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AVSONIA 



RIVISTA • DELLA • SOCIETÀ ■ ITALIANA 
DI ■ ARCHEOLOGIA ■ E • STORIA ■ DELL'ARTE 



VOLUME IX 




RES • S3(7xD=.wJ?^l AINTIQVAE 

l a v d i s • wmg^MZhwr- M et • artis 



ROMA 

STABILIMENTO TIPOGRAFICO RICCARDO GARRONI 

GIÀ SOCIETÀ TIPOGRAFICO-ED1TRICE ROMANA 
PIAZZA M1GNANELLI, 2} 

1919 



La Società Italiana d'Archeologia e Storia dell'Arte, fondata 
in Roma il i° gennaio jqoó, si propone di favorire gli stadi ar- 
cheologici, e storico-artistici e di secondare l'opera esplicata dai pub- 
blici poteri nel rinvenimento, nella tutela e nell'illustrazione dei 

monumenti che riguardano l'arte e la storia del nostro paese. 

Pubblica una rivista •• .Insolita » la quale ha per i scopo non 
solo di portare un contributo alle discipline archeologiche e storico- 
artistiche con articoli originali, ma anche di diffondere il loro amore 
in mezzo a tutte le persone colte con larghi notiziari e bollettini 
bibliografici che tengano al corrente dei progressi della scic ina. 

Il contributo sociale è di lire 20 annue per i soci ordinari, 
joo, versate in una sola volta, per i soci perpetui, e 300 per i soci 
benemeriti. 

Può divenire socio, con diritto a ricevere la Rivista e a par- 
tecipare ad ogni altra manifestazione dell'attività sociale, chiunque 
voglia, purché invii la sita adesione, raccomandata da dite soci, 
al segretario 

Prof. LVCIO MARIANI 
VIA PiERLVIGI DA PÀLÈSTRJNA, J5 - ROMA 

al quale debbono essere pure spedite le comunicazioni scientifiche 
e quanto riguarda la Rivista. 

Per gli affari amministra/ivi occorre invece rivolgersi al 

Dott. ROBERTO PARIBENI 

MVSEO NAZIONALE ROMANO NELLE TERME DIOCLEZIANO 



AVSONIA 



RIVISTA • DELLA ■ SOCIETÀ • ITALIANA 
DI • ARCHEOLOGIA ■ E ■ STORIA ■ DELL'ARTE 



VOLUME IX 



RES 
L A V D I S 




ANTIQVAE 
ET • ARTIS 



Sol 



ROMA 



STABILIMENTO TIPOGRAFICO RICCARDO GARRONI 

GIÀ SOCIETÀ TIPOGRAFICO-EDITRIC1 ROMANA 
PIAZZA 

1919 









AVVERTENZA 
Gli autori sono personalmente responsabili degli articoli da loro firmati 



SOMMARIO DHL VOLVME IX 



FARINA G., Monumenti egizi in Italia I. Museo A'azionatt Romano . . . . Pa 

l'I RNI1 R I... Ricordi di storia etnisca e di arte greca della città di l'elulouia i 

LEVI A., Gruppi di Bacco con un Satiro . . » 55 

MINTO A.. Corteo nuziale in un frammento di tazza attica '65 

MINTO A., La corsa ili Atalante e Hippomenes figurata in alcuni oggetti antichi . . » 78 

MINTO A.. Di una leggiadra figurina in bronzo ........ r> 87 

FORNARI F., Studi po/ignotei 

LANCIANI R., HERMANIN 1\, PARIBENI R., Sull'autenticità di una testa di bronzo. . •• 12; 

DELI \ COPTE M., Novacula 1 39 

PETITTI DI RORETO A.. Ritrovamento a Cherasco di due lapidi romane già pubblicate a 

Torino dal Piagarne . . . . . . . . . . . . 161 

CALZA G., Afrodite Annata 172 

Bendinelli G., Aatichi vasi pugliesi con teene nuziali ........ 185 

LUGLI G. • e. Albana - Un accampamento tornano forlicato al XV miglio 

Vìa Appia . . . . . . . . . . . . . . .'il 

VARIE! V Materiali preistorici del Museo di geologia in Palermo (B. Pace). . . Col. 1 
Il Tempii) di Afrodite Urania in Atene fB. Pace) ........ 

\ e singolare esempio dell'antichissimo rito dell'* ossilegium •■ pratic il 1 sopra una sta- 

tuetta Ji bronzo (G. Pansa) . .......... 

RECENSIONI — Opere Ji G. Bendinelli, B. Pace R. Paribeni) » 29 



MONVMENTI EGIZI IX ITALIA 



MVSEO NAZIONALE ROMANO 



Fuori dei musei egittologia, in collezioni pubbliche e ; riman- 

gono numerosi monumenti egizi, non pochi dei quali ignoti o mal noti ; parecchi 

gl'ira del tempo, sono destinati a certa rovina, prima torse che la 




-timonianza venga raccolta e resa' pongo d'illu- 

strarli e - :ioni in un . 

e sarò molto grato a coloro che mi faciliteranr. rtandone a m 



I monumenti nel Mu ■ o Nazionale Romano, ififidati all'intelligente direzione del pn I 

ribeni, nella serie -ohm privilegiati. M due, tutti sono inediti ; ma pubblico anche i primi 

perchè ne vai la pena, considerata la loro importanza, e perchè non ripeterò cose già dette, 
i. Parte superiore di statua in granito nero, alt. m. 0.95. Acquisto Buoncompagni. 
Num. inv. 8607. (Fig. i-- 1 1. 

Ritrae un re egizio sulla cui fronte si drizza l'ureo. Quattro imee orizzontali formanti 
rettangoli con verticali, divergenti sulle ciglia, parallele ai lati, ridanno l'acconciatura dei 




Fig. 2. - Busto Ludovisi (<i ■> 

capelli i quali scendono lisci, ritagliati corti e pari. Dalla sommità del capo cadono pesante- 
mente sulle spalle grossi riccioli cilindrici, «irati da linee spirali; quattro e quattro sul petto, 
altrettanti dietro le spalle. I più alti di faccia e gli estremi a tergo sono meno lunghi; dai 
due anteriori bassi, un po' sopra gli orecchi, si staccano due bande di capelli che fasciano 
l'alta nuca passando sulle ciocchi- posteriori; un'altra si parte da mezzo il capo e sotto le 
due laterali s' intreccia e scende giù oltre la linea dei riccioli. La taccia è più tosto 
il naso quasi tutto; ma è possibile ancora intuire la forma severa. Ampio e incavato 
dell'occhio, alquanto depresso sotto la tempia, il bulbo con forte rilievo, la palpebra supe- 
riore 11 iore, la fossa lacrimale ben incavata. 1 pomelli salienti, 



lievemente prognata la regione boccale, i mustacchi rasi, energico li taglio della bocca, il labbro 
inferiore tumido, il mento forte, per metà scoperto dalla barba che è ampia, conica, in fondo 
tondeggiante. La sua ondulazione viene espressa con solchi concentrici, concavi in basso, tutti 
tagliati con linee serpeggianti che scendono dalle gote e dal mento. Quanto rimane del 
corpo ha una modellatura torte e carnosa. Il petto anzi accenna ad una certa sovrabb 
Nessuna traccia di pilastro posteriore, ne appare che la statua faci 

11 monumento è conosciuto da lungo tempo (i) e fu già mi sso in relazione con alti 
perti in Egitto e attribuiti agli lcsos, gl'invasori stranieri che. secondo la tra 

lominato l'Egitto durante la XV e lino 
alla XV11 dinastìa. La somiglianza è perfetta | ir- 
ticolarmente con il gruppo di Tani (2) che rap- 
presenta un faraone sotto le sembianze di due 
Nili, quello dell'alto Egitto e quello del basso 
Egitto, mentre offrono a una divinità pesci e 
fiori. 11 busto Ludovisi ripete lo stosso soggetto, 
del quale il Museo del Cairo conserva anche- 
copia in frammenti. 

Sono noti a quasi tutti gli studiosi di stona 
dell'arte questi monumenti in cui il Alai ietto, (3) 
a giudicare dalla novità stilistica, dalla fisiono- 
mia, dall'acconciatura tutta propria, volle vedere 
un prodotto artistico degli lcsos. Il Golenischeff, 
più tardi, mostro che, in realtà, vanno posti al 
tempo di Amenemehè 111 (XII din., 1 849-1801 
av. e. v.) e tu bene accertato che l'acconciatura 
sì strana dei Nili riproduce l'antichissima forma . — La Sfinge di Tam. 

egizia del taglio dei capelli e della barba 1 1 , 

1 ; ci comunemente si crede cosi (5): la •■ sfinge di Tani -, (fig. 5) onorata dei cartelli 
di Apòpi (din. degli lesosi, di Maineptah (XIX din.), di Psebhaenni (XXI din.), tu usurpata 
da questi faraoni e appartiene ad Amenemehè III iXll din.). Per il « I 1 aium -, 




(1) Lenormant Fr., Frammenti) di statua di uno 
dei re l'astoii di Egitto (Bull. Cornili. Al 

di Ruma, anno Y. serie II. 

(2) Cfr. Bissing-Bruckmann, Denkm. ag. Skul- 
ptur. tav. 56. — Masp . I irt en Ég\ pt< 

(e versione ita].). 

13I Basta vedi Chi] 1,1 

14) Meyer, < ìescli 1, n. 

(5) Bissing-Bruckmann, op. rie., tav. -5, 



testo relath >; M 04, 104; Petrie, 

Ai/-, et un dei r, 49-50 (non si pronuncia 11 
-. 

/ '. tre en 

II, 
nemdiè III. busto del I .unni icsos, % - li Tal 

I 



— 4 — 

il Bissing ha mostrato quanti rapporti stilistici inducano ad attribuirlo al cosi detto medio 
impero cioè verso il tempo dello stesso Amenemehé. I due Nili e, di conseguenza, il busto 
Ludovisi, i più li assegnano allo stesso periodo, solo il Bissing e il Maspero li ritengono 
della XXI din. perchè il orta inciso il nome del faraone Psebhaenni (i). 

Per sostenere tale tesi bisogna dimostrare che il loro stile convenga ai tempi di questi. 
Non basta, come ha fatto il Bissing, cercare nella XXI din. o intorno ad essa, qualche 
bel lavoro artistico che ne conceda la possibilità; ma è necessario con raffronti provare 
che l' improvviso risuscitamento di forme da lungo tempo scomparse avvenne di fatto. 
Il Maspero è costretto a imaginare che l'artista s' ispirasse per il tipo e l'acconciatura dei 

li ai monumenti di Amenemehé III in 'Fani e afferma che più tosto ne copiò uno 
puramente e semplicemente, riproducendo i tratti severi, la bocca dura, i pomelli spor- 
genti, la capigliatura lunga e la barba a ventaglio del modello, ma senza poter rendere 
proprio il fare largo e possente dell'artista anteriore: il suo tocco avrebbe qualcosa di 
secco e mal destro che non si osserva mai allo stesso grado sotto la XII dinastia. 

11 giudi/io si fonda su un'asserzione gratuita e su impressione personale di valore molto 
relativo: prova ne sia che l'autore neppure osservò giusto la materia del monumento. 

Questi due Nili non sono due divinità astratte, ma un certo faraone nelle sembianze 
del Nilo ed è per lo meno strano che l'artista non abbia ritratto quello del suo tempo. 
Poi il " qualcosa di secco e mal destro » e espressione troppo vaga per avere un peso, 
come sorprende la misura dei « gradi». Se l'ispirazione si pretende tolta dalla sfinge, 
il confronto regge soli, in parte, nel ritratto; e dimostrerebbe il contrario di ciò che il 
Maspero vuole. I due Nili di Pani e il Ludovisi, pur danneggiati si compiono l'un l'altro. 
Con la sfinge hanno identica l'ampiezza delle occhiaie, la Iattura degli occhi, egualmente 
con le palpebre socchiuse, eguale trattamento degli angoli e della fossa lacrimale. Le mascelle 
hanno la stessi saldezza, lo stesso rilievo gli zigomi, eguale abbondanza di carni e musco- 
losità. Il labbro inferiore e il mento sono quasi calcati l'un sull'altro nei due monumenti. 
Per il resto si allontanano dalla stinge, ma si riattaccano, come già il Manette aveva segna- 
lato, al busto del Faium, che non è Amenemehé III, non vien da Tani, pur essendo del 
medio impero. 

Questo ha diverso l'occhio che porta indicate le sopracciglia, diverso il taglio delle 
labbra, benché gli zigomi sporgenti e le rughe della taccia accennino al robusto realismo 
del medio impero; ma è trattata in egual maniera la grande pesante parrucca, coi riccioli 
cilindrici, girati da spirali, sebbene il giro sia diverso e non si noti, come in quelli, la sim- 
metria 1' indica/ione della fine dei capelli è la stessa. L'artificiosa inqua- 
dratura della parrucca nel busto del Faium corrisponde all'artifìcio della disposizione gra- 



Mi La base del gruppo manca e non si può escludere che portasse, come nella stinge, il nome di altro 
usurpai 



— 5 — 

duale nella parrucca dei Nili. La barba, per quel che resta nel primo, è resa 
secundi. È diverso il taglio, ma identica la maniera di rendere i peli e di dis] 
volto. L'abbondanza, la carnosità del petto, la curva del torso, trovano riscontro I 
Qui si deve escludere assolutamente che si tratti di copia, ma c'è somiglianza d 
stilistica. Insomma, questi due Nili ritraggono la faccia della sfinge di Amenemehè 111, 
corrispondono per lo stile ai monumenti del medio impero, neutre non trovano 
con quelli della XXI dinastia tempi prossimi, non c'è indizio che li mostri copia : manca 
quindi ogni ragione per ritenere originale il nome del faraone Psebhaennì, il quali 
a Tani e dello stesso Amenemehè 111 usurpò altri monumenti. 

2. Frammento di grande blocco di granito, alto circa in. r.30, largo alla base 
m. [.57, prof. m. 0.40. Acquistato, nel maggio 1895, a Roma dove era ne! palazzo Ga- 
lizin. Num. inv. 52045. (Tav. I). 

Mostra, a rilievo incavato, parti di alcune scene sacre, divise in due sezioni 
volta stellata del cielo. Nella superiore sono, assise su troni dagli alti zoccoli, le imagini di 
tre divinità. La prima è Oro a testa di falcone, lunga chioma, ureo e psechent sul capo. 
È mutilo quasi tutto il braccio destro col quale protendeva uno scettro e il pugno sinistro 
che stringeva il geroglifico della vita, porzione delle gambe e del tronco. Segue un'altra di- 
vinità, con la lunga acconciatura femminile, sulla fronte l'ureo; fisso siili' orecchio sinistro, 
in una fascetta che gira intorno al capo e si annoda sulla nuca, un ornamento simile a 
due piccole piume, strette e lunghe, che si arricciano in alto; il mento è ornato della 
barba ricciuta; nella mano destra ha lo scettro haq, nella sinistra il geroglifico della vita 
unii. .11 C'è poi Osili con la consueta mitria atef, l'ureo, la barba ricciuta, lo scettro 
woser. Quindi ancora un'altra figura della quale avanza parte dell'avambraccio de 
scettro woser, parte del piede e del trono. 1 pochi geroglifici scolpiti al di sopra non per- 
mettono di ricostruire un testo (2). Davanti a queste figure doveva essere, coni: 
un faraone che presentava offerte. 

Sotto la volta stellata tre scene minori di obblazioni. Nella più compiuta un falcone 
che vola ad ali spiegate e stringe tra gli artigli un anello per sigillare. Con questo sim- 
bolo offre al re, che era raffigurato sotto di lui, (3) il dominio universale •• ciò eh 
attornia». 11 dio, dice l'iscrizione sotto l'ala sinistra, è <• quello della città di Edfu, il 

-ente, il signore del cielo, dalle piume variegate •>. In realtà è Oro, il falci 
licoso di Ieraconpoli, adorato dagli antichissimi re dell'alto Egitto e mf iso poi con il dio 
solare di Edfu. A destra, sul vassoio neb, un serpente coronato dalla nutria del bas- 
che dà anch'esso l'anello simbolico e lo scetl I 



(1) La stessa figura in Ree. d. Trav., XXXV, 91, 
cfr. Brugsch Thesaur. 766, 69. 

(2) Li ho già dati in Sphinx, XVIII, p 



— 6 — 

geroglifici posti dietro come r . , Greci, divinità protettrice dei fa- 

raoni. In altre scene, e forse anche qui, il vassoio posava sopra una pianticella di papiro 
e appunto «quella del papiro» significa il nome della dea. Del faraone offerente si legj 
solo alcuni titoli che vanno compiuti così: ■• 11 re dell'alto Egitto e re del basso Egitto, 

signori paesi N. \. , il figlio di Rie, signore delle e ne N. N. . dotato di ogni 

vita, stabilità, diletto, d'ogni salute... in elenio ». L'offerta veniva fatta a Osiri del 
quale si può vedere la Iella nutria. Ui quattro Imre verticali geroglifiche, 

le ultime due portano l'indicazione del dio: « 3 Osiri di kemag, 'il dio possente che è 
in Hbèjet »; le prime motti pronunziare: « 'Ho dato a te la vita... *ho 

a te salute. . . » 

mstra di questa scena se ne sarà svolta una quasi eguale; ma c'è solo parte 
della stessa indicazione del dio Osiri. 

tra si conserva invece l'avvoltoio ad ali distese con l'anello tra gli artigli che 
doveva sormontare la figura del re. ti la dea Nehbijet anch'essa patrona del faraone e la 
sua iscrizione può essere restituita così t): ■ Nehbijet, la bianca di Elkab, la signora 
di prjiv-wrj, la sovrana dei due paesi ». Anche qui poteva hgurare la dea Wezójet. La 
scritta sopra il re è tacile a compiere: « il re dell'alto Egitto e re del basso Egitto, 
gnore dei due paesi N. \. , il figlio di Rie, signore delle coro ne N. N. . dotato di 
vita, stabilità, diIe[tto, d'ogni salute, di ogni gioia in eterno >. 

Lo stile indurrebbe a porre il monumento nella XXVI dinastia o nella XXX, ma 
un'in lei testo permette maggior precisione. Il din Osiri è qui detto «che è in 

Hbèjet ». Questo è il nome dell' Isidis oppidum di Plinio, Iffsiov di Stef. Bisan.. ora 
Bahbeit-el Hagar, dove fu costruito un tempio magnifico ad Isi da Nectarebé : e poi 
da Tolomeo II Filadelfo (3). Con assoluta certezza il blocco proviene da questo tem] 
portava il nome del « re dell'alto Egitto e re del basso Egitto senzem-ab-rie (colui che 
ii dolce il cuore di Rie), prescelto da Hathor il figlio di Rie Nahteharehbèjet, figlio amato 
di Hathor... ». Sarebbe 1 urioso potei rintracciare come questo frammento giungesse a Roma. 
3. Cassa di mummia in legno di sicomoro, Lutigli, m. 1.92, larg. 111. 0.50, alt. 
m. 0.35. Dono degli Eredi del senatore Paganini. In magazzino s. n. 

E di forma antropoide, ricoperta di stucco mal conservato. Mostra a rilievo la par- 



resti delle Piramidi, ed. Sethe, 910. Quindi i due nomi vanno distinti: \ 

■1 Nella \\\ dinastia si suole generalmente N ■. . ■ \ • 

. taneb II nelle ed Baedeker, Egypte (1908; pag. [68 169. 1 

liste greche confusamente ti N iscrizioni di alcuni blocchi che si veggono tra le 

. I monumenti danno due nomi rovine furono pubblicate dal Roeder, I ter Isistempel 

diversi. Per il prim ! la von Behbèt (Aeg. Zeitschr. XLVI, 62 segg.) e, su 

tiahle-har-elibi per il copie di C. C Edgar, dallo stesso autore in Ree. 

forte il suo Signore». J. Travaux XXXV, 8g segg. 



Ricca azzurra, la maschera al cui mento è attaccata la barba posticcia. Sul petto 
lana woseh a fiori e bocciuoli di loto. Sotto, traccie della dea Newet con le ali spiegate 
e resti di segni geroglifici. A destra e a sinistra due aneti sepia i ioro sostegni, sormon 
tati dall'occhio wo e. Nel quadro inferiore la mummia è posta sul letto a torma di leone 
e sorto questo i quattro canopi. A destra e a sinistra geni con varie teste bestiali; a pie 
del letto Netti inginocchiata che protegge il defunto come già Osiri; la figura di [si, che 
doveva farle riscontro è distrutta. 

Sotto: Oro e Thout sostengono il feticcio ded di Osiri, cioè l'albero adoratoa Busiri. 
Ai lati altri geni del mondo sotterraneo. 

In mezzo a sei geni funerari corre un'iscrizione di cinque linee verticali: « La preghiera 
funeraria a Osiri-Hentamente (i), il dio 
possente, signore di Abido, a Ptah-Sekr- 
Osiri... a Anu(bi) signore di ["i-zosei (2), 
a lsi, la grande, ila madre), a Hathor si- 
gnora degli Dei! Concedono essi le prov- 

vis 1 funerarie in (pani), buoi, oche, 

vino al sacerdote di Osiri, Anhhapi, 

giusto, tiglio del così (N. N.i, partorito dalla 

signora (di casa Setajaret-bojnet (3)) 

(Osiri- 1 Hentamente, il dio possente di 
Abido, [si, la grande, la madre, tanno pro- 
tezione per l'Osili Anhhapi ». In 

questa parte, ai due lati, sono disposti, 
orizzontalmente, quattordici geni. 

I \g. 4 — Capitello ai ti ti 

Sui piedi : due sciacalli accovacciati 
sopra i loro tempietti dalle porte chiusi', 

cioè i due Wepi-wiwet dell'alto Egitto e del basse Egitto. Ira essi una breve iscrizione 
mutila: « Faccio.... per l'Osiri Anhhapi giusto •>. 

Ai fianchi della cassa sono dipinti due urei Col disco solare sul capo, collocati uno 
sul fiore di loto, l'altro su quello di papiro. 

Epoca tolemaica. 

4. Capitello in calcare tenero. Alt. m. 0.51, diametro alla base del 
m. 0.28. Donato nel 1914 dalla Signora del defunto ing. E. 1 I da 1.1 Gisr. 

Num. inv. 61533, (Fig. 4). 




(1) Questa traduzione è giustificata nel mio ar- (2 Necropoli di Abido. 

ticolo Sulla «preghiera delle offerte ■■ in Sphinx, (3) 1 madre è dedotto da un ti.un- 

XV111, 71 segg. cfr. Rivista di Studi or. voi. VII, mento d'iscrizione nel prim 
fase. 2°. 



Quattro grandi fiori campaniformi con le brattee e le foglie finemente lavorate si 
dispongono in un mazzetto centrale, divisi tra loro da bocciuoli chiusi e accartocciali, come 
piccole volute. Quattro fiori più piccoli, ciascuno con due bocciuoli ai lati, si addossano 
negli angoli, .1 metà del calice. Sotto, altri due ordini, minori nelle proporzioni, il primo 
di otto fiori, di sedici il secondo, e il fascetto degli steli. Il tutto composto con armonia, 
squisito nella fattura, svelto ed elegante nell'aspetto. Il tipo è caratteristico del periodo 
greco-romano e si suole designare come capitello a fior di giglio, per quanto non sia 
identificata con certezza la pianta che servì di modello. Buona epoca tolomaica. 

Per la bibliografia più recente si confronti: L. Borchardt. Die Cyperussaule (Aeg. 
Zeitschr. XL, 36 segg.); V Koster, Zur agyptischen Pflanzensàule (ib. XXXIX, i38segg.); 
id. Die agypt. Pflanzensàule der Spatzeit (vom Ausgange des neuen Reiches bis zur rò- 
mischen Kaiserzeit) Ree. d. Travaux XXV, 86 segg.) — Un modello dello stesso tipo in 
Capart, Recueil de monuments XCVI. 

5. Frammento di statuetta di donna seduta. Granitello verde. Lung. m. 0.203, 
larg. m. 0.10, alt. m. 0.37. 

Provenienza ignota. Num. inv. 56315. 

È posta su un trono, con le mani appoggiate alle ginocchia, veste il lungo costume 
delle donne egizie, che arriva fino presso il collo del piede. La rigidità consueta è tempe- 
rata da notevole grazia e finezza. Il ventre rotondeggiante porta indicato sulla veste con 
molta esagerazione la cavità ombelicale. Le braccia sono leggermente affusolate; le mani 
hanno dita troppo lunghe, ma son riprodotte con verità nel polso e nel dorso; le unghie 
indicate ovali con doppio giro in fondo. Carnose le anche, ben espresso il collo del piede, 
il tallone, il malleolo. Anche le dita del piede sono lunghe, ma con buon naturalismo 
e le unghie rappresentate come quelle dellemani. Fra le gambe e il trono rimane una 
riempitura. 

Periodo tolomaico. 

6. Frammento di statua di pastoforo inginocchiato. Serpentino. Largh. m. 0.25, 
alt. 0.20. 

Proviene da via Martorio ove fu trovato nei lavori del monumento a Vittorio Ema- 
nuele. Num. inv. 56428. 

Manca dalla cintola in su e parte del piede; veste un gonnellino che lo ricopre fin 
il ginocchio; la gamba è ben tornita, indicata la sporgenza del malleolo. Sul davanti 
del vaso è un piccolo rilievo molto consunto. A destra, volta verso sinistra, una divinità 
con la ina, tra le corna il disco sm1.ho, l'acconciatura del capo lunga, un gon- 

nellino fino al ginocchio. Stringe nella mano destra 1- scel , l'altra è coperta dalle 

dita del sacerdote. Verso di lui muovono tre divinità. La prima ha le due lunghe piume 
sul capo, lo scettro a •■■■ > nella sinistra, il simbolo della vita anh nella destra. Segue una 
dea, coronata dello psechent, lo scettro a fiore di papiro, forse Vanii nella sinistra. L'ultima 



9 — 




figura è un fanciullo che porta la mano alla bocca, tiene la destra lungo il fiani 
stringendo Vanii, sul capo ha il triplice atef con urei e corna. Il quadro è chiuso a sinistra 
dall'ureo con la corona del basso Egitto, a destra da quello 
con la corona dell'alto Egitto, ritti sui fiori delle rispettive 
piante araldiche, il giglio e il papiro. Secondo una stele 
del Museo del Cairo, malamente riprodotta dal Lanzone 
(l)u. di Mitologia tav. CXXXV) e della quale il Museo di 
Firenze, come quello di Torino (Catal. n. 1 5 io;, pos , 

un calco, le divinità sopra descritte sono: « il toro-Osiri, 
il dio possente, Hentamente »; « Amenrie, signore d'Eset, 
il dio possente, signore di Behenet ■• ; •• Mut, la grande, 
signora di Behenet»; ■« Hons-pe-hrot (H. il fanciullo), il j 

dio possente, che è in Behenet ». Sono dunque gli dei 
locali di una città. Questa Behenet, secondo il Brugsch 
(Dict. geogr. 201), dovrebbe trovarsi nei pressi di Mit- 
Ghamr (nel Delta 1, donde la stele del Cairo proviene. È 
possibile che di là sia stato portato anche questo fram- 
mento che l'abbian fatto per un cittadino legato a quel 
culto. In Roma probabilmente fu posto nel sacello d'Isi in 
Campidoglio. 

Epoca romana. 

7. Statuetta muliebre, assisa in trono, mancante 
della parte superiore al ventre. E in atteggiamento simile 
al n. 5, meno bella di questa per esecuzione. Basalte. Pro- 
venienza ignota. Num. inv. 590. 

Epoca romana. 

8. Statuetta del dio Besa. Basalte nero. Altezza 
m. 0.38. Provenienza ignota. Num. inv. 56356. Inventario 
Mariani 1157. 

È rappresentato nella posa consueta. Manca la metà 
superiore del capo; ha le orecchie bestiali; la barba a ric- 
cioli; il labbro inferiore sporgente atteggiato a un riso stu- 
pido e beffardo; il naso schiacciato, tozze e carnose le 

mani, le cosce rigonfie. Il petto e il ventre sono poco pronunciati. Nella parte ; 
rimane una leggera indicazione della capigliatura, il resto è : 

Epoca romana. 

9. Statua di faraone in basalte nero rinvenuta negli scavi sul ( : 

è ben descritta in Gauckler, Le sancluaire syrien du Janicule, p. 187, tav. XXVi; R. Pari- 



. 



Ausonia — Anno IX. 



beni, Guida del Musso Nazionale Romano, p. 45, n. [56. Di grandezza minore del vero, 
rappresenta un giovani . ivanzante, come .il solito, la gamba sinistra, le 

braccia strette lungo il corpo, stringendo nei pugni due rotoli (fazzoletti?), inseriti a parte, 
ora mancanti. La testa è coperta dal nemes con l'arco sulla fronte; intorno ai lombi cinge 
lo sento. Le occhiaie vuote dovevano essere riempite di smalto. Il naso, parte della guancia 
e della bocca a destra sono rimasti deturparti; cosi pure fu rotto il pugno destro. La statua 
si rinvenne fatta in otto pezzi a colpi di mazza, dall'ira di fanatici cristiani devastatori. Lo 
siile del monumento e la torma del plinto escludono assolutamente, mi pare, che si tratti 
di opera saitica tolemaica. 
E] .1 romana. 

Firenze, 24 febbraio 191 5. 

( lituo Farina. 



RICORDI DI STORIA ETRUSCA E DI ARTE. GRECA 
DELLA CITTÀ DI VETULONIA 

(TAV. II E III) 



Le singolari scoperte fatte da Isidoro Falchi nei numerosi ed importanti sepolcreti etruschi 
da lui rintracciati sui dorsali e fino alla radice orientale del Poggio di Colonna (in comune 
di Castiglion della Pescaia 1 , per giudizio ormai concorde degli studiosi più autorevoli, 
hanno dato alla identificazione, propugnata dal Falchi, di Colonna con l'antichissima Vetu- 
lonia una conferma che, a mio credere, difficilmente sarà messa in dubbio da ulteriori 
scoperte. 

Ma un fatto resta tuttora inesplicabile: come mai durante quasi un trentennio di esplo- 
razione, rivolta intenzionalmente a tutte le presunte località dell'area cemeteriale vetulo- 
niese, nessuna delle numerosissime tombe di ogni tipo rimesse in luce ha dato suppellet- 
tili riferibili al periodo dei vasi greci figurati (1/2 VI- IV sec. a. C); come mai tante ricerche, 
sia nelle necropoli sia nella città di Vetulonia, non avrebbero ancora scoperto, se \i fos- 
sero, 1 ricordi della vita di questa importante lucumonia durante il periodo etrusco più flo- 
rido, corrispondente alla monetazione dell'argento populoniese (sec. v-iv a. C), durante 
il quale le altre grandi città etrusche, come Populonia stessa, Chiusi, Tarquinii, Volsinii, 
Falerii erano aperte al commercio coi paesi greci e ne importavano a centinaia 1 vasi 
dipinti ? 

Oltre alla necropoli antichissima ilX-VII sec. a. Ci, si sono scoperte a Vetulonia abi- 
tazioni e tombe dell'epoca romana, sicché anche il periodo dalla prima influenza di Roma 
.in Etruria ai tempi dell'impero ivi e largamente documentata; ma tino ad ora non s'è po- 
tuto raccogliere colà che qualche frammento sporadico di vasi greci dipinti (1 . 

Il Milani cerco di risolvere tale questione in maniera molto ingegnosa. Egli pensò 1 he, 
dalla metà del VI al [V sec, Vetulonia non tosse stata nel sito di Colonna. 

Nel momento in cui più ferveva la polemica tra il Falchi e il Dotto de' Dauli, difen- 
dendo il primo la sua Vetulonia a Colonna, e volendo l'altro ritrovare quella illu : 
sul Poggio di Castiglione, tra Massa Marittima e Follonica {Traianus portus), il Milani, in 



■1' Falchi, in \ i ai'i, 1895, p. 304. lìg. 17. 



base ad alcune brevi esplorazioni nei luoghi indicati dal Dotto, avanzò l'ipotesi (i) che la 
Vetulonia antichissima, la stazione primitiva d i Tirreni, fosse appunto sul Poggio di Co- 
lonna, spettando ad essa le necropoli scoperte dal Falchi, e che di poi i Vetuloniesi, ab- 
bandonata tale posizione per tener testa ai Populoniesi e in seguito alle note guerre coi 
Siracusani (450-400 a. C), fondassero un&nuova Vetulonia sul Poggio di Castiglione presso 

1. 1 Romani poi avrebbero occupato il sito della più antica Vetulonia, facendolo pro- 

icolo della conquista generale dell'Etruria marittima e stabilendovi una forte colonia, 
donde il nome medioevale di Colonna. 

L'ipotesi conciliativa del Milani è bensì molto attraente e sembra tanto più verosimile 
quando si ricordi lo sdoppiamento di altre famose città etrusche come Arezzo (Arretini Fi- 
dentiores e Veteres), Chiusi (Clusini novi e veleres) e Volsinii (Orvieto e Bolsena), ecc., 
ma, per la stessa semplicità con cui tende a sciogliere Ogni nodo della intricata questione, 
può destare qualche diffidenza e, quel che più conta, non ha ricevuto ancora la prova dei 
fatti, l'ai prova potrebbero fornirci gli scavi, condotti con una certa ampiezza, non solo nel- 
l'area della città di Vetulonia a Colonna, ma altresì nel Massetano, specialmente sul Poggio 
di Castiglione, dove esistono non dubbie tracce di antiche costruzioni; la sola idea che su 
quel Poggio e sulle circostanti alture si possano finalmente trovare i resti di una città il- 
lustre come Vetulonia, nello splendido periodo dalla metà del VI al IV sec. a. C, e forse 
anche le sue necropoli, ricche di vasi greci dipinti, basta a farci ardentemente desiderare 
la esplorazione sistematica e profonda di quei luoghi, esplorazione propugnata da quanti si 
sono interessati alla questione di Vetulonia, esplorazione la quale potrebbe fornirci non solo 

nti per illuminare la storia di uno dei più antichi e illusili popoli tirreni, ma altresì 
qualcuno dei tanti dati che mancano alla nostra imperfetta conoscenza della città etnisca 
nell'epoca classica. 

Appunto perchè ci mancano quasi affatto i documenti della vita di Vetulonia sul Poggio 
di Colonna dalla metà del VI a tutto il iv sec. a. C, acquistano speciale importanza al- 
cuni travamenti tatti da tempo sull'arce e nella città di Vetulonia, i quali furono dal Mi- 
lani riferiti al sec. IV a. C, e, sebbene interessanti pure in se stessi, e cosi per la storia 
come per l'arte, tuttavia sono rimasti quasi inediti e non hanno dato luogo ad alcuno studio 
speciale, ma solo a brevi accenni nei rapporti ufficiali, e nelle guide del museo etrusco di 

Intendo parlare: 

1 1 di un ripostiglio deposito di elmi di bronzo sotterrati in un vano dell'arci 



1 I . A. Milani, Rendiconti della A'. Acc. dei (2) L. A. Milani, // R. Museo archeologico di 

l.ineei, 1894, p. 841 e mtk. ; Museo top. de!- Firenze, Guida, I. p. 220; L. Pernier, Città e 

/' lìtruria, p. 36 e 145, n. )S e Sordini, Vetulo- necropoli etrusche della Maremma in Emporium, 

ttia, 1894, p. }6 e segg. maggio 1915, p. 347 e seg., tìg. 9. 



— 13 — 

2) di un kottabos, nascosto intenzionalmente pare, vicino al ripostiglio degli 
elmi (i); 

3) di un gruppo di terrecotte figurate che dovettero servire per decorazione di 
una edicola nel quartiere della città scoperto dal Falchi alla base settentrionale del- 
l'arce (2). 



IL RIPOSTIGLIO DEGLI ELMI. 

Tanto gli elmi quanto il kottabos furono rinvenuti per caso, gli uni nel 1905, l'altro 
un anno prima, nell'eseguire lavori di sterro sotto un pavimento e nell'orto della casa del 
signor Rutilio Renzetti, situata a ridosso del bel tratto di muro ciclopico che cinge ancora 
l'arce sul lato nord-est (tìg. 11. 




Fig 1 — Le case moderne sull'arce di Vetulonia (1:400). 



Questo imponente rudero è lungo m. 37.80, ha uno spessore di 1 irca 111. 2 e si com- 
pone di enormi blocchi di calcare locale, non squadrati, ma solo irregolarmente spianati sulle 



(1) L. A. Milani. Guida, I. p. 41 <-• 221 : 11. p. 96 e 9-11; L. A. IVI 

tav. LXXII; L. Pernier. /. e, p. 147, ' P- 42 e 220; II. tav. LXXI ; I.. Pernier, 

(2) I. Falchi, in Notìzie degli scavi, i<S<.,s. p. 149, 



14 



esterne, uniti fra i senza calcina e con riempimento di pietre più piccole. Uno 

dei blocchi maggiori misura m. 1,80 X 1,05; uno dei più piccoli m. 0,75 X °.4Q- 

\ primo aspetto tal muro ricorda le simili costruzioni dell'oriente preellenico e spe 
cialmente le mura lelli fortezze micenei lell'Attica e dell'Argolide, ma certamente quello 
non è cosi ralmente viene attribuito al tempo del primo insediamento dei Tir- 

reni sul Poggio di Colonna, e cioè 
al sec. IX-VII1 a. C. circa, ma non 
possediamo alcun dato sicuro per 
i .une l'epoca il) e quindi con- 

viene riserbarne il giudizio cronolo- 
gico, poiché l'esperienza delle fa- 
mose mura Ji Norba ->< c'n 
che il solo aspetto esteriore non vale 
come criterio sufficiente per datare 
simili costruzioni. Che appartenga 
al periodo etnisco mi pare tuttavia 
di poter dire senza esitazione, anche 
in rapporto al travamento dei bronzi 
che sto per descrivere e la cui de- 
posizione sull'arce non mi s 
.mi' riore alla costruzione di dette 
mura. 

Un altro breve tratto di muro 
del medesimo tipo si osserva sul lato 
opposto Iella stessa casa Renzetti, e cioè sotto la tacciata della medesima, lungo una 
linea quasi parallela a quella del muro etrusco sopradescritto, distante da esso circa m. 20. 
lutine io potei osservare indie altri avanzi di muri a blocchi nell'interno della stanza a 
sinistra dell'ingresso, nella quale il Renzetti, nel 1905, volle impiantare un frantoio. 

indo sotto il pavimento, nel mezzo del vano, per gettarvi le fondamenta della 
macina, alla profondità di circa due metri egli scopri un ammasso di elmi in bronzo, tutti 
schiacciati e infranti, gettati alla rinfusa entro breve spazio e talora conficcati gli uni entro 




bronzo, sull'arce J: Vetulo 



(1) Intorni) ili irce di Vetulonia e alle sue mura qualche nuo< pei esaminare il materiale 

il Fai ! in ha detto che poche parole in antico contenuto nella terra che trovasi a ridosso 

Vetulonia e In sua necropoli antichissima, p. 8 e negli interstizi dei blocchi. 

ì v. 1. • e nei noi scritti preci lenti. Utri (2) L. Savignoni, in Votizie degli scavi, r 1. 

accenni vedi in Pinza, lìullettino di paletnol. Hai., p. Ì4S e segg, : 1003. p. 2<;y e se^g.. e .///;' del 

Wll. 1896, ■:•. : Pernier, /. e, p. 147, intern. di scienze storiche, Roma. 1903. 

lì». 7. pportuno tare intorno ad esse voi. V, p. 



gli altri, di modo che in un'area di circa quattro metri quadrati, 

fra interi e frammentari, oltre ai pezzi di molti altri (fig. 2). Il fatto che erano così munti 

fa pensare che dovesse contenerli Lina fossa, ma di questa io vidi soltanto un angolo e non 

potei accertare l'intero perimetro. Allargando i saggi intorno ad essa, constatai in 

non solo sotto la tacciata della casa, ma anche sotto l'opposto muro del vano (alla distanza 

di m. 9,20) e sotto gli altri due muri a quelli normali esistono allineamenti di 1 li 

tieni, nude pare che il vano attuale corrisponda all'inarca ad un ami. Il'arce e, 




distando il mucchio degli elmi soltanto m. 2 da un lato, m. 1,20 dall'alti.), ne risulta al- 
l'evidenza che il deposito degli elmi è posteriore alla costruzione dei mini antichi 
altrimenti, quando tali muri furono costruiti, si sarebbe quasi di certo incontrato e rimosso 
il deposito degli elmi. 

(ili elmi sono tutti di un unico tipo fig. 5): fatti con Lina robusta lamina ini 
battuta in modo da ottenere Lina calotta a basi' ovale e a do] uno spi- 

golo longitudinale netto e vivo e con una gola pronunciata verso la base, terminante in un 
orlo piano e diritto, rinforzato interiormente con un'asticella quadrangolare di piombo. Moli 
presentano due fori sull'orlo superiormente, destinati forse ad attaci irvi 1 guanciali un 
cintolino, e alcuni pochi conservano ancora i resti di un rivestir! nsistente 

in una materia spugnosa, ma, che mi sembra esca. 

Il diametro massimo alla base, internamenl . 1 m. 0,26 a m. 0,3 \ se 

l'ovale è più meno pronunciato. 

Sopra 105 elmi raccolti interi in buona parte e 
privi di qualsiasi decorazione, quattordici hanno inve 



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5 li ! HI ili II li lì il j un i 4 11 1J «1 \ 




•iì finii u un i min li I m mi] ». 


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— 16 — 

pressioni e graffiti. Due tipi di decorazione sono indicati dalla fig. 4. 11 tipo più comune 
consiste in una doppia linea graffìta orizzontalmente in alto e in basso; nel mezzo è un 
ih e fra questo e quella corrono trattini verticali; in un solo esem- 
plare fra l'uno e l'altro trattino verticale v'è un piccolo rombo in rilievo. Caratteristico è 
poi un elmo, il quale sull'orlo ha soltanto una doppia spina di pesce graffita tutto intorno. 
Data la proporzione degli elmi decorati agli elmi lisci, viene da pensare che i primi accen- 
nino a un qualche grado militare, appartenendo gli altri a sem- 
plici soldati. 

Questo tipo di elmo è abbastanza comune ; i principali musei 
etruschi, e in ispecie quello centrale di Firenze, e il Vaticano 
di Roma ne posseggono parecchi esemplari, tutti provenienti da 
Idealità etrusche, e parecchi pure ve ne sono nella raccolta di 
elmi del museo di Berlino (1). 

Bruno Schroder, illustrando la raccolta Lipperheide del museo 
Fig. 4 — Tipi di decorazione di Berlino, rintraccia le origini di questo tipo di elmo a cappello 

dell'orlo di alcuni elmi 

che possono risalire fino al vii sec. a. C. Nel primo stadio (sec. vii), 
l'elmo ha la forma di una calotta emisferica assai allargata alla basi-, espansa .1 guisa d 
inclinai. 1 (2). In un secondo stadio (sec. Vii la calotta, fornita di doppia costolatura longi- 
tudinale, si restringe in basso e scende verticalmente, per poi allargarsi in una tesa quasi 
orizzontale (3). In un terzo stadio la calotta, alquanto schiacciata sui lati, scende a doppia 
pendenza, ha più pronunciato il restringimento alla base e piccolissima la tesa (se- 
colo Vl-V) (4), e finalmente si arriva alla forma degli elmi vetuloniesi, di cui ci occupiamo 
(sec. iv-in a. C). 

Questo tipo di elmo, il cui progressivo sviluppo ci è attestato in Etruria da parecchi 
esemplali di certa provenienza etnisca, vien chiamato italico dallo Schroder, il quale con- 
sidera come specialmente etrusca soltanto la torma più progredita, rappresentata nel deposito 
dell'alce vetuloniese (5). Ma io credo che anche nel suo stadio anteriore di sviluppo, data- 



ti) Per il museo etrusco di I irenze cfr. L. A. (4) Cfr. per es. il bellissimo esemplare di Vol- 

Milani, o. e, 1. p. 155: per il Vaticano, Museo terra ornato con testa leonina al sommo della gola 

Gregoriano, I, tav. XXI, 1 (da Vaici): per il museo e con due leonesse ai lati di una p, limetta di gusto 

di Berlino, R. Schroder, die Freiherrlich voti e d' ispirazione greca, in Arch. Anzeiger, 1905, 

Lipperheidesche Helmsammlung in den K. Mu- p. 27 e L. Coutil, Les casques proto-ètrusque étrus- 

seen :i/ Berlin in Archaeol. Anzeiger, 1005, que et gaulois, p. 27. 
p. 27, fig. (6. (5) Il Reinach, parlando di questa torma di elmo 

(2) V. per es. l'elmo della tomba del Duce e quello in Daremberg et Saglio, Dictìon. des antiqu., 
del circolo delle Pelliccìe di Vetulonia in Falchi, Vetu- s. v. galea, p. 1446, ricorda esemplili simili a 
Ionia, tav. IX, 23 eXVIl, 8; Milani, Museo top., p. 28. quelli etruschi trovati nell'Italia superiore, e spe- 

(3) V. per es. l'elmo di Fabbrecce in Notizie cialmente a nord delle Alpi, nella Svizzera, nel- 
deg li scavi, 1902, p. 483 e segg., fig. 2. l' Istria, Carniola e Stiria. Soprattutto notevoli sono 



bile alla fine del VI-V sec, questo elmo possa già dirsi caratteristico dell'Etruria, 
•se ni trovi qualche esemplare altrove. 




A questo proposito ricorderò il celebre elmo conservato nel museo li Londra (i), i 
si rinvenne nel santuario di Olimpia e reca l'iscrizione: 

'Iz';ojv o A:ivoy.;'v£' J ; 

/. y. 1 -'A -u a z /. o - 1 o •. 

Tio Al Tupa'v' i-ò \\jy.y : (fig. ; . 

Secondo l'iscrizione, l'elmo faceva parte di un trofeo d'armi tolte ai Tirreni nella batta- 
glia vinta da Gerone 1 di Siracusa press" Cuma sulle flotte dei Cartagii Etruschi, 



sii esemplari della Stiria che recano iscrizioni eu- 
pnee (v. Micàli, Moti, ined., lav. Lille Separé 
non si voglia ammettere la derivazione di 
tipo nordico dal tipo etrusco, derivazione ih" ri- 
tengo probabile, si può pensare ad una fortuita ri- 
correnza di torma nei prodotti della industria indi- 
gena dei luoghi suddetti. Cfr. anche sii esemplali 



forniti dalla nei ropoli di Numana in I lall'i isso, 
Guida ili. del dì .Intona, p. i \~ e 

segg. - n libila. 
( i ) A. Furtw.ì 

*s 
P 
zione v. Roehl, [«script. %raecae antìquiss., n. 510. 



: 



— i8 — 



e poklu Gerone liei di ledicare proprio armi tirrene, conviene pensare che, per incidervi 
la dedica, egli scegliesse appunti) l'elmo che era caratteristico dei Tirreni od Etruschi; tale 
elmo naturalmente è anteriore all'anno della battaglia, cioè al 474 a. C. 

Della forma più progredita, che perdura fino all'epoca romana, il museo archeologico 
di Firenze possiede altri esemplari, oltre quelli dell'arce di Vetulonia. Ne ricordo special- 
mente alcuni trinati a Talamone, i quali secondo il Milani (1), sarebbero proprio del tempo 

della celebre battaglia, la prima, egli dice, per l'in- 
dipendenza italiana, combattuta dai Romani insieme 
agli Etruschi e alle altre genti italiche contro i 
Galli nel 22C, a. C. (fig. 6). Finalmente un esem- 
plare identico e ben conservato vidi io stesso uscire 
da una tomba di Tarquinii insieme ad uno specchio, 
ad un'ampollina di vetro e a pochi altri oggetti rife- 
ribili pure al sec. Ili a. C. (21, e un altro ancora pro- 
viene da una tomba di Populonia della stessa epoca. 
1 Romani pare che non abbiano mai usato elmi di 
tale forma. 

Io credo dunque che questo tipo di elmo fino 
dal VI-V sec. possa vinsi proprio degli Etruschi, e 
che, specialmente coll'estendersi del loro dominio, si 
sia diffuso in altre parti d'Italia. Forse al perfezio- 
namento del tipo non fu estraneo l'influsso dell'o- 
riente ellenico; l'elmo sopra ricordato di Volterra è veramente di gusto greco nella forma 
e nella decorazione. 

Secondo lo Helbig il tipo a cappello con tesa orizzontale e due grosse nervature 
longitudinali, più frequente ad est dell'Appennino, corrisponderebbe all'elmo omerico detto 
za^ipaAo; (3), a due cimieri. 




in bronzo da T.ilair 



La singolare scoperta di questa congerie di elmi, sotterrata in un vano dell'arce etrusca 
di Vetulonia, getta uno sprazzo di luce sul periodo più oscuro della storia di questa illustre 
città, sul periodo durante il quale era dubbia persino hi sopravvivenza di Vetulonia sul 

;io di Colonna. Qui non si tratta di un oggetto sporadico che possa esser capitato 



, I mi. Guida, I. p. i ss- 
(2) Pernier, in Noi. •/■ scavi, 1007. p. 34!. fig. 7-'- 



(3) Helbig, Dos Homer. Epos 1 , fig. ni. 



— ig — 

lassù in mille modi; sì tratta di un vero e proprio deposito, che accenna ad un 
nato avvenimento svoltosi sull'arce di Vetulonia fra il IV e il in sec. a. C. Per dire di 
quale avvenimento si tratti, quale significati! possa avere la deposizione, pei precisare me- 
glio l'epoca entro quel vasto periodo suddetti) ci mancano i dati necessari. 

Solo la forma degli elmi di Vetulonia, simile a quella dei suddetti esemplari vìi P - 
puloma, di Tarquinii e di Talamone anche più che a quella dell'elmo di Gerone, ci 
avvicina piuttosto al sec. ili a. C. 

Ma un fatto è importante a ricordarsi, ed è la condizione in cui gli elmi furono ri- 
trovati. Ho già detto ch'essi eraim schiacciati ed infranti, ma debbo aggiungere che la mag- 




Fig. : — Elmi in bronzo dal ripostiglio dell'arce di Ve 



gior parte di essi non presentano tuttavia le tracce di un lungo uso; sono invece quasi 
nuovi tricordo i tre infilati l'uno dentro l'altro, fig. 7). Soltanto mostrano di essere stati 
intenzionalmente schiacciati ed alcuni di essi hanno tracce di colpi che certo non furono 
inferti in battaglia. In uno di tali elmi, nella parte superiori-, si vede il foro prodotto da 
un'arma a un sol taglio, lungo cm. 6, largo da 7 a 9 mm.; altri due mostrano tori lunghi 
del pari 6 cm. circa, ma trapassanti ambedue i lati della calotta, tali che dovettero essere 
inferti non già quando j^li elmi erano portati in capo, ma quando erano già in terra. 

Tali circostanze mi sembrano escludere: 1 che ^W elmi rappresentino semplicemente 
un deposito di tornitura militare conservata sull'arce e ivi rimasta sepolta dopo la rovina 
di questa; 2° che essi siano ■-tati così ridotti in battaglia e dal campo di battaglia traspor- 
tati sull'arce. 



I )ue ipotesi sono quindi possibili : 

i o gli elmi facevano parte di una fornitura militare conservata nell'arce e furono cosi 
guastati dagli stessi Vetuloniesi perchè non cadessero nelle mani Ji un nemico invasore; 

I ol ibilmente, tolti come trofeo ai Vetuloniesi, furono guastati dai loro ne- 
mici vincitori per un rito religioso e quindi sotterrati nell'arce in omaggio alle divinità 
infere o proprio ai Mani dei compagni calati, per una specie di expiatio o piaculum. 

II ripostiglio non sarebbe quindi che una tv, t su i di quella che i Romani 
sembrano aver fatto con armi votive dopo la battaglia di Talamone (i). 

Al rito ben noto e usato fin dall'epoc; erica di sacrificare, rovinandoli, oggel 

meno preziosi in onore dei defunti, si possono trovare numerosi riscontri italici: in un 
pozzetto di Tarquinii io stesso trovai una daga di ferro intenzionalmente ripiegata i i 
spesso si sono trovate, in altri pozzetti, armi contorte; nelle buche dei circoli di Veli- 
li Falchi più volte riscontrò i segni di una vera e propria lapidazione delle più ricche sup- 
pellettili da parte degli stessi seppellitori (3). 

Nessuna congettura oserei fare circa l'avvenimento che diede luogo alla intenziona!< 
distruzione e al seppellimento di quel materiale guerresco. Dobbiamo contentarci di pen- 
sale a qualche episodio di una delle lotte combattute intorno all'arce di Vetulonia, ma forse 
non sarebbe troppo ardimento accennare all'ipotesi che quell'episodio sia stato l'ultimo della 
lotta sostenuta dai Vetuloniesi contro i Romani prorompenti alla conquista del loro terri- 
; 1 incipit) del sec. in a. C). 



IL KOTTABOS. 

Alla distanza di qualche metro dal gruppo degli elmi sopradescritti, nell'area della 
medesima casa Renzetti (fig. i), nel 1904 si fece un'altra singolare scoperta, quella del 
kottabos. Menando una parte del suo orto per fabbricare una scuderia, il Renzetti raggiunse 
la roccia e in questa scoprì una buca ovale un. 1 X °. 6 °: prof. 0,30 circa |. 



(1) Milani, in Studi e Materiali, l,p. 1951 tigua alla scuderia. Sembrando tali buche preesi- 
ed A. Reinach, in Rev. arch., 190 ■. p. 131 : stenti alla deposizione del kottabos, la loro forma 
-ni significato del ripostiglio v. lo stesso Reinach. e le loro dimensioni mi fanno sospettare che pos- 
te frop/iées ecc.. in Rev. d'etnogr. et de sociol., sano essere state tombe dell'epoca eneol Si 

191 . 19 dell'estr. fossero, meglio si spiegherebbe il travamento di 

(2) Notizie degli scavi, 1907, p. 07. fig, 27. alcune punte Ji freccia in selce, fatto a Veti 

11 balchi. Vetulonia, p. i<->. Pei to punto converrebbe scavare nel- 

(4) Il ' di Casa Renzetti. 

Jue buche simili nel costruire la sua cantina at- 



— 21 — 



La buca conteneva, fra la terra, i pezzi del kottabos, il quale, al pari degli elmi, do- 
vette essere rotto e guastato intenzionalmente (i). Infatti l'asta era contorta 
si' stessa (fig. 8i di guisa che la buca potesse contenerla, e la statuetta di si i 
sormontava, giaceva in mezzo ai frammenti dei dischi in bronzo, alla ghiera e ai pieducci 
che ne facevano parte. Il tempo aveva aggravato il danno ossidando e corrodendo forte- 
mente i vari pezzi fusi e laminati. 




Essendosi ritrovato il kottabos cosi vicino agli elmi e con particolari quasi idei 
giacitura e di conservazione, non mi sembra da escludere del tutto l'ipotesi che l'uno e 
gli altri facessero parte del medesimo deposito, e che, trattandosi di un'offerta ai Mani di 
defunti, sia stato sacrificato ad essi anche il kottabos che gli Etruschi sembrano aver con- 
siderato come un passatempo pure nella vita elisiaca d'oltretomba (2). 

Trovandomi a Vetulonia per la scoperta degli elmi, persuasi 
segnarmi pel Museo archeologico di Firenze i resti di quel cimelio divenuto quasi irrico- 



1 \ fi i ai perugini si trovò 

e infranto per rito funebre. V. Bellucci, 
d'irida itot Museo di Perugia, p. 1 =; =;, : 

2) 1 .li . Milani, Guida, I, p. - : 
conferma I kottabos 



il servo dell'IJadcs, 

le la -/.i5T'.-f:. (ibid., p. 232 : 
R 

1 p. coi due co- 

si dilettano a quel giuoco nei cai 



noscibile e quindi il Milani, in seguito a laboriose trattative, ne con- 
cordò l'acquisto per la raccolta vetuloniese del museo topografico del- 
l' Etruria, di cui oggi costituisce uno dei più belli ornamenti. 

Ma quei frammenti avrebbero avuto un valore assai meno grande 
se la valentìa dei restauratori del Museo archeologico di Firenze, 
Cav. Pietro Zei e Guido Falessi, non li avesse raddrizzati e ricom- 
posti in modo da trarne quasi a nuova vita il cimelio che oggi am- 
miriamo nel suo aspetto poco dissimile dall'originario. 

Non essendo stato possibile di ricavarne una buona fotografìa di 
assieme, diamo qui del kottabos e delle varie parti alcune riproduzioni 
grafiche eseguite dall'arci]. E. Rossi su rilievi del disegnatore G. Gatti, 
riproduzioni che cercano appunto di mostrarne l'aspetto originario piut- 
tosto che quello attuale (tìg. 9). 

Il bellissimo kottabos di Vetulonia, siccome gli altri del medesimo 
tipo provenienti quasi tutti da Perugia (1) e come quello, pure assai 
interessante, di Montepulciano, illustrato dal Milani (2), serviva per 
giuncare il giuoco omonimo nella maniera detta particolarmente del 
«OTTaPo? /.xtz/.to; (3). È superfluo ricordare come questo giuoco, 
originario della Sicilia, che di preferenza soleva rallegrare i banchetti 
galanti, consistesse, a quanto pare, nel gettare con gesto di elegante 
destrezza il poco liquido del fondo della coppa libata contro il piattello 
ch'era posto in bilico in cima all'asta del kottabos. Vinceva chi, col- 
pendo il piattello, lo faceva cadere sul disco di mezzo, che risuonava 
alla percossa; ed era premio un frutto, un dolce, un ninnolo, talora 
anche un bacio (4). Meglio di qualunque descrizione, varie scene di- 
pinte su vasi greci ci fanno comprendere come questo giuoco si svol- 
gesse, mostrandoci ora una ninfa che prepara il kottabos ponendo il 



/ 



Rg. g — Il kottabos 
ricostruito* 



(1) (,. Bellucci, Guida ulti- collezioni del museo etrusco-romano in Perugia, 
1910, p. 1^4. 156 e segg., figg. S4-J6; intorno al più completo (inv. mus. di 
Perugia, n. H74) e all'uso di questo tipo di kottabos, cfr. Helbiji, Roemische 
Milteil., I. 1886, p. 222 e seu«.. tav. MI: la memoria del Barnabei, in No- 
tizie degli scavi, 1886, p. («5 e s<.^.. e Kórte, Das Volumniergrab >><i /',■■ 
1 ugia, /.'1 tao \, p. 41. 

12) Rendic. Lincei, 1894, p. 168 e segg. 
l) 'sui vari generi e tipi di kottabos vedi Daremberg el Saglio, Dictionnaire 
des anliquités, s. v. kottabos e la^bibliografia ivi citata. 

(4) Ricorda in proposito 1 versi Jdel comico attico Plato pio— Athenaeus 
XV, 666-#. 



— 23 — 

piattello in bilico (i) ora il kottabos stesso fra le klinaì dei convitati (2) (fìg. io-«, />i e 
più spesso gli eleganti giovani le etère che, sdraiati sulla klìne, il gomito sinistro poggiato 
sul cuscino, coll'indice della destra fanno roteare la /t/m pei scagliare sul bersaglio il re- 
siduo della libazione (31. 




t-ig. io — Il giuoco iel I ita ■ su um dipi 



Il ko/tabos di Vetulonia si compone delle seguenti parti: 

1. Asta verticale (px r ^h% xoTTa[ltXTQ) alta m. 2 circa, del diametro variabile da 
cm. 2 '2 a cm. 1, tornita in modo che, all'estremità inferiore, si assottiglia per incastrarsi 
nel foro della base, alla quale è assicurata per mezzo di una ghiera; all'altezza di m. o,88 
è ora t'issato dall'ossidazione una specie di anello tubetto prima scorrevole, che sostiene 
il disco medio. In cima, l'asta si riassottiglia, terminando in una punta, nella quale sta 
infissa una statuetta sostenente il bilico. 

2. Pesante ghiera fusa sagomata, la quale, assicurata sulla base, serviva a tener più 
salda su questa l'asta verticale. 

3. Grande disco, del diam. di m. 0,^7, costituito da robusta lamina spessa mm. 1, 
sbalzata in modo che il piano superiore presenta una zona periferica, larga cm. }, più 
bassa di cm. 1 rispetto al piano suddetto e si ripiega in giù ad angolo retto, formando 
un bordo verticale, alto mm. iS. In tre punti equidistanti del bordo sono inchiodati tre 
pieducci rettangolari, coi lati lunghi leggermente concavi (alti- mm. 55), in bronzo fuso. Nel 
mezzo del disco è un foro in cui s'innestava l'asta kottabica. 



(1) Cfr. il cratere della coli. Jatta .1 Ruvo in Mon. 
ined. dell' Istit.. Vili, t.tv. LI. 1 nostra tig. io, a. 

(>) Cfr. il cratere del Museo vaticano in Annali 
dell'Isti!, di corr. ani:-, 1868, tav. C tig. io. A. 

15) Reinach, Rèpertoire des vases peints, I. 23, 
56, no. 178. 207, 320. 337; II, J2i, > ;<•. 422. 



Molto interessante per l'uso del kotta 
etrusco è il sarcofago in neutro di Corneto Tar- 
quinia pel qua ■■ ■ Milani, Rendi» . Lim 
p. 1000 e segg. ; Museo /tip. dell' Etr uria, p. 105 
con tig. a p. 106 ; e il 
di Firenze, I. p. 02. 244 e II. tav. XCVI1I. 



— 24 — 

4. Altro disco del diam. di cm. ji, in lamina spianata dello spessore di mm. 2, 
fornito di un foro centrale pel quale, dall'alto, s'infila nell'asta cottabica e va a poggiare 

origine scori Iella medesima. Secondo alcuni antichi e moderni 

he, per la riuscita del giuoco, doveva risuonare alla percossa del 
cadutovi sopra, si chiamava yz./; 1 . Secondo altri il manes del cottabo 
nvece la figurina umana, con cui l'asta suol essere decorata in cima nei belli esem- 
plari trovati in Etruria, e la quale serviva 'quasi comò servo-manei por sostenere il piat- 
tello in bilico. Ma sembra che questa figurina umana, di cui non parlano esplicitamente gli 
antichi testi greci, non sia stata una parte integrante e necessaria del cottabo, ma piuttosto 

me nel giuoco; infatti in tutte le figure di 
questo arnese sui vasi greci, manca la figurina (e forse non proprio per semplifica 
di disegno in piccola scala) e il piattello poggia direttamente sulla punta dell'asta. 

embra più possibile che il manei sia appunto ii disco di me// . 
scrittori qualificato come noT^'piov Xsxav-fl, disco che, essendo soggetto ai colpi del piat- 
tello superiore, serviva appunto agli scopi del giuoco e ne era elemento indispensa- 
bile (2). 

5. Statuetta di sileno impostato sull'abaco rettangolare di una specie di capitello 
ionico arcaico, il cui collarino cilindrico, vuoto nell'interno, s'innesta sull'estremità dell'asta 
cottabica. 

6. Dischetto, del diametro di cm. io in lamina spessa poco più di mm. 1, il quale 
era posto in bilico sulla destra alzata del sileno, e al menomo urto poteva cadere giù, 
andando a colpire il disco sottostante, onde si chiamava ->.à<7Tiy:;. 

1 pieducci della base e i tre dischi sono finemente decorati al bulino (fig. 11 con 
quella speciale grazia e maestria che contraddistingue la dee irazione incisa delle pareti 
delle più belle ciste trovate in Etruria (3). 

I pie lucci sul lato esterno, entro un'inquadratura di linee che seguono l'andamento 
degli orli, presentano una bella palmetta attica a nove lobi sbo dante da due voluti 
la palmetta e l'orlo superiore vi è una zona ornata di spirali ricorrenti e un'altra di 
ovoli (fig. n -a). Sui tre dischi in ntriche, sono graf- 

fite sul piano superiore eleganti trecce ioniche: treccia doppia a quadruplice linea con due 
serie di bottoni ai punti d'incrocio, sulla base; treccia semplice a triplice linea con bot- 



(1) Athen., XI. p. 487 e. : Phot., s. v. e Boehm, (5) Oltre alla insuperati asta Ficoroni di Pre- 
de kottabo, p. 27. neste (Martha, L'Art élrusoue, p. 537, fig- 37°). 

(2) Su questa controversa questione, oltre tutte ricordo alcuni esemplari della splendida collezione 
le fonti citate in Daremberg e Saglio, s. v. kottabos, Barberini del Museo di Villa Giulia, pubblicati 
cfr. specialmente Barnabei, /. c.\ Milani. Rendic. dal Della Seta, in Bollettino d'Arte del Min. 
Lima. i8i)4, p. 274 e sej, r .. e Kdrle. /. ... p. .38, /'■ A. IH. iooq. p. 190 e segg., \\%%. 1 5~ >7, '9> 
40, 45. 20. 



toni centrali, sul disco di mezzo; simile, a doppia linea, sul piattello superioi i 
decorazione, armonicamente distribuita, va attenuando erso l'alto, : 

porzionale restringersi della superficie decorativa. 









( 1 1 Le più i glianze di forma e di 

stile ,i tali motivi ornamentali si ritrovai 
dotti della più pura arte greca. 

Per la palmetta ii I ire esempi da 

Atene in Stais 



numeri 6576, 77 : : De Riddei . 

: 
. : 

tavv. XLIII 



— 26 — 



L'eleganza della decorazione incisa sulle lamine è uguagliata, se non superata, dalla 
mo eseguiti i pezzi fusi: la ghiera e il sileno. 

I a a (fig. i-'i massiccia, fornita in basso di un'appendice tubolare con la quale 

si assicurava al disco della base tripodata, ha essa stessa una torma che ci ricorda in certo 
la base umica. Una zona in alto e una in basso sono ornate di elegantissimi ovoli 
e ad esse succedono due gole tra le quali, nel mezzo, sporge un 
toro assai pronum iato. 

La ghiera è perfettamente conservata; del sileno invece la 
maini destra manca di tutte le dita, ad eccezione d'una parte del 
pollice, il viso è alquanto sciupato da ammaccature, e la superfìcie 
del corpo presenta subbolliture e corrosioni dell'ossido che hanno 
deturpato specialmente il dorso e le gambe. Tuttavia la stessa os- 
sidazione e la bellissima patina, cangiante dall'azzurro al verde 
smeraldo con riflessi d'oro, specie sul piattello superiore, accre- 
scono l'attrattiva estetica dell'oggetto antico. 
La figurina è graziosamente impostata sopra una specie di capitello ionico, fuso in un 
sol pezzo con essa (fig. [3 a, b). Da una corta cannula, la quale s'innestava in cima 
all'asta del cottabo, si svolgono due volute che sostengono un piano rettangolare, quasi un 
abaco (mm. 36 X J 3)- Così le diverse parti di questo mirabile oggetto sono collegate tra 
loro con nesso logico ed armonico; l'asta piantata sulla ghiera, simile a base ionica, di- 
viene come il fusto d'una colonna, sul cui capitello, pure ionico, s'erge la statuetta; ge- 
niale concezione, di cui non saprei trovare esempi nell'arte etnisca, ma che risponde 
invece del tutto allo spinto inventivo della più pura e genuina arte greca. Il motivo, che 
trionfa nell'arte monumentale fin dall'epoca arcaica, con la colonna sormontata dalla stinge 




Fig. 12 — La gliier, 
del toltati s. » 



da Dodona in Carapanos, Dodone, tav. 50. Cfr. 

inoltre le pai mette di un tripode vulcente illustrato 
in 1/0//. .////.. VII. e. 295-296 dal Savignoni, il 
quale ben nota che « l'elegante palmetta dai petali 
che sbocciano al disopra di un doppio avvolgi- 
mento, sarà il tipo favorito dei pittori attici del 
sec. v ». 

ber la treccia doppia a quadruplice linea, sedi 

esempi da Olimpia, in Olympia, IV, tav v, XXXIX, 

699, 700. 701-a. 702; [.Vili ss., LXI1 ; da Delfi, 

in Fouilles de Delphes, V. tav. 21. Cfr. la de- 

dell'orlo dello splendido scudo rotondo 

volsiniese, in bronzo dorato, della tomba orvietana 
dei Sette Camini, presso Milani, Wuseo top. del- 
l' Elr uria, p. 40, e Guida, p. 59, 238 e 
le lamine di un carro dell'ipogeo etrusco di Mon- 



tecalvario, in Notizie degli ri avi, 1905, p. 2)4. 
fig. 25. 

Per la treccia a triplice linea vedi esempi da 
iJelli. in op. cil., V. p. ujj. 104: da Dodona. op. 
ii/., tav. 16. 49: da bgina in Furtwangler, Ae- 
rina, tav. ni. 114, ,,. , . Cfr. altre lamine del 
suddetto ,1110 etrusco, in Notizie degli scavi, 1905, 
p. 235, tig. 27. 

Quanto alla treccia semplice con punti centrali, 
essa è decorazione frequente nell'arte greca fin dal- 
l'epoca arcaica (v. Pernier. Priniàs, in Annuario 
della Scuola Hai. di Atene, 1. 1014. p. 74, lig. 42). 
e spessissimo usila di poi in ogni paese di arte 
d'influenza greca. Per l'Etruria cfr. ancora il 
carro etrusco suddetto, in Votizie degli 
1905, p. 233, tig. 14- 



-7 



dei Nassi a Delfi (i) e con l'esemplare simile di Delos; che si ritrova usato per le statue 
votive dell'acropoli di Atene (2), ben si adatta pure nel campo della toreutica, 1 
piccole proporzioni, come è il caso della statuetta di canefora 111 bronzo da Pesto, con la 
dedica di Phillò (sec. \ a. C), scritta sul 
capitello della colonnina che la sostiene (3). 

11 Milani, dando la prima breve notizia 
preliminare intorno al cottabo di Vetulo- 
nia (4), usò per la figurina la denominazione 
di satiro, lo la direi piuttosto di sileno. 
Sebbene nell'arte classica, e in ispecie at- 
tica, 1 satin non si distinguessero netta- 
mente dai sileni (5), cosicché le due deno- 
minazioni si trovano spesso usate l'ima per 
l'altra, tuttavia il sileno fu sempre contrad- 
distinto dai suoi tratti piuttosto equini die 
caprini, e dal volto, mai hello e giovanile, 
ma ordinariamente camuso, di uomo maturo 
di vegliardo barbuto. Tale apparisce il 
vero e proprio personaggio sileno, col nome 
di IWarsia. Nella nostra statuetta manca il 
tratto più spiccato, e cioè lo zoccolo equino, 
col quale l'arte primitiva soleva caratteriz- 
zare la natura di questo essere animalesco: ma il nostro bronzetto appartiene al miglior 
periodo dell'arte classica, la quale sa esprimersi col minor numero possibile di espellenti, 
e quindi il sileno ha piedi umani, conservando della sua origine altri segni quanto mai 
palesi: la coda, non già corta arricciata quale sogliono portare generalmente 1 satin, 
ma lunga, arcuata, da vigoroso cavallo, e le orecchie non già distinte da quelle umane 
pel solo aguzzamento delle estremità del lobo auricolare, ma propriamente equine. 

Anche l'enorme porro che si protende dal polso destro della figura (6), sebbene ci 





!-v 



— Figurina che sosteneva in bilii 

il piattello ie\'kottabos. 



(1) Bourguet, Lei ruines de Delphes, p. 127 
e segg., ftg. 40. 

12) Cfr. per es. la Kore di Euthydikos in Lei hai. 
. In Musée de l'acropoli, fig. 56. 

(3) Ora al musco Ji Berlino. Cfr. Curtius, 
Archaol. Zeitung, XXXVIII, [880, p. 27 e segg., 
tav, 8; Roehl, Inscrìpl. graecae antiqu., 542; 
roscanelli, Le origini italiche, p. 420. ùg. n>. 

(41 Cfr. //. ce. innanzi, p. 13, nota 1. 



(s) Vedi Daremberg et Saglio, Diction. des an- 
tiqttitès, s. v. Satyri, Sileni, p. 1091 I 
! 1 ii on ii. Mythologie, s. v. 

(6) Osservando le sole riproduzioni si potrebbe 

1 — ;e Pesi 

■ tenesse 
nella dest ■ '■'. v andò l'originale, si 

alto, quindi sembra proprio un'escre 



— 28 — 

richiami propriamente al capro, tuttavia è un particolare che si ritrova in altri mostri di 
natura equina, nei centauri che spesso hanno il collo deturpate! da tali porri. 

Ma soprattutto nella testa è la nota caratteristica del vecchio sileno: il viso rettan- 
golare, il cranio calvo e la fronte rugosa, il naso rincagnato, le guance carnose e ti 
i baffi cascanti e la corta barba incolta (tav. 111. Tali erano anche 1 tratti fisionomici del 
grande filosofo ateniese, pei quali solevano chiamarlo il buon sileno , i . 

Il sileno di Vetulonia, come tutti gli esseri della medesima specie, è completamente 
nudo, ma senza quella esagerata ostentazione della sua virilità, della quale i suoi simili 

tanno pompa sui monumenti dell'arte arcaica, che, pur con questo particolare, vuol 
mettere in evidenza la natura bestiale del silen 

Né ii Ma, secondo gl'istinti della sua natura burlesca, il sileno 

si presta ad un giuoco di equilibrio (3) e, come ebbro, prende una posizione malferma 
sulle gambe, allungando in alto il bracci" destro per sorreggere un disco sulla palma di- 
i muscolo del si: iroso è in tensione e lo sforzo del dif- 

ficile atteggiamento si rivela in particolare nel collo rigonfio e nella coda fortemente 
arcuata. 

La gamba destra, portata in dietro e piegata al ginocchio, sostiene il maggior peso 
del corpo con uno sforzo tanto più grave in quanto il piede non poggia tutto al suolo, 
ma è un poco sollevato al calcagno. Per questo l'altra gamba non rimane del tutto alleg- 
gerita; che, al contrai]', distesa vers isi normalmente alla destra, poggiando 
al suolo col calcagno mentre le dita nello sforzo s'incurvano in alto, fa quasi da puntello 
alla massa oscillante del corpo. 

11 busto e la testa si presentano di tre quarti e seguono la curva impressa al corpo 
dalla mossa della gamba e del bra tro. Q teso quasi verticalmente 1 

con la palma aperta e orizzontale si da tenere in piano il dischetto, mentre il sinisti 
necessità di equilibrio, si allunga obliquamente all' ingiù, quasi parallelo alla gamba si 
ed ha la pa 1 verso l'esterno, il pollice sollevato e le punta delle altre dit 

ranti ii ginocchio. 

1 suoi occhi non guardano in su, il disco, ma ; no rivolti verso gli ammiratori 

della sua propria bravura e verso i giuocatori che dovranno abbattere il disco. Poiché questo 
sileno è come un personaggio vivo, che partecipa all'orgia e al giuoco di amore e di de- 
strezza. La sua bravura di equilibrista si rivela appunto nella difficoltà di tenere, sia pure 



(1) Cfr. discorso di Alcibiade press e Reichhold, Griech., Vasenmalerei, tav. 11-12. 

Symp., p. 21S-A (ed. Jahn) e Senofont - <)> Pei sileni equilibristi, cfr. psycter di I 

4, 10. in Furtwangler e Reichhold, Griech. Vasenmalerei, 

Cfr., come tipici delFarte arcaica, il sileno tav. 48, p. 24'j. e P. .ttier. Douris, p. 73; fondo 

di Dodona , Oodone, tavola di coppa di Epiktetos in Jahrbuch des Institi 

IN. e quelli .1 n Furtwangler tav. V. 



— 29 — 

per un attimo, perfettamenti ori ontale il dischetto sul braccio alzato, mentre il co 
può trovare stabilii.! gravando solo sulla pianta destra e il cali tgno 

Con perfetta scienza anatomica l'artista U.\ saputo ritrarre le forme di questo 
umano agile e vigoroso e ha indicato lo sforzo proporzionale che ciascun membro compie 
nel complesso movimento; pei questo ogni muscolo è in azione, da quelli del pii 
polpaccio bene accentuato, a quelli della coscia che formano una fossetta lai 
fianco, a quelli del torace e del braccio disteso in alto. Ma soprattutto nel torso si accen- 
tuano i segni dello sforzo, pel quale trasparisce il costato sinistro e, ai muscoli sporgenti 
sotto le mammelle, si contrappongono le cavità delle fesse addominali. 

Nulla di rigide, d'impacciato, di convenzionale nella modellatura e nel movimento; 
franchezza, libertà e verismo mirabile ci rivelano un artista tanto geniale, quanl 
mentato e sicuro di sé stessi.. < )gni convenzione, ogni ingenuità dell'arcaismo è scomparsa 
e domina nella figura quel vivo e fresco sentimento di realtà che caratterizza la : 
suprema dell'arte. Poiché più alla Iattura, alla tecnica ed a una certa voluta 
che alla influenza di un determinato stile, attribuirei certi lievi richiami all'arcaismo; la 
mane lunga ed appiattita, i capelli disposti come a panacea con striatine regolari al bu- 
lino e la coda eseguita a strie regolari e parallele. 

In rapporto all'oggetto di cui il sileno fa parte, mirabile è la scelta dell'atteggiamento 
di questo per ciò che concerne la struttura dell'insieme. 

L'asse principale della figura corrisponde all'altezza del triangolo isoscele, risultante 
dalla posizione del corpo col braccio alzato, e viene a trovarsi sul prolungamento 
cottabica, in modo che il piattello sostenuto dal sileno è perfettamente < ntrato come i 
dischi sottostanti. E più mirabile ancora t la >celta del soggetto, | esiste un'in- 

tima, logica e geniale rispondenza tra il concetto decorativo dell'oggetto e lo s 
questo doveva servire; non abbiamo l'ornamento per l'ornamento, bensì la decorazione ar- 
tistica che chiarisce ed anima la funzione dell'oggetto. Sembra che tali ;iuoco del 
cottabo, il bersaglio fosse sorretto da uno schiavo; nel nostro caso tale ufficio lo compie 

il sostegno di bronzo, ma tuttavia a questo dà vita in ceri odo il sileno Seguace di 

Dioniso, egli amante del vino e de' conviti, partecipa al giuoco del cottabo e, quasi servo 
della gaia comitiva, menile i commensali s'ap] tano al lancio del liquido, con rara prova 
di equilibrio tiene in bilico il bersaglio, accrescendo l'instabilità di questo e l'interesse del 
giuoi o. 

hi un cosi bel prodotto et;, ii, ii, quale i il cottabo .li Vetuf 
mirare' il pregio intrinseco; ci piace pui di sapere se sia la\ : : 

se ne spetti il vanto all'arte etnisca o alla greca e, possibilmente, a quale ciclo ari 
P'oss.i ascrivere. 

I: la statuetta uno li quei 

Epist. II. 2, 1 8o . una h quelle statuette fu 



— 30 — 

officine locali, statuette ornanti gli arredi domestici che costituivano uno dei più pregiati 
articoli di esportazione dell'Etruria ed erano,; . ricercati persino nelle eleganti 

ateniesi del secolo di Pericle ? (i). 

O non piuttosto il cottabo è uno di quei gioielli artistici che, insieme ai vasi dipinti, 
venivano proprio dalla Grecia per soddisfare il lusso e il buon gusto di qualche opulento 
signore d'Etruria? O fors'anche il piccolo capolavoro fu fatto da mano greca proprio nel 
paese dal quale il cottabo è originario, nella Sicilia (Athen. XV, 666. b>, che pure ebbe 
tanti rapporti artistici e commerciali con l'Etruria? 

Non conosciamo alcun esemplare di cottabo trovato in Grecia o in Sicilia (2 » ; ne 
abbiamo invece molte figura/ioni sui vasi greci dipinti e in queste si vede sempre la -XaffTiy? 
posta 111 cima all'asta, anziché sorretta dalla figurina ornamentale; ma dai soli disegni dei 
vasi dipinti non possiamo argomentare in modo assoluto che il cottabo greco non avesse 
la figurina e che la presenza di questa accenni ad un'aggiunta caratteristica del col 

etrusco. 

Nessuno quindi oserebbe dire che il cottabo di Vetulonia è lavoro etrusco soltanto per 
il fatto che è sormontato da una statuetta, la quale sta appunto sugli altri esemplari di 
fattura specificamente etnisca e trovati in Htruria (Perugia, Montepulciano, Corchiano). ti 
d'altra parte neppure sarebbe giusto ritenere assolutamente greco l'oggetto, solo per quei 
pregi di perfezione artistica che ho cercato di mettere in rilievo. 

L'arte etnisca, specie nei bronzi figurati e nelle terrecotte, ha una forza e una bel- 
lezza sua propria. E questa, a chi la intenda, dici' quanto sia ingiusto il criterio (il quale 
purtroppo si suole seguire quando si dubiti se un oggetto d'arte sia piuttosto greci 
etrusco), il criterio di attribuire sempre ai (ìreci i prodotti più vicini a quella bellezza quasi 
ideale, che siamo portati a considerare come una prerogativa della loro arte. Non dunque 
il criterio assoluto della bellezza, ma un attento esame tecnico-stilistico, deve guidarci nel 
caso nostro, come nei casi simili, a rintracciare l'origine artistica del monumento. 

(iià abbiamo visto come nella struttura dell'oggetto si riveli il gusto tectonico greco, 

ie 1 vari motivi della decorazione graffita, sebbene comuni nell'arte etnisca non meno 

che in quella greca e orientale, mostrino le più strette affinità di stile con i motivi simili 
di prodotti indubbiamente greci, ma ciò non basta; è soprattutto lo stile e la fattura della 
statuetta silenica che imi dobbiamo considerare in rapporto allo stile nel quale è trattato 
plasticamente il medesimo soggetto COSÌ nell'arte greca come nella etnisca. 

(1) Cfr. presso Athenaeus, XV, 700, 1 versi del non sii un cottabo, ma piuttosto un candelabro, 
comic ' e, ibid. 1, 28, quelli dì Crizia il bell'oggetto di bronzo, 

in lode dei bronzi etruschi. Sui tyrrhena sigilla figurine, che proviene daLocri Epizephyrii e che 

vedi Milani, Guida, 1. p. 56 e seg. ; 135 e segg., e^li pubblica in Notizie degli siavi, 1913, suppl. 

Moti. .In/., VII. e. 288. unta 4. p. 27 e se^t;.. ti«. jl. 

(2) L'Orsi giustamente ha finito cui credere che 



;[ 



L'arte etnisca nel ritrarre il sileno adotta le torme e lo stile proprio dell'arte ionica 
arcaica e le mantiene pure in epoca classica avanzata (i); così il sileno etrusco ha quasi 
sempre lo zoccolo equino, la testa caratterizzata da folta barba triangolare e da una specie 
di parrucca scendente dietro le spalle, dalla quale sporgono le grandi orecchie aguzze. 




— Tripude vulcente del 



Non ricorderò a questo proposito i sileni, sdraiati, in corsa o aggruppati, dei tripodi 
provenienti da Vulci (fig. 14), ma da! Savignoni creduti, ^n) buoni argomenti, di arte 
ionico-orientale anziché etnisca l 2 1. 



li) Bulle, Die Sileni in der archaischen Kunst riatto, tav. LVI, a. d. 

der Griechen, p. io. e Moti. Alt, \ n 77 e segg., tav. IX. 



— 32 — 

1 lo più opportuno I /ece la statuetta in bronzo di sileno danzante che 

il Carapanos trovò a Dodona e donò al Museo nazionale di Atene (i), statuetta in cui per 

mi stilistichi i mto ."ii uni zo chiusino (2), il Brunii credetti.' vedere un 

tto importato dall' Etruria. Ma non insisto su questo esempio più che sull'altro, perchè Ji 




ambedue si può discutere l'origine etnisca ed ambedue appartengono a un'epoca più antica 
che quella del sileno di Vetulonia. 

1 . ' 'ho lei mare l'atte: .1 i sileni Ji un bellissimo braciere trovato in 

una tomba della Boncia nel chiusino fig. 1; (3), ed ora conservato nel museo archeolo- 
gico di Firenze. Fra la suppellettile concomitante del braciere, alcuni vasi greci dipìnti del 
secolo v ci torniscono una data abbastanza sicura del deposito funebre, e altri bronzi ci 
confermano il carattere etrusco, già in sé evidente, di 



li Carapan is, Dodone et srs ruines, tav. IX: (;) Milani, Guida, 1, p. 252 e >ej; Cfr, 

is, Marbres W Etruria, p. 71, e Notizit 

et bronzea du Mus. nat. d'AtAènes 2 ,p. 5fe.1i- --■ 1882. p. 51. 

(2) ( VI Monumenti inediti, tav. XVII, 

3, p. 105 e seg. 



.;; 





Fig 16 — Sileno del braciere della Borici. 




Fig. 17 — Sileni» Jel braciere della Boncia. 

I sileni della Boncia, di cui uno è inginocchiato fig. io), gli altri due stanno sdraiati 
sull'orlo del braciere quasi in atto di sl.i1J.um (fìgg. 17 e 18), pure appartenendo all'epoca della 

migliore fioritura artistica, presentan n solo il dettaglio arcaico dello zoccolo equino, ma 

proprio quella certa durezza nelle forme e nelle movenze, per la quali Quintiliano, con 
giusto acume, caratterizzava le statue etnische anche dell'epoca migliore, segnalando in 
confronto i progressi della statuaria greca 



(11 [nstit. ora/or., XII, io, 7: duriora et In- Mas, iai/i miiais rigida < aia < ..' adhuc 

scanicis proxima (simulacra) Callon atque Hege- siterà dictis Myron fecit. 



— 34 - 

Persino in un'opera da alcun', giudicata dèi 111 secolo a. C, ma che meglio può riferirsi 
aliatine del sec. V, in quel capolavoro della toreutica etrusca influenzata dall'arte greca che 
è il candelabro di Cortona, i sileni accosciati, che suonano il doppio flauto o la siringa, man- 




I i lei 1 radere .Iella Boni I i. 

tengono i suddetti segni di arcaicità (i). Al contrario in Grecia, e specie in Attica, nell'e- 
poca classica il sileno va prendendo sempre più aspetto umano e perde la caratteristica 
dello zoi colo equino. 

Non esiterei dunque al attribuire il sileno .li Vetulonia al più bel periodo dell'arte 
greca, che ci offre tipi simili nel suo repertorio sia della plastica (2), sia della pittura va- 
scolare 1 5). 

Il Milani riteneva che, pei arte e stile quel bronzetto potesse riferirsi al sec. iv a. C. [). 
lo lo riterrei alquanto più antico, della fine del sec. V. Infatti, se si tornano a considerare 
h particolarità di stile e di movimento della nostra statuetta, il pensiero corre subito ad 
una celebre statua che rappresenta lo stesso essere, al Marsia di Miro 

1 I abbiamo cercato di mostrare quanto la tatuna del bronzetto sia fine, precisa ed 

nte e come lo stile, improntato a un sincero naturalismi), si riveli sobrio e robusto. 



iì Martha, L'Art étrusque, p. =; ; 1 e seg., 
tìg. 368. Brunn-Bruckmann, Denkmàlev , n. 666. 

(2) Pei sileni nella plastici e toreutii 
Jel v secolo, oltre al Marsza Ji Mirone con le sue 
copie e adattamenti, cfr. Reinach, Rèpertoire de 
la statuaire, II, p. 51. 

I. latta a I' i\ 1, 



in Mon. ined. dell'Istil., Vili. tav. LI, 1 nostra 
flg. 10. ./ ; cratere attico del museo Ji H 
Pellegrini. Calai, dei nasi greci dtp., p. ii 
1::; 84; stamnos attico del mus. arch. di Firenze 
con Marsia, in Milani, Guida, I. p. 1 s s : oinochoe 
del Museo Ji Bei -ira li^. io.. 

141 Gtrda, I. p. 41 e 221. 



— .35 — 

Le torme del corpo asciutte magre slanciate, dai contorni nettamente tagliati, i 
la cura e l'abilità dell'artisti, specialmente nelle gambe e nel torace, dai cui mu: 
spare tutto lo sforzo del movimento. 

E il movimento ardito e violento, pel Linaio ogni membro ricerca l'equilibrio, 
tutto istantaneo, qu isi sorpreso m un fugace attimo di tra 





Tic. 19 - Testj del Marsia di VSirone 
(Muse" Baracco). 



FiR. .'.. - Il Maisia -li Mirane 
opra un vaso dipinto 1 Mu Jatta 



Non sono queste le principali caratteristiche dell'arte mironiana, quale ce In descri- 
vono gli antichi scrittori (1) e quale l'ammiriamo nei due capolavori rimastici: il Marsia e 
il discoboli 1 ? 

\ ii non sappiamo con quale fedeltà, specialmente nella testa, le repliche in marmo 
del Marsia riproducano l'originale, ma e certo che, così per la struttura .lei corpo, comi 

per l'aspetto del volto barbuto, vi è una somigliane tevole tra le ri 1 Marsia 

tic. hi 1 e la nostra statuetta. Inoltre in questa è ritratta quasi identica la genuina mossa 
delle braccia del Marsia (fig. 20) e, simile, sebbene invertita, quella delle gambe. 

Per riguardo al movimento, quanto altro mai complesso, di tulio il corpo, il nostro 
sileno potrebbe definirsi con eli accettivi che Quintiliano (2) usò poi discobolo; 



(1) VeJi press,, Overbeck, SchriftquelUn, pr>. 
; J 3-610. Per Mimne torcati cfr. ivi, =aii-S<)7. 



■ 



-36- 

elaboratus; e invero la distorsione del busto ci fa così pensare al discobolo, che quasi ci 
sembra di vedere alcuni degli elementi di questo fusi nel tipo del Mursia a costituire la 
nuova geniale concezione del misti" sileno. 

Sulle tracce di arcaismo che già notai nella statuetta (i) non insisterei troppo per ri- 
portare quest'opera proprio all'epoca di Mirone e neppure dalla fama che il grande scul- 

aveva altresì come toreuta e cesellatore vorrei lasciarmi lusingare a credere il bron- 
zetto uscito dalla sua gloriosa officina. 

Credo tuttavia che la statuetta di Vetulonia sia, se non la riproduzione, almeno un 
geniale adattamento di un'opera mironiana 12), fatto da valente artista greco in tempo e 
in luogo non lontano da quello, nel quale per la prima volta si ammirò l'originale, e cioè 
in Grecia stessa verso la line del sec. V. 

Così il sileno di Vetulonia sta all'arte mironiana, come il bronzetto di Populonia, rappre- 
sentante .\i<n, suicida (3) sta a quella dei frontoni di Egina; i due piccoli cimelii, simili 
nelle proporzioni e nella destinazione, pari in pregio artistico e provenienti dallo stesso centro 
di arte, ci attestano quali modelli di eleganza ellenica l'Attica del secolo di Pericle inviasse 
alla opulenta Etruria. 



TERRECOTTE FIGURATE DI UN'EDICOLA DELLA CITTA. 

Nell'aprile del 1896, continuando a Vetulonia gli scavi della città cominciati fin dal 1893, 
il Falchi estese l'esplorazione agli edilizi del lato occidentale dell'antica strada lastricata, la 
quale, distaccandosi dalla decumana, sale a sud, sull'erto pendìo del Poggiatilo kenzetti 
(Pianta, fig. 21) (4). 

N e ] tagliare l'alto ciglione del Poggiarello, dietro il vano A, e proprio nel punto B, si 
trovò uno strato di terrecotte Ugniate, giacenti sul terreno duro, in uno spazio di circa 
m. 2 X 1. i n mezzo a grossi mattoni e frantumi di embrici e tegoli, sui quali, come sulle 
terrecotte tigniate, erano evidenti 1 segni dell'incendio, riscontrato pure negli altri luoghi 
della città. Pare che, associate alle terrecotte, fossero alcune monete, in maggioranza se- 
stanti vetuloniesi e assi romani. 



(11 Vedi innanzi, p. m- (?) Vedi Villani, in Bollettino d'Arte, II. 1908, 

(2) Per adattamenti del Marsia mironiano cfr. p. }6i e segg., con tav. : Notizie degli 

statuetta di Patrasso in Collignon, Hist. ,/<■ la 1908, p. i<<7 e segg., fig. i-*: Guida, I. r- 44. 223. 

scalpi, grecane, I, p. 472. ti^. 244, e rilievo di (41 balchi, in Notizie degli p. 96 

Mintine.!, ivi, II. p. 259, fig. 128. igg., figg. 9 U. con pianta a p. 82, fig. 1. 



— 37 — 

Per la ricerca delle terrecotte figurate lo scavo fu protratto fino al confine dell 
prietà acquistata dal Governo sul Poggiarello Renzetti, ma non se ne trovarono altre (i). 

Siccome abbiamo detto in principio, queste terrecotte, che si conservano nel Museo 
Archeologico di Firenze, sono rimasto inedite fino ad oggi, poiché il Falchi si limitò a de- 




Fiu. 21 — Pianta degli scavi della città Ji Vetulonia. 

scrivere la loro scoperta, senza tornirci neppure un elenco dei vari pezzi, e cercò di darne 
un'idea con tre disegni, non però sufficienti 'testina muliebre cui stephane, testa di Pane 
e giovinetto (rapito?) — figg. 9-11 delle Notìzie cu.); il Milani le ricordò soltanto come 
«esibenti una Ninfa sorpresa alla fontana e spettanti ad una edicola cultuale del sec. tv 
a. C. », dandone una veduta d'assieme ben poco chiara (2); e infine il Deonna le citò in 
una nota del suo lavoro sulle antiche statue di terracotta, attribuendole a un fregio i 



(1) Dalle circostanze del trovamento, che ho de- decorazione apparteneva, sarebbe uti 

sunto dal giornale degli scavi, mi sembra di poter ricerche sul poggiarello Renzetti, ancl Itre il 

arguire che le terrecotte figurate non provengono 
da uno scitico, ma piuttosto dalla caduta 
Jella decorazione di un qualche piccolo edifìcio, E 
poiché di tale decorazione mancano molte parti, 
credo che. per ritrovare queste e l'edificio cui la 



l.o. . 



contine della proprietà governativa. 
2) Guida, I, p 4-' e !2i ; II. p. 

I XXI, !. 

ui/iqiti/i 
p. 158, 



v endo ora ripreso in esame questi frammenti, assai numerosi, ma in gran parte pic- 
coli e consunti, ho potuto ricomporne quattro a formare un'erma su altare (fig. 301, ed li" 




! j ■ i Irupi 1 on lue f'Kure muliebre 

riconnessD a un busto muliebre la bellissima testina adorna di slephane (fig. 23); di tutti 
quindi m'è parso utile dare il catalogo (1) con la descrizione e la figura dei pezzi più im- 
portanti. 

(ni' r qu ito i numeri dell'inventario del museo arch. di Firenze, scritti sopra a ciascun frammento. 



39 — 



Gruppo con due figure muliebri (fìg. 221. 

Inv. 8993. — Gruppo frammentario costituito da un.i donna ritta la quale, 1 
disteso un manto, è in atto di coprire scoprire- una donna seminuda, inginocchiata ■ 
giata con la destra a un'anfora. Le due figure, di cui la prima sta dietro l'altra, e il 
sono in alto rilievo con la parte posteriore spianata per aderire alla lastra fittile, eh 
stituiva il fondo del rilievo stesso. 

Questa lastra ispessa cm. 2-3) in basso si protende, formando uno zoccolo arrotondato, 
sul quale poggiano le figure del primo piano. 

La figura ritta, mancante del capo, è vestita di un chitone senza maniche, cinto alla vita. 
Ma le braccia sono coperte da maniche separate, le quali alle ascelle e al polso hanno una 
rimboccatura che fa pensare a braccialetti; se non che vi si veggono piegatine proprie della 
stoffa che distinguono tale rimboccatura dai braccialetti a cerchio liscio della figura inginocchiata. 

Questa, che graziosamente abbandona sulle ginocchia il suo bel corpo giovanile, manca 
della testa; i capelli scendono in riccioli sulle spalle (si vede un ricciolo avanti, l'altro dietro 
l'omero d.). 11 corpo è nudo fin sopra le ginocchia e queste sono coperte da un manto 
hymation. Al collo una specie di torques ; sopra i! polso, un braccialetto. 

La destra poggia sull'anfora, la sinistra pare che scendesse obliqua (traccia sul manto 
tenuto dalla figura ritta). 

In ambedue le figure la testa era assicurata per mezzo di un pernio, di cui si vede 
il foro attraverso il busto. 

Delle figure stesse sono modellate solo le parti che si vedono; le altre (dalle ginoc- 
chia in giùi sono omesse, rimanendo come nascoste nel fondo; e cosi pure l'anfora è mo- 
dellata solo per tre quarti, non vedendosi la parte posteriore e il piede L'anfora, su cui 
appariscono le attaccature delle anse al labbro e all'omero, è di tipo ellenistico con labbro 
e collarino sull'omero, ornati di ovoli. La lastra fittile ha tre fori pei chiodi che rassicura- 
vano a un piano verticale di legno e, presso il margine destro, si conserva un chiodo di 
ferro, infilato obliquamente, lungo circa cm. io. 

Alt. tot. mass, del frammento cm. 40; largii, tot. mass. cm. }0. 

Busto muliebre nido ti-,. _-?i. 

8998 Busto muliebre, mancante delle braccia. Si presenta quasi frontalmente, un 

poco rivolto verso destra. L'altezza mass, è di caca cm. 9. Completamente nudo, reca un 
torques al collo, di Cui si conserva solo Lina patte a d. 

8982 — Sul busto, pur mancando la perfetta commessura, ben si adatta una bellis- 
sima testina di giovane donna (tav. III. a). Q ta enta proprio di faci 



— 4 o 



germente inclinata verso la spalla destra. Al pan del busto è lavorata quasi a tutto tondo. 
Le orecchie sono coperte dai capelli spartiti nel mezzo e ondulanti; il capo da una ste- 




1 [ — Busto muliebre nudo (t. 



phane e, pan-, anche da un velo ricadente dietro la nuca. Un foro che attraversa la testina 
e si ritrova al sommo del busto, ci conferma l'appartenenza dell'una all'altro, essendo 
servito per il pernio che assicurava la testina stessa al tronco. 
Altezza, dal mento al sommo della stephane, cm. 6. 



Il 



Gruppo con figura virile < i vmidata ed altra giovanile ni da fi . m 

8992 — Gruppo frammentario, costituito da una figura virile che si presenta quasi 
di fronte e da una figura giovanile di profilo, la quale sembra trattenuta dall'alti 1. Dell 










prima figura mancano la testa 1; l'estremità della gamba - 

veva trovarsi sulla lastra contigua a destra. Dell'altra figura mancano il torace con la testa, 

le braccia e le gambe dal ginocchio in giù. 



— 42 — 

I omo è vestito di corto chitone cinto alla vita e d'un mantello che copre il petto, 
lasciando nudo il colio e scende a grandi pieghe dietro il braccio sinistro. La sua gamba 
destra ripiegata, poggia coi ginocchio sopra un rialzo, mentre la sinistra è puntata obliqua- 
mente al suolo. Il bracci" destro sembra 
fosse alzato, il sinistro piegato invece 
all'ingiù, forse per trattenere l'altro 
personaggio. Di questo non si vede il 
sesso; il suo bel corpo giovanile è tutto 
nudo, fuorché la gamba destra, coperta 
da un lembo di hymation (i). Mentre 
avanza rapidamente versi ì I . 
clamidato, sembra trattenuto da questo, 
tolse pei capelli, con gesto violento che 
fa ripiegare il suo busto all'indietro. 

La lastra conserva parte dell'orlo 
destro, spesso mm. 22, e quattro fori 
per attacco. 

Altezza mass, totale cm. 25; lar- 
ghezza mass, totale cm. 22; dalla 
base del collo all' inguine della figura 
virile cm. 12; dall'inguine al ginoc- 
chio cm. 9 circa. Dall'inguine al gi- 
nocchio della figura giovanile cm. 7. 
n chitonisco i i Nessuna traccia di colore. 



Figura virile in chitonisco (fig. 25). 

8986 — Frammento di figura virile in alto rilievo, vestita di corto chitone cinto forse 
alla vita e in atto di mossa impetuosa. Si conserva soltanto dalla cintola in giù e manca 
il piede destro: la gamba sinistra, al disotto del ginocchio, va a perdersi nel fondo del ri- 
lievo e, sul davanti, doveva esser nascosta da altra figura. 

Utezza mass. cm. 21 ; larghezza mass. cm. 19. 



(1) Motiv 1 frequente, oltreché nell'arte greca, ani ci., I, p. 07. e Monumenti scelti del Mus. 
anche nelle terracotte etnische j cfr. per es. l'Apollo arch. di Firenze, I, tav. VI-«. 
del frontone di Luni, in Milani, Musco i/al. di 




— 4J — 



Giovinetti > nudo 

8985 — Figura frammentaria di giovinetto 111 

mano e del piede destro, della gamba sinistra, E e 
per fuggire stia per cadere, ma sia trattenuto 
da un personaggio adulto, di cui apparisce Lina 
mano sotto l'ascella destra del giovinetto. 

Altezza mass. cm. 16, larghezza cm. 10; dal- 
l'inguine al ginocchio cm. 5. 

81)84 - Testina a tutto tondo di giovinetto 
piangente, con la capigliatura scomposta e con un 
solco sul cranio che sembra una ferita. Per le di- 
mensioni potrebbe adattarsi alla figura precedente 
(fig. 27). 

Altezza cm. 5 circa. 



VARIE parti di figure umane. 



ili-. 


!<5 








alt 


rilievo, 


mane 


ante della 


test.. 


: .nip 


letam 'nt 


e mie 


0; sembri 





chiù 
gola 




<>ooi — Manu sinistra (virile?) con pugno 

so che stringe, pare, l'impugnatura quadran- 

e d'una spada. Braccialetto al pulso (fig.28,flT). 

Lunghezza lutale cm. 5. 

81)87 — Gamba sinistra (virile?) in altissimo rilievo, dall'anca alla noce del piede. 

Lunghezza cm. iS. 
8997 - Gamba destra, forse della 
medesima figura, conservata solo dal gi- 
nocchio al malleolo; lunghe/,. 1 cm. 9. I e 
proporzioni di ambedue sono quelle della 
ir 1 virile in chitonisco sopradescritta 
e. 8992 . 

Siimi» — Gamba destra in alto ri- 
lie\ 0, senza piede; pare di fanciullo, date 
le piccolissime proporzioni ri , ■ I 
altre figure. Lunghezza totale cm. 5 ' . 

Altri quattro piccoli frammenti di gambe, di cui uno panneggiato. 

9003 — Frammento in rilievo di chitone cinto alla vita icm. 6X5' eomero de- 
panneggiato (cm. 5 4). 




Fig. 27 - Testina di fanciullo (t. e). 



— 44 — 

Altri cinque frammenti in alto rilievo di seni muliebri; uno nudo, due cinti alla vita 
e tutti panni 

Tre frammenti di braccia in alto rilievo, di cui uno notevole per il sistema di giun- 
i ira col rimanente pezzo di braccio, a taglio angolare (fig. 2$, l>, e). 




Fig. 28 (a, />, ed)— Ft 



PARTI DI PANNEGGIAMENTO DI FIGURE. 



8994 — Frammento in alto rilievo di figura (muliebre?) vestita di chitone talare, in- 
cedente con rapida mossa verso sinistra. Si conserva la gamba destra portata in avanti 
. con mussa che ricorda quella del pedagogo dei Niobidi sul frontone di 
l.uni in. Sopra la gamba, alla base del busto, la superficie dell 1 è del tutto cor- 

rosa (fig. 29). 

Altezza mass. cm. 21 ; larghezza miss. cui. 10 circa. 

Venticinque frammenti di bassorilievi .senza tracce della lastra del tondo cui aderi- 
sti ih panneggiamenti diversi. 11 pezzo più grande, con pieghe di manto che 
giù verticalmente, misura cm. 1 1 ' ,. • 7. 



(1) Milani, Museo i/al. di ani. class., I. p. 103, t.iv. V. 



15 



Erma su altari-: (fìg. 301. 



8990 — Angolo di altare quadrangolare che vien fuori dal fondo del rilievo (1 , col 
piano superiore inclinato in modo che ben si scorgono la base dell'erma sovrap] 
offerte votive depositate ai piedi della mede- 
sima (fig. } 1 1. 

L'altare ha il plinto e il piano superiore al- 
quanto sporgenti e ogni angolo adorno di un 
festone, costituito da benda largamente avvolta 
intorno a un serto di foglie. Sull'altare si conserva 
un grappolo d'uva e l'impronta lasciata ^\a un 
altro sull'argilla. 1 due grappoli coprivano in parte 
il plinto dell'erma. Dietro a quello conservato è 
un foro per il chiodo di attacco. 

Altezza dell'ara cm. io circa e sua sporgenza 
dal tondo cm. 8. 

9004 e 9000 — All'altare va unita -sebbene 
non commetta) un'erma fallica a base piramidata 
e fusto quadrangolare (2), alta circa cm. 24 fino 
al sommo del braccio desti- (il sinistro manca), 
e larga cm. 3 ' ... Dall'omero destro scende a 
bandoliera un serto simile a quelli dell'altare, ma 
privo della benda avvolta. Invece una benda 
dagli orli ricamati era infilata al fallo (se ne ve- 
dono pure le tracce sul pube) e scendeva fin 
sul plinto, terminando con una specie di frangia. 
La verga, lavorata a parte, s'innestava in un 
toro che torse serviva pure per un chiodo d'al- 
ia. - 0. 

yi'altezza della clavicola dell'erma, a destra del serto, si vedono due piccole promi- 
nenze, che potrebbero essere due punte dell'ispida barba del dio, cui l' ernia Lia con- 
sacrata. 







1 Pei l'altare Ji sbieco cfr. Brunn. Urne elru- ak. Abhand., tav. 1 XV, i; LX\ 

sche, I, tav. \l.lll. i~ : I MI. 29 : LXXXII, 14. [5. Sarkophagrel.. 11. 1 iv. I V-LVII. I' 

(2 l ■ me su altare frequenti nell'arte 

nell'arte greca ; v. Gerhard, un. tav XXVIII, ;. 



Anche per questo particolare, attribuisco all'erma una testa di Pane (i), alta 
dal mento al sommo del capo circa cm. 7, la quale per le proporzioni si adatta all'erma 

fé, pei essere spianata posteriormente, doveva essere in- 
collata frontalmente al fondo del rilievo al pari dell'erma 
stessa (tav. Ili, b). 
Il dio, dai lineamenti assai pronunciati, con robusto 
naso ricurvo, occhi grandi, tondi, sporgenti, sopracciglia 
rigonfie e labbra tumide, con baffi spioventi e folta 
barba, ha intorno alla fronte un serto che nasconde 
l'attacco delie corna caprine. Fra il serto e il corno de- 
stro si conservano tracce di color rosso. 

Nave nel mare ondoso (fig. 32). 

8991 -- Frammento con altorilievo, rotto a destra 
e in alto. In ba^vi conserva il suo zoccolo arrotondato 
che, a smisti. 1, mostra la superficie di commessura ta- 
gliata obliquamente. Il rilievo rappresenta ondi- marine 
stilizzate, sulle quali si scorge il piotilo della poppa di 
una nave con timone. A destra è un toro per attacco. 

Lunghezza mass. cm. 28; alt. cm. 23. 

9002 — Frammento di alto rilievo che pare rap- 
presenti parte della poppa (?) di una nave con grossa 
corda a treccia, la quale passa sotto lo scafo (2). 

Lunghezza cm. 1 1 . 

loiso questo frammento faceva parte col 1 
dente di un unico insieme, al quale riferirei pure tre 
frammentini con onde manne. 

Fontana (fig. 33). 

8995 Frammento di lastra con margine antico 
Erma su aitare (t. ci. a sinistra e due ton por attacco. Vi si vede in rilievo 




(n Cfr. una figura simile ad altorilievo nel ma- offerto dalla poppa scolpita in rilievo sulla roccia 

ncino di br. edito dal Furtwangler, in Kteine alla base dell'acropoli di 1 inJ<>s. Cfr. Kinch. Explo- 

S, /n 1 firn, I. p, [80 e set;., tav. 2, 2. ralion arca. de Rhodes, 1907, fase. 1. 52, 53; per 

■i Nell'arte greca, un bel riscontro pel tip-' la nave nell'arte etrusca, v. Brunn, Urne etnische, 



della nave con timone e corda sotto lo si 



tav. XXIII, I \. 



— 47 

una parete rocciosa con bocca di fontana a testa leonina i etto d'acqua che cade in 

una vaschetta concava, di cui si scorge il profilo. 

Altezza mass. cm. j;, larghezza cm. 19; testa leonina cm. 4 X 5 '/.,. 




Fig. 11 — Altare ajorno Ji serti (t, e ). 



ALTRI FRAMMENTI VARI. 



8998 — Frammento Ji base triangolare con angolo smussato, sulla quale si scorge il 
piede circolare di un vaso con ovoli sul cerchio donde aveva origine il corpo del vaso (fi- 
gura 28 a). 

Lunghezza del lato maggiore della base cm. io. 

— Frammento di protuberanza globulare che aderiva al fondo in basso. 

Diametro cm. 5 ' '.,. 

PEZZI DI LASTRE DEL FONI)'). 

9003 — Due frammenti di lastre del fondo (cm. 11 X '° e 10 X 7 ' _■'• spesse mra. 23, 
sulle quali sono traccie di bassorilievi non identificabili, eseguiti a stecco. 

(1) Cfr. la fontana sulla cista Ficoroni, in Winter, pure urna di Chiusi in Kòrte, Cri 
Kiinstgeschìchte in Bildern, I, tav. <jo, 5. Cfr. tav. LXIV, 6. 



Sopra un altro frammento (cm. 14 X 8 ' . 1] | artenente all'angolo destro interiore di 
una lastra spessa cm. 2 '/„, si vedono le tracce di una corona e, in rilievo, 1 nastri ondeg- 
gianti della medesima. In alto a sinistra è un turo per attacco. 

Quattro frammenti di lastre, spesse cm. 2 ' ..-3 con tracce di rilievi e orlo ini 
spianato. Due di essi conservano ciascuno un foro per attacco. Altri dieci frammenti, pure 




appartenenti a lastre del fondo, hanno tracce di bassorilievi non idi li essi 

ita tracce d'un foro pei attacco e di coloi rosso in una steccatura. 
Diciannove piccoli frammenti non riferibili alle lastre del fondo, con tracce di rilievi in- 
isì, eh:' 11 in si p issono identificare. 



Materiale. Le terrecotte sopradescritte sono d'impasto piuttosto fine, contenente 
pochi grani scuri e altri giallo-lucenti cerne oro. La cottura regolare ha dato loro un co 

me, il quale in alcuni punti si è cambiato in grigio S uro a causa del- 
l'incendio che arse l'edificio cui le terrecotte appartenevano. 

La - urata non è rivestita di alcuno strato li argilla più fina, come talora 

si osserva nei rilievi fittili, e neppure è molto levigata, ma si deve immaginare tutta di- 



— 49 — 

pinta a vani i , resti - he q ial< he 

e forse in alcuni punti di giallo. 

Tecnica. — I rilievi figurati sono distribuiti su m. 2-^; 

(di dimensioni non precisabili perchè 
zoccolo arrotondato, t , ne; punti meno visibili dello figure, traversate da fori nei quali m 




conficcavano lunghi chiodi di terrò, necessari pei tenere le lastre ass ai piano 

verticale di legno. 

Per le giunture verticali le lastre hanno 
obliquo, in modo che una lastra si sovrapponeva un ippresen- 

tazione, anche rimira umana, si tro 

del corpo è sopra una lastra e la rimanente su la, e l'innesto delle parti 

(d'un braccio di una gamba p. e.) è fati 
lare, siccome vede>i no 



— 50 — 

Le figure, tutte plasmate liberamente a mano, a un quarto circa del vero, furono in- 
aile lastre, che ne costituiscono il fondo, quando l'argilla era ancora fresca e soltanto 

. Minute con lo stecco, i cui segni restano visibili, specie nei panneggiamenti. 

L'abile artista le dispose su due piani; quelle del primo piano lavorate ad altissimo 
rilie\n, nel corpo, e a tutto tondo nelle teste (figg. 22-24); quelle del secondo piano a 
rilievo che va diventando sempre più pronunciato dal basso verso l'alto. Le teste, com- 
pletamente isolate o appena aderenti al Ionio, erano assicurate alla figura per mezzo di 
perni penetranti nel busto. 

Delle figure, concepite con arditissimi scorci, sono modellate solo le parti visibili e 
spesso anche dei personaggi alcune parti quasi si perdono nel fondo, aceri ini- Li vi- 
vacità della rappresentazione. 

I.a massima sporgenza del rilievo si può calcolare a circa 10 cm. 

SI U.K. — Specialmente la distribuzione delle figure su due piani, la varietà 1 

binaziom' dei I movimenti, e l'arditezza degli scorci dà alla rappresentazione un aspetto 

pittorico, tali' da tarla sembrare un quadro fittile al pari della strage dei Niobidi sul frontone 
del tempio di Luni del sec. Il (1), della morte di Anfìarào sul frontone settentrionale del 
tempio di ralamone (2) e del saccheggio di Delfi da parte dei Galli sul fregio del 1 
di Sassoferrato (3). 

Va per di più, nei rilievi di Yetulonia, la vivacità della scena è accresciuta dalla na- 
turalezza del paesaggio, che ci ricorda quella di alcuni rilievi ellenistici, veri quadretti di 
genere dell'arte alessandrina; qua è l'ara adorna di sciti, con le offerte votive innanzi 
all'erma di Pane, là una nave nel mare ondoso, altrove una fonte col suo vivo getto d'acqua 
Sgorgante dalla roccia attraverso una testa leonina. E, come questi soggetti, così puri 
figura è trattata con tocchi rapidi e sicuri, da mano maestra, la quale solo in qu 
figura derivata con special cura dal miglior repertorio ellenico (p. es. nei busti e nella te- 
stina muliebre) si è indugiata nella rifinitura, ma del resto ha secondato l'impulso del suo 
genio creativo. 

Così la modellatura dei nudi è rimasta quasi sempre spigliata a un tempo e vera, 
sia nella delicatezza dei corpi muliebri e giovanili, sia nella muscolosità vigorosa de«li 
adulti; e veto altresì è il panneggio, nel quale pochi colpi di stecco sono talora bastati a 
imprimere il movimento della mossa violenta (es. in figg. 25 e ig 

Ed è nel movimento uno dei maggiori pregi di queste terrecotte; nel movimi!" 

ito, ma spontaneamente giusto, sia che il bel corpo muliebre s'induci quasi in un 



(1) Milani, Museo Hai. ili ani. ri.. I. p. 99 e (3) Brizi.\ Notizie degli scavi, 1897, p. 296 e 
segg. ; Museo top. dell' Etruria, p. 77. segg., figg. 12-17. e 1903. p. 177. figg. 1-6; 

(2) Milani, Museo top. dell' Etruria, p. 90 e Guida del Museo civico di Bologna, p. 76 (sala 
Guida, 1, p. 258; II, tav. CIV. Vili). 



atteggiamento di molle abbandono, sia che il corpo del giovinetto s'arresti all'im] 
reclinandosi all' indietro contro la maschia possa li ll'avv rsarii E forse una scena vio- 
lenta si svolgeva davanti alla calma imperturbata della rigida ernia del sonnecchiante iddio. 

Quanto ai tipi delle figure, apparisce subito per alcuni di essi 
modelli greci del [V secoli., ispirazione attinta torse non direttamente dalle grandi opere 
statuarie della scuola di Scopa e di Prassitele, ma piuttosto dalle bellissime ligure in I 
(del genere di Tanagra) che, nel sec. IV, riproducevano 1 tipi suddetti con raffinata i 

Nella graziosa testina muliebre del tipo di Afrodite, dolcemente reclinala a 
ornata di stephane, coi capelli spartiti sulla fronte e scendenti sulle orecchie in due masse 
ondulate, con la fronte alta e diritta, gli occhi leggermente alzati con la palpebra inferiore 
appena accennata e la bocca socchiusa, si ritrova infatti, per quanto illanguidita, una re- 
miniscenza prassitelicà (i). La figura muliebre dal corpo nudo, abbandonato sulle ginocchia 
coperte dal manto, è pure un tipo noto fra le terrecotte greche del IV sec. e volentieri 
imitato dagli artisti etruschi (2). 

D'altra parte, nel gruppo della fìg. 24, il corpo del giovinetto nudo, ripiegato all' in- 
dietro, ha qualcosa che ricorda la Menade di Dresda dal Treu attribu 1 (3) ma 
meglio riferibile all'arte ellenistica del sec. Ili a. C. (4). Ma, accanto a questi ricordi di 
arte ellenica, abbiamo delle concezioni tutte proprie dell'arte etnisca, qual' è la testa del- 
l'erma che, nel suo crudo naturalismo, ci riporta più che al tipo di Pane, al tipo di Charun 
o di Tuchulcha e degli altri demoni frequenti sulle urne e sui vasi etruschi. Anche alcuni 
dettagli, come la forma e disposizione dell'altare, e il chitone con maniche separa 
figura muliebre ritta (fìg. 22), mi sembrano del tutto proprii dell'arte etnisca, sicché non 
dubito che, come quasi tutte le terrecotte trovate in Etruria, anche queste di Vetulonia 
siano un prodotto dell'arte indigena, la quale, pur sempre ispirandosi li modelli greci, seppe 
dare un carattere e una forza tutta propria a questo ramo della sua produzione artistii ■- 
industriale, nel quale raggiunse un alto guido di perfezione. 

Collocazioni-; originaria delle lastre figurate. -- Lo stai., di conserva- 
zione delle lastre figurate è tale, che neppure si può determinare con sicurezza il posto che 
occupavano nella decorazione dell'edifìcio dal quale provengono. Ma, sebbene mi sembri 



(1) Cfr. la testa muliebre Ji Faleri, in x - ■■■ < cetile, in Milani, 1/."-. fof>. dell 

degli scavi, [887, p. 138, a; 1888, p. 418, 1; e no. V. inoltre l'Arianna : ì frontone 

Deonna, /.es statua de terre cuite dans fanti- di Sassoferrato, in . 1897, 

quité, p. 121 e segg. p. ;86-7, I ipita, sopra un'urna 

(2) VVinter, Die Typen der figiìrlichen Terra- di Volterra, in Brunii. 1 1 ne etnische, I. tav. 
kotten, il. p. 126, 4, ; I Uen :) ; 128, 4 (Tan igi 1 : \\ II, 1. 

151,7 (Taranto) ; 202 ( 1 ■■ . Per la produ- I , 

zinne etnisca, cfr. la Medusa di un'antetìssa .li (4) l.owy, in Ausonia, II, p. 85 G 

Bolsena e l'Arianna sul pinax Ji un'edicola vul- Vili, p. 104 <_■ segg. 



— 52 — 

troppo assoluta l'affermazione del Deonna, ch'esse formavano senza dubbio un fregio (i), 
tutta\ i attribuirle proprio a un fregio piuttosto che ad un frontone. 

Tra i frammenti conservati non si trova alcuna tra ire inginocchiate, sedute 

.1 sdraiati, né di elementi decorativi che si prestino a riempire le parti angolari del tim- 
pano. Inoltre lo zoccolo continuo, che cine alla base di ogni lastra, mi pare più adatto 
per un fregio; e infine le dimensioni delle ligure e la minutezza di alcuni loro tratti ci 
obbligano a immaginarle situate a non grande altezza. 

Certo esse appartenevano a un'edicola di assai modeste proporzioni, quale è ad esempio 
l'edicola di \ ulci, di cui vedesi il front.. ne ricostruito nel museo archeologico di Firen/. 
Questa edicola, larga in facciata non più di m. 3, secondo la ricostruzione del Milani, 
basata sul confronto di un'urna fittile a tempietto della Cecina (3), aveva la testata della 
trave maestra del columen adorna di un pinax fittile con figure in rilievo a un terzo del 
m poco più -laudi che le figure delle terrecotte Ji Vetulonia. Sempre 
secondo la ricostruzione, il pinax, situato nell'alto del timpano, verrebbe a trovarsi a un'al- 
tezza di circa m. 3,50; quindi le terrecotte di Vetulonia, di dimensioni minori, dovevano 
staie anche più in basso. Ma vi è un particolare che può indicarcene, se non erro, l'al- 
tezza quasi precisa, ed è lo scici., col quale si presenta l'altare. Al piano superiore di 
questo, l'artista - per lasciar vedere le offerte depostevi - ha dato una inclinazione tale, 
che bisogna collocare l'altare a poco più di due metri di altezza per averlo nel suo giusto 
punto di vista. Collocando l'altare più in basso, l'inclinazione non sarebbe necessaria perchè 
le offerte si vedrebbero anche senza di essa; collocandolo più in alto, l'inclinazione stessa 
non raggiungerebbe più lo scopo, perchè le offerte non si vedrebbero. 

Se dunque le terrecotte di Vetulonia erano ad un'altezza di poco più di m. 2, no | 1- 
1 adornare il timpano di un'edicola, per quanto piccola, ma soltanto il fregio. 

SOGGETTO. — Molto diffìcile, direi quasi impossibile, mi sembra il riavvicinare queste 
dìsjecta membra in modo da rintracciare il soggetto in esse raffigurato. Che il gruppo con 
due figure muliebri (fig. 22) rappresenti, cine disse il Milani (5), «una ninfa sorpresa 
alla fontana », mi pare assai dubbi.., parche nulla prova che la fontana debba riconnet- 
tersi ci gruppo suddetto. E poiché non solo ci manca qualsiasi dato di tatto per avvi- 
cinare un pezzo all'alti.., ma probabilmente sono molti i pezzi perduti, è lecito appena 
arrischiare qualche congettura. 

Si 'immagina che il fregio corresse sui quattro lati dell'edicola, allora si potrebbe 
anche pensare a più scene distinte successive, ma se si trattasse di un fregio limitato 
alla parte anteriore dell'edificio, allora bisognerebbe ammettere un'unica rappresentazione, sia 



(1) Vedi innanzi, p. 57. noi (4) Durm, Dk Baukunst der Etrusker ioni 

Milani, Guida, I. p. 265; II. tav. CVIII. Rómet . p. No e m-cr.. iìk- 90. 

(3) Milani, Guida, II, tav. LXXVIi, 1. (5) Guida, I. p. 42 e 220. 



— 53 — 

pure comprensiva e senza determinazione di un preciso m ento, sic li rado si 

verifica nell'arte antica. In un altro tempii' etrusco, in quello di Sassoferrato, del quale si 
è recuperata buona parte della decorazione fìttile, - il fregio, per quanto sappiamo, rap- 
presentava appunto un solo soggetto: la cacciata dei Galli da Delfi. 

Le terrecotte di Vetulónia, nel loro assieme, ci farebbero pensare a una scena di 
sorpresa e di ratto fra donne e fanciulli, che stavano ad una fonte e presso un altare, 
da parte di predoni sbarcati dalla loro nave; forse a un episodio della saga troiana, quale 
lo sbarco dei compagni di Ulisse nel paese dei Ciconi {Odissea, IX, $9-42). Ma questa 
non è che una vaga supposizione, poiché una scena simile non si ritrova, ch'io sappia, 
su altri monumenti etruschi, e neppure sulle urne, le quali ci conservano il più vasto re- 
pertorio di soggetti mitologici ed eroici desunti àaNepos greco, 

Siccome ho già avuto occasione di notare, si ritrovano sulle urne etnische soltanto 
singole figure d'altare con l'erma, la nave, la figura muliebre seminuda) trattate in ma- 
niera simile a quella delle terrecotte vetuloniesi e, fino a un certo punto, il gruppo della 
fig. 24 ricorda Telefo minacciante (ireste giovinetto (1) Achille che uccide Trailo (2) 
di certe urne, ma riscontri simili non bastano per determinare il soggetto del fregio ve- 
tuloniese. 

Data. — 11 Milani l'attribuiva al sec. IV (Guida, I, p. jjoi, con tendenza al III a. C. 
(Ivi, li, p. 1 5 ì, e veramente io penserei piuttosto alla metà che al principili di questo se- 
colo, non certo al IV. Sebbene l'ispirazione da qualche tipo greco dell'epoca prassitelica 
sia ammissibile, tuttavia lo stile e certi dettagli delle terrecotte di Vetulónia non ci per- 
mettono di risalire fino al sec. IV. A proposito dei torques, che le figure muliebri recano 
al collo, il Milani stesso osservava (3) che questo ornamento gallico venne in moda 111 
Etruria dopo il 2S3 a. C. 

Anche il costume delle lunghe maniche separate si trova nella figura del frontone di 
Talamone, e su alcune urne non anteriori al sec. Ili 141. Infine i due vasi che appariscono 
sul fregio di Vetulónia, per la forma e per la decorazione ad ovoli sul labbro, alla base 
del collo e del corpo, riproducono appunto tipi ben noti fra le ceramiche volsiniesi a rilievo 
del sec. 111-11 a. C. (5). 

D'altra parte lo stile delle terrecotte di Vetulónia ci riporta appunto alla migliore epoca 
etrusco-romana, alla quale appartengono le terrecotte di baleni e di L uni. 



(1) Brunn, Urne e/rusche, I, tav. XXIX, 0. 10 nel frontone di ralamone, quella dell'urna 

(2) Ivi, tav. I.X1. 27, dove la mussi delle gambe volterrana edita in Rrunn. Urne etnische, I. p. io, 
del guerriero, che poggia il ginocchio destro sul- tav. VII. 14 e quelle della maggiore urna dell' i- 
l'altare, è identica a quella della iigura virile del pogeo dei Volumni, in Korte, Pas l'otumniergrab, 
nostro gruppo ,Siji|2. p. iS. tav. Vi. 

(i) Museo i/a/, dì ani. clas., I. p. 96, n. 1. I. p. 156 e n<>. 

(4) Cfr. ad es. la Furia innanzi al carro di \n- 



— 51 — 

Sia nel trattamento dei nudi, sia nei panneggi, sia nel movimento, le figure del nostro 
fregio riproducono in piccolo il nobile stile dei frontoni di Luni e, per la molle idealità e 
il pathos delle teste, ricordano altresì le belle figure di Faleni, databili con sufficiente si- 
curezza alla puma metà del sec. in e certo a prima del 241 a. C, data della distruzione 
di quella città. 

Cosicché i" riterrei presso ;i poco contemporanee le terracotte di l-'alerii e di Vetu- 
lonia e quelle del più antico tempio di Luni (prima metà del sec. Ili a. C); poco poste- 
riori quelle del secondo tempio di Limi (fine del sec. HI - principio del Ih, e ancora un 
poco più recenti quelle di Talamone e di Sassoferrato (sec. 11 a. C). 

Firenze, novembre /<;/■;■ 

Luigi Pernier. 



GRVPPI DI BACCO CON VN SATIRO 

I lAV. I\ 



L'ebbrezza di Dioniso, motivo caro all'arte greca nei suoi vari momenti e nelle si- 
tuazioni più diverse e più complesse, fornisce materia nella seconda meta del IV secolo 
a. C. a rappresentazioni statuarie che presentano di fronte a quelle che le seguono e che 
forse ne derivano, una particolare importanza. Intendo parlare dei gruppi ben noti che ci 
mostrano Dioniso stante sulle gambe malferme, il braccio destro appoggiato sul capo, del 
tipo del cosidetto Apollo Liceo, sostenuto e guidato da un giovane satiro; tra i quali, e 
per i suoi caratteri stilistici e per il su,, stato di conservazione, è degno di particolare nota 
e studio quello donato alla repubblica nel 1586 con tutta la collezione del patriarca Clio- 
vanni Grimani, ora nel Museo Archeologico di Venezia (Tav. IV). 

A proposito di esso così si esprime il Camaldolese Germanico de Vecchi nella Stona 
del Friuli, codice cartaceo del secolo XVII, foglio 122, conservato nella Biblioteca di S. An- 
tonio di Padova: <■ In una sala poi, ove ha principio un nobile appartamento del Palazzo 
(Grimani), si vede una reverendissima antichità... alla quale si dice da' periti dell'arte che 
ninna si può appareggiare... Queste sono due figure ignude di un istesso pezzo di marmo; 
una è Bacco in piedi bellissimo maggior del naturale assai; l'altra è un Fauno grande dal 
naturale. 11 Bacco tiene il bracci'.) destro sopra la testa, et col braccio sinistro tenendolo 
sulle spalle del Fauno pare che lo abbracci, et il Fauno alza il viso quasi che parli col 
Bacco. Questa venne portata con grandissima spesa e tratta di Grecia delle mine d'Atene ». 

È esagerata l'ammirazione del buon frate Camaldolese, né si tratta di un originale 1 1 1, 
ma certo questo gruppo presenta un carattere di unità che manca ad altri consimili e me- 
nta, torse più degli altri, un attento esame stilistico. 



11) Pellegrini, Guida del Museo Archeologico di ginale in bronzo. I 1 figi ! 1 è alta m. 2,03, 

Venezia, p. 56, s;. osserva die la notizi 1 della prò- quella del satiro ni. 1,68. V. Pellegrini, op. cit. p. S4 

venienza Ja Atene e possibile, non è però assolu- sgg. tav. XIX. Zanetti, Ani. U. gr. e rom., 11. 20. 

tamente accertata, anche per il fatto che il ni. unici Clarac, Mus. de scalpi., tav. 6<j4 n. [635. Reinach, 

in cui il gruppo e lavorato non è il pentelico, ma Refi., 1. p. >ss. 6. Valentinelli, Marmi scolpili del 

il solito marmo a grana sottilissima cristallina, a Museo Ardi, della Marciana di Venezia, tav. XIII, 

tinta gialletta che molto gli assomiglia, e crede il p. 5Ó e 57. Bi ,.11111, Denk. I 

gruppo copia dell'età imperiale romana da un ori- tav. 6; | 



- 56 - 

Prassitelico indubbiamente è lo schema della figura di Dioniso, che risale al noto tipo 
Jel cosidetto Apollo Liceo, e poco monta per l'indagine stilistica, se in origine questo at- 

tmento fosse proprio del dio del vino diesi abbandona vinto dall'ebbrezza, come vor- 
rebbe il Thraemei (i), o di Apollo rappresentato nel momento della creazione poetica. Ma 
nella testa (Fig. [), parlano dell'arte di Scopa, sotto la ricca acconciatura cinta di edera 




Re. i. 

e di tenia, gli occhi incassati nelle orbite piene d'ombra tra l'osso frontale sviluppato, gli 
zigomi sporgenti e l'angolo interno del naso, le narici non carnose, ma esili e fortemente 
rilevate nei contorni, il labbro inferiore dagli angoli rialzati in una piega che ha qualcosa 
di amaro sul mento segnato da una profonda depressione. Nel modellato del volto, non 
ovale ma di sagoma tondeggiante, è un rapido passaggio dalla sporgenza degli zigomi sotto 
l'occhio alla linea quasi retta delle guani 



(i) In Roscher, Lex.dei ^riecA.undr&m. Myth..\, (142. 



Nella figura del satiro la posizione del corpo invertita è però simile a quella 
tiro che versa da bere, ma se in questo, come nel doriforo, l'atteggiamento del 
un semplice espediente artistico, qui trova la sua ragion d'essere nel fatto che il satiro sta 
per muoversi realmente. La testa, dai capelli un po' ruvidi disposti a larghe ciuccile, è 
rivolta dalla parte su cui grava il corpo, ma, non lievemente reclinata come nelle creazioni 




prassiteliche, è levata in alto e tutta protesa verso Dioniso, con espressione seria, un po' vol- 
gare di fronte (Fig. 2), che però nel profilo acquista un carattere di pathos. La muscola- 
tura non ha la mollezza dei satiri prassitelici, ma qualcosa di duro, di secco, di nervoso, 
ben adatto all'essere, che nell'orecchie aguzze ricorda ancora la sua origine tra umana e 
ferina in, mentre la nebride, die attraversa il corpo a guisa di scialle e contrasta nella 
sua rozza ruvidità colle carni nude, segna un ritorno all'arte di Prassitele. 



(1) Nel otp" Jel satiro è palese la derivazione Ja un originale in bronzo. 

Ausonia - Anno IX. 



- 5 8- 

Esaminando il gruppo nel suo insieme, risulta evidente, che kartista ha cercato di 
unire la figura di Dioniso a quella del suo compagno con un legame che non è il sem- 
plice accoppiamento materiale. L'altezza del satini è proporzionata a quella del din, non 
è di troppo inferiore come in altri gruppi; le forme camuse di Dioniso non contrastano 
troppo per la loro abbondanza con quelle magre e svelte del satiro, come per esempio av- 
viene nel gruppo Ludovisi; l'inclinazione vici corpi conferisce all'insieme una nota di unità 
armonica. Alla linea ondulata e sporgente del lato destro del corpo di Dioniso risponde la 
curva che il braccio sinistro del satiro disegna verso l'esterno (i), al rientrare dell'anca si- 
nistra di Dioniso fa riscontro il lato destro del corpo del giovane compagno che tutto si 
protende verso lui, mentre col braccio destro ne cinge il dorso, tanto che le estremità delle 
dita escono dalla parte opposta, poco sotto l'ascella del dio. Non siamo insomma di tniute 
a un Dioniso del tipo dell'Apollo Liceo accanto al quale l'artista ha posto un satiretto, quasi 
in sostituzione del più comune tronco intorno a cui si attorciglia la vite (2), ma davanti a 
un vero e proprio simplegma dionisiaco. Il dio, ritto sulle gambe malferme, lo sguardo per- 
duto nel vuoto, è vinto da un'ebbrezza che ha qualche coso di doloroso; alla sua figura, 
piena di un languore morale e fisico, i cui contorni quasi si smarriscono e si perdono, si 
contrappone quella agile e vigile del giovane suo compagno tutta vibrante di attenzione e 
di sollecitudine, né distrae l'occhio o interrompe il legame che unisce le due figure la pan- 
tera, che non doveva esistere nell'originale e che si trova in quasi tutte le altre copie. 

Dei numerosi gruppi di Dioniso e un essere del suo tiaso nei quali Dioniso conserva 
lo schema del cosìdetto Apollo Liceo, uno dei più vicini a quello Veneziano è quello fram- 
mentario (restano solo i due torsi e pochi altri frammenti) rinvenuto in Alessandria (3). Le 
proporzioni del satiro armonizzano con quelle del dio, la sua mano arma all'alte! 
destro sulla schiena di Dioniso e la testa non ne sorpassava forse la spalla. Il satiro porta 
.1 tracolla una pelle di capra, di cui la testa pende sul lato destro del petto e il resto ne 
copre soltanto una parte del ventre e del fianco; nel braccio sinistro doveva reggere un 
qualche oggetto, torse il bastone ricurvo. Il suo editore, il Breccia, che paragona il gruppo 
di Alessandria a quello Chiaramonti, osserva che, mentre in questo il satiro è in atto di 
camminare, in quello « ha le gambe assai poco divaricate come di persona stante 1 
Probabilmente, per quanto si può giudicare dal torso che ne rimane e dalla gamba sinistra 
troncata al disopra del ginocchio, il satiro aveva un atteggiamento ass.u simile a quello di 



(1) Il braccio è di restauro, ma lo credo conforme fosse un essere animato, ma un sostegno materiale 

all'originale. qualsiasi. 

(li Nel gruppo Ludovisi, (Helbig, Fii/irer 2 , II, (3) Breccia, Bulletin di la Soci,'/,- archèologique 

n.931; BrunnBruckmann, ZVaA. Testo alla tav. 620, d' Alexandrie, Vili, p. 128; Annales du 

fig. 5), Paribeni, (.nula del Musco Nazionale Re- des Antiguités de VEgypte, VI, 1906, p. 130-31; 

mano, 2 a ed., n. 60, Dioniso appoggia il gomito VII, 1907, p. 221-25, fig. 1. 

sinistro sulla spalla del piccolo compagno, quasi non (4) Breccia, Annales, VI, p. 131. 



— 59 — 

Venezia, che, se non è di persona che stia ferma, certo non contrasta troppi 

collo stare di Dioniso, come nel gruppo Chiaramonti e più ancora in quello Ludovisi, e 

lascia all'insieme un carattere di unità organica. 

Una abbastanza stretta coesione tra le due figure si nota anche nel gruppo non finito, 
rinvenuto vicino al recinto settentrionale del tempio di Zeus Olimpico in Uene i , 
ha però una variante notevole: il dio poggia il peso del corpo sulla sinistra invi 
sulla destra (2). Il Ducati ne tenta la identificazione col Dioniso e l'Eros citati da Pausania, 
(I, 20, 2), come esistenti in un tempietto nella via dei Tripodi, e opera dello scultore lli\- 
milos, e suppone che i gruppi affini, compreso quello del Museo Archeologico di Venezia, 
ne siano derivazioni mediate attraverso un adattamento del periodo ellenistico, in cui pei la 
figura del Dioniso è chiaro il forte influsso del tipo del creduto Apollo Liceo (3). 

Abbiamo veduto però come con un esame un po' attento del gruppo \ 
possa risalire alla seconda metà del IV secolo. In quello Vaticano 141 la fattura del corpo 
di Dioniso più severa ricorda quella dell'Apollo Pizio del Museo Capitolino (5). La tosta 
è inclinata verso la spalla sinistra più sensibilmente che nella copia di Venezia, sul volto 
è diffusa una lieve espressione di nostalgico desiderio. Il grosso Bacco Buoncompagni 
invece, dalle forme molli e quasi cascanti, non ha un carattere così profondamente spiri- 
tuale, il corpo e il volto esprimono solo una grande stanchezza fisica della quale il dio 
sembra non avere chiara coscienza 161. Ma in entrambi 1 gruppi il carattere di unità e di 
armonia, che lega Dioniso al satiro, si perde sempre più, e la trasformazione si accentua 
in quella delle due figure che non risaliva a un originale celebre, cioè in quella del satiro, 
che assume torme sempre più ellenistiche per la fattura dei muscoli e per il modo con 



(il 'E ? r,[i£pic àp^aioXo-pxf,, iSSS, t. 1, 67-70. Rei- 
nach, A't-p. Il, 132, 1. Ducati, fahreshefte d. ósterr. 
archaol. Inst. XVI, 1913, p. 108 fig. 57. 

(2) Può essere questo l'atte di chi era in prece- 
denza in movimento, come dice il [lucati, p. 110. 
e che ora stia per fermarsi, ma anche di chi viene 
spinto a camminare riluttante. 

(3) Ducati, art. cit. p. 117. non sarebbe alieno 
dall'avvicinare il marmo di Atene alla serie Ji 
opere che il Furtwangler ascrisse ad Eufranore. 

14I Amelung, Die Skulpt.d. Vat. J/us.l, n.588, 
tav. 75; Brunii Bruckmann, testo alla tav. 620, 
fig. 3- 

(5) Helbig, FiiArer 2 ,ì, 112 e Fithret \-\, 878. I! 
von Sybel. Ròtnischt Mitt., 1891, p. 242, nota, per 
la espressione di pathos e per le forme un po' severe 
del corpo riporta l'originale a un artista della gene- 
razione di Scopa del più vecchio Cefisodoto. Egli 



però nega a Prassitele anche la attribuzione del 
tipo dell'Apollo colla destra appoggiala sul capo, 
trovando nella gambi di sostegno che S| 
in fuori e nella pili forte inclinazione all' indietro 
della parte superiore del corpo differenze fonda- 
mentali colf Hermes di Olimpia. 

(6) Il von Sybel. loc. cit., lo considera Come 1111 
fratello stilistico del tipo dell'Apollo in riposo detto 
di Cirene, (Helbig. Fiihrei \ I. 11. 860 . che deriva, 
(v. Furtwangler, in Roscher's / n ikon 462), da una 
evoluzione del tipo dell'Apollo Pizio. 11 Dui 
cit., p. 112, accenna alla somiglianza del Bacco Lu- 
dovisi col Dioniso del Palazzo dei Con 
edito dal Della Seta, Religione ed arte figurata, 
fig. [02. La testa è rivolta qui maggiormente verso 
sinistra, ma ha li stessa espressione tra 
tranquilla. 



— 6o — 

cui nel gruppo del Museo Nazionale Romano è disposta la nebride, per l'espressione in- 
sulsa e stupida del volto in quello Vaticano e addirittura beffarda nell'altro, mentre si 
mantiene fondamentalmente inalterata, la figura del din (i). Perciò, anche lasciando da 
parte i caratteri stilistici prassitelico-scopadici della copia di Venezia, non mi pare possa 
riferirsi a questi gruppi il controverso passo di Plinio, XXXIV, 69, « (fecit ex aere Praxi- 
teles) et Libertini patrem, Ebrietatem nobilemque una satyrum quem Graeci periboèton co- 
gnominant ». A parte la difficoltà della correzione proposta dal Milani (2) di « Ebrietatem» 
in « ebriolatum », se il satiro accoppiato a Dioniso derivasse dal periboeto di Prassitele, ne 
sarebbero maggiormente conservati i caratteri del IV secolo anche nelle copie posteriori, come 
avviene per la figura di Dioniso, e mal si spiegherebbe il gran numero di statue isolate 
di Dioniso del tipo del cosidetto Apollo Liceo, se si trattasse di un gruppo prassitelico or- 
ganico in origine, nel quale il satiro aveva tanta importanza da nu-iitare l'appellativo di 
« periboétos ■■ (3). Che se dell'Hermes esistono copie in cui è scomparsa la figurina di 
Dioniso, il caso è diverso, perchè issa è là un semplice accessorio e non ha maggior valore 
della clamide gettata sul tronco. Anche il contrasto inevitabile tra lo stare di Dioniso e 
l'incedere del satiro, riprovato dalFAmelung (4), fa pensare, più che alla linea di chiusa 
armonia prassitelica, a un'artista che tonde in uno due diverse tendenze. 

Né mi sembra possibile ricondurre il gruppo di Atene e più ancora gli altri, nei quali 
lo sguardo del dm si perde nel vuoto, a una rappresenta/ione più vasta in cui un Eros 
un essere del tiaso bacchico guidava Dioniso verso Uianna dormente 151, perchè né nei 
sarcofagi, né nelle pitture pompeiane, in cui questa scena viene spesso riprodotta, è dato 
a Dioniso l'atteggiamento di stanchezza e di abbandono co] quale egli appoggia il braccio 
destro sul capo; ma sempre con meraviglia esitante e con fissa attenzione (61, con la de- 



(1) V. .indie il gruppo Ji Cambridge, Reinach, 151 Brunii Bruckmann, testo alla tav. 620, Du- 
I, 388, 2 in cui la figura tiri satiro è molto modi- cati, art. cit., r- [li- 
neata. A Mantova, nel Museo dell'Accademia, è (6) E l'atteggiamento del bronzetto del Museo Na- 
conservato il torso colla testa di un satiro chi- si zionaledi Napoli (Owerbeck-Mau, Pompe/i, p. S4S. 
volgeva ridendo verso Dioniso, di cui rimane sulla fig. 283 b.\ tot. Alinari 11204), nel quale l'aspetto 
spalla il braccio sinistro e lo mono che regge un attonito ed esitante di'] dio contrasta con quello 
grappolo d'uva. (Riiinach I. 411. ;,. Dutschke IV . patetico del s.itiretto. Per le pitture pompeiane si 
831). Un gruppetto non finito, in cui è scolpito il vedano specialmente quelle descritte da II big, 

l li niso, trovato sul pendio occidentale della Wandgemàlde, n. 1235, M. B. XIII, 7: 1250; 

acropoli, è pubblicato dal Watzinger in Ath. Min. M. B. XIII, 6; uso: 124"- Lei sarcofagi, : 

igoi, p. i"o. lìr,. 1. in Ber. der Sachs. Gesett., 1860, p. 2(0: v 

(2) Museo italiano di antichità' classica, III, fago da Villa Borgh ili re, < loro, ll.pl. 132, 
786-87. n. 150. S ircol ig 1 da Bordeaux al Louvre, Clarac, II. 

(3) «Periboèton non può riferirsi a tutto il pi. 127. n. 148. Sarcofago al Vaticano, Gerhard. 
gruppo come vorrebbe il Milani. V. Amelung, Antike Bildwerke, tav. no. 2. Sarcofago di Bol- 
Fiihrer, n. 140, p. 90 e Helbig, Ffthrer 1 , I. n. u.\ sena, Gerhard, op. cit., tav. 11 », .. San ifago nel 

1 Die Skulpt. d. l'ai. flfus. I. p. 705. Palazzo Giustiniani, Galleria Giustiniani, II. 84. 



— 6i — 

stra per lo più appoggiata al tirso, egli si avanza verso la bella donna addormenl 
quale accennano i compagni del suo tiaso. 

Il motivo di Dioniso stante, sostenuto dal satiro, subisce notevoli modificazioni nel- 
l'epoca ellenistica e romana. 

Il dio, di tipo conforme al cosidetto Apollo Liceo, appoggia ancora la destra sul capo 
nel gruppo di Roma della coli. Pacetti (i) ed è sostenuto da una Menade o Arianna di 
tipo prettamente ellenistico; nel bronzo, edito dal Gatal Forman (2), in cui ai pii 
calzari, sulla spalla sinistra il mantello e viene spinto avanti da un rozzo sileno armato di 
clava, e nel gruppetto di Sofìa in cui al posto del sileno v'è un Pane (3). Derivazioni più 
libere si possono scorgere nel bellissimo gruppo del Museo Britannico, in cui Dioniso si ap- 
poggia ad Ampelos già mezzo trasformato in vite (4); in due gruppi di Pozzuoli nei quali 
Dioniso, la destra ferma, la sinistra libera e piegata alquanto, guarda verso un punto lon- 
tano (5), mentre Pane alza la testa t'issandolo, e in quello colossale in basalto di Parma (6), 
nel quale il piccolo satiro barbuto sostiene a fatica il dio che appoggia la destra al tirso. 

Posteriore a questo motivo, principalmente rappresentato dai gruppi di Venezia, del 
Vaticano e del Museo Nazionale Romano, sembra l'altro che ci è dato dal gruppo degli 
Uffizi (7), frainteso prima dallo Amelung (8), apprezzato giustamente dallo Artidi 9), chi 
segna un momento successivo della azione. Dioniso s'è già posto in via, il suo sguardo 
non si perde lontano, ma, annebbiato dal vino, si rivolge senza fissa attenzione al com- 
pagno, che nonio precede nel passo, ma sembra incerto tra fermarsi seguirlo. Ann lun- no 
osserva che l'originale non deve essere lontano dalla cerchia di Prassitele, e \rndt (11) 
nota molta somiglianza tra la testa del Dioniso e quella del Bacco Richelieu, che ha af- 
finità col Dioniso di Madrid, attribuito da Furtw.ingler a Prassitele (12), e da Amelung a 

Due sarcofagi prima nel Pala//" Mattei, Mona- (=;i Xotizie des;h tcaz'i, i.So.s. p, 289 sgg., fig. 1. 
imnta Matteiana, III. 7, 1. 2. Sarcofago Ja Villa 2. Reinach, III, !>, 1 . Nel secondo gruppo lo sguardo 
Orta al Vaticano, Museo Pio Clenientino, V. 8. del din e abbassato verso destra. 
Si veda anche la moneta di Perinthos riprodotta in (6) Diitschke, V. 956. Reinach II. [29, i. In un 
Baumeister, Denk., 1. p. 12(1. tifi. 131, e il Cammeo rilievo del teatro romano di Fiesole. (1 liitschke, .li- 
di Mantova in Museum Worsleyanum, 6, 1. In un chaelogìschi Zeìlung, 1876, p. [04-105, tav. \. 
frammento di patera cilena, pubblicato dal Pagen- fig. 15), Dioniso culla destra sul capo, semiamman- 
stecher nello Jahrbuch des Instituts, 1912, p. 167, tato, si appoggia colla un erma e tiene 
tifi. 17. Dioniso di tipo ellenistico, con manto e lo sguardo fisso sognante verso destra. \ 
calzari, si appoggia con aria indolente ad un satiro sta una pantera e una figurina li .unni, ni 
che si avanza a gran passi e lo spinge, preceduto un Hn>s. 
j a r£ r os. Bi ni Bru< 1 inn, tav. osi. 

(i) Reinach. I. -,85. 6. (8) Pie Skulpt. ,/. l'ai. Mus., I. p. - 5-706, 

(2) PI. 7, 107. Reinach. 111. !i. 7. vedi però Ftihrer, n. 14 1, p. o 

(3) Reinach, III, 35, ». (9) '"'■'sto alla ci) 

141 Ancient M,ii!>!<^ in //ir British Museum, (10) Fiikrei • 

III, tav. Il: Reinach. I. )87, ?: Baumeister. Peni- 11 Ein elau/nahmen, [527-1531. 

i,ia/ci\ I. tifi. 487. ! , P. 571- 



— 62 — 

Timoteo 1 1 1. Ma, se non erro, nella figura slanciata di Dioniso, dai piedi adorni di alti cal- 
zari e dalla fattura dei riccioli più libera, la vivacità del movimento e una certa tensione, 
per quanto consente la concezione del dio ebbro, palese sotto la pienezza delle forme, 
accennano a un'epoca posteriore. I caratteri dell'arte di Prassitele sono più evidenti nel sa- 
tiro, che nella testa ha molti tratti comuni con quello Veneziano, nel quale però l'espres- 
sione patetica è accentuata. Sul volto del Fiorentino aleggia il lieve sorriso dei satiri di 
Prassitele e assai simile a quella del satiro in riposo è la disposizione della nebride. V, i 
il gruppo nel suo insieme ci fa pensare ad un'arte che ha varcato i limiti della cerchia 
prassitelica. La coesione tra le due figure, aumentata anche materialmente dal fatto che 
il satiro regge nella destra una coppa l'i, appare assai maggiore che in quelli del tipo 
precedente. Se là si nota un certo contrasto tra il Dioniso che sta fermo e il satiro elu- 
si avanza, qui il contrasto non è più evidente, o piuttosto risiede nella figura stessa del dio, 
nella quale la rapidità dell'incedere si contrappone all'ebbrezza, che si palesa nello sguardo 
velato e nell'abbandono con cui egli appoggia la destra alla spalla del compagi 

Da modificazioni del gruppo degli Uffizi derivano altri gruppi che segnano un mo- 
mento dell'azione del tutto diverso da quello là rappresentato. L'abbandono del dio si ac- 
centua sempre più, le gambe s'incrociano e quasi si sovrappongono, non nell'atto di chi cam- 
mini velocemente, ma di chi si lasci andare e stia quasi per cadere all'indietro se non vien 
sostenuto. È questo l'atteggiamento del gruppo di Leida (3). 11 dio, di l'orme molto giova- 
nili, regge nella sinistra una coppa e colla destra si appoggia a un essere di caratteri er- 
mafroditici, forse Ampelos, tra le gambe divaricate del quale sbuca la pantera, che diviene 
parte integrante della composizione. Con questo presenta somiglianze notevoli il gruppo noto 
dell'album di Pierre Jacques (4), in cui all'essere di forme ibride è sostenuto un satiro 
con pedum, verso il quale Dioniso si volge, mentre appoggia la sinistra a un tronco di vite, 
e ad una composizione simile doveva appartenere il torso del Musée Guimet (5), 

L'abbandono di Dioniso diviene più completo e si accentua lo sforzo del satiro, 
non soltanto lo sostiene ma lo trascina, nel bronzetto, manico di coperchio di una cista pre- 
nestina del Museo di Villa Giulia, edito dal Della Seta. Nel volto del satiro, proteso 
Dioniso, quasi ansante, colla bocca semiaperta, e evidenl che egli ta per sorreg- 

gere il suo padrone indolente che si volge languidamente a guardarlo 161. In un marmo 



in Die SA-u/pt. d. 1,1/. .Un*.. II. n. mi Bruckmann testo alla tav. 620, fig. 2. 

(2) Il gruppo fu identificato (Milani, Museo h.. Reinach, II. 131, ?• 

Ili, p. 7cSq. n. 1) con quello rioird.it" d.i Pausania, (4) Reinach. 111. ;=;. 4- 

I, 20, 2. « A'.ovjom 8s ->.r- lov Situpó? <i) Reinach, II. 130, 8. 

li-: jsoTs xaì Btòaxjtv :/.n-.,-/ .. dopo il satiro di 0) Boll. d'Arte, 1009. p. 191, tìg. 21 e p. 205. 

Prassitele, nella via dei Tripodi, senza dirne il nome Reinach, II. 131, 2. In un cr.itere attici .. figure 

ii e ||> au i r^M' di stile florido del museo di Bologna, (Pelle- 



- 63 - 

di Berlino (i) a sostenere il dio bastano a stento un satiro, Pane, che puntam 
terra rispettivamente la gamba destra e la sinistra, e un pilastro che gli sta dietro il 
Dioniso non è più pervaso da un'ebbrezza leggera, ma è vinto e affranto dal vino ci 
toglie ogni tur/a. Lo stesso motivo del dio che cadrebbe si non fosse sostenuto, 
ritorna l'atteggiamento della destra a] il capo che ben espiline la sua stanchezza e 

il suo abbandono, si trova nel gruppo della coli. Grimani, poi Feierwary, ora al Ri< hmond(2), 
nel quale, egli semiammantato, di tipo quasi femminile, si appoggia a un sileno che lo ab- 
braccia. Notevoli le affinità colla pittura pompeiana della villa Romana presso Poi 
in cui il dio, abbandonatosi sul satiro suo compagno, vien sostenuto •.ì.i questo che punta 
fortemente la gamba sinistra e lo cinge colle braccia. 

Se è evidente la derivazione dal gruppo Fiorentino di altri che, esagerandone il con- 
cetto, giungono a rappresentare un momento diverso della azione, più difficile è 
una stretta relazione tra quelli del tipo Venezia e quello medesimo degli Uffizi. La posi- 
zione del satiro invertita da sinistra a destra, la concezione differente del dio eia in mo- 
vimento, le non strette affinità stilistiche the si possono cogliere coi gruppi precedenti ci 
parlano piuttosto di una somiglianza che deriva dall'essere, sia in questi che in quello, ac- 
coppiato Bacco con un satiro, di una somiglianza insomma puramente esteriore. Ma questo 
dipende dal mutamento che l'arte greca subisce nell'ultimo scorcio lei IV secolo. Motivi 
singoli possono essere tratti dall'arte precedente ; può avere il satiro il volto del Perib 
può avere il Dioniso strette affinità col Bacco Richelieu, ma la concezione fondamentali 
del gruppo non può restale quella statica e un po' fredda della seconda metà del IV se- 
colo, né una delle due figure assentarsi spiritualmente e materialmente dall'azione ed es- 
sere unita all'altra soltanto con un legame esterno. Hermes dallo sguardo perduto lontano, 
incurante di I )ioniso bambino che eli tende festosamente le braci ia, non sarebbe forse us< ito 
dallo scalpello di un'artista dell'ultimo decennio del iv secolo. Pei questo il motivo viene 
ripensato e rielaborato dall'artista > he lega le due figure anche con un sentimento nuovo, che 



grini," Vasi greci dipinti delle necropoli Felsinee, giato ; Sileno v. anche Reinach, I. i 11 

n. 304, fig. 84), Dioniso giovane, pressoché nudo, 130, 2. Winter, Typen, II, 568, 5 e le pittine pom- 
coi capelli sciolti in trecce inanellate, cinti di larga pelane Al. B. II. )5 ; XI, '.•■ 
mitra e corona d'edera, la testa rovesciata indietro, (1) Pubblicato in Brunn Bruckmann, testo alla 
corre a gran passi sul pendio di un monte trasci- t iv. 620, fig. 1; Mon Antichi, IV . tav. ss: Rei- 
nato da una donna, tolse Arianna. Il motivo del nach, II, 1 ; 1 . 5. 

dio che vien trascinato era dunque già noto alla (2) The Journal 0/ hcllenìc Sìudies, 1908 p. 11, 
fine del V se, ,i]o. Una terracotta del Museo di tav. I\. 12; Ann. dell'Jst., 1 s ^ 4 . t.iv. XIII; Rei- 
Villa Giulia, edita kÌaì Della Seta. Boll. d'Arte, nach, II. 130, 1 

,. u. p. 210, rappresenta Dioniso soste- (3) De Petra, S 191 . • 

nuto Ja Sileno. Il Sileno si avanza a grandi possi vola VI, p. 143 
Sorreggendo il di" che, vinto dall'ebbrezza stenta (4) Arndt. testo ilio ti 

a seguirlo e reclina. Per il tip 1 di I lioni 



-6 4 - 

si accentua nel bronzo di Preneste, in cui Dioniso, di forme molli ed effeminate, che con- 
trastano con quelle muscolose e rudi del satiro, rivolge al compagno uno sguardo languido 

e voluttuoso (5). 

I ra tutti questi gruppi dionisiaci due specialmente dunque ci aiutano a risalire a un 
probabile originale: quello di Venezia per il primo tipo, quello deyli Uffizi per il secondo 
e per le sue deriva/ioni. Ma più che di originale bisogna torse parlari- di originali. Attra- 
verso alle modificazioni e al prevalere dell'uno o dell'altro indirizzo questi aggruppamenti 
ci mostrano i tentativi, tatti da artisti minori, di adattare a rappresentazioni più vaste e 
piii complesse forme ed espressioni già isolatamente create dai yianJi maestri del IV secolo. 

ai.da Levi. 



isi Si confronti sotto iiuestn rispetto la terracotta Campana, (>/>. in plastica, XXXIV. 



CORTEO NVZIALE 

IN VN FRAMMENTO DI TAZZA ATTICA 

(TAV. V) 



Tra i frammenti di ceramiche attiche, esistenti nel Museo Archeologico di Firenze, 
che fanno parte di quel fondo della celebre raccolta Campana, che fu acquistato dal Ga- 
murrini nel 1871 (1), si nota un frammento di una kyli.x dipinta a figure rosse, in stile 
severo, di singolare interesse per il soggetto della rappresentazione (fig. 1 e tav. V). 




Tale rappresentazione ornava uno dei lati esterni della kj lix tra le due anse, ma di 
essa non resta, purtroppo, più che una metà. Vicino alla rottura corrispondente al centro 
della scena si scorgono le tracce di un personaggio maschile, ricoperto di clamide, che do- 
veva essere figurato in movimento verso sinistra, con il corpo a due terzi di prospetto 
testa di profilo, rivolta all' indietro verso una donna, che lo segue e che egli tiene attei- 



(1) Le notizie storiche relative a tale collezione sono riassunte in Appendice 

lui "..i - Anno IX. 



— 66 — 

rata per il polso della mano destra. Della figura muliebre si conserva solo il corpo, racchiuso 
in un peplo stretto ai fianchi, tornito di un kolpos lunghissimo, che arriva quasi al ginoc- 
chio, e di un corto apoptygma; la stutta sembra alquanto pesante, sobriamente panneggiata 
e ricamata a piccole croci. Sopra al peplo indossa un ampio himation, a guisa di scialle, 
tirato sul capo, che nella parte anteriore le ricade dalle spalle, con larghe falde parallele, 
ni Imma di stola. 

A questa coppia di figure segue, nella medesima direzione, una giovane donna con il 
capo cinto da benda, sotto la quale spuntano i capelli che, a più ordini di riccioli, incor- 
niciano la fronte. Ha gli orecchi adorni di pendagli e veste un peplo succinto, con un kolpos 
lungo ed ampio, panneggiato a finissime pieghe, ed un himation a scialle che le ricade sul 
davanti a stola con larghe falde limitate da linee parallele ed a zig-zag. Il ricader dell'hi- 
mation è conseguenza del movimento delle braccia occupate, il destro reggendo un grosso 
vaso ansato e sprovvisto di piede, il sinistro sostenendo un'elegante cassetta variopinta. Un 
fanciullo, dai capelli ricciuti e cinti di benda, viene dietro alla donna ; ha il corpo avvolto in 
un himation che egli discosta dal seno con il braccio destro lievemente proteso, mentre con 
la mano sinistra regge una Coppa baccellata. Il corteo è chiuso da una donna, dai capelli 
liuti di benda, vestita, Come le altre, di peplo e di himation, che solleva e protende con 
ambo le mani due fiaccole fiammeggianti. 

L'interpretazione di questo corteo grazioso e grave insieme, mi sembra che, anche a 
primo aspetto, risulti assai chiara : esso rappresenta una iyti>y7) nuziale, cioè l'atto quando 
lo sposo mena alla sua casa la sposa. È difficile tuttavia stabilire, stante le condizioni 
frammentarie della pittura, se questa scena di àyojyv) ritragga un Usò; ya|AO?, ossia 
mitiche nozze, o si riferisca alla vita comune. 

La donna, dal capo velato, con espressione di riservate/za ingenua, segue sottomessa 
l'uomo che la tiene afferrata :rcì xapww. Con tale schema di composizione, che sembra 
riflettere l'antico rito del ratto della sposa ( i ), è concepita dall'arte figurata la coppia 
nuziale nella cerimonia dell'àvwyvj della sposa dalla casa paterna a quella dello sposo. 

Le varie scene di vua'pxycoyiz, dipinte sui vasi, differiscono nei personaggi del corteo 
che, con speciali uffici nel corso della cerimonia, precedono e seguono la coppia degli sposi; 
tlla presenza di un determinato personaggio si possono distinguere i diversi momenti 
in cui l'artista ha ritratto una pompa di xywyvi nuziale: la partenza della sposa dalla casa 
paterna, il tragitto ':-'■ Tijv m-/.;-/' dalla casa paterna a quella dello sposo, il ricevimento 
nella nuova casa (2). Nella nostra pittura frammentaria le altre ligure che precedevano gli 

(1) Cfr. Furtwangler in Griech. Vasenmalerei, XXII (1907), p. 80 e ss. Le principali scene di 

II. p. 126; Bruckner, Athen. Hochzeitsgeschenke vuiipaYiayia, che si possono vedere rappresentate 

in Athen. Miti., XXII (1907), p. 83. sui vasi dipinti, sono riprodotte in Wienei Vor- 

121 Cfr. Sticotti in Festschrift fur Benndorf, pa- legebl&tter fur archàologische Ueb.-tngeti, 1888, 

«ina 181 e ss.; Bruckner I. e. in Athen. Miti.. t.iv. Vili. 



-67- 

sposi forse meglio caratterizzavano quale fosse il momento espresso nella v , ji/,<pxywy£a. Da 

ciò che si conserva sembrerebbe che il corteo o sia rappresentato in una xu.cpi$po;jLÌa ~;pl 
T-z-v ìttìzv della casa paterna della sposa o si sia appena mosso dalla casa, se interpre- 
tiamo l'ultima figura per la madre della sposa, che accompagna la figl lo il rito 
delle giuste nozze, con le Sxòs? rjij/y./.y.i i i i. 

Ma tali difficoltà esegetiche, sulla determina/lune del momento espresso dell'àywyr;, 
nulla tolgono all'importanza della scena, la quale consiste nella presenza di due personaggi 
assolutamente nuovi rispetto alle altre scene figurate: alludo alla donzella che segue la sposa 
recando un vaso ed una cassetta, ed al fanciul'o che tiene una patera nella .lesi 
funzioni avevano questi due personaggi nell'àywy») nuziale? La presenza nel corteo della 
coppia degli sposi, uniti nel gesto rituale del /.;•?' i~'- xxp— w, dimostra chiaramente che 
ci troviamo di fronte ad una scena di vu[/.<payo>yi« e che non si può pensare ad altre ce- 
rimonie nuziali, ad esempio quelle del XovTpóv vuj/.'pucov (2) degli it.-j.-jia-j. òwpa (3 

pure si svolgevano ;v syviaxTi xop-ò; {Eusl. ad Iliad., XXIV, 29, p. 1^7, 43); né in- 
fine si può pensare, per l'unità di composizione della scena, ad una associazione di queste 
diverse cerimonie. 

Non rimane adunque che riconnettere la presenza di questi personaggi nella pompa 
con le cerimonie religiose del matrimonio. 

Molto confuse sono le fonti letterarie relativamente al tempo ed al luogo in cui veniva 
celebrata la cerimonia religiosa :wv yocairjMoJv 9;<3v i-n/.y. (Allieti., IV, 185 B<. La mag- 
gior parte degli studiosi ritiene che questa cerimonia tosse collegata alla Ov.Vz, yzy.i/.v; e 
compiuta quindi nella casa paterna della sposa. Prima dell'àyiayvj nuziale sembra che 
tosse celebrata una funzione religiosa in onore delle divinità domestiche, torse collegata con 
il sacro giuramento degli sposi. Illustrando la scena di ia<pt&poaia ~.iy. tt$v é^-riav, di- 
pinta sopra una pisside di Eretna, nel Museo Britannico (4), il Brùckner (5) riconobbe nelle 
due figure muliebri con lo scettro, mescolate ai personaggi del corteo, le personificazioni 
delle divinità tutelari della casa paterna della sposa e dello sposo. Così in un cratere 
tanagrese a figure rosse del IV secolo, nel Museo Nazionale di Atene (6), unitamente 
ad una scena di £u.fi$pou.{% ~:: ; . ~r,i ìtt.zv della casa paterna della sposa è rappre- 
sentato il carro nuziale allestito per I' iywyy). fi molto probabile dunque che la vjt/.<pxyioy£a 
si iniziasse e terminasse con tali cerimonie sacre al culto domestico. 



(1) Ctr. per le fonti letterarie e monumentali p. i46ess.; Briickner, 1. e. 111 . allieti. Mi 
Sticotti in Festschri/t no Benndorf, p. 182, 183; p. in e ss. 

Briickner. I. e. in Allieti. Miti., XXII 1907), 4! Murray, il'ithe Athenian Vases, tav. 20. 

p. 82. (5) Briickner. I. e. In Allieti. Miti., XXII (1907), 

(2) Furtwangler, Sanimi. Sabouroff, testo alla tav. p. 80 e ss. 

LXI1I, 1; Herzog in Arch. /.ni.. 1882, tav. V. drizet in '\fyty. \-/ : 1905, p. z 1 

13) Cfr. L. Deubner ìnja/nb. Arch. Inst.. 1900, vola 6-7. 



— 68 — 

Nella nostra vou.^ayii>y£a gli oggetti tenuti dalla donzella e dal fanciullo non pos- 
sono riferirsi alle cerimonie religiose che si svolgevano nella casa paterna della sposa, ma 
devono porsi in relazione con quelle successive che si celebravano all'ingresso della sposa 
nella nuova casa e nel talamo. 

In tutto il rituale del matrimonio, la x.«9ap<Tt« aveva una parte preponderante sia 
nei rcporeXsia, sia nelle cerimonie successive, e non abbandonava la sposa fino al 
suo ingresso nel talamo ed anche dopo ni. Funzione lustrale ed apotropaica avevano le 
Séjc&e; vv>|/.<pi>ca£ (2) che compaiono nelle scene di vjy.oy.yiuyiz, dapprima nelle mani della 
madre della sposa che rischiara la via al corteo e poi nelle mani della madre dello sposo, 
dalla quale (Sckol. Eurip. Phoen. ,7/1 ÉOo; t?v tvjv vu'[A<pv)v.... <li-ì Xa|/.7cao*wv v.<JK.-(tvH«.\ 
nella nuova casa (1) e nel talamo (4). Speciali virtù purificatone erano attribuite pure alle 
ghirlande (5) di verbena, di mirto, di olivo, alle vitte di lana (6), che cingevano il capo de- 
gli sposi, e dei personaggi della -oa-v;, che ornavano la porta, l'atrio, la sala del ban- 
chetto, il letto nuziale. Ma la cerimonia per eccellenza di xxOap?i; consisteva nell'offerta 
dei JtxTxyJ'jjAaT /. (Schol. Aristoph. Pini. v. 768; Harpocr. s. v.) che molto probabil- 
mente doveva essere collegata con la cerimonia degli £vaxaXu7»T7)pi3t (7). 

All'offerta lustrale dei /.y.-:y./Ji<i.-/.Tv. troviamo una allusione, a quanto sembra, nello 
Pseudo-Plutarco (Praz: Alex. XIV 1225), dove è riferito che vtfpoc v ' \'lr,-rr,^<. èv tv.: 
vau.oi; àa^t'ixAr, -x Sa Xi/.vov Jìaff-ra^ovra xotwv tcÀì'uv iizx ìm'kéysiv • "Etpyyov 

KXXdV, £'ìpOV XO.ElvOV. 

A che cosa poteva servire questo Xifcvov nuziale? Alla stessa guisa che nel xxvoOv 
del sacrificio (8) e nel XUvov dei misteri (9 , si celavano agli occhi profani gli oggetti e 
gli strumenti sacri per le cerimonie rituali, unitamente alle offerte, così nel Xfccvov mi- 



ti) La successione di queste cerimorve lustrali vi atque usti in Religiongesch. Vers. 11. Vorarb. 

del matrimonio travasi compendiata da Aristo- XIV, 2, p. 61 e ss. 
fané, con straordinario realismo comico, in Poe. (6) Jakob Pley, De lamie in antiquorum riti- 

. 868 e SS. ed in l'hit, v. 768 e ss. bus usu in Religiongesch. l'ers. u. Vorarb. XI, 1, 

(2) Cfr. Rohde, Psyche I, 5. 237, 3: Hock, p. 78, 83. 

(/rifili. Weihegebr&uche p. in; Samter in Sene (7) Deubner, I. e. in Jahrb. Arch. Inst., 1000, 

Jahrb&cker XIX (1907) p. 132; idem. Geburt, p. 148 e s. ; Briickner, in 64 Winchelmann — 

Hochzeit, '/od (1912) p. 72. Programm zi< Berlin, 1904; I. e. in Athen. Miti. 

(3) Cfr. le scene dipinte, sopra un loutrophoros XXII (1907) p. 85 e SS. 

della Coli. Sabouroff (Furtwangler, Sanimi. Sa- (8) Stengel, Op/erbrSuche der Griechen, (1910), 

bourof) tav. LVIII-IX) e sopra una kylix dell' An- p. 47 e ss. 

tiquarium di Berlino (Wiener VorUgebl. 1888, (9) Harrison, Prolegometia lo the Study oj 

Vili. 1; Furtwangler, Beschreibung der Vasen- Greek Religion, p. S47; idem, Mystica Vannus 

sammlung, n. 2530). lacchi in Journ. of //eli. S/ud. 1903, p. 315 e ss. 

(4) Cfr. Luciano (/lerod. 5) a proposito delle Clemente Aless. (Protr. ->->< ricorda entro la cista 
\ di Alessandro e Rossane di Aetione. dei misteri di Demeter le seguenti offerte : <nio«|ta" 

(5) J. Kòchling, De coronarum apud antiquo* tuti icupa|uòes xaì roXteat xoi ró-av» soXuó|«p«Xa. 



-6 9 - 

ziale dovevano essei custodite le focaccette di sesamo, i datteri, i fìcl 

-?.•:; yji.-j'.'ivj.r,. gettava, pronunziando quella formula sacramentale, che pure ci 

ai misteri 1 1 . 

In scene di pompe nuziali, dipinte su vasi a figui rappresentai 

donzelle Xtxvorpópo'., al seguito degli sposi condotti i~t tvjv ■/.•>. -j.ì-jm : questi XiV.va sono 
perfettamente simili a quelli delle scene mistiche, con evidente allusione alle cerimonie 
lustrali che entravano nel rituale delle nozze, come hanno chiaramente dimostrato la 
1 1, lirismi i V ed il Putortì 14 1. 

Una analoga funzione religiosa doveva avere la eassetta recata dalla donzella nella 
nostra scena di vjv.oy.yioyix. Veramente la sua forma quadrangolare, allungata e profonda, 
ricorda piìi quella di ici^wriov per gioielli od oggetti di ornamento, simile a quelli dipinti 
nelle scene di ì-xj'/ix rWpa (5); ma la funzione rituale di tale cassetta nelle cerimonie 
dell' àytovvi nuziale è chiarita da altri esempi. In alcune pitture vascolari troviamo, accanto 
alla figura volante di Hros 'ì/ìo//',;, anche quella di Eros che reca processionai mente 
questa cassetta rituale, accompagnando Europa sul toro 16) od Amphitrite sul delfino 171 
verso gli sposi divini. Nel celebre fregio marmoreo di Monaco, con le nozze di Poseidon 
ed Amphitrite (8) alla Nereide SzàcO/o;, sul cavallo marmo segue sul toro ni. inno la Ne- 
reide con la cassetta nuziale (fig. 2). Cosi in una scena di anodos di Kora dipinta sopra un 
cratere attico a ligure rosse del Museo di Bologna 191 la dea condotta i~: /.y.pr.i.} da Hermes 
-poryv,TYJ; e da Hekate fty.òovytiq, e seguita da un Sileno che porta sul capo una cas- 
setta, simile per torma e decorazione a quella dipinta nel nostro frammento di kylix (fig. 3). 

Questa cassetta rituale, tatta qualche eccezione, è per lo più portata sulle braccia e 
non sul capo, come nei tipi consueti delle /. z vyj -^ : 1 •• e /ic/.vooo'poi nelle pompe sacre. 
Nella nostra pittura frammentai i.t non dobbiamo però dimenticare che duplice è l'ufficio 
della donzella nella pompa: oltre alla ile essa s stiene sul braccio destro un vaso. 



(1) Cfr. Hermann - Blùmner, Griech. Priva/ servazioni del Wintei fin Benndorf, 

alteri, p. 271; E. Pernice, in \orden - Gercke, p. 119) 1 posito di una scena che ricorre snpra 

Emi. in d. Altert.-Wissenschaft , 11, (1910), un vaso Jipintn a fig. rosse, uscito dal territorio 

p. i3, 3; Heckenbach s. v. Hoehzeìt in Pauly — di Chiusi {Mus. CI1ius.X3.-v. 68; Elite cèram. IV, 

Wissowa, Vili, 2130, io; Collignon, s. v. Mairi- tav. 28; Festschr. un Benndorf, p. 188). 

monium in Dici. desAnt. del Saglio, III, 1639 e ss.; (6) Compte- Rendu, 1866, tav. Ili, 1 e 2 ; Over- 

Briickner, 1. e. in AIA. Miti. XXII, (1907), p. 82, beck, Kunslmytk. Alias, VI, 20". 

(z> Cfr. Putrirti in .insolita. IV. p. 230 e ss. (-1 Auliauilcs da linsph. Cimili, tav. 1 XI. I 

(3) Harrison, 1. e. in Journ. 0/ Urli. Stud. (8) FurUvangler, Intermezzi p. (6, a; B 

1903, p. 3 ii, fig. 13. bung der Glyptothek, p. ->4 iS - 

(4i Putortì, 1. e, in Ausonia, IV, p. 130. (9) Bri/io in Museo Italiano di Anlicliii 

(5) Cfr. Deubner, I. e. in Arca. Jakrb. 1900, II. tav. I. I; R vikon s. e. Kora, II, 

p. 152. Briickner I. e. in A th. Miti. 1907, tav. V, I. 1378, ti«. 20; Pellegrini, Cai. dei vasi dipinti 

2. \ III. Vedansi per questi tipi Ji cassette le os- delle necropoli felsinee, p. 93, n. 236. 



Si tratta di un recipiente dal corpo globulare, senza piede, tornito di un corto collo ci- 
lindrico e di una piccola ansa orizzontale impostata sul ventre. La sua torma mancante di 
piede, che presuppone quindi un sostegno, fa pensare ai -xy.t/.v. o vu|upixol >■£><-, — ;, 
identificati dal Briickner 1 1 ) e posti in tela/ione comunemente con la cerimonia del bagno 
purificatorio della sposa nei xd reporéXeia. Si scorgono infatti, rappresentati accanto al 
XouTpofo'po;, alla rcu^e, all'i -iv/] rpov ed agli altri vasi nuziali, anche nelle scene di 
l-y.v/.i7. ÌSpx (2). Ma alla stessa guisa che nelle cerimonie ordinarie del sacrificio troviamo 
al scavouv associata la x s 'P vu !' (3) con l'acqua lustrale, cosi il vaso tenuto insieme colla cas- 
setta rituale dalla donzella deve riferirsi probabilmente alla medesima cerimonia di ìtocOapffi;, 




Fig. 2. — Nereide in corteo nuziale. 

a meno che non si voglia riconoscere in tale vaso un npscvvip ya^^io? {Himerius 1, 21) 
e porlo in relazione con la (jttov&ti nuziale, della quale troviamo una chiara allusione nella 
oi/Ar, tenuta dal fanciullo. 

Infatti assai più riconoscibili, che non quelle della donzella, risultano le attribuzioni 
sacre del fanciullo, che, con il capo cìnto di benda ed il corpo avvolto religiosamente nel- 
l'himation, procede grave e solenne nella pompa. Non solo possiamo riconoscere in lui un 
~y/.; àtj.yi'lx'i.r,; ed ascriverlo tra quei 7ta?&se 7tpo-s|/.-ovT:; 14) che avevano una parte 



11) Briickner, I. e. in Alimi. Miti. XXII (1907), 
p. 98, e ss.; Pernice in Norden - Gercke, Ein- 
leitung, II. p. 51. 

(2) Deubner, I. e. in .Ir, li. fahrb. XV (1000). 
p. 146 e ss., tav, i\ Briickner I. e in .Ulna. Miti. 
XXII, ( 1907), p. m e ss., tav. 2, s. 8. Per ta- 
lune scene Hauser (Jahreshefte dei oesterr. unii. 



Itisi. XII, (19091, p. 04 e ss.) ha pensato agli 
'AStóveoi /./,-■)■ (Aristoph,, Lys., 389) ed ai ;j. 
/i-.-.- (Suìdas) delle feste Adonie. 

(?) Stengel, I- e, p. 34 e ss. 

(4) Cfr. Furtwangler, Sommi. Sabouroff, testo 
alla tav. LVIII, 1: Sticotti, I. e. in FesUchr. fui 
Benndorf, p. 183. 



— 71 - 

principale- nella cerimonia lustrale dei /. ztx/uVa ■/.-■/. e durante V Hymetiaios , ma la ai atto] 
che egli tiene nella sinistra ricorda espressamente la libazioni i ci riporta con il pen- 
siero, fra i pochi accenni nelle fonti letterarie, al ricordo della libazione nuziale conservato 
nel bellissimo frammento epitalamico di Sappho (frg. ,•/ da Athen. XI, 475 A). 

\\r, 1) z;//';07iz; v.ìv •A.pxtr.p ì/.i/.: v.~'. . 
'K:az; 0' Vìi-i ó'a-'.v 9so?{ olvovo7)<yai. 
&r,voi ')' io a. ttzvt:; v.y.zyr^'.i t vjj^ov 
&%Xsi^ov, ipocTavTO '^è -■/.■i.-y.-i ìn'i.y. 

Tl"l VZ7/ip(;>. 

Dalla nostra scena di vufiao.Yu>Yia, come da quelle con la coppia nuziale ì~: tiiv 
z;ax;zv mi sembra risultare con evidenza che gli strumenti sacri recati processional- 
mente non possono esser posti in relazione con altro che con le cerimonie religiose celebrate 
all'ingresso Jella sposa nella nuova casa e nel talamo. Se consideriamo adunque la cerimo- 
nia lustrale dei /.xzxyjiu.x-x strettamente collegata al rituale degli zvz/.j;/.uz:r|;'.z, non 
possiamo connettere la presenza della cassetta rituale, nella nostra vena, al primo disvela- 
mento simbolico della sposa, che avveniva durante la <>'.{. r, ■■xy.'./.r, nella casa patema, ma 
lo dobbiamo riferire alla cerimonia degli zvz/.xAv-T-opiz nel talamo. Entrando la sposa nella 
nuova casa veniva forse rinnovata con una iuaiopojMje -spi tyiv ì~,-.\y.-i reo yx l aoyvTo; 
il sacro giuramento, e, dinanzi al talamo, 1] corteo si arrestava; avevano luogo allora quelle 
speciali suppliche che Himerius ricorda in una sua orazione di contenuto epitalamico I, ji : 
ttx; òs -%ò scùfòv ~i'i OzAzy.ov Tu' vii] v.x: "EptuTi /.x: I'ìveTaÌ'.i; -p07£'J^ot/.3tl . 7Ù 
y-ii TO^iiisiv :•.; tÌao; . tt) os oioóvai fiiov . toi; Ùl -suòiov vv/:iwv vévsTiv iva 
Tu vz'J.r.'.'.w /.pzTvipi ~ot£ ìtstl vr;;'))'.wv gtcgvo7)v t>v z'ytuy. £/. 

Nel talamo, alla luce delle òxòs; vrj.v./.zi. tenute dalla madre dello sposo, -1 svol- 
geva, prima degli z-zz/.z/.u-f/ip'-z, la vera cerimonia di icscOscpoi? dei z.ztz/ 'jVj.ztz per 
cacciare gli spiriti malefìci, e si libava a Tvche. ad Eros ed alle divinità della nascita, fra 
i canti epitalamici 1 2). 



I! nostro frammento di pittura vascolare è altresì importante per il periodo stilistico 
al quale appartiene. Esaminando ciò che rimane delia composizione della scena e lo stile 



11) Fritze, Die Rauchopfer bei den Griechen, dasi (oltre ai II. ce. di Hoch, Samter, Bi 

p. ;; e ss. J. Scheftelowitz, Dai Schlingen uml Xelzniotiz> in 

(2) Cfr. Briickner 11. ce. in 64 Winckelmann- Glauben utid Brauch der l'olker in Relig 
Programm zu Berlin, 11104 ed in .Uhm. Miti. Vers. u. Vorarb. MI. ; (1912 . p. ^j-^ - f Ramsav 
XVII (1907), p. Si ( ^, Per il perpetuarsi Ji que- in Annua/ Brii. School al Allieta, WIII uni- 
sti riti lustrali nelle cerimonie del matrimonio ve- 1912), p. si e s^. 



— 72 — 



figure rappresentai.-, riconosciamo subito una pittura vascolare attica a figure rosse 
dell'ultima fase dello stile severo. Intatti, per la composizione della scena, osserviamo come 
II- ligure siano'rappresentate ben distinte fra I e disposte sopra una medesima linea. 




Fift. !. - Va 



Museo di Bolngn 



Collo* i lo al centro la coppia nuziale, si può supporre che, per ragioni di simmetria, al 
e tre ligure rimaste al seguito degli sposi, un altro gruppo consimile di figure, 
lenti la coppia nuziale, vi corrispondesse nella parte mancante : forse qualche giovane 
o tibicine ed altri - ?.?<$:; jrpo-sjjncovTis indicanti VHymenaios i . 



(il Or. la kyllx di Berlino in Wiener Vorle- Museum in Murray, White Attienimi Vases 
geblMer 1888, Vili, 1; e la pisside del British tav. 20. 



— 73 — 

Fra tutti ì ceramisti, di quest'ultima fase dello stile severo, Lineili che la nostra pit- 
tura ci fa subito rammentare, in una prima disamina, sono Hieron e il suo collaboratore 
Makron. La scelta del tema, infatti, e il modo di aggruppamento dei personaggi richiamano 
le celebri ceramografie con il ratto di Elena, dipinte sullo skyphos Spinelli (i) e sulla kyli.x 
di Berlini i (2) ed anche quella, pine unta, con il ratto di Briseide, dipinta sopra un altro 
skyphos del Louvre, già della raccolta Campana (3). 

Lo schema di composizione, onde è ritratta la coppia nuziale sul nostro frammento 
di kyli.x, presenta molte analogie con il gruppo di Paride ed Elena, e particolarmente con 
quello di Agamennone e Briseide sulle ceramografi predette. Dello sposo che compie il 
gesto rituale del vsio l-l /.-/.z-m non si scoine, è vero, che" solo una porzione del braccio, 
della clamide, e la tra, rappresentata di prospetto: ma quel poco che rimane è 

piii che sufficiente per stabilire un confronto con la figura di Agamennone dello skyphos 
del Louvre. Il panneggiamento della clamide, sebbene meno movimentato, si presenta 
nella maniera di Hieron a larghe pieghe, terminate con una linea a zig-zag. Un'altra so- 
miglianza tecnica ritroviamo pure nel modo di indicale Li rotula del ginocchio e la taccia 
esterna della tibia nella gamba rappresentata di prospetto, in un movimento the con- 
trasta con le rimanenti parti del corpo. Nella figura della sposa, all'identità dei movimenti 
della persona Corrispondono pure, con la figura di Briseide, le forme del vestiario ed il 
modo con il quale questo è panneggiato. Particolarmente prediletto da Hieron è l'uso 
di far indossare alle sue figure muliebri I'himation a guisa di scialle, 1 cui lembi ante- 
riori scendono a stola, formando in basso un grazioso movimento di linee spezzate. Proprio 
di Hieron è quel singolare contrasto ti a il panneggio del chiton, a finissime pieghe, e 
quello dell' himation, a larghe laide, curveggianti per il movimento delle 

Le medesime Torme di vestiario, il medesimo trattamento nel panneggio, si 
trano nelle altre due figure muliebri: un peplo a finissime pieghe con ampio kolpos, scen- 
dente oltre il ginocchio, e con corto apoptygma; un himation, posto sul dorso a scialle, con 
pieghe larghe, ricadenti sul davanti a stola, limitate da linee parallele ed angola! 1 a zig-zag 
e terminanti in basso a punta. 

La figura con le 'ìzrh: -ìryy./.x\, pei il modo con il quale indossa I'himation ade- 
rente alla persona sul dorso e sul fianco panneggiato a larghe pieghe che seguono, 111 linee 

iate, il movimento delli 
di Eleusis nel celebre skyphos con la partenza di rrittolemo, considerato ira 1 1 
di Hiero 

(11 Furtwangler-Reichhold, Griech. l'asenmale- l'orli \. tav. ;: Reinach I 

rei, tav. LXXX\ Ba neister, Denkmaler, figu- Vi, tav. 19; Ga- 
i 1 701, ; Reinach, Rèp. ,/. vases, I, p. 

. irtwangler, Beschreibung dei Vasensamm- du Louvre, lì 14':: . p. [48. 

lung n. 22yi ; Arch. Zeit., 1S82, p. 3; Wiener (4) Montini. dell'Inst., voi. IX, tav. 4). 



— 74 - 

Anche nel fanciullo il costume di avvolgere il mantello alla persona, discostandolo 
dal seno con la destra, e stringendo al ti. meo sinistro la parte estrema aftinché non cada 
a terra, somiglia a quello degli efebi ammantati di Hieron, dipinti in una kylix di Mo- 
naco ( 1 1 e sopra un'altra kylix, ascritta all'officina di Hieron, del Museo di Boston u . E 
se poi scendiamo ai particolari del pannerò possiamo anche riscontrare quel caratteri- 
stici» nodo di pieghe, a spirale, che forma la stolta trattenuta dalla mano destra na- 
scosta i $). Le ultime figure, conservando il capo, ci permettono di determinare le propor- 
corrispondono perfettamente al canone di Hieron e di Brygos ed in generale 
all'ultima fase dello stile severo: figure dal corpo relativamente corto rispetto alle teste 
assai grosse (4). 

Le medesime caratteristiche di quest'ultima fase dello stile severo si hanno nelle ac- 
conciature delle chiome e nei piotili. Nel fanciullo la chioma ricciuta è resa a chiazze di 

nero più languido nella parte superiore ed ai lati dove appare meno folta, forse ad 
indicare il col >re biondo. 11 profilo del volto, con il naso relativamente sottile ed appun- 
tito, k- labbra alquanto sporgenti, l'occhio angolare, aperto sul davanti, ci trasporta già 
fuori dai profili rigidi e severi. Invece nelle due figure muliebri il disegno dell'occhio, del- 
l'orecchio ed i lineamenti del volto conservali" ancora una certa severità di forme. L'ac- 
conciatura della donzella che sedile la sposa, a doppia fila di riccioli che incorniciano in 
risalto la fronte, ricorre, analogamente indicata mediante punti rialzati con un tono di co- 
lme più nero e lucente, in figure di Brygos. Anche per la forma delle bende e per la 
maniera con la quale queste sono disposte intorno alle chiome non mancano esempì di ri- 
scontro in figure di Hieron e di Brv gos. 

In questo esame della composizione formale della scena e dei caratteri stilistici delle 

, sebbene abbiamo notato una maggior copia di elementi di confronto in opere di 

Hieron, siamo lungi però dal pensare che si pi issa con certezza attribuire alla stessa mano di 

Hieron la nostra pittura frammentaria; tuttavia si hanno buone ragioni per credere che 

sia opera, se non di Hieron, di qualche collaboratare od imitatore di quell'artista. 



Le scene di v'jv.'izyioyix, nei vasi a figure nere, riproducono, quasi costantemente, 
il momento in cui la sp<is.i viene condotta :-•. r/v aa:«';y.v nella nuova casa. La conce- 
zione della coppia nuziale all'inizio od alla fine dell' iytùv'n, aggruppata nell'atto rituale 
del -/:•.: liti «tapirw, è assai rara; solo con la pittura vascolare attica a figure rosse di 
pparizione, e la troviamo fusa con l'antica concezione della 

i rhard, Austri. Vasenbìlder, 280; Klein, (;i CI. Puttier, Calai, du Looure, p. 977. 

Meistersignattiren, p. 163. '4) Ct. Hartwig, Meisterschalen, pp. 

irch. Zeit., 1885, tav. iS e 19; Robinson, PuUier, Calai, du Louvre, p. 980. 
' a/al. 0/ I ases, p. 142, 



v , j{*.<p*Y u, Y'- 5! -~ ! Ty: .'' *jxx;xv in una «cena figurata sopra un frammento di kylix, a firma 
di Eup:: la colmata persiana dell'Acropoli, rappresentante le nozze 

e Tetide (i). » ema di composizione corrisponde perfettamen: che si 

riscontra nelle rappresentazioni mitiche di y.z-y.-.-r. e si 
mulare l'ipotesi che, sotto l'influenza di questo identico schema 
ritratta la coppia nuziale, Hieron abbia rapprese I * 
Agamennone nell'att .- . :-m Briseid 

del Museo Britannico e secondo la versione omerica. Non ha intatti p _ interve- 

nire la : • -.:r,-j,-r:. figurata, neiriyiùyTj nuziale, 

la quale è invece indispensabile nelle scene di vjiAOxvwyìz ì—\ tw xasc^aev. 

Tale schema di e i pompa nuziale grave e solenne, ad I pittura 

•■ :a a figure n mpare nelle rappresentazioni di vju.ozyo>ytx 

del per n&W Hymenaìos . 

citaredi od auleti. Similmente nelle ierogamie reali o simboliche di Dionysos e di Arianna 

te diventa vivace e sbr:_ ito, sotto l'influenza del thiasos bacc 2 . 

Antonio Minto. 



.... 
982. . .XX), p. -.• 



APPENDICE 



V ■; Vi', eo archeologico di Firenze si conserva un nucleo cospicui) di vasi yreci di- 
pinti appartenenti alla ricca collezione archeologica del Marchese Campana, le cui disicela 
membra si trovano disperse pei molti musei d'Europa. 

Dalle ricerche di Salomone Reinach (i), intorno alle vicende di quella celebre rac- 
,ii. ip| ne il Governo di Francia, dopo la vendita del primo lotto al- 

PErmil |uistato tutta la collezione rimasta a Roma, questa non passò in 

Francia per intero. Una serie abbastanza ricca di vasi greci tu acquistata nel 1863 dal 
Go rno belga per il Museo di Bruxelles (2) ; e numerosi frammenti di ceramiche greche 
limasti ammucchiati nelle soffitte del Monte di Pietà e solo nel 1871, per opera di 
Gian Francesco Gamurrini (3) poterono esser posti in luce: e mentre gran parte di questi 
furono dal Gamurrini acquistati per il primo musco archeologico fiorentino che andava 
allora raccogliendosi nel Cenacolo di Foligno, i rimasugli passavano ai musei comunali 
di Roma. 

Per la collezione dei vasi dipinti del vecchio museo Campana, fatta eccezione del 

nucleo dell' Ermitage (4), possediamo degli elenchi abbastanza completi, grazie alle preziose 

e diligenti ricerche di S. Reinach, di E. Pottier (5), di M. Besnier (6), di Fr. Cumonl 7). 

Solo pei la raccolta fiorentina e per i rimasugli dei musei comunali di Roma poco nulla 

osce. 

He\ demann, illustrando 1 cimelii della Galleria dei vasi del primo museo fiorentino, 
indica come provenienti dalla raccolta Campana un numero di vasi che in realtà non ne 

ngono (8). lenendo conto dei vecchi cartellini, dai quali sono contrassegnati, 1 vasi ri- 



fi) S. Reinach, Esqnisse d' 'une histoire de la Col- notizie sulla provenienza fornisce pure lo Stephani 

lection Campana in Revue arch., 10.04. II, P- '79 in Die Vasensamml. des kais. Ermitage (intro- 

ig . I, p. 208 e S4ì. duzione, p. 63 e ss.). 
(2) S. Reinach, I. e. in Revue arch., 1905, I, (5) I . Pottier, Calai, des Vases du Louvre, I. 

p. 3,2 e ss.. intmJ. p. 63 e ss.). 

, 1 Gamurrini, Nota ili alcuni doni falli (6) M. Besnier, La colteci. Campana ci ics mu- 
dila città di Arezzo, 1910, p. 45. nota 1 : S. Rei- sées de Province in Revue ardi., 1906, p. 30. 42?. 
nach, I. e. in Revue arch., igo^, I, p. 54'' e ss. ; (7) s, Reinach, I. e. in Revue arch., 1905, I, 
1905, II, p. 162. p. (52 e ss. 

Il Guèdeonou tt Ics objels d'ari (8) Heydemann, .UHI. aus de» Antiken-samm- 

acqui s par le Musèe imperiai de l' 'Ermitage, i.Sftn lungen in Ober - und - Millelilalien in Hallisch 

non riproduce alcun elenco particolareggiato; e scarse Winckelmannsprogr., 1879, p. 84 e ss. 



— 77 — 

composti dal restauratore Franceschi, con i frammenti acquistati dal Gamurrini, sommano 
appena a poco più di una trentina, e tale è il numero che risulta dai vecchi elenchi del 
museo archeologico della Crocetta, mancando quelli del primo museo raccolto nel Cenacolo 
di Foligno. Nel catalogo, che si sta preparando, dei vasi delle colle/ioni fiorentine, per tutte 
le raccolte, e così pure per questa del fondo Campana, si è tenuto conto dei vecchi nu- 
meri d'inventario; sicché questa potrà essere ben individuata e distinta dalle altre e so- 
prattutto da quella del vecchi' gli Uffizi. Saranno inoltre inclusi in detto catalogo 
anche i frammenti di vasi attici, a ligure nere ed a figure rosse, alcuni dei quali, assai 
triti per il soggetto e per lo stile, non hanno potuto essere ricomposti che parzial- 
mente. Sopra questa serie di frammenti fissai, due anni or sono, l'attenzione, proponendo al 
compianto prof. Milani che ne foss< ti : primo elenco scientifico e ne fossero ese- 
guite delle riproduzioni fotografiche per poter iniziare una prima ricerca nelle i 
francesi allo scopo di verificare se in realtà, come a me sembra, una parte di questi tram- 
menti possa integrare qualche pittura vascolare importante per lo stile e per il soggetto. 
Confido che questo lavoro possa essere ora compiuto, sotto il ninno direttore del museo 
fiorentino, dott. L. Pernier, con l'ausilio benevolo di qualche illustre collega d'oltralpe: si 
guadagneranno, sono certo, la riconoscenza degli studiosi. Ai quali offro intanto un saggio 
di detti frammenti per mezzo della tavola V che qui si pubblica e che è anche un saggio di 
i diretta a colori, eseguita col metodo particolare dell' ing. Arturo Alinari di Firenze. 
Vi si veggono riprodotti, oltre al frammento che è stato obbietto del precedente mio 
studio, anche due frammenti di vasi a figure nere: nell'uno dei quali è una rappresenta- 
zione vi\ • lata nella tavola) di Hephaistos ricondotto in Olimpo da Baa 
zione AIONV[(7o;] i, nell'altro è figurato Herakles che uccide l'Amazone. La nostra tavola 
permette di conoscere lo stile ed i colori delle pitture e della terracotta quasi come davanti 
ai frammenti stessi. 

A. M. 



LA CORSA DI ATALANTE E HIPPOMEXES 
FIGVRATA IN A.LCVNI OGGETTI ANTICHI 



Il Robert (i), illustrando la scena dipinta in stile polignoteo sopra un cratere del Museo 
di Bologna (2), nella quale intrawide i preparativi della celebre gara di Atalante e Hip- 
pomenes, tentò, con l'acuta indagine delle fonti seriori, la ricostruzione di questa leggenda, 
quale doveva essere nelle Ehoiai esiodee. La geniale ricostruzione del Robert è stata ora 
pienamente confermata dal frammento di una Ehoia, contenuta in un papiro di Oxyrhyn- 
chos, recentemente scoperto e posto in luce dal Vitelli (3). 

La versione della leggenda della corsa di Atalante, nelle fonti letterarie più tarde, ri- 
specchia abbastanza fedelmente quella delle Ehoiai esiodee, salvo alcune infiltrazioni, do- 
vute ai ricami della poesia ellenistica, ed allo scambio antichissimo nella letteratura delle 
diverse figure di Atalante : l'eroina della caccia calidonia, la competitrice di Peleo nei giochi 
funebri in onore di Pelias, la corridrice con i pretendenti alle nozze (4) 

L' Atalante della leggenda arcadica è una vera seguace di Artemis, una ipostasi della 
dea, come Kyrene e Kallisto (5): to^o'ti?, caccia per le selve; vergine, per la sua origine 
divina disdegna ogni connubio con mortali. L'Atalante figlia di Schoineus, vergine, ma 
imposizione di un oracolo divino (6), veloce nella corsa (-oo\ux.7Ì; \V 'AtxWvt-oi sfida ad 
una gara i pretendenti, nella quale è pena al soccombente la morte, premio al vincitore le 
nozze. Atalante Spo(x<x£a, che corre con i pretendenti alle nozze, non è che una deriva- 
zione specificata della vergine cacciatrice, seguace di Artemis: la verginità della figlia di 
Schoineus imposta dal nume, l'intervento di Aphrodite che dà ad Hippomenes 1 tre jrpu'ffsa 
■i.r'f.y., mediante 1 quali egli riesce a vincere la corsa, sono tutti elementi che vengono ad 
umanizzare il tipo dell'eroina atletica. 



(1) Robert in Hermes, XXII, p. 44WS4- De Atalanta, Berlin. Diss. 1885; Robert, l ... 

(2) Brizio in Musco Italiano dì Antichità clas- Eitrem inPhilologus, LVII1 ( 1899), p. 464; Schirmer 
Voi. Il, tav. Il, A. B. ; Pellegrini, Catalogo in Roscher, Lexikon, I, p. 66, e ss.; Escher in 

liei vasi greci dipinti nelle necropoli felsinee, Pauly-Wissowa, Real-Encyclopàdie, ll,p. iSopess 

p. 142, n. 300: Reinach, Reperì, d, ,I,i 522. (5) Studniczka, Kyrene, p. 145 ; Escher in Pauly- 

(3) Vitelli in Papiri greci e latini della Società Wissowa, I. cit., p. 1892. 

Italiana, Voi. Il, p. 45, frg. 130. (6) Robert, 1. e. p. 449 e s. ; Vitelli, I. e. (Com- 

lasi per la letteratura del mito: lmmerwahr, ment al frg. 130). p. 47- 



— 70 — 

La figura di Atalante operaia, vinta da Hippomenes, si fonde, nella più antica let- 
teratura greca, con quella arcadica ; ad Hippomenes, amante e vincitore della corsa, si so- 
stituisce talvolta Meilanion (i), compagno di Atalante nella caccia al cinghiale, ed il mitico 
episodio viene localizzato ora nella Beozia o nella Megaride, ora nel Peloponneso (2). 

Nell'arte invece queste varie figure di Atalante sono meglio distinte, perchè concepite 
sotto il riflesso di un determinato episodio. 

L'Atalante arcadica è generalmente rappresentata come la dea cacciatile: vestita del 
corto chitone, armata dell'arco, con la faretra sulle spalle, ed ì'/vjtz IX0C90U vifJpo'v, come è 
descritta da Pausania, accanto a Meilanion, nella scena figurata sull'arca di Kypselos (3). 
Ma accanto a questo tipo di Atalante to;gti; (del quale sarebbe lungo anche il semplice- 
elenco degli esempi figurati, dalla più arcaica pittura vascolare greca ai tardi rilievi dei 
sarcofagi romani) (4) abbiamo un tipo più particolarmente atletico dell'eroina arcadica: Ata- 
lante lottatrice in gara con l'eleo. Con le chiome ora fluenti, ora raccolte, vestita di un 
lesero y.T('jvi7/.o; i;cja{; o di un semplice ~ip ; .'\»<t.x ai fianchi, talora nell'atto di pre- 
parazione alla gara, completamente ignuda, la figura di Atalante in lotta con Peleo rap- 
presenta nell'arte il tipo atletico eroicizzato della virago lottatrice nella palestra (5). 

La legenda della figlia di Schoineus in gara con Hippomenes ha offerto all'arte 
un'altra virtù specifica dell'eroina cacciatrice: Atalante Sposata. Ma disgraziatamente di 
questa figura di Atalante corridrice non è pervenuta a noi alcuna rappresentazione sicura 
nei monumenti greci della pittura e della plastica. 

Nel cratere di Bologna, Atalante e Hippomenes si preparano alla gara. Mentre il gio- 
vane pretendente e rivale, deposta la clamide, è intento a detergersi dall'olio con lo stri- 
glie, come un efebo della palestra, Atalante, accanto ad un piccolo Xourpo'v, interamente 
ignuda, meno i sandali di stoffa, con le braccia alzate si avvolge i capelli in una larga 
benda. Questo tipo di Atalante, ignuda, che si prepara alla gara, si contonde con le altre 



(1) Apollod. Ili, 9, 2: Hubert, I. e, p. 447: lante e accoppiata a Meilanion, dietro .1 Meleagro 
Vt-Jasi inullre «Hippomenes» in Roscher's Lexi- e Peleo. 

/~i>u, I, 2688 (Stulli ed in Pauly-Wissowa, VII, 14) VeJ.isi l'elenco dei monumenti figurati in 

1887 (Eitrem) ; «Meilanion» in Roscher'i Lexi- Roscher's Lexikon, I, 665, ed in Pau/y Wissowa, 

kon, II. 21Ì7 (Escher). Il, 1894; per i rilievi dei sarcofagi ili. Robert, 

(2) Pfister, Dei Reliquìenkuli ini Alter tum, in Die antiken Sarkophag-Kelie/s, III. 2. p. 268. 
Religionsgeschichtliche Versuche u. ì'orarbeilen, (5) Mailer Walter A.. Kackiheit und EntblSs- 
V. 1. p. |6 e s. sung, p. 14S. 156 e ss. Per l'elenco dei monu- 

(5) Paus. V, 19, i\ Stuarl lones in Joum. 0/ menti figurati vedasi s. v. Peleus» in '• 

//ri/. Si., 1894, p. 75. È difficile stabilire se questa Lexikon, 111, [839 e ss. ; vedansi inoltre le osser- 

veli,! figurata sulla cassa di Kypselos rappresen- vazioni tipologiche del FurtwSngler sopra l'Ata- 

tasse l'episodi" della corsa o quello della caccia lante ignuda che si prepara alla lotta, ini 

calidonia; nella scena della caccia al cinghiale, pasta vitrea della coli. Lippert {Die antiken Geni- 

figurata sul piede del celebre vaso Franjois, Ala- men, III, p. 1.S1 : v, ile. nota 1). 



— 8,1 — 

figure dell'eroina ignuda, che sta facendo il bagno o completando il suo assettamento, prima 
di entrare in lotta con Peleo 1 1 . 

Ma se l'arte ha ritratto dalla vita palestritica ed agonistica la figura di Atalante in 
lotta con Peleo, ignuda nei preparativi alla gara, ricoperta di corto chitone o di un breve 

-izi'wj.x durante la lotta; similmente al medesimo repertorio di figurazioni deve essere 
ricorsa per esprimere l'eroina corridrice nella gara con Hippomenes. 

Nel frammento della Ehoia esiodea, quando la vergine figlia di Schoineus fa la sua 
apparizione per assistere al patto, dinanzi al padre, al pretendente ed alla folla che si 
aduna silenziosa ammirando la sua bellezza e gagliardia, è descritta vestita del chitone 
che la -v/.r] £s^upoio agita e distende attorno al molle petto (2): Atalante doveva avere 
già compiuto il suo allestimento per la gara, e non ignuda adunque, come ha sostenuto 
il Robert (3), ma vestita di chitone si apprestava al cimento. 

11 pensiero corre subito alle fanciulle, descritteci da Pausania (V, 16, 2), che . 
giavano nella corsa ad Olimpia, durante le teste di Hera: per rendere liberi i movimenti del 
corpo esse erano vestite di un corto chitone, che giungeva appena tino al ginocchio, e che, 
slacciato sulla spalla, scopriva una parte del seno. Un magnifico esemplare di questo tipo 
classico di donzella corridrice è offerto da una statua marmorea della Galleria dei Cande- 
labri al Vaticano (4Ì, intorno alla quale fu espressa recentemente da Alessandro Della 
Seta (5) una ipotesi molto ardita, ma altrettanto ingegnosa: egli scorge rappresentato, nei 
movimenti della donzella, non la partenza o l'arrivo, ma un improw 

la fanciulla, con la testa abbassata, vede a terra qualche cosa che richiama improvvisa- 
mente tutta la sua attenzione. Pensa egli quindi ad Atalante che si arresta per raccogliere 
i yzjitx v.v-2 di Aphrodite, lasciati cadere da Hippomenes, durante la t 

Le osservazioni del Della Seta sono molto persuasive rispetto alla interpretazione dei 
movimenti della fanciulla. La congettura per"' che la palma, i albero, 

sia una aggiunta del copista ignaro del primitivo soggetto, mi sembra, per quanto . 



(1) Cfr. la scena dipinta nel centro di una kylix (2) Cfr. Vitelli, 1. cit. frg. 130. v. , e >~. : / 

a f, r. della Bibl. Nation. di Parigi (Luynes, 750): Carmina f/?sacn 3 J, Addenda, p. 269. \. = 

Lenormant in Gas. archiol., 1880, p. 93 e s. ; (3) Il Robert basandosi sul \ gna e 

Babelon, Cabinet des Antiques, p. ;; e-, uv. iS): sulle parole dello scolio Townl. .1 '1' I 

l 'e RiJJer, 1 1 peints, p. 4S2. n. Sii : 2 . |-.-. ' \n/.«:;, ha 

Vedasi inoltre la figura di Atalante incisa sulla sostenuto che nelle Ehoiai Atalante fosse rappre- 

pasta vitrea della collezione Lippert (Furtwangler, sentala nuda nelle corsa: cfr. Vitelli in Comm. 

Die antiken Gemuteti, 1, tav. XVI, n. 2-. p. 71; frg. 130, p. 4^, nota 3. 

Ili, p. 181) ricavata da una composizione più (4) Helbig, F&hrer durch die Sammltmgen in 

ampia, comprendente la figura di Peleo che. come Rom, 1012. p. 254 e >s. : Walter A. Milller, 1. e 
Atalante, si prepara alla lotta (cfr. Overbeck, .' 

Bildzierke zum Thebischen und Troischen Helden- (5) A. Della Seta in Ausonia, Vili 11913), p. 1 
kreis, tav. Vili, n. 2 e 3). 



- M 

bik-, assai ardua a sostenersi. Ad ogni mo anche tale congettura, non riu- 

scirebbe ben chiara e determinata la artistica di una figura di Atalante 

che arresta la sua corsa, con un movimento cosi istantaneo, alla vista degli iy/.zz òwpx 
di Aphrodite, senza l'interventi ale, che, gettandoli a terra ed invitandola 

a coglierli, ha provocato queir impn Ila corsa. L'artt- i ere con- 

cepito dissociate le due figure di Atalante ed Hippomenes nell'episodio culminante della 
gara 1 1 1. 

classica, monumenti diretti e sicuri (2) che ritraggano 1 
; nell'episodio della corsa, ma vi so ia tarde figurazioni dell'arte industriale 

, alcune delle quali conservano, nella loro rozzezza, un sapore tutto classico di corn- 
ine, e perciò mi sembrano degne di esse: prese in esame. 

Due vii queste scene figurate con la gara di Atalante ed lli|[ no già edite; 

ma vedo, con mia sorpresa, che furono trascurate dagli eruditi nell'elenco delle fonti mo- 
numentali di questo mitico e] 

l.a prima ricorre graffita sopì a una coppa vitrea del Museo di Reims e proviene da 
una tomba romana, della line del III secolo d. C, scoperta nelle vicinanze di quella città 
(scavi Orblin, 1896 3 . 

La seconda è espressa in rilievo sopra due frammenti di un medaglione fittile della 
raccolta Morgan, che serviva di decorazione ad un urceus romano, del ll-ni secolo d C 



( 1) Classificar I 
tana nella cerchia delle opere giovanili di Vlirone, 
il bella Seta pone in rilievo il confronto, die egli 

per analogia di movimeli' 
del celebre gruppo mironiano. Ma il movimento 
istantane che arresta la sua danza e si 

gottito, fissando a terra la doppia tibia, 
potrebbe essere concepito isolato, senza la presenza 
di Athena che. gettai 

I 
lescrizione franimeli; 

-va nella Ehoia (v. 54-471. assistiamo ad 

trasto assai movimentato fra 1 due eroi: 

Hippomenes cerca di persuadere la figlia di Schoi- 

• ne i doni di \. 
cadere ad intervalli sul Soójio: 1 tre 

della don- 
zella, la prende, >>gni volta, pi 
mente li indo di raggiungere il 
rivale che a\ 11 più verso la 
ntorno al gr .; 
dal Montfaucon per Atalante ed Hippo- 



menes 11: .1 . Sitpft/., I, tav. 45 

Reinach, Reperì, de la stai., I, p. 478. ;)■ In una 

kotyle .1 fig. rosse del Britisl VI I Walters 

■ Atalante che offre 1 Hippo- 
menes \ : '■ 

'tery, II, p. 141, 4). Incerta è in 
mitico di Atalante ( 
della scena figurata sopra un dipinto pompeiano 
, Le pittura campane, 1 1 -• : 
. \ 5 2 ; Pel 
Inst., XIV (1899), p, mi esc ; Hermann, Denkm. 
der Milititi dei . Illerlums, tavv. 18 

(j) Cfr. Calai, chi Musée Arch. de Reims, pa- 
1 iv. II. n. 2281 ; Kisa, - ; 
ttitinii, II, p. b. /■' Vet 

Romain, p. 239. ' 
nenti di medaglione fittile 

1 . iu, tanno parte 

: . 94 ; idem, in Ca 
XIV, 1889-90). p. 56; J. Déchelette, Lei 



— 82 — 



A queste figurazioni sono lieto di aggiungerne una terza, che t'orma il soggetto prin- 
cipale di questa mia breve nota, e che si può quasi dire sconosciuta (i); essa è granita 
sopra un calice di vetro incolore, che si conserva nella colle/ione Tempie Leader (ora Lord 
Westbury) al Castello di Vincigliata presso Firenze tv. i nuovi disegni nelle ligure i e 2). 

La scena figurata in rilievo sul medaglione fittile della collezione Morgan è per noi 
meno interessante, perchè riproduce l'epilogo della gara di Atalante ed Hippomenes; men- 
tre la figurazione granita sopra 1 due vasi di vetro di Reims e di Vincigliata presenta i 
due eroi nel momento culminante della coi sa. 

Il calice di vetro di Vincigliata (alt. m. 0,247; diam. 
del labbro 0,145) fu scoperto in frammenti nelle vicinanze 
di Vada, nell'alta Maremma Toscana, ed acquistato parecchi 
anni fa da Si i Tempie Leadei per la sua raccolta. Esso 
appai tiene a quella serie tipica in torma di tronco di cono (2), 
cara ai vetrai romani dell' Impero e che si trova diffusa 
ovunque, dall'Egitto alla Gallia renana, ed i cui prototipi 
fìttili furono recentemente intravveduti dal Thiersch (3) 
nelle caratteristiche tazze cretesi di Gournia. 

La figurazione è incisa con una tecnica assai rozza. 
1 contorni dei corpi, i particolari anatomici sono resi a doppia 
linea incisa a punta di diamante, e similmente, con tratteggi 
di linee incise e parallele, è rilevato il vestiario: cosi la su- 
perficie occupata dalle figure si solleva dal fondo ed il fìnto 
rilievo viene ad accentuarsi in alcune parti più prominenti, 
rese a superficie rugosa, con altri tratteggi di linee a zigzag, 
a punta di diamanti- e con pietra di smeriglio. Esaminando 
accuratamente le figure, sotto la mano rozza e male adde- 
strata del diairetarius provinciale del medio impero, vi si 

riconosce un disegno veramente classico nella concezione dei movimenti del corpo. Di questi 
vasi di vetro incisi, con figurazioni di soggetto mitologico, abbiamo numerosi altri esemplari, 
scoperti sulle rive del Reno e nelle fiandre, graffiti anche più rozzamente del nostro, ma 
prettamente classici nella composizione delle scene rappresentate ; le iscrizioni in greco, indi- 










1 imioues fnrs de la Caule romaine, 11. 
p. 279-281. n. So; Birch-Walters, Hislory 
cient Pollery, II, 532, iìk- 228. Un terzo fram- 
mento isolato rinvenuto nel territorio Ji Vienne, 
appartiene alla collezione L. Chaumartin : Cfr. De- 



in Revue épigt ., V . p. 54 C. 
11 Leadei Scott, l'h t - cosile 01 Vincigliata, 
p. 150, tìg. 40. 
12) Kisa, 1. «.-. III. Formentafel, <ì 4 i; 

hiersch, Kretische Hornbecker in Jahres- 



chelette, I. e, II, "Appendice) p. 346; Héron de he/ledei Ssterr. arch. hist., XVI 1014», P- 78-85. 



- 83 - 

canti i personaggi figurati, richiamano ai prodotti del tardo ellenismo ed ai commerci fio- 
renti con l'Oriente, nel [Il e IV secolo dell' Imponi Romano (i). 

La scena figurata occupa, tutto all' intorno, una larga /.una mediana del nostro calice 
vitreo, limitata superiormente da una decora/ione a graffiti, con il motivo assai comune 
della spina di pesce, ed inferiormente da una breve zona di listelli verticali e paralleli. 

Atalante e Hippomenes sono rappresentati incorsa: precede Hippomenes (UIUOMENHC) 
che, a quanto si può comprendere, per la rottura di gran parte del corpo, è figurato 
ignudo, eccettuati i cai/ari (IvSpoi/.ràs;) che arrivano quasi a metà della gamba ; l'eroe non 
si presenta tranquilli!, ma mentre, preoccupato della meta, concentra tutte le sue forze per 
avanzare, si volge con il capo all' indietro, verso la sua formidabile avversaria, quasi per 
rivolgerle la parola, spiare i suoi atteggiamenti, constatare la distanza che da essa lo di- 




,_Fig. 2. — Incisioni sul vaso predetto 



Calante (ATAA..TH)lo insegue da vicino, vestita di un chitone assai erto, che [e 
ricopre appena i fianchi, e che, slacciato dalla spalla destra, sembra solo fissato su quella 
sinistra; ha i piedi e le gambe, fino al polpaccio, calzate di bàpoaiSe?. La testa i la 
parte sinistra del corpo disgraziatamente mancano; ma la direzione dello sguardo, si può 
facilmente indovinare rivolta verso il giovane pretendente, che essa cerca di raggiungere 
e di colpire, con una spada sguainata e fortemente impugnata nella destra. 

Una corona con rami intrecciati, forse di Limo (la rottura ne impedisce I' identifica- 
zione divide i due competitori; il paesaggio dove Li scena si svolge è indicato da un 



(i) Cfr. Mowat in kevue archi 

p. 254 e s. ; p. ;>;,, ,■ s. 



Il , 'i Kisa .. IL i 1 . 654 l- ss. ; Morin, I. 



- 84 - 

arboscello sul terreno accidentato del -ìcv/.o; spuntano delle pianticelle, assai 

stilizzate, che ne completano la vegetazione. 

Si potrebbero ricordare numerosi esempi di analoghe composizioni, particolarmente ricor- 
rendo alla pittura vascolare greca, esibenti due figure in corsa, in cui quella che precede volge 
il capo indietro per spiare la posizione dell'altra che la insegue (i). Questo movimento del 
capo in Hippomenes è giustamente determinato dalla paura che gli incute la sua competitive. 

Nel frammento della Ehoia esiodea (v. 29-35), Atalante è descritta nell'atto in cui 
sta per slanciarsi nella corsa, mentre Hippomenes, che sa in pericolo la propria vita, ri- 
corre ad ingannevoli parole per convincere la bella figlia di Schoineus ad accettare i pre- 
ziosi doni di Aphrodite. 

Ma vi è, nella figurazione incisa sul nostro calice, qualche cosa di più, che giustifica 
il volger del capo in Hippomenes ed il desiderio di raggiungere veloce la meta: Ai 
insegue armata di spaJa il giovane pretendente e rivale. 

Nel frammento della Ehoia mancano, disgraziatamente, i versi nei quali il padre 
Schoineus segnava nel patto la sorte del pretendente, se fosse stati 1 vinto dalla donzella. 
Vi sono tuttavia alcuni accenni (v. 33 -spi i]w£yì;), particolarmente, alla fine della 
quando il giovane sta per raggiungere la meta, gettando a terra il terzo pomo, (v. 47, 
<tùm TÙi é^éaiuvev Qa'vocfov x,al /.\r,?z [le'Xaivav.]). 

Ma in Apollodoro (III, 9, 2), in Igino (fab. 185 ed. Bunte), e nell' Interpola/or Servii 
[Com. in Verg. Aen. Ili in — ed. Tkilo-Hagen I, 363, 3-16), si parla chiaramente di 
Vtalante armata che uccideva i pretendenti, che soccombevano nella corsa. In Igino anzi è 
indicata anche l'arnia e le modalità dell'uccisione, secondo il patto stabilito da Schoineus: 
« Itaque cum a compluribus in coniugium peteretur, paia eius simultatem constila it, qui 
i t 7>i! ducere velici, prius in certamine, cursu cum ea contenderei, termino constitelo, ut 
i/le inerntis fugeret, haec cum telo insequerelur ; quem intra finem termini consecula fuis- 
set, interficeret, cuius input in stadio figeret •>. 

Non vi ha dubbio quindi che Atalante del vaso di Vincigliata si palesa la donna 
y.'i.iu.v/'y't n-rop ì'/o'j7z (2) non solo nel ritintale i doni di Aphrodite, ma anche nell'uc- 
cidere i pretendenti vinti nella corsa. 

Assai strette affinità di composi/ione con la scena del nostro vaso oltre, nonostante la 
diversità del soggetto, la coppa vitrea del Museo di Colonia (3) rappresentante Hypermnestra 
che insegne annata l.vnkeus, sebbene in essa la presenza di Pothos indichi chiaramente 
che ben presto al fuion.' subentrerà, nell'animo della Danaide, l'amore per l'inseguito. 

|i) Per scene generiche cfr. E, Norman < i.irJi- Kephalos; Borea ed Oreithyia ; Peleo e Tetide ecc 

ner, Greek alhletic Sporti and Feshvals, p. 288, (21 Vitelli, I. e, frg. ijo, v. 54 mota): cfr. OviJ. 

fig. 56; p. 2S1). fig. <;;. Si può tuttavia riscontrare Wet, 572 - imtnitis ». 

il medesimo movimento in scene particolari di figure (\) Ki-a, /'.;* Glas in Alterlum, II. p. 501, 

fuggenti ed inseguite quali per esempio Eos e tìg. 246 e p. 658. 



- 8s - 




. 



Ben differente è invece la rozza e schematica figurazione della gara di Atalante, espressa 

sopra la coppa vitrea di Reims (fig. 3): Atalante è, si, Ci :pita con la destra annata di 

spada, ma è ritratta nel momento in cui, riconoscendosi vinta, stende le braccia verso il 
suo avversario, trasformato da Hippomenes 
in Hippomedon, come in uno scolio di 
Apollonio Rodio 1 1 ). [ due competitori av- 
volti in ampii mantelli, hanno perduto quel 
tipo classico che conservano invece nella 
figurazione del vetro di Vincigliata. 

L'abito di Atalante che insegue ar- 
mata Hippomenes non poteva concepirsi 
che su quello tipico dell'Amazone combat- 
tente. Ben si addice ad Atalante, come 
alle Amazoni, il corto chitone che lascia, per la libertà dei movimenti, scoperta la parte 
destra del seno, e bene si addicono gli alti calzari : così in questa gara di corsa annata il tipo 
di Atalante òpou.xlx si tonde con quello di Atalante to;o't'.; della leggenda arcadica. 

Il tipo classico delle Amazoni, ferite 
vinte, di Fidia, di Policleto, di Cresilas, 
si perpetua nella figura di Atalante, ri- 
tratta in rilievo sul medaglione fittile della 
raccolta Morgan. Vestita del chitoniskoi 
exomis che, slacciato sulla spalla, le disco- 
pre la mammella destra, essa rivolge lo 
sguardo verso il suo vincitore e sta per 
indirizzargli la parola, tenendo l'indice della 
mano sinistra alla bocca, mentre con la 
destra sostiene uno dei pomi fatali che essa 
ha raccolto nel fysóao;. L'eroe (2), con la 
palma della vittoria nella sinistra, è figurato 
ignudo nell'atto di cingersi il capo con no 
ramo di alloro, mentre volge lo sgu 
verso Atalante (3). Questa figura di Hip- 
pomenes vincitore non è che la traduzione 
di un tipo statuario assai comune, quello cioè del palestrita /.-/.».■. vt/.o; : richiama intatti 







Medaglione Ji terracotta. 



i. -01,; ,!i Zwicker in Paitly-ÌVis 
wwa, s. \-. Hippomedon, Vili. iXSj, 7; Gruppe 
Gr, Myth., 83, 1. 



1 z) Neil' is< rizione egli è inJic.it" 
Hippomedon come sul vaso Ji Reims. 
|j) Alle due figure Ji Atalante e Min 



— 86 — 

subito il nostro pensiero alle statue degli atleti vincitori, poste negli intercolumni delle Pa- 
lestre, rappresentate in rilievo sulle terrecotte Campana 1 1 . 

Nella parte superiore del medaglione si leggono i tre esametri seguenti: 

•■ Respicit ad malum pemicibus ignea plantis 
" Quae prò dote parai moriem quicunque fugaci 
« Velox in air sii cessasset virgine risa. 

Questi versi, come giustamente osservò il Froehner (2), si applicano bene ad Atalante, 
ma non hanno alcun rapporto con la situazione. Presuppongono invece l'esistenza di un'opera 
d'arte che rappresentava Atalante, vinta, nell'atto di contemplare gli x-f >.-/.£ $<3pa di Aphro- 
dite. Aggiungono poi alla tradizione letteraria una versione nuova, della quale non ci è 
dato di cogliere la fonte: I pretendenti, che gareggiavano con la bella figlia di Scboineus, 
perdevano la gara, non tanto per abilità di lei nella corsa, ma perchè si arrestavano a 
contemplare la sua bellezza. 

Hippomenes vincitore, sicuro ora della propria vita, contempla la bella vergine che, 
secondo il patto, è divenuta sua sposa. 

WTONio Minto. 



rappresentate nel centro del medaglione, fanno ri- con sopra i premi per il vincitore della «ara (cfr. 

scontro ai lati la figura di Schoeneus, padre di Ata- E. Norman Gardiner, 1. e, p. 208, tig. 2701. 
Lini., ed una figura muliebre, personificazione della (i)Cfr. Rohden, in Die antiken Terracotten, 

Palestra (cfr. Hiifer in Roscher's Lexikon, III, IV, 2, tav. LXXI, 1 ; tav. CXL1I, 2; tav. CXLIII, 

p. 1263) seduta sopra un rialto roccioso, laureata, i, ?. 

e tenente con la destra una palma : sopra le figure (2) Cfr. Froehner in Gazette arckéol., XIV . 

dei due eroi vi e rappresentata una piccola tavola p. 60. 



DIVNA LEGGIADRA FIGVRINA IX BRONZO 

(Tav. VI) 



A Montegabbione, nel circondario di Orvieto, un operaio del Comune, praticando uno 
scasso per una fognatura urbana in Via Bersaglieri, scopri, alla profondità di ni. o,8o, una 
gentile figurina in bronzo, che si potè fortunatamente ricuperare per le collezioni del R. Museo 
Archeologico di Firenze. 

Dopo un accurato ripulimento, al bulino, da grosse subolliture ed efflorescenze che ne 
avevano alquanto alterata la superficie intaccando la patina olivastra del tondo con chiazze 
rosse di sottossido e nere di protossido, è apparsa subito nel piccolo bronzo una delicata e 
fine esecuzione ed una purezza nativa di stile che ci permettono di ammirare per suo mezzo 
i pregi non comuni dell'opera originale donde il bronzetti) stesso deriva (tav. VI). 

La statuetta, alta m. 0,113, rappresenta una giovane donna, indossante un peplo do- 
rico, con apoptygma. h concepita con la gamba destra alquanto protesa, in atto di avan- 
zare lentamente, e con la testa leggermente inchinata. Il volto è assai danneggiato, pei la 
corrosione della guancia destra, della punta del naso e del labbro interiore ; gli occhi erano 
cerchiati in argento, ma di questi cerchietti indicanti la pupilla si conserva soltanto quello 
dell'occhio sinistro, essendo l'altro scomparso. La massa bipartita dei capelli incornicia la 
fronte, alquanto in basso, con ondulazioni flessuose, e s' ingrossa gradualmente alle tempia, 
nascondendo la parte superiore degli orecchi ; dietro gli orecchi, due trecce scendono a 
spira, da una parte e dall'altra, sulle spalle, mentre l'intera massa si raccoglie sulla nuca 
formandovi una grossa crocchia. 

Il lato destri 1 del corpo è assai danneggiato, e, solo dopo un diligente esame, si pos- 
sono intravedere i punti di contatto del braccio destro mancante, che, saldato a parte alla 
spalla, scendeva aderente al corpo, e, piegato leggermente al gomito, era proteso un po' 
all' innanzi : la figura doveva torse sostenere con la destra qualche ogg tto. Ben conser- 
vato è invece il braccio sinistro, ripiegato al gomito ad angolo retto, la mano del quale 
è impegnata a sollevare, con graziosa mossa, una piega dell'apoptygma. 

Il vestiario dorico della nostra figurina si avvicina ad una nota e numerosa sene di statue 
muliebri, vestite di peplo, ma nello stesso tempo se ne allontana per una certa libertà nel- 
l'andatura delle pieghe. L'apoptygma, leggermente scollato, scende alquanto più m giù dei 
fianchi, e non si scorge sotto ad esso alcuna traccia vii cintura e di kolpos; sul davanti, 



i lembi estremi vengono giù liberi solo nella parte destra, invece a sinistra sono trattenuti 
dalla mano ; sul dorso il lembo superiore del peplo, ripiegato, è portato sopra le spalle, 
e quivi fissato, ma, sporgendo ai lati, torma una specie di manica larga e pendente che 
ricopre le braccia. Sul fianco destro, rovinato, il peplo è aperto, e, per mezzo degli orli 
ricadenti, fa un gioco di pieghe a zig-zag, con linee regolarmente divergenti e convei 

Il grazioso motivo di occupare la mano sinistra, libera, nel sollevare una piega del- 
l'apoptygma, viene a rompere da questo lato la andatura delle pieghe, derivate dalla , 
genza del seno, e dà origine ad un incrociamento di line.' sapiente, e ad una ondulazione 
nell'orlo estremo, che toglie il consueto parallelismo dei lembi laterali, liberamente scen- 
denti dalle spalle e dal seno, e conferisce al panneggiamento un maj .-ino. 

Sul davanti, nella parte inferiore, le pieghe del peplo sono perfettamente rispondenti 
ai movimenti della figura, e, benché sia mantenuta la solita piega verticale fra le gambe, 
manca qualsiasi traccia di quel contrasto, che si nota negli esemplari tipici del V secolo, 
fra il gruppo di pieghe che scendono rigide e verticali lungo la gamba, sostenente ancora 
quasi tutto il peso del corpo, e l'adattamento della stoffa alla gamba lievemente protesa, 
della quale si delineano i contorni. 

Nella parte posteriore è continuato il rimbocco del peplo, ma le pieghe non sono rese 
con pari accuratezza, come sul davanti. Una incassatura a striscia, praticata dalla metà del 
dorso tino all'estremità interiore, indica chiaramente che il bronzetto doveva essere addos- 
sato ad un sostegno, non perfettamente verticale, ma, in tutto od in patte, ripiegato id 
arco. Si tratta adunque di una figurina ornamentale, decorante un oggetto metallico, che 
non possiamo precisare se fosse un candelabro, un thymiaterion, l'ansa di qualche grande 
vaso, ovvero il manico di unti patera o di uno specchio; ad ogni modo la conformazione 
dell' inca\c pei l'attacco, e l'atteggiamento del capo e del corpo fanno escludere l'ipotesi 
che la figurina avesse una vera e propria funzione di sostegno, come nella maggior parte 
dei bronzi decorativi. 

Ma veniamo all'esame diletto del soggetto e dello stile. La testa inchinata con gra- 
ziosa flessione del collo, lo sguardo abbassati', il gioco d'ombre delicato che, per tale movi- 
mento, copre la parte inferiore del volto, conferiscono alla nostra donzella una espressione 
di graziti pudica, di riservatezza ingenua, che sono in corrispondenza perfetta con il porta- 
mento modesto e severo del . 

Questa delicata fusione di dolcezza e di modestia, nell'espressione del capo abbassato 
e nel portamento della persona richiama subito il nostro pensiero alle fanciulle ateniesi 
che, con gli occhi abbassati, seguono la processione lenta e solenne delle Panatenee, nel 
fregio del Partenone. È noto come il motivo della testa abbass.ua, e t. ilota leggermente 
irniente un determinato sentimento, abbia le sue radici nella grande arte del 
V secolo: questo motivo infatti, già in precedenza trattato nella pittura vascolare attica a 



- 8g - 

figure rosse, fin dallo stile severo, formò la grazia delle opere statuarie della scuola di Fidia 
e di Policleto, perpetuandosi poi nei rilievi votivi e funerari. La concezione di tale movi- 
mento del capo è sempre corrispondente al particolare stato d'animo in cui è espressa la 
figura ed in piena armonia con gli atteggiamenti del corpo: l'espressione sentimentale varia 

quindi a seconda dei soggetti. Così anche nell'atteggiamento del capo della nostra don- 
zella sembra d' intrav vedere l'espressione di un determinato sentimento, che, posto in rela- 
zione con il portamento della persona, fa pensare al religioso raccoglimento di una 
intenta a compiere una cerimonia sacra. Sarei adunque propenso ad immaginare la giovi- 
netta nell'atto di sostenere con la destra qualche offerta o qualche oggetto del culto ; 
anzi, considerando l' ini postat Lira visibile del braccio mancante, che scendeva gii' quasi di- 
ritto, solo con una leggera flessione al gomito, sarei inclinato a pensare che l'oggetto po- 
tesse essere una patera od una prochoui per la libazione. 

Tale ricostruzione ipotetica trova un solido fondamento, qualora spingiamo le nostre 
ricerche comparative e tipologiche ad altri monumenti figurati di destinazione ieratica, e 
particolarmente alla ricca e svariata sene dei bronzetti e delle terrecotte votive. 

Una statuetta marmorea acefala, recentemente scoperta a Siracusa ( 1 , figurante una 
donzella che reca con la destra una prochous, offre un bellissimo esempio, quantunque ri- 
produca un tipo stilistico piti antico, per la integrazione del braccio destro nella nostra gio- 
vinetta ed anche per l'integrazione piti ipotetica dell'oggetto che sosteneva nella mano. 

Il medesimo tipo di donzella oìvoyco uV/: si ha, fra le statuette di terracotta, in alcuni 
esemplali di Siracusa e di Taranto (2). Ma nella maggior parte di queste figurine fìttili di 
offerenti e di sacerdotesse (3), non solo la mano destra, ma anche quella sinistra è sempre 
impegnata a sostenere un'offerta od un oggetto sacro del culto. Non mancano tuttavia 
esempi in cui una delle mani, per lo più la sinistra, è occupata a sollevare un lembo od 
una piega del peplo. Questo motivo, che risale all'arte arcaica 141, è comune nelle figu- 
rine muliebri in bronzo dei manichi di specchio, in cui le braccia, perduti la primitiva fun- 
zione tettonica, riservata solo al capo ed al corpo (5), sono variamente impegnate, a se- 
conda dei soggetti che in realtà rappresentano (6). Del tutto diversa è la concezione di tale 
motivo nella nostra donzella: non per facilitare il movimento della persona, ma per disim- 
pegnare la mano, l'artista ha escogitato il grazioso atteggiamento di sollevare una piega 
dell'apoptygma. 



(1) Orsi in Ausonia, Vili (1913) p. 67 e ss. (4) Cfr. Kalkmann in fa/irb. arch. /usi., XI, 

(>) Cfr. Kekulé, Die Terrakotlen voti Sicilie?! (1896), pag. u e s. 
ni Die anliken Terrakotlen II. 28, ì; Winter, (5) Cfr. Praschnikei in 

/>!,■ Typen dei figurlichen Terrakotten nella me- arch. Inst., [91 :, p. 119 e ss. 
desinia opera, III. 11;, 5,8; iis. 4s. (1 1 I fr. Wiegand, Bronzefigui einei Spinnerin 

13) Cfr. Winter, I. e. passim; Frickenhaus, in in I. XXXIII Programm ~n Winckelmannsfeste, 

Invia, I, tav. Vili— XII. Berlin, 1913, p. 9 e ss. 



— 9 o — 

Pertanto se queste figurine di terracotta e di bronzo, esibenti figure di donzelle del 
culto vestite di peplo, possono tornirci una guida sicura per la ricostruzione del sog 
espresso dal nostro bronzetto, la troppa fedeltà agli archetipi (dovuta alla loro destinazione 
ieratica, ovvero, in taluni piccoli bronzi decorativi, a funzioni architettoniche) non ci per- 
mette di tare alcuna comparazione a riguardo dello stile. La nostra donzella, nell'insieme dei 
caratteri del volto e del vestiario, pur conservando una certa solennità nel costume dorico, 
ci offre un adattamento verso un tipo più nobile ed elegante. Esaminiamo anzitutto la testa: 
questa non grava più verticalmente sul corpo rigida e severa, ma è dolcemente inchinata, 
con una leggera torsione del collo. Le ciocche ondulate dei capelli si distaccano dalla tronte, 
in modo n tto, con un notevole risalto che si accentua sempre più verso le tempie; tut- 
tavia non formano un contorno angolosi,, ma curveggiante, che viene a completare la forma 
ovale, alquanto allungata, del viso. Una novità dai tipi consueti di acconciatura sta nelle 
due trecce ricciute, che scendono lungo il collo sulle spalle, associate al nodo che rac- 
coglie l'intera massa dei capelli dietro la nuca. Quantunque si tratti di un piccolo bronzo, 
nondimeno si intravvedono benissimo, nei caratteri del volto, alcuni particolari severi nelle 
sopracciglia condotte in modo netto e preciso, nelle guance carnose, con gli zigomi un po' 
alti; questi tratti severi contrastano con il disegno addolcito delle labbra, con il mento non 
quadralo e corto, ma alquanto allungato e tondeggiante, con il collo non tozzo, ma relativa- 
mente snello. 

Nella conformazione delle pieghe del peplo ho già rilevato quanto sia notevole il di- 
stacco da quel tipo schematico e convenzionale della scultura del V secolo, .sorto e perfe- 
zionato sotto l'influenza delle scuole peloponnesiache, dal quale per solito derivano tutte 
le figurine in bronzo di carattere ornamentale o votivo (i). Il peplo indossato dalla nostra 
donzella, dio la corrosione del lato destro impedisce di constatare se tosse cinto sotto al- 
l'apoptygma, o addirittura s/i-ttg; sull'intero fianco, non offre il solito parallelismo di pie- 
ghe, nei lembi laterali ricadenti dell'apoptygma; né inferiormente ricorrono i soliti cannelli 
rigidi e verticali, che di consueto fasciano la gamba su cui gravita il corpo. Sebbene la 
stulta risulti alquanto pesante, abbiamo già osservato come essa off ra un panneggiare largo 
e movimentato, con pieghe ampie, sobriamente spezzate, ondulate, sia nell'apoptygma, sia 
nella parte inferiore, quali possono apparire in una piccola copia in bronzo. 

Questo tipo di chitoni- dorico, così svolto e modificato, forse sotto l'influenza delle for- 
mule artistiche del vestiario ionico, fa la sua apparizione anzitutto nella pittura vascolare 



u) Cfr. Furtwangler, Sette Denkmaler Antìker che nelle rappresentazioni più tarde dell'arte: ve- 
Kunst, II, in Kleìne Schriften (Sieveking-Curtius), dasi, per esempio, la donzella, sacerdotessa Ji Ne- 
il, p. 470 e ss. Ben si comprende che il vestiario mesis, che è rappresentata nel dipinto pompeiano 
doiic, legato per la sua severità a tradizioni ie- della casa del Citarista ( Ilermann-Bruckmann, 
ratiche, persista, come nelle immagini divine, nelle Denkmaler der Molerei dei Alterlutns, p. 147, 
figure dì sacerdotesse e dì donzelle del culto, an- tìg. 41, tav. 111). 



— gì — 

attica della seconda metà del V secolo i . Nella grande arte statuaria si svolge più lenta 
e tardiva questa trasformazione, perchè più legata agli antichi schemi convenzionali. Ho 
già rilevato, nella nostra statuina, quale importanza abbia per lo svolgimento del panneggia- 
mento, quel grazioso motivo di disimpegnare la mano sinistra, sollevando una piega dell'apo- 
ptygma. Di questa concezione puramente artistica, senza alcun ra . l'aziono della 

persona, non manca qualche esempio nella scultura della fine del V e degli inizi del IV 
secolo. Così l'Athena, tipo Giustiniani (2), trattiene con la mano sinistra una piega del- 
l'himation, che le ricade dalla spalla, rompendo il libero svolgimento delle pieghe. Ma so- 
prattutto nei rilievi votivi e funerari, i quali risentono più l'influenza della pittura che quella 
della plastica, possiamo osservare la novità di questi partiti escogitati dall'arte per rompere 
la monotonia del panneggiamento, e dare maggior vita e movimenti! alla persona: l'Hermes, 
nel rilievo di Orpheus ed Eurydike (3), porta leggermente in avanti, con la mano destra, 
alcune piegoline del corto chitone, che per tale movimento rimane in alcuni tratti increspati!, 
in altri aderente all'anca; similmente una delle fanciulle di un rilievo del Palatino 141 in- 
trattiene la mano libera con una piega del peplo. 

Più tardi, nella scultura del IV secolo, non si sentì alcun bisogno di ricorrere a questi 
artificii, quando la leggerezza e la elasticità dei movimenti del corpo si estrinseca, con mag- 
giore naturalezza, nei panneggiamenti. Nella nostra donzella mi sembrano preannunziate queste 
forme più naturali del piegheggiare e particolarmente nell'ondulazione delle pieghe dell'apopty- 
gma si avvicina ad alcuni graziosi bronzetti, e soprattutto ad uno della collezione di Vienna 151 
riproducenti il tipo di Artemis-Tyche, il cui originale nella grande arte, conosciuti! attraverso 
al migliore esemplare di Dresda, tu dal Furtwanglei ascritto alla cerchia delle prime opere 
di Prassitele (6). 

Nello studio del nostro bronzetti!, per lo svolgimento stilistici! del tipo, soprattutto in 



1 Boehlau, Ouaestiones de re vestiario Grae- (?) Rrunn-Bruckmann. 1. e. n. 541 a; -\. Ruesch, 

.orimi p. ;- e ss. Per citare alcuni esempi vedasi Guida del Museo Xas. di Sapoli, p. 4=; e se^. 

la figura di Eriphile nella pelike di Lecce (Furt- [Mariani]. 

wangler-Reichhold, Griech. Vasenmalerei, tav. 66); (4) Savignoni in Hull. della Comi», ai 

quella di Melusa nell'anfora del British Museum <li Roma, 1897, p.i;;. 7? e ss. ta\ . \ : Amelung 

(Cat. E 271): quella di una donzella oìvo/ooiar,, in Ròm. Miti., 1899, p. 1 e ".. lav. 1. 
libante ad un guerriero, sopra uno stamnos di Mo- (ii Sacken, Pie an en in ll'ien,tav. 

h. Vasenmalerei i\%. 135 (11 -, r. Pei questi bronzetti riproducenti il tipo di 

ed.). Per i vasi in istile di Meidias, cfr. Nicole, Artemis-Tyche ui Isis-Tyche vedai - Sacl en, 

'ylefleuri dans la céramique attigue I. e. tav. XVI, •: Sanimi. Jfojjfmann, 1888, tav. 35; 

p. 106: Ducati. / vasi dipinti in stile di \Iidia, Sieveking, Die Bronzea dei Sanimi. I 
p. 26 e !^. (6) Furtwangler - M , p. 554; Sanimi. 

(2) Brunn-Bruckmann, Denkmìiler gr. u. ioni. Somzée, n. ;.-: • Glyptot/iek :.n 

Skulplur n. 200; Helbig, Fiihrer in Rovi, ( 1912), I. M, 

: Furtwangler, Meistewerke, p. 593-59;, 11, 
p. 164. ;., 1 Class. XXI. voi. 11. p. ti.' e ss. 



— 9 2 — 

< i < i i accennato come maggiori elementi di riscontrosi abbiano, 
oltre che nei vasi dipinti, sui rilievi votivi e funerari. Ricorderò per tutti un bellissimo 
esempio, fra i più antichi, offerto dalla giovinetta della stele Giustiniani (Museo di Berlino) 

che sembra la traduzioni fedele -li una piccola figurina in bronzo, alquanto più antica, come 
tipo stilistico, della nostra (i): vestita di chitone dorico t/itt'J; essa ricorda, per l'abito e 
per l'atteggiamento, le ligure di ancelle sulle stele più tarde, simili alle donzelle offerenti, 
dipinte sulle lekythoi funerarie. 

Ma sui vasi dipinti e nei rilievi marmorei, ritroviamo anche comparazioni più dirette' 
e specifiche per ciò che riguarda il soggetto. I dipinti vascolari offrono una lunga serie di 
esempi di giovanette con la prochous o la patera che si apprestano a compiere una liba- 
zione augurale di felicitazione ad un guerriero che parte o che ritorna. Così nei rilievi 
marmorei appare di frequente la medesima figura di donzella oìvoj£OOu<T7), sia in quelli 
funerari, come sulla celebre stele dei Dipylon, sia in quelli votivi, dove ricorre sovente 
la stessa figura di qualche divinità libante ad un altro dio (Artemis, Persephone, Hygieia, 
Ilei,, Nike). A questo riguardo basterà rivolgere il pensiero alle figure di Nike libante, 
vasi dipinti e nei rilievi citaredici, ed in modo particolare a quelle scolpite sulla celebre 
base marmorea della strada dei 'tripodi (21. Queste graziose ligure di Nike, che, avvolte 
strettamente nell'himation, procedono gravi e solenni, tenendo con la mano destra la pa- 
tera o l'oinochoe, possono bene considerarsi come sorelle minori delle fanciulle del Parte- 
none: a questa medesima famiglia deve avere appartenuto la nostra donzella. 

Possiamo adunque concludere. Pur rimanendo ipotetica la ricostruzione del soggetto, 
non può cadere alcun dubbio che il prototipo del nostro piccolo bronzo risalga a qui 
riodo fiorente dell'arte greca, in cui si raccolse l'eredita della grande arte del V secolo, e si 
preparò la via agli indirizzi artistici del secolo successivo. La piccola copia in bronzo di 
Montegabbione ci permette di gustare, in tutta la sua bellezza, la l:ki/ios;i composizione 
dell'originale, tanto che si sarebbe inclinati, per la lega del bronzo e per la finezza del la- 
voro, a credere uscita da un'officina greca anche la copia stessa. 

Antonio Minto. 



(1) Kekulé, Die Criech. Sinlfi/ur,p. 179 n. 1482. [tisi., 1899, p. .':^. tav. VI-VU; Svoronos, Dos 

(2) Benndorf in Jahreshefte des oesterr. arch. Alheuer Natìonalmuseum, 20, 146;. 



STVDI POLIGNOTKI 



i. 

NOTI-: SOPRA L'INFLVSSO DI POLIGNOTO 
SVLL'ARTE DEL V SECOLO A. CR. 



Della pittura greca, che tu senza dubbio arte nobilissima, a giudicare dalle testimo- 
nianze degli antichi, non restano che pochi e miseri avanzi. Perdute pur troppo per sempre 
le tavole sulle quali i maestri dipinsero, rovinati i monumenti che decorarono, e 
di Delfi ci hanno tolto anche la speranza che almeno qualche frammento sussistesse dei 
capolavori di Polignoto nella Lesche degli Gnidi, a noi non restano che poche stele fu- 
nebri dipinte, come quelle scoperte a Pagasai, o poche metope arcaiche, come quelle di 
Thermos, o ritratti ellenistici di epoca romana. Opere non certo di prim'ordine, per quanto 
alla decorazione delle stele sappiamo che solevano attendere gli artisti più insigni | [), e i rie 
accrescono in noi il rimpianto per quello che abbiamo perduto. Onde è che per farci una 
idea il più che possibile adeguata della pittura greca noi siamo costretti a porre a raffronto 
i testi antichi che ce ne parlano con opere d'arte le quali hanno relazioni più o meno di- 
rette con essa. 

La ceramica greca, sulla quale siamo abbastanza intorniati, ci permette di seguire 
la stona del disegno e della composizione in un'arte minore parallela alla grande pittura, 
che da questa trasse più volte inspirazione cosi nei soggetti come nella composizione. E 
perciò la paziente e sagace ricerca di quanto dalla pittura murale o su tavola sia passato 
mila ceramografia, alla quale da un pezzo si affaticano gli archeologi, riesce senza dubbio a 
portare spiazzi di luce sopra alcuni problemi riguardanti la pittura e a rivelarcene alcuni tratti. 

Più arduo è stabilire i rapporti tra la pittura e la scultura aulica, trattandosi di due 
arti che hanno procedimenti diversi e in certo senso anche tini diversi. Ammettere ima 
precedenza assoluta della pittura sulla scultura, come talvolta si è tatto, significa 
un procedimento inesatto contro il quale già qualcuno (2) ha giustamente levato la voce; 



(1) V. '13?. 'ap-/_., 1908, p- 14 segg. (Ai-vanito- (2) Della Seta, Gei, p 

poullos). 



— 94 — 

e ugualmente errato sarebbe il procedimento inverso. Poiché vi sono alcuni problemi che 
la scultura coi suoi mezzi può risolvere prima della pittura ed è naturale che il pittore si 
sforzi poi di imitare, laddove in altri casi è naturale che la pittura preceda la scultura. 
Per poter quindi ricavare dalla storia della scultura greca insegnamenti valevoli sulla 
stona della pittura, converrebbe stabilire in molti casi particolari le relazioni tra le due 
arti, per poi cavarne conclusioni generali. 



Uno dei periodi più importanti della storia della pittura greca è, per concordi 
ninni. m/a dogli antichi, quell'i in cui fiorì Polignoto di raso. Ma pui troppo, come 
accennato, dei suoi lavori non ci è pervenuto neppure il più piccolo frammento, onde per 
formarci un'idea dell'arte sua, siamo costretti a cercarne i riflessi nell'arte contemporan 
altro genere, confrontando i dati degli autori antichi con le opere che si presume abbiano 
risentito il suo influsso. Ed a questo lavoro gli archeologi si sono affaticati da un pezzo, 
con diversi risultati, giungendo talvolta a tentar di ricostruire con la guida di Pausama e 
la scorta di vasi ed altre opere antiche, alcune tra le sue più famose composizioni (i). 

E in verità tentar di conoscere l'arte polignotea è di sommo interesse per chi si ac- 
cinga allo studio della storia della pittura antica; e per conseguenza è molto importante 
cercare di formarsi un'idea, per quanto è possibile chiara, dell'influsso che il maestro eser- 
citò sull'arte dei suoi tempi. Ma per raggiungere questo fine nel modo meno ipotetico che 
sia possibile, a me sembra chi' convenga cercare innanzi tutto di stabilire finn a qual punto 
questo influsso si estese e, anche più, entro quali limiti è permesso a imi di valutarlo. 

Poiché se questi termini non sono bene fissati, può accadere, come è accaduto più 
volte, che si scorga l'intlusso polignoteo in opere che ne sono esenti, e si attribuiscano per 
conseguenza all'artista peculiarità che non furono sue o innovazioni che non gli spettano (2). 
Non mi sembra quindi inutile presentare alcune osservazioni elle tendano a mettere meglio 
in luce la natura e i limiti dell'influsso polignoteo nell'arte del quinto secolo. 

Nell'esaltare l'opera di Polignoto gli scrittori antichi hanno commesso evidenti esage- 
razioni ed hanno attribuito al pittori' di Taso un gran numero d'invenzioni e d'innovazioni. 
Plinio 131, che è per noi la fonte più esplicita, dice che egli per primo fece le bocche 
aperte, sicché mostrassero i denti e primo dipinse le donne con vesti trasparenti e figurò 



(1) Cfr. specialmente I'- ricostruzioni ili C. Ro- furono già formulati dal Savignoni in AusotiiaV, 

bert (16, 17, iS Hall. Wiwkelmatmsprogr. i<Sy2, p. 145. 

1895) della Nekyiaedella llioupersis di Delfi «si Plin. A. H. XXXV, 58. \..\ tonte di Plinio 

e della battaglia di M 11 1' ma nella Poikile Sina di in questa luogo tu probabilmente Xenokrates di 
Atene. ne. Cu. Sellers, Pliny's Chapters, p. \\\ 111 

(i\ Dubbi sulle innovazioni attribuite a Polignoto e segg. 



— 95 — 

nelle teste il pathos. Ora se queste indicazioni fossero interamente esatte, sarebbe facile 
per noi rintracciare le vestigia della maniera polignotea nella pittura vascolare elle, per l'affi- 
nità dei mezzi e la sua condizione di arte minore, è portata naturalmente ad imitare le con- 
quiste della grande pittura. Ma lo studio dei monumenti ha dimostrato che tali pretese in- 
novazioni di Polignoto erano nel dominio degli artisti già prima che il maestro di Taso 
fiorisse (i). Evidentemente, poiché gli antichi insistono su tali caratteristiche dell'arte sua, 
escludendo che siano invenzioni o innovazioni, bisogna ammettere che si tratti di perfe- 
zionamenti. Il che è molto diverso per i fini del nostro studio. Infatti se si trattasse di sce- 
verare le opere di Polignoto in una sene di pitture antiche di cui non si conoscesse l'au- 
tore, noi potremmo attribuirgli quelle che eccellono nel rendimento di queste qualità, ma 
essendo costretti a cercare solamente i riilessi di tali perfezionamenti in un'arte minore che 
si sforza bensì di seguire la grande pittura, ma che ha mezzi suoi propri ed una sua par- 
ticolare evoluzione, questi canoni non si possono applicare nello stesso modo. Intatti noi 
nun possiamo sapere tino a qual punto i ceramografi attici erano in grado di interpretare 
e seguire la maniera di Polignoto, né fin dove 1 perfezionamenti che vediamo compiuti 
nei disegni vascolari siano dovuti all'influsso polignoteo invece che all'evoluzione naturale 
della ceramografia. 



11 museo di Bologna possiede alcuni vasi in cui si suol riconoscere l'influsso polignoteo 
e il Pellegrini 121 li divide in due categorie, una più arcaica, l'altra più recente e più evo- 
luta. Di quest'ultima l'esemplare più insigne è un cratere a volute con scene dell'lliouper- 
sis }). Sopra una delle facce (fig. 11 è l'uccisione di Priamo, sull'altra l'attentato di Aiace 
a Cassandra. 

Paragoniamo questo vaso con la famosa coppa firmata da Brygos (fig. 2 e 3) nel museo 
del Louvre (4). Anzitutto bisogna tener conto della diversa forma dei due oggetti : sul cra- 
tere si potevano disporre le figure come in un quadro, raccogliendole e sviluppandole in 
altezza, la superficie della coppa invece stretta e lunga invitava a svolgere la scena in esten- 
sione. Premesso ciò, credo che nessuno che studi con attenzione 1 due monumenti possa 
negare un'affinità tra di essi. La composizione nell'anfora di Bologna non è allatto più 
varia, né obbedisce a leggi diverse. 



(1) Cfr. per ciò Pottier, Cai. des vases du Louvre, tav. 1 4- 1 s = S. Reinach, Rép. vases, I, p 221 
p. 0;,) e i I Roscher, Lexikon d. Mythol. II, 1. p. 985-6. 

(2) Atti e ninnoli,- detta deputazione di storia (4) Furtwaengler-Reichhold, Vasenmaleì 
patria per le Romagne, 1907. p. >i8. 25; l'ottici. op. al. G. 152, p. 990 e segg. ; Du- 

(3) Pellegrini, Cat. dei vasi delle necropoli fel- cati, O ramista Brig 
sinee, n. 268, p. io7. segg., Mon. d. /tisi., \l. 



- 6 - 

Il gruppo centrale di Priamo e Neottolemo, minata la direzione dei personaggi, ha 
le divergenze si spiegano bene con la forma diversa degli oggetti. Intatti, 
per mancanza di spazio in altezza, nella coppa del Louvre l'artista non poteva rappresentare 
Neottolemo col buccio sollevato, come vediamo nel cratere, e viceversa, per mancanza di 
spazio in estensione, il disegnatore del cratere dovette figurare Priamo con le braccia sol- 
levate anziché protese, e collocare lo scudo di Neottolemo dietro la testa del vecchio re. E 
le analogie non si limitano al solo gruppo principale; il guerriero a sinistra nel vaso di 
Bologna somiglia assai da vicino all' " Acamante " della kylix di Brygos, e la fanciulla 
gente corrisponde non solo nel concetto, ma anche nello schema disegnativo (corpo rivolto 
in un senso e testa bruscamente voltata indietro) all'" Astianatte " che si vede sull'altro 




lato della coppa del Louvre. Cosicché io scorgo attraverso i due vasi una medesima tonte 
d'inspirazione e penso che st si vuole ammettere in questi due disegni l'influsso di qual- 
che "|'eia celebre dell'arte maggiore, si debba credere che questa opera sia stata la stessa 
e elio i due ceramografi l'abbiano interpretata liberamente, obbedendo ciascuno alle esigenze 
dell'oggetto che decorava. 

Tipi e movimenti adunque propri di un vaso considerato come polignoteo si ritrovano 
in un altro che è certamente anteriore al fiorire di Polignoto, e ne consegue naturalmente 
Che se ossi derivano da un'opera dell'arte maggiore, questa non può essere di Polignoto. 

Ma l'atteggiamento di Neottolemo nel cratere di Bologna trova un riscontro assai strin- 
gente in un frammento di kylix di Euphronios (i) e in un'idria a figure nere (2) conservata 
Monaco, e ciò prova che il tipo era già noto nel sesto secolo a. C. Si può quindi allei- 



li) Arca. /.,,,'.. 1882, tav. Ili = Reinach, op. 
P- 439, 3- 



(ji U.oi.J. /usi. I, tav. XXXIV 
ri/., p. 77, 1-3. 



Reinach. op. 



mare che i pittori vascolari riprodussero una creazione ormai antica interpretandola secondo 
il loro grado di abilita i 1 >. Ed il fatto che la figura fuggente si ritrova nella coppa di - 




e nel crateie Ji Bologna e anche nel noto vaso Vivenzio del museo di Napoli (2), prova che 
essa deve risalire a qualche tipo celebre nelle scene di llioupersis e consacrato dall'uso. 







Insomma nel vaso di Bologna, che non presenta nessun elemento sa dire 

un nuovo acquisto, notiamo solo il progresso di un'arce che si trova nel suo periodo di 

(1) La posizione delle gambe di \ I rtwaengler-Reichhold, op, ti/., tav. 34. I, 

bidria di Monaco è dovuta anch'essa alle esigenze p. 182 e >tto anche in Roscher. Lexi- 
dello spazio. 



' 



maggiore splendore. Ma se il perfezionamento dipenda dall'evoluzione naturale della cera- 
mica, o sia in parte il riflesso dei progressi di un'arte maggiore è un quesito a cui il vaso 
di Bologna non permette di rispondere. 

Il museo di Bologna possiede anche un altro vaso (fig. 4) con scene deH'llioupersis(i), 
il quale, secondo il Robert (2), avrebbe sentito Lineile più fortemente del primo l'influsso po- 
lignoteo. La scena principale rappresenta l'incontro di Menelao ed Elena dopo la presa di 
Troia. Il soggetto non è nuovo pei l'aite del quinto secolo, poiché quell'episodio, che risale 
.1 Lesene e ad Ibico (3), era già rappresentato nell'età anteriore (4), e si vedeva figurato an- 
che sulla famosa cassa di Cipselo (5), ove Menelao era parimenti coperto di corazza, strin- 
geva una spada e s'avanzava per uccidere Klena. La composizione del vaso bolognese non 




presenta nessuna caratteristica che debba attribuirsi ad una nuova invenzione della mega- 
lografia; sono otto figure, oltre la statua di Apollo che sta come nona, disposte simmetri- 
camente e divise in tre gruppi di tre figure ciascuno, secondo uno schema di composizione 
già noto allo stile severo (6). ri le movenze dei singoli personaggi e lo schema di essi non 
attestano nessun progresso rispetto all'arte precedente. 1 progressi consistono nella minore 
asperità dei contorni, nella maggiore libertà del disegno ; sono insomma progressi puramente 
tecnici, che attestano il perfezionamento degli artefici. Lo stesso amore per la simmetria 
the si nota nella scena principale di questo vaso si ritrova anche nelle altre, soprattutto 
nelle due die decorano il collo, nelle quali le figure si tanno riscontro esattamente, disposte 
ai lati di una figura centrale, con un sistema di composizione che ricorda assai da vicino 
quello di I )ouris 1 71. 



(i) Pellegrini, Cai. ti/., n. 200, p. in se>;>:- : (4) V. per le indicazioni Roscher, /.ex., I, 2 

Man. d. fasi., X, tav. LIV Reinach, I, p. 218. e. 1970 (Engelmann) e 11, 2 e. 2787 se^u- (Stolli. 

(2) Moh. Lincei, IX, e. 24 seR. (s) Paus., V. 18, 3. 

(i) Schol. in Arisloph. Lysislr., ijsesegg. ap. (6) Pottier, Cai. ci/., p. S39 e sej^. 

Kinkel li. CI'. Ilias parva. 16 (p. 45 e segg.), cfr. (71 Per la simmetria nel vasi Ji Douris vedi 

lliicu tramm. 35 Bergk. ed Eurip. Andr., 628, 631. Furtwaengler-Reichhold, op. di.. I. p. 240. 



— 99 — 

E anche un terzo vaso dello stesso museo di Bologna, una kelebe (fig. 5) su cui si 
vede rappresentato Herakles accolto nell'Olimpo (i), che il Pellegrini iscrive nella categoria 
dei vasi polignotei più arcaici, a me pare che non offra nessuna novità di composi/ione. Sono 
cinque figure disposte simmetricamente intorno ad una centrale, come in un frontone di 
tempio e sembra che stiano ciascuna per conto proprio senza che un torto legame appa- 
rente le unisca tra loro. Confrontiamo ora questo vaso con qualche altro notevolmente più 
antico, per esempio con un'anfora a figure nere del British Museum, su cui si vede (fig. 6) 
la nascita di Athena (2). 

Uno sguardo alle due opere basterà, credo, a persuaderci della notevole affinità della 
disposizione delle figure: ed io penso che se nel sosto secolo si poteva comporre una scena 
come quella della nascita di Athena, nel quinto, mutata la tecnica e perfezionato il dise- 
gno, si poteva produrre una rappresentazione come quella bolognese. 




Fig. 5. 



Osservazioni analoghe si potrebbero tare su altri vasi ascritti alla cerchia polignotea. 
L' idria di Capua con Apollo seduto (3) non ha alcuna varietà di composizione. Vi domina 
la simmetria più rigida, e anche qui le figure sembra che stiano ciascuna a sé: né mag- 
giori novità offre I' idria di Borea ed Orythia trovata con la precedente a Capua \ . In 
tutti e due i vasi, all'amore per la simmetria si unisce quello pei le figure imponenti quasi 
statuarie che si riscontra già nei vasi di stile severo soprattutto della cerchia di Euthy- 
mides (5). Né vi é alcun atteggiamento che possa dirsi nuovo nell'arte, hi nuovo non vi 
è, come negli altri vasi da noi esaminati, che la maggiore perfezione del disegno rispetto 
ai prodotti della ceramica precedente. 



(1) Mon. d. Inst., XI. tav. ig = S. Reinach, vases, B 14-. II. p. 1 ; e segg. 
Rép. vases, I. p. ^2_>; Pellegrini, Cai. cit., n. 228, )) '/<"/. </. //«/., I\. tav. 17 
pag. 89 e segg.; Atti e Meni, cit., 1907, p. 21K. op. cit., I. p. 1S4. 

(2) Mon. d. /usi.. Ili, tav. 44. - Reinach, (4) Mon. </. //«/., 

op. cit., I. p. no; Walters, Br. Mus. Cai. oj (5) Pottier, Cai. (il., p. gii. 



Reinach. 



Ed anche riguardo ad un'altra idria trovata a Capua ed ora nel museo britannici i) 
si possono fare osservazioni analoghe, poiché la composizione non presenta nessuna qua- 
lità nuova e non vi i figura li n si ritrovi nei vasi anteriori (2). 

La composizione dunque ed i tipi nei vasi finora esaminati non attestano nessuna ri- 
voluzione o riforma artistica. E in verità i! Robert (3) dice che essi lasciano « vedere l'in- 
flusso del gran Polignoto di raso soltanto nelle figure e qualche volta anche nei motivi, 
ma non ancora nella composizione ». 

È necessario quindi che noi guai liamo un po' più da vicino le figure di questi vasi 
e vediamo se veramente esse presentano caratteri tali che si debbano attribuire all'imi- 
tazione di figure create dall'arte maggiore con novità d' inspirazione e di mezzi tecnici. 

Più di una volta esaminando i nostri vasi ho notato che i personaggi sembrano sta e 
ciascuno per conto proprio senza che un forte legame li unisca tra loro e dia vita alla 




Fi B . 6- 

scena rappresentata. Le caratteristiche più evidenti di queste figure infatti sono le pro- 
porzioni slanciate e l'atteggiamento imponente quasi statuario. Nessuna di esse è di pieno 
prospetto di tre quarti, ma si presentano di tutto profilo, col corpo di prospetto e 
la testa di profilo, secondo schemi familiari non solo alla ceramica a figure rosse di stile 
0, ma anche a quella a figure nere. Cosicché nessun vei 1 limostrano questi 



1 I/o», d. Fusi., IX. tav. 28 Reinach, 

op. cit., I. p. 185; Walters, Brìi. Jlfus. t.il. 0/ 

E 170, III, p. li! sgg. 

(21 11 carro in corsa è rappresentato con fonile 

nella posizione dei ( avalli oiel ni stro 

caso Pegasi) già in vasi a figure nere. Cfr., per 

esempio, oltre il \ iso Francois (Furtwaengler- 

;. io, . 1 1, li 1 ippa di Kolchos 1 1 1 
(Gerhard, Auserlesene Vasenbilder, 122-123 - 

op. 1 il.. Il, p. 66 : 1 [prodotto in Buschor 
Vasenmalerei, IÌ£. 89, p. 137); la kelebe di Caere 
.1 Berlino [Moti. d. /usi.. X, tav. 4.-5 - Reinach, 



I, p. 100) e l' idria pubbl Gerhard (op. cit., 

04 Reinach, II. p. ;j. riprodotta in B 
op. di., t. 96, p. 145). Per lo schema della figura 
che corre si può confrontare, per esempio 
il satiro Apoiii; nella coppa di Brygos del museo 
britannico (Moti. ti. /usi., IX. tav. 46 = Reinach. 
op. cit., I, p. un: Furtwaengler-Reichhold, op. 
ti/., tav. 47; Pottier, Douris, fig. 15) nella quale 
trova riscontro anche lo schema molto comune della 
figura fuggente con la testa rivolta indietro (v. so- 
pra, p. 07). 

Mon. Lincei, IX, col. 24. 



— 101 — 

vasi nella conquista dello scorcio. Ed anche l'amore per le figure imponenti, comi 
avuto occasione di notare, non è nuovo. 

Tra i vasi che smino venuti esaminando e in generale tra quelli annoverati fra i po- 
lignotei (i), non vi è nessuna kylix. Invece lo studio della ceramica di stile severo si è 
rivolto da un pezzo soprattutto alle coppe, e appunto perchè gli archeologi consideravano 
lo stile dei principali anturi di coppe come quello caratteristico del periodo pre-polignoteo, 
vedevano tra i vasi da noi considerati e i precedenti maggiori differenze che non vi siano 
in realtà. Poiché se anche non sono nel vero quelli che credono esservi state come due 
scuole di arte: una dei decoratori di coppe, l'altra dei decoratori di grandi vasi (2), bisogna 
nondimeno riconoscere che, come ho già osservato, le differenti forme degli oggetti por- 
tano con sé differenze nella decorazione. Alle coppe, anche per l'uso a cui erano desti- 
nate, si addicevano meglio scene spigliate e movimentate, così nel soggetto come nella 
traduzione formale di esso, alle anfore invece ed ai crateri conxeni vano maggiormente le 
scene più gravi e composte. È quindi facile supporre che un medesimo ceramografo adat- 
tasse la sua arte al genere di vaso che di onde per conoscere compiutamente 
lo stile di un vasaio attico dovremmo possedere di lui in ugual numero coppe e vasi di 
altre forme; e poiché ciò non accade quasi mai, così non mi sembra prudente parlare 
dello stile di un ceramografo in modo assoluti', ma piuttosto si può parlare dello stile di 
lui, quale ci è dato conoscere dalle sue opere superstiti. 

Ciò premesso possiamo citare Euthymides come rappresentante di una tendenza ar- 
tistica che ha molti riscontri nei vasi da noi studiati. Amante della simmetria 141, egli 
dispone le sue figure rigidamente in modo quasi statuario imprimendo loro un carattere 
austero di nobiltà. Le scene rappresentate non hanno vita, poiché i personaggi fanno ì 
gesti che ad essi si convengono, ma non pare che si appassionino all'azione e quasi sem- 
brano tutti compresi del compito loro di decorate un vaso di forma grave (5). Nella Con- 
cezione dunque l'arte di Euthymides segue gli stessi criteri fondamentali che abbiamo 
illustrati nei vasi esaminati dianzi; la differenza è pere grande nel disegno chein Euthy- 
mides é secco e angoloso, come si conveniva ad un artista che, seguace forse di Ando- 
kides ''0, discendeva direttamente dallo stile a figure nere. Hgli é che tra Euthymides ed 
1 vasi già annoverati fra i polignotei sta tutta l'evoluzione della ceramica a figure u>sse di 



ìii V. gli elenchi dei vasi - polignotei » in coppe e vasi di altra forma è cosa nota a tutti. 

Robert, Marathonsschlacht % p. 07 e Moti. Lincei, (4) Hoppin, Eitthymidi 

toc. ti/., e in Walters, History of anciciil ftoltery. (5) Cfr. buone riproduzioni di anfore 

I. p. 4-(ì e segg. mides in Furtwae : 1 old, tav. 14681. Allo 

1 ■ le osserva/doni del Pottier, stile di Euthymides si riporta am 

('al. ri/., pag. 824 e segg., e quivi le indicazioni Wurzburg ' lengler-Reichhold, tav. : 

bibliografiche. presenta 1 medesimi caratteri. 

(31 Che di un medesimo ceramografo abbiamo (6) Furtwaengler-Reichhold, I. | 



stile severo e tutto il perfezionamento graduale del disegno che a poco a poco si va li- 
berando dalle strettoie dell'arcaismn più rigido. Questa evoluzione artistica, per il materiale 
di cui disponiamo, possiamo seguire nelle coppe meglio che nelle anfore e nelle idrie ; ma 
non è compito mio tracciarne qui la storia e non posso neppure inoltrarmi nell'indagine, 
che sarebbe molto attraente, di certi atteggiamenti, caratteristici in modo particolare dei 
vasi di grandi dimensioni, passati nelle coppe e viceversa, poiché ci vorrebbe una lunga 
trattazione che mi porterebbe troppo fuori del mio temati). A me è bastato assodare che 
la tendenza alle figure in atteggiamento quasi statuario non e una novità nei vasi da noi 
esaminati, ma si trova già nello stile severo. 

Riassumendo ora le osservazioni tatto fin qui possiamo affermare che il gruppo di 
vasi da noi considerato non offre nessun elemento che possa dirsi nuovo, né riguardo ai 
soggetti ed alla tipologia, uè riguardo alla composizione, né al disegno. Messi a confronto 
coi prodotti della ceramica anteriore, questi vasi rivelano solo una mano più esperta in 
chi li decorò, ma non attestano nessun cambiamento d'indirizzo artistico; e, come è ta- 
cile comprendere, questa maggiore abilità di mano deve essere il prodotto del perfeziona- 
mento della scuola dei disegnatori di vasi e non può Considerarsi certo come l'effetto di 
un progresso dell'aite maggiore, che aveva compiti differenti e differenti mezzi tecnici. 



Vi Simo peni altri vasi nei quali si vedono ligure nei medesimi atteggiamenti che 
abbiamo illustrati dianzi, ma diversamente disposte. E l'esemplare più famoso di questa 
classe di monumenti è il cratere detto degli Argonauti al Louvre (2). 

Esaminando attentamente la scena principale (fig. 71 di questo celebre vaso, della 
quale non importa a noi discutere il soggetto, si vedrà facilmente che non è del tutto libera 
dalle leggi della simmetria: — Herakles è la figura di centro verso la quale le altre sono 
orientate — ma è una simmetria che non si afferra a prima vista; è, come qualcuno ha 
detto, una «simmetria nascosta » (3), e non costituisce il carattere dominante della compo- 



i,, Come esempio indicherò qui, riferendomi per tav. 1.1V attribuita ad |Ones]imos, e la famosa 

comodità alle tavole dello Hartwig (Meisterschalen) coppa di Perugia (tav. I.VIII) firmata da Euphro- 

alcune kylikes nelle quali vedo qualche riflesso nios e che I" Hartwig (pag. Ì30 e segg.) crede 

della tendenza da me esaminata. Tav. \\l (scena dipinta da [Onesjimos. 

di combattimento firmata da Douris come pittore); (2) Moti. </. Itisi., \, tav. 58-40 - S. Reinach, 

tav, XXV (specialmente le figure femminili, opera op. ti/., I. p. 226 e seg. Furtwaengler-Reichhold, 

di Peithinos); tav. XXVI (nuta soprattutto la li- op. ci/., tav. 108; la faccia o>l mito dei Niobidi 

Kura maschile col bratdo dietro la schiena). No- è riprodotta nel testo il. p 251 (Hauser); cfr. 

tevoli sotto questo rispetto sono le coppe attribuite Pottier, Cai. ,i/. < '> 541, p. 1082 e se^- 

dallo Hartwig al « maestro dalla testa calva », spe- I P. Girard, In Moti. Iss. Eludei grecques, 

cialmente tav. XXXV11I. Vedi anche la KM* [895, p. 18. 



— 103 — 

sizione come nei vasi dell'età anteriore, e soprattutto vi è un' innovazione di Mimma impor- 
tanza per la stona dell'arte. Le figure cioè non posano più tutte sul medesimo piano, ma ono 
disposte a diverse altezze, segnate da linee, le quali vogliono rappresentare le accidentalità 
del terreno e per conseguenza la maggiore o minore distanza a cui le figure si trovano 
dallo spettatore. È insomma un tentativo di effetto prospettico, rozzo se vogliamo, e che 
tornerà spesso nei periodi di decadenza dell'arte, o nelle arti che dispongono di scarsi mezzi 
come il mosaicri, ma assai importante per noi, in quanto che nuovo nell'arte di questa età, 




È un' innovazione che non richiede in realtà una speciale perizia nel disegnatore e 
non rappresenta nemmeno un grande progresso di tecnica; ma è una novità di concezione 
tale che non poteva sorgere se non nella mente di un uomo di genio, il quale sentisse 
i bisogni dell'arte e si sforzasse di rendere nel disegno la realtà. Ciò poteva solo venir 
suggerito da un grande artista e non era un perfezionamento al quale potessero giungere 
pittori industriali, sia pure di talento. 

Questa innovazione nella pittura vascolare attesta dunque una innovazione nella grande 
arte, che i ceramografi si sono sforzati di imitare; e la imitazione è in alcuni casi più 
spinta, come nel cratere degli Argonauti, in altri più ristretta come nei due crateri con 
battaglie di Amazzoni iti^. Si, conservati a New- York (i), nei quali le linee del terreno 



(i) Furtwaengler-Reichhold, o^. cìl., tav. 116-117, ser); il primo vaso (v, 
p. 297 e segg.; e tav, 118 119, p. J04 e segg. (Hau- Bulle, Der Schoene Mensch' 1 , tav. 307, p. 627 e segg. 



— 104 — 

bensì segnate, ma non vogliono figurare tanta varietà di piani, come nel vaso del 
Louvre, e la simmetria è più ti osservata. 

Ma non voglio fermarmi troppo a lungo su questa classe di vasi assai nota e nella 
quale gli archeologi hanno riconosciuto da un pezzo l'influsso polignoteo, e questa volta a 
ragione. Tali vasi infatti, come ho già detto, rispecchiano i progressi che un grande maestro 
aveva fatto compiere all'aite maggiore. È quindi lecito supporre che questi progressi siano 
dovuti a Polignoto, il quale ci viene designato come il magg pittorico del quinto 

seco!,,; tanto più che la composizione di questi vasi concorda con ciò eh,' sappiamo della 
composizione dì alcuni suoi capolavori (i). 




La novità dunque che possiamo considerare come polignotea si riferisce alla compo- 
sizione; ed il fatto stesso ehe di alcune figure è rappresentata solo Li parte superiore del 
corpo, come, per citare l'esempio piìi noto, il uerriero a sinistra nel vaso degli 

Argonauti, è una innovazione più tosto di composizione che ti] 

che l'altra parte della persona sia nascosta da qualche ostacolo, vai quanto dire che non 
m vegga per le esigenze speciali dell'ambiente, in cui la scena sì svolge. Anche questa 
però è una innovazione che non poteva essere introdotta, se non da un'artista di molto 



Per i tini del i i ricercare se in V. la descrizione delle pitture Ji Polignoto 

questi vasi siano opera di lui non di una donna. nelle Lesche degli Cnidi in Pausania, X, pagg. 

come vorrebbe lo Hauser top. cit., p. 308 e seg.). 25-30. 



- ro5 — 

talento, poiché è proprio dell'urte primitiva ed arcaica cercar di mostrare quanto più è 
possibile della persona, e solo in un periodo avanzato ad lui artista di genio, poteva sor- 
gere l'idea di sacrificare una parte della figura alle esigenze dell'ambiente. 

Ho già detto che le figure di questi vasi presentami le stesse caratteristiche di quelle 
del gruppo esaminato prima e che abbiamo visto essere il prodotto dell'evoluzione natu- 
rale dell'arte, più tosto che la creazione di un genio innovatore. Però se noi consideriamo 
i vasi, di cui ci occupiamo ora, troveremo qualche elementi! nuovo anche nel disegno 
delle figure. Nel vaso degli Argonauti, il volto del primo guerriero a sinistra, del penul- 
timo a destra che ha il capo coperto di largo petaso e di quello centrale seduto che si 
regge il ginocchio, non è né di pieno prospetto, ne di profilo, come si soleva fare nell'età 
anteriore; e il corpo stesso è piantato con molta maggiore' liberta, non essendo costretto 
in uno dei due rigidi schemi (profilo o prospetto) usati prima. Queste innovazioni richie- 
dono senza dubbio abilità tecnica nell'esecutore e attestano un grado di perfezione avan- 
zato nell'arte dei vasai, tuttavia non credo che si possano attribuire senz'altro alla evolu- 
zione della ceramografia, come altri progressi esaminati prima. Infatti se nella traduzioni- 
queste sono innovazioni tecniche, nello spirito che le ha promosse si riferiscono ad un 
nuovo concetto della posizione della figura nell'opera d'arte. La maggior libertà che si dà 
con essi al personaggio, il maggior movimento che ha il volto, sono strettamente connessi 
con la nuova concezione dello spazio ambiente. Finché tutte le figure dovevano trovarsi 
allineate sopra un unico piano, ad un esecutore che cercasse solo di perfezionare i suoi 
prodotti, senza pensare ad introdurre nell'arte un nuovo concetto dello spazio, come si può 
supporre che facessero gl'industriali vasai, non sarebbe venuto in mente, per raffinata che 
tosse la sua tecnica, di muovere le figure in questo modo. Insomma a me pare che questa 
sia una novità di disegno che vada di pari passo con la novità di composizione e che 
perciò sia giusto attribuire a Polignoto. 



L'influsso polignoteo oltre che nei prodotti dell'arte minore si è ricercato anche in 
taluni capolavori della scultura greca e precisamente nella composizione dei frontoni. 

11 Girard (li ha veduto l'influsso di Polignoto perfino sui frontoni di Egina e lo 
Hauser (2) è giunto a sostenere che quelli di Olimpia sono stati addirittura disegnati da 
Panainos. Credo che un esame anche sommario sia sufficiente a dimostrare che non ab- 
biamo nessun dato positivo per affermare quest'influsso. 



11) Revue dei eludei %recques, 1894, p. j 56 (2) hi Furtwaengler-Reichhold, l'asenmalerei, 

e se^K- 11, p. 309 e segg. 



— 106 — 

Nei frontoni di Egina, in qualunque modo si vogliano ricostruire (i), le figure si di- 
spongono in perfetta simmetria ai lati della figura centrale. È una composizione stretta- 
mente connessa con la forma triangolare del frontone, e di cui si può seguire la genesi 
e la evoluzione sino dai piccoli frontoni arcaici dell'acropoli (2). b" per ciò che riguarda le 
figure, i motivi per la maggior parte non .sono nuovi, ma rappresentano solo un perfezio- 
namento di motivi già noti (3) ; ed anche quei feriti che sembrano creazioni originali dello 
scultore di Egina, non sono del tutt 1 senza precedenti nella stona della statuaria greca, 
poiché lo schema si trova già nel gigante Enkelados del frontone orientale dell' Heka- 
tompedon nella ricostruzione pisistratica (4) e si ritrova in vasi a figure nere e a figure 
rosse di stile severo. Ed 1 molti raffronti, istituiti dal Furtwaenglei 5) tra i frontoni di 
Egina ed alcuni prodotti della ceramica attica a figure rosse di stile severo, giovano 
a dimostrare che le fonti .mistiche dei frontoni di Egina 
si debbono cercare in un periodo anteriore al fiorire di Po- 
lignoto. 

I..i composizione dei frontoni d'Olimpia è guidata dalle 
medesime leggi seguite in quelli di Egina; la simmetria vi do- 
mina con uguale rigidezza: ad ogni figura (nell'orientale), o ad 
ogni gruppo di limile (nell'occidentale), da un lato del nume 
che sta nel cento, corrisponde dall'altro lato un'altra figura 
gruppo di figure analoghi, non solo nella funzione, ma anche 
nell'atteggiamento. 

1 tipi dei personaggi sono tutti nella concezione e nella 

torma prettamente statuari. Alcune figure si collegano coi tipi 

già noti all'arte e di cui esistono parecchi esemplari 161, altre 

appaiono nuove. E in queste appunto, più che nelle prime, 

troviamo affrontati ed m parte risoluti alcuni problemi che la scultura Coi suoi mezzi deve 

aver risoluto prima della pittura. Il fanciullo accoccolato del frontone orientale fig. 91 per 

la posizione delle gambe è in un atteggiamento che nella pittura sarebbe uno scorcio 




(i)V. le ricostruzioni del Thorwaldsen, del Muse.. 
.li Strasburgo e del Furtwaengler messe .1 riscontro 
in Springer-Michaeiis, Handbuch I '■', p. 214-21^. 

(2) Cfr. Furtwaengler, Aegina, p. 116 e segg. 
■. p. li; e segg. 

(41 Athen. Mittheil., 1897, tav. III. p. 59 
(Schrader). 

{--,) Il Furtwaengler {Aegina, p. u' e segg.) ha 
notato multe somiglianze tra 1 frontoni di Egina e 
1 vasi ittici .1 figure rosse di stile severo, 
mente dell'officina di Douris. Per i tini di questo 



non importa discutere se tali somiglianze si 
debbano veramente all' inlluss,. che l'arte samia 
avrebbe esercitato del pari sulla scultura ermetica 
e sulla ceramici attica, come crede il Furtwaengler 
yp. !4i)- Ma è interessante untare come l'indirizzo 
artistico, che si scorge attraverso i frontoni di Egina, 
è lo stesso che guida i vasi di stile severo. Analogie 
tra i vasi a figure nere e i motivi della gigante- 
machia dell' Hekatompedon nota anche lo Schrader 
[toc. ri/., p. 98 e seg.). 
(6) Cfr. Loewy. — Scultura greca, p. 27. 



107 



ardito. Noi troviamo risoluto qui un problema che allo scultore, che può tradurre la cor- 
poreità con la corporeità, non offre nessuna difficoltà straordinaria, neppure per la statica 
della figura che ha molti punti di appoggio. Un simile problema infatti la statuaria egizia 
aveva risolto sin dall'antico impero (i); ed anche la coroplastica greca offre esempi di figure 
analoghe già nel periodo arcaico (2). E perciò mi sembra naturale che questo atteggiamento 
sia stato rappresentato prima dalla scultura e che poi la pittura abbia cercato di riprodurlo 
coi propri mezzi (3). ti la impresa non doveva ossele agevole nelle condizioni, in cui si 
trovava l'arte del disegno nel quinto secolo. 

La ceramica di stile severo ci offre infatti un tentativo assai interessante di ■ 
nella magnifica coppa di Sosias (fig. 101 del Museo di Berlino (4). Il ceramografo voleva 
ritrarre la gamba destra di Patroclo in una posi- 
zione molto simile a quella della destra del fan- 
ciullo d'Olimpia, ed invece è riuscito a darle un 
atteggiamento che somiglia ad un tempo a quello 
della destra ed a quello della sinistra di questa 
statua e che è assai poco naturale. Vorrebbe 
essere una posizione di riposo ed è invece tale 
che richiederebbe un notevole sforzo pei essere 

rvata. Inoltre non si distingue che appena 
la gamba dalla coscia, che sembra quasi attac- 
cata artificialmente al corpo e non parte di esso. 

L'artista, che pure ha saputo dare tanta 
espressione ai volti, ha lottato qui contro le dit- 
difficoltà che gli opponeva il suo compito di ri- Fig „, 

trarre sopra un piano una posizione sporgente. 

Considerazioni analoghe si potrebbero tare sulla figura dell'altro stalliere ; ed anche su 
quella del vecchio pensoso (supposto IWyrtilos) costruite con un senso così forte di cor- 
poreità che mal si potrebbe tradurre in disegno. Le ligure sdraiate negli angoli poi, se sono 
nuove nella concezione del loro ufficio di spettatori, per la loro funzione nella costruzione 




(1) Nel fanciulli) di Olimpia si vedono contami- cfr. Head Hist, Xtun 3 ., p. 159 e seg., fig. 84-85 — 

nati lo schema dello scriba accoccolato (Maspero, rappresentano un sileno m atteggiamento analogo 

Egypte — Ars Lina species mille— p. 89 e segg. .1 quello del fanciullo di 1 1 contorl 

fig. 159-161) e quello del cuoco del Cairo (Ma- per la difficoltà di riprodurre in rilievo un originale 



spero, op. cit. fig. io;). Ma non si può ammet- 
tere nessuna relazione di dipendenza 
statue egiziane, 
(2) v. Arch. .in-. 1890, p. i) (Riegei). 

ine monete di Nasso in Sicilia di cui si 
distinguono due tipi il più arcaico e il pi 



scultorio, cfr. Bulle Dei ■' , png. 4 

j 1 1/ ■ ; e ìii/ikf Deitkmà- 

lei I, ta\ . \ Reina I, p. 7 r , 

Furtwaen ild, p. 13 e se^;.. tav. i.m: 

di frontespizio. Bulle 

op. l'i/.. 



— io8 — 

del frontone e per il loro schema si ricollegano con le figure analoghe dei frontoni 
arcaici. 

Le figure adunque che in questo frontone ci appaiono come creazioni nume, e per 
le quali si potrebbe quindi sospettare che fossero dovute all' influsso di una grande cor- 
rente artistica, sono concepite con cosi forte senso scultorio che non si può ammettere che 
siano state inspirate da opere di pittura. E la tendenza che queste figure dimostrano a rap- 
presentare tipi del popolo con atteggiamenti piuttosto volgari, non trova affatto riscontro con 
ciò che le fonti antiche ci tramandano sul genere dell'arte di Polignoto. 

Le figure di Teseo e Piritoo nel frontone occidentale, somigliano nell'atteggiamento e 
nello schema alle due Amazzoni che si avanzano da destra nel cratere a volute (fig. 8) di 
New-York, ed un atteggiamento simile ha pure la figura dell'Amazzone che brandisce la 
scure nel cratere a campana di New-York, vasi nei quali, come abbiamo veduto, si può 
riconoscere un influsso dell'arte polignotea. 

Ma così le statue d'Olimpia come le Amazzoni dei vasi hanno strette affinità con le 
due statue dei tirannicidi ; ed anzi nel cratere a volute anche la disposizione delle due 
Amazzoni è affine a quella di Armodio e Aristogitone, quale ci è tramandata dalle antiche 
rappresentazioni del gruppo U . 

Ora se si volesse affermare che l' atteggiamento dei due eroi nel frontone di Olimpia 
è d' ispirazione polignotea, bisognerebbe poter sostenere che anche le statue dei tirannicidi 
fossero state create sotto il medesimo influsso di Polignoto: ciò che non è possibile. Il 
gruppo di Kritios e Nesiotes, del quale per comune accordo ormai dei dotti abbiamo la 
riproduzione nelle statue di Napoli, fu inalzato nel 477-6, e se pure non si vuol credere 
che esso fosse una riproduzione del gruppo precedente di Antenor, come molti sostengono 
e altri negano (2), non si può disconoscere che le ligure riproducono, con le forme proprie 
dell'arte del tempo, un tipo già noto da un pezzo alla scultura (3). Le statue dei tiranni- 
cidi da un lato e quelle di Olimpia dall'altro, sono un'applicazione del tipo arcaico delle 
figure in movimento. E forse la popolarità di cui godettero in Atene le statue dei due li- 
beratori, non tu estranea alla fortuna che il loro tipo ebbe nell'arte attica posteriore 14). 

Somiglianze non mancano neppure tra 1 gruppi del frontone occidentale e la centau- 
romachia dello stesso cratere a volute di New -York. Il guerriero di centro brandisce la 

(1) v. per queste varie riproduzioni le indicazioni in Atti della R. Accademia di Ardi. Lett. e H. A, 

in Collignon, Hist. Sculpt. grecque 1. pan. 368 di Napoli, voi. XIX », p. 33 e seg. V. per le due 

.. se g_ statue in generale Guida del Museo di Napoli*, 

. Lechat, Scitlp. attigue, p. 441- Lo stesso n. 103, 104, p. 28 e se Kl r. (Mariani). 
Lechat per altro (nota 4. p. 442) non esclude che (3) Loewy, op. cit, p. 15. 

possa esservi stata una certa analogia di profili e 14) Il medesimo atteggiamento ha nello scudo di 

di attitudini fra 1 due gruppi successivi di Antenor Strangford la figura del vecchio calvo nella quale si 

e di Kritios e Nesiotes. Cfr. anche Patroni. La suole comunemente riconoscere Fidia. (Cfr. Loewy, 

scultura greca arcaica e le statue dei tirannicidi, op. cit. tig. 70). 



- log - 

scure con una mossa analoga a quella di Teseo e Piritoo e dei tirannoctoni di cui abbiamo 
dianzi parlato; e l'aggruppamento del secondo centauro a destra col giovane greco, ricorda 
quelli dei Lapiti e dei Centauri d'Olimpia. 

11 ceramografo del vaso di New-York ha tentato qui scorci ardimentosi, specialmente 
nel centauro che oppone lo scudo alla scure dell'eroe, ed anche nel primo centauro a si- 
nistra. Ma i suoi tentativi rivelano la sua non compiuta preparazione al compito che si 
prefìggeva : si direbbe che quei centauri facciano un grande sforzo per mantenersi in quelle 
posizioni; e il tentativo dell'artista, soprattutto per il secondo centauro a destra, non può 
dirsi più fortunato di quello di Sosias o degli altri ceramografi di stile severo. Nel fron- 
tone d'Olimpia invece vi è più di un aggruppamento che darebbe luogo nella pittura a 
scorci altrettanto arditi; ma egli è che anche qui si tratta di compitiche la statuaria per 
sua natura può risolvere meglio e perciò prima dell'arte del disegno. 

Nessuna novità dunque di composizione ed un carattere strettamente scultorio nei 
singoli gruppi; questo si nota nei frontoni d'Olimpia, ed a me sembra che sia sufficiente 
per indurci a respingere la teoria dello Hauser, secondo la quale il creatore di essi non fu 
uno scultore, ma un pittore. 

Tuttavia le somiglianze tra i frontoni ed 1 vasi polignotei esistono realmente, e poi- 
ché non sembra troppo probabile che i ceramografi attici attingessero ad Olimpia la in- 
spirazione per i loro prodotti industriali, converrà cercare qualche altra spiegazione di que- 
sto fatto. 

Ho notato più su alcune somiglianze di atteggiamento tra due figure del frontone oc- 
cidentale di Olimpia e le statue dei tirannicidi ; ma tra le sculture di Olimpia e l'arte 
attica si possono riscontrare anche altre analogie. La testa di Apollo (fìg. ili somiglia assai 
da vicino al cosidetto efebo biondo (fig. 1 2) dell'Acropoli di Atene, gli somiglia così nella 
costruzione del cranio e del volto (calotta cranica rialzata quasi a cupola, taglio della bocca 
col labbro inferiore sporgente e leggermente ripiegato in fuori, taglio degli occhi, confor- 
mazione delle guance) come nel trattamento dei capelli (1). 

L'efebo per altro è più rigido, più arcaico; l'Apollo attesta un'arte più libera; ma le 
caratteristiche fondamentali sono le stesse in tutt'e due le opere, le quali rappresentano 
un'arte medesima in due diversi stadi della sua evoluzione. 

Per i fini di questo lavoro non è necessario indagare a quale cerchia artistica si deb- 



ii) Le somiglianze tra l'Apollo di Olimpia e p. 248 e seg. e quivi la bibliografia. Le somiglianze 

l'efebo biniiJn sono state notate per la prima volta si lasciami cogliere più agevolmente, quando si 

dal Sophoulis (TL 'Apy. 1888, p. 811 cfr. anche guardimi le due teste di profilo (per l'efebo biondo 

Collignon, Misi. Scalpt.gr. I. p. 564: Bulle, Collignon, op. cii. iìk. 1S4; Bulle. . il. fig. 130; 

/>e? Schoene Mensch- e. 4 s<j : Lerman. Altgr. Lerman, cii. tig. a, b, e: prospetti! ed entrambi i 

Plastik, p. 155: Dickins, Cat.Mus. Acr. I. n. 689, profili). 



bano attribuire i frontoni di Olimpia i i . Ma li" voluto ricordare le più evidenti somiglianze 
tra essi ed alcune opere famose trovate in Utica, pei dimostrare come in Atene, nei primi 

decenni del quintu secolo si producessero, o in og sera comuni (2), opere che 

avevano una stretta parentela artistica con le ligure di Olimpia. 

Ma della scultura attica di questo tempo molti esemplari senza dubbio non sol 
venuti a noi (3), ed è probabile quindi che altre opere esistessero ad Atene che avessero 
con le sculture di Olimpia affinità anche più strette che non i tirannicidi e l'efebo. 

E poiché, pei quanto abbiamo detto più sopra, né la composizione, né i tipi dei fron- 
toni d'Olimpia si debbono attribuire all'influsso della pittura, è lecito supporre che le so- 





miglianze tra queste ligure frontonali vi debbano spiegare piuttosto con un influsso che la 
corrente scultoria, di etti ho notato l'esistenza in Attica, avrebbe esercitato sull'arte a cui 
si debbono 1 vasi polignotei. 



Alla medesima maniera di cui furono rappresentanti, in diversi periodi della sua evo- 
luzione, Euthymides e l'autore della Ilioupersis di Bologna, si collega, per ciò che riguarda 
le figure, il vaso degli Argonauti e poi la celebre " coppa di Kodros " (4). In quest'opera 
é facile riconoscere, come m é fatto già da un pezzo, molti riflessi della scultura fidiaca: 



■ - ai ie opinioni enumerate bre 
111 MichaeliS, Un seco/odi scopate archi 
(traJ. Pressi), p 142: e [v. Duhn] l'erseichnis <l. 
Abgìisse in Heidelberg", p. 4i e quivi le indica- 
zioni bibliografiche : aggiungi Lerman, op. , il.. 
pag. 226 (arie ecleti 

somiglianze dell'efebo biondo con altre 
opere tre la Kore di 



Euthydikos, • ■ soprattutto il tatti che anche nelle 
stele funebri si trovano teste che somigliano allo 
stesso efeb ■ (cfr. I echat, "/>. ci/., p. 36; 
Dickins, <•/>■ ni. n. 1332. p. 2721 attestano a 
parer mio che l'opera fu creata in Attica. 
I Patroni, op. • :/.. p. 33. 

.■urini. Cai. cil. n. 275: Bulle, op. (il., 
segg. fig. 197; U'ieuer Vorlegebl. 1, 4. 



— ni — 

è facile riconoscerli, perchè questa scultura ci è sufficientemente nota per le opere a noi 
pervenute. 

Ma l'osservazione che la coppa di Kodros ci permette di fare dell' influsso della 

grande scultura fidiaca sulla pittura vascolare, ci conforta nell' idea che anche su altri vasi 
anteriori di data, ma appartenenti alla stessa corrente artistica, si possano vedere gl'influssi 
della statuaria contemporanea (1). 

Giunti a questo punto ci si presenta un quesito che è di capitale importanza per la 
nostra conoscenza dell'aite di Polignoto. Al maestro di Taso e ai suoi collaboratori abbiamo 
attribuito le novità di composizione che vediamo nel cratere degli Argonauti e nei vasi 
della stessa cerchia; ma le figure di questi vasi, come abbiami.» osservato, non presentano 
uguali novità ed hanno una lunga tradizione artistica. Logicamente questo fatto si potrebbe 
spiegare in due modi: che i ceramografi avessero preso da Polignoto solo la composi- 
zione, nel qual caso ci resterebbero affatto sconosciuti i tipi delle figure polignotee, che 
il grande maestro ripetesse anche egli i tipi già adoperati, perfezionandoli solo eJ impri- 
mendo loro quelle particolari caratteristiche che non si possono imitare dagli artisti minori. 
In base all'esame esclusivo dei monumenti non potremmo deciderci fra le due soluzioni; 
e perciò converrà invocare in aiuto anche la tradizione letteraria. Pur troppo non possiamo 
servirci di quel luogo di Plinio (2) che più sembrerebbe destinato ad illuminarci sullo 
stile del maestro, perchè in esso si attribuisce a Polignoto 1' invenzione di molti elementi 
che esistevano prima di lui. Cercheremo invece di desumere le indicazioni che ci interes- 
sano da ciò che sappiamo di alcune opere del pittore e dei suoi collabori, attenendoci solo 
a ciò che ne dicono gli antichi e lasciando da parte le ricostruzioni e identificazioni degli 
archeologi moderni, per loro natura ipotetiche (3). 

Dalla descrizione di Pausania (4) del capolavoro del maestro, che tu la decorazione 
della Lesche degli Cnidi a Delfi, si ricava che Polignoto non amava rappresentare scene 
movimentate e violente, ma preferiva ritrarre compostamente l'effetto che producevano sui 
personaggi i grandi avvenimenti, di cui erano stati attori e testimoni. Nella sua llioupersis 
non erano riprodotte le terribili scene ritratte da Brygos e nel cratere di Bologna, non la 
tragedia della notte fatale, ma gli effetti della tragedia, ti Così pure ad Atene Polignoto 
non aveva dipinto l'attentato di Aiace a Cassandra, ma una conseguenza di questo fatto 15). 

(1) L'influsso della scultura si può riconoscere niente di riconoscere il ricordo di alcune opere de- 
meglio nell'età più avanzata clic nell'arcaica anche terminate di Polignoto dei suoi compagni : per- 
per il fatto che i mezzi tecnici più perfezionati che ho creduto che fosse opportuno stabilire entro 
permettevano al ceramografo Ji riprodurre meglio quali limiti sia lecito riconoscere l'influsso Poligno- 
i motivi scultorii. teo. prima Ji pone a riscontro ciò che sappiamo 

(2) v. sopra p. 94 n. ;. dogli antichi riguardo alle opere Ji Polignoto coi 
(JI Nel Corso Ji questo lavoro mi sono Jelihe- monumenti che rappresentano gli stinsi soggetti. 

ratamente astenuto dal trarre qualunque deduzione 141 Paus. X, 25-30. 

Jai prodotti artistici, nei quali si crede comune- 15) Paus. I. iq. 2. 



— 112 — 

Stando alla descrizione di Pausania, nella Lesche non si vedevano grovigli di figure, 
ma gruppi sparsi qua e là; alcuni personaggi in piedi altri seduti o inatto di camminare. 

Atteggiamenti che ricordano quelli che vediamo nel cratere del Louvre e che e' in- 
ducono a credere che le figure del maestro di Taso fossero disegnate Con forme somi- 
glianti a quelle dei vasi da noi esaminati; non risulta infatti che nelle pitt Lire di Delti vi 
fossero tipi assolutamente muovi. 

iudicare quindi dalla descrizione di Pausania e dalla conoscenza che i monumenti 
superstiti ci danno dell'arte della prima metà del quinto secolo, Polignoto non tu tanto un 
creatore di nuovi schemi disegnativi, quanto un perfezionatore di quelli già in uso; e 
mirò soprattutto a ritrarre con perfezione mai raggiunta prima lo stato d'animo dei perso- 
naggi, che traluceva dal volto e dall'attitudine della persona. Ed infatti per testimonianza 
degli antichi ni Polignoto tu eccellente nel rappresentare il pathos e I' ethos. 

Pur troppo perdute tutte le opere del maestro e costretti a cercare il ricordo delle 
sue creazioni in prodotti dell'arte minore, dobbiamo rinunziare a formarci un'idea esatta 
di ciò che dovevano essile i perfezionamenti di Polignoto; poiché sull'artista minore fa 
impressione soprattutto ciò che è novità e quello si sforza d' imitare. La perfezione dei 
particolari invece è difficilmente imitabile, perchè essa non dipende dalla introduzione di un 
nuovo elemento di arte, ma dalla eccellenza delle qualità dell'artista. Polignoto introdusse 
una nuova composizione, infatti dalla descrizione di Pausania si desume che nella Lesche 
di Delfi le figure erano disposte con un sistema analogo a quello che vediamo nel cra- 
tere degli Argonauti, ed i vasai lo imitarono, poiché in realtà ciò non presentava grandi 
difficoltà tecniche. Porse qualcuno si sforzò pure di seguire il pittore nel riprodurre l'espres- 
sione dei volti 121; ma non abbiamo elementi sufficienti per poter giudicare a quanta di- 
stanza rimanesse da lui. Rappresentare il volto di tre quarti anziché di profilo o di pieno 
prospetto favorisce l'espressione dei sentimenti, e per la prima volta vediamo volti di tre 
quarti in vasi polignotei, poiché questa che era una novità del disegno, poteva essere 
imitata dall'arte minore. Dalla quale possiamo desumere solo qualcuna delle caratteristiche 
dell'arte polignotea, ma non la propria personalità del maestro. 



(iì Aristot. /'oiiò, is; Ael. Var. /list. IV, 3. < j. io;, p. 930 segg.) mirabile per l'espressione 

Anche nel rappresentare il pathos Polignoto tu del dolore fisico, e nota il particolare della bocca 

probabilmente un perfezionatore, poiché già prima aperta che lascia vedere i denti, 

di lui si cercò di rappresentare con risultati pia (2) Di questo stor/o è testimone il bellissimo 

meno sodisfacenti il pathos. Ctr. come esempio la vaso di Orfeo trovato a Gela (Furtwaengler, 50 

testa Ji Antaios nel noto cratere del Louvre tir- Beri. Winckelmanns-progr., tav. 2; Bulle, op. ci/., 

malo da Euphronios come pittore (Furtwaengler- tav. 305) in cui mi sembra lecito vedere, come si 

Reichhold, op. ci/., tav. 92: Pottier. Cu/, ci/, la generalmente, un rillesso àeW'eihos polignoteo. 



— H3 - 



1! 



NOTE SVLLA CRONOLOGIA DI POLIGNOTO DI TASO 

Per fissare la cronologia di Polignoto di Taso nessun dato abbiamo dalla tradizione 
letteraria. Plinio (n dice solo che fiorì prima dell'olimpiade 90 (420-4 1 7 a. Cr.i, ma non 
specifica quanto, e perciò il suo dato ha un valore molto relativo e, senza contradirlo, si 
potrebbero proporre varie cronologie. Ne le opere di Polignoto, di cui abbiamo memoria 
sono così strettamente collegate con avvenimenti storici da poterne trarre lume sicuro. Per 
stabilire quindi con una relativa esattezza l'età in cui fiorì il grande pittore, bisognerà 
fondarsi massimamente sulla cronologia delle opere che subirono l'influsso dell'arte sua e 
paragonarla con le notizie che abbiamo per qualcuna delle sue opere. 

Cominciamo dall'enumerar queste. Per l'opera sua capitale, cioè la decorazione della 
Lesche de<^Ii Cnidi a Delfi, non abbiamo nessuna informazione cronologica, né possiamo 
sapere quale avvenimento stato di cose abbia dato occasione alla costruzione di questo 
edificio alla esecuzione dei dipinti. Un dato veramente ci sarebbe, e qualcuno ha voluto 
farne gran caso: un epigramma, scritto sulla parete dell' Ilioupersis, che Pausania (21 e 
l'Antologia Palatina (3) ascrivono a Simonide, ma è noto a tutti quanti epigrammi furono 
attribuiti a Simonide, che in realtà non gli appartengono, e perciò sono disposto ;i cre- 
dere col Robert (4) e l'Hauvette (5) che anche questo, il quale non ha nessuna partico- 
lare bellezza, sia spurio; ed il fatto che esso si trovava in un luogo assai famoso basta a 
spiegare la celebrità di cui godette (6). Escludendo dunque 1' attribuzione dell'epigramma a 
Simonide, non è più necessario porre le pitture avanti il 467 a. Cr. Il Robert pensa che 
si debbano datare tra il 458 e il 447, ma le ragioni da cui egli trae questa conseguenza 
non mi sembrano decisive;'. 



in Plin., A. //. XXXV, 58 

(2) Paus.. \, 27, 4. 

(;i Anlh. Pai., IX, 700. 

(4) Rubert, Nekyia, p. 70 ; e spec. Marathons- 
schlacht, p. 70 seg. 

(=;) Hauvette, Sur lei épigrainmei de Symoni- 
des, p. 5i e p. 1 58, 11" 78. 

16) È anche ripetuto da Plutarco, </< de/, orac, 4-: 
e negli Schol. in Plat. Gorgiam, p. J38 ed. Becker. 

(7) Il Robert {Nekyia p. 76) si fonda sul fatto 
che delle quattro donne tebane che Odisseo vide 
nell'Ade (>■ 260-280) siilo una fu dipinta J.i Po- 
lignoto (Paus. X, 29, 7) e l'omissione delle altre 
interpreta come un affronto fatto volontariamente 



ai ["ebani in un tempo in cui i Focesi, loro nemici, 
erano in possesso di Delfi, cioè appunto tra il 4,s 
e il 447. [..\ ragione, come si vede è debole; ma più 
debole è l'argomentazione del Frazer (Pausanias, V. 
p. 359) il quale interpreta lo stesso latto come un 
complimento fatto ai Tebani e perciò combatte la 
data del Robert. Secondo lui non e' è motivo di 
dubitare dell' attribuzione dell'epigramma a Simo- 
nide. quindi le pitture sarebbero anteriori al 467. 
Più torte ragione per porre la decorazione della 
fesche al tempo del dominio focese è la presenza 
dell'eroe Phokos (Paus., \, jo, 4) che già indusse 
il Wilamowitz (Hom. Intasiteli, p. 22;, ri. io a 
p are quest'opera prima del 447. 



15 



— il 4 — 

È possibile tuttavia, anzi sommamente probabile, che questo capolavoro di Polignoto non 
fosse al tempo stesso la sua prima opera sul continente ellenico, ed io sono disposto a 
crederi R iberl i), col IWilchhoefei (2) e col Girard (3) che prima della Lesene di Delfi 

decorasse- il tempio di Athena Arem a Platea. 

Pausania nana (4) che questo tempio fu fondato col bottino della battaglia di Mara- 
tona, ma è noto, come già videro il M filler ed il Brunii, che la maggioi parte delle opere 
che il periegeta dice dedicate in tal niodn, Mino molto posteriori alla battaglia e si devono 
attribuire al tempo in cui lo stato ateniese era già arricchito per opera di Temistocle e di 
Cimone. Nel caso nostro particolare la testimonianza di Pausania è invalidata da quella di 
Plutarco (5), il quale asserisce che il tempio fu costruito col bottino della battaglia di Platea. 
Siamo dunque portati più giù del 478 e torse abbastanza piìi giù, perchè sappiamo 
V y.yy'i.'j.y. del tempio era un'opera pseudo-criselefantina attribuita da Pausania a Fidia: 
perciò qualunque cronologia si ammetta, per il grande maestro ateniese si ponga la sua 
nascita prima della battaglia di Maratona 0, come è più probabile, verso il 4801 è chiaro 
che non potè compiere questo lavoro negli anni immediatamente successivi al 47S. F. vero 
clie qualcuno ha dubitato, senza addurre ragioni sufficienti, della giustezza dell'attribuzione 
della statua a Fidia 161, ma ciò non altera per noi la questione cronologica, poiché l'opera 
ci apparirebbe, m ogni ^aso, come una imitazione meno costosa delle celebrate statue cri- 
selefantine del sommo scultore e quindi non anteriore all'epoca del fiorire di lui. 1: la 
data della statua trae con sé quella delle pitture, poiché ci parrebbe per lo meno strano 
che si pensasse a decorare un tempio prima di provvederlo dell'immagine di culto. 

Vengono ora le opere che egli compì in Atene. Sappiamo che ivi decorò insieme Con 
Vlicon e Panainos (7) la DowiiXt) ttok, ma neppure per questa abbiamo dati cronologici 
sicuri e si può solo stabilire entro certi limiti la data seguendo alcune considerazioni gene- 
rali, e perciò converrà fermarvisi un po' sopra. 

La costruzione di questo portico si volle ascrivere all'attività edilizia di Cimone e ciò 
per due ragioni: il fatterello narrato da Plutarco (8) della relazione tra Polignoto e la so- 
rella di Cimone, Elpinice, che il pittore avrebbe ritratto sotto le forme di Laodice tra le 
donne troiane, e il nome che il portico aveva (Mima che dalle pitture tosse chiamato 
W'j'.'.ù.r,. Quanto al primo, nessuno ha pensato finora a metterne in dubbio la vendi, ita, 
ed io certamente non voglio negarla; solo faccio osservale che essa posa su basi meno 
solide di quanto si potrebbe credere e che la testimonianza di Plutarco posteriore di cinque 
all'età del pittore, non esclude che si possa trattare di una leggenda creata poi 



ert, loc. cit. [5) Plut. . \rist., • 

(2) Milchhoefer, Jahrb. d. Itisi., 1894, p. 72. (6) Lechat, Phidias, p. 70. 

(j) Girard. Rev. études grec, [894, p. J54,n. 1. (7) l'Iin., A'. II.. XXXV. 59. 

4) l'aus.. IN. 4. i- < s ' Plut., dm., 4. 



data sulla nota amicizia di Cimone con Polignoto. E non ho bisog di indugiarmi 

a dimostrare la tendenza che vi fu sempre ad infiorare di aneddoti più o meno veritieri 
le vite de^li artisti. Aneddoti più che biografie abbiamo degli artisti amichi e in parte 
anche di quelli del Rinascimento italiano. Né contro le mie riserie può essere '.alida ra- 
gione l'asserire che Plutarco attinse probabilmente a fonti dell'epoca: noi sappiamo quante 
false identificazioni si hanno delle opere del nos'ro cinquecento (i), epoca per la quale non 
mancano certo le testimonianze contemporanee. 

Prima di chiamarsi UowciAr,, pare che la T-roa si chiamasse IIe'.t '.-/•; y/.r :■.',: (2), e 
questo ha fatto pensale a relazioni tra il portico ed un Peisianatte, cognato di Cimone, perche 
fratello della moglie di lui Isodice (3). Ma neppure questo è per noi un dato cronologico 



(11 Accennerò, per tacere d'altri, .il caso della Ve- 
nere di Tiziano nella >• Tribuna » degli Uffizi, nella 
quale si volle riconoscere la Duchessa d'Urbino n 
l'amante del Duca. \. Lafenestre et Richtenberger, 
La peinture en Europe, Florence, p. 42. 

12) Cosi si lesse ora in molti testi, ma la tradi- 
zione manoscritta è discorde. Plutarco ( Cini. 4) ha 

Iv -r ID.r 3'.5VI/.T : r., T'/T= 7 ).'i'j;J : vr, /.. 7. >..,clie lo 

Xylander corresse in rh'.atava-/-io>. I codici di Har- 
pocration s. v. v/-/:-.: ito» sono anche pio di- 
scordi, essi ci Janni' ivaxtto; e il codice L (carta- 
ceo del sec. XV, ora nella Marciana n. 40. ->■■•- 
,-.-.:<,:; nella epitome codd. Palatino c Parisino si 
lesse lluavaxtios e la correzione [l£iatavàx~io; è do- 
vuta a Ph. Jac. Maussacus tolosano che curò nel 
1614 un'edizione di Harpocration. L'autorità di 
questo autore pei l'età sua. (forse i tempi di An- 
tonino e M. Aurelio, v. Croiset, Hist. Iti. gr. V 
p. 44(1 ses. ; Christ-Schmid, (Jriech. Ut?, Il, 
p. 697) sarebbe srande, ma i manoscritti che ne 
abbiamo, in numero di undici 11 dodici, dolano dal 
secolo W, quelli dell'epitome sono meno numerosi 
ma migliori ; il più antico è il Palatino membra- 
naceo del sec. XV. E dubbio pero che Harpocra- 
tion avesse realmente lUtatavaxtto; e ciò per quanto 
diro più sotto a riguardo di Suidas. Questa forma 
si trova in Diogene Laerzio (VII, 5) : Suidas la ha 
sotto la voce Zt,vujv, per la quale ha attinto cer- 
tamente a Diogene Laerzio, che fu sua tonte (v. 
Christ-Schmid, op. cit. Il p. 895; Krumbacher, 

, p. 567) e sullo la voce iTOa, ove parla 
di filosofi e può avere attinto allo stesso Diogei 
ha invece UavaxTto: s. v. Un). «1: ì->r>., pel li 
quale copiò Harpocration (cfr. II. Steph. Thes. s. 



v. ristativi!;) e ciò prova che almeno nel setolo \ 
in questo autore non si leggeva UsejtavixTStoc. 
Negli Schol. in Aesc/u'n., Ili, 185, si trova ora 
[htatava/.-to; ometto da lUtsiavaxTt; del cod. 
Laur., che subito dopo dice avaxTO? dove ora si 
lesse llsijtivax-o;. lli'.otavixTio? si legge in Tzetzes 
(Schol. in Hermog, in Cramer, Anecdota graeca, 
IV, p. 21I che attinse alle stesse fonti desìi scola 
ad Eschine (cfr. Wachsmuth, Stadi. Athen., Il 
p. 501, n. iì e negli Sckotia Demostenica XX, 112, 
che hanno la stessa origine. In Isidoro di Siviglia 
(Etvm.. Vili. 6, 8) la denominazione Pisianactiam 
fu aggiunta dall'editore I. Grial (ap. Migne /'. L. 
voi. 82, col. joó). E chiaro che 1 vari lesti sono 
corrotti e l'unica restituzione possibile è quella se- 
neralmente accetta di lUtaiavixTio;, ma questo ap- 
pellativo non c'illumina troppo sulle relazioni tra 
il portico e il personaggio di Peisianatte. non a- 
vendo gran valore le testimonianze dello scolio ad 
Eschine (avaxro;) e di Tzetzes (xt7,to;o;) che ne 
fanno il padrone. Il Curtius (Storia Creta, trad. 
ital. II. p. 294) asserì senza ragione alcuna che ne 
era l'architetto. Il Robert {Hermes, XXV, p. i-'l 
disse, parimenti senza iasione che era il presidente 
della commissione edilizia, ma si corresse in Ma- 
rathonsschlacht p. 8 e n. 6 Probabilmente egli 
diede 1 denari per la costruzione, come crede an- 
che il Lechat, Scnlp. alt. av. Phidias, p. 432. Il 
tatto del cambiamento di nome del porti 
guito ai dipinti la credere che il persoti 
Peisianatte debba collegarsi più tosi,, con la costru- 
zione che von la decorazione dell'edificio 

l!) Vedi Kirchner, Prosopogr. attica, II. p. ini 
ses. e prospetto a p. 54. Ei ra 1 



- n6 — 

assoluto, poiché prima di tutto non sappiamo se il nome di Peisianatte debba colli 
con la costruzione o con la decorazione del portico; e pure ammettendo come vero l'aned- 
doto di Elpinice e ponendo in relazione Peisianatte con Polignoto, veniamo solo a con- 
cludere che questi lavorò al tempo di Cimone, ma non è necessario credere che lo facesse 
prima dell'esilio del figlio di Milziade (459), che potrebbe anche avervi lavorato, per esem- 
pio, dopo il richiamo di lui (454). Né troppa luce possono darci i sorbetti rappresentati: 
Troia presa e la lotta con le Amazzoni sono tatti dell'età mitologica e la battaglia di W 1- 
ratona è pur essa troppo antica da potersi ammettere una immediata dipendenza crono- 
logica del dipinto da essa. Sola luce potrebbe venirci dalla battaglia di Oinoa, ma pur 
troppo questa ci è nota solo da fonti che si riferiscono ad opere d'arte ed aspetta luce 
essa stessa dalla cronologia di Polignoto. Tuttavia qualche aiuto può darci. A parte la in- 
verosimiglianza che il dipinto rappresentante questa battaglia fosse stato eseguito molti anni 
dopo degli altri, che, in altri termini, la decorazione del portico tosx r rimasta per quasi un 
secolo incompiuta, a porre la vittoria di Oinoa verso la metà del v secolo ci obbliga la 
cronologia di Ipatodoro e Aristogitone, autori del gruppo eretto a Delti da^N Argivi come 

oio di questa battaglia 1 1 \. 

Si tratta, come attesta Pausania (2), di una vittoria degli Ateniesi e degli Argivi sui 
Lacedemoni, ma Tucidide non ne parla affatto, quindi non sappiamo se fu riportata 



in relazione il porti* 1 con Peisianatte, figlio di Me- 
gacle e fratello Ji Euryptolemos, padre di Isodice. 
Deve ascriversi ad un Peisianatte figlio Ji questo 
Euryptolemos e padre dell'altri' menzionato da Se- 
nofonte (llell. I, 4, 10 e 7, 12) come parente di 
Alcibiade. 

(1) Pausania (X, i". \ ) attribuisce quesl 
agli scultori Ipatodoro e Aristogitone. l'Imi" | V. //.. 
XXXIV, 50) pone la fioritura di Ipatodoro nell'olim- 
piade 102 (572-369 a. Cr.) ma la data pliniana può 
ben essere ei 1 ita 1 ifei il >i ad un alti" si ufi 
nimo. I >'altr" canto Polibio (IV, 78) e Pausania (Vili, 
>6, ; 1 ittribuiscono la statua di Athena di Aliphera 
in Arcadia 1 1 Ipatod irò — i codici di Polibio hanno 
per errore Ecatodoro e Sostrato; ora Plinio 

\\\I\. 51) pone un Sostrato nella olimpiade 
113 (328-321; a. C.) ma nel tempo ste-s,, attesta 
(XXXIV, 60) die era nipote di Pitagora Samio. 
Se bene Plinio dua il contrario, 1' 
può considerarsi la ste : di Pitagora di 

Reggio i\. Lechat, Pylhagoras, p. 2 e 51 

Plinio (XXXIV, 49), nella 

olimpiade 00 (420-417) Ma quanto poco conto si 

■ di questi dati cronologici pliniani basta 



a provarlo il fatto che nella stessa olimpia,! 
pone l'attività di Scopasi II 1. echat. op. «/., pas- 
sim, e spec. p- ;ò M'H'l crede a ragione che Pita- 
i ibbia lavorato fra il 490 e il 450 a. Cr. 
Quindi se realmenl fu figlio di una 

rella di Pitagora, bisognerà porlo verso la metà del 
V secolo, ed alla m , a converrà 

vere il suo collega Ipati doro. Ma abbiamo anche 
un'altra prova migliore e più evidente per collo- 
care Ipatodoro e Aristogitone versn la metà del 
olo. Essa ci è fornita da una epigrafe di que- 
sti artisti a Delti: nota da molto tempo (Boeck, 
1 '. /. G., n. 2S : Loewj /. e. /.'.. n. 101 1 da un 
ifo del Dodwel, fondandosi sul quale poterono 
essere accettate varie cronologie (cfr. Loewy, toc. 
ri/.: Collignon, Hisi. delaSculpt.gr., Il, p. 155) 
tu poi ritrovata ii"ii molti anni 01 sono e pubbli- 
, ii 1 ni facsimile dal Pomtow (A'/.v. 1908, p. 187 e 
segg.i. I- questi giustamente per la paleografìa e 
per altri argomenti la pone verso la metà del 
v secolo, dando così una conferma di ciò che 
dalle ragioni addotte più sopra si sarebbe potuto 
concludere. 

l'ili- 1, K, 1 e X, 10, 4. 



prima della battaglia di Tanagra, tra il 462 e il 458, come vuole il Robert (1), dopo di 
essa, come credono il Busolt (2) e il Pomtow (3), né abbiamo dati sufficienti pei 
la questione, ma in ogni caso, siamo portati al decennio 460-450. 

La decorazione della Poecile non fu la sola opera di Polignoto aJ Atene e torse nep- 
pure la prima. Da Suidas 141 sappiamo che gli tu data la cittadinanza ateniese per aver 
dipinto nel santuario di Teseo e in quello dei Dioscuri, veramente i codici hanno èv ti? 

0/,tzj:i^ /.zi Iv àvz/.s '.<■>, ed il Reinesio mutola prima indicazione in èv ;w (-i/^io; 

i:p<o, se bene Pausania (5) ascriva la decorazione del Theseion a Micon che fu collaboratole 
di Polignoto. Pur troppo non abbiamo una data precisa neanche per questo tempio, del 
quale non esiste nessun avanzo, poiché par bene che quello che oggi è detto Theseion ap- 
partenesse ad un'altra divinità, torse Hephaistos 161 e non avesse relazione con l'edificio 
decorato da Polignoto. La translazione delle ossa di Teseo si ascrive al 475 (7), ma non 
sappiamo se proprio allora si erigesse il santuario se si facesse in principio solo un te- 
menos, se, costruito il tempio, lo si decorasse subito si attendessero tempi migliori per 
le finanze dello stato. Forse alla soluzione approssimativa del problema può portare un con- 
tributo la data che si deve accettare per l'abbellimento di Alene dopo l'incendio persiano. 
Ora io non credo, come taluni, e per esempio il Gardner (8), che l'abbellimento seguisse 
a breve distanza la distruzione: si dovè prima pensare a tenersi pronti contro nuovi at- 
tacchi, all'esercito, alla fiotta, alle fortificazioni della città stessa; e le scoperte del Noacl 9 
nelle mura di Atene non confermano la rapidità, poco credibile, con la quale Tucidide! 101 
dice che queste furono elevate da Temistocle, ma solo il modo nel quale furono costruite, 
che sta ad attestare le cattive condizioni finanziarie in cui versavano gli Ateniesi. E se per 
ricostruire il tempio della maggiore divinità cittadina si attese un trentennio, non si sarà 
pensato assai prima ad abbellire i santuari minori. Ma non voglio fermarmi troppo a lungo 
su questo punto; tanto più che altri hanno ,u i à esposto queste teorie (n). In realta l'ope- 
rosità edilizia di Cimone va ridotta a più modeste proporzioni di quel che non si creda 
generalmente, ed anche questo fatto è notevole per la cronologia di Polignoto. 

Neppure per l'Anakeion abbiamo un criterio cronologico; ma forse un terminus po- 
trebbe esserci dato dai Propilei. Pausania 112) dice che ivi erano alcuni dipinti di Polignoto; 
Achille tra le figlie di Licomede e Nausicaa; è vero che Plinio 1131 dice che in quel luogo era 
una rappresentazione di Paralo e Hammoniada detta anche Nausicaa, opera di Protogene e 

il) v. Hermes, oSyo, p. 412 segg. (8) E. A. Gardner, Ancient Athens, p. 208 segg. 

(2) v. Busolt, G. (,'., III. 1, p. 524 set;. (9) v. Allieti. Mìttheìl., 1007, p. 513 segg. 

(?) v Klio, [908, p. 191. no) Tinte, I, 93. Cfr. su ciò Beloch, <■ (/., Il . 

(4) Suidas, s. v. [IoXuyvwTo?. 2, p. 140, segg. 

(5) Paus., I, 1-, 3. (11) Cfr. Lechat, Scttlpt. alt. ai: Phidias, p. 424 

(6) v. Sauer, Dai sogenannle Theseion, p. i2 se^. 

seg., 12^, 255 segg. (12) Paus., I. 22. 6. 

1-1 v. Busolt, op. cit., III. 1. p. 1 16 (i!) l'Im.. X. II.. XXXV, 1 i 



— na- 
si è sospettato che fosse proprio il quadro ascritto dal periegeta a Polignoto; ma per Achille in 
S< irò non può essersi dubbio, dato il testo di Pausania, e forse erano anche suoi il ratto del 
Palladio, Odisseo e Filottete, Polissena e l'uccisione di rivisto, onde io credo col Furtwaengle i 
che non vi sia ragione di dubitare che Polignoto abbia lavorato nei Propilei. Questo potrebbe 
essere l'unico termine cronologico, poiché sappiamo che i Propilei furono costruiti fra il 437 e 
il 432 (2), date che impedirebbero di ascrivere l'inizio della carriera di Polignoto ai primi de- 
cenni del \ secolo; ma non nascondo che, ignorando noi di che genere fossero le pitture che 

avano i Propilei, si potrebbe sostenere che, eseguite prima, vi fossero poi collocate, e per 
conseguenza anche tale criterio verrebbe a mancale, lo veramente non sono di questo avtiso 
e penso che il testo di Pausania ci permetta di credere che la sala dei Propilei contenente 
le pitture non fosse una pinacoteca 1 3 1 nel senso che noi diamo alla panila, ma più tosto 
un ambiente decorato con dipinti, alcuni dei quali al tempo del periegeta erano già svaniti, 

Come si vede le notizie che abbiamo intorno alle opere di Polignoto ci aiutano ben 
poco per stabilire la cronologia del maestro; solo da quanto ho esposto e dalle considera- 
zioni che ho fatto mi pare che si possa dedurre che non è prudente porre la sua attività 
nei primi decenni del secolo quinto. Le notizie intorno alla sua vita sono molto scarse, 
ma non in contradizione con la deduzione precedente. Sappiamo che ebbe la cittadinanza 
ateniese e questo non può essere un criterio cronologico: sappiamo che fu amico di Ci- 
mone, anzi corse voce che avesse una relazione con la sorella di lui, e si potrebbe sup- 
■ he egli, tasio, stringesse amicizia con Cimone, quando questi prese Thasos nel 463 
venisse con lui nel continente greco. 
Vccanto a Polignoto lavorarono spesso Micon e Panainos. Del primo sappiamo che fu 
anche scultore ed erano pregiate le sue statue di atleti 141, fra le quali fu quella del pan- 
craziaste Kallias 5), di cui si è trovata l'epigrafe ad Olimpia (6). La vittoria di Kallias t 
dell'olimpiade, 77 (472 a. Cr.l (7), ma da ciò non possiamo trarre una data precisa per la 
statua, la quale potè essere collocata anche alcuni anni dopo la vittoria, che fu l'unica di 
Kallias ad Olimpia (8), quando il torte atleta non sperava di vincere più (9). 

li) Furtwaengler, Collect. Sabouroff, I, Introd. veniente da Villa Ludovisi. S. Reinach, Rép. de 
aux vases, p- 6. la statuali,. Il', p. 170. j. 

(2) Cfr. Judeich, Topographìe von Athen, p. 75 (6) Loewy, /. G. />'., 4': Olympia. V, p. 250 

seg., n. 146 (Dittenberger-Purgold). 

(3) Il nume di pinacoteca dato alla sala dei Pro- (7! Paus., V, 9, ?: Grenfell-Hunt, Oxyrhinc. 
pilei è moderno. Cfr. Hitzig-Bluemner, Pausanias, Pap, II. CCXXII, col. I. 26, p. 89;cfr. Hermes, 
I, p. 247. Pausania (I. 22, 6) la chiama o"x»i(ia /■>•/ [900, p 107 (Robert). 

Xpetoas. Pare certo però che non fossero affreschi, (8) V. C. I. A., I. 410. Per i caratteri è gene- 

in. 1 tavole; cfr. ludeich, op. cif., p. 212. ralmente giudicata non anteriore all'olimpiade 85 

(4) Plin.. N. II.. XXXIV, 88. 11 1. Cr,). 

,1 Paus., VI, 6, 1. Il Furtwaengler (Cotlect.Som (9) V. per il collocamento delle statue dei vin- 

ée, pi. Ill-V. p. 1 segg.), credeva riconoscerne una citori ad Olimpia le giuste osservazioni del Lechat, 
copia in una statua della collezione Somzée, prò- Pylhagoras, p. io segg. 



Un'altra epigrafe ateniese 1 1 1 riferentesi a questo artista non è databile con precisione, 
mostra caratteri attici interpolati con segni dell'alfabeto ionico e perciò sarei propenso a 
metterla piuttosto dopo, che prima del qso (2). 

Di Panainos sappiamo che fu fratello di Fidia (3) e lavorò con lui allo Zeus d'Olim- 
pi 1. Non è questo il luogo di discutere la cronologia del capolavoro fidiaco (4), ma qua- 
lunque data si accetti, siamo portati al trentennio 460-4:50, con assai poca probabilità 
per il primo decennio. 

La tradizione letteraria non qualifica .Vlicon e Panamos come discepoli di Polignoto, 
ma solo come suoi collaboratori, tinse un po' meno illustri di lui, perciò nulla ci vieta di 
supporli suoi coetanei anche maggiori e pensare che uno almeno dei due lavorasse già 
quando il maestro di Taso venne nel continente greco. 



Per mezzo di' queste ricerche adunque non possiamo stabilire con sicurezza nessuna 
data; ma le notizie che abbiamo raccolte e le considerazioni che abbiamo fatte ci indu- 
cono a credere che Polignoto e 1 suoi collaboratori lavorassero intorno alla metà del quinto 
secolo. Vediamo ora quale indicazione si può trarre dalle opere d'arte che risentirono l'in- 
flusso polignoteo. 

Nella prima parte di questo lavoro sono venuto alla conclusione che non abbiamo prove 
sufficienti per riconoscere riflessi dell'arte di Polignoto in quel gruppo di vasi i quali, se- 
condo il Robert, dimostrano l'influsso polignoteo solo nelle figure e non ancora nella com- 
posizione. Essi dunque non possono darci nessuna indicazione utile per la cronologia del 
maestro. Restano per ciò da considerare i vasi dell'altro gruppo a capo dei quali sta il cra- 
tere degli Argonauti. Sarebbe quindi molto importante poter conoscere con esattezza l'età 
di questo vaso per stabilire in che tempo l'influsso polignoteo cominciò 'a farsi sentire 
sull'arte minore. 

L'esame stilistico del cratere d'Orvieto (fig. 71 induce a credere che esso sia stato 
fatto dopo la fine dello stile severo; ma bisogna riconoscere che questa considerazione non 
ha, per la cronologia assoluta dell'oggetto, un valore decisivo, poiché potrebbe darsi che 
un'artista più avanzato producesse opere come il cratere di Orvieto, quando ancora altri 
continuassero a lavorare nello stile severo. Per altro non dobbiamo disprezzare 1 dati che 
si possono trarre da ricerche di questo genere. Ora non credo che lo stile severo debba 

(il C. I. ./.. I, 418; Loewy, ,-/>. ,;/.. 42. nipote ( iòù.-. :8o3;). 

{2) V. Larteld. Handbuch d. ,k> ■ Epigr., 11. (41 Per la cronologia Jeuli ultimi anni Ji Fidia 

p. 433 (tabella) e 434. ctr. Frickenhaus Phidias und Kolotes in Jahrbuch 

(3) V. Paus.. V. 11, 6; Plin., N. 11.. XXXV . ,/. hist. 1913, pa^. 34-' segg. e quivi la biblio- 

54, 57; XXXVI, '77: Strabone, Vili, p. 354 dice grafia. 



— 120 — 

considerarsi finito nel 480 e ciò per varie ragioni. Innanzi tutto non si può ammettere, e 
ti non si ammette, 10 non si producessero più vasi in Atene, e 

d'altra parte non è probabile che proprio allora, dopo la presa d'Atene, quando le con- 
dizioni dello Stato erano tutt'altro che floride, ci fosse una riforma in un'arte come la cera- 
3 carattere industriale. I: molto più ovvio pensare che si continuasse per 
alcun tempo coi metodi già in uso. Ma più che da queste considerazioni astratte a me sembra 
che un dato importante si possa trarre dal fatto, già molte volte untai'), che il nome di 
Glaukon, figlio di Leagros, si trova negli ultimi vasi di stile severo. L poiché Glaukon 
dovette essere -*•.; naXo; sii per giù nel decennio 470-460 (1) è chiaro che lo stile severo 
deve essersi estesi, fino a questo tempo circa, senza voler propone una determinazione crono- 
logica più particolare. Se dunque bastasse conoscere quando tini lo stile severo per avere 
la data del vaso degli Argonauti, questo si dovrebbe attribuire al decennio 460-450. 

Ma altre piovo si possono trarre dalle figure che sembrano statuarie. Ilo già ricor- 
datoci le somiglianze coi frontoni d'Olimpia. La figura di Artemide, nella scena dell'uc- 
cisione dei Niobidi, ricorda nell'impostatura e nel vestito la statua di Athena nella quale 
il Furtwaengler (3) crede di riconoscere la Lemnia di Fidia, e la testa somiglia a quella 
di Artemide nel fregio del Partenone (4) : accenni dunque all'arte fidiaca. E ricordi simili 
desta la figura di Athena nella taccia principale: anche essa ricorda la • Lemma >• 
rigidamente eretto, testa un poco voltata) e per la composte/za la Parthenos; in alcuni 
particolari dell'atteggiamento poi braccio destro posato .il ti. meo. sinistro appoggiato alla 
lanciai nell'inclinazione del corpo e nel piotilo del viso somiglia alla così detta Athena 
malinconica (5) nel noto rilievo del Museo dell'Acropoli, che si deve attribuire al 460 circa. 
Non si natta della riproduzione di nessuna di queste opere: si tratta di un tipo pi 
da una stessa corrente d' inspirazione : una classo di tipi che comparisce nell'arte greca 
poco prima della metà del secolo quinto ed è perfezionata e condotta al suo massim 
da Lidia. L mi sembra che questa figura di Athena sia così statuaria nella concezione da 
attestare che il suo tipo sia stato creato dalla scultura e poi imitato in pittura, piuttosto 
che viceversa. Così che. se vogliamo servirci di queste somiglianze come dato cronologico 
per il cratere degli Argonauti, non siamo certo indotti a considerarlo anteriore alla com- 
parsa di questi tipi nella scultura. 



(1) V. le varie indicazioni su Glaukon in Pauly- vette essere a un dipres^. coetaneo dell'oratore 

Wissova Realenc, VII, 1. e. 1402 (Willrich). Che Andokides. 
egli debba essere st.it" -•/•: xaXóe non prima del (2) V. sopra, p. 106 - 
decennio 470-460 si desume, oltre che dalle notizie 111 Furtwaengler, Meislerwerke, p. 1 e seg£. 
che abbiamo sul suo conto - fu stratego presso (4) Wichaelis, Parthenon, tav. 14. p. 6: Smith. 

Samo nel 441 o e comandante della flotta a Cor- Sculpt. of Partii., tav. 8. 

eira nel 453/2 — anche da quanto ci è traman- (5) Bulle, Der schoene Mensch % , tav. 273, p. 578 

.li lui Leagros, il quale do- e seg. : Dickins, Cat. of .in. Min., p. 259. 



Questo vaso dunque mostra affinità da un lato con la corrente artistica che produsse 
i frontoni d'Olimpia, dall'altro con la produzione fidiaca; e più specialmente con quei pro- 
dotti che sembrano precorrere alle creazioni maggiori del sommo scultore. Ora se questa 
affinità artistica indica pure, come è probabile, una coincidenza cronologica, siamo portati 
anche per questa via agli anni successivi al 460, cioè allo stesso periodo a cui ci conduce 
il semplice esame stilistico del vaso. Onde a me sembra che non si vada lontano dal vero 
attribuendo la fabbricazione del cratere d'Orvieto al decennio 460-450(1). 

Allo stesso periodo circa siamo portati anche per il cratere a volute (fig. 8) di New- 
York (2), che sembra allo Hauser (3) di un decennio più tardo del vaso delle Amazzoni 
trovato a Ruvo ed ora a Napoli, che il Furtwaengler ascrive al 460 circa (4). Gli accenni 
paesistici sono anche più sviluppati che nel vaso degli Argonauti e la maggiore ricchezza 
degli ornamenti prelude allo stile di Meidias; e l'ariballo di Cum.i, ora a Napoli (51, anche 
pei la paleografia delle iscrizioni mota H — 7,1 non si può mettere prima del 450 circa. 

Gli altri vasi enumerati dal Robert 16) tra i polignotei si rivelano evidentemente po- 
steriori a questi di cui abbiamo parlato ora, e perciò credo inutile fermarci a considerarli 
più particolarmente. 

I pumi documenti sicuri dell'influsso polignoteo appartengono dunque alla metà circa 
del quinto secolo. E poiché di quel secolo abbiamo una serie di prodotti vascolari abba- 
stanza ricca, che ci permette di seguile la storia della ceramica con sufficiente esattezza, 
è lecito supporre che l'influsso di Polignoto sia cominciato appunto in quel tempo, in cui 
ne troviamo i più antichi testimoni. Ora se teniamo conto di Lina giusta osservazione del 
Furtwaengler 17) che cioè i pittori vascolari, nell' ispirarsi a grandi modelli, non facevano 
gli archeologi, ma seguivano una moda artistica corrente che, possiamo supporre, li pie- 
cedeva di qualche anno tutt'al più di un decennio, saremo indotti a porre l' inizio della 
carriera di Polignoto in Attica poco prima del tempo in cui si comincia a sentire 1' in- 
flusso delle sue creazioni nei prodotti dell'arte minore, cioè al decennio 470-460 e forse 
anche agli ultimi anni di esso. 1£ questa datazione si accorda assai bene con quanto ab- 
biamo ricavato dall'esame delle tradizioni storiche sulle opere del maestro. 

Sappiamo che Polignoto fu amico di Cimone e che questi prese Taso nel 463 ; sorge 
quindi spontanea l'ipotesi che proprio in quell'occasione il tiglio di Milziade conoscesse il 



(il Verso il 4S" 1" pose già il Furtwaengler, (4) Furtwaengler- Reichhold, op. ri/., tav. 26-28; 

Collection Saboiiroj), Introd. au.x z-ases, pag. =;, pei l.i data, ivi, I. p. 124: Reinach, Rép. d. vases, 

n. 1. Il, pag. 277 segg. 

12) Furtwaengler- Reichhold, Vasenmalerei, tav. (5) Reinach, op. ri/., I. p. 4KJ ; Buschor, Va- 

1 16-117 (Hauser) Bulle, »</>. ri/., tav. 507. Lo sen»ia/erei, fig. 139. 

Hauser, pan. 506, I" crede un poco più arcaico Ji (6) Robert, Mar a/honssrh tarli/, p. 97 m-^. 

quello a campana (tav. 11S-119). (7) Furtwaengler, Collect. loc. cit.: 

(3) Hauser, op. ci/., p. 2<>- . inche lineati, Midia, p. 134. 

1 1 \nno IX 11, 



pittore e lo conducesse con sé nella penisola greca, ri l'ipotesi, che non sono il primo a 
formulare (i), può essere avvalorata anche da un'altra considerazione. L'attività di Poli- 

i in Attica si Collega col rinnovamento edilizio di Atene dopo le guerre persiane, ed 
abbiamo già detto che questo rinnovamento, soprattutto per ciò che riguarda l'abbellimento 
della città, non seguì immediatamente il 480; ora è noto (2) che la vittoria su Taso as- 
sicurò ad Atene numerosi vantaggi economici, fra 1 quali il possesso delle miniere di oro 
della Tracia, onde è lecito supporre che questo avvenimento non sia Stato senza ritetto 
sulla stona edilizia della città. 

Se l'influsso di Polignoto fu cosi notevole pochi anni dopo il 463, conviene ammet- 
tere che fin d'allora egli avesse acquistato in raso glande perizia artistica e che Cimone 
conducesse in Grecia un pittore già maturo. E la ipotesi non è inverosimile, poiché sap- 
piamo che egli fu discepolo di suo padre Aglaoionte (3) e non abbiamo notizia di altri 
suoi maestri, l'ossi. imo anche suppone, dato che l'influsso dell'arte sua si sentì special- 
mente intorno alla metà del secolo, che la maggioi pai te delle sue attività si svolgesse 
proprio nel decennio 460-450. 

l'ui troppo non è possibile avere una precisa cronologia relativa delle sue opere, né 
possiamo tare una ipotesi sicura sulla data della sua morte; solo se si vuole ammettete 
che lavorasse egli stesso nei Propilei, si deve pensare che morisse al più presto poco prima 
del 430. 

Cosicché possiamo dire che la sua attività si svolse in gran parti contemporanea a 
quella di Fidia, e sarebbe molto interessante poter conoscere con esattezza le relazioni tra 
i due artisti e quale influsso ciascuno di essi abbia esercitato sull'altro. 

Francesco Fognari. 



(i) Furtwaengler, 50, Beri. Winckelmannsprog., (2) Timo, I, 101, 3. 

p. 162. (3) Lykurg., Fragni. 4i. ed. Didot. 



SULL'AVTENTICITA DI VNA TESTA DI BRONZO 

(Tav. VII) 



Fu lungamente dibattuta tra persone dotte e lìnalmentc portata innanzi ai Tribunali la questione, 
se fosse o no antica la testa di bronzo, di cui presentiamo un'immagine a tav. VII. 

Con sentenza del li) Agosto lìilò il R. Tribunale Civile di Roma, Sezione I, nominava tre periti 
perchè esaminino la testa in bronzo venduta dal Signor Alfredo Barsanti al Signor Giuseppe San- 
giorgi il 3u Maggio 1912, e riferiscano, se essa sia autentica e di scavo del ni secolo ». 

Noi sottoscritti che avemmo l'onore di essere scelti come periti, e ad esercitare questa funzione 
fummo debitamente autorizzati dal Ministero di Pubblica Istruzione, presentammo la seguente relazione, 
che data l'importanza del quesito, e il risultato delle nostre indagini, ci sembra non inutile offrire ai let- 
tori àeU'Ausonia. 

Noi sottoscritti periti abbiamo dovuto soffermarci dapprima sulla puma questione, se 
cioè la testa sia autentica; ed abbiamo inteso, che il Tribunale, ponendoci questa domanda, 
abbia voluto da noi sapere, se la testa sia o no una contraffazione moderna. Domanda che 
apparirà ardua e degna di accuratissima ponderazione, solo che si pensi ai discordi pareri 
di tanti egregi conoscitori ed illustri colleghi che videro prima di noi l'oggetto. Persuasi 
pertanto della gravità del nostro compito, volemmo che al nostro giudizio non avesse a 
mancare alcun elemento di indagine, e ritenemmo pertanto opportuno raccogliere anzitutto 
con ogni cura le notizie relative al trovamento, potendosi dalle condizioni di ubica/ione, di 
stratificazione, di profondità, di associazione di oggetti dedurre argomenti non trascurabili 
per la discussione. Disgraziatamente notizie tanto dettagliate e precise, quanto noi avremmo 
desiderato, non tu possibile ottenerne dopo tanti anni dal trovamento ; non furono però inu- 
tili quelle che riuscimmo a raccogliere. 

Per esse da gente di indubbia fede, e cioè dall'attuale Sindaco di Chiavenna, dal Si- 
gnor Dott. Ernesto Ploncher e dal Signor Otto Weber proprietario dell'albergo Conradi e 
Posta, ci è risultato essere perfettamente vero quanto è affermato dal documento presen- 
tato alla R. Corte d'Appello dalla difesa Barsanti il 19 gennaio 1914. Che cioè « il giorno 
2 maggio 1879 verso le ore 5 pom. (tale data non è ricordata naturalmente con tutta la pre- 
cisione dai nostri informatori) nella casa già dei Conti Salis Soglio al n. 495 Contrada 
Maggiore in Chiavenna, tacendo scavare l'attuale proprietario Giuseppe Martinucci nell'at- 
tiguo giardino per eventuali riparazioni, rinveniva alla profondità di circa inetri 1,50 una 



— 124 — 

testa di bronzo antica. A circa 5 metri di distanza dal luogo di tale scoperta esisteva nello 
stesso giardino la tomba del letterato modenese Ludovico Castelvetro ». 
Oltre alla conferma sostanziale di tale notizia noi apprendiamo: 

I. che il trovatore Sig. Giuseppe Martinucci che avrebbe potuto dare più ampie 
notizie, mori l'anno scorso. 

II. che l'albergatore Sig. Weber vide la testa appena trovata, ed ebbe dal Signor 
Badrutt di St. Moritz l'incarico di trattarne l'acquisto per lire duecento. 

III. che è notoria la vendita fattane poco dopo dal Sig. Martinucci per sei 
cento lire. 

Ora è ben noto che l'antica Clavenna romana non occupava il luogo dell'attuale Chia- 
venna, ma era più a valle ( 1 1. Potrebbe però ammettersi, che fuori dell'area dell'antica 
città avessero potuto trovarsi casali o ville, una delle quali, eventualmente situata sotto il 
giardino della casa Salis Soglio, avrebbe potuto essere adorna d'opere d'arte tra cui la nostra 
testa. Ma questa seconda ipotesi, che non ha per sé altro sussidio che quello di una generica 
possibilità, urta in un grave ostacolo, quello della scarsa profondità, alla quale, secondo il 
documento già citato, fu rinvenuto l'oggetto. 

Dice quel documento che pare redatto ed è in ogni modo firmato dall'inventori Mar- 
tinucci, che la testa fu rinvenuta a circa m. [,50 di profondità. <>ia data la ubicazione del 
giardino Martinucci già Salis-Soglio, in luogo piano, e dati i depositi alluvionali che lascia 
la Maira e gli scoscendimenti di monte Mottaccio così chiaramente visibili anche ora dalla 
Piazza del Castello (2) non è possibile ritenere, che lo strato archeologico romano possa 
essere raggiunto con una escavazione profonda solo un metro e mezzo. 

Pertanto è certo e inoppugnabile, che la testa non fu rinvenuta né entro l'ari 
città romana, né entro lo strato archeologico romano. 

Questi due argomenti che sembrano opporsi recisamente all'ipotesi, che la testa possa 
essere antica e di scavo, perdono però molto tutto il loro valore, qualora vengano consi- 
derati e discussi altri fatti. 

Dice il documento già citato, presentato dalla difesa Barsanti, e della cui verità non 
dubitiamo, che a circa cinque metri di distanza dal luogo della scoperta esisteva nello stesso 
giardino la tomba del letterato modenese Ludovico Castelvetro. 

Anche questo dato di tatto tu voluto esaminare dal collegio peritale, nell'ipotesi che 
la testa avesse potuto adornare quella tomba. 

(1) L'asserzione del dott. Ercole Bassi a pagina occasione di esaminare, è indubbiamente del 

216 della sua Valtellina (Sondrio 1908) che esiste XIV XV. 
in Chiavenna « un vecchio fabbricato che nel piano (2) Bassi Ercole, La Valtellina (Sondrio 

«terreno e nelle fondamenta mostra l'antic p. 188 «La valanga di sassi tjduta sopra Chia- 

romana è assolutamente fantastica, poiché venna, e tra questa e Camportaccio ha interamente 

il fabbricato in questione che il primo di noi ebbe L'ambiato l'aspetto dei luoghi». 



Ludovico Castelvetro dichiarato dal Tribunale della Sacra Inquisizione eretico impeni- 
tente con sentenza del 26 novembre [560 dovette fuggire dall'Italia, e vagò in Germania, 
in Francia, in Svizzera, e a lungo più volte si termo a Chiavenna, dove pure non poteva 
raggiungerlo il terribile Tribunale romano, per essere allora Chiavenna e la Valtellina appar- 
tenenti ai Grigioni, i quali avevano già in grande maggioranza accettato le riforme protestanti. 
Nelle sue dimore a Chiavenna il Castelvetro tu ospite del Conte Rodolfo Salis, colonnello 
di Massimiliano 11 e grande fautore della Riforma, ossia abitò appunto nella casa Salis che 
passò poi ai Salis-Soglio e da ultimo al Martinucci inventore della testa in questione. 

E in quella casa appunto egli morì il 2] febbraio 1571, e l'ospite e amico Rodolfo 
Salis volle che gli fosse eretto nel giardino un monumento con una iscrizione, monumento 
che Federico Antonio Salis-Soglio restaurò nel [791, aggiungendovi un'altra iscrizione e un 
busto marmoreo del defunto (1), Tale monumento non esisteva già più, quando il Marti- 
nucci rinvenne la testa, perchè già cinque anni prima, cioè nel 1874, esso fu dai proprie- 
tari del giardino venduto al Comune di Modena patria del Castelvetro, e si conserva ora 
nel Museo Civico di quella città. L'aspetto di esso però, non consente di ritenere che 
tosse decorato di busti in bronzo, e sopra tutto di una della forma, della natura, del- 
l'aspetto della testa in questione. 

Ma altre ipotesi sorgono spontanee dall'aver quel giardino appartenuto ai Salis-Soglio, 
e dall'avere in esso dimorato Ludovico Castelvetro. 

F noto, quanto tra gli eruditi del sec. XVI tosse comune l'uso di raccogliere oggetti 
antichi. Per non citare che un esempio di analogia perfetta col caso nostro, 1] fierissimo 
rivale del Castelvetro Anmbal Caro possedeva una collezione di antichità di cui si ricordano 
busti imperiali, un sarcofago e delle statue « valde palcherrimae » che dieci anni dopo hi 
morte del poeta un Ottavio Caro offre in vendita al Senato e al popolo romano (2). E 
molto probabilmente anche il Castelvetro ne possedeva, egli che era ricchissimo di sua 
casa, e che la maggior parte della sua attività di studioso aveva rivolto alle antiche lette- 
rature ebraica, greca e latina. Vero e, che non ci e riuscito di trovare documenti che pro- 
vino questa esistenza di una collezione antiquaria del Castelvetro, e che la tuga dalla sua 
città, la vita raminga, la perdita dei suoi libri, dei suoi manoscritti e di tutte le cose sue 
che ebbe a sottrile a Lione durante le lotte tra cattolici e ugonotti, e a Vienna durante 
una pestilenza, rendono meno probabile, che egli abbia potuto portar seco delle cose meno 
necessarie alla vita. 

Ma v'è dell'altro; anche 1 Conti Salis-Soglio furono collezionisti di antichità, e non è 
improbabile che la loro raccolta abbia avuf igine per 1 suggerimenti e torse anche per 



(1) Sulla dimora del Castelvetro a Chiavenna dt VI 1-, . p . ,„ () . 

cfr. Ploncher, Della ri/a e delle opere di Lodovico (2) Lanciani. di Roma, III. 

Caslelve/ro. Conegliano 1870: Crollalanza, Moria p. 50; Grossi Gondi, /.a rilla dei Quintini, col. 105. 



— 120 — 

i doni del Castelvetro che ebbe animo signorilmente delicato, e che potrebbe assai bene 
aver fatto venire di Modena alcune delle sue cose preziose per sottrarle alla confisca dei 
suoi beni, e per offrirle ai Salis nella cui casa egli trovò il primo rifugio alla sua vita di 
esule. 

Anzi di una iscrizione latina sappiamo, che era posseduta precisamente dal Conte Ro- 
dolfo Salis l'ospite del Castelvetro, presso il quale la vide e la copiò nel 1603 il Gru- 
terus ( 1 1. 

l'usta pertanto in modo probabile una collezione antiquaria del Castelvetro e in modo 
indubitabile una dei Salis-Soglio nel luogo dove la testa fu rinvenuta, ognuno vede come 
svanisca completamente il valore negativo dei due fatti da noi accertati, che cioè il rinve- 
nimento non è avvenuto né entro l'area della città romana, né alia profondità dello strato 
archeologico romano in quella regione. 

La testa può benissimo aver appartenuto ai Salis-Soglio, ed essere stata rinvenuta chi 
sa quando e dove. Si ripeterebbe insomma un fatto più volte avveratosi nella stona degli 
scavi di antichità, e che meglio di ogni altro esempio può illustrare la recente scoperta di 
due statue in piazza Colonna. 

Quelle statue indubitabilmente di età romana furono rinvenute a m. 1,50 sotto il piami 
del cortile-giardino dell'ex palazzo Piombino, mentre è noto da molte precedenti scoperte, 
che il piano delle strade imperiali romane è in qviel punto a ni. 4,80 dal livello stradale. 
La spiega/ione dell'enigma è data dal fatto che alla fine del secolo xvi abitava nel 
palazzo Piombino, sito come ognuno sa, nell'area ove attualmente si lavora, un celebre col- 
lezionista di oggetti antichi, mons. Cosimo Giustini, e che parte delle cose da lui possedute 
potè esser nascosta sotto terra, sia per timori trascuranza del proprietario dei suoi re- 
stauratori sia per frode di coloro che il 10 decembre ifto} derubarono e uccisero il ric- 
chissimo monsignore. E similmente un telamone appartenente alia stessa collezione tu pure 
rinvenuto anni addietro alla stessa profondità (2). Ora analoghi trambusti sono intervenuti 
nel giardino Salis a Chiavenna, e ce ne dà la piova la seconda iscrizione posta nel 1791 
sul sepolcro del Castelvetro, secondo la quale detto sepolcro fu erulus tenebri*. Se dunque 
l'abbandono del giardino aveva ricoperto persino il monumento del Castelvetro, a più forte 
ragione avrebbe potuto celare una testa di bronzo. 

l'i 1 unto dobbiamo concludere, che l'accurata indagine da noi condotta sulle circostanze 
di travamento non ci tornisce alcun sicuro argomento né pio né contro l'autenticità del- 
itto, se non forse questo solo, che non è probabile, che un falsario moderno, che do- 
e nel nostro caso essere stato il defunto Giuseppe IWartinucci un suo complice, 



(1) Inscriptiones, p. 1 1 s 7 ; cfr. C. I. I .. V. 1.0 Lanciarli, /.; co/lesione statuaria di C 

i.>4i. Giustini, in Bull. Coni. 1914, p. n '■en. 



abbia creata o fatta creare questa figura, l'abbia sepolta, abbia fatto diffondere notizia del 
suo rinvenimento per venderla poi sei o settecento lire. 

Tolta così la possibilità di raggiungere lui criterio di certezza in base agli indizi esterni, 
ci fu d'uopo rivolgerci allo studio e all'esame più diligente dell'oggetto, sì che da esso 
stesso potessero trarsi tutti gli argomenti 
per rispondere al difficile problema postoci. 

L'oggetto in questione (Tav. VII fi- 
gure 1,2) è una testa di bronzo a gran- 
dezza naturale di persona avanzata in età 
col capo coperto da una singolare acconcia- 
tura. La parte più esterna di tale accon- 
ciatura è formata da una reticella di cor- 
doncino intessuta a maglia piuttosto stretta 
che sembra fissata sul davanti a un sottile 
listello di stolta o di pelle ornata di inci- 
sioni, e dietro è tenuta ferma da una 
cordicella che viene ad annodarsi alla base 
della nuca. La rete ha torma di imbuto, e 
l'estremità chiusasi trova precisamente sul 
vertice del capo, dove è legata e ripiegata 
su se stessa. 

Che cosa la rete stringe entro di se? 
Il pensiero che si presenta più spontanei) 
è, che essa contenga i capelli della figura 
raccolti in trecce girate intorno al capo a 
guisa di turbante. 

Una foggia simile di acconciatura fu 
in uso in età romana al tempo di Traiano, 
le cui donne la importarono forse dalla na- 
tiva Spagna. Spesso fu complicata con una 

I iì; i. - lesta >n bi /o. 

specie di diadema formato da capelli arric- 
ciolati, alti sulla fronte; ma appare anche in Lina forma che si può dire geometricamente 
cilindroide identica a quella che si potrebbe supporre sotto la rete della nostra testa. 

A chiarimento del nostro dire presentiamo quattso fotografie di due teste del Museo 
Capitolino (fig. 3-4). 

Senonchè, noi non siamo persuasi che subito sotto la rete si abbiano le trecce. 

Se cosi fosse, l'artista che tu tanto scrupoloso da segnare col bulino le maglie della 
rete che non erano riuscite espresse a rilievo (fig. 2) non avrebbe mancai" di segnare con 




tratti di bulino entro le maglie i capelli, mentre invece sotto la rete appare un t'ondo 
unito. Non solo, ma chi guardi il modo come il singolari ipo termina dietro le orec- 

chie, o spigo o che esso fa, e l'angolo retto che torma, facilmente si persuade es- 

servi sotto la reticella un berretto di stoffa, e piuttosto grosso, forse di lana. 

ammesso che immediatamente sot- 
to la rete non si abbiano trecce, ma un 
belletto, sorge il dubbio, che la testa 
possa rappresentare non una donna ma 
un uomo. I nibbio che sembra confer- 
mato dai capelli corti che escono dalla 

parte posteriore del berretto sul collo 
(fìg. 2). Il collegio peritale però osser- 
vando le ciocche di capelli lunghette 
che in forma allatto inusitata per gli 
uomini escono dal berretto avanti alle 
ori 6 Ino (fìg. 1 1 e ponendo mente a una 
certa dolcezza e morbidezza di linea che, 
pure in una persona di età più che ma- 
tura, si lascia cogliere nel mento della 
figura, come pure alla poi a \ igorìa del 
collo, è persuaso che la figura rappre- 
senti una donna, e sa del lesto spie- 
garsi, come appiesso si vedrà, anche 
in questa ipotesi, la ragione dei corti 
capelli sul collo. 

I: dunque una donna, una vecchia 
che abbiamo innanzi a noi: e sotto il 
berretto di lana, la capigliatura ahi I non 
più ricca e fluente può però esser rac- 
colta come sono le splendide trecce 
della nostra figura 3 o meglio ancora 
quelle meno abbondanti della figura 4 

che ha un groppo rialzato dietro la nuca, proprio come appare nella nostra testa con- 
fronta blu. 2 e 41. 

La nostra vecchia ha fronte piuttosto bassa, occhi piuttosto stretti e lunghi con pu- 
pilla segnata in alto con un circoletto, sopracciglia segnate con pochi colpi di bulino. 

Il naso di giuste proporzioni rivela una spiccata nota caratteristica, die cioè mentre 
la parte ossea li esso ò rettamente piantata nel mezzo del viso, la pai te carnosa devia 




IVsta iti broli/ 



— 129 — 

molto sentitamente verso destra. E non solo, ma la narice sinistra è notevolmente più 

sollevata della destra, quasi ne mancasse una parte, l'ali caratteri individuali, come pure 

una chiara e spiccata dissimetria delle due metà del viso ci assicurano, che non si tratta 

nel nostro caso di una testa ideale, ma di una persona reale, e ritratta anche con molto 

realismo. Come~"anche una nota individuale si ha dalla bocca a labbia sottili, serrate e 

ritratte, o che a loro manchi l'appoggio dei denti, o per altra più grave' e solenne ca- 

r 

gione. 




l : i_t. j - levta ritratta jai M 

Possiamo pertanto ammettere d'aver guadagnato ancora un altro elemento determi- 
nativo, che cioè abbiamo in questa testa un ritratto. 

Le orecchie sono espresse con trattamento molto superficiale, e quasi diremmo, gros- 
solano. E cosi pure il collo è rozzamente tagliato a larghi piani, senza vita, senza alcuna 
dignità artistica, anzi senza neppure una mediocre abilità di modellatura. Un singolare 
aspetto presentano le ciocche di capelli che scendono avanti alle orecchie. 

Per esse l'artista altrove frettoloso o inabile ha perduto tempo e fatica a segnare una 
minuta granulazione rilevata, che dà al capello l'aspetto di un cordoncino. Analo 
tamento di capelli non ci risulta, che sia stato adottato in altri bronzi antichi o del rina- 
scimento. 

Esaminammo pertanto con cura, se non avesse potuto essere questa strana peculia- 
rità 1' indizio primo che rivelasse l'opera del contraffattore. Ci nacque anzi anche il so- 



- 130 — 

spetto, che quella punteggiatura fosse stata ottenuta con un bulino meccanico, cosa che 
ci avrebbe procurato grave materia di dubbio. Però esaminando con cura e con l'aiuto di 
forti lenti quella parte della testa, constatammo con sicurezza che i globetti della granu- 
lazione sono notevolmente disuguali tra loro, il che esclude l'azione di un bulino mecca- 
nico. Essi sono, come si disse, espressi a rilievo, e la loro minutezza non consentì di pen- 
sare che possano essere ottenuti dalla fusione, ma si devono invece certo a una minu- 
ziosa, per quanto poco giustificabile upera di ritocco. 







Testa ritrai! i dal Mu 



Lo spessore della lamina di bronzo è piuttosto sottile, quale di solito si riscontra nei 
bronzi romani, e cosi pure è buono e soddisfacente l'aspetto della patina; verde bruna 
generalmente all'esterno e verde chiara all' interno, e sia fuori che dentro tenacemente 
concreta. 

Neil' interno si nota anche una macchia azzurrognola che i bronzi antichi prendono 
per combinazioni col solfo o suoi composti, e che ha un colorito identico a quello di molti 
bronzi di Pompei. Davanti all'orecchio sinistro si scopre invece il rosso del rame privo di 
patina. Ma questo si deve a un ripulimento moderno di cui restano tracce in striatine 
di strumenti a piccola punta tagliente. Sull'orecchio infatti la superficie doveva essere sub- 
bollita e carbonizzata come è quella della tempia sinistra, e un restauratore più enei 
che abile ha cosi ripulito quella parte. 

Non vogliamo attribuire un valore troppo grande a questo criterio degli aspetti della 
patina, ma certo essi sono piuttosto favorevoli all'ipotesi della autenticità dell'oggetto. 



— I3i — 

Ancora un altro criterio esterno prima di addentrarci nell'esame stilistici!; l'acconcia- 
tura della figura. Dissero alcuni degli studiosi che videro la testa e non la credettero au- 
tentica: « Non abbiamo mai veduto in opere a" arte classica una ùmile acconciatura; dun- 




que la testa è falsa •>. 11 giudizio è troppo spiccio, e inesatto nella premessa e nella con- 
seguenza. Che le antiche donne Greche e specialmente Romane abbiano usato talvolta 

circondare i capelli di una rete è cosa attestata dalle fonti classiche e dai monumenti ili. 



(i) Cf. Daremberg Saglio, Dictionnaire des An tiqui tés, -. v. ini, ulum. 



— 132 — 

Nelle monete di Siracusa sia della coniazione più antica che della più recente la te- 
sta di Aretusa ha i capelli dietro l'occipite chiusi entro una rete. 

11 ritratto ideale di una poetessa, forse Saffo, in un affresco di Ercolano (fig. 5) reca 
pure sui capelli una rete. E altri esempi potrebbero recarsi greci e romani, per quanto però 
veramente una rete-berretto, così come appare nella nostra testa, non sia a nessuno Ji 
noi nota in altri esempi. 

(.c.iesta mancanza Ji riscontri ci appare però giustificabilissima, senza correre subito 
all' ipotesi della contraffazione. Esaminiamo più Ja vicino lo strano copricapo della nostra 
testa: la torma non ha nulla Ji simpatico Ji attraente, né e nobilitata dalla materia. 
La rete è chiaramente espressa come fatta di semplice cordicella. 

È mai possibile pensare, che il raffinato buon gusto delle donne greche e romane 
avesse mai escogitato un cosi misero e antiestetico adornamento? È mai possibile, che un 
tale arnese sia stato pensato come un abbellimento? Ma no, è vano cercare i confronti a 
tale foggia in altre opere d'arte, nessuna donna poteva pensare Ji lasciarsi vedere, pe 
ancora Ji lasciai riprodurre ed eternare le proprie sembianze con quell'acconciatura. Ma 
non si vede, quanto vi è di intimo, Ji Jomestico in quel grossolano noJo della rete sul- 
l'alto Jel capo? Quale donna può sopportare tale miseria fuori della propria stanza Ja 
letto? Non è la moda, non è la acconciatura Jel lusso; è il comoJo, è la necessità che 
impongono tali forme. È questa povera vecchia che cela con quel ripiego il miserando 
aspetto della propria testa mezza calva. Ecco il perchè dei capelli corti sul collo, ecco i 
due miseri cernecchi grigi avanti alle orecchie, e son proprio gli ultimi a cadere i capelli 
sul collo e quelli avanti alle orecchie. Nulla dunque si può concludere contro l'autenticità 
della testa Jal tatto che non vi sono altre figure Ji donne cosi acconciate. Al contrario se- 
condo noi non è possibile, che un falsa/io abbia ideato una cosa cosi nuova, COSÌ strana e 
aJ un tempo cosi logicamente architettata e connessa in tutti i suoi particolari. 

Perchè, come vedremo, ancora altre osservazioni dobbiamo fare, le quali pure ven- 
gono con le precedenti a stringersi e concatenarsi in una logica e salJa unità. 

A chi osserva lungamente e accuratamente la testa, come noi abbiamo dovuto fare, 
appaiono notevoli discordanze e disuguaglianze Ji stile e Ji fattura. E sono queste a no- 
stro avviso che hanno prodotto negli osservatori esperti, ma più affrettati, che ci hanno 
preceduto, quel vago e subcosciente stato d'animo insoddisfatto, onde prima si genera la 
sfavorevole impressione e il senso del dubbio. 

\d esempio la lete e resa con un realismo cosi mirabilmente preciso, nel suo restrin- 
gersi Jelle maglie, nel suo sovrapporsi .Ielle cordicelle verso l'apice della testa, perfino nei 
suoi strappi, che avendo una cordicella si potrebbe rifarla e Jisporla in modo affatto iden- 
tico. I.o stesso crudo e tagliente lealismo si osserva in certe parti Jel viso, per esempio 
nelle gote un pò scarne, nei solchi sotto gli occhi, nel naso deformato, nella bocca ser- 
rata. La assoluta perfezione con cui è raggiunta la \entà in queste parti, contrasta strana- 



— 133 — 

mente col mediocre aspetto degli occhi, con il superficiale trattamento delle orecc 
la grossolana e piatta modellazione del collo. 

Tanto stridenti contrasti non si possono spiegare che in un modo; ed è la rete, la 
strana rete inusitata che ci conduce alla spiegazione. 

Nessuno scultore né antico né moderno può essersi proposto di perdere tanto tempo 
e tanta opera quanti sarebbero necessari per modellare con cosi grande rifinitezza un og- 
getto artisticamente cosi balordo e insignificante come una rete; meno che mai poi il no- 
stro artista il quale si rivela viceversa trascurato a segno che ha lasciato qua e là sul 
viso della sua figura le cosi dette spugne di fusione (sbavature del metallo) senza ridurle 
con la così detta raspinatura. 

Ma se anche volessimo ammettere, che egli tosse uno strambo uomo, e che avesse 
voluto provarsi in così minuziosa fatica, possiamo esser certi, che né lui, né alcun' altro 
scultore avrebbe potuto raggiungere in opera così pedestre una tanto perfetta illusione di 
verità. Non v' ha dubbio per noi, che la rete è stata formata sul vero. 

E come è stata formata sul vero la rete, così è stata tonnata sul vero la faccia. 

Basta immaginar chiusi quegli occhi, e la maschera del cadavere ci si rivela con si- 
cura, direi quasi con macabra evidenza. Quella bocca non è chiusa, è serrata, e non si 
aprirà mai più. Quel naso è contorto, quella narice destia e contratta nell'ultimo tentativo 
di inspirazione; è propriamente riprodotto il vero rictus cadavericus nelle sue contrazioni 
estreme repentinamente fermate nella solenne immobilità della morte. 

La nostra testa di bronzo den\a pertanto da una maschera funebre cui l'artista, pro- 
babilmente per desiderio dei parenti, ha riaperto gli occhi. Ognuno che sa, quanto 1 Ro- 
mani ponessero d' impegno e di gloria nel conservare le immagini dei loro antenati, e 
come esse tossero abitualmente formate in cera dal cadavere (i) non si meraviglierà af- 
fatto della nostra spiegazione. E più ancora la troverà accettabile ricordando, che mentre 
nell'uso più antico la cera stessa era conservata, in appresso, come ci dice Plinio 
della maschera di cera era sostituito da quello delle imagìnes dìpeatae in metallo, eviden- 
temente tratte dalla forma di cera, 

Hcco pertanto perché sono stupidi gli occhi e superficiali le orecchie e il collo 
fronte del mirabile realismo di tutto il resto. Gli occhi sono stati riaperti, e le orecchie e 
il collo non erano compresi nella maschera. Ed ecco chiarirsi tante altre questioni. Perchè 
la strana acconciatura? Non certo per sfoggio di eleganza, ma perchè così la volle la pietà 



ni La cosa è attestata dall'uso degli scritturi che cfr. Rorelli, Monumenti cumani, tav. I; Darem- 

adoperano promiscuamente le parole imagines e berg Saglio, Dictionnaire des Antiquités,s.v. cera 

cerar e dal singolarissimo caso della preservazione e imago. Pauly VVissowa, fieal Encyclopadie s. v. 

di due di queste maschere trovate nella necropoli imagines maiormn. 
di Cuma e ora conservate nel Musco di Napoli (2) Xaturalis Historia, XXXV, 4. 



— 134 — 

dei sopravvissuti i quali così avevano visto la loro cara estinta negli ultimi tempi della 
sua vita. 

E chi sa forse, che nell'estrema toletta che si componeva al cadavere non fosse uso 
almeno parziale se non generale tra i Romani di chiudere i capelli entro un simile invo- 
lucro? 

Se alla conservazione delle nostre tombe romane avessero arriso le medesime mirabili 
condizioni atmosferiche e igrometriche che preservano nelle tombe dell'antichissimo Egitto 
intatti i legni, e le stoffe, e le paglie e i peli, forse avremmo potuto rispondere con più 
sincera convinzione a questa domanda. Ma invece nelle nostre tombe tutto quanto non è 
pietra o metallo si è distrutto; tutto sempre, tranne in un solo caso che parve miracolo. 

Nel 1485 il giorno iy aprile, cavandosi nella tenuta di S. Maria Nuova, al quinto 
miglio dell'Appia presso la Villa dei Quintilii, fu scoperto entro un sarcofago di marmo il 
corpo di una giovane donna in uno stato di conservazione, di flessibilità, di fluidità san- 
guigna, di elasticità degli arti quasi prodigiosa. Dalle relazioni contemporanee di letterati e 
di antiquari raccolte da Antonio Riccv (i) e dallo Huelsen 12) risulta, che la scoperta com- 
mosse vivamente la città; il sarcofago e la morta furono esposte in Campidoglio, e tante 
furono le dispute dei dotti, tanto specialmente ne fu colpita la fantasia, e turbato e acceso 
di ammirazione lo spirito popolare, che il papa Innocenzo \ 111 tini per impensierirsi dello 
straordinario eccitamento, e una notte fece scomparire tutto. 

Orbene in questa unica tomba di donna romana che noi abbiamo potuto vedere in- 
tatta, i capelli della morta erano chiusi in un berretto con su una rete di cordoncino 
« Et haueua, scrive Antonio di Vaselli, una berrettina di zenzale con certo lavoro d'oro 
batto assai bello-» (3). E Celio Rodigino «.Aveva i capelli contenuti in rete aurea \ 
E via via gli altri contemporanei chiamano quella acconciatura: rete, mitra, cerchio, dia- 
dema, infula, cuffì.i 1 5 1. 

E torse le tracce di filo d'oro, di stoffa che qualche altra volta furono trovate in 
qualche tomba romana (6) e che furono ritenute avanzi di guanciali di coltri debbono 
riferirsi a smuli coperture del capo. 

Il collegio dei periti non vuol peccare di imprudenza affermando per un solo esem- 
pio sicuro e indubitabile, che- fosse uso tra i Romani di porre un tale berretto sul capo 
dei morti, ma non può a meno di non rilevare il singolare riscontro tra l'unico caso po- 
tuto con ogni sicurezza constatare nella tomba della giovanetta di Via Appia, e l'aspetto 
della nostra maschera funebre. 

(1) // Pago Limonio, pag. 105. (5) Riccy, Pago /.emonio, I. e. 

(2) Cfr. Lanciarli, Storia degli Scavi di Uomo, (6) Per es. nel sarcofago di Bebia Ermofila, tro- 
I, pag- 84. vato sulla Via Tiburtina in tenuta Aguzzai 

(;) .luti. Vaticano, armadio XV, fase. 44. Gh lanzoni in Notisie Scavi, 1012. p. 230. 

14) . luti,/, tee/.. MI. cap. 24. 



— 135 — 

Tornando a riflettere su quanto si è sopra esposto, e sopra tutto: 

considerando, come nessuna delle particolarità prese in esame nella testa possa va- 
lere come indizio di moderna contraffazione, anzi al contrario come tutte cospirino a com- 
porre una unità logica e artistica della più salda compattezza, 

considerando come il falsario moderno non può pensare a creare oltre che l'oggetto 
anche tutto il procedimento storico per cui quell'oggetto deve essere così e non altrimenti 
che così, 

e sopra tutto dato anche e non concesso, che a tanto insolito lavoro si tosse posto 
un falsario, considerando, che egli non avrebbe saputo essere cosi rigorosamente e felice- 
mente coerente in tutti i più piccoli dettagli, 

e considerando ancora che l'ipotetico falsario, dotato di un temperamento così ec- 
cezionalmente fantastico e così rigorosamente logico, avrebbe usato queste sue mirabili fa- 
coltà per far qualche cosa di meglio di questa mediocrissima testa, ritratto di una scono- 
sciuta vecchia, 

considerando infine non esser possibile, che una somma di lavoro così sottilmente 
sapiente abbia finito ad essere valutata da chi avrebbe dovuto essere il falsario stesso o 
un suo complice, cioè dal Martmucci non più di sei o settecento lire, 

il collegio peritale ritiene unanime che sia assolutamente da escludere, clic la testa 
di bronzo sia opera di un moderno falsario. 

Pertanto alla prima domanda dell' Eccellentissimo Tribunale, il collegio dei periti risponde 
che la testa è autentica. 

Rimane la seconda domanda: È la testa di scavo del terzo secolo? 
Il rispondere ad essa è certo più difficile che non sia stato rispondere al primo que- 
sito non solo per l'angustia dei termini che essa vuole siano segnati, ma anche per la sua 
forma scientificamente inesatta e indeterminata, lì divenuto insomma un quesito posto a 
degli studiosi quello che non era se non una sciatta designazione gettata j^iù currenti ca- 
lamo in una ricevuta di un antiquario. Volendo esser precisi, noi dobbiamo intanto do- 
mandare, se si volle in quella monca frase intendere il terzo secolo avanti Cristo o il 
terzo secolo dopo. Né si dica, che noi vogliamo sofisticare con questa domanda, perchè 
qualche studioso era disposto ad ammettere per la nostra testa una data anteriore all'era 
cristiana. Infatti tra i pareri esternati da dotti che avevano giudicato la testa, vi fu an- 
che quello di chi volle vedervi il ritratto di Cleopatra invecchiata, (ahi quanto!) e tro- 
vare una somiglianza con una testa del Museo di Alessandria d'Egitto, somiglianza affatto 
inesistente secondo il riscontro fatto a nostra preghiera dall'illustre nostro connazionale che 
con tanto decoro dirige quel Museo, prof. Evaristo Breccia. 

Non abbiamo tuttavia rifiutato di tentare una risposta anche a questo quesiti . 
preghiamo l'Eccellentissimo Tribunale di voler considerare, quali ragioni tendano questa de- 
terminazione (diffìcile sempre a farsi) peculiarmente ardua nel nostro caso particolare. 



- 136 - 

Dimostrato infatti che la nostra testa è una maschera, la nostra argomentazione viene 
i perdere completamente l'appoggio di ogni criterio stilistico. Non abbiamo più dinanzi 
a noi un'opera d'arte, ma il getto di una t'orma, non possiamo più cogliere il tratto ca- 
ratteristico che ci riveli il criterio estetico, il gusto, la visione artistica, il dettaglio di ese- 
cuzione, il particolare tecnico di questo o di quell'altro secolo. Il getto di una forma si è 
fatto sempre nello stesso modo. 

Il collo e le orecchie sono liberamente modellate (i) ma è lecito istituire un'analisi 
stilistica su particolarità cosi secondane e dall'artista cosi trascurate? 

Né ci assiste il criterio storico della moda; in una testa muliebre l'acconciatura può 
tornire indizi cronologici abbastanza sicuri, perchè le monete con ritratti delle regine elle- 
nistiche delle imperatrici romane permettono per analogia una datazione anche delle 
acconciature anonime. Ma la vecchia inferma ritratta nel nostro bronzo non ha un'accon- 
ciatura, essa ripara come può alla impossibilità di averne una, e la sua tenuta è del tutto 
domestica e intima. 

Mancando adunque tutti i criteri positivi, non ci resta che tentare di accostarci alla 
verità, procedendo per esclusione. 

La testa non è una contraffazione moderna; può essere dunque un'opera del rinasci- 
mento o del primo cinquecento, oppure un'opera del periodo classico. 

La forma come il collo è tagliato potrebbe convenire sia all'una che all'altra età; 
nella prima ipotesi essa avrebbe potuto sporgere da una lapide come ad esempio il ritratto 
del Mantegna nel suo sepolcro a Mantova, nella seconda avrebbe potuto sormontare 
un'erma come il ritratto del banchiere di Pompei Cecilio Giocondo, e come tanti altri 
esempii. L'uso però di formare le maschere dei defunti per conservarle meglio negli atrii delle 
proprie case era certo assai più diffuso tra i Romani che non tra gli uomini del Rinasci- 
mento. Sicché a priori dovremmo di preferenza portare la nostra attenzione più sul mondo 
romano, che su quello medievale e del cinquecento. Si aggiunga che sia per mancanza 
di analogie e di riscontri, sia per le stesse dimensioni e proporzioni della testa l'ipotesi che 
si tratti di opera del Rinascimento ci sembrò dovesse essere abbandonata. 

Rimane pertanto a supporre, che la testa sia opera del periodo classico, supposizione 
che in assenza di criteri stilistici si accorda molto bene con l'uso presso gli antichi delle 
maschere degli antenati {imagines maiorum). Tale uso era però molto più diffuso tra i 
Romani che non tra i Greci, essendo anzitutto richiesto dalla lunga durata delle cerimo- 
nie funebri romane che esigevano di celare gli effetti dissolventi della morte, e dal smgo- 
larissimo costume esclusivamente romano ielle compagnie di istrioni che camuffati con le 



iiIj maschera funebre romana era appunto li- nella cerimonia solenne del funerale, cfr. Uarem- 
alla parte anteriore del viso, perchè era in- berg Sa^lio. Dictionnairt i/t-s Antiquités, s. v, 
d issata appunto come una maschera da un mimo imago, p. 412. 



- 137 - 

maschere del defunto stesso e dei suoi maggiori prendevano parte all'ultimo corteo fu- 
nebre. 

Si aggiunga che la testa è stata rinvenuta in suolo italiano (i) e che la foggia di 
disporre i resti della chioma, ernie si intravede sotto il berretto e la rete, si accosta me- 
glio che ad altra a quella acconciatura che fu in uso tra le donne romane in età traianea, 
e della quale presentammo due esempi nelle teste del Museo Capitolino (fig. 3-4). 

È presumibile pertanto, che l'opera raffiguri una donna romana, e che sia di 
e di arte romana. 

Resta pertanto esclusa la datazione del 111 secolo avanti Cristo, età in cui l'arte ro- 
mana vagava ancora bambina, osi lasciava completamente soffocare dalle influenze greche. 

Si può scendere a determinazioni ancora più precise? Dicemmo, che dall'aspetto 
esterno i ruderi della chioma della nostra vecchia donna sembrano riprodurre le grandi 
linee della acconciatura traianea. Quel complicato e poco simpatico affastellami 
trecce cui le donne dell'età di Traiano si erano assoggettate, ebbe breve durata. Sabina, la 
moglie del successore di Traiano, porta quella foggia nelle più antiche sue monete, la omette 
poi nelle più recenti per adottare una pettinatura molto più semplice e di molto maggior 
buon gusto. 

Con le donne di Antonino Pio e di Marco Aurelio si torna alle architetture compli- 
cate le cui grandi linee potrebbero più meno corrispondere a quanto si indovina sotto 
il berretto della nostra testa. 

Sulle acconciature posteriori per oltre un secolo dominò costante la moda imposta 
dalla bellissima ed elegantissima Lucilla sorella dell' imperatore Commodo. Fornita di una 
superba capigliatura, la condusse ella in grosso nodo, coprendo le orecchie, sul dietro del 
capo, e le linee fondamentali di tale acconciatura, abbellita da ondulazioni, guastata da par- 
rucche, ecc., rimasero costanti per lunghi anni ossia per tutto il famigerato in secolo della 
ricevuta dell'antiquario. L'architettura di quella foggia non sembra coincidere con quel che 
si cela sotto il berretto-rete. 

Una qualche maggiore analogia c'è in\ece con la moda delle donne di Costantino (2) 
la quale potrebbe essere supposta nella nostra testa. 

Riassumendo, potremmo in base al criterio della acconciatura (che, ripetiamo però .in- 
cora, in questo nostro caso ha valore minimo, perche ppare con evidenza) potremmo, 



11) Anche ammettendo, che Chirivenna non sia allora in Italia che alcune pietre iscritte 

il suo lungo originale di ritrovamento, e che vi - VI di Venezia, portate con e 

tata dal Castelvetr llezionisti dalle galere veneziane, e pei caso vedute e salvate 

conti Salis, è quasi certo che la testa e stata rin- Ja quaUie studioso d : ssima Repubblica. 

venuta in Italia. I..i ;■-, gica della oppure aie e altri m 

Grecia e del Levante non è cominciata che Col se- -rueck in Romiscke Milteil. 1913, 
colo XIX, e di cose greche non soli venute prima di 

IX. 



- 138- 

diciamo, considerare possibili per la nostra testa tre datazioni : l'età di Traiano, (97-1 17, d. C.) 
l'età Ji Antonino Pio e di Marco Aurelio (138-1X91, quella di Costantino (306-337). 

L'acconciatura di Traiano è forse la più vicina di tutte al probabile tipo della no- 
stra, ma dall'attribuire la testa a quella età ci sconsiglia il modo come son resi gli occhi 
con la pupilla segnata, particolarità tecnica che sembra introdursi nella scultura antica ; iù 
tardi dell'età traianea, ossia solo con Adriano. 

Cosi pure qualche difficoltà proveremmo ad assegnare la testa all'età di Costantino. 
L'arte figurata ha già in quell'età subito una irreparabile decadenza, e specialmente sem- 
bra essersi alterato il senso delle proporzioni. Ora questo senso delle proporzioni, che è forse 
l'unico criterio stilistico ancora applicabile alla nostra testa uscita da una forma, non sembra 
così turbato in questo nostro caso. Se volessimo attribuire la testa all'età di Antonino Pio 
e di Marco Amelio non incontreremmo forse obiezioni così gravi. 

Ripetendo pertanto ancora una volta, che per le ragioni già esposte qualunque nostra 
proposta di datazione non può essere presentata che come timida ipotesi; rispondiamo al 
secondo quesito postoci dall' Eccellentissimo Tribunale nella forma seguente: Crediamo 
meno improbabile, che la testa possa essere stata fusa tra la fine del primo, e la fine del 
secondo secolo dopo Cristo, rifiutandoci di discendere sino al quarto, e riconoscendo una 
qualche maggiore probabilità per l'età di Antonino Pio e di Marco Aurelio ossia per la 
seconda metà del II secolo d. Cr. 

rodolfo lanciani. 

Federico Hermamn. 

RUBERTO PARIBENI, relatore. 



NOVACVLA 



Il motto •■ ì~\ ;upo'j z/.v-/;; >>, adoperato con valine di proverbio già fin dall'epoca 
Omerica, depone dell'alta antichità del rasoio; e il labbro superiore rasato nelle maschere 
auree di Micene, in alcune figure sopra vasi di stile corinzio, e in altri monumenti ar- 
caici, costituisce la migliore documentazione monumentale dell'usi) di radersi che l'uomo 
ha seguito fin dalla più remota età. L'utensile servito nei tempi primitivi, per tale esigenza 
d' igiene personale o di moda, viene generalmente riconosciuto in quelle ormai numerose 
lame, semilunate la più parte, di bronzo o di ferro, provenienti da sepolture preistoriche 
cosi della Grecia e dell' Italia, come di molte altre regioni del continente europeo. Che 
tali lame, tuttavia, siano state propriamente rasoi, si è seriamente posto in dubbio da più 
di Lina parte, ma contro 1 dubbii si è creduto sufficiente opporre l'autorità, specialmente, 
di due prove, monumentale l'ima, sperimentale l'altra: in un rilievo torinese ormai famoso, 
interpretato come traduzione plastica, in tempi storici, del già riferito proverbio Omerico, 
la figura del Kairòs, si è detto, regge il giogo della bilancia sul taglio lunato di un utensile 
affatto simile alle lame lunate primitive intese quali rasoi; con una di quelle antiche lame lunate. 
convenientemente martellata ed affilata, poi, v'è stato chi è riuscito a radersi la barba. 

Erano a questo stato le conoscenze (sulla cui poca fondatezza non giova intrattenersi 
di proposito) circa il primitivo utensile per radere la barba, allorché, verso il 1874, sul 
mercato antiquario della Capitale comparve un arnese, scavato a Roma stessa come affer- 
mavasi, ma ora purtroppo irreperibile, consistente di un manico di osso e di una lama 
» lunata » di ferro, che per lo Helbig, il quale per primo ne diede notizia, altro non po- 
teva essere che un rasoio. L'utensile in parola, quantunque restasse allo stato di esem- 
plare unico, veniva a colmare in primo luogo una lacuna notevole, perchè finalmente of- 
friva una nozione sicura di ciucile fosse una lun'acn/a presso i romani, mai fin allora vista; 
e in secondi 1 luogo, data la •• sagoma curva della sua lama », mentre costituiva un op- 
portuno riscontro alla testimonianza di Marziale che attribuisce alla novaada una ,nr;'(ì theca, 
veniva a confermare la definizione di ; vip rjv data all'utensile del rilievo torinese, ed a fortifii are, 
finalmente la prevalente opinione che rasoi fossero davvero le lame lunate primitive 1 1 1. 



(1) W. Helbin. Ini ninni Reich, 1875, pagi- 1877), p. ;;: Bull, [usi., 1878, p. 97; W. Hei- 
ne 14 sgg. ; cfr. Bull, [usi., 1875, p. 14 e 1 i : big, Pai homerische Epos (I 1), p. 171, 
li. Gozzadini, Scavi Amaoldi-Veli, (Bologna, in nota. 



— 140 — 

Le dottrine che fin qui ho condensate in poche parole sono quelle che, ove più, ove 
menu ampiamente esposte, lo studioso oggi trova nelle più pregiate opere di tecnologia e 
di archeologia oltre che in qualche studio speciale, quando voglia informarsi dello strumento 
adoperato dagli antichi per radere la barba (i). 

Risolvere a quale uso precisamente abbiano servito i così detti « rasoi » primitivi, 
sieno essi a taglio curvo o rettilineo o a due tagli curvi, ecc., è tale arduo problema che 
m>n potrà non travagliare ancora per molto tempo la mente degli studiosi delle antichità 

preistoriche, ed io non ardirò nemmeno di affacciarmi in lui campo non mio. 11 mi m- 

pito è altro, e ben più modesto. Osservo col Lafaye (2) « il n'en reste pas moins un 
fait singulier; c'est que ces objets des temps primitifs (i rasoi lunati) soient si nombreux, 
et que nous en connaissions si peu d'analogues par les monuments grecs et romains (due 
utensili in ultima analisi: quello scolpito nel rilievo di Torino, e quello rinvenuto a Roma 
e annunziato dallo Helbig) de l'epoque historique »; e, limitandomi al periodo romano, 
m' induco a pubblicare un contributo importante di conoscenze, che scoperte pompeiane 
relativamente recenti arrecano nella questione, colmando, secondo il mio convincimento, 
la lacuna notata dal Lafaye, e persuadendo a ritenere che il taglio del rasoio nel tempo 
romano, come forse sempre e dovunque, fu rettilineo, come è oggi. 

Esposti i limiti e 1' intento del presente studio, stimo opportuno tare la seguente con- 
siderazione. È impossibile credere che gli scavi di Pompei, in circa un secolo e mezzo di 
esplorazioni continue, non abbiano mai dato luogo al rinvenimento di arnesi uguali a quelli 
venuti fuori dagli scavi dell'ultimo decennio che qui mi accingo a pubblicate, e che, come 
10 per varie ragioni ritengo per novaculae, cosi per tali sarebbero state senza alcun 
dubbio ritenuti da chiunque ne avesse veduti per il passato. Oggetti del genere, però, si 
ricercano invano nelle sale di esposizione del Museo Nazionale di Napoli, e del pari inu- 
tilmente si cerca di riconoscerne, come a me è avvenuto, almeno qualche frammento nei 
magazzini di deposito del Museo stesso. Una larga ma sottilissima lama di ferro, tratta 
dal suolo dopo quasi diciannove secoli di seppellimento, già all'atti della scoperta irrepa- 
rabilmente compromessa dallo stat" di progredita ossidazione, difficile a conservarsi perchè 
minata dagli ulteriori progressi del disfacimento, soggetta ad andare in frantumi al minimo 
urto, assumente l'aspetto di un frammento informe di lamina più che quello della parte 
integrante di un utensile, d'altronde non ancora identificato, ha potuto, anzi ha dovuto, 



1 Baumeister, Dcnkmàler dei Klass. I <'/.. I. IV. p. 108, 109; I Saglio, ibid., 1. p. 667 sgg. ; 

p. 2S2 sgg. e p. 254 sgg. ; Bliimner, Die ròmischen Frank \V. Nicolson, Greek and rontan Bai 

Privatalterliimer, p. 267 sj;n. ; Forrer, Reallex., in Harward Studies in Classical Philology, II. 

p. 646 e 04- ; Mau, in Paitly-H'issowa, Real p. 40 sgg. e specialmente p. >2 e =;;. 
Encycl. Ili 1 , p. si, cfr. p. s: < ì. Lafaye, in 2) Op. cit., p. 108, col. 

Dar emberg et Saglio, />i</.</<s ant.gr. et rom., 



— 141 — 

essere incontrata più volte nell' instrumentum domesticum ricco e vario degli scavi di Pom- 
pei, ma non ha forse sempre richiamata su di sé sufficiente attenzione: dicasi altrettanti! 
del manico, il quale, se fu di legno, non ha lasciato di sé traccia alcuna; se fu di osso, 
ridotto in tavoletta multo sottile, il più delle volte si sarà presentato in frammenti rite- 
nuti trascurabili; se fu di avorio, quasi sempre si sarà trovato in iscaglie, le quali, sol- 
tanto se ricomposte pazientemente, avrebbero potuto restituire all'oggetto la sua forma. 
Sono queste a mio parere, le difficoltà che hanno per il passato distolta l'attenzione dei 
dotti dal riconoscere utensili uguali a quelli di cui qui mi occupo, ed in presenza dei quali 
il Mau, come io ritengo per fermo, avrebbe rinunziato a proclamare che « a Pompei non 
si trovano rasoi ■■ in. 

Eccomi senz'altro indugio a presentate i nuovi utensili pompeiani, soggiungendo per 
ciascuno di essi, dopo un'accurata descrizione, le circostanze significative che ne accompa- 
gnarono il rinvenimenti': cioè l'indicazione degli ambienti donde gli utensili provengono, e 
la natura degli altri oggetti che vi si trovarono associati. La descrizione procede tenendo 
conto ordinatamente dei pezzi onde ciascun utensile risulta: manico, cerniera, lama (2). 



1.) Primo utensile (fig. 1). Il manico, di avorio, ricomposto da moltissimi frammenti 
sfaldati, piatto, di mm. 1 1 di spessore, tutto di un pezzo, è lungo miti. 1 1 1 e largo min. - 1, 
e reca internamente due solchi rettilinei scavati con la sega: di questi solchi l'uno, pio- 



li 1 In Notizie d. se., 1882, p, 422. eri stato 
pubblicato sotto la data del 20 ottobre: .... «un 
rasoio lungo mm. 210 », in disaccordo con l'Inven- 
tario dello scavo, nel quale, sotto la stess 1 data e 
col n. 369, era registrata « una rasoia poco conser- 
vata lunga mm. 210 », con l'osservazione « tro- 
vata in frantumi per l'ossido ». Dovendosi occu- 
pare di questo rinvenimento, il Mau, Ball. Inst., 
1884, p. 107, nella nota osserva : « Nelle Notizie 
120 ottobre 1882) si parla per errore di un rasoio. 
Si tratta di uno strumento di ferro per raschiare 
non si sa bene quale materia, forse il muro; ra- 
soi non si trovano a Pompei •>. 

Altri ragguagli vaghi di rasoi rasoie. su cui mi 
è riuscito impossibile portare l'indagine per l'in- 
tervenuto disfacimento dei relativi oggetti, ho in- 
contrato durante le mie ricerche ai luoghi se- 
guenti : 

1° Notizie, 1S70, p. 76: «ferro, piccolo ri 
soio con due manichi laterali spezzati (??), lungh. 
di corda mm. 250» (Un piccolo rasoio, niente- 



meno di mm. 250 di corda !? Non c'è da racca- 
pezzarcisi). 

2° Xotizie, [880, p. 186: » ferro, un vas- 
soio (sic!) rett. ingoi. ire, lungo 0,120,.. In corri- 
spondenza, sotto la stesso data 11 maggio 1880. 
l'Inventario dello scavo, al n. 148, e il < ìiornale 
dei Soprastanti registrano « una rosola rett ingoi 11 
lunga 0.120 ». 

J° Notizie, 1881, p. 62: » terrò, un 
lungo mm. 130"». D'accordo l'Inventario dello 
scavo e il Giornale manoscritto dei Soprastanti 
danno lo stesso ragguaglio, e per la stessa data 
4 febbr. 1881. Con riferimento a questo utensile 
e ad un altro che dovrebbe trovarsi descritto, ma 
non trovo, in Votizie, 1880, p. ;o~. il Mau, lUill. 
Inst., 1S82, p. [83, pubblicava >-.... ferro due 
rasoi ... 

121 Della concessione di servirmi delle foto- 
grafie che corredano il presente studio ringrazio 
pubblica I ■ ittore, Pn t. Vittorio 

Spina//o!a 



142 



fondandosi uniformemente per mm. 13 nel mezzo di tutta la costa del lato più lungo, 
serve a custodire il taglio della lama allorché l'utensile è, come nella figura, allo stato di 
0; l'altro, impegnando solo i quattro quinti circa della lunghezza dell'altro lato retti- 
lineo più corto (dalla cerniera in su, nella figura), serve a ricevervi la parte rettilinea della 
base della lama, quando la lama stessa si spiega per porre l'utensile in azione. Tralasciando 
di notare le sagome e gli ornamenti secondarli che non hanno speciale importanza, avverto 
solo che il lato supcriore del manico, .1 superficie dolcemente curva, è conformato a dito 

tonano, del quale solo la falangetta estrema 
con l'unghia sporge in tutto tondo, e che, al 
disotto della falangetta stessa, è linamente 
scolpita in tondo, ricavata dalla grossezza della 
tavoletta di avorio, una graziosa testina mu- 
liebre di stile egitteggiante. La cerniera, che 
congiunge la lama col manico, consiste di un 
piccolo asso ,1 perno di bronzo, cui nascondono 
all'esterno due bnrehiette d'argento, tonde, 
rigonfie nel mezzo, leggermente rialzate agli 
orli, di mm. 17 di diametro. I.a lama, di ferro, 
dal contorno trapeziale, di mm. 2 di spessore, 
è lunga e larga presso a poco tanto quanto 
lunghi e larghi rispettivamente sono i lati del 
Fig 1. manico al quale essa è adattata, e che essa 

tocca nello stato di riposo e nello stato di 
azione: nel taglio misura mm. 114 e nella base mm. 72. Degli altri lati del contorno della 
lama non mette conto di occuparsi, perchè essi non hanno alcuna importanza speciale. 

Questo eie-. iute arnese proviene dalla grandiosa villa rustica del liberto imperiale 
Ti. Claudius Eutyckus, solo in parte scavata, fra gli anni iqos e 1905, dal Sig. Cav. Er- 
nesto Santini in un fondo di sua proprietà nella contrada Rota, Comune di Boscotrecase ; 
e, piìi precisamente, da un orando armadio che si ergeva sulla parete occidentale dell'alno 
rustico di fronte ad un vero e proprio quartiere servile, capace di pili di trenta schiavi (1). 




(11 Degli oggetti raccolti nei giorni 4 e i mag- 
-■ 1 01 1 in-] detto armadio, del quale si raccolsero 
ii cerniere, 5 borchie, 2 serrature e 2 cardini (In- 
ventario drllu Scavo Santini, n. 188), dò qui l'e- 
mpleto 
Vasellame minuto: 1 piatto aretini 01. 191); 
1 vasetto di piombo (174); ' bottiglie e 1 tazze 



Strumenti tecnici di varia natura: 1 compasso 
(171); un'estremità di bastone d'incerto uso, con 

n He anelli striati ( 1 79Ì ; alcune aste ter 
rate, cuspidi di lance e cuti per affilare, 
un groviglio cementat" J.iH'ussiJ,. Ji ferro (180) 
; (lettini da cardatile (?) (186); 1 sega (187); 2 
pin.. ini e 1 roncola (189); 1 anello battente, arti- 
colato in una testa di cane (193); 1 bacinella di 



— 143 



II.) Il sec mdo utensile, che è anche il più grande della sene (fig. 2), in quanto a I 
di li istruzione, per nulla differisce dal precedente: il manico, anche qui di avorio e tutto di 
un pezzo, è della stessa torma, ed ha internamente gli stessi solchi intacchi, l'uno per la 
custodia del taglio, l'altro per la recezione della base della lama: ne differisce leggermente 
solo per le dimensioni (lunghezza mm. 1 30, 

larghezza mm. 67, spessore nini. ick In ffia jT t ri ^^BMfc 

quanto ai motivi decorativi, mentre an- 
che qui il lato superiore, a superficie dol- 
cemente curva, è foggiato a dito ti mano 
del quale sporge in tutto tondo sempre la 
sola falangetta estrema con l'unghia, in 
luogo della testina muliebre, al disotto del 
dito, vedonsi due volute opposte, a giorno, 
ottenute cioè con la tecnica del traforo. 
Della cerniera mancano le borchie esterne, 
e si conserva soltanto per metà il piccolo 
perno di ferro, di mm. 2 di diametro. La 
lama, di mm. 3 di grossezza, è lunga 
mm. 123 nel taglio, e larga mm. 65; il 
suo profilo nella base corre, come nel primo 

utensile, per più di due terzi rettilineo, rientrando nel resto: è opportuno avvertire che 
l'intacco il quale interrompe la continuità del profilo della lama, nel lato inferiore della ti- 




marmn nero o>n pestello (192); 6 campanelli 1 1 So. 
177 e 174). 

Oggetti di list) linaio: 2 denti di cignale e 
una conchiglia (190, 1741. 

Oggetti per scrivere e segnare: 1 calamaio 
di terracotta (191); due suggelli di bronzo col nome 
del proprietario della Villa 1171. 172). 

Oggetti pertinenti alla custodia della casa: 
6 chiavi di ferro 1 085). 

Un peculio di circa 200 monete di bronzo 
(181-184). 

Instrumentum lusorium: 1 dadi Ji avorio 
(171) e 1 fritillo di terracotta ( 191 )• 

Oggetti da toletta: 1 cura-orecchie di bronzo 
(170); l'utensile che qui si pubblica (106): 1 col- 
tello a lama fissa (perduta) con manico d'avorio 
(195); 1 specchio circolare ( 1 74) ; 1 amuleto d'avo- 
rio, semicilindrico, forato nel mezzo, desinente da 



un lato in una testina, e dall'altro in uni mano 
impudica 1104), ornamento che probabilmente de- 
corava una cassetta di legno contenente forse gli 
oggetti lui qui descritti; fuori dell'armadio, sospeso 
ad un chiodo del muro, finalmente, un completo 

da bagno, consistente di un fiasi 
liforme, di bronzo, e di 4 strigili. di ferro (175). 

1 li serv 1 specialisti per le varie ini 
prie delle case ricche, i raptores pan 

;tl. l'ini. 2, 1. .>.!). ognuno ne suppor- 
rebbe nello ricca Villa di TV. Ctaudiits Eutyehtts, 
specialmente in presenza del corris 

/ile annesso all'edifìcio. Mi v'ha un dato 
positiv che \ .1 oltre le supposizi 
probabili 

avranno atteso alla toletta de 

do il relativo instrumenlitii sì nell'ar- 

trove nella Vili 1. è assii tirata nelle 



— 144 — 

gura, è dovuto a trattura determinatasi all'atto che la lama stessa venne liberata dalle forti 
concrezioni di lapillo che vi aderivano per l'ossido. 

Questo utensile, che fu già riprodotto in Notizie degli Scavi, 191 1, p. 155, si rin- 
venne il 30 marzo 191 1 nella casetta posta a Sud della grande abitazione di M. Obellius 
Firmus sulla Via di Nola, e propriamente nella parte alta del vestìbolo, [Messo ad uno 
dei sette scheletri umani ivi trascinati dal crollo del piano superiore; e gli oggetti con i 
quali tu raccolto sono 1 seguenti: due anellini d'oro; una corniola incisa appartenuta ad 
un terzo anello, di ferro; una collana di otto sferette di pasta vitrea; sette medii bronzi 
(1 li. AW., loc. ci/.ì. 

Ill.i Del terzo utensile è pervenuta a noi la sola lama di terrò, della quale nello an- 
nesso disegno aio, 3) è riprodotto il contorno trapeziale : la lama è grossa min. 3, ed è 

larga mm. 65, e lunga, nel taglio, mm, 115; la 
sagoma dilla base, come al solito, è per due 
terzi rettilinea e per un terzo rientrante. All'an- 
golo fra il taglio e la base si conserva, tratte- 
nuto nel loro dall'ossido di terrò, un perno di 
bronzo di mm. 2 di diametro, l'esistenza del 
quale ci fa certi che l'utensile nell'anno 79 era 
completo con tutto il manico: se di questo per- 
tanto ninna traccia si è rinvenuta, c'è da concludere che il manico con la più grande pro- 
babilità era di legno. La lama descritta, associata con altri strumenti di ferro fra loro ce- 
mentati dall'ossido, e fra i quali si riconobbe solo una roncola, venne fuori, nel febbraio 
[912, da un crollo del pavimento dell'edificio non ancora scavato Reg. 1, Ins. VII, N. 4 
(cfr. Notizie 191 2, p. 671 (1). 







/>' 



pareti della Villa stessa, da un distico monco, 
graffito proprio in una cella dell'atrio servile, la 
presenza di un (servus) unctor, di temperamento 
gioviale, 1. litio a Unclot Xanlhe lilù carus tu- 

sugne iofo.ui ! ailsuctus (C. I. I.. IV. o.Sool 

A questo unctor, aliptes, incaricato specialmente 

di assistere e servile al bagno il padrone, difficil- 
mente potè essere estraneo il corredo da bagno 
trovato accanto all'armadio; e, se l'utensile di cui 

Ci ipi mi". 1' 1 he era iiistojitu nell'armadio. 

riesce 1 provarsi che sia una novacula, sua na- 
turale ammettere nella numerosa familia del ricco 
liberto imperiale anche la presenza di un servus 
tonsor. 

Si osservi intanto che, pure essendo di varia 



naturagli oggetti rinvenuti nell'armadio, essi sono 
però tali da esigere lutti speciale custodia, mentre. 
w\ esempio, degli utensili raccolti sul podio 
sulle pareti della contigua cucina, il giorno stesso. 

nessuno è estraneo ai bisogni e agli usi della cu- 
cina medesima: Bronzo 4 grosse caldaie, una delle 
quali contenente fave (160, 167 e 168), 1 vaso 
conico (159); un oleate (161) ; 1 sitala (162). Ter- 
racotta : 2 pignattini e 1 anforetta (164); 1 tegame 
110. ,1. Vetro: 5 boccette (165). Ferro; 2 coltellac- 
1 mio 
(1) È da credersi che la lama sia andata in fran- 
tumi, perchè inutilmente ora ne ho latto ricerca 
nel « Magazzino degli oggetti antichi » in Pompei. 



145 — 



IV.) I! quarto utensile, l'unico che per fortunate condizioni di giacimento si sia 
colto in perfetto stato d'integrità (fìg. 41, mentre è il più piccolo della serie, 1 presenta 
più degli altri interessante per un nuovo motivo decorativo del manico. Questo, sempre 

piatto, J'un sul pezzo, e d'avorio, è lungo nini. 63, largo nini, ^i, grosso min. 7, ed, in- 
sieme col consueti) dito umano, cu la solita falangetta a tutto tondo nel lato superiore, 
reca, traforate a giorno come nel secondo utensile descritto, due volute opposte, congiunte, 
al disotto del dito, mentre il lato inferiore più lungo si restringe e s'inarca alla estremità 
per dar luogo ad una testa torse troppo schematicamente espressa, ma che cle\e credersi 
una lesta di cigno a causa della forte 
curva data al collo. Anche qui osser- 
vansi i soliti intacchi praticati con la 
sega e destinati così alla custodia del 
taglio come all'appoggio della parte ret- 
tilìnea della base della lama, cun l'av- 
vertenza però ctie, in conseguenza della 
rastremazione del lato inferiore deter- 
minata dall'adozione del nuovo motivo 
decorativo ora descritto, il primo in- 
tacco, non potendo approfondirsi in una 
misura costante come negli esemplari 
1 e li, va dolcemente rialzandosi dalla 
cerniera alla testa di cigno. Non vi è 
traccia di borchiette che abbiano deco- |: . 

rato all'esterno la cerniera : questa ri- 
sulta del solo perno di ferro, di mm. 2 di diam.". La lama di ferro, spessa nini. 2, lunga e 
larga quanto il manico (mm. 63 e ;; rispettivamente), è degna di speciale attenzione in 
quanto, allontanandosi dal consueto contorno trapeziale, è simile alle altre tre per il taglio, 
che è rettilineo, e per la base che per due terzi è rettilinea e per un terzo è rientrante, ma 
nel resto mostra fusi gli altri due lati del trapezio in un unico lato curvo, arrotondato a 
mo' di segmento di cerchio. 

Le circostanze di rinvenimento si assomigliano interamente a quelle relative al primo 
utensile: questo esemplare difatti si rinvenne il iS Agosto mia nell'atrio della casa posta 
a mezzogiorno della fullonica N." 7, Reg. I, Ins. VI ; e precisamente nel fondo di un ar- 
madio di legno che, incontrato all'angolo Sud-hst dell'atrio, vedesi ora riprodotto in gesso 
al posto suo sulla scorta delle sicure impronte che il legno aveva calcate nella cenere. Un 
guscio di conchiglia madreporica, lungo mm. 100 e un boccettino di vetro, cilindrico, alto 
m. 0,13, sono gli unici altri oggetti raccolti nel tondo dell'arnia:: . t . Noti 
p. 293,. 




— 146 — 



V.) A me sembra indubbio che debbasi classificare come quinto nella serie l'utensile 
pubblicato dallo Helbig il 1875, e di cui è parola nella comunicazione fatta all' Istituto di 
corrispondenza archeologica nell'adunanza del di 8 Marzo 1878. Riproduco integralmente il 
testo della comunicazione l i, aggiungendo solo una rappresentazione grafica approssimativa 
dello strumento (fig. 51, condotta sulle dimensioni ed i termini che la descrizione tornisce: 
«Coltello di ferro col manico d'osso ritrovato a Roma. La lama (alt. m. 0,0351 molto 
« sottile ha la forma di mezza luna. Il manico torma un oblungo di 0,085 sopra 0,045 cen- 

« timetri. Anch'esso è molto sottile, mentre offre 
•■ una grossezza di cent. 0,008 soltanto. Sull'una 
•■ tacciata del manico si vede scolpito in rilievo 
« un Amorino seduto, il quale, tenendo colla s. 
« una fiaccola (?), liba da una patera sopra un 
« altare. La forma e la sottigliezza dei manico 

« decisamente vietano di ri( scere in così 

■■ siffatto coltello il t&7.£'j; o -::itv/.£'J; dei 
«calzolai, il quale arnese, s'intende, fu ma- 
•• neggiato col pugno, mentre il manico del col- 
« tello proposto dallo Helbig poteva maneggiarsi 
« soltanto con poche dita. Per conseguenza il 
« ridetto coltello non può essere stato altro che 
<• un rasoio. La quale supposizione trova conferma nella forma identica dello ;upo'v proprio 
•• al Kairòs sul rilievo di Torino [Arch&olog. Zeit., 187^, Tv. I). Dall'altro canto il fatto 
«che il rasoio di acciaio dell'epoca greco-romana ha la torma di mezzaluna, conferma la 
■■ supposizione essere rasoi anche i coltelli di bronzo della stessa forma che si sono trovati 
« nella necropoli di Villanova (Bologna) ed in altri sepolcreti analoghi (cfr. /-'. Insl., 1875, 
« p. 14, ss. 1 .. (2). 




Fig. 5. 



(1) Bull. Inst., 1878, p. 97. 

(2) Allorché, in seguito al restauro del primo 
utensile pompeiano, cominciai ad occuparmi della 
questione che torni. i Oggetto .lei presente studi. 1, 
il coltello rinvenuto .1 Roma non poteva non atti- 
rare la mia attenzione: e mia prima cura fu quella 
di rintracciarlo nei Musei della Capitale, per po- 
terne avere una fedele riproduzione. Riuscita vana 

1. mi rivolsi al compianto Prof. Helbig. e 

ne ottenni la seguente cortese risp..^ta. Li quale 

dispersione dell'oggetto. 

Roma, Villa Lante 14. X, mio. — Gentilis- 

« simo Signore ! Digraziatamente sopra il supposto 

'■■il posso fornirle notizie più 1 1 



« quelle comunicate nel Unii. 1S78, p. 97. Mi ri- 
^ird" die ism mi tu mostrato dal sig. Pauvert de la 

« Chapelle, un amatore francese che disse di averlo 

« acquistato da un antiquario, il quale esponeva 

•• I 1 sua merce sulla salita che dal Foro conduce 

« alla Piazza del Campidoglio. 

« Pauvert de la Chapelle è morto — credo a 

«Siena— in circa is anni fa. I >ev e essere morto 
anche quell'antiquario, perchè, recandomi al Cam- 

•< pidoglio. da almeno tre anni non l'ho più veduto. 

»• iJunque non esiste più nessuno che potrebbe dare 

.• notizie piti particolareggiate. Con Ci .rdiali saluti. 

« Su.. Helbig •>. 



— *47 — 

Che gli utensili pompeiani 1, Il e IV siano identici, è cosa sulla quale non può ca- 
dere il minimi) dubbio, come niun dubbio può elevarsi sulla identità fra quelli e l'uten- 
sile 111, del quale possediamo la sola lama col relativo perno di rota/ione: quella che ha 
bisogno di essere dimostrata è l'identità fra l'utensile romano, V, e 1 quatti" pompeiani. 
Che questa identità sussista è, a parer mio, sufficientemente provato da parecchie carat- 
teristiche tecniche uguali, costantemente ricorrenti nella serie: in quanto al manico, si è 
visto che esso, ricavato sempre da una tavoletta di osso o di avorio, offre sempre la torma 
larga e piatta, ed è poi adorno sempre di decorazioni scolpite; in quanto alla relazione 
fra la lama e il manico, si è notata sempre l'esistenza di un solco praticato con la sega 
nella costa del lato lungo del manico, e destinato (senza badare per un momento alla cer- 
niera! a ricevere il lato lungo e rettilineo della lama; in quanto alla lama, finalmente, si 
è visto che essa ha sempre torma larga, laminare, priva di dorso, lasciando da parte per ora 
Li sagoma. Pongasi mente ora alla cerniera, quando le identità noverate si ritengano, come 
sono, indiscutibili. Se nei quattro utensili pompeiani la cerniera v 'è, ed, essendovi, pone fuori 
di ogni discussione che il taglio è nel Iato rettilineo della lama, cioè nel lato custodito nel 
solco del manico, ne consegue che anche nell'utensile romano la cerniera ci fu, ma purtroppo 
non fu vista io, ad esempio, per concrezioni che la nascondessero, o per corrosioni che, avendo 
danneggiato quel punto del manico, ne impedissero il riconoscimento), e che il taglio anche 
in quell'esemplare è costituito non già, come erroneamente si ritenne, dal lato esterno 
« semilunato », ma da quello interno, rettilineo. Del resto, anche a voler Concedere che 
il taglio dell'utensile romano fosse stato nel lato semicircolare, non si saprebbe spiegare 
in primo luogo in qual modo la lama fosse, in tale ipotesi, assicurata al manico. La 
comunicazione trascritta tace intorno a questo particolare, ma a me pare impossibile, nel- 
l'ipotesi di un coltello a larga lama fissa, non ammettere la presenza di almeno due perni, 
o chiodetti estremi, se non meglio di tre chiodetti (due estremi e uno intermedio), che 
avessero fissato stabilmente il lato rettilineo della lama, interpretato come dorso, nel solco 
del manico: e, se due o tre perni fossero stati adibiti per tale inserzione, difficilmente 
non avrebbero di sé lasciato traccia alcuna, e, più difficilmente ancora non sarebbero stati 
visti, e per conseguenza non se ne sarebbe fatto cenno. Resterebbe un'ultima debole ipo- 
tesi, quella cioè che il preteso dorso della lama fosse stato trattenuto nel solco del ma- 
nico mercè un mastice qualsiasi; ma ognuno vede come, in un coltello interpretato quale 
rasoio, che ha bisogno di venire spesso arrotato ed affilato, piccola quantità di mastice, 
quanta nel caso in esame si sarebbe potuta impiegare per la fissità della lama, non avrebbe 
mai potuto dare all'utensile la relativa solidità necessaria. Ma si verificherebbe poi un in- 
conveniente ben grave, epperò inammissibile: quando l'utensile fosse chiuso, non sarebbe 
adeguatamente garantito: uno sguardo alla tìg. 20, e chiaro apparisce come, quantunque 
chiuso, l'utensile Y batterebbe tuttavia con la sua parte più delicata, cioè col taglio, 
contro le pareti di quella theca che vorrebbe, e dovrebbe, essere i.i sua custodia. Queste 



— 148 — 

osservazioni confermano il nostro convincimento, già dedotto peraltro dalle identità 
notate, che nell'utensile romano un perno vi fu: e, se il perno, per quanto non avver- 
tito, vi fu, quell'utensile, cessando di essere a lama fissa, e diventando invece a lama 

lata a cerniera, opportunamente viene a prendere il suo posto nella serie, perchè si- 
mile, se non al tutto identico agli altri. Un'ultima osservazione a titolo di riprova: accet- 
tate queste vedute, si dia uno sguardo a tutti e cinque gli utensili, e salterà agli occhi 
l'evidenza della seguente identità tecnica: la fabbricazione di simili lame importa l'osser- 
vanza di due canoni: dare alla lama un tagiio rettilineo; dare alla lama stessa un'ampiezza 

la permettere, prima che essi insse lasciata in disuso, un Inumi,, relativamente lungo, 
conseguente all'uso ed alle affilature. Mentre tali camini wdonsi costantemente osservati 
nella nostra serie, ciò che viedesi invece variare è la sagoma esterna della lama: dai tre 
lati di un trapezio negli utensili I, Il e 111, difatti, si passa al segmento dì cerchio nel- 
l'utensile IV, per finire all'arco di cerchio nell'utensile V : questa varietà di sagome la- 
sciata al misto del fabbricante è per me, e sarà per tutti, la prova migliore per indurre 
la convinzione che il lato esterno, non obbedendo a regole tecniche fisse, giammai potè 
costituire una parte essenziale dell'utensile, e, nel caso nostro, giammai potè essere il ta- 
glio. Chiarito così che il taglio dell'utensile V ebbe, non già la « forma di mezzaluna », 
ma fu rettilineo, ognuno vede come nell' invocare una pretesa stretta analogia fra quello 
strumento e l'altro del rilievo torinese, si fini per inseguire presso che una chimera: oc- 
correndo di rappresentare in quel rilievo una bilancia in mano al kairòs nella posizione 
più instabile, è naturale che l'artista escogitasse per il sostegno la forma lunata, capace 
di far traboccare la bilancia al minimo urto o al minimo peso lasciato cadere in una delle 
coppe; e ninna necessità vedesi che il sostegno nella mente dell'artista dovesse essere 
proprio il rasoio. Nulla poi, come ora resta chiarito, era lecito dedurre, ulteriormente am- 
pliando, circa la destinazione e l'uso delle lame preistoriche lunate, le quali sono, e con- 
tinueranno ad essere, chi sa per quanto altro tempo ancora, quell'enigma che sempre sono 
state, quantunque con un po' di buona volontà qualcuno sia riuscito a radersi con una di 
esse ( i ). 



argomenti di natura intrinseca ed estrinseca confortano la definizione di novactdae 
data agli utensili descritti; ed eccomi a passarli in rassegna. 

i": Sottigliei ii estrema della lama. Non più di 2 % mm. misurano in grossezza 
le lame come si è visto; ma basta tener conto dell'aumento conferito allo spessore dalla 
trasformazione compiutasi del ferro in ossido di tono, pei intendere che la grossezza ori- 
ginaria era di molto minore e, nel taglio, nulla; condizione questa che si riscontra nel rasoio 

11) Cfr, p. 1. 



— 149 — 

moderno, nel quale altra differenza essenziale non si unta all' infuori della larghezza dimi- 
nuita e del dorso ingrossato. 

2°: Forma e sottigliezza del manico. Esse vietano di adoperare l'utensile imbranden- 
dolo col pugno, e, permettono solo di maneggiarlo, ciò che si ripete anche nel rasoio 
odierno, con poche dita. 

3°: Rispondenza fra l'utensile e un luogo dì Marziale. Fra quanti antichi scrittori 
nominano la novacnla (i), il siilo che ci tornisca un dato positivo sull'utensile è Marziale 
nell'epigramma in Telesphorum (IX, 58, ai vv. 9 e io): 

« Sed fuerit curva quunr tuta novacula theca, 

« Frangam tonsuri erma manusque simul »; 

e curva è la theca che naturalmente reclamano i nostri utensili, come vedesi nelle fig. 19 e 20. 

In aggiunta a questi tre argomenti che noi facciamo nostri, e che già a suo tempo 
lo Helbig addusse per affermare che l'utensile romano « altro mm poteva essere che un 
rasoio ■• (salvo, si intende, quanto resta ora assodato circa il lato del taglio), questi altri 
nuovi argomenti possono addursi oggi che gli utensili sommano a cinque. 

4°: Materiale usato nella fabbricazione. Se se ne eccettui l'utensile III, il cui ma- 
nico è soltanto supposto di legno, e l'utensile V, nel quale il manico, secondo la testi- 
monianza dello Helbig, fu di osso, restano sempre in prevalenza gli altri tie utensili pom- 
peiani nei quali il manico è di avorio. E non è per mero caso che piccole thecae e cistae 
da cosmetici, aghi crinali, pettini, spatole, cucchiai, spilli, cura-orecchie, cassettini, e quan- 
t'altro si conosce del minuto instrumentum impiegato dagli antichi per la cura personale 
intima, sono fatti di preferenza, come è a tutti noto, proprio di avorio. Si aggiunga che 
le borchie, nell'unico caso che esse sono conservate (esemplare I), sono di argento: e 
l'impiego di un metallo nobile sul già nobile avorio deve avere pei noi il suo peso nel 
senso di farci escludere che un utensile siffatto servisse ad usi ignobili, e di fortificarci 
nell'opinione che esso, quale novacula, facesse parte degli oggetti di uso personale. 

5": Speciale riguardo, onde e circondato il taglio. Un fatto innegabilmente della più 
alta importanza è certo quello di vedere venir fuori dalle terre l'utensile sempre accura- 
tamente ripiegato, sia che fosse stato riposto libero, sia che tosse stato ulteriormente ga- 
rantito da una theca di legno di cuoio, disfatta. 

Non altrimenti si trova riposto il rasoio nella casa odierna: si conservi libero cu- 
stodito in apposito astuccio, quello che mai si trascura è la diligenza di chiuderne il taglio 
nel manico, al fine cosi di impedire che il taglio stesso soffra per l'urto di oggetti vicini, 
come di evitare facili ferimenti alle persone disattente. 



li) Petron. Salvi. 105; Mai tini. 2, 66 e u, 58; ! e 29, !4, 2 : Vertuti. Spectac. 2;, Suet. Cai. i\: 
Cels. b. 4; Lamprid. Elagab. 31 ; l'Ivi. 22, 47. Colit»'. 12. ^4; cfr. Forcellini, Lex. s. v, novacula. 



— 150 - 

di custodia. Nulla sappiami! a questo proposito circa l'utensile romano, 

ma in quanti) agli utensili pompeiani la cosa va molto diversamente. Per gli utensili II 
e III (date le i ondizioni del rispettivo rinvenimento) non sono permesse affermazioni multo 
precise: ma per gli altri, I e IV, è un fatto acquisito e di indiscutibile valore, che essi 
si rinvennero deposti in armadii. Pi : almeno due sopra i quattro strumenti pompeiani, 
adunque, rimane lui fatto controllato che essi erano aelosamenie custoditi, come si custo- 
lis ono pure oggi i rasoi, in armadii vietati al contatto del primo venuto. 

7 " : Decorazioni del manico. Una piccola scultura, un bassorilievo più complesso, un 
intaglio, non mancano mai nei manichi descritti; e per tale rispetto non v'ha chi non veda 
come l'Eros libatili (esemplati V), la testa di cigno (esemplare IV), la testina muliebre (esem- 
plare li, attraggono naturalmente i nostri utensili, definiti quali novaculae, nel novero di tutti 
gli altri piccoli arnesi spettanti alle esigenze della cura della persona press,, gli antichi, adorni 
sempre delle ben note piccole decorazioni, il più delle volte scolpite, ma in qualche raro 
caso anche dipinte i 1 |. 

Ben altro valore ha il dito umano, 
che si è visto ricorrere tre volte nella 
serie esemplali I. Il e IV) : in esso non 
si tarderà a riconoscere con me un pe- 
culiare elemento tecnico, pmprio del- 
l'utensile, che il buon gusto e il senso 
artistico trasformarono in un peculiare 
elemento decorativo. Rappresentiamoci, 
difatti, l'utensile in azione, nel modo 
che ci si oltre a prima giunta più na- 
turale per maneggiarlo (fig. 6), ed ac- 
quistiamo subito il convincimento che 
il dito limono sta nel più diretto rapporto con la mano operante, la sua sporgenza essendo 
destinata ad inserirsi, perché lo strumento trovi un più saldo appoggio, tia l'anulare ed il 
mignolo della mano radente 121. Lo stess,, processo di trasformazione di un'elemento tecnico 
in un elemento decorativo, e proprio nello stesso motivo del dito umano (anche senza uscire 
dal campo della piccola arte industriale romana, e in ispecie pompeiana- ci Mene offerto 




1 Intagliata e dipinta è, p. es., la decorazione 

del pettine d'avorio del Museo Nazionale di Na- 
poli inv.' n. MSS25 (due palmipedi, fra piante, 
press,, un Kalathos 1 1, olmo di frutl 1 1, 

(2) l.n strumento rappresentato nella figura e 
un modello in materiale moderno, riproducente 

t • ■ 1 1 esattezza di proporzioni, e nelle linee essen- 



ziali della fonila, l'utensile II. Nella posizione ri- 
prodotta lo strumento iim-,-/ dall'alto in lus^,.. 
Nella posizione contraria, (se ne risparmia la fi- 
gura), anulare e mignolo circonderebbero 
del Allo opposto tiri manico, e non più il itilo 
limono: tale posizione però e innegabilmente se- 
condaria. 



dai ben noti pistillo, a forma di dito umano ripiegato, adibiti dagli antichi per istemperare 
colmi nei mortaria di pietra, di marmo o di terracotta; e, meglio ancora, da quelle numerose 
anse di urne di bronzo, nelle quali, fra mezzo alle due alette circondanti l'orlo del vaso, si 
dirizza un pollice curvato. Resta la doppia voluta. Se non è per mero caso soltanto che essa 
ricorre due volte nella serie (esemplari II e 1\ i, si direbbe, come io propendo a credere, che 
anch'essa rappresenti, dopo il dito umano, una decorazione peculiare dell'utensile; ed in tal 
caso si dovrebbe cercare anche di essa la spiegazione precisa. Allo stato attuale delle co- 
noscenze è prudente torse far rientrare questo motivo nel bagaglio generico delle accennate 
piccole decorazioni dell ^instrumentum da toletta; ma se, venendo fuori da ulteriori scoperte 
altri utensili simili a quelli qui presentati, venisse assodato che la doppia voluta ricorre dav- 
vero con spiccata frequenza in tutta la serie, ogni dubbio in proposito sarebbe rimosso. 

Gli argomenti fin qui allegati e discussi dovrebbero avere già indotta la persuasione 
che novaculae furono davvero 1 cinque utensili illustrati: ma v'è ancora ben altro e più 
torte argomento estenore, fornito dai monumenti, a sostegno della nostra tesi. 

Dati positivi ed inoppugnabili, di un periodo di poco posteriore al I secolo dell'impero, 
troviamo infatti in tre di quei marmi funebri delle catacombe ritmane che, in compenso 
della trascuratezza della loro arte decaduta, molte conoscenze pure ci hanno serbate circa 
le professioni ed i mestieri degli antichi: la loro cronologia non varca la prima metà del 
V secolo dell'era volgare (i). Riproduco i tre marmi e le descrizioni relative, ripetendo fi- 
gure e testo della Storia dell'Alio distiano del GARRUCCI, voi. VI, p. 153 e 154 ta- 
vola 488, nn. ó, 7 e 8 : 



LlOPARDVSBENEmP^As 
RENTIINPACEQVIBIC J\ 

5ITANIVXVIIIMEN5Ì: 
VIDEPIHMDV5AVC.VS ^ 




1 (fig. 7): op. ci/., p. 155. « Nel Museo Lateranense (ci. XVI, n. 27) edita dal Perret 
« (V, XXVI, 55) il quale ne trasse copia quando era nella Galleria Vaticana. LEOPARDVS 
« BENEMERENTI IN PACE QVI B1CSIT ANIS XVIII IWENS1S VI DEP 1111 IDVS AU- 
« GUS Dll BENERI. 11 primo defunto stato sepolto in questo loculo è Leopardo non Fio- 



1) De Rossi, Roma Sotterranea, voi. I, p. 217: del secolo quinto cessarono di essere cemeterii ; e 
« Adunque le romane catacombe nella prima metà divennero soltanto santuari! solenni dei martiri ». 



152 



« renzo, il cui nome è inscritto sullo specchio: costui visse ventisei anni: FLORENT1YS 
QV1 VIXIT ANNOS XXVI. Gli strumenti sono quelli del barbiere; lo specchio, due 

« rasoi, il pettine e le due lamine insieme unite che si sono vedute anche in una lastra 

«del Cimitero di Callisto a detta del Perret il, XXXI, 31 che qui do appresso». 

2° itig. 8): op. ci/., p. 154: « Museo Lateranense (ci. XVI, n. 28). Vi si rappresen- 

« tano gli strumenti del barbiere, come nel marmo antecedente, intorno al quale ecco la 
•• opinione del De Kossi [Roma jott., tom. Il, tav. XXXIX, 24). « Le 
« due forme delineate nel frammento (XXXIX, 241, spettano ad un'arte 
, « professione, i cui emblemi furono anche lo specchio, il pettine e non 
« su quali arnesi che si veggono in due pietre da me collocate nel 
« Museo Lateranense (ci. XVI). Non so costruire insieme questi utensili; 
« e ne lascio ad altri l'interpretazione». A me pare che siano le 
■■ •; // z'.p-/'.. delle quali gli antichi si servivano per tosare i capelli e 
« forse anche la barba in luogo delle forbici. So perciò sempre no- 
« minate nel numero plurale, e se ne ha riscontro anche in Clemente 
« d'Alessandria (Paed., Ili, cap. XI) dove si chiamano collettivamente 
• Suo 'j.y./y.ipx*. /.o'j ;'./.■/'.'. Sullo specchio è graffito il ritratto del de- 
« funto, che ha la barba e i capelli tosati. È notevole che le due la- 

« mine delle forbici siano insieme congiunte con un laccio, e che lo specchio col manubrio 

« abbia di sopra un cappio per essere sospeso alla parete: nel marmo precedente v'è invece 

« un filo curvo di ferro mobile nei due anelli ». 

3° (flg. 9): op. ti/., p. 1 54 : « 11 Perret il, XXXI, 6) 1 " 

« ci dà pure questo terzo marmo che porta l'epigrafe 

« LOCVS ADEODATI e gli istrumenti della fon- 

« strina, le due lamine per tosare, il rasoio e il pet- 

« ti ne ». 

Segue questo breve comento del Garrucci: •■ La 

« sorta di rasoio che si ha graffito sopra queste tre 

- tavolette, non si è citata finora da coloro che hanno 

~ parlato del detto strumento: di tal forma dunque R s >■ 

« era in Roma, che molto si assomiglia ad una " man- 
naia di macello", a riserva del " manico " che qui è ad angolo retto ■ 1 




S 



1\U0CV5 

ADE 0. 

VATI 



(I) Analoghi, e forse della Stessa età dei ri- strumenti del barbiere rappresenta, ma quelli in- 

prodotti monumenti delle catacombe romane, sono vece del beccaio (cfr. Fuhrer durch </<is K. A. 

tre altri titoli funebri additatimi dal Ch. Pr. Herman Slaatsmuseum in Aquileia, Wien, imo. p. 63), 

Gummerus. È a dolere pero che poco niun prò- ed è perciò da pretermettere senza altro; gli altri 

fitto se ne possa ricavare perchè, mentre l'un ti- due, della Gallia Narbonese, siano a noi perve- 

tolo, di Aquileia (C. I. L., V, 137';), non gli liuti danneggiati seriamente proprio nelle rappre- 



- 153 — 

È necessario fermarsi attentamente sui rasoi dei tre marmi riprodotti per vedere in 
quali rapporti essi stiano da un lato con gli utensili presentati del i secolo, e dall'altra con 
i rasoi odierni: dal confronto emergerà definitivamente dimostrata la tesi che sosteniamo. 
Devo però fare precedere una considerazione di non lieve momento, indispensabile .11 fini 
della dimostrazione. La simultanea presenza degli altri utensili proprii dei barbiere, le for- 
bici, lo specchio e il pettine, pone fuori di ogni dubbio, fortunatamente, che sui tre marmi 
cemeteriali siano rasoi gli istrumenti segnati con le lettere a, a', fi, fi', fi" nelle figure 7, 
8 e 9: c'è da avvertire però, di fronte al riportato commento del Garrucci, che non dì rasoi 
aeramente, ma di lame di rasoi, per essere precisi, è ivi il caso di parlare, perchè nes- 
suno di quegli strumenti si vede fornito di custodia che ne protegga il taglio, ciò che vale 
quanto dire che nessuni 1 di essi è rappresentato col manico. Ad un'arte spicciola e som- 
maria, com'è questa, facilmente si è disposti a perdonare la imprecisione, e finanche il 
totale risparmio di certi particolari. Due profili fra loro intersecantisi, quali nel caso con- 
creto sarebbero stati richiesti per rappresentare insieme connessi lama e manico, costitui- 
vano per l'arte del periodo cristiano un lusso, se non una difficoltà, che i po\en incisori dei 
nostri marmi evitavano col rappresentare dell'utensile completo la sola parte essenziale, la 
lama. Questa opinione potrebbe sembrare anche paradossale, ma pure si finirà per ricono- 
scere che risponde al vero. La spia, difatti, per supplire il manico a tutte le lame a, a', 
fi, b', fi" ci è offerta dalla lama a (fig. 7), nella quale, pure conservandosi il solito sche- 
matico piotilo del rasoio, vi ricorre però il foro dell'articolazione, asse di rotazione della 
cerniera, per avvertirci che l'istrumento ivi si completerebbe ove alla lama si articolasse 
qualche cosa che, come mi sembra evidente, altro non può essere che il manico. In base 
alla considerazione esposta possiamo ritenere per fermo che nell'assenza del foro di rota- 
zione della cerniera, in quattro casi sopra cinque, va riconosciuta una delle tante trascura- 
tezze degli incisori delle pietre, e che a/le lame del periodo cristiano va senza esitazione 
supplito un manico a cerniera. Ed ora soltanto possiamo passare all'analisi particolareggiata 
del rasoio dell'età cristiana. 

Manico. Il manico che l'utensile reclama non può concepirsi dissimile da quello che 
si adibisce per l'odierno rasoio, cioè di forma allungata, e risultante di due bande accostate 
fra le quali va a custodirsi il taglio della lama in riposo: e non può concepirsi altrimenti 



sentazioni degli utensili, che il testo epigrafico Hirschfeld) : « Cet objet, aujourd'hui difficilement 

esplicitamente assegna all'arte del barbiere. Ecc reconnaissable, ressemble un peu la lame d'une 

i ragguagli che l'Allmer, in Revue épigraphique du serpe »; 2° (C. I. L. , XII, 4S17: TOSOR 

Midi de /rame. 1882, p. 811. n. ;ìo e 538, ci VMANVS | P- A ■ \V - novacula - forfex) 

dà degli utensili scolpiti accanto a questi due ti- « La lame du ra^ir. dont le manche a dispaia 

tuli : r (C. 1. L., XII. 451S: VIV ■ FEC • SIBI par suite de la retaille de ia piene, est arrondie 

T • OLITVS HERMES | TONSOR, etc. « instru- et très large a son extremil 
mentum falci simile (novaatlaì) mutilatimi » 



- 154 — 

costruito, perchè i rasoi dell'età cristiana, come si vede chiaramente dalle figure senza bi 

di dimostrazione, hanno già subita una trasformazione interessante con la introduzione della 

seguente nuova caratteristica. 

( oda della Luna. Restituito il manico alle lame dei tre marmi cristiani nella forma 
ora accennata, il confronto con l'odierno rasoio chiarisce subito che quella apofisi ora curva 
(a, a'), ora ad angolo rutto [b, />'. b" i, che tutte le lame hanno e che il. Carnicci chiama 
<■ manico ■>, è la coda della lama la quale, sporgendo dal manico, da un iato rende più 

-Unente spiegabile l'utensile, evitando l'impiego diretto delle dita per l'estrazione della 
lama; e dall'altro fornisce all'utensile un opportuno e comodo appoggio come 'il dito umano 
nella novacula del l secolo) nulla mano operante, quando l'utensile è in azione. 

'l'Inai. In conseguenza della descritta innovazione, mentre resta esclusa la possibilità 
di potere attribuire il manico d'un sol pezzo del rasoio del I secolo anche alla novacula del- 
l'età cristiana, resta escluso pure che questa possa adattarsi alla curva I/uva di quello. La 
nuova forma che lo strumento ormai ha assunto reclama invece una theca rettangolare, non 
proporzionalmente eguale, ma certo simile all'astuccio richiesto dal rasoio odierno (cfr. le 
figg. 21 e 22 con la fig. 23). 

Contorno della lama. Lasciando da parte la ripugnante somiglianza con le « mannaie 
da macello », è evidente che per questa caratteristica le novaculae cristiane si palesano diretta 
continuazione di quelle del I secolo. Basta prescindere infatti dall'apofisi studiata, per consta- 
tare che i contorni sono sempre gli stessi: a segmento di disco in a, a\ trapeziale in /', /»', b" , 
salvo solamente, se non m'inganno, la forma generale divenuta un poco più allungata. 

Taglio. Che il taglio, finalmente, sia sempre rettilineo, e consista rispettivamente nella 
« corda » per le lame a, a a segmento di disco, e nella « base lunga del trapezio » per 
le lame b, b', b" a contorno trapeziale, è cosa sulla quale non occorre più insistere quando 
la novacula cristiana si è vista tanto prossima pia- torma e funzionamento al rasoio mo- 
derno, e quando si applicano anche a queste lame le osservazioni tatte a suo luogo per 
oppugnare il preteso « taglio lunato » della novacula annunziata dallo Helbig. 

Ed ora, riassumiamo. Fra i cinque utensili del 1 secolo da noi presentati e le novaculae 
dell'età cristiana vi sono delle sicure, innegabili identità : ampiezza della lama, contorno della 
medesima trapeziale a segmento di disco, taglio rettilineo; e vi sono delle differenze: 
introduzione della coda della lama, conseguente allungamento del manico, adattamento del- 
l'utensile ad una theca non più curva ma rettangolare: queste differenze, però, lungi dal- 
l'oppugnare la nostra tesi, diventano anch'esse conferme, ove soltanto si pensi che esse 
rappresentano miglioramenti tecnici che, una volta raggiunti nell'età cristiana (tra i se- 
coli Il e V, cioè nel periodo di tempo che va dalla morte di Marziale — anno 101 o 102 — 
all'abba :lle catacombe come necropoli), si conservano tuttora inalterati nel rasoio 

odierno (v. ligg. 19-23). Che cosa concludere: Novaculae, e non altro, sono i cinque utensili 
da noi discussi in principio. 



— 155 — 

APPENDICE 

IL RASOIO NEL MEDIO EVO E NEI TEMPI MODERNI. 

Le caratteristiche comuni di forma e di funzionamento, che tanto avvicinano la nova- 
cula dell'età cristiana al rasoio moderno, già da sé sole mostrano che l'utensile non ha su- 
bito mutamenti sostanziali fra il medio evo e l'età moderna; tre innegabili migliorami nti 
nei particolari vi si vedono tuttavia introdotti nel ben lungo lasso di tempo: i" lo spo- 
stamento della coda della lama dal profilo del taglio a quello del dorso (con esso si è ot- 
tenuta la possibilità della graduale riduzione del tagliente, prodotta dalle affilature, senza che 
la lama muti le linee del contorno); 2° l'ingrossamento del dorso (con esso si è accresciuta 
la robustezza della lama, e si è assicurata la rigidità del taglio); 3 l'allungamento generale 





dell'utensile in ragione diretta della riduzione della sua antica ampiezza lil rasoio ne è uscito 
più maneggevole e ingentilito). Purtroppo non è dato, non che seguire nel tempo i mi- 
glioramenti indicati sulla relativa scorta monumentale, ma nemmeno imbattersi, in musei 
che accolgono antichità del medio evo e dei tempi moderni, almeno per quanto a me ri- 
sulta, in un siilo rasoio che per una fortunata contingenza qualsiasi ci sia conservato mi; 
né le arti figurative dello stesso periodo ce ne hanno tramandate rappresentazioni abbondanti 



(1) Secondo concordi risposte Ji parecchi stu- 
diasi specialmente versati nelle antichità di quest'i 
periodo, primo fra tutti e cortesissimo fra i cor- 
tesi il Ch.mu nostro Direttore Generale, il Comm. 
Corrado Ricci, ai quali tutti rivolgo vivi ringra- 
ziamenti in ispecie per le indica/ioni bibliografiche 
fornitemi, nessun rasoio del medio evo si conserva 



nelle collezioni pubbliche d'Italia. Né all'Estero 
pare che ve ne siano: nmi ne hanno certo il 
Victoria and Albert Museum di Londra ed il Musée 
de Cluny di Parigi, come risulta dalle sentili lettere 
dei rispettivi Direttori, Sir Cecil Smith e Mr. E. Ha- 
rancourt. ai quali non ho mancato d' indirizzarmi 
per milizie anche indirette sull'argomento. 



- 156 - 

e sicure. Non mancano figure di rasoi miniate in antichi manoscritti: servono però d'illu- 
strazione ad opere ili chirurgia (i), e quindi non sono utili direttamente per la nostra in- 
dagine. L'unica figurazione direttamente utile, nella quale mi sia avvenuto d'imbattermi per 
questo periodo utile perchè vi ricorre proprio il barbiere mentre rade la barba ad un 

cliente — è una miniatura del secolo XV (2); ma le proporzioni purtroppo minuscoli 
quella veduta panoramica, raffigurante insieme con la bottega del barbiere anche quelle del- 
l'apotecario, del sarto e un'altra indistinta, permettono a inala pena di affermare soltanto 
che quel rasoio per forma e tecnica di maneggio non differisce dal rasoio odierno 1 V. 



Qr/^ 





Fig. 12. 

Uguale a quest'ultimo in tutto e per tutto è il rasoio ricorrente sullo stemma della Com- 
munauté des Couteliers di Parigi del secolo xvm (fig. io — da René de Lespinasse, Les 
métières et Corporations de la Ville de Paris, Couteliers, in Histoire generale de Paris, 11, 

p. }jK — un rasoio incrociato con un coltello, nel mezzo; una cote per affilare, in alto; 
un paio di lancette, in basso), e quasi identico è l'altro sulla veste di un coltellinaio, dello 
stesso secolo, pare, (fig. 11 — da Henry Havard, Dictionnairt de V Ameublement et de la 
décoration, fig. 728). 

Niun costrutto diretto, come dalle miniature più antiche, è dato cavare da quelle nu- 
merose rappresentazioni più tarde di coltelli adoperati in pratiche « operatorie », che si ri- 
petono frequenti nei libri di chirurgia della nostra Rinascenza, e che, soltanto perchè co- 
struiti con tecnica eguale a quella del vero e proprio rasoio per rader barbe, sono additati 
con 1 nomi di coltello rasorio eccisorio, e finanche col nome classico di novacula [4 : 



(1) La Chirurgia dì Maestro Isolana,' (mscr. 
della Bibl. Casanat. di Roma, 1382); la Pratica 
dì Chirurgia di Guy de Chauliat (cod. di Mont- 
pellier, 1563), ed altre opere. 

•■ Nel Gouvemement des princei (mscr. della 
Bibl. de l'Arsenal di Parigi); iti. Henry Havard, 
Pi, I. de C ameublement ri de la décoration, fig. 886. 

1 1 miniatura in parol 1 non ti 
ili alcun profitto. 

1 V-~t un des ustensiles di- toilette qui, 
<• dans leur longue < 11 ibi le moins de 



« transformation. Dos le XV 1 siede, nous lui 
« ^rouvons dans les miniatures la forme qu'il af- 
>■ fecte encore aujourd'hui •• Henry II i\ ard, op. cit, 
T. IV, p. 667 e 668, s. v. » asoir. 

(4) Nelle opere di Chirurgia di Giov. Andrea 
della Croce, Fabrizio d'Acquapendente, Bartolomeo 
Eustachi, ecc.; in quella del francese Ambroise 
Parò: e nel fascìculus medicinae di Giov. di Ke- 
tham. Devo questa speciale bibliogral ■ ■ < Doti 
oni, i In- vivamente ringrazio. 



— i.57 — 

sono taglienti sottili, caudati, ed articolati a cerniera, ma avrebbero per noi un valore reale 
se li vedessimo adoperati dal barbiere e per rader barbe. Ne diamo tuttavia un saggio (fig. 12 
e 13 — dalla Cinigia di Giov. Andrea della Croce, Venezia MDLXXIIII, prefazione e Lib. I, 
p. 41; fig. 14 e 15 dalla citata opera, Lib. I, p. 56), perchè quegli strumenti valgono, se 
non altro, per ribadire la convinzione che il rasoio del barbiere di quei tempi si disponeva 
a diventare, se non era proprio già diventato, quello che è oggi, se da quello che il rasoio 
è oggi tanto poco differisce il coltello eccìsorio, rasorio, novacula, maneggiato dai chi- 
rurgi. E valgono ancora di più, se poniamo mente all'antica nullità ed alla successiva te- 
nuità di limiti che fino a tempi tanto a noi vicini hanno confuse insieme l'arte del bar- 
biere (al quale non erano estranee pratiche di flebotomia, odontoiatria ed erniaria, e con 





esse anche pratiche di alta] chirurgia) (1)', e la professione del chirurgo vero e proprio, 
ovunque comprese ed organizzate nell'unica corporazione dei barbieri-chirurgi, con unica 
matricola di mestiere, e unici protettori nei Santi Cosma e Damiano. Tanta confusione 
di pratiche professionali ci induce ad ammettere senza difficoltà presso il barbiere, e nel- 
l'atto di procedere alle usurpate pratiche del chirurgo, un rasoio che, salvo qualche leg- 
giera variante di forma, salvo almeno — come è credibile — la sua speciale destinazione 
ad usi più delicati, fosse quello costruito naturalmente pei rader barbe ; ed, inversamente, 
presso il vero chirurgo, per eseguire incisioni e dissezioni, un tagliente, dottamente quanto 



(l) « Rader la barba, cavar moli, salassare 
« ecco le tre facoltà ai barbieri concesse, oltre quelle 
« che esM si arrogavano di aprir fontanelle, con- 
« ciare ossa, medicare ferite e piaghe ( ìiuseppe 
Pitrè, Medici, Chirurgi, Barbieri e Speziali an- 
tichi in Sicilia, Palermo, 1910, p. 103. Oltre 
questa opera del Pitrè, molto interessante e ricca 
di buone no/inni, per copiose notizie sulla corpo- 
razione vedi: René de Lespinasse, Les mètiers 
et Corporations de In Ville de Paris — China-- 
gìens, Barbieri -- in Hisloire generale de Paris, 
III. p. 622 sgg. (lo stemma della corporazione, ivi 



riprodotto, reca tre barattoli da medicamenti, mu- 
niti ili coperchio, ma niun utensile relativo all'arte 
del barbiere); e 1 ìustave Faguiez, fltudes sur /'In- 
dustrie ti la classe industriale à Paris (sec. XIII 
et XIV), in Biblìothèque de l'École ,1, s hauti étu- 
des, pp. 28, 4S, 131, 141, 145, 324: qualche 
opera minore A. Bertolotti, La medicina, chirur- 
gia e farmacia in Roma nel u; . A l'I; F. Pollaci- 
Nuccio, / barbieri e la loro maestranza in Pa- 
lermo; \. Ka\a, Pratica di Barbiere circa il 
cavat sangue ed altre cose appartenenti ,1 dello 
itili: io, Messina, 164N. 



- 158 - 

si voglia denominato, ma, in fondo, il ferro stesso adoperato per rader la barba. A fortifi- 
carsi in questi concetti, ed a constatare in quale misura l'effettiva confusione delle due 
pratiche professionali si riverberi nell'araldica e nella sfragistica relative, cade in acconcio 
dai e uno sguardo ai piccoli monumenti che qui riproduco. 11 primo (fig. 16: disegno tratto 




QVESTAi-CAP 
EÌLÀflE>ì)ELLA 
VNIVERSITA 
DEKBARBIBKI 




dall'originale dall'architetto Egisto Bellini) è uno stemma nel portico della Biblioteca di 
Siena, dalla leggenda assegnato con sicurezza alla •< Università dei barbieri »; ma gli stru- 
menti che vi si vedono rappresentati (un coltello che difficilmente può credersi un rasoio, 




Fig. 18. 



per l'estrazione dei denti, e le forbici) sono comuni alle due arti, e torse più 
propri al chirurgo che non al barbiere. Il secondo (fig. 17: da Arthur Forgeais, Collection 
dt-s Plotnbs historiés Irouvés dans la Scine, voi V, Numismatìque populaire, p. 151, di- 
segno ingrandito di Mr. E. Clair-Guyot), è un gettone di piombo del secolo XVI, trovato 



— 159 — 
nella Senna il 1X65 (1): sulle forbici e sul pettine non può cadere discussione alcuna, 
ma io non so come si potrebbe affermare, col Forgeais, senza riserve, che sia un rasoio, 

e non per avventura un •• coltello eccisori 1 » buono per pratiche di chirurgia, quello strano 
coltello a larga lama triangolare che occupa il lato sinistro, e ciò tanto più quando esso 
si vede associato ad una lancetta per cavai sangue. Il terzo (fig. 18: dal Nouveau I.a- 
rousse, Dìct., pag. 729, s. v. barbier, disegno ingrandito del Prot. V. Esposito), è il sug- 
gello della corporazione dei barbieri di Bruges, e nemmeno sul coltello che in esso appare 
cotanto stilizzato c'è da fare qualsiasi assegnamento per una sicura identificazione. 





Chiarite le quali cose, pongo fine al mio studio presentando nelle annesse riproduzioni 
i rasoi del 1 secolo (tigg. 1 9 e 20) quelli dell'età cristiana (figg. 21 e 22), e il rasoio 
odierno (fìg. 23), proiettati ciascuno sul fondo della theca, la quale richiedesi <///va solo per 
gli utensili del I secolo [Marziale, Epigr. IX, 58, vv. 9 e 101: tali figure, come si vede, 



<i) - Face. St. Còme et St. Damien, débout, Seine, Voi. V. Non si sa, purtroppo. Jove sia 

« Li tete nimbée, et tenant chacun une boite cou- and. ito .1 finire il gettone in parola. Il museo di 

« verte a la main ; entre les deu\ se trouve en Clunv. al quale pervennero un primo lotto inte- 

« haut la lettre .V: en bas une branche chargée de ramente, ed un secondo lotto parzialmente della 

« trois roses. Revers. Peigne doublé pose en pai. « collection des plombs historiés del Forgeais, 

■• flanqué .1 droite d'un rasoir et d'une lancette, nulla possiede del ter/o lutto, nel quale era com- 

i gauche d'une paire de ciseaux » Arthur Por- preso il gettone, venduto dopo la morte del col- 

geais, i\umismaliaue populaire, p. 151, in Col- lezionista. Null'altro quindi oggi ne resta che la 

lecitoti ila Plombs historiés trouvés dans /</ rappresentazione qui riprodotta dall'Opera citata. 



— i6o — 

dauno modo di abbracciare con un solo sguardo l'evoluzione subita dallo strumento nello 
spazin di diciannove secoli. Cronologicamente molto vicino all'utensile del l secolo, ma molto 
lontano da quello di oggi, sta il rasoio dell'età cristiana; e sta da quello di oggi tanto lontano 





■ 



nel tempo, perchè rappresenta, nella tecnica della costruzione, il conseguimento di essen- 
ziali vantaggi, dopo i quali sono stati possibili soltanto i lievi miglioramenti secondarli dei 
quali si è tenui" conto. 



Pompei, Primavera del 1916. 



\\ai n;o Della Cokte. 



RITROVAMENTO A CHERASCO DI OVE LAPIDI ROMANE 
GIÀ PVBBLICATE A TORINO DAL PINGONE 



li desideriti di arricchire il Museo G. B. Adriani di Cherasco di due lapidi (inora 
neglette mi ha fatto ritrovare un'iscrizione romana ed un bassorilievo, dati per la prima 

volta dal Pingone, lo storico Torinese. 1 marmi erano in casa sua, ma in seguito and; io 

perduti, sicché i numerosi autori che ne fecero menzione, ne diedero edizioni sovente 
errate, e qualcuno anche vi fondò sopra cervellotiche interpretazioni. 

11 Conte Giuseppe Galli della Mantica, Consigliere Provinciale, delle Antichità di 
Cherasco assai informato, mi segnalò un giorno dello scorso ottobre due figure scolpite su 
pietra esistenti nel Quartiere Militare lucale, intitolato al prode Ammiraglio Baldassare Man- 
tica, suo zio. 

Quantunque delle cose di Cherasco anch'io cultore appassionato, quelle sculture mi 
erano ignote ; né l'Adriani, a cui nulla era sfuggito di quanto interessava Cherasco e la 
sua storia, ne aveva lasciato alcuna memoria. 

Effettivamente all'angolo N E del fabbricato del Quartiere all'incrocio delle Vie Mon- 
falcone e dei Giardinieri, ed all'altezza del primo piano, esistevano incastrati nel muro due 
altorilievi, uno per caduna faccia dello spigolo. A prima vista vi si riconoscevano due figure 
vestite alla romana. Lieto della scoperta, mi affrettai a domandare al ff. di Sindaco, Conte 
Luigi lcheri di S. Gregorio, il permesso di togliere le due pietre dal posto dove si trova- 
vano per portarle nel Museo Adriani e quivi conservarle e studiarle. 

Con alto senso di opportunità, di cui pur troppo gli esempi sono rari, il ff. di Sindaco 
e la Giunta Comunale aderirono alla mia proposta e due giorni dopo i marmi, che ora 
posso chiamare preziosi, erano nel Museo. Qui subito apparve l'importanza della scoperta, 
perchè i due pezzi avevano lavorata non solo la taccia esterna dove erano scolpiti i due 
busti, ma anche l'interna, che finora era rimasta sottratta alla vista. 

La faccia esterna dell'uno (vedi fìg. i) porta scolpito a mezzo busto un uomo barbuto 
e coi capelli arricciati, vestito colla toga e tenente in mano un rotolo, torse a significare che 
era un magistrato. L'altro marmo porta invece scolpito un giovane o una donna con in mano 
una teca o un dittico a cui non saprei dare uno speciale significato. 

I due busti facevano assai probabilmente parte di un monumento funebre ed erano 
a contatto (come sono nella fotografia) e, come si vede dal bordo in rilievo che contornava 
sopra e ai due lati le due figure, racchiusi in una specie di nicchia. 



— l62 — 

Questo bordo è in gran parte abraso. La frattura che si riscontra nell'angolo interno 
iore dei due marmi sembra accennare che essi in quel punto fossero tenuti a sito 

con un gancio metallico, nel togliere il quale si ruppe il marmo in entrambe le parti di 

cui si componeva la scultura. 

I due blocchi sono di marmo greco finissimo. Essi hanno una bella patina dovuta al 

tempo e alle intemperie, più scura nel blocco dell'uomo, già esposto a mezzanotte, più 

giallastra in quello della donna esposto a levante, e ciò probabilmente a causa della diversa 

esposizione, poiché la qualità del marmo è unica. 




Nessuna traccia di scrittura ( 1 1. 

Quanto all'epoca cui dovranno attribuirsi queste figure, la conoscenza purtroppo assai 
imperfetta che imi possiamo formarci della produzione artistica della fine dell'Impero e del- 
l'alto Medio Evo ci rende molto esitanti nel formulare un «indizio. Sembrerebbe da esclu- 
dersi l'arte romanica, >■ fors'anche l'arte romana del Basso Impero, per quanto questa sia 
nella sua produzione provinciale quasi ignorata. Una qualche analogia si lui nell'aria attu- 



ili Dimensioni blocco dell'uomo altezza m. 0.64; bordo di cui si è parlato: — blocco della donna: 
larghezza ni. 0.48; spessore m. 0.14, pero solo nel- alte/za 0.64. larghezza 0.45 a 0.46: spessore mas- 
> inferiore di sinistra, dove esiste ancora il simo 0.14. 



- ifi3 - 

nita, nei visi allungati, nel trattamento degli occhi e dei capelli a chioccioletta con alcuni 
dei così detti dittici consolari d'avorio o d'osso della fine dell'Impero. Ma forse i rapporti 
più importanti potrebbero trovarsi tra le nostre sculture e gli stucchi del Battistero degli 
Ortodossi a Ravenna, secondo che mi suggerisce l'illustre prof. Toesca del R. Istituto Su- 
periore di Firenze (i |. 

Sicché sarebbe da ritenere più probabile, che l'opera appartenga all'alto Medio Evo, 
intorno ai secoli V o VI. 

Per finire con questo lato dei marmi, dirò come entrambi portino tutt'attorno nello 
spessore del sasso un canaletto eseguito a scalpello, tranne sull'alto del marmo dell'uomo, 
dove questo è sostituito da un solco ben definito, fatto evidentemente a sega, solco che 
si ripete dietro la testa dell'uomo, con la profondità di mezza la testa, come se si volesse 
staccarla dal fondo. 

Poiché una delle facce posteriori delle lastre porta un'epigrafe e l'altra porta un bas- 
sorilievo ed il solco corre a distanza costante di 3 4 cm. da queste tacce, interpretai i 
solchi a questo modo. 

Data l'importanza della iscrizione e della scoltura in confronto dei busti, il proprie- 
tario per renderle più maneggevoli e forse per murarle più facilmente, decise da prima di 
segare via dalle lastre le due figure ed incominciò a far segare la testa dell'uomo. Presto 
pentito della decisione volle conservare alle figure uno sfondo e incomincio a far segare in- 
vece il marmo nel suo spessore, formando così due lastre di cui una portasse la iscrizione 
e l'altra la figura scolpita. Ma anche di ciò si penti; ed infatti il solco e appena incomin- 
ciato, e per nostra fortuna conservò intero il marmo come è attualmente. Il blocco che- 
porta la donna ha il solo canaletto, fatto a scalpello, ma nessuna traccia di lavoro a sega. 

Passiamo ora al rovescio delle due lastre. Quella dell'uomo barbato ha scolpita la 
parte sinistra di una grossa iscrizione, l'altra porta in senso capovolto, una scoltui 1 . 
poiché sia l'ima che l'altra sono disegnate ed eseguite con arte assai più fine che non 1 
busti, se ne può subito inferire che in epoca tarda si adoperarono i pezzi di uno e forse 
di due monumenti più antichi e di un'epoca in cui l'arte scultoria era più in fiore. 

L'iscrizione del rovescio è nota; la riferisce da copie e da pubblicazioni anteriori il 
Mommsen nel C. I. L., V - 7043. Il rilievo invece che l'accompagna non è pubblicato, ma 
solo brevemente e con poca esattezza descritto da alcuno degli autori stessi che videro 
l'iscrizione. H poiché il Corpus dà un'ampia bibliografia (2) consultai vari degli autori 
citati, alcuni dei quali ho fra i miei libri e gli altri trovai nella biblioteca Adriani. 



(1) Cfr. specialmente il santo di sinistra nella apud Cicercium : ms -- Pingonius pag. 103 (inde 

fig. 1 =; 4 del volume I della Stori.! dell'Arte Italiana Ligorius ms Gruterus 632, 6 ex Ping. Murat. 

del Toesca. 883,3 ex Guich : Promis pag. 452 ri. 210. 

•1 Nota del Mommsen : « Maur. Ferrarius n. 1568 Altri ne dà il Promis come citerò pi 



— 164 — 

Prendiamo le mosse dal Pingone che possedette il marmo nella propria raccolta, e 
lo pubblicò per il primo nella sua Augusta Taurinorum (i). 

Egli così ce lo descrive (V. fig. 2): Alio marmare dimidiato, in summitate videtur 
Apollo imberèis, lacertis pellem hominis prò tropheo gerens. Suoi/; Marsias excoriatus, 

• nitritili una manu alia caput cadaveri* tencns.... 




Qui mi rincresce dover subito dissentire dall'erudito. Dal braccio del personaggio che 
stende la manu sul capo della figura principale della scultura non pende già una pelle 
umana ma un drappo, riconoscibibile ai suoi margini netti, che scende poi verso i fianchi 
del personaggio. H similmente quella cosa che tiene con la sinistra la figura armata di 
spada non è in alcun modo una testa umana. Del resto la decapitazione di Marsia non 
é narrata in alcuna delle redazioni di questo mito. 

(1) Philiberti Pingonii Sabaudi Angusta Taurinorum. Taurini MDLXXVII. 



- I&5 - 

Il Promis, senza vedere il marmo e traducendo il Pingone, indica come il cadavere 
di Marsia quanto occupa l'angolo inferiore di destra: ma anche questo mi sembra erroneo. 

Il bassorilievo invece rappresenta chiaramente, secondo il Prof. Paribeni, Perseo che 
libera Andromeda dal mostro marino. Nella figura centrale, di cui appare solo meno della 
metà, devesi vedere Andromeda che tende il braccio destro verso il suo liberatore, ai suoi 
piedi è il mostro dal corpo anguiforme e dalla testa quasi canina volta a bocca aperta 
verso la vittima. Perseo nudo sembra tenere nella mano sinistra qualche cosa che appare 
ora di incerti contorni nel logoro rilievo, ma che secondo ogni probabilità è la testa della 
Gorgona con la quale egli ha impietrato il mostro marino. Nella mano destra l'eroe ha 
la spada 1 1 1. Potrebbe alcuno osservare che Perseo non ha qui i calzari alati, e che la 
sua arma non ha la forma caratteristica della harpc; e veramente questi argomenti uniti 
all'aspetto vigoroso dell'eroe potrebbero far pensare che si fosse voluto rappresentare il 
mito analogo ma molto più raro nell'arte figurata di Esione liberata da Ercole. Senonchè 
non eviteremmo un'obiezione analoga a quella che ci siamo proposta per la prima inter- 
pretazione, perchè Ercole non avrebbe qui né la spoglia leonina né la clava. Sarà quindi 
più prudente accettare la prima interpretazione che si riferisce a un mito più diffuso nel- 
l'arte antica, e della mancanza dei segni che caratterizzano Perseo dar colpa alla fretta del 
mestierante che scolpì il nostro rilievo. 

In alto a sinistra è un Tritone che ha nella destra uno strumento allungato forse un 
remo o un tridente. La figura che riempie il quadretto in basso a destra con le braccia 
conserte al petto è una delle rappresentazioni di personaggio esprimente mestizia non rara 
in soggetti di carattere funerario, come può essere questo coronamento di stele. Natural- 
mente una figuretta simile doveva essere nell'altro angolo a destra. 

È chiaro che questa scoltura è monca in alto, dove manca la testa del tritone e la 
punta del frontone. Il lato destro mancante di questo è però ben segnato da un piccolo 
tratto appena visibile presso il capo della figura centrale della composizione. 

Passiamo all'altro marmo, cioè alla iscrizione ifig. 3). Il fregio che farebbe onore ad 
un artista del 500, per disegno e per fattura, è cosi descritto dal Pingone, in prosegui- 
mento del brano già citato : « Circum in columnae formam simiae, vasa, cochleae, 

maritima monstra et alia ornamenta exsculpta ». 

Con sua buona pace, io non vedo, incominciando dall'alto, che due leoni seduti ed af- 
frontati, — un cratere, — un guerriero con spada e scudo imbracciato, ^non delle scimmie) 
— una conchiglia e la coda di due delfini. 



(1) Fu il Prof. Bailo direttore del Museo Civico di Prof. Giulio Emanuele Rizzo dell' Università di 

Treviso che vedendo il rilievo lo interpretò per primo Napoli. Il Bailo non escludeva però che potesse 

come Andromeda liberata Ja Perseli; interpretazione pensarsi ad Ercole e Pldra, come dapprima avevo 

che venne confermata dal Prof. Paribeni e dal pensato io. 



— i66 — 



Verosimilmente questo fregio incorniciava tutto attorno la iscrizione. Forse se, come 
è pur passibile, il marmo col rilievo segna il coronamento di questa stele funeraria il 
fregio laterale terminerebbe nel quadretto con la figura di personaggio esprimente dolore 
del marmo col rilievo, che esaminiamo. 

La fig. ^ ci dà di questa il testo preciso. Esaminiamo come esso ci era giunto attraverso 




! ' 



CI < )D 

VI LIA.!'''' 




i precedenti editori. Il Ringoile, che primo la diede stampata e che possedeva il marmo, 
così la pubblica erroneamente: 

A C R O IN I P. . 

MEDICO AVG. . 

CLODIA III. . 

LAETAE SOR. . 

C C L O D I V S. . 

AQVILIANVS. . 



— i6 7 — 

Il Ferrano .(i) dovette vedere anch'egli il marmo, perchè ne dà una copia indipen- 
dente da quella del Pingone, copia che è stata preferita, non so perchè, dal Corpus: 

.h> 0)1 

Medico M..... 

Clodia 

Laetae 

C CI od 

Adulìanu 

Altri dotti, non citati nel Corpus, riproducono l'iscrizione, ma tutti attenendosi alla 
copia del Pingone, senza aver visto il marmo, sicché la loro testimonianza non è utile per 
ristabilire il testo (2). 

Le due copie del Pingone e del Ferrano sono amendue inesatte. Erra più grave- 
mente il Ferrano leggendo a lin. 2 M invece di Au e a lin. 6 Adulìanu invece di 
Aquilianu. Ma nella copia del Pingone che sostanzialmente è esatta, sono altre lettere 
che sul marmo, come oggi ci è pervenuto, non si leggono. 

L'erudito Prof. Roberto Paribeni, direttore del Museo Nazionale Romano, che gentil- 
mente rivide queste mie note, si domanda: <• Sono quelle lettere supplite ex ingenio dal 
Pingone, ne furono vedute tracce nel marmo? Gli antichi eruditi non sempre solevano 
fare distinzione fra le parti da loro lette e quelle da loro inventate. Però se le finali dei 
due nomi di lin. 5 e 6 sono state certamente aggiunte dal Pingone, non su se possa dirsi 
altrettanto per le altre lettere. Se il Pingone avesse avuto in animo di dare coi supple- 
menti una lettura più completa, non avrebbe a lin. 4 dato semplicemente SCI? ma 
SORORI, ne avrebbe a lin. 3 dopo VA di CLODIA posto tre aste verticali, né avrebbe 
a lin. 1 inventato la P, lasciandola poi in sospeso. Evidentemente egli ha veduto qualche 
cosa di più di quello che a noi è rimasto. Ed invero nei successivi trasporti dei due marmi 
può bene essere saltata via qualche scheggia, ed essere poi stato ritagliati! regolarmente l'orlo 
del marmo, quando i due ritratti furono fissi sul muro a decorazione di un edificio di Che- 
rasco. Se così è, il maggior guadagno che noi facciamo nella copia del Pingone è la let- 

(1) Due erano i Ferrarlo, Maurizio e Ottaviano, il lui che visse nel V sedo .1. Cr. Il Guichenon, 
primo dei quali multe iscrizioni comunicò da Turino Histoire géneaìogique de la Maison de Savoie. 
al fratello a Milano e all'Aldo Manuzio a Roma. Torino 177.X. Voi. r pag. 64, dà l'edizione del 

(2) Ricolvi e Rivautella nei Mormora Tauri- Pingone e conferma che il marmo era presso di lui. 
nensia, Augusta Taurinorum MDCCLXVI1, (Pars 11 .Malacarne poi che scrisse nel 17S6 ci dice che 
altera-Appendix N. CXXXII1) riportano la de- a suo tempo la Lipide non esisteva più. Ctr. Delle 
scrizione del Pingone ed il suo testo, ma aggiun- opere dei medici e dei cerusici ih,- nacquero e 
gono in calce una notizia interessante: de quopiam fiorirono prima del secolo XVI negli Siati della 
Acrone Medico Agrigentino tneminit Plinius lib. Real Casa d: Savoia. Nota alla iscrizione XI 
jy. tafy. /. È chiaro però che non può trattarsi di nella Prefazione. 



— i68 — 

tera G finale della seconda linea. Per essa acquistiamo la piena certezza che il nostro 
Acrone fu veramente un medico di alcuno degli imperatori, e pertanto personaggio illustre 
nell'arte sua. D'altra parte la forma dei caratteri che ora ci si rivela dal ritorno alla luce 
del marmo originale, ci assicura che il medico Acrone dovette vivere nel primo secolo 
dell'Impero ». 

Carlo Promis nella Storia di Torino antica (i) a pagg. 451-452 riproduce il testo del 
Pingone, riconoscendo che solo questi vide l'iscrizione, ed è l'unico, fra gli autori che ho 
potuto consultare, che ne fa uno studio e ne tenta la restituzione. Questa però, con tutto 
il rispetto dovuto all'illustre storico ed erudito, è acuta e condotta con retto metodo, ma 
non mi sembra in tutto accettabile, principalmente perchè egli non vide coi suoi occhi il 
monumento. 

11 Promis crede che il marmo fosse rotto sopra, sotto e nel lato destro, e ciò gli dà 
occasione di aggiungere due righe in alto dell'epigrafe ed una sotto. Avendo poi scritto 
tutte le righe con caratteri della stessa grandezza e fissata una linea terminale verticale 
della iscrizione, riempie con parole gli spazi vuoti e ci dà l'iscrizione completa COSI rico- 
stituita. 

d. m 

c . e 1 o d i e . I i b 

A CRONI Patri 

MEDICO AVO n 

C LODI AH Matri 

LAETAE SORori 

C CLODIVS e. lib 

AQUILINVs 

f. e. 

L'iscrizione è certo incompleta in fine, come ci dicono i rilievi della cornice; ma non 
è altrettanto sicuro che lo sia in principio (il Prof. Gabotto ridurrebbe a una linea l'ag- 
giunta); ad ogni modo i caratteri, come appare dalla fotografia, non sono della stessa 
grandezza, sicché scrivendo le parole proposte dal Promis coi caratteri adottati per ciascuna 
linea, queste non terminerebbero, come egli suppone, sulla stessa verticale. 

Lo stesso Promis, per essere greco il cognome Acro, fa di lui un liberto. Non am- 
mette VAquilianus che pure è scolpito in tutte le lettere e, mentre il Ferrano, come 
vedemmo, ne fa un Adulìanus, egli ne fa un Aquzlimis solo perchè questo nome è fre- 
quente, mentre non si è ancora trovato il primo. Propone, pur esitando, che il patrono 
di Acrone sia stato C. Claudio Marcello primo marito di Ottavia, sorella di Ottaviano 

(1) Storia dell'Antica Torino, Mia Augusta Taurinorum. — Torino 1859. 



— 169 — 

Augusto, il che riporterebbe il marmo alla migliore epoca dell'arte. Fa poi altre ipotesi per 
identificare la sorella Leta e sulle origini dell' Acrone; non le discuto perchè non tanno al 
caso nostro. 

Nel 1878 Vincenzo Promis pubblicò il volume del padre Carlo sulle: Iscrizioni rac- 
colte in Piemonte e specialmente in Torino da Maccaneo, Pingone e Guickenon (1). 

In esso si ripetono l'edizione e la restituzione della nostra lapide, già data nella Storia 
di Torino, e si fa appello ai commenti già esposti in quel libro. Solo si aggiunge, che le 
continue beneficenze di Claudio verso i Segusini ed 1 Torinesi rendono anche probabile 
che Acrone fosse medico e liberto dell'Impelatole Claudio. 

Tutte queste ipotesi sono forse ardite; in ogni modo è certo che un medico impe- 
riale di origine greca come la grande maggioranza dei medici della Roma imperiale, vis- 
suto assai probabilmente nel primo secolo, come mostra la bellezza delle lettere del nostro 
testo, venne a vivere in Piemonte, dove certo fu trovata l'iscrizione già in possesso del 
Pingone. 

Circa il rilievo, il Promis ripete la attribuzione del Pingone alla favilla di Marsia: si 
meraviglia che sia stata scelta questa scena per la tomba di un medico, ma si richiama 
ad altro esempio che è nel Vaticano. 

La favola di Perseli e Andromeda non si addice meglio dell'altra al sepolcro di un 
medico, ma è noto che le rappresentazioni figurate su sepolcri hanno spesso un puro va- 
lore ornamentale, oppure simboleggiano semplicemente la morte, i pericoli del viaggio di 
oltre tomba, etc. senza speciale riguardo alla persona ch'è sepolta. Del resto non è asso- 
lutamente provato che l'iscrizione e il rilievo abbiano originariamente appartenuto allo stesso 
monumento. 

A questo punto mi sento rivolgere una domanda che si è affacciata pure a me, 
quando constatai che le due pietre provenivano dalla raccolta del Pingone : come mai 
quelle lapidi passarono dal Pingone al Convento di Cherasco, che poi si trasformò in 
Caserma? 

Il Convento dei Carmelitani in Cherasco non fu costruito in una volta, ma, come si 
ricava da un prezioso manoscritto dell'Archivio Adriani, // Kampione del Calmine, scritto 
da P. Ilarione di S. Orsola (2), ebbe principi assai stentati, e l'ampio spazio che 



(1) In questi) libro, il Promis cita nella biblio- colo X l'I in Piemonte (1786) n" XI. — Promis, 

grafia: Storia di 't'orino n* 210. 

Pingone p. 103 — Guichenon p. 64 — Ligorio (2) Kampione Jet Carmine di Cherasco, fatto 

ms. voi. XIX. — Patin In ant. mon. Marcellinae nell'anno MDCCLXXVIetsuccessivamente-.O^txA 

Comm. in Poleni II, 1155. — Grutero- Muratori del R. Padre Ilarione di S. Orsola, morto nel 1737, 

p. 883, 3; 1045: 4- - Ricolvi II p. i !3 . _ Ma- 14 Agosto, nel Convento. — Archivio Adriani nu- 

lacarno, Pelle opere dei medili anteriori al se- meru 121 

Ausonia - Anno IX. -- 



— 170 — 

occupato dalla Caserma, divenne proprietà del Convento poco alla volta, subendo poi le 
costruzioni successive variazioni. 

Il fabbricato, su cui erano murate le due lapidi, faceva parte del grande chiostro 
iniziato nel 161 3, e si salvò dalla demolizione del 1806, dopo che il Convento fu abolito 
nel 1802. 

Vi sono in archivio numerosi documenti riguardanti i Carmelitani ed il loro Convento, 
ma in essi ho cercato invano un accenno qualsiasi alle due lapidi. Solo in un libretto « Conto 
dato dal reo. prete fra Feliciano La Manna Siciliano, per la fabbrica del Convento del Car- 
mine » del 1576-78, si fa menzione della spesa di fiorini 1-4, colla seguente causale: 
« AHi 14 dì . lp> ih 1 5 78] dato a Ij)igi casa nuova p. liana condoto col suo carro tre pietre 
dì marmo da S. Pietro di Marnano alla fabrìca ». Non può trattarsi delle nostre lapidi che, 
come abbiamo detto, erano allora a Torino in casa del Pingone: ma il tatto accenna ai 
materiali antichi di S. Pietro di Manzano dei quali si faceva tesoro, come qualche secolo 
innanzi esso aveva fornito i materiali per la insigne facciata della chiesa di S. Pietro in 
Cherascn. 

Il P. Voersio, l'esimio autore della prima storia di Cherasco (1), che nel 1613 aveva 
lasciato l'ufficio di Procuratore generale dell'Ordine e si ritrovava in patria, molto si inte- 
ressò alla costruzione del Convento e contribuì largamente alla spesa. 

Avvicinando i nomi del Pingone e del Voersio, il primo dei quali pubblicò la sua 
Augusta 'l'aio inorimi nel 1577, ed il secondo la sua //istoria compendiosa di Cherasco 
nel 1618, sorge l'idea che i due eruditi fossero fra di loro in relazione di amicizia, e che 
il l'mgone sapendo della fabbrica del Convento, a cui tanto si interessava il Voersio, gli 
abbia regalato, per adornarlo, quelle due lapidi. Temerei di andare troppo oltre nelle ipo- 
tesi, supponendo che quelle abbia scelto nella sua collezione perchè tratte dall'Agro Che- 
raschese : questo il Pingone non l'ha detto, e il crederlo sarebbe presunzione. 

Per un Convento parvero forse più convenienti, ancorché di fattura meno pregevole, 
i due busti, che potevano benissimo passare per due santi, anziché il rilievo col mito 
pagano e l'iscrizione funeraria di un medico. Così queste due ultime rappresentazioni 
furono murate e nascoste. 

Prima di chiudere questo modesto studio, mi corre l'obbligo, che assolvo con ricono- 
scenza e piacere, di segnalare come mio collaboratore il Professore Cav. Antonio Carlini 
di Treviso, scultore insegnante di arte ed architettura e addetto in patria a quel Civico 
museo. Trovandosi egli a villeggiare in Cherasco, per causa della guerra, mi fu largo 
della sua scienza pratica, e le conclusioni, alle quali sono arrivato, furono sempre da lui con- 
divise, quando non partirono da lui e furono frutto della sua esperienza. Egli anzi aveva avuto 



(1) Historia compendiosa di Cherasco posto in di Savoia etc. in MonJovì per Giovanni GislanJi 
Piemonte sotto il felice dominio della Sri. tosa MDCXVIII. 



- I 7 I — 

la bontà di disegnare anche una restituzione del bassorilievo. Al Cav. Carlini dunque mi 
è grato rendere qui pubbliche, vivissime grazie. 

Mi auguro, e ne ho già speranza, che Cherasco mi offra ancora fra le sue mura 
ospitali qualche altro degno monumento, come quello che ora ho fatto conosceri al 
pubblico. 



Cherasco, Agosto iqi6. 



ALFONSO PETITTI DI RORETO T. GEN. 

riRRISP. PKLLA SOCIETÀ DI ARCH. t UNII ARTI M 



Ringraziamo l'illustre e benemerito Generale che, deposta la spada, si dedica nella terra natia 
allo studio del passato, per averci comunicato la sua scoperta doppiamente pregevole. Ci sembra me- 
riti di essere segnalata in particolar modo l'importanza delle due ligure di santi rilevati sul rovescio 
del monumento pagano, data la loro provenienza dal Piemonte e presumibilmente da Torino. Monu- 
menti di età bizantina sono in Piemonte molto rari, e Torino stessa non presenta indizii di aver in 
quel tempo posseduto una notevole fioritura artistica. 11 fatto è singolare, ma anche più strano appare 
ad esempio, che Bologna, ricca e prosperosa città romana, a pochi chilometri da Ravenna, così super- 
bamente ricca di monumenti bizantini, non abbia nulla di quell'età, Si può però ricordare, che Torino 
deve aver avuto stanziamenti notevoli di torme di barbari invasori d'Italia come provano i ricchi tro- 
vamenti di tombe di quelle genti a Testona presso Moncalieri (Calandra, in Atti della Soc. d'Ardi. 
e Belle Arti di Torino, 1883 - ìv, p. 23) e a Torino stessa (Rizzo, in Notizie Scavi. 1910, p. 193). 
E si può anche ricordare, come la vicina Liguria abbia cospicui monumenti bizantini, quale, per non 
citare altri, il Battistero di Albenga. 

(Nota della Redazione). 



AFRODITE ARMATA 



Nei recentissimi scavi di Ostia, vennero raccolti, tra molti pregevoli bronzi, numerosi 
frammenti di una statuirla in marmo di Afrodite armatali). Poiché tale figurazione non è 
troppo comune, né sono state fino ad oggi chiarite, l'origine, la motivazione e l'esemplifica- 
zione del tipo, vale la pena di ristudiarlo prendendo l'occasione della scoperta fatta in Ostia. 

La concezione e la figurazione di Afrodite, nel patrimonio letterario e artistico greco- 
romano, possono dirsi basate sopra il duplice carattere della bellezza e della femminilità. 
Carattere costante, che può cogliersi fino nelle incerte nebulosità della mitologia pregreca 
e più chiaramente, nelle identificazioni di Afrodite con Kassiope (2), Leukothea (3), e nei 
nomi di Urania (4), Pandemos (5) e via dicendo. 

Questa divinità orientale (6), ancora secondaria e con caratteri non ancora precisi nel- 
l'epopea 17), acquista, con Esiodo, una più chiara e forte personalità mediante l'unione di 
Himeros e Pothos (8). 

1; non soltanto nella tradizione letteraria, ma anche nel patrimonio artistico si osserva 
per Afrodite una continuità ideale di concezione che s'inizia con le figurazioni di Afrodite 
nuda, anche negli idoli più arcaici (9), e che Prassitele non chiude, ma sancisce mirabil- 
mente, con una figura di donna-dea che é sopra tutto e forse soltanto, la divinità del sesso 
femminile. 

Onde ci meraviglia che la continuità ideale della figura di Afrodite appaia interrotta 
da qualche esemplare di Afrodite armata pervenuto fino a noi e dalle testimonianze che 
Pausania ed altri ce ne danno, come di un tipo assai antico. 

Le spiegazioni date a questo fatto sono in gran parte oscure, e nessuna, in verità, 
troppo persuasiva (io). 

(n Cf. Notizie degli Scavi, 11)15, pag. 257. mid d. Ursprung des AphrodiUcultus, in .!/<»;. 

(2) Sofocle, Androni., 157 : Cvidio, Metam., 4, de l'Acad, de Si. Pétersbourg, 1886. 

670; Apollod., 2, 43. (7) Omero. Y, 421; T. 399 sgg. 

13) Orphica (Abel 1885) hymni 73. (8) Cf. Gruppe, Qriech. Mytk., in Handbuch 

(4) Eurip. frg. 781, is sgg.; Orphic . hymni 55, d. A"/. Allertumwiss, II, 1365. 

1 ; Nonni, Dionysiaca 40, 255. (9) Sull'Afrodite arcaica nuda, cf. Furtwangler, 

(5) Teocrito ep. i s, 1; Anth. Pai. XII, 1, 612: Meisterwerke, p. 633. 

cf. Foucart, B. C. H. 1889, p. 156 sgg. (io) Nessuno se n* è occupato di proposito, ma 

(6) Il cultodi Afrodite a Citerà è fenicio (Herod., soltanto di sfuggita. 

1, 105; Pausania, I, 14, 7) cf. Ermann, Kypros Questo carattere parentetico e I' indole degli ar- 



— 173 — 

II pensiero tende, naturalmente, a spiegare Afrodite armata per via di Ares, ricono- 
sciuto, più universalmente di Hephaistos, quale compagno di Afrodite (i). Ma bisogna am- 
mettere che i rapporti di Ares con Afrodite, per quanto sappiamo, non ebbero che 
carattere amoroso e non credo col Welcker (2), che proprio essi soli abbiano dato l'idea di 
armare Afrodite. Tanto più che l'associazione plastica di Ares ed Afrodite pare che sia 
piuttosto tarda 13), e in ogni modo fu motivo preferito più dai Romani che dai Greci e 
costantemente amoroso (4). Si può anzi dire che Ares non abbia alcuna importanza né 
nell 'accrescere di nuovi caratteri la personalità di Afrodite, né nel determinare nuovi mo- 
tivi della sua figurazione artistica. 

Una ricerca più fruttuosa si ha, invece, col risalire alle prime origini del tipo di Afrodite. 

Poiché, sotto il diretto influsso della concezione orientale, Afrodite non solo ha carat- 
teri di somiglianza con la bellicosa dea dei Filistei (5), ma è sopra tutto ancora una con- 
cezione cosmogonica, la connessione con le forze della natura deve aver suggerito le armi 
anche per Afrodite, non meno che per Apollo e per Artemide, muniti di frecce e di lancie. 
Come armi siffatte possono mettersi in relazione con i raggi del sole e della luna (6), e 
come la credenza che gli idoli venissero giù durante i temporali, può spiegare qualsiasi ar- 
mamento (7), così non c'è difficoltà ad ammettere una arcaica Afrodite armata in tempi 
in cui — secondo anche l'opinione di Plutarco (Inst. Lacon., 28) — è uso comune dare 
armi a tutte le divinità. 

E, del resto, senza ricorrere a tali spiegazioni, è ben naturale supporre che le imagini 
delle divinità siano state tutte, in principio, munite di armi. L'armamento è infatti la forma 
più rispondente al concetto stesso di divinità, nei primitivi. 

Si connetta pure, come fa Lattanzio (Inst. dìv., I, 20, 29), l'Afrodite armata di Sparta 
col racconto delle donne spartane che vinsero i Messeni — imitazione e trasformazione 
questa, del resto, della leggenda di Telesilla — e col fatto che i Corinti attribuirono ad 
Afrodite la loro vittoria sui Persiani (Simon, ep. 137 B.i. 

Ma questi fatti non possono tuttavia spiegare da soli l'origine del tipo; servono in- 
vece bene a completarla, localizzandone la motivazione proprio là dove Pausania la men- 
ziona. (Sono insomma due fatti analoghi a quello riferito per Artemide, alla quale, dopo la 

ticoli in cui se ne tratta, hanno nociuto alla chia- sta già, del resto, nel sistema dei dodici dei : Pauly- 

rezza del fatto. Dal Bernoulli, Aphrodite, p. 348, Wissowa, A'. E., s. v. Ares, p. 2751. 

che enumera soltanto gli esemplari statuarii da lui, (2) Gòtterlehre, 1. 660: 2, 708. 

allora conosciuti, al Furtwangler in Roscher, Lex. (3) Bernoulli, op. cit, p. 144: Roscher, Aphro- 

J. Myth. i. v. Aphrodite, al Dummler in Pauly- dite, p. 419. 

Wissowa, Real- Encycl. s. v., nessuno giunge a (4) Cf. anche nelle pitture campane, Helhig. 

determinazioni precise. Il Gruppe, op. cit., p. 1352, n. 313 sgg. 

nota 4, riassume soltanto le menzioni del tipo negli (5) Cf. Gruppe. op. cit., p. 1345. 

antichi scrittori. (6) Roscher, loc. cit., p. 404. 

(1) Cf. Esiodo, th. 933 sg. L'unione con Ares (7) Pauly-Wissowa, A*. E. Aphrod., p. 2778. 



— 174 — 

battaglia di Maratona, fu dedicato in Atene un santuario in cui fu onorata come vincitrice» 
(Pausania, i, 14, 5). Si direbbero storie esegetiche inventate in tempi recenti, quando non 
si intendeva il tipo per se stesso. 

Essendo dunque l'Afrodite armata non altro che una concezione comune di divinità, 
da riportarsi ai primordi dell'arte, e potendo altresì connettersi con azioni belliche attribuite 
alla dea, il tipo plastico di essa dovrà essere caratterizzato da un atteggiamento consono 
alle forme artistiche arcaiche, e il suo armamento non dovrà differenziarsi troppo da quello 
di altre divinità armate ed essere in un qualsiasi rapporto con quei fatti storici che esso 
vuole rappresentare. 

Questo possiamo accertare per mezzo di Pausania e di alcuni epigrammi greci. 

Pausania, pur non descrivendoli, menziona tipi di Afrodite che debbono intendersi 
armati in maniera comune : £o'xvov oirAtT^-ivov a Citerà (Paus. 3, 23, 11; 'Aop. uìnXiap ;'w, 
di Sparta (3, 15, 8); 'App. oJ^Aicry.évr, di Acrocorinto (2, 4, f). L'apposizione dello stesso 
epiteto <.;-}. in ;a£vt), che non precisa l'armamento ma lo dichiara assai nettamente, non sug- 
gerendo e non consentendo varietà di motivi (al contrario di altri epiteti di Afrodite che 
Pausania stesso ed altri ci ricordano, quali, "Apeta, Ni*r,?o'po;, Acpp. =v i<rrc(8i, 'A-pa. 
i'y^sioc) indica una figura di foggia comune e completamente armata. 

La stessa cosa ci dicono gli epigrammi greci. 

Tralasciando quello di Antimaco (Anta, palai., IX, 321) e l'epigramma XVI, 177, nei 
quali si parla di armatura pesante, basti citare l'epigramma XVI, 176 (ed. Didot): 

Kxi, K'j'r:pi; l-xpzx.c, . O'J/. zttìtiv ola t iv zXXoi? 

'JopUTOCl, \l.x\x%XZ, £'77X[J.£VX nt'AiÒX^. 

xXkx y.xzà. /CpxTo'c. v.£V £y£t /to'p'jv zvtì /.y.A'jTTTpac;, 

KV.TÌ OS Vp'J7£(lDV Ì)tp£lxdvioV /.X'I.XAX. 

Si tratta qui assai verosimilmente dello stesso idolo arcaico spartano menzionato da 
Pausania; ma, in ogni modo, tutti ricordano una figura di Afrodite che — specie agli epi- 
grammatici di tempo recente — si mostra con aspetto ben chiaro di divinità completa- 
mente armata ; che pertanto non può essere, ad esempio, munita di solo balteo con la 
spada. Anche dov'è un accenno ad Ares, si tratta sempre di armi che costituiscono un 
grave e pesante lardello per la dea 1 1 ). L'epigramma XVI, 171, dice infatti: 

"\p£0; £VT£a TZÙT3C TIVO? f àplV lo Ku'J£p£l7. 

svoéouirai, *:v£Òv toùto ospouffa jxpoc,; 
(1) Tale concetto sembra avere, almeno peri' Afrodite èvót&ios (C. 1. Gr. 1444) anche Hit/ig-Rliimner 

in l'ausanta, I, p. 794. 



— i?5 — 

Le testimonianze citate forniscono quindi tre elementi di giudizio per l'individuazione 
dell'Afrodite armata: 

i" li concetto di Afrodite armata va connesso con fenomeni cosmogonici e con qual- 
che azione bellica attribuita alla dea; 

2° Costante apposizione in Pausania dello stesso epiteto ù -"/.'. <7 y.ì'vr, per l'Afrodite 
di Citerà, di Sparta e di Corinto, epiteto che indica un completo armamenti! ; 

3" Gli epigrammi dell'antologia sono concordi nel rappresentarci una Afrodite com- 
pletamente e pesantemente armata. 

Non potendo riferire a tali fatti i tipi recenti di Afrodite con armi (Afrodite di Capua, 
Afrodite con balteoi che vanno considerati, come dirò in appresso, sotto un altro punto di 
vista, un tipo che risponda ai tre elementi di giudizio su menzionati, non pare che sia 
giunto tino a noi; in ogni modo non lo vediamo con sufficiente chiarezza (1). 

Riproducendo esso un tipo comune di divinità armata, è chiaro che la ricerca possa 
farsi con qualche frutto, tra i tipi di Athena. Il Bernoulli (2), infatti, prospetta le possi- 
bilità che una supposta Minerva etrusca con berretto frigio e seno nudo, che appoggia la 
destra sullo scudo — a cui, forse, dovrà corrispondere sulla sinistra una lancia (Clarac, 
tav. 462 D.i, possa essere una Afrodite armata. Tale supposizione viene certo rafforzata 
da quanto ho esposto. 

Tra le figure, poi, di Afrodite con armi, la sola che, in qualche modo, possa rispon- 
dere agli elementi sopra accennati, mi sembra essere il tipo assai noto nel mondo romano 
col nome di Venus victrix, che ci presenta la dea con un elmo nella destra, una lancia 
nella sinistra, uno scudo ai piedi. Tale tipo però ci è conservato soltanto sopra gemme e 
monete (3); e, quale si presenta a noi oggi, è certamente informato ad un motivo artistico 
recente. 

Di più; in un santuario di Afrodite ad Argo, Pausania ili, 20, 8) vide una stele nella 
quale era rappresentata Telesilla con un elmo nella mano. Poiché il fatto delle donne vin- 
citrici dei Messeni — che si può mettere in relazione col culto dell'Afrodite annata di 
Sparta — appare come una imitazione e trasformazione della leggenda di Telesilla (4), 
l'imagine di Telesilla può bene aver ricordata quella di Afrodite armata. 



(1) Il Furtwangler in R ischer, Lexikon, 408. (3) Per le gemme, vedine la figurazione in Furt- 
vuol riconoscere l'idolo spartano di Afrodite sopra wangler, 37, 30. /./. 77, 78. fé, 42.50, 52. $6. 
una moneta, ov' è una figura da altri ritenuta Per la moneta di Faustina. Clarac. tav. 596, 
Athena Apollo, con elmo, lancia e arco - 1297 ; Cohen III, p. 40. n. 91. 

Xitmism. ckron., tav. 5, ; — : vi si oppone il Per le altre figurazioni, Reinach, Rep. d. Reliefs, 
Diimmler in Pauly-Wissowa, 2778. In ogni modo, II, p. 12. Il Bernoulli. op. cit.. p. 185 sgg. tenta Ji 
ciò prova la poca individuazione del tipo arcaico ricondurre a questo tipo tre esemplari, troppo mu- 
di Afrodite armata e la conseguente difficoltà di tili peri', perche si possa dar loro valore di docu- 
rintracciarlo noi oggi. menti: né altri, per quanto io so. possono addursi. 

(2) op. cit., p. 56, n. 21. (4) Ct. Gruppe, op. cit.. 1M52. nota 4. 



— 176 — 

Anzi O. Mùller, Wernicke e Frazer pensarono che lì fosse non Telesilla ma Afrodite 
(v. Hitzig, Pausanias, 1, p. 582). 

Se quindi dobbiamo dare ad Afrodite un elmo nella mano e nell'altra una lancia, come 
ci suggerisce l'epiteto di Esichio 'A<pp. ì-yyeto;, avremo innanzi un tipo che non soltanto 
si può avvicinare a quello della Venus victrìx, ma una Afrodite completamente armata, tale 
da poter soddisfare le ragioni con cui va connesso e tale da poter giustificare tanto l'epi- 
teto di w7rXi(T(«.2V7) di Pausania quanto il contenuto degli epigrammi (1). 

È possibile quindi, a me pare, con gli elementi da me addotti ricostruire appros- 
simativamente il tipo di Afrodite armata; ma esso non è giunto fino a noi, ci è per- 
venuto attraverso troppo alterati e recenti esemplari che ne rendono diffìcile l'identificazione. 
E ciò non meraviglia. 

Essendosi, infatti, assai presto e con molta precisione, fissata nell'arte, la personalità 
di Afrodite, assumente caratteri di pura femminilità, il tipo primitivo dell'Afrodite armata 
(sia che la si spieghi con la sola derivazione orientale, sia che vi si connettano i fatti storici 
su accennati), poiché non mira a soddisfare un ideale artistico ed è anzi in aperto con- 
trasto con i concetti che informano la concezione artistica comune di Afrodite, cessa di 
esistere. Ciò viene chiaramente provato anche dall'esame delle figure di Afrodite con armi 
giunte fino a noi. 

Esse possono ricondursi a due tipi : Afrodite col balteo e Afrodite con lo scudo =r Ve- 
nere di Capua. Ed entrambi vanno considerati al di fuori del tipo arcaico, non tanto per 
il recente motivo artistico a cui sono informate, quanto, sopra tutto, per un diverso con- 
cetto che li inspira. 

L'Afrodite munita di balteo ci si presenta in varii esemplari che possono distinguersi 
in due gruppi, secondo il grado maggiore minore di forza e di grazia espresse nelle sin- 
gole figure (2). 

Vanno ascritti al primo gruppo: 

11 Afrodite del Louvre (Clarac 1399; Reinach, I, p. 174); 

2) A. di Patrasso (Bulle in Arndt-Amelung, Einzelaufnahmen, nn. 1 307-1 308); 

31 A. di Agnano (Macchioro, Moti, dei Lincei, XXI, p. 2701; 

4) A. di Ostia. 

Al secondo gruppo attribuirei : 

1) Afrodite in una moneta di Corinto (Imhoof-Blumner, Numisma/ic Comentaiy 
011 Pausanias, D, LXXI; 

(1) Può avere un certo peso il fatto che prò- sio (43. 43) Cesare portava nel suo sigillo anulare, 

prio questa, e non altra, sia stata assunta dai (2) Il Macchioro — Moti, dei Lincei, XXI, p. 270 

Romani quale Venu\ victo-i* e per tale riprodotta; — ha avvertite alcune differenze tra 1 vari esemplari, 

tantn più che essa può identificarsi con quel jÀi^u* pur avendone preso in esame soltanto Jue. Korse 

*ùtìj« SvonXov 'Af>po3bi)( che, secondo Dione Cas- egli le ritiene più sostanziali che non siano in realtà. 



— 177 — 

2) A. degli Uffizii (Amelung, Fiihrer, p. 52; BULLE, Der sch'óne Mensa), tav. 154, 
pag. 391 ; 

3) A. di Berlino (Beschr. d. Sculp., n. 33; Reinach, II, 3751; 

4) A. del Museo delle Terme (Paribeni, Guida, 2" ed., pag. 53, n. 192) (1). 
Descrivo anzitutto l'Afrodite del primo gruppo. Essa differisce pochissimo dal tipo della 

Venus Genetrix denudata, la quale regge sulla spalla sin. anziché il mantello, un balteo 
che le passa a tracolla e tiene con la mano sin. protesa, anziché un pomo, la spada. Può 
dirsi quindi una derivazione modificata di quella. E il balteo pur costituendo la sola diffe- 
renza tra i due tipi — giacché la nudità non risponde che ad un più recente e ormai im- 
mutabile canone della concezione artistica della dea — attraversa il petto con una linea 
simile a quella che forma il chitone nella Venus Genetrix, che lascia nuda la parte sinistra 
del seno. 

L'Afrodite col balteo — del primo gruppo — insiste per lo più sulla gamba sinistra 
— ne rilevo le caratteristiche basandomi sopra tutto sull'esemplare del Louvre, meglio 
conservato (2) — e flette leggermente la destra sollevando di poco (Louvre) senza sol- 
levare affatto (A. di Agnano e di Ostia cfr. fig. 1) la pianta del piede dal suolo. La fi- 
gura oltre che per questa forte e salda posizione del corpo si fa notare anche per una 
certa robustezza di corporatura, con ampio torace, con le mammelle piccole e basse, col 
pube assai pronunciato e la fattura piuttosto dura delle forme anatomiche in genere. 

Un'armilla si ritrova sul braccio sin. della dea in tutte le figure. 

L' identità di tipo, tra queste, è evidente. Vi sono, tuttavia, delle variazioni e delle 
contaminazioni. 

Il balteo, lavorato a tutto tondo in marmo nell'Afrodite di Agnano e del Louvre deve 
invece supporsi in metallo nell'esemplare di Patrasso (fig. 2 e 3) che, per quanto mùtilo, 
va reintegiato con gli stessi elementi che ci forniscono le figure meglio conservate (3). 

Nell'ostiense poi, per un accidente di lavorazione e fors'anco per una strana incom- 
pletezza del copista, il balteo attraversa il dosso e non il petto, arrestandosi sulla spalla 
destra. Di più: l'avambraccio sinistro anziché proteso in avanti, è portato sul petto come 
nel secondo gruppo di figure. C è dunque nell'esemplare ostiense, una fusione e una con- 
taminazione di motivi proprii di archètipi differenti. 



(1) Oltre gli esemplari citati debbono conside- dell'Afrodite col balteo. Di più: un tipo simile ci 

rarsi figure di Afrodite col balteo, sebbene mùtile è conservato in una gemma. Amelung, Fiihrer., 1, 

male restaurate, una statuetta del Vaticano — n. 29. 

Reinach, p. 329, n. 1362-rt — con braccia ed Eros (2) Clarac, voi. IV. p. 116. n. 1399. 

aggiunti e la Venere nell'ara di Ostia — Notizie 13I Questa reintegrazione è stala già fatta, del 

Scavi, 1881, p. 1 12-13 : Mélanges de Rome, 1906, resto, da Bulle in Arndt- Amelung, Einzelaufnah- 

p. 483, tav. 12 — in cui per la prima volta Ve- men, nn. 1307- 1308. 
nere unita a Marte si presenta nell'atteggiamento 



— 178 — 

Nei implari sono poi posti accanto alla dea, un elmo, uno scudo e una co- 

razza (1) con le quali armi sembra si sia voluto accentuare l'armamento della dea, che la 
presenza del solo balteo non ba 1 lizzare pienamente. Ma, in verità, tali 

armi poste a fianco della figura, senza nessuna intima connessione con questa, servono 




assai più di sostegno ad essa che di complemento a meglio individuarla 1 2). Mentre le armi 

Afrodite arcaica tendono a dare, bene male, una personalità speciale alla dea, le 

armi aliante a questa figura, riescono non co.'i a individuare Afrodite come divinità ar- 



ti) Anche nell'esemplare di Patrasso bisogna (2) Sui sostegni delle statue antiche cfr. MAVI- 

supporre sotto l'elmo uno scudo. GLIA, in R6m. Mitth., 1913, p. 1. 



- 179 — 

mata, ma, anzi, a conservare integra, nonostante queste, la personalità della dea quale di- 
vinità del sesso e della bellezza. 

11 secondo gruppo di figure dell'Afrodite col balteo nei quattro esemplari citati, pur 
conservando sostanzialmente lo stesso motivo e lo stesso atteggiamento del primo tipo, se 




ne distacca per il carattere più nettamente prassitelico a cui è informata e per la completa 
assenza di armi al sud fianco. 

Basandoci sulla statua di Firenze che è il migliore esemplare di questo gruppo (fig. 4), 
siamo condotti infatti a ricordare il Sauroctonos nella forma del viso e nel trattamento dei 
capelli, e l'A. Knidia, di aspetto perù più giovanile, quanto al riaccostamento della coscia e 



— 180 — 

del ginocchio destro sulla gamba sinistra, e nella inclinazione della gamba destra appena 
poggiata con le prime tre dita al suolo (i). 

Questa femminilità che si esprime anche nella mollezza e nella rotondità delle forme, 
accentua non soltanto le differenze del tipo coll'Afrodite del primo gruppo, ma allontana 




l'Afrodite di Firenze, ancora più di quel che avvenga per l'Afrodite del Louvre, dalla ri- 
produzione dell'antica Afrodite guerriera. 

Assai alterato — e tanto più s'avverte l'alterazione in quanto è portata sul tipo meno 
atto a sostenerla — è l'esemplare del Museo delle Terme (fìg. 5), in cui si è voluto accen- 



(1) Il Bulle (op. cit., p. 391) crede l'Afrodite di 
unir di Prassitele precedente 



la Cnidia, attraverso la quale possa essersi prepa- 
bellezza trionfante di quest'ultima. 



tuare l'armamento della dea. La cintura della spada anziché essere messa a tracolla, pendi 
dall'avambraccio sinistro su cui è gittata. Con questa variazione tutto l'atteggiamento della 
figura cambia: il braccio destro anziché condotto sulla spalla a sostenere il balteo imbrac- 
ciava uno scudo (se ne vede l'attaccatura). Per quanto forte sia questa alterazione di mo- 
tivo, essa deve essere ascritta ad una variazione di copia, più che a riproduzione di un 




altro orig.nale. L'attestano e la rispondenza degli altri esemplari statuarii con la moneta di 
Corinto (fig. 6) — la quale, riproducendo una imagine locale e di culto ha una indiscutibile 
autorità — e la bruttezza di questo motivo che, se rende l'Afrodite più chiaramente armata, 
travisa però il carattere particolare dell'Afrodite col balteo. Queste figure mostrano, che 
non era più possibile nell'età dell'arte libera la creazione di Afrodite quale divinità armata, 
ma che essa poteva essere intesa e sopportata come tale, soltanto a condizione che le armi 



— 182 — 

non le vietassero di mantenere quella personalità ormai immutabile che il corso delle let- 
■ delle arti le avevano data. Il balteo né rivela un concetto, né determina una crea- 
zione; è soltanto un nuovo attributo che non basta a contenere e a manifestare l'idea di 
una Afrodite armata, come non basta a suggerire un tipo (i). Se si toglie il balteo a 
questa Afrodite, nulla le si toglie plasticamente e nulla essa perde ideologicamente; se 
invece del balteo si metta il Kestos, il suo atteggiamento potrà restare tal quale (2). 

Anche a Corinto tradizioni locali ed esigenze di culto non avevano potuto arrestare 
la continuità ideale ed artistica della dea, né col mantenere il tipo arcaico né col sugge- 
rire un tipo nuovo di Afrodite, divinità armata. Questa Afrodite col balteo nei due tipi 
in cui essa ci si presenta non può quindi chiamarsi iàwXi<j|Asv/), ed è superfluo dire che 
né Pausania vide questa né che gli epigrammi greci questa menzionano (3). 

Le osservazioni fatte possono ripetersi pei l'altro tipo recente di Afrodite con armi, 
di cui il migliore esemplare è l'Afrodite di Capua. Che questa possa considerarsi una 
creazione originale d'arte del l\ secolo e che debba essere reintegrata con un grande 
scudo tra le mani, come ci appare in alcuni esemplari, è stato già dimostrato, con ottimi 
argomenti, dal Furtwanglei (4). Ma ciò che a me importa precisare è che questo grande 
scudo non è inteso come un arnese di guerra, ma come uno strumento di bellezza. Non 
è un'arma con cui la dea acquista una individualità nuova, ma piuttosto uno specchio col 
quale può conservare la sua personalità comune. Come il balteo non determina un tipo e 
non suggerisce un concetto di divinità armata, cosi qui lo scudo diventa, nelle mani della 
dea. un attributo adattato ad un'occupazione femminile. Se può quindi parlarsi di un tipo 
deliberatamente ideato con uno scudo, questo tipo è suggerito e vien fuori, soltanto dal 
concetto comune di Afrodite e non viene determinato dal concetto speciale di Afrodite ar- 
mata, pur essendo stata, come tale, anche questa di Capua, venerata a Corinto (5). 



(1) Non m' è riuscito infatti di trovare, neppur lacciato troppo facilmente questo esemplare con 
nell'arte vascolare, un gesto simile suggerito dal l'Afrodite hoplismene ricordata da Pausania, mo- 
mettersi togliersi il balteo, il quale non ha quindi tivando cosi il concetto non giusto, ripetuto da 
determinato mai di per se stesso, die io sappia. tutti, che l'Afroditi- col balteo sia quella figura d' 
un motivo speciale. In un torso di Afrodite da divinità armata ehe anche gli epigrammi greci men- 
Epidauro (Mus. N.i/. di Atene; Arndt-Amelung, zionano. Il Bulle poi (op. cit.) nega che questi 
Einzelaufn., n. 629-630) un balteo passa .1 tra- Afrodite col balte' possa essere l'Afrodite hopli- 
colla sopra il chitone della dea: dal Milchoefer, smene di Acrocorinto (Paus., II, 5, 1) ma soltanto 
Alili, /alni)., VII, 203, è ritenuta una Nike. perche essa è una Afrodite che sì <irma non una 

(2) E resta infatti identico in una piccola figu- Afrodite animiti. Evidentemente il Bulle si è ar- 
rina in bronzo di Venere che si inette il /. ito ad esaminare l'atto senza approfondire il 

Uh. Mitili. 1907, tav. j: Reinach, IV, p. 210, n. 5. concetto. 

(3) La rispondenza con la moneta di Corinto è (41 Meisterwerke, p 634 sgg. 

stata trovata dall' Amelung (Fiihrer, p. 52, n. 75) (si Imhoof-Blumner, op. cit.. Corinti . G.< \\l. 

il quale pero ha rial- CXXII, CXXIII, CXXVI. 



- i8 3 - 

In sostanza, le armi, in questi tipi recenti, di Afrodite, sono connesse alia dea con lo 
stesso significato e con Io stesso spinto con cui le si connette qualsiasi attributo di fem- 
minilità e di grazia. E sia che suggeriscano un tipo speciale (A. di Capua), sia che si 
applichino a tipi comuni di Afroditi ideati ed evolutisi indipendentemente da esse (A. col 




F: g 5 . 

balteoi queste armi sono congiunte in modo da perder quasi il loro significato intrinseco. 
I tipi recenti di Afrodite non volendo esser più l'espressione di una divinità armala — nel 
senso stretto della parola — non sono più delle Afroditi hoplismenaì o enoplìoì 1 1 'kit. 
inst. Lac. 27; C. I. Gr. I, 1444) ma sono, a volta a volta, Afrodite col balteo, 
Afrodite con lo scudo (A. b i<7-iSt — ? — C. I. Gr. add. 2264 u.) Afrodite 'Apsta 
(a Sparta; Paus. Ili, 1753; C. I. Gr. 7197 b) Afrodite Ni/cyjcpópo; (ad Argo; Paus., 
Il, 136) Afrodite ivst/.r,To; (C. 1. Gr. 7033 b). 



— 184 



L'uniformità della designazione viene a mancare non appena manca l'uniformità dell'ar- 
mamento e la precisione del concetto che lo informava. Questa varietà di epiteti non va intesa, 
infatti, come una varietà di designazione di uno stesso originale, giacché l'idolo arcaico di 
Afrodite armata, informato ad un concetto ben definito, non consentiva che una sola espres- 
sione plastica e una sola specificazione letteraria racchiuse entrambe nella voce hoplismenaì. 
I. inssima delle ligure di Afrodite giunte a noi — tranne forse il tipo della Venus 
Victrix — può considerarsi una hoplismene o una enopìios(i). 

Concludendo: la individuazione dei tipi di Afrodite con armi può 
basarsi sopra due concetti: 

fi 1-sservi stato un tipo arcaico di Afrodite armata che risponde, 
nei primordii del culto e dell'arte, ad un'idea comune a tutte le divinità, 
la quale idea può collegarsi anche con qualche fatto storico. Tale tipo 
>uò ritenersi veramente un tipo di divinità armata, ma senza spiccata 
individualità, avendo comuni con altre divinità armate, tanto la foggia 
dell'armamento, quanto le ragioni che lo determinarono. Tale tipo o non 
ci è pervenuto affatto, oppure è pervenuto attraverso qualche troppo 
impreciso o troppo recente esemplare che ne rende difficile l'individuazione, o ne svisa il 
carattere; 

2°) (ìli esemplari di Afrodite con armi giunti fino a noi sono opere di tempi re- 
centi (IV secolo) e nessuna di osse può considerarsi come una ideazione di divinità armata, 
ma come tipi di Afrodite inventati ed evolutisi indipendentemente dalle armi con cui sono 
connessi, le quali perdono il loro significato intrinseco nell'adattarsi alla personalità della 
dea quale divinità del sesso e della bellezza. 

Guido Calza. 




(i) Ho ricondotto a due soli tipi Afrodite di 
Capua e Afrodite col balteo — gli esemplari di 

Afrodite annata di età recente, giunti tino a noi, 
escludendo quelli troppo unitili, o che, per restauri 
da me non potuti verificare, mi sembravano poco 
sicuri. Ai due tipi menzionati, occorre però aggiun- 
gere un esemplare di Afrodite che tiene nella de- 
stra distesa una Nike e con'la sinistra si appog 
già ad in: to quasi in bilico sopra un 

i i onsen a in una moneta di Faustina 
(Clarac, tav. 596). Anche questo esemplare non è 
■ 1i1.1t' 1 degli altri. Qui la dea, completa- 
mente vestita, non mostra alcun atteggiamento 



speciale e, in ogni modo, l'individuazione è voluta 
ottenere più per mezzo della Nike che con le armi. 
Tale figura esce, quindi, un poco dalla cerchia del- 
l'Afrodite annata, senza, peraltro, in nulla mu- 
tare le considerazioni a cui essa dà luogo. Questa 
identificarsi con Afrodite vix»|<pópos ricor- 
data da Pausania (II, [9, 6), venerata anche a 
Smirne, come risulta da monete di questa città 
(Cat. Brit. Mus , Ionia 239 sgg. e 266 sgg.). In- 
fine, una Afrodite armata è alla villa Medici (cf. 
Matz-I >uhn, Antike Bildw. in Rotti, p. 205, n. 706). 
L'esemplare è però così restaurato che non è pos- 
sibile assegnarlo con precisione a nessun gruppo. 



ANTICHI VASI PUGLIESI 

CON SCENE NUZIALI 

(Tav. Vili) 



Le collezioni archeologiche pubbliche e private dell'Italia meridionale offrono spesso 
all'attenzione del visitatore certi vasi indigeni dipinti, assai poco considerati finora, i quali, 
sì per l'identità dei soggetti, come anche degli elementi decorativi secondari e delle forme 
tectoniche, costituiscono pure un gruppo omogeneo e distinto, di una certa importanza ar- 
tistica e storica. Intendo con questo riferirmi alle ceramiche istoriate con scene amatorie o 
nuziali. 1 vasi di questo genere sono stati tutti trovati nelP Italia meridionale, e taluno 
di essi già noto per pubblicazioni. Gli altri, ancora inediti, sono però esposti al pubblico, 
nelle varie collezioni, italiane e stranieie. Di codesti vasi intendo dare l'elenco, per quanto 
mi sarà possibile, completo, descrivendo più diffusamente gì' inediti e i meno noti, riman- 
dando in breve per gli altri alle relative pubblicazioni. Esaminerò quindi i rapporti di di- 
pendenza di una tale produzione artistica dalla ceramica attica dipinta e dall'arte greca in 
genere, la poesia non esclusa, e illuminando così i lati dell'argomento più importanti per 
l'arte e per il costume, oserò lusingarmi di portare colle mie conclusioni un nuovo contri- 
buto, modesto se si vuole, alle comuni conoscenze dell'arte ceramica dell' Italia meridionale. 

Incomincio la mia rassegna del Museo Nazionale di Taranto, oltre che per ragioni di 
convenienza espositiva anche perchè colà ebbero principio le mie osservazioni. 

I. — Descrizione dei vasi dipinti. 

TARANTO — Museo Nazionale. 

I. — Grande pelike a figure rosse e colori applicati (bianco, giallo e rosso), ricom- 
posta da molti pezzi e restaurata nelle parti mancanti ; proveniente dalla Necropoli del 
R. Arsenale (i). Alta m. 0,73. La decorazione figurata del vaso si compone di due quadri 
distinti, divisi fra loro da un sistema di palmette al di sotto dei manichi. Sulla faccia 

(1) Da codesta immensa necropoli tarantina prò- degli studi archeologi ancora inedita ed ignorata dai 

viene una grandissima parte della svariata suppel- più (v. in Neapolis, anno I, le mie Spigolature 

lettile che forma oggidì il meraviglioso Museo Na- vascolari nel Museo di Taranto, con la modesta 

zinnale di Taranto; suppellettile con grave danno bibliografia ivi ri p. ni.it. 1). 

Ausonia Anno IX ,, 



— i86 — 

principale, che è anche la meglio conservata, vedesi dipinta in basso, nel mezzo, una kline 
riccamente decorata a incrostazioni e rilievi, con cuscini sovrapposti. Siede sulla klìne un 
giovine seminudo, la parte interiore del corpo avvolta ne! manto, il capo coronato di mirto, 

ndo colla sinistra una cetra. Ha i piedi sopra uno sgabello della lunghezza della kline, 
e tiene un lungo bastone appoggiato alle gambe. Un gruppo muliebre muove da sinistra 
alla sua volta. Esso si compone di una donna vestita di chitone e di manto, con velo ri- 
cadente dalla Usta sugli omeri, adorna di diadema e di collana. Ha nella sinistra una 
phiàle ed è in atto di spingere innanzi, coll'altra mano, una fanciulla vestita nella stessa 
musa, ma strettamente avvolta nel manto, situata di fronte. Questa figura, con una specie 
di diadema turrito sul capo, i capelli sciolti sugli omeri, appare mesta nell'espressione del 
vólto, fissa e rigida come una statua. Segue un'altra figura, un'ancella, tenendo aperto sul 
capo della fanciulla un ombrellino bianco, foderato di rosso. Tra le due ultime figure, un 
thymiaterion. Al di sopra del gruppo si libra a volo un Erote androgino, con phiale e tenia 
nelle mani. Alla destra della Mine due figure muliebri, l'una seduta, tenendo uno stru- 
mento musicale in forma di scala, l'altra in piedi che si contempla in uno specchio ; di 
dietro è una cassettina (Xàpvxc;) destinata a custodire gli oggetti del mundus muliebris. 
All'estremità opposta del quadro un kàlathos. Nel piano superiore del quadro altre due donne, 
in una posa affine alle precedenti; dove è notevole l'atteggiamento della donna che si 
specchiali); e a sinistra di questo gruppo un altro simile, dove una delle donne regge 
sulle ginocchia il trigonon, mentre l'altra ha una cassettina aperta e una tenia nelle mani. 
Trattasi qui evidentemente di una scena nuziale quale si svolge nel talamo, costituita di 
elementi ideali e ricca di altri accessori, aggiunti a scopo puramente decorativo. La scena 
opposta del vaso è generica, né presenta alcuna relazione di parentela con quella descritta. 

II. — Pelike simile alla precedente, di grandi dimensioni e di ottimo lavoro, ricom- 
posta da più pezzi ; interamente mancanti il piede e la parte inferiore della pancia. Alt. 
della parte superstite, m. 0,40. Intorno al collo (ila di palmette in rosso e di gocciole in 
color bianco-giallo applicato. Sotto, a cominciare da sinistra, figura muliebre seduta, ve- 
stila di chitone e di himalion, che toglie da una cassettina una tenia ricamata. Sulla 
stessa linea Afrodite, nella medesima acconciatura, e rappresentata seduta sul dorso di un 
cigno villanie. Al di sotto una kline riccamente lavorata, con lungo sgabello. Sulla kline 
riposa, adagiato sopra cuscini ricamati, un giovane nudo, con clamide sulla coscia, tenendo 
abbracciata e stretta fra le ginocchia una fanciulla vestita di sottile chitone, con diadema 

lana, la quale solleva il capo all' indietro offrendo le labbra all'amato (2). Alla destra 

(1) Riprodotta in Bollettino d'Arte, ign.p. 245. Cfr. anzitutto lo specchio inciso con Bacco e Se- 

(j) Il motivo pittorico della coppia giovanile, Ji mele (Monumenti dell' A/., I, 56): inoltre pclik,- 

cui uno dei personaggi solleva il capo e Ir braccia .//>«/</ in De'Witte, Elite ciramographique, voi. IV, 

ali 'indietro verso il compagno, e molto frequente tav. I.XVI : kylikes fatisene, in Notizie degH 

nell'arte del IV secolo e risale ad illustri modelli. [912, p. 72 e Bollettino d'Arte, 1916, p. 359. 



- i8 7 - 

del gruppo amoroso due donne, di cui una con phiale nella sinistra, offrendo una corona alla 
coppia giovanile. Dalla parte opposta altra figura muliebre, versando da una phiale l'incenso 
su di un thymìaterion. Nel campo una sfera e una cesta contenente un al&bastron. 

III. — Pelli;: di minori dimensioni, ottimamente conservata. Sulla faccia principale 
una kline di forma semplice e modesta. Vi è seduto, sopra cuscini, un giovane semi- 
nudo, cui ghirlanda sul capri, stendendo la mano verso una fanciulla, che vestita di chi- 
tone lungo disciolto, con velo sugli omeri e ingioiellata riccamente, gli prende colla mano 
sinistra il braccio affettuosamente. Ai piedi della klìne il lungo sgabello, su cui - 

posti i calzari del giovane e anche uno specchio. Segue la fanciulla un'ancella vestita di 
chitone altocinto, reggendo fra le mani un bacino munito di piede (i). 11 piano supe- 
riore del quadro è occupato da una figura muliebre seduta, con kekryphalos sul capo, 
tenendo un ombrellino e avendo presso il fianco la scala, e da un Erote seduto, tenendo 
fra le dita le due estremità del rhómbos. 

RUVO — Collazione Caputi. 

IV. — Pelike ben conservata. Alt. m. 0,50. Nel mezzo del quadro (fig. n la kline con 
cuscini, su cui siede abbracciata la coppia amorosa, circondata da varie figure, in un prato 
all'aperto. A sinistra della klìne una donna con phiale nella mano; a destra altra figura 
simile, che dà il volo a un uccellino. Sopra la coppia un Erote, con corona di mirto nelle 
mani. A sinistra e a destra di questo un giovane con bastone, e una giovane con tenia 
e cassettina nelle mani (nozze di Adone ed Afrodite). 

[Annali dell'Istituto, 1870, tav. d'agg. S, e G. Jatta, 1 vasi italo-greci del Signor Ca- 
puti, p. 34, n. 236). 

Ri IVO — Museo Jatta. 

V. — Stamnos. — Sopra una kline ricoperta di molli cuscini siede la fanciulla, quasi 
completamente nuda, cui un'ancella inginocchiata sta sciogliendo 1 sandali (2), mentre 
la paraninfa le pone sul capo la corona di mirto. A breve distanza lo sposo, con himation 
gettato sul braccio, berretto frigio sul capo e calzari, colla sinistra reggendo due lance. 
Una bianca colomba è posata sul lungo sgabello. In alto una figura muliebre seduta, con 
specchio e cassettina, ed un Erote volante, con tenia nelle mani. 



ii) È notevole l'identità di questo particolare con della sposa poco prima di salire sul letto nuziale 

l'azione del gruppo muliebre di sinistra nelle Nozze (Nogara, Le Nozze Aldobr andine, p. 21). 
Aldobr andine, dove pure vediamo delle donne af- {2) Cfr. la descrizione del quadro colle Nozze 

faccendate attorno ad un bacile munito di piede. di Alessandro e di tossane, opera di Action, in 

Ciò servirebbe a confermare l'uso della lavanda Lucian., Herod., 5. 



— 188 — 

Descrizione in G. Jatta, Catalogo del Musco /al/a, n. 1619. — Riproduzione a co- 
lori in Baumeister, Denkmàler, p. 313 (nozze di Paris ed Elena). 




BARI — Museo Provinciale. 

VI. — Pelike di piccole dimensioni, su cui è rappresentata la kline con una coppia 
di dovari', l'uomo recumbente, la fanciulla seduta sulla kline, abbracciati, all'ombra di un 
albero. Sopra la coppia vola da sinistra un Erote. Ai piedi della kline un cigno e il solito 
sgabello lungo, sul quale sono una cassettina e un aiàbaslron. 

Provenienza, Noicattaro (Inventario del Museo). 



NAPOLI 



Museo Nazionale. 



VII. — Pelike n. 82306 (21 17), ricomposta e restaurata imperfettamente (fig. 2). 
Alta m. 0,70. 

Nel centro del quadro Pelope coronato di muto e Ippodamia diademata, su quadriga 
corrente, preceduta da Hermes e seguita da una Furia con fiaccola nelle mani. In alto 
Erote volante nell'atto d'incoronare la coppia. Sullo stesso piano, a sinistra Pan con si- 
ringa nella mano, a destra Apollo seduto, con cetra ed arco nelle mani. Nel piano infe- 



189 




— 190 — 

riore una fanciulla vestita di chitone, con velo che le scendi- dalla nuca, stando seduta 
su kliru e reggendo una fiaccola nella destra. Ai due capi della klìne una coppia di figure 

muliebri, l'una in piedi, l'altra seduta, con attributi varii nelle mani. La figura in piedi 
a destra regge un ombrellino. Sullo sgabello ai piedi della kline una colomba. 

\ 111. — Pelike Santangelo, n. 692 (65), ricomposta e malamente restaurata (tav. Vili). 
Alta m. 0,76. 

Nel piano superiore Apollo e Artemide seduti: la prima con fiaccola nella sinistra, 
l'altra con il cigno; a destra Hermes con il caduceo. Nella zona mediana coppia di qua- 
drighe tirate da cavalli bianchi e rossi alternati: la prima guidata da Helios, la seconda 
da Selene e preceduta da Erote volante. Nel piano interiore Lina coppia amorosa seduta 
su kline, i piedi poggiati su sgabello. Il giovane, seminudo, regge colla sinistra la cetra. 
La donna, vestita di chitone altocinto e di manto, fa colla destra l'atto di levarsi il manto, 
mentre colla sinistra tocca il ginocchio del giovane compagno, a lui volgendo nello stesso 
tempo lo sguardo. Alla destra della kline gruppo muliebre con figura seduta tra due altre 
in piedi; a sinistra presso la kline, donna che presenta uno specchio alla sposa, inoltre 
giovane figura virile in piedi, appoggiata a una vasca, e figura muliebre seduta. Un Erote, 
con tenia nelle mani, si libra al di sopra della coppia amorosa. 

IX. — Pelike n. 699 (329) ricomposta e restaurata. Alta m. 0,74 (fìg. 3). 
Presenta una notevole somiglianza e quasi una perfetta identità di disegno, di figure 

e di composi/ione con la pelike tarantina descritta per la prima, tanto da costringerci a 
ritenere l'unii e l'altra come provenienti dalla stessa fabbrica e forse dipinte dalla 
Messa mano. 

X. — Pelike Santangelo, n. ^95 (651), ricomposta e restaurata. Alta m. 0,485 (fig. 41. 
Nel centro del quadro coppia amorosa seduta sulla kline, coi piedi poggiati sullo 

sgabello. L'uomo e seminudo, mentre la compagna è vestita di chitone ionico e di hitna- 
tion, con cai/ari ai piedi, reggendo colla destra uno specchio tondo. In alto un Erote alato 
volante, con corona nelle mani. A destra della kline una figura muliebre con flabello e 
tenia nelle mani; a smistia un giovane uomo nudo, con lungo ramo fronzuto e un&pkiale 
nelle mani. 

XI. — Stamnoi Santangelo. Alto m. 0,43 (fig. 5). 

Giovane uomo seminudo, scinto su kline semplice, con sottile basi. .ne nella sinistra, 
avanzando la destra verso una figura muliebre vestita di chitone e di manto, riccamente 
adorna, con specchio nella destra, poggiando i piedi calzati su sgabello. In alto Ero!, 
duto, con ramo di mirto e corona nelle mani. A destra della kline figura muliebre, con 
tralcio di fiori in una mano; a sinistra altra simile portando offerte sopra una phiale. In 
alto una colomba volante, con una corona tra le zampe. 

MI. — Skyphos, n. 2024 (1801), ricomposto e restaurato. Alta m. 0,16 Sala della 
Basilic ata). 



IOT 




Kline con cuscini, priva di piedi. Sopra di questa un giovane uomo nudo, di fronte, 
stringendo tra le braccia una fanciulla vestita di sottile chitone. Il giovane poggia sopra 

la kline col ginocchio destro, la fanciulla col ginocchio sinistro divincolandosi dalla stretta 



— 192 — 

tenace. La scena è molto vivacemente rappresentata. Sulla kline già è caduto Vhimation 
della fanciulla. Dalle due parti del gruppo due -emetti alati (Pó l »" s . Himeros), di cui 
l'uno con paiole e ramoscello di mirto nelle mani. Da sinistra avanza la stessa Afrodite, 




in chitone dorico (kólpos e apóptygmd) e velo che le scende dal capo, tenendo un ald- 
bastron nella sinistra. 

XIII. — Anfora a candelabro, n. 2024 (Sala di Ri 
I) Nózze di Elena e Paris; 
/?) Nozze di Arianna e Dionisio. 
Patroni, La ceramica antica nelP Italia meridionale, figg. [18-119). 



— 193 




Ausonia. - Anno IX 



— 194 — 

PARIGI - Biblioteca Nazionale. 

XIV. — Cratere a campana (Apulia). 

Coppia nuziale abbracciata su /cline, con Eros in alto, fiancheggiata da un Satiro e 
da una Menade (Dioniso e Arianna). 

(A. De Ridder, Catalogne des -eases peints de la Bibliothèque Nationale, voi. 1, 
p. 562 sgg. m. 9401, tav. XXVII-XXVIII). 

BERLINO — ANTIQUARIUM. 

XV. — Cratere a volute, n. 3257, da Ceglie di Bari. Restaurato. 

Sulla taccia principale sono rappresentate le nozze di Eracle ed Ebe nell'Olimpo : Ebe 
ammantata e velata, seduta sulla kline, Eracle seminudo in piedi al suo fianco. La coppia 
divina, assistita da Eros, è circondata dalle principali divinità e inoltre da personificazioni 
astratte. In alto Zeus, Hera, probabilmente Charis e Peithó, Afrodite e Pothos ; nel ri- 
piano interiore Apollo, Artemis, Eunomia (il buon Costume) ed Euthymia (la Pace dome- 
sticai; infine Dioniso su biga tirata da pantere. 

(Gerhard, Apulìsche Vasenbilder, tav. 1 s ; Baumeister, Denkmàler, fig. 700; Furtwàn- 
gler, Beschreibung v. Vasensamml., n. 3257). 

LONDRA — Museo Britannico. 

XVI. - - /'eli/ce (Basilicata!. 

Giovane seminudo recumbente su klìne e figura muliebre in piedi presso la /cline, 
in mezzo a figure secondarie (scena interpretata come le nozze di Apollo ed Afrodite) (1). 

(Walters, Catal. of vases in Brìi. Museum, voL 1\, F 311; Lenormanl et De Witte, 
Elite céramograpkique, voi. Il, tav. XL1X). 

XVII. -- Lckylhos (Apulia). 

Coppia nuziale (fig. 6), seduta di fronte sulla /cline, in mezzo a ligure secondarie 
(scena interpretata come le nozze di Apollo e Afrodite). 

(Walters, op, cit, v. e, F 399; Lenormant et De Witte, op, cu., \. e, tav. XXXIII, A). 



(1) Dall'insieme della scena sembrami che qui secondo la descrizione di Luciano in 'Avaxapoi; >j 

siasi vi liuto rappresentare un momento insoliti! Kepi Yup.vaaiu)V 7 : — -t jfiaTssi [xìv rè ròfjov 

della figurazione mitologica, e cioè il risveglio dopo IfxovTa, rj òe^iì òi ìnslp rrjj xeoaX^; xvaxexXaa|jiv7] 

le fauste nozze di Adone ed Afrodite. La posa di ùwkep :/. xapaTOu p.xxpoìi ìvGtjrat'uópLjvov », e può es- 

Adone è ben quella del simulacro di Apollo Liceo, sere suscettibile della stessa Interpreta; 



— 195 — 
VII >NACO. 

XVIII. — Lékythos ariballica (alt. m. 0,301. 

Sopra una klìne, davanti alla quale trovasi un alto sgabello a zampe di leone, sono 
un efebo e una giovane donna abbracciati, la donna col capo rovesciato all' indietro. Un 
Erote inginocchiato all'estremità della kline, tende il braccio destro verso la coppia. A 
destra, un'ancella tiene un ombrellino aperto al di sopra del gruppo, mentre un'altra donna 
è in atto di aprire una cassa i>.x;<z;i, volgendosi indietro. Fra le due donne un piccolo 
Erote si dondola sospeso all'orlo di una vasca. A sinistra un efebo stringe fra le braccia 
una giovane donna, che divincolandosi ha fatto cadere a terra una sedia. In alto una figura 
muliebre diademata, seduta (Afrodite). 

(Millingen-Reinach, Peinture& de vases antiques, tav. 26). 

II. — Interpretazione dei soggetti vascolari. 

Tra 1 vari tipi di vasi passati in rassegna, in numero di dieciotto, tutti affini e talora 
identici per lo stile e per 1 soggetti che rappresentano, le pelikai, in numero di dieci, 
tendono il primo posto. 1 )i strimnoi non se ne enumerano invece che due di': tutti gli 
altri sono vasi di forme diverse. La persistenza di un particola! genere di rappresentazione 
sopra un vaso di tipo speciale come la pelike, sembra additarci una destinazione parti- 
colare per questa classe di vasi. Tale destinazione, a noi sinora ignota, deve ritenersi 
legata, come lo stamnos, al genere di cerimonia cui si informa la scena figurata (2), ed è 
questo della scena figurata l'argomento sul quale dobbiamo fermare anzitutto la nostra 
attenzione. 

L'unico dei vasi citati il quale presenti iscritto a fianco di ciascuna figura il suo nome 
e permetta cosi l'identificazione perfetta di tutti 1 personaggi del quadro, è il cratere di 
Berlino. Quivi la divina coppia nuziale 1 Eracle ed Ebe) è assistita da tre categorie di di- 
vinità: cioè da quelle che presiedono per la loro natura alle nozze e ai colloqui amorosi in 
generale (Afrodite, Eros, Pothos, Charis, Peithói; da altre fra le principali divinità del- 
l'Olimpo, aventi minor nesso coli' indole della scena rappresentata (Zeus, Hera, Apollo, 
Artemis, Dionysos); da personificazioni astratte, infine, (Eunomia, Euthymia), la cui pre- 
senza augurale serve a rendere più comprensibile e significativo l' intimo spinto della scena. 
Questo esemplare, unico nel suo genere, è della più grande importanza pei noi, macché 

(1) Cfr ancora esemplari simili, con rappreseli- (2) Per lo speciale significato e la destinazione 

tazioni affini, in J. De Witte, Élite céramogra- dell" stàmnos, v. A. Brueckner, Athenische Hoch- 

phique, voi. IV. tav. LXVI (pelike) ; tav. LXVIII zeitsgeschenke, in Athen. Mitteilungen, XXXII, 

(stamnos), l'uno e l'altro vasu esilienti una cppn 1907. p. 70 s^g. Per il contenuto dell'articolo, ved. 

giovanile abbracciata. oltre, p. 200, n 2. 



— iqb — 



ci permette di orizzontarci alquanto nella identificazione approssimativa di personaggi ano- 
nimi e generici nelle altre figurazioni citate. 

In un campo mitologico ben definito e sicuro rimane ancora la pclike di Napoli, 
n. VII, colle nozze di Pelope e di lppodamia, dove i personaggi si riconoscono non per 
alcuna denominazione particolare ricevuta dall'artefice, ma per gli attributi e l'ambiente 
stesso nel quale si muovono. Vediamo presenti due delle predette categorie di divinità, 
cioè l'immancabile Eros per la prima; Pan, Apollo ed Hermes per la seconda. 




Nello stamnos del Museo Jatta e nell'anfora del Museo di Napoli si sono riconosciute 
facilmente le nozze di Elena e Paris. Ma nel primo dei due vasi la figura muliebre ricca- 
mente vestita e adorna di diadema, nell'atto di incoronare di mirto la sposa, non deve già 
più ritenersi un'ancella 1 1 1, simile a quella che scioglie alla sposa i sandali. Essa invece 
non potrà essere che Afrodite, intervenuta ad abbellire coll'opera sua le nozze del suo 
prediletto. Alla sua volta la figura in alto a sinistra, rappresenta forse Charis o Peithó, a 
ciascuna delle quali si addicono gli attributi del cofano e dello specchio. Anche le nozze 
di Dioniso e Arianna (nn. XIII e XIV), sono facilmente riconoscibili. 

Più incerta sembra presentarsi la determina/ione dei personaggi principali nella pelike 
tarantina n. 1, e in quella napoletana, n. Vili. Oltre alle ben note divinità dell'Olimpo, 

mio comparire in quest'ultima per la prima volta divinità celesti, come Helios e Se- 
lene. Ma il resto della figura/ione non pi esenta speciali caratteristiche, senza che si possa 



(l) G. latta, Ci hi kit; a del Musco latta, p. i);,N sgg. 



— 197 — 

tuttavia affermare che il soggetto sia generico. L'unico particolare attributo che l'artefice 
abbia assegnato ad uno dei personaggi del hierós gdmos, e precisamente allo sposo, è, 
oltre quello di una florida giovinezza, la cetra eptacorde nella sinistra. Lo stesso attributo 
per il medesimo personaggio si riscontra anche nella pelike londinese, n. XVI, proveniente 
dalla Basilicata. Allo stesso gruppo appartiene la pelike napoletana, n. IX, la quale ha gran 
numero di punti di contatto con la pelike tarantina, sebbene il personaggio rappresentante 
lo sposo sia qui privo di cetra e di altro attributo qualsiasi. Abbiamo quindi un gruppo 
ben distinto di vasi legati insieme da stretta parentela. Nessun grave dubbio sorge, che 
il soggetto del quadro sia per tutti gli esemplari citati il medesimo. L'attributo della lira 
fece già pensare alle nozze di Apollo e Afrodite (i). Ma tale interpretazione è lungi dal- 
l'offrire alcuna seria consistenza, anche perchè essa non trova solida base neppure nella 
tradizione mitologica letteraria. Ond' è, che scartata la prima ipotesi, occorre vedere se 
almeno in taluni casi, non si tratti piuttosto delle nozze di Adone e Afrodite (2). 

Tra gl'innumerevoli specchi etruschi, la cui decorazione incisa s'informa a miti ori- 
ginari della Grecia, e a motivi tratti dall'arte greca, più di uno ve ne ha con rappresen- 
tazioni di hierogamie, le quali offrono una notevole somiglianza con quella dei vasi dipinti 
della Magna Grecia citati (3). 

Tale uno specchio del Museo etrusco di Firenze (fig. 7), con Adone (ATVNIS) 
e Afrodite (TVRAN) riposanti sulla kline, avendo Adone nelle mani la cetra (4). È di 
per se evidente come siano in codesto quadro adombrate le nozze di Adone e Afrodite. 
Allo stesso soggetto è ispirata la decorazione incisa di uno specchio del Museo Comunale 
di Corneto Tarquinia, con i due divini personaggi nell'atto di gettarsi l'uno fra le braccia 
dell'altro, mentre vedesi la kline coniugale nel fondo. A proposito del secondo specchio, 
è da osservare che il titolo OALNA (Tlialna), iscritto alla destra del gruppo principale e 
riferibile alla donna del gruppo stesso, rappresenta evidentemente un errore dell'incisore 
etrusco, nella cui mente non avevano forse ancora una personalità abbastanza distinta 
0ALNA (= /uno) e TVRAN (= Venus). L'esame di questi nuovi monumenti figurati, 
e specialmente del secondo, appare per sé sufficiente a legittimare per i vasi citati l'in- 
terpretazione nuovamente proposta. Giacche tutti i caratteri dei personaggi nelle dette rap- 
presentazioni vascolari, offrono già per se stessi il più facile appiglio all'interpretazione 
proposta, e il raffronto monumentale non serve che di riprova. 

(i) A. De Witte, cip, cit., voi. II, p. 71 sgg. ; i86s, p. 100. sgg. ; nonché in houv. Annales de 

voi. IV. p. 147 sgg. l'Inst. Arili., I. p. sii). Il valore probativo degli 

(2) Spetta allo stesso De Witte il merito di specchi grattiti, però, rispetto all'interpretazione 

.iver segnalato per il primo l'importanza del mito delle pitture vascolari, si estende più oltre di quanto 

di Adone ed Afrodite cosi per la pittura vascolare, il De Witte osasse supporre. 

come per gli specchi etruschi graffiti (J. De Witte, (3) Gerhard- Korte, Etnisk. Spiegel, voi. V, 

Monuments relati/i ait Mythe d'. Idonis, in Nuove tav. 25. 

Memorie dell'Istituto di Corrispondenza Arckeol., (41 Ibidem, tav. 2s. 



— 198 — 

In due delle pelikai ultimai e a considerar! . pi . 1 vediamo la dea della 

bellezza e dell'amore, abbandonarsi libera, in un atteggiamento voluttuoso, fra le braccia del 




giovine Adone. È qui invece la fanciulla che si accosta incerta e dubitosa al letto mari- 
tale e che il naturale 1 ; lo 1 1 ittii ttimo amplesso 1 , Non 



1 ir. nel quadro I ' (1 m 

\ 



Rossane: •■ -i-vi'/.'.v ri i v i;>l icapOévou ;; f»|v ópàfox, 



- 199 — 

è la dea che si asside compiacente al fianco dell'amato, ma la fanciulla che in presenza di 
questo si affida ancora alle mani della prònuba. Tale Proserpina nella reggia di l'Ini 

« Ducitur in thalamum virgo, bt.it pronuba iuxta 
Stellantes Nox pietà sinus tangensque cubile 
Omina perpetuo genitalia foedere sancit»(i). 

Ivi mancano indizi sufficienti a determinare in modo assoluto l'individualità dei 
singoli personaggi, ma poiché l'ambiente nel quale questi si muovono rimane costante- 
mente e puramente ideale, non differenziandosi nella sostanza dalle altre scene citate, è 
certo che l'individualità dei personaggi non offra alcun riscontro con la vita comune. E 

poiché si deve anche dubitare trattarsi di personaggi del ciclo eroico, non è da ripudiare 
l'ipotesi che si abbiano qui rappresentate le nozze appunto di Adone e Persefone. Nel 
mito infatti Persefone compie di fronte ad Adone la stessa funzione di Afrodite, ed anche 
gli attributi della v'Ja<p-/), cosi nella pei:/,;' di Napoli come m quella di Taranto, si atta- 
gliano perfettamente alla dea sotterranea (2). 

Si discosta dal gruppo de^li altri vasi, così per la forma vascolare come per il mo- 
mento rappresentato, lo skyphos n. XII. La scena del possessi, violento, quale solo ha 
riscontro nella skyphos di Monaco, è qui anche troppo realistica. Ma non per questo si 
tratterà di un qualsiasi soggetto di genere, a personaggi indeterminati. La presenza di 
Afrodite, la quale incessa patet dea, e dei gemetti alati, ci mantiene ancora nell'ambiente 
ideale cui sopra si accenna, nonostante l'eccessiva difficoltà della identificazione completa. 

Anche questa scena trova riscontro in taluna di quelle composi/ioni poetiche d'oc- 
casione, dette epitalami, gunite sino a noi dall'antichità. Ce ne è testimone Claudiana 
con questi versi in cui ricalca più antichi motivi: 

« Jam nuptae trepidat sollicitus pudor. 
Jam produnt lacrimas flammea simplices. 
Ne ces^.i. juvenis, cominus adgredi, 
Impacata lice.it saeviat unguibus. 
Non quisquam truitur veris odoribus 
Hybl.iens latebris nec spoli.it favos, 
Si fronti caveat, si timeat rubos; 
Amat spina rosas, niella tegunt apes. 
Crescunt difficili paridi. 1 jurgio 
Accenditque maj;is. quae refugit, Venus. 
Quod denti tuleris, plus sapit osculum. 
Dices : ' ! quotiens, hoc mila di 
Quam flavos decies vincere Sarni.it, is ! 



(1) Claudian., De Raptu Proserpìnae, II. v. de l'ases peints, I. pag. 124 (anfora àpula, con per- 
jÓ2 sgg. sonaggi ritenuti Proserpina, \done e Afrodite). 

(2) Intorno al mito di Adone ved. pia sotto 1 ; Claudian., Fescennino, de nuptiis Honorii, 
bibliografia, a pag. 2 7, cfr. Reinach, Réperloh 



— 200 — 

La lékythos di Monaco è poi in certo modo interessante, poiché riunisce insieme 
due soggetti: quello comune delle pelìkai e la lotta amorosa quale è dipinta nello skyphos 
di Napoli. Caratteristica la posa dello sgabello, nonché della donna con ombrellino, su alti 
zoccoli e piedistalli. Impossibile l'identificazione dei personaggi in un quadro il quale, come 
opera d'arte, dimostra con tanta evidenza un'accozzaglia di elementi attinti a fonti disparate. 

III. — Rappresentazioni nuziali realistiche sui vasi attici. 

Le scene ispirate a cerimonie nuziali non appariscono per la prima volta, come ben 
sappiamo, nella ceramica figurata pugliese. Essa trovansi già su prodotti di fabbriche 
vascolari attiche, di cui l'arte vascolare pugliese è discepola e in certo qual modo l'erede 
diretta. Questa delle rappresentazioni figurate nuziali costituisce anzi uno dei soggetti più 
ovvii del repertorio attico nel v e nel IV secolo. Per poca attenzione che si faccia, tut- 
tavia, a questo campo dell'arte industriale, si nota la profonda differenza che corre tra le 
concezioni dei pittori pugliesi e quelle dei pittori attici entro lo stesso campo d'ispirazione. 

Le scene relative a cerimonie nuziali nel campo della ceramica attica a figure rosse, 
s'incontrano principalmente su due classi di vasi: pyxides e loutrophóroi. Soprattutto im- 
portanti per l'arte e per il costume questi ultimi (i). Tali rappresentazioni figurate riguar- 
dano particolari momenti del rito nuziale, che si classificano nel modo seguente, cioè: 

a) i preparativi della sposa nella casa paterna ; 

b) P incontro degli sposi ; 

e) il corteggio nuziale all'aperto; 

d) l'arrivo della coppia nuziale e il ricevimento presso la casa dello sposo; 

i?) gli lìpauììa (offerte dei donativi nuziali) (2). 
Non occorre spender parole per dimostrare quello che è già chiaramente dimostrato 
da tale enumerazione di soggetti pittorici: cioè come le scene nuziali che si ammirano sui 
vasi pugliesi descritti, non abbiano alcuno stretto e immediato rapporto con i soggetti af- 



fi) Perrot, Histoire de l'Art datis l'antìauité, mento ad Afrodite è poi per se stessa troppo gè- 

voi. X, p. 730 sgg. nerica e priva dei caratteri d'una rappresentazione 

(2) A. Brueckner nell' importante articolo sui nuziale. Cfr. in questo stesso volume della Ri- 
bolli nuziali ateniesi, sopra citato, enumera i vista, p. 65 sgg., l'articolo di A. Minto. Corteo 
seguenti episodi rappresentativi: 1) //ingresso nuziale in un frammento di lazza attica, co\ quale 
solenne della sposa (sotto la quale denomina- ci è segnalato il primo esempio di una kylix a ti- 
zione si può comprendere il corteggio nuziale); >;ure rosse, decorata con scene relative a cerimonie 
2) Hymenaios ; 3) Epaulia (presentazione dei doni nuziali. Dato il realismo che informa tutta la pro- 
nuziali) ; 4* // ringraziamento ad Afrodite. Il se- duzione attica in questo campo, sembrami sia da 
condo episodio indicato in questa enumerazione escludere il dubbio se si tratti di una scena della 
comprende insieme confusamente gli episodi sopra vita comune. — Per gli Epaulia v. anche fahr- 
distinti colle lettere a, b, d. La scena di ringrazia- buch, 1900, p. 146 sgg. 



fini della pittura vascolare attica. Da una parte il corteggio pubblico, la pompa esterna 
degli sponsali; dall'altra la scena intima e voluttuosa del talamo, idealmente rappresentata. 
Le scene nuziali su vasi di pretta fabbricazione attica, loutropkóroi e simili, sono 
dunpue ispirate dalla realtà e ritraggono abbastanza fedelmente episodi della vita quoti- 
diana ateniese, con poche e superficiali intrusioni ideali e fantastiche. Il realismo dei 
loutropkóroi a scene nuziali è quello stesso che si riscontra nei loutropkóroi con soggetti 
funebri. 11 realismo dell'arte vascolare attica, in questo campo, è altrettanto evidente che 
l'idealismo dell'arte vascolare pugliese. 1! Collignon, trattando delle rappresentazioni figu- 
rate di cerimonie nuziali, credette poter affermare che l'arte vascolare attica non aveva 
mai riprodotto la scena del talamo o camera nuziale in. Anche l'autore del famoso 
affresco detto le Nozze Aldobrandino, avrebbe rappresentato, secondo Robert, non già il 
talamo nuziale, ma la scena di addio della sposa alla propria camera nella casa pai 
Ma è pur da considerare che l'arte italiota pugliese non altro è che l'erede dell'arte attica 
e ben di rado ci accade di scoprire soggetti pittorici, specialmente di una concezione artistica 
molto complessa, 1 quali non abbiano già goduto di una certa popolarità nelle officine cera- 
miche del continente greco. 

IV. — Rappresentazioni nuziali mitologiche sui vasi attici. 

Serve come chiara riprova di quanto s'è detto una serie non trascurabile di monu- 
menti. Anzitutto il celebre cratere ruvese del Dramma satiresco, detto anche di Prónomos, 
nel Museo Nazionale di Napoli (3). È qui presumibilmente rappresentata la scena culmi- 
nante di un dramma satiresco, nel quale si celebravano le avventure di Arianna e le sue 
nozze con Dioniso. Il realismo vi è osservato al massimo grado e non si nota alcun par- 
ticolare che non possa aver trovato riscontro nella realtà. La coppia divina, rappresentata 
naturalmente da due istrioni, trionfa sulla nymphiké kline, tolta a simbolo del nodo ma- 
trimoniale, in mezzo al tiaso bacchico del coro, i cui personaggi mortali essendo sul punto 
di incominciare avendo finito la parte, hanno in mano la maschera comica e appariscono 
quali essi sono, dinanzi al pubblico ammirato e plaudente. Sulle scene, dunque, del 
teatro ateniese, nelle stesse sacre rappresentazioni dionisiache, non ci si peritava di met- 
tere alla vista del pubblico il talamo stesso degli dei e l'atto della sua consacrazione 1 
Le arti figurative non altro fanno che seguire la moda del teatro (5). Importa notare 

li) In Daremberg-Saglio, Die tionnaire, s. v. Ma- (5) In un cratere ruvese .1 Pietroburgo vediamo 

trìmonium. la coppia Dionisiaca seduta sulla kline nuziale so- 

121 Hermes, 1900, p. 659. spesa sul dorso di un mulo, preceduta da un Si- 

(3 A. v. Salis. Zur Neaplet Satyrspielvase, leno suonante le tibie e danzante (Reinach, Ri 

Jahrb. 1910, p. 126 sgg. I, p. 18). Anche a una simile rappresentazi 

(4) Cfr. in Omero l'a talamo di Zeus e forse estraneo l'influsso del teatro attico, tanto 

ili. 1, V-, 6oy sgg.). e l" spirito comico, tanta la giocosità che l'ii 



Ausonia - An 



26 



— 202 — 

che il vaso del Dramma satiresco appartiene alla fine del V secolo; è anteriore, cioè, a 
tutti i vasi sopra numerati. 1 pittori vascolari pugliesi, quindi, possono bene aver prese 
le mosse, anche per questo rappresentazioni, da esemplari dell'arte vascolare 

attica. 

Tale ipotesi, dilla dipendenza dei prudi itti vascolari pugliesi da quelli attici, è avva- 
lorata dalla presenza di altri non infrequenti monumenti vascolari di provenienza attica. 
Mostra di appartenere alla stessa corrente attica, senza alcuna dipendenza dall'arte 
are italiota, una hydria proveniente dalla Russia meridionale, con la rappresentazione 
delle nozze di Dioniso e Arianna, fra Eroti e personaggi vari (i). Vedasi anche qui esat- 
tamente ripetuta la scena ormai ben unta sui vasi pugliesi, dello sposo seduto sulla klinc, 
amorosamente inclinato sul volto della fanciulla amata. Il bel vaso, policromo a ritocchi 
d'oro, non è anteriore alla metà del IV secolo (Scuola di Kertsch) (2). 

Infine, le due magnifiche hydriaì del Museo Archeol. di Firenze, istoriate nello stile 
di Midia, provenienti da Populonia (3) ci rivelami, cui loro soggetti tolti a prestito dal 
mito di Adone, Faone, e di Afrodite, e con gli atteggiamenti voluttuosi dei personaggi 
(Adone riposante sulle ginocchia di Afrodite, Faone Minante la cetra all'arrivo di Afrodite 
sul carini, un'altra ricchissima fonte d'ispirazione per l'arte vascolare riflessa della Magna 
ia (4). È a tutti nota la profonda influenza dallo stile di Midia esercitata sui ceramisti 
in genere dell'Italia meridionale. Hd è qui larga materia per estendere il riconoscili 
di simili influenze artistiche in Italia. 

V. — I vasi nuziali pugliesi in rapporto all'arte e alla poesia greca. 
L'Idillio XV di Teocrito. 

Se il cratere napoletano, dunque, e altri monumenti affini, ci mostrano quali furono le 
fonti d'ispirazione di certi prodotti artistici in Italia, altrove ci è dato trovare non solo la 
conferma della vasta popolarità dei soggetti, ma anche la prova che l'interpretazione 
particolare da noi proposta pei taluni di essi è esatta. Ira ^\\ Idilli tutti largamente noti 
di Teocrito è meritamente celebre l'Idillio XV detto /., Siracusane, con l'inno composto 
in onore di Afrodite e di Adone. L'importanza di questa composizione poetica per l'ar< 
logia e la storia dell'arte classica sembra essere stata finora completamente ignorata dai 
filologi studiosi di poesia alessandi ina, e del pari misconosciuta dagli archeologi dell'aiti. 

Frequenti poi sono nella ceramica greca e italiota rei, voi. Il, p. 153 sg. 

le scene con Dioniso e Arianna seduti sulla i/ine, Milani, Monumenti scelti del Museo di Fi- 

banchettanti. reme, taw. III-IV. 

(1) Reinach, Anliguilés du Bosphore limine- (4) Rientra in qu la di vasi attici il 

rien, tav. LXII, Cratere di Faone, al Museo di Palermo (Furtwangler- 

Furtwangler-Reichhold, Griec h. Vasenmale- Reichhold, Griech, Vasemnalerei, tav. 59). 



— 203 — 

Eppure un esame del capolavoro teocriteo dal punto di vista dell'archeologia avrebbe ser- 
vito a semplificare e a risolvere talune questioni inutilmente dibattute nel chiuso campo 
della filologia del testo. 

L'inno cantato dalla figlia di Argea, la ■■■j-rr, ioiSo'?, è tutto un'apoteosi degli amori 
della dea Afrodite con Adone a lei riaddotto dal perenne Acheronte (àrc ievato ' V^spoviro;). 
L'esaltazione poetica della fantasia si mescla però con la descrizione presumibilmente 
oggettiva dell'apparato sacro, mediante il quale intendevasi di celebrare e rappresentar 
vivamente agli occhi dei devoti, in mezzi.) alla ricchezza ed al fasto della corte di 
Tolomeo Filadelfo, l'incontro patetico di Afrodite e di Adone e la breve durata dei loro 
amori. 

Gorgo e Prassinoe, le garrule Siracusane, appena entrate nella reggia di Tolomeo 
(-« 'jztiA'Òc; ì; i<pv£i<3 U-r<Ae|iafa>), non hanno occhi che per ammirare le opere d'arte 
intorno raccolte ad abbellire la festa. Esse ammirano gli arazzi così magnificamente isto- 
riati da sembrare opera divina, con le figure che paiono non intessute, ma animate 
[ì'j.'\iuy\ oùx, èvupxvTa) e l'argenteo letto su cui giace il giovinetto Adone ;-' zp-.-'j;:' z; 
/.xiMatai xXwacó). — Più a lungo tuttavia la donna del canto si diffonde a celebrare 
in versi sonanti e graziose immagini i doni votivi della regina Arsinoe e l'ambiente lus- 
suoso e fantastico in mezzo al quale si festeggia l'epifania di Adone. Non mancano l'ebano, 
l'avorio e i purpurei tappeti y.zXz/.oT^pot. Girvcu. 

La descrizione continua: 



« ÌTTJwrzi /."k'.'ix tiÌ) Aoumoi tòJ /. zam %[).£. 
tzv u,àv K • J —pi; ì'/£i, t«v ò' i poòowajfos "Aòwvij. 

ClÙ XSVTSl T 

\ijv ■>. zv K\ 



tpiXv);/.', In 'ji TTepl yiil-.y. Truppa. 

pi? syoia'X tòv Z'jrà; ^aipÉTw xvopa » (i] 



Or nell'esame della descrizione poetica risalta, dal lato dell'interpretazione archeolo- 
gica, una difficoltà, e cioè quella di distinguere le opere d'arte celebrate dal poeta conio 
opere di scultura, quali le 1/. Xsukw sÀìoxvto; scìstoi, dalle opere di pittura, quali gli 



ii) Vv. 127-130 — Seguo qui la lezione adot- 
tata da Michelangeli [Le Siracusane, Mimo di Teo- 
crito, a cura di A. Michelangeli, Bologna, Zani- 
chelli, NIDCCCLXXXXII), il quale avrebbe trovato 
nei monumenti da me citati un valido argomento 
,1 sostegno della sua lezione, in questa parie del 
testo teocriteo cosi vessata dai critici. Non mi 
sembra però di dover porre tra virgolette il v. 127, 
come fa il M., e anche l'Ahrens [Bucolicorum 
Graecorum Reliquiae, Lipsiae, M< MIV). Il v. 127 



senza alcun dubbio fa parte integrante della descri- 
zione del sacro apparato, posando su questo il 
senso dei versi successivi, e non è già un inciso se- 
condario, come verrebbe a essere quando lo si chiu- 
desse tra virgolette. In questo mi trovo di 
con vari critici di Teocrito, Steig, Hermann, Voss 
(v. Michelangeli, Appendice critica), pur dando la 
1 alla punteggiatura adottata nei versi 120 
e 127 dallo Ahrens, come più rispondente al senso 
della descrizione secondo le testinronianze figurate. 



— 204 — 

arazzi istoriati. Onde, sulla base del testo teocriteo, non potremmo con assoluta sicurezza 
stabilire se il gruppo capitali' di Afrodite e di Adone, seduti sulla kline, fosse presentato 
chi degli spettatori in pittura, o non piuttosto come un'opera di scultura e un com- 
plesso di statue a tutto tondo, ciò che siamo propensi tuttavia a credere per varie ra- 
gioni (i). La questione ha qui però soltanto un valore secondario. Ciò che importa notare 
si è come la figurazione mistica religiosa descritta da Teocrito, originaria dal culto nazio- 
nale greco, presenti dei punti di contatto strettissimi con alcune delle scene vascolari ri- 
tte e descritte di sopra e, anzi, per certi particolari, si identifichi esattamente con 
quelle. Anche per l'esegesi e il retto intendimento dei versi teocritei è quindi della mas- 
sima importanza lo studio di un materiale archeologico sinora, nonché trascurato, quasi 
completamente ignorato. 

Le fonti dei soggetti pittorici usati dai ceramografi dell' Italia meridionale ci sono 
dunque ben note. Importa ora riconoscere la natura puramente ideale del contenuto di 
tali rappresentazioni sui vasi dipinti. Il pittore attico o alessandrino, infatti, altro non fa 
che riprodurre a disegno, sul vaso da decorare, l'episodio di una cerimonia religiosa svol- 
tasi sotto i suoi occhi, o un quadro, un'opera d'arte popolare di soggetto mistico-religioso; 
mentre il pittore italiota, se pure ha talvolta il modo di ispirarsi direttamente alla n 
come l'Idillio XV di Teocrito ci induce a credere, ha senza dubbio davanti agli occhi quei 
prodotti industriali affini dell'arte attica, dei quali sono giunte fino a noi abbondanti te- 
stimonianze e dalla cui influenza difficilmente riesce a sottrarsi. L'opera dei pittori italioti 
può quindi prescindere completamente dalla vita reale. Questa è la nota fondamentale 
dell'arte apula italiota, che essa ogni soggetto sembra idealizzare e riprodurre sub 
aeternitatis. Occorre quindi porre nel massimo rilievo che i vasi dipinti, qui per la prima 
volta sinteticamente illustrati, sono ben lungi dal presentarci, come gli ordinari vasi attici 
nuziali {loutrophóroi e pyxides), alcun momento caratteristico di cerimonie nuziali vere e 
proprie, tolto dalla realtà quotidiana. Tutto il contenuto di quelle scene, figure principali 
e secondarie, tutto è lavoro poetico di fantasia, e deluso resterebbe chi intendesse ritro- 
varvi elementi, sia pur modesti, di autentico verismo. L'arte àpula ha dunque anche qui 
;i ispirarsi all'arte attica, senza esserne la pedissequa imitatrice, e molto deve talora 

■ in fondo chi voglia rintracciarne le dipendenze lontane. 
Se non abbiamo così dei documenti storici per il Costume, si è guadagnata tuttavia 
un'altra prova della stretta dipendenza dell'arte vascolare pugliese dall'arte, dalla poesia, 
dalla religione quali fiorivano in schietto territorio greco. 



(t) Da notizie attinte ad antichi scrittori (Più- trassero largamente le opere di scultura, le quali 

Alcib., XVIII; S. Cyrill. Alex., In Isaiam, facevano parte integrante del culto stesso, protrat- 

I. Il, e. XVIII, vaPatrol. Gr., voi. LXX, p. 439 SS.), tosi in questa forma sino in pieno évo cristiano; 

chiaro risulta come nel culto iconico di Adone en- onde l'innegabile influenza di quel culto nell'arte. 



— 205 - 

VI. Influenza dei soggetti nuziali su monumenti vari 

di arte figurata. 

L'importanza degli esemplari fittili pugliesi, ben s'intende, è tanto maggiore quanto più 
evànide sono le tracce degli archetipi venuti dalla Grecia propriamente detta. Della cele- 
brità dei quali ci restano chiare testimonianze non solo nel campo della pittura vascolare, 
ma anche in altri campi dell'arte antica, fra i piìi svariati. 

S'impone qui in prima linea alla nostra considerazione il celebre affresco delle Nozze 
Aldobrandine nella Biblioteca Vaticana. Intorno alla meravigliosa opera d'arte si è a lungo 
dibattuta la questione se l'originale cui è da riferire l'affresco, quasi certamente di età 
augustea, sia un prodotto dell'arte anteriore o posteriore all'età di Alessandro. L'ultimo 
illustratore del prezioso cimelio, il prof. B. Nogara, si pronunzia in favore della prima ipo- 
tesi, ma torse senza ben giustificati motivi (i). Giacché non solo gli atteggiamenti nei 
quali ci appariscono i singoli personaggi, come è stato già riconosciuto, sono ellenistici, 
ma ellenistico è lo spirito che informa tutta quanta la scena. 

Come si è veduto, l'arte attica, sino alla fine del V secolo ed oltre, non conosce, in 
questo particolare campo d'ispirazione che e costituito dai soggetti nuziali, altro che l'esatta 
riproduzione della realtà {loutrophóroì) o le pure costruzioni poetiche e fantastiche (vaso 
di Prónomos). Nelle Nozze Aldobrandine vediamo invece elementi realistici, come il gruppo 
muliebre del catino per la lavanda, insieme ad elementi ideali quali Afrodite pronuba, 
Peithò e il caratteristico simbolico personaggio di Imeneo (2). Tale mescolanza di ele- 
menti eterogenei, come nel quadro delle Nozze di Alessandro e Rossane, dipinto da Aetion 
(Lucian., Herod., 5), non si riscontra che in età alessandrina e nei nostri vasi pugliesi che 
di quell'arte serbano i riflessi abbastanza chiari. L'originale delle Nozze Aldobrandine non 
è quindi da ritenersi anteriore alla seconda metà del IV secolo. 

Si è già accennato agli specchi etruschi graffiti e alla loro importanza per la materia 
di cui si tratta. La dipendenza dei motivi di quest'arte decorativa del bronzo dalle pit- 
ture vascolari pugliesi appariva già nei due esempi sopra citati. Ma tale dipendenza va 
ancora più oltre e la si può cogliere facilmente nei suoi tratti principali attraverso il ricco 
materiale a nostra disposizione. Lo schema della coppia nuziale nelle frequenti hierogamie 
o teogamie mistiche degli specchi etruschi (il più delle volte con Adone e Afrodite, con- 
trassegnati dai loro nomi etruschi!, ci apparisce negli aspetti seguenti: 

a) i due personaggi principali seduti l'uno sulle ginocchia dell'altro sopra la kline 
nuziale (Gerhard, tav. CX1V ; CCLXIX; CCLXXIX, 3, e CCCXV, 5; 



(1) B. Nogara, Le Nozze Aldobrandine, Milano (21 Ruben, art. cit. Più d'uno dei motivi, anche 

(Hnepli) mcmvii, p. 24. secondari, dal quadra ricorre nei vasi ut. iti. 



— 206 — 

6) i due personaggi in piedi abbracciati (Gerhard, tavv. CXI, CXI1 e CX11I i 
CCI, CCVI, CCXX1V-./; CCLXX1X e CCCXXI1; e tav. CCLXXXII, CCXC, CCXC1X, 
CCCLXXXI; V, tavv. 23, 24, 25 (specchio di Corneto T.), 26(2). 

1 due schemi ebbero evidentemente i loro archetipi : il primo nelle rappresentazioni 
vascolari citate; il secondo in altre rappresentazioni vascolari che non varrebbe la pena 
di citar tutte, poiché abbondano i vasi dipinti con motivi identici affini (3). 

Tutte queste rappresentazioni su specchi, essendo generalmente dipendenti dall'arte 
\ asci ilare pugliese, non possono risalire, come è anche dimostrato dallo stile, più indietro 
della metà del IV secolo, ed anzi possiamo ritenere che si inoltrino talora ben avanti nel 
secolo in. 

Segue a questa tutta una produzione di minore importanza artistica. Ricordiamo una 
lékythos a rilievo policromo, riprodotta in più esemplari, tutti provenienti dall' Italia meri- 
dionale (4); quivi una scena delle nozze, e precisamente quella del talamo, è molto al 
vivo rappresentata, con la novella sposa (vu'ttopri) la quale depone le vesti stando presso 
la kline, in mezzo a due figure di pronube (vu[/.tpìuTpiai). La tecnica del vaso e la bontà 
dell'esecuzione ci riportano in piena età alessandrina, forse non molto posteriore a quella 
dei vasi pugliesi dipinti. 

Segue una serie di piccoli gruppi in terracotta, nei quali apparisce la coppia nuziale 
seduta sulla kline, nell'aspetto stesso, generico, di Afrodite e di Adone. 1 luoghi di pro- 
venienza di queste terrecotte sono Atene, Corinto, Mirina, Taranto, ed altri centri della 
Grecia propriamente detta e della Magna Grecia (5). Uno di questi gruppi, con un Erote 
in alto che regge i lembi di un drappo a sfondo del gruppo principale, risela chiara 
l'ispirazione essenzialmente pittorica dell'opera d'arte (6). Queste terrecotte, le quali trag- 
gono la loro origine dall'arte greca ed ellenistica, ci trasportano, per l'età, in pieno mondo 
e in piena dominazione romana. 

Chiude il ciclo di questa produzione artistica, improntata alle poetiche cerimonie nu- 
ziali, la serie di quadretti erotici intercalati fra gli affreschi scoperti nella casa romana della 

([) Leggèra variante del motivo, enti Adone in piedi Selinunte, colla deposizione del velo. 
e Air. .dite avi.ovan.ijta. (ili artefici etruschi sembrano (3) Cfr. De Witte, Élite Céramographique, 

anche confondere la natura di Adone con quella Ji voi. IV, tav. l.MII (aryballos ruvese), tav. LXIV 

Eros, poiché nello specchio < ìerhard, tavola CXV1, (stdmnos àpulo), LXVI (pelike), LX VII I 

Vdone è rappresentato con le ali, ciò che mai non chóe), I XXXI oinochóe faliscaj, con motivi e 

avviene nei vasi dipinti. Né perciò si può accettare personaggi erotici, tutti interpretati da De Witte 

l'ipotesi di I. De Witte ( Vuovi Memorie, art. come Adone e Afrodite. 
cit, p. ti 9) che Adone sia da identificare con Eros. (4) Ròm. Miti., v. e, p. 86. 

(2) Un altro schema particolare di figurazioni (5) Winter, ./"/. TerrakiotUn, III, 2. p. 224 e 

nuziali su specchi etruschi, è quello con figura mu- p. 252 sg. 

liebre denudantesi in presenza di divinità virile se- (6) Cfr. Lucian.l.c: «"EfxoTss ZI nvej [uiBiOvte;, 

dota («ìerhard, op. cit., IV, tav. CCC, 1 e 2). 4 (làv xatÓJtiv ÉpeaTÙ? ìxbfu 77"; xspaXj); ttjv icoXutc- 

Cfr. le nozze di Zeus ed Hera sulla metopa di rpoev xaù 8s\xvuo< ri» vjjj.su.> tt.v To;ivr,v ». 



— 207 — 

Farnesina (i). Il contenuto di più di uno di questi quadretti è invero dubbio ed equivoco, 
ma non si può negare che uno, e forse due di essi, con la giovane sposa velata, dallo 
sguardo dimesso, seduta a fianco dello sposo, s'ispiri a un motivo ormai, più che celebre, 
vieto dell'arte greca e grecizzante. 

VII. — Importanza del culto ellenico di Adone nei rapporti dell'arte. 

Da tutto il sin qui detto risulta spontanea la divisione del materiale citato in due 
categorie, di cui la seconda dipendente dalla prima: 

i) scene figurate relative alle nozze di Adone e Afrodite (o Persefone); 

2) scene figurate simili, relative a divinità, eroi mitologici, personaggi comuni. 
La dipendenza di una categoria dall'altra, a cominciare dal IV secolo, non ha bisogno 
di ulteriori dimostrazioni. Ma, colla legittima presupposizione di altri monumenti, i quali 
non sono fino a noi pervenuti, sarà facile estendere la medesima dipendenza d'ispirazione 
artistica anche a tempi anteriori, allorché si pensi che il culto iconico di Adone già dal 
V secolo aveva messo in Atene radici profonde (2). E se il culto del giovine amante di 
Afrodite esigeva fin d'allora che se ne piangesse la morte portandone in giro i simulacri 
per le vie della città (ìfooAa... vsxpoì^ 'e%xou.i£o|Aevoi; ojaoiz) e sollevando alti e dolo- 
rosi lamenti, siamo pur indotti a ritenere che con diverso animo, ma con non minor lusso 
e grandiosità di apparato, si celebrassero in immagine le nozze di Adone e Afrodite, cosi 
come sappiamo che si seguitava a fare in Alessandria al tempo dei Tolomei. In questo 
caso non solo gli esemplari citati di vasi della Magna Grecia si potranno ritenere dipen- 
denti dall'arte attica del V secolo, ma gli stessi modelli attici conosciuti, a cominciare dal 
vaso di Prónomos, con le nozze di Dioniso e Arianna invece che di Adone e Afrodite, 
ripetono forse la loro origine dalle solenni cerimonie del culto dì Adone in Atene e dalla 
rappresentazione figurata di codeste cerimonie. Onde la maggiore coesione ed omogeneità 
di tutto il materiale archeologico preso in esame. 

(1) Mon. dell'Ist., voi. XII, tav. S. culto alessandrino di Adone, di luì e testimonianza 

(2) Plutarco. Alcib., XVIII; Nicia, XIII. — in Teocrito, risente bene delle forme del culto greco, 
Aristoph., Lisistrata, v. 390 sgg. — Yed. anche E. essendo stato importato direttamente dalla ( ìrecia, 
Saglio, Diciionnaire des Antiquités, t.v. Adonis. e non già dal culto Sirio-Fenicio, di cui non vi è 
E. Saglio ritiene che non vi siano testimonianze traccia. — V. anche i frammenti di Saffo e Praxilla 
positive riguardanti una festa della resurrezione di in Anthol. Lyr., p. 202 e p. 276. — Sopra il 
Adone nella Grecia propriamente detta. A me pare culto di Adone nell'antica Grecia, v. l'opera di 
invece che una tale testimonianza venga appunto VV. Baudissin, Adonis u. Estnun, Etne Unter- 
offerta anzitutto dai vari monumenti figurati, messi suchung sur Geschichte des Glaubes an , 

qui per la prima volta nella loro vera luce, i quali, stehungsgótter u. an Heilgótter (l.eip/ig. min. 

per quanto diversi fra loro, sono tutti da ricon- p. 126 sgg., e inoltre A. Jeremias in Roschers 

nettere più meno strettamente ad opere originali Lexikon,s. v. Tammus- Adonis, nonché Diimmler, 

dell'arte attica: in secondo luogo al fatto che il in Paulys Real-Encyclopàdie, . Adi vis. 



— 208 — 



Vili. — La •• pelike .. tra i vasi a soggetti nuziali nella Magna Grecia. 

Dati cronologici. 

Lo scopo di queste note consiste unicamente nell' esibire in un esame sintetico 
riassuntivo le opere di una speciale corrente artistica sviluppatasi nell'Italia meridionale 
sotto l'influsso immediato dell'arte figurata e della poesia greca, e nel mostrare il con- 
tenuto puramente religioso e ideale di quelle opere. Ad un'altra circostanza non posso 
qui esimermi dall'accennare, come intimamente connessa coli' indole dell'argomento. Ed è 
che la massima parte dei vasi esaminati ripetono la forma della pelike. 11 ripetersi costante 
del fatto non è certamente fortuito e riposa su particolari ragioni e circostanze di costume e 
di rito. Così le graziose pyxides e i grandi loutrophàroi attici, due classi di vasi destinate 
a comparire nelle cerimonie degli sponsali, si decoravano con scene di nozze. E altrettanto 
dicaci degli stdmnoi o nymphikoi lébeleS, come è stato recentemente dimostrato (i). 

Che la pelike sia un tipo di anfora, a pancia sviluppata, da usarsi essenzialmente, 
come i loutrophàroi, per il trasporto e la conservazione dell'acqua, è cosa facile a rico- 
noscere (2). Dei loutrophàroi attici, perù, sappiamo che servivano nella vita corrente per 
le abluzioni di rito relative agli sponsali, e talora anche erano destinati a decorare i tumuli 
eretti in onore di giovani morti zyzy.oi (senza nozze). Nessuna testimonianza è giunta 
sino a noi a rivelarci l'uso pratico delle pelike nell'Italia meridionale. Ma troppo spiccato, 
tuttavia, è l'elemento erotico e voluttuoso, talora anche funebre, che pervade le rappre- 
sentazioni mitologiche delle pelikaì pugliesi descritte, perchè non si debba concludere e 
ritenere che anche queste siano strettamente connesse col culto di Adone e Afrodite 
(secondariamente Persefone) e colle cerimonie che a questo culto si connettono. Citerò a 
tale proposito altri due esempi di pelikaì istoriate, le quali non entrarono finora nell'àm- 
bito dell'argomento: 

1'. Grande pelike da Armento; (Museo Nazionale di Napoli) con Adone recum- 
bente sulla kline suonando la cetra, e Afrodite che corre a lui incontro sul carro {lahrluuh 
d. .beh. Just., XXVII, 191 2, p. 288, fig. 14); 

ll a . Grande pelike pugliese {ivi, Collez, Santangelo, n, 2024, Sala di Ruvo), con 
Adone moribondo sulla kline e in alto Afrodite inginocchiata, implorante, ai piedi di Zeus 
{Bull. Nap., VII, tav. 9; Reinach, Rép. des vases, 1, p. 4991 (3) da una parte; dall'altra 
Persefone, tenendo la fiaccola capovolta. 

mi Hrueckner, art. cit. in quanti tale somiglianza pi issa dimostrare ancor. 

(2) Non mi sembra sia da disconoscere la somi- più chiaramente la destinazione della pelike al 

.' mi/i nelle turine tectoniche fra la greca pelike. trasporto dell'acqua 

ad esempio, e la non meno classica conca di rame (3) A. De Witte riconobbe una ripetizione del 

ancor oggi in uso nella campagna di Roma, solo quadro della pelike Santangelo, colla morted 



Codesti due vasi rientrano nella categoria delle pelikaì descritte, non solo per l'af- 
finità dei soggetti con cui sono istoriate, ma per la stessa sintassi della composizione, pre- 
sentando nella kline del giovine Adone, sempre al centro del quadro, come il perno di 
tutta quanta la scena, i due episodi tolti per la decorazione figurata dei vasi in discorso, 
rappresentano come Val/a e \' omega del mito di Adone e di Afrodite, e ragionevolmente 
vanno classificati insieme con i vasi citati di sopra. I quali tutti, per le rappresentazioni 
figurate alle quali s'informano, rivelano una identica destinazione pratica e rituale. 

Le considerazii mi già svolte intorno al mito figurato di Adone da uno studioso di 
venerata memoria, Jean De Witte (art. cit., p. mi sgg.), fondate sul carattere allegorico 
di codeste scene vascolari, ci autorizzerebbero a ritenere che le pelikaì avessero una par- 
ticolare destinazione, relativa non tanto al culto di una divinità, quanto al culto dei morti 
e alle funebri cerimonie, come gli stessi loutrophóroì attici. Tanto più significative a tale 
riguardo sarebbero le figurazioni delle pelikaì pugliesi, in quanto le nozze di Adone e 
Afrodite, e di Adone e Persefone, non richiamavano alla mente soltanto l'idea deliri spo- 
salizio ultraterreno, ma anche l'idea della risurrezione (i), secondo la conoscenza che i 
Greci e gli Etruschi del IV secolo avevano delle varie vicende del mitico Adone, t: ancora 
da tenere nel debito conto elle le figurazioni degli amori di Adone e Afrodite o Persefone 
non ricorrono, salvo eccezioni rarissime, altrove che in pelikaì {2), e in quello che è il tipo 
di vaso funerario per eccellenza, la lékythos nelle svariate sue forme. 



Amerebbesi, al termine di queste note, aggiungere talune osservazioni in mento ai 
centri di fabbricazione dì codesti vasi, certamente pugliesi, e alla loro cronologia. Tutte 
le pelikaì, sembrano avere l'impronta della medesima fabbrica. Ora di tre fra queste 
conosciamo per sicura la provenienza, che è Taranto; la qual provenienza vale anche per 
un quarto vaso. Quindi, pur non volendo, allo stato attuale delle conoscenze, pervenire a 
conclusioni troppo assolute, sembra tuttavia lecito ritenere che Taranto, centro artistico 
di prim'ordine, abbia favorito senz'altro e sviluppato nel suo seno una particolare corrente 



Adirne, in una grande anfora trovata a 1 gorgo- 
glione presso Armenium in Basilicata e conservata 
nella Collezione Amali a Potenza {Élite cèramo- 
graphìque, voi. IV. p. lui -sg.1. — Anche nel vaso 
della Culle/ 1 . Santangelo la figura di Persefone, 
farlmente identificabile, alla destra di Zeus, porta 
sul capi una specie Ji corona rialzata 
alla maniera della figura muliebre che abbiamo 



l'esattezza della identificazione pro| ta. 

(1 1 Theocr., Idvll. XV, v. 102 sg. 

(2) Cfr. Walters, Calai, oj vases in fin 
F. 181-183 ; I . |i 8- ; ;■ >. ( ..ir. arici ra pe ikat pu- 
gliesi con scene erotiche, Lenormant-De Witte, 
voi. IV. tavv. XI, XV, XVI, LXXI, I XXV. - 
Reinach, Répertoire, I. p. m e 128. V \ 
Napoli, nella sala Jei vasi di Ruvp, sono nume- 



notato in talunn dei vasi descritti, in funzione di rosi 1 raffronti che si possono fare con esemplari 
sposa; la guai circostanza servirà a confermare vascolari simili, ancora inediti. 



artistica, la quale ci fa dimenticare la sua patria d'origine per divenire cosa tutta quanta 
italiana I i |. 

Quanto alla e logia, basti tener presente che la più rigogliosa fioritura Jella ce- 
ramica pugliese, colle grandi anfore di parata trovate a Ruvo e Canosa, alla cui arte le 
pelikai nuziali si ricollegano per lo stile, è Jella seconda metà del IV secolo e coincide 
col primo periodo alessandrino (2). Ciò basta a spiegarci la presenza, sui nostri vasi, di tipi 
artistici di stampo prettamente prassitelico. Dai puri germi dell'arte attica sbocciano cosi 
in Italia i fiori ideali della nuova cultura ellenistica *. 

Goffredo bendinelli. 



(1) Nei magazzini del Museo di Taranto si tro- 
vano .nube piccoli frammenti, per sé insignificanti, 
di altre pelikai simili a quelle Jescritte; uno dei 
quali con Afrodite seduta sul dorso di un cigno, 
avente le ali aperte al volo, come nella pelike ta- 
rantina descritta a p. 3. 

(2) V. Macchio),, (art. cit.i pone la pelike di 
-Winrnio sopra citata appunto nel cosi detto se- 



cando periodo dì Armento (= terzo periodo di 
Ruvo), il quale andrebbe dal 350 al 300 av. Cristo. 
Tale pr/ik,- di Armento presenta nella comi' 
e nel disegno delle ligure notevoli punti di contatto 
con le nostre pelikai. 

Ftr lei 1 dti grandi vasi apuli dipinti in gene- 
rale, cfr. Furtwangler, Griech. Vasenmalerei, 
voi. II, p. [53 sg. 



* Rendo grazie, per le riproduzioni fotografiche onde è corredato il pre- 
dente articolo, agli egregi Professori Vittorio Spinazzola, Direttore del Museo 
Nazionale di Napoli, e Luigi Pernier, del Museo Archeologico Nazionale di 
Firenze, che mi procurarono gentilmente le fotografie degli oggetti. 



CASTRA ALBANA 



VN ACCAMPAMENTO ROMANO FORTIFICATO 
AL XV MIGLIO DELLA VIA APPIA 



La moderna città di Albano, fiorente per la sua amena posizione e per una popola- 
zione di quasi 10.000 abitanti, si trova, come è noto, per una buona metà nell'interno di 
un antico accampamento romano, le cui vestigia, in parte ancora visibili sopra terra, in 
parte racchiuse tra le mura delle case moderne, formano uno dei suoi vanti archeologici 
e ricordano alla graziosa città la storia del suo passato, lunga ed attiva per più 
secoli. 

È egualmente noto che questa stona, nella età antica, si t'onda su due fatti di pri- 
maria importanza: dapprima, la fondazione sui colli Albani propriamente detti (Albano e 
Castel Gandolfo) di una fastosa villa imperiale, sorta per opera di Domiziano, fra i pri- 
missimi anni del suo impero [), e quindi, poco più di un secolo dopo, la occupazione del 
suo territorio da parte della legione 11 Partica, quivi acquartierata stabilmente da Seti mi 
Severo per la protezione di Roma e del suo trono. 

Sebbene storicamente i due fatti siano ben distinti, tuttavia nel campo topografico 
l'uno dipende in modo diretto dall'altro, e anzi si intrecciano fra loro in tal guisa, che 
oggi riesce assai difficile distinguere quali costruzioni, specialmente nell'ambito de 
di Albano, dipendano dalla villa domizianea e quali dalla permanenza dei legionari partici. 
La villa domizianea però, per la maggiore vastità e per la Tania del suo costrutti re, lama 
passata con insistenza, a traverso le memorie cristiane, nella tradizione medievale e mo- 
derna, previ Ila più lunga dimora della legione Partica ed assorbì a se 
quasi tutti i monumenti della regione. Nacque così che i grai • attribuiti 
senz'altro a Domiziano, con un consenso fino ad oggi quasi indiscusso, ed egualmente fos- 
sero creduti opera sua: le terme, situate all'estremo occidentale di Albano, in località Cel- 

(i) Sappiamo infatti da Cassio Dione (66,9) che e che mise mai 
Domiziano soleva dimorare in Albano già prima tr"ii<>. Cf. Lugli, Le antichi ville dei col 
di diventare imperatore (nella antica villa di Pompeo] in Bull. Comm.. 1 9 1 s r 



tomaio, l'edificio rotondo nell'interno del castro, a ridosso del lato nord-ovest, e la mera- 
iserva d'acqua, anch'essa nell'interno del castro, presso il lato corto di nord-est. 

Tutti i suddetti monumenti sorgono sul versante orientale della terza collina, la più 
alta e la più appartata delle tri occupate da Domiziano per la sua villa. Ho già accen- 
nila in altro studio (i), sommariamente, alla disposizione delle varie costruzioni sulle altre 
due colline: sulla prima (moderno paese di Castel Gandolfo) non sembra che vi fossero 
importanti costruzioni, ma solo giardini e fabbriche di liso rustico 12); sulla seconda (ville 
Barberini e Propaganda Fide) erano: un quadriportico, il teatro, il palazzo, un ippodromo, 
le grandi scuderie e tutte le altre fabbriche attinenti alla dimora imperiale; sulla terza poi 
(Albano e Cappuccini di Albano) erano: l'anfiteatro, quasi sulla cima, il castro al disotto, 
l'edificio rotondo e la conserva nell'interno del castro, e infine le terme sulle ultime pen- 
dici, a dominio della vallata che si protende verso il mare. 

Mentre le costruzioni dei primi due colli sono, salvo poche eccezioni, opera certamente 
di Domiziano e fanno parte del piano della sua villa, quelle del terzo colle soltanto in 
piccola parte vanno a luì attribuite e neppure nella forma in cui le vediamo oggi. 

Nel presente lavoro ci occuperemo dei castra e dei due edifici interni, che sono la 
chiave per riconoscere l'età e la successione di tutti gli altri, specialmente delie terme, che 
sino coi castra strettamente collegate. 



Il monumento che offre maggiori difficoltà è il castro, per la incerta epoca della co- 
struzione e per la complicata disposizione delle fabbriche interne. 

Conoscendo infatti la pianta di un accampamento romano, dà subito nell'occhio la 
collocazione insolita, e anzi del tutto inopportuna per la difesa, di quel grande edificio ro- 
tondo, a soli 18 m. di distanza dal muro di cinta e a 15 m. dalla via prìncipalis. In 
nessuno dei castra che conosciamo, fedeli più meno alle norme di Polibio e di Igino, si 
trova un edificio di uso monumentale in tal luogo, e il nostro castro, come vedremo, fu 
costruito secondo le regole piìi rigorose della caslrametatio (tav. IX). 

A questa prima difficoltà se ne aggiunge una seconda molto più oscura. Tra tutti gli 
accampamenti romani, quello di Albano presenta la-forma più allungata e più ii regolare < \\. 
Se si pone niente al forte dislivello del terreno in quel luogo — dislivello che. calcolato 
oggi fra la chiesa di S. Paolo un. 431 sul mare) e la piazza del Duomo (m. 384), è di 

(i) Lugli, // teatro tirilo villa All'ano di Ilo- l; ROMA: Canina, /ùtili:; iti A', antica, 2, 

iniziano, in Studi Romani. 11)14, p. z\ sg. tav. 17-21; Lanciarli, Forma Urbis, tav. 4 

(2) Il motivo sembra che si debba ricercare nella e 11. 

santità del luogo già occupato da Alba Longa e LAMBESI: Cagnat R.. L'armée romaine 

nei monumenti che di essa forse ano ra restavano d'Afrique, Paris, 1912 2 ; ' ediz.) p 441 sg. 

in piedi nell'età di D Pianta alla pag. 4S6. 



m. 47 su m. 435 circa di lunghezza, cioè in media l'undici per cento — non sì potrà certo 
credere che questo allungamento del castro sia avvenuto per caso, proprio nel luogo e nel 
senso ove le difficoltà erano maggiori, mentre il terreno intorno era assai meno scosceso 
e irregolare. Tutto ciò, quindi, fu voluto ad arte ed ebbe motivi speciali: tali motivi pro- 
cureremo di riconoscere, almeno in parte, dopo 1" studio oggettivo del monumento. 

Secondo i criteri di Igino relativi alla castrametazione (1) l'accampamento doveva es- 
sere posto in collina, fortificato in tutto il suo perimetro, con la porla dna/nana in emi- 
nentissimo loco e la porla praetoria rivolta contro il nemico (2), isolato da ogni altra fab- 
brica e da luoghi insidiosi (3). Tutte queste condizioni furono seguite anche per i castra 
Albana. Il castro, perciò, fu orientato con la via praetoria da nord-est a sud-ovest, in 
modo da avere la porta praetoria nel luogo principale, cioè di fronte alla via Appia, e la 
porta decumana all'opposto, sull'alto del colle. Il lato però della porta pretoria, forse per 
le stesse ragioni che costrinsero l'allungamento del castro, non fu costruito parallelo alla 
via, ma alquanto inclinato su di essa. 

Dando uno sguardo sulla pianta del castro nella tav. IX, possiamo farci subito un 
concetto generale del suo aspetto e del suo tracciato prima di descriverne particolarmente 
gli avanzi. Gli angoli erano rotondi secondo la prescrizione classica (4); le portae princi- 



NEUSS [Novaesium): Oxé A., B.inner 
lahrbiicher CXYIII (1900). pag. 7^ sg. 
tav. 2. 

CARNUNTUM: Hauser, Arch.-epigr. Mitt. 
aus Oesterreich, X (1886) p. 12; XI (1887 
p. 4: Kubitschek e Frankfurter, Fuhreì 
duri/i Carnuntum, Vienna 1904 (ediz. 5 a ). 

SAALBURG: Cohausen A.. Der ramisene 
Grenzwall in Deutschland, Wiesbaden, 
1884. p. 107, tav. 14: Jacobi-Cuhausen, 
Das Romen aslel Saalburg, 1893 (ediz- 4 :l ) 
tav. 1. 

NIEDERBIEBER : Cohausen, op. cit., 
p. 253, tav. 29. 

BONN : Schaafhausen, Veith e Klein, Das 
róm. Lageì in /Unni, Bonn. 1888. tav. 1 

HOLZHAUSEN : Cohausen, op. cit. p. 200, 
tav. 2=;; P. 1ll.1t I-., Der obergermanisch- 
raetische Lima der Ròmerreiches, tomo 
Wll (Heidelberg, 1904). 

RUCKINGEN: Cohausen, op. cit., p. 40. 
tav. 52. 

WEISSENBURG: Kohl \\ . e TrÒ'ltSCh I.. 
Der oherg. Lune.-., tomo XXVI 



FELDBERG: Jacobi I... Deroberg. Limes, 

ti imo XXV 1 1905 1. 
NEWSTEAD (Petrianaì): Curie James. 
A roman /rentier post and its people, 
Glasgow, 1911, pianta fra le pp. j8 e io. 
CHESTERS [Cilurnum). Romanelli G., // 
vallo di Adriano, in Rivista di Artiglieria 
e < jcnin. IV (Roma 11)14' tav. 5. 
HOUSESTEAD (Burcoviclis): R 
np. cit., tav. 7. Tra tutti i citati. 1 castra 
di Bttrcozncus in Inghilterra s,m<> quelli 
che si avvicinano di più ai nostri per la 
sproporzione fra i due lati, die misurano 
no H)2 < 114. 

Si confronti infine l'articolo di Anto- 
nielli l 1 .. Sull'orientamento dei castra 
praetoria (Bull. Coirmi., un;, p. ;i sg.) 
in cui, nelle figure 1-4. sono poste .1 raf- 
fronto le riniti- dei castra di Lambesi, di 
Niederbieber, di Ubano e S 1.' 1 
ii Hygin.l iiiiii.it. De munii. caslrorum,c. 48 sg. 
i-') Hyg., ibid., l. 51 • ■ . Epit. rei mi- 

litar is, I. 23. 

(3) Un... ibid., e. 57. 
' i i! .... ibid., e. 54 



214 — 

pales si aprivano nei lati maggiori, più vicine alla porti pretoria che alla decumana e 
erano riunite nell'i iterno dell'accampamento da una via grande e rettilinea, la via prin- 
cipalis, che è stata ritrovata nel [916 pei brevi tratto vicino alla porta prinàpalis sinistra, 
ancora in piedi: la via praetoria, fra la porta omonima e il praetorium, non è visibile, 
ma certamente v'era. Un'altra grande via, selciata, correva tutto in giro al muro di cinta 
all'esterno e si vede ancora in parte presso il lato sud-orientale. Tutto il muro poi è for- 
tificato con torri e orientato con le caserme, delle quali soltanto nello scorso anno 1916 
si è potuta avere qualche indicazione precisa, in seguito ai lavori fatti per la nuova fo- 
gnatura di Albano 1 . 

Dagli avanzi rimasti delle mura di cinta possi, un,, ricavarne le misure esatte. Le mura 
non formano un quadrilatero perfetto perchè i lati non sono eguali fra loro, né sono per- 
fettamente rettilinei; i lati lunghi misurano: m. 4^4 quello di nord-ovest e m. 437 quello 
di sud-est; i lati corti: m. 224 quello di nord-est e m. 239 quello di sud-ovest; perciò il 
perimetro totale del muro di cinta è di m. [334(2). 

A causa della notata inclinazione di tutto il castro sull'Appia, l'angolo ovest dista da 

questa via - di cui si è ritrovato l'anno 
scorso tutto il tracciato di fronte al 
castro - in. 65 e l'angolo sud m. 44. 

La costruzione del muro di cinta, 
delle porte e delle torrette è in opera 
quadrata di peperino: i blocchi non 
hanno tutti le stesse dimensioni, ma 
\ ai i.iiio m lunghezza da uno a due me- 
tri e 50 uni., e in qualche caso misu- 
rano anche tre metri; anche l'altezza 
è piuttosto varia, dai 57 ai 76 cm., 
con una media di cm. 70, e li' spes- 
sore è di circa cm. 90 (fig. 1); dove 

1 '■ Particolare costruii cinta. jj p en j' |(1 c| ., m( ,| t ,, f, llte j blocchi 

furono posti a filari orizzontali, per rendere il muro più saldo e pei impedire ai massi 
di spostarsi; dove invece il pendio era più leggero, cioè nella parte bassa del castro, 1 
filari furono collocati obliquamente. In alcuni punti, come ad esempio vicino alle | 
e alle torri, 1 due sistemi si trovano riuniti, nel qual caso, perchè il raccordo fosse coni- 




ti) Saranno illustrati quanto prima nelle \ i- detto il Puteano, come narra POIstenio in una 

tizie deuli Scasi, a cura Jel Sig. Gatti lettera al Sii;, l'eìresc (Olst.. /•.'/>. ad di; 

(2) Il primo che scoprì l'intera disposizione dei 22, Paris 1817)- Egli | delle 

castra e ne rintracciò gli avanzi tu il I tal Po//... costruzioni interne. 



— 215 — 

pleto, erano interposti fra i filari alcuni strati speciali a cuneo, molto adatti anche a raf- 
forzare la costruzione (fig. 2; cfr. fig. 4). 

11 materiale usato è il peperino che fu trovato nel luogo stessi, e trasportato senza 
grande fatica. Tutta la parte alta del culle è costituita di questa materia vulcanica e anche 
Domiziano se ne servì per la costruzione dell'anfiteatro. Fu facile quindi aprire delle cave 
in vicinanza del castro e lavorare ivi stesso i blocchi per la costruzione. Che questo fosse 
il sistema seguito, abbiamo la prova in Lina grande quantità di scheggie e di frammenti 




di peperino trovati nelle fondazioni delle case ai lati della via del Nazareno e dell'Abbazia 
di S. Paolo e nel terreno ortivo dei Missionari del Preziosissimo Cuore che officiano la 
chiesa di S. Paolo (1). 11 materiale scavato all'interno del castro per formare i ripiani, fu 
adoperato probabilmente nell' emplecton dei muri delle caserme. 

Il materiale locale, oltre a risparmiare il trasporto di altro materiale, e ad evitare una 
spesa ingente, costituì anche un mezzo non indifferente di solidità e di rapidità nell'eleva- 
zione del muro di cinta. A mano a mano che eia cavato veniva squadrato sui 



(1) Tomassetti, La campagna romana, eJi/. 2', Ja Loescher nel 1910 porta il tit<>l" VI. Salustri 

II, p. 201 (notizie dell' Ing. Salustri di Albano che e <;. Tomassetti, Xotizie ili .\ll>am< Laziale an- 

cooperò cui Tomassetti nella ricerca delle antichità fico e moderno, 

del paese e anzi stese egli stessi quasi tutta la La loro cooperazione è indicata in una nota 

parte monumentale, tanto che l'estratto stampato posta in capo all'estratto, a guisa di prefazione- 



— 216 — 

e quindi posto in opera mediante semplice sovrapposizione, tenendo conto soltanto della 
larghezza e della altezza dei blocchi. 

Si dovrebbe ora proporre una datazione all'opera quadrata del recinto; ma una simile 
impresa è quanto mai ardua perchè ognun sa die l'opera quadrata è quel sistema co- 
struttivo che ha avuto la maggiore durata, mentre, per la sua stessa natura, è andato 
soggetto a minori variazioni. L'opus quadratimi nasce verso la fine della costruzione delle 
mura ciclopiche, di cui è la forma più evoluta; incerto sul principio e assai vario nel taglio 
dei blocchi e nella loro sovrapposizione, a causa dei differenti indirizzi etnici, del materiale 
lo ale e spesso anche degli usi a cui serviva, si viene a poco a poco, fra il il e i sec. a. C, 




uniformando sulla base del piede romano e rendendo più solido ed elegante con la dispo- 
sizione dei l'ilari uno per lesta e uno per taglio, con la esattezza delle unioni e con la 
legatura dei blocchi a mezzo di perni metallici. 

te nonne, j_j]à comuni pei tutto il Lazio e per gran parte dell' Italia verso la line 
della repubblica, diventano generali nell'impero, salvo alcune varianti richieste dalla qualità 
del materiale e dalla natura della fabbrica. In tali condizioni, quando si debba giudicare 
lell'età di un edifìcio in opera quadrata, nel periodo del suo pieno sviluppo, non abbiamo 
Miiiì sicuri su cui fondarci, e qualora manchino tatti storici particolari, la datazione deve 
essere ricercata quasi unicamente nel carattere stilistico dell'edificio. 

E bensì vero che l'opera quadrata ebbe il suo ma^ioie sviluppo dall'epoca dei ( .racchi 
tino al principio dell'Impero, lino a quando, cioè, il materiale laterizio si soppiantò con 



rapido progresso al greve sistema parallelepipedo (i); infatti due terzi dei monumenti eh 
abbiamo nel Lazio — per limitarci alia nostra regione — si riferiscono a questo periodo. 
Ma è anche vero che l'opera quadrata seguitò per tutto l'Impero e fu us.ita special- 
mente in quei luoghi ove si aveva il materiale sotto mano, oppure ove In richi 
speciali necessità edilizie. Osi ad esempio la troviamo ancora u ita di frequente negli 
antiteatri, nei teatri — edifìci che dovevano essere specialmente solidi — mentre < sempre 
l'opera prediletta dei templi, per i quali sussistevano ragioni tradizionali. In tal modo l'opus 
quadratemi sebbene saltuariamente, perdura tino all'età di Settimio Severo e solo allora co- 
mincia a scomparire > 2). 




È errata perciò l'affermazione del Salustri-Tomassetti 3) che fa risalire 1 castra d'Al- 
bano per la loro costruzione, all'epoca repubblicana: •• Dagli avanzi della muraglia di pre- 
cisione del castro e delle sue torri può ritenersi che questi alloggiamenti risalgano all'età 
della Repubblica, essendo costeuita con pietre quadrate e da cairn unite • collegate con 
perni di metallo, a somiglianza delle sostruzioni del tempio di Giove sul monte Albano ». 
Ora, a parte il fatto che del tempio di Giove Laziale non rimane un sol blocco in siti/. 
quei pochi che ancora si vedono, incorporati nel muro di cinta della 1 Sforza- 

Cesarini precipitati per i declivi del moni., sono dello stesso tipo di tutte le ali e co- 
ti) Van Deman E. B.. Methodi of deterniining p. 24: 
the date of Roman concrete monumenta, in Journal (2) \ ' . p. 422. 

of the Ardi. Inst. of America, tomo \\l (1912) (3) Tomassetti, La campagna, II, ; 



— 218 — 

-mi laziali che troviamo a Praeneste, a Lanuvium, a Ardea, cioè blocchi piuttosto 
piccoli, ben squadrati, disposti regolarmente a filari uno per testa e uno per taglio e se- 
condo misure costanti. Se vogliamo poi restringerci all'Albano, possiamo paragonare il muro 
del castro ion l'emissario, con la banchina lungo il lago e con la meravigliosa sostruzione 
della via Appia in Valle Ariccia e vedremo quanta maggiore varietà e pesantezza di blocchi 
è nel nostro itìg. j), quanta irregolarità nelle misure e nelle stratificazioni dei filari, tutti 
indi/i senza dubbio di un'epoca più evoluta per mezzi tecnici, ma nello stesso tempo molto 
più trascurata per esecuzione; in complessi di un'epoca molto più tarda. Diremo anzi di 
più: l'accampamento d'Albano si presenta come un caso assai singolare nella campagna 
romana, e si deve paragonare piuttosto con le costruzioni provinciali romane e con quelle 
dell'oriente ellenistico. Un raffronto molto caratteristico lo abbiamo ad esempio nelle mura 
fortificate della antica città di Pednelissos (fig. 41, nella valle delI'Ak Su, fiorita forse sotto 
i Diadochi e recentemente riconosciuta dalla missione italiana che esplorò la Pisidia e la 
Panfilia ui; le sue mura, disposte in parte a filari orizzontali e in parte a filari inclinati, 
a causa del terreno collinoso, sagomate all'esterno con una rozza bugnatura e tagliate in 
modo cosi irregolare, sono molto affini a quelle di Albano. 

In conseguenza di quanto si è detto dobbiamo abbandonare per ora ogni ricerca sulla 
datazione dei castra Albana e rimandarla a quando avremo studiato tutte le questioni to- 
pografìche e storiche che loro si riferiscono. 

I. — MURO DI CINTA. 

1. — LATO NORD-EST. — Veniamo ora alla descrizione degli avanzi del muro di 
cinta e cominciamo, secondo l'uso più comune, dall'angolo nord, presso la moderna chiesa 
di S. Paolo. Tutto il lato esterno del palazzo dell'antica Abbazia di S. Paolo — occupato 
oggi dalle Dame del Sacro Cuore — è fondato sul muro originale del castro e ne segue 
l'arcuazione dell'angolo nord (fig. s e 61. Quivi resta pure un largo tratto dei lati adiacenti 
all'angolo, che si possono vedere parte all'esterno della piazza, parte all'interno del giardino 
delle Dame del Sacro Cuore. 

In quest'angolo nord il Tomassetti riconobbe una torretta rotonda, posta a fortificazione 
del recinto (2). Ora, esisto effettivamente in detto punto una stanza rotonda, al piano 
stesso del fabbricato delle suore e accessibile poi una porticina in tondo al corridoio prin- 
ipale : l'ambiente misura m. 3,63 di diametro od i- ricoperto da una cupola bassa in cat- 
tiva opera a sacco. Hseguiti alcuni saggi nelle pareti, queste sono risultate costruite con 

(1) Cfr. la relazione ufficiale del viarie nell'Ari- dott. Moretti che studiò particolarmente quella /.mia. 
nuario della Scuola Ji Atene, v. III. La'fig. 2 è ri- 2) Tomassetti, La campagna romana^ ll,p. 198. 

prodotta da una fotografìa, avuta per gentile conces- 11 Tomassetti le dà però il diametro Ji m. 6, che 

sione del direttore della missione prof. Paribeni e del non corrisponde. 



piccoli massi irregolari di tufo uniti con molta calce, senza cortina, sistema che non si può 
ritenere antico e in contrasto con tutte le altre costruzioni del castro. Anche la disposizione 
del lucernario che sbocca sulla gradinata della piazza, e il vano della porta, con una specie 
di ferritoia al disopra, caratterizzano la stanza per moderna. Tuttavia non è da escludersi 
che essa rappresenti un restauro, torse un restringimento, di una antica -stanza rotonda, 
ma mancano i dati per poterlo riconoscere, all'ini non di un'altra torre circolare, in opera 
reticolata, che si trova nel mezzo dell'angolo ovest, e di cui parleremo in seguito. 




Dall'angolo descritto proseguiamo il muri) di recinzione verso est. Tutto il lato è assai 
ben conservato e si può facilmente vedere ancor oggi (Tav. XI, n. Il più bel tratto è quello 
che serve di divisione tra la proprietà della chiesa di S. Paolo e quella dell'Abbazia (i). 
Qui il muro fu costruito con la maggior cura, perchè aveva ii doppio ufficio di ser 
cinta e di sorreggere il terrapieno «.sterno, alto quasi quattro metri (2). 

(i)V. il disegno del Labruzzi (Ashbj ,Dessins inèditi origin ili ci riservati presso la biblioteca Sarti in Ruma. 
de C. Labruzzi, in Mélanges d'arch. e d' hist., [9 ;. \! disopra è costruito un muro moderno di 

p. (98, voi III, n. 22) riprodotto alla tav. XI, 1, dagli divisione. 



I blocchi sono ben squadrati, alti circa cm. 80 e dello spessore da m. 1 a m. 1,20, 
il più forte spessore che si incontri in tutto il perimetro del muro. Verso la fine del tratto 
indicati) si trova incorporata fra i blocchi, all'altezza di un metro dal suolo, una condut- 
tura in terracotta. 

Dell'alto muro si ammirano al presente una cinquantina di metri, trai meglio conser- 
vati di tutto il recinto, con 1 filari abbastanza regolari e i blocchi ben squadrati. Uopo il 
taglio del muro, se ne vede il tracciato per qualche metro ancora, e poi il terrapieno e il 
murello terminale della proprietà delle Dame del S. Cuore ricoprono ogni avanzo, ri questo 
il sito della porta decumana. Probabilmente la porta stava in alto, allo stesso livello del- 




l'esterno, e aveva all'interno una scala un piano inclinato di accesso; un tasto in questo 
luogo non sarebbe privo d'importanza. 

L'altra metà del lato, dopo la porta decumana, si riconosce ancora al di sotto del 
muro che serve di confine tra la proprietà 1 erratoli, già delle Monache Polacche Nazzarettane 
e il vicolo di S. Filippo. 11 vicolo si stacca dalla salita dei Cappuccini, ora via dell'anfi- 
teatro di Domiziano, che taglia l'antico muro del castro, poco dopo la porta decumana. Fino 
ad una cinquantina d'anni fa esistevano le due testate del muro, tagliate per il passaggio 
della via, sulle quali nel Medio Evo era stato costruito un arco dai Savelli. Quest'arco, cono- 
sciuto col nome di Porta dei Cappuccini 'e creduto da alcuni la porta pretoria del castro, 
fu demolito nello scorcio lei ecolo passato dal municipio ài Vlbano, pei allargare la strada. 



— 221 — 

Il vicolo di S. Filippo è quasi alla stessa altezza della strada esterna di circumvalla- 
zione del castro e si vedono ancora alcuni poligoni di peperino dell'antico la 
per il vicolo. Per riconoscere il muro di cinta, situato al di sotto del muricciolo moderno, 
bisogna penetrare nell'orto delle Monache Nazzarettane, il cui dislivello, esistente torse anche 
in antico, è in media 2 metri al di sotto della via esterna (1 1. Qui si nota benissimo all'estremo 
della proprietà, la curva dell'angolo est, nella quale il muro mostra una costruzione più ac( u- 
rata e più forte. Per tutto il iato gli strati dei blocchi sono posti perfettamente orizzontali. 

2. — Lato SUD-EST. — Sempre all'interno della proprietà delle monache si vede 
il principio del lato lungo di sud-est, col proseguimento del muro, e dopo circa m. 60 





i . — Torre 



Fig. S. - To 



dall'angolo, si trova una bella torre rettangolare incorporata nel muro di cinta, in modo 
che il suo lato esterno t'orma, con la sporgenza di cm. 59, parte del muro stessn (fig. 7 e 9). 
La torretta è al presente rialzata con muro moderno e divisa in due [Mani per uso colo- 
ig. S>. 11 vano di essa è costituito da una cella rettangolare di m. 5,90 X 5.85, alla 
quale si accede per il medesimo ingresso antico, largo m. [,78; lo spessore dei muri è di 
m. 0,90, tranne quello del lato est mche da muro di cinta, che è sol,, li 

m. 0.59, con inspiegabile riduzione. 



(i) 'ili antichi nnui appartenenti he, presso 

casti. 1, che si trovano nell'orto delle Monache. 1 est, non vi < 

ranno illustrati nella seconda parte, fra i : ' inzi vi rimane un tratto di muro rettilineo. 



La mancanza di apertura in tutto il muro perimetrale della torretta fa credere che 
fosse aperta solo in alto e servisse, oltre che per una eventuale opera di difesa (i), anche 

pei le segnalazioni e per dominare dalla sua alta posi- 
zione un lungo tratto dell' Appia. 

Un lungo tratto del muro di cinta è conservato oltre 
la torretta, a valle del vicolo S. Filippo, stratificato in 
senso orizzontale, data la torte pendenza del terreno, di 
cui un saggio è riprodotto nella fig. j, e dopo circa due- 
cento metri dalla torre si giunge all'unu i porta rimasta 
del recinto, alla poi la piim ipalis sinistra. Questa grande 
porta, di cui si possono ammirare ambedue i lati (fig. io 
e i i ) è un modello del genere, per la massiccia e sem- 
plice costruzione, e uno degli avanzi più belli che pre- 
senti Albano (2). Dalle due fotografie riprodotte si 
chiaramente come sia costruita; l'arco è formato di conci 
molto allungati, riuniti ad incastro coi blocchi dei filari 
orizzontali: i conci che formano il cervello e le spalle 
dell'arco sono tagliati nella parte superiore tutti ad un 

Fig. 9. — Pianta della toire reltangi tt ' 

piano per reggere direttamente la cornice del muro, for- 
mata da una fila di blocchi sporgenti. Eguale sporgenza ha tutta la facciata interna della 
porta sul piano del muro. Non si notano però traccie di torrette di bastioni di fortificazione 
ai lati, come di uso in quasi tutte le porte degli accampamenti romani. La porta è larga 
m. 3,85, e dalla parte del vicolo di S. Filippo è rialzata di quasi 3 metri più che dall'altro 
lato, nell'orto della Prelatura Doria. 

Alla porta restano connessi i bracci del muro di cinta, quello di sinistra visibile dal 
vicolo di S. Filippo, quello di destra incorporato nella fabbrica dell'ospedale civico di Albano. 
È importante la notizia che danno il Salustri e il Tomassetti (pag. [99) della scoperta del- 
l'antica strada esterna di circonvallazione •• alla distanza di m. 1 S dalla spalla della porta.... 
e alla profondita di m. [,50 » a ridosso del lato di sud-ovest dell'ospedale, scoperta che 
permette di poter riconoscere anche in questo luogo l'esistenza della strada, e di poterne 
precisare il 1 iano antico. 

Dopo gli avanzi accennati, del lato sud-est non si distingue più nulla: il muro pro- 
seguiva in linea retta, tagliando la via Aurelio Sarti, fino sotto il palazzo della Prelatura 




(1) Assai frequente è negli accampamenti e nelle v. I II) e i cas/radi Ci/urnum e di Burcovicus, lungo 
ittà fortificate l'uso di queste torrette, che sono poste il vallo di Adriano (Romanelli, op.cit., tavole V e VII), 
specialmente nei lati lunghi pei non lasciare uno spa- (2) V. la vignetta del Labruzzi in Ashby, Des- 
ilo tropi : in/i difesa. Si vedano, mine sins, v. Ili, n. zìi -, per la costruzione v. i disegni 
la città di Pednelissos (Ann. Scuola d'Atene, schematici del Canina, Edifizi, VI. tav. 59. 



223 - 

Doria e quivi formava l'angolo snJ ; indi dava origine all'altro lato corto, quello in cui si 
apriva la porta preti ina > 1 1. 

}. — Lato sud-ovest. — Di questo lato si distinguono subito gli avanzi nei m 
zini terreni del nuovo mercato, in piazza della Pescheria, scoperti nell'aprile-maggio 




durante i lavori pel mercato; i filari sono posti orizzontali e hanno lo spessore di m. 0,90. 
Altri avanzi si vedono nella stessa pia/za al numero civico 5, tagliati dalla fabbrica supe- 
riore; quindi il muro viene interrotto dalle vie dalle case di Alba 



(1) Il Canina non putendo rendersi ragione che tav. 59) un altro muro più intern . stimandolo 

li Albano avesse una forma cosi allun- l'originale. Questo m herebbe, secondo 

gata, credette che il lato sud-est (verso l'Appia), il Canina, dal lato di sud-ovest pochi metri dopo 

come oggi rimane, fosse un ampliamento posteriore le par/ai- principales. Di esso non esiste alcun 

e segnò arbitrariamente nella sua pianta (Edi/. VI, avanzo ed è una pura induzione del Canina. 



— 224 — 

6o m. fino alla via del Plebiscito, dove rimane un notevole complesso di costruzioni nei 
sotterranei dell'isolato del Banco Santo Spirito Ji Roma. 

Dalla posizione degli avanzi nel mezzo del lato sud-ovest si ricava che siamo di 
al sistema di fortificazione della maggiore porta del castro, della porta practoria. Ri 
quivi infatti due gruppi di torri, compo no di tre ami ienti, ossati dalla parte 

interna al muro di cinta e intramezzati da un vano intermedio più grande di tutti: questo 
vano in. 4 della fig. [2) corrisponde alla porta pretoria. Esso è largo m. 6,45 e i muri 




Rg. 11. — Porta principali*, sinistra (intemo). 

laterali si protendono verso l'interno per m- 5.15. Gli ambienti di sinistra e quelli di destra 

sono rispettivamente quasi uguali. Le differenze nelle misure sono dati', cine già notò il 
Tomassetti (i), dall'odierno adattamento di esso, che in alcuni punti ha spicconato e in 
altri ha foderato i muri delle pareti: la 1 non si può fissare esattamente pi 

nessuno dei muri è visibile per intero; va da un minimo ili m. 4,80 (amb. 3) ad un mas- 
simo di m. 5,28 (amb. 7). 

Tutti gli ambienti sono costruiti nella stessa opera quadrata del castro con strati di 
60-70 cm. e coperti con volta (antica?) in muratura, a sesto un pò ribassato; il livello del 



(1) Tomassetti, Lacampagna, II, p. 199 sg. Spetta sciuto questi ambienti e di averli messi in rapporto 
all'ing. Salustri di Albano, attivo collaboratore del con meriterebbero 

1 setti, il merito di avere per primo ricono- di esser messi completamente in luce. 



- 225 — 

piano odierno è in media a m. 3,50 sotto il piano della via del Plebiscito e corrisponde 
con poca differenza al piano antico (1). 

Gli ambienti 6 c 7 hanno un secondo piano visibile nella stessa via do; : 
scito ai numeri 82 (tipografia Sannibali) e 80 (vano di ingresso allo stabile), (ili altri vani 
moderni, ai numeri 78 e 7'), li inno tutto l'aspetto di essere anch'essi impostati sugli 
antichi. 

Oltrepassato il descritto sistema di fortificazione della porta pretoria, il muro di cinta 

taglia poi la piazza del Plebiscito, ov'è il palazzo Municipale, antico castello b; ale dei 

Savelli, e ejuindi ricompare in più tratti nei locali terreni, alla destra della via di S. Pan- 
crazio, segnati coi numeri civici 55, 53, 47, 43, 4}, 39. 11 pavimento dei locali e costi- 
vi \ DEL PLEBISCITO 




LATO SVD-OVEST 



Fit;. 12. — Porla pietoria e fortificazion 



tuito in gran parte degli stessi blocchi poligonali di selce, ancora al posto, che pavimen- 
tavano la strada antica di circonvallazione esterna (v. tav. IX e fig. 13). 

Il luogo migliore per esaminarla è al n. 43; quivi la strada si trova a enea mezzo 
metro al di sotto della via odierna e misura m. 4,? 3 di larghezza. Nel lato verso l'esterno 
conserva ancora parte della crepidine in blocchi di peperino, mentre nel lato verso l'interno 
non arriva a toccare il muro di cinta, ma ne resta discosta per m. 0,92, spazio che era 
forse destinato all'altra crepidine e ad un canale di scolo sotto il muro. Nel fondo dello 
stesso locale al n. 43, ora tinello di un tal Domenico he Santis, il muro e stato rotto(2) 
per aprirvi dietro una grotta e si vede addossato ad esso, in senso ortogonale, un alno 



il locali n. 1, 



i si trovano in quella parte 6, 7. sotterranei della casa di Elisa I ''ìli Valle, 



dell'isolato, verso nord, die è rimasta di proprietà 
del Banco di S. Spirito; sono adibiti a ripostiglio 
di rottami e vi si accede dalla piazza del ( omune 
n. 1. 11 locale n. 4 appartiene al sig. Eugenio Sa- 
batini che lo ha ridotto a tinello e vi entra sia dal 
vicolo del Sambuco, a oriente del palazzo del Co- 
mune, sia dilla deUa piazza al n. 1. I locali n. =;. 



sono teiinii in affitto dalla Ditta Cagnoli per uso 

ano e hanno l'ingresso pi un ip 
colo del Montano 11. [9. \. 

(2) Lo spessore del muro risulta in po- 
di m. o.cjo, costituito di un sol blocco, in testata 
(i in lunghezza. Quivi il taglio dei inasti e molto 
■ l'unione esattissima. 



— 226 — 

muro (fig. 13), costruito in doppia maniera: al di sotto è a strati di tufelli per circa 60 cm. 
e al di sopra a grosso e rozzo reticolato; simile a questo ve ne è un altro nel locale 
vicino al n. 47. La singolare fattura farebbe pensare a prima vista che si tratti di rifaci- 
menti moderni, se non che la ritroviamo eguale in altre stanze che vedremo in seguito. 




! 1. 1 ;. — Angolo ovest della « praetentura ». 

L'ultimo locale ricordato, in via S. Pancrazio n. }y, conservagli avanzi dell'angolo 
rd del castro (1) e di una torre rotonda nel suo mezzo (fig. 14). 



(1) Lo stabile è Ji proprietà Castellarci, con sulla via del Plebiscito; il locale sotterraneo però 
doppia facciata: una sulla via S. Pancrazio e l'altra appartiene a Paolo Ginobbi ed e adibito a tinello. 



227 — 



L'angolo è rotto presso il lato sud-ovest per il passaggio moderno. I tronconi dei muri 
mostrano come quivi la costruzione tosse rafforzata con una doppia fila di blocchi posti ad 
incastro. 

La torretta è costruita in reticolato, piuttosto grosso e rozzo (fig. 15) con muri di 
cm. 90 di spessire, e coperta da una calotta a sesto pieno in opera a sacco. 11 punto per 
cui si entra oggi, è una rottura posteriore, mentre l'ingresso antico è quasi all'opposto, ad 
un livello molto più basso e completamente interrato. Esso ha piedritti ed arco, fortemente 
ribassato, in blocchetti di peperino e misura m. 1,20 di larghezza per m. 2,10 di altezza, 
fino al cervello dell'arco. Un'altro ingresso, ima finestra, in pan- franata, appare più a 
destra verso il lato sud-ovest, di eguale larghe/za. Il piano della stanza, tagliato da una 
scala a chiocciola che scende alla grotta sottostante, risulta fondato sul vergine <■ ^ trova 
a m. s,40 sotto alla via Cavour. 11 diametro 
è di m. 5,33. 

Già il Salustn e il Tomassetti (1) pensa- 
rono che questa stanza tosse una torretta di 
fortificazione dell'angolo del castro, e anzi in 
base a questa ricostruirono per ogni angolo 
quattro torri eguali. L'ipotesi di una torre e 
veramente l'unica che si possa tare, data la 
posizione e la forma della stanza; se non che 
vi Simo alcune difficoltà che non si riescono 
a spiegare. Innanzi tutto la antica via di cir- 
convallazione del castro, conservata a pochi 
passi di distanza, corre ad un livello di oltre 
2 metri più alto di quello della torre, la cui 
volta nasce a m. 1,60 sopra il piano della via. 

Ammettendo che la torre avesse un secondo piano — ciò che non sembra 
giunge mai ad una altezza plausibile per una torre, che doveva soprastare di alquanto 
quella delle mura. In secondo luogo vi e un'assoluta differenza di costruzione con l'altra 
torre che sorge nel lato di sud-est: la presente è in opera reticolata, quella in opera 
quadrata; questa è soltanto addossata al muro di cinta, quella invece ne è così legata, 
da formare un solo mino ; questa si trova a due metri sotto il piano del castro, quella è 
allo stesso piano. Queste differenze, unite al tatto che nei due angoli sull'alto del colle 
non si notano torri, fanno pensare che si tratti di una costruzione speciale — chi 
forse la simmetrica sultani' 1 : ill'altro angolo in basso — di cui ci sfugge la vera natura (2). 




Fi u U. — Angolo 



1 Pomassetti, La campagna, II. p. 200. Cf. (2 II sistema di porre torri negli angoli 

Giorni, Albano, p. 68 •■ Quattro torri, da quanto sto non era molto usato, ma si trova specialmente 
sembra, lo munivano dai quattro lati •>. in quelli situati lungo il valla di Adrian". 



— 228 — 

4. — LATO NORD-OVEST. — Intorno alla descritta stanza rotonda girava dunque 
l'angolo ovest e dava orinine all'ultimo lato, quello lungo di nord-ovest, che passa a pochi 
metri di distanza dal io rotondo. Nella piazza del Plebiscito, subito dopo aver 

attraversato la via omonima, il muro torna sopra lena e vi rimane per una trentina di 
metri con l'altezza media di due metri. In questo braccio di muraglia la stratificazioni dei 
blocchi segue dapprima la pendenza del terreno, e poi diviene a poco a poco orizzontale. 
È indizio questo che ci avviciniamo alla porta principalis dextra, per la stabilità della 
quale occorrevano i muri perfettamente a piombo. Della porta non resta alcun avanzo, 




i ig 



solo pochi blocchi del muro attiguo di destra si vedono al piano terreno della casa rogni 
in via di Mezzo della Rotonda n. 24. 

Nessun altro avanzo del Iato di nord-ovest resta più sopra a terra; convien però 
che il suo tracciato seguiva il muro di prospetto delle case alla destra della via dell'Ai 
di S. Paolo che sono tutte fondate su di esso, e tagliava poi la piazza S. Paolo fino a 
ricollegarsi con l'angolo nord descritto (fig. 6). Infatti, in alcuni lavori pi 'acqua seguiti 
nella detta piazza ne! [904, si ritrovarono vari blocchi ancora al posto (1) della stessa 
guisa di quelli che abbiamo veduto pei il resto del recinto. Data la fori a del 

10 i blocchi erano disposti a strati orizzontali. 



. . s ,. in ■ \. p 52 (figUl I 



- 229 



IL -- COSTRUZIONI INTERNE. 

1. — Caserme e Fabbriche .minori. — Come si è già detto in principio, le mag- 
giori costruzioni interne dell'accampamento sono: la piscina a cinque ambienti e l'edificio 
rotondo, al presente chiesa di S. Maria della Rotonda. A questi si aggiungono alcuni avanzi 
di caserme, due sale termali, una conserva minore, altre sale con nicchie, Jue tratti 
di strada selciata e vari bracci di cunicoli d'acqua; tutti avanzi sparsi qua e là per il 
recinto e quindi inadeguati a darci un'idea della pianta originale e della sua complessità. 

Esamineremo puma le costruzioni minori, sia perchè hanno una più stretta attinenza 
con la natura del monumento, sia perchè le due maggiori richiedono uno studio più accu- 
rato e ci conducono più direttamente alla datazione del castro e alla sistemazione di tutte 
le altre. 

Le costruzioni minori si possono dividere in due gruppi: 

i" — costruzioni conosciute prima degli scavi del 1515-1916. 
2° — costruzioni scoperte dinante 1 detti scavi (1). 

Per ambedue i gruppi seguiremo lo stesso ordine usato pel muro di cinta, cioè da 
sinistra verso destra, partendo dall'angolo nord presso l'Abbazia di S. Paolo. 

I" gruppo. — I primi avanzi si incontrano nel giardino delle Dame del Sacro Cuore, 
alla distanza di circa So metri dall'angolo nord: si trova dapprima un muro di sostegno 
(fig. 16) costruito a stran alternati di laterizi e blocchetti squadrati di peperino, quasi pa- 
rallelo al muro di cinta nord-est del castro, dal quale dista m. 0,15; è situato a in. 5,50 
più in basso del detto muro, secondo il moderno livello di entrambi e sorregge la puma 
terrazza digradante verso l'interno. 

Di fronte ad esso correva la via perimetrale interna dell'accampamento, detta inter- 
vallum (2), di cui si sono ritrovati altri avanzi nella via del Plebiscito. 

Circa sessanta metri più lontani.) dal muro, rimangono due bracci di acquedotti molto 
vicini e convergenti tino ad incontrarsi; presentano la stessa larghezza di m. 0,44 e la 
stessa costruzione in tutto laterizio, piuttosto fine e unito con notevole strato di malta, con 
la volta a cappuccina, onde non v'è dubbio, che giungendo k\,\ due località diverse, dessero 
poi origine ad un acquedotto comune. La pasta rossa e dura del laterizio e il suo tenue 
spessore lo mostrano di età severiana; se ne percorrono carponi alcuni metri per 1 
senza però incontrare nei bipedali della volta alcuna leggenda. 

li) Le costruzioni del I' gruppo sono ancora con- libero, fra il muro di unii 

servate quasi completamente, mentre quelle del interne, per i movimenti delle truppe 1 pei inti la 

11° gruppo furono demolite per le esigenze dei lavori. difesa, come ritroviamo in tutti i castra : 

(2) Questa via costituiva una specie Ji spazio prescrizioni di Polibio (VI, 51) e >li Igino (e. 141- 



— 230 — 

Nell'orto delle Suore Polacche Nazzarettane, fra l'angolo est e la torretta quadrata, si 
vedono altri muri (tav. IX) orientati in senso ortogonale al lato di sud-est. Essi formano 
cinque terrazze digra lauti verso oriente e larghe, la più alta m. 34,90, la seconda m. 20,40, 
la terza ni. 14,10, la quarta in. 31,50 e la quinta m. 14,10. Quasi tutti i muri sono 
ridotti alla pina ossatura in opera a sacco, tranne quello di sostegno alla seconda terrazza, 
che conserva quasi tutta la cortina e si presenta più complesso degli altri. H costituito di 
due muri paralleli, distanti m. S.SO, tra i quali si apre una fila di stanze, di cui una sola 
è visibile quasi per intero. 

accenni di un'altra stanza, e forse di un'altra tila, si vedono a est di essa. Notevole 
e anche il muro sostruttivo della terza terrazzi, costruito a tutelli e mattoni, come quelli 




I lg. 1 . Min sostruttivo nel giardino dell Abazia 

scoperti nel [916. Il muro della quarta terrazza è stato rappezzato e prolungato in epoca 
moderna, sicché oggi è appena riconoscibile (1). 

Questo sistema della divisione in terrazze ci mostra il modo come i costruttori del 
castro seppei 1 ripartire il forte dislivello esistente fra i due lati estremi, facendo si che la 
maggior parte delle caserme giacessero in piano. Il sistema, benché comunissimo presso 1 
Romani, specie nelle loro ville, doveva essere piuttosto difficoltoso per un accampamento, 
ove si imponeva la necessità delle communicazioni in piano, ("ili avanzi descritti occupano 



(1) Il Rosa, nella pianta dei castra Albana, ri- quasi immutata. Detta pianta fa parte di quella 
prodotta alla tav. \. ricostruisce in questi luogo, piii generale della « Villa Albana dei Cesari » con- 
tino quasi alla via principali*, un grande com- servata presso la R. Soprintendenza agli Scavi di 
plessi) di fabbricati che certamente non vide, es- Roma. Il valore del rilievo del Rosa è molto li- 
sendo la regi aie, dal suo tempo ( 1X^4) ad oggi, mitato. 



- 231 - 

nel castro l'estremo orientale della relentura, cioè della zona situata tra il praetorium e il 
lato della porta decumana. 

Presso la chiesa della Rotonda si trova un complesso di avanzi molto importante per 
la sua singolarità. Si tratta di due gruppi distinti, uno sotto i palazzi Giorni, Carnevali e 
Ronca, in via di mezzo della Rotonda, l'altro sotto le scuole comunali nella piazza lei 
Plebiscito. Il primo gruppo, che è un pò più antico, è visibile per la maggioi parte nelle 
cantine del palazzo Giorni, con ingresso dal tinello n. 45. È situato a quasi 3 metri di 
profondità dalla strada e consta di due stanze, torse meglio di due bracci di un largo 




se A L A .- 



Fig. 17. — Pianta del corridoio sotterraneo 

corridoio, troncati! agli estremi da muri moderni, nel quale si aprivano altri ambienti fig. 17 
pure essi al presente richiusiti). 

Il primo braccio del corridoio e largo m. 2,70 ed ha, nel tratto rimasto, 5 nicchie 
larghe m. 0,59, protonde 0,45 e alte 0,89, situate a m. i,o; dal pa\ irnento e alia distanza 
di m. 0,59 l'una dall'altra; altre due nicchie, almeno, som, stale tagliate dalla scala m 
Il secondo braccio è largo m. 3,29 ed ha anch'esso ; nicchie, ma richiuse in opera reti- 



ti) Lai" due di questi ambienti servono cane sono inaccessibili, ciò che impedisce purtroppo di 
ille cantine superiori per mezzo di botole e completarne la pianta. 



— 232 — 

ilata al pam della parete. Una nicchia, ove la riempitura è in parte stata tolta, ci dà le 
misure complete, cioè: larghezza m. 0,89, altezza m. 0,89 e profondità m. 0,50; 1 pilastri 
intermedi sono di m. 0,59. La parete- interna sembra costituita da un pilastro di forza nel 
mezzo ini. 2,80 X LS '. forse isolai passaggi laterali. 

La co truzioni è tutta , anche quella di riempitura delle nicchie: è in opera 

reticolata li peperino, grossolana e tra 18); egualmente i blocchetti parallelepi- 

pedi che formano le spallette e le piattabande delle nicchie sono male squadrati; un forte 
intonaco a signino rivestiva tutte le pareti e un semplice musaico bianco e nero (palom- 
bino e selce), composto di tasselli alti circa 4 cm. e con lato di cm. 1 e mezzo, ricopriva 
il pavimento. La volta, che ha inizio sopra le piattebande delle nicchie, non sembra 
antica. 




Dal n. 35 di via .li mezzo della Rotonda, attraversando un cortile e scendendo pei 
una scala, si può vedere il seguito di questo secondo corridoio, in una cantina di proprietà 
dei fratelli stella di Albano sottostante alla casa della signora Sofìa Ronca. Quivi riman- 
gono altre quattro nicchie della parete di destra urna quinta è stata tagliata dalla scala) 
Costruite e chiuse allo stesso modo Mie. 19). Nella pareti li sinisl L, ad un livello più alto. 

s > cinque nicchiette minori i finestrelle, anche esse richiuse da muro reticolato, la 

cm. 60, con pilastri intermedi di cm. 45. Il muro di fondo della cantina è moderno; da 
un foto aperto in alto si ve li il proseguimento del i itico per altri 4 metri almeno, 

interrato però fin quasi al livello della \ 



! 




b' difficile poter dire a che scopo servisse il desi ritto corridoio; la migliore ipotesi è che 
fosse un criptoportico termale, come fanno pensare il suo livello molto basso, le nicchie o 
finestrelle nelle pareti e il rivestimento in signino. Siamo di fronte ad un notevole fab- 
bricato del castro, contemporaneo alla torretta rotonda esistente nel mezzo dell'ango 
e ai muri poco distanti a sud, fab- 
bricato costruito in un'epoca già de- 
cadente e non certo per gli usi di 
una villa imperiale. Stante la fattura 
così trascurata e fuori del commune, 
il reticolato non offre una datazione 
precisa; lo stesso si dica del musaico 
del pavimenti i. Ad ogni modo esso 
rappresenta uno degli ultimissimi 
esempi di reticolato nella campagna 
rumana, assai posteriore a Domi- 
ziano, del quale abbiamo a poca 
distanza esempi molto belli per pa- 
ragone ; approssimativamente può 

t'issarsi tra l'età degli Antonini e quella Severiana, e il suo uso si spiega soltanto con la 
presenza del materiale sul luogo, che venne cavato e lavorato ivi stessi,. 

11 secondo gruppo si trova, come si è detto, a sud-ovest della chiesa della Rotonda, 
(fìg. i ?j e vi si accede dalla piazza del Plebiscito n. 12, traversando un cortiletto e scen- 
dendo per una cantina; le aperture moderne hanno guastato Li disposizione originale 1 
rendono difficile lo studio; tuttavia si possono distinguere due grandi stanze .1 contatto, 
con una intercapedine tra le pareti, riempita di condutture rettangolari di terracotta 
(cm. 11X6; spessore cui. 1, 2< poste tra due strati di bipedali. Il livello odierno dello 
cantine è di circa 2 metri più basso dell'antico e quindi taglia 1 muri delle stan 
il pavimento; si tratta dell'ipocausto di un edifìcio termale. Alla destra del muro di divi- 
sione delle due stanze si apre un cunicolo d'acqua a sezione rettangolare, coperto da uno 
stratn di bipedali in piani'. Il cunicolo, largo m. 0,54 e alto m. 0,29, appare di immissione 
per la pendenza verso l'interno. 

Abbiamo il modo di datare queste stanze: i due primi bipedali the formano la coper- 
tura del cunicolo, portano impresso, a caratteri chiarissimi, il bollo del ( .. I. !.. \\ n. 40S b, 
dell'età di Caracalla; 1: ire probabile che tutto l'edificio saia a Caracalla. 

Anche il laterizie delle stanze va d'accordo con l'epoca dei bipedali, pia lo spessi 
la malta. 

Risalendo la collina, a lev ante della chiesa J( Rol la, ritroviamo una . 
conserva d'acqua, situata in parte sotto la sui; e in parte sotto 1 fabbricati 



— -'34 — 

si elevano alla sua destra segnati coi numeri civici 42, 44 e 46 ; è divisa in tre am- 
bientili) con tramezzi moderni e misura una lunghezza totale di circa m. 30, su di una 
larghezza di m. 4,16. Nel lato corti» di ponente (situato nel primo ambiente, accessibile 
dal n. 42), si apre il cunicolo di scolo, alto m. 1,60 e coperto a volta in muratura, che si 
può percorrere per parecchi metri. La costruzione della lunga conserva è in opera laterizia, 
alquanto scadente, intonacata con signino a grosse scaglie di cotto: la volta è a mezza 
botte (2). 

Dobbiamo ricordare infine gli avanzi di muri venuti in luce nel 1914 presso il lato 
nord-ovest 13), alcuni dei quali erano in opera quadrata simile a quella del recinto, altri a 
laterizi e tufelli alternati, altri intonacati a coccio pesto con segni del fuoco, e uno soltanto 
in opera laterizia; in questo ultimo fu trovato un mattone col bollo C. I. L. XV 962 b, 
di età adrianea. fa importante ricordare che i muri, quantunque paralleli tra di loro non 
erano a squadro col muro perimetrale di recinto, ma formanti angolo con esso, ciò che fa 
pensare che i muri fossero anteriori al castro e demoliti per la sua costruzione (4), 

II" gruppo. — Visto quanto esisteva dell'interno del campo fino al 1915, veniamo 
alle odierne scoperte. Esse saranno illustrate con la nota competenza, dal sig. Gatti, tecnico 
della Soprintendenza agli Scavi di Roma, nelle Notizie degli Scavi del 191 7, per cui io 
mi limiterò a riassumerle, fermandomi su alcuni punti che per il presente lavoro hanno un 
particolare interesse. 

1 ritrovamenti principali sono avvenuti lungo le due vie che tagliano Albano per tutto 
il senso della profondità a monte: la via Aurelio Sarti e la via dell'Antiteatro di Domiziano. 
Cominciamo da quest'ultima per seguire a un di presso lo stesso ordine da sinistra verso 
destra tenuto finora. Il taglio della fognatura fu cominciato alquanto a sud del punto in 
cui il lato nord-est attraversa la via, all'altezza, circa, della torretta rettangolare. Da questo 
punto fino davanti dil&porta principalis sinistra si è ritrovata una fitta rete di celle, costruite 
quasi tutte nella stessa maniera (fig. 201 in opus mix///»/, di laterizi e tufelli alternati, 
con le pareti e il piano rivestiti di COCCiopesto: l'orientamento era identico a quello del 
castro. Le misure delle celle avevano una media di m. 4,50 X 4,50, e uno spessore di 
m. o,4S- Nella demolizione fu rinvenuto un solo laterizio con bollo, rettangolare, in cui si 
leggeva in ottimi caratteri L. V. F. (C. 1. !.. XV 23701, di età incerta e di fabrica subur- 
bana. Fra 1 muri in opus mixtutn erano incorporati alcuni muri in opus reticulaium, di 
ottima fattura, evidentemente di età anteriore, appartenenti forse al I sec. a. C. 



(1) Il terzo ambiente è difficilmente accessibile e poi ripresa con muro moderno. Sul pavimento vi 
in stesso, che I" vidi una prima volta nel 1913, do- sono costruite delle vasche. 

vetti lo scorso anno rinunciare a visitarlo di nuovo. (3) Notizie degli Scivi. 1004. pag. 52 (figura). 

\ in ricordo se vi rimanga lo ^peoi di immissione. eli. pianta generale alla tav. IX. 

(2) La volta del primo ambiente fu rotta durante (4) Questa ip tesi sarà confermata quando avre- 
, lavori della fognatura nella vìa Aurelio Sarti e ino fissato l'età della fondazione del ca>tro. 



— 235 - 

Più ad est si trovarono alcuni cunicoli di scolo con le sponde in laterizio e la coper- 
tura a cappuccina, di cui uno sotto la via Cavour, largo m. 0,90 costituiva probabilmente 
il tronco principale della fognatura (cf. tav. IX) che nel bassi, del castro raccoglieva le 
acque e le conduceva allo scarico (1 1. 

Quasi di fronte alla porta del Seminario Apostolico, in via dell'Anfiteatro, avvenne la 
scoperta più notevole. A ni. 1,10 di profondità si trovò una larga strada selciata col noto 
sistema a poligoni di selce, tornita ai lati delle crepidini in peperino e di un canaletto di 
scolo fra le crepidini e l'inizio della selciatura (ti;;. 21 e 22). La parte selciata era larga 
m. 2,10. b fuori di dubbio che questa strada fosse la via principalìs che riuniva le due 




dell'Anfiteatro 



porte omonime, ciò che è provato dalla vicinanza con la porta principali* sinistra, nella 
quale imbocca perfettamente. 

Pochi avanzi dette il taglio della via del Plebiscito quasi parallela al lato sud-ovest, 
sia perchè è sollevata di due metri, dal piano antico, sia perchè si trova in gran parte- 
sopra la via di circonvallazione interna. I)i questa via, Vintervallum, situata fra il primo 



(1) La grande quantità di spechi e fognoli che 
si rinvenne entn> tutto il recinto dell'accampa- 
mento mostra come essi, fosse ampiamente irri- 
gato. Vrive il Giorni (Albano, p. 70) «Molti 
acquedotti e \o ne scopri Battista Alberti al tempo 
di Pio II si partivano da questo di cisternone nel- 
l'alto del c.istroi portando l'acqua ai rispettiva luo- 



ghi, massime alle terme (intende quelle di Cello- 
maio presso 1.1 stazione ferroviaria) e degli archi 
di questi se ne scoprirono nei sotterrenei del pa- 
lazzo Savelli, mentre di fuori erano vaghe fontane 
con stìngi " cf. Riccy, Memorie, p. [32 ' 
[ \\, '312-2313 (fistole di piombo col nome del 
plumbai ius )- 






!; celle, attaccate al muro di cinta, e le altre celle dei riparti interni, venne in luce 
un bei tratto, lastricato allo stesso modo della via principalis. Ijì essa però non si potè 

misurali- la larghezza, a causa dello stretto tagli 
del cavo. Un complicato intreccio di muri dette 
a piazza del Plebiscito, in cui si videro molti 
blocchi di opera quadrata caduti dal vicino muro 
nta li.:. [3). Altri muri di celle in opera mista 
a tufelli e mattoni si videro nella via dell'abbazia 
di S. Paolo e nel vicolo l'Aste, ove tornarono in 
luce anche blocchi poligonali di antica selciatura. 
In generale da tutti gli avanzi visti in questi 
lavori possiamo stabilire che le celle del castro 
nano costruite preferibilmente in opera mista con 
laterizio sottile e rossastro della fine del n" sec. 

Se zi e ne 

principio del in d. C. e con blocchetti di ma- 
Fi^'. 21. — Via principalis. 

teriale locale, a guisa dei tufelli. Lo stesso laterizio 
eia adoperato nelle sponde dei cunicoli sotterranei. Soltanto presso il muro di cinta troviamo 
alcuni muri in opera quadrata, simili a quelli che servivano di fortificazione alla porta pretoria, 
il che fa pensare che le stanze che si attaccavano al muro di cinta fossero costruite nella 


































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stessa maniera per maggiore simmetria e solidità. In opera reticolata invece, erano costruiti gli 
ambienti presso la chiesa della Rotonda 1 quali probabilmente tacevano parte di un com- 
plesso termale, insieme con ^li altri vicini in laterizio — e la torretta rotonda dell'angolo ovest. 



— 237 — 

Dell'accampamenti! di Albano non conosciamo altro: troppo poco invero per poterlo 
studiare con cognizioni precise e potersi tonnare un concetto del suo notevole svil 
terno. Esso pero non è completamente distrutto, anzi si conserva, meglio di quanto non si 
possa credere, al di sotto delle case moderne, che sono per la maggior pane fondate sui 
muri antichi, allo stesso modo che molte vie seguono il tracciato delle vie antiche. Uno 
sguardo alla pianta (tav. I) lo mostra molto chiaramente. Importante sarebbe per noi cono- 
scere qualche cosa del praetorium, che secondo l'uso comune sorgeva al di sopra dell' in- 
crocio formato dalla via prìncipalìs con la via praetoria (i), di fronte a questa porta, sito 
che è oggi indicati.) dall'isola ad est della via Amelio Salti, Ira la via di Castro pretorio 
e la via di Propaganda. Ma questo luogo, totalmente racchiuso tra case civiche, e per la 
maggior parte inesplorabile. 

_'. — EDIFICIO ROTONDO. — È oggi occupato dalla chiesa di S. Maria Maggiore, 
comunemente detta .s'. Maria della Rotonda, dalla forma interna dell'edificio. Il passaggio 
al culto cristiano avvenne in epoca molto antica e anzi questa chiesa si considera per an- 
tichità la seconda di Albano, dopo la basilica costantiniana. 

Narra la tradizione che nel sec. Vili, durante la persecuzione degli Iconoclasti, da al- 
cune monache dell'ordine di S. Agostino, fuggite dall'( )riente, vi fosse trasportata una mi- 
racolosa immagine della Madonna e l'edificio le venne perciò consacrato. All'opera del 
Giorni (21 rimando per le vicende della chiesa nel medioevo, fino al sec. passato. Noi con- 
sideriamo invece l'edificio antico, nel doppio aspetto, interno ed esterno. 

A. — Intano. — La chiesa odierna conserva evidentemente nell'interno lo stesso 
giro antico, sebbene il muro originale non sia pili visibile a causa . he lo ri- 

copre. 11 diametro misura m. 15,00, e la circonferenza m, 49,10. Dobbiamo però ricono- 
scere nel muro antico alcune particolarità che lo rendevano assai piti vario e complesso. E 
prima di tutto dobbiamo togliere l'abside, (fìg. 23) che per la decorazione esterna a pic- 
cole mensole di peperino e a mattoni posti a punta di diamante si rivela all' incirca del 
sec. XII". Esaminata la costruzione tino allo strato più basso non vi si riconosca alcun 
indizio di antichità, per cui si può asserire con certezza che l'edificio primitivo non era 
absidato. ^ 

(1) Il Rosa (t.i\. \) segna invece il pretorio una intercapedine, nella quale si penetra dal solaio 
più in alto, quasi al di sopra della conserva d'acqua, del retrochiesa, pei Ilo, situato 
e ne dà una pianta che è una semplice supposi- dietro alla immagine della Madonna. Quivi si può 
zione. Cf. Canina, Edifizi, Vi, tav. I.IX. vedere l'abside per intero nella 1 ig naie e 

(2) Giorni, V, . riche villa <ui/!,,i prò- studiarne i vari adattamenti fino al secolo passato. 

Immagine iti -V Maria della Rotonda, Nell'abside origina 1 dapprima un vano, 

Velletri 1840: hi.. Storia di Albano, ./•■ rsg. 1 1 irma di nicchi 1. 

; I 'abside ha doppi. 1 forma: all'esterno ^irco- che fu in una data epoca chiuso con una leu. ita: 

lare e all' interno trapezoidale ; fra i due muri esisti- dalla parte interna è scornii ittro stipiti 



Dopo di ciò dobbiamo aprire nella parete curvilinea quattro grandi nicchie a distanze 
eguali, nei punti ove il cerchio iscritto nel quadrato della figura esterna, lasciava uno spazio 
rivelante (fig. 23 A). Che cosi fosse, abbiamo la prova in una nicchia ancora ben visibile 
dietro la sacrestia e nel vuoto delle altre che si sente nei lunghi corrispondenti della parete 
odierna. La nicchia rimasta t'orma ora un piccolo stanzino oscuro, che si apre alla sinistra del 
corridoio che dalla sacrestia conduce alla chiesa (fig. 24). La nicchia è dimezzata, essendo 
l'altra metà stata rotta per aprirvi il corridoio; il fronte fu poi chiuso con un tramezzo al 
paro della parete della chiesa. La copertura è a mezza calotta gettata. Tanto essa quanto 
la parete conservano parte dell'intonaco medievale, colorato con fascie rosse, gialle e verdi ; 




B- S^itoue €t// '1 >nj3oat& dell* croi la. 
ta .Iella •< Rotonda ». 

in basso si nota il viso di un santo con nimbo giallastro, dipinto su campo rosso, a gran- 
dezza quasi naturale. La nicchia misura un diametro approssimativo di ni. 4,40. La costru- 
zione è parte in laterizio e parte in reticolato. 

Circa l'esistenza della nicchia situata all'opposto di questa (cioè alla sinistra, entrando, 
all'ingresso della chiesa) abbiamo la testimonianza l'i alcuni canonici di Albano, i quali, una 
ventina di anni or sono, in occasione dei restauri al coretto superiore, videro nella parete 



ica romana, e vi doveva essere collocata an- periore dell'abside sono incastrati vari pezzi di 

ticamente la immagine della Madonna; intorni! :il cornicioni romani del II e III secolo, risegati per 

vano è dipinto un baldacchino di stile barocco, ter- altri usi e ivi posti in epoca piuttosto recente, seb- 

minante in alto con due fiocchi, legati con un cor- bene prima della costruzione del secondo abside tra- 

done e appesi ad un tinto chiodo. Nella patte su- pezoidale. 



— 230 - 

un largo vuoto semicircolare ornato con pitture, che scendeva a tre metri di profondità dal 
piano della chiesa: nel pavimento « antico » furono raccolti avanzi di musaico bianco e 
nero, simili a quelli che sono ora incastrati presso la balaustra dell'altare maggiore. 

Anche la nicchia dell'angolo est deve essere conservata quasi per intero, al di dietro 
della parete, di Al contrarili quella di ovest none più visibile, almeno dal pavimento odierno 
in su, perchè è stata malamente traforata per l'ingresso alla sacrestia dalla piazza del 
Plebiscito. È notevole però che la copertura dell'ingresso mantiene la torma di calotta. 

B. — Esterno. — Vediamo ora quale tosse la torma esterna, che dal solo esame della 
chiesa allo stato attuale, non appare chiara. La facciata della chiesa, opera del secolo pas- 
sato, nasconde con i due larghi pilastri aggiunti, il muro antico. Questo muro fu visto lai 




Labruzzi e disegnato con molta esattezza in una delle sue vignette, riprodotta alla tav. XI, 2, 
dagli originali conservati presso la Biblioteca Sarti di Roma (2), dove appare la costru- 
zione antica a reticolato con fascioni laterizi fino quasi al tetto, e la parete perfettamente 
rettilinea. La porta della chiesa era ancora ornata al suo tempo (3) con l'architrave 111 



(1) L'esistenza delle due nicchie è confermata 
dal <ji>>rni (Notizie isteriche sull'antica prodig. 
imagìne..., />■ ss.) il quale aggiunge che ■ osser- 
vatesi entrambe nel 1829 serbar si videro a vivi 
coluri le loro pitture, consistenti in quanto ad una 
nel Battista in carcere coll'immagine a lato di un 
divoto e l'iscrizione sotto alla ferriata del carcere 
Mutius Aretius pio sua devotione; ed in quanto 
alla seconda (che però il Giorni non vide) nel fe- 
retro di un Santo portato da quattro diaconi, che 
io lo direi S. Agostino, i cui funerali, abbiamo, 
che celebrati vennero con magnifica pompa dal 



clero ». Sarebbe opera molto meritoria riaprire le 
nicchie descritte e rimettere in luce le pitture. Meglio 
ancora sarebbe approfondire la chiesa tino al piano 
antico e togliere l'intonaco moderno a tutti i muri, 
entro e fuori, facendo sì che il monumento possa 
apparire di nuovo nel suo vero aspetto. 
(2) Cf. Ashby, Dessins v. 111. 25. 
ìi Cf. l'ir mesi, voi. XI. tav. \l\. fig. 1. e 
tav. XX. Iig. 1. <• disegno di due antiche cornici 
Oggi stipiti della porta della chiesa detta la Rotonda 
in Albano ... Il terzo stipite e eguale a quello della 
tav. XX del Piranesi e della nostra ng. 26. 



— 240 — 

marmo, lavoro romano di molto pregio e di finissimo intaglio che fu tolto nel secolo pas- 
sato per 1 restauri alla tacciata e trasportato nel cortile del Seminario, ove già si trova 
gli altri due stipiti (fig. 25 <■" 26) tolti in epoca anteriore. 

Un lato dunque era rettilineo. Ma abbiamo la prova anche per un altro lato, quello 
consecutivo di destra. Nella via di Mezzo della Rotonda, per una pori ta al numero 

civico i<S, ' ittraversato un piccolo recinto tenuto a rimessa, si discende in una 

cantina situata a tre nielli di profondità dal [Mano stradale e a circa m. 2,^0 dal piano 
della chiesa. La cantina, di forma quasi rettangolare, e lunga m. io — divisa in due da 
un muro trasversale per rinforzo dello stabile mperiore. Questa cantina, pei tutta la sua 
lunghezza, ha la pareti' di destra formata dallo stesso unno antico estern 1 dell'edificio. Il 
muro è in ottimo laterizio di grosso spessore e unito con torte malta (fig. _'7>; si notano 
a distanze eguali i rinforzi di bipedali nella costruzione, indizio dell'et'i domizianea. La pa- 




Avanzo '■ I 



norea (dalla chiesa della « Ro >n I 



rete, sebbene rettilinea, non è tutta liscia; ogni m. 1,72 di muro, vi sono alcuni pilastri 
(larghi cui. 89) leggermente sporgenti, anch'essi in laterizio, posti per rinforzo e forse anche 
per decorazione. I pilastri, in numero di sei, erano certamente visibili all'esterno, perché tutta 
questa parte, ora sotterranea, era in antico sopra terra. Infatti in alcuni punti si distingue 
rasente al pavimento la risela delle tonda/ioni in opus caemeniicium, a piccole s< aglie di 
peperino. 

Dimostrato che due lati contigui dell'esterno erano rettilinei sarà tacile concluderne 
che tutto l'edificio avesse la forma rettangolare. 1 pochi avanzi che si possono riconoscere 
degli altri due lati lo confermano pienamente. 

Il lato di nord-ovest, cioè quello dell'abside, è visibile nella parte alta, perchè nel basso 
l'adattamento della chiesa e della sacrestia hanno guastato ogni cosa. La parte alta si vede 
in parte dall'esterno, in parte dall'interno dello stabile che gli è addossato. All'esterno (dalla 
via di Mezzo della Rotondai si nota un grande arco, chiuso nel medioevo, situato quasi ad 
eguale distanza tra lo spigolo nord e l'abside. Penetrando nello stabile indicato, al portone 



241 

n. 17 (appartamento di destra) si può accedere fino all'ambiente retrostante all'arco, ove 
rimane una bellissima nicchia semicircolare allungata, di grandi dimensioni e in origine 
del tutto aperta. La nicchia è larga in. 5,01, profonda, senza la chiusura un- 
ni. 2,78 e ricoperta di Lina volta in muratura a sacco. I muri parietali, dal basso fino 
alla spinta della volta, sono in reticolato a ricorsi laterizi; il reticolato è perfetto, in pe- 
perini!, e 1 laterizi suini spessi, ben cementati con uno strato compatto di malta. Retico- 
lato e ricusi si succedono nel modo seguente, procedendo dall'alto in basso: 

1° — volta a sacco, a forma di mezza calotta, con raggio di m. i,so 

2° — cm. 64 di laterizi, di cui uno strato superiore di bipedali e 1 1 strati al di itto 
di mattoni triangolari, dello spessore di min. 33 ;l 45- 

3" — cm. 8} di reticolato; base media, cm. 8 \ 8. 

4" — cm. 23 di laterizi, divisi in 5 filari. 




{dalla chiesa della .. Rotonda 



5° — cm. 83 di reticolato; eguale a quello superiore. 

Il pavimento della stanza è lo stessi, antico e si trova a m. 2,55 sotto la imposta 
della volta; esso corrisponde al disopra del breve corridoio che dalla sacrestia conduce alla 
chiesa. 

La costruzione di questa nicchia è certamente di età domizianea, età che corrisponde 
e trova anzi il riscontro perfetto nel laterizio esaminato nel lato nord-est. ha ultimo gli 
avanzi di of>i/s reliculatum del lato sud-est, secondo il disegno del Labruzzi, e un tratto di 
bel reticolato ancora vi ibile nel solajo del corridoio che gira dietro l'abside, dimosti 
tutto l'edifìcio è di un epoca sola, cio< che e tutto opera di Di 

Una seconda nicchia quasi identica alla descritta si può vedere incora intani ; 
di sud-ovest, a ridosso dell'angolo ovest (fig. 281. Vi pei una boi 

soffitto del retrochiesa da questa parte, la stessa botola che immette nel solajo sopra ri- 
Alla nicchia 1 < imente 1 --cala in muratura, di cui 

rimangono gli ultimi tre gradini addossati al lato di nord- idifìcio, nel quale si 



— 242 — 

apre l'ingrèsso (fig. 23 /?). La parete .li fondo della nicchia è leggermente arcuata e non 
semi-circolare come l'altra: il fronl da un tramezzo moderno. La costruzione è 

in tutto laterizio nei pilastri d'ingresso e in opus mixtum nelle pareti, con questa dispo- 
sizione dall'alto in basso: 

1 — volta a sacco, mezza botte sul davanti e a conchiglia sul fondo, 

con la imposta a m. i,88 .'al pavimento. 

cm. 70 .li 1 iteii/i > con Mrati di bipedali intermedi. 

3 — cm. 89 di reticolato; base media, cm. 8 x 8. 

4" — cm. 29 di laterizi e bipedali che attaccano col pavim 




27. — I .ilo non I est dell ■ Rotoli 

La qualità e la disposizione del materiale sono identiche a quelle esaminate per l'altra 
nicchia, per cui anche l'epoca di costruzione è la medesima. La forma invece è diffi 
ciò che fa pensare che tosse differente anche l'uso delle due nicchie: infatti la prima, se- 
micircolare e apeit 1 soltanto sul davanti, senza alcun accesso praticabile, appare soltanto 

itiva; mentre la seconda, leggermente arcuata, alla quale conduceva una apposita scala, 
sembra piuttosto una stanzetta, posta ad un piano elevato e riconnessa con altre stanze 
In tal modo si spiega anche la asimmetria della loro collocazione nell'edificio. 

Erano queste le sole nicchie ricavate nei quattro lati? Sebbene lo stato odierni del 
monumento non permetta di riconoscerne altre, tuttavia è tacile supporre che anche i lati 



243 



di sud-est e nord-est avessero le loro: specialmente il lato di sud-est, l'attuale fao 
che doveva formare anche- anticamente il lato principale, e quindi ornato ra più no- 

tevole. L'altro lato è addossato a case private, che si sono servite di esso per poggiarvi 
h' travature dei piani ed è perciò molto rovinato. 

Cerchiamo ora di rintracciare li quale profondità m trovi il piano antico, ciò che pos- 
siamo fare soltanto pei induzione, essendo oggi il sottosuolo inesplorabile. Gli antichi scrit- 
tori si occuparono della questione, con qualche divergenza: il Nibb) (2) dice: « il pavimento 
antico è di circa sei piedi (m. 1,80) sotto l'attuale ed è di mosaico bianco e nero ornato 
di arabeschi »; il Giorni (3): <• dodici palmi circa (m. 2,66) più sotto dell'odierno, ove si 
profondano le sepolture >> ; il Riccy 4 1 infine dà la stessa misura, ma la correda di alcune 
notizie importantissime. <• 11 suo piano resta dodici palmi più sotto del moderno, chi 1 
dire al piano delle sepolture, il quale è tutto coperto di antico mosaico bianco ,■ uno 
rappresentante fiorami, per quanto 
mi fu lecito osservare. Restava la 
sommità del Tempio scoperto nel- 
I' istessa torma del Pantheon di 
Roma, fin' a che il Cardinal Virginio 
Orsini, Vescovo d'Albano, nell'anno 
[673 la fece coprire di un lanternino 
foderato di piombo, come si vede al 
presente •>. La profondità di 1 2 palmi, 
data dal Rice) e dal (nomi è- la più 
accettabile e corrisponde presso a 
poco a quella delle fondamenta del 
lato nord-est. (5) Dobbiamo però no- 
tare che il mosaico che ricopre questo 
pavimento non è romano, ma cosmatesco, come -1 vede dai pi :zi che sono stati tratti dal 

pavimento in varie epoche e che a. ioni. ira il moderno piancito nel contro della chiesa 

t presso la balaustra dell'aitai maggiore. Questo pavimento, pe 




■ 



( 1 1 Penetrando nelle soffitte dello stabile situato 
11 via di Mezzo della Rotonda V 18 (apparta- 
mento di sinistra) si vede ancora lo spigolo sud 
del monumento con un tratto del lato sud-est e 
della volta ; a poca distanza dello spigolo, resta un 
foro molto ampio e profon lo 
i. . essi 1 altro che ad una ni 

in. Per questo motivo, nella fig. 23, B, sono 
state ricostruite nel lato di sud-esl 



simmetriche, simili alla prima de; 
1 2) . Incitisi, 1 . . 

1 I ~ - 
tvì che questa profondità è presso 
stessa delle ..ili di età seve- 

del tasi: ;tri di distanza 



— 244 — 

in epoca anche ignota, (i) fu rialzato di quasi tre metri e nel sottosuolo si stabili un 
sepolcreto >_>i prati ibi le li chiusini dal piano della chiesa. 

Ma la notizia più preziosa lata lai Ri cy, è il ri 01 I" di una apertura semicircolare 
nella volta; la quale dimostra che l'edificio doveva essere scarsamente illuminato dalle pa- 

e quindi avere accessi piuttosto ristretti. Questi erano due, probabilmente; uno ove è 
l'ingresso odiern >, e l'altro ove è l'absi le. I.' ingresso odiern i, spogliato delle cornici man: 
nel secolo passato, (3) misura m. 2,70 di larghezza per m. 3 circa di altezza ; ipprofondito 
di in. 2,50 tino al piano anti ffre un vano di m. ióo X 2 >7°> sufficiente per un in- 
gresso. Circa l'altm ingresso dalla parte dell'abside, ne abbiamo la prova in un muro an- 
tico ortogonale alla parete nord-ovest (4) che fu incorporato nell'abside 6g. 33 I-i ; è rive- 
stito a mattoni triangolari e è visibile dal soppalco del retrochiesa, ove l'intonaco dell'abside 
è caduto. Questo muro comporta l'esisten/a di un altro eguale dall'altra parte dell'abside 
e quindi di un corridoio che immetteva nella sala rotonda. Che gli ingressi stessero sol- 
tanto nei siti suddetti e non agli estremi del diametro opposto, sta il tatto che il muro 
esterno di nord-est, conservato per intero lino al pian 1 antico, non presenta alcuna apertura. 
I due ingressi descritti, l'attacco del muro trasversale dietro l'abside, le nicchie stan- 
zette .he si aprono all'esterno, all'altezza di un secondo piano, > gli a( essi di scala sono 
prò più che sufficienti per dimostrare che l'edificio non era isolato, ma faceva parte di 
un complessi, di costruzioni, pur essendo la costruzione principale. 



Passiamo ora ad esaminare a quale uso servì l'è lificio rotond 1 e quale imp irtanza ebbe 
nell'interno del castro. 

Sino ad ora la tradizione lo aveva creduto s-nza discussione un tempio, e poiché Do- 
miziano era specialmente devoto di Minerva e le celebrava ogni anno nell'Albano le feste 



(1) Il Giorni (Notizie {storiche suW immagine cadaveri, per cui è necess; provvedere. 

J<ila Rotonda p. rj), crede che l'innalzamento (j) Come si è detto pia sopra le bellissime 

del piano sia avvenuto nel 1484, quandi' Paolo cornici, di età posteriore .1 Domiziano e non ap- 

' ' ... messi di Sisto IV. vinse i .S'avelli e di- partenenti al monumento originale, si trovano ra 

strusse il loro 1 istello con le adiacenze. A quel nel giardino del Seminario, \ltre comici più ro- 

|'epo< 1 risalitone anche, secondo lui. i due altari vinate ma di la\ I simile si v ,ms 

minori del Crocifisso e di S. Giuseppe Calasanzio murate a ^uisa di finestra nel passaggio coperto 

hi dedicati 1 s - Bari lomeo e 1 S. \nni> che fiancheggia la chiesa .1 p inente, fra la piazza 

che sorgono .ilio stesso piano odierno. dello Rotonda e quello del Plebiscil . 

(2) In un punto del lato nord-est, entro la (4) Fu riconosciuto anche dal Canina, che lo 
cantina al n. 18, è limata la poietee cadono con segnò nella tavola 59 del volume VI dei suoi Edi- 

lente dall'interno rottami misti ad ossa. fisi, ma credendolo parte di uno grande nicchia 

1 da questo buco un forte fetore di rettangolare. 



- 245 — 

Quinquatrie, (i) lo aveva attribuito senz'altro a Minerva. (2) Soltanto il De Rossi (3), stu- 
diando le prime memorie cristiane di Albano, aveva pensato che il tempio fosse dedicato 
al Sole e alla Luna; an/.i nella relazione dell'adunanza dell'Istituto (21 marzo 1884) in cui 
egli tenne la sua dissertazione, I" si dà per dimostrato <• Restituì il vero nome al tempio 
rotondo, creduto comunemente di Minerva e provò essere stato dominato: So/is et Lunat ». 

Non sappiamo quali motivi ebbe l'illusile autore per tale identificazione (4) poiché la sua 
conferenza non fu pubblicata; ad ogni modo ciò che e ceri", come ora vedremo, e che 
l'edificio non fu un tempio, per lo meno tu crealo con attribuzioni del tutto differenti 
e secondo l c comuni conoscenze non passi', mai a tempio, tranne che m età cristiana. 

Gli argomenti per escludere che ossi fosse un tempio sono veramente ovvii, e fa 
meraviglia come nessuno, neppure il I )e Rossi e il Tomassetti, vi abbiano pensato. Basta 
esaminare la pianta (fig. _' ^ A-B): quando inai un tempio e .1 v nell'interno la forma cir- 
colare e nell'esterno quadrata, senza un portico un pronaos sul fronte? 

Conosciamo bene come tosse fatto il tempio romano: sia che tosse rettangolare, su 
che fosse rotondo, esso conservava sempre lo stesso aspetto dentei e turni, edera inoltre 
tornito di molti altri elementi architettonici, quali la crepidine, il portico, il pronao, ecc., 
necessari per completare la sua architettura. Ora non solo il nostro edificio riunisce, ina- 
deguatamente per un tempio, le due torme, rotonda e rettangola, ma si presenta del tutto 
restio alla aggiunta delle altre pam accessorie cornimi ai templi. (5) 

Osservando i vari generi di costruzioni romane, due soli si prestano pei raffroi 
nostro: il genere sepolcrale e il genere termale. 

Fra i sepolcri ve ne sono alcuni che hanno, in pianta, la doppia torma. Citeremo, 
come esempio, nell'ambito della città: il sepolcro di P. Aelius (rutta Caìpurnianus sulla 
via Flaminia, poco fuori della porta, scoperto verso la fine del secolo passato o e; || mau- 
soleo di Cornelia, figlia di Scipione e moglie di Vazieno, alla sinistra della porta Sai 1 ia, 

(1) Suet., Ih»,,. 4. .. Celebrabat et ,,, Albano saldati della legione 11 Partici e. I. I .. XIV, 22561. 
quotannis Quinquatria Minerz'ae, cui collegium (s) Il Pantheon di Roma e l'unico tempio che 
instituerat: ex quo sorte diteti magìsterio funge- si potrebbe, sotto qualche aspetto, paraj 

rentur ederentque eximias venationei ri scenicos nostro edilizio; ma — a parte il fatto idie esso 

ludos, superque oratorum ac poetar uni cerlamhia» conserva anche all'esterno la turni. 1 rotonda, ha 

Cf. Ca-.s hi... o-, 1, 14; luven., 10 v. 114 ss. un portico frontale a doppio ordine di i 

Per l'origine e il cerimoniale delle feste, v. Darem- e un timpano al di sopra bisogna ricordarsi 

Sagao, Dictionnaire IV. 1 p. 802 ss. che assai probabilmente ess, , n . u que le un am- 

(2) Le due stanze conservate sotto n palo/,-, biente delle terme di Agrippa, forse un calidarium, 
Giorni furono ritenute una specie di sacrestia an- e solo nelle successive ricostruzioni fu ridotto 
nessa al tempio ove solevano radunarsi i sacerdoti all'uso religios ' 'ga infatti la sua forma 
e prepararsi al culto. Cf. Giorni, Albano p. 72 strana e la incomprensibile unione di un tempio 

5) Bull. Kt. 1884 p 84. con uno stabilimento terni ile. ' I I 

14, La sola memoria del deus Sol che io conosca and Ex avalions p. 475 s. 
per Albano è una iscrizione a lui dedicata da alcuni (6 I anciani, Eorma 1 \ tav. 1. 



in parti- ancora visibile (i); il grande sepolcro, detto nel medioevo la Casa Tonda, nel 
giardino di piazza \ittniio Emanuele (2) ; e sopra tutti ii mausoleo di Adriano, circondato 
da un alto basamento quadrato, in mezzo al quale si erge il maschio rotondo (3). Fuori 
di Roma, sulle antiche vie consolari, sono specialmente degni dinota: il bel se pi 
« Tono Selce » fra il VI e il VII km. della via Appia (4), il mausoleo dei Plautii sulla 
11 I ihui tuia, a ponte Lucano 1 ; 1, e un altro piccolo sepolcro attribuito a M. Liberale poco 
appresso, sulla stessa via (6). 

I aratteristico è anche un grande sepolcro in Adalia, chiusi fra le mura della 
città (7). 

Questi sepolcri poro hanno una particolarità che li distingue assai nettamente dal- 
l'edificio di Alluno; cioè non sono all'esterno del tutto quadrati, ma poggiano soltanto 
opra un plinto quadrato, di altezza variante, mentre il corpo principale rimane rotondo e 
porcili non dà origine ad un vero cambiamento di torma: si noti poi che i sepolcri cosi 
tatti difficilmente hanno nicchie decorative all' interno, che è invece occupato da una 
più stanze sepolcrali, spesso molto ristrette, alle quali si accede per mezzo di un con 

Nel caso nostro, alle divergenze ora accennate di carattere generale, per ricono 
un sepolcro, si aggiungono la troppa lontananza dalla via Appia (più di 100 metri 1, l'unioni 
con altri ambienti che .li sepolcrale non hanno alcun aspetto, e infine l'età domizianea del- 
l'olili, m, cioè contemporanea alla villa impellale entro alla quale sorgeva, ciò che esclude 
nettamente la presenza di un sepolc ro in qi el luogo 

Assai più proficuo, al contrario, risulta il confronto con alcune sale, molto comuni 
negli stabilimenti balneari romani, le quali traggono la doppia forma dalla loro posi 
nel mezzo di altre sale a pianta rettangolare (Cf. fig. 29 e 50). Sono geni almente sale 
secondarie, situate più meno distanti dalle maggiori, in condizioni però di speciale inte- 
resse: la ricca decorazione a incelile, talvolta di forma complessa (fig. 29, B) e tutta la 
architettura curata con molto sfoggio, dimostrano che il loro uso era in prevalenza deco- 
rativo, borse dobbiamo riconoscere in essi i celebri nimphaea sìve musaea, luoghi di ri- 
tro 1 dopo il bagno, allietati da statue e da lontane, cosi cari ai Romani per i loro con- 
vegni politici e letterari. 

Ne abbiamo molti esempi, in quasi tutte le terme di Roma (8) alami dei quali, per 
la forma maggiormente istruttiva, sono riprodotti nelle fig. 29 e 50, in parte ripresi dagli 



in Lanciarti, ib. tav. ;. (6) Canina, ib., tav. CXXII 

l anciani, ib. tav. 24 (sulla antica via Labi- (7) Paribeni e Romanelli, Studi e ricerche ar- 
cana), cheologiche nella Anatolia Meridionale., in: too- 

1 Lanciani, ib. tav. ; e 14; Borgatti, Castel nutrienti dei Lincei, XXIII (1914) p. 39-40, figg. 2-4. 

S. Ai; Roma 1889 5) Quasi sempre queste sale sono due. eguali, 

(4) Canina, Edifì i, VI tav. \l III. in ogni edificio, poste simmetricamente nel 

1 I mini, ib., te 1 \\l e ( XXII. centrale, nel recinto perimetrale. 



- 247 — 



originali, in parte da disegni eseguiti in altre epoche. Essi sono: 

i. Sala delle tenne di Agrippa, detta l'Arco della Ciambella (fig. 29, ./), nella quale, 
però, si deve riconoscere piuttosto un frigi dar htm (1)'; 




W 




I) Terme di Agi i] ipa 






2. Sala delle tenne di Traiano (fìg. 29, fì\. Oggi non è più visibile, ma fu dise- 
gnata dagli architetti del secolo \vi 121; 

3. Sala delle terme di Costantino sul Quirinale (fìg. 30, A) unita con altra sala 
ottagonale molto simile (3) ; 







lì Terme .1. Co 



li Decio. 



1 ig. jo. — Sale di edifìci termali. 

4. Sala delle terme di Decio, secondo il disegno del Palladio (fìg. 30, fi), riprodotto 
per la prima volta dal Lanciani (4). 

11) Infatti è questa l'unica sala delle terme di altro che una variante di quelle a piani 1 rotonda 

Agrippa che si presti per nimi, con le sono anch'esse molto comuni, specie nel 111 e IV sec, 

grandi finestre e con la sua posizione centrale. ni rmali Se ne vedano, ad esen 

(2) Lanciani, Forma (,'ròistav. 23-29; Huelsen- tipi nelle terme di Caracalla e in quelle di Diocleziano. 
Kiepert, Nomenc/ator, tav. Ili (particolare'. |.) Lancia 

(3) Le sale a na poligonale non sona 



- 2 4 8 - 

A queste, che sono le più affini per la pianta con l'edificio di Albano.se ne possono 
aggiungere altre, un poco diverse, ma fondate sullo stesso tipo: 

5. Stanza di terme pubbliche nel vicus Pairicius, presso S. Pudentiana, disegnata 
nel sec. wi da Sallustio Peruzzi(i); 

6. Varie aule del recinto perimetrali' delle terme di Caracalla e due del corpo centrali 

7. Le due rotonde delle terme di Diocleziano, agli estremi est e ovest del fabbri- 
cato, una delle quali è occupata oggi dalla chiesa di S. Bernardo e l'altra t'orma un in- 
gresso dell'Ospizio Regina Margherita sulla via Viminale (3) ; 

8. Ninfeo dei giardini di Sallustio 141 ; 

9. Ninfeo degli orti l.icmiani, detto tempio di Minerva Medica ; . 

io. Quattro sale angolari dell'antico stabilimento termale alle acque Albule di Tivoli (6); 

11. La cosi detta « Rocca Bruna •> della villa di Adriano, creduta da alcuni una 
spemla, da altri un santuario per divinità orientali 1 7) ; 

12. La terma del Piano della Busseta, presso Viterbo. Simile è anche la grande 
terma del Bacucco, nello stesso territorio, sotto il monte Jugo (8). 

Esaminate attentamente le varie sale sopra ricordate e vista la grande affinità che 
esiste nella loro struttura, ne viene di conseguenza che anche l'aula di Albano 
avere un carattere termale ed essere anche essa un ninfeo. Fortunatamente abbiamo una 
prova che porta una valida conferma a questa attribuzione: a pochi passi dall'aula, sotto 
il palazzo Savelli, ora sede del Municipio, tu iruvata e copiata nel sec. XVI dal Si 
una grossa fistola acquarla di piombo, che portava sopra la seguente dicitura •• IMI'. 
CAESARIS ■ D0MITIAN1 ■ AUG • GERMANICI-». Questa fistola va unita, come 
crede il l.anciam, cor. l'altra trovata ivi stessi, e avente il bollo: jj.AVTEIVS FOR- 
TVNA1 VS ■ FECIT{g). 

(1) Lanciarli, ib.. p. (90, fig. 148. se^ni di Michelangelo e del Sangallo della terma 

12) Lanciani, Forma tav. 4. e 42: Ivanoff- del Bacucco. Disgraziatamente della terma del 

Huelsen. Arkitektonìsche Studìen (Berlin 1898), Piano, che è quasi identica al nostro edificio, non 

III, tav. I e II. esiste una pianta. 

(3) Canina. Edifizì IV tav. CCXXV; Lanciani (9) C. I. L. XIV 2306 e 2311 : Lanciani, Sylloge 

I-orma, tav. io e 17: Paulìn, Restauration des n. 205 e 207. 
/kermes de Dìocl. (Paris 1890). Il Suarez le disse trovate in balneis Domitìani, 

(41 Lanciani, Forma, tav. 10. dando tale denominazione a quegli avanzi di ampi 

(5) Lanciani, ib., tav. 24. corridoi sui quali è fondato, verso la via Appia il 

(6) Canina. Edifizì, VI, tav. ( \\ palazzo Savelli, tali avanzi vanno invece attri- 

(7) Canina. Edifizì, VI, tav. CI \V : Gusman, Imiti alla c< nserva d'acqua delle thermae della le- 
/.a villa d'Hadrien près ile Tivoli il'aris njoS) gione II Partica, di cui mi occuperò in un articolo 
p. 100 -.. ne. 62; Ci. 1.1. . La villa imperiai de successivo. Altri tubi di piombo simili, col nome 
Tibtir (Pan- 1904) p. 165 ss., figure 230-254- di Domiziano, furono rinvenuti nella villa Barbe- 

(S) Zei. /.<■ terme romane di Viterbo, in Boll. ri ni tra 1 Castel Gandolfo e Albano, cf. C. I. L. 
d'Arte del Ministero della P. I-. 1917, p. idi ss. XV, n. 2)04-2305. 
Alle pagine 168 ti alcuni di- 



Evidentemente ambedue le fistule servivano per lo scolo delle acque dell'edificio e 
le conducevano ad altre costruzioni, o direttamente a valle. È opportuno a tale scopo ri- 
cordare che nei pressi del palazzo Savelli, il Giorni (i) scoprì alcuni avanzi di « 
tornane con sfingi >■ le quali comprovano sempre meglio l'uso del fabbricato. 

lutine a poca distanza dall'edificio troviamo una costruzione certamente tenui.' 
le due stanze sotto le Scuole Comunali, le quali furono costruite al tempo di Caracalla 
quasi a ridosso del grande edificio, a causa dell'affinità di uso con questo. Anche gli avanzi 
di criptoportico che sono più a est hanno attinenza con ambienti termali. 

Dobbiamo però tare una osservazione circa l'entità e la natura precisa di questo fab- 
bricato: stando agli avanzi già visti, non si può paragonarli né con le terme pubbliche di 
Roma né con quelle di altre ville imperiali, come ad esempio della villa di Adriano, in 
cui in un solo fabbricato, assai vasto, oltre alle vere tenne, trovavano luogo molte altre 
costruzioni, quali portici, palestre, xysti, ambulai iones, biblioteche, musei, destinato ad 
allietale in mille modi i frequentatori. Nella villa di Albano le vere tenne erano unite al pa- 
lazzo di abitazione, col quale formavano un unico isolato, come si vede ancora nella villa 
Barberini in Castel Gandolfo (21. La sala rotonda, quindi, eia materialmente distinta dalle 
terme e aveva funzioni a sé, salvo a formare parte di tutto un piano monumentale che 
univa il palazzo, situato sul secondo colle (colle dei Riformati), alle fabbriche distaccate 
del terzo scoile dei Cappuccini) (3). Infatti la sala rotonda, con la scarsità della luce, ad 
aumentare la quale era stato costruito l'occhialone nella volta, e con la mancanza di veri 
ambienti termali vicini, quali un calidarium, un frigidarium* ecc., non presenta caratteri 
termali nel vero senso della parola, ma appare piuttosto come un ninfeo isolato, simile a 
quelli dei giardini Sallustiani e dei giardini Liciniani, già più sopra paragonati col nostro. 
In tal modo possiamo farci una idea dì quello che tosse tutta la regione sotto Domiziano, 
cioè un vasto e meraviglioso giardino, decorato con ricchi editici e cori tutte quelle ricer- 
catezze che l'arte del giardinaggio sapeva olirne ai Romani. Basterebbe ciò per escludere 
in questo periodo la presenza di un accampamento fortificato, non certo compatibile con una 
larga zona coltivata a giardino e con costruzioni termali 141; ma su ciò torneremo in seguito 



1, 1) Giorni, . libano p. 70. 

12) Alle tenne appartengono quei ruderi situati 
nella parte sud-est del palazzo antico, Ira il bo- 
schetto dei platani e il viale die conduce all'uli- 
veto, la parte a monte e tagliata dalla proprietà 
del collegio di Propaganda Kide. già dei padri Ri- 
formati. 

(3) Nella piccola e oblunga insenatura 
dai due colli si trovano ^li avanzi di una costru- 
zione rettangolare ciré ndata da pi derosi muri che 
si protendono per quasi 200 metri, nei quali si 



deve ris L - riconoscere un ippodromo. Ivi presso è 
una graziosa lontani e vari bracci di muri, di 
non chiara attribuzione. 

(41 È noto infatti che tino all'età di Settimio 
Severo nessun accampamento fortificato ebbe nel- 
in edificio termale e il primo fu quello 
di Lambesi costruito sotto questo imperai 

I 1. Manuel d'arcìiéo/. romaine, , 
l'ale fatto trova conferma anche in Alba 
le terme del castro, cioè le due sale sotti 
Comunali, portano i bolli 






con più ampi argomenti. Ora passiamo all'altro edificio esistente nell'interno del castro, 
che è col precedente strettamente collegato. 

3. _ Conserva d'acqua. — È situata nella parti- più elevata del colle, perchè 
potesse fornire acqua a tutte le fabbriche sottostanti, a metri 77 di distanza dal lato nord- 



! ii. — Pianta dell i i li 



e .1 metri no dal lato sud-est. Per costruire questa conserva d'acqua l'architetto 
si sciai il più possibile della roccia naturale; cercò un luogo ove il peperino offrisse un gia- 
cimento ininterrotto e quivi scavò il piano della piscina dall'alt.., per una profondità me- 
dia dai ì, ai 4 metri. Il piano dello scavo risultò COSÌ fatto: (v. pianta alla g. S31) »J 



— 25i — 

tracchi un gran quadrilatero a forma di trapezio irregolare delle seguenti misure: lato nord- 
est metri 29.62, lato sud-est metri 45,50; lato sud-ovest metri 31,90; lato nord-ovest 
metri 47, 'io (1). 11 quadrilatero si divise longitudinalmente in ; navate, larghe in alto 
metri 4,45 e in basso metri 4,90 distinte da pilastri ricavati nel suolo medesimo durante 
lo scavo; ì pilastri ebbero per dimensioni metri 2,82 < [,78 21. L'altezza di essi, costituiti 
fin qui di sola roccia naturale, tu elevata ove più, ove meni , secondo la necessità, con opera 
a mattoni tino a raggiungere 1 metri 6,50 ifig. 52); sui pilastri si costruirono in bipedali 
gli archi di congiunzione e nello stessa tempo si innalzarono le pareti tino all'altezza degli 
archi ifig. 53): di ultimo si coprirono le navate con volta a tutto sesto di piccole scaglie di 
tufo e nulla compatta. Le pareti furono costruite parte in reticolato, 1 on ricorsi laterizi di ; 
o 6 filar', e parte in solo laterizio; il reticolato non si trova mai sopra 1 muri di divisione 
delle navate, mentre, al disotto dell' imposta delle volte, vi e un.' strato di un paio di me- 
tri di sola opera laterizia. Tutta la conserva ha il pavimento e le pareti rivestite di si- 
gnino, il quale forma cordone agli angoli, mentre in bassi,, tutto in giro al recinto peri- 
metrale, dà origine ad una cunetta destinata a raccogliere Ji scoli di infiltrazione. 

Nella parete di ponente si aprivano in origine cinque grandi finestroni, larghi quasi 
quanto 1 corridoi e copeiti da archi in bipedali, Col piano a circa metri 9 dal pavimento. 
Al presente sono alquanto ristretti per precauzione sulla stabilita del monumento. Altre 
finestre, con imbeccatura a scivolo, si aprivano nelle pareti di sud-est e di nord-ovest, 
o^ui richiuse. Oltre ciò, per rendere più arieggiati gli ambienti, furono lasciati nel centro 
delle volte, quasi a metà della lunghezza, dei fori circolari di cm. 60 di diametro. 

L'ingresso alla conserva è dal primo finestrone, lungo il quale si estende un piane- 
rottolo, che dà adito, sia alla scaletta che conduce al cunicolo di scolo, sia alla grande 
scala di ;i gradini, che scende fino al piano degli ambienti. La grande scala, chi 
in larghezza metà della prima navata, è addossata al muro longitudinale di sinistra e pog- 
giata su due archi. 

Un solo acquedotto di immissione era sinora conosciuto, acquedotto ben descritto dal 
Salustri-Tomassetti (3) che tutti possono vedere nella parete di tondo della prima navata 



ir l..i toraia cosi caratteristica fu fatta per fa- 
cilitare 1" spurgo dell'acqua dalla conserva dando 
a tutte le pareti una lederà inclina/ione verso il 
cunicolo di emissione. 

(2) La superficie lorda dell. 1 conserva è, quindi, 
di irr. 1436, so mentre la netta, cioè senza calco- 
lare i pilastri, è di 111" 1265, so. Il Tomassetti 
n una contr iddizione, poiché, mentre a 
paK- [84 del voi. Il (et. v. I pag. 82) le do una 
capacità di metri cubi 20.950,56, a p.i£. 1 
stesso volume dice che poteva contenere « oltre 
10.000 metri cubi d'acqua ■. La cifra vera è la 



seconda, perchè l'acqua poteva arrivare tutt'al più 

a ricoprire kIi archi fra 1 corridoi, cioè 

di altezza, per cui la capacità massima di 

serva poteva e--sete di metri cubi io.i;2. La ti- 

gura 54 riproduce la consei ■■ 1 | 

al livello di quasi 6 metri; é inoli,, interessante, 

perchè ripresa quando ancora la ; 

Albano se ne serviva per bere, mentre 

sciata per l' inaffiamento de^li orti circostanti, non 

viene riempita che per pochi decimetri. 

cassetti. La campagna, Il p. 202. ( -, Pi- 
ranesi, 1 ',"■;.•■. XI, v. tav. \!ll. 



— 252 — 

zza di circa metri 6 (fìg. 32). Ai piedi di esso, perchè il pavimento non si logorasse 
i n'acqua, fu posto un largo strato di bipedali, formato di 5 tilt- in lun- 
ghezza, per 7 in profondità (1). 

Fra tanta simmetria e maestosità di costruzione è strano che questo acquedotti 
chi nella conserva in maniera così irregolare, cioè spostato verso sinistra e aperto nel cor- 
ridoio più basso della conserva. 

La spiegazione la troviamo nel fatto che questo acquedotto non era il solo. Percor- 




Fifc- Grai eduta li ingttudinale. 

rendo la navata centrale, si nota, fra il 3° e il 4" pilastro, uno strato alquanto rialzato di 
10 bipedali, uniti nelle connessale in modo perfetto e disposti tome nella fìg. ji. È degno 
di osservazione l'andamento dei bipedali, non parallelo ai piloni della navata, ma rivolto 
verso il chiusino di scolo, situato sotto la scala. Non si è dubbio che questo pianato 
servisse per diminuire l'attrito dell'acqua che in quel luogo doveva cadere dall'alto e la 
dirigesse con leggera pendenza verso il chiusino. Infatti in corrispondenza quasi perfetta • 

in II Salustri-Tomassetti (loc. cit. p, 202 s.i derido, formava una traiettoria e quindi la 
parla erroneamente di un lastrone di peperino. d'acqua si trova alquanto più indietro del piano dei 

Debbiamotene: presente ^he l'acqua, ca- bipedali. 



- 253 

di questo filare di bipedali si vede nella volta un'apertura circolare che non ha 
con le altre navate. L'esame dell'apertura e dei bipedali dimostrano che essi sopì 
il passaggio dell'acqua e che costituirono quindi un sistema di irrigazione. 

Dal confronto con l'altra conduttura, questa si rileva anteriore: innanzi tutto il si- 
stema di far cadere l'acqua dall'alto era anticamente il più usato; in secondo luogo 1" 
speco rettangolare si apre proprio nel corridoio più basso, mentre por sistema si doveva. 
aprire nel punto più alto, pei favorire il lavaggio e lo spurgo della conserva; infili 




edut.i l,r. 



ito spe< i si presenta in un modo così asimmetrico che appare evidentemente come un 
e non come un lavoro originale. Infatti il cunicolo veniva fiti itro, 

e a enea quindici metri di distanza della conserva, dopo ;o cammino in linea 

retta, volgeva a di guiva ancora in linea retta per un lungo tra 

mente sino alla via Aurelio Saffi. È evidente che, qua 

della conserva, essendone cresciuti i bisogni, si volle immetl re in essa anche questo nuovo 
acquedotto che passava a poca distanza, se ne derivò un ramo, 
la parete di tondo del primo i orridoio. 



— - 

Con ciò risulta certo idotto primitivo di immissione fu quello centrale che 

ava dall'alto e non quello aperto n Ila pareti di fondo. 

L'acqua che, par mezzo del chiusino sotto la scala, era condotta via dalla pi 
veniva incanalata in un largo cunicolo, più basso enea un metro del piano delle conserve, 
l, | iegan I- alquanto a sinistra, verso un luogo a noi >. 11 cunicolo 

è alto metri 1,80 e largo lai 56 ai 60 cm. ; nella parte inferiore è scavato nella roccia, 
mentre la copertura è in costruzione, foderata di tegole poste .1 cappuccina. Ciò indica 
che il cunicolo fu scavato dall'alto. A dati intervalli si aprono nelle pareti alcune ni 
semicircolari tolse per maggiore comodità di accesso. Se ne percorrono ancora al presente una 




11 ivantina di metri e quindi termina, al di sotto della via Propaganda 1 1 1. Non si nota nelle 
tegole della copertura alcun bollo figulino. 

Molto interessanti sono i particolari della costruzione della conserva, dai quali possiamo 
ricavare una datazione abbastanza esatta. Si è detto che la costruzione generale è in opera 
mista di reticolato e laterizio, il primo rozzo e irregolare, il secondo di pasta rossiccia, ben 

. e di spessore sottile. Tra questo ultimo si nota molto materiale di riporto e un largo 
impiego di tegole: soltanto in rari punti -1 trovano alcuni bipedali posti in piano per raffor- 
zare la muratura; altrimenti i bipedali non sono usati che negli archi di passaggio fra 1 
corridoi. 



(11 Amhe al presento il cimi, icqua dalla piscina, mediante una conduttura 

poggiata sui 



La poca superficie che è priva di intonaco nell'interni) della conserva, visibile gene- 
ralmente da grande altezza, non permette di tare ivi uno studio più accurato. Ciò - in- 
vece possibile nella scaletta che scende al chiusino di emissione. Essa è larga cm. 90 e 
tornita di 10 gradini nel primo braccio e di 6 nel secondo. Le puri; sono in opera retico- 
lata della stessa natura dozzinale di quella della conserva, e gli angoli parte a tufelli e 
parte a strati laterizi, a guisa di morse; a mezza parete corre una fascia di 5 (ilari di 
mattoni. La volta e a sacco, ma al gomito tra 1 due bracci della scala è rinforzata da un 
archetto rampante a sesto leggero, di tegoloni, sul quale poggiano so cm. di tritelli, lino 
a toccare la volta. I gradini, di cm. 30 X io, sono costituiti di 3 strati di tritelli col piano 
di mattoni. 

Tutta la muratura, sebbene a prima vista per l'uso del reticolato coi ricorsi laterizi 
si avvicini all'epoca di Adriano, tuttavia, per l'impasto del laterizio, spesso di riporto, per 
l'impiego vano dei tufelli, per la malta poco passata e adoperata in abbondanza e infine 
per quel carattere di trascuratezza che informa tutta la costruzione, ci costringe a scen- 
dere fino alla fine del 11 sec. e manali al principio del III; il materiale laterizio special- 
mente lo mostra con evidenza. Rispetto all'uso del reticolato, non abbiamo che ripetere 
quello che ma si è detto altre volte, cioè che esso non fa nessuna meraviglia, anche in 
epoca tarda, quando si trovi sul luogo il materiale necessario. bel resto basta uno sguardo 
per accorgersi come neppure un chiodo abbia la superfìcie regolarmente quadrata e siano 
tutti di grandezze differenti, da un lato di cm. 15. a un lato di ? a 4 centimetri. 

Una tale costruzione non si può fissare che all'età fra Settimio Severo e Caracalla, 
indipendentemente da qualsiasi altra considerazione che potremo tare nel paragrafo se- 
guente sull'origine del recinto fortificato. 

Anche questa conserva è stata generalmente attribuita a Domiziano per 1 bisogni della 
sua valla e della guarnigione pretoriana; ed essendo indissolubilmente legata al castro, tu 
creduta anteriore da quelli che ritennero il castro di epoca anteriore. Tra costoro sono il 
Tomasetti e il Salustri, 1 quali, nella loro illustrazione di Albano (p. 201), riportano timi- 
damente una opinione che è di altri, ma che dimostrano di accettare per lo meno di 
tenere in qualche considerazione. « Si tiene da alcuni che anche questo monumento (si 
è parlato prima del castroi risalga all'età repubblicana di Roma; ma non è certo ... Il solo 
ammettere una tale ipotesi è un grave errore. 

La conserva d'acqua descritta era conosciuta tm da epoca molto antica, sebbene in- 
terrata per quasi due terzi. La Reiasione dell'antico anfiteatro di Albano, compilata nel 1704 

dai monaci del vicino convento di S. Paol , cosi la ricorda: <• Le grandi conserve 

d'acqua sottoposte al piano dell'antiteatro nel declivio del colle, osservate e descritte da 
Pio 11 e dall'Alberti, parte delle quali oggi .incoia si veggono nel giai lino dell' Eminentis- 

1) Piranesi, Opere complete, v. XI (testo), p. 4 sg. 



-2 5 6- 

simo Abate Commendatario, di a lo) ricevevano le acque, siccome dal- 

sa cima del monte oggidì le riceve tutto Albano •>. Furono disegnate in modo mira- 
bile dal Piranesi (i), dal Labru • lai Canina (3), < illustrate dal G 1. per quanto 
con pi e dal 1 orna 51 ti Salustri 1 ; 1. 

Nel 1884 il Municipio di Albano venne nella determinazione di ripristinare la pi- 
scina (6) e adibirla agli usi del paese: ciò fu fatto nei due anni seguenti, immettendovi 
l'acqua dell li Palafitto Pescacelo presso Palazzolo, per la quale fu riadattato 

il più basso dei due acquedotti domizianei, quello che segue il cratere di 

moderna strada l ; Pala zolo . forte profondità, il colle dei 

■ . D qua, a causa delle mal fatte condotture, la 

piscina fu dovuta abbandonare nel 191 1 |ua potabile e lasciata soltanto per l'in- 

naffiamento degli orti attigui e per lo spurgo delle fogne; in tal guisa essa è priva s| 
di acqua e si può \ isitare comodam 



III. -LA LEGIONE II PARTICA. 

1. — Fondazioni-: dei castra. Ora che abbiamo studiato tutti gli avanzi co- 

: istrj, rcando di datarli uno per uno, il più esattami ile, passiamo 

ad esaminare la questione più importante, ciò li fondazione dei 

che li racchiudono. La teoria più generale e più accettata è che essi fossero costruiti da 

Domiziano, imperatore ccupato della sua vita, per mantenere 

costantemente nell'Albano, a non molta distanza dal palazzo e nell'interno della villa, un 

di pretoriani (7). Perciò il castro ha avuto, e ha tuttora, la denominazione di castro 

, poi, vi prese alloggio la legione 11 l'artica portata in Italia da 

Settimi' S la quale vi rimase fino quasi all'età di Costantino, 

l iscio di confutare quei pochi semi 1 anteriore a Domiziano, 

come il Volpi che lo fa risalire al tempo di Uigusto (8), il Rice) chi fondato dopo 



Op. cit., v. XI, tav. XIII, pianta e sezione ; (7 Nibby, Analisi, I, p. 95 sg. ; Giorni, Al- 
ta*. XIV. prospettiva della scala e dell'angolo bano, p. 68 sg ; Lucidi, Ariccia, p. 485 ; Henzen- 

! 1 1 1, nterrata, è segnata Rosa, /.'.■<//. fs/., 1853, p. 8; Des Jardin, 

erroneamente a due rampate nella tav. \lll . sur In topogr. du Latium, p. \iz. 

'tu du C. Labruszi, 111 n. 23. (8) Egli fu indotto in errore da quei versi di 

(3) Edilizi, tav. LIX — non si comprende perchè Orazio nel carme secolare, in cui il ; 

lina non la abbia risegnata anche nella pianta le milizie di Roma e le chiama col nome tra 

naie di . Ubanae: 

''ano. p. 60. , -, . , . 

J Jcìiii man tcrraque manus potente* 
etti, I.a campagna, II. p. 

' tus Albanasque ttmet secai 
. itizie degli See. 1. 1884, i'. .^4- 



la guerra di Annibale (i), pei i istodia di Uba nuova municipio romano («V), e il Tot ■■ 
che nientemeno volle riconoscervi l'arx d'Alba Longa, con la Rotonda per tempio di Vesl i 
e con la via Appia deviata nel suo interno per farle da andò. Costoro sono confutati da 
quel passo di Tacito iHlst. 4, 2) il quale, parlando delle milizie che furono mandate da 
Ruma nel 69 d. C, contro L. Vitellio che veniva da ferracina in aiuto del fratello im- 
peratore, dice ciré le milizie di Roma --1 fermarono per la via Appia, parte ad Ariccia e 
parte a Boville; <• praemissl Ariclam equites, agmen legìonum intra Bovil/as stetit ». 
Ariccia e Boville erano dunaue gli unici due punti ove si potessero accampale 1 soldati 
in quel tratto dell'Appia. Se intermedio alle due città vi tosso stato già allora un castro, 
così grande e cosi munito come quello che vediamo oggi, ne avrebbero certamente usu- 
fruito, senza dividere le milizie fra due campi distanti più di <; miglia. 

Non resta allora che confutile l'ipotesi dei pretoriani. Un argomento fortissimo si op- 
pone subito a tale ipotesi; di pretoriani nell'Albano non abbiamo alcun ricordo, né attra- 
verso le notizie storiche, ne attraverso le numerose iscrizioni di essi che ci son perve- 
nute (3). Eppure nel periodo di più di un secolo, da Domiziano a Settimio Severo, in cui 
1 pretoriani avrebbero fatto guarnigione nella villa, qualche memoria sarebbe dovuta rima- 
nere. Avrebbero anch'essi, come 1 legionari Partici, stabilito nelle vicinanze del castro un 
sepolcreto particolare, senza esser sepolti con gli altri servi oppure trasportati a Roma. 
Qualcuno, poi, anche se trasportato a Roma, avrebbe ricordato nella sua epigrafe la 
mansione e la morte nel Castro Albano. Invece nulla di tutto ciò, e mentre abbiamo 
importanti notizie intorno al distaccamento dei vigili ad Ostia, dei pretoriani ad Albano 
non sappiamo nulla. 

Altro valido argomento in contrario è la grandezza del castro. I suoi lati misurano in 
media m. 43S >< 2^2; paragonandolo col castro pretorio di Roma, che misura m. 4,0 $71, 
ne risulta che il castro di Albano è piti della metà di quello di Roma, cioè poteva con- 
tenere più della metà della guarnigione di Roma, lira adeguato un tal numeri' di preto- 
riani, cioè almeno tre coorti delle nove a cui le ridusse Vespasiano (4), pei la si, la sorve- 
glianza della villa? Evidentemente, no. 

Ultimo argomento, di cui non vi sarebbe neppur bisogno dopo 1 due esposti, e la for- 
tificazione del castro. Il suo muro di cinta è rinforzato agli angoli, nel lato di fronte al- 



ti) Memorie, p 105: «si volle, come io penso, 
che quel presidio posto già sul Monte Albano fosse 
qui trasportato pei guardia continua dell' Appia, e 
fin d'allora, per decreto del Senato, vi alloggiò un 
buon numero Ji snidati, col nome Jì Mansione 
Albana ». 

(2) Tocco E. L.. Il .astro di Minuto, in «Il 
Buonarroti », V. 1870. p. is sg. 

lì) Non dobbiamo prendere Come tale l'iscri- 



zione del C. I. I .. VI, !2=;6;. I. ìi che nomina 
un pretoriano « d(omo) Alban(a) » poiché ivi la 
parola domus ha il solito significai 1 
Inoltre si lenita presente che un pio ir ifago 

cinerario, con l'iscrizione di un preioru: 
coorte VII, < onservato in Castel < i 

;io Cittadini, non fu ritrovato sul luojjo. 

■ne da Roma. cf. C. 9, I . VI, 204 ,. 
41 C. I. L., IH. p. 855, dipi. mil. 12. 






— 258 — 

l'Appia, con torrette rotonde, ha le porte munite secondo il sistema dei castri legionari e 
ha torri di segnalazione nei punti più elevati Ora tutto ciò non avrebbe avuto ragione di 
essere, per un semplice distaccamento di preti mani, a guardia di una villa imperiale così 
vicina a Roma. 

Da quanto si è detto, risulta certo che il castro fu posteriore a Domiziano e 1 preto- 
riani non vi ebbero mai sede. Ciò premesso, la soluzione viene da sé. Basta considerare 
fatti sturici che seguirono l'occupazione di Domiziano e vedere quale potè esserne la causa. 
Circa la villa imperiale abbiamo poche notizie di dimore di imperatori, specialmente di 
M. Aurelio, che fu solito intrattenervisi spesso (i), mentre dai ritrovamenti sappiamo che vi 
furono fatti lavori sotto Adriano (2) e sotto Commodo 131. Si tratta di lavori di poco conto, 
più che altro, restauri, i quali non dimostrano nessun interesse speciale; d'altra parte la 
costi u/ii me della nuova villa di Tivoli, fatta da Adriano, appagò pei lungo tempo ogni 
fastosità imperiale e domini su tutte le altre mandandole .1 rapida decadenza. La villa di 
Albano in particola! modo, ricca di tesori e di opere d'arte — il nome di Domiziano ne 
fa tede dovè essere laicamente spogliata pei ornare quella tiburtina, come tanno cre- 

dere '■ pò, In ritrovamenti statuari fatti sinora nel suo territorio. All' infuori di ciò, e di 
qualche iscrizione sepolcrale di nessuna entità, fino alla fine del 11 sec, dell'Agro Albano 
non abbiamo alcun'altra notizia. Col periodo che unisce il II sec. al IH, sorge invece un 
fatto nuovo di straordinaria importanza che sconvolge la topografia e la storia di tutta la 
regione. Un corpo legionario viene a stabilire le sue tende nell'Albano, per ordine avuto 
da Settimio Severo e quivi si adatta con le donne e le masserizie per la durata di quasi 

Un sedilo. 

Settimio Severo, disciolto momentaneamente, appena salito al trono, il corpo dei pre- 
toriani, che aveva sempre costituito una seria minaccia al potere imperiale, chiamo a so- 
stituirlo una delle tre legioni partiche da lui fondate 141 e precisamente la legione seconda. 
Erano troppo forti ancora le leggi tradizionali romane per poter ammettere un corpo legio- 
nario nell'interno della città, e quindi adibire la legione seconda Partica a completa so- 
stituzione dei pretoriani; perciò Severo si accontento di pone la legione alle porte di Roma, 
il più vicino possibile, in un luogo che fosse strategicamente importante e che desse ga- 
ranzie per la sicurezza della città. Questo luogo fu l'Albano, il punto più eminente e più 
fortificabile della via Appia, quasi la chiave di tutte le comunicazioni con la parte me- 
ridionale d' Italia. 



(i> Script, hisl. Aug.. Ovidius Cassitts, 9, 6-1 1 ; (fondò), tó te Jtp òStov xai to tpt-ov -ò èv Mt jor.ora(jita, 

C. I. 1.., XIV, 2307. ''■*'■ ~ r > 8ià ;j.;j'.j ro Sììteoov rò Èv rij 'IiaXia». Non 

(2) Notizie degli Scavi, 1889, p. 227 e 247 spiega però se la II Partica fu fondata diretta- 
(Lanciani). mente in Italia quivi fatta venire dalla Mesopo- 

(3) C. I. L. XIV, 2308. tamia. Essa fu la prima legione che risiedette in 
(.1 Cass. Dio, 55, 24 « Eiouìjpos :> LlopSixi Italia 



— 250 

La notizia non ci è tramandata dalle fonti storiche, ma ce lo provano ad esuberanza 
le memorie epigrafiche dei soldati della legione che si rinvengono negli antichi sepolcreti 
in località Selvotta, ad oriente di Albano, presso il parco del principe Chigi, e Bologna. 
lungo la via Appia, fra Albano e Ariccia (i). 

lui legione, che si acquartiera per un periodo piuttosto King" di tempo in un luogo, 
ha bisogno del suo accampamento fortificato, anche se il nemico non è direttamente alle 
porte. Sappiamo che i Romani usavano di tracciare il vallo e la fossa intorno all'accam- 
pamento, anche se vi pernottavano per poche notti (2), e che arrivati nel luogo assegnato, 
prima cura era quella di costruirsi 1 loro castra, con tutte le fortificazioni imposte dai 
canoni militari 1 3). 

Ora lo stesso fatto avvenne nell'Albano. La legione II Partica, chiamata quivi per 
la guardia dell'Imperatore e per la difesa del trono, si costruì l'accampamento nel luogo 
assegnato e questo accampamento è quello che vediamo anche oggi e che abbiamo de- 
scritto. Dunque i castra Albana sono dell'epoca di Settimio Severo, e possiamo anche 
dire dei primi anni del suo impero, e ci rappresentano uno dei rari esempi di castra in 
Italia, e l'unico così vicino a Roma, in un'epoca in cui la città era ancora ben lontana da 
aggressioni nemiche. 



Quanto siamo venuti esponendo relativamente alle fonti storiche, trova ampia con- 
ferma nelle condizioni topografiche del luogo e ci permette di risolvere quasi tutte le que- 
stioni che si sono presentate nel corso del lavoro. 

Si è detto che il castro non è parallelo alla via Appia. ina è inclinato \erso sud, in 
modo che l'angolo ovest dista dalla via Appia i\ metri più dell'angolo sud; oltre ciò ha 
la forma più allungata di quanti esistano ed è posto sulla collina più elevata e più ripida 



(il È merito assoluto dell' illustre Henzen (Ann. 
Ist., [867 p. 8j Sg.) l'aver riconosciuto per primo 
e studiai" la permanenza della legione II Partici 
nell'Albano. Base del suo lavoro furono un gran 
numern di iscrizioni funerarie trovate dal giovane 
studioso russo Nicola Wendt nella località Sel- 
votta, sopra il parco Chini, tra Albano e Ariccia. 
1.' Henzen si fere questa domanda: « Rare in ge- 
nere sono le iscrizioni della legione II Panica : 
come adunque addiviene che un numero così grande 
se ne ritrovi in questa sepolcreto d'Albano? La 
risposta credo sia semplice, vuol dire che questo 
s*t'-s,i era il cimitei 1 particolare di quelli legione, 
la quale al parer mio. era acquartierata nel cosi- 
detto castro pretori- di Alban-, situato vicinissimo 



al o>lle, in cui quello s, trova. Che ivi, oltre gli 
stessi militi, anche le loro famiglie si siano se- 
polte, non abbisogna di giustificare ce 1 
un esempio le numerose lapidi lambesitane appar- 
tenenti .il tasto' della legione III augusta ». 

L' Henzen aggiunge poi una completa trattazione 

storica .ii questa legione pei provare .-me essa 

fosse collocata nell'Albano fin dal tempo Ji Set- 

:vero e ne prosegue rapidamente lo svi- 

a Costantino. Egli, però, trascura quasi 

completamente la parte monumentale, e ammette 

che il castro esistesse puma di Settimio Severo. 

(2) Liv., 44. 39- 

1 ,-b., 6, 27 IP gin., l. 1. 



— 2Ó0 — 

di Albano. Tali inconvenienti hanno la loro causi nelle condizioni antecedenti del luogo. 
\ tempo di Domiziano, la regione, tenuti a giardini con edifici decorativi sparsi qua e là, 
non faceva sentire il dislivello del terreno, anzi 1" stesso dislivello porgeva modo di ren- 
derla più variata e adornata con arte maggiore, ("mando invece vitto Settimio Severo si 
volle costruire il castro, si presentarono difficoltà non poche, inerenti in parte alle esigi 
della nuova costruzione e in parte agli edifici che già esistevano della villa domizianea. 

Innanzi tutto l'architetto del castro, scelto il luogo preciso Iella villa ove doveva sor- 
gere il monumenti i, stabili quali editici potevano rimanere e quali bisognava distruggere; 

fra i primi si trovò il grande ninfe tondo; esso però subì una trasformazione, pi 

le parti accessorie furono demolite e il ninfeo rimase isolato nella forma in cui lo ve- 
diamo oggi. Il motivo, per cui il corpo centrale fu conservato, non sappiamo; forse fu 
adibito ad uso di torre, data la sua altezza e la forma massiccia. 

Procurò dunque l'architetto del castro di tal entrare questo edificio nel recinto, senza 
che disturbasse le linee generali della castrametazi ■. Visto che non era opportuno esclu- 
dere il ninfeo dall'interno e lasciarlo vicino al muro di cinta, per non intralciare la difesa, 
pensò di collocarlo ad una giusta distanza fra il muro, la porta principalis dextra e il 
praetorìum, in un luogo di poca importanza, ove di solito avevan sede una coorte ed 
un'ala miliana 1 1 i. Parallelo ad esso, nel lato di nord-ovest, alla distanza di m. 18, fu 
tirato uno dei lati lunghi e tutti gli altri lati furono orientati con questo. Perciò il castro 
risultò obliquo all'asse della via \ppia.2i. 

La seconda difficoltà è la torma cosi allungata del castro verso l'alto della collina. Di 

questa non possiamo dare una spiegaz e esauriente: soltanto possiamo ricercarne la causa 

in quello stesso ordine di idee che consigliò di costruire il castro in quel luogo. A prima 
vista il luogo può sembrare poco adatto per un accampamento, specie di fronte a tanto 
terreno pianeggiante situato dall'altro lato della via Appia, fino sotto Ariccia. Ma quando 
si pensi che dalla sommità della Collina si domina utr. fig. 7) l'immensa legione che si 
estende a nord-ovest, fino a Roma, e a sud-est, tino alle macchie di Anzio e di Nettuno, 
avendo di fronte la vista del mare dalle foci del Tevere ad Anzio, si comprenderà bene 
quale importanza aveva quel sito per la sorveglianza delle vie di accesso dal mezzogiorno 
d'Italia alla Capitale. L'unico versante che restava coperto, il nord-est, era protetto 1 
lago e dalla catena dei monti Laziali, di cui il monte Cavo costituiva il principale ba- 
luardo. Se pure non vi tu nella mente del costruttore, dell'imperatore che lordino, la 

111 (.ir. Daremberg e Soglio, Dietimi., I. 2. che tutto il castro fu orientato con questo e non 

p. 955, flg. 1220. con la via Appia. come era più naturale, prova 

(2) Non conosciamo che quoto edificio di epoca che i; ninfeo era soltanto una parte di tutto un 

re, che si,, rimasto, però 1 muri in buon re- pian., monumentale assai regolare, che il costruì 

1 ■! in 1..1 le tarde celle del castro, de tore del castro, pur adattando alle nuove esigenze, 

mostrano che ve ne erano altri, bel resto il Int.. preferì in massima di conservare. 



2ÓI — 

preoccupazione di una vera difesa, certo vi fu la cura di fare dell'accampamento un am- 
mirabile osservatorio sulla via Appia, l'arteria massima di Roma. Oltre ciò, il terreno era 
all'intoni" per largo tratto di proprietà imperiale e favoriva l'espansione e il movimento 

richiesti da un campo militare. 

Lo scopo Ji fare del castro un osservatorio, spinse ad estenderlo verso la sommità 
del colle, anche a costo di maggiori difficoltà, e ne nacque cosi quella torma alimi-, ita e 
anormale 1 1 i che lo caratterizza. 

La terza difficoltà cui si è accennato nel principio del lavoro, è l'aspetto dell'opera 
quadrata, così differente dalle altre costruzioni della campagna romana. Questa lifferenza 
è ora spiegata dalla tarda epoca di fondazione del castro, epoca in cui questo genere di 
costruzioni- era in completa decadenza e fu usato solo perchè il materiale era nel luogo 
stesso, ed era molto pratico per un muro di cinta. 

2. — Notizie storiche. — Le misure considerevoli dei castra Albana rendono 
certi die essi contennero l'intera legione. l.'Henzen, fondandosi sulla pianta del Rosa 
(tav. X) che è quasi tutta ricostruita, pensò (2) che vi dimorasse soltanto una coorte di 
6 centone ; ma la cifra è troppo esigua di fronte ad una superficie di più di 10 ettari, 
dei quali almeno 7 occupati da celle. 

La legione 11 Partica — acquartierata forse, in origine, soltanto provvisoriamente - 
vi si cominciò presto a stabilire in modo da assumere un aspetto permanente (3). Intorno al 
castro stabilirono le loro abitazioni le famiglie dei legionari, occupando in prevalenza la 
regione a ponente, quella dove poi sorse, appunto in seguito a questo sviluppo, la basilica 
costantiniana. Fino da allora questi soldati, insieme con le famiglie, presero volgarmente 
il nome di Albani (4), e la legione si chiami' « to' ' A/.[iaivicv TTpZTo'-ìòov »(5); anzi 
Albanui e Albanius (6) diventarono più tardi gentilizi di alcuni soldati che traevano ori- 
gine dal castro Albano. 

Tra le memorie epigrafiche di questo periodo menta singolare importanza una bellis- 
sima iscrizione 1 71, ora conservata nella biblioteca del Seminario di Albano, che nomina 
Settimio Severo, Giulia sua moglie e Caracalla; Geta vi è escluso e per quanto non siano 
evidenti i segni dell'abrasione, tuttavia il suo nome doveva occupare il posto che presero 
alla sua morte 1 titoli di Caracalla imperatore: Farth\icus\ max{imus\ firìlannijcusì 

(il Su questa forma anormale influì anche, se- voro dell' Henzen, cfr. anche Cagnat, in I >an 

condo me, la conserva d'acqua, la quale richiedeva e Saglio, Dici., IV, p. 1078 

un lar^n e ininterrotto giacimento di peperino per (4) Cass. Dio, 78, 54; 79, 2. 

la sua fondazione e una /una di protezione piut- (5) Cass. Dio, 78, s;. 

tosto vasta ira essa e il muro di cinta di nord-est. ( /-. Albanius Primipiamus, in C. I. L, 

(2) Bull. Ist., 1853, p. 8. Egli però corresse in parte VI, 830. che il Mommsen fa derivare dai prin- 
la sua idea negli Annali dell'Istituto. 1867, p. 82. i 1» Ubanorum. 

(3) Per la storia della legione, oltre il citatola- (7) C. I. I . XIV, 2255 VI, um. 



— 2Ò2 — 

nus , p(ater) p(atriae). L'iscrizione è importante per la dedica a Minerva (i): « Mi- 
ai i Aug(uslae) sacrium) ». Questa dedica, posta in una iscrizione che stava probabil- 
mente nell'inte del castro, e il nome di Augusta dato a Minerva, elle ricorda una spe- 
ciale piote/ione della divinità sulla famiglia imperiale, fanno pensare ad un santuario di 
Minerva nella stessa regione, che potrebbe essere il famoso, costruito da Domiziano. 

Con Caracalla entriamo per la stona della legione in una nuova fase. Questi soldati 
Albani avevano in poco tempo assunto una tale importanza da compromettere persino la 
sicurezza di Roma. Quando ' ara alla fece uccidere il fratello ( ìeta, i legionari partici si 

ribellai , assai più minacciosamente che non facessero i pretoriani in Roma, e Caracalla 

In costretto ad andare in persona a placarli (2). •< Pars militimi apud Album. Getam oc- 
cisum aegerrime acceplt, dicentibus cunctis, dùobus se fidem promisisst liberti Severi, 
duobus servare debere, clausisque portis, din impera/or non admissus nisi delinitis animis, 
non solum quereliti de Geta et criminafionis ediiis, sed enormitate stipendi'/ miliiibus. ut 
wlel, placatis : atipie inde Romani redit ». 

I 1.1 gli altri donativi fatti da Caracalla ai soldati, dobbiamo forse annoverare la co- 
struzione del grande stabilimento termale che si ammira alla destra dell'Appia, nel quar- 
tiere di Albano, chiamato Cellomaio. Queste thermae, simili piuttosto a quelle monumen- 
tali di Roma che non ai modesti balinea degli accampamenti militari delle piccole città, 
furono erette, come credo, m questa circostanza per rappacificare gli animi a lui ancora 
ostili e per renderseli favorevoli. 

Nella spedizione fatta nel 216 contro i Parti, Caracalla portò con sé una parte di 
questa legione; dinante la guerra egli fu ucciso '217 d. C.) e gli fu eletto a successore 
Macrino; i legionari Albani non lo vollero riconoscere e stanchi della guerra si ribellarono, 
desiderando di ritornare nell'Albano, dove avevano lasciato le loro famiglie ; . 

Questi stessi soldati di ritorno dalla Sina (4), oppure altri nuovi venuti dai castra 
Albana, aiutarono Massimino, il nuovo imperatole eletto dalle legioni che avevano ucciso 
Severo Alessandro a Magonza, a marciare verso Ruini per occupare il trono, contrastato 
dal senato in favore dei due Gordiani, prima, e di Balbino e Pupieno, poi. Massimino, 
giunto ad Aquileia, trovò il passo sbarrato da questa città che si opponeva al suo cammino 
e la assediò; lungo e pieno di disagi tu questo assedio pei gli assediami, tanto più che 
Massimmo era inviso a tutti, e giungevano notizie a lui ostili da ogni parte d'Italia 5) 
quare timentes mililes, quorum adfectus in Aliano monti erant, medio forte die non a piotilo 
quiescerentur, et Maximinum et l'illuni eius in lentorìo positos oa idei uni eorumque capita 

in Avverte giustamente il Dessau che Innanzi (4) Due Inscrizioni ritrovate nella Palestii 

all'iscrizione, punii dei nomi della famìglia impe- minano la legione II Partici - CU.. Ili add. 

riale, si deve supplire un prò 'salute. i- 969, n. 115: p. 972. n. 187. 

(2) Script, hist. Ani;.. t',n„... i, .| . (5] s^ipt. hist. Aug.. .Un 1 imiti Hfaior, zj, 6; 

(3) (. 1 Dio -s. 84. 'i. Herodian, 8, >. 8 



— 263 — • 

transjìxa contis, Aquileiensibus demonstrarunt. Dopo l'uccisione di Massimino e del suo 
prefetto del pretorio, terminò l'assedio di Aquileia e dalla città venne agli assedianti ingens 
commeatus in castra, quae laborabant jame. Grande fu la gioia in tutta l'Italia per questa 

uccisione e anche nel campo di Aquileia furono fatte grandi feste per la liberazione del- 
l'esercito, il quale potè così tornare nei suoi accampamenti e i legionari Partici nell'Albano. 

Del regno di Elagabalo rimane una iscrizione (i), dedicata dalla legione: Victoriae 
aeter(nae) d. n. />np. Caes. Marci .litichi* Antonini Piì felic. Aug. L'iscrizione è datata 
col 111 consolato e la terza potestà tribunicia dell'imperatore, all'anno 220. Secondo l'uso 
comune invalso in quest'epoca, la legione dedicante si chiama Antoniniana, cioè prende il 
nome dell'imperatore regnante; così in alcune iscrizioni del tempo di Severo Alessandro 
si chiama Severiana \i) e in una dei due Filippi (3) Philippìana. Questa ultima iscrizione, 
di carattere monumentale, fu dedicata anch'essa Victoriae reducis (sic) dd. fin. /////>. 
Caes. M. Ialii Phìlippi\ Piì Felicis Aug. et Otaci]lìae Se'werae Ano. con\ingi, 
nel 244 d. C, dai miììtes, centuriones et evokatus Augustorum nostrornm. 

Un'altra iscrizione dedicata dalla legione ai due Filippi fu trovata nel febbrajo del 1913 
presso la stazione ferroviaria di Albano (4 , tacendosi imo sterro per la costruzione della 
nuova cantina sociale. L'iscrizione, in due pezzi, era fra la terra di riempimento di antico 
edifìcio. Mancano le prime righe dove era il nome dei Filippi abraso per la damnatio e 
forse anche quello dell'imperatrice Otacilia, come nella precedente. L'iscrizione fu posta in 
loro onore qualche giorno prima degli idi di febbrajo del 249 (l'anno stesso della loro incutei 
da Claudìus Silvanus praefectus legionìs supra scriptae, a mini di tutta la legione, forse 
per qualche speciale donazione avuta dai Filippi. 

Claudio Silvano non è il solo prefetto di questa legione che conosciamo. Nella vita 
di Caracalla 1 5 ) si parla di un Recianus, pyaefectus lezionis // Partìcae, che fu complice, 
per lo meno conscio, della uccisione di questo imperatore; giustamente PHenzen 16) ha 
identificato costui Col \ zv/. /.'.x i'j'i -<j-i to'j ' AX[Ì2cvq'j 7T33Ctott='^o'j Zv/ovix, ricordato 
da Dione 178,1 ;i al tempo stesso di Caracalla. Questo Aeìius Decius Triccianus coman- 
dava la legione ancora sotto IWacrino (7). 

Dalle iscrizioni abbiamo anche ricordo di un tempietto sacrario dedicato nell'interno 
del castro, dai legionari, a Giove. Le iscrizioni sono due 181 di cui la prima porta il con- 
dì CIL, XIV 22S7 (= VI 3734': cf. XIV. 22X5. 1 5) C1L. XIV 2258 (= Vi 793). 
421 j. (4» Notizie degli Scavi, 1913, p. ìj (Mancini). 

(2) CIL. XIV 2274. 2276, 2285, 2200, 2201, (5) Script, hist. Aug'., Carac, 6. 

2203, 2294, 2206. l.'Henzen dimostri' negli Annali (6) Henzen, Ann. Ist , 18(17. p. 8;: cf. Dessau, 

dell'lst. (1858 p. 27) come questo titolo non si CIL. XIV, pai;. 217; id.. Prosopographia , I. 
debba riferire a Settimio Severo bensì a Severo n. 126. 
Alessandro : riguardo al singolare attributo di (7) Cass. Dio, 79, 4. 

acterna che ha la legione. I' Henzen lo crede (8) CIL. XIV, 2253 e 2254. 

unico della II Partica. 



— 2<q — 

solato illecito di Quinlianus, Si tratta forse dello stesso Quinziano che nominano altre due 
iscrizioni trovate presso \quileia (i), giacché abbiamo visto che parte della legione aiutò 
nel 238 d. G. IWassiminó nell'assedio di Aquileia. La seconda è probabilmente dell'età di 
Massenzio, come pensò il De Rossi (2) per la grafìa dei nomi propri; è dedicata da un 
ofii:o: hoiii 0(ptitno) M(aximo C(pnset itori et g nìum (sic) centuria*. Queste due iscri- 
zioni, insiemi- con una ter/a appartenente ad un'ara dedicata al Sole (C. I. L. XIV 22561 
dagli stessi legionari, sono runica notizia storica di editici interni del castro che ci sia 
pervenuta. 

Dopo 1 Filippi le memorie della legione vanno a mano a mano scomparendo. Nella 
seconda meta del sec. Ili abbiamo un ricordo isolato nelle monete di Gallieno (3), in cui 
la legione prende i titoli di V, VI e VII pia e di \, VI e \ll fidelis, e poi dobbiamo fare 
un salto fino quasi a Costantino senza sapere più nulla. Anche con Costantino abbiamo 
una notizia soltanto negativa: la legione, sotto di lui, non stava più nell'Albano. N 011 sap- 
piamo da chi e per quali ragioni la legione fu allontanata dall'Albano con tutte le famiglie 
e le masserizie, né dove fu destinata. Solamente sotto Giuliano '^60 d. C. la ritroviamo 
in Mesopotamia, insieme alle legioni: seconda Flavia e seconda Armeniaca, alla difesa della 
città di Bezabden (4). In Mesopotamia rimase ancora per molto tempo, almeno fino a quando 
vien nominata dalla Notitìa d'udii 'taluni (5), come di permanenza a Cefa. A questo periodo 
appartengono alcune iscrizioni sepolcrali di legionari trovate nella Mesopotamia e nella 
Pannonia inferiore (6). 

Per ultimare le memorie che si riferiscono alla legione ricorderò i tre latercoli militari 
ritrovati nell'Albano e dintorni, che portano nel Corpus (XIV) i numeri 2267, 2268, !393- 
Il primo latercolo (n. 22671, il più antico, ha le date consolari del 226 e del 2^1 : il secondo, 
che è il più recente, fu rinvenuto nelle fondamenta della cattedrale ed è importante perchè 
nomina almeno cinque coorti della legione e ci dà un esempio dei nomi più in uso fra i 
legionari, tra cui primeggia quello di Aurelius; il terzo è molto frammentario e non è che 
un elenco di nomi. 

Da ultimo menta una speciale attenzione una tegola rinvenuta presso il lago di \em: 
nel [884, con l'esplicito ricordo di una Aglina: 1. E ( i. Il P (ARTH1C A Hi (7). È il primo 
esempio, e fino a poco tempo fa l'unico in tutto il Lazio, di un laterizio con l'indicazione di 
apposite figline per un corpo militare. Il secondo esempio tu ritrovato dal Vaglieli in Ostia 
nel U)lo, appartenente alla sesta Co, irte del vigili (8). 



(i) CU.. V, 865 e 866. (6) CU.. III. 1464. 1683 ; suppl. 14405. 

12) Bull. Crist., 1869, p. :;. C) Notizie Scavi. 1884. p. 238 (Lanciarti); CIL- 

(?) Cohen. Monti, iinp. V. n. 478 sg. XIV 4090, 1: ci. XV pag. 6, n. Vili. 

(41 Amm. Mi XX, 7, 1. 18) Notizie Scavi, mio. p. ^14 (Vaglieli). 

(5) Not. digli, irnp. rum., XXXVI, 30. 



- 26 5 - 

Si è detto che sotto Costantino la legione non era più nell'Albano: sappiamo ciò dal 
Liber pontificalìs (i), a propositi) della fondazione della basilica di S. Giovanni Battista in 
civiìalt: Albanensi, per opera di Costantino. Fra le donazioni fatte da questo imperatore 
alla nuova basilica sono nominate le sceneca deserta vel domos civitatis, cioè le caserme 
lasciate vuote dalla legione. Oltre che alla basilica esse furono date in dono a tutto quel 
complesso di persone che si era venuto formando intorno ai casba e che era rimasto anche 
dopo la partenza dei legionari. Era costituito dal personale della villa domizianea e delle 
altre ville vicine, delle terme, dell'anfiteatro, de^li horrea, dai contadini venuti dalle cam- 
pagne presso l'abitato e da tutti quei piccoli commercianti ed industriali che formano 
gli annessi indispensabili di un accampamento militare. 

11 Mommsen illustrò molto bene (2) questo carattere quasi municipale dei castra e la 
trasformazione delle canabae a centro indipendente, con magistrati propri, trasformazione 
che cominciò sin dai tempi di racito (3 e si accentuò poi nel peiiodo fra Costantino e 
Teodosio. 

Siamo in tal modo giunti all'origine della città di Albano, la quale, rimasta oscura per 
pochi decenni, si presenta già verso la fine del secolo iv" come un centro molto impor- 
tante, sede di un vescovo e dotata di un vasto territorio. Il vescovo è un tal Ursinus, 
di cui si è scoperto pochi anni addietro il nome in una lapide del cimitero di Dom ' 
Posteriore di quasi un secolo è il vescovo Romanus, prete, che prese parte al concilio di 
Roma del 465 (5); poco dopo, nel concilio del 487, tra i firmatari, trovasi un altro vescovo 
di Albano, Anastasio (6). Dopo di lui comincia la serie quasi ininterrotta dei vescovi Alba- 
nensi, sotto i quali Albano si acquistò nella storia un posto particolare, assai notevole e 
influente nelle lotte che agitarono il Lazio per tutto il Medioevo. 

G. Lugli 



(1) Lih. Pont. (ed. Duchesne) Silvester I. pag. 185, 
XXX 

(2) Mommsen, Romischen Lagerstàdte , in Her- 
mes, VII. p. 299 sg. 

(;i Tac, Historiae, 1. 66; IV. 22. 
r Nuovo bull, crist., 1S99 p. 24 -^. Il Cluver 
{Italia Antiqua, p. 914), I' Ughelli {Italia 'sacra, 
I p. 288) e ultimamente lo Iozzi (Series ponti/. 



Alban., p. 52- attribuirono ad Albano anche il 
vescovo Dionisio, che è ricordato come vescovo di 
Alba nel ììì: ma il Nibby (Analisi, I p. 80) notò 
con più ragione trattarsi di Alba Pompeia e non 
già della civitas Albanensis. 

151 Mansi, Ai la condì., 7. p. 95g. 

10) Mansi, Ine cit.. 7. p. 1171. 



VARIETÀ * RECENSION 



VARIETÀ 



MATERIALI PREISTORICI 
DEL MVSEO DI GEOLOGIA IN PALERMO 



Il Museo dell'Istituto Universitario di Geologia 
in Palermo possiede una piccola ma interessante 
raccolta di oggetti preistorici, formata verso la 
metà del secolo scorso, per la liberalità e !e cure 
del Bar. Francesco Anca e del Prof. Gaetano Gior- 
gio Gemmellaro (1 i 

Tali avanzi furono divulgati in parte da questi 
due benemeriti antesignani degli studi preistorici, 
in parte da! barone Ferdinando von Andrian nella 
sua nota opera Prtlhistorische Studien aus Siti- 
lien (2). Resta però ancora materiale inedito e, 
fra quello già pubblicato ve n' è meritevole di 
ulteriore esame. Ho ritenuto pertanto che potesse 
giovare al progresso dell'archeologia preistorica 
della Sicilia occidentale, ancora assai scarsamente 
coltivata, Io studio di questa piccola collezione ge- 
neralmente ignota ai paletnologi moderni. In questo 
disegno mi ha incoraggiato il giudizio del Prof. An- 
tonio Taramelli, che in una sua fugace visita a Pa- 
lermo potè constatarne l'importanza ; mentre ogni 



agevolazione ho ricevuto dall'illustre direttore del- 
l'Istituto di Geologia, Prof. Giovanni Di Stefano e 
dal Prof. Mariano Gemmellaro, cui mi è pertanto 
grato rivolgere vivi ringraziamenti. 

I. BRECCE PALEOLITICHE. 

La parte principile della raccolta è costituita da 
alcune brecce con avanzi di industria umana, car- 
bone e relitti di cucina, provenienti in parte da 
grotte ormai ben note nel campo dei nostri 
studi (3), in parte invece da altre stazioni assolu- 
tamente nuove o di cui l'inora è conosciuto ap- 
pena il nome, ma nessun dato di fatto (4). Esse 
sono : 

Grotta dei Puntali. 

In questa grandiosa grotta clic si apre nelle vi- 
cinanze immediate di Carini, il Gemmellaro rin- 
venne i resti di un grande numero di esemplari di 



(i) Cfr. Salinas, del R. Museo il: Palermo, relazione. Pa- 
lermi, 1875. P- 3', 

G. G. Gemmellaro 11832 t 1004) donò fra l'altro alcuni og. 
getti preistorici raccolti dal padre. Carlo Gemmellaro 117S7-18Ó0). 
il celebre illustratore dell'Etna, il quale va perciò considerato 
come uno dei precursori degli studi paletnologia. A questo pro- 
posito ricordo, poiché e un fatto generalmente ignorato, che 
nelle collezioni del Museo Biscari di Catania, trovarono posto 
anche alcune ascie neolitiche e di bronzo (cfr. F. Mina Pa- 
LLìMBO. Rivista Siculo, 1869, II. p. 210). Questo Museo fu 
fondato, cotti' é noto, dal P.pe Ignazio Paterno Castello di Bi- 
scari. nel 1758 e continuò ad arricchirsi di oggetti per non oltre 
cinquant'anni. Il nome del Biscari è pertanto da mettere a lato 
a quello del celebre palermitano padre Cupani. che 
attenzione a due raschiatoi di selce fin dal sec. XVII (cfr. il suo 
Pamphytum ticulum, ed. Palermo, 1815, voi. III. lav. ,. 16 e 
tav. 15J. [0 sono lieto di aggiungere poi .1 questo 

ilutamente ignorato, quello del Carmelitano P.re Pizzo- 
lauti Filiberto, il quale nei principi del' 7"". ricavò dalle campa- 
gne di Licata una raccoltina di oggetti antichi, di cui alcuni e 
cioè . vetri dorati bizantini, una lekythos a f. r.. una a f. n.. 



con lotta di Teseo contro il Minotauro, un' anfore-: 
rinzia. un'ansa di anfora rodia. 4 signacula di bronzo e tic 
scalpelli preistorici, furono disegnati ed musi dal! 
trapanese Frane. Nicoletti apd. D'Orville. Sicilia, Amsueied- 
dami 1764, I, p. i-m A-B. 

(21 Supplemento alla Xeitscliiift fi» Ethn 'ogie, Berlin. 
1878. Qualche cenno su al. uni oggetti di 
trova in O. SCHOETENSACK, / ir-imd Fiiilij tchiclitliclies 
aus den italiei len, in Zcitscltv. fin l-.tln 

1 ioè le : Mi ign me ! 'ei ita S. 1 eodoro, < ai 

burancili. Addaura grande e piccala, Tonn.ua e ( 
Monte Fanio. — Cfi Falci ini 6, - '•■ 

'ne, in / >u*n, 
A w di u r noi, 

:.. t. XVII. 
G. G t.l «MI I I «.Ri I, 

1 1 ermo 1867; 

von Andrian, op. cit., p. Colini, Bull, a 

"aleti OH 11 

\NE»RI \s ] , . e -. 



elefanti (Elephas antiquus), fra i quali un cranio 
« an welchen zahlreiche kaum zu verkennende In- 
cisionen zu beobachten sind » (von Andrian, pa- 
gina 10). Hans Pohlig, die lia più minutamente 
studiato quegli esemplari, accenna vagamente alla 
presenza, fra di essi, di avanzi manufatti (1). Il 
Museo Geologico ne possiede in buon numero. 
Sono punte, raschiatoi e grossolane schegge di 
selce piromaca di vario colore (bruna, giallastra, 
rossa) di cui presento una scelta alla fig. 1 ; esse 
si trovano fra un impasto terroso, nello strato più 
superficiale della spaziosa caverna, miste a carboni 



Grotta della zia Menico; sul monte Colom- 
brina presso Carini sulla via di Capaci: scoperta 
dal Prof. Di Stefano. 

Armi di selce, impastate con carboni, argilla 
bruciata, avanzi di ossa (Bos?j e conchiglie ma- 
rine (Trochus turbinatus, Born.) e terrestri Helix 
sp., Bulimus, sp.). 

Grotta delle Vitelle; sul monte Gallo. 
Breccia con frammenti di carbone, armi ed uten- 
sili di selce, denti di cervo e di bove e conchiglie 
eduli terrestri (Helix Mazzulli San.; fi. vermicu- 





Fipir 



ed a gusci di conchiglie eduli (Trochus, [Trocho- 
cochlea] turbinatus Born.). 

Gli avanzi di animali raccolti nella grotta sono: 
Sus scrofa L., Cervus (elaphus) Siciliae Poni., 
Biscn (priscus) Siciliae Polii., tìos (primigeniusi 
Siciliae Pohl., Elephas (antiquus) Melitae Falc. 

Un cranio di bisonte (inv. 566 = inv. 1880, 
n. 330), ha le corna con due cavità nella parte 
anteriore verso la punta, che per la simmetria 
vanno ritenute opera dell'uomo. 11 fatto, va tenuto 
presente, insieme con l'altro segnalato dal von An- 
drian, per la pretesa contemporaneità, non docu- 
mentabile tra gli avanzi umani e queste specie 
animali estinte od emigrate. Le incisioni nel cranio 
dell'elefante del von Andrian, può darsi però che 
non siano state eseguite sull'animale vivo. È ad 
ogni modo un fatto molto interessante, sul quale 
voglio richiamare tutta l'attenzione degli studiosi, 
che gli avanzi umani si trovano nella crosta super- 
ficiale assolutamente distinta dalla breccia ossifera 
con avanzi di elefanti (_'). 



lata L.i e marine (Trochus turbinatus, Brn. ; T. ar- 
ticulatus Lk. ; Turbo rugosus L. ; Patella ferruginea 
(ìm. ; /'. caerulea L.). 

Presento alla fig. 2 una raccolta di tipi delle 
armi di selce rinvenute nella grotta, la quale ha 




anche dato, negli strati più bassi, avanzi di Elephas 
Africanus (3). 



in Bine Elephanlhìjhle Sicilie™, in Ahhandl. der k. bayer. 
Ikad. de, WS»., Il ci. XVIII Bd. i Ablh.. Miinchen, i8<, 5 , 

p. 82. — A p. 78, fig. 1. sezione iella grotta. 

(21 Anche nella grotta di S. Teodoro (cfr. col. 2, nota i), 
come si rileva dalle accurate sezioni dell'Anca, lo strato con 



avanzi umani è nettamente distinto da quello con avanzi di 
elefanti. 

| \-.' * GBMMBLLARO. Uonagr. degli ele- 

fanti /ossili in Sicilia, Palermo. 1867, p. 21. 



Grotta del Capraio; sul declivio settentrio- 
nale del Monte Gallo, presso la Grotta Perciata. 

Punte, raschiatoi e schegge di selce (vedi fìg. 3); 
un nucleo di diaspro. 

Conglomerato con denti mascellari di Cervus 
(sp.) e Bos (sp.) e conchiglie eduli marine [Troclms 
turbinatus Brn.; T. articulatus Lk.; Turbo rugina L.; 
Triton nodiferum Lk. ; Patella ferruginea Gm. ; 
P. coerulea L. var. aspera). 

Grotta dei Ben/rateili. 

Proviene da questa grotta un vero impasto di 
conchiglie eduli terrestri (Helix sp.) con cemento 
travertincso. 

Essa ha dato negli strati inferiori, avanzi di 
Elephas antiquus Falc. e denti di ippopotamo (1 ). 



Queste cinque grotte sono tutte nel territorio 
tra Palermo e Carini, al quale si riferiscono le 
altre grotte con avanzi preistorici di Maccagnone, 
Carburancili, Tonnara o Mollica, Perciata, Addaura 
grande e piccola (2) : le une e le altre insieme con le 
stazioni accertate all'Acqua dei Corsari (3) e, forse, 
alle falde del Monte Pellegrino (4), costituiscono 
un gruppo omogeneo distribuito intorno a quei 
due singolari monti che sono il Pellegrino ed il 
Gallo. 



Se le nostre constatazioni arricchiscono singo- 
larmente questo gruppo sì da renderlo il più am- 
pio fra i siciliani, esse inoltre ci fanno riprendere, 
sebbene non le risolvano pienamente, le questioni 
fondamentali, che questa facies di civiltà solleva 
nei rapporti con la vita primitiva del resto del- 
l'Isola. 

Di certo risulta, a giudizio stesso dei naturalisti, 
che nessun argomento di natura geologica o pa- 
leontologica ci impone di attribuire grandissima 
antichità a queste brecce. Non è infatti provata 
la commistione degli avanzi umani ad ossa di 
specie estinte od emigrate, mentre pare invece che 
si tratti semplicemente di sovrapposizione. Ciò 
concorda con la foggia di lavorazione degli og- 
getti di selce, che non sono certamente dei tipi 
più antichi, ma invece, come s' è visto, di quello 
alquanto più progredito detto moustérien, e tal- 
volta anzi, sembrano più evoluti. Essi tuttavia re- 
stano i più antichi avanzi dell'industria umana in 
Sicilia ; se pure, come è stato rilevato ampiamente 
nel resto d' Italia, in parte risalgono invece ad 
epoca in cui ormai, l'uso della pietra scheggiata 
era stato generalmente abbandonato. Resta sempre 
oscuro perchè mai questi avanzi così rari nel resto 
dell' Isola, esistano nella plaga palermitana in così 
grande numero (5), e quali rapporti di tempo e di 
civiltà intercedano tra essi ed il neolitico, anche 
esso qui più che altrove diffuso ed evoluto, mentre 
mancano del tutto le caratteristiche fasi della ci- 
viltà siciliana del bronzo. 



(i) Anca e Gemmellaro. op. cit., p. m. 

(2) Cfr. nota 3 a col. 2. 

(j) EMMANUELE Salinas (Aic/i. Star. Sic., XXXII. I907, 
p. 265 segg ; Rctui. dei Lincei, <7. d. si. tìs., XVI, 1907, 
p. ri-'i annunzio di aver scoperto in questa località avanzi 
paleolitici Slitto un potente strato di travertino. Egli annetteva 
grande importanza a questo tatto giudicandolo prova dell'altis- 
sima antichità della stazione. Il Pigorini {.B. d. P. /.. XXXIII. 
p. 43), sollevava dei dubbi, affermando giustamente che allo 
stadio attuale dei nostri studi, non si può prescindere dall'esame 
dei manufatti. Trovandomi a lavorare fra geologi ho voluto 
sentire che cosa essi pensassero della questione che pareva dalla 
geologia ricevesse cosi incrollabile base, mentre lasciava sceltici 
i non geologi. Sono lieto di riferire pertanto, che un simile dis- 
sidio non esiste, perchè il travertino terroso che contiene questi 
tenui avanzi è da giudicare con sicurezza di formazione recente, 
e non può documentarci una remota cronologia, trattandosi di 
roccia che si va formando ai nostri giorni e si può accu- 
mulare in grande quantità, in tempo relativamente breve e non 
certamente in quel centinaio di secoli ammessi da Emmanuele 
Salinas (Arch . Stor., p. 269). 

Sulla reale disposizione degli strati In quel pesto vedi le sezioni 
fotografiche date dal Dr Avariano Gem.mellaro, Escursione nel 



giacimento /ossili/ero di Ficarazzi presso Palermo, in Boll. 
della Soc, Geo!. Italiana, voi. XXVIII. 1909, p. 1 \M\ -e,; 
(fot. a p. CU se.;). Cfr. anche M. GlGNOUX, Lei foimations 

marines, Paris. 1QI3, p. 196. seg., tìg. 26. 

Aggiungo che le armi di selce sono di tipo moustérien ana- 
logo a quello delle nostre grotte, e vi e anzi qualche frammento 
di coltellino che si direbbe neolitico. Paiono in complesso og- 
getti della grotta Fanio, cfr la nota 5. 

(4 i w\\. Salinas, Xot. degli Siavi. 1907, p- 307. 

(5) Oltre che nel gruppo Palermitani', si sono rinvenuti 
avanzi paleolitici a S. Fratello in prov. di Messina (gr. S. Teo- 
doro, vedi col. 2 nota), e nei dintorni di Termini Imeiese (gr. 
Ianni, gr. Di Nuoro, gr. del Castello cfr. Colini. Ihiìl. ili 
Paletn.. XXIII. p. 22;; Pigorini. ivi, XXXIII. p. 189; 
SCHWEINFURT G , Ueber dai Hohlenpatftolithikum von 
in Zeithschrift fur Ethnol., 1907). Non si hanno elementi suf- 
heienti per giudicare delle caverne del Siracusano, della pro- 
vincia di Trapani e delle Egadi; Colini, Boll. Ji Paletn.. 
XXIII. p. 226-7. 

A completare l'elenco delle constatazioni del paleolitico nel- 
I' Isola, conviene ricordare pezzi sporadici dei dintorni di Ca- 
strogiovanni iORM. Bull, di Paletn., XXXIV. p. i u ii ed una 
scure, di tipo chellèen, da Alcamo [ivi, XXV, p J17) 



II. OGGETTI NEOLITICI. 

Tra edite ed inedite, nel Museo si conservano 
una trentina di ascie di pietra levigata provenienti 

Provenienl.i 



Bosco di Nicolosi. 

Lentini 

Castrogiovanni . 

Catania 



da vari luoghi dell'Isola. Poiché raramente accade 
di poter studiare questi preziosi oggetti con l'aiuto 
di un geologo del valore del Prof. Di Stefano, 
presento qui un quadro di esse, classificate secondo 
la provenienza e la natura delle pietre ili: 



Gtidette vcrde-chtjirj 


0. •verdescura 


31 




92, 94 


80 




81 


75 




— 


83, 86, 


88 


82, 84, 85, 
87, 88-r>is 



Catania (Piano della Statua i 

Corleone 

Isole Lipari 

Palermo (Monte Pellegrino) 
Palermo - Dono Airoldi . . 
Ignota provenienza 



30 



La scure di basalto n. 89, lunga cm. 21 (fig. 4) 
dono del Cav. Cesare Airoldi; è pertanto pro- 
babile che provenga 
dall<< Villa dei Leoni, 
proprietà di quella fa- 
miglia, prossima alla 
contrada Valdesi, sotto 
il Monte Pellegrino, la 
cui necropoli neolitica 
fu scavata dal Prof. Sa- 
lina* (2). 

Pure dai pressi del 
Monte Pellegrino pro- 
viene la piccola scure 
(cm. 6) formata di un 
nucleo di selce cornea 
ed un orcioletto mono- 
ansato, alto cm. 8 di 
rozzissimo impasto. 

Da S. Ninfa, lungo 
la linea ferroviaria, pro- 
viene un coltelluccio di 
selce piromaca lungo 
cm. 5. 

L'accetta n.30, lunga 
Figura 4. cm. 9, larga 4 ] 2 , di 

(il Per la provenienza della Giadeite, il l"r. .r . DI Siefano. è 
propenso a seguire i risultati esposti dall' ING. Sei ONDO FRAN- 
CHI, Iloti, del Comitato Geologico, 'iiuo, n. II, e Send. dei 
Lincei, ci, di t, . aulir. IX. p. w segi:. 'riassunto dello 
ISSEL, liuti, d: latrili.. XXVII. p. i se K g. i, che ne ha tro- 
vato nella Catena del MoncenlSlO e nell'Appennino Ligure. 

Nfi nostro'quadro viene segnato il numero che gli oggetti 
portano nell' in . lei materiale preistorico, che 

trovasi scritto nei pezzi stessi ed «■ ripetuto nell'inventario ge- 
nerale dii VI llato dal Prof. Di Ulasi nel 189). 

Di queste serie, le ascie elle non saranno esaminale appresso 
paratamente, si trovano pubblicate o almeno menzionate in 




nerastra 


Basalto 


òti^e 





93 


— 


79 


— 


— 


77 


76 


— 


- 


— 


— 





45 


_ 


_ 


27 


— 


— 


66-74 


— 


— 


— 


senza numero 



forma appiattita (spessore cm. 1,3) e di cui è ignota 
la provenienza, merita speciale menzione. Essa 
reca su uno dei lati, delle profonde incisioni (vedi 
fig. 5), ripiene di una 
sostanza rossastra, in 
forma di cerchi e semi- 
cerchi dentro e sopra 
ima figura geometrica 
che potremmo rassomi- 
gliare ad una piccola 
edicola. 

Nell'altra faccia le in- 
cisioni lineari, sono li- 
mitate ai contorni e sem- 
brano illanguiditela ul- 
teriore strofinamento del- 
l'ascia. Vi sono ancora 
due buchi tra lo spes- 
sore dello strumento ed 
il Iato posteriore. Trat- 
tasi, com' è probabile, 
di una scure di carattere 
sacro ; non altrimenti sa- 
prei spiegarne la decorazione, della quale non co- 
nosco riscontri molto precisi, potendo compararsi 
con la nostra scure, solo lontanamente, quelle di 

von Andrian, p. 70 e tav. 111. n. io (Nicolosi); tav. III. n. 13 
(Lentini): pag. 67 e tav. Ili, 16 segg. (Castrogiovanni) p. 70 
e tav. 1. n. 3 (Catania); p. 65 (Corleone): p. 72 'Isole Lipari). 

Del materiale neolitico del Museo il von Andrian pubblica 
anche due raschiatoi di ossidiana da Cammarata ^Rocca Daparo) 
p. Iis. ed un coltello di selce da Peltineo. tav. 1, n. 4. 

(a) A. SAL1NAS, Rend. dei Lincei ■', di e. mo.. .8g6. 
p. 346: Bull, di Pttleln., XXIV, p. 264; Lissauer. Zeil- 
■in Etimologie, XXXV. p. ioij ; E««- Salisas Nat. 
degli Sran. 1007, p. 307. — Del materiale di Valdesi son 
pronti, al Museo Nazionale. ,|uasi tutti i disegni per la pubbli- 
cazione che ne preparava Emmanuele Salinas. 




rocce verdi e lapislazzulo trovate nel secondo 
strato d! Troia, ornate di incisioni geometriche 
che si è creduto vogliano imitare il bronzo. Anche 
queste ascie è probabile siano servite ad uso reli- 
gioso (1). 

Dalle grotte di Villafrati, nei pressi di Palermo, 
che hanno dato abbondante materiale preistorico, 
il museo possiede una notevole serie di avanzi 
ossei umani, provenienti 
dalla grotta Porcospino, 
ed illustrati dal Dr. Zu- 
sterkandl (2). Inediti sono 
invece due vasetti dei 
quali uno alto cm. 12 
(n. G4 = inv. 1880 
n. 353), frammentario, è 
un depas a superficie 
rossastra un po' levi- 
gata ; l'altro (n. 63) è 
un pentolino a doppia 
ansa, fatto a mano e di 
impasto e superficie roz- 
zissima (alto cm. 7 54; 
diametro alla bocca 
cm. 6). Il terzo e più 
importante (cm. 16), ad 
alto collo, monoansato, 
è anch'esso fatto a mano. Ma la superficie lucidata, 
ha un colorito rossastro e reca decorazioni di dop- 
pie linee riunite da tratti a' scala, ripiene di punti 
(v. fig. 6). E una ceramica neolitica di tipo non 
comune e di aspetto singolarmente progredito che 
per il suo effetto d'insieme arieggia in qualche 
modo alla ceramica caratteristica del I periodo Si- 
culo di Orsi; fra le meno lontane analogie dob- 
biamo ricordare i cosidetti idoli di Villafrati, del 
Museo Nazionale di Palermo, provenienti a quanto 
pare da tombe di Piazza dei Leoni, alla Favorita, 




Figura 



i quali sulla lucida superficie nerastra propria alle 
ceramiche neolitiche, recano dei fregi in rosso 
nettamente rilevati dalla recente pulitura (3). 

III. BRONZI. 

11 Museo possiede anche i seguenti oggetti di 
metallo, tutti inediti: 

n. 95. Accetta di bronzo (4) a fiocchi rilevati, 
lunga cm. 15, larga al taglio 5; spessore cm. 2. 
Proviene da Qiarre (prov. di Catania), (fig. 7-<ì); 

n. 99. Accetta di bronzo simile alla prece- 
dente, lunga cm. 15 'ó, larga al taglio cm. 5, spes- 
sore sui bordi cm. 1 1 2 , dono del Prof. Terrachini. 
Rinvenuta in Girgenti presso i templi » (fig. 7-b). 
— Queste due rare armi sono di quel tipo appar- 
tenente alla più antica fase della civiltà enea, 
chi. un. itu anche coltello-ascia molto diffuso in 
Sardegna, appare anche nell'Italia centrale e su- 
periore e nelle stazioni dell' Europa Settentrio- 
nale (5), mentre manca assolutamente nella penisola 
Iberica e nel Mediterraneo Egeo. In Sicilia, questo 
tipo è sostituito dalle scuri piatte (6) che appar- 
tengono al ben noto tipo diffuso da Troia e Cipro 
all'Italia settentrionale (7); 

n. '.!(). Accetta di bronzo, ad occhio (lungh. 
cm. 16; foro di cm. 4 y 2 ) munita di bottone nel 
tallone (Qg. 7-r); rinvenuta nel bosco di Nicolosi 
sull'Etna (8). Essa appartiene ad un tipo di cui 
in Sicilia conosciamo diversi esemplari e cioè : 
undici al Museo di Palermo da un ripostiglio di 
Biancavilla (9); cinque al Museo dei Benedettini di 
Catania (10) e tre, forse da Spaccaforno nella rac- 
colta Castelluccio di Catania (11); 

n. 98. Accetta di bronzo ad occhio (lung. 
cm. 20, larga al taglio cm. 2; spessore sotto 
l'occhio cm. 2; occhio ovolare di cm. 4 U X 3) 
(fig. 7 d). rinvenuta ad Ad Trezza (Catania) negli 



(i) Goetze, apd Doerpfeld, Troja and liion, I, p. 359. 
Non occorrono speciali citazioni per il significato sacro e sim- 
bolico dell'ascia in molte religioni antichissime, 

(2) apd. VON ANDRIAN, p. 44-65. Sulle antichità preistoriche 
di Villafrati, scoperte nelle grotte Porcospino, Buffa 1 e Buffa M, 
da! P.pe di Mirto, I l e G. G. Gemmellaro cfr. 

von Adrian, p. j6 segg. ; G. Di G in 

trapresi e suiti scoperte fatte negli antichi monumenti di 
Sicilia da! •• ■ Palermo, tS66, p. 30 

segg.. Salinas, Del R. Museo di Palermo, p ,1 segg.,ecc. 

(3! Fu fatta da Emm. Sai i i documenti da cui 

risulta la loro reale provenienza, vfr Palermo 
a' Oro, p. 241-45- 

(4) L'esame del metallo di questa accetta e della seguente è 
stato eseguito nell'Istituto Chimico della R. Università di Pa- 



(5) Cfr. Colini, Bnll. di Paletn. 


. XXIV, tav. Vili, 6 iRe- 


medello); XXVI, tav. IX. ;,. 7 (Cortona 


1 : XXXV. p. log. notai-; 


lEtruria). etc. 




Boll, di Paletn., XXIV, 


p. 287. fig. 48; XXVI, 


p. e 4 e 225. 




- Si hi • kardt, v hliemanni A 


usgr., 2 a ed.. 189:, p. 84, 


" strato Ji Troja 1 


a, Civi - ■ 


2» ed., p. 258 (Cipro); Colini. Boll. 


tn., XXVII. tav. 1, 


fig. g 1 Italia). 




(8) Di egual provenienza il Mus. 


;o conserva una punta di 


treccia Ji bronzo, con alette (inv. il 


IV. n. 96 lunga mm. 95, 


che pare . 




. di Paletn.. XVI, p. f>. 




d: Paletn., XVI, p. m. 




./, Paletn., XVI, p. 49- 





scavi del traforo della ferrovia. È di un tipo molto 
semplice, ovvio fra di noi, e ripetuto anche in 
piccoli esemplari di uso religioso, che insieme a 
quello rappresentato dal numero precedente - sup- 
plisce in Sicilia il paalstab mancante » e si riferisce 
agli strati della fine dell'età del bronzo e primis- 
simi tempi del ferro (1); 



cuni esemplari che vanno attribuiti al II e HI pe- 
riodo di Orsi (3). 

Dobbiamo da ultimo accennare ad alcuni crani 
umani e frani nenti di armi di ferro, fra cui una 
punta di lancia, rinvenuti nel 1881 nel sottosuolo 
del R. Educatorio Maria Adelaide in Palermo, che 
trovarono posto in questa raccolta, perchè allora 




n. 78. Punta di lancia di bronzo a cannone, 
con alette, lunga complessivamente cm. 13, pro- 
veniente da Castrogiovanni (fìg. 7 e»; è di una 
forma largamente diffusa nella civiltà del bronzo 
di tutta Europa (2). In Sicilia se ne conoscono al- 



erà di moda parlar di Fenici antichissimi ; ma 
quei sepolcri costituiscono la necropoli di Panormo 
punica non più antica del sec. v av. Cr. (1). 

Biagio Pace. 



(i) ORSI, Boll, d, Palrln.. XXV'I. p. 167, tav. XII 
RIZZO, ivi. XXIII. tav. V, 2. ecc. 

[a) < ti. ad es, MONTEL1US, /'"' CI,,, in. dei . 

■ ih Nord Deutschland, Jooo, p. 50. lig. 1 

u) RIZZO, Boll, d, Palttn., XXIII, tav. V, ti n. ij 



(4) Questa necropoli, poco studiata, si stende con le sue 
camerette sotterranee, lungo il Corso Calatatimi da Piazza Indi- 
pendenza in su. Per le antiche scoperte cfr. la bibliografia in 
Di Giovanni. Top. antica di Palermo, Pai., iS8g. p. 160. Vedi 
oltre, Noi. degli Scavi, 1887, p. 428; 1395, p. aio. 



IL TEMPIO DI AFRODITE VRANIA IN ATENE 



Riferisce Pausarli. i che in Atene, presso il tem- 
pio di Efesto, si trovava il santuario di Afrodite 
Urania, con una statua marmorea della dea, o- 
pera di Fidia, e dopo aver narrato le origini orien- 
tali di questo culto, afferma ch'esso fu introdotto 
in Atene da Egeo, il mitico re figlio di Pandione. (1) 

Con una delle abituali violenze al testo del pe- 
riegeta si è pensato che questa leggenda debba ri- 
ferirsi a quell'altra Afrodite Urania della regione 
dell' Olimpieio èv xr,-oi; (cfr. gli autori citati da 
Dùmmler, Aphrodite, in Pauly-Wissowa, R. E., I, 
2733). Ma il ricordo che si ha di altre memorie 
di Egeo in quel quartiere, non ci può autorizzare 
a questa arbitraria correzione; non si vede infatti 
perchè tutte le memorie di un personaggio mitico 
debbano necessariamente essere riunite in un solo 
posto, quando sappiamo altronde che l'heroon di 
Egeo sorgeva sulle pendici meridionali dell'Acro- 
poli (cfr. il mio scritto Aigeus, in R. C. dell' Ac- 
cad. dei Lincei, ci. di se morali, 1915 p. 473 seggi. 
Dobbiamo pertanto attribuire, con Pausania, al san- 
tuario presso il tempio di Efesto, la leggenda re- 
lativa ad Egeo. 

L'indicazione assai vaga del periegeta, non ha 
permesso di identificare il sito del nostro tempio. 

Non è infatti da credere ch'esso vada cercato 
nel tratto compreso fra il t. di Efesto, riconosciuto 
ormai nel cosidetto Theseion, ed il portico Pecile 
alla cui descrizione si passa subito dopo ; poiché 
Pausania è solito col Kkrpiov indicare una vici- 
nanza relativa rispetto al punto di riferimento, 
nel caso nostro al t. di Efesto, anche in tutt'altra di- 
rezione di quella seguita nella periegesi. Mancando 
ogni altro più preciso riferimento, gli studiosi di an- 
tica topografia ateniese si sono perciò limitati ad 
indicare approssimativamente il sito nell'agorà o 



nelle vicinanze: it probably stood on the marked Hill, 
dice il Frazer (Coment, on Pausanias eie, voi. Il, 
128), mentre lo Judeich, ancor più vagamente lo 
colloca nelle vicinanze W. della collina del mercato 
{Topogr. von At/ien, p. 328). A me sembra però 
di poter cavare un indizio topografico al di fuori 
dalle fonti scritte e degli avanzi monumentali. 



Dalla collina detta delle Ninfe, oggi dell'Osser- 
vatorio, che s' eleva a modesta altezza nella re- 
gione occidentale di Atene, si protende verso la 
spianata del xoXtovòs «700010; (cioè in sito che è 
davvero reX^atov al tempio di Efesto), una roccia 
chiamata 'Ayta Mapiva dalla piccola chiesa che vi 
sorge sopra. L'angolo sud-est di questa roccia, 
presenta una superlìce levigata, da cui le donne 
Ateniesi hanno l'abitudine, od almeno l'avevano 
fino a pochi anni addietro, di lasciarsi scivolare 
reputando quest'atto come un efficace rimedio ma- 
gico contro la sterilità (2). 

Se ricordiamo che la leggenda ateniese riferita 
da Pausania, riconnetteva la fondazione del tempio 
di Afrodite Urania col desiderio di Egeo di avere 
discendenti, onde è chiaro che gli antichi Ateniesi 
dovevano vedere nella dea di quel santuario una 
patrona della fecondità, non stenteremo a convin- 
cerci che la moderna superstizione ci rappresenti 
forse un avanzo dell'antico culto locale di Afro- 
dite e che perciò la cappella dell'Agia Marina se- 
gni approssimativamente il sito del tempio che si 
diceva fondato da Egeo. 

Questa induzione non può sembrare arbitraria 
ove si consideri che l'indiscutibile sopravvivenza 
di motivi pagani, non soltanto è provata in linea 



(o 7c).r,<riov 'A Ispóv Èttiv 'AspoSttr,; Ovpavia; . . . . 

'A6r,vaioi; 5s ■/. ititt^tit'j A'.vì'J:. i'j;'.t - 

~XiKlZ VOU.Uf.)V — OU YÌC -'■> T'i Ti r.Ttv — /.al Ta".: 

'aSsXsaì; -iiì^'ir: rr,v <rJ[i.30pày Ex •i.r t 'i':\ix' r r. -.1,: O'j 
patvia;. tòòè is' i:.><"> ".-.: i-;a/va UBou flapiQ'J 



'l>£'.v.o\>. *Wjh: 5s ::pò; ty,v 


tt'ìÌv (XW/ùr^) ... Pausa- 


(2) Quest" usanza di cui alme 


no il ricorda è ancor vivo -.ul 


■ ■". 1 ari., he : \i ■ 't da t.i 11 


i molti libri, tri. ,tJe*-. Lolling, 


in Baedeker. Grece, p. 73 Varv 


aro-Pojero. Rie. .;' 


Firenze, Barbera. iSgo, p, 442. 





"5 



generale in molte pratiche popolari di carattere 
magico, fra cui mi piace ricordare, perchè si rife- 
riscono ad Atene e son poco noti, certi misteriosi 
riti propiziatori del fato, compiuti daile donne a- 
tiuicsi ancora sotto il dominio ottomano, e de- 
scritti dal nostro Pomardi, nel suo prezioso Viag- 
gio in Grecia (voi. I p. 154 segg. Roma 1820); 
ma ancora che queste sopravvivenze si riscontrano 
quasi sempre in relazione con luoghi del culto 
Cristiano. E questo un fatto, ammesso largamente 
anche da scrittori cattolici Ira i quali basta ricor- 



dare il p. Delahaye. Per non uscire dalla Grecia, 
meglio che ricordare particolari esempi che ci ver- 
rebbero forniti in larga misura, soprattutto dalle 
fontane sacre dell'antichità classica (son celebri le 
leggende moderne sul fonte delfico delle Castalie 
cfr. Bourguet, Les ruines de Delphes, p. 294), rinvio 
ad un notevole articolo largamente documentato 
di G. N. Politis, su " l'importanza delle Chiese 
greche per il riconoscimento dei templi antichi,, (1). 

B. Pace. 



n » AaoYpafia, BeXtiov t^; éXXtjvix?)?, Xaoypaiptxrjs sxat- 
póia:, Atene iqw. A* 12-21. Cfr. anche dello stesso autore 
MtXhxi Titpì to'j pioy y.ai t^; y) ''"777;; xoù ÉXXv|vnioiJ 



Xaoù: Il zpaSótTStC, Atene 1904, n. 123. 19:, 205 etc; Pkrrot, 
Ann. </<- tass. pour /' encouraR. des ètud, Grecq.. I8--4, p. 
404. etc. 



NVOVO E SINGOLARE ESEMPIO 
DELL'ANTICHISSIMO RITO DELL' « OSSILEGIVM » 

PRATICATO SOPRA V\'A STATVETTA DI BRONZO 



Il caso che mi accingo ad esaminare, si presenta 
fino ad ora unico e di carattere veramente ecce- 
zionale nella storia del rito funebre e religioso 
degli antichi. 

Circa tre anni addietro, in Chieti ebbi occasione 
d'acquistare, per la mia privata collezione, una sta- 
tuetta di bronzo contenente una peculiarità assai 
notevole e curiosa, della quale sino ad oggi non 
si era riscontrato esempio in altre consimili figu- 
rine, abbastanza comuni. Dalle informazioni as- 
sunte, che la dicevano proveniente da Manoppello, 
e più specialmente dal tipo molto somigliante a 
quello d'un esemplare conservato nel Gabinetto 
Archeologico di Vasto, sono indotto a supporre 
che la statuetta sia stata realmente rinvenuta in 
qualche paese dell'Abruzzo chietino. 

L'originale è alto era. 12 e mezzo e rappresenta 
un guerriero seminudo, nell'atto d'impugnare la 
lancia con la mano destra che tiene sollevata. 
La parte mediana del corpo è coperta dal costume 
succinto dei guerrieri primitivi, cioè da un breve 
cìnctus o rc£pi£<ofi.a, sostenuto all' estremità dalla 
mano sinistra che vi si nasconde sotto. La testa 
di forma allungata, elissovoidale, arieggia il tip.. 
negroide, anche per la ricciutezza dei capelli, seb- 
bene forse tutto il complesso della figura tenda a 
rappresentare un personaggio della razza sannitica, 
dall'aspetto adusto e membruto. (Vedi appresso, 
fig.). Quello che v'ha di peculiare e di eccezionale 
in questa figurina dij'guerriero, è un piccolo foro 
praticato in mezzo al torace, da cui si scopre una 
non molto ampia cavità, nell'interno della quale 
è situato un frammento d'ossicino che, per la sua 
piccolezza, potrebbe assomigliarsi alla falange d'un 
dito mignolo della mano o del piede. 

Che si tratti di un osso, non può mettersi in 
dubbio, avendone fatta praticare l'analisi microsco- 



pica sopra una molecola distaccata. E nemmeno 
può nascere il sospetto che il foro che si scorge sul 
petto della figurina, sia prodotto di casualità e non 
praticato a scopo intenzionale, poiché esso pro- 
viene dall'assottigliamento del metallo, ottenuto 
mercè l'impiego d'una lima ; e le traccie di questa, 
abbastanza visibili, sono coperte dalla stessa pa- 
tina verde-smalto. Sicché la parte limata e la con- 
seguente apparizione del buco, rivelano fattura pri- 
mitiva, assolutamente intenzionale, dovuta a pratica 
rituale, >imbolica o religiosa. 

L'ossicino contenuto nel cavo toracico, rappre- 
senta evidentemente una reliquia, molto somigliante 
alle reliquie cristiane che siamo soliti osservare in 
quelle teche di metallo o di legno costituite da 
mezzi busti di santi, aventi in mezzo al petto una 
apertura munita di sportellino. 

Il fatto, sinora unico, ha carattere di somma im- 
portanza, come vedremo, per la storia del rito fu- 
nebre primitivo, dipendente dal culto per gli avanzi 
sacri del defunto. 

Com'è noto, la credenza nella virtù inerente al 
corpo d'un morto, la quale consente anche l'effi- 
cacia soprannaturale di ciò che gli appartenne, co- 
stituisce il principio superstizioso, comune ai po- 
poli primitivi, dal quaie emana il culto delle reliquie. 
Assimilarsi la virtù del defunto mediante il con- 
tatto o la presenza di tutto ciò che fu suo, è un i 
pratica di substrato animistico, di cui non man- 
cano esempi nella stessa religione neolitica. Ed il 
più importante è costituito dell'uso amuletico delle 
rolelle craniche, ovvero delle ossa craniali ricavate 
dal teschio, mediante la trapanazione, e portate 
addosso come reliquie o amuleti atti a prevenirsi 
da quella stessa malattia che il morto aveva 
avuta, che fu già detta < la malattia sacra il). 
Ma non delle sole rotelle craniali erano muniti i 



■ 
amuleltes cran ■ ■ <•• (in Congress. 

Intera. d'Archéol. Préhist. (Vili). Budapest, [876, p. 101 etsuiv.)- 



RIMI L. Le pi 



Manuel d 



. — Pico- 



l'I 



pendagli neolitici; vi facevano parte anche i denti 
del morto ed altri frammenti delle sue ossa (1). 
Un'altra pratica di carattere identico, dalla quale è 
anche manifesto il culto prestato alle reliquie del 
defunto, era poi quella della scarnitura e coloritura 
delle ossa del cadavere (cranio di Scurcola). 

Queste manifestazioni religiose rivelano, sopra- 
tutto presso i popoli neolitici, la credenza nelle 
virtù magiche delle reliquie, considerate come amu- 
leti o talismani, ed il culto dei morti ritenuto come 
fede nella sopravvivenza dell'anima. La virtù che 
si assorbe dai resti del morto, divenuto essere di- 
vino, era considerata dagli antichi quale veicolo 
del potere soprannaturale. 

La continuità di questo principio si rinviene an- 
che oggi presso le altre religioni dei popoli sel- 
vaggi : « Non v'è differenza (osserva il Clodd) per 
il selvaggio che porta seco il teschio del suo an- 
tenato come amuleto o sede di oracolo, e il bud- 
dista che pone le reliquie dei santi nel topè, e il 
cattolico che depone i frammenti dei santi o dei 
martiri entro l'altare che la loro presenza santifica, 
mentre la madre conservando pietosamente i ca- 
pelli del bambino morto, è esempio della vitalità 
dei sentimenti derivati dalle fonti perenni della 
umana natura (2). 

Secondo il principio animistico primitivo, comune 
oggi ai selvaggi, l'individualità del morto si con- 
fonde con i suoi resti mortali, e lo spirito dei tra- 
passati abbandona l'altra vita per venire a rianimare 
il proprio cadavere. Presso i Caraibi si credeva che 
l'anima d'un trapassato potesse albergare in uno 
dei suoi ossi. Si soleva, perciò, prendere uno di 
tali ossi, invilupparlo di cotone e conservarlo come 
oracolo. Da siffatti pregiudizi, osserva il Tylor, ne 
deriva che « ces restes humains deviennent des 
fétiches habités par les àmes que Ics animaient 
autrefois, ou, tout au moins, qu'ils sont encore 
plac s sous l'influcnce de ces àmes, on pourra 
s'éxplìquer de facon raisonnable le eulte des reli- 
ques qui est autrement très-obscur » (3). 

Queste credenze si riannodano, senza dubbio, 
alle dottrine dell'esistenza futura e della resurre- 
zione dei corpi. Tanto presso i popoli primitivi che 
presso le razze selvagge presenti, i resti del corpo 
si compongono talora d'un osso solo o frammento 
di osso, talora dell'intero corpo disseccato o mum- 
mificato. La ragione pratica di tale uso di conser- 



vare per venerazione i resti mortali, è fondata so- 
pratutto nella credenza che l'anima viene spesso 
a visitare il corpo, concetto espresso dai neolitici 
con le aperture praticate nei dolmens, sotto i quali 
è interrato il cadavere. 

Ma lino a qual punto si può stabilire un rap 
porto fra la conservazione delle reliquie del morto 
e l'idea della resurrezione dei corpi, tanto fra le razze 
indigene presenti, che fra i popoli della preistoria, 
dell'Egitto e delle altre regioni del mondo antico? 
È qui .sto un problema che allo stato dei fatti non 
è facile risolvere. Il Tylor appellandosi alla dottrina 
della metempsicosi, richiama a tale proposito l'at- 
tenzione sulla credenza nella trasmigrazione delle 
anime in un nuovo corpo umano, ciò che costi- 
tuisce una risurrezione terrestre. Mettendo la qui- 
stionc sotto uno stesso punto di vista, si potrebbe 
sostenere che la resurrezione dei corpi, sia in cielo 
che negli inferni dell'antica mitologia, non è, dopo 
tutto, che una trasmigrazione di anime. Ciò si rende 
evidente dai sistemi religiosi delle razze superiori, 
ove siffatte dottrine sono più chiaramente definite 
ed acquistano un senso più pratico. Il Rig Veda 
parla espressamente della risurrezione dei corpi e 
ragiona del morto come d'un essere glorificato il 
quale riveste le proprie spoglie (tana), e promette 
all'uomo giusto di rinascere nel mondo futuro col 
proprio corpo, tutto intero (sorvatanù). Presso il 
brahmanismo e il buddhismo la reincarnazione dei 
corpi abitanti nei diversi cieli e nei diversi inferni, 
costituisce tanti casi particolari di trasmigrazione. 
Anche la dottrina persiana relativa alla resurrezione 
dei corpi, che alcuni autori hanno voluto rilegare 
alla dottrina giudaica, è tuttora di origine abba- 
stanza oscura (1|. 

Ma sorvolando, nel caso presente, a siffatte 
quistioni metafisiche, giova riflettere che nel con- 
cetto primitivo gl'idoli non costituiscono soltanto 
l'immagine del trapassato, ma la custodia del suo 
corpo stesso. Presso gli Egiziani la mummia era 
custodita nella sua cassa la quale nascondeva i 
tratti della persona defunta. L'immagine di Amem, 
di Khem, di Osiride, di Ptah è abitualmente quella 
di una mummia nella sua cassa. Di solito, nell'an- 
tico concetto funerario, l'idolo che deve rappresen- 
tare il defunto, e ne contiene tutta o una parte del 
corpo, prende addirittura il posto di quello. Presso 
i selvaggi primitivi, nel Vucat.m, si costruivano 



(i) CarTAILHAC: Distribution 

ì vi n (Coner. Int. J'Anthrop. Paris. 1S67.P, 188), 

l'i 1 li • !.. p. 574-711. 

(2) Clodd E.: I I 1 ad. Nobili. 

Torino, Bocca, iqoo, p. s8. 



i;i TYLOR E li . La civilisation primitive, TraJ. Barbier. 
Paris, 1878. tom. II. p. ro7. 

(ti lue», ivi. p. 25 et suiv. Cosi per l'individualità decli 
Idoli contenenti i resti del morto e l'anima dei trapassati, ved. ivi. 



degl'idoli di legno, rappresentanti gli antenati, e vi 
si mettevano dentro le ceneri o qualche resto del 
corpo. Queste immagini poi si collocavano nel la- 
rario domestico. 

Fra le popolazioni primitive dell'Africa, della 
razza dei Bantu, si usava conservare nell'abitazione 
una particella o reliquia del corpo degli antenati 



di uomo, e sopra di esso erano eretti dei tem- 
pli. In altri casi, afferma Io Spencer, si procedeva 
all'adorazione delle reliquie, insieme con la figura 
rappresentativa, non per inclusione, ma solo per 
prossimità. 

I messicani antichi usavano anche di bruciare il 
corpo del loro re defunto e dopo averne raccolte le 




dentro statuette alle quali si facevano anche offerte 
funerarie ( 1). 

Spencer ha raccolto molti esempì importanti di 
questo stadio di transizione tra il cadavere, la mum- 
mia e l'idolo che li rappresenta o li sostituisce. Gli 
antichi Messicani, che seguivano il rito della crema- 
zione, usavano bruciare il loro capo defunto, e dopo 
averne impastate le ceneri con sangue umano, ne 
facevano un idolo che rappresentava il trapassato 
stesso. Qualche volta, come nel Yucatan, le ceneri 
venivano collocate in un ricettacolo d'argilla in forma 



(1) s ( uni mi s W . Di R, ligi m d, ? Afi 
vòlt >. iYlunsrer, iSqi. — Achelis Th.. / 
.\ r aturvò'lkei un Cwriss, Lipsia. 1909. 

(3) Cfr, GRANT-ALI EN, L •-. 
indagine sull'otigine delle religioni, frad. 
Bocca, ioli, p. 71 e sgg. (Dal cullo dei n 



miselien .Valli 



ossa combuste, i gioielli, ecc., costruivano una figura 
vestita dinanzi alla quale, come pure dinanzi alle 
reliquie, deponevano le loro offerte. È un fatto in- 
negabile, osserva il Grant Alien, che la cremazione 
presso tutti i popoli si prestava ad una spontanea 
sostituzione di una imagine al cadavere effettivo. 
Cosi sui sarcofagi di pietra o di terracotta degli 
Etruschi, i quali contengono le ceneri dei morti, 
si vede il ritratto del defunto coricato come ad un 
banchetto, con una coppa in mano (2). 
Tralasciando adesso i popoli della preistoria, 

gine dell.i credenza religiosa presso tutti i popoli —CAPITAN 

aci '. dans r \mhique antistiti, in Conf. Guimet, 

n XXXII della liibl. de Vulgarisation). — HAMY, < royancei 

et pratici ■ n <> Mexicaim (in Coni cit.. n. XXV 

cit.) e.l altri autori ricordati J.n Li 11 al [Lei antig 






24 



presso i quali, come abbiamo visto, il culto dei resti 
mortali aveva per iscopo di assimilarsi le virtù già 
inerenti al trapassato, sappiamo che presso gl'Indo- 
europei, fin dal scc. vi a. C, vigeva l'adorazione 
delle reliquie. Il rito dell'inumazione aveva ceduto 
ben presto a quello della cremazione, ed il culto 
dei morti, attraverso la religione degli Arii del- 
l'India, secondo la testimonianza dei Rig-Véda e 
del libro di Manu, era considerato come il più an- 
tico che l'uomo abbia avuto. Da esso trassero ispi- 
razione i Greci, gli Etruschi, i Latini, i Sabini ed 
altri popoli italici (1). I morti erano tenuti come 
tanti esseri divini sotto l'aspetto di I.ares, Manes, 
Genti, e la loro virtù era parificata a quella dei de- 
moni od eroi greci (2), Dionigi d'Alicarnasso tra- 
duce Lar familiaris per '• z/.' oìxiav i y-<: (3). 

L'uso di riconoscere la santità e l'effii 
resti mortali, sempre sotto l'aspetto di reliquie, si 
rinviene largamente presso i Greci (t). Per gli 
Etruschi, invece, quello di sovrapporre l'immagine 
del defunto ai sarcofagi che ne contenevano le ce- 
neri, corrisponde, ccìme abbiamo visto, alla spon- 
tanea sostituzione d'una effigie del defunto al cada- 
vere eflettivo. Però un esempio abbastanza signi- 
lu itivn, paragonabile a quello della nostra figurina, 
m'induce a credere, che in realtà l'uso di staccare 
qualche osso dal cadavere per includerlo in una 
imaginctta o simulacro, fosse comune anche a quel 
popolo. Infatti nel Musco Civico di Perugia si con- 
serva una statuetta etrusca o prectrusca in ambra, 
raffigurante un bambino, dell'altezza di circa 7 cent., 
la quale posteriormente presenta una cavità rettan- 
golare clic doveva essere chiusa da una tavoletta 
pure in ambra e nella quale era forse conservato 
qualche ossicello o reliquia del bambino (5). 

Non conosciamo altri esempi del genere; ma ad un 
rito analogo di consacrazione postuma dei resti del 
morto, ci richiama i'ossilegium dei romani, il quale 
succedeva alla cremazione. Questo rito era invalso 
anche presso gli altri popoli italici, come lasciano 
supporre i resti di alcune tombe a cremazione del- 
l'Alta Italia, nelle quali si rinviene, insieme agli 
avanzi di carboni situati in fondo del bustum, l'urna 



contenente i resti staccati, segno evidente che il 
rito dcWossilegium era stato praticato (fi). 

Ora la presenza dell'os resectum del cavo to- 
racico di una statuetta, dovrà considerarsi come 
effetto del rito deWossilegium, ovvero è conse- 
guenza di un culto puro e semplice prestato alle 
reliquie, secondo il concetto animistico più sopra 
ricordato ? 

La quistione è difficile a risolversi, trattandosi 
d'un caso che si presenta finora unico. 

Nel suo carattere mistico ed artistico la nostra 
figurina, fornita di reliquia, dovrebbe corrispondere 
a quella dei Lemures latini, le cui immagini po- 
polavano il sacrario familiare. La presenza del- 
l'os resectum, contenuto nel cavo del petto, farebbe 
supporre di esser derivata in seguito alla cerimonia 
dell'incinerazione ed al conseguente rito ddl'ossile- 
gium ; con questa differenza però, che all'umetta 
oppure al vasetto destinati a contenere l'osso, si 
sarebbe sostituita una figura del defunto, che do- 
vrebbe esserne ['imago familiaris. In questo caso 
però la pratica ordinata dal rito pontificale romano 
glebam in os injicere) come mezzo indispensabile 
di purificazione, sarebbe venuta a mancare, e la 
figurina con \'os resectum non sarebbe già stata 
seppellita con gli altri resti incinerati, ma avrebbe 
fatto parte del larario domestico, 

È verosimile tutto questo? In altri termini, l'os- 
sicello contenuto nell'imago, è da considerarsi come 
simbolo di lustrazione familiare, secondo il con- 
cetto derivato dal rito dell' ossilegium, ovvero cor- 
risponde ad un avanzo sacro dell'individuo de- 
funto ? 

Com'è noto, \'os resectum non costituiva una 
reliquia, ma simbolizzava una cerimonia. Infatti 
l'ossilegio era strettamente connesso al rito della 
cremazione come sopravivenza di quello precedente 
della inumazione. Fin dal sec. vi a. C. e dal principio 
del v, tanto nell'Etruria meridionale che nel Lazio, 
i due riti dell'inumazione e cremazione procedono 
di pari grado. Al v secolo, secondo il testo delle 
XII tavole, i due termini sepelire e urere si leggono 
promiscuamente (7). Quando l'inumazione fu ab 



(i) Sopra il culi" del morii, ved FUSTEI DE i.oulanges, 
l.u citi antique, al cap. II. — De Milloi i I . i ultes et ci- 
rimonies ni Vhonneur dei morti dans V Extrème Orient ,in 
Cunf. au Mus. Guimtt. 1807-001). Paris, IQ03. pp. 133-50. — 
■ PAULUS, Le eulte dei morti dans VAnnam et 
iipari uu culle dei ani 
Vantiquili Paris, 1895. Per gli Egiziani e per l 

Semiti, cfr. i lavori dell' Amelineau. Jet GolJziher, del Delaltre. 
JeMiu> ; rinot e segnatamente il B0U1 H 
Paris, Hachette, igoo, eh. I. 



(2) Ved. Cu:.. De leg. II. g. 22. — S. AUGUST., De Civ. 
lì; Vili. 26. 
■ ,,.,.;. IV. 2. 
U) Ved. PFISTER F., />■■• Reliquienkult im Altertum. 1 « Dos 
Obiekt de* ReKquienskutles ». Giessen, iqoq ii£ il voi, V Jella 
colle*. R. V. V), <_tr. anche K In. Pyl. Ih, griechùcne* 
Rundbautcn. Grelfswald, 1^';. p. 62. 

eia comunicatami dal eh. Prof. Giuseppe Bellucci. 

(6) MOAUISBN-MaRQUaRDT, La vie firmie dei Romains. 

mry. l'aris. isqi, pai;. 446. n. 1. 

(7) ClC. De /<■.<!.. 11. 23, 58. 



25 






bandonata, il diritto pontificale romano introdusse 
l'ossilegio sotto forma di piaculum, cioè ridi es- 
senziale di tutti i funerali. Ma tale prescrizione 
riposa unicamente sopra il ricordo derivato da- 
rito anteriore dell'inumazione; essa infatti non col 
stituisce che l'atto espiatorio per avere omesso di 
gettare il pugno di terra sul cadavere insepolto : 
concetto primitivo, antichissimo, di cui il rito del- 
l'ossilegio non è che una sopravvivenza il). 

Vos resectum non aveva, dunque, carattere di 
reliquia privata da asportarsi dal cadavere per uso 
di venerazione familiare, ma doveva essere sep- 
pellito a parte, poiché senz'adempiere alla cerimonia 
buttarvi sopra la gleba, la famiglia del morto 
continuava a rimanere funesta. L'uso o culto delle 
reliquie familiari non ha per conseguenza alcun 
rapporto col rito dell'ossilegio. Questo non con- 
sentiva che l'ossicello venisse asportato, perchè 
doveva necessariamente partecipare ad una novella 
cerimonia, cioè venire interrato subito appresso alla 
cremazione del corpo, nelle feriae denicales. Senza 
di che, come si è detto, la famiglia continuava ad 
essere funesta : « Neque necesse est, edisseri a 
nobis, qui finis funestile familiae, quod genus sa- 
crifica Lari vervecibus fiat, quemadmodum os 
resectum terra obtegatur (2). 

Tutto ciò è naturale, anche perchè nel rito fune- 
rario primitivo è fondamentale il concetto che il 
cadavere debba venire seppellito in tutta la sua inte- 
grità, né deve lasciarsene un avanzo qualsiasi in- 
sepolto. Appena morto l'individuo, incominciava 
per lui un'altra vita sotterranea, la quale non era che 
la continuazione della sua vita mortale : Sub terra 
censebant reliquam vitam agi mortuorum • 3 ). 
La preoccupazione degli antichi, specie nelle re- 
gioni dell'Oriente, era quella che il cadavere sep- 
pellito mancasse di alcuna delle sue parti. Nel 



testo funerario egiziano era prescritto eli 
fosse interrato al completo di tutti i membri. « Il 
faut (dice il Pierret) qu'aucun membre, qu'aucune 
substance ne manque à l'appel ; la renai 
à ce prix ■ (4). 

Questo principio, costante anche presso tutte le 
religioni italiche, prodotto dal sincretismo orientale, 
basterebbe a determinare il dubbio che l'ossicello 
frammentario contenuto nel cavo della nostra sta- 
tuetta, non sia propriamente una reliquia d'essere 
defunto, staccata dal cadavere e destinata a scopo 
di venerazione o ricordo familiare. Ma ritornando, 
in questo caso, al concetto dell'ossilegium, è am- 
missibili' la supposizione che nell'antichissimo rito 
italico all'uso dell'umetta o del vasetto destinati a 
contenere il simbolico ossicino, si fosse sostituito 
quello d'una imago ovvero efiigie del defunto, 
sulla quale pei venisse esercitato il gettito della 
gleba, simbclo dell' humatio, come abbiamo detto? 

L'ipotesi e molto arrischiata, trattandosi d'un 
esempio finora unico. L'idea che maggiormente mi 
seduce di fronte al nuovo e singolarissimo esempio 
offerto dalla nortra statuetta, è quella di ritenere 
che anche qui possa trattarsi d'un caso sporadico 
d'ossilegium, ma nella forma già consueta d'offerta 
funebre, pari a quella che facevano gli Etruschi di 
figurine informi, simbolizzanti il defunto, le quali 
si rinvengono spesso nelle vecchie necropoli ad 
incinerazione (5). La presenza dell'ossicello nel cavo 
toracico, secondo l'antichissima concezione animi- 
stica sopra esposta, comune anche ai popoli italici, 
avrebbe avuto lo scopo d'integrare la figura del 
morto, di comunicare all'effigie di lui quel carat- 
tere di continuità, quel principio di vitalità prove- 
niente dall'efficacia riconosciuta ai resti che gli ap- 
partennero (6). Questo concetto dipende da quello 
più sopra ricordato, che cioè presso le popolazioni 



I istN-MARQfARDT. Lr Romains . 

Trad. Brissaui. Paris. iSSo, I, p. 570. 

.Al •■',-' -MARQ \ n La 
1, 139. 

13) Cic. Tusc. I, 16. 

(4) PlERRET P. Le dogme de la • airi tion, eie, p. io. 
La legge VII del Digesto (,' - r.lina che i 
corpi non si tocchino. Nella legge IV del Cniue, al titolo me- 
desimo, s'impone la pena del sacrilegio non soli. 111 

che violano i sepolcri, ma a tutti >ora pulta 

rint. 

(5) Ritenendo, come sembra più verosimile, che 
statuetta provenga dall'Abruzzo, occorre osservare 
antiche necropoli delle popolazioni umbrn--..t 

ad inumazione. Parrebbe quindi es 

dipendente dal rito dell'incinerazione. Ma è possibile, tuttavia, 

secondo alcuni, che anche quest-. rito sia 

Sanniti, sebbene non se ne abbiano linor.i 



M. 1 in Monm 

307 18. — Modi 

etc, trad. Reinach. Pari 

W ILKl XSDN, il 

a 
la sua spiegazione nei famosi scheletri rinvenuti in un 
1 les i heleti 1 non hann 

■ ias:hera di cera con gì 

(ASHPITI I 

■ 

5 

lo la ma ratti. 1 

.. 

ed a Roma si adattavano alla 



IX 



27 



primitive, come oggi presso i selvaggi, gl'idoli non 
costituivano soltanto l'immagine d'una persona 
morta, ma la custodia del suo corpo stes 
non debbono, secondo l'antico costume funerario, 
rappresentare il defunto, esserne l'immagine, ma 
contenere tutto o parte del suo corpo. 

Presso i popoli antichi, specie gli orientali, era 
in uso di seppellire col defunto la eflìgie di lui. 
In Egitto la presenza delle statuette smaltate ser- 
viva di corredo alle tombe; e quelle statuette por 



tano sempre impressa l'iscrizione col nome del 
defunto. Nell'antica credenza egizia il Ka di una 
persona poteva essere trasferito ad una figura di 
cera per quella stessa soluzione di continuità fra 
l'individuo e la sua imagine, ch'esercitò cosi largo 
influsso nelle credenze magiche e superstiziose dei 
popoli dell'Oriente 

\SI P.\N's\. 



d'oro, d'argento, di bronzo, di feri 

mani l'ufficio del r« are là maschera 

in cera del morto, la quale si api al cadavere che 

ai un fantoccio che lo rappresentava. Queste maschere, ovvero 
i fantocci, venivano anche I 



vere ej in questo caso se ne facevano altre impronte Ja ci ri- 
servarsi presso l'atrio detta casa del morto. (O BENNDORF, 
Antike GesichUhelme u.Sej ^S. pag.65- 

76. Cfr. MOMMSEN MARQUARD1 

t'>m I p. Z84 e! 



RECENSIONI 



Bendiseli.! G., Antichità Tudertine del Museo Xa- 
zionale di \ Illa Giulia e Tomba con vasi e 
bronzi del V sec a br. scoperta nella necropoli 
di Todi in Monumenti Antichi pubblicati per cura 
della R. Acc. dei Lincei, voi. XXIII e XXIV. 

Il dottor Bendinelli ha illustrato la suppellettile 
rara e preziosa della tomba scoperta nel predio Pe- 
schiera a Todi nel 1886, di cui si erano dati solo 
accenni riassuntivi, riunendo ad essa altro mate- 
riale inedito proveniente dalla stessa necropoli e 
un'altra ricchissima tomba da lui trovata pure a 
Todi, provvista tra l'altro di un magnific. elmo di 
bronzo con paragnatidi figurate e di una bella Kv- 
lise a figure rosse firmata dal pittore Pamphaios. 
Non solo ne guadagnamo una conoscenza più do- 
cumentata di cospicui oggetti di oreficeria, di metal- 
lotecnica, e di ceramica, ma anche se ne avvantaggia 
il quadro della civiltà etrusca nel tv e ni secolo, 
specialmente per certe buone e giuste osservazioni 
dell'autore sull'uso di deporre nelle tombe un simu- 
lacro della porta di casa dell'estinto, e sulla impor- 
tanza grande dei piccoli oggetti d'arte industriale 
per una più esatta valutazione dell'arte etrusca che 
in essi si palesa più libera e più innovatrice. 

R. Pariblni. 

Pace Biagio, Arti ed artisti d'Ila Sicilia antica 
in Memorie della R. Acc. dei Lincei, Classe di 
Se. Morali, serie V, voi. XV a. 1917 p. 469-624. 

Se anche la memoria del dott. Pace non avesse 
alcun valore scientifico, loderei ugualmente l'averla 
concepita, perchè mi appare quale un segno di 
sana e necessaria reazione a quell'indirizzo esclu- 
sivamente analitico che fu sinora il solo consigliato, 
imposto, pregiato nelle nostre Università. Con que- 
sti non brillanti risultati : impreparazione e insuf- 
ficienza a trarre qualche po' di succo da tante osser- 
vazioni, supino adattamento dello spirito ad una sup- 
posta, se pur non confessata, sterilità della scienza, 
costruzione del proprio edificio scientifico su basi 
troppo anguste, con luce meridiana in alcune aule 
o non di rado in alcuni recessi oltre modo secon- 
dari, e tenebre fitte tutt'all'intorno. Ma di questo si 
potrebbe a lungo discutere. 

Biagio Pace, giovanissimo tra gli archeologi ita- 
liani, forse più per virtù di sano amore alla propria 



terra che per virtù di ragionamento, [studium è del 

resto amorei batte curi questo lavoro la nuova strada, 
e alla sua nobile audacia risponde in modo degno 
la bontà del lavoro. Egli si e posto il problema, 
come mai la Sicilia, che fu nell'età classi,, 
di civiltà ohe ebbe filosofi, matematici, 

poeti e storici, tiranni intelligenti e fastosi, e olire 
ancora resti di edifici superbi e grandiosi, rappre- 
senti una cosi piccola parte nella storia dell'arte 
greca, a tal segno che anche le scarse opere d'arte 
che gli antichi scrittori ricordano nelle sue città, 
sono generalmente attribuite ad attività e ad in- 
fluenza straniera. 

11 Pace osserva clic prima di con 
insufficienza artistica dei Sicelioti occorra esaminare, 
se fu completa la ricerca e l'esame cosi deile no- 
tizie sia pure scarse date nelle fonti scritte, come- 
dei monumenti e degli oggetti d'arte. E tale rac- 
colta di materiale scritto e figurato egli compie 
accuraiamente e in modo organico, distribuendo in 
quattro capitoli tutti i fatti che in base alle sco- 
perte e agli studi di autori vecchi e ree 
si possono accertare intorno alle arti m; 
minori della Sicilia, dai principi della colonizza- 
zione ellenica sino alla tarda decadenza romana. 
Viene cosi a potersi per lo meno delineare il pro- 
blema della esistenza di un'arte en< 
cilia antica, dei suoi caratteri, della sua maggiore 
o minore autonomia, delle sue relazioni con le 
scuole, con gli indirizzi artistici della Grecia propria. 
S'intende che questo primo lavoro non può pre- 
tendere di risolvere questi ardui quesiti ai quali 
altro lungo esame dovrà essere rivolto, ma e già 
pregevolissimo risultato aver quasi raddoppiato il 
numero dei dati letterari e aver raccolto e coordi- 
nato una quantità di materiale disperso e addirit- 
tura incognito. Ci auguriamo, che il Pace non si 
contenti di quanto ha fatto, ma voglia ancora de- 
dicare le sue perspicaci indagini a questo nobilis- 
simo argomento, e che nel trattarlo voglia porre 
ogni più scrupolosa diligenza nel! 
ogni singolo fatto, nella esatta trascrizione e in- 
terpretazione dei testi, nelle citazioni, perchè non 
possa a lui farsi quel rimprovero di scu- 
cile fu unico e solo a procurare all'indirizzo gret- 
tamente analitic :;»leto per 

K. 1 



INDICE DEL VOLVME IX 



BEND1N1 ili G. - Vntii hi vasi puglies 
scene nunziali P li 

Calza c;. - Afrodite armata .... «172 

Della G irti M. - Novacula . . . ■■ 139 

, G. - Monumenti egizi in Italia. I. Mu- 

seo Nazionale Romano » 1 

FORNAR] F. - Studi p ilignotei. ...» 03 

Lanci. \m R.-HERMANIN F.-PAR1BENI R. - 
Sull'autenticità di una testa di brom 1. 123 

LEVI A. - Gruppo di Bacco con un Satiro. » 55 

LUGLI G. - Castra Albana. - Un accam- 
pamento romano 1 irtificato al XV miglio 
della Via Appia "211 

MINTO A. -Corteo nuziale in un frammento 
di tazza attica » 65 

MINTO A. - La corsa di Calante e Llippo- 
menes figurata in alcuni oggetti antichi. » 78 

Minto A. - Di una leggiadra figurina in 
bronzo » 87 

PERNIER L. - Ricordi di storia etrusca e di 
arte greca della città di Vetulonia . . » 11 



PETITTI DI RORETO A. - Ritrovamenl 
Cherasco di due I ipidi romane già pubbli- 
co- 1 forino dal Pingone . . . Pag. 161 



VARIETÀ: 

Pace B. - Materiali preistorici del Museo di 
Geologia in Palermo Col. 

PACE B. - Il tempio di Afrodite Urania in 
Atene » 

PANSA G. - Nuovo e singolare esempi 
l'antichissimo rito dell'" Ossilegium » pra- 
ticato sopra una statuetta di bronzo . » 



RECENSIONI: 

PARIBEN1 R. - Opere di G. Bendinelli, B. 
Pace » 



AVSONiA IX-MCMXIV. 




AUSONIA. IX. MCMXIV. 






TERRECOTTE DI UN'EDICOLA DI VETULON1A (ai 



AVSONIA. IX MCMXIV. 




DIONISO E SATIRO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENEZIA 



AVSONIA IX. MCMXIV. 






AVSONIA IX, MCMXIV 







^— , 



AVSONIA. IX MCMXIV. 



-y^ 




TESTA IN BRONZO 



AVSONIA. IX. MCMXIV. 




PELIKE DEL MVSEO NAZIONALE DI NAPOLI 



AVSONIA IX MCMXIV. 




PIANTA GENERALE DEI " CASTRA ALBANA 



AVSONIA IX. MCMXiV 



* 



\ 





"Sv. 



















PIANTA hi ALBANO E DEL CASTRO 
(Dall'autografo del Rosa) 



AVSONIA IX. MCMXIV 



TAV. XI. 




A - LATO NORD-EST DEL CASI R< • 
(Disegno del Labruzzi) 




R- FACCIATA DELLA < MESA DELI \ "ROTONDA,, 
(Disegno del I al 



INDICE DEL VOLVME IX 



BENDINELLI G. - Antichi vasi pugliesi con 
^cene nunziali Pag. 

CALZA G. - Afrodite armata .... » 

DELLA CORTE M. - Novacula ...» 

FARINA G. - Monumenti egizi in Italia. I. Mu- 
seo Nazionale Romano » 

FORNARI F. - Studi polignotei. ...» 
ANCIANI R.-HERMANIN F.-PARIBENI R. - 
Sull'autenticità di una te^ta di bronzo. » 

LEVI A. - Gruppo di Bacco con un Satiro. » 

LUGLI G. - Castra Albana. - Un accam- 
pamento romano fortificato al XV miglio 
della Via Appia » 

MINTO A. -Corteo nuziale in un frammento 
di tazza attica » 

MINTO A. - La corsa di Atalante e Hippo- 
menes figurata in alcuni oggetti antichi. » 

MINTO A. - Di una leggiad i figurina in 
bronzo t » 

PERNIER L. - Ricordi di storia etrusca e di 
arte greca della città di Vetulonia . . » 



■ 85 
172 
139 



123 

55 



PETITTI DI RORETO A. - Ritrovamento a 
Cherasco di due lapidi romane già pubbli- 
cate a Torino dal Pingone . . . Pag. 161 



VARIETÀ: 

PACE B. - Materiali preistorici del Museo di 
Geologia in Palermo Col. 

PACE B. - Il tempio di Afrodite Urania in 
Atene » 

PANSA G. - Nuovo e singolare esempio del- 
l'antichissimo rito dell'» Ossilegium » pra- 
ticato sopra una statuetta di bronzo . » 



RECENSIONI 



Paribeni R. 
Pace . . 



Opere di G. Bendinelli, B. 



yrpr* 



Ausonia 
5320 
A8 
v.9 



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