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Full text of "Austria e Toscana : sette lustri di storia (1824-1859)"

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flltfe opere storiche dello stesso Autore 



storia di Carlo Alberto e del suo regno. Roma, E. Vo- 

;;berii, cdilore 18'Jl - In-S» L 5,— 

Storia di Vittorio Emanuele II e del suo regno. Uoin;i, 

E. Vo^;licra, editore, )8it2-!i:i — 3 voi. in-l(i" . . » 6.— 

La leggenda di Luigi XVII. Livorno, S. Belt'orle, cdilore, 

ISii.") — In-lii» » 2,50 

Storia della Città e Stato di Piombino, dalle origini 
fino all'anno 1814, scritta coll'aiulo di documenti 
inediti o rari. Livorno, K. tìiusti, cdit., I 8'.)7 — ln-8" » 6, — 

Napoleone III. Firenze, G. Barbèra, editore, 1899 — In-16" » 2,— 

Storia d'Italia dalla caduta dell'Impero Romano d'Oc- 
cidente fino ai giorni nostri (476-1900). Con 47 
incisioni. Seconda edizione: aj^giuutavi iiu''A|)[)en- 
dicc dei principali movimenti d'Italia dal 1' agosto 
rJOU al :JI maggio 1915. Milano, Antonio Vallardi, 
editore, 1917. — 2 voi. in-S" grande ...» 10,— 

La Rivoluzione. Torino. Fratelli Bocca, 1903 — In-lli" . » 5,— 

Storia degli Ordini Cavalleresctii, esistenti, soppressi 
ed estinti in tutte le Nazioni del Mondo. Con 
150 incisioni intercalate nel testo ed una Bi- 
bliografia. Livorno, 11. Giu.sti, editore, 1904 — In-S» » 6, — 

Storie e Leggende, Torino, Fratelli Bocca, 1904 — ln-l(j" » 5,— 

Principesse e Grandi Dame, Torino. Fralelli Bocca, 190.5 

^ In-Uj" » 5,— 

Dal due Dicembre a Sedan (1849-1870). Torino, Fratelli 

Bocca, 1907. ln-16- » 5.— 

Da Ajaccio alla Beresina (1769-1813) Torino, Fratelli 

Bocca, 1908 — In-Hi" » 5.— 

Napoleone I. Terza ediz.. Milano, lloepli, 19l.j — In-ìì . » 2,50 

La Seconda Restaurazione e la Monarchia di Luglio 

(1815-18481. Torino, Fratelli Bocca, 1910. — In-lti» . » 6,— 

Storia antica Orientale e Greca, per uso delle Scuole 
Secondarie. Terza edizione, con molle correzioni 
ed aggiunte. Torino, Unione Tipogr. l^ditrice, 19l!2 
— In-K)» » 2.— 

Dalla Beresina a Sant'Elena (1813-1821). Torino, Fra- 
telli Bocca, 191-2 — ln-16" » 6,— 

Storia Romana dalle Origini alla Caduta dell'Impero 
d'Occidente. Torino, Unione Tipogralico-Editrice 
Hil.l. — InU/ >-^ -^ » 3,60 

Le Donne della Rivoluzione. Terza edizione, notevolmente 
1 oiretla ed ampliata, con 10 ritratti in fototipia. Li- 
vorno, R. Giusti, editore, 1911. — In-IG» ...» 4. — 

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LICURGO CAPPELLETTI 



AUSTRIA E TOSCANA 



SETTE LUSTRI DI STORIA 

(1824-1859). 

« On doit d^iij3krtì8 atix v(v»ul3 



on ne doit aif\^^n't.s (ju^'ja\\*ii^i&!§ »\ 
Voi.taireÌ Éfimièvé Ì*#'t'f;.jii(£'-CJidipe. 



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TORINO 
FRATELLI ^CCA:^ Ebitoi 

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TORINI 



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Proprietà Letteraria 



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Cirio — Tip. li. Ciipella.' 



A 

RAFFAELE DE CESARE 

SENATORE DEL REGNO 

Illustre Senatore ed amico, 

innami tutto. La ringrazio di avermi 
permesso di scrivere il suo riverito nome in fronte a 
questo lavoro. Ed infatti è cosa assai lusinghiera per 
me il poterlo dedicare non solo ad un uomo politico di 
vaglia qual'Ella è, ma, piii che altro, all'insigne au- 
tore di quelle due Opere magistrali, che sono La Fine 
di un Regno e la Storia di Roma e dello Stato papale 
dal 1850 al 1870. 

Intanto piacemi assicurarla di aver fatto il possi-' 
bile per mantenermi imparziale: cosa non troppo fa- 
cile — ed Ella lo sa meglio di me — a coloro che scri- 
vono di Storia contemporanea ; pur nondimeno spero 
di esservi riuscito : ad ogni modo, lo giudicheranno i 
lettori. 

Mi conservi, onorevole Senatore, la sua preziosa 
benevolenza, e mi creda con perfetta stima, 

Firenze, agosto 1917. 

Suo dev.tno aff.mo Amico 
L, CAPPELLETTI, 



AVVERTENZA 



Quel periodo della Storia della Toscana, che co- 
mincia col giugno del 1S21 e termina coU'aprile del 
1&59, non è stato narrato con quella serenità ed im- 
parzialità di giudizi, tanto necessaria in una Storia 
contemporanea; sebbene — sono il primo io a conve- 
nirne — non sia molto facile il serbarsi strettamente 
imparziali quando si parla di avvenimenti, ai quali 
abbiamo assistito, o dei quali facemmo parte, e di per- 
sonaggi che abbiamo conosciuto ed apprezzato sì nella 
vita pubblica che in quella privata. Sarà questa, se vo- 
gliamo, un'attenuante; ma non esclude però il danno, 
che può arrecare alla verità e alla giustizia un giudizio 
parziale, per non dir falso, sugli uomini e sulle cose. 

Parecchie storie o, per dir meglio, monografie vi- 
dero la luce nella seconda metà del secolo XIX, riguar- 
danti il governo delVultimo Granduca di Toscana. Al- 
cune di esse trattarono avvenimenti staccati; e, quale 
pi il quale meno, mancarono di sincerità e di giustizia, 
esagerando tanto nelle lodi quanto nei biasimi. 

Nel imi comparve il volume del cav. Giovanni 
Biildasseroni, intitolato : Leopoldo II, granduca di 
Toscana, e i suoi tempi. Tutti credettero che in questo 
libro, scritto da un uomo che conobbe intus et in cute 
il proprio Sovrano, e che fu per molti anni suo primo 
ministro, si trovassero notizie nuove e peregrine, le 
quali gettassero una vivida luce sui 35 anni del regno 
di Leopoldo II. Ma fu, pur troppo, una grande disil- 
lusione ! 



Vllt Avvertenza 

TI B'ddasseroni, non ostanti alcuni pregi indiscii- 
tihiU, che si trovano nel suo volume, riferentisi spe- 
cialmente a cose amministrative, finanziarie e stati- 
stiche, non scrisse una .vera storia civile e politica, ma 
un'apologia del regno del suo antico Signore, il quale, 
secondo lui, non commise mai errori ; le sue azioni fu- 
rono tutte quante scevre di biasimo ; onde il lettore è 
costretto a inettersi in guardia, e dubitare anche di 
quello che è vero. Molti fatti di un' importanza gran- 
dissima sono taciuti o appena accennati ; per esempio, 
il fermo e dignitoso contegno del Granduca dinanzi 
alle pretensioni della Curia Romana, la quale voleva 
fare uno strappo alle leggi leopoldine, non è neanche 
accennato: il Baldasseroni forse teìiieva — lodando 
Leopoldo II per questo suo atteggiamento di Principe 
indipendente e geloso delle prerogative dello Stato — 
d'incorrere nelle censure ecclesiastiche. Altri fatti, i 
quali tornano a sommo onore dal Granduca, vengono 
passati sotto silenzio, mentre si lodano quelli che giu- 
stamente andrebbero biasimati. E si noti — e ciò fa 
onore all'antico Presidente del Consiglio dei Ministri 
— com'egli non ignorasse che il suo Sovrano non l'amava 
troppo, e che lo subiva perchè ne aveva bisogno (1). 

In questo mio libro io non ho tralasciato di met- 
tere in chiara luce il gran male che l'Austria ha fatto 
alla Toscana non solo, ma anche alla famiglia quivi 
regnante, abusando della debolezza d'akimo del Principe 
coli" assoggettarlo alle sue voglie, riuscendo in tal modo 



(l) Lej;j;asi nel liliro del prof. Achille Gennarelli, intitolato: Alti e 
docuntenti diversi eie. etc (Firenze, Tipografia di G. .Mariani J.S(i'3; pa- 
gine H-i-S) ciò che. il Granduca dice del Balda;3seroni e di altri suoi 
minislri. E il Baldasseroni lo sapeva, perchè aveva letto il volume del 
Gennarelli; eppure non mosse lamento, anzi lodò il Principe, che lo 
aveva così acerbamente malmenato. 



Avvertenza IX 

a renderlo odioso alle popolazioni e cooperando grande- 
mente alla sua inevitabile caduta. 

Spero che l'opera, la quale ora sto licenziando alle 
stampe non sia uè inutile né inopportuna : l'ho scritta 
con coscienza, né mi son lasciato trascinare a lodi esa- 
gerate a biasimi immeritati. Sono ormai 58 anni da 
che la Dinastia lorenese ha cessato di regnare sulla 
Toscana ; per conseguenza, si possono narrare con 
mente calma e serena gli avvenimenti di quell'impor- 
tate periodo storico, che va dal 1824 al 1859. Io ho 
letto attentamente, oltre i giornali del tempo, le innu- 
merevoli pubblicasioni dovute alla penna di nomini 
appartenenti ad opinioni diverse, e le ho accurata- 
mente vagliate, giovandomi piiranco dei miei personali 
ricordi, e di ciò che mi fu a viva voce raccontato da 
coloro, che a quegli avvenimenti presero parte. 

Io son giunto ormai all'occaso della vita ; milla 
ho da sperare né da temere da chicchessia ; sarebbe 
dunque inutile o, per lo meno, ridicolo, se volessi alte- 
rare i fatti, tanto a benefizio degli uni quanto a detri- 
mento degli altri. Il pretendere di menomare la verità 
e la giustizia è, come ben dice Tacito, « una stupidag- 
gine propria di coloro, i quali vorrebbero, con mo- 
mentanea violenza, soffocare anche la voce della po- 
sterità (l) ». 

E qui fo punto, aspettando, con animo sereno e 
tranquillo, il giudizio imparziale di quanti vorranno 
leggere questo libro. 

L. C. 



(1) Tacito, Annali, IV, 35. 



PRINCIPI CHE REGNARONO IN TOSCANA 
dal 1532 al 1859. 

Alessandro I dk' Medici, creato Capo della Repubblica di 

Firenze dalTimperatore Carlo V nel 1530; eletto duca 

nel 1533; ni. 5 gennaio 153/. 
Cosimo I de' Medici, eletto supremo reggitore di Firenze il 

9 gennaio 1537; duca il "^O settembre dello stesso anno; 

granduca di Toscana, nel 15()9 ; m. i21 aprile 1574. 
Francesco Maria, figlio; granduca di Toscana; m. 19 ot- 
tobre 1587. 
Ferdinando I, fratello, granduca di Toscana ; m. 7 feb- 
braio 1609. 
Cosimo 11, tìglio, granduca di Toscana; m. 28 febbraio l(iiil. 
Ferdinando lì. figlio, granduca di Toscana; m. 124 maggio 1670. 
Cosimo 111, figlio, granduca di Toscana: m. 31 ottobre 17i23. 
Gian Gastone 1, figlio, granduca di Toscana; m. 9 luglio 1737. 
Francesco Stefano, duca di Lorena nel 1739; granduca di 

Toscana nel 1737 ; imperatore di Germania nel 1745; m. 18 

agosto 1765. 
i^'iETRo Leopoldo I, tìglio, granduca di Toscana il 3 settembre 

del 1765; diventa imperatore di Germania il 29 febbraio 

del 1790; m. 1 marzo 1792. 
Ferdinando 111 di Lorena, granduca per rinunzia del padre 

Leopoldo 1, il 27 luglio del 1790; proclamalo a Firenze 

il 7 marzo 1791; deposto il 27 marzo 1799. 
I Francesi occupano la Toscana. Governo provvisorio del 

Commissario francese Reinhard; 25 marzo - 5 luglio 1799. 
Fireiise è occupata dagli Austriaci (8 luglio). É ristabilito 

il governo a nome del predetto Ferdinando 111 di Lorena; 

17 luglio 1799 -dep. 15 ottobre 1800. 
I francesi rientrano in Toscana. Il generale Dupont occupa 

Firenze; 15 ottobre 1800-21 marzo 1801. 
Ludovico 1 di Borbone, re d'Etruria, 2 agosto 1801; m. 27 

maggio 1803. 
Carlo Ludovico, figlio, sotto, la reggenza della Madre Maria 

Luigia di Spagna; deposto il 10 dicembre 1807. 
Occupasione francese. Riunione della Toscana all'Impero fran- 
cese, 10 dicembre 1808 - 2 marzo 1809. 
Elisa Bonaparte - Baciocchi , granduchessa di Toscana; 

3 marzo 1809- l febbraio 1814. 
Firenze è occupata dai Napoletani in no>ne del re Gioacchino 

Murat; 3 febbraio - 15 settembre 1814. 
Ferdinando IH di Lorena, di nuovo granduca di Toscana, 

il 15 settembre 1814; m. 18 giugno 1824. 
Leopoldo II, figlio, granduca di Toscana, il 18 giugno 1824; 

deposto il 27 aprile 1859. 




Leopoldo 11 nel 1824 



LA TOSCANA 

dal 1824 al 1859 



L. CArrELLETTI 



CAPITOLO I. 

Morte di Ferdinando III, granduca di Toscana, a cui succede 
Leopoldo IL — Maneggi austriaci ^ventati dal ministro Fos- 
sombroni. — Parole da lui dette all'inviato austriaco, conte 
di Bombelles. — Proclama del nuovo granduca ai suoi po- 
poli. — In qual modo era composto il Governo o, come oggi 
direbbesi, il Ministero. — La Real Consulta di Giustizia e 
Grazia. — Amministrazione finanziaria. — Aurelio Puccini, 
Presidente del Buon Governo. — Suoi precedenti e sua in- 
dole. — Ordinamento della milizia. — Il ministro don Neri 
Corsini. — Buone disposizioni del granduca Leopoldo II. — 
Sua cultura e suo amore per gli studi. — I profughi italiani 
accolti in Toscana. — Fondazione dell' Antologia. — Istruzioni 
del Re Francesco I di Napoli al principe di Cassano, suo 
ambasciatore a Vienna. — Severe rimostranze del principe 
di Metternicù al granduca Leopoldo. — Questi e il conte 
Fossombroni, suo primo ministro, non ne tengono conto. 

Nel 181 i, cioè quando avvenne la prima abdicazione 
dell'imperatore Napoleone, il granduca Ferdinando 111 
era tornalo nei suoi Stati. Principe buono ed affabile, 
di animo nobile e generoso, non esercitò, dopo il suo 
ritorno, alcuna vendetta politica. I profughi delle altre 
parti d'Italia trovarono un rifugio nei suoi Stati. Disgra- 
ziatamente egli morì, dopo soli 10 anni dal suo ritorno 
in Toscana (18 giugno 18^4), per un mal di petto so- 
pravvenutogli dopo una gita da lui fatta nella Val di 
Chiana. Gli succedeva il figlio Leopoldo li, nato il 
3 ottobre del 1797. 

Appena il granduca Ferdinando III ebbe esalato l'ul- 
timo respiro, il suo successore, con tutta la reale fami- 
glia, si recò nella Villa di Castello presso Firenze « per 
dar libero sfogo al cordoglio che loro premeva», la- 



La Toscana dal 1824 al 1859 



sciando ai ministri Villorio Fossombroni e Neri Cor- 
sini il carico di provvedere alle bisogne dello Sialo. 
Era allora ministro austriaco in Firenze il conte Lo- 
dovico Filippo di Bombelles, il quale, appena seppe la 
morie del granduca Ferdinando, córse alla villa reale 
per ottenere un'udienza dsiW Arciduca Leopoldo, allo 
scopo, s'intende, di raggirarlo in modo da sospendere 
la sua proclamazione a . granduca, e così dar tempo 
all'Austria di mettere, come suol dirsi, lo zampino nelle 
cose della Toscana. Ma il Fossombroni, che aveva su- 
bodoralo l'inganno, si fece incontro al Bombelles, do- 
mandandogli in che potesse servirlo, nella qualità di 
ministro segretario di Stalo del nuovo Sovrano. Sor- 
preso l'invialo imperiale per tale dichiarazione, disse 
di avere istruzioni da Vienna da comunicarsi soltanto 
àW Arciduca Leopoldo. Allora il Fossombroni, in tono 
dignitoso, ma fermo e deciso, gli rispose così: S. A. L e 
R. il Granduca Leopoldo IJ, oppresso dal gran dolore 
per la grave perdita che lutti abbiam falla, non riceve 
alcuno; ma se V. E. ha da fare qualche urgente comu- 
nicazione, nella mia qualità di Segretario di Stalo del 
nuovo Granduca, sono autorizzato e disposto a rice- 
verla ». Insistette ancorali Bombelles per parlare per- 
sonalmente al Principe; ma di fronte alla tenacità e 
alla destrezza del diplomatico toscano, dovette tornar- 
sene donde era venuto (l). In questo stesso giorno, il 
Fossombroni faceva pubblicare il seguente editto: 

« Noi Leopoldo II, per grazia di Dio, Principe Im- 
periale d'Austria, Principe Reale d'Ungheria e di 
Boemia, Arciduca d'Austria, Granduca di Toscana. 

« Breve ed irreparabile malattia avendoci rapito il 
« Nostro dilettissimo Padre, S. A. I. e R. il serenis- 
^ Simo Ferdinando III, Granduca di Toscana, nell'in- 



(1) A. Zoni, storia civile della Toscana dal 1737 al 1848; toni. IV, 
pag}?. 207-298. Dice lo /Col)i clic queste interessanti |)articolarità furono 
ila es«o raccolte da uomini bene informali, e meritevoli della maggior 
r<tima. 



Capitolo 1 5 

« sita del nostro dolore, e in mezzo alie lacrime di 
«questa fedelissima Nazione, Noi, nella qualità di Fi- 
« glio e successore nei diritti della Corona di Toscana, 
« e negli Stati che compongono il Granducato, dichia- 
« riamo di assumerne e ne assumiamo la piena sovra- 
« nità e governo. 

« Vogliamo ed ordiniamo che si abbiano frattanto 
« per confermate come confermiamo, tutte le leggi, rego- 
« lamenti ed ordini veglianti. 

« Confermiamo ugualmente il Consiglio dì Stato, Fi- 
« nanze e Guerra, i Consiglieri che lo compongono, ed 
«il Consigliere Direttore interino dell'I, e R. Diparti- 
« mento di Finanze e Depositeria, con tutte le facoltà 
« e prerogative respettivamente competenti. 

« Confermiamo del pari tutti i Ministri, Magistrati, 
« Tribunali, Governatori, Commissari, Giusdicenti ed 
« Uffiziali sì civili che militari, quali proseguiranno 
« nelle loro respettive funzioni ed incombenze, e conti- 
« nueranno a godere delle provvisioni ed emolumenti 
« che hanno finora percetti. 

« Finalmente incarichiamo il Nostro Consiglio di 
« Stato, Finanze e Guerra dì dare a chi occorre gli 
« ordini e partecipazioni opportune. 
« Dato il 18 giugno 1824. 

« LEOPOLDO. V. FossoMBRONi. E. Stroszi ». 

Quando Leopoldo II ascese al trono, ministeri veri 
e propri, quali ora s'intendono, non esistevano. Il So- 
vrano aveva le sue Reali Segreterie per gli Affari Esteri, 
per quelli dello Stato o Interno, per le reali finanze e 
per la guerra. L'unità direttiva del governo era rap- 
presentata da un Ministro Segretario di Stato, primo 
Direttore delle reali Segreterie, che d'ordinario reggeva 
personalmente quello degli Affari Esteri e della Guerra. 
La Segreterìa di Stato e l'altra delle Finanze avevano, 
ciascuna, un Direttore particolare. 11 Ministro Segre- 
tario dì Stato, Direttore delle Reali Segreterìe, e i due 
Consiglieri dì Stato, Direttori parziali delle Segreterie 
di Stato e di Finanze, costituivano ordinariamente il 



La Toscana dal 1824 al 1859 



Consiglio del Principe. La magistratura collegiale, co- 
nosciuta sotto il nome di R. Consulta di Giustisia e 
Grazia, vegliava sopra l'amministrazione della giustìzia 
e gli ufficiali della medesima. Nel 1814, l'autorità po- 
lìtica era stata concentrata nel Presidente del Buon 
Governo. Da lui dipendevano, per tutti gli affari di po- 
lizia, i Governatori ed i Commissari regi provinciali, 
i Vicari Regi e gli Ufficiali loro subalterni (1). 

In quel tempo, l'amministrazione delle Finanze, che 
metteva capo per ultimo alla R. Depositeria, compo- 
nevasi dell'Amministrazione delle Dogane e Aziende 
riunite, della Direzione generale del Registro e bollo, 
della Soprintendenza dei RR. Possessi e della Dire- 
zione generale delle Lotterie. L'Amministrazione delle 
Dogane e Aziende riunite dipendeva dall'avv. Sena- 
tore Alessandro Pontenani, Barone del Sacro Romano 
Impero e Consigliere di Stato ; quella delle RR. Pos- 
sessioni dal cav. Senatore Claudio Sergardi e la Dire- 
zione delle RR. Lotterie dal cav. Senatore Silvestro 
Pasquali, già Aldobrandini. 

La Presidenza del Buon Governo, o, in altri ter- 
mini, il Ministero della polizia era stato affidato al 
cav. Aurelio Puccini; «il quale — scrive il Marcotti 
— era uno di coloro, cui pesava qualche cosa da far 
dimenticare: nel 1798, egli aveva piantato un alberetto 
della libertà, presso la fonte della piazza, che allora non 
si chiamava del Granduca, e ci aveva messo al piede 
questo scritto : Piccolo son, ma crescerò sull'Arno (2) », 

Figuriamoci quanto zelo avrà adoperato l'ottimo Puc- 
cini per far dimenticare i suoi traviamenti liberaleschi ! 
Infatti, spogliando le filze segrete del Buon Governo, 
si ha la prova della sua instancabile attività e della 
passione ardente colla quale egli serviva la Restaura- 
zione (3). 



(I) Ho tolto queste notizie dal volume del cav. G. Haldawserom, in- 
titolato: Leopoldo II granduca di Toscana e i suoi tempi; ])&<;. 57. 
(4) (i. Maruotti, Cronache segrete della polizia toscana, pag. 4. 
(3) Il Haldas8eroni fa grandi elop;i do! Puccini, il (|ualp se fu n;radilo 



Capitolo I ' 

Ecco — secondo narra il Marcotti — qualche fram- 
mento autentico delle sue meditazioni in uflicio : lo Si 
faccia l'istruzione perchè il processo sia compilato nel 
pili breve termine e deciso dentro 10 giorni ; esecuzione 
nelle 24 ore. 2o Far sentire (senza dubbio al granduca, 
troppo buono) che non andrebbero accordate grazie. 
30 Le difese dentro tre giorni. 4o li dibattimento non 
dovrà esser pubblico. 5° Non aver riguardo al domi- 
cilio pili che decennale dei forestieri. 6» Eccitare i ve- 
scovi e penitenziare i chierici se hanno anche in poli- 
tica scandalizzato il pubblico. 

Leopoldo II conservò il Puccini a quel posto ; 
forse il Fossombroni, che non aveva del Puccini una 
grande stima, pensò bene di conservarlo col segreto 
proponimento di disfarsene alla prima occasione. 

Le milizie toscane dipendevano da un generale coman- 
dante, che era allora il maggior generale Jacopo Casa- 
nova, il quale aveva per suo capo di Stato maggiore il 
colonnello Cesare Fortini. Sì l'uno che l'altro erano 
due nullità, nel più stretto senso della parola ; e i Fio- 
rentini più e più volte ebbero occasione di metterli in 
ridicolo. Io mi ricordo di aver veduto, fra le carte di 
mio padre, un foglietto a stampa tutto sgualcito, dove 
erano scritte queste parole : « Sig. Comandante la 
piazza di . . . L'ili. mo Sig. Generale Cesare Fortini (1) 
previene la S. V, che giovedì prossimo, cioè fra otto 
giorni, verrà improvvisamente a visitare cotesta piazza 
e le truppe di cotesta guarnigione, desiderando di fare 
una rigorosa ispezione ». Leopoldo 1 non aveva una 
grande simpatia per l'esercito, e anche Ferdinando III 
lo trascurò. Erano tempi beati, nei quali tutti vivevano 
nella quiete e nell'ozio; e lo stesso primo ministro 
granducale, cioè il Fossombroni, era solito dire: « il 
mondo va da sé )^. 



al granduca Ferdinando e ai ministri Frullani e Corsini, non lo tu 
però al Fossombroni, col ((uale non ebbe mai né tacili né amichevoli 
relazioni. — Baldasseroni, op. cit., pag. 59. 

(i) Era succediilo al Casanova nel comando delle milizie toscane. 



La Toscana dal 1824 al 1859 



L'altro ministro, don Neri dei principi Corsini, uomo 
modesto ma intelligente, possedeva estesissime cogni- 
zioni dì tutti gli affari dello Stato, ai quali da gran 
tempo attendeva con laboriosa e paziente applicazione, 
facendo non di rado anche l'ufficio del collega. 

Ancor giovine di anni, ma già maturo dì senno, il 
granduca Leopoldo comprese subito la gravezza dei 
doveri inerenti alla sovranità : ne misurò l'estensione, 
e coscienziosamente penetrato dell'obbligo di sodisfarvi 
in modo conforme alla giustìzia ed al maggior bene 
dei sudditi, vi si dedicò fin da princìpio con quella 
indefessa e costante applicazione che appunto, perchè 
moveva dal più religioso sentimento del dovere, non 
venne in esso mai meno. Molti anni dopo, Leopoldo 11 
diceva a una deputazione toscana, che era venuta ad 
ossequiarlo : « Io sono nato in Toscana. Partilo fan- 
ciullo, vi tornai adulto per render felice il mìo popolo 
e per compiere coscienziosamente i doveri che incom- 
bono a tutti i principi italiani ». 

Egli, anche quando era principe ereditario, non spese 
i suoi liberi giorni in vani sollazzi. Volse la sua atti- 
vità a raccogliere, illustrare e pubblicare le opere e gli 
scritti prima del Magnifico Lorenzo de' Medici e poi 
quelli del Galileo, soddisfacendo così, ad un tempo, al- 
l'amore vivissimo, che nutriva per le scienze e per le 
lettere, e all'interesse che egli aveva per tutto ciò 
che poteva contribuire alla maggior gloria della To- 
scana. 

Durante il regno di Ferdinando III, il Governo to- 
scano dava ricetto ai profughi più illustri degli Stati 
napoletani e romani e del Lombardo-Veneto, senzachè 
niun vincolo, ninna odiosità fosse imposta loro in 
prezzo della ospitalità ad essi accordata. Continuava 
ad esser libero l'ingresso ai diari esteri, francesi ed in- 
glesi ; poco meno che libero il commercio delle opere 
scientifiche e letterarie d'ogni maniera. 

Leopoldo II continuò sulla via tracciata dal padre, 
rispondendo in tal modo alle intolleranti richieste 
dell'Austria; e se non era mosso da considerazioni 



Capitolo 1 9 

d'alta politica, lo era certamente da lui senso di di- 
gnità e di benevolenza verso i propri sudditi. 

Quanto ciò cocesse all'Austria e agli altri governi 
italiani non è a dire. 11 re Francesco I di Napoli, nel- 
l'inviare come suo ambasciatore a V^ìenna il principe 
di Cassano, gli dava per iscritto le istruzioni seguenti 
(IO febbraio 1827): 

« 11 facile asilo e la buona accoglienza che il governo 
« toscano accorda indifferentemente a tutti i malcon- 
« tenti e profughi di ogni nazione, e specialmente ita- 
« liani, richiama ancora la nostra reale sollecitudine; 
« poiché il loro irrequieto spirito, fomentato dalle rivo- 
« iuzioni dei Paesi Bassi e della Svizzera, trova tutto 
« l'agio nell'indolenza del suddetto governo per pro- 
* muovere le più macchinose manovre a danno della 
« tranquillità d'Italia e sopratutto dello Stato Ecclesia- 
« stico e dei nostri reali domini. Sarà quindi del vostro 
« accorgimento il far destramente, e senza alcuna appa- 
« renza di recriminazione verso il governo toscano, ma 
« a modo solo di conversazione, osservare al gabinetto 
« di Vienna i pericoli, che può produrre siffatto sistema 
« del governo granducale, anche a danno dell'intera 
« tranquillità del regno lombardo-veneto (1) ». 

Neanche l'Austria era rimasta colle mani alla cintola. 
Il principe di Metternich aveva più volte chiesto in 
termini abbastanza severi al granduca e al suo primo 
ministro di purgare la Toscana dalla pestifera lue, che 
vi seminavano gli ospitati fuorusciti. E vi fu tempo, 
nel quale non si lasciarono in disparte dal conte di 
Borabelles perfide accuse e minacce insolenti. Ferdi- 
nando 111 e Leopoldo li fecero orecchio di mercante; 
e la Toscana rimese provincia privilegiata ed invidiata 
dai popoli circostanti. « A ciò — come giustamente os- 
serva Nicomede Bianchi — contribuì non poco il carat- 
tere dell'uomo, che stava al primo posto nel maneggio 



(l) Vedi N. Bianchi, Storia documentata della diplomasia europea 
in Italia, toni, li, pag. 162. 



io La Toscana dal 1824 al 1850 



della cosa pubblica. Scettico di principi, cresciuto negli 
anni in mezzo alle idee francesi del secolo xvni, 
amante degli agi e dei piaceri, Vittorio Fossombroni 
contentavasi di tenere il popolo in uno stato di son- 
nolenza politica, e di conservare nella Toscana una 
pace modesta e pressoché casalinga (1) ». 



(I) Bianchi, loc. cit. 



CAPITOLO II. 

Abolizione della tassa sui macelli. — Cambiamenti nella Dire- 
zione generale delle Finanze. — Diminuzione della tassa pre- 
diale. — Creazione dell'Educatorio Femminile della SS. An- 
nunziata. — Arrivo a Milano dell' Imperatore d' Austria 
Francesco I. — Egli è visitato dal re di Napoli, dal granduca 
di Toscana, dal duca di Lucca e dalla duchessa di Parma. 
— Nascita dell'arciduchessa Augusta Ferdinanda. — Istitu- 
zione del .Corpo degl'Ingegneri. — Nuovo incanto sulla fab- 
bricazione dei tabacchi. — Riordinamento della Banca di 
Sconto. — Il padre Pèndola fonda in Siena l'Istituto per l'i- 
struzione dei Sordo-muti. — Il granduca, accompagnato dal 
ministro Fossombroni, visita la Maremma toscana. — Sue 
cure per il bonificamento della medesima. — Benemerenze 
del conte Guido Alberto della Gherardessa. — Il Principe 
provvede con amorosa cura al risanamento della Maremma 
grossetana. 

Leopoldo II iiiaugarò il primo anno del suo regno 
coU'abolizione delta tassa sul sigillo delle carni e pro- 
venti dei macelli, che fruttavano all'erario 300,000 lire 
annue a scapito dell'agricoltura, della pastorizia e del 
commercio dei bestiami. Nella relativa notificazione del 
16 novembre 1824 veniva dichiarato che la suddetta 
tassa, « oltre il naturale suo peso si dislingue per es- 
« sere opposta nel tempo stesso agl'interessi dei pro- 
« prìetarT e dei consumatori. Essa è puranco contraria 
« alla legislazione economica stabilita sotto il regno 
« glorioso del mio Avo immortale ; onde per lungo 
« esperimento diviene qui evidente quanta pubblica 
« prosperità produca la somma di tutte le industrie 
« tradizionali eccitate da una libera e leale coucor- 
« renza ; e quanto danno rechino i privilegi e prero- 
« gative che, abbagliando con molto lume in alcuni 



12 La Toscana dal 1824 al 1859 

« punii, spargono oblìo sopra tutti gli altri lasciati 
«nella oscurità». L'oggetto preso di mira ed i senti- 
menti espressi con queste testuali parole nella predetta 
ordinanza, risparmiano qualunque commento e rifles- 
sione, mentre richiedono uno schietto e meritato en- 
comio. L'abolizione di questa tassa ebbe vigore col 
10 di maggio del 1825. 

La Direzione del Dipartimento delle Reali Finanze 
era stata tenuta, fin dal 1814, dal Consigliere cav. l^eo- 
nardo Frullani, il quale morì quasi contemporaneamente 
al granduca Ferdinando 111. Gli fu sostituito, in via 
provvisoria, il cav. G. B. Nomi, il quale per molti anni 
aveva coadiuvato il Frullani medesimo. Ma pochi mesi 
dopo, cioè nel novembre del 1824, il granduca Leopoldo 
scelse come Direttore di quell'importante dicastero il 
Consigliere cav. Francesco Campini. Egli apparteneva 
ad onorata famiglia di mediocri possidenti di Terric- 
ciola nelle colline pisane; e dotato d'ingegno « più sodo 
che splendido » godeva meritata riputazione di giure- 
consulto valente. Già fin dal principio della restaura- 
zione del 1814, aveva tenuto l'uttìcio di Avvocato Regio, 
per cui tutti i più gravi affari dello Stato erano da lui 
conosciuti, non esclusi quelli che si riferivano a materia 
di finanza. 

Nella sempre lodevole veduta di predilìgere l'indu- 
stria agraria, fondamento precipuo della prosperità 
toscana, fu emanato il motuproprio del 4 dicembre del- 
l'anno 1825, che diminuì la quarta parte della tassa 
prediale regia. In questo motuproprio si leggono le 
seguenti memorabili parole: «Se fu grato al nostro 
« cuore di far godere dal !« dello scorso maggio ai 
«nostri amatissimi sudditi i vantaggi dell'abolizione 
« di un'antica tassa (quella dei macelli), dannosa non 
« meno ai consumatori che ai proprietari ed agli agri- 
« coltori, molto più consolante è il potere, nel volgere 
« del corrente anno, accordar loro ulteriore allevia- 
« mento ai pubblici aggravi. Portata da noi la più 
« seria attenzione sulla proprietà fondiaria, e dopo es- 
« serci assicurati, che quando circostanze impreviste 



Capitolo II 13 

«non sopravvengono, lo stalo della finanza permeile 
« una diminuzione della tassa prediale, abbiamo deter- 
« minato di ordinare, ecc., ecc. ». Lo Zobi, ricordando 
questo benetizio ottenuto dai Toscani nei primi 18 mesi 
del regno di Leopoldo, esclama: «Un Sovrano cbe 
principia a regnare con simili alti di generosità, è già 
bene incamminato sul sentiero che mena alla gloria, 
tanto più se egli discende da altri regnanti famosi per 
virtù rare, siccome avveniva in questo caso (1) ». 

Il granduca Ferdinando IH aveva deliberalo di fon- 
dare un Educatorio femminile pel ceto più elevato; il 
principe, suo successore, portò a compimento il disegno 
paterno (R. Decreto, 15 novembre 1824) coll'is^i^it^o 
della SS. Aunumiata, doviziosamente fornendolo di 
elette discipline, le quali in processo di tempo hanno 
prodotto frutti corrispondenti, sì in Toscana che nelle 
altre provincie italiane. La granduchessa Maria Anna 
Carolina, consorte del granduca Leopoldo, ne assunse 
la superiore direzione, in ciò coadiuvata dai deputati 
cav. Vincenzo Peruzzi e comm. Vincenzo Antinori. II 
manifesto, da essi pubblicato in data del ilS marzo 
del IS'SS, fu trovato così savio, che persuase ben presto 
molli genitori toscani e forestieri ad affidare l'educa- 
zione delle loro figlie al nuovo Istituto, salito poi in 
molto credito per l'esemplarità delle allieve in esse for- 
matosi {-l). 

Nel maggio del 18:25, l'imperatore d'Austria si recò 
a Milano, accompagnalo dal principe di Metternich, 
Cancelliere dell'Impero. Corsero ad ossequiarlo il re 
Francesco I delle Due Sicilie, accompagnato dai suoi 
ministri Medici e Ruffo, i duchi di Lucca e di Modena, 
Maria Luigia duchessa di Parma e il cardinale Albani, 
rappresentante il papa Leone XII. Anche Leopoldo li 
andò in Lombardia per ossequiare il capo di sua fami- 



(1) Zeni, op. cit,, tom. IV, pag. 317. 

(-2) Questo Istituto fu per molto tempo in via della Scala; oggi risiede 
nel Palazzo del Poggio Imperiale, dove tu trasferito nel 1864. 



14 La Toscana dal 1821 al 1859 

glia, ma senza condur seco alcun ministro. Carlo Fe- 
lice, re di Sardegna, rimase nei suoi Stali ; ma l'impe- 
ratore, il re di Napoli e il principe di Metternich si 
recarono a Genova, dove soggiornava il Re Sabaudo ; 
mentre il granduca Leopoldo tornava subito a Firenze. 

Un fausto evento allietava intanto la famiglia gran- 
ducale. Il lo d'aprile, la granduchessa Maria Anna Ca- 
rolina dava alla luce una seconda figlia, alla quale 
furono imposti i nomi di Augusta Ferdinanda Luisa (1). 
Leopoldo II volle che la nascita di questa bambina 
fosse solennizzata con atti di beneficenza. 

La istituzione del Corpo degl'ingegneri per provve- 
dere alla migliore direzione delle acque ed alla manu- 
tenzione dei lavori di ponti e strade, era cosa reclamata 
dalla sicurezza e della comodità pubblica. I così detti 
provveditori delle strade comunali, che ad esse accu- 
divano in passato, mancavano di regolamenti adatti ; 
e più spesso non possedevano la capacità necessaria 
per conservare le opere esistenti, e per immaginare con 
intelligenza, giudizio ed economia i nuovi lavori di tal 
genere. Tale istituzione pertanto fu in questo senso 
provvidissima; ma poiché gl'ingegneri di circondario 
furon posti sotto la immediata dipendenza di un Con- 
siglio centrale dirigente, le Comunità non trovarono in 
essi un semplice ministro dei loro voleri e delibera- 
zioni, si v vero un altro tutore. Ci fu chi vide nel Corpo 
degli ingegneri un'istituzione invaditrice delle libertà 
municipali (2). Ciò in parte era vero ; ma non bisogna 
dimenticare che il bene universale non si può acqui- 
stare senza qualche sacrifizio della libertà indivi- 
duale. 

Il governo di Leopoldo II credette pertanto necessario 
di cercar modo di accrescere le rendite del regio erario, 
dappoiché al medesimo si erano dati gli oneri, dei 



(1) Il 19 novembre del i8M era naia la primogenita, che venne chia- 
mata Maria Carolina Augrusta Elisabetta. 

(•ì) Così pensa lo Zol)i nel suo libro intitolato : Manuale storico delle 
massime e degli ordinamenti economici vigenti in Toscana, pag. 386. 



Capitolo li 15 

quali i municipt erano stali liberati. La fabbricazione 
dei labacclii era, per appalto, in mano di uno stra- 
niero (i), fino dell'anno 1814. Grandi erano i benefìct, 
che ne ritraeva. Fu ordinato un nuovo incanto, e se 
ne ebbe un cànone di gran lunga maggiore senza ag- 
gravio dei consumatori. 

Nel 1816 fu istituita una nuova Banca di Sconto, la 
quale era stata condotta poco felicemente a conto del- 
l'Erario. Questo nuovo Istituto di credito, che doveva 
procedere per interesse di una società di azionisti con 
partecipazione dello Stato, ebbe mezzi più larghi per 
venire in aiuto dell'industria e del commercio, e col 
suo ordinamento seppe subito inspirare tanta fiducia 
che il numero delle azioni lasciate al concorso privato 
fu largamente coperto. 

Un dotto frate genovese, il padre Tommaso Pèndola, 
scolopio, aprì in Siena, sotta gli auspici del principe, 
un Istituto per educare ed istruire i sordo-muti, il 
quale ben presto si acquistò una celebrità per tutta 
quanta l'Italia. 

Ma l'impresa, che doveva dare maggior gloria a Leo- 
poldo II, fu il bonificamento della Maremma grosse- 
tana, impresa invano tentata dall'avolo suo, e verso 
cui lo inclinavano di preferenza la tempra dell'ingegno 
e la qualità degli studi da luì prediletti. Onde condotto 
seco il Fossorabroni, che veniva reputato il maggiore 
idraulico del suo tempo, si dette a percorrere con esso 
la Maremma, a visitarne i luoghi più infetti dalle acque 
insalubri e più micidiali alla vita dell'uomo e degli 
animali ; e sul disegno di lui statuì quali asciugamenti 
di paludi si farebbero, come si eseguirebbero le col- 
mate, e s'incanalerebbero i torrenti e i fiumi spaglian- 
tisì per le deserte campagne, senza fermo letto né sta- 
bili argini. 

Sempre accompagnato dal Fossombroni, il principe 
visitò, fra gli altri luoghi, le tenute di Bolgheri e Ca- 



li) Era questi il cavaliere Giovan Gabriele Eynard di Ginevra. 



16 La Toscana dal 1821 al 1859 

stagneto, antichissima proprietà della nobile famiglia 
dei Gherardessa. Desiderò vedere tutti i lavori di bo- 
niflcamento in essa incominciati dal fu conte Camillo 
intorno all'anno 1780, colla direzione idraulica del fa- 
moso Ximeaes, e proseguiti per cura del conte Guido 
Alberto della stessa illustre prosapia. Osservò con 
somma soddisfazione quali ostacoli è dato di superare 
alla volontà persistente, congiunta all'industria ed alla 
intelligenza ; requisiti necessari in coloro, che vogliono 
assumere simiglianti imprese. 

Dietro l'esempio dei bonificamenti territoriali, ordi- 
nati da Leopoldo I (l), il marchese Ubaldo Ferroni ed 
il ricordato conte Camillo Della Gherardessa, risol- 
vettero di fare altrettanto nelle loro proprie possessioni 
bisognose dei soccorsi dell'arte per asciugare il suolo 
onde avere aria salubre; il primo a Bella Vista in Val 
di Nievole, e il secondo nella detta tenuta di Bolgheri 
e Castagneto nella Maremma volteranna. Ambedue le 
intraprese ebbero un esito felice rapporto ai lavori 
idraulici, e per conseguenza hanno efficacemente con- 
tribuito a rendere vieppiù prosperose le condizioni eco- 
nomico-agrarie della Toscana. 

Nella tenuta del conte Della Gherardessa si videro, 
dopo non lungo volger di tempo, numerose bande di 
bestiami domestici, che trovarono pingue pascolo ove, 
in addietro, stagnavano acque fetide e limacciose ; e 
ove erano foreste praticate soltanto dagli animali sel- 
vaggi e nocivi. Qui sorsero fabbricati e comode abita- 
zioni per gli accresciuti abitanti e per gli armenti, in- 
vece di miserabili tuguri e capanne ; qui si videro 
estesi campi, che produssero ubertosi frutti; qui sor- 
sero ampie strade vicinali per comodo degli agricoltori, 
e spaziosi canali per lo scolo delle acque nel prossimo 
mare ; qui si ebbero boscaglie ricche di vegetazione e 



(1) Riguardo a questi bonificamenti ordinati dal granduca Pietro 
Leopoldo, vcggasi il citato libro dello Zobi, Manuale storico delle 
massime e degli ordinamenti economici, da pag. 184 a pag. 189. 




Maria Anna Carolina di Sassonia 
Granduchessa di Toscana 



Capitolo II 17 

di rendita, perchè una giudiziosa manutenzione fu posta 
in osservanza nel custodirle, e nel fare le piantagioni 
e tagliate. 

Volle poi il munifico principe dare al conte Guido 
Alberto Della Gherardessa un attestato della sua so- 
vrana soddisfazione, per 1 floridi bonificamenti eseguiti 
a Bclgheri, inviandogli le insegne di commendatore 
dell'Ordine del Merito sotto il titolo di San Giuseppe. 
Nel medesimo tempo, emanò il memorabile motupro- 
prio, che annunziava il divisamento di voler prosciu- 
gare dalle acque stagnanti la ferace quanto inferma 
provincia di Grosseto, al fine di renderla popolata e 
coltivata, conforme ci sono argomenti e testimonianze 
per credere che così fosse in remota età. E ne com- 
mise l'eseguimento ad Alessandro Manetti, idraulico 
ed ingegnere di merito, giovine di età e bramoso di 
acquistar fama insieme col favore del principe. 

Da principio, il granduca aveva affidata la direzione 
degli opportuni lavori ad una commissione economico- 
idraulica, alla quale, nel 1833, fu sostituito un ufficio 
presieduto, per la parte idraulica, del direttore del 
Corpo degli Ingegneri, che era il sunnominato ca- 
valiere Alessandro Manetti, e per ciò che spettava alla 
parte economica, dal cav. Giacomo Grandoni, Provve- 
ditore della Camera di Soprintendenza comunitativa 
di Grosseto. 

Le munificenti cure del Principe non si arrestarono 
e commettere il semplice bonificamento idraulico della 
pianura grossetana, ma ne estesero le provvidenze ai 
territori di Piombino e di Orbelello. Il prosciugamento 
dello stagno di Scarlino presso Follonica fu opera lo- 
devolìssima, la quale diede ubertosità alla campagna, 
e salute agli abitanti. 

Troppo lunga sarebbe la narrazione del modo e dei 
mezzi, posti in opera dal Manetti per raggiungere il 
nobilissimo intento : ma non possiamo tacere della 
parte, che personalmente vi prese il principe fino dal 
primo momento ; « il che — dice il Baldasseroni — non 
sarà alcuno, il quale non riconosca esser dovuto spesso 

L. Cappelletti 2 



18 La Toscana dal 1824 al 1859 

riuscire di gran vantaggio a vincere le gravi e molte 
difficoltà, che seguitavano l'impresa (1) ». 

Quali e quante furono le cure, colle quali fu sapiente- 
mente provveduto a tutti i bisogni inerenti alla grande 
impresa, sì nel primo periodo della medesima che negli 
anni successivi, può leggersi nelle Memorie sul bonifi- 
camento delle Maremme toscane del cav. Ferdinando 
Tartini, segretario, in quel tempo, della Direzione ge- 
nerale del Corpo degli Ingegneri, e nel libro più re- 
cente intitolato: Il Comm. Alessandro Manetti e le sue 
opere. Ma a queste cure prese gran parte il principe, 
il quale spesso ed a lungo recavasi sui lavori ; e dopo 
essere stato il promotore dell'opera, si associava al- 
l'azione direttiva della medesima, ne divideva le pene, 
incoraggiava quanti concorrevano a quella ; e nulla piìi 
aveva a cuore quanto rimuovere le difficoltà che vi si 
opponevano. 

Io mi ricordo benissimo (avevo allora circa 12 anni) 
di aver veduto a Piombino, mio luogo natale, il gran- 
duca Leopoldo II, circondato da ingegneri e da guardie 
del bonificamento (era questo il suo stato maggiore), 
percorrere le campagne adiacenti, perlustrare il litto- 
rale, discutere col cav. Alessandro Manetti, che lo ac- 
compagnava dovunque, di paduli, di colmate, di case 
coloniche, ecc., ecc.; e tutti sanno com'egli prendesse 
personalmente parte a tutti i fatti, che dovevano por- 
tare all'esecuzione dell'idea del Fossombroni, cioè che 
« la Maremma Grossetana doveva essere conquistata », 
E questa conquista avvenne dipoi, se non totalmente 
almeno in gran parte; e se lo scopo non fu allora com- 
pletamente raggiunto, non se ne deve incolpare il prìn- 
cipe, ma gli eventi imprevedutì, i quali ne impedirono 
l'esecuzione. I Grossetani, molti anni appresso, nella 
piazza maggiore della Città eressero un monumento 
marmoreo al Rigeneratore della Maremma (2). 



(1) Baldasseroni, op. cit. pajj. 71. 

(i) Per dimostriire vieppiù le grandi cure del j^nindura [icr la sua 
Maremma, dovreijbcro consultarsi le Lettere scientifiche e familiari 



Capitolo II 19 



del prof. Francesco Puccinotti (Firenze, Le Monnier, 1877), nelle quali 
l'illustre scienziato parla delle premure del Granduca per la Maremma 
Grossetana. A pag. 4(54 e segg., leggesi una lettera diretta da Leo- 
poldo li al Puccinotti, in data di Firenze, 6 aprile 1845, nella quale 
il Principe parla, con vera competenza, di alcuni paduli da colmarsi 
nella Maremma grossetana, ed affida al Puccinotti l'incarico di esami- 
nare il padule suddetto, e di riferirne in proposito, affinchè il Governo 
possa prendere i necessari provvedimenti. 



CAPITOLO III. 

Spedizione scientifico-letteraria in Egitto ed in NuMa. — Giovan 
Francesco Champollion e Ippolito Kosellini. — Rivoluzione 
del luglio 1830 in Francia. — Cambiamento di dinastia. — 
Speranze degl'Italiani. — Lettera del re Luigi Filippo al 
granduca Leopoldo IL — Il cav. Ciantelli vien nominato 
Presidente del Buon Governo — Progetti di festeggiamenti 
in onore del granduca, non effettuati e perchè. — Esuli ita- 
liani espulsi dalla Toscana. — Nuovi atti arbitrari del Cian- 
telli. — Timori del granduca riguardo alla successione al 
trono di Toscana. — Istituzione della guardia urbana. — 
Morte della granduchessa Maria Anna Carolina. — Dolore 
del principe e del popolo. — Secondo matrimonio del gran- 
duca. — Arrivo dei reali sposi in Toscana. — Accoglienze 
festose che ricevono. — Morte di Pio VIII ed elezione di 
Gregorio XVI. — Moti rivoluzionari nell'Italia centrale, sof- 
focati dall'intervento militare austriaco. — F. D. Guerrazzi 
perseguitato dalla polizia — Destituzione del Ciantelli. — 
Gioia universale. 

Nel 1828, regnante Carlo X, il governo francese ideò 
una spedizione scientifico-letteraria in Egitto ed in 
Nubia, affidandone la direzione al valente orientalista, 
Giovan Francesco Champollion janiore. Nutrito di forti 
studT, conoscitore perfetto delle lingue dell' antico 
Oriente, Champollion aveva già fatto un viaggio in 
Italia per visitare in Torino il grandioso e ricco Museo 
Egiziano, acquistato dal re Vittorio Emanuele I. Fu 
ricevuto e festeggiato dai dotti di quella città; e la 
reale Accademia delle Scienze lo volle iscrivere fra i 
suoi soci corrispondenti. Dimorò in Torino un anno 
intiero, e potè con comodo esaminare e studiare i mo- 
numenti originali, e ricavarne una fruttuosa messe di 
belle cognizioni, sì per confermare che per rettificare 
ed ampliare le antecedenti scoperte. Egli godeva la 



Capitolo ni 21 

prolezione del duca di Blacas d'AuIps, primo gentiluomo 
dì Camera del Re e Pari di Francia; ad esso indirizzò 
due celebratissime lettere, nelle quali fece conoscere i 
nomi e i titoli di molti Faraoni, scritti sui monumenti 
taurinensi, e lì riordinò in dinastìe, secondo i cata- 
loghi dì Manetone, cominciando dalla xvìì tebana fino 
alla xxu dei Bubastiti. 

In questo tempo era giunta in Livorno una vasta 
collezione dì antichità egiziane; e il duca di Blacas, 
per dar nuovo favore agli studi dì ChampoUion, e per 
compensare il danno di cui sì lagnava la Francia per 
la non acquistata collezione di Torino, fece in modo, 
secondato in ciò dai ministri di quel tempo, che il re 
Carlo X ne facesse acquisto per arricchirne i Musei di 
Parigi. ChampoUion fu incaricalo di recarsi a Livorno 
per fare una stima dì quegli oggetti di antichità, e 
quindi riferirne al suo governo; e fu allora che, per 
la prima volta, conobbe il dottor Ippolito Rosellìnì, 
professore di lingue orientali nella Università di Pisa, 
e già nolo per alcune illustrazioni di monumenti gero- 
glìfici. Intanto il ministero francese, di cui era a capo 
il visconte di Martìgnac, ordinò la spedizione in Egitto 
e nella Nubìa, alla quale testé abbiamo accennato. 
Parve allora al granduca Leopoldo li che riuscirebbe 
onorevole ed utile alla Toscana lo associarvisì, e or- 
dinò e procacciò che fosse fatto. Nominò il prof. Ro- 
sellìnì capo della spedizione; e ad esso associò due 
disegnatori, Ricci e Angelelli, non che l'architetto 
Gaelano Rosellìnì, nipote d'Ippolito, e l'insigne natu- 
ralista prof. Raddì. il quale fu incaricato di ricerche e 
collezioni allìnenli alla sua scienza. Le due spedizioni 
adunque, cioè la francese e la toscana, salparono dal 
porlo di Tolone il 31 dì luglio del 1828. Al loro ritorno, 
si ridussero l'una a Parigi e l'altra a Pisa, per ordinare 
ciascuna i propri studi e pubblicarli. Nel 1832, moriva 
ChampoUion poco più che quarantenne (1), e al Rosel- 



(I) Il Rosellini ne scrisse l'elogio funebre: e nel 1845, mori egli 
pure in età di 45 anni. 



22 La Toscana dal 1854 al 1859 

lini toccò tutto il carico di compiere il gran lavoro. 
In quello slesso anno ne mandò in luce il primo vo- 
lume ; ma una lenta malattia, che egli aveva contratta 
in Oriente, Io spense dopo sette anni di crudeli pati- 
menti. Ciò non ostante, in quei sette anni, pubblicò le 
due prime parti, cioè Monumenti storici e Monumenti 
civili, della grande Opera; la terza, intitolata Monu- 
menti del culto, fu messa in luce sopra i manoscritti 
dell'Autore dai signori Bonaini e Severi. Da questa 
spedizione la Toscana riportò aumento d'onore e di 
credito, oltre una raccolta di oggetti, che formò il primo 
nucleo del Museo egiziano, arricchito poi con acquisti 
successivi. 

Sul finire del mese di luglio del 1830, scoppiava in 
Parigi una rivoluzione, la quale spodestava il ramo 
primogenito dei Borboni, costringendo il re Carlo X e 
la sua famiglia ad abbandonare la Francia e a rifu- 
giarsi in Inghilterra. Luigi Filippo, duca d'Orléans, 
veniva proclamato re dei Francesi col nome di Luigi 
Filippo I (1). 

Questa rivoluzione commosse la maggior parte dei 
popoli italiani, mentrechè per la Penisola nostra si 
andava sussurando che il nuovo monarca francese, non 
si mostrasse alieno dal favoreggiare quelle intraprese 
di libertà, attorno a cui si andavano travagliando i 
fuorusciti italiani, che avevano stanza in Parigi. Luigi 
Filippo credette bene di togliere alle Corti italiane 
ogni argomento di sospettare di lui. Perciò, in data del 
22 agosto 1830, scrisse una lettera al granduca Leo- 
poldo II, nella quale gli spiegava i motivi, che lo ave- 
vano obbligato ad accettare la corona. Il granduca, che 



(1) Leopoldo li si trovava allora a Vienna. La notizia della rivolu- 
zione di luglio non lo turbò' molto; e assennatamente la giudicò prin- 
cipio di un nuovo ordine di cose. E cosi scriveva al Fossombroni: 
« Bramo ancor di essere in loro compagrnia, onde siano le fatiche di- 
« viso e comuni gli sforzi per difendersi a veleggiare in mare burra- 
« scoso ; che star fermi non si può, e non vedo altra salvezza che in 
« un legno solido e veliero, che correndo quanto a un dì presso cam- 
« mini l'ondata, ne senta mon forte e pericolosa Ja percossa ». 



Capitolo III 23 

trovavasi a Vienna, ricevette la lettera coll'abbozzo della 
risposta inviatagli dal Fossombroni. «Sta bene così — egli 
scrisse tosto al suo primo ministro— ; nulla v'ho trovato 
da mutare. Conosco la risposta dell'imperatore Fran- 
cesco; essa non poteva servirmi di norma perchè non 
adatta alle condizioni peculiari della Toscana... È poi 
del comune interesse di tenere in piedi il re Luigi Fi- 
lippo, nella guisa stessa che tutti ì vicini aiutano il 
vicino a spegner l'incendio che gli arde la casa». 

Fu mandato a Parigi il conte Berlinghieri, il quale 
presentò al re dei Francesi una lettera autografa del 
granduca. Dopo averla letta, il re disse all'inviato to- 
scano : «La prego, signor Conte, di assicurare il suo 
Sovrano che io sono deliberato a cooperare, fin dove 
potrò, al mantenimento della tranquillità dell'Italia e 
alla sicurezza degli Stati che la costituiscono... Sopra- 
tutto non mi presterò mai a favoreggiare intrighi e a 
fomentare propagande rivoluzionarie (1) ». Eguali assi- 
curazioni aveva fatto Luigi Filippo agli altri governi 
della Penisola. 

Intanto in Toscana si pensava di fare dei cambia- 
menti nell'Amministrazione interna dello Stato. Il Puc- 
cini, presidente del Buon Governo fu promosso alla 
presidenza della f. e R. Consulta ; e a sostituirlo fu 
chiamato l'auditore Luigi Bonci Commissario regio a 
Grosseto. Ma, essendo egli più che settuagenario, fu 
riconosciuto non adatto a tale importantissimo Ufficio; 
per la qual cosa fu collocato a riposo, e gli fu sosti- 
tuito l'auditore cav. Torello Ciantelli, Avvocato fiscale 
presso la Rota Criminale. 

11 Baldasseroui dice, e con ragione, che la scelta 
del Ciantelli non fu buona, massime per i tempi che 
sopraggiunsero. « Il carattere, i modi, le abitudini, 
tutto concorreva a menomare nel Ciantelli le qualilà 
occorrenti a reggere un posto così delicato. Aggiun- 
gasi che la costituzione di quest'Ufficio risaliva ai 



(1) Bianchi, op. cit.. lom. Ili, pag. 21. 



04 



La Toscana dal 1824 al 1859 



tempi di Pietro Leopoldo, che gli aveva date attribu- 
zioni, le quali lasciavano al titolare non solo le facoltà 
preventive, indispensabili a tutela della pubblica quiete, 
ma puranco le punitive, e queste non solo mal defi- 
nite, ma per giunta cozzanti con altre leggi, allora vi- 
genti, e collo spirito del tempo (1) ». 

Il Ciantelli era uomo subitaneo di carattere, poco 
conoscitore della grande società, abituato a vedere 
unicamente dei colpevoli avanti alla giustìzia, e per 
vivezza dei moti dell'animo inclinato all'arbitrio; per 
conseguenza, « spese con intemperanza il mollo suo 
potere, e con tai modi da far parere arbitrario ed esor- 
bitante anche l'uso legittimo delle sue facoltà». Non- 
dimeno, il primo periodo del suo ministero non diede 
orìgine ad alcun lamento, ma in seguito egli si appalesò 
per quello che era. 

Nel settembre del 1830, venne in mente al marchese 
Cosimo Ridolfi di festeggiare il ritorno del granduca in 
Firenze, il quale allora trovavasi aDresda presso la Corte 
del Redi Sassonia, zio della granduchessa Maria Anna 
Carolina. L'assenza del Principe doveva durare fino al 
mese di ottobre. Né i ministri, dopo la rivoluzione fran- 
cese del 1830, stimarono necessario richiamarlo, tanta 
fiducia si aveva nell'amore dei sudditi verso di lui. 
Stimò il Ridolfi di festeggiare il ritorno del Principe 
con una dimostrazione cittadina, la quale facesse in- 
tendere come in mezzo alla generale agitazione dei 
popoli, essi Toscani, contenti del reggimento paterno 
di Leopoldo, si stringevano intorno a lui, senza nulla 
chiedere palesemente, confidando nella bontà dell'animo 
suo e nella solerte antiveggenza. Favoreggiatore e pro- 
pugnatore di questa idea si offerse Ferdinando Tartini, 
impiegato nel Ministero delle Finanze, « uomo procac- 
ciante e faccendiero, di pronto ingegno e smanioso di 
porsi in mostra agli occhi del Sovrano per meritarne 
la fiducia e le grazie (2) ». A loro si unirono i marchesi 



(1) Hai.dassekoxi, op. cit. pa^. 92. 

(2) E. Pochi, Storia d'Italia dal 1814 al 1H46; tom. I, pag;. 57.5. 



Capitolo III "25 

Gino Capponi e Pier Francesco Rinuccini (quest'ultimo 
maggiordomo maggiore della Granduchessa vedova di 
Ferdinando III), i quali, radunatisi insieme, raccolsero 
denari ed aderenti, affinchè la festa riuscisse splendida 
ed affettuosa. Ma, sul più bello dei preparativi, il Pre- 
sidente Ciantelli, spalleggiato dal Fossombroni, ci 
mise, come suol dirsi, lo zampino, e colla scusa che 
potessero avvenire dei disordini (l), ne fece avvertilo 
il Granduca lontano, il quale rispose non esser con- 
veniente il far feste in quei giorni, e perciò consigliava 
i promotori a distribuire i denari raccolti in dote alle 
povere zittelle. Insuperbito il Ciantelli del successo, e 
tacitamente confortato dal primo Ministro, suo protet- 
tore, spinse più oltre i rigori, ottenendo che gli esuli 
Giuseppe Poerio e Pietro Giordani, favoreggiatori essi 
pure della festa, venissero espulsi dalla Toscana. 

Né il Giordani né il Poerio furono i soli banditi : altri 
pure furono cacciati come marcati in materie politiche. 
E mentre allontanava dalla Toscana gli esuli più peri- 
colosi, il Ciantelli raccomandava in tutto il granducato 
una maggiore vigilanza sui forestieri C^). 



(l) Fu detto che il Fossombroni temeva che quei patrizi, i quali 
avevano progettato le feste in onore del Principe, volessero supplan- 
tarlo nel governo. 

{ì) Sulla via maestra, che da Firenze conduce a Bologna, a circa 
:3 miglia da Firenze, vedesi una colonna, sulla base della quale fu in- 
cisa la seguente iscrizione: 

« Sin qui venne la città incontro al suo amato Signore, Leopoldo II, 
« ritornato dalla Germania nell'ottobre del MDCCCXXX. E degna festa 
« gli fece e molto lo ringraziò perchè in VI anni di regno, rispettò la 
« libertà civile, accrebbe la pubblica prosperità, alleviò di nn quarto la 
« gravezza dei terreni; compiè i pensieri dell'Avo magnanimi e giusti 
« al commercio, liberando i macelli dal privilegio, e dall'importuno di- 
<; vieto il ferro lavorato dagli stranieri. Finì l'opera lodata del Padre 
« in Valdichiana. Cominciò gloriosamente opera di grande e di buon 
« Principe nella Maremma grossetana; condusse in CLX giorni per V 
« miglia di canale nuovo l'Ombrone. Ordinò ampia strada per congiun- 
« gere le Maremme di Pisa e di Grossetto; impresa di congiungere To- 
« scana al Mare Adriano. Alle gentili fanciulle con larghezza regia e 
« paterno amore procurò educazione più degna del secolo. E nella scien- 
* tifica spedizione d'Egitto socio il nome italiano alla gloria di Francia ». 



26 La Toscana dal 1824 al 1859 

Dopo le ultime vicende della Francia erano stati 
posti in circolazione fazzoletti, nastri di seta, ea altri 
oggetti di moda, contenenti emblemi, ritratti ed iscri- 
zioni rivoluzionarie. Diversi negozianti di Firenze e di 
Livorno li avevano ricevuti da alcune Case commerciali 
francesi ; ma furono severamente ammoniti di non 
esporli nelle vetrine delle loro botteghe e di rinviarli 
subito all'estero. 

D'ordine del Presidente del Buon Governo i commis- 
sari di polizia non si limitarono soltanto a sequestrare 
le caricature di Carlo X e della sua famiglia, ma anche 
i semplici ritratti del re Luigi Filippo e le stampe che 
rappresentavano le solenni cerimonie, che avevano ac- 
compagnato la sua elevazione al trono. 

Il Console di Francia a Livorno se ne lamentò viva- 
mente col governatore, marchese Paolo Garzoni-Ven- 
turi, il quale fece sì che gli ordini fossero immediata- 
mente mitigati (l). 

11 granduca Leopoldo non aveva avuto prole ma- 
schile, onde lo turbava l'idea che la Toscana dovesse di- 
ventare una provincia austriaca. Trovandosi in Vienna, 
ne tenne parola coli' imperatore Francesco I, il quale, 
allegando scrupoli di coscienza (?), gli disse chiaro e 
tondo che, nel caso che egli, Leopoldo, morisse senza 
prole maschile, la Toscana verrebbe a far parte del- 
l'Impero. Ma il principe di Metternicli cercò di conso- 
lare il granduca, dicendogli che potrebbesi scegliere 
come successore al trono di Toscana un arciduca ; e 
poi soggiunse: « Per ora lasciamo l'affare in sospeso; 
io studierò frattanto le disposizioni testamentarie, e 
mi adoprerò a togliere di mezzo ogni futura contesa 
si per la successione imperiale che per la granducale 
toscana (2) ». 

L'esercito e la marina toscana erano, per dire il vero. 



(1) Vedi E. MrciiEL, F. D. Guerrazzi e le Cospirazioni politiche in 
Toscana, dal 1830 al 1835. Roma-Milano, Sociclà Editrice Dante Ali- 
ghieri, lit04, paf,'. 8. 

(2) N. JJiANciii, op. cit., Ioni. IV, pap. IO. 



Capitolo 111 27 

ridotti in assai misero stato, che il granduca non era 
molto portato per le cose guerresche; in ciò somigliando 
al padre ed all'avo. Per la qual cosa, il Fossorabroni 
propose al principe di creare una guardia urbana. 
Leopoldo II vi acconsentì ; e realmente questa milizia 
cittadina rese servizi importanti ed esemplari sì nella 
capitale che nelle provincie in cui fu organizzata, 
« trattenendo col suo buono spirito ed attitudine folli 
tentativi, perchè quelli che contavano sulla coopera- 
zione delle moltitudini per recare ad effetto criminosi 
disegni, dovettero esser persuasi quanto i cittadini mi- 
gliori fossero loro avversi ». Nei Comuni di frontiera 
gareggiarono i militi coi soldati nel tenerla ben guar- 
data dai facinorosi esterni, in guisa che la guardia ur- 
bana di Stazzema eseguì l'arresto di una banda d'avven- 
turieri, i quali, venendo dalla Corsica, erano sbarcati 
sulla riviera di Pietrasanta onde eccitare gli abitanti 
ad insorgere. Ma la soldatesca stanziale cominciò ad 
esser gelosa di questi cittadini soldati, i quali si ad- 
destravano nei militari esercizi ; e nel medesimo tempo 
gli agenti austriaci andavano accortamente insinuando 
la inutilità di tenere occupati i popoli in simili pra- 
tiche, e le loro insinuazioni furono pur troppo ascol- 
tate, cosicché la guardia urbana venne disciolta quando 
appunto avrebbe meritato di essere stabilmente ordi- 
nata e disciplinata. 

Una grave sventura colpiva intanto il granduca e la 
sua famiglia, non che il popolo toscano. La buona e 
virtuosa granduchessa, Maria Anna Carolina, moriva 
in Pisa il 24 di marzo del 1832, consunta da lenta tabe, 
lasciando del suo matrimonio tre figlie, col germe del 
tristo malore nelle viscere, e nessun maschio. Ciò era 
per lei di grande dolore, poiché sapeva come al suo 
consorte dolesse di non avere avuto alcun tìglio ma- 
schio, pel timore che la Toscana dovesse un giorno 
cadere sotto l'austriaca dominazione. Già da qualche 
tempo, i segni del morbo letale, che ne rodeva innanzi 
tempo l'esistenza, si erano in lei fatti palesi ; perciò i 
medici le consigliarono, durante la stagione invernale 



'18 La Toscana dal 1821 al 1850 

del 183^, il mite clima di Pisa. Ma ormai era troppo 
tardi; essa moriva il '34 di marzo del suddetto anno, 
assistita dal suo confessore, monsignor Gilardoni 
vescovo di Livorno, il granduca non abbandonò mai 
il capezzale dell'inferma, e la pianse sinceramente. 
Virtù non comuni ebbe l'estinta, la quale teneva il 
lodevole sistema di non mescolarsi giammai nelle fac- 
cende dello Stato. Fu sua istituzione l'educandato 
delle nobili donzelle, italiane e straniere, detto della 
SS. Annunziata ; e, morendo, lo raccomandò alla so- 
rella Maria Ferdinanda, vedova di Ferdinando III. Per 
ordine del granduca, il cadavere fu imbalsamato, e 
furon date tutte le disposizioni per il trasporto a Fi- 
renze, che avvenne il 28 di marzo, in meezo al dolore 
sincero ed unanime del popolo, a cui difficilmente sfug- 
gono le vere virtù dei principi, sapendo tributar loro 
una lode riconoscente senza servile adulazione. 

Il Fossombroni. per porre un freno alle austriache 
tracotanze, avrebbe desiderato che il suo sovrano strin- 
gesse nuove nozze con una figlia del re dei Francesi; 
ed infatti vennero iniziate le pratiche opportune; ma 
perchè s'indugiò alquanto, prevalsero le offerte venute 
da Napoli; e dopo 14 mesi di vedovanza, fu chiesta in 
moglie la giovine principessa Maria Antonia, che aveva 
allora 19 anni, ed era sorella del re Ferdinando II. Il 
principe don Tommaso Corsini, recossi espressamente 
a Napoli, colla qualità d'inviato straordinario, a doman- 
darne sollecitamente la mano, quando già il tutto era 
concertato. La celebrazione delle nozze avvenne in Na- 
poli il 7 di giugno del 1833: e quindi i reali sposi, per 
la via di mare sì condussero a Livorno, ricevuti dalla 
moltitudine plaudente, e quindi a Pisa dove furono 
acclamati e festeggiati con ogni maniera di giubilo (1). 



(1) In Livorno ed in Pisa i Sovrani furono accolti con un entusiasmo 
indescrivibile; due o tre male intenzionati, non più di certo, emisero 
qualche fischio, e sparsero foglietti indecenti, che non produssero 
alcun elletto, anzi indignarono la popolazione contro questi ridicoli 
arruffoni. — Vedi E. Michel, F. D. Guerrazzi e le cospirazioni poli- 
iiche in Toscana dal 1830 al 18.35; pag. 104 e segg. 



Capitolo III 



29 



Pochi giorni prima della festa di S. Giovanni, giun- 
sero in Firenze, e anche qui vennero accolti con molta 
esultanza. Bella e giovine era la sposa, e, oltre a ciò, 
era italiana; e la di lei sperata fecondità avrebbe con- 
servato al paese una schiatta di principi oramai dive- 
nuti naturali per generazioni, per costumi e per segna- 
lati vantaggi arrecati allo Stato. La prole ambita non 
lardò infatti a render paghi i fervidi voti dell'univer- 
sale, come appresso diremo. 

La rivoluzione francese del 1830 aveva avuto un con- 
traccolpo in Italia, e specialmente nell'Italia centrale. 
Nel febbraio del 1831, Bologna, Modena, Parma, le Le- 
gazioni e le Marche erano insorte ; il duca Francesco IV 
di Modena era fuggito a Mantova. Intanto era morto 
Pio Vili; e dopo un breve conclave gli succedeva il 
cardinale Mauro Cappellari, che prendeva il nome di 
Gregorio XVI. La sua elezione fu contemporanea alla 
rivolta negli Stati della Chiesa. Gl'Italiani speravano 
che il nuovo re dei Francesi li avrebbe aiutati colle 
armi, ma furono vane speranze. Gli Austriaci occupa- 
rono Ferrara, Bologna, Rimini, Modena e Piacenza, 
mentre i Francesi, per moderare la reazione pontifìcia, 
occuparono Ancona. La repressione dei governi mode- 
nese e pontificio fu ferocissima. In Toscana, dove 
avevano regnato la quiete e la tranquillità, nulla c'era 
che potesse legittimare atti di rigore; ma il Ciantelli, 
sobillato dal conte di Saurau, ministro imperiale a Fi- 
renze, si diede ad architettare supposte cospirazioni ; 
e lo slesso Saurau ci recò a Pisa, dove allora si tro- 
vava il Principe, per convincerlo della necessità del- 
l'intervento austriaco nel granducato. Ma Leopoldo II 
ed il Fossombroni risposero che un intervento delle 
armi imperiali in Toscana era inutile e pericoloso ad 
un tempo ; e il granduca soggiunse che egli viveva 
sicuro dell' amore e della fedeltà dei propri sud- 
diti (I). 



(1) N. Bianchi, op..cit., fora. IV, pagg. l.S-14. 



30 La Toscana dal 18^24 al 1859 

Una delle persone, le più perseguitate dal presidente 
del Buon Governo, fu l'avv. Francesco Domenico Guer- 
razzi, livornese, il quale, per aver letto neU'.Accademia 
Labronica un elogio di Cosimo Del Fante, valoroso 
soldato degli eserciti napoleonici, e per avere scritti 
degli articoli nell'Indicatore livornese, giornale mal 
veduto dall'autorità politica, fu mandalo a contine a 
Montepulciano. E siccome il Ciantelli ebbe sentore che, 
in questa città, il Guerrazzi aveva ricevuto una visita 
del patriotta genovese Giuseppe Mazzini, il quale aveva 
allora istituita la sètta della Giovine Italia, gl'ingiunse 
— sebbene avesse già espiato la sua pena — di non 
muoversi da Livorno senza permesso. Olire il Guer- 
razzi, altri cittadini furono ingiuslamente perseguitali; 
ed il Ciantelli, « d'accordo colle polizie di Modena e di 
Milano, ove alcuna volta in quei giorni, all'insaputa di 
tutti, recavasi, cercò introdurre in Toscana, a malgrado 
delle abitudini del Paese e del principe, un sistema 
simile di compressione e d'inquisizione, fino allora 
inaudito (1) ». 

Persone ragguardevoli, ben noie per la loro affezione 
al principe, fecero a questo conoscere il danno ed 1 
pericoli, che ne sarebbero derivati all'universale, man- 
tenendo più a lungo un uomo quale il Ciantelli, in 
un impiego di cui aveva cosi indegnamente abusato. 
Il 31 d'agosto del 1832 il Ciantelli venne destituito ; e 
fu nominalo al suo posto l'auditore Giovanni Bologna, 
uomo mite, dotto, e probo giureconsulto. « L'una e l'altra 
notizia — narra lo Zobi — corsero di bocca in bocca 
per la città di Firenze, in modo tanto rapido e gradilo, 
che la popolazione nelle più tarde ore della sera istessa, 
recossi sotto le finestre della reggia a ringraziare il 
Principe, intanto che altra gente imprecava al Cian- 
telli, dinanzi al palazzo di sua residenza (2) », Tremenda 



(1) GuALTERio, Gli tiltimi avvenimenti italiani, Firenze 1853; capi- 
tolo XXIV. 

(2) Zoili, Storia civile della Toscana ; tom. IV, |)ag. 43'J. 



Capitolo III 31 

lezione inflìtta a quegli uomini, i quali, per i loro 
pravi disegni, compromettono il Principe ed il governo 
che servono, e si rendono odiosi ai popoli (1). 



(I) II Fossombroiii ebbe il torto di volere indorcare la pillola al Cian- 
telli, facendolo Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe, e conser- 
vandogli l'intera provvisione annessa all'ufficio, dal quale cessava. 



CAPITOLO IV. 

Provvedimenti per Livorno. — Colmata della Padnletta. — Co- 
struzioni di corvette e vascelli da guerra. — L'ingegnere 
navale Luigi Mancini. — Apertura della Porta del Casone. 

— Nascita deUa principessa Maria Isabella e del Principe 
' ereditario Arciduca Ferdinando. — Nuovi atti di beneficenza 

del granduca. — Il Cholera morbus in Livorno. — Giovan 
Pietro Vieusseux e il suo gabinetto scientifico-letterario. 

— Creazione dell'. Uitologia. — Guerra mossa a questa effe- 
meride dal partito Sanfedista. — Ingiusta soppressione del- 
V Antologia. — Debolezza del governo toscano di fronte alle 
esigenze austriache. — Indignazione generale. — Contro- 
versia fra la Curia Romana e il governo toscano. — Contegno 
fermo e dignitoso del granduca verso la Santa Sede. 

Negli anni 18S3 e 1834, il granduca Leopoldo II ma- 
turò e die mano ad un'allra impresa importantissima, 
della quale è giusto sia conservala memoria, vogliam 
dire l'ingrandimento di Livorno. Questa città, nel 1825, 
contava 67,000 abitanti. Fin dal 1814, il granduca Fer- 
dinando III vi aveva posto ogni sua cura; e morto 
lui, il suo successore volle anch'egli studiarne le con- 
dizioni. In alcuni quartieri, specialmente in tempo 
d'estate, predominava la malaria, cosicché il Principe si 
die con lodevole solerzia e sanificarli. A quest'effetto 
cominciò dal recuperare la contigua tenuta della Pa- 
dnletta ed a curarne il bonificamento, compiuto più 
tardi colla regolare colmazione della medesima, me- 
diante le acque della Torà. Cercò quindi di aprire un 
nuovo campo al progrediente fabbricato col taglio delle 
mura del Casone, « d'onde per una nuova porta ed il 
nuovo ponte sul Fosso reale vennero agevolate le co- 
municazioni coi subborghi, offrendo alla speculazione 




Maria Antonia di Borbone 
Granduchessa di Toscana 



Capitolo IV 33 

privala i terreni del demolito bastione e dello spalto 
contiguo, sopra dei quali sorse rapidamente uno fra i 
migliori quartieri della città (1) ». 

Per quanto lo consentivano le condizioni del porto, 
nel piccolo cantiere della risorgente città si poteron 
costruire corvette e perfino vascelli da guerra. E quattro 
ne furono infatti costruiti (due corvette e due vascelli) 
per il governo del Kedivè d'Egitto, dall'ingegnere na- 
vale Luigi Mancini. Al varo del più grosso di questi 
vascelli assistette il granduca in persona, il quale si 
congratulò vivamente col Mancini, decorandolo di sua 
propria mano dell'ordine del Merito sotto il titolo di 
San Giuseppe. 

Nel 1832, le opere occasionate dall'apertura del (Ca- 
sone erano compiute, e sulla nuova porta ponevasi 
l'iscrizione, quanto laconica altrettanto espressiva, che 
qui riportiamo : 

MUNIFICENTIAE LEOPOLDI 11 M. E. D. 
Ob AUCTA CIVJUM COMMERCIA URBIS. ArEAM LAXATAM 

Ponte et Porta extructis S. P. Q. L. — mdcccxxxii. 

In questo tempo la famiglia granducale allietavasi 
per la nascita di una principessa (21 maggio 1834), alla 
quale furono imposti i nomi di Maria Isabella Annun- 
ziata Giovanna; e nell'anno seguente nasceva (10 giu- 
gno 1835) un arciduca, che fu chiamato Ferdinando 
Salvatore, ed ebbe il titolo di Gran Principe Ereditario 
di Toscana. Il granduca Leopoldo volle che la nascita 
dell'erede del trono fosse solennizzata con numerosi 
atti di beneficenza. Ma la gioia della famiglia reale e 
del popolo toscano fu improvvisamente turbata da un 
immane sventura. Nella Città di Livorno si manifestò 
quella terribile pestilenza, chiamata il cholera morbus, 
la quale recò un gran danno al pubblico commercio. 
In pochi giorni, circa !25,U0() persone abbandonarono la 
città ; si arrestarono i traffici ed i lavori per gli operai, 

(1) BaldasseuonIj op. cit., pag. 10:2. 

L. Cappelletti 3 



34 l^a Toscana dal ISM al 18J>t 

e dal porto si allontanarono le navi straniere. Infuriò 
il male, e molte vittime mietè tra la gente povera e 
derelitta, quantunque non mancassero i soccorsi dì 
ogni maniera. Era capo della Sanità pubblica il profes- 
sore Pietro Betti, celebre medico, buon conoscitore dei 
Livornesi ed uomo di cuore; egli diede subito ordine 
che si aprissero ospedali ed asili nei luoghi ove più 
infieriva la pestilenza, e che vi si portassero gl'infermi; 
ma perchè il popolo, invaso anche qui dall'ubbia del 
veleno, rifuggendo dall'abbandono della famiglia, si 
asteneva dal denunziare i casi di malattia, fu pensato 
di non recargli violenza e di porgere agl'infermi, che 
dalle case non volevano uscire, larghi soccorsi ; con 
che si ottenne che la renitenza alle denunzie e l'orrore 
per gli ospedali diminuissero. In tanta calamità ninno 
mancò al dover suo: Principe (1), ministri, autorità lo- 
cali, sacerdoti, e sopra tutti, con immensa carità, 
l'Arciconfraternita della Misericordia, la quale — scrive 
il Poggi — « dava la più dolce e la più accetta prova 
di vera fratellanza col trasportare tranquillamente, in 
mezzo allo squallore della città, i colerosi agli ospe- 
dali, senza far conoscere le faccie pietose dei portatori 
dei cataletti (2) ». 

Da Livorno, il morbo si propagò e Rosignano e in 
altre terre del compartimento pisano, e toccò anche 
Firenze, dove i casi furono pochissimi. Ma nel 1836 
e anche nel 1837 ricomparve in Livorno ; fortunata- 
mente fu assai minore il numero degli attaccati (508) 
e dei morti (319). Questa diminuzione d'intensità e di 
fierezza si dovette, oltreché alle maggiori previdenze 
usate, all'allargamenta avvenuto, nell'intervallo, della 
città, per la demolizione delle vecchie mura e le co- 
struzioni delle nuove in più spazioso recinto, ed alla 



(1) « Una mano principesca elargì lire 20.000, e rese più sublime 
l'alto generoso con imporne il silenzio ». Andiieucci, Cenni storici sul 
Cholera; pag. 1 18. 

(2) Potioi, op. cit., lom. II, pag. 214. 



Capitolo IV 35 

demolizione di alcuni quartieri, dove il cholèra aveva 
la prima volta fatto la maggiore strage (1). 

Ed ora passiamo ad altro argomento. Fino dal 1819 
aveva preso sua stanza in Firenze Giovan Pietro Vieus- 
seux, nativo di Oneglia da famiglia originaria sviz- 
zera, a cui il governo toscano concesse di aprire 
un Gabinetto scientifico-letterario, nel quale dava a 
leggere le più accreditate gazzette di Francia, d'Inghil- 
terra e di Germania, colle poche d'Italia, e le effeme- 
ridi scientifiche italiane ed estere. A questo aggiun- 
geva la lettura a domicilio di libri piacevoli ed istrut- 
tivi, che in gran numero aveva acquistato, e andava 
sempre aumentando; onde gli appassionati cultori degli 
studi ed i curiosi delle notizie politiche ebbero agio di 
sfogare gli onesti desideri senza maledire alle proi- 
bizioni ed ai silenzi ufiìciall del governo, che nei propri 
diari li teneva all'oscuro di tutto. 

Ma ciò, che rese noto e stimato in Firenze il Vieus- 
seux, fu la creazione della celebre Rivista, a cui 
egli diede il nome di Antologia, alla pubblicazione 



(1) Fu in questa luttuosa circostanza che comparve, in quasi tuUa 
l'Italia, un sonetto anonimo, stampato alla macchia, ma scritto da un 
toscano, come appare dal 2° verso della seconda quartina. Eccolo : 
Regge le Due Sicilie un de' Borboni, 

Stirpe in odio degli uomini e di Dio ; 
Il Tebro e le animose Legazioni 
Suddite son d'un prete o stolto o rio. 
A due imbecilli principi stan proni 
I popoli del Serchio ed Arno mio: 
D'aver plaudito a barbari Teutoni, 
Pagan Lombardi e Veneziani il fio. 
Un manigoldo Modena governa; 

Regna superba in Parma una p na, 

Del secolo e di sé vergogna eterna. 
Regge Piemonte, Genova e Sardegna 
Lin traditor più vile di Satana : 
Ecco la pèste che in Italia regna I 

I due ultimi versi della seconda quartina alludono alle manifesta- 
zioni di gioia dei Lombardo-Veneti per la caduta di Napoleone I e per 
il ritorno degli Austriaci. — L'ultima terzina poi si riferisce ai fatti 
del 18:21 in Piemonte, ed alle sanguinose repressioni del 1833. 



36 La Toscana dal 1824 al 1S59 

della quale il Governo diede la sua approvazione. 
Accingendosi a una tale opera, quante prevenzioni 
egli aveva da soffocare, quanti pregiudizi da combat- 
tere, quante rivalità da far tacere! Ottenuto il per- 
messo dal Presidente del Buon Governo, cavalier Au- 
relio Puccini, il Vieusseux con circolare, in data del 
10 dicembre 1820, annunciava volere egli fare una rac- 
colta in lingua italiana dei più interessanti articoli 
d'ogni genere, che si leggevano nei giornali oltramon- 
tani ; raccolta mensile di 10 fogli almeno, che avrebbe 
avuto per titolo : Antologia, ossia Scelta d'opuscoli 
d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni 
dopo, un Manifesto indicava la natura e lo scopo del- 
l'impresa. Non portava alcuna firma, ma era scrittura 
del dottor Gaetano Cioni, che finanziariamente erasi, 
con un contratto, fatto socio del Vieusseux. h' Antologia, 
pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con 
un Proemio di otto pagine, firmate G. le prime quattro; 
P. le restanti (1). 

Furono collaboratori di questa effemeride, che durò 
tredici anni, molti illustri italiani, fra i quali Gino 
Capponi, Antonio Benci, Francesco Forti, Carlo Cat- 
taneo, Antonio Renzi, Gaetano Cioni, Defendente Sac- 
chi, Enrico Maj^er, Emanuele Repetti, Federigo Del 
Rosso, Giovan Battista Niccolini, Pietro Colletta, Ga- 
briele Pepe, Niccolò Tommaseo, Michele Leoni, Giovanni 
Valeri, Luigi Cibrario, Giuseppe Montani, Giuseppe 
Montanelli, Giuseppe Mazzini, Gaetano Giorgino, Pietro 
Capei, Rodolfo Caslinelli. Terenzio Mamiani, Urbano 
Lampredi, Vincenzo Saivagnoli, Sebastiano Ciampi, 
Leopoldo Cicognara, Silvestro Centofanti. 

Fino dal 1831 erasi fondata in Modena un'effemeride 
dell'Italia centrale, intitolata: La Voce della Verità, 
la quale mirava a un doppio fine : a difendere la fama 



(l) Nella lettera G. nasconde vasi il dolt. Giuseppe Giusti ; nella P. 
Gaetano Cioni. — Vedi il pregevole volume del prof. Paolo Prunas, 
intitolato: U Antologia di Gian Pietro FiewsseMa;. Roma-Milano, So- 
cietà Editrice Uanle Alighieri, 1906, pagg. 51-53. 



Capitolo IV 37 

di Francesco IV e del suo governo, orrendamente bi- 
strattati nei diari francesi; a propagare e tenere in 
credito le dottrine della sètta sanfedista circa l'onni- 
potenza dei principi e le massime piìi intolleranti di 
politica religiosa. Cesare Galvani, uomo devotissimo al 
Duca, ne era il direttore; primo redattore l'esoso prin- 
cipe di Canosa (1), e collaboratori molti padri della 
Compagnia di Gesù. 

La Voce della Verità non poteva certamente provare 
simpatia per la Rivista fondata dal Vieusseux, onde 
cercava tutti i mezzi possibili per assalirla e per de- 
nigrarla. E l'accusava con straordinaria violenza, di- 
cendo che l'effemeride fiorentina conteneva insulti allo 
Czar Niccolò I, accasandolo di tiranneggiare la Polonia, 
e minacce contro S. M. l'Imperatore Francesco I, e si 
meravigliava come il governo toscano permettesse che 
simili cose si scrivessero in uno Stato, il cui principe 
era un arciduca d'Austria. Stava in quel tempo inviato 
austriaco a Firenze il conte Federigo Cristiano di 
Seufft-Pilsach, il quale si risentì più volte coi ministri 
Fossombroni e Corsini, rimproverandoli di tollerare 
un periodico pernicioso qual'era V Antologia. I gover- 
nanti toscani si schermirono per qualche tempo dagli 



(l) Don Antonio Capece-Minutolo, principe di Canosa, fu cacciato via 
per ben due volte da Napoli, per istigazione, dicesi, dello stesso |)rin- 
cipc (li Metlernich, a cui la crudele ferocia del Canosa non andava a 
sangue, e anzi la riteneva di danno ai troni che egli pretendeva di pun- 
tellare. Il Canosa si rifugiò a Pisa e quindi a Portovenere nel golfo 
della Spezia, e linalmente nel 1826 in una villa presso Livorno. Fu di 
lì che, nel '29, cominciò a ordire una quantità di trame. Il governo 
toscano, che lo teneva d'occhio, fini coU'aprirgli le lettere, senza che 
se ne avvedesse, e mandò a Vienna quelle che piii rigurgitavano di 
offese contro il Cancelliere Imperiale. Il Canosa ebbe lo sfratto dal 
Granducato; corse a Modena dove trovò cortese ospitalità. Ma messosi 
in urto con tutti, non esclusi due famosi reazionari e poliziotti du- 
cali, questi gli fecero perdere la grazia del duca Francesco IV, onde 
fu forzato a lasciar Modena. Ricoveratosi a Pesaro nel 1834, sferzò a 
sangue, in opuscoli anonimi, i suoi persecutori, e nemmeno risparmiò 
l'ingiusto Francesco IV. — Vedi G. Sforza, La rivoluzione del 1831 
nel Ducato di Modena, Roma-Milano, Società Editrice Dante Ali- 
ghieri, 1909. pagg. 64-0.5. 



38 La Toscana dal 1824 al 1859 

assalii del gabinetto di \Menna e dalle severe rimo- 
stranze di quello di Pietroburgo, ina poi ebbero la im- 
perdonabile debolezza di cedere, e persuasero il gran- 
duca a firmare il decreto, col quale V Antologia veniva 
soppressa (26 marzo 1833) (1). Questa soppressione era 
un inqualificabile arbitrio. Gli articoli, che venivan 
pubblicati neW Antologia, erano stati prima letti ed ap- 
provati dal censore ordinario Mauro Bernardini, non 
che dall'ufficiale del Ministero dell'interno. Il granduca 
ed i suoi Consiglieri non ebbero il coraggio di opporsi 
alle indelicate ingiunzioni dell'Austria e della Russia; 
e questa loro remissività li rese odiosi alle persone di 
buon senso, non escluse quelle che erano le più affe- 
zionate al granduca ed al suo governo (2). È vero che 
il Vieusseux veniva indennizzato della soppressione; 



(l) I ministri toscani vollero però che venisse a pubblica notizia 
questo, cioè che essi avevano dovuto obbedire agl'imperiosi comandi 
delle Corti di Vienna e di Pietroburgo. Vedi N. Bianchi, op. cit., 
lom. IV, pag. 17. 

{i) 11 1" d'aprile del 1833, l'ispettore di polizia, Giovanni Chiarini, 
scriveva al cav. Giovanni Bologna, Presidente del Buon Governo, che 
era slata fatta dai liberali una composizione satirica, e che se ne pro- 
curava la ditl'usione * copiandola da foglio in foglio ». Eccola nella 
sua integrità : 

Il nuovo Teatro nell'I, e R. Palasse Pilli. 
Avviso 
Si annunzia ai Fiorentini 
La nuova Compagnia dei burattini. 
D'.Vustria l'Imperatore 
è il capo direttore : 
Francesco, l'Assistente. 

I ministri, il Granduca e la sua gente 
sono le più perfette 

care Marionette. 

II pubblico a gradire 
si prega, e intervenire, 

certo che si daran tutto l'impegno 

di mostrarsi, quai son, teste di legno. 

l'I perchè sul teatro 

sia comun l'allegria, 

daran per prima recita 

la soppressione deWAntologia. 



Capitolo IV 39 

ma nel settembre la polizia arrestava una quarantina 
di persone, parte costituzionali, parte rivoluzionari, 
giovani ma non più oscuri delle classi elevate, fra i 
quali Vincenzo Salvagnoli, avvocato d'ingegno e di 
molta e svariata cultura. 

Se Leopoldo li non ebbe il coraggio di resistere alle 
insistenze della Corte di Vienna, seppe però mostrare 
una lodevole fermezza di fronte alle esigenze della Curia 
Romana. Ma prima di parlare di ciò, diremo come, non 
ostante la soppressione deW Antologia, l'imperatore 
Francesco e il principe di Metternich erano tuttavia 
poco sodisfatti del modo di governare del granduca e 
dei suoi ministri. Siccome Leopoldo II non faceva tor- 
mentare né sentenziare per colpe di Stato, e lasciava 
tranquilli coloro che si mostravano amatori non irre- 
quieti delle libere istituzioni, il gabinetto aulico ne 
provava sdegno e corruccio'. Onde avvenne, nel 1835, 
che saputosi a Vienna che il granduca aveva di motu- 
proprio mitigata la pena ad alcuni condannati dai tri- 
bunali toscani per cospirazioni politiche, il Cancelliere 
imperiale assunse i modi di acerbo riprensore (1). 11 
Ministro d'Austria in Firenze ebbe l'ordine di portarsi 
dal Fossombroni per leggergli un dispaccio della can- 
celleria imperiale, con preghiera di ragguagliarne il 



Questo epigramma fu attribuito al Giusti; ma egli dicliiarò più volle, 
e recisamente, di non averlo mai scritto. — Un altro epigramma. Ira- 
scritto su cartellini, e affisso pei muri di Firenze, diceva cosi : 

Alla mente sovrana 

del sapiente Granduca di Toscana 

è piaciuto vietar l'Antologia. 

E la ragion qual'è ? 

Perchè, contraria ai Re, 

trattò con poco onore 

d'Austria e di Russia il sommo Imperatore. 

Non so chi nella testa 

gli ha messi questi grilli. 

Doveva ben rillettere 

che mai V Autologia 

no7i ha preso a curar degl'Imbecilli. 
(I) Vedi X. BiANciK. op. cit., tora. IV, png. 17. 



40 La Toscana dal 1824 al 1859 

granduca, nel quale era detto, niente di meno, « che il 
Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il 
delitto » (1). E due o tre anni dopo, l'inviato austriaco, 
Conte Adamo Revizky di Revisnye, scriveva al principe 
di Metternich che il granduca altro non era che « tra- 
ditore, infame scellerato, apostata, indegno di apparte- 
nere alla Casa imperiale e di portare il nome d'Arci- 
duca d'Austria ». Questo stesso diplomatico scriveva 
poi al suo governo che le sètte rivoluzionarie padro- 
neggiavano, in Toscana, e che nei loro segreti conven- 
ticoli si mescolavano uomini che il governo fiorentino 
teneva in conto di sudditi fedeli e di devoti consi- 
glieri (2). A queste accuse, più o meno generiche, i 
ministri Fossombroni e Corsini facevano orecchio di 
mercante. Essi non erano uomini da lasciarsi pigliar 
di sorpresa dalla maligna e gelosa oculatezza degli 
agenti imperiali. Onde, fino a tanto che essi rimasero 
al maneggio della cosa pubblica, benché con intendi- 
menti affatto municipali, perdurarono nella nobile opera 
d'un lungo e laborioso contrasto contro l'austriaco 
patronato. 

Ed ora veniamo a parlare delle controversie fra la 
Curia Romana e il governo di Leopoldo IL 

La giurisdizione delle curie vescovili, l'immunità 
delle persone e dei beni del clero, il diritto propugnato 
dalla Chiesa di possedere e amministrare liberamente 
le proprie ricchezze e di ricevere donazioni, il rifiuto 
per parte dello Stato di non riconoscere nei vescovi il 
diritto di piena esenzione dalle leggi relative alla stampa, 
erano i principali punti d'antica e ostinata controversia 
fra la Corte di Roma e quella granducale di Toscana, 
quando Gregorio XVI salì al soglio pontificio. 

Ecco in qual modo ebbe principio la vertenza. Ani- 
mato il governo granducale dalla veduta di avvantag- 
giare gl'interessi economici dello Stato, e di migliorare 



(1) Questa notizia veniva data al ministro degli affari cslori in Torino 
dal Conte l''c(ii'rijjro Broglia di Mombello, inviato Sardo a Firenze. 

(2) N. UiANcui, op. cit., toni. IV. paj;. "21, 



Capitolo IV 41 

le rendite delle Mense vescovili di Pisa e di Grosseto, 
restituendo al commercio dei laici una parte dei loro 
beni ammortizzati, i quali erano incolli, poco fruttiferi 
e malsani, per poterli bonificare a vantaggio comune, 
trovò nella Curia romana Serissima opposizione. Gre- 
gorio XVI se ne mostrò tanto adirato, quanto avrebbe 
mai dovuto essere se fosse sorta in effetto o favoreg- 
giata una nuova eresia. « E tutto questo — come bene 
osserva lo Zobi — è perchè calcolavasi sulla coscienza 
timorata dal Principe, la quale vollesì assalire con un 
colpo arditissimo, vibralo coU'intendimento non solo 
di stornare l'operazione già incominciata, ma d'impe- 
dirne altre simili, e di pervenire ad uno scopo più 
elevato, cioè di sconquassare l'edificio giurisdizionale, 
che non si è mai desistito di minare » (1). Nell'occa- 
sione della Pasqua, il Principe si trovò minacciato dai 
fulmini spirituali, e dovette perciò piegare alle esigenze 
del Vaticano; e in ciò errò grandemente, perchè avrebbe 
dovuto osservare alla niuna validità degli anatemi, 
quando sono scagliati per cause ed interessi meramente 
temporali, come appunto avveniva in questo caso, trat- 
tandosi di materie esclusivamente spettanti al princi- 
pato civile. 

La Curia Romana non era completamente soddisfatta: 
essa voleva di piti. Pretendeva che il governo grandu- 
cale, « per acquistar meriti presso l'intiera cattolicità » 
abolisse o almeno tarpasse quelle leggi, che furon gloria 
del gran Principe, che le emanò, e contro le quali la 
Santa Sede non aveva mai tralasciato di protestare e 
dì querelarsi. Ma Leopoldo II questa volta tenne duro, 
e rispose al Papa con dignità e con fermezza. « Ho do- 
« vuto — egli scriveva a Gregorio XVI — restar fermo 
« nell'intima e costante convinzione che le leggi di 
« questo Stato, quali veramente esse sono, non si op- 
<' pongono a quelle della Chiesa cattolica e della sua 
« gloria. Sono d'altronde si cospicui ed ogni giorno 
«crescenti i vantaggi che queste leggi hanno recato al 



(t) Zom, Storia civile della Toscana-, tom IV, pag. i51. 



42 La Toscana diil 1824 al 1859 

« paese, che ormai si considerano come la guarenligia 
« della toscana prosperità. Ogni cambiamento quindi, 
« e sovratutto in alcuna delle sostanziali sue parti, che 
« si facesse ad un sistema consacrato da si felici suc- 
« cessi e convertito in abitudine, non potrebbe che 
« produrre il sentimento di una non gradita innova- 
« zione... Prenetrato quindi della sapienza colla quale 
« i miei augusti predecessori, ottimamente combinando 
« tutto ciò che mira a mantenere l'ordine e la prospe- 
«rità dello Stato, sono riusciti a conseguire e a ren- 
« dere permanenti tali vantaggi insieme alla venera- 
« zione e all'attaccamento per la nostra Santa Religione, 
« credo esser pure sacro dovere di non dipartirmi dalie 
« tracce da loro segnate, e di preservare da ogni muta- 
'< mento le leggi da essi sancite (1) ». 

Questa lettera nobile e dignitosa non poteva gar- 
bare a Gregorio XVI; onde non si ritenne di aprire 
l'animo suo al Granduca, scrivendogli che non si sa- 
rebbe mai aspettato una risposta concepita in tali sensi. 
« Badi Vostra Altezza — scriveva il Papa a Leopoldo II 
— che la causa della Chiesa è quella di Dio; rifletta 
allo stato infelicissimo in cui nella Toscana gemono 
il clero e la religione». Ciò non era affatto vero; il 
clero era in Toscana amato e rispettato, e la religione 
cattolica venerata da tutti. Per la qual cosa, vogliamo 
credere che la lettera del Pontefice sia stata scritta 
dal Segretario di Slato o da qualche Prelato un po' 
troppo zelante, e che Gregorio XVI l'abbia firmata 
senza nemmeno leggerla (2). 

La controversia fra il Papa e il Granduca rimase 
dunque in sospeso, ma non fu dimenticata dal Capo 
supremo della Cattolicità, come in seguito diremo. 



(1) Lettera di Leopoldo li a Gregorio XVL Firenze, 13 marzo 1834; 
in Bianchi, op. cit., toni. III. pag'. 177. 

(2) Il marchese Crosa, ambasciatore sardo a Roma, scriveva al suo 
jroverno (3 fiennaio 1834): « Riguardando Gregorio XVI come uomo 
« semplicemente (son parole del cardinal Bernetti che io intesi da luì 
« in tutta confidenza) converrebbe baciare l'impronta dei suoi piedi, 
«ma come sovrano, egli vale ben poco e forse nulla all'atto». 



CAPITOLO V. 

Compilazione del nuovo Catasto. — La tassa prediale. — Super- 
ficie imponibile del Continente toscano. — La nuova legge 
ipotecaria — Trattato di commercio colla Sublime Porta. — 
La riforma giudiziaria. — La real Consulta di Stato e la 
Corte di Cassazione. — Istituzione della Corte Regia e sue 
attribuzioni. — I Tribunali di prima istanza. — La pena di 
morte quasi abolita. — La Riforma Universitaria. — Le due 
Università di Pisa e di Siena. — Costituzione delle mede- 
sime. — Uomini illustri chiamati ad insegnare nel Pisano 
Ateneo. — Le Scuole Medie. — Necessità di una riforma delle 
medesime. 

Fu in questo tempo che venne in piena attività il 
nuovo Catasto. Principiato dal governo francese, so- 
speso nel 1814, riassunto nel 1819, ultimato nel 1831, 
fu completamente attivato nel 1834. 11 governo fran- 
cese lo aveva iniziato secondo le massime generali 
adottate per tutto l'Impero. La misura geodetica, e 
quindi la stima singolare dei fondi erano il doppio 
cardine dell'operazione; e la misura compiuta in sole 
24 Comunità, era incominciata in altre 16, quando la 
caduta dell'Impero napoleonico fece restituire la To- 
scana alia Dinastia Lorenese. 

Nel 1817, il granduca Ferdinando 111 ordinò la com- 
pilazione del Catasto in tutte le Comunità toscane di 
terra ferma, « opera grandiosa di cui non fu discono- 
sciuta la difficoltà, ma che venne stimata necessaria 
sotto il doppio bisogno di aver messo a stabilire il 
giusto reparto della tassa prediale, e di offrire in bene 
ordinali campioni eslimali il modo sicuro di appli- 
care il sistema ipotecario mantenuto in Toscana (1) ». 



(I) Baldasseuoni, ojì. cit.. paff. 117. 



44 La Toscana dal 1824 al 1859 

Com'era naturale, nulla fu variato alle regole sulle 
quali doveva essere condotta la parte metrica del- 
l'operazione; ma furono opportunamente modificate le 
massime che servire dovevano alle stime dei fondi con 
la relazione dovuta tanto alle condizioni del paese, 
quanto alle leggi economiche ed alle sue consuetudini. 

Il Baldasseroni — competentissimo in materia finan- 
ziaria — così scrive: «Eseguita celermente la misura, 
e con essa la descrizione dei fondi, anche le stime com- 
messe in generale a periti di molto valore, trovaronsi 
compiute nel 1831; onde potè farsi luogo all'attivazione 
progressiva dei nuovi estimar! in molte Comunità, mentre 
che prendevansi a collegare con quelli gli estimi vecchi, 
ed alle operazioni tutte necessarie ad eseguire il più 
giusto reparto della prediale, così fra le Comunità dello 
Stato, come sopra ai singoli possessori (1) *. 

Ciò fatto, l'opera si tenne per intieramente compiuta; 
ed il motuproprio del 16 ottobre 1834 ordinò che dal 
1" gennaio del 1835 in appresso, la tassa prediale fosse 
percetta a seconda del nuovo reparto, eseguitone sulle 
resultanze catastali (!2). 

La superficie imponibile del continente toscano era 
divisa nel 1834 in 147,903 titoli di patrimoni, ossia 
poste di proprietà diverse, veglianti nei campioni delle 
singole Comunità, che ragguagliatamente si estende- 
vano a 43 quadrati per ciascheduna circa, colla rendita 
estimale di lire "299. Nel 1837 venne fatta la verifica- 



li) Baldasseroni, loc. cit. 

(2) L'origine del Catasto in Firenze cosi ci vien raccontata da Mccolò 
Machiavelli {Storie Fiorentine, Uh. IV): « Nel 1427 erano stanelii i cit- 
tadini per le gravezze poste iulino allora, in modo che si accordarono 
a rinnuovarle. E perchè le fossero uguali secondo le ricchezze, si 
provvide che lo si ponessero ai beni, e che quella che aveva cento 
fiorini di valsente, ne avesse un mezzodì gravezza. Avendolo pertanto 
a distribuire la legge, e non gli uomini, venne ad aggravare assai i 
cittadini polenti. Ed .avanti che ella si deliberasse era sfavorita da loro: 
solo Giovanni de' Medici apertamente la lodava, tanto die ella si ot- 
tenne. 1'] perchè nel distribuirla si aggravavano i beni di ciascuno, 
il che i Fiorentini dicono accatastare, si chiamò (|uesta gravezza 
Catasto » . 



Capitolo V 45 

zione che i fondi rurali ed urbani erano reparliti in 
133,856 possidenti effettivi. E mercè la provvidenza 
economica delle vigenti leggi diretta a favorire la di- 
visione dei beni ed a sottrarne quanti più è possibile 
dai vincoli d'amministrazione mediante Venfiteusi, i 
suddetti titoli di patrimoni si elevarono (aprile 1847) 
a 16!2,300, rappresentati da circa 140,000 possidenti ef- 
fettivi. E questo sensibile aumento di divisione fu un 
segno infallibile della ognor crescente industria agra- 
ria, appieno dimostrata dai nuovi addaziamenti che, 
nel breve corso di 13 anni, produssero un accresci- 
mento di rendita imponibile sino alla concorrenza di 
lire toscane 841,27:2. « Le buone leggi economiche — 
così lo Zobi — sono quelle che formano la base della 
felicità materiale dei popoli, alla quale saranno sempre 
di grandissimo ostacolo i vincoli frapposti alla com- 
merciabilità dei beni immobili, specialmente delle 
terre (1). 

Terminata la operazione del Catasto, si costituì un 
ufficio centrale per conservarlo, e per dare istruzioni e 
regole, man mano che il bisogno si presentava, ai 
Cancellieri comunitativi, ai quali venne affidata la cu- 
stodia dei catasti locali : così l'impianto fu semplice e 
poco dispendioso. 

Una nuova legge ipotecaria (maggio 1836) che sosti- 
tuiva la francese, mantenuta nel 1814, arrecò un gran 
benefizio alla proprietà e al credito fondiario ; frutti di 
lunghi studi per parte di un'eletta schiera di giure- 
consulti economisti, diede la maggiore pubblicità alle 
ipoteche, mediante l'obbligo delle iscrizioni, e, salvo 
poche eccezioni, le volle tutte speciali. 

Un giovamento notabile venne al commercio col Le- 
vante mercè un trattato di pace e di amicizia fra la 
Toscana e la Sublime Porta. Questo trattato assicurò 
ai legni mercantili di bandiera toscana il libero pas- 
saggio dei Dardanelli, riconobbe lo stabilimento di con- 



(1) Zoiìi, Manuale storico delle massime e degli ordinamenti econo- 
mici vigenti in Toscana, l'irenze 18t7; capitolo Vili, paragrafo VI. 



46 La Toscana dal 1824 al 1859 

soli toscani distinti dagli austriaci, e determinò in una 
parola le condizioni alle quali i sudditi granducali 
avrebbero potuto vivere nell'Impero Ottomano, ed eser- 
citarvi il commercio, godendo dei favori concessi alle 
Nazioni piìi privilegiate. 

La riforma più importante per gli avviamenti ad 
ordini civili più liberi fu la giudiziaria, la quale rista- 
bilì i Tribunali collegiali di prima istanza, la Corte 
d'Appello e la Corte Suprema dì Cassazione. Questa 
riforma generale fu promossa e virilmente sostenuta 
dalla Real Consulta, ed in modo particolare dal Presi- 
dente della medesima, cav. Aurelio Puccini, del quale 
già parlammo, quando egli era Presidente del Buon 
Governo. Dessa fu sanzionata col regio motuproprio 
del "2 agosto 1838, al quale tennero poi dietro le istru- 
zioni e dichiarazioni dell'I 1 novembre successivo. 

Prima di estenderci su questa riforma giudiziaria, 
crediamo utile di spiegare ai nostri lettori cosa fosse 
la Real Consulta di Stato, e quali attribuzioni essa 
avesse. Antica istituzione del Granducato, questa su- 
prema magistratura era divisa in due Collegi ; uno 
prendeva il nome di Dicastero della Consulta, l'altro 
di Corte Suprema di Cassazione. Serviva al primo la 
Segreteria, al secondo la Cancelleria. 11 Dicastero della 
Consulta si componeva del* Presidente, del Vice Presi- 
dente e di un Consigliere o di due Consiglieri per im- 
pedimento del primo o del secondo, ed assisteva a 
tutte le sue adunanze collegiali il Segretario, che teneva 
il protocollo delle Risoluzioni. Era in facoltà del Pre- 
sidente, quando lo avesse giudicato opportuno, di esten- 
dere fino a cinque il numero dei votanti, invitando 
altri due consiglieri. 

La Corte di Cassazione era formata di cinque consi- 
glieri, e ne teneva la Presidenza il primo in ordine 
del Ruolo annuo. Tutti gli anni il Ruolo di servizio 
della Consulta e della Corte di Cassazione veniva de- 
terminato con sovrano Rescritto. Il Presidente della 
Consulta doveva almeno quattro volte all'anno presie- 
dere la Corte di Cassazione, e poteva presiederla ogni 



Capitolo V 47 

volta che lo credesse necessario. 11 Dicastero della 
Consulta era investito della Superiore Sopraintendenza 
al buon servizio di Giustizia nei Tribunali del Grandu- 
cato, e della facoltà di trattare gli affari di Grazia, ri- 
solvendo o direttamente colle sue facoltà, o referendo col 
suo parere al Sovrano, secondo che prescrivevano le 
Leggi e le Istituzioni che regolavano le sue attribuzioni. 
Aveva anche l'incarico di minutare le leggi a misura delle 
Commissioni, che riceveva dalle RR. Segreterie di Stato, 
Finanze e Guerra, e doveva proporre all'occorrenza 
quelle variazioni, e riforme che le sembravano utili nel 
sistema della Legislazione Toscana. Avanti alla Reale 
Consulta si portavano i Ricorsi delle risoluzioni dei 
Ministri superiori di Polizia e Buon Governo, a forma 
del motuproprio sovrano dell'll settembre 1833. Ras- 
segnava al Granduca, per il canale delle RR. Segre- 
terie, le proposizioni per collazioni e mute d'impieghi 
di tutti i Tribunali superiori e inferiori del Grandu- 
cato, dopo avere raccolte le informazioni e i pareri dei 
Capi Superiori della Magistratura e del Presidente del 
Buon Governo per le ricorrenze dei rispettivi Diparti- 
menti a forma delle Istruzioni (1). 

11 Collegio che formava la Corte suprema di Cassa- 
zione si occupava dei ricorsi che ai termini, e nei modi 
sanzionati dal Motuproprio sovrano del 2 agosto e 
successive Dichiarazioni e Istruzioni del 9 novem- 
bre 1838, potevano interporsi dalle sentenze e dai de- 
creti della Corte Regia, sì civili che criminali, e dalle 
sentenze e decreti degli altri Tribunali e magistrati, 
che non ammettevano l'ordinario rimedio dell'appello 
o del ricorso, e conosceva di tutti i conflitti di giurisdi- 
zione sulle materie giudiziarie. I suoi decreti erano ir- 
revocabili ad ogni effetto, né ammettevano più rimedio 
di alcuna sorta; e diventavano normali nella giurispru- 



(1) La Real GonsuUa, con motuproprio Sovrano del ìì, settembre 1841, 
venne disimpegnata dalle attribuzioni giudiziarie, che le erano state 
deferite come Suprema Corte di Cassazione. La Consulta durò fino 
al 1849, anno nel quale fu soppressa per l'islituzione del Ministero di 
Giustizia e Grazia. 



La Toscana dal 18^4 al 1859 



denza del Granducato le dichiarazioni, ctie contene- 
vano quanto al diritto. 

La Corte regia (oggi chiamata Corte d'Appello) fu 
istituita essa pure col Motuproprio del 1838. Compo- 
nevasi di un Presidente, di quattro vice Presidenti e di 
sedici Consiglieri. Vi erano poi un Cancelliere e quat- 
tro coadiutori. Aveva giurisdizione mista civile e cri- 
minale; nelle materie civili giudicava in seconda istanza 
delle cause nelle quali era ammesso il rimedio dell'ap- 
pello, decise dai Tribunali Collegiali e dagli Auditori 
giudici di prima istanza; e nelle criminali, dei delitti 
per i quali è irrogata pena superiore a quella dell'esilio 
dal compartimento governativo. 

I decreti e sentenze della Corte eran sempre ed in 
ogni materia inappellabili, né veniva dato altro riparo 
dalle medesime che quello del ricorso in Cassazione. 
Si divideva in due Camere civili e in due criminali, 
una decidente e l'altra delle accuse ; ed aveva pure 
una Camera straordinaria per le cause criminali, nelle 
quali sì apriva nuovo giudizio, dopo la Cassazione, 
della sentenza intervenuta. 

Facevan parte della Corte Regia un Procurator ge- 
nerale, due Avvocati generali, tre Sostituti ed un Se- 
gretario. 11 regio Procurator generale interveniva alla 
Corte di Cassazione; e presso le diverse Camere della 
Corte Regia, le parti del Pubblico Ministero erano so- 
stenute o dallo stesso R. Procurator generale, o dagli 
Avvocati generali o dai suoi sostituti. 

I Tribunali Collegiali di prima istanza furono creati 
collo stesso Motuproprio (2 agosto 1838), ed avevano 
giurisdizione mista civile e criminale, e decidevano in 
turni civili e criminali. Nelle materie civili giudica- 
vano inappellabilmente sino al merito di lire 800 toscane 
(672 lire italiane), e sugli appelli dalle sentenze dei giu- 
dici civili e dei Vicari e Podestà; e appellabilmente 
per ogni merito maggiore delle lire 800. Giudicavano 
inappellabilmente dei delitti e trasgressioni, che si pu- 
nivano coll'esilio dal compartìmenta governativo o 
altra pena inferiore. 




Giovai! Pietro Viesseux 



Capitolo V 49 

Furono sedi di Tribunali collegiali o di prima istanza 
le seguenti città : Firenze, Pisa, Siena, Livorno, Arezzo, 
Grosseto, Pistoia, San Miniato, Rocca San Casciano e 
Montepulciano. 

Per la riforma del 1838, la carcei-azione non doveva 
avvenire fuori dei casi, nei quali la custodia pre- 
ventiva fosse, per la natura del fatto delittuoso, espres- 
samente comandata dalla legge, e non potè mai essere 
ordinata pel solo capo di esperimento e per ottenerne 
un mezzo di prova: molto meno potè in qualsivoglia 
processo essere ordinata la carcerazione di un testi- 
mone qualunque, per l'accennata causa di esperimento 
e mezzo di prova. 

« Infine potè dirsi che fosse indirettamente quasi abo- 
lita la pena di morte, dacché l'articolo "231 della ri- 
forma non solo volle che nei giudizi avanti la Corte, 
la parità dei suffragi dovesse far prevalere l'opinione 
più favorevole all'accusato, ma comandò che per inflig- 
gere la pena capitale dovesse concorrere il voto una- 
nime del Collegio, e che nel concorso della sola plu- 
ralità, fosse inflitta la pena che immediatamente se- 
guiva a quella, cioè dei lavori forzati a vita» (1). Dal 
1820 al 1839, due soli casi di esecuzioni capitali erano 
avvenuti in Toscana. E ciò non deve recar meraviglia, 
quando si pensi che ninna sentenza capitale poteva 
eseguirsi, se prima non si era ricorso in grazia. La 
qualcosa recava sempre questo differente resultato : 
se gl'informanti proponevano la grazia, la risoluzione 
di Leopoldo era per così dire istantanea. Ma nell'ipo- 
tesi contraria quando, cioè, i voti degl'informanti erano 
per la negativa, passavano giorni e giorni, nei quali il 
Principe si torturava lo spirito per trovar circostanze 
attenuanti, o almeno a promuovere dubbi in favore del 
condannato sino a che la forza delle repliche e il sen- 
mento doveroso del rispetto ai bisogni della vita so- 
ciale non lo avessero costretto a riconoscere come sia 



(l) Baluasseroni, op. cit., pag. 129. 
L. Cappelletti 



50 La Toscana dal 1824 al 1859 

obbligo di clii regna far tacere il cuore quando si traili 
della difesa della società, minacciata dai malviventi. 

Alla riforma giudiziaria tenne dietro quella univer- 
sitaria iniziata nel 1839, ordinata principalmente colle 
disposizioni normali del 1840, e compiuta con altre 
negli anni successivi. Allorché avvenne in Toscana la 
restaurazione del 1814, l'ordinamento degli studi, quale 
era stato sotto il governo della regina d'Etruria e poi 
della granduchessa Elisa Baciocchi, fu quasi del tutto 
cambiato ; ma questo cambiamento non incontrò la 
generale approvazione, sebbene i ministri toscani non 
ignorassero di quanta importanza fosse l'adozione di 
un completo piano d'insegnamento e di educazione ci- 
vile. E ne fecero regolare rapporto al Principe, allo 
scopo però di creare un posto eminente per il profes- 
sore Pietro Paoli, auditore delV Università di Pisa, ma- 
tematico insigne e celebre in tutta Europa, il quale fu 
creato Consultore soprintendente agli studi del Gran- 
ducato. Ma se egli era valentissimo nel calcolo, man- 
cava però dei requisiti necessari per dirigere pratica- 
mente la universatilità degli studi; per cui tenne l'ufficio 
di Consultore Sopraintendente senza occuparsi affatto 
di formare il piano graduale d'istruzione subalterna 
all' insegnamento universitario. Quando il Paoli fu 
collocato a riposo, l'ufficio di Consultore soprinten- 
dente al pubblico insegnamento, venne assunto tem- 
poraneamente dal ministro don Neri Corsini, «il quale 
prese unicamente — dice lo Zobi — a curare la con- 
servazione di ciò che esisteva, essendo egli per natura 
e per età piuttosto alieno che portato a secondare le 
innovazioni ed ampliazioni consigliate dai bisogni so- 
ciali e dal progresso dei lumi (i) ». 

Le idee di riforma avevano trovato lieta accoglienza 
nel Principe, disposto a concedere ai popoli tutto quanto 
gli sembrava adatto ad accrescere splendore e benes- 
sere. E con simile intendimento fu nominato a Prov- 



(I) ZoHi, Storia civile della Toscana, lom. IV, pag. 505. 



Capitolo V 51 

veditore generale (oggi direbbesi Rettore Magnifico) 
dell'Ateneo Pisano il cav. Gaetano Giorgini, matema- 
tico lucchese, e persona adatta, pii!i degli altri, a co- 
prire un tale ufficio. 

Nel 1838, l'Università di Pisa conteneva le seguenti 
cattedre : Facoltà di Teologia : Teologia morale, Sacra 
scrittura, Teologia dogmatica. Storia ecclesiastica. 
Facoltà di Giurisprudenza: Diritto canonico. Sacri 
Cànoni, Pandette, Diritto civile. Diritto criminale. 
Facoltà di Filosofia e Filologia: Filosofia razionale; 
Filosofia morale; Storia ed Archeologia; Letteratura 
italiana; Letteratura greca e latina ; Letteratura orien- 
tale. Facoltà di Medicina e Chirurgia : Anatomia umana; 
Anatomia comparata; Fisiologia e Patologia generale; 
Ostetricia e Chirurgia minore; Materia medica e Far- 
macologia; Terapia e Patologia medica speciale e Cll- 
nica medica; Chirurgia operatoria e Clinica chirurgica; 
Igiene pubblica e Medicina Forense; Veterinaria; Storia 
della Medicina. Facoltà Fisico-Matematica: Matema- 
tiche applicate; Analisi infinitesinale; Algebra dei Finiti; 
Geometria, Aritmetica e Trigonometria ; Fisica teo- 
rica; Fisica sperimentale; Chimica; Astronomia; Bo- 
tanica; Storia Naturale; Geometria descrittiva e Ar- 
chitettura civile. 

L'Università di Siena era, ab antico, distinta nelle 
quattro Facoltà di Teologia, Giurisprudensa, Medicina 
e Scienze fisiche e morali. 

Nell'Arcispedale dì Santa Maria Nuova mantenevasi 
la lodata Scuola Medico-Chirurgica, dove insegnavano 
Maurizio Bufalini, Vincenzo Andreini, Giuseppe Gaz- 
zeri, Ferdinando Zannetti, Antonio Targioni-Tozzetti, 
Gioacchino Taddei, Carlo Del Greco, Giuseppe Norfini. 

CoU'andare del tempo, l'Università di Pisa si accrebbe 
di altre cattedre; e fra i professori che ivi insegna- 
vano, come anche in Firenze, emergevano uomini com- 
promessi nel proprio paese per motivi politici; la qual 
cosa irritava al sommo grado il gabinetto dì Vienna, 
al quale si associava anche il governo sardo, come ri- 
sulta dalle lettere spedite dal marchese Carrega, pa- 



54 La Toscana dal 1824 al 1859 

trizio genovese, e Inviato di Carlo Alberto a Firenze, 
al conte Solaro della Margarita, ministro degli Affari 
esteri in Torino. Quel diplomatico qualificava il gran- 
duca « ambizioso, di mediocre ingegno, e mostrava il 
dispiacere di vederlo attorniato da individui, che, adu- 
landolo e lodandolo oltre misura, lo rendevano ■ so- 
spetto agli altri governi italiani ; spargendo costoro 
essere egli rlserbato dalla Provvidenza a cinger la co- 
rona di Re costituzionale dell'Italia unita e indipen- 
dente (1) ». 

L'Università di Pisa e la Scuola medico-chirurgica 
di Firenze, dopo pochi anni dalla Riforma Universitaria, 
vantavano nel loro seno i seguenti professori non to- 
scani: Maurizio Bufali ni di Cesena, Francesco Pucci - 
notti di Urbino, Carlo Matteucci e Giorgio Regnoli di 
Forlì, Raffaello Piria di Napoli, Ottaviano Fabrizio 
Mossolti di Novara, Leopoldo Pilla di V^enafro, Michele 
Ferrucci di Lugo, Pietro Cùppari di Messina, Giuseppe 
Meneghini di Padova. 

La riforma universitaria fa grande onore a Leo- 
poldo li e al suo governo; ma bisognava che gli studi 
secondari andassero dì pari passo con quelli superiori. 
Ed ha ragione lo Zobi, il quale scrive le seguenti as- 
sennate parole: « Attesa la libertà d'insegnamento sem- 
pre osservata in Toscana e la mancanza di ginnasi e 
licei, la maggior parte dei giovani si presentavano alle 
Università, senza aver percorso il tirocinio, che altrove 
prepara ed adduce agli studi superiori; e nondimeno 
moltissimi arrivavano agevolmente a conseguire la loro 
meta con proti tto ed onore. Ma tostochè questi san- 
tuari dell'umano sapere furono ampliati ed arricchiti 
di cattedre, alcune delle quali sublimi in relazione alla 
capacità degli alunni, ne derivò l'amara conseguenza 
che non pochi di essi, a ciò imperfettamente apparec- 
chiati, trovatisi sgomenti, o indietreggiarono, ovvero, 
appigliatisi a studiare tutto in superficie, uscirono 



(1) Dispaccio confidensiale al Conte Solaro della Margarita, Fi- 
renze, 15 agosto 1841; in Bianchi, op. cit., toni. IV, pag. 19. 



Capitolo V 53 

scioli anzi che dottori, essendo privilegio rarissimo 
quello di affrontare lucubrazioni superiori allo sviluppo 
delle proprie forze intellettuali (I)». 

Non sì può negare che lo Zobi abbia ragione. Però 
non mancavano scuole, nelle quali potevasi preparare 
un giovane per mandarlo all'Università. In Firenze go- 
devano meritata fama le Scuole secondarie tenute dai 
PP. Scolopi; ed ai medesimi padri erano pure affi- 
dati i collegi di Siena, di Volterra, di Arezzo e di Ca- 
stiglion Fiorentino.! PP. Barnabiti reggevano le Scuole 
di rettorica e di filosofia in Livorno. 1 Collegi Cico- 
gnini di Prato e Leopoldo d'Arezzo erano nella diretta 
dipendenza del governo. Non ostante che in questi col- 
legi insegnassero professori valenti, pjir tuttavia il 
governo avrebbe dovuto fondare altre scuole proprie, 
le quali somigliassero o alle così dette Scuole Reali, 
esistenti nel Regno Lombardo-Veneto, oppure ai nostri 
Ginnasi e Licei odierni. Molto però fu fatto per l'istru- 
zione media dal 1850 al 1859. Lo straniero, che visi- 
tava la nostra Toscana non poteva non rimanere me- 
ravigliato nel visitare l'Università degli Studi di Pisa, 
dove, oltre gli uomini illustri, di sopra ricordati, in- 
segnavano Cosimo Ridolfi, Pietro Eliseo de Regny e 
Silvestro Centofanti. E lode meritata ne veniva al Prin- 
cipe, il quale aveva voluto ospitare ed onorare nei 
suoi Stati gl'ingegni più eletti, venuti da ogni parte 
d'Italia. 



(1) Zoni, Storia civile della Toscana: toni. IV, pag. .507. 



CAPITOLO VI. 

Morte di Francesco I, imperatore d'Austria. — Gli succede il 
figlio Ferdinando I — È incoronato in Milano come re della 
Lombardia. — L'Incorona sione del Giusti. — Proposte per un 
Congresso degli scienziati in Pisa, accettato dal granduca. 
— Accoglienze fatte in Toscana agli scienzati italiani e stra- 
nieri. — Rinvigorimento dell'aristocrazia liberale. — Il Con- 
gresso degli scienziati a Torino. — Munificenza del re Carlo 
Alberto. — Altro congresso degli scienziati in Firenze. — 
Inaugurazione della Tribuna di Galileo. — Nuove controversie 
tra il Vaticano e il governo di Leopoldo II. — Questi non 
intende di cedere in alcun punto. — Mezzi escogitati per 
condurre a termine un concordato. — Ricognizione di debito 
coir Austria. — Matrimonio dell'arciducbessa Augusta Fer- 
dinanda. — Morte del conte Vittorio Fossombroni. — Carat- 
tere di quest'uomo di Stato. — Gli succede nella suprema 
direzione degli affari il marchese Don Neri Corsini. 

Il 2 di marzo del 1835 era morto Francesco 1, impe- 
ratore d'Austria, e gli era succeduto il figlio Ferdi- 
nando 1, principe di scarso ingegno, ma di animo buono 
e mite, il quale inaugurò il suo regno con atti di vera 
clemenza. Egli, fin dal 1831, aveva condotta in moglie 
la principessa Maria Anna Carolina, figlia di Vittorio 
Emanuele I, re di Sardegna. Lo scaltro principe di 
Metternich, per far vieppiù rivivere nelle apparenze la 
supremazia dell'Impero, aveva facilmente persuaso il 
suo docile sovrano a farsi incoronare re dei Regno 
Lombardo- Veneto. 

Nell'estate del 1838, l'imperatore, traversato il Ti- 
rolo, scendeva nella Valtellina perla strada dello Stelvio; 
poi, pel lago di Como, festeggiato da per tutto con 
uno sfarzo indicibile, giungeva a Milano dove la mag- 



Capitolo VI 55 

gioranza della popolazione lo accoglieva con sincero 
entusiasmo. Il 6 di settembre, si compiè, nella metro- 
politana, la cerimonia della incoronazione. Ferdinando 
cinse la Corona Ferrea, assistito dal Patriarca di Ve- 
nezia e dall'Arcivescovo di Milano. Intervennero al- 
l'incoronazione del Cesare di Vienna, Leopoldo II, gran- 
duca di Toscana, Maria Luigia, Duchessa di Parma, 
Francesco IV, duca di Modena, e Carlo Lodovico, duca 
di Lucca. 

Il Giusti, nella poesia intitolata L' Incoronasione. fa 
assistere a questa cerimonia anche Carlo Alberto, che 
viene chiamato il Savoiardo di rimorsi giallo, e il re 
Ferdinando II di Napoli, al quale regala gli epiteti di 
Re Sacripante e di Lassarone Paladino infermo. Il 
Giusti asseriva cosa non vera, che Carlo Alberto e 
Ferdinando II rimasero ciascuno nei propri Stati. 11 
granduca di Toscana, nella sua qualità di arciduca 
d'Austria, non poteva sottrarsi all'obbligo dì andare 
ad assistere all'incoronazione del Capo della sua fa- 
miglia. Il re Carlo Alberto, invece, andò ad inchinare 
l'imperatore a Pavia; e affinchè quest'atto di pura de- 
ferenza non venisse considerato come un convegno po- 
litico, non volle che il conte Solaro della Margarita, 
ministro degli affari esteri, lo accompagnasse. 

Come mai il Giusti, che viveva in Toscana, doveva 
ignorare ciò che accadeva nella Lombardia? Bastava 
che avesse letta la I. e R. Gazzetta di Milano, dalla 
quale avrebbe appreso che i re di Napoli e di Sardegna 
non si erano affatto recati nella capitale lombarda. 
Ma sapeva però benissimo che l'imperatore era stato 
accollo in Milano con pompe così sfarzose, che fecero 
stupire perfino quei grandi signori venuti da Vienna, 
prendendovi la nobiltà grandissima parte e il popolo 
applaudendo. E il Giusti indignato esclamava: 

Ahi che mi guarda il popolo in cagnesco, 
mentre, alle pugne simulate vòlto, 
stolidi viva prodiga al raccolto 

stormo tedesco! 



56 La Toscana dal 1824 al 185fl 

Il popol no; la rea ciurma briaca 
d'ozio imbesliata in leggiadrie bastarde, 
che cola, ingombro, alle città lombarde 

fatte cloaca ; 
per falsi allori e per servii tiara 
comprati mimi; e ciondoli e livree 
patrizie, diplomatiche e plebee, 

lordate a gara. 

Ma, ad onta delle proteste del poeta toscano, gli 
applausi ci furono e non pochi, ed il principe di Met- 
ternich ne manifestò altamente la propria sodisfazione. 

Parlando, in questa sua poesia, del granduca Leo- 
poldo II, il Giusti dice di lui; 

Il Toscano Morfeo vien lemme lemme, 
di papaveri cinto e di lattuga, 
che, per la smania di eternarsi, asciuga 
tasche e maremme. 

L'illustre filologo, Pietro Fanfani, postillando questa 
strofa, diceva : « A torto si accusava Leopoldo li di te- 
nere i popoli nell'ignoranza e nell'oblìo delle antiche 
glorie. Il Giusti, dicendo che il granduca asciugava 
tasche e maremme, allude al bonificamento della ma- 
remma toscana e alla gravezza delle tasse ! Nel 1859 
queste tasse erano arrivate al maximum; eppure, io 
che scrivo, di tassa di famiglia, che era sola, pagavo 
allora 23 lire codine; ed ora, coi guadagni medesimi, 
pago di ricchezza mobile 800 lire italiane !» (1). Non 
bisogna però dimenticare che il Poeta pesciatino, per 
dare alla sua satira un sapore piìi attico, era obbligato 
ad alterare le tinte. 

Nel 1839, Giovanni Browring, illustre scienziato in- 
glese, e Carlo Bonaparte, principe di Canino (2), insigne 



(1) Vedi Giusti, Poesie annotate da Pietro Fanfani. Milano. Paolo 
Carrara editore, 1877; pag. 118, nota alla strofa settima. 

(2) Kgli era figlio di Luciano Bonaparte, fratello dell'imperatore 
.Napoleone. 



Capitolo VI 57 

naturalista, e alieno allora dalle brighe politiche, ave- 
vano nei loro viaggi sperimentato la istituzione dei 
Congressi scientifici, specialmente nella Svizzera; isti- 
tuzione, la quale permetteva di comunicarsi le proprie 
idee, ed agevolarne, come là si credeva, i progressi. 
Il Browring e il principe di Canino ne parlarono al 
commendatore Vincenzo Antinori, Direttore del Museo 
di Fisica e Storia naturale di Firenze. AlTAntinori 
piacque la proposta, e ne tenne parola col granduca, 
persuadendolo a radunare un Congresso di scienziati a 
Pisa. Leopoldo II annuì di buon grado ; e fu nominata 
una Commissione per promuoverlo fra i cultori delle 
scienze tìsiche, della medicina e dell'agricoltura. Di que- 
sta Commissione feceroparte il comra. Antinori suddetto, 
il cav. Gaetano Giorgini, provveditore generale della 
Università di Pisa, il prof. Paolo Savi, insegnante Zoo- 
logia e Anatomia comparata, e l'illustre clinico pro- 
fessor Maurizio Bufalini. Quest'ultimo accettò l'onore- 
vole incarico, sebbene, come lo confessa egli stesso, 
« non credesse che gli argomenti scientìfici si potessero 
trattare con miglior successo da piìi riuniti insieme, di 
quello che da uno solo colla tacita sua meditazione » (1). 
Gregorio XVI e Ferdinando li, re delle Due Sicilie, 
proibirono agli scienziati, loro sudditi, di prendere parte 
al Congresso. Intanto la prima riunione fu aperta, in 
Pisa, il 2 ottobre del 1839, colla solenne inaugurazione 
della statua di Galileo, opera dello scultore Demi, col- 
locata nell'aula magna della Università (2). Durò poco 



(1) Bufalini, Ricordi sulla vita e sulle opere projìrie. Firenze, Suc- 
cessori Le Mounier, 1875: pag. 180. 

(2) U Giusti scrisse su questo Congresso una poesia, di cui ecco le 
prime 7 strote : 

Di si nobile Congresso Solamente un tirannetto 

Si rallegra con sé stesso Da quattordici al duetto 

Tutto l'uman genere. Grida: «Oh che spropositi! 

Tra i potenti della penna Questo Principe toscano 

Non si tratta come a Vienna Per Tedesco e per Sovrano 

Di allcttare i popoli. Esce fuor del manico. 



58 La Toscana dal 182i al 1859 



il riliuto del governo uapolelano, perchè, dileguali i 
timori e chiarita la natura della cosa, premeva al re 
Ferdinando di mostrarsi forte anche contro ipotetici 
pericoli, per non privare i sudditi degli sperali bene- 
tìzi di una istituzione scientifica. 

Concorsero a Pisa circa 400 scienziati fra nazionali 
e stranieri, i quali elessero presidente della riunione 
il venerando prof. Ranieri Gerbi, insegnante di fisica 
nella Università, e segretario il prof. Filippo Corridi. 
11 granduca assistette all'apertura solenne, nella quale 
Giovanni Rosini, professore di letteratura italiana, lesse 
l'elogio del gran Galileo con la elegante orazione, la 
quale, dando il benvenuto ai collegati in nome della 
scienza, inneggiava al bel pensiero del principe istitu- 
tore. <' Nei quindici giorni che durò il Congresso si 
comprese che i vantaggi si riducevano alla comunica- 
zione delle idee ed alle conoscenze personali dei vari 
cultori fra loro; all'iucremento degli studi, no » (1). Ma 
perchè nel Congresso erano ammessi anche i membri 
di alcune accademie scientitìche e letterarie d'Italia, 
tutti capirono che il ravvicinamento dei cittadini e dei 
fuorusciti delle diverse contrade dava modo di confe- 
rire, almeno privatamente, intorno agli ardenti negozi 
della patria e della politica (2). 

Il granduca, nella sua ospitale magnificenza, invitò 
in Firenze ad un sontuoso banchetto, al Poggio Impe- 
riale, i congressisti, ai quali die pure una festa not- 
turna nel giardino di Boboli. 

In mezzo alla facilità delle polemiche letterarie e alle 



Lasciar fare a clii fa beneV Inter nos la tolleranza 

Ma badato se conviene ! E una vera sconcordanza. 

Via, non è da Principe. Cosa clie dà scandalo. 

ÌSon Siam re mica in Siberia: 
Dio volesse! Oh che miseria 
Cavalcar l'Italia!... ». 
(I) Por.r.i. op. cit., tom. 11, pag. 2i2. 

{ì) Vedi un'interessante Monogratia della dottoressa in lettere, sig.ra 
Elisa Mochi-Tacchi, intitolata: Il primo Congresso degli Sciensiati ita- 
liani in Pisa, inserita ncgrli Studi storici, volume XII, Pisa, 190:5. 



Capitolo VI 59 

discussioni accademiche dei Congressi, l'aristocrazia 
liberale si rinvigoriva; oltre al Capponi, al Ridolfl, a 
Vincenzo Antinori, che il Tommaseo chiamò « onorando 
per antica probità e per dottrina elegante », racco- 
glieva nelle sue file due Peruzzi, padre e figlio, il ba- 
rone Bettino Ricasoli, che vivendo molto in campagna 
nel suo castello di Brolio, tutto consacrato alle cure 
agricole ed enologiche, veniva chiamato l'orso dell' Ap- 
pennino, e il conte Guglielmo de Cambray-Digny. 

La riunione degli scienziati in Toscana aveva urtati 
i nervi del maresciallo Radetzsky, comandante supremo 
delle milizie austriache in Lombardia; il quale, nel 
luglio 1840, scriveva al ministro imperiale in Firenze: 
« 1 dotti, riuniti in Pisa, si sono imposta la maggiore 
riserbatezza nel parlare, per non compromettere con 
imprudenze e indiscrezioni l'avvenire di un'istituzione 
destinata a travagliare gli animi in segreto per gettare 
le fondamenta dell'opera infernale della rigenerazione 
italiana » (1). 

Nel 1840 fu scelta a sede del Congresso la città di 
Torino. Il re Carlo Alberto, non volendo lasciarsi so- 
praffare dal granduca, suo augusto cognato, ospitò con 
regale munificenza i rappresentanti dello scibile umano, 
non ostanti i malumori del conte Solaro della Marga- 
rita (2). Fu scelto a presiedere il congresso il conte 
Alessandro Saluzzo ; a cui il re, per onorare nel pre- 
sidente il congresso stesso, gli conferì il gran collare 
dell'Ordine supremo della SS. Annunziata. 

Nel 1841, la città prescelta fu Firenze ; dove il mar- 
chese Cosimo Ridolfi, già in fama di agronomo insigne, 



(l) N. BiANcui, op. cìt., tom. IV, pag. 20. 

(ì) « Nel settembre del 18iO ebbe luogo la seconda riunione degli 
scienziati italiani, che convennero in Torino. Pochi ne vidi; a nessuna 
delie sedute intervenni : recarmivi col bieco sguardo della disappro- 
vazione, della diflidenza, non era dicevole ; far buon viso a chi sapevo 
che tramava io sconvolgimento d'Italia, sarebbe stato una Unzione; e 
non ne ho adoperato mai ». Solaro della Maroakita, Memorandum 
storico-politico. Seconda edizione. Torino Speirani e Tortone, tipo- 
grafi-librai. 18r>2: pag. 147. 



60 La Toscana dal 182i al 1859 



ebbe gli onori della presidenza. In quella circostanza, 
fu inaugurata nel Museo di fisica e storia naturale la 
tribuna di Galileo, piccola sala, ripiena d'istrumenti e 
di ricordi galìleani, nel mezzo della quale si erigeva la 
statua del filosofo, scolpita con molta verità da Ari- 
stodemo Gostoli ; e nell'estrema parte, sotto una cupo- 
letta, vedevansi dipinti a fresco, nel soffitto, i princi- 
pali fatti di Galileo dal vivace pennello di Luigi Sa- 
batelli (I). 

La turba dei sanfedisti, fortunatamente poco nume- 
rosa in Toscana, vedeva di marocchio le cortesie usate 
dal granduca e dal suo governo verso gli scienziati 
italiani e stranieri, e ne provava ira e dispetto; onde 
certi individui, adulatori e maligni nel medesimo tempo, 
« cautamente si arrovellavano in farne spargere vele- 
nose censure ed esagerate dicerie » ('-2). Ciò non ostante, 
la riunione di Firenze riuscì la più brillante di quante 
ne furono prima e dopo in Italia. 

In questo medesimo anno, si fecero più aspre le con- 
troversie fra il governo toscano e la Santa Sede. Questa 
non riusciva a persuadersi come il granduca Leopoldo li 
si mantenesse risoluto a non venire ad alcun compo- 
nimento, il quale alterasse l'indole delle leggi, che 
nei suoi Stati governavano la materia delle giurisdi- 
zioni. Monsignor Giuseppe Balocchi, parroco di Santa 
Felicita e confessore del granduca, erasi recato a Roma, 
ed era stato ricevuto in udienza da Gregorio XVI. Il 
Papa si mostrò irritato verso il granduca, e dichiarò 
che l'accecamento dei governanti toscani era insoppor- 
tabile, e che avrebbero trascinato il Prìncipe al preci- 
pizio. Il Balocchi, di ritorno a Firenze, scrisse al gran- 
duca, cercando di renderlo mogio alle esigenze della 
Curia Romana. Ma Leopoldo II fu irremovibile. Intanto 
il Pontefice inviava un memoriale all'arcivescovo di 



(1) Vedi E. Michel, Il terzo Congresso degli Sciensiali italiani in Fi- 
renze. Pregevole scritto inserito nella Rassegna Nazionale di Firenze, 
fascicolo del 16 ottobre 1908. 

(ì) Zoiìi, Storia civile della Toscana: toni. IV, pag. 52*. 



Capitolo VI 61 

Pisa, coll'iiicarico di presentarlo al granduca. Monsi- 
gnor Parrelli corse a Firenze, consegnò il memoriale 
nelle mani del principe,, e gli domandò quale risposta 
avrebbe dovuto mandare a Roma. Ma non gli potè 
cavar di bocca se non: «Ci penso io; mi raccomandi 
al Signore » (1). 

Pochi giorni dopo, essendosi il parroco Balocchi re- 
cato a Corte per confessare la granduchessa, Leopoldo II 
gli disse: « Dopo confesserà anche me ». — « Non posso 
riceverla al tribunale di penitenza, perchè mi mancano 
i poteri a svincolarla dalle censure ecclesiastiche in 
cui V. A. è incorsa». — « Questo poi è troppo !» esclamò 
il granduca. « Il confessore e il Papa cospirano contro 
di me ? Vorrebbero forse far di me quello che han 
fatto di quel ciuco del duca di Modena ? No, no, 
Leopoldo non si lascierà mai ingannare, e nulla otter- 
ranno da lui. In quanto a voi, andate a fare il curato; 
alla mia coscienza ci penso io stesso » (2). 

Il Balocchi corse difilato dall'arcivescovo, monsignor 
Ferdinando Minucci, a narrargli l'accaduto. Tosto nel 
palazzo Arcivescovile, vi fu convegno dei capi del par- 
tito clericale tìorenlino, capitanati dal conte Enrico 
Ponialowsky, e protetti dai ministri d'Austria e di 
Sardegna. In quel conventicolo fu deciso che si dovesse 
fare in modo da spaventare il granduca, turbandogli 
quanto più profondamente si poteva la coscienza. Il 
conte Poniatowsky, nello scrivere in tal senso a Roma, 
avvisava il cardinale Lambruschini, segretario di Stato, 
di ricordarsi che una delle predilette massime della 
politica fiorentina era quella che diceva : « Giacché non 
possiamo esser leoni, dobbiamo essere volpi (3) ». 



(1) Dispaccio del marchese Carrega al Ministro degli affari esteri 
in Torino. Firenze, 7 settembre 1840; in Bianchi, op- cit., toro. Ili, 
pag. 187. 

(2) N. Bianchi, loc. cit. 

(3) Dispacci confidenziali del marchese Carrega al conte Solare 
della Margarita, 11, 12 agosto, 7 settembre e 14 ottobre 1841; in 
Bianchi, op. cit., tom. Ili, pag. 188. 



6:2 La Toscana dal 18^4 al 1859 

Sul principiare del 1842, la Curia romana tornò di 
nuovo all'assallo; e il 29 gennaio, il Papa si rivolse 
all'episcopato toscano, con un breve apostolico, aflìu- 
chè i vescovi e gli arcivescovi ponessero in opera tutti 
i mezzi possibili al iìne di obbligare il granduca a 
reintegrare la Chiesa nei diritti, dei quali era stata 
spogliata (?), per leggi in altri tempi emanate e non 
mai abrogate. 

Dopo convegni e conferenze segrete, l'episcopato to- 
scano si trovò d'accordo per compilare un Memoriale, 
e presentarlo al prìncipe. Gravi cose conteneva quel do- 
cumento, nel quale l'episcopato suddetto assumeva 
un contegno, che non era certo quello di fedele e devota 
sudditanza. I ministri granducati, dopo avere esami- 
natoli memoriale, furon concordi nell'insistere affinchè, 
né per parte del principe, né del suo governo, si fa- 
cesse alcun passo, il quale accennasse, pur di lontano, 
che si era rimasti scossi e consigliati a cedere. 

Ma poi si giudicò che non convenisse più a lungo 
stare sul tirato nelle controversie, in cui lo Stato allora 
versava con Roma. Gli studi e le cure del governo gran- 
ducale furon quindi vòlti di nuovo ad escogitare i modi 
di condurre a termine un concordato colla Corte di 
Roma, senza che per ciò dovessero patire grave alte- 
razione leggi e consuetudini, che si volevano serbare a 
gloria e ad utile del paese. 

Intanto l'Austria, sempre pronta a dissanguare i go- 
verni d'Italia, specialmente quelli sui quali regnava un 
principe della Casa di Absburgo, volle rivendicare alla 
Casa imperiale un credito, che risaliva ai primi del se- 
colo, senza avere mai voluto riconoscere un debito 
più antico. Ed ha ragione lo Zobi allorché dice esser 
« questo il modo quasi sempre usato dai potenti quando 
trattano coi deboli, cioè di avvalorare le proprie pre- 
tese col prestigio della forza, e di rifiutare con burbanza 
le armi agli avversari onde neppur si possano difendere 
convenientemente (1)». Cosicché mentre la Toscana, per 



(1) Zoiìi, Storia civile della Toscana : tom. IV, pag. 5U>. — Vedi 



Capitolo VI 63 

ragione di capitali fruttiferi ed oggetti non restituiti, 
sarebbe stata creditrice di lire 5,088,958, dovette rico- 
noscersi debitrice di lire 6,300,000, rimanendo il capi- 
tale perpetuamente censito e fruttifero al 3 7o? ^ con 
l'obbligo di pagare in più rate i frutti decorsi dal 1815 
in poi. Questa convenzione fu sottoscritta in Firenze il 
"M maggio 1844, prima assai che fossero definite le con- 
tese per la Lunigiana. 

Il 15 aprile del 1844, l'arciduchessa Augusta Ferdi- 
nanda, seconda delle figlie nate dal primo matrimonio 
del granduca, andava sposa al principe Luitpoldo di 
Baviera. Essa, gentile e buona qual'era, si acquistò in 
breve tempo, nella corte di Monaco, la stima e l'affetto 
dell'augusta famiglia di cui entrava a far parte, e la 
rispettosa benevolenza di quanti la conobbero. 

Due giorni prima di queste nozze, cioè il 13 aprile, 
cessava di vivere il conte Vittorio Fossombroni, in età 
di circa uovant'anni. Da parecchio tempo erasi ritirato 
dagli affari, ma, per volere del granduca, aveva conser- 
vato il titolo di segretario di Stato. Di lui come sta- 
tista abbiamo già discorso. Ora aggiungeremo che egli 
curò sempre l'indipendenza dello Stato, difendendola 
colle astuzie, colle tergiversazioni, e coU'intromissione 
accortamente ricercata di altri Stati. « I liberali ed i 
novatori di ogni colore — scrive il Poggi — derideva 
e sprezzava senza tormentarli. E se dopo il 1830 il suo 
scetticismo si scosse, per lui non era più tempo di libe- 
raleggiare, né lo potevano i personaggi chiamati per 
consiglio suo ai più alti uffici governativi, la più parte 



anche l'opera dello stesso autore, intitolata : Memorie econotnico-poli- 
tiehe ossia dei daiiìii arrecati dall'Austria alla Toscana etc, eie. 
Firenze, presso Grazzini, Giannini e C, 1860; tom. I, pag. 155 e segg. 
— Il Baldasseroni {op. cit., pag. 165) giustifica la convenzione del 
22 maggio ISii, dicendo che questa fu « un mezzo politico per aver 
l'Austria favorevole a quegli accomodamenti territoriali fra il Piemonte, 
la Toscana, l'Austria, Modena e Lucca, i quali ebbero felice termine 
col trattato del 28 novembre dell' anno suddetto». Di questo trattato 
avremo occasione di parlare in seguito. 



64 La Toscana dal 182* al 1859 

non ricchi d'ingegQO né di sapienti accorgimenti » (1). 
La mesta riconoscenza del Principe, nel giorno slesso 
in cui avvenne la morte del decrepito ministro, gli de- 
cretò l'onore del sepolcro nel tempio di Santa Croce, 
in mezzo a quei grandi « alla cui fama angusto è il 
mondo »• 

Nell'ufficio di primo direttore delle reali segreterie 
e di ministro degli affari esteri, il granduca confermò 
don Neri dei principi Corsini, che già ne faceva le veci. 
Il dicastero degli affari interni restò definitivamente 
nelle mani del cancelliere Giuseppe Pauer, che da vari 
anni sedeva nel consiglio « con fama di mediocrità^ 
ed assumeva la carica di segretario di Stato, da qualche 
anno interinalmente esercitata». 



(I) Poggi, op. cit., tom. II. pag. "òtì. 



CAPITOLO VII. 

Qualità morali e politiclie del marchese don Neri Corsini. — 
L'inondazione del fiume Arno. — Sue dolorose conseguenze. 

— Il granduca in mezzo al pericolo, — Atti di carità e di 
eroismo. — Creazione del corpo dei Carabinieri. — Riforme 
del sistema carcerario. — Morte di don Neri Corsini. — Mo- 
dificazioni nel Ministero. — Trattato di Firenze per accomo- 
damenti territoriali fra la Sardegna, l'Austria, la Toscana e 
i ducati di Modena e di Lucca. — La Giovine Italia. — Fuci- 
lazione dei fratelli Bandiera a Cosenza. - I moti di Rimini 
del 1845. — Massimo d'Azeglio pubblica un opuscolo sui Casi 
di Romagna. — Gli viene intimato lo sfratto da Firenze. — 
Opinione del re Carlo Alberto sulla Toscana. — Il governo 
pontificio esige la consegna del fuoruscito Pietro Renzi. — 
Contegno della diplomazia. — Perplessità del governo to- 
scano in questa circostanza. — Il Renzi viene consegnato. 

— Chi fosse costui. 

Don Neri Corsi ai, succeduto al Fossombroni nel 
maneggio della cosa pubblica, possedeva ingegno or- 
nato e cortesia di modi; e sostenne, nei passali tempi, 
importanti cariche diplomatiche, meritandosi la stima 
e l'approvazione del suo governo. « Egli professava — 
dice il Ranalli — quasi le stesse massime del Fossom- 
broni: educati amendue nella medesima età, e cresciuti 
fra le opinioni e le mutazioni del passato secolo. Ma 
quanto il Corsini era migliore dell'altro nell'animo, 
rettissimo e lealissìmo, altrettanto era minore nell'in- 
gegno: non privo di eletta istruzione, ma sfornito di 

vigore, e incapace di pronte e proficue risoluzioni 

In due sole cose riuscì a mantenere un qualche legame 
di continuazione della sapienza leopoldina. camminando 
sulle orme del suo antecessore; e fu nell'opporre un 

L. Cappelletti 6 



66 La Toscana dal 1824 al 1869 

resto di argine alla podestà ecclesiastica, che, morto 
il Fossombroiii, faceva sforzi per risorgere, e nel se- 
guitare una certa indulgenza verso i desiderosi di no- 
vità; lasciando, per quanto ei poteva, che in Toscana 
trovassero rifugio uomini, cui tirannide spietata di altri 
paesi avrebbe voluti esiliati dal mondo (l) ». 

Nel novembre di questo stesso anno, 1844, una grave 
sventura colpì Firenze e la Toscana tutta. Nella se- 
conda metà d'ottobre, col risvegliarsi dei venti sciroc- 
cali, caddero copiose e fitte pioggie, appena interrotte 
da qualche giorno sereno. Nei primi di novembre ri- 
cominciarono con più intensità, durando continue per 
circa ventisei ore; onde la mattina del 3, l'Arno, in- 
grossato oltre misura e fatto furioso per l'irrompente 
impelo delle acque raccolte nel lungo suo corso, in- 
vesti e ridusse in pezzi il ponte di ferro, costruito 
nel 1837 presso la porta San Nicolò, e ne trascinò i 
rottami, che andarono ad urtare le pigne del Ponte 
alle Grazie, poi quelle del Ponte Vecchio. Non manca- 
rono casi veramente miserandi, né prove di virtù e di 
coraggio, dovendo poi notarsi, ad onore del popolo 
fiorentino, che mentre tali momenti di general confu- 
sione soglion fornire occasioni a numerosi delitti, qui 
durante la piena non ne avvenne pur uno (2). E dob- 
biamo pure aggiungere un fatto particolare, che fu 
allora ben noto, cioè, che in mezzo a quel trambusto 
dovendosi sgombrare le ricche botteghe del Ponte Vec- 
chio, i proprietari si valsero dell'opera delle prime 
persone, che loro si pararon innanzi, e tuttavia non 
perdettero la più piccola cosa. Mentre tanta sventura 
piombava sull'intera città, « il granduca, che trova- 
vasi colla real famiglia alla villa del Paggio a Ca- 
lano, situata su di una piccola eminenza fra Pistoia e 
Firenze, circondata per ogni parte di pianure inondate. 



(I) Ranalli, Le Istorie italiane dal 1846 al 1S53. Firenze, Le Mou- 
nier 1858; tom. I, pag. 87. 
(i) Vedi gli Annali di statistica di Milano, 10 dicembre 1844. 



Capitolo VII 67 

aifrontando coraggiosamente il pericolo, frammezzo al- 
l'acqua ed al fango, potè per malagevoli e rovinate 
strade giungere alla Capitale, ed immediatamente or- 
dinò quei provvedimenti, che in tanto disastro erano 
opportuni. Così furon fatte distribuzioni di pane tanto 
nella città quanto nelle campagne, tolte oltre 700 per- 
sone dalle stanze sommerse, distribuiti letti e vesti- 
menti Le acque, nella notte dal 2 al 3, avevano 

inondate tutte le fertili pianure del Pratese e del Pi- 
stoiese, rovinando case, svellendo alberi ed in alcuni 

luoghi alzandosi due metri e mezzo ed anco tre ; 

furon mandali dei soccorsi, ma la difBcoltà di farli 
giungere era grandissima. Sopratutto diede magnifico 
esempio di generosità e di pietà la I. e R. Corte che, 
non contenta d'inviare soccorsi, fornì asilo, nutrimento 
e letto a circa "200 persone nella stessa Villa del Paggio 
a Calano. In mezzo a tante sciagure consola il cuore 
la volenterosa sollecitudine e la mirabile concordia, 
con cui persone d'ogni classe sì sono affrettate a fornir 
soccorsi pei danneggiati. Poveri, ricchi, toscani, stra- 
nieri, tutti hanno dato: chi non aveva denari, die 
parte delle robe sue: veramente la pietà pubblica si è 
manifestata con uno slancio ai nostri giorni non co- 
mune (1) ». 

Raffaello Lambruschini, in una sua famosa Lettera, 
diceva : •« Ciascuno ha gemuto dell'altrui dolore, cia- 
scuno ha partito il suo cibo e le sue vesti col povero; 
il Principe è corso dalla sua villa a partecipare i pe- 
ricoli ed i mali del popolo, e il popolo lo ha benedetto! 
La Toscana, ove i congressi scientifici ebbero istitu- 
zione, ove piange col suo popolo Quegli che dei con- 
gressi fu istitutore, è stata colpita da una grande 
sciagura {^2) ». 

Anche gli Ordini religiosi non vennero meno al pro- 



(l) Annali di statistica di Milano, etc. etc. 

(-2) Questo passo della Lettera del Lambruschini è stato riportato dal 
Baldasseroni, op. cit., pag. ili. 



68 La Toscana dal 1821. al 1859 

prio dovere. I frati d'Ognissanti, i monaci di Santa 
Trinità, i frati di Santa Maria Novella e gli Ulivetani 
fecero a gara per recar soccorsi agl'infelici colpiti dal 
disastro. Il marchese Pier Francesco Rinuccini, gon- 
faloniere di Firenze, istituì, assecondando le disposi- 
zioni del proprio sovrano, una commissione civica 
coU'incarico di raccogliere le oblazioni tanto in generi 
quanto in denaro che i buoni volessero aggiungere ai 
provvedimenti stabiliti o da stabilirsi dal Principe e 
dal Comune. E l'esito corrispose per modo che lo Zobi 
potè scrivere « che le oblazioni, elargite da nazionali 
e stranieri, furono moltissime ; nella quale pia libera- 
lità primeggiò la Famiglia regnante (1), onde i molti 
danneggiati di Firenze e dei Comuni rurali ricevettero, 
se non un pieno compenso, almeno ragguardevoli al- 
leviamenti ai sofferti disastri (2) ». 

L'anno 1845 vide attuata una riforma necessaria e 
civile ad un tempo. Gli agenti di polizia, ben noti col 
nome di sbirri, furono soppressi, e surrogati dai Reali 
Carabinieri, i quali vestivano l'uniforme, e furon poi 
ordinati disciplinarmente con sovrana risoluzione del 
20 luglio 1845. « Con questo provvedimento — così il 
Baldasseroni — il servizio della polizia fu assai miglio- 
rato, e per il lato delle estrinseche sue forme messo 
in armonia colle idee del tempo, le quali ormai più 
non comportavano l'intervento palese di agenti non di- 
stinti da alcuna divisa, e non educati a quelle disci- 
pline che distinguono il militare» (3). 

Importante e di sommo pregio fu il regolamento ge- 
nerale sulle carceri, emanato il 10 novembre del 1845. 
Esso tien luogo distinto nella completa riforma del 
sistema penitensiario, tanto onorevole per il Principe 
che la ordinò, quanto per coloro che concorsero a met- 
terla in esecuzione. E lode ne sia pure data all'allora 



(t) Queste oblazioni ammontarono a Lire toscane 392.1tiO, pari a lire 
italiane 333.. 594 e cent. 40. 

(2) ZoBi, Storia civile della Toscana, tom. IV. pag. .571. 

(3) Baldasseroni, op. cit., pag. 175. 



Capitolo VII (J9 

presidente del Buon governo, corani. Giovanni Bolo- 
gano, abilmenle secondato dall'intelligenza ed operosità 
del cav. Carlo Peri, che fu più lardi sopraintendente 
generale agli stabilimenti penali del granducato. 

Il 25 ottobre dell'anno suddetto terminava la sua 
lunga ed onorata carriera il consigliere don Neri dei 
princìpi Corsini, il quale lasciava un gran vuoto nel 
governo. Il marchese Cosimo RidolB si fece promotore 
di una sottoscrizione per coniargli una medaglia, la 
quale ricordasse « quella virtìi che in lui fu piìi splen- 
dida che benefica » coU'iscrizione che si disse dettata 
da Vincenzo Salvagnoli: A \ Neri Corsini \ toscano \ per- 
chè nei ministeri di Stato | mantenne la dignità \ del 
principe e della patria \ 1846. 

In luogo del Corsini fu dal granduca nominato primo 
Segretario di Stato il cav. Francesco Cempini, diret- 
tore delle Finanze, a cui fu- aggi unto col titolo di con- 
sigliere, avente voce nel consiglio, il cav; Giovanni 
Baldasseroni, già direttore generale delle dogane, uomo 
di fama illibata, risoluto e fermo, d'ingegno compren- 
sivo, sebbene poco versato nelle politiche discipline. 
Alla direzione degli affari esteri, il Principe nominò il 
conim. Alessandro Humbourg, già stato governatore di 
Pisa, onesta persona, ma senza vedute politiche, troppo 
inferiore all'altezza dell'uftìcio nei tempi che allora 
correvano. « Quali fossero — ha detto il Poggi — le ra- 
gioni di una scelta sì poco felice, s'ignora. Forse il 
granduca temette che qualcuno degli uomini predi- 
letti da lui adombrerebbero l'Austria: forse questa 
stessa, che già da qualche anno severamente lo vigi- 
lava, volle un ministero docile ai consigli dei suoi 
legati » (l). 

E qui mi cade in acconcio di narrare un fatto. Il 
gabinetto di Vienna era in continuo sospetto riguardo 
al granduca di Toscana e al duca di Modena. E ciò 
si rileva da una lettera confidenziale inviata dal conte 



(1) Poggi, op. ct^, tom. II, pag. 368. 



70 La Toscana dal 1824 al 1859 

di Sambtiy, ministro sardo a Vienna, al conte Solaro 
della Margarita, ministro degli affari esteri del re 
Carlo Alberto. 

, « Le Due de Modène — scriveva il Sambuy — et 
« le Grand-Due de Toscane, quoiqu' Autrichiens eux- 
«memes, se sont entiéreraent soustraits à tonte dé- 
« pendance sérieuse pour leurs États du Chef de leur 
« famille, et combien de fois le Prince Chancelier 
« s'est-il plaint à moi de la raauvaise tendance du 
« Gouvernement toscan et de l'irapossibilité de faire 
« entendre raison au Due de Modène » (1). 11 Duca di 
Modena sospettato di liberalismo dal principe di Met- 
ternìch !? È il colmo ! 

Sul finire del capitolo antecedente ho accennato 
ad un trattato del 28 novembre 1844, riguardante alcuni 
accomodamenti territoriali fra i seguenti Stati : Sar- 
degna, Toscana, Austria, Modena e Lucca. Infatti, nel 
giorno suddetto, i plenipotenziari dei cinque sovrani 
sottoscrissero un trattato, per cui in sostanza si con- 
venne negli articoli seguenti : — S. A. R. 1' Infante, 
duca di Lucca, futuro duca di Parma, Piacenza e Gua- 
stalla, trovando sommamente vantaggioso l'aggregare 
una parte della Luniglana nel versante meridionale 
dell'Appennino al futuro suo ducato di Parma, e S. A. I. 
e R. il granduca di Toscana, amando di ritenere nei 
propri domini i due vicariati di Barga e di Pietrasanta, 
erano convenuti di proporre a S. A, R. il duca di Mo- 
dena il cambio di questi due vicariati contro l'isolato 
ducato di Guastalla, e le terre parmigiane situate alla 
destra dell'Enza ; nel qual caso i distretti toscani, posti 
isolatamente nella Lunigiana, verrebbero ceduti al fu- 
turo duca di Parma, affinchè egli in tal modo acqui- 
stasse un territorio più prossimo al Mediterraneo, e si 
stabilisse una regolare frontiera col finitimo ducato di 
Modena, per mezzo di altro cambio di feudi Estensi 



(1) Vedi: La politica estera del Piemonte sotto Carlo Alberto. To- 
rino, Fratelli iJocca, 1!II5; tomo II, \mf^. 293. 



Capitolo VII 71 

nella Lunigiana. Colla reversione di Lucca alla To- 
scana, il duca di Modena avrebbe ricevuto dal gran- 
duca il territorio di Fivizzano, non che Gallicano nella 
Garfagnana ed altri distretti, rinunziando però al pos- 
sesso delle terre di Bazzano e di Scurano sulla sinistra 
dell'Enza a favore del futuro duca di Parma. Il granduca 
di Toscana cedeva al futuro duca di Parma i vari suoi 
possedimenti distaccati in Lunigiana, cioè Pontremoli, 
Bagnone, Groppoli, Lusuolo, Terrarossa, Albiano, Ca- 
lice e terre annesse. Per rettificare i respettivi confini, 
il futuro duca di Parma cedeva a quello di Modena, 
Albiano, Ricco, Terrarossa e Calice, e riceveva in 
cambio i distretti modenesi di Treschietto, Villafranca, 
Castevoli e Mulazzo. Fra Sua Maestà il Re di Sardegna, 
e Sua Maestà l'Imperatore d'Austria rimaneva poi con- 
venuto che tutte le porzioni di Lunigiana assegnate al 
futuro duca di Parma, dovessero cedersi al re di Sar- 
degna e ai suoi eredi e successori, allorquando si avve- 
rasse il caso della riversibilità contemplata del trattato 
del 20 maggio 1815, per cui il ducato di Parma si 
devolverebbe all'Austria e quello di Piacenza alla Sar- 
degna. Il valore poi dei suddetti territori da cambiarsi, 
cioè Piacenza colla zona stabilita, e i territori par- 
mensi attigui agli Stati Sardi, dovesse essere con- 
statato all'epoca medesima delle reversioni con impar- 
ziale spirito di equità da una Commissione Austro- 
Sarda ; e ne! caso inverosimile di dissenso, convenirsi 
fin d'allora fra le due Corti di riferirsene all'arbitrato 
della Santa Sede (1). 

Questo trattato del 28 novembre 1844, portava le firme 
dei plenipotenziari : Don Neri Corsini per la Toscana, 
il marchese Carrega per la Sardegna, il conte Forni 
per il duca di Modena, il cav. Antonio Rai^aelli per il 
duca di Lucca, e il generale Vacani di Fort 'Olivo per 
l'imperatore d'Austria. 



(1) X. Bianchi, op. cit., tom. IV, pagg. 216 e segg. Vengasi il testo 
di questo Trattato nello Zoni, Storia civile della Toscana, tom. IV, 
pagg. 282-289. (.\ppendice di documenti). 



/a La Toscana dal 1824 al 1859 

« Mentre — dice lo Zobi — dobbiamo commendare la 
premura posta dal gabinetto toscano nel rettificare le 
cessioni pattuite a Vienna in quanto ai vicariati di 
Pietrasanta e di Barga, e di migliorare da quel lato la 
frontiera dello Stato, non possiamo d'altronde laudare 
l'abbandono del forte del Cinquele in riva al mare e 
presso il lago di Porta, sito non solo interessante per 
la vigilanza marittima, ma pur di qualche considera- 
zione relativamente alla frontiera nostra col Mode- 
nese » (1). 

La setta della Giovine Italia creata da Giuseppe 
Mazzini nel 1832 non rimaneva inoperosa; essa orga- 
nizzava nuove insurrezioni, e queste producevano nuove 
vittime. Nel luglio del 1844, venivano fucilali nel val- 
lone del Rovito, presso la città di Cosenza, Attilio ed 
Emilio Bandiera, veneziani, già ufficiali nella Macina 
austriaca, che a Gorfù avevano disertato, insieme con 
un loro collega, per nome Domenico Moro. Unitisi a 
parecchi altri patriotti, fra i quali Niccola Ricciotti, 
Anacarsi Nardi ed un còrso, certo Boccheciampe (che 
li tradì), erano approdati sulle spiagge della Calabria, 
credendo di trovarvi pronta un'insurrezione. Ma, pur 
troppo, nessuno insorse. Accerchiati dalle milizie bor- 
boniche, furon fatti prigionieri; e tratti a Cosenza, 
vennero ivi giudicati da una Commissione militare, che 
li condannò a morte tutti quanti. La sentenza fu ese- 
guita su nove solamente, che furono: Attilio ed Emilio 
Bandiera, Domenico Moro, Niccola Ricciotti, Anacarsi 
Nardi, Giovanni Venerucci, Giovanni Bona, Francesco 
Berti e Domenico Lupatelli. Le loro ultime parole fu- 
rono: Viva l'Italia! (2). 

Un anno dopo la morte dei Fratelli Bandiera, cioè 



(1) Zobi, op. cit., toin. IV', pag. 554~555. 

(2) Quando giunse in Napoli la notizia della fucilazione dei fratelli 
Bandiera e dei loro compagni, l'abate Caprioli, già Segretario partico- 
lare 'di Ferdinando II, uomo di mediocre ingegno, ma di grande accor- 
tezza, esclamò : « Alla fine l'Austria è riuscita nel suo doppio giuoco 
di rendere inconciliabili i liberali col re: sbarazzarsi cioè dei Handicra 
per mano di lui ». Vedi N'isco, Ferdinando II e il suo regno: pag. OH. 



Capitolo VII lò 

il 23 di settembre del 1845, alcuni cittadini riniinesi, 
a capo dei quali era un tal Pietro Renzi, riminese esso 
pure, e allora reduce da Parigi, si levarono a rumore. 
La guarnigione, essendo poco numerosa, fu facilmente 
sopraffatta dagl'insorti e disarmata. Vi furono tre morti 
e sette feriti. Gl'insorti, non vedendosi aiutati, come 
speravano, dal di fuori, e saputo che un forte distac- 
camento di milizie era già partito da Forlì alla volta 
di Rimini, si diedero tosto alla fuga. Parte si recarono 
a Trieste, parte in Toscana. 11 27, la città era tornala 
in potere del governo pontilìcio. 

Il cav. Massimo Taparelli d'Azeglio, il quale era stato 
in quei giorni a Torino, ed aveva avuto un colloquio 
segreto col re Carlo Alberto, disapprovò il moto di Ri- 
mini, perchè intempestivo, molto più che il re avevagli 
detto che si aspettassero tempi migliori e non si pre- 
cipitassero gli avvenimenti. Egli allora risolvette di 
scrivere sui moti di Rimini un libretto, che fu stam- 
pato in Firenze col titolo: I Casi di Eomagna. In 
questo suo scritto, sebbene non approvasse il moto, 
che egli stesso aveva sconsigliato, pur nondimeno lo 
giustificava, confessando che a chi dice: Io soffro troppo, 
non è onesto di rispondere: Tu non hai sofferto abba- 
stanza. I governi di Roma e di Vienna sì querelarono 
fortemente col granduca, perchè lasciava nel suo Stato 
libero corso alla pubblicazione di scritti sovversivi; 
né furon paghi se non quando il governo granducale 
diede al D'Azeglio lo sfratto dalla Toscana. 

E qui mi preme notare come il granduca Leopoldo II 
non fosse troppo beneviso agli altri Principi d'Italia. 
Non ostanti i rigori a lui imposti dall'Austria, egli 
veniva riguardato come una specie di rivoluzionario; 
ed anche il re Carlo Alberto, suo cognato, non nascon- 
deva le proprie antipatie verso di lui, come anche verso 
il Paese che egli governava. In una lettera indirizzata 
al duca Francesco IV di Modena (Torino, 14 maggio 
1840), il monarca sabaudo scriveva queste parole : « La 
« Toscane peut otre considerée comme le foyer révolu- 
« tionnaire de l'Italie; on travaille avec une grande 



74 La Toscana dal 1821 al 165!) 

« activilé et trés grande circonspeclion; on prépare lout 
« polir un. mouvement qui sera, suivant le désìr des 
« seclaires, general ; eie. etc. ». E in un'altra lettera, 
datata da Racconigì, 16 agosto 1843, e diretta allo 
stesso duca (il quale lo aveva pregato di mandare i 
suoi due figli, il duca di Savoia e il duca di Genova, 
a presenziare le manovre delle milizie estensi), Carlo 
Alberto dicevagli: « Mes fils seraient aussi bien beu- 
« reux de pouvoir vous présenter leurs hommages re- 
« speclueux et de faire la connaissance des Arcbiducs; 
« et de mon coté, je ne pourrais désirer pour eux rien 
« de plus favorable que d'aller auprès d'un Souverain 
« dont j'admire les vertus, le caractère, et au quel je 
« suis si profondément affectionné ; mais je vien de 
« vous confier sincèrement ce qui me retìent: c'est ma 
« répiignance invincible à les laisser aller en Toscane, 
« oh des priìicipes de différenfs genres sont en aussi 
« grande contradiction avec les nòtres... Vous com- 
« prendrez ma peine dans cette posilion si delicate, 
« mon très cher cousin, et j'aime à espérer que Vous 
« m'excuserez (1) ». 

E ora torniamo ai moti di Romagna. Abortita l'in- 
surrezione di Rimini, come già abbiamo narrato, pa- 
recchi degl'insorti ripararono in Francia, fra i quali 
il Renzi. Costui, sebbene avesse promesso di non 
tornar più in Italia, lasciò improvvisamente Marsiglia, 
e venne in Toscana. Il nunzio pontificio, appena seppe 
che il Renzi trovavasi in Firenze, si recò dal ministro 
granducale degli affari esteri, perchè lo facesse arre- 
stare. E infatti fu arrestato; però il governo toscano 
non intendeva, sulle prime, di consegnarlo alle auto- 
rità pontificie. E si noti che Pietro Renzi non era nulla 
di buono; ma in quel momento era profugo, era per- 
seguitato, e « tanto bastava — ha detto il Giusti — 
per acquistargli nome di martire, e per avere il diritto 



(1) Maria Luisa Rosati, Carlo Alberto di Savoia e Francesco IV 
d'Austria d'Este. Documenti inediti. Milano, Albrighi e Segati, 1907; 
pagg. 110 e 117. 



Capitolo VII /5 

di essere accolto e protetto in un paese, clie era stato 
sempre l'asilo dei fuggiaschi d'ogni mandata. Noi To- 
scani siamo stati sempre troppo corrivi a prendere 
per oro di zecca tutti i vagabondi, che piovono tra di 
noi ; ma il governo non avrebbe dovuto mai, colla re- 
stituzione del Renzi, giocarsi a un tratto la riputa- 
zione di governo mite, ospitale e benevolo » (1). 

Alle istanze del nunzio si aggiunsero quelle di tutti 
i diplomatici residenti in Firenze, compresi i ministri 
del re Luigi Filippo e della regina V^ittoria. Tentò 
ogni via di difesa il Salvagnoli; la Consulta di Stato, 
parte opinò per la consegna, parte per il rifiuto; e 
dopo un mese di dibattiti prò e contra, la diplomazia 
l'ebbe vinta, ed il governo, sebbene a malincuore e 
più timido che persuaso, cedette. Il Renzi, nella notte 
del 2L gennaio del 1846, sotto buona scorta, fu con- 
dotto a Borgo San Sepolcro, dove un picchetto di sol- 
dati pontifici era ad attenderlo, e lo ebbe in custodia. 
Fu tosto fatto partire per Roma; ed ivi giunto, venne 
chiuso in Castel Sant'Angelo. « Prese subito l'impu- 
nità — così il Gualterio — e con insigne e vergognoso 
tradimento, abbandonò all'ira del governo romano i 
suoi compagni, dando a quello tutti i bramati schia- 
rimenti sui disegni fatti a Parigi, sulle intenzioni dei 
rivoluzionari e sugli uomini, che avevano determinato 
e soccorso quel movimento » (2). 

Queste belle prodesse del Renzi furon note molto 
tempo dopo ; e sappiamo che « appena liberato dal 
carcere, egli potè col Galletti di Bologna presentarsi a 
Pio IX, e, amorevolmente accolto, autorevolmente 
parlargli in nome dei liberali italiani » (3), 



(1) G. Giusti, Memorie inedite, pubblicate da Ferdinando Martini. 
Milano, Treves, 1890; pagg. tì9-70. 

(■ì) F. Gualterio, I rivolgimenti italiani; tom. I, pag. 326. Lo Zoin, 
{St. civile della Toscana, IV, 606) dice « che il Renzi non valeva un 
pensiero dei mille ad esso consacrati, più per toglierne occasione di 
liberale progresso, che per affezioae e stima alla sua persona, piena di 
magagne ». 

(3) Vedi M. D'AzEOLio; Scritti politici, Firenze, 1872; tom. 1, pag. i5.j. 



CAPITOLO Vili. 

Origine delle strade ferrate. — L'Inghilterra, la Francia e il 
Belgio. — Studi per la costruzione delle strade ferrate in 
Toscana. — Costituzione d'una Società costruttrice. — La 
strada ferrata da Firenze a Livorno, da Firenze a Lucca e a 
Pistoia e da Empoli a Siena. — Il Granduca acquista beni 
statali appartenenti alla finanza. — Istituzione dei Telegrafi 
elettrici — Il terremoto in Toscana. — Energici provvedi- 
menti del Governo e del Principe. — Creazione della Scuola 
Normale Superiore in Pisa — Scopo della medesima. — Mo- 
numento eretto in Grosseto al granduca Leopoldo II. — Gra- 
titudine dei Livornesi per i benefici loro elargiti dal Sovrano. 
— Erezione delle statue di Ferdinando III e di Leopoldo II 
sulla piazza del Voltone in Livorno. — Morte di Francesco IV 
duca di Modena. — Ritratto di questo principe. — Tentativi 
per aprire in Pisa un convento delle monache del Sacro 
Cuore. — Protesta energica della cittadinanza indirizzata al 
Governatore della Città. — L'ordine d'apertura viene revo- 
cato. 

Iti questi tempi cominciarono i tracciamenti delle 
strade di ferro ; il che fa occasione, per gli ostacoli 
delle montagne da aprirsi o da scansarsi con tortuosis- 
sime curve, per i grossi fiumi, torrenti o lagune da 
traversare per mezzo di solidi ponti, ad acquistar ri- 
nomanza a vari ingegneri italiani, fra i quali il pie- 
montese Grattoni e il senese Pianigiani. La Toscana 
fu tra gli Stati d'Italia la prima a far costruire strade 
ferrate. 

Nel 1841, il governo granducale aveva concesso ad 
una Società anonima d'intraprendere per proprio conto 
la costruzione della prima strada a rotaie di ferro che 
siasi eseguita in Toscana. L'Inghilterra fu la prima 



Capiiolo Vili 77 

ad applicare il vapore alle navi, e da queste poi fu 
estesa in terra l'applicazione alle locomotive. L'esempio 
era seducente, e oltre a ciò le altre nazioni non po- 
tevano non sentire il bisogno d' imitare 1' Inghil- 
terra, e di non lasciare a lei esclusivamente l'uso di 
un tal mezzo di comunicazione e di. trasporto. Per la 
qual cosa, questo sistema delle strade a rotaie di ferro 
passò presto dall'isola sul continente. E prima in 
Francia, e quindi nel Belgio, proprio nel momento in 
cui questo paese industriale ed operoso erasi separato 
dall'Olanda, e si era costituito in un regno indipendente. 

L'Austria aveva accolto con favore il disegno di una 
strada che da Milano, legando insieme le principali 
città lombarde, giungesse a Venezia. «11 Regno Sardo — 
dice il Baldasseroni — restava sempre dubitativo ed 
inerte; il governo pontifìcio ripugnava ad ammettere 
strade di questo genere nei suoi Stati. E nel reame di 
Napoli solo l'industria privata aveva preso a costruire 
qualche breve tronco nei pressi della capitale, quasi 
più a crescere mezzi di gradito diporto che a sodisfa- 
zione di alcun reale interesse » (1). 

I ministri di Leopoldo II credettero opportuno di 
addivenire ad un concetto armonizzante coi principi 
economici dominanti in Toscana, cioè di non interes- 
sare il governo a fare quanto poteva esser fatto dal- 
l'industria privata; e adottossi il sistema, seguito de- 
liberatamente dalla Francia, dall'Inghilterra e da altri 
Stati maggiori, di non potersi meglio commettere la 
costruzione delle vie ferrate che alle Società industriali 
con assistenza, ed anco col sussidiario concorso del go- 
verno, ove pure le circostanze Io avessero assoluta- 
mente richiesto. Con questi intendimenti, il granduca 
Leopoldo aveva accolte, liti dal 14 aprile del 1838, le 
istanze dei banchieri Fenzi, Senn e C, concedendo 
loro di fare eseguire gli studi tecnici necessari a porre 
in essere il disegno di una via ferrata fra Livorno e 



(1) Baldasseroni, op. cit. pag. 149. 



78 La Toscana dal 1824 al 1859 

Firenze, e di raccogliere col mezzo di una Società ano- 
nima i capitali richiesti all'esecuzione della medesima, 
della quale la Società stessa avrebbe a preferenza ot- 
tenuta la concessione (1). 

Per farla breve, diremo che gli studi per la costru- 
zione della strada ferrata tra Firenze e Livorno furono 
aOìdati al celebre ingegnere inglese Roberto Stepheuson, 
mentre una commissione presieduta dal conte Luigi 
Serristori, e composta del padre lughirami, del prof. 
Pianigiani e degli architetti Leoni, Bianchi, Giraldi, 
Martelli, Folini e Bettarini, raccoglieva notizie geode- 
tiche ed economiche per servire alla scelta della linea 
migliore fra i due estremi punti di Firenze e di Livorno. 
Fra le quattro linee, sulle quali si era aggirato lo 
studio comparativo della Commissione, l' ingegnere 
Stephenson prescelse quella che da Firenze, Empoli, 
Pontedera e Pisa giungeva al termine prestabilito, cal- 
colandone la spesa a 30 milioni circa, ed indicando i 
modi di esecuzione (2). 

Il 5 d'aprile del 1841 fu emanato il R. Motuproprio, 
che concesse alla Società di costruire ed attivare a sue 
spese e rischio la strada mantenuta sul disegno sta- 
bilito, con diritto di percepire per anni cento il prezzo 
dei trasporti sulla strada stessa, secondo la tariffa ed 
alle condizioni approvate (3). 

Nel settembre del 1846 fu compiuta la linea fra 
Lucca e Pisa; ma si conobbe tutta* la convenienza, e 
quasi la necessità che fosse proseguita a benefizio 
della Val di Nievole e di Pistoia. E, perchè maggior 
vantaggio ne ricavasse il commercio, fu questa via 
riunita a Firenze. E singolarmente ricca fu giudicata 
questa linea, tanto che la costruzione di essa fu, nel 



(1) Baldasseroni, op. cit. pa^. 151. 

(•ì) Baldasseroni, loc. cit. 

(3) Come si vede questa concessione non fu precipitata, come asse- 
risce lo Zobi, il quale aveva l'abitudine di veder tutto nero e di cri- 
ticar tutto. Vedi la sua Storia civile della Toscana, tom. IV, pag. 5!I5; 
e l'altro suo libro : Manuale storico delle massime ed ordinatìienti 
economici ecc. ecc., pag. 406. 



Capitolo Vili 79 

24 di giugno del 1845, concessa ad una Società con 
alcuni pesi speciali, ai quali spontaneamente aveva 
domandato sobbarcarsi. Il primo tronco si aprì sol- 
tanto nel 1848, e l'altro assai piìi lardi. 

Una Società, rappresentata da parecchi fra i princi- 
pali cittadini Senesi, ottenne la concessione di una 
linea da Siena ad Empoli, secondo il disegno del va- 
lente professore ingegnere Pianigiani, così legandosi 
doppiamente, per mezzo della via ferrata livornese, a 
Firenze e a Livorno. 

Tanta copia però di concessioni parve eccessiva, e 
fu con poca urbanità censurata dal piemontese conte 
Ilarione Petitti, con un opuscolo intitolato: Delle strade 
ferrate italiane e del miglior ordinamento di esse. 1 
giudizi sulle concessioni toscane erano espressi assai 
acerbamente. Ma al Petitti rispose esaurientemente il 
professor Giovanni Carmignani, pubblicando in Pisa 
nel 1846 un libretto intitolato: L'apologia delle conces- 
sioni sovrane per le strade ferrate in Toscana. « Ma 
per noi — citiamo le parole del Baldasseroni — con 
buona pace degl'illustri contradittori, la migliore apo- 
logia sta nel fatto che tutte le vie ferrate, alle quali 
quelle concessioni si riferivano, ebbero in ultimo il fe- 
lice loro compimento » (1). 

11 10 d'aprile del 1845, Leopoldo li aveva comprato 
beni del Demanio in proprio per lire 1,243,944, ma si fa- 
ceva in pari tempo riconoscere ex-editore di lire 1,133,250. 
Egli si assegnava lire 2,742,000 d'appannaggio sopra 
un bilancio di 27,224,606 d'entrata, e 27,131,056 di spese. 
I beni personali della Casa regnante in Toscana avevano, 
nel 1859, la rendita imponibile di lire 93,782,71, ed 
erano senza quelli del lucchese di 74 miglia quadrate (2). 
Se ciò non era sufficiente per rendere impopolare il 
granduca, non giovava certo a crescergli simpatie. 



(1) Baldasseroni, op. cit., pag. 155. 

(2) Vedi ZoBi, Memorie economico-politiche, ossia dei danni arrecati 
dalV Austria alla Toscana ecc. ecc. Firenze, 1860, Iona. I, parte IV, 
cap. 4. 



80 La Toscana dal 1824 al 1859 

Abbiamo già parlato della costruzione delle strade 
ferrate in Toscana, ed ora diciamo due parole sui tele- 
grati elettrici. Nell'estate del 1846, il prof. Carlo Mat- 
teucci, insegnante di tìsica nella R. Università di Pisa, 
aveva chiesto per trent'anni il privilegio esclusivo di 
costruire e vendere le macchine proprie della telegrafia 
elettrica e di stabilire telegrafi di quel genere per tutto 
il granducato, obbligandosi a prestare l'uso al governo 
ed ai privati a quelle condizioni, che dal governo me- 
desimo sarebbero stabilite, ed appoggiando quella sua 
domanda a ragioni di pubblica utilità e a diritti perso- 
nali di preferenza. I principi economici si opponevano 
in genere a questa domanda; e tutte le più savie con- 
siderazioni di ordine pubblico consigliavano che in 
Toscana, come già in altri Stati, le comunicazioni te- 
legrafiche fossero nelle mani del Governo, il quale 
avrebbe potuto concederne l'uso ai privati a quelle con- 
dizioni che avesse reputate migliori. 

Cosicché un sovrano decreto del 20 giugno del 1846, 
ordinava che fosse fatto a regie spese e sotto la dire- 
zione del cav. prof. Carlo Matteucci ciò che era neces- 
sario per istituire il servizio dei telegrafi elettrici sopra 
la linea della strada ferrata Leopolda. Venne quindi 
questo importante ramo di umana industria definitiva- 
mente organizzato con sovrana risoluzione dell' Il no- 
vembre 1848 ; e con reale decreto del 15 giugno 1849, 
il servizio del telegrafo fu esteso ad altri punti e com- 
pletato. Vennero istituiti in ultimo, cioè nel 3 dicembre 
del detto anno, quelli di Siena e di Poggibonsi. 

In mezzo alle cure di queste provvidenze governative 
una nuova sventura colpiva alcuni paesi della Toscana. 
Il 14 agosto del 1846, a un'ora dopo mezzodì, una vio- 
lentissima scossa di terremoto costernò gli abitatori 
compresi nel perimetro, il quale, nei suoi più larghi 
confini, rimane circoscritto fra Orbetello, la costa ma- 
rittima, la Lunigiana e la montagna di Pistoia. La vio- 
lenza del primo tremore si estese per consenso anche 
a Firenze, ove quantunque nessun danno ne avvenisse 
alla città, nuUameno gli animi dei cittadini ne furono 




Monumento eretto in Grosseto al Granduca Leopoldo 



Capitolo Vili 81 

fortemente contristati, « come se presaglii fossero dei 
guasti che poi seppesi aver altrove prodotti ; giacché 
nella memoria d'ognuno erano vivamente scolpiti quelli 
grandissimi poco stante sofferti a cagione dell'inonda- 
zione (l) ». Negli Annali Universali di Statistica 
(3" Trimestre 1846) si legge quanto segue: « Furon tali 
e tante le tracce di così grande sventura, che l'animo 
contristato non può riandarne la storia, senza che un 
sentimento di pietà sprema lacrime di commiserazione 
alla reminiscenza dei tristi casi prodotti da tanto av- 
venimento... In mezzo al dolore giustamente eccitalo 
da tanto inforlunio, ne conforta, almeno in parte, il 
pensiero, come da tutti sia stato fatto quel più che si 
poteva per alleviarne le deplorevoli conseguenze con 
nuovo esempio di quella fraterna affezione, che annoda 
la popolazione toscana sotto la dolce tutela del padre 
comune, il Granduca ». 

Leopoldo II trovavasi a Siena, allorché gli pervenne 
la lugubre notizia; e senza dilazione si trasferì dove 
maggiore era stato il llagello per riconoscere coi propri 
occhi la estensione del danno, e i provvedimenti ne- 
cessari per apportarvi congrui alleviamenti. « La sua 
presenza in quelle contrade esercitò un'influenza quasi 
prodigiosa, conciossiaché gli afflitti ne ritraessero fon- 
dato argomento di ristoro, e quelli destinati ad essere 
gli agenti, raddoppiassero di zelo e dì energia. Quindi 
vennero stanziate ragguardevoli somme a sovvenimento 
dei danneggiati, olire la temporaria esenzione dalla 
tassa prediale e dalla gabella del ferro. Anche la ca- 
rità dei privati fu eccitata a concorrere nella santa 
opera dì sollevare ì derelitti per tanto infortunio, ec- 
citamento coronato di splendidissimo successo. Di 
maniera che fu eseguito lutto quanto era in potere dì 
governo benevolo e dì uomini piì per attenuare i mali 
nascenti dalla natura, o che avevano colpito intiere 
popolazioni (2) ». 



(1) Zoiìi, storia civile della Toscana, fom. IV, pag-. 576. 

(2) Cosi lo ZoBi, St. civ. della Toscana, lom. IV, pagg. 580-581. 

L. Cappelletti 6 



La Toscana dal \SU al 1859 



E ora veniamo a cose più liete. La Convenzione Na- 
zionale, quella terribile Assemblea che aveva fallo 
decapitare Luigi XVI, Maria Antonietta, Madama Eli- 
sabetta, il duca d'Orleans, i Girondini, e perfino lo 
stesso Robespierre, aveva saputo altresì creare degli 
istituti di somma utilità per la pubblica istruzione in 
tutta la Francia. Dopo aver creato la Scuola Politecnica; 
decretò il 9 brumaio, anno 111 (30 ottobre 179i), la 
creazione di un'alta Scuola destinata « a rigenerare 
lo spirito umano in una repubblica di 25 milioni di 
uomini che la democrazia rende tulli uguali ». Questa 
era la Scuola Normale, cioè la Scuola regolatrice, la 
Scuola modello. Lo scopo ne era quello di formare non 
come alla Scuola Politecnica, degli uomini d'esecuzione, 
ma dei maestri, i quali insegnassero al popolo francese 
tutto l'insieme dello scibile umano, secondo i melodi 
più razionali e più filosofici. Ciò che i filosofi e i sa- 
pienti del secolo xviii avevano intrapreso in un'opera 
famosa, I'Enciclopedia, lo si trasportava nella pratica 
dell'insegnamento: inlendevasi fare della Scuola Nor- 
male «l'Enciclopedia vivente». La Repubblica accor- 
dava, tanto agli allievi della Scuola Politecnica quanto 
a quelli della Scuola Normale, un trattamento annuo 
di 1200 franchi. Bisognava, per esservi ammessi, di 
aver compiuto 21 anno. I professori non dovevano fare 
apprendere ai loro allievi che una cosa sola ; l'arte di 
insegnare. I giovani ammessi alla Scuola Normale do- 
vevano possedere i principi e gli elementi delle scienze, 
delle lettere e delle arti. Era dunque una cosa ben di- 
versa dalla Scuola Normale attuale, in cui si riceve 
l'alta istruzione, sempre però apprendendo ad insegnare. 
La Toscana del 1846 volle imitare, in quanto alla 
istruzione, la Francia del 1794. 



La sovvenzione accordata per agevolare la ricostnuione delle case 
danneggiate fu di lire ^80.000, ed il complesso dei pesi sostenuti dalla 
cassa regia per questo infortunio fu di lire 490.000, non calcolalo l'im- 
porto della condonata gabella sul ferro, né l'esenzione temporaria del- 
l'importo prediale concessa ai Comuni più offesi. Vedi Baldasseroni, 
op. cit., pag. 198. 



Capitolo Vili 83 

Con sovrano motuproprio del 28 novembre dell'anno 
suddetto, il granduca Leopoldo II, per consiglio e per 
opera di Gaetano Glorgini, istituiva in Pisa una Scuola 
Normale superiore teorico-pratica, la quale servisse 
alla formazione di abili ed idonei insegnanti, talché 
ne risultasse un'eletta di giovani, i quali, sì per la 
morale che per la scienza, dassero una garanzia per 
l'esercizio del magistero, cui si fossero dedicati. Questa 
Scuola fu aperta solamente al pubblico il 15 di no- 
vembre dell'anno appresso. Essa ebbe sua sede nel 
palazzo detto la Carovana, appartenente al Sacro In- 
signe e Militare Ordine di Santo Stefano papa e mar- 
lire (1). Sopra questo cadeva la maggior parte della 
spesa occorrente per l'Istituto, il quale doveva avere 
dieci posti gratuiti, oltre gli alunni paganti, che aves- 
sero voluto prolittarne. Correspettivamente a questo 
onere, l'Ordine non acquistava che diritti puramente 
onorifici, cioè il patronato dell'Istituto, e il diritto di 
presentare alla scelta del Sovrano Gran Maestro i gio- 
vani concorrenti fino alla metà dei posti gratuiti. Negli 
altri Stati d'Italia, nessun sovrano aveva pensato a 
creare una simile istituzione, onde il vanto ne rimase 
alla sola Toscana. 

Delle cure prodigate dal granduca Leopoldo II alla 
Maremma, e della predilezione da lui sempre mostrata 
a prò' della provincia grossetana, non furono ingrate 
quelle popolazioni, le quali vollero eretto sulla piazza 
maggiore di Grosseto, il l*' di maggio del 1846, un 
monumento marmoreo, il quale ammirasi anche oggidì. 
Esso i-appresenta Leopoldo II in piedi sopra un terreno 
già ridotto a cultura. Preme col piede un grosso serpe, 
ed a sinistra ha la Maremma raffigurata in una donna con 
due figli e coronata di giunchi. Il principe le porge la 



(1) La mattina del 15 novembre 1817, il canonico Ranieri Sbragia, 
che fu scelto a rettore, insieme con Gaspare Pecchioli, chiamato a di- 
rigere gli studi e gli esercizi accademici, pronunziò il discorso inau- 
gurale, in cui parlò dei molti vantaggi e dei larghi ed abbondanti 
frutti, che questa importante istituzione avrebbe dati. 



84 La Toscana dal 1824 al 1859 

mano, ed essa, appoggiandovisi per sollevarsi da terra, 
si è già alzata sul fianco, e fidente guarda il benefico 
sovrano. Uno dei figli rinvigorito carezza la mano del 
principe; l'altro è in grembo alla madre. Sulla base 
del monumenlo è incisa la seguente epigrafe : 

Alla gloria di Leopoldo li 

QUESTO monumento 

che bicordi ai futuri 

la riconoscenza 

d'una provincia rigenerata 

e il benefizio immortale. 

m.dccc.xlvi. 

I benefizi arrecati alla città di Livorno, al suo porto 
e al suo commercio dal Granduca e dal suo Governo, 
avevano suscitati, com'era naturale, dei sentimenti di 
gratitudine negli animi dei Livornesi e della rappre- 
sentanza comunale di quella città. Fin dal 1832, il Mu- 
nicipio aveva allegalo agli scultori Demi e Pazzi l'ese- 
cuzione delle statue dei granduchi Ferdinando HI e 
Leopoldo li; e come sito piìi adatto per erigervi quei 
monumenti fu scelta la graziosa ed elegante piazza del 
Voltane; ultimata la quale, il Municipio suddetto accol- 
lava agli scultori ornatisti. Giovannozzi e compagni, 
l'esecuzione di tutti gli ornamenti in marmo per Tim- 
basamento di quelle statue, esclusi i bassorilievi che 
furon poscia commessi agli scultori livornesi Demi, 
Mirandoli, Guerrazzi e Cambi, i quali dovevano ren- 
derli compiti entro il maggio del 1848. Ma l'inaugura- 
zione delle medesime avvenne nel settembre del 1847. 

La statua di Ferdinando IH era compiuta anche nei 
suoi accessori; a quella di Leopoldo II mancavano i 
bassorilievi che dovevano decorarne l'imbasamento ; 
raa, nel bollore demagogico del 1849, (juesta statua 
venne alterata ed infranta. 

Dopo la restaurazione furono apposte nell'imbasa- 
menlo della statua di Ferdinando III le due iscrizioni 
che riproduciamo, e che tuttora vi si trovano : 



Capitolo Vili 85 

A FERDINANDO IH PIO DI MENTE DI CUORE 
AUSPICE dell'opera IN VIRTÙ REGIE 

ONDE LA CITTÀ EMULO AGLI OTTIMI 

EBBE RICCO RISTORO COME ESSI NE RIPORTÒ 

d'acque salubri l'elogio VERACE 

GRATITUDINE PUBBLICA. IL PIANTO DEL POPOLO. 

Il Municipio labronico, quasi ad emenda del pazzo 
furore di alcuni cialtroni, volle che il valente scultore 
Santarelli scolpisse una nuova statua del granduca 
Leopoldo II, la quale venisse inalzata sulla piazza stessa 
del V^oltone. Nel 1855, fu inaugurata solennemente alla 
presenza del granduca e della famiglia reale, allorché 
il principe preparava alla sua Livorno nuovi e impor- 
tanti benefìcii. Neirimbasamenlo della statua furono 
incise le due seguenti epigrafi, dóve la politica non 
entrava per nulla: 

LEOPOLDO II 

TUTELATO IL COMMERCIO 

NE AMPLIÒ ED ABBELLÌ QUEST'EMPORIO 

CON STUDIO E ZELO INDEFESSO 

RESE FECONDE 

PALUSTRI TERRE 

VIVIFICÒ POPOLI 

AGRICOLTURA INDUSTRIA (1). 

11 21 gennaio del 1846 moriva Francesco VI duca di 
Modena. Questo principe non era privo d'ingegno, ed 
aveva una speciale attitudine per le cose di Stato. 



(l) Nel 1859, il popolo livornese, sebbene il Granduca avesse abban- 
donato la Toscana, noti rinnovò i vandalismi e le gazzarre del 1849. 
Le due statue rimasero al loro posto, e le epigrafi furono conservale. 
Ma nel 1865, la Magistratura comunale fece togliere le epigrafi dal 
piedistallo della statua di Leopoldo II. Tre anni dopo, cioè nel 1808, 
le surrogò con queste altre due. Ecco la prima : 

XIV Agosto MDCCCLIX 

l'Assemblea 

dichiara che la Dinastia Austro-Lorenese 

si è resa assolutamente incompatibile 

con l'ordine e la felicità della Toscana. 



86 La Toscana dal 18^24 al 1859 

Però egli era nemico acerrimo di Lullo ciò che sapeva 
di libertà e di progresso. Spese Irenl'anni di regno 
nel lener servi i suoi suddili coU'uso delia forza, lo 
spionaggio, gli esigli, le carceri, i paliboli. «Egli — dice 
Nicomede Bianchi — si adoprò a rendere le plebi 
rozze e supersliziose ; spense ogni franchigia munici- 
pale;.... fece la giuslizia arbilraria e pessima nelle pro- 
cedure segrele, infame nelle condanne e nelle pene. 
Solto il suo scetlro di ferro, era colpa il chiedere asili 
d'infanzia, soclelà di mutuo soccorso, carceri penilen- 
ziarie, strade ferrate, casse di risparmio, congressi 
scientifici.... Avendo in operosità pochi a sé pari, traf- 
ficava, sott'altro nome, di grani in Odessa, commer- 
ciava di legnami nella Stiria, speculava sui fondi pub- 
blici a Parigi, a Londra e ad Amburgo ; teneva strette 
in pugno le principali fila dello spionaggio austriaco 
in Italia (l) ». La sua morte fu salutala come un 
fausto evento ; ma tosto si comprese come di mutato 
non fosse che l'uomo ; il figlio e successore di lui, 
Francesco V, se non fu crudele come il padre, continuò 
tuttavia nei suoi principi reazionari ed assolutisti. 

[ Gesuiti in Modena avevano sempre spadroneggiato; 
ma non era stato così in Toscana, dove la Compagnia 
di Gesù, dopo la soppressione del 1773, non aveva 
messo più piede, non ostante che Pio VII l'avesse ri- 



La seconda poi dice cosi: 

Plebiscito del popolo toscano 
convocato nei Comizi 
i giorni 11 e 12 marzo 1860 
Voti per l'unione alla Monarchia 
Costituzionale del re Vittorio Emanuele 366,671 
Voti per il regno separato 14,925 
Voti nulli 4,949 
Come si vede, una statua eretta in segno d'onore, porta nella sua 
base due epigrafi ingiuriose. K pensare che, dal ISti8 ad oggi, niuna 
delle amministrazioni comunali, che si sono succedute, lia pensato di 
togliere un simile sconcio! E come ciò non bastasse, la piazza, sulla 
quale .stanno le statue di due granduchi, porta il nome di piazza Carlo 
Alberto. Incredibilia sed iicra .' 
(1) N. Bianchi, op. cit., tomo IV, pagg. 38-39. 



Capitolo Vili 



87 



prisUiiala nel 1814. Accadde però un Catto nel 1846, e 
precisamente in Pisa, il quale cercherò di esporre il 
più brevemente possibile. Auspice Monsignor Della 
Fanteria, Vicario Generale della Diocesi, alcuni retro- 
gradi della città, aiutati da parecchi dì fuori, avevano 
ideato d'impiantare in Pisa un Istituto, o Convento, 
come dir sì voglia, delle monache del Sacro Cuore. 
Queste suore professavano la regola ignaziana; e dove- 
vano, per obbligo d'istituto, ricevere la direzione spi- 
rituale dei gesuiti, per cui venivano chiamate gesui- 
tesse. Per istigazione dell'avv. Giuseppe Montanelli, 
professore di diritto commerciale nella Università di 
Pisa, fu deciso da molti cittadini ragguardevoli (l) di 
indirizzare una lettera al Conte Luigi Serristori, go- 
vernatore della città e provincia, nella quale il Monta- 
nelli, redattore della petizione, con enfatiche parole 
poneva in chiaro come di educatori femminili affidati 
alle monache ce ne fossero abbastanza in Pisa, e questi 
meritare di essere riformati secondo le esigenze dei 
tempi, non accresciuti di un nuovo, che infonderebbe 
nelle fanciulle, e per esse nelle famiglie e nella società, 
lo spirito gesuitico. « Ora — continuava la petizione 
— un centro di gesuitismo nella società toscana non 
può esistere senza una guerra più o meno latente alle 
nostre più vitali istituzioni, essendo la Compagnia di 
Gesù, a differenza d'ogni altra corporazione religiosa, 
una forza sociale, che per necessità organica delle sue 
intenzioni dominatrici tende all'assorbimento di tutti i 
poteri, quindi egualmente contraria al Principe ed al 
clero, dove non riesca ad attrarli nell'orbita dei suoi 
movimenti » (2). 

Il governatore Serristori accolse benevolmente la let- 
tera e si affrettò di spedirla a Firenze. Essa produsse 
l'effetto desiderato. 11 ministro Canipini, punto amico 



(t) 1 porsonags;! più noti per censo, per ino;eg;no e per nobiltà, che 
firmarono la lettera al Governatore, furono 14:2. 

(I) Vedi Montanelli, Memorie sull'Italia e specialmente sulla To- 
scana dal 1814 al 1850. Torino, 1853; tomo I, pagg. 100 e aegg. 



88 La Toscana dal 1824 al 1859 

dei gesuiti, e indignato anche perchè Monsignor Della 
Fanteria, non prevenendolo, aveva voluto fargli una fi- 
nestra sul tetto, persuase il granduca a revocare il 
permesso. Nello stesso tempo però il cav. Giuseppe 
Pauer, segretario di Stato per Tinterno, fece ammo- 
nire i professori dell'Università per la loro indebita 
ingerenza in cose che non li riguardavano: di che essi 
dolenti inviarono a monsignor Giulio Boninsegni, prov- 
veditore generale dell'Università, un'altra lettera, nella 
quale dichiararono che si eran mossi per sostituire una 
rimostranza civile ad una violenta, credendo di aver 
fatto opera di buoni cittadini e di sudditi onesti. E 
cosi tutto ebbe fine, con grande soddisfazione della cit- 
tadinanza pisana, e potremmo anche dire di tutta 
quanta la Toscana. 



CAPITOLO IX. 

Morte di Gregorio XVI ed elezione di Pio IX. — Promulgazione 
dell'amnistia ai condannati politici. — Entusiastiche accla- 
mazioni in tutta Italia. — Il cardinal Gizzi è nominato Se- 
gretario di Stato. — Opinione del principe di Metternich sul 
nuovo Pontefice. - Avvenimenti di Toscana. — Dulibiezze 
del granduca Leopoldo. — Minacciosi avvertimenti della 
Corte di Vienna al granduca ed ai suoi ministri. — Giuste con- 
siderazioni dell'ambasciatore Sardo a Firenze. — Rigore in- 
giustificato dei governanti toscani verso Massimo d'Azeglio. 
— II Montanelli contrario all'egemonia piemontese. — II Pri- 
viato morale e civile degV Italiani di Vincenzo Gioberti, e Le 
Speranze d'Italia di Cesare Balbo. — Le riforme negli Stati 
pontifici. — Agitazione politica in Toscana. — Il Montanelli 
si proclama grande agitatore. — Giudizio di Giuseppe Giusti 
sul Montanelli. — La polizia toscana sospetta di lui. — Sua 
lettera al ministro Campini. — Condizioni critiche del Gran- 
duca e dei suoi consiglieri. — Legge sulla stampa del 6 mag- 
gio 1847. 

11 primo di giugno del 1846, cessava di vivere il pon- 
tefice Gregorio XVI. Dottissimo in cose teologiche, era 
affatto ignaro dei negozi politici, e, durante i tre lustri del 
suo pontificato, gli affari di Stato furono diretti, prima 
dal cardinale Bernetti e poi dal card. Lambruschini (1). 



(1) Gregorio XVI non mancava di dignità. Quando lo Czar Niccolò I 
si recò a Roma nel 184.5, il Papa severamente lo redarguì per la sua 
intolleranza verso i cattolici polacchi ; e il despola moscovita non seppe 
cosa rispondere. — Cesare Cantù racconta che, nel 1844, essendosi re- 
cato a Roma, chiese un'udienza al Pontefice, che benevolmente lo ac- 
colse. 11 Cantìi, senza riflettere a quanto diceva, usci in queste parole: 
« Vostra Santità ed io siamo quasi patriotti (il Papa era di Mùssola 
« presso Belluno, e il Cantù era di Brivio vicino a Como), cioè nati en- 



90 La Toscana dal 1824 al 1859 



QuesTultimo, sel)bene possedesse vasta dollrina, era 
nemico acerrimo di ogni novità ; di carattere austero 
ed imperioso, veneratore dell'autorità, quanto più alta 
fosse, la voleva anco in lui stesso riverita; ed intendeva 
perciò di mostrarsi rigido e imperioso nei comandi. 

Resi gli onori novendiali al Papa defunto, il 14 di 
giugno del 1846, cinquanta cardinali si adunavano in 
conclave nel palazzo del Quirinale, e due giorni dopo 
avevano già compiuta l'elezione. Ne usciva eletto il 
cardinale Giovanni Maria dei conti Mastai-Ferretti di 
Sinigaglia, il quale aveva allora 54 anni. Egli era stato 
in missione al Cile, indi preposto alla direzione del- 
l'ospizio di Tata Giovanni in Roma; da Leone XII fu 
creato, nel 1827, arcivescovo di Spoleto ; poi da Gre- 
gorio XVI trasferito ad Imola nel 1832; e promosso 
cardinale dal titolo dei Santi Piero e Marcellino ai 
14 dicembre del 1840. In memoria di Pio VII, stato 
egli pure vescovo d'Imola, il neo-eletto prese il nome 
di Pio IX. 

Il principe di Metternich caldeggiava l'elezione del 
cardinale Lambruschini ; mentre il Guizot, primo mi- 
nistro del re Luigi Filippo, aveva incaricato il conte 
Pellegrino Rossi, ambasciatore francese a Roma, di 
sostenere strenuamente l'elezione del cardinale Gizzi. 
Ma, eletto papa il cardinale Mastai, tanto l'Austria 
quanto la Francia dovettero accettare il fatto compiuto. 
Sulle prime, il popolo di Roma, che desiderava l'ele- 
zione del Gizzi, rimase indifferente alla nomina del 
Mastai ; ma poi, sapendo come il Lambruschini fosse 
portato sugli scudi dal gabinetto di Vienna, si mostrò 
contento del Mastai, il quale godeva fama di uomo 
mite, generoso e alieno dagl'intrighi della politica (1). 



« trambi nel Lombardo-Venfilo, p, per conseguenza, sudditi austriaci ». 
Gregorio XVJ, lattosi serio, così gli rispose: « (".aro signore, allorcliè io 
«venni al mondo, nacqui suddito della Serenissima Hepubblica di 
«San Marco; ora, come Pontefice, non son suddito di chicchessia». 

(1) In quel tempo, un iiello spirilo (non è stato mai possibile sapere chi 
egli fosse) scrisse un sonetto tutt'altro die bello, clie fu stampalo alla 



Capitolo IX 91 

Un mese dopo la sua elezione, sotto la data del 16 lu- 
glio 1846, il nuovo Papa pubblicò un decreto di generale 
amnistia a favore di tutti i condannati, fuorusciti ed 
inquisiti politici dello Stato. Questo decreto fu scritto 
a quanto si disse, dalla mano stessa del Papa e motu 
proprio dell'animo suo. Nel suo concetto era questo 
un atto di sovrana clemenza (1); ma gl'Italiani, non 
abituati a certi slanci dì generosità per parte dei loro 
principi, interpretarono quell'inatteso perdono cornei] 
segno precursore della bramata conciliazione del sacer- 
dozio e del papato colla libertà. Disgraziatamente, non 
era così. 

L'8 di agosto, il Papa nominava a suo segretario dì 
Stato il cardinal Gizzi, che era stato Nunzio a Torino. 
Era questi un uomo di buon cuore, ma aveva gli stessi 
difetti di Pio IX : scarsa dottrina e perpetua incer- 
tezza d'animo, che rendevano infruttuose la buona vo- 
lontà di ambidue. Ciò non ostante, le popolazioni delle 
varie città d'Italia acclamavano al Papa riformatore ; 



macchia, e che portava questo titolo : Sonetto a rime obbligate sulla 
elezione del cardinale Mastai. Eccolo : 

Lia Provvidenza ci donò un bel chicco 

Quando Mastai vestì di Piero il Iucca; 
E Satana, muggendo come un mucca, 
Fé il viso del color dell'oroc/iicco. 
Il Lambruschini, quell'astuto micco. 
A cotale lezion restò di stucco, 
E, coniro il vaticinio iTAbaciicco, 
Giurò che la gran nave andrebbe a picco. 
Quind'egli offerse a' suoi seguaci il lecco. 
Tentando l'are al Papa un certo smacco, 
Dell'Aquila imperiai lidato al becco. 
Ma Pio. die non è fanciul da cocco. 

Darà sul capo a questo nuovo Cacca 
Col bastone, che adopera San Rocco. 
(I) Quest'amnistia era tutt'altro che larghissima. Si escludevano dal 
perdono i preti, i militari, gl'impiegati; e si costringevano i perdonati 
a dichiarare solennemente sul proprio onore di volere adempiere ad 
ogni dovere di buon suddito: promessa la quale inchiudeva confes- 
sione di reità. 



92 La Toscana dal 1824 al 1859 

e questi applausi se solleticavano la sua vanità, gli tur- 
bavano ranimo, pel timore che nascessero dipoi, come 
nacquero infatti, gravi complicazioni. 

L'Austria mirava con occhio bieco questo manife- 
starsi del sentimento nazionale negli Stati romani, in 
Toscana e nel Regno supalbino; e il vecchio principe 
di Mellernich non poteva persuadersi che ci fosse un 
Papa liberale (1). Discorrendo, nel febbraio del 1847, 
coU'ambascialore sardo a Vienna, il Cancelliere impe- 
riale diceva: «La peggior disgrazia di questo tempo è 
quella di avere un Papa liberale. Certamente la reli- 
gione non può perire; ma non si può non concepire 
seri timori sull'avvenire del popolo, quando si vede il 
Santo Padre logorare colle mani il principio d'autorità, 
che forma la base e l'essenza del cattolicesimo ». 

Ed ora vediamo ciò che accadeva in Toscana. Sulla 
fine del 1846, avvenivano dei tumulti in Modigliana 
contro i carabinieri pel contrabbando ; il Vicario regio 
fu costretto a fuggire, cinquanta persone venivano in- 
tanto processate, e poi perdonate ; a Pescia e a Pistoia 
scoppiavano nuovi tumulti ; a Monsummano e al Borgo 
a Buggiano, il 4 e 5 gennaio del 1847, in causa del 
prezzo dei grani, succedevano litigi con ferimenti. 
Quasi contemporaneamente venivano, a Pisa, insul- 
tati l'arcivescovo e il governatore ; pareccbi giovani 
furono arrestati, e poi rilasciati per intercessione dei 
professori Montanelli e Centofanti. Si arrestarono anche 
molti altri giovani sospetti di partecipazione alla stampa 
clandestina; la gioventù s'infervorava; e si spargevano 
per la città satire ed ingiurie contro le autorità co- 
stituite. 

Il granduca non si sentiva ancora tratto a conces- 
sioni di ordine politico; ma, continuando i migliora- 
menti in genere, si occupava a favorire il progresso 



(I) « Le Pape liberal n'esl pas un f'-tre possible >. MKTTEUNrcif, Me- 
tnoires, toin. VII. E air.^rciduca Ranieri scriveva: <: Il étail réservé 
« au mond d'avoir le .spcctacle d'un Papa faisant du liberalisme ». 



Capitolo IX 9'i 

delle arti, delle lettere e delle scienze. L'aristocrazia 
liberale era disposta a seguire il nuovo indirizzo poli- 
tico, ma con grande cautela, senza troppo volersi com- 
promettere; mentre i cittadini d'idee avanzate non la- 
sciavano sfuggire occasione alcuna per riscaldare gli 
animi e prepararli alla lotta per conquistare la li- 
bertà. 

Era allora ministro austriaco presso la corte di Fi- 
renze il barone Filippo di Neuraann, al quale il prin- 
cipe di Metternich aveva ingiunto di sorvegliare atten- 
tamente il granduca ed i suoi ministri, nel timore che 
l'esempio di Roma li trascinasse a qualche politica 
novità. Essendo accaduti, come di sopra abbiamo detto, 
alcuni tumulti in diversi luoghi del granducato, il ga- 
binetto di Vienna ne aveva preso occasione per offrire 
aiuti d'armi, accompagnati da consigli di ferma resi- 
stenza. Queste offerte, che somigliavano a delle mi- 
nacce, avevano reso mogio e timoroso il granduca, al 
quale grandemente ripugnava un intervento straniero 
nei suoi Stali. Intanto più operosi si facevano i ma- 
neggi e gl'intrighi austriaci per tenere Leopoldo 11 
lontano dall'entrare nelle via delle riforme, allorché 
esse ebbero risvegliato nello Stato pontificio una così 
insolita concitazione d'animi da far temere prossima 
la rivoluzione. Metternich, che stava cogli occhi aperti, 
credette opportuno di scrivere una lettera al granduca, 

nella quale dicevagli: « Si ricordi V. A. che l'Austria 

è odiata in Italia, perchè serve di argine poderoso alla 
rivoluzione. 11 sovrano della Toscana deve scolpirsi 
bene in mente che né egli, arciduca d'Austria, né il 
re di Napoli, di sangue borbonico, verranno tenuti in 
conto di principi italiani da coloro, i quali proclamano 
di voler cacciare dalla penisola tutti gli stranieri. Se 
i sudditi di V. A. si lasciassero trascorrere ad alti di 
ribellione. Ella avrebbe sempre modo di ricondurli 
all'obbedienza coli' Inter vento delle armi imperiali. Badi 
poi di non lasciarsi indurre a concessioni, le quali 
costringessero l'Austria ad appigliarsi a quei provve- 
dimenti, che sarebbero richiesti dai suoi interessi e 



94 La Toscana dal 1834 al 1859 

dai suoi diritti sulla Toscana (1) ». Questa lettera era 
il colmo dell'impudenza e dell'ingiuria. 11 Cancelliere 
austrìaco considerava il Granduca non come un prin- 
cipe indipendente, ma come un vassallo dell'Impero, 
E le sue minacce non si fermarono qui. Alcuni gio- 
vinetti si permisero di deturpare in Livorno lo stemma 
imperiale sovrapposto alla porta del Consolato austriaco. 
Metlernich scrisse al barone di Neumann di portarsi 
dal Granduca e dai suoi ministri a dichiarar loro che 
« ove non si risvegliassero e non si appigliassero a par- 
titi risoluti e pronti a frenare gli agitatori, VAnstria 
provvederebbe, e ne risulterebbero conseguenze assai 
pili gravi di quelle che dal governo toscano si potessero 
prevedere». 

Ma le cose eran giunte a tal punto, che questi am- 
monimenti non potevano ottenere l'ett'etlo bramato 
dal gabinetto di Vienna ; tant'è vero che il marchese 
Carrega, ministro sardo a Firenze, scriveva al conte 
Solaro della Margarita: «Bisogna supporre che il 
principe di Metternich non sia informato a sufficienza 
delle condizioni vere del governo granducale. Sono 
persuaso che se egli le conoscesse, e a lui fosse nota 
lo slato degli animi di queste popolazioni, compren- 
derebbe che l'usar modi energici e severi genererebbe 
conseguenze funeste. L'uso di tali mezzi è imprudente 
quando a un governo mancano quelli di costringere, 
occorrendo, il popolo all'obbedienza. Tentativi di re- 
pressione senza risultato chiarirebbero lo sfinimento 
delle forze tìsiche di questo governo, e gli farebbero 
perdere quella forza morale che tuttora possiede. I 
provvedimenti gagliardi e severi, consigliati dal prin- 
cipe di Metternich, aumenterebbero l'odio degl'Italiani 
contro l'Austria. In essi si scorgerebbe una necessità 
subita dal governo toscano, e dai medesimi si trarrebbe 
un valido argomento per rafforzare l'opinione, già a 
sufficienza diffusa, che la corte di Vienna sottomano si 



(1) Lettera del principe di Metternich al granduca, 5 aprile 1817. "— 
In Bianchi, op. cit., tom. V, pag. 36. 



Capitolo IX 95 

adoperi a provocare torbidi nei minori Stali italiani 
per occuparli militarmente (1) ». 

Parole assennalissime erano queste, e corrisponde- 
vano esattamente allo slato reale della Toscana. E il 
governo di Leopoldo II avrebbe dovuto, con politica 
antiveggenza, chiamare al maneggio della cosa pub- 
blica quegli uomini seri e moderati, che avevano fama 
di liberali, i quali cercavan tutti i mezzi possibili 
per cementare la concordia fra il Principe e il popolo. 
Invece, i governanti toscani fecero tutto il contrario; 
e spinsero perfino il rigore (o, per dir meglio, la paura) 
a impedire un lungo soggiorno in Firenze a Massimo 
D'Azeglio. « Io — narra il Giusti — non fui presente 
al soggiórno del D'Azeglio in Firenze, ma so che egli 
in ([uei di fu l'uomo raro dei liberali e dei dilettanti 
di curiosità e il batisette della polizia, che dopo un tal 
pranzo ribelle, che gli dettero i liberali d'allora, non 
potè reggere alla paura di lui e dell'Austria, e lo mise 
ai confini, assegnandogli il tempo e la via. Fui pre- 
sente bensì quando si fermò a Ponledera, di dove gli 
era stato ingiunto di recarsi a Livorno senza toccar 
Pisa, tenuta per una specie di Pentapoli liberalesca e 
per la petizione e per essere Università. Andammo a 
incontrarlo in parecchi, e il comodo della via ferrata 
balestrò là una frotta di scolari, che gli si afìbllaron 
d'intorno, e ai quali egli disse parole franche ed oneste, 
incoraggiandoli a perseverare nel proposito di rialzarsi, 
a coltivare l'ingegno, a onorare e servire la Patria. Fui 
parimente al pranzo, che gli fu dato in Livorno a imi- 
tazione di quello di Firenze, al quale, tolto il Guer- 
razzi, intervennero tulli i notabili del paese ('2) ». 

Il Montanelli, che ha sempre dimostrato avversione 
a Carlo Alberto e all'egemonia piemontese, nega che 
il D'Azeglio fosse allora venuto in Toscana per iscre- 
ditare il Granduca, e eoa lui gli altri principi d'Italia 



(1) Dispaccio confidensiale Carrega, Firenze, 26 maggio 1847; in 
Bianchi, op, cit., tom., V^ pag. 37. 

(2) Giusti, Memorie, pagg. 54-55. 



^6 La Toscana dal 1824 al 1859 

a benefizio della Casa di Savoia. E dice il vero ; che 
a Massimo D'Azeglio una tal cosa non era neanche 
passata per la mente ; ma il Montanelli ne prende occa- 
sione per iscrivere queste parole: «La congiura uni- 
taria albertina trovava ostacoli insormontabili, non 
negli affetti di municipio e nelle convinzioni repubbli- 
cane, ma nella diffidenza per l'uomo, che avrebbe do- 
vuto essere mònade dell'unità (1) ». 

Tre anni prima degli avvenimenti che stiamo rac- 
contandoj un illustre filosofo, l'abate Vincenzo Gioberti, 
piemontese, pubblicava un libro intitolato : Del Primato 
monde e civile degV Italiani. Quest'opera, che fece tanto 
rumore in quei giorni, può esser considerata come la 
Bibbia del nuovo partito, che allora prese il nome di 
neo-guelfo, e diventò il programma della rivoluzione 
del 1848. L'idea cardinale del libro era questa, che 
non solo nulla fosse possibile in Italia contro il papa 
e senza il papa, ma che nulla si dovesse tentare se 
non con lui e per lui. Nel papato, egli indicava agli 
Italiani la forza rigenerati'ice di un mondo sconvolto, 
e lo additava come paciere delle nazioni, come gloria 
della sua patria. Il Gioberti scriveva come se fosse vis- 
suto nel Medioevo ; egli dimenticava di vivere nel se- 
colo XIX ; e coi suoi propri occhi aveva veduto come 
la teocrazia romana fosse tutt'altro di quello che egli 
stesso s'immaginava; a causa della sua potestà tem- 
porale, il papato oscillava fra la dipendenza politica 
dell'Austria o della Francia. Giuseppe La Farina, in 
un'acuta e breve critica dell'opera giobertiaua, dice: 
« Come mai dalla monarchia religiosa potevasi dedurre 
il dogma della libertà civile, e dal culto dell'autorità 
quello della ragione? La libertà in tutte le sue mani- 



(l) Montanelli, op. oit., tom. I, pag. Ii3. — 11 Montanelli cita le se- 
guenti parole a lui delle da Gino Capponi: « lo piglio il governatore 
piemontese a Firenze; ma non cospiro con un re, e poi conosco l'uomo 
di vecchio, e so che cospirare sempre, lusingare di qua e di là, o sa- 
criticarc, dove gli torni, chiunque a lui si affida, è il fare di Carlo 
Alberto ». 




Carlo Lodovico di Borbone Duca di Lucca 



Capitolo IX 97 

festazioni non è stata che una guerra contro il papato. 
Come si è costituita la scienza laicale? separandosi 
dalla religiosa; il diritto civile? separandosi dal diritto 
canonico. Il papato, che non tollera né la ragione sto- 
rica, né la libertà religiosa, né la libertà civile, è la 
pietra angolare d'ogni dispotismo ». Il Primato contiene 
altre mende, prima fra tutte la mole del libro. Quando 
si tratta di scritti, i quali debbono produrre una grande 
sensazione sui governi e sui popoli, è d'uopo essere 
concisi; altrimenti si stanca il lettore, e si ottiene, per 
conseguenza, l'effetto contrario. Un altro errore — come 
fu avvertito da molti — fu quello di non aver detto 
verbo dell'Austria ; e questo silenzio irritò alquanto il 
partito liberale. 1 fautori del Mazzini ed anche i costi- 
tuzionali domandavano e con ragione : Come dovremo 
flisfarci deW Austria? 11 Gioberti stimò forse superfluo 
il farne parola: brutto modo di risolvere le questioni 
col declinarle ! 

I Gesuiti non si lasciarono ammaliare da alcune lodi, 
che il Gioberti aveva loro elargite nel suo libro. Essi 
da varie partì assalirono e fecero assalire fieramente il 
libro e l'autore. E la stessa Corte di Roma non fece 
buon viso a questa apologia del papato, e condannò 
l'opera giobertiana. Gli altri governi italiani la pro- 
scrissero parimente, sia per le idee d'indipendenza da 
ogni signoria straniera, ivi contenute, sia per la paura 
che destava un'opera, che tesseva l'apologia della na- 
zionalità italiana. 

II governo piemontese adottò un espediente, che 
equivaleva alla proscrizione ; permise che il libro fosse 
diffuso, colla condizione che i compratori lasciassero 
alla censura il proprio nome. È facile comprendere 
come ben pochi si giovassero di sì pericolosa conces- 
sione. Soliti tentennamenti di Carlo Alberto e del suo 
governo ! 

Nel novembre del 1843, pochi mesi dopo la pubbli- 
cazione del Primato di Vincenzo Gioberti, venivano 
scritte le Sperarne d'Italia di Cesare Balbo. Questo 
libro non si potè stampare in Italia, perché i governi 

L. C.iPl'ELLETTI 7 



98 La toscana dal 1824 al 185& 

della Penisola non lo avrebbero permesso. Il re Carlo 
Alberto ordinò al cav. Domenico Promis, suo Biblio- 
tecario, di leggere il manoscritto del Balbo. Dopo averlo 
letto, il Promis lo trovò degno di essere pubblicato per 
le stampe; e il Re decretò che fosse stampato, ma fuori 
del regno. Così, al principiare del 1844, pubblicavansi 
in Parigi le Speranze d'Italia di Cesare Balbo. Questo 
libro giovò grandemente alla causa nazionale ; e giovò 
anzitutto per la qualità della persona, che aveva trat- 
tato il gravissimo argomento. « Premeva — così il Mon- 
tanelli — di levar di testa a moltissimi che le idee 
nazionali fossero grilli di capi scarichi, castelli in aria 
di spiantati, al che l'intervento del Balbo nella trat- 
tazione di quelle immensamente giovava (1) ». 

E ora torniamo al 184(5. Nei primi fervori dell'entu- 
siasmo, suscitato per l'amnistia largita da Pio IX, ba- 
stavano le grida e gli applausi ; poi si chiese e si ottenne 
che si allargasse il freno alla stampa; e Roma ne diede 
l'esempio. Quivi sorsero nuovi giornali come il Con- 
temporaneo e la Bilancia; a Bologna si pubblicarono 
il Felsineo e Vitaliano, tutti di opinioni temperate. In- 
tanto cominciavano a Roma le riforme. Quindi vennero, 
a qualche intervallo, la legge sulla censura, la istitu- 
zione della Consulta, il consiglio di Stato, il consiglio 
dei Ministri. Quest'ultimo, però, composto di chierici, 
senza laico alcuno, fu inaugurato il 16 giugno del 1847, 
primo anniversario della elezione di Pio IX. 

L'agitazione diifusa in tutti gli Stati d'Italia mante- 



(l) Montanelli, op. cit., tom. I, pag. 73. — Per dare un'idea del come 
furono accolli fuori, del Piemonte, i due libri del Balbo e del Gioberti, 
riportiamo uno spiritoso epigramma di Vincenzo Salvagnoli, che, in 
breve tempo, fece il giro di tutta l'Italia : 

Italia mia, non è, s'io scorgo il nero, 
Di chi t'offende il difensor men fero. 
Grida il Gioberti die tu se' una rapa 
Se tutta non ti dai in braccio al papa; 
E il Balbo grida : dai Tedeschi lurchi 
Liberar non ci possono che i Turchi. 



Capitolo IX t)d 

nevasi ben viva anche in Toscana, per le condizioni 
sue più esposte a subire l'influenza degli esempì, che 
venivano da Roma. Napoli e il Piemonte poteron re- 
sistere più lungamente. 11 Montanelli, nelle sue Me- 
morie, ha rivendicato per sé il vanto di essere stato il 
grande agitatore, o almeno il più accorto degli agita- 
lori toscani. E questo è vero, e ninno ha mai tentato 
d'impugnarlo. Nel seguito di questo libro, noi vedremo 
ciò che egli fu, senza nascondere quei po' di bene che 
fece, ed il male che arrecò alla Toscana. Il Giusti nelle 
sue Memorie io giudica alquanto severamente. « Il 
Montanelli — egli dice — non ha né forte sentire né 
forte pensare. È uno di quegli animi, che si caricano 
a furia di emozioni cercate, come l'uomo fiacco cerca 
la forza nel vino, e il melanconico l'esilarazione dal- 
l'oppio. Esso può avere una fissazione più o meno lunga, 
fermezza no; e credendo di dominare uomini e cose, è 
dominato sempre da tutti e da tutto... Nel '31 fu della 
Giovine Italia; nel '33 sansimonista ; poi socialista e 
comunista ; poi ateo ; poi bacciiettone ; poi giobertiano; 
poi daccapo mazziniano ; insomma è un essere che, per 
islare in gamba, ha bisogno di essere qualche cosa. Fa 
per fare : se faccia bene o se faccia male non sa o non 
cura sapere; fa, e tanto gli serve (I)». 

Il governo non ignorava i maneggi del Montanelli; 
e nella primavera del 1847 venne al ministero il so- 
spetto che egli lavorasse attorno a un disegno di co- 
stituzione, della quale sarebbesi fatta tumultuaria do- 
manda. 11 Montanelli lo seppe, e furando le mosse alla 
polizia, si rivolse con, lettera al ministro Cempini ; 
attribuì a quella il pensiero di eseguire perquisizioni 
nel di lui domicilio, atfettò di adontarsene e ridersene 
insieme, e rifiutando il disegno imputatogli, si die a 
interpellare il ministro con queste parole: « Chi vuole 
le biribissaie delle Camere '? dove sono in Toscana gli 
uomini del Parlamento?». Era una lettera ben singo- 



(l) Giusti, Memorie, pagg. 28-29. 



100 La Toscana dal 1824 al 1859 

lare, che, per soverchia paura, fu dal buon Cempini 
distrutta con altre carte nel febbraio del 1849 (1). 

Il granduca e i suoi consiglieri, minacciati quotidia- 
namente dall'Austria, si trovavano in condizioni diffi- 
cili ; resistere alle ingiunzioni del Gabinetto di Vienna 
era un affare assai scabroso; mettersi contro la pub- 
blica opinione era lo stesso che agevolare il compito 
ai rivoluzionari. Il governo toscano finì col persuadersi 
di non osteggiare il movimento popolare, guidato da 
uomini d'idee temperate; e frutto di questa persuasione 
furono la legge del 6 maggio 1847 sulla stampa, e i 
motupropri sovrani del l** giugno. La nuova legge ri- 
conosceva il diritto di discutere rispettosamente gli 
fatti del governo; istituiva in ogni provincia consigli 
di revisione, e dava facoltà di appellare dal Consiglio 
provinciale al Consiglio centrale residente in Firenze. 
11 Montanelli si valse tosto di questa riforma per dare 
alla facoltà, concessa dalla legge di discutere gli atti 
del governo, la più larga applicazione. Ma di ciò, e del 
progredire delle riforme in Toscana, noi discorreremo 
più diffusamente nei seguenti capitoli. 



(1) Vedi Baldasseroni, op. cit., pag. 214. 



CAPITOLO X. 

Carlo Lodovico di Borbone, duca di Lucca. — Suo ritratto. — 
Sua avversione a qualunque idea di riforma. — Concessioni 
a lui estorte dalla paxira. — Egli pensa di vender Lucca al 
granduca di Toscana. — Tommaso Ward a Firenze. — Con- 
seguenze che avrebbe apportato alla Toscana l'acquisto di 
Lucca. — Irritazione del gabinetto di Vienna, perchè non 
consultato. — Compenso pecuniario dato a Carlo Lodovico 
per la cessione di Lucca — Il granduca prende possesso 
dello Stato lucchese. — Indignazione del popolo contro Carlo 
Lodovico. — Giovan Battista Niccolìni. — Suoi sentimenti 
politici. — Il granduca promulga la legge sulla libertà della 
stampa. — Apparizione di giornali a Firenze, a Livorno e a 
Pisa. — Dolore dei popoli della Lunigiana per il loro distacco 
dalla Toscana. — Una compagnia di milizie estensi occupa 
di sorpresa la terra di Fivizzano. — Sdegno dei Toscani per 
questo atto brutale. — Il barone Bettino Ricasoli è inviato 
come legato straordinario del granduca al re Carlo Alberto. 
— Suo colloquio a Genova con questo Sovrano. — Contegno 
subdolo del duca di Modena. — Convenzione stipulata fra 
questo Principe e il governo toscano. — Progresso delle ri- 
forme nel granducato. — Ampliamento della Real Consulta 
di Stato. — Creazione del ministero di giustizia e grazia. — 
Istituzione della Guardia civica. — Entusiasmo in Firenze 
e nel rimanente dello Stato. 

Fino dal marzo del 1824, regnava in Lucca Carlo 
Lodovico di Borbone, Infante di Spagna, succeduto alla 
madre Maria Luisa, la quale fu regina d'Etruria dal- 
l'agosto del 1801 al dicembre del 1807; e regnò quindi 
in Lucca dal 1817 al 18M. Carlo Lodovico aveva spo- 
salo, nel 1820, la principessa Maria Teresa taglia di 
Vittorio Emanuele 1, re di Sardegna, dalla quale ebbe 
un unico tìglio, a cui diede il nome di Ferdinando 
Carlo. 



102 La Toscana dal 1824 al 1859 

Di Carlo Lodovico ci ha lascialo il seguente ritratto 
il doti. Emilio Casa, ricco signore, pieno d'ingegno e 
di cultura, il quale mi onorò sempre della sua ami- 
cizia, fin da quando io mi trovava professore a Parma 
dal 1879 al 1882. « Borbone di razza decaduta — così 
egli ha scritto — Carlo Lodovico aveva non pertanto 
l'ingegno vivace, molta e varia dottrina, mite l'animo; 
se non che le prerogative sue si erano andate guastando 
colle dissipazioni e il mal costume. Instabile nelle am- 
bizioni, nei proposili, negli studi, nelle amicizie, nel- 
l'amore, nella fede, seppe e fece un po' di tutto senza 
profitto suo. Randagio, prodigo, giuocatore, famoso 
per debili, per noncuranza della famiglia, dello Stato, 
dei sudditi, talvolta orgoglioso, pii!i spesso prono da- 
vanti ai potenti, apparve buono piuttosto per debolezza 
che per virtù. Si accumunò volontieri colle persone 
volgari e intromittenti; delle oneste fuggì la consuetu- 
dine. Predilesse i cortigiani umili e a lui procaccianti: 
non gli piacquero i caratteri integri, che gli facevano 
vergogna e paura. Non favorì le scienze, non le arti, 
non le lettere... Gli speculatori di regie fecero fortuna 
a Lucca, ed egli, purché avesse danari, li lasciava 
fare (1) ». 

Nei trattalo di Vienna del 1815 era stato stabilito 
che il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla ver- 
rebbe dato, sua vita naturai durante, a Maria Luigia 
d'Austria, vedova di Napoleone 1; e, lei morta, il duca 
di Lucca sarebbe salito sul trono di Parma, e Lucca e 
il suo territorio verrebbero dati al granduca di Toscana. 

Nel 1847, mentre in quasi tutta Italia allargavasi il 
movimento riformista, il duca Carlo Lodovico dichia- 
rava essere egli sovrano assoluto, e non intendeva 
affatto di cambiare gli ordinamenti dello Stalo. Ma 
l'energica resistenza della popolazione lucchese, la 
quale non lardò a scoppiare in un popolare tumulto, 



(1) E. Casa, Parma da Maria Luigia Imperiale a Vittorio Ema- 
nuele IL Parma, Tipografia Rossi-Uhaldi, 1901. 



Capitolo X 103 

lo faceva scappare a Massa; e il i*^ settembre, ema- 
nava uà decreto, col quale autorizzava il Consiglio di 
Stato a concedere la guardia civica, ed istituzioni si- 
mili a quelle della Toscana. Recatosi poi a Modena, 
riusciva, per mezzo del suo ministro Tommaso Ward (1), 
a concludere col granduca la cessione anticipata di 
Lucca alla Toscana. Erano allora ministri di Leopoldo li 
il marchese Cosimo Ridolfl, direttore del dipartimento 
di Stato (cioè ministro dall'interno), e il conte Luigi 
Serristori, che sopraintendeva al dicastero degli affari 
esteri, unitamente a quello della guerra. 

Veramente le proposte fatte dal Ward, in nome del 
suo sovrano, giunsero improvvise e, per molte ragioni, 
anco inopportune, l ministri vecchi — come giusta- 
mente osserva il Baldasseroni — rammentarono le con- 
seguenze, che seco trarrebbesi dietro la reversione di 
Lucca, secondo il disposto dell'atto finale del Congresso 
di Vienna, in quanto non fosse stalo modificato dal 
Trattato segreto del 1844 (3); e chiamatavi sopra l'at- 
tenzione si trovò che i Vicariati di Barga e Pietrasanta 
erano stati redenti col sacrifìcio del Pontremolese, 
cosicché l'acquisto di Lucca portava la perdita di tutta 
la Lunigiana, passando a Modena il Vicariato di Fiviz- 
zano e a Parma il rimanente (3). 

Il Montanelli, abituato a criticare lutto quello che 
non ha fatto lui, scrive (jueste parole: «A Ridolfi 
l'idea di slargare i confini, ingranducando il bel ducatino 



(1) Costui nacque in Inghilterra, non si sa in qual città né in quale 
anno. Da principio fu mozzo di stalla, poi fantino nelle scuderie del 
barone di Lewemberg. Veniva con lui a Lucca ; e piacque a Carlo Lo- 
dovico, che lo creò suo primo cameriere. Tommaso Ward era d'ingegno 
perspicace, di maniere entranti, di parola briosa e adulatrice ; divenuto 
un po' per volta, dicono per servigi ignominiosi resi al Duca, che 
amava le donne, uomo di fiducia, barone e ministro delle finanze. 11 
Montanelli lo loda, perchè, secondo lui, aveva buon senso, era cortese 
ed aveva il fare da galantuomo. — Leggasi ciò che dice del Ward il 
conte Cesare Sardi nel suo ottimo libro intitolato : Lucca e il suo du- 
cato dal 18U al iS59. Firenze, 191-2; pagg. 171 e segg. 

{■à) Vedi il capitolo VII di questo libro. 

(3) Baldassehoni, op. cit., pag. 249. 



104 La Toscana dal 1824 al 1859 

lucchese, fece girare la testa, e, infatuato di Lucca, 
non pensò alla povera Lunigiana, e l'offerta di Ward 
gli parve una manna, e cheto cheto tirmò il trattato, 
aspettandosi al divulgarsi di quello una gran battuta 
di mani » (1). 11 Montanelli, scrivendo queste parole, 
diceva cosa non vera. Né il granduca né i suoi mi- 
nistri dimenticarono punto che l'acquisto di Lucca 
portava il distacco della Lunigiana ; e previdero con 
rammarico il ben ragionevole dispiacere di quelle po- 
polazioni ; « e — soggiunge il Baldasseroni — se non 
poterono prevedere in tutta la loro estensione i disor- 
dini che ne procederono, perchè non erano da aspet- 
tarsi, e furono nella massima parte provocati dagli agi- 
tatori, niuno dirà che quando pur tutti gli avessero 
preveduti, la savia politica non dovesse domandare 
che si affrontassero, piuttosto che respingere la pro- 
posta cessione di Lucca (2) ». 

L'Austria s'irritò allorché venne a cognizione che il 
trattato fra il duca di Lucca e il granduca di Toscana 
era stato stipulato senza neanche consultarla. 11 cava- 
liere de Schnitzer, che reggeva la legazione austriaca 
in Firenze, non ci fece al certo una bella figura, an- 
dandosi a lagnare, un po' troppo tardivamente, col 
conte Serristori. Ma ormai la cosa era fatta ; e biso- 
gnava perciò fare' buon viso a rea fortuna. 

Al duca Carlo Lodovico, in compenso della sovranità 
lucchese, ceduta traslativamente al granduca, veniva 
assegnata l'annua rendita di un milione e 200,000 lire, 
sino alla reversione del ducato di Parma. Tanto il duca 
quanto suo figlio conservavano i titoli, l'uno di duca, 
l'altro di principe di Lucca, finché potessero prendere 
quelli della sovranità parmense. 

Il trattato del 4 ottobre 1847 sarebbe con molta pro- 
babilità riuscito oneroso alla finanza toscana; ma ebbe 
una durata brevissima, perchè il 17 dicembre di quel 
medesimo anno cessava di vivere in Parma l'arcidu- 



(1) Montanelli, op. cil., toin. II, pag. 'ài. 

(2) Baldàbseroni. loc. cit. 



Capitolo X 105 

chessa Maria Luigia, e l'Infante Carlo Lodovico pren- 
deva possesso dei ducati di Parma e di Piacenza. 

Intanto il granduca Leopoldo II inviò a Lucca il 
marchese Pier Francesco Rinuccini a prender possesso 
di quello Stato, con proclami, leggi e promesse acconce 
a gratificare gli animi di quegli abitanti, nel momento 
in cui venivano a far parte della Toscana. Pochi giorni 
dopo, il granduca, la granduchessa e il giovinetto prin- 
cipe ereditario si recavano a Lucca, dove furono fe- 
stosamente accolti, sebbene vi regnasse un senso di 
rammarico per la perduta autonomia ; tant'è vero che 
parecchi signori dell'aristocrazia si tennero in disparte, 
evitando possibilmente di associarsi al governo. Ma 
costoro dimenticavano come il principe, che li aveva 
governati per ben 23 anni, avesse depauperato le finanze 
dello Stato, e poi li avesse venduti come fossero stati 
un branco di pecore. « Ciò che maggiormente pungeva 
la dignità dei cittadini — scrive il Sardi — era quel- 
l'essere mercanteggiati a danaro. Siamo stati venduti 
come carne di maiale, scriveva un cronista del tempo. 
La parte del popolo più seria e tranquilla restò muta 
e addolorata; quella che più facilmente si lascia sobil- 
lare dai mestatori si dette ai tumulti, corse la città 
schiamazzando, rompendo gli stemmi borbonici, sfre- 
giando in piazza la statua di Maria Luisa (opera del 
Bartolini), dando il guasto ai casotti delle sentinelle, 
sforzandosi rumorosamente in grida di esecrazione 
contro il duca, festeggiato ed acclamato un mese in- 
nanzi (1) ». 

Il movimento liberale toscano, capitanato dal Ridolfi, 
da Ubaldino Peruzzi, da Carlo Fenzi, da Leopoldo Cem- 
pini, da Antonio Mordini, non era riuscito ad aggregarsi 
Giovan Battista Niccolini, professore di storia e mito- 
logia nella I. e R. Accademia di Belle Arti, e autore 
della famosa tragedia Arnaldo da Brescia (2), che egli 



(1) Sardi, op. cit., pag. 274. 

(2) Fu stampata a Marsiglia sul 1843, proprio nel momento in cui il 
Gioberti ed il Balbo proponevano all'Italia di unirsi sotto il supremo 
potere del pontefice. 



106 La Toscana dal 18M al 1859 

aveva pubblicata da poco tempo, e nella quale fie- 
ramente stigmatizzava il potere temporale dei Papi. 
Egli, senza immischiarsi nella politica militante, aveva 
tenuta sempre alta la memoria della italianità e l'an- 
tica tradizione razionalista italiana. « Il Montanelli — 
egli diceva — viene ogni giorno ad esorcizzarmi perchè 
diventi papista, come son divenuti tutti quegl'imbecilli 
dei miei amici, che sono affogati nell'acqua benedetta... 
Chi potrebbe aver pazienza con questi buffoni che sì 
lasciano pigliare nella ret^ come tanti pesciuzzi da un 
prete ciurmatore, e pretendono che la ragione umana 
per un sogno di 18 giorni cancelli la storia di 18 se- 
coli? Io sono in rotta con tutti ; so che si ricrederanno, 
e presto, ma non perciò li voglio più d'intorno (l) ». 
Il 6 di maggio del 1847, il Granduca, scosso dalle 
petizioni che gli piovevano da tutte le parti, le quali 
lo invitavano a promulgare una legge sulla stampa, 
che fosse in armonia coi nuovi tempi, firmò questa 
legge tanto desiderata, ma che a parecchi non piacque, 
e forse non a torto. Essa permetteva i giornali con 
approvazione sovrana, cauzione e revisione, e qua- 
lunque opera o scritto che non offendesse la religione, 
il governo, e discutesse rispettosamente i suoi atti. Il 
giorno 8 facevasi una dimostrazione di ringraziamento 
al Granduca; ma, nel medesimo tempo, cominciavano 
a Livorno delle dimostrazioni prò e contro la legge. 
Don Neri Corsini, marchese di Lajatico, governatore 
della città, disapprovò formalmente tali dimostrazioni 
(13 maggio), pregando «le persone, capaci di riflettere, 
a penetrarsi della necessità di desistere dalle tumul- 
tuarie dimostrazioni, sempre increscevoli e sempre pe- 
ricolose ». Ciò non ostante, gli agitatori non desistet- 
tero dai loro tenebrosi conati; laonde la plebaglia 
livornese commise tosto degli eccessi, che produssero 
conseguenze funeste. La maggior parte dei giornali, 
« traviando dal loro scopo di appagare la curiosità in 



(l) F. S. Orlandini, Vita e Scritti di G. B. Niccolini, pag. 



100, 



Capitolo X 107 

un colla istruzione dei lettori, si fecero a predicare 
false ed inopportune dottrine, a raccomandare imprese 
precipitate, a spargere la dissensione quando più d'uopo 
vi era di unione, di prudenza, e di sane cognizioni (1) ». 

Intanto a Firenze usciva la Patria, organo dell'av- 
vocato Vincenzo Salvagnoli, del barone Bettino Rica- 
soli e dall'abate Raffaello Lambruschini ; poi VAlba, 
diretta dall'esule siciliano Giuseppe La Farina; a Li- 
vorno, il Corriere Livornese ; ed a Pisa, V Italia, com- 
pilata dai professori Centofanti e Montanelli, periodico 
liberale, è vero, ma ripieno di misticismo cattolico che 
il popolo non capiva. Degli altri minori giornali di 
vario colore, surti in appresso, non occorre far motto, 
perchè troppo futili e svergognati. Ciò non ostante, 
erano letti con indicibile avidità dagl'insipienti e da 
tutti quelli che nel rivolgimento sociale speravano tro- 
vare il loro conto, senza avvedersi che incitavano le 
forze di ripulsione (2) ». 

Avanti di proseguire la narrazione dei moti riformisti 
nella Toscana, dobbiamo volgere il discorso a cose di- 
spiacevoli, cioè al distacco dei popoli della Lunigiana 
dal granducato, per essere aggregati, parte alla domina- 
zione estense e parte a quella parmense. Quelle buone 
popolazioni, affezionate al granduca ed al suo governo, 
provavano indicibile dolore nel distaccarsene. Esse non 
riflettevano però che il governo toscano non poteva 
dispensarsi dal recare ad esecuzione trattati suggeriti 
da politiche convenienze, e solennemente stipulati, 
senza rendersi fedifrago al cospetto del mondo intero. 
E nemmeno riflettevano all'insufficienza delle proprie 
forze, per opporre valida resistenza ai sovrani di Mo- 
dena e di Parma, entrambi sicuri dell'appoggio au- 
striaco, al quale la Toscana non poteva, disgraziata- 
mente, in verun modo opporsi. D'altra parte, i giornali 
infiammavano le popolazioni lunensi in sì fallace pro- 
posito, « quando più avrebbero dovuto impiegare la 



(1) ZoBi, storia civile della Toscana; tomo V, pag. 59. 
{i) ZoBi, loc. cit. 



108 La Toscana dal i8U al 1869 

loro influenza per renderli docili all'impero delle cir- 
costanze, acciocché la grande impresa della riforma 
nazionale non dovesse patirne ritardi fatali e nocu- 
mento ». 

Il Granduca, sebbene vedesse l'impossibilità di far ri- 
manere sotto il suo scettro le popolazioni di Fivizzano, 
di Pontremoli e paesi limitrotì, pur nondimeno, impres- 
sionato dall'agitazione manifestatasi con un'apparenza 
cosi lusinghiera per lui, si adoprò per vedere se vi 
fosse modo d'intendersi, anco provvisoriamente, col 
duca di Modena e col futuro duca di Parma, per con- 
ciliare diversamente questa pendenza. Inutile rimase 
ogni tentativo col primo, il quale insisteva per avere 
la consegna immediala di Fivizzano, Invece il duca 
Carlo Lodovico acconsentì che fosse differita la con- 
segna di Pontremoli e di Bagnone fino al momento 
in cui egli salirebbe sul trono di Parma ; ma siccome 
ciò accadde poco dopo, per la morte dell'arciduchessa 
Maria Luigia, questo accomodamento rimase, esso pure, 
senza effetto. 

Un distaccamento di milizie estensi, comandato dal 
capitano conte Guerra, occupò, quasi a sopresa, la 
terra di Fivizzano, in un modo poco decoroso per la 
Toscana, e che diede anche occasione ad atti di bar- 
barie con spargimento di sangue. 11 governo grandu- 
cale trovavasi in mezzo a gravi difficoltà : le popola- 
zioni delle principali città tumultuavano, domandando 
che alla forza si opponesse la forza. Le legazioni di 
Francia e d'Inghilterra a Firenze consigliavano la 
calma e l'arrendevolezza di pronti accordi per estin- 
guere quel nuovo fomite di pericolose agitazioni. II 
Legato austriaco invece difendeva, a spada tratta, la 
causa del duca di Modena, minacciando perfino un 
intervento armato. Allora i ministri granducali assen- 
natamente pensarono di sollecitare i buoni uffici del 
papa Pio IX e del re Carlo Alberto; e consigliarono 
il granduca d'inviare a Torino, come suo legato stra- 
ordinario, il barone Bettino Ricasoli. Questi incontrò 
a Genova il re Carlo Alberto, che affabilmente lo ac- 



Capitolo X 109 

colse, e gli promise di usare della sua influenza per 
ottenere una riparazione onorevole al granduca Leo- 
poldo verso il contegno del duca di Modena, che ei 
mostrò disapprovare. Il Bicasoli, dopo aver parlalo 
col re e col conte dì San Marzano, ministro degli af- 
fari esteri, potè persuadersi che la benevolenza ope- 
rosa della Sardegna non verrebbe meno alla Toscana; 
« ma al tempo stesso si confermò vieppiù nel sospetto 
concepito parlando col re, che grande fosse in lui e nel 
suo ministro il dubbio di poter riuscire a qualcosa di 
efficace, per la convinzione, che ambidue avevano, che 
il duca di Modena agisse dietro l'impulso e i suggeri- 
menti dell'Austria (1) ». 

Tostocliè si ebbe notizie in Pisa del modo con cui 
Francesco V si era fatto padrone della terra di Fiviz- 
zano. una folla di gente, in preda alla più viva irrita- 
zione, la sera del 16 novembre, corse al palazzo del- 
l'arciduca Ferdinando d'Este, situato lungarno non 
lungi dal palazzo reale, e a furia di sassate fracassò 
tutte le vetrate del pian terreno. Il ministro Rìdolfi 
biasimò, e con ragione, questo atto di violenza, e la 
Guardia civica offerse il suo braccio per mettervi freno. 

Intanto il governo toscano, appoggiato dal Papa e 
dal re di Sardegna, se non potè ottenere, per mezzo 
di un largo compenso pecuniario, che Fivizzano rima- 
nesse sotto il suo antico sovrano, ottenne però che la 
questione fra i due governi, toscano ed estense, ter- 
minasse nel miglior modo possibile. Il duca Francesco V, 
uomo irascibile e testardo, si piegò finalmente a fir- 
mare una convenzione, secondo la quale le milizie 
estensi, entrate in Fivizzano, ne uscirebbero; vi entre- 
rebbero quindi i commissari toscani e modenesi, gli 
uni e gli altri scortati da un ufficiale con dieci soldati, 
e rogherebbero l'atto solenne di cessione e di consegna. 
Cosi i poveri Fivizzanesi dovettero diventare sudditi 



(1) Dispaccio Ricasoli al Ministro degli Affari esteri in Firenze ; 
Genova, 21 novembre 1847; in BiAXcni, op. cit., toni. V, pugg. 47-48. 



Ilo La Toscana dal \SU al 1859 



del duca di Modena, come, un mese più tardi, diven- 
nero suddilì del duca di Parma gli abitanti di Pon- 
tremoli e di Bagnoiie. 

Ed ora torniamo a parlare delle riforme, largite dal 
granduca ai suoi popoli. 

(>oì mutupropri del lo giugno si crearono due Com- 
missioni, runa incaricata di compilare un codice ci- 
vile, rispondente alle condizioni sociali, morali ed eco- 
nomiche dello Stato ; l'altra di compilare un codice 
penale; ed a questa era affidata la cura speciale di de- 
terminare con sicurezza gl'ingerimenti del ministero di 
polizia. Il granduca volle che questa seconda com- 
missione ritenesse la soppressione della pena di morte. 

Con altro motuproprio del 24 agosto 1847, fu am- 
pliala la real Consulta di Stato, e ne furono estese le 
attribuzioni consultive in modo che per essa gli affari 
più rilevanti dello Stato avessero maggior larghezza e 
gravità di discussione prima di esser portali alla san- 
zione sovrana. Fu composta dì 10 consultori ordinari, 
e di nove straordinari, e doveva esser sentita in tutti 
gli affari governativi d'interesse generale, e di grave 
momento non solo, quando si trattasse di provvedere 
al permanente Benessere dello Stato, ma anche all'oc- 
correnza di straordinarie circostanze. Tra gli atfari di 
competenza della Consulta erano la formazione di 
nuove leggi e regolamenti generali, le modificazioni o 
dichiarazioni delle leggi esistenti, gli annui bilanci 
preventivi e consuntivi delle finanze, le vendite di 
beni nazionali, la formazione di debiti a carico dello 
Stato, gli appalti ed i provvedimenti repressivi, le 
mancanze in ufficio dei regi funzionari. 

Le attribuzioni sue erano meramente consultive ; 
« ma la sfera era vasta, e non poteva dubitarsi che 
il voto di quel Collegio, quantunque semplicemente 
consultivo, sarebbe riuscito autorevole (1) ». 

Questa Consulta di Stato fu interamente composta di 



(1) Baldasseroni, op. cit., pag. 234. 



Capitolo X ili 

alti funzionari governativi; « e se il senso e le capacità 
indipendenti vi furono chiamate a parte — osserva lo 
Zobi — ciò fu in troppo piccola proporzione ». Essa 
formavasi di consultori ordinari e straordinari : i primi 
erano i Presidenti della Corte di Cassazione e della 
Corte Regìa, il Regio Procuralor Generale, il Soprain- 
lendente dei Sindaci prò tempore, il prof. Pietro Capei, 
il marchese Pier Francesco Rinoccini, il marchese Co- 
simo Ridolfì e il cav. Leonida Landucci. Erano con- 
sultori straordinari : il Presidente del Buon Governo, 
i tre governatori di Livorno, di Pisa e di Siena, il 
Segretario del Regio Diritto, l'Avvocato Regio, il Gon- 
faloniere di Firenze prò tempore, il marchese Gino 
Capponi e l'avv. Ranieri Lamporecchi. Le provincie 
non avevano alcun rappresentante nella ricostruita 
Consulta pei titoli di capacità e di possesso, e ciò fu 
errore grandissimo (1). 

Creata così la nuova Consulta, fu trovato conveniente 
d'istituire il Ministero di Giustizia e Grazia, al quale 
fu elevato il cavaliere Baldassarre Bartalini, già presi- ' 
dente della vecchia Consulta, colla qualità e grado di 
Consigliere di Stato. Il Bartalini era un magistrato 
valente, di carattere onesto ed integro ; ma, essendo 
unicamente educato agli esercizi forensi, entrando nei 
consigli del Principe non poteva recarvi che vedute 
assai limitate, cioè le tradizioni del Collegio di cui 
era stalo a capo. 

Il Granduca credeva compiuta la serie delle riforme; 
ma gli eventi costrinsero la sua volontà a piegarsi a 
nuove e più salienti concessioni. La spinta partì dai 
giornali, e sopratutto daìVAlba, la quale, sin dal suo 
primo apparire, aveva chiesto con grande istanza la 
istituzione della guardia civica. Le magistrature citta- 
dine si associano ai giornali ; e a questi e a quelle si 
associa il popolo per via di petizioni e di pubbliche 



(1) Anche Pio IX aveva creata una Consulta di Stato; e i consultori 
appartenevano alle respettive provincie, ed erano, per la maggior parte, 
cittadini facoltosi e non stipendiati dal governo. 



llià La Toscana dal 18^4 al 1859 

dimostrazioni. Il granduca, impaurito dalle minacce 
austriache, tentennava ; ma spinto dai conforti del go- 
verno britannico e dai consigli della Consulta, cedette 
aitine; e con decreto del 4 settembre creò la guardia 
civica e la dichiarò istituzione dello Stalo. Il popolo 
festante lo acclamò; le provincie mandarono deputati 
a Firenze ad aggiungere al plauso della capitale quello 
di tutte le altre terre del granducato. E il Granduca, 
commosso dalla pubblica letizia, chiamò alla direzione 
del ministero il marchese Cosimo Ridolfi, nome ono- 
rato e caro alla cittadinanza, il quale assunse il go- 
verno col programma dell'aumento dell'esercito, della 
costituzione dei municipi e delle provincie per mezzo 
delle elezioni popolari. 

Nel suo proclama al popolo, il Principe diceva: 
« Toscani ! la Guardia civica è un'istituzione conser- 
« vatrice, istituzione di garanzìa dell'ordine sociale, 
« della sicurezza pubblica e privata. Accoglietene l'or- 
« dinamento come un nuovo pegno della illimitata 
« fiducia, che in voi ripone il vostro Principe e 
« Padre ». 

L'entusiasmo generale giunse al colmo : la cittadi- 
nanza fiorentina si recò in bell'ordine sulla piazza dei 
Pitti, gridando Viva Leopoldo II! Il Sovrano si af- 
facciò al balcone, tenendo al fianco i giovinetti figli, 
Ferdinando e Carlo, insieme col marchese Ridolfi, loro 
educatore. « Unanimi, clamorosi, assordanti — scrive 
lo Zobi — furono gli evviva a Colui, che nel nome 
compendiava antichi e recenti benefizi, ed ai quali la 
folla, accalcala sulla piazza e sue vaste adiacenze, fa- 
ceva eco fragorosa e commovente (1) ». Un comitato 
composto dei professori Ferdinando Zannetti e Giorgio 
Pellizzari, del marchese Ferdinando Bartolommei, del 
cav. Luigi Mannelli, dell'avv. Antonio Mordini e di 
Pasquale Benini, desiderò di essere ammesso alla 
reggia per rassegnare al Granduca i sentimenti di ri- 



(I) ZoBi, St. civ. della Toscana: toni. V, pag. lU. 



Capitolo X Ilo 

conoscenza, che animavano le genti intorno a quella 
convenute, non che l'intera capitale. 

11 Principe ricevette nuovamente il comitato sud- 
detto, il quale gli presentò un caloroso indirizzo, e a 
qiieslo Leopoldo II rispose con parole affettuose, strin- 
gendo la mano a tutti quei signori. Quindi si affacciò 
nuovamente al balcone, e impugnata la bandiera to- 
scana (bianca e rossa), la sventolò, e poscia la calò a 
chi stava di sotto; «per cui un assordante grido di 
giubilo parve sacramentare alleanza eterna fra la di- 
scendenza granducale ei Toscani ». Ahimè, che questo 
accordo fra Principe e popolo non doveva essere di 
lunga durata ! E lo dimostreranno gli avvenimenti, che 
racconteremo nel seguito di questo libro. 



L. Cappelletti 



capìtolo XI. 

Impressione prodotta in Torino dagli avvenimenti dell'Italia 
centrale. — Il Re Tentenna. — Dimostrazione di pacifici cit- 
tadini aggredita brutalmente dalla polizia — Lettera di Vin- 
- cenzo Gioberti a Giovan Pietro Vieusseux. — Lord Minto a 
Torino. — Suo colloquio con Carlo Alberto. — Questi licenzia 
i ministri più invisi al popolo. — Riforme largite da Carlo 
Alberto. — Ripugnanza di questo Sovrano a concedere una 
Costituzione. — Sua lettera al granduca di Toscana. — Leo- 
poldo II e don Neri Corsini, marchese di Lajatico. — Mi- 
nacele austriaclie al granduca. — Dimissione del Ministero. 
— Nobili parole di un Ministro al suo Principe. — Nomina 
di un nuovo Ministero. — La rivoluzione in Sicilia. — Le mi- 
lizie regie sconfitte. — Dimostrazioni a Napoli. —Il re Ferdi- 
nando li concede la Costituzione — Allegrezze in Piemonte 
e in Toscana. — Parole di Sir Abercromby al cav. Giulio 
Martini, legato toscano in Torino. — Commissione nominata 
da Leopoldo II per ampliare le riforme. — Carlo Alberto an- 
nunzia ai suoi popoli la promulgazione dello Statuto. — Lo 
stesso fanno il granduca di Toscana e il Pontefice. — La que- 
stione delle leggi Leopoldine in materia giurisdizionale. — In- 
giuste rimostranze del Papa al Granduca. — Fine della ver- 
tenza. 

I giornali di Roma e di Firenze si leggevano con 
grande avidità in Torino, e pubblicamente si commen- 
tavano. Gli animi si andavano ogni giorno accendendo 
alle notizie dell'Italia centrale; e tutti volevano le ri- 
forme; le volevano i nobili, i banchieri e persino i 
preti, perchè da Pio IX iniziate. I soli opponenti erano 
i gesuiti e i retrogradi, che avevano adito a Corte, 
non che parecchi ufficiali superiori dell'esercito, i quali 
non sapevano nemmeno cosa volesse dire Italia. Carlo 
Alberto, caldissimo per l'indipendenza, non lo era 



Capitolo XI 115 

molto per la libertà; di più, quel suo contegno irreso- 
luto, incerto, ondeggiante fra un partito e l'altro, gli 
aveva meritato il soprannome di Re Tentenna. Un gio- 
vine medico, Domenico Carbone, uscito allora dall'Uni- 
versità, scrisse una poesia, al disotto del mediocre, se 
vogliamo, ma oltremodo mordace, intitolala appunto 
Il Re Tentenna; e, per mezzo di persone influenti, fece 
in modo che essa capitasse nelle mani del re, il quale, 
invece di esserne irritato, ne fu umiliato e desolato. 
Egli capiva benissimo come gl'Italiani avessero in 
lui poca o punto fiducia; e se ne rammaricava. Ma, 
dopo tutto, di chi era la colpa? 

Intanto la polizia imperava spavalda e provocante in 
tutto il Piemonte. Un'innocente dimostrazione, com- 
posta di parecchie centinaia di persone, che cantavano 
inni patriottici e plaudivano dinanzi al palazzo del 
Nunzio apostolico, fu all'improvviso brutalmente aggre- 
dita da carabinieri e da sbirri, che percossero e feri- 
rono gl'inermi cittadini senza distinzione di sesso o di 
età. Questo modo di agire della polizia, indecente e 
brutale, svegliò nella città una grande agitazione; si 
fece circolare la nota dei feriti e degli arrestati : se- 
guirono giudiziali querele : furon fatte pubbliche pro- 
teste; grande fu il risentimento, universale la riprova- 
zione (1). 

Il Gioberti, che doveva poi diventare ministro di 
Carlo Alberto, scriveva da Parigi, in data del P no- 
vembre 1847, una lettera a Giov. Pietro Vieusseux, 
nella quale tratteggiava con foschi colori la figura del 
redi Sardegna, accusandolo di tradire la causa italiana, 
e dicendo che egli voleva finire come aveva cominciato, 
collo spei'giuro e col sangue ("2). E più sotto soggiuu' 
geva : « La paura sola ha su di esso qualche forza ; 



(I) Vedi la mia Storia di Carlo Alberto e. del suo regno. Roma, Vo- 
ghera, 1891; pagg. 310-311. 

U) Vedi Carteggi italiani inediti o rari, raccolti ed annotati da 
Filippo Orlando. Firenze, Fratelli Bocca, 1896; Prima Serie, fascicolo 3", 
pag. 63. 



116 La Toscana dal 1824 al 1850 

dobbiamo dunque pigliarlo da questo canto. Bisogne- 
rebbe che i giornali toscani sì accordassero sostanzial- 
mente insieme nel parlare delle cose piemontesi se- 
condo i teimini seguenti: lo Evitare ogni elogio di Carlo 
Alberto, enei tempo medesimo ogni ingiuria personale; 
2o Dichiarare che se la Gasa di Savoia non muta stile, 
l'Italia non deve piìi avere fiducia in essa... 3° Dimo- 
strare infine che il procedere attuale del re di Sardegna 
riuscirà infallibilmente a una rivoluzione, e che la po- 
sizione del Piemonte, la vita labile di Metternich e del 
re Luigi Filippo rendono impossibile Tanlivedere le 
conseguenze ». 

A Torino l'agitazione era estrema. Molti speravano, 
ma molti pure temevano. Le potenze europee si mo- 
stravano grandemente ostili alla causa italiana, se si 
eccettui l'Inghilterra che, in quei giorni, esternò le sue 
simpatie per l'indipendenza della penisola. A tal uopo, 
lord Palmerston inviò in Italia Gilberto Elliot-Murray, 
conte di Minto, personaggio celebre, esperto di cose 
politiche, e che, dal 1841 al 1846, fu primo lord del- 
l'Ammiragliato nel ministero presieduto da Roberto 
Peel. Appena giunto in Torino, vide il re, impigliato 
nelle incertezze di una sospettosa politica di aspetta- 
zione. Lo consigliò francamente a rompere gli indugi, 
mostrandogli esser quello il solo mezzo per riconqui- 
stare la fiducia del suo popolo, e non gli nascose che 
i pericoli della resistenza si eran fatti maggiori di quelli 
della concessione. Carlo Alberto allora si decise a licen- 
ziare i ministri più invisi al popolo, cioè, il conte So- 
laro della Margarita e il marchese di Villamarina; e 
chiamò a surrogarli il marchese di San Marzano e il 
generale Broglia. E il popolo non nascose la sua conten- 
tezza (1). Il monarca sardo temeva che l'Austria volesse, 
colla scusa dì proteggerlo contro la rivoluzione, met- 
tere il piede in Piemonte. Egli odiava qualunque siasi 



(l) Vedi la mia Storia di Carlo Alberto ecc., pagg. 314-315. — Si 
noti che tanto il San Marzano quanto il Bro-ilia erano due t'aniosi re- 
trogradi. 



Capitolo XI 117 

intromissione straniera nei suoi Stati; e nei primi anni 
del suo regno, avendo il duca di Brogiie, primo mini- 
stro dei re Luigi Filippo, fatto intendere a Carlo Alberto 
che se un solo soldato austriaco si fosse permesso di 
entrare in Piemonte, la Francia avrebbe fatto passare 
le Alpi a un corpo d'armata per opporlo agli Austriaci, 
il re fece rispondere che considererebbe come un atto 
d'ostilità l'entrata nei suoi Stati di qualunque corpo 
d'esercito, da lui non chiesto né desiderato. 

il re Sabaudo non voleva sentir parlare di costitu- 
zione; tant'è vero che diceva al marchese di Villama- 
rina: « Je ne veux point entendre parler de constitu- 
tion ». Secondo lui, bastava che i suoi popoli avessero 
delle buone leggi. Il 29 e il 30 settembre del 1847, il 
re, in una serie di editti, segnava il punto che egli 
credeva non doversi oltrepassare, editti, come ben dice 
lo Sclopis, che nel loro complesso mutavano l'ordina- 
mento interno della monarchia di Savoia, « senza nulla 
apparentemente detrarre all'assoluto potere ». Questo 
era l'ideale di Carlo Alberto. S'istituiva un tribunale 
di Cassazione, il che faceva cessare l'autorità suprema 
degli antichi Senati ; si promulgava il Codice di pro- 
cedura penale, in cui s'introduceva il processo orale 
colla difesa degl'imputati ; si abolivano le giurisdizioni 
eccezionali dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e 
dei magistrati di Sanità, costituendosi un Consiglio 
superiore e Consigli sanitari provinciali presieduti dagli 
Intendenti (1) ; e si abolivano pure le eccezionali giu- 
risdizioni dell'uditor generale di Corte e del conserva- 
tore generale delle regie caccie e della regia delegazione 
per le cause dell'economato generale; si limitava la 
giurisdizione dell'uditor generale di guerra ; si aboliva 
il privilegio di fòro spettante al regio patrimonio ; si 
istituiva il Supremo Consiglio in Torino per gli affari 
di Sardegna, e si accordava la cognizione degli affari 



(1) Nel Reame di Napoli ed in ((uello di Sardegna, gl'intendenti equi- 
valevano ai Prefetti d'oggidì. 



118 La Toscana dal 1824 al 1859 

giudiziari dell'isola alla Corte di Cassazione; e, nelle ma- 
terie amministrative, si dichiaravano giudici ordinari in 
tali materie i consigli d'intendenza con un pubblico 
ministero. A queste riforme altre se ne aggiunsero, e 
tutte quante di ordine amministrativo: ma la monar- 
chia rimaneva sempre assoluta. Il 3 novembre del 1847, 
fu stipulata in Torino una lega doganale fra i rappre- 
sentanti del Piemonte, della Toscana e di Roma, « per- 
suasi che la vera e sostanziale base di una unione 
italiana sia la fusione degl'interessi materiali delle po- 
polazioni che formano i loro Stati ». Ma di largire una 
Costituzione non c'era neanche l'idea. Al granduca 
Leopoldo 11, suo cognato, Carlo Alberto, il 2 gennaio 
del 1848, così scriveva: « Vostra Altezza desidera di 
conoscere il mio modo di vedere ; e io risponderò franco. 
Io penso di attuare una forma di governo, nella quale 
il mio popolo abbia tutta quella libertà, che è possibile 
colla conservasione della monarchia. Credo che in tal 
guisa si possa stabilire un savio governo, nel quale la 
libertà e i personali vantaggi siano maggiori di quelli 
che s'incontrano in certi governi costituzionali, ove la 
libertà è una finzione, e l'amministrazione dello Stato 
si mantiene basandosi sulla corruzione. A raggiungere 
il mio fine, da molti anni io mi sono occupato d'una 
serie di leggi pubbliche progressivamente. Uno dei la- 
vori più fondamentali e importanti della nostra monar- 
chia è la legge comunale, che è in sull'essere pubbli- 
cata. Essa s'innesta agl'interessi dei campagnuoli ; e in 
virtù della medesima, per una serie di elezioni, gli 
eletti possono salire dall'amministrazione municipale 
fino al Consiglio di Stato (1) ». 

Ma gli eventi ormai s'imponevano ai principi italiani. 
Fin dal settembre del 1847, don Neri Corsini, marchese 
di Lajatico, governatore di Livorno, aveva consigliato 
il granduca Leopoldo II a largire lo Statuto. 11 Prin- 
cipe aveva da poco tempo elevato il Corsini al grado 



(1) Vedi N. Bianchi, op. cit., loro. V, pag. 90. 



Capitolo XI 119 

di Ministro degli affari esteri, coti ingiunzione di trat- 
tenersi a Livorno fino all'arrivo del successore. Al 
consiglio, che quegli avevagli dato di largire uno 
Statuto costituzionale, Leopoldo II aveva risposto colle 
frasi tronche : « Si compromette il paese ; io non lo 
credo conveniente ». Leopoldo aveva accennato velata- 
mente all'intervento austriaco. Ed infatti, il principe 
di Metternich aveva dichiarato al cav. Lenzoni, mi- 
nistro toscano a Vienna, che il granduca «era un sem- 
plice usufruttuario di un lyatrimonio imperiale; però 
non aveva facoltà alcuna di menomare i diritti di piena 
autorità e giurisdizione sulla Toscana, che, estinguen- 
dosi la sua famiglia, dovevano ritornare intatti alla Casa 
imperiale d'Austria; e il Capo Augusto di essa, ove 
pertanto venissero lesi, provvederebbe a tutelarne l'in- 
tegrità nei modi che gli sembrerebbero più acconci (1) ». 

11 21 di settembre erano avvenuti gravi tumulti in 
Livorno, i quali avevano impensierito il marchese di 
Lajatico, che, sotto l'impressione di quei moti, aveva 
continuato ad insistere sulla sua proposta. 11 granduca, 
impaurilo dalle minacce austriache, mostravasì ognora 
titubante ; i Ministri, per lasciar libera la mano al Prin- 
cipe, si dimisero tutti ; e fra questi vi fu chi disse con 
leale franchezza al Sovrano: «Comunque Ella pensi, 
V. A. non potrà essere né assolutista né costituzionale 
a suo arbitrio ; le condizioni della Toscana esigeranno 
sempre che Ella acconci le forme del suo governo con 
quelle che prevarranno nel maggior numero degli altri 
Stati d'Italia ». Questo concetto fu accolto senza favore 
e senza ira « comecché enunciasse il caso probabile, 
non che possibile, d'una necessità non ancora arrivata, 
ma alla quale sarebbe stato d'uopo opportunamente 
rassegnarsi (2) ». 

Con i motupropri del 27 settembre, il marchese di 
Lajatico fu dispensato da ogni carica, e il consigliere 



(1) Dispaccio I.ensoni al Ministro degli Affari esteri in Firenze. 
Vienna, 10 settembre 1847 ; in Bianchi, op. cit., tom. V, pag. 91. 
(3) Baldasserojji, op. cit., pag. 2|l. 



120 La Toscana dal 18M al 1869 

Pauer fa messo a riposo. Il marchese Ridolfl gli suc- 
cedette nel posto di direttore del Dipartimento di Stato; 
il conte Serristori fu nominato ministro degli affari 
esteri, e direttore del Dipartimento della guerra; e il 
cav. Giuseppe Sproni, comandante la real guardia del 
Corpo, fu col grado di General Maggiore inviato a so- 
stenere provvisoriamente l'ufficio di Governatore di 
Livorno. 

Vediamo ora cosa succedeva nel reame delle Due Si- 
cilie. 11 lo settembre del 1847 insorse la città di Messina; 
e questo eroico tentativo fu soifocato nel sangue (1). 
Nel gennaio del 1848, e precisamente il giorno 12, 
genetliaco del re Ferdinando II, Palermo inalberò il 
vessillo della rivoluzione. Dopo lungo ed ostinato com- 
battimento, i regi furono sopraffatti e dovettero fuggire 
sul continente. Dopo Palermo, insorsero Messina, Ca- 
tania, Siracusa, Girgenti, in una parola tutte le altre 
terre dell'isola. Nel febbraio si costituì in Palermo un 
governo temporaneo, il quale si affrettò a convocare il 
Parlamento, a tenore delle forme stabilite dalla costi- 
tuzione del 1812. 

Dalla Sicilia il moto insurrezionale si propagò in 
terra ferma. A Napoli intanto si facevano continua- 
mente delle dimostrazioni, che la polizia era impotente 
a reprimere. Allora Ferdinando II, costretto a cedere, 
pubblicava il 29 gennaio un editto, col quale promet- 
teva la Costituzione; e questa fu promulgata 13 giorni 
dopo, cioè il 10 di febbraio. 

Giunta intanto a Torino la notizia che il monarca 
napoletano aveva largito lo Statuto ai suoi popoli, si 
radunò subito una gran folla sotto il palazzo dell'in- 
viato del re delle Due Sicilie, famigerato retrogrado, 



(t) Della sua resistenza ad ogni atto di liberalismo, le Potenze eu- 
ropee (specialmente l'Austria e la Russia) si congratularono con Fer- 
dinando II. Il conte di Ludolf, ministro napoletano a Roma, interrogò 
il governo papale se permetterebbe che un esercito austriaco passasse 
per sostenere, all'uopo, il re di Napoli. Il Cardinale Ferretti, Segretario 
di Slato, rispose un bel no; aggiungendo che sarebbesi egli in persona 
portato ai conlini, per impedirne il passo ai Tedeschi. 



Capitolo XI i'ii 

il quale, pur facendo buon viso agli applausi popolari, 
fu il primo — egli che conosceva bene il suo re — a 
meravigliarsi dell'accordala costituzione. 

Quando si seppe in Firenze che il re di Napoli aveva 
concesso lo Statuto, il popolo, in segno di esultanza, 
si recò al duomo per render grazie a Dio del benefìcio 
conseguito dai suoi fratelli dei mezzodì. Le cose erano 
giunte a tal punto, che bisognava andare innanzi a 
qualunque costo. Il granduca, che aveva sempre davanti 
a sé lo spauracchio dell'Austria, per mezzo del cav. Mar- 
tini, suo inviato a Torino, fece interrogare il ministro 
inglese, colà residente, il quale era molto addentro nel 
pensiero di lord Palmerston. Alla domanda del Martini, 
sir Abercromby diede la seguente risposta: «Sin dal 
primo giorno nel quale i principi italiani sono entrati 
nella via delle riforme, noi abbiamo dichiarato al ga- 
binetto di Vienna che, senza prenderci alcun pensiero 
del contegno che avrebbe assunto nel governo delle 
sue Provincie italiane, non potevamo riconoscerlo in- 
vestito di alcun diritto valevole ad arrestare ed inciam- 
pare le mutazioni che regolarmente venissero introdu- 
cendosi negli altri Stati indipendenti della penisola. 
Noi continuiamo a tenere questo linguaggio; e il primo 
soldato austriaco che entrasse nel granducato o nello 
Stato romano, verrebbe giudicato da noi siccome una 
violazione del diritto comune, e l'Inghilterra vi sì op- 
porrebbe per mare (1) ». 

Rinfrancato da questa dichiarazione, il Granduca, 
con motuproprio del 31 gennaio 1848, commetteva al 
cav. Niccolò Lami, al marchese Gino Capponi, al cava- 
liere Leonida Landucci, al professore Capei e all'avvo- 
cato Leopoldo Galeotti di compilare il disegno di una 
nuova legge sulla stampa, enunciando nel modo più 
esplicito: «il nobile e giusto fine di dotare gradata- 
« mente il paese di istituzioni, che. per il loro carattere 
« eminentemente patrio e nazionale, contribuir potessero 



(I) Dispaccio riservatissimo Martini del 29. gennaio 1848; in Bianchi 
op. cit., tom. V, pag. 92. 



122 La Toscana dal 1824 al 1859 

« alla causa generale dell'unione e dell'indipendenza 
«italiana (1)». Ma non era più tempo di sludi e di 
commissioni. 11 popolo richiedeva dei fatti e non delle 
promesse: e quando giunse a Firenze la nuova che il 
re Carlo Alberto, l'S di febbraio, aveva annunziato ai 
suoi popoli la promulgazione dello Statuto, tutta la 
città fu in grande commozione (2). Il Granduca allora 
risolvette di fare ciò che avevano fatto i Sovrani di 
Napoli e del Piemonte; e nelle ore pomeridiane del- 
l'I! febbraio annunziò addirittura che avrebbe dotato 
il paese di una rappresentanza nazionale; e perchè 
tardiva non apparisse siffatta risoluzione, fé credere 
che ad essa accennasse il motuproprio del 31 gennaio. 
Allora la Commissione, nominata in detto giorno, di 
riformatrice diventò costituente. 11 16 febbraio aveva 
già condotto a termine il suo lavoro, e il giorno dopo 
fu pubblicato lo Statuto toscano , e il giorno 24 quello 
piemontese. Dopo di ciò, e più ancora dopo la caduta 
della monarchia Orleanese in Francia e la proclama- 
zione della Repubblica (24 febbraio), non era più pos- 
sibile al Papa di resistere alle pressioni del partito 
liberale. Per conseguenza, il 14 di marzo, pubblicò egli 
pure uno Statuto, nel quale, adottando le forme di un 
governo rappresentativo, studiò, per quanto poteva 
« di conciliare la difficoltà che s'incontra da chi riu- 
nisce due grandi dignità, per tracciare la linea precisa 
che deve distinguere un popolo dall'altro (3) ». 

Sebbene anche Pio IX si fosse posto sulla via delle 
politiche riforme, ciò non impedì tuttavia che egli si 



(1) Le parole virj^olate si leggono nella Sovrana Ordinanza del 31 gen- 
naio. Vedi ZoBi, SI. civile della Toscana, tom. V, pagg. 355 e segg. 

(2) Lo Statuto largito dal re Carlo Alberto non fu bene accolto dal- 
l'esercito piemontese, specialmente dall'artiglieria e dalla cavalleria, 
nelle quali armi militavano utUciali appartenenti al patriziato, e perciò, 
non amanti delle libere istituzioni. Vedi Pinelli, Storia Militare del 
Piemonte; toin. Ili, pag. 157. 

(3) La Costituzione fu elaborata da una Commissione composta di 
tuUi ecclesiastici: i cardinali Orsini, Castracani, Orioli, Altieri, An- 
tonelli, Bofondi e Pizzardelli, e i prelati Gorboli-Bussi, Bernabò e 
Mertel. 



Capitolo XI 123 

mostrasse intransigente riguardo alle leggi leopoldine, 
contro le quali erasi già scagliato Gregorio XVI. 
Quando Lucca fu annessa alla Toscana, il Pontefice 
inviò le sue congiatulazioni al Granduca; ma avendo, 
poco dopo, saputo che le Leggi leopoldine in materia 
giiirisdisionale, vigenti nel Granducato, dovevano es- 
•sere estese anche allo Stato lucchese, il cav, Scipione 
Bargagli, legato toscano presso la Santa Sede, informò 
il conte Serristori che il cardinal Ferretti, successo al 
cardinal Gizzi nella carica di Segretario di Stato, ave- 
vagli palesato : « Che la più valida resistenza sarebbe 
opposta dall'Autorità pontificia a questo fatto ; che 
tentare un sirail passo significherebbe decisa volontà 
di troncare ogni armonia fra i due paesi : che il Papa 
inQne era angustiatissimo per simili notizie, giungendo 
perfino a dire che incontrerebbe mille volte la morte, 
prima che annuire o tollerare un tale avvenimento (l) ». 
La deduzione logica del senso contenuto nelle surrife- 
rite parole sarebbe che le leggi giurisdizionali Leopol- 
dine fossero assolutamente sataniche; tanl'è vero che 
il Papa avrebbe voluto piuttosto incontrare mille volte 
la morte, che annuire o tollerare che fossero maggior- 
mente estese. Non ostante questa sfuriata del Papa 
o, meglio, del Cardinale Ferretti, eccitata dagli artifì- 
Gciosi rapporti di Monsignor Sacconi, allora Nunzio 
pontifìcio a Firenze, uomo esagerato ed intransigente, 
la legislazione giurisdizionale Leopoldina non subì va- 
riazione di sorta. Ed infatti lo stesso cav. Bargagli, 
riportando un colloquio da lui avuto col conte Pietro 
Ferretti, scriveva al ministro granducale degli affari 
esteri che il Sommo Pontefice e il suo Segretario di 
Stato si erano calmati, riconoscendo essere indubitato 
non potersi fare un'eccezione per Lucca alle leggi fon- 
damentali di uno Stato ; e che dovranno perciò appli- 
carsi, anche a quel Ducalo, gli ordinamenti leopoldinì. 
E in tal modo ebbe termine la vertenza. 



(1) ZoBi, Memorie economico-politiche, ecc. ; Firenze 1860; toni. 1, 
pag. 235 e segg.; e tomo II, pagg. 524-525. 



CAPITOLO XII. 

Proclama del Grandu'ca annunziante la pubblicazione dello Sta- 
tuto. — Articoli principali del medesimo. — Istituzione della 
Guardia Universitaria. — Sommovimenti in Livorno. — Ri- 
tratto morale di Francesco Domenico Guerrazzi. — Egli è il 
principale agitatore dei tumulti. — Racconto che ne fa il 
Montanelli. — Energiche risoluzioni del Granduca e del suo 
governo. — Il ministro Ridolfi Commissario straordinario a 
Livorno. — Suo bando annullatore della deputazione for- 
mata dal Guerrazzi e dai suoi amici. — Arrivo a Livorno 
della nave napoletana II Nettuno. — Il Comandante della 
medesima domanda l'acqua e il carbone per continuare il 
viaggio. — La plepaglia livornese si oppone. — Ottime di- 
sposizioni del Ridolfi rimaste senza effetto. — Il cav. Scipione 
Bargagli sostituisce il generale Sproni nel governo di Li- 
vorno. — Arresto ed imprigionamento del Guerrazzi e dei 
suoi complici. — Nuovi tumulti. — Rivoluzione di Vienna, 
il 13 marzo 1848. — Fuga del principe di Metternich. — Le 
Cinque Giornate di Milano. — Vittoria del popolo. — Rivo- 
luzione di Venezia. — Daniele Manin — I moti di Modena e 
di Parma. — Massa e Carrara domandano di essere unite 
alla Toscana. 

Il granduca Leopoldo II, pubblicando lo Statuto co- 
stituzionale, largito ai suoi popoli, lo faceva precedere 

dalle seguenti parole: « Intesi Noi a promuovere 

•« ogni prosperità dello Stato per via di quelle riforme 
«economiche e civili, alle quali attendemmo con zelo 
<' indefesso per tutto il corso del governo Nostro, il 
« Cielo benedisse le Nostre cure in tal modo che ne 
« fosse dato di giungere a questo per Noi fauslis- 
« Simo giorno, senza che alcuna perturbazione, togliendo 
« la possibilità di operare il pubblico bene, rendesse 
* necessario il ricorrere alla istituzione di nuove forme 



Capitolo XII 125 

« politiche. Alle quali ora muove l'Animo Nostro il 
«desiderio di adempiere con ferma, costante e delibe- 
« rata volontà quel proposito, che fu da noi annun- 
« ziato precedentemente ai Nostri sudditi amatissimi, 
« e di procurare ad essi, ora che il tempo ne è giunto, 
« quella maggiore ampiezza di vita civile, e politica, 
« alla quale è chiamata l'Italia in questa solenne inau- 

« gurazione del nazionale risorgimento 11 compiuto 

« sistema di governo rappresentativo che Noi veniamo 
«in questo giorno a fondare è prova della fiducia da 
« Noi posta nel senno e nella ormai compiuta matu- 
« rità dei popoli nostri a dividere con Noi 11 peso dei 
« doveri, dei quali possiamo con intera sicurezza con- 
« fidare che sia tanto vivo il sentimento nel cuore dei 
« Nostri popoli, quanto è, e fu sempre nella coscienza 
« del loro Principe e Padre. Questo preghiamo da Dio, 
« rafforzando la preghiera nostra di quella benedizione 
«che il Pontefice della cristianità spandeva poc'anzi 
« sull'Italia tutta, e nella fiducia del Nostro volo pro- 
«mulghiamo il seguente Statuto fondamentale, col 
« quale veniamo a dare nuova forma al governo dello 
« Stato, ed a fermare le sorti della diletta nostra To- 
« scana ». 

Lo Statuto toscano somigliava a quello piemontese. 
L'articolo 22 diceva così : « Lo Stato conserva la sua 
bandiera ed i suoi colori (I) ». Invece il gonfaloniere 
di Firenze voleva ad ogni costo inaugurare in Palazzo 
Vecchio la bandiera tricolore; e non riuscendo a vin- 
cere l'opposizione di chi fondavasi su quell'articolo, 
compariva con i priori alla sacra funzione in duomo, 
decorati tutti quanti di fasce tricolori, estranee del 
tutto all'ordinario vestiario loro municipale. E questa 
era una vera sconvenienza verso il Principe e un at- 
tentato all'integrità dello Statuto. Oggi è giusto che 
la bandiera nazionale italiana sia il tricolore, perchè 



(1) Ed ecco quanto leggevasi neUo Statuto piemonlese (art. 77): «Lo 
Stalo conserva la sua bandiera; e la coccarda azzurra è la sola na- 
zionale ». 



1^6 La Toscana dal 18ài al 1850 



il vessillo napoletano era bianco, quello sardo era az- 
zurro, e quello toscano bianco e rosso. Per conseguenza, 
il tricolore è il vero e legittimo vessillo dell'Italia 
unita dalle Alpi al Mare ; ma allora era tutt'altra cosa; 
ed era ragionevole che ciascuno Stalo avesse il proprio. 

Il Parlamento toscano si componeva di due camere, 
cioè: il Senato e il Consiglio generale. L'articolo 24 
diceva: «Il Senato è composto di Senatori nominati a 
vita dal Granduca. Il loro ufficio è gratuito. Il loro 
numero non è limitato. Dovranno essi avere l'età di 
trent'anni compiti ». All'articolo 28 era detto : « Il Con- 
siglio Generale sì compone di 86 deputati eletti dai 
Collegi, che saranno determinati per distretti dalla 
legge elettorale, la quale farà parte integrante del pre- 
sente Statuto fondamentale ». Questi deputati non per- 
cepivano alcun assegno, salvo una modica indennità, 
che dai Comuni del distretto elettorale veniva con- 
cessa ai deputati non residenti nella capitale e per il 
solo periodo della sessione. 

In questo tempo, la scolaresca dell'Università di Pisa 
si struggeva dal desiderio di prendere le armi e di 
essere ordinata a modo di milizia per provvedere alla 
sicurezza del paese e difenderlo, se ne veniva il bisogno. 
11 Ridoltì volle farla contenta; e con sovrano decreto 
fu istituita la Guardia Universitaria, della quale fecero 
parte gli studenti delle due Università di Pisa e di 
Siena e dell'Istituto di perfezionamento di Firenze. A 
Pisa venne spartita in due battaglioni di sei com- 
pagnie ciascuno, comandate dai maggiori Ottaviano 
Fabrizio Mossotti e Paolo Savi, e dai capitani Vincenzo 
Cenlofanti, Giuseppe Montanelli, Giovan Battista Gior- 
gini, Guglielmo Martolini, Andrea Ranzi e Pietro Savi. 
La divisa, che doveva portarsi di continuo durante 
l'anno accademico, era quella stessa della Guardia ci- 
vica, salvo la cifra dell'elmo e del berretto. Aveva un 
Consiglio di amministrazione per regolare le spese oc- 
correnti ; aveva due Consigli di disciplina, uno ordi- 
nario per le colpe comuni, l'altro superiore che giudi- 
cava in appello ; aveva pure un tribunale d'onore per 



Capitolo XII 127 

sopire ogni questione che potesse insorgere fra gli 
studenti (1). A questo spettava per diritto la nomina 
dei sott'ufficiali e dei caporali ; il granduca sceglieva 
i maggiori ; gli altri ufficiali venivan nominati dal co- 
lonnello, che aveva il Comando supremo della Guardia 
Universitaria, e che risiedeva in Firenze. Le armi ve- 
nivano distribuite secondo le occorrenze del servizio, 
né potevano pigliarsi senza licenza dei superiori (:2). 

Alcuni giorni prima che il granduca promulgasse lo 
Statuto, gravi fatti erano succeduti in Livorno. Il po- 
polo livornese, a cui parevan poche le riforme concesse 
dal Principe, credendo di potergli forzare la mano, ri- 
corse ai tumulti, aiutato da Francesco Domenico Guer- 
razzi. Il Giusti, nelle sue Memorie, così parla di lui : 

« Il Guerrazzi ha avuto pessima educazione, e, per 

colmo di disgrazia, una madre indiavolata, che acca- 
rezzava i Qgliuoli cogli urli e colle percosse. Una volta 
a lui, che l'era scappato di fra le mani, scaraventò 
dalla finestra un ferro da stirare, del quale serba tut- 
t'ora la cicatrice. Fanciullo tuttavia, fuggì dal padre, 
e visse fuori di casa, mescolato là colla ragazzaglia di 
Livorno, e così formandosi il cuore. Svegliato d'inge- 
gno, proflltò nelle scuole tanto che andò a Pisa non 
so come, e là si distinse per una certa cupezza di vita, 
aliena delle gaiezze che porta quell'età e quel tempo; 
cominciò a far il capo cricca, macchinando più che 

altro contro i professori Dette fuori un dramma 

intitolato: 1 Bianchi e i Neri, che fu fischiato a Li- 
vorno, e che egli, dopo anni ed anni, si ostinò a di- 
fendere e a ristampare. Ma fiero e tenace, e questa è 
una delle sue parli buone, non si perse d'animo ; anzi, 
punto nell'amor proprio, tanto s'adoperò che di lì a 
non molto pubblicò la Battaglia di Benevento, nella 



(1) Vedi G. Sforza, Memorie storiche della Città di Pisa dal 1838 
al 1871. Pisa, Aiifiel Valenli editore, 1871; pag. 73. 

(2) Regolamento per la Guardia Unioersitaria approvato da S. A. I. 
e R. colla veneratissinta risolusiou e del 22 dicembre 1847. risa, presso 
Ranieri Prosperi, I8i7. 



128 La Toscana dal 1824- al 1859 

quale, se togli molte e molte stranezze, ravvisi un in- 
gegno potente, a cui, per esser grande, non manca 
altro elle la delicatezza dell'animo e la finezza del 
gusto (1) ». 

Irascibile per natura, il Guerrazzi l'aveva con tutti; 
non risparmiava né amici né nemici; le sue parole 
erano mordaci e velenose, e si credeva perseguitalo ed 
invidiato, e d'altro non parlava che di odii e di ven- 
dette. Può darsi che egli esagerasse, e ciò era nel suo 
carattere; ma i suoi discorsi piacevano poco a coloro, 
i quali conversavano con Ini. 

Tornando ai tumulti di Livorno, diremo che il popolo 
di questa città, eccitalo dal Guerrazzi, approvava per 
acclamazione la istituzione di un Comitato, il quale 
provvedesse all'armamento popolare e alla salute dello 
Stato. Ma le altre città del granducato non si associa- 
rono al moto livornese, che anzi lo disapprovarono. 
Il baccano avvenne in Livorno la sera del 6 di gennaio 
del 1848. E qui cedo la parola a un tale, che, sebbene 
puzzasse anch'egli di demagogico, non si mostra qui 
troppo favorevole al Guerrazzi. « 11 6 di gennaio — così 
scrive il Montanelli — il Guerrazzi in accenditrice procla- 
mazione, clandestinamente stampata in Livorno, bandiva 
la patria in pericolo, e dava dei traditori ai Ministri. 
A notte, circa 300 guerrazzianì convennero a chiedere di 
piazza al governatore che si eleggesse subito una de- 
putazione del popolo, interprete dei desideri di quello 
appresso al granduca. E armi, armi, in furore grida- 
vasi. 11 governatore Sproni, buon diavolo, compagno 
di passeggiata del granduca e a lutt'altro chiamato che 
a queste burrasche, Celso Marzucchi, suo factotum, 
bell'anima, lucido ingegno, ma nemmeno lui uomo da 
tempi difficili, il gonfaloniere conte Francesco de Lar- 
derei, milionario, di buon cuore, ma autorità di deco- 
razione, assediati nel palazzo del governo da quella 
turba furente, che, non ostante la pioggia dirotta, non 



(1) Giusti, Memorie, pagg. 107-108. 




Francesco Domenico Guerrazzi 



Capitolo XII li29 

cessava di strepitare, per levarsi d'imbroglio presero 
la via più breve, e mandarono a prendere a casa, tran- 
quillatore dei guerrezziaui tumultuanti, il Guerrazzi. 
Il quale, eoa quattro paroline dal terrazzo del gover- 
natore, chetò i suoi partigiani; e il domani assettò la 
deputazione che aveva a interpretare appresso al go- 
verno 1 desideri del popolo Il La Cecilia metteva 

su i Pisani, amici suoi, perchè facessero la stessa scena 
di Livorno, promettendo (vidi io la sua lettera al Ranzi) 
che di questo passo in pochi giorni il governo della 
Toscana sarebbe in mano dei radicali. Coloro invece, 
ai quali parve sicuro che di questo passo in pochi 
giorni il governo della Toscana sarebbe nelle mani 
degli Austriaci, non misero tempo in mezzo ad opporsi 
alla mala disegnata impresa. Era mente mia che allo 
scandalo livornese si togliesse diventare pretesto, ane- 
lato dai nemici nostri, d'intervenzione, mediante riso- 
luto e assennato dichiararsi contro a quello della opi- 
nione pubblica da tutta Toscana. Vincenzo Malenchini, 
cuore sacramentato all'Italia, e non ad alcune delle 
fazioni della sua città natale, consentì meco a protesta, 
e in Livorno la messe sii, mentre la deputazione Guer- 
razziana pigliava possesso del palazzo del Comune, e 
a governo bello e buono atteggiavasi (1) ». 

All'annunzio di un così grave disordine, il Granduca 
risolvette di prendere un provvedimento energico che, 
con insolita prontezza, fu ridotto ad effetto. II gene- 
rale Trieb ebbe l'ordine di riunire le milizie stanziate 
in Lucca, in Pisa e in Piombino, e tenerle a disposi- 
zione del ministro Ridolfì, che, in qualità di Commis- 
sario straordinario, investito di pieni poteri, portavasi 
sul luogo unitamente al cav. avv. Niccolò Lami, allora 
Procuratore Generale presso la Corte Regia, per adot- 
tare gli espedienti reputali necessari e opportuni a re- 
primere la sedizione (2). 



(1) Montanelli, Memorie, tomo li, pagg. 62-63. 
(■2) Baldasseroni, op. cit., pag. 267. 



L. Cappelletti 



130 La Toscana dal 1824 al 1859 

Intanto il Ridolfi arrivava a Pisa; e poco dopo giun- 
geva da Livorno Celso Marzucchi, il quale diceva im- 
possibile annullare la deputazione Guerrazziana, senza 
pericolo di sollevamento. Ma la notizia trasmessa dal 
Malenchini al Montanelli, che assicurava essere gli 
spiriti della città differentemente disposti da quello 
che il Marzucchi supponeva, mantenne il Ridolfi saldo 
nei proponimenti, che il bene del popolo domandava. 

La mattina del 9 gennaio leggevasi sulle cantonate 
di Livorno il bando annullatore della 'famigerata depu- 
tazione. Alcuni dei più arrischiati si fecero vedere la- 
cerarlo cogli stiletti ; il che diede cagione di fantasti- 
care un "93 livornese; e nei più paurosi tanto fu questa 
immaginazione possente, che intiere famiglie fuggirono, 
vociferando per istrada imminenza di saccheggi, di 
proscrizioni, di patiboli (1). 

Giungeva in questo mezzo alla spiaggia livornese la 
nave napoletana. Il Nettuno, avente a bordo il fami- 
gerato Del Carretto, capo della polizia di l'e Ferdinando^ 
scacciato da Napoli. Il capitano di corvetta, Salinas, 
che comandava la nave, mandò a chiedere alla città 
acqua e carbone per proseguire il viaggio; ma molti cit- 
tadini, appartenenti alla classe dei vagabondi e dei faci- 
norosi, ricusarono la domanda, intimandogli di partire. 
Il Ridolfi, che era giunto a Livorno il giorno innanzi, 
appena avvertito del crudo proponimento, contrario ad 
ogni sentimento di giustizia e di ospitalità, non esitò 
un istante a dichiarare «esser dovere di somministrare 
l'occorrente al comandante della nave, ed esser dati 
gli ordini opportuni perchè ciò fosse fatto; e ricordare 
in pari tempo che non avrebbe mai piegato a transa- 
zione col tumulto, e tanto meno quando questo avesse 
avuto per oggetto atti brutali ». Ma le buone disposi- 
zioni del Ridolfi rimasero senza effetto; ed informato 
il comandante Salinas delle opposizioni, che i malfat- 
tori tentavano frapporvi, postasi una mano sul cuore, 



(1) Montanelli, op. cit., toni. II, pag. 64. 



Capitolo XII 131 

disse a chi lo aveva di ciò prevenuto: «Sono italiano 
anch'io; son vecchio e sono nn ufficiale d'onore; con- 
sidero i Livornesi come nostri fratelli; ma piuttosto 
che esser causa di disturbi e di disordini, accada ciò 
che può accadere, porrò immediatamente alla vela»; 
ed incontanente partì (1). 

11 genenerale Sproni era inadatto al posto di gover- 
natore di Livorno; egli stesso ne conveniva, tant'è 
vero che scrisse al Granduca, pregandolo di esonerarlo 
da quell'alto ufficio. Leopoldo II, che gli voleva bene, 
lo accontentò, e mandò a Livorno, in vece sua, il ca- 
valiere Scipione Bargagli, ministro toscano presso la 
Santa Sede. 

Le altre città delta Toscana non si associarono, come 
già dicemmo, al moto livornese, anzi lo disapprovarono; 
e il ministro Ridolti, forte di questa pubblica censura, 
potè in Livorno voltare la guardia civica a favore del 
governo, e, fatti arrestare il Guerrazzi e alcuni suoi 
complici, li mandò all'isola dell'Elba, dove furono im- 
prigionati. In quel momento giunse la notizia che il 
re di Napoli aveva concesso la costituzione ai suoi 
popoli. Allora la plebe livornese si adunò in piazza 
grande, sotto le finestre del governatore, cominciando 
a gridare : Vioa la Costituzione ! Fuori il Guerrassi ! 
Fuori i nostri Fratelli! E quindi nacque grandissimo 
scompiglio. 11 cav. Bargagli, affacciatosi al balcone, 
domanda cosa essi vogliono, ma gli urli sono tali, che 
il governatore rientra in casa e fa chiudere il balcone. 
Ci fu perfino chi propose di dare l'assalto non solo al 
palazzo del governo ma anche alla fortezza vecchia, 
dove slava rinchiuso un tal Viguozzi, guerrazziano ar- 
rabbiato. « Scene abominevoli e stupide al pari di 
queste, — scrive lo Zobi — e prima e poi ne accad- 
dero in Livorno moltissime (2) ». 

Mentre negli Stati maggiori d'Italia inauguravasi 
un'era di libertà, le provincie lombardo-venete erano 



(1) Vedi ZoBi, St. civile della Toscana; tomo V, pag. 326. 
(5) ZoBi, St. Civ. della Toscana, tom. V, pag. 3-27. 



132 La Toscana dal 1824 al 1859 

soggette alla più esosa tirannide. Il principe di Met- 
ternich, non fidandosi del vecchio e fiacco viceré, Ar- 
ciduca Ranieri, aveva mandato a Milano il conte di 
Fiquelmont per dirigerlo e sorvegliarlo. I popoli della 
Lombardia e della Venezia studiavano tutti i modi per 
far conoscere ai tiranni che essi non erano una mandria 
di pecore, e che all'uopo avrebbero mostrato gli ar- 
tigli del leone. 

L'Europa intanto erasi commossa all'annunzio della 
rivoluzione di Francia. Una febbrile agitazione serpeg- 
giava in tutte le provincìe dell'Impero austriaco. 11 
principe di Metternich, che fino allora era stato con- 
siderato come uno dei piìi grandi uomini politici del- 
l'Europa, aveva fatto il suo tempo. Le idee di pro- 
gresso, ogni giorno più manifestantisi, rendevano im- 
possibile la sua permanenza al potere. 11 13 di marzo, 
Vienna insorgeva; tutti gli studenti, che si trovavano 
in quella metropoli, erano in armi. L'ottuagenario mi- 
nistro dovette rinunziare alla sua carica, e, come un 
vecchio fuggiasco, cercò un asilo in Inghilterra. Ciò 
non ostante, l'effervescenza non si calmò. E il debole 
imperatore Ferdinando, impauritosi, si rifugiò ad Inn- 
sbruck. 

Appena giunse a Milano la notizia della rivoluzione 
scoppiata a Vienna, i principali cittadini si recarono 
dalle autorità locali, domandando armi per una milizia 
cittadina; ma furono maltrattati e respinti. Allora i 
Milanesi sorsero in armi il 18 marzo; e dopo una 
lotta di cinque interi giorni, forzarono le soldatesche 
austriache ad abbandonare la città. Le altre terre 
di Lombardia, animate da un tanto esempio, si leva- 
rono esse pure ; e in pochi giorni non rimasero più 
agli Austriaci che le fortezze del Quadrilatero, nelle 
quali si rifugiarono. 

Il 16 marzo, Venezia ebbe notizie della rivoluzione 
viennese. Daniele Manin e Niccolò Tommaseo erano 
stati arrestati dalla polizia e messi in prigione; ma 
il giorno 17 furon liberati. Il dì seguente la rivolu- 
zione era già organizzata. Daniele Manin prese in per- 



Capitolo XII 133 

sona la direzione del movimento. 11 comandante Zichy 
capitolò, a patto dì menar via le milizie, e lasciar 
quivi la cassa, le armi e i soldati italiani. In quel 
giorno stesso fu costituito un governo temporaneo. 
Le cittcà di terraferma non tardarono intanto ad imi- 
tare la capitale ; e lo straniero dovette fuggire dal loro 
suolo, riparando in Verona, la quale non si mosse, 
come le altre città, e divenne il centro delle operazioni 
dell'esercito austriaco. 

Insorsero pure Modena e Parma; il duca Francesco V 
e il duca Carlo li (già Carlo Lodovico duca di Lucca) 
abbandonarono entrambi i loro Stati, e nominarono 
una Reggenza. Ma i Parmigiani ed i Modenesi non ri- 
conobbero le autorità lasciate dai loro duchi, e costi- 
tuirono, ciascuno per la propria parte, un governo 
provvisorio. Le due città di Massa e di Carrara colle 
loro adiacenze, dopo la fuga del duca di Modena, pre- 
ferirono di unirsi alla Toscana; e il Granduca fece su- 
bito occupare quelle terre dalle sue milizie. Intanto la 
bandiera granducale, da bianca e rossa che era, di- 
ventò tricolore, aggiungendovi il verde, come simbolo 
dell'alleanza italiana. Nello stesso tempo in Firenze e 
nel rimanente della Toscana veniva cantato il Te Deiim, 
quale solenne rendimento di grazie all'Eterno per la 
liberazione di Milano. 



CAPITOLO XIII. 

Carlo Alberto e lo Statuto. — Considerazioni in proposito. — 
Primo ministero costituzionale piemontese. — Carlo Alberto 
e la diplomazia. — Il Piemonte dichiara la guerra all'Austria. 
— Proclama del Re ai popoli della Lombardia e della Ve- 
nezia. — Il maresciallo Radetzky a Verona. — Cambiamento 
nel ministero toscano. — Le truppe toscane e le pontificie. — 
Nota del marchese diLajatico all'Incaricato d'affari d'Austria 
in Firenze. — Il Granduca provvede ad accrescere il piccolo 
esercito toscano. — Operazioni finanziarie. — Il Gioberti in 
Toscana. — Accoglienze che vi riceve. — Suo arrivo a Roma e 
suo colloquio col Papa. — Il Granduca nomina i nuovi Sena- 
tori. — Elezione dei Deputati al Consiglio Generale. — Parole 
dello storico Zobi. — Interpretazione che ne dà il cavaliere Bal- 
dasseroni. — L'apatia toscana. — Riordinamento del Consi- 
glio dei ministri. — Solenne apertura del Parlamento. — Di- 
scorso del Granduca. — Indirizzi del Senato e del Consiglio 
Generale in risposta al discorso della Corona. 

Molti hanno accusato Carlo Alberto di aver dato a 
malincuore lo Statuto Costituzionale ai suoi popoli, 
mentre voleva far credere di averlo elargito con con- 
vinzione e con lealtà. Ciò sarà anche vero ; ma io 
credo che un sovrano illuminato, mecenate delle scienze, 
delle lettere e delle arti, che abbia riformato le leggi 
provinciali e comunali dei suoi Stati, che abbia accor- 
dato una guardia cittadina, fatti compilare da insigni 
giureconsulti ottimi codici civili, criminali e di com- 
mercio, allargata la libertà della stampa, allontanati 
dalla sua corte gli oscurantisti e i nemici di qualsiasi 
politica novità, questo sovrano, io dico, sarebbe il vero 
monarca ideale, senza bisogno di far controllare il suo 
modo di governare da un'Assemblea legislativa, la 



Capitolo XIII 135 



quale, volendo predominare essa sola, intralcerebbe le 
azioni del Principe, e paralizzerebbe tutte le sue mi- 
gliori disposizioni. Né credo di dire con ciò un'eresia: 
scommetto che se volessi indire un referendum a voti 
segreti, metterei insieme una strabocchevole maggio- 
ranza. Ma, pur troppo, oggidì la teoria prevale sulla 
pratica; e cosa sia diventato il sistema parlamentare 
in alcuni paesi d'Europa, e specialmente in Italia, lo 
vediamo coi nostri propri occhi, specialmente dopo 
l'errore massimo di avere accordato il suffragio univer- 
sale ad un popolo non abbastanza educato alla vita 
politica, e nel quale l'analfabetismo è oltre ogni dire 
sconfortante. 

Ed ora riprendiamo il filo della nostra narrazione. 
Il primo ministero costituzionale di Carlo Alberto fu 
in tal modo composto : il conte Cesare Balbo, presi- 
dente del Consiglio ; il marchese Pareto, genovese, 
agli affari esteri; il Ricci, egli pure genovese, all'in- 
terno ; il conte Sclopis di Salerano, alla grazia e giu- 
stizia; il generale Franzini alla guerra e marina; il 
cav. Bon-Compagni, alla pubblica istruzione; il Des 
Ambrois, al commercio e ai lavori pubblici; il conte 
di Revel, alle finanze. Il Ricci e il Pareto appartene- 
vano al partito democratico; gli altri, al partito con- 
servatore. 

I nuovi ministri entrarono in ufBcio il 16 marzo del 
1848; il giorno dopo fu promulgata la legge elettorale; 
e il 18 marzo, il re pubblicò un'amnistia per i delitti 
politici, la quale produsse un'ottima impressione. Carlo 
Alberto — ora che il sasso era lanciato — ardeva dal 
desiderio di scendere in campo contro l'Austria; ma 
tanto lui quanto i suoi ministri avevan paura della 
diplomazia, la quale non si mostrava troppo favorevole 
al Piemonte ; che anzi lo esortava, quasi con minacce, 
ad astenersi da ogni pensiero di guerra contro l'Austria. 
E questo linguaggio non era parlato solamente dalla 
Russia e dalla Prussia, ma anche dall'Inghilterra e 
dalla Francia. 

La sera del 23 di marzo, in Torino, il conte Martini e il 



136 La Toscana dal 1824 al 1859 

conte d'Adda, milanesi entrambi, usciti dalla reggia, s'in- 
camminarono frettolosamente verso l'Albergo d'Europa, 
che era quasi dirimpetto; e il d'Adda, affacciatosi al 
balcone, gridò ad alta voce: « Noi abbiamo fatto una 
grande rivoluzione, e voi farete una grande guerra». Al- 
lora un'immensa folla plaudente si recò sotto le finestre 
del Palazzo Reale, acclamando a Carlo Alberto, cam- 
pione della nazionale indipendenza. Questa volta il re 
non si fece pregare, e si affacciò al balcone, sventolando 
una fascia tricolore. A quella vista l'entusiasmo non 
ebbe più lìmiti: « il grido di guerra fu pronunziato, e 
i destini d'Italia parvero decretati per sempre (1) ». 

11 giorno seguente, venne affisso sulle mura della 
capitale un proclama di Carlo Alberto ai popoli della 
Lombardia e della Venezia, ai quali annunziava il 
pronto soccorso delle armi piemontesi. 11 proclama 
terminava con queste parole: «Seconderemo i vostri 
giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio, che con 
sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di fare 
da sé. E per viemeglio dimostrare con segni esteriori 
il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le 
nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia 
e della Venezia, portino lo Scudo di Savoia sovrapposto 
alla bandiera tricolore italiana». 

Da ogni canto della Penisola trassero gl'Italiani alla 
santa guerra! Intanto il maresciallo Radetzky affrettava 
la ritirata, e, traendosi dietro al Mincio, appoggiavasi 
al munitissimo campo di Verona, da dove, non senza 
inquietudine, attese gli avvenimenti. 

In Toscana avvenivano intanto alcuni cambiamenti 
nel ministero. Il conte Serristorì pregò il granduca di 
volerlo esonerare dalla carica di Ministro degli affari 
esteri; e il Principe lo accontentò, nominando in sua 
vece don Neri Corsini, marchese di Lajatico. 

Con decreto granducale del 29 marzo, fu ordinato 
che un corpo militare di operazione fosse spinto im- 
mediatamente fra Modena e Reggio, per agir di con- 



ti) Brofferio, Storia del Piemonte; lom. IV, pagg. 70-71. 



Capitolo XllI 137 

certo colle milizie Sarde e con quelle pontifìcie. Queste 
ultime erano sotto il comando del generale piemontese 
Giovanni Durando. In quello slesso giorno, il Ministro 
degli affari esteri, presi gli ordini dì S. A. R. il gran- 
duca, indirizzava all'incaricato d'affari austrìaco in Fi- 
renze, coram. Schnìtzer-Meerau, la nota seguente : 

« Firenze, 29 marzo 1848. 

« Il sig. commendatore de Schnitzer-Meerau, Incari- 
« cato d'affari d'Austria, conosce senza dubbio, tanto 
« bene quanto il sottoscritto, i gravi avvenimenti che 
« hanno avuto luogo testé in Lombardia: l'evacuazione 
« forzata da Milano delle truppe imperiali, l'insurre- 
« zione scoppiata nelle altre città e campagne vicine, 
« conflitti sanguinosi, da per tutto, tra le popolazioni 
« armate e i soldati austriaci. 

«Questa situazione, come il signor de Schnilzer- 
« Meerau può bene intendere, reagisce sulle popolazioni 
« degli altri Stati della Penisola. Lo spirito di nazìona- 
« lità n'è fortemente eccitato : e l'appello deiJiJfhrneSh-^ 
«trova ovunque un'eco e la più manifesta^^srmpatìaL.'. ' 

«Tutto questo mantiene nella capital^, g* nelle pro- 
« vincie del granducato un'agitazione Vp^fe; che è dà -' 
«temersi, da un momento all'altro, un^' ieònuiioziòne;, - 
«delle più gravi, ove non si soddisfi coIi^S0'Iieé^tudine ./~ 
«al voto generalmente espresso, di veder, 'ie.ìaiè;,^.|0 IJóA, ^,; 
« stre truppe e le nostre milizie prender parte alla,loft|i,^;> 
« nella quale i loro fratelli di Lombardia si trovano 
« impegnati. 

« È perciò che il Granduca credesi obbligato dì soddi- 
« sfare al voto suddetto nell'interesse, ben inteso, di 
« tutta Italia, e in quello dell'ordine e della tranquil- 
« lìtà dei suoi propri Stati, come pure della conserva- 
« zione del suo trono. 

» li sottoscritto, nel far conoscere questa determi na- 
« zione al signor Incaricato d'affari d'Austria, lo prega 
« di gradire, ecc. ecc. 

«(Firmato) Il Marchese di Lajatico». 

La Toscana adunque trovavasi in istato di guerra 



138 La Toscana dal I82i al 1859 

coll'Austria; e quasi a confermarne l'idea, fu indotto 
il granduca a dismettere negli atti pubblici le genti- 
lizie sue qualità di Principe Imperlale d'Austria, di 
Principe Reale d'Ungheria e di Boemia e di Arciduca 
d'Austria. Ciò parve ingiuria al gabinetto di Vienna, 
che se la legò al dito. 

Con sovrano decreto del 5 aprile, si provvide ad ac- 
crescere il piccolo esercito toscano di !2(XX) uomini, colla 
chiamata di giovani, che, nel 1849, avrebbero dovuto 
essere appellati sotto le bandiere. Al denaro fu prov- 
veduto col decreto del 28 marzo. Le condizioni, un 
tempo floridissime del paese, erano cangiate, e però fu 
necessità di gravare la pubblica fortuna. Fu pertanto 
posta una tassa straordinaria per circa un milione sui 
fondi rustici ed urbani; un'altra sui commercianti per 
la somma di lire 700,000. Fu ordinata una ritenuta gra- 
duale sugli stipendi e pensioni dei regi e pubblici im- 
piegati ; fu aperto un imprestito volontario al 5 0|o fino 
alla concorrenza di scudi 600,000, con promessa di pub- 
blicare i nomi dei soscrittori ; e finalmente fu data 
facoltà di affrancare al ragguaglio del 5 0[o i cànoni 
livellari, spettanti pel dominio diretto allo Stato (1). 

Piacque al Principe di farsi il maggiore soscrittore del 
detto imprestito volontario ; e più tardi mandò alla 
Zecca una parte delle sue private argenterìe, onde al- 
leviare le angustie erariali. NuUameno, ad onta delle 
esagerate profferte e proleste, due anni dopo, le somme 
versate nell'Erario al titolo suindicato, appena arriva- 
vano a un terzo della cifra totale. « Eppure molti furono 
— dice lo Zobi — i nomi dei soscrittori, ma insignifì- 
canli le somme raccolte, donde fu manifesto che la pa- 
rola mal consonava ai fatti; avvegnaché le condizioni 
economiche del paese fossero tali da poter cumulare 
i 600,000 scudi in poco d'ora nella sola piazza di Li- 
vorno, in quella piazza in cui avevano risuonato le 
mille concioni patriottiche (2). 



(l) Vedi Baldasseuoxi, op. cit., pag. 391. 

(ì) Zoiìi, St, civ. della Toscana; tom. V, pag. 543. 



Capitolo XIII 139 

In questo mezzo giungeva in Toscana Vincenzo Gio- 
berti. L'autorità dei suo nome, la sua vasta dottrina, 
i principi che egli rappresentava, gli ottennero liete 
accoglienze ed entusiastiche ovazioni nelle città da lui 
visitate. Andò a Livorno, dove parlò al popolo ; poi si 
recò a Firenze, dove si trattenne più lungamente ; parlò 
nel Circolo politico fiorentino, poi nell'Accademia della 
Crusca, alla quale fu ascritto. Il granduca gli accordò 
un'udienza, e gli conferì la Commenda dell'Ordine del 
Merito sotto il titolo di San Giuseppe. Parlò quindi 
nel cortile di Palazzo Vecchio ; raccomandando la 
calma, la tranquillità e l'unione. Sebbene piemontese 
e devoto alla Casa Sabauda, rese giustizia al granduca 
Leopoldo li ; ed in uno dei suoi discorsi popolari disse 
che « la Toscana si godeva, se non al tutto franca, 
almeno lieta e tranquilla la vita sotto il mite governo 
di Leopoldo, e la libertà vi regnava per moderazione 
del popolo e dolcezza del Principe ». 

Da Firenze, il Gioberti passò a Roma. Ivi pure ebbe 
applausi e festose accoglienze da ogni ceto sociale : 
Pio IX lo ricevette benevolmente, ma non gli nascose 
che a lui, capo della cristianità, spiaceva grandemente 
di prender parie ad una guerra aggressiva. Queste pa- 
role non presagivano nulla di buono; e l'Enciclica del 
29 aprile lo dimostrò chiaramente. 

Avvicinandosi intanto il momento delle elezioni, il 
granduca stimò dovervi far precedere la scelta dei Se- 
natori ; e questa scelta fu fatta fra le categorie deter- 
minanti dello Statuto. Non trascurò quella dei primari 
magistrati e funzionari civili dello Stato, « dei quali 
— osserva il Baldasseroni — bisognava necessaria- 
mente far conto, anche speciale, per avere in quell'As- 
semblea uomini, che avessero esperienza e cognizione 
dei pubblici affari ». Furono quindi nominati Senatori 
monsignor Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, 
monsignor Giovan Battista Parretti, arcivescovo di Pisa, 
e il padre Giovanni Inghirami delle Scuole pie, scien- 
ziato di fama europea, e benemerito del pubblico in- 
segnamento. In seguito furono elevati al grado di se- 



140 La Toscana dal 18-24. al 1859 

natore il cav. Gran Croce Francesco Cempini (che poi 
il granduca nominò presidente di quell'alto Consesso), 
il comm. Baldassare Bartalìni, don Andrea dei principi 
Corsini, duca di Casigliano, il cav. Leonida Landucci, 
il cav. Cesare Capoquadri e il cav. Giovanni Baldas- 
seroni. A questi si aggiunsero Emanuele Fenzi, Giu- 
seppe Sproni, Corradino Chigi, Gino Capponi, Giovan 
Battista Niccolini, Silvestro Centofanti, Soladino Dal 
Borgo, Guido Alherto Della Gherardessa, Pier Fran- 
cesco Rinuccini, Alessandro Sozzifanti, Bettino Rica- 
soli, Ferdinando Manzoni, Luigi Bocconi e Lazzaro 
Compagni (1). 

L'elezione dei Deputali fu fatta tranquillamente. Lo 
Zobi dice che non vi fu molto entusiasmo, e soggiunge: 
« Nemmeno le esortazioni ed anco l'esempio di eccle- 
siastici costituiti in dignità, non giovarono a dissi- 
pare la freddessa, e, diremo francamente, V avversione 
da molti dimostrata in quanto all'esercizio del diritto 
fondamentale dell'uomo convivente con la civil So- 
cietà (2)». Queste parole danno occasione al Baldasse- 
roni di constatare che per parte di molti si manifestasse 
sin da principio freddessa ed avversione al governo co- 
stituzionale. Qui havvi esagerazione, poiché tutti sap- 
piamo che in Toscana ha quasi sempre regnato l'apatia, 
specialmente fra i nobili e i borghesi, i quali, il più 
delle volte, hanno lasciato libero il campo al partito 
così detto democratico; e di tale imperdonabile apatia 
abbiamo avuto pur troppo, un triste e deplorevole 
esempio qui in Firenze nelle elezioni politiche del 1913. 

Nel 1848, al Ministero non potè rimproverarsi di avere 
speso un centesimo, né una parola per influire, anco 
minimamente, sulle elezioni. Ciò non ostante, queste 
riuscirono generalmente in senso conservativo, e potè 
dirsi che, in complesso, dettero quel meglio che la 



(1) 11 Manzoni era di Massa, il Bocconi di Ponlremoli, e il Compagni 
di Carrara; essi furono dal Granduca nominati Senatori, perchè la Lu- 
nigiana e la Garfagnana erano state aggregate alla Toscana. 

(2) ZoBi, St. civ. della Toscana; lom. V, pagg. 754-755. 



Capitolo xm 141 

Toscana poteva date. Fra i democratici eletti figura- 
rono iì prof. Giuseppe Montanelli, l'avv. Giov. Batta 
Mazzoni, l'avv. Antonio Mordini, Francesco Franchini 
e il professor Carlo Pigli. Il Guerrazzi per allora non 
venne eletto. 

Con decreto del 4 giugno, il granduca Leopoldo 
riordinò il Consiglio dei ministri nel modo seguente : 
Interno e Presidenza del Consiglio, marchese Cosimo 
Ridolfì ; Affari esteri, don Neri Corsini, marchese di 
Lajatico; Affari ecclesiastici, avv. Baldassare Bartalini; 
Finanze, cav. Giovanni Baldasseroni; Giustizia e Grazia, 
avv. Cesare Capoquadri ; Istruzione pubblica e bene- 
ficenza, avv. Ferdinando Andreucci. 

Verso le due pomeridiane del 26 giugno, Leopoldo II, 
al giulivo suono delle campane e al rimbombo del can- 
none, usciva dalla Reggia dei Pitti per recarsi a Palazzo 
Vecchio, ed ivi aprire, nella grand'aula dei Cinque- 
cento, le due Assemblee legislative (Senato e Consiglio 
generale). Il principe, dinanzi alla porta dello storico 
palazzo, scese dalla carrozza, circondato dai ministri 
e dai principali dignitari della Corte, tutti in grande 
uniforme, e fu ricevuto dalle deputazioni del Senato e 
del Consiglio generale, estratte a sorte. Componevasi 
la prima dei senatori Sproni, Griffoli, Minucci, Piani- 
giani, Sardi, Bani, Capponi, Sozzifanti, Lapini, Pieri, 
Corsini e Rinuccini ; la seconda dei Deputati Ricasoli, 
Morosoli, Fantini, Lapini, Mari, Corbani, Lorini, Gat- 
teschi, De Rigny, Tavanti e Malenchini. Esse lo accom- 
pagnarono fino al trono eretto nella parte piìi elevata 
della Sala, la quale rigurgitava di forestieri e nazio- 
nali, ansiosi di assistere a questa memorabile funzione. 
Il granduca indossava la divisa di Generale coman- 
dante supremo della Guardia civica. 

Appena il Sovrano entrò nell'aula, fu accolto da un 
lungo, entusiastico, interminabile applauso. Nella tri- 
buna situata alla destra del trono stavano la grandu- 
chessa e i principi della real famiglia ; in quella di 
sinistra, l'intero Corpo diplomatico accreditato presso 
la Corte granducale. 



142 La Toscana dal 18*4 al 1859 



Terminali gli applausi, Leopoldo II. alzatosi in piedi, 
lesse ad alta voce il seguente discorso: 

« Signori Senatori, Signori Deputati, 

« Questo meraviglioso risorgimento d'Italia, onde noi 
fortunati vediamo adempirsi il voto di tanti secoli, ci 
ha finalmente concesso di ordinare lo Stalo secondo i 
bisogni dei tempi, e dì proclamare e difendere in faccia 
all'Europa la nazionale indipendenza. Le istituzioni, 
per le quali oggi mi trovo in mezzo a voi, non sono 
per la Toscana che il naturale progressivo perfeziona- 
mento dei suoi ordini di governo. Le circostanze non 
consentirono che prima se ne stabilissero le forme; 
ma i principi ne erano scritti in quelle leggi che ci val- 
sero pubblica prosperità e civile educazione ». Quindi 
ringraziava la Provvidenza di averlo condotto ad effet- 
tuare l'avito pensiero, inteso a cogliere somigliante 
frutto da quelle riforme, per le quali la Toscana acquistò 
il vanto di matura civiltà. E seguitava rammentando, 
che nel secolo scorso la Toscana fu la prima a costi- 
tuire la piena libertà economica e civile, non che la 
tolleranza politica. Toccò i miglioramenti materiali e 
morali a cui era stato provveduto ; disse come accre- 
sciuta di popolazione e dì floridezza, superate molte e 
funeste calamità, potè la Toscana stessa secondare, la 
prima, in più importanti riforme l'esempio del glorioso 
Pontefice sedente in Valicano. Disse poscia che la Lega 
doganale si stabiliva « avviamento a quella politica e 
nazionale, che pur doveva assicurare le sorti della 
Toscana, e che dal suo governo fu promossa con ogni 
studio ; né per lei stette se non si vide ancora formal- 
mente conclusa ». 

Parlando delle relazioni della Toscana colle Potenze 
straniere, il Principe diceva: « Ad eccezione dell'Austria, 
noi siamo in ottime relazioni con tulli gli esteri poten- 
tati. La regina Isabella di Spagna è stala riconosciuta, 
ed il Ministro Sardo ci rappresenta a Madrid. I muta- 
menti politici sopravvenuti in Francia non hanno punto 
interrotti i nostri amichevoli rapporti con quella Na- 



Capitolo XKI 143 

zione». Quindi, venendo a discorrere dei popoli di Massa 
e Carrara e della Lunigiana, già estense, il discorso 
della Corona aggiungeva: «lo non potevo esitare ad 
accogliere quei popoli, e farli partecipi dei più impor- 
tanti benefizi del nostro pubblico diritto, fidando che 
il supremo interesse d'Italia non esiga altrimenti. La 
legge elettorale estesa a quelle provincie condurrà 
presto fra noi i loro rappresentanti a rafforzare quella 
unione con tanta spontaneità consentita ». Annunziava 
infine le leggi, che sarebbero state portate all'appro- 
vazione del Parlamento; e conchiudeva così: 

«Signori Senatori, Signori Deputati! 

« L'opera vostra sta per cominciare, e la Patria ha 
diritto di attendere molto da voi. Fu chi tenne opinione 
che nei governi rappresentativi sia necessario un anta- 
gonismo essenzialmente discorde, lo credo piuttosto che 
il maggior bene dei popoli non possa operarsi se non 
colla concordia dei tre poteri dello Stato; e spero di ve- 
derne splendido e costante esempio in Toscana. Mi gode 
l'animo di confermare qui solennemente le istituzioni 
sancite, di confermarle non come lettera morta, ma 
come spirito di vita e di progresso, e al nostro patto 
di verità e di giustizia invocare con voi la testimo- 
nianza e la protezione di Dio. Nel farvi questa dichia- 
razione, o signori, l'animo mio si sente lieto e sicuro, 
perchè non fo se non ripetere al cospetto vostro quella 
promessa che feci e tenni sempre a me stesso, son già 
molti anni, di consacrare, cioè, tutta la vita alla feli- 
cità dei benamati Toscani ». 

Appena il granduca pose fine al suo dire, e diede il 
foglio al marchese Ridolfì, presidente del Consiglio, 
che trovavasi più vicino al trono, nessuno potè più 
trattenere l'espansione della gioia e della riconoscenza 
per cotanto avvenimento. Le volte dell'ampia sala 
echeggiarono di applausi reiterati e fragorosi. Dopo di 
che, il Capoquadri, ministro di Giustizia e Grazia, lesse 
la formola del giuramento prescritto dallo Statuto; e 



14i La Toscana dal 1824. al 1859 

i Senatori e i Deputali giurarono, secondo l'ordine 
dell'appello (1). 

Compiuta la funzione del giuramento, il primo mi- 
nistro Ridolfì proclamò l'apertura immediata e di fatto 
della prima sessione legislativa. Iterali applausi, felici 
auguri e benedizioni accompagnarono il Principe dal 
Palazzo Vecchio alla Regia dei Pitti. 

Il primo atto delle Assemblee, secondo l'uso di 
Francia, fu la risposta al discorso della Corona. L'in- 
dirizzo del Senato fu compilato dal Senatore prof. Sil- 
vestro Centofanli, e quello del Consiglio generale dei 
Deputati dall'avv. Vincenzo Salvagnoli. Il primo fu 
ossequente e dignitoso, e venne dai Senatori appro- 
vato senza discussione; mentre il secondo, per la forma 
un po' acre e qualche volta sconveniente riguardo al 
Principe, diede luogo a una discussione animatissima, 
cosicché parecchi passi del medesimo furono modi- 
ficati. 

Adesso c'incombe l'obbligo di tornare, come suol 
dirsi, alquanto indietro, per narrare gli avvenimenti 
della guerra per l'indipendenza italiana, e di soffer- 
marci sulla famosa enciclica papale del 29 aprile, la 
quale arrecò al popolo italiano sgomento e delusione 
grandissima. 



(1) La formula del giuramento, inclusa nello Statuto, era cosi conce- 
pita: « Giuro di osservare inviolabilmente lo Statuto fondamentale e 
« tutte le legf;i dello Stato, e prometto d'adempiere l'ufiRcio mio con ve- 
« rità e giustizia, provvedendo in ogni cosa al bene inseparabile della 
« Patria e del Principe. Cosi Dio mi aiuti ». 



CAPITOLO XIV. 

Perplessità di Pio IX. — Suoi pentimenti. — Influenza del par- 
tito retrivo in Vaticano. — Il proclama del generale Durando 
alle milizie pontificie. — Esso è sconfessato dal Pontefice. 

— Tentativi di Pio IX per convocare in Roma un Congresso 
dei quattro Stati della Penisola. — Pretensioni del re di Na- 
poli e rifiuto del governo Sardo. — Sdegno del Papa. -- Sua 
paura di uno scisma. — L'Enciclica del 29 aprile. — Funesta 
impressione che questa produce in Roma. — Cose di Sicilia. 

— Il Parlamento Siciliano proclama la decadenza di Ferdi- 
nando II e della sua famiglia. — Tre Commissari Siciliani 
visitano le Corti di Roma, di Firenze e di Torino. — Provve- 
dimenti del governo toscano per la guerra dell'indipen- 
denza. — Il generale d'Arco Ferrari è sostituito dal gene- 
rale De Laugier. — Vittorie piemontesi in Lombardia. — Fatto 
d'armi di Santa Lucia. — Il 15 maggio a Napoli. — Indigna- 
zione generale in tutta Italia. — Il re Ferdinando II richiama 
le sue milizie dal campo. — Il generale Pepe rifiuta di tor- 
nare indietro e si reca a Venezia. — Critiche condizioni del 
generale De Laugier. — Sua corrispondenza col generale 
Bava. — Di quanti uomini componevasi l'esercito toscano. 

— Il battaglione universitario. — Il generale De Laugier at- 
tende i soccorsi. — Combattimento di Curtatone e di Mon- 
tanara. — Le milizie toscane, sopraffatte dal numero, son 
costrette a ritirarsi dopo 6 ore di eroica resistenza. — Co- 
sternazione in Toscana per la sconfitta di Curtatone. — Carlo 
Alberto sconfigge gli Austriaci a Goito. — Peschiera si ar- 
rende al Duca di Genova. — Entusiasmo generale. 

I miei lettori non avranno dimenticato come il Papa 
Pio IX, ricevendo in udienza il Gioberti, non gli na- 
scondesse la propria ripugnanza di prender parte ad 
una guerra aggressiva contro l'Austria. E nella sua 
qualità di Pontefice, e di Capo Supremo della Cattoli- 

ìi. CAPrELLETTI 10 



146 La Toscana dal 1824 al 1859 

cita, non aveva tutti i torti. È vero che egli erasi la- 
sciato trasportare dall'entusiasmo e, diciamolo anche, 
da un certo senso di vanità, nel ricevere tanti atte- 
stati di affetto e di simpatìa dall'intiero popolo ita- 
liano, e perfino da quei nostri connazionali, abitanti 
nelle più remote contrade, i quali gl'inviavano i sen- 
timenti della loro gratitudine per essersi egli fatto, 
così almeno pareva, il campione delV indipendenza ita- 
liana. Ma, ahimè, giunse il momento, nel quale Pio IX 
si accorse di essersi spinto troppo avanti. Ricordandosi 
di esser Papa, e dimenticandosi di essere Principe ita- 
liano, deliberò di mettere, come suol dirsi, le carte in 
tavola, colla famosa Enciclica del !39 aprile 1848. Il par- 
tito retrivo, che aveva sempre adito in Vaticano, gli 
aveva fatto credere come l'avere egli dichiarato la 
guerra a un Sovrano, che aveva il titolo di Maestà 
Imperiale e Reale Apostolica, e che erasi sempre di- 
mostrato strenuo difensore della Santa Sede, avrebbe 
causato uno scisma negli Stati austriaci. Forse la cosa 
non era vera; pur tuttavia, bisognava farla credere tale 
al Pontefice, per incutergli terrore. Di più. Pio IX 
aveva provato una grave perturbazione nel leggere il 
manifesto, che il generale Durando, comandante le sue 
milizie, aveva alle medesime diretto. In questo mani- 
festo si leggevano le seguenti parole: «Soldati! La 
« nobile terra lombarda, che fu già glorioso teatro di 
« guerra d'indipendenza quando Alessandro III benedi- 
« ceva i giuramenti di Pontida, è ora calcata da nuovi 
« prodi coi quali stiamo per dividere pericoli e vittorie. 
« Anch'essi, anche noi siamo benedetti dalla destra di 
« un gran Pontefice, come lo furono quei nostri antichi 
« progenitori. Egli santo, egli giusto, egli mansueto 
« sópra tutti gli uomini, conobbe pure che contro chi 
« calpesta ogni diritto, ogni legge divina ed umana, la 
« ragione estrema delle armi era la sola giusta, la sola 

« possibile Egli voleva dar tempo al ravvedimento, 

« e sull'augusto labbro rimase sospesa la parola che 
« doveva farsi strumento della celeste vendetta. Ma 
« venne il momento nel quale la mansuetudine si sa- 



Capitolo XIV 147 

« rebbe mutata in colpevole convivenza coll'iniquità 

« Il Sommo Pontefice ha benedette le vostre spade, 
« che, unite a quelle di Carlo Alberto, debbono concordi 
« muovere allo sterminio dei nemici di Dio e dell'Italia... 
« Una tal guerra della civiltcà contro la barbarie è perciò 
« guerra non solo nazionale, ma altamente cristiana. 
« È convenevole dunque, ed ho stabilito che ad essa 
« tutti muoviamo fregiati della croce di Cristo... Con 
« essa ed in essa noi saremo vincitori, come lo furono 
«i nostri padri. Sia nostro grido di guerra: Dio lo 

« VUOLE ! (l) ». 

Ora, il Pontefice, non potendo tollerare che un laico 
parlasse di Gesù Cristo e della Croce, né volendo com- 
promettersi coll'Austria più del necessario, fece pub- 
blicare, nella Gazzetta ufficiale del 10 aprile, una dichia- 
razione, nella quale sconfessava le idee e i sentimenti 
espressi dal Durando, dicendo che « il Papa, quando 
vuole fare dichiarazioni di sentimenti, parla ex se, non 
mai per bocca di alcun subalterno ». 

E un altro fatto ancora, assai più grave, accrebbe il 
malumore del Papa. Egli aveva tentato di convocare 
a Roma un Congresso dei quattro Siati della Penisola, 
retti con forma costituzionale. Fin dal 28 di marzo, 
aveva iniziato, a tal uopo, trattative col Granduca di 
Toscana, invitandolo a guadagnare a questa sua idea 
i re di Napoli e di Sardegna. Ferdinando II mandò a 
Roma il principe di Colobraro per trattare la cosa, 
pretendendo per sé « quelle preminenze e quei van- 
taggi, che gli si dovevano quale sovrano del più esteso 
e più potente Stato d'Italia (2) ». Era facile il preve- 



(1) Osserva lo Zobi (St. civ. della Toscana, V, 557) che « quella 
specie di crociata, che venne in tal guisa bandita, fu un passo azzar- 
datissimo, e per lo meno precoce; conciossiachè lo spirito delle genti 
raccolte sul Po non avesse bisogno degli eccitamenti religiosi per mar- 
ciare contro il nemico, mentre forni argomento ai segreti amici dell'Au- 
stria, e a tutti gli avversi al rivolgimento italico, per circuire l'animo 
del debole Pontefice, atfinchè si ritraesse dall'incominciata tenzone ». 

(2) Istruzioni del marchese Dragonetti, ministro degli affari esteri 
del re Ferdinando II, al principe di Colobraro. Napoli, 27 aprile I8i8; 
in Bianchi, op. cit., tom. V, pagg. 478-481. 



14^8 La Toscana dal 1824 al 185f) 

dere che con queste pretensioni non si poteva venire 
a capo di nulla. In quanto alla Sardegna, il marchese 
Pareto, ministro degli afifari esteri, dichiarò esplicita- 
mente, che « in vista dello stato provvisorio di go- 
verno, nel quale si trovavano gl'Italiani sottrattisi al 
giogo dell'Austria, e per la guerra in corso, la lega, 
per allora, non potevasi stabilire (1) ». Questo rifiuto 
del governo sardo sollevò contro di esso aspre censure; 
e uno storico nostro non esita a chiamai'lo « un jyo- 
cedere inconsulto ». In tal modo fu chiusa a Pio IX 
l'unica via d'uscita per isfuggire il pericolo e i danni 
d'un aperto contrasto, in quella lotta sanguinosa di 
popoli cattolici, fra i doveri suoi di pontefice e quelli 
dì principe italiano. E qui mi si conceda di riportare 
testualmente le parole di un uomo, il quale, in una 
sua opera magistrale, trattò delle relazioni fra la di- 
plomazia europea e l'Italia dal 1814 al 1861. « Col cir- 
condare il papa di delegati italiani deliberanti in Roma, 
gl'interessi comuni della Nazione — cosi egli scrive — 
si conseguivano gl'incommensurabili vantaggi dì to- 
gliere ai partigiani della repubblica il modo d'usufrut- 
tuare ai danni del principato il bisogno prepotente che 
gl'Italiani sentivano d'un centro d'opinione e di forza 
nazionale, a fissar la politica la meglio adatta agl'in- 
teressi comuni; si contrapponevano forti ostacoli ai 
maneggi del sanfedismo e alle operose congreghe de- 
vote al sistema gregoriano; si trovava il miglior modo 
di sorvegliare e di render vani gl'intrighi e i suggeri- 
menti nella romana Corte della faccendiera diplomazia 
russa, austriaca e spagnuola; si poneva il Vaticano 
in somme difficoltà d'appigliarsi ad una ragion dì Slato 
avversa all'Italia; si potevano, se non del lutto, al- 
meno in buona parte, attutire le incertezze e le esi- 
tanze della timorata coscienza del Papa; vegliar meglio 
i biechi intendimenti del re Ferdinando di Napoli; por- 



(l) Dispaccio del legato napoletano in Torino, al ministro degli af- 
fari esteri a Napoli. Torino, "li aprile 18i8; in Bianchi, op. cit., toni. V 
pag. 480. 



Capitolo XIV 149 

gere un valido sostegno al partito liberale nelle regioni 
meridionali e mediane della Penisola, intavolare i ne- 
cessari accordi fraterni tra Napoletani e Siciliani (1) ». 
Ma, pur troppo, non fu così. Alle strane pretensioni 
del re di Napoli e al rifiuto del gabinetto di Torino, 
di aderire alla lega proposta dal Papa e accettata dal 
granduca di Toscana, devesi la mala riuscita dell'af- 
fare. 

Allora Pio IX, inasprito da un tale contegno, e te- 
mendo, che una guerra dichiarata da lui, capo del 
Cattolicesimo, ad uno Stato cattolico, potesse produrre 
gravi conseguenze non solo in tutto l'Impero Austriaco, 
ma anche altrove, si decise di pronunziare, nel conci- 
storo segreto del'^O aprile, quella celebre allocuzione, 
che troncò le speranze degl'Italiani, proprio sul prin- 
cipio della guerra contro l'Austria (2). 

Il Pontefice intanto si trovava da contrari venti com- 
battuto. Alcuni storici asseriscono che monsignor Viale 
Prelà, nunzio apostolico a Vienna, e monsignor Sac- 
coni, nunzio a Monaco di Baviera, avevano avvertito 
Pio IX che la Chiesa di Germania minacciava uno 
scisma qualora Egli intimasse la guerra ad una Na- 
zione cattolica. Cesare Cantù aggiunge che i suoi in- 
timi gli sussurravano come pericolasse lo Stato ed il 
Papato. Conoscendo gli scrupoli religiosi del Pontefice 
e la sua coscienza cattolica, lo si prendeva dal suo 
lato debole; tutto avrebbe sacrificato Pio IX, per non 
essere causa di uno scisma, cioè la propria vanità, la 
debolezza d'animo, l'amore di popolarità. Al tempo 
stesso lo turbavano gli ambiziosi disegni del re di Na- 
poli e l'influenza di Carlo Alberto, del quale mostra- 
vasi geloso. Narrasi che, appena seppe delle vittorie 
piemontesi in Lombardia, esclamasse: « Non si ricorda 



(1) x\. Bianchi, op. cit., tom. V, pagg. 181-182. 

(2) Sui primi di novembre del 1847, il Montanelli, trovandosi in 
Roma, ebbe un'udienza da Pio IX. Questi gli disse che vedeva inevi- 
tabile la guerra d"indipendenza, e, italiano, desiderava cacciare lo 
straniero , ma, papa, non poteva indire guerra all'Austria ; sembrava 
accennare a neutralità. — Vedi Montanelli, op. cit., tom. II, pagg. 46-47, 



150 La Toscana dal 1824 al 1859 

più il redi Sardegna del 18"2l e del 1833? Sembra che 
il Papa non abbia fatto niente. Ebbene, noi ci ritire- 
remo, e vedremo allora chi ci guadagnerà nel cambio ». 
Secondo il Cernuschi, già si cospirava per prendergli 
Bologna, e volevano altresì spogliarlo col pretesto di 
indipendenza. Gino Capponi rileva che, nell'aprile. 
Pio IX vedeva mal volentieri i soldati di Napoli avan- 
zare verso il Po. Se Napoli avesse preso parte alla 
guerra e vinto, quale altro compenso avrebbe potuto 
ottenere se non le Marche? Non è improbabile che 
anche questa considerazione abbia influito a deciderlo 
per la enciclica del 29 aprile. 

Nel concistoro segreto, tenuto nel suddetto giorno, 
il Pontetìce pronunziava la sua allocuzione, nella quale 
disapprovava la guerra all'Austria, e intimava quindi 
al generale Durando di non oltrepassare la frontiera. 
In questa allocuzione, dettata in latino, e pubblicata 
subito dopo la lettura fattane in concistoro, premesse 
le considerazioni sulle cose italiane, si leggevano le 
seguenti parole: «Alla quale condizione di cose, Noi 
« pure ai nostri soldati mandati ai contini del dominio 
« pontificio non volemmo che s'imponesse altro se non 
« che di fendessero V integrità e la sicurezza dello Stato 
«pontificio. Ma conciossiachè alcuni desiderino che Noi 
« altresì cogli altri popoli e principi d'Italia prendiamo 
« parte alla guerra contro gli Austriaci, giudicammo 
« conveniente di palesar chiaro e apertamente che ciò 
«si dilunga del tutto dai nostri consigli... (1)». 

A questa inattesa dichiarazione, i Romani ruppero 
in atti minacciosi verso la potestà sovrana del Papa. 

(1) « Questo ai chiama veramente parlare da Papa ! » esclamò il car- 
dinale Lambruschini. Ed infatti era un linguaggio degno del Padre dei 
fedeli; ma era un po' impolitico nella bocca di un principe italiano. 
Diciassettemila uomini potevano essere una forza rispettabile riuniti 
coU'esercito piemontese; ma sarebbero essi bastati da soli a difendere 
la frontiera, se agli Austriaci fosse piaciuto di non rispettarla ? Tale 
non era dunque lo scopo vero della spedizione. A Pio IX non rimaneva 
che due vie da seguire : o l'intervento pacifico o la guerra. Il primo 
conveniva al papa, l'altra al principe italiano. Ma egli non seppe fare 
nulla di tutto ciò ; né dichiarare la guerra, né impedirla. 



Capitolo XIV 151 

Nel tempo stesso fu sparsa la notizia che gli Austriaci, 
avendo preso prigioniero un pittore, che guerreggiava 
nella legione romana, lo appiccarono a un albero con 
un cartello sul petto, dov'era scritto: Così si trattano i 
soldati di Pio IX! 

Allora il popolo, pensando atterrito ai suoi cari, che 
stavano in quelle file, si die a imprecare contro l'al- 
locuzione pontificia, che poneva quei combattenti, scon- 
fessati dal loro governo, fuori delle leggi di buona 
guerra. Gli animi si alterarono fieramente ; la molti- 
tudine inquieta si aggruppava nelle vie, e si accalcava 
nei circoli sulle orme dei demagoghi Pietro Sterbini e 
Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio. 

Peggio ancora procedevano le cose nel reame delle 
Due Sicilie. Fino dal 26 di febbraio era stato convo- 
cato in Palermo il Parlamento Siciliano, il quale com- 
ponevasi delle due Camere, dei Pari e dei Comuni. 
Prima fu formato un governo temporaneo composto di 
un Presidente e di sette ministri. Fu eletto Presidente 
Ruggero Settimo, uomo scevro d'ambizione, e vene- 
rato da tutti i partiti per la sua probità ed intemera- 
tezza. 

Intanto il re Ferdinando II voleva che la Sicilia con- 
tinuasse a far parte integrante della monarchia; e che 
la Costituzione da lui accordata dovesse applicarsi pure 
alla Sicilia, salvo alcune lievi modificazioni. Ma i Si- 
ciliani volevano la loro autonomia, con un Principe 
della Casa Reale per Viceré. Il re Ferdinando non ri- 
spose né sì né no, e cercò di temporeggiare, aspet- 
tando il momento opportuno per riconquistare colle 
armi l'isola ribelle. Finalmente il governo siciliano, 
fiutando l'inganno e stanco delle tergiversazioni del re, 
adunato il Parlamento, propose la decadenza di Fer- 
dinando li e della sua famiglia. La Camera dei Pari e 
quella dei Comuni votarono ad unanimità la proposta 
di decadenza. Intanto venivano spediti tre Commissari 
a chiedere al Papa, al granduca di Toscana e al re di 
Sardegna, il riconoscimento del nuovo governo di Si- 
cilia. Essi furono accolti bene da per tutto : il Papa li 



152 La Toscana dal 1824 al 1869 

abbracciò; il granduca Leopoldo li si recò a visitarli 
in persona, e li invitò alla sua mensa; Carlo Alberto 
fu largo di cortesie con essi, e parlò della Sicilia con 
ammirazione. 

Lasciamo per un momento le cose di Napoli e di 
Sicilia, e torniamo alla guerra. Abbiamo accennato, 
nel capitolo antecedente, alle prime disposizioni prese 
dal governo toscano riguardo alla guerra d'indipen- 
denza. Ora dovremo aggiungere che al comando del 
piccolo esercito toscano era stato preposto il generale 
conte Ulisse d'Arco-Ferrari. Questo si era reso maleviso 
agli ufficiali ed ai soldati; cosicché il granduca si trovò 
costretto di richiamarlo a Firenze (1), e gli sostituì il 
maggior generale conte Cesare de Laugier de Belle- 
court, già soldato del primo Impero, i cui antenati 
erano venuti in Toscana con Francesco I di Lorena 
nel 1735. Egli aveva allora 59 anni, essendo nato a 
Portoferraio nel 1789. 

Il granduca incaricava il cav. Baldasseroni di far 
noto al marchese di Lajatico che il generale De Laugier, 
prendendo il comando del corpo d'armata toscano, «do- 
vesse rimanere sotto la stretta dipendenza del luogo- 
tenente generale Bava, comandante una divisione delle 
milizie sarde, o di qual'altro generale piacerà meglio 
a S. M. il re Carlo Alberto di destinare ». 

L'avanguardia piemontese era entrata frattanto in 
Milano in mezzo al popolare entusiasmo. Il 3 d'aprile, 
Carlo Alberto entrò in Pavia, e proseguì poi per Crema 
con soli 25,000 uomini contro un esercito di 70,000 
Austriaci. Il re lo minacciò, lo sloggiò, piegando a 
destra, e scendendo il Po ». L'operazione — esclama 



(1) Don Neri, dei principi Corsini, ministro degli all'ari esteri, e in- 
caricato del jìortalbgli della guerra, era giunto l'il maggio in mis- 
sione straordinaria al campo. Appena arrivato al quartier generale 
delle Grazie, non tardò ad accorgersi come la posizione del generale 
D'Arco-Ferreri si fosse resa insostenibile. Ne informò pertanto il Gran- 
duca, al quale propose di rimuoverlo dal comando. — Vedi G. U. Oxi- 
LiA, La Campagna toscana del 1848 in Lombardia, Firenze, B. See- 
ber. editore, 1904; pagg. 170-179. 



Capitolo XIV 153 

il Balbo — era bella ; la guerra era portala d'uQ tratto 
sul Mincio ». Il 7 d'aprile accadde uno scontro al ponte 
di Goito e a quello di Monzambano, ove le truppe 
sarde, composte di bersaglieri, comandati dal colon- 
nello La Marmora, e del battaglione Real Navi e dei 
cannonieri si copersero di gloria. 11 La Marmora fu 
ferito da una palla di fucile al mento e alla mascella 
inferiore; ciò non ostante, mentre stavano per farlo 
prigioniero, ebbe la forza di uccidere il nemico, e cor- 
rere indietro a dire che il passo del Mincio era gua- 
dagnato (l). 

Il 10 e ril d'aprile, i Piemontesi vincevano a Va- 
leggio. Cosi tutta la sinistra del Mincio era in loro 
potere; e si trovaron quindi padroni di passare nel 
quadrilatero, e di bloccare le piazze forti di Peschiera, 
Mantova e Sperona. Vinsero pure a Pastrengo tra il 
Mincio e l'Adige (30 aprile); ma avanzatisi sotto Ve- 
rona, furon respinti a Santa Lucia con ragguardevoli 
perdite (2), le quali sarebbero state di gran lunga 
maggiori, se il duca di Savoia (che fu poi Vittorio 
Emanuele II) con grande valore, alla testa di una 
sola brigata, non si fosse mantenuto nel villaggio di 
Santa Lucia, lino a che la ritirata dell'esercito non fu 
assicurata. Allora si pose mano immediatamente all'as- 
sedio regolare di Peschiera. 

Le milizie, che il re di Napoli aveva mandato a com- 
battere in Lombardia, erano comandate dal generale 
Guglielmo Pepe, vecchio patriotta ed esule tin dal 1821. 
Ma, disgraziatamente, il re Ferdinando II non provava 
grandi simpatie per l'indipendenza italiana; e parecchi 
liberali napoletani non avevano in lui troppa fiducia. 
Intanto una serie di equivoci e di malintesi, nati tra 
il Re e i Deputati, riguardo alla formula del giura- 



ci) Veggasi uaa lettera del tenente colonnello Carlo Corradino Chigi, 
rappresentante del Granduca al Campo piemontese, diretta al ministro 
della guerra in Firenze, e riporlato dall'OxiLiA, op. c»^, pagg. 72-75. 

{-1} A. Carlo Alberto era stato dato ad intendere che i Veronesi gli 
avrebbero aperte le porte. 



154 La Toscana dal 1824 al 1859 

mento, furon causa di attriti violenti, che si mutarono 
poi in un terribile eccidio. 1 Deputati, sobillali da quella 
gente che è solita pescare nel torbido, e fra la quale 
emergeva il famigerato Giovanni La Cecilia, credettero 
che la formula del giuramento proposta dal Re fosse 
un'insidia; lo che in verità non era (l). Si perdettero 
parecchi giorni, cioè dal 3 al 15 maggio, in inutili dispu- 
tazioni , quando il Re, intimorito, ordinò alle sue mi- 
lizie di occupare parecchi punti strategici della città. 

Fu questo il segnale della strage. 1 cagnotti poli- 
zieschi e i sanfedisti aizzarono la vile plebaglia dei 
lazzaroni ; e il 15 maggio, giorno prefìsso all'apertura 
del Parlamento, si eressero delle barricate, 1 soldati 
allora irruppero contro i cittadini, e dopo una breve e 
disuguale battaglia, i costituzionali furono scontitti. 
In questo tempo, mentre il generale Pepe trovavasi a 
Bologna, gli giunse l'ordine di tornare indietro e di 
non più proseguire per il campo. I soldati napoletani 
esitarono sulle prime; ma poi ripigliarono il cammino 
verso Ancona. Invece il vecchio generale, che li coman- 
dava (al quale eran rimasti fedeli un reggimento di 
fanteria, uno di cavalleria e una brigata d'artiglieria), 
rifiutò di retrocedere, e, passato il Po, si recò a Rovigo 
e di là a Venezia. 

Appena si sparse per tutta l'Italia la carneficina del 
15 maggio, si sollevò un grido generale d'indignazione. 
In Livorno, la popolazione irritata proruppe in furiose 
imprecazioni contro l'esoso tiranno partenopeo; e, 
strappando dal palazzo del console Tschudy la bandiera 
e lo slemma napoletano, bruciarono quegli oggetti sulla 
piazzagrandeinsiemecoll'efflge delre. In Genova, l'arma 
del consolato, tra i tìschi e gli urli, veniva trascinata 
nel fango sino al molo vecchio, e quivi arsa sul ponte 
medesimo, in cui soleva rizzarsi il patibolo per gli 
assassini. E in Firenze, saputosi come il generale Sla- 



(1) Veggasi la spassionata relazione sui fatti del 1.5 maggio in Napoli, 
nel volume II (pagg. ^23- e segg.) delle Storie Italiane di Ferdinando 
Ranalli. 



Capitolo XIV 155 

Iella fosse giunto da Bologna, dove aveva comunicato 
al capo della spedizione il regio ordine di raggiungere 
immediatamente la frontiera del Tronto, una folla di 
gente adunavasi sulla piazza di Santa Trinità, mo- 
strando di avere brutte intenzioni. Il disertore della 
santa guerra usciva impaurito dalla locanda del Pel- 
licano, e riparava nella fortezza di San Giovan Bat- 
tista; intanto i più violenti chiedevano la sua car- 
rozza per arderla; e questo eccesso compivasi: inutile 
riparo all'eccidio di Napoli (1). 

E ora torniamo alla guerra che corabattevasi nell'alta 
Italia. 11 generale De Laugier trovavasi al Quartier 
generale delle Grazie, allorché, nella notte dal 28 al 
29 maggio, ricevette, per mezzo di un lanciere piemon- 
tese, un dispaccio del tenente generale Bava, il quale 
trovavasi a Custoza. Con questo dispaccio il De Laugier 
veniva avvertito che gli Austriaci stavano forse per 
gettare un ponte fra Goito e Rivalla, per prendere 
alle spalle il piccolo esercito toscano. Doveva quindi il 
De Laugier opporsi a ciò « e qualora ne rimanga so- 
verchiato — continuava il dispaccio — ripieghi non più 
sopra a Goito, ove si troverebbe tra due fuochi, sibbene 
verso Gazzoldo, donde potrà raggiungere i Piemontesi ». 

Questo dispaccio persuase fino ad un certo segno il 
De Laugier, essendoché egli pensava che gli Austriaci 
non avevan bisogno di ricorrere allo strattagemma d'un 
ponte gettato alle spalle del nemico, quando sì Curta- 
tone che Montanara erano posizioni tali da poter essere 
con gran vantaggio assalite di fronte da un numeroso 
esercito ; pur tuttavia egli obbedì ancora, confidando 
negl'invocati e promessi soccorsi. Intanto si giunse alla 
mattina del 29 maggio. 

Le milizie comandante dal generale De Laugier eran 
composte di circa 6,000 uomini, compresivi alcuni Mo- 
denesi, i Napoletani del 10» cacciatori e il battaglione 
universitario. Questo era composto di professori e di 



(1) Vedi C. A. Veccuj, La Italia. Storia di due anni (1848-1849). 
Torino, Sebastiano Franco e tiglio, 1856; tom. 1, pag. 164. 



156 La Toscana dal 1824: al 1859 

studenti delle due Università dì Pisa e di Siena. Lo 
comandava l'illuslre astronomo, prof. Ottaviano Fa- 
brizi Mossotti. I genitori di parecchi di quei giovinetti 
avevano fatto istanza al governo, perchè impedisse ai 
loro figli di procedere innanzi. Il ministro della guerra, 
don Neri Corsini, non si mostrò restìo a contentare i 
parenti di cfuei giovani ; ma questi dichiararono reci- 
samente di non voler tornar indietro, desiderosi, come 
erano, di battersi contro gli Austriaci. I professori, 
dal canto loro, dichiararono di non volere abbandonare 
i propri scolari. Quindi diedero incarico a Vincenzo 
Passerini e a Lorenzo Fabbroni di fate una pubblica 
protesta contro questi comandi, e mostrare al Governo 
che la scolaresca non sarebbe tornata in Toscana 
finché un solo Austriaco respirasse le aure lombarde (1). 
Che sorta di soldati fossero, del resto, gli studenti 
ed i professori pisani e senesi lo dice per tutti Enrico 
Mayer, con un cenno che potrebbe chiamarsi la defi- 
nizione del soldato ideale in una nazione civile, e che 
rispecchia il pensiero di molti volontari del '48. La 
lettera di Enrico Mayer al fratello Edoardo, in data di 
Reggio, 22 aprile, dice così: « Io non son militare, né 
« ho mai avuta alcuna disposizione per la milizia, 
« e aborrirei da ogni guerra che non fosse d'indipen- 
« denza nazionale. Ho preso le armi per la patria come 
« naturale conseguenza dei principi da me professali 
« in tutta la mia vita. Sono a questo campo come ci- 



(l) La dichiarazione deUa scolaresca fu scritta a Reggio Emilia il 
"22 di aprile, e suonava così : 

« Proteste degli scolari. 

« Il Battaglione Universitario protesta energicamente contro i reiterali 
Ordini di un Governo italiano, che inlima d'indietreggiare ad un corpo 
islituito per la difesa dell'indipendenza, che ripone il dovere di citta- 
dino al di sopra d'ogni altro dovere, e che ha mostrato e che meglio 
mostrerà in circostanze più ardue che il richiamo alla calma degli 
studi, mentre si combatte la santa guerra da tre secoli sospirata, è un 
fargli insulto. 

« Dichiara adunque che malgrado tutti gli ordini passati e futuri, ha 
deciso di avanzare in qualunque modo etc. eie. ». 



Capitolo XIV 157 

« vico volontario, cioè come libero cittadino ; e questa 
« libertà d'azione intendo mantenerla senza menomarla 
« con alcun arruolamento ». 

E qui mi piace riportare le belle parole di uno scrit- 
tore, tanto benemerito della storia del nostro nazionale 
risorgimento: « Questi giovani dunque {cioè gli studenti 
del battaglione tmiversitario) partivano sereni per la 
guerra, e per le strade polverose, per le campagne 
feconde, pei poggi fioriti, e sul campo di battaglia, 
portavano i loro classici ricordi, i sogni geniali della 
giovinezza, e là, in fondo al cuore, un affetto che il 
patriottismo aveva reso doloroso, ma forse piìi caro, 
l'amore per la loro bella o l'amore pei loro vecchi (1). 

11 Montanelli, nelle sue Memorie, ci dà la descrizione 
del campo toscano. Ecco le sue parole: « Era il campo 
toscano a destra dell'armata piemontese fra Goito e il 
lago di Mantova. Occupavano coll'anliguardia Curtatone 
e Montanara, due luoghi distanti circa tre miglia da 
Mantova, e non più d'un miglio e mezzo l'un dall'altro... 
Il qiiartier generale della piccola armata, dapprima 
posto a Castellucchio, era stato trasferito alle Grazie. 
Eravamo poco più di cinquemila fanti, tremila de' quali 
volontari, con 160 cavalli e nove pezzi d'artiglieria. 
Con sì poca forza davanti ad una cittadella formida- 
bile, che fece girar la testa al primo capitano dei nostri 
tempi, e avendo il largo e profondo fosso dell' Osone 
alle spalle, con solo uno stretto passo e un argine 
altissimo dalla parte di Mantova, e ninno dalla parte 
opposta, il che rendeva assai difficile la ritirata, le lin- 
guacce dicevano che eravamo stati messi lì in bocca 
al lupo » (2). 

A parte le esagerazioni montanelliane (il Montanelli 
era uomo di parte e però alquanto sospetto), non si 
può tuttavia negare che pessima era la posizione dei 
Toscani sotto Mantova, e tale fu ritenuta anche da altre 
persone intelligenti di cose militari. 



(1) G.V. OxiLiA, op. cit., pag. 4it. 

{i) Montanelli, op. cit., tom. Il, pag. 257. 



158 La Toscana dal 18i2i al 185!) 

Abbiamo già dello che il generale De Laugier aspet- 
tava i soccorsi del generale Bava. 

Ad onta però della pessima posizione e del numero 
scarsissimo d'uomini, i Toscani e circa 500 napoletani, 
che erano con loro, avevano con mirabile virtù sop- 
portato disagi grandissimi e dato prova di strenuo va- 
lore. Essi avevano, il 13 maggio, fieramente ributtato 
gli Austriaci, che, uscendo da Mantova, avevano assa- 
lito le loro trincee. A ben più dura proA^a erano chiamati 
quei prodi il 29 maggio. « Ma — osserva il Bertolini — 
come potevano sperare essi di uscire vittoriosamente 
da una lotta, nella quale uno doveva pugnare contro 
sei, se non fossero stati a tempo soccorsi ?» Il soccorso, 
pur troppo, mancò ; ma non per questo vennero meno 
il loro coraggio e il loro valore. Per più di sei ore 
tennero testa bravamente al nemico; e il prode gene- 
rale, che li comandava, moltiplicavasi, come suol dirsi; 
egli trovavasi da per tutto, incorando gli uni, confor- 
tando gli altri. L'assalto cominciò a Curlalone alle 10 
di mattina, e di là si estese in breve a Montanara e 
per tutto il campo ». 

Dopo sei ore di combattimento, quei prodi, fra i 
quali i giovani studenti degli Atenei pisano e senese, 
sopraffatti dal numero dei nemici, dovettero cedere e 
piegare in ritirata. Nella quale avrebbero patite perdite 
maggiori, se la compagnia dei bersaglieri volontari, ca- 
pitanata da Vincenzo Malenchini, aiutata da altri ani- 
mosi, fra i quali Giuseppe Cipriani (morto, quattro anni 
or sono, qui in Firenze) non avesse per qualche tempo 
sostenuto l'impeto dei vincitori (1). Di quel manipolo di 
prodi, soli 2,500 poleron mettersi in salvo, compreso il 
De Laugier, ferito non lievemente ; gli altri rimasero, 
parte morti o feriti sul campo, parte caddero prigio- 
nieri. Fra i caduti furono il valente geologo, prof. Leo- 
poldo Pilla, e il Montanelli, il quale, gravemente 



(l) Il cannoniere KIbano Gaspori, nativo di Portoferraio, sebbene 
avesse arse le vesti e la persona dall'esplosione di un cassone di pol- 
vere, continuò imperterrito e seminudo a caricare i pezzi. 



Capitolo XIV 159 

ferito, fu credulo morto esso pure, e in Pisa gli furon 
fatti solenni funerali nella Chiesa di San Frediano. Morì 
pure, in questa pugna, Francesco Lotti, pisano; il cui 
fratello Giovanni, che gli stava accanto, uomo religioso 
e patriotta ad un tempo, rimase incolume, e pur tro- 
vandosi nella mischia non aveva sparato un colpo! 
Alla sua coscienza ripugnava versare il sangue altrui, 
e stette un periodo senza sparare, aiutando a soccor- 
rere e a curare i morti e i feriti. Era — come ben dice 
il D'Ancona — un modo assai nuovo e strano di stare 
in battaglia, ma non si può non ammirarne la nobiltà, 
e con essa la pacatezza a sacrificare la vita per un alto 
ideale (1). 

Gli Austriaci ebbero in quella giornata 800 uomini 
messi fuori di combattimento; ma più che la perdita 
di tanta gente, nocque al Radetzky la lunga durata della 
resistenza, la quale gl'impedì di sorprendere la posi- 
zione di Goito, e di chiudere gl'italiani fra il Mincio 
e l'Adige (2). 

11 31 maggio giunsero a Firenze le prime voci del- 
l'immane disastro. Le famiglie dei soldati ed il governo 
ne rimasero costernati. Fu subito disposto che partis- 
sero per la Lombardia due compagnie di carabinieri, 
una di linea e 300 volontari. 

Il lutto e la costernazione tuttavia scemarono al- 
quanto, e quasi si mutarono in gaudio il dì appresso, 
quando sul far della sera si sparse la nuova, ed era 
vera, di una sconfitta degli Austriaci a Goito, e della 
presa di Peschiera (3). Risuonarono gli evviva ; e il 
popolo fiorentino acclamò l'inviato di Carlo Alberto, 
marchese Salvatore Pes di Villamarina, nel mentre che 



(1) Vedi D'Ancona, Ricordi storici del Risorgintento italiano. Firenze, 
Sansoni, 1914; pag. 175. 

(2) Una splendida e commovente descrizione del combattimento di 
Curtatone e Montanara trovasi nel già citato volume dell'Oxilia, da 
pag. 209 a pag. 231. 

(3) La battaglia di Goito avvenne il 30 maggio; e Peschiera si arrese 
al Duca di Genova, la mattina del giorno suddetto. 



160 La Toscana dal 1824. al 185tì 

i Milanesi acclamarono, per l'eroica resistenza del 29, 
il prof. Carlo Matleucci, inviato del Granduca nella 
capitale lombarda. Nella notte per le vie di Firenze 
risuonarono, furenti di rivendicazione, le note del Gu- 
glielmo Teli. 



CAPITOLO XV. 

Giudizio del Baldasseroni sulla battaglia di Curtatone e Mon- 
tanara. — Il Granduca assegna varie ricompense ai super- 
stiti di quella gloriosa giornata. — Lettera della principessa 
Adelaide Conti alle gentildonne lombarde. — Carlo Alberto 
soldato e generale d'esercito. — Chiacchiere inutili, che si 
facevano in Toscana nel 1848. — Errori militari di Carlo 
Alberto. — Vicenza si arrende agli Austriaci. — Breve 
tregua. — 11 maresciallo Radetzky riprende l'offensiva. — 
Battaglia di Custoza. — Nuovi errori militari del monarca 
Sabaudo. — Sconfitta dei Piemontesi. — Carlo Alberto a 
Milano. — Indecente sommossa della plebaglia milanese. — 
Imperturbabilità del Re e del Duca di Genova suo figlio. — 
Carlo Alberto è liberato dal colonnello Alfonso La Marmora. 
— L'armistizio Salasco. — Tumulti in Firenze alla notizia dei 
disastri piemontesi. — Biasimevole contegno della guardia 
civica. — Il Gonfaloniere di Firenze e alcuni Deputati al 
Palazzo Pitti. — Loro lamenti contro il governo. — Dimis- 
sioni del Ministero Ridolfi. — Ministero Capponi. — Assas- 
sinio del colonnello Glovannetti. — Accordi di vedute tra il 
granduca Leopoldo II e il suo primo ministro. — Lettera di 
Leopoldo II all'arciduca Giovanni. — Fine della Dieta di 
Francoforte. 

Prima di proseguire nella narrazione degli avveni- 
menLi, che si svolsero in Toscana dopo il combatti- 
mento di Curtatone e la battaglia di Coito, piacerai 
riportare le parole di uno scrittore, non appartenente 
al partito liberale, e perciò non sospetto, il quale così 
parla della giornata del 29 maggio : « Delle forze to- 
scane, che presero parte alla campagna, dovrà dirsi, 
spassionatamente, che fecero prova sopra quanto avrebbe 
dovuto aspettarsi da soldati, o volontari privi d'istru- 
zione, non abituati alle fatiche militari, che vedevano 

L. Cappelletti 11 



16^ La Toscana dal 1824 al 1859 

per la prima volta il nemico, e oltre a ciò mancanti 
di molti di quei mezzi che si potevano desiderare, ma 
non mettere in pronto d'improvviso. E invero in una 
lotta, per molte ragioni troppo disuguale, la giornata 
di Curtatone segna una pagina di lutto, ma non senza 
gloria per i Toscani. Gli Austriaci la chiamarono glo- 
riosa giornata, perchè vinsero ; ma non potè esser tale 
per essi, se non in ragione dell'opposizione che do- 
vettero superare per parte di un nemico assai inferiore 
a loro di forze (1) ». 

Un mese dopo l'eroica pugna di Curtatone e Monta- 
nara, il granduca Leopoldo II emanava un decreto, in 
cui diceva che « la virtvi militare si deve misurare non 
dalla vittoria, ma dai pericoli affrontati combattendo, 
e che veramente maschio è quel valore, il quale, 
nella disposizione di tutte le cose intende a restare 
invitto, e, cedendo il posto, non volge le spalle». E poi 
continuava così: «Avendo considerato che se la vit- 
toria del 29 maggio non fu lieta per le nostre armi 
intorno a Mantova, negli accampamenti di Curtatone 
e Montanara, pure quel sole fu testimone di molte 
prove di valore date dai due nostri Corpi d'Armata, i 
quali, separati di luogo ed attorniati, sostennero l'urto 
di un nemico immensamente superiore di forze, al 
quale tardi cedendo, seppero vender caro quel terreno 
che egli dovè comprare con gravi perdite, giovando 
così grandemente alla causa italiana. E riguardando 
come debito della sovranità il premiare i tratti singo- 
lari di personale valore, abbiamo decretato e decre- 
tiamo etc. etc. ». Il Principe in tal guisa assegnò varie 
ricompense ai superstiti di quella indimenticabile gior- 
nata. 

Le gentildonne lombarde avevano usato ogni ma- 
niera di pietosa assistenza ai nostri feriti ; ed ebbero 
anche l'affettuoso pensiero di rivolgere dolcissimi sensi 
alle madri ed alle spose dei Toscani periti in quella 



(1) Baldasseroni, op. cit., pag. 302. 



Capitolo XV 163 

giornata. Dalla principessa Adelaide Conti, nata Cor- 
sini, maggiordoma maggiore della Granduchessa allora 
regnante, così rispondevasì alle magnanime donne lom- 
barde : * Le parole di generoso conforto da voi dirette 
« alle sventurate donne toscane, che ebbero a piangere 
«i loro cari estinti sul campo dell'onore nel dì 59 
« maggio, di gloriosa e lacrimevole memoria, commos- 
« sero di dolore e di riconoscenza il nobile animo 
«dell'Augusta Nostra Sovrana, Maria Antonietta, che 
« col cuore della più amorosa fra le madri sente e 
«divide le sventure della toscana famiglia. 

« Sono pertanto incaricata dalla Reale Altezza Sua, 
« che ho l'alto e caro onore d'avvicinare, di esternarvi 
« i sensi della viva sua tenerezza e gratitudine per le 
« consolanti parole a noi inviate, perchè il pianto delle 
« Sorelle lombarde rende meno acerbo il dolore delle 
« sventurate sue figlie. 

« Essa però, fidata nella Divina bontà e nel valore 
« italiano, spera che, cessato in breve il sangue ed 
« asciugate le lacrime, restando solo la memoria della 
« gloria dei nostri eroi, sia questo legame indissolu- 
« bile di unione fraterna, com'è fin d'ora pegno d'ita- 
« liana indipendenza. 

« Compito così al gradito ed onorifico incarico, passo 
« coi sentimenti del piìi verace amore ed alta stima a 
« segnarmi, 

«di voi, magnanime donne lombarde, 

« affezionatissima sorella 
« Adelaide Conti ». 

Intanto il corpo toscano, poco curato dai Piemon- 
tesi, perchè non amavano il contatto dei volontari colle 
loro truppe regolari (1), dovette dopo il fatto di Cur- 
tatone ritirarsi sul Bresciano per ricomporsi e riordi- 
narsi coi rinforzi che gli si preparavano. 



(I) TuUi sanno coQie il re Carlo Alberto amasse poco di avere i vo- 
lontari nel suo esercito; e ((uesto era un errore, e dovette, in seguito, 
convenirne egli pure. 



164 La Toscana dal J8"24 al 1859 

Carlo Alberto era sul campo di battaglia un soldato 
intrepido e valoroso, che non temeva la morte ; ma, 
diciamolo francamente, non era un gran generale. 
Forse egli presumeva di esserlo ; ma con molte forma- 
lità impacciava le mosse. « Ogni giornata doveva co- 
minciarsi col servizio divino, lo che ritardava il tempo 
di rifocillarsi i soldati e di vantaggiare della frescura 
mattinale ». Così osserva giustamente uno storico reli- 
giosissimo (l). Il re trovavasi anche assediato dalle 
cortigianerie dei nuovi sudditi ; non essendovi città o 
borgata, non società o circolo, che non volesse man- 
dargli un indirizzo, una deputazione, una poesia. 

In Italia, nel 1848, si chiacchierava troppo: nei Par- 
lamenti, nei circoli politici, nelle piazze, nei ritrovi 
pubblici e privati, si criticavano gli atti dei governi, 
le mosse dei generali, si disputava della loro capacità, 
si facevano tristi presagi (i partiti retrivi sofiìavano nel 
fuoco), i quali altro scopo non avevano che insospet- 
tire ed agitare le masse. Dopo tutto, qual capitano 
avrebbe potuto condursi fra le ciarle di 5 parlamenti 
(di Torino, di Roma, di Firenze, di Napoli e di Palermo), 
di centinaia di circoli, di migliaia di giornali? Il re 
Carlo Alberto era costretto di piegarsi innanzi a quella 
inesauribile rettorica. Rinforzarsi sulle alture di Som- 
macampagna, che sono il baluardo della Lombardia, 
era l'unico partito che gli restasse, e lo prese; ma, 
stanco della inazione, e spronato dai panegirici e dalle 
requisitorie, volle pigliare l'offensiva col bloccare Man- 
tova, e spinse 40,000 uomini sull'ala destra; col che 
assottigliò la linea, scoperse la sinistra, e lasciò aperto 
il varco di Rivoli, che egli erasi acquistato con tanto 
vanto. 

Radetzky intanto, respinto e rotto a Coito, si era 
facilmente coperto e ridotto in Mantova. Poscia, riti- 
randosi, con bellissima operazione di guerra, per Le- 
gnago, marciò sopra Vicenza, dov'erasi raccolto il gene- 



(1) Cantù, Cronistoria, tom. II, pag. 903. 



Capitolo XV 165 

rale Durando. Il 10 dì giugno questa città fu assalita 
da 40,000 uomini, con 118 pezzi d'artiglieria, coman- 
dati dai generali D'Aspre e Walden. I difensori erano 
appena 10,000. Eppure resistettero tutto il giorno ; ma 
il domani fu giocoforza capitolare. 

Dopo un mese di silenzio dall'una parte e dall'altra, 
il maresciallo Radetzky riprese l'offensiva. Alle sei 
ant. del 23 di luglio, assali gl'Italiani a Sona, Som- 
macampagna, Santa Giustina e Custoza. Erano 40,000 
uomini contro 10.000. I nostri si difesero eroicamente, 
ma furon costretti a cedere al soverchiante numero dei 
nemici; e il generale De Sonnaz, privo di ordini dal 
Quartier Generale, e vedendo ogni resistenza impossi- 
bile, si ritirò a Cavalcasene, un po' al disotto di Pe- 
schiera. Udito poi che il nemico gettava sul Mincio dei 
ponti, si ridusse a Volta per mettersi in comunicazione 
coll'esercito e a disposizione del re. Questi intanto 
aveva mandato a chiamare il general Bava per con- 
sultarlo sul da farsi. Il generale consigliò un'azione 
di guerra per il giorno dopo. Carlo Alberto annuì, e, 
verso le due pomerid. del giorno (24, le truppe regie 
attaccarono gli Austriaci a Custoza, per la valle di 
Staffalo e Sommacampagna, e lì superarono e vinsero 
talmente che una loro brigata, tagliata fuori da Som- 
macampagna, dovette ritirarsi in Verona. Sopraggiunte 
in quel mezzo una brigata di fanteria e una divisione 
di cavalleria piemontesi, restarono a guardia di Villa- 
franca e della circostante pianura. 

Questo facile successo accrebbe, pur troppo, nell'animo 
del re la certezza di avere fino allora saggiamente ope- 
rato, mentre tutti sanno che alle sue continue oscillazioni 
ed incertezze, al volere, ad ogni costo, che la battaglia 
non cominciasse se non dopo il servìzio divino, si deve 
in gran parte il cattivo esito della campagna. Egli 
credeva non avere più altro da fare che impadronirsi 
di Valeggio, per poi ributtare il nemico ed avvilup- 
parlo. Funesta illusione ! 

Se Carlo Alberto fosse stato buon maestro di guerra, 
com'era valoroso soldato, avrebbe dovuto tosto ordì- 



166 La Toscana dal 1824 al 1859 

tiare al generale De Sonnaz di riunire quante più mi- 
lizie gli fosse possibile sopra le forti posizioni di Caval- 
casene « per operare — dice il Mariani — in armonia 
all'assalto disegnato e congiungersi quindi all' ala 
destra dell'esercito sul grande giro a sinistra, che do- 
veva eseguire, tenendo Valeggio per suo perno (1) ». 

Il soggetto principale, che ha dato origine a questo 
libro, non mi consente di estendermi particolarmente 
sull'infausta battaglia dì Custoza avvenuta il 25 di 
luglio del 1848. Le forze imperiali sommavano in quel 
giorno a 55,000 combattenti, che si trovavano in linea 
dinanzi a !23,000 Piemontesi. Eppure eravi una ri- 
serva di 5,000 uomini e 10 bocche da fuoco tra Villa- 
franca e Roverbella ; in Peschiera stava la divisione 
Visconti con più di 10,000 uomini e 16 pezzi, alla 
quale il generale Bava, nel giorno precedente, avea 
spedito r ordine di tornare ad occupare Valeggio : 
ordine rimasto senza effetto. Sulla destra del Mincio 
stavano le seguenti forze piemontesi : 13,000 uomini e 
28 pezzi col generale de Sonnaz a Volta ; circa 6.000 
con 8 pezzi a Goito, venuti da Governolo ; e quasi 
17,000 uomini con 16 pezzi, col generale Ferrerò incontro 
a Mantova. Onde si vede come nella giornata del 25 
si trovassero lontani da Custoza quasi 40,000 uomini, 
dei quali circa 20,000 potevano, chiamati a tempo, 
giungervi senza contrasto (2). 

Gli errori si erano accumulati agli errori : Carlo 
Alberto — del cui valore personale ninno ha mai dubi- 
tato — aveva dimostrato ad evidenza di non posse- 
dere i requisiti necessari per comandare un esercito. 
E poi, quel continuo tentennare da un'idea ad un'altra, 
quel cambiare di risoluzione ad ogni momento, quel- 
l'incertezza sulle disposizioni da prendersi immediata- 
mente, avevano in gran parte contribuito a precipitare 
le sorti della battaglia. 11 generale de Sonnaz, invitato 



(t) Mariani, Le guerre deWindipendensa italiana dal 1848 al 1870. 
Torino, Roux e Favale, 1882, tom. 1, pag. 546. 
(2) Vedi la mia Storia di Carlo Alberto, pag. 393. 



Capitolo XV 167 

la mattina del 25 a condurre le sue truppe da Volta 
nelle vicinanze di Valeggìo, mandò a dire che, prima 
delle sei di sera, non sarebbe potuto arrivare, perchè 
i suoi soldati erano stanchi ! Carlo Alberto allora or- 
dinò la ritirata su Coito, che fu eseguita senza che il 
Radetzky tentasse d'impedirla. Il 27, verso il mezzo- 
giorno, il re trovò a Coito il generale de Son«az, 
giunto allora da Volta, la cui posizione aveva abban- 
donata in seguito ad un ordine scritto a matita, man- 
datogli durante il combattimento di Custoza, del quale 
non si potè mai sapere l'autore (l). 

Carlo Alberto, avendo avuto notizia che nelle sue 
truppe regnava un certo fermento, e che si erano di- 
sordinatamente ritirale dal malaugurato investimento 
di Mantova, chiese un armistizio al maresciallo, of- 
frendogli di ritirarsi dietro l'Oglio. Ma il Radetzky 
pretese che la ritirata si facesse dietro l'Adda, colla 
cessione di tutte le piazze sino a questo fiume, l'ab- 
bandono dei ducati e la restituzione dei prigionieri. 
Carlo Alberto non volle nemmeno che queste condi- 
zioni fossero discusse, e recisamente le rifiutò; errore 
fatale, perchè se egli avesse accettato la linea dell'Adda, 
avrebbe salvato Milano. Invece credette di difendere 
questa città e di coprire la Lombardia, dirigendosi 
verso Cremona. « Al nostro avvicinarsi a Milano — 
scrive il general Bava — trovammo deserti i dintorni, 
tetro e silenzioso l'aspetto della città, dipinto in ogni 
volto il sentimento del dolore e della paura ». 

Il 3 di agosto, Carlo Alberto arrivava con 25,000 uo- 
mini, seguito da vicino da 43,000 Austriaci. Se Milano 
voleva sacrificarsi per la difesa della causa italiana, 
essa, che aveva da sola cacciato il nemico, tanto più 



(1) Narra il Pinelli {op. cit., toni. Ili, pagg. 603-604) che il biglietto 
diretto al De Sonnaz era stato scritto da Carlo Alberto, il quale, visto 
il cattivo esito di quel comando, negasse poi di esserne l'autore. — 
Altri invece dicono — lo che è più probabile — che l'ordine al De Sonnaz 
pervenisse dal campo nemico, allo scopo di privare l'esercito subalpino 
della cooperazione del secondo corpo. 



168 La Toscana dal ÌSU al 1859 

poteva sperare di respingerlo, sorretta da un esercito. 
Il quale, non ostante fosse di quasi 18,000 uomini in- 
feriore a quello austriaco, oppose ancora, il 4 agosto, 
valida resistenza, e per parecchie ore combattè. La 
vittoria del nemico non poteva essere dubbiosa; ì 
Piemontesi dovettero riparare in Milano. Ma vista la 
impossibilità di una difesa, per difetto di armi e di de- 
naro, Carlo Alberto, consenzienti i suoi generali, con- 
cluse col maresciallo Radetzky una capitolazione, la 
quale in sostanza diceva: «Cessione di Milano; riti- 
rata dell'esercito oltre il Ticino; garanzia delle per- 
sone e degli abitanti ; libertà di uscita ai cittadini, che 
volessero seguire l'esercito piemontese ». 

Alla notizia di questa capitolazione, i Milanesi si 
sollevarono: le minacce e le imprecazioni contro Cailo 
Alberto si alternavano alle invettive di traditore del 
1821, carnefice del 1833 (1). lire trovavasi allora allog- 
giato nel Palazzo Greppi. Quando la folla giunse di- 
nanzi alla residenza dell'infelice monarca, il picchetto 
di guardia nazionale, che era incaricalo di guardarlo, 
abbandonò il suo posto, facendo causa comune cogli 
insorti. Invitato a presentarsi al balcone, Carlo Alberto 
non esitò; egli aveva al fianco il duca di Genova suo 
tìglio. Dalla plebaglia accalcata sulla via gli fiiroii ti- 
rati alcuni colpi di fucile, che, fortunatamente per lui 
e per l'onore dei Milanesi, non Io colpirono. Final- 
mente, il colonnello Alfonso La Marmora, alla testa di 
una compagnia di bersaglieri e di un battaglione delle 
guardie, riusci a trarre in salvo lo sventurato sovrano. 

Il 6 d'agosto, il maresciallo Radetsky entrava in 
Milano, accolto da un cupo silenzio; e il giorno 9, il 
generale Salasco, capo di Stato Maggiore dell'esercito 



(1) «La parola tradimento — dice il Gantìi — è la codarda parola 
di quegl'igaoranti, che non sanno scorgere le cause vere; di quei pre- 
suntuosi, che non vogliono confessare le proprie colpe; di quei mal- 
vagi che aizzano le passioni popolari in ciò che hanno di più abietto, 
sapendo che con ciò si toglie ogni luogo a ragione o discolpa ». Cro- 
nistoria, tom. 11, pagg. 952-53. 



Capitolo XV 169 

sardo, firmava un armistizio di sei settimane, colla 
condizione che, per riprendere le ostilità, si dovesse 
denunziarlo otto giorni prima. « Armistizio — ha detto 
il Balbo — inaspettatamente favorevole, a giudizio di 
ogni militare e politico d'allora, e d'ogni scrittore assen- 
nato dappoi ». 

Appena giunsero in Toscana le prime infauste no- 
tizie di Lombardia, l'agitazione fu grandissima, spe- 
ciahnente nella capitale. Il 30 di luglio, il Granduca 
trovavasi in Pisa per la consegna delle bandiere alla 
Guardia Civica. Uua turba di faziosi, condotta da un 
tal Francesco Trucchi, nizzardo, e composta in maggior 
parte di non toscani, portando bandiere velate di nero, 
cominciò a percorrere le vie di Firenze gridando: Vo- 
gliamo la guerra ! morte ai traditori ! abbasso il Mini- 
stero ! Ingrossatasi per via, giungeva in piazza del 
Granduca (oggi della Signoria), irrompeva nei cortile 
di Palazzo Vecchio, ordinaria residenza del Ministero, 
e tentava penetrare negli ufHci tumultuando, scagliando 
ingiurie e minacce ai ministri. La Guardia civica, che 
guarniva il Palazzo, rimase spettatrice passiva di quella 
ignobile gazzarra, e ciò crebbe ardire ai facinorosi. 

Sugli stessi scalini del Palazzo, il Trucchi compilava 
e pubblicava decreti, coi quali, in nome del popolo, di- 
chiarava decaduta la Dinastia di Lorena, e istituito un 
governo temporaneo, di cui facevan parte l'avvocato 
F. D. Guerrazzi e il prof. Carlo Pigli, l'uno presidente 
e l'altro vice-presidente del Circolo politico del popolo, 
che in Firenze esercitava una dannosa influenza. Bat- 
tuta la generale, comparve la Guardia civica, ma len- 
tamente e con tutto suo comodo. Pur tuttavia, riuscì 
a disperdere gli ammutinati; ma più della milizia cit- 
tadina agì sulla marmaglia un forte acquazzone, accom- 
pagnato da tuoni e da lampi. « Grave e brutto esempio 
di quanto possa l'audacia faziosa di pochi, dirimpetto 
all'energia di molti, ed anche della maggior e miglior 
parte del paese attonita e sofferente (1)». 



(1) Baldasseroni, op. cit., pag. 304. 



170 La Toscana dal 1824 al 1859 

11 giorno dopo, il Governo pubblicava un proclama, 
in cui dicevasi: «La tranquillità pubblica fu grave- 
mente compromessa in Firenze per opera di perturba- 
tori, che in gran parte non appartengono nemmeno a 
questa città, e che manifestano la intenzione di rove- 
sciare l'attuale ordinamento politico del paese, e av- 
volgerlo nei disastri, che sono sempre la conseguenza 
delle commozioni violente » (1). 

Ed ora, passando ad altro argomento, mi preme ri- 
cordare che, nell'armistizio Salasco, era detto che «la 
linea di demarcazione dei due eserciti diveniva il con- 
fine stesso dei due Stati ». Per conseguenza, il re 
Carlo Alberto doveva ritirare le sue milizie dentro di 
quella; e fa meraviglia come mai egli non avesse pen- 
sato a fare introdurre nelle condizioni dell'armistizio 
un artìcolo riguardante il granduca di Toscana, suo 
alleato, il quale aveva, pochi giorni prima, pubblica- 
mente dichiarato (ft nou volersi, per sventure, separarsi 
dal re di Sardegna. Probabilmente sarà stata questa una 
pura dimenticanza, ma una dimenticanza inescusabile. 

In mezzo alle complicazioni ed alla gravità di questi 
avvenimenti, le condizioni del granduca Leopoldo li 
erano difficili e penose. Nato in Toscana, come il padre 
suo, andò esule con esso in Germania dal 1799 al 1814: 
i suoi precettori furono italiani, e fra questi giova ri- 
cordare il letterato Bagnoli e il sommo giureconsulto 
professor Quartieri. Sebbene principe italiano, egli ap- 
parteneva alla Casa di Absburgo-Lorena, la quale van- 
tava diritti sulla Toscana; e se, per i moti del 1847-48, 
le milizie imperiali non invasero il granducato, si fu 
perchè il gabinetto di Londra si mostrò recisamente 
contrario ad una tale invasione, la quale non avrebbe 
potuto aver luogo, se non in caso di una rivoluzione, 
che avesse attentato alla incolumità della dinastia, o 
qualora fosse sollecitata dal Granduca regnante. Ciò 
non ostante, l'Austria teneva gli occhi aperti, aspet- 



(1) Gazzetta di Firenze. Supplemento; 31 luglio 1848. 



Capitolo XV 171 

tando un'occasione propizia che gli permettesse di met- 
tere il piede nel territorio del Granducato; e questa 
occasione, pur troppo, non doveva essere lontana (1). 
La sera del 30 luglio, il Granduca tornò alla capitale, 
accompagnato dal ministro Ridolfl. Appena arrivato, 
ricevette due visite: una del Gonfaloniere di Firenze, 
e l'altra di parecchi Deputati del Consiglio generale. 
Il Gonfaloniere, barone Bettino Ricasoli, impressionato 
per i tumulti avvenuti nella giornata, narrava al Prin- 
cipe di avere avuta la propria abitazione invasa da 
uomini dell'inflma plebe, minacciosi di ogni violenza, 
e reclamava perciò dei provvedimenti. I deputati del 
Consiglio generale dichiarono al Sovrano che il Mini- 
stero non godeva più la fiducia né del paese né del 
Parlamento. 11 Ministero allora chiese di ritirarsi ; e' 
questa decisione fu da taluno criticata, perchè la sud- 
detta dichiarazione contro di esso veniva fatta da al- 
cuni Deputati, i quali non avevano avuto incarico 
ufficiale di parlare in nome dell'Assemblea. Ma il tro- 



(l) Non è fuor di luogo riportare qui testualmente ciò che il Guer- 
razzi scriveva nel 1851 : « L'agitazione precede lo Statuto; crebbe dipoi; 
divenne irresistibile, quando il Principe partendo (nel febbraio del 1849) 
le lasciava libero il campo.... Credesi che il Principe nostro adoperasse 
spontaneo il diritto che gli appartiene per l'articolo 13 dello Statuto 
di dichiarare la guerra? No! Taccio dei titoli dimessi, facile sacrifizio; 
ma non si rinunziano spontaneamente gli affetti della propria famiglia, 
non le si muove nemico, mentre ella versa nel massimo pericolo, non 
le si porge la spada per ferirla, invece della mano per soccorrerla ; 
non sì distrugge un appoggio sicuro, per andare in traccia di fortune 
minaccevoli o per lo meno dubbie. Prova ella è questa di agitazione 
veementissima, contro la quale consiglio non vale; prova di forza che 
trascinava, ineluttabile, conosciuta da quanti vivono al mondo ; forza 
che travolse antichi reami, e Re e popoli come paglie avanti a turbine... 
Ora questa guerra sopra ogni altra causa fu motivo di sconvolgimento 
nel popolo, cosicché, fra i tumulti guerreschi, la confusione degli ap- 
parecchi, e gli animi concitati a tremenda febbre, tacevano le leggi, 
sbigottivano i Magistrati, disfacevasi lo Stato ». Guerrazzi, Apologia, 
della sua vita politica. Firenze, Le Monnier, 1851; pag. ^7. - Queste 
sono belle parole, non possiamo negarlo; ma i mali, che si addensarono 
sulla Toscana sul finire del 1848 e il principiare del 1849, si dovettero 
in gran parte al Guerrazzi e ai suoi colleghi del così detto Ministero 
democratico, come avremo occasione di narrare in seguito. 



172 La Toscana dal 1824 al 1859 

varsi insieme coti loro il presidente Vanni, dava peso 
alle parole dei medesimi ; e d'altra parte il Ministero 
stimò dover ritenere che la condotta affatto passiva 
della Guardia civica fosse l'espressione del sentimento 
del paese. 

Il Granduca e il ministro Ridoltì fecero dei pro- 
clami per invitare alla quiete; e quest'ultimo nell'an- 
nunciare all'Assemblea le dimissioni date da luì e dai 
suoi colleghi, provocò sollecite disposizioni per nuovi 
armamenti, che vennero sanzionati e promulgati nel 
31 luglio e 1" agosto successivo. Sì cercò dì richia- 
mare, con premi, a riprender servizio coloro che ave- 
vano già militato ; furono aperti nuovi arruolamenti 
militari, dando ordine regolare al corpo che se ne sa- 
rebbe formato ; si mobilitarono 10 battaglioni dì guardia 
civica ; e poi, a misura che giungevano altre notizie 
sull'attitudine presa dal Piemonte, si volse l'animo a 
più temperati, ma però più efficaci provvedimenti, in- 
terponendo i buoni uffici dei diplomatici di Francia e 
d'Inghilterra, perchè le soldatesche austriache rispet- 
tassero ì contini dello Stato (1). 

Il Granduca stesso aveva già dichiarato ai Toscani 
dì « non voler patteggiare l'onor della patria, ma ser- 
barsi illeso a miglior fortuna, e perciò avere accettata 
la spontanea mediazione delle due grandi potenze oc- 
cidentali (cioè Francia e Inghilterra), colla fiducia 
che le frontiere dello Stalo non sarebbero violate 
quando l'ordine interno fosse mantenuto ». 

Dopo le dimissioni del ministro Ridoltì, il Granduca 
incaricò il barone Bettino Rìcasoli della formazione 
di un nuovo gabinetto. Il Ricasoli sulle prime si 
schermì, ma poi cedette alle preghiere del Principe. 
Però, non ostante la buona volontà, non riuscì nell'ìn- 
teato. Allora l'incarico fu dato al marchese Gino Cap- 
poni, il quale non voleva accettarlo, massime per la 
malattia fìsica che gli toglieva l'uso della vista. Pure 



(1) Vedi Baldasseroni, op. cit., pag. 305. 



Capitolo XV 173 

SÌ sacriflcò, nel timore che il partito avanzato s'impa- 
dronisse del potere ; e a gran fatica mise insieme un 
Ministero, che riuscì in tal modo composto : il mar- 
chese Capponi, agli Affari Esteri e alla Presidenza 
del Consiglio (coadiuvato per la sua infermità dal ca- 
valiere Gaetano Gìorgini); il cav. avv. Saraminiatelli, 
di opinioni piuttosto retrive, all'Interno; il cav. Leo- 
nida Landucci, alle Finanze; l'avv. Celso Marzucchì, 
alla pubblica istruzione e beneficenza ; il cav. Jacopo 
Mazzei, alla giustizia e agli affari ecclesiastici ; il co- 
lonnello Begliuomini, alla guerra. 

Il nuovo Ministero si presentava col programma di 
provvedere alla guerra se si riaccendesse ; in ogni 
caso di promuovere, per via d'accordi, l'indipendenza 
e mantenere il principio di nazionalità. Voleva assol- 
dare 6,000 uomini di milizie straniere, e intanto pren- 
deva a soldo della Toscana, una legione italiana. 

Ma le difficoltà invece di diminuire crescevano : poco 
prima del ritorno dei soldati dalla guerra, veniva uc- 
ciso da un colpo di fucile alle spalle il prode colonnello 
Giovannetti, avanzo delle guerre napoleoniche (1) ; 
il partito avanzato eccitavasi sempre piìi dinanzi alla 
freddezza del governo : la disciplina era venuta meno 
fra le milizie; circoli e dimostrazioni faziose ponevano 
in subbuglio la città; Lombardi, Veneti, Napoletani, 
tutto il torbido elemento dell'esilio in una parola, in- 
grossavano il partito democratico e lo facevano sempre 
più irrequieto. 

Il Montanelli, facile nel malignare, scrive nelle sue 
Memorie: « Il Capponiano ministero, esponendo alla 
Camera il metodo del suo governo, testitìficava Leo- 
poldo accesissimo in desiderio di guerra; e Leopoldo 
in quei giorni, per mezzo del ministro inglese, aveva 
promesso al generale austriaco Welden che Toscana 



(1) Sull'esecrabile assassinio del Giovannetti, ucciso a tradimento da 
uno dei suoi granatieri, veggasi ciò che dice I'Oxilia, op. cit., 
pagg. J52-358. 



174 La Toscana dal 18:24 al 1809 

non darebbe noia all'Austria, e avevalo avvisato non 
gli facesse specie se vedeva qualche soldato al confine, 
perchè queste belliche mostre gli eran necessarie per 
chetare ì chiedenti guerra, e non andare a gambe al- 
l'aria (1) ». Il Montanelli non dice donde abbia tratto 
questa notizia; la quale altro non è che un'insinua- 
zione di malafede verso il Granduca, non so se più 
stupida o più maligna. « Imperocché — osserva giu- 
stamente il Baldasseroni — posando il Piemonte, non 
era davvero la Toscana che, sola, potesse dar noia 
all'Austria. Il vero è che il generale Welden fece in 
quei giorni sapere che avrebbe consenti lo a non dar 
noia alla Toscana, purché l'ordine interno si conser- 
vasse nel Granducato e non sì facessero leve in massa 
né atti di aggressione. E tutto questo era dal proclama 
sovrano del 6 agosto, e dalla Notificazione del 7, del 
ministro Neri Corsini, portato a pubblica notizia. Ma 
v'è di più a costituire in falso il Montanelli : il Mini- 
stero Capponi non cessava dal preparare armi ed ar- 
mati (2) » . 

Fino dai primi discorsi che il Capponi tenne col 
Granduca, gli dichiarò per disteso tutto quanto egli 
avesse nell'animo circa le cose d'Italia e di Toscana; 
e sempre usando con esso intera franchezza, ne fu ri- 
cambiato con eguale confidenza, che gli continuò sino 
all'ultimo (3). 

Gino Capponi era un uomo onesto, della cui lealtà e 
buona fede ninno ha mai dubitato: egli voleva che, 
qualunque cosa fosse per accadere, il Granduca do- 
vesse, sebbene Arciduca d'Austria, rimanere Principe 
italiano. E Leopoldo II glielo promise, poiché il Cap- 
poni, desideroso di promuovere una confederazione 
degli Stati italiani, consigliava al Granduca di ranno- 



(1) Montanelli, op. cit., tom. II, ])ag. 302. 

(2) Baldasseroni, op. cit., pag. 317. 

(3) Così dice il Capponi stesso. Vedi Scritti editi e inediti, di Gino 
Capponi, per cura di Marco Tabarrini. Firenze, Barbèra, 1877; tom. Il, 
pag. 79. 

\ 



I 



Capitolo XV 175 

dare le relazioni coll'Austria ; « le quali, egli dice, 
poiché dovevano tosto o tardi ricominciare, e molto 
temendo quel punto critico della riconciliazione, io 
m'ingegnava frattanto d'avviarle a mio modo, sì che 
elle fossero quanto si può innocue e altronde avessero 
contrappeso. Quella proposta credo riuscisse molto 
inattesa al Granduca, il quale però volenteroso di ac- 
coglierla, mi domandò s'io gli salvavo le spalle^ al che 
subito io replicai : Sì, certo, perchè so che ai Tedeschi 
tanto che io sia qui con Lei, noi parleremo lingua 
italiana (1) ». 

11 Granduca, annuente il suo primo Ministro, scrisse 
una lettera privata all'Arciduca Giovanni, vicario del- 
l'Impero alla Dieta di Francoforte; e contemporanea- 
mente si recò in questa città il Senatore prof. Carlo 
Matteucci, senza mandato né credenziali ; ben noto 
colà come scienziato illustre, egli aveva incarico di 
raccogliere dai principali di quel consesso quali ivi 
fossero gl'intendimenti loro rispetto all'Italia, e di ab- 
boccarsi coll'Arciduca : a quella missione si avrebbe 
poi dato formale carattere quando gli eventi ciò con- 
sigliassero. Ma, per un cumulo di circostanze, che qui 
sarebbe inutile lo enumerare, il progetto concepito dal 
Granduca e dal suo governo non potè, disgraziata- 
mente, avere pratica attuazione. La demagogia aveva, 
al solito, rovinato tutto ; che la Dieta alemanna, 
senza concetto e senza forza, dopo promesse tanto 
magnifiche, svaniva in faccia alla tracotanza dei dema- 
goghi; i quali però furon vinti dal piombo della sol- 
datesca nelle stesse vie della città di Francoforte 
(settembre 1848). 

(1) Capponi, op. cit., tom. 11, pag. 81. 



CAPITOLO XVI. 

Tumulti in Torino per i disastri toccati all'esercito sardo. — 
Venezia proclama la repubblica sotto la presidenza di Da- 
niele Manin. — I Bolognesi mettono in fuga gli Austriaci. — 
Gravi tumulti in Livorno a favore del padre Gavazzi. — Giu- 
dizio di Gino Capponi sulla Livorno del 1848. — La plebe 
livornese è oggidì migliore della plebe fiorentina. — Il gene- 
rale Lelio Guinigi, governatore di Livorno, è arrestato ed 
imprigionato. — Giovanni La Cecilia capo di un governo 
provvisorio. — Il governatore è rimesso in libertà. — Insulti 
alla Guardia Civica. — Lionetto Cipriani è nominato Com- 
missario straordinario a Livorno. — Contegno da lui tenuto 
dopo il suo arrivo in città. - Il popolo fa fuoco sulle mi- 
lizie. — Carabinieri uccisi e martoriati. — Il Cipriani abban- 
dona la città. — Il Guerrazzi si reca a Livorno quale mode- 
ratore. — Riunione in Pisa delle Guardie Civiche di tutto il 
Granducato. — Il Granduca le passa in rivista. — Il Monta- 
nelli è nominato Governatore di Livorno. — Suo discorso al 
popolo livornese. — La Costituente italiaiìa. — Giuste osser- 
vazioni del cav. Baldasseroui sul discorso del Montanelli. — 
Dimissioni del Ministero Capponi. — Il Ministero democra- 
tico. — Montanelli e Guerrazzi ministri. — Colloquio del 
Guerrazzi col Granduca. — Rivolgimenti negli Stati Pontifici. 
— Pellegrino Rossi, Presidente del Consiglio dei Ministri. — 
Suo volere giuridico e sua energia. — È assassinato. — Do- 
lore del Pontefice. — Il popolaccio dinanzi al Quirinale. — 
Fuga di Pio IX e suo arrivo a Gaeta. 

Allorché furon noti a Torino i disastri toccati alle 
armi piemontesi nei giorni 25, 26 e 27 luglio, la popo- 
lazione minacciò di abbandonarsi a colpevoli eccessi 
contro il re, contro il Ministero e contro la Camera 
dei Deputati. E incitatori di questi tumulti erano gli 
ultra-democratici ed i mazziniani, i quali ubbidivano 
alla parola d'ordine del loro capo. 



Capitolo XVI 177 

I trionfi delle armi austriache avevaii gettato lo sco- 
ramento anco nell'animo delle popolazioni veneziane, 
che rimasero come colpite dallo stupore e dallo sdegno. 
Vi furono in Venezia parecchi assembramenti o, meglio, 
tumulti. La gloriosa città, invece di proclamarsi in 
Repubblica, come voleva Daniele Manin, aveva prefe- 
rito di unirsi alla monarchia Sabauda. Ma dopo l'ar- 
mistizio di Salasco, credendosi abbandonala e tradita, 
si rivolse a Manin, il quale ristabilì la Repubblica, e 
assunse il supremo potere (13 agosto 1848). 

Una bella difesa fece pure, in queste circostanze, la 
città di Bologna. Assalita dagli Austriaci, i suoi cit- 
tadini presero le armi e tennero fronte agli assalitori. 
Anche gli abitanti delle terre vicine vennero in soc- 
corso dei Bolognesi. 11 combattimento fu accanito; gli 
Austriaci sconfitti si posero vergognosamente in riti- 
rata con tanta confusione, che se il popolo avesse 
avuto cavalleria e artiglieria, ne avrebbe fatto gran- 
dissima strage. 

II ministro Capponi, appena ebbe notizia di questo 
fatto, si recò alla reggia, e con lieto viso la partecipò 
al Granduca, il quale mostrò rallegrarsene. 

I pericoli non erano tuttavia cessati per la nostra 
Toscana, la quale, non minacciata dal di fuori, libera 
di armarsi secondo che voleva e poteva, era per altro 
minacciata dai Circoli politici, dagli emigrati di ogni 
regione, dai liberali progressisti, o democratici, fra i 
quali il Guerrazzi, ormai eletto deputato, e il Monta- 
nelli reduce dalla prigionia. Tutta questa gente mante- 
neva ed accresceva l'agitazione; la quale finalmente 
proruppe, sul cader deiragosto, in eccessi violenti a Li- 
vorno, togliendo pretesto dal passaggio del noto padre 
Gavazzi, e prese il carattere di una vera e propria ri- 
bellione. Bisogna sapere che il governo non aveva per- 
messo che il Gavazzi sbarcasse a Livorno per poi 
recarsi a Bologna; ma i popolani, che lo seppero, an- 
darono a pigliarsi il frate a bordo del piroscafo, su 
cui egli trovavasi, e lo condussero in un albergo del 
quartiere la Venezia. Poi, non fidandosi delle promesse 

1^. Cappelletti 12 



178 La Toscana dal 1824 al 1859 

del governo, mandarono Antonio Petracchi, detto Gian- 
nottino, ad accompagnarlo al confine, insieme con 
parecchi altri popolani. 

Il Capponi, mente equanima e serena, giudica la Li- 
vorno d'allora con lodevole imparzialità. « Questa città 
— egli dice ^ in tutto dissimile alla natura ed alle 
qualità nostre, in oggi sembra avere a sdegno di ap- 
partenere alla Toscana; e fu nei passati anni grande 
imprevidenza del governo averla cresciuta di case e di 
genie, anche più che non portassero le sue naturali con- 
dizioni, senza poi nulla fare per obbligarsela, né per 
accomodare alla convenienza nostra quel popolo tanto 
vario e tanto male disciplinato. Imperocché non é ivi 
né potenza di memorie, né stabilità di possessioni, né 
alcun vincolo cittadinesco: gli antichi dottori di scienza 
politica non la direbbero città vera, ma ceto d'uomini 
congregati a caso ed a tempo ; casati sempre nuovi di 
ogni nazione, che ogni pochi anni si mutano; merca- 
tanti ognora pronti a trasportare in altro luogo, se- 
condo l'interesse o la paura, i capitali e le persone 
loro ; e sotto a questi una plebe ignorantissima e fe- 
roce, agitata di continuo dalla disuguaglianza dei traf- 
fici e dalla incertezza dei guadagni, e per cupidità o 
per miseria o per dispetto o per orgoglio, pronta sempre 
ad arrischiare ed a tentare ogni cosa (1) ». 

Se il marchese Gino vivesse oggi, e soggiornasse per 
qualche tempo in Livorno, la troverebbe assai cam- 
biata da quello che era prima. E si persuaderebbe al- 
tresì che l'attuale plebe livornese è assai migliore di 
quella fiorentina; poiché se in Lfvorno si trovan dei bé- 
ceri, come, presso a poco, son da per tutto, non vi 
dominano però i così detti teppisti, i quali in Firenze, 
disgraziatamente, non mancano. 

E ora torniamo al nostro racconto. 11 22 d'agosto, 
tumultuante la plebaglia (erano circa 5000 uomini ar- 
mati), ed impotente la forza a respingerla, il generale 



(I) G. Capponi, op. cit., tom. II, pag. 103. 



Capitolo XVI 179 

Lelio Guinigi, governatore della città, fu preso ed im- 
prigionato ; e i tumultuanti acclamarono una specie di 
governo provvisorio, con a capo il famigerato Giovanni 
La Cecilia (1). La causa di questo tumulto fu la notizia, 
giunta nella mattina, che il Gavazzi ed i suoi accom- 
pagnatori erano stati arrestati a Sigua. Ma lasciamo 
parlare il Montanelli: «11 Governatore Guinigi scrisse 
dalla prigione al Capponi che liberasse immediatamente 
e rimandasse a Livorno gli accompagnatori del Ga- 
vazzi. La Cecilia dal balcone del palazzo del governo 
fa decretare al popolo la libertà del governatore. An- 
daron tutti a levarlo di fortezza. 11 La Cecilia se lo 
riconduceva a braccetto in palazzo colla gente dietro 
urlantegli evviva!: tornano gli accompagnatori di Ga- 
vazzi, e tutto pareva finito. Ma la mattina del 25, il 
popolo si ebbe per male di vedere che si distribuivano 
nuovi schioppi alla Civica attiva. Credette che i civici 
volessero dargli addosso; si affollò alle porte della for- 
tezza dove la distribuzione facevasi ; brontolò, fischiò, 
minacciò; alcuni civici lì di guardia spararono: am- 
mazzarono tre, ferirono altri: corse voce per la città 
di popolana strage ; fu un gridare di tutta la gente in 
giacchetta : Addosso alla Civica (2) ». 

11 Ministero allora pensò bene di agire energicamente, 
e spedì a Livorno, quale Commissario straordinario, 
Lionetto Cipriani, il quale erasi molto segnalato sui 
campi di Lombardia, uomo coraggioso e capace di farsi 
obbedire. Alla testa di circa 1500 uomini, egli entrava 
in Livorno a sera inoltrata. La città oifriva allora 
aspetto più che mai vario e scompigliato : dispetti e 
paure e suggestioni diverse agitavano quel popolo: 



(1) Ecco come parla del La Cecilia lo storico L. C. Farini : « Scaltro, 
ambizioso, cupido uomo, il La Cecilia aveva antica esperienza delle 
sette, pieglievole animo, facile eIoi|uio, e quanto ingegno e coltura ba- 
stavano a campeggiare in mezzo alle sollevate moltitudini, dalle quali 
sperava satisfazione ai suoi appetiti ». L. C. Farini, Lo Stato Romano 
dall'amio 1813 all'anno 18ó0. Torino, Tipografia Ferrerò e Franco, 1851 ; 
tom. HI, pag. 158. 

(2) Montanelli, op. cit., tom. li, pag. 'M'-i. 



IJ^O La Toscana dal 1824 al 1859 



campane a festa e a stormo, luminarie alle finestre ed 
urli feroci. In piazza grande stava una folla in attitu- 
dine minacciosa: ad essa era stato dato ad intendere 
che i soldati del Cipriani fossero tedeschi travestiti, e 
che perciò eran venuti di notte per aiutare l'inganno: 
quindi un gridare al tradimento e un accorrere con 
fiaccole, agitandole sul viso dei soldati, e interrogan- 
doli per sentire se erano tedeschi o italiani ; insomma, 
era una scena d'inferno. Il Cipriani commise il grande 
errore di lasciare le sue mal composte milizie accam- 
pate, la notte, in sulla Piazza; mentre avrebbe dovuto 
rinchiudersi coi suoi nella fortezza, potendo di là con 
sicurezza maggiore guardare il Porto e la Darsena; e, 
avendo libera l'uscita sul mare e a tergo le navi in- 
glesi e francesi, tenere i suoi all'obbedienza e in sog- 
gezione la città. Guarniva quel sito il giorno di poi ed 
altri luoghi all'intorno, ma fu troppo tardi, perocché 
la corruttela da ogni parte già soverchiava. Intanto, il 
2 di settembre, egli ordinava la restituzione delle armi 
eia chiusura dei circoli; e volendo i carabinieri impe- 
dire che il popolo portasse via le armi a Porta Murala, 
si appiccava nuova zuffa tra il popolo e i soldati ; e 
così abbandonavasi Livorno alla guerra civile. 1 dra- 
goni percorrevano le vie colle sciabole sguainate. 11 
Cipriani raccoglieva fanteria e cannoni sulla Piazza 
grande (oggi Piazza Vittorio Emanuele), e faceva tirare 
a mitraglia quando non c'era più nessuno. Il popolo, 
dalle vie laterali, che sboccano sulla piazza, tirava 
contro i soldati ; cadevano 70 uomini, per la maggior 
parte carabinieri, e una popolana veniva uccisa, mentre 
chiudeva la propria bottega. Sui carabinieri, special- 
mente, cadeva tutto l'odio dei Livornesi ; molti ne fu- 
rono uccisi alla spicciolata, alcuni si trovarono inchio- 
dati sui pancacci. 

La fermezza e il coraggio del Cipriani non bastarono 
a restituir la pace a Livorno; parecchi soldati defe- 
zionarono, unendosi agli insorti, gli altri dovettero 
rinchiudersi nei forti, e il Commissario straordinario, 
nel cuor della notte, partì nascostamente dalla città. 



Capitolo XVI 181 

Allora il La Cecilia tornò a regnare; poi cedette il 
posto al suo degno compagno Torres, che fece capito- 
lare le fortezze. Il Guerrazzi, chiamato, corse a Livorno 
quale moderatore ; « diede ordine al disordine (1) » 
facendo creare accanto al Municipio alcune Commis- 
sioni che assunsero difatti l'autorità di un governo 
autonomo. 

Il governo giustamente addolorato per questi deplo- 
revoli avvenimenti, credette opportuno di convocare 
in Pisa tutte le guardie civiche dello Stato, al fine di 
contrapporre agl'impeti livornesi un'altra sorta di 
popolare dimostrazione, la quale hastasse a contenere 
Livorno, ma senza troppo invelenirlo colla minaccia 
di un'aggressione. Il Granduca, accompagnato dal mi- 
nistro dell'interno, si recò a Pisa, dove ebbe entu- 
siastiche accoglienze. Mentre passava in rivista la mi- 
lizia cittadina, un tale gridò : « Morte ai Livornesi ! ». 
Leopoldo II rispose : « Morte a nessuno ! Anche i Li- 
vornesi sono miei tigli ». La dimostrazione era intesa 
a produrre un effetto morale impossibile in quel tempo, 
massime per il gran numero di demagoghi esteri che 
muovevano la plebaglia livornese. Pertanto bisognò 
cedere, accogliere per buono l'intervento del Guerrazzi, 
del quale i tumultuanti acclamavano il nome insieme 
con quello del Montanelli, mentre l'aito commercio ed 
il Comune davano merito al Guerrazzi di avere impe- 
diti disordini maggiori. 

Finalmente una deputazione di Livorno, recatasi a 
Firenze, fu ricevuta dai ministri, i quali concessero 
quanto veniva lor domandato, cioè: P conservazione 
della Guardia Municipale istituita dal Guerrazzi; 2" pro- 
secuzione della riforma della Guardia civica ; 3" oblio 
del passato; 4'^ nomina di un Governatore libéralis- 
simo. Con questa qualifica fu creduto, a quanto pare, 
s'indicasse il Guerrazzi, e non pertanto in sua vece fu 
nominato il Montanelli. 



(1) Baldasseroni, op. cit., pag. 319. 



182 La Toscana dal 18-24 al 1859 

Il Capponi confessa candidamente che il maggior 
fallo del Ministero da lui presieduto fu di mandare il 
Montanelli a Livorno, molto più che costui ostentava 
opinioni repubblicane. « Ma — egli dice — io qui 
voglio innanzi tutto dichiarare espressamente che io 
non proposi il Montanelli, e solo fra tutti mi opposi 
a una simile scelta (1)». 

Al Guerrazzi dispiacque di non essere stato mandalo 
lui a Livorno; e in un discorso stampato a propria 
difesa disse : « Il Ministero amò meglio dannarsi col 
Montanelli, che salvarsi con me ». Io non saprei dire 
se veramente il Ministero sarebbesi salvato col Guer- 
razzi ; è certo però che si dannò subito col Montanelli. 

Il 5 di ottobre fu tìrmato il decreto, che nominava il 
Montanelli Governatore di Livorno. Stando a ciò che 
egli dice, il Ministero, nominando lui a quell'alto uf- 
ficio, aveva voluto farla ai Guerrazziani « Invece — 
riportiamo le sue parole — i Guerrazziani la fecero al 
Governo. Sposarono il nome mio a quello del Guer- 
razzi ; ci cantavano fratelli ; mostravansi impazienti 
di avermi. Il Guerrazzi stesso mi raccomandava ai 
suoi concittadini per iscritto affisso alle cantonate. 
Voluto da tutti, io non poteva persistere a scusarmi 
dalla carica, e andai a governare a Livorno. Feci però 
avvertire al Capponi e al Granduca, che, accoppiato 
nell'acclamazione livornese il mio nome a quello del 
Guerrazzi, col mandar là me davano forza anche a lui. 
E al Granduca poi specialmente consigliai di chiamare 
il Guerrazzi al governo ; e al giornale l'Alba facevo 
proporre conservato alla presidenza del Ministero il 
Capponi, e uno dei nuovi ministri il Guerrazzi (i2) ». 
Leggendo queste parole, sembrerebbe che un'amicizia 
affettuosa legasse il Guerrazzi al Montanelli : invece 
era tutt'altro. Non si potevano soffrire reciprocamente; 
si alleavano, spinti dal loro personale interesse, ma, 
quando potevano, si dilaniavano a vicenda. 

(1) Capponi, Sentii, ecc., pag. 139. 

(2) Montanelli, op. cit., tom. II, pag. 309. 



Capitolo XVI 183 

II. Montanelli, consigliando al Granduca di fare en- 
trare il Guerrazzi nel Ministero, non dice però di aver 
fatto parola al Principe della famosa Costituente ita- 
liana. Ne parlò, è vero, col Capponi, senza essere 
riuscito di trarlo al suo parere, riportandone soltanto 
parole remissive e di abbandono alla sua coscienza. 

La sera del 7 di ottobre, il nuovo Governatore di 
Livorno prendeva possesso del suo ufficio. La mattina 
seguente, affacciatosi al balcone del palazzo del governo, 
pronunziava un discorso in cui, fatta professione di 
fede politica, la quale era « democratica, nazionale e 
cristiana », proclamava la necessità della Costituente 
italiana. « Le fortune particolari della libertà toscana 
— egli scrive — si volevano ricongiungere alle fortune 
dell'indipendenza italica. E per l'indipendenza italica 
si desiderava buona guerra; e per buona guerra unione 
di armi nazionali; e per unione di armi nazionali, 
autorità di nazioni. E la esperienza aveva mostrato 
vanità aspettare unificazione d'Italia dal monarcato 
sia per lega delle tre forti potenze monarcali, il Papa, 
il re di Piemonte e il re di Napoli, sia per dittatura 
unitrice presa arditamente dall'uno di essi, a detri- 
mento degli altri due. Virtù unificatrice non risiedeva 
se non nella quarta potenza italiana, la democrazia. 
Acquistare perciò a democrazia il governo toscano, far 
dell'esempio di quello la leva alla trasformazione de- 
mocratica degli altri governi italiani, elevare il gretto 
agitarsi municipale all'altezza della grande idea uni- 
trice d'Italia ; apparecchiare alla guerra le condizioni 
della vittoria; tale il disegno che dentro nell'animo 
mi palpitava, quando, agli 8 d'ottobre, davanti a fol- 
tissimo popolo, bandii sulla piazza di Livorno la Co- 
stituente italiana (1) ». 



(1) Montanelli, loc. cit. — Quella fittissima moltitudine, che ascoltò 
il discorso moutanelliano, fatte le debite eccezioni, poco o nulla ci capì. 
Un vecchio e còlto avvocato livornese — il ([uale era presente alla 
conclone suddetta — mi raccontava, nel 1887, a Livorno, il seguente dia- 
logo fra due popolani, che stavano vicini a lui : — Da' retta, Tonino, 



184 La Toscana dal 18M al 1859 

Vedremo or ora come giudicasse di questa Costi- 
luente l'amico del cuore del Montanelli, cioè il Guer- 
razzi. 

Intanto, non possiamo non dar ragione al Baldasse- 
roni, il quale, a proposito del discorso pronunziato a 
Livorno dal Montanelli, scrive : « Così esordiva il Mon- 
tanelli con un atto ben singolare in un governo mo- 
narchico, sia pure costituzionale, dando l'esempio che 
in materia di quella importanza, un'autorità provin- 
ciale sì pronunziasse pubblicamente fuori di ogni con- 
corso del Principe e dei miiiisLri responsabili (1) ». La 
declamazione ebbe reffello, cui tendeva. Quasi tutte 
le città della Toscana furono, più o meno, agitate da 
popolari tumulti, nei quali le grida di Viva la Costi- 
tuente! si associarono a quelle che volevano le dimis- 
sioni del Ministero, il quale infatti dovette dimettersi 
il 13 ottobre. Era questo il secondo ministero costitu- 
zionale toscano, che cedeva dinanzi alle dimostrazioni 
della piazza, sebbene godesse la fiducia del Senato e del 
Consiglio Generale. La causa che aveva prodotto questo 
fatto coartava, in certo modo, la scelta del nuovo Mi- 
nistero, nel quale il Montanelli non sarebbe entrato 
se non in compagnia del Guerrazzi, né con un pro- 
gramma diverso da quello della Costituente. 

Il Granduca, costretto dagli avvenimenti o, meglio, 
dai tumulti piazzaioli, mandò a chiamare il Montanelli, 
incaricandolo della formazione del nuovo Ministero. 
Egli accettò prendendo per sé la presidenza del Con- 
siglio e il portafoglio degli affari esleri, e proponendo 
il Guerrazzi all'interno ; l'avv. Giuseppe Mazzoni di 
Prato alla grazia e giustizia e agli affari ecclesiastici; 
Pietro Augusto Adami alle finanze, commercio e la- 
vori pubblici; l'esule napoletano, Mariano d'Ayala, 
alla guerra ; e Francesco Franchini alla pubblica istru- 
zione. Il Granduca esitò sulle prime, perchè a lui 



mi dici un pò cos'èric la Ostituenle italiana? » — «Come! un lo saiV 
o unn'è la moglie del sor Giuseppe Montanelli*' ». 
(l) Ualdasseuoni, op. cit., pag. 320. 



Capitolo XVI 185 

garbava poco il Guerrazzi; poi, dietro le assicurazioni 
dategli dal Montanelli, si acquetò (1). Veramente al 
Principe, prima di rivolgersi ai così detti democratici, 
sarebbe piaciuto un Ministero, del quale fossero entrati 
a far parte Vincenzo Salvagnoli, Bettino Ricasoli, Mas- 
simo d'Azeglio, che proprio in quei giorni trovavasi 
in Toscana) e don Neri Corsini, marchese di Lajatico ; 
ma questi, fin dal primo momento, rifiutò il portafogli, 
che gli veniva offerto. E così questa combinazione 
andò in fumo. 

1 nuovi ministri nel loro programma del 28 ottobre, 
dopo di aver discorso di alcune cose interne, soggiun- 
sero: « Per quello che riguarda cose esterne noi pro- 
vocheremo amicizie, stringeremo leghe, nessune vie 
lascieremo intentate onde orma straniera non conta- 
mini più il sacro suolo della patria italiana. La Co- 
stituente proclamammo nei nostri scritti: la Costi- 
tuente proclamiamo adesso nel nostro programma. La 
Costituente consiste nel voto di 23 milioni di uomini, 
rappresentati legittimamente, intorno alla forma degli 
Ordini governativi che meglio loro convengono. Ma 
la Costituente ha da essere pegno d'amicizia, non of- 
fesa di popoli amici, molto meno impedimento a con- 
seguire la suprema delle necessità nostre, l'indipen- 
denza italiana ». 

Due giorni dopo dacché il Ministro democratico ebbe 
prestato giuramento nelle mani del Granduca, questi 
ebbe una conferenza col Guerrazzi, il quale la racconta 
nei seguenti termini: «Io domandai a S. A. R. quali 
dovevano essere le condizioni del Ministero. Il Gran- 
duca rispondeva interrogando: — E non gliele ha 
esposte il sig. Montanelli? — Si certo, replicai, me le 
ha esposte; ma io desidero udirle confermate dalla bocca 
dell'A. V. — Allóra il Granduca stesso colle sue labbra 



(1) Il Montanelli si era unito col Gueri'azzi, perchè questi aveva le fila 
di Livorno, pur dicendo al Capponi: « Del resto, se da qui a un paio 
di settimane lo buttan giù dalle finestre di Palazzo Vecchio, non sarò 
io che me ne dorrò ». 



186 La Toscana dal 1824 al 1859 

mi dichiarò, che il programma del nuovo Ministero 
sarebbe stata la Costituente del sig. Montanelli ; e 
questo mi disse senza ambagi, assoluto, non parlando 
punto di condizioni o di riserve. Rimasi percosso, e mi 
ricordo di avere soggiunto : — Altezza, io sopra tutto 
mi studio di essere onesto. — E il Granduca: — Ed 
io pure sono tale. — Non vi ha dubbio, ripresi, e quindi 
non devo astenermi dal cerziorarla che l'A. V. può cor- 
rere eventualmente il risico di perdere la Corona colla 
(Costituente del sig. Montanelli: ora mi permetta. Al- 
tezza, che io le domandi se Ella ha ben pensato a 
queste accidentalità. — Io ci ho pensato, replicò Sua 
Altezza, e quantunque io fossi parato anche a questo, 
per benefizio del mio popolo, pure, a parlare schietto, 
non lo temo, perchè la mia famiglia ha ben meritato 
dalla Toscana, ed io penso, ai meriti paterni avere ag- 
giunto qualche cosa di mio; laonde il Popolo consul- 
tato non vorrà scambiarmi per un altro, e credo" che 
voterà per il Principato costituzionale e per me. — Lo 
credo ancor io, ripresi, ma era mio dovere avvertirla; 
— e ammirando la fiducia del Principe, e volendo come 
per me si poteva corrispondervi in quel punto stesso, 
continuai: — Non era da aspettarsi meno dal suo 
cuore; ma se (e qui coH'atto della mano accompagnai 
le parole), ma se per mutate vicende V. A. avesse a 
pentirsi della consentita Costituente, ora per allora La 
prego a volermelo contidare, che io le prometto indu- 
striarmi in maniera, che, spero, V. A. potrà dimettere 
il nuovo Ministero piuttosto con aumento che con isca- 
pito della sua reputazione (1) ». 

Come si vede, il Guerrazzi non rendeva un bel ser- 
vizio al Montanelli, parlando al Principe in tal modo, 
riguardo alla Costituente Italiana: e non aveva toito. 
Il Gioberti, poi, chiamava la Costituente un preambolo 
di repubblica (2). Qualcuno ha giustamente osservato 
che se la presidenza del Consiglio dei ministri l'avesse 



(1) Guerrazzi, Apologia, ecc., pag. 126. ; 

(2) QionERTi, Rinnovamento, ecc., iom. 1, pag. 387. | 



Capitolo XVI 187 



avuta il Guerrazzi, invece del Montanelli, sarebbe stato 
assai bene e per la Toscana e per il suo Principe. Il 
Guerrazzi era un ambizioso e, diciamolo pure, un auto- 
ritario, ma aveva la stoffa dell'uomo di governo; e come 
ministro, avrebbe messo al dovere i rivoluzionari e i 
tumultuanti. Il Montanelli, invece, non era sincero, 
voleva star bene col Principe e accarezzare al tempo 
stesso le masse, sulle quali sperava di fondare il proprio 
potere. 

Fra i nuovi ministri uno dei migliori era il D'Ayala, 
ben noto per la sua rettitudine e per la sua onestà. 
Commise degli errori — non lo neghiamo, — ma qual- 
che cosa di buono egli fece, come, ad esempio, l'aver 
creato un ispettore supremo delle speciali armiedegl'isti- 
tuti di educazione militare ; la qual carica egli conferì 
al conte Serristori, persona atta ad esercitarla con in- 
tendimenti e fermezza. Ebbe pur lode la migliore spar- 
tizione degli uffici della guerra, tanto più che arrecava 
notevole risparmio all'erario. Cassò la legge, la quale 
stabiliva che i giudizi militari si facessero in segreto; 
e stabilì che il merito, chiarito con esami ed esperi- 
menti, dovesse far salire nei gradi della milizia. 

Mentre queste cose succedevano in Toscana, nello 
Stalo Pontificio, e specialmente nelle Legazioni, le 
passioni ormai scatenate avevan prodotto tristissimi 
fatti, uccisioni e rapine. Intanto il Ministero, di cui 
erano a capo il cardinal Soglia ed Edoardo Fabbri, 
non potendo sostenersi in mezzo a tante contrarie fa- 
zioni, fu costretto a ritirarsi ; ed il Pontefice propose 
di formarne uno nuovo a Pellegrino Rossi. Questi era 
nato a Carrara; esule fin dal 1816 erasi recato a Gi- 
nevra, dove acquistossi fama d'insigne giureconsulto, 
e fu professore di diritto penale in quell'Accademia 
Scientifico-letteraria. Passò poi in Francia, dove il 
Guizot, ministro del re Luigi Filippo, lo accolse ono- 
revolmente, lo fece nominare professore di diritto co- 
stituzionale, poi pari di Francia e ambasciatore a 
Roma. Dopo la caduta della monarchia orleanese, si 
ritirò a vita privata. Pio IX gli aveva posto molta atte- 



188 La Toscana dal 1824 al 1859 



zione, e spesso e volentieri lo consultava in alTari di 
grave momento. 

Niun ministro si trovò mai in condizioni più difficili 
di quelle del Rossi. Aveva contro di sé tutti i parliti 
estremi, imperocché egli sovrastesse di gran lunga in 
merito e in importanza politica ai suoi colleghi nel 
ministero. 1 demagoghi, fra i quali primeggiava un 
certo Sterbini, orribile di volto e d'animo malvagio, 
si misero d'accordo per assassinarlo (1). Fu il Rossi 
avvertito di quanto si tramava contro di lui; ma egli 
non si curò dì tali avvisi ; anzi era sicuro che non 
avrebbero osato toccarlo. Il 15 novembre del 1848, si 
recò al palazzo, detto della Cancelleria, per riaprire la 
seduta del Parlamento. Mentre saliva le scale, fu pu- 
gnalato da mano, per allora rimasta ignota, senza che 
alcuno potesse o volesse impedirlo. 

11 popolaccio festeggiò con saturnali indecenti la 
morte del Rossi ; quindi corse armato al Quirinale, e 
mandò una deputazione al Papa per chiedergli un mi- 
nistero democratico. Pio IX negò di accondiscendere 
a una domanda fattagli in simile modo. Allora fu 
grande il tumulto; contro le finestre del palazzo furono 
tirate alcune fucilate, e perfino un cannone si puntò 
contro la porta del Quirinale. 

Il Pontefice, consigliato dal Corpo diplomatico resi- 
dente in Roma, e dichiarando di cedere alla forza, in- 
caricò il democratico Giuseppe Galletti di formare un 
nuovo gabinetto. Ma pochi giorni dopo, e precisamente 
nella notte dal 24 al 25 novembre, partì segretamente 
da Roma, accompagnalo dal conte di Spaur, ministro 
di Baviera, e dalla di costui moglie per alla volta di Ter- 
racina. Giunto a salvamento a Mola di Gaeta, il Papa 



(1) Il Minghctti (/ miei Ricordi, toni. J, pag. 351) così parla dello 
Slerboni: «Pochi uomini )io conosciuti più rei d'intelletto e d'animo e 
più orrendi di faccia. Non c'era infamia di cui non fosse accusato; con 
tare di tribuno, solleticando le ree passioni della plebe, mostrandosi 
inleso con tutti i facinorosi d'Italia e fuori, ora il tipo di qnel che oggi 
si chiamerebbe il malBoso politico ». 



Capitolo XVI 189 

fu ospite del re Ferdinando IT, venuto appositamente 
da Napoli per fargli onore e per offrirgli un sicuro 
asilo nel Castello di quella città. 

Ed ora vedremo quali tristi avvenimenti si stessero, 
pur troppo, preparando ai danni della misera Italia. 



CAPITOLO XVII. 

Il prof. Carlo Pigli è nominato governatore di Livorno. - Suo 
colloquio col Guerrazzi. — Adunanza del Circolo del Popolo 
in Firenze. — Discorso del principe di Canino. — Il Pigli a 
Livorno. — Suo discorso imprudente al popolo livornese. — 
Indignazione del Guerrazzi. — Le elezioni al Consiglio Gene- 
rale. — Tumulti a Firenze e a Livorno. — Interpellanza del 
Senatore Corsini. — Risposta del Ministro Mazzoni. - Pa- 
role del Senatore Gino Capponi. — Il Guerrazzi uomo di go- 
verno. — Suoi atti di energia. — Il peccato d'origine. — Isti- 
tuzione della Guardia Municipale. — Infelice riuscita della 
medesima. - I liberali toscani ingannati da un emissario 
austriaco. — Apertura della nuova sessione del Consiglio 
Generale. — Discorso del Granduca- — Pratiche del Monta- 
nelli presso il nuovo Governo di Roma. — Contegno dei go- 
verni di Roma, di Napoli e di Torino. — Il Montanelli pre- 
senta alla Arma di Leopoldo II il disegno di legge relativo 
alla Costituente italiana. — Perplessità del Granduca. - Suo 
colloquio col Guerrazzi e con sir Carlo Hamilton. — Il Gran- 
duca appone la sua firma al decreto. — La luna di miele 
nei rapporti fra il Granduca e il ministro Guerrazzi. — Il 
progetto è approvato dal Consiglio Generale dei Deputati. 
— Parole dette al Granduca dal deputato Salvagnoli e da 
un membro della Camera alta. — Il Senato approva, ad una- 
nimità di voti, il progetto di legge sulla Costituente. 

II nuovo Ministero esordi, inviando governatore a 
Livorno il prof. Carlo Pigli, il quale era Vice-Presi- 
dente del Circolo polìtico fiorentino, presieduto dal 
Guerrazzi. II Pigli era aretino; come medico, era rite- 
nuto valente nella sua professione: aveva insegnato 
nell'Ateneo Pisano Storia della Medicina, e se, invece 
di fare il politicante, si fosse solo occupato dei suoi 
studi scientifici, quanto sarebbe stato meglio per lui ! 



Capitolo XVII 191 

Non era però un uomo cattivo; ma un ambizioso, che 
voleva emergere ad ogni costo. I suoi amici, cioè il 
Montanelli e il Guerrazzi, gli avevan fatto sperare un 
portafogli nel ministero democratico ; ma poi non se 
ne fece più nulla, e fu trovata la scusa che lo crede- 
vano malato. Infatti, egli non stava bene: erasi riti- 
rato in campagna vicino ad Arezzo, sua patria, che lo 
aveva eletto Deputato al Consiglio Generale. 

Il Pigli, appena seppe che i suoi amici erano ministri, 
si recò a Firenze, e andò in Palazzo Vecchio a salu- 
tarli. Fu accolto affettuosamente dal Montanelli e dal 
Guerrazzi, i quali gli annunziarono la sua nomina a 
governatore di Livorno. 

Intanto il 'à di novembre, il Granduca su proposta 
dei suoi nuovi ministri, sciolse il Consiglio Generale. 
Tre giorni dopo il Pigli veniva nominato governatore 
di Livorno. Appena gli fu notificata la nomina, egli 
andò a trovare il Guerrazzi per ricevere le relative 
istruzioni. E qui lasciamo a lui la parola: « Fra le cose, 
che il Guerrazzi mi disse, citerò queste due: Besisti 
alle chiamate del popolo, e non parlare in pubblico. 
Ratnmentati che altro è combattere il Governo nel seno 
(Iella opposizione, altro è governare. Gli domandai quando 
avrei dovuto trasferirmi a Livorno. Mi rispose: subito; 
domani o fra due giorni al più tardi ». Il Pigli con- 
fessò allora al ministro che trovavasi a corto di da- 
nari; e il Guerrazzi gli fece dare un acconto di seimila 
lire, esigibili sulla cassa della Dogana di Livorno (1). 

Il Pigli era, come si è detto, vice-presidente del Cir- 
colo del Popolo, e « non potendo astenersi dal rioccu- 
pare l'antico suo seggio », vi si recò la sera del secondo 
giorno del suo arrivo alla Capitale. In quella stessa 



(1) Il Pigli, prima di partire per la sua nuova residenza, fu ricevuto 
dal Granduca, che lo accolse benevolmente. Avendo egli detto al Principe 
clie il Guerrazzi gli aveva raccomandato di non parlare in pubblico, 
Leopoldo II rispose: « Ah! il Guerrazzi vi ha detto di non parlare? 
Ha detto bene; ha detto bene». — Vedi G. Pigli, Risposta all'Apo- 
logia di F. D. G-uerrassi. Arezzo, F. Berghini, editore, 1852, pag. 87, 



192 La Toscana dal \mi al 185& 

sera egli fu elello Presidente alla quasi unanimità dei 
suffragi. 11 giorno dopo si seppe che erano arrivati 
in Firenze alcuni personaggi illustri, i quali sarebbero 
intervenuti al Circolo suddetto. La sera del 5, poco 
dopo il tramonto, il teatro Goldoni, gentilmente con- 
cesso, era pieno zeppo. 

« Alle ore 8 — è il Pìgli che scrive — io introduceva 
sul palco scenico, ov'era il seggio della presidenza, il 
Principe di Canino, il Generale Garibaldi e i due fra- 
telli Romeo, patrioti calabresi, ricevuti in mezzo a vi- 
vissimi applausi. Presentandoli al Circolo, accennai i 
particolari titoli di ciascuno, e conclusi col ceder loro 
la presidenza. I discorsi, che furono pronunziati, ven- 
nero raccolti dagli stenografi; ed è dal rapporto degli 
stenografi stessi che traggo le seguenti parole, colle 
quali il Principe Bonaparte inaugurava quella seduta: 
Prima di entrare in materia, permettetemi di ralle- 
grarmi con voi, colla Toscana, colVltalia tutta, che il 
vostro Principe, che Leopoldo II, sia stato il primo, come 
in tante altre cose utili alV Italia, a gettarsi in braccio 
alla pura democrazia. Permettetemi dunque, in tale 
solenne occasione, di gridare in quest'aula : Viva Leo- 
poldo II. Dopo queste parole, si alzarono grida uni- 
versali dì Viva Leopoldo II! (1) ». 

Ma, dopo pochi giorni, il Pigli, che aveva già preso 
possesso della sua carica di governatore di Livorno, 
si mostrò alquanto imprudente, dimenticandosi dell'av- 
vertimento datogli dal Guerrazzi di non parlare in 
pubblico; e invece, giunta a Livorno la notizia che 
Pellegrino Rossi era slato assassinato a Roma, egli 
parlò al popolo, mentre questo plaudiva all'assassinio 
di quell'uomo illustre ed intemerato. Il Pigli si scusa di 
esservì stato trascinato suo malgrado; il fatto sta che, 
affacciatosi al balcone del palazzo del Governo, cosi 
parlò alla moltitudine: «Cittadini! il ministro Rossi 
non era amato dall'Italia solamente pei suoi principi 



(1) Pigli, op. ci/., pagg. 81-8:^. 



Capitolo XVII 193 

politici. Dio, nei suoi arcani consigli, ha voluto che 
egli cadesse ^^er mano di un figlio dell'antica Repuh- 
blica Romana (1). Dio custodisca l'anima sua e la li- 
bertà di questa povera Italia ». 

Al Guerrazzi non piacquero le parole del Pigli. In 
un dispaccio telegrafico, speditogli il 19 novembre 1848, 
lo esorlava a fare piìi parca copia di sua favella al 
popolo (!£); e due giorni innanzi gli aveva telegrafato 
così: « Pigli, le tue parole dette al Teatro hanno scon- 
certato tutti ; amico mio, tu sei buono e rovini noi e 
il Paese ». 

Fin da quel momento, il Guerrazzi pensò di rimuo- 
vere il Pigli dal posto di governatore di Livorno, 
perchè « l'essersi egli presentato al popolo, mentre 
questo tripudiava per la morte del Rossi, barbara cosa 
la reputammo, ed era (3) »; e lo stesso Guerrazzi sog- 
giunge che il Pigli, sebbene d'animo buono, difettava 
di sufficiente costanza a resistere alle improntitudini 
altrui; e ciò lo indusse a dir parole, delle quali ebbe 
in seguito a pentirsene amaramente. 

Abbiamo detto dì sopra che il Governo aveva sciolto 
il Consiglio Generale dei Deputati; questo scioglimento, 
era previsto, ed il Minislero aveva, costituzionalmente, 
usato dì un suo diritto, presumendo che quell'Assem- 
blea, nella sua maggioranza, non fosse troppo favore- 
vole al trionfo della democrazia. Ciò non ostante, era 
un fatto grave per il danno che ne sarebbe derivato 
agli affari, e più grave per dover dar luogo a nuove 
elezioni, in un momento in cui gli animi erano così 
concitati, ed il governo difettava di forza per preve- 
nire ì disordini che potevano nascere. K i disòrdini si 



(1) Questo figlio deìVantica Repubblica Romana, il quale pugnalò 
il ministro Rossi, fu, a t|uanto dicesi, un cerio Cavalieri di Ancona, 
famoso ladro, o come tale processalo a Torino, che, morendo in car- 
cere, confessò di essere slato l'autore dell'assassinio del Rossi. — Vedi 
Cantìi, Cronistoria, tom. 11. 

(2) GuERBAZzi, Apologia, ecc., pag. 45, in noia. 

(3) Guerrazzi, Apologia, ecc., ])ag. i4. 

L. Cappelletti 13 



194 La Toscana dal 18^4 al 1859 

accrebbero con tale violenza, che lo stesso ministro del- 
rinterno, il 16 novembre, ammoniva per via telegrafica 
il Governatore di Livorno, dicendogli : « Energia, Go- 
vernatore, energia: o fra nn mese la Toscana diventa 
un mucchio di cenere (1) ». 

Nella stessa capitale le elezioni avvennero in mezzo 
ad atti violenti: furon rotte le urne, manomesse le abi- 
tazioni di alcuni cittadini, tra le quali quelle del mar- 
chese Ridolfì e dell'avvocato Salvagnoli : atterrato lo 
stemma pontificio di su la porta dell'Arcivescovo Mi- 
nuccì, il quale fu costretto a fuggire dal palazzo di sua 
residenza. 

Di questi disordini sarebbe ingiusto incolpare i mi- 
nistri di quel tempo, e segnatamente il Guerrazzi : anzi 
diremo che quando il Senatore Corsini, prendendo oc- 
casione dalla violenza usata contro l'Arcivescovo di 
Firenze, interpellò il Ministero intorno ai mezzi che il 
Governo intendeva servirsi per impedire che i disordini 
si rinnovassero, il Mazzoni, ministro di grazia e giu- 
stizia, così gli rispose : « Il Governo si propone usare 
la maggior vigilanza che gli è dato adoperare : porrà 
in opera lutti i mezzi possibili per prevenire disordini; 
ma avendo ricevuta dagli antecedenti ministri la somma 
del Governo toscano nello stato più deplorevole, non 
è da aspettarsi da lui più di quello che umanamente 
sia abilitalo a fare secondo le forse, che vengono ac- 
cumulandosegli intorno ». E nella stessa tornata, ninno 
dissentendo, egli aggiungeva: «Pur troppo il Governo si 
è fatto carico delle circostanze in cui si trova; ma, oso 
dirlo senza superbia, se noi non fossimo stati, più gravi 
inconvenienti avrebbero funestato la patria nostra ». 

E queste parole del ministro Mazzoni trovarono so- 
lenne riconferma dalla bocca del senatore Capponi, 
poc'anzi Presidente del Consiglio dei ministri: «Intorno 
alle parole dell'onorevole ministro di Grazia e Giustizia 
— egli disse — , le quali concernono il passalo Ministero, 



(1) (iiFRR\/Z[, Apoìogia. jìa^. :?•!. 



Capitolo XVll 195 

cui ebbi l'onore di partecipare, intorno a queste io sono 
fortunato di non potere altro che usare io stesso lin- 
guaggio, che ora ha usato l'onorevole ministro. Le con- 
dizioni dei tempi, il pubblico stato delle cose, il mo- 
vimento degli animi produssero tali fatti, che quella 
medesima insufficienza, che ha trovato nel reprimere 
ogni atto in sé biasimevole, quella stessa insufficienza 
fu da noi sperimentata (I) ». 

Il Guerrazzi — non dobbiamo negarlo — si dimostrò, 
come ministro di Leopoldo II, uomo di governo. Quando 
seppe che l'autore del decreto della decadenza del Prin- 
cipe, scritto e proclamato sulla piazza del Granduca il 
30 luglio 1848, sotto il ministero Ridolti, continuasse 
la sua dimora in Firenze, gli ordinò di partire dalla 
Toscana. Ma lasciamo al Guerrazzi la parola : <? Preti, 
seminatori di scandali, pervertenti lo spirito dei cam- 
pagnuoli, insinuanti che il Granduca, costretto, aveva 
consentito allo Statuto, non già di cuore e spontaneo, 
chiamai, ammonii e corressi. Torres, espugnatore delle 
fortezze livornesi sotto il ministero Capponi, ardito 
uomo, fu da me parimente bandito; e ritornato, con 
manifesto spreto dell'Autorità, ordinai lo arrestassero 
e lo conducessero ai confini. Alle censure acerbissime 
della stampa, per questo fatto, risposi : Renda conto il 
Torres della sua passata condotta a Livorno, giusti- 
fichi il suo ritorno a Firenze, allora apparirà se la mi- 
sura presa a suo riguardo fu arbitraria e vessatoria, 
o piuttosto opportuna e giusta (2) ». 

Non v'ha cosa peggiore del peccato d'origine. Dei 
moti di Firenze e di Livorno, sebbene dal Guerrazzi 
repressi, furono da qualcuno chiamati responsabili i 
membri del ministero democratico; ma io credo infon- 
data una simile accusa. È vero che i loro precedenti 
li rendevano in qualche modo responsabili anche di 
ciò che erano costretti di tollerare. 11 Guerrazzi cercò 



(1) Sedut.a del Sonalo del <ì:> gennaio ISiit. 

(2) Gi"Ri!HAz/.i, Apologia, pagg. ;ìii-tO. 



196 La To-scaiia dal 18i!4 al 1859 

di giusliflcarsi nella sua Apologia, dicendo cose pur 
vere ; ma egli stesso avrà poi dovuto, in cuor suo, con- 
venire che l'aver solleticato un tempo le passioni popo- 
lari, imprime macchia indelebile sulla fronte di coloro, 
1 quali, saliti al potere, si trovan perciò costretti a 
reprimere quelle stesse passioni, acquistandosi l'odio 
delle moltitudini senza sfuggire al sospetto degli uomini 
temperati. 

Nel suo breve ministero, e durante l'interregno, cioè 
dall'epoca dello scioglimento fino alla nuova convoca- 
zione dell'Assemblea Legislativa, il Guerrazzi cercò un 
elemento di forza nella istituzione della Guardia Mu- 
nicipale. Ma, a torto o a ragione, essa venne riguar- 
data come un corpo di satelliti partigiani ; fu invisa, e 
fruttò in ultimo allo stesso Guerrazzi scherno e riso (1). 
E devesi anche notare che egli ne diede il comando a 
un certo Solerà, lombardo, che fingeva di essere un 
gran liberalone e si faceva credere vittima della pre- 
potenza austriaca. Ma dopo l'aprile del '49, il Solerà, 
gettato l'abito borghese, e vestitosi dell'uniforme bianca, 
andò incontro alle milizie imperiali. Era un emissario 
austriaco, e il Guerrazzi fu da esso ignobilmente bur- 
lato (2). 

11 10 gennaio del 1849, il Granduca aprì la nuova 
sessione del Parlamento, e trovò il Consiglio generale 
alquanto diverso da quello che era stato disciolto, che 
l'elemento democratico era in esso assai prevalente. 
Fra le altre cose, il Principe disse : « Le nostre rela- 
« zioni coi Sovrani e cogli altri Stati fuori d'Italia, 
« tranne l'Austria, sono non solo pacifiche, ma anche 
« cordiali. Coi Principi e cogli Stati d'Italia non ci di- 
« mentichiamo mai che abbiamo a stare congiunti come 



(1) Bai-dasseroni, op. cit., puK- 32ft. 

(2) Anche a Pisa il Solerò crasi fatti molti amici trai giovani liberali 
(lolla città: e ([uando^ nel settembre del 18i9, se lo videro comparire 
dinanzi vestilo della divisa austriaca, ne rimasero turbati ed intimoriti. 
Ma egli, chiamato in disparte uno di essi, cioè il dott. Antonio l'eroci, 
gli disse: <■ Non temete; nessuno di voi sofl'rirà la più piccola mole- 
stia ». K mantenne la parola. 



Capitolo XVll 197 

« le dita di una stessa mano, destinata a stringere la 
« spada di valore e di concordia, che sola può dare 
« libertà vera alla patria. La Costituente proclamata in 
« Toscana non deve essere principio di dissoluzione o 
« discordia, ma bensì di forza e di armonia. Ella ha da 
« comprendere la formola finale, ove potranno, per av- 
« ventura, acquietarsi una volta i destini dei popoli 
« italiani. La nostra Costituente non ripudia nessuna 
« forma di ordinamento possibile. Ella accoglie in sé 
« volenterosa tutto quanto, o poco o assai, giova ad ac- 
« costarla alla mèta desiderata. Ella aspetta essere ac- 
« consentita dagli altri Stati italiani, coi quali importa 
« starci uniti, più che coi vincoli di confederazione, 
« con quelli di fratellanza ». 

Quest'ultimo paragrafo, il quale diceva assai, e la- 
sciava intendere anco assai più, parve sbiadito ed ela- 
stico ai deputati ultra-progressisti ed ai loro amici, ed 
era artificioso, in quanto che non si volevano rompere 
le trattative col Gioberti. Non dobbiamo dimenticare 
che, dopo la fuga del Papa da Roma, il Montanelli 
avrebbe voluto che il Papa, privato di fatto della sovra- 
nità temporale come violatore dello Statuto, riserbasse 
la disamina della privazione di diritto alla Costituente 
Italiana; convocasse questa a Roma, e ne conferisse la 
presidenza onorifica a Leopoldo IL E per questo egli 
mandò consigliatore ai governanti e repubblicani ro- 
mani l'accorto ed operoso La Cecilia: «ma, per ese- 
guirlo, ci volevano nel Parlamento uomini da Conven- 
zione (I)»; e questi certamente mancavano. 

All'invito del Montanelli, i governi di Roma e di 
Napoli non avevano dato risposta ; il governo piemon- 
tese, di cui era a capo Pier Dionigi Pinelli, rispose 
« esser quello il tempo di pensare alla guerra e non alla 
Costituente »; e proponeva la lega. Il Gioberti, non 
ancora ministro, erasi unito al disegno di Mamiani 
per una Costituente intesa a compilare un atto fede- 



li) Montanelli, oji. cit., lom. II, pag. 327-328. 



198 La Toscana dal 18U al 1859 



rale, che rispettasse l'esistenza dei singoli Stati, e, la- 
sciando intatta la loro forma di governo, valesse ad 
assicurare l'unioue e l'indipendenza assoluta d'Italia. 

Quando il Gioberti divenne primo ministro del re 
Carlo Alberto, voleva, anzitutto, operare la restaura- 
zione del Papa, come poi desiderò far quella del Gran- 
duca ; ma di ciò io mi riserbo di parlare a tempo op- 
portuno. 

Il 21 gennaio, il Montanelli si recò ai Pitti, e portò 
alla firma del Granduca il disegno di legge, che inten- 
deva presentare il giorno successivo al Consiglio Ge- 
nerale, per l'elezione di 37 deputati, i quali rappresen- 
terebbero la Toscana all'Assemblea Nazionale e Costi- 
tuente in Roma (1). Il Granduca, da principio, si mostrò 
sorpreso — è il Montanelli che parla — « della delibe- 
razione presa nel Consiglio dei ministri ; dicendomi 
essere rimasto il giorno avanti con Guerrazzi che il 
Ministero non prenderebbe lliniziativa, ma lascerebbe 
che nella prima tornata del Parlamento il circolo po- 
litico di Firenze presentasse, come si diceva volesse 
fare, una petizione alla Camera relativa alla Costi- 
tuente ; la petizione naturalmente sarebbe inviata al- 
l'esame della Commisione, e così per un lato si darebbe 
sfogo all'agitazione popolare, per l'altro guadagneremmo 
tempo. Risposi questo partilo medesimo Guerrazzi averlo 
esposto al Consiglio dei ministri, ma tutti essere stati 
concordi a respingerlo come indecoroso pel Ministero. 
Il Granduca mi promise che, al più tardi, la mattina 
del giorno dopo (27 gennaio) mi avrebbe detto se po- 
teva, no, approvare la presentazione della legge (2) ». 

Il Granduca, e non possiamo dargli torto, aveva 
poca voglia di dare la firma richiestagli ; giacché il 



(1) La Commissione provvisoria di governo in Roma aveva, il 16 di 
gennaio, allargato la prima idea di un'Assemblea Nazionale, eletta a 
suffragio universale, dandole pieni jìoteri per rappresentare lo Stato 
romano, e determinando che quella sarebbe insieme Assemblea italiana 
Costituente. 

(2) Montanelli, Schiarimenti nei processo politico contro il Ministero 
democratico toscano. Firenise^ Le Monnicr, 1852, pag. 60. 



Capitolo XVII 199 



modo, coQ cui sì erano in Roma atteggiate le cose, 
cambiava la situazione primitiva, e l'invio di deputati 
toscani all'Assemblea romana implicava una tal quale 
partecipazione agli atti rivoltosi ed ostili della mede- 
sima verso il Pontefice. Il Granduca chiamò a sé il 
Guerrazzi per udire il parere di lui in cose di tanta 
grave importanza. Questi, — come racconta nella sua 
Apologia — cercò di persuadere il Principe della con- 
venienza e necessità della presentazione della legge. 
Coll'associare ai romani i deputati toscani, ed ini- 
ziando una Costituente sotto la presidenza di Leo- 
poldo li, diceva presumere che arresterebbesi il movi- 
mento repubblicano, e poi soggiungeva: « Se mai vorrà 
il destino che l'Austria debba un giorno abbandonare 
l'Italia, allora potrà valere alla Toscana riprodurre la 
Costituente italica, per nuovi eventi celata sotto il 
moggio, onde tornare più tardi a splendere sul cande- 
labro (1) ». 

Il Granduca, dopo avere ascoltato attentamente le ri- 
flessioni del ministro dell'interno, rispose : « In quanto 
Ella dice, vi è del vero ; ma lord Hamilton (2) sente 
in modo contrario ». — « Lord Hamilton — riprese il 
Guerrazzi — è uomo peritissimo nelle faccende poli- 
tiche; mi permette l'Altezza Vostra che io lo consulti 
su questo proposito"?» — «Ella può farlo, il Principe 
soggiunse ; anzi può farlo immediatamente, perchè è 
qui in Palazzo » — « Altezza, dove"? » — « Nel salotto 
giallo » — « Mi concede l'A. V. che io vada "? » — « Si, 
volentieri ». Nel luogo indicato rinvenni sir Carlo Ha- 
milton, fratello dell'onorevole signor ministro, sir 
Giorgio Hamilton, col quale tenni lungo e grave col- 
loquio (3) ». La conclusione di questo cadde sulla con- 
venienza di presentare il progetto di legge della Co- 
stituente nel modo dallo stesso Guerrazzi indicato. 
Questi tornò nella sala dove trovavasi il Principe, e 



(1) GuEURAzzi, Apologia, pag. 135. 

(2) Inviato inglese a Firenze. 

(:3) Guerrazzi, Apologia, pag. 135-136. 



200 La Toscuiia dal 18M al 1859 

gli diede ragguagli dell'esito della conferenza: parve 
meravigliarsene, e desiderò udirlo confermato da sir 
Carlo Hamilton ; « la qual cosa fece — conclude il 
Guerrazzi - lasciando me solo nella sua stanza ; dopo 
lunga ora tornò, e, firmando il progetto, a me lo con- 
segnava piuttosto premuroso che repugnante, affinchè 
il Ministero lo sostenesse alle Camere (1) ». 

Intanto i fuorusciti lombardi stampavano un giornale 
intitolato : La Costituente italiana, e armavano com- 
pagnie di bersaglieri. Il Circolo di Firenze convocava 
tutte le associazioni democratiche della Toscana ; e il 
22 di gennaio guidava parecchie migliaia di cittadini 
a gridare la Costituente italiana. Tutte queste chias- 
sate impensierivano il Granduca. Questi, dopo il col- 
loquio col Guerrazzi, affermasi che dicesse : « Me lo 
avevano dipinto così tristo ; invece è onesto e ca- 
pace e mi dolgo di averlo conosciuto così tardi ». Il 
Guerrazzi poi diceva: « Avevo sempre stimato il Gran- 
duca un uomo freddamente tristo e malvagio ; ora mi 
avveggo essere di poca levatura, ma gentiluomo per- 
fetto ». Era la luna di miele. 

Il 23 gennaio, discutendosi al Consiglio Generale il 
progetto della Costituente, il Montanelli combatteva 
l'emendamento che le attribuzioni dei deputati alla 
Costituente medesima dovessero determinarsi per via 
di legge, e sosteneva e faceva passare il voto illimi- 
tato. I deputati, in quello stesso giorno, approvavano 
il progetto. Fu una seduta assai tempestosa pei tu- 
multi suscitati dalla folla accorsa nelle tribune; onde 
il Guerrazzi, alzatosi, « dichiarò traditore della patria 
chiunque, con intempestiva e indegna perturbazione, 
faceva sì che in quel momento la discussione non pro- 
cedesse solenne e liberissima (2) ». 

Vi furono alcuni deputati, compreso il marchese Ri- 
dolfi, i quali, pentitisi di aver votato a favore del pro- 
getto di legge, volevano ritrarre pubblicamente il voto 



(1) GunuRAZZi, Zoe. cit. 

(■ì) Monitore toscano, iti gennaio 1849. 



Capitolo XVU 201 



dalo in un momento d'entusiasmo ; ma fiiron consigliati 
a non farlo, perchè, dinanzi ad una votazione unanime, 
ciò sarebbe stato inutile e ridicolo, se non pericoloso 
per loro. Il Ridolfi ne rimase persuaso, ma volle che 
il Principe Io sapesse. 

Narra il Baldasseroni che in quella stessa sera o nella 
susseguente, « era presso il Granduca una di quelle 
conversazioni, da esso tenute all'unico effetto di avvi- 
cinare Senatori e Deputati, e scambiare con essi qual- 
che parola. Il Salvagnoli era fra gli intervenuti; e par- 
lando del grande affare del momento, disse al Granduca 
con malinconica franchezza: — Ma V. A. ha giuocato 
la sua Sovranità sopra un pezzo di carta. — Il Granduca 
non rispose ; e poco dopo rivoltosi ad un Senatore, che 
era stato presente a sentir quelle parole, dissegli con- 
fidare nel Senato ; ma ne ebbe in risposta: — Deponga 
V. A. ogni speranza: tutte le volte che il disegno di 
legge viene per iniziativa della A. V. e munito della 
di Lei firma, il Senato è disarmato, e nessuno vorrà 
essere più granduchista del Granduca (1) ». 

Quando la legge, votata dal Consiglio generale, passò 
al Senato, fu fatto precisamente valere l'argomento già 
messo innanzi dal Senatore sunnominato; per conse- 
guenza ogni discussione sarebbe stata inutile, « e non 
giustiticata da ragioni di fedele ed alta riverenza verso 
il Principe, e sarebbe stata altresì, senza oggetto, pe- 
ricolosa per i membri del Senato, e forse anche per la 
conservazione di esso ». La legge adunque fu votala, 
in silenzio e all'unanimità, nella seduta del 30 gennaio. 

Intanto, come ora diremo, giorni tristi si prepara- 
vano per la nostra misera Toscana non solo, ma anche 
per le altre regioni d'Italia. 



(l) Baldasseroni, op. cit., pag. 337. — Il Senatore, die il Baldasse- 
roui non nomina, doveva essere egli medesimo. 



CAPITOLO XVIII. 

Rivoluzioni in Austria e in Ungheria — Abdicazione dell'impe- 
ratore Ferdinando I, a cui succede l'arciduca Francesco Giu- 
seppe, suo nipote. — Gravi tumulti in Firenze. — Il granduca 
Leopoldo II si reca a Siena. — I Ministri apprendono l'im- 
provvisa partenza del Principe. — Parole concilianti del mi- 
nistro Guerrazzi. — Carlo Corradino Chigi e Ubaldino Peruzzi 
giungono a Siena. — Lettera del Granduca al Montanelli. — 
Questi va a Siena ed ha un colloquio col Principe. — Partenza 
del Granduca per Porto San Stefano. — Suoi biasimevoli in- 
fingimenti. — In qual modo avrebbe egli dovuto regolarsi ? 

— Il Baldasseroni cerca di difenderlo, ma inutilmente. — 
Nuovi tumulti in Firenze. — È proclamata sotto la Loggia 
dei Lanzi la Signoria dei popoli. — Sofismi del Montanelli 

— Cosa avrebbero dovuto fare i ministri ? — Invasione nel- 
l'aula del Consiglio Generale. — Il Governo Provvisorio to- 
scano. — Severe e giuste parole dello storico Zobi. — Una 
supposta lettera del maresciallo Radetzky al Granduca. — 
Proteste di Leopoldo II contro la formazione del Governo 
Provvisorio. — Lettera del granduca al Pontefice, e risposta 
che ne riceve. — 11 Ministero democratico in Piemonte. — 
Vincenzo Gioberti, primo ministro. — Sua controversia col 
Montanelli riguardo alla Costituente. — Il Governo piemon- 
tese offre l'aiuto delle sue milizie al Granduca per ristabi- 
lirlo sul trono. — Risposta favorevole del Granduca. - Quali 
erano le ragioni politiche di questo intervento- 

L'anno 18i8 fu veramente l'epoca delle rivoluzioni, 
che turbarono tutta quanta l'Europa. Abbiamo già ve- 
duto quel che avvenne in Italia; in Francia cadeva, 
il 24 febbraio, la dinastia orleanese, e le veniva sosti- 
tuita la repubblica. L'Ungheria pure erasi levata in 
armi contro l'oppressione austriaca. 11 gabinetto di 
Vienna, forzato dagli avvenimenti, cedette in alcuni 
punti; in nitri però procurò di maniere l'antico le- 



Capitolo XVIII 1203 



game. Ma Luigi Kossulh, illuslre patriotta ungherese, 
dopo l'invasione in Ungheria del generale Jellachich, 
che i Croati avevano eletto a loro bano, si rese padrone 
del paese. L'arciduca palatino Stefano fuggì; e il ge- 
nerale conte di Lamberg, inviato in Ungheria come 
commissario imperiale e comandante superiore, fu ucciso 
dalla plebaglia inferocita presso il ponte di Buda-Pest. 

Frattanto, nel mese, d'ottobre, scoppiava in Vienna 
quella famosa insurrezione, che paralizzò l'azione del 
governo e impedì l'efiettuazione dei provvedimenti re- 
pressivi contro l'Ungheria. Il popolo si rese, in quei 
giorni, padrone del potere, trucidò il ministro della 
guerra Latour, prese l'arsenale e abbarrò la città. Al- 
lora l'imperatore Ferdinando I fuggì ad Olniulz. Ma 
Jellachich, condottosi prontamente col suo esercito 
sotto Vienna, e congiuntosi colle milizie imperiali co- 
mandate dal principe Windischgratz, costrinse la città 
a capitolare (30 ottobre). Appena entrato in Vienna, 
il generale austriaco fece fucilare i capi della rivolta, 
e decretò lo stato d'assedio. 

Intanto il nuovo ministero, presieduto dal principe 
di Schwarzenberg, represse le idee federaliste, dichia- 
rando volere la costituzione, ma unitaria. L'imperatore 
Ferdinando, riconoscendo occorrere nuove forze per 
ricostruire, abdicava in favore del suo giovane nipote, 
che aveva allora 18 anni,' e che prese il nome di Fran- 
cesco Giuseppe 1 (2 dicembre 1848). Il nuovo sovrano, 
nel proclama ai suoi popoli, professava la necessità 
d'istituzioni liberali adatte ai tempi. 

Ma torniamo agli avvenimenti di Toscana. Il pro- 
getto di legge, relativo alla Costituente italiana, era 
stato, come già dicemmo, firmato dal Granduca; quindi 
il Ministero lo aveva presentato, con esito felice, al- 
l'approvazione delie due Camere. Per conseguenza, 
tutto pareva dovesse andar per il meglio; e la calma 
e la tranquillità avrebbero dovuto perciò regnare non 
solo in Firenze, ma anche in tutte le altre città del 
Granducato. Disgraziatamente, due o tre giorni prima 
che il Senato votasse la legge, gli spiriti erano agitati, 



2()ì- La Toscana dal \8U al 185(1 

i tumulti furono gravi e frequenti nella stessa capitale, 
massime nella notte dal 27 al 28 gennaio 1849; onde, 
il giorno seguente, il Prefetto fece affiggere sulle mura 
della città un proclama, in cui diceva che « una mano 
di facinorosi aveva insanguinato Firenze, e minacciava 
d'immergerla nella desolazione e nel lutto ». Immagi- 
niamoci sotto quali impressioni votasse il Senato, e 
quale potesse essere la tranquillità e la libertà del 
Principe, da cui attendevasi l'approvazione definitiva 
di quella legge! Leopoldo 11, affranto di corpo e di 
spirito, e temendo, religioso com'era, d'incorrere nelle 
censure pontificie se avesse dato il suo assenso alla 
legge sulla Costituente, la mattina del 30 gennaio partì 
per alla volta di Siena, dove già Irovavasi la grandu- 
chessa coi figli. 

Il Ministero conobbe l'improvvisa partenza del Prin- 
cipe dal ministro Adami, il quale, conversando, nella 
notte dal 29 al 30 gennaio con Leopoldo li, lo apprese 
dalla sua propria bocca. «Alcuni dei miei colleghi — 
ha scritto il Guerrazzi — si meravigliarono di cotesto 
annunzio casuale; ma io facevo notare come il Gran- 
duca ci aspettasse verosimilmente al circolo di Corte, 
che in cotesta sera correva, e non doveva punto stu- 
pirci se, essendo per mala sorte mancati tutti, ne avesse 
avvertito quell'unico ministro che gli era occorso ve- 
dere; d'altronde, non doversi guardare tanto pel sot- 
tile, dacché non eravamo mica in Inghilterra, dove la 
Corona non può uscire né entrare in città senza certi 
riti convenuti (1) ». 

Queste parole del ministro dell'interno acquetarono 
i suoi colleghi ; ma il giorno appresso corniciarono a 
correre voci sinistre: il Principe essere partito dalla 
capitale per non più ritornarvi; licenziati i servì, i 
quali lo andavano propalando pubblicamente. Di più, 
sì seppe che il Granduca aveva ricevute simpatiche ac- 
coglienze in Siena, dove — secondo dice il Baldasse- 



(1) Guerrazzi, Apologia, pag. 162. 



Capitolo XVllI 205 

roni — « manifestavasi un partito ostile alla demo- 
crazia ed alla Costituente». Ciò urtò il ministero, il 
quale scrisse al Principe, minacciando di ritirarsi se 
egli non fosse subito tornato a Firenze. Andarono a 
significargli a voce le necessità del pronto restituirsi 
alla capitale, il conte Carlo Corredino Chigi, coman- 
dante la Guardia Civica, e Ubaldino Peruzzi capo del 
Municipio. Leopoldo II rispose così al Montanelli : 

« Siena, 3 febbraio 1849. 

« Sig. Presidente del Consiglio dei Ministri, 
« Benché mi sia dato supporre che una lettera fatta 
dirigere nella serata di jeri al ministro dell'Interno, 
lettera che dovrebbe esser giunta costì poco dopo la 
spedizione di quella da Lei e da tutti i suoi Colleghi 
indirizzatami nella scorsa notte, pOssa aver calmato 
le apprensioni del Ministero, voglio aggiungere la 
lusinga che i ministri non saranno per applicarsi al 
partito accennalo nella lettera collegiale. Quanto al 
mio ritorno, io sono nella necessità di dire che non 
può essere così immediato, perchè lo stato della mia 
salute non mi permette in questo momento di pormi 
in viaggio. Mi fo pertanto a pregare ì ministri a re- 
cedere dalla idea di abbandonare i loro posti, e rac- 
comando ad essi la vigilanza dell'ordine pubblico. 

10 la invito a far noto tutto questo ai suoi colleghi, 
e mi confermo 

« Suo aff.mo Leopoldo ». 

11 Chigi e il Peruzzi testificarono de visu la malattia 
del Granduca, recando altresì il desiderio di lui di 
avere accosto un ministro. E il Montanelli partì su- 
bito per Siena (i). 

Appena giunto a Siena, fu ricevuto dal principe, il 
quale si trovava in letto colla testa fasciata. Il Mon- 
tanelli dice che « il Granduca faceva il malato »; in- 
sinuando come questa malattia altro non fosse che una 



(1) Montanelli, op. cit., toni. II, pag. 338. 



i206 La Toscana dal 18^4 al 1859 

commedia. Però, il giorno dopo, Io trovò assai meglio: 
era alzato e di buonissimo umore. « Mi disse — è sempre 
il Montanelli che parla — che si sentiva tutto un altro 
del giorno avanti, che aveva passato una buona notte, 
e pensava di uscire a pigliare una boccata d'aria. Lo 
confortai in questo proposito, aggiungendo che speravo 
potremmo l'indomani tornare a Firenze. Lo pregai a 
dare un'occhiata alla legge, che stabiliva il metodo 
delle elezioni per la Costituente italiana. Si scusò di 
non averla potuta ancora esaminare a causa della 
malattia. Mi lodava perchè la sera avanti non ero an- 
dato al Circolo, e perchè avevo impedito che i demo- 
cratici mi facessero una serenata La sera àìVAve 

Maria mi portarono due lettere sue, in una delle quali 
mi raccomandava i familiari di Corte, dicendoli ignari 
dei suoi disegni, nell'altra raccontava averlo còlto lo 
scrupolo che la Costituente italiana cadesse sotto le 
scomuniche di fresco pronunciate dal Papa, essersene 
voluto accertare interrogando il Papa medesimo, e come 
la risposta papale non gli lasciasse dubbio, preferiva 
al partito di esporre i buoni Toscani all'interdetto 

della Chiesa, quello di ritirarsi Né diceva dove, uè 

nominava ministri che avessero a governare i buoni 

Toscani in luogo di noi scomunicati (2) », 

Se dobbiamo dire il vero, Leopoldo 11 non agiva 
lealmente; e questi suoi infingimenti, cominciati a Siena 
e continuati a Porto San Stefano, sono stati da tutti 
severamente giudicati. Se egli erasi pentito di aver 
dato il suo assenso alla Costituente, doveva dirlo fran- 
camente ai suoi ministri; e se questi dichiaravano di 
dimettersi, doveva accettare le loro dimissioni; quindi 
nominare un altro Ministero, offrendone la presidenza 
al Guerrazzi, il quale l'avrebbe senza dubbio accettata. 
Noi sappiamo come l'avere per collega, e a luì sopra- 
stante, il Montanelli, non era mai piaciuto al Guer- 
razzi, il quale sarebbe stalo lieto di levarselo d'altorno. 



(1) MONTANRI.M, OJ). CÀI., lODl. II. pag, 'X-ViK 



Capitolo XVllI "2,01 



Ed io son più che certo che il Guerrazzi avrebbe formato 
facilmente un nuovo Ministero, mantenendo tre dei 
vecchi ministri, cioè l'Adami, il D'Ayala e il Franchini. 
E non sarebbe stata cosa diffìcile il surrogare il Maz- 
zoni con qualche valente giureconsulto, professante 
opinioni democratiche. Se poi al Guerrazzi non fosse 
riuscito di mettere insieme il Gabinetto, il Granduca 
avrebbe avuto il diritto di scegliere altri ministri nel 
partito liberale monarchico; e nessuno si sarebbe per- 
messo alzare la voce, vedendo che il Principe agiva 
costituzionalmente. 

A calmare gli spiriti bollenti della popolazione li- 
vornese avrebbe pensato il Guerrazzi, divenuto Presi- 
dente del Consiglio. E i Livornesi, orgogliosi di avere 
un loro concittadino primo Ministro, si sarebbero guar- 
dati bene di creare inciampi al Governo. Ma la fuga 
del Granduca fu una viltà inescusabile, la quale piom- 
bava il paese nell'anarchia, ed era causa, come vedremo 
in seguito, di grandi mali alla Toscana. 

Il Baldasseroni, sempre pronto a trovare delle scu- 
santi al modo d'agire del Granduca, scrive così: « Leo- 
poldo n, tratto dall'indole a cedere, non trovava la 
forza necessaria a resistere, che nel sentimento di un 
dovere di coscienza. E però quando questo parlava, il 
suo animo s'invigoriva, e si faceva capace d'incontrare 
anche il martirio (?). Però nell'ansia della replica at- 
tesa dal Santo Padre, egli diceva a persona di sua 
confidenza: — Se la risposta sarà negativa, mi pos- 
sono anche fucilare, ma non firmerò la legge. — E fu 
in questa disposizione, che lasciò Firenze per Siena (1) ». 

Se il Granduca era ormai deciso di non firmare la 
legge, lo poteva fare rimanendo a Firenze, senza bi- 
sogno di scappare. Doveva accettare, come ho già detto 
di sopra, le dimissioni del Ministero, e formarne un 
altro. Il Gennarelli, nel volumetto intitolato: Le sven- 
ture italiane sotto il Pontificato eli Pio IX, riporta in 



(1) BAr.nASsERoxT, op. cit., pag. ."ìi:! 



^108 La Tosciitia dal IMi al 185ii 

Appendice alcuni docuinenli, die egli intitola: «Atti 
che determinarono la partenza del Granduca dalla To- 
scana ». E questi documenti consistono: 1°, in una 
Lettera del canonico Angelo Lanfredini, confessore di 
Leopoldo II, in data del 3 febbraio 1849, alla quale fa 
seguito un Voto teologico dello stesso Confessore ; 9P, in 
una Lettera civile ed ecclesiastica del cav. Luigi Ven- 
turi, vice segretario intimo di Leopoldo li (I); 3", in 
una Lettera di Leopoldo li al Pontefice Pio IX; 4P, nella 
Risposta di Sua Santità al Granduca. 

Mentre il Principe si trovava a Porto San Stefano 
nel Monte Argentaro, ecco ciò che avveniva nella capi- 
tale. Appena fu nota la partenza del Granduca da Siena, 
vi fu tumulto in Firenze; e sotto la Loggia dei Lanzi 
si decretò, fra gli applausi, la signoria dei popoli. 
« A Livorno — è il Montanelli che scrive — fu il Maz- 
zini, il quale, sbarcato in quel momento, e imbeccato 
dal Pigli, impediva al popolo tripudiante della fuga 
di Leopoldo sforzare il Governo a repubblica. E noi 
che, da ministri del Principe, banditore di Costituente, 
non avremmo, a costo della vita, consentito che la 
parte repubblicana occupasse lo Stato, ora che egli 
calpestava e Costituente e Costituzione, ci tenevamo 
Uberi di provvedere come utilità del paese chiedesse ». 
Veramente, il Principe era tuttora in Toscana, e i suoi 
ministri non avevano altro da fare che dimettersi: se 



(1) Nella Lettera del cav. Venturi al granduca si leggono dello frasi 
e delle parole, che rasentano il ridicolo ; per esempio queste : « Se nel 
cuore di V. A. penetrò un tempo la debole mia voce, io ardisco adesso 
di tornare a pregare l'augusto mio Sovrano a voler non porre in oblio 
ciò che Santa Caterina da Siena m'inspirava di dirle nella sera che 
2)recesse la partenza di V. A. da Siena ». Il cav. Venturi, che io lio 
conosciuto personalmente, ora uomo di non comune ingegno e di molta 
dottrina, ed era altresì ascritto all'Accademia della Crusca. Pubblicò 

Canti Biblici, dove si leggono bellissimi versi, ed un pregiato vo- 
lume sulle Siniilitiidini Dantesche. Io non voglio credere che nella 
suddetta lettera al Granduca, piena di un esagerato misticismo, egli 
abbia voluto, come suol dirsi a Firenze, prendere per il bavero il suo 
Sovrano; certo è che chi legge quelle parole non può credere che lo 
abbia scritte l'Autore dei Canti Biblici e dcììe Similitudini Dantesche. 



Capitolo XVIII 209 

essi ignoravano il luogo preciso dove si trovava il 
Granduca (il quale, lo ripetiamo, aveva agito malis- 
simo, non manifestando ai suoi consiglieri dov'egli si 
fosse recato), dovevano rassegnar l'ufficio, di cui erano 
stati investiti dalla fiducia del Sovrano, nelle mani 
del Presidente del Senato o di quello del Consiglio 
Generale. Ed il Parlamento avrebbe presi senza dubbio, 
gli opportuni provvedimenti. Invece il Montanelli, 
avendo saputo che alcuni deputati propendevano per 
uh governo provvisorio, si recò alla Camera per leg- 
gere le lettere a lui dirette dal Granduca. In quel 
mentre entrò nell'aula un certo Niccolini o Nucciolini, 
romano, cattivo arnese (1), il quale sventolò al cospetto 
dell'Assemblea un pezzo di carta, che portava scritto 
il decreto della Loggia dei Lanzi. Questa ignobile sce- 
nata scombuiò il Consiglio Generale. Alcuni fuggirono; 
e il Presidente si copri e sospese la seduta. Ma il Guer- 
razzi inveì contro il così detto Niccolini, e lo cacciò 
dalla sala. Tornato il Presidente, con quei pochi depu- 
tati, che se n'erano andati, « fu vinto il partito di 
commettere le fortune del paese al Guerrazzi, al Mon- 
tanelli e al Mazzoni. Il Montanelli si sobbarcò, escla- 
mando: «Leopoldo d'Austria ci ha abbandonati. Dio non 
ci abbandonerà » (2). Quindi aggiunge che il Ricasoli 
gli strinse la mano, raccomandandogli VltaUa ; e Gino 
Capponi e il duca di Casigliano trovarono ragionevole 
la formazione di un governo provvisorio. 

Lo Zobi, tutt'altro che favorevole al Granduca, non 
approva che i suddetti ex-ministri di Leopoldo II pren- 
dessero le redini del Governo. « Eran costoro — egli 
dice — ministri costitusionali di Leopoldo li, e perciò 
responsabili di tutti i loro atti ; ora, se facessero bene 
o male ad assumere il carico di un Governo provvi- 
sorio, non vogliamo qui discutere, giacché debbono 



(1) Di questo Niccolini o Nucciolini, dice il Farini che « costui aveva 
dubbio il nome, come certa la mala fama ». Farisi, op. cit., tom. ILI, 
pag. 248. 

(2) Montanelli, ojj. cit., tom. II, pag. 340. 

L. Cappelletti 14 



Silo La Toscana dal 18^4 al 1859 



averne già reso conto alla propria coscienza, come non 
potranno esimersi da passare sotto il severo giudizio 
della Storia, che non risparmia alcuno. Essa avrà 
tutto il diritto di chieder loro ragione del decreto ema- 
nato due giorni dopo, nel quale sì legge : Il Consiglio 
Generale ed il Senato sono aboliti. Laonde la prima 
manomissione delle franchigie costituzionali in To- 
scana, fu commessa dai signori Montanelli e Mazzoni (1)». 

I facinorosi, capitanati dall'ignobile Niccolini o Nuc- 
ciolini, volevano si proclamasse la repubblica, la quale 
qua e là fu gridata, poi disdetta dal governo; ed in- 
tanto piantarono da per tutto gli alberi della libertà, 
« perchè — ha detto il Farini — non vi è libertà in 
Italia, se credi a costoro, quando tutte le scempiaggini 
di Francia non vengono in moda». 

Assevera il Montanelli, senza però addurne le prove, 
che il Granduca fuggisse da Firenze in forza di un 
concordato con Vienna; ed allega una vera o supposta 
lettera del maresciallo Radetzky in data del 2 febbraio, 
in cui gli promette pronto soccorso, quando voglia 
uniformarsi a quanto gli è stato indicato. Questa let- 
tera è posta in dubbio non solo dal Baldasseroni, ma 
anche dal Farini. Il primo scagiona il Principe da 
questa accusa, dicendo « che Leopoldo II era partito 
da Firenze il 30 gennaio con manifesta intenzione di 
non tornarvi (2), se avesse dovuto negare il suo as- 
senso alla legge sulla Costituente ; e certamente non 
aveva allora ricevuto una lettera, che porta la data 
posteriore del 2 febbraio. Ed a Siena, come a Porto 
San Stefano, non andò punto con accordi stabiliti col- 
l'Austria (3) ». Sia pur vero quanto asserisce il Bal- 
desseroni ; ma perchè il Principe non surrogò subito 
il ministero Montanelli con un ministero Costituzionale, 
dichiarando avere i suoi antichi ministri usurpato il 



(t) ZoBi, Memorie economico-politiche o sia dei danni arrecati dal- 
l'Austria alla Toscana, ecc., tom. 1, pag. 275. 
(i) E fece male, come abbiamo cercato di dimostrare più addietro. 
(3) Baldasseroni, loe. cit. 



Capitolo XVIII 211 



potere, e assicurando 1 suoi popoli, con pubblico bando, 
che egli non aveva alcuna intenzione di abbandonare 
il territorio toscano? Ciò non fece: solo si contentò 
d'inviare da Porto San Stefano, in data del 12 feb- 
braio, la seguente protesta : « Toscani ! Da questo con- 
« fine estremo della Toscana, io vi dirigo la mia parola. 
« Essa è la parola di un Principe, che voi conoscete 
« da 25 anni, e che ha sempre cercato con premura ed 
« affetto la vostra felicità. Costretto ad abbandonare 
« la capitale per difendere la libertà del mio voto in 
« un atto di cui sarei stato responsabile davanti a Dio 
« ed agli uomini, io non posso permettere che la mia 
« voce si taccia in mezzo a tanta violazione dei più 
« sacri diritti, lo protesto dunque contro il nuovo Go- 
« verno provvisorio stabilito in Firenze il dì 8 febbraio 
« del corrente anno, e dichiaro di non riconoscere per 
« legale nessun atto emanato o che sia per emanare 
« dal medesimo. Illegittima è la sua origine, nulla la 
« sua autorità, lo ricordo alla milizia i suoi giura- 
« menti, agl'impiegati l'osservanza dei propri doveri, 
« al popolo la fedeltà verso il suo Principe costitu- 
« zionale. Confido che la mia voce richiami i traviati, 
« e sia di consolazione ai buoni Toscani, l'affetto dei 
« quali è per me la sola cagione di conforto in mezzo 
« al dolore che io provo per così grandi disordini e 
« per tanta enormità. — Da Porto San Stefano, li 12 feh- 
« hraio 1849. Leopoldo». Ma non dice affatto di nomi- 
nare un ministero, che governi il paese durante la sua 
assenza dalla capitale. Se egli avesse fatto ciò, quanti 
guai si sarebbero risparmiati alla nostra Toscana ! 

Dice il Montanelli che alla protesta del Granduca 
nessuno diede retta. Invece alle persone oneste, ai li- 
berali sinceri, ai partigiani del regime costituzionale, 
la protesta del Principe produsse una dolorosa impres- 
sione. Egli però aveva la sua parte di colpa, e lo ab- 
biamo già detto, coil'abbandonare la capitale per re- 
carsi a Siena e quindi partire di nascosto per Santo 
Stefano. Se avesse agito lealmente, sarebbe stato me- 
glio per lui. 



"11"! La Toscana dal 18:24 al 1859 

Leopoldo II intanto aveva creduto opportuno di 
scrivere una lettera a Pio X per chiedergli consiglio ; 
e il Papa gli rispondeva da Gaeta, in data del 18 feb- 
braio, una lettera abbastanza calma e sensata, nella 
quale dicevagli : « Ho grandi motivi di confidare nel 
« Signore che l'attuale stato di sociale disorganizza- 

« zione dovrà fra non molto avere il suo termine 

« Sarei perciò di parere che V. A. si tenesse fermo, fino 
« che può, in qualche punto del suo Stato per attendere 
« questo propizio momento. Che se la violenza delle 
« passioni la obbligasse a partire, parmi che dovesse 
« preferire per luogo di sua momentanea dimora un 
«paese italiano ». E questo paese, secondo il Pontefice, 
sarebbe stato Gaeta. 

Mentre il Granduca si trovava a Porto San Stefano, 
il Guerrazzi telegrafava al Pigli, governatore di Livorno: 

« Leopoldo d'Austria è decaduto : pena condegna ad 

« uomo senza fede. Sì, ditelo al popolo, senza fede, 

« mentre noi con tanta, con troppa devozione lo ave- 

« vammo servito. Qui il Popolo è in festa: le cam- 

« pane suonano ; si cantano inni ; si sparano 101 colpo 

« di cannone. 

Guerrazzi ». 

A questo dispaccio faceva seguito un altro così con- 
cepito : 

«Il Ministro Inglese mi assicura essere andato il 
« Granduca con la sua famiglia a Portoferraio. Si faccia 
« tornare il Giglio: si mandino barche, navigli con Li- 
« vornesi e uomini arrisicati a cacciamelo. Leopoldo 
« non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopoché 
« con tanta ingratitudine e vera perfìdia ha corrisposto 

« alla fede del popolo. 

Guerrazzi (1) ». 

Nel 1848, e precisamente nel mese di novembre, anche 
in Piemonte sorgeva un Ministero democratico, di cui 
era a capo Vincenzo Gioberti. Questi desiderava una 



(1) Il Granduca era tuttora in Toscana, ossia in casa propria, e il 
Guerrazzi ne lo voleva cacciare. E con <(uale diritto'? 



Capitolo XVIII 213 



Confederazione dei diversi Stati italiani : ma trovava 
delle difficoltà ad ogni pie sospinto. Il governo napo- 
letano mostravasi sospettoso e diffidente; a Roma, dopo 
la fuga del Papa, erasi instaurata la repubblica. In 
Toscana, il Montanelli non nascondeva le sue antipatie 
per il Piemonte e per il re Carlo Alberto. Anzi si ad- 
dimostrava così poco voglioso di cementare la neces- 
saria concordia col governo di Torino, che prendendo 
argomento da una miserabile questione di confini, 
nelle sue rimostranze diplomatiche chiamava il Pie- 
monte « insidiatore violento dell'altrui e pieno di una 
ambiziosa avarizia, causa precipua delle sventure ita- 
liane (1) ». 

A queste accuse ingiuste quanto ingiuriose, il gabi- 
netto di Torino rispose calmo e misurato : ma dove 
ogni accordo riusciva impossibile, era nel grave argo- 
mento della Costituente. Il Gioberti scriveva al Mon- 
tanelli : « 11 governo piemontese è pronto ad attuare 
un'Assemblea puramente federale ; ma non potrebbe 
mai aderire ad una Costituente, che entrasse negli or- 
dini interni dei vari Stati e la quale riuscirebbe rovi- 
nosa perchè evocherebbe discordie e fazioni. Neanche 
potrebbe aderire ad una Costituente che ponesse in 
dubbio l'esistenza legale del regno dell'Alta Italia, il 
quale è di giovamento all'Italia intiera: nessun altro 
Stato italiano doverlo temere, perchè i diritti dei sin- 
goli Stati italiani sarebbero guarentiti dal patto fede- 
rale (2)». 

Il Montanelli non si diede per vinto; e nell'intendi- 
mento di forzare la mano, fece questione di gabinetto 
l'attuazione della Costituente nei modi coi quali ave- 
vaia raffazzonata. Il Gioberti, sempre animato da spi- 
rito di concordia, inviò al presidente del Consiglio dei 
ministri di Leopoldo II, una nota diplomatica, nella 



(1) Nota del Montanelli a! marchese di Villamarina, ministro Sardo 
in Toscana. Firenze, 26 dicembre 1848. 

(2) Nota riservata del Villamarina al Montanelli. Firenze, 1" gennaio 
1849. — Bianchi, op. cit., tom. VI, pag. 90. 



214 La Toscana dal 1824 al 1859 

quale egli si addimostrò uomo politico nou solo, ma 
vero cittadino italiano, e scrittore sublime ed elo- 
quente (1). 

Era allora rappresentante toscano in Torino il mar- 
chese Jacopo Tanay de' Nerli. Il (ìioberli, appena seppe 
che il Granduca aveva lasciato Firenze e che erasi ri- 
tirato a Porto San Stefano, chiamò a sé il marchese 
de' Nerli, e gli disse: «1 momenti sono supremi: il 
re di Sardegna offre l'aiuto delle sue truppe al Gran- 
duca per ristabilirlo sul trono. Carlo Alberto, sulla 
sua parola d'onore, darà le maggiori assicurazioni 
che la restaurazione si farà con tutti i possibili riguardi; 
le sue truppe verranno poste sotto gli ordini imme- 
mediati del Granduca, occuperanno i paesi in suo nome, 
e al primo suo cenno rientreranno in Piemonte ». 

Il marchese Tanay de' Nerli, appena uscito dal col- 
loquio col Gioberti, scrisse una lettera al Granduca, 
nella quale, a nome di Sua Maestà Sarda, gli offriva 
l'aiuto delle armi piemontesi (2). Due giorni dopo, ri- 
ceveva la seguente risposta del cav. Matteo Biltheuser, 
segretario intimo di Leopoldo 11: 

« Porto San Stefano, 13 febbraio 1849. 
« Sig. Marchese pregiatissimo, 

« Qui acclusa Ella troverà una lettera autografa di 
« S. A. R. il Granduca, colla quale accetta con ter- 
« mini di gratitudine la fraterna offerta fattagli fare 
« da S. M. il re di Sardegna per di Lei mezzo, ed 
« esposta nel dispaccio del dì il corrente, presentata 
« alla R. A. S. ieri sera dal Sig. Schibanys qua giunto 
« col regio vapore il Virgilio. 

« Debbo incaricarla in mome del nostro R. Sovrano 
« di procurare il sollecito recapito della lettera mede- 



(1) Veggasi (|ucsta lunga noia del Gioberti al Montanelli in Bianchi, 
op. cit., tom. VI, pagg. 91-'.)}. 

(2) Vedi Lettera riservatissima del Marchese de' Xerli al Granduca. 
Torino, 11 febbraio 18i9; in Gexn.arelli, Le Sventure italiane sotto 
il Pontificato di Pio IX; pagg. 15-16. 



Capitolo XVill 215 

« sima, e, se le fosse dato di farlo personalmente, di 
« ripetere a Sua Maestà il Re le espressioni della sin- 
« cera riconoscenza di S. A. R. il Granduca. 
« Intanto mi pregio etc. 

« M. BlTTHEUSER ». 

Nella lettera spedita al marchese de' Nerli, eravi 
acclusa quella del Granduca al Re Carlo Alberto» 
scritta in francese, colla quale Leopoldo II accettava 
volentieri, esternando al Re la sua gratitudine, l'in- 
tervento militare piemontese. Questo intervento, che 
avrebbe impedito quello austriaco, tanto desiderato 
dalla Corte di Vienna, fu accettato lealmente dal Gran- 
duca, al quale, almeno allora, ripugnava di vedere 
entrare gli Austriaci nel Granducato. In venticinque 
anni di regno, Leopoldo 11 erasi sempre dimostrato 
ostile ad un'occupazione militare austriaca; e in questo 
suo lodevole contegno era coadiuvato da ministri onesti 
e affezionati a Lui e alla sua ^dinastia, e specialmente 
dal Fossombroni e dal Corsini. 

Per difendere presso la diplomazia l'intervento pie- 
montese in Toscana, non mancavano valide ragioni 
al primo ministro di Carlo Alberto. Questo intervento 
era stato offerto ad un Sovrano amico, che l'aveva ac- 
cettato, ed aveva il nobile scopo di salvare un governo 
finitimo dalla guerra civile e dall'anarchia. Intervenendo 
in Toscana, il Piemonte aveva per sé il diritto di prov- 
vedere alia propria conservazione, il dovere d'impedire 
che il risorgimento italiano passasse il limite, oltre il 
quale si sarebbe distrutto. Era un debito nazionale 
quello d'impedire efficacemente che l'intervento stra- 
niero s'intromettesse nelle discordie italiane. Bisognava 
superare l'ostacolo, che si opponeva a riprendere con 
buon successo la guerra contro lo straniero, troncando 
i nervi alla* facinorosa demagogia nell'interno. Che ove 
ne fosse sorta la guerra contro l'Austria, era il miglior 
modo di provocarla, giacché l'Austria sarebbesi fatta 
assalitrice del Piemonte, intento a restaurare un ordine 
di cose d'interesse europeo. I governi di Londra e di 



"216 La Toscana dal 1824 al 1859 

Parigi si erano mostrati soddisfatti di questo procedere 
del Piemonte. Lord Palmershon lo aveva giudicato il 
migliore espediente per restaurare il potere del Gran- 
duca a Firenze (1). 

Quali siano state le cagioni, che abbiano impedito 
l'intervento piemontese in Toscana nel 1849, noi di- 
remo estesamente nel seguente capitolo. 



(1) Dispaccio dell'amliasciatore Sardo a Londra, 11 febbraio 1847. 
Vedi N. Bianchi, op. cit., toni. VI, pagg. 100-101. 



CAPITOLO XIX. 

Giudizio sul Governo provvisorio toscano. — Nuova ricomposi- 
zione del Ministero. — Torbidi e moti sediziosi in parecchi 
luoghi dello Stato. — Giuseppe Mazzini in Toscana. — I 
membri del Corpo diplomatico, residenti in Firenze, si recano 
a Porto San Stefano presso il Granduca, che li accoglie 
cortesemente. — Parole di Leopoldo II al marchese di Villa- 
marina. — Questi gli offre un asilo in Piemonte. — Mani- 
festo del generale De Laugier, e impressione che esso prò 
duce in Firenze. — Il popolo, invitato da Giuseppe Mazzi 
decreta l'unione della Toscana con Roma. — CarattereiBe-,"»? 
magogico della rivoluzione toscana. — Il generale De Laugier 
è abbandonato dalle sue milizie. — Cause che impedirono 
l'intervento piemontese in Toscana. — Il Gioberti lascja il 
Ministero. — Attitudine minacciosa dell'Austria. — AntìvO' 
a Porto San Stefano del comm. Scipione Bargagli, minis%) 
toscano presso la Santa Sede. — Parole del Granduca al'^ 
corpo diplomatico. — Risposta del sig. Bergmann, ministro 
di Svezia. — Nuovo colloquio del Granduca col Corpo diplo- 
matico. — Suo proclama al popolo toscano. — Sua partenza 
per Gaeta. — Suo equivoco contegno. — Battaglia di Novara 
e abdicazione del re Carlo Alberto. — Considerazioni su 
questa abdicazione — Inaugurazione dell'Assemblea legisla- 
tiva e Costituente toscana. — Discorso del Montanelli. — Il 
Guerrazzi, Capo del potere esecutivo. — Lettera di Leopoldo II 
all'imperatore Francesco Giuseppe. — Vani timori del Gran- 
duca. — Risposta dell'Imperatore. — Errori di Leopoldo II e 
debolezza del suo carattere. — Paragone fra Leopoldo II e 
Carlo Alberto. 

Il Monlauelli (sebbene il Granduca non avesse ab- 
bandonato i suoi Stati, perchè Porto San Stefano tro- 
vasi in Toscana) sobbarcandosi, com'egli disse, a far 
parte del Governo Provvisorio, aveva esclamato : « Leo- 
poldo d'Austria ci ha abbandonato; Dio non ci abban- 





!^18 La Toscana dal 18^21 al 1859 



donerà!». Il Montanelli asseriva cosa non vera: il 
Granduca era tuttora nel territorio toscano; non aveva 
licenziati i suoi ministri, i quali erano in dovere di 
continuare a governare lo Stato in nome del Principe; 
per la qual cosa, la costituzione di un Governo Prov- 
visorio fu un'usurpazione bella e buona delle preroga- 
tive e dei diritti della sovranità. I miei lettori hanno 
veduto come io non abbia risparmialo Leopoldo II per 
i suoi infingimenti e per la sua mancanza di lealtà; 
ma ciò non toglie che i ministri, da lui nominati, siano 
venuti meno ai loro doveri. Essi dovevano dimettersi, 
senza prender parte — almeno per il momento — al 
governo provvisorio, attendendo le decisioni del Prin- 
cipe, le quali non si sarebbero fatte aspettare. Il Rica- 
soli strinse la mano al Montanelli, e i Senatori Gino 
Capponi e Andrea Corsini, duca di Casigliano, non si 
opposero alla formazione del Governo temporaneo (1); 
e il Corsini stesso soggiungeva che, venendo il potere 
esecutivo a mancare, formavasi un vuoto, che gli altri 
poteri costituiti erano in obbligo di riempire, sen'sa 
pregiudizio dell'autorità del Principe lontano. 

Se il Granduca avesse detto francamente che egli si 
trasferiva a Porto San Stefano, avrebbe tolto ogni oc- 
casione a coloro, i quali volevano usurparne il potere ; 
ciò non ostante, l'usurpazione di fatto esisteva; e le 
ragioni, poste innanzi dai fautori del Montanelli e del 
Guerrazzi, per legittimare una tale usurpazione, non 
reggono affatto alla critica più elementare. 

I Triumviri, appena assunto il supremo potere, ri- 
composero il ministero nel modo seguente : l'avv. An- 
tonio Mordiui agli affari esteri; il geografo Costantino 
Marmocchi all' interno: il dottor Leonardo Romanelli, 
alla grazia e giustizia ed ai culti. Il D'Ayala, l'Adami 



(I ) Il barone Alfredo di Reiimont. nella sua opera inlilolata: Gino Cap- 
poni e il suo secolo, fa rimprovero al Capponi di avere annuito al Go- 
verno provvisorio, osservando che, fintantoché il Principe trovavasi 
nello Slato, non poteva dirsi che ogni mezzo di comunicazione col po- 
tere esecutivo mancasse. 



Capitolo XIX 219 

ed il Franchini rimanevano alla guerra, alle finanze 
e commercio, ed alla pubblica istruzione (1). Quindi 
emanarono, in data dell'S febbraio, un Manifesto ai 
Toscani, col quale li invitavano all'unione e alla tran- 
quillità, dicendo che « la libertà porta bandiera senza 
macchia ». Non ostante questa raccomandazione, scop- 
piarono torbidi e moti sediziosi in più luoghi dello 
Stato: ad Empoli, i contadini si sollevarono: a Pon- 
tremoli e a Portoferraio si ammutinarono le soldatesche; 
il governo tentò di reprimere questi moti sediziosi, e 
in parte vi riuscì; ma lo spirito delle milizie e del loro 
comandante, generale De Laugier, era avverso al nuovo 
ordine di cose; onde i governanti si trovarono assie- 
pati da difficoltà, che tolsero loro, fin dal principio, 
ogni libertà d'azione, e li obbligarono ad usare grande 
temperanza per impedire lo scoppio di una generale 
reazione. 

Maggior baccano intanto facevasi in Livorno, dove, 
come sappiamo, era governatore il Pigli ; il quale, dimen- 
tico dei benetìci ricevuti, diessi a pubblicare obbrobri al 
Principe e incitare la plebaglia; la quale, corsa in piazza 
del Voltone. fece in pezzi la statua di Leopoldo II, ivi 
eretta per memoria dei benefìzi ricevuti dal Principe. 
E la commozione si accrebbe per esservi in quel me- 
desimo giorno, o a caso o per intelligenza, giunto Giu- 
seppe Mazzini. Era stato scritto dal Guerrazzi allo stesso 
Governatore che non lo facesse sbarcare, temendo che 
gli mettesse la città in subbuglio. Ma l'ordine, o non 
giungesse a tempo, o il governatore avesse voluto fare 
altrimenti, non fu eseguito. Il popolo livornese, con 
bandiere, bande musicali e cartelloni, dov'era scritto 



(1) 11 D'Ayala, il giorno dopo, diede le dimissioni, non parendogli 
verecondia, dopo aver servilo il Principe, servire un governo fatto in 
onta al medesimo. « Questo nobile esempio — dice il Ranalli — che 
gli altri non seppero o non vollero imitare, gli fruttò riputazione d'uomo 
integro e dabbene, quando, calmate un po' le passioni estreme, si potò 
cominciare a far giudizio retto degli uomini e delle cose ». Ranalli, 
Le Storie italiane del 1846 al 1853. Firenze, Felice Le Monnier, J859; 
tom. Ili, pag. 19(3. 



'M) La Toscana dal 182i al 1859 

Dio e Popolo, andò ad incontrarlo. Le milizie erano 
tutte sotto le armi. 11 suono della campana annunziava 
il suo ingresso; e il volgo inalzava grida e solite lodi 
adulatrici. 11 Mazzini, fattosi al balcone del Palazzo 
municipale, pronunziò un discorso, nel quale, fra le 
altre cose, disse che, partito il Principe, un ostacolo di 
meno rimaneva alla libertà d'Italia e alla fondazione 
della repubblica. Però soggiunse che non bisognava 
promulgarla subito, ma aspettare che venisse prima 
promulgata a Roma. Finiva raccomandando pace e 
concordia, e poco dopo partiva per Firenze. Ivi la sua 
presenza fu nei primi giorni quasi ignorata; ma poi, 
appena la popolazione lo seppe, gli fu fatta una sere- 
nata sotto la. finestra dell'albergo, dove alloggiava; ed 
egli allora, affacciatosi alla finestra, parlò con tale 
moderazione e assennatezza, che gli stessi suoi amici 
ed ammiratori ne rimasero meravigliati. 

In questo tempo, il corpo diplomatico, residente in 
Firenze, era venuto a cognizione che il Granduca 
trovavasi tuttora in Toscana; e allora il marchese di 
Villamariua, legato Sardo (il quale dal Gioberti era 
stato assicurato che il Piemonte non lascerebbe perire 
il Principato Costituzionale in Italia, ed aveva avuto 
ordine di seguire il Granduca se questi fosse in To- 
scana) propose ai suoi colleghi di partire immediata- 
mente per Santo Stefano. Tutti assentirono di buon 
grado, eccettuato il signor Champy, legato di Francia, 
il quale a malincuore segui l'esempio. Essi giunsero a 
Porto San Stefano il 17 di febbraio. Ivi stavano anco- 
rati due bastimenti inglesi, la fregata la Teli ed il pi- 
roscafo il Bidl-Dog. Leopoldo li accolse cortesemente i 
ministri esteri, e li ringraziò con effusione di essersi re- 
cati presso di lui. Dopo narrati gli accidenti del viaggio, 
e data ragione delle sue deliberazioni, voltosi al mar- 
chese di Villamariua gli disse avergli il re Carlo Al- 
berto offerto il soccorso delle sue armi per restaurarlo 
sul suo trono costituzionale, alla quale offerta egli aveva 
risposto di sì. Poi, avendogli l'inviato Sardo — secon- 
dochè gli era stato ordinato dal suo governo — offerta 



Capitolo \1X "2^y 

ospitalità sul suolo piemontese, il Granduca rispose 
che egli non aveva, per allora, alcune intenzioni di la- 
sciare Porto San Stefano; ma che, se impreviste cir- 
costanze ve lo avessero obbligato, andrebbe o a Gaeta 
o alla Spezia. E perchè tutti gli inviati lo consiglia- 
vano a non dover lasciare la Toscana, finché gli re- 
stasse alcuna parte sicura in quella, Leopoldo II sog- 
giunse che, quando fosse costretto a partire da Porto 
San Stefano, si sarebbe ritirato o a Viareggio o a 
Massa, per essere in mezzo alle milizie toscane e a 
quelle piemontesi. 

Intanto il generale De Laugier aveva pubblicato un 
manifesto, in cui annunziavasi che 20.000 Piemontesi 
stavano per passare il contine collo scopo di coope- 
rare al ristabilimento del principato, non avendo 
Leopoldo II abbandonato la Toscana, anzi avendo egli 
stesso nominato un Governo Provvisorio, e ordinato 
alle milizie di star salde nella loro fede e nella reli- 
gione del giuramento (1). Quel manifesto provocò in Fi- 
renze lo scoppio di una rivolta demagogica. Il popolo 
trasse nuovamente alla Piazza del Granduca, ed ecci- 
tato dalla parola bollente di Giuseppe Mazzini, che in 



(I) Ecco il Manifesto del Generale De Laugier: 

« Toscani ! 
« Il nostro amato Sovrano Costituzionale, Leopoldo II, si degna av- 
« vertirmi; 1° Non avere mai abbandonala la Toscana, perchè rimasto 
« sempre in questi pochi giorni a Santo Stefano con guardie d'onore 
« inglesi. 2° Nell'allontanarsi da Siena aver nominato un Governo 
« Provvisorio. 3° Aver proibito alle truppe di sciogliersi dal giura- 
« mento. 4» Essere Egli sempre l'ardente amatore della libertà e del- 
« l'Indipendenza italiana, b" Ordinarmi quindi di richiamare tutti alla 
« fedeltà e al dovere, e ripristinare l'ordine e la quiete. Le truppe 
« piemontesi, in numero di 20.000 uomini, passare adesso la frontiera 
« per sostenerlo. 6" Essere conservati i gradi nella milizia stanziale. 
« 7» Perdono ed oblio per tutti, meno per quelli, che dopo questo pro- 
« clama tentassero di fare spargere una sola goccia di sangue cittadino. 
« In Massa, li 17 febbraio 1849. 

« Viva Leoitoldo II Principe Costituzionale. 

« Viva la libertà. 

«Viva l'Indipendenza italiana. 

« 11 Generale — De Lalgif.r ». 



^ì'2fì La Toscana dui 1844 al 185!) 



quei dì Irovavasi appunto in Firenze, decretò l'unione 
con Roma e il reggimento a popolo; nominò un comi- 
tato composto di F. D. Guerrazzi, Giuseppe Montanelli 
e Ferdinando Zannetti, e dichiarò decaduto Leopoldo 
d'Austria (t), e traditore della patria il generale De 
Laugier (18 febbraio). Così, come ben dice il Bertolini, 
la rivoluzione toscana assumeva, fin dai suoi primordi, 
un carattere demagogico, il quale allontanava da essa 
le simpatie di tutti coloro, che non intendono scom- 
pagnata dall'ordine la libertà ». Intanto, le milizie del 
De Laugier, che sommavano a circa 3.000 uomini, ve- 
dendo mancare gli aiuti piemontesi, rifiutarono di ri- 
stabilire colla forza il Principato; onde il duce, abban- 
donato dai suoi soldati e inseguito da truppe, accoz- 
zate lì per lì dal Governo Provvisorio, dovette rifu- 
giarsi a Fosdinovo, donde riparò in Piemonte (2). 

Ed ora vediamo per quali cause non potè effettuarsi 
l'intervento delle armi piemontesi in Toscana. Il Gio- 
berti aveva fatto offrire al Granduca l'aiuto delle mi- 
lizie del re Carlo Alberto per rimetterlo sul trono 
costituzionale della Toscana, e il Granduca aveva ac- 
cettato, mostrandosene riconoscente. Ma Carlo Alberto 



(1) Il proclamare decaduto Leopoldo II, era lo etesso che dire che 
questa decadenza non era mai stata decretata innanzi. £ allora, perchè 
tre ministri del Granduca avevano usurpato il potere al loro Sovrano, 
dichiarandolo decaduto, mentre questa decadenza non era stata ancora 
proclamata"? Solita logica dei demagoghi! 

(2) In un opuscolo, pubblicato noi 1893, e intitolato : Per un dimen- 
ticato-Cesare de Laugier, il tenente Pompilio Schiarini così scrive: 
« Ameremmo meglio tenere la parte presa dal De Laugier nelle civili di- 
« scordio al tempo del governo del Guerrazzi: e sebbene lo scatenamento 
* delle passioni di quei giorni sia stato tale da lasciar appena oggi 
« distinguere da qual parte fossero il diritto vero e la legalità... non- 
« dimeno non sapremmo lodare un soldato che impugna le armi contro 
« il governo del proprio paese, sia pure questo governo una fazione 
« dispotica e plebea e senza l'assentimento dei più ». Il tenente Schia- 
rini rimprovera ingiustamente il generale De Laugier. Questi era al 
servizio del granduca di Toscana, il quale non aveva ancora abbando- 
nato i suoi Stati, e doveva rimaner fedele ai suoi giuramenti; e non 
era affatto tenuto di servire un governo, che lo stesso Schiarini chiama 
fazione dispotica e plebea, e senza V assentimento dei più. 



« 



Capitolo X'IX "MS 

non desiderava che l'intervento si effettuasse. Egli non 
amava il Gioberti, perchè era un ministro libero e in- 
dipendente, il quale non pensava colla testa degli altri, 
e voleva governare a suo modo. E qui cediamo la pa- 
rola al Gioberti: «Il Re — egli dice — rigettò due 
volte la mia politica, benché fosse la sola onorata e 
sicura: due volte rese vane le pratiche da me incomin- 
ciate per salvare l'Italia ; due volte mi abbandonò alle 
fazioni cospiranti alla patria rovina: due volte mi pos- 
pose ad uomini certo stimabili, ma che, in fatto di 
sufficienza e di meriti civili, io poteva senza orgoglio 
rifiutare per uguali, non che accogliere per superiori. 
Contribuì anche a distrarlo dall'intervento in Toscana 
una certa antipatia verso il Granduca, della quale potei 

accorgermi in più occasioni Quindi mi avvidi che 

era divenuto men caldo all'impresa, da che non poteva 

rivolgerla ad ampliamento dei suoi domini Ei non 

si accorse che, venendo meno della sua parola al Gran- 
duca, mancava a ogni suo debito e tradiva tutti coloro, 
che dovevano stargli più a cuore. Tradiva la Toscana, 
che lo aspettava mantenitore delle franchigie, preser- 
vatore delle armi tedesche, e si affidava alle sue pro- 
messe (I) ». Gioberti dovette poi lasciare il ministero, 
perchè abbandonato dal re e dagli altri ministri. Se 
egli fosse rimasto al potere, l'intervento in Toscana non 
sarebbe mancato. 1 gabinetti di Parigi e di Londra gli 
si dimostrarono favorevoli. Lord Palmerston lo aveva 
giudicato il migliore espediente per restaurare la po- 
testà granducale in Firenze, Il Presidente della Repub- 
blica Francese, che era il principe Luigi Napoleone 
Bonaparte, anteponendo l'intervento piemontese a qua- 
lunque altro nella Toscana, lasciò conoscere che im- 
portava compierlo tosto per togliere appigli all'Austria. 
Ma, come abbiam detto, questo concetto d'intervento 
sull'attuarsi sfumò {%). 



(1) Gioberti, Del Rinnovamento civile d'Italia, tomo I, pagg. 512-513. 
(i) 11 Montanelli (op. cit., tomo 11, pag. 345) si addimostra natural- 
mente ostile all'intervento piemontese in Toscana; e dice: « Tratto il 



2124 Lii Toscana dal 1824 al 1859 

L'Austria minacciosa fremeva, credendosi essa sola 
in diritto d'intervenire in uno Stato, governato da un 
Principe della sua Casa. E non aveva mancato di preve- 
nire il gabinetto di Torino che l'Imperatore non avrebbe 
mai permesso che le milizie del re di Sardegna entras- 
sero in Toscana. Ma queste minacele erano superflue, 
perchè Carlo Alberto aveva ormai deciso di rifiutare 
il suo intervento per le ragioni che abbiamo esposte 
testé. 

Intanto giungevano a Porto San Stefano, provenienti 
da Gaeta il comm. Scipione Bargagli, ministro toscano 
presso la Santa Sede, e un certo signor Prevot de 
Saint-Marc francese, faccendiere legittimista, i quali 
ebbero col Granduca e colla sua famiglia lunghi e se- 
greti colloqui, senza che i membri del corpo diploma- 
tico, che ivi si trovavano, fossero chiamati a consiglio 
o avessero sentore degli avvisi che costoro recavano. 
Però il giorno seguente, convocati i legati esteri, il 
Granduca disse di aver ricevuto una lettera da Gaeta 
(che poi si seppe essere del Papa), in cui si diceva che 
l'Austria non permetterebbe mai che il Piemonte inter- 
venisse in Toscana, e che non appena i soldati pie- 
montesi passerebbero la frontiera, il maresciallo Ra- 
detzky muoverebbe sopra Torino. Per le quali cose, 
soggiunse il Granduca, aveva dovuto convincersi essere 
suo debito dì ammonire prontamente il Re di Sardegna 
dei pericoli, che correva, dichiarandogli non volere 
esser cagione delle disgrazie che Io minacciavano, e 



Gioberti dalla falsa lusinga d'iinporre ai principi minori d'Italia l'in- 
sidioso e impotente patrocinio Albertesco, né lenendo conto di quello 
che io gli aveva fatto sapere, cioè come il principe nostro fosse in se- 
greto carteggio con Vienna (e non era affatto vero), lo aveva inco- 
raggiato a rifiutare la Costituente, offrendogli a scudo contro la dema- 
gogia toscana quella che il Radetzky chiamava demagogia di Sardegna». 
— Il Montanelli si manifestò ognora nemico acerrimo dell'ingrandimento 
di Casa Savoia; e nel 1859 preferiva la Confederazione all'Unità; 
tant'è vero che faceva propaganda perchè si formasse un regno d'Etruria 
sotto lo scettro del principe Napoleone Gerolamo, cugino dcll'impe- 
ratorc Napoleone III. 



Capitolo XIX i225 

quindi trovavasi costretto a rinunziare l'aiuto che egli 
stesso avevagli prima richiesto. 1 legati furono mera- 
vigliali ed aflitti da queste parole, se si eccettui mon- 
signor Massoni, internunzio pontificio, il quale fece 
segno di assenso. Uno di essi, cioè il sig. Bergmann, 
ministro di Svezia, osservò che la notizia mandata da 
Gaeta delle deliberazioni dell'Austria non poteva es- 
sere fondata sulla verità, perchè a Gaeta non si poteva, 
il giorno 18, conoscere una determinazione qualunque 
presa dall'Austria in Oltmutz intorno all'intervento 
piemontese, chiesto con lettera dal Granduca, giunta a 
Torino soltanto il giorno 17. Le notizie di Gaetaadunque, 
egli soggiungeva, si fondavano in un desiderio, forse 
in un consiglio di là mandato all'Austria, o in una 
semplice supposizione, e perciò non doveva il Granduca 
fondare in quelle i suoi giudizi e le sue deliberazioni. 
Pensasse che avendo l'Austria accettata, a Bruxelles, 
la mediazione della Francia e dell'Inghilterra, non po- 
teva credersi che il Piemonte, contro l'avviso delle 
due grandi potenze occidentali, assumesse l'impresa 
della restaurazione in Toscana, né che quelle permet- 
tessero all'Austria di assalire il Piemonte per simi- 
gliante cagione; perciò conchiudeva che il Granduca 
dovesse scrivere di nuovo al re Carlo Alberto, non già 
revocando la domanda del soccorso, ma disdicendo la 
lettera che aveva mandata per revocarlo, ed avverten- 
dolo semplicemente delle notizie che da Gaeta aveva 
ricevute. Parve che il Granduca trovasse giusto un 
tale ragionamento e consiglio, onde, poche ore dopo, 
fatto chiamare il marchese di Villamarina, gli consegnò 
una nuova lettera per il suo Re. 

Tutto ad un tratto, si udì il rombo del cannone di 
Orbetello, che festeggiava il Governo provvisorio, 11 
quale per il popolo ignorante equivaleva alla Repub- 
blica (1); e corse pure la voce che i Livornesi si avan- 



(1) Mentre udivasi il cannone di Orbetello, l'Arciduca Ferdinando, 
principe ereditario, che aveva circa 14 anni, domandò perchè tirassero 
((nelle cannonate, e gli tu risposto che era Orbetello, il quale plaudiva 

L. Cappelletti 15 



226 La Toscana dal 18"24 al 1850 

zavauo, manifestando caltlve iutenzioni, onde fu grande 
in Corte Io spavento, sebbene Porto San Stefano fosse 
sicuro da ogni offesa per le navi inglesi, che erano 
nel porto. 

II giorno dopo, Leopoldo II convocò i legati, accennò 
ai temuti pericoli, e mostrò una lettera violenta scritta 
dal Governo provvisorio ai prefetti, e disse che, giunte 
le cose a quel punto, era suo dovere provvedere alla 
propria sicurezza e dignità personale e a quella della 
sua famiglia; e che, per conseguenza, si sarebbe recato 
a Gaeta presso Sua Santità. Ma tutti risposero, meno 
l'internunzio pontificio, che il Principe non dovesse 
abbandonare il suolo toscano, se non costrettovi dalla 
forza; pensasse all'impresa della restaurazione che era 
già incominciata, non che agl'invocati soccorsi pie- 
montesi; e, tutt'al più, prendesse tempo a deliberare. 
Li congedò commosso, prostrato dell'animo, e li invilo 
a tornare il giorno dopo alle due del mattino; ma poi, 
senza por tempo in mezzo, andò a bordo del Bull-Dog, 
dove li accolse il giorno seguente alle 3 antimeridiane, 
e se ne accomiatò con molti rendimenti di grazie. 
Questo Principe, che possedeva alcune buone qualità, 
era debole di carattere e incerto sul da farsi; cosicché 
appariva sleale e finto. 

Prima di lasciare Porto San Stefano, Leopoldo li in- 
dirizzava ai propri sudditi il seguente proclama: 
« Toscani ! 

« Da questo confine estremo della Toscana, io vi di- 
rigo la mia parola. Essa è la parola di un Principe, 
che voi conoscete da 25 anni, e che ha sempre cercato 
con premura ed affetto la vostra felicità. 

« Costretto ad abbandonare la capitale per difendere 



alla Repubblica. Allora il giovinetto Principe, alzando minaccioso la 
mano, esclamò: « Orbetellino, Orbetellino, mela pagherai! Io lo farei 
spianare. » — « Cosa diavolo dite! g;ii rispose il Granduca ; clielatevi, 
e parlate soltanto (juando sarete interrogato. » Questo aneddoto mi Cu 
narralo a Piombino da un deputato di Sanità, il quale, nel I8t9, si tro- 
vava a Porto San Stefano. 



Capitolo XIX 227 

la libertà de! mio voto in un allo di cui sarei slato 
responsabile davanti a Dio ed agli uomini, io non posso 
permettere che la mia voce taccia in mezzo a tanta vio- 
lazione dei più sacri diritti, lo protesto dunque contro 
il nuovo Governo provvisorio, stabilito in Firenze il 
dì 8 febbraio 1849, e dichiaro di non riconoscere per 
legale nessun atto emanato dal medesimo. Illegittima 
è la sua orìgine, nulla la sua autorità. 

« lo ricordo alla milizia i suoi giuramenti : agl'im- 
piegati l'osservanza dei propri doveri; al popolo la fe- 
deltà verso il suo Principe costituzionale. 

« Confido che la mia voce richiami i traviati, e sia di 
consolazione ai buoni Toscani, l'affetto dei quali è per 
me la sola cagione di conforto in mezzo al dolore che 
io provo per così grandi disordini e per tante enormità. 

« Da Porlo San Stefano, li 12 febbraio 1849. 

« Leopoldo ». 

Fra le cagioni che contribuirono a mandare all'aria 
l'intervento piemontese in Toscana, oltre la lettera di 
Pio IX a Leopoldo II, un'altra ce ne fu del re Ferdi- 
nando di Napoli, suo cognato, il quale Io consigliava 
a non accettare l'aiuto offertogli dal Re di Sardegna. 

Giunto a Gaeta, Leopoldo 11 si trovò, come suol dirsi, 
in bocca al lupo. Egli fu circuito dal Pontefice, dal re 
di Napoli, dal Nunzio pontificio, dal cavaliere Prévot 
de Saint-Marc, dal conte Maurizio Estèrhazy, ministro 
austriaco presso il Papa, e da quanti avevano interesse 
a che gli ordinamenti costituzionali cessassero in qual- 
siasi parte d'Italia, e specialmente in Toscana. Uomo 
di carattere debole e floscio, egli non seppe resistere ai 
raggiri dei nemici della libertà e indipendenza d'Italia ; 
e, nel timore di perdere la Corona, si gettò a testa 
bassa nel vortice della reazione. 

Il Governo Provvisorio aveva frattanto pubblicato un 
Manifesto, per invitare chiunque volesse prendere la 
difesa del nuovo ordine di cose ad iscriversi per ot- 
tenere armi e munizioni. Il Municipio — a capo del 
quale era Ubaldino Peruzzi — giustamente inquieto di 



228 La Toscana dal 1824 al 1859 

questo tumultuario armamento, cui l'autorità dava 
mano, deliberò un indirizzo, in cui dichiarava ingiu- 
rioso alla Guardia Civica, e pericoloso ai cittadini 
quell'atto, onde voleva si revocasse; e i triumviri, alle 
rimostranze del Gonfaloniere e dei Priori cedendo, man- 
darono invece ad effetto alcune riforme nella stessa 
Guardia civica, che nulla innovarono in sostanza nella 
composizione e nello spirito di essa. Così alla pubbli- 
cazione di una legge stataria rispondeva il Municipio 
con una risoluta protesta, la quale riuscì a farla re- 
vocare (1). 

Intanto il re Carlo Alberto, trascinato dalla sua 
cattiva stella e dalle impazientì aspirazioni del partito 
così detto democratico {dal quale avrebbe dovuto se- 
pararsi), denunziava, il 12 marzo, la tregua stabilita 
dall'armistizio Salasco ; e il 23, dopo una pugna eroi- 
camente sostenuta per quasi undici ore, veniva sconQtto 
nelle vicinanze di Novara. Egli fece prodìgi di valore, 
e cercò la morte senza poterla trovare. In quella sera 
medesima, non potendo, per la sua dignità, accettare 
le onerose condizioni impostegli dal vincitore, abdicava 
alla corona a favore del duca di Savoia, suo figlio 
primogenito. 

Veramente questa abdicazione era un po' troppo tar- 
diva : che essa avrebbe dovuto farsi dopo l'armistizio 
Salasco, perchè fin da quel giorno il compito di Carlo 
Alberto era finito : egli doveva pensare altresì che il 
comando supremo era stato da lui ceduto ai generale 
Chrzanowsky, e che un sovrano, il quale non comanda, 
è più nocivo che utile sul campo di battaglia. Il suo 
posto adunque non era al campo : egli doveva rima- 
nere a Torino per tener desto lo spirito pubblicò, prov- 
vedendo alle faccende dello Stato e vegliando attenta- 
mente alla conservazione del suo trono, minacciato 
non solo dall'Austria, ma anche dai partiti estremi. 



i 



(1) Vedi L. G. RE Gamiìrav Digny, Ricordi della Coynmissioie Go- 
vernativa Toscana nel 1849. Firenze, Tipografia Galileiana, 1853; 
pag. 7. 



Capitolo XIX 2:29 

Un'ora dopo di avere abdicalo, Carlo Alberto pren- 
deva solo la via dell'esilio, e fissava la sua dimora ad 
Oporto nel Portogallo, ove, affranto d'animo e di corpo, 
moriva il 28 di luglio di quel medesimo anno. 

La sconfitta delle armi piemontesi aggravò sempre 
più la situazione di Leopoldo II ; egli trovavasi ormai 
in balìa dell'Austria, ed il nuovo imperatore, al quale 
come a capo della famiglia di Absburgo-Loreua, egli 
aveva inviate le proprie congratulazioni per la sua 
ascensione al trono, non gli aveva neanche risposto. 

Il 25 di marzo, inauguravasi finalmente in Firenze 
l'Assemblea Legislativa e Costituente toscana, con un 
lungo discorso del Montanelli, inteso a dar conto degli 
atti del Governo provvisorio, il quale rassegnava con- 
temporaneamente i suoi poteri. Quella prima seduta 
e buona parte della seconda si consumarono nelle 
operazioni preliminari, inlese a costituire legalmente 
l'Assemblea, la quale, dichiarandosi, in ultimo, costi- 
tuita, proclamò solennemente «la sovranità di sé stessa 
e la inviolabilità dei suoi membri ». Una terza seduta 
si tenne nella notte tra il 27 e il 28 di marzo per ri- 
costituire, senza dilazione alcuna, il potere esecutivo, 
conferirlo ad una sola persona, ed investirne il cittadino 
deputalo Francesco Domenico Guerrazzi, con straordi- 
naria facoltà di provvedere ai bisogni della guerra e 
alla difesa della patria. 

« Asceso al potere — scrive il D'Ancona — senz'altro 
programma, salvo quello di padroneggiare, così vi ri- 
mase gustandone le amare gioie ; amarissime dopo la 
battaglia di Novara, che prostrò le sorli d'Italia tutta. 
La solitudine si era fatta intorno a lui, e in gran parte 
per opera sua : restava da sapersi soltanto come e 
quando cadrebbe (l) ». E questa caduta non si fece 
davvero aspettare come fra poco vedremo. 

Abbiam detto che il giovine imperatore d'Austria, 
Francesco Giuseppe 1, non aveva risposto a due lettere 



(1) A. D'Ancona, /Jicorrfj Storici del Risorgimento italiano. Firenze, 
Sansoni, 1914, pag. 394. 



230 La Toscana dal 1824 al 1859 

che il granduca Leopoldo li gli aveva scritto da Porto 
Sau Stefano ; e questo silenzio impensieriva il Gran- 
duca, il quale temeva di vedersi togliere i propri Stati 
dal suo augusto parente. Allora, da Mola di Gaeta, in 
data del 19 marzo, scrisse a Francesco Giuseppe una 
terza lettera in termini, « che — scrive il Bianchi — 
rimarranno nelle pagine della storia a sua eterna ver- 
gogna, giacché, non contentandosi in quella lettera di 
gettare il suo popolo fra le braccia dell'Austria, offese 
la Toscana nell'onore e nella dignità (l) ». 

Questa epistola leopoldina, fra le altre cose diceva : 
« Prevedo una nuova sciagura. Non il popolo, che ne 
« è stanco, ma gli attuali governanti della Toscana 
«vorranno partecipare alla guerra; mentre io, e cer- 
<' tamente con me la maggioranza dei miei sudditi sa- 
« luterà nell'intervento amichevole delle truppe au- 
« striache il termine del governo del terrore. Temo con 
« dolore che il cieco furore dei rivoluzionari potrà 
« esporre la Toscana alla guerra e alle sue gravi con- 
« seguenze. Permetta la Maestà V^ostra che anche per 
« questo caso raccomandi il paese ai riguardi suoi be- 
« nevoli, come l'ho già fatto nelle menzionate mie let- 
« tere, affinchè il partito della grande minoranza non 
« tragga in miseria il paese intero ». 

Vani erano questi timori del Granduca. 11 Governo 
provvisorio non aveva punto voglia di fare la guerra, 
per due soli motivi : l» perchè aveva paura del- 
l'Austria ; 2o perchè non voleva che i soldati toscani 
si unissero a quelli deWaborrito Piemonte. Eppure 
Leopoldo II non ignorava l'antipatia, che il Montanelli 
nutriva per il ré Carlo Alberto, da lui accusato di di- 
segni ambiziosi, e di volere allargare il proprio do- 
minio a scapito degli altri Stali della Penisola. 

Alla lettera del Granduca così rispose l'Imperatore: 
« Le lettere da Lei indirizzatemi da Porto San Stefano 
« e da Mola di Gaeta mi pervennero. Accolga la mani- 
« festazione della sincera mia gratitudine per gli au- 



(1) X. BiANuui, op. cit., loQi. VI, pag. 183. 



Capitolo XIX 231 

•« gurt amichevoli per il mìo avvenimento al Irono 

« Fra i casi più tristi dei tempo presente, colmo di 
« dolorosi eventi, si deve annoverare che Ella, dopo un 
« lungo silenzio, sia costretto a rannodare da una 
« terra straniera le relazioni interrotte colla sua Fa- 
« miglia. Ella mi ha manifestalo il desiderio che un 
« velo d'oblio sia tirato sugli avvenimenti, che cagio- 
« narono così tristi fatti. Sento io pure questo desiderio, 
« in quanto che gli sguardi rivolti al passato non po- 
« trebberò svegliare nell'animo suo se non dolorosi 
« sentiraenLì. Per quanto grande potesse essere il com- 
« plesso dei doveri, che si cercò di fare scaturire dal- 
« l'essere Ella principe dì uno stato italiano, non 
« avrebbe però dovuto dimenticare giammai che il di- 
« ritto di tale sovranità lo ha perchè appartiene alla 
« nostra Famiglia. Mi dovevo però afflìggere a buon 
« dritto che le esigenze dei tempi potessero indurre un 
« arciduca austriaco a rinnegare quasi i colori della 
«bandiera, e persino il nome della gloriosa nostra 
« Casa, e a prendere le armi contro di noi, e poscia, 
« nell'ora del pericolo, cercare aiuto al nemico aperto 
« di essa, anzi che chiederlo dove vincoli dì sangue, 
« memorie venerate, costumi, diritti, trattati, avreb- 
« bero dovuto guidare un principe della nostra Casa. 
« Ma comunque ciò sia, Ella mi ha reso giustizia col 
« mostrarsi preventivamente persuaso che io non mi 
«■ rifiuterei dal prendere parte sincera alla sorte do- 
«lorosa, che ha colpito V. A. I. e R. e la sua Fami- 
« glia. Frattanto che io personalmente le fo queste di- 
« chiarazioni, il mio governo si è già adoperato a far 
« {yresso le potenze le pratiche opportune al fine di tute- 
« lare i diritti della nostra Casa sulla Toscana... (1)». 
Come si vede, l'imperatore d'Austria parla chiaro: 
il Granduca è un arciduca austriaco ; quindi la To- 
scana appartiene alla Casa di Absburgo, la quale ha 
essa sola il diritto d'intervento, per ristabilirvi l'ordine 
e la tranquillità. 



(1) Questa lettera porta la data di Oìmuts, 27 marzo 1849. 



La Toscana dal 1824 al 1859 



Se Leopoldo II fosse rimasto a Porto San Stefano 
dove nessuno avrebbe osato toccarlo, nonostanti le 
spavalde minacele del Governo provvisorio, il quale 
sapeva benissimo che due navi da guerra inglesi stan- 
ziavano in quel porto, egli sarebbe tornato quanto 
prima in Firenze, dove il partito costituzionale era 
forte abbastanza; e, oltre a ciò, la gente del contado 
rivoleva ad ogni costo il Granduca. 

Sebbene al Governo provvisorio fosse succeduta la 
dittatura del Guerrazzi, le cose camminavano tuttavia 
nello stesso modo ; anzi la restaurazione sarebbe stata 
più facile, perchè, come si è saputo dipoi, lo stesso 
Guerrazzi, vista la mala parata, avrebbe contribuito 
egli stesso a far tornare il Granduca. Ma, questi, col 
suo carattere debole ed oscillante, coi suoi timori, certo 
infondati, di perdere la corona, si mostrò falso e bu- 
giardo. Né ciò deve recar meraviglia: gli uomini de- 
boli e tentennanti diventano anche cattivi ; e, per ot- 
tenere lo scopo, non guardano ai mezzi più o meno 
onesti dei quali si servono, e si dimostrano così « a Dio 
spiacenti ed ai nemici sui ». Carlo Alberto pure, col 
suo continuo tentennare, colla sua mancanza di sin- 
cerità, si alienò gli animi di coloro, che lo avevano 
sempre fedelmente servito. Nel 1848 rivisse in lui 
l'uomo del 1821 ; tanto la prima quanto la seconda 
volta, si mostrò ingrato agli uomini che gli erano più 
devoti e poco sollecito di mantenere la sua parola. Da 
questi torti provennero le sue calamità ; « perchè, dice 
il Gioberti, l'ufficio di liberatore d'Italia è così grande 
e glorioso, che richiede un animo puro da ogni parte 
e una vita affatto incontaminata (1) ». 

Fra Carlo Alberto e Leopoldo li havvi questa diffe- 
renza: il primo, dal 1831 al 1848, regnò da principe 
assoluto, nemico di ogni libertà, e mise pure le mani 
nel sangue; il secondo, dal 18:24 al 1848, governò con 
mitezza, protesse le lettere, le scienze e le arti ; e la 
Toscana godette di una relativa libertà, e, oltre a ciò, 

(l) GioEEUTi, Del Rinnovamento d'Italia, toni. I, pag. 51G. 



Ciii)iU)io XIX 233 

diede asilo agli esuli degli altri paesi d'Italia. Carlo 
Alberto, dopo il 18i8, fece il proprio dovere sui campi 
di battaglia, e, dopo la catastrofe che lo colpì, col- 
l'animo pieuo di ambascia, scese nobilmente dal trono, 
e andò a morire di crepacuore nella plaga più occiden- 
tale d'Europa. Leopoldo II, nel 1848, annuì da prin- 
cipio alla Costituente del Montanelli, poi, pentitosene, 
lasciò Firenze per Siena e di qui si recò a Porto San 
Stefano, dove mise in opera ogni artifizio, indegno di 
un Principe; e, senza alcun plausibile motivo, fuggi 
poscia a Gaeta, divenuta allora il fomite della reazione; 
e quando tornò in Firenze chiamatovi dal voto una- 
nime del suo popolo, vi tornò spalleggiato dalle baio- 
nette austriache. Ma, dopo dieci anni, una breve e pa- 
cifica rivoluzione lo costrinse ad abbandonare la To- 
scana, per non tornarvi mai piìi. 



(?:!'ps 



CAPITOLO XX. 

Gravi difficoltà in cui trovasi il Guerrazzi — Sua avversione 
all'unione con Roma e alla proclamazione della Reputotolica. 
— Il Montanelli è inviato a Parigi e a Londra. — Il Guerrazzi 
si reca al campo contro il generale De Laugier. — Suo in- 
gresso a Lucca. — Sua partenza per Camaiore. — Suo ritorno 
a Lucca in un cocchio tirato da sei cavalli. — Destituzione 
del prof. Giovan Battista Giorgini. — Condizioni critiche del 
Guerrazzi. — Movimento generale a favore della restaura- 
zione del Granduca. — La famosa lettera al vero Cittadino. — 
Il Guerrazzi e la restaurazione. — Egli vuole arruolare dei 
volontari. — Suo ampolloso proclama. — Sue incertezze e 
contradizioni. — Suo fastoso ingresso a Firenze dopo il suo 
ritorno da Lucca. — Funzioni religiose e civili. — Parole del 
Guerrazzi al popolo. — Notizia dell'insurrezione di Genova. — 
Voci sparse di un preteso movimento degli Austriaci verso la 
Toscana. — Il Guerrazzi è accusato di voler richiamare il Gran- 
duca. — Sua protesta e sua lettera al Presidente dell'Assem- 
blea.— Ultima seduta di questo Consesso.— Giuseppe Mazzini 
a Roma. — La Repubblica Romana. — Le bande livornesi ven- 
gono cacciate da Firenze. — Loro irruzione brigantesca sul 
territorio lucchese. — Gli ufficiali della guardia civica minac- 
ciati di morte. — I Livornesi lasciano Lucca e si recano a 
Pisa. — Il popolo fiorentino vuole restaurare il Principato 
Costituzionale. — Titubanze del Guerrazzi. — Egli non seppe 
agire energicamente, né scegliere una via di salvezza. — Il 
Municipio di Firenze nella mattina del 12 aprile. — Il po- 
polo rialza gli stemmi granducali. - Proclama del Municipio 
alla cittadinanza. — Colloquio fra il Magistrato Civico e il 
Presidente dell'Assemblea. — Il Municipio e il Guerrazzi. — 
Reciproche perplessità. — Arrivo in Firenze del battaglione 
delle Guardie Municipali. — Una deputazione del Municipio 
si reca all'Assemblea. — Apostrofi vivaci e minacele dei 
membri della medesima contro la deputazione suddetta. 

Il Guerrazzi, appena assunto il potere supremo, com- 
prese che il compito addossatosi era oltremodo difiicile, 
e che egli non Irovavasi certamente in un letto dì 



Capitolo XX 235 

rose. Pur lullavia, con quell'audacia, che in lui era 
innaia, si mise all'opera, fidando nella sua buona stella 
e negli avvenimenli, dai quali avrebbe cercalo di trarre 
suo prò. L'unione con Roma non gli garbava affatto, 
non ostanti gli incitamenti del Mazzini; e nemmeno 
voleva che in Toscana venisse proclamata la Repub- 
blica. In quanto alla Costituente Montanelliana, che 
era uno dei postulati magni del suo salire al governo, 
non se ne parlò ormai che poco o punto ; e il Guer- 
razzi còlse volentieri il destro di mandare il Monta- 
nelli in missione a Parigi e a Londra, e cosi se lo 
levò d'attorno, come si era sbarazzato di quell'essere 
ignominioso che fu Enrico Monlazio, che poi doveva 
vederselo allato nel famoso processo di lesa maestà. 
« Così — dice il D'Ancona — col nome di Capo del 
potere esecutivo, restò solo : solo nel suo orgoglio, 
circondato da una banda pretoriana detta GuardiaMu- 
nicipale, racimolata fra quanto v'era di più sfrontato 
e manesco, specialmente in Livorno : e dominò solo. 
Restarono con lui alcuni gregari, ai quali sovrastava 
e comandava, ma che, come, ad esempio il Marmocchi, 
diventato suo successore negli affari dell'interno, con- 
giuravano sottecchi contro di lui; gli altri, anche di 
accesi spiriti, si ritrassero (1)». 

Quando il pensiero e l'opera del Guerrazzi si volsero 
a debellare il generale De Laugier, il quale, come di- 
cemmo, erasi dichiarato contro il governo provvisorio, 
furono spedite delle milizie contro di lui; e lo stesso 
Dittatore si recò di persona (benché poco militarmente) 
verso i luoghi di confine, ove l'azione militare avrebbe 
dovuto spiegarsi. Lucca si trovava appunto sul pas- 
saggio di quella spedizione tribunizia, la quale altro 
non fu che una spacconata, mentre gli amici del Guer- 
razzi la proclamavano un'impresa guerresca. 

Il %l di febbraio, il Dittatore fece in Lucca il suo 
ingresso in carrozza, avendo accanto a sé il suo fedele 
amico Pasquale Berghini. Un ulliciale dei municipali 



(1) D'Ancona, loc. cit. 



236 La Toscana dal 1824 al 1859 

sedeva accanto al cocchiere: i militi circondavano la 
carrozza. Prima di lui, con soldatesche regolari, era 
giunto il generale D'Apice (1): una colonna di Livor- 
nesi, comandata dal Petracchi, passava, quasi nello 
stesso tempo, da Lucca diretta a Massa, e piantava 
sulla piazza di San Michele il primo albero della li- 
bertà. II giorno dopo passò un'altra colonna al co- 
mando del Guarducci; e nel pomeriggio vi fu adunanza 
popolare intorno all'albero coi relativi discorsi (2). 

li Guerrazzi prese alloggio nel palazzo ducale, e pre- 
cisamente nell'appartamento già abitato dalla Duchessa, 
e dormì nel suo ietto. La sera alle 7 offrì un pranzo 
di venti coperti alle notabilità del governo e del paese. 
Alle 22 del mattino partì per Camaiore in una carrozza 
di corte, scortato da un pelottone di cavalleria, e prese 
alloggio, da principe, nel palazzo dei Borboni, il quale, 
dopo tutto, era una loro proprietà privata. La mattina 
del 23 tornò a Lucca, e vi entrò meno democratica- 
mente della prima volta, cioè in una carrozza a sei 
cavalli, scortato sempre dalla cavalleria. Tra la sera e 
il mattino di poi, accordò parecchie udienze; e, prima 
di tornare a Firenze, instituì una speciale Commissione 
di governo, incaricata di coadiuvare il Consiglio di 
Prefettura (3). 

Anche il Montanelli, prima di partire per Parigi, fu 
a Lucca; egli andava Commissario nella Lunigiana; e, 
secondo il suo solito, parlò al popolo dalle finestre del 
Liceo. « Precisamente in quei giorni — scrive il Sardi 
— inimicatosi con Giovan Battista Giorgini, il Monta- 
nelli lo destituiva dalla sua cattedra in Pisa; e, per 
raffinamento di malevolenza, disponeva gli ordini per 
modo che il Giorgini, inconsapevole del fatto, arrivando 
all'Università, ricevesse l'annunzio dal bidello. Ciò non 



(1) Era costui un fuoruscito napoletano, che militò sotto le insegne 
borboniclie nel 1820; poi esulò da Napoli e venne in Toscana, dove 
dal ministero democratico fu inalzato ai primi gradi della milizia. 

(2) Vedi la Storia di lAicca e del suo Ducato, dal 1814 al 1859, del 
Conte Cesaue Saudi. Firenze, 1912, pag. 328. 

(3) C. Sakdi, op. cit., pag. 329. 



Capitolo XVII 237 



avvenne per un avviso confidenziale speditogli oppor- 
tunamente da chi conosceva la trama (1) ». 

Dopo la catastrofe di Novara, le condizioni del Guer- 
razzi si andarono aggravando. « Le convenzioni, che 
tennero dietro alla sconfìtta di Novara — dice il Bal- 
dasseroni — la conseguente diffusione dei vincitori in 
più parti della Penisola col manifesto intendimento di 
restaurarvi gli antichi governi, la notorietà delle riso- 
luzioni adottate dalle Potenze a favore del Papa, l'in- 
dirizzo insomma, ormai dato irresistibilmente alle cose 
politiche d'Italia, produssero di natura loro il molte- 
plice effetto di toglier quasi ogni speranza al partito 
rivoluzionario e di rianimare i numerosi, ma timidi 
partigiani del governo granducale, e chiamando sotto 
quella bandiera anche coloro che, senza decisa opi- 
nione per una o per un'altra forma di governo, vole- 
vano, per istinto e per interesse, il ristabilimento del- 
l'ordine e della tranquillità, come elemento di quel 
pubblico e privato benessere, di cui la Toscana aveva 
lungamente goduto (2) ». 

Il desiderio della restaurazione del governo grandu- 
cale si fece vivo e risoluto nella grandissima maggio- 
ranza dei Toscani, mentre apparve, ogni giorno più, 
quale un fatto inevitabile, anche agli occhi di coloro, 
che meno lo avessero gradito. 

Questi sentimenti si manifestarono assai palesemente 
anco in seno dell'Assemblea, dove ben piccolo fu il 
numero di coloro, i quali, o per convincimento, o per 
pompa di tenacità di propositi,, insisterono a favore 
della democrazia. 

Il Guerrazzi, nella sua Apologia, ha sostenuto che 
« non avversava la restaurazione, anche quando coi 
provvedimenti, che andava ufficialmente prendendo, 
sembrava prepararsi a respingerla ». Ed io credo che 
egli non mentisse. Il 3 d'aprile un ufficiale delle Poste 
gli recava aperto un plico contenente lettere per gli 



(1) e. Sardi, op. cit., pag. 330. 

(2) Bai.dassergni, op. cit., pag. 303. 



238 La Toscana dal 18i4 al 1859 

spettabili signori Ottaviano benzeni, Cesare Capoquadri, 
Orazio Cesare Ricasoli, Gino Capponi, Conte Luigi Ser- 
ristori, raccomandandogli che le facesse recapitare al 
domicilio dei segnati. Sospetto era l'invio; e il tenore 
della breve lettera all'Ufficiale di Posta confermava il 
dubbio che si trattasse di trama. « Pure — egli dice — 
rimisi ai mentovati signori le lettere col sigillo intatto, 
e solo li invitai a non voler partecipare ad intrighi, 
rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie 
braccia... Siccome al mondo tutta cortesia non è anco 
spenta, cosi qualcheduno mi fece tenere, per mezzo del 
mio difensore, una copia della lettera da lui ricevuta, 
onde io me ne valessi (l)». La lettera era così conce- 
pita: « Al vero Cittadino. Non vi è tempo da perdere. 
« Movetevi una volta con coraggio senza timore. La 
« Toscana tutta reclama anche da voi la sua salvezza, 
« ed è dovere di farlo. Correte, ma subito, dai soggetti 
« in calce notati; stringetevi con i medesimi, e d'accordo 
« col Municipio, andate dal Guerrazzi per concertare il 
« modo, prima per tutelare l'ordine, e quindi per sal- 
« vare la Patria da una invasione austriaca. 11 Prin- 
« cipe confida anche in voi, e i Toscani non dimenti- 
« cheranno il vostro nome, che sarà scolpito in un 
« monumento inalzato a eterna memoria dei benemeriti 
«della Patria. Il Comitato dei veri Cittadini». 

Nel riportare questa lettera, il Guerrazzi esclama: 
« Dunque, nel 3 aprile, nella comune estimativa, io non 
era reputato avverso alla restaurazione del Principato 
Costituzionale? All'opposto, me giudicavano attissimo 
a restituirlo in Toscana. Dunque allora non pensava la 
gente che i miei fatti e i miei detti mi palesassero 
uomo capace di tenere due corde al suo arco. Dunque 
nessuno si avvisava che io fossi di cuore doppio, ma 
sì all'opposto me tenevano per tale, da sicuramente 
confidarmi il disegno del richiamo del Principe, e del 
medesimo prendermi a parte C^)». 



(1) GuERRAZ/i, Apologia, pag. 048. 

(2) Apologia, Ine. cit. — Il Vecchi (Storia di due anni. tom. II. 



Capitolo XX 239 

In una lettera, indirizzata dal carcere di Volterra al 
suo amico Giovanni Bertani il Guerrazzi si è perfino 
lagnato che « le improntitudini prima, e poi la bestiale 
ferocia di alcuni pessimi Livornesi gli abbia arrecato 
grave danno, e troncato il disegno da lui preparato di 
richiamare il Granduca col voto universale del po- 
polo (1) ». Bisognava dunque giuocare d'astuzia; e poi- 
ché il Montanelli trovavasi all'estero, quale ambascia- 
tore a Parigi e a Londra, egli doveva fare di tutto per 
mettersi d'accordo con coloro, i quali volevano riporre 
sul trono il Principe. Non lo fece, e in tal modo segnò 
la sua rovina. 

Nei primi giorni della sua Dittatura, il Guerrazzi 
aveva spediti i più ardenti patriotti quali Commissari 
straordinari nelle principali città dello Stato, per ar- 
ruolare dei volontari, che movessero a tutelare la fron- 
tiera minacciata dagl'imperiali. E perchè chiedere dei 
sacrifici ad un popolo, abituato al quieto vivere e di- 
viso dai partiti, senza accennare sotto quale bandiera 
e per quale principio avevasi a combattere ed a morire ? 
Indirizzava a questo popolo un proclama pieno di belle 
frasi, scritto con quella ampollosità che in lui era 
propria, ma che mal si adattava a chi deve parlare di 
politica e di patria a gente più o meno incolta. Dopo 
aver parlato ai Livornesi, suoi concittadini, rivolgevasi 
ai Fiorentini, ai quali diceva: « E se vi ha anche ta- 
« luno che negl'intimi precordi faccia voti per la re- 
« staurazione, si rammenti che il suo Principe non 
« difendesse la frontiera, ma spingesse i Toscani alla 
« guerra di Lombardia ; e che dove il voto del suo cuore 



pag. 12.5) chiama turpe il pensioro del Guerrazzi di tentare la restau- 
razione del Granduca. Veramente, la parola turpe è alquanto esagerata ; 
che il Dittatore erasi ormai persuaso come la sua possanza declinasse 
di giorno in giorno. A lui mancò il coraggio di proclamare per il primo 
la restaurazione del Principato Costituzionale; e, col suo tergiversare, 
si lasciò prender la mano dal Municipio. 

(1) Questa lettera del Guerrazzi a Giovanni Bertani in Livorno è stata 
pubblicata dal Gennarelli nel suo libro intitolalo : Atti e Documenti 
diversi, eie, eie, l'^ireiize, Tipogralia Mariani, 186:^, pagg. XCll-XClV. 



ià40 L;i Toscana dal 1824 ai 185!) 

«si compisse, il suo Principe gli direbbe: — Perchè 
«hai consentito che mi vengano tolte la Lunigiana e 
«Massa e Carrara^ Di queste frontiere ha bisogno la 
« Toscana, se non intende rimanere esposta al primo 
« invasore. Io lasciai più vasto lo Stato. Per la tua 
« codardia lo ritrovo diminuito. V^a', tu non sei servo 
« fedele. Tu mi stai addosso come lo insetto sopra la 
« pianta, lo non iscambio la lealtà colla viltà. Vile fosti, 
« vile rimani, e sgombra dal mio cospetto ». Questo 
ultimo periodo dispiacque ai democratici, perocché 
videro in esso il pensiero di spianare la via del trono 
al Principe fuggiasco (i). 

Ammesso che il Guerrazzi avesse l'intenzione — e 
lo crediamo noi pure — di restaurare il Granduca, 
come mai manifestava con atti pubblici tutto il con- 
trario? Dopo tornato dalla così detta spedizione di 
Lucca, faceva il suo ingresso in Firenze in un magni- 
fico cocchio, con grande apparato di milizie e in mezzo 
al popolo plaudente. Quindi recavasi in Santa Maria 
del Fiore per ringraziare Iddio « di avergli fatto scon- 
figgere i nemici della nuova libertà (?) ». Le campane 
suonavano a distesa, le musiche intonavano marce 
guerresche; la plebe incosciente e adulatrice batteva 
le mani; e fra essa eran senza dubbio coloro, ì quali, 
fra pochi giorni, imprecheranno all'uomo, che in quel 
momento innalzavano al cielo. Uscito dal tempio, il 
Dittatore recavasi a Palazzo Vecchio, e, affacciatosi al 
balcone, arringava la folla sottostante, dicendo queste 
parole: « 11 leone è rientrato in palazzo; guai a chi lo 
tocca! » come se già fosse sicuro di non partirsi mai 
più da quel luogo. Le quali apparenze di orgoglio e di 
vanità gli alienavano gli animi delle persone serie, che 
lo mettevano anche in ridicolo; e il ridicolo, tutti lo 
sanno, è peggiore dell'odio. Uno scrittore, che lo co- 
nobbe intus et in cute, diceva di lui: « Amava il fasto 



(1) In quel giorno stesso, essendosi il Guerrazzi recato a Livorno per 
fare la Pasqua in famiglia, susurravasi in Firenze essersene egli an- 
dato a (iacla presso il Granduca. 



Capitolo XX 241 

più di un veccliio aristocratico; non contento di pri- 
vata ambizione, aveva volato sua dimora in Palazzo 
Vecchio, e nella parte più splendida di quello, già de- 
stinata ad accogliere un fastoso Pontefice, né erasi 
mostrato contento se non era delle migliori suppellet- 
tili addobbato». Poi, tutto ciò cozzava, come osserva 
il Ranalli, « col farsi veder circondato da mascalzoni 
di piazza; che in gran confidenza entravano nelle sue 
stanze, assistevano alla sua mensa, facevano con lui 
a gran fidanza. Contrapposti strani e conformi alla 
singolare bizzarria del suo spirito (l) ». 

Giungeva intanto in Firenze la notizia dell'insurre- 
zione di Genova; e correvano altresì delle voci, o vere 
in parte o precoci, del movimento degli Austriaci verso 
la Toscana, le quali commossero variamente i deputati, 
e diedero luogo a successive interpellanze e proposte. 
Fra le prime fu quella di voler conoscere se fosse vera 
o no la voce corsa che il Capo del potere esecutivo 
avesse mandato a Gaeta una deputazione per richia- 
mare il Granduca. 11 Guerrazzi respinse sdegnosamente 
quella supposizione. Le proposte si aggirarono a promuo- 
vere armamenti e la fusione immediata con Roma, o 
almeno la proclamazione della repubblica; ma ambedue 
queste proposte furono sospese. 

Il 2 d'aprile, il Guerrazzi indirizzò al Presidente 
dell'Assemblea Costituente Toscana la lettera seguente: 

« Sig. Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana. 

« In coscienza, e sopra l'anima mia, considerate at- 
tentamente le volontà e le cose, io credo che non possa 
salvarsi, o almeno tentare di salvare il Paese, laddove 
non siano dall'Assemblea consentite queste cose: 

« lo I pieni poteri non siano illusioni né facoltà che 
scappano ogni momento di mano, ma libero esercizio 
di pensare e attuare subito quanto si reputa necessario 
per la salute della Patria. 

« 2o Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o 
indeterminato, con obbligo nel potere esecutivo di non 



(l) Ranai.li, op. cit., toni. Ili, pag. 2.54. 
L. Cappelletti 16 



242 La Toscana dal 1824 al 1859 

risolvere intorno alle sorti del paese senza consultarla, 
pena la dichiarazione di traditore. 

« 3» Sospensione di ogni questione intorno alla forma 
di Governo. 

« 4» I Deputati rimangano a Firenze per condursi, 
a richiesta del Potere Esecutivo, in qualità di Comrais- 
sart per la guerra nelle Provincie, e sovvenirlo in altra 
maniera. 

« Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. 
Scelga chi vuole per Capo, Dittatore o che altro; le 
parole sono nulla, le cose tutto, lo sarò lieto di mo- 
strare come debba obbedire chi ama la Patria davvero. 
Addio. 

« A dì 2 Aprile 1849. 

« Amico Guerrazzi ». 

Nel giorno seguente, 3 aprile, accadde la seduta me- 
morabile dell'Assemblea. Fu una seduta tempestosa; 
ma, al seguito delle decise rivelazioni fatte dai ministri 
circa lo stato delle cose ed il vero spirito del paese, 
la legge relativa fu approvata alla maggioranza di voti 
43 contro 29; e l'Assemblea fu prorogata al 15 aprile. 

Intanto Giuseppe Mazzini, dopo aver lasciato la To- 
scana, scoraggiato dall'accoglienza che gii avevan fatto 
i Triumviri, e specialmente il Guerrazzi, erasi recato 
a Roma, «dove desideri di molti anni lo spingevano e 
trionfi popolari lo aspettavano (1) ». Ed infatti, appena 
giunto, gli fu conferita la cittadinanza romana, e quindi 
fu eletto deputato all'Assemblea. Tutti anelavano di 
vederlo, tutti bramavano di udirlo. Ed egli non era 
avaro delle sue parole; e dinanzi ai suoi colleghi del- 
l'Assemblea Costituente pronunziò un lungo discorso, 
che fu applaudito con entusiasmo dai deputati e dal 
popolo assiepato nelle tribune. Un mese dopo la pro- 
clamazione della Repubblica, questa ebbe a capo un 
triumvirato composto di Giuseppe Mazzini, di Carlo 
Armellini e di Aurelio Saffi. 



(1) Ranali.i, op. cit., toni. Ili, pag. 'ÌM. 



Capitolo XX 243 

Tornando alle cose di Toscana, non possiamo passare 
sotto silenzio le intemperanze di quelle schiere livor- 
nesi, guidate dai Comandanti Petracchi e Guarducci, le 
quali si permettevano, nei luoghi per dove passavano, 
di commettere rapine, estorsioni e prepotenze d'ogni 
genere. A Firenze colla loro condotta scandalosa, pro- 
vocante e vessatrice, esasperarono gli animi già mal- 
coutenti dei Fiorentini. Nelle ore pomeridiane dell'll 
aprile, mentre un battaglione di cotesti gregari si ap- 
parecchiava alla partenza, accadde un fatto che pro- 
dusse una mischia accanita fra costoro e il popolo. In 
un baleno i popolani si armarono; e i casi di furore 
e di sangue non avrebbero avuto sollecita fine, se la 
Guardia Civica,, presto raccoltasi, non avesse costretto 
quella marmaglia a rifugiarsi nella fortezza da basso. 
La mattina dopo, prima dell'alba, presero la via dì 
Lucca. Appena giunti in questa città, cominciarono a 
gridare e a ballare intorno agli alberi della libertà; e 
ciò sarebbe stato poco male se non avessero commesso 
degli atti d'inaudita prepotenza. A capo della Guardia 
Civica, tanto a Lucca quanto a Capannori, erano due 
uomini rispettabili ed autorevoli, cioè Samuele Meuron 
e Niccola Guinigi. Ma mentre il primo incontrava gravi 
difiicoltà per l'apatia e il timore dei militi cittadini, 
l'altro poteva fare assegnamento sulle cerne rurali fiere 
e risolute. I contadini vedevano di mal occhio i Livor- 
nesi stanziati a Lucca; questi lo sapevano e ne erano 
indispettiti; fra gli uni e gli altri regnava una diffi- 
denza ed una antipatia, che ebbe un epilogo tremendo. 
I municipali livornesi, l'il d'aprile, approfittando di 
una notte buia e burrascosa, mossero da Lucca per il 
piano di Capannori, in numero di 600 con quattro pic- 
coli cannoni, e si abbandonarono ad ogni sorta di vio- 
lenze, specialmente nelle case parrocchiali, che inva- 
sero catturando, bastonando e menando prigionieri 
alcuni sacerdoti (1). Il giorno stava per ispuntare, le 
campane suonavano a stormo, e quel suono, diraman- 



(1) Vedi Sardi, op. cit., pafr. 331. 



^44 La Toscana dal 1824 al 1859 

dosi di luogo in luogo, metteva sossopra la campagna 
terrorizzata, ove di nuovo confusamente si brandivano 
le armi, e chi non aveva fucile si armava di forche, di 
zappe, di scuri. Il Prefetto, preso dallo spavento, mandò 
a chiamare il Guinigi e gli altri ufficiali della guardia 
civica, pregandoli ad interporsi e a frenare l'ira dei 
campagnuoli. Quelli ne assunsero l'impegno, purché 
fossero liberati dal carcere quei sacerdoti fatti prigio- 
nieri nella notte. Sulle prime parve che le proposte 
del Prefetto fossero accolte; ma il sopraggiungere da 
Lucca di alcuni demagoghi fece cambiar parere a quei 
forsennati, i quali non solo si rifiutarono di restituire 
i prigionieri già fatti, ma dichiararono anche in ar- 
resto gli ufficiali, e li condussero a Lucca fra le grida 
di pochi faziosi e il mulo sbigottimento dei cittadini 
terrorizzati ed inerti (1). Corse la voce che volessero 
fucilarli, ed erau gente capace di farlo. Anzi un mal- 
vagio prete, di cognome Maggini, che accompagnava 
quell'orda malnata, con ghigno mefistofelico, annunziò 
loro che si preparassero a morire. Il Guinigi, tutto in- 
zuppato dalla pioggia, chiese panni per cambiarsi, e 
quel degno sacerdote gli rispose che non occorrevano 
perchè era quistione di poco tempo. Vedremo in seguito 
qual fine facesse, e meritala, il prete Maggini. La ca- 
duta del Guerrazzi, avvenuta in Firenze in quella stessa 
mattina, cambiò l'aspetto delle cose. Il Prefetto si 
svegliò dal suo letargo; e il giorno appresso i Livor- 
nesi, avuto sentore di ciò che era successo in Firenze, 
e intimoriti dei contadini che inferociti gridavano ven- 
detta, credettero prudente di partirsene, inquieti e guar- 
dinghi, per alla volta di Pisa. 

Ed ora narriamo ciò che avvenne in Firenze in quel 
memorando giorno, 12 aprile 1849. La sera innanzi, 
cessata la mischia tra Fiorentini e Livornesi, il moto 
si venne cangiando: esso prese forma più apertamente 
politica e si estese in tutte le parti della città. « I quar- 
tieri abitati dal popolo minuto — scrive un testimone 



(1) Sardi, ìoc. cit. 



Capitolo XX 245 

oculare — sembravano più commossi; e la propensione 
a restaurare il principato si faceva manifesta con lu- 
minarie e grida dì popolo, collo spiantare alcuni degli 
alberi della libertà e con altri non dubbiosi segni. La 
Guardia civica scorreva numerosa per le vie, ma senza 
punto avversare i sentimenti del popolo, ai quali per 
la massima parte consentiva (1) ». 

Intanto il governo titubante desiderava levar di 
mezzo tutti gli alberi della libertà, per isfuggire un'oc- 
casione, che potesse accrescere il moto; voleva però 
che il Municipio prendesse questo incarico, rimanendo 
esso neutrale. Alle due di notte, il conte De Cambray- 
Digny e l'avvocato Brocchi furono a tal fine chiamati 
alla Prefettura, dove trovarono il Marmocchi, ministro 
dell'interno, e il prefetto Lorenzo Guidi-Rontani. « A 
noi — dice il Digny — non parve prudente secondare 
i loro desideri, e rifiutammo la nostra opera, tanto 
più che mancava il cav. Orazio Ricasoli ff. di gonfa- 
loniere, il quale non avevano chiamato; né potevasi, 
ad ora sì tarda, consultare i colleghi (2) ». 

Il Guerrazzi era in preda ad un orgasmo legìttimo e 
naturale: egli si vedeva mancare il terreno sotto i 
piedi, e cercava ogni vìa di salvezza. Eppure questa 
via di salvezza c'era, e perchè non ne approfittò? 
Quest'uomo di alto ingegno era superstizioso e fata- 
lista, e questi due difetti cospirarono anch'essi alla 
sua rovina (3). Se egli avesse presa una risoluzione 



(1) L. G. DE CAMiiRAv-DiGNy, RìcoT di della Commissione governativa 
toscana del 1S49. Firenze, Tipografia Galileiana, 1853, pag. 16. 

iì) DiGNy, op. cit., pag. 17, in nota. — Il conte de Cambray-Digny e 
l'avvocato Brocchi fecero male a non accondiscendere ai desideri del 
Governo, e in questo caso si mostrarono pusillanimi. Essi nulla ave- 
vano da temere ; e perchè dunque rifiutarono ? 

(3) Alessandro D'Ancona, nei suoi Ricordi Storici del Risorgimento 
italiano (pagg. 396-97) narra un aneddoto a lui raccontato da Emilio 
Torelli, il quale, nel 1849, era come una specie di guardia del Dittatore. 
Eccolo : « Era una sera fra il 23 marzo e il li aprile ; il Capo del Potere 
esecutivo dava nelle ore serotine udienza al popolo in una vasta sala 
di Palazzo Veccliio, malamente rischiarata, secondo l'uso del tempo, 
da qualche candelabro e da un piccolo lume a olio sul banco del Guer- 



240 La Toscana dal 1824 al 1859 

energica, si sarebbe salvato ; egli doveva prevenire il 
Municipio, annunziando che, visto lo stato delle cose, 
era disposto a richiamare il Principe. Quindi, doveva 
abdicare il potere nelle mani del Gonfaloniere e dei 
Priori, lasciando questi arbitri di prendere quei prov- 
vedimenti, che sarebbero stati del caso. In tal modo 
si salvava le spalle ; e il partito dell'ordine gli sarebbe 
stato gratissirao non solo di aver ceduto il potere, ma 
anche di non aver voluta l'unione con Roma e di es- 
sersi opposto alla proclamazione della Repubblica. 

La mattina del 12, alle ore 8,30, adunavasi il Muni- 
cipio, Esso deliberava di pubblicare un proclama per 
lodare la Guardia Civica (o Nazionale, che dir si voglia) 
della buona condotta tenuta e per indurla a perseve- 
rare. Il popolo in questo mentre empiva le piazze e le 
vie, atterrando gli alberi, rialzando da per tutto, e fin 
sul palazzo del governo, gli stemmi granducali : nu- 
merose deputazioni uscivano continuamente di mezzo 



razzi. Parecchia gente era già venuta, e se n'era andata. Il Dittatore 
chiamò il Torelli, e gli domandò se c'erano altri. « Mi pare — gli rispose 
— di avere sbirciato in un canto dell'anticamera un omettino tutto ran- 
nicchiato; ora lo faccio passare. » — L'omettino si trasse avanti timido 
e dubbioso, invano incoraggiandolo il Guerrazzi: « Venga pure, citta- 
dino : sa bene che il Capo del Potere esecutivo è sempre agli ordini 
del suo popolo ; venga pure : e chi è lei '! Qual'è la sua professione ?... ». 
L'altro si fece coraggio, e disse : « Sono il Maestro... », Ma il Guer- 
razzi, per indole beffarda, e che non rinunziava mai l'epigramma 
pronto a scoccargli dal labbro, vedendosi dinanzi fjuell'omicciatolo 
cosi male in arnese, così sommesso e pauroso : « Maestro V di che? di 
calligrafia, di grammatica?» — «No, Cittadino-Capo, sono il Maestro 
delle alte opere di giustizia dell'ex-ducato di Lucca ». 11 Guerrazzi 
allibi, e premurosamente si fece dare il memoriale pòrtogli da quelle 
mani che, nel 18Ì-"), avevano calato la mannaia sul capo di cinque ma- 
landrini, regnando in Lucca Carlo Lodovico di Borbone, e aggiunse 
frettolosamente : ^< Vada, vada cittadino, e sia sicuro che le sarà resa 
giustizia ». Intanto l'orologio di Palazzo Vecchio suonava dodici tocchi. 
Il Guerrazzi si alzò di scatto, prese fremebondo il braccio del fido 
Torelli, perchè lo accompagnasse alla sua camera, mormorando : « Il 
boial... Il boia !... A mezzanotte! Il boia! ». Quell'omicciatolo era 
apparso nell'accesa e fervida fantasia del romanziere, inventore di tante 
scene di terrore, quale immagine e presagio del destino, che lo atten- 
deva ». 



Capitolo XX 247 

a quello, e venivano ad invitare il Municipio a pren- 
dere il governo, e ad unirsi con alcuni cittadini da 
essa additati. 

In mezzo alla crescente sollevazione popolare, il go- 
verno non dava segno di vita; per conseguenza, il 
Municipio credette opportuno d'invitare alcuni rag- 
guardevoli cittadini della parte costituzionale ad unirsi 
ad esso. Ed infatti, con unanime approvazione, veniva 
pubblicato il seguente proclama : 

« Cittadini ! 

«Nella gravità delle circostanze il vostro Municipio 
« sente tutta l'importanza della sua missione. Egli, a 
« nome del Principe, assume la direzione degli afifari, 
« e si ripromette di liberarvi dal dolore di un'invasione. 
« Il Municipio in questo solenne momento si ag- 
« giunge cinque cittadini che hanno la vostra fiducia 
« e sono : 

Gino Capponi 
Bettino Ricasoli 
Luigi Serristori 
Carlo Torrigiani 
Cesare Capoquadri 

« Dal Municipio di Firenze, li l!2 Aprile 1849. 

Per il Gonfaloniere impedito (1) 
Orazio Cesare Ricasoli. 

Il prof. Gioacchino Taddei, Presidente dell'Assemblea 
fu invitalo a recarsi al Palazzo comunale, ed ivi gli 
fecero note le stringenti esortazioni, che il Municipio 
riceveva dalla commossa popolazione. Egli, protestando 
di non poter nulla risolvere senza l'Assemblea, pregò 
il ff. di Gonfaloniere e gli altri signori a volere indu- 
giare la pubblicazione del proclama, e partì dicendo 
che avrebbe dato notizia dei proponimenti dei deputati. 



(l) Il Gonfaloniere, Ubaldino Peruzzi, tro varasi tuttora convalescente 
per una grave infermità che lo aveva colpito. 



La Toscana dal 182i al 1859 



Come mai a nessuno dei componenti il Municipio 
venne in mente di abboccarsi col Guerrazzi, per fargli 
note le decisioni che erano state prese? A vero dire, 
qualcuno aveva timidamente proposto di trattare col 
Capo del potere esecutivo ; ma gli altri non ne vollero 
sapere affatto, perchè non si fidavano di lui. Nocquero 
al Guerrazzi i suoi precedenti, ed impedirono che egli 
trovasse nel partito conservatore quella fiducia che pa- 
lesamente ricercava. Ed egli, invece di farsi avanti, si 
rannicchiò nel palazzo di sua residenza, anche perchè 
tormentato da uno scrupolo certo non biasimevole, ed 
era il seguente. Abbiamo già narrato com'egli dirigesse 
una lettera al Presidente dell'Assemblea Costituente 
Toscana, nella quale si leggevano queste parole : « Pro- 
« roga dell'Assemblea a tempo determinato o indeler- 
« minato, con obbligo nel potere esecutivo di non ri- 
« solvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla 
«pena la dichiarasione di traditore ». Dunque, se egli 
credeva necessario, inevitabile il ritorno del Principe 
Costituzionale, doveva convocare immediatamente l'As- 
semblea, ed esporle genuinamente lo stato delle cose. 
Ma non ebbe il coraggio di farlo, perchè temeva di 
essere assalito da quei deputati, che rappresentavano 
i partiti estremi nel seno dell'Assemblea. E da questo 
lato non s'ingannava. 

Intanto, richiamato nella notte, giungeva in Firenze 
il colonnello Solerà (l) con un grosso battaglione di 
Guardie Municipali ; e ciò pose in sospetto la popola- 
zione e turbò il Municipio; il quale, per impedire una 
zuffa tra il popolo e quelle guardie, reputò opportuno 
di far venire a sé tutti gli ufficiali di quel corpo. 
Giunse pel primo Bernardo Basetti, che aveva il grado 
di maggiore. « Egli, dice il Digny, angustiato per gli 



(I) Questi è il famigerato Solcni, del ((uale abl)iamo già fatto cenno, 
« aulico servitore della Gasa d'Austria, e allora mascherato da repub- 
blicano, per aiutare il precipizio delle cose nostre ». R.'VNalli, op. cit., 
tom. Ili, pag. 210. 



Capitolo XX 249 

ordini che aveva ricevuti (1), uno dei quali gli giunse 
mentre era in mezzo a noi, addimostrò a chiari segni 
la sua risoluzione di non immischiarsi in civili con- 
tese (2) ». 

L'arrivo dei Municipali per altro aveva maggiormente 
destato l'indignazione nel popolo contro il governo. La 
cavalleria, i militi e la Guardia Nazionale apparivano 
dispostissimi ad aiutare il moto popolare. Il tempo 
frattanto trascorreva, e il prof. Taddei, presidente del- 
l'assemblea, non s'era fatto più vivo. Perciò parve op- 
portuno che una deputazione del Municipio si recasse 
all'Assemblea, a fine d'informarla di tutto e di per- 
suaderla a sciogliersi ; la qual cosa si stimò tanto piìi 
urgente in quanto che taluno andava dicendo che quel 
Consesso non intendeva affatto di obbedire, anzi mo- 
stravasi disposto a resistere. La deputazione fu com- 
posta dal conte Guglielmo De Cambray-Digny, dell'av- 
vocato Filippo Brocchi e del cav. Giuseppe Martelli. 

Quando la Deputazione entrò nell'aula dell'Assem- 
blea, vi trovò circa 20 deputati, quasi tutti membri 
della sinistra. Costoro, avendo avuto notizia del pro- 
clama del Municipio, accolto dalle universali acclama- 
zioni, inveirono contro la Deputazione; e i più incon- 
siderati chiedevano che fosse arrestato il Municipio in 
massa. 1 deputati cercarono colle buone maniere di 
persuadere quegli energumeni, ma inutilmente; anzi 
con maggiori grida chiedevano il loro arresto. « Vero 
è — dice il Cambray-Digny — che il Guerrazzi a tale 
proposta non consenti in modo assoluto ; vero è che 
alle prime parole conciliative l'abbandonò ; ma non 
mancò chi continuasse a gridare furiosamente doversi 
subito il Municipio e i cittadini aggiunti, doversi la 



(1) Ecco k'ì ordini, ricevuti dal maggiore Basetti, scritti di proprio 
pugno dal Guerrazzi : 

«Basetti. Prendi il comando della Municipale: fuori in piazza a di- 
« fendere l'Assemblea, la Patria e la Libertà e il tuo amico Guerrazzi ». 

« Basetti. In piazza vi sono Veliti, Guardia nazionale, e la cavalleria 
« e l'artiglieria. Esca la Municipale o si copra di vergogna. (ìlekrazzi ». 

(2) Db CAMBHAy-DiGSY, op. cit., pag. 30. 



250 La Toscana dal 1824 al 1850 

Deputazione arrestare; e non mancò l'intimazione che 
nessuno uscisse dalla sala (1) ». 

Fortunatamente, il buon senso prevalse : le cose 
cambiarono aspetto, altrimenti — fosse pure per poco 
tempo — si sarebbe scatenata su Firenze la guerra 
civile. 



(1) De Camukay-Digny, op. cit., pag. 21. 



^ 



CAPITOLO XXI. 

Il Guerrazzi e la Restaurazione. — La testimonianza del Depu- 
tato Venturini. — Notificazione dell'Assemblea Costituente 
al Popolo. — La Deputazione del Municipio si reca presso i 
Membri dell'Assemblea. — Proposta verbale del Guerrazzi, 
approvata all'unanimità. - Egli però si rifiuta di metterla 
per iscritto. — Nuova proposta dei Deputati Pigli e Cipriani, 
male accolta. — Parole del Guerrazzi al conte de Cambray- 
Digny. — Il Guerrazzi vien condotto nel forte di Belvedere. 
— La folla tumultuante sotto il Palazzo Vecchio. — Manifesto 
ad essa letto dal conte Digny. - Opinione del Senatore Bal- 
dasseroni su questo Manifesto. — La Commissione governativa 
nomina un Ministero provvisorio. — Il popolo minaccioso 
vuol vedere il Guerrazzi.— Nobili parole pronunziate da Gino 
Capponi. — La folla si disperde. — Il Guerrazzi attende la 
sua liberazione, giusta la promessa dei Membri del Muni- 
cipio. — Perchè questa promessa non fu attenuta. — Timori 
della Commissione Governativa per la liberazione del Guer- 
razzi. — Rigori esagerati e vessatori contro di lui. — Mala- 
fede e slealtà. — Colpe del Guerrazzi. — La reazione impe- 
rante in tutta la Toscana. - Deputazioni inviate a Firenze 
dai Municipii di Arezzo e di Pistoia. — La Commissione Go- 
- vernativa invia una Deputazione a Gaeta per presentare un 
indirizzo al Granduca. — Gravi turbolenze in parecchie città 
e terre della Toscana. — Personaggi riuniti a Gaeta presso 
il Principe. — Lettera di Leopoldo II ai Membri del Muni- 
cipio Fiorentino. — Ritorno in Firenze della Deputazione in- 
viata a Gaeta. — Nuova lettera del Granduca alla Commis- 
sione Governativa. — Arrivo in Firenze del Commissario 
Straordinario, conte Luigi Serristori. — Altra lettera del 
Granduca alla Commissione suddetta e suo proclama al po- 
polo toscano. 

Abbiamo detto come il Guerrazzi non fosse stato 
alieno dal richiamare il Granduca; ed abbiamo anche 



^5'Ì La Toscana dal iSU al 1839 

aggiunto com'egli non avesse avuto il coraggio civile 
di manifestare questa sua idea al Municipio ed all'As- 
semblea. E dicemmo altresì, e lo ripetiamo adesso, che 
qualora gli fosse mancato l'animo di far ciò, perchè 
non deponeva il potere nelle mani dell'uno o dall'altra, 
e si allontava temporaneamente dalla Toscana, aspet- 
tando gli eventi? Queste sue continue oscillazioni furon 
la principale cagione della sua perdita. 

Negli alti defensionali del processo Guerrazzi, leg- 
gesi la deposizione del deputato Venturini, il quale 
attestava che, mentre parlavasi di fare una guerra in- 
surrezionale, il deputato Guerrazzi dicesse : « La dispo- 
sizione del popolo toscano è manifesta per Leopoldo II; 
la soldatesca si compone di gente non buona, in ispecie 
volontari»; e rivoltosi al Montanelli, che era tornato 
di recente, soggiunse: « Dillo tu ». E il Montanelli as- 
sentiva con lacrimevole storia. « Inoltre — è sempre 
il Venturini che parla — il Guerrazzi soggiungeva : 
Tranne che con Venezia e con Roma, non siamo in 
buoni termini con altri governi ; anzi, neanche con 
Roma ci troviamo in perfetto accorcio, e nella inti- 
mità che uomo potrebbe credere, però che il Mazzini 
quando stette a Firenze fu poco contento di noi, non 
avendo io voluto che si alzassero gli Alberi, né si pro- 
clamasse la Unione con Roma, e dovetti penare molto 
perchè ciò non si facesse. Noi non siamo in termini 
ufficiali con nessuna potenza ; nessuna ci ha voluto ri- 
conoscere ; solo il Ministro inglese mantiene con noi 
termini ufficiosi (I) ». Questa era, non si può negare, 
una preziosa confessione, la quale addimostrava, sempre 
più, la poca stabilità della dittatura guerrazziana. 

Mentre la deputazione del Municipio trovavasi, quasi 
prigioniera, nell'Aula dell'Assemblea Costituente To- 
scana, il presidente, prof. Gioacchino Taddei, animato 
dal desiderio di addivenire ad una conciliazione, pro- 
poneva ai suoi colleghi d'inviare al Municipio una de- 
putazione per tentare un accordo: provvedimento, che 

(1) GuEKRAzzi, Apologia, pag. 6i9. 



Capitolo XXI 25S 

fu accolto dall'unanime assenso dei deputati presenti, 
i quali, a comporre cotesta Deputazione, eleggevano i 
signori Panaltoni, Venturucci, Carrara, Ciampi e Ci- 
priani, i quali, unitamente ai signori Brocchi, Martelli 
e Cambray-Digny, si recarono al Palazzo Comunale. 
Intanto veniva affisso sui muri della città la seguente 
notiflcazione: 

« Toscani ! 
« L'Assemblea Costituente Toscana si dichiara in 
permanenza. Essa prenderà, d'accordo colla Guardia 
Civile e col Municipio, i provvedimenti necessari a sal- 
vare il paese. 

« Firenze, 12 aprile 1849. 

« G. Tadde), Presidente ». 

Frattanto l'impazienza popolare facevasi vieppiù ma- 
nifesta, onde la stessa deputazione, la quale poche ore 
innanzi era andata all'Assemblea, vi si recò di nuovo 
per persuaderla a sciogliersi, avendo udito che il po- 
polo aveva tentato penetrare nel luogo dove stavano 
raccolti i deputati, al fine di cacciameli a forza. Il Digny, 
il Brocchi e il Martelli si recarono sotto gli Uffizi; essi 
trovarono chiusa la porta esterna, e vi riconobbero ì 
segni della tentata violenza. Ma per altra parte intro- 
dottivisi, non vi trovarono alcuno ; solo, nell'uscire, 
incontrarono il deputato Venturucci, il quale li informò 
che i suoi colleghi si erano ritirati in Palazzo Vecchio, 
nelle stanze del Ministro della guerra, ove tosto si re- 
carono per adempiere al loro mandato (1). 

Questa volta i deputati sembravano essere meglio 
disposti ad accettare quello che dalla Commissione Mu- 
nicipale era stalo operato. « Affinchè peraltro la loro 
cooperazione apparisse — scrive il Digny — volevano 
togliere dal numero dei cittadini aggiunti il generale 
Serristori, che dicevano assente; ed era infatti, come si 
seppe dipoi, partito per Gaeta ; volevano aggiungere Fer- 
dinando Zannetti, Gioacchino Taddei, Filippo De Bardi. 



(1) De CAMiìBAy-DiONy, op. cit., pa^g. 27-28. 



i54 La Toscana dal 1824 al 1859 

La Deputazione Municipale con gravi parole esortava 
i deputati, esortava il Guerrazzi a cessare ogni resi- 
stenza (1)». Fu allora che questi fece a voce la pro- 
posta di un atto il quale, secondo egli stesso rac- 
conta (2), doveva suonare così : «Il Municipio fiorentino, 
« provvedendo alla salute della patria, ha deliberato 
« restaurare il principato costituzionale in Toscana, ed 
« assumere il governo provvisorio del paese, finché non 
« abbia disposto in altro modo la Corona. L'Assemblea 
« Costituente Toscana, considerando che il Municipio 
« fiorentino con questa sua Deliberazione altro non 
« abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pie- 
« namente alla deliberazione, dichiara il suo mandato 
« adempito, e, lasciando al predetto Municipio la cura 
« di condurlo a compimento, si scioglie ». 

Queste parole furono pienamente approvate; e il 
Digny e gli altri chiesero al Guerrazzi che le mettesse 
per iscritto. Il Guerrazzi si scusò dicendo che « sen- 
tendosi per tanti travagli patiti, un po'confuso di mente, 
li pregava di lasciarlo solo (3) ». Allora i professori 
Emilio Cipriani e Carlo Pigli (4) formularono una pro- 
posta così umiliante per il Municipio, che gli astanti 
medesimi, come ha detto il Guerrazzi, giudicarono non 
suonasse a dovere (5). E si scorgeva benissimo come si 
volesse far prevalere l'idea del Pigli, cioè di fare an- 
nichilire il Municipio dall'Assemblea. 

Stando a quanto narra il conte Digny, il Guerrazzi 
disse, a bassa voce, sì a lui che agli altri della Depu- 
tazione Municipale, essere egli stato sempre promotore 
della restaurazione ; offrire l'opera sua per rendere con- 
senziente Livorno, quando la Commissione volesse man- 
darvelo con qualche autorità. Ma gli fu risposto che, 
in cosa di tanta importanza, non potevano dirgli né sì 



(!) De CAMBUAy-DiGNy, Zoe. cit. 

(2) Apologia, paf^. 731. 

(3) Apologia, pag. 732. 

(4) Il Pigli aveva date le dimissioni da {rovernaloio di Ijivorno fino 
dal 17 di tebl)raio. 

{ó) Apolof/ia, |)ag. 7.31. 



Capitolo XXl 255 

né no, e, com'era naturale, ne avrebbero riferito ai 
colleghi. Invece a me pare che avrebbero potuto accet- 
tare la sua offerta; o se avessero avuto dei seri motivi 
per rifiutarla, dovevano dargli i mezzi di evadere (1): egli 
sarebbe partito di nottetempo da Firenze, ed avrebbe 
riparato o in Corsica o a Marsiglia, aspettando tempi 
migliori per tornare in Toscana (2). 

Intanto il Municipio aveva fatto allontanare da Pa- 
lazzo Vecchio il Guerrazzi; e fu il professore Zannetti, 
a lui inviato dai costituzionali, che lo persuase a ciò; 
assicurandolo che quanto prima avrebbe ottenuta la 
libertà. La mattina del 13, col pretesto di proteggerne 
l'esistenza, pel viadotto da Palazzo Vecchio ai Pitti, 
il Municipio lo faceva condurre nel forte di Belvedere. 
Insiedatosi quindi nello storico Palazzo dei Priori, il 
Magistrato affacciavasi alla terrazza; mentre la folla, 
che gremiva la piazza, gridava: Viva Leopoldo II! 
morte al Guerrassi ! Era press'a poco quella stessa ca- 
naglia, che un mese prima aveva gridato : Viva il 
Guerrazzi ! Morte al Granduca ! 

11 conte de Cambray-Digny fece cenno che voleva 
parlare: la moltitudine si tacque, ed egli lesse il se- 
guente proclama, che era stalo poco innanzi deliberato: 
« Cittadini ! 

« Il Municipio di Firenze e ì componenti la Commis- 
« sione che esso si è aggiunta, secondando in questo 
« solenne momento il voto espresso dall'intiera popo- 



(1) 11 Guerrazzi disse al Digny ed agli altri « avere egli bisogno di 
qualche danaro; al che parendoci di poterci addossare un impegno, cui 
in ogni peggior caso potevamo soddisfare colla nostra pecunia privata, 
rispondemmo che ad ogni modo non gli sarebbe mancato il danaro». 
DiGNy, op. cit., pag. 31. 

(2) Leggesi nel Processo Guerrazzi quanto appresso : 

Presidente al debilitato Venturucci : *■ Sa ella per quale ragione il 
« Municipio non volesse accettare i membri dell'Assemblea o del Go- 
« verno provvisorio ? » 

Ventiirticci : « 11 Municipio forse ha voluto evitare i Membri del Go- 
♦ verno Provvisorio, per non rendere meno accetta al Principe la re- 
« staurazione ». 



-56 La Toscana dal 18l4 al iSsS 

« lazione dì questa città, ha, sino da questa mattina, 
« assunto le redini del Governo. 

« Attende il Municipio da voi la conservazione del- 
« l'ordine, e conta sul concorso della brava Guardia 
« Nazionale e sulla cooperazione del suo generoso Capo. 

« Intanto esso dichiara che nel proclamare il rista- 
« bìlimento della monarchia costituzionale, la vuole cir- 
« condata d'istituzioni popolari ; e nulla trascurerà per 
« raggiungere questo fine. 

« Sarà sua prima cura rivolgersi ai Municipi delle 
« Provincie per munirsi anche della loro formale ade- 
« sione ». 

Questo manifesto produsse in generale una buona 
impressione; sebbene a qualcuno sian dispiaciute le 
parole «monarchia costituzionale circondata di istitu- 
zioni popolari », attesoché queste parole non furono 
bene ispirate; onde potè quasi sembrare che « la Com- 
missione volesse imporre al Principe, di cui restaurava 
il governo, ed in nome del quale diceva di agire (1) ». 
Così dice il Baldasseroni ; ma non dobbiamo affatto 
meravigliarcene, essendo egli un fautore del regime 
assoluto; e lo dimostrò durante il tempo nel quale fu 
a capo del governo, come primo ministro di Leopoldo II. 

La Commissione governativa credette opportuno, per 
il disbrigo dei pubblici affari, di eleggere un Ministero 
temporaneo ; e perciò furono nominati a farne parte i 
signori : 

Il colonnello Giacomo Belluomini, alla Guerra ; l'av- 
vocato Tommaso Fornetti, agli Affari Esteri; l'avv. An- 
tonio Allegretti, all'Interno ; Vincenzo Martini, alle 
Finanze; l'avv. Augusto Duchoqué, alla Giustizia ; 
l'avv. Marco Tabarrini, all'Istruzione; l'avv. Francesco 
Giaconi, agli Affari Ecclesiastici. 

Mentre il Guerrazzi trovavasi nel forte di Belvedere, 
gli pervenne un biglietto del Digny, con entro un man- 
dato di mille lire, il quale gli sarebbe stato pagato dal 
Camarlingo della Comunità di Firenze. Quest'ordine di 



(I) Baldasseronm, op. cit., pag. 368. 



Capitolo XXI 257 

pagamento era firmato dal Gonfaloniere Ubaldino Pe- 
ruzzi, e controfirmato dal Cancelliere comunitatìvo Tom- 
maso Gatti. 

Intanto la folla erasi nuovamente recata in piazza 
del Granduca, emettendo grida di morte contro il 
Guerrazzi, che credeva tuttora in Palazzo Vecchio; e 
la vile ciurmaglia voleva ad ogni costo averlo, e mi- 
nacciava perfino di entrare a forza nel Palazzo. La 
Commissione Governativa non poteva in verun modo 
permettere una cosa simile ; onde fu creduto che la 
voce sempre rispettata di Gino Capponi avrebbe solo 
la virtù di quietare il popolo. 11 venerando uomo, com- 
parso al balcone, parlò appunto come in tal congiun- 
tura si conveniva ; disapprovò le grida feroci che ri- 
suonavano in piazza, esortò a generosità, a dignità ; 
disse che alle turbe non ispettava amministrare la giu- 
stizia; che se rei vi fossero, ai tribunali solo spettava 
giudicarli. Queste parole ebbero l'effetto desiderato, 
poiché la folla sì disperse. 

Intanto il Guerrazzi attendeva, nel forte di S. Gior- 
gio, la sua liberazione. Ed io credo che tale fosse l'in- 
tenzione dei membri del Municipio. Però più tardi si 
seppe (per pubblica testimonianza di uno di loro, cioè 
del barone Bettino Ricasoli) che quei signori furon co- 
stretti a mutare proposito, per essere stato trovato il 
documento, scritto dì proprio pugno dal Guerrazzi, 
contenente l'ordine di una spedizione armata contro il 
Granduca a Portoferraìo e a Porto San Stefano (l) ; 
onde nacque il dubbio se dovevasi rilasciarlo dopo la 
conoscenza di quel documento; dubbio fuor di luogo, 
poiché essi non avevano alcuno diritto d'inquisire 
l'ex-dittatore, e nemmeno a loro spettava di giudicarlo. 
Ma, se dobbiamo dire il vero, i componenti la Com- 
missione temevano il furore popolare ; più, essi crede- 
vano che il Guerrazzi, liberato, si recasse a Livorno, 
tuttora tumultuante e non sottomessa : vana paura, 
perchè essi potevano farlo accompagnare, usando tutte 



(1) Vedi a pag. 212. 
L. Cappelletti 17 



i258 La Toscaua dal 18^4 al 1859 

le precauzioni possibili, alla frontiera; ed egli era troppo 
scaltro per andare a Livorno, e compromettersi, che 
sapeva benissimo, facendo ciò, di perdere la libertà 
per tutta la vita. 

I nuovi reggitori erano, in ultimo, assaliti da un altro 
timore, quello del Principe, che non sapevano cosa de- 
siderasse. « Forse — osserva il Ranalli — stimarono 
gratificarselo, e alle lor brame renderlo tanto più ce- 
devole quanto fossero apparsi più zelanti vendicatori 
delle sue ingiurie ; li fece ancora un'altra volta rie- 
scire misleali, e con maggiore onta; non trattandosi 
di fare la restaurazione del principato coll'unione del- 
l'Assemblea democratica o senza, ma di porre a repenta- 
glio la vita di un uomo, che dicevano di voler salvare. 
Il timore dunque nei molli petti dei costituzionali potè 
più che l'ignominia del tradire (1) ». 

II Guerrazzi fu tenuto in segreta, e fu guardato a 
vista. « Guardie di sotto, guardie di sopra, perfino per 
le scale. Quanto per necessità s'inlroduceva era frugato 
fino alle vivande e al pane. Vietato il leggere e lo 
scrivere : queste sevizie non erano state mai praticate 
in Toscana a verun carcerato; e le perpetravano i ret- 
tori costituzionali invasi dalla paura (2) ». Essi — lo 
ripetiamo — furono sleali e mancatori di fede. 

Però il Guerrazzi non faceva che raccogliere ciò che 
aveva seminato. Quando s'accorse di essere in cattive 
acque, fu costretto a chiarire con quale delle due parti 
intendesse di stare. Egli si schierò coi costituzionali, 
perchè il mondo era di loro, e volse le spalle ai de- 
mocratici, il cui astro era tramontato. Partito sciagu- 
rato fu cotesto, perchè, mentre gettò un'ombra sinistra 
sul carattere dell'uomo, ombra che la sua Apologia non 
riuscì a dissipare, non valse nemmeno a fargli conse- 



(1) Ranaixi, op. cit., tom. Ili, pag. 399. 

(2) Ranalli, loc. cit. Nel processo di alto tradimento, il Digny, in- 
terrogato come testimone, fu dapprima reticente, poi, messo a con- 
fronto col Ricasoli e collo Zannetti, ammise di aver promesso al Guer- 
razzi il passaporto, non negò di avergli spedito le mille lire per le 
spese del viaggio, e si scusò dicendo di aver dimenticato tutto. 



Capitolo XXI 259 

guìre il fine pel quale avevalo adottato, essendo da 
prevedere che i suoi nuovi amici, appena avessero po- 
tuto disfarsi di lui, lo avrebbero fatto di gran cuore; 
« ma il Guerrazzi accecato dal suo immenso orgoglio, 
credette che, « in omaggio al suo nome, il giudizio sugli 
uomini e le cose si facesse ad una stregua eccezionale, 
di maniera che il servizio presente doveva far cancel- 
lare perfino il ricordo delle inimicizie passate (1) ». 

Frattanto, non solo in Firenze, ma anche nelle altre 
città della Toscana, imperversava la reazione. Bande 
di contadini armati insultavano anche e percuotevano 
coloro che erano in fama di democratici ; e queste in- 
decenze non solo si compievano nella capitale, ma 
ancora nelle altre città del granducato. Parecchi citta- 
dini, noti reazionari, che fino al 12 aprile non si erano 
fatti vivi, appena seppero il Guerrazzi caduto, uscirono 
fuori dai loro nascondigli, e armati di fucili da caccia, 
arrestavano impunemente tutti quelli che si dicevano 
fautori del cessato governo triumvirale. Portavano pure 
in giro per le strade il ritratto di Leopoldo II, e ob- 
bligavano i veri o presunti democratici a baciarlo : a 
Pisa, l'avvocato Antonio DeU'Hoste, persona rispetta- 
bilissima, in fama di liberale, fu fermato per la strada 
e obbligato a baciare il ritratto del Principe; e proba- 
bilmente, fra coloro che lo aggredirono in tal modo, 
ci saranno stati quelli stessi che, un mese innanzi, 
avevano, a furia di sassate, rotti i cristalli delle fine- 
stre del palazzo del conte Teodoro Mastiani-Brunacci, 
noto a tutti per le sue opinioni granduchiste. Ciò che 
succedeva a Firenze ed a Pisa, succedeva presso a poco 
a Siena, a Lucca, ed iu altre città; sola, la città di Li- 
vorno non intendeva affatto di riconoscere il nuovo 
governo costituitosi in Firenze. In Livorno poi si tro- 
vavano molti deputati dell'Assemblea Costituente To- 
scana, i quali, naturalmente, soffiavano nel fuoco. 
Questa resistenza dei Livornesi, qualificata come ribel- 
lione, non poteva dispiacere agli Austriaci, i quali ave- 



(I) Bertolixi, 0}}. cit., pag. 



260 La Toscana dal ÌSìi a! 1859 

vano perciò un'occasione dì entrare nel Granducato 
per rimettervi l'ordine in nome del legittimo Sovrano. 

Veramente, ad Arezzo ed a Pistoia, le cose non 
procedettero tanto facilmente. Deputazioni dell'una e 
dell'altra città si recarono a Firenze per avere schia- 
rimenti e garanzie. E finalmente, dopo avute le spie- 
gazioni necessarie, gli Aretini e i Pistoiesi riconobbero 
la legittimità della Commissione governativa istituitasi 
nella capitale dello Stato. Ma, per maggiore sicurezza, 
la Commissione suddetta, sebbene fosse certa che, nella 
provincia aretina regnasse la quiete e la tranquillità, 
volle tener d'occhio la città; e parendole, dopo alcuni 
giorni, di non essere con sufficiente vigore secondata 
dal Municipio e dalla Guardia Nazionale, risolvette di 
nominare un Prefetto, che ristorasse nel Compartimento 
Aretino l'azione diretta del governo. 

Del resto, il contegno dei due municipi di Pistoia e 
di Arezzo, dovuto, com'era, a particolari ragioni, non 
poteva avere né ebbe conseguenza veruna; le adesioni 
dei Comuni che ne dipendevano, come quelle de-lla ri- 
manente Toscana, furono unanimi. 

Intanto la Commissione Governativa, appena entrata 
in Palazzo Vecchio, stabilì dì eleggere una deputazione, 
la quale si recasse a Gaeta per chiedere il pronto ri- 
torno del Principe; manifestandogli ì sensi da cui era 
la Toscana animata. Come capi della deputazione pose 
i due presidenti del Senato e del Consiglio Generale, 
senatore Francesco Cempìni e avvocato Cosimo Vanni; 
e volle che fossero accompagnati da uomini ben 
noti per il loro affetto alla monarchia costituzionale, 
non che ragguardevoli per condizione sociale e per dot- 
trina. Furon prescelti il senatore Carlo Matteucci, pro- 
fessore di Fisica nel Pisano Ateneo, il cav. Augusto 
Gori di Siena, l'avv. Isidoro Del Re di Lucca e il signor 
Sebastiano Lambardi, Gonfaloniere di Porto San Ste- 
fano. Vi si aggiunse il generale conte Serristori, già 
partito per Gaeta prima che fossero noti gli avveni- 
menti surriferiti. 

Questa Deputazione doveva palesare al Principe il 



Capitolo XXI 261 

vero stato delle cose, invitandolo a rispondere all'en- 
tusiasmo del popolo con un pronto ritorno nei suoi 
Stati. Infine doveva dargli lettura del seguente indi- 
rizzo : 

« Altezza Reale, 

« La popolazione toscana tócca dalla sventura, per 
subitaneo ed improvviso moto del cuore ha riposto 
in seggio la Monarchia Costituzionale da Voi con sa- 
pienza fondata. 11 Municipio di Firenze, aggregandosi 
alcuni dei sottoscritti, componeva una Commissione 
Governativa, la quale in tale solenne momento non ha 
dubitato di dovere assumere, in nome vostro, le redini 
dello Stato, ed in nome nostro promettere ai popoli, i 
quali vi invocavano, che Voi sareste tornato fra loro, 
siccome un padre tra i suoi figli, siccome un Principe 
Costituzionale tra cittadini sottomessi alle leggi. 

« Giorni di dolore son passati per Voi e per tutti noi: 
non vogliate ricordarli: non rammentate nemmeno le 
cagioni che li produssero. Pensate invece che per ven- 
ticinque anni dì regno tante prove d'amore vi dettero 
i Toscani, che essi oggi invocano il vostro ritorno, che 
voi potete aggiungere una pagina di gloria alla storia 
vostra, un nuovo titolo alla riconoscenza del popolo. 

«Altezza, il vostro ritorno affrettato dai voti dell'in- 
tera Toscana, risparmierà a noi l'onta e i danni di 
un'invasione, risparmierà a voi il dolore di fare al 
vostro regno fondamento delle armi straniere, dalle 
quali sempre aborriste. Voi regnaste coH'affetto e tor- 
nerete a regnare coH'affetto; e se i tempi, ahi troppo 
mutati ! esigono forse più che mai l'azione salutare 
delle leggi, voi non vorreste dare ad esse sostegno 
non consentito dall'onor nazionale, del quale, in mezzo 
alle sventure d'Italia, voi siete pur sempre difeuditore 
sicuro. 

« Voi dalla professione di questi veri faceste già 
vostra gloria, quando consentiste ai vostri popoli lo 
Statuto Costituzionale, quando prendeste parte alla 
guerra dell'indipendenza. 



262 La Toscana dal 1821 al 1851) 

« 1 popoli sanno ormai pur troppo cosa abbia loro 
costato il non difendere il Principato. 

«Altezza! La Commissione Governativa nello indi- 
rizzarvi i voti e le preghiere del popolo toscano, in- 
tende d'interpretare l'animo vostro sapiente e generoso; 
intende d'invocarvi a restaurare il trono costituzionale 
circondato d'istituzioni popolari come Voi lo voleste ; 
intende che Voi vogliate trarre dalle nostre sventure 
un nuovo diritto all'affetto nostro, che le tristi condi- 
zioni dei tempi poterono condannare al silenzio, ma 
non eslinsero mai. 

« Firenze, 17 aprile 1849. 

« Orazio Cesare Ricasolì, ff. di Gonfaloniere, Luigi 
Guglielmo de Cambray-Diguy, Filippo Brocchi, Giu- 
seppe Ulivi, Giuseppe Martelli, Luigi Cantagalli, Carlo 
Bonaiuti, Giuseppe Bonini, Gustavo Galletti, Filippo 
Rossi, Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, 
Cesare Capoquadri ». 

Partiva la Deputazione per alla volta di Viareggio, dove 
la fregata americana il Princeton l'attendeva per con- 
durla a Mola di Gaeta : ma, a causa del mare cattivo, 
dovette inoltrarsi fino alla Spezia, donde partì per la 
sua destinazione. 

Gravi turbolenze intanto agitavano parecchie città 
e terre della Toscana, non solo per causa dei dema- 
goghi, i quali non potevano rassegnarsi a ciò che ave- 
vano perduto, ma anche dei così detti uomini d'ordine 
e dei contadini, i quali inveivano contro i democratici, 
imprigionandone alcuni, percuotendone altri, e impa- 
dronendosi pure delle robe altrui, saccheggiando quelle 
botteghe, i cui proprietari erano tenuti in conto di re- 
pubblicani e di demagoghi. 

La Commissione governativa inviò alcuni corpi di 
milizie nei luoghi dove maggiore ex'a il fermento ; e fu 
anche costretta a prendere dei severi provvedimenti 
contro alcuni uftìciali e militi della Guardia Nazionale, 
la quale non aveva più a capo l'ottimo professore Zan- 
netli, avendo questi rassegnate le sue dimissioni, non 



Capitolo XXI 263 

ostante le insistenti preghiere della sullodata Com- 
missione. 

Gli animi stavano sospesi a causa del lungo silenzio 
del Granduca non solo, ma anche della Deputazione 
inviata a Gaeta. Bisogna sapere che quando i Depu- 
tati della Commissione governativa giunsero colà, tro- 
varono già riuniti presso il Granduca, parte chiamati 
da lui e parte condottivi dalle circostanze, il generale 
conte Luigi Serristori, il generale Cesare De Laugier, 
il senatore Leonida Landucci, il cav. Bicchierai, R. Pro- 
curator generale presso la Corte Regia di Firenze, il 
marchese Scipione Bargagli, Ministro toscano presso la 
Santa Sede e il cav. Giulio Martini, già Ministro a To- 
rino, e in ultimo destinato al Congresso di Bruxelles. 

Il 28 d'aprile arrivarono ultimi per la via di mare 
don Andrea Corsini, duca di Casigliano, e il senatore 
Baldasseroni, già ministro delle finanze fino all'agosto 
del 1848. Si sarebbe detto che costoro, così chiamati, 
fossero già nella mente del Principe destinati a far 
parte del nuovo Ministero (1). 

Giungeva finalmente a Firenze una lettera del Gran- 
duca, indirizzata ai Membri del Municipio fiorentino, 
senza però accennare alla trasformazione di esso in Com- 
missione governativa ed alla aggregazione di quattro 
cittadini, come di sopra abbiamo narrato. E taceva al- 
tresì dei principi espressi dalla medesima Commissione, 
e nemmeno parlava dello Statuto fondamentale né della 
temuta occupazione straniera. È vero però che la let- 
tera del Principe, la quale portava la data del 20 aprile, 
era stata scritta mentre non aveva ancor ricevuto dalla 
Commissione, eccetto il primo annunzio, comunicazione 
veruna ; ciò si leggeva in essa, e deducevasi poi da un 
biglietto del comm. Bittheuser, segretario intimo del 
Granduca, nel quale fu trovata acclusa. La lettera del 
Principe diceva così : 

« La lettera delle Signorie Loro del 13 corrente mi 
« giunse oltremodo grata, perchè essa mi porgeva l'an- 



(1) Vedi Baldasseroni, op. cit., pag. 374. 



264 La Toscana dal 1824 al 1859 

« nunzio di ciò, che piìi l'animo mio poteva desiderare, 
« del ritorno, cioè, dei popolo toscano, il quale aveva 
« scosso da sé il giogo di una fazione poco numerosa 
« ma audace, che l'aveva tenuto oppresso ; e tornava 
« al cuore del padre suo, che per 25 anni l'aveva pa- 
« ternamente governato. I Toscani ponno esser certi che 
« quello che sono sempre stato sarò sempre per loro ; 
« ogni studio porrò nel procurare la loro felicità; niun 
« sacrificio mi sarà grato per conseguire questo fine. 
« Facciano le Signorie Loro palesi ai Toscani tutti i 
« sentimenti qui espressi, e si assicurino che al mo- 
« mento che giungano più estese, finora desiderate, no- 
« tizie, sarò a prendere le necessarie misure per rias- 
« sumere da me le redini del governo della Toscana. 

« Mola di Gaeta, li 20 aprile 1849. 

« Leopoldo ». 

La mattina del 2 di maggio pervenne a Firenze la 
notizia che un piroscafo francese era sbarcato, il giorno 
innanzi, a Porto San Stefano con a bordo la Deputa- 
zione della Commissione governativa inviata a Gaeta; 
e il giorno 3, essa giungeva alla capitale, e si recava 
subito a Palazzo Vecchio. Prima di tutto, presentava 
alla Commissione il seguente documento, consegnatole 
dal Granduca, come replica allo scritto che a lui aveva 
inviato la Commissione suddetta : 

« Ho inteso con somma soddisfazione dai Deputati 
«della Commissione governativa la relazione dei fatti, 
« pel quali il popolo toscano ha scosso il giogo della 
« fazione che lo teneva soggetto. 

« La nobiltà di questo slancio nazionale raddoppia 
« in me il dovere di assicurarne permanentemente i 
« frutti con allontanare le cause che produssero i patiti 
« disastri. 

« Accerto però i miei buoni sudditi per mezzo delle 
•« SS. LL. che non tarderò un momento a spedire in 
« Toscana un Commissario straordinario, che mi rap- 
« presenti, investito di poteri eccezionali e necessarii 
« a preparare il pieno ristabilimento dell'ordine interno. 



Capitolo XXI 265 

« e il libero impero della legge sotto un governo forte 
« e rispettato. 

« Questo scopo deve prima di ogni altra cosa conse- 
« guirsi con tutti quei mezzi che i bisogni del paese e 
« le presenti condizioni generali dell'Italia rendon pos- 
« sibili e pili spediti. 

« Nulla mi sta più a cuore che di affrettare il mio 
«ritorno in mezzo al diletto mio popolo: lo che porrò 
« ad effetto tostochè le condizioni del paese sieno com- 
« poste a tranquillità, ed appena che lo stato di mia 
« salute sarà per permettermelo. 

« Debbono dopo di ciò i Toscani andar sicuri che 
« porrò ogni studio nel cercare i modi più efficaci a 
« risarcirli dalle sofferte calamità, ed a restaurare il 
« regime costituzionale in guisa che non debba temersi 
« la rinnovazione dei passati disordini ». 

Ricevuto dalle proprie mani di S. A. B. il Granduca 
la sera del 28 aprile 1849, a ore 9, in Mola di Gaeta. 

Francesco Cempini, Cosimo Vanni, Carlo Matteucci, 
Augusto De Gori-Pannimni, Isidoro del Re, Seba- 
stiano Lombardi. 

La Commissione governativa, dopo letto (|uesto foglio 
del Principe, si rinfrancò; anche perchè la Deputazione 
affermava non esservi domanda alcuna del Granduca 
per l'intervento degli Austriaci ; essere fuor d'ogni 
dubbio la conservazione del governo costituzionale, 
del quale facevasi menzione nel documento riportato: 
lunghe discussioni intorno a questo avere occupato i 
consigli del Principe, e, malgrado d'influssi contrarii, 
esser prevalente la parte che sosteneva l'opportunità 
di conservarlo : dover giungere quanto prima a Firenze 
un Commissario straordinario a ristal)ilire il governo 
regolare del principe. Nulla di più sapevano: nulla di 
più potevano dire i deputati (I). 

Il 4 di maggio entrava in Firenze, e recavasi subito 
in Palazzo Vecchio, il maggior generale, conte Luigi 



(1) Vedi De CAMDRAy-DiGNy, op. cit., pagg. 184-185. 



266 La Toscana dal 1824 al 1859 



Serristori, il quale si dichiarava incaricato dell'ufficio 
di Commissario straordinario. Adunavasi immediata- 
mente la Commissione governativa, e a questa il Ser- 
ristori presentava due documenti, a lui dati dal Prin- 
cipe ; il primo era una lettera indirizzata ai Membri 
della Commissione, la quale diceva così : 

« Dopo la gradita lettera delle Signorie Loro, diret- 
« tami nel 16 aprile ultimo passato, altra me n'ò per- 
« venuta nel giorno decorso, sottoscritta in nome di 
« cotesta Commissione governativa dal cavaliere Rica- 
« soli, ff. di Gonfaloniere di Firenze. 

« Le premure in essa contenute vengono ad essere 
« soddisfatte coll'arrivo del generale maggiore, conte 
« Luigi Serristori, da me nominato Commissario straor- 
« dinario per assumere le redini del governo durante 
« l'ulteriore mia assenza dal Granducato o tino a nuove 
« disposizioni. 

« Dopo di che cessando nelle Signorie Loro l'inca- 
« rico, che in momenti gravissimi avevano assunto per 
« afirettare il restauro della Monarchia costituzionale 
« in Toscana, e provvedere ai pii!i urgenti bisogni della 
« medesima, mi è assai grato di attestare Loro la mia 
« riconoscenza per la leale devozione mostrata verso 
« di me, come per il nobile attaccamento spiegato verso 
«la patria; sentimenti, i quali colla maggiore soddi- 
« sfazione ritengo per la piìi sicura garanzia, che, anche 
« dopo rientrali nella vita privata. Elleno vorranno eoo- 
« perare con ogni mezzo al ristabiliyiento della pro- 
« sperila della diletta nostra Toscana, in mezzo alla 
« quale ardentemente desidero ritrovarmi quanto più 
« presto mi sarà possibile. 

Mola di Gaeta, P maggio 1849. 

« Leopoldo » 

Il secondo documento era un proclama del Granduca 
ai Toscani, nel quale si facevano gli elogi del popolo, 
che aveva abbattuto il governo dei faziosi e restaurato 
quello monarchico costituzionale. Si annunziava pure 
l'arrivo del Commissario, conte Luigi Serristori, e lo 



Capitolo XXI '267 

scioglimento della Commissione governativa di Firenze 
non solo, ma anche di quelle istituite nelle altre Co- 
munità della Toscana. Il proclama terminava colle se- 
guenti parole: «Toscani! Il Principe che per 25 anni 
« vi ha governato con cuore ed affetto di padre, che vi 
« fece ricchi d'istituzioni liberali, e seppe conservare 
« fede alle medesime, anche quando la improbità dei 
« faziosi osò convertirle a suo danno, e non dubitò di 
<.< anteporre i suoi doveri alla propria corona, e l'esilio 
« onorato ad un soglio contaminato dalla licenza e 
« malignità soverchiante : quel Principe torna ora a di- 
« rigere a voi la sua voce. Voi l'avete invocata; voi 
«stanchi delle violenze di pochi oppressori, ammae- 
« strati da breve ma penosa esperienza, ravvivati a sensi 
« di antica devozione dall'abuso inverecondo dei più 
« cari nomi e delle cose le più sante, ascoltate ora e 
« sempre questa voce. E la Toscana, questa gentile por- 
« zione d'Italia, tornerà, Dio soccorrendo, in breve al- 
« l'invidiata antica sua prosperità ». 

Né la lettera, né il proclama parlano d'invasione 
straniera nel Granducato. Questo silenzio in cosa di 
tanta importanza dava molto a pensare ; e noi vedremo 
nel seguente capitolo come, pur troppo, l'invasione 
avvenisse ; e non tralasceremo, com'è nostro dovere, 
di darne a chi spetta la colpa e il biasimo meritati. 



t?Jfi3 



CAPITOLO XXII. 

La Commissione governativa fiorentina invoca l'aiuto delle 
armi piemontesi per ristabilire l'ordine in Toscana. — Essa 
commette un grave errore, e perchè. — Uffici indirizzati ai 
Ministri di Francia e d'Inghilterra. — Lettera dell'avvocato 
Fornetti ai medesimi. — Colloquio fra i segretari delle due 
legazioni e il generale KoUowrat. — Contegno equivoco del- 
l'Inghilterra. — Risposta data dal primo ministro del Re di 
Sardegna all'inviato toscano. — 11 generale De Launay pro- 
pone un mezzo soddisfacente per effettuare l'intervento pie- 
montese. — Cause che lo impedirono. — Consigli dati da 
persone autorevoli al Granduca, affinchè non permetta l'in- 
tervento austriaco. — Contegno subdolo del Commissario 
Straordinario, Conte Serristori. — Giusti rimproveri del Bal- 
dasseroni. — Il tenente generale barone D'Aspre entra in 
Toscana. — Suo proclama ai Toscani, datato da Pietrasanta. 

— Continua la ribellione nella città di Livorno. — Assassinio 
del maggior Frisiani e atterramento della statua di Leo- 
poldo II. — Le soldatesche austriache giungono sotto le mura 
della città. — Breve e coraggiosa resistenza dei Livornesi. 

— Gli Austriaci entrano in Livorno. — Parecchi cittadini 
vengono fucilati. — Minaccioso manifesto pubblicato dal ge- 
nerale D'Aspre. — Suo proclama alla cittadinanza fiorentina. 

— Suo ingresso in Firenze. — Il nuovo Ministero, nominato 
dal Granduca, prende le redini dello Stato. — Il D'Aspre nel 
suo proclama dichiara di essere stato chiamato dal Principe. 

— Il Commissario Straordinario conte Serristori esonerato 
dall'ufficio. — Lettera del Baldasseroni al Granduca. - Modi 
altieri e sprezzanti del generale D'Aspre. — Lettera a lui 
diretta da Leopoldo II, rimasta senza effetto. 

L'ordine cronologico degli avvenimenti mi obbliga a 
parlare del malaugurato intervento austriaco in To- 
scana. Nel capitolo XIX ho già discorso del mancato 
intervento piemontese, e delle cause che io mandarono 



Capitolo XXII 269 

a monte. Ciò, non ostante, l'idea di un simile inter- 
vento riapparve nella mente dei reggitori toscani, dopo 
la caduta del Guerrazzi. Allorché essi videro come lo 
andamento delle cose livornesi fosse tale da attraver- 
sare ogni divisamento d'accordo domestico, si credet- 
tero in diritto di toglier via, per mezzo di un intervento 
armalo, quel ruinoso fomite di sbrigliate frenesie po- 
polari. Essi ragionavano così : la Toscana è uno Stato 
indipendente ed autonomo ; per conseguenza, ha il 
diritto di chiamare in casa propria l'aiuto armato di 
un altro Stato, ed è quindi nel suo pieno diritto di 
scegliere quello che più reputa acconcio e vantaggioso. 

Invocarono perciò l'aiuto del Piemonte, ossequenti, 
com'essi erano, ai principi del diritto internazionale, 
che stringe fra loro gli Stati italiani, ponendoli nel- 
l'obhligo di tenersi possibilmente lontani dal chiamare 
qualsivoglia potenza straniera ad occupare, anche tem- 
poraneamente, una parte della Penisola. Indirizzarono 
adunque una nota al generale conte De Launay, in 
allora presidente del Consiglio dei Ministri del re Vit- 
torio Emanuele II ; e diedero l'incarico di presentar- 
gliela al prof. Giovan Battista Giorgini, il quale, nella 
notte del 22 al 23 aprile, partì per Torino. 

I reggitori toscani commettevano un errore mador- 
nale, per non dire un'ingenuità. Prima di tutto, una 
volta che costoro avevano restaurato il governo del 
Granduca, con quale diritto invocavano il soccorso 
delle armi piemontesi senza renderne avvertito il Prin- 
cipe? E poi, era mai possibile che l'Austria, che aveva 
sconfitto il Piemonte a Novara, potesse permettere al 
gabinetto di Torino d'inviare un corpo d'armata in To- 
scana? E lo stesso governo subalpino nelle deplorevoli 
condizioni, nelle quali* si trovava, avrebbe mai osato di 
accedere alla domanda della Commissione governativa 
fiorentina, per tirarsi addosso le ire dell'Austria, la 
quale occupava allora alcune piazze forti del Piemonte? 

E non.devesi nemmeno dimenticare che l'Austria, 
anche prima della ripresa delle ostilità, cioè nel feb- 
braio del 1849, erasi opposta all'intervento piemontese ; 



"210 La Toscana dal 1824 al 185!l 

ora poi, che aveva, come suol dirsi, il coltello dalla 
parte del manico, non avrebbe tralasciato di far valere 
i diritti di reversibilità e di successione, che i trattali 
esistenti le garantivano sulla Toscana. Però, non ostanti 
questi veri o presunti diritti, l'Austria non aveva af- 
fatto il diritto di mandare un corpo di milizie in To- 
scana, se non gli fosse stato richiesto ufficialmente dal 
Principe; ma certi scrupoli non albergavano nell'animo 
dei ministri austriaci, i quali, inorgogliti per le conse- 
guite vittorie, pretendevano di comandare a bacchetta 
in tutti gli Stati della Penisola. 

La Francia e l'Inghilterra, per mezzo dei loro legati 
in Firenze, ricevettero dalla Commissione governativa 
dei calorosi uffici, affinchè volessero intromettersi per 
impedire la spedizione austriaca, preparata contro la 
Toscana. I due legali, inglese e francese, ben vedevano 
che se gli Austriaci occupavano la Toscana, rimane- 
vano irreparabilmente guasti i frutti della spontanea 
restaurazione del Principato, e nell'avvenire si prepa- 
ravano giorni di malaugurata discordia per i gover- 
nanti e per i governati. Però furono operose e concordi 
le pratiche dei due rappresentanti delle grandi potenze 
occidentali, onde impedire che di nuovo la Toscana 
venisse condannata dall'altrui prepotenza a trascinarsi 
dietro il peso dell'austriaca catena. 

Il 14 d'aprile, l'avvocato Fornelli, in nome della 
Commissione governativa, inviò la seguente lettera al 
conte Alessandro Walewski e a Sir Giorgio Hamilton, 
ministri di Francia e della Gran Brettagna, residenti 
presso la Corte granducale : 

« Il generale d'Apice annunzia al governo toscano che 
« un corpo di truppe austriache si è lasciato vedere al 
« Cerreto sulla via che da Reggio mette a Massa. La 
« benevolenza che Voi testimoniate verso la Toscana 
<' nel salvarla dalla calamità di un'invasione austriaca, 
« coll'usare l'autorevole vostra intromissione onde fer- 
« maria dalla parte di Pontremoli,, m'incoraggia a co- 
« municarvi siffatta novella al fine di pregarvi di fare 
« ora la stessa cosa dal lato della frontiera di Massa ». 



Capitolo XXII 271 



I due plenipotenziari di Francia e d'Inghilterra spe- 
dirono in tutta fretta i loro segretari di legazione alla 
volta dei luoghi più prossimi a subire l'invasione au- 
strica, per determinarla a non ispingersi più innanzi. 
Ma i signori Marat e Barrou non riuscirono a persua- 
dere il generale Kollowrat di voler sospendere l'adem- 
pimento degli ordini ricevuti. Tuttavia egli assicurò 
che le sue istruzioni non gli davano facoltà d'oltrepas- 
sare l'antico confine toscano. 

L'Inghilterra, sebbene mostrasse di prendere a cuore 
gl'interessi della Toscana, mirava invece a rimettersi 
in buoni termini col gabinetto di Vienna. Onde, sir 
Giorgio Hamilton, mentre, per salvare le apparenze, 
mandava il suo segretario insieme con quello della le- 
gazione francese al generale Kollowrat, confidenzial- 
mente scriveva al conte Forni, ministro degli affari 
esteri del duca di Modena, di non far altro se non che 
pregare il generale austriaco ad usare moderazione 
nel restaurare l'autorità ducale a Massa e a Carrara, 
senza pregiudicare in verun modo gl'interessi e i di- 
ritti del duca di Modena, degni d'ogni rispetto (1). 

Abbiam detto che il professore Giorginì erasi recato 
a Torino per consegnare al generale De Launay, primo 
ministro del re Vittorio Emanuele, una lettera della 
Commissione governativa toscana, la quale chiedeva 
l'intervento armato del Piemonte per rimettere l'ordine 
e la tranquillità nel Granducato. La risposta del De 
Launay non si fece aspettare. Egli disse che « sebbene 
apprezzasse l'intervento piemontese nelle cose toscane, 
pur tuttavia vi erano gravi ragioni che gl'impedivano 
di porlo ad effetto. Innanzi tutto, le condizioni del 
Piemonte, di fronte all'Austria, erano ricolme di spi- 
nose difficoltà. Il maresciallo Radetzky poteva da un 
momento all'altro rompere le ostilità; importava quindi 
tenere unite tutte le forze militari, proprie a salvare 
l'onore e gl'interessi del paese. L'intervento poi do- 



(1) Vedi N. Bianchi, op. cit.. toni. VI, pag. 188. 



272 La Toscana dal 1824 al 1859 

vrebbe essere domandato dal Sovrano, che dovevasi aiu- 
tare (1) '>. E come ciò non bastasse, il primo ministro 
piemontese aggiungeva che « il diritto di riversibilità, 
che competeva all'Austria sulla Toscana, le dava anche 
il diritto d'intervenirvi a restaurare l'autorità grandu- 
cale ». Al professore Giorgini, il ministro di Vittorio 
Emanuele disse in tono cortese, ma fermo e risoluto, 
che della domanda, da lui presentata, farebbe argo- 
mento di discussione nel Consiglio dei Ministri; non 
dovergli però nascondere che dubitava esistessero già 
accordi europei, dietro ai quali all'Austria sola fosse 
riservato l'intervento militare nella Toscana (2). 

Come si vede, le cose non andavano troppo bene : 
ora rimaneva a sapersi se Leopoldo II avesse o no ri- 
chiesto l'intervento austriaco, o se l'Austria avesse 
deciso d'intervenire anche a dispetto del Granduca, e 
se il Commissario straordinario, conte Serristori, fosse 
a parte di ciò che erasi stabilito a Gaeta nei consigli 
del Principe. Questo lo sapremo fra poco; intanto al 
ministero piemontese sembrò attuabile un altro modo 
d'intervento nella Toscana, piìi sbrigativo e piìi al co- 
perto delle diplomatiche contestazioni. Il gabinetto di 
Torino — scriveva il De Launay al marchese di Villa- 
marina — doveva chiedere soddisfazione per una grave 
ingiuria fatta in Livorno al Console sardo: sul prin- 
cipio d'aprile, una bordaglia di demagoghi, all'annunzio 
dell'armistizio di Vignale, fra il re Vittorio Emanuele 
e il maresciallo Radetzky, aveva invaso impunemente 
l'abitazione del cav. Spagnolini, Console Generale Sardo, 
e ne aveva atterrato lo stemma. Venne quindi delibe- 
rato che le navi sarde si portassero nelle acque di Li- 
vorno con truppe da sbarco. La riparazione dell'offesa 
doveva essere il fine palese della spedizione; ma se 
poi il governo legittimo di Firenze avesse chiesto che 
i Piemontesi cooperassero a mantenere l'ordine pub- 



fi) Vedi N. Bianchi, op. cit., toni. VI, pag. 177. 
(2) Dispacci Giorgini, 27 e 20 aprile 1849. 




Cav. Giovanni Baldasseroni 
Presidente del Consiglio dei Ministri 



Ca])itolo XXll i273 

blico in quelle ciltà; ben di buon grado vi si preste- 
rebbero (1). 

li marchese di Villamarina comunicò il dispaccio del 
De Laiinay alla (commissione Governativa toscana; la 
quale lo incaricò di testificare al governo piemontese 
l'espressione della più viva gratitudine, in uno al sen- 
timento del piìi profondo dolore e della piìi viva ripu- 
gnanza, per la violazione del territorio toscano com- 
piuta dall'Austria. 

Anche il governo francese appoggiò i conati del go- 
verno piemontese, mandando a Gaeta l'ammiraglio Bau- 
din; coll'aggiunta di offrirsi di portare, su nave fran- 
cese, ai lidi toscani il Granduca e la sua famiglia. Il 
Granduca gli rispose impacciato che non si sentiva in 
grado di portarsi in un paese, dove mancavano i mezzi 
per ristabilirvi la quiete. Queste erano scuse, per non 
dire sotterfugi, di un animo debole, il quale non ha il 
coraggio di resistere alle ingiunzioni ed alle minacele. 

Il marchese Cosimo Ridolfi e il principe Anatolio de 
Demidoff avevano parlato un linguaggio franco e sin- 
cero a Leopoldo II. Il Demidoff, in un suo memoriale 
in data delTll aprile, così diceva al Granduca: «Il 
primo effetto dell'intervento austriaco sarà quello di 
rendere V. A. affatto impopolare ; e non potrete soste- 
nervi se non quanto durerà l'occupazione. I Toscani 
non perdoneranno mai all'A. V. d'aver disertata la 
causa d'Italia, e di essere riposto sul trono dalla na- 
zione, che gl'Italiani considerano come la naturale ne- 
mica della loro indipendenza ». 

Il prof. Filippo Parlatore, siciliano, illustre botanico, 
già agente officioso della Corte toscana in Sicilia, cosi 
scriveva alla Granduchessa: «Nella rivoluzione che si 
è operata qui in Firenze, il dodici aprile, due fini 
principali hanno avuto i Fiorentini, anzi dirò i To- 
scani tutti : l'uno di abbattere un giogo di tirannia 
insopportabile e una fazione che ci aveva rovinati e 



(1) Dispaccio confidenziale De Launay al ministro sardo in Firenze, 
Torino, 3 maggio 1849. 

L. Cappelletti 18 



2~4 La Toscana dal 1824 al 1850 

ci rovÌDava sempre più l'altro quello di evitare una 

invasione straniera, di cui si era minacciati da un mo- 
mento all'altro. E tanto era l'orrore, in cui si aveva 
questa invasione, tanto l'odio all'Austriaco che si te- 
meva ad ogni istante di vederlo venire fra noi a dettar 
legge e a conculcare la nostra libertà (1) ». 

Mentre uomini illustri ed onesti, sinceramente affe- 
zionati alla patria ed al Principe, facevano il possibile 
per risparmiare alla Toscana l'onta di un'invasione 
straniera, Leopoldo II incaricava il cavaliere Prevót 
de Saint-Marc di recarsi a Milano presso il maresciallo 
Radetzky al fine di combinare le modalità necessarie per 
un intervento armato in Toscana. Egli forse credeva 
che il corpo d'armata austriaco fosse poco numeroso, 
e si limitasse a rimettere al dovere la turbolenta città 
di Livorno. Invece il Radetzky disse al cavalier di 
Saint-Marc che le milizie austriache avrebJ)ero rag- 
giunto il numero di 20,000 uomini, e che sarebbero 
entrate in Toscana il 6 di maggio. L'inviato di Leo- 
poldo II lasciò intendere che un tal numero era ecces- 
sivo; ma il vecchio maresciallo seccamente rispose che 
su questo riguardo il Granduca se la intenderebbe col 
generale D'Aspre. 

Il Conte Serristori, congedandosi dal Granduca a 

Gaeta, sapeva benissimo che gli Austriaci sarebbero 

entrati in Toscana: ciò non ostante, appena ebbe messo 

il piede in Firenze, a coloro i quali gli domandavano 

se ciò fosse vero, egli se ne mostrò ignaro; anzi a 



(1) Questa loUcra è riportala da N. Bianchi, op. cit., toni. VI. pa- 
gina 181. — Ed è curiosa una lettera scritta dalia Granduchessa al Gran- 
duca, in data di Napoli, 16 aprile, publjlicata dal Gonnareili ncWEpi- 
stolario politico toscano, pagg. 30-31. Eccone i passi principali: «Mio 
«caro Leopoldo, questa mattina avevo ricevuto la nuova djgliavveni- 
« menti di Toscana, ((uando mi è giunta la tua. Mi fa piacere che ti 
« desiderino, ma ci penserai prima di andare, perdio senza truppa non 
« si fa nulla.... Se si avessero dei .N'ai)olilani per un anno, tanto elio 
« venissero gli Svizzeri, ma a me pare che il meglio siano i Tedeschi, 
*benchè io gli odii: ma per lare il repulisti non c'è che loro, e non 
«avresti l'odiosità le ». 



Capitolo XXII 275 

qualcuno recisamente lo negò. 11 Baldasseroni rimpro- 
vera giustamente il Serristori di questo suo strano 
modo d'agire, come risulta dalle seguenti parole: « Il 
conte Serristori seppe positivamente a Gaeta che nei 
concerti passati fra le altre potenze, ed ai quali il Gran- 
duca aveva dovuto aderire, le truppe austriache veni- 
vano in Toscana a compiervi il ristabilimento dell'or- 
dine e consolidarvi il Governo. Seppe che il soccorso 
chiesto dalla Commissione governativa al Piemonte per 
avere una forza, di cui riconosceva il bisogno, non 
poteva né doveva essere somministrato; seppe che l'in- 
tervento austriaco in Toscana era un atto combinato 
colle misure prefinite al ristabilimento del Governo pon- 
tifìcio, in parte a cura dei Francesi, e in parte degli 
Austriaci: seppe che quell'atto, col quale promulgavasi 
la di lui nomina, conteneva un paragrafo, che riferi- 
vasi alla venuta di quelle truppe. Egli non potè fare 
né fece difficoltà a quella enunciativa, se non che, al 
momento di congedarsi dal Granduca, propose il dubbio 
che, potendo il suo arrivo precedere l'ingresso delle 
truppe imperiali in Toscana, non sarebbe conveniente 
d'annunziarlo troppo anticipatamente. Ne ebbe in ri- 
sposta che, per quanto sapevasi, quell'ingresso era 
imminente ; ma che se mai, per qualche imprevista 
circostanza, fosse stato brevemente differito, rimette- 
vasi alla prudenza di lui il togliere dal decreto (di cui 
urgeva la pubblicazione all'effetto che egli assumesse 
il governo) quanto riferi vasi alla venuta di truppe 
estere, per pubblicarlo al momento in cui sarebbe di 
fatto per accadere l'ingresso di quelle in Toscana (1) ». 
Si può essere più chiari di così ? 

Con questo suo modo di procedere, il Serristori si 
alienò gli animi di coloro, i quali avevano plaudito 
alla sua nomina a Commissario straordinario ; che, per 
le negative da lui date, erasi fatto credere vittima delle 
arti subdole della Corte di Gaeta. 

Intanto il tenente maresciallo, barone D'Aspre, era 



(li B\i,DAssERON[. op. cit., pag. 378. 



276 La Toscana dal 1824 al 1859 

giunto a Pietrasanta ; donde emanò un proclama in 
data del 5 maggio, il quale non fu potuto inserire nel 
Monitore prima del giorno 9; egli annunziava dì venire 
in Toscana a tutela dei diritti del legittimo Sovrano; 
diceva che la missione sua aveva per oggetto di coo- 
perare al consolidamento dell'ordine; si riferiva alle 
istituzioni costituzionali impartite dal Principe; rico- 
nosceva l'autorità legalmente costituita nella persona 
del Commissario straordinario, ed affidavasi alla sua 
cooperazione. 

Non si può negare che questo proclama fosse scritto 
con prudente accorgimento. Però, in un certo punto 
del medesimo, traspariva la minaccia. « Le mie truppe 
— diceva il generale D'Aspre — avvezze alla più se- 
vera disciplina, sapranno conservarla pienamente anche 
tra voi. Accoglieteci come amici, unitevi a noi. Lungi 
da voi ogni idea di resistenza, che mi porrebbe nella 
spiacevole e dura necessità di fare uso delle armi» (1). 

In Livorno intanto continuava la ribellione. 1 citta- 
dini, che erano a capo del Municipio e anche del Go- 
verno (essendosi, dopo l'arresto del Guerrazzi, ritirato 
il governatore Manganaro) dichiararono, con una no- 
tificazione a stampa, di non voler riconoscere il go- 
verno imposto dal Municipio fiorentino. La seia del 



(1) Appena entrati in Toscana gli Austriaci, (ìiuseppe Giusti scrisse 
il seguente sonetto, che girò manoscritto per tutte le case di Firenze: 
Una volta il vocabolo Tedeschi 

Suonò diverso a quello di Crrandìtca; 

E un galantuomo die dicea Granduca 

Non si credette mai di dir Tedeschi. 
Ma l'uso in oggi alla voce Tedeschi 

Sposò talmente la voce Grandtica, 

Che Tedeschi significa Granduca, 

E Granduca significa Tedeschi. 
E ditatti la gente del Granduca 

Veggo che tien di conto de' Tedeschi, 

Come se proprio fossero il Granduca. 
il Granduca sta su per i Tedeschi, 

l Tedeschi son qui per il Granduca, 

E noi pngliiamo Granduca e Tedeschi. 



Capitolo XXII 277 



18 aprile giungevano da Culignola, dove avevano do- 
valo capitolare, i baltaglionì livornesi, capitanali dal 
famigerato Guarducci, il quale, la mattina seguente in 
Piazza grande, rese conio degli eventi, eccitando gli 
animi contro quelli che avevano obbligato le sue mi- 
lizie a capitolare. Nelle ore pomeridiane del 19 aprile, 
vi fu una riunione nel teatro Caporali, alla quale as- 
sistette anche il vescovo Girolamo Gavi, uomo pio e 
venerando, che non aveva voluto lasciare la città, e 
nemmeno l'abbandonò quando poi vi entrarono gli 
Austriaci. In quell'adunanza parlò un giovine popo- 
lano livornése, per nome Enrico Barlelloni, il quale 
sostenne che Livorno non doveva fare proposte di sorta 
al governo, ma invece prepararsi, da solo, alla difesa 
contro lo straniero (1). 

11 31, si diffuse la notizia che truppe toscane dalla 
parte di Pisa si avvicinavano a Livorno; le campane 
suonavano a stormo, si batteva la generale, la città si 
popolava di gente armata, i cannoni delle fortezze ve- 
nivano portati per le vie. Un drappello, andato in ri- 
cognizione fuori delle porte, e trovato il maggiore Fri- 
siani, lombardo, il quale aveva riordinato una schiera 
di volontari e poi era fuggito, lo fucilarono e fecero 
del suo cadavere orribile scempio. Tornati in città, 
questi ed altri popolani, recatisi sulla piazza del Vol- 
tone, tirarono giù per mezzo di corde la statua di Leo- 
poldo II, mutilandola e rompendone la lesta, onde lo 
scultore Demi, esasperato per lo strazio dell'opera sua, 
abbandonò la città (2). 

11 giorno 9 maggio, le soldatesche austriache, co- 
mandate dal tenente maresciallo D'Aspre, si trovavano 
sotto le mura di Livorno. 

Il duca di Modena, Francesco V, alla testa delle mi- 
lìzie estensi, aveva voluto prender parte egli pure al- 
l'espugnazione della città. La popolazione, sebbene sa- 



(1) Vedi A. Mancuni, Compendio della Storia di Livorno. Firenze, 
Fratelli Aliiiari editori, 1913; pagjr. 119-130, 

(2) A. Mancini, loc. cit. 



1278 La Toscana dal 18^24 al 1859 

pesse che la difesa non avrebbe potuto durar molto, 
pur nondimeno fece per parecchie ore un'eroica resi- 
stenza. Gli Austriaci, inferociti, perchè non credevano 
che i Livornesi avrebbero potuto resistere tanto, ap- 
pena entrati in città da una breccia aperta vicino alla 
Porta San Marco, fucilavano quanti incontravano per 
via, fra i quali Artidoro Zanobetti, maestro di scuola, 
perchè vestiva l'uniforme di guardia civica, e un gio- 
vinetto demente, lasciato a guardia di un albero della 
libertà sulla piazza San Giuseppe. Il 14 maggio fu pure 
fucilato il giovine operaio Enrico Bartelloni, il quale 
morì coraggiosamente gridando: Viva l'Italia ! Il cap- 
pellano Giovan Battista Maggini, quello stesso che con 
ributtante cinismo voleva far fucilare a Lucca il Gui- 
nigi ed il Meuron, fu passato per le armi. Egli morì 
vilmente, piangendo e raccomandandosi, e tentando 
perfino di abbracciare l'ufficiale incaricato della esecu- 
zione, E morirono pure, colpiti dal piombo austriaco. 
Augusto Michel, francese, e certo Derni di Antignano. 

Il generale D'Aspre fece pubblicare un manifesto, 
che fu affisso su tutti i muri della città, nel quale s'in- 
giungeva, sotto pena di fucilazione, di deporre le armi, 
di ritirarsi al coprifuoco, e simili. Pochi giorni dopo, 
egli partiva da Livorno, lasciandovi 4000 uomini di guar- 
nigione, sotto il comando del generale conte Feuillot 
de Crenneville, il quale si acquistò una fama esecrabile 
per le sevizie d'ogni genere, per le bastonature di ra- 
gazzi, di adulti, di vecchi e perfino di donne. 

Frattanto il generale d'Aspre, alla testa di un corpo 
di milizie assai numeroso, si avvicinava a Firenze. Egli 
facevasi annunziare da un proclama ai Fiorentini, nel 
quale, stabilendo « che i vincoli del sangue e i molte- 
plici trattati imponevano all'Imperatore e Re, suo So- 
vrano, di proteggere l'integrità della Toscana ed i di- 
ritti del Granduca, veniva perciò, chiamato da Lui, a 
riporlo sul trono». Dopo questa dichiarazione, cadde, 
come suol dirsi, il fiato ai devoti del principato civile ; 
e nondimeno i più teneri o fiduciosi seguitavano a 
dire che il povero Principe era sialo forzato, e di mala 



Capitolo XXII 279 



voglia vedeva i suoi Stati da straniere milizie occupati, 
sperando così di salvare ancora coi Tedesclii quel loro 
prezioso Statuto, al mantenimento del quale non ces- 
savano proteste e assicurazioni per parte del Principe e 
e dei suoi rappresentanti » (1). 

11 25 di maggio, gli Austriaci entravano in Firenze, 
aventi rami di olivo sul casco. La città li accolse con 
una specie d'indifferenza; quelli stessi, che li avevano 
desiderati, tacevano per prudenza, vergognandosi di 
applaudirli pubblicamente. Il barone D'Aspre, poco cu- 
randosi dell'accoglienza fatta alle sue milizie, s'impa- 
droniva delle fortezze, ordinava senza indugio che ogni 
cittadino, che avesse armi, dovesse deporle entro lo 
spazip di quarantott'ore sotto pena di morte ; e nel 
medesimo tempo dichiarava sciolta la guardia civica, 
facendo sperare che, pei servigi resi nei giorni della 
restaurazione, sarebbe stata dal Principe riordinata (2). 

Nella mattina del 26 giungevano a Firenze i nuovi 
Ministri nominati dal Granduca. Essi erano : il Sena- 
tore Giovanni Baldasseroni, Presidente del Consiglio, 
e Ministro delle finanze, del commercio e dei lavori 
pubblici; il Senatore Leonida Landucci, Ministro del- 
l'interno; don Andrea dei principi Corsini, duca di 
Casigliano, Ministro degli affari esteri ; il Senatore Ce- 
sare Capoquadri, Ministro di giustizia e grazia; il ca- 
valiere Jacopo Mazzei, Ministro degli affari ecclesia- 
stici ; il marchese Cesare Boccella, Ministro della pub- 
blica istruzione ; il generale conte Cesare De Laugier, 
Ministro della guerra. 

11 generale D'Aspre, asserendo che gli Austriaci 
erano entrati in Toscana perchè chiamati dal Gran- 
duca, diceva cosa non vera ; perchè il Principe aveva 
dovuto, per amore o per forza, assentire ad un simile 



(1) Ranalli, op. cit.; tom. IV, pag. 66. 

(i) Il giorno stesso in cui gli Austriaci entravano in Firenze, l'avvo- 
cato Vincenzo Salvagnoli scriveva nell'Album di donna Eleonora de' 
Pazzi, nata marchesa Torrigiani^ ([ueste parole: « Oggi, 25 maggio 184!>, 
« le truppe imperiali sono entrate in Firenze. Fra dieci anni, il figlio 
« di Carlo Alberto sarà re d'Italia ». Era una profezia! 



280 La Toscana dal 1824 al 1859 

intervento. Però, per dovere di lealtà, Leopoldo 11 non 
avrebbe dovuto tacerlo alla Deputazione, che la Com- 
missione Governativa gli aveva inviato a Gaeta. Lo 
disse, è_vero, al Serristori, il quale ebbe l'ordine di 
farlo conoscere appena giunto in Firenze; ma il Com- 
missario straordinario non ebbe il coraggio di dare 
un simile annunzio, anzi negò la venuta degli Austriaci, 
e si pose perciò in una condizione difficile ed insoste- 
nibile. Uomo per natura poco pieghevole ad un'assidua 
e fastidiosa occupazione, incominciò a chiedere di es- 
sere liberato da un ufficio per lui tanto gravoso; eie 
sue insistenze divennero in breve sì vive e stringenti 
che il Granduca si vide costretto ad abbreviare il ter- 
mine del di lui governo, affrettando la composizione 
di un Ministero, che, anche prima del suo ritorno, 
assumesse definitivamente la direzione degli affari. 

Il Baldasseroni scrivendo al Granduca da Firenze, 
il 28 di maggio, non potè tacergli « il cattivo effetto 
che, in generale, ha prodotto il malaugurato proclama 
del tenente maresciallo D'Aspre, che annunzia l'inter- 
vento delle truppe austriache, perchè replicatamente 
chiamate da V. A. L e R. (l) ». Quindi prosegue: 
« L'Altezza Vostra dovrebbe già conoscere quel pro- 
clama, statole spedito dal Conte Serristori; ma se, 
come temo, l'invio del medesimo avesse sofferto ri- 
tardo per difetto di occasione, Ella lo riceverà con- 
temporaneamente alla presente. 

*■ Dovrebbe pur sapere l'Altezza Vostra il passo fatto 
del comm. Martini per paralizzare l'effetto di quel- 
l'atto, mediante un Memorandum, diretto al D'Aspre, 
e del quale venne data comunicazione verbale al corpo 
diplomatico, e che pare ne rimanesse sodisfallo. 

« Prelenderebbesi da alcuno che si facesse qualcosa 
di più per ismenlire decisamente l'asserto del mare- 
sciallo; ma noi. tutti lo giudichiamo ormai inconciliabile, 
e crediamo che il partito meno cattivo sia quello di 
lasciar cadere la cosa, se pure qualche altra compli- 



(1) Vedi Qexxauelli, Epistolario politico toscauo^ paf;. 148. 



Capitolo XXII 281 

cazione non sorge disgrazialamenle a rialzarla. 11 ca- 
valiere Lenzoni, che sarà latore della presente, conosce 
bene tutto l'andamento dei fatti, e sarà in grado di 
porgerle ogni schiarimento ». 

Da quanto abbiamo ora pubblicato, si scorge chia- 
ramente come il Granduca non avesse chiamati gli 
Austriaci : egli dovette invece subirli; che il suo rango 
di Arciduca d'Austria lo metteva in una condizione 
difficile e penosa. 1 capi dell'esercito imperiale, spe- 
cialmente il D'Aspre, trattavano Leopoldo li con una 
certa deferenza, è vero, ma gli facevano poi capire 
com'egli fosse né più né meno che sotto la loro tu- 
tela. Una persona che era solita bazzicare alla Corte, 
mi raccontò, quando io era studente a Pisa, che nel- 
l'agosto del 1849, discorrendo egli col general D'Aspre, 
si permise di fargli osservare come il Granduca non 
avrebbe potuto tollerare un contegno così tracotante 
ed offensivo per lui. Allora il D'Aspre, in tono sprez- 
zante, gli rispose queste testuali parole: « Le Grand-due? 
Mais le Grand due c'est le premier des amnistiés ». 

Leopoldo li, consigliato anche dai suoi ministri, 
stimò opportuno di scrivere una lettera al barone 
D'Aspre, in data di Napoli, 16 maggio 1849; in cui, 
lo ringraziava di aver rimesso l'ordine nella città di 
Livorno, la quale erasi ribellata all'autorità del legit- 
timo Sovrano « non per colpa della cittadinanza livor- 
nese, ma di un'esigua mano di facinorosi, la quale, 
come la storia contemporanea c'insegna, s'impone fa- 
cilmente alla pacifica maggioranza, e giunge a tiran- 
neggiarla ». Poi continuava così : « Vogliate pertanto 
riflettere, Generale, che la situazione nella quale voi 
avete trovato la Toscana, é essenzialmente diversa da 
quella degli Stati della Chiesa, come le condizioni di 
Livorno erano del tutto differenti da quelle del rima- 
nente della Toscana. 

« Io ho pertanto assentito all'intervento delle truppe 
imperiali austriache nel Granducato : 1» perchè, nelle 
condizioni dell'Italia centrale, ho creduto che la loro 
presenza in Toscana potesse contribuire e far trionfare 



282 La Toscana dal i8U al 1859 

la causa dell'Ordine in questa parte della Penisola, e 
giovare al consolidamento della tranquillità anco nelle 
altre parti di essa ; ^p perchè la città di Livorno man- 
tenevasi ribelle, e la bandiera della rivoluzione ivi 
alzata poteva avere pure qualche influenza sulla quiete 
d'Italia ; 3» perchè, dopo le sofferte vicende, mancando 
la Toscana di forze proprie, adeguate ai bisogni at- 
tuali ed eventuali del paese, l'amichevole e proporzio- 
nato soccorso delle truppe austriache offrivate il mezzo 
di ricondurre Livorno all'obbedienza e di consolidare 
l'ordine nella totalità dell'Italia, e di difenderla da 
nuovi pericoli. 

« Quindi ho riguardato e riguardo il corpo di truppa 
da voi comandato come un Corpo ausiliare, il quale 
entra in uno Stato generalmente tranquillo e sotto- 
messo al suo legittimo Sovrano, in di cui nome è retto 
e governato, ed al quale, rispettandone di fatti i diritti, 
vuol darsi quella sicurezza e quella forza, che non 
può nel momento ritrarre dai propri mezzi. 

« La quasi totalità della Toscana essendosi 

ridotta spontanea sotto il mio governo, circoscrive na- 
turalmente la sfera d'azione del Corpo ausiliare, talché 
raggiunga l'oggetto e non lo oltrepassi, coadiuvi il 
governo del paese e non lo annichili e lo imbarazzi, 
e perchè non riesca al paese medesimo di un aggravio 
economico insopportabile colle sue forze, e capace 
perciò di dar luogo ad altri disordini ... ». 

Queste parole del Principe non fecero impressione 
alcuna sull'animo del generale austriaco, il quale, come 
vedemmo, occupò Firenze e quindi le altre terre del 
Granducato, facendo pesare da per tutto la sua ferrea 
dominazione con disdoro del Principe e con offesa ad 
ogni principio di umanità e di giustizia. 



CAPITOLO XXIII. 

Insopportabile tracotanza degli ufficiali austriaci. — Il nuovo 
Ministero è bene accolto in Toscana. — Arroganza del tenente 
maresciallo D'Aspre. — La bandiera tricolore è surrogata 
dalla bandiera bianca e rossa. — Il maresciallo Radetzky 
percorre le città della Toscana. — I Fiorentini lo accolgono 
con entusiasmo. — Le dame dell'aristocrazia si dividono le 
penne del suo cappello. — Nuove feste in Firenze in onore 
del Maresciallo. — Il giovine pistoiese Attilio Frosini. — Cbi 
egli fosse. — È proditoriamente arrestato e percosso. — Fe- 
rocia del tenente colonnello De Mayer. — Il Frosini è con- 
dotto nel forte di Santa Barbara. — Sua morte. — Lettera 
del ministro Landucci al barone D'Aspre sulla fucilazione 
del Frosini. — L'occupazione militare austriaca ha nociuto 
alla popolarità del Principe. — Questi si decide a tornarsene 
in Toscana. — Suo sbarco a Viareggio. — È complimentato 
dai Gonfalonieri di Firenze e di Lucca e dagli altri dignitari 
civili e militari. — È accolto con manifesti segni di gioia a 
Pisa e a Firenze. — Decreti di amnistia. — Importanza dei 
medesimi. — Onorificenze largite ai generali austriaci. — La 
Medaglia della Restanirasione. — Istituzione della Corte dei 
Conti. — Necessità di provvedere al pubblico erario. — Pre- 
stito di 30 milioni. — Riordinamento della Gendarmeria to- 
scana, e inconvenienti che ne derivano. 

Quanto fosse, e ogni giorno più divenisse insopporta- 
bile la tracotanza dei generali austriaci, e più special- 
mente del barone D'Aspre, nelle città della Toscana, 
da essi occupate, lo mostreranno i fatti, che óra sta- 
remo per raccontare. 

Jl nuovo Ministero, nominato dal Granduca, aveva 
incontrato il generale aggradimento. Sebbene il Cor- 
sini e il Boccella fossero ritenuti come poco amici dei 
liberali ordinamenti, gli altri venivano reputati uomini 



28i La Toscana dal 1824 al 1859 

leali e gelosi propugnatori delle franchigie statutarie ; 
sicché tutti speravano che lo Statuto costituzionale 
non solo verrebbe mantenuto, ma anche in ogni sua 
parte ravvivato, tostochè le condizioni della cosa pub- 
blica lo permettessero, e fosse totalmente svanito il 
sospetto di nuove turbolenze. Intanto, primo atto della 
militare dittatura fu l'abolizione del vessillo tricolore 
italiano, e il ripristinameuto dell'antica bandiera gran- 
ducale, divisa nei due colori bianco e rosso. I Ministri 
si preslarou di mala voglia a un tal mutamento, es- 
sendovi stati costretti dalle insistenze del generale 
austriaco (1). 

Facevano ancor più grave la condizione del Mini- 
stero i frequenti conflitti col general D'Aspre, il quale, 
per natura impetuoso, acerbo e soverchiatore, se già 
infastidito per la doppiezza del Conjmissario straordi- 
nario, non si teneva molto più soddisfatto di quel de- 
streggiarsi dei Ministri, che non sapevano o non osa- 
vano dire e fare quello che al Governo imperiale, ed 
in ispecie alla oligarchia militare austriaca stava a 
cuore che si bandisse o si ribadisse in ogni canto 
d'Italia alla sua preponderanza assoggettato. In più 
d'una volta il Generale austriaco aveva assunto forme 
e linguaggio da padrone. 

In questo tempo il maresciallo conte Radetzky per- 
correva le Provincie toscane, e visitava le città occu- 
pate dalle armi imperiali, a modo di trionfatore. 11 
6 di giugno venne a Firenze, e i Ministri si recarono 
tosto a fargli riverenza. Era il meno che, per rispetto 
all'ufficio ed al padrone, ei potessero, dare. 11 più lo 
diede la folla, la quale trasse ad acclamarlo sotto le 
finestre dell'albergo, dove aveva preso stanza, e quella 



(l) Il Baldasseroni così ne scriveva al Granduca: *I1 Commissario 
« Serristori non aveva peranco data alcuna disposizione quanto al 
« cambio della bandiera, sul quale il barone D'Aspre tornò ieri ad in- 
* sistere vivamente. Ci conviene duncjue inaugurare con <|ueiratlo, che 
« spero sarà pubblicato in giornata, il nostro Ministero ». Gennarelli, 
op. cit., pag. ìóì. 



Capitolo XXIlI 285 



più innumerevole che, il giorno appresso, accorse avi- 
damente alle Cascine, per godere lo spettacolo della 
rassegna militare delle truppe imperiali. « Il volgo 
patrizio e il popolano — scrive Luigi Zini — accolsero 
con fragorose acclamazioni e battimani il vincitore di 
Novara; ma quando poi il vecchio condottiero percorse 
la fronte delle milizie, stette per riceverne gli onori a 
misura che le squadre gli sfilavano davanti, sopraf- 
fatta la linea di guardia che doveva contenerli, gli 
spettatori numerosissimi proruppero e si addensarono 
intorno a lui, e l'ovazione si mutò in entusiasmo. 
Tristi tempi ! (1) ». Ma c'è ancora di peggio. Nobilis- 
sime dame, cortigiane provette, fecero a gara nel 
carezzare il vegliardo condottiero austriaco. Queste 
« sfacciate donne Fiorentine » come avrebbe detto 
Dante, vollero baciargli la mano, quella mano che era 
riuscita a sottomettere i rivoltosi italiani. Poi tutte 
in coro decisero di prendersi a gara le penne che or- 
navano il suo cappello, per ritenerle, ognuna la sua, 



(I) Zixi, storia d'Italia contemporanea, dal ISòO al 1866. Milano, 
Casa editrice Guigoni. 1879, Tomo I, pag. Ilo. — Un prelato, cioè 
Monsignor Giuseppe Mancini, arcivescovo di Siena, che si compiaceva 
di scrivere dei bruttissimi versi, diede alla luco il seguente sonetto in 
onore del Radetzky {Siena, Tip. di G. Baroni. all'Insegna della 
Lupa. 1849): 

Salve, Radetzky! de' trionfi tuoi 

Vasto grido echeggiò per l'orbe intero: 

Per Te salva la fé', salvo l'Impero, 

In catene empietà, liberi noi. 
Terre sol conquistarono gli Eroi, 

Tu la giustizia, Tu l'onesto, il vero; 

Rendesti il soglio a Cesare ed a Piero, 

Ad ogni italo Prinee i dritti suoi. 
Degli Unni e Goti e Vandali le spade 

Fur dome, è ver: ma di Te grande al paro 

Qual fu tra i duci della prisca etade'.' 
Secoli molti quei guerrier pugnàro 

Per dar pace ad Italia e libertade.... 

Sol due pugna, o Radetzky, a Te bastàro I 
Questo degno Arcivescovo, a causa di un difetto fisico che aveva 
U'ineontinettsa d'orina) veniva da tulli cliiamato Beppe p.... 



La Toscana dal 1824 al 1859 



come reliquie venerabili e venerande di un eroe così 
meraviglioso ed illustre ! ! ! La notizia si sparse rapi- 
damente ; e l'insulto fu scolpito nei cuori con note di 
vituperio (l). 

11 Maresciallo si recò a Livorno, e vi si trattenne 
una sola giornata; tornò quindi a Firenze, dove ebbe 
nuove e festose accoglienze, regate in Arno, musiche 
e luminarie. Cosa avrebbero mai detto, se avessero 
messo il capo fuori della tomba i caduti di Curtatone 
e di Montanara ? 

Per dimostrare vieppiù la ferocia delle milizie impe- 
riali, non dobbiamo passare sotto silenzio un fatto 
orribile avvenuto in Pistoia il %9 di giugno di quel me- 
desimo anno. Un giovinetto di 16 anni, per nome At- 
tilio Frosini, che era ritenuto da tutti come non sempre 
compos sui, avendo letto sui giornali le strepitose vit- 
torie degli Ungheresi, ingannato nel credere che il 
battaglione stanziato in Pistoia fosse realmente unga- 
rico, come diceva di essere e come lo manifestava la 
uniforme, passando davanti alla sentinella, che era 
postata alla porta del palazzo del Vescovo (2) la salutò 
colle parole: Viva Kossuth ! A questo saluto, il milite 
che era in fazione, ed un altro che gli stava vicino, 
risposero: Evviva! Il giovinetto, incoraggiato da tale 
risposta, uscì nella medesima esclamazione ; e i militi 
allora, cresciuti in numero di quattro, risposero : Ev- 
viva! bravo! Lo pregarono di avvicinarsi, ed egli 
aderì ; e appena fu sulla porta, lo ghermirono, e lo 
portarono nel corpo di guardia, dicendolo arrestato. 
Accortosi allora dell'inganno, il povero giovinetto co- 
minciò a piangere e a protestare contro un simile ar- 



(1) Vi furon però alcune signore dell'Aristocrazia fiorcniina (poclio 
pur troppo!), le quali non accarezzarono il Radetzky, e nemmeno ap- 
plaudirono gli Austriaci. Il cav. Giovanni Ginori scriveva al Granduca 
(Firenze, giugno 18i9). « Vi sono alcune poche signore, fra le quali la 
« Ginori e la Digny, che dicono di non volere andare in Società per 
* non incontrarsi cogli Austriaci ». Vedi Gexnaheli.i, op. cit., pag. 5.")0. 

(i) Il palazzo vescovile era allora la residenza del tenente colonnello 
austriaco IVancosco de Miiyer. 



Capitolo XXIII 287 



resto, e nou trovando pietà in quei rozzi croati, il 
sangue gli andò alla testa; vomitò invettive contro di 
essi, contro i loro superiori, contro il loro generale, 
e minacciò perfino di strappare la bandiera, che ivi 
era appesa. A queste minacele fu risposto con calciate 
di fucile ; e gli furono poste le catene alle mani e ai 
piedi. 

Tornato da lì a poco il tenente colonnello con alcuni 
ufficiali, e inteso l'accaduto dal rapporto verbale fat- 
togli dal sergente, cominciò quell'eroe di nuovo conio 
a menare sciabolate sul misero giovinetto, il quale 
non poteva difendersi che con le strida, che si udi- 
vano anche a parecchia distanza ; e una mezz'ora dopo 
fra gli urli e gli scherni di una trentina di croati, fu 
condotto alla Fortezza di Santa Barbara. 

Era allora Prefetto del Compartimento di Pistoia il 
cav. Alessandro Rosselmini-Gualandi, a cui un uffi- 
ciale aveva segretamente fatto presentire la quasi cer- 
tezza di una condanna di morte. Il Rosselmini ne ri- 
mase oltremodo turbato ; e dopo aver protestato, sulla 
irregolarità dell'arresto del Frosini, presso il tenente 
colonnello De Mayer, partì per Firenze ad avvisare il 
Ministro dell'Interno, affinchè si potesse impedire una 
tale sciagura. 

Il cav. Landucci, appena ebbe notizia del fatto, si 
recò a trovare il tenente maresciallo barone D'Aspre; 
ma questi era assente. Si rivolse allora al barone di 
Scknitzer consigliere di Legazione austriaco, affinchè 
si adoperasse presso il D'Aspre per far sospendere la 
esecuzione capitale del giovinetto pistoiese. 

Mentre il Ministro attendeva una risposta da! mare- 
sciallo, gli giunse la notizia che il Frosini era stato 
fucilato (1). Allora scrisse al D'Aspre la lettera se- 
guente : 



(l) Sugli ultimi momenti di questo infelice giovinolto, leggasi un opu- 
scoletto, stampalo a Pistoia nel 1899, ed intitolalo: Nel 50'> anniver- 
sario della morte del concittadino Attilio Frosini, fucilato dagli Au- 
striaci nel forte di Santa Barbara in Pistoia la sera del 20 giugno 1849. 



La Toscana dal 1841 al 1859 



« Eccellenza, 

« L'arresto ed il giudizio marziale eseguito in Pistoia 
« sul giovine Attilio Frosini, come imputato di subor- 
« nazione delle I. I. e R. R. truppe, moveva il Prefetto 
« di quella città a dirigere al comandante delle dette 
« I. I, e R. R. truppe stanziate in Pistoia un suo bi- 
« glietto, col quale fondatamente reclamava il reo come 
« irregolarmente sottoposto ad una legge, cui non era 
« come toscano soggetto, e che non era mai stata nem- 
« meno pubblicata. Oltre questo atto, che eseguivasi 
« da quel funzionario a disimpegno dei suoi imper- 
« scrittibili doveri, trasferivasi esso in Firenze per in- 
« formarmi dell'accaduto, avvertendomi ancora che du- 
« bitava che la sua protesta potesse essere efficace a 
« mantenere integri i diritti giurisdiziali di S. A. 
« 1. e R. il Granduca. 

« Saputo ciò, mi affrettavo di venire insieme col 
« detto funzionario presso l'È. V.; ma, trovatala assente, 
« presentai al sig. commendatore barone Scknitzer, 
« oltre i rilievi fatti dal Prefetto nel modo sopraccitato, 
« pure l'altro indeclinabile principio che non può una 
« potenza estera, comunque legata in istretti ed ami- 
« chevoli rapporti, assumere imperò sui sudditi altrui, 
« e chiamarli ad altro fòro, e sottoporli ad ignota ed 
« estera legislazione. Che se il diritto di tutela alla 
« propria truppa costringeva il comando austriaco a 
« volere che fosse aggravata la penalità, che la legge 
« toscana attribuisce al delitto di subornazione dei 
« soldati, il Governo toscano avrebbe dato volentieri 
« al medesimo tutta la propria cooperazione onde fosse 
« su tal proposito rassicurato. 

« Questi miei rilievi non potevano mancare di fare 
« impressione sul barone Scknitzer, distinto diploma- 
« lieo, che mi assicurava di farli valere presso l'È. V., 
« e mi prometteva avvertirmi di quanto sarebbe stato 
« dalla medesima determinato siccome fece, dirigendomi 
« un suo biglietto alle ore cinque, nel quale mi preav- 
« visa che non avendo il colonnello comandante il 



Capitolo XXlll !^8*J 

« corpo slaiiziato in Pistoia reso conto dciraffare, non 
« poteva l'È. V. prendervi parte. 

« Questa risposta fecemi pienamente tranquillo, ri- 
« tenendo che un Comandante di un Corpo non potesse 
« avere facoltà così estese, e molto meno, sul delicato 
« tema di diritto internazionale, procedere senza rife- 
« rime, e dipendere da superiori istruzioni. 

« Con somma sorpresa ed amarezza ho perciò rice- 
« vuto questa mane l'annunzio che jeri sera, a ore nove, 
« il detenuto Attilio Frosini venne passato per le armi. 
« Mancherei di troppo ai miei doveri ed alla fiducia 
« che ha in me riposto l'Augusto mio- Principe, il 
« Granduca di Toscana, se io non reclamassi contro 
« un atto, che attenta ai diritti della Sua Sovranità. 
« Mentre il Consiglio dei Ministri sarà da me notiziato 
«del fatto avvenuto, ed adotterà quelle" determinazioni 
« che crederà nella sua saviezza, credo dovere, nella 
« mia personale corresponsabilità, dirigerle nel momento 
« il presente foglio. 

« E con distinto ossequio mi confermo 
« Di Vostra Eccellenza 
« Firenze, 30 giugno 1849. 

« 11 Ministro 
« L. Landucci ». 

10 non so se a questa lettera il barone D'Aspre 
abbia dato risposta ; credo piuttosto che facesse sem- 
biante di non averla nemmeno ricevuta. Ormai il Gran- 
duca e il suo governo eran caduti tra le grinfie del- 
l'Austria, la quale non intendeva affatto di abbando- 
nare la sua preda (l). 

11 Baldasseroni si duole che l'intervento austriaco, 
e, più ancora il modo col quale venne portato ad ese- 
cuzione « abbia somministrato largo campo ad odiose 
insinuazioni a carico del Granduca (2) ». E non poteva 



(1) Il povero Frosini venne fucilato sotto l'accusa di siibornasione 
delle II. e ER. tritppe per messo d'illecito arruolamento. Nelle tasche 
del giovinetto ucciso si trovarono due crazie (14 centesimi) somma 
davvero ingente per subornare dei soldati !!! 

(2) Baldasseroni, op. cit., pag. 387. 

L. Cappelletti 19 



290 La Toscana tlal KSil al ÌH'o'J 

essere altrimenti, perchè gli Austriaci, senza riguardo 
alcuno né verso il Principe ne verso il suo governo, 
commettevano soprusi, prepotenze ed angherie incredi- 
bili. Di più, se il detto intervento doveva essere tem- 
poraneo, e limitarsi soltanto ai luoghi, dove erano 
nati dei subbugli e delle ribellioni, perchè mai le mi- 
lizie imperiali rimasero per ben sei anni in Toscana, 
e la loro permanenza nel Granducato fu regolata da 
una Convenzione fra il governo granducale e il gabi- 
netto di Vienna? Ma di questa Convenzione parleremo 
a suo tempo. 

Intanto il Granduca, incessantemente supplicato dai 
Ministri « di tornare desideratissimo in mezzo ai suoi 
sudditi, apparecchiandosi a farli contenti », lasciava 
la reggia borbonica ; e, partito da Napoli sulla regia 
fregata II Ruggiero, sbarcava a Viareggio il 24 di luglio, 
evitando a bello studio Livorno, dove erano ancora 
freschi i ricordi dei passati sommovimenti. Erano colà 
ad attenderlo, per rendergli i primi omaggi, tutti i 
Ministri Segretari di Stato, il generale Conte Serri- 
stori, il principe Demidoff, il marchese Giovanni Maz- 
zarosa. Gonfaloniere di Lucca, e il cav. Ubaldino Pe- 
ruzzi, Gonfaloniere di Firenze: «il quale — osserva 
lo Zini — malgrado la protestazione del 6 maggio e 
le più alte querele per la venuta degli Austriaci nella 
capitale, non aveva saputo indursi a rassegnare l'uf- 
ficio (onde ben altrimenti che per vane e sommesse 
parole avrebbe provveduto alla propria dignità e a 
quella del Magistrato fiorentino); ma in quel punto 
inneggiava al sospirato ritorno dell'Amatissimo Prin- 
cipe costitusionale, e per bando invitava i cittadini ad 
accoglierlo festosi, e dimostrargli quanta nutrissero ri- 
conoscenza per le libere istituzioni da lui spontanea- 
mente concesse (1) ». 

fi giorno 27, sul pomeriggio, il Principe entrava 
in Pisa. Erano andati incontra a lui fino a Lucca, 
il Gonfaloniere Francesco Ruschi, accompagnato dai 



(ti Zini, op. cit.. Ioni. I. pa^rtj. 1I()H7. 



CajMtolo XXII[ -i)l 

Priori. L'accoglienza che el)l)e in Pisa fu davvero en- 
tusiastica. La popolazione, plaudente, lo accompagnò 
fino alle Primaziale, dove fu cantato il TeDeum. Quindi 
Leopoldo H, avendo alla sua sinistra il Gonfaloniere, 
si recò alle Cascine. Mentre il popolo lo salutava con 
acclamazioni, un tale, che io ho conosciuto personal- 
mente molti anni dopo, si avvicinò allo sportello della 
carrozza reale, gridando : « Altezza, non si lasci com- 
muovere : giustizia e rigore ! » Il Granduca, un po' ur- 
tato, gli rispose : « So ciò che debho fare, e non ho 
bisogno di lezioni (1). 

11 28 di luglio, il Granduca entrava in Firenze, indos- 
sando la Cappa Magna di Gran Maestro dell'Ordine di 
Santo Stefano. Il Maresciallo D'Aspre avrebbe voluto 
che indossasse quella di generale austriaco, ma Leo- 
poldo II tenne fermo. Le accoglienze a lui fatte dalla 
popolazione fiorentina furono entusiastiche da rasentare 
il delirio. Dalla stazione della ferrovia egli si recò al 
tempio della SS. Annunziata, dove fu cantato un so- 
lenne Te Deum ; e, poi, in mezzo a una popolazione 
numerosa e plaudente, si condusse, alla Reggia dei 
Pitti. 

Fra le esultanze ufficiali e popolari di Firenze, di 
Pisa e di Lucca, Leopoldo il, prima di entrare nella 
sua capitale, firmava due decreti di amnistia, col primo 
dei quali bandiva perdono per le ingiurie verbali o 
scritte contro la sua persona, per i delitti di diserzione, 
e per una serie di delitti e contravvenzioni, più di or- 
dine comune che di politico. Il secondo decreto poi 
riguardava esclusivamente coloro, i quali, in qualsi- 
voglia modo avessero offeso o fossero per offendere 
l'ordine sociale e politico costituito in Toscana, e 
si fossero manifestati o si manifestassero avversi al 
Principato costituzionale ed alla pubblica tranquillità, 
il di cui perfetto e stabile consolidamento avrebbe po- 
tuto essere, o temersi esposto a pericolo di turba- 



(1) Questo episodio mi lu vaccontalo a Pisa rial cnv. Francoseo Ruschi, 
clie si trovava in carrozza col Granduca. 



'■Id'i La Toscana dal 18il al 1859 

menlo, qualora uoii (osse convenientemente tutelato da 
nuovi attentati. 

La cognizione dei fatti costituenti il vero e proprio 
delitto di lesa maestà rimase al corso ordinario di giu- 
stizia, come pure ogni altro speciale delitto previsto 
dalle leggi allora vigenti ; ma per la verificazione e 
risoluzione di qualsivoglia altro delitto, spostando, con 
biasimevole consiglio, la giurisdizione penale, sottrae- 
vasi ai Magistrati ordinari ed attribuivasi alle Autorità 
politiche la cognizione di tutti quei reati che, non co- 
stituendo il vero e proprio delitto di lesa maestà, offen- 
dessero la pubblica tranquillità. Così violavasi il primo 
principio delle franchigie costituzionali, che un tal pro- 
cedimento fu detto economico, sommario e segreto: i 
Consigli di Prefettura erano autorizzati a sottomettere 
i rei alla pena del carcere da 15 giorni a 6 mesi, o 
alla detenzione in una fortezza da otto mesi a tre anni. 
Però l'imputato, incorso nella detenzione di un forte 
oltre al termine di un anno, poteva ricorrere al Con- 
siglio di Stato o trasferirsi all'estero per un tempo 
doppio di quello in cui sarebbe durata la pena. 

Il Baldasseronì si arrabatta a difendere questo de- 
creto ; ma alle sue argomentazioni, sian pur esse sot- 
tili, si oppongono la ragione giuridica e il buon senso. 

Il 21 novembre usciva un altro decreto granducale, 
col quale concedevasi una più ampia amnistia, pub- 
blicando « che tutti i delitti di lesa maestà ed altre 
defezioni politiche, commesse a tutto quel giorno, erano 
abbandonate nell'oblìo, rimanendo abolita ogni azione 
penale ed ogni condanna a queste ed a queHì riferi- 
bili », Le carceri allora si aprirono a quanti, per cause 
di questi delitti o defezioni, vi si trovavano chiusi, e 
cessarono da quel giorno gli effetti tutti del prece- 
dente decreto del 26 luglio, anche per coloro che già 
fossero in atto di subire misure ordinate all'appoggio 
del decreto medesimo. 

Questa amnistia, saggia e generosa non possiamo ne- 
garlo, fu limitata da poche e ben definite eccezioni ; 
essa, infatti, non comprese quanti avevan fatto parte 



Capitolo XXIII 293 



del governo provvisorio, né il Capo del potere esecu- 
tivo, cioè Francesco Domenico Guerrazzi. « Trattenuto 
dalle relazioni, così il Baldasseroni, che nei giorni 11 
e 12 aprile, il Guerrazzi ebbe col Municipio Fiorentino 
e colla Commissione Governativa che da quello si de- 
rivò, perdette il momento utile per allontanarsi impu- 
nemente. Nessuno dei componenti la Commissione anzi- 
detta ebbe certamente il pensiero di tendergli un' in- 
sidia per impedirgli di porsi in salvo da quell'azione 
giuridica, alla quale era ben facile il prevedere che 
sarebbesi trovato esposto (1) ». Incalzando gli avveni- 
menti, la custodia in cui il Guerrazzi fu da principio 
ritenuto, quasi per rassicurarlo da reazioni popolari, 
cambiò, ed egli divenne un vero e proprio detenuto. 
Su questo proposito abbiamo già detto la nostra opi- 
nione ; e torneremo sull'argomento quando dovremo 
parlare del suo processo e della sua condanna. 

Un atto impolitico del Granduca e dei suoi Ministri 
(colpevoli questi o di averglielo consigliato o di non 
averlo saputo impedire) fu di conferire la decorazione 
del merito sotto il titolo di San Giuseppe ai generali 
dell'esercito austriaco per attestar loro la gratitudine 
del Principe « per gli utili servigi resi alla sua causa » 
e per tutto quello che avevano fatto a prò « della di- 
fesa esterna ed interna del paese ». Ebbero le più alte 
insegne di quest'Ordine il Feld Maresciallo Radetzky, 
e i tenenti marescialli D' Aspre, Wimpfenn, Hess, 
Stadion e Kollowrath. E furono al tempo stesso nomi- 
nali commendatori il generale Alfonso La Marmora, 
il tenente colonnello Luigi Federico Menabrea e il co- 
mandante di una nave sarda. 

Per attenuare l'impressione, che nell'animo dei cit- 
tadini potevan produrre gli attestati di benemerenza 
conferiti agli oppressori d'Italia, il granduca Leopoldo II 
istituì una nuova onorificenza, conosciuta comunemente 
col nome di Medaglia della Restaur astone, per la quale 
volevasi serbar memoria del generoso sforzo, con cui 



(1) Baluasseronm, op. di., pag. 301. 



;294 La Toscana dal 1824 al 1859 

la Toscana aveva saputo torsi il giogo che le era stato 
imposto da un'audace fazione, restaurando il governo 
del Principe Costituzionale. Furon dunque coniate tre 
distinte medaglie da tenersi appese alla sinistra del 
petto con nastro bianco e rosso : una in argento, rap- 
presentante il ritratto del Sovrano da una parte e 
avente a tergo, entro una corona di querce, il nome 
del cittadino benemerito, che aveva promosso ed assi- 
curato la restaurazione del Principato civile; un'altra, 
pure in argento, che portava ugualmente da una parte 
l'impronta dell'effigie del Granduca, e dall'altra, entro 
una corona di querce, le parole : 12 aprile 1849 ; e una 
terza finalmente simile, ma in bronzo, per esser di- 
stribuita a quei cittadini, che avevano in ispecial modo 
concorso all'opera, della quale quelle medaglie erano 
destinate a conservare perenne memoria. 

Sul principio, ì decorati di questa medaglia non na- 
scosero la loro letizia. Il Magistrato Municipale di Fi- 
renze deliberò solenni azioni di grazie al Granduca 
per le onorifiche medaglie elargite e per la restaura- 
zione del principato costituzionale. «Cosi deliberarono 
— dice lo Zini — quegli uomini che si erano querelati 
al Commissario Serristori per la occupazione austriaca, 
ed avevano fatto correre voce che se poi la stessa Fi- 
renze avesse ad essere per armi e per insegne stra- 
niere funestata, essi di sicuro non durerebbero un 
giorno in ufficio. Ma vi durarono; e come nell'ufficio, 
così in quello scambio d'infingimenti, per cui gli uni 
facevano segno di promettere quello che in petto ave- 
vano abrogato, e gli altri di non por dubbio in ciò che 
ben sapevano irremissibilmente perduto. Bruita pagina 
della storia contemporanea, che non si potendo di- 
struggere, non si vorrebbe nemmeno dimenticare (1) ». 

Con decreto del 31 ottobre 1849, fu istituita la Corte 
dei Conti. Dopo i cambiamenti che lo Statuto fonda- 
mentale introdusse nelle forme governali ve dello Stalo, 
si fece palese il bisogno di riordinare l'antico Uffizio 



(1) Zini, op. cil.. Ioni. I, pag. Kìli. 



Capitolo XXIII 295 



delle Revisioni e Siadacali a guisa di iiua Corte dei 
Conti, presso la quale, senza ricorso ulteriore all'in- 
tervento del supremo potere esecutivo, fossero col ri- 
gore di un giudizio discussi e solennemente definiti 
tutti quegli affari che si riferivano alle Revisioni ed 
alle Liquidazioni delle Contabilità delle regie pubbliche 
Amministrazioni. 

Questo alto Tribunale doveva attivarsi mediante ana- 
loga trasformazione dell'Uffizio delle Revisioni e Sin- 
dacati della Capitale, e la soppressione del corrispon- 
dente Uffizio Lucchese. 

In tale concetto, il sovrano decreto del 31 ottobre 
suddetto ordinava fosse posto in esecuzione il Regola- 
mento, che creava la Corte dei Conti, per essere com- 
pletamente ordinata ed installata il primo gennaio 1850, 
e per aver quindi il medesimo carattere di Legge, dopo 
che sarebbe stato discusso ed approvato dalle Assem- 
blee Legislative. Nello stesso tempo, l'Uffizio dei Sin- 
daci diveniva un'attinenza della Corte dei Conti, e 
quello del Sindacato di Lucca veniva soppresso. 

La Corte dei Conti si componeva di un Presidente, 
di un Procurator Generale, il quale soprintendeva in 
pari tempo all'Uffizio dei Sindaci, di due Giudici Con- 
siglieri in servizio ordinario, di due Giudici supplenti 
di due Uditori e di un Cancelliere. 

La Giurisdizione della Corte dei Conti si estendeva 
a tutto il Granducato. Passavano sotto la sua giuris- 
dizione tutte le amministrazioni dello Slato ed altre 
pubbliche aziende. Eran di sua competenza tutti gli 
affari concernenti l'osservanza dei Regolamenti e Or- 
dini in materia di contabilità : le mallevadorie ri- 
chieste ai diversi funzionari contabili ; le Revisioni 
ordinarie e straordinarie di Cassa e di depositi dì regia 
e pubblica pertinenza; i rendimenti di conto ordinari 
e straordinari di tutte le Amministrazioni, e l'operato 
in materia di gestione economica dei capi delle me- 
desime. 

Oltre le molle attribuzioni assegnate alla Corte dei 
Conti dal Regolamento inslilutivo, essa pronunziava 



296 La Toscana dal 1824 al 1859 

sui ricorsi contro le decisioni dei consigli di Prefet- 
tura nei casi previsti dalle Leggi ed Ordini in vigore, 
e più particolarmente del nuovo Regolamento Comu- 
nale. Era finalmente incaricata di liquidare le pensioni 
civili e militari accordate dalle leggi, procedendo nelle 
forme e nei modi stabiliti dai vigenti Regolamenti. 

TI Presidente e il Procurator Generale, soltanto, erano 
fìssi, e venivano nominati dal Granduca, ed erano tolti 
tra i più elevati funzionari dell'Ordine giudiziario o 
amministrativo ; e così pure erano di nomina regia, 
ma annualmente, i Giudici consiglieri, i supplenti e 
gli uditori. 

Facevasì intanto sentire ogni giorno più, la neces- 
sità di provvedere all'erario. Nel 1846, il debito pub- 
blico era di 67 milioni, 634.000 lire toscane. Nel '47 il 
disavanzo crebbe a 2 milioni 260.000 lire. Nel '48 crebbe 
enormemente, imperocché le spese ascesero a 36 mi-, 
lioni 629.000 lire. Per supplire, tanto il Ministero de- 
mocratico quanto il Governo Provvisorio, e poi anche 
la restaurazione, fecero il possibile, ricorrendo a prov- 
vedimenti finanziari che, o per un motivo e per un 
altro, non poterono attuarsi. Si giudicò pertanto ne- 
cessario di ricorrere ad un imprestito sufficiente. 
Quindi, ai 31 d'ottobre del 1849, il Granduca decretò: 
Il ministero delle finanze è autorizzato dì procurare al 
tesoro la somma di 30 milioni di lire in anticipazione 
dei cànoni dell'azienda dei tabacchi. Tale operazione 
dovrà farsi mediante la emissione di 30.000 obbliga- 
zioni o cartelle di debito a carico del tesoro, del va- 
lore in capitale di lire mille ciascuna. Le dette cartelle 
saranno fruttifere alla ragione del 5 per cento all'anno. 
Oltre questo interesse, ì possessori godranno un premio 
del decimo del capitale nell'atto dell'estinzione. Per 
l'estinzione del capitale e del pagamento dei frutti 
annui rimane assegnata la somma di 2 milioni, e 
100.000 lire all'anno da prelevarsi sulla rendita dei ta- 
bacchi. Oltre questa somma, viene pure annualmente 
assegnala sulla rendita dell'azienda medesima, altra 
somma da estendersi fino a 200.000 lire all'anno per 



Capitolo XX[I[ 297 



supplire al pagamento dei premi da farsi ai possessori 
nelle estinzioni. Questa si farà con progressivo aumento 
nello spazio di 25 anni, dal 1850 al 1875. 

Nello spazio di due mesi, il governo vendette 21.550 
cartelle. Ai 29 di dicembre annunziò che se ne riser- 
bava tremila per valersene a compensare i debiti dello 
Stato. Delle residuali 18.550, in quel giorno ne vendette 
detìnitivaraente al banchiere Bastogi di Livorno 10.315 
al saggio dell'87 0|0, e per le residuali 8,235 ne affldò 
in commissione la vendita al Bastogi stesso, da effet- 
tuarsi ad un saggio non mai inferiore deir87 0[0. 

Una nuova occasione ai lamenti popolari pòrse il 
chiamare ufficiali napoletani per riordinare la gendar- 
meria toscana; quasi volessesi mettere in sullo stesso 
pie e adoperare al medesimo fine. Certamente furono 
vestiti della medesima assisa, che, divenuta nel regno 
odiosissima per le passate crudeltà, era stata mutata 
nel 18i8. E forse si aveva in animo di renderla, come 
nel reame delle Due Sicilie, prepotente e feroce, se 
non vi avesse fatto ostacolo la natura dei Toscani. 
Cominciarono i Napoletani a commettere atti di arbitrio, 
ma trovaron chi loro seppe mostrare i denti. Il fatto 
sta che le contese erano frequenti ; e finalmente, per 
evitare questioni gravissime, gli ufficiali napoletani 
furono richiamati, e la gendarmeria toscana venne 
comandata da ufficiali della stessa regione. 

In questi medesimi giorni avveniva un fatto, che 
produsse, negli animi delle popolazioni toscane, sdegno, 
dolore ed umiliazione grandissima. 



(»y|^ 



CAPITOLO XXIV. 

Convenzione fra l'Austria e la Toscana per il mantenimento 
delle milizie austriache nel Granducato. — Ritiro dei mi- 
nistri Capoquadri e Mazzei. — Indignazione dei costituzio- 
nali per la Convenzione suddetta. — Apatia della popola- 
zione. — Il Granduca colla sua famiglia, accompagnato dal 
ministro Corsini, parte per Vienna. — Meìnorandum conte- 
nente le istruzioni per il duca di Casigliano. - Il Baldas- 
seroni, chiamato dal Granduca, si reca egli pure nella ca- 
pitale austriaca. — Colloqui dei due Ministri toscani col 
principe di Schwarzenberg. — I Francesi assediano Roma. 

— Codardia del re Ferdinando II di Napoli. — Fine della Re- 
pubblica Romana. — La questione dello Statuto toscano 
discussa a Vienna. — Ingenuità del Baldasseroni e scaltrezza 
del principe di Schwarzenberg. — Lettera circolare alle 
Corti di Roma, di Napoli, di Parma, e di Modena sulla con- 
servazione dello Statuto costituzionale e risposta delle me- 
desime. — Ritorno del Granduca e della sua famiglia in To- 
scana. — Nomina di due ministri in sostituzione del Capo- 
quadri e del Mazzei. — Gli ufficiali austriaci vogliono solen- 
nizzare la vittoria di Novara. — Proteste del governo sardo. 

— La Commemorazione non ha luogo altrimenti. — Dispaccio 
del marchese Brignole ministro Sardo a Vienna sull'antipatia 
del principe di Schwarzenberg riguardo all'Italia. — Decreto 
del Granduca, che sospende lo Statuto costituzionale. — Let- 
tera del Comune di Firenze contro la suddetta sospensione. 

— Destituzione del Gonfaloniere Peruzzi. - Impedimenti a 
celebrare la memoria dei Toscani caduti a Curtatone e a 
Montanara. — Nobile e generoso contegno del principe di 
Lichtenstein. — Il Re di Napoli e la Sicilia. — Bugiarde pro- 
messe di Ferdinando II. — La Sicilia ritorna sotto la domi- 
nazione borbonica. — La reazione trionfante. — Morte di 
uomini illustri. 

Nel capitolo antecedente abbiamo parlalo delle con- 
dizioni tinanziarie della Toscana nel 1SÌ9, ed abbiamo 



Capitolo XXIll 299 



accennato altresì ai provvedimenti presi dal governo 
per rimediare, se non in tutto, almeno in parte, al di- 
sagio del pubblico erario. Ciò non ostante, il Granduca 
ed i suoi Ministri firmavano una Convenzione col- 
r Austria pel mantenimento delle milizie imperiali nel 
Granducato. Questa malaugurata Convenzione non solo 
offendeva il sentimento patriottico della popolazione, 
ma recava pure un aggravio non piccolo alle finanze 
del paese. Il Baldasseroni {Cicero prò domo sua) difende 
la Convenzione, chiamandola « necessaria ed inevita- 
bile »; ma le sue difese non reggono ad una critica 
severa ed imparziale. Egli fa una distinzione fra un 
corpo di truppe cVocciipasione e un corpo di truppe 
ausiliarie. Come se non fosse la' stessa cosa! Si scaglia 
poi contro coloro, i quali fecero il viso dell'arme a 
questa Convenzione, e specialmente contro la stampa 
piemontese, che biasimava la Convenzione medesima 
e diceva che, a causa di ciò, la Toscana era divenuta 
né più né meno che una provincia austriaca (1). 1 due 
ministri Capoquadri e Mazzei, i quali si erano sempre 
dichiarati contrari all'intervento austriaco, chiesero di 
essero esonerali dall'ufficio che ricoprivano, e il Gran- 
duca accolse la loro domanda. 

L'Imperatore d'Austria e il Granduca di Toscana 
fecero dunque un Trattato così concepito : Che il corpo 
delle milizie austriache da rimanere nel Granducato 
dovesse essere di lO.CHJO uomini; che detto numero si 
potesse variare d'accordo ; come pure pel totale sgom- 
bramento si richiedesse l'assentimento d'ambe le parti; 
che l'Imperatore dovesse pensare a pagarle e a ve- 
stirle, e il Granduca a fornirle dì vettovaglie e di abi- 
tazione ; che finalmente il comando appartenesse solo 
all'Imperatore, e fosse obbligo nel Granduca di met- 
tere in istato di difesa i forti delle città, da essere 
occupati dai soldati imperlali. 

1 Costituzionali si risentirono per questa convenzione 
che, com'essi dicevano, era contraria allo Statato. E 



(I) l?Ar.i)ASSEnoNi, op. cit., pag. 408. 



3U0 La Toscana dal 1824 al 1859 

questi signori mostravano davvero di essere ingenui, 
non accorgendosi che lo Statuto era divenuta quasi 
lettera morta, e che la fine di esso era prossima. E 
c'è di più ancora ; mentre costoro sbraitavano, e i 
fogli ministeriali li rimbeccavano, il popolo si mostrava 
quasi nauseato di queste discussioni, e, nella sua pro- 
verbiale apatia, lasciava che le cose andassero per la 
loro china; che quel vano battagliare non faceva per 
nulla mutare lo stato delle cose. 

Appena conclusa la Convenzione coli' Austria, il 
Granduca, accompagnato dalla sua famiglia, partì per 
alla volta di Vienna, conducendo seco don Andrea 
Corsini, duca di Casigliano, ministro degli affari esteri. 
L'istoriografo di Leopoldo II dice che quest'ultima 
circostanza parve volesse dare al viaggio un carattere 
ufficiale, piuttosto che di visita ufficiosa. E poi sog- 
giunge : « E in verità era impossibile che nelle condi- 
zioni, nelle quali allora trovavasi la Toscana, l'incontro 
e la temperarla convivenza dei due sovrani non des- 
sero luogo a comunicazioni e a concerti attorno alle 
questioni politiche del tempo ed alle vertenze di ogni 
genere interessanti i due governi. In questa previsione 
il Granduca desiderò avere presso di sé un ministro, 
e fissò subito la sua scelta sopra il Duca di Casigliano. 
Furon per altro preventivamente studiate le materie 
che poteva presumersi fossero per venire in discussione, 
e sopra le quali il Ministro toscano avrebbe dovuto e 
potuto richiamare l'attenzione del Gabinetto di Vienna » . 
Quindi il Corsini ebbe a propria guida istruzioni assai 
particolareggiate, raccolte, sotto il titolo di Memo- 
randum, in un documento compilato in pieno accordo 
nel Consiglio dei ministri ed approvato dal Sovrano (1). 



(I) Questo docuinenlo fu pubblicato per ejctensnm dal Geiinarelli 
neìVEjnstolario politico toscano, da pag. 133 a pag. 143. — Crediamo 
opportuno di riportarne i seguenti passi : 

« S. M. rimperalore lia prestato e presta al Granduca suo parente 
ed alleato un soccorso, del (|ualc e il Granduca e il suo governo ri- 
conoscono l'importanza e gli professano la dovuta gratitudine. 

* Ma (|ucsto soccorso è sicuramente motivato prima da iirincipì gè- 



CiipiLolo XXIV oOl 

Alcuni giorni dopo il suo arrivo a Vienna, il Gran- 
duca sentì manifestarsi ripetutamente il desiderio di 
vedere in quella capitale il cav. Baldasseroni, Presi- 
dente del Consiglio dei Ministri, « nella cui persona 
egli volle, in ragione del titolo, supporre rappresentata 
la politica del governo, e concentrata la direzione ge- 
nerale degli affari (1) ». 11 Baldasseroni partì per 
Vienna nella seconda metà di giugno del 1850. Ivi si 
trattenne sino alla fine di agosto, e tornò a Firenze 
insieme col Granduca e colla sua famiglia. 

Il principe di Schwarzenberg, che allora era a capo 
del Ministero austriaco, volle, parlando col Baldasse- 
roni e col duca di Casigliano, insinuare che il Gran- 
duca erasi lasciato un po' troppo trascinare dalla cor- 
rente rivoluzionaria, accordando lo Statuto e movendo 
guerra all'Austria. Ma il Baldasseroni con bella ma- 
niera gli fece capire che non dovevasi far tanto caso 
delle vicende toscane, né esser luogo a meravigliarsi 



iierali che si rile<,'ano con il manlenimento dell'ordine in Europa, e poi 
dal benevolo concetto di sostenere l'autorità del Granduca e di raflor- 
zarne il governo. 

« Per raggiungere però ((uesto duplice sco])o, il Granduca ha bisogno 
prima di una forza morale, poi di quella materiale ; e la jìrima non 
può emergere se non dall'opinione che l'autonomia della Toscana è ri- 
spettata, che l'indipendenza della sovranità del Granduca è tutelata dal 
benevolo ausiliatore, e che il soccorso, in una parola, sostiene e non 
umilia Tausiliato. 

«Né si contrasta la giusta e ragionevole inlluenza che l'Austria deve 
oggi avere sulla Toscana; questa inlluenza emerge da troppe sorgenti 
per essere oppugnata: è una condizione di fatto a cui la Toscana non 
ha interesse a sol trarsi. 

«Ma è nell'interesse di ambe le parti che ([uesta influenza sm velata 
coi modi più dignitosi, né possa essere scambiata in un predominio, 
che, senza reale vantaggio della Potenza che volesse esercitarlo, anni- 
chilerebl)e ogni importanza politica nello Stato cui si volesse far sop- 
portare. 

« Di (|uì è la necessità che il militare austriaco qua stanziato soc- 
corra, e non imbarazzi il Governo, rispetti sempre nei Magistrati civili 
i Ministri del Granduca e nei Toscani i sudditi del medesimo, ed in 
parole ed in atti dia forza al governo, non scemandone ma facendone 
rispettare l'Autorità ». 

(I) Baldasseroni, op. cit., pag. 413. 



30'2 La Toiscaiia dal 18^i4 al 1859 

che il Granduca avesse dovuto subire una rivoluzione 
in Firenze, mentre che lo stesso Imperatore d'Austria 
l'aveva veduta nella sua capitale; ed essere cosa na- 
turale che avanti all'impeto di una bufera che schian- 
tava e piegava le querci, gli alberi minori non si reg- 
gessero. 11 principe di Schwarzenberg se ne mostrò 
persuaso ; e per verità, continua il Baldasseroni, « non 
accampò mai, neppure a modo d'insinuazione, la più 
piccola idea di predominio a carico dell'indipendenza e 
dignità del Granduca, né mosse domande conducenti 
ad impegni ed obbligazioni di qualsiasi specie al di là 
di quella buona e fiduciale intelligenza, che era con- 
naturale alle condizioni e alle relazioni delle due 
Corti (1) ». 

Il primo Ministro di Francesco Giuseppe sapeva be- 
nìssimo che ormai il Sovrano della Toscana era dive- 
nuto mancipio dell'Austria, e prevedeva che la sop- 
pressione dello Statuto toscano era ormai questione di 
tempo. Per conseguenza, non aveva bisogno di ricor- 
rere a insinuazioni, a sotterfugi, e molto meno a mi- 
nacce. 

Fino dall'anno antecedente, era caduta la Repubblica 
Romana. La Francia era intervenuta colle sue milizie, 
comandate dal generale Oudinot, duca di Reggio, per 
annientare la Repubblica e restaurare il governo ponti- 
ficio. Anche l'esercito napoletano, comandato dal re 
Ferdinando II in persona, era accorso in difesa del 
poter temporale del Papa. I triumviri mandarono 
contro di esso il generale Garibaldi, il quale, sebbene 
le sue milizie fossero inferiori per numero a quelle 
napoletane, diede ad esse una tremenda sconfitta, e 
obbligò l'esercito borbonico e il Re che lo comandava 
a prender la fuga, e a ripassare il confine (2). 

Il generale francese cinse Roma d'assedio, perdio 



(1) Baldasseronm, op. cit., pag. 414. 

(2) « Ferdinando nella notte, con ignominia che ingiustamente ricadde 
sull'esercito napolclano, l'uggiva, e per la via di Terracina rientrava 
nel regno, lasciando non vinto un campo ben munito per difesa e jicr 



i 



C;ipilolo.\MV 303 



vedeva di non poterla prendere d'assalto. 1 difensori 
dì Roma, guidati da Garibaldi, da ÌMedici e da Bixio, 
fecero prodigi di valore ; ma finalmente, dopo 28 giorni 
d'assedio e di bombardamento, avendo avuto notizia 
dell'avanzare degli Austriaci edelTintervenlo spagnuolo, 
visto che in Roma stessa erasi aperta e coronata la 
breccia, consumate quasi tutte le munizioni, il 2 di 
luglio, l'Assemblea, per evitare un inutile spargimento 
di sangue, aprì le porte ai Francesi. Il giorno 15, in 
mezzo all'universale cordoglio, fu restaurato il governo 
pontificio : e il potere venne assunto, in nome del papa, 
dai tre cardinali Altieri, Della Genga, e Vannìcelli, ì 
quali si abbandonarono alla più sfrenata reazione. Il 
popolino diede loro il nome dì Triumvirato rosso. Pio IX 
si trattenne a Portici presso il Re di Napoli, e fece ri- 
torno a Roma il 12 aprile del 1850. 

Quasi contemporaneamente alla caduta di Roma av- 
venne la caduta di Venezia, La mìsera città era stret- 
tamente bloccata per terra e per mare da un forte 
esercito austriaco. Eroica ne fu la resistenza, alla quale 
presero parte cittadini di ogni condizione, dall'opulento 
patrizio al povero gondoliere. Il forte dì Margbera, che 
la difendeva verso terra, non si arrese se non quando 
fu ridotto a un mucchio di rovine (26 maggio). Non 
ostante la perdita dì questo forte, la difesa durò an- 
cora. Venne poi il colèra a mietere nuove vittime nella 
valorosa e sventurata città. Esauriti tutti i mezzi pos- 
sibili dì difesa, devastata dal morbo, minacciata dalla 
fame. Venezia sì arrese il 22 d'agosto del 1849. Fu 
concessa facoltà di esulare a quei cittadini e soldati 
che lo desiderassero; e gli esuli furono moltissimi. 

La prolungata permanenza del Granduca di Toscana 
a Vienna aveva dato luogo, e giustamente, a timori e 
a sospetti, non solo nella parte eletta delia cittadì- 



natura fortissimo, e togliendo alla sua dinastia ogni prestigio militare. 
Il qiial procedere di re Ferdinando lo rese tanto più spregevole ai suoi 
sudditi ». X. Xisco, Fprdiììando II e il suo regno. Napoli, IMorano, 1884.. 
pag. 2(if). 



oOl l,j ToMiinu iliil IS'Ji- al 1S5!> 



nanza, ma anche nella diplomazia estera, accreditala 
presso la persona del Principe. Se questi timori fossero 
o no infondati, noi lo vedremo fra non molto. Il Bal- 
dasseroni, durante il tempo nel quale dimorò nella ca- 
pitale deirimpero Austriaco, si accorse che il gabinetto 
di Vienna studiava 1 mezzi « per ridurre all'atto i prin- 
cipi di governo rappresentativo, promulgati colle or- 
dinanze imperiali del 4 marzo 1849 ». Il primo Ministro 
di Leopoldo II crede, o finge di credere, che il gabi- 
netto di Vienna si occupasse seriamente di ciò, e stu- 
diasse i mezzi di concedere a ciascuno dei diversi regni 
soggetti all'Impero, una distinta rappresentanza con 
larghe attribuzioni legislative per tutte le materie di 
più particolare loro interesse; riserbata però sempre 
ad un Parlamento generale la prerogativa di conoscere 
gli affari più gravi ed interessanti l'universalità del- 
l'Impero medesimo (1). Che il principe di Schwarzen- 
berg abbia detto ciò al Baldasseroni, ninno lo pone 
in dubbio ; ma nella menle dei reggitori austriaci era 
ormai definitivamente stabilito di non accordare Sta- 
tuto alcuno ai popoli dell'Impero. Anzi, per completare 
la commedia, il Ministro imperiale interrogò, a nome 
del suo sovrano, le Corti di Napoli, di Roma, di Parma 
e di Modena, per sapere sotto qual punto di vista, in 
relazione al mantenimento della quiete d'Italia, avreb- 
bero esse riguardata la sollecita riattivazione in To- 
scana del sistema rappresentativo secondo lo Statuto 
del 1848. Ora noi domandiamo : Con qual diritto il ga- 
binetto di Vienna interrogava gli altri Stati della Pe- 
nisola per sapere da essi come avrebbero accolto il 
mantenimento dello Statuto costituzionale in Toscana ? 
E la Toscana non era forse uno Stato autonomo, che 
aveva il diritto di governarsi come meglio gli pareva 
e piaceva, senza bisogno di ricorrere all'approvazione 
degli altri Stati d'Italia ? Com'era da prevedersi, le ri- 
sposte di Napoli, di Roma, di Modena e di Parma furon 
perfettamente conformi ai desideri del gabinetto aulico, 



(1) Bai-hasscroxi. oj). cit., pag. il7. 




Il Marchese Ferdinando Bartolommei 



Capitolo XXIV '^0$ 



e perciò la Toscana, posta nel mezzo ai suddetti Stati, 
non poteva adottare una forma di governo diversa. Anzi 
il duca di Modena si mostrò molto meravigliato di es- 
sere interpellato sopra un tale argomento, poiché la 
sua fede politica e tutte le sue azioni erano bastante- 
mente pronunziate per la monarchia pura ed assoluta. 

11 30 d'agosto, il Granduca e la sua famiglia, accom- 
pagnati dal Baldasseroni, facevano ritorno a Firenze. 
Il Corsini ve li aveva preceduti di alcuni giorni. Bi- 
sognava intanto completare il Ministero per le dimis- 
sioni date dal Capoquadri e dal Mazzei. Il primo rimase 
associato al Consiglio di Stato in servizio straordinario, 
mentre il secondo entrò a farne parte effettiva. Il Gran- 
duca nominò Ministro dì Giustizia e Graziali Senatore 
Niccolò Lami, Regio Procurator Generale alla Corte 
Suprema di Cassazione ; e al Mazzei sostituiva nel Mi- 
nistero degli affari ecclesiastici il consigliere Giovanni 
Bologna, persona ben nota, e che aveva, anche nel bol- 
lore delle passioni dei partiti, riscossa la stima gene- 
rale, cresciuta a suo riguardo dopo che lasciò la Pre- 
sidenza del Buon Governo. 

Nel marzo di questo medesimo anno, 1850, gli uffi- 
ciali austriaci, residenti in Toscana, avevano delibe- 
rato di festeggiare rumorosamente in lutto il Grandu- 
cato la vittoria di Novara. Venuto a cognizione di ciò. 
Massimo D'Azeglio, allora Presidente del Consiglio dei 
Ministri del re Vittorio Emanuele, ordinò al marchese 
di Villamarina di risentirsene presso il duca di Casi- 
gliano, e di avvertirlo che egli lascierebbe Firenze con 
tutto il personale della legazione se la progettata so- 
lennità militare avesse avuto luogo. Il Ministro degli 
affari esteri lo assicurò che il governo toscano non lo 
avrebbe permesso. E fu così in realtà (i). 

Dopo di avere sconfìtto il Piemonte a Novara, e dopo 
di aver ridotto all'obbedienza Venezia, l'Austria, sicura 
della propria forza, mostravasi ogni giorno più spa- 
valda e prepotente. Il principe di Schwarzenberg non 



(1) Vedi N. Bianchi, op. cit., tom. VI, pag. 339. 
L. Cappelletti 



306 La Toscana dal 1824 al 1859 



nascondeva le proprie antipatie verso il Piemonte, ma 
le estendeva anche alla nazionalità italiana, che avrebbe 
voluto cancellare dal pensiero umano. Il marchese Bri- 
gnole-Sale, ministro sardo a Vienna, così ne scriveva 
al proprio governo: «Tutto ciò che si riferisce alla 
nazionalità italiana, tutto ciò che ricorda la gloriosa 
lotta da noi sostenuta onde farla trionfare, sveglia 
nell'animo del principe dì Schwarzenberg ombra e so- 
spetto. La sua avversione profonda alla causa italiana, 
la persuasione della stima che noi godiamo presso gli 
schietti amici di essa, la forma rappresentativa del 
nostro governo, la pubblicità delle discussioni, la li- 
bertà della stampa che serbiamo, tutto ciò lo rende 
sospettoso (1) ». 

Figuriamoci come nei suoi colloqui col Granduca 
Leopoldo li, il primo Ministro di Francesco Giuseppe 
facesse il possibile per catechizzarlo e ridurlo ligio ai 
propri voleri ! E con un uomo debole qual'era il Gran- 
duca non fu molto difficile ottenere l'intento bramato. 
Infatti, appena questi ebbe rimesso il piede in Firenze, 
emanò un decreto (21 settembre 1850), così concepito : 
« Considerando che le circostanze politiche d'Europa e 
maggiormente poi quelle particolari all'Italia ed alla 
Toscana, non ci hanno consentito né ci consentono, per 
ora, di nuovamente attuare quel governo rappresenta- 
tivo, che già da noi accordato nel febbraio del 1848, 
fu dalle violenze rivoluzionarie del febbraio 1849 suc- 
cessivamente distrutto, e che pur dichiarammo di vo- 
lere restaurare in guisa che non dovesse temersi la 
rinnovazione dei passati disordini ; 

« Considerando che sotto l'imperiosa prevalenza delle 
circostanze annunciate non è dato oggi di preferire il 
tempo sul quale l'attuale precario stato di cose potrà 
avere termine ; 

« E considerando, per ultimo, essere frattanto indi- 
spensabile che ritenuti, quanto più le condizioni del 



(1) Dispaccio Brignole al Ministro degli affari esteri in Torino, 
Vienna, 16 febbraio 1850. — Vedi N. Bianchi, loc. cit. 



Capitolo XXIV 30? 

tempo, il comportano, ì princìpi sanciti dallo Statuto, 
si provveda poi in modo spedito ed efficace alla mi- 
gliore amministrazione del paese ed a consolidare in 
esso l'ordine e la pubblica tranquillità; 

«Abbiamo decretato e decretiamo quanto segue: 
« Art. I - Il Consiglio Generale dei Deputati, la cui 
sessione fu aperta il 10 di gennaio 1849, e poi inter- 
rotta dalla rivoluzione del febbraio successivo, è di- 
sciolto. 

« Art. II - Fino a tanto che non potrà darsi luogo 
alla nuova Convocazione dell'Assemblea Legislativa, 
ogni potere sarà da Noi esercitato, sentito nei debiti 
casi il Consiglio di Stato, e ritenuto, quanto più le 
circostanze il comportino, i principi sanciti dallo Sta- 
tuto fondamentale». 

Appena pubblicato questo decreto nel Monitore To- 
scano, il Presidente del Consiglio diramava una circo- 
la -^ ai Prefetti e Governatori del Granducato, nella 
quale diceva « esser sembrato più dignitoso e più con- 
forme alla pubblica opinione il manifestare esplicita- 
mente la impossibilità di restaurare il sistema del go- 
verno rappresentativo, anziché proseguire ulterior- 
mente col fatto in un andamento di governo di forme 
così eccezionali, che ne traevano pretesto le malevole 
recriminazioni di alcuni o le intempestive né razio- 
nali sollecitazioni di altri, che non sanno o non vo- 
gliono rendersi conto di condizioni e di circostanze a 
cui, per il bene del Paese, deve il Governo necessa- 
riamente accomodarsi, quando a lui non è dato farle 
diverse da quelle che sono ». 

La Circolare finiva con queste parole : « L'augusto 
Principe e il suo governo desiderano che i decreti dei 
21 e 22 settembre p. p., così nei loro motivi come nelle 
loro disposizioni, ricevano quella giusta e leale inter- 
pretazione che è più conforme allo spirito che li ha 
dettati: altronde quella stessa suprema ragione di 
Stato, la quale voleva che fossero emanali, vuole che 
siano a dovere osservati e considerati come la base 
dell'attuale precario stato di cose ». 



308 La toscana dal 1824 al 1859 

I Toscani considerarono il decreto del 21 settembre 
come preludio all'abolizione dello Statuto; e il Ma- 
gistrato dei Priori di Firenze invitò il Gonfaloniere 
Ubaldìno Peruzzi a preparare una rispettosa istanza 
al Granduca contro l'atto medesimo. Tosto, il Gonfa- 
loniere adunò il Consiglio Municipale, il quale approvò 
di inviare il reclamo al Principe, dove, ricordandogli 
le sue promesse, aggiungevano che le prove di fiducia 
e di fedeltà dategli dalla città di Firenze, erano per 
cangiarsi in cause dì diffidenza e di turbazione per la 
indeterminata sospensione degli animi sulla futura 
sorte dello Statuto. 

Alcuni consiglieri esposero il dubbio se il Municipio 
fosse competente ad assumere l'iniziativa di un atto 
di sua natura politico; ma la maggior parte fu di pa- 
rere contrario. Quindi fu messo a partito: Se conve- 
nisse presentare al Principe una supplica rispettosa in 
riguardo al decreto del 21 settembre 1850. Fu delibe- 
rato affermativamente con 26 voti favorevoli contro 
6 contrari. 

II Governo se ne risentì, perchè i Municìpi, — esso 
diceva — così pronunziandosi, uscivano dall'orbita 
delle loro competenze amministrative, si arrogavano 
ingerenze politiche, sovvertivano ogni principio, fosse 
puranco di diritto costituzionale. Il Gonfaloniere Pe- 
ruzzi, il quale non era veramente il promotore della 
protesta, ma che non seppe, non potè o non volle pre- 
venirla, fu destituito. Di qui l'abbandono dì lui alla 
causa dinastica, alla quale fino allora non aveva ces- 
sato di appartenere. Il Governo fu troppo precipitoso; 
esso doveva limitarsi ad un severo rimprovero al Capo 
del Municipio, ma non cassarlo dall' uflìcìo come fosse 
un impiegatuccìo qualunque. E qualora il Gonfaloniere 
avesse protestato contro la censura inflittagli, allora 
soltanto era il caso di destituirlo. Il Consiglio dei Mi- 
nistri cercò dì dargli un successore fra i nobili fioren- 
tini, ma nessuno, compresi i più umili servitori e 
ciamberlanì di Corte, volle accettare. Al marchese Leo- 
netti fu quasi imposto di occupare quell'alto ufficio ; 



Capitolo XXIV 309 



e sebbene egli non avesse mai dato segno dì animo 
forte, pure coraggiosamente rifiutò. 

Erano ormai trascorsi due anni da che i Toscani, 
combattendo in esiguo numero contro un esercito sei 
volte più numeroso e bene agguerrito, avevano tenuto 
fronte al nemico sui campi di Curtatone e di Monta- 
nara. La popolazione fiorentina volle, secondo il solito, 
celebrare quel fatto con funebre solennità. 11 Governo, 
che vi scorgeva una dimostrazione della quale la sol- 
datesca austriaca, chiamata ausiliaria, avrebbe potuto 
offendersene, non voleva permetterlo: ma il principe 
di Lichtenstein, supremo comandante della medesima, 
scrisse al ministro della guerra una lettera nella quale 
dicevagli , essere dolente che, per colpa sua, non si 
rendessero i debiti onori alla memoria di coloro, che 
combatterono e perirono da forti ; e se egli non assis- 
teva a questo santo ufficio era per non arrecare di- 
spiacere a chicchessia, ma protestava che sarebbesi di 
ciò tenuto onorato e come soldato, e come uno che 
ebbe occasione di ammirare la loro bravura. 

Questo contegno del generale austriaco fu un colpo 
di mazza sul capo dei governanti toscani. Ecco, dice- 
vasi, se noi possiamo pregar pace per le anime dei 
nostri cari, non è per il beneplacito dei ministri del 
Granduca, ma per la generosità dei nostri nemici ; 
dunque siamo governati da uomini più tedeschi degli 
stessi tedeschi ; e poi ci vengano a dire che, per ca- 
gione di quelli, non possono radunare il Parlamento, 
e son costretti a usare rigorose odiosità. Si può essere 
più menzogneri di cosi? 

Cercavano i ministri di scolparsi da queste accuse, 
ma non ci riuscivano ; e allora, tanto per vendicarsi, 
raddoppiavano le angherie e i rigori. Ormai il partito 
liberale era quasi schiacciato in tutta la Penisola, se 
si eccettui il Piemonte, dove un giovine re valoroso e 
leale teneva alto il vessillo tricolore, e manteneva la 
Costituzione largita dal padre suo. 

Come Roma e Venezia, che eran tornate sotto la do- 
minazione teocratica ed austriaca, anche la Sicilia, 



310 La Toscana dal 1824 al 18ò9 

dopo aver eroicamente resistito, era stata costretta a 
capitolare. Le città di Messina, di Catania e di Sira- 
cusa erano cadute, l'una dopo l'altra, in potere di Fer- 
dinando II. Ultima cadde Palermo. Sin dalla fine di 
aprile, raramiraglio francese Baudin fece pervenire 
al gov'erno siciliano l'offerta dei suoi buoni uffici per 
un accomodamento col re Ferdinando. Egli dava si- 
curtà che, negoziando, si sarebbero conservate alla 
Sicilia le concessioni fatte dal re di Napoli nell'itZ^t- 
matiim di Gaeta. Il Ministero comunicò questa offerta 
ai due rami del Parlamento, che a maggioranza l'ac- 
colsero. Ferdinando, vantandosi di essere nato in Si- 
cilia e di avere un cuore siciliano, fece sperare ai Mi- 
nistri di Francia e d'Inghilterra un governo civile ed 
umano. Egli mentiva spudoratamente. « Il 15 maggio 
del i849> le soldatesche regie entravano in Palermo, 
ove il vessillo borbonico, non più inquadrato in lista 
ai tre colori italiani, sventolò a testificare alla Sicilia 
che essa era ricaduta sotto una signoria piena, asso- 
luta, implacabile, truculente (1) », 

L'Austria dunque non aveva più nulla a desiderare. 
Essa aveva prostrato il Piemonte a Novara ; aveva 
riacquistato il Regno Lombardo-Veneto ; aveva domato 
l'Ungheria ; aveva cooperato a restituire al Papa i 
suoi Stati ; teneva guarnigione in Toscana, nelle Le- 
gazioni, a Modena e a Parma. La Costituzione poteva 
dirsi quasi abolita da per tutto ; e i popoli rimanevano 
muti e costernati, senza avere il coraggio di ribellarsi 
dinanzi al tradimento, alla mala fede, alla tirannia 
dei Principi. Gli occhi degli amatori di libertà si ri- 
volgevano timidamente verso il Piemonte, donde spera- 
vano uscisse un raggio di luce, che squarciasse le 
tenebre dell'assolutismo, il quale opprimeva tutta la 
Penisola. Ma non passeranno dieci anni che l'Italia 
si sveglierà dal suo letargo per riacquistare, in breve 
volger di tempo, la propria libertà e la propria indi- 
pendenza. • 



(1) N. Bi.vxcui, op. cit., tom. VI, pag. 194. 



Capitolo XXIV 311 



La tristezza pubblica era accresciuta dalla morte di 
tre uomini illustri : Lorenzo Bartoliui, famoso scultore, 
luce e gloria delle arti moderne ; Giuseppe Pianigiani, 
senese, ingegnere lodatissimo per opere pubbliche, che 
attestano del pari il suo valore e la sua onestà ; e Giu- 
seppe Giusti poeta satirico, del quale abbiamo già par- 
lato in queste pagine. Il Giusti, non ostante gli strali 
da lui lanciati contro il Principe e contro il suo go- 
verno, non soffrì la più piccola noia. Quando il Le 
Monnier pubblicò la prima edizione delle sue Poesie, 
il Granduca ne mandò a comprare due copie (1). 

Giuseppe Giusti ebbe, come il Beranger in Francia, 
il popolo per suo ispiratore; ed infatti esso lo ispirò 
coi suoi ricordi, coi suoi sentimenti, coi suoi istinti, 
come anche ai suoi pregiudizi e colle sue debolezze. 



(1) « A lode del f;overno toscano, bisogna dire che anche G. Battista 
Niccolini non sofferse nessuna persecuzione; ed è noto che Leopoldo II 
mandò apposta un suo domestico alla tipografia Le Monnier a comprare 
una copia delVArnaldo da Brescia ». D'An'cona, Ricordi storici del 
Risorgimento italiano, pag. 196. 



CAPITOLO XXV. 

Nomina di un Commissario straordinario per la città di Livorno. 

— Ingiuste pretensioni dell'Inghilterra respinte dal governo 
toscano. — Tumulti nel tempio di Santa Croce il 29 di mag 
gio del 1851. — La gendarmeria aggredisce i cittadini inermi. 

— Rigori polizieschi. — Il marchese Ferdinando Bartolom- 
mei. — Suo processo. — Il padre Vincenzo Marchese, sfrat- 
tato dalla Toscana. — Provvedimenti finanziari. — Mezzi 
messi in opera dal Ministero per colmare il disavanzo. — Ri- 
forma degli organici. — I Ministri riducono, ciascuno, il 
proprio stipendio. — L'Arciduca Ferdinando Massimiliano, 
fratello dell'imperatore d'Austria, visita la Toscana. — Ar- 
rivo in Firenze di Carlo III, duca di Parma. — Differenza fra 
il regime della Toscana e quello degli altri Stati d'Italia. — 
Processi e giudizi nel reame di Napoli. — Crudeli sevizie 
contro i liberali arrestati. — I bagni di Nisida e d'Ischia. — 
Lettere di Guglielmo Gladstone al conte di Aberdeen. — Im- 
pressione che esse producono in tutta quanta l'Europa. — 
Il governo napoletano tenta, ma invano, di difendersi da 
queste terribili accuse. — Missione a Roma del Consigliere 
Giovanni Baldasseroni. — Scopo di questa missione. — Il 
Concordato fra la Toscana e la Santa Sede. — Il potere laico 
sottoposto al potere ecclesiastico. — Biasimi che ne vengono 
al Granduca ed ai suoi Ministri. — La lega doganale fra i 
diversi Stati d'Italia, abortita. — Contegno del re di Napoli 
in questa circostanza. — Ritorno del Baldasseroni in Firenze 

— Cambiamento di governo in Francia. — Il colpo di Stato 
del 2 dicembre 1851. — Ripristinamento dell'Impero. — Na- 
poleone III Imperatore dei Francesi. 

Dopo la restaurazione granducale, il Consiglio dei 
Ministri credette opportuno di non ripristinare il Go- 
verno Civile e Militare in Livorno, allo scopo forse di 
non far nascere un dualismo fra il Governatore e il 



Capitolo XXV 313 

Comandante delle milizie austriache in quella città. E 
nominò perciò un Commissario straordinario nella per- 
sona del cav. avv. Primo Ronchivecchi, Consigliere 
aggregato alla Corte Regia di Firenze. Questi rimase 
in Livorno (esercitandovi le funzioni di Governatore) 
fìuo alla partenza degli Austriaci dalla Toscana. 

Sir Giorgio Hamilton, ministro britannico in Firenze, 
aveva chiesto al Granduca, in nome del proprio go- 
verno, un indennizzo dei danni sofferti dai sudditi in- 
glesi in Livorno, nel tempo che questa città fu assalita 
e presa dagli Austriaci. Leopoldo II ricusò, e con ra- 
gione, dicendo non esser giusto che egli avesse dovuto 
provvedere alla sorte dei sudditi inglesi più che non 
aveva fatto dei propri. Ma il Gabinetto di Londra, o 
per mercantesca avidità, o forse per fare le solite mosse 
liberalesche, osteggiando un governo, tornalo o vicino 
a tornare assoluto, non cessava d'insistere sulle sue 
pretensioni. Il Granduca allora scrisse all'imperatore 
Francesco Giuseppe, il quale se ne dolse colla regina 
Vittoria. Ma era tempo sprecato ; per conseguenza, fu 
creduto ben fatto di rimettere la differenza in un àr- 
bitro, la cui scelta fu cagione di nuovo dissidio. L'In- 
ghilterra aveva proposto il re di Sardegna, ma Leo- 
poldo li rifiutò, e in cambio prescelse l'imperatore di 
Russia. Questo, negozio però non ebbe piìi effetto ; ma 
bastò a rendere vieppiù odiosa l'autorità dei ministri 
toscani. 

I nostri lettori si ricorderanno come, nel maggio 
del 1850, si solennizzasse in Santa Croce il secondo 
anniversario del glorioso combattimento di Curlatone 
e Montanara, e come la commemorazione avesse luogo, 
strano a dirsi ! per l'interposizione del comandante su- 
premo delie forze austriache in Toscana. In quest'anno 
1851, e precisamente il 29 di maggio, i Fiorentini tras- 
sero in gran folla alla messa in Santa Croce, dove 
slava eretta la tavola di bronzo coi nomi dei Toscani 
morti nella guerra d'Italia. Il 29 di maggio ricorreva 
la festa dell'Ascensione, e sappiamo che i riti religiosi 
non permettono che in tal giorno si celebri una fun- 



314 La Toscana dal 18Ì4 al 1859 

zlone funebre. Il marchese Ferdinando Bartolommei, 
giovine patrizio fiorentino, di sentimenti liberali non 
mai. smentiti, scrisse, il 5 di maggio, una lettera al 
Prefetto di Firenze, nella quale lo pregava di voler ac- 
cordare il permesso per la suddetta commemorazione, 
la quale verrebbe fatta il giorno 28. Il Prefetto, certa- 
mente per ordine del Ministro dell'Interno, negò il per- 
messo ; e, contemporaneamente, spedì una circolare ai 
Sottoprefetti e delegati di governo del compartimento 
fiorentino, colla quale ordinava che fosse impedita, ad 
ogni costo, la stampa di un'epigrafe fatta in onore dei 
caduti nella giornata di Curtatone, 

Malgrado tutte le proibizioni e tutti i rigori polizie- 
schi, la cerimonia avvenne, sebbene il clero si fosse 
rifiutato di prendervi parte. 

La mattina del 29 maggio, un'immensa folla di po- 
polo, vestito a lutto, entrava a frotte in Santa Croce, 
e copriva sotto un cumulo di fiori e di rami di ci- 
presso la lapide consacrata a coloro che morirono com- 
battendo per la patria sui campi di Lombardia. Al- 
cuni stavano per discoprire la lapide suddetta, quando 
all'improvviso, dalle porte del tempio, sbucarono gen- 
darmi, appostati nelle sacrestie e nel chiostro, coU'arme 
in resta facendo impeto sulla moltitudine. Indescrivi- 
bile lo spavento delle donne, dei fanciulli, dei vecchi, 
lo scompiglio degl'inermi, l'indignazione dei pochi che, 
armati per caso di mazze, o dato di piglio alle sedie, 
tentavano di far resistenza alla furia della sbirraglia. 
La folla dei fuggenti accalcavasi alle porte, che si 
aprono sulla piazza, o a quelle dei chiostri per trovare 
uno scampo. Rimbombarono due o tre colpi di fucile, 
e fu detto poi dalla polizia che erano stati sparati in 
aria per dissipare l'assembramento ! Alla fine, come a 
Dio piacque, un drappello di soldati austriaci, accorsi 
da una vicina caserma, si spinse nel tempio, e con 
modi più umani riuscì a sgombrarlo, occupandolo mi- 
litarmente. 

I giornali, che si permisero di stigmatizzare quell'in- 
fame agguato, furono colpiti di sequestro e di sospen- 



Capitolo XXV 315 

sione; il Monitore Toscano adulterò i fatti, e volle far 
credere, con spudoratezza senza pari, che i gendarmi 
erano stati provocati dai cittadini. Di ciò che era av- 
venuto, s'incolparono i costituzionali e s'intentò un 
processo ai restauratori del 1849. Furono mandati a 
chiamare dal Prefetto, che fece loro una ramanzina, i 
signori prof. Ferdinando Zannetti, Francesco Farinola, 
Cosimo Ridolfì (i), Gino Capponi, Leopoldo Cempini, 
Fabio Uccelli e dott. Nespoli. 11 marchese Barlolommei 
ebbe dal Delegato di governo del quartiere di San Gio- 
vanni una citazione in data del 4 giugno, colla quale 
gli s'ingiungeva di recarsi presso il funzionario sud- 
detto. Ed egli infatti vi andò ; e da questo giorno ebbe 
principio il famoso processo pei fatti di Santa Croce, 
durante il quale molti cittadini di ogni classe sociale 
comparvero dinanzi ai magistrati. La polizia invelenì, 
più che altro, contro il Bartolommei, facendolo bersa- 
glio a vessazioni inaudite, quanto ridicole, perchè in- 
tendeva di punire in lui un patrizio, il quale si dimo- 
strava ribelle al legittimo sovrano (2). 

Ma non finirono qui i rigori polizieschi. Essi pren- 
devan pure di mira ottimi sacerdoti, dei quali l'ingegno, 
la pietà e la dottrina formavano il rispetto e l'ammi- 
razione della cittadinanza. Il padre Vincenzo Marchese, 
genovese di nascita, abitava nel Convento di S. Marco; 
egli occupavasi onorevolmente ad illustrare i dipinti 
degli artefici appartenenti all'Ordine dei predicatori. A 



(t) Lo Zini (op. cit., tom. I, pag. 332) si dimostra un po' troppo par- 
ziale verso i marchesi Cosimo Ridolfì e Ciao Capponi, che egli chiama 
più timidi che temperati ; e il primo della Casa granducale teneris- 
simo; «perocché — scrive lo Zini — lagnandosi il Ridolfì molto som- 
messamente col PriQcipe di quella strana vessazione, in modi e termini 
più di servitore che di altero cittadino, rammentava, come i più bei 
giorni della sua vita, quelli che aveva passato, quasi divenuto parte della 
famiglia del Principe, come aio dei suoi figli ». 

(2) Vedi l'interessante volume della signora Matilde Gioli-Barto- 
LOMMEi, intitolato: Il Rivolgimento toscano e fazione popolare (184-7- 
1860), dai Ricordi famigliari del marchese Ferdinando Bartolommei. 
Firenze, Barbèra, 1905; Capitolo IV, 



316 La Toscana dal 18Ji al 1859 

un tratto gli viene imposto di abbandonare la Toscana, 
che egli riguardava come sua seconda patria, sotto la 
calunniosa imputazione di essere nemico della reli- 
gione, del pontefice e del sovrano. Questo sfratto in- 
dignò tutta Firenze, la quale sapeva quanto pio, dotto 
ed integerrimo uomo fosse il padre Marchese. Il governo 
si accorse ben presto della ingiustizia commessa, e si 
affrettò a richiamare il dotto domenicano; ma questi, 
con nobile dignità, ricusò di tornare colà, dove al suo 
onore era stato fatto un così brutale oltraggio. 

Intanto il governo granducale erasi dato corpo ed 
anima a portar rimedio, come meglio fosse possibile, 
alla pubblica finanza. Un discreto aumento di rendita 
erasi già ottenuto, rinnovandosi l'appalto del tabacco, 
ed una qualche economia erasi pure ottenuta nelle 
spese di immediata dipendenza dal Ministero delle fi- 
nanze, occupato in quel medesimo tempo alla compi- 
lazione del bilancio preventivo dell'anno 1851. 

« Contando sopra le imposte allora in vigore, — scrive 
il Baldasseroni — non considerata però la tassa sulle 
rendite ipotecarie imposte per un solo anno, e con- 
trapponendovi le spese puramente ordinarie in quel 
più ristretto limite nel quale era sino allora riuscito 
restringerle, si avrebbe avuto per il 1851 un disavanzo 
di circa 3 milioni di lire. E come, anche sul parere 
del Consiglio di Stato, era stabilito che se alle spese 
straordinarie poteva supplirsi con risorse straordi- 
narie, ì carichi ordinari dovevano essere sostenuti con 
mezzi ordinari, ne veniva la dolorosa ma necessaria 
conseguenza di dover trovare alle entrate un aumento 
di circa 3 milioni di lire, quanti costituivano il disa- 
vanzo accennato (l) ». 

Sul voto concorde del Consiglio di Stato i mezzi meno 
tristi per conseguire quel fine furono i seguenti : 1» di 
riportare il prezzo del sale a soldi 4 la libbra, antico 
prezzo fino al ISiS ; 2» di riformare la legge e le tariffe 
dei diritti di bollo e registro, allora assai discrete, in 



(1) Baluasseroni, op. cit., pagg. 423-42t. 



Capitolo XXV 3! 7 

guisa da ricavarne presumibilmenle una maggiore ren- 
dita di un milione di lire ; 3° aumentare di circa un mi- 
lione la tassa prediale, portandola al ragguaglio del 
12 0|0 sulla cifra imponibile catastale ; 4° di aumentare 
di lire 420,000 la tassa di famiglia, il contingente della 
quale salì in tutto a lire 1,929,850, preordinandone il 
reparto per modo da colpire preferibilmente la ricchezza 
mobile e risparmiare gli agricoltori e i coloni. Con 
questi mezzi, approvali con sovrano decreto del 24 di- 
cembre 1850, la previsione delle entrate potè calco- 
larsi a lire 35,23i,900 con l'eccesso presunto di lire 36,000 
sopra le spese ordinarie contemplale in bilancio. Il 
quale venne reso pubblico, preceduto da estesa rela- 
zione e corredato dei necessari documenti (1). 

Ora, dobbiamo aggiungere che lo sbilancio della fi- 
nanza, provenendo esclusivamente dall'aumento veri- 
ficatosi nelle spese relative a diversi rami di pubblico 
servizio, per conseguenza dell'ordinamento dato ai 
medesimi dopo il 1847, ne conseguiva inesorabile il 
dilemma ; o riforma degli organici per avere una con- 
cludente e stabile diminuzione di spese, o rassegnarsi 
ai sacriQcì necessari a sostenerle. Ma ancora quei sa- 
criGcì avevano agli occhi del Principe e del Ministero 
un confine nella misura non esagerata delle forze eco- 
nomiche del paese ; cosicché, non volendo esporsi ad 
oltrepassarla, appariva manifesto il bisogno di restrin- 
gere i carichi in una proporzione adeguata alla co- 
mune possibilità di sopperirvi senza dissesto dei pub- 
blici e privati interessi. 

I Ministri intanto furono i primi a ridurre il loro sti- 
pendio, veramente non troppo lauto; a poco per volta, le 
finanze dello Stato cominciarono a migliorare; e allor- 
quando la Dinastia lorcnese lasciò la Toscana, nel 1859, 
si trovavano nella Depositeria Generale 175 milioni di lire 
toscane. Ed i ministri granducali, a parte i loro grandi 
difetti ed errori politici, erano di una rettitudine in- 
discutibile, e morirono tutti in onorata povertà ; e lo 



(l) Vedi Baidassebonm, loc. cit. 



3l8 La Toscana dal 1824 al 185S 

stesso Presidente del Consiglio, che aveva ammini- 
strate le finanze dello Stato per quasi 12 anni, moriva 
poverissimo. Unicuique suum! 

Verso la fine d'agosto di quest'anno 1851, l'arciduca 
Ferdinando Massimiliano (il futuro imperatore del Mes- 
sico), il quale faceva una crociera a bordo della nave 
da guerra, la Novara, si recò in Toscana. Giunto a 
Livorno, fu ricevuto dal Granduca, che aveva seco i 
giovinetti figli, arciduchi Ferdinando e Carlo, l'aiutante 
generale Senatore Giuseppe Sproni e due Ciamberlani 
di Corte. L'Arciduca Massimiliano era accompagnato 
dal colonnello conte di Crenneville e dal capitano di 
corvetta Visjac. Il Granduca ed i suoi ospiti partirono 
quasi subito per Firenze, dove alla stazione furon ri- 
cevuti dalle Autorità civili e militari; quindi si reca- 
rono alla Reggia dei Pitti, L'Arciduca austriaco si 
trattenne tre giorni in Firenze, durante i quali visitò 
i principali monumenti della città. Leopoldo II gli pre- 
sentò i propri ministri non che il Corpo diplomatico 
accreditato presso la sua persona. Il 2 di settembre 
Ferdinando Massimiliano fu a Lucca ed a Pisa ; e nella 
sera del 3 tornò a Livorno; donde, imbarcatosi di 
nuovo sulla Novara, prese la via di Trieste. 

Alcuni mesi prima della venuta dell'Arciduca Mas- 
similiano, era giunto a Firenze Carlo III di Borbone, 
duca di Parma, il qual era ben noto per le sue eccen- 
tricità e stravaganze. In un pranzo di Corte al Palazzo 
Pitti egli, senza nemmeno avvertirne il Granduca, si 
permise di fare un brindisi « alla prossima caduta di 
lord Palraerston ». Questa scappata (chiamiamola così, 
per non dir peggio), dispiacque moltissimo a Leo- 
poldo II, il quale, a quattr'occhi, fece le sue rimo- 
stranze al Duca, che si limitò a chiedergli scusa. 

Non ostante la quasi ripristinazione del regime asso- 
luto, la Toscana, sebbene avesse in casa gli Austriaci, 
non poteva affatto paragonarsi ai governi di Napoli, 
di Roma, di Modena e di Parma. Ivi era spenta ogni 
idea di civile libertà; e i sistemi tiranneschi della po- 
lizia angariavano i cittadini, dei quali le azioni non 



Capitolo ixV 319 

solo, ma anche i pensieri venivano inquisiti. A Napoli 
si apprestavano intanto nuovi processi di lesa maestà. 
Quarantasette persone erano state dal carcere tratte 
dinanzi ad una Commissione speciale per accusa di se- 
dizione. Ventiquattro di loro venivano condannate a 
consumare gran parte della vita in catene. Altro piìi 
tremendo processo cominciavasi per i casi del 15 mag- 
gio 1848. Alcuni fra gli autori o promotori di quel 
tristo avvenimento si trovavano fuori del regno. I ri- 
masti — e qui fu la loro grande colpa agli occhi del 
Governo — avevano continuato a peiseverare nell'os- 
servanza dello Statuto. E se col giudizio per l'unità ita- 
liana erano stati presi di mira Carlo Poerio e Luigi 
Settembrini, con quello del 15 maggio i principali odi 
si aggravavano contro Antonio Scialoia, Pier Silvestro 
Leopardi, Silvio Spaventa e il marchese Dragonetti, 
avvolgendoli con altri molti di nome oscuro, e da non 
dare ombra, per coprir meglio l'ira sotto forma di 
giudizio. 

Niccola Nìsco, uno dei martiri d'allora, e Luigi Set- 
tembrini hanno narrato le inenarrabili pene da essi sof- 
ferte negli ergastoli napoletani. Il ministro Fortunato e 
il Peccheneda, capo della polizia « consigliarono Ferdi- 
nando II — così narra il Nisco — di metterci fuori da 
ogni comunicazione col mondo, e fra gente che avrebbe 
fatto di noi la giustizia che la Corte non aveva saputo 
fare ». Siccome nell'orribile ergastolo d'Ischia, « costi- 
tuito nelle sepolture e nei sotterranei di una distrutta 
cattedrale, erano cacciati i più famosi camorristi di tutte 
le galere, e i forzati più lordi di vizi nefandi », c'era da 
sperare che costoro, un giorno o l'altro, avrebbero 
mandato all'altro mondo quei signori liberali, che si 
erano permessi di ribellarsi alla tirannia di Ferdi- 
nando II. E perciò questi infelici dal bagno di Nisida 
furono trasferiti a quello di Ischia. 

Un illustre uomo di Slato inglese, sir Guglielmo 
Gladstone, in un suo viaggio in Italia aveva visitato 
il bagno di Nisida ed aveva parlato col Nisco, col Poerio, 
col Pironti e cogli altri. Tornato a Londra, egli scrisse 



3^0 La Toscana dal 1824 al 1859 

due lettere al conte di Aberdeen, una colla data del 
7 aprile e l'altra del 14 luglio 1851. Queste due lettere, 
la seconda specialmente, erano una terribile requisi- 
toria contro Ferdinando II e il suo governo. Esse pro- 
dussero in tutta l'Europa un'indicibile e profon'da im- 
pressione. A Londra, a Parigi, a Torino, a Berlino ogni 
anima onesta fu scossa dalle terribili rivelazioni del- 
l'onorevole Statista inglese, e compresa da orrore e da 
ribrezzo verso i persecutori, da commiserazione e da 
affetto verso i perseguitati. In tutta la stampa perio- 
dica fu un coro d'imprecazioni contro il governo di 
Napoli, di pietosi auguri alle sue vittime. Otto succes- 
sive edizioni di quelle Lettere, tirate a più migliaia di 
copie, ebbero un rapido spaccio in Inghilterra; e furon 
poi tradotte in francese e in italiano. Nella lettera del 
7 aprile, il governo di Ferdinando II viene chiamato: 
« La negazione di Dio eretta a sistema di governo ». 

Le lettere di Gladstone furono sparse anche in Fi- 
renze e in altre città della Toscana, 11 marchese Riario 
Sforza, ministro di Ferdinando II presso la Corte gran- 
ducale, se ne risentì col duca di Casigliano ; il governo 
ordinò alla polizia di sequestrarle se le vedevano in 
qualche libreria, ma non potè proibire che fossero lette 
nelle abitazioni private. Non ostanti le difese di gente 
prezzolata, che tentò di riabilitare il governo borbo- 
nico vomitando le piìi plateali ingiurie contro il gen- 
tiluomo britannico, quelle Lettere tennero desta l'at- 
tenzione per tutta l'Europa, e al governo napoletano 
rimase l'appellativo di Negazione di Dio. 

Fra gli avvenimenti di questo tempo, primeggia quello 
riguardante le trattative che, nel primo semestre del 
1851, ebbero luogo in Roma fra la Santa Sede e la 
Toscana per la conclusione di un Concordato. Il Gran- 
duca alBdò l'incarico di iniziare e mandare a termine 
un tale affare al cavalier Baldasseroni, presidente del 
Consiglio dei Ministri. Egli partì ai primi dì marzo 
dell'anno predetto. Fu detto palesemente che colà si 
recava per vincere la contrarietà del governo pontifìcio 
e permettere che una linea di strada ferrata da Roma 



Capitolo XXV 321 

a Civilavecchia venisse a congiungersi colla Centrale 
toscana; a molti poi rfservatamente si disse che, nello 
slesso tempo, il Baldasseroni era incaricato di portare 
a fine le trattative colla Santa Sede circa il Concor- 
dato, iniziate, nel 1848, da Monsignor Giulio Boninsegni. 
Ma il principale oggetto di questa missione era tenuto 
segretissimo a tutti, fuorché al ministro Landucci, edera 
stato concertato in massima, personalmente, dal Gran- 
duca, dal Papa, dal re di Napoli e dal duca di Modena. 
L'indole di questo terzo e più rilevante incarico risul- 
terà manifesto dalla seguente lettera di Leopoldo II a 
Pio IX, in data dell'U marzo 1854: 
« Beatissimo Padre, 

«Questa mia lettera sarà presentata a Vostra San- 
« tità dal Consigliere Giovanni Baldasseroni, Presidente 
«del mio Consiglio dei Ministri, il quale, incaricato 
« espressamente da me, si reca a Roma per trattare 
« con Vostra Santità e col Governo di Lei, tre gravis- 
« simi subietti. Concerne il primo l'esame di alcuni 
« progetti di costruzione di strade ferrate, per mezzo 
«dei quali si giunga a comporre un congegno di re- 
« ciproca utilità per gli Stati pontifici e la Toscana, 
« capace di aumentare con pii!i solleciti mezzi di tra- 
« sporto gl'interessi dell'industria e del commercio, 
« che sono come la vita materiale di due paesi per si 
« lungo tratto limitrofi. 

« Questo subietto io ho collocato per primo, non per- 
« che sia da me reputato di maggior rilevanza in con- 
« fronto cogli altri seguenti ; ma perchè esso è quello 
« SOLO, a cui SI è potuto dare convenientemente pub- 
« blicità, e che corre ormai nelle bocche di tutti. 

« Il secondo riguarda l'affare del Concordato; ed io 
« credo che l'invio del Consigliere Baldasseroni sia per 
« mostrare a Vostra Santità la verace disposizione del- 
« l'animo mio ad offrire maniera di conciliazione e di 
« aggiustamento. 

« Il terzo ha la scopo d'intrapredere quella Confe- 
« rema, intorno alla ((uale la Santità Vostra possiede 
« già larghe informazioni. Concello è questo di alta 

L. Cappelletti 21 



3ÌÌ2 La toscana dai 1824 al 1859 

« politica inlernazionale, dalla cui Irallazione risulle- 
« ranno, se Dio ci soccorra, supremi vantaggi nell'ordi- 
« namento futuro degli Stati italiani ». 

L'Austria proibiva al governo pontificio di concedere 
facoltà di costruire vie ferrate attraverso al suo Stato, 
singolarmente per congiungere Ancona a Civitavecchia. 
Il governo pontificio voleva costruire questa linea, 
prima di parlare della congiunzione dei due mari per 
mezzo di strade ferrate, che avessero attraversata la 
Toscana, sia perchè temeva di stringere rapporti troppo 
facili colla Toscana medesima, che reputava rivolu- 
zionaria, sia perchè temeva un danno economico al 
suo Stato (1). 

Il 17 di marzo, il Baldasseroni era ricevuto, per la 
prima volta, in udienza dal Papa; e nel giorno stesso 
scriveva al Granduca il risultato della sua Conferenza 
sulle vìe ferrate, con queste parole : 

« Incominciando dalle strade ferrate, il Santo Padre 
« disse con ragione che non avrebbe mai potuto obbli- 
« garsi a non fare altre strade in direzione ai due mari 
« che quella per Toscana, in ispecie poi dopo che già 
« aveva fuori due atti che appellavano alla strada da Bo- 
« logna ad Ancona, e da Ancona a Roma. Si dimostrò 
« egli persuaso della poca probabilità che realmente 
« queste strade si facciano perora, ma ripetè che non 
« poteva obbligarsi a non le fare. Mi parveche accogliesse 
« le mie idee di tacere affatto su questo proposito, e deci- 
« samente aderì a sospendere per il momento una pub- 
« blicazìone che in questa condizione avrebbe potuto 
« sembrare quasi provocatrice per l'Austria. Si parlò 
« della strada senese, del prolungamento della mede- 
« sima, sopra di che il Santo Padre, riferendosi alla 
« preconcepita linea da Roma ad Ancona, ci lasciò spo- 
« rare che, quella fatta, una giunzione della medesima 
« alla senese sarebbe stala favorita. 



(I) Vedi l'opuscolo iiiionimo (ma scriUo dal (Jemiarelli), intitolalo i 
Iai Missione a Roma del canini. G. Baldasseroni nel ISòl, FirenzCj 
Barbèra. 1864. 



Capitolo XXV S'àS 

« Se il Gabinello di Vienna si ostina nella sua pre- 
« tesa nuocerà a sé, a noi, al Papa, ma non riuscirà 
« sicuramente ad ottenere quell'esorbitanza, contro la 
« quale il Governo pontificio è sostenuto anco dalla pub- 
« blica opinione. Io ho creduto potermi permettere di 
« scriverne confidenzialmente al Commendatore Len- 
« zoni, al doppio oggetto che coadiuvi la favorevole ri- 
« soluzione ». 

Queste sollecitazioni sortirono esito felice, perchè il 
barone di Hiìgel, ministro austriaco a Firenze, spediva 
il m marzo a Roma, al Conte Esterhazy istruzioni pre- 
cise del Gabinetto austriaco, colle quali lo autorizzava 
« di non insistere sulla prelesa d'impedire al Papa la 
costruzione della strada ferrata interna, diretta a legare 
Bologna con Ancona, nel tempo stesso questa con Roma 
e Civitavecchia »; e gli ordinava d'insistere presso il Go- 
verno pontificio, perchè si obbligasse ad operare nel più 
breve tempo possibile la giunzione colle strade ferrate 
toscane dalla parte di Siena. 11 Papa, avutane facoltà 
dall'Austria, prometteva di concedere la congiunzione 
della via ferrata centrale senese colla via, che da An- 
cona si dirigeva per Roma a Civitavecchia. 

« Così — dice l'opuscolo succitato — aveva compi- 
mento la prima parte della missione Baldasseroni, ed 
apparisce manifesto qual libertà fosse, sotto la prote- 
zione austriaca, quella del Governo temporale del Papa, 
che non poteva neppure autorizzare la costruzione 
di una via ferrala, senza il beneplacito del Gabinetto 
aulico ! (1) ». 

11 Baldasseroni narra le diverse fasi di questa sua 
missione presso il Papa ed il suo governo ; ma, com'è 
naturale, si difende dalle accuse mossegli fin da quando 
egli tornò da Roma ; ma, pure ammettendo la sua 
buona fede, i fatti spassionatamente narrati non pos- 
sono dargli ragione. 

Il famoso Covcordato, firmato dal Baldasseroni e dal 
Cardinale Antonelli in data del 25 aprile 1851, era, mu- 



(1) La Missione ctc, pag. 10. 



32i La toscana dal 1824 al t85f) 



tatiii mutandis, una seconda edizione con correzioni, 
modificazioni, ecc., del Concordato, concluso il 30 marzo 
del 1848, fra Monsignor Giulio Boninsegni e il Cardi- 
nale Carlo Vizzardelli. Questo Concordato non fu mai 
ratificato, perchè i governanti toscani non vollero ap- 
provare un atto, nel quale il prelodato iMonsignore 
aveva, secondo loro, oltrepassato il mandato assegna- 
togli. Fu dunque rimandato a Roma il Boninsegni. 
affinchè presentasse al Segretario di Stato nuove propo- 
ste, intese ad escludere o modificare non poche delle 
cose da lui già concordate. 

Ma neanche questa seconda missione raggiunse l'ef- 
fetto desiderato. Avvenuta la Restaurazione, si cre- 
dette opportuno tornare sull'argomento, ed ecco perchè 
il Granduca, d'accordo coi suoi ministri, inviò a Roma 
il Senatore Baldasseroni. Il i25 aprile 1851 il Concordato 
fu firmato dal Segretario di Stato di Pio IX e da! primo 
Ministro di Leopoldo 11. L'articolo 3» di questo Concor- 
dato diceva così : « È riserbata esclusivamente agli Ordi- 
« nari respettivi la censura preventiva delle opere e degli 
« scritti che trattano ex-professo di materie religiose. 
« Rimane poi agli stessi Vescovi sempre libero l'uso 
«dell'Autorità loro propria, per premunire ed allonta- 
« Ilare ì fedeli dalla lettura di qualunque libro perni- 
« cioso alla Religione ed alla morale ». Come si vede, 
l'Autorità civile si spogliava della prerogativa di sin- 
dacare e d'infrenare l'esercizio anche pubblico, della 
giurisdizione canonica episcopale, attribuiva esclusiva- 
mente agli Ordinari la censura preventiva delle opere e 
degli scritti che trattassero ex-professo di materie reli- 
giose. Di più, lo Stato si obbligava a prestar braccio 
alla Chiesa per l'esercizio dell'autorità ecclesiastica ; e, 
come diceva l'articolo IP, « nei reati qualificati come 
« contravvenzioni, cioè violazioni delle leggi di finanza, 
« sulla caccia ed altri simili, i Tribunali laici appliche- 
« ranno agli ecclesiastici solamente la pena pecuniaria, 
« esclusa ogni altra corporale ». 

Appena furon divulgate le prime voci di quell'accordo, 
levossi tale schiamazzo nei diari, nei pubblici convegni. 



Capitolo XXV 325 

nel Fòro, che i Ministri impaurili mancò poco non so- 
stassero ; ma poi, incalzati dalla Corte di Roma, pro- 
mulgarono, è vero, l'accordo, ma in pari tempo si stu- 
diarono di attenuarne le conseguenze per ammonimenti 
ai Vescovi, risicando ancora certe restrizioni, le quali, 
com'era naturale, i Vescovi non curarono, insistendo 
presso la Santa Sede affinchè il Governo stasse fedele 
alla lettera dei patti. Riguardo poi alla lega doganale, 
proposta dall'Austria, e della quale dovevano far parte 
il Papa, il Re delle due Sicilie, il Granduca di Toscana, 
il Duca di Modena e il Duca di Parma, essa non ebbe 
efletto; e dopo lunghe discussioni, sì capi che il re di 
Napoli non ne voleva affatto sapere. Ferdinando II, so- 
spettoso com'era, temeva che il Gabinetto di Vienna — 
e non aveva tutti i torti — volesse dominare completa- 
mente anche il reame delle Due Sicilie. 

Il Baldasseroni tornò a Firenze, « senza avere otte- 
nuto altro che vane speranze, in quanto alla congiun- 
zione delle vie ferrate toscane colle romane; senza esser 
riuscito a stringer la lega, dopo avere, per ottenere 
questi intenti, sacrificati i grandissimi vantaggi della 
legislazione leopoldina, già sanzionati da quasi seco- 
lare durata (1) ». 

Ed ora veniamo a parlare di un avvenimento, il quale 
doveva avere una grande influenza sui destini d'Europa. 
Fino dal 10 dicembre del 1848 il principe Luigi Napo- 
leone Bonaparte, era stato eletto Presidente della Re- 
pubblica francese. Egli era figlio di Luigi Bonaparte, ex- 
re d'Olanda, fratello di Napoleone I, e di Ortensia Beau- 
harnais. Quando prese in mano le redini del governo, 
la Francia si trovava in condizioni deplorevolissime; 
oberate le finanze, sciolto ogni vincolo d'autorità, la 
quiete e la sicurezza pubblica in balìa dei tumultuanti di 
piazza. L'Assemblea Nazionale, nella quale si cozzavano 
legittimisti, orleanìstì, repubblicani e clericali, andò 
tanto avanti nell'opera della reazione, che al Bonaparte 
fu facile discioglierla e disperderla. Nella notte dal 1° al 



(l) La Missione etc, pag. Ti. 



326 La Toscana dal 184i al 1S59 

2 dicembre del 1851, fece arrestare gli oppositori più 
autorevoli ; deportò quindi a Caienna 750 individui, e si 
attribuì pieni poteri. Questo colpo di Stato fu appro- 
vato da 7,439,216 voti, cbe lo nominarono Presidente 
decennale della Repubblica. Divenuto onnipotente, rior- 
dinò tutti i pubblici servizi, la stampa, la guardia na- 
zionale, la giustizia, l'istruzione e il credito. 11 2 di- 
cembre del 1852, anniversario del colpo di Stato, un 
Senatusconsulto lo nominava imperatore dei Francesi, 
confermato da 8,157,752 voti. Egli assumeva il nome di 
Napoleone III. Le potenze d'Europa, una dopo l'altra, 
lo riconobbero tutte; e il volgo, che è sempre adora- 
tore della forza, vi riconobbe il trionfo suo proprio 
contro la società aristocratica e contro la borghesia 
cólta e doviziosa: e ratificò col suo voto questo ripetuto 
passaggio dall'anarchia all'assolutismo. 



CAPITOLO XXVI. 

La Riforma Universitaria. — Clamori clie essa solleva. — Indi- 
gnazione dei Pisani e dei Senesi. — Riordinamento delle mi- 
lizie. — Il generale De Laugier viene collocato a riposo. — 
Ricerca di un Comandante Supremo delle truppe toscane. 

— Nomina del generale Ferrari da Grado. — Sue qualità 
personali. — Il Presidente del Consiglio assume l'iiiterini del 
Ministero della giierra. — Pretensioni della Curia Romana. 

— Giusti provvedimenti del Governo. — Furore del partito 
clericale. — I Ministri granducali reagiscono. — Lettera del 
Baldasseroni al marchese Bargagli. — II Cardinale Antonelli 
trova una via di accomodamento, — Corrispondenza episto- 
lare fra Pio IX e Leopoldo II. — Dissensioni fra il Granduca 
ed i suoi Ministri. — Questi sostengono il libero esercizio 
del culto per gli Ebrei e per gli acattolici. — Il Granduca 
in piena balia della Curia Romana. — Morte di Monsignor 
Parretti, Arcivescovo di Pisa. — Il Municipio di questa città 
delibera di consacrargli una lapide nel Camposanto ur- 
bano. — Il Governo vi si oppone. — Istituzione della Dire- 
zione Centrale dell'Arcliivio di Stato. — Riunione dei vari 
Archivi in un solo locale. — Bonificamento ed essiccazione del 
Canale di Bientina. — Ingrandimento del Porto di Livorno. 

— L'industria toscana all'Esposizione di Londra. — Solenne 
distribuzione dei premi. — Il Granduca istituisce la Deco- 
razione del Merito industriale. — Quali furono i primi de- 
corati. — Istituzione del Debito Pubblico. — Nascita dell'Ar- 
ciduca Giovanni Nepomuceno. — Future vicende di questo 
Principe. 

Una riforma, che fece grande strepito in tutta quanta 
la Toscana, fu quella Universitaria. Essa venne giudi- 
cata come vandalica ed inspirata da concetti di polizia 
reazionaria. Esani inianio dunque come andarono le 
cose. 11 Ì8 ottobre del 1851, compariva nel Monitore 
Toscano un sovrano decreto, che cominciava cosi : 



328 La Toscana dal 182i al 1859 

« Volendo ricomporre le Università Toscane in guisa 
che offrano un solo ed uniforme sistema d'insegna- 
mento, e provvedere non tanto ai ragionevoli risparmi 
di varie Amministrazioni, quanto ad una più equa re- 
partizione di studi, facendo tacere quegrinsegnamenti 
che, oltre ad essere prematuri nel tirocinio accademico, 
o inopportuni, sopraccaricano i giovani di lezioni ac- 
cessorie e rendono meno rapido e men sicuro il loro 
progresso nelle più essenziali discipline (l) ; 

« Sulla proposizione del Nostro Consiglio dei Mini- 
stri, abbiamo decretato e decretiamo quanto appresso : 
« Art. 1", Le due Università di Pisa e di Siena 
formeranno d'ora innanzi una sola generale e completa 
Università, distribuita nelle sei facoltà seguenti: Teo- 
logia, Giurisprudenza, Filosofia e Filologia, Medicina 
e Chirurgia, Scienze Matematiche e Scienze Naturali ; 
« Art. 2". Saranno nella città di Siena le due Fa- 
coltà di Teologia e Giurisprudenza ; ed in Pisa le altre 
facoltà di Filosofìa e Filologia, di Medicina e Chirur- 
gia, di Scienze Matematiche e di Scienze Naturali, con 
tutto il corredo dei Musei e dei Gabinetti che si ri- 
chiedono all'uopo ». 

Vengono quindi altri 17 articoli, nei quali si parla 
dell'insegnamento di giurisprudenza minore (Notariato), 
dell'anno preparatorio, delle tasse, di alcune cattedre 
abolite, degli stipendi dei professori, degli assistenti 
e degli altri impiegali di Cancelleria, etc, etc. 

11 Baldasseroni dimostra, per mezzo di cifre, come, 
per essere state le due Università fuse in una sola, 
l'erario ottenesse un risparmio annuo di lire 115, S5L 

Ciò non toglie però che questo smembramento delle 
due Università fosse, per parte del governo toscano, 
un atto degno di biasimo. I Senesi protestarono di- 
cendo, e con ragione, che mantenendo del proprio e 



(1) Le calledre, che questo decreto chiama, premature ed inopportune 
erano le seguenti: Filosofia del diritto, Archeologia e Storia. Pedagogia 
e Metodologia. Storia della Filosofia, Lingue Orientali, Agraria e Pa- 
storizia, e Veterinaria. 



Capitolo XXVI 329 



per la liberalilà degli Avi, la loro Università, non sa- 
pevano ialendeie con qual diritto dal Principe e dai 
suoi Ministri si facesse in brani (i). Ricordavano i Pi- 
sani l'antichità e nobiltà del loro Studio, ornamento 
bellissimo della Toscana e dell'Italia, protetto dai Me- 
dici, accresciuto dai Principi lorenesi, favorito da pa- 
recchi Pontefici. Ed, oltre a ciò, essi enumeravano i 
danni, che sarebbero venuti alla loro città per la di- 
minuzione di tanti giovani scolari. 11 Municipio, lo 
slesso Arcivescovo, tuttoché gravemente infermo, le 
persone più autorevoli di Pisa e di altre città della To- 
scana, si rivolsero direttamente al Granduca perchè 
volesse abrogare quell'iugìuslo decreto. Ma nulla pote- 
rono ottenere ; e Pisa e Siena dovettero chinare la 
fronte dinanzi a quell'atto arbitrario ed ingiusto. 

Intanto le cose che riguardavano la milizia, lascia- 
vano molto a desiderare in Toscana. Qui era davvero 
necessaria una radicale riforma. Gli uOiciali, fatte ra- 
rissime eccezioni, non avevano una completa istru- 
zione, e nella bassa forza difettava alquanto la disci- 
plina (2). Bisognava dunque prendere, e senza indugio, 
i necessari provvedimenti. La prolungala assenza del 
Granduca nel 1850 e quella del Presidente del Consi- 
siglio dei Ministri nei primi mesi del 1851, poi l'irre- 
solutezza del Granduca medesimo, che, in materia così 
grave, ondeggiava fra i diversi parliti che gli si pre- 
sentavano, fecero si che si protraesse un po' troppo 



(1) Riguardo all'aiilichità ed importanza deiri'iiiversità di Siena, veg- 
gansi due interessanti Monografie del mio illustre amico, comm. Prof. 
Domenico Barduzzi, la prima delle quali è intitolata: Docinìienfi per la 
R. Unioersità di Siena (1275-1479): e la seconda : La Scuola Medica 
di Siena durante il dominio francese (1804- 1814); slatupale entrambe 
in Siena dalla tipografìa Lazzeri nel 1910. 

(2) In una lettera diretta al Granduca dal IJe Laugier, in data di Sar- 
zana, -21 febbraio 1849, leggonsi queste parole : « L'assoluta mancanza 
« di denari, dell'intervento (piemontese) e della fede dogli ufiiciali tutto 

«ha rovinato Se io non fossi slato abbandonato vilmente dagli uf- 

♦ flciali, la causa era vinta! ....Negli ufficiali toscani, vilissimi e sper- 
« giuri due volto dimostratisi, non v'è da contare...,». Gen'n.auei.li, 
Epistolario politico toscano, ecc., pag. 9(5, 



330 La Toscana dal 182i al 1859 

un COSÌ deplorevole stato di cose. Il generale De Lau- 
gler dichiarò che non poteva sostenerlo più a lungo, 
e chiese al Granduca il suo collocamento a riposo. 
Leopoldo II sulle prime cercò di persuaderlo a rima- 
nere ; ma il generale fu irremovibile. Collocato a ri- 
poso il De Laugier, bisognava trovargli un succes- 
sore; cosa non tanto facile a conseguirsi. La persona, 
che verrebbe chiamata a sostituirlo, doveva assumere 
eziandio il comando generale delle milizie. In Toscana 
non eravi un ufficiale superiore adatto a ciò ; per con- 
seguenza, bisognò ricorrere all'estero. Un generale pie- 
montese non sarebbe stato gradito, e ciò per motivi 
facili a comprendersi. Si pensò ad un napoletano, e il 
Granduca ne scrisse al re Ferdinando, il quale rispose 
in sostanza «di non essere in grado di privarsi di un 
soggetto assolutamente buono e sperimentato, e non 
volerne dare altro della cui felice riuscita non fosse 
sicuro (l) ». Allora il Granduca diede l'incarico ai suoi 
ministri di domandare all'Austria un ufficiale intelli- 
gente e capace, associando però alla domanda la du- 
plice condizione che il soggetto fosse italiano, e dovesse 
essere riguardato, per tutti gli effetti, come suddito 
toscano. 11 principe di Schwarzenberg, a cui fu rivolta 
la domanda, fatte le opportune indagini, designò il 
colonnello Federigo Ferrari da Grado, onoratissimo 
ufficiale, che, nelle note caratteristiche, figurava me- 
ritevole di una pvomosioìie eccesionale. Chiamato a Ve- 
nezia dal ministro della guerra, egli accettò una po- 
sizione né chiesta né agognata. Appena fu nota a 
Firenze la sua accettazione, il Granduca lo nominò 
maggior generale. Dall'ottobre del 1851 al 27 aprile del 
1859, il Ferrari rimase a quel posto. Cominciò coll'equi- 
paggiare le truppe secondo gli usi moderni ; l'uniforme 
era simile alla austriaca, ma il colore era come quello 
delle monture di parata dei nostri ufficiali; perchè tanto 
il Granduca «luanto i suoi Ministri si dimostrarono re- 
cisamente contrari all'uniforme bianca. Il nuovo ge- 
li) Vedi l$Aij)AssKROxi, op. ci/., iia^. 1-5:]. 



Capitolo XXVI 331 



nerale fu accasato di essere troppo severo o, meglio, 
troppo meticoloso, riguardo alla disciplina: e ciò era 
vero. Però faceva addestrare spesso la soldatesca negli 
esercizi e nelle manovre, e ne coltivava l'istruzione, 
specialmente quella degli ufficiali. Allorché assunse il 
comando, trovò le milizie toscane poco disciplinate, e 
punto esperte nei militari esercizi ; gli ufflcìali supe- 
riori pii!i in vista si astiavano l'un l'altro: e qualcuno 
era anche giuocatore e crivellato dì debili. Quando il 
generale Ferrari se ne andò, lasciò alla Toscana un 
esercito ben disciplinalo, ben vestilo, discretamente 
istruito, e in cui regnava una moralità senza pari. E 
noi abbiamo veduto come parecchi ufficiali toscani ab- 
biano conseguito, e meritatamente, dei gradi eminenti 
nell'esercito italiano. 

Bisognava intanto provvedere al posto, lasciato va- 
cante dal De Laugier, di ministro della guerra; ma 
il Granduca, per prevenire ogni antagonismo e lasciare 
al generale Ferrari da Grado una libertà d'azione e 
una responsabilità corrispondente alla fiducia accor- 
datagli, pensò bene di non proporre a quel dicastero 
un altro ufficiale, ed affidò quindi al presidente dei 
Ministri ['interim del ministero della guerra, che egli 
resse tino alla caduta della dinastia lorenese. 

Il Baldasseroni, il quale credeva di aver reso un 
gran servizio allo Stato ed al Principe mercè la con- 
clusione del famoso Concordato colla Santa Sede, non 
tardò molto a pentirsene, poiché il Vaticano preten- 
deva di esercitare la propria inQuenza sul Granduca 
e sul suo governo. Ed infatti così avvenne, il Governo, 
dopo l'atto stipulato colla Corte di Roma, con due cir- 
colari determinò i limiti entro i quali il medesimo do- 
veva praticarsi. 1 giornali clericali schiamazzarono 
tosto, accusando di sfacciata duplicità i ministri to- 
scani; i Vescovi si dichiararono offesi da un tal modo 
di procedere; e il Nunzio pontifìcio in Firenze vi pro- 
testò contro, con uua nota ufficiale (1). La Curia Ro- 



(I) NotadiMons. Massoni al duca di CaHÌ|_'liaiio, Firenze. 17 luglio 1851. 



332 La Toscana dal 1824 al 1859 

malia agiva in mala fede ; che i ministri granducali 
avevano già sottoposto all'approvazione del Segretario 
di Stato ponti Qcio le due circolari, e le avevan fatte 
ristampare per includervi le sue correzioni. 11 Baldas- 
seroni, a ragione, considerò queste sacerdotali esigenze 
come intollerabili, e ne scrisse, risentito, al marchese 
Bargagli. Allora l'Antonelli, messo alle strette, dichiarò 
che la nota di Monsignor Massoni verrebbe ritirata, e 
che realmente le materie indicate nelle due circolari 
del presidente del Consiglio dei Ministri granducali 
erano rimaste all'infuori delle cose concordate di re- 
cente (l). Mentre il Segretario di Stato pontificio ciò 
prometteva e dichiarava per le vie diplomatiche, il 
Papa con una lettera enciclica confortava l'episcopato 
toscano a tollerare Vexeqnatur, non riconosciuto per 
legittimo dalla Santa Sede, fidenti nelle promesse fatte 
dal piissimo principe di concedere larghezze maggiori 
alla Chiesa, tosto che i tempi, fatti più tranquilli, lo 
permettessero. Ad accelerarli, Pio IX scriveva una let- 
tera a Leopoldo li (che, pur troppo, non era piìi il 
Leopoldo 11 dei tempi di Gregorio XVI), mettendo i 
suoi ministri in sospetto di non volere con sincerila 
l'accordo dello Stato colla Chiesa, e di trattar quindi 
senza prudenza e senza carità il benemerito Clero luc- 
chese (2). 

Fra il Granduca ed i suoi ministri non tardò a ma- 
nifestarsi un grave screzio nelle materie attinenti alla 
religione. Trattavasi di abolire lo Statuto. All'infuori 
del reazionario Boccella, gli altri ministri proposero e 
sostennero che agli ebrei e agli acattolici si dovesse 
conservare il libero esercizio del loro culto, sotto de- 
terminate cautele delle professioni con matricola. Leo- 
poldo si mostrò di parer contrario : e siccome non gli 
fu possibile metter d'accordo i suoi ministri e tirar 
dalla sua il Baldasseronì, pensò bene di chieder segre- 



(l) Dispaccio Bargagli al duca di Casigliano. Roma, H attcsto 1831. 
{ì) Lctlere dì Pio IX a Leopoldo II, Roma, 1851, — Veli N. Bianchi, 
op. cit., lom. VII, pagg. 37 e segg. 



Capitolo XXVI 333 

lamenle consiglio al Papa. Questi, com'era nalurale, 
gli rispose che, se voleva esser tranquillo in coscienza, 
abolisse lo Statuto in modo puro e semplice, e rispetto 
agli ebrei e agli acattolici ripristinasse le cose nello 
stato antico. Leopoldo portò questa lettera nel Consi- 
glio dei ministri, i quali ne rimasero sorpresi e tur- 
bati nel 'medesimo tempo. Il Baldasseroni e il Bologna 
favellarono con vigore per dimostrare che si poteva 
esser buoni cattolici conservando, sotto prudenti cau- 
tele, nel diritto pubblico toscano, l'emancipazione degli 
ebrei. 11 Granduca gli rispose così : « Mi diano un 
parere per iscritto; io lo manderò al Papa, che in- 
tendo sia la guida principale della mia coscienza». 

Così Leopoldo II, dimenticando ciò che aveva fatto 
nei primordi del suo regno, quando difendeva le leggi 
emanate dall'avolo suo contro le pretensioni della Curia 
Romana, diveniva ora un servo umilissimo del Vati- 
cano, come lo era già divenuto dell'Austria. I suoi 
Ministri, specialmente il Baldasseroni e il Landucci, 
tentarono tutti i mezzi per persuaderlo a retrocedere 
dalla via in cui erasi posto, ma furon parole gettate al 
vento. « Al vassallaggio austriaco — scrive Nicomede 
Bianchi — s'era aggiunto il vassallaggio clericale, non 
meno esigente ed oneroso (1) ». Oh quanto sarebbe 
stato meglio per la fama del granduca Leopoldo 11, se 
egli fosse morto nel 1848! 

Il Governo toscano erasi ormai posto sulla via della 
reazione, e gravava la mano anche sui fatti di piccola 
importanza, ma che ad esso sembravano gravi delitti 
politici. Eccone un esempio. 11 'iS novembre del 1851 
moriva Monsignor Giovan Battista Parrelti, arcivescovo 
di Pisa. Per circa undici anni, egli governò con zelo 
sapiente la pisana diocesi. Era nato a Signa presso 
Firenze nel 1779 ; fu vescovo di Fiesole dal 1828 al 1839, 
e poi arcivescovo di Pisa. Fu un prelato dottissimo 
nelle materie teologiche. Accrebbe di bonitìcamento e 
di cultura le possessioni della mensa di Pisa, terminò 



(1) N. BiA.vcRi, op. cit., tom. VJl, pag. 44. 



334 La toscana dal 1824 al 185ft 



il palazzo e riordinò TArchivio vescovile; airiccliì il 
Seminario delle cattedre di sacra ermeneutica e di di- 
ritto civile e canonico, fondò due posti gratuiti per lo 
studio della teologia, e istituì le conferenze spirituali 
per i chierici. 

11 Municipio deliberò d'innalzargli, a pubbliche spese, 
in segno di riconoscenza e d'onore, una pietra monu- 
mentale nel Camposanto urbano ; ma il Governo non 
volle saperne (I) ; e l'iscrizione, già apparecchiata dal 
Centofanli, per allora non fu scolpila; ma lo fu nel 
novembre del 1859, e collocata quindi nel luogo de- 
signato (2). 

L'anno 1852, non ostante la reazione, che imperver- 
sava su tutta la Toscana, fu un anno fecondo di 
disposizioni legislative di supremo interesse, non che 
di provvedimenti e nuove istituzioni d'incontestato 
vantaggio e decoro per il paese. Con regio decreto 
del 20 febbraio veniva istituita la Direzione Centrale 
del R. Archivio di Stalo. Perciò fu ordinata la riu- 
nione degli Archivi diplomatici, delle Riformagioni, 
Mediceo, della Reggenza, della Segreteria di Slato, delle 
Decime Granducali, delle R.R. Rendile, del Monte Co- 
mune, del Demanio e delle Corporazioni Religiose 
soppresse; la maggior parte dei quali era, per lo in- 
nanzi, dipendente da varie Amministrazioni. 



(1) Vedi la leUora scriUa del Ministro Landiicci al Prefetto di Pisa 
in data del 9 febbraio ISó^: in (ìennarelli, Epislolario ecc.; ]ia- 
t;ÌMe GVII-CVIll. 

(2) Questa epigrafe era abl)as[aiiza lunga; ed i versi, che incontra- 
rono il biasimo del Governo, poiché vi si usavano espressioni che il 
Governo stf'sso non potea permettere (sono ((ueslc le parole dot Mini- 
stro Landuccì), erano i soguenli: 

Difese le ragioni dell'Università degli studi 

E non disperò morendo 

Che a mantenerla intiera ed inviolabile 

Dovessero bastare 

L'Autorità di Roma 

Sette secoli di vita e di scienza diffuse 

La gloria della Toscana e dell'Italia 

E la riverenza del mondo 



Capitolo XXVI 335 

Con allro decreto, in data del 30 sellembre del me- 
desimo anno, il Granduca ordinava che i suddetti Ar- 
chivi, sparsi per lo innanzi in vari locali della capitale, 
e divenuti poscia Sezioni dell'Archivio Centrale di Stato, 
venissero collocati nello stabile, detto degli Uflizi, dalla 
parte di levante, ed approvava, al tempo stesso, analogo 
Regolamento, allo scopo di provvedere alla gelosa cu- 
stodia ed all'utile uso di documenti preziosi per gl'in- 
teressi pubblici e privati e per la storia del nostro 
paese. 

Due altre opere di pubblica utilità furon fatte in 
quest'anno medesimo. Con regio decreto del 10 aprile, 
il Principe ordinò che si dasse mano all'essiccazione 
del Padule di Bientina, conosciuto anche sotto il nome 
di Lago di Sesto. Il lavoro doveva essere condotto se- 
condo un antico progetto del matematico Fantoni, rias- 
sunto e modificato fino dal 1842 dal comm. Alessandro 
Manetti, e avvalorato dal voto dell'illustre ingegnere, 
prof. Maurizio Brighenti. 

« Era quel bonificamento — dice il Baldasseroni — un 
vecchio desiderio delle provincie pisana e lucchese, le 
quali vi erano immediatamente interessate, perchè, non 
appena si fosse giunti anche soltanto ad impedire 
l'escrescenza del Lago, ne sarebbe derivato istantaneo 
benefizio per molta estensione di terreno di frequente 
soggetta all'inondazione. Ma la divisione fra due Stati 
diversi del territorio interessato nell'operazione aveva 
avuto gran parte a far soprassedere infino allora, con 
un complesso di difficoltà venute meno coH'unione di 
Lucca alla Toscana. Intanto l'esecuzione dell'impresa 
richiamava a studi e disposizioni ulteriori per la parte 
legislativa ed economica, per conciliare l'interesse dello 
Stato coi diritti che competessero ai terzi, e partico- 
larmente agli nomini ed al Comune di Bientina (I) ». 
Ne fu dato l'incarico al Consigliere Mazzei, al cav. Man- 
tellini. Avvocato Regio, e allo stesso comm. j\lanetti. 
sul voto dei quali furono poi stabilite le norme e la 



(1) Baldasseroni^ op. cit., pagg. 465- 



336 La Toscana dal 1824 al lS59 



procedura per le espropriazioni e per i compensi dovali 
al Comune ed ai privali a causa della cessazione della 
pesca, come anche per altre ragioni. Consideralo il ca- 
rattere dell'impresa, che riuniva il pubhlico al privato 
interesse, fu riconosciuta come di pubblica utilità. Il 
Governo ne assumeva l'esecuzione per compiersi in 
quattro anni dal suo incominciamento ; la spesa auli- 
ci pavasi dallo Stato a lutto suo rischio e pericolo, cor- 
respetlivamente ad una annualità di lire italianeSSi^,??!), 
le quali, detratte lire 71,5i29, rimanenti a carico dello 
Stalo medesimo come quota rispondente alla quantità 
di terreno, di cui era proprietario e che bonificavasi a 
suo profitto, dovevano essere pagate annualmente 
dagli altri possessori bonificati, durante lo spazio di 
anni 50 decorrendo dal giorno dell'apertura dell'emis- 
sario (1). 

La seconda opera di utile pubblico fu l'ingrandimento 
del porto di Livorno. Con decreto del 13 maggio, il 
Principe ordinò che venisse dato principio ai lavori di 
miglioramento e d'ingrandimento del Porto suddetto 
sulla base del progetto formato dall'ingegnere francese 
signor Poirel, e di cui formò parte precipua la gran 
diga curvilinea, incominciata poi nel 1854, e che pro- 
seguita con tutta l'attività compatibile colle circostanze, 
era ultimata prima del 1859. La costruzione dell'anti- 
murale curvilineo che costituiva principalmente il pro- 
getto Poirel, nel tempo che creava un nuovo Porto 
(quello Mediceo erasi reso troppo minore alle proporzioni 
raggiunte dal commercio di Livorno) migliorava immen- 
samente le condizioni di quello già esistente. Questa fu 
certamente un'opera, la (juale prova la premura costante, 
che Leopoldo addimostrò sempre per Livorno e per il 
suo commerciale sviluppo C^). 

La solenne Esposizione universale di Londra del 1851 



(1) Vedi BAi.DASSEUONf, /oc. cit. 

{i) Dice il Miildasseroni (op. cit., par;. 4-f57) clip la spesa per i lavori 
del l'orlo era allora, in forza di alcune sommarie previsioni, calcolata 
a circa sci milioni di lire fiorentine. 



Capitolo X.Wl 337 



aveva mosso anche grindiistriali toscani a concorrervi 
coi loro prodotti sotto la benevola assistenza del Go- 
verno, rappresentata colà dal professoie Filippo Corridi, 
il quale vi spiegò tutto il suo ingegno e la cura più 
intelligente ed operosa. La Toscana si segnalò lodevol- 
mente su quel grande teatro ; tant'è vero che non pochi 
furono i prodotti dei suoi industriali coronati di premio 
e di' onorevoli commemorazioni. Volle il Principe clie 
solenne fosse la distribuzione dei premi conseguiti a 
Londra dai nostri compatrioti: e in questa circostanza 
istituì la Decorazione del merito industriale (21 giugno 
1852) « per distìnguere e remunerare chiunque abbia 
realmente e notoriamente acquistali titoli di beneme- 
renza verso l'Industria toscana (I)». Fra gl'insignili 
della decorazione di prima classe furono il cav. Bal- 
dasseroni, Presidente del Consiglio dei Ministri, il 
conte Francesco de Lerderel, il cav. Prof. Filippo Cor- 
ridi, il marchese Lorenzo Ginori Lisci, il sig. Francesco 
Padreddu di Pisa, e il cav. Carlo Siries, Direttore della 
B. Galleria dei lavori di pietre dure. Sedici furono i 
decorati di seconda classe, e tutti quanti industriali. 
Verso la fine di ottobre del 1853, il Presidente del 
Consiglio dei Ministri presentò al Granduca una rela- 
zione sul debito pubblico, nella quale fra le altre cose 
espose : Che sino da tempo remoto la Toscana ebbe 
un debito pubblico, ed esservi anche chi crede che il 
Comune di Firenze fosse il primo, o almeno fra i primi, 
a dare esempio di una simile istituzione. E questo sa- 
rebbe stato il cosi detto Monte Comune, che ebbe vita 
nell'anno 1313. Accennò quindi alle vicende del debito 
pubblico nei governi della Repubblica, dei Medici, dei 
Lorenesi, dei Borboni, e nuovamente dei Lorenesi ; ed 



(I) Questa decorazione consisteva in una Medaglia d'oro, avente da 
una parte il ritratto del Sovrano, e dall'altra l'epigrafe : Alla Indu- 
stria. iJividevasi in due classi: Il distintivo della prima Classe < ousi- 
stova nella Corona reale sovrapposta alla Medaglia: mentre (|uella di 
socoiula Classe termiuava con un gambo lavorato a foggia di foglie di 
i|non-ia. U nastro era bianco e rosso a più righe minute. 

L. Caitei-letti 22 



338 La toscana dal 1824 al 1859 

osservò che nel 1851, la massa totale dei debiti iscritti 
nei libri della Depositeria ascendeva complessivamente 
alla somma di 74 milioni, 238,000 lire. A questa massa 
doversi aggiungere altri 21 milioni per soldo delle mi- 
lizie ausiliarie austriache, per il miglioramento del 
Porto di Livorno e per l'essiccazione del padule di 
Bientìna; di modo che si aveva un totale di 45 milioni, 
238,000 lire. Quindi il Presidente del Consiglio propose 
al Principe di unire tutti questi debiti passati, presenti 
e futuri, e creare un solo ed unico Debito, sotto eguali 
condizioni e retto da una sola legislazione (1). 

11 3 di novembre il Granduca decretò che si costi- 
tuisse un debito pubblico al saggio del 3 0|0, sino 
alla concorrenza di 3 milioni di lire toscane di ren- 
dita annua. 

In questo stesso mese, la famiglia granducale allie- 
tavasi per un fausto evento. 11 giorno 25, la Grandu- 
chessa dava alla luce un figlio, al quale furono imposti 
i nomi di Giovanni Nepomuceno Giuseppe Giovan Bat- 
tista Ferdinando. Egli fu quel famoso Arciduca Gio- 
vanni, il quale, all'età di 16 anni, entrò nell'esercito 
austriaco e vi conseguì i gradi più elevati. Nel 1874 
visitò l'Italia, e fu anche a Roma. Dopo di avere os- 
sequiato il Santo Padre, chiese un'udienza al re Vit- 
torio Emanuele, il quale Io accolse colla sua solita af- 
fabilità e cortesia. E quando nel 1881, il re Umberto 
si recò a Vienna, l'arciduca Giovanni, allora tenente 
maresciallo, comandò le milizie nella grande rivista 
che l'imperatore diede in onore del re d'Italia, 11 quale 
conferì al giovane Arciduca il gran Collare dell'Or- 
dine dell'Annunziata. Ufficiale cólto e di idee moderne, 
l'arciduca Giovanni si mise in urto coi vecchi caporioni 
dell'esercito austriaco, i quali osteggiavano le sue pro- 
poste di riforma e di progresso. Indignato per non ve- 
dersi appoggiato, come sperava, dal Sovrano, rinunziò 
al suo alto grado nella milizia, come pure a quello di 
Arciduca d'Austria. Equipaggiò a sue spese una nave. 



(1) Monitore Toscano, 8 novemljrc 185^^ n. 258. 



Capitolo XXVI 339 



a cui diede il nome di Giovanni Orth, che era il pseu- 
donimo elle aveva preso egli medesimo. Imbarcatosi a 
Trieste, partì per ignota destinazione, e nulla più si è 
saputo di lui. 



(>^'p:S 



CAPITOLO XXVII. 



Condizioni critiche in cui si trova il Granduca. — Sua tristezza. 

— Intrighi del Ministro Boccella. — Suo ritiro dal Ministero. 

— Gli succede il cav. Cosimo Buonarroti. — Abolizione dello 
Statuto e della Guardia Civica. — Ripristinazione del Con- 
siglio di Stato. — Sue attribuzioni e suo ordinamento. — 
Attentato contro il Delegato di Governo a Siena. — Altro 
attentato contro il Presidente del Consiglio dei Ministri. — 
Il Granduca e il Principe Ereditario si recano a visitarlo. — 
Ordinamento militare. — I comandi delle Piazze. — La Gen- 
darmeria nuovamente riorganizzata. — I Cacciatori a cavallo. 

— Riordinamento della Fanteria. — I Veliti e i Bersaglieri. 

— Amministrazione e Tribunali militari. — L' I. e R. Liceo 
Militare Arciduca Ferdinando. — Scopo del medesimo. — In- 
cominciamento dei lavori del nuovo Porto di Livorno. — 
Nuova sede vescovile in Modigliana. — Pubblicazione del 
Codice Penale. — Sua importanza scientifica e giuridica. — 
Ripristinamento della pena di morte. — Il governo fa com- 
prare in Francia la macchina della ghigliottina. — Questa 
è trasportata a Livorno, e quindi a Firenze. — Ripugnanza 
del Granduca a segnare condanne di morte. — Calunniosa 
accusa contro il prof. Filippo Corridi — Sleale condotta dei 
ministri granducali in questa circostanza. — Fine del pro- 
cesso Guerrazzi — Montanelli. — Sentenza e commutazione 
di pena. — Istituzione dell'Ordine del Merito Militare. 

Fra grincitameuti carezzevoli, ma pur molesti, del 
Sommo Pontefice, e gl'intrighi che intorno a lui ordi- 
vano i clericali capitanati dal ministro Boccella, il 
Granduca senti vasi sopralìatto e circuito ; egli era come 
oppresso da un incubò, al quale non riusciva a sottrarsi; 
appariva melanconico e tristo, combattuto da una 
parte dalle insistenze del Vaticano, dall'altra dalle ra- 



Capitolo X.WU 341 



gioni dei suoi Miiiislri, contrarie affatto alle preten- 
sioni vaticanesche. Il Boccella, approfittando di questo 
stato d'animo del Principe, cercava, per mezzo d'in- 
trighi, di far dimettere tutto il Ministero, e di formarne 
uno sotto la sua presidenza. Ma la trama fallì, seb- 
bene il Boccella avesse cercato di persuadere il Gran- 
duca di commettere a lui la somma delle cose, pro- 
mettendo così di aggiustare la vertenza in modo da 
appagare la Sede Apostolica e da non far patire danno 
alcuno al Principato. Ma nessuna delle persone dal 
Boccella interrogate, volle far parte di un Governo 
da lui presieduto, onde dovette dimettersi, e gli venne 
sostituito il cav. Cosimo Buonarroti-Simoni, Consi- 
gliere dì Stato. 

Leopoldo II ebbe davvero una cattiva ispirazione 
quando da Porto San Stefano volle recarsi a Gaeta, 
mettendosi cosi tra le grinfie del Re di Napoli e del 
Cardinale Antonelli. In breve volger di tempo, egli com- 
pletamente si trasformò. Avrebbe fatto meglio a rima- 
nere a Porto San Stefano, nelle cui acque era ancorata 
una nave da guerra inglese (il Bolldogg); o se pure non 
voleva rimanere, per allora, in Toscana, doveva salire 
sulla nave suddetta, che lo avrebbe condotto a Malta, 
in attesa degli eventi. Ma egli scelse la vìa peggiore; 
onde a lui si può appropriare quell'antico motto latino 
d'Autore incerto : Qiios viilt perdere Jupiter dementai 
prius. 

Il 6 di maggio del 1852 compariva, nella effemeride 
ufficiale del Governo, un regio decreto, che aboliva de- 
finitivamente lo Statato costitusioiiale, elargito dal 
Granduca ai suoi popoli il 15 febbraio del 1848. Il de- 
creto era preceduto da un preambolo, nel quale si 
esponevano le condizioni d'Italia e d'Europa, fatte 
gravissime, a tale che « la società, minacciata nelle 
sue basi, cercava la propria salvezza nel ripararsi sotto 
il principio dell'autorità lìbera e forte ». E poi conti- 
nuava su questo tono : « E mentre già nella più gran 
parte d'Italia non resta ormai traccia di governi rappre- 
sentativi, noi possiamo andare persuasi che la mag- 



312 La Toscana dal 1821 al 1859 

gioranza stessa dei Toscani, ricordevoli della quiete e 
della prosperità lungamente goduta, ed ammaestrata 
dall'infelice esempio (sic), senta più presto il bisogno di 
sperare nel consolidamento della podestà e dell'ordine 
lo sviluppo di ogni benessere del paese, di quello che 
desideri di veder risorgere forme di governo, le quali 
non consuonano né colle patrie istituzioni, né colle abi- 
tudini del nostro popolo, e che fecero di sé mala prova 
nel breve periodo di loro esistenza». Questa introdu- 
zione altro non é che un ammasso di sofismi e di men- 
zogne ; e fa meraviglia che una persona onesta, qual'era 
stimato il consigliere Baldasseroni, difenda l'operato 
del governo, e giustifichi l'abolizione di quello Statuto, 
a cui egli stesso aveva plaudito, e che aveva anche so- 
lennemente giurato. L'Austria, come sappiamo, si era 
imposta al Granduca e ai suoi ministri. 

La guardia civica fu essa pure, per conseguenza, abo- 
lita ; fu però mantenuto il Consiglio di Stato, il quale 
venne separato dal Consiglio dei Ministri. 

A proposito del Consiglio di Stato, crediamo oppor- 
tuno di farne in brevi parole la storia. La legge del 
!22 luglio del 1852 ricostituì sopra nuove basi il Con- 
siglio di Stato, e lo dichiarò Consiglio del Principe ; 
e, separandolo e rendendolo indipendente dal Ministero, 
ne fissò le speciali attribuzioni. Secondo il disposto di 
questa legge, il Consiglio di Stato venne composto di 
un Presidente, di otto Consiglieri in servizio ordinario, 
e di un numero indeterminato di Consiglieri in servizio 
straordinario, di un primo e di un secondo Segretario. 
Esso dividevasi in tre distinte sezioni : Giustizia e 
Grazia, Lvterno e Finanze. Come Consulta del Prin- 
cipe, il Consiglio di Stato dava il suo parere in tutti 
quegli affari, che eran sottoposti al suo esame, sia per 
volere espresso del Sovrano, sia per richiesta dei suoi 
Ministri, nei sensi e modi stabiliti dalle leggi. 

Come Tribunale supremo del contenzioso ammini- 
strativo, il Consiglio di Stato giudicava inappellabil- 
mente : 1" i ricorsi interposti dai decreti della R. Corte 
dei Conti ; 2o i ricorsi interposti dai decreti delle 



Capitolo XXVII 34-3 



prefelture compartimentali; 3° i ricorsi interposti dagli 
stessi consigli di Prefettura in materia di accolli di 
lavori oommilativi e dalle risoluzioni del Consiglio 
d'Arte nelle sentenze fra accollatari e Amministrazioni 
regie e provinciali ; 4'> i ricorsi interposti contro le 
decisioni della Commissione istituita a Grosseto per 
giudicare le vertenze dipendenti dalle affrancazioni del 
territorio di Piombino; 5° i ricorsi interposti contro 
i decreti proferiti dai Consigli di prefettura dei com- 
partimenti dì Grosseto e di Pisa sulle vertenze fra gli 
accollatari e l'Ufficio di Bonificamento e le imposizioni 
dei corsi d'acqua dei territori di Campiglia, Severeto 
e Scarlino ; 6° i ricorsi contro i decreti dei Consigli 
di Prefettura proferiti nelle questioni tra i Comuni e 
gli Appaltatori della tassa di macellazione, per qua- 
lunque causa dipendente dai contratti d'appalto. 

Due Consiglieri di Stato in servizio ordinario erano 
annualmente destinati all'ufficio di Giudici Consiglieri 
della Corte dei Conti; ed una Commissione composta 
del Presidente del Consiglio di Stato, di quattro Con- 
siglieri sì in servizio ordinario che straordinario e di 
due supplenti, era annualmente destinata a decidere 
sui ricorsi interposti contro i decreti della Corte me- 
desima. 

Un fatto di sangue avveniva, in questi giorni, a Siena. 
11 30 di luglio, verso le ore IO pomeridiane, l'avvocato 
Lorenzo Mori, Delegato di Governo in quella città, ve- 
niva proditoriamente ferito da un assassino, il quale 
riuscì a fuggire. Nel cercare il reo si scoprì l'esistenza 
di un'Associazione politica formata di alcuni giovani di 
civile condizione, ai quali si erano uniti alquanti del 
basso popolo, collo scopo di suscitare una rivoluzione 
e cambiare così la forma di governo. Parecchi furono 
arrestati, e quindi condotti a Firenze e chiusi nella 
Fortezza da Basso; e sul principiare del mese di marzo 
dell'anno seguente, trentatrè di essi furono condannati 
a vari mesi di detenzione e di reclusione. 

Un simile attentato ripetevasi in Firenze il ^21 dì 
ottobre. Erano circa le 3 [\ì pomeridiane, quando il 



34i La Toscana dal IS^lal 1859 

cav, Baldasseroni, Presidente del Consiglio dei Ministri, 
fu assalito a mano armata in una delle principali vie 
delia città, mentre recavasi alla propria abitazione. 
Uno sconosciuto lo colpiva con ferro a forma d'ago che 
aveva il manico di legno. L'arma teritrice rimase in- 
fìtta tra le vesti che coprivano il basso ventre. Fortu- 
natamente la ferita fu assai leggiera: tant'è vero che 
il cav. Baldasseroni, sulle prime, non se ne accorse ; e 
di ciò approfittò l'assassino per fuggire inosservato; e 
le molte persone, che si trovavano sulla via, troppo 
taidi si accorsero dell'attentato commesso. 

La polizia potè per altro raccogliere elementi tali, 
che, nella sera stessa, credette di avere identificato 
l'aggressore, il quale fu infatti arrestalo il giorno se- 
guente; e insieme con lui furon pure arrestati tutti 
coloro, che si supponevano fossero suoi complici. 

Il Presidente del Consiglio, rassicurato pienamente 
sulla innocuità della ricevuta ferita, non interruppe le 
sue ordinarie occupazioni; e fu visitato dagli amici e 
da molte persone distinte della città, le quali vollero 
attestargli il loro dispiacere e, nel medesimo tempo, 
fargli le loro congratulazioni. 

il Granduca Leopoldo II, accompagnato dal Principe 
Ereditario, era arrivato in quel giorno stesso dall'isola 
dell'Elba ; appena ebbe notizia dell'attentato, si recò, 
insieme coU'arciduca Ferdinando, all'abitazione del Pre- 
sidente del Consiglio, per presentargli personalmente 
le sue felicitazioni per lo scampato pericolo. 

Se il Governo granducale era da una parte degno di 
biasimo per certi atti da lui commessi, quali, ad 
esempio, la Convenzione coli' Austria per il manteni- 
mento delle milizie ausiliarie, il Concordato con Roma, 
l'abolizione dello Statuto, da un'altra parte meritava 
lode per il modo scrupoloso, intelligente ed onesto col 
quale dirigeva l'amministrazione dello Stalo. Nel 1853 
l'ordinamento definitivo delle milizie polevasi due 
progredito d'assai, e da questo suo completo ordina- 
mento poteva dipendere (lo dice lo stesso Baldasseroni) 
« la cessazione del grave peso recato dalla presenza 



Capitolo XXVIl 3i5 



delle milizie imperiali (l) ». Il corpo della Gendarmeria 
era numeroso, costoso e quasi totalmente assorbito 
dal servizio politico; ma non polevasi ridurlo di nu- 
mero, perchè esso era di somma utilità, se si guarda 
alle condizioni della Toscana d'allora. La fanteria fu, 
da principio, ordinata in otto battaglioni, composti di 
quattro compagnie ; e in seguito questi otto battaglioni 
furono portati a dodici, come più avanti diremo. Vi 
fu qualcuno che chiamò esagerata la cifra delle milizie 
toscane portata a poco più dì circa 10.000 uomini; ma 
bisognava considerare che da questo numero dovevano 
detrarsi i 1800 gendarmi, i quali non potevano essere 
diminuiti, per le ragioni dette di sopra. 

Per non tornare di nuovo su questo argomento, credo 
opportuno di esporre, fino da ora, quale fosse l'ordi- 
namento delle milizie del granducato, quali i Corpi che 
ne facevano parte, e quale l'istruzione che veniva im- 
partita ai giovani, che intendevano dedicarsi alla car- 
riera delle armi. 

Comincerò dai comandi di piazza. Con decreto del 
1^ dicembre dell'anno 18i9. i comandi delle piazze fu- 
rono ridotti a soli diciannove, divisi in quattro classi, 
cioè : 5 di prima, 7 di seconda, 4 di terza e 3 di quarta 
classe. Appartenevano alla prima classe: Firenze, Li- 
vorno, Lucca, Orbetello e Portoferraio; alla seconda 
classe: Pisa, Siena, Grosseto, Volterra, Arezzo, F^istoia 
e Piombino; alla terza classe: Porto San Stefano e 
l'Isola di Gorgona ; alla quarta classe : Scalo di Fol- 
lonica, Monte Filippo e Porto di Talamone. Le piazze 
di prima e di seconda classe erano comandate da un 
ufficiale superiore ; quelle di terza e di quarta classe 
da un Capitano o da un Tenente. Nei comandi di prima 
o di seconda classe, oltre uno o due aiutanti di piazza, 
eravi altresì un conveniente numero di sott'uftìciali, ap- 
partenenti al corpo dei veterani per il servizio di scri- 
vani, custodi e ordinanze fisse (2). 



(1) Baliiasseuoxi, op. cit., pag. 4S0. 

{i) Il Battaglione Invalidi-Veterani, istituito con regio Decreto del 
18 diccml)re 18i8, fu ridollo nel 1837 ad una semplice divisione di due 
compagnie, non eccedenti in tutto ^00 leste. 



346 La Toscana dal ÌSil al 1859 



Il Corpo della Gendarmeria il quale, come altrove 
dicemmo, fu istituito con sovrano decreto del "21 ot- 
tobre 18i9, venne poi, nell'agosto del 1857, riorganiz- 
zato in un Reggimento composto di uno Stato mag- 
giore, di due battaglioni di 4 compagnie ciascuno, e 
di uno squadrone di Cavalleria, formanti in tutto la 
forza di 1800 uomini, dei quali 160 a cavallo. 

11 Genio Militare, detto anche corpo degl'Ingegneri 
militari, fu istituito con sovrano Decreto del 28 di- 
cembre 18i9. Esso era incaricato di proporre e dirigere 
i lavori delle fortezze e fabbriche militari del Grandu- 
cato, ed era a tale effetto diviso in 5 direzioni i cui 
capoluoghi erano : Firenze, Livorno, Lucca, Portofer- 
raio e Orbetelio. Il personale del Corpo degl'Ingegneri 
militari si componeva come appresso : Un Ispettore; 
un Capitano comandante; due Tenenti, quattro Sot- 
totenenti in prima ; quattro Sottotenenti in seconda; 
tre Assistenti magazzinieri ed alcuni copisti e custodi. 
Eravi poi un Consiglio d'Arte presieduto dal Capo dello 
Stato Maggiore, e composto dell'Ispettore d'artiglieria, 
e del Comandante il Corpo degl'Ingegneri militari. 

E ora veniamo all'Artiglieria. Con decreto del 12 di 
agosto del 1853 fu disciolto il Reggimento d'Artiglieria, 
e ricomposto sotto il nome di « Real Corpo d'Arti- 
glieria ». Era presieduto da un Ispettore, il quale do- 
veva avere il grado di Colonnello o, per lo meno, di Te- 
nente Colonnello ; e distinguevasi in una Divisione 
d'artiglieria, composta di due compagnie da campo e 
una da piazza; di una squadra di Operai e di un'Am- 
ministrazione del materiale; e finalmente di due Bat- 
taglioni Cannonieri guardacoste continentali, coman- 
dati rispetlivameste da un maggiore. 

Esisteva da lungo tempo in Toscana un reggimento 
di Cacciatori a cavallo ; ma col decreto 13 maggio 1852, 
questo reggimento fu disciolto, e contemporaneamente 
si formò una divisione da denominarsi sempre dei 
(Cacciatori a cavallo, comandata da un maggiore e 
composta di uno Stato maggiore e di due squadroni, in 
lutto della forza di 2GU teste e 23ì cavalli. 



Capitolo XXVII 347 



Col medesimo decreto, la Fanteria fu ordinata in otto 
separati battaglioni, della forza di 618 uomini per cia- 
scuno, compresi 16 ufficiali, e fu ripartilo in due irri- 
gale, ciascuna di quattro battaglioni, sotto la ispezione 
di un ufficiale superiore avente il grado di Colonnello. 
Successivamente il numero dei battaglioni fu portato a 
dodici, cioè nove battaglioni di Fanteria, uno di Veliti, 
uno di Bersaglieri e un altro detto. Battaglione di De- 
posito. Con decreto J3 novembre 1897, questi dodici 
battaglioni furono ripartiti in tre brigate. 

Questo piccolo esercito, opera decennale, ben riu- 
scita, del generale Ferrari da Grado, era veramente 
egregio per disciplina, contegno, tenuta, istruzione ed 
educazione cavalleresca. Una riforma fu fatta pure ri- 
guardo ai Tribunali militari. L'organizzazione di questi 
Tribunali ebbe luogo mediante il Sovrano decreto del 
13 agosto 1856, contemporaneamente alla pubblicazione 
del Regolamento organico di procedura dei Tribunali 
Criminali Militari, e in seguito del nuovo Codice pe- 
nale militare promulgato il 9 .di marzo del medesimo 
anno. Il personale di questo dicastero cotnponevasi nel 
modo seguente : Un Auditore Militare Generale, alla 
cui dipendenza erano un Auditore Militare, un Sosti- 
tuto all'Auditore Generale, un Cancelliere, un (Coa- 
diutore e un Segretario; un Auditore Militare al Con- 
siglio di guerra di Firenze, con 4 impiegali da lui 
dipendenti; nw Auditore Militare al Consiglio di Guerra 
di Livorno, con 4 impiegati; un Auditore Militare al 
Consiglio di Guerra di Porloferraio, con 3 impiegali ; 
un Auditore Militare addetto al Reggimento della Gen- 
darmeria, con un solo dipendente. 

L'Amministrazione Militare poi era organizzata in 
modo lodevole. A capo della medesima slava un diret- 
tore cbe aveva il suo ufficio nella capitale. Aveva sotto 
di sé un segretario, tre Computisti, quattro Revisori, 
due Commessi, un Cassiere e un Aggregalo. Da questa 
Direzione dipendevano il Commissarialo di guerra in 
Firenze, l'Azienda del Vestiario Militare, il Commis- 
sarialo di guerra e marina in Livorno, i Commis- 



3i8 La Toscana dal ISii al 1850 

sariati di guerra in Portoferraio, in Lucca e in Oi- 
betello. 

Per ciò che riguardava l'istruzione di quei giovanetti 
i quali volevano dedicarsi alla carriera delle armi, il 
governo aveva creato il collegio pei figli dei militari 
(regio decreto, 20 maggio 1850), e il Liceo Militare Ar- 
ciduca Ferdinando. Scopo di questo Liceo era quello 
di assicurare allo Stato ufficiali di ogni arma non solo, 
ma ben anco di porre i giovani in grado di percorrere 
proficuamente la carriera di alcuni impieghi civili. A 
raggiungere questa meta, eravi impartita l'istruzione 
letteraria e scientifica, in modo però che la prima fosse 
ristretta nei limiti del puro necessario, e la seconda 
fosse più diffusa, come quella da cui immediatamente si 
traggono le condizioni indispensabili per la carriera 
delle armi. 

Con sovrano decreto del 2 luglio del 1854, il Liceo 
Militare fu posto sotto l'immediata dipendenza del Co- 
mando generale delle Reali Truppe. 

Da quanto abbiam detto fin qui chiaramente risulta 
come l'organizzazione militare in Toscana fosse sotto 
ogni aspetto encomiabile. E lo ripetiamo ancora : pa- 
recchi ufiiciali, appartenenti alle toscane milizie, di- 
vennero in seguito generali di divisione e comandanti 
di corpo d'armata nell'esercito italiano, ed anche Mi- 
nistri (l) ; per esempio, i tenenti generali Mocenni, 
Heusch, Angioletti, (]osta-Reghini, Santarelli, Pozzolini, 
Eschini, Villani e Lamberti. 

In questo tempo, due città toscane ebbero giusta oc- 
casione di allietarsi, cioè Livorno e Modigliana. ]ja 
prima vide solennemente inaugurata l'opera dell'in- 
grandimento del suo porto ; e la popolazione tutta vi 
prese parte, dimostrando la sua gratitudine e la sua 
gioia. Alla posa della prima pietra intervennero il 
Granduca colla Granduchessa e gli arciduchi Ferdinando 
e Carlo : e questa fausta ricordanza fu eternata da 



(1) Il Moreimi fu Ministro della Guerra, e l'AngiolcUi della Marina. 



Capitolo XXVll oiU 



un'epigrafe che venne posla alla torre del fanale, e che 
si vede tulLora. L'altra fu la piccola città di Modigliaua. 
la ((uale venne eretta a sede vescovile ; e ne fu primo 
presule Monsignor Mario Melini, il quale vi stette per 
molti aunj, e vi morì compianto da tutti, per le sue 
belle doti di mente e di cuore. 

11 20 di giugno di quest'anno, 1853, fu pubblicato il 
nuovo Codice penale, lavoro di profonda dottrina giu- 
ridica, lodato da insigni giureconsulti italiani e stra- 
nieri, fra i quali l'illustre Mitlermayer. In questo nuovo 
codice fu ripristinata la pena di morte che, come di- 
ceva l'articolo relativo, doveva eseguirsi in pubblico 
mediante la decapitazione. Questo ripristinamento della 
pena capitale incontrò aspre critiche e fiere opposizioni; 
ma, osserva il Baldasseroni « a conforto di coloro, che 
avrebbero voluta cessata la normalità della pena di 
morte, veniva la certezza che il Granduca, come in 
passato ne aveva date chiare prove, non avrebbe mai, 
o ben diffìcilmente, sottoscritta una sentenza (1) ». Ed 
infatti, dal 1853 al 1859, nessuna sentenza capitale 
venne mai eseguita. Ciò non ostante, i ministri gran- 
ducali avevan creduto opportuno di far venire la ghigliot- 
tina dalla Francia. Al comm. Niccolò Lami, ministro di 
giustizia e grazia, fu affidata l'ingrata cura di regalare 
alla Toscana l'odiosa macchina. Il cav. avv. Augusto 
Duchoquè, segretario generale del suddetto Ministero, 
(divenuto poi, sotto il regno d'Italia, presidente della 
Corte dei Conti e Senatore) trasmise la commissione 
all'avv. Primo Ronchivecchi, Commissario del Governo 
in Livorno; il Ronchivecchi a Gio. Batta Ansaldi, 
Console toscano a Marsiglia, il quale fece l'acquisto, 
recandosi nel dipartimento del Cantal, e precisamente 
a Saint-Flour, dove la macchina gli fu consegnata da 
([uel Sotto Prefetto, mediante lo sborso di 115 franchi, 
escluse le spese di vendita e di perizia (52). Quell'istru- 



(l) Baldasseroni, op. cif., pag. 48i. 

(4) Vedi Filippo GoRiuni, La Ghiglioltina hi Toscana, Terza edi- 
zione. Firenze, Tipo<;rafla delle Murale, 1803. 



350 L:i ToscaTia dui 182i al 1850 



mento di morte fu dalla Francia portato in Toscana, e 
precisamente a Livorno. Le casse, die Io contenevano, 
appena giunte in detta citlà, furon dal Ronchivecclii 
collocate in parte nei Magazzini del Sale, colla falsa 
denominazione di Oggetti idraulici, e in parte nella Se- 
greteria del Governo. Il 30 novembre del 1855, le ma- 
laugurate Casse giunsero a Firenze, e furono collocate 
nei magazzini del Carcere delle Murate. Nell'aprile 
del 1856, il Provveditore del Fisco, d'ordine del Mi-" 
nistto di Giustizia e Grazia, volle che la ghigliottina 
venisse esaminata da persona idonea, cioè dal Maestro 
di Giustizia (ossia dal Carnefice) Benedetto Pantoni, 
il quale, nelle ore mattutine del 14 giugno, mise alla 
prova lo strumento e insieme il palco già costruito e 
montato nella più riposta corte del Carcere delle Mu- 
rate; e, secondo una lettera da lui scritta al Provve- 
ditore del Fisco, si mostrò contento della prova che egli 
aveva fatto. Ma, come di sopra dicemmo, la cosa rimase 
lì ; e nessuno lasciò il capo sul patibolo. 

Infatti, nel 1858, un certo Zambrini di Montepulciano, 
che aveva strangolato un possidente del luogo, mentre 
questi trovavasi solo in casa, e dopo averlo ucciso lo 
aveva derubato di tutto ciò che aA'eva potuto trovare, 
fu dalla Corte Regia di Firenze condannato a morte; 
la Corte Suprema di Cassazione rigettò il ricorso, e i 
Ministri consigliarono il Granduca a non fare la grazia. 
Allora Leopoldo II disse al Landucci, ministro dell'in- 
terno : « Mandi una circolare a tutti i Prefetti del Gran- 
ducato, per sapere quale impressione produrrebbe in To- 
scana un'esecuzione capitale ». Dopo due giorni la ri- 
sposta fu quasi unanime. Pessima, telegrafarono 1 
Prefetti al Ministro. Udito ciò, Leopoldo 11 esclamò, 
stropicciandosi le mani : « Questo mi fa piacere ; ed 
oggi berrò un bicchiere di più di vino di Borgogna », 
che era il suo vino preferito. E commutò allo Zam- 
brini la pena di morte in quella dei lavori forzati 
a vita. 

E ({ui mi cade in acconcio di narrare un fatto, che 
suscitò grande rumore in Toscana, trattandosi di un'ac- 



Capitolo XXVII 351 

cusa infame lanciata contro il cav. prof. Filippo Cor- 
ridi, insegnante di calcolo differenziale e integrale nel- 
l'Università di Pisa, e in seguito direttore dell'I, e R. 
Istituto Tecnico Toscano. 

Non si è mai potuto sapere come e da chi fu inven- 
tata questa odiosa calunnia, la quale consisteva nel- 
l'incolpare il prof. Corridi di avere acquistato egli 
stesso in Francia, per ordine del governo granducale, 
la schifosa macchina e di averla portata a Livorno. 
Quell'egregio galantuomo, forte della propria innocenza, 
chiese al Baldasseroni, Presidente del Consiglio dei Mi- 
nistri, e al cav. Landucci, Ministro dell'Interno, di dire 
le cose come veramente erano, e di liherarlo da un'ac- 
cusa così ingiusta ed atroce. Il Baldasseroni non si degnò 
neanche di rispondergli, e il Landucci, fra il serio e il 
faceto, gli scrisse una lettera, nella quale dicevagli di 
non darsi alcun pensiero di smentire la calunnia della 
ghigliottina, e seguire il sistema dei suoi contadini, i 
quali dicevano : chi non vuole sentire dir male di sé, 
chiuda le orecchie, e aver presente alla mente quel fi- 
losofo greco, che voleva si lasciasse consumare nel- 
l'aria il bastone della maldicenza. Questi erano discorsi 
belli e buoni, ma non bastavano a riabilitare la fama 
di un illustre scienziato, di un degno galantuomo, 
morso dal dente velenoso della calunnia. Finalmente, 
({uattro anni dopo la caduta del governo lorenese, cioè 
nel 1863, Ubaldino Peruzzì, allora ministro dell'interno 
del regno d'Italia, assentì che il Corridi potesse prender 
cognizione, per servirsene come meglio credeva, di una 
lettera ufficiale, in data del 25 settembre 1853, colla 
quale il comm. Niccolò Lami, Ministro dì Giustizia e 
Grazia, ordinava, come già di sopra narrammo, all'avv. 
Primo Ronchivecchi, Commissario Straordinario in 
Livorno, di far costruire in Francia una ghigliottina 
per conto del Governo toscano. Quella lettera fu pub- 
blicata, insieme ad altri documenti, dal Corridi nel- 
l'opuscolo sopra citato ; e così l'innocenza di lui 
venne proclamata dinanzi a tutti; ed anche i suoi più 
accaniti avversari dovettero ricredersi, congratulandosi 



.'^^ii I.a Toscana dui 18-2Ì al IS5<i 



con lui e chiedendogli scusa dei sospelU ingiuriosi coi 
quali lo avevano assalito. 

In questo stessoanno, 1853, ebbe termine finalmente 
il processo politico contro il Guerrazzi, il Montanelli e 
gli altri compromessi nei moti del 18i9. Lo stesso Bal- 
dasseroni è costretto a confessare {op. cit., pag. 487) che 
« sarebbe stato desiderabile che quel processo non ac- 
cadesse, avesse avuto almeno più breve durata». È 
vero che i difensori concorsero, in parte, a prolungarlo, 
ed il popolo fiorentino, sempre arguto, chiamò questo 
processo il processo del Granduca. Ed il Guerrazzi pub- 
blicò a sua difesa la famosa Apologia, da noi più volte 
citata in queste pagine; e sarebbe stato meglio per la 
sua fama, se non l'avesse mai pubblicata. E lo storico 
Zini, non ostile al Guerrazzi, dice : « L' Apologia, ac- 
colta con grande aspettazione, fu generalmente con 
grandissima serenità giudicata; parendo anche ai di- 
screti che il Guerrazzi più degnamente avrebbe alla 
sua fama provveduto, opponendo e dimostrando (quello 
che era vero ed evidente) come non esso al Principe, 
ma sebbene il Principe allo Stato fosse venuto meno (1)». 
Trentacinque erano gli accusati in questo processo, 
undici dei quali presenti, e assenti gli altri ; dei primi 
oscuro il nome, all'infuori del Guerrazzi e di Leo- 
nardo Romanelli, già Ministro di grazia e giustizia nel 
Governo provvisorio ; e di taluno pessima la reputa- 
zione ; tant'è vero che, nel marzo 1849, qualcuno era 
stato incarcerato per ordine del Guerrazzi medesimo. 
Erano contumaci Giuseppe Montanelli, Giuseppe Maz- 
zoni, Costantino Marmocchi, Giuseppe Franchini, An- 
tonio Mordini , Gustavo Modena e Carlo Pigli. La 
Corte pronunciò la pena dell'ergastolo perpetuo contro 
Giuseppe Montanelli, Giuseppe Mazzoni, Antonio Mor- 
dini, Gustavo Modena ed altri cinque meno noti, lutti 
contumaci; condannò il Guerrazzi a 15 anni di erga- 
stolo, ad egual pena Antonio Petracchi dei presenti, 
il Pigli e il Marmocchi dei contumaci ; rimandò as- 



ti i Zini, op. cit., tomo I, (lag. 4")4. 



« 




Arciduca Ferdinando 
Principe Ereditario di Toscana 



Capitolo XXVll 353 



solto il Romanelli, del quale fu provala rinnocenza 
e la buona fede. La sentenza fu generalmente biasi- 
mata per quanto rifletteva il Guerrazzi e i ministri del 
Governo provvisorio. 

Spinti, a quanto fu detto, dai consigli della diplo- 
mazia, i ministri si adoperarono perchè il Principe com- 
mutasse al Guerrazzi ed agli altri la pena dell'ergastolo 
nell'esilio dal Granducato, a condizione che gli amni- 
stiati non prendessero dimora in alcuna parte d'Italia. 
Leopoldo li annuì di buon grado. Questa condizione 
fu accettata, ma non osservata, specialmente dal Guer- 
razzi, il quale, non opponendovisi il governo sardo, po- 
neva in Genova la sua dimora. 

L'anno 1853 si chiuse colla istituzione di un nuovo 
Ordine Cavalleresco, che fu intitolato: Ordine del 
Merito Militare. Il decreto che lo istituiva portava 
la data del ["2 dicembre. In esso era detto che lo scopo 
di questa nuova onorificenza era di offrire un mezzo di 
onorifica remunerazione, in genere istituita con. de- 
creto precedente del 19 novembre 1850. Il Granduca 
destinava quest'Ordine cavalleresco a premiare più 
adeguatamente, secondo le circostanze, coloro che nella 
carriera delle armi, rendendosi per fedeli ed utili ser- 
vigi benemeriti del Principe e dello Stato, acquista- 
vano titolo ad essere specialmente distinti ad esempio 
degli altri che seguivano la stessa carriera. Il Sovrano 
era il Gran Maestro dell'Ordine, il quale era diviso in 
tre gradi : Cavalieri di prima, di seconda e di terza 
classe. La decorazione poteva essere concessa anche 
agli ufficiali degli eserciti stranieri. Le decorazioni di 
prima e seconda classe, venivano conferite soltanto 
agli ufficiali. Quella di terza classe, oltre che agli uffi- 
ciali, poteva essere conferita anche ai sott'ufficiali ed 
ai soldati. La decorazione consisteva in una croce a 
cinque spicchi riuniti da uno scudo di forma circolare, 
avente nel diritto la cifra L. II, con attorno l'epigrafe 
Merito Militare; sul rovescio l'indicazione dell'anno 
dell'istituzione — 1853 — . I cavalieri di prima Classe 
la portavano al collo ; quelli di seconda e di terza, alla 

L. CAri'ni.i.ETTi 23 



354 La toscana dal 1824 al 185?) 

parie sinistra del pello. 11 nastro era rosso con una 
striscia nera ai lati. 1 cavalieri di prima classe furono 
soltanto tre : il Tenente Generale Federigo Ferrari da 
Grado ; il Maggior Generale conte Michele Costa-Re- 
ghinì; e il Colonnello Ferdinando Bracci. 



<^[^ 



CAPITOLO XXVIII. 

Trattato di navigazione e di commercio fra la Toscana ed altri 
Stati d'Europa. — Atti d'intolleranza religiosa. — I coniugi 
Madiai. — Processo e condanna dei medesimi. — Commuta- 
zione di pena. — La Guerra d'Oriente. — I Piemontesi in Cri- 
mea. — Il colèra invade la Toscana. — Disposizioni preserva- 
tive prese dal governo granducale. — Assassinio del Duca 
di Parma. — Inondazione dell'Arno. — La pianura di Pisa 
allagata. — Il Granduca sul luogo del disastro. — Sue affet- 
tuose premure per gl'infelici colpiti dalla sventura. — Gra- 
titudine del popolo. — Coraggio del Principe e sue ottime 
disposizioni. — Smotta di pozzi ed inondazione a Pieve San 
Stefano. — Ricomparsa e recrudescenza del colèra. — 11 
Granduca visita gli Spedali e reca aiuti ai colerosi. — For- 
mazione di un Comitato di soccorso sotto l'alta protezione 
del Principe. — Partenza degli Austriaci dalla Toscana. — 
Parole del Granduca al Governatore di Livorno. — L'affare Ca- 
sati. — Prepotenze austriache. — Pusillanimità del Granduca 
e dei suoi ministri. — Rottura diplomatica fra la Toscana e 
la Sardegna. — La vertenza è appianata per 1 buoni uffici 
dell'Inghilterra. — Trattato di navigazione e di commercio 
fra la Toscana e la Gran Brettagna. — Pubblicazione del Co- 
dice penale pei militari. — Banca di credito fondiario a 
Pisa. — Il Congresso di Parigi. — Discorso del Conte di Ca- 
vour contro l'Austria e contro 1 governi di Roma, di Napoli 
e di Modena. — Fondazione dell'I, e R. Istituto Tecnico To- 
scano. — Matrimonio del Principe ereditario, Arciduca Fer- 
dinando, colla Principessa Anna Maria di Sassonia. — Istitu- 
zione della Sopraintendenza Generale agli Archivi del Gran- 
ducato. — Morte del Ministro Giovanni Bologna. — Il prin- 
cipe Corsini lascia il ministero degli affari esteri. — Gli 
succede il cav. Ottaviano Lenzoni. — Inaugurazione delle 28 
statue nel portico degli Uffizi. — Scuola di Arte mineraria 
in Massa Marittima. — Esposizione Agraria nel Palazzo 
reale delle Cascine. — Solenne distribuzione dei premi agli 
espositori. 

Il governo toscano, sempre propenso all'incremenlo 
dell'industria e del commercio, conchiuse in quest'anno 



356 La Toscana dal 1824 al 1850 

trallali di navigazione e di commercio coll'lmperalore 
dei Francesi e col re delle Due Sicilie. Il Granduca 
sottoscrisse inoltre dichiarazioni per uguaglianza di 
bandiera col re dei Paesi Bassi, col re di Prussia, col 
granduca di Odemburgo e col granduca di Mecklen- 
burgo-Schkwerin. 

La Convenzione più ampia fra tutte le altre, e che 
meglio potè portare il nome di commercio e navigazione, 
fu quella stipulata colla Francia sul piede della più 
perfetta reciprocità ed anco con qualche favore per la 
Toscana, atteso il conseguito ribasso d'alcuni diritti 
d'importazione sopra vari prodotti, dei quali facevasi 
attivo commercio coll'Algeria. ColTarticolo G di detto 
trattato, la Francia ottenne facilmente, ma però con 
reciprocità, che qualsiasi favore, immunità o privilegio 
fosse da una delle parti contraenti concessa a qualsi- 
voglia Stato diverso, sarebbesi immediatamente esteso 
ai sudditi, alle merci ed ai bastimenti dell'altra parte 
contrattante.il che garantiva l'inviolabilità del principio 
di trattare con perfetta uguaglianza i bastimenti e loro 
carichi, qualunque fosse la precedenza e la destinazione, 
escluso qualsiasi favore speciale, e antivenire il caso 
che la Toscana potesse esser tratta a leghe daziarie 
non conformi alle sue tradizioni economiche (1). 

Se il Granduca ed i suoi ministri meritavano lode 
per i provvedimenti economici ed amministrativi, per 
le riforme nelle milizie e negl'istituti di pubblica istru- 
zione, non la meritavano certamente per alcuni alti 
d'intolleranza politica e religiosa, ai quali la mite, la 
gentile Toscana non era affatto abituala. Certi Madiai, 
marilo e moglie, avevano abiurato il cattolicesimo per 
abbracciare la religione riformata. Essi furono accusati 
di proselitismo e vennero condannati dai tribunali, 
con rigore inaudito, ad anni cinque di reclusione. Vane 
tornarono le intercessioni di illustri personalità, ap- 
partenenti alle varie confessioni protestanti di Fran- 
cia, di Svizzera, di Germania e d' Inghilterra per 



(I) Vedi Bai.ii.\sski!oni, o}). cit., pag. 485. 



Capitolo XX VII [ 357 



ottenerne la grazia ; ma il Granduca ed i suoi consi- 
glieri, sobillati da monsignor Massoni, Nunzio ponti- 
fìcio a Firenze, uomo di mente ristretta e intolleran- 
tissimo, si ostinarono a rifiutarle. I diari clericali 
magnificavano la rigidezza del Principe, che, per iscru- 
polo di coscienza, sapeva tener fronte alle pressioni 
di personaggi potenti, fra i quali era il principe Al- 
berto, consorte della regina Vittoria. Finalmente, nel 
marzo del 1853, il Granduca si piegò a commutare ai 
coniugi Madiai la pena della reclusione in quella del- 
l'esilio. La Civiltà Cattolica altamente deplorò una si- 
mile debolezza, lamentandosi che la fermezza del Go- 
verno toscano fosse vinta dagl'influssi di tre grandi 
potenze, due delle quali non cattoliche. 

Sorgeva l'anno 1854, foriero di grandi eventi. Nic- 
colò I, imperatore di Russia, aveva tentato di porre ad 
efletto il pensiero di Caterina II, cioè di ristabilire al 
mezzodì del suo vasto impero l'egemonia russa, recare 
i Principati Danubiani a più stretti rapporti di prote- 
zione e dipendenza, e restringere la dominazione mu- 
sulmana all'Asia. Ma Io Czar trovò un'energica e te- 
nace opposizione nella Francia e nell'Inghilterra. Il 
10 aprile del 185i, l'imperatore Napoleone III stipulò 
un trattato d'alleanza colla regina Vittoria e col Sul- 
tano, allo scopo, dicevasi, di mantenere l'integrità del- 
l'impero turco, l'equilibrio europeo, la giustizia e il 
diritto, e preservare la civiltà dalle invasioni barba- 
riche. L'imperatore Niccolò non volle accogliere i con- 
sigli amichevoli della Prussia, che lo esortavano ad 
accettare eque condizioni. E la guerra scoppiò. Il P set- 
tembre, gli eserciti alleati sbarcarono sulle coste della 
Crimea; e dopo aver riportato una fiera battaglia 
presso il flumicello Alma, impresero l'assedio di Se- 
bastopoli. 

Il 26 gennaio del 1855, il Piemonte si alleava colle 
potenze occidentali. Il conte di Cavour, primo ministro 
del re Vittorio Emanuele, aveva veduto in quest'alleanza 
il principio della rigenerazione d'Italia. Il comando 
delle milizie sarde, che ammontavano a 15,000 uomini, 



358 La Toscana dal 1824 al 1859 

fu affidato al generale Alfonso La Marmora. Il 16 agosto 
si combattè la battaglia, detta della Cernaia, nella 
quale i Piemontesi si coprirono di gloria. 

Espugnata Sebastopoli (8-9 settembre 1855), il nuovo 
imperatore Alessandro II, succeduto il 2 marzo all'im- 
peratore Niccolò, accolse le proposte dell'Austria, la 
quale si offrì mediatrice fra la Russia e le potenze oc- 
cidentali. Fu concluso un armistizio, a cui seguirono 
i preliminari di pace ; e fu deliberato di convocare un 
Congresso, da tenersi in Parigi. 

Durante la guerra di Crimea, si sviluppò il colèra' 
nel campo degli Alleati. Ne furono vittime il mare" 
sciallo di Saint Arnaud, comandante sapremo dell'eser' 
cito francese, lord Raglan, generale in capo dell'eser* 
cito inglese, e il generale Alessandro La Marmora 
fratello di Alfonso. Questo morbo letale invase pure 
l'Italia, e non risparmiò la Toscana. Apparve, crebbe 
e cessò in Livorno, come pure nel territorio pisano ed 
in quello lucchese e nella Versilia. Si mostrò anche 
nel centro del Granducato e nella stessa Firenze ; ma 
confortava la speranza che la bassa temperatura del- 
l'inverno ne avrebbe estinto il maleflco seme. Intanto 
fu posto ogni studio nel combattere l'invasione del 
terribile morbo. Furono prese molte e varie dispo- 
sizioni preservative e curative che, per allora, riusci- 
rono quasi superiori al bisogno. Furono aperti parecchi 
spedali per accogliere in cura i colerosi sotto l'alta 
ispezione del comm. Pietro Betti, Consultore Sanitario 
presso il Ministero dell'Interno ; e in tal guisa fu 
data tutta la possibile assistenza agl'infermi. 

Giungeva intanto la notizia che il 36 marzo di questo 
anno veniva pugnalato in Parma, sulla pubblica via, i' 
duca Carlo III. La ferita fu dichiarata mortale, e il prin- 
cipe cessò di vivere il giorno seguente. Luisa Maria di 
Borbone, sua moglie, pubblicò un proclama, col quale 
annunziò agli abitanti del ducato la morte del marito e 
l'assunzione al trono di suo figlio Roberto I in età di sei 
anni, dichiarando di assumere essa la reggenza dello 
Stato. L'uccisore polè per il momento sottrarsi alle ri- 



Capitolo XXVIII 359 



cerche della polizia .• pochi giorni dopo fu arrestato, 
ma, alla fine del processo, si dovette rilasciarlo per 
mancanza di prove. Fu obbligato però ad esiliare in 
America, dove morì nel 1890. 
Non eran tuttavia 6niti i guai per la misera Toscana, 
Sul principio del 1855, e precisamente nel mese di 
febbraio, l'Arno, gonfiato straordinariamente, traboccò 
ed allagò alcune strade di Firenze, le borgate adia- 
centi, il contado pratese, e fece lago della pianura 
pisana, « Gli argini del fiume — narra un testimone 
oculare — furon dapprima minacciati tra Pontedera e 
Pisa, mentre, come non di rado avveniva, le acque 
straripavano innocuamente fra Pontedera e San Ro- 
mano. Era già stato riparato a ({uei primi pericoli. Le 
acque cominciando a decrescere, sorrideva la speranza 
di avere evitato anche quella volta il danno temuto, 
quando nella mattina del 16 febbraio avvallò improvvi- 
samente un tratto d'argine a sinistra del fiume, in luogo 
detto San Benedetto a Settimo, mille braccia circa sopra 
al punto, ove nel 1805 era avvenuta la rotta memorabile, 
che funestò gravemente la provincia pisana. Le acque 
si aprirono allora violentemente un varco attraverso 
all'argine caduto ; tanto che la rottura si estese ben 
presto per circa 200 braccia con profondità di 6 a 8 
braccia; e l'inondazione coprì un'estensione di paese 
di oltre 40 miglia quadrate, fin sotto Livorno. L'al- 
tezza delle acque fu constatata fra le 2 e le 4 braccia 
nella pianura fra Cascina e Pisa, mentre nella parte 
anche più bassa, cioè fra Pisa e Livorno, l'acqua sol- 
levossi in più punti tino all' impalcatura degli al- 
beri (1). 

Appena ebbe notizie di questa immane sciagura, il 
Granduca Leopoldo II si recò sul luogo del disastro. 
Volle seco anche il comm. Alessandro Manetti, che, 
per i lavori di Bienlina, trovavasi appunto a Cascina; 
furon prese immediatamente le prime e più energiche 
disposizioni, intese a soccorrere quei molti infelici, che 



(\.) Baidasseronj, op. cit., pag. il"j, 



300 La Toscana dal 182i al 1859 

il disastro aveva colpiti. Il Principe aveva per tutti 
una parola di conforto, a tutti prometteva più larghi 
soccorsi: ed era commovente vederlo circondalo da 
quei poveri contadini ed operai, i quali gli parlavano 
confidenzialmente, lo applaudivano e pregavano il Cielo 
che gli accordasse lunghi anni di vita. Il popolo in 
generale — e specialmente il popolo d'allora — vedeva le 
cose dal lato pratico : il loro Sovrano erasi recato in 
mezzo ad essi per consolarli e per rimediare alle sven- 
ture che li opprimevano, e poco o punto si curavano 
se questo Principe, così affabile e benefico, aveva abo- 
lito lo Statuto, e restaurato l'assolutismo. 

Furon fatte copiose distribuzioni di pane; e il Gran- 
duca medesimo, sopra una fragile barchetta, recava ì 
più urgenti soccorsi a quelle povere famiglie, che le 
acque aveva chiuse nelle case ; e anche dopo lungo 
volger di anni, molti ricordavano di aver ricevuti quei 
pronti soccorsi dalla mano stessa di Leopoldo. Questi, 
dopo aver lasciato in quei luoghi il Manetti, coadiuvato 
dagl'ingegneri Materassi e Mei, tornò a Firenze. Ma 
dopo pochi giorni, ricomparve accompagnato dal Prin- 
cipe Ereditario suo tìglio. Passò parecchio tempo, sì 
di giorno che di notte, fra l'acqua ed il fango, in- 
coraggiando colla sua presenza l'esecuzione dell'opera 
e l'attività degli operai. Fortunatamente la rotta potè 
esser chiusa in soli nove giorni, cioè nelle prime ore 
del lunedì, 26 febbraio, alla presenza dei Principi, i 
quali non lasciarono il luogo fino a che lo scopo non 
fu completamente conseguito. 

Un altro disastro avveniva nella popolosa terra di 
Pieve San Stefano. E qui lasciamo la parola al Baldas- 
seroni : « Il Tevere ed altri fiumi interrotti dalla smotta 
ed avvallamento del Poggio denominato Belmonte, inon- 
darono la Terra di Pieve San Stefano, con danni gra- 
vissimi e difficilmente riparabili. Una seconda frana, 
ancor maggiore della prima, rafforzò quella specie di 
chiusa che impediva lo scolo delle acque. Le Autorità 
governative fecero quel che potevano di meglio per 
attenuare le conseguenze di quel doloroso avvenimento; 



Capitolo XX vili 30 1 



e lì pure accorse il Granduca, che elargì immediatamente 
un soccorso di lire 7000 del proprio ; altri ne pro- 
mosse dalla pubblica carità, e lasciò all' ingegnere 
ispettore Lapi la cura dei lavori che di mano in mano 
fossero divenuti possibili per rimuovere la causa di 
tanto male (l) ». A causa delle pioggie sopravvenute, 
si ebbe a deplorare una nuova inondazione dell'Arno; 
ì danni però non furono gravi, ed essendo ormai ces- 
sata la stagione delle pioggie, poterono essere presto 
riparati. 

Ma a queste calamità un'altra più grave se ne ag- 
giunse, cioè la ricomparsa o recrudescenza del colèra. 
Nella primavera del 1855 il morbo fatale comparve 
da prima nelle borgate che circondano Firenze ; e 
anche nella stessa capitale vi furono parecchi casi, al- 
cuni dei quali seguiti da morte. Poi il male si estese 
a Pisa, a Livorno e perfino nella Maremma, e precisa- 
mente a Campiglia, a Piombino e a Castagneto; ma in 
questi ultimi luoghi con poca intensità. Nel Manicomio, 
detto di Bonifazio, in venti giorni furono 118 casi, dei 
quali soli 33 non mortali. Leopoldo li — non possiamo 
negarlo— mostrò un coraggio a tutta prova. Egli voleva 
essere da pertutto, e dove più il male infieriva. I suoi 
famigliari, i ministri slessi, dovettero fargli violenza. 
Il servizio igienico fu sapientemente diretto dal profes- 
sore Pietro Betti, il quale nulla trascurò per provvedere 
alla nettezza delle strade e delle abitazioni, alla salu- 
brità dei cibi e delle bevande, alle distribuzioni ali- 
mentari ai bisognosi. Ma quando Firenze fu seriamente 
minacciata, il Granduca fece allontanare dalla città la 
propria famiglia, rimanendo egli al suo posto, « com- 
piendo al solito, e più scrupolosamente del solito, ogni 
suo ufficio {% »; così ebbe il diritto di pretendere die 
tutti gli ufficiali pubblici facessero il loro dovere. Il 
Principe visitava frequentemente gli ospedali, e si re- 
cava anche nei locali dell'Arciconfraternita della Mi- 



fi i HAi.DAssnnoNi, op. f:it., patr. i-9X. 
ii) Baldasseuom, op. cit., pag. 4'JU. 



362 La Toscana dal 18M al 1859 

sericordia, aiutando colla sua presenza e colle sue 
espressioni di encomio e di gratitudine l'operosa e lo- 
devolissima carità di quei coraggiosi confratelli. 

Non fu breve, pur troppo, la durata del male, di cui 
lacrimevoli furono le conseguenze; giacché dal primo 
febbraio al 31 di ottobre del 1855 si contarono in To- 
scana quasi 26,000 vittime. Per conseguenza bisognava 
pensare a quegl'infelici, che eravo rimasti privi del 
padre e della madre o di entrambi i genitori. Si formò 
dunque un Comitato di Soccorso sotto l'alta protezione 
del Principe, e che fu composto di Monsignore Arci- 
vescovo di Firenze, del Consiglio dei Ministri, del Ge- 
nerale comandante le reali truppe, dei Commissari 
dell'Ospedale degl'Innocenti e del Bigallo, del marchese 
Carlo Torrigiani e del cavalier Tabarrini, il quale as- 
sunse l'ufticio di Segretario del Comitato suddetto. In- 
tanto il Granduca apriva nelle sue tenute di Valdi- 
chiana due case di ricovero per raccogliervi almeno 
2i orfani, che sarebbero educati alle faccende rurali. 

Al Comitato promotore altro ne successe definitivo 
che, sulle norme già designate, disponendo dei mezzi 
raccolti, cercò di corrispondere alle caritatevoli inten- 
zioni degli associati, pubblicando d'anno in anno il 
rendiconto di sua gestione. 

Se l'anno 1855 fu funestato da tante calamità, fu 
però allietato dalla definitiva partenza degli Austriaci 
dalla Toscana. Nel dicembre del 185i essi lasciarono 
Livorno, e nel maggio dell'anno seguente partirono da 
Firenze. L'Erario ci guadagnò assai e ci guadagnò an- 
che la dignità e l'indipendenza del Principe (1). 



(l) Il conte Cesare Sardi nella sua Storia del Ducato di Lucca, par- 
lando della partenza degli Austriaci dalla Toscana, cosi scrive: (pa- 
gina 376): « Per una serie di pratiche condotto abilmente a Vienna dal 
« ministro Lenzoni, la Toscana tu tiiialmente libera da quella occupa- 
« zione straniera, che dal '49 in poi la umiliava e ne logorava il bi- 
« lancio con danno di tutti ». Il Lenzoni era il più austriacante fra i 
ministri del (iranduca, e il suo contegno nel 180!) lo dimostrò chiara- 
mente; laonde la meraviglia come egli siasi dato da fare per abbre- 
viare l'occupaziotie austriaca nel Granducato. 



Capitolo XXVIII 363 



In Livorno fu ristabilita la carica di Governatore 
civile colle attribuzioni di Prefetto, e colla soprainten- 
denza alla Sanità e alla Marina Mercantile. A questo 
onorevole ufficio fu chiamato il Commendatore Luigi 
Bargagli, allora Ministro residente a Napoli, Prima di 
recarsi alla sua nuova sede, il Bargagli passò da Fi- 
renze per presentare i suoi omaggi al Granduca, il 
quale, alludendo alla partenza degli Austriaci, gli disse: 
« Finalmente, ce li siamo levati di torno ! » non sa- 
rebbe stalo meglio se non ci fossero mai venuti? 

Quantunque le milizie imperiali avessero liberata la 
Toscana dalla loro mal gradita presenza, pur nondimeno 
il gabinetto di Vienna intendeva di mantenere una 
specie di tutela sul governo granducale, come anche 
sui ducati di Modena e di Parma. A Napoli però poco 
o nulla poteva influire, perchè il re Ferdinando li, 
geloso delle sue reali prerogative e della sua indi- 
pendenza, non intendeva affatto di avere dei soprac- 
ciò in casa sua. Ma nei ducati era tutt'altra cosa. E lo 
dimostrerà il fatto seguente. 

Il Gabinetto di Torino desiderava di mandare a Fi- 
renze, come addetto alla legazione di Sardegna, un figlio 
del conte Casati, già podestà dì Milano. Il marchese 
Sauli, che rappresentava presso la persona del gran- 
duca il re Vittorio Emanuele, fu incaricato dì parlarne 
al duca di Casigliano. Questi rispose: « Non ho nulla 
in contrario ; il giovine conte Casati non è un emi- 
grato ». Il Baldasseroni, informato di ciò, domandò se 
il Casati era un fuoruscito dell'Austria e se aveva preso 
una parte rumorosa alla ribellione del 1848. Il marchese 
Sauli gli rispose che il giovine conte, nel 1848, aveva 
appena 17 anni. Allora tutto fu combinato di comune 
accordo: il Casati venne a Firenze, e fu presentato al 
Baldasseroni e al duca di Casigliano, che gli fece una 
cortese accoglienza. Ma dopo alquanti giorni, il Bal- 
dasseroni corse trafelato dal Sauli per dirgli : « Mi sono 
compromesso per un eccesso di condiscendenza. Il Gran- 
duca, nella sua qualità di Arciduca d'Austria, non può 
ricevere il conte Antonio Casati : procurategli tosto un 



364 La Toscana dal 1821 al 1859 

congedo, per fargli avere più tardi un altro colloca- 
mento ». — « È impossibile — rispose il legato Sardo — ; 
vedrete che questa sarà la risposta del mio governo ». 
Il conte Cibrario, che reggeva allora in Piemonte il 
dicastero degli affari esteri, approvò il contegno as- 
sunto dal Sauli ; e lo incaricò di manifestare al duca 
di Casigliano il giusto risentimento del governo del 
Re per la fattagli domanda, cui non si credeva di dar' 
corso (I). 

Frattanto il barone di Hligel, legato austriaco in 
Firenze, incitava i ministri toscani a non cedere ai 
voleri della Sardegna; e il Baldasseroni aveva, con 
nota ufficiale, chiesto al Sauli che il Casati avesse tosto 
un congedo, e quindi fosse mandato altrove, avver- 
tendo che il Granduca non l'avrebbe invitato in alcun 
modo ai ricevimenti di Corte, Come si vede, Leo- 
poldo Il (quantum mutatiis ab ilio!) erasi dato, mani 
e piedi legati, in balìa dell'Austria. E all'Austria sola 
egli dovrà imputare la caduta della Dinastia lorenese 
dal trono della Toscana. 

L'affare Casati andava per le lunghe, che il governo 
sardo non intendeva di soffrire in santa pace un sopruso 
da parte del governo toscano, sobillato dall'Austria. 
La intiera legazione sarda aveva già abbandonato Fi- 
renze. Finalmente, il governo granducale, per l'inter- 
mediario della legazione inglese, dichiarò che vedrebbe 
con piacere il ritorno di tutta l'antica legazione sarda, 
intanto che la Toscana considerava (e pregava la Sar- 
degna a voler fare lo stesso), come non avvenute le 
note scambiatesi tra il ministro Baldasseroni e il mar- 
chese Sauli. E poiché il governo del re aveva manife- 
stato il desiderio di una legazione toscana in Torino, 
essa verrebbe inviata di buon grado. Il ministero pie- 
montese aderì a queste proposte, avendo prima de- 
stinato alla legazione di Parigi il conte Casati (i2). 



(1) Dispaccio riservato Cibrario al marcheiso Sauli. Torino, 2:5 ago- 
sto 1855. — Vedi Bianchi, op. cU., toni. VII, pag. iOS). 
(-2) Vedi N. iJiANCiii. op. cit., Ioni. VII, \n\g. 214. 



Capitolo xxvni 365 



In quest'anno fu pubblicalo il trallato di naviga- 
zione e di commercio concluso sopra le solite basi 
coiringhillerra, la quale stipulava anco per le Isole 
Jonie, salvo la ratifica del Parlamento; ed in amplia- 
zione al trattalo, già vigente con la Sardegna, conve- 
nivasi, il 30 di marzo, una perfetta reciprocità di trat- 
tamento per i respetlivi legni anco nel commercio di 
costa, o come dicesi di Cabotaggio (1). 

L'anno 1856 fu un anno di quiete e di tranciuillilà ; 
per la qual cosa il Governo potè rivolgere le sue cure 
al buon andamento politico-economico delio Stato. 
Furon pubblicati il Codice penale e quello di procedura 
penale per i militari ; fu riformato il regolamento per 
la gendarmeria, per togliere possibilmente ogni anta- 
gonismo fra il potere civile e militare ; vennero più fa- 
vorite ed attivate le costruzioni delle ferrovie; furon 
proseguiti i lavori del Porto di Livorno e del Padule 
di Bienlina ; fu approvata una Banca di Credito fon- 
diario in Pisa, e fu preordinata la fusione delle Banche 
di Sconto di Firenze e di Livorno. 

Nel febbraio, marzo e aprile del 185G si radunarono 
in Parigi i rappresentanti di tutte le potenze d'Europa, 
non escluso il regno Sardo, per la conclusione della 
pace, che doveva metter fine alla guerra d'Oriente. La 
Sardegna era rappresentata dal conte di Cavour e dal 
marchese di Villamarina. Nell'aprile, fu posta sul tap- 
peto la questione italiana. 11 Conte di Cavour pronunziò 
una terribile requisitoria contro l'Austria, e non ri- 
sparmiò neanche i governi di Napoli, di Roma e di 
Modena. La Toscana non fu affatto rammentata ; perchè 
fu implicitamente riconosciuto che parlare di mal 
governo a riguardo di essa sarebbe stata cosa non 
vera. Dalle parole del Conte di Cavour scorgevasi fa- 
cilmente come radicala fosse nella sua mente l'idea di 
rifare l'Italia. 

Esisteva in Firenze, fino dall'anno 1850, una Scuola 
Tecnica per le Arti e Manifatture, la quale era stata 



(I) Codice Annuale N. 14. 



366 La toscana dai 1824 al 185& 

liiinilca alla R. Accademia di Belle Arti. Alìiiicliè questa 
Isliluzioue potesse riuscire proliltevole agli sludi delle 
scienze di applicazione, e al progresso delle utili In- 
dustrie, delle Manifatture e delle grandi lavorazioni, 
con regio decreto del 22 ottobre 1853 venne ricomposta 
con nuove cattedre, aventi il necessario corredo di 
macchine, strumenti e collezioni scientifiche. E col 
successivo sovrano rescritto dell' 11 novembre 1856, 
furon riuniti alle cattedre medesime quegl'insegnamenli, 
altrove sparsi, e che verso gli studi suddetti avevano 
stretta attinenza. Di più, colla risoluzione ministeriale 
del 12 maggio 1858, fu definitivamente stabilito l'ordi- 
namento dell'officina di Meccanica, cui erano addetti 
dieci apprendisti scelti fra gli alunni delle Scuole pei 
figli degli artigiani. Questo fu il primo Istituto Tecnico, 
che sorgesse in Italia, e che fu chiamato I. e B. Istituto 
Tecnico Toscano. La direzione del medesimo fu affidata 
al cav. dott. Filippo Corridi, professore di calcolo dif- 
ferenziale e integrale nel Pubblico Studio di Pisa. 

Un lietissimo evento rallegrava intanto la famiglia 
reale, cioè il matrimonio dell'arciduca Ferdinando, 
Principe Ereditario. Fra l'estate e l'autunno del 185G, 
egli aveva visitate le Corti della Germania, e successi- 
vamente quelle di Parigi, di Londra e di Bruxelles, 
accolto da per tutto coi riguardi dovuti all' alto 
suo grado. A Dresda egli vide la principessa Anna 
Maria, figlia del re di Sassonia, Giovanni Nepomeno, e 
[a. scelse in isposa. Questa giovine signora era dotata 
di ottime qualità, che la dovevano rendere, come la 
resero difatti, simpatica all'universale. 11 matrimonio 
fu celebrato il 24 novembre del 1856; e, alcuni giorni 
dopo, gli augusti sposi giungevano in Firenze, accolti 
con entusiasmo dalla popolazione. Il Granduca, dal 
canto suo, volle celebrare questa fausta circostanza con 
atti ripetuti di beneficenza apro' delle classi diseredate 
dalla fortuna. 

Dopo aver visitata Siena e Pisa, i giovani sposi si 
recarono a Livorno, dove ebbero entusiastiche acco- 
glienze. Era il 10 di gennaio del 18.57. Riassumiamo 



Capitolo XXVllf 367 



dal Monitore Toscano il loro ingresso in Livorno. En- 
trarono in città verso il mezzogiorno, accompagnati dal 
Granduca e dal suo figlio secondogenito, Arciduca 
Carlo, fra gli spari dei cannoni delle fortezze e al suono 
delle campane di tutte le chiese. Due squadroni di ca- 
valleria precedevano e seguivano il corteo : dodici fan- 
ciulle, vestite di bianco, con nastri dai colori toscani, 
spargevano mirto e fiori dinnanzi alle carrozze reali. 
Attraversata la Via del Gran Principe (oggi via Solfe- 
rino) e la piazza dei Granduchi (oggi Carlo Alberto)^ 
elegantemente addobbate con ghirlande di fiori e di 
alloro, i principi, tra gli applausi del popolo, percorsero 
la via Ferdinanda, chiamata anche essa comunemente 
Via Grande (oggi Vittorio Emanuele) e la piazza d'Armi 
adorna di arazzi e di tappeti; e scesi al palazzo reale 
(oggi sede del R. Istituto Tecnico e Nautico), si affac- 
ciarono tre volte al balcone per ringraziare la popola- 
zione plaudente. Durante la permanenza delle L.L. 
A. A. I.I. e R.R, ebbero luogo nella città, luminarie, 
balli e feste d'ogni genere. 

Abbiamo già parlato, nel capitolo XXVI, della isti- 
tuzione della direzione centrale degli Archivi di Stato; 
ora diremo come, con regio decreto del 27 agosto 1856, 
questa direzione centrale fu elevala a sopraintendenza 
generale degli Archivi del Granducato. L'Archivio di 
stato di Lucca e l'archivio Diplomatico e delle Riforma- 
gioni di Siena passarono sotto la immediata dipendenza 
della sopraintendenza suddetta, venendo così a formare 
parte dell'Archivio Centrale di Firenze come altrettante 
Sezioni. All'alto ufficio di Sopraintendente Generale 
fu nominato il comm. prof. Francesco Bonaini, Arcicon- 
solo dell'Accademia della Crusca. 

Moriva in quest'anno, fra l'universale compianto, il 
consigliere Giovanni Bologna, Ministro degli affari ec- 
clesiastici ; e la reggenza di questo dicastero veniva 
temporaneamente assunta dal cav. Niccolò Lami, Mi- 
nistro di giustizia e grazia. Il duca di Casigliano, mi- 
nistro degli affari esteri, divenuto Principe per la 
morte di don Tommaso Corsini, suo padre, erasi riti- 



368 La Toscana dal 1824 al 185f) 



rato dal governo; e il Granduca aveva nominato in 
sua vece il cav. Ottaviano Lenzoni, ministro toscano a 
Vienna. 

Nella seconda metà del 1856 avvenne la finale inau- 
gurazione, nel portico degli Uffizi, delle 28 statue d'il- 
lustri toscani ; essendoché in quell'anno medesimo fu 
esposta l'ultima delle statue anzidette. Tre di queste 
erano state donate dal Granduca, dalla Granduchessa 
e dal Principe ereditario. 

Il governo del Granduca, sempre pronto — quando 
non si trattava di politica — ad introdurre dei miglio- 
ramenti nei diversi rami della finanza, del commercio 
e dell'industria, pensò bene d'istituire una nuova scuola 
di arte mineraria, che saviamente volle collocata in 
Massa Marittima (decreto del 7 gennaio 1857), capoluogo 
dì un territorio che mostravasi ogni giorno più ricco 
di miniere, le quali davano minerali diversi. Al tempo 
slesso, con decreto del 12 febbraio, furon presi i prov- 
vedimenti necessari per l'Esposizione Agraria toscana, 
fissata per il mese di giugno successivo. 

Fin dal dicembre del 1855 era già stata istituita una 
speciale Commissione per riunire in una mostra presso 
Firenze, e quindi scegliere gli animali riproduttori, le 
macchine, gli arnesi ed i prodotti agrari da inviarsi 
al Concorso universale agricolo di Parigi, quando 
questo venne dal Governo imperiale contromandato. 

Da quel momento, mancando l'oggetto primitivo per 
cui erasi ordinata, l'Esposizione divenne cosa intiera- 
mente toscana. Essa infatti ebbe luogo nella prima 
metà di giugno del 1857, ricca di articoli appartenenti 
a copioso numero di espositori, nel Real Palazzo delle 
Cascine, e col concorso di molti, che, anche dall'estero, 
affluirono a visitarla. Il Granduca, sentito il parere 
delle varie Commissioni a ciò istituite, accordò un 
largo numero di premi, la distribuzione dei quali fu 
fatta solennemente, in nome del Principe, dal Presi- 
dente del Consiglio dei Ministri, nella mattina dell'S 
di giugno. 

Come si vede, la Toscana aveva riacquistato la quiete 




Anna Maria di Sassonia 
Principessa Ereditaria di Toscana 



Capitolo XXVIII 369 



0, la prosperila; ma grossi nuvoloni si adunavano sul- 
l'orizzonle, e non passerà mollo lem pò che il lurbine 
rivoluzionario dovrà travolgere la monarchia lorenese, 
viltima della propria cocciutaggine e della cecità dei 
ministri, i quali si ostinavano a non vedere l'abisso, 
che loro si spalancava dinanzi. 



ayjVs 



L. Cappelletti 



CAPITOLO XXIX. 

» 
Il pontefice Pio IX intraprende un viaggio nei suoi Stati. — Il 
Granduca si reca a Bologna ad ossequiarlo. — Arrivo del re 
e della regina di Sassonia a Livorno. — Il Granduca, il Prin- 
cipe e la Principessa ereditarla vanno loro incontro. — 
Breve sosta in Livorno, e partenza per Firenze. — Loro in- 
gresso nella capitale e onoranze che vi ricevono. — Orribile 
incendio nel Teatro degli Acquedotti in Livorno. — Nume- 
rosi morti e feriti. — Il Granduca e il Principe ereditario 
visitano i feriti allo Spedale. — Soccorsi pecuniari ordinati 
dal Principe. — Morte dell'arciduchessa Maria Luisa, sorella 
del Granduca. — Ottime qualità di questa Principessa. — Il 
Re di Sassonia, accompagnato dal Granduca, visita il Regio 
Archivio di Stato. — Seduta solenne dell'Accademia della 
Crusca in onore del dotto Monarca. — Discorso dell'Arci- 
consolo prof. Francesco Bonaini. — Altro discorso del vice- 
Segretario dell'Accademia, prof. Brunone Bianchi. — Par- 
tenza della famiglia reale di Sassonia. — Il partito maz- 
ziniano medita un'insurrezione a Genova e a Livorno. — 
Sequestro di fucili sulla spiaggia dal Gombo. — Arresti 
in massa. — Arrivo a Livorno di Maurizio Quadrio e di 
altri mazziniani. — Vincenzo Malenchini rifiuta di prender 
parte alla insurrezione. — Sommossa di Genova il 29 luglio, 
repressa dalle milizie. — Sommossa in Livorno nel giorno 
susseguente. — La truppa è costretta a fare uso delle armi. 

— La sommossa è schiacciata. — Fuga di Maurizio Quadrio. — 
L'Austria offre al governo toscano l'aiuto delle sue milizie. 

— Rifiuto energico del Granduca. — Gli ufficiali toscani sono 
obbligati, loro malgrado, a ricevere decorazioni austria- 
che. — Nobile condotta del tenente Livio Zannetti. - Viag- 
gio del Papa in Toscana. — Egli visita Firenze, Pisa, Livorno, 
Lucca, Volterra e Siena. — Si licenzia dal Granduca a 
Chiusi, e torna nei suoi Stati. 

Nell'estate del 18.J7, il pontefice Pio IX deliberò 
d'intraprendere un viaggio nelle provinole dei suoi 
Slati. Dopo aver visitato Terni e Spoleto, si recò a 



Capitolo XX JX 371 

Perugia, dove fu ossequialo, a nome del Granduca e 
della sua famiglia, dall'arciduca Carlo, figlio secondo 
genito di Leopoldo II. Giunto il Papa a Bologna, il 
Granduca colla Granduchessa e coU'arciduca Ferdi- 
nando si recarono in detta città per complimentare il 
Pontefice non solo, ma anche per invitarlo ad onorare 
di sua presenza la Toscana. 

Nelle prime ore dell'S di giugno, giungevano a Li- 
vorno sul vapore II Corriere Siciliano, proveniente da 
Genova, le Loro JMaestà il re e la regina di Sassonia, 
accompagnate dalle loro lìglie, la duchessa Elisabetta 
di Genova e le principesse Maria Sidonia e Solia, e nu- 
meroso seguilo. 

Il Granduca, insieme coli' Arciduca Ferdinando e colla 
Arciduchessa Anna Maria, si recò a bordo del piro- 
scafo per complimentare gli Augusti viaggiatori ; e 
quindi, insieme con essi, dopo una breve sosta nel Pa- 
lazzo reale, parli con treno speciale per Firenze, dove 
giunsero alle ore 10 antimeridiane, prendendo alloggio 
nella Reggia dei Pitti. Ivi sì trovavano a ricevere gli 
augusti Ospiti, oltre la Granduchessa e le altre per- 
sone della real famiglia, il Gran Ciamberlano di Corte, 
il Maggiordomo e la Maggiordoma, i Ciamberlani e le 
Dame di servizio. Alla stazione della strada ferrata, una 
compagnia di Veliti con musica in testa aveva resi gli 
onori agli augusti personaggi. 

11 Principe e la Principessa ereditaria si trovavano 
già da alcuni giorni a Livorno per i bagni di mare. 
11 Granduca vi era giunto nella notte dal 7 alFS a 
causa di un luttuoso avvenimento che aveva contristalo 
la città. 

Il giorno 7, giorno di domenica, nell'Arena degli 
Acquedotti (oggi Arena Alfieri), vasto anfiteatro posto 
presso le mura deila città fra la barriera fiorentina e 
la porla Leopolda (oggi porla alle Colline) la dram- 
malica compagnia Coltellini rappresentava la Presa 
di Sebastopoli, con bombardamento della torre di Ma- 
lakolf. Era un episodio della guerra di Crimea. Il 
teatro rigurgitava di spettatori ; la platea, le gallerie, 



37ii! La Toscana dal 1824 al 1659 

le terrazze erano alTollale; e prima ancora che comin- 
ciasse lo spellacolo, si era dovuto sospendere la ven- 
dila dei biglietti. Tutto procedette regolarmente fino 
all'ultimo atto, e gli applausi erano frequenti e frago- 
rosi. Alle prime esplosioni e alle prime bombe di ma- 
terie infiammabili lanciate dalla finta torre di Mala- 
koff, prese fuoco un scenario, che in un batter d'occhio 
incendiò tutto il palco scenico. Gli attori si salvarono 
per miracolo, calandosi da un tìnestroue. Grande tu lo 
spavento negli spettatori. La platea era scoperta ed a 
sterro ; i palchetti erano di solido materiale ; perciò 
non vi era pericolo di una subita distruzione; e il pub- 
blico avrebbe potuto uscire comodamente dalle porte 
che erano sei. Ma il terrore non permise tali ritles- 
sioni. Tutti si precipitarono alle porte ; alcuni caddero 
e non si poterono rialzare. Chi fu contuso in molte 
parti del corpo ; chi si ruppe le braccia e si sfracellò 
la testa; chi, quasi perduto il senno, si gettò dalle 
finestre. 1 morti furono settanta e più di cento i 
feriti. 

La mattina seguente, di buon ora, il Granduca, ac- 
compagnato dal Principe Ereditario, si recò allo Spe- 
dale di Sant'Antonio, ricevuto dal (ìovernatore, dal 
Gonfaloniere e dal Commissario dello Spedale suddetto. 
Egli visitò, a uno per uno, i letti dove giacevano i 
feriti, e per tutti ebbe parole di carità e di conforto, 
e volle che fossero subito distribuiti dei soccorsi ai più 
bisognosi. Ordinò quindi che dalla Cassa della R. De- 
positeria venisse largita la somma di 250 zecchini 
(circa 3U00 lire italiane). Poscia accompagnato dal tìglio e 
dalla nuora, andò a ricevere il re e la regina di Sas- 
sonia che, come abbiam detto, erano arrivati a Livorno 
la mattina stessa per la via di mare. 

Nella mattina del 15 di detto mese, dopo breve ma- 
lattia cessava di vivere l'Arciduchessa Maria Luisa, 
sorella del Granduca. Aveva 59 anni. Era una princi- 
pessa da lutti riverita ed amata. Il popolo la chiamava 
la Gobbina, perchè era deforme nell'aspetto ; « però 
nulla d'ironico era in (luell'appellativo, pieno invece 



Capitolo XXIX 373 



di sìinpalia e di pietà. GeiiUle, caritatevole, pia, viveva 
pei' beneficare e pregare (1) ». 

Il cadavere della Principessa, dopo essere stato im- 
balsamato, fa esposto in una sala dal Palazzo Pitti ; 
e il giorno 'ìO fu trasportato solennemente alla Basilica 
di San Lorenzo, ed ivi sepolto nelle tombe medicee. 

Tre giorni prima della morte dell'Arciduchessa Maria 
Luisa, l'Archivio di Stato ricevette la visita di S. M. 
il re di Sassonia, accompagnato dal Granduca. Furono 
ossequiati dal comm. Bonaini, Sopraintendente Gene- 
rale agli Archivi del Granducato. Il Re e il Granduca 
non si limitarono soltanto a percorrere le ampie sale, 
dove si conservano i documenti, ma si compiacquero 
eziandio d'esaminare alcune carte più preziose, e i di- 
versi lavori dei quali incessantemente si occupavano 
gli Ufficiali dell'Archivio medesimo ; ai quali il Re si 
degnò di rivolgere parole di soddisfazione, incorag- 
giandoli a meritarsi vieppiù la benemerenza del loro 
Sovrano, e a durare in quelle fatiche, destinate a re- 
care tanto vantaggio agli studiosi e decoro al paese. 
Dopo di essersi congratulato coll'illustre comm. Bo- 
naini, il Re lasciò insieme col Granduca l'Archivio. 

Giovanni Neporameno I, il grande cultore di Dante, 
che, sotto il pseudonimo di FUalete, aveva illustrato 
il Divino Poema, era ascrìtto all'Accademia della Crusca, 
alla quale era ascritto pure il Granduca, per aver questi 
curata la splendida edizione delle Poesie di Lorenzo il 
Magnifico e per aver fatto pubblicare, sotto il suo alto 
patrocinio, le Opere di Galileo. 

Verso le 11 li^ del 14 giugno, il Re, il Granduca e 
il Principe Ereditario si recavano a visitare l'Accademia 
della Crusca, che allora aveva sua stanza nel Palazzo 
Riccardi (2). A pie delle scale, furono ricevuti dall'Ar- 



(1) Queste parole sono di una egregia sci-iUrice, la quale non è punto 
tenera per la Casa di Lorena. — Vedi Groi.i Bartolomsiei .M.< Il Eicol- 
gimento toscano e l'aslone popolare, pag. 108. 

(2) L'Accademia della Crusca ebbe sua sede nel Palazzo Riccardi, 
sino a quando fu in Firenze trasportala la capitale. Allora dovette 



374 La Toscana dal 1824 al 1859 



ciconsolo, comm. prof. Bonaiiii e dai più anziani Acca- 
demici, i quali li accompagnarono alla Galleria di 
Luca Giordano, dove già si trovavan raccolte molte 
delle più illustri persone della città, state invitate 
particolarmente per assistere a quell'accademica adu- 
nanza. Dinanzi alla porta della Galleria stavano gli 
altri Accademici, sì Residenti che corrispondenti, i 
quali furono, ad uno ad uno, presentali dall'Arciconsolo 
al dotto Monarca. 

Appena gli augusti Sovrani presero posto nelle pol- 
trone loro assegnate, l'Arciconsolo pronunziò un di- 
scorso, nel quale, dopo essersi congratulato col Re 
per il suo magnifico lavoro sulla Divina Commedia, e 
col Granduca per la sua splendida e"dizione delle poesie 
del Magnifico e l'ordinamento degli Scritti del gran 
Galileo, le quali cose fatte dall'uno e dall'altro quando 
non avevano il peso del regno, valsero a loro il grado 
di Accademico della Crusca, rese conto dello stalo 
dell'Accademica dal 1838, tempo in cui i medesimi 
l'avevano finalmente visitata, fino al 1856, parlando 
della incominciata compilazione e stampa del Vocabo- 
lario e dei lavori pubblicati in quest'intervallo da di- 
versi Accademici, tanto Residenti quanto corrispon- 
denti. 

Dopo l'Arciconsolo, il vice-segretario dell'Accademia, 
Canonico Brunone Bianchi, lesse un discorso sulle vi- 
cende della lingua in Italia, svolgendo da prima le ca- 
gioni e i modi onde si diffuse e si nobilitò antica- 
mente il dialetto latino ; e passò quindi a mostrare, 
come a confronto, le ragioni e le vie per cui il dia- 
letto toscano, quasi erede della maestà e della fortuna 
del latino, giunse a prevalere su tutti gli altri dialetti 
italici sino a divenire l'unica lingua degrilaliani. Dalle 
quali considerazioni il dotto Accademico scese a par- 
lare dell'ufficio dell'Accademia e dei presenti studi e 



sloggiare per dar luogo al Ministero dell'interno : e si trasferì in San 
Marco, ove stette fino ai primi del mese di luglio 1914. D'allora in poi 
è tornato nel l'alazzo Riccardi, dove ha comoda e degnissima sede. 



Capitolo XXIX 375 



lavori di essa per la quinta ristampa dei suo Vocabo- 
lario. 

I Principi e gli uditori tutti prestarono grande at- 
tenzione alla lettura dei due succitati discorsi ; e si 
congratularono col comm. Bonaini e col canonico 
Bianchi. 

II Re, il Granduca e il Principe Ereditario passarono 
poscia nella sala della Presidenza accademica, dove si 
trattenero alquanto a ragionare affabilmente cogli Ac- 
cademici che facevano loro corona. Alle due pomeri- 
diane, accompagnati dall' Arciconsolo e dagli altri 
Accademici fino in fondo alla scala, fecero ritorno alla 
reggia dei Pitti. 

11 17 di questo mese, il re Giovanni, la regina Ame- 
lia, e le loro auguste figlie partirono per Livorno, 
donde si recarono a Genova ; la principessa Elisabetta 
tornò a Torino, e il re colla consorte e le due figlie 
minori, Maria Sidonia e Sofia, fece ritorno a Dresda. 
Prima di lasciare Firenze, volle dare un attestato della 
sua alta stima al prof. Bonaini, Arciconsolo della 
Crusca e soprintendente agli Archivi del Granducato, 
conferendogli le insegne dell'Ordine reale di Alberto 
r Animoso. 

Tutto sembrava calmo e tranquillo nell'Italia cen- 
trale, e specialmente in Toscana ; ma, pur troppo, altro 
non era che una calma apparente. Buccinavasi già da 
qualche tempo che una grande insurrezione, in senso 
repubblicano, anzi mazziniano, sarebbe scoppiata a 
Genova e a Livorno. Si diceva altresì che gl'insorti 
avrebbero corrotto le milizie, incitandole ad unirsi ad 
essi, per rovesciare le monarchie e proclamare l'indipen- 
denza e la libertà dei popoli (1). 11 maggiore Giuseppe 
Traditi, il quale comandava 11 4» battaglione di fan- 



li) Tulio quanto io starò ora per narrare, è tolto, in gran parte, da 
un interessante e pregevole volumetto, compilato su documenti inediti 
dal dottor Eusu.io JliciiEf-, ed intitolato: L'icltimo moto niassiniano 
(18ò7). Episodio di storia toscana, da memorie inedile del tempo e 
da documenti d'archivio. Livorno, S. Belfortc editore, 1903. 



376 La Toscana dal 1821 al 1859 

Icria, di guarnigione in Livorno, avendo saputo clie 
alcuni sconosciuti tentavano segretamente di sobillare 
la truppa, emanò un ordine del giorno, col quale proi- 
biva ai soldati da lui dipendenti « di frequentare quei 
caffè ove per solito andavano persone sospette in ma- 
teria politica »; e il capitano Rodolfo Mosell, coman- 
dante la prima batteria da campo, arringava i suoi 
soldati, promettendo tutte le ricompense possibili a chi 
avesse agito contro gli offerenti, e ne avesse reso conto. 

I rivoltosi, i quali pagavano le consumazioni ai sol- 
dati, non le pagavano di tasca propria, ma coi danari 
che loro arrivavano da Genova. 11 tenente Giovanni 
Albertoni, afiermò dinanzi alla Corte Regia di Lucca, 
che in una sola volta era stato fatto un deposito di 
3.000 lire al caffè di Via San Giovanni per dispensare 
ponci e sigari alla truppa. Ammesso anche che una 
simile affermazione non sia rigorosamente esatta, è 
cosa certa però che da Genova arrivavano periodica- 
mente dei danari che dovevan servire a preparare la 
insurrezione. 

Intanto si aspettavano con impazienza alcune casse 
di fucili e di munizioni ; ma, nei primi giorni del mese 
di maggio, la polizia, avvertita da un così detto confi- 
deiite (eufemismo che si usa per designare una spìa), 
riusciva a sequestrare sulla spiaggia, fra il Gombo e 
Migliarino, 98 fucili e 5 casse di munizioni. Quindi 
procedeva all'arresto di tutti coloro che dovevano ef- 
fettuarne il trasporto a Livorno. Fra gli arrestati si 
trovavano anche dei livornesi, che furon poi condan- 
nati, in seguito a processo economico, dal Consiglio di 
governo. La notizia di tale sequestro scoraggiò i più 
timidi, ma per breve momento. « In un'adunanza — 
narra il Michel — tenuta alla sede del Consolato fran- 
cese (1), si discusse se si doveva abbandonare per il 



(1) Come poteva tenerci un'adutiMiiza di persone, die voleva rove- 
sciare il governo granducale, nella Gasa del Console generale di 
Francia, cioè di una potenza, la quale erasi sempre dichiarala amica 
del Granduca e del suo governo? 



Capitolo XXIX 



377 



momento ogni idea di rivoluzione. Dopo un'animata 
discussione, prevalse la parte contraria; l'avvocato Vin- 
cenzo Malenchini a chi gli obiettava che senz'armi, o 
male armati, si poteva ottenere poco, e si sarebbe an- 
dati incontro ad una morte sicura, rispondeva : A chi 
iniiore un requiem ; a chi vive e va in galera, penne- 
remo noi. E così troncava ogni discussione (1) ». 

11 moto livornese, come anche quello genovese, era 
opera dei mazziniani ; sebbene qualcuno abbia creduto 
alla cooperazione degli ascritti alla Società Nazionale 
diretta dall'emigrato Siciliano, Giuseppe La Farina, 
infaticabile emissario del Conte di Cavour. Tant'è vero 
che — lo racconta lo stesso Michel (2) — un tal 
V. Canigiani, figlio di un confidente di polizia, "affermò 
dinanzi ai giudici di aver sentito gridare Viva Vittorio 
Emanuele'. Ciò è impossibile: 1" perchè la polizia sarda 
orasi affrettata a prevenire il governo toscano di un 
prossimo movimento mazziniano; 2° perchè il Conte 
di Cavour, in una lettera da lui scritta al ministro 
sardo a Firenze, gli parlava del Mazzini, delle sue 
mene rivoluzionarie, e della speranza di poterlo avere 
un giorno nelle mani; per togliergli — son parole dello 
stesso Conte di Cavour — la facoltà di nuocere ai suoi 
simili, e specialmente all' infelice sua patria (3). 

Ma torniamo all'insurrezione del 30 giugno. Nella 
prima metà di questo mese era giunto a Livorno 
Maurizio Quadrio, uomo non più giovine, amico in- 
timo di Giuseppe Mazzini ; e sebbene gli fosse avanti 
d'età, lo venerava e l'ubbidiva come a Maestro. Egli 
venne in compagnia di altri mazziniani, che erano 
Mario Simeoni, Giuseppe Civinini, Carlo Lozzi, Cesare 
Ghozzi. Appena arrivato, il Quadrio si rese conto delle 
condizioni della città ; quindi spedì a Firenze un suo 
incaricato, il quale si doveva mettere in relazioni coi 



(1) MicuEf,, op. cit., pag. 30. 

(2) Op. cit., pag. 51, nota. 

(•}) Vodi Nuove Lettere inedite del Conte di Cavour ecc. ecc.. Te- 
rino-Homa, Roux e Viarengo, 1895; pag. 51t. 



378 [.a Toscana dal 1821 al 1859 



repubblicani di là, affinchè anche la capitale dello Sialo 
parlecipasse al moto rivoluzionario. Ma tutte le persone 
colle quali parlò gli fecero capire che perdeva il suo 
tempo, cosicché dovette tornarsene a Livorno, e far 
capire al Quadrio «che non c'era da illudersi punto 
sulla riuscita della rivoluzione in Firenze ». 

Dopo la scoperta delle armi al Gombo, e l'arresto di 
coloro che ivi si erano recali per impadronirsi dei 
fucili, i cittadini Pisani, i quali avevano promesso ai 
Livornesi di aiutarli nella sommossa, si squagliarono 
tutti ; e il tentativo completamente abortì. E anche 
nella stessa Livorno, dove l'insurrezione, con a capo 
il Quadrio, veniva ad acquistare un'indole schietta- 
mente repubblicana, Vincenzo Malenchioi e i suoi ade- 
renti si ritirarono dall'impres'a. 

I mazziniani livornesi non potevano agire se non 
dietro ordini venuti da Genova; che il solo Mazzini vo- 
leva dirigere da Genova le insurrezioni di tutta l'Italia. 
L'ordine di agire giunse verso la fine del mese; e 
fu stabilito che il 30 di giugno il tentativo rivoluzio- 
nario avrebbe avuta la sua esecuzione. Il curioso si è 
che molti cittadini sapevano quello che si slava pre- 
parando ; e vi erano di quelli, affezionali al governo 
granducale, a cui erano state fatte perfino delle nii- 
naccie di morte (1). 

Intanto a Genova, nella notte del 29 giugno, scop- 
piava il movimento rivoluzionario; i sollevati con au- 
dacia senza pari poterono, nelle prime ore del mattino, 
correre in armi le vie della città ed ottenere qualche 
istante di favore ; cosicché occuparono alcuni corpi di 
guai'dia e si resero padroni dei forti nominati lo Spe- 
rone e il Diamante; ma le truppe, in gran numero, 
uscirono fuori dai loro quartieri, assalirono gl'insorti 
e, facendo uso delie armi, li ridussero in breve tempo 
all'impotenza; molti furono feriti, moltissimi impri- 
gionati, e il resto fuggirono. 



(1) Veggasi la deposi/iono del morciaio Giovacchino Banti dinanzi 
alla Corte regia di Lucca, ripuitala dui Michel {op. cit., Appeadice N'' V). 



Capitolo XXIX 379 

A Livorno le cose tannarono un po' diversamenle ; 
la sommossa ebbe principio contemporaneamente in 
vari punti della città, importanti per la loro posizione, 
perchè prossimi alle fortezze e ai deposili delle armi, 
cioè: nella via S. Giovanni, e nellealtre prossimealla For- 
tezza Vecchia, nei luoghi limitrotì alla Fortezza Nuova, 
sulla piazza d'Arme presso la Gran Guardia, e nelle 
vìe adiacenti al Reclusorio, quartiere principale della 
truppa e delle artiglierie (oggi Ricovero di mendicità). 

Maurizio Quadrio prese parte attiva alla rivolta, e, 
armato di un pugnale, diresse una di quelle squadre, 
cioè quella che doveva dirigersi al Reclusorio e impa- 
dronirsi delle artiglierie. Nella via S. Giovanni i ri- 
voltosi cominciarono a dar la caccia a quanti soldati 
passavano per impadronirsi delle loro armi : sia va- 
lendosi delle miiiaccie, sia delle blandizie, e dicendo 
loro : « Siamo fratelli ; vogliamo le armi ; ora si co- 
manda noi altri ; stasera deve finir male ». Intanto 
riuscirono a disarmare della sciabola un cavalleggiere 
di costa, che era venuto a Livorno per farsi rifor- 
mare (l); tolsero la baionetta a due soldati di fan- 
teria, e la sciabola a tre sergenti di artiglieria, presi, 
s'intende, alla spicciolata. Un rivoltoso tentò di di- 
sarmare del fucile un soldato di pattuglia ma ri- 
mase ucciso. Due gendarmi, che erano accorsi al tu- 
multo furono trucidati a colpi di pugnale. Impadro- 
nitisi così anche delle armi dei due gendarmi uccisi, 
i ribelli si diressero allo scalo regio, gridando: «An- 
diamo a prendere la Fortezza ». Mentre s'incammi- 
navano alla volta di Fortezza Vecchia, incontrarono 
un sergente, e, senza alcuna ragione, gli furono ad- 
dosso e lo trucidarono, nascondendone il cadavere in 
una stanzetta da carbonaio ("2). 

Intanto, allo sbocco di via S. Giovanni, un plotone 
di soldati, che ivi era slato raccolto, fece fuoco sui 



(1) Costui ciM mi mio coiiteiYano, e clii;i:nìv,isi Piutro Piàtinli : jn 
l'ho conosciuto personalmente. 

(2) MicHEf., op. cif., pag. 4(3. 



380 La Toscana dal 1824 al 1859 



rivoltosi, disgregandoli e coslririgetidoli ad allonla- 
narsi ; e poco dopo, dato dalla Fortezza Vecchia il se- 
gnale d'allarme con tre colpi di cannone, numerosi 
soldati occuparono via San Giovanni e le strade adia- 
centi ; e gl'insorti, vista la mala parata, precipitosa- 
mente si allontanarono. 

Sulla Piazza dei Granduchi, o del Voltone, nume- 
rosi rivoluzionari stavano pronti a marciare verso la 
Fortezza Nuova, dove speravano di aver favorevole la 
guarnigione del Forte; ma giunti in vicinanza del can- 
cello, trovarono alzato il ponte levatoio, e delusi nelle 
loro speranze, tornarono indietro gridando : « Siamo 
traditi!». Presso la via dei lavatoi, incontrarono due 
bandisti militari, li fermarono, li disarmarono non 
solo, ma ne uccisero uno e l'altro ferirono gravemente. 

Dalla vìa del Casone (oggi via Cairoli) una banda 
numerosa d'insorti moveva verso Piazza d'Armi, o 
Piazza Grande, dove trovavasi la Gran Guardia. L'uf- 
ficiale che ivi comandava, fatte invano le intimazioni, 
ordinò il fuoco. Sulle prime i rivoltosi retrocessero ; 
ma poi, fattisi più arditi, tornarono avanti. I soldati 
fecero altre due o tre scariche, che riuscirono a di- 
sperdere ogni assembramento. Non si è mai potuto 
sapere il numero preciso dei morti e dei feriti : essi 
dovettero essere pochi in confronto delle ripetute sca- 
riche fatte dalle milizie ; e ciò indurrebbe a creder che 
da parte dei soldati si volesse risparmiare i rivoltosi, 
molto più che parecchi di essi si erano fatti corrom- 
pere con promesse e con donativi. 

Il fatto più grave avvenne in via de Larderei. Erano 
le sette pomeridiane. Un'animosa turba di rivoluzionari, 
con alla testa Maurizio Quadrio, venivano dalla piazza 
San Benedetto, oggi piazza XX Settembre. 11 loro 
duce, sfoderato uu lungo e lucido stile, gridò ai pas- 
santi : « Fratelli, unitevi a noi ; è giunta l'ora della 
vendetta; suvvia, coraggio; viva l'indipendenza ita- 
liana!». A tali parole tutti coloro, che si trovavano 
riuniti sulla piazza, si tì)ossero ; entrarono in una bot- 
tega di macellaio, s'impadronirono di (juattro coltelli 



Capitolo XXIX 381 



e di un foialoio, e sì diressero verso la via de Lar- 
derei, invitando il popolo a salvare la patria in peri- 
colo e?). Ma la popolazione fuggiva; e il capo dei sol- 
levati, cioè il Quadrio, non vedendosi corrisposto, si 
mordeva le mani e batteva nel muro pugni da dispe- 
rato (1). 

Altri drappelli armati di pistole e di pugnali, per 
le vie Sproni e (Ihiellini, si avanzavano gridando: 
« Viva la libertà! Viva la repubblica! Viva l'indipen- 
denza italiana! ». Anche costoro si diressero verso la 
Via de Larderei, per recarsi quindi alla caserma del- 
l'artiglieria. Ma, dato dalla Fortezza Vecchia il segnale 
d'allarme, uscivano dalla vicina Caserma del Reclu- 
sorio le milizie raccolte e ordinate alla rinfusa, tra- 
scinando seco i cannoni della batteria da campagna. 

Al comparir dei soldati e dei cannoni, gl'insorti, che 
componevano i tre drappelli, si sbandarono. Alcuni 
cercarono uno scampo, introducendosi nello stabile 
n. 18 (oggi n. 15) in via de Larderei. Di là i rivoltosi 
commisero l'imprudenza di sparare un colpo di fucile 
contro i soldati, che avevano occupato l'imboccatura 
della strada. 

Allora il maggiore Giuseppe Traditi ordinò al te- 
nente Giovanni Albertoni di portarsi con un plotone 
a quello stabile, di atterrare le porte, e d'impadro- 
nirsi di tutti coloro che avessero dimostrato intenzioni 
ostili contro i soldati. Il tenente obbedì ; e siccome i 
rivoltosi si rifiutavano di aprire, fece sforzare la porta 
e s'introdusse coi soldati nello stabile. Ma vi furono 
appena entrati che due colpi di arma da fuoco furono 
sparati contro di loro dall'alto delle scale, 11 tenente 
allora si tirò alquanto indietro, aspettando un rinforzo 
il (]uale non tardò a giungere. Nel salire le scale, in- 
contrati alcuni rivoltosi, il tenente Albertoni li fece 
arrestare ed accompagnare al Reclusorio. Sette rivol- 
tosi si erano rifugiali nell'appartamento del dottor 
Camillo Moratti (uomo pacifico e tutt'altro che rivolu- 



(1) Mif.iiF.i., o})- cil , pag. óO. 



382 La Toscana dal 1824 al 1859 

zionario), e ne avevano barricala la porla : quesla fa 
abballala; e non fa diflicile alla lnip|»a ridurre al- 
rimpolenza i selle individui che ivi si erano rifugiali. 
Questi disgraziali furono trascinali sulla strada, ed 
ivi passati per le armi. 

V^ennero sparali colpi di fucile negli scali San Co- 
simo (oggi Aurelio Saffi) e in via della Misericordia ; 
ma mezz'ora dopo la calma era tornata nella città, la 
quale era già slata occupata militarmente ; intanto 
veniva circondalo dalle milizie il palazzo reale, allora 
abitalo dal Principe ereditario e dalla sua giovine 
consorte. Essi, non ostante il molo rivoluzionario che 
abbiamo leste narrato, non vollero abbandonare Li- 
vorno, e vi rimasero per lutto il mese di luglio; e di 
questa fiducia i Livornesi furon loro gratissimi. 

E del Quadrio cosa era avvenuto? Lo abbiamo visto 
mordersi le mani e battere pugni nel muro per la 
rabbia di non vedersi corrisposto dalla popolazione. Ve- 
dala, uscire la truppa, e perduta perciò ogni speranza 
nella buona riuscita del molo, pensò di mettersi in 
salvo, e s'imbarcò sopra un bastimento che faceva rotta 
per Genova. Ivi dovette stare nascosto per parecchio 
tempo, per non cadere nelle mani della polizia Sarda. 

« Livorno — scrive il Michel — si trovava in condi- 
zioni migliori delle altre parti del Granducato per il suo 
Porto franco e per il grande svolgimento dei suoi com- 
merci. La numerosa popolazione {circa 80,000 abitanti) 
era sempre in febbrile attività. Anche più tardi, quando 
le condizioni dì altre piazze erano abbastanza deplo- 
revoli, Livorno sì trovava sempre in condizioni flori- 
dissime.. .. Inollre, i Livornesi erano legati da vincoli 
di gratitudine e dì riconoscenza al Granduca che, nel 
lungo suo regno, aveva rivolto ogni sua cura al- 
l'incremenlo della città, e l'aveva dotata di tante 
opere pubbliche, che non a torto gli era stato dato il 

titolo di secondo fondatore di Livorno Dopo tutto 

ciò, non fa meraviglia che la popolazione livornese si 
astenesse dal far causa comune cogl'insorti (1)». 



(I) Mii:iiKi., op. cit., pagg. 07-58. 



Gapilolo XXlX 383 

In quella sera slessa era giiinlo in Livorno il gene- 
rale Ferrari da Grado, il quale si congratulò cogli uf- 
ficiali superiori dell'energico conlegno delle milizie ; e 
telegrafò al Ministro dell'Interno che lutto era tran- 
quillo, e che la città aveva ripreso il suo aspello or- 
dinario. 

Ma l'Auslria, rappresentata degnamente in Firenze 
da un acerrimo nemico del nome italiano e del nome 
toscano, cioè dal barone Carlo di Hiigel, il (juale, con 
una malvagità ed un'ipocrisia senza pari, era riuscito 
a im{)adronirsi dell'animo del Granduca e a paraliz- 
zare l'azione dei suoi Ministri, l'Austria, io dico, ap- 
pena ebbe seniore del moto di Livorno, si affrettò ad 
offrire al Granduca l'intervento delle milizie imperiali ; 
ma Leopoldo li recisamente lo rifiutò. Allora, pur di 
far valere il diritto, che esso si arrogava di intervenire 
jielle faccende toscane, il gabinetto di Vienna inviò 
un certo numero di decorazioni da dispensarsi agli 
ufficiali toscani. Tutti quanti, non escluso il generale 
Ferrari da Grado, per un sentimento che altamente 
li onorava, dichiararono non potere accettare quelle 
onorificenze ; ma il barone di Hiigel fece le sue piìi 
vive rimostranze al Granduca ; e il pusillanime prin- 
cipe si Irovò costretto ad imporre all'uBicialità di ac- 
cettale le austriache decorazioni. 11 generale Ferrari 
da Grado ebbe la commenda delia Corona di Ferro, il 
maggiore Traditi quella di cavaliere dello stesso Ordine; 
gli altri ufficiali furon costretti a fare allrettanlo, sotto 
pena della destituzione. Due soli non vollero obbedire; 
e piuttosto che fregiarsi delle decorazioni austriache, 
diedero le dimissioni. Uno di questi fu il lenente Livio 
Zannelli, il (juale poi, nel battaglione toscano coman- 
dato da Vincenzo Malenchini, prese parte alla seconda 
guerra dell'indipendenza italiana. 

Intanto il l'apa si accingeva, come aveva promesso 
al Granduca a Bologna, a venire in Toscana. Sua 
Santità partiva da Bologna alle ore '6 di mattina del 
19 agosto. Il Granduca cogli Arciduchi suoi figli gli 
andarono incontro fino alla Villa delle Maschere di 



38i La Toscana dal 1824 al 1850 



proprietà del marchese Carlo Cerini, Cavallerizzo 
Maggiore e Ciamberlano del Graiuliica. Sua Sanlilà vi 
si traltenne fino alla mallina del 18. Dopo aver preso 
congedo dalla famiglia Cerini, il Pontefice moveva 
verso la Villa della Pietra appartenente al Conte 
Carlo Guicciardini, accompagnato da una quantità di 
Curati coi loro parrocchiani e da due bande musicali. 
Il Granduca, insieme cogli Arciduchi Ferdinando e 
Carlo, pranzò col Papa; quindi alle 4 11*2 il corteggio 
reale si diresse verso la capitale. Due colpi di can- 
none annunziarono ai Fiorentini il prossimo arrivo 
del Capo della Cristianità. A quel segno risposero tutte 
le campane delle Chiese di Firenze; e una popolazione 
immensa, venuta anche dalle città e terre vicine, em- 
piva le vie e le piazze della Capitale. 11 Pontefice se- 
deva, nella gran Carrozza di gala a destra del Gran- 
duca: ai due sportelli cavalcavano due ufficiali supe- 
riori della Real Guardia del Corpo. Le altre Guardie, 
tutte a cavallo, seguivano il cocchio reale (l). 11 Cro- 
cifero, a cavallo, esso pure, precedeva il corteo ; e 
dietro ad esso un distaccamento di cacciatori a ca- 
vallo, poi le carrozze dove si trovavano i dignitari 
della Corte pontificia. Appena giunto dinanzi alla Cat- 
tedrale, il Papa scese di carrozza ed entrò nel tempio, 
dove fu cantato l'Ecce Sacerdos Magnns, e fu impar- 
tita la benedizione del S.S. Sacramento. Arrivato alla 
Reggia. Sua Santità fu ricevuto dalla Granduchessa e 
dalle altre persone della reale famiglia, dal Gran Ciam- 
berlano, dai Maggiordomi, dalle Dame e dai Ciamber- 
lani di servizio. Recatosi nella gran Sala degli Stucchi, 



(I) In quesla circostanza l'u sparso, manoscritto, un epifirammn, clic 
diceva cosi : 

O esempio di virtù splendido e raro! 
Entrò Cristo in Sion sopra il somaro ; 
Entrò in Firenze il suo Vicario Santo. 
Col ciuco anch'esso, ma lo aveva accanto. 
Il ciuco sarebbe stato il Granduca; ma era un'ingiusta accusa, per- 
chè L('0|)oldo 11 era assai cólto, e scriveva mollo bene, come lo dimo- 
strano anche le sue lettore contidenziali. 



Capitolo XX IX 385 

ammise tulli quei signori ai bacio del piede; poi si ri- 
tirò negli appartamenti a lui assegnati. Nella sera, 
Firenze fu tutta quanta illuminata. Verso le ore 9, il 
Papa, col Granduca, cogli Arciduchi e col relativo 
seguito, fece una passeggiata in carrozza per le prin- 
cipali vie della città, in mezzo al suono delle bande 
ed alle acclamazioni del popolo. 

11 19, alle ore 10 l\'-2, il PonleDce ricevette ed am- 
mise al bacio del piede i Ministri Segretari di Stato 
e il Corpo diplomatico, accreditato presso la persona 
del Granduca. Si recò quindi a visitare il Conserva- 
torio delle Signore della Quiete, quello delle Montalve 
in Ripoli e l'Istituto della SS. Annunziata. Tornato 
alla Reggia visitò la Gallerìa Palatina. 

Nelle ore pom. di detto giorno, il Santo Padre visitò 
la Real Galleria dei lavori in pietre dure; ed espresse 
con benigne parole la sua ammirazione per gli egregi 
lavori che gli furono presentati; e nell'Albo della Gal- 
leria Sua Santità scrisse il primo suo motto latino: 
Super firmam petraìn • Petra autem erat Chrisfus. 

Nei giorni susseguenti il Papa, sempre accompagnato 
dal Granduca e dell'Arciduca Ferdinando, visitò la Cap- 
pella Medicea nella Basilica di San Lorenzo, la Chiesa 
della SS. Annunziata, dove celebrò la messa; assistette 
ad un Concerto Sacro nel Salone dei Cinquecento; vi- 
sitò la Galleria degli Uffizi, il R. Archivio di Stato e 
il R. Istituto Tecnico. 

Il 24 agosto, nella Cattedrale di Santa Maria del 
Fiore, consacrò quattro nuovi V^escovi toscani, cioè 
l'Arcivescovo di Firenze ei Vescovi di Montepulciano, 
di Volterra e di Fiesole. Dopo poche ore partì per 
Pisa, accompagnato alla Stazione dal Granduca, dai 
Principi e dal solito Corteggio (1). 

In quello stesso giorno fu a Pisa; e la mattina se- 
guente celebrò la messa nella Primaziale; un'ora dopo 
partiva per Livorno, sempre accompagnato dal Gran- 



in Prima di lasciare Firenze, andò a Pistoia, dove si trattenne un 
paio d'or-3, e dove ebbe un'accoglienza entusiastica. 

L. Cappelletti ìó 



386 La toscana dal 1824 al 1859 

duca e dai Principi. Visitò la cattedrale; poi si recò a 
piedi al Palazzo Reale, dalla cui terrazza diede le be- 
nedizione al popolo plaudente. 

Da Livorno, il Santo Padre si recò a Lucca, pas- 
sando per Pisa; e i Lucchesi lo accolsero con non 
dubbi segni di affettuosa riverenza. Sì recò subito al 
Duomo, e di là al Palazzo Reale, da cui benedì la 
folla acclamante. Fu, dice il Sardi, un momento vera- 
mente solenne (1). Nel pomeriggio, visitò alcune Colle- 
giate e Conventi ; e la sera ripartì per Pisa, diretto a 
Volterra, dove visitò il Collegio dei PP. Scolopi, nel 
quale, giovinetto, aveva ricevutola prima educazione. 
E qui nella Villa del Marchese Lorenzo Niccolìni, ri- 
vide ed accolse con festa alcuni dei superstisli amici e 
compagni, coi quali giocondamente rievocò i tempi lon- 
tani della comune adolescenza. 

Il i29 agosto fu a Siena, dove ebbe le stesse acco- 
glienze avute nelle altre città del Granducato ; poi ar- 
rivò a Chiusi, ma non salì alla città; tuttavia ai piedi 
del colle ricevette gli omaggi del Vescovo, del Capitolo, 
del Gonfaloniere e delle altre autorità del luogo. Quivi 
si congedò dal Granduca e dai Principi, e incamminan- 
dosi verso Città della Pieve, fece ritorno nei suoi 
Stati. 



(l) Sardi, op. cit., png. 381. 



CAPITOLO XXX. 



Provvedimenti del Governo per impedire la fraudolenta intro- 
duzione in Toscana del sale forestiero. — Convenzione col 
Belgio per l'estradizione dei malfattori. — Altra colla Santa 
Sede per la congiunzione delle respettive linee telegrafiche. 

— Preordinata fusione delle Banche di sconto di Firenze e 
di Livorno. — La Principessa ereditaria dà alla luce una 
bambina. — Atti di beneficenza del Granduca. — Proroga- 
zione del trattato di commercio col Reame di Napoli. — 
Altri trattati colla Svezia e colla Danimarca. — Nuovo or 
dinamento dato alla Marina Militare. — Inaugurazione in Li- 
vorno della nuova Stazione marittima. — Il comm. Carlo 
Bon-Compagni ministro Sardo a Firenze. — Giudizi su questo 
personaggio. — Attentato di Felice Orsini contro l'impera- 
tore Napoleone III. — Il conte di Cavour a Plombiéres. — 
Suoi colloctuì coU'imperatore. — Parole dette da questo So- 
vrano all'ambasciatore austriaco, barone di Hiibner. — Ma- 
trimonio del principe Gerolamo Napoleone colla principessa 
Clotilde di Savoia. — Apertura della nuova sessione del 
Parlamento Subalpino. — Discorso del re Vittorio Emanuele. 

— Partenza della famiglia granducale per Napoli. — Malattia 
e morte della principessa ereditaria di Toscana. — Ritorno 
del Granduca in Firenze. — Corrispondenza fra il comm. 
Bon-Compagni e il conte di Cavour. — Chi era il più au- 
striacante fra i ministri granducali. — I liberali moderati 
vorrebbero la Costituzione, conservando la dinastia. — Il 
marchese Ferdinando Bartolommei. — Sue relazioni col po- 
polano Giuseppe Dolfi. — Incitamenti al Granduca e ai suoi 
Ministri perchè si alleassero col Piemonte. — La Biblioteca 
Civile dell'Italiano. — L'opuscolO Toscana e Austria. — La 
Corte granducale ne ordina il sequestro. — L'opuscolo, ciò 
non ostante, vien pubblicato. — Importanza politica del 
medesimo. — L'Austria dichiara la guerra al Piemonte. — 
Partenza dei volontari toscani per la guerra. — Difficile 



388 La Toscana dal 1824 al I85J) 



situazione in cui si trova il Granduca. — Egli rifiuta l'of- 
ferta di un intervento austriaco. — Necessità dell'abdica- 
zione del Principe a favore del figlio. — La catastrofe è 
imminente. 

Con sovrano decreto del 22 gennaio 1857 furono rin- 
vigorite le discipline intese ad impedire la fraudolenta 
introduzione in Toscana del sale forestiero, adottando 
nuove facilitazioni nell'assegno del sai marino ad uso 
dei greggi lanuti. Nello stesso anno il governo to- 
scano stipulò una Convenzione col Belgio per l'estra- 
dizione reciproca dei malfattori ; e un'ultra colla Santa 
Sede per la congiunzione delle rispettive linee lele- 
graDche (1). 

Ma quella fra le provvidenze finanziarie dell'anno, 
che merita di essere rammentata, anche perchè so- 
pravvisse, per lungo tempo, ai moti rivoluzionari del 
1859-60, fu la disposizione, per la quale le due Banche 
di Sconto di Firenze e di Livorno vennero fuse in una- 
Banca Nazionale Toscana, con due sedi ugualmente 
principali nelle dette città. La Toscana contava allora 
sei Banche di Sconto: a Firenze, a Livorno, a Lucca, 
a Siena, a Pisa e ad Arezzo, senza vincolo o relazione 
fra loro. Le ultime quattro interessavano, presso che 
esclusivamente, la città di loro residenza; mentre 
quelle di Firenze e di Livorno avevano un interesse 
più esteso, a cui il Governo stesso non era mai rimasto 
estraneo. « Le concessioni governative — scrive il 
Baldasseroni — onde queste due Banche traevano 
titolo, spiravano ugualmente coiranno 1857; co- 
sicché il Governo era libero di fissare le basi sulle 
quali sarebbero rinnovate. Ambidue quegli istituti ave- 
vano un capitale ristretto, procedevano in modo diffe- 
rente, ed i loro rispettivi biglietti non erano in egual 
modo trattati dal Governo medesimo, cosicché quelli 
della Banca di Livorno erano appena conosciuti fuori 



(1) Codice Annuale, N. X, LXXXV, XCVll e XCVIII, XXXHI e 
LXXXIl. 



Capitolo XXX 389 

di della cillà. Chiamandole a l'ondersi in una sola 
Banca, poteva aumenlarsene il capitale, poteva aversi 
un solo biglietto circolante per tutta la Toscana, e po- 
teva anche conseguirsi l'intento di formarne un Isti- 
tuto di credilo rispettabile, d'utilità maggiore per il 
paese, e di comodo e di aiuto alle operazioni della fi- 
nanza. Fu d'uopo vincere l'ostacolo degl'interessi delle 
respetlive associazioni, ed anco i pregiudizi radicati 
nelle consuetudini, temendo ciascuna di esser sacrifi- 
cata a prò dell'altra ; ma siccome poi in ultimo il go- 
verno, senza far torlo agli azionisti delle Società ces- 
santi, ed anche trattandoli con ogni riguardo, poteva 
dettar loro la legge, così la nuova Banca venne ordi- 
nala, imponendo le basi sulle quali dovesse esser 
compilalo il nuovo Statuto, che fu più lardi sanzio- 
nato (1) ». 

Cominciava l'anno 1858 sotto buoni auspici. La fa- 
miglia granducale allielavasi per la nascita di una 
Principessa. 11 10 di gennaio, l'Arciduchessa Anna 
Maria, moglie del Principe ereditario Arciduca Ferdi- 
nando, dava alla luce una bambina, alla quale furono 
imposti i nomi dì Maria Antoniella, Leopoldina, An- 
nunziala, Anna, Amalia, Immacolata, Tecla. Il Gran- 
duca volle festeggiare con alti di beneficenza questo 
fausto avvenimento. Alla gratuita restituzione dei pegni 
di coltroni e coperte di lana, esistenti nei pubbblici presti 
di Firenze (che giunse opportuna nel rigore della sta- 
gione) si unirono larghi sussidi alle povere donne, che 
avevano partorito nel giorno medesimo, in cui aveva 
partorito l'Arciduchessa Anna Maria. 

Per dare maggiore incremento al commercio toscano, 
fu prorogato il Irallalo di commercio e navigazione 
col reame di Napoli; fu esteso l'altro vigente colla 
Svezia, perchè comprendesse nel benefizio reciproco di 
un ugual trattamento anco il commercio di costa o ca- 
botaggio; e per solenne trattato colla Danimarca fu 
redento ed affrancato ai bastimenti ed alle mercanzie 



(1) Baldasseroni, op, cit., pag. 517. 



300 La Toscana dal 1821 al 1850 

toscane il libero passaggio per gli Stretti del Sund e 
e del Belt (1). 

La piccola marina militare toscana aveva bisogno di 
essere riformala, e relativamente accresciuta. Parve 
giunto il momento di occuparsene nel concetto che, 
rimanendo essa pur piccola, dovesse tuttavia avere una 
esistenza capace, se non altro, di concorrere sotto il 
triplice aspetto sanitario, politico e daziario, alla tu- 
tela della ben lunga linea del nostro litorale. 

Era già stata approvata la costruzione di quattro 
nuovi legni, cioè due Lancie cannoniere provviste di 
macchine ad elica, e ciascuna di tre cannoni, una 
Corvetta costruita sul sistema misto, cioè a vela ed a 
vapore con 18 cannoni. Il capitano di fregata, cav. 
Carlo Martellini, ebbe il comando in capo della Marina 
Militare coU'incarico di capitano del Porto. Egli aveva 
sotto di sé due tenenti di vascello in prima, due le- 
nenti di vascello in seconda, quattro sottotenenti di 
vascello, tre Aspiranti di prima classe, un Medico chi- 
rurgo, un Magazziniere e un Contabile. 

Nuovi ruoli normali e personali furono emanati in 
relazione a quel nuovo materiale: il Codice penale e 
quello di procedura penale, già adottali per le milizie 
di terra, furono eslesi a quelle di mare; ed altre su- 
balterne disposizioni vennero ugualmente date per com- 
piere quella organizzazione. 

11 l'2 di agosto fu inaugurata in Livorno la Nuova 
Stazione Marittima a comodo delle Strada ferrata Leo- 
polda, e vennero poi determimale le discipline daziarie, 
alle quali soggiacerebbero le merci che ne avrebbero 
profittalo. L'inaugurazione riuscì lieta e solenne; le 
condizioni di Livorno erano, come ben sappiamo, flo- 
ridissime, e la massima quiete regnava in quella città. 

Fin dal 1857 era venuto in Toscana, come rappre- 
sentante del re di Sardegna presso il Granduc;!. il 
commendatore Carlo Bon-Compagni di Mombello. Il 
Baldasseroni dice di lui che, fin presso il termine del 



(1) Decreti del 14 gennaio, 10 aprile e 2^ aprile 1858. 



Capitolo XXX 391 

1858, la sua condotta politica fu più riservata di quella 
di qualche suo predecessore (l). « Era uomo assai còlto, 
liberale di cuore e di mente, quantunque moderato e 
timido più che non comportino i suoi intimi convin- 
cimenti (2) ». In Torino dicevasi essere il Bon-Com- 
pagni il liberale più galantuomo che sedesse alla Ca- 
mera. Ma, sebbene fermo nei suoi principi, non lo era 
tanto nell'applicazione dei principi medesimi. In questo 
si dimostrava dubbioso e timido all'eccesso. Verrà il 
momento nel quale la sua timidezza sparirà tutto ad 
un tratto, come avremo occasione di dire fra poco- 
li 14 gennaio del 1858, Felice Orsini, romagnolo, già 
famigliare del Mazzini, poi suo avversario, tentò col 
mezzo di certe bombe, da lui fabbricate, di toglier di 
vita l'imperatore Napoleone III. Questi però rimase 
illeso, mentre morirono molte persone innocenti e molte 
altre furono ferite. L'Orsini pagò colla testa l'insano 
attentato: ma prima di morire, confessando la propria 
colpa, legava allo stesso Napoleone la vendetta del di- 
ritto italico; e da quel momento l'Imperatore dei Fran- 
cesi cominciò a meditare sul modo di cambiare le sorti 
politiche dell'Italia. Nell'agosto del 1858, il conte di 
Cavour ebbe alcuni misteriosi colloqui a Plombières 
coU'imperatore Napoleone. Ninno in allora trapelò ciò 
che in quei colloqui fu detto; ma l'effetto dei mede- 
simi si vide nell'anno seguente. 

Il primo gennaio del 1859, l'imperatore Napoleone III, 
nel ricevere il corpo diplomatico per gli auguri del nuovo 
anno, disse al barone di Hilbner, ambasciatore di 
Austria, queste parole: « Spiacemi assai che le rela- 
« zioni fra i nostri due governi non siano più buone 
«come per lo innanzi: dite però all'Imperatore Fran- 
« Cesco Giuseppe che i miei sentimenti per lui non sono 



(l) Baldassekoni, op. cit., pag. SS'. 

(•2) Così scriveva del Bon-Compagni un egregio pubblicista ed uomo 
politico piemontese, Carlo Pellati. il quale lo conosceva benissimo, e 
sebbene non ne nascondesse i difetti, ne aveva tuttavia moltissima 
Blima. 



392 La Toscana dal 1824 al 1S59 



» punto cambiati ». Queste parole ebbero un'eco gran- 
dissima in tutta l'Europa, e furono interpretale come 
segno di prossime e gravissime complicazioni. Invano 
il Mouitenr, giornale ufficiale dell'Impero, tentò di dis- 
sipare i timori sorti per le surriferite parole dell'Im- 
peratore dei Francesi. 

Nel colloquio di Plombierès fra Napoleone e il Conte 
di Cavour, fu stabilito che il Principe Napoleone Ge- 
rolamo, cugino dell'Imperatore, avrebbe condotta in 
moglie la principessa Clotilde, figlia primogenita del 
re Vittorio Emanuele. Infatti il matrimonio avvenne il 
30 gennaio del 1859. 

Venti giorni prima, cioè il giorno 10, il re di Sar- 
degna, nell'aprire la nuova sessione legislativa, lesse 
un discorso, che fu spesso interrotto da unanimi e fra- 
gorosi applausi. « Il nostro paese — disse il Sovrano 
— piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli 
dell'Europa per le idee che rappresenta, per le sim- 
patie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di 
pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattali, 7io>t 
siamo insensibili al grido di dolore, che da tante parti 
d'Italia si leva verso di noi ». 11 discorso di Sua 
Maestà Sarda produsse in Italia e fuori un effetto 
assai maggiore di quello che avevano prodotto le pa- 
role di Napoleone III al barone di Hubner. 

Intanto i governanti toscani non si rendevano conto 
di quello che stava per accadere. La famiglia (Irnn- 
ducale partiva per Napoli per assistere al matrimonio 
del duca di Calabria, erede del trono, colla princi- 
pessa Maria Sotìa di Baviera, sorella dell'imperatrice 
d'Austria. Prima d'intraprendere questo viaggio, il 
Granduca volle rivedere il progresso dei lavori del 
bonificamento della Maremma, per la quale aveva speso 
tante cure, e che non doveva rivedere mai piij. 

La principessa ereditaria, Anna Maria, era tutta lieta 
di poter vedere Roma e Napoli. Alcuni giorni prima 
di partire da Firenze, la giovine Arciduchessa, che 
aveva 23 anni, era stata colpita da febbre, ed era slata 
curata dal prof. Del Punta, Archialro di Corte, e dal 



Capitolo XXX 



393 



dollor Capecchi. 11 granduca aveva chiesto al re Fer- 
dinando Il un buon medico napoletano, e il re aveva 
mandato a Firenze il dottor Franco Rosati, nel quale 
riponeva una grande fiducia. Sotto le cure del Rosati 
la principessa parve guarita; e tutta la famiglia reale 
partì contenta alla volta di Napoli. Ma appena giunta 
colà, l'arciduchessa Anna Maria si aggravò improvvi- 
samente. Venne da Firenze il prof. Del Punta che, in- 
sieme col Rosati, firmò gli ultimi bollettini. La povera 
principessa cessava di vivere il 10 di febbraio. 

Il Granduca e la sua famiglia, colpiti da così grande 
disastro, non ebbero più l'animo di rimanere in Na- 
poli, e partirono subito per Firenze. Il cadavere del- 
l'Arciduchessa, trasportato in Toscana, fu sepolto nelle 
tombe Medicee in San Lorenzo. 

Dicemmo testé che il Bon-Compagni, legato sardo 
presso la persona del Granduca, era uomo piuttosto 
timido ed irresoluto. Per conseguenza, a taluno dei 
maggiorenti del partito liberale egli appariva non es- 
sere alValtesza delle circostanze. Di ciò fu reso av- 
vertito lo stesso Conte di Cavour, Questi, allorquando, 
nel gennaio del 1857, inviò il Bon-Compagni a Firenze, 
lo munì di istruzioni chiare e precise, le quali dice- 
vano presso a poco così: « Se in tutta Italia sono ri- 
volti gli sguardi al Piemonte, in cui essa è assuefatta, 
da secoli, a riconoscere il piìi forte propugnacolo delle 
sue libertà, ciò non si deve attribuire a mire ambiziose 
dei principi che lo governano, ma bensì al suo ordi- 
namento politico e militare, alla sua intolleranza di 
ogni giogo e d'ogni suggerimento straniero, e più an- 
cora all'uso benefico e temperalo delle civili e poli- 
liche franchìgie. Se gli errori degli altri governi della 
penisola han fatto al Piemonte in Italia una posizione 
anche migliore di quella a cui ha naturalmente di- 
ritto, non è questa una ragione per invogliare il go- 
verno sardo di ciò che forma la sua più bella lode, 
cioè d'aver saputo in mezzo ad errori deplorabili, ad 
esempi funesti, mantenere inconcussi i principi di li- 
bertà e di progresso senza diminuire il prestigio, l'au- 



394 La Toscana dal 1821 al 1859 

lorità e i dirilti della monarchia. Certo, la Real Casa 
di Savoia ha una nobile ambizione, quella di libe- 
rare la patria comune dall'oppressione straniera. 11 
governo del Re non ne fa mistero; l'Austria lo sa, 
lo sanno l'Italia e l'Europa. Noi siamo convinti che i 
governi italiani non vivranno di vita propria, né 
avranno nei consigli dell'Europa il posto onorato che 
loro compete, finché questo grande scopo sia raggiunto. 
Ma questa stessa ambizione, il Piemonte è pronto a 
dividerla, ora come sempre, cogli altri governi d'Italia. 
È libero certamente il governo toscano di seguire una 
viadiversa. Ma né i ministri toscani nòlo stesso gran- 
duca, benché congiunto alla regnante famiglia Au- 
striaca, potranno accusare la generosa politica inspi- 
rata dal governo del re, o contestarne i vantaggiosi 
effetti nella Penisola (1) ». 

Non ostanti queste precise istruzioni, il Bon-Com- 
pagni non erasi mostralo verso il governo granducale 
cosi energico quanto desiderava il conte di Cavour; 
pur nondimeno, non aveva tralasciato di far pratiche 
presso il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli 
affari Esteri, affinché volessero attuare una politica 
italiana in conformità degli eventi che si stavano ma- 
turando. Ma i ministri del Granduca facevano orecchio 
di mercante. Bisognava dunque persistere; ed era ciò 
che voleva il conte di Cavour, il quale, in data del 
20 gennaio, scriveva al Bon-tllompagni. « Nelle attuali 
condizioni di cose un'agitazione in Toscana ci sarebbe 
giovevole. Dovrebbe cominciare con alquanta modera- 
razione ed andar via via crescendo. Se il Governo 
si dimostra disposto alle concessioni, bisogna chiedere 
risolutamente la (Costituzione. Voi dovete non prender 
parte diretta od aperta a questo moto: ma potete ma- 
nifestare il desiderio di veder l'Italia centrale nella 
via costituzionale... In quanto alla questione dinastica 



(l) Vedi B. .Manzone, Cavour e Bon-Compagnl nella Rivolmione to- 
scana del 18'j9; nel Risorgimento Italiano, Rivista Storica (Anno II, 
n. i, Aprile 1909, pagg. 199 e segg.), 



Capitolo XXX 395 



non conviene assumere impegni né in un senso né nel- 
l'altro. Cioè non bisogna che i capi liberali dichiarino 
al Principe che, dando esso la costituzione, non accet- 
teranno mai e poi mai altra soluzione. Ciò poi che più 
monterebbe sarebbe dì disporre sempre più l'esercito 
nel senso nazionale, l'assicurarsi che ove si volesse 
farlo uscire dal paese per riunirsi all'esercito austriaco, 
esso opporrebbe resistenza et'lìcace; ed all'uopo cer- 
casse ricovero in Piemonte... La procella s'avvicina ; 
ogni menomo indìzio nell'atmosfera acquista grande 
importanza; vi prego perciò di tenermi regolarmente 
ragguagliato di quanto succede costì ». 

Per viemmeglio accertarsi del come andavano le cose 
in Toscana, il Bon-Compagni fu da Cavour chiamato 
a Torino, dove stette parecchi giorni ; e tornò a Fi- 
renze deciso dì metter da banda gli scrupoli, e di 
agire in conformità degli ordini del suo superiore ed 
amico. 

Intanto, il 23 d'aprile, il Bon-Compagui riceveva una 
lettera del capo di gabinetto del Conte di Cavour; in 
essa dìcevasi : « CoU'ultimo suo dispaccio il Ministro 
deve anzi aver partecipato a V. E, la risoluzione che 
esso prese di mandare a Firenze il generale Ulloa, il 
quale partirà, credo, domani mattina. È giunto il mo- 
mento, nel quale lltalia Centrale deve agire. Il Mi- 
nistro spera molto e crede che la Toscana ci aiuterà 
con tutti i suoi mezzi. Egli m'incarica di dire a V. E. 
che conQda molto nel patriottismo dei Capi costituzio- 
nali, ì quali sapranno dimenticare tutte le antiche di- 
visioni e consacrare tutte le facoltà loro al trionfo del 
principio supremo delle nazionalità, e non vorranno 
che il Piemonte combatta solo per tutta l'Italia ». 

Credeva il Conte di Cavour che fra i ministri del 
Granduca il più austriacante fosse il Landucci, mi- 
nistro dell'interno. « lo penso — così egli scriveva al 
Bon-Compagni — che voi non possiate entrare in re- 
golari negoziati col Baldasseroni, se questi non si se- 
para dal collega, che rappresenta nel gabinetto il prin- 
cipio austriaco e reazionario. Prima di scrivere una 



396 La Toscana diil 1821 al 1859 

parola, richiedete il rinvio del Laiiducci e la sua sur- 
rogazione da un uomo moderalo, dal Tabarrini per 
esempio». Il Conledi Cavour questa volta equivocava. 
11 Landucci era un ministro autoritario quanto mai, 
ma, a dire il vero, non era austriacante : lo era però 
il Lenzoni, ministro degli affari esteri, il quale, per 
parecchio tempo, aveva rappresentato la Toscana presso 
la Corte di Vienna, e si trovano in buoni termini col 
barone Hligel, ministro austriaco a Firenze. 

1 signori, i nobili, i conservatori, i quali venivano 
designati come liberali, bramavano, è vero, delle ri- 
forme, ma conservando la dinastia. Ubaldino Peruzzi, 
il barone Bettino Ricasoli, don Neri Corsini marchese 
di Lajalico, il marchese Cosimo Ridolfì desideravano 
che il governo del Granduca s'indirizzasse per una 
nuova via, e che si ripristinasse la Costituzione del 
1848. Volevano, s'intende, il licenziamento del Mini- 
stero, il quale doveva essere surrogato con elementi 
nuovi, cioè con persone affezionate al regime costitu- 
zionale, ma di idee temperate. Chiedevano altresì il li- 
cenziamento del generale Ferrari da Grado, il quale 
verrebbe sostituito col generale De Laugier, sebbene 
questi non fosse beneviso da molti. Dai patrizi fioren- 
tini costituzionali e conservatori dissentiva radical- 
mente un signore cólto e facoltoso, liberale convinto, 
il quale credeva che la dinastia lorenese fosse incom- 
patibile colla indipendenza e colla libertà della Toscana. 
Eraquesti il marchese Ferdinando Bartolommei. E qui 
lascio parlare la figlia di lui, signora Matilde Gioii. 
« Mio padre — ella dice — aveva presto capito la impos- 
sibilità di persuadere gli ascritti al partito conserva- 
tore a venire ad un'azione decisiva, ed abbandonare i 
Lorenesi ; egli aveva per un momento sperato che essi 
a questo molo avrebbero portalo il loro contributo di 
saviezza e di sapienza, l'esempio della concordia, della 
sincerità, della magnanimità. Né si scoraggiò subito 
alle loro ripulse, alle loro diflìdenze ; anzi, prima di 
rompere definitivamente con essi, li spinse a recarsi a 
Torino per attingere fiducia direttamente alla fonte e 



Ctipiioio XXX 307 

toccate con mano la necessità di fare qualche cosa di 
palese e di manifesto a lutti, perchè si conoscesse 
chiaramente la volontà dei Toscani (1) ». Ma una let- 
tera scritta da Carlo Pellati al Bartolommei, in data 
deirs di marzo del J859, riportata dalla signora Gioii 
nel suo libro, toglieva ogni illusione. Parlando del 
marchese Cosimo Ridolfì e dell'avvocato Tommaso 
Corsi, il Pelluti dice che non avrebbe mai creduto che 
costoro, e specialmente il Corsi, appartenessero « da 
vicino o da lontano » al così detto partito dell'aM^o- 
nomia toscana. Il Pellati diceva il vero. Però io credo 
che quei signori, così delti autonomisti, non debbano 
esser troppo severamente criticali, ed anzi meritino 
che loro si concedano le attenuanti. In quei giorni 
molli parlavano di libertà, d'indipendenza, di guerra 
all'Austria. Ma all'unità d'Italia pochi o punti pensa- 
vano, se ne togli alcuni mazziniani, repubblicani con- 
vinti, fra i quali Giuseppe DoIQ. 

Il DolQ era veramente una nobile figura di patriotta 
cospiratore. Alto di statura, bello dì volto, di facile 
eloquio, egli sapeva conquistarsi la simpatia di tutti 
coloro che lo avvicinavano (2). Il Bartolommei, sebbene 
patrizio ed appartenente a nobilissima famiglia, com- 
piacevasi dì cospirare insieme col DolU piuttosto che 
coi nobili suoi pari. Il gentiluomo e il popolano si tro- 
varono perfettamente d'accordo per conseguire l'indi- 
pendenza e la libertà della patria. 

Gli avvenimenti camminavano precipitosamente ; ma 
il governo non vedeva nulla, ostentando una quiete e 
una tranquillità incomprensìbili. Eppure da per tutto 



(1) M. Gioi.i-Bartolom:\iei, op. ci/., pa^;. 221. 

(2) Io io conobbi nel 1862, mentre studiavo qui in Firenze. Mi ci 
presentò Giuseppe Bandi, allora nia^giore nei granatieri, il quale 
aveva combattuto eroicamente a Galatatimi e clic poi doveva fare una 
cosi tragica line. 11 Delti era solito di andare oo;ni criorno verso le due 
pomeridiane, a un piccolo Catte, dctlo Caffè della Patria, situalo iu 
Piazza del Duomo. Ci andavo io pure, e mi compiacevo di parlare con 
lui dei passati avvenimenti, e la sua parola tacile e senza fronzoli mi 
entusiasmava: non avevo ancora 19 anni! 



398 La Toscana dal 1824 al 1859 



si Tacevano iiicilamenli al Granduca ed ai suoi ministri, 
perchè si alleassero col Piemonte contro l'Austria ; ma 
eglino non porgevano alTalto l'orecchio a così onesti 
consìgli, forse credendo l'Austria invincibile; sebbene 
la Francia promettesse di conservare l'autonomia della 
Toscana purché entrasse nella lega. E invano antichi 
e fedeli servitori di Leopoldo II lo consigliavano a ce- 
dere e a mostrarsi principe italiano. 1 suoi ministri 
esercitavano alti di eccessivo rigore, per non dire di 
violenza su certi libri che allora si venivano stampando 
dall'editore Gaspare Barbèra, e che formavano la Rac- 
colta intitolata: Biblioteca Civile dell'Italiano. Patro- 
cinatori o, meglio, editori di questa Raccolta erano: 
Cosimo Ridolfì, Bellino Ricasoli, Ubaldino Peruzzi, 
Tommaso Corsi, Leopoldo Cempìni e Celestino Bianchi. 
Nella seconda metà di marzo del 1859 i suddetti si- 
gnori si proposero di mandar fuori un libretto intito- 
lato: Toscana e Austria. Era scritto da Celestino 
Bianchi, ma ispirato dalle persone sunnominate, le 
quali sottoscrissero l'opuscolo, a fine di rendersi tutti 
quanti solidali rimpello alla legge sulla stampa, nel 
caso che il governo volesse perseguitare un libro, il 
quale non aveva altro scopo che di propugnare l'in- 
dipendenza dello Stato. Ma lasciamo parlare il Barbèra: 
« L'opuscolo doveva comparire ai primi d'aprile. Io lo 
stampai colla massima sollecitudine per evitarne il se- 
questro prima che avessi avuto tempo di ditfonderlo 
almeno in Firenze. Le mie cautele non valsero. Gli 
stessi editori sopra nominati non potevano stare alle 
mosse. L'estensore dell'opuscolo ne parlava quasi pub- 
blicamente nelle botteghe dei librai. Infine il 17 di 
marzo, la Corte Granducale e la Granduchessa, piìi che 
il Principe, s'impaurirono della notizia, giunta ai loro 
orecchi, della prossima apparizione di quello scritto 
con quei nomi illustri degli editori ; e allora, fatto 
chiamare il Landucci, ministro dell'interno, le loro Al- 
tezze gl'inlimarono la immediala perquisizione e il se- 
questro del lauto temuto opuscolo. Avendo il Landucci 
fatto rispettosamente osservare che la legge sulla 



Capitolo XXX 399 



slampa considerava delitto sol quando l'opuscolo fosse 
stalo pubblicalo, la Granduchessa si animò maggior- 
mente e disse queste testuali parole : Coùte que conte, 
l'opuscolo dev'essere sequestrato (1) ». Il Landucci dovette 
obbedire ; nella sera stessa, parecchi gendarmi con 
due ufficiali si recarono alla tipografia Barbèra, e non 
ostanti le proteste di quest'ultimo, procedettero ad una 
perquisizione. L'editore rimase muto dinanzi alle loro 
domande, dimostrando una resistenza passiva. I gen- 
darmi sequestrarono parecchi fogli di stampa dell'opu- 
scolo, ne fecero tre fagotti e li portarono via. « Nei 
giorni susseguenti al 17 marzo — è sempre il Barbèra 
che parla — io feci ricomporre il libro, di cui la gen- 
darmeria mi aveva portato via un foglio, e guastala 
in parte la composizione, che dovetti rifare; v'impiegai 
cinque giorni (dal 18 al 22) e in questo giorno, che era 
lunedì, pubblicai l'opuscolo sequestrato e perseguitato. 
Il giorno dopo, 23 marzo, venne fuori un decreto gran- 
ducale, che vietava la stampa di opuscoli politici, di 
qualunque mole essi fossero ». Che malte risate si 
fecero a Firenze del decreto, che chiudeva la stalla 
quando i buoi erano scappali ! 

L'opuscolo del Bianchi era una terribile requisitoria 
contro l'i\ustria ; esso produsse un'impressione pro- 
fonda non solo in Toscana, ma in tutta quanta la 
Penisola. 

11 23 di aprile, il gabinetto di Vienna dichiarò la 
guerra al Piemonte, il quale nW'ultimatmn dell'Austria, 
che gl'imponeva di ridurre l'esercito allo stato di 
pace e di licenziare i volontari, aveva risposto nega- 
tivamente. 

Frattanto l'agitazione era andata crescendo per tutta 
Italia; le manifestazioni nazionali si moltiplicavano ; i 
volontari sotto gli occhi e contro il divieto dei vari 
governi emigravano a schiere in Piemonte per recare il 
loro braccio alla guerra per l'indipendenza. Le due per- 



ei) G. Barbèra, Memorie di un Editore, Firenze, Barbèra, 1883. 
pag. 153. 



iOO La Toscana dal 1824 al 185{> 



sone, che più delle altro in Firenze si occupavano con 
ardore dell'arruolamenlo dei volontari, erano il mar- 
chese Ferdinando Bartoioniinei e Giuseppe Dolti. I gio- 
vani arruolati si recavano in Piemonte cantando inni 
patriottici sotto gli occhi stessi della polizia, che ri- 
maneva muta ed inerte, quasi stupita per ciò che ve- 
deva ed udiva. 

11 Granduca ed i suoi ministri sembrava fossero i soli 
a non occuparsi di quanto accadeva. Jl Principe poi 
trovavasi in un bivio scabroso; o dichiarare la guerra 
all'Austria, alleandosi col Piemonte, o parteggiare per 
quella potenza, i cui regnanti appartenevano alla sua 
stessa famìglia. SI l'una che l'altra di queste risoluzioni 
gli sembravano difficili e pericolose ad un tempo. E 
non aveva tutti i torti. Ma la colpa però era tutta sua ; 
l'atteggiamento da lui preso dopo il suo ritorno da 
Gaeta nel 18i9, l'intervento austriaco in Toscana e 
l'abolizione dello Statuto, avevano distrutto quella po- 
polarità, che egli, per ben 24 anni, aveva goduto, e me- 
ritamente, presso il suo popolo. Fidando nella Francia 
e nelle benevole intenzioni dell'imperatore Napoleone 111, 
e confortato anche dai consigli amichevoli dell'inca- 
ricato britannico in Firenze, il Granduca erasi deciso 
per la neutralità. Infatti, essendo giunto segretamente 
in Firenze un generale austriaco, inviato dall'impera- 
tore, costui si presentò al Granduca per dirgli « che 
ove egli lo consentisse, un corpo di truppe imperiali 
scenderebbe in Toscana per associarsi alle milizie gran- 
ducali fino a tanto che gli eventi della guerra non 
avessero voluto altrimenti *. 11 Granduca riflutò una 
simile offerta, la quale poteva avere per il paese gra- 
vissime conseguenze. 

Invece di ostinarsi nel voler rimanere neutrale (e ciò 
era moralmente e materialmente impossibile), il suo 
dovere sarebbe stato (|uello di abdicare al trono a fa- 
vore del Principe Eredilario, e ((uindi recarsi, sino al 
termine della guerra, o in Isvizzera o nel Belgio (1). 

(I) A proponilo iJi'lla neuirulilà della Toscana nella guerra che slava 



<:apilolo XXX 401 

Non eravi per lui altra soluzione possibile che questa ; 
e fa davvero meraviglia come le persone, che più da 
vicino lo accostavano, non glielo avessero consigliato, 
I suoi ministri rimanevano inerti, e non avevano il 
coraggio di dirgli la verità, forse perchè loro rincre- 
sceva di abbandonare il potere, senza pensare che fra 
non molto avrebbero dovuto abbandonarlo, per la forza 
ineluttabile degli eventi. L'ora tragica si avvicinava. 



per combaUersi dal Piemonte e dalla Francia da una parie e, dall'Au- 
stria dall'altra, molte ragguardevoli persone avevano dimostrato che 
una tale neutralità sarebbe stata impossibile, per non dire pericolosa. 
11 18 marzo del 18")!), don Neri Corsini, marchese di La.jalico, aveva 
indirizzato una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri, dalla 
qu:il<^ toc;liamo i passi seguenti: «Non bisogna illudersi sopra un 
« punti) essenziale : la c(U03lione italiana sollevata dalla Francia ha pro- 
« fondamente commosso ed agitato il paese, perchè l'idea della nazio- 
« natila è molto piìi dift'ii-<a e più forte oggi di quello che lo fosse tra 
« noi nel 18i8.... In questo stato degli animi, io credo impossibile che 
« la politica della niMitralilà possa riuscire. Dubito anzi che essa sìa 
« presa dalla pubblica opinione come un succedaneo alla manifesta 
« unione all'Austria, riconosciuta impraticabile... La neutralità adunque 
«è impossibile a mantenersi, e io credo che ella cagionerebbe mali 
« gravissimi alla Toscana e ai suoi principi ». La lettera del marchese 
di Lajatico continua, dicendo che la miglior via da seguirsi sarebbe 
quella di unire le milizie toscane a quelle piemontesi; e che se ne 
mettessero a capo il Principe ereditario ed il fratello arciduca Carlo. 
Come si vede, i buoni consigli non mancavano al Governo; ma di- 
sgraziatamente non venivano ascoltati, se pure non erano tenuti in 
dispregio. 



e^ 



L. C.^PPELI.ETTI 26 



CAPITOLO xxxr. 

Brevi considerazioni sull'opuscolo Toscana e Austria e su quello 
del Salvagnoli, intitolato : Dell' Indipendeuea italiana. —Nota 
del legato Sardo al cav. Lenzoni, Ministro degli affari esteri. 
— Contegno del Granduca e dei suoi Ministri. — Solite per- 
plessità di questo Principe. — Consigli dati al governo da 
illustri personalità fiorentine. — Lettera dell'avv. Vincenzo 
Landrini al Ministro Baldasseronl. — Altre lettere dirette 
alla stesso dal Conte de Cambray-Digny, dal cav. Ubaldino 
Peruzzi e dal governatore Bargagli — Biglietto del Presi- 
dente del Consiglio al Granduca. — Colloquio di questo col 
ministro inglese residente in Firenze. — Altre pratiche fatte 
presso il governo dall'avvocato Salvagnoli e dallavvocato 
Leopoldo Galeotti. — Il Granduca e il Principe ereditario 
rifuggono dall'usare atti di violenza. — Errore gravissimo 
di Leopoldo II nel voler persistere nella neutralità. — I li- 
berali conservatori e il partito popolare democratico. — 
Riunione del 23 aprile nel palazzo Ricasoli. — Quali erano 
gli intervenuti a questa adunanza. — Il prof. Giovan Bat- 
tista Giorgini comincia a leggere un Memoriale da presen- 
tarsi al Granduca, già combinato dai liberali conservatori. — 
Energica interruzione del marchese Bartolommei. — Proteste 
degli altri membri del partito popolare democratico. — As- 
semblea popolase al Parterre fuori di Porta San-Gallo. — 
Imprudente contegno del generale Ferrari da Grado. — Col- 
loquio del Ministro Baldasseroni col barone Bettino Rica- 
soli. — Il Granduca e i suoi ministri non si accorgono del- 
l'avvicinarsi della tempesta. 

Nel capitolo anlecedenle abbiamo accennato all'o- 
puscolo di Celestino Bianchi, intitolalo: Toscana ed 
Austria, all'arbitrario sequestro ordinatone dal governo 
granducale e allo scopo, che il suddetto opuscolo 
si prefìggeva, cioè quello di dimostrare il male che 



Capitolo XX?vI 403 

l'Ausilia aveva fatto sempre alla Toscana. Per conse- 
guenza, doveva la Toscana unii-e le sue armi a quelle 
del Piemonte nella nuova guerra che pareva imminente, 
al fine di sottrarsi a questo abominevole giogo. Certa- 
mente non fu inutile questo libretto, anzi — come dice 
il Rubieri — sarebbe riuscito opportunissimo nel pro- 
prio scopo, qualora tale scopo fosse stato unicamente 
quello di disporre la pubblica opinione agli eventi che 
si apparecchiavano (1). E opportunissimo sarebbe riu- 
scito anche nella propria essenza, se fosse veramente 
stato, come avrebbe dovuto essere, un compimento del 
volumetto del Salvagnoli sull'indipendenza d'Italia (2). 
Questo infalli partiva da un concetto assai più elevalo 
di quello del Bianchi ; lo stesso Conte di (Cavour ne 
era rimasto entusiasmato, e l'aveva fatto leggere al re 
Vittorio Emanuele, il quale volle che venisse manife- 
stato all'Autore il suo pieno gradimento. 

Con questo suo nobile scritto, il Salvagnoli colpiva 
l'Austria in pieno petto. « L'Austria — così scriveva 
« — teme ogni occasione in cui gl'Italiani si uniscano 
« per cose fra loro comuni ; e fino i congressi scienti- 
« liei sono interdetti. Interdetto ogni nobile esercizio 
<' di vita civile, tolta anzi ogni alla cagione anco alla 
« vita privata, perchè l'ingegno, il sapere, la virtù sono 
« sgraditi, se non odiati o perseguitati, onde contristato 
« è l'animo dai più tremendi spettacoli, a ritrarre i 
« quali non basta nemmeno la sapiente religione di 
« Guglielmo Gladstone. L'Austria, volendo andar con- 
« tro ai tempi e alla natura degl'Italiani, dovè del 
« governo assoluto fare una sètta, degli uffici un me- 
« stiere e degli impiegati una clientela cancellere- 
« sca. Così il reggimenlo assoluto divorziò dal paese e 
« si allontanò da tutte le varie generazioni. I vecchi 
« furon respinti come giuseppini, leopoldini, gianse- 



(1) E. RcuiEiìi, Storia intima delia Toscana dal 1 gennaio 1809 al 
30 aprile 1860. Prato, Tipografia Alherghelli, 1861; pag. l.ó. 

(2) V. Salvagnoli, Dell' indipendenza d'Italia. Firenze, liC Mou- 
nier, 1S.')3, 



40 i La toscana dal 1824 al 1859 

« uisti e giacobini ; gli uomini adulti come francesislì, 
« liberali, o carbonari, o mazziniani ; i giovani fanno 
«paura come Italiani del 1848 ; 1 fanciulli fanno paura 
« come Italiani futuri. Di tal guisa, il governo asso- 
« luto procede solo e nemico fra le temute generazioni 
« antiche e nuove, come l'esercito del Faraone altra- 
« verso le divise e minacciose acque dell'Eritreo (1) ». 

Come si vede, lo spirito pubblico era illuminalo da 
queste pubblicazioni di uomini egregi e valenti, i quali 
cercavano coi loro scritti di addottrinare le masse e 
di ammounire i Principi d'Italia a non esser più vas- 
salli dell'Austria, ma ad unirsi tutti quanti in lega 
contro il comune nemico. 

Questi scritti, cioè Toscana ed Austria e DeU'Indi- 
pendensa Italiana, erano ben noti ai governanti to- 
scani, che forse li avevano letti, ma li credevano parti 
di fantasie esaltate : nella Reggia dei Pitti, colui che 
veramente aveva, come suol dirsi, voce in capitolo era 
il barone di Hiigel, il degno rappresentante dell'Au- 
stria presso la Corte toscana. Era il cattivo genio cbe, 
da parecchi anni, influiva sulle decisioni del Principe 
e dei suoi Ministri: ed a lui principalmente la Dina- 
stia lorenese è debitrice della propria rovina. 

Il M aprile, giorno di Pasqua, il legato sardo pre- 
sentava al cav. Lenzoni, ministro degli affari esteri, 
una nota per domandare al Granduca ed al suo go- 
verno di unirsi al Piemonte. Il Baldasseroni dice, senza 
però addurne le prove, che in quel giorno « per le trame 
già ordite » avrebbe dovuto scoppiare il pronuncia- 
mento militare, che doveva inaugurare la sommossa. 
Ma i fatti hanno smentito ciò ; le milizie, è vero, erano 
animate da sentimenti patriottici, ma nessuno aveva 
mai pensato ad un pronunciamento militare. 

Tornando alla nota del Bon-Compagni, essa era ab- 
bastanza lunga e ben particolareggiata. Dopo di aver 
consideralo le condizioni in cui versava l'Italia in quel 
momento, il legato sardo osservava come l'opposizione 



(1) Sai.vaonoi.i, op. cit., pagg. 27-2 



Capitolo XXXI 405 



del governo medesimo al sentimento nazionale, che si 
spiegava così vivace ed universale, dovesse alla fine 
riuscirgli pericolosa e piena di tribolazioni, tanto più 
che la restaurazione del 1849, guasta e contaminata dal- 
l'occupazione austriaca, aveva lasciati assai malumori 
nel paese, che, soltanto tornando a combattere leal- 
mente la guerra italiana, si potevano sanare. Se Prin- 
cipe e popolo avessero combattuto per questa causa, 
radicala negli affetti più sacri e più intimi, che fervono 
nel cuore umano, i dissensi si sarebbero cancellati, la 
concordia si sarebbe rinnovellata. Il governo grandu- 
cale aveva due sistemi dinanzi a sé: quello dell'al- 
leanza col Piemonte, che si era prefisso di sottrarre 
tutto il territorio italico dalla dominazione straniera, 
e di liberare tutti i principi da ogni influsso oltramon- 
tano ; l'altro, di seguire l'Austria deliberata dì signo- 
reggiar tutto, di dominar tutto. Quel governo italiano 
che si fosse dichiarato neutrale fra questi due partiti, 
sarebbesi scoperto irrecusabilmente disposto a subire 
il repugnante influsso austrìaco. 

Ricercando l'alleanza colla Toscana (proseguiva a 
dire il Bon-Compagni) il Piemonte dà indizio d'animo 
alieno da smodale ambizioni ; poiché se si volesse in 
esso supporre l'idea di accarezzare il concetto uni- 
tario, assai meglio gli gioverebbe lasciar crescere nel- 
l'odio dei sudditi gli altri principi italiani, ed a sé sol- 
tanto procacciare la popolarità che gli verrebbe dal 
combattere solo la guerra nazionale. 11 Piemonte in- 
vece desiderava e cercava l'unione colla Toscana come 
principio di più estesa associazione fra tutti gli Stati 
e popoli d'Italia. Il governo toscano non si facesse il- 
lusione, sperando che il movimento italiano fosse sì 
tosto per cessare. Il progresso di questo movimento fin 
dal 1821 può somministrarne amplissima prova. Per 
ultimo, la nota del Bon-Compagnì fortemente insisteva 
acciocché il cav. Lenzoni s'adoprasse per fare accet- 
tare dal Granduca la proposta alleanza (1). 

(1) La nota del Don-Compagni trovasi rijiortata per intiero dallo 



406 La Toscana dal 1824 al 1859 

Se il Lenzoni prendesse nella debita considerazione 
la Nola, e se il Granduca le dasse il peso che meritava, 
noi non sappiamo di cerio. È sialo dello però che non 
vi fu quasi tempo materiale a rispondere alla Nola del 
Bon-Cumpagni, « quando pure il Granduca, dimenli- 
cando il 18i8 e l'abbandono in cui fu lasciala da Sa- 
lasco, avesse avuto fede nella serolina proposizione, 
che gli era siala falla (1) ». Queste parole del Baldas- 
seroni sono un po' troppo cavillose. Se il Granduca ed 
i suoi Ministri avessero voluto accogliere le proposte 
del legalo sardo, sarebbero siali in tempo, e chi sa se 
il 27 aprile sarebbe avvenuto. Invece nulla si rispose 
al Bon-Compagni. Leopoldo li, divenuto sempre più 
vacillante, circondalo da uomini inetti, i quali non ve- 
devano al di là di una spanna, non seppe appigliarsi al 
partilo che il suo auguslo Nipote lealmente gli offriva. 

Uomini egregi per nobiltà, per censo, per ingegno 
e cultura, si adoprarono tulli per far sì che il Principe 
s'incamminasse per una nuova vìa, se voleva salvare 
sé e la propria dinastia. Il Marchese Lorenzo Ginori 
Lisci, il cavaliere Giovan Ballista Fossi, il marchese 
dì Lajatico, il marchese Cosimo RidolH, l'avvocalo 
Vincenzo Landrini, persona rispellabile, giurista in- 
signe e legale della Real Casa di Lorena, tulli si ado- 
perarono per aprire gli occhi al Granduca e ai suoi 
consiglieri, ma indarno. A qualcuno di questi signori 
il Principe rispondeva o ironico o sdegnoso, e diceva 
« che quando il mare è burrascoso, il buon pilota ha 
bisogno di tutta la libertà d'azione per condurre la 
nave a salvamento in sicuro porlo ». Ma per non lasciar 
nulla d'intentalo, gli replicarono che credevano non 
potesse far grande assegnamento sulla truppa, ed ei li 
ammoniva di noti calunniare il suo esercito. Quando i 
sovrani vìvono così nell'illusione, o sono perduti, o 
stanno per perdersi irreparabilmente. 



ZoDi, Cronistoria degli avvenimenti d'Italia nel 18.J0 cte. ctc. Firenze 
1859 ; totn. 1, pag. 393 e segg. 
(I) Baldasseuoni, op. cit., pag. 530, 



Capitolo XXXL 407 



Oltre la lettera scritta dal marchese di Lajalico al 
Baldasseroni, della quale abbiamo riportali alcuni 
passi nella nota l a pag. 400, un'altra ne scrisse pure 
allo slesso l'avvocalo Landrini. Merita che noi la ripro- 
duciamo per intero: 

« Eccellenza, 

« Il Principe e i figli suoi, recandosi al passeggio, 
han visto coi loro occhi l'agitazione della città. Il ge- 
nerale e gli altri capi di corpo se ne sono anch'essi 
accorti, ed i falli avvenuti debbono averli convinti che 
sarebbe vana la speranza di adoperare la truppa allor- 
ché il popolo insorga. Se quest'oggi non scoppiò la ri- 
volta, ed il Governo non venne rovesciato, si deve 
all'esortazione degli uomini onesti che bramano sal- 
vare il paese dall'anarchia e che alla famiglia re- 
gnante sono affezionati. Non è per altro possibile con- 
tenere più a lungo il torrente che ingrossa ad ogni 
momento e minaccia d'irrompere; e se la voce dei 
buoni oggi viene ascoltata e a stento ottenne il fine 
desiderato, domani nulla potrà quando di nuovo debba 
adoprarsi. L'indugio del Principe nel risolvere irrita ; 
e alle notizie che ho, domani avvengono gli sconcerti 
temuti. Io piango le sciagure del mio paese e prego 
Lei, che l'ama al pari di me, a supplicare il Principe 
d'impedirle. Le fazioni si schiacciano, ma l'opinione 
unanime di un paese non si vince, e contro a quella 
è impossibile governare. Il Principe, cui fu patria questo 
Paese, è troppo onesto per tollerare che all'anarchia 
vada in braccio; ed io confido che tutto, virtuoso 
com'è, vorrà fare per salvarlo. — Non si perda Ella 
di coraggio, e prosegua con insistenza a supplicarlo in 
nome dei buoni, onde adotti quella risoluzione che 
dalla gravità delle circostanze vien reclamata. — Mi 
creda sempre quale mi dichiaro con stima 

« Di studio, 26 aprile 1859. 

«Suo aff.mo obb.mo Servo 
« Vincenzo Landrini ». 



408 La Toscana dal 1824 al 1859 

Il conte Luigi Guglielmo de Cambray-Digny, un altro 
fra i più influenti moderali fiorentini, moveva gli stessi 
incitamenti al Ministro di Leopoldo li, mostrandosi 
più specialmente preoccupato di una seconda invasione 
austriaca in Toscana. E in una lettera, anche questa 
colla data del 26 aprile, il Cambray-Digny diceva al 
Baldasseroni : «Trovandomi per momenti in città, ho 
dovuto ieri convincermi della imminenza di movimenti 
popolari, che io da un pezzo temeva, ma che non cre- 
devo né si prossimi né si gravi. La voce corsa che il 
Governo abbia risoluta la neutralità, mentre giungeva 
la notizia deìV ultimatum trasmesso dall'Austria al 
Piemonte, ha commosso altamente il paese, e vano é 
ormai dissimularsi che una tale risoluzione suscite- 
rebbe qualche grave disordine. — Inutile sarebbe ripe- 
tere qui le cose dette così lucidamente a V. E. nella 
lettera che Le diresse tempo indietro Don Neri Corsini, 
alla quale aderisce chiunque ama il suo paese. Questo 
sì parmi più specialmente dovere affermare che l'ade- 
sione alla politica franco-sarda è Tunica via che possa 
oggimai offrire al Governo il modo di dirigere e domi- 
nare l'opinione pubblica e di evitare il disordine. So 
che vi ha chi confida di poter vincere questo colla forza 
militare; ma alcuni fatti recenti autorizzano a ritenere 
la truppa animata dagli stessi sentimenti del paese, e 
sarebbe un esporsi a un pericoloso cimento il tentare 
di adoperarla a reprimerli». 

Ubaldino Peruzzi, che fu per parecchio tempo a capo 
del Municipio Fiorentino, scriveva egli pure al Baldas- 
seroni una nobilissima lettera (1), nella quale diceva- 
glì : «Che il sentimento nazionale non esista soltanto 
nelle menti di pochi faziosi, come fu detto da un alto per- 
sonaggio nelle aule regie, ma esista bensì nell'animo del- 
l'immensa maggioranza degl'Italiani, e più specialmente 



(t) Queata lettera del Peruzzi è riportala, por intiero, dal Michel in 
un suo articolo intitolato : Nuovi documenti sulla rivolusione del 27 
aprile in Toscana, inserito nella Rivista Storica II Jiisorgimento iia- 
liano. An. II (Settembre-Dicembre 1909; pagg. Sii e segg,). 



Capitolo XXXI 409 

dei Toscani, chiaramenle viene addinioslralo dalla in- 
fluenza ognora crescenle acquistala in questi uUìmiI 
anni dal Governo Sardo su lulte le frazioni del parlilo 
liberale italiano, della Iranquillilà serbata da questo 
pel timore di turbare l'opera di quel governo, prepara- 
Irice degli eventi che ora si compiono, dallo slancio 
sublime e dignitoso ad un tempo che ha spinto e spinge 
nelle Ale dell'esercito sardo tanta e sì eletta gioventù, 
dalle ingenti somme raccolte per la causa nazionale in 

lutti gli ordini dei cittadini Dappoiché certa è 

divenula, anche agli occhi dei meno veggenti, chetino 
all'estremo ne dubitarono, la guerra dell'indipendenza 
italiana, dappoiché si è certi che a momenti sapremo 
aver tuonalo il cannone destinato a liberare l'Italia da 
un giogo universalmente odialo, ogni fibra si è scossa, 
il popolo si assembra e minaccia di scendere a quei 
movimenli, che ninno potrebbe, né, pur potendo, vor- 
rebbe impedire quando il Governo intendesse avversare 
sino alla fine il voto unanime della Nazione, e persino 
gli uomini i più moderati, i più alieni dalle méne po- 
litiche, i più doviziosi, domandano ora instantemente 
al Governo toscano l'alleanza franco-piemontese, che 
altri già reputali avventati consigliavano da più setti- 
mane, siccome unica àncora di salvezza per la Dina- 
stia e per l'ordine Io ho lutigamenle esitalo in- 
nanzi di scrivere questa lettera, ritenendo che nulla 
pòtevasi dire all'È. Y. che a Lei non fosse noto pei 
rapporti degli agenti governativi e per le relazioni delle 
persone che so avere, in questi ultimi giorni, intratte- 
nuti S. A. il Granduca e l'È. V. delle gravi coudizioni 
presenti ; ma tanto evidente mi pare la impossibilità 
di perdurare nella politica attuale per chi conosca ap- 
pieno il vero sialo del paese, che ho creduto potere 
aggiungere qualche cosa di nuovo, e quindi fare opera 
di buon cittadino, esponendo schiettamente alla E. V. 
le profonde mie convinzioni ». 

Non erano soltanto i nobili ed i moderati fiorentini, 
che facevano avvertilo il Governo ed il Principe dei 
pericolo che minacciava la dinastia, ma anche i gover- 



410 La Toscana dnl 1821 al 1859 

natoli dei comparlimculi e i funzionari granducali dei 
iuoglii minori. 11 comni. Luigi Bargagli, governatore di 
Livorno, in quella sera slessa {"ÌQ aprile), rendeva in- 
formato il Presidente del Consiglio degli spiriti italiani 
da cui era animala la grande maggioranza dei citta- 
dini, e si diceva sicuro, specie per la fralernità stretta 
fra popolo e milizie, che una rivoluzione nella capitale 
avrebbe avuto subilo il suo contraccolpo in Livorno, 
che, pur essendo stala maggiormente beneficata dalla 
dinastia dagli Absburgo-Lorena, più delle altro città 
toscane si era mostrata desiderosa di libertà e d'indi- 
dipendenza e insofferente di ogni dominazione straniera. 

Quella sera slessa, il ministro Baldasseroni crasi 
recato al Palazzo Pitti per presentare al Granduca le 
dimissioni del ministero; ma ciò avrebbe dovuto fare 
parecchi giorni prima, senza aspettare di trovarsi, come 
suol dirsi, alla porta coi sassi. Tuttavia, in quella sera 
del 26 aprile, cercò inutilmente di persuadere il Prin- 
cipe a prendere qualche determinazione che salvasse 
il paese da un'anarchia pericolosa e la dinastia da una 
rovina irreparabile. Appena tornato a casa, aveva tro- 
vatole lettere dell'avv. Landrini, del conte Digny, del 
cav. Peruzzi e del governatore Bargagli. Dopo di averle 
lette (erano le 11 pomeridiane), le aveva fatte recapi- 
tare al Granduca, unendovi un biglietto cosi concepito: 
«Tornando in casa, trovo le accluse lettere, che ras- 
segno, perchè nulla sia ignoto a V. A. I. e R. Trovo 
anche persone, che mi confermano la necessità che do- 
mani sia dato un cenno, o fatto atto capace di calmare 
l'eccitamento ». 

Dicesi che, poco prima di vedere il Baldasseroni, il 
Principe avesse avuto un colloquio con Sir Campbell 
Scarlell, ministro inglese a Firenze, il quale lo con- 
fortò a mantenersi in islrelta neutralità nella prossima 
guerra fra il Piemonte e l'Austria (l); ma di questo col- 
loquio egli si guardò bene di parlare col suo primo 



(1) In «Ilici giorni il governo inglese era più favorevole all'Auslria 
che airilaiia. 



Capitolo XXXI 411 



Minislro. Solili iiifiiigiinenli e solila mancanza di sin- 
cerila. 

L'avvocato Vincenzo Salvagnoli, nella malli na del 
i25 aprile, aveva scritto egli pure al Baldasseroni, esor- 
tandolo a far presto, giacché non rimaneva un momenlo 
da perdere. Nella sera, il comm. Bon-Compagni e il 
marchese de Fcrrière-Le-Vayer, ministro di Francia, 
avevano incaricato l'avvocalo Leopoldo Galeolli di ren- 
dere, in qualche modo, consapevole il governo toscano 
che se questo avesse congedalo il Landucci, ministro 
dell'interno, e il general Ferrari da Grado comandante 
supremo delle truppe, ed aperte subilo Iratlalive di 
alleanza colle legazioni di Francia e di Sardegna, i re- 
spettivi legati avrebbero spesa ogni loro intluenza, 
acciocché il governo medesimo potesse prendere in 
tempo le più gravi risoluzioni. Tutto questo scrisse il 
Galeotti al cav. avv. Augusto Duchoqué, R. Procurator 
Generale alla Corte dei Conti, e al Baldasseroni bene 
accetto; ed anche questa lettera passò sotto gli occhi 
del Granduca, divenuto più incerto e vacillante sulle 
invocate deliberazioni (1). 

Non è vero, come a qualcuno è piaciuto di asserire, 
che Leopoldo li covasse dei disegni di resistenza a 
mano armata ; ciò non era nell'indole sua, testarda, è 
vero, ma bonaria e ripugnante dal sangue. Lo slesso 
Zobi, non favorevole certo ai Lorenesi, scrive: « Sono 
slato assicurato da persone, che ricevettero diretta- 
mente dal Granduca delle disposizioni su tal materia, 
che la Gendarmeria, qualunque fossero gli ordini dati 
dal Ministro dell'interno e dai prefelli, ben si guar- 
dasse dall'aggredire le popolazioni. Anche il Principe 
Ereditario volle che fossero avvertili, a nome suo, i 



(l) Il padre Giovanni Giovannozzi delle Scuole Pie. uomo dolio spe- 
cialmente nelle scienze .sperimentali, parlando di Leopoldo II, scriveva 
alcuni anni or sono : « Personalmente buono e d'ottimo cuore, ed anche 
provvisto di personale culUira, assai superiore all'ordinario dei prin- 
cipi d'allora, era poi debole di volontà, incerto, incapace di prendere 
e mantenere una vigorosa decisione, di conoscere e prevenire i tempi ». 



412 La Toscana dal 1821 al 1859 

comandanti comparlimentali, che i gendanni non si 
lasciassero andare a verun allo offensivo rispelto alle 
popolazioni, tranne il caso d'nrgente ed inevilubile 
difesa (1) ». 

Il Granduca non capiva come la neulralilà, da 
lui propugnala, fosse un concetto pernicioso e fatale 
quanto l'aperto patteggiare per l'Austria. La scissura 
ministeriale contribuiva a prolungare una situazione 
ormai intollerabile colla pubblica effervescenza. I libe- 
rali conservatori — lo abbiamo già detto altrove — 
bramavano la Costituzione e l'alleanza offensiva e di- 
fensiva col Piemonte, ma volevan però conservare la 
dinastia. Di questa opinione non erano affatto gli altri 
liberali, appartenenti al partito popolare o democratico, 
cioè il marchese Ferdinando Bartolommei, Giuseppe 
Doltì, Ermolao Rubleri, il prof. Ferdinando Zannetti e 
Pietro Gironi (2). 

In una riunione che ebbe luogo il 23 aprile nel Pa- 
lazzo Ricasoli, in via del Cocomero (oggi via Ricasoli) 
intervennero, oltre il padrone di casa, il marchese Co- 
simo Ridolfl, Ubaldino Peruzzi, Giovan Battista Gior- 
gini, Leopoldo Galeotti, Enrico Lawley, Vincenzo Ri- 
casoli, Leopoldo Cempini, Tommaso Corsi, L. G. de 
Cambray-Digny, Ferdinando Zannetti, Celestino Bian- 
chi, Carlo Fenzi, Ferdinando Bartolommei, Carlo Bon- 
Compagni, Giuseppe Dolfi, Ermolao Rubieri e Pietro 
Gironi. 

Nella precedente adunanza, il Giorgini era stato inca- 
ricalo di stendere un Memoriale da presentarsi al Gran- 
duca per indurlo ad abbracciare la causa nazionale ed a 
mandare in Piemonte i suoi Agli alla testa delle milizie 
toscane. All'aprirsi della seduta, il barone Ricasoli in- 
vitò il Giorgini a leggere il Memoriale « ma avevo ap- 
pena incominciato — così narra lo stesso Giorgini — che 
il Bartolommei, il Doltì, il Gironi, lo Zannetti e il Ru- 
bieri scattarono in piedi, dichiarando che erano stati 



(l) ZoBi, Cronistoria ecc. toni. 1, pa^. Ufi, in nota. 

(-2) Il Giróni era nativo di Prato ed era un mazziniano fervente. 



Capitolo XXXI 413 



ingannati sul carallere delle nostre riunioni e dei no- 
stri intendimenti ; chiesero scusa dei passi fatti per 
avvicinarci, e infllarono la porta. Inseguiti da noi, e 
pressati a dirci in che cosa il nostro programma dif- 
ferisse dal loro da urtarci a quel modo, il marchese 
Bartolommei rispose che non si trattava di spingere il 
Governo in un senso piuttosto che in un altro, ma di 
rovesciarlo, di rovesciare la dinastia, di far tabula rasa 
di tutti gli Stali d'Italia. Alle osservazioni nostre sulle 
difiicoltà e i pericoli che si sarebbero incontrati, met- 
tendosi in un'impresa, che pareva da pazzi, il marchese 
Bartolommei rispose ohe la cosa non solo era facile, ma 
già quasi fatta, che tutto era pronto, che la città ed il 
contado erano in mano loro e che dipendeva da un loro 
cenno il fare inalberare la bandiera tricolore in tutti i 
corpi di guardia e nelle fortezze ». l fatti dei giorni 
seguenti mostrarono che il marchese diceva il vero (1). 

11 giorno 26 aprile declinava al tramonto, quando una 
numerosa assemblea popolare andava formandosi al 
Parterre fuori la porta San Gallo, coll'intervento di 
molti soldati della guarnigione di Firenze, Confabula- 
rono questi cogli assembrati, s'intesero alla prima, 
fraternizzarono, rimasero d'accordo sul punto capitale 
della guerra d'indipendenza nazionale, promisero di 
sostenere le determinazioni prese da liberali ed onesti 
patriotti. La riunione poi si disciolse quietamente e 
senza trascorrere a nessuna violenza. 

11 generale Ferrari da Grado, sarebbe ingiustizia il 
negarlo, aveva introdotto nelle milizie da lui coman- 
date l'ordine e la disciplina, ma per il suo carattere 
inflessibile e per le ruvide maniere, e molto piìi per la 
sua tinta austriaca, erasi reso odioso agli ufficiali, ai 



(I) Vedi Matilde («ioli Bartolommei, op. cit., paf:<j. 2Ì7-54S. Sulla 
parte presa dal f)olfì e dagli altri democralici toscani sugli avveni- 
menti del 18Ó9, veggasi il pregevole volumetto del mio egregio amico 
e collega, prof. Gildo Valeggia. intitolato: Giuseppe Dolfì e la Demo- 
crazia in Firense negli anni 1859 e 18G0. Firenze, Tipografia La 
Stella, ì9\:ì. 



4l4 La Toscana dui 1824 al 185tì 

soldati ed ai cittadini. Ora, egli commise una grande 
imprudenza, mostrandosi in uniforme per le vie più 
lre(iuentale di Firenze, quando appunto si teneva al 
Parterre la riunione testé accennata. Alcuni popolani, 
presto seguili da altri, gli si avvicinarono pronunziando 
sentite parole, né mancarono le minacele, se non si fosse 
presso ritirato dalla Toscana. Dalla via, volgarmente 
detta dei Calzaioli, egli si condusse alla caserma dei 
Gendarmi in via Larga (oggi via Cavour), circondalo 
da numerosa folla (1). Di là transitava in quel mentre 
il Granduca colla moglie e i figli minori per godere 
di lieta passeggiata sulle amene colline, che fanno 
cerchio a Firenze alla destra dell'Arno. Un'ora dopo 
il generale Ferrari da Grado riconducevasi altero ed 
impelerrito alla propria abitazione. 

Intanto che accadevano queste scene foriere del pros- 
simo scioglimento di un infausto dramma decennale, 
il Baldasseroni stava in conferenza col barone Bet- 
tino Ricasoli, conferenza combinata dall'avv. Landrini, 
il (juale prestavasi con solerzia a tutto quanto po- 
teva essere di benefìcio alla patria. Ma questa con- 
ferenza fra il primo ministro di Leopoldo 11 e il pa- 
trizio fiorentino lasciò il tempo che aveva trovato. 
Il Baldasseroni, a cui forse rincresceva di lasciare il po- 
tere, non agiva con quella sincerità che i pochi suoi 
ammiratori gli hanno attribuito. Il Landucci conti- 
nuava, a dispetto di tutti, a rimanere ministro del- 
l'interno, e il general Ferrari da Grado veniva con- 
fermato nel comando delle milizie. 11 Granduca, sempre 
tentennatile, vedeva l'orizzonte sereno, mentre neri 
nuvoloni si addensavano per l'aria, forieri di una 
Ijera quanto inevitabile tempesta. 



(1) Vodi Zoni, Cronistoria, ecc., toni. I, png. 119. 



CAPITOLO XXXII. 

Morte del cav. Cosimo Buonarroti, ministro della pubblica istru- 
zione. — Rimpasto ministeriale. — Lettera del marchese 
Cosimo Ridolfi al Granduca. — Proposta di abdicazione. — 
Presunto colloquio fra il Principe Ereditario e un genti- 
luomo fiorentino. — Il partito nazionale liberale e il partito 
conservatore. — Minaccia di un assembramento popolare in 
Piazza Barbano. - Il Granduca manda a chiamare il mar- 
chese di Lajatico. — I vecchi Ministri alla Reggia. — Breve 
colloquio fra il marchese di Lajatico e il Ministro Baldas- 
seroni. — Il marchese si reca alla Legazione Sarda. — Il 
partito popolare democratico espone le condizioni, che il 
Corsini dovrà comunicare al Granduca. — Colloquio fra il 
generale Ferrari da Grado e i maggiori Danzini e Cappel- 
lini. — Essi vengono introdotti alla presenza del Granduca 
e del Principe Ereditario. — La bandiera tricolore. — Pa- 
role dell'arciduca Ferdinando. — Il marchese di Lajatico 
torna alla Reggia. — Suo colloquio col Principe. - Il Gran- 
duca rifiuta di abdicare. — Funesta influenza del ministro 
austriaco, barone di Hiigel. — Parole di Leopoldo II al corpo ' 
diplomatico. — L'arciduca Carlo e la famiglia reale nel 
forte di Belvedere. — Il famoso plico del generale Ferrari da 
Grado. — Contenuto del medesimo. — La leggenda del bom- 
bardamento. — La bandiera tricolore sventola sul Forte di 
San Giovan Battista, e vien pure inalzata su quello di Bel- 
vedere. — Arrivo del Granduca e del Principe Ereditario. — 
Colloquio fra Leopoldo II, e la sua famiglia . — Egli si de- 
cide ad abdicare. — I maggiora Danzini e Cappellini alla 
Legazione Sarda. — Risposta del commendatore Bon-Com- 
pagni. — Partenza del Granduca e della Famiglia reale 
— Fine della Dinastia lorenese in Toscana. 

11 12 febbraio del 185S aveva cessalo di vivere il 
cav. Cosimo Buonarroli-Sinioni, minislro della pubblica 
istruzione, uomo onorando, fedele al Principe e bene- 
merito del paese. Gii veniva sosliluilo, in via tempo- 



416 La Toscana dal \8U al 1859 

ranca, il cav. Lenzoni ministio degli alTari esteri. Dopo 
alcuni mesi, il Granduca sceglieva il nuovo ministro 
nella persona del comm. Giulio Martini, uomo cólto, 
di carattere integerrimo, e che aveva resi al Paese 
grandi servigi nella carriera diplomatica. 11 comm. 
Lami, ministro di Giustizia e Grazia, veniva esoneralo 
esso pure dal reggere interinalmente gli affari ecclesia- 
stici, e il Principe nominava a titolare di questo dica- 
stero l'avv. SeraQno Lucchesi, valente giureconsulto e 
R. Procurator Generale presso la Corte Regia di Lucca. 
11 Ministero poteva dirsi ora completo : rimanendo però 
sempre incaricato del portafoglio della guerra il Pre- 
sidente del Consiglio dei Ministri. 

Intanto gli avvenimenti precipitavano. Nella mattina 
del 27 aprile del 1859, il marchese Cosimo Ridolti, 
il (juale era stato molto tempo nelle buone grazie di 
Leopoldo 11, che gli aveva affidato perfino l'educazione 
dei propri figliuoli, inviò direttamente al Granduca 
una lettera (1) così concepita: 

« Altezza Reale, 

«Un giorno supremo spunta oggi per la Toscana; e 
« di fronte alla gravità degli eventi che possono in 
.« esso compiersi, io credo mio debito far tacere ogni 
« considerazione personale, e dirigerle una franca pa- 
« rola, che sia insieme l'espressione del mio sincero 
« alTelto per il paese e per la dinastia di V. A., il 
« bene dei quali fu sempre desiderato inseparabile da 
« ogni buon cittadino. 

« La condotta però tenuta dal governo di Vostra Al- 
« tezza da dieci anni a questa parte, a tal punto ha con- 
« dotto le cose, che questcT-Volo dei Toscani sembra debba 
«esser soffocato in quella generosa aspirazione, che 



(1) Questa lettera fu recata al Palazzo l'itti dal dottor Francesco 
Carena di Muricce, che fu poi amico mio carissimo. Egli la consegnò 
nelle proprie mani del tenente colonnello Carlo Cervini, aiutante di 
campo del Principe, il (piale la portò sul>ito al Granduca. Dopo alcuni 
minuti tornò, ditendo al Carega (pieste testuali parole : « Sua Altezza 
ringrazili ». 




Leopoldo II nel 1859 



Capitolo XXXll 421 



cialmente il ministro Landucci e il generale Ferrari 
da Grado. 

Intanto il marchese di Lajatico, prima di recarsi alla 
Reggia, stimò bene di andare alla Legazione Sarda, 
dove erasi fatto precedere da un amico (1), « per avere, 
egli dice, le notizie della mattina, e sapere se nella 
diffìcile impresa, cui mi vedevo chiamato, avevo al- 
meno qualche speranza di buon successo e quella del- 
l'appoggio del governo piemontese (3) ». Vi trovò riu- 
nite parecchie persone, fra le quali alcuni suoi amici; 
e scambiate poche parole col Bon-Compagni, il quale 
lo esortò a tentare, andò difilato a Palazzo Pitti. Prima 
di lasciare la Legazione di Sardegna, il Corsini pregò 
che ivi si chiamassero immediatamente quelle persone 
che egli designò, e che gli sembravano le più atte ad 
entrare nel nuovo Ministero, che prevedeva di esser 
incaricato di formare, e che potevano aiutarlo a com- 
porlo. 

Giunto ai Pitti, il marchese di Lajatico non fu am- 
messo alla presenza del Granduca; ma parlò col Bal- 
dasseroni e cogli altri ministri, i quali gli dissero che 
il Principe era disposto a secondare le attuali tendenze 
del Paese, facendo piena adesione al Piemonte ed alla 
Francia; che prometteva, composte le cose, di riatti- 
vare la Costituzione del 1848 ; « che di ciò — così scrive 
il Corsini — andava a conferire col Corpo diplomatico, 
che aveva convocato presso dì sé, e che a me sarebbe 
stato dato l'incarico di formare un nuovo Ministero; 
mi sì pregava frattanto di adoperarmi perchè non av- 
venissero tumulti, cercando di calmare gli animi con 
questi annnunzì (3) ». 

Incaricato di queste comunicazioni, il Corsini tornò 
alla Legazione Sarda, dove trovò ancora riunite le 



(1) Questo amico era l'avvocato Leopoldo Galeotti, che lo racconta 
egli stesso nella Storia delV Assemblea Toscana. Firenze, 1859: pag. m. 

(2) Xebi Corsini, Storia di quattro ore, dalle antimeridiane alle 
1 pomeridiane. Firenze, Tip. Barbèra, 1859; pag. 10. 

(3) Storia di quattro ore ecc., pag. 11. 



422 La Toscana dal 1824 al 1859 

stesse persone, appartenenti al partito costituzionale 
conservatore e a quello nazionale democratico. Secondo 
me, egli commise un grave errore. Avrebbe dovuto, 
anzi lutto, scegliere gli uomini che, insieme con lui, 
dovevano formare ii nuovo Gabinetto ; poi render note 
al pubblico le concessioni granducali, cioè : dimissione 
dei vecchi ministri e del generale Ferrari da Grado, 
ristabilimento del vessillo tricolore e dello Statuto co- 
stituzionale. Se a qualcuno non fosse piaciuto che 
Leopoldo II continuasse a governare la Toscana, ed 
avesse desiderato che egli abdicasse a favore del Prin- 
cipe Ereditario, era questa una cosa da stabilirsi in 
seguito. Quando il Granduca ed i suoi nuovi ministri 
avessero dichiarato la guerra all'Austria e fatta al- 
leanza colla Francia e col Piemonte, l'abdicazione sa- 
rebbe venuta da sé, perchè Leopoldo II si sarebbe 
facilmente capacitato che le sua posizione sul trono 
era insostenibile, ed avrebbe spontaneamente abdicato, 
ritirandosi nel Belgio o in altro Stato neutrale d'Eu- 
ropa. L'abdicazione, ne convengo anch'io, era una ne- 
cessità ; essa sarebbesi potuta ottenere spontaneamente, 
ma non bisognava imporgliela ; un sovrano, che si 
rispetti un tantino, non può sottostare a una tale in- 
timazione, disonorevole per lui. E lo stesso marchese 
di Lajalico fu il primo a convenirne, come adesso ve- 
dremo. 

Dopo di aver comunicato agli adunali quanto era 
stato a lui detto dal ministro Baldasseroni, il Corsini 
aspettò che qualcuno si pronunziasse in proposilo. 
E non aspettò lungamente, che Ermolao Rubieri, ap- 
partenente al partito nazionale democratico, rispose 
senza esitazione: «ciò non bastare; simili concessioni 
aver potuto essere accettabili un mese, quindici giorni 
prima, forse anche jeri ; ma dopo che un Principe, 
per la turpe soddisfazione di persistere ciecamente 
in una antinazionale politica, aveva sì altamente 
disconosciuti i propri doveri e sovvertiti gli altrui, di ri- 
durre il suo popolo e il suo esercito alla dura necessità 
di esser concordi in una ribellione che salvasse la 



Capitolo XXXI r 423 



patria, o discordi in una orrenda lotta intestina, che 
avrebbe potuto minarla, un tal Principe non poter più 
regnare su quel popolo e su quell'esercito ». Il Rubieri 
concluse dicendo che egli a l'avv. Vincenzo Malenchini, 
come rappresentanti della popolare sommossa, dichia- 
ravano sole possibili le condizioni che esso stesso era 
per esporre. E, levatosi di tasca un foglio, lesse : 

P Abdicazione del Granduca. 

2^ Destituzione del Ministero, del Generale e degli 
Ufficiali, che sì sono maggiormente pronunziati contro 
il sentimento nazionale. 

3" Alleanza offensiva e difensiva col Piemonte. 

4" Pronta cooperazione alla guerra con tutte le 
forze dello Stato, e comando supremo delle truppe al 
generale Uiioa. 

5'^ Ordinamento interno della Toscana da regolarsi 
sul definitivo ordinamento generale d'Italia (1). 

Il marchese di Lajalico manifestò il suo cordoglio 
per doversi fare interprete di condizioni che gli sem- 
bravano dure ; ma dichiarò di esser pronto ad assumere 
il doloroso ufficio, qualora si persistesse nel vederle le 
sole capaci di soddisfare la commossa popolazione e 
di pacificarla. Chiese bensi ed ottenne dai capi del mo- 
vimento popolare alcune lievi modificazioni. Volle che 
all'articolo primo fosse aggiunta la clausola: e procla- 
masione di Ferdinando IV ; la quale «sebbene omessa 
come sgradevole dai compilatori AgìV ultimatum », po- 
teva considerarsi come implicitamente espressa, e fu 
perciò conceduta senza difficoltcà. 

Il marchese Cosimo Ridolfi, visibilmente commosso 
e frenando a stento le lacrime, disse che per l'affetto 
da lui costantemente dimostrato alla Toscana e alla di- 
nastia regnante, era pronto ad accondiscendere all'in- 
vito del marchese di Lajatico, col far parte del Mini- 
stero da lui preso a formare ; ma che egli stesso era 
costretto ad invocare l'abdicazione, resa ormai indi- 
spensabile dal pessimo procedere di un infame governo 



(1) RuBiERi, Storia intima della Toscana ; pagg. 82-83, 



424 La Toscana dal 1821 al 18u9 

(furono sue parole), sul quale soltanto era da versarsi 
ogni colpa, non su lutla una dinastia benemerita del 
paese, tradita insieme con esso dalla ministeriale ce- 
cità e pertinacia; e che questo era il solo espediente 
idoneo a render possibile una riconciliazione fra il 
paese e la dinastia (1). 

Mentre queste cose avvenivano alla Legazione Sarda, 
il maggiore Alessandro Danzini (2) comandante l'arti- 
glieria, e il maggiore Alessandro Cappellini, coman- 
dante la cavalleria, si erano recali a trovare il generale 
Ferrari da Grado, per metterlo a parte dei sentimenti, 
dai quali era animata la guarnigione di Firenze. Il 
generale si trovava al Palazzo Pitti. Quando i due uffi- 
ciali gli si presentarono dinanzi, egli era nella sala 
d'anticamera, che precedeva il gabinetto del Principe. 
Esposto il motivo della loro venuta, il generale disse 
queste precise parole : « Avvisino la truppa e tutti 
quelli, che vogliono saperlo, che il Granduca è pronto 
a cedere alle esigenze dei tempi ». Avvertito che ciò 
sarebbe stato propalalo, egli replicò : « Potete farlo, 
perchè son queste veramente le sovrane espressioni ». 
Allora il Danzini e il Cappellini, corsero a dare avviso 
ai convenuti nel Palazzo della Legazione Sarda, e ai 
soldati, posti sotto ai loro ordini, di quanto il Gene- 
rale avevali fatti consapevoli e autorizzati a divulgare. 
Fu sentimento concorde degli uni e degli altri che il 
Principe dovesse immediatamente accedere al cambia- 
mento della bandiera, in pegno e garanzia di quanto 
faceva sperare. Bisognò dunque che i due ufficiali tor- 
nassero ai Pitti; erano circa le 10 antimeridiane. Lo 
stesso Generale Ferrari da Grado li introdusse nel ga- 



(1) RuntKui, loc. cit. 

{■ì) Il Danzini, nella sua qualità di utticialc .superiore d'artip;lieria 
era bcneviso all'arciduca Carlo. Colonnello Ispettore dell'arma sud- 
detta. La sera del 25 a|)rile, cc;li trovavasi alla Reggia negli apparta, 
menti dei giovine Arciduca, il quale gli regalò alcuni sigari di avana, 
e il Danzini, baciandogli la mano, lo assicurava della sua fedeltà. 
Cobi leggesi a pag. 37, nota t)7, del libro intitolato : 1 Casi della To- 
scana. Firenze, Tipogralia Salani, IStil-. 



Capitolo XXXli 41/ 



« risolutanienle li sospinge alia conquista dell'iudipen- 
« denza d'Italia. I fatti di questi ultimi giorni debbono 
« chiaramente aver mostrato a V. A. che questo sen- 
« timento è molto più diffuso di quello che siasi vo- 
<' luto mai credere, e totalmente energico poi, che ben 
« può dirsi irresistibile. 

« Se il Governo di V. A. avesse di ciò voluto con- 
« vincersi sol pochi giorni addietro, esso avrebbe po- 
« tuto proporle modi assai facili di carabiare indirizzo 
« alle pubbliche cose e di quietare il Paese nella sod- 
« disfazione del suo vivissimo desiderio di concorrere 
« intero alla grande opera del riscatto nazionale, pel 
« quale già tanti Toscani d'ogni condizione sono corsi 
« ad esporre la propria vita sotto la bandiera ita- 
« liana. 

« Oggi invece sarebbe vano il dissimularsi che ogni 
« medio temperamento non solo riuscirebbe inutile, ma 
« dannoso ad arrestare il corso degli avvenimenti : 
« poiché l'eccitazione degli animi è giunta a tale che 
« non è più dato di contenerla, per guisa che non si 
« spiega tin dove tanta esitanza ed irresolutezza hanno 
« fatto credere a molti necessario di giungere per ot- 
« tenere il risultato che sta in cima ai loro desideri. 

« Un atto risoluto di abnegazione e di coraggio sol- 
« tanto può salvare oggi la Dinastia Toscana dall'esser 
« giudicala incompatibile colla costituzione della nazio- 
« naiità italiana, riconducendola ad un tratto e ina- 
« spettatamente alla testa del movimento, dal quale 
« essa si è lasciata con tanto danno e pericolo so- 
« pra Ilare. 

« 11 Principe Ereditario si mostri oggi al popolo, che 
« si accalcherà dinanzi alla regia soglia, chiedendo di 
« prender parte alla guerra dell'indipendenza, spiegando 
« la bandiera tricolore ; e l'antico amore dei Toscani 
« per la Dinaslia di Lorena, la fedeltà non ancora 
« scossa della truppa, non mi lasciano dubitare che, a 
« quella franca iniziativa risponderà spontaneo il grido 
« di Viva Ferdinando IV, nel quale si stringerebbe un 
« nuovo patto di famiglia, che poi sarebbe reso indis- 

L. Cappelletti il 



418 La Toscana dal 1844 al 1859 



« solubile dall'accouninala sorte della Dinastia e del- 
« l'Italia. 

« Troppo ardito dal cauto mio apparirà forse a V. A. 
« il suggerimento che, non richiesto, Le ho dato. Ma 
« appunto perchè inesplicabile sarebbe tanta arditezza, 
« se assolutamente necessario non mi sembrasse l'atto 
« che Le ho proposto a salvare la Dinastia di V. A. 
« di fronte alle presenti condizioni del Paese, così 
« voglio sperare che di questa necessità vorrà l'A. \' . 
« persuadersi e cercare da per sé quelle prove dirette 
«che a me non reggerebbe la mano per scrivere; 
« giacché non é certamente senza grande combatti- , 
« mento dell'anima che un suddito riverente può deci- 
« dersi a rivolgere al suo Principe cosi severo lin- 
« guaggio. 

« Ma questo a me parve dovere di cittadino, e fu 
« insieme suggerimento sincero dei sentimenti che nutro 
« per la famiglia di V. A. ; sicché non avrò mai da 
« pentirmi d'aver seguito questo doppio impulso del 
« mio cuore, e spero che l'A. V. non vorrà farmene 
« carico, qualunque siano le sue risoluzioni. 
« Di V. Altezza 

« Di Casa, li 27 aprile 1859. 

« Ossequiosissimo 
« Cosimo Ridolfi ». 

Non era questa la prima lettera che il Ridolfi scri- 
veva al Granduca; ed anche al Baldasseroni egli aveva 
scritto, quando lo vide disertore dal programma del 
5 giugno 1849. Ma ~ lo abbiamo già detto, ed è inu- 
tile tornare a ripeterlo — il Granduca era testardo, e 
ì suoi ministri lo erano più di lui. E di questa coc- 
ciutaggine dovranno fra poco sopportare le terrìbili 
conseguenze. 

Neanche al Principe Ereditario erano mancati, a 
quanto dicesi, degli avvertimenti. Giuseppe Conti, nella 
sua. Firenze Vecchia (pag. 690), narra quanto segue: 
« Un gentiluomo fiorentino, liberale, appartenente ad 
una famiglia che ha dato alla patria valorosi soldati, 



Capitolo XXXII 419 



sagaci uomini politici, aitivi induslriaii, nel marzo del 
1859, con un coiiese preteslo fu mandalo a chiamare 
dal Principe Eredilario. Questi gli richiese notizie 
suH'atleggiamenlo del Re di Sardegna, sugli armamenti 
dell'Austria, su (jucllo che se ne pensava a Firenze, 
perchè il poverello, non ostante avesse 24 anni, e fosse 
destinato al trono, pare che lo tenessero all'oscuro di 
tutto ciò che accadeva al di fuori del Palazzo Pitti (l), 
e certi discorsi lo avevano incuriosito. 11 gentiluomo, 
messo a quattr'occhi col Principe, disse: — Altezza, 
parlo con Ferdinando IV o con Ferdinando di Lorena":" 

— Diamine! con Ferdinando di Lorena. — Allora 
prenda un fucile, scappi in Piemonte.... — il babbo? 

— interruppe il Principe. — Il babbo è inutile, lui è 
vecchio. — E con queste parole si congedò ». 

Non ostante il breve tempo concesso ai provvedi- 
menti da prendersi, quei di parte nazionale e popolare 
avevano soddisfallo al loro compito, e tutto era pronto. 
Solo la Giunta che doveva rappresentare il parlilo li- 
berale toscano, non aveva potuto costituirsi nella sua 
integrità, perchè il Peruzzi ed il Ricasoli, « fedeli, scrive 
il Rubieri, alla loro inesorabile schitiltà di conser- 
vatori, si erano esentati dal farne parte; il primo ri- 
cusando, e il secondo allontanandosi nella notte stessa 
da Firenze e dalla Toscana {era partito per Torino, e 
il Kubieri doveva saperlo), non è noto se per sottrarsi 
più o alla malleveria o allo spettacolo degli eccessi, 
ai quali, secondo lui, sarebbe trascorsa la tanto te- 
muta demagogica tregenda (2) ». 11 prof. Ferdinando 
Zannelli non era peranco tornato dalle Romagne ; per 
conseguenza, ogni carico restava sulle spalle del Ma- 
lenchini e del Rubieri. Quest'ultimo, nella sua Storia, 



(I) Il Principe Ereditario non era tenuto all'oscuro di tutto; invece 
.sapeva quello che avveniva dentro e fuori la Reggia dei Pitti, e tin dal 
1851), egli assisteva continuamente ai Consimili dei miniistri. e prendeva 
l)arte alla discussione degli all'ari. — Vedi Baldasseuoni. op. cit.. pa- 
gina .^j09. 

(l'i Rliueri, Storici intiiiia della Toscana: |)ag. 75. 



420 La toscana dal 1824 al 1859 



critica acerbamente la lettera del marchese Ridolli al 
Granduca, deducendone, e non senza ragione, questo: 
che i conservatori volevano togliere ai popolari demo- 
cratici r iniziativa del movimento. Disgraziatamente 
per il Ridolfi, la sua lettera non produsse verun effetto, 
perchè il Prìncipe non se ne curò affatto, limitandosi 
a ringraziare \ e il popolo, che l'ottimo marchese spe- 
rava di vedere accalcarsi intorno alla regia soglia, 
non pensò affatto di correre sulla piazza dei Pitti; co- 
sicché la disillusione fu completa. 

Sin dalla sera precedente, era stata fissala una grande 
riunione sulla piazza Maria Antonia (detta anclie eli 
Barbano, e ora delV Indipendenza), per arrivare in qual- 
sivoglia modo all'intento di por fine ad un ordine di 
cose insopportabile ed inconciliabile colle idee ormai 
prevalse nella moltitudine. Di ciò avvertito il Gran- 
duca per tempo, mandò a chiamare il barone Bettino 
Ricasoli ; ma questi, nella notte, era partito per To- 
rino. Dice lo Zobi che la partenza del Ricasoli fu 
grave jattura « perchè ad un uomo di lui più dritto, 
energico e capace di dare novello indirizzo al governo, 
in armonia coi bisogni e coi desideri pubblici, non si 
poteva certo aver ricorso (1) ». Fu allora spedito il 
cav. Sardì, tenente colonnello dei gendarmi, a pregare 
il marchese di Lajatico, don Neri Corsini, dì recarsi 
immediatamente alla Reggia, dove erano già stati chia- 
mali i ministri Baldasseroni e Landucci e il generale 
Ferrari da Grado. Anche il cav. Lenzoni, ministro 
degli Affari esteri, vi andò, sebbene non chiamato ; e 
ciò avrebbero dovuto fare tutti la sera precedente, 
rassegnando le dimissioni dalle cariche che rivestivano, 
e consigliando il Principe a cedere alle esigenze dei 
tempi. E dirò di più che la loro presenza, in quella 
mattina, alla Reggia, fece più male che bene; perchè 
a molti parve una specie di sfida a coloro, i quali spe- 
ravano ancora che il Principe si ravvedesse, e che li- 
cenziasse certe persone, che gli stavano d'attorno, spe- 



li) Zoili, Cronaca ecc., Ioni. I, pag. 1^3. 




Don Neri Corsini Marchese di Lajatico 



Capitolo XXXII 4:£9 

conteneva delle indicazioni difensive e delle disposi- 
zioni, che si danno da per tutto nel caso di pubblici 
commovimenti. E vero che in esso si leggevano delle 
frasi minacciose e spavalde; ma erano talmente esa- 
gerale da muovere più il riso che lo sdegno. Ci sì ve- 
deva proprio lo stile enfatico del generale che le aveva 
dettale. Però non eravi in questo documento alcuna 
parola di attacchi contro la città, come volle asserire 
il Memorandum indirizzato il 2 maggio dal Governo 
provvisorio al corpo diplomatico residente in Toscana. 
Lo Zobi ha dello che fu il lenente Poggiarelli, che 
portò al comandante Mori il biglietto, col quale gli si 
ordinava di aprire il plico famoso; il Governo Prov- 
visorio, nel suo Memorandum, asserisce, che la lettera 
del Ferrari da Grado fu portata in Belvedere dallo 
stesso Arciduca Carlo; il Rubieri invece scrive che 
l'arciduca Carlo non fu latore di veruna lettera; ma, 
raccolti intorno a sé il comandante e gli altri ufficiali 
del forte medesimo, ingiunse loro, in nome del Gene- 
rale, di aprire e leggere il plico, depositato nel forte 
fino dal 14 agosto del 1858. Il Memorandum del Go- 
verno provvisorio narra che il giovine Arciduca si recò 
in Belvedere alle 8 1|2 ant.; mentre il Rubieri dice che 
l'Arciduca riducevasi nel forte, nello slesso momento 
in cui nel real Palazzo dei Pitti il Generale Ferrari da 
Grado ed i ministri intrattenevano con buone parole gli 
ufficiali superiori e il Marchese di La.jatico ; e ciò av- 
veniva verso le 10 1|4. 

Appena la Dinastia lorenese ebbe lasciata la To- 
scana, fu divulgata la storia del bombardamento, per 
mettere sempre più il Granduca e la sua famiglia in mala 
vista della popolazione. Leopoldo li bombardatore ! ! ! 
L'uomo che (sebbene tentennante, incerto, che dava 
ascolto all'ullimo che parlava)' erasi sempre ritìulato 
di far eseguire le sentenze di morte anche contro gli 
assassini più iniqui e feroci, l'uomo, che due giorni 
prima del fatto di Belvedere, aveva dato ordine che 1 
Gendarmi si astenessero, a qualunque costo, dall'inveire 
contro la popolazione inerme, (luesfiiomo era divenuto, 



430 La toscana dal 1824 al 1859 

luLlo ad un liallo, un liranno bombardalore ! Altro 
che Ferdinando 11 ! 

Ma veniamo a parlare della tragicommedia svoltasi 
nel forte San Giorgio. Dopo la lettura del plico, il 
quale era stato scritto dallo stesso Generale Ferrari da 
Grado, ed era conosciuto soltanto dall'Arciduca Ferdi- 
nando e dall'arciduca Carlo, quesfultimo domandò 
(juante erano le munizioni che si trovavano nel forte. 
11 tenente Dario Angiolini, ufficiale d'artiglieria, ri- 
spose che tanto gli ufficiali quanto i soldati eran pronti 
a difendere, anche a costo della propria vita, la fa- 
miglia reale, ma che non avrebbero mai tirato contro 
il popolo. Nessuno veramente aveva pensato a tirare 
contro il popolo, e perchè ciò potesse avvenire, biso- 
gnava che la città intiera fosse in piena insurrezione; 
che il popolo, armato fino ai denti, assaltasse il Pa- 
lazzo Pitti, residenza della Corte, e il Palazzo Vecchio, 
residenza del governo; in una parola, che fosse scop- 
piata una rivoluzione in tutte le regole. L'otigine di 
questo famoso bombardamento sta nel breve colloquio 
fra l'arciduca Carlo e il tenente Angiolini, del quale, 
dopo la partenza della famiglia reale, si volle fare 
un eroe. Vennero fuori persino delle incisioni, nelle 
quali si vedeva l'Angiolini respingere sdegnosamente 
Viniqiia proposta. E il primo a riderci dev'essere 
stato l'Angiolini stesso (1). Vi furono altri, che, in- 
vidiosi della gloria angiolinesca, asserirono che il 
Granduca voleva hombardare Firenze. E si noti che, 
mentre l'arciduca Carlo faceva leggere il plico, in Bel- 
vedere, il Granduca annunziava al Corpo diplomatico, 
da lui convocato, di aver respinta la propostagli abdi- 
cazione e di volere fra poche ore abbandonare la 
Toscana (2). 

Mentre l'Angiolini pronunziava le parole suddette. 



(1) yucsl'iiniciide era pieno di debili, che gli turon tutti (|uanli pa- 
<jali, in l)enemer(nza del suo problematico eroismo. 

(2) Il magf;'<^'"e Mori, comandante il hatlaalione dei Voliti, il i[ualesi 
trovava accanlo all'arciduca Carlo, in un suo rapporto indirizzato al 



Capitolo XXXII 431 



fu vecliUo sventolare il vessillo Iricoiore sul lonione 
del forte di San Giovan Battista (o fortezza da basso), 
e allora fu innalzato anche su quello di Belvedere. 
La Graduchessa e l'Arciduca Carlo volevano che fosse 
abbassato; ma fu fatto loro riflettere come quella ban- 
diera rendesse più sicuro l'asilo della famiglia reale; 
ed allora sì la madre che il tiglio se ne acquie- 
tarono. 

Circa le due pomeridiane, il Granduca, il Principe 
Ereditario, il general Ferrari da Grado, il Ministro 
Baldasseroni e il colonnello Cervini lasciarono il Pa- 
lazzo Pitti per recarsi in Belvedere. 11 cav. Landucci 
rimase di fuori nel giardino di Boboli per aspettare 
che annottasse; sap^ulosi ciò dal Baldasseroni, pregò 
che fosse ricoverato, siccome avvenne, tino alla sera. 

Bisogna intanto sapere ciò che pochissimi sanno, 
ossia il colloquio avvenuto in una sala della fortezza 
fra il Granduca e la sua famiglia, alla presenza del 
comm. Bittheuser, del colonnello Cervini e della signora 
Adele Palagi. 

Un generale dell'esercito italiano, ora defunto e che, 
nel 1859, apparteneva alle milizie toscane ed era in 
buoni termini colla Corte, mi narrò ciò che avvenne 
in quella sala della fortezza, come a lui fu raccontato, 
alcuni anni dopo, dal sig. Matteo Bittheuser, segretario 
intimo del Granduca. 

Come già abbiamo detto, Leopoldo II aveva deciso 
di abbandonare la Toscana con tutta la sua famiglia. 
Mentre egli manifestava questa sua irremovibile deci- 
sione, la Granduchessa, piangendo, gli disse: «lo 
temo che se andiamo via da Firenze, non ci torneremo 
mai più». — «Pretendereste forse — rispose il Gran- 
duca — che io mi disonorassi con un'abdicazione, che 
mi viene imposta dai miei sudditi?» ■ — «Gli uomini 



Governo Frovvisorio, cliiamò il cosi detto bonibardameuto un atto 
ACCADEMICO, l'i (ii ciò Cu sgridalo dal sig. Mario Carletti, nel volumetto 
intitolato: Quattro mesi di Storia toscana. 11 marchese di NormaT)l>y 
negò il tatto dinanzi alla Camera dei Pari. 



432 La Toscana dal 1824 al 18a9 

saggi — riprese a dire la granduchessa — debbono 
adattarsi alle circostanze; date retta a me, abdicate». 
Allora Leopoldo li, voltandosi al Principe Ereditario, 
gli chiese: « E voi cosa ne pensate? » — « Io — ri- 
spose il giovine principe — non posso dir nulla: se 
consigliassi V, A. di abdicare, parrebbe che lo facessi 
per salire sul trono». La Granduchessa Vedova, la 
signora Palagi, il Bittheuser e il Cervini rimasero 
muti. — « El)bene, — disse Leopoldo II — farò anche 
(luest'ultimo sacrifizio». Poi, voltandosi alla moglie, 
suggiunse: «E noi ci recheremo nel Belgio». 

11 Granduca, non si sa da chi consigliato, inviò alla 
Legazione Sarda i maggiori Danzini e Cappellini, per 
annunziare che il Principe, cedendo alle istanze del 
popolo e delle persone di sua famiglia, era disposto 
ad abdicare a favore del Principe Ereditario. Dopo una 
lunga anticamera, i due ufficiali furono ricevuti ; ma 
quando essi esposero la loro missione, ebbero dal 
Bon-Compagni questa risposta: « Ormai è troppo tardi. 
Già sono stati spediti i dispacci, partecipanti ai gabi- 
netti d'Europa le decisioni granducali ; tutto è disposto 
per la partenza della famiglia reale ». 

Non potevasi, davvero, agire più insipientemente di 
cosi. Che obbligo aveva Leopoldo II di avvertire il mi- 
nistro di Sardegna delle decisioni che aveva creduto 
opportuno di prendere? Egli era ancora nel pieno pos- 
sesso della propria sovranità, e poteva agire come 
meglio gli talentava. Qualcuno mi chiederà: E cosa 
avrebbesi dovuto fare in simili circostanze ? La risposta 
è facile. Bisognava subito diramare un proclama alla 
cittadinanza e alle milizie, nel quale il nuovo Granduca 
avrebbe annunzialo: lo. L'abdicazione del padre e la 
sua esaltazione al trono; 2», le dimissioni del vecchio 
ministero» e la formazione di un nuovo gabinetto, pre- 
sieduto dal marchese di Lajatrco ; 3», la deslituzione 
del generale Ferrari da Grado, e la nomina del gene- 
rale Girolamo Ullon a comandante supremo delle 
truppe toscane; 4", la ripristinazione dello Statuto Co- 
stituzionale del 1848 ; 5», Talleanza olTensiva e difen- 
siva col Piemonte. 



Capitolo X.XXII 4iì5 

binetto del Granduca, dove trovavasi pure il Principe 
Ereditario. Il Danzili! e il Cappellini esposero franca- 
mente al Principe che, divulgato quanto il Generale 
aveva loro partecipato, soldati e cittadini desideravano 
che venisse inalberata la bandiera tricolore, per impe- 
dire che l'assembramento di piazza Barbano degene- 
rasse in tumulto. Il Granduca, ciò udito, si trasferì in 
altra stanza contigua, lasciando i predetti comandanti 
col Principe Ereditario, il quale disse che era una in- 
decente esigenza quella di. imporre al Sovrano il ves- 
sillo tricolore. « Alcuni minuti dopo — narra lo Zobi 
— essi furono avvertiti di passare là dove stava il 
monarca coi ministri Baldasseroni e Lenzoni. Eccitati 
a ripetere quanto avevano già esposto, obbedirono. 
Allora il Granduca, alquanto sopraffallo interrogò il 
Baldasseroni intorno a ciò che era da farsi. Questi ri- 
spose : in questo stato di cose, la rivolusione è ormai 
compiuta ; non rimane piìi nulla da fare. Fu richie- 
sto poscia il parere del Lenzoni, il quale rispose: Ac- 
consenta, Altessa; noi le saremo testimoni che è stato 
costretto a dire di sì; e il sì fu pronunziato. Senza 
curarsi d'altro, gli ufficiali si congedarono per conse- 
gnar subito le bandiere tricolori ai respettivi capi, 
conforme accadde con giubilo universale, e tutto ap- 
parve accomodato. Non deve tacersi che la bandiera 
spedita alla Gendarmeria uscì dalla Reggia (l) ». 

E ora torniamo al marchese di Lajatico e al mes- 
saggio, del quale era stato incaricato dagli adunati 
alla Legazione Sarda. Appena arrivato ai Pitti, scam- 
biò poche parole col Baldasseroni, al quale rese osten- 
sibile il foglio che gli era stato dato, e che conteneva 
in iscritto le condizioni, alle quali il partito dominante 
subordinava, per ultima transazione, la pacificazione 
del Paese, che quei signori avevano riconosciute ine- 
vitabili, e che il Corsini aveva creduto di dovere ac- 
cettare. Ed ora lasciamo parlare egli stesso : « Dopo di 
ciò, fui introdotto dal Principe. Lo trovai grave e di- 



(l) Zobi, Cronaca eie, Ioni. I, pag. h2<). 



426 La Toscana dal 1321 al ISV) 

gnitosamente calmo: ma i suoi ministri avevano vo- 
luto lasciare a me il duro incarico di fargli conoscere 
a quali estremità erano ornai giunte le cose ; poiché 
quando io gli dissi che alle ott'erte da lui fatte si ag- 
giungeva da un partito, col quale ormai bisognava 
trattare, una gravissima condizione sine qtia non, che 
supponevo che egli già conoscesse, egli se ne mostrò 
ignaro, e m'ingiunse di palesarglierla : e fui io, che, 
protestando del mio profondo dolore, dovetti dirgli 
che questa condizione era che la Toscana perdesse 
Lui per acquistare, in suo luogo, il granduca Ferdi- 
nando IV. Mi rispose che così grave pretesa esigeva 
che egli vi riflettesse, ma che vi era impegnato il suo* 
onore; che se gli stava a cuore il bene della Toscana, 
gli stava pure a cuore l'onor suo, e che vedeva ormai 
tracciala la via che doveva seguire. Questo è nuU'allro 
mi disse. Io mi permisi di fargli riflettere, per attenuare 
la dolorosa impressione, che pur troppo aveva ricevuta, 
che di simili determinazioni moltissimi esempi forniva 
la Storia; e che non per questo i Principi abdicatari 
sì erano disonorati; ma che anzi, il più delle volte, 
l'abdicazione era slata riguardata come un sacrifizio 
generoso fallo al bene dei popoli e agl'interessi della 
Dinastia. E dopo di ciò dichiarai di aver compiuto il 
doloroso dovere di rendergli conto del resultato della 
missione, che mi avevan affidata, e che avrei aspettali 
i suoi ordini ulteriori (1) ». Il Granduca congedò il 
Corsini con'benevolenza, e si rinchiuse quindi a consi- 
glio coi Ministri e col Corpo diplomatico. Prima però 
di ricevere il Corpo diplomatico, egli aveva avuto un 
colloquio col ministro austriaco, barone di Hiigel, uomo 
malvagio che, da circa 10 anni, esercitava una grande 
autorità ed una nefasta influenza sul Principe e sul 
suo governo. Pretendono alcuni, e sarà vero pur troppo, 
che il diplomatico austriaco consigliasse il Granduca 
ad abbandonare precipitosamente il Paese in balìa di 
sé stesso, per gettarlo nell'anarchia ("2). 

(l) storia di quattro ore, pagg. 14-15. 

(3) Ai caporioni del partito democratico non recò alcuna meravifjlia 



Capitolo XXX ti 4'27 



Il Corpo diplomatico, convocalo dal Granduca, era 
già arrivato ai Pitti, e componevàsl dei seguenti per- 
sonaggi : Monsignor Alessandro Franchi, Internun- 
zio Apostolico; il marchese di Ferrière-Le-Vayer, mi- 
nistro francese; sir Pietro Campbell-Scarlett, ministro 
inglese; il comm. Bon-Compagni di Mombello, legato 
sardo; il comm. Cherubino Fortunato, incaricato d'af- 
fari delle Due Sicilie; e il barone di Hiigel, ministro 
austriaco. Leopoldo II aveva ai suoi fianchi i propri 
ministri: Baldasseroni, Landucci, Lami, Lenzoni, Mar- 
tini e Lucchesi. 

Al cospetto di tutti costoro, il Granduca espose come 
gli fosse stata avanzata la proposizione di abdicare, 
quantunque avesse manifestato di annuire alle esigenze 
dei tempi ; la qual cosa essergli assolutamente vietata 
dalla sua coscienza ed onoratezza, e perciò appigliarsi 
piuttosto alla partenza dallo Stato insieme colla sua 
famiglia. Protestare formalmente di voler conservare 
incolumi i diritti alla sovranità per sé e per i suoi ; e 
al tempo stesso protestare della nullità degli atti, che 
da qualsiasi autorità fossero fatti ed emanati da quel- 
l'istante in poi. Quindi, rivoltosi più specialmente ai 
rappresentanti di Francia e d'Inghilterra, chiese loro di 
quali mezzi potessero disporre per proteggere la sua per- 
sona e la sua famiglia nella partenza. Rispose il Ministro 
della Gran Brettagna, anche a nome di quello di Francia, 
di non avere in pronto nessuna forza materiale, e sog- 
giunse (lo che non c'entrava affatto) di essere privo di 
istruzioni. Allora l'Incaricato d'affari delle Due Sicilie 
si permise di fare osservare che Sua Altezza non do- 
mandava appoggio materiale sibbene morale; e che 
quindi non era a dubitarsi menomamente che tutti i capi 
delle legazioni estere, accreditati presso la sua persona, 
sarebbero stali concordi per offrirglielo, mettendosi a 



il rifiuto del Granduca di alidicarc al trono. Essi lo avevano già pre- 
veduto. Lo contessa lo stesso Rubieri a pag. 8(5 della sua Storia in- 
tima della rosca«a, dove dice: « Xoi ci tidavamo sopratutto nella 
« inaccettabilità del patto di abdicazione ». 



428 l.a Toscana dal 1824 al 1859 



sua disposizione ; e che d'altronde non polevasi temere 
affatto del rispetto, che si avrebbe per la sua persona 
e per la reale famiglia; e che principalmente poteva 
giovare l'opera del ministro di Sardegna, il quale, più 
che altri, avrebbe trovato ascolto presso il popolo. Il 
comm. Bon-Compagni prese allora la parola^ impegnan- 
dosi suU'onor suo di adoperare, quanto stava in lui, 
(e vi si adoperò infatti) afiinchè il Principe e la sua 
famiglia incontrassero tutto il rispetto, a cui avevano 
diritto. 

Terminala l'udienza, il ministro d'Austria chiese al 
cav. Lenzoni i suoi passaporti, i quali gli furon subilo 
consegnati, e parli nella sera istessa. Oh quanto sa- 
rebbe stala meglio che costui non avesse mai posto il 
piede in Toscana ! 

Nello stesso tempo che queste cose accadevano al 
Palazzo Pitti, altri fatti avvenivano nel forte di San 
Giorgio, detto comunemente di Belvedere. Ivi si erano 
recati l'arciduca Carlo, secondogenito del Granduca, 
la Granduchessa regnante, la Granduchessa vedova, i 
figli minori Arciduchessa Maria Luigia, Arciduca Luigi 
e ArciducaGiovanni Nepomuceno. Insieme con essi erano 
il comm. Matteo Bitlheuser, segretario intimo del Prin- 
cipe, e la signora Adele Palagi Dama di compagnia 
della Granduchessa Maria Antonia. Erano rimasti alla 
Reggia il Granduca, il Principe ereditario, il Baldas- 
seroni, Presidente del Consiglio dei ministri, e il ge- 
nerale Ferrari da Grado. 

Al suo arrivo nel forte, la famiglia granducale fu 
rispettosamente accolla dal maggiore Enrico Mori, co- 
mandante il battaglione dei Veliti, e al tempo stesso 
comandante del forte, e da tutta quanta l'Ufficialità. 

Giungeva, poco dopo, in Belvedere il tenente Ago- 
slino Poggiarelli, appartenente alla l. e R. Guardia 
dei Sergenti di Palazzo. Egli recava un biglietto del 
generale Ferrari da Grado, indirizzato al maggior Mori. 
Questi lo aprì alla presenza dell'Arciduca e degli Uf- 
ficiali ; e poscia procedette a dissuggellare un plico, già 
depositato in quel forle lìn dall'agosto del 1858, il quale 




Carlo Bon-Compagni di Mombello 
Ministro Sardo a Firenze 



Capitolo XXXlt 433 

Nella sera stessa, il Monitore Toscano avrebbe an- 
nunziato la formazione del nuovo gabinetto, del quale, 
oltre il marchese di Lajatico, avrebbero dovuto far 
parte il barone Bettino Ricasoli, il marchese Cosimo 
RidolS, il cav. Ubaldino Peruzzi, l'avv. Vincenzo Sal- 
vagnoli e l'avv. Vincenzo Malenchini. In pari tempo 
annunziare la nomina del marchese Ferdinando Bar- 
tolomasi a Gonfaloniere di Firenze. Quindi, con un 
proclama a parte, render noto al popolo che l'arciduca 
Carlo, fratello del granduca Ferdinando IV, sarebbe 
partito per il campo insieme coU'esercito toscano. 

La grande maggioranza della popolazione fiorentina, 
che non era preparata ad una rivoluzione radicale, e 
le milizie, che formavano la guarnigione della città, 
non avrebbero fatto opposizione alcuna. Ma il Gran- 
duca preferì -di agire diversamente; e perciò dovette 
andarsene. 

Verso le 6 pom., la famiglia reale uscì dalla fortezza 
di Belvedere, e pel giardino di Boboli, chiusa in poche 
carrozze, si avviò alla porta San Gallo, e prese il cam- 
mino verso Bologna. Oltre una scorta di gendarmi a 
cavallo, fu accompagnata sino a Vaglia da tutti gli Uflì- 
ciali di Stato Maggiore e dai Segretari delle Legazioni 
straniere, residenti in Firenze. La popolazione, affol- 
lata lunghesso le mura urbane e al Parterre, si serbò 
silenziosa e calma; nessuna apostrofe ingiuriosa, nes- 
sun grido di gioia, ma compostezza in tutti, quale si 
conviene ad un popolo educato e civile. 

11 Barbèra, editore rinomato e cittadino integerrimo, 
così parla di Leopoldo II: «Rimane però la memoria 
in chi visse lunghi anni in Toscana, che il Principe 
era un uomo di buone intenzioni, buon padre di fami- 
glia, amico delle lettere e delle scienze... Non era alieno 
dal promuovere ogni maniera di morali e civili van- 
taggi (sono sue parole); ma tutto ciò con ordine, con 
misura, con senno (1) ». E l'avv. Ferrigni (Yorick), par- 
lando di Leopoldo II e della sua famiglia, dice di loro: 



(1) Barbera, Memorie di ìiìt Editore \ pag. 159. 
L. Cappelletti 



434 La Toscana dal 1824 al 1859 



« Brava gente in coscienza, buona pasta di Principi 
perfettamente acclimatati, che se non avessero avuto 
quella macciiia del peccato originale, avrebbero meri- 
tato di vivere è di morire in questo paradiso (1). 

Leopoldo II, nell'ultimo decennio del suo regno, si 
ricordò un po' troppo di essere Arciduca d'Austria; e 
questa fu la causa principale della rovina di lui e 
della sua famiglia (2). 



(t) Feriìini (Yorick), Storia dei Burattini. Firenze, 1884, pag. 197. 

(2) Lo Zoiii nella sua Cronaca (tom. I, pag. lii) dice che il Gran- 
duca lasciò lo Stalo sopraccaricato di debiti e d'interessi finansiari. 
Questa è una spudorata inenzoo;na. il Baldasseroni, da al)ile finanziere, 
non ostanti le gravi spese dovute sostenere a causa dell'occupazione 
austriaca, lasciò il tesoro in abbastanza floride condizioni; e quando 
il Granduca partì, si trovarono chiusi nello Casse della 11. Deposileria 
più di 175 milioni di lire. 



J}^ 



CONCLUSIONE 



Il granduca Leopoldo, prima di abbandonare i suoi 
Stali, aveva stabilito di recarsi nel Belgio, luogo neu- 
trale, « siccome eragli stato consigliato, e come egli 
stesso annunziava all'Internunzio pontificio Monsignor 
Franchi. Cambiò in seguito risoluzione, e ne ignoriamo 
i motivi (l). Andò invece a Vienna, sotto la protezione 
dell'Imperatore Francesco Giuseppe, il quale lo informò 
com'egli partiva per mettersi a capo dell'esercito; in 
quanto a lui « sarebbe meglio si tenesse in disparte, 
giacché la sua presenza al campo smentirebbe l'asse- 
rita neutralità ». Questo era un ottimo consiglio ; ma 
il principe Riccardo di Metternicli, essendosi recato 
a visitarlo, mostrò al Granduca la convenienza di 
unirsi all'imperatore nella campagna d'Italia di cui era 
tanta parte ; e perchè Leopoldo adduceva la sua tarda 
età e la sua inesperienza nelle cose guerresche, il Met- 
ternich gli ricordò che egli aveva due figli giovani atti 
alle armi (2). E così i due principi presero parte alla 
guerra, combattendo a Solferino nelle file dell'esercito 
austriaco. In tal modo, sì preclusero per sempre la via di 
tornare in Toscana. E quando lo slesso Ferdinando IV 
(nome da luì preso, nel luglio del 1859, dopo l'abdica- 
zione del padre) si presentò alle Tuileries per invocare 
il patrocinio di Napoleone III, si sentì rispondere 
queste amare, ma giuste parole : « Mìo caro Granduca, 



(I) Cosi il Baldasskuoni, oj). cit., png. 543. 
(i) Gastù, Cronistoria ecc., toni. IH, pag. 359. 



436 Conclusione 



la strada per tornare in Toscana non era (j nella di 
Solferino ». E l'Imperatore dei Francesi aveva ragione. 

Qualcuno ha voluto fare un paragone fra la Rivolu- 
zione toscana del 27 aprile 1859 e la Rivoluzione in- 
glese del 1688. In una lettera, diretta da don Neri Cor- 
sini, marchese di Lajatico a Leopoldo Galeotti, in data 
di Londra, 31 luglio 1859, si leggono queste parole: 
« Ho visto Gladstone. Egli mi assicura che Russell e 
« Palnierston sono d'accordo sulla decadenza della di- 
•« nastia (di Lorena), e sulla impossibilità del suo ri- 
« torno. Dicono essere il caso di Giacomo li, che il 
« Parlamento dichiarò avere abdicato di fatto per avere 
« abbandonato il Paese senza provvedere al suo go- 
« verno (l) ». Il prof. Domenico Zanichelli dice che 
questa rassomiglianza fra la rivoluzione inglese e quella 
toscana esiste ; « e a chi ben guardi le cose, appare 
non solo formale ma anche sostanziale. In ambedue i 
paesi, non moli incomposti di popolo, non turbolenze, 
non rivolte di piazza; tanto in Toscana che in Inghil- 
terra è l'opinione che colpisce colla sua terribile mo- 
rale il Sovrano, e lo balza dal trono ; egli non è co- 
stretto alla fuga dall'urgenza di salvare la propria 
vita minacciata, ma è obbligato a partire perchè il 
trono si sfascia sotto di lui ; i suoi nemici non sono 
sudditi ribelli che infrangono le leggi dello Stato e 
turbano l'ordine pubblico, ma sono cittadini i quali, 
in nome del diritto dello Stato, si erigono fermi, se- 
reni, contro il Sovrano che le leggi ha infrante, che 
il diritto ha calpestato, che lo Stato ha avvilito (2) ». 

A dire il vero, a me pare che fra le due rivoluzioni 
non esista questa grande rassomiglianza. Leopoldo II 
non era minacciato da nessuna invasione nei suoi 
Stati ; Giacomo II invece aveva veduto invaso il suo 
regno dal proprio genero, Guglielmo d'Orange, il quale 



(1) Lettere politiche di Bettino Ricasoli, Lbalcliiio Perussi, AVri 
Corsini e 'Cositiio lUdoìfì, a cura di S. MomiRuo e D. Zaxichei.i.i. 
Bolofiiia, Dina H. Zanitlieni, 18!t8; pag. 129. 

(2) Lettere politiche ecc. ecc., Inlrodiizione, pag. XI. 



Conclusione 437 



era venuto in Inghillerra per detronizzarlo e per difen- 
dere la religione anglicana, che Giacomo aveva tentato 
di annientare. Guglielmo era sbarcato a Torbay, ed era 
poi entrato quasi trionfante in Exeter, mentre suo 
suocero regnava ancora a Londra. Leopoldo II partì di 
pieno giorno, accompagnato sino ai contini della To- 
scana da un mezzo squadrone di gendarmi a cavallo, 
da pareechì ufficiali e dal corpo diplomatico, in mezzo 
ad una popolazione muta e rispettosa ad un tempo. 
Giacomo non partì, ma fuggì due volte, avendo prima 
fatto imbarcare per la Francia la Regina col piccolo 
Principe di Galles. La prima volta fuggì di notte, cioè 
alle d antimeridiane delTll novembre 1688. Mentre fug- 
giva, fu arrestato a Sheerness ; ma fu rimesso tosto in 
libertà dietro un ordine della Camera dei Lordi. Tornò 
a Londra, dove riprese le redini dello Stato ; ma la 
sua alterigia, la sua intolleranza, la sua mancanza di 
tatto, la sua ostinazione nel proteggere il papismo lo 
obbligarono a fuggire di nuovo ; e riuscì a riparare in 
Francia, dove Luigi XIV gli diede per residenza il ca- 
stello di San Germano. 

L'avere abbandonato lo Stato senza governo alcuno, 
fu un grande errore di Leopoldo II : egli avrebbe po- 
tuto lasciare una reggenza, che governasse in suo nome, 
tanto per tutelare, fosse pure platonicamente, i suoi 
diritti. Anche Giacomo non lasciò alcuna reggenza; ma 
tosto fu convocata una Convenzione, che dichiarò il trono 
vacante. In Toscana fu il Municipio, il quale provvide, 
com'era suo dovere, alla cosa pubblica, e nominò un 
governo provvisorio nelle persone del cav. Ubaldino 
Peruzzi, dell'avv. Vincenzo Maleuchini e del maggiore 
Alessandro Danzini (1), 

Cosa sarebbe avvenuto se Leopoldo II avesse abdi- 



(1) Nel libro iiititolafo: I Casi della Toscana ecc., leggesi quanto 
appresso: «Gli uomini, che formarono il Governo provvisorio furono 
il cav. Uiialdino Peruzzi, l'avv. Vincenzo Malenchini e il maggiore 
Alessandro Danzini, cioè : un patrizio co.spiratore, un legale senza 
legge e un soldato traditore ». Il Danzini era un onorato ulTiciak-, che 



438 Conclusione 



calo, se Ferdinando IV fosse salilo al Irono, se l'Arci- 
duca Carlo avesse condollo le milizie toscane a bal- 
iersi, accanto all'esercito piemontese, sui campi di 
Lombardia ? Dopo i preliminari di Villafranca, sarebbe 
sialo assolutamente impossibile (e la Francia e l'In- 
ghilterra non lo avrebbero certo permesso) di detroniz- 
zare un Principe, che aveva dato la Costituzione, che 
aveva ripristinato il vessillo tricolore, che aveva man- 
dato il suo esercito a combattere contro gli Austriaci, 
E l'unità d'Italia non sarebbe avvenuta. 

Un deputato amico mio, che fu pure mio condisce- 
polo all'Università, mi diceva un giorno: «Noi dob- 
biamo esser grati ai tre grandi Fattori della nostra 
unilà, cioè a Vittorio Emanuele, a Camillo Cavour, a 
Giuseppe Garibaldi ; ma là nostra gratitudine dovrebbe 
pure estendersi anche a quei principi spodestati, i 
quali, senza volerlo, coadiuvarono il grande movimento 
nazionale ». Il mio onorevole amico aveva ragione. 
Se il Papa e il Re di Napoli avessero governato pater- 
namente e liberalmente i propri sudditi; se il duca di 
Modena non avesse perseguitato, con una ferocia spa- 
valda e ridicola, tulli coloro, i quali manifestavano 
sentimenti liberali ed umanitari; se il Granduca di 
Toscana e la Duchessa Reggente di Parma fossero 
stali meno ossequenti alle ingiunzioni del gabinetto di 
Vienna, probabilmente l'unità d'Italia non sarebbe 
avvenuta, o, per lo meno, avrebbe ritardato chi saper 
quanti anni ! 

Il regno di Leopoldo II in Toscana durò sette lustri: 
i primi ventiquattro anni (1824-1848) segnarono per la 
Toscana un'epoca di felicità, di libertà, di benessere 
materiale e morale: fiorirono gli sludi: si crearono e 
sì riformarono Accademie scientifiche e letterarie; 



aveva servito con fedeltà il Granduca. E se continuò a servire il proprio 
paese dopo la partenza del Principe (che, prima di andarsene, aveva 
sciolto le truppe dal giuramento di fedeltà) non merita biasimo alcuno. 
Egli non aveva beni di fortuna, e doveva perciò fare il soldato per 
vivere. Morì tenente generale a riposo. 



Conclusione 439 



uomini eminenli occupavano le catledre delle due Uni- 
versità di Pisa e di Siena, e molti di essi erano esuli 
delle altre regioni d'Italia, che il granduca Ferdi- 
nando III aveva accolti nei suoi Stati, e che vi rima- 
sero anche durante il regno del suo successore. 

La piccola Toscana formava l'invidia di tutta quanta 
l'Europa. Ma il suo splendido orizzonte non tardò ad 
oscurarsi. L'assunzione del cardinal Mastai al pontifi- 
cato, sotto il nome di Pio IX, l'amnistia da lui con- 
cessa agli esuli ed ai prigionieri politici, il significato 
che gl'Italiani diedero a quest'atto di sovrana cle- 
menza, giudicandolo come segno precursore della con- 
ciliazione fra il Papato e la libertà, cambiarono af- 
fatto l'aspetto delle cose. E allora si chiesero le ri- 
forme; e venne la guardia civica, la Consulta distato, 
la libertà della stampa in Toscana e negli Stati pon- 
tifici ; poi fu promulgato lo Statuto Costituzionale nel 
Reame di Napoli, in Toscana, a Roma e in Piemonte. 
Infine scoppiò la guerra contro l'Austria, e si ebbe la 
liberazione della Lombardia e della Venezia; ma poi 
gli avvenimenti precipitarono a danno dell'Italia: il 
Piemonte fu sconfitto prima a Custoza (1848) e nel- 
l'anno seguente a Novara ; gli Austriaci ricuperarono 
il Lombardo-Veneto; il papa dovette fuggire a Gaeta, 
dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi ; e ivi si rifugiò 
pure il granduca di Toscana. 

In mezzo a quell'ambiente, Leopoldo lì si trasformò ; 
ed i miei lettori hanno già veduto com'egli, sebbene 
spontaneamente chiamato dai costituzionali toscani, 
assentisse all'intervento austriaco, poi abolisse lo Sta- 
tuto. Il Leopoldo 11, che regnò dal 1849 al 1859, non 
fu più il Leopoldo 11, che aveva regnato dal 1824 al 
1848. Divenne un mancipio dell'Austria e della Curia 
Romana; e, sebbene non esorbitasse in atti tirannici, 
si alienò tuttavia gli animi delle popolazioni. La sua 
cecità, la sua cocciutaggine lo sbalzarono dal trono ; e 
la Toscana fu perduta irrevocabilmente per lui e per 
la sua famiglia. Preferì scegliere per sua residenza 
l'ALUstria, invece di un paese neutrale; di più violò 



440 Conclusione 



la neulralilà, che egli slesso si era iinposlo, man- 
dando i suoi tìgli a combattere nelle tile dei nemici 
d'Italia. 

Nel luglio del 1859, abdicò a favore del suo primo- 
genito; ma ormai era troppo lardi: le vitlorie degli 
eserciti franco-sardi avevano vieppiìi esaltato il senti- 
mento nazionale, e si parlava già di annessione al 
Piemonte. Leopoldo li passò gli ultimi anni della sua 
vita nei suoi possessi presso Gmunden, « tutto occupato 
nelle cure famigliari, e in quelle di ricavare, colla di- 
ligenza di attento massaio, il prolitto possibile del li- 
mitato patrimonio, che doveva supplire al modesto 
mantenimento della sua famiglia (l)». 

Morì a Roma, in età di 7i2 anni, nella notte dal "28 
al !29 gennaio del 187U. 11 suo corpo fu seppellito nella 
Chiesa dei Santi Apostoli, dove rimase fino al i27 feb- 
braio del 1914; donde fu trasportato a Vienna, nella 
vasta, ma tetra Chiesa dei Cappuccini, in cui riposano, 
fra gli altri principi della Casa d'Asburgo, Maria Te- 
resa, Francesco I, Maria Luigia, vedova di Napoleone, 
il duca di Reichstadt, Ferdinando 1, l'arciduca Rodolfo, 
l'imperatrice Elisabetta e l'arciduca Ferdinando-Massi- 
miliano, già Imperatore del Messico. 

Non ostanti i suoi molteplici errori, Leopoldo li ha 
lasciato nella storia della Toscana un ricordo non 
ispregevole. A lui si debbono il bonificamento delle 
Maremme, il quale occupò gran parte della sua atti- 
vità; e se non potè esser compiuta, la colpa non fu sua, 
ma degli avvenimenti; l'incoraggiamento dato alla spe- 
dizione archeologica nell'Egitto e nella Nubia; l'alta 
protezione accordata ai Congressi degli scienziati che 
si adunarono la prima volta in Pisa nel 1839, la se- 
conda volta in Firenze nel 1841 ; l'impulso dato alle 
ferrovie ed ai telegrafl dello Stato ; la creazione delle 
Scuola Normale Superiore di Pisa, sul sistema di quella 
di Parigi; l'istituzione della Scuola Ippocratica di me- 
dicina, annessa all'Ateneo Pisano; la riforma del Con- 



(1) Balua.ssebojji, op. cit., pag. 543. 



Conclusione 441 



sigilo di Sialo; l'iiicreiiienlo della Marina Mercanlile 
loscaiia; la creazione dell'Archivio di Stalo e deirJsU- 
lulo Tecnico di Arli e ManifalUire. Né debbonsi dimen- 
ticare il Museo Egizio e quello Etrusco, ai quali pose 
ogni sua cura, e che formarono uno stimabile corredo 
alle Reali Gallerie, che cercò di arricchire con nuovi 
acquisti tulle Je volle che gli si presentasse l'occasione. 
Al regno di Leopoldo li va pure attribuito il nuovo 
Codice penale, lavoro di somma sapienza giuridica ; 
la riforma amministrativa e quella giudiziaria ; l'ab- 
bellimento della città di Livorno ed i lavori per il suo 
porto; l'istituzione del Liceo Militare, donde uscivano 
gli ufficiali del genio e dell'artiglieria ; il collegio pei 
tìgli dei militari; il riordinamento della R, Accademia 
di Belle Arti ; la costituzione e 11 riordinamento del 
Debito pubblico ; l'incoraggiamento dato alle lettere 
colla edizione, da lui slesso curata, delle Poesie di Lo- 
renzo il Magnitico, e con quella stupenda, da Lui pa- 
trocinala, delle opere di Galileo Galilei. Non ostanti le 
gravi spese sostenute dall'Erario pel mantenimento delle 
truppe austriache nel Granducato, Leopoldo II lasciò 
le finanze in uno stato abbastanza florido e soddisfa- 
cente (l). Protesse l'Agricoltura, l'Industria e il Com- 
mercio e Istituì premi agli agricoltori e ai produttori. 
Politicamente parlando, tutte queste belle ed utili 
istituzioni a nulla gli valsero. Egli aveva avuto la di- 
sgrazia di nascere Arciduca d'Austria ; ed essendo al 
al tempo slesso Principe italiano, grandemente gli 
nocque di lasciarsi dominare da una potenza, che aveva 
fatto tanto male all'Italia, e che si era attirata, o per 
un motivo o per un altro. In epoche diverse, l'anti- 
patia e l'esecrazione di tutta quanta l'Europa. 



(I) Veggasi il Happorlo, lirmalo ila Fenliuando Aiidreucci. Carlo 
Fenzi, e Sansone d'Ancona, diretto al Governo Provvisorio, sulle con- 
dizioni della Finanza toscana. In questo Rapporto si leggono le se- 
guenti parok>: « La Toscana può rallegrarsi di essere in prospera 
« condizione economica, il giorno dopo la caduta di un (loverno, ed al 
«inomonto d'iulraprendcre la guerra ». 



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menti arcani ed importantissimi, traili dagli Archivi 
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Stamperia di A. Bellini, 1863. 

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di Gius. Mariani. 1863, 

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da lui medesimo. Firenze Felice Le Monnier, 1852. 

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— Cronaca degli avvenimenti d'Italia nel 1859, corre- 
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Grazzini, Giannini e Comp.. 1859-1860. Due volumi. 

— Memorie economico-politiche, ossia dei danni arre- 
cati dall'Austria alla Toscana dali737 al 1859, dimo- 
strati con documenti uftìciali. Firenze Grazzini e 
Comp., 1860. Due volumi. 



ERRATA-CORRIGE 



Alla pagina 3, linea 12 del Sommario del Capitolo I, si sopprimano le 
seguenti parole : Fondazione dell'Antologia. 

Alla pagina 4, alia fine dell'ultima liuea e al principio della pagina 5, 
linea 1, invece di < insita » leggasi « intensità >. 

Alla pagina 12, linea 16, invece di « Francesco Campini ;> leggasi « Fran- 
cesco Cempini ». 

Alla pagina 30, linea 1 della prima nota, invece di « Acocnimenti ita- 
liani » leggasi « Rivolgimenti italiani ». 

Alla pagina 36, linea 28, invece di « Gaetano Giorgino > leggasi « Gae- 
tano Giorgini ». 

Alla pagina 85, liuea 25, invece di «Francesco VI» leggasi « Fran- 
cesco IV ». 

Alla pagina 87, linea ultima, invece di «. Ministro Campini » leggasi 
« Ministro Cempini ». 

Alla pagina 169, linea 36, invece di « energia ♦ leggasi « inerzia », 

Alla pagina 265, linea 21, invece di « Lombardi » leggasi « Lambardi » 



INDICK 



Dedica Png. v 

Avvertenza » vii 

Principi che regnarono in Toscana dal 1532 

al 1859 » XI 

La Toscana dal 1824 al 1859. 



Capitolo I 
Capitolo li 
Capitolo HI 
Capitolo IV 
Capitolo V 
Capitolo VI 
Capitolo VII 
Capitolo Vili 
Capitolo IX 
Capitolo X 
Capitolo XI 
Capitolo Xll 
Capitolo XIU 
Capitolo XIV 
Capitolo X\' 
Capitolo XVI 
Capitolo XVII 



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20 


» 


32 


» 


43 


» 


54 


» 


65 


» 


76 


» 


89 


» 


101 


» 


114 


» 


124 


»• 


134 


» 


145 


» 


161 


» 


176 



190 



406 



Indice 



Capitolo XVIU 
Capitolo XIX . 
Capitolo XX 
Capitolo XXI , 
Capitolo XX II 
Capitolo XXI II 
Capìtolo XXIV 
Capitolo XX\^ . 
Capitolo XXVI 
Capitolo XXVII 
Capitolo XXVIII 
Capitolo XXIX 
Capitolo XXX 
Capitolo XXXI 
Capitolo XXXII 

Conclusione. 

Bibliografia 

Errata-Corrige 



ag 


."202 


» 


217 


» 


234 


» 


251 


» 


268 


» 


283 


» 


298 


» 


312 


» 


327 


» 


340 


» 


355 


» 


370 


» 


387 


» 


402 


» 


415 


» 


435 


» 


443 


» 


453 



Piccola Biblioteca di Scienze JSodeFne 



Eleganti volumi in-12" 



ed 



1. Zanotti-Bianco, In cielo. Saggi di astronomia — 1897 
ì. Catbrelu, II Socialismo — 4» edizione, 1906 

3. BrUcke, Bellezza e difetti del corpo umano. Con figure - 1» edizione 

4. Sergi, Arii e Italici — 1898 

6. Rlzzatti, Varietà di storia naturale. Con figure — 1901 
'5. Lombroso, U problema della felicità — 1» edizione, 1907 

7. Morasso, Uomini e idee del domani — 1898 

8. Kautsky, Le dottrine economiche di C. Marx — 1898 

9. Hugues, Oceanografia — 1898 

10. Frati, La donna italiana — 1899 

11. Zanetti-Bianco, Nel regno del sole - 1899 
13. Troilo, 11 mi.sticlsmo moderno — 1899. 
Li. Jerace, La ginnastica e l'arte greca. Con figure — 1899 
H. Revelli, Perchè si nasce maschi o feraminef — 1899 
15. Groppali, La genesi sociale del fenomeno scientifico — 1899 
It). VecclXJ e D'Adda, La marina contemporanea — 1899 

17. De Sanctis, I sogni — 1899 

18. De Lacy Evans, Come prolungare la vita — 1» ed., 1906 

19. StrafforellO, Dopo la morte — 1» edizione, 1900. 

30. Lassar-Cobn, La chimica nella vita quotidiana. Con figure — 

31. Mach, Letture scientifiche popolari — 1900. 
M. Antonini, I precursori di Lombroso. Con figure — 1900 
i.\. Trivero, La teoria dei bisogni — 1900 .... 

24. Vitali, Il rinascimento educativo — 1900 

25. Disa, Le provisioni del tempo — 1900 . 

26. Tarozzi, La virtù contemporanea — 1900 . 

27. StrafforellO, La scienza ricreativa — 19001 

28. Sergi, Decadenza delle nazioni latine — 1900 

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30. De Roberto, L'Arte — 1901 

31. Baccioni, La vigilanza igienica degli alimenti — 1901 

32. Marchesini, Il simbolismo — 1901 

33. Naselli. Meteorologia nautica — 1901 

34. Niceforo, Italiani del nord ed italiani del sud — 1901 
3.5. Zoccoli, Federico Nietzsche — 1» edizione, 1901 

36. Loria, Il capitalismo e la scienza — 1901 

37. Osborn, Dai Greci a Darwin — 1901 . . . . , 

38. decotti. La guerra e la pace nel mondo antico — 1901 

39. Rasius, Diritti e doveri della critica — 1901 
4-0. Sergi, La psiche nei fenomeni della vita — 1901 

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Pìccola Biblioteca di Scienze Moderne 



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Cougnet, 1 piaceri della tavola. Con ligure — 1903 
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Hickson, La vita nei mari. Con figure — 1903 . 
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Solerti, Le origini del melodramma — 1903 
Brofferio, Per lo spiritismo — 3> edizione, 1903 
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Del Lungo. Goethe e Hclmholz — 1903 
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Del Cerro, Fra le quinte della Storia — 1903 . 

Vlazzi, Psicologia dei Sessi — 1903 

Sergi, Evoluzione umana individuale e sociale — 1903 

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Cappelletti, La Rivoluzione — 1904 

Lombroso. La vita dei bambini. Con figure — 1904 
Emerson, Uomini rappresentativi — 1904 
Moebius, Inferiorità menlale della donna — 19(ìi . 
GumplOWiCZ, Il concetto sociologico dello Stato — 1904 
Agresti, La filosofia nella letteratura moderna — 1904 
Lombroso, I vantaggi nella degenerazione. Con figuro 19(»l 
Pegrassi, Le illusioni ottiche. Con figure — 1901 . 
Morasso, La nuova arma (Lia macchina) — 1905 

Menger, Lo stato socialista — 1905 

Canestrini, Gli amori degli animali. Con figure — 1905. 
Rizzatti, Dalla pietra filosofale al radio. Con figure - 190." 

Carlyle. Passato e presente — 1905 

Cougnet, Il ventre dei popoli — 1905. 
Bizzarri, La base fisica del male — 1905 .... 
Cappelletti, Storie e leggende — 1905 .... 
Clodd, Storia della creazione. Con figure— 1905 
Zanotti-Blanco, Astrologia ed astronomia — 1905 . 

Hall, 11 suolo — 1905 

Baratta, Curiosità Vinciane. Con figure — 1905 
Fraccaroli, La questione della scuola — 1905 . 
Evans, Lao-tse e il libro della via e della virtù — 1905 

Clodd, Miti e sogni — 1905 

Labanca, Il papato — 1905 

Villa, L'idealismo moderno — 1906 

Fanciulli, L'individuo nei suoi rapporti sociali — 1905. 

Duclaux, Igiene sociale — 1905 

Ravizza, Psicologia della lingua — 1905 .... 
Clodd, Fiabe e filosofia primitiva — 1906 .... 
Cappelletti, Principesse e grandi d;ime — 1906 

Niceforo, Forza e ricchezza — 1906 

Renda. Le passioni — 1906 

Romano, La psicologia pedagogica — 1906 

Rizzatti, Dal cielo alla terra — 1906 

Canestrini, Le società degli animali. Con figure — 1906 
Tonnini, La psicologia della civiltà egizia, (ion figure — 19116 
Ferrucci, Il traforo del Sempione e i passaggi alpini. Con figure 
Lombroso e Carrara, Nella penombra della civiltà — 1906 . 
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Baratono, Psicologia sperimentale — 1906 .... 

Fanciulli, La coscienza estetica — 1906 

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Cappelletti, Dal 2 Dicembre a Sedan — 1907 .... 

Zini, Giustizia — 1907 

Ballard, I miracoli dell'incredulità — 1907 .... 
Limentani, La previsione dei fatti sociali — 1907 . 
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Fratelli Bocca, Editori - Torino 



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183. Labriola, Capitalismo — 1910 

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186. Cappelletti, La seconda restaurazione e la monarchia rii hig 

187. Pfleiderer, Religione e religioni — 1910 .... 

188. Payson Cali, Forza e riposo — 1910 ..... 

189. Hibben, La logica di Hegel — 1910 

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191. Durell, La chiesa storica — 1910 

192. Payson CaU, Vita naturale — 1910 

193. Ferrante Capetti, Reati e psicopatie sessuali — 1910 . 

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De Roberto, Renan — 1911 

Besant, Autobiografia — 191 1 

Powell, Il cibo e a salute — 1911 

Glacbetti, La fantasia — 19) 1 

Turchi, Storia delle religioni — 1912 .... 
Somigli, l..a pesca marittima industriale-- 1912 
Halewy, Vita di Federico Nietz8che — 1912 
Troilo, Il |)Ositivismo e i diritti dello spirilo — 1912 
Michels, I limiti della morale fees.suale — 1912 
Graziani, Teorie e fatti economici — 1911 
Cappelletti L., La riforma — 1912 .... 
Gallo, La guerra e la sua ragion sessuale — 1912 . 
Ramaciaraca, La respirazione e la salute — 1913 
Carus, il Buddismo e i suoi critici cristiani — 1913 

Sergi, Le origini umane — 1913 

Rau, La crudeltà — 1913 

Aitken. Le vie dell'anima — 1913 
Cauestrini, Nel mondo dei ])arassili — 1913 . 
Avebury, l'acc e Felicità — 1913 .... 

Rensi, lja Trascendenza — 1914 

Grew, Lo Sviluppo di un pianeta — 1914 . 
Sergi, l'evoluzione organica e le origini umane — 1914 
Gallo, Valore sociale dell'abbigliamento — 1914 
Ramaciaraca, Ata Yoga: L'arte di star bene. — 1914 
Vercellini, Unità di legge nei fenomeni vitali — 1914 
Germani, La Ragioneria come scienza moderna 
Olgiati, l-a filosofìa di Enrico Bergson 
Demichelis, 11 problema delle scienze storiche — 1914. 
Weininger, Intorno alle cose supreme — 1914 
Turchi, La Civiltà Bizantina - 1915 .... 

Ferrabino, Kalypso — 1914 

Emery, La vita delle formiche — 1914 
Tilgher, Pragmatismo trascendentale — 191.5 . 
Boffding, Compendio di storia della filosofia moderna 
Davenport-Whelpley. Il commercio del n;ondo — 1915 
Giuliano B, Il valore degli ideali .... 
Ferreri. L'Italia da redimere — 1910 
Marasca, Le antinomie dell'educazione — 191(1 
Rostagni, Poeti Alessandrini — 191(5 
Sergi G., Problemi di Scienza Contemporanea — 1910 
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Stampini E., Studi di letteratura e filologia Ialina — 1 
Cappelletti L., Austria e Toscana . . 
Maiocco, Le Leggi di Mendel e l'eredità — 1918 



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NB. I volumi di questa serie esistono pure elegantemente legati in tela con 
fregi artistici, con una lira d'aumento sul prezzo indicato. 




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