ; sicché noi cerchiamo 
di ricavare dalle sue parole quello che giustamente egli 
presupponeva nei suoi lettori e quindi gli bastava accen- 
nare cosi di volo e senza una soverchia ricerca della pre- 
cisione. Inoltre non sembra ammissibile che Platone si 
potesse proporre sul serio P interpretazione del poeta come 
un mezzo di ricerca scientifica, e ad ogni modo può avervi 
introdotto degli elementi estranei. Sicché non s^ impone 
a noi necessariamente quello che ò soltanto interpreta- 
zione di Platone, ma, solo passando per essa, possiamo 
sperare di giungere all^ immediata intelligenza del carme. 
Questo non può essere esaminato in sé stesso, se prima 
non lo caviamo fuori dair involucro in cui ce lo presenta 
Platone. 

Forse a questo punto si sarebbe potuto osservare un'al- 
tra cosa, a cui il W. non accenna, n carme di Simonide 
presentava una difficoltà reale alla intelligenza di uo- 
mini come Protagora, Prodico, Ippia. Lasciando da parte 
l'intento più o meno malizioso di trarre la discussione 
in questo campo, è chiaro che Platone ci rappresenta 
r attività dei sofisti diretta precisamente a quegli oggetti 
di cui anche in realtà si occuparono. Ora si noti che, 
nel dialogo, Protagora ha certamente in pectore una sua 
interpretazione dei versi Simonidei ; perchè non per altro 
propone a Socrate il tema, se non per metterlo nell'im- 
barazzo e sfoderare quindi una sua anódei^ig. Socrate 
con la solita abilità mostra, prima, d' essere caduto in trap- 
pola^ dando una spiegazione che non soddisfa, nonostante 



289 



Anbto I. — N. 6. 



340 



la pronta approvazione dì Prodico ; ma poi esamina mi- 
nutamente tutto il carme e lo interpreta secondo un con- 
cetto fondamentale unico. La piega che poi prende la 
conversazione per T intervento di Alcibiade, non ci per- 
mette di sapere se Protagora e Prodico restino convinti 
da Socrate; ma il lungo sDenzio del primo al ripetuto 
invito di continuare il diàlogo, lascia supporre che non 
avesse più argomenti da porre in campo per sostenere 
V incoerenza di Simonide, dalla quale appunto aveva preso 
le mosse questa parte della disputa. Ma c^ è chi non tra- 
lascia, anche prima che Alcibiade parli, di manifestare 
apertamente la sua approvazione a Socrate, e questi è 
Ippia. Ora si noti che cosa dice Ippia (847^): «v fiéy /àoi 
óoxBig, cJ Ztaxqaxsgy xal av negl rov ^fffÀatog éuXrjXv- 
^éyah' ìaxi /Àéytoi xal ifiol Xóyog ne^l avxov sv 
l/wy, oV vfily inidei^ui ay fiovXrja&e. Difficilmente Pla- 
tone avrebbe scritte parole come queste, se non gli fos- 
sero state note interpretazioni diverse da quella ch^egli 
fa esporre da Socrate. 

Questa interpretazione è presa in esame dal W., che 
vi trova bensì applicato un sano principio ermeneutico, 
quello di spiegare le singole parti secondo la tendenza 
complessiva dello scrittore; ma appunto nell^ esclusiva 
applicazione di questo principio vede la ragione prima 
del falso risultato a cui Socrate giunge. Per Socrate lo 
scopo di Simonide in tutto il canto era d^ invalidare 
la sentenza di Pittaoo jjfaAcTroV ia^Xòy i/nfisyai, e per far 
ciò cominciava dal dire che /aA^noV si può applicare al 
concetto di yeyéu&at àyaS^óy, non a quello di iad'Xóy 
€fÀ/ii6yat] quest^ ultima cosa non è addirittura possibile a 
uomini mortali, che riescono più o meno buoni secondo 
la sorte e le vicende della loro vita. Quindi non bisogna 
essere esigenti, e conviene contentarsi di chi si serba puro 
da azioni disonoranti 

n W. osserva che tra ìfjLfABvah e yeyéif&M non ci può 
essere stata nella mente di Simonide quella differenza 
che Socrate vuol trovarci, intendendo il primo infinito 
nel senso di essere o serbarsi e il secondo in quello di 
divenire. Di questa affermazione del W. ci sia lecito du- 
bitare, come anche di quest'altra ch^egli adduce a so- 
stegno: se Simonide avesse badato a queste sottigliezze, 
non avrebbe poi usato iff&Xóg e dya&óg senza distinzione. 
Questo può essere, tutt^al più, un argomento ac2 hominem 
per Socrate che trascura quella differenza; per Simonide 
ia&Xós non equivale a un semplice dya&oSy non Vavrebbe 
quindi usato p. e. nel v. 16 nga^ag yàq ev nàg àyrjq 
àyot&óg : ma tutte le parole aggiunte ad àya&óy nel prin- 
cipio del carme fino a TBtvyfÀéyoyy e forse anche più giù, 
dovevano contenere come una definizione dell^ i<f&X6g. 
Nell'insieme questo vocabolo è considerato più affine a 
naydfÀtofAog che ad àya&óg ; e se ciò è vero, scema alcun 
poco il valore d'un' altra fine osservazione del W. Se il 
pensiero, egli dice a un di presso, fosse veramente que- 
sto, che il divenire buoni è difficile, ma il rimaner tali 
è impossibile ; dovrebbe nel seguito del carme venire cosi 
in chiaro la possibilità del yeyéc&ai, come viene l'impos- 
sibilità dell' ififjieyai. Ma si noti che quest' ultima, per un 
deviamento assai spiegabile nel procedere del pensiero, 
specialmente in un poeta, non è più affermata in modo 
assoluto, ma limitata al caso in cui si mostra più inne- 
gabilmente, dell' uomo abbattuto dall' anj, sicché, per la 



ragion dei contrari, il v. 16 ha in sé quello che il W. de- 
sidera : la possibilità di essere buoni dipende dal maggiore 
o minore favore del cielo. Quanto alle due strofe seguenti, 
chi ci vieta di considerarle come l'applicazione pratica 
del principio astratto svolto nelle prime due? 

Torniamo all'esposizione del W. Socrate ha cercato, 
egli dice, di distruggere la contradizione rilevata da Pro- 
tagora nelle parole di Simonide; ma non vi è riuscito, e 
Protagora ha ragione di non contentarsene. Veramente 
quello di cui Protagora non si contenta ò la semplice 
distinzione fra yeyéa&at ed ififieyai, prima ohe Socrate 
faccia la sua esposizione totale del carme. Ed è naturale ; 
perchè la sentenza * non è difficile essere buoni " egli 
credeva che fosse intesa da Socrate come ' è facile essere 
buoni ", mentre Socrate poi gli spiega * non è difficile " 
vuol dire * è impossibile ", e conferma questa interpre- 
tazione con le parole di Simonide stesso. La contradizione, 
dice il W., in Simonide rimane tuttavia, e siccome non 
è ammissibile ohe il poeta non se ne sia accorto, bisogna 
piuttosto dire ch'egli l'abbia voluta. Bisogna dunque tro- 
vare nel carme un ordine di pensieri che ci spieghi que- 
sto fatto. Simonide secondo il W. prende skddirìttura le 
mosse dalla sentenza di Pittaco, alla quale, come mostra 
il fiéyj ha in animo di contrapporre un altro pensiero; 
ma intanto si accorge che quella sentenza non è neppure, 
a rigore di termini, rispondente alla verità, e osserva che 
invece di /ccA£;7oV ci vorrebbe il concetto di ddvyaroy. In 
ciò non combatte Pittaco, ma lo conferma e lo completa. 
Segue finalmente il pensiero proprio di Simonide : ' ma 
mi basta che non si sia cattivi per deliberato propo- 
sito ' ecc. Il W. ha certamente ragione da vendere, quando 
osserva che non si può in nessun modo accettare l'inter- 
pretazione socratica in quanto estende la polemica con- 
tro Pittaco anche all'ultima strofa, e nella 8.* riferisce 
éx(óy al poeta anzi che unirlo con oiftig e^dp. E giusta- 
mente nota che per Socrate, o vogliam dire per Platone, 
r interpretazione dei poeti non ò cosa da prendersi sul 
serio; e avrebbe potuto provarlo anche senza uscire dal 
Protagora^ dove lo spiritoso discorso (347« — 348*) con 
cui Socrate, propone di lasciar da parte i poeti, contiene 
fra le altre cose le parole (347*): ovg (cioè nott^ràg) ovre 
dyegéff&ai olóy r* iarly neQi (oy Xéyovaiy, inayó^ 
(Jteyol te avtovg ol noXXol iy roTg Xóyoig ol fièy 
tavTcc g>a(ny xòy noitjxrjy yoety, ol d^ ixega, nigl 
nqdyfjLuxog diaXeyófieyoi o àdvyaxov^hy i^eXéy^ai, 

Liberato il carme dair involucro deir interpretazione 
socratica, il W. prende ad esaminarlo in sé stesso con 
la nota maestria. Osserva che il carme é diretto a un 
tiranno tessalo, che per questa sua qualità non sarà stato 
uno specchio di virtù; ma né da ciò, né dal concetto che 
possiamo farci di Simonide, il quale non era né un goffo 
adulatore, né un pedante, si può ricavare alcun solido 
fondamento per l'intelligenza del carme. Il W. crede che, 
data r indole dei tempi, anche uomini come Skopas occu- 
passero qualche ora d^oziò nell'esame di questioni come 
quella sull' essenza e sull'attuabilità dell' a^frif. Il carme 
di Simonide sarebbe la risposta a una domanda di Skopas: 
' Qual é la tua opinione circa la sentenza di Pittaco? " 
A questo punto il W. ricorda opportunamente il valore 
primitivo dell' à^exi} presso i Greci, non concetto morale, 
ma concetto di prosperità, proveniente soprattutto dal 



241 



Anno L — N. B. 



242 



favore della sorte e degli dei. Nota come iif Pindaro si 
trovi il concetto della virtù innata, che Simonide ignora; 
piuttosto per Simonide, come già per Pittaco, c^è già 
r ÙQettj come concetto morale, e viene introdotto il con- 
cetto nuovo dell^ intenzione, da cui si ripete il valore mo- 
rale degli atti umani. Sembra che la teoria di Simonide 
sia cosi modesta e umana, come se dicesse : ' Binunziamo 
agli eroi, ma vogliamo uomini onesti ". B valore del- 
V onestà si riconosce nel suo contrapposto V aicxQÓUi per 
cui gli EUeni avevano una sensibilità paragonabile solo 
a quella dei moderni per il punto d'onore. Siccome in que- 
sto campo il giudizio appartiene alla coscienza, la teoria di 
Sin^onide è in certo modo un avviamento alla dottrina 
socratica sebbene poi in questa si arriverà a una mas- 
sima affatto inconciliabile con quella di Simonide, a dire, 
•ioè, che nessuno mai ò cattivo volontariamente. Dopo 
quest' esame della materia, il W. esamina anche la forma 
del carme in cui, è facile riconoscere un genere di poesia 
filosofante in umile stile. Esclude quindi che possa trat- 
tarsi di lirica corale, e dà ragione al Blass, che ci vede 
uno scolio. Tratta quindi dell'uso di questo genere di 
canzone convivale ed esamina anche la composizione me- 
trica del carme di Simonide i). 

Questo lavoro pregevolissimo acquista anche maggior 
valore, se è possibile, per le numerose questioni accennate 
e risolute nelle note, e per un' appendice 'in cui si dà un 
esame in parte nuovo di due luoghi importanti di Bac- 
chilide. Qui basti averne dato* un cenno fuggevole, ma 
sufficiente, spero, a far nascere il desiderio di gustare 
direttamente le belle pagine del W. 

N, Festa. 



*) Con qnalohe leggiero mutamento nell'interpunzione il 
testo del Wilamowitc, ohe in gran parte, com'egli nota, non 
può essere se non la parafrasi platonica, si presta ad un' in- 
terpretazione alquanto diversa, ohe io qui trascrivo per ora 
a titolo di curiosità, senza discuterla come in vari punti ri- 
chiederebbe. 

Str. 1. È veramente difficile riuscire uomo valente, perfetto 
nelle mani, nei piedi e nell' animo, compiuto senza 
difetti 

8tr,'2. E neppure mi torna perfettamente la sentenza di 
Pittaco, per quanto pronunziata da un uomo sa- 
piente. ' É difficile " egli diceva " essere eccellente ". 
Dio solo può avere un tal pregio ; ma un uomo non 
può non essere dappoco, quando lo sopraffaccia 
un'irreparabile sventura; chò nella buona fortuna 
ognuno è bravo, e nella triste è vile ; 1 migliori di 
tutti son quelli che godono il favore degli dei. 

Str* 8. Perciò non sarà mai che, cercando ciò che non può 
esistere, io getti una parte della vita dietro una vana 
speranza, quella d'un uomo irreprensibile fra quanti 
consumiamo il frutto della vasta terra, per venir poi 
a dirvelo quando l' abbia trovato ! Ma senza distin- 
zione lodo ed ho caro ognuno che di sua volontà non 
fa nulla d' indegno ; contro la necessità poi neppure 
gli dei contrastano. 

8tr. 4 non sono maldicente .... mi con- 
tento di chi non sia cattivo, nò del tutto perverso, 
conosca la giustizia, salute dello stato, e sia uomo 
sano .... non sarò io a dime male, giacché degli 
stolti ò infinita la razza. Tutto dunque ò bello, quando 
non vi si mescoli nulla d'indegno. 



Samuel KraUSS, grìeekìsche und lateiniaehe Lehnvo&rter 
im Talmvdy Midraach und Targum mit Bemerkungen von 
Immanuel lASw. — FreUgekrdnte Ldtung der LatUa^èch&n 
Fr^frage. S. XLIV-350. (Berlin, Calvary 1898), 
Bodolfo Vàri, in un articolo comparso nel primo nu- 
mero di questo Bullettino, dimostra quanto siano colti- 
vati gli studi filologici nella moderna Ungheria, e reca 
parecchi esempi di opere ungheresi dedicate ad uomini 
e cose italiane, da cui risulta quale stretto legame di 
simpatie unisca, anche nel campo del sapere, le due na- 
zioni fra loro. Una prova novella di questo legame in- 
tellettuale abbiamo ora nell' opera annunciata di Samuele 
Krauss, la quale ripete l'origine e l'ispirazione propria 
da im filologo italiano, che da molti anni coli' efficacia 
dell'esempio non solo, ma anche con splendida liberalità 
promuove l'incremento degli studi. 

Nell'anno 1887 il prof. Elia Lattes, in memoria del 
fratello Mosè, tanto immaturamente rapito al culto de- 
gli studi orientali, istituiva presso il Seminario rabbi- 
nico di Budapest, per deferenza verso il prof. Davide 
Kaufmann, legato col defunto da stretti vincoli di stima 
e di affetto, un premio di lire mille per la trattazione 
del tema seguente, cui da ultimo avevano rivolto la loro 
attenzione i due fratelli ed in ispecie il defunto : ' rac- 
cogliere con severa critica le voci greche e latine che 
s'incontrano nel Talmud e nel Midrasch e ricercare le 
leggi fonetiche e morfologiche che presiedAtero alla loro 
adozione * . 

. Essendo trascorso senza effetto il primo termine, il 
concorso venne rinnovato per tre altri anni, ed allargato 
agli studiosi di qualsiasi scuola e paese: si ricevettero 
cosi alla fine del nuovo termine due lavori, uno di pro- 
venienza francese, l'altro da im alunno del Seminario 
pestino; e dal collegio degli esaminatori, composto dei 
signori professori Bacher, Kaufmann e Schill, il premio 
Lattes venne conferito al secondo che si trovò essere del 
dr. Samuele Krauss, coli' attesta>zione che, malgrado certi 
difetti di forma, non solamente era desso di merito scien- 
tifico assoluto, secondochè sin da principio si richiese, 
ma superava d'assai ogni discreta aspettazione. (Jahres- 
bericht der Landesrabbinerschule zu Budapest, 1898). È 
questa premiata scrittura che dopo quattro anni di 
nuove cure — durante i quali l' autore ne pubblicò alcuni 
frammenti in varie riviste speciali ebraiche, ungheresi, 
tedesche (Krumbacher, Byz. Zekschr, II, Ì95-548), inglesi 
(K<Àut, Semitic^ Studies) — ha veduto nella sua prima 
parte la luce a Berlino coi nobili tipi del Calvary. 

L'opera dedicata a Moise Lattes (veneziano e non mi- 
lanese), fratello del fondatore, secondo che questi aveva 
prescritto, contiene nel presente volume la parte gram- 
maticale. Precede un'introduzione la quale riassume in 
brevi tratti la storia dell'influsso degli elementi greci e 
latini nella Bibbia, nel Talmud, nel Midrasch e nel Targum 
da Al^essandro Magno alla conquista della Palestina da 
parte degli Arabi; e, fatto rilevare quale sussidio ritragga 
da queste ricerche lo studio delle lingue e delle antichità 
classiche, finisce con un indice degli autori e degli scritti 
che' trattarono degli elementi stranieri contenuti nei libri 
predetti 

Segue la parte fonetica e morfologica del tema, divisa 
in quattro libri, suddivisi ciascuno in sezioni, ed ogn{ 



24d 



Anko I. — N. 6. 



244 



sezione in capitoli di uno o più paragrafi. Il primo libro 
tratta la teorica della scrittura (§ 1-41), dei suoni (§ 42-85), 
e delle forme nei nomi, articoli, aggettivi, numerali, pro- 
nomi, ay^rbi, particelle, interiezioni (§ 86-115); il secondo 
dei cambiamenti di yocaU e di consonanti (§ 116-213), 
e dei fenomeni di diminuzione o di accrescimento dei 
suoni (§ 214-279); il terzo del verbo (§ 280-286), dei 
generi (§ 287-805), dello 8t€Uu$ emphaticus e àtatus con- 
struetua (§ 806-814), della formazione del plurale (§ 815-825), 
e della formatone delle parole (§ 826-849); il quarto delle 
voci e delle forme nuove (§ 850-858), del loro signifi- 
cato (§ 859-866) e dell^ influsso greco nei testi rabbi- 
nici (§ 867-890). Chiudono il volume le note ai primi tre 
libri, dieci excursus, e P indice delle voci di cui in esso 
è discorso. 

L'importanza del libro, anche per la filologia classica, 
salta agli occhi: non potendo tuttavia esser compito di 
chi scrive questi cenni Pentrai'e nei particolari di una 
dimostrazione dei meriti scientifici dell'opera, mirabile 
fra r altro pel suo ' lucidus ordo ' , crediamo tornerà gra- 
.dito e non inutile ai lettori dell' '« Atene e Boma ' che qui 
si riportino alcune delle parole nuove, o con significato 
sensibilmente alterato, di cui, per le ricerche dell' a., più 
o meno sicuramente si arricchisce il lessico delle lingue 
^ classiche (p. 208-204). 

Sono fra le prime, ossia fra le parole nuove rivelate dai 
testi del Talmud, del Midrasch e del Targum, ayyijaufÀOS 
(digiuno), àtaxrla {cUaardinamento), &eiy/Àayrij^ioy (imma- 
gine), efigxofÀtt (finestra), xytjuiafia (censo), Xéyya (una mi- 
sura), nf}Xwfia (pcUtuie), n^xatog (il nobile), ^óarga (scarpe), 
(fvytfjQijg (ispettore). Fra le seconde, ossia fra le parole nuove 
solo .pel significato sensibilmente alterato, sono paaiXBioy 
(trono), cognitum (nota tachigrafica), dia&efia (testamento), 
ét7iXoT(duumviri), eixoyaattjQ (immagine, volto: cfr. tkonastrum 
della chiesa greco-cattolica), yvfiqìaZoy (fontana^^ naQéxrij 
(pubertà), scordiscus (scarpe), omqoy {salario giomaliero)^ 
tuQxijfAOQoy (un pesoj. 

Milano, aprile 1886. 

B, NogareL 

' Antike Himinelshilder mit Forschungen zu Hipparchos, Aratos 
und seinen Fortsetzem und BeitrSgen zur Kunstgeschichie 
des Siemhimmels von Georg Thìele. Berlin, Weid- 
mann 1898, un voi. in 4*^ legato alla bodoniana di 
pp. yiii-184 con 7 tavole e 72 incisioni intercalate nel 
testo. — 20 marchi. 

Questo magnifico volume troverà, ne siam certi, molti 
ammiratori non solo fra gli studiosi dell'antichità, ma 
anche fra tutti gli amanti della cultura e dei buoni libri. 
Il titolo stesso dimostra ch'esso interessa scienziati ed 
artisti non meno che filologi Se nell'insieme prevale il 
metodo filologico, anche questo è a vantaggio della ricerca 
scientifica e dell' apprezzamento estetico. La pubblicazione 
è stata, ben a ragione, incoraggiata e sussidiata d^' Ac- 
cademia delle scienze di Gottinga, ed è stata eseguita in 
modo da far veramente onore alla benemerita casa Weid- 
mann. Ci dudle di non poter offrire ai nostri lettori un 
saggio delle splendide incisioni che non solo adomano, 
ma completano l'ox)era; che in libri di questo genere i 
disegni sono indispensabili all'intelligenza del testo. Ci 
limiteremo a dare il sommario dell'opera. Sono quattro 



capitoli di estensione molto differente secondo la varietà 
del sqggetto. Il I tratta dell'origine delle costellazioni 
greche ed esamina argutamente e in forma nuova quali 
dovettero essere le osservazioni popolari sul cielo stellato 
e quale il lavoro dei poeti che completò e svolse le leggende 
esistenti o ne creò delle nuove. Si occupa altresì dell'intro- 
duzione dello Zodiaco, e dell'origine orientale di alcuni degli 
elementi che lo compongono; stabilisce che tra il 6^ e il 5« 
secolo, appunto con l'introduzione dello Zodiaco, si accreb- 
bero le osservazioni sul cielo. H cap. II tratta delle antiche 
figurazioni di Atlante ed esamina la dop^Jia tradizione 
(il titano sostiene senz'altro il cielo, ovvero il cielo gli 
è imposto quUe spille per eterna pena, ond'egli lo regge 
con 'fatica), che, come nella leggenda, si rivela aSiche nel- 
l'arte. Prende quindi a base di un'ulteriore ricerca l'Atlante 
Farnese, in cui i due tipi si trovano combinati insiemé^i • 
n globo sostenuto da quella statua ò esso solo un mo- 
numento, a cui già s'era rivolta l'attenzione dell'astro- 
nomo Cassini. Una serie di osservazioni, che iion possiamo 
tentare di riassumere, porta a concludere che quel globo 
rappresenta il modello dato da Ipparco, Da ciò derivano 
utili applicazioni anche per i testi di Manilio, Gherma- 
nico, Igino e Vitruvio. Di quest'ultimo specialmente, il 
passo IX, 6-7 ò liberato da v^ numero considerevole d' er- 
rori col solo aiuto delle nozioni relative al globo d' Ip- 
parco. La filologia e l'astronomia si rendono in questo 
campo eccellenti servigi reciproci. H cap. Ili tratta della 
storia artistica dello Zodiaco, tentando soprattutto una spie- 
gazione delle figure che comx)ongono il calendario in rilievo 
sulla facciata della piccola Metropolis in Atene. Come ap- 
pendice ò aggiunto l'esame anche di alcune figure celesti 
estranee allo zodiaco, che ricorrono in monumenti figurstti. 
n IV cap., ch'ò il più interessante e il più ampio di tutti, 
tratta delle illustrazioni al testo di Arato. Un esame del co- 
dice Leidense di Germanico (Voss. 79 quarto) appartenente 
al IX sec. porta a concludere che le figure che l'adornano 
derivano da molto più antiche illustrazioni a un testo di 
Arato. Con l'aiuto di altri manoscritti illustrati ò resa 
possibile una storia delle rappresentazioni dei tipi astro- 
nomici dal I al XY secolo circa; e il libro dei Catasterismi 
riceve ima nuova spiegazione. 

Non vogliamo chiudere questo cenno fuggevole senza 
aggiungere che la consultazione di questa bell'opera è age- 
volata dai vari indici composti con cura e abnegazione 
dal Thiele : in fine del volume, indice delle costellazioni, 
registro dei luoghi citati, indice alfabetico delle materie; 
a principio, un sommario dell' opera e un quadro dei cò- 
dici illustrati di cui tratta il e. IV. 

Il Th. ha dedicati cinque anni di studi a questo libro, 
per cui è giusto che gli facciamo senza risp&rmio congra- 
tulazioni ed elogi fp^óvoy àfjig)oxéQatciy x^^^*^ dnwsa^ 
fiéyovg, 

N, Festa. 

GrailZ-Martin. Traité de Tactique connu sous le titre 
IIs^l xaraatdffeai}^ dnXrjxrov * Traité de Castramétation ' 
etc, tire des Notices et extraits des Tnanuscrits, tome XXXVI 
p. 61 (71-127). 

Sono trentadue capitoli di tattica militare bizantina, 
che furono in addietro scoperti da C. Qraux nella Bibl. Na- 
zionale di Parigi, e ora dopo la sua morte sono pubblicati da 



245 • 



AlTKO L — N. 5. 



246 



uno de^suoi antichi disoepoli, il prof. A. Martin, che vi 
ha pure aggiunto una prefazione. Grià lo stesso Graux ne 
aveva fatti conoscere tre capp., da lui anche trailotti, 
nélV Aìnnuaire de r AaaociaHon pour VencouragemeTd dea elu- 
de» ffreeques del 1875. B titolo assegnatogli n. Katanja- 
Ktetag ànXijxTov non conviene all^ intero trattato, ma ap- 
partiene veramente al solo cap. I; nei successivi si espongono 
precetti e considerazioni, non mancantidiqualcheinteresse, 
sa diversi temi di tattica. L^autore è anonimo. Nella pre- 
fazione, dopo aver dato breve ragguaglio dei mss. che 
hanno servito alla costituzione del testo, il M. rileva come 
nei medesimi questo trattatello si trovi quasi sempre o 
prima o dopo dell^altro Ue^l naQaÓQOfAtjg noXéfjtov (de ve- 
UUUione helliea) edito da G. B. Hase in appendice alle 
Storie di Leone Diacono e attribuito ali* imperatore Nicef oro. 
Foca; e anche la connessione intima ch^esso mostra d 
avere col de veUiadone fa credere che i due scritti derivino 
dal detto imperatore, sebbene indirettamente cosi Tuno come 
Taltro : siano cioò stati composti per suo ordine. Soggiunge 
però il M. (p. 76) che* alcimi mss. di Parigi contengono 
i detti capp. incorporati nella Tattica di Leone il Filosofo. 
Su questo punto il M. si esprime in modo alquanto con- 
tradittorio: sono propriamente due o tre (e quali?) i codd. 
che contengono quella indicazione? (cf. p. 98, 1. 18). — * 
L*edÌ2Ìone è condotta con molta cura, e rivela la mano 
esperta del Graux; fra le note critiche a pie di pagina 
sono qua e là disseminate alcune opportune noterelle 
esegetiche. Forse si può osservare che in un testo rap- 
presentato da un cod. quasi contemporaneo aUa redazione 
di esso (1* Escoriai, del sec. X), non ò fondato il sospetto 
(espresso, del resto, solo nelle note) che siano da consi- 
derare per glosse certe ridondanze di linguaggio, come a 
p. 110 1. 1, p. 116 1. 2, p. 120 1. 12. — Osservo anche 
di passata che a p. 81 1. 22 bisognava correggere con la 
seconda mano di M anoyafji/jiaxiC^to (cf. p. 85 1. 1); ma 
ò certo un lieve error di stampa. 

a Landi. 

!R. SUiS. Noctea Manilicmae, aive DissericUiones in Astro- 
nomica Manila. Oxonii. Glarendon, MDGCCXGI. 

Joh. P. Postgate. Silva Maniliana, Gautabrigiae, 
MDCCGXCVn. 

Manilio, il poeta degli Astronomici, il quale scrisse nel- 
Tetà seguita immediatamente alla morte di Augusto, come 
io ho cercato dimostrare in un articolo «pubblicato nel 
sesto volume degli Studi italiani di Filologia classica (pa- 
gina 328 e sgg.), a torto ò in Italia quasi dimenticato. 
Sebbene sia del -tutto svanito P interesse delle cognizioni 
astrologiche, e sebbene è da riconoscere che il testo M»- 
niliano offre molte difficoltà d* interpretazione sia per T in- 
certezza della lezione, sia per V oscurità del pensiero, non- 
dimeno ha di molti pregi ; vi sono passi assai belli, idee 
felicemente espresse, ricchezza di immagini e di lingua. 

Alla nostra noncuranza per tale poeta fa invece ri- 
scontro in Loghilterra un* attiva operosità di studi critici 
ed. esegetici. Vi si son messi i migliori, come i due dei 
quali annunziamo le pubblicazioni; Tuno filologo di fama 
europea insegnante a Oxford, P altro, professore a Gam- 
bridge e già favorevolmente noto per diversi lavori su 
poeti latini; ma oltre questi due, parecchi altri hanno 



amore a Manilio, e di quando in quando ne appariscon 
manifeste prove in articoli pubblicati nel Jourrud ofPhi- 
lology o nella Clasaical Review. 

Dei libri deirEUis.e del Postgate non è qui il luogo 
di dare una minuziosa recensione. Vi si prendono ad 
esame diversi luoghi controversi del nostro poeta, e si 
stiggeriscono con più. o manco di fortxma varianti al testo 
guastissimo dei manoscritti; sicché formano un^ ottima 
preparazione di una nuova edizione critica degli Astro- 
nomici, quale vedrà appunto la luce, si spera prossima- 
mente, in Inghilterra. L^Ellfb è anche benemerito per ' 
aver scoperto a Madrid un nuovo codice di Manilio, che 
pare una delle prime^ copie fattesi in Italia da quella che 
il Poggio ricavò da un manoscritto germanico. 

Noi Italiani dobbiamo qualche volta prendere P esempio 
dagli stranieri nell^ amore alle cose classiche e nello studio 
coscienzioso degli scrittori antichi. Per Manilio, ricordiamo 
che i nostri quattrocentisti ci hanno aperto la via, non 
solo per la scoperta del Poggio, ma anche per i commenti 
fatti da Lorenzo Bonincontri di San Miniato, di cui una 
buona edizione Maniliana con note vide la luce in Boma 
nel 1484. 

F. Ramorino. 

Comelii Tctciti Vita AgricoUte, edited with Introduction, 
notes and map by Henry FuTlieatlX. Oxford, Gla- 
rendon, 1898. 

È in tutto un^ ottima edizione della Vita d^ Agricola. 
Ha una ricca Introduzione, dove della storia del testo, 
della contenenza e dell^ indole del lavoro Tacitiano si di- 
scorre con competenza, dottrina e chiarezza mirabili. Pone 
la data dell^ Agricola all^anno 98 secondo Popinione co- 
mune, mentre io credo si debba riportare aU^anno 100 (v. 
nota 7 del mio ' Gomelio Tacito nella storia della coltura; 
Milano, HoepU, * 98). Nella grossa questione relativa al- 
P indole e allo scopo dell^ Agricola segue, e fa bene, un^opi- 
nione eclettica. Anche a me è parso sempre che Poperetta 
non sia semplicemente una biografia o un elogio funebre 
o un libello politico o il risultato della giusta posizione 
di parti composte separatamente, ma ai possa definire: t 
e un' affettuosa biografia ed £Q)ologia, scritta colle larghe 
vedute d'uno storico >. Il testo del Foumeaux è in ge- 
nere quello dell' Halm; ne differisce però in una cinquan- 
tina di luoghi, dei quali h data ragione nelle note. Il 
commento è copioso; rare volte critico, per lo più inter- 
pretativo, con opportune osservazioni storiche e gram- 
maticali. Ghinde l'opera un doppio indice, uno dei nomi 
che si riscontrano nel testo, l'altro delle cose principali 
contenute nel commento. 

F. Bamorino, 

Giacomo Tropea. Tucidide ed il Gonfine Orientale 

del < Mare Siculo ». 
— Giasone il Tago della Tessaglia. (Estratti dalla Bivista 

di Storia Antica e Scienze affini, Messina 1898). 

Sono due monografie che attestano Poperosità e il buon 
volere del chiaro prof. Tropea, insegnante storia antica 
nella £. Università di Messina. Nella prima si sostiene 
che la denominazione di Mar Siculo, estesa in antico dal- 
P Orientale Sicilia sino alle punte occidentali dell'isola di 



247 



Anno I. — N.» 6. 



248 



Greta, non è più antica di Tucidide, ed è dovuta appunto 
a Ini, che la immaginò per la importanza che attribuiva 
ai Siciliani de^ suoi tempi in comparazione degli altri Greci. 
Neir altra monografia si studia la fig^ura di Giasone, tiranno 
di Fere in Tessaglia, e si mette in rilievo T importanza 
della politica di costui che riusci a unire sotto di sé 
tutta la Tessaglia, e, prima di Filippo di Macedonia, aveva 
concepito il vasto disegno di costituire Punita Ellenica, 
disponendosi forse anch^egli a combattere poi Petemo ne- 
mico Asiatico. — In entrambi questi lavori v'è buon me- 
todo di ricerca, studio delle fonti, esposizione chiara e 
ordinata. Ma si nota una certa trascTiranza nel rendere 
in nostra lingua i passi degli autqjri greci citati; il che è 
difetto non lieve, chi pensi che da queUuoghi non tra- 
dotti con precisione si prendono poi le mosse per argo- 
mentare intomo a punti oscuri e congetturabili. I risultati 
e le ipotesi non sempre paiono persuasive ed accettabili. 
Che la denominazione di mare Siculo sia un^ invenzione 
di Tucidide non sembrami probabile ; Pavrà pur trovata 
nell^ uso, almeno dei Sicelioti. L'ipotesi che Polidamante, 
il tiranno di Farsalo, andato a Sparta per chiedere aiuti 
contro la prepotenza di Giasone (Senofonte, Elleniche VI, 
1 sgg.), sia da considerarsi come e un agente dello Stato 
Lacedemonico » (Giasone, p. 45) non pare confermata 
niente affatto dai dati delle fonti a noi disponibili. No- 
nostante tutto ciò, non si può negar lode al Tropea di 
aver mosso tali questioni, e iniziatane la soluzione. 

F. B, 

Prof. G. B. Bonino. — l. Brani scelti \ di \ prosa la- 
tina I proposti come esercizio di versione \ agli alunni del 
ginnasio superiore e del liceo, Torino, Clausen 1899, — 
2. Esercizi \ e \ letture latine \ con appendice delle prin- 
cipali regole di sintassi \ e vocabolario latino-it<tliano e 
itaHano-latino \ Parte prima \ per la prima classe ginna- 
siale, Torino^ Clausen 1899, 

1. La prima di queste due nuov» opere di G. B. Bo- 
nino è una raccolta di 140 temi di versione dal latino 
€ scelti fra gli autori ohe gli alunni si del Ginnasio che 
del Liceo debbono conoscere > (pref. pag. IV). Questi au- 
tori sono Cesare, Q. Curzio, Cicerone, Livio, Tacito, Quin- 
tiliano. Una buona qualità del libro ò la divisione dei 
* brani ' (ma perchè poi questa brutta parola?) e secondo 
il genere storico, retorico, oratorio e filosofico ». Così, a 
seconda delle condizioni di ciascuna classe, gli insegnanti 
troveranno subito il tema adatto. Però, pur riconoscendo 
questa buona qualità, non esageriamone il valore. Che 
Livio sia uno storico, P insegnante lo sa, come pure sa 
che le Catilinarie appartengono al genere oratorio e le 
TuscuUme al filosofico. Anche, dunque, cercando nei testi, 
troverebbe il fatto suo. Dico questo, non per fare una 
critica all' A., ma per poca simpatia che ho con questo 
genere di raccolte. Poiché, prima di essersi risoluti a 
dettare uno o im altro dei temi di una raccolta, ci vuol 
del tempo; non dico tanto quanto, ce ne vorrebbe a cer- 
car nei testi, ma molto. E che P insegnante debba, lui 
che conosce i suoi scolari, scansar la fatica di scegliere 
un tema adatto là dove ne può trovar un migliaio in- 
vece che 140, ifon è cosa da approvarsi. Dar poi in mano 
ai giovani un libro come questo, significa rassegnarsi a 



priori a vedersi presentare sempre la traduzione copiata; 
che, in un liceo di 140 alunni (tanti quanti i temi), 
bastano 24 ore perchè tutta la scolaresca conosca le 
fonti dei * brani * in questione. È chiaro? In ultimo, am- 
messo — ciò che ò inammissibile — che si assegni uno 
di questi temi alla settimana, non si arriverà ad esau- 
rire in un anno un quarto del volume. — Si dirà che 
ciò ò bène, e che Pabbondanza ò un mezzo per facilitare 
la scelta. — Ma andatelo a dire a quei buoni padri di 
famiglia che, di tutto il libro, non vedono se non ciò che 
è scrìtto sulla costola: L. 1,20! 

Del resto, indipendentemente da queste malinconie, 
non si può dir che la scelta sia fatta male, e il libro ò 
destinato a far, come tanti, il suo giro, salvo poi a ce- 
dere il posto ad un altro. Nò, francamente, da una rac- 
colta di temi si può pretender di più. A me veramente 
piacerebbe una raccolta di passi ordinati secondo un cri- 
terio reale, p. es. di passi ove si narrasse la storia di 
Boma ecc.; raccolta fatta colla manifesta intenzione di 
narrar quella storia, non di proporre temi di versione. 
Perchè quello che guasta le nostre scuole classiche si è 
che gli alunni credono di studiare ' la lingua per la lin- 
gua ' , e poco o nulla si fa per toglier loro dal capo questo 
pregiudizio. 

2. Sull'altra opera debbo fermarmi un poco di più. I 
' brani ' comunque siano scelti, comunque disposti, in fin 
dei conti son sempre di Livio o di Cicerone o di altri 
classici. Ma quella degli esercizi è una 'ben diversa que- 
stione. 

n lavoro del Bonino contiene tutta la materia del 
programma, assai bene ordinata e svolta. Però PA. stesso 
dice, nella pref. a pag. IH, di aver seguito il metodo del 
Gandino, sebbene con qualche piccola novità; p. es. Pantici- 
pazione di alcuni esercìzi sulla coniugazione, Paggiunta di 
favolette ecc. — tutte novità, mi affetto a dirlo, di buona 
lega. Ma perchè non abolire quelli interminabili esercizi 
e dell'ala — Pala — le aquile — alle aquile » eoe. e, sui 
verbi, < adopera — adoperava > ecc.? Che ce li mettesse il 
Gandino, quando pubblicò il suo libro, si capisce; si trat- 
tava dì inaugurare un metodo, o, per lo meno, di stabi- 
lirlo in forma definitiva; ma in un libro che vien dopo 
quello del Gandino, bastava fare una nota, una volta per 
sempre, per avvertire che si debbono fare esercizi di tra- 
duzione dì ' casi ' di nomi e dì ' forme * verbali. Sarebbe 
stata una ' piccola novità ' ragionevole, e utile per di- 
minuire la mole soverchia del volume. — D'altra parte, 
dato e non concesso che quelli esercizi ci stian bene, 
perchè non far capire, a pag. 84, che nelPuso del pro- 
nome relativo non si dà solamente la combinazione e il 
quale amico » ma anche e l'amico, del quale » e l'amico, 
al quale » ecc., ossia senza la concordanza di caso? Eppure 
l'esperienza della scuola avrà mostrato al prof. Bonino 
che è questo uno dei punti più scabrosi della grammatica 
latina. 

Tornando all'argomento, in tutti quelli esercizi che 
precedono ì temi c'è anche un guaio non piccolo. Come 
sono essi scelti? P. es. le forme verbali italiane da tra- 
durre, sono, secondo me, ora per un rispetto ora per un 
altro, scelte assai infelicemente. Spigolo a caso : pag. 108, 1 

orbitasti avr€ii crepitato — avremo crepitato; p, 104, 4 

sono stato vietato — eri stato vietato ecc.; p. 115, 6 eravam 



249 



L - N. 6. 



250 



8t€Ui ottenuti — siete stati ottenuti ecc. ; p. 121 ^ ^ tu eri per 
generare (!) ; p. 153, 4 sarei stato rattoppato ecc. — Troppo 
spesso i grammatici dimenticano che la morfologia di ima 
lingua non è un magazzino, per cosi dire, completo di 
forme, che comprenda anche quelle non usate, le quali 
restino perciò li dentro ad arrugginire. Una forma rum 
usata è una forma che non esiste; e appena ci sarà bi- 
sogno di creare una forma nuova, si creerà, secondo Tana- 
logia delle altre. Il che vuol dire che la grammatica 
non preesiste alla lingua. 

Altrove il Bonino pecca per poca felicità di combina- 
zioni. P. és. a pag. 104, 3 ha -fregato — avevi JregaJto — 
avesse sprizzato, ecc. Ora, anche a certe cose bisogna ba- 
dare, e come!, in un libro che deve andare in mano ai 
ragazzL 

Un^altra cosa era necessario curar di più: la forma ita- 
liana. P. es. che vuol dire, a pag. 10, tema 1, prop. 11, 
r ingiuria della patria? E a pag. 63, 2, 11 < Bomolo era 
a più bellicoso di tutti i re di Boma » sig^niflcherà che 
tutti i re di Boma furon contemporanei di Bomolo; al- 
trimenti perchè era? — Peggio nelle * favole '. Pag. 181 
fav. 1: « Un usignuolo e un cardellino chiusi in una 
gabbia pendevano dinanzi ad una finestra » ; f. 2 : e Una 
mosca sedeva (!) neZr orecchio di un cavallo » ; ib. e quanta 
abbondanza di polvere io sollevo ». — Si dirà che ciò è fatto 
per risparmiarsi una nota su quam magnam eopiam piti- 
veris ecc. Ma, appunto, insegnare il latino vuol dire in- 
segnare come e quanto esso differisca dalP italiano; vuol 

dire insegnare che né quantum pulverem è latino né 

quanta abbondanza di ^oZoerc è italiano ! — Fav. 5 e una gazza 
interrogò la colomba » ; ib. e schiudi i pulcini > ; fav. 7 
e domandava da essi » ecc. Strano è il periodo a pag. 188: 
« Le Simplegadi erano roccie smisurate, che otturavano 
l'ingresso nel ponto Eusino e per la violenza dei venti 
sempre si cozzat}ano [ma se otturavano ? !] ; inoltre fitte te- 
nebre coprivano ogni cosa intomo a loro; perciò tutte 
le navi, che penetravano [come ?] nel Ponto Eusino, erano 
infrante dal cozzo delle Simplegadi ». Indipendentemente 
da tutto il resto, è un periodare .... da non imitarsi. 

E le regole dell' * Appendice ' come sono espresse ? 
Beg. 2 : « Il predicato nominale, cioè il predicato formato 
daun sostantivo (?) unito al verbo essere ecc. » ; reg. 8: « Beg- 
gono il doppio nominativo.... i verbi ecc. >; reg. 9: e Seg- 
gono un doppio accusativo Vattivo (! ad 8ynesin\) dei 

verbi che reggono ecc. ». Alla regola 11, che cosa vuol 
dire che i nomi di città si costruiscono senza preposizione 
« colla domanda verso dove? » e cosi di seguito? E se, 
nella stessa regola, è detto « moto ài luogo » e e moto 
dal luogo », perchè non anche e stato nel luogo »? La 
regola è poi concepita in modo da far risultare che 
domi è genitivo (locativo) di domus\ ma a pag. 49, tra 
i femminili della lY deci, trovo domus^ us senz'altro. E 
alla fine della reg. 15 perchè andare a sceglier proprio 
l'esempio unus ex multis, che ha un significato speciale 
(* uno del volgo ' e non * uno fra molti ')? Alla reg. 10, 
primo capoverso, colla ripetizione di quanto avanti a dura, 
l' A. ha voluto evitare che dura fosse inteso come agget- 
tivo; si veda se c'è realmente riuscito. 

Finalmente qualche pedanteria, ammesso che non siano 
tali le precedenti. Il B. scrive i Scitij ommettere, ommis- 
sione; suonare, tuonare e, peggio, scuolari. Come farà il pro- 



fessor di prima ginnasiale a parlar di dittonghi mobili, 
se l'alunno gli obietta che ' negli esercizi latini è scritto 
cosi o cosi * ? Badate, che regola generale è questa: in 
caso di conflitto tra un libro di testo e il professore, lo 
scolaro dà torto al professore, e ragione al libro. Se poi 
nel caso nostro il testo di grammatica italiana dice come 
il professore, e quello di grammatica latina dice all'op- 
posto, il ragazzo, tra il si e il no, rimarrà di parer con- 
trario; il che, qualche volta, può voler dire ' mandarli' 
tutti e tre a quel paese *. 

Chiudo notando una disgrazia, imputabile, forse, al 
proto. Nel vocabolario ital.-lat. si dà come corrispondente 
di 'perseverare' un troppo sdrucciolo persevero% Ma il 
curioso è che, andato a cercare (vedi malizia di critico!) 
sotto la voce * affermare * , ho trovato, tra gli altri cor- 
rispondenti latini, anche il verbo asseverol Decisamente, 
il proto ce l'aveva con quei due i in modo speciale. 

M. Fuochi. 

Le vite di Cornelio Nepote annotate <xd uso deUe scuole da 
Vitaliano Menghini Preside del B. Liceo-Ginna- 
sio V, Monti di Cesena, Firenze 1898; pp. VIII-152 

Un altro commento di Cornelio. L' abbiamo letto, anzi 
studiato da capo a fondo, e però ci crediamo lecito di 
esporre con franchezza le nostre osservazioni e pronun- 
ziare netto il nostro giudizio. Considereremo il libro so- 
lamente dal lato didattico. Ci sembra in primo luogo che 
l'Annotatore sbagli il punto di partenza. Nella prefa- 
zione (pag. iv) dice: " Duplice è il fine che voi (giova- 
netti) vi proponete, intendere cioè il pensiero dell'autore 
e convenientemente tradurlo nella nostra lingua *. Se 
questo può e deve essere lo scopo della lettura di autori 
latini per alunni che abbiano già compiuto tutto lo studio 
grammaticale ed acquistata coli' esercizio una pratica suf- 
ficiente nel tradurre, non può essere certo allo stesso 
modo per giovanetti di una 2^ ginnasiale, che di gram- 
matica hanno studiato ben poco e non sanno se non de- 
clinare i nomi e coniugare i verbi regolari e pochi de- 
gl'irregolari; e quanto a tradurre, sono anche più addietro, 
perchè ben poca pratica si può acquistare dalle solite .* 
brevi e facili proposizioni staccate o da poche e semplici 
favole e raccontini, che al più si danno loro a tradurre 
negli ultimi mesi della prima classe e ne' primi della se- 
conda. Per me quell'autore latino che si dà in mano ad un 
alunno di 2* deve principalmente servirgli di ginnastica 
grammaticale, lessicale e fraseologica: vedendo esso nello 
scrittore latino usate quelle forme nominali e verbali 
che ha mandate a memoria e conosce solo in teoria e 
quasi in astratto, ne imparerà cosi il vero uso e valore 
e potrà con più giusto senso intendere il confronto colle 
corrispondenti forme italiane. Inoltre coli' esercizio del 
tradurre egli allargherà a poco a poco e quasi insensi- 
bilmente le sue cognizioni grammaticali e linguistiche. 

A ciò si deve principahnente mirare, secondo me, quando 
si ammette un nostro alunno a' primi saggi di un autore 
latino. Con ciò mi sembra beli' e tracciata la via per un 
commento di Cornelio: dev'essere particolarmente gram- 
maticale e lessicale e di confronto tra* la fraseologia dell'una 
e dell' altra lingua. Ma anche sotto questo aspetto bisogna 
intendersi bene. Non voglio dire con ciò che si debba nelle 



251 



A»KO I. — N. 6. 



252 



note esporre tutta la grammatica o ili'vocabolario: bis<»- 
gna ricordarsi della preparazione che possono e debbono 
avere i nostri piccoli alunni ed anche de^ programmi go- 
vernativi, al di là de^qu^ se è lecito, anzi necessario 
andare nel leggere uno scrittore latino, che quando scri- 
veva non pensa'^a certo ai nostri giovanetti di 2*, dob- 
biamo avanzarci molto adagio e sapere fermarci a tempo 
e con senso di giusta misura. Ciò premesso, mi pare che 
il M. non di rado cammini fuori di strada. Tutto preoc- 
cupato di condurre gli alunni ali* intelligenza del testo, 
a ciò tende principalmente; dà la costruzione de* passi 
più difficili e molti ne traduce : il che non mi pare da ap- 
provsorsi; primieramente perchè vien tolta agli alunni 
rutile fatica di cercare e trovare da sé T espressione ita- 
liana, e poi perchè cosi non si curano più di darsi ra- 
gione delle forme e maniere latine. Tuttavia questa è la 
parte miglior^ del commento che esaminiamo. La parte 
debole sta nelle osservazioni di grammatica e di lessico: 
osservazioni che vanno da* nomi della 1* declinazione fino 
alle ultime regole della sintassi de* tempi e de* modi. Dalle 
seguenti citazioni si scorgerà a prima vista la mancanza 
di giusti e ben fissi criteri. 

Iphicr. 8. 2: * Euridyce che forma è? ' — Them. 1. 1: 

* Neooli = Neoclis * (nota ripetuta spesso) — MilL 4. 2 

* Marathona accusativo ' — Cùn, 4. 8 : * nulli, dativo ' — 
Ibid. 8. 6: 'di qual genere è vulgus? ' — Con. 1. 2: 
' afuit = abfuit ' — Ibid. 8. 1 : ' malis cong. di malo ' — 
' Felop. 2. 2: * consuerant = consueverant * — JSum. 8. 1: 

* hiematum supino * — Att. 1. 4: * iis. . . (carior) dat. * 

Insiste poi contìnuamente nella costruzione gerundiva. 
Ma facciamo un altro passo avanti: sintassi dei tempi. 

MiU. 4. 4: ' qui . . . praeessent: il verbo è all'imperfetto, 
perchè nella proposizione principale v*è un presente sto- 
rico ' — Cosi pure Dion. 9. 8: ' viderentur '; e DcU. 11. 1. 
Pau8. 8. .5 : ' sperans se . . . posse : dopo spero éi usa in 
latino il futuro dell'infinito, ma si può usare il presente 
con posse, velie, malie, noUe * . Passiamo alla sintassi dei 
modi. 

Patis. 2. 8: ' Des: cong. esortativo * — Eum, 9. 1: 'opus 
sit facto. Con opus est, se ciò, che fa d' uopo, è espresso 
con un verbo, questo è di regola all'infinito; ma è usato 
talora anche il participio passato passivo ' . Timohan 1. 4 ^ 
' Dum nel significato di ' finché " regge il congiuntivo, 
quando v* è implicita 1* idea di fine ' . 

E quel citare poi a tutto spiano le regole sintattiche 
sulle proposizioni dipendenti dai verbi di " temere, du- 
bitare "*, sulle proposizioni relative finali e causali col verbo 
al cong. e sulle dipendenti interrogative? 

Dagli esempi addotti ognuno vede che o si scende 
troppo in basso o si sale troppo in alto. Un tale inse- 
gnamento non potrà certo dirsi graduato e dovrà senza 
dubbio tornare nocivo, o almeno inutile, agli scolari. 

Piuttosto che dare tante regole sulle proposizioni di- 
pendenti, si guardi se le due lingue combinano ; se com- 
binano, non occorre osservazione; se no, si dia addirit- 
tura la forma italiana, come lo stesso Menghini pratica, 
del resto, spesse altre volte. Ma a me pare si possa rag- 
giungere bastantemente lo stesso scopo tmche per altra 
via» Poiché i nostri programmi di 2* prescrivono lo stu- 
dio delle congiunzioni, il commentatore di Cornelio può 
intrattenersi in modo speciale su di esse e procurare di 



fame intendere l'esatto valore e uso ; ohe, siccome le 
proposizioni dipendenti finitive sono imite aUe reggenti 
appunto per mezzo di congiunzioni, dalla natura di queste 
si arriva a intendere sufficientemente anche le relazioni 
di quelle. Ma, lasciando da parte questa specie di propo- 
sizioni, crederei più opportuno insistere sulle proposizioni 
infinitive soggettive e oggettive e sul valore e uso dei 
supini, gerundi e participi; materia più facile e più im- 
portante a un tempo. 

Ho serbato per tiltimo il discorrere di un punto prin- 
cipalissimo : accenno alla sintassi dei casi. La conoscenza 
di essa è ysolutamente indispensabile, in parte maggiore 
o minore, tanto a chi si mette a tradurre una semplice 
proposizione, quanto a chi deve interpretare l'opera d'uno 
scrittore latino. Qui l'annotatore può spaziare più libe- 
ramente, perchè sarebbe impossibile avanzare nella tra- 
duzione di un classico latino senza conoscere con una 
certa larghezza la sintassi dei casi. H M. invece in.ques'to 
punto si tiene dentro limiti troppo ristretti ; dirò, anzi, 
che non ho potuto capire a quali criteri si attenga. Egli 
accenna qua e là a quasi tutti i oasi, ma non in modo 
costante, e pare lo faccia solo quando se ne ricorda. Ho 
raccolto pazientemente tutte le osservazioni che il M. fa; 
e posso dire che, se sono troppe per poterle qui riferire, 
sono quasi nulla per un commento che si estende a 25 
vite. Non ostante qualche accenno a regole comuni e fa- 
cili, si potrebbe ritenere eh' egli abbia inteso di notare 
principalmente certi usi particolari e certi fatti che po- 
trebbero dar luogo a diverse interpretazioni. Ebbene, in- 
tendiamo cosi, per quanto non si possa supporre che stu- 
denti di è' ginnasiale, specialmente co' nostri programmi, 
possano sapere tanta roba. Ciò pure supposto, il Menghini 
è egualmente ben lontano dall' esaurire il suo compito. 
De' molti esempi, di cui non fa punto parola, ne citerò 
solo alcuni. ' In agro Troade ' (Paua. 8. 8) ' ex domo 
in domum * {Att, 22. 1). ' Cretam venit ' {Hann, 9. 1). 
' Inter praefectos . . . regios ' {Ages, 2. 8 : unico esempio 
di iriter partitivo in Cornelio). ' Cum summa ignominia ' 
(Timoth, 4. 1 : unico comp. di maniera con cum ' Per 
litteras', ' per epistulas ' (Con, 8. 8; AU, 7. 8 : forma 
eccezionale di complemento di modo). ' Quod . . . invi- 
deant ' (Thr<Myb. 4. 2). ' Accessit astu * (TKem, 4. 1 : raro 
senza preposizione) ' ut limen intrarat ' (Dion, 9. 4 : 
trans, in latino; intrans, in italiano) ecc. Tutta questa 
parte è molto bistrattata e condotta senza alcun criterio. 

Si dimostra poi trascurato e affatto insufficiente il com- 
mento del M. nelle osservazioni di lessico e di stile. Per 
esempio egli non nbta: * Utrosque ' per ' utrumque * 
(Hann, 4.* 2). — ' Erga ' : raro in senso optile — ' Quis- 
quam ', usato quasi solo in proposizioni negative (fatte 
due o tre eccezioni) — * Quo * = ' ut eo * , usato sempre 
unito a un comparativo (credo ci sia una sola ecce- 
zione). ' Multo *, e non ' multum * davanti a un com- 
parativo e superlativo. * Hunc adversus * (Con, 2. 2) rara 
anastrofe, eccetto dopo il pron. relativo. ' Cum quibus ' : 
Cornelio non usa mai ' quibuscum ' . ' Tamen * , collo- 
cato in principio di periodo. ' Ut ' usato parecchie volte 
con valore dichiarativo. ' Triplex ' (TTiem. 6. 1) non suffi- 
cientemente dichiarato nell'indice storico-geografico. * Per- 
sona ' (Pel. 4. 8) * ratio * , * bonus ' ' casam ' ecc. 

Dunque, per giungere alla conclusione finale, mi sembra 



253 



Aimo L — N. 5. 



254 



che questo nuovo oommento sìa, al pari degli altri già 
esistenti, riuscito molto imperfetto e non corrispondente 
ai bisogni della nostra scuola. Credo ciò risulti abbastanza 
dimostrato da quanto ho esposto. L^ avrei fatto risaltare 
anche meglio, se non avessi temuto di andare troppo per 
le lunghe. 

La verità, tuttavia, esige ch^ io riconosca, e lo fo ben 
volentieri, un^ altra cosa : se il Menghini avesse avuto 
più pazienza e si fosse attenuto costantemente a certi 
criteri, che si mostrano talvolta qua e là, ci poteva dare 
un commento pregevole. Guardate in sé, le più delle sue 
osservazioni sono giuste, ma o egli va troppo in là, o 
tira troppo via, e in genere procede disordinatamente. 

L. Casali. 

Il libro III dell* Iliade con note italiane del prof. Msirio 

Fuochii. Milano, Albrighi-Segati e C. editori 1899; 

pp. 64. 

Ecco un commento fatto veramente per gii scolari e 
per la scuola da chi ne conosce per pratica le vere ne- 
cessità e sa come soddis^^le senza T ingombro d^una eru- 
dizione tanto facile quanto inutile. Per molti indizi siamo 
ben lieti di constatare che finalmente molti illustratori 
di testi classici per le scuole hanno trovato la buona via; 
e il Fuochi ce ne da in questo volumetto una prova sotto 
ogni rispetto eccellente. Il sanscrito, la glottologia, la 
mitologia comparata e le sottili disquisizioni grammaticali 
sono, al loro posto, bellissime cose, e possono servire a 
dimostrare la ' scienza ' dell^annotatore; ma affastellate 
in un commento scolastico non producono altro effetto 
cke di svogliare Talunno dal commento e, quel che è 
peggio, dall^ Autore. Quando Toccasione si presenti, e la 
cultura o le buone disposizioni degli alunni lo consentEuio, 
sta bene che T insegnante si allarghi a considerazioni e 
rapporti o linguistici, o grammaticali, o mitologici, o lette- 
rarii; ma sarebbe errore grave Ìl ritenere, come molti hanno 
ritenuto e ancora ritengono, che nelle annotazioni a un 
classico si possa scrivere tutto quello che il maestro può 
dire. Prima e più necessaria dote d'ogni commento illu- 
strativo è la sobrietà ; ed è vano ogni altro pregio, quando 
questa manchi. Perciò questo libretto del prof. Fuochi, 
che ad ogni altro pregio unisce quello della sobrietà, ci 
è sembrato didatticamente degno d'esser proposto ad 
esempio. Accurati sommarii aiutano Talunno a non per- 
dere il filo della narrazione; raffronti di luoghi paralleli 
d' Omero stesso o di luoghi imitati da altri poeti lo gui- 
dano a intendere senza fomentarne la pigrizia; nelle vere 
dificoltà trova sempre l'aiuto a superarle o gli è detto 
per quali diverse vie può giungervi da sé; nei casi dubbi 
la scelta dell'interpretazione è talvolta opportunamente 
lasciata al suo buon gusto; quando è opportuno, gli vien 
suggerita una frase italiana semplice, propria ed elegante. 
Il testo segue l'edizione Teubneriana Dindorf-Hentze, ma 
non ciecamente; la stampa è nitida e corretta. 

Pur troppo, la soddisfazione che proviamo nel dar no- 
tizia di nuovi e ben fatti commenti onde si arricchisce 
la nostra scuola classica, è assai menomata dal dubbio 
che non daranno i frutti che dovrebbero. £ la causa, per 
tacere ora d'altre più generali, è nella difficoltà di indurre 
gli alunni ad acquistarli. Molti hanno già in casa un Vir- 
gilio, un Orazio, im Omero; e non è facile persuadere gU 



accorti padri di famiglia che quelle venerabili edizioni 
che hanno servito a un lungo ordine di avi, siano ora 
insufficienti per le nuove generazioni. Chi voglia dimo- 
strar loro che oggi c'ò di meglio, si sente rispondere con 
un sorriso di compassione: ' Ma Omero è sempre quello ' . 
Se poi Pinsegnsoite insiste e vuol proprio quel commento 
e non altri, ecco che lo zelante Preside lo avverte che 
non ne ha il diritto e gli cita le relative ' Circolari * che 
vogliono liberi testi in libero Stato. £ senza dubbio la li- 
bertà è una bella cosa; e tanto più piace nel caso nostro, 
perchè è anche economica. Ma il fatto ò che i buoni com- 
menti non saranno d'alcuna utilità finché al professore 
non sia, non dico lecito, ma doveroso di pretendere che 
tutti 1 suoi alunni usino la stessa edizione de' classici con 
gli stessi commenti. Chi ha pratica dell' insegnamento, non 
giudicherà inutile questa osservazione; ed io mi auguro 
che qualche autorevole collaboratore di questo * Atene e 
Boma' la faccia sua e ne dimostri la verità. 

JE. PistelU, 

n voi. XIX (1897-98) degli AtH della Reale Accademia 
di Archeologia, Lettere e Belle arti di Napoli contiene : G. 
De ^etra, H Decmnamo Primo, — £. Cocchia, Del passag- 
gio di Annibale per le Alpi, — A. Sogliano, Uorigvne del 
' Tablinum ' secondo Varrone, — £. Gabriel, contributo alla 
Storia della moneta BomoTia da Augusto a Domiziano. — 
G. Patroni, La scultura Ghreca Arcaica e le statue dei ti- 
rannicidi. — P. G. Goidanich, Del peffetto e aoristo latino. 
— N. Zingarelli, La personalità storica di Folchetto di Mar- 
siglia nella CoMmiedia di Dante. — G. Patroni, La ceramica 
antica nell* Italia meridionale (Memoria premiata). 

n voi. XI (J.897-98) del Giornale della Società Asiatica 
Italiana contiene le seguenti memorie: B. Basset, Notice 
sur le Dialecte Berbere des Beni lenacen. — V. Rugarli, 
Susen la cantcUrice, episodio del Libro di Berzu. — P. £. 
Pavolini, La materia e la forma della Bascmahini. — A. 
Pellegrini, / Canopi del Museo Archeologico di Firenze. — 
N. Festa, Seoàtagov Jovxa xov Aacxaqi Koafjnxrj J^Xtaaig, 
a'. — L. Nocentini, Nomi di sowrani degli antichi Stati Co- 
reani e tavola cronologica delle dinastie Sil-la, Ko-ku-ri, PaUc-cé 
posteriore, Ko-ri e della regnante Qo-sen. — F. Lasinio, Studj 
sopra Averroe. — P. E. Pavolini,; Una redazione preterita 
della pra^nottararatnamàla, — Id., Di cUcuni paralleli orien- 
tali alla Novella del Canto XXVIII del Furioso. 



BACCHYLIDEA 



(v, sopra p. 108. 172. 204) 



N. Festa, Le odi e i frammenti di Bacchilide. Testo, tra- 
duzione e note. Firenze, Barbèra, 1898. 

[Kecensioni di £. Pistelli in Rassegna Nazionale del 16 Set- 
tembre 1898, E. Coli in Marzocco del 16 ottobre 1898]. 

P. Graindor, in Rev. de Vlnstruction Publique 1898, 1, p. 18. 

Fr. Groh, in Listy filologiche, 1898, III. p. 162-172, 

U. Pestalozza, in Rivista Bibliografica Italiana, a. Ili, n. 10, 
p. 487-490. 

L. Pinelli, Saggio di traduzione degl'inni di Bacchilide 
novellamente scoperti. Treviso, tip. Zoppelli, 1898. 

Th. R(einach) in Rev. des Études grecques n. 41, p. 17-30. 



255 



Anko L — N. 6. 



256 



U. V. Wilamowitz-Moellendorff in Nachrichten der K. Ge- 
aelUchaft der WUsenachaften za GtóUingen, PhìloL-hist. 
Klasse 1898. Heft 2, p. 228-236 (v. sopra p. 241). 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

(v. sopra p. 68 sqq. Ì09 aq. 172 8q, 206), 

m. — Soci obdinabi. 

Gandia prof. Egidio, Napoli 

IV. — Soci aggregati. 

Ghirordini prof. Gherardo, Pisa 

Giani dr. Duilio, Bepubblica di S. Marino 

Marvnlli prof. Giuseppe, Altamura (Bari) 

Pintor dr. Fortunato, Cagliari 

Roberti Giacomo, Bovereto (Trentino) 

Sciava prof. Bomano, Pesaro 

Serrano prof. Msurco, Napoli 

Volpe dr. Giovaochino, S. Arcangelo di Romagna (Porli) 



I soci che non hanno ancora pagato il 1<* semestre 
dell'anno sociale 1898-99, se ordinari, o l'intera annata, 
se aggregati, sono vivamente pregati di mettersi in regota 
al più presto. Le quote devono essere spedite all'Economo 
cav. P. Barbèra (66 via Faenza). 

Si raccomanda a tutti i soci e agli abbonati àélV Atene 
e Roma di comunicare «sollecitamente gli eventuali cam- 
biamenti d'indirizzi. Chi non avesse ricevuto qualche fa- 
scicolo del Bullettino, voglia reclamarlo alla Direzione. 



LIBRI KUOYI 



D. MSU*ZÌ. Di un framìtiento della parte di Cariane nel 
Fiuto di Aristofcme; pp. 8. 

* Pietro de Glasi. Frasario metodico della lingua latina. 

Noto, 1898. FascicoH I-IV. pp. 192. 

D. Bassi. Sette epigrammi greci inediti (estratto dalla 
' Riv. di Pil. e di Istr. classica', anno XXVI, fase. Ili); 
pp. 14. 

F. P. LuisO. Biordinamento delV epistolario di A. 2Va- 
versari con lettere inedite e note storico-cronologiche. Fa- 
scicolo primo : libri I-VII (estr. dalla * Riv. delle Bi- 
blioteche e degli Archivi ' , voli. Vili e IX) ; pp. 46. 

A. Boeri. H prologo di Decima Laberio tradotto in versi. 
Palermo, 1898; pp, 11. 

R. Slisei. Nuovi studi sulla patria di Froperzio (* Atti 
dell' Accademia Properziana del Subasio in Assisi ' 
numm. 10-12, pp. 165-216). 

* W. LundstrOUl. C, Flamimus ock Harmibal. Up- 

sala, 1898; pp. 79. 

* G. De Sanctis. ATeiS, Storia della Repubblica Ate- 

niese dalle origini alle riforme di Clistene. Roma, 1898 . 
pp. vii-364. 

* Orazioni di Cicerone annotate da Vincenzo D* Ad- 

dozio. /. De Imperio Cn. Fompei. Firenze, Sansoni, 1898; 
pp. 114 con una carta del Ponto. 



Aelii Aristidis, Smymaei quae superauni omnia edidit 

Bruno Keil. Volumen II orationes XVH-LIH oon- 

tinens. BeroHni apud Weidmannos MDCCXDVIII; 

pp. XXXVni-472. 
F, Vergila Maronis, Le Bucoliche con introduziane e note 

del professor U. PestalOZZa. Milano, Vallardi od. ; 

pp. 66. 
Ovidio e Tibullo, Elegie scelte con introduzione e note del 

prof, E. Crespi. Milano, Vallardi; pp. 114. 
Comelii N^otis, Vitae con notCf prefazione e indice geogruh 

fko storico pel prof, C* Mariani. Milano, Vallardi; 

pp. 208. 
M, TuUii Cieeronis. De Imperio Cn, Fompei Oratio ad qui- 

rites con note, introduzione storica^ saggi di retroversione 

del prof, Attilio De Marchi. Milano, VaUardi; 

pp. 64. 

* C. Stegmann. Orammatic<i della lingua latina tradotta 

e ridotta per le scuole italiane sulla 7« edizione tedesca 
con U consenso deWautore da Or, Decia e G. RigU- 
tini. Firenze, Bemporad, 1898; pp. IV-292. 

* Prof. Romano Sciava. Le imprecazioni e la Lidia, 

Foemetti d'ignoto autore latino con traduzione e commento, 
Pesaro, tip. Nobili 1898; pp. 117. 
Angiolo Orvieto. La filosofia di Senofane, Firenze, 
Seeber, 1899; pp. 179. 

* B. P. Grenfell and A. S. Hunt, The Óxyrhywkus 

Fapyri Part I. London 1898 ; pp. 284 e otto tavole di 
facsimili. 



G. VITELLI, Direttore, 



AaiSTiDE Bennardi, Gerente responsabile. 



Firenze, Tip. dei Fratelli Benoini, Via del Castellaccio 6. 



INSERZIONI A PAGAMENTO 



FIRENZE - G. BARBÈRA - editore 



RECENTISSIME PUBBLICÀZIONL 

Manuale della Letteratura latina compilato dai Pro- 
fessori GmoLAMO Vitelli e Guido Mazzoni. — 

Un volume L. 3. 50. 

(Questo Manuale fa riscontro al Manuale della 
Letteratura greca degli stessi Autori. — Un vo- 
lume L. 3,50). 



Le Odi e I Frammenti di Bacchilide. Testo greco, 
traduzione e note a cura di Niccola Festa. — 
Un volume L. 3. 00. 



A chi dirige le domande all^ Editore accompagnate dal- 
r importo si spedisce franco a domicilio. 



Anno L 



Novembre-Dicembre 1898. 



/--7 

». 6. 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



D1££ZI0NE 
Firenze — 2, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale L. 8. — 

Un fasoioolo separato > 1. 60 



AMMnnSTBÀZIONE 
66, Via Faenza — Firenze 



-^ SOMMARIO ^ 



I. G. Beloch, Le città dell' Italia antica p. 257 1 II. Onoranze ad Enrico Woil (G. Vitelli). Beoensioni 

E. Bomagnoli, L'Epinicio X di Bacohilide » 278 I ed annunzi p. 296 

C. Vitelli, Le Selve di Stazio > 288 | III. Atti della Società. Supplemento all' Elenco dei Soci. > 310 



LE CITTÀ DELL'ITALIA ANTICA 



Purono i Greci che portarono la civiltà in Italia. 
Prima del loro arrivo, nell'economia nazionale pre- 
dominava, quasi esclusivamente, P agricoltura e la 
pastorizia; dell'industria e del commercio si ave- 
vano appena i primi rudimenti. In tali condizioni 
era impossibile si sviluppassero città degne di que- 
sto nome. I Si cani, racconta Timeo (presso Diod. 
YI 6, 2), anticamente abitavano in villaggi, posti in 
cima alle più aspre colline per la paura dei bri- 
ganti; imperocché essi non erano sottoposti al do- 
minio di un solo re, ma ciascun villaggio aveva il 
suo proprio signore. E che anche i loro vicini, ed 
afl&ni di stirpe, i Siculi, vivessero nello stesso modo, 
lo han dimostrato gli scavi recenti dell'Orsi nella 
provincia di Siracusa. Nell'Italia centrale troviamo 
le medesime condizioni: la campagna romana era 
seminata di piccole città, ciascuna della superficie 
di pochi ettari, che sorgevano alla distanza di po- 
che miglia l'una dall'altra, politicamente indipen- 
denti, e perciò fra loro in continua guerra. Anzi, 
nella regione appennina tale stato di cose si è con- 
servato fino alla conquista romana. Anche la popo- 
lazione della valle del Po viveva sparsa in piccole 
stazioni, le cosi dette terremare ; centri maggiori vi 
facevano difetto ancora nel terzo secolo avanti l' èra 
volgare, ove si eccettui il littorale adriatico, e la 
regione vicina. • 

Le prime città, degne^di questo nome, che sorges- 
sero in Italia, furono le colonie greche. Anch'esse, 
come ben s'intende, in principio erano relativa- 
mente piccole: Siracusa p. e. al tempo della sua 
fondazione non abbracciava che l' isola di Ortigia; di 



Taranto e Cuma, in orìgine, non erano occupate che 
le acropoli. Ma avvenne nell'Italia greca lo stesso 
fenomeno, che nel tempo nostro si è ripetuto nelle 
colonie europee di America e di Australia. H rapido 
sviluppo economico fece aumentare in modo me- 
raviglioso la popolazione delle città, in maniera da 
uguagliare e da oscurare perfino le città della stessa 
madre patria. Nel sesto secolo Sibari era una delle 
più grandi città del mondo greco, non inferiore, e 
forse anche superiore alle due grandi metropoli com- 
merciali ed industriali della Grecia d'Oriente, Co- 
rinto e Mileto. Crotone, Taranto, Metaponto, erano 
bensi minori di Sibari, ma sempre città molto im- 
portanti. In Sicilia la maggiore città, nel sesto secolo, 
sembra essere stata Gela, salita a grande floridezza 
a causa dell'ubertoso suo territorio. Con Gela riva- 
leggiava Siracusa, che alla fine del sesto secolo non 
solo occupava tutta l'isola di Ortigia, ma aveva 
cominciato ad estendersi sul vicino continente sici- 
liano. Le due parti della città furono allora con- 
giunte insieme per mezzo di un argine, opera mera- 
vigliosa per quei tempi, e celebrata nelle poesie di 
Ibico (fr. 22 B*). 

I rivolgimenti politici, avvenuti verso la fine del 
sesto e nei primi decenni del quinto secolo, modifi- 
carono in gran parte questo stato di cose. Sibari fu di- 
strutta dai Crotoniati, e Crotone, in seguito a questa 
vittoria, diventò la prima città del continente ita- 
liano 0- In Sicilia Gelone, tiranno di Gela, presa 
Siracusa vi trasferi la sua residenza; la nuova 
capitale in brevi anni diventò la città più grande 
di tutto l' occidente ellenico. Gela invece incominciò 
a declinare; ma la sua colo]ìia Agrigento, fondata 

1) Tale era ancora un secolo dopo; ofr. Diod. XIV 103. 



Atene e Ronia I, 6 



6 



269 



Anno L -- N. 6, 



260 



nei primi decenni del sesto secolo, sali ad un grado 
di floridezza non mai raggiunto dalla metropoli, 
grazie alla fertilità del suo territorio e al senno 
politico e militare dei suoi tiranni Falaride e 
Terone. Al tempo delle gueiTe persiane Agrigento 
era la seconda città della Sicilia; e tale rimase 
fino alla conquista romana. 

Il quinto secolo segna il periodo più splendido nella 
storia delle colonie greche in occidente ; con la fine 
di quel secolo comincia il periodo della lotta per 
l'esistenza, nella Magna Grecia contro gli Italici, 
contro i Cartaginesi in Sicilia: Cuma fu presa dai 
Sanniti, Posidonia e Pyxus dai Lucani ; Selinunte 
ed Imera furono distrutte dai Cartaginesi. É vero che 
Imera risorse in un sito non molto distante dalP an- 
tico, sotto il nome di Terme; ed anche Selinunte 
venne rifabbricata ; ma né V una né V altra ricupera- 
rono mai l'antica grandezza. Altre città vennero 
distrutte nelle lotte interne tra Greci e Greci; op- 
pure decaddero, come Crotone in seguito alla scon- 
fitta sul fiume Eleporo ed ai progressi dei Bruzi 
neir intemo dell'odierna Calabria. 

In questa crisi le città Greche si strinsero intorno 
alla città più potente, Siracusa; in parte di loro 
buon grado, in parte costretti dalle armi di Dionisio. 
Cosi Siracusa divenne un'altra volta la capitale di 
un vasto impero, signora di quasi tutta la Sicilia, 
di una parte della Magna Grecia, e dei mari che 
bagnano le coste italiane. Giammai Siracusa era 
stata tanto potente. In conseguenza di ciò la popo- 
lazione della città si accrebbe rapidamente: ai due 
antichi quartieri, l'isola di Ortigia e l'Acradina, si 
aggiunsero i nuovi di Tica e di Neapoli. Siracusa 
ora era la prima di tutte le città greche *)? oscu- 
rando la stessa Atene, che a stento si rilevava dai 
disastri della guerra del Peloponneso. 

Uno sviluppo uguale, benché in proporzioni mi- 
nori, ebbe Taranto, L'eccellente suo porto, la po- 
sizione neir angolo intemo del golfo al quale essa ha 
dato il nome, la rendeva il naturale emporio del mez- 
zogiorno d' Italia ; la fortezza del sito la poneva al 
sicuro dagli assalti dei barbari. Così le città mi- 
nori della Magna Grecia, da Crotone in su, si strin- 
sero in lega attorno a Taranto, come le città si- 
ciliane si erano strette intorno a Siracusa; e Taranto 
diventò la città maggiore del continente italiano, 
come Siracusa della Sicilia. 

Vediamo ora se è possibile formarci un con- 
cetto concreto della grandezza di queste città. Il 

1) Meylffttjy rày 'EXXì]t'iif(oy nóXecoy la chiama Isocrate 
{^Xicod. 253) verso il 870 a. Cr. 



primo mezzo che ci si ofiBre per tale scopo, è il 
calcolo della superficie rinchiusa nelle linee di for- 
tificazione. É vero che fra superficie e popolazione 
non esiste un rapporto fisso. La cifra della popo- 
lazione infatti non è se non uno dei fattori che de- 
terminano la maggiore o minore ampiezza del -giro 
delle mura di una città; l'altro fattore, non meno 
importante, è formato da considerazioni d'ordine 
strategico. Tuttavia è chiaro che una data superficie 
non può contenere che una data popolazione; ap- 
pena la popolazione eccede questo limite massimo, 
si dovranno formare dei borghi fuori delle' mura, 
e se questi borghi diventano grandi e popolosi, si 
impone la necessità di rinchiuderli neUa linea delle 
fortificazioni. Per tale necessità, come è noto, mol- 
tissime fra le città italiane ampliarono la cerchia 
delle loro mura durante il medioevo ed il rinasci- 
mento. Lo stesso avvenne nell' età antica. 

Abbiamo dunque il diritto di valerci di questo 
criterio, ben inteso colle debite precauzioni. È facile 
di dame la prova empirica. Prendiamo ad esempio 
l' isola di Lesbo. Dagli autori sappiamo che la città 
maggiore era Mitilene; poi, a grande distanza, se- 
guiva Metimna; infine venivano le altre città. Le 
superfici occupate da queste città erano le seguenti * j: 

Ettari 

Mitileno 140.0 

Metimna 28.5 

Antissa 16.5 

Pirra . .' 9.5 

Arisba 7.0 

Ereso (città vecchia). . . 4.5 

Lo stesso risulta da uno sguardo alle superfici 
delle principali città siceliote ed italiote. Occupa 
il primo posto Siracusa con un'area di circa 1800 
ettari, poi segue Taranto con 570, Agrigento con 
poco più di 400, Gela e Metaponto con circa 200. 
Delle città minori, Posidonia aveva una superficie 
di 126 ettari, Napoli di circa 70, Megara Iblea 
di 61 '). Non è da dimeuticarsi tuttavia che non 
tutto lo spazio rinchiuso fra le mura era coperto 
di case. Così a Siracusa 1' area abitata difficilmente 
avrà ecceduto i 400 o 500 ettari ') ; anche a Ta- 

1) Koldewey, Lesbos (Berlino 1891) p. 11-80. 

«) La superficie d'Agrigento è calcolata sulla pianta 
del Toniazzo nella sua traduzione italiana della Topografia 
storica di Agi'igento dello Schnbring (Torino 1888), quella 
di Megara secondo Orsi Monumenti Antichi dei Lincei 1 694, 
quella di Metaponto secondo Michele La Cava Topografia 
e Storia di Metaponto (Napoli 1891). Per le altre cifre si 
confronti la mia liev&lkerung der griechisch-roniischen Weit 
p. 486 segg. 

3) Cfr. la mia Grlechiache Geschichte II 340 nota 3. 



261 



Anno L — N. 6. 



262 



ranto vi erano, fra le mura, vasti spazi disabitati *)> 
e lo stesso senza dubbio deve valere di Agrigento. 
Ma anche cosi le città siceliote ed italiote restano 
fra le più grandi del mondo greco '). Atene col Pireo, 
infatti, non aveva che una superficie di poco più di 
500 ettari, Efeso (dopo Lisimaco) di 415, Rodi di 
circa 200, Messene nel Peloponneso di circa 100. 

Ma tutto ciò non ci può dare che un concetto 
dell'importanza relativa delle città della Sicilia e 
della Magna Grecia. E questo non basta; abbiamo 
bisogno di sapere qualche cosa anche della loro im- 
portanza assoluta, cioè dell'ammontare della loro 
popolazione. S' intende che i risultati, ai quali ci è 
dato di arrivare, non possono essere che approssi- 
mativi, con un limite abbastanza largo dell'errore 
possibile, I Greci infatti non facevano nessuna di- 
stinzione politica ed amministrativa fra la città ed 
il suo territorio, e per conseguenza gli abitanti della 
città non potevano essere censiti a parte; quindi il 
numero dei cittadini di una nóhg greca, quando 
ci sia tramandato, si riferisce sempre a tutto lo 
Stato. Aggiungiamo che tali notizie occorrono nelle 
nostre fonti assai di rado, e che, meno rarissime 
eccezioni, non sappiamo nulla del numero degli ele- 
menti non cittadini della popolazione. Tuttavia, com- 
binando tutto ciò che ci offre la nostra tradizione, 
si poti-à arrivare a risultati, se non precisi, ad ogni 
modo sufficienti per lo scopo della nostra ricerca '). 

In prima linea possiamo eliminare, senz' altro, 
alcune cifre evidentemente esagerate. Agrigento, 
secondo Timeo, avrebbe contato 200,000 abitanti 
prima di essere presa dai Cartaginesi (406 a. Cr.); 
secondo altri perfino 800,000. Ma la stessa Atene, 
la più grande città industriale e commerciale di 
tutto il mondo greco, prima della guerra del Pe- 
loponneso non contava più di 100,000, o se vogliamo 
fare i calcoli molto larghi, 150,000 abitanti; è 
chiaro dunque, che Agrigento doveva essere molto 
più piccola. Ugualmente esagerata è la notizia, do- 
vuta a quanto pare ad Eforo, che Sibari prima della 
sua distruzione contasse 100,000 cittadini; per non 
parlare della cifra data da Timeo, che fa ammon- 
tare l'esercito messo in campo dai Sibariti contro 
Crotone a niente meno che 300,000 uomini. Tali 

1) Polyb. Vili 80, 5-8. 

*) Ciò è rilevato, per le città siciliane, da Tucidide 
VI 17. VII 57). 

8) Cfr., STI quanto segue, il Gap. VII della mia Bev&l- 
kerung, tradotto da Francesco Paolo AUegra-De Luca, in 
Archivio Storico Siciliano, n. s. XIV (Palermo 1889); v. an- 
che le mie Xuove Osservazioni sulla jìo^polazionc delV an- 
tica Sicilia, in Arch. Stor. Sic. n. s. XX (Palermo 1895). 



cifre non hanno bisogno di essere discusse, per chi 
abbia anche la più lontana idea delle condizioni 
economiche del mondo greco nel sesto secolo. Sibari 
può avere contato un 30-40,000 abitanti, e saranno 
già molti. 

Di Siracusa Tucidide dice (VII 28), parlando del 
tempo dell'assedio ateniese (415-13), che essa era 
allora « una città non minore di Atene ». Ciò por- 
terebbe la popolazione della città a 100,000 abitanti 
o giù di li. Sotto Dionisio la popolazione si accrebbe, 
e può essere quindi salita a 150,000. Sotto Timo- 
leonte il numero dei cittadini siracusani ammontò 
a 50-60,000, ciò che presuppone una popolazione 
cittadina (comprese cioè le donne e i ragazzi) 
di 150-200,000. Certo molti di costoro abitarono 
nel territorio, ma in compenso una parte non pic- 
cola della popolazione della città doveva esser com- 
posta di schiavi. Anche in seguito Siracusa rimase 
città molto popolosa, fino alla conquista romana. 

Alla presa di Selinunte da parte dei Cartaginesi 
(408 a. Cr.), secondo Diodoro che in questo luogo 
segue Timeo, furono uccisi 16,000 abitanti, 6000 
condotti in schiavitù, 2600 riuscirono a salvarsi. 
Sono in tutto 23,600, fra i quali però molti do- 
vevano essere i rifugiati della campagna. Selinunte 
dunque sarebbe stata una città di circa 20,000 abi- 
tanti ; e questa cifra non ha nulla di improbabile. 
Qualcuno, è vero, ha detto che le rovine dei templi 
delle città fanno presupporre una popolazione mag- 
giore. Ma non si è considerato, che città medievali 
di una ventina di migliaia dì abitanti (Siena p. e.) 
innalzarono edifizi destinati al culto, non meno gran- 
diosi di quelli degli antichi Selinuntini *)• D'altronde 
i templi furono costruiti non coi mezzi della sola 
città, ma dello Stato intero. 

Agrigento maggiore di Selinunte, minore di Si- 
racusa, avrà contato quindi un 50,000 abitanti, 
qualche decina di migliaia in più o in meno poco 
importa. E pare che la popolazione fosse ancora la 
stessa al tempo della prima guerra punica *). 

Su per giù della medesima grandezza doveva es- 
sere Taranto, se è vero che Q. Fabio Massimo, presa 
la città nel 209, vendè come schiavi 30,000 dei 
suoi abitanti. Nel quinto secolo la popolazione, senza 
dubbio, era minore. 

Palermo, la maggiore delle città fenicie della 
Sicilia, al tempo della prima guerra punica è detto 
che contava 27,000 abitanti. Anche questa cifra non 
ha nulla di improbabile, purché vi si comprenda 

t) Cfr. anche Tliuc. I 10, 2. 

i) Polyb. I 17, 5; 18, 7; Diod. XXIII 9. 



263 



Anko I. — N. 6. 



264 



anche la popolazione del territorio rifugiatasi nella 
città. 

In Reggio trovò superstiti 6000 abitanti Dionisio, 
quando la città gli si arrese nel 387. Moltissimi 
erano periti durante l'assedio, per le armi nemiche, 
e principalmente per la fame ; tuttavia sarà difficile 
supporre che sia mancata più di una metà della 
p<Tpolazione, visto sopra tutto che la città non fu 
presa d'assalto. Ciò darebbe un 10,000 abitanti, o 
giù di li. 

In base a questi dati, è possibile formarsi un 
concetto approssimativo della popolazione anche di 
quelle città, per le quali mancano notizie dirette. 
Cosi sappiamo che Gela nel quinto secolo fu mi- 
nore di Agrigento, maggiore di Selinunte : la sua 
popolazione quindi dev' essere ascesa a 30,000 abi- 
tanti, poco più. Imera e Camarina avevano all'incirca 
la stessa grandezza di Selinunte; Messina, Nasse 
e Catania la grandezza di Eeggio. Locri era più 
grande, come è dimostrato dalla vasta sua cerchia, 
dalla considerevole estensione del suo territorio, ed 
anche da notizie dirette delle nostre fonti; e molto 
più grande di Locri era Crotone, alla quale, per con- 
seguenza, verso il fine del quinto secolo si potrà at- 
tribuire una popolazione di non meno di 30,000 e 
forse di 40,000 abitanti. Due secoli dopo, al tempo 
della guerra d'Annibale, la città, compreso il ter- 
ritorio, non contava più di 2000 cittadini; di ma- 
niera che la popolazione complessiva che abitava 
dentro le mura, per quel tempo difficilmente può 
esser valutata a più di 10,000 persone. 

La storia della popolazione delle città siceliote 
ed italiote, fino alla conquista romana, si può rias- 
sumere quindi nel modo seguente. Movimento ascen- 
dente fino alla guerra del Peloponneso ; a partire da 
questo tempo Siracusa e Taranto continuano ad ac- 
crescere la loro popolazione, laddove la popolazione 
delle città minori, in Sicilia rimane nel complesso 
stazionaria, e diminuisce rapidamente nelle città del 
continente italiano. 

Non è da dimenticare tuttavia che questa de- 
cadenza relativa o assoluta è compensata, in parte, 
dallo sviluppo preso dalle città non greche della Si- 
cilia. I Siculi, nel quinto secolo, erano ancora un po- 
polo barbaro; durante il dominio di Dionisio essi inco- 
minciarono ad ellenizzarsi, ed in conseguenza di ciò 
anche nel loro paese si formarono centri di qualche 
importanza. Alesa, Agirio, Centuripe al tempo della 
guerra punica erano città floride, laddove Tucidide 
(VI 99, 3) chiama Centuripe una cittadina {n6Xiaiia\ 
e Alesa al tempo delle guerre del Peloponneso non 



esisteva neppure. Quello poi che Diodoro racconta 
della grandezza della sua patria Agirio, che al prin- 
cipio del quarto secolo avrebbe contato non meno di 
20,000 cittadini (XIV 97), è senza dubbio da ac- 
cogliere con molta riserva. Anche le città fenicie 
debbono essersi avvantaggiate dall' incremento della 
potenza cartaginese; non possiamo dubitare che Pa- 
lermo, la maggiore fra queste città, nel secolo terzo 
fosse molto più popolata di quello che non fosse 
nel quinto. 

Ma passiamo alla parte non greca del continente 
italiano. Nelle regioni, che si trovavano in diretto 
e continuo contatto coi Greci, nella Campania cioè, 
nel Lazio e nella Etruria sulla costa tirrena, nelle 
Puglie e nella regione adiacente alle foci del Po 
sulla costa adriatica, la civiltà ellenica andò man 
mano infiltrandosi, almeno nelle sue manifestazioni 
esteme : l' industria ed il commercio cominciarono a 
svilupparsi, e come conseguenza di ciò si formarono 
città considerevoli. H resto della penisola invece, la 
regione appennina dalla Liguria al Sannio e l'in- 
terno della pianura padana continuò press' a poco 
nello stato di prima. 

Nelle Puglie le due città più importanti (dopo 
Taranto, ben inteso) erano Arpi e Canosa; anzi se- 
condo Strabene (VI 283) esse, anticamente, sareb- 
bero state le più grandi fra tutte le città non greche 
d'Italia, come era dimostrato dall'ampiezza delle 
loro cerchie. Di Arpi ora al disopra del suolo non 
rimane più nulla, o quasi; delle mura di Canosa 
rimangono avanzi, ma ignoro se si possa rintrac- 
ciare tutto il giro dell' antica cerchia, e credo non 
se ne sia mai rilevata una pianta. Anche Larino 
sembra essere stata una città importante, se è vero, 
come asserisce uno scrittore locale, che l'area rin- 
chiusa dalle sue mura comprendeva 165 ettari -)• 

Nella Campania la città principale, anzi l'unica 
città grande nel tempo preromano, era Capua con 
una superficie di circa 180 ettari; è noto che essa, 
al tempo di Annibale, era la prima città italica 
dopo Roma. 

Nel Lazio vi erano due città grandi : Ardea, con 
una superficie di 85 ettari, e Roma. La cerchia cosi 
detta ser\'iana, la quale però non fu costruita, od 
almeno ultimata, che nel quarto secolo, rinchiude uno 
spazio di circa 430 ettari. Roma fin d'allora era 
la più grande di tutte le città italiane eccettuate 
Siracusa e Taranto. Le città dell' intemo del Lazio 
invece erano poco importanti: Preneste, la princi- 

1) Magliani Larino (Campobasso 1895) p. 35. — Sulle 

cifre che seguono cfr. la mia Bcvolkcrumj p. 487. 



265 



Akno I. — N. 6. 



266 



pale fra tutte, non aveva che una superficie di 32 et- 
tari, Tuscolo di 14. 

Anche le città marittime delPEtruria erano in 
parte molto considerevoli. Cere, forse la più ricca 
di tutte, aveva una superficie di circa 120 ettari; 
e press' a poco lo stesso spazio era rinchiuso dalle 
mura di Volterra, Tarquinia, Volci, Vetulonia, Veio, 
erano pur esse grandi città. Le città delF intemo, 
anche in questa regione erano molto meno impor- 
tanti; Perugia, Cortona, Fiesole non occupavano che 
uno spazio di circa 30 ettari ; e la stessa Volsinii 
(Orvieto), cosi celebre per le sue ricchezze, non aveva 
che una superficie di circa 80 ettari *). 

A quale cifra poteva ammontare la popolazione 
di queste città? In generale è chiaro che la popo- 
lazione non poteva essere molto densa. Le case erano 
basse, e una parte non piccola dello spazio rinchiuso 
dalle mura doveva essere disabitato; infatti le for- 
tificazioni servivano non soltanto a proteggere gli 
abitanti delle città, ma anche a dar ricovero, in 
tempo di guerra, alle popolazioni del territorio ed 
alle loro greggi. Notizie concrete sul numero della 
popolazione mancano. Sappiamo tuttavia che la Cam- 
pania romana, cioè la prefettura campana, al prin- 
cipio della guerra d'Annibale contava 34,000 citta- 
dini maschi adulti '), cioè una popolazione cittadina 
di 100,000 incirca. Aggiungendo gli schiavi ed i 
peregrini, due categorie che in quel tempo non po- 
tevano essere molto numerose, si arriverebbe ad un 
totale di tutt'al più 160,000. E questa cifra non 
sarà certamente inferiore al vero, visto che la pre- 
fettura campana aveva allora una superficie di circa 
1000 chilometri quadrati, di modo che si avrebbe 
una densità di 150 al chilometro quadrato, densità 
che non fa oltrepassata forse da nessun' altra regione 
del mondo antico, eccettuato il solo Egitto. Ora la pia- 
nura campana era un paese fertilissimo, coltivato 
a guisa di un giardino ; e vi esistevano oltre a Capua 
numerose città minori. Posto tutto ciò, sarà difficile di 
attribuire alla città di Capua, in quel tempo, una po- 
polazione maggiore di 50,000 abitanti incirca. Roma 
aveva un' estensione doppia di quella di Capua, e 
quindi si può supporre che la sua popolazione am- 
montasse a circa 100,000 abitanti; può darsi tut- 
tavia che tanto la popolazione di Roma quanto quella 
di Capua rimanesse considerevolmente al di sotto di 

1) Queste cifre relative alla superficie delle città etru- 
sche non si fondano che su oalcoU approssimativi, ese- 
guiti col mezzo del compasso, meno quella per Cere, che 
è ottenuta mediante un calcolo planimetrico. 

<)Liv. 28, 5, colle mie osservazioni op. cit. p. 419. 



queste cifre. E chiaro poi, che Roma nel quarto secolo 
doveva esser molto meno popolosa di quello che non 
fosse verso la fine del terzo. 

La conquista romana fu funesta alla maggior 
parte delle grandi città italiane ; e più funesta an- 
cora fu la sollevazione del mezzogiorno d' Italia nella 
guerra d'Annibale. Siracusa, Agrigento, Taranto, 
Arpi furono prese a viva forza, e non si riebbero 
mai da quella catastrofe. Capua, privata della sua 
autonomia e punita colla confisca di tutta la sua 
proprietà fondiaria, per più di un secolo non potè 
ricuperare il suo antico splendore. Canosa, quantun- 
que rimasta sempre fedele a Roma, pure decadde 
al pari di Arpi. Di Ardea, al tempo d'Augusto, 
non rimase altro che il magnum nomen '). Lo stesso, 
o quasi, vale delle città dell' Etruria marittima '). 
Roma invece vide aumentare la sua popolazione 
di giorno in giorno. Invano il governo cercò di porre 
un freno a quest'affluenza, coli' espulsione degli ele- 
menti non cittadini. Quando poi, al tempo dei Grac- 
chi, si incominciarono le distribuzioni semi-gratuite 
e poi gratuite di fromento alla plebe in Roma, la 
immigrazione dalle città minori e dalla campagna 
prese proporzioni veramente allarmanti, sopra tutto 
dopo che la guerra sociale aveva procurato il diritto 
della cittadinanza romana a tutti gli Italici. Cosi la 
città si estese da tutti i lati oltre le antiche mura 
' serviane ': l'area abitata si accrebbe da circa 
400 ettari, quale era stata al tempo di Annibale, 
a 1200 ettari al tempo d'Augusto. Roma era diven- 
tata la città più grande di tutto il mondo. 

A quale cifra poteva ammontare la sua popola- 
zione ? ') S' intende che non si può dare una risposta 
precisa a questa domanda, tuttavia non mancano 
notizie per poter arrivare almeno ad un risultato 
approssimativo. Sappiamo che il numero dei citta- 
dini, ai quali fu distribuito del grano nell' anno 62 
a. Cr., era di circa. 200,000; resa in quell' anno 
completamente gratuita questa distribuzione, la cifra 



1) Verg. Aen. VII 410. 

«) Populonium era deserto (Strab. V 223), di Cere « non 
rimanevano che le vestigia » (Strab. V 220). 

8) Ho trattato della popolazione di Boma antica nel 
Bullet'm de Vlnstitut internai ional de statistique dirotto dal 
Bodio, anno I (1886), fase. 1, e a p. 892 segg. della mia 
Bevdlkerung ; si confrontino inoltre le mie osservazioni nei 
JahrlHlcher fllr NationaloekoTwmie und Statistik del Conrad 
3* serie, voi. xiii (1897) p. 328-334, e quelle del Hiilsen 
Rdmische Mittheilungen ^11 (1891) p. 283 e XII (1891) 148. 
In quest'ultima memoria è dimostrato, che P estensione 
delParea abitata al tempo d^ Augusto corrisponde ad un 
di presso alla superfìcie rinchiusa più tardi dalla cerchia 
di Aureliano. 



267 



Anno I. — N. 6. 



268 



nel 46 sali a 320,000, per discendere poi, dopo la 
morte di Cesare, a 250,000. Nel 5 a. Cr. la cifra 
di 320,000 era un' altra volta raggiunta. A partire 
da questo tempo Augusto cominciò a stringere i 
freni, in maniera che alla morte di lui la cifra era 
ridotta a poco più di 150,000, rimanendo poi sta- 
zionaria durante i due secoli seguenti. Ora il grano 
si distribuiva a tutti i cittadini maschi al di sopra 
dei 10 anni, che ne facevano richiesta; i ragazzi d'età 
minore potevano ammontare tutt'al più ad un de- 
cimo della popolazione maschile ^), ed ì pochi se- 
natori e cavalieri, che non presero parte alle di- 
stribuzioni del grano, possono essere trascurati in un 
calcolo approssimativo come il nostro. É chiaro inol- 
tre che vi doveva essere a Roma una grande ecce- 
denza del sesso maschile sopra il femminile, appunto 
perchè il grano si distribuiva ai soli maschi; sicché 
la popolazione cittadina totale, nel 5 a. Cr,, difficil- 
mente potrà aver oltrepassata la cifra di 600,000. 
Le restrizioni poi introdotte da Augusto nella di- 
stribuzione del grano, dovevano avere per effetto 
che molti cittadini domiciliati a E,oma abbandonas- 
sero la capitale e ritornassero ai loro municipi, op- 
pure si spargessero nelle provincie. Non potremo dun- 
que essere molto lontani dal vero, supponendo che 
la popolazione cittadina di Roma alla morte d'Au- 
gusto ammontasse ad un mezzo milione incirca. 

Restano i peregrini e gli schiavi. Sul numero di 
questi ultimi sono in voga idee molto esagerate. É 
vero che vi erano a Roma famiglie senatorie che 
avevano al loro servizio centinaia di schiavi ; ma il 
numero di tali famiglie era molto ristretto, e la im- 
mensa maggioranza della popolazione, coloro che per- 
cepivano il grano pubblico, non erano in grado di 
tenere domestici. Inoltre Roma, al tempo dell'impero 
come più tardi sotto i papi, consumava assai più di 
quello che non producesse, di guisa che il numero 
degli schiavi occupati in lavori industriali, per quanto 
ragguardevole considerato in sé stesso, non poteva es- 
sere soverchiamente grande in rapporto alla popola- 
zione libera. Quanto ai peregrini poi, essi erano arti- 
giani, commercianti, medici, professori e via dicendo, 
ma non appartenevano, salve poche eccezioni, alla 
classe operaia, e però il loro numero non poteva 
essere molto grande, relativamente almeno. Da tutto 
queste considerazioni diventa sommamente improba- 

1) Nel 1881 i maschi al di sotto dei 10 anni forma- 
vano, a Berna, il 13,7 per cento «della popolazione ma- 
schile; ma al tempo di Augusto questa percentuale do- 
veva essere considerevolmente più bassa, visto che la 
ìnaggior parte di coloro che percepivano il grano non 
aveva famiglia. 



bile che la popolazione non cittadina di Roma fosse 
maggiore di numero della popolazione cittadina ; e si 
verrebbe ad avere un totale di un milione incirca, 
qualche centinaio di migliaia di più o di meno poco 
importa. 

Questo risultato è pienamente confermato dalle no- 
tizie che ci sono tramandate intomo al consumo di 
grano della città. Tale consumo al tempo di Settimio 
Severo ammontava a 75-80,000 modii al giorno, os- 
sia a 27-29,000,000 di modii all'anno; contando 36 
modii a testa si avrebbe una popolazione di 750- 
800,000 abitanti incirca. È vero che questa cifra 
si riferisce ad un'età di due secoli posteriore alla 
augustea. Ma la popolazione, in questo frattempo, 
non può avere variato di molto. Roma imperiale, 
infatti, deve la sua grandezza a due cause : alla sua 
posizione come capitale politica di quasi tutto il 
mondo civile, e alle distribuzioni del fremente) alla 
plebe. Ora il numero di coloro che percepivano il 
grano dallo Stato al tempo di Settimio Severo era 
press' a poco lo stesso che al tempo d'Augusto; e 
nulla si era mutato neUa posizione di Roma come 
capitale dell' impero. E se ci volesse un' altra prova, 
r avremmo in questo, che l' area occupata dalla città 
al tempo di Settimio Severo era ancora press' a poco 
la stessa che nella età augustea. 

Quest'area, l'abbiamo già veduto, era di circa 1200 
ettari ; si avrebbe dunque, computando un milione di 
abitanti, una densità media di circa 800 per ettaro. 
Ma è chiaro che a Roma, come in tutte le altre 
grandi città, la popolazione doveva essere maggior- 
mente agglomerata nel centro che nella periferìa. In- 
fatti, delle 14 regioni in cui Augusto divise la città, 
7 comprendono all' incirca lo spazio rinchiuso dal- 
l' antica cerchia serviana ; questa cerchia dunque do- 
veva contenere circa una metà della popolazione to- 
tale. Ed essendo la superficie della città serviana 
di 430 ettari, ne risulta per questa parte di Roma 
imperiale una densità di circa 1200 abitanti per 
ettaro: densità non molto minore di quella che si 
trovava, prima dello sventramento, nei quartieri più 
popolati di Napoli, ove, nel 1881, si avevano 1470 
abitanti per ettaro. Nei quartieri poi ove la popola- 
zione maggiormente si agglomerava, nella Subura 
e sul Tevere presso il Foro Boario, la densità do- 
veva essere ben più grande ancora* 

Dal complesso di tutti questi fatti mi pare ri- 
manga stabilita abbastanza bene la popolazione di 
Roma durante i due primi secoli dell'impero; essa 
non può essere stata né molto maggiore, né molto 
minore di un milione di abitanti. É una cifra, che 



269 



Anno t — N. 6. 



210 



nessun* altra città d' Europa ha raggiunta prima del 
principio del secolo nostro. E quanto al mondo an- 
tico, la città più grande dopo Eoma, Alessandria 
d' Egitto, verso il 60 a. Or. non contava più di 
300,000 abitanti liberi sopra una superficie di circa 
900 ettari. 

Lo sviluppo preso da Roma ebbe per conseguenza 
che anche il suo porto, Ostia, diventasse una città 
considerevole. Con Ostia rivaleggiava Puteoli, V em- 
porio principale del commercio fra V Italia e T o- 
riente ellenico. Già verso la fine del secondo secolo il 
poeta Lucilio la chiama Delum minorem^ parago- 
nandola in questo modo col primo porto commer- 
ciale del mare Egeo. Durante il secolo seguente 
Puteoli prese uno sviluppo splendidissimo, special- 
mente dopo la costruzione del celebre molo di cui 
gli avanzi tuttora rimangono. Sotto, Augusto e du- 
rante tutto il primo secolo deU* impero era la più 
importante di tutte le città marittime italiane. 

La Campania aveva due altre città marittime 
d' importanza, Napoli e Pompei. La superficie della 
prima era di circa 70 ettari, quella della seconda 
di 64,7 ; la popolazione delle due città quindi do- 
veva essere presso a poco la medesima. Durante 
r età imperiale Napoli prese uno sviluppo conside- 
revole ; si formarono dei borghi estesi, i quali, alla 
fine di questo periodo, furono rinchiusi nella nuova 
cinta di fortificazioni fatta costruire da Valenti- 
niano IH (verso il 440) *). Puteoli invece decadde 
durante il basso impero, e Pompei fu cancellata 
dal numero delle città italiane per la catastrofe 
delPanno 79, di guisa che Napoli rimase la prima 
città del littorale campano. La superficie rinchiusa 
dalle mura valentiniane era superiore a 100 ettari. 

Neil' intemo Capua riacquistò il suo antico splen- 
dore, dopo che, nel 58 a. Cr., fu inalzata al grado 
di colonia. Un poeta dell' età di Domiziano la pa- 
ragona alla stessa capitale d'Italia: 

Magnae tracius imitcmtia Romae 
Quae Capys advectia implevit moenia Teucris. >) 

Al tempo del basso impero anche Capua cominciava 
a decadere; tuttavia Ausonio, verso l'anno 400, 
le assegna ancora il terzo posto fra le città italiane, 
e l' ottavo fra tutte le grandi città dell' impero '). 
Sulla via Latina, fra Roma e Capua, sorgeva una 
serie di città importanti, delle quali la principale 

1) CIL, X 1585. 

«) Stat. Silv. Ili 5, 76 seg. 

») Auson. Orda nobU» urb. 8 Illa potens opibusque vct- 
lensy JRonia ctUera quondam.,,, octavum reiecia locum vix paene 
tueiur. 



era Teano *)• Seconda in grandezza era Aquino, detta 
da Cicerone frequens munieipium, da Strabene jU«- 
ydXrj TióXig, da Silio ingens Aquinum; ed infatti 
le sue mura rinchiudevano una spazio di 85 ettari, 
estensione che non fu raggiunta se non da ben poche 
città italiane al tempo dell' impero *). Essa deve la 
sua importanza in parte alla decadenza della vicina 
Eregelle, che nel terzo e secondo secolo prima del- 
l'era nostra era stata la prima fra tutte le città 
della valle del Liri, ma privata della sua autono- 
mia, in seguito all'infelice tentativo di ribellione 
nell'anno 125, aveva perduto ogni importanza. Mi- 
nori, ma sempre considerevoli, erano Casino ed 
Anagni, l'antica capitale degli Ernici. 

Le rimanenti città della Campania : Cales, Sues- 
sula, Atella, Nola, Nuceria, Acerrae, Abella, « ed 
altre ancora minori di queste > a dire di Strabene, 
non erano che città piccole, almeno in paragone 
di Capua e Teano '). Nel Lazio la decadenza era 
generale ; Gabii, Labicum, Bovillae erano quasi de- 
serte, Eidenae un villaggio, Tuscolo una piccola 
città *). L' Etruria, l' Umbria e la regione dell' Ab- 
bruzzo non contenevano, sotto l' impero, nessuna città 
che si potesse dire anche di second' ordine. Delle 
città del Sannio « nessuna era degna di essere con- 
siderata una vera città » (Strab. V 250), eccetto 
Benevento. Del resto, nel mezzogiorno d'Italia le 
sole città di qualche importanza erano la colonia di 
Venosa, alla quale dava vita la via Appia, e Brin- 
disi, ove si imbarcava chi andava nell'oriente el- 
lenico. Anche Taranto, per quanto decaduta dalla sua 
antica grandezza, pure si manteneva sempre una città 
considerevole *). 

In Sicilia la prima città, anche sotto 1' impero, 
fu Siracusa. E vero che dei suoi quattro quartieri ora 
non erano abitati più di due, l'isola Ortigia cioè 
e l' Acradina ; ma anche cosi la città aveva un'esten- 
sione di circa 150 ettari, cioè press' a poco la gran- 
dezza di Capua *). La seconda città dell' isola era 

1) Strab. V 237 fÀsylcit] ovaa tày ini t^ Aaxii'ui nóXeoìv, 

s) Cic. Phil. II 41, 106; Strab. V 237; Sii. VIII 405. 
La superficie è calcolata sulla pianta d^ Aquino, tuttora 
inedita, del Dott. Eliseo Grossi. 

8) Strab. V 249 cfr. Verg. Georg, II 225 su Acerra, 
PHn. Nat. HUt, III 70 su Casilino, Sii. Vili 544 su Ca- 
lazia, luv. Ili 2 su Cuma, Sisenna fr. 53 e Strab. V 
246 su Ercolano. 

*) Cic. Plofnc, 9, 21, 23; Horat. EpUu 1 11,7. Si potreb- 
bero citare altri innumerevoli passi. 

5) Strab. VI 250. 278. 

e) Strab. VI 270. L^ estensione della parte abitata della 
città può essere desunta dalla posizione dell^ anfiteatro, 
distante di circa un chilometro dall' istmo che unisco Or- 
tigia all' Acradina. 



271 



Anno I. — N. 6. 



272 



Catania, che sotto gli imperatori era più florida che 
non era mai stata nel periodo dell' indipendenza el- 
lenica *). La superficie rinchiusa dalle mura abbrac- 
ciava da 70 a 80 ettari, e questo spazio doveva 
essere tutto occupato da case, visto che V anfiteatro 
fu costruito all' estremo limite settentrionale della 
città. Terza in importanza, almeno sulla costa orien- 
tale, e probabilmente dell'isola intera era Messina*). 
Delle rimanenti città siciliane le più importanti, in 
questo periodo, sembra che fossero Palermo e Lilibeo. 

Cicerone, parlando dell'età poco dopo la morte 
di Siila, chiama Centuripa civitas totius Siciliae 
multo maxima et locupletissima^ e dice che contava 
10,000 cittadini •). Tali asserzioni tuttavia si rife- 
riscono in prima linea non alla città, ma al co- 
mune di Centuripa; e forse non debbono essere 
prese troppo alla lettera. Resta infatti difficile a 
concepire, che Centuripa in quel tempo potesse es- 
sere maggiore della stessa capitale dell' isola, di Si- 
racusa; tanto più che Centuripa doveva la sua flo- 
ridezza esclusivamente alla fertilità del suo terri- 
torio e al privilegio dell' immunità concessale dai 
Bomani, ma data la sua posizione non poteva mai 
essere una grande città commerciale. Checche ne 
sia, Centuripa dovè decadere, quando questa posi- 
zione privilegiata le fu tolta, in gran parte almeno, 
da Cesare; inoltre la città soiFerse molto nella guerra 
contro Sesto Pompeio. Ottaviano la favori, ma non 
riuscì a renderlo 1' antico splendore *). 

Le altre due grandi isole italiane rimasero sem- 
pre inferiori alla Sicilia, quanto al loro sviluppo 
economico. La Corsica non ebbe mai città di qual- 
che importanza; e la Sardegna, al tempo di Augu- 
sto, non aveva che due città alquanto considerevoli, 
Carales e Sulci '). 

Resta l' alta Italia. Questa regione^ fino al tempo 
della guerra d'Annibale, si trovava in condizioni 
economiche molto primitive, ed in conseguenza di 
ciò era quasi completamente destituita di città nel 
vero e proprio senso della parola ; solo dalla parte 
delle coste adriatiche si trovavano alcuni centri 
maggiori, Ariminum e Ravenna sul littorale, Adria 
poco lungi dalla foce del Po, e più dentro terra 

1) Strab. VI 268; oppidum locuples, honestum, copiosum. 
(Cic. Verr. IV 23,50). Ancora Ausonio (Ordo nohil. uro,) 
enumera Catania e Siracusa fra le città principali del 
suo tempo, assegnando loro per altro uno degli ultimi 
posti. 

«) Strab. VI 268. 

3) Verr. IV 23,50; II 68,163. 

t) Strab. VI 272. 

6) Strab. V. 224. 



Patavium, Ateste, Mantua e Bononia. La conqui- 
sta romana portò la civiltà anche nell' interno del 
paese ; durante il secondo secolo la regione alla de- 
stra del Po fu seminata di numerose colonie, di 
fora e concUiabula civium Romanorum. Più lento fu 
lo sviluppo sulla sinistra del fiume, ove le colonie 
romane erano rare, e nei monti della Liguria; ma 
anche qui gli antichi villaggi cominciarono a tra- 
sformarsi in città, quando la legge Pompea (89 
a. Cr.) ebbe concesso il diritto latino agli abitanti. 
Finalmente Cesare ed Augusto fondarono una serie 
di città nella regione ai piedi delle Alpi: Novum 
Comum, Augusta Praetoria Salassorum, Augusta 
Taurinorum, Augusta Bagienniorum, e dal lato d'o- 
riente Concordia, Forum luli (Cividal del Friuli), 
lulium Camicum. 

Fra le città di tutta questa regione la più con- 
siderevole, al principio dell' impero, era Padova. Lo 
spazio rinchiuso dalle sue mura era di 86 ettari in- 
circa, ma vi erano inoltre degli estesi sobborghi. Nes- 
sun' altra città italiana — Roma naturalmente eccet- 
tuata — contava un numero cosi grande di famiglie 
di grado equestre ')• Poco minore di Padova era Bo- 
logna, anch'essa con una superficie di ben 80 ettari ; 
indi seguiva Modena (circa 65 ettari) *). Di minore im- 
portanza, ma sempre città considerevoli, erano Parma, 
Piacenza, Cremona, Tortona '). Anche Verona era 
una « grande città », relativamente almeno, la sua 
superficie non essendo che di 45 ettari *). Meno 
grande, a dire di Strabene, era Brescia; ed infatti 
le sue mura non racchiudevano che uno spazio di 
36 ettari, ove si prescinda dalla rocca *). Milano, 
Novara, Ivrea, Vercelli da Tacito son dettò firmissima 
transpadanae regionis municipia •). Anche Aosta e 

*) Strab. V, 213 naatìy aQiart^ nwy tavr^ nóXeofv ; Mela 
II, 4, 60. Sulla topografia v. Gloria L'Agro FcUavino dai tempi 
romani alla pace di Costanza (Venezia 1881). Ritengo che 
la città antica, come quella medievale fino al sec. xii, com- 
prendesse lo spazio rinchiuso dai canali intemi, entro i 
ponti S. Michele, Torricella, S. Lorenzo, Altinate, Molino, 
Tadi, S. Giovanni, parecchi dei quali sono di costruzione 
romana. 

») Strab. V, 216 ; Mela 1. e. Sulla topografia antica di 
Bologna, Gozzadini Studi arcìieologico-topografici sulla città 
di Bologna (Bologna 1868) ; su quella di Modena, Crespel- 
lani Gli (wami monumentali di Modena (Modena 1888). Il 
calcolo della superficie di quest^ ultima città parte dal pre- 
supposto che essa, al pari delle altre colonie romane nella 
regione padana, avesse la forma di un rettangolo. 

3) Strab. V, 216, 217. 

*) Strab. V, 213 nóXig fXByaXrj] Martial. XIV, 194 magna 
Verona. Sulla topografia, Maffei Verona illustrata. 

8) Strab. V, 218; pianta presso Oderici Storia di Bre* 
scia, voi. I. 

6) Tac. HisU I, 70 j cfr. per MUano Strab. V, 218. 



273 



Anho I. — N. 6. 



274 



Torino erano città importanti, la prima con nna su- 
perficie di 41, la seconda di 47 ettari *). Città pic- 
cole invece erano Mantova, Eeggio, Imola (Eorum 
Comelii), Faenza, Cesena, Vicenza, Oderzo, Adria, 
Concordia *). 

La conquista delle Alpi e dei paesi danubiani per 
opera di Augusto fece si che la Oallia cisalpina, 
da paese periferico che era stato prima, diventò una 
delle regioni centrali dell'impero. In conseguenza di 
ciò Aquileia diventò un grande emporio, occupando 
il posto che più tardi ebbe Venezia, e nel tempo 
nostro Trieste. Al principio del terzo secolo essa era 
una delle principali città italiane; due secoli dopo 
Ausonio le assegna il nono posto fra le città grandi 
deir impero, il quarto fra quelle d' Italia. Lo spazio 
rinchiuso dalle mura d' altronde non sembra essere 
stato maggiore di 64 ettari '). Anche Ravenna acqui- 
stò importanza considerevole. Augusto ne aveva 
fatto il principale porto militare dell' Adriatico ; nel 
basso impero la forte posizione della città nel mezzo 
deUe lagune fece si che essa diventò la residenza 
degli imperatori d'occidente. Ma tutte le altre città 
della regione cisalpina furono oscurate dallo sviluppo 
che prese Milano durante l'età imperiale. Ausonio, 
verso il 400, non trova parole per descriverne la 
magnificenza : 

Et Mediolam mira omnia; capta rerum 
Innumercte eultaeque domus.... 
Omnia quae magnis operum velut aemula formi» 
Eoccellunty nec iuncta premit vicinia Romae; 

e la dice la seconda città d'Italia, superiore quindi 
alla stessa Capua, che si deve contentar del terzo 
posto. Nel sesto secolo Procopio la chiama la seconda 
città di tutto l'occidente. La superficie, dopo l'am- 
pliamento per opera di Massimiano Erculio, era di 
133 ettari*). 

Vediamo ora a quale cifra potesse ammontare la 
popolazione di queste città al tempo dell'impero. A 
tal fine prendiamo le mosse da Pompei, di cui le 
condizioni edilizie, come ben s' intende, ci sono me- 
glio conosciute di quelle di qualunque altra città 
antica. 

Il numero delle case di Pompei, scavate fino al 
1872, era di 258. Esse o non consistevano che del 

1) Secondo le piante del Promis, Aosta e Torino. 

«) Strab. V 213, 214, 216j cfr. per Mantova Martial. 1. e. 

«) Herodian. Vili, 2; Auson. Ordo nobil. urb. 9. Maio- 
nica Aquileia zur RUmerzeit (Gorizia 1881). Vi erano però 
dei borghi: Herodian. Vili 4, 5. 

*) Auson. 1. e. 7; Procop. Beli, Goth. II 7 p. 178 Bonn. 
Pianta presso Angelo Fumagalli Vicende di Milano durante 
la ffuerra con Federigo I imperadore, Milano 1778. 



solo pian terreno, o avevano tutt' al più un piano su- 
periore. Vi erano inoltre in queste case, 336 bot- 
teghe con camere annesse, separate dalla abitazione 
principale *)• Supposto, e sarà un calcolo molto largo, 
che la metà delle case avesse un piano superiore da 
affittarsi separatamente, il numero totale delle abi- 
tazioni sarebbe di circa 700, corrispondenti ad al- 
trettante famiglie o ad una popolazione libera di 
3000-3500 abitanti. Ed essendo la parte scavata nel 
1872 circa un terzo della superficie totale della città, 
la popolazione libera di Pompei potrà essere calco- 
lata a 9-10,000 abitanti. Ora è chiaro che i bot- 
tegai e gli inquilini dei piani superiori, gente po- 
vera, non potevano avere che un numero limitatissimo 
di schiavi ; gli schiavi invece dovevano appartenere 
quasi esclusivamente alle famiglie agiate abitanti nei 
pianterreni ; e ammesso che ciascuna di queste fa- 
miglie ne avesse in media 10, si avrebbero circa 
8,000 schiavi, ed una popolazione totale di circa 
17-18,000. Questa cifra sarà piuttosto superiore che 
inferiore alla verità, perchè la media di 10 schiavi 
per casa è certo molto elevata. Si potrà dire quindi 
che Pompei dentro le sue mura conteneva una po- 
polazione di 16,000 abitanti incirca. Il Fiorelli fissa 
la cifra a 12,000; invece il Nissen va su fino a 
20,000, ma egli parte dall' ipotesi arbitraria, e cer- 
tamente esagerata, che il numero delle abitazioni a 
Pompei sia stato di 3600 '). Si potrà tuttavia tener 
ferma la cifra di 20,000, includendovi anche i bor- 
ghi, sull'estensione dei quali, del resto, non sappiamo 
nulla di preciso. 

La superficie rinchiusa dalle mura di Pompei es- 
sendo di ettari 64,68, ne risulta una densità di 
popolazione di 231 per ettaro. A Roma, come ab- 
biamo veduto, questa densità era di 800 per ettaro 
in tutta la città, e di più di 1000 nella parte con- 
tenuta entro le antiche mura serviane ; ma a Roma 
le case erano molto più alte che non fossero a Pom- 
pei, e d'altronde è noto che più grande diventa una 
città, e più vi si addensa la popolazione, special- 
mente nella regione del centro. Il risultato da noi 
ottenuto sta dunque in buona armonia con quello 
ottenuto per Roma. 

1) Fiorelli, Relazione sugli scavi di Pompei del 1861-1872^ 
p. 10 App. e segg. 

») Nissen Pompejanische Siudien p. 378. Sul numero 
delle case e delle botteghe non può cadere dubbio ; le prime 
erano circa 800, le seconde un migliaio. Resterebbero dun- 
que, secondo il Nissen, 1800 abitazioni nei piani superiori, 
cifra certamente esagoratissima, visto che molte case man- 
cavano di piniii superiori, ed in altro quosto piano era oc- 
cupato, insieme al pianterreno, dagli stessi padroni. 



275 



Anno I. — N. 6, 



276 



Ora è chiaro che le condizioni edilizie delle altre 
città minori d'Italia dovevano in generale rassomi- 
gliare a quelle di Pompei. Non saremo dunque molto 
lontani dal vero, applicando la densità della popo- 
lazione, quale l'abbiamo trovata a Pompei, alle altre 
città della stessa grandezza, oppure di poco maggiori 
minori. Ed essendo l'area di Pompei' tutta coperta 
di case, mentre non consta che ciò fosse il caso an- 
che nelle altre città, ne risulta che le cifre di po- 
polazione in tal modo ottenute, non saranno in ge- 
nerale troppo basse. Del resto è chiaro che non 
si possono ottenere se non cifre di valore appros- 
simativo. Forse in alcuni casi si commetteranno 
forti errori, dipendenti dalla nostra imperfetta co- 
noscenza delle condizioni topografiche ed edilizie 
delle varie città. Potrebbe anche darsi che le no- 
stre cifre, in media, rimanessero alquanto al di sotto 
della verità, nel caso cioè che la densità della po- 
polazione a Pompei, che forma la base dei nostri 
calcoli, fosse stata maggiore di quanto abbiamo sup- 
posto. Tuttavia l'errore commesso in questo modo 
non può esser molto considerevole. Non v'ha alcun 
dubbio, infatti, che Padova nel sec. XVI fosse molto 
più estesa, ed avesse case più alte che non all'età ro- 
mana; eppure la popolazione della città nel sec. XVI 
non fu maggiore di 30-40,000 abitanti. È chiaro dun- 
que che la popolazione nell' età romana doveva essere 
meno grande, e difficilmente può aver oltrepassato 
la cifra di 25-30,000 abitanti, che risulta da un 
confronto della superficie di Padova con quella di 
Pompei *)• Ma Padova essendo, all'età augustea, la 
città principale di tutta la Gallia cisalpina, questa 
cifra di 25-30,000 abitanti segna un massimo, che 
nessun' altra città di questa regione può aver rag- 
giunto. Ed essendo a noi nota la importanza relativa 
di queste città, è facile stabilire per ciascuna la 
popolazione approssimativa che poteva avere. Bolo- 
gna p. e., la seconda città della regione, non può 
avere contato più di 20-25,000 abitanti, compresi 
anche i borghi, se ve ne furono; Modena poteva 
contarne 15-20,000; Verona, con una superficie 
uguale alla metà circa di quella di Bologna, do- 
veva essere una città di 10-12,000, o se la popo- 

1) La superfìcie di Padova essendo di circa 85 ettari, e 
quella di Pompei di 64, 7, risulta che la prima era di circa 
un terzo più grande della seconda. Ora Pompei, secondo 
i nostri calcoli, aveva una popolazione di 15,000 abitanti; 
quella di Padova per conseguenza doveva ascendere a 
20,000. Ma queste cifre si riferiscono soltanto alla parte 
murata; e avendo Padova dei borghi abbastanza estesi, 
per avere la popolazione totale bisognerà aggiungere al- 
meno altri 5000, e forse 10,000 abitanti. 



lazione vi era molto densa, di 15,000 abitanti. E 
nessun'altra città della Gallia cisalpina, nel primo se- 
colo dell' impero, può avere oltrepassata questa cifra. 
Secondo Strabene la Gallia Cisalpina per popola- 
zione, grandezza delle città e ricchezza era supe- 
riore al resto d'Italia (V 218). Vi è certamente 
molta esagerazione in queste parole; tuttavia Stra- 
bene non avrebbe potuto esprimersi in tale modo, 
ove le città della parte peninsulare d'Italia fossero 
state, in media, molto più grandi di quelle della valle 
padana. Anche nel rimanente d'Italia, dunque, una 
città di 20-30000 abitanti doveva essere una città con- 
siderevole. Infatti la ingens Aquinum aveva la stessa 
superficie di Bologna, e quindi anche la sua popo- 
lazione doveva essere approssimativamente la stessa, 
cioè di 20-25,000 abitanti. Teano, che era più grande, 
deve aver contato, per conseguenza, non meno di 
25-30,000 abitanti. La popolazione di Pompei, come 
si è veduto, compresi i borghi, può esser valutata a 
20000 incirca. Più importante di Pompei era Na- 
poli ; la differenza tuttavia non poteva essere molto 
grande. Pozzuoli alla sua volta era più grande di 
Napoli, ma considerevolmente più piccola di Capua; 
la sua popolazione quindi doveva ammontare almeno 
a 30,000 abitanti, e poteva anche ascendere a 40,000 
e più ')• Ostia, secondo grande emporio marittimo 
dell' Italia, non era forse molto più piccola di Poz- 
zuoli. Quanto a Capua, la superficie rinchiusa dalle 
sue mura era tre volte più grande di quella di 
Pompei, e sembra che questo spazio al principio 
dell' impero fosse tutto occupato di case, visto che 
1' anfiteatro fu costruito fuori della cerchia. D'altra 
parte non esistevano, in questo tempo, borghi molto 
estesi. La posizione dell'anfiteatro infatti dimostra, 
che 1' abitato, dalla parte NO. non si estendeva che 
per un breve spazio fuori delle mura; e quanto al 
lato opposto della città lo stesso è dimostrato dalla 
posizione delle così dette Carceri vecchie, ima tomba 
dei primi tempi imperiali, che si vede tuttora sulla 
via Appia a poca distanza dal sito della porta orien- 
tale della città *). Supposto dunque che la densità 
della popolazione fosse stata la stessa a Capua che 
a Pompei, la città dovrebbe aver contato un 50,000 

1) Secondo Stazio (Silv. Ili 5,74 segg.) le tre città 
principali della Campania erano appunto Capua, Pozzuoli 
e Napoli; Pompei in quel tempo era già distrutta. Non 
è facile formarsi un concetto esatto della grandezza di 
Pozzuoli, visto che la città non era cinta da mura. L' a- 
bitato lungo la spiaggia si estendeva per parecchi chilo- 
metri, ma non si inoltrava molto verso V interno ; la su- 
perficie sarà stata di 100 o tutt' al più 150 ettari. 

s) Cfr. la pianta di Capua nella mia Campania (Bres- 
lavia 1890) tav. XII. 



27? 



Anno I. — N. B. 



278 



abitanti incirca ; ma è fuori di dubbio che le case 
a Capua fossero più alte, e quindi la popolazione 
potrà essere valutata a 60-70,000. Capua dunque 
fu più popolata nel primo secolo delP impero di 
quello che non fosse al tempo d'Annibale. 

In Sicilia, al tempo di Augusto, Siracusa aveva 
un'estensione poco minore di quella di Capua, e quindi 
la sua popolazione doveva ammontare a 50,000 abi- 
tanti incirca. Catania aveva la stessa grandezza 
di Aquino o di Bologna ; e però 20-25,000 abi- 
tanti. Messina e Palermo erano più piccole, ma a 
quanto pare di non molto; di guisa che la loro po- 
polazione potrà essere valutata a 20,000 abitanti. 

L'Italia dunque, nel 1.® secolo dell'Impero, aveva 
una città mondiale, Iloma, con un milione incirca di 
abitanti. Delle altre città, nessuna raggiungeva la 
cifra di 100,000. Due, Capua e Siracusa, contavano 
50,000 abitanti o qualche diecina di migliaia di più. 
Pozzuoli ne aveva 30-40,000. Altre tre città, Teano 
Sidicino, Ostia, Padova, avevano una popolazione di 
30,000 o poco meno. Quattro città, Bologna, Aquino, 
Napoli, Catania, avevano 20-25,000 abitanti; Mo- 
dena, Pompei, Messina, Palermo 20,000 incirca. 
È probabile che in quest'ultima categoria entras- 
sero anche alcune altre città, come Benevento, Ta- 
ranto, Cagliari, Vi era poi un numero abbastanza 
grande di città fra 10 e 15,000 abitanti, come Ve- 
rona, Brescia, Milano, Cremona, Parma, Piacenza, 
Rimini, Palestrina, Anagni, Casino e molte altre. 
Qualcuna di esse poteva anche sorpassare la cifra 
di 15,000 abitanti, e avvicinarsi a quella di 20,000. 

Attualmente, cioè secondo l'ultimo censimento, 
dal quale, pur troppo, sono trascorsi già quasi venti 
anni, il numero dei centri con più di 20,000 abi- 
tanti è di 66. Un secolo prima (verso il 1770) non 
erano che 26, e nella seconda metà del sec. XVI 
erano 24 incirca *)• Nel primo secolo dell'Impero 
erano almeno 11, e forse una ventina. Classificate 
queste città per categorie di grandezza, si hanno, 
per le varie età, le cifre seguenti: 





più 
di 100,000 
abitanti 


da 
40-100,000 
abitanti 


da 
2040,000 
abitanti 


Totali 


I sec. deir Impero 
Secolo XVI. . . . 

1770 

1881 


1 
6 
5 
9 


8 
9 
7 
8 


7-16 

9 

14 

49 


11-20 
24 
26 
66 



1) Cfr. la mia memoria sulla Popolazione d* Italia nei 
secoli XVIj XVII e XVIII, nel Bullettin de Vlmtitut in- 
temational de Staiùttique III (1888) p. 1 segg. Le tabelle 
delle città a p. 41 di quella memoria vanno leggermente 
modificate in seguito agli studi da me fatti nel frattempo, 
dei quali qui è tenuto conto. 



Come si vede, il numero delle città maggiori, da 
40,000 abitanti in su, era molto più ristretto nel- 
V antichità di quello che non sia ora e non fosse nel 
Cinquecento. Ciò dipende dal fatto che i commerci 
e le industrie nelPItalia antica erano molto meno 
sviluppati di quello che non fossero nell'età del 
rinascimento. Manca invece all'Italia moderna, e 
mancava all'Italia del rinascimento, una città che 
anche da lontano si possa paragonare a Eoma impe- 
riale. La ragione di ciò è ovvia ; essa sta nella man- 
canza di unità politica, che non permise la forma- 
zione di un centro tale da oscurare tutti gli altri. 
Condizioni simili erano esistite prima della conquista 
romana. Invece lo stato di cose creato dalla conquista 
romana trova la sua analogia nel Regno di Napoli, 
ove, verso la fine del Cinquecento, la capitale con- 
tava incirca 250,000 abitanti, laddove delle altre 
città nessuna aveva una popolazione maggiore dì 
15,000. Un'altra analogia ci offrono le condizioni 
dell'Inghilterra alla fine del Seicento. Londra allora 
era una città di più di mezzo milione di abitanti; 
poi seguivano Bristol e Norwich con circa 30,000, 
York ed Exeter con 10,000; tutte le altre città non 
raggiungevano neppure questa cifra *)• ^^ propor- 
zione fra la popolazione di Londra e di Bristol è 
quasi esattamente la stessa che fra la popolazione 
di Roma imperiale e di Capua. 
Roma. 

G. Beloch. 

i) Macaulay HiaL of England I 380 seg. e 843 (Lip- 
sia 1849). 



L'EPINICIO X DI BACCHILIDE 



C è appena bisogno di ricordare la leggenda dei 
fratelli nemici Proto ed Acrisie, figliuoli di Abanto. 
' Già nel seno materno, ci narra Apollodoro (II, 2), 
rissavano i due gemelli, e cresciuti si contesero con 

le armi il regno ; e Acrisie vincitore bandi Prete 

da Argo. Prete si rifugiò nella Licia presso Jobate, 
0, come alcuni dicono, Amfianatte, e sposò la figliuola 
di lui, Antea secondo Omero, Stenebea secondo i tra- 
gici. Il suocero lo ricondusse in patria con un eser- 
cito di Licii ed espugnò Tirinto che i Ciclopi ave- 
vano per lui cinta di mura. *) Allora i fratelli si 

1) Cosi Apollodoro, collocando probabilmente fuor di 
luogo questo particolare. La fabbricazione delle mura per 
opera de' Ciclopi è più giustamente posta dallo scoliaste 
deirOreste euripideo (965) e da Baochilide dopo la spar- 
tizione del regno. 



279 



Anno I. — N. 6. 



280 



spartirono l'Argolide, e ad Acrisio toccò Argo, a 
Preto Tirinto. Acrisio ebbe poi dalla spartana Eu- 
ridice Danae; Preto da Stenebea le fanciulle Li- 
sippe, Ifinoe, Ifianassa. G-iunte queste vergini a ma- 
turità, insanirono, Esiodo dice perchè non seguirono 
i riti dionisiaci, Acusilao perchè vilipesero P idolo di 
Hera. Divenute folli, errarono per tutta l'Argolide, 
e poi, riattraversata FArcadia, scompostamente vaga- 
vano per luoghi disabitati. ' 

Fin qui ApoUodoro va più o meno d' accordo con 
la narrazione che dello stesso mito fa Bacchilide 
nell' ode X ; poi e* è divergenza. L' indovino Me- 
lampo si sarebbe offerto, secondo ApoUodoro, per 
guarire le giovinette purché gli si cedesse la terza 
parte del regno. Preto rifiuta, quelle infuriano sem- 
pre più, e il contagio si diffonde anche fra le al- 
tre donne, che,, trucidati i propri figli, si danno a 
vita solitaria e selvaggia. Forza è ricorrere di nuovo 
a Melampo che ora pretende anche un altro terzo 
del regno per il proprio fratello Bias; e avutolo, 
riconduce a ragione tutte le donne. 

Questa seconda parte che si prestava ad una tu- 
multuosa e grandiosa rappresentazione non è cono- 
sciuta od è trascurata da Bacchilide ; la prima offiiva 
poco. *) E devesi forse appunto alla scelta infelice 
della materia, se questa ode X non si conta fra le 
migliori di Bacchilide e presenta come una conti- 
nua cascaggine. Sembra perfino che il poeta non si 
curi di trar profitto dai particolari più ricchi di 
poesia: cosi alla fuga delle fanciulle attraverso le 
solitudini silvestri, che assai poteva ispirare un poeta, 
specialmente un pittore come Bacchilide, si accenna 
in soli due versi (92-93). 

L'inno è in onore di Alessi damo metapontino 
figliuolo di Faisco, vincitore nella lotta fra giova- 
netti alla gara pitica. Già un'altra volta il gio- 
vinetto era stato in Grecia, ai giuochi olimpici; e 
avrebbe, ci assicura il poeta, riportata anche allora 
la palma, se non glie l'avesse contesa la parzialità 
dei giudici. Ma ora Artemide gli ha reso giustizia; 
Artemide che in altri tempi liberò le figliuole di 
Preto dalla follia. 

Che la connessione tra il mito e la vittoria di 
Alessidamo sia naturale, ninno vorrà affermarlo; ma 

1) Esiodo (Framm. 261 Gòtti.) narrava che le figlie di 
Prete furon punite per non aver osservato i riti di Dio- 
niso ; Erodoto (IX, 34) racconta la cura di Melampo, senza 
però connetterla con le figlie di Preto, ma con un infuriar 
di tutte le donne argive, con un mito, quindi, dionisiaco. 
Da una combinaadone dello due leggende ha forse origine 
la versione contaminata di ApoUodoro; la quale potrebbe 
bene essere stata ignorata da Bacchilide. 



su codesto punto non andavano troppo per il sottile 
né Pindaro, né Bacchilide, né, possiamo oramai 
supporlo, alcuno degli scrittori d* epinici. 

AD ALESSIDAMO METAPONTINO 

GIOVINETTO LOTTATORE NBLLA OABA PITICA 

(Strofe I.) 
Nice, che il dolce premio 
Concedi, figlia del superno duce 0? 
Tu fra l'aurea luce 
D'Olimpo, a le divine 
Opre e a le umane, stando presso il seggio 
Di Zeus, giudichi il fine. 
Di Stige, ') che giustizia 
Comparte, o figlia, mostrati sempre come or 



Che, tua mercé, rubesti 



(propizia, 



Garzoni a schiere Metaponto acclamano ') 
Città cara a' Celesti ; 
E di Faisco esaltano la chiara 
Prole che viuse ne la pizia gara. 
(AnHsirofe I.) 
Di Latona da l'ampia 
Zona lui riguardava il delio figlio 
Con benevolo ciglio. 
£ in gran copia corone 
Di fior', nel Cirreo piano, ad Alessidamo 
Che nel gagliardo agone 
Vinse, cadeano attorno. — 
Èlio a terra non videlo traboccare quel 
E affermerò che pure (giorno. 

Presso il limpido Alfeo, ne le santissime 
Di Pelope pianure. 

Se di giustizia alcuno il cammin retto 
Non deviava, a le sue chiome stretto 

(Epodo L) 
D' olivo il glauco serto, *) 
Ei felice a la sua patria, d'armenti 
Madre, riedea : che sperto 
D'assai ludi si fé' ne le ridenti 
Contrade. •) Ma un Celeste, o degli umani 

i) I primi versi sono assai danneggiati. Mi attengo al 
poco che rimane. 

*) Segno il Blass. 

«) Traduco secondo il Kenyon. 

*) Il poeta chiama questo olivo ndy^eyos, per guadagnare 
il quale tutti potevano concorrere. Il concetto non può 
rendersi in italiano, mi pare, se non mediante una lunga 
circonlocuzione. Ho preferito sopprimerlo. 

») Il Hense (Bhein. 3fi«. 53, 318 sg.) dubita con rar 
giono della congettura àXXà rv/a (p&oyegd, con cui il Pal- 
mer sostituisce il V. 31 perduto. Sebbene non mi persuada 
neanche la sua proposta yvfj^yaaitoy <fè nóyog, credo eh' egli 
dia nel vero supponendo che i vv. 31-33 contenessero una 
allusione alla ottima educazione atletica ricevuta dal gio- 
vinetto e conseguentemente traduco. 



281 



Ahko 1. — N. e. 



282 



La sentenza fallace, a le sue mani 
Il premio alto rapiano. — 
Ora la diva da l'aureo spiede, 
La cacciatrice Artemide 
Livitta nel vibrar dardi, gli diede 
Benignamente*) l'inclita vittoria; 
La diva a coi d'Abanto 
Il figlio un'ara alzò veneratissima 
Con le figliuole dal vezzoso manto, 
(Strofe IL) 

Cui bandi da li amabili 
Tetti di Proto la potenza d'Hera, 
Che l'alme a lor di fiera 
Fatai follia stringea. 
Con mente ancor fanciulla, si vantavano 
Nel tempio de la dea 
Da i purpurei veli 

Che de la bionda sposa del gran sire dei cieli 
Prete ne 1' opulenza 

Più assai fioriva. •) Irata, a lor ne l'anima 
Gittò strana demenza. 
Strida levando orribili, per cupi 
Boschi fuggiano, su montane rupi, 
(Afìiktrofe IL) 
Le strade, opra de' Superi, ') 
Abbandonate e le tirinzie moli. 
Ove da dieci soli 
Dimora avean col caro 
Sovrano i saldi eroi da i clipei bronzei. 
Dal di ch'Argo lasciare 
Cara agli Dei. Che accesa 
Da cagion lieve s' era non placabil contesa 
Fra Prete e Acrisie; e, scisse, 
In luttuose pugne si mescevano 
Le genti, e in crude risse. 
Supplicarono allora i due germani 
Signor' de' ricchi d' orzo argivi piani, 

(Epodo IL) 
Perchè Prete Tirinto 
Fondasse,*) prima che a fatali prove 

*) Se è giusta, come parmi, la congettura del Purser 
df4éQa, avremmo nel testo quattro aggettivi per un so- 
stantivo. In Bacchilide non fanno caso ; per il gusto ita- 
liano mi sembrano troppi : rendo l'ultimo con un avverbio. 

s) Non Y^ò discrepanza, in fondo, con la versione da 
Apollodoro attribuita ad Acusilao. Sviluppata in questa 
forma, sembra a noi un po' puerile. 

8) Dei Ciclopi che avevan fabbricate le mura di Ti- 
rinto quando i due fratelli si spartirono il regno. 

*) Cosi il testo. Per altro si trattava di ampliarla e 
fortificarla, che Tirinto esisteva già, come si rileva dal 
brano seguente in cui viene chiamata città chiarissima. 



Venissero; ed estinto 

L'odioso conflitto volle Giove 

Cronide, che la stirpe ebbe in onore 

Di Danae, e di Linceo flagellatore 

Di cavalli. De l'inclita 

Città le mura innalzarono i fieri 

Ciclopi. Quivi, poi ch'Argo bellissima 

Nutrice di corsieri 

Abbandonata ebber, dimora gl'incliti 

Prendéano eroi divini; 

Discacciate fuggir quindi le vergini 

Figlie di Preto da i cerulei crini. 

(Strofe TTL) 
A lui tristezza l'anima 
Ingombra, e lo colpisce atroce brama. 
E la tagliente lama 
Già si vibrava in seno. 
Ma con dolci parole a lui pónevano 
I suoi compagni freno 
E con le forti destre. — 
Andar tredici lunghi mesi fra la silvestre 
Ombra cupa vagando, 
E per l'Arcadia fuggivan, di mandrie 
Madre alma; ma quando 
In Luso giunse il padre loro, monde 
Prima le membra dentro limpide onde, 

(Antiètrofe IIL) 
Levate al Sol dai rapidi 
Corsier'le palme, pregò di Latona 
Da la vermiglia zona 
L' occhiglauca prole. 

* Sciogli tu *) da le angosce de la furia 
Folle le mie figliuole, 
Ed avrai venti rosse 

Giovenche ». — Ascoltò l'inclita cacciatrice, 
Hera, e sanò (la l'empio (commosse 

Furor le adorne vergini. — T'eressero 
Quivi un'ara ed un tempio. 
Che rosseggiar dal sangue di belanti 
Greggi, e suonaron di feminei canti. 

(Epodo IIL) 
Quinci i guerrieri achivi 
Diletti ad Are, a la terra nutrice 
Di poledri seguivi. 
E in Metaponto, con sorte felice 
Vivi, o di genti aurea signora. 
E gli avi han qui perpetua dimora*) 

1) Secondo THousman, seguito anche dal prof. Nio- 
cola Festa. 

*) Traduco secondo l'interpretazione del prof. Picco- 
lomini, Atene e Roma, I 1 p. 5, nota 1. 



283 



Anno I. — N. 6. 



284 



Che un sacro ti crescevano 

Bosco del Casa lungo le belle acque, 

Poscia che al suol, come voleano i Superi, 

Per opera lor giacque 

E degli Atridi la città di Priamo. — 

A chi giustizia chiude 

Nel sen, palesi in ogni tempo innumeri 

Fasti saranno de Pachea virtude. 

Aprile 1898. 

Ettore R&ma^olL 



LE SELVE BI PAPINIO STAZIO 



' Selva ' è un componimento scritto currenti ca- 
lamo sotto l'ispirazione del momento, un componi- 
mento improvvisato insomma e che quindi, pur 
limato e corretto, conserva le tracce della improv- 
visazione. Cosi, presso a poco, la definisce Quinti- 
liano (X 3, 17), al cui gusto severo questo genere 
di poesia più o meno estemporanea non era, evi- 
dentemente, gran fatto simpatico; ne forse s'inganna 
chi nelle sue parole vuol ravvisare una poco bene- 
vola allusione alle Selve di Stazio. 

Solo in età relativamente tarda — nella seconda 
metà del primo secolo dopo Cristo — lo storico della 
letteratura latina si imbatte in questo nome: di 
Lucano sappiamo che, nei suoi ventisei anni di 
vita, ebbe il tempo di comporre, oltre il poema 
che ci è rimasto e numerosi scritti che sono per- 
duti, anche dieci libri di Selve. Che Stazio, il quale 
per il poeta della Farsalia ebbe molta venerazione, 
si giovasse dell'opera del suo predecessore, che da 
lui prendesse ispirazioni e motivi, è verosimile ; 
quantunque allo stato presente delle nostre cogni- 
zioni, nessuno possa dimostrarlo, non rimanendoci 
di quei dieci libri di Selve che forse un solo fram- 
mento; cosicché tocca al poeta napoletano la gloria 
di essere il primo rappresentante di questo genere 
di poesia. 

Le sue ' Selve ' , come noi le possediamo, si di- 
vidono in cinque libri. A ciascuno dei primi quat- 
^tro è premessa una dedica in prosa, in cui' è esposto 
succintamente l' argomento e l' occasione delle poesie 
che esso contiene: dediche che, scritte in fronte 
al volume, venivano anche ad essere come l'indice 
di un libro moderno. In ogni libro ha il primo 
posto la Selva indirizzata al personaggio cui esso 
è dedicato; in quelli però in cui, come nel primo 
e nel quarto, furono accolti carmi riguardanti l' im- 
peratore, questi precedono. Quanto al tempo della 



composizione basterà dire, cosi in generale, che le 
Selve furono scritte sotto il regno di Domiziano; 
quanto alla pubblicazione, quella del libro quarto 
cade certamente nell' estate del 95 dopo Cr., quella 
dei primi tre libri fra il 92 e il 95; il quinto, 
frammentario, fu molto probabilmente pubblicato 
dopo la morte dell'autore, né abbiamo argomenti per 
decidere se lo stato di esso si debba attribuire ad 
avarie cui sia andata soggetta la tradizione nei mano- 
scritti al poeta che, qualunque ne fosse la cagione, 
non potè condurre a compimento l' opera propria. Chi 
desiderasse su questa, come su altre quistioni, mag- 
giori ragguagli, li può trovare nell' edizione, recen- 
temente uscita, del Vollmer; *) eccellente lavoro, 
frutto di lunghi studi e di molta dottrina, e che 
all' autore di queste pagine permetterà forse di non 
commettere troppe inesattezze ed errori. 



* 



Le Selve di Stazio, come gli Epigrammi di Marziale, 
hanno (tenuto, s'intende, il debito conto de' tempi 
e delle condizioni sociali) il loro corrispondente in 
quella produzione poetica, di cui in altri secoli fu 
cosi strabocchevolmente dovizioso il Parnaso ita- 
liano: la poesia d'occasione. Vanità de' grandi da 
una parte, miseria de' poeti dall'altra, ecco le con- 
dizioni cui essa deve la sua origine. I ricchi e i 
potenti sentivano spesso la necessità della musa 
compiacente di un poeta che, in certe date circo- 
stanze, solleticasse la loro boria o il loro amor pro- 
prio ; spesso era questo l' unico mezzo per ottenere, 
senza pigliarsi tanti fastidi, quell'immortalità, per 
cui era cosi sensibile la coscienza degli uomini an- 
tichi. Per i poeti poi, in un tempo in cui di consueto 
l'unico compenso dell'opera letteraria consisteva nel 
dono che era fatto dalla persona cui essa era in- 
dirizzata, era questo il modo meno incerto per far 
fruttare l'ingegno. 

Domiziano dedica il colosso che, in mezzo al foro, 
lo rappresenta in atto di calpestare sotto le zampe 
del destriero le chiome del Reno: Stazio ha dal- 
l'imperatore, dilettante anch' esso di poesia, l'or- 
dine di presentargli pel giorno dopo un carme sul 
monumento. Stella, poeta elegiaco, piglia moglie: 
commette a Stazio di fargli un epitalamio. Earino, 
il ganimede dell'imperatore, si taglia i capelli per 
fame dono ad Esculapio: chiede a Stazio un prò- 
pemptico. Polla Argentarla, la vedova di Lucano, 

1) P. Papinii Statii Silvarum libri quinque. Herausge- 
geben und erklaert von Friedrich Vollmer, Lipsia (Teubner), 
1897; pp. XVI-598. 



285 



Aimo 1. — N. 6. 



286 



festeggia il giorno natalizio del poeta della Parsalia: 
Stazio ha V incarico di recitarne il genetliaco. Mani- 
lio Vopisco e PoUio Felice, due ricchi epicurei, lo 
ospitano nelle loro magnifiche ville : il poeta, la cui 
modesta casetta presso Alba non può contraccam- 
biare quell' ospitalità principesca, paga il suo debito 
col descriver le loro ville. Claudio Etrusco, posses- 
sore di uno splendido bagno, e Nevio Vindice, in- 
telligente raccoglitore d'opere d'arte, lo invitano a 
pranzo: il poeta, che non può rendere il pranzo, 
ringrazia descrivendo il bagno di Claudio Etrusco 
e una statuetta della collezione di Nevio Vindice. 

Il fatto più triste come il più. lieto o il più in- 
differente, può esser soggetto di poesia pel poeta 
d'occasione. Ad Atedio Meliore e a Flavio Tirso (due 
personaggi di cui ci danno notizia solo Stazio e Mar- 
ziale) la morte ha rapito i fanciulli prediletti, nel 
fior dell'età; a Claudio Etrusco muore il padre, già 
potente liberto imperiale; a Flavio Abascanto, se- 
gretario dell'imperatore, muore la moglie: Stazio 
scrive epicedii. Rutilio Ghillico, prefetto della città 
e console per due volte, guarisce da pericolosa ma- 
lattia; l'imperatore s'è fatto elegger console per la 
diciassettesima volta; Menecrat«, genero del ricco 
Pollio Felice, ha avuto un figlio: ecco subito pronte 
poesie gratulatorie. Mecio Celere va ad assumere il 
comando della legione siriaca, Vezio Crispino, no- 
minato tribuno a sedici anni appena, parte per l'eser- 
cito: Stazio li accompagna con propemptici. 

Frequentemente trattato è in special modo l'epi- 
cedio: oltre quelli di cui abbiamo fatta menzione, 
il poeta ne scrisse uno (il più lungo ed elaborato) 
per il padre, e un altro per il suo figliuolo adottivo. 
Affinchè il lettore possa formarsi un' idea di questo 
genere di componimenti, non mi pare inopportuno 
di dare il riassunto di uno di essi, p. es. di quello 
composto per consolare Atedio Meliore della morte 
di Glaucia (II, 1). ' So bene ' , questo è in suc- 
cinto il senso dell'introduzione con cui Stazio dà 
abilmente principio al suo carme, ' so bene che la 
piaga è ancor sanguinante; né voglio impedirti di 
piangere, ma unire le mie alle tue lagrime. Ed hai 
ragione di piangere, che grave è stata la perdita 
che tu hai fatta ' . E cosi s' apre la via all'elogio 
del morto giovinetto, bello di forme, pronto d' inge- 
gno, pieno d'amabile affettuosità pel suo padrone 
che fin dalla nascita lo aveva tenuto in luogo di 
figlio. Era troppo bello e troppo saggio, perchè, 
come si dice volgarmente anche oggi, potesse aver 
lunga vita: come fiore troppo rigoglioso anch' egli 
doveva presto perire. Infatti aveva appena rag- 



giunto il dodicesimo anno di età, e la Parca stese 
su lui la mano rapace e troncò lo stame della 
giovane vita. In sette giorni il morbo crudele 1' ha 
ridotto agli estremi : l' ultimo pensiero, le ultime pa- 
role del morente sono pel suo benefattore, di cui muore 
mormorando il nome. Meliore, pazzo per il dolore, ce- 
lebrò i funerali con pompa inaudita: tra le fiamme 
del rogo avrebbe voluto gettare tutte le sue ric- 
chezze, prive di valore per lui ora che non può più 
goderle con l' amato fanciullo. Ma calmi ormai l'an- 
goscia e non tema pel suo diletto gli orrori della 
tomba : egli non sarà atterrito né dai latrati di Cer- 
bero, né dai serpenti e dalle faci delle Furie. Caronte 
stesso si ritirerà lontano, perchè egli possa senza 
timore ascendere la nave fatale. Anzi il poeta sa 
qualcosa di più: in sogno ha veduto il fanciullo 
che, giunto ai campi Elisii, scorge da lontano Bleso, 
l'amico più caro del suo signore, e 

tìmide primtan vesHgia mngxt 
Acceasu t<icito suìnmosqtie IctcessU amictugj 
Inde Tnagia sequUury 

finché Bleso l' accoglie e gli porge que' doni che 
soli si trovano nel regno delle ombre : ' steriles ra- 
mos mutasque volucres et obtunso pallentes ger- 
mino flores ' . Seguono le solite riflessioni filosofiche. 
Consolati, o Meliore. Tutto ciò che nasce è desti- 
nato a perire: chi in un modo chi in un altro, tutti 
dobbiamo morire. Cosi essendo, felice è da consi- 
derarsi Glaucia che si parti di questa vita, senza 
conoscerne i dolori e gli affanni, senza desiderare 
o temere o meritare la morte. Infelici siam noi, che 
rimaniamo esposti ai colpi della fortuna e della mal- 
vagità umana. Con un' invocazione a Glaucia per^ 
che venga, ombra consolatrice, ad allietare i sogni 
del suo padrone, il carme si chiude. 

Come si vede anche da questo magro riassunto, 
l'epicedio risulta di varie parti: un'introduzione, 
cui tengon dietro l'elogio del defunto, la descrizione 
della malattia, della morte, dei funerali, l'accoglienza 
che gli verrà fatta nel regno dei morti, considera- 
zioni generali. É insomma lo schema corrispondente 
ai precetti che si leggono nei retori antichi, e sul 
quale sono anche calcate le ' Consolazioni ' di Se- 
neca, e quella ad Apollonio che va sotto il nome di 
Plutarco. Naturalmente, le varie parti non si seguono 
sempre nell'ordine da noi esposto; ed è, s'intende, 
in facoltà del poeta di svolgere più o meno am- 
piamente ora questa parte, ora quest'altra, e ma- 
gari di sorvolare su qualcuna di esse; ma in fondo 
l'ossatura del componimento rimane sempre la stessa. 
Tanto più degna di ammirazione è l'arte con coi 



287 



Anno I. — N. 6. . 



288 



il poeta sa variare gli stessi motivi e rivestire 
di forme sempre nuove la stessa materia; niente 
sarebbe più monotono di tal poesia, quando facesse 
difetto quella virtuosità formale, che il nostro poeta 
possiede in grado cosi eminente, da poter scrivere 
anche Tepicedio di un pappagallo. Il carme infatti 
che nella tradizione dei manoscritti porta il titolo 
^ Psittacus Atedii Melioris ^ , è nella forma este- 
riore vero e proprio epicedio, quantunque dal tono 
stesso e da certe espressioni si capisca che il poeta 
fa la parodia di se stesso. ' Povero pappagallo! 
lersera tu rallegrasti oltre la mezza notte il ban- 
chetto di Atedio Meliore, at nunc aetema silentia 
Lethes iUe canorus hàbes. Come nelFepicedio del 
padre egli si rivolge ai poeti perchè lo aiutino a 
celebrarne le lodi, cosi invoca qui Palata schiera 
degli augelli, quts nobile fandi iua natura dedit, 
corvi, stomi, piche, pernici, usignuoli, perchè can- 
tino la nenia del povero pappagallo. Un' elegia sullo 
stesso argomento aveva scritto Ovidio (Am. 2, 6), 
da cui Stazio prende immagini, motivi e colori. 

Speciale importanza nella storia della letteratura 
latina ha l'epitalamio di Stella e di Violentilla, 
che servi più o meno di modello ai numerosi 
poeti di epitalami che vennero in seguito. Ausonio, 
Claudiano, Sidonio ed altri parecchi. Anche per 
V epitalamio le retoriche davano, com' è naturale, 
precetti, e ne tracciavan lo schema. Un' introduzione, 
un rÓTtog negì yàfAOVj destinato a celebrare Amore 
Imeneo, che tiene in vita il mondo, l'elogio degli 
sposi, la descrizione della sposa, ecco le parti co- 
stitutive dell'epitalamio. Stazio s'indugia special- 
mente nel racconto dei precedenti delle nozze. 

Una mattina, mentre Venere se ne sta volut- 
tuosamente distesa sul letto, uno degli Amori le 
narra gli affanni e le pene di un giovane. Stella, 
che da lunghi anni amava pazzamente la vedova 
Violentilla. Amore, per comando di Venere, aveva 
fatto uno dei soliti scherzi: aveva colpito il giovane 
con una delle frecce più acute, e s'era contentato 
di toccare con l'arco scarico la donna; il che spie- 
gava perchè questa del suo adoratore non ne volesse 
sapere o, almeno, fosse molto tiepida. 

' Madre ' , supplica Amore, ' esaudisci i voti di 
Stella, fa che si possa unire con la sua diletta; egli 
è nostro compagno e della nostra schiera: poteva 
cantar guerre e battaglie, e invece cantò d'amore 
e pianse la morte di una colomba, l'uccello a te 
sacro. ' Venere si commuove. Senza dubbio, il gio- 
vane aspira a gran cosa: tanto meravigliosamente 
bella è Violentilla. Cosi bella, che se per avventura 



penetrasse nel cielo, gli stessi Amori la scambie- 
rebbero con Venere: e Giove è stato sul punto di 
cambiarsi in cigno o in un giovenco per rinnovare 
quelle imprese amorose che tanto indignavano Giu- 
none. Nondimeno essa, la dea, farà di tutto per in- 
durla a piegarsi. Detto fatto, monta sul carro tirato 
da cigni, giunge al palazzo di Violentilla, entra 
nella camera di lei, e con un discorso che non sta- 
rebbe male in bocca di una mezzana, la induce ad 
accettare il giovane come sposo. 

Caratteristico è anche il ' Propempticon Maccio 
Celeri ' (in, 2), carme destinato, come indica il 
nome stesso, ad augurare un viaggio felice. Di poesie 
di simil genere ne abbiamo, oltreché in Orazio, 
anche in Ovidio, in Properzio e in Tibullo: ma in 
nessuno di essi questo componimento è trattato con 
l'ampiezza della Selva di Stazio, la quale, meglio de- 
gli esemplari dell'età augustea, potrà darci un'idea 
approssimativa dei propemptici di Callimaco e di 
quello famoso che Cinna scrisse per PoUione. In- 
vocazioni agli dei del mare e dei venti, perchè pro- 
teggano e favoriscano la nave che porta l'amico; 
una preghiera a Iside perchè, giunto ch'egli sia in 
Egitto, l'accolga e gli mostri le meraviglie e i mi- 
steri di quella terra incantata; la descrizione del 
dolore presente nel vederlo partire, e della gioia 
futura quando potrà abbracciarlo al ritorno; que- 
sti sono i motivi su cui particolarmente insiste il 
poeta. 

Nell'epitalamio di Stella, il nocciolo, per cosi dire, 
del poemetto è costituito, come abbiamo veduto, da 
un racconto etiologico: un àitiov è anche la gra- 
ziosa poesia indirizzata ad Atedio Meliore pel 
giorno onomàstico (II, 3): parva quidem,,. dona, 
sed ingenti forsan victura sub aevo, come s'augu- 
rava l'autore. 

Sulla riva del fiume che scorre ne' pressi della 
villa di Atedio Meliore, si osserva un curioso fe- 
nomeno naturale: è un platano il cui tronco si pro- 
tende da prima sulla superficie delle onde in linea 
orizzontale, per poi, come se in quelle avesse le sue 
radici, ergersi dritto verso il cielo. Una ninfa — 
spiega il poeta con gentil fantasia — era inseguita 
dal dio Pane: stanca s'era addormentata sulla riva 
del fiume. Già Pane era giunto vicino alla dor- 
mente, già stava per impadronirsi della sua persona, 
quando Diana, prudentemente, aveva svegliato con 
un dardo la ninfa che, alla vista del suo persecutore, 
s'era slanciata nel fiume, dove il dio, cattivo nuo- 
tatore, aveva rinunziato ad inseguirla. L'albero che 
in atto d'amore si spiega sull'onde quasi bramoso 



289 



Ah»o I. — N. 6. 



290 



di vedere la ninfa, fu piantato da Pane in memoria 
della sua avventura d'amore. 

Ad una spiegazione simile ricorre il poeta nel- 
r ^ Hercules Surrentinus ' (I 3), tempio che PoUio 
Felice aveva inalzato al dio sul luogo dove prima 
era una piccola cappella. In una calda giornata di 
estate — cosi egli racconta — PoUio Felice e sua 
moglie con una lieta brigata di amici si trovavano a 
fare una scampagnata, quando sul più bello il cielo 
si annuvola e il temporale è imminente. Si corre 
alla cappella, troppo piccola per contener tutti. Fu 
qui che Ercole trovò il modo di tenere a PoUio un 
lungo discorso: ' tu che hai reso un incanto questi 
luoghi, dove prima non eran che scogli, e ci hai 
costruito ville e bagni, perchè con me solo vuoi 
essere avaro? Che vuoi? Io m'accontenterei anche 
di questa cappella, se non fosse per Giunone, la 
mia etema nemica, che si fa beffe della mia dimora ^ . 
E Pollio, subito persuaso, mette mano senz'altro ai 
lavori, che progrediscono con meravigliosa celerità, 
perchè di notte, quando nessuno lo vede, il dio stesso 
depone la clava, e dà di piglio alla zappa. 

Giacché gli dei o semidei hanno, come si può 
vedere anche da questi pochi saggi, una parte molto 
importante nelle Selve di Stazio. Nella prima del 
primo libro, Curzio, l'eroe famoso della voragine, 
allo strepito di che rimbomba il foro, dove si la- 
vora alla statua equestre di Domiziano, leva stupito 
il capo e, riconosciuta l'effigie imperiale, saluta co- 
lui che nel tempo stesso è figlio e padre di dei, 
e che è stato il salvatore di Boma non una, come 
lui, ma tre e quattro volte. Nella ' Via Domitiana ' 
(IV 3) — la via che congiungendo direttamente Si- 
nuessa a Pozzuoli abbreviava la distanza da Roma 
a questa città, allora il primo porto del mondo — 
il Volturno ringrazia l'imperatore di avergli get- 
tato sopra un ponte e regolato il suo corso; e la 
Sibilla, uscita dall'antro cumano, gli fa dall'estre- 
mità della via complimenti ed auguri: da Enea in 
poi nessuno più di lui fu degno di reggere Roma, 
di lui che è più buono e perfino più potente della 
stessa natura, che vivrà gli anni di Nestore e di 
Titono, e domerà l'oriente e i paesi percorsi da 
Bacco e da Ercole nella lor marcia trionfale. Il 
discorsetto d'occasione all'imperatore, console per la 
diciassettesima volta (IV 1), lo fa Giano; l'elogio di 
Lucano lo pronuncia una Musa, Calliope. 

Fuor della corte e della solita cerchia di perso- 
naggi ci porta l'ecloga fm, 5) che il poeta scrisse 
alla moglie, per esortarla ad accompagnarlo, senza 
rimpianti per la vita di Roma, a Napoli, dov'egli 



era nato e dove, malaticcio e ormai vecchio, voleva 
finire la vita: ' un discorso che non ha pretese 
letterarie per il fatto stesso che chi scrive si rivolge 
alla propria moglie, e più che a piacere mira a 
persuaderei Cosi l'autore per modestia, evidente- 
mente; giacché rimarrebbe deluso chi in questo com- 
ponimento si aspettasse di ritrovare semplicità e 
naturalezza maggiore che negli altri. L'artificiosità 
formale è la stessa: non di rado anche il pensiero 
è ricercato. Tuttavia questa sua Selva ha per noi sin- 
golare interesse ; con piacere stiamo a sentirlo par- 
lar di sé e delle persone che gli sono care: della 
moglie, che gli fu nella vita compagna affezionata 
e fedele e comprese le sue aspirazioni e le sue 
ansie di poeta, e divise con lui la gioia della ' Vi- 
ctoria Albana ^ e l'amarezza della ' repulsa capito- 
lina ^ ; della sua figliastra, bella d'animo e di forme, 
e valente poetessa. 

Un' epistola alla maniera oraziana è quella (IV 4) 
in cui Stazio domanda a Vitorio Marcello notizia 
delle cose sue, e gli parla de' propri lavori poetici ; 
oraziana similmente è l' alcaica (IV 5) ove si tesse 
l'elogio di Settimio Severo oratore e poeta, e vi 
ritorna il motivo cosi frequente nelle odi di Ora- 
zio, la descrizione della primavera: 'ora ogni al- 
bero si riveste di frondi primaverili, or s'odono 
le nuove querele degli augelli e il canto che per 
la prima volta gorgheggiano dopo averlo tacitamente 
meditato nell' inverno ' . Con ' iam ' , come la seconda 
ode del primo libro di Orazio, comincia, né forse 
è puro caso, la saffica IV 7: carme genetliaco pel 
figlio di Vibio Massimo, un ufficiale che aveva com- 
pendiato le storie di Sallustio e di Livio, ed assi- 
stito col consiglio il poeta nella composizione della 
Tebaide. 

Nei componimenti ultimamente ricordati, fedeli 
imitazioni oraziane, non v' è novità alcuna nò di 
materia né di forma. In altri la novità consiste prin- 
cipalmente nel metro. Epitalami, propemptici ed epi- 
cedii si leggono anche ne' poeti augustei, ma solo 
a cominciare da Stazio è per tali componimenti 
usato l'esametro. Se in questa innovazione egli sia 
stato preceduto da Lucano, oppure se il merito di 
essa spetti realmente a lui, sarebbe per sé questione 
importante, ma vana ed inutile quando ci manca 
ogni dato per risolverla. 

Novità di materia, oltreché novità di forma, tro- 
viamo nelle descrizioni, la parte più originale, per 
noi moderni almeno, delle Selve. Nei poeti più an- 
tichi vi sono, naturalmente, descrizioni, ma come 
elemento subordinato alla narrazione, magari come 



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Anno I. — N. 6. 



292 



episodio digressione; sempre però, sia pure appa- 
rentemente, come parte di un tutto. La descrizione 
poetica, come componimento a sé e avente in se 
stessa il suo fine, non esiste nella letteratura latina 
prima di Stazio. Esisteva bensì prima di lui, in 
forma indipendènte, la descrizione in prosa, di cui 
ci dà saggi Pepistolografia del primo secolo: genere 
letterario che in quella età, com' è noto, era dive- 
nuto prettamente retorico. Seneca, per esempio, in 
un'epistola a Lucilio (86) descrive la villa di Sci- 
pione Africano, dalla rozza semplicità della dimora 
di quel grande prendendo, come suole, occasione 
per levar la voce contro la lussuria e la mollezza 
del tempo suo. Plinio si serve di tre lettere (Il 17, 
V 6, IX 7) per descrivere le sue magnifiche ville 
presso Laurento, in Etruria e sul lago di Como, e 
d'altre tre (Vm 8, 17, 20) per descrivere le fonti 
del Clitunno, l'inondazione del Tevere e il lago 
Vadimone. Ovvio sembra dovesse presentarsi il fare 
in poesia ciò che si soleva fare in prosa, ma anche 
qui nessuno può dire se Stazio sia stato il primo o 
se già nelle Selve di Lucano esistessero descrizioni. 

Fra i varii generi di poesia la descrizione è di 
per sé il meno poetico; il che spiega perché essa 
sia tanta parte della letteratura in età in cui faccia 
difetto l'ispirazione. Tanto più fine quindi e deli- 
cato deve esser il talento di saper cogliere le note 
caratteristiche di ciò che si descrive, tanto più ine- 
sauribile l'arte di rivestire con splendide forme la 
materia che intimamente è cosi poco poetica, aflin- 
ché la descrizione non degeneri in prosastica enu- 
merazione. 

Che Stazio possegga talento descrittivo, nessuno 
io credo vorrà mettere in dubbio ; e nessuno pure 
vorrà negare che, avuto riguardo alla natura o 
estemporanea o quasi estemporanea della sua poesia 
e all'indirizzo letterario del tempo suo, egli abbia 
fatto del suo meglio ; ma sarebbe d'altra parte esa- 
gerazione il dire che sia riuscito a creare vera poesia 
descrittiva. Gli manca il sentimento della natura, 
che anima le descrizioni virgiliane. La descrizione 
in lui é molto spesso puramente esteriore; sopra i 
precetti e le regole della retorica di rado riesce a 
sollevarsi. Schematico si riconosce a prima vista 
l' ordine della descrizione nella Selva dove, come già 
abbiamo accennato, é descritta la statua equestre 
di Domiziano, che con la destra stesa in atto di 
pace e il simulacro di Minerva, sua dea protet- 
trice, nella sinistra, calpesta col cavallo lanciato a 
galoppo le chiome del Reno: simbolica rappresen- 
tazione delle vittorie sui Germani, per le quali si 



mostrano cosi scettici Tacito e Plinio. Dopo avere, 
come insegnavano i retori, indicata l'espressione ca- 
ratteristica della statua, il poeta viene alla descri- 
zione anatomica: comincia dal capo per passar poi 
in rivista le braccia e il petto, e fermarsi ai fianchi. 
Cosi pure procede daUa testa alle zampe, descrivendo 
il cavallo. Il medesimo schema si ritrova, nelle sue 
linee fondamentali, nell'Ercole Epitrapezio di Nevio 
Vindice (IV 6): il dio seduto su uno scoglio, so- 
pra il quale aveva disteso la pelle di leone, con 
una mano alzava la coppa in atto di bere e 
teneva con 1' altra la clava; graziosa statuetta di 
bronzo non più alta di un piede, riproduzione di 
un tipo creato assai verosimilmente da Lisippo, se 
pure non era, come pretendeva il possessore, essa 
stessa l'originale. 

Nell'Ercole Sorrentino il poeta si ferma special- 
mente a descrivere la costruzione del tempio: ' su 
un pezzo di tela è disegnata la pianta del tempio; 
numerose schiere di operai sono raccolte. Questi sono 
intenti a tagliar gli alberi e levare in alto le travi, 
questi altri a scavare le fondamenta. L' umida argilla 
sottoposta a cottura (é una perifrasi per indicare le 
tegole) divien capace di difendere il tempio dalle 
tempeste e dal gelo; la dura selce si liquefa al ca- 
lore della fornace. La fatica maggiore sta nel fran- 
gere gli scogli e i massi che non voglion cedere 
al ferro: lo stesso signore del luogo, Ercole, deposte 
le armi, lavora alla bisogna, e quando le ombre 
della notte coprono il cielo, scava egli stesso la 
terra. Ne rimbomba la fertile Capri coi suoi colli 
verdeggianti; e l'eco dal mare si ripercuote in- 
gigantita sulla terraferma. Non cosi grande é lo 
strepito che l'Etna produce, quando le incudini 
sono in movimento e Brente e Sterope, i due Ci- 
clopi, battono il ferro; né maggiore é il fragore 
che vien dall'antro di Lemno, dove Vulcano, col 
viso infuocato, attende a cesellare l'egida di Minerva. 
S'abbassan gli scogli; e gli operai, tornando la mat- 
tina sul luogo, guardano meravigliati il lavoro pro- 
gredito ' . Lo stesso motivo — anche le espressioni 
sono in parte le medesime — ritroviamo nella ' Via 
Domitiana'. Ad una festa data dall'imperatore al 
popolo romano, alle distribuzioni di doni e ai com- 
battimenti di donne e di nani che ebbero luogo 
durante essa, ci fanno assistere le ' Kalendae De- 
cembres ' (I, 6) ; a visitare le magnifiche ville di 
Manilio Vopisco e di Pollio e i bagni di Claudio 
Etrusco ci conducono altre tre Selve (I 2 II 2 I 5). 

Che in queste descrizioni Stazio sia riuscito ad 
evitar completamente la monotonia, non si può certo 



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Akno L — N. 6. 



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asserire; né del resto ciò era facile quando si pensi 
che doveva spesso descrivere le medesime cose at- 
tenendosi, per giunta, sempre a uno schema. Ste- 
reotipate sono certe immagini e certi raffronti. Ec- 
cone degli esempi scelti tutti in una speciale ca- 
tegoria. La voluttà assistè Manilio Vopisco mentre 
tracciava il disegno della sua villa, che Venere si de- 
gnò d'abbellire con gli unguenti della propria chioma 
(I, 3, 9 sq.). Anche alla costruzione del bagno di 
Claudio Etrusco partecipò Venere; fa essa che di- 
resse la mano di Vulcano (1, 5, 31 sq.). Ercole, 
come abbiam veduto, lavora al suo tempio (UE, 1, 
125 sq.); il modello della statua di Domiziano — 
dominus et deìis, come voleva esser chiamato — 
basta colla sua presenza (oh meraviglia!) a far che 
l'opera celeremente si compia (I, 1, 61 sq.). H dio 
Anione, lasciata nel secreto della notte la sua fonte 
e spogliatosi delle glauche sue vesti, si diverte a 
distender le membra sul muschio di cui sono tap- 
pezzate le grotte che circondano i triclinii della villa 
di Manilio Vopisco (I, 370 sq.); Nel fiume che scorre 
presso i bagni di Claudio Etrusco, Venere prefe- 
rirebbe di esser nata, Narciso di specchiarsi. Diana 
di prendere il bagno anche a costo di esser sorpresa 
da sguardi indiscreti (I, 5, 61 sq.). 

* * 

Ma questi non sono se non esempi particolaris- 
simi di un difetto che anche a un lettore superfi- 
ciale non può non saltar subito all' occhio. Stazio 
è pieno di ripetizioni: si ripete nelle parole, nelle 
frasi, nelle immagini, nei concetti. Ne e' è da mera- 
vigliarsene. Un poeta d'occasione ha, come si dice 
volgarmente, il tempo contato ; più poesie fa e più 
guadagna ; più breve è il tempo che impiega nel com- 
porlo e più clienti può servire. La scuola, dandogli 
uno schema per ogni sorta di componimenti, gli ri- 
sparmiava nella maggior parte dei casi la fatica di 
dover cercare e disporre la materia; l'opera sua con- 
sisteva nel rivestir di carni quell'ossatura, ne] minor 
tempo possibile. E Stazio, che a scriver la Tebaldo 
aveva impiegato dodici anni, doveva, fin da quando co- 
minciò a pubblicare le Selve, accorgersi dei difetti e 
delle mancanze che vi erano, e prevedere le critiche a 
cui sarebbero andate incontro. Uno scopo infatti evi- 
dentemente apologetico hanno le prefazioni che pre- 
mise ai varii libri. ' Questi cento versi ' , dice egli per 
esempio nella prefazione al primo libro, ' eh' io feci 
sull' equus maximits^ dovei presentarli all' impera- 
tore il giorno dopo che egli aveva dedicato il mo- 
numento. Mi si dirà: il monumento potevi averlo 



veduto anche prima. A costoro risponderai tu, Stella 
carissimo, giacché tu sai che il tuo epitalamio 
lo scrissi in soli due giorni. Fu una temerità, ne 
convengo, ma son trecento versi tuttavia. Diranno 
che tu menti in favore di un collega ' — Stella, 
l'abbiamo detto, era poeta elegiaco — : ' Risponderò 
che Manilio Vopisco suol dire egli stesso che la sua 
villa fu da me descritta in un giorno. ' 

Nò mancarono le critiche: già accennammo al 
giudizio sfavorevole di Quintiliano. Ma Stazio non 
si lasciò scoraggiare; nel quarto libro pubblicava 
infatti un numero di Selve maggiore che nei primi 
tre, ' affinchè ', diceva, ' non credano d'avere ot-- 
tenuto menomamente il loro scopo quelli che, come 
sento dire, disapprovarono che io avessi pubblicato 
componimenti di questo genere. Prima di tutto è 
superfluo il dissuadere dal fare una cosa già fatta, 
inoltre molti di questi componimenti li avevo già 
presentati all' imperatore ; ciò che viene a dar loro 
diffusione assai maggiore che non V edizione. E poi, 
non è forse lecito esercitarsi nel comporre, cosi per 
ischerzo? Si, ma in segreto, mi si dice. Risponderò 
che noi assistiam pure alle prove dei pugili e dei 
gladiatori ' . Le Selve quindi, come risulta anche da 
un altro luogo, erano dal poeta considerate come pre- 
parazione a lavoro di maggior lena. Che chi, come 
Quintiliano, giudichi con criteri assoluti, sia di ne- 
cessità condotto a biasimarle, è naturale: troppo mec- 
canica è spesso la disposizione della materia, troppo 
trascurata n' è rimasta, anche dopo la revisione cui 
1' autore le avrà sottoposte prima di pubblicarle, la 
forma. Lioltre Stazio porta all'estremo un difetto del 
suo tempo: continuamente approfitta della facilità che 
possiede per dir le cose in modo difficile, e cade 
in lambiccature di espressione e di pensiero e in 
ridicole iperboli. Ma chi abbia riguardo allo scopo 
che si propose, chi pensi che la maggior parte di 
questi componimenti sono frutto di un lavoro fret- 
toloso di poche ore, chi rifletta alle tendenze lette- 
rarie del tempo che, quand'anche ne fosse stato ca- 
pace, gli avrebbero impedito di sollevarsi al di sopra 
degli schemi e delle regole della retorica, non può 
non ammirare la facilità e la versatilità del poeta, 
la straordinaria prontezza di concezione, la mobilità 
di fantasia ed infine la grande abilità formale. 

La poesia d'occasione è per necessità estempo- 
ranea; il famoso ' nonum prematur in annum ' è 
un assurdo per essa. Al poeta d' occasione importa, 
più di ogni altra cosa, non arrivar tardi, non la- 
sciare che altri gli passi innanzi; tanto varrebbe 
esser posposto agli emuli, e morir di fame. E noto 



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Anno L 



N. 6. 



296 



ciò che avvenne al Malherbe. Era morta la moglie 
di un suo amico : pensò di scrivere una poesia per 
consolarlo. Ma, lento e incontentabile com' era, ci 
mise tanto che, quando l'ebbe finita, il suo amico 
s'era già consolato da sé: aveva ripreso moglie. 
* 

Benché tratti graziosamente poetici non manchino 
nelle Selve — per esempio quello della donna, devota 
al marito, che muore contenta nel pensiero di as- 
sicurargli la felicità placando con la sua morte l'in- 
vidia degli dei — tuttavia l' interesse artistico è su- 
perato dall'interesse scientifico. In primo luogo esse 
rappresentano un nuovo genere letterario; il che, 
anche indipendentemente dal pregio intrinseco, ba- 
sta agli occhi dello studioso a dar loro un grande 
valore. Inoltre non v' è parte dell' antichità classica 
che dalle Selve non attinga più o meno copiosamente: 
lo studioso della letteratura latina vi trova notizie 
su poeti e su letterati del tempo; lo storico com- 
pleta sulla scorta di esse la biografia di parecchi 
illustri personaggi del primo secolo dell' impero ; 
alla storia dell'arte e del costume e alla topografia 
porgono importanti materiali. Certo, il poeta non 
deve aver l' intento, di giovare allo storico o all' an- 
tiquario; ma peggio sarebbe se, come spesso avviene, 
riuscisse a non essere utile a nessuno. 
Pisa, novembre 1898. 

Camillo Vitelli, 



ONORANZE AD ENRICO WEIL 



Il ventisei dello scorso Agosto compiva ottanta anni 
Enrico Weil, nato a Franooforte sul Meno, membro del- 
r Istituto di Francia, professore emerito della Facoltà 
letteraria di Besan9on, della Scuola Normale Superiore 
e della École dea hauUa études di Parigi. In onore del- 
r uomo venerando, alla cui opera dotta e geniale di 
scrittore e di insegnante si deve in gran parte il felice 
risveglio degU studi greci in Francia negU ultimi de- 
cenni, una numerosa schiera di dotti francesi, inglesi, 
tedeschi, austriaci, svizzeri, olandesi, italiani, ha com- 
posto uno splendido volume di memorie concementi la 
storia e la letteratura greca, i) 

Del vario e ricco contenuto del volume mal darebbe 
giudizio una persona sola, anche se potesse disporre di 
molto spazio ; V indice dei collaboratori e delle memorie 
sarà in ogni modo gradito ai nostri lettori. 

i) Mélangea Henri Weil, Becueil de mémoires concemant 
l'hi8toire et la littérature grecquea dédié à H. W. eto. Parie (Thorin 
et fiU ; A, Fontemoiìig, éditeur), 1898 ; pp. 465, Al volume è pre- 
posto un bel ritratto, in eliotipia, del Weil; la memoria del 
Sandys {Une atatue de Démoathlne p. 423-28) è preceduta da una 
ben riuscita fotoincisione della importante statua di Demo- 
stene, scoperta più di un secolo fa nella Campania e presente- 
mente in Inghilterra (a Knole Park, Sevenoaks); altre incisioni 
sono intercalate nel testo (per es. a pag. 409 una terracotta di 
Smirne, in coi S. Beinach rioonosoe un ritratto di Omero) eto. 



Benloew, Vere emtiquee et vere modemee, Blass, Ad 
Aeechgli Agamevmonem. Campbell, Le point culminant dans 
la tragèdie grecqite, Gomparetti, Lee dUhyramhee de Bac- 
chylide, f Couat, Notee sur la divieion du choeur dane Ice 
comédiea d* Arietophane, Groiset (Alfred), L* affiranchieee- 
meni dee eecUivea pour /aite de guerre, Groiset (Maurice), 
Sur le originee du récit rélatif à MéUagre dans l'ode V 
de Bacehylide. Grusius, Sur un fragment poétique dane lea 
papyrue Grenfell. Dalmeyda, Uh fragment de tragèdie an- 
tique de Goethe: Elpènor. Dareste, Le Persan de Plaute, 
Becharme, Note sur un fragment dee Daedcda de Plutarque, 
Derenbourg, Les tradueteurs arahes d'auteura grecs et Vau- 
teur musulman dee Aphorismes de PhUoeophie, Diels, Sym- 
boia Empedoclea. Girard, Remarques sur PraUnas. Gomperz, 
Herodote et Sophocle, HaussouUier, Le cuUe de Zeus a 
Didymea, la Borjyla, Hauvette, Les Éleusiniens d' Eschyle 
et V institution da dlacoura funebre à Athhies, van Her^'er- 
den, Ad tragieorum graecorum fragmenta, HoUeaux, *Àn6X- 
Xtou iTió&tos, Homolle, Les offrandes delphiques dee file 
de DetTioménès et V epigramma di Simanide. Jebb, Bacchy- 
lidea. Kenyon, fragmenta d'exercicea de rhétorique conservés 
sur papyrue. Lechat, Lea grande frontone en tuf de Vacro- 
pole d' Aihhnes. Martin, Les jeux pythiques d*apres VÉlectre 
de Sophocle. Masqueray, De la symétrie dona les partiea 
èpisodiques de l-a tragèdie grecque, Nicole, L*aventure de 
Zeus et de Lèda, fragment d'un, èpisode épique (papyras 
inédit de la collection de Genève), de Nolhac, Le premier ira- 
vailfranqais sur Euripide : la traduction de Francois Tissard. 
Omont, Inventaire du trèsor et de la btblioihèque du mo- 
nastère ole Stroumnitza. Oppert, Herodote et VOrient antique, 
Parmentier, Une scène de V Électre de Sophocle. Perrot, 
La sculpture dans le tempie grec etc. Pottier, L* agrafe du 
manteau d'Ulysse. Puech, Sur le Ao'yog naQttiyenxóg {Cohor- 
tatio ad Graecos) attribuè à Justin. Beinach (Salomon), 
Buste inédil d*Homère, terre cuite de Smyme. Reinach 
(Théodore), Deuxfragments d'hyporchèmes anonymes. Sandys, 
La statue de Demostene a Knole Park, Sevenoaks, comté 
de Kent. Semitelos, Jio^dfouxà sii TlLvóaQou xal lofpo- 
xXétt. Vemier, E^^ "EgQixoy OveiXtoy (carme elegiaco), von 
Wilamowitz-Moellendorff, De versu phalaeceo. 

Molti, come vedesi, sono gli articoli di argomento ar- 
cheologico e antiquario scritti da francesi; e si ha così 
una nuova prova della lodevole attività e delle grandi 
benemerenze dei nostri vicini in questo ramo di studi e 
di ricerche. Altre memorie trattano, con delicato pen- 
siero, di quegli scrittori greci che furono e sono studio 
favorito del grande maestro a cui il volume è dedicato. 
Al felice ingegno critico del Weil, alla sua lucida e se- 
rena dottrina, all^ acume mirabile della sua mente sem- 
pre accompagnato da altrettanto mirabile buon senso, si 
deve per non piccola parte la progredita intelligenza dei 
capolavori della tragedia e dell'eloquenza greca: op- 
portunamente le memorie concementi Eschilo, Sofocle, 
Euripide, Demostene gli ricordano questi suoi grandi me- 
riti. 1) Al conoscitore finissimo dei metri antichi dedica il 



1) Ognun sa, ad esempio, quanto sia vero quello che con 
sincerità e semplicità gli dice il Blass (p. 9) : ' Non potest 
autem Aeschyli fabulas legere quisquam philologus, quin sae- 
pissime TVI meminerit gratesque TIBI tacita saltem mente 
agat ob plurima quae TV mentis acie indefessoque studio ad 
eum poetam difficillimum aliquanto mclius et commodius in- 
tellegendum contulisti. ' 



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Anno I. — N. 6. 



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Wìlamowitz briose pagine De versu phalaeceOf destinate, 
insieme con altri saggi metrici dello stesso autore, a 
persuaderci di quale illusione siamo stati vittime, quando 
abbiamo creduto che i metri antichi si spiegassero con 
la musica moderna. Le prodigiose scoperte recenti, in 
papiri e tavolette cerate, Aristotele, Iperide, Eronda, Euri- 
pide, Bacchilide, Menandro, Babrio, trovarono sempre 
pronto il critico sagace, che vecchio d^anni e d'esperienza, 
ma con franchezza e grazia giovanile di spirito, con in- 
vidiabDe ma non orgogliosa sicurezza, emendava, suppliva, 
combinava frammenti enimmatici, portava splendida luce 
dove spesso era solo confusione e tenebre. Ben gli si 
doveva che nuovi studi e ricerche su alcuno di quei pre- 
ziosi monumenti fossero a lui indirizzati: gli manda il 
Kenyon dal BritUh Museum nuovi frammenti di esercizii 
retorici in un papiro di Egitto, gli dedicano altri (fra i 
quali il nostro Comparetti) le loro lucubrazioni bacchilidee. 

A ripensare insomma la varia ricchezza del magnifico 
volume, i nomi illustri di coloro che V hanno composto, 
fra cui annovero maestri ed amici carissimi, i debiti sem- 
pre crescenti di gratitudine che mi legano ad Enrico Weil, 
acerbo dolore è per me dover dire Io non v'era, tanto 
più acerbo perchè non mancò V esortazione delicata e 
cortese di chi aveva ideata e promossa questa degna di- 
mostrazione di affetto e di ammirazione alP onorando 
vegliardo. 

'jX}^ ov yuQ XLS iatty nga^ig taóe fÀVQOfxéuovg — , ri- 
peterò anche io col poeta greco oggi alla moda la sen- 
tenza del vecchio Omero. Magro conforto è che neppure 
in Italia Tottantesimo anniversario dell^editore di EschiLo, 
di Euripide e di Demostene non è passato senza quelle 
modeste onoranze che sono in facoltà nostra : al Weil 
abbiamo voluto fosse dedicato il sesto volume dei nostri 
Sttbdi italiani di filologia classica. Non gli giunga sgradito 
r omaggio ; e cosi a me come agli amici miei, giovani e 
vecchi, sia egli ancora per lunghi anni fautore costante e 
modello impareggiabile di feconda operosità. 

G. Vitelli. 



The Oxyrhynchus Papyri, Pari. L Edited with translations 

and notes by Bernard P. Grenfell and Arthur 

S. Hunt. With eight i)lates. London 1898 ;pp. xy'284. 

La Società inglese di esplorazione archeologica del- 
l'Egitto ha istituito una sezione speciale {Graeco-Roman 
branch) per scoperte e pubblicazione di reliquie dell'an- 
tichità classica e del cristianesimo primitivo. Cosi una 
quantità immensa di papiri greci e latini trovata dai 
signori Grenfell e Hunt, a Behnesa (l'antica Oxyrhyn- 
chos), fu trasportata l'anno scorso in Inghilterra, ad 
Oxford; il primo volume, che abbiamo il piacere di an- 
nunziare, comunica in extenso H contenuto di ben 158 di 
quei papiri, e la descrizione di un'altra cinquantina. Le 
riproduzioni in fototipia sono felicemente riuscite; splen- 
dida è l'esecuzione tipografica dell'intero volume; i si- 
gnori Grenfell e Hunt vi dimostrano dottrina moltissima 
e eccellenti attitudini paleografiche, critiche ed ermeneu- 
tiche. Essi non sono già alle loro prime armi, in fatto 
di papiri; ma piace vedere quanta maggior sicurezza di 
dottrina e di metodo attesti questa pubblicazione in con- 



fronto delle precedenti i), pur esse del resto tanto meri- 
torie. In tanta copia di documenti, è certamente lodevole 
il disegno di non pubblicarli tutti da cima a fondo; dei 
meno importanti bastano notizie sommarie ed indicazioni 
delle peculiarità che possano per una od altra ragione 
destar^ maggiore interesse. È vero che per ricerche lin- 
guistiche e filologiche si vorrebbe di più ; ma queste po- 
tranno esser fatte a comodo, in seguito, e per ora non 
vorremmo ohe il desiderio di abbondare in comunicazioni 
da papiri di minor conto fosse causa di ritardo nella pub- 
blicazione dell'immenso tesoro ancora giacente, che nes- 
suno può dire quanti mai volumi occuperà. 

Dei 158 papiri riprodotti per intero e ampiamente 
illustrati (e tradotti, quando non si trattava di testi già 
altrimenti noti), i primi sei contengono frammenti greci 
di antica letteratura cristiana, nei ventiquattro seguenti 
abbiamo frammenti anch'essi greci di antica letteratura 
profana, sono latini quelli segnati coi numeri 80-82, quindi 
sino al n.® 124 abbiamo documenti varii dei primi quattro 
secoli dell'era volgare, e dal n." 125 in poi documenti 
dei secoli sesto e settimo. In fondo al volume occorrono 
ricchi ed accurati indici di varia specie, storici, cronolo- 
gici, di parole ecc. 

Aprono la prima serie dei papiri, diremo cosi, cri- 
stiani, i frammenti di sentenze di G^sù, già pubblicati e 
ripubblicati a parte, col nome di Aóyia ^Itjaot: sopra di 
essi vi è già una estesa letteratura. Seguono frammenti 
di vangeli (S. Matteo e S. Marco), di opere teologiche, 
degli atti di Paolo e Tecla. 

La seconda serie comincia con versi di Saffo: sono 
frammenti di cinque strofe saffiche, delle quali solo le 
prime due possono esser restituite con sufficiente verisi- 
miglianza. Eccone alcuni versi (secondo le restituzioni 
del Blass, del Diels e del Wilamowitz): 
7i6ryia]t Nrjqrfióeg, apXa^rj[v fjLoi 
xòy xaai]yyrjxoy ^[ó]xb xviìf^ ixéaS-aiy 
xtoaaa ^](^ ^vfÀià xb &éXiì ysyéa&aCy 
xatixa tBXéa^y, 
' O Nereidi venerande, fate che mi tomi qua sano e 
salvo il fratello, e tutti i desiderii del suo cuore si 
compiano. ' 

Sapevamo da Erodoto (2, 185) che nelle poesie di Saffo 
c'erano acerbi rimproveri al fratello Gharaxos, nego- 
ziante di vini in Egitto, che, innamorato della celebre 
cortigiana Bhodopis (' Boricha ' era nominata nei carmi 
di Saffo), aveva dato fondo a tutto il suo avere: ora 
questi versi possono essere interpretati come augurio del- 
l'amorosa sorella che il giovane tomi, dall'Egitto, felice 
e contento in patria, ma non sapremmo neppur noi affer- 
mare che essi presuppongano lo scandalo con Doricha- 
Hhodopis. 

Versi di Alcmane crede di riconoscere il Blass nel 
papiro n.*> 8 (p. 18). Sono sette esametri, dei quaU lacu- 
nosi i tre primi (del primo rimane anzi una sillaba sola), 
pressoché completi gli altri quattro. Dopo il terzo verso 

1) Revenué Laica of PtoUmy Philadelpkus, by B. P. Grenfell; 
Greek Papiri, aeries I, An Alexandrian Eroiic fragment and 
other Greek Papyri, chiefly Ptolemaic, by B. P. Grenfell; id. se- 
ries II, New classical fragmenis and other Greek and Latin 
Papyri, by B. P. Grenfell and A. 8. Hunt, Ad essi è dovuta an- 
che la nuova edùi. dei frammenti ginevrini del Ffco^oV di 
Menandro. 



299 



Anno I. — N. 6. 



300 



occorre la lineetta di divisione (paretgraphos), sicché col 
quarto sembra che cominci una nuova poesia. * Siam 
venute in nove ', dicono questi quattro versi, ' al tem- 
pio della gran Demeter, tutte fanciulle, tutte con bei 
vestiti ; con bei vestiti e con splendidi monili di levigato 
avorio, somiglianti a vedersi . . . . ' 

^y^ofÀsy èg fieydXa^ Jafidregog èvvì* èda<ra[ij 
naltìcu, na^&eyiXttlj nalaai xaXà ififiax èxolaa[i' 
xaXà fÀèy i/Àf4ax* èxolaai^ ttQ[i,]nQB7iéag de X(tl 0QfÀ[(ag 
TiQ^atà il iXé(payTog, ló^y noxBoixótag a 

Prescindendo dal resto, le ripetizioni naiffai-naiaM e 
xttXtt'XaXà (quest^ ultima con mutamento di quantità delle 
sillabe u u e — u , per giunta) sanno piuttosto di arte 
Teocritea, e in generale alessandrina, che non della sem- 
plicità di poeta antichissimo; il miscuglio inoltre di do- 
rismi ed eolismi rivela anch^ esso, come fu già osservato, 
piuttosto imitazione, graziosa quanto si voglia, che non 
genuina poesia del sesto secolo. 

Di non lieve importanza, anche per le molte citazioni 
poetiche che vi occorrono, sono i freanmenti di Aristos- 
seno (dell'opera 'Pvd'/Àixa ffroi/era, come credono gli edi- 
tori), p. 14 e sgg. Nella seconda colonna (della prima 
rimane troppo poco per cavarne senso) si continua a 
discorrere della possibilità di rappresentare con tre sil- 
labe (— u — ) un metron o ' piede ' giambico (cioè un 
diiambo come diciamo noi, o fìàxzvXog 6 xaxà la/nfioy come 
usa dire Aristosseno: u — u — ), ovvero un Tnetron o 
' piede ' trocaico (.cioè un ditrocheo per noi, o XQfjt^xog 
per Aristosseno : — u — ) : il che vuol dire che nel primo 
caso la prima sillaba, e nel secondo T ultima non ha il 
solito valore di due, ma di tre brevi : L. u — e — u L. . 
XQtjcano <f* ay avrj i) xal 6 éàxtvXog 6 xard Ìa/À^oy dyn- 
naXi xày nsQiSXovcày ^vXXafitjy re&Biawy Big tovg /^o- 
yovg ijf tóg iy Tifi xqrjxixiò èxi&Byxo. iaxai iìè xò <F/^fea 
xov noàòg di ov ij ^vd-fxonoda noQBvaBxai xò Big Ìa/À^oy, 
oloy *) 

%yd-a ótj noixlXfay dy&éioy dfÀfiQoxoi A(e)i/iaxc^ 
fiad-vaxiioy xax^ dXaog dfiQonagd-éyovg 
Bvitóxag xoQo^^ dyxdXaig \ déxoyxai. 

iy xovxip ydg oX xe nQvUxoi néyxB noÓBg ovxo} xéxQtjyxai 
xj Xé^Bi xal ndXiy vcxbqoi xQBig, xal s) 

oaxig Bvd'V/Liijj xal xoQotg tjàBxai. 

ènl noXv de xj xotavxn §vd-fÀonoU(f ov ndyv /^«Tat o 
^vd'fÀÒg ovxog etc. 

*) Cioè xjj xoiavxfj Xé^Bt, = x^ xQiXQÓym Xé^Bi (— = u u u). 
Intendi dunque: * Usa di una tal Xé^ig anche il dattilo giovi- 
bica, dove le sillabe TtBQiéxovaai ^ <Gioè quelle di durata 
maggiore della normale) ' hanno rispetto alla battuta una 
posizione inversa a quella ohe avevano nel eretico ' <di cui si 
era parlato nella colonna precedente). 

*) Dispongo in una sola linea (la prima) i cinque nódBg 
dove occorre la sillaba del valore di tre brevi, nella terza 
linea ho separato con una sbarra 1' ultimo ' piede ' (secondo 
la terminologia nostra una dipodia giambica catalettica; se 
si vuole» u . L. ) dai tre analoghi ai cinque della prima : 

L.u*« L.u«» L.U— L.U— L.u^ 

L.U— L.u^ L.u>— I Ui^L. 

Questo, beninteso, per distinguere i gruppi di sillabe che il 
trattatista vuol far notare ; altrimenti converrebbe disporre 
le linee in modo da avere tre serie, ciascuna di quattro ' piedi \ 



Noi tali serie di -* u -* le diremmo senz' altro ereti- 
che, né è possibile senza molta competenza in fatto di 
teorie metriche dichiarar qui il valore dottrinale dei 
nuovi frammenti. Anche nella colonna seguente occor- 
rono citazioni di versi, pur essi altrimenti ignoti come 
son quelli della colonna seconda: tutti verisimilmente 
appartengono a ditirambi attici del quarto secolo, né 
forse saranno d'ostacolo a tale ipotesi forme ioniche 

come BVd-VfALfj^, 

In altri papiri abbiamo frammenti di commedie, una 
lettera mutila ad un re di Macedonia, misere reliquie di 
un'elegia (dell'età alessandrina, a quanto sembra), dove 
si oppone la condizione presente dell'umanità a quella 
dell' età primitiva. Gli uomini di quella età si nutrivano 
bensì di ghiande, ma non avevano da lavorare faticosa- 
mente la terra : mutando essi quel dolce far niente con 
la vita travagliata d'ora, si addimostrarono non meno 
stolti del Glauco dell' Iliade (6, 285 sq.), 

og TiQÓg Tvdstdìjy Jio/ÀtjdBa xbvxb* a/ÀBifiBy, 
XQvffBa j|faAx£taj>' *), èxaxófjifioi éyyBufioitay, 

La restituzione dei versi è stata tentata dal Weil (Rev. 
des et. gr. 1898 p. 239 sqq.), e noi ne riportiamo qui i 
primi tre distici: 

[Toiog BTjy d^ytjxoiai yóog, ^jaxoy fiioy bvxb 

^XXd^ayx* aiy]rjg dyxl yBtoxo^lrig, 
[otog Ì£f]y rXav]x(^ Avxlt^^ oxb aiqìXòg insiyB 

[dy&' éxaxofÀpoijtay èyyBdfioia Xa^Bty, 
[IlQly d* ovxig ajiiyvfjy, néXBxvy 7i[ax^y ovxb 

dixBXXay] 

[xdXxBVBy d'tj]xxrjy dfjiqìoxéqiù Gx6fjia[xC\ etc. 

iSei colonne di un altro papiro contengono frammenti 
di un'opera cronologica: sono enumerati, secondo gli 
anni delle olimpiadi e degli arconti di Atene, i principali 
avvenimenti storici greci e romani, e anche fatti d'im- 
portanza storico-letteraria (morte di Platone, successione 
di Spensippo come scolarco, morte di Isocrate ecc.). Le 
date, con lacune intermedie, vanno dal 355/4 al 816/5. 
Riportiamo la notizia che occorre all'anno 387-6 : xaxd 
dB xóy xéiaQxoy (cioè il quarto anno dell'Olimpiade 110) 
ro xoiyòy xtày 'EXXijyojy uvyBX&óyxBg 4>iXinnoy ttvxoxgd- 
xoQa axQaxtjyòy BVXayxo xov TiQÒg Jlégaag noXé/ÀOv. 

1 frammenti che seguono (Tucidide, Iliade, Erodoto, 
Sofocle, Platone, Proemii di Demostene ecc.), alcuni già 
messi a profitto (per es. quelli di Tucidide, nella edizione 
Teubneriana dell' Hude), quando non hanno importanza 
per le lezioni nuove che offrono, non sono meno impor- 
tanti come garanzia della vulgata. Non è qui il luogo 
di discorrerne entrando in minuti particolari. Vogliamo 
però dire che, i papiri di questa collezione non essendo 
più antichi del primo secolo d. Cr., non deve fare mar 
raviglia se nei frammenti erodotoi, per esempio, occor- 
rano i medesimi iperionismi dei manoscritti medievali 
(pap. XVIII, 14 p. 45 yocBBiy : Herod. I 105). Appunto 
per Erodoto importerebbe in sommo grado avere fram- 
menti o prealessandrini o almeno non più recenti di quegli 
omerici, platonici ed euripidei che ci hanno dati i papiri 
del Mahaffy. 

1) È noto ohe queste parole furono adoperate proverbial- 
mente per ogni cambio a perdita. 



301 



Anno I. — N. 6. 



302 



Sopra un pezzo di pergamena occorre un frammento 
di storico latino (vi si parla di Filippo e di Antioco); 
nel verso di un papiro abbiamo alcune parole ed emisticlii 
del primo libro dell'Eneide; un altro papiro ci ha con- 
servata la lettera con cui un Aurelio Archelao racco- 
mandava a Giulio Domizio un amico di nome Teone : 
• iam tibi et pristine commendaveram Theonem amicum 
meum et modo quoque peto, domine, ut eum ante ocu- 
los habeas tanquam me. Est enim tales omo (l. tali» 

homo !^ ut ametur a te et ideo peto a te ut habeat 

introitum ad te, et omnia tibi referere (sicf) potost de 
actum nostrum (sicf) ' etc. Come vedesi, non era sicuro 
in grammatica questo Aurelio Archelao ; né vorremmo che 
i nostri ragazzi di ginnasio si facessero forti della sua 
autorità. 

Bella forma classica non occorre neppure in tutti gli 
altri papiri greci che il volume comprende. Ma, in com- 
penso, quante notizie essi ci danno dello stato materiale 
e morale delle città greco-eg^iziane, e di Oxyrhynchos spe- 
cialmente ! Gli editori inglesi li hanno pubblicati in modo 
che non i soli ellenisti, ma quanti hanno interesse per 
r antichità, storici, economisti, giuristi, tutti possano age- 
volmente trame profitto. Relazioni di processi criminali, 
perizie di lavori pubblici e privati, atti di corporazioni 
municipali, emancipazioni di schiavi, contratti di ogni spe- 
cie, testamenti e revoche di testamenti, quitanze, rapporti 
ufficiali di medici pubblici, petizioni varie, mandati d' ar- 
resto, intimazioni pubbliche e private, lettere ufficiali e 
familiari, inviti a pranzo, esercizii di scolarelli, liste di 
mobili e di ' effetti ' : non manca nulla, in somma, di 
quanto si scrive non jser i lontani posteri, ma per i bi- 
sogni e le convenienze della vita di tutti giorni, e che 
appunto per questo i lontani posteri leggono avidamente. 
Non sapremmo donde rifarci per dame sommariamente 
conto in ordine metodico *): basteranno ad ogni modo, per 
invogliare alla lettura del libro, anche le poche ' curio- 
sità ' , principalmente di carattere privato, che ne estrag- 
ghiamo. 

Due medici municipali (p. 108 sq.) riferiscono al ma- 
gistrato competente, il primo sulla ricognizione da lui 
fatta del cadavere di un appiccato, V altro sulle ferite di 
una donna. Un padre (p. 142) denunzia al segretario del 
villaggio la morte di un suo figliuolo, perchè sia inscritto 
nel registro dei defunti. Giovanni, padre di Eufemia, co- 
munica ufficialmente all' ' illustrissimo ' suo futuro genero 
che, per le notizie giuntegli della condotta non buona di 
esso illustrissimo signore, non intende più dargli in mo- 
glie la figliuola, e si considera perciò libero- da ogni im- 
pegno (p. 200 sq.): * Essendomi giunto all'orecchio che 
tu ti sei dato a cattive azioni, spiacenti a Dio e agli 
uomini, ne conviene indicarle per iscritto, ho pensato 
bene di rompere ogni relazione fra te e la mia figlia, per- 
chè, come ho già detto, mi sono giunte notizie poco buone 
sul tuo conto, e perchè desidero che la mia figliuola viva 
in pace e tranquillità. Perciò ti mando il presente atto di 
ripudio {i^Bnovóiov) del fidanzamento con la mia figliuola, 
per mezzo di Anastasio chiarissimo avvocato (lx(f*xo?) 
della città di Oxyrhynchos, con la firma mia; e ne ho 

i) Mirabili per dottrina e per talento sono le pagine in coi 
ne rende conto il Wilamowitz (Ooettingische geL Anzeigen 1896 
nr. 9, p. e7&*70A). 



presa una copia scritta di mano del predetto chiarissimo 
avvocato. Per sicurezza dunque della predetta mia figlia 
Eufemia ti mando questo ^enovdiov scritto addi 11 del 
mese Epeif, indizione 11. Giovanni padre di Eufemia figlia 
mia mando il presente atto a Febammone illustrissimo 
futuro genero, come sopra è detto. ' 

Altrove (p. 181) una Irene consola, molto alla buona, 
Taonnophris e Filone della morte di un tale Eumoiros : 
* Me ne sono molto addolorata, ed io e tutti i miei ab- 
biamo fatto tutto quello che era dovere Ma che ri- 
medio e' è contro la morte ? Dunque consolatevi. Pensate 
a star bene. Il primo del mese Athyr. * 

Invito a feste (p. 177); * Salve, signora Serenia, da 
parte di Petosiri. Procura ad ogni costo, o signora, di 
venire il 20 per la festa genetliaca di Teone (?), e fammi 
sapere se verrai in barca o sull' asino, affinchè ti sia man- 
dato. Ma bada, o signora, di non te ne dimenticare. Ti 
auguro buona salute per molti anni. ' Più semplice è que- 
sto invito ad un pranzo nuziale (p. 177): * Herais ti prega 
di partecipare al pranzo di nozze dei suoi figliuoli, do- 
mani che ne abbiamo 5, all'ora IX.* 

Vero capolavoro di civetteria, e anche di grammatica e 
grafia infantile, è la lettera di un ragazzetto a suo padre 
(p. 185): ' Teone saluta il padre Teone. Bella cosa hai 
fatto a non portarmi con te in città. Se non mi porterai 
con te ad Alessandria, non ti scriverò, non ti parlerò, non 
ti dirò addio. E se vai ad Alessandria non ti stringerò la 
mano e non ti saluterò mai più. Ecco quello che avverrà 

se non mi porterai. La mamma disse ad Archelao 

Grazio dei regali che mi mandasti il 12 alla tua partenza. 
Mandami una cetra (lira^, te ne prego. Se non me la man- 
derai, non mangerò, non beverò : proprio cosi ! Ti auguro 
buona salute. Il 18 di Tybi. ' E nel verso del papiro: * Da 
consegnare a Teone da parte del figlio Teonato. * 

De emhlematis in Platonis textu obviis acripsit J. J. Hart- 
man. Lagduni Batavorum (ap, A. W, Sijthoff), 1898 ; 
pp. 144. 

Il libro è dedicato ' Piis Manibus E. B. Hirschigii ' ; 
in una breve epistola all'amico e collega J. van Leuwen 
l'autore c'informa inoltre che molte osservazioni ed emen- 
dazioni dovute appunto a questo dotto ellenista. Circa 
quattrocento luoghi platonici sono trattati, e liberati da 
' emblemata ' o, per dir meglio, da quelli che all' acuto 
critico sembrano tali. Ci è impossibile, nel breve ambito 
di un annunzio, discendere ai particolari. In questi ultimi 
anni i frammenti di opere platoniche venutici da papiri, 
anche antichissimi (3° sec. av. Cr.), dell' Egitto, hanno dato 
frequentemente occasione di discutere fino a che punto 
siamo autorizzati a supporre interpolazioni nel testo del 
grande filosofo. Una cosa è fuori di discussione: non è le- 
cito ammettere interpolazioni medievali su larga scala, 
poiché quasi tutte quelle che come tali erano conside- 
rate, si ritrovano, quasi senza eccezione, nei papiri più 
antichi di parecchi secoli. Di qui una giusta diffidenza 
contro un metodo di critica, che, eliminata V ipotesi di in- 
terpolazioni in massa nei secoli del medio evo, appare fon- 
dato su poco solida base. Ma questo non può voler dire 
che Platone non sia stato interpolato: vuol dire che è 
imprudenza cercarvi interpolazioni quali e quante solo 
a volgare e triviale erudizione bizantina potrebbero essere 



303 



Anno I. — N. 6. 



304 



attribuite. Il nostro autore (p. 5) direbbe benissimo : * cum 
semel statueris Platonis textum additamentis esse pur- 
gandum, in ea re legi alieni parere vello quam ipse ex- 
cogitaveris et non ei quam nobis dat ipsa ars Platonis 
recte intellecta, ea demum est temeritas ' , se si potesse 
esser volta per volta sicuri di avere il segreto della ' ars 
Platonis ' ! Quando di questo io fossi sicuro, m'importe- 
rebbe ben poco che la tradizione diplomatica favorisse o 
non favorisse il mio metodo di critica; in quella mia si- 
curezza avrei fede senza confronto molto maggiore che 
non in qualsivoglia autorevole papiro o pergamena. Il 
male è che tale sicurezza conforta me in pochissimi casi 
soltanto, e affida invece PHartman in centinaia di luoghi. 
Parlano le Leggi nel celebre luogo del Critone (p. 50 C): 
fpQacoy ovy, rovroig ^fJtfàv, [tolg vófÀoig] tois nsQÌ rovs 
ydfÀOvg, fiéfAtpBi xi tag ov xaXdHg e/ova^y; xrX. Ora io sono 
sicuro qui, come ne è sicuro V Hartman, che toig vófÀoig 
vada espunto ; e se queste due parole trovassi nell^auto- 
grafo di Platone, oserei dire che gli erano sfuggite in- 
consapevolmente, e le eliminerei lo stesso. Invece quat- 
tro righi più giù l'espunzione della parola vófÀoi era ri- 
tenuta necessaria dall' SLirschig, e non sembra altrettanto 
necessaria all' Hartman; e a p. 54 con Hirschig e Co- 
bet scrive Hartman risolutamente xal ixct ol ijfAérsQoi 
aàeXtpoly mentre allo Schanz, che pure ha buon diritto 
anche egli di esser considerato come esperto dell' ' ars 
Platonis ' , non pare indispensabile mutilare il xai ixet ol 
^uiieqoi ddeXtpol ol èv ^Ai&ov vófxoL della tradizione. 

Ma si dirà inutile per questo il lavoro di un cos\ 
sottile critico e cosi squisito conoscitore dell'atticismo 
platonico, quale è incontestamente l' Hartman? Si dirà 
piuttosto che ad ogni pie sospinto le sue osservazioni 
consiglieranno allo studioso di Platone \m prudente scet- 
ticismo verso la tradizione, tutte le volte che le osser- 
vazioni, stesse, dopo reiterati studi, non resultino infon- 
date: per alcuni non pochissimi luoghi poi (e vorremmo 
aver spazio per esaminarli ampiamente) si concluderà senza 
dubbio che le atetesi del dotto Olandese sono giustificate, 
talmente slombata ed indegna di Platone appare la elo- 
cuzione nel contesto tradizionale, talmente facile è la 
sostituzione di grazia e garbo attico a loquacità, e tal- 
volta persino goffaggine, ellenistica. 

Euripides. Hippolytos con introduzione, commerUo ed appen- 
dice critica d» Augusto BalsamO. Parte prima (testo 
critico e commento). Firenze (Sceber), 1899; pp. IX'193. 

Il libro, dedicato al prof. Puntoni (del quale il Bal- 
samo e degno discepolo), dà prova sicura di eccellenti 
studi e di acTime critico ; ed io mi rallegro di cuore che 
non manchino giovani i quali indirizzino seriamente l'ope- 
rosità loro alla critica e alla interpretazione dei classici 
greci. Altri, con inimitabile grazia venosina, naso suspen- 
dunt adunco la ' povera gente ' che non sa levarsi a su- 
blimi altezze letterarie, storiche, archeologiche ; io piando 
a ohi sopporta serenamente il sarcasmo, e continua a cre- 
dere che senza lo studio minuto e paziente della lingua 
greca (il che vuol dire della grammatica, della prosodia, 
della metrica, delle varie lezioni, degli scolii e di tante 
altre pedanterie) le 'geniali' costruzioni e divagazioni, per 
quanta vernice abbiano di filologia, di archeologia e di 
scienza storica, saranno spesso e volentieri castelli in aria. 



Disgraziatamente però non sono bastate al Balsamo 
200 dense pagine per darci completo il suo libro; e dovremo 
aspettare ancora un volume d' introduzione e di appen- 
dice critica. Con la letteratura filologica oggi tanto enor- 
memente estesa h certo grave errore questa mancanza 
di misura, antica piaga della erudizione italiana, che per 
voler ricominciare sempre ah ovoj non arriva mai, non dirò 
ad mcUa, ma neppure alle portate piì^ sostanziose del ban- 
chetto. Comunque sia, neppur la critica del libro può 
esser fatta coscenziosamente senza conoscere lo ragioni 
che possono avere indotto all' una opinione piuttosto che 
all' altra. Si potrebbe, è vero, discorrere della costituzione 
del testo, come si discorrerebbe di qualsivoglia edizione 
non fornita di apparato e di commentario critico ; ma non 
sarebbe imprudenza farlo, quando e apparato e commen- 
tario sono promessi dall' editore? Molto per verità m'im- 
pensierisce quello che leggo nella prefazione, che cioè pa- 
recchie difficoltà critiche dovranno esser risolte con un 
criterio generale sulla composizione o sulla tradizione del 
dramma Euripideo. Il Balsamo richiama, a questo propo- 
sito, i lavori del Puntoni sull' Inno a Demeter e sulla 
Teogonia Esiodea ; e aggiunge di non veder la ragiono 
perchè quello stesso procedimento talvolta non possa, anzi 
non debba esserle applicato a monumenti letterarii, i quali 
benché più recenti e sicuri, pur tuttavia hanno durante la 
tradizione subito molte alterazioni od accidentali o, piU fre- 
qucìifemente di quello che non si sia voluto ammettere fin quij 
interaiimali. Non intendo giudicar qui delle dotte ed acute 
ricerche del Puntoni. Mi basta solo osservare che le ri- 
cerche in quell'indirizzo possono avere ragion d'essere 
per la poesia omerica ed esiodea, in quanto fanno la cri- 
tica di una tradizione, dirò cosi, preistorica; mentre per 
lo stadio successivo di quei monumenti medesimi la tra- 
dizione che diremo storica, solida e costante nel éuo com- 
plesso, rifiuta vivamente og^i tentativo di analisi sublime. 
Or che vorremo tentare col testo di un poeta, morto alla 
fine del V secolo, per buona parte delle opere del quale 
abbiamo garentita, nel suo complesso, la tradizione dei 
nostri manoscritti dal loro non recente archetipo, dagli 
scolii, dalle citazioni degli antichi, dai frammenti in pa- 
piro (anche dell' Ippolito !) venuti a luce in questi ultimi 
anni? Corruttele e interpolazioni ve ne ha in Euripide come 
non ne mancano in Platone ; e mi guarderò bene dal porre 
in dubbio che una critica penetrante non possa ancora sco- 
prire in tali scrittori * alterazioni intenzionali ' oltre quelle 
finora riconosciute ; ma mi spaventa l' idea che un qualche 
' criterio generale ' possa giustificare arditezze enormi, 
le quali si presentano sotto il manto di prudenza. H Bal- 
samo infatti ha quasi orrore anche per emendazioni molto 
semplici : gli rincresce di eliminare cosi i * preziosi ' in- 
dizi di complicate e vaste 'alterazioni intenzionali ' , gl'in- 
dizi magari (è questo quello che io temo) di chi sa quali 
soprapposizioni di varie e contradittorie redazioni. 

Quanto questi miei timori sieno giustificati, potremo 
vederlo solo quando sarà pubblicata l' altra parte del vo- 
lume. Ballegriamoci ora che un giovane intelligente, resosi 
padrone e del testo e di molta parte della letteratura 
euripidea, abbia sottoposto l'uno e l'altra ad accurato 
esame. Vi sarà talvolta sottigliezza eccessiva : ma questa 
sarà sempre preferibile alla oscitanza di molti altri. 

Strana cosa è che il Balsamo non conosca l'Ippolito 



306 



Anno I. 



N. 6. 



806 



del Wìlamowitz (se lo conoscesse, non citerebbe, per non 
dire altro, una vecchia opinione di quel critico in favore 
dell' atetesi o trasposizione dei w. 777-81) ; molto e grave 
danno deriva cosi alla costituzione del testo, e più anche 
alla esegesi della tragedia. Altrove, V insufficiente pratica 
della tradizione generale Euripidea (di che non si può del 
resto far grave carico a chi comincia ora) gli consiglia 
di preferire un ttigsTS ad un agazs (v. 198). Al v. 345 
scrive XQÙ^ ^^1 Bergk ; eppure cosi nel verso di Euripide 
come nella parodia Aristofanea (cf. Cav. 15 sq.) non vedo 
che difficoltà ci sia ad intendere (X9^) • ' ^ volessi dir tu 
quello che tocca a me di dire ' (e che mi vergogno di 
dire!). log yÙQ ovyreì^^ey Xóyog aveva detto a Fedra la 
Nutrice (v. 386). Di uncini indici di interpolazioni il nuovo 
editore, a mio giudizio, abusa: dovrebbero essere, per es., 
interpolati persino i vv. 468-70, solo perchè, se non m'in- 
ganno, non crede il B. che se no sia trovata la emen- 
dazione. Per conto mio credo genuini anche i w. 513-15, 
e senza alcun dubbio i vv. 79-81. Ma le opinioni possono 
essere e sono discordi per cdcuni di tali luoghi: e cosi, 
quando dicessi che non avrei esitato a scrivere (v. 524) 
col Wecklein ó^aràitoy, si potrebbero citare tanti altri 
critici che si ostinano a mantenere o-crdCe^g (o nel testo 
del B. sarà errore di stampa). 

Ma della critica e della interpretazione parleremo a 
lavoro finito, e nessuno sarà più lieto di me, se delle 
preoccupazioni, a cui ho accennato, potrò dire che non 
avevano motivo di essere ; e se al buono del fascicolo 
attuale corrisponderà almeno altrettanto di buono nel fa- 
scicolo futuro. Mi sia permesso invece di rivolgere al gio- 
vane filologo una raccomandazione per cosa certo di lieve 
importanza, ma che pure, io confesso ingenuamente, molto 
mi spiace. 

Fin qui' noi si diceva alla buona ' V Ippolito di Eu- 
ripide ' : ora dovremmo dire * Lo Hippoly tos di Euripides ' ! 
£ cosi il Balsamo scrìve : Sophokles, Aischylos, Pindaros, 
Platon, Lukianos, Theokritos, Bakchylides e via. C'è una 
ragione per dire Zeus e non Giove, Hera e non Giunone, 
quando si tratta di dei della mitologia greca ; non e' è ra- 
gione per dire Sophokles invece di Sofocle. Dico meglio : 
la ragione e' è, ed è quella di rendere superlativamente 
amena la nostra prosa filologica ! Si dovrebbe anzi, e tro- 
verò sperabilmente alleati in questa nobilissima impresa, 
si dovrebbe scrivere la muaike, la grammatike^ il gramma- 
tikoa, il iheatron, lo àkopos e vìa dicendo. Or chi non vede 
che a mettersi per questa via dovremmo dire anche che 
scrissero di agricultura Cato e Varrò, fu Cicero grande 
oratore, Horatius grande poeta, Tacitus solenne storico ? 
Poiché ' Esiodo ' sta ad * Hesiodos ' per la trafila del 
latino, precisamente come ' Orazio ' ad ' Horatius ' . Vale 
proprio la pena di rendersi ridicoli por una erudizione a 
tanto buon mercato ? Oltre la pedanteria utile dobbiamo 
far nostra anche la pedanteria inutile ? E proprio noi cul- 
tori di una disciplina storica daremo la prova di cosi as- 
soluta mancanza di sentimento storico della nostra lingua? 
Venga un Dante del secolo XX a cantare un ' Homeros 
poeta sovrano ' , e allora darò forse anche io l'ostracismo 
al mio vecchio Omero, 

G. Vitelli 



Vincenzo D*AddOZÌO. Orazioni di Cicerone annotate. 
L De imperio Cn, Pompei. Con uria carta del Ponto, 
Firenze (Stmsani), 1898] pp. VII-IU. 

Salutiamo con piacere la novella pubblicazione di que- 
sta che è una fra le più belle orazioni di Cicerone, ed 
auguriamo che sia bene accolta nelle nostre scuole, dove 
di libri adatti non v'ha certo dovizia. Difettosa soltanto, e 
per eccesso (mi si passi l'apparente contraddizione in ter- 
mini), a me sembra V Introduzione: sono 38 pagine, x>oco meno 
della metà del testo e commento (non compresa l'appendice 
critica), di fìtta stampa, dove in modo non sempre chiaro 
è narrata la storia del Ponto da tempi remotissimi. Forse 
bastavano, al caso, brevi spiegazioni nel commento; e se 
pure una introduzione si voleva fare, erano più che sufficienti 
alla intelligenza del testo le sobrie e chiare notizie date da 
pagina 32 in poi. Ma questo difetto (anche l'A. del resto 
riconosce a p. VI che ' l'introduzione poteva essere molto 
più breve ") è compensato ad usura dalla bontà del com- 
mento. È cosi ch'io intendo un'edizione commentata per 
le scuole: testo criticamente vagliato (l'A. si attenne per 
lo più ai testi del Laubmann e del Mùller, i quali danno 
le lezioni dei mss. migliori), bando assoluto a qualsiasi 
sfoggio di vana erudizione, note necessarie e sufficienti 
per la retta intelligenza dello scrittore, chiarezza e pro- 
prietà del dettato italiano: qualità tutte ch'io non esito 
di affermare trovarsi ottimamente riunite nel lavoro del 
D' Addozio. Anche le note grammaticali sono disseminate 
in giusta misura, e soltanto là dove necessità o conve- 
nienza lo richiede, al contrario di tanti altri commenti 
scolastici, ove lo scrittore sembra soffocato e schiacciato 
sotto il cumulo di osservazioni etimologiche, linguistiche, 
morfologiche, sintattiche, stilistiche, storiche ecc. d'ogni 
genere. Anche in questo, come in tante altre cose, tS fAé- 
TQoy ttQiaroy, o, per dirla con un passo della nostra ora- 
zione, non tam copia quam modus qucierendus est. Son da 
lodare anche, dal lato tipografico, la nitidezza dei carat- 
teri e l'esattezza della composizione : di scorretto non tro- 
vai che Pamphilia a p. 70, nelle note, mentre nel testo 
è la grafia giusta, divitus per divinitus a p. 76, C, che 
significherebbe Oaitis, invece di Cw., a p. 15, n. 5 e a 
p. 18, n. 4, nonché l'omissione di qualche numero di pa- 
ragrafo nelle note. Osservo ancora: A p. 46, § 5 non 
si doveva tralasciare di addurre la ragione di est in 
luogo di sitf tanto più che nella nota relativa (5, p. 45) 
si era avvertito che il discorso era esposto in forma in- 
diretta, e a p. 48, § 8 notandosi che victoriam reportare 
è frase rara nella lingua classica, era d'uopo soggiun- 
gere anche che in quel passo hawi una specie di zeugma con 
insiffnia vict&riae, che serve di contrapposto. P. 46, § 6: A 
me pare che non solo quodj ma anche in quo sì riferisca a 
belli genus, anziché a belli soltanto, di guisa che la pro- 
posizione in quo agitar..,, abbia valore epcsegetico: ciò 
eh' è confermato, o m'inganno, dal luogo parallelo § 17, 
dove l'A. stesso avverte che quod si riferisce a belli ge- 
nere. P. 49, § 9: Il dimicare de imperio ha in questo passo 
il valore di pugnare per la vita stessa, per l'esi- 
stenza della repubblica, non per la ' supremazia ". 
P. 54, § 17: La forma anacolutica del discorso comincia 
con deinde (§ 18), non con et publicani (§ 17). P. 57, 
§ 20: Non mi sembra esatta la nota ad instructas fuisse^ 
che non è forma verbale di ùistruo, ma bensì instructas 



307 



Anno I. — N. 6. 



308 



(e cosi pure amcUas, con cui si coordina) h participio at- 
tributivo (potrebbe anche intendersi in funzione predica- 
tiva), che si unisce a naves, efuisse col dativo (Mithridati) 
ha il noto valore di hctbeo. P. 65, § 29: Tarn vero come 
formola di transilio non è ben reso con oramai, ma deve 
tradursi con E per fermo o simili. P. 75, § 44: Non è 
bene spiegata la differenza fra le due formole ut non di- 
cam e ne dicam (cfr. Gandino Esercizi^ V, p. 47). P. 79, 
§ 50 : Ij* ut non è voluto da adiungatur nel senso di acce- 
dati ma bensì dal sostantivo opportunitaSy come in tanti 
altri costrutti analoghi: sicché la costruzione sarebbe la 
stessa anche, per es., con esse, praeberij dari, se offerre, ecc. 
Male quindi è citato come parallelo il passo de off. II, 
12, 42 Adiuncto vero, ut ecc., dove adiungi è adoperato as- 
solutamente. Annotazioni poi del tutto inutili ed oziose 
mi paiono, per es., che susceptcte (p. 42, § 1) sta per " quas 
suscepi " e che hreviter (p. 70, § 36) si deve unire con 
consideremus. 

Un valore poi anche scientifico è dato al libro dalla 
Appendice Critica (pp. 95 sgg.), principalmente per le no- 
tizie che dei codici Laurenziani (in numero di 22) for- 
nisce il Bostagno (pp. 95-96), cosi benemerito conserva- 
tore dei mss. della Mediceo-Laurenziana, il quale anzi 
del codice più importante (Plut. XLVIII, 25, del sec. XIII, 
indicato con L) dà alcune lezioni nelle note dell^ Ap- 
pendice e aggiunge, alla fine, la collazione completa 
(pp. 105-110). Che non pochi poi di questi codici, e spe- 
cialmente, oltre L, anche M (Plut. XXIII sin., 3, del 
sec. XIV, di cui pure è riferita dal R. qualche lezione) 
meritino di essere meglio conosciuti ed apprezzati, lo 
afferma il Eostagno, p. 96, e si può ben credere alla sua 
parola. La collazione intiera del cod. L, confrontato con 
Tediz. Muelleriana (Lips. 1885), fu fatta soltanto per met- 
tere in rilievo quale sia la condizione del testo in esso. 
L'importanza dei codici Laurenziani, particolarmente L 
e M, sta non soltanto nel fatto che le loro lezioni concor- 
dano spesso con quelle dei codd. migliori, ma anche in que- 
sto che offrono essi stessi lezioni notevoli: per es. § 20 
liMÒorandum est] elaborcmdum est L (che prima era semplice 
congettura del Bake) ; § 33 tantamne]. Mentre gli altri mss. 
danno tanianey il solo L dà la lezione giusta tamtam ne 
(già congetturato dal Hotmann [Hotomannus] e stam- 
pato dal Lambino " da un antico codice ", p. 101); § 34 
in Sardiniam] congettura pure del Hotmann, accettata da 
molti, ora confermata dalla prima mano tanto del cod. L 
quanto del cod. M (I mss. ed altri editori danno inde 
Sardiniam) ; § 62 imisitfUum qtiam ut], L' ut, che manca 
in tutti i mss. e che compare la prima volta nell' ediz. 
Giuntina del 1515, è soprascritto dalla mano sec. in L ; 
§ 68 cognovistis] cognoscitis LM. In questo stesso paragrafo 
invece della volgata videte ut V ediz. Orelli-Halmiana ha 
videte num^ che è dato dal solo L. La trasposizione poi, 
che è solo in L, di rumdum tempestivo ad navigandum mari 
(§ 84^ dopo cum classe venit non è trascurabUe, ed è pure 
degna di nota in questo codice la lezione lucei in luogo 
della volgata lucem ad/erre coepit (§ 41). — Altro ometto 
per ragioni di brevità, ma quel poco che ho indicato mi 
sembra sufficiente perchè sia richiamata V attenzione de- 
gli studiosi su questi codici. 

Del resto V Appendice Critica non contiene per la mas- 
sima parte che una breve e semplice esposizione delle 



principali lezioni di vari codici e V indicazione di alcune 
correzioni proposte dai viri dodi. L^ A. fece bene di non 
accettare la strana congettura del Miiller ne non dubi- 
tanduM (§ 19) e attenersi al num d.^ che è pure confer- 
mato da L. Nel passo poi certamente scorretto vos (altri 
mss., e fra questi M, noa) publicanis amissis vectigalia pò- 
stea Victoria recuperare (§ 18), passo cosi tormentato dalla 
critica, non mi sembra disprezzabile V emendamento pro- 
posto dal D' A. di cambiare amisais in amisaa e postea in 
posse : fra i tanti proposti ci può stare anche questo, che 
ha almeno il pregio di rispettare più degli altri la tra- 
dizione scritta. Ed una congettura vorrei esporre io : al 
§ 16 Cicerone scrive (secondo questa edizione): ' ,..nisi 
eos... conservaritis non solum... calamitale, sed etiam calami- 
tatis formidine liberatos ". Ora io non dubiterei di affer- 
mare la vera lezione essere liberaveritis, che e per la concin- 
nitcu orationisj e anche sententiae (la quale con liberalos 
manca affatto), e per V allitterazione (omeoteleuto), cosi 
amata da Cicerone specialmente nei contrapposti, corri- 
sponde a capello a conservaveritis 'lezione data dai codici, ec- 
cetto £ Y, accettata dal Halm e confermata ora anche dal 
cod. L). Per la identica poi contrapposizione di concetto fra 
calamitas e metus calamilatis cfr. § 14 in fine e § 15 in princi- 
pio. E di leggeri mi spiego come sia potuto insinuarsi nel 
testo liberatos: alla forma piena e originaria conservave- 
ritis si sostituì ben presto la sincopata conservaritis, a 
cui per analogia si volle far corrispondere liberaritis, fa- 
cilmente poi passato in liberatis, la quale lezione, eviden- 
temente scorretta, sarebbe stata poscia mutata in liberatos. 
Il nostro ragionamento calzerebbe ugualmente se, man- 
tenuta la lezione conservaritis, le si facesse corrispondere 
liberaritisy forma sincopata del perfetto non estranea al- 
l' uso ciceroniano — cfr. Georges Lex. der lai. Wortf. col. 
388: solo che mancano esempi della forma sincopata 
sdrucciola, la quale anche sarebbe cacofonica. 

Pietro Easi. 

Comelii Nepotis Vitate. Edizione curetta e annotata di 
Luigi Randi. Firenze (Civelli), 1898; pp. IV-360. 
Precedono le ' Notizie di Cornelio Nepote ", ma scarse 
(due mezze paginette) e non esatte ; come scarse e non esatte 
sono spesso le note, che specialmente oltre la metà del 
Ubro diventano addirittura appunti frettolosi. In una pa- 
rola, ci pare un'edizione per lo meno inutile; e jìerciò 
speriamo non abbia fortuna nelle nostre scuole, tanto più 
perchè è stampata in cosi piccolo formato e cosi minuti 
caratteri, che nocerebbe alla vista già troppo affaticata 
degli alunni, senza che questi ne avessero in compenso 
un aiuto efficace a intender meglio l'autore. 

E. Pistelli, 

C> StegmaHIl. Grammatica della lingua latina tradotta 
e ridotta per le scuole italiane sulla 7^ ediz, tedesca col 
consenso delVautore da G. Decia e O. Rigutini. 
Firenze (Bemporad), 1898; j/p. IV-292, 

G. Landgraf. Grammatica kUina tradotta e adattata per 
le scuole italiane dal D/ Martino Martini. Firenze 
(Sansoni), 1898; pp. VIII-ììS?. 
Queste due grammatiche latine, che escono alla luce 

contemporaneamente, dimostrano, pur troppo, che una 

buona grammatica latina per le nostro scuole si cerca 



309 



Anno L — N. 6. 



310 



ancora e, almeno fino a ieri, non s^era ancora trovata. 
Che una o Paltra di queste che annunziamo ne faccia 
sentire meno vivo il bisogno, può darsi; ma che abbia 
tale accoglienza e tal diffusione da fare escludere le troppe 
altre che sono in uso, non lo crediamo; e perciò conti- 
nueremo ad aspettare con desiderio una grammatica la- 
tina, che sia pensata e scritta in italiano e con speciale 
riguardo alle condizioni e ai bisogni delle nostre scuole. 
Premesso questo, che non ci sembrava inutile notare, 
non vogliamo qui esaminare le grammatiche dello Steg- 
mann e del Landgraf, perchè ambedue accolte già con 
molto e meritato favore fuori d' Italia, e anche in Italia 
non ignote agli studiosi. L^una e Paltra ugualmente po- 
tevano esser utili alle nostre scuole ; anzi quella del Land- 
graf poteva forse, sotto certi rispetti, essere preferita. 
Ma il tradurre una grammatica non è da tutti e non è 
da tutti il ridurla. E noi, che qui vogliamo soltanto an- 
nunziare la traduzione, benché i confronti siano odiosi 
dobbiamo dire francamente che quanto è bella e buona 
per la forma italiana e ben adatta a noi per le opportune 
riduzioni la traduzione dei professori Decia e Bigutini, 
altrettanto ci si presenta goffa, inesatta e mal ridotta la 
grammatica del Landgraf. Ci dispiace che lo spazio ci 
vieti di confortare con esempi questo nostro giudizio, 
che al dott. Martini parrà troppo severo o ingiusto; ma 
chi s^ intenda di questi lavori, ed abbia letto anche la sola 
' prefazione ' , non desidererà più lungo discorso. 

JE. Pistelli. 

HJ Ricliard IQotz. Die Aussprc^he des Lateinischen 
in der Schule. Ein Anhang zar Orammatik {Wiasen- 
schaftliche Beigahe zum Jàfireshericht des kSnigL Bugen- 
hagen-Gynmasiums zu Treptow a. B.). Treptow a, B. 
{Dnick von Bichard Marg\ 1888; pp. 22, 
L'opuscolo del d.' Klotz deve la sua ragion d'essere 
alla tendenza, che per se stessa nessuno potrebbe dire 
non buona, a rendere nelle scuole la pronunzia del la- 
tino quanto piìi si possa conforme alla pronunzia antica. 
Com'è naturale, V A. ha presente al pensiero la condizione 
delle scuole tedesche, >) dove tale tendenza si può dire 
ormai generale, ma dove, com'egli stesso afferma, regna 
tale e tanta diversità di vedute, cosi nelle grammatiche 
come nella viva pratica dell'insegnamento, da render pos- 
sibile il caso che in una stessa scuola i varii docenti se- 
guano ciascuno un metodo diverso, con quanta utilità 
degli scolari non è chi non veda. Ora il K. dice che sa- 
rebbe cosa ottima mettersi una buona volta d'accordo 
determinando bene fino a che punto si debba spingere 
nella scuola la cura della pronunzia corretta; e, una 
volta accordatisi, evitare per le questioni che concernono 
la pronunzia, una i)erdita di tempo che toma di danno 
agU altri scopi cui deve mirare l'insegnamento classico. 
Con gli scolari poi non si dovrebbe essere per questo ri- 
guardo soverchiamente rigorosi ed esigenti, ma verso se 
stesso, nel fatto della pronunzia, ogni insegnante dovrebbe 
usare un * rigore dogmatico. ' Dopo queste considera- 

1) Circa la pronunzia del latino nelle scuole italiane meri- 
tano di essere ricordati due articoli del Bajna e del D'Ovidio, 
il secondo dei quali ebbe occasione dal primo (Biblioteca delle 
scuole italiane, Voi. Ili n.» 19 e Voi. IV n.o2), dove si ragiona 
d^Ua pronunzia di é q ó, quale è e quale si potrebbe desiderar 
che fosse nelle, scuole nostre. 



zioni generali il K. passa a trattare partitamente della pro- 
nunzia delle consonanti, a cui dedica poche righe, e delle 
vocali; e di queste ragiona in più capitoli ricordando 
prima i principii generali dell'accenteusione e della quan- 
tità latina, e considerando poi via via le vocali seguite 
da altra vocale, toniche ed atone, le vocali dei prefissi, 
delle sillabe radicali etc. etc., senza invadere quello ch'è 
il vero e proprio campo delle grammatiche e dei voca- 
bolari, se non per raccogliere in categorie fenomeni che 
questi e quelle notano sparsamente. Chiude l'opuscolo 
un cenno sull'accento delle parole cui vada congiunta 
un'enclitica. Non tutto ciò che il K. dice, può, per quel 
che a noi pare, essere approvato (p. es. che e davanti a 
e, ì, y, ae, oe, eu si deva pronunziar come z); ma ciò 
ch'egli viene esponendo e osservando circa le vocali, può 
essere utile come raccolta ordinata di fenomeni quanti- 
tativi (giacché della quantità quasi esclusivamente si oc- 
cupa il d.' Klotz) della lingua latina; quantunque il di- 
stinguere sempre nella pronunzia con precisione tutte le 
lunghe e le brevi sia cosa probabilmente destinata a rima- 
ner sempre un pio desiderio, giacché domanderebbe una 
fatica e imo sforzo a cui non corrisponderebbero frutti 
adeguati, senza avere in tutti i casi la certezza assoluta 
di raggiungere l'esattezza storica. 

Zemicm, 



BACCHYLIDEA 

(v. sopra p. 264). 



D. Comparetti, M. Croiset, R. C. Jebb in Mélcmges Weil 
(v. sopra p. 296). 

W. Christ, Nachtrctg zu Bakchylides in Sitzungsber. der hayr. 
Akad. 1898 p. 597-98. 

E. d'Eichthal et Th. Reinach, Poémes choisis de Bacch, 
Texte gr, avec traduci, et illustr. archéolog. Paris 1898. 

H. Jurenka, Die neugefxmdenen Lieder des Bakchylides. 
Text, Uebersetzung und Commentar . Wien (Holder), 1898; 
pp. XX-161. 

— in Zeitschr. / d. oest. Gymn. 1898 p. 878 sg. 982-90. 

R. Novak in Ceské museum JUologické 1898. 

L. Pinelli, Due nuovi inni di Bacchilide tradotti. Tre- 
viso 1898; pp. 22. 

E. Poste, Bacchylides, A prose translation. London 1898. 

E. Romagnoli (v. sopra p. 278-83). 

NB. La quarta edizione della Anihologie der griechischen 
Lyriker del Buchholz (Lipsia, Teubner), curata dal 
Sitzler, contiene le odi 2. 5. 17. 18 (numeraz. del Ke- 
nyon) di Bacchilide. Di questo poeta si tratta ora 
ampiamente nella terza edizione della Griechische Lit- 
teraturgeschichte del Christ (§ 123 pp. 164-68). 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

(v. sopra p. 53 sqq. 109 sq. 172 sq. 206 sq. 255). 

III. — Soci ordinari. 

Brambilla prof. Rinaldo, Milano 

Zielinski prof. Th., Pietroburgo 



311 



Anno I. 



N. 6. 



312 



IV. — Soci ▲gobboati. 
Baldasseroni dr. Francesco, Pisa 
Bersano prof. Arturo, Pinerolo 
De Pardo signorina Vittoria, Trieste 
Manacorda dr. Gtiido, Pisa 
Padovani aw. Giulio, Bologna 
Padovani aw. Giuseppe, Bologna 
Pellegrini prof. Francesco Carlo, Livorno 



I soci che non hanno ancora pagato il 1® semestre 
deiranno sociale 1898-99 se ordinari, o T intera annata 
se aggregati, sono vivamente pregati di mettersi in regola 
al più presto. Le quote devono essere spedite air Economo 
cav. P. Barbèra (66 via Faenza). 

Si raccomanda a tutti i soci e agli abbonati deìV Atene 
e Roma di comunicare sollecitamente gli eventuali cam- 
biamenti d'indirìz2d. Chi non no avesse ricevuto qualche fa- 
scicolo, voglia reclamarlo alla Direzione. 



LIBRI KUO¥I 



I carmi bucolici di Virgilio comm. da G. Albini. Bologna 

(Zanichelli). 
Ueber phonetiache u. graphwche Erscheinongen im VulgUr- 

griechischen von John Schmitt. Lipsia (Teubner). 
A. Ludwich, Zwci byzantlnische Odysaeua-Legenden (Index 

schoL hih. 1898-99, Kònigsberg). 
P. Cesareo, Poesie e prose greche scelte e tradotte. Mes- 
sina (Salvaggio e Capone). 
G. Giri, Il primo libro delle Elegie di Properzio. Palermo 

(Virzì). 
Fr. Gatscha, Quaestionum Apuleianarum capita tria 

(DUaert. philoL Vindoban. VI 141-190). 
A. Chiappelli, Appendice alla Nota sul Musaico Pompei. 

Dalla ' Rivista italiana di Filosofia ' . 

E. Maass, Commentariorum in Aratum reliqiiiae. Insunt 
tabulae duae et tres imagines textui impressae. Ber- 
lino (Weidmann), p. LXXI-749. 

* S. Ambrosoli, Monete greche, Milano (Hoepli). 
A. Ludwich, Die Homeroulgata, Lipsia (Teubner). 
Euripidis Fabulae. I 4 et 5 (Electra et lon) ed. N. Weck- 

lein. Lipsia (Teubner). 
Aristophanis Nubes ed. J. van Leeuwen. Leida (Sijthoff). 
Com. Tacito, La vita di Agricola con introd. e comm. di 

P. Ercole. Firenze (Sansoni). 
G. Fortunato, I feudi e i casali di Vitalba nei secoli XII 

e XIII. Trani (V. Vecchi). 
» S. Maria di Vitalba, con 50 documenti inediti. Trani 

(V. Vecchi). 
Byztmtiniaches Archiv. Heft I, Unterauchuugen 2. Geschichte 

der grieeh, Sprache von der heUenistiachen Zeit bis zum 10. 

Jahrhund, n. Chr., von Karl Dieterich. Lipsia (Teubner). 
G. Schwandke, De Aristoph. Nubibus prioribus (Diss. 

philoL Hcdcns. XIV, 2). Halle (Niemeyer). 
A. Marenduzzo, La versione delle Georgiche di Virgilio 

di Bernardo Trento. Trani (V. Vecchi). 

F. Novati, L' influsso del pensiero latino sopra la civiltà 
italiana nel medio evo. 2* Ediz., Milano (Hoepli). 

F. Lo Parco, Un accademico Pontaniano del sec. XVT. 
Ariano (Tip. Appulo-Ii'pina). 



G. Michaelis, De origine indicis deorum cognominum. 

Berlino (Mayer e Muller). 
B. Croce, Pulcinella e il personaggio del Napoletano in 

commedia. Boma (Loescher). 
P. Pratesi, Questioni Pedagogiche. Torino ecc. (Paravia). 
B. Cagnat, Coun d*Épigraphie latine. 8* ediz. Parigi (Fon- 

temoing); pp. XVII-467. 
N. Tarantino, La Congiura Catilinaria. Catania (Monaco 

e Mollica). 
L. Herbst, Zu Thukydides. Erkldrungen eie. milgeth. v. Fr, 

Mailer. Parte prima. Lipsia (Teubner). 

E. Ardaillon, Le mines du Laurion dona Vcmtiquité, Parigi 
(Fontemoing), 

N. Perini, Beliquie di Oidipodia neir Odissea. Sinigaglia 
(Tip. già Pattonico). 

» Un secondo frammento di Oidipodia nelP Odissea. Sini- 
gaglia (ib.). 

A. G. Amatucci, D'un preteso poema di P. Vergilius 
Maro. Estr. dalla ' Biv. di filologia*. 

» D'un luogo dell'ep. IV del lib. Ili di Cic. ad Atticum 
e d'un oppidulum dei Brutii. Napoli (Tip. dell'Università). 

Zwei griechiache Texte ttber die heilige Theophano, die Ge- 
ìnahlin Kaiaera Leo VI. herauageg. von Eduard Kurtz 
("dai Mémoirea de VAcad. dea aciencea de St.-Péterabourg, 
VIIP Sèrie, voi. Ili n.» 2), Pietroburgo 1898. 

P. Bianco, Schliemann ed Omero. Studio critico sull'antica 
Topografia della Troade. Firenze (Barbèra). 

F. Vivona, Sul IV libro dell'Eneide. Appunti critici ed 
estetici. Dalla ' Ei vista di Filologia' . 

D. Montrone, L'ultima lezione ossia le sentenze auree di 
Democrate etc. tradotto dal greco in latino e in ita- 
liano. Avellino 1898. 

» Il Pinax di Cebete Tebano trad. Avellino 1898. 

Plaiona tmagewHhlte Dialoge. Erklctcri vmi Dr. Hawt Pe- 
teraen. Zweiter Teil. ProUigoraa. Text und Anmerkungen. 
Berlino (Weidmann). 

Gramnìotik der Pergameniachen Inachriften. Beitrage zur 
Laut-und Flexionalehre der gemeingriechiachen Sprache 
von Ednard Schweizer. Berlino (Weidmann). 

Raccolta delle principali e più difficili abbreviazioni e frasi 
abbreviate che si riscontrano negli atti notarili dal se- 
colo XIII in poi, preceduta da una introduzione sul 
sistema brachigrafico medievale per il dott. Giuseppe 
Vianini con una lettera all'autore del dott. Romolo 
Brigiuti ecc. Boma (Loescher). 

G. E. Bizze, Saggio su Imerio il sofista. Estr. dalla * Ri- 
vista di Filologia * . 

R. Castelli. Il poema di CI. Claudiano in Eutropium e 
l'omeUa di s. Giov. crisostomo €Ìg Evr^óntoy ewVoi'/or 
nttTQixvoy xal vnttxov. Parallelo. Verona-Padova (Dru- 
cker), 1899; pp. 17.5. 

W Christ, Geachiehte der griechtachen Litteratur bia auf die 
Zeit Jmtimana. Dritte vermehrte und verbeaaerte Auflage. 
Munchen (C. H. Bech), 1898; pp. X-dU^ mit 28 Abbil- 
dungen. 



G. VITELLI, Direttore. 



Abistidb Bknnabdi, Gerente reaponaabile. 



Firexize, Tip. dei Fratelli Bencinit Via del CasteUacoio 6. 



ATENE E EOMA 



BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 



PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



-h^ 



ANNO n. - 1899 

[NUMERI 7-121 




FIRENZE-ROMA 

TIPOGRAFIA DEI FRATELLI BENCINI 

1899 



INDICI 



A. — MEMORIE ED AETICOLI. 

F. Brandileone, A proposito del cap. 4^ del capito- 
lare beneventano di Arechi p. 78 

V. Brugnola, Uno sguardo alla questione sociale ed 

al femminismo in Platone ed Aristofane 164 

D. Comparetti, Sull'iscrizione arcaica scoperta nel- 

l'antico comizio romano 145 

E. Diels, La * Parvenza ' di Parmenide 1 

F. d'Ovidio, Di dove era TArpinate? 200 

» Ancora della villa Arpinate di Cicerone 248 

» Due riscontri tra l'Eneide e la Divina 

Commedia 265 

N. Festa, Sul cosi detto ' Alfabeto dell'Amore * 18. 228 
» L'augurio di buon viaggio nella poesia clas- 

sica .....252 

E. Qerunzi, Traduzione di alcuni inni omerici. ... 97 

G. Kroll, Superstizioni degli antichi. ... 70. 108. 218 
G. Pellegrini, Di un' antica città scoperta in Etruria. 5 
E. Pistelli, Omero e la ' Gioconda ' 22 

C. Puini, Il Ta-thsin o l'impero romano negli storici 

cinesi 115 

E. Bomagnoli, L'elegia Alessandrina prima di Cal- 

limaco ** ' 

R Sabbadini, L' elegia prima del primo libro di Pro- 
perzio • 2^ 

N. Tamassia, Beminiscenza classica in una legge Lon- 
gobarda? 20 

F. Tocco, Teofrasto e Leopardi 242 

G. Yitelli, Saluto ai lettori 241 

F. Zambaldi, D telegrafo nella Grecia antica .... 65 

B. — RECENSIONI ED ANNUNZI. 

S. AmbrosoU, Monete greche (A. Coen) p. 88 (cf. 91 e 98) 
E. Ardaillon, Le mines du Laurion ecc 129 

D. Bassi, I manoscritti di Giovanni Pediasimo. ... 51 
D. Bassi e E. Martini, Preannunzio di un catalogo 

dei codici greci Ambrosiani 175 

R. Cagnat, Cours d'épigraphie latine 48 

M. Candian, Cornelio Tacito. Le Storie (F. Bamorino) 188 



E. Ciaceri, Le vittime del dispotismo in Roma ecc. 

(A. Coen) P- 18^ 

L. Cisorio, Traduzione di articoli riguardanti E. Cur- 
tius e Teodoro Mommsen, Horatiana quaestiun- 
cula, Tucidide 8, 82, 4 (N. Festa) 90 

F. 0. Conybeare, The dialogues of Athanasius and 

Zacchaeus etc. (D. Tamilia) 88 

E. Costa, Le orazioni di diritto privato di M. Tullio 

Cicerone (B. Brugi) 1^4 

Demostene. Le orazioni Olintiache con note di A. 

Beltrami (A. C.) 34 

C. De Titta, Un' ode di Saffo voltata in latino e in 

italiano eco. (M. C.) 89 

P. Di Lauro, Titi Livi ab u. e. liber III (F. Bamo- 
rino) If 

A. Elter e L. Radermacher, Analecta graeoa .... 51 
Euripidis fabulae. Edd. R. Prinz et N. Wecklein . . 88 
A. Franchetti e D. Comparetti, I Cavalieri di Ari- 
stofane (Egisto Gerunzi) 80 

L. Gerboni, Giano Nido Eritreo 140 

O. Gilbert, Griechisohe Gdtterlehre (N. Festa). ... 84 
A. Gudeman, Latin Literature of the Empire ecc. 

(F. R.) ^» 

V. Inama, Compendio di grammatica greca ed. dal 

Dr. Silvio Pollini (R. Brambilla) 289 

A. Ludwich, Die Homervulgata ecc 29 

A. Marenduzzo, La versione delle (Georgiche di Vir- 
gilio di Bernardo Trento (L. S. F.) 44 

L. A. Michelangeli, Saggio di note critiche al testo 

deUa Medea di Euripide 51 

F. Novati, L'influsso del pensiero latino ecc 50 

» Sedici lettere inedite di Marco Girolamo 

Vida ^ 

A. Olivieri, Catalogus codicum astrologorum graeco- 

rum ecc "^ 

A. Orvieto, La filosofia di Senofane (G. Tarozzi) . . 81 
L. Paglicci, Traduzione metrica delle epistole di Q. 

Orazio Fiacco ecc. (E. Pistelli) 47 

C. Pascal, Dizionario dell'uso Ciceroniano (A. Pasdera) 188 

L. Pinvert, Jacques Grévin ^ 

A. Pirro, La seconda guerra sannitica (A. M.) . . . 186 



vn 



INDICI 



vili 



B. Beitzenstein, Frammenti degli epodi di Archiloco 
e dell^epita lamio esiodeo di Peleo e Tati . . p. 270 

W. Bhys Boberts, Longinus on the sublime 129 

A. Bomizi, Antologia omerica e virgiliana ecc. (N, 

Festa) 46 

G. Bosadi, Scene (E. Pistelli) 89 

W. Bùdiger, Petrus Àngelius Bargaeus (G. Mana- 
corda) . 85 

£. Schweizer, Grammatik der Pergamenischen In- 

schriften (G. Ciardi-Dnpré) 180 

D. Sciava, Le imprecazioni e la Lidia ecc. (F. Ba- 

morino) 131 

A. Scrinzi, La gnerra di Lyttos ecc. ~ 86 

A. Sogliano, La casa dei Vettii in Pompei (S. E. Ma- 
rietti) 48 

C. — ATTI DELLA SOCIETÀ. 

Estratti dallo Statuto e dal Begolamento p. 62 

Elenco dei Soci 52. 95. 140. 176. 240 



Bilancio consuntivo del Panno 1897-98 p. 61 

Commissione di soci effettivi residenti in Firenze . 62. 96 
Nomina dei Sindaci pel bilancio consuntivo dell^ an- 
no 1898-99 176 

Bilancio consuntivo dell'anno 1898-99 272 

Bilancio preventivo per Vanno 1899-900 170 

Elezioni di cariche sociali 96. 141. 17(> 

Soci onorari , . , 176 

Dono (L. 500) della signora Duchessa di Sermoneta, 

per le Conferenze che si faranno in Firenze . . 96 
Conferenza del prof. F. Bamorino sulla Musica 

greca 91 

Conferenze promosse dalla Società 141. 271 

Proposta per premi d'incoraggiamento 176 

D. — NECBOLOGIE. 

Carlo Merkel (C. P.) p. 141 (cf. 96) 

Eduardo Toumier (G. V.) 142 



"^B^T^^^^ 



Amo II. 






/i 



N. 7. 



ATENE 




BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



DIBEZIOIiE 
Firenze — 2, Piazza S. Marco 



Abbonamento annuale Xj. 8. — 

Un fasoioolo separato >1.50 



AMMINISTBAZIONR 
6, Via Faenza — Firenze 



-=^ SOMMARIO 



I. E. Diels, La ' Parvenza * di Parmenido p. 1 

6. Pellegrini, Di un'antica città scoperta in Etruria. » 5 
N. Festa, Sul cosi detto * Alfabeto dell'Amore ' {con- 
tinuazione; r. n.o 5 p. 223 sqq.) » 13 

K. Tamassia, Beminisoenza classica in una leggo 

Longobarda? > "20 



E. Pistoni, Omero e la ' Gioconda ' p. 22 

II. B. Sabbadini, L' Klegia prima del primo libro di Pro- 
perzio > iS5 

Becensioni, annunzi eco > 29 

III. Atti della Società. Elenco dei Soci eco » 52 



LA ' PAKVENZA' DI PARMENIDE 



Fra tutti i filosofi anteriori a Socrate, Parmenide 
di Elea è trattato da Platone e da Aristotele con 
speciale considerazione. E anche a giudizio di noi 
moderni, in lui s'incentra il movimento filosofico 
del sesto e del quinto secolo. Egli infatti raccoglie 
i raggi della fisica ionica, della dottrina monistica 
di Senofane e di quella dualistica di Eraclito; e 
questa luce, aiForzata dal fuoco della verità che lo 
infiamma, rifulge poi largamente nella età che gli 
succede. Come Kant, considerato nel moyimento filo- 
sofico che lo precede e lo segui, è il centro del ra- 
zionalismo moderno, cosi è Parmenide dell'antico. 
Pur troppo si assomigliano i due filosofi anche in 
questo, che i loro concetti fondamentali non furono 
chiari per tutti, nò le loro intenzioni furono sempre 
rettamente interpretate. 

Eppure l'opera definitiva del filosofo di Elea noi 
la possediamo ancora, in ampii frammenti relativa- 
mente ben conservati, e, quel che più importa, non 
sconnessi. Sui punti più importanti del sistema 
possiamo consultare i suoi versi stessi, spesso un 
po' arcaicamente oscuri, ma ad ogni modo autentici. 
Parrebbe quindi facile risolvere la quistione elemen- 
tare, che valore e significato abbia la divisione del 
poema in due parti nettamente distinte, in Verità 
CAh]0^€ia) e Parvenza (Jó^a), 

La ' Verità ' va fino al fr. 8, 49 ')• La ' Par- 
venza ' comincia con le seguenti parole : ^ Qui fini- 
sce ciò che io dico e penso degno di fede, intorno 
alla Verità. Da questo punto in poi impara a cono- 

<) Cito secondo la mia edizione (Parmenides Lekrgedicht 
griechùtch nnd deiifsch, Berlin 1897). 



scere i vani pensamenti degli uomini, dando ascolto 
all'ingannevole composizione dei miei versi. ' Più 
netta ancora è la distinzione nel Proemio, dove la 
dottrina è presentata come rivelazione della ' Dea ' , 
che troneggia nel lucido etere (1, 28) : ' tu conoscerai 
tutto: il cuore intrepido della ben rotondata Verità' 
<cioè il vero essere, simigliante a solida sfera), ^ e i 
pensamenti umani in cui non è verità degna di fede. 
Ma tuttavia anche questo apprenderai, quale esi- 
stenza, ad esaminarle accuratamente, quelle par- 
venze secondo l' accezione più probabile dovrebbero 
avere ' (vale a dire, se addirittura, secondo il si- 
stema della Verità, potessero esistere) *). ' Ma da 
questa via di ricerca tieni lontano il tuo pensiero ! ' 
E così anche in seguito distingue crudamente la 
duplice via dell' essere e del non essere, della ve- 
rità e della parvenza. Rileverò un solo passo (8, 16): 
'Essere o non essere! Cosi rimane necessariamente 
deciso di lasciar da parte l' una di esse vie siccome 
indicibile e inconcepibile (poiché non è la via vera), 
e di considerar l'altra come esistente e verace. ' 

Or qual motivo ebbe Parmenide di esporre ac- 
canto alla Verità anche la parvenza di scienza, e 
per di più come rivelazione della Dea? Ce lo dice 
il principio della Jó^a (8, 60): ' questa disposi- 
zione del mondo voglio esportela interamente quale 
appare; così non fia mai che opinione mortale ti 
soprafi*accia. ' 

E dunque un sistema, per cui i suoi scolari non 
avranno a temere concorrenza e saranno in grado 
di trionfare nella lotta delle opinioni; nò si può 

1) Il passo è divenuto intelligibile solo in grazia della 
lezione doxifjKÒa (= àoxifAoiaat) invece di doxifioDg; nella 
interpretazione seguo il Lortzing (Beri. phtl. Wochen- 
schr. 1807, col. 1572). 



Atene e Roma II, 7 



Akno II. - N. 7. 



non riconoscervi un motivo pratico. Ma, si osserva, 
che vuol mai dire questo interesse delP ontologo, as- 
setato di verità, per la parvenza? Perchè escogita 
egli medesimo faticosamente una sua propria co- 
struzione del mondo, quando alle leve potenti della 
^AXij&sia non offre essa maggior resistenza delle co- 
struzioni vaporose escogitate dai predecessori e con- 
temporanei? Non è piuttosto da presupporre ^ un 
profondo interno ondeggiamento nell'animo del pen- 
satore-poeta ' , come uno dei più eloquenti espositori 
della storia della filosofia antica ha accennato? -) 
Avrebbe forse il filosofo monista, disperato della 
sconsolante uniformità del suo Uno, sentito il bi- 
sogno di integrare il sistema con un dualismo sen- 
sibile? 

Un mondo di parvenze come integrazione del 
mondo della verità può avere duplice significato. 
si concepisce il regno dei fenomeni quale inter- 
medio fra essere e non essere, come filosofò Platone 
e, prima ancora, Leucippo. Oppure non si ammette 
intermedio fra essere e non essere, e si considera 
come pura fantasia il fenomeno; e allora si esco- 
gita un tal mondo fantastico col semplice intento 
pedagogico di distogliere da una via siffatta, dimo- 
strando che persino la più perfetta costruzione su 
tali fondamenti è di necessità assurda, ripugna cioè 
alle leggi del pensiero. 

A me le espressioni dell' Eleate non pare che pos- 
sano lasciar dubbio di sorta. Se suo intento scien- 
tifico fosse stato una costruzione fisica, avrebbe in- 
trodotte, a mo' dei Pitagorici, un definito ed un 
indefinito come realtà, ed a\Tebbe cosi preparata la 
via, non certo a Platone che non va compreso a 
codesto modo, bensì agli Abderiti. Ma appunto que- 
sto egli nega in numerosi luoghi della sua opera 
(per es. 8, 36) : ^ Fuori dell' essere non v' è nulla, 
e non vi sarà nulla. Perciò è vuoto suono tutto 
quello .che i mortali hanno deposto nella loro lingua 
persuasi che fosse vero : divenire e perire, essere e 
non essere, mutazione di luogo e mutazione di ri- 
splendente colore. ' Dunque tutte le mutazioni e mol- 
tiplicazioni dell'essere che i sensi ci rappresentano, 
sono puri nomi, non realtà vere, quali soltanto può 
concepire l' intelletto. Un regno del non essere è tanto 
inconcepibile quanto un regno intermedio, dove l'es- 
sere e il suo contrario si uniscano a formare entità sen- 



1) Gbmperz, Grlech, Denker I 148. Già Simplicio ed 
altri neoplatonici vedono (ne fa meraviglia, dato il loro 
indirizzo) nella fenomenologia di Parmenide non una teo- 
ria assolutamente falsa (tpevéij (tnXàig Simpl. Phi/f!. 30, 10), 
ma incompleta risjxìtto ai nolUa. 



sibili. Se quindi Parmenide dopo viva polemica vuole 
lungi da sé l'opinione volgare degli uomini, se parla 
del ' cuore intrepido della Verità ' , perchè dovrebbe 
poi avere avuto bisogno di rinnegare se stesso, con- 
cedendo alla parv'enza una certa ragion d'essere? 
E come potrebbe allora porre in ridicolo gli Eraclitei 
quali (6, 5 sqq.) ' bicipiti, per cui essere e non 
essere sono e non sono la stessa cosa? ^ 

Si vorrà forse pensare alla ^ materia ' di Pla- 
tone? Poiché in realtà nel sistema platonico essa 
non si volatizza tutta senza residuo. Ma è male voler 
dichiarare un x con un y, quando abbiamo una via 
più accessibile di spiegazione. 

Accennai già altra volta 0» che Parmenide non 
scrisse solo aforismi nella sua solitaria cella, ma 
influì vivamente sui contemporanei, ed ebbe scolari 
e proseliti, che diflPusero la sua dottrina più o meno 
modificandola. Leucippo ed Empedocle appartengono, 
io credo, alla generazione di scolari più antica e più 
indipendente, Zenone e Melisso a quella più recente 
e più fedele. A questa scuola egli non poteva sem- 
pre ripetere soltanto l' etemo ' l' uno è uno, e la plu- 
ralità è niente ' . Il carattere ardente e l' acume della 
sua logica, riconoscibile anche oggi nelle sue pro- 
posizioni fondamentali, doverono spingerlo alla po- 
lemica ; e cosi la scuola in Elea sarà stata la prima 
palestra, dove su solida base s'imprese a battere 
gli antichi sistemi con le armi affilate del Aóyog 
monistico. 

In tali esercizi ebbe Zenone la preparazione alle 
sue insuperabili antinomie sui problemi della plu- 
ralità e del moto, e potè scriverne le ^ esegesi ' cri- 
tiche contro i rinnegati della scuola come Empe- 
docle *). Intendo dunque la Jó^a come un riflesso 
di quella tecnica scolastica. Nella scuola soleva Par- 
menide sottoporre a critica le opere di Anassiman- 
dro e di Anassimene, le opinioni di amici pitagorei 
coi quali era in relazione, certamente anche le 
tesi dei suoi stessi discepoli; e similmente nella 
' rivelazione divina ', oltre la già ricordata pole- 
mica contro Eraclito, volle offrire un metodo com- 
pleto e sistematico di critica. Né Anassimandro, né 
Anassimene, né Eraclito, né finalmente Pitagora 
appaiono, nella seconda parte del poema, schietti e 
senza ^ contaminazioni ' ; ma parti delle dottrine di 
tutti vi sono però ben riconoscibili '). Come il So- 



1) Fhilosophische Aufsatze Ednard Zeller gcicidmet (Lip- 
sia 1887), p. 250. 

s) Cfr. SUznngsher. der Beri. Akad, 1898 p. 408. 

3) Vedine esempi in Phìlon. Avfs, p. 258; cf. Windel- 
baml, Gcisch, der alien Philos. » !>. 39. 



Anno n. — N. 7. 



6 



crate di Senofonte (Memor, 16, 14) ' esamina con 
gli amici i tesori che gli antichi maestri avevano 
lasciati nei loro libri, e ne raccoglie quello che 
hanno di utile ' ; come il medesimo Socrate nel Tee- 
teto Platonico (p. 157 C) dà un 'assaggio' dei 
singoli filosofi prima di esporre le proprie idee ; così 
il savio di Elea propone emendato ai suoi discepoli 
un sistema composto di parti della fisica fino al- 
lora in onore, un sistema che in buona coscienza 
poteva raccomandare come il migliore possibile sul 
terreno della filosofia volgare. Procede appunto così 
anche il Socrate Platonico, quando non oppone im- 
mediatamente la definizione propria o l' opinione pro- 
pria a quella contro cui disputa, ma prima la emenda 
e poi la dimostra impossibile anche nella forma 
più perfetta che le si sia potuto dare. 

Questa maniera polemica, già sviluppata nelle Sa- 
tire di Senofane e che Eraclito si era appropriata, 
fece scuola in Elea ed educò quei giovani aìV eri- 
stica, che, come contrapposto, appartiene non meno 
alla ontologia eleatica di quello che l' elenctica alla 
dottrina socratica dei concetti. Più oggettiva e più 
storica è in Aristotele la critica di Platone, quan- 
tunque anche qui sia pur riconoscibile la mano 
emendatrice, che poi dà tanto da fare a noi storici 
della filosofia. Nel primo libro della Metafisica tale 
propedeutica storica ha già una certa indipendenza. 
Più tardi la polemica eleatica si allarga ad ampia 
esposizione storico-filosofica nelle Ovffixtòv óó^ai di 
Teofrasto, che da quel sommario storico della Me- 
tafisica ebbero diretta origine e nei particolari ne 
risentono T influsso. Ma anche in Teofrasto (lo prova 
la critica aggiuntavi dal punto di vista peripatetico) 
l'intendimento, storico senza dubbio, non è però sto- 
rico esclusivamente. Persino nel nostro secolo quanto 
non è stato difficile studiare ed esporre oggettiva- 
mente i sistemi anteriori! Per quanto dunque la 
storia della filosofia a poco a poco sia divenuta e 
si sia fatta riconoscere oggi come disciplina a parte 
della filosofia, è doveroso non dimenticarne quei 
primi saggi meno oggettivi, che riportano a Velia, 
al tempo glorioso delle guerre Persiane. 

Berlino. 

Eìmianno Diels. 



Di un'antica città scoperta in Etruria 

Le scoperte archeologiche che si vanno continua- 
mente facendo nel territorio dell'antica Etruria e 
specialmente nelle regioni maremmane, apportano 



tutto di un contributo notevole di fatti nuovi non 
solo alla conoscenza generale della civiltà etrusca, 
ma altresì a quella pai*ticolare della geografia e 
della topografia. Basterebbe citare, fra tutte, le for- 
tunate scoperte di Vetulonia per rilevare 1' immenso 
vantaggio che la scienza ritrae da queste indagini, 
e persuadere sempre più le pubbliche Amministra- 
zioni della necessità di promuoverle e di coordi- 
narle a un piano determinato a priori. 

Per parlar qui soltanto di scoperte recentissime, 
possono dirsi veramente importanti, dal punto di 
vista topografico, le esplorazioni eseguite in questi 
ultimi anni neìVager di Statonia; in quel tratto 
cioè di paese che ha come il suo centro nel pic- 
colo lago di Mezzano, nel quale dal Cluverio in poi 
(Jt, ant. p. 517) sono tutti d'accordo nel ricono- 
scere lo Statoniensis lacus menzionato da Seneca 
(xV. Q. m, 23) e da Plinio {N, H. XXXVI, 49). 

Straordinariamente frequenti sono in questo ter- 
ritorio le vestigia di antiche città, di pagi e di ne- 
cropoli, sia del periodo etrusco, sia del periodo ro- 
mano. Pitigliano, Castro, Farnese, Ischia sono al- 
trettanti siti di città etrusche ; e numerosissimi sono 
i luoghi, ora squallide brughiere e paludose pianure, 
che con i resti d'antichi edifici, di mura, di rocche, 
e sopra tutto con l' interminabile succedersi di tombe 
scavate nei fianchi dei burroni e dei colli, fanno 
testimonianza della densa popolazione che un giorno 
vi abitò. 

In questa regione, che per la sua giacitura forma 
come il cuore dell' antica Etruria, trova vasi anche, 
se è vera l' ipotesi enunciata per primo dal Campa- 
nari (Tuscaìiia p. 13) e favorevolmente accolta da 
molti dotti moderni, il Fanum Voltumnae, centro 
politico e religioso dell'antica Etruria: il luogo dove 
i principes Etruriae si adunavano per trattare degli 
affari della Confederazione; dove si celebravano so-' 
lenni feste nazionali in onore delle principali divi- 
nità ( Voltumna, com' insegna 1' etimologia stessa, è 
la divinità femminile parallela a VertumnuSj deus 
Etruriae princeps secondo Varrone) ; dove final- 
mente, come nel bosco di Feronia ai piedi del So- 
ratte, convenivano i mercatanti delle regioni fini- 
time a stringere contratti e accordi commerciali con 
gli Etruschi e talvolta anche a spiare, come accadde 
nel 394 a. C. durante l'assedio di Veio (Livio IV, 23), 
le deliberazioni e i progetti della Lega. Nel 1896 
il Ministero della Pubblica Istituzione, e per esso la 
Direzione del Museo Arclioologico di Firenze e donali 
Scavi di Antichità in Etruria, intraprese nella te- 
nuta del Voltonej immensa proprietà della Casa Tor- 



Anno II. — N. 7. 



Ionia situata nei comuni di Pitigliano e di Farnese, 
e dove appunto il Campanari, basandosi sul? affinità 
del nome, aveva supposto trovarsi il Fanum Voi- 
tumnae, una prima campagna di scavi, allo scopo di 
proseguire e completare le indagini nel punto già in- 
cominciato ad esplorare dal prof. Helbig nel 1880 *). 
H risultato di questi scavi fu negativo quanto alla 
tesi che il Fanum Voltumnae si trovasse nel luogo 
detto la Chiusa del Tempio ; ma V insieme delle 
indagini e le osservazioni fatte saggiando qua e 
la il terreno anche fuori della Chiusa del Tempio, 
hanno più che mai convalidata, in tutti coloro che 
tennero dietro a quella esplorazione preliminare, 
r opinione che il celebre santuario debbasi un giorno 
o r altro scoprire nella tenuta del Voltone. 

Intanto altri scavi importantissimi, dovuti all'ini- 
ziativa privata, hanno portato alla scoperta di una 
antica città della quale finora potevasi appena so- 
spettare l'esistenza. 

Dalle ricerche dei privati la scienza trae di so- 



messo a nudo ruderi d* edifici, senza lasciarsi ab- 
battere dalle difficoltà che s' incontrano sempre in 
questo genere di lavori lunghi e dispendiosi, e, ciò 
che più monta, mirando spesse volte assai più che 
alla ricerca di oggetti di pregio e valore commer- 
ciale, allo scioglimento di quistioni scientifiche. Ci 
è grato ricordare qui il suo nome a titolo di onore 
e di esempio ad altri. 

Della scoperta di questa antica città non sarà forse 
discaro ai lettori dell' 'Atene e Roma' di avere un 
cenno sommario '). 

A metà circa della strada che da Pitigliano con- 
duce a Manciano, oltrepassato appena il ponte della 
Fiora, sulla riva destra del fiume, si eleva un poggio 
che si chiama le Sparne (ved. la pianta qui annessa). 
Veduto dal basso, il poggio si presenta come un im- 
menso masso di tufo, dai fianchi scendenti a perpen- 
dicolo, completamente isolato da tre parti fra il corso 
della Fiora e due profondi burroni scavati dai fossi 
Rubbiano e Bavoso, e solo per una stretta lingua di 
terreno congiunto ad oriente con i colli che gli sor- 
gono alle spalle, e che vanno gradatamente salendo 




lite ben poco profitto; ma qui dobbiamo registrare 
una lodevolissima eccezione. Il merito ne spetta 
principalmente al sig. Riccardo Mancinelli, valente 
pittore orvietano, il quale per vari anni consecutivi, 



fin verso Manciano. Dall' alto la vista spazia per 
largo tratto sulla sottostante pianura, dalle pendici 
dell' Amiata fino ai monti di Canino, fino alla linea 
dei colli che chiudono all' orizzonte il lago di Bolsena. 



con tenacia pari all' abilità, ha frugato tombe e ri- . La prima delle alture che s' incontrano dal lato 



1) Cf. Bull. delVUt. ili corr. ardi, 1880 p. 242 sgg. Il 
Rapporto sui nuovi scavi fu da luc pubblicato noUe Notizie 
del IHm p. 58 sgg. 



*) Chi desiderasse maggiori ragguagli può consultare 
i miei Rapporti pubblicati nelle Notizie degli Scavi 1896 
p. 2(33 Hgg., e 1898 p. 12U s;:z-. 



9 



Anno II. - N. 1. 



10 



d'oriente, e che dicemmo già esser congiunta per 
una specie d' istmo alle Spame (v. pianta), porta il 
nome di Poggio Buco; nome caratteristico derivato 
dalle numerose tombe antiche che vi si trovano, e 
che già aveva segnalate il Dennis nella sua opera: 
Cities and Cemeteries of Etruria II* p. 289, come 
indizio di qualche antica città esistita sulle Spame. 

La forma e la situazione delle Spame si presta- 
vano mirabilmente all' impianto di una città. La 
caratteristica infatti di una area accessibile soltanto 
per una parte e nel resto completamente isolata, è 
comune a -tutte le città etrusche vicine, quali 8o- 
vana, Pitigliano, Ischia, Farnese, Castro ecc., e fa 
parie del sistema con cui gli Etruschi di questa 
regione fondavano le loro città. 

Il luogo, già per natura munitissimo, era stato 
reso più forte mediante opere d' arte. Se non tutt* in- 
tomo al ciglio della rupe, certamente in molti punti 
della medesima (v. p. es. pianta, lett. a), era stato 
costruito un muro, composto di blocchi rettangolari 
di tufo, collocati, come di solito, alternatamente per 
testata e per lunghezza. Inoltre nel punto dove co- 
mincia la necropoli di Poggio Buco, e che era il 
lato più debole e di facile accesso, erasi inalzata 
una collinetta artificiale di difesa (v. pianta, lett. A)j 
cinta a sua volta di mura, e di là dalla medesima 
s'era scavato un largo e profondo fossato. 

La superficie delle Spame si dimostra a prima 
vista livellata dalla mano dell'uomo. Essa ha in 
pianta la forma di <uno stivale e consta di due ter- 
razze, la prima delle quali, a circa 100 metri sul 
livello della Fiora, è anche di gran lunga la più 
considerevole. Nella parte meridionale della mede- 
sima, dove il terreno è leggermente più alto, e dove 
sono ora i ruderi della Chiesa medievale di Santa 
Maria in Vinea (v. pianta, lett. B), sorgeva l'Arce o 
l'Acropoli. Di fronte all'Arce, dalla parte di tra- 
montana, e presso l'orlo della rupe (v. pianta, lett. ò), 
innalzavasi un tempio, la cui area è stata comple- 
tamente esplorata dal Mancinelli e che oltre a una 
ricca messe di ex-voti dell'epoca etrusca ed etrusco- 
romana ha dato altresì numerosissimi frammenti di 
fregi fittili etruschi, decorati a piccole figure, del 
sec. VI a. C. *). È forse superfluo aggiungere che 
il suolo delle Spame è tutto quanto cosparso di fran- 
tumi di mattoni, di tegoli e d'altri manufatti da 
costruzione. 

«) Di questi e di molti altri fregi simili mi sono occu- 
pato a lungo in una memoria testé edita negli SttuU e 
MfUeriali di Archeologia e Numismatica pubblicati per cura 
di Luigi A. Milani, voi. I, punt. I (1899) p. 87 sgg. 



Tre strade conducevano nella città. Due di esse, 
ad oriente, avevano principio in un' altra grande 
strada, anche oggi benissimo conservata in certi 
punti, che costeggiando il corso della Fiora me- 
nava a Vulci: la prima, destinata soltanto ai pe- 
doni, penetrava in città passando sotto l'Arce; l'altra 
vi sboccava presso il tempio. La terza, maggiore e 
più comoda di tutte, attraversava la necropoli di 
Poggio Buco e metteva in città girando al piede 
della collinetta artificiale di difesa. 

La durata e le vicende della città si desumono 
abbastanza chiaramente dalle scoperte fatte nella 
necropoli. La quale non occupava soltanto le alture 
di Poggio Buco (v. pianta, lett. e) ; ma si estendeva 
ai terreni circostanti per un raggio assai conside- 
revole. 

La maggior parte delle tombe finora rimesse in 
luce appartengono al miglior tempo della civiltà 
etmsca, cioè al VII e VI sec. a C. Le più antiche 
sono a fossa semplice, scavate nel masso di tufo; 
vengono poi le I tombe cosi dette a cassone,/ prov- 
viste di loculi ; quindi le tombe a camera, ad uno 
o più ambienti. 

La suppellettile che vi si raccoglie consta prin- 
cipalmente di ceramiche. I vasi più antichi sono di 
fabbricazione locale, quasi sempre lavorati al tornio, 
raramente a mano. Ad essi succedono i vasi di buc- 
chero, il più spesso lisci, talvolta con rilievi lavo- 
rati a parte e quindi applicati sulla superficie del 
vaso; e con questi prodotti, che sono imitazioni in 
argilla di prototipi metallici talvolta stranieri, ab- 
biamo anche a Poggio Buco la prima testimonianza 
del contatto diretto stabilitosi fra gli Etruschi e i 
paesi greci, specialmente della costa asiatica, già al 
principio del sec. VII a. C. Alla metà circa del 
sec. Vn e quindi per tutto il VI si hanno i vasi 
dipinti rodii e corinzii, gli uni dovuti alle officine 
stesse dei luoghi d' origine, gli altri prodotti d' imi- 
tazione delle colonie della Sicilia e dell'Italia Me- 
ridionale, che il commercio portava in Etruria. Su 
questi prodotti stranieri gli Etruschi foggiarono alla 
loro volta certe classi di ceramica loro particolare. 
Finalmente verso la fine del sec. VE cominciano ad 
apparire i primi campioni della ceramica attica a 
figure nere. 

Ma la presenza di questo ultimo genere di sto- 
viglie nelle tombe di Poggio Buco rappresenta quasi 
un' eccezione, e vi mancano poi completamente i vasi 
a figiure rosse. Per cui sembra molto probabile che 
già al principio del sec. V a. C. la città fosse ri- 
dotta in istato di grande decadenza, e che poco ap- 



: I' 



11 



Anno II. 



N. 7. 



12 



presso venisse abbandonatii dai suoi abitanti. Di fatti, 
nel numero considerevolissimo di tombe finora sco- 
perte non se n' è trovata alcuna che possa ragione- 
volmente riferirsi al sec. V inoltrato o al sec. IV. 
Bisogna scendere al tempo della dominazione romana, 
cioè al sec. III e seguenti, per trovar nuovamente 
le tracce della vita umana sulle Sparne. Ma la città 
etrusco-romana in confronto di quella prettamente 
etnisca dei sec. VH-VI a. C, rappresenta anch* essa 
un periodo di decadenza. Di fatti le tombe di quel- 
la epoca sono appena nella proporzione del dieci per 
cento rispetto alle altre. Esse sono a loculo semplice, 
chiuso da tegolini di terracotta, e contengono ac- 
canto al cadavere i soliti oggetti peculiari di questo 
tempo. La ceramica è quella cosi detta etrusco-cam- 
pana, aretina e di classi affini. Il rito funebre, che 
è del resto il medesimo in tutte le epoche, è quello 
deir inumazione *)• 

Si presenta ora una domanda. Alla città nuova- 
mente scoperta è possibile dare un nome antico? 

La scarsezza di notizie, che abbiamo da lamen- 
tare in tutto ciò che si riferisce alP antica Etruria, 
si fa sentire pur troppo anche qui. Infatti fra i molti 
luoghi che farono sede di stanziamenti etruschi od 
etrusco-romani nella regione di cui ci stiamo occu- 
pando, troviamo fatta menzione di una sola città, di 
quella cioè che dava il suo nome al territorio, di Sta- 
ionia, espressamente citata da Strabene (p. 226), e 
indirettamente da Vitruvio (II, 7) che ne fa una 
praefectura romana, e da Plinio (UE, 8) che ne ascrive 
gli abitanti fra i municipi dell' Etruria interiore. 
Ma né dal passo di Strabene, né per altra via qual- 
siasi ci è dato rilevare con precisione il sito della 
città. Per cui gli scrittori moderni si sono sbizzar- 
riti a loro capriccio nel porla ora in uno, ora in 
un altro posto. 

Il Cluverio {It, ani. p. 517), seguito dalla mag- 
gior parte degli scrittori posteriori (Cramer, Toumon, 
Abeken, ecc.), volle identificarla con Castro, e come 
argomento in appoggio della sua tesi, citò anche le 
cave di pietra ricordate da Vitruvio (II, 7) e da 
Plinio {N. IL XXXVI, 49), che egli credette di 
riconoscere nelle vicinanze di Castro ; senza però 
badare che Vitruvio e Plinio parlano soltanto di 
cave esistenti in statoìiiensi, cioè nel territorio di 

1) Una scelta parte delle suppellettili uscite dalle tombe 
di cui parliamo, jìuò vedersi nella sala Vulcentana del 
Museo Archeologico di Firenze. Cfr. Milani, Mus, top. 
p. 107-8. 



Statonia, e che per conseguenza la loro situazione 
non può avere nessun valore rispetto all' ubica- 
zione della città. Altri scrittori pensarono a Farnese 
(Mannert); altri a una località situata nella valle 
deirAlbegna, fra questo fiume e il lago di Bagni 
(Reichardt, Bunbury, Pauly ecc.) ; altri a Pitigliano 
(Dennis), e altri ancora ad altri luoghi. 

Ma dopo la scoperta della città delle Spanie, è 
lecito domandarsi se non sia per avventura quella 
la Statonia degli antichi scrittori. Al Dennis (1. e), 
passando accanto a Poggio Buco, era venuto in mente 
il nome di Caletra, antica città etrusca della quale 
già al principio dell' Impero romano conservavasi 
soltanto il ricordo nel nome restato al suo territorio 
(Livio XXXIX, 65 ; Plinio HI, 8). Ma Caletra do- 
veva trovarsi assai più a nord-ovest delle Sparne, 
nel territorio percorso dalPAlbegna, dove secondo 
Livio (1. e.) fu dedotta la colonia romana di Sa- 
turnia *). 

Parecchie ragioni militano in favore della nostra 
ipotesi e sono: 

1 .® La situazione della città esistita sulle Sparne 
dentro l' agro statoniese e la relativa vicinanza al lago 
di Mezzano {statoniensis lacus\ da cui dista circa 
ehm. 14 in linea retta. 

2.® L'estensione e l'importanza della città al- 
l' epoca etrusca. Il circuito infatti delle Sparne è di 
circa ehm. 3 ; l' area di circa ettari 9. Abbiamo dun- 
que una città press' a poco della stessa grandezza di ^ 
Cosa (circuito ehm. 1 /^, superficie ett. ^4): a ogni . 
modo la città più grande del territorio statoniese. Di 
fatti l' area delle Sparne sta a quella di Pitigliano, 
che è oggi la più popolosa città di tutta la regione 
(4500 abitanti secondo il censimento del 1881), 
come 2:1. 

3.® Lo stato di decadenza, in cui rispetto al 
periodo etrusco trovavasi la città sotto i Romani. 
Il che si accorda pienamente con la notizia dataci 
da Strabene (1. e), il quale, menzionando la città 
di Statonia, la pone soltanto nel novero delle no- 
Xixvai avxvaiy che esistevano a' suoi tempi nell' in- 
temo dell' Etruria, e di proposito accentua la distin- 
zione fra queste noìXxvca e le nóXsig di Arezzo, 
Perugia, Volsinii, Sutri. 

4.° La sua posizione a cavaliere di una delle 
strade principali che conducevano a Vulci e al mare. 

<) Non è molto il prof. Dotto de' Bauli {Veiulonia e 
nuovi errori p. 141) pubblicò di aver ritrovato il sito di 
Caletra sopra un poggio detto tuttora Ccmipo Caletra, 
fra Pereta e Saturnia, a 5 7i chilometri in linea retta a 
maestro delPAlbegna. 



13 



Anno II. 



N. 7. 



14 




5.** Finalmente il nome Statnes, scritto in let- 
tere etrusche in direzione da sinistra a destra, sopra 
la ghianda missile fusolare in piombo del sec. II-I 
a. C, che diamo qui riprodotta. La natura delF og- 
getto non costituisce certa- 
mente una prova assoluta; ma 
vi sono alcuni fatti che contri- 
buiscono a dar valore alla no- 
stra ipotesi. Anzi tutta la ghianda è .perfettamente 
intatta; cioè dà a vedere di non essere stata mai 
lanciata. In secondo luogo essa fu raccolta sotto il 
ciglio della rupe orientale delle Spame, al di sotto 
del tempio che abbiam ricordato di sopra, in un 
punto dove sarebbe stato impossibile scagliarla, es- 
sendo le alture più vicine distanti da esso più di 
GOO metri. É quindi verosimile supporre che la 
ghianda sia stata perduta nella città stessa delle 
Spame. Se cosi è, perchè non si potrebbe ammet- 
tere che nel nome Statnes, siasi conservato, piut- 
tosto che un gentilizio qualsiasi, il nome stesso degli 
abitanti di Statonia, che Plinio chiama appunto Sta- 
tones (N, H, EU, 8), conforme un uso che fu fre- 
quentissimo in Grecia e non raro nemmeno sulle 
ghiande missili romane contemporanee alla nostra, 
come per es. A8c{u)lani, Fir{mani), Itali, ItcdienseSj 
su ghiande di Ascoli, di Fermo, di Chieti? 

Del resto è da augurarsi che le scoperte iniziate 
e che hanno dato finora un risultato cosi soddisfa- 
cente, sieno ben presto riprese ; e forse allora si avrà 
la prova irrefutabile e decisiva che Gambiera in fatto 
documentato quella che finora non è che una fon- 
data supposizione. 

Firenze, Grennaio 1899. 

Gimeppe Pellegrini 



Sul così detto "Alfabeto dell'Amore" 

(continuazione; v, voi. I n.o 5 p, 223 aqq.) 



Ed ecco invece V amore in una forma più ingenua 
e ancora piena d' illusioni, in cui par di riudire la 
Neobuie oraziana : 

65 (18). Mio si^ore, mio melo carico di rossi pomi i), 
i miei occhi non altro desiderano che di vederti; ma non 
è contenta la mamma, e io non posso guardarti. Tu con 
le tue lusinghe e i tuoi accorgimenti mi hai presa nelle 
tue reti si che non posso più volare. E se tu mi volessi 

«) Il paragone frequente dell' ogf?etto amato con un 
albero fruttifero spiega, credo, abbastanza V espressione 
piuttosto ricercata noXvitttQne xoxxiyofÀrjXofpÓQSj senza bi- 
sogno di pensare che il giovine si chiamasse Policaii)o o 
fosse un fruttivendolo! Cfr. Heisenberg, p. 560. 



bene quanto te ne voglio io, non potresti né mangiare, 
nò bere, né dormire la notte. Diverresti un uccellino e 
passeresti le notti a cantare, e canteresti e non diresti 
altro che amore. Vorrei avere una porta nel petto, perchè 
tu Paprissi e guardassi, guardassi il mio cuore come giace 
affannato ! Ma se non credi, incredulo, se non te ne con- 
vinci, pigliati l'amore ch'io ho per te e dallo a chi tu 
vuoi; e vedrai che ti starò a guardare come un'estranea, 
quando tu passi! 

Ma segue subito un altro momento, quello del 
disinganno : 

66 (72). Non sei tu colui che mi dicevi e mi promet- 
tevi: « Signora, se mi darai il bacio, ti farò un para- 
diso »? Un paradiso non m' hai fatto, m' hai fatto pene e 
dolori 1). Mi elevasti e mi ponesti nel regno di Amore »). 
Un vero nemico e crudele riconosco in te. Se avessi po- 
tuto sapere, o uomo doppio, che prima baci e poi rinne- 
ghi 3)^ mi sarei lasciata ardere dal sole, mi sarei lasciata 
consumare dall'ardore! 

Per concludere, i canti di questo gruppo non sono 
fra loro cosi intimamente connessi, come quelli della 
catena poetica, ma il motivo dominante è quello 
della donna che soffre per amore e si lagna o della 
lontananza o della fì*eddezza dell' amato. I frammenti 
di ' contrasti ' che sono qui fuori di luogo, e della 
cui presenza ed origine non riusciamo a renderci 
ragione sufficiente, ci daranno, come vedremo, per 
compenso alcuni indizi preziosi sulla patria e sul- 
l'età d'una parte di questi canti, se non dell'in- 
tera raccolta. 

* 
* * 

C) Gli alfabeti. 

Le serie di canti disposti in ordine alfabetico 
sono tre, di cui due si trovano proprio al principio 

1) ' Pianto ' o * gemito ' dice propriamente il testo, 
e naqànovov dopo Tjagadeiacy è un amaro bisticcio, ohe 
nella traduzione non si può rendere. 

«j Cosi intendo rò g>vXou xfjg ^AydnTjg^ propriamente 
' la schiera dell'Amore ' . Nella presente raccolta il nome 
àyànrj ha preso regolarmente dappertutto il posto del clas- 
sico tQutg (questo ha lasciato solo qualche traccia di se in 
canti come il 9 (56), che esamineremo più giù). Quindi 
^ÀyiinT] può anche applicarsi al dio o alla personificazione 
dell'amore; e dietro a lui niente ci vieta di scorgere la 
folta schiera Del re sempre di Ictgrime digiuno, come dice 
il Petrarca. Ma un'interpretazione un po' diversa è pure 
possibile; vedi la nota seguente. 

3) Sembra che si alluda alla condotta di Simon Pietro 
verso Cristo {Ec. Matlh. 26, 34 sqq.); e probabilmente, 
per una confusione assai spiegabile, il discepolo che rin- 
nega il maestro si accoppia, nel pensiero della donna, 
con quello che lo tradisce ; sicché, in fondo, par che dica : 
* I tuoi baci furono come il bacio di Giuda ' . Di qui non 
resterebbe che un passo a fare per chiarire varie altre 
espressioni come quella sopra notata della * schiera ' e la 
parola óixactijg per * crudele ' ecc. 



15 



Anno II. - N. 7. 



16 



dell'intera raccolta. La prima comprende undici 
pezzi ordinati alfabeticamente cosi: 

1(8) 2(15) 8(18) 4(24) 5(41) 6(48) 7(47) 
a fi y ó e C V 

8(20) 9(56) 10 (5S) 11(61) 
y X X f^ 

Non solo V alfabeto è incompleto, ma tra V ?; e il x 
rimane la lacuna delle lettere ^ e *, ovvero, se vo- 
gliamo ammettere che 1'^ possa, data la pronunzia 
moderna, essere rappresentato dal y della parola 
yvQBiovCiv nel e. 8 (20), ad ogni modo il x^ manca 
affatto. 

Aggiungasi che il e. 8 (20) può sembrare in parte 
fuori di posto, e il canto che segue immediatamente 
9 (20) è in certo modo messo li per ripiego, intro- 
ducendo una situazione affatto divei*sa. Sicché la la- 
cuna doveva essere in origine più ampia di quello 
che appare, e solo in parte e con poca destrezza è 
stata colmata. 

Del resto si può dire che questi canti formano 
un tutto, e precisamente un dialogo fra un amante 
e una donna *). La situazione però è nei primi 
due pezzi e nel 9" ben diversa da quella che appa- 
risce negli altri, e quindi non sono alieno dal sup- 
porre che le prime due lettere e il x sieno tolte 
a un alfabeto diverso da quello che ha fomite le 
rimanenti. C'è una differenza anche nella forma, per- 
chè il dialogo del e. 2 (15) è narrato come mostra 
il V. 5 : 'E allora di nuovo la leggiadra diceva al 
giovine ' , che ci richiama alla mente qualcosa di si- 
mile alla novella esaminata da principio 'j. Invece 
nei canti 3-11 parlano direttamente gl'innamorati. 
Questo secondo discorso è per noi molto più inte- 
ressante del primo, e perciò senz'altro procuriamo 
di riassumerlo. Il tema è quello che la filosofia dello 
schiavo terenziano raccoglieva nelle parole: 

In amoro haec omnia insunt viti a: iniuriae, 
suspiciones, inimici tiae, indutiae, 
bellum, pax rursum. 

Nel e. 3 (18) la donna lamenta l'infedeltà del- 
l' amante. Dapprima in tono sarcastico gli dice che 
per il grande amore che ha per lei non le si faccia 
vedere per non commuoverla troppo con la sua pre- 

i) Qui e in altre parti dell' analisi di questo gruppo mi 
allontano risolutamente dall' opinione dell' egregio Heisen- 
berg, ma non m'indugio a discuterla, sia per amore di 
brevità, sia perchè non è possibile una discussione mi- 
nuta senza entrare in un esame diretto del testo. 

») Simili frammenti narrativi sono sparsi qua e là. Cfr. 
anche il e. 57 (4) riportato sopra, voi. I, p. 236. 



senza *)• Poi in ^ono serio gli rammenta il giura- 
mento di fedeltà e gli narra in qual modo ha sco- 
perto ch'egli la tradisce: la notte scorsa egli non 
s'è fatto vedere, e aveva fatto credere a lei che 
aveva da montare la guardia; ma la donna è an- 
data fuori e ha interrogate tutte le sentinelle. Le 
hanno risposto che nessuno l'aveva veduto. Quindi 
conchiude: ' hai calpestato il tuo giuramento: hai 
sull'anima un grave peccato '. 

Il e. 4 (24) contiene la risposta dell' amante : egli 
non si scusa, ma cela a stento il dispetto sotto una 
forma canzonatoria. Desidera, dice, di conoscere 
quanto è grande per l'appunto il bene ch'ella gli 
vuole, per misurare a sua volta il suo, che la donna 
non s'abbia a insuperbire vedendo in lui un af- 
fetto soverchio. Poi, scoprendo più chiaramente la 
sua stizza, conchiude: * Mi dicesti teste che ti pro- 
pongono un altro amante. Magari te lo propones- 
sero, sicché tu prendessi un altro marito e non mi 
chiedessi più conto dove io stia, dove dorma, a chi 
abbia rivolto lo sguardo, con chi abbia discorso! 

Nel e. 6 (41) la donna replica in modo commo- 
vente. Non è stata lei a cercarlo, che non sapeva 
neppure chi egli fosse. Egli con le sue lusinghe l' ha 
fatta sua schiava. 

Anche l'amante è ora commosso e parla in tono 
assai diverso da un momento prima: 

6 (43) Hanno invidia al nostro amore i tuoi vicini, mia 
cara, perchè si mantiene forte come una torre di ferro. 
Essi lo vedono eh' è legato come catena d' oro, e ne hanno 
rabbia e vogliono dividerci. Non sia dato ai loro occhi 
di veder ciò, né all' anime loro di rallegrarsene. Piuttosto 
quel che desiderano a noi possano vederlo compiersi su 
se stessi ; glielo facciano soffrire i loro cari «) e ne ab- 
biano gioia i loro nemici! Giacché hanno deliberato di 
dividerci, senza nessuna colpa, senza nessuna ragione. 

E naturalmente la risposta della donna è ora te- 
nera e appassionata: 

7 (47) Il mio povero cuoricino ti vuole un gran bene, 
o mio signore svelto e diritto come un giunco. Penso 
che tu mi abbia stregata, perchè ti ho sempre in mente. 
Dove mi colse, dove mi attaccò il tuo sovrabbondante 
amore ? Invase ed avvinse le foglie del mio cuore, invase 
e prese radici e copri interamente le foglie. Vennero, sì, 

1) Un firjàèy eQ/eaai del v. 2 è stato inteso dal Wagner 
ooDie un vero imperativo; e quest'interpretazione ha in- 
fluito sull'Heisenberg, che perciò trova inconciliabili i 
w. 1-3 con i seguenti, e suppone che vi sieno stati ag- 
giunti per ragion dell'acrostico alfabetico. Ma per questo 
scopo sarebbe bastato il primo verso senza gli altri duo. 

«) Nà TÒ ^Xlpovv ot (fiXoi rovg. L'interpretazione del 
Wagner * dass ihre Freunde trauern drob' non ri- 
sponde' al testo né per la grammatica né per la logica, 
sia pure per quel tanto di logica che la passione consente. 



17 



Anno n. — N. 7. 



1.8 



i vicini a consigliarmi e tutti mi hanno dato il parere di 
dimenticarti. Ma io risposi ad essi e dissi rampognandoli : 
' A voi farebbe molto piacere che noi ci dividessimo ! per 
questo mi consigliate di dimenticarlo! Anche se spade 
mi trafìggano e seghe mi seghino, finché ho vita e fin- 
ché sono al mondo, amo lui, non lo rinnego **. 

A questo punto la lacuna a cui sopra accennavo 
ci toglie di vedere il seguito di questa bella di- 
chiarazione, ma si direbbe che il ' contrasto ' prende 
una piega impreveduta, perchè V uomo, invece di 
cedere alla commozione del momento, pare abbia 
detto alla donna che con tutto il suo affetto non 
gli dava che delle amarezze. Onde la donna riprende 
il tono di rimprovero: 

10 (58) Dici, o bel giovane, che mia è la colpa, e mi 
lanci un^ accusa dicendo che t'ho fatto torto, perchè mi 
lasciai prendere d' amore per te e consentii al tuo volere. 
Fui privata delle mie ancelle per V amore che ho per te. 
Tu pure ti vantavi e promettevi di non dimenticarmi, 
di non rinnegarmi, di non baciare un' altra, di non rivol- 
gere la parola ad una donna più bella. 

Ed ecco la risposta: 

11 (61) Non è un mese che sei con me, non uno, né 
due; solo una settimana hai compiuta e già cominciasti 
a fare il broncio, ad esser fiera di te, o fanciulla, a pavo- 
neggiarti. I tuoi vicini mi dissero ohe molto mi disprezzi ; 
ed io, signora, quando lo intesi, n'ebbi gi*an dolore, o 
passai cinque giorni senza salutarti, senza passarti nep- 
pure accanto o metter piede nella tua contrada. Ora ricevo 
biasimo dai tuoi vicini, perchè dicono che non mi degno 
di salutare alcuno. £ se hai sparlato di me, o mia signora, 
molto male hai fatto. 

Riportando tradotti questi due ultimi canti, non 
abbiamo certo l' intenzione di trovarvi né originalità, 
ne straordinaria bellezza di pensieri e di sentimenti. 
Anche la forma è qui piuttosto trasandata, al pa- 
ragone di altre parti della raccolta, e vi manca quella 
chiarezza e vivacità che costituisce il pregio princi- 
pale della poesia di questo genere. Ma siccome, in ul- 
tima analisi, desideriamo anche farci un' idea della 
provenienza e del modo di formazione delle disiecta 
membra che andiamo esaminando e, se è possibile, 
ricostruire mentalmente quel corpo o quei corpi da 
cui sono staccate, è naturale che a volte l'interesse 
estetico ceda all'interesse storico. Per questo lato 
i due ultimi canti qui riferiti appariranno subito 
importanti a chi per poco li consideri attentamente, 
perchè vi sono parecchi tratti che non si spiegano 
con l'idea generale dell'amore, ma si rannodano a 
situazioni e a fatti ben determinati. dunque furono 
realmente composti in quelle circostanze a cui accen- 
nano, si connettono con una narrazione in cui quelle 
circostanze stesse erano esposte o presupposte. Quale 



delle due sia l'opinione più probabile, non dubito 
che già si affacci alla mente dell' accorto lettore ; 
ma più chiaro e più facile sarà il giudizio, quando 
avremo esaminato anche il resto. 

Ho detto che le prime due lettere e il x saranno 
probabilmente derivate qui da un altro alfabeto. La 
probabilità diventa certezza, quando vediamo che 
questi tre canti non contengono rabbuffi e querele 
di amanti disgustati, ma ci presentano la situazione, 
molto più comune a dire il vero, d' una prima di- 
chiarazione d' amore. E qui ci avviene per buona 
sorte il contrario di quel che dicevamo a proposito 
dei canti 10 e 11; perchè bei pensieri e delicati 
sentimenti vi si mostrano in una forma eletta. Ecco 
come parla il giovine: 

1 (8) Se io sapessi, mia signora, quando sei per andare 
fuori di casa e da qual parte passerai con le tue dami- 
gelle, sulla tua via pianterei meli e cotogni, aranci e 
cedri, lauri e mirti; il tuo cammino ombreggerei di ro- 
sai, perchè il sole non ti colpisse; dovunque passassi o 
volgessi il piede, spargerei del muschio; sarebbe profu- 
mata la tua via senza che tu sapessi da chi, e il sole 
non farebbe, o leggiadra, bruno il tuo volto. 

Nel dialoghetto del e. 2 (15) il giovine dice di 
essere un ' povero straniero ' e non avere perciò 
il coraggio di esprimere i suoi sentimenti e i suoi 
desideri a lei eh' è nobile e disdegnosa. Ma la donna 
gli fa coraggio, ed egli chiede di essere liberato 
dalle pene di un amore non corrisposto. La stessa 
preghiera in una forma più ampia e più fervida 
è espressa anche nel e. 9 (56): 

Signora, per qnal vantaggio, signora, per quale gua- 
dagno farai languire il povero straniero ardente 
d'amore, farù perire il bel giovine, mia signora, che 
t' ama ? Mia signora, padrona d' amore, sovrana della mia 
passione, nei cui sguardi s'aduna l'amore dell'universo, 
e nelle cui labbra come in una catena sono avvinti gli 
amori. Di grazia, o leggiadra, concedimi un po' d' affetto, 
perchè io svengo, o signora, per il grande amore per te. 
Tu che governi gli amori, concedi a me l' affetto. Molto, 
o signora, ho sofferto le notti e i giorni, e di me spar- 
lano parenti od estranei. 

Né altro ci rimane di questo alfabeto. Di ben di- 
verso carattere è quello che gli succede immediata- 
mente, e le cui parti superstiti si dispougono cosi : 
12 (.5) 18(14) 14(19) 15(86) 16(45) 17(54) 

a {i y e f] X 

18 (60) 19 (09) 20 (80) 21 (89) 22 (97) 28 (103) 
y o n t tp 

24(106) 25(109) 26(111) 
X ^ tu 

Mancano, come si vede, le lettere ò^^iXi.i^QV, 
ma le parti che ci rimangono sono in numero quasi 



19 



Anno H. — N. 7. 



20 



doppio delle perdute, che non avremo bisogno di 
rimpiangere gran fatto. É una serie di distici, tranne 
l' ultimo, eh* è un tristico, e contengono tutti le pre- 
ghiere e i lamenti di un giovine innamorato. Alla 
regola non fanno eccezione il e. 21 (89) in cui il 
giovine dice che la sua donna lo ' accompagna 
dappertutto ', né il e. 23 (103) in cui dice di ab- 
bracciarla e baciarla *)• NelP un caso e neìV altro la 
fantasia dell' innamorato considera come fatto reale 
e presente ciò che è solo una sua viva speranza. 
Chi ha un'idea del gran numero di distici erotici 
esistente nella poesia popolare greca, non può me- 
ravigliarsi che sia stato da un poeta innamorato 
concepito il disegno di comporre un' intera collana 
di distici disposti in ordine alfabetico e trattanti 
su per giù lo stesso argomento. A volte la serie 
delle idee si può seguire abbastanza facilmente da 
un distico all'altro; così nei primi tre: 

12 (5) Ahimè, fanciulla delicata, di quante amarezze 
mi abbeveri ! abbruci il mio cuore, fai appassire V anima 
mia! 

18 (14) Sono ansioso «) di vederti per respirare un mo- 
mento, e quando ti ho veduta un poco, me ne vado morto. 

14 (19) Divento come muto e privo di sensi, mia si- 
gnora; vado nella mia stanza, svengo e cado. 

Altre volte da un distico all'altro cambia inte- 
ramente l' intonazione e l' ordine delle idee, come 
nei due che diamo qui tradotti : 

19 (69) Avevo occhi e me li togliesti, un cuore e me 
lo strappasti; le bellezze tue meravigliose non me le 
portar via! 

20 (80) Vorrei essere una colombina per venire dove 
tu dormi; ti abbraccerei cosi stretta, che penseresti sem- 
pre a me! 

Le molte lacune c'impediscono di conoscere da 
un 'capo all' altro 1' ordine delle idee. I quattro di- 
stici della chiusa possono farci pensare che ci fosse 
il disegno d'una epistola amorosa; 

28 (108) Bacio dolcemente, ricopro di baci le tue lab- 
bra di corallo ; abbraccio più volte le tue deliziosissime 
bellezze. 

24 (106) Un saluto dal fondo dell' anima ti mando, 
bella fanciulla, e l'aurea tua figura sovente abbraccio. 

1) Il vederci un amore soddisfatto porta V Heisenberg 
a considerare questi distici come di provenienza diversa 
da quella degli altri. Lo stesso Heisenberg crede che i 
versi siano stati soltanto più taxdi disposti in ordine al- 
fabetico, perchè altrimenti non si potrebbe spiegare la 
mancanza dei novo distici sopra indicati. Ma questa man- 
canza si spiega forse meglio pensando a un raccoglitore 
di distici già esistenti ? La raccolta del Passow lascia 
pensare che non gli sarebbe stato difficile trovare distici 
comincianti con (f, X, fii ecc. 

s) ButCofiat può significare nel greco moderno ' mi 
affretto ', ma qui mi pare richiesto il senso di ' son 
costretto ' dalla passione. 



25 (109) Non dico bugia io misero : le notti non dormo, 
né il mio cuore ha calma dalla passione per te. 

26 (111) O fanciulla dalle sopracciglia lunghe e sottili i), 
luce degli occhi miei, sollievo dagli affanni che mi porto 
nel cuore, possa io riposare sul tuo seno e poi sia di me 
quel che deve! 

Il meglio conservato è il terzo alfabeto, eh' è an- 
che espressamente designato come tale nel mano- 
scritto dall' intestazione 2i:(%oi xarà àkipà^rjtov^ e 
di cui non mancano, se non le lettere d- irkvxfo. 
Anche questo è un contrasto del genere del primo, 
ma in forma più drammatica, più spedita, con mi- 
nore effusione di affetto e profusione di parole. Ogni 
canto non oltrepassa i due o tre versi. Farla prima 
l' uomo, poi la donna, e cosi procedono alternamente 
fino alla fine. Da principio i due amanti esprimono 
il loro dolore per l' imminente separazione, dovendo 
lei sposare un altro, poi si accorgono di volersi an- 
cora troppo bene, e non si lasciano più ; anzi il gio- 
vine ottiene questa volta, dopo aver prestato uno 
dei soliti giuramenti, ciò che per lo innanzi aveva 
desiderato lungo tempo invano. La sua felicità al- 
lora è tale, che non ha più paura della morte •) : 

99 (110) Anima, cuore tu sei per me, e non temo l'an- 
gelo. L' angelo 8) che vedrò sarà simile a te ; pronunzierò 
il tuo nome e spirerò. 

La connessione e la rispondenza delle varie parti 
è tale, che si può ammettere l' opinione dell' Hei- 
senberg, a cui questo gruppo sembra composto ori- 
ginalmente nella forma attuale e non già messo in- 
sieme raggranellando dei canti già esistenti. Qui ci 
basti averne dato questo cenno, giacché la via lunga 
ne sospinge. 

(Continua) _ 

' N, Festa. 

1) Ho cosi tradotto alla meglio il yatayóipQvdt], che 
propriamente vuol dire ' dalle sopracciglia fatte come un 
cordino ' . Questo elemento di bellezza, mi dice un amico 
greco, è anche oggi molto apprezzato dai suoi conna- 
zionali. 

i) L'Heisenberg, a cui del resto spetta il merito di 
avere inteso meglio degli altri e corretto opportunamente 
in qualche parte questo gruppo, crede che queste parole 
del giovine rispondano a una preoccupazione espressa 
dalla donna nel canto perduto cominciante con /. Non 
è, invece, altro che l'eterno desiderio di chi ama: tecum 
vivere amem, tecum oheam libens, 

8) Vedi sopra la nota 2 a p. 226 del voi. I. 



REinZA CU II m LEG6E LOWRDU 



Le leggi longobarde, come i loro autori, non sono 
certo in voce di soverchia tenerezza per le tradi- 
zioni della classica civiltà, che fu cosi bruscamente 



21 



Anno H. — N. 7. 



22 



interrotta dalla nuova signoria barbarica. U legisla- 
tore longobardo non ha fatto concessioni all'ele- 
ganza dello stile, più romanzo che latino, rude e 
risoluto come lo spirito che lo dettava. Qualche frase 
tolta alla Bibbia, qualche altra alla solennità del lin- 
guaggio giuridico latino segnano appena l'azione della 
civiltà romano-cristiana sulla ruvida indole longo- 
barda. Anche là dove il diritto romano si è imposto al 
barbaro, questi ha voluto, in certo modo, tradurre in 
volgare espressione V originaria purezza ed eleganza 
del precetto legislativo. Dopo la C€MÌuta del regno, 
com'è noto, il duca di Benevento riusci a mante- 
nere la propria autonomia, di fronte a' Franchi, e 
si proclamò principe e come tale pubblicò leggi, 
quasi legittimo continuatore dell'opera dei re lon- 
gobardi. Ora appunto in un capitolo di Arechi, pub- 
blicato dopo il 774, troviamo un ricordo classico, 
fin qui poco avvertito *)» l'unico in tutta la legisla- 
:Sione longobarda. Il principe nel e. 4 avverte che 
actenus religiosorum homicidia^ eo quodpote aut 
inerme genus aut in omnihtis venerandum habe- 
retur, nullius compositionis experta lex indicali cai- 
culo daruit. E cioè: in tutte le leggi precedenti, 
non era stabilitai la pena (multa in denaro) per 
r omicidio di un ecclesiastico. Nel principio del ca- 
pitolo. Arechi così spiega il silenzio delle leggi an- 
teriori: Nonnulla flagitioeum veteres itteispe- 

RITI, DUM FIEEI POSSE NON CREDERENT, DECEENERE 
PRAECAVENTES, P08TERITATI ERRONEA RELINQUERE 
VESTIGIA. 

A tutti verrà qui in mente quel passo di Cice- 
rone, (Pro Sex, Moscio 25,70) nel quale è recata 
la risposta di Solone a chi l' interrogava, perchè 
al parricida non aveva minacciato alcuna pena : Is 
(Solo) cum interrogaretur cut nullum supplicium 
constituisset in eum, qui parentem necasset, respon- 
dit, se id neminem facturum putasse, 

H legislatore beneventano è quasi certo che si 
è ricordato di codesto luogo di Cicerone: si badi, 
infatti, che l' uccisione di un religioso, persona in 

«) n Troya * (Della condizione dei Eomani vinti da' Lon- 
gobardi'; Mil. 1844, p. 220-1) accenna al e. 4 delle leggi 
di Arechi, e quasi parafrasandone il principio {mmnulla 
flagitiorum etc.) soggiunge che il legislatore *de' vescovi 
non toccò, giudicando forse impossibile il delitto d'ucci- 
derli, come altra volta i Romani creduto avcano il par- 
ricidio ' . Il Troya, come si vede, tranne V allusione errata 
al diritto romano, suggeritagli dalla parafrasi del capitolo 
beneventano, non ha propriamente notato la reminiscenza 
classica. Anzi, se si considerano bene le sue parole, si vede 
che egli spiega di suo capo, perchè il principe non deter- 
minasse il guidrigildo anche de' vescovi, e cioè per le stesse 
ragioni, -per le quali i Komani non avevano fissato pena 
alcuna al parricida. 



omnibus veneranda, poteva passare benissimo per 
un vero e proprio parricidio. Inoltre, Arechi sog- 
giunge che, non fissando la pena, i legislatori pre- 
cedenti posteritati erronea rélinquere vestigia. Pa- 
role che sembrano aver qualche nesso logico col 
pensiero di Cicerone, il quale descrivendo la terri- 
bile pena romana del parricida more maiorum, in 
opposizione al silenzio delle tavole di Solone, esclama: 
Quanto maiores nostri sapientiu^ ! Da. questo lampo 
di classicismo, che guizza fugace nelle leggi longo- 
barde, nessuno vorrà dedurre che Arechi 
'Principatum Beneventi ductore fortissimo 

freto superni ausilio 

Adelperga cum tranquilla stirpe nata regia' 

come cantava Paolo Diacono, fosse più degli altri 
sovrani longobardi proclive alla cultura latina, o 
che nel palazzo del principe fiorissero gli studi. 
Senza correre ad esagerazioni, basterà osservare che 
le tradizioni classiche dovevano avere qualche con- 
tinuità ed efficacia, anche a Benevento, se chi scri- 
veva le leggi in nome d' Arechi, fissando il guidri- 
gildo degli ecclesiastici si ricordava, pel tramite di 
Cicerone, del legislatore ateniese. 

Nino Tamassia, 



OMEEO E LA ' GIOCONDA ' 



Uno scultore di genio, Lucio Settala, innamorato 
di G^ioconda Dianti, bellissima donna che gli ha 
ispirato un capolavoro, la ' Sfinge ', e gli par ne- 
cessaria all' arte sua, ma nel tempo stesso compreso 
di devozione profonda per la mogUe Silvia, che lo 
adora ed è un ideale di bontà e d' altezza d' animo, 
non sa reggere allo straziante conflitto dei due sen- 
timenti e tenta di uccidersi. Salvato, sembra in sulle 
prime guarito anche nell'anima; ma presto Silvia, 
che s' era illusa per un momento, si accorge eh' egli 
ricade nell' antico male ; e Lucio stesso, appena tor- 
natagli la forza e il coraggio di guardare dentro 
di se, lo confessa a un amico. Intanto Gioconda gli 
fa sapere che ogni giorno, all' ora che egli sa, essa 
lo aspetta nel suo studio di scultore, dove è an- 
cora la ' Sfinge ' , e mantiene umida la creta d' una 
nuova statua che Lucio aveva cominciato a plasmare, 
fiduciosa che egli ritorni all' arte e a lei. Silvia 
che non regge più all' ansia continua e vuol tentare 
ogni via per salvar la felicità sua e della figliuo- 
letta, decide di andar là, in quello studio, ^ sfidar 
la rivale. Ma poiché ogni suo sforzo torna vano, e 
Gioconda risponde che è ancora certa dell'amore 



23 



Anno n. — N. 7. 



24 



di Lucio, Silvia, mentendo, le dice d'esser venuta 
a lei in nome di Lucio stesso, che vuole essere la- 
sciato in pace, perchè ha dimenticato. Gioconda, 
tratta fuor di sé dal colpo impensato, va per ab- 
battere e infrangere la ' Sfinge ' , il capolavoro che 
è suo. Silvia tenta di opporsi, la atatua cadendo le 
spezza le bellissime mani, e in quel momento soprav- 
viene Lucio, che torna alla rivale. L' eroica donna, 
che oltre lo strazio delle braccia spezzate, onde non 
potrà più stringere al seno la sua bimba adorata, 
ha neir anima quello più crudele e supremo di per- 
dere Lucio per sempre, pur trova, prima di venir 
meno, la forza di mormorare, volgendo gli occhi verso 
la statua: ' è salva! ' 

Su questa tela, qui appena accennata ne' suoi tratti 
principali, Ghibriele D' Annunzio ha scritto una tra- 
gedia, non ancora rappresentata sulle scene, ma già 
pubblicata per le stampe e molto discussa, del cui 
valore poetico — la parola non sembrerà a nessuno 
impropria, benché la tragedia sia in prosa — non 
è qui il luogo di parlare e ne scriverò forse, come 
so e posso, altrove. Soltanto di un certo riscontro 
Omerico, che al W Annunzio è parso di poter fare, 
non è inopportuno discutere in questo Bidlettino; 
ma poiché non conveiTÒ con lui, né mostrerò di 
poter accettare la tesi della tragedia, neppure per 
un momento vorrei si supponesse in me l' intenzione 
di mettere in vista soltanto quello che credo meno 
bello falso. Perciò dirò che la ' GKoconda ' avanza 
a mio vedere, e di gran tratto, ogni altro lavoro 
drammatico del W Annunzio ; e della sua prima tra- 
gedia, ' la città morta ' , questa nuova é meglio adatta 
alle scene, più semplice e schietta nella forma, più 
decisamente disegnata ne' caratteri principali ; dei 
quali uno, Silvia, é creazione — non giudico fino a 
qual punto originale — che non si dimentica; ed 
alcune scene, come l' ultima dell' atto primo, splen- 
dono di rara bellezza. 



4c 4s 



Ma la tragedia ha, come dicevo, una tesi da di- 
mostrare, che é, del resto, ben chiara subito a chi 
legge. Direi anzi che é troppo chiara ; perché l' au- 
tore, non contento di farla sentire o indovinare per 
suggestione, ama spiegarla e dimostrarla con molte 
parole, per bocca di più d' uno de' suoi personaggi. 
Egli ha messo di fronte i diritti della Bontà (Silvia) 
e i diritti della Bellezza e dell'Arte (Gioconda e 
Lucio), perchè dall' azione resulti che questi ultimi, 
per non so qual fato cieco ma ineluttabile, vincono 
e debbono vincere. E forse perchè questo concetto 



non sembrasse troppo moderno, ha voluto confor- 
tarlo con un confronto Omerico; e nell'ultima pa- 
gina del volume, intitolata Concoedanza, ci dà la 
traduzione dei celebri versi del terzo dell'Iliade, 
dove quei venerandi vegliardi Troiani, seduti in cima 
della torre, come videro Elena, avvolta di veli bian- 
chi, uscir lacrimosa dalle stanze nuziali, e salire 
verso di loro «... dissero gli uni agli altri sommes- 
samente queste parole alate: — Certo, È giusto che 
i Troiani e gli Achei da' bei schinieri patiscano tanti 
mali e da si gran tempo, a cagione di una tal donna, 
perocché ella somigli in sua bellezza alle iddie im- 
mortali. » Così traduce il D'Annunzio, ed è suo, na- 
turalmente, anche 1' è giusto in lettere maiuscole. 

Ma il significato che qui si vuol dare a quel- 
1' ^ è giusto ' , maiuscolo o minuscolo che sia, se è 
— pur troppo — possibile in questa nevrotica fine 
di secolo che cerca il nuovo nello strano, è asso- 
lutamente estraneo, non solamente ad Omero, ma in 
generale a tutta la poesia e a tutta l'arte greca. 
Che si trovi oggi chi, letta « la Gioconda », innanzi 
al sacrificio crudele d' un' anima incolpevole adori 
le ragioni supreme della Bellezza, il D'Annunzio 
può illudersi di supporlo; ma almeno vorremmo che 
nessuno gli menasse buona la sua concordanza. I 
Greci, benché creatori di tante cose belle, non hanno 
sognato mai di fare della Bellezza quasi un fato 
vittorioso della Bontà e della Verità. Piuttosto del- 
l'Amore hanno detto anch'essi — come i poeti di 
tutti i tempi — che tutto può e tutto vince; ma, 
prima di tutto, l'Amore è altra cosa dalla Bellezza 
quale ci è rappresentata dal D' Annunzio, e, ad ogni 
modo, dinanzi alle catastrofi delle passioni d' amore, 
nessun poeta greco ha esclamato : È giusto ! Tutta 
la tragedia greca è bensi nutrita d' un profondo sen- 
timento di giustizia, ma di quella giustizia che ri- 
conosce, sopra tutti e tutto, il Dovere. 

Or se anche è possibile che nella cosi ricca e 
varia produzione filosofica e artistica dei Greci si 
trovi, scegliendo e citando accortamente, un riscontro 
che faccia al caso, resterà sempre addirittura un as- 
surdo il cercare appoggio a teorie, artistiche o filoso- 
fiche che siano, in Omero. Che la sua ingenua schiet- 
tezza, ignara d' ogni artifizio, si presti facilmente ad 
ogni simbolo e ad ogni fantasticheria, è naturale; 
tanto che, per secoli e secoli, retori e filosofi hanno 
cercato nei poemi Omerici le regole dell' eloquenza, 
le leggi della logica, i fondamenti della morale. E 
certo è necessario star bene attenti a non cadere nel- 
l' inganno, nel quale spesso il poeta ci attira incon- 
sapevolmente. Basta che egli usi quella sua formula 



25 



Anno n. — N. 7. 



26 



' disse queste parole alate ' , perchè noi siamo tentati 
di metterci un contenuto poetico che non c^ è affatto. 
Per lui la parola deU' uomo ^ fugge dalla chiostra dei 
denti ' e vola; e perciò sono ' parole alate ' non 
quelle soltanto che noi vorremmo, ma tutte. Esempi 
di questo genere si potrebbero moltiplicare. «Perciò 
nessuno ormai cerca più nel poeta reconditi inten- 
dimenti, nò senza far forza alla sua parola è possi- 
bile trovarceli. Nel caso nostro, egli ha voluto — come 
già notò il Lessing con Fusata profondità — mo- 
strarci la bellezza d* Elena ne* suoi eflfetti, perchè 
non poteva, come può soltanto il pittore, rappresen- 
tarcela ne' suoi elementi. L' esclamazione dei ve- 
gliardi, che pure avevano tutte le ragioni di ab- 
borrire Elena, è la più efficace, appunto per questo, 
a farci, direi quasi, sentire la bellezza della Donna 
fatale ; ma al t>empo stesso (pur lasciando di notare 
che o^ VkfAsaiq^ equivalente ad un oò vefiearjréoVy 
vuol dire soltanto non ^ il caso di sdegnarsi o qual- 
cosa di simile) è la più naturale e spontanea, nò 
ha l'ombra di un sottinteso qualunque. Ad ognuno 
di noi, che sia colpito dalla straordinaria bellezza 
d'una donna, eppur sappia che questa bellezza è 
stata cagione di rovine, vien fatto di esclamai*e: 
— È naturale I — Il che davvero non significa che 
noi, manifestando quasi inconsciamente quella prima 
spontanea impressione, intendiamo di giudicare ne- 
cessarie le rovine e giusto il trionfo della bellezza. 
Cosi, in un caso analogo, udendo parlare di chi sia 
rovinato per una donna non bella, ci vien fatto di 
dire : — Almeno fosse stata una bellezza ! — ; ma 
farebbe ridere chi volesse trarre da queste parole 
le estreme conseguenze logiche. Il verso Omerico 
ha una maggiore efficacia, per le circostanze acces- 
sorie; ma, quanto al concetto che racchiude, nulla, 
ripeto, di più semjjìice e di più naturale! E Omero 
stesso ce ne dà la prova. Il D'Annunzio — e non 
possiamo dargliene lode — ha sentito la necessità 
di troncare la citazione, prima che i vecchi abbiano 
finito di parlare. Ma in loro quel sentimento di am- 
mirazione è, come dice il Lessing, un fuoco pas- 
seggiero; e non l'hanno appena espresso, che su- 
bito aggiungono : ' Ma anche cosi, più- bella com' è, 
se ne tomi via sulle sue navi, e non resti qui a 
rovina nostra e dei nostri figliuoli. 

Non era giusto^ dunque, per loro, che rovinasse 
la patria per la bellezza d' Elena ; non era giusto 
per Priamo, che poco dopo — notate — mette la 
donna fuori di causa dicendole: ' Oh per me non 
sei tu la causa, ma certo gli Dei ... ' ; non era giusto 
per Elena stessa, che vorrebbe esser morta prima 



d'avere abbandonato Menelao ed anche in quel mo- 
mento piange perchè le ha punto il cuore ^ un 
dolce desiderio del primo marito e della patria e 
dei figli ^ ; non fu giusto, finalmente, per gli innu- 
merevoli poeti e scrittori greci che o ne maledissero 
la memoria, o si compiacquero di descrivercela tor- 
nata in grazia al marito e composta in pace con 
lui nello stesso sepolcro, o, per salvarne la fama, 
fantasticarono che rimanesse in Egitto e Paride 
avesse con so un' Elena finta, non la figlia di Leda. 
Oh non turbiamo la serenità del gran padre Omero, 
col prestargli teorie che sono in fondo cosi malin- 
coniche! Nulla di comune con l'arte sua schietta 
come la natura può avere questa novissima che, se 
anche alta e bella, risente pur sempre dei nostri 
nervi malati, quando non è freddo esercizio da Ales- 
sandrini. Noi che abbiamo la voce rotta, la mano tre- 
mante e l' anima irrequieta, non dobbiamo accostarci 
al Poeta se non dopo esserci fatti per lui ' sicut 
parvuli '. Soltanto cosi potremo averne conforto. 

E. PUulli, 



L'ELEGIA PRIMA 

DEL LIBRO PRIMO DI PROPERZIO 



Infinite questioni si son fatte >) e si possono fare su 
quest^ elegia, che è la vera sfinge properziana. 

Essa in primo luogo va considerata in relazione con 
tutto il canzoniere amoroso, poiché per il suo tota furor 
non deficit anno (v. 7) si concatena col libro III«): 15,7 
tertius...» diicitur anmt»; 16,9 totum »um pulsus in annum; 
25,3 quinque libi potui servire fideliier annos\ e secondochè 
specialmente in loto non deficit anno si scorge un anno 
identico o un anno diverso da tolum pultnu in armum, na- 
scono calcoli differenti della durata del periodo amoroso 
di Properzio, i quali presso i vari critici variano dai 
cinque anni agli otto. 

Secondariamente essa va considerata in relazione col 
lib. I, di cui è o può essere il proemio. Il lib. I fu pub- 
blicato da Properzio separatamente (lo sappiamo per mezzo 
di Marziale, XIV 189) come Monobiblos, e poteva, seb- 
bene nel fatto non fa, restare anche solo ,* quindi la ne- 
cessità di apporvi un proemio e un epilogo. Ma se sul- 
l' esistenza dell'epilogo (el. 22) tutti son d^ accordo, non 
e cosi sull'esistenza del proemio, perchè chi dice che la 
prima elegia del libro h la prima scritta, negandole con 
ciò r ufficio di proemio, chi dice che ò P ultima scritta, 
assegnandole tale ufficio. Vi ha pure una terza opinione, 
che non la vuole scritta né la prima né V ultima, ma tra 

>) Si possono vedere riassunte da Fr. Flessis Étudea critiquea 
8ur Properce et ses élégiesy Paris 1884, p. 196-204; 210-217; :22»-280, 
e da G. Giri Sul primo libro delle elegie di Properzio (estratto 
daUa Rassegna dì antichità classica, Palermo 1896, p. 1-2S). 

*) III e non IV, perohò teniamo la divisione cUplomatica 
delle elegie di Properzio in quattro libri, ripudiando quella 
congetturale in cinque, da alcuni critici tuttora adottata. 



27 



Anno n. 



N. 7. 



28 



le ultime: opinione che, a esser giustii non h conforme 
nò alla consuetudine dei poeti nò alla ragione. £ del- 
r altre due quale coglie nel segno? Entrambe, se ben si 
guarda, perchè ciascuna può accampare buoni argomenti. 
Infatti per sostenere che la prima elegia fu scritta P ul- 
tima e fa da proemio, è ovvio notare la solennità dell^ in- 
tonazione delle parole Cynthia prima 8uU (v. 1) col nome 
di Cynthia messo deliberatamente a capo del verso quale 
enunciazione del tema, tanto anzi deliberatamente, che il 
poeta stesso se ne serve per citare il suo libro : tua loto 
Cynthia lecta foro (II 24,2). Inoltre si sente la solennità 
del proemio anche negli ammonimenti rivolti negli ultimi 
versi (85-88) agli amanti, per quanto nello stesso libro 
ne ricorrano di simili (7, 18-14 ; 15, 41-42), non però cosi 
solenni. Ma in appoggio dell^ opinione, che crede la prima 
elegia la prima scntta, si può osservare che la parte 
media di essa (cf. p. e. v. 21 dominae merUem convertite 
nostrcte) suppone il poeta non ancora corrisposto da Cintia, 
cioè ai preliminari, chiamiamoli così, d^ amore, laddove sin 
dalla elegia II e III lo vediamo già corrisposto. 

In terzo luogo T elegia va considerata in se stessa; e 
qui non sono minori i guai. Intanto a chi è indirizzata ? 
non sembra agevole rispondere. I v. 1-8 sono indirizzati 
al pubblico in generale, i v. d-18 a Tulio, i 25-80 agli 
amici, i 81-88 agli amanti, non contando V apostrofe alle 
maghe, v. 19-24 ; in sostanza però mettendo in un fascio 
e pubblico e amici e amanti, abbiamo più di una metà 
dell^ elegia indirizzata al pubblico, T altra metà o circa 
indirizzata a Tulio. 

Se poi guardiamo che cosa il poeta desidera dalle maghe 
e dagli amici, ci accorgeremo che i due desiderii sono con- 
tradittorii, imperciocché alle maghe domanda corrispon- 
denza d'amore (v. 21 menUm convertite)^ agli amici do- 
manda liberazione dal giogo d^ amore (v. 28); e questi 
due desiderii sono legati insieme dalla congiunzione et 
(v. 25), sulla quale molto si è almanaccato tanto che i 
più le sostituiscono auii). 

Venendo ai singoli passi, a chi si applicherà nee me- 
minit notaa ire viaa (v. 18)? ai precedenti dell'amore di 
Properzio o a quelli degli amanti antichi ? il contesto ri- 
chiede la seconda interpretazione. E locum (v. 86) s'avrà a 
risolvere in locum amoris o in regionem f anche qui decide il 
contesto, che vuole hcum = regionem^ tanto più che moretur 
(v. 85) vaJe certamente ' trattenere ' , come risulta dalla 
frase identica 8, 1 nec te jnea cura mjoratur. E falUicia (v. 19) 
s' avrà a mutare in fiducia, come qualcuno tentò ? non è 
necessario, perchè il ricorrere di Properzio alle maghe, 
a cui non crede, mostra luminosamente quale sia il suo 
stato d' animo. Parimenti non muteremo, sull' esempio di 
qualcuno, castcu (v. 5) in cunctaa, quantunque questa pa- 
rola, a confessione del Plessis (p. 218), fornirebbe materia 
a un' intera dissertazione. Egli infatti intende con c4Mt€t8 
le donzelle più comunemente capaci di destare una vera 
passione, altri castfts = rei am^itoriae non addictas, altri ca- 
staa ' quatenui ccutae aint * , altri castas nel significato ovvio 
e comune di vereconde, oneste. E il toto furor anno (v. 7)? 
Per alcuni è la vita dissoluta che Properzio mena da un 
anno tra le facili donne, dopo essere stato amato da Cintia 
e da lei quindi licenziato; per altri è l'amore verso Cintia, 
che senz'essere corrisposto dura da un anno. 

1) I codd. leggono et, eccetto V aut, V 2 m at. 



Tralascio mille altre questioncelle, essendo qui quasi 
ogni parola stata tratta a doppi e tripli significati, poiché 
ce n'è d'avanzo per conchiudere, che la nostra ele^a, 
cosi come sta, si mostra ribolle in modo assoluto a una 
interpretazione soddisfacente. È un caso disperato dunque ; 
e allora facciamo ciò che fanno nei casi disperati i chi- 
rurgi : tentiamo un' operazione. E l' operazione che tento 
io è veramente chirurgica, poiché taglio V elegia in pezzi. 

L' elegia in discorso è la contaminazione di due elegie, 
l' una delle quali comprende i v. 9-24 : e questa chiame- 
remo 1^; l'altra comprende i v. 1-8, 25-88: e questa chia- 
meremo 1». 

La 1^. conta 16 versi, numero superiore a due altre 
dello stesso libro (la 21 e la 22), e numero eguale alla II 
del lib. II, che di quel libro fu la prima scritta ; è indiriz- 
zata a Tulio come alcune altre (la 6, 14 e 22); porta il 
nome della persona, a cui è indirizzata, nel primo verso, 
come molte altre (2, 1; 4, 1; 5, 1; 7, 1; 9, 1; 11, 1; 19, 1 ; 
20, 1; 22, 1); e sviluppa con perfetta filatura il seguente 
pensiero : ' O Tulio, io fo di tutto per conquistarmi l' amore 
della mia fanciulla, ma invano : più sfortunato in ciò di 
Milanione. O voi maghe, che ci illudete con le vostre 
arti, mettetele ora in opera a piegare l' animo della mia 
donna, e se riescite, vi presterò fede'. Questa in ordine 
di tempo è la prima elegia scritta, la quale ci mostra il 
poeta innamorato, ma non peranco corrisposto; la corri- 
spondenza apparisce già conseguita nella II elegia. 

La 1*. è in ordine di tempo l'ultima scritta e fa da 
proemio : le ragioni che confortano l' ipotesi del proemio 
le ho già esposte. In alcuni luoghi controversi scelgo 
la mia interpretazione. Al vie docu.it castas odis8e puellas 
(v. 5) do il solo significato ovvio e naturale: 'Amore 
m'insegnò a fuggire le fanciulle caste e a seguire le 
traviate *, quale è Cintia. A nessuno verrà in mente 
di negare che Cintia fosse una etera e tanto meno al 
poeta nel momento di corruccio in cui si trova. Le pa- 
role mihi iam toto furor hic non deficit anno (v. 7) sono 
rincalzate dalle altre nullo vacuus tempore d^fit canor (v. 84): 
il poeta è da un anno invischiato nell'amore di Cintia, 
un amore che non gli dà requie ; furor del primo luogo 
è spiegato da amor del secondo ; furor nel senso di pas- 
sione amorosa è usato da Properzio due altre volte in 
questo libro, l' una in proposito di Gallo (13, 20), l'altra 
in proposito di se stesso: haec sed forma mei pars est 
eaUrema fvroris (4, 11). In adversos deos (v. 8), cui risponde 
per antitesi /octVt dexis aure (v. 81), veggo le contrarietà 
della passione di Properzio ; la quale nel corso del libro 
è rappresentata con alti e bassi, con rotture e rappacifi- 
camenti, finché si venne a una rottura violenta, che de- 
terminò il poeta ad abbandonar momentaneamente Soma. 

Ecco pertanto il nesso dei pensieri dell' elegia 1* : 'Io 
canto Cintia, la prima donna che mi soggiogò, che m'in- 
segnò a fuggir le fanciulle buone, che mi tolse il senno; 
e questa passione dura da un anno tra fiere contrarietà. 
O voi (leggo ei vos v. 25) amici, che troppo tardi mi ri- 
chiamate dalla china, soccorrete al mio stato infelice ; son 
pronto a tutto, pur di riacquistare la mia libertà; perciò 
traetemi via da Roma, in luogo dove io non senta parlar 
di donne. Ma voi restate, voi, amanti felici, amanti ria- 
mati; e badate bene a non perdere tale felicità e a non 
ridurvi come me alla condizione di dover mutare paese, * 



29 



Anno n. — N. 7. 



30 



L^ elegia 1*, V nltìma composta, il proemio del libro, ci 
descrive V estrema fase del primo anno d' amore di Pro- 
perzio, con una rottura che non fu definitiva, ma che 
egli allora credette definitiva (II 2, 1 liber eremi) e che 
lo indusse perciò alla pubblicazione del libro, pubblica- 
zione che mal si comprenderebbe nel caso che P amore 
avef*se ancora continuato. Poco tempo dopo, forse un mese 
(TI 8, 3), riappiccò le relazioni con Cintia, essendo inter- 
venuta tra i due amanti la * pace ' (II 2, 2 composita jjoce), 
la quale pur essa solo con la supposizione d^ una rottura 
creduta definitiva trova la sua piena spiegazione ; e questo 
fa pensare, che il proposito di partire non sia stato ef- 
fettuato. 

Conchiudo che la nostra elegia è contaminazione di due: 
la 1*», la prima in ordine di tempo, e la 1*, V ultima o proe- 
mio: che il libro non è indirizzato a Tulio (1*. 6. 14. 22), 
più che a Pontico (7. 9) o a Basso (4) o a OaUo (10. 13. 20), 
bensì al pubblico : che fu composto nel giro di un anno, 
il primo anno dell' amore ; e in quest' aimo l' amore co- 
minciò con una certa resistenza di Cintia (1^), continuò 
con intima corrispondenza (2. 8. 4. 5. 7. 9. 10), minacciata 
da una fuga (8. 8*), traversò indi un periodo burrascoso, 
con un' infedeltà di Cintia (11. 12), a cui segui un rappa- 
cificamento (14. 15), poi una nuova infedeltà (15^ 17. 18), 
e un nuovo rappacificamento (19), da ultimo una violenta 
rottura (1»), Terminato 1' anno, il libro fa pubblicato come 
Monobihlos. 

A chi sarà da imputare la contaminazione? Al poeta 

no, il quale per quanto qua e là si mostri poco abile nel 

fondere le varie parti dei suoi componimenti, non può 

mai esser giunto a un tale eccesso, da accozzare parti 

tra loro contradittorie. La imputeremo pertanto al redatr 

tore, chiunque sia stato, delle poesie properziane, il quale 

non esegui troppo felicemente il proprio assunto *); e forse 

dalla considerazione che V elegia proemialo del lib. II, essa 

pure scritta l'ultima, fa contaminata dal poeta stesso, 

poichò i primi 16 versi, indirizzati al pubblico, dovettero 

essere composti separatamente dagli altri, indirizzati a 

Mecenate, da questa considerazione, dico, sarà stato tratto 

a contaminare in una sola elegia la 1* e la 1^ del lib. I, 

in modo che risultasse egualmente indirizzata a due classi 

di persone: al pubblico nei primi otto versi e a Tulio 

dal V. 9 in poi. 

Bemigio SahbadinL 

<) Sembra p. es. accertato che il redattore non accolse tutte 
le elegie di Properno; e tra gli argomenti che si possono ad- 
durre non sarà senza valore questo : ohe leggeai al HI 24, 7 -Et 
color t9t TOTIEN8 roHCo collutus Eoo, mentre in nessiin altro luogo 
ricorre ima frase o un concetto simile. 



Die HomervtUgata als vorcHexandrimsch erwiesen von Arthur 
Ludwich. Leipxig (Teubner), 1898; pp. 204. 
Da Arturo Ludwich si aspetta con impazienza l'edizione 
critica dell'Iliade; nò egli vorrà dolersi che l'impazienza 
sia grande, poichò essa è in ragion diretta della fiducia 
che il suo nome inspira, anche nei seguaci o propugnatori 
di indirizzo critico diametralmente opposto. Da più di 
trenta anni egli lavora indefesso nel campo della poesia 
epica dei Greci, alternando programmi accademici e pic- 
cole indagini con opere addirittura colossali (per es. l' Ari- 
starco, l'edizione dell'Odissea e della Batrachomachia ec). 



Lo scritto che annunziamo è dovuto alle recenti scoperte 
di frammenti di papiri omerici, pubblicati dal Mahaffy, 
dal Nicole, dal Grrenfell e dall' Hunt ec. Tutti conoscono 
la tesi che con ammirabile costanza sostiene il Ludwich 
da lunga pezza, e come questa costanza sia stata remu- 
nerata con assenso sempre maggiore e più esplicito dei 
dotti : la vulgata dei poemi omerici ò nel suo complesso 
anteriore agli Alessandrini, o l'influenza critica di essi 
sul testo tradizionale fu addirittura minima. La giustezza 
del suo modo di vedere egli conferma ora appunto con 
l'esame di questi antichissimi frammenti, che da molti 
erano invece addotti come prova di una condizione preales- 
sandrina del testo omerico diversa da quella che ricono- 
sciamo nella vulgata dei nostri migliori manoscritti. £ 
l'esame ò fatto con tale e tanta ampiezza di vedute, dot- 
trina ed accortezza, che in realtà non sembra possibile 
non accogliere in massima le sue conclusioni. Ma uno 
scrupolo rimane. Dell'infinito numero di manoscritti in 
cui gli antichi, non posteriori ai critici di Alessandria, 
lessero i poemi di Omero, a noi non sono giunti, per 
vie diverse, se non frammenti relativamente meschini: 
come possiam credere che appunto questi pochi fram- 
menti costituiscano una eccezione offrendo essi cosi gran 
numero di varianti verbali (sieno pure tutte erronee) e 
tanto frequenti aggiunte od omissioni di versi e serie di 
versi? Cosa intenderemo per 'vulgata', se or l'uno or 
l'altro pezzo di papiro di veneranda antichità, casual- 
mente trasmessoci, ne riporta a redazioni considerevol- 
mente diverse, per quanto tutte sinora meno omeriche 
della tradizione comune? Il Ludwich ò certamente nel 
vero quando contesta che, * allo stato degli atti ' , si abbia 
il diritto di fondare il testo omerico su base diversa da 
questa comune tradizione, di cui del resto (e lo confessa) 
gli è ignota l'origine; ma se, com'è probabile, l'Egitto 
continuerà a regalarci in maggiore copia papiri omerici 
del genere di quelli venuti alla luce in questi ultimi anni, 
diventerà sempre più curioso problema una ' vulgata ' 
prealessandrina, essenzialmente identica alla postalessan- 
drina, mentre, e prima e a tempo degU Alessandrini, la 
maggior parte dei manoscritti allora in uso tali e tante dif- 
ferenze conservava o introduceva rispetto aJla * vulgata * . 
Ma non certo con considerazioni puramente ipotetiche 
è lecito esporre dubbi contro un critico che vuol man- 
tenersi e si mantiene ai fatti documentati. Perciò anzi 
il suo libro è ugualmente utile a tutti, critici conserva- 
tori e rivoluzionari, Aristarohei e (come il Ludwich ama 
chiamarli) Knightiani. Vogliamo qui ricordare soltanto la 
copiosa raccolta di citazioni omeriche in scrittori preales- 
sandrini (p. 71-138): basterebbero queste pagine e le se- 
guenti sulla autorità di tali citazioni, per giustificare un 
libro, che non ha certamente bisogno di esser raccoman- 
dato ai critici dell'antica poesia epica, ma che vorremmo 
fosse attentamente letto da chiunque, sia pure invita Mi- 
yiervaj debba per dovere d'ufiicio parlare di Omero e di 
tradizione omerica a giovani inesperti e generalmente 
troppo disposti a giurare nelle parole del maestro. Della 
bontà del nostro consiglio non dubiteranno coloro a cui 
è accaduto più volte di osservare che gran guazzabugUo 
e confusione di nomi e di cose (Wolf, Lachmann, Vico, 
rapsodi, aedi, edizioni alessandrine ecc.) nella mente di 
giovani usciti dal Liceo risvegli il nome di Omero. 



81 



Anno n. — N. 7. 



32 



Angiolo Orvieto. La filosofia di Senofane. Esposizione 

rrifica. Firenze (Bernardo Seeber), 1899, 

Da questo lavoro risultano assodate nelle fonti loro 
quelle ragioni di importanza che pongono la filosofia di 
Senofane tra i fatti più degni di studio nella storia del 
pensiero greco. Siccome tali ragioni non potrebbero essere 
legittimamente valutate nella storia delle idee scientifiche 
se la critica non le assicurasse, cosi il lavoro deir Orvieto 
ha precisamente il carattere di critica delle più recenti 
opinioni intorno all' autenticità e alla validità delle testi- 
monianze da cui fu desunto il pensiero di Senofane e 
intorno all'interpretazione di alcuni fra i più significativi 
frammenti di lui. 

La più notevole delle testimonianze è neir opuscolo 
' De Melisso, Xenophane et Gorgia ' . NelP esame di 
questo V A. si attiene alP edizione curata da Otto Apelt 
(Lipsia, Teubner 1888). Quantunque sia ormai convenuto, 
specialmente dopo discussioni fra lo Zeller e l'Ueberweg, 
che la seconda parte di detto opuscolo sia da riferirsi 
a Senofane e non a Zenone, come avevano creduto lo 
Schleiermacher e T Hegel e, anteriormente, gli stessi Zeller 
e Ueberweg, FA. si indugia a riassumere di bel nuovo 
la questione risolta; indugio che potrebbe parere di lusso 
e tale è in parte, se non che ne risultano alcuni preziosi 
confronti fra i pensieri filosofici dei duo Eleati. Più im- 
portante però ò la discussione intorno all^ autorità dello 
opuscolo. La conclusione a cui giunge l' Orvieto, che cioè 
l'opuscolo debba attribuirsi a * un qualche peripatetico 
posteriore che ebbe profonda e sicura conoscenza della 
dottrina aristotelica ', è una semplice ipotesi, ma abba- 
stanza ben suffragata da un' eliminazione sapiente di ipo- 
tesi antecedenti. La determinazione del probabile autore 
dell' opuscolo è subordinata alla valutazione dell' autorità 
storica di esso. Perchè, fin da quando apparve non poter 
esso attribuirsi ad Aristotele, entrò nei critici la persua- 
sione che esso non avesse alcun valore o per lo meno 
r abito di non accordargli fede ; 1' Orvieto cerca dimo- 
strare, prima ribattendo gli argomenti contrari del Freu- 
denthal e dello Zeller, ponendo poi in rilievo gli argo- 
menti in favore, che esso merita ìa considerazione e la 
fiducia, specialmente in confronto con una importante 
testimonianza di Simplicio. 

La seconda parte del libro dell'Orvieto tende a de- 
terminare il carattere vero della filosofia di Senofane, 
nella espressione teologica, nella sua contenenza meta- 
fisica e fisica, nel suo scetticismo. Anche qui egli procede 
collo stesso metodo tenuto nella prima parte, il quale 
consiste nel fare scaturire ed emergere l'opinione pro- 
pria dalla discussione di quelle di altri critici. Alla co- 
mune opinione che Senofane sia stato il primo dei mo- 
noteisti greci si oppose il Freudenthal, sollevando una 
discussione a cui presero parte lo Zeller e il Diels. La 
discussione, quale risulta dal libro dell'Orvieto, è fondata: 
1*> su quattro frammenti; 2° sopra fonti indirette di 
Platone, Aristotele, Teofrasto, Timone il sillografo e 
Cicerone. L' Orvieto dopo accurata e ingegnosa esposi- 
zione critica della disputa, conclude contro il Freudenthal, 
con molta sagacia e forza persuasiva, che il &$6e di Se- 
nofane non sia soltanto la causa immanente unica ma l' Uni- 
verso stesso : conclusione che sarebbe stata più efficace se 
V Orvieto non si fosse lasciato trascinare dal Freudenthal 



ad interpretare come testimonianza di principii politei- 
stici nella mente del Colofonio alcune parole che non 
hanno un vero valore filosofico. Breve capitolo è quello 
che riguarda lo scetticismo di Senofane; ma da esso si 
origina la tesi precipua dell'Orvieto, affine a quella del 
Kcm, cioè la tesi dei due periodi in cui dovrebbe distin- 
guersi la filosofia di Senofane. L' affermazione dello scet- 
ticismo di Senofane si appoggia specialmente sopra il 
frammento 14 che termina colle parole dóxog cf* ini nàat 
rétvxvai, e sopra una testimonianza di Timone, dalla 
quale, secondo il Kern a cui accede fondamentalmente 
r Orvieto, ' resulta indisputabilmente aver Senofane for- 
mulata con assolutezza dogmatica la sua dottrina sulla 
unità dell' essere solo nei tardi anni della sua vita, mentre 
nei suoi precedenti scritti filosofici erano contenuti, oltre 
il frammento 14, altri passi che Timone poteva inter- 
pretare in senso scettico '. 

Secondo V Orvieto, adunque, gli elementi dottrinali del 
primo periodo, come contenuto di un probabile poema 
teologico-fisico, sarebbero: 1* una critica umoristica del 
politeismo e l'affermazione del Dio supremo {d-eòg fié- 
yiatog) diverso dai mortali per il corpo e per la mente; 
2<* due cause materiali nella fisica, v&ìoq xul yfj\ 8<* la 
forma della terra limitata superiormente dall'atmosfera, 
indefinitamente profonda sotto i nostri piedi ; 4° il mare, 
fonte dell' acqua e del vento, la terra indefinitamente sog- 
getta a vicenda di sommersione e di essicazione; 5<* molti 
soU e molte lune concepiti a guisa di nubi incandescenti, 
prodotte da esalazioni umide; e cosi anche delle stelle il 
sorgere sarebbe accensione e il tramonto estinzione; il sole 
inoltre « eig aneiQoy fièy TrQoUCéfiUy àoxety de xvxXeta&ca éid 
Tìjy anóaiaaiy ». Nel secondo periodo metafisico e dom- 
matico Senofane avrebbe concepita l'idea dell'I»' to nàvj 
ossia dell' Universo-Dio, del Cosmo come ' essere divino 
unico e incorruttibile, ingenito ed eterno, che ha la forma 
di sfera, riempie di sé tutto lo speizio e intomo a sé peren- 
nemente s'aggira, animato, senziente, pensante ' (p. 175). 
La conclusione jùù importante dell'Orvieto è la distin- 
zione dei due periodi di cui il primo sarebbe ancora po- 
liteistico quantunque avverso all'antropomorfismo, ma 
rivelerebbe già tendenze unitarie col concetto di un ^BÒg 
/Àéycfftog] a cui apparterrebbe, poi, un poema teologico- 
fisico con espressioni di scetticismo; il secondo esprime- 
rebbe un monoteismo cosmico animistico. 

Infondata simile tesi del Kern e dell'Orvieto non si 
può dire di certo ; ma, poiché eissoluta sicurezza essa non 
presenta, è lecito domandarci se era proprio necessario 
ricorrervi. L'obbiezione del Freudenthal che le dottrine 
dei pensatori presocratici ' ci appariscano come frutto 
maturo di una vita intera ' leggermente trasformata nel 
senso che esse non potevano presentare recisi mutamenti 
solo propri delle epoche di grande discussione, solo pro- 
prii di filosofi disputanti, non di sapienti di centri sociali 
isolati, era assai valida. La testimonianza di Timone ac- 
cenna bensì a uno scetticismo, non però allo scetticismo 
specifico e sistematico, bensì a quello generico che è pro- 
prio di tutti i filosofi e di tutti i poeti, e che può accom- 
pagnarsi anche al più assoluto dogmatismo. La frase ey 
re Scoiai xal «yd-Qtónoiai ha un' importanza filologica più 
che filosofica : e in ciò parmi che lo Zeller e il Karsten 
siano inconfutabili. La tesi dei due periodi è, secondo me 



38 



Anno H. — N. 7. 



84 



troppo recisa e troppo spinta. Ma il lavoro déìV Orvieto, 
pur lasciando adito ad opinioni diverse da quelle delV Au- 
tore, rivela un ingegno capace di comprendere V antichità, 
molta conoscenza della cosidetta letteratura dell'argo- 
mento ed abilità di valersene con acuto criterio. 

Giuseppe Tarozzi. 

Euripidis fàbulae, Edidenmt R, Prim et N, Wecklein. Voi. I 
parte* IV-VII, voi. Il partes I-IV ed. N. Vrecklein 
Lipaiae (Teubner), 1898-99. 

Nella critica di Euripide segna una data memorabile la 
edizione del Kirchhoff (Berlino 1855) ; su di essa si fonda 
per la massima parte quel, che di megUo si è fatto negli 
ultimi quaranta anni. Ma il Kirchhoff di molti manoscritti 
non ebbe accurate collazioni, e principalmente per tale 
deficienza di materiale sicuro il suo giudizio non colpi 
sempre nel segno. 

Eccellenti collazioni ebbe invece il Prinz, che cominciò, 
nel 1878, la sua nuova edizione critica con la Medea. Pur 
troppo, una malattia terribile e poi la morte, acerbamente 
deplorata da quanti conobbero la bontà delPuomo e Tog- 
gettività serena dello scienziato, troncarono sul bel prin- 
cipio Popera utilissima: oltre la Medea, non abbiamo del 
Prinz se non PAlcestide e V Ecuba. Dopo lungo intervallo 
si h trovato chi la portasse a compimento ; e e' è da ral- 
legrarsi che il materiale accuratamente preparato dal Prinz 
sia venuto nelle mani di N. Wecklein, che ad acume cri- 
tico e sano giudizio accoppia una cosi esatta e profonda 
conoscenza di tutta la tragedia greca e della letteratura 
che vi si riferisce, quale, absit invidia verbo j nessuno può 
vantare. In pochi mesi ha già pubblicati otto drammi 
(Elettra, Ione, Elena, Ciclope, Ifigenia Taurica, Supplici, 
Baccanti, Eraclidi) ; e tutto fa sperare che in tempo al- 
trettanto breve avremo il resto. L'apparato critico a pie 
di pagina registra con chiarezza ed esattezza le varianti 
dei manoscritti, e Veditore ha fatto benissimo ad abbon- 
dare in modo che nessun dubbio rimanga sulla qualità 
della tradizione nei singoli luoghi; vi sono indicate inoltre 
le emendazioni congetturali o addirittura introdotte nel 
testo o degne, a giudizio dell'editore, di molta considera- 
zione: In appendice a ciascun dramma sono relegate le 
infinite congetture che gli sembrarono improbabili o meno 
probabili: quelle grammaticalmente o metricamente ad- 
dirittura erronee, o almeno molte di esse, con ragione 
furono trascurate del tutto. Inutile far notare, a chi in 
questi ultimi trenta anni abbia tenuto dietro alla costante 
operosità del Wecklein in libri ed opuscoli, in recensioni, 
nei Jakreaherichte del Bursian, nei Rendiconti dell'Acca- 
demia di Monaco, come nessuno meglio di lui fosse in 
grado di compiere anche questo noiosissimo ufficio di rac- 
coglitore delle osservazioni altrui: non è quindi meraviglia 
che nulla o quasi nulla vi sia utilmente da aggiungere, 
e sarebbe cosa ridicola se noi qui volessimo, per pura 
vanità, indicare le cinque o le sei insignificanti conget- 
ture sfuggitegli, e le altrettanto rarissime inesattezze di 
attribuzione al primo autore. Ma egli è rimontato inol- 
tre alle vecchie edizioni e alla antica letteratura dalla 
fine del secolo XV in poi : così molti dotti contemporanei 
hanno avuto la sorpresa, speriamo non ingrata, di veder 
rivendicate a vetusti eruditi osservazioni e divinazioni 
che si credevano resultato della critica moderna. 



Differenza notevole fra le edizioni curate dal Prinz 
e quelle del Wecklein è questa, che mentre nell' apparato 
delle prime sono indicati tutti i passi di scrittori antichi 
ove occorrano o citazioni od allusioni Euripidee, il Weck- 
lein invece, forse con l'intento di rendere più perspicua 
e più facilmente adoperabile Vadnoiatio critica, indica solo 
quei luoghi che por la critica verbale abbiano importanza. 
Ma il Wecklein sa meglio di noi quanta importanza essi 
abbiano nel loro complesso come garenzia della tradizione 
e come indice della varia cultura nei varii tempi (basta 
ricordarsi dei lavori dell' Elter sui Florilegi); e però osiamo 
manifestare il desiderio che in una apx)endice finale anche 
questo non ispregevole elemento di tradizione, in gran 
parte già raccolto e dai vecchi interpreti e dal Kirchhoff 
e dalla erudizione maravigliosa del Nauck, sia riprodotto 
integralmente. Né il Wecklein è uomo da rifiutarsi a fare 
il bene, solo per timore o preoccupazione di non poter 
raggiungere la perfezione: poiché evidentemente anche a 
rileggere a bella posta l'immensa letteratura greca da 
Aristofane a Tzetzes, nessuno potrà garentire che non 
rimanga un modesto spicilegio per chi alla grave fatica 
di nuovo si risobbarchi. 

Tutti gli otto drammi sopra rammentati sono di quelli 
conservat'ci, senza scolii, nella cosi detta seconda famiglia 
di manoscritti euripidei. La recensione diplomatica di essi 
drammi non era gran fatto complicata, nepp\ir quando 
si credevano L e P apografi indipendenti di uno stesso 
archetipo; semplicissima è divenuta ora che, salvo ecce- 
zioni (per es. le Baccanti), non si può dubitare della de- 
rivazione del secondo dal primo. Tanto più difficile ò 
l'emendazione; e anche di questa il Wecklein, cosi nei 
suoi lavori precedenti come in questo ultimo, è altamente 
benemerito. Sott'ogni rispetto dunque la nuova edizione 
è quale per lo stato presente degli studi euripidei doveva 
essere: solido fondamento a nuove indagini, coscenzioso 
ed accurato esame delle ricerche e degli studi già fatti 
dall'editore medesimo e da altri critici, vecchi e nuovi, 
indigeni e forestieri, amici ed avversarli. 

Demostene. Le orazioni Oliniiaehe con note italiane del 
prof. Achille Beltramt. MHano (AlbrìghirSegati), 1899 

È un volume che, conforme al programma della col- 
lezione a cui appartiene, è essenzialmente scolastico. 
Precede una buona introduzione storica, ov' è contenuta 
in giusta misura quanto bisogna ai nostri alunni per l' in- 
telligenza dei fatti a cui si allude nel testo. Colla stessa 
sobrietà e chiarezza sono redatte le note, per la mag- 
gior parte granmiaticali e stilistiche, poche quelle di con- 
tenuto storico o antiquario. Il testo è in generale quello 
teubneriano del Blass, e al par di questo è seminato di 
un discreto numero di passi uncinati (in tutto trentotto, 
il Blass ne ha quaranta), che vogliono dire glosse o inter- 
polazioni, per le quali talvolta il commentatore deve ab- 
bandonare il carattere elementare del lavoro ed entrare in 
discussioni critiche, che più opportunamente si potevano 
relegare in un'appendice, come fecero altri commentatori 
della medesima collezione. Forse sarebbe stato preferibile 
non introdurre nel testo di una edizioncina scolastica i 
resultati della critica blassiana, sempre acuta, ma troppo 
spesso audace. Del resto alcune delle lezioni del testo 



56 



Anno n. — N. 7. 



36 



teabneriano riprodotte dal Beltrami furono poi abbando- 
nate dallo stesso Blass negli addenda àeW editio maior. 

Per finire, dirò che la stampa è nitida e corretta e 
che mi occorsero poche mende tipografiche, fra le quali 
un jt]g a p. 69, un nar.,. per xar... a p. 29, una nota 

dove si desidera il verbo a p. 18. 

A. C. 

CcUtUogus codicum cutrologorum grtiecorum. Codice» fiorenti- 
noa descripsit Alexander Olivieri. AecedmU fretffrnenta 
seleeta primum edita ab F, Boll, F. Cunumi, O. Kroll, 
A. Olivieri. Bmxellis (H. Lamertvn), 1898; pp. vii-182. 
Francesco Gumont, del quale se pochi forse, fra noi, 
conoscono le splendide pubblicazioni sul culto di Mithras, 
molti certamente hanno adoperato con frutto T edizione 
del De aetemittUe mundi di Filone; Francesco Boll, che 
in questi ultimi anni ha pubblicato importanti ricerche 
su Tolomeo astronomo ed astrologo; Guglielmo Kroll, 
favorevolmente noto per molteplici e varie indagini di 
non trita erudizione (converrà ricordar qui almeno la 
edizione del dialogo Hermippos e quella del Finnico Ma- 
temo, la prima in collaborazione col Viereck, l' altra con 
lo Skutsch); Alessandro Olivieri, di tutti il più giovane, 
lavoratore entusiasta e acuto ricercatore (a lui dobbiamo, 
ad es., r indice dei codici greci Bolognesi, T edizione dei 
cosi detti Catasterismì di Eratostene ecc.); quattro no- 
mini, in somma, di molta operosità e dottrina, si sono fe- 
licemente associati per darci in breve tempo il catalogo 
di tutti i manoscritti greci astrologici, solido ed indi- 
spensabile fondamento ad un Corpus astrologorum graeco- 
runij desiderato da quanti hanno abbastanza senno per 
comprendere come lo studio degli errori e delle aberra- 
zioni degli antichi sia contributo tutt^ altro che sprege- 
vole alla esatta conoscenza dell' antichità classica. * Astro- 
logiam quidem ', dice giustamente il Cumont, * cui 
regnantibus Gaesaribus omnes fere addicti erant, si sustu- 
leris, iam multa cum in religione tum in scientiis iUortmi 
temporum recto percipi non poterunt '. Ebbene, ove si 
prescinda dai testi poetici (por es. il Manetone del Kochly, 
il Massimo del Ludwich eco, poco o nulla si è fatto per 
rendere accessibile a filologi e storici questa falsa scienza 
antica ; neppur le ' Antologie ' di Vezzio Valente hanno 
trovato editore finora. Tanta maggior gratitudine dob- 
biamo a quei pochi dottissimi uomini (honoris c<nua sieno 
ricordate due mirabili commentazioni accademiche di 
Ermanno Usener i), in questi studi, come in tanti altri, 
indagatore, promotore, innovatore felicissimo ; e V edizione 
del De Ostentis di Lorenzo Lido, curata da quell'altro 
valentuomo che h Curzio Wachsmuth), che in questi ul- 
timi decennii seppero fare intendere quante utiU inda- 
gini fossero state neglette, e direttamente o indirettamente, 
contribuirono a preparare e formare un nucleo di stu- 
diosi idonei alla non facile impresa. 

La prima parto finora pubblicata del Catalogo com- 
prende i codici fiorentini accuratamente descritti dall'Oli- 
vieri, che già altrove {Studi itaì. VI 1-27) aveva tratto 
dal Laur. 28, 84 ' freimmenti dell' astrologia di Efestione 
Tebano ' , utile complemento e supplemento all' * Hephae- 
stion von Theben ' etc. dell' Engelbrecht (Vienna 1887). 
Sono in tutto ventidue (o meglio ventuno, poiché dal 

1) Ad hittoriam Astronomiae symbola (Bonn 1870) ; De Ste- 
phano Alexandrino {ib. 1879). 



n.« 8 [p. 20] si salta al n.» 10 [p. 88]) manoscritti; dei 
quali fortunatamente alcuni i) non contengono se non 
pochi excerpta. Che se tutti avessero richiesta cosi am- 
pia descrizione come alcuni Laurenziani, ci sarebbe stato 
addirittura da spaventarsi. 

Neil' appendice ciascuno dei quattro collaboratori pub- 
blica testi e notizie riguardanti o la storia e la lettera- 
tura della scienza astrologica, o capitoli ed excerpta da 
trattati dottrinali di varii autori. E della pubblicazione 
cominciano già vedersi i frutti, nel programma accade- 
mico «) di Arturo Ludwich, venuto fuori in questi giorni, 
dove la critica dei versi astrologici di Antioco, fatti co- 
noscere dall' Olivieri (p. 108 sqq.), è promossa felicemente 
di un buon tratto più in là di quello che con acume e 
dottrina avevano già fatto il Kroll e l'Olivieri. Ma non 
si creda che solo gli studiosi della apotelesmatica antica, 
in versi e in prosa, vi trovino da imparare. Per es. il 
frammento di catalogo di libri apotelesmatici che si con- 
servavano nella biblioteca palatina di Costantinopoli ed 
era proibito leggerli (xoct fiij óidofiéyuiy)^ frammento che 
il Cumont pubblica (p. 88) dal cod. Angel. 29 (cf. Stud. 
ital. IV 60 sqq.), ha importanza anche per la storia della 
cultura. Similmente nel principio di un trattato astrolo- 
gico di Eutocio (il noto matematico, commentatore di 
Archimede e di Apollonio di Porge) pubblicato dall'Oli- 
vieri a p. 170 sq., troviamo la conferma di una conget- 
tura del Tannery, che cioè la nascita di Eutocio non si 
debba porre in nessun caso dopo il 480 di Cristo. Eutocio 
infatti, nel predetto trattato, pone in una esemplificazione 
l'anno 214 di Diocleziano (= 498/499 d. C), vale a dire 
l' anno in cui scriveva (cf, ad es. Philopon. in Ar, Phys. 
p. 703, 17; De aetem. mundi XVI, 4; Reichardt, praef. 
ad Fhilop. de opificio mundi p. vii sq.). 

In conclusione alla utilissima impresa noi facciamo ogni 
migliore augurio; e ci gode l'animo che parte non pic- 
cola vi abbia il nostro Olivieri. 

A. Scrinai. La guerra di Lyttos (220 ctv. C.) e i trattati 
interna/zumali cretesi con speciale riguardo a quelli con- 
servati nel museo archeologico del palazzo ducale in Ve- 
nezia. Venezia (tip. C. Ferrari), 1898; pp. 84. 
Da lungo tempo il prof. A. Scrinzi, alunno della scuola 
italiana d'Archeologia di Roma, studiava e riuniva le 
iscrizioni non arcaiche dell'isola di Creta, 'già illustrata, 
sotto varii aspetti, da una giovane schiera di archeologi 
italiani ' (cfr. AUne e R(ma 1898, n.o 2 p. 94). Ora egli 
pubblica la parte più interessante delle sue ricerche, che 
riguardano la storia intema dell'isola nel s. lU a. C. e 

1) Il ' tractatus astronomiouB initio mutilas ' nei fi^. 896. 
828 sqq. del cod. Kiocard. 10 ò il * de usu astrolabi ' di Filo- 
pono : V identificazione, omessa in Stud. ital. II 480, ò però ag- 
giunta ib. p. 670. 

>) Kritische Beìtrdge zu den poetischen Erzeugnissen grie- 
chisctier Magie und Theosophie (nell'/ndex schoU aestiv. 1899 di 
KOnigsberg). Questa importante memoria contiene inoltre ec- 
cellenti contributi alla critica dei versi astrologici di Doroteo 
finora pubblicati (in appendice al Manetone del KOchly e nel- 
l' Efestione dell' Engelbrecht), del poemetto orfioo-ermetico 
Ile^l aBUffÀtiy (Cougny, Anthol. gr. III ; Abel, Orphica ; Pitra, 
Anal. sacra et class. V 2 etc), dei frammenti esametrici di 
Hermon di Delo {Schol. Hom. cod. B), di un inno ad Hermes 
datoci da papiri magici, dei Arammenti poetici di * incanta- 
menta magica ^ (è restituita in versi giambici la invocauone 
alla vite), di due passi dell' ottavo libro degli ' Gracula Sibyl- 
lina '. In fine sono dichiarate (diversamente dal Bnresoh) le 
relazioni fra questi ' Gracula SibylUna ' e le interpolazioni 
antiche della Batrachomachia. 



37 



Anno H. — N. 7. 



38 



specialmente la lotta (a. 220-16 a. G.) fra le forze riunite 
di Gnossos e di Gortyna e quelle di Lyttos, città tutte 
assai rinomate e fra le più antiche delP isola. Principale 
fonte letteraria di questo periodo è Polibio (IV. 58-55), 
la cui narrazione, abbastanza particolareggiata nei fatti 
d^arme, sorvola su quanto concerne le parti politiche in- 
teme delle città e le cause delle ostilità. Tale lacuna può 
oggi venir colmata dallo studio dello S. sulle recenti sco- 
perte di documenti epigrafici che rischiarano di nuova 
luce la guerra civile stessa e le condizioni politiche del- 
r isola in quei tempL 

n disegno del lavoro è semplice e ben concepito : dopo 
una breve introduzione che accenna alla storia cretese 
anteriore, V autore, entrando nel vero argomento, esamina 
successivamente tutti i trattati o come tali supposti da 
lui o da altri epigrafisti, che credonsi in relazione colla 
guerra contro Lyttos dell' a. 220; questa parte, che è 
come il nucleo principale dello studio, abbraccia dieci 
capitoli (III-XII), r ultimo dei quali riassume i risultati ; 
secondo questi Gnossos aspirava al dominio principale 
deir isola e però si era alleata con altre città minori 
fra le quali, nella parte occidentale, stavano Gydonia, 
Aptera, Eleuthema ed altre. Dall'altro lato troviamo 
Lyttos che per impedire il disegno di Gnossos, si allea, 
nel primo periodo della guerra, con Hierapytna, Malia, 
Olus, Milatos, e nel secondo con Lappa, Pol3rrrhemon, 
cogli Arcadi e coi Keraiti. La lotta, prolungatasi con di- 
versa fortuna, e ingranditasi per le lotte civili fra il par- 
tito aristocratico e democratico, finisce colla sconfitta di 
Lyttos, che secondo alcuni fu distrutta completamente, 
secondo lo Scrinzi, solamente indebolita dal grave colpo 
ma in modo da poter risorgere più tardi. 

Dal e. XIII alla fine (e. XVI) sono studiati altri trat- 
tati posteriori alla guerra civile del 220-lG e in (appendice 
il xoi>ySy rdòy K^taUfaVy a proposito del quale TA. ha 
una forte polemica col Légrand. 

Un lavoro di tale natura non può esimersi da un largo 
apparato di note, dove oltre una ricca bibliografia, sono 
confinate molte questioni d'importanza minore, per lo 
più tentativi di reintegrazioni epigrafiche, nuove inter- 
pretazioni ecc. Per la critica dei testi letterari trovo pro- 
posta a p. 32 una correzione al passo di Polibio IV, 53, 6, 
in cui lo Scrinzi vorrebbe emendare '*Oqioi, in "OXovg. Se 
per l'indole del lavoro e allo stato in cui si trova oggi 
la scienza epigrafica cretese (per altro buono in confronto 
di quella di altri paesi) non si può pretendere che per 
ogni questione sollevata in questo studio sia pronta una 
soluzione definitiva, se molta parte è ancora soggetta a 
grandi dubbiezze e si presta a largo campo di discussioni, 
nondimeno si può sempre ritenere il lavoro del prof. Scrinzi 
uno studio serio e dotto, e che con altri di simile indi- 
rizzo, via via pubblicatisi in questi ultimi anni, fa onore 
alla nostra scuola di Archeologia in Koma. Mi spiace solo 
di dover notare che la forma in cui è scritto il libro, oltre 
ad essere di una aridezza eccessiva, è di penosa lettura pel 
modo slegato con cui procedono i periodetti di uno stile, 
come diceva il Bonghi, a singhiozzi : si aggiunga poi una 
discreta quantità di mende tipografiche, specie nei passi 
greci e tedeschi, non tutte avvertite dall' A. nell'errata 
corrige. 

A. C, 



Solone AmbrosolL Monete greche (Mcmuali Hoepli — 
Serie scientifica, 278-79). Milano (Hoepli), i899. 

È questo, crediamo poterlo affermare con piena sicu- 
rezza, il primo trattato di numismatica greca che vede 
la luce in Italia nel nostro secolo, il quale ò pur cosi 
prossimo al suo termine. Vale adunque la pena che si 
dia conto non troppo sommariamente di un libro al quale 
parecchi studiosi italicaù ricorreranno per apprendere gli 
elementi di quella disciplina. 

Triplice dovrebbe essere, per quanto a noi sembra, 
r intento di chi si accinge a comporre un manuale scien- 
tifico su tale soggetto. Primieramente, fornire ai lettori 
notizie sobrie, ma chiare e, possibilmente, compiute, circa 
l'origine della moneta e circa i principali sistemi mo- 
netar! dei popoli e degli stati che, secondo la classifica- 
zione di G. I. Eckhel, universalmente accettata e omai, 
forse, immutabile (sebbene in alcune parti impropria), so- 
gliono comprendersi nella così detta sezione greca della 
numismatica antica : in secondo luogo (e questo è, a no- 
stro avviso, il compito di maggiore importanza), mostrare 
come le monete dei singoli paesi, mentre rispecchiano 
varie estrinsecazioni del vivere civile di questi, quali i culti 
religiosi, le forme della scrittura, le fasi dell' arte plastica, 
la pubblica finanza ecc., sono soprattutto documento delle 
vicende politiche, ed in ispecie delle successioni di domini 
e di pubblici poteri, del governo dei sovrani e dei magi- 
strati, onde deriva ad esse il carattere di fonti storiche 
complementari, e, in certi casi, anche primarie : da ultimo, 
dare ai cultori e ai dilettanti della numismatica indica- 
zioni e norme, che siano loro di guida nel qualificare cia- 
scuna moneta e nell' assegnarle il posto che le compete 
in una collezione razionalmente e scientificamente or- 
dinata. 

Enunciare questi tre intenti equivale, invero, a ricono- 
scere che arduo oltremodo ò l'assunto di raccogliere e 
condensare materia cosi copiosa e cosi variata in un vo- 
lumetto di circa 300 pagine del formato dei ben noti ma- 
nuali Hoepli, e che, quindi, conviene disporre anticipata- 
mente l'animo a un po' d'indulgenza verso l'autore, se 
il libro contiene qualche cosa meno di quel che promette 
nel titolo. D' altra parte, è innegabile che appunto nelle 
imprese difficili vien messa alla prova 1' abilità di chi 
ardisce cimentarvisi. 

In un manuale di mole relativamente esigua, quale è 
questo, si richiede che l' autore, oltreché possedere estesa 
e non superficiale cognizione della materia presa a trat- 
tare, sappia discemere con accorgimento quali sono le 
nozioni necessarie che realmente importa comunicare ai 
lettori, quali le altre di cui conviene dare un cenno più 
o meno fugace, quali quelle che è lecito omettere affatto : 
e, del pari, egli dovrà procurar di utilizzare nel modo 
più giudizioso l'angusto spazio di cui può disporre. 

L'a. nella introduzione, premesso che suo proposito 
è dare un* idea genuina, ma non inesatta della Numismatica 
grecaj dichiara ch'egli, nel procurar di raggiungere questo 
scopo, si è limitalo a considerar le monete come e oggetti da 
museo >. Da questa dichiarazione, la quale ai desiderosi 
di essere iniziati nello studio della vera scienza non può 
tornar molto gradita, apparisce sin dal principio che, se- 
condo il concetto dell' a., dei tre intenti da noi poc'anzi 
accennati, il terzo deve prevalere sugli altri due; e, di 



89 



Anno n. 



N. 7. 



40 



fatti, a tal concetto è informato il disegno e il conte- 
nuto di tutto il lavoro. 

Dopo aver dato nel cap. 1° poche prenozioni generali 
e un prospetto della metrologia monetaria attica, però 
senza neanche un cenno sulV origine assiro-babilonese di 
questa e senza alcuna spiegazione della differenza tra il 
sistema monetario ouboico-attico e V eginetico, V a. parla 
nel cap. 2^ dei vari periodi delVarte greca e del riflesso 
che di questi ci offrono le monete; quindi, nel cap. 8**, 
tratta dei tipi delle monete, e specialmente delle rappresen- 
tazioni di divinità, di personaggi, di animali, di piante ecc.; 
il cap. A^ contiene alcune notizie elementari sulle leg- 
gende dello monete e poi un indice completo (occupa 75 
pagine) dei nomi, intieri o abbreviati, dei popoli, delle 
città e dei re : il cap. 5°, che può reputarsi, per cosi dire, 
il nocciolo deiropera e comprende oltre 110 pagine, è una 
rapida rassegna (mancante però di proporzione intema tra 
le singole sue parti) della intera serie delle monete dette 
greche, disposte in ordine geografico, ed ivi sono inserite 
le fotoincisioni di 200 monete : un ultimo capitolo, intito- 
lato MUcellanea, tratta concisamente, insieme ad altri po- 
chi soggetti, dei simboli accessori che si trovano sovente 
nel campo delle monete, e termina con una sommaria 
bibliografia della numismatica greca e con un dizionarietto 
delle voci in uso presso i cultori di questa scienza. 

Abbiamo detto che nella rassegna generale delle mo- 
nete greche (cap. 5<*) non è mantenuta la proporzione tra 
le varie parti del soggetto, né ci è difficile dimostrarlo. 
L'a. comincia, secondo l'ordine consueto, dalla Spagna, 
, e per questo paese dà l' elenco delle città di cui si posseg- 
gono monete, con la rappresentazione di una diecina di que- 
ste, ed anche una piccola carta geografica : per la Gcdlia, 
parimente alcune monete, il nome di alcune città e una 
carta : per le varie contrade dell' Italia, seguita il sistema 
di dare V elenco delle città, ma non costantemente, man- 
cano, p. es., quelle del Lazio; di alcune contrade, p. es., 
dell' Umbì'iay è dato solo il nome delle città, senza alcuna 
notizia delle monete loro ; possono anche rilevarsi qua e 
là certe altre omissioni parziali fp. es., mentre nella Cam- 
pania sono menzionate le monete romano-campane di 
Capua, senza però che s'indichi affatto la ragione storica 
della loro coniazione, mancano poi neWApulia le romano- 
lucere). Dopo l'Italia, il cammino attraverso i paesi si- 
tuati in tomo al Mediterraneo ora si affretta, ora (p. es. 
nelle monete dei re di Siria, che ammontano a 22) si ral- 
lenta : i nomi delle città sono dati raramente e incompiu- 
tamente, ma per lo più sono omessi del tutto; ci sono 
poi regioni intiere di cui l'a. registra soltanto il nome, 
senza aggiungere alcuna indicazione di qualsiasi specie, e 
passa quindi, senz' altro, alla regione successiva. Quanto 
alle carte geografiche, dopo quelle della Spagna e della 
Gallia non se ne trovano altre intercalate nel testo »). Il 
numero delle regioni di cui è indicato soltanto il nome e 
nient' altro supera la ventina, e tra queste vediamo la 
Focide, la Megaride, la Troade, V Bolide, Lesbo, la Licia, 
perfino la Lidia, ossia il paese a cui appartengono le 
monete più antiche di cui si conservi memoria. Eppure, 
per lo studioso delle monete greche, codeste regioni hanno 

i) In fondo al volume sono collocate due piccole carte, una 
della Magna Grecia e della Sicilia, l'altra della Grecia e del 
Mare Egeo. La seconda di queste è cosi mancante di nitidezza 
e cosi conftisa, che riesce affatto inservibile. 



importanza almeno quanto la Spagna. Anche ammesso che 
le monete siano da considerarsi, secondo la locuzione del- 
l' a., come oggetti da museo, sarebbe pur sempre desidera- 
bile che, eziandio in un libro destinato a servir di guida 
soltanto a chi vuol conoscere, ovvero formare una colle- 
zione, per quanto modesta, tutti i paesi fossero, o poco o 
molto, rappresentati i), e che circa le monete di ciascuno 
di essi si dessero nozioni rudimentali. 

A primo aspetto, pare che l'a. non abbia preso bene le 
misure da principio e che, dilungatosi troppo nella trat- 
tazione dei primi paesi, gli sia mancato poi lo spazio per 
trattare con pari ampiezza degli altri, talohà siasi trovato 
costretto a fare di questi una scelta e a tralasciarne pa- 
recchi; ciò, invero, anche noi crediamo sia avvenuto. Se 
non che, osservando con attenzione tutto il volume, si 
scorge che non sarebbe stato malagevole rimediare a que- 
sta deficienza di spazio, la quale, in sostanza, è solo appa- 
rente. Di fatti, nei capitoli antecedenti a quello della ras- 
segna generale delle monete greche, nei quali si ragiona 
delle varie specie di monete (didrammi, tetradrammi- ecc.) 
dei vari periodi dell'arte greca (periodo arcaico, periodo 
di transizione ecc.) dei vaxt tipi delle monete (divinità, 
ritratti di re ecc.), 1' a. ha inserito, di mano in mano, la 
rappresentazione di molte monete, che poi si trovano di 
nuovo riprodotte nella rassegna generale. 11 numero di 
tali monete, che sono cosi poste due volte, ed alcune an- 
che tre sotto gli occhi del lettore >), è tale, eh' esse occu- 
pano uno spazio equivalente a piìi che 60 p<tgine, come 
può facilmente verificare chiunque percorra i detti ca- 
pitoli Questa ripetizione di rappresentazioni di monete 
costituisce pertanto un vero spreco di spcizio, da cui l' au- 
tore di un manualetto HoepU avrebbe dovuto scrupolosar 
mente astenersi e che, con un procedimento semplicis- 
simo, poteva evitarsi, cioè rinviando, volta per volta, il 
lettore alle pagine del capitolo b^, ove la rappresentazione 
delle singole monete ha la sua sede naturale. Dello spazio 
cosi guadagnato si sarebbe potuto usufruire nella ras- 
segna generale della serie greca, la quale sarebbe cosi 
riuscita più abbondante e più compiuta. 

Ma di ben altra natura e di maggior momento è, se- 
condo la nostra opinione, il difetto precipuo di questo 
libro. Tranne rarissime eccezioni, l'a. non rileva il carat- 
tere che hanno le monete quaU documenti storici, non 
addita il rapporto in cui la serie nummaria di un deter- 
minato paese sta con gli eventi politici di quello, non dà, 
rispetto alle singole monete rappresentate, indicazioni cro- 
nologiche di nessun genere, nò precise nò approssimative, 
mentre per esse ci sarebbe quasi sempre lo spazio suffi- 
ciente accanto alla descrizione della moneta s), non si cura 

1) La Battriana ò tra i paesi di cui s'indica soltanto il 
nome. Ai dilettanti di ouriosit& museografiche certamente non 
dispiacerebbe apprendere che una moneta del re Eucratida, 
del peso e del valore di 20 stateri, acquistata dal Cabinet dea 
Médailles ài Parigi, ò la pia grande moneta aurea antica oggi 
conosciuta. Ma, come si vedrà pia innanzi, non sono notizie 
come questa quelle di cui noi più deploriamo la mancanza. 

*) Un tetradramma di Nicomede II, re di Bitinia, ò rap- 
presentato quattro volte; v. pag. 9, 24, 52, 226. 

S) Di una sola moneta (pag. 247, Monete di Antiochia) ò in- 
dicato r anno, né s* intende il perchè di questa eccezione. Pare, 
invero, ohe ivi l' indicazione anno 105 abbia lo soopo di spiegare 
la sigla ET . EP., quantunque sigle analoghe in altre monete 
non sono mai dichiarate. Ma occorreva avvertire che ohe questa 
data si riferisce all' era cesariana, usata in Antiochia, la quale 
incomincia nel 49 a. G. ; altrimenti, per il lettore ignaro di ciò 
l'indicazione anno 106 è proprio un indovinello. 



41 



Anko n. — N. 7. 



42 



mai d'integrare le aigle delle leggende, né tampoco di spie- 
gare le leggende stesse, neanche là dove ciò sarebbe ne- 
cessario, non per la migliore, ma anche solo per la più 
elementare intelligenza del loro significato. 

Valga il seguente esempio. Alla p. 229 è riprodotta 
una mcmeta di Sanw, che nel diritto ha la leggenda ^YN. 
L'a. avrebbe fatto bene a notare che questa moneta è 
un tridramma, giacché i tridrammi sono poco comuni; 
ma non è di ciò che intendiamo parlare. La leggenda 
Z YN[MAXIK0N] certamente a molti deve riuscire enigma- 
tica. Era necessario spiegare che sta a significare il ca- 
rattere federale di questo nummo samio, ossia eh' esso fa 
parte della emissione monetaria di una lega politico-mi- 
litare costituitasi verso la fine del secolo IV a. 0. fra 
alcune città della Caria e delle isole vicine (Cnido, Jaao, 
IjfeM, Samo, Rodi) »). 

Ora, mentre casi simili a questo, in cui la leggenda 
intera riesce incomprensibile, se non h spiegata, sono 
meno scarsi di quel che, per avventura, altri pensa, sono 
frequentissimi poi quelli nei quali è necessario dare qual- 
che indicazione storica per fare intendere solo Tuna o T altra 
parte della leggenda; e il restringersi alla pura e semplice 
trascrizione della leggenda, senza aggiungere alcuno schia- 
rimento, può generare nella mente degli studiosi ancora 
inesperti l'idea che tali schiarimenti ninno sia in grado 
di darli, che le monete antiche contengano misteri im- 
penetrabili, ch'esse siano oggetti di pura curiosità, de- 
gni invero di venerazione per la loro vetustà, ma che, 
dopo averle guardate e apprezzate come opere d'arte, 
dopo averne ammirato la patina, o la buona conservazione, 
altro non resti a fare se non collocarle rispettosamente 
nel medagliere al loro posto, senza ragionarci sopra più 
che tanto. 

La trascuranza delle ragioni storiche nel manuale di 
cui trattiamo non si manifesta soltanto nelle manche- 
voli illustrazioni delle singole monete ; la ritroviamo al- 
tresì nella maniera in cui sono state disposte le monete 
di alcune regioni, per le quali l'a. non si ò attenuto a 
quell'ordine cronologico che, ancor da chi vuol riguar- 
dare le monete come oggetti da museo, dovrebbe pur sem- 
pre osservarsi, per rispetto alla loro qualità di ricordi 
del passato, e che, di fatti, si osserva con la massima 
fedeltà possibile da tutti i nummografi, e nei cataloghi 
delle collezioni, e nei trattati di numismatica. 

Veggansi, p. es., le monete della Macedonia. La serie di 
queste incomincia con una moneta del tempo della domina- 
zione romana, e precisamente del periodo comproso negli 
anni 158-146 a. C, in cui la Macedonia, conquistata dai 
Romani, ma non ancor ridotta a provincia, era stata 
divisa dal vincitore, come ci ò riferito da T. Livio con 
molta precisione topografica (XLV, 17 e 29), in quat- 
tro distretti autonomi *). Segue una moneta del tempo in 

1) Può osservarsi inoltre ohe la dichiarazione di questa leg- 
genda offriva r opportunità di additare uno dei rari casi in 
cui le monete sono fonte storica primaria, imperocché l'esi- 
stenza di quella federazione noi la conosciamo, non dagli 
scrittori, ma soltanto dalle monete delle città federate. Su 
tale argomento molto è stato scritto e da nummografi e da 
storici. Kicordiamo, tra gli altri : Waddington, Mélanges de 
Sumismatiquej 1867, II, p. 7-19; Head, Hislory of the cuinage 
qf Ephe8U8t in Numism. Chron., 1880 e 1881; Imhoof-Blumer, 
Jionnaiea grecques, 1S83, p.311; Holm, Grìech. Gesch., Ili, p. 64 
e segg.; Belooh, Grìech. Gesch., II, p. 216. 

i)Que8tamoneta ha la leggenda MAKEAON^N nP^THE, 
perchè appartiene al primo distrotto, che avea per capoluogo 



cui la Macedonia, dopo l'infelice conato di ribellione dello 
pseudo-Filippo, era diventata definitivamente provincia 
romana; questa dunque ò posteriore al 146 a. C. Poi, 
con un salto indietro, si pongono sotto gli occhi del let- 
tore due monete di città macedoniche, una di Acanto e 
un' altra di Neapolis, che risalgono al secolo V a. G. Dopo 
di queste, vengono le monete dei re macedoni : Archelao, 
Filippo II, Alessandro Magno, Antigono Ganata «), Filippo F, 
Perseo. Non fa mestieri spender parole per dimostrare 
che le due monete del periodo romano doveano collocarsi 
dopo quella di Perseo. Con ciò, non solo si sarebbe rap- 
presentata la successione cronologica degli avvenimenti, 
ma si sarebbe anche ottenuto il vantaggio di porre vi- 
cine le une alle altre monete che hanno tra loro affinità, 
per quel che riguarda V arte plastica e la tecnica mone- 
taria, quali sono (ed è naturale che tali siano) le ultime 
dei re macedoni e le prime del periodo romano. 

Per V Epiro vediamo primieramente una moneta del 
tempo nel quale in quel paese, dopo il regno della di- 
nastia de' Molossi, erasi costituita una repubblica, proba- 
bilmente federale, come opina il Droysen, la cui fonda- 
zione è certamente posteriore al 288 a. C. : poi, troviamo 
monete dei re di quella dinastia, Alessandro (842-826 a. G.) 
e Pirro (295-272 a. G.). 

Per la Giudea si rappresenta (N. 165) una moneta che è 
del tempo della rivolta del famoso Bar-Gocheb (a. 132-185 
d. C.), durante il regno di Adriano; e dopo questa, (N. 166) 
una che ò della prima sollevazione scoppiata al tempo 
di Nerone e vinta da Tito (a. 66-70 d. G.). 

In un trattato elementare di numismatica antica, non 
solo debbono essere disposte in ordine cronologico rigo- 
roso le monete dei singoli paesi, delle quali, per ammae- 
stramento dei lettori, si riproduce il disegno o la foto- 
grafia ; ma, poiché queste, per necessità assai poche, non 
possono rappresentare se non saltuariamente e incompiu- 
tamente le politiche vicende del paese a cui appartengono, 
a noi piacerebbe che, al principio della serie monetaria 
di ciascuna regione, s' inserisse a guisa di preambolo, una 
breve nota, nella quale fosse indicato, in forma chiara e 
precisa, in quali periodi e sotto quali governi le monete di 
quella regione, che oggi si posseggono, furono coniate.^ 
Ciò non accrescerebbe molto la mole del volume; a con- 
vincersene basti pensare che nel breve compendio di numi- 
smatica antica aggiunto dal Sittl in appendice alla sua 
Archdologie der Kunst il complesso di queste notizie sto- 
rico-monetarie (ci pare possano cosi chiamarsi) occupa, 
per la numismatica greca, dodici pagine; e vi sono unito 
anche non scarse notizie bibliografiche, le quali in un li- 
bro elementare potrebbero tralasciarsi. 

Prima di por termine a questa recensione, ci sia le- 
cito aggiungere altre poche osservazioni di minor conto. 

Per ragioni già dette e ridette da tanti, che sarebbe 
far torto ai lettori dell' ^^cnc e Roma il ripetere qui, è 
una improprietà designare le divinità dei paesi di cultura 
ellenica coi nomi latini delle corrispondenti divinità ro- 
mane: quindi, nella descrizione dei tipi monetari, l'a. 

Amflpoli (Livio, 1. e). Qui, al solito, la leggenda non essendo 
dichiarata, il lettore che non conosce quella quadruplice di- 
visione, la quale, del resto, ebbe durata assai breve, non può 
intendere che cosa significa RPQTHX. 

1) La moneta che l' a. attribuisce ad Antigono Gonata non 
ò sicurissimo ohe appartenga a questo re : potrebbe essere in- 
vece di Antigono Dosone. 



43 



Anno n. — N. 7. 



44 



avrebbe fatto bene a dire Ptdlade e non Minerva, Hera 
e non Giunone^ Artemide e non Diaria e cosi di seguito. 

Abbiamo trovato qna e là varie inesattezze. Eccone 
alonne: 

p. 198. La moneta che ò detta di AgatoelCy re di 
Siracusa, è del tempo in cui Agatocle, pur avendo acqui- 
stato potere dispotico in quella città, non aveva ancora 
assunto la dignità regìa, ossia è anteriore al 307 a. G. Le 
monete di Agatocle re hanno sempre il titolo BAZIAEOZ. 
p. 232. La moneta attribuita ad Ariarate K, re di 
Cappadocia, ci sembra sia piuttosto di Ariarate IV, perchè 
mancante dell'epiteto <t>IAOMHTOPOZ. 

p. 237. Non era difficile riconoscere che la figura 
muliebre nel rovescio del tetradramma di Demetrio I, re 
di Siria, è una Tyche. 

p. 249 e seg. Il nome delP imperatore Volusiano es- 
sendo C, Vibiua Afinius Oallus Yeldumnianus Volvmanua^ 
come resulta dai testi epigrafici latini, conveniva rilevare 
che nelle monete di Antiochia la sigla OYENA nel nome 
di quel principe h erronea e dovrebbe essere invece 
OYEAA 0- 

p. 262. Nella moneta alessandrina di Aureliano e Ya- 
ballato la leggenda del rovescio AYT CPQIAC OYABAA- 
AA0OC A0HNOY, come la trascrive Ta., non è esatta. 
Deve trascriversi invece: |AC OYABAAAA0OC A0HNO 
YAYTCPQ «). 

Neir indice bibliografico, sebbene cosi parco (il che non 
intendiamo disapprovare), sarebbe stato conveniente non 
dimenticare, trattandosi di una delle poche pubblicazioni 
italiane veramente importanti, le Tavole delle monete 
dell' Italia antica del Carelli, edite per cura del Gavedoni, 
opera a cui si può ricorrere tuttora con vantaggio, no- 
nostante il più recente libro del Garrucci. 

Il piccolo dizionario di voci ed espressioni numismatiche, 
con cui si chiude il volume, contiene piii e meno del ne- 
cessario : potrebbero aggiungervisi alcuni vocaboli, p. es., 
addossati (mentre vi si registra accoUcUi e affrontati)^ acro- 
terion, aplustre, patina, simpulum ed altri ancora, mentre, 
per converso, P indugiarsi a dare spiegazioni come ara - 
altare, ellenico - greco, face - fiaccola, muliebre - femminile, 
nume - dio, punico - cartaginese ed altre simili, sembraci sia 
dimostrare una singolare sfiducia verso la cultura e l'in- 
telligenza dei lettori italiani. 
Firenze. 

A, Coen, 

Alfred Gudeman. Latin lAterature of the Empire in two 
volumes. Voi, I. Prose. New York and London (Harper 
and Brothers), 1898. 

È un^ Antologia di prosa latina dell'età Imperiale e il 
secondo volume sarà un' antologia poetica. In questo vo- 
lume vi sono brani dì Seneca il Betore, Velleio Patercolo, 
Curzio Rufo, Petronio, Seneca il filosofo, Plinio il vecchio, 

1) Sarebbe stata questa un' occasiono opportuna per mo- 
strare come, le leggende delle monete, specialmente di certi 
luoghi e di certi tempi, contenendo qualche volta errori, sia 
prudente non fidarcisi ciecamente. 

3) Questa leggenda, che ha dato non poco da fare agli eru- 
diti fin dal secolo scorso, oggi ò spiegata dai più nella maniera 
seguente, proposta dal Von Sallet, d'accordo col Mommsen: 
\ovXiog) A{vQìjXiog) cienrifitog) OYABAAAA0OC 'A0H- 
HO{S(aQog) 'y(nanxòg) AYT(ox^aTa)^) C{rQaTTjyògypQ{fAai- 
wj/). V. Von Sallet, Die Fùrsten von Palmyra, Berlin, 1866, 
p. 16-42. 



Quintiliano, Tacito, Plinio il giovane, Svetonio, Oìustino, 
Apuleio, Minucio Felice, Ammiano Marcellino, Boezio. 
L^ idea di mettere insieme squarci degli autori latini del- 
Petà imperiale è venuta alV Autore, che è benemerito filo- 
logo e insegnante nell' università della Pensilvania, dalla 
persuasione che la storia del romano impero sia troppo 
importante agli occhi di chi studia la civiltà moderna, 
perché se ne trascuri la letteratura, della quale, sebbene 
difettosa, si può ben dire quel che Tacito dice dei costumi 
delPetà sua: non omnia apud priores meliora sed nostra 
quoque aetas muUa laudis et artium imitando posterie tuUt. 
Il che è verissimo, e da noi sentito da tempo ; e sogliono 
nelle scuole non senza profitto leggersi brani di opere 
latine della cosi detta decadenza. 

I luoghi scelti dal G-udeman sono generalmente op- 
portuni allo scopo. Il testo vi è conforme alle migliori 
edizioni moderne; e qualche notizia critica è anche rac- 
colta in un^ Appendice, dove però si desiderano spiegazioni 
e ragioni che PA. promette di pubblicare più tardi. Di 
ogni autore son dati cenni biografici e bibliografici assai 
brevi, ma sufficienti a lettura scolastica. Insomma è un 
libro fatto con criteri pratici, come sono per solito i lavori 
Americani ; e può essere utile anche a noi come esempio. 

F. R. 

Jk. MarenduBBO. La versione delle Georgiche di Virgilio di 
Bernardo Trento, Studio critico comparativo. Troni (V. Vec- 
chi), 1898. 

n prof. A. Marenduzzo con questo suo' lavoro si è pro- 
posto di rivendicare dalVoblio immeritato una delle migliori 
fra le numerose traduzioni delle Georgiche che conta la 
nostra letteratura, la traduzione di B. Trento. Dopo aver 
detto in generale della difficoltà di tradurre i classici, 
specialmente i poeti didattici, difficoltà tanto maggiore 
quando si tratti di un capolavoro come le Georgiche, e 
definita come traduzione perfetta quella che sa conciliare 
la sincerità colla bellezza, l'acume, la diligenza e la dottrina 
filologica colla ispirazione delle Muse e col sentimento este- 
tico ; dopo averci fornito alcune notizie in tomo alla vita 
ed alle opere di B. Trento (da Paronzo: 1748-1836), FA. 
studia e confronta alcuni passi della sua traduzione, scelti 
molto opportunamente, con i passi corrispondenti nelle 
traduzioni di Cesare Arici (1822), di Dionigi Strocchi (1831), 
di Francesco Combi (1874), di A. Nardozzi (1889, 1894), 
che sono le più lodate. Il confronto è bene istituito, ac- 
curato, geniale, e rivela da parte del Marenduzzo profondo 
studio ed acuta intelligenza del testo, molto buon gusto 
ed assoluta imparzialità di giudizio. 

La traduzione di B. Trento risulta di gran limga mi- 
gliore delle prime tre. Quella dell'Arici è senza moto, 
senza vita, senza colorito, un cadavere donde lo spirito è 
fuggito e che poco ricorda il vivente ; quella dello Strocchi, 
nonostante il giudizio troppo benevolo di L. Pomaciari, 
dovuto all'affetto dell'amico ed all'entusiasmo della prima 
lettura più che all' esame severo e coscenzioso, ò un mo- 
saico di voci arcaiche, di latinismi, di frasi antiquate, strane 
e troppo aliene dalla lingua comune, di fronzoli pedan- 
teschi che contrastano colla elegante semplicità di Virgilio ; 
ha gravi omissioni, interpretazioni false, glande durezza 
di suono dove invano cercheresti l'eleganza e l'armonia 
di Virgilio; però non manca qualche passo felicemente 



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Anno n. — N. 7. 



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tradotto. Il Gombi (n. a Capodiatria nel 1793, m. a Ve- 
nezia nel 1871) scelse come metro V ottava la quale, co- 
stringendolo a distendere e stemperare il concetto Vir- 
giliano, ad esagerare, ad amplificare inutilmente, anzi 
dannosamente da un lato, e dalP altro ad omettere, a 
trascurare cose necessarie, a sacrificare V ordito semplice 
ed elegante delPoriginale all^artificio del verso e delia rima, 
nocque non poco air opera sua; si aggiungano inesattezze, 
errori, false interpretazioni ecc. 

Mentre dunque queste tre traduzioni peccano cosi gra- 
vemente, nella versione del Trento noi lodiamo la retta 
interpretazione del testo, V esposizione fedele del precetto 
didascalico, la semplicità elegante della forma, la sponta- 
neità, V armonia del verso più varia e più confacente al 
tono semplice e naturale deir esametro latino, una grande 
arte di rendere