Skip to main content

Full text of "Ateneo veneto"

See other formats


ANNO CXXXIII. GENNAIO-MARZO 1942-xx Voi. 129 - N. 1-2-3 

ATENEO 



f\ 



VENETO 




RIVISTA DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

EMILIO SCHAUB-KOCH : Tiepolo p. 1 

GIOVANNI GAMBARIN : De infirma amicitia (Ancora del 

Tommaseo e del Carrer) p. 8 

PAOLO ZENONI-POLITEO : Giorgio Politeo (1827-1913) • P- 37 

RASSEGNA BIBLIOGRAFICA : 

LIONELLO FIUMI : Guido Marta o d* una nostalgia veneziana, p. 55. — DA- 
VIDE GIORDANO : Su la scuola medica di Salerno, p. 58. — RODOLFO PAL- 
LUCCHINI : Per la storia dell'incisione veneziana del cinquecento, p. 61. — 
FRANCESCO T. ROFFARÈ : « Intona un canto », p. 63. 



Pubblicazione mensile 



sped. in abb. postale 




f\ 



\J 



A 




\J lfX 



BANCA DI INTERESSE NAZIONALE 

SOC. AN. CAPITALE E RISERVE LIT. 358.000.000 

SEDE SOCIALE E DIREZIONE CENTRALE IN ROMA 

ANNO DI FONDAZIONE 1880 



207 FILIALI IN ITALIA, NELLE COLONIE, 
NELL' EGEO, NELL' IMPERO E ALL' ESTERO 



TUTTE LE OPERAZIONI DI BANCA 



Abbonamento annuo L. 50 — Prezzo del fascicolo L. 10 
Direzione : S. Fantin, Palazzo dell' Ateneo - Venezia 



ATENEO VENETO 

Anno CXXXIII Gennaio-Marzo 1942 XX Vol. 129 - N. 1-2-3 



T IEP O LO 



Negli ambienti della scuola parigina si dice che Delacroix è il primo 
dei « fauves » (1). In ciò v'è del vero, per quanto riguarda la Francia, 
ma se ci riferiamo alla storia dell'arte possiamo affermare senza timore 
che il primo dei « fauves » fu Giovan Battista Tiepolo. 

Essere esteticamente « fauve » consiste nel chiedere al gioco totale 
dei colori ciò che gli altri artisti vogliono ottenere dall'insieme dei pro- 
cedimenti pittorici. V'è il senso del disegno, il senso del colore e quando 
un artista completo come Tiepolo o Delacroix possiede l'uno o l'altro, 
è ben raro che si ritrovi l'equilibrio in una delle sue opere. Fatalmente 
predomina il disegno od il colore trascinando l'esecuzione generale e lo 
spirito del quadro. Géricault è una creazione contro David. E Tiepolo, 
nell'incandescente decorazione di Venezia, farà reagire l'arte italiana 
contro la povertà secca e grafica di qualche insipido imitatore di Mi- 
chelangelo. 

E questa sarà l'apoteosi del colore. Ma non di quelle armonie deco- 
rative di colori quali le hanno concepite degli artisti di secondo piano, 
desiderosi soltanto di incantare l'occhio che si attarda sulle pareti, ma 
del colore completo, equilibrato, con i suoi complementi, impiegato 
nella sua ampiezza come mezzo di realizzazione estetica. Si direbbe che 
lo stesso soggetto del quadro talvolta non è che un pretesto. L'opera 
è un'abile ripartizione di tonalità, ritmate graficamente, sulla tela. 

Allievo di quel pittore coscienzioso e minuzioso che fu Gregorio 
Lazzari, Giovanni Battista Tiepolo, nato nel 1693, impregnato di una 
gloriosa tradizione, cioè dell'eternamente vivace fiamma di Venezia, 
si liberò presto dall'influsso del suo maestro, desideroso di realizzarsi 
con dei mezzi d'espressione totalmente diversi da quelli che gli erano 
stati insegnati. 

Sovente il genio si manifesta nel momento in cui esplode il divor- 
zio fra l'insegnamento ricevuto e la reazione di una personalità molto 
forte. Questo è un po' il caso di Tiepolo. Non c'è nessuna tradizione 
più seguita di quella veneziana. I Bellini, Carpaccio, Giorgione, Tiziano, 
Pietro Longhi, Canaletto, Guardi si devono tutti qualche cosa vicende- 
volmente ; ed a questo riguardo non devonsi neppure eccettuare i 
due Palma. Ma questa tradizione è press'a poco infranta dai due più 
originali e sconcertanti genii dell'epoca : Tintoretto e Tiepolo. Entrambi 



(1) « Fauves ■ si dissero certi pittori per la semplificazione dei loro procedimenti e per il loro entu- 
siasmo per l'arte negra {Ottocento Novecento di Anna Maria Brizio, U. T. E. T., Torino). 

I • A. CXXXIII . V. 129 



si spogliano progressivamente di tutto ciò che può essere stato loro tra- 
smesso. Sembra ch'essi abbiano voltato la schiena al passato o lo abbiano 
messo a fuoco. L'incendio si eleva, la sua incandescenza continuerà 
in tutta la storia. Se Tintoretto rimane il pittore dall'espressione viva, 
Tiepolo sarà l'uomo di una pittura violenta e lirica in cui tutto si affonda 
e dispare all'infuori dell'arte di dipingere. 

L'eredità del Tiepolo spiega la sua evasione per mezzo del colore. 
Ma è incontestabile che questo colore, impiegato da altri con uno scopo 
puramente decorativo, per lui lo fu nei dati d'una estetica perfetta- 
mente definita. Il colore diventa creatore. Con Tiepolo i valori pitto- 
rici non sono più una semplice risorsa destinata a sottolineare l'effetto 
d'un disegno serrato, ma il movimento, la vita, le forme stesse del sog- 
getto trattato, nascono dal colore e si perpetuano in esso. In questo 
modo Tiepolo ha reso la pittura a se stessa. L'opera dei Senesi al suo 
esordio si trova in quest'apoteosi della pittura italiana all'ultimo capi- 
tolo della sua storia moderna. Tiepolo non riproduce la vita, egli genera 
una vita sconosciuta sino a lui ed animata dal suo genio potente. 

Si è detto che Tiepolo aveva tratto il supremo fuoco d'artificio 
dell'arte veneziana. Al contrario è molto probabile che si debba vedere 
in lui il precursore del romanticismo pittorico di Géricault, di Delacroix 
e di tutta la scuola moderna sino alla reazione cubista. 

Tiepolo non nega il disegno. È lui stesso un disegnatore ed un inci- 
sore di prima forza (i). Ma incidendo alcune sue opere, si sente ch'egli 
ha realizzato la transazione del piano pittorico sul piano grafico. Inoltre 
egli è anche stato un creatore grafico. La celebre serie dei suoi « ca- 
pricci » e la commovente ed umoristica « Scoperta della tomba di Pul- 
cinella » testimoniano della sua virtuosità, del suo spirito curioso, della 
sua rara fortuna d'esecuzione. Non si può dunque negare di più il di- 
segno di Tiepolo di quello di Picasso. 

È certo che per Tiepolo disegno e pittura sono delle arti molto dif- 
ferenti e che l'artista non deve confondere. Per Picasso invece il disegno 
costituisce la base, il punto di partenza, il sostegno della pittura. Tie- 
polo è un « fauve », Picasso è un cubista. Si possono così opporre poiché 
nessun maestro è rimasto più attuale di Tiepolo. 

Egli è rimasto tale non soltanto per la tecnica, ma altresì per lo 
spirito della sua opera. Venezia aveva visto degenerare il realismo 
vivente e ricco di Tiziano e le armonie idealizzate di Giorgione, questo 
meraviglioso poeta del pennello. Diamantini e Pellegrini si dedicarono 
a dei soggetti diversi con una straordinaria facilità. 

Tuttavia ciò non aveva niente di comune con la schiettezza che 
Bellini aveva introdotto nella tradizione veneziana. La pittura realista 
diveniva, in qualche modo, aneddotica e di costumi e il genio di Tiepolo 
la salvò da questa corrente. Dal dominio d'un realismo anemico, il 
Tiepolo fece passare la pittura in quello dell'estetica pura. Egli non 
mirava più all'effetto prodotto grazie ad un soggetto da lui interpretato, 



(i) Se i quadri <li Tiepolo sono rari e d'un valore inestimabile, il commercio ci apporta talora suoi 
disegni molto apprezzati e die l'esperto autentica per la loro foga e per la loro ampia maniera. 



ma ad una creazione completa. Per questo si può dire ch'egli ha so- 
vrapposto l'ordine umano all'ordine naturale delle cose. 

Una verità così elementare ha forse bisogno di essere dimostrata ? 
Per convertirvisi è sufficiente attardarsi in qualche museo. L'adorazione 
dei Magi (Pinacoteca di Monaco) ed / pellegrini d'Emaus (Louvre) sono 
dei capolavori di messinscena. La più elementare osservazione permette 
d'affermare che nessun dettaglio si deve al gioco naturale degli esseri 
o delle cose, ma che tutto vi è retto, ordinato, disposto per mettere in 
valore dei giochi sottili e sapienti di colori rivelanti delle forme presti- 
giose e dei movimenti armoniosi (i). Inoltre l'unità dell'opera deriva 
dall'armonia d'una gamma di colori. 

A Berlino si può ammirare un signore ed il suo seguito con esatta- 
mente i medesimi motivi. Nello stesso museo, una giovane donna al 
bagno non è per nulla lo studio serrato di un nudo determinato, ma 
per l'ammiratore costituisce una suggestiva ricerca dei caratteri essen- 
ziali della bellezza femminile. 

La Venere e l'Amore del Museo di Madrid ha lo stesso carattere. 
Quanto al Banchetto d'Antonio e di Cleopatra che costituiva uno 
dei più meravigliosi pezzi dell'Eremitaggio di San Pietroburgo, attual- 
mente trasferito a Mosca, esso costituisce il vero punto di partenza di 
Delacroix e del romanticismo. L'artista non copia più ; egli crea o piut- 
tosto ricrea, poiché 1' immaginazione, facoltà eminentemente vene- 
ziana, non è necessariamente che una « ricomposizione » la quale attinge 
i suoi elementi, nonché le sue prime materie, al ricordo ed all'osserva- 
zione. La vera nozione della composizione è forse nata nella pittura con 
quell'opera. Qui non si tratta più di scene prese nella natura e sovrap- 
poste abilmente come facevano Veronese e Tintoretto. Si tratta d'una 
concezione d'insieme, concepita come un poema o come un monumento, 
in cui ogni personaggio è una pietra in una parola, in cui ogni piano di 
dettaglio è una strofa e dove i personaggi hanno stretti e reciproci rap- 
porti. Una tale creazione pura, assoluta, è frutto del genio e, sotto tale 
riguardo, Tiepolo fu il primo che fece evolvere il realismo in questo senso. 
Tiepolo non ha nulla del realismo prigioniero del soggetto e che 
guida il suo pennello. Tiepolo, il suo pennello, lo segue. Egli procede 
con ampi tocchi, talvolta per impastamento. La materia è ricca ed 
all'occhio non esperto la superficie appare dapprima come coperta da 
ricche macchie di colore e sempre di colori semplici nella nota splendente 
in cui i rossi, i gialli, i verdi, gli azzurri dominano in pieno canto. 

Un'altra caratteristica di Tiepolo, che contrasta col suo secolo, è 
la forza. Non è a dire che la sua arte escluda la sensibilità o la deli- 
catezza, ma il maestro eccelle nel proporzionare il portamento e lo stile 
all'ampiezza del soggetto e un soggetto di Tiepolo è sempre grande, 
anche se il quadro è piccolo. 

All'artista occorrono lo spazio e l'intensità. 

Quello che abbiamo detto del compito dell'immaginazione nel- 



(i) Con meno scienza ma con altrettanta sensibilità, segnaliamo l'opera .li I <- Noir m quest'ordine d idee. 
Essa ha servito di documento, per delle qualità identiche, ad una buona parte della scuola moderna. 



l'opera di Tiepolo è confermato dalla storia della sua vita errante. Il 
maestro ha vissuto e lavorato successivamente a Venezia, Milano, 
Wurtzbourg ed a Madrid quale addetto alla corte di Carlo III. Orbene, 
né la Germania ancora feudale, né la Spagna così ricca di sensazioni, 
apportarono un apprezzabile elemento alla sua evoluzione estetica. 
Tiepolo dominava la sua carriera. Rimase conseguente con se stesso 
tutta la vita, e la sua arte, una volta affermata, non si evolve più. 
L'opera vale per una esecuzione in cui non ritroveremo i caratteri e 
dà*i cui procedimenti nessun 'altra mano avrebbe tratto partito. È vero 
che dopo Carlo III, in un'epoca di riparazione politica e finanziaria, 
ma di piena decadenza intellettuale e artistica, Tiepolo appariva come 
capo-scuola (i). 

Nel secolo precedente, con Vélasquez, la pittura s'era slanciata 
fuori delle chiese ed aveva tenuto il suo posto al sole in tutte le scene 
della vita. Vélasquez, che ha secolarizzato l'arte di dipingere nella sua 
patria, riassume e sintetizza le qualità della vecchia scuola dei Pacheco, 
Herrera, Zurbaran moltiplicandoli con la sua geniale personalità ; re 
dei pittori, egli fu il pittore dei re. Murillo, capo della scuola sivigliana, 
rimasto fedele al principio religioso della pittura, anche ove Vélasquez 
era mancato, pittore devoto ed appassionato, s'era ingegnato a dare 
alla fede un carattere di unzione e di tenerezza : vedansi Le Nozze di 
Santa Teresa d'Avita e d' Ignazio di Loyola. La sua pittura di costumi, 
mendichi, contadini, scene della vita picaresca, risente della sua mor- 
bida esecuzione. Ribera, esiliato a Napoli, è sopratutto l'esagerato imi- 
tatore del Caravaggio e del Domenichino. Se si aggiunge al complesso 
qualche eccellente ritrattista della scuola di Madrid come Pereda, 
Careno de Miranda, usciti dallo studio di Vélasquez, Claudio Coello 
e Ribalta, capo della scuola di Valencia e allievo di Sebastiano di 
Venezia, si ha press'a poco il bilancio della pittura spagnuola al mo- 
mento dell'arrivo di Tiepolo alla corte di Carlo III (2). Se questo 
bilancio si raccomanda per la qualità degli elementi che lo compon- 
gono, è numericamente scarso per cui verso la metà del XVIII secolo 
non v'è più nessuno e bisognerà attendere Goya perchè tutta la Spagna 
si rimetta a vivere ed a cantare con i disegni ed i colori (3). 

Infine, se a queste considerazioni si aggiunge che a Madrid Tie- 
polo non visse la vita pittoresca della vecchia Spagna che l' avrebbe 
certamente ispirato più profondamente per il suo lato eroico e di colore 
stuzzicante, ma la vita di corte, si comprende perchè e come irradiò 
tanto sulla penisola e non venne influenzato dalla sua vita, dai suoi 
amori e dal suo clima. 

All'opera sorprendente di Giovan Battista Tiepolo sarebbe ingiusto 
non riallacciare quella di suo figlio Domenico. Certamente il suo Demo- 
stene incoronato ed il suo Cicerone parlante sono dei corretti e scipiti 



(i) Cfr. Planiscig, Quadri Veneziani (Hauser, Vienna). 

(2) Omettiamo di proposito il Greco, poco spagnuolo, transpositore d'una tecnica francese e d'una sen- 
sibilità orientale in Europa e che, meraviglioso artista più che pittore, resta in margine e necessita uno studio 
a parte. 

(3) Schaub-Koch, 11 realismo nella pittura spagnuola (Tolosa, 1935). 



quadri denudati di stile e nient'altro, ma il disegnatore è d'una ecce- 
zionale abilità e nessuno ha reso meglio di lui, con senso più acuto del 
pittoresco e del movimento, la galante e giocosa vita veneziana del 
XIII secolo. Le sue scene del carnevale rivelano ad un tempo la pro- 
digiosa immaginazione del padre ed il più acuto senso dell'osservazione 
psicologica. Ancora recentemente un collezionista americano dimo- 
rante a Parigi esponeva cinquantadue di questi disegni a matita che 
ottennero a buon diritto il più clamoroso successo. 

Dei critici autorizzati eressero Domenico Tiepolo a precursore di 
Daumier e di Gavarni. 

Così si situa Tiepolo nella scuola veneziana. Lo si confronta volen- 
tieri a Tiziano, a Giorgione, allo stesso Palma il giovane. In verità egli 
non ha nulla di comune con essi. E ciò forse non tanto per le sue pro- 
digiose attitudini tecniche quanto per la sicurezza con la quale egli 
ha studiato e frugato l'uomo. In lui v'è l'effetto d'una evoluzione 
comandata dallo spirito del popolo, una luce, un clima. Tintoretto, 
Palma il giovane, Veronese ricavano degli straordinari fuochi d' artificio ; 
qui non ve ne sono. Se Tiepolo rimane il più ammirevole colorista della 
scuola ed uno dei più prodigiosi disegnatori, egli oltrepassa, e di molto, 
lo stesso Giorgione che vede soltanto le belle forme umane in una 
specie di estasi, come pittore della vita interiore alla quale sono subor- 
dinate tutte le realizzazioni del suo genio. Per Tiepolo, malgrado la 
potenza della sua plastica e del suo colorito, tutto ciò che queste sotto- 
lineano o rivelano non sono che apparenze. 

In realtà l'arte è più in alto. Lo scopo d'un ritratto di Tiepolo è 
di dipingere l'interno essere di un personaggio in cui il viso ha sola- 
mente il valore di una maschera. E questo modo di dipingere il modello 
« al di là della maschera » appartiene soltanto a Tiepolo. Pisanello senza 
dubbio ha ottenuto, in tale maniera e con lo stesso pensiero, dei risul- 
tati ammirevoli, ma è meno ricco di mezzi. Egli è ancora schiavo del 
suo secolo e va a richiedere i mezzi tecnici sopratutto all'antico. L'arte 
di Tiepolo è quella di un uomo infinitamente più svincolato perchè più 
evoluto. L'arte del ritratto è nata da un bisogno di esplicazione del- 
l'essere o dal bisogno di perpetuare la vita ? Numerosi filosofi dell'arte 
se lo sono domandato. Noi non vediamo troppo bene perchè né come 
una di queste tesi dimostrate annienterebbe l'autore. Entrambe si com- 
pletano dopo la leggendaria invenzione del bassorilievo fatta da Debu- 
tades de Sicyone. Ma il ritratto sculturale è infinitamente più antico. 
Sembra dimostrato che in Egitto, ove ritroviamo il più antico ritratto 
conosciuto, l'idea del ritratto stesso è figlia di quella del « duplicato », 
del fratello interno ed invisibile che ognuno porta in sé. È questo 
« duplicato » che si aggrappa all'immagine, alla maschera per soprav- 
vivere. Come sono espressivi questi tratti attorniati di tenebre e quanta 
ricchezza spirituale comporta il loro isolamento ! È un po' quello che 
si sogna davanti ad un ritratto di Tiepolo in cui i personaggi sono 
sempre isolati, non foss'altro che per lo sfarzo dell'ambiente ed il lusso 
prodigioso degli artifici ed accessori pittorici. In Egitto questa idea del 
« duplicato » è tosto sorpassata da una concezione religiosa. Si confon- 



dono i morti con il Dio Osiride ed i tratti individuali scompaiono in 
quelli del Dio Stereotipo. Il realismo violento di Tiepolo, che non esclude 
l'idealismo di cui veniamo parlando, ma sembra piuttosto messo al suo 
servizio, tende all' identificazione del personaggio interno e del per- 
sonaggio esterno pur sottolineandone la loro coesistenza. È in ciò che 
si riscontra il tratto di genio. E questo spiega che in Tiepolo nessuno 
dei personaggi risalta se tutti sono isolati, ma dal fondo di questo iso- 
lamento ciascuno irradia. V'è dunque esclusione di ogni convenzione 
e la tecnica segue quest'ultimo carattere. Non v'è assolutamente nulla 
di convenzionale nei mezzi di esecuzione. Giammai un pittore ha pie- 
gato la sua arte a delle più pure, integrali e strette necessità. Il ritratto 
rimane un ritratto ma diventa una creazione d'artista. Ed il sorpren- 
dente è che Tiepolo non cade mai nella caricatura, pur sfiorandola tal- 
volta. Egli non oltrepassa i saggi limiti dei tratti espressivi e nelle sue 
opere non v'è nulla di immobile, ma ha la perfetta coscienza che l'idea- 
lismo sistematico condurrebbe la figura dipinta all'impersonalità. 

Noi pensiamo che Tiepolo ha cercato il segreto della sua magia 
a Roma e nell'antichità. Se l'arte, per parlare propriamente romano, si 
confonde con quella dei greci della decadenza e di Alessandria, risulta 
senza dubbio che in Roma, all'epoca di Cesare e di Augusto, gli artisti 
sono stati i più potenti ritrattisti che si conoscano, benché numerosi 
«busti romani» siano stati irrefutabilmente restituiti al Pollajuolo e, 
forse, a Pisanello. Il genio di questi ultimi e l'utilizzazione che solevano 
fare gli artisti dei marmi dei tempi antichi, spiega un po' questa pro- 
lungata confusione. Nella Roma antica, quando in una famiglia moriva 
qualcuno, se ne prendeva la maschera e la si faceva realizzare in marmo 
da uno specialista. L'atrio delle ville patrizie recava così un numero 
incalcolabile di maschere di antenati appese alle pareti. È da questo 
fatto che a Roma è venuta la perfezione dell'arte ritrattistica. Il grande 
erudito Roberto Paribeni crede all'influenza del caricaturismo etrusco 
sul ritratto romano che è soltanto una maschera stilizzata nell'espres- 
sione. La verità psicologica è sempre nata dalla verità fisica. Così dicasi 
della fisiologica ed è semplicemente grazie a questa regola realista per- 
durante in occidente, se l'arte romana del ritratto è divenuta un'espres- 
sione di vita vibrante svincolantesi tanto dall'idealismo egiziano quanto 
dal classicismo ellenico. Certi criteri cronologici sono forniti dalla numi- 
smatica ; ad esempio la forma dell'occhio, così perfetta dopo Adriano, 
i dettagli degli indumenti e delle armi. Tiepolo si è interessato a tale 
arte. Al pari di Mantegna, grande artista ed eminente « antiquario », 
Tiepolo non ha ignorato nulla dell'antichità ed ha cercato in essa il 
principale dei suoi principi d'arte. Le statue ed i busti di Ercolano e 
di Pompei (terminus ante quem 79 Av. J. C.) ci offrono la perfezione 
del ritratto psicologico. Non si sa se Tiepolo li ha studiati ma è poco 
probabile ; per poterlo affermare bisognerebbe conoscere lo stato degli 
scavi dei suoi tempi. Ma è certo ch'egli non ha ignorato nulla di ciò 
che conservava il Vaticano ove si trovavano, come altrove nella città 
eterna, dei busti non meno prodigiosi. 

È evidentemente colà che Tiepolo ha preso la sua tecnica del 



ritratto. Ne troviamo la prova nella sua arte di studiare e rendere una 
fisionomia senza ometterne un dettaglio, rispettando il valore di ogni 
tratto, di ogni accidente, di ogni volume e di arrivare all'espressione, 
confusa con la vita interiore, poiché essa non ha nulla di superficiale 
e nemmeno di « propriamente esteriore », salvo beninteso i mezzi spe- 
cificatamente tecnici. Di questa prodigiosa analisi, di cui un Cellini 
si contenterebbe, Tiepolo fa il punto di partenza d'una specie di sintesi 
alla quale associa non soltanto le risorse grafiche ed i mezzi psicologici, 
ma ancora e forse sopratutto la sinfonia violenta dei suoi colori. Questo 
permette di poter calcolare le conseguenze della precipitata evoluzione 
che Tiepolo ha imposto all'arte di dipingere, sopratutto i ritratti. Sa- 
rebbe esagerato dire che Goya e Manet gli fossero debitori di qualche 
cosa. Per contro Corot ritrattista, Courbet, sopratutto Delacroix, Géri- 
cault e Renoir hanno evidentemente studiato a fondo questo genio 
potente ed uno studio meriterebbe di essere fatto relativamente alla 
sua influenza su molti pittori moderni. Quali e quante fossero le riso- 
nanze d'un simile studio, rimane fuori dubbio che nessuno potrebbe 
contestare che l'arte moderna è debitrice a Tiepolo della scienza incan- 
tata dei colori e delle piene risorse delle loro gamme innumerevoli. 

Emilio Schaub-Koch 



DE INFIRMA AMICITIA 

(Ancora del Tommaseo e del V^arrer) 



Del Tommaseo e del Carrer ebbe a trattare qualche anno fa con 
assai garbo e buona messe di lettere inedite il Damerini (i). Non 
credo però inutile di ritornare sull'argomento, servendomi di nuove 
ricerche e di particolari inediti, che recheranno pure qualche luce sulla 
vita letteraria veneziana della prima metà dell'Ottocento (2). 

Coetanei (il Carrer era d'un anno più anziano), si conobbero a 
Padova, dove ambedue studiavano legge in quell' Università, dalla 
quale uscirono laureati, il Tommaseo nel gennaio, il Carrer nell'estate 
del 1822. Conoscenza, ho detto, non più : ed infatti sono questi gli 
anni in cui il Dalmata si stringe in amicizia col Rosmini ed il gruppo 
trentino, particolarmente il Filippi. Ma col Carrer no : gli spiaceva, 
c'è da scommettere, quella certa fatuità onde il Carrer s'era lasciato 
prendere dopo le prime vittorie come poeta estemporaneo e dopo le 
prime entusiastiche accoglienze fatte ai suoi versi giovanili (3) : quella 
ostentata svenevolezza e languore, in cui già respiri il romanticismo, 
non poteva accordarsi con l'indole aspra e scontrosa del Dalmata. Pro- 
fonda diversità di sentire, quindi, che, unita probabilmente ad una dose 
d'invidia malamente celata dall'orgoglio, doveva generare in questo 
una profonda antipatia. Ecco come ne parlava al suo Filippi (4) : 

Fui al teatro [a Venezia], e mi scontrai per avventura in Carrer. Stettimo 
alquanto insieme ; ma convien dire che l'anime nostre non armonizzano, poiché 
mancavami fin subietto di chiacchierare. E così con Carrer (che non dovea, con 
Carrer essendo) il mio ingegno era posto a quella stessa tortura che soffre tro- 
vandosi vicino a' comunali asini di questa che chiamasi Società. Nulla ragionammo 
de' suoi novelli sistemi (5). Se non che, domandato da me come, poco avendo del 
suo, si procacci alimento, rispose : con corregger le stampe e scrivere alcun tratto 
dell' Osservatore Veneto (6). Non ha dovere di scriverlo tutt'i giorni, ma se lo in- 



(1) G. Damerini, Tommaseo minio e nemico del Carrer. Venezia, per la Fondazione Omero Soppelsa, 
1934. 

(2) Salva contraria indicazione, le lettere inedite del Tommaseo sono al Museo Civico Correr (Ms-. P, 
D. 727 e sgg.) ; quelle del Carrer nel fondo Tommaseo della Nazionale di Firenze (Busta 65). 

(3) Il Cicogna annotava, caricando le tinte : « Fanatismo terribile porta al cielo questo primo volume 
delle sue poesie, cui precede il ritratto in rame del poeta. Questi, pieno di se stesso, va per la strada in est im. 
non vede, non saluta, fa mostra di venir dall'altro mondo, se si parla di cose avvenute anche .il giorno stesso, 
e presumendo di sapere troppo più di quello che sa, è contento di ciò che imparò, circondato da una turba 
di giovani adulatori». Cit. da L. Lattes, Luigi Carrer. Venezia, 1916. 

(4) Cfr. il mio scritto: // Tommaseo e » l'amico della sua giovine: a i, in Anli. stor. pei la Dalma 
1930, Lett. del dicembre 1820 (pag. 20). 

(5) Il sistema romantico, a cui il T. non aveva per anche aderito. 

(6) Il "Nuovo Osservatore Veneziano» (1814-1834), a cui, si noti, più tardi collaborò anche il T. ! 



dosserà per avere in questo mezzo tempo un utile sicuro. Ecco Temolo, anzi il vin- 
citore d'Alfieri, dar principio alla guerra con abbassarsi a dettare un foglio poli- 
tico, ch'è quanto dire a copiare altrui menzogne, ad immaginarne di nuove, ad 
ornarle con bello stile, ad involger di tenebre la luce delle più alte politiche verità, 
a servire a tutti i principi, senza appagare nessuno, a smemtire se stesso. Ver- 
gogna ! Mi disse oltr'a ciò che alla prima cattedra esposta a concorso egli aveva 
preso consiglio di dover concorrere ; ed opponendogli io le sue millanterie di 
libertà e sdegno di niun giogo politico o sociale o letterario, rispose che stava in 
lui ritrarre da sì fatti gioghi il collo, ove glie ne venisse talento. Intanto si veste 
l'usanza turpe di servire, si scherza con l'infamia, si prende dimestichezza con 
la viltà, s'incallisce la cervice non nata a vili opre, e si premono i semi della vera 
grandezza, senz'altro compenso che la speranza di potergli far da capo sorgere e 
germogliare. 

E pochi giorni dopo (i) : 

Vedeste Carrer ? Parvevi damerino ? Io '1 sapeva. Un emulo d'Alfieri dovria 
calpestare siffatte sciocchezze, dite ottimamente. I damerini non vengono all'im- 
mortalità... Carrer non ha nome cui si possa acconciare l'immortalità. Carrer 
non ha fisionomia che porti il conio dell'immortalità. Altro è avere ingegno, altro 
essere o poter divenire uom grande. Son rari uomini cosiffatti. Io mi vanto d'es- 
sere un tal poco fisionomista. Non vorrei che i miei canoni andassero mai così 
falliti come a questa volta, ma io scommetterei con lo stesso Carrer che'l nome 
suo non vivrà più di lui. Con lui stesso, dico, scommetterei, appunto per porlo 
al puntiglio. La prima volta ch'io '1 vidi a Venezia si fu a teatro, la seconda si 
fu oggi per via. Io vivo una vita così solitaria, e la mia solitudine m'è sì dolce, 
che non cerco né soffro distrazioni. 

Ultimati gli studi, il Carrer si recò ad insegnare a Castelfranco, il 
Tommaseo ritornò in Dalmazia, dove rimase, impaziente di ritornare 
a Padova, sino al marzo dell'anno successivo. Allora, in quei mesi di 
triste impazienza, in cui egli cerca febbrilmente una sistemazione che 
lo liberi dal pericolo di sprofondare nel suo « borgo selvaggio », in quel 
continuo architettare di lavori, di libri, d'imprese editoriali, il Carrer 
non è dimenticato, ma considerato come un possibile collaboratore. 
Non possiamo determinare a quale impresa si alluda in queste lettere, 
ma doveva trattarsi di qualche opera in collaborazione o di qualche 
giornale. 

Padova, 30 die. 1823. 

Caro Carrer. Corniani mi scrisse : Frari è a Belluno. (2) Perdurano nella prima 
proposta. Noi non avanziamo terreno, e non facciamo che seguire i lor passi. 
Attienti a questo partito, e tutto andrà bene. Ti raccomando il Kempis. T'auguro 
il buon capo d'anno. E ripeto, se mai non m'avessi inteso, che se Corniani t'in- 
cita a cominciare la compilazione del primo fascicolo, tu risponda che è meglio 
aspettare il ritorno, il cenno, i consigli e l'esempio del consigliere. Filippi, che è 
qui, ti saluta. Addio. Il tuo Tommaseo. 

A cui il Carrer : 

Ho parlato al Frari. Aspetto con impazienza che tu venga a dar l'ultima 
mano all'opera. Ho trovato in quel signore assai cortesia, quanta appunto richie- 
desi a rincuorare la mia timidità. Vieni dunque quanto più presto sai. Se per 

(1) Op. cit., lett. 20 die. (pag. 23-24). 

(2) Su Angelo Frari v. Sludi critici, II, 3^8, 360. 



IO 



avventura tu non potessi venire, scrivi con sollecitudine ; ch'io non viva lunghi 
giorni nella lontananza e nel desiderio. Io penso a te se bene lontano : tu fa lo 
stesso. Tuo Carrer. 

PS. Non vedendo tue lettere intendo che lunedì o martedì per lo meno tu 
valichi la Laguna. Se no io produrrò inutilmente la mia dimora in questi pantani. 
Mille saluti all'ottimo canonico Melan. 

Nessun altro cenno troviamo alla faccenda, il che fa pensare che 
non se ne concludesse niente. Le due lettere, comunque, denotano 
molta reciproca cordialità. 

Fu nel Giornale di Treviso (i), a cui in questo tempo collaborava 
il Tommaseo, che doveva svolgersi una serie d'incidenti che recarono 
alla rottura fra i due poeti. Parlando il Tommaseo d'una raccolta di 
poesie sacre degli Accademici Filoglotti di Castelfranco, accennava 
all'ode La meditazione del Carrer in modo assai sbrigativo (« sarà la 
delizia degli amatori del romanticismo »), ma si diffondeva invece a 
criticare una poesia del veneziano Luigi Pezzoli, amicissimo del 
Carrer (2). Questi, nel riferirne al Pezzoli, dev'essersi esibito a prenderne 
le difese, se l'amico gli forniva parecchi argomenti per la risposta 
all' « insulso Aristarco, venduto e sciocco » (3). E la difesa del Carrer, 
ampia e documentata, non manca di qualche colpo ben assestato. 

Fin qui contesi con voi di ragioni ; non scenderò a contender d'insulti... Mi 
nasce sospetto aver voi composto quell'articolo pel solo Pezzoli, così presto ve la 
passate d'ogni altro... Voi di me ancora parlate, né di certo la mia ode vi piacque. 
Io non pretendo che debba piacervi... Non so che ridirvi : Bello no, dal mio cuor 
viene il mio verso. E dal mio cuore questa risposta : Non in fermento malitiae et 
nequitiae, sed in azimis veritatis et sinceritatis. Ogni bene desidero a voi, che non 
conosco, io Luigi Carrer (4). 

Non lo conosceva ? Eppure lo scritto del Tommaseo non era ap- 
parso anonimo, ma firmato ; perché dunque il Carrer fingeva che quella 
critica venisse da un « anonimo censore », ch'egli affermava di non cono- 
scere ? Forse per non prender posizione recisa contro il Tommaseo ? 
La cosa è quanto mai strana. Né diversamente si comportò il Dalmata, 
il quale, controbattendo, non fece il minimo cenno al Carrer, limitan- 
dosi a riprodurre in calce le precedenti osservazioni al Pezzoli ed a 
notare : « Avremmo potuto e saputo rispondere all'autore di queste 
risposte, ma temendo di non poter farlo tranquillamente, non abbiamo 
voluto rinnovare le antiche riotte e contenzioni letterarie », poiché 
« le fornaie son use proverbiarsi, e non le sacre muse ». 

Ma questo non fu che il prodromo della battaglia. È noto come il 
Tommaseo si servisse del Giornale di Treviso per assalire l'abate Bar- 
bieri. Quale motivo lo spingesse contro chi gli era stato maestro affet- 
tuoso e largo d'incoraggiamenti, egli non confessa nelle sue Memorie 
poetiche (5) ; più esplicito è in una lettera al Paravia, documento della 



(1) Su questo giornale v. il mio studio: / giornali letterari veneti nella prima metà delT Ottocento, in 
Nuovo Archivio Veneto . [912. 

(2) «Giornale di Treviso», marzo 1825, p. 153 e sgg. 

(3) Lett. inedite senza data e 31 marzo '24 del Pezzoli al Carrer (Museo I arrer, P. D. 728). 

, Giornale ili Treviso , giugno 1825 (All'anonimo censore delle poesie degli Accademici FiIorIoUi). 
(5) Memorie poetiche, con Giunte di (.. Salvadori, Firenze, G. C. Sansoni, 1917, P- «76, 278 e sgg. 



II 

sua straordinaria permalosità (i). Nell'edizione delle sue opere il Bar- 
bieri aveva accolto un carme latino del Tommaseo, celebrante Torreglia, 
facendolo precedere da parole che volevano esser di lode al discepolo, 
ma che tali non suonarono al giovane (2). Né basta : se vogliam creder 
al Dalmata, l'abate avrebbe pronunciato « villane ingiurie » contro di 
lui, conversando con persona che il Tommaseo credeva amica. Inde 
trae. Criticò dapprima (1823) le Stagioni piscatorie in una Lettera d'un 
maestro d'umanità agli scolari, tradotta da N. T. (3), e poi ancora assalse 
aspramente Le stagioni (4). L'assalto suscitò una viva reazione contro 
il Tommaseo e contro il giornale, il quale non solo non accolse più 
scritti del focoso critico, ma pubblicò pure un articolo elogiativo del 
Barbieri, steso dal tipografo e poeta padovano Iacopo Crescini. Né 
il Barbieri stette zitto, ma pubblicando in quell'anno le sue Lettere 
critiche indirizzavane una ad un futuro giornalista, tutta rivolta contro 
il Tommaseo, anche se non vi è nominato (5). Questi, non potendo o 
volendo servirsi del giornale trevisano, fatto ormai segno al suo di- 
sprezzo, tartassò quelle povere Lettere in un opuscoletto (6) ch'egli 
lanciò nell'accesa atmosfera patavina, partendosene poi per la Dal- 
mazia senz'attendere l'eco di quel suo nuovo assalto. Comparve infatti 
sul giornale trevisano una lettera d'un amico del vero (7), la quale dopo 
aver lumeggiati gli errori del critico astioso, così concludeva : « Noi 
speriamo che il Barbieri non risponderà, che sarebbe invero una gran 
debolezza, se già noi facesse con le brevi parole degli Ateniesi inverso 
quelli di Chio. E perché i lettori possano ab ungue far argomento di 
questo Leone, ecco un sonetto ch'egli diede a stampa in questi giorni ». 
E seguiva un sonetto del Tommaseo alla cantante Carolina Bassi, com- 
ponimento, non c'è che dire, meno che mediocre. Questo nel fascicolo 
di settembre, quando il Tommaseo era già in Dalmazia. Di ritorno a 
Venezia, presa conoscenza di quello scritto, non seppe tacere, e rispose 
con Le menzogne di un amico del vero, insipido opuscoletto, la cui stampa 
si ricollega ad una curiosa avventura, narrata in una lettera al Fi- 
lippi (8). Ma un dubbio rodeva il bollente critico : chi poteva esser 
quell'amico del vero che l'aveva assalito mentr'era lontano ? Non sap- 
piamo su quali indizi, egli ne sospettò autore quel Carrer, dal quale 
c'è motivo di credere ch'egli, ritornando a Sebenico, si fosse separato 
amichevolmente (9). Ma rivedendolo a Venezia, e richiestolo con fran- 
chezza, da ciò che seguì si dovrebbe concludere che i suoi sospetti fos- 



ti) G. B. Cervellini, Lettere inedite di N. Tommaseo a T. A. Paravia, in « Giorn. stor. d. lett. ital. . 
1033, lett. 31 luglio 1825 (pag. 54). ,...,. 

(2) Nelle Opere di Giuseppe Barbieri, Padova. Crescia), 1821, II pp. 197 e Sgg. e il carme l umiline descnptto 
del T., preceduto da un preambolo laudativo del R., dove però leggonsi queste parole, die dovettero pungere 
l'orgoglio del Dalmata : « lo non sono sì pazzo da volerne recar partito, recandole [le cose del T.] in mia pro- 
prietà : che anzi per ciò medesimo le lascio andare in istampa, che non possono a retta stima essermi 
appropriate ». 

(3) « Giorn. di Treviso », genn.-febbr., 1823. 

(4) Ibid., luglio 1824. 

(5) G. Barbieri, Lettere critiche su vari argomenti di lingua e letteratura. Padova, Crescini, 1824. 

(6) Osservazioni sopra le lettere critiche di G. Barbieri. Padova, tip. della Minerva, 18*4, 

(7) «Giorn. di Treviso », sett. 1824. Il Paravia ne credeva autore il Crescini. 

(8) Gambarin, op. cit., lett. 25 marzo 1825. 

(9) Scriveva infatti da Sebenico al Paravia il 2 agosto '24 : » Se scrivete a Carrer ò se I vedete, salutate! 
in mio nome e ditegli che mi scriva ». Cervellini, op. cit., pag. 5;. 



12 

sero pel momento dileguati. Infatti il Tommaseo era da poco a Milano, 
che il Carrer gli inviava i suoi versi : invio che mostra assenza d'ogni 
disaccordo fra loro. Il ringraziamento del Tommaseo fu la lettera di 
recente fatta conoscere dal Damerini (i), così ingiuriosa e insolente, 
da non avere riscontri in tutto il suo copiosissimo epistolario. Egli 
taccia il Carrer di viltà d'animo e d'ingegno, le sue poesie di cose « mise- 
rabili » ; si pente delle lodi date alla Meditazione (« al primo udir di quel- 
l'ode io la lodai : l'amicizia e l'orecchio m'illusero »), ne vi è risparmiato 
il giornale trevisano. Sorge spontanea la domanda : come mai, se a 
Venezia ogni sospetto era crollato, questo riacceso furore del Dalmata? 
Il Damerini crede di trovarne il motivo nel tristissimo periodo ch'egli 
stava attraversando, tra difficoltà economiche e disagi di ogni specie : 
a questa sua esasperazione dovrebbesi quello sfogo. La ragione non 
persuade. Da una lettera al Filippi, proprio di quei giorni, da me 
recentemente resa nota, non è difficile arguire che se a Venezia il suo 
era ancora sospetto, successivamente il sospetto, non sappiamo su 
che fondamenti, s'era mutato in certezza. 

Vidi Carrer ; non celai a quel vile il sospetto, poiché sospetto ancora era il 
mio ; e le difese che di quell'articolo ei fece e le scuse sue stesse mei dimostrarono 
sempre più perfido e vile... Che s'anche suo non fosse l'articolo, prima ch'io mi 
partissi da Padova egli già sapea bene ch'una risposta sta vasi preparando, e che 
il sonetto alla Bassi dovea, quasi trionfale confutazione di mie censure, citar- 
visi. A Paravia fin d'allora egli il disse ; perché non a me ? Ed a me solo ? Silenzio 
d'amico è delitto di traditore. Sulla ridicola viltà di costui cianciai tanto, accioc- 
ché tu, veggendolo, mostri conoscerlo quale è, poscia il fugga. Che un veneziano 
e un Carrer non m'abbia saputo essermi amico, non calmi ; ma che per dieci mesi 
continui di due in due giorni venisse a crudelmente annoiarmi per rapire e divul- 
gare i segreti del mio ingegno e del mio cuore, protestandomi, vile ! quell'amicizia 
di cui non conosce che il nome, ciò è che m'accende di dispetto e di sdegno. Io 
posso obliare l'insulto ch'ei fece a me, non il torto che fece a se stesso. Lasciamo 
le letterarie sozzure... 

Questo lo stato d'animo che dettò quello sfogo ingiurioso : il che 
non esclude che la particolare situazione del momento possa aver reso 
più irascibile quell'animo esasperato. La risposta del Carrer fu misurata, 
pacata, serena : come già a voce, ripeteva : « Né io presi parte a verun 
disegno de' tuoi avversari, né mai t'offesi menomamente ». Se il 
Tommaseo rispondesse, ignoriamo. Tutto però lascia credere che egli 
s'accorgesse e si pentisse d'aver oltrepassati i limiti e d'aver forse a 
torto accusato un amico. Certo il suo contegno appare in seguito ben 
diverso di quanto la terribile filippica lasciasse prevedere. Nella citata 
lettera al Filippi si accenna ad un articolo non troppo benevolo del Tom- 
maseo sulla Vita di Carlo Goldoni del Carrer, come ragione possibile 
di risentimento da parte di lui, scritto che non mi fu possibile di rin- 
tracciare. È notevole però come l'anno dopo, parlando proprio di quel 
libro sull'Antologia (2), il tono del critico fosse completamente mutato. 
Infatti, pur facendo alcune riserve, il Tommaseo riconosceva che l'ar- 



ti) In Ateneo Veneto . -• ttembre-ottobre 1940, pp. J77-282. 
(2) Agosto 1826, pp. 52-62. 



13 

gomento era trattato con « senno, verità, e talor anche novità di con- 
cetti », e che « il senno, il candore e la rettitudine, qualità ne' moderni 
libri sì rare, ad ogni pagina fanno di sé mostra all'animo dell'egregio 
scrittore orrevolissima ». Quanto alla forma, riconosceva che « tranne 
qualche leggiera improprietà di dizione e qualche negghienza del numero, 
lo stile era di colore sano, di forma snella e d'abito al suo subietto con- 
veniente ». Da parte sua il Carrer non fu insensibile a questo atteggia- 
mento del Tommaseo, e gli fece pervenire copia del Quaresimale del 
Segneri, pubblicato dalla tipografia padovana della Minerva, di cui 
era direttore il tipografo bresciano Angelo Sicca (i). Fu buona occa- 
sione perchè il Tommaseo, arguendo dal carattere il donatore, scri- 
vesse : « Di quest' atto io credo te capace e me non indegno. Il solo 
pensiero che tu sia il donatore mi fa dimenticare il passato. Scrivimi 
se io m'inganni. Addio, ti desidero quei beni de' quali la mia sorte mi 
vieta quasi, oggimai, la speranza » (2). La risposta del Carrer ci manca, 
ma doveva essere, come si vedrà, una conferma che il dono proveniva 
da lui. E che il sereno fosse ritornato si può arguire da questa lettera, 
in risposta ad altra che ci manca, ma che doveva giustificarne il tono 
di cordiale abbandono. 

Padova, 26 Xcembre 

Caro Tommaseo. Da che non ti scrivo, ho perduto la più cara persona che 
m'avessi a questo mondo : ho perduto mia madre. Io non ho avuto prima d'oggi 
parole, e tu hai l'anima abbastanza pietosa per non volerne altre da me in questo 
punto. Quanto al Dizionario, tu ben giudichi di Padova, che non spende nell'opere 
dell'ingegno nessuna porzione, ancora che minima, di quel danaro che in essa 
è pur molto. Il Dizionario della Lingua Italiana si stamperà alla Minerva arric- 
chito di molte voci prese qua e là dagli altri dizionari di vario genere finora stam- 
pati. Ho scritto a questo proposito a codesto sig. Moschini, che credo che tu 
conosca, dopo un avviso che me ne ha dato il Paravia. Desidero di scriverti più 
lungamente, ma per ora non posso. Ti basti per ora che tu vivi nel mio cuore 
desideratissimo ; e che io ho adesso, più che mai, bisogno dei pochi leali amici 
che può dare la terra. Sono il tuo Carrer. 

Il dizionario a cui si accenna è quello di cui il Carrer e l'abate For- 
tunato Federici, direttore della biblioteca universitaria, stavano pre- 
parando la pubblicazione, che, iniziata nel marzo del 1827, giunse a 
termine qualche anno dopo. L'accenno, evidentemente, era stato occa- 
sionato dal Tommaseo, che a Milano condudeva una vita molto diffi- 
cile, e che assai probabilmente nell'impresa editoriale padovana vedeva 
un'ottima possibilità anche per sé di lavoro lucroso. Noi leggiamo questo 
fra le righe della lettera che riporteremo. Scritta in caratteri minutis- 
simi, quasi indecifrabili, credo utile di farla conoscere, perchè notevo- 
lissimo documento del modo come fin da quei lontani anni si presen- 



ti Il Damerini lo fa veneziano (op. cit., pag. 29U il Cervellini (pag. 69) ne storpia persino il nome e 
lo ignora del tutto. Eppure si tratta d'uno dei più intelligenti editori nostri del primo Ottocento, assai bene- 
merito, non foss'altro, degli studi danteschi e petrarcheschi. Aveva iniziato la sua attività come semplice ti- 
pografo del Bettoni a Brescia ; nel 1812 lo troviamo a Padova a dirigere una oliale del celebre editore bresciano: 
dal 1818 al 1838 fu direttore della tipografia della Minerva, che, fondata da una società, aveva assorbita anche 
la bettoniana. Nel '38 lasciava la Minervaper fondare un'altra tipografia con Francesco Cartallier, della quale 
nel '43 divenne unico proprietario. Mori nel 1860. 

(2) Damerini, op. cit., pag. 21 (lett. 9 nov. 1826). 



14 

tava al Tommaseo il problema lessicale, del metodo razionale ch'egli 
già vedeva necessario nel trattare e disporre le accezioni dei vocaboli, 
metodo ch'egli userà più tardi in modo insuperato nel suo grande 
vocabolario. 

Milano, gennaio 1827. 

Caro Carrer. E l'amore dell'arte e l'amor proprio mi spingono a darti un 
saggio del come amere'io compilato il novello vocabolario, acciocché, se non del- 
l'opera mia, tu ti serva, ove puoi, del mio metodo. E perché le regole astratte 
non danno la vera idea di siffatti lavori, prendo il Dizionario di Bologna (1) e 
correggo così. Scrivo in fretta : non meraviglia se male. 

A. Lascerei l'erudizione di Prisciano, che nulla ha da fare con noi, e la ra- 
gion del primato dell'.-i : noterei solo le due profferenze diverse A lui. Ah ribaldo. 
Lascerei quell'inetto proverbio del Lasca, che non è della lingua. Lascerei la pro- 
nuncia della segnacaso, perché della pronuncia s'è detto già sopra. Lascerei l'os- 
servazione ortografica degli antichi. Lascerei un de' tre esempi dell'a per ai e 
ci sostituirei un poetico. Lascerei la regola della pronuncia, ripetuta ancora sotto 
l'articolo di a preposizione. Lascerei l'esempio del Nov. ant., eh' è turpe, e ce ne 
apporrei uno poetico. Lascerei il parag. II, che c'è sotto ì'ad. Rifonderei il par. Ili 
negli altri paragrafi, a cui quegli esempi appartengono in ordine logico. Non 
esplicherei gli usi della con quelli dell'art" o dell'i» dei latini, ch'è un nulla dire. 
Ecco come disporrei tutto il resto. 

I. A preposizione, indica direzione propria o traslata di persona o di cosa 
a cosa o a persona {seguono esempi) (2). 

II. A da direzione viene a indicare fine e movente della direzione, cioè 
ragione. 

III. Perché la direzione fisicamente intesa suppone l'idea del luogo, Va 
riferiscesi a luogo esclusivamente e vale in, sopra. 

IV. La direzione dal luogo trasportasi al tempo, che considerato come 
spazio ha de' lati comuni all'idea di luogo. 

V. La direzione in senso figurato richiama l'idea di mezzo, e questa l'idea 
di modo e di condizione. Onde A ha nuovi sensi. 

VI. L'A indicante idea di luogo, e poi di distanza, viene in senso figurato 
a indicar differenza unito al da e solo comparazione. 

VII. L'idea di numero è legata con quella di moto e di tempo. 

Usi 

I. A segno del terzo caso, per la confusione dell'ad con l'a latino ablativo, 
si fa segno del sesto. 

IL A segnacaso fra sé e il nome riceve il di. (« Io non sono usa a di queste 
nottolate»). 

III. Riferendosi a verbo infinito che faccia vece di sostantivo, fra se e 
lui riceve altra voce. («Mi provocò a compassione e a con lui piangere»). 

IV. Talvolta si unisce con l'art, del e anche degli (Al fallo della donna 
provare ») . 

Tu vedi ch'io distruggo le inette divisioni della per contro, con, sotto, perche 
a vuol dire sempre a, e le sue vere distinzioni riduconsi alle notate qui sopra. 
Converrebbe suddividerle per chiarezza, ma tu vedi ormai che così disposti i sensi 
per ordine logico, la suddivisione è ben facile. Ecco poi alcune aggiunte da porre 
a suo luogo o in articoli separati : 



(it Dizionario delia lingua italiana. Bologna, 1819-1826. 

(2) Per brevità sopprimo i numerosissimi esempi riferiti dal T.. iu gran parte nuovi. Non si dimen- 
tichi che già allora egli aveva fatto grandi progressi negli studi linguistici. Da una lettera inedita al Mari- 
novieh (19 die.) sappiamo ch'egli preparava diecimila aggiunte alla Crusca, e nel Ricoglitore (marzo 1826) tro- 
vasi Capitolo CUI Ut un'opera incominciata a scriversi dal suo autore prima della Proposta del cai. Murili. 
ma da non pubblicarsi se non l'anno cinquantesimo del sec. XIX, scritto dato anonimo, ma indubbiamente 
del 1. 



15 

1. Al parag. VII, Dante, Purg, .? : Come le pecorelle escori dal chiuso, A 
una, a due, a tre. 

II. A modo imprecativo : Dante, Inf. VII : Tutti gridavano : A Fdippo 
Argenti ! Come dicesi : Al ladro ! al ladro ! Al cane, al cane ! al lepre ! al lepre ! 

III. Al par. II, in alcuna suddivisione, a omette il verbo che ci si sottin- 
tende. Dante, Ini". X : A ciò non fui io sol (a far ciò). 

IV. In una suddivisione del par. I, a per di. Dante, Inf. XVIII : Questi 
malnati, a' quali ancor non vedesti la faccia. 

V. Al par. VII, in una suddivisione : Inf. XXXI : Qual pare a riguardar 
la Garisenda ; XXXIV : La sinistra a veder era tal quali ; Purg. XIX : Tanto 
son di piacere a sentir piena. 

Così vorrei rinnovato il dizionario. Eccoti in confuso alcune aggiunte all' Ab : 
i. Abituato col di. (Dante, Conv., 28 : Uno abituato di latino). 

2. Abbondanza per fertilità (Cr., 1, 5: Per ragione dell'abbondanza de' campi). 

3. Abbondare : esser fertile (Cr. 2, 17 : Le radici delle piante faccia 
abbondare). 

4. Abortire, non ha esempio (Sann., Are, 78 : Le pecore si abortiscono). 

5. Abbondevole, coli' in. (Cr., 2, 17: Abbondevole in frutti). 

6. Abbracciare, parlando di cose (Purg., IV, Abbracciava le ginocchie). 

7. Abbandonare, in senso morale (Purg., XVII, Amor che ad esso s'ab- 
bandona). 

8. Abeto, non ha esempio (Cr., 5, 2 : Un conio di abeto si ficchi). 

9. Abbondevole per fecondo. (Cr., 5, 14 : Diventerà il detto arbore più 
abbondevole) . 

io. Abete (Cr., 5, 31 : L'abete che volgarmente si chiama piella). 

Ben intendo che da questo misero saggio non puoi far ragione del resto ; 
pur segui. Eccoti saggio d'altre correzioni : 

Le frasi a babboccio, a bacchetta io non farei che citarle, rimandando alle voci 
babboccio, bacchetta. Lascerei un esempio di a bacio. Correggerei la spiegazione 
dell'fl bada, che non è a tedio. Leverei Va baldanza, che non è frase. Correggerei 
quel rimando dell 'a balle che rimanda a barella. Metterei nel dizionario della 
lingua morta a bambera. Leverei Va bandita, ch'è oscuro e non degno di nota. 
Leverei il terzo esempio dell'afe antico. Torrei a barba spinacciata, che non vale. 
Leverei a baratto, a banco, che non son frasi. All'articolo tenere a bada leverei il 
latino remoravi, ch'è inutile ; così allo stare a bada il moravi. Così all' abbadessa 
l'antistita, che non è proprio. Così all'afe antico l'olim ; così all'a barella il latino 
large ; così alla bastanza il suocere. Porrei una spiegazione latina al parag. I di 
abate, e leverei il clericus alla voce abatino. 

Quanto alle definizioni e alle etimologie molto avrei a dire, che ometto. 
Scrivimi, e credimi sempre il tuo Tommaseo. 

PS. Scrivi se sia a Padova Filippi : dirigi in casa Ponti, n. 2224. 

Che dizionario sarebbe uscito da una revisione così radicale si può 
ben immaginare. Ma le intenzioni dei compilatori padovani, come già 
il Carrer aveva fatto comprendere nella lettera precedente e ribadirà 
in quella qui sotto riferita, e come onestamente poco dopo confessava 
nell'Avvertenza ai lettori, erano assai più modeste. Essi non si nascon- 
devano « il moltissimo che restava a farsi, chi voglia dare all' Italia un 
dizionario abbastanza copioso e scelto ad un'ora », e confessavano il 
« pochissimo lavoro » da essi « tentato », ad agevolare l'opera ad altri. 
Per allora dunque non c'era proprio nulla da fare: questo in fondo 
lasciava capire il Carrer al Tommaseo, animato d'intenzioni così 
rivoluzionarie. 

Padova, 19 gennaio 1827 

Caro Tommaseo. Ho letto con molto piacere, sebbene a fatica per la minu- 
tezza ed imperfezione della scrittura, la tua lettera. Il metodo da te proposto 



i6 

pel rifacimento del Dizionario mi pare, s'io ne so nulla di questo argomento, accet- 
tabile da chiunque voglia far opera buona. Ma non so se tu sappia che in Padova, 
lungi dal rifare il Dizionario della Crusca, non si fa che ristamparlo, aggiungendo 
per altro quel più di voci e maniere del dire, che si sono potute raccogliere da di- 
verse parti. A qual proposito ? dirai tu. Perché fino a tanto che non sorga un uomo 
provveduto dell'ingegno e di tutte le comodità che si richieggono per rifare la 
Crusca, questo nostro, dico quasi, repertorio di vocaboli e frasi giovi gli studiosi, 
e porga fors'anche raccolti in gran parte que' materiali che occorreranno a quel 
tale uomo provveduto d'ingegno e di tutte le necessarie comodità pel rifacimento 
della Crusca. So benissimo che più nobile e util lavoro è quello che tu proponi : 
ma fatto sta ch'io non mi sento capace di tanto, e contentandomi di quello che 
mi è comandato da questi signori tipografi, tiro innanzi così alla meglio. Ho per 
compagno nell'impresa l'abb. Federici che, lasciamo stare la dottrina che in lui 
non è poca, sebbene non ne faccia mostra, è la più gentile ed onesta persona ch'io 
m'abbia conosciuto. Ecco come cammina quest'opera. Se io mi trovassi teco in 
una stessa città, vorrei che di conserva tentassimo la stampa d'un dizionario, a 
così dire, epilogato, che mi va per la fantasia da molto tempo. Ma poiché altri- 
menti la fortuna dispone, è forza l'acconciarvisi. Il Filippi fu da me veduto giorni 
sono qui in Padova ; di lui non posso darti più minute notizie, perché rare volte 
il veggo. Cavami una curiosità. Certo articolo stampato nell'Antologia di Firenze 
sopra le Notizie della Commedia italiana, da me stampate due anni fa, è fattura 
tua ? Io quasi l'ho sospettato. Se ciò fosse, ti rendo grazie, essendoti discostato 
dal costume de' critici che non sanno se non radere a sangue o versar l'incenso 
a manate. Di molte osservazioni farò profitto per una ristampa, altre mi servi- 
ranno di guida per dar maggior chiarezza a certi luoghi dell'opera, che m'accorsi 
non aver espressi bastantemente. Forse avrò a scriverti in breve sopra certo argo- 
mento letterario che non dovrebbe spiacerti. Ti rinnovo i miei ringraziamenti 
per le osservazioni che mi hai mandato. Comandami in qualche cosa, se vuoi 
mostrare che veramente mi credi il tuo affezionatissimo Carrer. 

Sennonché le acque s'intorbidarono ancora. Anche qui il carteg- 
gio incompleto ci costringe a lavorare d'ipotesi, ma forse non lontani 
dalla verità. Si convinse il Tommaseo, non sappiamo come, che il dono 
del Segneri non provenisse dal Carrer, il quale avesse perciò avvalorata 
la supposizione di lui, in certo qual modo ingannandolo. Di qui il 
brusco messaggio : «Una spiegazione ancora, e sia l'ultima» (i), in cui 
il Carrer veniva accusato di mendacio. Parole grosse, come si vede, 
per un motivo assai frivolo : ma non è azzardato, penso, supporre che, 
senza il fin de non recevoir avutosi per la collaborazione al dizionario 
abilmente messa innanzi, il Tommaseo non si sarebbe mostrato sospet- 
toso e permaloso a tal punto. Il Carrer, naturalmente, non poteva lasciar 
correre, e rispose con questa lettera serena e dignitosa, nella quale non 
si può che cogliere la voce della sincerità e del buon senso. 

Padova, 5 marzo 1827. 

Caro Tommaseo. Se il fatto stesse come lo scritto, tu avresti motivo di la- 
gnarti di me. Ma la cosa è tutt'altra. La copia del Segneri, te lo ripeto, ti venne 
da me ; non la ho accompagnata con un mio scritto, perchè io non sapeva con qual 
disposizione d'animo l'avresti tu ricevuto. Il sig. Sicca, editore di quell'opera, è 
a parte di questo fatto. Se chi ti consegnava la copia ti fece parola d'altri, ha 
errato, e ti do piena facoltà di mostrare ad esso questa mia. Tanto ti basterà, 
credo, e se non ti bastasse, spingi a qualunque segno le tue ricerche ; ch'io non 
me ne avrò a male, essendo sempre tutte ottime le vie che si tengono per cono- 



li) Damerini, op. cit, pag. 22 (lett. 2 marzo 1827). 



17 

scere la verità. Quanto all'articolo dell'Antologia, io non sapeva che fosse tuo, 
se non quando il lessi, e mi parve di travedere in esso l'anima tua calda ed 
aperta. E noi lessi che propriamente lo scorso dicembre : qui a Padova tutto va 
col passo della lumaca. In qualche tua opinione avrei a ripigliare qualche cosa, 
e il farò forse ristampando quel libro. Quanto al dizionario, fai male a chiamarlo 
mio. Come posso dir mio un dizionario, nel quale non c'è altro di mio che la fa- 
tica di accozzar insieme molti altri articoli tolti qua e colà in altri libri, per averne 
un tutto piuttosto copioso che perfetto ? E questa stessa fatica, come ti scrissi, 
io la parto per metà con l'abb. Federici (i). Ti prego a non chiamarmi più autore 
di quell'opera. Conservati sano, e sii più lento a giudicare di chi non sa ingannarti. 
Il tuo Carrer. 

Dopo questa lettera ripiombiamo nel silenzio, che dura oltre due 
anni. È ancora il Tommaseo a riallacciare : ci manca la sua lettera, ma 
da quella del Carrer, indirizzata a Sebenico e qui sotto riferita, appare 
chiaro che, pensando il Dalmata alla creazione d'un giornale (sogno da 
lungo tempo accarezzato) (2), fra i collaboratori desiderava anche il 
Carrer, al quale, però, nella lettera sembra non risparmiasse qualche 
sfogo di permalosità. 

Padova, 13 agosto 1829. 

Mio caro Tommaseo. Ti compiego la lettera del Paravia da te desiderata. 
Mi duole che tu pensassi aver io bisogno di chi mi porgesse occasione di scri- 
verti. Forse che per esser tu lontano ti pregerò ed amerò meno di quello facessi 
avendo teco comune la città ? Non aggiungo parole sul proposito, perché non 
sembrasse lettera d'etichetta questa che dev'essere tutta cuore. Le tue Osser- 
vazioni (3) levarono gran rumore : tu sai il mio pensare in questo genere di scrit- 
ture. Che vuoi ? Io amerei vederti amato e stimato, come puoi essere, anziché 
stimato e temuto. Io non intendo farti addosso il pedante. Io di buon animo mi 
associerò teco nell'impresa del giornale, per quanto il comporteranno le facoltà 
del mio ingegno. Il farlo quotidiano anziché trimestre parmi risponda benissimo 
all'indole del nostro secolo sonnacchioso, che vuole frequenti e reiterati richiami 
per aprir gli occhi. Mi consola il pensare che la morale sia il fine che ti proponi 
di raggiungere colla trattazione dei vari articoli. Ah sì ! la vita passa, la fama 
s'irrugginisce, e non ne accompagna oltre il sepolcro che quel poco di bene, che 
avremo fatto quaggiù. Bondì, caro Tommaseo. Placa quel tuo terribile sentimento 
d'indignazione. Ed ama il tuo Carrer. 

Nessuna ulteriore notizia abbiamo del vagheggiato giornale : assai 
probabilmente il Tommaseo rinunciò all'impresa ancor prima di con- 
cretarla ; e ridisceso a Firenze, continuò la collaborazione all'Antologia. 
Ma ritornandosene nuovamente in Dalmazia nell'estate del '31, s'in- 
contrò a Padova col Carrer, il quale così ne informava il suo amico 
Benassù Montanari, che doveva ospitarlo : 

Porterò meco due lettere del Pindemonte al Foscolo, che ho trascritte a tal 
fine, da un gran numero di lettere similmente al Foscolo scritte da' vari letterati 
del nostro tempo. Così pure potrò narrarti un curioso pettegolezzo toccante 
l'Odissea. Tuttociò potei avere e sapere dal Tommaseo, che passò di qua per due 
giorni, venne a trovarmi, e mi si è mostrato più che mai amico e confidente. Parmi 
che l'acre suo umore si sia mitigato, e senza scapito della forza e indipendenza 
de' suoi principii, abbia acquistato qualche cosa di più pieghevole e moderato (4). 



(1) Una necrologia di lui, stesa dal Carrer, è in Gondoliere, 21 maggio 1842. 

(2) Cfr. Memorie poetiche, ediz. cit., pag. 282 e sgg. 

(3) Pare si accenni alle ricordate Osservazioni sopra le lettere critiche di G. Barbieri. 

(4) Lett. 29 luglio 1831. Le lettere del C. al Montanari esistono in copia al Museo Correr (PD. 602). 

a. cxxxin - v. 129 



i8 

A Venezia, prima di partire per la Dalmazia, il Tommaseo lasciava 
pel Carrer una lettera, nella quale gli proponeva di collaborare all'ai w- 
tologia, interessandosene egli (come fece) presso il Vieusseux, e di tra- 
sferirsi a Firenze. Poi, da Sebenico, in una lunga lettera gli parlava 
d'una raccolta di scrittori vagheggiata col Paravia, alla quale associarlo 
come terzo collaboratore, e della quale esponeva ampiamente i criteri : 
se ne sarebbe riparlato al suo imminente ritorno a Venezia (i). Ma la 
lettera giunse troppo tardi, sicché l'incontro non ebbe luogo, essen- 
dosi frattanto il Carrer recato dal Montanari ad Illasi, come appare 
dalla seguente lettera : 

Illasi, 28 ottobre 1831. 

Mio caro Tommaseo, Ricevetti una tua scrittami da Sebenico, una seconda 
da Venezia e recatami dal Battaglia, ambedue in tempo che, secondo i miei conti, 
dovevi essere in viaggio per Firenze, e finalmente una terza che mi ti annunzia 
quivi arrivato, e a me consegnata solamente ier sera, quantunque porti la data 
dell'otto corrente. Il disegno dell'opera scrittomi da Sebenico mi par opportuno 
e per molti titoli nuovo, ma per parlartene con maggior fondamento aspetto di 
esser tornato a Padova, dove sarò fra una settimana, e di là fatta una gita a 
Venezia di alcuni giorni. Presentemente non potrei dirtene che cose assai vaghe, 
e per questo, non per altro motivo, indugiava a risponderti. Il Paravia mi fece 
dire di avermi comunicato per lettera un certo suo progetto, ma io non ricevetti 
mai quella lettera ; mi parrebbe tuttavia che devesse essere il progetto medesimo 
che mi venne da te riferito ; in voce ne saprò qualche cosa dal Paravia stesso, e 
te ne scriverò distesamente. Quanto all'articolo del Mutinelli, (2) io sono dispostis- 
simo a farlo, e lo avrei fatto a quest'ora ; ma qui mi trovo mancante, oltre che del- 
l'opera stessa, anche di qualche altro libro che mi sarebbe necessario di consul- 
tare. Appena fatto te lo spedirò, e dato ch'esso debba riuscirmi assai corto, ve 
n'aggiungerò forse un altro, sopra un discorso che deve a quest'ora esser venuto 
in luce, toccante la filosofia kantiana e de' suoi seguaci. All'Aglaia (3) ripeterò 
a puntino tutto quello che mi scrivi per essa. Avrei desiderato di trovare nell'ul- 
tima tua qualche cenno della tua salute, ma io voglio qui giovarmi di quel pro- 
verbio che dice : nessuna nuova, buona nuova. Perchè tu non facessi lo stesso sul 
mio conto, e restassi ingannato, ti dirò che in questo autunno non ho potuto 
vivere quattro giorni senza un qualche fastidio : ma questo, senza le cagioni che 
ti ho esposte più sopra, non mi avrebbe impedito dall' intrattenermi con chi tanto 
amo. Né la mia salute, dovesse pur peggiorare, m'impedirà nell'avvenire di aver 
teco quella maggior frequenza di lettere che ti sarà conceduto da' tuoi studi, e 
dalle tue noie, dacché tu pure hai le tue. Sono sicuro che la tua vicinanza molto 
scemerebbe di quel malumore che mi consuma, se poche parole da te dettemi 
nella locanda al Santo, l'ultima sera che ci siamo veduti, giovarono a tenermi 
desto fuori dell'ordinario per alcuni giorni. Credo di conoscere il tuo cuore, e però 
non mi fo scrupolo di tenerti questi discorsi , che mi farebbero ridicolo a molti. 
Ricordati di me, che sono con tutta l'anima il tuo Carrer. 

Ritornato dalla breve villeggiatura, il Carrer non poneva tempo 
in mezzo ad occuparsi della proposta collezione presso editori padovani 
e veneziani. Ecco come, qualche mese dopo, informavane a Firenze il 
dalmata : 



(1) Damerini, op.cit., pag. 24-28. 

(2) Sull'opera Del costume veneziano sino al secolo XVII (Venezia, 18131) di Fabio Mutinelli il Carrer 
aveva promesso di parlare nell'/l ntologia, ma poi non ne fece nulla. Onde il T., che n'era pure stato sol- 
lecitato, ma non aveva scritto, parendogli •< scortesia prevenire 1 il Carrer, ne parlò nel fascicolo di agosto 
1832. 

(3) Angelica Montanari Veronese, in Arcadia Aglaia Anassilide, che abitava allora a Padova 



19 

Padova, 21 gennaio 1832. 

Mio caro Tommaseo. Posso finalmente scriverti con qualche precisione circa 
il nostro progetto. Ho condotte per ben due mesi trattative con l'Antonelli (1), 
il quale terminò con dirmi che la folla degli affari in cui trovavasi immerso, e 
il prossimo viaggio che stava per imprendere, lo impedivano di darmi una subita 
risposta : che del resto il progetto piacevagli, e le condizioni da me proposte non 
essere tali ch'egli se ne ritraesse. Io gli aveva offerto per parte nostra 300 firme 
di soci solventi, l'obbligo di fornirgli dodici volumi l'anno per la stampa, e richie- 
deva ad esso il compenso di 200 lire austriache per volume, da essere partito tra 
noi tre e il sig. A. Sicca, che avrebbe atteso alla correzione. Or, vedendo io che 
l'Antonelli, come ti diceva, non può darmi una risposta così pronta come avrei 
voluto, ho pensato far sì che la cosa pigliasse le mosse per altra parte : mi spiego. 
Ho pensato di pubblicare il manifesto d'associazione, e col sussidio di persone 
che mi affidino di soccorrermi all'uopo, tentare l'impresa coi tipi della Minerva. 
Subito dunque che da noi siensi raccolte 300 firme di soci, 100 per ciascheduno 
di noi, io darò mano alla stampa, disposto a prender tutto sopra di me questo 
negozio per ciò che si riferisce alla parte commerciale, e non dubitando che non 
ne debba uscire per tutti noi una utilità certamente discreta, e forse meglio. 

Veniamo ora a ciò che importa moltissimo, cioè alla compilazione del ma- 
nifesto, ch'è quanto dire al disegno dell'opera. Mia intenzione sarebbe che corresse 
il noto titolo : Fiore di lingua e di letteratura italiana ; e che all'intera opera si 
anteponessero due discorsi, uno sulla lingua e un altro sulla letteratura italiana 
in generale (questi potrebbero pubblicarsi anche dopo la stampa di molti volumi). 
Quanto all'ordine della scelta, il Paravia crederebbe di dividere l'opera per secoli, 
io per materie ; ma in questo proposito non ho veruna difficoltà ad acconciarmi 
al parere dell'amico : forse, posti i discorsi preliminari e l'intedimento nostro di 
presentare quasi in gran quadro la storia letteraria d' Italia, la divisione per secoli 
è più conveniente. Come abbiamo in voce stabilito, o mi sembra, di alcuni scrittori 
si darebbero l'opere per intero, degli altri per estratti, con riferirne i passi più 
notabili. Le traduzioni rimarrebbero escluse, tolto che contenessero in se qualche 
singolare motivo ad essere ammesse. Di ciaschedun autore si darebbe una succinta 
vita, e, quando fosse domandato dalla ragione, un discorso sull'opere di lui e sul 
carattere ad esse particolare. Circa all'opere, si sceglierebbero sempre le più cor- 
rette edizioni, e si fornirebbero, occorrendo, degli opportuni commenti. La nostra 
scelta non si limiterebbe a soli gli scrittori di stile immacolato, ma quegli ancora 
comprenderebbe che a discreta perizia nello scrivere congiungono qualche novità 
e utilità di pensamenti. Né pure si limiterebbe agli scrittori di amene lettere, ma 
a tutte quell'opere anche di argomento scientifico, nelle quali il discorso prevale 
al calcolo e non domandano mai una speciale cognizione di certe dottrine ad essere 
intese. Né, perché sian tre i compilatori, vi avrà discrepanza di giudizio, almeno 
nella somma delle cose, essendo tuttavia ogni volume notato del nome di quello 
che in esso ci pose il proprio lavoro. Ecco press'a poco le tracce del manifesto e 
dell'opera. In esso manifesto devono apparire tutti tre i nostri nomi ; io poi, in 
altra parte, m'intitolerò editore e proprietario dell'opera (con vostra licenza), 
per poter liberamente operare colla censura e colla tipografia. Se dunque vuoi 
scrivere questo manifesto tu, io sono più che contento, e soscrivo ad esso prima 
di vederlo ; se ciò ti desse noia, rispondimi, notando tutto quello che ti sembra 
che io dovessi aggiungere o levare. Col Paravia, che non m'è discosto più di ven- 
ticinque miglia (potessi dir di te il somigliante !) m'intenderò per voce. Ben vedi 
che io vorrei che la cosa camminasse con discreta sollecitudine, e che non mi 
manca il coraggio a mettermi in un mare piuttosto vasto. Attendo una tua 
risposta, e in questa oltre alle cose relative al manifesto dimmi anche come in- 
tenderesti di procedere nella compilazione, quali autori o qual secolo piglieresti 
per te, e donde ti sembrerebbe ben fatto incominciare. Parmi che potesse tornar 
utile il pubblicar l'opera a balzi, senza tenersi stretti all'ordine de' tempi o degli 
autori ; e, come mi scrivesti, forse gioverebbe uscir fuori con opere del secolo 
XVIII o XVII, e fors'anco XIX. Ecco tutto. Stampati i manifesti, de' quali 



(1) Il più importante editore veneziano dell'epoca. 



20 

intendo tirarne per ora almeno mille, dimmi come io te li possa far giungere più 
economicamente. Devo anche soggiugnerti che i volumi avranno la forma di 
ottavo, e costeranno circa tre lire e mezza italiane per ciascheduno, comprendendo 
circa fogli venti di stampa. Finito il discorso del progetto, ti ringrazio, mio caro 
Tommaseo, de' buohi uffizi da te fatti per mio conto al Yieusseux, e da' quali 
riconosco l'offerta che da esso mi vien fatta di scrivere pel giornale (i). Ho indu- 
giato a rispondergli, perché voleva rispondere a te pure in un solo tempo, come 
ho fatto. Godo di tutto cuore che la tua salute sia buona, ma vorrei ciò vedere 
co' miei propri occhi, perché ciò sarebbe di gran giovamento alla mia, della quale 
non so peraltro tutt'affatto lagnarmi. Ho pressoché compiuta la carta, ed avrei 
varie cosette a dirti, per esempio di una ristampa de' miei versi (2), nella quale 
ci hai tu pure un poco di colpa per quel bene che ne hai detto in codesta A lito- 
logia. Mi furono domandati offrendomi un qualche guadagno, ed io cessi, e ti assi- 
curo, più assai che con animo di autore, con animo di marito e di padre. Ho giu- 
dicato tuo l'articolo dell'Antologia, oltre che per lo stile e per l'indole delle vedute, 
per una certa squisitezza di lode che non può venire salvo che dall'amico. 

Te ne ringrazio, mio caro Tommaseo, né so dissimularti il piacere che mi 
fece il vedermi da te lodato. Vorrei anche dirti di una traduzione del Rodolfo 
del Pyrker (3), nella quale mi son messo per commissione della pubblica benefi- 
cenza di Venezia ; ma spero che avremo luogo a parlarne con maggior agio, es- 
sendo che parmi dovranno correre fra noi non poche proposte e risposte in breve 
tempo. Bondì intanto, e sii quanto più puoi sollecito nel darmi tue nuove. Il tuo 
Carrer. 

Nella risposta il Tommaseo approvava i criteri dell'impresa e, 
con qualche osservazione, gli inviava un « manifesto » da lui preparato 
due anni innanzi per un libraio francese. In una lettera precedente, 
accennando a questo disegno, diceva di non averlo effettuato per « gli 
inconvenienti della lontananza, la conosciuta impossibilità di supplire 
lui solo ad ogni cosa, e la poca esattezza del libraio nel sodisfare i patti 
fissati » ; qui invece l'abbandono dell'impresa viene attribuito alla rivo- 
luzione del luglio. Si rallegrava anche della prossima ristampa delle 
poesie, non così della versione che il Carrer conduceva del Rodolfo, 
essendo egli « nato a grandi cose » (4). Già poco prima, parlando nel- 
1' Antologia dei versi del Carrer, ne faceva «lode sincera e liberissima 
e piena », e riconosceva aver egli « una via bella e splendida aperta 
dinanzi a sé ». E concludeva : « La percorra. Consacri il canto non solo 
agli affetti individuali dell'anima sua, che non possono trovare un' eco 
in tanti cuori preoccupati da gravi cure, da passioni politiche, da su- 
blimi interessi : lo consacri alle ragioni universali della verità, della 
patria della religione, e si avrà in ricompensa, noi possiamo augurar- 
glielo, quella popolarità ch'egli è degno di ambire. Uscir di se medesimo, 
e parlare al maggior numero possibile di uomini, egli è il più dolce, il 



(1) La lettera del Vieussetix in Damerini, op. cit., pag. 31. Il C. perù non scrisse mai nell'Antologia. 

(2) Padova, tipografia della Minerva, 1832. 

(3) Esiste nelle carte del Carrer questa versione, che non andò oltre il secondo canto. Non si dimentichi 
che del Pyrker, patriarca di Venezia, il T. aveva tradotto dei canti della / unisiade. 

(4) Damerini, op. cit., pag. 26-30. Non sono riuscito a trovare, non che il manifesto, 111.1 nessun' altra 
notizia nei riguardi di esso e del tipografo parigino. Probabilmente dovette trattarsi del Baudry, ed alla fac- 
cenda deve riferirsi la notizia comunicata dal Paravia in una lettera il Monico del '37 (Cervellini, op. cit. 
t,<,) : Tommaseo ha un'offerta di stabilirsi a Parigi con onorevolissime condizioni, ma non so se l'accetterà 
Sui criteri del manifesto non è azzardato pensare fossero questi esposti (1830) al Paravia, • lo pensavo una 
storia della letteratura con documenti : un'antologia grande e badiale, che riassumesse le vicende storiche della 
letteratura e facesse d'una storia le veci. Brevissime le vite degli autori, brevi giudizi sul merito e sui difetti : 
poi i tratti si i-Iti. 1011 .111. disi e con noterelle. Checchi- si.! del mio progetto. , h'm non so s'io avrò mai il tempo 
o i mezzi di porre ad esecuzione... (ibid., 70). 



21 

più proficuo, il più sacro dovere e del buon poeta e d'ogni vero scrit- 
« tore ». Né linguaggio diverso egli tenne l'anno dopo, riparlando, sem- 
pre neh" Antologia, della seconda edizione di quelle poesie (i). 

Ma, per tornare alla vagheggiata raccolta di classici, il Carrer, 
non avuta risposta, (la lettera suindicata dovette giungere con molto 
ritardo) così scriveva : 

Padova, 18 febbraio 1832. 

Mio caro Tommaseo. Io non so che strano accidente abbia fatto sì che non 
ricevessi una lunga lettera, la quale da ben un mese ti scrissi, e mandai rivolta 
in un'altra diretta a codesto gentilissimo sig. Vieusseux. Dico che tu non la rice- 
vessi, perché parmi che non l'avresti lasciata senza risposta. Mi vegs;o intanto 
capitar per la posta il prospetto dell'opera da noi divisata, e della quale nella 
suddetta mia io ti scriveva molto distesamente. Pensai che una lettera fosse per 
tener dietro al prospetto. Nulla di tutto questo. Come va la faccenda ? Vengo 
dunque con questa seconda a pregarti di far diligente ricerca alla posta per rin- 
venire quel mio primo scritto, e di darmi quanto puoi più presto una qualche 
notizia. A vedere se la cosa mi riesce meglio dell'altra volta, altero l'ordine da me 
tenuto, ed acchiudo la lettera pel Vieusseux nella tua. In essa lettera ti ringra- 
ziava anche di un articolo che suppongo tuo, e ti parlava di qualche altra mia 
coserella. Io spero che avrò in breve tuoi scritti : ricevi intanto i miei saluti più 
affettuosi, e credimi di tutto cuore il tuo Carrer. 

Contemporaneamente il Tommaseo lagnavasi d'esser lasciato senza 
riscontro, ed insisteva sulla raccolta, ponendo innanzi il nome del Cen- 
tofanti come terzo collaboratore, ove il Paravia non se ne potesse 
occupare (2). Ma era destino che pure quest'impresa, la quale, dati 
i promotori, avrebbe avuto un'importanza di prim'ordine, fallisse. 
D'improvviso nel carteggio non si fa più parola di essa. Incontrò il 
Carrer gravi difficoltà presso gli editori ? Può darsi. Non è del resto 
da dimenticare che proprio in quello stesso anno la tipografìa della 
Minerva, con la quale il Carrer aveva ancora rapporti, iniziava, con 
più modeste intenzioni, una Scelta biblioteca letteraria, a cui abbiamo 
ragione di credere lavorasse anche il Carrer (3). Nelle due lettere che 
seguono si ritorna assai vagamente sulla cosa, con tanta incertezza da 
mostrare che ormai non ci si pensava più (4). 

Venezia, 27 aprile 1832. 

Mio caro Tommaseo. Tipaldo fa luogo a queste mie quattro righe in una 
sua. So di esserti debitore di risposta da molto tempo ; ma era tal risposta che 
domandava appunto non poco tempo. E così pure al Vieusseux, al quale spero 
aver trovati i fogli del Forcellini che desiderava. Egli mi crederà poco meno che 
morto, e davvero una prostrazione d'animo e d'intelletto poco dissimile dalla morte 
si era di me impadronita. Mi pare di riavermi, e manderò fra non molto qualche 
cosa per l'Antologia, essendo contentissimo de' patti propostimi dal bravo ed 
onesto Direttore. Addio intanto. Perdonami la mia pigrizia e credimi per sempre 
il tuo Carrer. 

PS. Aspetto un'opportunità per farti avere il mio libro di versi. 



(1) «Antologia», agosto 1831 e agosto 1832. I due articoli poi fuse nel Dizionario estetico. 

(2) Damerini, op. cit., pag. 32. 

(3) Continuò a tutto il 1834 e ne uscirono diciannove volumetti. 

(4) Scriveva il Carrer al Paravia (da Padova, 3 apr. '32) : « Vengo al nostro progetto. II Tommaseo me ne 
scrisse, io gli scrissi di nuovo ; ma finora non si è dato ancora termine alla cosa ; bensì parmi di avere accon- 
ciato l'affare per guisa che, anche senza aver ricorso ad estranee persone, la nostra impresa camminerà ardita- 
mente. Entro venti giorni io mi porterò costà, ed in voce vi racconterò i particolari sul nostro disegno ». Ma 
evidentemente nulla si conchiuse. 



22 

Venezia, io dicembre 1832. 

Mio carissimo Tommaseo. Consegno al nostro Tipaldo queste due righe per- 
ché te le mandi compiegate in qualche sua lettera. Ti ringrazio di ciò che hai 
scritto intorno ai miei versi nell'Antologia, e ti prego a volermi, quando hai tempo, 
notare i luoghi dell'Inno alla terra, che ti piacerebbero o tolti o mutati. Penso a 
comporre cinque altri componimenti di quel tenore, e il tuo giudizio mi sarà 
norma rispettabile, cosi nel correggere il vecchio come nel dettare i nuovi. Se 
non cercassi che lode, mi contenterei del tuo cortesissimo articolo ; ma desidero, 
per quanto saprò, migliorare il disegno e il colore de' miei quadri. Spero che vor- 
rai farmi questo favore. Dal Tipaldo ricevo frequenti tue notizie, e questo m'è 
vero piacere. Possa tu tanto essere sano e felice sopra la condizione nostra miser- 
rima, quanto avanzi presso che tutti i giovani da me conosciuti per altezza d'in- 
gegno e per bontà di cuore. Credimi con pienissimo e vero affetto il tuo Carrer. 

Rispose il Tommaseo parlando a lungo dell' Inno alla Terra, ed 
esponendo le sue idee sulla poesia (1). Quanto cammino aveva egli per- 
corso dagli anni dei primi esperimenti poetici ! Proprio allora egli attra- 
versava uno dei momenti più felici e fecondi d'ispirazione. In questi 
mesi aveva intrapreso un viaggio nel Pistoiese, a Pisa, a Livorno, Siena, 
Pescia, Lucca, viaggio ricco per lui di fresche impressioni (2). E da 
Pistoia appunto inviava al Carrer dei versi ivi composti, indubbiamente 
quelli che, col titolo La vita e la morte, Lucca, Febbraio 1833, apparvero 
dapprima nelle parigine Confessioni e ritrovansi profondamente mutati 
nelle Poesie. 

Pistoia, 26 (febbraio 1833) 

Ti mando questi versi, se versi pur sono, incorretti, per far più presto. Li 
schiccherai iersera a Lucca in quattr'ore. Fresco dalla scrittura poetica, non 
saprei limarli, né so discernere se siino abili o pessimi ; e, credi, li intendo come 
fosse sanscrito. 

Firenze, 27. 

La lettera incominciata a Pistoia finisco a Firenze per pregarti che tu faccia 
le parti del vero amico ; e, se ti par cosa da farmi disonore, da doni alla luce... 
del fuoco. Ma forse sarà troppo tardi : e meglio così. Dunque addio, caro Carrer : 
scrivimi ed ama il tuo T. 

Dalla lettera qui sotto riportata si può arguire che quei versi gli 
erano stati richiesti : la « raccoltina » a cui è fatto cenno dev'essere 
quella intitolata Poesie d'occasione di Giuseppe Besenghi degli Ughi, 
dedicata « al materno dolore di Margherita Brazzà-Morosini » (3). In 
essa figurano una canzone del Besenghi, un sonetto del Carrer e un'ana- 
creotica di Aglaia Anassilide ; ignoriamo perché vi manchino i versi 
del Tommaseo. 



(1) Damerini, op. cit., pag. 34 e sgg. 

121 'ili scritti suggeriti da quel viaggio, pubblicati dapprima nell' Antologia (nov. '32) e in altri periodici, 
furono raccolti in Bellezza e civiltà. 

(3) Udine, tipogr. Vendramin, 22 dicembre 1833. Non furono però i soli versi che il T. inviasse da 
Hrenze al Carrer. Tra le carte di questo trovansi le tre canzoni sacre l' Annunciazione. La Visitazione, Le nozze 
di Cana, di cui parla e che in parte riproduce nelle Memorie poetiche (cit., pag. 351 e sgg.). Le aveva inviate anche 
al Paravia, perchè le «censurasse», con preghiera «di non mostrarle a persona» (Lett. 4 apr. '30, in Cervel- 
lini, op. cit., 6y). 



23 

Venezia, 28 maggio 1833. 

Carissimo Tommaseo. Il prof. Zandomeneghi, autore di un'opera sul bello (1), 
vuole che io accompagni con qualche mia riga l'offerta di un esemplare dell'opera 
stessa ch'egli ti manda, come a tale di cui tiene in grandissimo conto la fine 
critica e il sicuro giudizio. Se vorrai dirgliene il tuo parere gli farai cosa som- 
mamente grata, e devi sapere ch'egli ama la verità sopra la gloria, e si terrà ono- 
rato tanto de' tuoi suggerimenti quanto delle tue lodi. Tanto più volentieri se- 
condai l'intenzione del eh. professore, quanto che mi si offriva per tal modo oppor- 
tunità di farti giungere mie notizie. Io continuo a starmene a Venezia, e corre 
l'ottavo mese che ci sono venuto, sempre però con un piede in alto ; scrivacchio 
articoli per un giornaletto della Moda (2), raffazzono antiche traduzioni, e quando 
mi sembra d'essere meno prostrato d'ingegno, vo facendo qualche carezza al mio 
romanzo (3) o a qualche poesia da cui ritraggo pure un poco di consolazione. 
Dal comune amico Tipaldo seppi di te tratto tratto qualche cosa ; perché, come 
puoi immaginare, il mio cuore non ti lascia mai : così fossero meno discoste le 
persone ! I miei poveri studi progredirebbero allora con più coraggio e con mag- 
gior speranza di buon riuscimento. Ma pazienza, pazienza. Attesa la negligenza 
dell' incisore, che non ha saputo ancora rendere somigliante il ritratto del puttino 
morto, non si è fin qui potuto stampare la raccoltina per cui mi hai mandata 
la tua nuova e bella canzone, e non posso quindi giovarmi del presente mezzo 
del prof. Zandomeneghi a mandartene qualche esemplare. Tutto così a questo 
mondo ! Non ti dico che tu mi scriva, se ne hai il tempo e la voglia, e già devi 
sapere quanto mi siano care le tue lettere e le tue nuove ; ma ben ti prego a non 
dimenticare chi ti ama e ti pregia, ed è con tutta l'anima il tuo Carrer. 

Questa lettera, non ne sappiamo il motivo, giunse al Tommaseo 
solamente il 22 novembre. La risposta è già tutta improntata all'idea 
dolorosa d'un distacco più profondo : egli preparavasi a lasciare 1' Italia. 
« Desideravo tue lettere, che mi verranno sempre care, anche quando 
ci sarà forza vivere più lontani di quel che ora siamo. E tu non me 
le negherai, spero ; e mi saranno memoria, conforto, speranza. Anch'io 
ti vorrei vicino, mio caro, e approfittare del tuo ingegno. Ma il cielo 
mi divide da molte cose e persone che io amo ; solitudine dura, e tanto 
più dura quanto più crudeli si accumulano i disinganni sull'animo 
stanco. I miei dolori mi fanno più vivamente sentire i tuoi, e ti com- 
piango e sempre più t'amo. Non dimentichiamoci almeno, non ci abban- 
doniamo affatto : stringiamoci col desiderio e con la preghiera a quel 
Dio che numera nei capelli del nostro capo i nostri dolori » (4). Parole 
in cui palpita tutta l'ansia di quei giorni pieni di rimpianti, d'incertezze, 
di profonde delusioni, di vaghe speranze, così vivamente ritratti nel 
Diario e nelle lettere al Capponi. Il contare sull'amicizia doveva appa- 
rirgli come un balsamo alle imminenti tristezze dell'esilio. 

II. 

Ma per più anni nell'esilio non ci è dato di trovar traccia di scam- 
bio epistolare col Carrer. Però fra le carte del poeta veneziano esiste 
in coppia un frammento di lettera del Tommaseo, che non possiamo 



(1) Luigi Zandomeneghi, insegnante all'Accademia di Belle Arti, pubblicò Del bello nella pittura e nella 
scultura (Padova, tip. della Minerva, 1833), a cui qui si accenna. 

(2) Precedette d'un anno il Gondoliere, che lo soppiantò. Cfr. Gambarin, / giornali ecc. cit., pag. 40. 

(3) Accenna all'Anello di sette gemme o Venezia e la sua storia, che uscì nel 1838. 

(4) Damerini, op cit., pag. 37. Il T. partì per l'esilio ai primissimi di febbraio del' '35. 



24 

con certezza affermare se diretta al Carrer od a qualche altro, per esem- 
pio il Tipaldo. È un singolare documento che merita d'esser fatto noto. 
Ai primi di marzo del 1834 moriva Leopoldo Cicognara, fatto segno 
a così largo rimpianto, quale può comprendere solo chi ricordi di quanta 
simpatia e di che aureola l'uomo fosse circondato. Una fama, indub- 
biamente, di gran lunga superiore ai suoi meriti effettivi. Il Tommaseo, 
da poco a Parigi, dovette sentirsi punto dalle esagerate testimonianze 
di cordoglio tributate anche in Francia a quel « conte servo » ; ma forse 
non avrebbe sfogato il suo malumore, se, proprio allora, come appare 
dal Diario intimo (1), la lettura delle opere del Cicognara non l'avesse 
fatto più persuaso dello scarso valore dell'uomo e dello scrittore. Prese 
allora la penna e dettò ed inviò al Temps, che lo pubblicò il 7 giugno, 
un articolo intitolato Cicognara ou le connaisseur (2). Trattasi d'una 
gustosissima stroncatura, nella quale metteva in chiaro la leggerezza 
di carattere dell'uomo, la scarsa consistenza dello studioso e la barbarie 
dello scrittore, né dimenticava di richiamare anche una disavventura 
toccata alla prima moglie del Cicognara (3), fatta segno all'antipatia, 
del resto ricambiata, di Napoleone, causa non ultima, secondo la cro- 
naca, della morte di quella dama, che il Foscolo apprezzava, forse anche 
per questi sentimenti antinapoleonici. Concludeva : « Voilà de ces cho- 
ses que les amis du comte n'entendront pas avec plaisir, mais voilà 
des faits. Et il faut les dire ; il faut s'accoutumer à voir de près nos 
gloires, et à les admirer en connaissance de cause. Il y a en Italie, 
comme ailleurs, une foule de petits grands hommes qui rampent, qui 
sautillent, qui bourdonnent à vos pieds, et qui par leur bruissement 
continuel vous empèchent quelquefois d'entendre le genie, qui passe 
sur vos tètes avec un léger battement d'ailes, comme une colombe 
amoureuse et timide ». Lo scritto non passò certamente inosservato, 
soprattutto a Venezia, come appare dall'accenno ad esso nella vita del 
Cicognara che il nipote pubblicò in quello stesso anno (4). « E siccome 
non è vero — vi si leggeva — , che sulla tomba si spuntino le ire e le 
invidie, la sua tomba doveva essere contaminata, e lo fu. Tolga Iddio 
che estimiamo, come taluno estima, che quell'oltraggio, il quale piombò 
d'oltremonte sul suo nome, gli derivasse da un uomo italiano ; che un 
uomo italiano non vergognasse di somigliar l'avoltoio, che, quantun- 
que poderoso e robusto, per sua vigliacca natura sfugge lo affrontarsi 
con chi è atto alla difesa, ed infierisce sui cadaveri ». Si sospettava 
dunque da taluno che lo scrittore dell'articolo fosse un italiano ; ma 
evidentemente c'era pure chi andava più in là, pensando al Tommaseo, 
il quale, informatone, così rispondeva : 



(1) Diario intimo' 2 , pag. 184. 

(2) L'editore del Diario intimo (p. 369) dice di non aver potuto stabilire dove detto articolo vedesse la 
luce. Buon Dio ! ma nello stesso Diario, alla data 7 giugno 1834 (pag. 185) il T. scrive : « Stampato nel Tempo 
(sarà Temps) l'articolo sul Cicognara ». Ripubblicato dall'autore in Bellezza e civiltà (Firenze, 1857) con una 
postilla che nulla toglie alla mordacità dello scritto. 

(3) Massimiliana Cislago. 

(4) Alessandro Zanetti. Leopoldo Cicognara. Cenni puramente biografici. Venezia, Lampato, 1834. 
Quando il T. ritorri" a Venezia, gli venne una sera a teatro presentato lo Zanetti dal Dall'Ongaro : incontro 
assai freddo {Diano intimo, p. 369), Sullo Zanetti vedi l'aspro giudi/io in Venetia negli anni 1848-49, I. 
pag. 134- 



25 

Ben sapeva che l'articolo di Cicognara non sarebbe piaciuto costà se non a 
pochissimi. La cagione della morte della prima moglie me la disse Manzoni, e io 
la posi senz'affermarla ; e può essere che il dispiacere abbia affrettata la fine di 
quella Massimiliana. La quale Massimiliana aveva un male che non appetiva più 
nulla, onde il marito teneramente le domandava : « Massimiliana, ma che man- 
geresti tu ? Massimiliana, ma dimmelo, Massimiliana mia ». E Massimiliana : 
« Il cuore di Napoleone ». Povera Massimiliana ! Parlare dell'altra moglie era 
dovere, perché i fatti che la dipingono dipingono l'uomo (i). La prefazione a' 
discorsi sul bello è anteriore alla Storia (2). Dunque non fa. Quanto all'essere 
indulgente coi morti, tu vedi che la mediocrità, dopo scroccatosi un nome, a 
questo modo potrebbe morire sicura per tutti i secoli della venerazione degli 
uomini. Urbanità coi vivi, indulgenza coi morti : allora per distinguere la medio- 
crità boriosa dal forte ingegno converrà aspettare la valle di Giosafat. Le ammi- 
razioni stupide sono tra le piaghe d' Italia una delle più verminose ; e le ammi- 
razioni stupide originarono sovente le liti villane. Che ha egli fatto il Cicognara 
nel mondo ? Dei bruttissimi discorsi sul bello, una storia della scultura piena di 
errori, di ripetizioni, di giudizi o pedanteschi o errati. Non dottrina, non affetto, 
non dignità, non istile, non lingua. E se i contemporanei l'hanno ammirato che 
colpa ci ho io ? Questioni io non ebbi mai seco ; né mai lo conobbi : lo giudico 
come giudicherei un egiziano od un visigoto. Ma piango ed arrossisco per 1' Italia 
in vedere che nessuno ha mai dubitato dell'alte doti di quel meschinissimo, e molti 
dubitino del genio di Alessandro Manzoni, e quasi tutti ignorino la potenza filo- 
sofica di Antonio Rosmini. 

Si potrà dubitare se il momento, e soprattutto la sede (un gior- 
nale francese) fossero i più indicati, e da parte d'un italiano, per demo- 
lire la fama del Cicognara, ma nessuno, credo, rifiuterebbe oggi di sot- 
toscrivere alla sostanza di quegli addebiti : tutti riconosceranno la 
nobiltà degli intenti che ispiravano il Tommaseo, mosso non da rancori 
personali, ma dal malumore di vedere glorificato eccessivamente quel- 
l'uomo, quando gli pareva che glorie ben più grandi rimanessero 
nell'ombra. 

La corrispondenza fra il Tommaseo e il Carrer riprese nel 1835, 
a proposito del commento dantesco, che il Dalmata aveva ultimato 
a Parigi. Nel marzo il Tipaldo ne aveva patteggiata la pubblicazione 
col conte Papadopoli, finanziatore della tipografia del Gondoliere, della 
quale era direttore tecnico il Bernardini e letterario il Carrer (3). Con- 
chiuso il contratto, il Tommaseo iniziò l'invio dei canti da Napoli, non 
sappiamo per tramite di chi, da Firenze pel Vieusseux, da Torino pel 
Paravia (4), e ne informava il Papadopoli con la lettera seguente, impor- 
tante perché illumina i suoi criteri nella compilazione del famoso 
commento (5). 

14 (giuGxo ?) '35, Parigi. 

Caro Sig. Papadopoli. « Dal voi che prima Roma sofferie » incomincio, e 
soffritelo di grazia anche voi. Perché è significazione d'affetto: e come non di- 
mostrare affetto a chi me ne mostra già tanto e così liberale ? (6). Io non posso 



(1) Lucietta Fantinati. Su di essa v. G. Ortolani, in La lettura, maggio 1941- 

(2) L'opera Del Bello, ragionamenti sette è del 1808 (Firenze. Molini). la Storia della scultura degli anni 
1813-1818 (Venezia, Picotti). 

(3) Diario intimo, pag. 209. 

(4) Cervellini, op. cit., lett. io agosto e 23 dicembre '35. 

(5) Museo Correr, Mss. P. D., 729, e. ' 

(6) Non era la prima volta che il Papadopoli rendevasi utile al Tommaseo. Trovo .jucst^ lettera del Dal- 
mata, del periodo fiorentino. » Pregiatissimo Signore. Doppia gratitudine io debbo all'ottimo Mustoxidi : del- 
l'aver pensato a me in un momento sì doloroso, e dell'avermi per mezzo di Lei fatto inviar questo indizio della 



26 

che ringraziarvene, e col cuore augurarvene ricompensa. Mando a Napoli (poiché 
via più breve non ho pronta) i primi diciotto canti, con alcuni degli argomenti 
che debbono a ciascuno canto precedere, e con le varianti di quelli. L' Inferno 
intero con gli argomenti e le varianti tutte, vi verrà tra non molto. Lo affiderò 
alla diligenza, e lo accoppierò, per fare il pacco men leggero e men facile a smar- 
rire, con un libro qualsiasi. Se il lavoro non vi dispiace (e rammentatevi che siete 
libero in tutto del ricusarlo), se non vi dispiace, ricevuto che avrete 1' Inferno 
tutto, vi pregherò di franchi cinquecento che mi faranno assai comodo. Dal Ti- 
paldo avrete il breve proemio ; breve, perché in tanto ciarlare di Dante, con 
tanto promettere e millantare e contendere di editori e di commentatori, ogni 
prolissità parrebbemi insopportabile : il qual proemio può essere norma al mani- 
festo, parco anch'esso, e puro d'encomi all'autor del comento. Già il pur saper 
che voi lo stampate è raccomandazione assai buona al tenue lavoro mio. 

Scrissi al Tipaldo ancora in questo proposito giorni fa : ma s'egli fosse a 
Vienna, fate dalla sua Manetta o dal servitor aprire la lettera, e sostenete la dura 
pena del leggerla, per trarne le cose che a Dante appartengono. 

Ed ora vi dico il resto. Voi pratico di queste cose vedrete la difficoltà molta 
e il merito, se merito è, di quello illustrare con un motto e quasi sempre citando. 
Ma certe interpretazioni o lezioni a voi possono parere errate, ed essere veramente. 
Di queste scrivetemi con franchezza : e o si correggeranno alla fine, o qualche 
spediente si troverà senza fallo. Se la censura si diletta di troncare qualche o in- 
terpretazione o citazione, voi noterete queste, e potremo in un foglietto stamparle 
a Parigi. Le varianti, vedrete, son poche, perché l'innovare è facile, ma se non 
necessario, non giova. Le più delle notate riguardano la punteggiatura, cosa impor- 
tante a tutti gli stili, importantissima nel dantesco. Le edizioni tutte son larghe 
di virgole, avare di punti : dall'una parte frastagliano il numero, accavalcano dal- 
l'altra i concetti. Fate da un diligente copista recare sopra una stampa le corre- 
zioni da me scritte ; e che lo stampatore le segua. Per indicare che la virgola sia 
tolta via, io scrivo le due parole tra le quali è nelle altre edizioni la virgola, e ve 
la ometto. Per esempio nel quinto : dico che, quando l'anima malnata, io nella 
nota delle mie varianti scrivo : che quando ; e qui tolgo la virgola, perché quella 
virgola rompe il numero e fa pesare l'attenzione sul che. Quando alla virgola od 
al punto e virgola v'è sostituiti i due punti, scrivo la parola che precede, e poi 
metto i due punti. Quando la virgola da cancellare è alla fine del verso, scrivo 
l'ultima parola del verso e la prima del seguente, omessa la virgola stessa. Per 
esempio : tempesta se, al 24 del quinto canto, per indicare che dopo tempesta la 
virgola deve andarsene. E notate ch'io tengo sott'occhio la edizione del Silvestri 
e il comento del Biagioli (1), onde su quella van fatte le correzioni ch'io dico, e 
la stampa. 

Gli argomenti son corti. Non mi fermo a mostrar le bellezze, cosa ai veggenti 
superflua, inutile agli orbi ; ma noto nell'argomento il numero delle terzine che 
paiono a me più atte. Nel testo badate di scrivere dall'un canto non già il nu- 
mero dei versi di cinque in cinque, come l'edizione del Silvestri, ma il numero 
delle terzine, perché le note corrispondono ad esso numero, come vedrete .. 

Ma il Papadopoli, a cui certo dovettero presentarsi subito le dif- 
ficoltà di curare l'edizione, si rivolse al Carrer, al quale perciò il Tom- 
maseo scrisse, affidandogli il lavoro. Né v'è dubbio ch'egli fosse ben 
lieto di poter contare sull'esperienza letteraria e. editoriale, sulla dili- 
genza, sul buon gusto del poeta veneziano. La lettera che segue è inte- 
ressante, anche perché vi è cenno di altri propositi del Tommaseo, che 
poi non ebbero compimento. 



bontà del suo cuore. Io sento il bisogno di rivolger a Lei i miei sinceri ringraziamenti. E per mostrare che 
questa lettera non è di mero complimento, io soggiungerò a' ringraziamenti una preghiera : di far aver rinchiuso 
biglietto al signor Paravia. Dovrei ora soggiunger le scuse ; ma la lettera prenderebbe un tuono di complimento, 
non conveniente alla sincerità di quella stima con cui mi protesto a Lei obbligatissimo Tommaseo. Addì i <« 
agosto, di Fin 1 

(1) La Divina Commedia col commento di Giosa/atte Biagioli. Parigi, Dondey-Duprè, 1818-19 ; la Divina 
Commedia giusta la lezione del Biagioli. Milano, Silvestri, 1830. 



27 

12 a." '35. Parigi. 

Caro Carrer. Ho scritto a Tonino Papadopoli per la via di Firenze mandan- 
dogli parecchi de' canti di Dante : diciannove gliene verranno per la via di Na- 
poli, tredici altri per la via di Toscana ; ed ecco il resto dell' Inferno con le va- 
rianti e con gli argomenti. Sento che il Papadopoli affida a te le cure di questa 
edizione, e stimo superfluo aggiungere alle sue preghiere le mie. Molte delle avver- 
tenze ch'io vorrei usate accennai nella lettera precedente : ora ti dirò che l'impiccio 
del trasportare le varianti dal foglio al libro stampato o alle bozze non l'avrete 
per l'altre due cantiche, perché le mie correzioni penso farle sur un volume di 
Dante, e mandarvi quello. Ti prego però di badare a' que' punti e a quelle vir- 
gole, che m'importano. Quanto a varianti grosse, io non le curo gran cosa : e 
dopo maturo pensare veggo che la lezione più comune è la meglio. Se nell'inter- 
pretazione tu trovi strafalcioni grossi, interrompi la stampa e scrivimene : e così 
Papadopoli. Il lavoro che par semplicissimo e senz'apparato, quanto mi costi, 
a te noi dirò, che di tali cose sei bene esperto. 

Pensavo di dare nel quarto volume, delle opere in prosa e delle rime i passi 
più notabili, e i più acconci a illustrare il poema ; e nel quinto dare della storia 
del Villani que' luoghi che facciano alla Commedia quasi un comento perpetuo, 
che sarà più elegante e più pieno che quello dell'Arrivabene, e porre in nota non 
interi i passi, ma solo il cenno de' luoghi del poema dalla Cronaca rischiarati. 
Per tal modo un indice alla fine, il quale canto per canto indicasse tutti i luoghi 
del Villani che ciascun capitolo illustrano, darebbe un secondo comento del poema, 
al veder mio non men necessario del primo, perché le notizie storiche che nel 
primo comento si possono qua e là trovare, son mozze e conosciute e non ren- 
dono l'imagine de' tempi e de' fatti, così come può la continua narrazione dello 
storico. Così vorre' io riempire i due volumi che prima destinavo alle visioni de' 
predecessori e de' contemporanei di Dante, e in discorsi che intorno a lui scrissero 
antichi autori e moderni. Se a te l'idea non dispiace, ed al Papadopoli, ditelo. A 
me questo lavoro sarà più faticolso d'assai, perché quel dover porre in nota il 
numero del canto e del verso al quale i passi del Villani convien recare, è uggiosa 
e lunga fatica. Ma credo che giovi ; e solo chi sa Dante tutto a memoria può farla 
senza morir di noia. Salutami il Tipaldo, e digli che ho letta la vita del Negri, 
e mi piacque (1). Un po' lunghetta per me. Anche il Longino è lavoro pregevole (2), 
e la parte erudita segnatamente : la traduzione qua e là vorrei più finita. Ma gli 
fa onore. Milla ringraziamenti al buon Papadopoli, e a te molti saluti dal tuo 
Tommaseo. 

Ecco dunque il Carrer alle prese col commento tommasea.no ; fatica 
non lieve e benemerenza cospicua, della quale mai troviamo ricordo 
negli scritti del Dalmata. Anche il Diario intimo, che pure ricorda 
spesso la stampa del commento, non fa parola del Carrer a proposito di 
esso. Nel dicembre dell'anno successivo il Tommaseo riceveva un primo 
acconto, a cui indubbiamente deve riferirsi la lettera seguente : 

1 1 Xbre '36, Parigi. 

Caro Papadopoli. Se io vengo di nuovo a ringraziarvi di quanto avete fatto 
per me, ve ne chieggo scusa, perché so di far cosa a voi superflua, e tra' pari vostri 
e miei sottintesa. Ma poiché me ne sento il bisogno, lasciate che a questo bisogno 
io sodisfaccia, e vi dica che se voi foste imperatore o re, non mi sarebbe sì dolce 
d'esservi obbligato, né di ringraziarvi averei tanta smania. Resta ora che la vostra 
bontà non vi sia cagione di danno , e che il libro abbia tanti compratori da co- 
prire la spesa. La qual cosa desidero, ma non oso sperare : e pur chieggo di saperne 
il certo ; e dalla vostra sincerità lo saprò. 



(1) E. De Tipaldo, Della vita e delle opere di Francesco Negri veneziano, Venezia, tip. Alvisopoli. 1835. 

(2) Del sublime, trattato di Dionisio Longino trad. e illustrato dal prof. E. De Tipaldo, Venezia, 1834. 



28 

Molti augurii d'ogni bene, augurii che vengono dal cuore sincero del vostro 
obbl. Tommaseo (i). 

Contemporaneamente, scrivendo al Paravia, chiedeva notizie del 
Carrer. Che cosa gli rispondesse lo zaratino non sappiamo, ma non è 
difficile arguirlo da queste parole di riscontro : « Del Carrer mi dispiace 
e per lui e per Venezia, che avrebbe gran bisogno di nobili esempi. Ha 
l'ingegno arguto, non grande ; e si crede grandissimo, e questo lo rim- 
piccinisce » (2). Giudizio non sereno, che il Carrer non poteva nei suoi 
atteggiamenti essere accusato d'orgoglio. La stampa del commento si 
protrasse a tutto il '37 ; congedando i tre volumi il Bernardini si scu- 
sava del ritardo, allegando le difficoltà dovute al manoscritto ed alla 
lontananza dell'autore, a cui non potevasi ricorrere nei casi dubbi. 
Quanta parte dovesse avere il Carrer in questo delicato lavoro, anche 
se non risulta in alcun modo, può facilmente immaginarsi. E l'edizione 
uscì non soltanto elegante, come tutto ciò che usciva dal Gondoliere, 
ma anche quasi priva di mende, cosa tanto più notevole, se si pensi 
che ad essa era mancata ogni cura dell'autore. Con tutto ciò questi, 
eternamente scontento, scriveva al Filippi : « Il mio Dante è tale, quale 
poteva uscire a Venezia » (3). Il Carrer dunque vi aveva lavorato con 
amore, e non vi figurava per nulla : può essere questa una degna ri- 
sposta all'accusa d'orgoglio che, s'è visto, il Tommaseo gli aveva lan- 
ciata. Né meno significativa questa lettera indirizzata a Nantes, in 
risposta ad una lagnanza del Dalmata perché il Carrer non gli aveva 
inviate le sue cose. 

Venezia, 26 Xbre 1837. 

Caro Tommaseo. Emilio nostro mi lesse due righe d'una tua lettera un po' 
sdegnosette : ma più che dolermene, me ne compiacqui. So di non averle meri- 
tate, e per altra parte le mi parvero suggerite da un sentimento d'amicizia che 
mi è caro e mi onora. Non ti mandai le cose mie, non perché non ne avessi desi- 
derio (e a chi mandarle, se non a te ?), ma perché sembravami che non mettesse 
conto di far passare i monti a cose le più a te note, il resto scritte per necessità 
di guadagno. Quando poi mostri che ti faccia piacere l'averle, è per me doppio 
piacere mandartele, e ti ringrazio assai di quel tuo cenno. Non per compenso, 
ma per testimonio d'amicizia non interrotta da lontananza, scrivi ad Emilio che 
mi dia in tuo nome un esemplare del tuo Dante e de' tuoi Nuovi Scritti, che 
avrei probabilmente avuti dalla tipografia, ma che desidero avere da te proprio. 
Oh fossi tra noi, in quelle conversazioni che abbiamo per lo più la domenica in 
casa di Emilio, e delle quali sei frequente argomento ! In onta a qualche di- 
sparità d'opinione i nostri animi si troverebbero bene, non dubito, nella reciproca 
fiducia... Ma sono voti e non altro ! Ricevi gli auguri per le correnti feste, e quelli 



(1) Ma pure col Papadopoli le cose si guastarono, non sappiamo il perchè. Lo si Tileva da una lettera 
del T. al conte veneziano (26 maggio 1840). Questi, affetto da epilessia, una sera a teatro era stato preso dal 
male, presente il Tommaseo, che il giorno dopo gli scrisse una lettera assai affettuosa. « Quand'anco mi fosse 
rimasto alcun rancore del passato, quell'impressione di rispettoso dolore me l'avrebbe tolto dall'animo ». E 
parlava di « perdonare » e di « essere perdonato », e ricordava la « benevolenza dimostratagli un tempo ». (Let- 
tere d'illustri italiani al conte Antonio Papadopoli, Venezia, Antonelli, 1886, pag. XXXI). In un esemplare 
appartenuto a Giovanni Veludo. trovo questa sua chiosa : « Fu questa lettera e il suo autore maledetto dal 
Papadopoli. Lettera piena d'ipocrisia ! » Ma, come si vedrà, trattasi di giudice sospetto. 

(2) Cervellini, op. cit., lett. 18 die. '36. 

(3) ("ia.mbarin, op. cit., pag. 107 Scontento dunque, ma non disconosceva i ineriti dell'editore Bernar- 
dini, se inviandogli, quasi per compenso, alcuni scritti (che il Gondoliere pubblico nella Giunta agli scritti varii 
intorno all'educazione, 1838), gli scriveva: » Io so quanto debba il mio Dante alle affettuose e veggenti sue 
cure 0. 



29 

pel nuovo anno imminente, che più assai col cuore che con la penna ti fa il 
tuo Carrer. 

Durante il soggiorno in Corsica, prima del ritorno in Italia, nel 
Diario si ricordano con compiacenza letture del Carrer ; a Montpellier 
è segnalata anche una « lettera amorevole » di lui, che non ci è perve- 
nuta. Quando, verso la fine del '39, il Tommaseo ritornò dall'esilio a 
Venezia, non pare che sulle prime si rinsaldasse piena l'amicizia. Il 
Dalmata accenna nel Diario ad una certa « freddezza », e il Benassù- 
Montanari, il confidente del Carrer, così ne scriveva a Adriana Zannini: 
« So che è costì Tommaseo, e parmi che l'amico nostro [Carrer] tragga 
qualche conforto dalla sua compagnia : veggo per altro che una com- 
piuta confidenza tra loro non v'è. Ed Ella, contessa Adriana, lo vede 
qualche volta Tommaseo ? Luigi quanto lo vede ?» (1). Ma ben presto 
alla freddezza successe un'affettuosa confidenza, di cui il Diario ci con- 
serva il ricordo quasi cotidiano : si ha anzi l'impressione che con nessun 
altro allora in Venezia meglio che col Carrer riuscisse il Dalmata ad 
affiatarsi. Passeggiano di frequente insieme in dolce conversazione, si 
prestano libri, discutono di poesia e di studi, il Carrer si mostra lieto 
d'introdurre il Tommaseo nella società veneziana, gli fa conoscere la 
contessa Zannini-Renier, a cui lo legava un affetto che andava oltre 
l'amicizia. E gli amici dell'uno divengono amici dell'altro : il Carrer 
anzi è lieto quando può presentare al Dalmata qualche amico. 

Caro Tommaseo. Fui da te per prevenirti, che domattina alle una pomeri- 
diane, ora che credo di tuo comodo, sarei a farti visita col professor Parolari (2), 
che vivamente desidera conoscerti. Caso che ciò non ti fosse a grado, non dico 
per la persona, ma pel giorno e per l'ora, ti prego lasciarmene un cenno al Gon- 
doliere questa sera. Se no, intenderò di poterti presentare il professore all'ora in- 
dicata. Sono di tutto cuore il tuo Carrer. 

Il Tommaseo non è certo nel buon libro della censura, ed è il Carrer 
che tratta per lui. Nell'agosto del '40 il Dalmata ritorna per un mese 
a Sebenico : chi s'interessa di fargli pervenire la corrispondenza è il 
Carrer, il quale lo informa pure dell'aspra critica del Cattaneo al romanzo 
Fede e Bellezza, apparsa nel Politecnico di Milano. 

Venezia, 5 sett. 1840. 

Mio caro Tommaseo. Ti acchiudo tre lettere unitamente alla mia ; una che 

ritrassi dalla tipografia del Gondoliere , l'altre due che mi furono consegnate dal 

signor Tommaso Gar. (3). Questo giovine trentino, a te non ignoto, da circa set- 

t'anni abita in Vienna, segretario del maggiordomo della casa imperiale, e fu ne' 



(1) Lett. 31 die. 1830. Le lettere del Montanari alla Zannini (dal 1834 al 1866) sono al Museo Correr. 
Mss. P. D. 729 come pure in copia quelle al Carrer. In una si legge (5 aprile 1840) : « Quanto volentieri -arri 
costì per godermi, assai più che la compagnia francese, la compagnia veramente italiana di te e dell'illustre 
Niccolò Tommaseo. Dopo l'ottava di Pasqua conterei di venire a Venezia... Mi dorrebbe assaissimo che alla 
mia venuta egli fosse partito : anche quando fu a Verona coll'abate Rosmini e che insieme visitarono il 
povere Pindemonte, io perdetti il bene della sua conoscenza, perchè ero alla campagna. Sai tu da qua] parte 
egli volga i suoi passi ? Parmi che dovrebbe tirarlo a sé Alessandro Manzoni, il quale nella mezz'ora ch'io il 
vidi alla sua campagna nel '37 mi parlò di te e mi domandò di lui ». 

(2) Giulio Cesare Parolari, insegnante nel seminario di Venezia. La lettera dev'essere del '39, come si 
può ricavare dal Diario intimo (p. 326). 

(3) Sui rapportai fra il T. e il Gar cfr. il mio studio II Tommaseo e t'amico ecc. citato. 



30 

passati giorni a Venezia per fare nella Marciana il riscontro di alcuni codici fosca- 
riniani, di cui vuole pubblicare il catalogo. Agognava sommamente di vederti, 
ed era portatore d'una delle due lettere ; l'altra me la lasciò sul partire. Mi sem- 
bra buon giovane e gentile, ed è certamente studioso. Avrai letto l'articolo del 
Cattaneo stampato nel Politecnico, del quale, ti confesso, voleva tacerti fino al 
tuo ritorno, non essendovi nulla o poco assai per te da imparare. Te ne parlo, da 
che Emilio mi disse d'avertene mandato copia. E prima ti fo una domanda di mera 
curiosità : conosci tu il Cattaneo di persona ? Fuvvi tra voi alcun dissapore ? 
Parmi impossibile che senza una precedente ragione di tal natura si possa criti- 
care a quel modo. Non so se tu intenda rispondere, e forse sarebbe meglio tacere, 
se già risponde in tua vece l'avidità con cui si cerca e si legge il tuo libro. Ma se 
mai ti sembrasse di rispondere, parmi che dovresti restringerti a' punti che ri- 
guardano così particolarmente i tuoi sentimenti e la tua condotta civile, poco ba- 
dando alle censure letterarie. Il Cattaneo non mi sembra giudice competente in 
fatto di gusto ; e se vi ha qualche osservazione opportuna nel suo articolo, l'esem- 
plare da te corretto e consegnato alla Revisione ne toglie probabilmente il motivo. 
Ma la taccia ch'egli ti dà di scortese verso i francesi tuoi ospiti, e di troppo se- 
vero ne' tuoi giudizi, ed altre di tal fatta, possono meritare che tu risponda, se 
non in vista del Cattaneo e della sua censura, in vista del pubblico e della gra- 
vità del soggetto. Tu non hai bisogno de' miei consigli, ma nel darteli mi sembra 
d'essere teco a colloquio nella tua camera, illusione che m'è pur cara. E dove sei 
tu propriamente ? E come ti passano questi giorni ? E in che adoperi la mente ? 
Il Sacchi m'ha consegnato la cronichetta, e te ne ringrazio (i). Hai ragione ; ma- 
ravigliosa. Di qua nessuna nuova. Io partirò per Padova fra cinque o sei giorni, 
e colà, se mai ti piacesse rispondermi, dirigerai le tue lettere, ch'io starò quivi 
tutto il settembre. Vedrò il Melan (2), spero, e parleremo di te, oltre che col 
Zinelli (3), che passa anch'egli in Padova l'autunno. Udendo che ti scriveva, la 
signora Zannini mi disse di salutarti ; spero, mi soggiunse, che al suo ritorno il 
rivedrò qualche altra volta (4). Bondì, il mio caro Tommaseo, Desidero che questo 
soggiorno nella tua patria ti faccia bene, e che ritorni più che mai sano ; non 
dico allegro, perché non è possibile che tu lo sia, pur che momentaneamente. E 
che tu scriva o raccolga materia da scrivere, e a me ne venga di che instruirmi 
e consolarmi. Bondì di nuovo, e da tutto il cuore. Il tuo Carrer. 

A questa lettera il Tommaseo così rispose : 

11, sett., Sebenico. 
Un Marsigli d'Adria, se non erro, mi scrive rinchiusa : il Gondoliere 
risponda. Hai già la Battaglia di Montaperti, che ti sarà parsa, spero, mirabil 
cosa. Io addì quattro d'ottobre, se non prima, sarò costì. So del Politecnico, 
ma non ho letto né voglio leggere. Mi dolgono i denti, e questo mi dà più pen- 
siero che tutti i giornali della penisola. Addio. Tommaseo. 

A Venezia il Tommaseo aveva preso a frequentare i padri armeni 
Mechitaristi di San Lazzaro (5), nella cui tipografia pubblicò le sue prime 



fi) Trattasi della Sconfitta di Monlaperto, già pubblicata nel '36 a Siena dal Porri, e che il Carrer, cono- 
sciutala per mezzo del Tommaseo, ripubblicò coi tipi del Gondoliere (1843) nel volumetto Cronache antiche 
toscane, della « Biblioteca classica » da lui curata. 

(2) Su Sebastiano Melan v. l'affettuoso scritto del T. : Discorso intorno a S. Melati. Trieste, l'apodi e 
Llovd, 1847. 

(3) Federico Maria Zinelli, finito poi vescovo di Treviso. 

(4) Nel Diario intimo, pag. 327 (a data dev'essere il 5 marzo 1840 : le date in quel libro dovrebbero 
essere assai spesso rivedute, integrate, corrette) si legge : ■> Visita alla Zannini. Propongo non la vedere pai 
se non sull' atto di lasciare Venezia. Sua figliuola ha più cuore di lei. Non le manca ingegno però ; ma 
ingegno di prosa». La reciproca scarsa simpatia fra T. e la dama veneziana non fu estranea ali inasprirsi dei 
rapporti fra i due poeti. Cfr. G. Damerini, op. cit., passim, ed in .Ateneo Veneto», sett.-ott., 1940, pag. 

281-282. . , . , . 

(5) Parlò di essi con affetto in Studi critici, e quando fu ministro, usò loro dei favori : ma poi, 
nella sua opera su Veneria nel 1848-49 (parte inedita), ricordando come, dopo l'assalto al patriarcato, il car- 
dinale Monico si fosse rifugiato in quell'isola, rimprovera ad essi di avere rizzato sul loro ospizio le inse- 
gne ottomane. . Uomini destri e di tutte le insegne, che, non prevendendo Pio IX, avevano poco innanzi il 40 
posta solennemente la statua di Gregorio, da esso Gregorio modestamente donatagli , e poi nel 48 donato 



3i 

Preghiere cristiane (1841) e per cui incarico diede corretta veste italiana 
alla traduzione di Mosè Coronese, storico armeno del quinto secolo (1). 
Dalle lettere qui sotto riferite si ricava che il Tommaseo s'interessò 
perché anche il Carrer spendesse la sua attività poetica pei Mechita- 
risti ; ed infatti egli tradusse un Inno alle Ripsimiane del patriarca 
Comidas, fra i più leggiadri inni della poesia sacra armena, versione 
che fu pubblicata, con note che risultano essere del Tommaseo, in 
appendice alla Storia di Agatangelo, versione pur essa riveduta dal 
Tommaseo (2). 

Caro Carrer. Non finisce lì. Ma se tu non hai tempo, diremo che sola la prima 
parte hai tradotta, perché sola fatta a te conoscere dal Padre Armeno anni fa. 
E sarà vero. Del resto puoi credere che e a' Padri e a me sarebbe caro avere il 
lavoro compiuto, il cui pregio risalta a mettergli a fronte la traduzione letterale. 
Questa però laddove fossero i versi tuoi non si stamperebbe : potrebbesi bensì, 
se tu credi, aggiungere queste note che avevo fatte prima, e che anco alla tradu- 
zione rimata possono cadere opportune. Se meglio ti pare tralasciarle, si farà il 
voler tuo. Rispondimi, prego, intanto del sì o del no. E credimi tuo ob. af. 
Tommaseo. 

Mio caro Tommaseo. Ti rimando le stampe, e ti ringrazio sommamente dei 
due volumi, e del motto affettuoso con cui li hai accompagnati (3). La nota alla 
traduzione dell' Inno (4), quando anche non avesse mirato sopra tutto ad obbe- 
dire a un tuo desiderio, mi sarebbe stata compenso larghissimo alla fatica. Se 
potrai impetrarmi dai Padri una copia dell'opera, quando il volume sarà stam- 
pato, sarà questo un nuovo motivo per me di riconoscenza, non però quale sento 
pel motto e per la nota. Credimi di vero cuore l'amico tuo L. Carrer. 

Dal Diario si rileva pure che al Carrer il Tommaseo ricorse anche 
per aiutare Vincenzo Solitro (5), procurandogli lavoro presso editori 
e giornali. 

31 maggio '44 venerdì. 
Caro Carrer. Rendi di grazia un servigio al Solitro, pregando il Tasso che 
computi a un di presso le pagine da esso scritte, e gliene paghi prima che sia fatta 
la stampa. Digliene come pensiero tuo ; non appaia il bisogno del giovane, che 
non è urgente necessità, ma bisogno è, da rendere opportuna la tua mediazione e 
degna di vera riconoscenza. Ti manderò il giovane lunedì. Ti ringrazio intanto di 
cuore. Addio. Il tuo Tommaseo. 

Caro Tommaseo. Parlerò al Tasso secondo mi scrivi, e sarò contentissimo 
se, come spero, potrò riuscire. Il Tasso è malato, ma leggermente, e, ad ogni 
modo, oggi o domani gli parlerò ; sicché ptorò dare la risposta. Ti saluto intanto 
di cuore, e desidero obbedire in cosa di maggior conto. Il tuo Carrer. 

31 maggio 1844. 



un torchio di stamperia alla novella repubblica e congratulatisi ad essa ; ma benemeriti della nazione loro, la 
cui lingua e la storia vengono illustrando con opere incessanti, e la civiltà promovendo ". 

(1) Storia di Mosè Coronese. Versione italiana illustrata dai Monaci Mechitaristi, ritoccata quanto allo 
stile da N. Tommaseo. Il volume, dedicato da quei padri al governatore Palffy (lo stile della dedicatoria è del T.) 
iniziò una Collana degli storici armeni tradotti e illustrati. 

(2) Storia di Agatangelo, versione italiana illustrata dai monaci armeni Mechitaristi, riveduta quanto allo 
stile da N. Tommaseo (1843). L'introduzione è del Tommaseo, come pure la lettera dedicatoria al Mai. 

(3) Un esemplare degli Studi critici, con questa dedica : « A L. Carrer, in memoria di fermo affetto, l'au- 
tore ». La copertina conservasi tra le carte del Carrer. 

(4) Il T. scriveva : « Crediamo di supplire al natio pregio dell'originale con questa fedele e bella tradu- 
zione d'uomo il cui nome solo basterebbe a raccomandare agl'Italiani l'armena poesia». 

(5) Non Giulio, il fratello, come mostra di credere l'editore del Diario intimo. Vincenzo Solitro era in 
quegli anni a Venezia, esercitandovi una notevole attività giornalistico-letteraria. Ma il Diario, anche in fatto 
di nomi, come già s' è detto per le date, avrebbe bisogno di un'accurata revisione. 



32 

Carissimo Tommaseo. Ti prego di far sapere al giovine che ti porge questa 
mia, dove abiti il Solitro, assai importando che gli sia consegnato un biglietto 
nel quale lo prego della pronta composizione d'un articolo. Così potessi dargli 
risposta sul noto affare : ma il Tasso è tuttavia invisibile, e da suo figlio mi si 
dice che fra due o tre giorni mi sarà dato parlargli. È anche questa una delle 
solite disdette ch'io provo in tutte le cose ! Amami e credimi sempre affezionatis- 
simo tuo L. Carrer. 

Contemporaneamente a queste dimostrazioni, dirò così, intime 
d'amicizia, non mancarono quelle più appariscenti. Nei Gondoliere il 
Carrer, parlando con viva simpatia di Fede e bellezza, giudicavalo « libro 
d'uno scrittore veramente poeta, e grande poeta : dal tutto viene 
un'impressione sì piena, sì profonda, sì nuova, che non saprebbesi im- 
maginare prendendo qualsivoglia delle parti, anche le più belle e spic- 
cate » (i). Da parte sua il Tommaseo, iniziando una sua rassegna Della 
letteratura veneta d'oggidì (2), non lesinava certo le lodi al Carrer, «il 
più notabile scrittore di versi « che i Veneti abbiano avuto dopo Gaspara 
Stampa ; « ingegno ch'è de' più sereni insieme e de' più animosi, de' 
più ricchi e de' più parchi onde possa consolarsi 1' Italia » ; parole di 
cui il Carrer, rimasto profondamente commosso, sentì il bisogno di 
recarsi da lui per ringraziarlo (3). E in altro articolo mostravasi lieto 
che in un libro di esempi di bello scrivere se ne fossero attinti anche 
dal Carrer, « il quale dalla città dove nacque vorrei vedere con sempre 
più elette lodi e più efficace stima onorato » (4). E ancora, parlando del 
giornale e di qualche critica mossa al Carrer : « Fatto è che gli scritti 
del Gondoliere sono ristampati in più luoghi, e rammentati con riverenza; 
e raccolti in volumi, collocarono l'autore fra i più corretti e assennati 
prosatori che vivano. E l'autore ben sa quelle innumerabili perfezioni 
di che i giudicatori del Gondoliere darebbero all' Europa l'esempio, se 
lo scrivessero essi : ma intanto ch'e' s'astengono dallo stampare il frutto 
delle loro vigilie dotte, contentiamoci di queste miserie, noi plebe di 

leggenti » (5)- 

Quanto siamo venuti fin qui raccogliendo prova quanta cordialità, 
dopo il primo momento di freddezza, si fosse ristabilita fra i due scrit- 
tori nel soggiorno veneziano. Ma ben presto l'orizzonte andò iscuran- 



(1) Gondoliere, io giugno 1840. . 

(2) Nella «Favilla» di Trieste, e continuata nella «Gazzetta di Venezia» (settembre-dicembre 1840) 
e nella ■ Rivista Europea», (15-30 giugno 1840). Furono questi articoletti fonte di compiacimento per gli uni, 
di disappunto per altri, per certe allusioni non sempre benevole, o certi consigli dati con 'a sicumera d'un mae- 
stro Di Filippo De Boni, ad esempio, leggevasi : « Ingegno che più potrà, se vorrà guardare in sul serio l'arte e 
la vita • se i fiacchi esempi delle putrefatte città noi contaminano ». Ond'egli, in una lettera al Carrer (3 
ottobre 1840), protestava: « Io voleva scriverle, congratulandomi seco lei del buon vento che soffia da Sebe- 
nico Ma non ebbi tempo, che un più forte rabbuffo a me venne immediatamente dalla medesima parte. 11 
curiosissimo si è ch'io lessi la critica fatta a me, senza accorgermi che a me fosse fatta. S'immagini che par- 
lava d'un poeta friulano, che discorreva per entro di musica e di cento altre cose in dieci parole, che ragionava 
d'un ingegno che procede per mala via, d'un uomo che non prende in sul serio la vita, che cominciò a lasciarsi 
corrompere dalle putrefatte città, d'un uomo che dee farsi apostolo delle genti. E chi poteva indovinare che quel- 
l'articolo s'occupasse di quell'abate eh' Ella ben sa ? Io per me maraviglio più che rozzo villano quando s'inurba, 
non in leggere questa, ma tante altre stranezze, che escono di bocca al signor Niccolò. Quel buttar fuori boc- 
cone a boccone, quella sempre faticosa digestione, quel contorcersi del periodo, come d'uomo colla febbre sul 
letto quel sentenziare breve come il comando d'un imperatore, que' stravaganti giudizi che fanno strabiliar 
tutto il mondo, son cose veramente che lo indicano sulla buona via che mena a San Servolo ! lutti difie- 
riamo nel gusto, tutti sentiamo .iltrimenti, ma vi sono punti nei quali non si può differire dal giudizio 
comune ». 

(3) Lettera del Carrer, senza data. 

(4) 1 Gazzetta di Venezia», -•'> novembre 1840. 

(5) limi . io marzo 1840. 



33 

dosi. Già un primo indizio di mutamento si riscontra nella pubblica- 
zione degli Studi critici (1843), dove, riproducendovisi lo scritto sulla 
letteratura veneta, quasi tutte le lodi precedenti venivano tralasciate (1). 
Anche il Diario intimo ci fa scorgere questo progressivo raffreddamento: 
dalle parole d'affetto si passa grado grado all'indifferenza, per termi- 
nare con le parole grosse. Dall' insieme delle vicende che verremo espo- 
nendo si trae l'impressione che l'ambiente veneziano, e particolarmente 
quello letterario, si andasse sempre più facendo diffìcile pel Tommaseo, 
non vogliamo dire sempre e soltanto per sua colpa, ma certo princi- 
palmente per quel suo carattere angoloso, sospettoso, permaloso, orgo- 
glioso e per quel suo atteggiamento di giudice arcigno e sentenzioso, 
che non erano certo fatti per procurargli la simpatia dell'irritabile genus 
dei letterati. Ricorderò soltanto qualche episodio in cui, di volontà 
o no, entrò anche il Carrer. 

Aveva il Tommaseo conosciuto Giuseppe Vollo, poeta non meri- 
tevole forse dell'oblio in cui è caduto, e l'aveva preso a ben volere ed 
incoraggiare (2) : dal Diario apparirebbe che su di lui avesse esercitato 
anche un influsso di carattere religioso (3). Qualche nube passeggera 
non era mancata ; ma col fratello Benedetto (4), pur lui critico e poeta, 
i rapporti, dapprima cordiali, s'intorbidarono più gravemente, e per 
motivi che possono dare un saggio della permalosità del dalmata. 
Aveva Benedetto Vollo nel '44 curato pel Tasso due volumetti di Poesie 
e prose scelte d'italiani viventi (5) con una prefazione sugli scrittori pre- 
scelti. A proposito del Tommaseo, << chiaro e fecondo scrittore », egli 
osservava che « il pubblico non gli concedeva molto favore come poeta, 
riserbandogli ogni stima come esimio scrittore di prosa », concludendo 
però che « quand'anche noi si volesse tenere poeta di primo ordine, 
ciò non gli toglierebbe di meritare non poca considerazione anche in 
poesia ». Sennonché, preludendo alle prose, il Vollo usciva in riserve 
che finivano per dare anche sul prosatore un giudizio non pienamente 
favorevole. « Del Tommaseo (scriveva tra l'altro) abbiamo prose sva- 
riate, scritte in diversi tempi e mosse da varie intenzioni e da sempre 
modificati principii, da cui deriva la differenza dello stile. Pure un solo 
giudizio su tutte ci sembra poter dare : cioè che la concisione, special- 
mente dopo i suoi primi lavori, in lui si assorella colla evidenza, ed anche 
laddove affanna il lettore, non lo fa a scapito d'essa. Noi crediamo 
tutt 'altro che popolare la sua prosa, quantunque per questo abbia 
menato tanto rumore tra la gioventù. Qui voglio anche notare non 
essere maraviglia che in onta ad alcune opinioni bizzarre questo scrit- 
tore abbia tanto piaciuto ; anzi credo che appunto a queste opinioni 
bizzarre vada egli debitore in gran parte della sua fama. Dei prosatori 
attuali siamo indotti a pensare che manchi in generale a' dì nostri 



(1) Sluai critici, II, 353, 356. Lo stesso aveva fatto il T. per altri, verso i quali la sua simpatia s' era 
raffreddata, e che se ne lamentarono (Cfr. Diario intimo, pag. 378). 

(2) Studi critici, II, 332-333. 

(3) Diario intimo, 4 nov. '44. 

l4 ) Era fratello maggiore (181 5-1877) di Giuseppe, insegnò a Venezia e poi entrò nell insegnamento del 
Regno. Mori a Fermo. 

(5) Nella Biblioteca di opere classiche antiche e moderne. 

3 • a. cxxxm - v. 129 



34 

quella piena facoltà che sicuramente immagina ed eseguisce opere intere 
e perfette : e ciò più che mai si conferma dalla considerazione che gli 
scritti dal Tommaseo, piuttosto che opere, si possono dire frammenti. 
In essi i pensieri non sono così necessariamente legati, che non sembrino 
studii d'un pittore che coglie alla sfuggita l'inspirazione a non per- 
derla, ma che non è capace di ridurre i lavori perfetti ; o che non vuole 
ridurli per impazienza di mostrarsi subito al pubblico con quello che 
ha fatto ». Tutto questo, mentre nella stessa prefazione parlavasi del 
Carrer come « uno de' migliori prosatori italiani attuali », che non aveva 
« forse nessuno che nello stile didattico gli potesse esser messo 
dinanzi» (i). Il Tommaseo dovette risentirsene e conservarne memoria, 
se nel Diario più tardi annotava : « Benedetto Vollo vorrebbe, in una 
raccolta di scritti riguardanti l'educazione, stampar cose mie : e a me 
domanda i miei libri per questo. Accortomene, glieli nego. E dico schietto 
a lui che, dopo aver letto la nota da lui stampata intorno agli scritti 
miei è già un anno, io non credo che a lui convenga farsi editore di 
alcuno mio scritto ». E aggiunge : « E a sentirlo ad ogni ora maledire 
al Carrer, lo consiglio, poiché egli ha bisogno del Carrer, a parlarne con 
più riverenza, o tacerne » (2). Alle insistenze del Vollo, nuovamente 
respinte (3), il Tommaseo sente il bisogno di vedere la scelta fatta nelle 
sue prose e versi, « non solo malamente fatta ma accompagnata da 
parole maligne, imboccategli dal vile Carrer ». E dopo aver narrato 
come riuscisse a fargli ringoiare l'offesa, conclude : « Il Carrer ed esso 
Vollo macchinano una nuova insidia contro me e il Tipaldo : io, con 
una letterina di pochi versi, la svento » (4). Il Tommaseo dunque con- 
siderava come inspiratore il Carrer, e su lui appuntava gli strali ; men- 
tre pel Vollo, considerato come un docile strumento dell'altro, non 
mancò d'interessarsi ugualmente perché avesse la supplenza alla cat- 
tedra del Carrer e, più tardi, gli si usasse indulgenza nell'esame di con- 
corso. Ma nel Carrer ormai vedeva un nemico nascosto, pronto sempre 
a tramargli insidie. 

Questa ombrosità sospettosa appare anche in un altro episodio, 
in cui troviamo alle prese Francesco Berlan (5) e Giovanni Veludo. Al 
primo, di assai umili origini, aveva il Tommaseo dimostrato molta 
simpatia, ottenendogli un posto di scrivano con un fiorino al giorno (6), 
e poi un insegnamento nel collegio armeno ; e quando l'Antonelli gli 
propose la ristampa aggiornata del Tiraboschi, egli mise innanzi il Ber- 
lan (7), che aveva già fatto buona prova in alcune edizioni critiche (8). 



(1) Il raffronto fra il Carrer ed il Tommaseo era, come adire, nell'aria, se anche in un articolo pubbli- 
cato nel Vaglio (io febbraio '44) esso viene posto e sviluppato a lungo. Del T. si giudica come di « uno degli 
ingegni più bizzarri che mai avesse la nostra letteratura », e principio della sua critica ■ una continua ansietà 
di riuscir singolare », e che giudicava delle opere senza leggerle, ma « delibandole ••. 

(2) Diario intimo, pag. 388. 

(3> Pubblicò infatti il Vollo un volume di Scritti scelti sull'educazione, d'italiani viventi, Venezia, Tasso, 
1846, dove il Tommaseo non figura affatto. 

(4) Diario intimo, pag. 390. 

(5) Sul Berlan (1821-1886) v. «Ateneo Veneto», 1886, II, pag. 137 e De Gubernatis, Dizion. degli 
scrittori viventi. 

(6) Diario intimo, 4 genn. '45 e 7 nov. '45. 

(7) Ibid., 8 nov. '45. 

(3) Dei Testi di lingua stampati da una società di bibliofili con prefazione e note di Francesco Berlan, 
a cura del tipografo Branca, parlò il T. nell' « Euganeo », 1845. 



35 

Anche pel Veludo, il greco-italiano che qualche anno dopo doveva 
entrare nella Marciana e rimanervi sino alla morte (1889), aveva il 
Tommaseo in sulle prime nutrito simpatia e ne aveva scritto con lode (1), 
ma se n'era poi staccato, come anche, del resto, dall'amico e mecenate 
del Veludo, il Papadopoli, come s'è visto (2). Or dunque, in un articolo 
sul Gondoliere il Berlan aveva proposto la correzione d'una parola greca 
neh" Apolochintosis di Seneca, sembrandogli priva di senso la lezione 
comune. Contradisse, in una forma piuttosto sgarbata, il Veludo, ini- 
ziando una polemica che si protrasse per oltre due anni (3). Che parte 
avesse indirettamente in queste schermaglie il Tommaseo, non pos- 
siamo determinare, ma se si ricordi la sua simpatia pel Berlan e il suo 
malumore col Veludo, difficilmente si può credere che vi fosse del tutto 
estraneo. Il Diario, del resto, ci dà prova di questo suo appassionato 
interessamento. « Il Veludo, dopo aver insultato l' infelice Berlan, po- 
vero e infermo, adesso comincia a entrare in soggezione, e cerca di awi- 
cinarsegli per conoscere se alcuno lo aiuti » (4). « Esce la pedantesca 
censura del Veludo contro l'infelice Berlan. Si vede chiaro che il mise- 
rabile mira a ferire altri ancora. Anima di triglia marcia » (5). « Il Veludo, 
che aveva con vile crudeltà provocato l'infelice Berlan,., dalla risposta 
di questo è abbattuto, e par quasi che l'offeso sia egli. Io ho sempre 
consigliato al giovane moderazione nel risentimento, e pietà di quel- 
l'anima incadaverita » (6). Ad un certo momento però entrò terzo nella 
polemica il padre Antimo Masarachi di Cefalonia, cappellano di San 
Giorgio dei Greci ed insegnante nel collegio greco, prete di sentimenti 
liberali, il cui nome figurerà spesso nelle manifestazioni dei greci nel 
Quarantotto, tanto che, al ritorno degli Austriaci, egli verrà arrestato 
ed espulso, e finirà vescovo di Stauropolis. Il Tommaseo erasi stretto 
in amicizia con lui ritornando a Venezia, e l'aveva avuto maestro di 
greco moderno, da parte sua traducendogli in italiano le Vite dei Cefa- 
leni illustri (7). Il Masarachi dunque entrò nella lizza fiancheggiando 
il Berlan ed accusando il Veludo di poca conoscenza del greco, e così 
la polemica si riaccese più aspra, anche perché il Veludo si raffermò 
nel sospetto che alla faccenda non fosse estraneo il Tommaseo, mentre 
questi vedeva nel Berlan colpito se stesso ad opera... del Carrer « Oggi 



(1) Studi critici, II. 

(2) Più tardi scriverà dei Papadopoli, e particolarmente di Antonio : « D'origine greca, altri greci di 
rito e altri latini, col commercio si comprarono il titolo di conti, e l'un d'essi aveva, con libertà improvvida 
ma degna di riconoscenza, dato poco meno che un milione di lire alla stamperia detta del Gondoliere, la quale 
poteva farsi la più cospicua d' Italia, e far Venezia singolare anche in ciò, rinnovando con onore e con lucro 
comune le antiche prove memorabili di quest'arte : se non che fece ire a vuoto quella fortuna l'inerzia e l'inet- 
titudine, più che la voracità, degli amministranti, e la sconoscente svogliatezza e doppiezza di Luigi Carrer, 
che di lì campò parecchi anni, ma che amava e gli studii e Venezia e i suoi utili stessi come accademico e 
come canonico infermiccio, fiaccamente» (In Venezia nel 1848-49, parte inedita). Anche qui, non poche insi- 
nuazioni ed inesattezze ! 

(3) Nel Gondoliere (1844, n. 17 e 20), nel Vaglio (1844, n. 21 e 22), nell'Euganeo, 1845, XII ; 1846, I e 
III, ed inoltre : La morte di Claudio Cesare, satira di L. A. Seneca edita nuovamente per cura di F. Berlan, 
Venezia, Tondelli, 1835- A[ntimo] M(asarachi), Breve lezione ad uso del sig. G. Veludo, 1846; G. Veludo, 
Postilla alla breve lezione di A. M. che vuole essermi maestro di lingua greca {Il Vaglio, 6 giugno '46) ; A. 
Masarachi, Nuovi sbagli del sig. G. Veludo e confessione de' suoi propri torti ; F. Berlan, Postille alla breve 
lezione ecc. (1846). 

(4) Diario intimo, 23 nov. '45. 

(5) Ibid., 16 feb. '46. 

(6) Ibid., 15 maggio '46. 

(7) Vite degli uomini illustri dell'isola di Cefalonia scritte da Antimo Masarachi... tradotte dal greco in 
italiano da N. Tommaseo. Venezia, Cecchini, 1843. 



36 

so di certo (egli annota) che il Carrer credeva da me suggerita al Berlan 
la lezione datagli dal prete Masaraci ; e vuol dire che le ingiurie dal 
Veludo rivolte contro il prete, e' le credeva dirette a me ; e le aiutava 
con istigazioni e consigli» (i). Sospetti, insinuazioni, beghe, in cui ormai 
i due scrittori trovavansi impigliati, sicché non fa meraviglia se in 
quello scorcio di tempo il Dalmata annotasse nel suo Diario : « Viene 
da me, dopo anni che non ci veniva, il Carrer. Ci ha ad esser un qualche 
fine. Si discorre a lungo, ma discorsi che né ispirano né consolano. Se 
il Carrer non viveva a Venezia, e non bazzicava co' ricchi, e credeva, 
sarebbe poeta » (2). Quanto siamo lontani dai sereni e confortanti col- 
loqui e dalle ampie lodi del '40 ! Ormai vivono nella stessa città, ma 
estranei l'uno all'altro. Il solo documento epistolare di questi anni 
immediatamente anteriori alla rivoluzione è la lettera seguente, di cui 
a nessuno sfuggirà la freddezza. È notevole, anche perché da essa ap- 
prendiamo la presenza in Venezia di Alexis Francois Rio, lo scrittore 
francese che il Tommaseo aveva conosciuto nel '31 a Firenze e ritrovò 
a Parigi, prodigo a lui di consigli e di aiuto (3). 

Caro Carrer. Ti chieggo licenza di lasciare al Cav. Rio francese le lettere 
dell'Aretino, che egli se ne giova per un suo lavoro sull'arte. Quand'anco io 
morissi per via, egli è uomo da renderti fedelmente il libro. Che se tu ne avessi 
di bisogno, potrai col mezzo della signora Parolini, che conosce il Rio, riaverlo 
sull'atto. Se lo rivuoi innanzi ch'io parta, dimmelo e sarà fatto. Per uno stra- 
niero che tratta con amore le cose d' Italia, credetti non illecita cosa fare quel 
che non farei per me stesso, ritenere cioè più di quel che la convenienza comporti 
un libro ch'è raro. Se non rispondi, segno è che glielo lasci per ora. Comandami : 
riguardati ; accogli i ringraziamenti e gli auguri del tuo Tommaseo. 

Allo scoppiar della rivoluzione il Carrer fu dei primi ad accorrere 
ad abbracciare il Tommaseo liberato dal carcere (4). Ma ben presto 
ai vecchi motivi di dissidio e d'incomprensione venne ad aggiungersi 
anche la politica, ed il solco (il Damerini ce ne ha recate copiose testi- 
monianze) si fece sempre più profondo. Né valse più tardi a colmarlo 
il senso di pietà che pur doveva destare nel Tommaseo l'immatura e 
triste fine del poeta veneziano. Parve anzi che il Dalmata, perpe- 
tuando anche oltre la morte 1' eco dei dissensi che 1* avevano allonta- 
nato dal Carrer, e dimentico che quell' amicizia aveva pure avuto dei 
momenti sereni e confortanti per lui, si compiacesse a rendere più 
velenosi gli strali della sua rabbiosa malignità. Ma lo spirito del Carrer 
poteva sentirsi, dinanzi a questo ringhioso Minosse che «giudica e 
manda », se non placato, confortato, trovandosi accomunato, nella 
bolgia dei reprobi tommaseani, con quasi tutti gli spiriti più alti e 
più nobili della sua età. 

Giovanni Gam barin 



(1) [Mario intimo, 29 maggio '46. 

(a) [bid., 18 maggio '46. 

(i) Sul Vio e le su.- relazioni col T. cfr. M. Gasparini, Tommaseo e la Francia. Firenze, 1.140. pag. 131 e 
sgg. La lettera è senza data, ma si riferisce indubbiamente all'epoca in cui il (. .imi dirìgeva il Muse.. 1 ivico 
ossia al 1846. 

(4) Lettera del Carrer del 17 marzo '48 a B. Montanari, in Damerini, o. c, pag. 60. 




Ritratto del filosofo Giorgio Politeo 



GIORGIO POLITEO 

(1837-1913) 

Quando nacqui, si compivano quattro anni dalla morte di Giorgio Politeo. 
Mia madre — unica figlia di lui — e la nonna, vedova sua, ne serbavano 
così vivo l'amore che, non appena venni a conoscenza, avvertii la dolcezza del 
sentimento che circondava quella memoria. Non potevo rendermene conto; tut- 
tavia sentivo che non si piangeva un bene perduto, ma gelosamente si custodiva 
un bene ancor vivo e presente nei cuori. 

Vorrei oggi saper dire di Giorgio Politeo, quanto della sua vita, della sua 
opera, venni mano mano conoscendo — obiettivamente — come un ricercatore 
spassionato e lontano potrebbe ; ma se chi legge troverà di rimproverarmi tal- 
volta troppo fervore di ammirazione, sappia essermi indulgente, tenendo conto 
del sentimento in cui sono stato cresciuto e — mi sia concesso affermarlo — 
del singolare atteggiamento di quel carattere nelle vicende del suo tempo. 



È avvenuto spesso che la vita degli uomini illustri, osservata da vicino nei 
rapporti familiari, nell'esercizio quotidiano di interessi privati e pubblici, si rim- 
picciolisse allo sguardo indagatore dello studioso e del critico. Quante debolezze 
svelate, quante miserie insospettate vengono in luce ! Gli è che — secondo il pen- 
siero del Politeo — « fino dal primo albeggiare della coscienza ed assai più evi- 
dentemente dopo, noi dissimuliamo alcuni sentimenti e ne simuliamo degli 
altri, che certo hanno radici nel cuore dell'uomo, ma che domandano troppi sacri- 
fici ad essere praticati, mentre è tanto facile farne vanto a parole ». Accade così 
che la pratica della vita troppo differisca da quanto viene proclamato intimo 
convincimento e professione di fede : « l'ingrato parla di gratitudine, l'avaro di 
generosità, il diffidente di fiducia, l'ambizioso di disinteresse e del bene pubblico, 
di discrezione l'indiscreto, di saviezza l'incauto... e via via ; e questo tacito e ipo- 
crita omaggio che si rende alla virtù fa intendere al gran numero che l'essere sta 
nel parere e che è assai più utile e più comodo darsi a credere per quello che non 
si è che credere di dover essere veramente ». 

Il « conosci te stesso » degli antichi sveglia un'ansia profonda nell'ardente 
sua giovinezza. Nei foglietti di un diario, che porta la data lontana del 1843 — 
egli era allora appena adolescente — troviamo segnate le prime tracce di questo 
anelito, che sarà alito e tormento della lunga sua vita. Quest'ansia lo fa precoce- 
mente pensoso ; questa ricerca, questa analisi e lo sforzo che l'accompagna, lo 
spingono, piano piano, a salire spiritualmente, non di fronte a sé stesso, che 
troppo egli si sente lontano dalla méta, ma agli occhi di chi lo segue da vicino. 
Per questo egli apparve assai maggiore nella nascosta intimità della famiglia e 
di pochi fidi amici, che nei rapporti esteriori. 

Mai era in lui sfoggio di parole intorno alla propria maniera di sentire e di 
agire ; nessuna millanteria, nessun vanto, mai. Di molte cose si doleva, di poche 



AVVERTENZA. — • Le presenti note biografiche su documenti inediti, precedono uno studio sulla 
filosofia di Giorgio Politeo che sarà compiuto non appena il vasto materiale dei manoscritti potrà essere 
meglio decifrato e ordinato. 



3« 

si compiaceva. Di molte si accusava in colpa, pochissime amava ricordare. A que- 
sto costante e particolare suo atteggiamento spirituale è dovuto, io credo, il sin- 
golare ascendente da lui esercitato su quanti ebbero intimo contatto con lui. 
Mostrarsi sempre quale egli era, rammaricandosi di ogni debolezza, mettersi a 
pari con gli altri senza attribuirsi superiorità alcuna, lo ponevano fuori della 
comune umanità. « L'uomo è spesso schiavo di abitudini, di convenienze, cade 
in balìa di passioni, ma di una cosa può sempre essere libero : riconoscere e pro- 
fessare la verità ». Tale libertà fu sua anche nelle ore più tormentose. 

Mi è caro raffigurarmelo quale Giovanni Bordiga lo ha scolpito : « Per noi 
egli non era un filosofo cattedratico e la sua per noi non era la filosofia, che si di- 
batteva da tanti secoli in discussioni sul valore e sui limiti della conoscenza : che, 
se anche ci stava, non tutta quella era. Nella unità complessa della sua condotta 
morale, austera e semplice, niente, proprio niente, avremmo potuto trovare di 
pedantesco o di artificiale. Ciò che più ci piaceva era di sorprendere talvolta che 
le sue considerazioni, i suoi giudizi sulle altezze e le inferiorità, sulle verità e gli 
errori umani, egli amava trarli, se così consigliava il discorso, dalla esperienza 
cruda che egli aveva fatta delle proprie manchevolezze nella vita. Nella evidenza 
che davano al suo discorso la parola ed il calore, ci pareva allora di partecipare 
a nostre intime battaglie liberatrici, dalle quali l'anima nostra, non sempre stata 
operosa, d'un tratto uscisse fuori serena, letificata di nuove forze e di nuove 
volontà, portando ancora impressi i segni delle recenti ferite. Per ciò noi, grati 
per la interiore consolazione e vólti da lui ad una maggiore estimazione dei tesori 
morali — in quanto la loro conquista comandi e rinunci e chiami a sacrifici — noi 
scostavamo inconsapevolmente il Maestro dalla compagnia dei comuni e lo acco- 
stavamo con riverenza ai grandi custodi di dignità umana, ai grandi creatori, 
ai grandi costruttori e liberatori di anime ». 



Egli amava talvolta ricordare la sua prima venuta in Italia dalla nativa 
Dalmazia, nel 1843. Era appena sedicenne ed aveva allora allora assolto nel 
Seminario di Spalato il settimo anno di studi ginnasiali. Un vecchio gualcito 
documento ne attesta il profitto. In quel Seminario era stato Ugo Foscolo fanciullo: 
nella panca scolastica, il Politeo vi aveva scoperto, malamente inciso, il nome. 
Quel nome era pieno, per lui, di un fascino arcano. La fiamma di libertà che 
aveva acceso la vita del Foscolo, il coraggio, lo sdegno in cui aveva tenuto i 
facili onori, il dolore aleggiante nei versi immortali, lo avevano turbato, conqui- 
stato, commosso. Il caso lo condusse, in quel suo primo giungere a Venezia, nella 
casa di una vecchia parente, in « Campo delle Gatte », dove mezzo secolo prima 
aveva abitato il poeta. Gli parve, d'improvviso, di accostarsi a lui, d'incontrarne 
la nervosa persona nelle anguste calli della città, di risentire il fascino di quello 
sguardo « fiammeggiante ». Le miserie morali dell'appassionato figlio della Rivo- 
luzione, non sanno arrestarlo nella sua ammirazione. Egli aveva amato, sofferto, 
espiato, ed il suo canto ne era stata l'espressione palpitante ed altissima. « Inter- 
prete — come ogni grande poeta — dell'anima universale del suo tempo, nelle 
sue inspirazioni e nelle sofferenze, egli aveva dato espressione ad idee e sentimenti 
che, prima di allora, non avevano avuto voce e parola ». 

L' Ortis, oltre la passione amorosa, esprimeva le speranze dell'ora, il disin- 
ganno crudele, l'impotenza di reagire, il pianto, la morte, Il giovane dalmata 
a Venezia rilegge l'Ortis, lo impara a memoria. 

La predilezione per il Foscolo lo accompagnerà tutta la vita, anche quando 
il suo spirito si orienterà verso altri ideali ; al Foscolo si inspirano i primi sonetti 
giovanili ; la travagliata anima sveglia eco profonda nel suo cuore : 

... e nel fior dell'età le mie parole 
parlan di un cupo e disperato affanno. 
E per tema disvuol la mente e vuole 
come porta l'inganno e il disinganno ; 
eppur non cessa di cercar, ma suole 
anziché il ben, trovarsi innanzi il danno. 

E in tal d'eterno diffidar tempesta, 
l'ira mi bolle e nell'ingegno intanto 
ogni mite voler spegne ed arresta... 



39 

Prima di aver compiuto gli studi ginnasiali, la sventura colpisce la famiglia 
Politeo. Erede di un nome riverito e stimato e di larga agiatezza, il padre di Gior- 
gio Politeo, per dolorose vicende, dovute al suo carattere imprudente, perde ogni 
fortuna e riduce a povertà la moglie e l'unico figlio. Assistita dal fratello, Doimo 
Savo, e sacrificando ogni suo avere, la madre può appena condurre il figlio al- 
l'esame di maturità dell'ottava classe ginnasiale. Occorre senza indugio mettersi 
al lavoro e provvedere a sé ed ai genitori. Entra come supplente nel Ginnasio, 
dà lezioni e ripetizioni e la notte legge, divora, quanto gli è dato aver tra mano: 
Rousseau, Voltaire, gli Enciclopedisti... Studia il tedesco. Si ricrea leggendo 
Ossian. Qualche frammento di diario ci rivela l' inquietudine di quel tempo. 
« Voglio e non voglio. Tento e fallisco ». « Giornata d'ingrato lavoro, ma la sera una 
nuotata di un paio d'ore sotto la luna mi ha ritemprato l'anima e il corpo ». 
Lo sforzo fisico, il contatto con la natura ebbero sempre su di lui influenza bene- 
fica. « Non sempre la stanchezza si vince col riposo, ma spesso e meglio con mutato 
lavoro ». 

Amava la sua Dalmazia e ne era innamorato. Le isole selvagge, irte di scogli, 
e il mare, il suo mare, poterono richiamare il suo pensiero fino all'ultimo giorno 
con profonda nostalgia. Conforto soave di quei primi anni di sofferenza e di lotta, 
l'amore materno ; dolcezza ineffabile alcune amicizie, di cui qualche lettera 
rimane a provare il confidente abbandono, lo schietto e tenace affetto di quelle 
anime giovanili. 

Purtroppo, quanto gli viene dal suo lavoro è scarso assai : bisogna ad ogni 
costo migliorare le tristi condizioni familiari. Se egli fosse insegnante effettivo, 
anziché supplente, lo stipendio sarebbe di molto accresciuto. 



All' Università di Vienna, sono aperti concorsi per esame a cattedre d'in- 
segnamento letterario nei Ginnasi del Regno Lombardo- Veneto. Il Politeo decide 
di tentare il concorso : sceglie il gruppo letterario-storico e vuol prepararvisi col 
maggior impegno. Ma come penosamente gravano su lui le ristrettezze dell'ora ! 
Spalato era, a quel tempo, centro di ben scarsa importanza : nessuna biblioteca 
all'infuori di quella, troppo incompleta, del Seminario ; né possibilità alcuna di 
allontanarsi, per studiare altrove. L'insegnamento pubblico e quello privato assor- 
bono tutte intere le sue giornate e, ove egli avesse potuto prendersi qualche 
vacanza, i centri di studio sono tanto lontani ! L' Italia è divisa dal mare ed i 
velieri, sola comunicazione di allora, impiegano, quando i venti sono propizi, 
alcuni giorni per raggiungere la costa. Per Graz e per Vienna, le strade percorse 
dalle diligenze sono lunghe ed in alcune stagioni difficili. Grandi sacrifici si impon- 
gono per provvedere a quanto è necessario ad una seria preparazione. Fino agli 
anni più tardi, il ricordo di quel tempo, grave di angustie, susciterà il più com- 
mosso e grato sentimento verso la madre, che aveva saputo sostenere la dura 
prova con laboriosità, forza e fede mirabili. 

L'esame consisteva in due lavori di qualche mole, a cui il candidato avrebbe 
dovuto attendere in un dato spazio di tempo, l'uno di carattere storico, l'altro 
letterario ; di due prove scritte a porte chiuse, presso 1' Università di Vienna, 
e di una discussione orale su temi proposti e su argomenti pedagogici e filosofici. 
Intanto, per poter essere ammesso, gli è fatto obbligo di presentare una breve 
esposizione degli studi compiuti. Non mi fu dato rintracciarne una minuta, ma 
mi sono venuti tra mano alcuni cenni, che mi sembra interessante riferire. 
« 77 sottoscritto deve confessare — per essere sincero — ■ di aver ben poco pro- 
fittato dei suoi studi ginnasiali, se si eccettuino letture ed esercizi pratici a cui 
applicò egli con grande trasporto, e che anche oggi gli mitigano la noia e le fatiche 
delle sue pedagogiche occupazioni. L'immortale carme dei Sepolcri gli destò in cuore 
il desiderio di conoscere più intimamente l'autore, e le dottrine del Foscolo gli domi- 
narono per modo la mente ch'ei riconosce da lui in gran parte l'impulso clic indi 
gli venne per gli studi severi ed eruditi. Così, con la scorta di questo italiano sommo, 
tentò egli di addestrarsi nelle più riposte parti della filosofìa... Il sottoscritto si crede 
dispensato di citar per minuto gli scrittori a cui attinse, bastandogli di riferire come 
tra gli antichi storici facesse particolare studio di Tacito, meditasse il Machiavelli 



40 

ed il Vico, e si piacesse assai dell'acuta se non profonda critica del Gibbon e del- 
l'eloquente magistero storico del Guizot fra i più recenti... Persuaso della verità che 
la storia universale è l'espressione della legislazione, dei costumi, delle religioni, 
dell' economia politica e della coltura in genere dei vari stati nelle epoche diverse, 
avrebbe egli voluto studiare la Storia a rovescio di quanto si pratica ora nelle scuole ; 
ma se in lui era il buon volere, stava nelle circostanze di porgergliene il mezzo, e i 
pochi, sconnessi suoi studi sulla legislazione, sull'economia, ecc. servirono solo a 
fargli constatare quanto gli restava da percorrere per dar nuova vita alle lacune che 
egli trova nelle sue cognizioni storiche. Che se poi gli si domandasse a quale appar- 
tenga dei sistemi che, sotto il nome di filosofìa della storia, gareggiano da circa mezzo 
secolo a chi sappia meglio interpretare gli eterni decreti della provvidenza, ei non 
saprebbe dirsi il seguace di alcuno, se non forse di quel Federico Schlegel che ha mag- 
gior relazione con quanto il sottoscritto sarà per dire intorno ai suoi studi filosofici... 

E piacendogli riconoscere col filosofo di Kònisberga la possibilità di scrivere 
una storia generale, dove si considerasse la specie umana siccome l'adempimento di 
un disegno arcano della natura ecc., pure, né egli vorrebbe con Herder fare il mondo 
rappresentazione di non so qual Dio-Natura ed esagerando l'influenza del clima 
pietrificare la storia mentre pretende di darle movimento ; né con De Maistre fare 
del mondo un altare di espiazione ; né ammettere con Schelling e Michelet il con- 
trasto della libertà con la fatalità ; né le epoche degli elementi razionali di Cousin ; 
né i quattro aspetti dell' oscurissimo Hegel... ». 

Chiamato a presentare i suoi lavori, li fa pervenire a Vienna sui primi del 
1853 e, qualche mese dopo, si reca nella capitale austriaca per sostenervi le prove 
scritte ed orali. Queste sono superate brillantemente. Il Bolza, docente di lette- 
ratura italiana, traduce in tedesco il saggio letterario del Politeo sul poema caval- 
leresco « che cosa l'Ariosto abbiasi più specialmente proposto col Furioso », facendo 
notare l'originalità del lavoro, piccolo di mole ma denso di vedute nuove, e lo 
addita ai colleghi di Germania. La Commissione approva a pieni voti il Politeo 
per tutte le otto classi ginnasiali, unico e primo esempio, fino allora, nelle pro- 
vince italiane. Per compiere l'insegnamento intrapreso al principio dell'anno sco- 
lastico al Ginnasio di Spalato, e nell'attesa di altra destinazione, ritorna in patria. 
Vi ritorna vittorioso ; eppure egli non sa godere di quel successo che un tempo 
non avrebbe quasi osato sperare. Né la compiacenza dei genitori e degli amici 
vale a rialzarlo : gli sembra di esser piombato nel vuoto, ed una profonda tri- 
stezza lo assale. Fu quello uno dei periodi più penosi : per vincere l'intimo inespli- 
cabile tormento, egli si dà tutto alla lettura. Rilegge Cartesio, postilla Bossuet, 
si appassiona a Rousseau. Ed eccolo nuovamente con Kant, con Fichte, con 
Goethe, Schiller ed Hamann. Nel diario breve, affrettato di quel tempo, questi 
nomi ed altri ricorrono insistentemente e non ci sfugge la predilezione per lo 
Schiller e 1' Hamann, l'atteggiamento spirituale dei quali trova in lui intima 
rispondenza. 

Legge ; medita ; poi, a volte, fugge di casa, esce dalla città, indugia nella 
brulla petrosa campagna, scende lungo le rive selvagge ed ascolta il palpito del 
mare fra le scogliere deserte. La gran voce della natura gli parla un linguaggio 
arcano che lo commuove e lo placa. Il sorgere ed il tramontare del sole, il movi- 
mento degli astri, ch'egli segue nelle notti stellate (troviamo nei suoi diari largo 
accenno di studi astronomici), il flusso ed il riflusso del mare, tutto conferma 
l'obbedienza del Creato ad una legge immutabile ed eterna. Dall'immensità dei 
mondi all'atomo impercettibile, ogni cosa gli risponde con ritmo infaticato. E 
l'uomo ? Non opera anch'egli a norma di leggi, che la scienza si affatica ad inda- 
gare, ma, forse, non perverrà mai a cogliere nell'intima e segreta loro sintesi ? 
E questa scienza potrà essa basarsi sui dati dell'esperienza come una dottrina 
sperimentale ? Interrogazioni e balenii di risposte lo occupano, lo preoccupano, 
lo affaticano. Di queste idee, del loro svolgersi, del loro maturarsi egli, alcuni 
anni appresso, vorrà scrivere la genesi. 



Nell'ottobre del 1854 è destinato all'Università di Padova, quale supplente 
alla cattedra di storia universale ed austriaca nel posto occupato, prima, da Giù- 






41 

seppe De Leva, il quale, supplente lui pure, era stato chiamato a Vienna, per 
esservi, dopo un anno di esercizi, nominato effettivo. 

Viveva allora a Padova una piccola colonia di dalmati, che, insieme agli 
italiani di sentimenti liberali, si riuniva nella casa ospitale della contessa Catani 
Borelli di Wrana, dalmata anch'essa. Il Politeo vi è accolto con festa. Quel gio- 
vane infiammato di libertà, arieggiante nell'aspetto il Foscolo, come lui venuto 
dall'altra sponda, ricco di sventure e di orgoglio, facile di parola, mobilissimo di 
atteggiamenti, vi diventa prediletto. All'indomani della prima lezione all'Uni- 
versità (ricordata negli atti dell'Archivio dell'Ateneo patavino), egli così confi- 
denzialmente scrive ad un amico : « Ebbi ieri dei battimani da parte degli studenti 
lombardi, così mi hanno detto « lombardi » ; ma ci furono di quelli che non inte- 
sero un jota di ciò che volevo provare, e mi tacciarono di misticismo, di metafisi- 
cheria, ecc.. Ma io rido e lascio che si pensi e si dica quel che si vuole e non in- 
tendo né mutar maniera, né fare quel che si fa ordinariamente... ». Dopo poche 
lezioni, però, gli studenti sono tutti per lui e gli si stringono intorno con calore 
di ammirazione. Fra quegli studenti egli conterà un giorno amici carissimi : Giu- 
seppe Guerzoni, Clotaldo Piucco ed altri. La vigilante polizia austriaca si inso- 
spettisce ed indaga. Il salotto della contessa Borelli è da tempo tenuto d'occhio. 
Il Politeo subisce, dopo alcuni mesi di soggiorno a Padova, una meticolosa per- 
quisizione, che riesce vana, ma non toglie il sospetto. Per il prossimo anno egli 
è chiamato provvisoriamente al Liceo di S.ta Caterina di Venezia, salvo poi, dice 
la comunicazione governativa, di essere destinato all'insegnamento della Lette- 
ratura Italiana in una Università tedesca. Non vi rimane che sei mesi ; ma, pur 
in quel brevissimo tempo, egli lascia larga traccia di sé nei discepoli liceali : in 
Luigi Luzzatti, in Alessandro Pascolato, in Marcello Memmo, in Leopoldo Bizio 
Gradenigo ed in altri. 

Richiamato a Vienna, egli resta a disposizione del Ministero durante gli 
anni '57 e '58 e parte del '59. Sempre in attesa dell'assegnazione promessa, appro- 
fondisce i suoi studi e si familiarizza con la lingua tedesca. Durante quel sog- 
giorno, si lega di amicizia con Joseph Geldart, quacquero inglese, col quale discute 
di argomenti biblici ; ed è indotto a meditare il Vangelo e le Lettere di Paolo. 
Non si tratta di « illuminazione e conversione » : il Politeo, pure lontano dal dogma, 
ha sempre sentito religiosamente. L'incontro col Geldart non contribuisce che ad 
orientarlo verso l'ideale cristiano. Il Geldart non dimentica più Giorgio Politeo : 
due volte scende in Italia per rivederlo, e fino alla morte, poco dopo il 1880, si 
mantenne in corrispondenza con lui. 

L'assegnazione promessa ad una Università tedesca non venne e, alle insi- 
stenti sollecitazioni di essere riammesso all'insegnamento, 1' I. R. Governo risponde 
finalmente destinando di nuovo il Politeo al Liceo di S.ta Caterina. Siamo all'anno 
1860. 

Qui conviene alquanto sostare. 



Sospettato, perquisito a Padova, vigilato a Vienna, dove il richiamo e la 
conseguente permanenza non furono che pretesto per allontanare il Politeo dal 
contatto coi giovani, egli ritorna a Venezia, per essere vittima dello spionaggio 
più volgare. Infatti, brevissimo tempo dopo la sua riassunzione in servizio, viene 
accusato di poca ortodossia religiosa. Credo sarebbe di grande interesse rintrac- 
ciare l'istruttoria del processo svoltosi al Liceo di S.ta Caterina, poiché da alcuni 
appunti che sto per riferire in parte, lo spirito di lui balza fuori con grande vivezza. 
Per parecchi giorni, ogni sera, egli dovette comparire dinanzi ai suoi giudici e 
rispondere per iscritto alle domande scritte che gli venivano sottoposte. I giovani, 
intanto, a gruppi lungo la « fondamenta », lo attendevano impazienti, ed appena 
egli usciva lo accoglievano con le espressioni calde e spontanee del loro affettuoso 
rispetto ; e se egli doveva moderarne gli sdegni e gli entusiasmi, pur gli veniva 
in cuore profonda dolcezza. Caratteristiche queste sue risposte alle domande della 
Commissione d'inchiesta, dalle quali l'accusato diventa agli occhi nostri accusa- 
tore. Eccone alcune : « Mi si rimprovera di aver detto che vi sono scrittori cat- 
tolici, i quali hanno espresso opinioni non in tutto con fornii a pie credenze della 



42 

Chiesa. L'ho detto ; e forse che la santità di nostra fede dipende dalle asserzioni, dalle 
opinioni prò e contro degli scrittori profani ? Forse che le opinioni di Dante sono da 
risguardarsi in tutto siccome quelle di un buon cattolico ? E qui devo dire che mi 
è sembrato sempre molto ridicolo lo schermeggiare di certi piccoli spiriti intorno agli 
scrittori profani, nient'altro che per metterli d'accordo, volere o non volere, coi 
dogmi della Chiesa ; quasi le salde ragioni dei grandi principi della fede avessero 
d'uopo di tali minuscoli avvocati, perchè i fedeli abbiano a riconoscerle nella loro 
grandezza e santità. Questi fanno, a mio credere, assai più torto che non rechino 
vantaggio alla causa che difendono, e, d'altra parte, io dubito che abbiano una fede, 
se in cose di sì gran momento li vedo procedere al modo di chi armeggia a sofismi 
ed a meschine sottigliezze. Mi parve sempre, invece, conforme ai grandi principi 
di educazione, di abituare i giovani ad affrontare per tempo la verità in tutta la 
severa sua grandezza, per quanto io sapessi e sappia oggi più che mai che i piccoli 
spiriti adombrano ad ogni cosa che non si attaglia alle corte vedute della loro intelli- 
genza, quasi che le manifestazioni della grande logica provvidenziale stessero chiuse 
infallibilmente nelle pareti del nostro povero cervello, e noi dovessimo negare i fatti 
solo per amore di certe idee che amiamo chiamare pomposamente principi. Ma solo 
chi è così onesto da riconoscere prima di tutto la verità dei fatti anche quando stieno 
contro di noi, quegli solo è degno di accogliere nel suo seno la luce che emana dalle 
supreme ragioni dei principi, perchè nella scienza come nella vita, nelle arti come 
nelle lettere, l'onestà è la sola condizioni della vera capacità. 

So che la maggior parte degli insegnanti intende, se mi è permesso di dir così, 
di dosare la verità con certe particolari ricette di famose riserve, di pie frodi, di pu- 
diche reticenze, sotto pretesto che la gioventù non sia ancora abbastanza matura ad 
intendere, od altre ragioni di questa fatta. Lasciando quanto possa essere giusta que- 
sta asserzione, e come sia, più che altro, pretesto all' ignoranza degli scrittori, chi è 
degli uomini maturi che, volendosi render coscienza delle cause che intorpidirono ai 
primi anni la loro attenzione nelle materie più belle, non le riconoscerebbe in quel 
triste sistema di dissimulare attraverso ai luoghi comuni, che si ripetono imman- 
cabilmente ad ogni lezione, quell'interesse che emergerebbe spontaneo se il professore 
— sapendo farlo — presentasse le cose in quella luce in cui sembrano esser state 
disposte dalla natura, in ordine agli eterni principi del vero ». 

Altra domanda ed accusa : « E' vero che ella, sig. professore, consigliò nella 
scuola la lettura di romanzi... ». 

« Ecco quanto posso aver detto, se ben ricordo, in proposito : parlando di certe 
epoche storiche, ho creduto di dover dire che il colorito o il sentinento dei tempi ci 
viene talvolta assai più dalla lettura di alcuni insigni romanzi che dai dettati della 
storia e specialmente se si tratti di storia universale , in cui gli avvenimenti, esposti 
solo sulle generali, non consentano quell'interesse che deriva dall'esposizione circo- 
stanziata dei fatti, adducendo in proposito l'esempio di Guizot, che nel suo corso 
generale di storia sulla civiltà in Europa, ed in quello particolare della civiltà in 
Francia, non ebbe riguardo di citare a quest'uopo i romanzi di Walter Scott. E citavo 
Thierry che, nel suo libro : Dix ans d'études historiques, confessa d'essersi inspirato 
agli stessi romanzi del Walter Scott e ai quadri romanzeschi di Chateaubriand per 
rivestire i suoi lavori di quell'ideale pittoresco ch'egli doveva perseguire in seguito 
così magistralmente nel suo grande lavoro sulla conquista dei Normanni. Parlando 
un'altra volta del bello, ho dovuto accennare a quella scuola che, col nome di Natu- 
ralismo o di Realismo, ha invaso oggi la letteratura, specialmente sotto la forma del 
romanzo detto storico o sociale. Dicevo come quella scuola tragga la sua inspira- 
zione dal Nord e più specialmente da Shakespeare, con modificazioni e svolgimenti 
che sarebbe troppo difficile accennare parte a parte. Come essa possa essere volta al 
bene e abusata in male, come però ai nostri tempi, per l'immoralità di certi scrit- 
tori, essa abbia fallito l'intento, in quanto non è a rintracciarsi in Shakespeare alcuni 
dei difetti che la deturpano oggi, e mi proponevo di parlarne più distesamente. Pe- 
rocché credo sia vano di gridar contro i romanzi perchè non vengano letti, mentre 
occorre invece educare i giovani a sentire lealmente quanto possa esservi di buono 
e quanto di cattivo... Chi, per esempio, vorrebbe proibire la lettura dei Promessi 
Sposi, del Wilhem Meister di Goethe, ecc. ecc., e forse perchè certi poveri spiriti si 
arrovellano a dirne male sulle generali, Manzoni, Goethe, Walter Scott, Byron, ces- 
seranno di essere i più insigni letterati del secolo ? Finché i professori, anziché par- 



43 

lare di questi libri filosoficamente, si accontenteranno solo di proibirli, i giovani, dopo 
aver letto nelle scuole Omero e Platone, penseranno coll'eroe dell'ultimo romanzacelo 
che avranno letto alla macchia... ». 

Ad istruttoria compiuta, fu invocato il giudizio di S. E. il Cardinale Monico, 
allora Patriarca di Venezia, il quale, letta ogni cosa, dichiarò « augurare egli all'in- 
segnamento uomini di così alta coscienza come il Politeo ». Ma nonostante l'auto- 
revole giudizio egli veniva — per punizione — destinato a Mantova ; cioè ad un 
liceo di terzo ordine. 

Chi comunicò tale notizia al Politeo fu certo Consigliere Alber : il doloroso 
sdegno per tale ingiusto trattamento è espresso nella coraggiosa lettera di cui ho 
potuto rintracciare la minuta nelle carte di quel tempo e della quale riferisco 
qualche frammento. 

« Può darsi che io non abbia l'onore di essere ricevuto da Lei, e può darsi che 
la mia presenza Le riesca in qualche modo fastidiosa o che io non sappia misurare 
le espressioni e la voce a tenore delle convenienze. L'ultima volta che io ho avuto 
l'onore di presentarmi da Lei, Ella mi ha detto che io ero mandato a Mantova a mie 
spese per castigo e me lo ha ripetuto due volte. Ella, in quell'istante, usava del tono 
laconico e asciutto di chi partecipa una notizia di grave momento e che importa di 
misurare agli effetti che dovrà produrre sull'animo di chi ascolta, ed a me son corse 
alla bocca assai più cose che non erano necessarie ; onde ho preso commiato senz'altro. 

Potrei dirLe che non conosco colpa che potesse meritarmi il castigo, che ove fos- 
sero vere le accuse che mi furono imputate avrei dovuto perdere irrimediabilmente 
il posto di professore e che ove sieno false avrei diritto almeno a non essere danneg- 
giato ; ma sarebbe ai tempi che corrono logica inopportuna, sfoghi da bambini ed in 
ogni modo forme di una ingenuità che resta troppo al di qua dei modi disinvolti e 
spediti che si tengono oggi. Due cose a mio senso — Ill.mo Sig. Consigliere — ■ 
sono il buon lievito, la vera virtù della società e degli individui ed io che non oserei 
in un atto pubblico ordinario tenere il linguaggio delle mie intime convinzioni,^ perchè 
stonerebbe con la solita routine, oso farlo seco, Sig. Consigliere. Ed Ella vorrà darmi 
ascolto perchè ripugnerebbe alla Sua coscienza di far altrimenti. Letta la lettera, Ella 
potrà deridermi come un ingenuo predicatore al deserto, come un furbo che si veste 
della magnifica clamide della virtù e del sapere per gabbare la buona fede degli altri 
o come un pazzo, che ha d'uopo d'esser messo sotto custodia ed affidato alla giustizia 
di chi pronunzia e condanna. La prima di tali cose è la fede nel bene e comprende il 
sentimento religioso e quanto nel sacrificio v'ha di nobile e di grande nell'umanità. 
Non è faccenda né di ceti, né di sagrestia, né di ordinanze pubbliche; rifugge dalle 
formule e la sua formula è espressa nell'amore di Dio e degli uomini in ispirilo e 
verità. Fu il precetto, la divisa del Cristianesimo ed i grandi benefattori dell'uma- 
nità se la sono trasmessa gli uni agli altri ed or è un mese appena che Bunsen scen- 
deva nel sepolcro ripetendola religiosamente quasi a riassumere le lunghe fatiche 
durate ed il premio raggiunto quaggiù. L'antitesi di questa dottrina è il fariseismo 
uffiziale, ecclesiastico, dottrinario, vario secondo i ceti, gli ordinamenti e le specie 
diverse della società; avvolge nelle sue spire chi gli contrasta e soffocherebbe l'anima 
ed il pensiero e condannerebbe a perpetua schiavitù il genere limano,^ se il genere 
umano potesse maturarsi e conchiudersi. Fatalmente v'hanno tempi così tristi, paesi 
così sventurati, circostanze così infelici che i migliori — quasi a disperazione d'ogni 
altro mezzo di salvezza — si fanno stromento di quelle dottrine ; e tanto più si accen- 
dono e si lasciano trascinare per quella via quanto è maggiore in essi la nobiltà dei 
sentimenti, l'altezza della mente e la fede nell'animo. Ed Ella — Sig. Consigliere — 
segue forse quei sogni fallaci senza avvedersi come altri abbia calcolato a sangue freddo 
di sfruttare i moti e gli impulsi generosi del Suo animo a proprio vantaggio. Io fui 
vittima di questi tali e lo sarò ancora quando le circostanze avranno cangiato e quando 
il mio nome oscuro verrà, forse, ad acquistar rinomanza, e più allora forse di adesso. 

Le sventure ed i casi della vita hanno rafforzato in me. queste convinzioni e lo 
sdegno che cresce in me ogni giorno delle arti malvage, meschine, tenebrose, rifuggenti 
alla chiara luce del sole, mi fanno benedire, nonostante il cuore sanguini e la mia 
posizione diventi più incerta, la condotta che ho preso e da cui non saprò più 
dipartirmi. 

L'altra delle cose a cui ho accennato è la libertà del pensiero, emanatone del- 
l'anima come la luce è segno di un lume che risplenda; ma per questa i nostri farisei 



44 

limi trovato tanti nomi, tante gherminelle, tante soppiatterie che or chiamano pru- 
denza la menzogna, il silenzio necessità ed hanno preparata e contraffatta la verità 
in tanti modi che l'uomo onesto non saprebbe pie riconoscerla e riverirla. E così 
contraffatta com'è, recluta sotto le sue bandiere quanti sono i tristi che vogliono oppri- 
mere e gli ignoranti che vorrebbero scusare la loro poca dottrina e non saprebbero da 
per loro render ragione di quel che sentono e pensano. Ecco la mia vera colpa ai loro 
occhi, e Iddio giudichi fra me e loro come io non ho ormai più niente di comune 
con essi. 

Ed ora che senza veli Le ho esposto quanto sento e credo la vera causa di tutte 
le mie sciagure, Le parlerò più direttamente delle cose mie. Non intendo di commuo- 
verla a pietà del mio stato, ne di intenerirLa- col quadro sconfortante della mia fa- 
miglia. Non ho il bene di risguardarLa come a me favorevole e se le mie ragioni non 
bastano a procurarmi giustizia non ho invidiato mai a nessuno i modi suppli- 
chevoli con cui alcuni cercano di raggiungere il loro intento. Onde io Le esporrò sem- 
plicemente che i miei mezzi economici sono così scarsi da non poter recarmi a mie 
spese a Mantova senza esportiti alle più rovinose conseguenze nella mia economia ; 
che mia madre, vecchia ed inferma, non si recherebbe meco a Mantova se non per 
cercarvi il sepolcro, e che, volendo lasciarla qui a Venezia, dove ha qualche cono- 
scenza, dovrei dimezzare il mio stipendio così che non basti più né a me né a 
lei... ». 

Con la stessa data così esprimeva il Politeo la sua amarezza ad un amico : 
« ... Oh se i sacrifici che ho fatti fino ad ora per conservarmi onesto, per sodisfare 
a quest 'obbligo sacro di assistere i miei genitori, di non mentire alla virtù, di spo- 
gliarmi delle bugiarde e farisaiche apparenze di cui tanti uomini si rivestono per 
carpire ciò che a loro non appartiene, se tutto questo e il disinteresse e la generosità 
che mi sento nell'anima, non fossero che un' illusione e la fortuna dovesse correr sem- 
pre dove la viltà, l'ignoranza e la bassezza hanno il loro covo, e flagellar a sangue e 
a morte chi non le sacrifica quanto è grande e nobile nel mondo, — allora cosa resta 
a me, che cosa resta agli infelici che mi somigliano ? Eppure mentre io sento le salde 
ragioni del mio procedere, domando talvolta a me stesso se forse alcuna di queste 
belle qualità non siano in gran parte la trasformazione di quella triste superbia che 
ci istiga in segreto a voler ad ogni costo esser migliori degli altri e se forse la prudenza, 
che certo non è il mio forte, non mi manchi appunto perchè io non sento con modera- 
zione di me. Queste domande me le son fatte da me stesso fino dalla prima giovinezza 
e sembra che la natura volesse agguerrirmi per tempo ai tristi esercizi della sventura, 
ed or guardo alle sventure che mi opprimono come ad una espiazione, ad una am- 
menda delle mie colpe e di quelle forse dei miei padri. Ma gli altri ? Ho veduto gli 
uomini calunniarsi e salir alto come non mi è venuto in animo di farlo nemmanco 
in sogno, li ho veduti in questo triste paese perdere ogni dignità d'uomo, per mendi- 
care i piccoli favori della fortuna, ed io fui vittima di questi tali ; ho veduto ogni 
più brutta cosa e posso aggiungere in parola, senza contaminarmi. Eccoti le tristi 
riflessioni che sono come l'ultimo rifugio a cui ripara il mio povero spirito contro 
le minacce dell' avverso destino ; e se un giorno le forze mi verranno meno e le lunghe 
sofferenze contribuiranno a farmi cader senza riparo in quella tristezza di cui sento 
i sintomi nell'anima, allora sarà quel che Dio vuole, ma io saprò ad ogni modo 
prevenire quell'abbrutimento dell'organismo che viene dai lunghi affanni. Ecco, ho 
condotto abbastanza avanti un lavoro filosofico intrapreso da molto tempo e a cui 
ho atteso con molta cura, ma che oggi non sarebbe letto in Italia e che oltre non esser 
compiuto non è fatto forse per destar interesse qui. Alcuni amici intanto mi con- 
sigliano ad accingermi ad un saggio critico sul Foscolo di cui mi sono intra/tenuto 
con essi in via di discorso : potrei forse compierlo in tre mesi e sarebbe argomento 
che, ove mi riuscisse, potrebbe guadagnarmi una certa considerazione. Senonchè sento 
di non poter forse farlo come si vorrebbe in questo paese caldo di tanti pregiudizi. 
né io sono disposto a sacrificar quello che sento per ingraziarmi il pubblico. Vedremo 
in ogni modo, ma intanto il lavoro in premura sarebbe uno svago dello spirito di cui 
ho bisogno... ». 

La decisione si fece attendere: dopo alcuni mesi il Politeo ricevette il decreto 
di trasferimento, nel quale non è cenno di punizione, ma gli è ingiunto perento- 
riamente di recarsi a Mantova in via provvisoria nell' attesa « che l'Eccelsa Supe- 
riorità trovi modo di destinarlo ad altro dominio ». 



45 

Nel pensiero della madre, Giorgio Politeo vince l'amarezza che gli trabocca 
nell'animo ed obbedisce. 

« Per me solo la cosa sarebbe andata altrimenti ; ma in questo stato devo ras- 
segnarmi a quel che mi mette dinanzi il destino.... Liberarsi dalla sudditanza 
austriaca ed andare a Torino... ma come lasciare la madre ? Come rinviarla in Dal- 
mazia ? Come dare il triste annunzio a quel cuore, afflitto da lunghissimi anni da 
ogni maniera di disavventure ? Certo ella subirebbe il suo triste destino senza lamen- 
tarsi, ma sarebbe il più amaro colpo che le riserba la sorte. Ogni cuor di madre vive 
in certo senso di amor proprio che la ragione non vale a combattere e che noi saremmo 
crudeli a voler pretendere che si taccia al bisogno... Che direbbero a Spalato se, dopo 
aver abbandonata la Patria per seguire il figlio, la dovessero veder ritornare quasi 
reietta senza nemmeno il conforto di una posizione indipendente ? Questi argomenti 
io indovino senza che ella possa aver mai il coraggio di esprimerli. Oh l'amor pro- 
prio di madre è ben più profondo di qualsiasi ambizione di letterato ed è cosa più 
sacra assai .di ogni velleità di fama e di onori...». 

* 
* * 

Parte con la madre per Mantova. Questa città non desiderata, quasi temu- 
ta, dovrà invece essere per il Politeo uno dei soggiorni migliori ; lo attendono 
amicizie carissime ed egli vi sceglie la compagna della sua vita. 

Gli anni trascorsi a Vienna « a disposizione dell' I. R. Governo » erano stati 
fecondi di studi. Fattosi padrone della lingua tedesca, molto aveva letto e medi- 
tato. Da tempo, egli vagheggiava un grande lavoro nell'ordine di certe idee appar- 
segli già nella prima giovinezza. Avrebbe dovuto essere una Storia dell' Ideale 
Umano e rispondere ad un titolo come : L'uomo e l'umanità. Ne aveva compiuto 
l'introduzione nella quale « aveva inteso di fare come il compositore che fa pre- 
cedere da una sinfonia l'opera sua, pretendendo di far sentire certe cose prima 
di dimostrarle » ; ma i tristi casi che erano seguiti al soggiorno di Vienna, gli 
avevano tolto ogni lena. 

«... Per quel lavoro, che avrebbe dovuto essere una logica dell'universo sapere 
con metodo diverso dalle scuole, dai sistemi filosofici, mi mancò il tempo, la serenità 
della mente, turbata da molte e lunghe disavventure e da una tristezza naturale che 
mi fa apparire or pigro, ora indocile ai consigli di chi mi ama, ora trascurato 
d'ogni cosa che mi riguardi. Forse questa vita dello scrittore chiuso la maggior parte 
del tempo in sé è contraria alla mia natura ; forse mi mancarono quei convegni in 
cui il pensiero si ravviva piacevolmente nella discussione, nell' esercizio della parola ; 
forse furono troppo infelici i primi casi della mia vita, ma forse più che ogni altra 
cosa potè l'indole mia... ». 

A Mantova egli riprende il lavoro e, sollecitato, ne pubblica l'introduzione, 
compiuta già da qualche anno, nel « Programma » dell' I. R. Ginnasio per l'anno 
1862. Si trattava di un saggio di piccola mole; ma poiché voleva essere «sintesi 
pittoresca di vedute nuove sulle supreme ragioni dell'uman genere » avrebbe 
dovuto veder la luce altrimenti per poter essere diffuso, attirare l'attenzione dei 
competenti ed essere discusso come meritava. Così nasceva in ristrettissimo am- 
bito la «Genesi naturale di un'idea ». Però il Clero non tardò a notarla ed accusò 
l'autore di ateismo e di panteismo, movendo rimostranze presso la Luogote- 
nenza ed il Ministero, mentre qualche positivista del tempo lo tacciò di misticismo 
e forse peggio. 

La polizia lo vigila zelantemente. In un rapporto dell' I. R. Commissario 
Superiore André, diretto al Barone da Prato, I. R. Delegato Provinciale, in data 
23 marzo 1864, troviamo, tra l'altro, queste dichiarazioni : « ... Legato di amicizia 
con persone note per la loro avversione al Governo, quali Grossi, Benzoni, Dalla 
Rosa e alle famiglie D'Arco e Martinelli, egli serba condotta politica irreprensi- 
bile ed è esemplare il suo contegno sociale e morale. Sobrio di parole, poco espan- 
sivo, molto studioso, di talento non comune, di estesa erudizione, il suo conver- 
sare è ricercato dalle persone colte ed il suo fare affabile ed indulgente lo rende 
assai ben voluto dalla scolaresca, così che egli gode generalmente distinta fama. 
Non mi consta che in addietro nelle lezioni facesse pompa di liberalismo e che 
nella discussione delle materie oltrepassasse il limite del permesso... Nell'anno 
scolastico in corso certo non si rese colpevole di simili imprudenze ». 



46 

Così nella « Tabella di servizio e di qualificazione » (note segrete informative 
del Direttore A. Monti dell' I. R. Ginnasio di Mantova) troviamo indicato al N. 13 : 
« Capacità intellettuale : grandissima » — al N. 14 : « Cognizioni : molte ed elette » 
— al N. 16 : « Se meriti piena fiducia : merita piena fiducia ». La sua condotta è 
sotto ogni riguardo irreprensibile. E' poi superiore ad ogni elogio il suo contegno 
verso la madre vecchia ed inferma ». 

Una ingiallita fotografia del 1864 ritrae in gruppo gli insegnanti del Gin- 
nasio di Mantova. A due passi da Giorgio Politeo è Roberto Ardigò, sacerdote 
catechista del corso ginnasiale. Non so quali rapporti corressero fra loro a quel 
tempo, né so se si mantennero in relazione epistolare dopo il soggiorno di Man- 
tova. Nei diari, tra i manoscritti, nella corrispondenza, non ho trovato fino ad 
oggi, traccia in proposito, all'infuori di una lettera dell'Ardigò (11 Giugno 1892) 
che accompagnava il dono delle sue opere filosofiche al Politeo « in ricordo del- 
l'antica amicizia ». E poiché vi trovo unita copia della risposta, mi piace riferirla 
subito pur anticipando di tanti anni il corso degli eventi : 

« Illustre e caro professore ■ — Le sono tenuto di essersi così affettuosamente 
ricordato di me e devo esprimerLe la mia più sentita riconoscenza dell'insigne pre- 
sente delle sue opere ch'io riguardo come un caro ed indimenticabile pegno della nostra 
vecchia amicizia e della sua benevolenza verso di me. Le leggerò con vivo interessa- 
mento, in ragione della bella fama che godono e dell'affetto che ho portato al loro autore 
ed ammirerò molto probabilmente l'ingegno, senza poter dividere le convinzioni. 
Giunto agli anni della vita in cui resta assai poco a sperare, guardo con certa curio- 
sità al movimento filosofico, ma sto in ascolto con assai maggiore curiosità ed ansietà 
di queste grandi voci che escono dalle viscere della natura e che ci parlano spesso un 
linguaggio così diverso da ciò che asseriscono i filosofi, gli statisti, ed, in generale, 
gli scrittori, preoccupati assai più delle loro speculazioni che degli interessi di questa 
povera umanità, la quale, per grande che sia il suo orgoglio, ha ed avrà purtroppo 
assai più miserie da compiangere e consolare che non vanti e trionfi da celebrare. 

Chi potesse rendere le note di questa grande orchestra melanconica avrebbe, a mio 
senso, fatto il più grande lavoro filosofico e insieme l'opera più grandemente umana... 
Ma arrivarci ! Ed or che Le scrivo, mio illustre e caro professore, mi sta sempre 
innanzi agli occhi la sua bella figura che m'auguro di poter rivedere nell' aspetto franco 
e leale che le ho conosciuto una volta ed in quell'espressione intima di sentimenti e di 
pensieri che disgraziatamente non si stampano, ma sono la miglior parte di noi 
stessi. Sarei assai lieto che mi si presentasse l'occasione di mostrarLe la mia viva 
e profonda riconoscenza ed insieme quei sentimenti di stima e di amicizia con cui 
sono con tutto il cuore Suo dev.mo G. P. ». 

Egli ha ripreso il lavoro di cui la Genesi naturale di un'idea avrebbe dovuto 
essere il proemio ; ma non ne è soddisfatto e distrugge pagine e pagine. A Man- 
tova si manifesta in lui quella autocritica spietata che lo allontanerà dalla meta 
che pur è in cima ad ogni suo pensiero. Nel rileggere quanto ha scritto, trova di 
essere sempre al di sotto dell'ispirazione che lo agita e lo tormenta. A persona 
amica così scrive : « ... Il piano del mio lavoro è bello e terminato ; mi resta solo di 
metterlo in carta ad uso di chi vorrà leggerlo. Ma via ! Non ti par egli che questa 
occupazione dello scrivere ti sottragga all'armonia naturale delle cose ed il pensiero 
si risenta di questo solitario esercizio ? Oh, la parola parlata, quando in mezzo alla 
moltitudine dinanzi ad attento uditorio, gli occhi, gli atti, la voce sono per sé un 
altro linguaggio, un'espressione — direi — più pittoresca ancora del pensiero, ed 
il suono dà alle idee le vibrazioni di una sensibilità più squisita e più profonda... 
Un pensiero che si agiti, agita il mondo esterno ed il mondo esterno reagisce sul pen- 
siero e lo seconda, lo atteggia, gli contrasta in mille modi ; ma qui nel chiuso segreto 
della tua stanza il pensiero che corre e corre senza che nessuno lo punga è raro che 
acquisti in forza e vera efficacia...». 

« Rimaneggiare non vale, occorre ricominciare daccapo ». E sotto forma di- 
versa, con differente nome, egli vagheggia di poter costringere i pensieri che gli 
si affollano nella mente. 

Ma ne è troppo distratto : il clima di Mantova ha peggiorato le condizioni 
fisiche della madre che cade spesso malata. Oltre l'ansiosa preoccupazione occorre 
attendere a mille piccole cose materiali, ed egli così impacciato, così lontano da 



47 

ogni avvedutezza pratica, sa diventare accorto e attento, tanto potevano in lui 
l'amore e la devozione di figlio ! 

Lo soccorrono il conforto e l'aiuto di nuovi amici. Mantova infatti gli aveva 
aperto il cuore dei suoi figli migliori, così che egli soleva ripetere più tardi che, 
dopo la Patria, avrebbe voluto dirsi mantovano di nascita. 

Si accende allora la sua amicizia con la famiglia d'Arco. Nell'antico palazzo 
d'Arco, nella piazza omonima, viveva il vecchio conte erudito, studioso di patrie 
memorie ; con lui il fratello e la sua giovane moglie, la bellissima Giovanna de' 
Capitani, milanese, una delle donne lombarde che avevano implorato grazia al 
maresciallo Radetzky pei martiri di Belfiore. Avevano un unico figlio, di aperto, 
precocissimo ingegnò, allora studente liceale, scolaro del Politeo. 

Frequentatore assiduo della casa, il Politeo è amico, confidente, consigliere. 
Il giovane conte lo ama, e quando nel 1870 la morte gli toglie la madre ed il padre 
ed egli si sente solo nel mondo, ricorre all'amicizia del Politeo (già lontano da 
Mantova, perchè richiamato al Liceo di Venezia) come al migliore conforto. 

Quanta ansia è nel cuore del maestro per quel giovane così largamente dotato 
d'ingegno, di bellezza, di forza fìsica, padrone assoluto e senza controlli di cospicue 
ricchezze ! La corrispondenza corsa fra il 1868 ed il 1898, tocca il vertice di quanto 
di più nobile ed alto può inspirare la sollecitudine del bene da una parte, la devo- 
zione più amorosa e confidente dall'altra. 

«... Nella disposizione alquanto morbosa del mio animo e che s' inacerba di 
tempo in tempo, non è meraviglia che il suo silenzio m'inspiri qualche triste appren- 
sione di passi falsi, di studi interrotti, di svogliatezze e di negligenze morali ; e più 
volte pensando come l'amico mi possa dimenticare, trovo — per un riscontro che può 
parer singolare — come un debito maggiore di non dimenticare me stesso... ». 

Così il Politeo, per soccorrere l'amico, cerca di migliorare sé stesso, innal- 
zando inconsapevolmente la sua figura morale e conferendole maggiore prestigio. 

Ed il d'Arco a lui : 

... temo che le sue occupazioni non sieno di indole da migliorare la sua salute, ma più facilmente da 
distruggerla, e mi pare che altri al suo posto troverebbe facilmente modo di cavare miglior partito dalla sua 
posizione, nel senso volgare della frase. Ma sento d'altra parte come Ella sia ormai troppo in alto con l'anima 
per occuparsi di questi dettagli della vita e forse anche della vita stessa. Potrebbe anche esservi qualche cosa 
di eccessivo in certe sue sublimi aspirazioni, se non sembrasse destino che in questa lotta dello spirito con la 
materia la vittoria di un elemento trascini la distruzione dell'altro. Io temo per lei troppi allori pel primo ed 
Ella paventa in me le vittorie dell'altro ; e può essere che l'amorosa nostra cura esageri in tutti e due i casi. Sic- 
come non posso parlare con qualche sicurezza del mio, così le dirò — nella speranza di darle consolazione — 
che non mi pare di essere « travolto nelle spire della fatalità, né di aver perduto coscienza del mio stato » e che 
se invero mi sento molto peggiore di quello che dovrei e potrei essere, d' altra parte credo di essere migliore 
di quello che fui mai e di progredire sulla via del bene col passo che mi permette di prendere il carico traditore 
delle fortune che mi circondano ... Mercoledì partirò per Parigi e ove Ella mi voglia scrivere, diriga al Grand 
Hotel. Un tempo sognai di averla compagno in questo viaggio e la memoria mi richiama vivaci tutte le sedu- 
zioni che la fantasia mi prometteva per tanta fortuna. Poteva essere un secondo battesimo per me e forse mi 
avrebbe redento per tutta la vita. Sogni ed illusioni : intanto Ella è triste, affogato da ingrato lavoro ; ed Ella 
con quel suo sorriso sereno e rassegnato, con la dolcezza cui ha piegato il suo carattere da leone, con la umiltà 
cui ha costretto il suo altissimo ingegno, è un martire come ne ha sempre fatto la fede e come non cesserà di 
farne fino al giorno in cui questa figlia del Cielo troverà sulla terra condizioni di vita che oggi le mancano. E 
quando penso che Ella non è più giovane e che a nulla di umanamente elevato è ancora giunto e che mentre 
poteva poggiare ove meglio le piacesse ha voluto e potuto sacrificare tutti i materiali che le dovevano servire 
di sgabello per le umane vanità onde inalzare più cospicuo l'altare della sua coscienza, io piego le ginocchia da- 
vanti a Lei e non trovo che nella sua infinita bontà ragione per osare di dirmele amico e fratello. E vorrei pro- 
testare e maledire e disperare di questo mondo per cui Ella passa senza essere riconosciuto e di questo bene 
che non procura che dolori, se un'imtima, inconscia forza non mi portasse ad ammirare ed invidiare la sublimità 
di questo sacrificio e del mistero che lo illumina di raggi celesti. È così che si sente più che non si spieghi, si venera 
più che non s'intenda il martirio di Cristo... Io divago e finirò col dire cose insensate, ma sento delle voci nel 
cuore che parlano alla mia mente e questa le accoglie e tenta di vestire in forma di idee le impressioni che ne 
riceve, ma non ha forza bastante e resta l'emozione senza che sia nato il pensiero. Senta, Politeo, non sciupi la 
sua salute, conservi la fibra fortissima ed elastica che la Natura le ha dato... Veda, non fosse altro per sminuire 
la mia mortificazione, di copiare qualche cosa da me, come io vorrei imitar Lei in cose migliori... 

« ... Tutto oggi va bene, mio d'Arco», rispondeva il maestro, «tutto si muove 
armoniosamente e tutto darà i suoi frutti prima o dopo. Ritorneranno però i tempo- 
rali, poiché Ella non ha passato ancora l'equatore della vita ; ritorneranno pene e 
desideri segreti e certe strette ineffabili che rendono come indifferenti perfino all'idea 
della nostra distruzione ; ma le ore spese utilmente, il bene e la memoria del bene 
in cui ci siamo esercitati saranno i nostri angeli tutelari. E quella siffatta logica clic' 
non s'impara e non s'insegna in nessun libro di logica, ma che si compie lungi dalle 



. 4 8 

dimostrazioni della ragione, in una abitudine costante di certe idee morali, ci darà 
una vittoria che non si esprime con alcuna parola del dizionario del sentimento, per- 
chè non v'ha parola che esprima il dolore che si cangia in piacere, né le lagrime che 
diventano sorriso... Oh Dio mio! come sento tutto il bene di amarla, di seguirla, di 
saperla sano, lieto, virtuoso ! E' un conforto che mi par più che cosa umana e che 
io non vorrei cambiare con le più belle seduzioni di questo mondo... ». 

Tale corrispondenza corre frequente ed assidua durante i mesi e gli anni. 
Il d'Arco apre tutto se stesso al Politeo con una sincerità così ampia e completa, 
che, se torna ad onore di chi l'ha inspirata, conferisce al carattere ed all'ingegno 
del d'Arco tanta nobiltà da indurci ad ammirazione. 

... Anche questa volta i miei sentimenti, esaminati attraverso il prisma lucidissimo delle osservazioni che 
a Lei il perfetto intuito inspira, mi apparvero meno crudi e leggendo la sua lettera trovai quasi modo di ricon- 
ciliarmi con me stesso e con la vita. E meditando a perdita di mente sulla magia dell' influenza sua, subita da 
buoni e da tristi ed a cui solo sfuggono i mediocri, per ragioni facili ad intendersi, mi parve scorgervi l'ombra 
di una rivelazione di forze arcane e sovrumane. Cosi le sue parole tanto profonde e tanto vere sull'amicizia nostra 
mi riconfortano indicibilmente, perchè, l'assicuro, che in un certo ordine superiore di fatti io consideravo pal- 
pitando questa come la perdita suprema, giacché è ancora sempre la sola, efficace barriera che mi separa da certi 
abissi morali... 

Vorrei e potrei continuare a lungo nelle citazioni, e forse pochi epistolari 
vincerebbero questo in acutezza psicologica, in eloquente spontaneità di senti- 
menti e di stile, in vivo interesse. 

Liberato il Lombardo- Veneto ed annesso al giovane Regno d' Italia, il Politeo 
nel 1867 ritorna a Venezia, destinato alla cattedra di Letteratura e Storia nel 
Liceo « Marco Polo », per passare due anni dopo al Liceo di S. Caterina (il « Marco 
Foscarini » d'oggi) ad insegnarvi filosofia. Siamo nel 1870. L'ottobre di quell'anno 
egli fa sposa una giovane mantovana, Maria Guadagni. 

Nella vita raccolta della nuova famiglia, si sono acquietate le agitazioni 
del passato. Gli studi, la scuola lo assorbono. 

Nel 1873, per invito del Consiglio scolastico della Provincia di Venezia, l'As- 
sociazione Veneta di Utilità Pubblica, presieduta dal Senatore Co. G. B. Giu- 
stinian, nominava un'apposita commissione perchè prendesse in esame i questiti 
proposti dall' inchiesta sull'istruzione secondaria, assegnando al Politeo l'ufficio 
di Relatore. Nella seduta del 20 Dicembre 1873 la Società approvava la relazione 
del Politeo, deliberava di pubblicarla e presentarla alla commissione governativa. 

A rileggerla dopo 70 anni si ha l'impressione di aver tra mano cosa scritta 
ai giorni nostri, tanto sono stati precorsi i tempi nell'indirizzo educativo. 

Ne riparleremo a suo luogo e ne citeremo le parti più salienti. 

Attende al lavoro intrapreso, interrotto, ma sempre vivo nel suo pensiero 
e vorrà migliorare il suo carattere le cui deficenze lo tormentano e lo assillano. 
Questo tormento lo ha seguito imperioso e costante tutta la vita, ma nelle « note » 
dei diari fra il 1870 e '75 ne troviamo più insistentemente espressa la pena : « Ho 
Kj)>iinesso oggi un mondo di imprudenze; ho irritato anziché persuadere... ; devo 
vigilare me stesso e notare qui giorno per giorno il mio modo di condurmi... Così 
vorrei prender per le corna il vizio, capitale per me, del fumare » «... L'inerzia e la 
mancanza d'ordine sono i miei grandi mali. L'attività sembra essersi spenta in me 
ed io la richiamo invano con la forza dei miei desideri. La passione si è spenta, il 
desiderio del bene è troppo affogato nello scetticismo, perchè sia efficace, la mia co- 
scienza, che io ho cercato di mantenere pura e immacolata, si gualcisce e come si 
storpia in questo attrito di uomini e di cose... Possibile che la stella del mio mattino 
non sorga ancora a confortare della sua luce casta e piena di vita questa età già 
grave di anni e di angoscie ! Oh, io t'invoco, mio Dio ! e nella speranza starò aspet- 
tando come chi, sentitosi impietrar il cuore dalle tristi vicende trascorse, aspetta la 
consolazione delle lagrime e in questa attesa viva, in questa volontà ferma e costante, 
ottiene che Iddio gli risusciti la vita dei suoi anni migliori ». 

« ... Questa mia povera testa mentre si dissipa con una strana facilità, ha nel 
tempo stesso una eccitabilità così sulfurea, ignea — che tutte le sventure, le prove 
dolorose, gli avvilimenti non hanno potuto correggere, sebbene l'abbiano modificata 
da quello che era una volta. A questa eccitabilità si accompagna sempre un grande 
abattimentu, una profonda prostrazione... ». 

« Parlo così facilmente, detto anche assai facilmente e scrivo cosi difficilmente. 
Bisogna che io cerchi la spiegazione di un tal fatto e ne cerchi in me il rimedio... ». 



49 

È di questo tempo la sua rinuncia all'offerta dei Mantovani di presentarlo 
candidato ad un seggio in Parlamento. Ad un'amica di Mantova che per prima 
gli ha svelato l'intenzione di tale offerta, risponde : « La notizia di cui Ella mi dà 
parte oggi mi giunge affatto, affatto nuova ; e devo dirle che se le elezioni fossero spon- 
tanee accetterei. Non so se in me parli l'ambizione ; ma, quand'ero ambizioso, i miei 
sogni si estendevano assai più in là di un seggio di deputato, ed ora mi pare di essere 
libero affatto da ogni ambizione volgare... ». 

Che cosa erano allora le elezioni ? Chi lo ricorda intuisce come il Politeo non 
possa esserne stato sedotto. 



Come avvenne che alcuni anni appresso l'anima fiera e sdegnosa di Giorgio 
Politeo potè sottoporsi al vaglio umiliante di un concorso per esami ? Non avrei 
saputo mai rispondere a tale domanda se alcune lettere e documenti non mi fos- 
sero venuti tra mano a giustificare quanto poteva essermi apparso contrastante 
nel suo carattere. Apertosi, nell'ottobre 1878, all'Università di Padova il con- 
corso alla cattedra di Filosofia Morale, il Politeo fu chiamato a tenervi un corso 
di lezioni che avrebbero dovuto condurlo alla nomina definitiva senza chiuderlo 
nelle spire burocratiche di un concorso per esame. Può darsi che, così stando le 
cose, il Politeo abbia di buon grado aderito alle istanze di amici, che avrebbero 
voluto vederlo ritornare docente in quell' Università, dove egli aveva per primo 
insegnato al suo giungere in Italia. Senonchè, dopo qualche tempo, le cose muta- 
rono : il concorso per esami fu deciso. 

Appare chiaro dalle vive, affettuose insistenze di d'Arco che il Politeo ricu- 
sasse di sottoporvisi. Alla data 30 aprile '79 leggiamo : 

Nella sua ultima lettera vi è il pensiero insistente dell'esame... Io intendo e divido tutte le sue ripu- 
gnanze, tutte le nausee, le ribellioni del suo spirito. Le intendo, ma sono troppo umane. Sento che le proverei 
anch'io ; ma non mi pare buona ragione perchè debba provarle lei. Faccia l'esame : se riesce nulla di meglio, se 
no, sarà uno splendido sacrificio del sublime davanti al mediocre, sarà una condanna della tristezza dei nostri 
tempi e dei nostri uomini. 

... Vinca ogni esitanza e si presenti ; sento che si consolerà assai più facilmente di una caduta che di 
una ritirata. Eppoi, eppoi Ella riuscirà ! 

Non c'è lettera di d'Arco (dall'aprile al Maggio 1879) in cui venga meno 
l'amorosa preghiera. Ma fino all'ultimo Politeo non è persuaso. Luigi Luzzatti 
telegrafa e ritelegrafa. Ma ecco che la sera prima della data fissata per l'esame, 
Giuseppe Guerzoni giunge da Padova : « Non presentarti, Politeo, assolutamente 
non presentarti : sarebbe esporre la tua virtù cristiana al martirio ! La partita 
è già perduta ! » 

Perchè il Politeo, così restio fino allora, non si fece persuaso dello schietto, 
ansioso consiglio del Guerzoni ed il giorno appresso si presentava all'esame ? Ascol- 
tiamolo raccontare a d'Arco la vicenda dolorosa : 

«■Ieri è .terminato questo triste spettacolo degli esami che — nelle site linee 
generali, purtroppo vere, fu descritto dal « Bacchiglione »... La lezione di prova andò 
bene, nonostante i miei vecchi studenti la trovassero inferiore alle consuete mie lezioni ; 
l'interrogatorio, che era la seconda prova, andò, contro ogni mia aspettazione, be>iis- 
simo ; ma il contradditorio coi concorrenti presenti presentò dei guai... Per poco che 
valessero i miei emuli, io mi aspettavo delle obiezioni serie ; ora in luogo di ciò 
mi son trovato dinanzi a questioni puerili, scolastiche di parole, ad insinuazioni di 
materialismo, interpretando iti mala fede quanto avevo scritto... Ho confutato una 
ad una quelle ridicole obiezioni, ma ho perduto la pazienza ed ho detto all'indirizzo 
dei contradditori ed in genere all'indirizzo dei metafisici, delle parole di cui la Com- 
missione s'ebbe a male... Ed ecco che il giorno appresso nel contradditorio di certo 
Labanca, che pareva il mio avversario più formidabile e dietro a cui sì schierava 
il partito avanzato dall'assemblea, una mia parola diretta alla dottrina professata 
dall'avversario e non all'avversario, mi procurò una specie di tumulto, una chia- 
mata all'ordine ed una paternale del Presidente. Questo fu il colpo di grazia. Dissi 
poche parole ancora e tutto fu terminato. 

«Eppure tutto questo era prevedibile... Luzzatti mi lanciò lì senza pensarvi 
ed Ella, amico mio, fu ascoltato da me con una condiscendenza cieca che non saprei 

4 - a. cxxxin - v. 129 



50 

oggi analizzare appieno... E quel mio povero Guerzoni, che aveva bestemmiato ed 
urlato al pensiero di questo esame, ieri e ieri l'altro fu per compromettere tutto e — 
quello che più mi importa — per compromettere gravemente sé stesso. Gli studenti, 
in caffè, la gente estranea agli studi, parteggiavano come pazzi, mentre quanti mi 
vedono male colsero V occasione per malignare e il grosso pubblico, introdotto a queste 
dispute ridicole e puerili da Medio Evo, pretenderà a ragione di giudicare tra me e 
gli altri... ». 

Luigi Danese — un fido, vecchio discepolo del Politeo — riferendo a d'Arco 
« l'indecoroso spettacolo seguito in questi giorni nell'Aula Magna dell'Università », 
asserisce che « l'ostilità era nota a tutti », che « con la più manifesta mala fede fu 
provocato lo scandalo facendone riversare la responsabilità sul Politeo » e che 
« mentre la Commissione, con molta debolezza presieduta, non seppe impedire 
lo sfogo delle più basse ire personali, non intervenne, come doveva, a provve- 
dere che restasse campo al Politeo di difendersi ». 

E d'Arco : «Danese mi riconferma quanto è avvenuto... ed io scrivo a Lei 
con l'angoscia e col rimorso. L'infame complotto mi strazia, il pensiero di aver 
contribuito a porla nella dura situazione, in cui Ella si trova, mi prostra... ». 

Politeo risponde allora senza indugio : « Quella storia dei miei esami è una 
roba che mi tirerebbe in dettagli lunghissimi e noiosissimi e certo Ella ha ragione 
di dirmi che non mi sono condotto con tatto e con prudenza ; ma bisognava essere nei 
miei panni — amico mio — per perdonare la mia impazienza e, — un po' anche, 
per ammirare la mia pazienza di cui — secondo alcuni amici — ho pur dato in 
alcuni momenti un saggio singolare. Però voglio dirle in tutta sincerità che. mentre 
mi son messo a quella berlina persuaso dai consigli suoi e da quelli di Luzzatti e vi 
fossi trascinato contro ogni mia intenzione e con disgusto, una voce mi spingeva a 
sostenere quella prova, qualunque potesse esserne l'esito ; ed oggi, nonostante quella 
tortura, sono contento di essermivi sottoposto. La cosa può spiegarsi colla inclina- 
zione che abbiamo tutti di giustificare in qualche modo i nostri spropositi ; ma io sento 
che la cosa non è così e lo dico anche perchè Lei, amico mio, e Luzzatti, non abbiano 
a dolersi della loro insistenza... ». 

Dopo il primo impeto di disgusto e di ribellione ecco già subentrare la calma. 
Calma che gli viene da una visione superiore. Conscio del suo carattere ardente, 
appassionato, eccitabilissimo, egli perviene a dominarlo e ne tramuta l'orgogliosa 
nerezza in ambizione più alta : « Farsi re della propria anima e dei propri destini ». 



Dal suo matrimonio una figlia gli era nata nel 1873. La morte gliela aveva 
rapita cinque anni appresso, nel più caro sorriso della grazia e dell'innocenza. 
Alcuni mesi dopo l'insuccesso di Padova, lo stesso dono veniva a rinnovare pro- 
messe e speranze. « Come mi sento lieto e confortato — gli scrive d'Arco — dalla 
consolazione che il Cielo Le ha mandata ! Dopo le prove amare degli ultimi tempi, 
dopo i dolori del passato Ella troverà certo largo compenso nelle gioie che le por- 
terà questa creaturina, che si può dire nasce per la seconda volta, ed ha già una 
storia di immenso strazio e di immenso affetto. Ma questa volta Ella non avrà 
che le rose, perchè le spine furono tutte e duramente provate ». 

E le rose fiorirono e non vi furono spine. 



Fino dal 1870 il Politeo aveva lasciato la cattedra di Letteratura Italiana 
del Liceo « Marco Polo » per passare, come abbiamo detto, ad insegnare filosofia 
al Liceo « Marco Foscarini » ed in quello stesso anno aveva iniziato il suo insegna- 
mento di « Etica civile » nell' Istituto tecnico « Paolo Sarpi ». Dopo l'insuccesso 
del concorso Universitario egli ritorna all'uno ed all'altro insegnamento « con 
la stessa serena tranquillità, colla quale il semplice coltivatore ritorna nella nuova 
stagione al suo medesimo campo, né muta amore di fatica, né scema speranze 
solo perchè sarà diverso il frutto che reca in grembo il coltivato solco » (1). 



(1) G. Bordiga, Commemorazione. 



5i 

Dai suoi « appunti » molto potremmo riferire intorno al suo insegnamento. 
Per le sue lezioni di Etica all' Istituto Tecnico (impartite più tardi sotto il nome 
di « Istituzioni morali, civili, politiche ») egli preparava dei piccoli schemi, a traverso 
i quali ci sarebbe agevole il seguirlo ; ma non è questo il momento adatto per farlo. 

Oggi io vorrei chiudere questi cenni biografici, rievocando gli ultimi trenta 
anni della sua vita brevemente, ma cogliendo di lui quei tratti caratteristici che 
valessero a ricondurlo fra noi vivo e vero, semplice e schietto, come egli è pas- 
sato nella sua casa, nella scuola, nei pubblici uffici, nell'intimità dell'amicizia 
e in quel costante suo prodigarsi a mitigare pene e superare ostacoli, a sanare dis- 
sidi, a provvedere materialmente e spiritualmente ai bisogni di chi a lui ricorreva. 
« Al contrario di quasi tutti gli uomini che riuscirono nella vita, si può dire di Lei 
che il molto che ha fatto per gli altri spiega il poco che ha fatto per sé, così ch'Ella 
ha capovolto uno dei cardini della teoria di Darwin » La lotta per l'esistenza... 
degli altri », gli scrive d'Arco. 

Nessun fatto saliente, in questo periodo. Oltre i doveri professionali, i suoi 
studi lo accupano senza posa. Dorme poco e passa buona parte della notte anno- 
tando e scrivendo. Legge assiduamente i giornali : 1' Allgemeine Zeitung e i suoi 
Beilage, il Journal des Débats ed i principali giornali italiani, nonché parecchie 
riviste inglesi, tedesche, francesi, italiane. È al corrente sempre del movimento 
filosofico, e volentieri indugia a meditare dottrine avversarie, quasi a meglio chia- 
rire quanto egli filosoficamente predilige. A testimonianza di tali ricerche è la 
sua biblioteca ed i molti fascicoli di riassunti e di osservazioni. Ricco materiale 
che aveva il compito di dimostrare con fatti e prove quanto egli avrebbe asserito 
in quel « lavoro » a cui sempre attese con infaticato desiderio. Ad interrompere 
queste care occupazioni vengono spesso preghiere di amici altolocati e in vista 
nel mondo letterario, richiedenti giudizi, vedute su questo o quella questione. 
Di qui, lunghe lettere di risposta, spunti ed argomenti per ulteriori sviluppi. 

«... il nostro Politeo, scrive Luigi Bodio, distribuisce con generosità di gran 
signore i tesori del suo poderoso intelletto ». 

« La sua mente sovrana è una inesauribile miniera di idee che noi vediamo 
con viva emozione correre e scintillare in discorsi politici e in conferenze 
letterarie » (i). 

La sorte era stata dura con lui ed egli ne aveva amaramente sofferto ; ma 
oggi egli ha superato quella sofferenza e se ne vendica largheggiando con tutti. 
Dona idee e pensieri ; mette la sua cultura a servizio di chi vuol arrivare ed attinge 
dal maestro non direttive soltanto, ma sviluppi ed argomentazioni che condur- 
ranno al successo ; dona il suo tempo a povere creature bisognose di appoggio, non 
disdegna di occuparsi delle più umili cose e sempre si prodiga con tale serenità d'a- 
nimo come se il beneficio recato agli altri ritornasse a lui di maggior prezzo e valore. 

« Ogni vero, spontaneo, tacito sacrificio di noi stessi al bene degli altri — aveva 
egli scritto un giorno — ci riconcilia coi destini e colle ragioni della vita, che in fondo 
non sono che ragioni di fede, di carità, di speranza, Paradosso logico a cui bastano 
poche parole per essere espresso, ma non bastano i lunghi anni ad essere praticato 
sinceramente e seriamente, e che — se ha contro di sé le grosse correnti del gran 
numero, il quale crede solo nel regno della forza e dell' astuzia — conta per sé i mo- 
menti più importanti della storia e i pochi eletti dell'umanità ». 

E questo un pensiero fondamentale del Politeo a cui ritorna spesso con 
espressione diversa e ne fa sostanza di vita. 

In quel fiero carattere è venuta la pace : 

... Ardenti 
furo miei sogni un tempo ; or si compiace 
dei tristi giorni dell'autunno l'alma, 
e di foglie ingiallite e di disperse 
voci d'augelli alla campagna e il sole 
che guarda obliquo all'orizzonte e tempra 
nei primi geli il suo splendor, l'incanto 
forman dell'ore che al piacer rivolgo. 
Quiete che non è gioia, ombre silenti 
che tenebre non sono e non son mute 
al cuor che le comprende... 



(i) R. Barbiera, A proposito della Conferenza Fradeletto. .Illustrazione Italiana , zo aprile 1894. 



52 

È venuta la pace anche se l'impeto del temperamento antico non è stato 
domato e lo conduce talvolta a scrosci di sdegno e di passione : « Puree mihi Do- 
mine, quia Dalmata sum ! » esclama al ritornar della calma. La viltà, l'insince- 
rità, i mezzucci delle piccole anime ripugnavano così profondamente alla sua 
costante, aperta schiettezza, da renderlo implacabile, egli che per uno slancio 
d'amore e di pentimento sapeva compatire e perdonare colpe maggiori con gene- 
rosa carità. 



Sempre curioso di sapere e di indagare seguiva ogni nuova scoperta con 
interesse vivissimo. Voleva rendersi conto di tutto. Discorreva di fisica, di chi- 
mica e si appassionava ad ogni nuova conquista. Un grosso volume sulla « tele- 
grafia senza fili » porta i suoi segni, i suoi dubbi che poi qualche amico compe- 
tente chiariva. Giovanni Vailati fu in attiva corrispondenza con lui, e con il Cas- 
sani, il Luxardo, il Bordiga usava intrattenersi di questioni scientifiche che lo 
inducevano poi in digressioni filosofiche, artistiche, calde di quel convincimento 
sincero e profondo che era il carattere essenziale di ogni suo discorso. 

All'Ateneo Veneto dove usava ogni giorno sostare nella sala di lettura, al 
Caffè Orientale sulla Riva degli Schiavoni, vecchi discepoli ed amici lo cercavano, 
poi — passo a passo — verso sera lo accompagnavano fino a casa. Spesso l'argo- 
mento lo appassionava così da dimenticare il desinare che lo attendeva, e quelli 
indugiavano con lui attenti ed ammirati. 

Qualcuno, ancor oggi, ricorda e custodisce le sue parole. 

Antonio Fradeletto gli ha dedicato pagine affettuose. Alfredo Panzini in 
vari suoi scritti, ne ha rievocato la caratteristica figura fisica e il suo valore 
morale. 

« Due occhi un po' strabici, ma che foravano come due spilli neri, un labbro sottile, amaro, buono, un po' 
pietoso, un po' canzonatorio, non so ; certo senza baffi ; fra gli occhi e le labbra c'era posto per un naso, magro 
e forte, e sotto il labbro un mento aguzzo, sbarbato con due ventarole grigie di scopettoni, e in alto, una 
fronte grande, magnifica anzi e sfuggente ». — Il Panzini prosegue fingendo un sogno : « Proprio lui, il mio professore 
di filosofia in liceo. Morto o vivo ? La sua disdegnosa modestia era grande come il suo valore umano, e perciò 
se anche è morto io non lo so... Certo era lui che parlava a me quella notte con la sua voce calma ed amara, 
intinta un po' ntW'erre, un po' in certi fremiti di commozione ». E — lasciando la finzione — riprende : • Non 
è questa, vi prego, una fantasia o una bizzarria : l'uomo di cui vi dico fu vivo e mi auguro sia ancora tra i 
vivi ; era italiano, ma di nazione dalmata... e chi lo conobbe vi dirà che questo virtuoso ed ironico filosofo 
dalmata fu tra gli uomini più straordinari, e se il suo nome non è noto per opere scritte, è perchè la sua ambi- 
zione era troppo alta ; egli non voleva plasmare dei libri di carta, ma voleva plasmare gli uomini », 

E in altro luogo : 

« ... Egli ebbe sempre una repugnanza istintiva ad impagliare in periodi il raggio di sole del suo nobile pen- 
siero. Non fece carriera accademica : ma chiunque ebbe contatto con l'anima sua ne sentì il benefico effetto risto- 
ratore, e lo ricorda con somma reverenza. Nell'aspetto recava una lindura ed una purità vigorosa da ricordare 
i più classici tipi anglosassoni. Ma il suo pensiero, pur essendo spoglio di verbosità e di fioriture retoriche, era 
squisitamente latino, cioè umano... Nutriva verso i giovani quella benevolenza costante e serena che è il primo 
requisito per chi insegna e che invano si spera di poter apprendere nelle scuole di pedagogia, si che, porgendo 
insieme l'immagine di un vero imperio morale, costringeva i giovani a disciplinato contegno. Ricordo che un 
nostro condiscepolo (il quale, perchè tiglio di un padre potente per grado politico, era abituato ad essere trat- 
tato con privilegio), vedendo di essere da quel professore considerato come gli altri, si permise, borbottando, di 
far capire che era ora di smettere tale sistema, che lui era figlio di suo papà, e che in fine il professore era trasfe- 
ribile ad altra sede, ed anche punibile. 

Il professore, non soltanto non intime, al giovane di tacere, ma con parole abili e lente, con irte quasi 
socratica, Io pregò a manifestare sicuramente il pensiero che aveva appena osato adombrare borbottando fra i 
denti. Egli fu così indotto a dire. Il professore, poi che ebbe ascoltato, meditò alquanto : poi serenamente, come 
parlando seco stesso : « È vero, figliuolo, — disse — anche una formica mi può fare del male ! » Tutti aspetta- 
vano una punizione, una sospensione. Ma non ne fu nulla oltre queste parole ; le quali rimasero fitte nella nostra 
memoria ». 

Grande letizia fu per lui l'educazione della sua piccola figlia. Per lei egli 
volle essere quanto di meglio aveva sognato : e fu così spontaneo il suo sforzo, 
così scevro da ogni artificio il suo dire, il suo mostrarsi, il suo operare, da ottenere 
in ricambio la confidenza più aperta e completa. 

Consono ai suoi principi, egli ne iniziò l'istruzione : « ab exterioribus ad inte- 
riora, ab interioribus ad superiora ». Dai piccoli fatti della vita quotidiana, da 
ciò che più vivamente attirava l'insaziabile curiosità della bimba, egli procedeva 



53 

per spiegare principi e leggi scientifiche. Dalle piccole divertenti raccolte di alghe, 
di fiori, di insetti, di conchiglie, di fossili e di minerali, egli la conduceva allo 
studio della Storia Naturale e della Geologia e più tardi della Chimica e della 
Fisica ; e come sapeva divertirla narrando usi, costumi, riti, leggende di lontane 
generazioni, tenendola lontana da quelli « ossari di date, di fatti, di guerre che 
per solito i ragazzi sono costretti di mandare a memoria, senza che sotto quelle 
nude indicazioni palpiti e si comunichi a chi studia la vera vita dell'uomo e della 
storia» (i). Egli leggeva, declamava la grande poesia così da commuovere la pic- 
cola ascoltatrice e farla penetrare in quel mondo superiore — e solo più tardi 
e appena per cenni ne indicava il genere, ne analizzava le forme e le figure « per 
non correre il rischio di fare delle più insipide regole che l'uomo ha ricavato dalle 
più belle cose del mondo, il prediletto trattenimento della sapienza cattedratica » (2). 

Forte e robusto di membra, nonostante gli anni, era un superbo nuotatore ; 
remava volentieri, camminava la montagna con agilità sorprendente. Ad ogni 
esercizio egli volle addestrare la sua bambina, in tempi in cui la donna ne era 
tenuta lontana, ed a lei sempre e dappertutto si accompagnava in una giova- 
nilità di spirito singolare, amico e maestro, compagno e padre incomparabile. 

Amava vivere ritirato, lieto nei silenzi e nella solitudine, lui pur così vivace 
e mobilissimo nella conversazione, così cercato ed ammirato e conteso in ogni 
convegno, nella cerchia degli amici e fra quanti tengono in onore gli studi e la 
ricerca disinteressata del vero e del bene. Ebbe spesso contatto con italiani illu- 
stri e con stranieri di passaggio a Venezia. 

Il Renan, col quale si era incontrato in casa della contessa Adriana Mar- 
cello Zon, lo proclamava nei suoi Souvenirs d' Italie uno delle più alte intelligenze. 
Lo statista belga Emile de Laveleye nella Revue de Belgique del Gennaio 1879 
ne parla lungamente come «l'un des hommes les plus distingués... Un pi atonici en 
de la grande école ». E Y. A. Symonds, l'autore della Storia del Rinascimento Ita- 
liano lo ricorda con riverenza, ammirato della « originalità del pensiero, della pro- 
fondità di ogni osservazione, della vastità della cultura ; fenomeno singolarissimo 
se con mezzi così poderosi non era giunto a rinomanza ». 

Dalla costante meditazione traeva giudizi sicuri sugli avvenimenti del tempo 
e presagi per l'avvenire : in una lettera al senatore Luigi Bodio del 1902 parla di 
« un sordo rumore, di un boato come di terremoto vicino che minaccia di scrollare 
la società nelle sue fondamente ». E spesso insiste : « una grande catastrofe incombe 
sull'umanità : un colossale rivolgimento sta per mutar faccia alla terra... ». E in 
un'altra lettera a L. Luzzatti del 1899 : « Verrà anche per gli Inglesi il redde ratio- 
nem della loro politica imperialistica, ma prima che si compia il giudizio finale la 
politica del mondo cambierà indirizzo, né occorre uno sguardo profetico a vederlo, 
quando le nazioni imparino a vivere — per necessità di cose — ordinate diversamente... 

Lo spettacolo del mondo retto solo dalla forza sarà un tale assurdo per tutti che, 
o il mondo dovrà finire dilaniandosi o riconoscere qualche cosa di più alto cui uni- 
formarsi per poter vivere in pace. Quali spettacoli per le generazioni future e a tra- 
verso quali catastrofi si otterrà tutto questo!...». 



Alla vigilia della guerra mondiale — il 26 Dicembre del 1913 — egli moriva 
ad 87 anni. La prima fase di quel « colossale rivolgimento che muterà faccia alla 
terra » stava per iniziarsi. 

« Io sarò scomparso, ma voi ne porterete la pena ». Moriva fiducioso che non 
tutto si compie quaggiù, sereno e ragionante come un saggio antico. 

« Ho ferma convinzione che non tutto termina a questo mondo e che le ani me 
si ritroveranno un giorno in un mondo migliore e — con questa convinzione — - 
quanto vi ha di triste e sconfortante nella vita e nella morte si accorda e si acquieta 
in quel sentimento della bontà e della giustizia divina che ha dato alle sfere il loro 
corso regolare e alle anime il sentimento della immortalità in cui verrà a compiersi 



(1) G. P., Relazione sull' Istruzione Secondaria, pag. II. 

(2) G. P., Relazione sull' Istruzione Secondaria, pag. 29. 



54 

e perfezionarsi quanto di meglio hanno cercato ed amato i nostri cuori in questa 
terra ». 

Gli ultimi momenti della sua vita sono narrati in una lettera della famiglia 
diretta a Luigi Luzzatti e riportata nella commemorazione tenuta al R. Istituto 
Veneto di Scienze, lettere ed arti il 21 ottobre 1916 : « Nel gennaio 1913 fu colto 
da una bronchite, dalla quale non si riebbe più. La forte fibra era scossa ; le lun- 
ghe passeggiate solitane, dalle quali usava trarre beneficio fisico e conforto spi- 
rituale, lo lasciavano stanco, affaticato. A ottantasei anni compiuti egli ripeteva 
tristamente : « La vecchiaia mi ha aggredito » ; sentì prossima la fine e seppe 
assistere sereno al logorio progressivo del corpo. Quando discorreva delle sue 
condizioni fisiche sembrava un medico al letto di un ammalato : nessuna illusione; 
la diagnosi era precisa e sicura. Cercavamo di illuderci e mettevamo ogni sforzo 
per illudere lui. Alle nostre parole e a quelle del medico sorrideva e sembrava acco- 
glierle quasi fossero di speranze... mentre, lo confessò nelle ore estreme, non 
erano state per lui che una dolce pietosa testimonianza del nostro amore. Lo spi- 
rito si mantenne alacre e vigile sempre e si occupò delle questioni predilette fino 
all'ultimo momento, quando una improvvisa soffocazione ce lo tolse per sempre 
nel Natale del 1913. Così egli si spense nella pienezza delle sue facoltà intellettuali, 
quasi a testimoniare l'autonomia dello spirito. Privilegio raramente concesso, ma 
che lasciò a noi — nell'amarezza del nostro affanno — una pura luce di presaga 
immortalità. Allo sfacelo della materia era sorvissuto integro lo spirito, che rien- 
trava calmo e fiducioso in quell'ai di là, che per Lui era stato certezza *■. 

Paolo Zenoni-Politeo 



CENNI BIBLIOGRAFICI 



Giorgio Politeo - Scritti filosofici e letterari, con introduzione di Luigi Luzzatti, 
Bologna, Zanichelli, 1919. 

E. Troilo - Figure e studi di Storia della Filosofia, Roma, «L'Universelle», 1918. 
Giovanni Gentile - Giorgio Politeo, Critica, 20 Novembre 1919. 

A. Renda - Un pensatore dalmata, Nuovo Convito, Novembre 1919. 
A. Faggi - Per un filosofo dalmata, Marzocco, Giugno 1920. 

F. Tacconi - Un filosofo dalmata, Rivista dalmatica, Gennaio 1926. 
E. Troilo - Un filosofo dalmata, Bilychnis, Novembre 1927. 

G. Bordiga - Giorgio Politeo, Commemorazione, Venezia 1927. 






RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

GUIDO MARTA 
O DUNA NOSTALGIA VENEZIANA 

Questo saggio costituisce una primizia del volume di saggi critici su poeti del 
Novecento, intitolato Parnaso amico, che Lionello Fiumi sta per pubblicare presso 
Emiliano degli Orfini, Genova. 



E luogo comune con barba per lo meno matusalemmica il dire che Venezia è 
città fatta per essere cantata dai poeti. Ma il mio discorso non è già per andare 
a finire qui, non tiene a scomodare né il Byron né il de Musset, non il Barrès e non 
il d'Annunzio, né i cento altri vati, grandi e piccoli, i quali, davanti a gondole 
e ogive, si sentono puntare sulla fronte il dito della Musa e si credono in obbligo 
di pizzicare, conforme la statura, cetra o colascione. Nemmeno discorrerò, qui, 
di lirici interpreti di Venezia i cui nomi vengono primamente alla memoria, come 
un Diego Valeri o un Manlio Dazzi. Io tengo a parlare di un poeta il quale per 
decenni ha vissuto a fior di rii e canali una sua languida vita di medusa ; e, 
sulla sua città così bizzarra, ha saputo darci un canto inatteso, che non è affatto 
il panegirico di prammatica, sì un sottile lamento suo. Vissi anch'io cinque anni 
a Venezia, ebbi agio di sentir vera questa poesia, e, qualunque volta un nuovo 
libro del poeta lagunare mi raggiungeva nella babele della Ville-Lumière, mi era 
dolce appartarmi in esso, udir rimormorare quel canto lontano a guisa che, 
all'orecchio posatovi, la conchiglia fa udire, giusta il classico paragone, il brusìo 
dell'oceano assente. Se qualche po' di consuetudine abbiate con la topografia 
del Parnaso contemporaneo, avete già capito che alludo a Guido Marta ; il quale 
non è più giovanissimo, e nemmeno un giovane (è nato nel 1889), ha compiuto 
pei sentieri della lirica odierna parecchie tappe decorose, a cui è possibile che lo 
abbiate incontrato, e che ad ogni modo non sarà inopportuno riassumere. 



Esordì a ventidue anni, nel 191 1, con un libriccino, Le forbici d'oro, che, 
per alcuni atteggiamenti spirituali e formali allora audaci, gli valsero le simpatie 
del Marinetti e del Palazzeschi, nonché la taccia — allora... quasi infamante — 
di futurista. In realtà, per dare ad intendere in ristretto, Le forbici d' oro erano 
versi di transizione, che rispecchiavano assai bene l'incertezza della poesia italiana 
di quel periodo, scossa già dalla folata incendiaria dei manifesti marinettiani e 
tuttavia abbarbicata al terreno ortodosso dell'estetismo dannunziano o, tutt'al 
più, del borghesismo crepuscolare. Tu ci trovavi infatti motivi inchinevoli ad un 
sentimentalismo di vecchio stampo ed un inno alquanto enfatico ed oratorio ad 
una 70 HP ; vocaboli elisioni inversioni da poesia tradizionale, ed un'ironia, 
all'incontro, altre volte, francamente moderna, per allora. Incertezze, dunque. 
Ma sotto, ciò che più importava, una delicata sensibilità di poeta ; che durava a 
esprimersi con una tenerezza quasi sempre velata da quest'ironia o addirittura 
da un umorismo amarognolo assai affine all'umorismo palazzeschiano. Molto di 
Forbici d'oro era fluido e lieve ; e, in certi temi un po' scabrosi, come La casa 
che non si può nominare, la Difesa della cocotte, ecc., il poeta faceva ogni dili- 
genza per trattarli con un garbo che drogava appena appena la raccolta di pic- 
cante, senza intermettere di esser poesia. 

A sette anni di distanza, nel 1918, il Marta diede fuori un nuovo esile volu- 
metto : Il convalescente alla finestra. Poesie del tempo di guerra : ma non ribia- 
sciamenti retorici di temi frusti ; dalla congiuntura della guerra trasse egli alcuni 
spunti commossi, veramente umani e, di questi, innervò la maggior parte de' suoi 



56 

versi. Il componimento migliore è senza dubbio la Canzonetta della nostra passione, 
dove l'uso del verso libero consente al poeta una scioltezza anche più grande e 
dove trema una commozione ch'è peccato solo si conduca a stemperarsi in prolis- 
sità superflue. È, qui, si può dire, il nocciolo tematico del libro : il dramma del- 
l'uomo che ha dovuto lasciare d'improvviso la sua casa, per l'invasione nemica 
(il Marta, benché vivesse a Venezia, nacque nel Friuli, e là sono le sue terre avite) 
ed ora, nell'esilio, pensa con tenerezza straziante a tanti particolari del villaggio 
che fu suo. 

Ma è nel volume La neve in giardino, del 1922, che Guido Marta scopre quella 
che si potrebbe chiamare in termine commerciale la sua « specialità » : i motivi 
veneziani che daranno anche a lui diritto di cittadinanza in Parnaso. Qui il poeta 
non allenta, ma tende, anzi, in certi momenti, fino allo spasmodico, le corde della 
sua malinconia. In tutte le cose umili egli scova simboli per la sua tristezza. La 
sua anima egli la paragona, via via, al lenzuolo steso che s'affloscia penzolando 
dalla corda sinistramente, alla candela che si consuma in lagrime inutilmente in 
una stanza piena di luna, alla porta che sbatte sconsolata in una notte di tenebre. 
Venendo innanzi nell'introspezione, la sua vita gli appare logora e sbiancata 
« come un povero sogno crocefisso » , il suo cuore lo sente come un pendolo so- 
speso alla parete ; e il pulsare « è un passo che s'ascolta lontanare — sulle piste 
del sogno e del dolore ». Fin troppo, analogismo. Che il pathos generatore, questa 
sua recidiva tristezza, si ramifica in una sarabanda di personificazioni, spesso con- 
tradditorie, e scema, così, la sua efficacia emotiva. Onde si vorrebbe, a volte, che 
il poeta desse un calcio a tutte queste suppellettili che sanno di letteratura ed 
uscisse in un verso semplice, nudo, aderente all'uomo. Eredità del decadentismo, 
attraverso le parentele « crepuscolari » ; che si tradiscono anche in quel rifugiarsi 
qualche poco d'ora, perchè gli attriti della realtà non incrinino soverchiamente 
l'anima, dentro un mondo esiguo, ovattato di provincialismo, con tutto il suo ine- 
vitabile corredo : pendole e lucerne nei tinelli patriarcali, specchi e canterani nei 
saloni gelidi, fontanine e Najadi stinte nei giardinetti trasandati. 

Sennonché, a questo punto, ecco Guido Marta, fissare, in più, tutto un suo 
peculiare stato d'animo. Lui nella dorata carcere di pietra e d'acqua. E poiché 
Venezia è patrimonio della spiritualità mondiale, ecco questo stato d'animo assurgere 
dalla contingenza aneddotica, locale, ad un interesse generale, di vasto momento. 
Tanto più che Marta non ha imbastito le solite odi apologetiche, non ha strimpel- 
lato i soliti sospiri romantici che rimano luna con gondola bruna ; ma ha cercato, 
in quella vece, di dar luogo a un'inquetudine che nessuno, forse, fin qui, aveva 
tradotto, per lo meno con tanta accorata insistenza. La mancanza di verde che 
chi non è nato a Venezia, ma a Venezia deve vivere tutto l'anno, sente, in questa 
strana città, tormentosa ; il desiderio di vivere la primavera che qui « non si vede 
— se non si alzasse timida sui piedi — col fare d'un fanciullo malatino — per 
mettere sul muro d'un giardino — le verdi braccia, le sue brevi mani » ; la nostal- 
gia, infine, della campagna, dell'aperta campagna, dove invece la natura scoppia 
squillante e aromatica a medicare ogni nostra torbida miseria ; tutti questi sen- 
timenti così veneziani e a un tempo così umani, cantati dal Marta con fine ostina- 
zione diventano bene la sua « specialità ». Nessuno meglio di lui sa dirci la tristezza 
di quella « primavera piccola e maldestra » che, strangolata in un orticello citta- 
dino, osa appena appena sporgersi sopra un rio. Se un ortolano passa con la 
sua gondola carica di erbaggi, il poeta gli vorrà bene perchè quell'ortolano è un 
pezzo di campagna « che cammina nel cuor della città ». Se in certe sere d'estate, 
torride, andando per calli tristemente eguali, lo coglie un odor di fieno, egli s'illu- 
minerà tutto, perchè la città intera gli si sprofonda davanti ed egli si trova, so- 
gnante, in mezzo ai campi. 



Tale motivo dominante, ch'io fui, credo, il primo a sottolineare in Guido 
Marta insino dal 1923 (1), esortando il poeta a coltivarlo perchè era quello il filone 
più prezioso della sua personalità, ebbi il piacere di vederlo riconosciuto anche 



(1) Lionello Fiumi. Un poeta (Guido Maria) in /.' Arena, Verona, 3 gennaio 19*3. 






57 

da un critico del valore di Camillo Pellizzi, nel suo panorama Le lettere italiane 
del nostro secolo (i), e di ritrovarlo poi in fiorita rigogliosa di sviluppi nel volume 
zanichelliano Canta che ti passa, del 1928. Non che il Marta abbia al tutto abdi- 
cato dagli aggeggi ereditati dal decadentismo di cui sopra, se egli si rivolge alla 
luna con un arzigogolo della lambiccatura di questo : « Oh luna così bianca, così 
timida — con quel tuo volto pallido di monaca — incorniciato di bende di nuvole — 
col nero della notte per tonaca ! » Ma il grosso del libro ci squaderna tutte la « va- 
riazioni » che il poeta potesse spremere da quel tema così prolificamente fortunato 
e, oltre di ciò, arriva ad un approdo saporoso che vedremo più sotto. 

Le dissonanze della sua città egli le ricerca, adesso, con orecchio più che 
mai desto, gli aspetti li controlla con occhio più che mai vigile. Il Marta ha il buon 
gusto di non accontentarsi mai del « quadretto di genere », del bozzetto favret- 
tiano, come i mille e uno pittori che piantan cavalletto nei vari campielli e sulle 
varie fondamenta. Se ad aspetti di Venezia egli pone mano, li trasfigura in un alone 
che abolisce ogni dolciastro carattere oleografico. La città, a vagabondarci per 
campi e calli, gli sembrerà, per modo di esempio, « un convento — con tanti cor- 
tili con porte — socchiuse, a cui tende la Morte — l'orecchio suo mutilo e attento. 

— Ci son corridoi lunghi e stretti — con chiari soffitti di stelle, — con porte 
siccome di celle — di frati, nel buio costretti ». Ma più spesso, bene più spesso, lo 
seducono, di Venezia, angoli o momenti che gli permettano di farne trampolino 
alle sue nostalgie campestri. Se passa davanti a una chiesa con la sua cano- 
nica, la vista dell'orticello da cui « si accede alla cucina — come in tutte le case 
di campagna » lo riempie d'una letizia serena. 

C è tutto, tutto quello che conosco, 

che ritrovar mi piace in ogni dove — 

anche in città — che piace e mi commuove : 

ma, dietro casa, e' è il canale fosco. 

C è il canale, una gondola che sbatte, 

neera e sentimentale marionetta : 

e al di là, ne la calle lunga e stretta 

un parlottar di donne e di ciabatte. 

. . . Ecco, il sogno è svanito : il dolce sogno 

di ritrovare un poco di campagna 

anche in questa città, dove ristagna 

1' alga nell' acqua viscida e verdognola. 

E poi che invano a un sogno m' affatico, 

resto deluso nella via siccome 

chi stende, senza volto e senza nome, 

la mano alla limosina : un mendico. 

Queste poche quartine valeva la pena di riportarle integralmente perchè in 
esse è tutta l'essenza del Marta più tipico. Tuttodì mendico di un'illusione di verde 
Lo ritroverete tale e quale nelle strade fuori di mano, verso S. Chiara, là dove 
si odono gli acciottolìi dei treni in manovra, e c'è odor di fieno e odor di ferrovia, 
e dove un'osteriola gli fa credere « proprio d'essere in campagna — a giocar, tra 
gli eguali, con le bocce ». Lo ritroverete, ansioso, in cerca della primavera « per 
calli tetre come androni di palazzi ammuffiti ». Lo ritroverete — perfino ! — sul- 
l'abbaino del tetto, davanti al rosso mare di tegole, perchè lassù « non più acque, 
non più calli, né canali, né piazze anguste e ponti, ma una via sola, aperta agli 
orizzonti più vasti ». 

Tale sete di prigioniero della più bella carcere del mondo, sete generica di 
orizzonti di verde di zolla, un giorno, il giorno in cui si concreta, logicamente prende 
forma di passione per una creatura che sia venuta dai campi, che evochi, con le 
sue carni giovani e sode, la freschezza della natura. E tutto un ciclo di liriche 

— Erotica agreste — si accalda d'una sensualità sana, che sa di terra, di idillio 
rurale. Qual mai critica oftalmica, abbacinata fors'anche da certo endecasillabo 
rotondo e sonante, ha potuto, a proposito di quest'ultima incarnazione di Guido 
Marta, tirare in ballo i guadi dello Stecchetti e le terre vergini del d'Annunzio ? 
Non chi, un po' intendente, abbia seguito l'evoluzione del poeta di Venezia può 



(1) «Il Marta ricava alcuni buoni spunti poetici dalla sua lagunare nostalgia della verde e piena cam- 
pagna» (Camillo Pellizzi, Le lettere italiane del nostro secolo. Libreria d'Italia, Milano, 1929; p. 370). 



58 

pigliar granchi siffatti. Non si vede dunque che la sensualità del Marta è né 
più né meno il corollario di anni ed anni del suo malessere spirituale ? Bisogno 
del cervello più che della carne. E se per ventura, mollate le briglie in groppa a 
fantasie voluttuose — colpa della sua ispiratrice rusticana, — occorre al poeta di 
vagheggiare amori primordiali, bocconi sulla strada, alle svolte delle siepi, è di 
bisogno capire che non si ha a fare, in fondo, che con prolungamenti cerebrali di 
quella cotal sete veneziana. 

Ma basti di ciò. In verità, egli si contenta di assai meno : essere un buon 
figliuolo, il quale, negli occhi della fanciulla venuta nella sua vecchia casa cinta 
di canali, s'industria di cercare e trovare il paese che somiglia al suo, di cercare 
e trovare campanile pieve piazza. Ormai gli amoretti di città, le bambole cloro- 
tiche mascherate di talco e di rossetti, ch'era solito di corteggiare a principio, non 
hanno più presa su di lui. La giovane Musa campagnola — e siamole grati — ha 
profondamente arato nei suoi gusti. Nella fresca bracciata di canzoni ch'egli 
offre all'umile amica paesana, a questa sua « sorella povera » la quale certo non 
le comprenderà mai, sta la nota nuova di Canta che ti passa. Essa viene ad ar- 
moniosamente aggiungersi a quella che io avevo colto e additato sei anni prima 
ne La neve in giardino ; e fa, di Guido Marta, che non nutre, come vedete, tronfie 
ambizioni, che non imprende a inventare ritmi ne a sommuovere vocabolari, che 
si appaga d'un suo modesto cantare in « toni bassi », uno di quei poeti minori, 
però gustosi, sui quali la critica nuova potrebbe degnarsi d'indugiare un istante. 
Ho citato, più sopra, il Pellizzi ; nemmeno un Titta Rosa s'è creduto disonorato 
di dare, nel suo Dizionarietto dei poeti italiani viventi (1939). un posticino a Guido 
Marta (i) ; possano, sì autorevoli esempi, essere seguitati. 

Lionello Fiumi 



SU LA SCUOLA MEDICA DI SALERNO 

*g |\opo Paolo di Egina, greco romanizzato, quella chirurgia, che da Tanaquo 
1 J Etnisca e regina di Roma, infino a Paolo era venuta raccogliendo da varie 
parti elementi, fondendoli nel crogiolo di Roma, in modo da dare al tutto volto 
e spirito Romano (che fu poi italico), quella chirurgia parve scomparire nel crollo 
immane dell' Urbe e del suo Impero : parve scomparire : ma non moriva : e come 
quei fiumi, che ad un punto del loro corso di repente scompaiono sotterra, ma 
rinascono più lontano, mirabili, perchè inattesi, o segnalati al più da qualche polla, 
prima della risorgenza : la chirurgia e medicina di Roma, rivelatasi ancora e custo- 
dita in qualche cenobio, ricompariva — risorgimento mirabile — in Salerno. Nella 
quale, più che a Roma, la medicina ritornava alle sue primitive fonti, mediter- 
ranee, con volto e spirito mediterraneo, significato anche dalla leggenda, che volle 
la Scuola di Salerno fondata da un Latino, da un Greco, da un Arabo, e da un 
Ebreo. So che il De Renzi, pure tanto benemerito per i suoi studi su la Storia 
della Medicina Italiana, in generale, e su quella Salernitana, in particolare, accusa 
codesta leggenda di « favola stravagante e fortunata », fortunata, necessariamente, 
perchè talora la leggenda è più vera che non la storia ! ed in quella leggenda 
della quadruplice origine, nell'ambito mediterraneo, della Scuola di Salerno, era 
veramente la verità, 1' essenza della sua struttura e del suo insegnamento. 

E così per soverchio, ma ristretto amore di alcuna cosa, si può perderne 
la visione più vera e più grande. Il De Renzi, come più tardi uno storico anche 
egli valoroso, e diligente ricercatore, seppure in campo meno vasto, Molestino del 
Gaizo, guardarono, accarezzarono Salerno con occhio troppo campanilistico, e quel 



(i) « Ha un tono crepuscolare delicato e sognante, con visioni idilliche di vita agreste e familiare sor- 
rise da tenui colori quasi lagunari, e animate da nostalgie sentimentali» (Index, pseudonimo di Titta Rosa: 
Dizionaretto dei Poeti italiani viventi, in Almanacco Letterario Bompiani 1939, Milano; p. 92). 



59 

campanile tolse loro la visione di un campo più vasto e grandioso : vollero mi- 
rare Salerno tutta per sé, e non videro appieno quale grande focolaio di scienza 
medica si fosse, irradiante" per il mondo. 

Salerno fu Scuola Mediterranea, mentre altre, pur grandi, Bologna ad esem- 
pio, fur scuole peninsulari e continentali ». 

Mi son preso la libertà di stralciare da una Storia della Chirurgia, che mi 
son messo a scrivere (non sapendo se mi resterà tanto tempo da condurla a ter- 
mine) le linee fin qui riportate (primizia, o fatuità di paterno amore di vecchio ?) 
che non mi dissimulo a più d' uno sapranno alquanto di eterodossia. Ma vi fui 
indotto dallo aver potuto leggere un libro (i) scritto da tale che non guardò dal 
basso, nell' ombra del campanile, ma dall'alto di esso, e come il Muezzin lancia 
dall' alto del minareto la sua preghiera, grida che la « Scuola di Salerno fu rocca 
...intollerante di qualsiasi supremazia, istituzione dalle fondamenta granitiche... 
che pose a servizio dell' umanità il cuore e l' intelletto e si rese benemerita in 
ogni campo scientifico ». E lessi, non senza una certa soddisfazione, nei riguardi 
di quanto sopra trascritto, come il prof. S. Visco affermi, nella sua Presentazione, 
che « la Scuola di Salerno sia la continuazione del pensiero medico del mondo 
greco-romano » parallelamente ad « Amalfi che accoglie e tramanda l' idea im- 
periale mediterranea ». 

Ma le benemerenze maggiori per la stampa di questo bel libro, spettano al 
prof. Andrea Sinno, della Biblioteca Provinciale di Salerno, che con erudita ed 
amorosa fatica lo compilò, ed all' Ente Provinciale per il Turismo, Salerno, che ne 
curò la stampa. 

Premette il Sinno, che si è accinto a svelare i secreti del Flos medicinae , 
perchè di essi non il volgo profano, ma soltanto i dotti ed i cultori dell'arte po- 
tessero essere partecipi. Ma perchè sì avara, e partigiana parsimonia ? Avea pur 
detto Aristotele che le cose di scienza vengono divulgate e non divulgate, quando 
scritte in lingua comprensibile da tutti, che non sanno però comprendere tutte le 
cose che possono leggere, ma non intendere. E se penso all' interesse che tutte le 
persone colte, talora più che non troppi medici, dimostrano per la storia della 
medicina, non posso non formulare 1' augurio che questo libro, uscito in veste 
austera di guerra, ma fuori commercio, per la munificenza dall'Ente Salernitano per il 
Turismo possa in una prossima edizione, ed in veste festosa di vittoria, che ne abbel- 
lirà le già belle e dimostrative xilografie, venire offerto a chiunque voglia acqui- 
starlo ; e vi troverà istruzione e diletto legittimo, assai più che nelle volgaruccie 
volgarizzazioni della scienza, che troppo spesso, cibo fittizio od indigesto, vengono 
agli avidi lettori offerte dalle colonne dei quotidiani. 

Il Sinno fa precedere alla sua traduzione una preziosa sintesi della Scuola 
Salernitana, nella quale ricorda come lo Ackermann le avesse attribuito una origine 
cenobitica, combattuto poi dal De Renzi, che ne sostenne 1' origine laicale. Ma 
quasi pare il Sinno acceda alla tesi del Capparoni, che rese dubbiosi i fautori della 
origine laicale, e che sosteneva una prima fase cenobitica, una seconda vescovile, 
ed una terza laicale. Il Sinno, dissi, parve accedere alla tesi del Capparoni : ma 
fu solo per osservare meglio : e ad uno ad uno viene abbattendo i puntelli su cui 
poggiava tale dottrina : la Scuola di Salerno, ed i suoi medici, dimostra, esistevano 
prima dei cenobi ; ed essa non fu cenobitica, non vescovile, ma laica palestra solo 
vincolata dai suoi remotissimi privilegi e statuti, che nessuno osò mai toccare. 

E, vorrei aggiungere, perchè la Scuola potesse dettare al mondo norme pro- 
gressive di medicina, doveva essere così. Essa discendeva dalla dottrina Greco- 
Romana, tanto tempo dopo che la medicina si era staccata ed emancipata dalla 
tutela e da quella fusione colla autorità religiosa, che era alle origini. Ma la medicina 
religiosa è statica, non dinamica. Quando Ippocrate raccolse le tavole votive del 
tempio di Coo, era come se si fossero messe assieme le lapidi di un cimitero : ma 



(i) Regimen Sanitalis — Flos Medicinae Schola Salerm Traduzione e note di Andrea Sinno. Presenta- 
zione di S. Visco - xilografie di P. Lavia. 

Ente Provinciale per il Turismo, Salerno MCMXLI - XIX 627 pagine, 47 incisioni - Finito di stampare 
li 20 settembre 1941-XIX vigilia della Festa dell' Evagelista e Martire S. Matteo, Patrono della Città, nella 
Tipografia di Antonino Buonadonna, Salerno. Autorizzazione del Ministero della Coltura Popolare, Provvedi- 
mento N. io dell' anno XX. 



6o 

egli vivificò quella materia morta, e delle tavole fece storie cliniche, ed una cli- 
nica del cimitero. Il che non vuol dire che non vi sieno stati ecclesiastici, indivi- 
dualmente, grandi medici : ma perchè furono medici che vestirono l'abito eccle- 
siastico : basta dire Teodorico, Magati ! ed in parte anche Stenone, nel quale però 
il paludamento vescovile soffocò l'anatomico. 

Ed a Salerno, segnala il Sinno, « la Scuola co' suoi dogmi demolisce quel 
fanatico misticismo medioevale che comandava la privazione della carne e la morti- 
ficazione dello spirito ». 

E dopo la sua compendiosa ed efficace sintesi, il Sinno aggredisce la lunga 
fatica della traduzione del Flos medicinae. Certamente, non può più oggi essere 
considerato come dogmatico testo di igiene e di terapeutica codesto poemetto, 
scritto per dei re, studiato e recitato per tanti secoli da medici di ogni paese, che 
lo lessero su centinaia di edizioni, citato anche a proposito ed a sproposito, stor- 
piato o venerato, da un infinito numero di profani. Ma a buon punto tuttavia 
viene questa volgarizzazione (letterariamente dicendo) in questo rinascente fervore 
di fitoterapia, in cui si rimettono in onore molti semplici, e che ci ridice la effi- 
cacia prestata a tante piante, sette e più secoli or sono ; e ci ridice i precetti che 
ritenevano più utili, in ogni luogo, stagione e contingenza, per vivere sani. Né il 
Sinno fa semplice opera di traduttore ; mentre traduce, commenta in note copiose, 
tenendo a portata di mano sul suo tavolo di lavoro, i grandi autori greci e romani, 
da Ippocrate a Galeno, a Dioscoride ; e poi gli storici della medicina, da De Renzi 
a Castiglione trattati varii di terapeutica, dei semplici, e perfino di secreti : dal 
Gordon a Prospero Alpino al Donzelli, al Benedicenti a Castor Durante. E 
di mano in mano tesse succinti cenni biografici dei Maestri che brillarono sulle 
cattedre di Salerno, specificando anche le sedi, da tanti ritenute ignote, dalle quali 
dettavano : e vediamo così sfilare Garioponte, i Cotone, la Maestra formosa per 
beltà ed ammirata per dottrina, Trotula, e Ruggero (dei Fugardi, o di Fugaldo, 
o come si diceva prima, di Frugardo ?) e Giovanni da Procida, ed altri ed altri. 

Impossibile qui accennare, anche solo dei meriti precipui dei maggiori di essi, 
ma in quest'anno di imbertonamento per l'Autore della Bertheonea, Paracelso, non 
posso dimenticare aver letto che Paracelso, pel fatto soltanto di aver divinato la di- 
gestione nei tessuti, che il lodatore dello Svizzero dice, va da sé, digestione tis- 
sulare, è degno di andare alla immortalità : ora, a codesto inventore di inven- 
zioni esotiche è semplicemente da ricordarsi che il vecchio Maestro Salernitano Mauro 
insegnava che « si celebra nel corpo umano una triplice digestione, nello stomaco, 
nel fegato, ed in tutti gli altri membri ». Al che si può aggiungere come un altro 
dotto svizzero, lo Haller, facesse discendere la dottrina Paracelsica del medicare 
da Ruggero di Salerno. Codeste erano, e sono, le inesauribili e fresche sorgenti vive 
alle quali potevano venire a dissetarsi gli studiosi di tutto il mondo, come diceva 
un tedesco italianizzato nel clima salernitano, Federico II di Napoli e Sicilia, 

Il volume si adorna ancora di riproduzione del Privilegio per il quale il lau- 
reato di Salerno aveva diritto di medicare ed insegnare per tutto l'orbe : ubique 
terrarun publice exercendi ecc. ac ubique Cathedram ascendendi. 

In fine al volume, dopo gli indici della materia, delle incisioni, ed uno accu- 
rato analitico delle cose, vicino al quale ne desidereremmo anche uno delle per- 
sone, vi ha una pagina di errata corrige. Potrebbero aggiungersi ancora alcune 
voci, a quelle registrate per esempio, a pag. 485, per la putredinem, quae supra 
cerebrum derivaverat, si ha da leggere « la materia putrida che si è formata sul 
cervello, e non nel cervello». Ed a pag. 42, certa minaccia per cui « mulicris hydrops 
quoque crescita, non pare da tradursi con « e la donna ingrossa il ventre », perchè 
quell'ingrossamento è un po' troppo... grosso e lato, andando dalla timpanite al- 
l' idrope alla gravidanza, sulla quale facilmente potrebbe fermarsi il lettore. Er- 
rori, di stampa, codesti, che non valgono a gettar ombre sulla luminosità del libro, 
che lo ripeto, auguro divenga accessibile a ciascuno, non solo studioso, ma sem- 
plicemente curioso : curioso del valore e delle glorie di nostra gente. 

Davide Giordano 



6i 



PER LA STORIA DELL'INCISIONE VENEZIANA 
DEL CINQUECENTO 

L' incisore Fabio Mauroner viene affiancando la sua attività artistica con note- 
voli ricerche storiche attorno all' antica incisione veneziana : dopo aver pub- 
blicati saggi fondamentali, specialmente per le notizie documentarie raccolte attorno 
a Luca Carlevarijs, a Michele Maneschi ed a Gianfrancesco Costa, ora affronta un 
tema di ben più ampio respiro, che pubblica presso la casa editrice le Tre Venezie 
col titolo di «Le Incisioni di Tiziano», (i) forse per analogia con la dissertazione 
del Korn, edita nel 1897 ed intitolata « Tizianus Holzschnitte ». 

Siffatto titolo potrebbe indurre il profano all' equivoco di credere Tiziano 
autore di incisioni. Il cadorino non ne ha mai eseguite, né in legno né in rame, 
bensì, secondo il Mauroner « il suo segno diretto può essere perfettamente sentito 
nelle silografie che egli poteva disegnare a penna sul legno stesso ». Il Mauroner, 
in base all' autorità del Vasari, che a proposito della pala di S. Nicolò dei Frari, 
ora alla Vaticana, scrive « l'opera della quale tavola fu dallo stesso Tiziano dise- 
gnata in legno e poi da altri intagliata e stampata », all' autoritratto inciso in 
legno dal Brito verso il 1550, dove il pittore è in atto di disegnare la tavoletta 
da incidere, ed alla tradizione raccolta un secolo dopo dal Ridolfi, accredita l'ipo- 
tesi di disegni diretti tizianeschi intagliati poi dai silografi. Mentre il Diirer : 
« aveva il suo proprio silografo che, sui precisi disegni suoi, intagliava il legno 
con tanta fedeltà da permettergli di firmare le silografie come opere sue, Tiziano 
doveva ricorrere a silografi che occasionalmente interpretavano le sue composi- 
zioni con maggiore o minore libertà, diminuendo così 1' unità e l' intensità delle 
sue creazioni». Naturalmente il Mauroner non si limita a prendere in considera- 
zione solo le silografie dove l' intervento disegnativo tizianesco sulla tavoletta 
sembra diretto e possibile, ma anche tutte quelle silografie e incisioni su rame 
che riproducono opere del Cadorino. Nel 1566 Tiziano aveva infatti richiesto al 
Senato veneto il privilegio per quindici anni di far incidere sue opere per il «co- 
mune comodo de' studiosi della pittura », riconoscendo così al mezzo incisorio un 
fine pratico e riproduttivo. 

Ammesso pure che Tiziano abbia eseguito direttamente sulle tavolette suoi 
disegni, oltre i due casi citati, e storicamente abbastanza controllati, la parteci- 
pazione del silografo alla fattura dell' opera, cioè l' intaglio del legno, non è un 
fatto puramente anonimo e meccanico, ma in un certo qual modo, viene a solle- 
citare un consenso (che talvolta si muta in dissenso) all' idea originaria stesa con 
la penna o con altri mezzi disegnativi. Quindi il silografo, anche nel caso che 
intagli il legno già disegnato, partecipa a queir opera, traducendola, con tutti i 
pericoli ed i rischi che comporta una traduzione. Il problema quindi può impo- 
starsi su questi termini : il disegno tracciato dalla tavoletta ha lo stesso valore 
artistico di quello riprodotto, con quei segni larghi, sbavati, a solchi, propri della 
silografia ? La risposta è ovvia. Una sola eccezione è certo quella delle silografie 
del Dtirer, per le quali l' incisore seppe diventare tanto meccanico ed anonimo 
riproduttore del segno ferreo del maestro, che la traduzione venne ad identifi- 
carsi con lo stesso spirito del disegno dùreriano. Ammesso dunque che qualche 
tavola abbia in origine portata l' impronta del disegno tizianesco, la traduzione 
incisoria ha perduto poi il suggello dell' andamento linguistico del segno tiziane- 
sco, e quindi non può portare assolutamente l' indicazione della sua paternità 
artistica. Nel caso, cioè della silografia della pala della Vaticana v'è 1' intervento 
del Boldrini, nell'autoritratto quello del Brito; cosicché le incisioni si colorano 
non solo tecnicamente, ma proprio linguisticamente, della personalità del tra- 
duttore. 



(1) Fabio Mauroner. Le Incisioni di Tiziano. Le Tre Venezie, Venezia, 1941 XIX, con 50 tavole. 



62 

Naturalmente incisioni in legno ed in rame che riproducono disegni ed opere 
di Tiziano assumono un' importanza storica eccezionale per la conoscenza dell' arte 
del pittore. Spesso poi fu lo stesso maestro a fornire i disegni all'incisore: a 
partire dal 1566 un manipolo di essi, capeggiati dal Cort, incide, a titolo pura- 
mente riproduttivo, opere sue. In ogni caso si tratta di una documentazione 
grafica preziosa per la conoscenza, se non del linguaggio tizianesco, almeno delle 
sue invenzioni. 

Talvolta lo studio delle incisioni facilita la soluzione dei problemi attinenti 
alla cronologia di un artista : e per Tiziano notevole è l' apporto offerto in questo 
senso dallo studio delle stampe, come appunto dimostra ad abundantiam il libro 
del Mauroner. Si pensi al caso tipico della silografia stampata nel frontespizio 
delle « Stanze in lode di Madonna Angela Sirena » dell' Aretino, uscito nel 1537, 
che viene a datare, come ha suggerito il Tietze, con un riscontro d'immagini 
efficacissimo, il S. Giovanni Elemosinano della chiesa omonima di Venezia. 

Purtroppo Tiziano non ebbe un Giulio Campagnola : cioè un incisore che 
inventasse una tecnica coerente al suo spirito figurativo. Semmai il Boldrini fu il 
silografo artisticamente più dotato, che seppe imprimere alla tecnica silografica 
una certa approssimata equivalenza al fraseggio disegnativo tizianesco. 

Hans ed Erica Tietze, di recente, hanno portato chiarimenti essenziali al pro- 
blema della grafica tizianesca, in un saggio il cui sottotitolo è molto significativo : 
« Un contributo alla storia delle invenzioni di Tiziano » ; dove, in base ad una 
ben articolata conoscenza dell'artista, vagliarono e discussero i problemi riguar- 
danti le derivazioni incisorie del cadorino. Il Mauroner, tenendo conto delle ricer- 
che precedenti, dopo aver esaminati in chiari capitoli l' attività dei silografì e 
degli incisori in rame, dà i cataloghi ragionati delle incisioni in legno e di quelle 
in rame tratte da Tiziano. Tali cataloghi, veri modelli di metodo, tengono conto 
dei dati tecnici, delle notizie storiche e delle discussioni attributive che si rife- 
riscono alle incisioni : essi documentano l'esemplare preparazione tecnica dell'autore 
in questo campo. Inoltre, in un corredo di note, il Mauroner, tratteggia i profili 
della personalità dei vari incisori e silografì. In questo senso il volume, che viene 
a caratterizzarsi inconfondibilmente dal punto di vista tecnicistico e pratico, diverrà 
uno strumento utilissimo e indispensabile di ricerca ed un manuale, al tempo 
stesso, attorno all' incisione veneta del Cinquecento. 

Va da sé che il territorio più propizio alle novità, sia per la ricerca della 
paternità degli incisori, come per l' identificazione di quelle ideate e disegnate 
da Tiziano, rimane quello delle silografie. Nuovi ed importanti sono i risultati 
ai quali giunge il Mauroner nello studio delle edizioni del Trionfo della Fede. 
Come egli scrive : « Di questa opera esistono varie edizioni, finora classificate 
empiricamente partendo dall' erroneo concetto che 1' edizione più rozza e primi- 
tiva dovesse essere la edizione originale». L'esame critico delle cinque edizioni ha 
permesso al Mauroner di capovolgere quanto finora si riteneva probabile : infatti 
egli, con buoni argomenti, dà la precedenza all' edizione Kristeller C, cioè quella 
ritenuta finora la terza, incisa « probabilmente da abili silografì tedeschi ». 

Il Mauroner tenta di allargare il catalogo delle silografie, la cui invenzione 
può spettare a Tiziano, con risultati in parte accettabili. Il ritratto di Francesco 
Marcolini (n. 9 del Catalogo) inciso probabilmente dallo stesso Marcolim ed edito 
ne «I Marmi» del Doni del 1552, e quello dell'Aretino (n. 11 del Catalogo) 
inciso dal Marcolini, come suppone 1* Autore e pubblicato come frontespizio delle 
Lettere dell'Aretino del 1538, sono ben degni di esser attribuiti a Tiziano, legan- 
dosi stilisticamente con quello documentato dell'Ariosto del 1532, il cui silografo 
è ritenuto dal Mauroner il Marcolini stesso anziché Francesco di Nanto come 
comunemente si pensava. Specialmente il ritratto dell'Aretino è di notevole impor- 
tanza nei riguardi della sua iconografia e della datazione dei ritratti eseguiti da 
Tiziano e da Fra Sebastiano del Piombo. 

È difficile invece che l'Incredulità di San Tommaso (n. 2 del Catalogo), incisa 
da Marcantonio e stampata tra il 1512 ed il 1518, riproduca un'idea originaria 
di Tiziano; essa è troppo grama e d'impostazione ancora quattrocentesca nelle 
figure, per' poter pensare allo stile eroico del cadorino di quel momento. Così pure 
è da escludere il nome di Tiziano per la Vergine col bambino, tra S. Giovanni 
Battista e S. Gregorio Magno (n. 6 del Catalogo), incisa nel 151 7 da Luca Antonio 



63 

de Uberti : il cui autore forse si potrebbe ricercare in Friuli. Pure è da rifiutare 
l'attribuzione a Tiziano della già discussa Conversione di S. Paolo (n. 28 del Cata- 
logo), a causa degli elementi manieristici scopertamente parmigianineschi che 
mancano a Tiziano. Pure per il Satiro che scopre una ninfa (n. 29 del Catalogo) 
e 1' Amore giacente (n. 30) rimangono ancora validi i giudizi negativi del Tietze. 
Ad ogni modo lo stesso autore nella prefazione cautela l'inserzione di tali nuove 
silografie nel suo catalogo con la prudenziale riserva della loro « discutibilità » : 
testimonianza anche questa della sensibilità critica del Mauroner. 

Le Tre Venezie hanno dato al libro una veste impeccabile : le cinquanta 
tavole, riproducenti tutte le silografie studiate e qualche incisione in rame, sono 
capolavori del genere. 

Rodolfo Pallucchini 



" INTONA UN CANTO „ 

La miglior lode che si possa fare a questa collana di sonetti di Ettore Bogno 
è quella della sincerità, di una cordiale e cara sincerità che basta da sola a 
garantire della sostanza di sentimento o, dirò meglio, di confidenza sentimentale 
che domina indiscutibile in tutto il libretto. Nella breve prefazione l'autore ha 
voluto dirci che queste poesie sono dedicate ai suoi antichi scolari e la dedica, 
affettuosa, viene confermata dall' intima moralità e purezza ispiratrici di questi 
sonetti composti in tempi diversi, ma raccolti ora a documento di un amore della poe- 
sia mai smentito e documentato da altre raccolte di versi specialmente dialettali, 
dove il nostro caro poeta ha dato sempre prova, pur nella sua ricca vena di canto, 
di una ispirazione derivata sempre da abbondanza di cuore, ma non per questo 
facile o riecheggiante motivi comuni, poiché tutta la poesia dialettale di Ettore 
Bogno è inconfondibilmente segnata da una grazia, da una arguzia e soprattutto 
da un sentimento che non ha nulla di manierato e che deriva sempre da sincera 
ispirazione. La raccolta di sonetti, dunque, che il Bogno ha recentemente pubbli- 
cato appare, di fronte a tanto cerebralismo che attualmente domina nella poesia, 
aderente ad un gusto e ad uno stile che potremo chiamare tradizionali. Chiare e 
concluse le immagini nel breve volgere del componimento che non inceppa però 
mai il vivo sentimento ispiratore. 

Nitidezza di contorni, che ricorda quasi il colorito neoclassico dello Zanella, 
se non che alle volte la nota personale e sentimentale è atteggiata in senso più 
direttamente psicologico od intimo. Ma più ancora qualcuno di questi sonetti 
rivela tutta la fisionomia morale di chi, vissuto nella scuola e per la scuola, porta 
nella vita sempre una sua parola di cosciente ed onesta operosità. Tale accento 
autobiografico è quello, a mio avviso, che maggiormente infonde alla poesia del 
Bogno una nota di sincerità e di nobiltà spirituale. 
Leggiamo, ad esempio « La sosta » 

Verrò. Dal letto, dove il mal mi serra, 
mi giunge a fiotti il ritmo della vita. 
Della vita che colma cielo e terra 
della vicenda sua varia e infinita. 

Il sol che picchia ai vetri e in lieta guerra 
spinge d' amor le rondini, ed incita 
seghe ed incudi, il fischio che si sferra 
dalla fabbrica giù, tutto m' invita. 

Verrò. La sosta sarà breve, pare : 
son ora ruota ferma d' un ordigno 
che pulsa; son chi guarda il fiume andare... 

No no. Riprenderò più forte e sano, 
accanto ai buoni, il mio cammino asprigno 
incitando e sperando : il cuore in mano. 



6 4 

E leggiamo pure un altro sonetto « Neil' ora estrema » toccante espressione 
di un profondo sentimento di religiosità : 

Si muore il giorno, e nella strada il tanto 
diurno affaccendar scema il fragore. 
La casa attende e il focolare è un canto 
che richiama i dispersi al suo tepore. 

Scende la pace e da n a chiesa accanto 
P Ave rintocca e intenerisce il core. 
Ave Maria ! Nel dolce nome santo 
vanisce il di con 1' ultimo bagliore. 

Dolce finir cosi !,.. Neil' ora estrema, 
mentre cadrà nel volo dei ricordi 
1' ansio tumulto de la vita mia, 
possa pur io, con cuore che non trema, 
dell' Ave udendo gli armoniosi accordi, 
ridir, come da bimbo : Ave, Maria ! 

Poesia dunque cara, riecheggiante maniere, sia pure tradizionali, ma onesta- 
mente atteggiata ad un senso della forma non esteriore, e soprattutto, semplice e 
sincera espressione di un sentimento, sempre vivo ed eletto, di fedeltà alla poesia. 

Francesco T. Roffarè 



Ettore Bogno. Intona un canto. Sonetti. Stabilimento tipografico Panfilo Castaldi. Feltre 1941 XIX. 
Edizione di 400 esemplari numerati, (fuori commercio). 



Elio Zorzi, Direttore responsabile 



BANCA 

COMMERCIALE 

ITALIANA 



CAPITALE L. 700.000.000 
RISERVA L. 165.000.000 




JLe armi della Vittoria 

l^e macchine della JT 



ace 



Banca Popolare Coop. Anon. di Novara 

A CAPITALE ILLIMITATO - FONDATA NEL 1872 

SEDE SOCIALE E CENTRALE: NOVARA 

Sedi : GENOVA - MILANO - NOVARA - ROMA - TORINO - VENEZIA 

79 SUCCURSALI - 120 AGENZIE 

BANCA AGENTE PER IL COMMERCIO DEI CAMBI 
TUTTE LE OPERAZIONI DI BANCA 

FILIALI NEL VENETO i SEDE DI VENEZIA CON AGENZIE DI CITTA DI MESTRE 

RIALTO - S. LEONARDO 
Succursali/ BELLUNO - CONEGLIANO - MIRANO - PORTOGRUARO - VITTORIO VENETO. 
Agenzie t CORDIGNANO - NOALE - PIEVE DI SOLIGO - S. MICHELE AL TAGLIAMENTO. 

AUTORIZZATA al CREDITO AGRARIO nelle PROVINCIE di VENEZIA e TREVISO 



AZIENDA GENERALE fi R I D 
ITALIANA PETROLI fi. ». 1. 1 • 

RAFFINERIA DI VENEZIA 



CANTINA DI VILLANOVA DI FARRA 

GORIZIA 

della S. A. AZIENDE AGRICOLE PIAVE - ISONZO 
VENEZIA 



SI ESEGUISCONO SPEDIZIONI 
DIRETTAMENTE DALLE CANTINE 
DI VILLANOVA DI FARRA (GORIZIA) 



RIUNIONE ADRIATICA DI SICURTÀ 

Capitale Sociale Lire 100.000.000 - Capitale Versato Lire 50.000.000 
Sede Sociale e Direzione Generale : TRIESTE - Direzione : MILANO Via A. Manzoni, 38 

Rami Eserciti: VITA - INCENDI - GRANDINE - FURTI - TRASPORTI 

CRISTALLI - AERONAUTICA - PIOGGIA - GUASTI ALLE MACCHINE 

INTERRUZIONE D' ESERCIZIO 



Fondi di garanzia al 31 Dicembre 1937-XVI : . 
Capitali assicurati nel Ramo Vita al 31 Dicembre 1937-XVI: 
Sinistri pagati dall'anno di fondazione: .... 
Immobili di proprietà: 105 per un valore di 



L. 1.467.998.000 

L 5.018.925.000 

L. 11.880.216.690 

L. 441.968.000 



O COMPAGNIE AFFILIATE IN EUROPA 

Agenzie e Subagenzie in tutti i capoluoghi di provincia e nei più importanti luoghi del Regno 



"CASA PETRARCA,, 

PENSIONE DI I* CATEGORIA SUL CANAL GRANDE 



GIARDINO - TERRAZZA 



ASSICURAZIONI GENERALI - VENEZIA 

SOCIETÀ ANONIMA ISTITUITA NEL isii 

Capitale lodale Interamente versata L. 120.000.000.— 

FONDI DI GARANZIA L. 2 MILIARDI E OLTRE 645 MILIONE 




ASSICURAZIONI. 
INCENDI • VITA . TRASPORTI . FURTI 

Eict'Kiiuxi delie Sec.it Aoo..m. Italiese il A «• it a re ••••• 

GRANDINE - INFORTUNI 

* Ji Milana 




"ADRIATICA,, 

SOC AN. DI NAVIGAZIONE 



VENEZIA 



Grandi Espressi da GENOVA - NAPOLI - TRIESTE e VENEZIA per I' EGITTO 

Linee celeri per la GRECIA - RODI - ISTANBUL - CIPRO e PALESTINA 

Linea celere di lusso VENEZIA - DALMAZIA 
Servizi dall'Adriatico e dal Tirreno per il LEVANTE e il MAR NERO 





DI 




Anonima con Sede in VENEZIA 

Capitale Sociale L. i .000.000.000. Versato L. 1 .000.000.000. — 



SOCIETÀ AFFILIATE 



Società Elettrica del Veneto Centrale. 
Società Euganea di Elettricità. 
Società Elettrica Interprovinciale. 
Società Bolognese di Elettricità. 
Società Elettrica Romagnola. 
Società Elettrica Padana. 



Società Idroelettrica Val Brenta. 
Società Anonima Bellunese per l'In- 
dustria Elettrica. 
Società Elettrica della Venezia Giulia. 
Società Friulana di Elettricità. 
Anonima Elettrica Trevigiana. 



BARBINI VITTORIO 
& FRATELLO 



PRODOTTI CHIMICI E 
MATERIALE REFRATTARIO 



VENEZIA 



MURANO 



PADOVA 



SOCIETÀ VENEZIANA 




ERIE E CRISTAL 



sTE2 



I 




PRODUZIONI : 

GONTERIE, PERLE A LUME E LAVORI IN CONTERIE 
CRISTALLERIE FINI DA TAVOLA E FANTASIA 
FLAGONERIE PER PROFUMI E VARIE 
TUBI E AMPOLLE PER LAMPADINE ELETTRICHE 
E PER VALVOLE RADIO, PER SIRINGHE, ECC. 
VETRI INDUSTRIALI E NEUTRI PER LABORATORI 

VENEZIA : Piazza S. Marco, 81-82 

NEGOZI : R O M A : Via del Tritone, 99-100 

MILANO : Via Montenapoleone, 10 



ISTITUTO NAZIONALE 
DELLE ASSICURAZIONI 

SORVEGLIATE 

LA VOSTRA SALUTE QUANDO 
È ANCORA INTEGRA! 



Il mezzo più efficace per evitare i mali che possono 
affliggere il nostro corpo o per stroncarli quando sono 
incipienti, è 1' uso della medicina preventiva. Ed è 
perciò che 1' Istituto Nazionale delle Assicurazioni 
ne ha voluto divulgare il principio e rendere facile 
la pratica ai propri assicurati, che oggi si contano 
a milioni, organizzando speciali 

CENTRI SANITARI 

in molte città italiane, dotandoli di mezzi di ricerca 
fra i più progrediti che la scienza oggi offre e ponen- 
doli a disposizione degli assicuroti stessi per numerose 
prestazioni satitarie gratuite. 

L' Istituto poi, per convincere strati sempre più vasti 
della popolazione della utilità della « medicina pre- 
ventiva », provvede anche a pubblicazioni del più 
vivo interesse. Segnaliamo oggi il volume dal titolo 
« SOTTO IL PLATANO DI COO (seconda giornata) » 
che raccoglie i «Consigli d'igiene» contenuti in due 
annate della rivista « L' Assistenza Sanitaria agli 
assicurati dell'I. N. A.», anch'essa edita dall'Istituto 
Nazionale delle Assicurazioni. Il volume è posto in 
vendita al pubblico ed è ceduto a condizioni di 
favore agli assicurati dell' Ente. 



PER INFORMAZIONI E CHIARIMENTI RIVOLGERSI 
ALLE AGENZIE DELL'ISTITUTO DELLE ASSICURAZIONI 



CASSA DI RISPARMIO 
DI VENEZIA 

Fondata nel 1822 
Patrimonio L. 22.309.786.— 

SEDE CENTRALE: VENEZIA - CAMPO MANIN 

AGENZIA DI CITTÀ : VENEZIA - PONTE DEI BARETTERI 



Filiali e Recapiti : 
ANNONE VENETO - CAVARZERE - CHIOGGIA 
DOLO - JESOLO - LIDO - MESTRE - MEOLO 
MIRA - MIRANO - MURANO - NOALE - PORTO- 
GRUARO - PORTOMARGHERA - S. DONA DI 
PIAVE - S. MICHELE AL TAGLIAMENTO 
S. STINO DI LIVENZA - STRÀ 



( Depositi L. 319.743.457.41 
al 31 Dicembre 1938 XVII 

f Libretti N. 84.959 



Erogazioni ad opere di patriottismo, di assistenza e di 
Beneficenza, dalla Marcia su Roma al Bilancio 1938 XVII 

Lire 14.700.500 



Jtab, C. Ferrari - Venezia 1942-XX